Notiziario religioso  18-31   MARZO  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Sei anni di Papa Francesco, fra “adesione e repulsione”  1

2.       Vescovi Ue. Comece: mons. Hollerich, “l’Europa è un progetto di pace per il mondo”  1

3.       Il Papa: “Per denaro e potere si rischia di perdere ogni dignità”  1

4.       Una Italia aperta  2

5.       A Treviso per riflettere sulla pastorale sociale in “formato” Laudato Si’ 2

6.       Per cambiare la vita e non solo qualcosa. I Domenica di Quaresima  3

7.       Francesco: “Ipocriti quelli che si dicono cattolici e poi sfruttano e umiliano gli operai”  3

8.       MCI: a Padova l'incontro degli ex-missionari 4

9.       “Non abbiate timore di giocarvi la vita al servizio della riconciliazione tra Dio e gli uomini”  4

10.   Quasi un miliardo e mezzo i cattolici nel mondo  6

11.   “Venga il tuo Regno!” – “Seminiamo questa parola in mezzo ai nostri peccati e ai nostri fallimenti”  6

12.   Civiltà Cattolica: una monografia sul tema della migrazione  6

13.   Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2019: “Non si tratta solo di migranti”  6

14.   “Sensibilizzare sempre di più ogni persona alla cultura del dono e della cura dell’altro”  7

15.   Tra un anno si aprirà l'archivio segreto di Pio XII 7

16.   Chi ha un cuore puro non è cieco. VIII Domenica del Tempo Ordinario  8

17.   Carnevale alla Missione Cattolica Italiana di Kempten  8

 

 

1.       Marx: „Ausblendung von Konfliktthemen war Fehler“  9

2.       Missbrauchskrise: Deutsche Bischöfe initiieren „synodalen Weg“  9

3.       Theologen gehen mit Kirche und Bischöfen ins Gericht 10

4.       Sechs Jahre Franziskus: „Georg wer?“  10

5.       Deutsche Bischöfe stellen Maßnahmen zum Kinderschutz vor 11

6.       Feierliche Amtseinführung des neuen Fuldaer Bischofs  12

7.       „Reinigung des Gedächtnisses bleibende Aufgabe“  12

8.       Lebenslauf von Bischof Dr. Michael Gerber 13

9.       Fastenhirtenbriefe zum Thema Missbrauch  13

10.   Kardinal Woelki plädiert für eine Sonntagsmesse pro Pfarrei 13

11.   Neue Folge: Papst Franziskus erklärt die Zehn Gebote  14

12.   Priester mit Vorab-Deutschkenntnissen? „Eine sinnvolle Maßnahme“  14

13.   Botschaft zum Weltgebetstag um geistliche Berufungen 2019  14

14.   Trendfasten  15

15.   Zukunft der deutschen Gedenk- und Erinnerungskultur 16

16.   Neue Folge: Papst Franziskus erklärt die Zehn Gebote  16

17.   Politischer Druck. Zahl der Kirchenasyle stark zurückgegangen  17

18.   Papst am Aschermittwoch: „Befreien wir uns vom Wunsch nach immer mehr"  17

19.   Bischöfe gegen zu hohe Sprachhürden für ausländische Geistliche  17

20.   Vatikan gibt Archive zum Pontifikat Pius XII. frei 18

21.   Gesetzesänderung. Geistliche aus dem Ausland  18

22.   Aktion Autofasten 2019 – Mobilitätsgewohnheiten überprüfen  18

 

 

 

Sei anni di Papa Francesco, fra “adesione e repulsione”

 

Intervista di Mayra Novelo con padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica

 

Papa Francesco una volta, quando era ancora vescovo di Buenos Aires, disse che fuori dalla sua città non avrebbe potuto fare nulla, invece poi, in solo sei anni di pontificato, ha compiuto 27 viaggi apostolici in 40 paesi del mondo, ha promosso tre sinodi e un incontro sinodale e ora si sta preparando il sinodo sull’Amazzonia. Dopo il 13 di marzo di sei anni fa, nulla è stato più come prima Si sente dire che il Papa avvicina la Chiesa ai poveri e agli abbandonati, alla gente comune, attirando l’attenzione dei leader mondiali e nazionali e di tutti con l’arma della misericordia.

«Francesco ha aperto porte – spiega padre Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica- a partire da quelle nei luoghi di maggiore tensione del mondo: da Banguì, con l’apertura della porta Santa, a Ciudad Juarez, dove l’altare era a soli 80 metri dal confine tra Stati Uniti e Messico. La sua visita a Lampedusa è stata per tutti noi un chiaro messagio della sua volontà di toccare con mano le ferite aperte, anche con la semplice presenza. È il filo della misericordi l’elemento che lega tutte queste sue azioni e i suoi viaggi».

La sua presenza disarmante, le sue riforme che destrutturano le posizione di potere all’interno della Chiesa, la sua inflessibilità negli scandali di sesso e di soldi e soprattutto la sua attenzione alla pastorale piu che alla dottrina hanno attirato l’attenzione di moltissime persone, anche non cattoliche, facendo di Francesco il leader più influente del mondo.

«È vero che Papa Francesco sembra l’unico leader globale -dice Spadaro -; non ci sono altre voci della stessa autorevolezza di impatto così ampio. È ben consapevole che in questo mondo è tutto questione d’interessi e quindi il suo desiderio non è quello di costruire schieramenti fra buoni e cattivi, ma di dialogare con tutti, bilanciando gli interessi per avere un risultato megliore, per questo il Papa è stato disponibile a dialogare con tutte le parti».

Ma tutto ciò non può che creare anche una schiera di nemici.

«Francesco sta facendo un lavoro di discernimento, il che significa che sta come “spremendo” tutto il bene e tutto il male dentro la Chiesa. In questo modo provoca reazioni molto forti d’adesione o di repulsione, sia all’interno che all’esterno. Il suo atteggiamento, come una calamita, riesce ad attirare tutto il bene, ovunque esso sia».

Nel contesto è importante considerare come la stampa legga e comunichi queste azioni.

«La stampa, per Francesco, svolge un’azione preziosa ed importante. Il papa si è affidato ai mezzi di comunicazione chiedendo d’andare oltre lo scandalo e di diffondere la verità facendo chiarezza e andando fino in fondo. Francesco una volta ha scritto che dialogare con i giornalisti significa anche ascoltare le domande della gente».

La Cina è un tema d’interesse per il Papa, cosí  la firma dell’ accordo provvisorio sulla nomina dei vecovi a Pechino apre una nuova tappa.

«Oggi in Cina tutti i vescovi sono in comunione con il Papa, non esiste più una Chiesa clandestina. Il fatto che la Cina ammetta un’autorita esterna, permette di guardare ad un futuro più focalizzato sull’evangelizzazione e sulla crescita del cristianesimo e della religiosità, piuttosto che sulle tensioni interne».

Non si sa cosa ci si potrebbe aspettare dai prossimi anni di pontificato, perché «il Papa non pianifica strategie astratte – conclude padre Spadaro -; Lui prende le sue decisioni leggendo ciò che accade, la storia concreta, agisce pure in maniera profetica, andando come è accaduto ad Abu Dhabi quando ha firmato un documento sulla fratellanza umana con l’imam di Al-Azhar. Con Francesco è difficile prevedere il futuro». Zenit 15

 

 

 

Vescovi Ue. Comece: mons. Hollerich, “l’Europa è un progetto di pace per il mondo

 

Si è conclusa a Bruxelles l’Assemblea della Comece che ha riunito, dal 13 al 15 marzo, tutti i vescovi delegati dell’Unione europea. Intervista al presidente, mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo. “Mi preoccupano i nazionalismi. Conosciamo la storia. Sappiamo che in epoche di trasformazioni culturali profonde - e noi siamo in un periodo così - le persone hanno paura e quando le persone hanno paura cercano identità semplici. Avere un’identità è importante. È essere identitari che è sbagliato”- M. Chiara Biagioni

 

Bruxelles. “Quello che notiamo nelle persone è una certa delusione. Non si è contro l’Europa. Ma contro le élite. Le persone non si sentono più ascoltate, prese sul serio, tantomeno capite nelle loro preoccupazioni quotidiane”. Parte da qui l’analisi sull’Europa di monsignor Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo e presidente della Comece (la Commissione degli episcopali dell’Unione europea). E poi aggiunge subito: “Come vescovi, cerchiamo di mantenere una certa distanza rispetto alla politica ed è forse questa distanza a essere parte della saggezza della Chiesa perché ci permette di amare l’Europa ma anche di porci nei suoi confronti in maniera critica”.

Papa Francesco ha addirittura rivolto all’Europa ben 5 discorsi. Cosa spinge la Chiesa a interessarsi con così tanta passione dell’Europa?

Molti dei valori europei sono parte integrante della dottrina sociale della Chiesa. La solidarietà, il bene comune, la pace, la giustizia. Ciò che è pericoloso è quando limitiamo il bene comune all’Europa. L’Europa è un progetto di pace per il mondo. E ciò che è vero per la pace, lo è anche per la giustizia, la solidarietà.

Vi siete impegnati molto per le elezioni europee di fine maggio. Perché lo avete fatto. Cosa vi preoccupa di più?

Preoccupano i nazionalismi. Conosciamo la storia. Sappiamo che in epoche di trasformazioni culturali profonde – e noi siamo in un periodo come questo – le persone hanno paura e quando le persone hanno paura cercano identità semplici. Avere una identità è importante. Riconoscersi italiano o lussemburghese è una cosa buona così come lo è riconoscersi cristiano o cattolico. È essere identitari che è sbagliato perché le nostre identità devono sempre essere in dialogo con il mondo e avere un rispetto profondo per gli altri.

Mai dovrò vedere gli altri come nemici ma sempre come partner nella costruzione di un futuro migliore.

Perché andare a votare alle elezioni europee di fine maggio?

Perché è esercitare una responsabilità civile. Il popolo sovrano deve esercitare il suo diritto e dovere di andare a votare.

Nella storia, ci sono state persone che hanno dato la vita per questo diritto. Per noi oggi è diventato un atto banale.

Alle persone che percepiscono che l’Europa inutile e a quelli che addirittura credono che l’Europa rende peggiore la loro vita, lei cosa direbbe?

Bisogna dire che non è vero.

È facile dire che tutto ciò che va bene, è merito degli Stati nazionali e tutto ciò invece che va male è causa dell’Europa. Non è vero. È una bugia.

Perché è sicuramente più semplice dare la responsabilità di ciò che non va agli altri e in questo caso all’Unione europea piuttosto che prendersi la propria responsabilità. Quante volte lo abbiamo sentito dire. Ma non è vero. Dobbiamo allora far vedere quanto l’Europa ha fatto per il bene comune. Pensiamo, per esempio, alla moneta unica. Se non avessimo l’Euro, il mercato comune non funzionerebbe. O pensiamo alle frontiere: se si chiudono, non si può più viaggiare liberamente, sarebbe impossibile alle persone migrare da un Paese all’altro dell’Europa alla ricerca di un lavoro e agli studenti non sarà più concesso di andare a studiare in un altro Paese. Sono tutte chance che l’Europa ci ha dato. Pensiamo poi alla globalizzazione. L’Europa unita ci permette di dare regole ad una globalizzazione che ha già sparso dietro di sé molte vittime.

È la mancanza di regole il vero pericolo, la causa che ha portato l’economia verso un capitalismo selvaggio, verso un sistema che guarda solo al profitto e tutela le piccole élite a danno della maggioranza…

Questo non va bene. Strutture come l’Unione europea permettono di tenere almeno sotto controllo questi fenomeni.

L’ultima domanda è sulla Brexit. Come sta vivendo personalmente questa pagina così difficile della storia europea e quali sono le vostre speranze?

Sono rattristato. Penso che non era necessario, che abbiamo tutti commesso degli errori. Sia sul continente europeo, sia nel Regno Unito.

Penso che avremmo dovuto tutti ascoltarci meglio e dialogare di più per comprenderci gli uni gli altri. Ma rispetto – anche se mi fa male – la decisione del popolo del Regno Unito. Fa parte del gioco democratico e rispetto la democrazia. Ma facciamo attenzione affinché l’uscita dall’Unione europea non provochi nuove rivalità e inimicizie. Non dimentichiamoci che i cittadini del Regno Unito e i cittadini dell’Unione europea sono fratelli e sorelle. Come Chiesa, poi, siamo chiamati a dare un esempio. Per questo voglio proporre di accettare come osservatori i vescovi inglesi e scozzesi all’interno della Comece. Restiamo fratelli. Sir 15

 

 

 

 

Il Papa: “Per denaro e potere si rischia di perdere ogni dignità 

 

Nell’Angelus, Francesco mette in guardia dalle tre «tentazioni» che prospettano «successo e felicità» ma portano alla perdizione perché «opera di Satana». Un ricordo dei seminaristi martiri beatificati a Oviedo. Da oggi pomeriggio ad Ariccia per gli Esercizi spirituali – di Salvatore Cernuzio

 

Città del Vaticano - «L’avidità di possesso, la gloria umana, la strumentalizzazione di Dio». Tre strade che promettono «grandi successi» come denaro e potere ma che portano alla perdizione, il vero obiettivo di Satana che di queste tentazioni ne è l’autore. Papa Francesco affronta il tema nella catechesi dell’Angelus in piazza San Pietro di questa prima domenica di Quaresima, il cui Vangelo narra l’esperienza di Gesù nel deserto che, dopo aver digiunato per quaranta giorni, viene tentato tre volte dal diavolo. 

Trasformare una pietra in pane; diventare un messia potente e glorioso; buttarsi giù dal tempio di Gerusalemme per manifestare in maniera spettacolare la sua potenza divina: così il demonio tenta Cristo che «affronta in prima persona» e «vince» queste prove. 

Le stesse, evidenzia il Papa, che si pongono quotidianamente sul cammino del cristiano «con l’illusione di poter così ottenere il successo e la felicità», ma che, in realtà, «sono del tutto estranee al modo di agire di Dio; anzi, di fatto ci separano da Lui, perché sono opera di Satana». 

«La strada dell’avidità di possesso», anzitutto, «avere, avere, avere». «È sempre questa la logica insidiosa del diavolo», sottolinea Francesco, «egli parte dal naturale e legittimo bisogno di nutrirsi, di vivere, di realizzarsi, di essere felici, per spingerci a credere che tutto ciò è possibile senza Dio, anzi, persino contro di Lui». Gesù vi si oppone affermando «di volersi abbandonare con piena fiducia alla provvidenza del Padre, che sempre si prende cura dei suoi figli». 

Poi c’è «la strada della gloria umana»: «Si può perdere ogni dignità personale, ci si lascia corrompere dagli idoli del denaro, del successo e del potere, pur di raggiungere la propria autoaffermazione. E si gusta l’ebbrezza di una gioia vuota che ben presto svanisce», annota Bergoglio. «E questo ci porta a fare anche i pavoni», a seguire «la vanità che svanisce...».

Mette in guardia quindi dalla terza tentazione, quella di «strumentalizzare Dio a proprio vantaggio». «Al diavolo che, citando le Scritture, lo invita a cercare da Dio un miracolo eclatante, Gesù oppone di nuovo la ferma decisione di rimanere umile e fiducioso di fronte al Padre»; in tal modo Cristo respinge «la tentazione forse più sottile», il «voler “tirare Dio dalla nostra parte”, chiedendogli grazie che in realtà servono a soddisfare il nostro orgoglio». 

Gesù, allora, «ci indica i rimedi» per combattere queste tentazioni: «la vita interiore, la fede in Dio, la certezza del suo amore». E ci insegna «che con il diavolo non si dialoga, non si deve dialogare. Soltanto gli si risponde con la parola di Dio».

«Approfittiamo dunque della Quaresima, come di un tempo privilegiato per purificarci, per sperimentare la consolante presenza di Dio nella nostra vita», esorta il Papa, che conclude la catechesi pregando la Vergine Maria, «icona di fedeltà a Dio», perché «ci sostenga nel nostro cammino, aiutandoci a rigettare sempre il male e ad accogliere il bene». 

Dopo l’Angelus, Francesco ricorda la beatificazione avvenuta ieri a Oviedo, in Spagna, dei seminaristi Angelo Cuartas e otto compagni martiri nelle Asturie, uccisi in odio alla fede in un tempo della persecuzione religiosa. «Questi giovani aspiranti al sacerdozio hanno amato così tanto il Signore, da seguirlo sulla via della Croce», dice. «La loro eroica testimonianza aiuti i seminaristi, i sacerdoti e i vescovi a mantenersi limpidi e generosi, per servire fedelmente il Signore e il popolo santo di Dio». 

Dopo i saluti ai fedeli e pellegrini italiani e stranieri presenti in piazza San Pietro, Papa Francesco augura a tutti «che il cammino quaresimale, da poco iniziato, sia ricco di frutti». Infine domanda preghiere per se e per i collaboratori della Curia Romana, che da questa sera fino a venerdì 15 marzo saranno in ritiro nella Casa Divin Maestro di Ariccia per la settimana di Esercizi Spirituali. Da qui il consueto saluto: «Buona domenica! Buon pranzo! E arrivederci!». LS 10

 

 

 

Una Italia aperta   

 

Roma - Una Italia aperta, accogliente e solidale che  non ha paura dell’incontro con l’altro e non ha paura di aprire le porte a chi bussa. E’ il messaggio che arriva dal Meeting svoltosi a Sacrofano (dal 15 al 17 febbraio) aperto da una celebrazione eucaristica presieduta da Papa Francesco.

Un momento intenso, forte, che ha voluto dire “grazie”  a tante persone che in Italia hanno messo da parte paure e timori aprendo le loro braccia, le loro case, il loro cuore a persone provenienti da varie parti del mondo.

Si tratta di famiglie, di parrocchie, di istituti religiosi che si sono ritrovati a Sacrofano, per uno scambio di esperienze e per un sostenersi a vicenda e invitare tutti alla speranza. Quella speranza di guardare in faccia le persone che ogni giorno incontriamo sulle nostre strade senza farci intimorire. Lo stesso Papa Francesco ha trasmesso con la sua presenza e le sue parole coraggio e desiderio di continuare ad essere umani e cristiani.

 “Rinunciare all’incontro non è umano”, ha detto infatti Francesco durante l’Omelia: ed è quello che i cinquecento partecipanti al meeting rilanciano auspicando un nuovo slancio per continuare a vivere la solidarietà e a farci prossimi verso chi è nel bisogno. Valori che sono propri del nostro Paese, valori che mettono al centro l’amore per il prossimo: un amore contagioso. E’ la sinergia dell’amore tra chi lo riceve e chi lo da.

Ascoltando a Sacrofano le testimonianze di persone che hanno accolto e persone che sono state accolte ce lo hanno dimostrato: una Italia che accoglie, una Italia che  non si fa intimorire, una Italia nuova e diversa. Da qui inizia “il piccolo passo” che “ fa grande il cammino della storia! Avanti! Non abbiate paura, abbiate coraggio”, come ha detto il Santo Padre sottolineando che “siamo chiamati a superare la paura per aprirci all’incontro”, è “Gesù che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, e carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito”.

E il Papa, come ha detto il Segretario della CEI, Mons. Stefano Russo, “ci dà l’esempio e ci incoraggia a non avere paura, a non ripiegare su certezze consolidate per evitare il rischio di esporci, ad avere il coraggio di fidarci, fino al dono di noi stessi”. Non c’è paura più “insidiosa di quella che nasce dalla diffidenza e si alimenta della mancanza di speranza”, scrivono la Fondazione Migrantes, la Caritas Italiana e il Centro Astalli nel documento finale dell’incontro: “essa ci fa vedere l’altro come un contendente, un avversario, fino a trasformarlo in una minaccia, un nemico”. La nostra fede “ci chiede di non abbandonarci alle nostre paure e di comprendere le paure che abitano i nostri fratelli e le nostre sorelle. Come cristiani, rendendoci conto delle sfide e delle difficoltà, siamo chiamati a non rinunciare:Cristo continua a tendere la sua mano per salvarci!’”. Raffaele Iaria

 

 

 

A Treviso per riflettere sulla pastorale sociale in “formato” Laudato Si’

 

È quanto emerso dal 4° Seminario nazionale di Pastorale sociale, intitolato m“Cercare un nuovo inizio, per una pastorale sociale capace di futuro: lavoro, giovani, sostenibilità”. L’appuntamento, rivolto in particolare ai direttori degli uffici di Pastorale sociale e alle associazioni interessate, che si è svolto a partire da mercoledì scorso a Treviso, all’hotel Maggior Consiglio e si è concluso stamattina.

 

Una pastorale sociale, ma sarebbe meglio dire, delle comunità cristiane “formato Laudato Si’”. E’ questo il “nuovo inizio” che si comincia a intravvedere nel momento in cui ci si pone in ascolto e in accompagnamento delle parrocchie, dei gruppi e delle associazioni in giro per l’Italia. Senza chiudere gli occhi di fronte alle novità e alle opportunità provenienti dalla società, a partire dalla mobilitazione dei giovani per il clima e il il futuro del creato. Questo, in sintesi, quanto emerso dal 4° Seminario nazionale di Pastorale sociale, intitolato, appunto, “Cercare un nuovo inizio, per una pastorale sociale capace di futuro: lavoro, giovani, sostenibilità”. L’appuntamento, rivolto in particolare ai direttori degli uffici di Pastorale sociale e alle associazioni interessate, che si è svolto a partire da mercoledì scorso a Treviso e si è concluso stamani. In questi giorni la Pastorale sociale ha riflettuto sulla necessità di “discernere” le questioni dei territori e dell’attualità, anche sapendo stare dentro i conflitti (padre Francesco Occhetta); ha dibattuto a lungo sull’urgenza di scrivere una pagina nuova di stile pastorale, abbattendo le demarcazioni degli uffici per passare a progetti pastorali condivisi tra più realtà (come ad esempio gli uffici per l’Ecumenismo e la Pastorale giovanile); si è messa in ascolto di quanto sta emergendo dalla società, dal “ventre” del nostro Paese, venendo a conoscenza, in particolare, della gestione del riciclo dei rifiuti di Contarina Spa, azienda interamente pubblica e leader nazionale della differenziata; ha condiviso nei laboratori le proposte e le intuizioni del territorio.

Un circolo “Laudato Si’ in ogni parrocchia. Da uno di questi laboratori è arrivata la proposta di diffondere i Circoli Laudato Si’ e gli animatori Laudato Si’, già nati in alcune realtà, come per esempio ad Assisi. “Sviluppare progetti partecipativi, che siano un’occasione per coinvolgere e mettere in movimento le comunità”, è quanto emerso dal laboratorio, dove si è insistito molto sulla necessità di stimolare le parrocchie a “sporcarsi le mani” su temi ambientali. Da un altro laboratorio è arrivata la richiesta di prendere coscienza di una vera conversione ecologica, attraverso buone pratiche e il coraggio della denuncia.

Tra le iniziative ipotizzate: una mappa per leggere la realtà di ciascun territorio su ambiente (aria, acqua, inquinamento), società, legalità, lavoro, la valorizzazione delle esperienze territoriali, l’interazione con le associazioni e la tessitura di relazioni con le istituzioni, l’attivazione di percorsi ecumenici, un “festival delle buone pratiche”.

Mettere al centro relazioni e comunità. Essere “Chiesa formato Laudato Si’”, significa, però, anche mettere al centro la questione dei giovani e del lavoro, stimolando un nuovo protagonismo giovanile. E uno stile nuovo di mettere al centro relazioni e comunità, come ha sottolineato, concludendo il seminario, il direttore della’Ufficio per la pastorale sociale e i problemi del lavoro della Chiesa italiana, don Bruno Bignami: “La fede di porta alla responsabilità e a promuovere sostenibilità. E la pastorale sociale deve essere uno spazio di confronto e buone relazioni”. Per quanto riguarda alcune questioni specifiche, don Bignami ha parlato della necessità di dare priorità ai territori fragili e in corso di spopolamento.

Dalle piazze dei giovani un benefico scossone. Ma il Seminario non si è esaurito dentro le mura della sala che ha accolto i convegnisti. Stimoli, provocazioni, sono arrivati in contemporanea dalle piazze di tutto il mondo, che ieri si sono riempite di giovanissimi e giovani. Mettere “in circolo” la Laudato Si’, le buone pratiche che stanno sorgendo dal basso, e gli appelli che arrivano dai giovani è la sfida che coinvolge le comunità. Riflette Cecilia Dall’Oglio, di Giustizia e Pace Europa, coordinatrice di un laboratorio:

“I giovani ci stanno facendo vedere il futuro, con una purezza che speriamo resti tale. Ho visto positivamente anche il coinvolgimento delle famiglie e delle scuole. Questi giovani ci aiutano a vivere per davvero le cose belle che ci siamo detti in questi giorni. E non pensiamo che siano così distanti dai discorsi che facciamo, per esempio le nuove generazioni colgono l’autenticità che c’è nel messaggio di papa Francesco, le sue parole arrivano al cuore di tutti”

Conferma suor Alessandra Smerilli, docente alla Pontificia facoltà di Scienze della formazione Auxilium: “Diciamolo pure, dai giovani ci è arrivato un autentico scossone, ci fa capire come questo tema sia in cima alle loro priorità e la cosa bella è che li abbiamo visti in carne e ossa, non solo sui social. Mi pare che noi adulti siamo chiamati a stabilire un’alleanza seria con loro, sostenerli e spalleggiarli perché la protesta porti a scelte politiche”. Di una cosa, suor Alessandra è sicura: “La Laudato Si’ faceva da sfondo ieri alla protesta dei giovani, l’ho colto dai messaggini che ricevevo. Come Chiesa abbiamo un importante ruolo, sta a noi veicolare i messaggi giusti”. A quanto pare, la sintonia tra una “Chiesa formato Laudato Si’” e le nuove piazze è più profonda di quello che pare. Un’occasione da non perdere. Bruno Desidera Sir 16

 

 

 

 

Per cambiare la vita e non solo qualcosa. I Domenica di Quaresima

 

1) La Quaresima: perché?

In questa prima domenica di Quaresima, il Vangelo ci porta nel deserto con Gesù, luogo dell’incontro e dell’intimità con Dio, ma anche luogo della lotta suprema con il tentatore. Lo scopo di questi 40 giorni è: la Chiesa sull’esempio di Gesù Cristo il quale si ritirò nel deserto per digiunare 40 giorni, ci fa vivere lo stesso periodo di tempo, al fine di prepararci al fatto che  “ancora una volta ci viene incontro la Pasqua del Signore! Per prepararci ad essa la Provvidenza di Dio ci offre ogni anno la Quaresima, «segno sacramentale della nostra conversione»,che annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita.” (Papa Francesco, Messaggio per la Quaresima 2019). Lo scopo della Quaresima non è per la mortificazione, è per l’incontro con il Cristo a Pasqua. Certo in questo cammino verso il Crocifisso Risorto è necessaria la purificazione degli occhi, del cuore e della mente, per guardare, amare e capire se stessi e gli altri come fa Dio. In questo esodo verso la “terra” di Dio è necessaria la preghiera, “che è l’effusione del nostro cuore in quello di Dio” (P. Pio da Pietrelcina). “E’ necessario che noi preghiamo, perché la preghiera ci da’ un cuore puro ed un cuore puro sa amare” (M. Teresa di Calcutta) e un cuore puro ha occhi puri per vedere Dio. E’ necessario pregare come nel 49° capitolo della sua Regola, san Benedetto raccomanda ai suoi monaci che si applichino, durante questo santo tempo, a una preghiera “accompagnata da lacrime”, siano esse del pentimento o dell’amore.

Se è utile conoscere il fine del numero 40 legato ai giorni, è utile conoscerne anche l’origine, che non è nel Vangelo, essa si trova già nell’Antico Testamento.

“Nel libro della Genesi leggiamo che, a causa del diluvio, l’uomo giusto Noè trascorse quaranta giorni e quaranta notti nell’arca, insieme alla sua famiglia e agli animali che Dio gli aveva detto di portare con sé. Poi dovette aspettare altri quaranta giorni, dopo il diluvio, prima di toccare la terraferma, salvata dalla distruzione (cfr Gen 7,4.12; 8,6).

Il libro dell’Esodo ci racconta di Mosè che restò quaranta giorni e quaranta notti sul monte Sinai alla presenza del Signore e ricevette la Legge. In tutto questo tempo digiunò (cfr Es 24,18).     Anche il Deuteronomio ci ricorda che il cammino del popolo ebraico dall’Egitto alla Terra promessa durò quarant’anni e fu un tempo privilegiato in cui il popolo eletto sperimentò la fedeltà di Dio. «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni… Il tuo mantello non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni», disse Mosè al termine di questi quarant’anni di deserto (Dt 8,2.4).

Quaranta furono gli anni di pace di cui godette Israele sotto i Giudici (cfr Gdc 3,11.30). Purtroppo, passato questo tempo, prevalse la mancanza della memoria dei benefici di Dio e la mancata osservanza della Legge.

Quaranta furono i giorni necessari al profeta Elia per raggiungere il monte Oreb, sul quale incontrò Dio (cfr 1 Re 19,8)”.

Quaranta furono i giorni richiesti Giona ai cittadini di Ninive perché facessero penitenza, ed ottennero il perdono di Dio (cfr Gn 3,4).

Quaranta sono anche gli anni dei regni di Saul (cfr At 13,21), di Davide (cfr 2 Sam 5,4-5) e di Salomone (cfr 1 Re 11,41), i tre primi re d’Israele.

Infine, nel Nuovo Testamento leggiamo che quaranta giorni dopo la sua nascita Gesù fu portato al Tempio e Simone al tramonto della sua vita poté incontrare il Figlio di Dio, all’aurora della sua vita tra gli uomini. E quaranta furono i giorni che senza mangiare Gesù passò nel deserto, dove era andato sotto la guida dello Spirito (Lc 4, 1-13). Gesù nella preghiera  si nutrì della Parola di Dio, usandola come arma per vincere il diavolo. Dopo questi quaranta giorni il Redentore cominciò la sua vita pubblica. E ancora quaranta furono i giorni durante i quali Gesù risorto istruì i suoi, prima di “concludere” la sua umana avventura e salire al Cielo e inviare lo Spirito Santo (cfr At 1,3) per continuarla con noi e in noi.

Quaranta, dunque, è il numero simbolico con cui la Sacra Scrittura rappresenta i momenti salienti dell’esperienza della fede del Popolo di Dio. Questo numero non rappresenta tanto un tempo cronologico, scandito dalla somma dei giorni, quanto piuttosto un periodo sufficiente per vedere le opere di Dio, un tempo entro cui occorre decidersi ad assumere le proprie responsabilità senza ulteriori rimandi (Questi pensieri sui quaranta giorni “biblici” si ispirano a Benedetto XVI, Udienza Generale del 22 febbraio 2012).

 

   2) Un tempo provvidenziale.

Oltre alla preghiera, per vivere questo tempo quaresimale quale tempo propizio e provvidenziale la Chiesa dà come indicazione anche il digiuno e la carità.

Per spiegare brevemente il digiuno userei le parole mortificazione e sacrificio nel loro significato del linguaggio corrente. In tal senso esse significano una temperanza nell’impeto, nell’istinto, una temperanza nell’uso dell’istinto. “Temperare”, in latino, vuol dire governare secondo lo scopo, allo scopo, perciò, di mantenere nell’ordine. Potremmo allora tradurre l’invito al sacrificio, l’invito alla mortificazione e al digiuno, come fedeltà a ciò “più significativo” nella cosa.            C’è, infatti, un significato immediato della cosa: uno ha fame, si avventa sul cibo; uno prova affezione, e “usa” l’altra persone per il suo istinto. C’è l’amore di completezza, il desiderio di essere riconosciuti che se non è “temperato” diventa vanagloria, orgoglio, sete di possesso. C’è un’ ingordigia nell’istinto, una non-temperanza nell’istinto. La Chiesa ci invita al “digiuno” perché, nella temperanza, il cibo sia vissuto come mezzo per il cammino, e perché ci rapportiamo con le persone come compagni nello stesso pellegrinaggio della vita, guardandole come icone di Dio.

Libertà dal risultato, per cui uno finalmente è capace di voler bene all’altro, libero dalla risposta dell’altro, dal modo di corrispondenza dell’altro: è veramente la libertà, è veramente l’amare e basta, l’amore finalmente senza la menzogna. E, in secondo luogo, la libertà da se stessi, cioè dal gusto.

 

3) Elemosina uguale a carità?

Se si volesse essere rigorosi la risposta è: no. L’elemosina non è sinonimo di carità, è un’opera di carità. Ma c’è del vero in questa equipollenza popolare perché elemosina (che viene dal greco e vuole dire avere pietà, come Dio l’ha nei nostri confronti sempre e in particolare quando preghiamo: “Signore, pietà” Kyrie eleison) è un gesto di carità, di compassione verso il povero.

Tuttavia non bisogna ridurre la “carità” alla solidarietà o al semplice aiuto umanitario. Un missionario comboniano (P. Tiboni), che ha speso la sua vita in Uganda diceva spesso: “La più grande carità che noi possiamo avere verso gli africani è di annunciare loro che Cristo è risorto”. Non c’è gesto più caritatevole verso il prossimo che “spezzare il pane della Parola di Dio, renderlo partecipe della Buona Notizia del Vangelo, introdurlo nel rapporto con Dio: l’evangelizzazione è la più alta e integrale promozione della persona umana” (Benedetto XVI, Messaggio per la Quaresima 2013).

Fare l’elemosina vuol dire il vivere la riparazione del peccato altrui, sentirci solidali con il mondo per riparare. Si tratta anche di metter mano alla tasca, ma non crediamo di risolvere tutto con l’elemosina, con la carità spicciola, perché questa è una carità ma non è la Carità. La Carità vera è dare Dio alle anime. Non è cambiare alcune cose, è cambiare la vita vissuta in sacrificio di comunione.

Sant’Agostino nel capitolo undicesimo del De civitate Dei dice che l’unico sacrificio è la comunione. L’unico sacrificio è il passaggio alla comunione, arrivare a dire: “il mio io sei tu”. L’unico sacrificio, perciò, è l’amore. È la grande rivoluzione portata nella storia del mondo prima dai profeti e poi da Gesù. Il suo amore rende possibili tutti i sacrifici per affermare l’altro, anche il sacrificio della vita. Per questo la Chiesa identifica i vergini e i martiri con la forma più alta di amore, perché verginità e martirio sono la testimonianza che la gioia più grande della vita è affermare l’altro, affermare che il tutto è l’altro nell’“elemosina”.  Questa parola deriva dal greco eleèo (=ho compassione), da cui attraverso l’aggettivo eléemon (=compassionevole) passò al latino (cristiano) eleemosyna e da lì alle altre lingue (per es.: francese aumône, spagnolo limosna, catalano almoina) e non (inglese alms, tedesco Almosen). Dunque “fare l’elemosina” nel senso etimologico e cristiano del termine vuol dire donare compassione, misericordia condividendo non solo il pane materiale ma il Pane Vitale: Cristo Gesù.

Commentando la parabola delle vergini prudenti San Giovanni Crisostomo esorta tutti, lui compreso: “Laviamo nell’elemosina la nostra anima” e rivolgendosi alle vergini continua “Il fuoco della verginità  si spegne se non si versa su di esso l’olio dell’elemosina e questo olio è in vendita presso i poveri” (San Giovanni Crisostomo, Omelia III, 2-3).

Le Vergini Consacrate sono quelle vergini prudenti di cui parla il vangelo, perché tutta la vita è spesa per donarsi a Dio e servire il prossimo, nella compassione. Esse non solo fanno l’elemosina, con la loro consacrazione “sono” l’elemosina di Dio al mondo. Queste donne testimoniano che la vera elemosina non è dare solamente dare dei soldi ai poveri, ma dare loro l’amore. Questa donne consacrate totalmente a Dio sono chiamate a vivere un’esistenza in cui esse diventano le mani di Dio che soccorre il povero. La vergini consacrate mostrano che  L’elemosina non è “la semplice moneta offerta in fretta, senza guardare la persona e senza fermarsi a parlare per capire di cosa abbia veramente bisogno”, ma è “un gesto di amore che si rivolge a quanti incontriamo; è un gesto di attenzione sincera a chi si avvicina a noi e chiede il nostro aiuto, fatto nel segreto dove solo Dio vede e comprende il valore dell’atto compiuto” (Papa Francesco). Mons. Follo, Zenit 12

 

 

 

 

Francesco: “Ipocriti quelli che si dicono cattolici e poi sfruttano e umiliano gli operai

 

A Santa Marta il Papa esorta a vivere nella verità e non nelle «apparenze»: si finisce per «truccarsi» anche l’anima - Salvatore Cernuzio

 

Città del Vaticano - «Ipocriti». Solo questa parola può descrivere quei «tanti cristiani» che si dicono «cattolici praticanti» ma poi sfruttano la gente, gli operai, «li mandano a casa all’inizio dell’estate per riprenderli alla fine, così non hanno diritto alla pensione, non hanno diritto ad andare avanti». È Gesù il primo a pronunciare questa accusa contro i farisei del suo tempo e Papa Bergoglio la ripete con forza durante la messa a Santa Marta di stamane per denunciare - come già in altre occasioni - imprenditori e capi d’azienda che usano stratagemmi dettati dal risparmio o da personali interessi, senza curarsi delle difficoltà e dei drammi personali che vive la gente. «Tanti di questi si dicono cattolici: vanno alla Messa la domenica … ma fanno questo. E questo è peccato mortale! Quanti umiliano i loro operai», dice il Papa nella sua omelia riportata da Vatican News.

La riflessione del Pontefice trae le mosse dalla prima Lettura della liturgia di oggi, in cui il profeta Isaia spiega «la differenza che c’è nella nostra vita fra il reale e il formale». «Il formale è un’espressione del reale», ma queste due dimensioni devono procedere «insieme», spiega il Papa, altrimenti si finisce per vivere un’esistenza di «apparenze», una vita «senza verità».

Soprattutto in questo periodo di Quaresima, sottolinea Francesco, bisognerebbe riscoprire «la semplicità delle apparenze» attraverso «l’esercizio del digiuno, dell’elemosina e della preghiera». «I cristiani, infatti, dovrebbero fare penitenza mostrandosi lieti; essere generosi con chi è nel bisogno senza “suonare la tromba”; rivolgersi al Padre quasi “di nascosto”, senza cercare l’ammirazione degli altri», afferma. 

Lo raccomandava già Cristo a pubblicani e farisei, e il discorso vale tuttora per quei cattolici che «si sentono giusti» perché appartengono a una tale «associazione», «vanno a messa tutte le domeniche» e non sono «come quei poveracci che non capiscono nulla».

«Coloro che cercano le apparenze, mai si riconoscono peccatori e se tu dici loro: “Ma tu anche sei peccatore!”. “Ma, sì, peccati abbiamo tutti!”, e relativizzano tutto e tornano a diventare giusti», annota il Papa. «Anche cercano di apparire con faccia da immaginetta, di santino: tutto apparenza. E quando c’è questa differenza tra la realtà e l’apparenza, il Signore usa un aggettivo: “Ipocrita”».

Quella delle ipocrisie è una tentazione che afferra ogni individuo. Perciò, rimarca Papa Francesco, «il tempo che ci conduce alla Pasqua può essere occasione per riconoscere le proprie incoerenze, per individuare gli strati di strucco applicati per nascondere la realtà». 

Per il cristiano è quasi un obbligo farlo, anche pensando all’esempio da dare ai giovani. Loro soffrono per quegli adulti che «cercano di apparire, ma poi non si comportano di conseguenza», come raccontavano alcuni ragazzi che hanno partecipato al Sinodo dello scorso ottobre. E si scandalizzano «quando questa ipocrisia è indossata dai professionisti della religione». 

Il Signore chiede, invece, coerenza. Invita a riscoprire la bellezza della semplicità, della realtà che «deve essere unita all’apparenza». «Chiedi al Signore - è l’esortazione conclusa del Papa - la forza e vai umilmente avanti, con quello che puoi. Ma non truccarti l’anima, perché se tu ti trucchi l’anima, il Signore non ti riconoscerà. Chiediamo al Signore la grazia di essere coerenti, di non essere vanitosi, di non apparire più degni di quello che siamo. Chiediamo questa grazia, in questa Quaresima: la coerenza tra il formale e il reale, tra la realtà e le apparenze». LS 8

 

 

 

 

MCI: a Padova l'incontro degli ex-missionari   

 

Padova – Si sono ritrovati a Padova, nei giorni scorsi, alcuni ex missionari con gli italiani all’estero. Ad ospitarli il direttore Migrantes don Elia Ferro nella Parrocchia SS. Nome di Gesù adiacente al tempio Antoniano della Pace. Si tratta di sacerdoti che nella loro attività pastorale hanno prestato servizio con i nostri connazionali in Belgio, Francia e Germania.

Gli ex missionari, dopo aver raccontato e portato la loro esperienza, hanno evidenziato “i doni ricevuti” da questa esperienza: “la conoscenza di chiese diverse, il piacere di aver lavorato in comunione con queste”, “l’arricchimento umano e la passione per servire gli emigranti italiani. Da tutti è emerso il desiderio di “non perdersi di vista, almeno per raccogliere e condividere notizie circa la salute ed il benessere di chi è rientrato in Italia”, “il poter essere informati di chi è ammalato o che giunge al passaggio verso la vita eterna e poter esprimere una preghiera o un ricordo”. L’esperienza pastorale all’estero “resta una crescita spirituale preziosa che viene reinvestita nei servizi pastorali della propria diocesi, da parte di quanti hanno ricevuto un incarico dal proprio vescovo. Per quanti stanno vivendo il tempo della quiescenza, è piacevole rivedere compagni di lavoro in emigrazione e conoscere notizie di uno o dell’altro e delle rispettive vicissitudini”, si legge in una nota giunta a www.migrantesonline.it.

Tra le preoccupazioni degli ex missionari il dialogo fra Conferenze episcopali nazionali e la CCEE Consigli delle conferenze episcopali Europee. E poi il tema delle “nuove generazioni italiane all’estero che si orientano al di fuori dei riferimenti delle tradizionali Missioni Cattoliche Italiane che restano pur sempre riferimento delle prime generazioni e punti di identità utili e certi”. Ma anche l’esigenza di “camminare insieme alle chiese locali per accogliere e accompagnare le migliaia di giovani italiani e non che raggiungono le capitali europee e le città universitarie e snodi importanti della realtà europea”. I sacerdoti chiedono anche di  non essere dimenticati e di essere coinvolti pastoralmente e non solo, nel mondo della mobilità umana. “Il servizio ai migranti – si legge ancora nella nota -  è soprattutto pastorale e di annuncio e non può essere ‘schiacciato’ su una risposta ‘assistenziale’”. Per questo chiedono agli uffici “Migrantesnonché alle famiglie religiose spazi per poter “contribuire in esperienza e saggezza alla situazione della chiesa che sta vivendo profondi cambiamenti”.

Gli ex missionari hanno anche promosso una segreteria organizzativa e hanno chiesto di riprendere a livello nazionale un incontro annuale degli ex missionari, inviare loro le riviste “Migranti press” e “Servizio Migranti” e il Rapporto Italiani nel Mondo. Mo 14

 

 

 

 

“Non abbiate timore di giocarvi la vita al servizio della riconciliazione tra Dio e gli uomini

 

Incontro del Santo Padre il 7 marzo con i Parroci e i Sacerdoti della Diocesi di Roma. Ecco la meditazione che ha tenuto

 

Buongiorno a tutti voi. È sempre bello ritrovarsi qui, ogni anno, all’inizio della Quaresima, per questa liturgia del perdono di Dio. Ci fa bene – fa bene anche a me! – e sento nel cuore una grande pace, ora che ognuno di noi ha ricevuto la misericordia di Dio e l’ha donata agli altri, suoi fratelli. Viviamo questo momento per quello che è realmente, come una grazia straordinaria, un miracolo permanente della tenerezza divina, nel quale ancora una volta la Riconciliazione di Dio, sorella del Battesimo, ci commuove, ci lava con le lacrime, ci rigenera, ci restituisce l’originaria bellezza.

Questa pace e questa gratitudine che dal nostro cuore salgono al Signore ci aiutano a comprendere come la Chiesa intera e ciascuno dei suoi figli viva e cresca grazie alla misericordia di Dio. La Sposa dell’Agnello diventa «senza macchia né ruga» (Ef 5,27) per dono di Dio, la sua bellezza è il punto di arrivo di un cammino di purificazione e di trasfigurazione, cioè di un esodo a cui il Signore permanentemente la invita: «Ecco, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os 2,16). Non dobbiamo mai cessare di metterci reciprocamente in guardia dalla tentazione dell’autosufficienza e dell’autocompiacimento, quasi fossimo Popolo di Dio per nostra iniziativa o per merito nostro.

Questo ripiegamento su noi stessi è molto brutto e ci farà male sempre: sia l’autosufficienza nel fare o il peccato dello specchio, l’autocompiacimento: “Che bello sono! Che bravo sono!”. Non siamo popolo di Dio per nostra iniziativa, per merito nostro; no davvero, noi siamo e saremo per sempre il frutto dell’azione misericordiosa del Signore: un Popolo di orgogliosi resi piccoli dall’umiltà di Dio, un Popolo di miserabili – non abbiamo paura di dire questa parola: “sono miserabile” – resi ricchi dalla povertà di Dio, un Popolo di maledetti resi giusti da Colui che si fece il “Maledetto” appeso sul legno della croce (cfr Gal 3,13). Non dimentichiamolo mai: «senza di me non potete far nulla!» (Gv 15,5). Lo ripeto, il Maestro ci ha detto: «senza di me non potete far nulla!». E così cambia la cosa, non sono io davanti allo specchio che mi guardo, non sono io il centro delle attività, persino il centro della preghiera, tante volte… No, no, è Lui il centro. Io sono in periferia. È Lui il centro, è Lui che fa tutto, e questo richiede da noi una santa passività – quella che non è santa è la pigrizia, no, quella no – una santa passività davanti a Dio, davanti a Gesù soprattutto, è Lui che fa le cose.

Ecco perché questo tempo di Quaresima è davvero una grazia: ci permette di ricollocarci davanti a Dio lasciando che egli sia tutto. Il suo amore ci rialza dalla polvere (ricordati che senza di me sei polvere, ci ha detto ieri il Signore), il suo Spirito soffiato ancora una volta sulle nostre narici ci dona la vita dei risorti. La mano di Dio, che ci ha creato a immagine e somiglianza del suo mistero trinitario, ci ha fatto molteplici nell’unità, diversi ma inseparabili gli uni dagli altri. Il perdono di Dio, che oggi abbiamo celebrato, è una forza che ristabilisce la comunione a tutti i livelli: tra di noi presbiteri nell’unico presbiterio diocesano; con tutti i cristiani, nell’unico corpo che è la Chiesa; con tutti gli uomini, nell’unità della famiglia umana. Il Signore ci presenta gli uni agli altri e ci dice: ecco tuo fratello, «osso dalle tue ossa, carne dalla tua carne» (cfr Gen 2,23), colui con il quale sei chiamato a vivere la «carità che non avrà mai fine» (1Cor 13,8).

Per questi sette anni di cammino diocesano di conversione pastorale, che ci separano dal Giubileo del 2025 (siamo arrivati al secondo) vi ho proposto il libro dell’Esodo come paradigma. II Signore agisce, allora come oggi, e trasforma un “non-popolo” in Popolo di Dio. Questo è il suo desiderio e il suo progetto anche su di noi. Ebbene, cosa fa il Signore quando deve constatare con tristezza che Israele è un popolo «dalla dura cervice» (Es 32,9), «incline al male» (Es 32,22) come nell’episodio del vitello d’oro? Comincia un’opera paziente di riconciliazione, una pedagogia sapiente, in cui Egli minaccia e consola, fa prendere consapevolezza delle conseguenze del male compiuto e decide di dimenticare il peccato, punisce colpendo il popolo e risana la ferita che ha inferto. Proprio nel testo di Esodo 32-34, che proporrete in Quaresima alla meditazione delle vostre comunità, il Signore sembra aver preso una decisione radicale: «Io non verrò in mezzo a te» (Es 33,3).

Quando il Signore si chiude, si allontana. Noi abbiamo esperienza di questo, nei momenti brutti, di desolazione spirituale. Se qualcuno di voi non conosce questi momenti, gli consiglio di andare a parlare con un buon confessore, con un padre spirituale, perché qualcosa ti manca nella vita; non so cos’è ma non avere desolazione… non è normale, direi che non è cristiano. Noi abbiamo di questi momenti. Non camminerò più alla tua testa; manderò il mio angelo (cfr Es 32,34) a precederti nel cammino, ma io non verrò. Quando il Signore ci lascia soli, senza la sua presenza, e noi siamo in parrocchia, stiamo lavorando e ci sentiamo impiegati ma senza la presenza del Signore, nella desolazione… Non solo nella consolazione, nella desolazione. Pensate a questo.

D’altra parte il popolo, forse per impazienza o sentendosi abbandonato (perché Mosè tardava a scendere dal monte), aveva messo da parte il profeta scelto da Dio e aveva chiesto ad Aronne di costruire un idolo, immagine muta di Dio, che camminasse alla sua testa. Il popolo non tollera l’assenza di Mosè, è in desolazione e non tollera e cerca subito un altro Dio per essere comodo. A volte, quando noi non abbiamo desolazione, può darsi che abbiamo degli idoli. “No, sto bene, con questo che ho mi arrangio…”. Non viene mai la tristezza dell’abbandono di Dio. Cosa fa il Signore quando noi lo “tagliamo fuori” – con gli idoli – dalla vita delle nostre comunità, perché convinti di bastare a noi stessi? In quel momento l’idolo sono io: “No, mi arrangio… Grazie… Non preoccuparti, mi arrangio”. E non si sente quel bisogno del Signore, non si sente la desolazione dell’assenza del Signore.

Ma il Signore è furbo! La riconciliazione che Egli vuole offrire al popolo sarà una lezione che gli Israeliti si ricorderanno per sempre. Dio si comporta come un amante rifiutato: se proprio non mi vuoi, allora me ne vado! E ci lascia da soli. È vero, noi possiamo cavarcela soli, per un po’ di tempo, sei mesi, un anno, due anni, tre anni, anche di più. A un certo punto questo scoppia. Se noi andiamo avanti da soli, scoppia questa autosufficienza, questo autocompiacimento della solitudine. E scoppia male, scoppia male. Penso a un caso di un sacerdote bravo, bravo, religioso, l’ho conosciuto bene. Era brillante. Se c’era un problema in qualche comunità, i superiori pensavano a lui per risolvere il problema: un collegio, un’università, era bravo, bravo. Ma era devoto di “santo specchio”: guardava tanto stesso. E Dio è stato buono con lui. Un giorno gli ha fatto sentire che era solo nella vita, che aveva perso tanto. E non ha osato dire al Signore: “Ma io ho sistemato questa cosa, quell’altra, quell’altra…”. No, subito si accorto che era solo. E la grazia più grande che può dare il Signore, per me è la grazia più grande: quell’uomo pianse. La grazia del pianto. Ha pianto per il tempo perduto, ha pianto perché il santo specchio non gli aveva dato quello che lui si aspettava da stesso. E ha incominciato da capo, umilmente. Quando il Signore se ne va, perché noi lo cacciamo via, bisogna chiedere il dono delle lacrime, piangere l’assenza del Signore. “Tu non mi vuoi, allora me ne vado”, dice il Signore, e col tempo succede quello che è successo a questo sacerdote.

Torniamo all’Esodo. L’effetto è quello sperato: «Il popolo udì questa triste notizia e tutti fecero lutto: nessuno più indossò i suoi ornamenti» (Es 33,4). Agli Israeliti non è sfuggito che nessuna punizione è tanto pesante come questa decisione divina che contraddice il suo nome santo: «Io sono colui che sono!» (Es 3,14): espressione che ha un senso concreto, non astratto, traducibile forse “io sono colui che è e sarà qui, accanto a te”. Quando ti accorgi che Lui se ne è andato, perché tu l’hai cacciato via, è una grazia sentire questo. Se non ti accorgi, c’è la sofferenza. L’angelo non è una soluzione, anzi sarebbe il testimone permanente dell’assenza di Dio. Per questo la reazione del popolo è la tristezza. Questa è un’altra cosa pericolosa, perché c’è una tristezza buona e una tristezza cattiva. Lì bisogna discernere, nei momenti di tristezza: com’è la mia tristezza, da dove viene? E a volte è buona, viene da Dio, dall’assenza di Dio, come in questo caso; altre volte è un autocompiacimento, anch’essa, non è vero? Cosa proveremmo noi se il Signore Risorto ci dicesse: continuate pure le vostre attività ecclesiali e le vostre liturgie, ma non sarò più io ad essere presente e ad agire nei vostri sacramenti? Dal momento che, quando prendete le vostre decisioni, vi basate su criteri mondani e non evangelici (tamquan Deus non esset) allora mi faccio totalmente da parte… Tutto sarebbe vuoto, privo di senso, non sarebbe altro che “polvere”. La minaccia di Dio apre il varco all’intuizione di cosa sarebbe la nostra vita senza di Lui, se davvero Egli sottraesse per sempre il suo Volto. È la morte, la disperazione, l’inferno: senza di me non potete far nulla. II Signore ci mostra ancora una volta, sulla carne viva dello smascheramento della nostra ipocrisia, cosa sia realmente la sua misericordia.

A Mosè Dio rivela sul monte la sua Gloria e il suo Nome santo: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34,6). Nel “gioco di amore” portato avanti da Dio, fatto di assenza minacciata e di presenza ridonata – «Il mio volto camminerà con voi e ti darò riposo» (Es 33,14) – Dio realizza la riconciliazione con il suo Popolo. Israele viene fuori da questa esperienza dolorosa, che lo segnerà per sempre, con una maturità nuova: è più consapevole di chi è il Dio che lo ha liberato dall’Egitto, è più lucido nel comprendere i veri pericoli del cammino (potremmo dire: ha più timore di stesso che dei serpenti del deserto!). È buono questo: avere un po’ di paura di noi stessi, della nostra onnipotenza, delle nostre furbizie, dei nostri nascondimenti, del nostro doppio gioco… Un po’ di paura. Se fosse possibile, avere più paura di questo che dei serpenti, perché questo è un vero veleno. E il popolo, così, è più unito intorno a Mosè e alla Parola di Dio che egli annuncia. L’esperienza del peccato e del perdono di Dio è ciò che ha permesso ad Israele di diventare un po’ di più il Popolo che appartiene a Dio.

Abbiamo fatto questa Liturgia penitenziale e abbiamo fatto l’esperienza dei nostri peccati; e dire il peccato è una cosa che ci apre alla misericordia di Dio, perché di solito il peccato si nasconde. Noi nascondiamo il peccato non solo a Dio, non solo al prossimo, non solo al sacerdote, ma a noi stessi. La “cosmetica” è andata tanto avanti, in questo: siamo specialisti nel truccare le situazioni. “Sì, ma non è per tanto, si capisce…”. E un po’ d’acqua per lavarsi dalla cosmetica fa bene a tutti, per vedere che non siamo tanto belli: siamo brutti, brutti anche nelle nostre cose. Ma senza disperarci, perché c’è Dio, clemente e misericordioso, che è sempre dietro di noi. C’è la sua misericordia che ci accompagna.

Cari fratelli, è questo il senso della Quaresima che vivremo. Negli esercizi spirituali che predicherete alle persone delle vostre comunità, nelle liturgie penitenziali che celebrerete, abbiate il coraggio di proporre la riconciliazione del Signore, di proporre il suo amore appassionato e geloso. Il nostro ruolo è come quello di Mosè: un servizio generoso all’opera di riconciliazione di Dio, uno “stare al gioco” del suo amore. È bello il modo in cui Dio coinvolge Mosè, lo tratta davvero come suo amico: lo prepara prima che scenda dalla montagna avvertendolo della perversione del popolo, accetta che egli faccia da intercessore per i suoi fratelli, lo ascolta mentre gli ricorda il giuramento che Lui, Dio, ha fatto ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Possiamo immaginare che Dio abbia sorriso quando Mosè lo ha invitato a non contraddirsi, a non fare brutta figura agli occhi degli egiziani e a non essere da meno dei loro dei, ad aver rispetto del suo Nome santo. Lo provoca con la dialettica delle responsabilità: “Il tuo popolo, che tu, Mosè, hai fatto uscire dall’Egitto”, perché Mosè risponda sottolineando che no, il popolo appartiene a Dio, è Lui che lo ha fatto uscire dall’Egitto… E questo è un dialogo maturo, con il Signore.

Quando vediamo che il popolo che noi serviamo nella parrocchia, o dovunque, si è allontanato, noi abbiamo questa tendenza di dire: “È la mia gente, è il mio popolo”. Sì, è il tuo popolo, ma vicariamente, diciamo così: il popolo è Suo! E allora andare a rimproverarlo: “Guarda il tuo popolo cosa sta facendo”. Questo dialogo con il Signore. Ma il cuore di Dio ha esultato di gioia quando ha udito le parole di Mosè: «Se tu perdonassi il loro peccato […] Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto!» (Es 32,32). E questa è una delle cose più belle del sacerdote, del prete che va davanti al Signore e mette la faccia per il suo popolo. “È il tuo popolo, non il mio, e tu devi perdonare” – “No, ma…” – “Io me ne vado! Io con te non parlo più. Cancellami”. Ci vogliono dei “pantaloni”, per parlare così con Dio! Ma noi dobbiamo parlare così, come uomini, non come pusillanimi, come uomini! Perché questo significa che io sono consapevole del posto che ho nella Chiesa, che non sono un amministratore, messo lì per portare avanti ordinatamente qualcosa. Significa che io credo, che io ho fede. Provate a parlare così, con Dio. Morire per il popolo, condividere il destino del popolo qualunque cosa succeda, fino a morirne.

Mosè non ha accettato la proposta di Dio, non ha accettato la corruzione. Dio fa finta di volerlo corrompere. Non ha accettato: “No, in questo non ci sto. Io sto con il popolo. Con il tuo popolo”. La proposta di Dio era: «Lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te farò una grande nazione» (Es 32,10) – ecco la “corruzione”. Ma come? Dio è il corruttore? Sta cercando di vedere il cuore del suo pastore. Non vuole salvare stesso, Mosè: ormai egli è una cosa sola con i suoi fratelli. Magari ognuno di noi arrivasse a questo punto, magari! È brutto quando un sacerdote va dal vescovo a lamentarsi della sua gente: “Ah, non si può, questa gente non capisce niente, e così, e cosà…, si butta via il tempo…”. È brutto! Cosa manca a quell’uomo? Tante cose mancano, a quel sacerdote! Mosè non fa questo. Non vuole salvare stesso, perché lui è una sola cosa con i suoi fratelli. Qui il Padre ha visto il volto del Figlio. La luce dello Spirito di Dio ha invaso il volto di Mosè e ha tratteggiato sul suo volto i lineamenti del Crocifisso Risorto, rendendolo luminoso. E quando noi andiamo lì a lottare con Dio – anche il nostro padre Abramo lo aveva fatto, quella lotta con Dio –, quando andiamo lì facciamo vedere che assomigliamo a Gesù, che dà la vita per il suo popolo. E il Padre sorride: vedrà in noi lo sguardo di Gesù che è andato alla morte per noi, per il popolo del Padre, noi. Il cuore dell’amico di Dio si è ormai pienamente dilatato, diventando grande – Mosè, l’amico di Dio – simile al cuore di Dio, molto più grande del cuore umano (cfr 1Gv 3,18). Davvero Mosè è diventato l’amico che parla con Dio faccia a faccia (cfr Es 33,11). Faccia a faccia!

Questo è quando il vescovo o il padre spirituale domanda a un sacerdote se prega: “Sì sì, io… sì, io con la ‘suocera’ mi arrangio – la ‘suocera’ è il breviario – sì, mi arrangio, faccio le Lodi, poi…”. No, no. Se tu preghi, cosa vuol dire? Se tu metti la faccia per il tuo popolo davanti a Dio. Se tu vai a lottare per il tuo popolo con Dio. Questo è pregare, per un sacerdote. Non è fare le prescrizioni. “Ah, Padre, ma allora il breviario non va più?”. No, il breviario va, ma con questo atteggiamento. Tu sei lì, davanti a Dio e il tuo popolo dietro di te. E Mosè è anche il custode della Gloria di Dio, dei segreti di Dio. Ha contemplato la Gloria di spalle, ha udito il suo vero Nome sulla montagna, ha compreso il suo amore di Padre.

Cari fratelli, è un privilegio enorme il nostro! Dio conosce la nostra “vergognosa nudità”. Mi ha colpito tanto quando ho visto l’originale della [Vergine] Odigitria di Bari: non è come adesso, un po’ vestito con le vesti che mettono sull’icona i cristiani orientali. È la Madonna con il bambino nudo. Mi è piaciuto tanto che il Vescovo di Bari mi ha fatto avere una di queste, me l’ha regalata, e l’ho messa lì, davanti alla mia porta. E a me piace – lo dico per condividere un’esperienza – mi piace al mattino, quando mi alzo, quando passo davanti, dire alla Madonna che custodisca la mia nudità: “Madre, tu conosci tutte le mie nudità”. Questa è una cosa grande: chiedere al Signore – dalla mia nudità – chiedere che custodisca la mia nudità. Lei le conosce tutte. Dio conosce la nostra “vergognosa nudità”, eppure non si stanca di servirsi di noi per offrire agli uomini la riconciliazione.

Siamo poverissimi, peccatori, eppure Dio ci prende per intercedere per i nostri fratelli e per distribuire agli uomini, attraverso le nostre mani per nulla innocenti, la salvezza che rigenera. II peccato ci deturpa, e ne facciamo con dolore l’umiliante esperienza quando noi stessi o uno dei nostri fratelli sacerdoti o vescovi cade nel baratro senza fondo del vizio, della corruzione o, peggio ancora, del crimine che distrugge la vita degli altri. Sento di condividere con voi il dolore e la pena insopportabili che causano in noi e in tutto il corpo ecclesiale l’onda degli scandali di cui i giornali del mondo intero sono ormai pieni. È evidente che il vero significato di ciò che sta accadendo è da cercare nello spirito del male, nel Nemico, che agisce con la pretesa di essere il padrone del mondo, come ho detto nella liturgia eucaristica al termine dell’Incontro sulla protezione dei minori nella Chiesa (24 febbraio 2018). Eppure, non scoraggiamoci!

II Signore sta purificando la sua Sposa e ci sta convertendo tutti a sé. Ci sta facendo sperimentare la prova perché comprendiamo che senza di Lui siamo polvere. Ci sta salvando dall’ipocrisia, dalla spiritualità delle apparenze. Egli sta soffiando il suo Spirito per ridare bellezza alla sua Sposa, sorpresa in flagrante adulterio. Ci farà bene prendere oggi il capitolo 16 di Ezechiele. Questa la storia della Chiesa. Questa è la mia storia, può dire ognuno di noi. E alla fine, ma attraverso la tua vergogna, tu continuerai a essere il pastore. Il nostro umile pentimento, che rimane silenzioso tra le lacrime di fronte alla mostruosità del peccato e all’insondabile grandezza del perdono di Dio, questo, questo umile pentimento è l’inizio della nostra santità.

Non abbiate timore di giocarvi la vita al servizio della riconciliazione tra Dio e gli uomini: non ci è data alcun’altra segreta grandezza che questo donare la vita perché gli uomini possano conoscere il suo amore. La vita di un prete è spesso segnata da incomprensioni, sofferenze silenziose, talvolta persecuzioni. E anche peccati che soltanto Lui conosce. Le lacerazioni tra fratelli della nostra comunità, la non-accoglienza della Parola evangelica, il disprezzo dei poveri, il risentimento alimentato da riconciliazioni mai avvenute, lo scandalo suscitato dai comportamenti vergognosi di alcuni confratelli, tutto questo può toglierci il sonno e lasciarci nell’impotenza. Crediamo invece nella paziente guida di Dio, che fa le cose a suo tempo, allarghiamo il cuore e mettiamoci al servizio della Parola della riconciliazione. Quello che oggi abbiamo vissuto in questa Cattedrale proponiamolo nelle nostre comunità. Nelle liturgie penitenziali che vivremo nelle parrocchie e nelle prefetture, in questo tempo di Quaresima, ognuno chiederà perdono a Dio e ai fratelli del peccato che ha minato la comunione ecclesiale e ha soffocato il dinamismo missionario. Con umiltà – che è una caratteristica propria del cuore di Dio, ma che noi facciamo così fatica a fare nostra – confessiamo gli uni agli altri che abbiamo bisogno che Dio ci riplasmi la vita. Siate voi i primi nel chiedere perdono ai vostri fratelli. «Accusare stessi è un inizio sapienziale, legato al timore di Dio» (ibid.).

Sarà un bel segno se, come abbiamo fatto oggi, ognuno di voi si confesserà da un confratello anche nelle liturgie penitenziali in parrocchia, davanti agli occhi dei fedeli. Avremo il volto luminoso, come Mosè, se con occhi commossi parleremo agli altri della misericordia che ci è stata usata. È la strada, non ce n’è un’altra. Così vedremo il demonio dell’orgoglio cadere come la folgore dal cielo, se avverrà il miracolo della riconciliazione nelle nostre comunità. Sentiremo di essere un po’ di più il Popolo che appartiene al Signore, in mezzo al quale Dio cammina. Questa è la strada. E vi auguro buona Quaresima!

Adesso vorrei aggiungere una cosa che mi è stato chiesto di fare. Uno dei modi concreti per vivere una Quaresima di carità è contribuire generosamente alla campagna “Come in cielo, così in strada”, con la quale la nostra Caritas diocesana intende rispondere a tutte le forme di povertà, accogliendo e sostenendo chi ha bisogno. So che ogni anno rispondete con generosità a questo appello, ma quest’anno vi chiedo un impegno maggiore affinché tutta la comunità e tutte le comunità siano davvero coinvolte in prima persona.

Card. De Donatis:

Una parola per la consegna, adesso, di questo libricino: Papa Francesco ce lo regala. volumetto che ci accompagnerà nella Quaresima, come seconda lettura, come abbiamo fatto l’anno scorso: la stessa dimensione del breviario così saremo aiutati ad averlo vicino. E quindi i prefetti distribuiscono a tutti questi volumi, magari lo potete portare anche per chi non è presente. Grazie. Io, a nome di tutti dico un grazie veramente con tutto il cuore a Lei, che è venuto oggi qui, come ogni anno. Quello che Le posso dire a nome di tutti, oltre il grazie, che continuiamo a sostenerLa con la nostra preghiera quotidiana.

Papa Francesco:

Ho bisogno di questo, ho bisogno della preghiera. Pregate per me. Una delle cose che mi piace di questo [libretto] è la ricchezza dei Padri: tornare ai Padri. Poco tempo fa, in una parrocchia di Roma è stato presentato un libro, “Bisogno di paternità” credo che si chiami, sono tutti testi dei Padri secondo diverse tematiche: le virtù, la Chiesa… Tornare ai Padri ci aiuta tanto perché è una grande ricchezza. Grazie. Francesco, de.it.press

 

 

 

Quasi un miliardo e mezzo i cattolici nel mondo    

 

Roma - Su una popolazione mondiale di 7.408 milioni, i cattolici battezzati sono 1.313 milioni pari al 17,7%, così distribuiti per continente: 48,5% in America, 21,8% in Europa, 17,8% in Africa, 11,1% in Asia e 0,8% in Oceania. È quanto risulta dall’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2017, la cui redazione – insieme a quella dell’Annuario Pontificio 2019 – è stata curata dall’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa. Entrambi gli annuari – si legge in un comunicato diffuso oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede – sono in questi giorni in distribuzione nelle librerie, editi dalla Tipografia Vaticana. Nel rapporto tra il 2017 e il 2016, indici positivi del tasso di crescita dei cattolici caratterizzano tutte le ripartizioni territoriali: rispetto al dato mondiale dell’1,1%, i tassi di variazione di Africa e di Asia raggiungono rispettivamente il +2,5% e il +1,5%; l’Europa è il solo continente ad avere un trend quasi nullo (+0,1%) mentre per l’America il tasso di crescita (+0,96%) si attesta al di sotto di quello mondiale. La lettura dei dati per continente del numero relativo dei cattolici rispetto alla popolazione evidenzia al 2017, ma quelli dell’anno precedente risultano sostanzialmente simili, come la presenza dei cattolici sia differenziata nelle varie aree geografiche: si va da un 63,8% di cattolici presenti nella popolazione americana al 39,7% in quella europea, al 19,2% in quella africana fino al 3,3% in quella asiatica. Risulta di qualche rilievo sottolineare come l’area americana sia in sé molto differenziata: se nel Nord America la percentuale di cattolici è solo del 24,7%, in quella Centro Continentale e Antille (84,6%) ed in quella del Sud (86,6%) la presenza di cattolici appare ben più cospicua. Il complesso delle forze di apostolato ammonta a fine 2017 a 4.666.073 unità, con un aumento di 0,5% rispetto al 2016. La ripartizione tra le diverse componenti è abbastanza difforme da continente a continente. Nella media mondiale, il rapporto percentuale tra l’insieme dei chierici e il totale degli operatori pastorali risulta alla fine del 2017 del 10,4%, con i valori inferiori in Africa (6,4%) e in America (8,4%) mentre con i valori superiori in Europa (19,3%) e in Oceania (18,2%). In Asia la percentuale è prossima a quella mondiale. Dal confronto con la situazione numerica del 2016 risalta – perché è la prima volta che si verifica dal 2010 – la diminuzione dei sacerdoti, passati da 414.969 nel 2016 a 414.582 nel 2017. Risultano, invece, in crescita i vescovi, i diaconi permanenti, i missionari laici e i catechisti.

I candidati al sacerdozio nel pianeta passano da 116.160 nel 2016 a 115.328 nel 2017, con un calo di 0,7 per cento. Il quadro dei flussi continentali appare soddisfacente nella Chiesa africana e asiatica, mentre in Europa e in America la diminuzione appare molto evidente. La distribuzione dei seminaristi maggiori per continente rimane sostanzialmente stabile negli ultimi due anni. Con riferimento all’anno 2017 si osserva che l’Europa contribuisce per il 14,9% al totale mondiale, l’America per il 27,3%, l’Asia per il 29,8% e l’Africa per il 27,1%. dip

 

 

 

 

“Venga il tuo Regno!” – “Seminiamo questa parola in mezzo ai nostri peccati e ai nostri fallimenti

 

L’Udienza Generale del 6 marzo. Nel discorso in lingua italiana, continuando il ciclo di catechesi sul “Padre Nostro”, il Papa ha incentrato la sua meditazione su “Venga il tuo regno”. Ecco la sua catechesi

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Quando preghiamo il “Padre nostro”, la seconda invocazione con cui ci rivolgiamo a Dio è «venga il tuo Regno» (Mt 6,10). Dopo aver pregato perché il suo nome sia santificato, il credente esprime il desiderio che si affretti la venuta del suo Regno.

Questo desiderio è sgorgato, per così dire, dal cuore stesso di Cristo, che iniziò la sua predicazione in Galilea proclamando: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15). Queste parole non sono affatto una minaccia, al contrario, sono un lieto annuncio, un messaggio di gioia. Gesù non vuole spingere la gente a convertirsi seminando la paura del giudizio incombente di Dio o il senso di colpa per il male commesso. Gesù non fa proselitismo: annuncia, semplicemente. Al contrario, quella che Lui porta è la Buona Notizia della salvezza, e a partire da essa chiama a convertirsi. Ognuno è invitato a credere nel “vangelo”: la signoria di Dio si è fatta vicina ai suoi figli. Questo è il Vangelo: la signoria di Dio si è fatta vicina ai suoi figli. E Gesù annuncia questa cosa meravigliosa, questa grazia: Dio, il Padre, ci ama, ci è vicino e ci insegna a camminare sulla strada della santità.

I segni della venuta di questo Regno sono molteplici e tutti positivi. Gesù inizia il suo ministero prendendosi cura degli ammalati, sia nel corpo che nello spirito, di coloro che vivevano una esclusione sociale – per esempio i lebbrosi –, dei peccatori guardati con disprezzo da tutti, anche da coloro che erano più peccatori di loro ma facevano finta di essere giusti. E Gesù questi come li chiama? “Ipocriti”. Gesù stesso indica questi segni, i segni del Regno di Dio: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,5). “Venga il tuo Regno!”, ripete con insistenza il cristiano quando prega il “Padre nostro”.

Gesù è venuto; però il mondo è ancora segnato dal peccato, popolato da tanta gente che soffre, da persone che non si riconciliano e non perdonano, da guerre e da tante forme di sfruttamento, pensiamo alla tratta dei bambini, per esempio. Tutti questi fatti sono la prova che la vittoria di Cristo non si è ancora completamente attuata: tanti uomini e donne vivono ancora con il cuore chiuso. È soprattutto in queste situazioni che sulle labbra del cristiano affiora la seconda invocazione del “Padre nostro”: “Venga il tuo regno!”. Che è come dire: “Padre, abbiamo bisogno di Te! Gesù, abbiamo bisogno di te, abbiamo bisogno che ovunque e per sempre Tu sia Signore in mezzo a noi!”. “Venga il tuo regno, sii tu in mezzo a noi”.

A volte ci domandiamo: come mai questo Regno si realizza così lentamente? Gesù ama parlare della sua vittoria con il linguaggio delle parabole. Ad esempio, dice che il Regno di Dio è simile a un campo dove crescono insieme il buon grano e la zizzania: il peggior errore sarebbe di voler intervenire subito estirpando dal mondo quelle che ci sembrano erbe infestanti. Dio non è come noi, Dio ha pazienza. Non è con la violenza che si instaura il Regno nel mondo: il suo stile di propagazione è la mitezza (cfr Mt 13,24-30). Il Regno di Dio è certamente una grande forza, la più grande che ci sia, ma non secondo i criteri del mondo; per questo sembra non avere mai la maggioranza assoluta. È come il lievito che si impasta nella farina: apparentemente scompare, eppure è proprio esso che fa fermentare la massa (cfr Mt 13,33). Oppure è come un granello di senape, così piccolo, quasi invisibile, che però porta in sé la dirompente forza della natura, e una volta cresciuto diventa il più grande di tutti gli alberi dell’orto (cfr Mt 13,31-32).

In questo “destino” del Regno di Dio si può intuire la trama della vita di Gesù: anche Lui è stato per i suoi contemporanei un segno esile, un evento pressoché sconosciuto agli storici ufficiali del tempo. Un «chicco di grano» si è definito Lui stesso, che muore nella terra ma solo così può dare «molto frutto» (cfr Gv 12,24). Il simbolo del seme è eloquente: un giorno il contadino lo affonda nella terra (un gesto che sembra una sepoltura), e poi, «dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,27). Un seme che germoglia è più opera di Dio che dell’uomo che l’ha seminato (cfr Mc 4,27). Dio ci precede sempre, Dio ci sorprende sempre. Grazie a Lui dopo la notte del Venerdì santo c’è un’alba di Risurrezione capace di illuminare di speranza il mondo intero.

“Venga il tuo Regno!”. Seminiamo questa parola in mezzo ai nostri peccati e ai nostri fallimenti. Regaliamola alle persone sconfitte e piegate dalla vita, a chi ha assaporato più odio che amore, a chi ha vissuto giorni inutili senza mai capire il perché. Doniamola a coloro che hanno lottato per la giustizia, a tutti i martiri della storia, a chi ha concluso di aver combattuto per niente e che in questo mondo domina sempre il male. Sentiremo allora la preghiera del “Padre nostro” rispondere. Ripeterà per l’ennesima volta quelle parole di speranza, le stesse che lo Spirito ha posto a sigillo di tutte le Sacre Scritture: “Sì, vengo presto!”: questa è la risposta del Signore. “Vengo presto”. Amen. E la Chiesa del Signore risponde: “Vieni, Signore Gesù” (cfr Ap 2,20). “Venga il tuo regno è come dire “Vieni, Signore Gesù”. E Gesù dice: “Vengo presto”. E Gesù viene, a suo modo, ma tutti i giorni. Abbiamo fiducia in questo. E quando preghiamo il “Padre nostro diciamo sempre: “Venga il tuo regno”, per sentire nel cuore: “Sì, sì, vengo, e vengo presto”. Grazie! Francesco

 

 

 

Civiltà Cattolica: una monografia sul tema della migrazione   

 

Roma - La questione dei migranti e dei rifugiati, tra preoccupazioni legittime e crudeltà gratuite, è stato «il» tema di dibattito politico e sociale per mesi e mesi, e lo è in effetti da anni. Per questo La Civiltà Cattolica le dedica il settimo volume della sua collana monografica digitale «Accènti», raccogliendo alcuni suoi articoli recenti e non; e un documento storico prezioso e suggestivo, un saggio del 1888 sull’emigrazione italiana nel mondo, con dati e statistiche del tempo. Si tratta in tutto di 19 articoli apparsi nel corso degli anni sulla rivista, raccolti e riordinati in sei sezioni: Nella Bibbia, Nodo politico globale, Prospettive, Global Compact, Migranti e rifugiati d’Italia, Arti e migrazioni.

“Le migrazioni sono un nodo politico globale. Non si tratta – spiega una nota - di una vicenda italiana, né solo europea. Non sono un fenomeno episodico e contemporaneo, ma un elemento permanente nella storia dell’umanità. E per affrontare le sfide che pongono oggi sono richieste – a credenti e non credenti – più politica e più misericordia e molta meno retorica”.

Il volume «Migranti», oltre alla Presentazione a cura del direttore de La Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro, include i contributi di Pietro Bovati, Micheal Czerny, Virgilio Fantuzzi, Micheal S. Gallagher, Mauricio Garcían Durán, David Hollenbach, Dominik Markl, Adolfo Nicolás, Camillo Ripamonti, Giovanni Sale, GianPaolo Salvini, Gina Paola Sánchez Gonzáles, Wilfred Sumani, Luigi Territo. M.o. 8

 

 

 

Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2019: “Non si tratta solo di migranti

 

Comunicato stampa Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

 

La Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato si celebrerà domenica 29 settembre 2019. Il tema di questa 105a edizione sarà “Non si tratta solo di migranti”. Con esso Papa Francesco intende sottolineare che i suoi ripetuti appelli a favore dei migranti, dei rifugiati, degli sfollati e delle vittime della tratta devono essere compresi all’interno della sua profonda preoccupazione per tutti gli abitanti delle periferie esistenziali. L’affamato, l’assetato, il forestiero, l’ignudo, il malato e il carcerato che bussa oggi alla nostra porta è Gesù stesso che chiede di essere incontrato e assistito.

Come lo stesso Santo Padre ha sottolineato nella sua omelia di venerdì 15 febbraio 2019 a Sacrofano: “È davvero Lui [Gesù], anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerLo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua”.

Al fine di favorire un’adeguata preparazione alla celebrazione di questa giornata, la Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale darà inizio in questo mese a una campagna di comunicazione che proporrà, a cadenza mensile, riflessioni, materiale informativo e sussidi multimediali, con l’intenzione di promuovere l’approfondimento del tema scelto dal Santo Padre attraverso approcci diversificati. Zenit 4

 

 

 

 

“Sensibilizzare sempre di più ogni persona alla cultura del dono e della cura dell’altro

 

Udienza all’Associazione Italiana contro le Leucemie-Linfomi e Mieloma (AIL)

Il 4 marzo. Ecco il discorso del Santo Padre

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Sono lieto di incontrarvi in occasione del 50° anniversario di fondazione dell’Associazione Italiana contro Leucemie-Linfomi e Mieloma (AIL). Vi saluto tutti con affetto; in particolare saluto i malati qui convenuti, con un pensiero speciale per quelli che non hanno potuto essere presenti. Ringrazio il vostro Presidente, professor Sergio Amadori, per le sue parole, come pure i medici, il personale sanitario, quanti sono impegnati nella ricerca, i volontari e coloro che condividono le finalità della vostra benemerita Associazione.

Nella liturgia odierna, la Chiesa ci invita a leggere nel libro del Siracide (cfr 17, 1-13) dei grandi doni che il Signore ha fatto agli uomini. Dopo averli creati, «li riempì di scienza e d’intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male» (v.7), e «pose davanti a loro la scienza e diede loro in eredità la legge della vita» (v.11). La scienza, come ho già avuto modo di ricordare, «è un mezzo potente per comprendere meglio sia la natura che ci circonda sia la salute umana. La nostra conoscenza progredisce e con essa aumentano i mezzi e le tecnologie più raffinate che permettono non solo di guardare la struttura più intima degli organismi viventi, uomo incluso, ma addirittura di intervenire su di essi in modo così profondo e preciso da rendere possibile perfino la modifica del nostro stesso DNA» (Discorso alla IV Conferenza internazionale promossa dal Pontificio Consiglio della Cultura sulla medicina rigenerativa, 28 aprile 2018).

La Chiesa elogia e incoraggia ogni sforzo di ricerca e di applicazione volto alla cura delle persone sofferenti. Pertanto, sono lieto di esprimere il mio apprezzamento per quanto la vostra Associazione ha fatto in questi decenni. Mediante la sua preziosa attività, essa è diventata una presenza importante sul territorio nazionale, ponendosi al servizio degli ammalati e collaborando con i vari Centri specialistici. Le vostre principali linee di azione risultano essere molto efficaci quanto a ricerca scientifica, assistenza sanitaria e formazione del personale. In particolare, in questi tre ambiti assolvete i ruoli a cui è chiamato l’uomo stesso.

Con la ricerca scientifica indagate la dimensione biologica dell’uomo, per poterlo alleviare dalla malattia, con azioni volte alla prevenzione e con terapie sempre più efficaci. Con l’assistenza sanitaria vi fate prossimi ai sofferenti, per accompagnarli nel tempo della sofferenza, perché nessuno si senta mai solo o abbia la sensazione di essere ormai uno ‘scarto’ rispetto al contesto sociale. Infine, con la cura e formazione del personale qualificate la vostra azione per favorire una presa in carico globale della persona malata, affinché si realizzi quell’alleanza terapeutica necessaria al paziente e agli stessi operatori sanitari, chiamati a vivere ogni giorno coinvolti nell’esperienza della sofferenza. In questi compiti siete accompagnati dalla straordinaria testimonianza di un volontariato generoso, di tanti uomini e donne che offrono il loro tempo per restare accanto ai malati.

Vorrei dirvi una cosa. Una delle cose che più mi ha toccato quando, sei anni fa, sono arrivato a Roma, è il volontariato italiano. È grandioso! Voi avete tre cose grandi, che implicano un’organizzazione tra voi: il volontariato – che è molto importante –, il cooperativismo, che è un’altra capacità che voi avete, di fare cooperative per andare avanti, e gli oratori nelle parrocchie. Tre cose grandi. Grazie di questo. Come Maria, rimasta ai piedi della Croce di Gesù, anche loro, i volontari,stanno’ presso il letto dei sofferenti e realizzano quell’accompagnamento che porta tanta consolazione: è presenza di tenerezza e di conforto, che realizza quel comandamento all’amore reciproco e fraterno che ci ha consegnato Gesù (cfr Mc 12,31).

Questo atteggiamento di prossimità premurosa è tanto più necessario nei confronti del malato ematologico, la cui situazione è complessa per la percezione stessa della malattia, nella sua specificità. Vicinanza, prossimità, come Maria ai piedi della Croce. E ci sono tante storie, tante storie di croce tra voi. Soltanto vorrei nominarne una: permettetemi di ricordare oggi qui – una tra i tanti – Marilena e Silvano Bellato, come esempio. Hanno sofferto una doppia “mazzata” dalla vita con la morte dei loro figli Fabio e Sara. Hanno avuto il coraggio di rimanere in piedi con la sofferenza, come Maria ai piedi della Croce. E da quel dolore sono riusciti ad andare avanti pensando alla “risurrezione” di tanti bambini con la fondazione della Sezione provinciale [dell’AIL]. Grazie tante a loro e a tanti che sono come loro. Grazie.

A volte la prolungata permanenza in reparti di isolamento risulta essere davvero pesante da sopportare; la persona prova sulla propria carne l’impressione di sentirsi separata dal mondo, dalle relazioni, dalla vita quotidiana. Lo stesso andamento della malattia e delle terapie la costringe ad interrogarsi sul proprio futuro. A tutti i malati che vivono questa esperienza voglio assicurare che non sono soli: il Signore, che ha provato l’esperienza dura del dolore e della croce, è lì accanto a loro. La presenza di tante persone che condividono con essi questi momenti difficili è segno tangibile della presenza e della consolazione di Gesù e di sua madre, la Vergine Maria, Madre di tutti gli infermi. Penso, in particolare, a quanti esprimono la condivisione della Chiesa alle persone che soffrono di queste patologie: i Cappellani, i Diaconi, i Ministri straordinari della comunione. Mediante la loro testimonianza spirituale e fraterna, è tutta la comunità dei credenti che assiste e consola, diventando comunità sanante che rende concreto il desiderio di Gesù perché tutti siano una sola carne, una sola persona, a partire dai più deboli e vulnerabili. Il ruolo dei medici, infermieri, biologi, tecnici di laboratorio è sempre più determinante, non solo in termini di professionalità e formazione scientifica, ma anche in campo spirituale, dove sono chiamati alla cura delle persone nella loro totalità di corpo e spirito. La cura non è della malattia, di un organo o di cellule; la cura è delle persone, nella loro totalità. La persona nella sua spiritualità non si esaurisce nella corporeità; ma il fatto che lo spirito trascende il corpo fa sì che questo venga incluso in una vitalità e dignità più grande, che non è quella propria della biologia, ma quella propria della persona e dello spirito.

Cari fratelli e sorelle, la vostra storia, la vostra opera profusa in questi 50 anni, i risultati raggiunti dalla ricerca e dal progresso scientifico siano di stimolo per un rinnovato slancio volto a curare e migliorare la vita delle persone malate. Il vostro encomiabile impegno possa sensibilizzare sempre di più ogni persona alla cultura del dono e della cura dell’altro, alimento essenziale per il vissuto di ogni comunità umana. Invoco sul vostro lavoro l’assistenza dello Spirito Santo e, mentre vi chiedo di pregare per me, di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica. Papa Francesco

 

 

 

Tra un anno si aprirà l'archivio segreto di Pio XII

 

ROMA - Fra un anno, esattamente dal 2 marzo del 2020, il Vaticano aprirà l'Archivio segreto relativo al pontificato di Pio XII. Lo ha annunciato Papa Francesco, durante l'udienza ai membri dell'Archivio Segreto Vaticano ricevuti nella sala Clementina del palazzo Apostolico. "Annuncio la mia decisione di aprire alla consultazione dei ricercatori la documentazione archivistica attinente al pontificato di Pio XII, sino alla sua morte, avvenuta a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958", ha dichiarato solennemente il Pontefice.

 

"L'augurio e la speranza ora è che si  faccia chiarezza sul ruolo avuto da Pio XII nel periodo della Seconda Guerra Mondiale". Così la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, commenta la notizia dell'apertura degli archivi vaticani del pontificato di Pio XII. E Noemi Di Segni, presidente dell'Ucei, l'Unione delle comunità ebraiche italiane, ha ribadito: "Apprezzabile l'apertura dell'archivio vaticano su Pio XII".

 

"Ho deciso che l'apertura degli Archivi Vaticani per il Pontificato di Pio XII avverrà il 2 marzo 2020, a un anno esatto di distanza dall'80° anniversario dell'elezione al Soglio di Pietro di Eugenio Pacelli.Assumo questa decisione - spiega il Papa - sentito il parere dei miei più stretti collaboratori, con animo sereno e fiducioso".

 

Il Pontefice si dice "sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e senza dubbio anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza, che a taluni poterono apparire reticenza e che invece furono tentativi, umanamente anche molto combattuti, per tenere accesa, nei periodi di più fitto buio e di crudeltà, la fiammella delle iniziative umanitarie, della nascosta ma attiva diplomazia, della speranza in possibili buone aperture dei cuori".

 

 Papa Francesco, annunciando l'apertura dei documenti sul pontificato di Pio XII conservati nell'Archivio segreto Vaticano, ha sottolineato che "la Chiesa non ha paura della Storia, anzi, la ama e vorrebbe amarla di più e meglio, come la ama Dio! Quindi, con la stessa fiducia dei miei predecessori, apro e affido ai ricercatori questo patrimonio documentario".

 

Per il Papa, "la figura di quel Pontefice, che si trovò a condurre la Barca di Pietro in un momento fra i più tristi e bui del XX secolo, agitato e in tanta parte squarciato dall'ultimo conflitto mondiale, con il conseguente periodo di riassetto delle Nazioni e la ricostruzione postbellica, questa figura è stata già indagata e studiata in tanti suoi aspetti, a volte discussa e perfino criticata, si direbbe con qualche pregiudizio o esagerazione".

 

Oggi, sottolinea ancora il Pontefice, "essa è opportunamente rivalutata e anzi posta nella giusta luce per le sue poliedriche qualità: pastorali, anzitutto, ma poi teologiche, ascetiche, diplomatiche". LR 4

 

 

 

 

Chi ha un cuore puro non è cieco. VIII Domenica del Tempo Ordinario

 

1) Chi è il vero cieco?

Il  Vangelo della liturgia di oggi ci propone  i versetti finali del discorso che  Gesù stava facendo nella pianura vicina al lago di Galilea. Nella parte finale del brano evangelico di domenica scorsa  il Figlio di Dio invitava ad essere misericordiosi come il Padre celeste, indicando quattro modi di essere e di agire per praticare la misericordia: non giudicare, non condannare, assolvere e dare senza misura.

Allora come oggi, Cristo ci invita a fare in modo che le beatitudini dirigano la nostra vita. A questo riguardo va ricordato che questo dato fondamentale della vita cristiana: la vita morale è conseguenza di un incontro e di una appartenenza a Dio-Amore , non uno sterile, farisaico moralismo. Gesù ci chiede di essere misericordiosi perché il Padre è misericordioso: il nostro agire è conseguenza dell’incontro che abbiamo avuto con Gesù, il Redentore.

Nel Vangelo di oggi Cristo prosegue il suo  insegnamento sulla misericordia con tre brevi parabole più un paragone tra discepolo e maestro

La parabola del cieco che guida un altro cieco la più breve delle parabole, occupa una riga: “Può forse un cieco guidare un cieco? Forse non cadranno entrambi in una fossa?” (Lc 6. 39), e sembra rivolta agli animatori della comunità che pensano di essere i detentori della verità e per tanto di essere superiori agli altri e, quindi, non praticano la misericordia.  Per questo  sono guide cieche, perché non sanno distinguere tra l’ispirazione dello Spirito e la spinta oscura del male. Chi pensa che ci sia una via superiore alla misericordia è un cieco. Credo che in questo caso si possa interpretare “cieco” non come  “persona non vedente dal punto di vista fisico”, ma come persona che non sa da dove viene e dove va. E’ un cieco spirituale che non conosce né sé, né Dio, né gli altri, perché Dio è misericordia.

Cosa accade a chi vuole tentare vie superiori a quelle di Dio? Cade nella fossa del morte, perché lontano dalla misericordia di Dio non c’è vita. Voler guidare gli altri può sembrare un gesto di amore, ma quando si è ciechi e si pretende di essere guide, non è vero amore, è puro egoismo, che porta nel burrone.

Al versetto 40 del Capitolo 6 del Vangelo di Luca, Cristo prosegue il suo discorso dicendo: “Non c’è discepolo sopra il Maestro” (Lc 6, 40). E’ come se affermasse: Se qualcuno pensa di fare qualcosa di  migliore di quello che ho fatto io che sono il Maestro, sbaglia per essere buoni discepoli cristiani  “basta” essere come lui : umili operatori di misericordia.  La presunzione, fra l’altro, è segno di stupidità

E poi continua, fino ai vv. 41 e 42 che vale la pena di rileggere: “”Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello”. In questo modo il Redentore ci dice chi sono i cattivi maestri: sono quelli ciechi alla misericordia, sono quelli presuntuosi che sono, poi, giudici spietati con gli altri. sono benevoli con se stessi e guardano tutte le pagliuzze negli occhi degli altri e non si accorgono di avere una trave nell’occhio. Provate a immaginare un uomo con la trave nell’occhio. Provate a mettervi una trave nell’occhio. Siete morti Cioè chi giudica senza usare la misericordia è morto. Uno che sta lì a rifare le bucce all’altro, a guardare tutte le pagliuzze nell’occhio altrui è morto nel cuore.

A questo riguardo San Cirillo di Alessandria commenta: “Gesù ci convince con argomenti irrefutabili di non voler giudicare gli altri e di scrutare i nostrin effetti è Lui che guarisce quelli che hanno il curo contrito e ci libera dalle malattie spirituali.. Infatti se i peccati che ci  travolgono sono più grandi e più gravi di quelli degli altri perché, li rimproveriamo senza preoccuparci dei nostri peccati? Tutti quelli che vogliono vivere con la pietà e, soprattutto quelli che hanno il compito di istruire gli altri, tireranno vantaggio da questo comando di Cristo. Se sono virtuosi e temperanti, dando l’esempi di vita evangelica con le loro azioni, rimprovereranno con dolcezza quelli che non si sono decisi a fare la stessa cosa, ricordando loro che devono prendere come modelli i modi di vivere conformi alla virtù dei maestri.” ( Commentario al Vangelo di Luca 6, PG 72, 604)

Insomma, nella parabola della pagliuzza nell’occhio del fratello, Gesù ci chiede un atteggiamento che ci renda capaci di andare incontro all’altro con un’apertura totale per rapportarci con Dio con fiducia di figli. Dunque giudichiamo non per punire ma per condividere, per correggersi (reggersi con) fraternamente per andare a Cristo e innestarsi a Lui, albero della vita.

 

2) L’albero buono. Un amore senza condizioni, questa è la legge di Dio.

Con la parabola dell’albero che dà buoni frutti Gesù ci fa sapere che credere veramente in lui significa praticare il bene altrui e non l’egoismo, mentre, la persona che non si impegna ad imitarlo, avrà difficoltà a compiere il bene perché il suo cuore è sterile.

Per concludere si può dire: nessuno sarà giudicato sulla base di regole che egli si impone dall’esterno, ma da ciò che gli succede nel proprio cuore. Bisogna convertirsi, il che comporta il capovolgimento del proprio cuore, una conversione della mente.

L’apostolo Giacomo chiama la legge di Dio “legge di libertà” (Gc 2, 11-12). Questo apostolo ci  invita a parlare e ad agire come persone che devono essere giudicate secondo la legge della liberta?.

La legge dell’amore è una legge di libertà. E’ quella dei “liberi” che in latino vuole dire anche figlio, perché “liberi” nella concezione di famiglia del mondo romano di quei tempi è quella parte di famiglia che si contrappone agli “schiavi”. Sono i figli. La nostra legge è quella dei “figli”. E che legge hanno i figli? La legge di libertà, la legge dei figli, cioè la legge dell’amore, perché, avendo ricevuto l’amore della madre e del padre, sanno amare se stessi e gli altri come se stessi, come sono amati. Questa è l’unica legge. E chi ama il prossimo compie tutta la legge. Questa è la legge di libertà.

E continua ancora Giacomo: E il giudizio sarà senza misericordia per chi non avrà usato misericordia. Perché il giudizio non lo fa Dio, ma lo facciamo noi nella nostra vita concreta nei rapporti con l’altro. Se giudico l’altro, giudico Dio e condanno Dio che ama l’altro come ama me. Quindi rifiuto l’amore di Dio. Quindi rifiuto Dio. L’unico peccato è il non amare l’altro, è il giudicare l’altro, e? il condannare l’altro. E’ l’altro che sbaglia, perché l’altro, state sicuri, sbaglia sempre! Siamo noi che facciamo giusto. Eppure Dio non lo giudica, lo perdona. Perché è chiaro che pensa sbagliato, se pensasse giusto penserei la stessa cosa anch’io! Ragioniamo sempre tutti cosi?.

E poi continua: la misericordia però ha sempre la meglio nel giudizio. Questa è la bella legge di libertà, alla quale convertirci.

Un esempio di questa conversione è quella di San Paolo. Questo Apostolo non si è convertito dal peccato alla bontà, si è convertito dalla “perfezione” della legge antica osservata fino in fondo, fino a perseguitare i cristiani perché erano una setta che non era buona. La sua conversione è stata dalla giustizia alla conoscenza di Dio che ama tutti.

Questa è la giustizia di Dio. Dalla legge al Vangelo.

Mi sia concesso paragonare una realtà piccola a quella grande di San Paolo e di affermare che anche le vergini consacrate sono un esempio di conversione all’amore di Cristo riconosciuto come Sposo.

Come ricorda ESI: “La sequela del Signore consiste in una continua conversione, in una progressiva adesione a Lui: è un processo che interessa tutte le dimensioni dell’esistenza – corporea e affettiva, intellettiva, volitiva e spirituale – e si estende per tutta la durata della vita, giacchè nessun consacrato «?potrà mai ritenere di aver completato la gestazione di quell’uomo nuovo che sperimenta dentro di sé, in ogni circostanza della vita, gli stessi sentimenti di Cristo?». La grazia della consacrazione nell’Ordo virginum definisce e configura in modo stabile la fisionomia spirituale della persona, la orienta nel cammino dell’esistenza, la sostiene e la rafforza in una risposta sempre più generosa alla chiamata” (Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di Vita apostolica, Istruzione sull’Ordo Virginum, Ecclesiae Sponsae Imago, n.  74 -75).

Queste donne consacrate ci testimoniano che se ci convertiamo a Cristo che ci invita a dimorare in Lui per far dimorare in noi la sua lieta novella, capiremo sempre meglio che il significato vero del comandamento di Dio non è quello di essere una imposizione, ma di essere una comunicazione di amore. Il “comando” di convertirsi è un invito d’amore, che Cristo rivolge ai suoi discepoli perché entrino in comunione con lui, perché accolgano la sua offerta di amicizia fraterna. Mons. Follo, Zenit 5

 

 

 

 

Carnevale alla Missione Cattolica Italiana di Kempten

 

Numerosi i Connazionali di Kempten e dintorni che, sabato 2 Marzo 2019,  accogliendo l'Invito della Missione Cattolica Italiana e del Circolo ACLI di Kempten,  si sono incontrati per festeggiare gioiosamente il Carnevale.

L'allegra Festa,  –  come, ormai,  da tradizione –  ha avuto luogo nella spaziosa Sala Parrocchiale di St. Anton  ed è iniziata alle 18:00 con  un saluto di benvenuto del Rettore della Missione, Padre Bruno Zuchowski, agli intervenuti; alcuni dei quali avevano assistito alla S. Messa, che lui aveva appena finito di celebrare nella bella Chiesa Parrocchiale.   

Padre Bruno ha approfittato dell'occasione per ricordare ai presenti alcune delle prossime iniziative della Missione: i Pellegrinaggi a Medjugorje (22-28 Aprile 2019, costo 325 €), a Roggenburg (1° Maggio 2019, costo 10 €), e a Zwiefalten (10 Giugno 2019). E  ha annunciato pure la data della Festa della Mamma (11 Maggio 2019), quella delle Castagne (9 Novembre 2019) e il Pranzo di Natale (15 Dicembre 2019, Catering 10 €).  Per le altre scadenze in calendario (Celebrazioni Pasquali, Corpus Domini, Pentecoste...) ha fatto riferimento  anche al volantino Proposte, distribuito a tutte le famiglie di Kempten e dintorni e pubblicato nella pagina online della Missione, e a disposizione del pubblico nell'Ufficio della Missione, nella Cappella della Margaretha- und Josephinen-Stift  e nell'Ufficio multifunzionale del Dr. Grasso. Dépliant in cui si possono leggere tutte le attività e celebrazioni in favore delle Comunità di Kempten, Kaufbeuren, Memmingen e Lindau, dal mese di Novembre 2018 fino al mese di Ottobre 2019.

Dopo l'intervento del Rettore è stata la volta del Presidente del Consiglio Pastorale, Signor Giampiero trovato, che dopo aver dato anche lui il benvenuto ai presenti, e averli ringraziati per aver aderito all'invito, ha presentato il programma della Festa e ha annunciato una serie di divertenti giochi, rivolti soprattutto ai bambini, ma aperti anche agli adulti.

Subito dopo ha preso la parola la  Segretaria della Missione, Signora Pina Baiano, (che, insieme con Trovato, ha moderato i vari momenti della Festa) e che, dopo aver salutato brevemente i presenti, si è dichiarata particolarmente compiaciuta per la numerosa presenza, non mancando di ringraziare tutti coloro che le offrono il loro prezioso aiuto.

A questi indirizzi di saluto e avvisi  è seguito quindi l'intervento del Dr. Fernando A. Grasso, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera, nonché Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten,  che, dopo aver rivolto ai presenti i suoi personali saluti, quelli delle ACLI e – non per ultimi – quelli del nuovo Console Generale in Baviera, Dr. Enrico De Agostini (con il quale aveva avuto una comunicazione telefonica alcuni giorni prima),  ha dato alcuni avvisi importanti, ribadendo la ferma volontà da parte dell'Amministrazione Consolare di svolgere  per il meglio e nel modo più celere possibile il disbrigo e l'emissione dei documenti richiesti dai Connazionali.

Grasso, a questo proposito, ha parlato delle nuove modalità riguardanti il rilascio della carta d'identità (ancora in formato cartaceo, e, in futuro, in formato elettronico). Procedure, già in funzione – del resto – per la richiesta del passaporto e di altri documenti; come la domanda online di iscrizione all'AIRE (condizione indispensabile per l'ottenimento della carta d'identità).

L'iscrizione all'AIRE può essere effettuata anche attraverso il portale FAST It. Queste nuove modalità  –  ha continuato il Corrispondente –  sono entrate in vigore nel gennaio scorso e dovranno assicurare – secondo le intenzioni e gli auspici del Consolato Generale – una maggiore celerità nella consegna dei documenti.

Fermo restando – s'intende – l'importante e necessario supporto che il Cav. Grasso e i suoi Colleghi Corrispondenti delle varie zone della Baviera continueranno a offrire ai Connazionali. Corrispondenti e Collaboratori Consolari, ultimamente incontratisi, per ben due volte a Monaco,  per discutere e chiarire queste nuove procedure con il Funzionario Vicario, Dr. A. Casciello, con alcuni Responsabili dell'Amministrazione e con il nuovo Ambasciatore in Germana, Dr. Luigi Mattiolo

Prima di concludere l'intervento il Dr. Grasso ha ricordato nuovamente gli orari del Servizio di Assistenza del Patronato ACLI e i suoi orari di ricevimento e la sua permanente reperibilità grazie alla deviazione delle chiamate, che arrivano al suo ufficio, a uno dei suoi numeri privati.

Subito dopo questi avvisi sono  seguite alcune ore di grande allegria, allietate da un abbondante  e variegato buffet, preparato e messo a disposizione da molte delle signore intervenute. Pittoreschi e veramente fantasiosi alcuni costumi indossati, sia dai numerosi bambini, sia dai loro genitori e nonni e... sia da qualche altro attempato intervenuto.

Come nel passato, l'intrattenimento musicale è stato gestito impeccabilmente dal deejay P. Neri, che, durante la serata, ha invitato più volte i presenti a cimentarsi in allegri balli e trenini. Sentiti ringraziamenti per la sua costanza e bravura da parte della Missione e dalle ACLI.

Altri ringraziamenti vadano inoltre all'instancabile Signora Pina Baiano, alla Signora Gisella Trovato e alle gentili Signore che hanno addobbato la sala in modo impeccabile,  e che  hanno messo a proprio agio tutti gli intervenuti con la loro gentilezza, la loro  proverbiale disponibilità e con le numerose attività proposte: giochi di destrezza, assalto a morsi e a mani legate a mini Brezel,  pioggia di caramelle per i più piccoli e meno piccoli... 

Un grazie vada anche al fotoreporter, Rag. Paolo Franco, Presidente del Circolo ACLI di Kempten - e ... non per ultimo al Padrone di Casa: Padre Bruno... che è anche il Consigliere Spirituale delle ACLI Baviera e socio del locale Circolo, insieme ai già nominati: Cav. Grasso e al Presidente del Consiglio Parrocchiale della Missione e Segretario per le Risorse del Circolo ACLI, Signor Trovato, che ha diretto magistralmente " I Giochi della Gioventù" e ha dato man forte al deejay Neri.

Concludendo: anche questa Festa di Carnevale 2019 è stata,  non solo un'ottima  occasione per un allegro e spensierato incontro per molti Connazionali, ma anche un momento per l'affermazione dei valori della  dottrina sociale della Chiesa nella nostra Comunità Cattolica Italiana di Kempten e dintorni. Una Comunità  sempre aperta a tutte le persone di buona volontà e che vuole fare proprie le esigenze di tutti coloro le si rivolgono con fiducia.

Tra i numerosi presenti, oltre agli intervenuti già nominati: il Viceparroco di St. Anton, Padre Bruno Haider, il cav. Corrado Mangano e consorte, la signora Emma Marando (vedova Grenci), Vicepresidente del Circolo ACLI locale, la signora D'Agate, le famiglie Scarvaglieri, CurrentiPatierno, Neri, Mastrostefano, Emanuele, Costa,  Ferrara, Leanza,  e tanti, tanti altri...

Tutti i presenti, al termine della serata – che è andata avanti sin dopo le venti – si sono dati appuntamento ai prossimi incontri in calendario  e alle celebrazioni eucaristiche che hanno luogo tutti i sabati nella Cappella della Margaretha- und Josephinen-Stift di Kempten. Fernando A. Grasso

 

 

 

 

 

Marx: „Ausblendung von Konfliktthemen war Fehler“

 

Aus Sicht von Kardinal Reinhard Marx ist es ein Fehler gewesen, in den vergangenen Jahren Konfliktthemen wie Sexualmoral, Auswahl des Klerus und Zölibat sowie Ausübung und Missbrauch von Macht in den Diskussionen der Verantwortungsträger in der kirchlichen Hierarchie auszublenden.

 „Diesen Punkten wollten wir immer ausweichen, auch im Dialogprozess der deutschen Bischöfe, aber es geht nicht. Wir müssen frei werden, Ballast abwerfen, der uns hindert, in die Zukunft zu gehen.“ Das sagte der Erzbischof von München und Freising, der auch Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz ist, bei der Vollversammlung des Diözesanrats der Katholiken am Samstag in Oberschleißheim. Für den von den deutschen Bischöfen bei der Vollversammlung in Lingen beschlossenen synodalen Weg sei es „ein wichtiger Schritt, eine Lehrentwicklung der Kirche für möglich zu halten“.

„Wir müssen jetzt nicht auf Rom warten“

Mit Blick auf sexuellen Missbrauch und Machtmissbrauch kündigte der Kardinal ein Vorangehen der deutschen Kirche an. „Wir müssen jetzt nicht auf Rom warten, wir müssen unseren Weg gehen.“ Die katholische Kirche sei ein „Kosmos, der sich über die ganze Welt erstreckt, der sich aber auch bewegen muss. Warum nicht auch einen gewissen Druck, einen gewissen Veränderungswillen sichtbar machen? Sonst ändert sich nie etwas.“ Auf Ebene der Weltkirche werde die systemische Frage „noch ausgeklammert – weil man da nicht ran will. Aber das wird kommen, oder wir müssen das immer wieder einbringen“, sagte Kardinal Marx.

 

Die deutsche Kirche frage mit dem synodalen Weg nun nach systemischen Gründen, die Missbrauch begünstigten. „Ich stehe dahinter, dass wir diese Gespräche führen müssen, ohne dass ich jetzt schon alle Antworten kenne.“ Es gehe dabei aber nicht um „Anpassung an den Zeitgeist“, warnte der Erzbischof. „Wir können dann etwas ändern, wenn wir begriffen haben: Hier ist etwas, was dem Evangelium besser entspricht.“ (pm 17)

 

 

 

 

Missbrauchskrise: Deutsche Bischöfe initiieren „synodalen Weg“

 

Die deutschen Bischöfe planen als Konsequenz aus der Missbrauchskrise einen „synodalen Weg“ der Kirche in Deutschland. Das sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, am Donnerstagnachmittag in Lingen/Emsland. Stefan von Kempis

 

Vatikanstadt - Der Erzbischof von München und Freising stellte Journalisten die Ergebnisse der Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz vor. Dabei wollte er den Begriff „synodaler Weg“ weniger als präzisen Begriff denn als „Öffnung der Möglichkeiten“ verstanden wissen. Das Vorhaben, das die Bischöfe einstimmig beschlossen hätten, solle zusammen mit dem Zentralkomitee der deutschen Katholiken auf den Weg gebracht werden und um drei Themen kreisen: Gewaltenteilung, priesterliche Lebensform, Sexualmoral der Kirche.

 „Der Druck ist ein Zeichen, dass die Öffentlichkeit von der Kirche viel erwartet“

Natürlich lägen viele Themen, etwa eine Lockerung des Zölibats oder die Aufwertung von Frauen in der Kirche, schon seit Jahren oder Jahrzehnten auf dem Tisch. „Aber das muss ja besprochen werden, auch weltkirchlich – einfach nur etwas zu fordern reicht ja nicht. Im Volk Gottes gibt es ja nicht nur eine Meinung! Wir sollten uns die Dinge auch nicht zu einfach machen.“

Marx wies darauf hin, dass die Bischöfe angesichts der anhaltenden Missbrauchskrise durchaus Druck von außen gespürt hätten. Darüber wolle er sich aber nicht beschweren: „Der Druck ist auch ein Zeichen, dass die Öffentlichkeit von der Kirche viel erwartet. Das dürfen wir nicht unterschätzen.“

Gemeinsam auf dem Weg der nötigen Veränderung

Der Kardinal, der unlängst im Vatikan an einem vom Papst einberufenen Anti-Missbrauchs-Gipfel teilgenommen hat, wandte sich vor der Presse zunächst an die Überlebenden von Missbrauch. „Ich will den Betroffenen sagen, dass wir nicht nachlassen und alles tun, was in unserer Kraft steht. Ich danke den Betroffenen, dass sie sich geäußert und die ganze Diskussion in Gang gebracht haben.“

 

Bei den Bischöfen sei – das hätten auch die internen Debatten in den letzten Tagen in Lingen deutlich gemacht – ein Denkprozess in Gang gekommen, so Marx. „Viele Bischöfe sagen in diesen Tagen, dass sie Gespräche in den Pfarreien geführt haben, und wir alle spüren, wie tief betroffen die Gläubigen von der Krise sind, in der sich die Kirche befindet. Es ist schließlich ihre Kirche! Ich sage den Gläubigen, dass wir uns gemeinsam auf den Weg der Veränderung – die notwendig ist – machen.“

Marx weist Kritik an römischem Missbrauchs-Gipfel zurück

Dabei fange der Weg allerdings keineswegs bei Null an, so der Kardinal mit leichter Gereiztheit. „Immer wieder wird nach einem Maßnahmenkatalog der Bischöfe gefragt – dieser Katalog liegt längst vor! Und er wird jetzt von uns abgearbeitet.“

 

Den Anti-Missbrauchs-Gipfel des Vatikans stellte Marx im Rückblick als einen Erfolg hin. Eine vom Papst ausgearbeitete „Roadmap“ zum Umgang mit Missbrauchsfällen habe auch in Lingen eine Rolle gespielt. „Die 21 Punkte des Papstes haben wir einfließen lassen. Man kann einiges verstehen von der Kritik an der Rede des Papstes, aber die Richtung ist richtig!“

 

Mehrfach unterstrich der Münchner Erzbischof, dass die deutschen Bischöfe am Thema Missbrauch dranbleiben werden. Er erinnerte an die im vergangenen Jahr vorgestellte Studie zu den Missbrauchsfällen im Bereich der deutschen Kirche. „Ich bin zunächst etwas erschrocken, als ich in dieser Missbrauchs-Studie las: Der Missbrauch hält an. Aber dann habe ich verstanden: Das ist die Frage nach dem System…“

“ Ich glaube, wir sind im Moment die einzige Ortskirche, die sich die Systemfrage stellt ”

Früher habe man im Gespräch mit Rom an bestimmte heikle Themen, etwa Zölibat, lieber nicht gerührt: „Die Zeit ist vorbei!“ Jetzt stelle man durchaus bewusst die Frage, welche Punkte im System Kirche geistlichen, sexuellen oder Machtmissbrauch begünstigten. „Das ist eine Zäsur für die Kirche. Die geht tief. So kann es nicht weitergehen – der Punkt ist da… Ich glaube, wir sind im Moment die einzige Ortskirche, die sich die Systemfrage stellt.“

“ Selten eine so gute Debatte erlebt ”

Auf drei Gesprächsthemen im besonderen wies Marx hin. Erstens: Gewaltenteilung in der Kirche. „Klerikaler Machtmissbrauch ist ein wesentlicher Punkt. Wir müssen über Teilung der Macht reden und eine synodale Kirche bauen.“

 

Zweitens: Die Lebensform der Priester und Bischöfe. Hier ist vor allem der Zölibat Stein des Anstoßes. Und drittens: Die Sexualmoral der Kirche. „Da waren viele Bischöfe klar der Überzeugung, dass hier Gesprächsbedarf besteht.“

 

Über all diese Themen sei in Lingen lebhaft, aber in produktiver Art und Weise gesprochen worden, unterstrich der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. „Mehrere Bischöfe haben unterstrichen, dass sie selten eine so gute Debatte erlebt haben, die intensiv war, aber immer in gegenseitigem Respekt.“ (vn 14)

 

 

 

Theologen gehen mit Kirche und Bischöfen ins Gericht

 

Deutliche Worte zu den Themen Macht in der Kirche, Zölibat und Sexualmoral haben deutschsprachige Theologen bei einem Studientag zur weiteren Aufarbeitung des Missbrauchsskandals im Rahmen der aktuellen Frühjahrsvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz gefunden.

Es gehe bei Missbrauchsfällen nicht um „priesterliche Sünden gegen Keuschheit oder Zölibat“, sondern um „Gewalt und ihre Vertuschung im Raum und im Namen der Kirche“, betonte die Erfurter Theologin Julia Knop bei dem Studientag am Mittwoch. Eine Änderung der kirchlichen Sexualmoral forderte der Moraltheologe Eberhard Schockenhoff vor den Bischöfen. Der an der Universität Salzburg lehrende Theologe Gregor Maria Hoff wiederum sieht die katholische Kirche angesichts ihrer Missbrauchsfälle in einer „Sakralisierungsfalle“.

Der Kirche als religiöser Institution und ihren Priestern als Repräsentanten Jesu Christi komme Sakral- und Glaubensmacht zu, sagte Hoff laut seinem von der Deutschen Bischofskonferenz im Anschluss an den Studientag veröffentlichten Redemanuskript. Die Macht basiere auch darauf, dass der Kirche und den Priestern Vertrauen entgegengebracht werde. Entsprechend wirke es „tödlich“ und „desaströs“, wenn das Vertrauen und die damit verbundene Macht enttäuscht würden, etwa durch Missbrauchstäter.

Ruf nach Gewaltenteilung und Machtkontrolle

Aus Sicht Hoffs geht es um ein Systemproblem. Dieses lasse sich nur durch kirchliche Gewaltenteilung und Machtkontrolle von innen und außen lösen. Dies seien Mittel gegen die „Verselbstständigung einer unheiligen Macht, die an ihre Heiligkeit noch glauben kann, wenn sie diese missbraucht“, sagte der Theologe. „Warum sonst fehlen Schuldeingeständnisse ausgerechnet ihrer höchsten Würdenträger wie zum Beispiel von Kardinal Groer, der sich bis zu seinem Lebensende seiner Schuld weder öffentlich noch gegenüber seinen Opfern stellte?“

Durch kirchliche Gewaltenteilung ließe sich „sakralisierte Macht verflüssigen“, sagte Hoff. Durch das Teilen der Macht nehme diese nicht ab, sondern gewinne Autorität. „Die Frage an Sie als Deutsche Bischofskonferenz ist dabei, ob Sie Macht nur delegieren wollen oder eine eigenständige Machtpartizipation im Volk Gottes wollen und dann auch nachvollziehbar ermöglichen“, so der Theologe. Er plädierte für transparente Verfahren und Entscheidungsprozesse. „Das wäre die Form einer souveränen Macht, die um ihre Gefahren weiß und diese so ausweist, dass sie institutionell bearbeitet werden können.“

„Systemische Defekte offenkundig“

Julia Knop begrüßte in ihrem Vortrag, dass die deutschen katholischen Bischöfe angesichts des Missbrauchsskandals über Zölibat, priesterliche Lebensform und Macht in der Kirche neu debattieren. Die 2018 veröffentlichte Missbrauchsstudie im Auftrag der katholischen Bischöfe habe „grauenhafte und widerwärtige Untaten von Klerikern in einem Ausmaß ans Licht gebracht, dass die katholische Kirche in Deutschland jeglichen Kredit verloren hat“, sagte die Dogmatikerin. Es gehe bei den in der Studie aufgelisteten Missbrauchsfällen nicht um „priesterliche Sünden gegen die Keuschheit oder den Zölibat“, sondern um „Gewalt und ihre Vertuschung im Raum und im Namen der Kirche“.

„Sexueller Missbrauch liegt nicht in der DNA der Kirche“ und habe vermutlich auch nicht ursächlich mit dem Zölibat zu tun, sagte Knop laut Redemanuskript. Sexueller Missbrauch habe auch nichts damit zu tun, dass homosexuelle Männer im katholischen Klerus weit überdurchschnittlich vertreten seien. Mit der DNA der Kirche zu tun habe aber eine religiöse Aufladung von Macht, eine Sakralisierung des Weiheamtes, eine Stilisierung von Gehorsam und Hingabe, eine Dämonisierung von Sexualität und „die Tabuisierung von Homosexualität“.

Die Bischöfe seien bei den Themen Zölibat, priesterliche Lebensform und Macht „nicht Beobachter, sondern Beteiligte“, führte die Theologin aus. Als zölibatspflichtige Kleriker seien sie mit einer enormen Machtfülle ausgestattet, die die kirchliche Glaubens- und Sittenlehre vertreten. „Sie repräsentieren eine Kirche, deren systemische Defekte offenkundig geworden sind“, so Knop.

Schockenhoff: Änderungen bei Sexualmoral

Eine erhebliche Änderung der kirchlichen Sexualmoral und eine positive Sicht auf die menschliche Sexualität empfahl der Freiburger Moraltheologe Eberhard Schockenhoff in seinem Grundsatzreferat vor den deutschen katholischen Bischöfen.

Unter anderem solle die Familienplanung auch mit künstlichen Verhütungsmitteln nicht länger als lebensfeindlicher Akt, sondern als Dienst am Leben anerkannt werden, forderte der Moraltheologe. Denn diese Gewissensentscheidung sei auf die gegenseitige Achtung der Partner und auf die Sorge um das Wohlergehen der Kinder gerichtet. Ferner solle die Kirche anerkennen, dass es legitime Sexualbeziehungen auch außerhalb der heterosexuellen Ehe gebe. Die lebenslange Ehe sei zwar der beste Rahmen für gelebte Sexualität, aber nicht der einzig mögliche.

Die Kirche soll nach den Worten Schockenhoffs an einem Eheverständnis festhalten, das die Ehe als eine ganzheitliche Lebensgemeinschaft von Mann und Frau versteht. Zugleich müsse sie gleichgeschlechtliche Lebensgemeinschaften vorbehaltlos anerkennen und darauf verzichten, „die in ihnen gelebte sexuelle Praxis moralisch zu disqualifizieren“. Promiskuität, offene Mehrfachbeziehungen und Untreue bezeichnete Schockenhoff hingegen als „moralisch fragwürdig“. Dies gelte unabhängig von der sexuellen Orientierung der Betroffenen.

„Vergiftete Sicht der Sexualität“

Schockenhoff stellte klar, dass der Glaubwürdigkeitsverlust der bisher geltenden katholischen Sexualmoral nicht durch die gegenwärtige Missbrauchskrise verursacht worden sei. Vielmehr habe die Kirche die Erkenntnisse der zeitgenössischen Wissenschaften nicht in ihre Sexualethik integriert und beziehe sich bis heute auf die „vergiftete Sicht der Sexualität“, die der Kirchenvater Augustinus (354-430) entworfen habe. Dieser habe die erotische Lust als eine Folge der Erbsünde des Menschen interpretiert.

Der Moraltheologe kritisierte auch die Sexuallehre des heiligen Johannes Paul II. (1978-2005). Dessen „Theologie des Leibes“ sei zwar ein „bedeutsamer Fortschritt gegenüber der erbsündentheologischen Sichtweise des Augustinus“. Dennoch bleibe in dieser Sexualmoral „die Warnung vorherrschend, die Ehepartner sollten sich nicht als Objekte ihres sexuellen Verlangens missbrauchen“.

Amoris Laetitia ist ein Lichtblick ”

Zugleich kritisierte Schockenhoff die Grundannahme von Johannes Paul II., dass die kirchliche Sexuallehre nicht von Menschen gemacht, sondern „von der Schöpferhand Gottes in die Natur der menschlichen Person eingeschrieben“ worden sei. Eine solche Annahme hindere die Kirche daran, sich die Abhängigkeit ihrer Sexuallehre von historischen Fehlentwicklungen einzugestehen.

Als „Lichtblick“ bezeichnete der Theologe die positive Sicht der Sexualität und der erotischen Dimension der Liebe, die Papst Franziskus in seinem Schreiben „Amoris laetitia“ von 2016 formuliert habe. Für die Zukunft empfahl Schockenhoff „inhaltliche Revisionsarbeiten am Gebäude der kirchlichen Sexualmoral“ und eine Kurskorrektur vorzunehmen. Ziel müsse sein, „die Bedeutungsfülle menschlicher Sexualität in ihren positiven Gestaltungsmöglichkeiten zu bejahen“. Dies erfordere „keineswegs einen vollständigen Bruch mit den Grundüberzeugungen der bisherigen kirchlichen Sexuallehre“. Es gehe vielmehr darum, ihre Einsichten an die gegenwärtigen Lebensverhältnisse und neuen Einsichten der Humanwissenschaften anzupassen.

(kap/kna 14)

 

 

 

Sechs Jahre Franziskus: „Georg wer?“

 

Cari fratelli e sorelle, buonasera… Genau sechs Jahre ist es her, dass wir diese Worte des neu gewählten Papstes auf der Loggia des Petersdoms gehört haben. Die Wahl erfolgte zu einem Zeitpunkt, als viele den Schock über den Rücktritt von Benedikt XVI. noch nicht verdaut hatten und überdies klar war, dass die Schwierigkeiten in der Verwaltung der Weltkirche noch lange nicht überwunden sind.

Wir haben mit Vatican-News-Chefredakteur und Papstkenner Pater Bernd Hagenkord gesprochen und ihn gefragt, wie er den Moment erlebt hat, in dem der neue Papst angekündigt wurde.

P. Hagenkord: Wenn ich mich jetzt zurückerinnere, bleibt mir noch dieser Moment im Gedächtnis, als ich dachte: Wer? Georgium? Wer heißt hier Georg? Ich kam überhaupt nicht auf Bergoglio. Und auch, als der Name fiel, musste ich erst nachdenken bis ich darauf kam, dass er ja sogar einer von uns Jesuiten war. Das kam daher, weil ihn ja keiner wirklich auf der Liste hatte, zwei, drei Journalisten hatten ihn vorher überhaupt erwähnt. Erst einmal also die Überraschung, dann aber auch die Spannung, was passieren würde, denn es war ja auch mein erstes direkt miterlebtes Konklave. Sehr viel mehr Spannung als Erkenntnisgewinn sozusagen.

“ Der Papst hat ja selbst dafür gesorgt, dass die Erwartungen kanalisiert wurden durch die Art und Weise, wie er auftrat ”

Vatican News: Was hat man sich denn nach der ersten Schocksekunde von diesem Papst, der ja auch in einer sehr schwierigen Situation angetreten ist, erwartet?

P. Hagenkord: Der Papst hat ja selbst dafür gesorgt, dass die Erwartungen kanalisiert wurden durch die Art und Weise, wie er auftrat. Für uns heute ist das normal, dass er ohne diese rote Mozzetta, also das Mäntelchen, und andere Machtinsignien herumläuft. Aber auch die Tatsache, dass er sich Franziskus genannt hat, hat viele Erwartungen geweckt. Auf der anderen Seite kamen die natürlich auch von außen. Nach dem Motto, das was wir jetzt seit vierzig Jahren besprechen, muss endlich Wirklichkeit werden. Wir dürfen nicht vergessen, dass der Papst nicht aus unseren europäischen Diskussionszusammenhängen kommt, also nicht der Umsetzer des liberalen europäischen Katholizismus ist, sondern eine ganz eigene Sichtweise hat. Diese setzt er um. Diese Erwartung wird also wohl erfüllt, was aber wohl eher nicht erfüllt wird, sind die Erwartungen des bürgerlichen Katholizismus in Europa.

“ Wir haben am Anfang ein bisschen gelacht und gesagt, wenn wir nicht aufpassen, macht er aus dem Vatikan noch eine religiöse Veranstaltung ”

Vatican News: Was sind die Stärken dieses Pontifikates?

P. Hagenkord: Wir haben am Anfang ein bisschen gelacht und gesagt, wenn wir nicht aufpassen, macht er aus dem Vatikan noch eine religiöse Veranstaltung. Er ist eine sehr spirituelle Figur, ähnlich wie seine Vorgänger und doch ganz anders, in dem Sinn, dass er versucht, das bei jedem ankommen zu lassen. Das ist eine anstrengende Form des Christentums, da geht es um mehr, als in die Kirche zu gehen und eine Kerze anzuzünden. Und das versucht er die ganze Zeit, alle sechs Jahre über, herunter zu brechen. Dass man das mit Freude tun sollte, dass man das Kreuz nicht umgehen kann und so weiter. Dass das aber für jeden und jede gilt, etwas mit Nachfolge und Barmherzigkeit zu tun hat. Das ist seine Form des Christentums, die er versucht, in der Tradition seiner Vorgänger und doch auf eigene Weise zu fördern. Zusammengefasst ist das wohl in Evangelii Gaudium, das ja relativ schnell kam im ersten Jahr, das gilt immer noch und ist wohl auch seine große Stärke.

“ Dass es brodelt, kann ja auch ein Zeichen von Stärke sein ”

Vatican News: Innerkirchlich brodelt es ja auch gewissermaßen unter diesem Papst, wo könnte man denn Schwächen dieses Pontifikates verorten?

P. Hagenkord: Naja, dass es brodelt, ist ja nicht unbedingt ein Zeichen von Schwäche, es kann ja auch ein Zeichen von Stärke sein. Ich denke, es gibt zwei letztlich voneinander unabhängige Dinge, die in diesem Pontifikat deutlich werden. Das sind die einen, die mit dieser Form des Christentums nicht einverstanden sind, die ein „Vorgabe-Christentum“ wollen, also eine autoritäre Form des Christentums, von der sie sich vorstellen, dass sie das schon früher gegeben hat, auch wenn man da sicherlich drüber streiten kann. Das sind also diese so genannten Widerständler.

Zum anderen, und das ist der viel größere Konfliktherd, gibt es die Missbrauchskrise. Die ist nicht neu und hat während des Pontifikates eine ganz neue Wucht entwickelt. Die hat der Papst ja auch selbst mit befördert, denn er hat zugegebenermaßen auch Fehler gemacht. Das Erstere finde ich eher normal, das passiert immer, das sind auch nicht so viele Gegner, aber sie sind halt sehr laut. Das Zweite ist allerdings DAS Thema der Kirche, wie der Papst ja selbst auf der Kinderschutzkonferenz im Vatikan gesagt hat. Und das hat sein Pontifikat bislang geprägt, mehr, als es ihm vielleicht lieb gewesen wäre, und wird das auch noch weiterhin tun. Aber das ist eben das Thema der Kirche und deswegen wird das das Pontifikat auch weiterhin prägen.

“ Der Papst ist vor allem der Garant der Einheit ”

Vatican News: Ist der Papst bei diesem Thema auf dem richtigen Weg, könnte man ihn da als Hoffnungsträger bezeichnen?

P. Hagenkord: Er ist ja vor allem der Garant der Einheit. Er muss dafür sorgen, dass alle am gleichen Strang und vor allem in die gleiche Richtung ziehen. Das vor vorher nicht unbedingt der Fall. Da gab es klare Aussagen im Vorfeld, die das Thema weit von sich weisen. Die gibt es zwar leider immer noch, aber im Prinzip ist die Kirche jetzt geeint, so dass sie sagt, ja, wir haben ein massives kirchliches Problem, das es zwar auch außerhalb gibt, aber es gibt auch eine spezifisch katholische Variante. Und wir, die wir für Hoffnung, Erlösung und Liebe einstehen, können uns das schon gleich gar nicht erlauben. Das heißt, wir müssen den Überlebenden zuhören und dann dafür sorgen, dass das nie wieder passiert. Dafür steht er schon gerade, bildlich gesprochen ist er zwar nicht einer ist, der da mit der leuchtenden Fackel steht, sondern eher der Arbeiter, der dafür sorgt, dass das mit konkreten Schritten auch vor Ort umgesetzt wird.

“ Man wird sich an seinen Umgang mit dem Thema Missbrauch erinnern ”

Vatican News: Woran wird man sich denn in 100 Jahren erinnern, wenn man auf dieses Pontifikat bis jetzt zurückblickt?

P. Hagenkord: Den atemberaubenden Umgang mit Medien, wenn er persönlich auftritt, also diese Authentizität, die er versprüht hat und eigentlich immer noch versprüht. Das ist sicherlich etwas, was es so bisher nicht gegeben hat. Auch die Einbeziehung nichteuropäischer Sichtweisen, denn die vergangenen 1000 Jahre hatten wir Päpste mit einer sehr europäischen Perspektive, er ist also Ausdruck einer weltkirchlichen Entwicklung. Man wird sich auch erinnern, dass er tatsächlich sehr viel abgelegt hat von dem, was Papsttum ausgemacht hat, also was den Ornat und ähnliches betrifft. Eine sehr moderne Form des Papsttums also. Und dann natürlich die Frage, wie die Kirche mit den Themen umgeht, die sie unabhängig vom Papst beschäftigen, also Missbrauch und andere. Wenn wir schaffen, das in den Griff zu kriegen, dann wird das mit ihm verbunden werden, umgekehrt allerdings auch.

“ Ich sehe keine Anzeichen für einen Rücktritt ”

Vatican News: Eine letzte Frage, immer wieder wird ja darüber diskutiert, ob dieser Papst wie sein Vorgänger zurücktreten wird. Oder ist er dafür nicht der Typ?

P. Hagenkord: Wenn ich das mal frei heraus sagen darf, dann ist ja bei Papst Franziskus vieles ein Ratespiel. Er ist sehr spontan und lässt sich in seinen Entscheidungen auch nicht unbedingt kontrollieren. Wir erinnern uns selbst immer wieder daran, dass wir uns bei ihm nicht allzu sehr auf unsere Erwartungen verlassen dürfen. Ich würde jetzt persönlich sagen, ich glaube nicht an einen Rücktritt, denn er hat noch genug Energie und weiß auch um seine Verantwortung. Die Dinge, die er angestoßen hat, müssen weitergebracht werden und ich sehe keine Schwäche. Er ist zwar über 80 Jahre alt, aber wenn ich sein Tagesprogramm sehe, und das in dem Alter, dann muss ich den Hut ziehen. Also ich sehe einen Rücktritt nicht, höchstens, wenn bei ihm eine schwere Krankheit diagnostiziert würde, aber auch das sehe ich im Augenblick wirklich nicht.

(vn13)

 

 

 

Deutsche Bischöfe stellen Maßnahmen zum Kinderschutz vor

 

Die deutschen katholischen Bischöfe erstellen einen Leitfaden zur Unabhängigen Aufarbeitung von sexuellem Missbrauch in der Kirche, und zwar in enger Abstimmung mit dem Missbrauchsbeauftragten der Deutschen Bundesregierung, Wilhelm Rörig. Das kündigte der Trierer Bischof Stefan Ackermann vor Journalisten am Mittwoch in Lingen an, wo diese Woche die deutschen Bischöfe in Vollversammlung tagen.

 „Es gibt eine Arbeitsgruppe beim Unabhängigen Beauftragten zum Thema Aufarbeitung Kirchen. Da geht es um die evangelische wie die katholische Kirche", sagte Akcermann. „Ich habe mit Herrn Rörig vereinbart, dass wir zu einem Treffen dieser Arbeitsgruppe auch Vertreter aus der katholischen Kirche entsenden werden. Das wird im Mai sein, und wir werden Vertreter benennen, um von Anfang an klar zu zeigen, dass wir uns diesen Dingen stellen und einen solchen Leitfaden erstellen wollen, um zu sehen, wie kann Aufarbeitung gelingen und welche Standards gehören da dazu.“

“ Da wo es irgendwie möglich ist, sollen die Täter auch in den Missbrauchsfällen die Verantwortung übernehmen. ”

Nach dem Erscheinen der MHG-Studie 2018 zum Thema sexueller Missbrauch in der katholischen Kirche habe er „arbeitsintensive Monate“ hinter sich, betonte der Missbrauchsbeauftragte der Deutschen Bischofskonferenz. Ein weiteres Feld, auf dem intensiv gearbeitet werde, sei die Sicherstellung einer zufriedenstellenden Lösung für Entschädigungszahlungen an Opfer. Dabei sei es geplant, die Täter auch aus Respekt für die Opfer direkt in die Verantwortung zu nehmen. Dies sei in Einzelfällen, wenn der betreffende Priester verstorben oder aus dem Dienst entlassen sei, zwar nicht mehr möglich, in anderen Fällen könne dies über eine freiwillige Ausgleichszahlung oder über einen direkten Abzug vom Gehalt geschehen, erläutert Bischof Ackermann: „Da, wo es irgendwie möglich ist, sollen die Täter auch in den Missbrauchsfällen die Verantwortung übernehmen.“

Entschädigungsmodell auf dem Prüfstand

Unklar ist, wie es mit den kirchlichen Anerkennungszahlungen für Opfer weitergehen wird. Die bisherige Methode, den Opfern ohne Gerichtsbefragung nach einer bloßen Plausibilitätsprüfung im Regelfall 5.000 Euro zu zahlen, sei „besser als ihr Ruf“, sagte der Bischof. Da dieses Verfahren - unter anderem wegen der relativ geringen Summe - öffentlich in der Kritik stehe, habe man ein Gutachten in Auftrag gegeben, um es möglicherweise zu ändern. Ein Workshop mit Experten aus Kirche und Gesellschaft werde in den kommenden Monaten Erfahrungen und erste Bewertungen zusammentragen, hieß es. Bisher seien rund 1.900 Anträge bei der Zentralen Koordinierungsstelle eingegangen. Diese habe im Laufe der Jahre die Auszahlung von insgesamt neun Millionen Euro befürwortet.

Gewährleistung einer unabhägigen und niederschwelligen Beratung

Wichtig sei in diesem Zusammenhang auch die Einrichtung komplett unabhängiger Stellen in jeder Diözese, an die sich Opfer wenden könnten. In den meisten Diözesen Deutschlands sei diese Unabhängigkeit mittlerweile zufriedenstellend gewährleistet, nur in einigen Fällen seien die Beauftragten noch direkt über die Diözese beschäftigt. „Wir sehen, weitgehend sind diese Personen unabhängig, aber da ist noch Luft nach oben“, räumt Ackermann ein. Geprüft werde derzeit die flächendeckende Zusammenarbeit mit externen nichtkirchlichen Fachberatungsstellen.

Entlassung aus dem Klerikerstand

Ein weiterer wichtiger Punkt: Die Entlassung aus dem Klerikerstand. Darüber hätten die Bischöfe intensiv diskutiert, und auch Vorschläge zu einer Beschleunigung eines solchen Verfahrens erarbeitet, gibt Bischof Ackermann Auskunft: „Das hieße, im Sinn von Professionalisierung und Beschleunigung von Verfahren auf deutscher Ebene spezielle Gerichte einzurichten. Dann geht es darum, bestimmte Urteile fällen zu können und somit die Wege verkürzen. Wir brauchen dafür natürlich von Rom die Genehmigung. Aber auf dem Kinderschutzgipfel in Rom waren ja zumindest die Ansagen der Referenten sehr deutlich und ich gehe davon aus, dass Rom sagen wird, wenn ihr in Deutschland vorangeht, hilft das auch uns.“

Standardisierung der Personalakten

Ganz oben auf der Prioritätenliste stehe auch eine Standardisierung der Personalakten in den einzelnen Bistümern, um verklausulierte Sprache und das Verschwindenlassen von Aktenvermerken in Zukunft zu verhindern. Die bis vor kurzem noch favorisierte Angleichung an das deutsche Beamtenrecht sei jedoch problematisch, so Ackermann. Denn dort gebe es einen Anspruch der Beschuldigten auf Löschung bestimmter Vorwürfe nach einer gewissen Frist. Für Missbrauchsfälle sei aber eine dauerhafte Archivierung sinnvoller.

Offene Baustelle: Prävention und Monitoring

Auch für die Überprüfung und Bewertung („Monitoring") der Präventionsmaßnahmen in den Bistümern steht der Durchbruch noch aus. Ackermann sagte, die Präventionsbeauftragten der Diözesen und Orden hätten dazu „konkrete Ideen“, aber die Arbeiten seien noch im Gang. Für konkrete Maßnahmen habe man auch auf die Ergebnisse der MHG-Studie und einer großen Fachtagung zum Thema im vergangenen November warten wollen, erläutert der Missbrauchsbeauftragte.

Am Donnerstag werde auch der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx,  während der Abschlusspressekonferenz der Frühjahrsvollversammlung auf diese und andere weiterführende Maßnahmen zu sprechen kommen, so Bischof Ackermann bei der Vorstellung des Maßnahmenkatalogs zum Thema Missbrauchsaufarbeitung und Prävention.

(vatican news13)

 

 

 

 

Feierliche Amtseinführung des neuen Fuldaer Bischofs

 

Fulda/Hanau/Kassel/Marburg. Ein großer Festtag für das ganze Bistum Fulda steht bevor: Am Sonntag, 31. März, wird der neue Fuldaer Bischof Dr. Michael Gerber (49) im Hohen Dom zu Fulda feierlich in sein Amt eingeführt. Die Amtseinführung erfolgt um 15 Uhr durch den zuständigen Metropoliten, Erzbischof Hans-Josef Becker (Paderborn), im Rahmen eines festlichen Pontifikalamts. Das HR-Fernsehen überträgt den Gottesdienst live aus dem Fuldaer Dom. Es werden mehr als 1.000 Gäste erwartet. Zur Amtseinführung des neuen Oberhirten werden der Apostolische Nuntius in Deutschland, Erzbischof Dr. Nikola Eterovi? (Berlin), und zahlreiche Bischöfe und Weihbischöfe sowie ökumenische Vertreter und Gäste aus Gesellschaft und Politik erwartet, darunter der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Reinhard Kardinal Marx (München), Hessens Ministerpräsident Volker Bouffier (CDU) und der Landesbischof der Evangelischen Kirche von Kurhessen-Waldeck, Prof. Dr. Martin Hein. Bereits ab 14.30 Uhr findet im Dom eine Einstimmung mit Gebet und Musik statt. Die Amtseinführung wird auf Bildschirme auf den Domvorplatz sowie in die Stadtpfarrkirche übertragen.

 

Die Feier der Amtseinführung ist bewusst hineingestellt in die auf den heiligen Bonifatius, den Apostel der Deutschen und Patron des Bistums, zurückreichende 1275-jährige Tradition von Kloster, Fürstabtei und Bistum Fulda. So wird in der Liturgie der aus dem 12. Jahrhundert stammende altehrwürdige Stab der Fuldaer Äbte und Bischöfe, gemeinhin als „Bonifatiusstab“ bezeichnet, Verwendung finden. Außerdem wird eine der drei erhaltenen Bonifatiushandschriften, die in Fulda aufbewahrt werden, der sogenannte Ragyndrudis-Codex aus dem 8. Jahrhundert, ausgestellt. Der Überlieferung nach hat der heilige Bonifatius dieses Buch bei seinem Martyrium schützend über sich gehalten.

 

Der neue Bischof zieht von der Theologischen Fakultät zum bereits geöffneten Hauptportal des Fuldaer Domes, wo ihn das Domkapitel erwartet. Nach dem Einzug in die Kathedralkirche eröffnet Erzbischof Becker den Gottesdienst. Der päpstliche Nuntius übergibt das päpstliche Ernennungsschreiben an den neuen Bischof. Dieser gibt es an Domdechant Prof. Dr. Werner Kathrein weiter, der es den Mitgliedern des Domkapitels zeigt. Anschließend verliest Dompräbendat Pfarrer Thomas Renze die deutsche Übersetzung des lateinischen Dokuments am Ambo. Sodann übergibt der Paderborner Erzbischof Bischof Gerber den Bonifatiusstab und geleitet ihn zur Kathedra. Dort nimmt der Bischof Platz. Über dem Bischofsstuhl ist bereits sein neues Wappen angebracht. Als Zeichen der Gemeinschaft geben nun Vertreter des Klerus und des Volkes Gottes dem neuen Bischof die Hand.

 

Bischof Dr. Gerber feiert den Gottesdienst in Konzelebration mit Erzbischof Becker und Nuntius Erzbischof Eterovi?, Diözesanadministrator Weihbischof Prof. Dr. Karlheinz Diez, Bischof em. Heinz Josef Algermissen, Erzbischof Stephan Burger und Erzbischof em. Dr. Robert Zollitsch (beide Freiburg), Dr. Christian Löhr, Leiter der Priestergemeinschaft Schönstatt, sowie Pfarrer i. R. Bernhard Pfefferle, Taufpriester von Bischof Gerber, Pfarrer Lukas Wehrle (Oberkirch), Heimatpfarrer von Bischof Gerber, und Pfarrer Sebastian Blümel (Marburg), Sprecher des letzten Priesterrates. Als Diakon wird Michael Huf, Referent für die Ständigen Diakone im Bistum Fulda, in der Eucharistiefeier assistieren. Im Rahmen der Messfeier wird Bischof Gerber auch seine erste Predigt als Diözesanbischof halten. Der Fuldaer Domchor und der Jugendkathedralchor unter der Leitung von Domkapellmeister Franz-Peter Huber werden in dem Pontifikalamt Teile aus der „Messe en Mi“ von L. de Saint-Martin singen. Dazu kommen „Entrata festiva“ von F. Peeters, „Deo dicamus gratias“ von G. A. Homilius, das „Cantique de Jean Racine“ von G. Fauré, das „Ubi caritas“ von O. Gjeilo sowie weitere Chorsätze im Wechsel mit der Gemeinde. Bei dem Festgottesdienst wird ein Bläserensemble mitwirken; an der Domorgel Domorganist Prof. Hans-Jürgen Kaiser, an der Chororgel Andreas Schneidewind (Schlüchtern).

 

Grußworte sprechen am Ende des Gottesdienstes der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Marx, Ministerpräsident Bouffier und Landesbischof Dr. Hein. Danach wird Bischof Dr. Gerber als erste Amtshandlung seinen Generalvikar, den Offizial und die Bischofsvikare ernennen bzw. bestätigen und schließlich den Segen mit dem Bonifatiusstab erteilen.

 

Der Domplatz ist aus Anlass der Amtseinführung zum Parken freigegeben. Die Gläubigen werden gebeten, möglichst frühzeitig zum Dom zu kommen, da Sitz- und Stehplätze beschränkt sind. Im Anschluss an den Festgottesdienst sind alle Gläubigen zur Begegnung mit Bischof Dr. Gerber in das Bischöfliche Priesterseminar eingeladen.

 

Papst Franziskus hatte den Freiburger Weihbischof Dr. Gerber am 13. Dezember letzten Jahres als bislang jüngsten deutschen Bischof zum Oberhirten der Diözese Fulda ernannt. Er ist damit Nachfolger von Bischof Algermissen, der am 5. Juni 2018 in den Ruhestand gegangen war. Mit der Amtsübernahme durch Bischof Gerber erlischt das Amt des Diözesanadministrators, das Weihbischof Diez seit Juni innehatte. Nach weniger als zehn Monaten Sedisvakanz hat die Diözese des heiligen Bonifatius dann wieder einen residierenden Diözesanbischof. Bpf 12

 

 

 

 

„Reinigung des Gedächtnisses bleibende Aufgabe“

 

Eröffnungsgottesdienst zur Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz in Lingen

 

Mit einem feierlichen Gottesdienst ist heute (11. März 2019) in Lingen die Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz eröffnet worden. Zu Beginn begrüßte der Bischof von Osnabrück, Bischof Dr. Franz-Josef Bode, die 65 anwesenden Bischöfe, Vertreter der Weltkirche und zahlreiche Gläubige in der überfüllten Pfarrkirche St. Bonifatius. Dabei erinnerte er an die Vollversammlung der deutschen Bischöfe, die 1999 in Lingen stattgefunden hatte. Auch jetzt ständen aktuelle Fragen, die viele Menschen bewegten, auf der Tagesordnung, so Bischof Bode.

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, appellierte an die Gläubigen, Religion nicht als Auslaufmodell zu sehen. Die russische Schriftstellerin Tatjana Goritschewa habe noch in kommunistischer Zeit das Buch „Von Gott zu reden, ist gefährlich“ geschrieben. Darin werde deutlich, dass die Rede über Gott Widerstand hervorrufe, so Kardinal Marx. Auch heute erscheine es oft so, dass es gefährlich sei, von Gott zu sprechen. „Das Gegenteil aber ist der Fall: Gott ist da! Die Religion verschwindet nicht. Natürlich hat es in den vergangenen Jahren Diskussionen über die Religion gegeben: Religionen, die missbraucht worden sind, die missbraucht haben, die für politische Zwecke verwendet wurden. Auf diesen Missbrauch müssen wir als gläubige Menschen eine Antwort geben“, sagte Kardinal Marx.

 

Neu sei, dass Religion oft instrumentalisiert, verharmlost oder banalisiert werde. In den zehn Geboten heiße es: „Du sollst den Namen Gottes nicht missbrauchen. Haben wir die Heiligkeit Gottes erkannt und uns dafür eingesetzt?“, fragte Kardinal Marx. Oft genug sei in den zurückliegenden Wochen und Monaten deutlich geworden, dass im Namen der Religion und im Namen Gottes andere missbraucht worden seien. Wenn die Bischofkonferenz über Missbrauch nachdenke, sei damit die Frage des sexuellen Missbrauchs gemeint, aber auch der Missbrauch, wenn sich die Religion über andere erhebe. „Deshalb brauchen wir einen Weg der Erneuerung. Gerade die österliche Bußzeit ruft uns auf, diesen Weg als ganzes Gottesvolk zu gehen. Von Gott zu sprechen sollten wir demütig und verantwortungsvoll tun und nicht von oben herab“, so Kardinal Marx.

 

Die Gottesbegegnung zeige sich in der Person Jesu von Nazareth und im Nächsten. „In der konkreten Wahrnehmung der Nächstenliebe komme ich dem Geheimnis Gottes auf die Spur – wenn wir dem Armen und Kranken, dem Missbrauchten und Ausgestoßenen begegnen. Nur so können wir eine neue Glaubwürdigkeit gewinnen, nachdem, was manche Priester anderen angetan haben. Die Ausbeutung, die durch Missbrauch geschehen ist, kann nie gutgeheißen werden. Sind wir uns darüber bewusst, wie viel Leben und wie viel Glauben zerstört wurde?“, fragte Kardinal Marx.

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz betonte in seiner Predigt, dass die Bischöfe alles tun würden, um Missbrauch aufzuklären. „Aber es geht um mehr, es geht um das, was Papst Johannes Paul II. zum Heiligen Jahr 2.000 als ‚Reinigung des Gedächtnisses‘ bezeichnet hat: Eine Reinigung im umfassenden Sinne – der Kirche, der Theologie, der Tradition, der Geschichte!“ Dieser Prozess der Reinigung sei nicht nach drei Tagen abgeschlossen, sondern ein kontinuierlicher Weg. „Ich glaube, dass wir an einer neuen Epochenschwelle der Kirche stehen: tastend und suchend, aber in der Verantwortung von allen im Gottesvolk. Nur so können wir eine Reinigung ermöglichen, die dann ahnen lässt, was das Heilige, was Gott bedeutet“, so Kardinal Marx. Dbk 12

 

 

 

Lebenslauf von Bischof Dr. Michael Gerber

 

Fulda. Der Fuldaer Bischof Dr. Michael Gerber wurde am 15. Januar 1970 in Oberkirch geboren. Nach Studien in Freiburg im Breisgau und in Rom wurde er am 11. Mai 1997 zum Priester für die Erzdiözese Freiburg geweiht. Danach war er zwei Jahre als Vikar in Malsch bei Ettlingen und weitere zwei Jahre als priesterlicher Mitarbeiter an der Katholischen Hochschulgemeinde PH/Littenweiler tätig. Von 2001 bis 2011 war er stellvertretender Leiter im Priesterseminar Collegium Borromaeum in Freiburg. Im Jahr 2007 promovierte er bei Prof. Dr. Hubert Windisch im Fach Pastoraltheologie an der Theologischen Fakultät der Universität Freiburg. Titel der Dissertation ist „Zur Liebe berufen: Pastoraltheologische Kriterien für die Formung geistlicher Berufe in Auseinandersetzung mit Luigi M. Rulla und Josef Kentenich“. Von 2011 bis 2014 war er Regens des Erzbischöflichen Priesterseminars in Freiburg. Seit seiner Kindheit und Jugend ist Michael Gerber in der Schönstattbewegung beheimatet. Er gehört dem Schönstatt-Institut-Diözesanpriester und damit einer der schönstättischen Priestergemeinschaften an. Von 2005 bis 2013 war er auch Mitglied des Leitungsteams dieser internationalen Gemeinschaft. Am 12. Juni 2013 ernannte ihn Papst Franziskus zum Titularbischof von Migirpa und zum Weihbischof in der Erzdiözese Freiburg im Breisgau. Am 8. September 2013 wurde er durch Erzbischof Dr. Robert Zollitsch zum Bischof geweiht. Ab 2014 war er in seiner Heimatdiözese Bischofsvikar für Gemeinschaften und Personen des geweihten Lebens, Geistliche Gemeinschaften und Bewegungen und seit 2015 Bischofsvikar für den Bereich Pastorale Aus- und Weiterbildung in der Erzdiözese Freiburg. Bischof Dr. Gerber arbeitet seit September 2013 in der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste der Bischofskonferenz mit. Dort ist er der Kontaktbischof für den Ständigen Diakonat. Außerdem wurde er 2016 in die Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz gewählt. In deren Auftrag ist er zuständig für die beiden Pfadfinderverbände des BDKJ, die PSG und die DPSG.

 

Am 13. Dezember 2018 wurde er von Papst Franziskus nach Wahl durch das Fuldaer Domkapitel zum neuen Bischof von Fulda ernannt. Damit wurde er Nachfolger des emeritierten Bischofs von Fulda, Heinz Josef Algermissen, dessen altersbedingten Rücktritt der Papst am 5. Juni 2018 angenommen hatte. Am 31. März 2019 wird Bischof Dr. Gerber im Rahmen eines feierlichen Gottesdienstes im Fuldaer Dom durch den Metropoliten der Kirchenprovinz, den Paderborner Erzbischof Hans-Josef Becker, in sein Amt als neuer Oberhirte der Diözese Fulda eingeführt.

 

Der bischöfliche Wahlspruch von Bischof Dr. Michael Gerber lautet „tecum in foedere“ (dt. „Mit dir im Bund“). Er verweist auf wesentliche Linien seines theologischen Denkens und pastoralen Ansatzes. „Bund“ bezeichnet im Alten und Neuen Testament das Grundverhältnis von Gott zu seinem Volk. Die Beziehung von Gott zu seinem Volk ist von Freiheit und Liebe geprägt. Innerhalb dieses Volkes erfahren Menschen auf je originelle Weise: „Der Herr ist mit Dir“, vgl. etwa Maria bei der Verkündigung des Engels (Lk 1,28). Gott beruft den Menschen zur Mitarbeit bei seinem Handeln an der Schöpfung. Das kennzeichnet die Würde des Menschen: Er selbst kann als Bild Gottes schöpferisch und heilend wirken. „Mit dir“ – das ist zugleich die Antwort, die Menschen auf diesen Ruf Gottes gegeben haben. Sie spüren: Eigentlich überfordern mich die Aufgaben, vor die wir gestellt sind. Diese Erfahrung macht gerade auch ein Bischof. Das Vertrauen auf Gott gibt uns die Kraft, den nächsten Schritt zu gehen. Damit soll das „mit dir“, das Gott zu uns spricht, auch das menschliche Handeln prägen. Das Zweite Vatikanische Konzil hat neu den Gedanken der Communio entdeckt. Das Wirken der einzelnen Charismen, Dienste und Ämter in der Kirche kann dort fruchtbar werden, wo die originelle Berufung des je Anderen als Bereicherung für das Ganze entdeckt wird.

 

Bischof Dr. Gerber ist der 97. Oberhirte seit dem heiligen Sturmius und der 18. Bischof von Fulda seit der Bistumsgründung im Jahr 1752. Er übernimmt eine Diözese mit 389.840 Katholiken (Stand: 31. Dezember 2017) bei einer Gesamtbevölkerung von 1.720.203 Menschen. Das Bistum Fulda erstreckt sich vom nordhessischen Bad Karlshafen bis in den Frankfurter Stadtteil Bergen-Enkheim und von der Universitätsstadt Marburg in Oberhessen bis nach Geisa im Thüringer Land auf einer Fläche von 10.318 Quadratkilometern. Fulda ist ein Diasporabistum, in dem die Katholiken insgesamt in einer Minderheit sind, wenn auch mit regional starken Unterschieden. Das Bistum gliedert sich derzeit in zehn Dekanate, 43 Pastoralverbünde und 274 Kirchengemeinden. Zum Presbyterium der Diözese gehören 262 Priester, inklusive solche im Ruhestand, und 34 Ordenspriester. 21 Ordensgemeinschaften mit 183 Ordensschwestern und 25 Ordensbrüdern sind hier vertreten. Die Zahl der Ständigen Diakone beläuft sich auf 58, von denen 42 im aktiven Dienst tätig sind. Die Diözese hat 125 Gemeindereferentinnen und 29 Pastoralreferentinnen und -referenten. Pfingsten 2017 setzte Bischof Algermissen die sogenannten Strategischen Ziele zur Neuausrichtung der Seelsorge im Bistum Fulda in Kraft. Sie sind der Abschluss eines längeren Prozesses und beinhalten konkret überprüfbare Schritte bis 2030. Bereits 2002 hatte Bischof Algermissen nach seiner Amtsübernahme den Pastoralen Prozess zur Sicherung einer zukunftsfähigen Kirche von Fulda eingeleitet, der zur Gründung von zurzeit 43 Pastoralverbünden von Kirchengemeinden führte. An diesen Pastoralverbünden sollen sich die künftig zu errichtenden größeren Pfarreien orientieren. Bpf 12

 

 

 

 

Fastenhirtenbriefe zum Thema Missbrauch

 

In ihren Hirtenbriefen zur Fastenzeit haben mehrere Bischöfe in Deutschland Machtmissbrauch und sexuellen Missbrauch thematisiert. Der Münchner Erzbischof Kardinal Reinhard Marx rief dazu auf, die Wochen bis Ostern zu nutzen, um grundlegende Veränderungen anzustoßen.

D: Frühjahrsvollversammlung der Bischöfe berät über Reformen

„Es geht hier nicht einfach um einige kirchenpolitische Maßnahmen, sondern um einen Weg der Erneuerung“, schrieb der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Marx. Themen wie „Macht, Machtmissbrauch und Kontrolle von Macht in der Kirche“ müssten mutig angepackt werden.

Auch müsse der Blick auf die Ausbildung der Priester und die priesterliche Lebensform gerichtet werden, so Marx; ebenso Fragen der Sexualmoral der Kirche. Diese Fragen müssten auch in der Deutschen Bischofskonferenz weiter besprochen werden, die sich ab Montagnachmittag zur Frühjahrsvollversammlung in Lingen trifft.

Der Limburger Bischof Georg Bätzing kritisierte „das beschämende Handeln von Kirchenverantwortlichen in früheren Jahren“ im Umgang mit Missbrauchsfällen. „Anstatt den Opfern Gehör zu schenken und ihnen Hilfe anzubieten, sind Täter gedeckt und ist Missbrauch verharmlost und vertuscht worden, um angeblich Schaden von der Kirche abzuwenden“, so Bätzing. Je öfter er mit Betroffenen spreche oder ihre Zeugnisse lese, „umso mehr wachsen meine Abscheu und Wut“. Der Bischof kündigte für Ende März ein Maßnahmenpaket in seiner Diözese an.

Der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick appellierte an die Christen, ihren Glauben auch nach außen zu bezeugen. Die Missbrauchs- und Finanzskandale belasteten die Kirche schwer. Das könne zu Resignation führen. Daher sei es wichtig, die Verbrechen aufzuarbeiten und durch Prävention weiteren Missbrauch zu verhindern. Vor allem aber müssten sich alle Getauften bemühen, authentisch christlich zu leben und den Glauben weiterzutragen.

Der Münsteraner Bischof Felix Genn äußerte Verständnis für Kirchenaustritte: „Ich kann sehr gut verstehen, dass Menschen sich zu diesem Schritt entscheiden, haben doch diejenigen, die dazu gerufen waren, Beziehungen unter den Menschen zu stiften, diese Beziehungen zu ihren eigenen egoistischen Zwecken missbraucht.“ In der Vergangenheit habe die Kirche das Leid der Betroffenen nicht gesehen und daher im Umgang mit den Tätern falsch gehandelt. Er sicherte zu, Täter und Vertuscher genau zu identifizieren und zu benennen.

Der Würzburger Bischof Franz Jung sagte, er sei sich bewusst, dass viele Menschen der Kirche nicht zutrauten, den Missbrauch in ihren Reihen aufzuarbeiten. „Dagegen helfen keine Worte, sondern nur Taten, an denen man sich messen lassen muss“, schrieb er. Viele wünschten sich rasches Handeln; das sei nachvollziehbar. Dennoch werde es einige Zeit in Anspruch nehmen, 2weil wir diesen Weg der Erneuerung nicht alleine gehen wollen, sondern in Zusammenarbeit mit vielen anderen Kräften unserer Gesellschaft, die mit uns das Ziel verfolgen, Missbrauch nachhaltig zu unterbinden“. (kna 11)

 

 

 

Kardinal Woelki plädiert für eine Sonntagsmesse pro Pfarrei

 

Angesichts des Priestermangels plädiert der Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki dafür, dass es sonntags in jeder Gemeinde nur noch eine Messfeier geben soll. Dadurch könne in mehr Gemeinden am Sonntag die sogenannte Eucharistie gefeiert werden, betont der Erzbischof in seinem im Amtsblatt der Erzdiözese Köln veröffentlichten Fastenhirtenbrief.

Woelki erinnert an den altchristlichen Brauch, wonach in jeder Gemeinde am Sonntag nur eine Eucharistie als Versammlung der ganzen Gemeinschaft gefeiert worden sei. „Dahinter steht die Glaubensüberzeugung, dass die Feier der Eucharistie am Sonntag der Sammlung der Gemeinde und nicht ihrer Zerstreuung - gleichsam ihrer 'Diaspora' - dienen soll“, so der Erzbischof. Die Praxis habe in der katholischen Kirche bis ins 19. Jahrhundert hinein Geltung gehabt und sei in der Ostkirche bis heute in Kraft. Angesichts der aktuellen Situation der Seelsorge votiert Woelki dafür, sich auf „diese alte Tradition zurückzubesinnen und sie situationsgerecht und pastoral verantwortet zu erneuern“.

“ Die Eucharistie ist und bleibt das Herz der Kirche ”

„Die Eucharistie ist und bleibt das Herz der Kirche“, betont der Erzbischof in dem Hirtenbrief. Sie sei durch nichts ersetz- oder austauschbar. Deshalb müsse die Kirche dafür sorgen, dass genügend Priester zur Verfügung stehen. Der Fastenhirtenbrief soll an diesem Wochenende in den Sonntags- und Vorabendgottesdiensten der Erzdiözese verlesen werden.

Nach den Worten des Kardinals muss sich das Bewusstsein für die Bedeutung der sonntäglichen Eucharistiefeier „dringend erneuern“. Dabei werde nicht nur an ein vergangenes Geschehen erinnert; „in den eucharistischen Gaben ist der Herr wirklich gegenwärtig“. Und die Kirche sei dort am dichtesten gegenwärtig, wo die Eucharistie gefeiert werde. „Die Teilnahme am gemeindlichen Sonntagsgottesdienst ist immer noch ein sensibler Gradmesser für die sonstige Teilnahme am kirchlichen Leben - auch wenn dies heute nicht gern gehört wird“, so Woelki. (kna 10)

 

 

 

Neue Folge: Papst Franziskus erklärt die Zehn Gebote

 

Er kann’s nicht lassen: Papst Franziskus formuliert bekannte Bibeltexte gerne mal um, damit neue Bedeutungs-Nuancen hörbar werden. Manchmal ist das provokant, wie sich bei seiner Neuformulierung der Vaterunser-Bitte „Führe uns nicht in Versuchung“ gezeigt hat – eine wochenlange Debatte folgte auf seinen Hinweis, Gott könne und wolle uns gar nicht in Versuchung führen.

Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Auch das siebte der Zehn Gebote formuliert Franziskus um. „Du sollst nicht stehlen“, heißt es im Original, und der italienische Komiker Roberto Benigni lästerte einmal in einer TV-Show, damit habe Gott am Sinai ein Gebot eigens für die Italiener erlassen. Doch beim Papst heißt das Gebot Nummer sieben so: „Du sollst deine Mitmenschen lieben – und zwar, indem du dir deinen Besitz zunutze machst.“

„Die Welt ist reich an Ressourcen, um allen die Grundgüter zu gewährleisten“, erklärte Franziskus bei einer Generalaudienz, in der er im letzten Herbst über die Zehn Gebote sprach. „Viele leben jedoch in skandalöser Armut, und die Ressourcen, die ohne Kriterium verwendet werden, werden vergeudet. Die Welt ist jedoch nur eine einzige! Die Menschheit ist eine einzige! Der Reichtum der Welt ist heute in den Händen der Minderheit, einiger weniger, während Armut, ja Elend und Leid, viele Menschen, die Mehrheit, betreffen.“

Was ich besitze, ist das, was ich zu schenken weiß

Wenn auf der Erde Hunger herrsche, dann nicht, weil es an Lebensmitteln fehlt, so der Papst. Im Gegenteil, aus wirtschaftlichen Gründen würden sie manchmal sogar zerstört oder weggeworfen. Was fehle, sei ein „solidarischer Ansatz“, der „eine gerechte Verteilung der Güter dieser Welt garantiert“.

„Jeder Reichtum muss, um gut zu sein, eine soziale Dimension haben. In dieser Perspektive wird die positive und weitreichende Bedeutung des Gebots ‚Du sollst nicht stehlen‘ deutlich… Der Besitz ist eine Verantwortung, die du hast. Und jedes Gut, das der Logik der Vorsehung Gottes entzogen wird, ist in seinem tiefsten Sinn verraten. Was ich wirklich besitze, ist das, was ich zu schenken weiß. Das ist das Maß, um zu bewerten, wie ich den Reichtum verwalte, ob gut oder schlecht. Dieses Wort ich wichtig: Was ich wirklich besitze, ist das, was ich zu schenken weiß!“

Leben ist nicht die Zeit zum Besitzen, sondern zum Lieben

Reichtum definiert sich laut Franziskus nicht nur von dem her, was ich habe, sondern auch von meiner Großherzigkeit her.

„Denn wenn es mir nicht gelingt, etwas hinzuschenken, dann darum, weil diese Sache mich besitzt, Macht über mich hat und ich ihr Sklave bin.“

Während die Menschheit sich abmühe, um „immer mehr zu haben“, erlöse Gott sie, „indem er arm wird“ – Franziskus weist da auf ein Paradox hin. „Was uns reich macht, sind nicht die Güter, sondern die Liebe… Das Leben ist nicht die Zeit, um zu besitzen, sondern um zu lieben.“

Bestellen Sie unsere CD!

Radio Vatikan beschäftigt sich in den Monaten Februar und März mit den Zehn Geboten: Unsere „Radio-Akademie“ stellt die Deutungen vor, die Papst Franziskus diesem alten Text gibt. Die neuen Folgen werden jeweils sonntags ausgestrahlt – allerdings nicht an Sonntagen, an denen Franziskus Auslandsreisen unternimmt. Ende März ist Franziskus in Marokko...

Die ganze Serie (5 Folgen insgesamt) können Sie bei uns gerne auf CD bestellen, wenn Sie sie noch einmal in Ruhe nachhören wollen. Schreiben Sie einfach eine Mail an cd-at-vaticannews.de, dann senden wir Ihnen die CD gern gegen einen Unkostenbeitrag zu. (vn7)

 

 

 

Priester mit Vorab-Deutschkenntnissen? „Eine sinnvolle Maßnahme“

 

Ausländische Geistliche, die in Deutschland arbeiten wollen, müssen künftig schon vorab Deutschkenntnisse nachweisen – diese Regelung will die Bundesregierung beschließen. Im Bistum Münster hält man das für eine sinnvolle Maßnahme. Warum, erklärt uns Renate Brunnett. Sie ist in Münster Referentin für die Priester der Weltkirche. Gudrun Sailer - Vatikanstadt

 

Viele Diözesen haben in den vergangenen Jahren Programme für Priester aufgelegt, die für einige Jahre zur Seelsorge nach Deutschland kommen möchten. Das in Münster entwickelte und bewährte Modell beginnt für den Priester mit einem Deutschkurs im Heimatland und umfasst auch die erste Zeit in Deutschland, erklärt Renate Brunnett.

Renate Brunnett: „Im Bistum Münster ist es schon jetzt so, dass wir von den Priestern erwarten, dass sie Deutschkenntnisse mitbringen, bevor sie in unser Bistum kommen. Wir machen das, um zu signalisieren, wie wichtig die deutsche Sprache ist, um in der Seelsorge mit den deutschen Menschen ins Gespräch zu kommen.

Vatican News: Das heißt, aus Ihrer Sicht ist das eine sinnvolle Maßnahme, vorab Deutschkenntnisse zu verlangen?

Renate Brunnett: „Richtig: Es braucht eine Grundkenntnis der Sprache, die natürlich durch Sprachkurse für die Priester der Weltkirche hier im Land erweitert wird. Eine Erfahrung ist auch, dass interkulturelles Lernen immer wechselseitig geschieht. Die Priester erzählen davon, wie sie den Glauben in ihren Heimatländern gestalten. Im Gespräch darüber entstehen Impulse für das Christsein hier bei uns.“

Vatican News: Worin besteht die Herausforderung für die Priester, wenn sie zunächst in ihrer Heimat Deutsch lernen müssen?  

Renate Brunnett: „Deutsch ist eine schwierige Sprache. Im Heimatland lernt man sie im Kurssystem, aber außerhalb des Kursraumes wird dann wieder die Muttersprache gesprochen. Das Lernen der Sprache wird somit ständig unterbrochen. Außerdem sind in manchen Ländern die Goethe-Institute nicht gut erreichbar, weil die Wege weit sind. Manche sagen auch, dass sie sich auf dem Weg von ihrem Dorf zum Kurs Gefahren aussetzen. Manche Städte sind dafür bekannt, dass es dort Überfälle gibt, sodass die Priester Angst haben, für den Deutschkurs dorthin zu kommen.”

Vatican News: Wie sieht denn das Programm insgesamt aus, das Sie im Bistum Münster für diese Priester entwickelt haben?

Renate Brunnett: „Die Priester kommen mit einem gewissen Sprachniveau, an das sich zwei Sprachkurse anschließen, die insgesamt vier Monate umfassen. Es handelt sich um eine Vollzeit-Sprachausbildung. Dann kommt ein viermonatiges Praktikum, wo die Sprache in einer Pfarrei unserer Diözese praktisch angewandt wird und der Priester sich auch allmählich mit der deutschen Kultur und Pastoral vertraut machen kann. Darauf folgt der dritte und letzte Sprachkurs, der zwei Monate umfasst. Dann kommt es zum Einsatz in einer Pfarrei. Parallel dazu gibt es einen Pastoralkurs, der aus verschiedenen Modulen besteht, um den Priestern aus der Weltkirche noch einmal ausdrücklich die Besonderheit der katholischen Kirche im Bistum Münster zu vermitteln und in einen Austausch zu kommen.”

Vatican News: Warum ist es sinnvoll, so viel Kapazität in die Ausbildung der Priester zu stecken?

Renate Brunnett: „Wir legen viel Wert auf diese intensive Einführung, weil sich zeigt, dass es ein dreifaches Lernen braucht: ein Lernen der deutschen Sprache, ein Lernen der deutschen Kultur und ein Kennenlernen der Weise deutsche Kirche zu sein, mit den Besonderheiten im Bistum Münster. Die Kulturunterschiede sind mitunter sehr groß und die Fremdheit in einer Kultur entdeckt man erst, wenn man es mit einer anderen Kultur zu tun hat. Es braucht viel Hinführung und Zeit. Es ist unsere Erfahrung, dass in der Regel schon ein  Kalenderjahr vergeht, bis die ausländischen Priester sich mit dem anderen Klima, den Gepflogenheiten, den verschiedenen Festen und Arten, wie gefeiert wird und wie der Alltag gestaltet wird, vertraut gemacht haben.“

Vatican News: Wie viele Priester bereiten Sie auf diese Weise vor, und aus welchen Ländern kommen sie?

Renate Brunnett: „Ins Bistum Münster kommen pro Jahr etwa zehn neue Priester.  Sie stammen aus Indien, afrikanischen Ländern wie Nigeria, Ghana, Tansania, Uganda und aus osteuropäischen Ländern wie Rumänien und Kroatien.”

Vatican News: Was sind die größten kulturellen Herausforderungen, vor denen diese Priester in Deutschland stehen?

Renate Brunnett: „Am Anfang sind es ganz lebenspraktische Unterschiede. Letztens erzählte mir ein Priester, er hätte zum ersten Mal im Leben eine Jacke angezogen, weil es hier so kalt ist. Die klimatischen Unterschiede, die Speisen, die wir hier zubereiten und essen: Manche vertragen diese am Anfang nicht und haben gesundheitliche Probleme. Der Umgang innerhalb der Familien, das Miteinander von Frauen und Männern in den Familien, in der Gesellschaft, in der Arbeitswelt ist sehr anders, als viele das kennen. Höflichkeitsformen, Umgangsformen: Wann äußere ich einen Wunsch, wann nehme ich mich zurück? Solche Gepflogenheiten in der Kommunikation sind sehr unterschiedlich.”

Vatican News: Die Priester kommen auf fünf Jahre, die dann verlängert werden können. Welche Erfahrungen machen Sie mit diesem Modell, wo hakt es am ehesten?

Renate Brunnett: „Die größten Herausforderungen sind natürlich am Anfang die sprachlichen Kompetenzen, aber auch in der Seelsorge geht es um existentielle Fragen: Trauer, Leid, Notsituationen, aber auch große Freude, wenn ein Kind geboren wird, wenn ein Mann und eine Frau Ja zueinander sagen wollen. In diese existentiellen Situationen hineinzugehen bedarf einer Kulturkompetenz. Was bedeutet es, wenn ein Kind heute in eine Familie hineingeboren wird, wenn ein erwachsener Mensch sich für die eigene Taufe entscheidet? Das sind Zusammenhänge, die für uns Deutsche vielleicht nicht so schwierig sind, aber bei Menschen aus fremden Kulturen viele Fragen aufwerfen. Da braucht es Sensibilität, und die will geschult sein. Es braucht das Mitleben in unserer Kultur und Gesellschaft, um daraufhin vorbereitet zu werden.” (vatican news 8)

 

 

 

 

Botschaft zum Weltgebetstag um geistliche Berufungen 2019

 

Vatican News dokumentiert an dieser Stelle die Botschaft zum 56. Weltgebetstag um geistliche Berufungen in offizieller deutscher Übersetzung. In diesem Jahr findet der Weltgebetstag am 12. Mai statt. Der Mut zum Wagnis für die Verheißung Gottes

 

Liebe Brüder und Schwestern, nach der lebendigen und fruchtbaren Erfahrung der Jugendsynode im vergangenen Oktober haben wir vor kurzem in Panama den 34. Weltjugendtag begangen. Es waren dies zwei große Treffen, die es der Kirche erlaubt haben, auf die Stimme des Heiligen Geistes zu hören wie auch dem Leben der jungen Menschen Gehör zu schenken, ihren Fragestellungen, der Müdigkeit, die sie bedrückt, und der Erwartungen, die sie haben.

Ich möchte genau das, was ich mit den Jugendlichen in Panama teilen konnte, an diesem Weltgebetstag für geistliche Berufungen wieder aufgreifen und darüber nachdenken, wie der Ruf des Herrn uns zu Trägern der Verheißung macht und zugleich den Mut zum Wagnis mit ihm und für ihn von uns verlangt. Ich möchte kurz bei diesen beiden Aspekten verweilen – die Verheißung und das Wagnis. Dazu möchte ich gemeinsam mit euch die Stelle des Evangeliums von der Berufung der ersten Jünger am See von Galiläa betrachten (Mk 1,16-20).

Zwei Brüderpaare – Simon und Andreas zusammen mit Jakobus und Johannes – sind gerade bei ihrer täglichen Arbeit als Fischer. In diesem anstrengenden Beruf haben sie die Gesetze der Natur erlernt und manchmal mussten sie ihnen trotzen, wenn die Winde ungünstig waren und die Wellen die Boote durchschüttelten. An manchen Tagen belohnte ein reicher Fischfang die harte Mühe, aber andere Male genügte der Einsatz einer ganzen Nacht nicht, um die Netze zu füllen, und man kehrte müde und enttäuscht ans Ufer zurück.

Dies sind die gewöhnlichen Lebenssituationen, in denen jeder von uns sich an den Wünschen misst, die er im Herzen trägt: Er setzt sich in Tätigkeiten ein, von denen er hofft, dass sie fruchtbar sein mögen, er geht im „Meer“ vieler Möglichkeiten auf der Suche nach der richtigen Route voran, die seinen Durst nach Glück stillen kann. Zuweilen freut man sich über einen guten Fischfang, andere Male jedoch muss man sich mit Mut wappnen, um ein von den Wellen hin und her geworfenes Schiff zu steuern, oder mit der Enttäuschung rechnen, mit leeren Netzen dazustehen.

Wie in jeder Berufungsgeschichte ereignet sich auch in diesem Fall eine Begegnung. Im Vorübergehen sieht Jesus diese Fischer und nähert sich … So ist es mit der Person geschehen, mit der wir uns entschieden haben, das Leben in der Ehe zu teilen, oder so war es, als wir die Anziehungskraft des geweihten Lebens verspürt haben: Wir haben die Überraschung einer Begegnung erlebt und in diesem Augenblick haben wir die Verheißung einer Freude erahnt, die imstande ist, unser Leben erfüllt zu machen. So ging Jesus an jenem Tag am See von Galiläa diesen Fischern entgegen und brach die »Lähmung durch die Normalität« (Predigt am 22. Welttag des geweihten Lebens, 2. Februar 2018) auf. Und sofort richtete er eine Verheißung an sie: »Ich werde euch zu Menschenfischern machen« (Mk 1,17)

Der Ruf des Herrn ist also nicht eine Einmischung Gottes in unsere Freiheit; er ist nicht ein „Käfig“ oder eine Last, die er uns aufgebürdet hat. Er ist vielmehr die liebevolle Initiative, mit der Gott uns entgegenkommt und uns einlädt, in ein großes Projekt einzusteigen, an dem er uns teilhaben lassen will. Er eröffnet uns dabei den Horizont eines viel weiteren Meeres und eines überreichen Fischfangs.

Es ist nämlich Gottes Wunsch, dass unser Leben nicht im Banalen gefangen bleibt, nicht träge in den Alltagsgewohnheiten dahintreibt und nicht Entscheidungen meidet, die ihm Bedeutung verleihen könnten. Der Herr will nicht, dass wir uns damit abfinden, in den Tag hineinzuleben, und denken, dass es im Grunde nichts gibt, wofür sich ein Einsatz voller Leidenschaft lohnen würde; er will nicht, dass wir so die innere Unruhe auslöschen, nach neuen Routen für unsere Fahrt zu suchen. Wenn er uns manchmal einen „wunderbaren Fischfang“ erleben lässt, so tut er dies, weil er uns entdecken lassen will, dass jeder von uns – auf verschiedene Weise – zu etwas Großem berufen ist und dass das Leben sich nicht in den Netzen des Sinnlosen und dessen, was das Herz betäubt, verfangen darf. Die Berufung ist somit eine Einladung, nicht am Ufer mit den Netzen in den Händen stehen zu bleiben, sondern Jesus auf dem Weg zu folgen, den er uns zugedacht hat, für unser Glück und für das Wohl der Menschen um uns.

Natürlich erfordert die Annahme dieser Verheißung den Mut zu einer Entscheidung. Als die ersten Jünger hörten, wie Jesus sie rief, an einer größeren Sendung teilzunehmen, »ließen sie sogleich ihre Netze liegen und folgten ihm nach« (vgl. Mk 1,18). Das bedeutet, dass wir, um dem Ruf des Herrn zu folgen, uns selbst ganz einbringen und das Wagnis eingehen müssen, uns einer völlig neuen Herausforderung zu stellen; wir müssen alles loslassen, was uns an unser kleines Boot binden möchte und uns daran hindert, eine endgültige Entscheidung zu treffen; von uns wird jene Kühnheit verlangt, die uns mit Nachdruck antreibt, den Plan zu entdecken, den Gott für unser Leben hat. Im Grunde genommen können wir uns, wenn wir vor dem weiten Meer der Berufung stehen, nicht länger damit begnügen, auf dem sicheren Boot unsere Netze zu flicken, sondern wir müssen der Verheißung des Herrn vertrauen.

Ich denke hier zunächst an die Berufung zum christlichen Leben, die wir alle in der Taufe empfangen und die uns daran erinnert, dass unser Leben nicht ein Produkt des Zufalls ist, sondern das Geschenk, vom Herrn geliebte Kinder zu sein, die in der großen Familie der Kirche versammelt sind. Gerade dort, in der kirchlichen Gemeinschaft, wird die christliche Existenz geboren und entwickelt sie sich, vor allem dank der Liturgie, die uns hineinführt in das Hören des Wortes Gottes und in die Gnade der Sakramente; hier werden wir von klein auf in die Kunst des Gebetes eingeführt und angeleitet, brüderlich alles miteinander zu teilen. Eben weil sie uns zum neuen Leben gebiert und uns zu Christus führt, ist die Kirche unsere Mutter; deshalb müssen wir sie auch dann lieben, wenn wir auf ihrem Gesicht die Falten der Schwäche und der Sünde sehen, und wir müssen dazu beitragen, sie immer schöner und leuchtender zu machen, damit sie ein Zeugnis der Liebe Gottes in der Welt sein kann.

Das christliche Leben findet dann seinen Ausdruck in jenen Entscheidungen, die nicht nur unserem eigenen Weg eine klare Richtung geben, sondern zugleich auch zum Wachstum des Reiches Gottes in der Gesellschaft beitragen. Ich denke an die Entscheidung, in Christus die Ehe zu schließen und eine Familie zu gründen, sowie an andere Berufungen in Bezug auf die Arbeits- und Berufswelt, auf das Engagement im Bereich der Nächstenliebe und Solidarität, auf die soziale und politische Verantwortung usw. Das sind Berufungen, die uns zu Trägern einer Verheißung von Güte, Liebe und Gerechtigkeit machen, nicht nur für uns selbst, sondern auch für unser soziales und kulturelles Umfeld, in dem wir leben und wo mutige Christen und authentische Zeugen des Reiches Gottes gefragt sind.

In der Begegnung mit dem Herrn wird der eine oder andere die Faszination einer Berufung zum geweihten Leben oder zum Priesteramt verspüren. Diese Entdeckung begeistert und erschreckt zugleich: Man fühlt sich berufen, „Menschenfischer“ im Boot der Kirche zu werden und zwar in der Ganzhingabe seiner selbst und in der Verpflichtung zum treuen Dienst am Evangelium und an den Brüdern und Schwestern. Diese Entscheidung beinhaltet das Wagnis, alles zurückzulassen, um dem Herrn zu folgen, und sich ganz ihm zu weihen, um an seinem Werk mitzuwirken. Viele innere Widerstände können eine solche Entscheidung behindern. Ebenso kann man auch in manchem sehr säkularisierten Umfeld, in dem es für Gott und das Evangelium keinen Raum mehr zu geben scheint, mutlos werden und in eine »Hoffnungsmüdigkeit« (Predigt in der Messe mit Priestern, Ordensleuten und Laienbewegungen, Panama, 26. Januar 2019) verfallen.

Und doch gibt es keine größere Freude, als sein Leben für den Herrn zu wagen! Besonders euch jungen Menschen möchte ich sagen: Seid nicht taub für den Ruf des Herrn! Wenn er euch auf diesen Weg ruft, dann zieht die Ruder nicht ins Boot zurück und vertraut euch ihm an. Lasst euch nicht von der Angst anstecken, die uns lähmt angesichts der hohen Gipfel, auf die der Herr uns einlädt. Denkt immer daran, dass der Herr denen, die ihre Netze und ihr Boot verlassen, um ihm zu folgen, die Freude eines neuen Lebens verheißt, die ihre Herzen erfüllt und ihren Weg beseelt.

Liebe Brüder und Schwestern, es ist nicht immer einfach, die eigene Berufung zu erkennen und sein Leben entsprechend auszurichten. Aus diesem Grund bedarf es eines immer neuen Engagements der ganzen Kirche – der Priester, Ordensleute, pastoralen Mitarbeiter und Erzieher –, damit insbesondere die Jugendlichen Gehör finden und einen Weg der Unterscheidung gehen können. Es bedarf einer Jugend- und Berufungspastoral, die vor allem durch das Gebet, die Betrachtung des Wortes Gottes, die eucharistische Anbetung und die geistliche Begleitung hilft, den Plan Gottes zu entdecken.

Wie wir während des Weltjugendtages in Panama immer wieder gesehen haben, müssen wir auf Maria schauen. Auch im Leben dieser jungen Frau war die Berufung zugleich eine Verheißung und ein Wagnis. Ihre Mission war nicht einfach, aber sie hat nicht zugelassen, dass die Angst die Oberhand gewinnt. Ihr „Ja“ »war das „Ja“ eines Menschen, der sich einbringen und Risiken eingehen will und alles auf eine Karte setzen will, mit keiner anderen Garantie als der Gewissheit, Trägerin einer Verheißung zu sein. Und ich frage einen jeden von euch: Fühlt ihr euch als Träger einer Verheißung? Welche Verheißung trage ich im Herzen, für die ich mich einsetzen muss? Maria würde zweifelsohne eine schwierige Mission haben, aber die Schwierigkeiten waren kein Grund, „Nein“ zu sagen. Es war klar, dass es Komplikationen geben würde, aber es wären nicht dieselben Komplikationen gewesen, die auftreten, wenn die Feigheit uns lähmt, weil nicht schon alles im Voraus geklärt oder abgesichert war« (Vigil mit den Jugendlichen, Panama, 26. Januar 2019).

An diesem Tag beten wir gemeinsam zum Herrn, dass er uns seinen Plan der Liebe für unser Leben entdecken lässt und uns den Mut gibt, den Weg zu wagen, den er uns von jeher zugedacht hat.

Aus dem Vatikan, am 31. Januar 2019, dem Gedenktag des heiligen Johannes Bosco VN 9

 

 

 

 

Trendfasten

 

Papst Franziskus soll 40 Tage lang vegan leben und möglichst viele dazu inspirieren, es ihm gleich zu tun. Die Kirchen und Naturschutzvereine rufen zu einem 40-tägigen Verzicht auf das Auto auf. Fasten liegt voll im Trend. Vor allem wenn man dabei noch etwas Gutes tun kann. Doch entsprechen diese Fastentrends überhaupt noch dem Sinn der österlichen Bußzeit?

Die Blue Horizon International Foundation hat die „Million Dollar Vegan Kampagne“ ins Leben gerufen und den Papst dazu aufgefordert, für die gesamte Dauer der Fastenzeit auf tierische Produkte zu verzichten. Dadurch sollen auf das Leid der Tiere und die klimatischen Auswirkungen der Massentierhaltung aufmerksam gemacht werden. Als „Belohnung“, wobei die Bezeichnung „Bestechung“ sogar noch angebrachter ist, soll Papst Franziskus eine Millionen Dollar für einen caritativen Zweck seiner Wahl erhalten. Die Kampagne hat bereits jetzt schon namenhafte Unterstützer, wie Ex-Beatle Paul McCartney oder die deutsche Popsängerin Nena. Die Aktivisten hoffen durch die Teilnahme von Papst Franziskus noch mehr Menschen zum Mitmachen zu bewegen.

Die nächste Social Media Challenge

Vegane Ernährung ist in den vergangenen Jahren, besonders bei der jüngeren Generation, immer populärer geworden. Sich vegan oder glutenfrei zu ernähren, ist längst Trend. Für alle, die diesem Trend noch nicht verfallen sind, bietet sich die zeitlich begrenzte Fastenzeit ideal dafür an, endlich auch auf den Zug aufzuspringen. Es klingt schon beinahe nach einer neuen Social Media Challenge. Neben der #icebucket- und #10yearschallenge folgt nun #40daysvegan. Am besten „teilt“ man seinen 40-tägigen Leidensweg dann noch auf seinen Social Media Kanälen und lässt so alle an seinem guten Beitrag für die Welt teilhaben. Und nach 40 Tagen Enthaltsamkeit freut man sich „tierisch“ auf die Ostereier. Die Idee hinter der Kampagne ist zweifelsohne nicht verkehrt, doch auf diese Weise wird der religiöse Aspekt des Fastens und der 40-tägigen Bußzeit aus dem Fokus genommen und stattdessen politische und gesellschaftliche „Missstände“ dort hinein platziert.

Buße für das Versagen der Politik

Gleiches gilt auch für das von den Kirchen proklamierte „Autofasten“. Sicherlich ist es sinnvoll, das Auto des Öfteren einmal stehen zu lassen und die 40 Tage Fastenzeit können eine gute Abgewöhnungsphase sein. Doch die Idee hinter dem Verzicht fungiert in gewisser Weise immer auch als eine Art schlechtes Gewissen. „Ich weiß, ich fahre zu oft mit dem Auto, deswegen versuche ich es jetzt, bewusst zu vermeiden.“ „Ich weiß, ich esse zu viel Fleisch und deswegen werde ich jetzt 40 Tage lang zum Veganer.“ Dabei ist der öffentliche Nahverkehr in einigen Teilen des Landes so unterentwickelt, dass die Leute dort alternativlos auf ihr Auto angewiesen sind. Natürlich essen wir alle zu viel Fleisch, doch die Kühltheken in den Geschäften überfluten uns regelrecht mit ihrem Angebot an Billigfleisch. Was also bringt es, wenn Papst Franziskus zum temporären Veganer wird und die alte Dame auf dem Land ihr Auto stehen lässt und die schweren Einkaufstaschen zu Fuß nach Hause trägt? Sie deuten auf Missstände hin, die nicht allein von den einzelnen Menschen beseitigt werden können, sondern vor allem politscher Veränderungen und Entscheidungen bedürfen.

Zeit der Umkehr

Daher machen solche Fastenaktionen nur Sinn, wenn sie auch noch nachhaltige Auswirkungen haben. Wenn ich einem Fastentrend folge, kann ich mich 40 Tage lang öffentlich als Gutmensch feiern lassen, weil ich durch meinen Verzicht das Leid der Tiere oder der Umwelt reduziere. Doch dies ist schnell vergessen, wenn ich nach Ostern wieder genau da weitermache, wo ich vor der Fastenzeit aufgehört habe. Die Fastenzeit soll eine Zeit der Buße und innerlichen Umkehr sein. Sie steht sozusagen zwischen zwei Phasen. Dem Alten und dem Neuen, welches mit Ostern, der Auferstehung Jesu, beginnt. Daher sollte die Fastenzeit als persönliche Reflexion verstanden werden, in der man für sich persönlich entscheidet, ohne welche Altlasten man in dieses „Neue“ starten möchte. Das entscheidende an der Fastenzeit und an Fastentrends ist nicht das Mitmachen, sondern das Bewusstmachen. Wenn ich mir das Tier- oder Umweltwohl bewusst mache und deshalb auf tierische Produkte oder das Auto verzichten möchte, dann braucht es dafür keine Kampagne, keinen Papst oder prominente Unterstützer und keinen #Hashtag. Fastenaktionen wie „Million-Dollar-Vegan“ oder „Autofasten“ verfolgen eine sinnvolle Idee: Menschen zu mobilisieren und sich für eine gute Sache einzusetzen. Allerdings ist die Gefahr groß, dass der religiöse Aspekt des Fastens zu sehr in den Hintergrund gerät und sie, im Fall der „Million-Dollar-Vegan“- Kampagne, zu stark kommerzialisiert werden. Dann sind die Fastentrends auch nichts weiter als gute Vorsätze, die man schnell wieder über den Haufen wirft. Wer wirklich im Sinne der Fastenzeit auf etwas verzichten möchte, sollte damit nicht hausieren gehen und nicht ein bestimmtes Ziel, wie das Fastenbrechen beim Osterbrunch,oder gar eine Belohnung anstreben. Papst Franziskus hat mittlerweile auf die „Million-Dollar-Vegan“ Kampagne geantwortet. Ob er nun aber die Fastenzeit vegan verbringen möchte oder nicht hat er ganz im Sinne des Aschermittwoch-Evangeliums unbeantwortet gelassen.

„Wenn ihr aber fastet, so sehet nicht düster aus wie die Heuchler […], damit sie den Menschen als Fastende erscheinen. […] Wenn du fastest, so salbe dein Haupt […], damit du nicht den Menschen als ein Fastender erscheinest, sondern deinem Vater, der im Verborgenen ist.“ (Matthäus 6:16- 18)

Denn wer trendfasten möchte oder sich selbst mit einem 40-tägigen Verzicht herausfordern will, kann dies schließlich an jedem beliebigen Tag anfangen und muss nicht erst bis zum Aschermittwoch warten. Kerstin Barton,  Kath.de 8

 

 

 

Zukunft der deutschen Gedenk- und Erinnerungskultur

 

Treffen von Kirchenvertretern und Rabbinern in Frankfurt am Main

 

Die Frage nach der Zukunft der deutschen Gedenk- und Erinnerungskultur stand im Zentrum des diesjährigen Treffens von Vertretern der Deutschen Bischofskonferenz, des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), der Allgemeinen und der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschlands am 7. März 2019 in Frankfurt am Main. Angesichts einer von Rechtspopulisten lautstark vorgetragenen Kritik an der deutschen Kultur der Erinnerung an die nationalsozialistische Diktatur stimmten Rabbiner und Kirchenvertreter darin überein, dass die Erinnerung an die Opfer des Nationalsozialismus unverzichtbar zur politischen Kultur Deutschlands und Europas gehört. Der Erfolg der Demokratie in Deutschland sei auch einer Gedenkkultur zu verdanken, die weder das Unrecht der Vergangenheit noch das antisemitische und menschenverachtende Erbe der NS-Zeit verschweigt.

 

Die Einschätzung, dass die Erinnerungskultur überfrachtet sei, finde sich schon in den 1950er Jahren, betonte der neue Vorsitzende der Allgemeinen Rabbinerkonferenz Deutschlands (ARK), Prof. Dr. Andreas Nachama, der auch die Ausstellung Topographie des Terrors in Berlin leitet. „Genau deswegen“, so Nachama weiter, „ist unsere gemeinsame Erinnerungsarbeit notwendig. Die Lehre aus der Geschichte ist: Völkermorde sind geschehen, also können sie wieder geschehen. Unsere Aufgabe – aller, die heute leben – ist es doch, dafür zu sorgen, dass so etwas möglichst nie wieder geschieht.“

 

Der Ratsvorsitzende der EKD, Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm, hob die Bedeutung „der jüdisch-christlichen Überlieferung für eine öffentliche Erinnerungskultur“ hervor: „Indem die Kirche gemeinsam mit den jüdischen Geschwistern öffentlich für das Gedächtnis der Opfer der Geschichte eintritt, indem sie verhindert, dass die Opfer von Ungerechtigkeit den endgültigen Tod durch das Vergessen erleiden, schafft sie die Voraussetzung für ein Erinnern, das gerade durch die Würdigung und Anerkennung vergangenen Leidens neues Leiden verhindert.“ Dem stimmte der katholische Bischof Dr. Ulrich Neymeyr (Erfurt), Vorsitzender der Unterkommission für die religiösen Beziehungen zum Judentum der Deutschen Bischofskonferenz, ausdrücklich zu. Er erinnerte an die Vergebungsbitte von Papst Johannes Paul II. im Jahre 2000 und fügte hinzu, dass der kritische Blick auch auf kirchliche Traditionen gerichtet werden müsse, um das Erbe antijüdischer Vorurteile zu überwinden: „Da haben wir in der Kirche noch einen weiten Weg vor uns – auch in der Verkündigung und Katechese, denn viele Katholiken haben noch falsche Vorstellungen vom Judentum.“

 

Einen kritischen Akzent setzte der Frankfurter Rabbiner Julian-Chaim Soussan von der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschlands (ORD). Zwar wolle er die Bedeutung der Erinnerungskultur für die Demokratie keineswegs schmälern. Allerdings dürften Juden in der öffentlichen Wahrnehmung nicht auf eine Opferrolle festgelegt werden. Es gelte vielmehr, den Reichtum der jüdischen Tradition und die Lebendigkeit des gegenwärtigen Judentums stärker im öffentlichen Bewusstsein zu verankern.

 

Seit 2006 treffen sich Vertreter der Allgemeinen Rabbinerkonferenz Deutschland (ARK) und der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschlands (ORD) mit Mitgliedern der Deutschen Bischofskonferenz und des Rates der EKD einmal jährlich zu einem ausführlichen Meinungsaustausch, an dem auch das Präsidium des Deutschen Koordinierungsrates der Gesellschaften für christlich-jüdische Zusammenarbeit teilnimmt. dbk

 

 

 

 

Neue Folge: Papst Franziskus erklärt die Zehn Gebote

 

Er kann’s nicht lassen: Papst Franziskus formuliert bekannte Bibeltexte gerne mal um, damit neue Bedeutungs-Nuancen hörbar werden. Manchmal ist das provokant, wie sich bei seiner Neuformulierung der Vaterunser-Bitte „Führe uns nicht in Versuchung“ gezeigt hat – eine wochenlange Debatte folgte auf seinen Hinweis, Gott könne und wolle uns gar nicht in Versuchung führen.

Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Auch das siebte der Zehn Geboet formuliert Franziskus um. „Du sollst nicht stehlen“, heißt es im Original, und der italienische Komiker Roberto Benigni lästerte einmal in einer TV-Show, damit habe Gott am Sinai ein Gebot eigens für die Italiener erlassen. Doch beim Papst heißt das Gebot Nummer sieben so: „Du sollst deine Mitmenschen lieben – und zwar, indem du dir deinen Besitz zunutze machst.“

 „Die Welt ist reich an Ressourcen, um allen die Grundgüter zu gewährleisten“, erklärte Franziskus bei einer Generalaudienz, in der er im letzten Herbst über die Zehn Gebote sprach. „Viele leben jedoch in skandalöser Armut, und die Ressourcen, die ohne Kriterium verwendet werden, werden vergeudet. Die Welt ist jedoch nur eine einzige! Die Menschheit ist eine einzige! Der Reichtum der Welt ist heute in den Händen der Minderheit, einiger weniger, während Armut, ja Elend und Leid, viele Menschen, die Mehrheit, betreffen.“

Was ich besitze, ist das, was ich zu schenken weiß

Wenn auf der Erde Hunger herrsche, dann nicht, weil es an Lebensmitteln fehlt, so der Papst. Im Gegenteil, aus wirtschaftlichen Gründen würden sie manchmal sogar zerstört oder weggeworfen. Was fehle, sei ein „solidarischer Ansatz“, der „eine gerechte Verteilung der Güter dieser Welt garantiert“.

„Jeder Reichtum muss, um gut zu sein, eine soziale Dimension haben. In dieser Perspektive wird die positive und weitreichende Bedeutung des Gebots ‚Du sollst nicht stehlen‘ deutlich… Der Besitz ist eine Verantwortung, die du hast. Und jedes Gut, das der Logik der Vorsehung Gottes entzogen wird, ist in seinem tiefsten Sinn verraten. Was ich wirklich besitze, ist das, was ich zu schenken weiß. Das ist das Maß, um zu bewerten, wie ich den Reichtum verwalte, ob gut oder schlecht. Dieses Wort ich wichtig: Was ich wirklich besitze, ist das, was ich zu schenken weiß!“

Leben ist nicht die Zeit zum Besitzen, sondern zum Lieben

Reichtum definiert sich laut Franziskus nicht nur von dem her, was ich habe, sondern auch von meiner Großherzigkeit her.

„Denn wenn es mir nicht gelingt, etwas hinzuschenken, dann darum, weil diese Sache mich besitzt, Macht über mich hat und ich ihr Sklave bin.“

Während die Menschheit sich abmühe, um „immer mehr zu haben“, erlöse Gott sie, „indem er arm wird“ – Franziskus weist da auf ein Paradox hin. „Was uns reich macht, sind nicht die Güter, sondern die Liebe… Das Leben ist nicht die Zeit, um zu besitzen, sondern um zu lieben.“

Bestellen Sie unsere CD!

Radio Vatikan beschäftigt sich in den Monaten Februar und März mit den Zehn Geboten: Unsere „Radio-Akademie“ stellt die Deutungen vor, die Papst Franziskus diesem alten Text gibt. Die neuen Folgen werden jeweils sonntags ausgestrahlt – allerdings nicht an Sonntagen, an denen Franziskus Auslandsreisen unternimmt. Ende März ist Franziskus in Marokko...

Die ganze Serie (5 Folgen insgesamt) können Sie bei uns gerne auf CD bestellen, wenn Sie sie noch einmal in Ruhe nachhören wollen. Schreiben Sie einfach eine Mail an cd-at-vaticannews.de, dann senden wir Ihnen die CD gern gegen einen Unkostenbeitrag zu. (vn 7)

 

 

 

Politischer Druck. Zahl der Kirchenasyle stark zurückgegangen

 

Im vergangenen Jahr haben die Innenminister die Regeln fürs Kirchenasyl verschärft. Flüchtlinge können nun auch nach 18 Monaten noch abgeschoben werden. Die Zahl der Fälle ist seitdem stark zurückgegangen. Das Innenministerium wertet das als Erfolg.

Die strengeren Regeln beim Kirchenasyl haben zu einem starken Rückgang der Fallzahlen geführt. Von Anfang August bis Jahresende 2018 wurden dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge 341 Fälle gemeldet, in denen Gemeinden abgelehnten Flüchtlingen Schutz gewährten, wie aus einer Antwort des Bundesinnenministeriums auf eine Anfrage der Grünen im Bundestag hervorgeht vorliegt. Das war ein drastischer Rückgang: Bis Ende Juli vergangenen Jahres summierten sich die Fälle noch auf 1.180.

Zwischen Januar und August verzeichnete das Bundesamt der Statistik zufolge monatlich rund 150 bis 200 Fälle. Ab August lagen die Zahlen dann nur noch im zweistelligen Bereich. Im August selbst waren es 57, im September 76 Fälle. Im Januar dieses Jahres gab es einen Tiefststand mit 47 Fällen.

Im Juni vergangenen Jahres hatten die Innenminister von Bund und Ländern eine Verschärfung der Praxis beim Kirchenasyl beschlossen, nachdem sie den Kirchen zuvor mehrfach vorgeworfen hatten, sich nicht an Verfahrensabsprachen zu halten. Die staatlichen Behörden bemängelten unter anderem, dass in vielen Fällen keine Dossiers abgegeben wurden oder Menschen das Kirchenasyl auch dann nicht verlassen haben, wenn das Bundesamt nach nochmaliger Prüfung ein Asylbegehren abgelehnt hat.

Fristverlängerung von 6 auf 18 Monate

Seit August 2018 können die Behörden die Frist für den sogenannten Selbsteintritt von 6 auf 18 Monate erhöhen, was im Ergebnis dazu führt, dass die Asylsuchenden länger mit einer Ausweisung aus Deutschland rechnen müssen. Bei vielen Fällen von Kirchenasyl handelt es sich um sogenannte Dublin-Fälle, für die ein anderer EU-Staat zuständig wäre. Deutschland kann diese Flüchtlinge binnen sechs Monaten in das andere EU-Land zurückschicken, ansonsten ist die Bundesrepublik selbst für das Verfahren zuständig. Das Kirchenasyl sorgt oft für ein Überschreiten dieser Frist. Mit der Verlängerung auf anderthalb Jahre soll es erschwert werden, dass sich Menschen unter kirchlicher Obhut der EU-Regelung entziehen.

Die Fristverlängerung habe sicherlich zu den gesunkenen Zahlen geführt, sagte eine Sprecherin des Bundesinnenministeriums am Freitag in Berlin. Sie wertete den Rückgang als „positives Signal“. Kirchenasyl könne nur dann Sinn ergeben, wenn sich alle Beteiligten an Verfahrensabsprachen halten, sagte sie. Zwischen Staat und Kirchen hatte es lange Zeit Streit ums Kirchenasyl gegeben.

Abschiebung in die Obdachlosigkeit

Aus den Zahlen des Ministeriums geht auch hervor, dass nur für einen geringen Prozentsatz der Kirchenasyl-Fälle das Bundesamt nach nochmaliger Prüfung von sich aus den Selbsteintritt erklärte: von den insgesamt mehr als 3.000 Fällen von Januar 2017 bis heute in nur 158 Fällen. Die Grünen-Bundestagsabgeordnete Luise Amtsberg kritisierte dies und verwies auf die Verschärfungen für Flüchtlinge in Italien. „Den zurückgeschickten Asylsuchenden droht damit de facto die Obdachlosigkeit in Italien – ein unhaltbarer Zustand, auf den die Kirchengemeinden durch die Gewährung von Kirchenasylen zu Recht hinweisen“, sagte sie.

Nach der Kritik der Behörden an den Kirchen ist im vergangenen Jahr auch die Zahl der Dossiers gestiegen, die Gemeinden über die Fälle erstellen sollen. Während 2017 beim Bundesamt noch knapp 800 Dossiers eingingen, waren es 2018 mehr als 1.000. Die Zahl der Kirchenasyle insgesamt war 2018 leicht von 1.561 auf 1.521 gesunken. (epd/mig 6)

 

 

 

 

Papst am Aschermittwoch: „Befreien wir uns vom Wunsch nach immer mehr"

 

Papst Franziskus hat zum Beginn der Fastenzeit vor einer Fixierung auf vergängliche Dinge gewarnt. „Äußeres Erscheinungsbild, Geld, Karriere Hobby: Wenn wir für diese Dinge leben, werden sie zu Götzen, die uns benutzen, zu Sirenen, die uns verzaubern und uns dann abdriften lassen“, sagte das Kirchenoberhaupt in der Messe am Aschermittwoch in der Basilika Santa Sabina.

Gudrun Sailer – Vatikanstadt

 

Wie jedes Jahr beging der Papst den Beginn der Fastenzeit mit einer Bußprozession und einem Gottesdienst in der frühchristlichen Kirche der Dominikaner auf dem Aventin-Hügel. Nach einem kurzen Gebet in der Benediktinerkirche Sant'Anselmo zog er unter dem feierlichen Gesang der Heiligenlitanei mit Kardinälen, Bischöfen und Ordensleuten zur nahegelegenen Basilika Santa Sabina. Bei der Messe teilte Franziskus das Aschenkreuz aus, das an die Vergänglichkeit alles Irdischen erinnert.

Die Fastenzeit ist „ein Wecker für die Seele“, sagte der Papst in der Predigt. Es gehe um Umkehr, darum, „den Kurs des Lebens wiederzufinden”. Das Aschenkreuz gebe die Richtung vor, es sei „ein Zeichen, das uns darüber nachdenken lässt, was in unseren Köpfen ist“. Die Asche auf dem Haupt „möchte uns taktvoll, aber ehrlich sagen: von vielen Dingen, die du im Sinn hast, hinter denen du jeden Tag herläufst und die dir Sorgen machen, wird nichts übrigbleiben.“ Besitz, Macht, Erfolg: alles vergängliche Ziele. Fastenzeit aber bedeute „wiederzuentdecken, dass wir für das Feuer geschaffen sind, das immer weiter brennt, nicht für die Asche, die sofort verglüht; für Gott sind wir geschaffen, nicht für die Welt; für die Ewigkeit des Himmels, nicht für den trügerischen Schein des Irdischen; zur Freiheit der Kinder Gottes, nicht zu einer Versklavung durch die Dinge.“

“ Dinge, die dazu da sind, dass man sich ihrer bedient, werden zu Dingen, denen man dienen muss ”

Almosen, Gebet, Fasten - die drei Schritte der Fastenzeit führen zurück zum Wesentlichen und Unvergänglichen, fuhr der Papst fort. „Das Gebet verbindet uns wieder mit Gott, die Liebe mit unserem Nächsten, das Fasten mit uns selbst.“ Gott, die Brüder und Schwestern, das eigene Leben – sie enden „nicht im Nichts; in sie sollten wir investieren“.

Franziskus verglich das menschliche Herz mit einer Kompassnadel. Wer sich von rein irdischen Dingen anziehen lasse, werde von ihnen früher oder später beherrscht. „Die Dinge, die dazu da sind, dass man sich ihrer bedient, werden zu Dingen, denen man dienen muss. Äußeres Erscheinungsbild, Geld, Karriere, Hobby: Wenn wir für diese Dinge leben, werden sie zu Götzen, die uns benutzen, zu Sirenen, die uns verzaubern und uns dann abdriften lassen.” Und weiter: „Wir müssen uns von den Tentakeln des Konsumismus und von den Schlingen des Egoismus befreien, vom Wunsch nach immer mehr, von der ständigen Unzufriedenheit, von einem Herzen, das sich der Not der Armen verschließt.“

“ Die Fastenzeit ist eine Gnadenzeit, die das Herz von Eitelkeiten befreien möchte”

Nur das Unvergängliche mache frei, so der Papst. „Die Fastenzeit ist eine Gnadenzeit, die das Herz von Eitelkeiten befreien möchte. Sie ist eine Zeit der Genesung von den Abhängigkeiten, die uns verführen. Sie ist eine Zeit, die den Blick auf das lenken möchte, was bleibt.“

In der Fastenzeit sollen Christen auf den Gekreuzigten schauen, empfahl Franziskus. Jesus lehre „vom Kreuz her den starken Mut zur Entsagung“. So zu leben, wie er es verlangt, sei schwierig, führe aber zum Ziel. „Das zeigt uns die Fastenzeit. Sie beginnt mit der Asche, führt uns aber schließlich zum Feuer der Osternacht; zur Entdeckung, dass der Leib Jesu im Grab nicht zu Asche wird, sondern glorreich aufersteht.” Das gelte auch für seine Nachfolger, die das unvergängliche Leben haben werden, wenn sie umkehren.

Auftakt zum Fastenzeit-Programm für den Papst

Für den Papst beginnt mit der traditionellen Liturgie auf dem Aventin das fastenzeitliche Programm bis Ostern, das ab Palmsonntag gewohnt dicht ist. Zunächst hält Franziskus von 10. bis 15. März gemeinsam mit leitenden vatikanischen Mitarbeitern die Fastenexerzitien. Sie finden wie seit Beginn des Bergoglio-Pontifikates im kirchlichen Gästehaus „Casa Divin Maestro” in dem Städtchen Ariccia südöstlich von Rom statt. In diesem Jahr hat der Papst den Benediktiner Bernardo Gianni, Abt von San Miniato al Monte in Florenz, als Exerzitienmeister ausgewählt. (vn 6)

 

 

 

 

Bischöfe gegen zu hohe Sprachhürden für ausländische Geistliche

 

Die Bischofskonferenz fordert realistische sprachliche Voraussetzungen für die Einreise ausländischer Geistlicher. In Zukunft müssen Geistliche aus Drittstaaten außerhalb der EU einen Nachweis über Deutschkenntnisse mitbringen.

In der Debatte um die Sprachkenntnisse von ausländischen Geistlichen warnt die Bischofskonferenz vor zu großen Anforderungen, die eine Einreise der Betroffenen womöglich verhindern. Verpflichtend für die Einreise sollte eine Sprachkompetenz sein, „die im Herkunftsland realistischerweise in einem überschaubaren Zeitraum erworben werden kann“. Für die weitere Sprachschulung müssten die religiösen Gemeinschaften die Verantwortung übernehmen. Das erklärte Pressesprecher Matthias Kopp am Dienstag.

Neue Regelungen

Die Bischofskonferenz sei in dieser Sache im Gespräch mit dem Bundesinnenministerium. Dessen Sprecherin hat am Montag erklärt, dass Geistliche aus Drittstaaten außerhalb der EU, die in Deutschland tätig sein wollen, künftig einen Nachweis über Deutschkenntnisse mitbringen müssen. Für Geistliche innerhalb der EU bleibe es bei den bisherigen Regelungen. Die  neue Regelung zielt vor allem auf Imame aus der Türkei. (kna 5)

 

 

 

 

Vatikan gibt Archive zum Pontifikat Pius XII. frei

 

Es ist eine Nachricht, auf die nicht nur Historiker lange gewartet haben: Die Akten zum Pontifikat Pius XII.', die im vatikanischen Geheimarchiv lagern, werden ab dem 2. März 2020 zu Forschungszwecken zugänglich sein. Das kündigte Papst Franziskus an diesem Montag an, bei einer Audienz für die Angestellten und Mitarbeiter des Geheimarchivs. Christine Seuss - Vatikanstadt

 

Die Öffnung der Archive wird somit genau ein Jahr nach dem 80. Jahrestag der Wahl von Eugenio Pacelli zum Papst stattfinden. „Ich treffe diese Entscheidung voll Freude und Vertrauen, nachdem ich mich mit meinen engsten Mitarbeitern beraten habe“, erläuterte der Papst, „und in der Gewissheit, dass die seriöse und objektive historische Forschung die glänzenden Momente dieses Papstes ebenso wie die Momente größter Schwierigkeiten, hart erkämpfter Entscheidungen und menschlicher wie christlicher Besonnenheit im rechten Licht und mit der angemessenen Kritik erscheinen lassen kann.“

Die Haltung des Pacelli-Papstes möge manch einem vielleicht als zu große Zurückhaltung erscheinen, fuhr Franziskus fort. Genauer ging er nicht auf häufig geäußerte Vorwürfe ein, Pius habe sich gegenüber dem Nazi-Regime zu zögerlich verhalten und zum Holocaust gar geschwiegen. Doch einige Worte der Verteidigung für Pius XII. fand der 1936 geborene argentinische Papst dann doch: Pius habe versucht, „in den Zeiten größter Dunkelheit und Grausamkeit die kleine Flamme humanitärer Initiativen wach zu halten, der verborgenen, aber stets aktiven Diplomatie und der Hoffnung auf mögliche gute Herzensregungen.“

 

    “ Die Kirche hat keine Angst vor der Geschichte ”

Die Kirche, so unterstrich der Papst dann mit Nachdruck, habe „keine Angst vor der Geschichte“: „Im Gegenteil, sie liebt sie! Deshalb öffne ich diesen dokumentarischen Reichtum und vertraue ihn den Forschern mit dem gleichen Vertrauen wie meine Vorgänger an.“

 

Ein Teil der Archivalien zu Pius XII. ist bereits auf Veranlassung von Paul VI. und Johannes Paul II. freigegeben worden. Außerdem erstellten Forscher um den Jesuiten Pierre Blet eine elfbändige Edition aller relevanten Aktenstücke zum Thema Pius und der Zweite Weltkrieg (Actes et documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, erschienen zwischen 1965 und 1981). Da Kritiker die Zusammenstellung der Dokumente als unvollständig empfanden, wurde die Edition von der Forschung nur unter Vorbehalt rezipiert.

 

Dem Pacelli-Papst sei es zugefallen, das Schiff Petri in einem der traurigsten und dunkelsten Momente des zwanzigsten Jahrhunderts zu steuern, fuhr Franziskus fort: „Das Jahrhundert war erschüttert und zerrissen durch den Weltkrieg mit dem darauf folgenden Zeitraum der Neuordnung der Nationen und dem Nachkriegsaufbau. Die Gestalt von Pius XII. ist bereits in vielen ihrer Aspekte untersucht, diskutiert und sogar kritisiert worden – man kann sagen, mit einigen Vorurteilen oder Übertreibungen.“ Doch heute seien auch die Qualitäten dieses Pontifikates ins rechte Licht gerückt: „pastoral vor allem, aber dann auch theologisch und diplomatisch.“

 

Öffnung der Dokumente bis zum Tod Pacellis

Die Öffnung der Archive betrifft das ganze Pontifikat Pacellis bis zu seinem Tod in Castel Gandolfo am 9. Oktober 1958, stellte Franziskus klar. Schon seit einigen Jahren arbeite das Geheimarchiv an einer Katalogisierung der Originalquellen, wie von seinem Vorgänger Benedikt XVI. gewünscht. Der Papst würdigte die Arbeit der Einrichtung, zu deren Leiter er letztes Jahr den portugiesischen Priester und Dichter José Tolentino de Mendonça ernannt hat.

 

„Eure Arbeit geschieht im Stillen, fern der Scheinwerfer. Ihr hütet die Erinnerung. In einem gewissen Sinn könnte man diese Arbeit vielleicht mit der Pflege eines mächtigen Baums vergleichen, dessen Äste sich gen Himmel recken, dessen Wurzeln aber tief in der Erde verankert sind. Wenn wir diesen Baum mit der Kirche vergleichen, dann sehen wir, dass sie gen Himmel gerichtet ist, wo unsere Heimat und unser äußerster Horizont ist; die Wurzeln stecken jedoch tief in der Fleischwerdung des Wortes, in der Geschichte, in der Zeit.“

 

Die Archivare mit ihrer geduldigen Arbeit trügen dazu bei, die Wurzeln am Leben zu erhalten, und ermöglichten den jungen Trieben ihr Wachstum in der Zukunft, so Franziskus. Dann ermunterte er seine Gäste dazu, auch in Zukunft den Forschern, die die vatikanischen Archive zu ihren Recherchen nutzen, bei ihrer Arbeit hilfreich zur Hand zu gehen. (vatican news 4)

 

 

 

Gesetzesänderung. Geistliche aus dem Ausland

 

Innenministerium will von Geistlichen Nachweis von Deutschkenntnissen

Geistliche aus dem Ausland sollen in Zukunft ohne ausreichenden Deutschkenntnissen nicht mehr nach Deutschland einreisen dürfen. Treffen dürften die Pläne des Bundesinnenministeriums insbesondere Imame.

Geistliche sollen nach Plänen des Bundesinnenministeriums künftig nur noch mit ausreichenden Deutschkenntnissen in der Bundesrepublik tätig sein dürfen. Eine Sprecherin des Ministeriums sagte am Montag in Berlin, man plane eine Änderung des Aufenthaltsgesetzes und der Beschäftigungsverordnung, um dies zur Einreisevoraussetzung zu machen. Die Beratung über die genauen Details der Regelung sei noch nicht abgeschlossen.

Die Sprecherin argumentierte, Geistlichen komme insbesondere vor dem Hintergrund der gestiegenen Zuwanderungszahl integrationspolitisch eine große Bedeutung zu. Die könne sich am besten entfalten, wenn die Geistlichen die deutsche Sprache sprechen. Die Regelung soll nach ihren Worten alle Geistlichen betreffen, die aus dem Ausland entsendet werden. Der Nachweis ausreichender Deutschkenntnisse könnte danach unter anderem von katholischen Priestern und Imamen aus Drittstaaten verlangt werden.

Ausbildung in Deutschland noch in Kinderschuhen

Inwieweit das Vorhaben in der großen Koalition abgestimmt ist, blieb am Montag offen. Die Pläne gehen über den Koalitionsvertrag von Union und SPD hinaus. CDU-Vorstandsmitglied Carsten Linnemann hatte ein Visum für Imame und andere religiöse Prediger gefordert, das an Deutschkenntnisse gekoppelt ist.

In muslimischen Gemeinden in Deutschland predigen in aller Regel Imame aus dem Ausland, unter anderem weil die Moschee-Gemeinden in Deutschland nicht über genügend finanzielle Mittel verfügen. Zudem steckt die Ausbildung deutscher Imame noch in den Kinderschuhen. Bei der Islamkonferenz im vergangenen November appellierte Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) an die Gemeinden, bei der Ausbildung voranzukommen. (epd/mig 5)

 

 

 

 

Aktion Autofasten 2019 – Mobilitätsgewohnheiten überprüfen

 

Fulda. Die dramatischen Folgen des Klimawandels sind überall immer mehr spürbar: Überschwemmungen, Wirbelstürme, Trockenheit, Gletscherschmelze, Wüstenausbreitung. „Die Lebensmöglichkeiten von Menschen, Tieren und Pflanzen werden durch unseren derzeitigen Lebensstil geschädigt“, ist die Umweltbeauftragte des Bistums Fulda, Dr. Beatrice van Saan-Klein, überzeugt. Die Gesellschaft müsse sich von Denk- und Handlungsweisen, die auf der Ausbeutung von Menschen, Mitgeschöpfen und natürlichen Ressourcen beruhten, verabschieden. „Um das Klima zu schützen, kann jeder einen kleinen Beitrag dazu leisten. Eine Möglichkeit hierfür bietet die Aktion Autofasten. Wer sein Auto stehen lässt und beispielsweise mit dem Bus oder der Bahn zur Arbeit fährt, erspart der Atmosphäre klimaschädliche Abgase.“ Deshalb lädt das Bistum Fulda auch 2019 wieder gemeinsam mit weiteren katholischen Bistümern in Deutschland und Luxemburg sowie einigen evangelischen Landeskirchen dazu ein, während der Fastenzeit vom 6. März bis zum 20. April die eigene Mobilität und das Verhältnis zum Automobil zu überdenken.

 

„Es soll nicht darum gehen, das Autofahren gänzlich zu verbieten. Aber wir können unsere Perspektiven ändern, wenn wir ganz bewusst und zumindest in der Fastenzeit auf andere Verkehrsmittel umsteigen. Das kann und soll zu neuen Einsichten und neuen Möglichkeiten und Erfahrungen führen.“ Dies sagte Dr. Barbara Hendricks, ehemalige Bundesumweltministerin. Ziel der Aktion Autofasten ist es, das eigene Auto so oft wie möglich stehen zu lassen und Alternativen auszuprobieren. Um das Ausprobieren einer klimafreundlichen Mobilität zu erleichtern, stiftet z. B. der Rhein-Main-Verkehrsbund (RMV) fünf Monats- und fünf Wochen-Tickets. Alle bis zum 18. März unter www.autofasten.de angemeldeten Teilnehmer kommen in die Verlosung dieser Tickets. Unter allen Teilnehmern in anderen Regionen Hessens, die sich bis zum 18. März anmelden, werden in diesem Jahr zehn Hessen-Tickets verlost.

 

Ein sinnvoller Weg ist laut van Saan-Klein auch das bewusste Halten an ein Tempolimit, z. B. 130 km/h auf der Autobahn. „Wenn schon nicht verzichten, dann wenigstens bewusst sparsam fahren“, hebt sie hervor. Es gibt auch eine Petition der Evangelischen Kirche in Mitteldeutschland (EKM), die ein bundesweites Tempolimit von 130 km/h erreichen will. Weitere Informationen hierzu finden sich unter https://www.ekmd.de/aktuell/projekte-und-aktionen/petition-tempolimit/faq/.  (bpf 5)