Notiziario religioso  11-24  novembre  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       30° anniversario della caduta del muro di Berlino. Vescovi Comece: “Costruire muri tra i popoli non è mai la soluzione”  1

2.       “Il Creatore si fa sempre cercare perché ognuno lo possa trovare”  1

3.       Papa Francesco: “La Chiesa cresce per attrazione e testimonianza”  1

4.       Vescovi Svizzera: “aiutare un bisognoso non è un reato!”  2

5.       Discriminazioni social e odio diffuso. Razzismo: chiese protestanti, scomunica per fanatici dell’odio  2

6.       Il Papa: “In alcuni Paesi essere cristiani è un crimine, anche oggi tante persecuzioni”  2

7.       Il Papa: grazie per il protocollo per i braccianti stranieri della Puglia  3

8.       Il Papa: “In questi giorni di messaggi negativi sulla morte, visitare i cimiteri”  3

9.       Ascolto degli Indios e difesa del creato  4

10.   Il rispetto della dignità e dell’integrità fisica della persona umana è un dovere morale  4

11.   Lo Spirito Santo: “Il protagonista della missione”  4

12.   La Solennità di Tutti i Santi e la commemorazione dei fedeli defunti 5

13.   Decreto sulla celebrazione della Beata Maria Vergine di Loreto da iscrivere nel Calendario Romano Generale  5

14.   “E senza amore, qual è il risultato?”  6

15.   Il Sinodo ha aperto nuove strade per l’evangelizzazione  6

16.   La preghiera per arrivare a Dio deve partire da un cuore umile  6

17.   Missionarie Scalabriniane: a Rocca di Papa aperto il Capitolo Generale  7

 

 

1.       Bischof Timmerevers spricht vor der Synode der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) in Dresden  8

2.       Erzbischof Koch: Deutsche sollen für Welt ohne Mauern werben  8

3.       Unser Sonntag: Hölle ist selbstgewählte Gottesferne  8

4.       „Kirche in Not“ veröffentlicht neuen Bericht zur Christenverfolgung  9

5.       Papst Franziskus: Die Armen vor der Globalisierung verteidigen  9

6.       Bischof Bode: Synode für Europa  10

7.       EU-Bischöfe: Mauerfall hat prophetische Dimension  10

8.       Erzbistum Hamburg stellt Studie zu Missbrauchsaufarbeitung vor 10

9.       Generalaudienz: Inkulturation muss mit Fingerspitzengefühl geschehen  10

10.   Bamberger Erzbischof Ludwig Schick über Hass im Netz  11

11.   Zehn Generalvikare wollen den „synodalen Weg“  11

12.   Synoden-Generalsekretär: Theologie des Volkes Gottes im Zentrum   11

13.   „Berufen sein zur Heiligkeit“. Bischof Dr. Michael Gerber predigte an Allerheiligen im Fuldaer Dom   12

14.   Angelus: „Gott verurteilt die Sünde, versucht aber, den Sünder zu retten“  12

15.   Kardinal Marx predigt am Reformationstag. „Nach 2017 sind wir enger zusammengerückt“  12

16.   Papst zu Allerheiligen: Heilige sind keine Symbole, sondern uns nah  13

17.   Christen, Juden und Muslime gegen Sterbehilfe  13

18.   Deutsche Kirchen würdigen 20 Jahre Gemeinsame Erklärung zur Rechtfertigungslehre  13

19.   Papst Franziskus: „Heiliger Geist ist Hauptdarsteller der Mission“  14

20.   Vatikan würdigt Marienwallfahrtsort Loreto mit neuem Gedenktag  14

21.   Kardinal Marx: „Zölibat abschaffen – wer will das denn?“  15

22.   Synodaler Weg nimmt weitere Hürde: Satzung veröffentlicht 15

23.   Thüringens Bischöfe warnen vor Spaltung der Gesellschaft 15

24.   Studie. Open Doors kritisiert Umgang von Asyl-Bundesamt mit Konvertiten  15

25.   Papstreise nach Japan und Thailand: Das Programm im Detail 16

26.   Essener Bischof.  Fragen der Amazonas-Synode gehen alle an  16

 

 

 

30° anniversario della caduta del muro di Berlino. Vescovi Comece: “Costruire muri tra i popoli non è mai la soluzione

 

Dichiarazione dei vescovi dell’Unione europea (Comece) in occasione del 30° anniversario della caduta del muro di Berlino. “Invitiamo tutti gli europei a lavorare insieme per un'Europa libera e unita, tramite un rinnovato processo di dialogo che trascenda mentalità e culture, rispettando le nostre diverse esperienze storiche e condividendo le nostre speranze e aspettative per un futuro comune di pace”.  M. Chiara Biagioni

 

“La caduta del muro di Berlino non è solo un evento del passato da celebrare, ma contiene anche una dimensione profetica. Ci ha insegnato che costruire muri tra i popoli non è mai la soluzione, ed è un appello a lavorare per un’Europa migliore e più integrata”. È uno sguardo rivolto al futuro per un’Europa più bella, chiamata anche oggi ad essere la casa di tutti, la Dichiarazione che i vescovi della Commissione degli episcopati dell’Unione europea (Comece) hanno scritto in occasione del 30° anniversario della caduta del muro di Berlino. Il testo è stato adottato e sottoscritto da tutti i vescovi delegati delle Conferenze episcopali dell’Ue nel corso dell’Assemblea plenaria della Comece che si è tenuta dal 23 al 25 ottobre a Bruxelles sotto la presidenza del cardinale Jean-Claude Hollerich. “In tempi di nazionalismo rafforzato – afferma mons. Franz-Josef Overbeck, vicepresidente della Comece – la caduta del muro di Berlino ci ricorda vividamente, e non solo ai tedeschi,

il valore della libertà e il significato dell’Ue come progetto di pace”.

Quella notte di 30 anni fa rimane scolpita nella memoria di tanti: scorrono le immagini riprese dalle tv di tutto il mondo dei ragazzi che si arrampicano sul Muro tirandosi su a vicenda; delle picconate al muro, e ancora gli abbracci, la gioia, l’emozione fino alle lacrime, lo stordimento per quanto stava accadendo. “La caduta del muro di Berlino il 9 novembre 1989 – scrivono i vescovi – è stato uno degli eventi più importanti della storia europea degli ultimi decenni”. Era la fine di un lunghissimo e doloroso capitolo della storia che aveva forzatamente tenuto separate per ventotto anni intere famiglie. Era però anche il simbolo del crollo di un regime, la distruzione definitiva di una cortina di ferro che aveva diviso il mondo in due blocchi.

 

“Da questo momento in poi il mondo è cambiato”. L’abbattimento del muro di Berlino fu l’esito di una serie di eventi che consentirono il ritorno della libertà dopo più di 40 anni di regimi oppressivi nei Paesi dell’Europa centrale e orientali. I vescovi ricordano i cambiamenti avvenuti in Ungheria all’inizio del 1989 e le prime elezioni in Polonia a giugno di quell’anno. Ricordano gli sforzi compiuti da tanti europei che hanno “costantemente e pacificamente” lavorato per un cambiamento politico. E fanno riferimento anche all’importante ruolo svolto da San Giovanni Paolo II e al suo incoraggiamento,

“l’Europa ha bisogno di respirare con due polmoni!”.

In questi ultimi tre decenni, l’euforia si è trasformata in realismo, oggi forse in delusione. I vescovi nella Dichiarazione elencano una serie di  problematiche aperte. “Non tutte le aspettative suscitate dalla caduta del muro” sono state “soddisfatte”. “Le ideologie, un tempo alla base della costruzione del muro, non sono del tutto scomparse in Europa e sono ancora oggi presenti, seppur in forme diverse”. Il processo di guarigione e riconciliazione è “tutt’altro che concluso”.

Per queste ragioni, la Dichiarazione della Comece si conclude con un appello. “Invitiamo tutti gli europei a lavorare insieme per un’Europa libera e unita, tramite un rinnovato processo di dialogo che trascenda mentalità e culture, rispettando le nostre diverse esperienze storiche e condividendo le nostre speranze e aspettative per un futuro comune di pace”. I vescovi indicano come via maestra da seguire la “cultura dell’incontro”. E concludono: “Invitiamo tutti a pregare Dio, il Signore della Storia, perché ci aiuti a dedicarci ad un’Europa guidata dallo Spirito Santo, che è l’origine e il fondamento della speranza, fonte e forza di un nuovo impegno per i valori su cui si fonda l’Europa: giustizia, libertà e pace”.

Sir 6

 

 

 

“Il Creatore si fa sempre cercare perché ognuno lo possa trovare

 

L’Udienza Generale e la Catechesi del Santo Padre del 6 novembre

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Proseguiamo il nostro “viaggio” con il libro degli Atti degli Apostoli. Dopo le prove vissute a Filippi, Tessalonica e Berea, Paolo approda ad Atene, proprio nel cuore della Grecia (cfr At 17,15). Questa città, che viveva all’ombra delle antiche glorie malgrado la decadenza politica, custodiva ancora il primato della cultura. Qui l’Apostolo «freme dentro di sé al vedere la città piena di idoli» (At 17,16). Questo “impatto” col paganesimo, però, invece di farlo fuggire, lo spinge a creare un ponte per dialogare con quella cultura. Paolo sceglie di entrare in familiarità con la città e inizia così a frequentare i luoghi e le persone più significativi. Va alla sinagoga, simbolo della vita di fede; va nella piazza, simbolo della vita cittadina; e va all’Areopago, simbolo della vita politica e culturale. Incontra giudei, filosofi epicurei e stoici, e molti altri. Incontra tutta la gente, non si chiude, va a parlare con tutta la gente. In tal modo Paolo osserva la cultura, osserva l’ambiente di Atene «a partire da uno sguardo contemplativo» che scopre «quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade e nelle sue piazze» (Evangelii gaudium, 71).

Paolo non guarda la città di Atene e il mondo pagano con ostilità ma con gli occhi della fede. E questo ci fa interrogare sul nostro modo di guardare le nostre città: le osserviamo con indifferenza? Con disprezzo? Oppure con la fede che riconosce i figli di Dio in mezzo alle folle anonime? Paolo sceglie lo sguardo che lo spinge ad aprire un varco tra il Vangelo e il mondo pagano. Nel cuore di una delle istituzioni più celebri del mondo antico, l’Areopago, egli realizza uno straordinario esempio di inculturazione del messaggio della fede: annuncia Gesù Cristo agli adoratori di idoli, e non lo fa aggredendoli, ma facendosi «pontefice, costruttore di ponti» (Omelia a Santa Marta, 8 maggio 2013). Paolo prende spunto dall’altare della città dedicato a «un dio ignoto» (At 17,23) – c’era un altare con scritto “al dio ignoto”; nessuna immagine, niente, soltanto quella iscrizione. Partendo da quella “devozione” al dio ignoto, per entrare in empatia con i suoi uditori proclama che Dio «vive tra i cittadini» (Evangelii gaudium, 71) e «non si nasconde a coloro che lo cercano con cuore sincero, sebbene lo facciano a tentoni» (ibid.). È proprio questa presenza che Paolo cerca di svelare: «Colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio» (At 17,23).

Per rivelare l’identità del dio che gli Ateniesi adorano, l’Apostolo parte dalla creazione, cioè dalla fede biblica nel Dio della rivelazione, per giungere alla redenzione e al giudizio, cioè al messaggio propriamente cristiano. Egli mostra la sproporzione tra la grandezza del Creatore e i templi costruiti dall’uomo, e spiega che il Creatore si fa sempre cercare perché ognuno lo possa trovare. In tal modo Paolo, secondo una bella espressione di Papa Benedetto XVI, «annuncia Colui che gli uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto» (Benedetto XVI, Incontro col mondo della cultura al Collège des Bernardins, 12 sett. 2008). Poi, invita tutti ad andare oltre «i tempi dell’ignoranza» e a decidersi per la conversione in vista del giudizio imminente. Paolo approda così al kerygma e allude a Cristo, senza citarlo, definendolo come l’«uomo che Dio ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti» (At 17,31). E qui, c’è il problema.

La parola di Paolo, che finora aveva tenuto gli interlocutori con il fiato sospeso – perché era una scoperta interessante -, trova uno scoglio: la morte e risurrezione di Cristo appare «stoltezza» (1Cor 1,23) e suscita scherno e derisione. Paolo allora si allontana: il suo tentativo sembra fallito, e invece alcuni aderiscono alla sua parola e si aprono alla fede. Tra questi un uomo, Dionigi, membro dell’Areopago, e una donna, Damaris. Anche ad Atene il Vangelo attecchisce e può correre a due voci: quella dell’uomo e quella della donna! Chiediamo anche noi oggi allo Spirito Santo di insegnarci a costruire ponti con la cultura, con chi non crede o con chi ha un credo diverso dal nostro. Sempre costruire ponti, sempre la mano tesa, niente aggressione. Chiediamogli la capacità di inculturare con delicatezza il messaggio della fede, ponendo su quanti sono nell’ignoranza di Cristo uno sguardo contemplativo, mosso da un amore che scaldi anche i cuori più induriti.

Papa Francesco

 

 

 

 

 

Papa Francesco: “La Chiesa cresce per attrazione e testimonianza

 

“Senza di Lui non possiamo far nulla. Essere missionari oggi nel mondo” È il titolo del libro-intervista di Gianni Valente con il Pontefice pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana (LEV) e San Paolo – Comunicato stampa della Libreria Editrice Vaticana-Dicastero per la Comunicazione

 

Al centro della conversazione la centralità della missione: “per l’annuncio del Vangelo non serve inventare discorsi persuasivi” “La missione non è un progetto aziendale ben collaudato. Non è nemmeno uno spettacolo organizzato per contare quanta gente vi prende parte grazie alle nostre propagande”. Lo afferma il Papa nella lunga intervista rilasciata al giornalista dell’Agenzia Fides, Gianni Valente, per il libro ‘Senza di Lui non possiamo far nulla. Essere missionari oggi nel mondo’ (pag. 102; Euro10,00) edito dalla Libreria Editrice Vaticana (LEV) e San Paolo a conclusione del mese missionario straordinario. “La Chiesa o è annuncio o non è Chiesa”, ribadisce il Pontefice in alcuni stralci della conversazione anticipati oggi dall’Agenzia Fides e dal portale informativo della Santa Sede Vatican News.

Il volume, che sarà in libreria a partire dal prossimo 5 novembre, affronta i concetti chiave del Pontificato di Francesco spiegando innanzitutto che la Chiesa cresce per attrazione e per testimonianza. “Il mandato del Signore di uscire e annunciare il Vangelo – afferma il Papa – preme da dentro, per innamoramento, per attrazione amorosa”. Alla base del processo c’è lo Spirito Santo. Non si tratta dunque di una “decisione presa a tavolino” oppure in nome di “un attivismo autoindotto”, bensì di qualcosa che richiede di “consegnare in parole sobrie e precise la testimonianza stessa di Cristo”. E per farlo Francesco dice che “non serve inventare discorsi persuasivi”, anche perché l’essere missionario riguarda tutti i battezzati. Uomini e donne che nella quotidianità “dicono ai loro compagni di strada: io conosco Gesù, vorrei farlo conoscere anche a te”. Senza queste condizioni non si attira nessuno e si rischia di cadere nel proselitismo che – avverte il Papa – “non sopporta la libertà e la gratuità con cui la fede può trasmettersi, per grazia, da persona a persona”. Per questo – aggiunge – “ci può essere proselitismo anche oggi, anche nelle parrocchie, nelle comunità, nei movimenti, nelle congregazioni religiose”. Zenit 5

 

 

 

 

Vescovi Svizzera: “aiutare un bisognoso non è un reato!”

 

Zurigo –  “Aiutare un bisognoso non è un reato!”, “fa parte dei compiti fondamentali delle Chiese”. Lo ribadisce in una nota la Conferenza episcopale elvetica, ripresa dal Sir, riferendosi al fatto che “ancora recentemente sono state punite persone che hanno fornito protezione e sostegno a persone in difficoltà senza tener conto del loro permesso legale di soggiorno”. Nella nota, la Conferenza dei vescovi svizzeri osserva “con inquietudine la crescente messa in atto di misure legali contro persone che ne aiutano altre nel bisogno”: di qui anche il sostegno all’iniziativa parlamentare “Basta con il reato di solidarietà”, che passerà tra breve all’esame delle Camere federali. Secondo i vescovi, “la prassi dell’asilo, inasprita negli ultimi anni, spinge un numero crescente di richiedenti asilo e rifugiati verso il soccorso d’urgenza”. In tale “stato d’emergenza”, le Chiese costituiscono “un appiglio importante, perché offrono alle persone nel bisogno una protezione conseguente, accompagnandole nel loro difficile percorso di vita. Anche le parrocchie e i singoli cercano di sostenere queste persone nel limite delle loro possibilità. In tale atteggiamento non contano le considerazioni sul permesso legale di soggiorno. L’agire della Chiesa – spiegano i vescovi – si posiziona sulla concreta situazione di bisogno, in cui versano queste persone, e non sul permesso legale di dimora”. Secondo l’articolo 116 della legge federale sugli stranieri e la loro integrazione (LStrl), è punibile chiunque faciliti il soggiorno illegale di uno straniero o di una straniera. Proprio di recente si è visto che basta l’offerta di protezione o alloggio per incorrere nel reato. Nel comunicato, i vescovo spiegano che “tra il diritto e la legge, da una parte, e la giustizia, dall’altra, intercorre da sempre una tensione irrisolvibile” e in questo confine agisce da secoli la Chiesa. “Il suo compito, infatti, non si esaurisce nell’osservanza delle leggi. È suo compito anche affiancare i poveri, i fuggiaschi, gli emarginati, dare una casa ai senzatetto indipendentemente, ripetiamo, dal loro permesso legale di dimora”. Per questi motivi, la Conferenza dei vescovi svizzeri sostiene l’iniziativa parlamentare “Basta con il reato di solidarietà”, perché “chiunque presti aiuto per motivi degni di rispetto non sia passibile di reato. Dobbiamo tutelare e salvaguardare la solidarietà nei riguardi di coloro che sono nel bisogno”. Mig.on. 5

 

 

 

Discriminazioni social e odio diffuso. Razzismo: chiese protestanti, scomunica per fanatici dell’odio

 

Le chiese protestanti si preparano a pronunciare la terza scomunica della loro storia, contro i fanatici dell’odio la cui presenza, anche in Italia, è di straordinaria attualità, come testimoniano le aberranti offese e minacce a Liliana Segre e, su un piano diverso, gli ululati razzisti negli stadi.

Ad aprire la strada verso la terza scomunica è un documento, approvato nei mesi scorsi dalla Consultazione di Bangkok alla Comunione mondiale delle Chiese riformate (Wcrc), che rappresenta oltre 100 milioni di credenti – congregazionalisti, riformati, presbiteriani, chiese unite e valdesi – di 233 chiese in 105 Paesi. In Italia il Sinodo valdese e metodista, riunitosi a fine agosto, lo diffonde nelle sue chiese aprendo, di fatto, il processo di status confessionis che, in casa protestante, sta al pari della scomunica cattolica.

Le scomuniche con Hitler e apartheid

Da parte del Vaticano non è affatto un provvedimento eccezionale, ma da parte delle chiese protestanti lo è, se si considera che è stato dichiarato soltanto due volte nella storia. La prima nel 1934 quando il Sinodo delle 29 chiese evangeliche regionali della Germania si riunì a Barmen. Nacque la chiesa confessante che si opponeva a Hitler e a quanti lo appoggiavano, anche all’interno del luteranesimo.

Al centro c’era una confessione di fede dirompente per un regime dittatoriale, molto semplice, ma totalizzante, che pretendeva ubbidienza cieca e allineamento delle chiese all’antisemitismo del Terzo Reich: “Gesù Cristo così come ci viene testimoniato nella Sacra Scrittura è l’unica Parola di Dio che noi ascoltiamo, nella quale dobbiamo confidare e alla quale dobbiamo prestare ascolto nella vita e nella morte”. Il principio riformatore del Solus Christus contro il nazismo. La scelta era tra chi si conformava al regime e chi si chiamava fuori affermando l’unica autorità di Cristo.

La seconda volta fu nel 1982 contro l’apartheid in Sudafrica. L’Alleanza riformata mondiale stigmatizzò l’apartheid come eresia teologica e sospese la chiesa riformata olandese che in Sudafrica giustificò il razzismo pretendendo di trovargli una base teorica nella Scrittura. Nel 1999 venne riammessa, ma dopo un lungo e travagliato processo di conversione. Nei confronti della Chiesa d’Olanda aveva già preso posizione il Consiglio ecumenico delle Chiese nel 1960 a fronte delle giustificazioni del massacro di Sharpeville dove morirono, uccisi dalla polizia, 69 manifestanti. Il metodista Nelson Mandela, che quattro anni dopo quei fatti venne condannato all’ergastolo e ai lavori forzati, ebbe un ruolo centrale, dopo il 1994 e la fine del segregazionismo, nel lavoro di riconciliazione che mirava a comporre un tessuto sociale incontaminato dalla ricerca della rivincita, della vendetta, dall’eterna faida dell’odio.

La nuova scomunica odierna

Ma se nel 1934 la scomunica era contro il nazismo e negli Anni Ottanta contro l’apartheid, oggi contro chi si muove? E’ sempre e ancora contro i fanatici dell’odio che si scaglia il documento di Bangkok chiedendo alle chiese protestanti del mondo di avviare un processo di status confessionis. “La nostra comprensione della fede – si legge nel documento – sottolinea che siamo chiamati a trattare l’umanità intera come fra vicini, nel modo in cui vorremmo essere trattati (Levitico 19,18b; 33-34), chiamati da Dio a intervenire gli uni in favore degli altri allorché siamo nel bisogno (Luca 6, 27-31) e che il nostro modo di trattare gli ultimi fra noi è prova della nostra alleanza con Dio e fra di noi (Matteo 25, 31-46)”.

Quando Papa Francesco, l’anno scorso a Palermo, ha ribadito “Non si può credere in Dio ed essere mafiosi”; quando, nel 2017, a conclusione del Dibattito internazionale sulla corruzione, la chiesa cattolica ha avviato l’iter per scomunicare mafiosi e organizzazioni criminali affini, è stato affermato lo stesso principio: misurare la propria fede, e i principi biblici su cui si regge, con le proprie scelte. La scomunica non è tanto per allontanare gli infedeli, coloro che si servono della religione, strumentalizzandone e manipolandone i contenuti, non è tanto per stabilire chi sta dentro e chi sta fuori dalla chiesa di Cristo, ma costringere i popoli dei credenti a riflettere sulla propria coerenza.

Nel 1992 la Chiesa Valdese di Palermo riformulò la Confessione di fede che condannava “chi versa sangue e si fa giustizia da sé” e riteneva colpevole “chiunque usi violenza, chiunque corrompa e chiunque si lasci corrompere”. Con lo stesso spirito i partecipanti all’incontro di Bangkok, “raffrontando le lotte per la giustizia, l’uguaglianza, l’equità e la dignità con il fenomeno mondiale odierno dei nazionalismi esclusivisti”, hanno constatato che “questi ultimi sono influenzati dalle ‘risorse’ religiose e culturali dominanti e dominatrici: politiche basate su paura, xenofobia e odio, che demonizzano le minoranze religiose ed etniche e le comunità oppresse”. Atteggiamenti giudicati nocivi “per l’integrità morale del mondo” e che violano “la fede cristiana secondo cui gli esseri umani sono creati allo stesso modo a immagine di Dio (Genesi 1,26-27)”. La risposta teologica adeguata, contro sovranismo, nazionalismo, contro ogni tipo di discriminazione, è stata indicata nello status confessionis.

Il rinnovato impegno di fratellanza

In una lettera il segretario generale della Comunione mondiale delle Chiese Riformate, Chris Ferguson, ha fatto riferimento alle “voci coraggiose delle chiese in Italia, Grecia, Germania e altri Paesi” nel fare eco al salmista: “non respingere le barche… allontanati dal male… vai oltre la difesa dei confini… cerca la pace… perseguila”. Al Sinodo valdese metodista, monsignor Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione per l’Ecumenismo e il dialogo inter-religioso della Cei, ha parlato di ‘impegno profetico’ delle chiese che, nell’impegno a favore dei migranti, nei corridoi umanitari, manifesta la visione di un mondo rinnovato.

Dalla chiesa di Westfalia il saluto di Annette Kurschus ha puntato il dito contro “i populismi di destra che giocano sulle paure delle persone” e sacrificano la dignità umana a interessi nazionali. La parola profetica che non cavalca la paura fomentando l’odio passa, dunque, attraverso lo status confessionis. Il documento di Bangkok avvierà una discussione nelle comunità. La scomunica non taglierà con l’accetta i buoni e i cattivi, il buon seme dalla zizzania. E se nel Sinodo si sono espresse opinioni che volevano posizioni più radicali, sono state stoppate.

Questa volta il nemico è meno chiaro, meno esplicito di come furono Hitler e i razzisti sudafricani, e soprattutto si è diffuso in modo strisciante. Corre sui social, s’annida nelle angosce collettive, serpeggia nelle chiese, tra i credenti. E’ per questo che il Sinodo ha esortato le comunità tutte ad approfondire la piaga dell’odio con “spirito di ascolto reciproco e di franchezza evangelica”, prima di arrivare alla scomunica. Emmanuela Banfo, AffInt 8

 

 

 

 

Il Papa: “In alcuni Paesi essere cristiani è un crimine, anche oggi tante persecuzioni

 

Messa per i defunti nelle Catacombe di Priscilla: «È la prima volta che entro in una catacomba». «Ci sono zone in cui si finge di festeggiare un compleanno per celebrare l’Eucarestia». Preghiera sulle tombe dei Papi in Vaticano – di Salvatore Cernuzio

 

CITTÀ DEL VATICANO. Vivono tanti fedeli oggi, nel 2019, in Paesi del mondo dove «essere cristiani è un crimine». In questo suggestivo luogo esteso per 13 chilometri sulla via Salaria, a Roma, che tutti gli antichi documenti liturgici e topografici definiscono la “regina cacatacumbarum” per la quantità di martiri delle origini sepolti, Francesco celebra la messa del 2 novembre, giorno in cui la Chiesa commemora i defunti. Una liturgia intima e breve, ben diversa dalle affollate messe degli anni precedenti al Cimitero Verano, celebrata nella penombra di una cappella e intervallata dal canto e dal suono del violoncello di quattro suore Benedettine di Priscilla. 

Nella sua omelia - interamente a braccio - Papa Bergoglio dichiara tutto il suo stupore per questo luogo di antica testimonianza cristiana: «Per me è la prima volta che entro in una catacomba. È una sorpresa, ci dice tante cose», afferma. «Possiamo pensare alla vita di questa gente che doveva nascondersi, che aveva questa cultura di sotterrare i morti, celebrava l’Eucarestia qui dentro». Era «un momento di storia brutto», quello in cui i cristiani venivano sgozzati, dati in pasto ai leoni, martirizzati solo per aver professato il proprio credo. 

Lo stesso accade oggi in quei Paesi dove «essere cristiano è un crimine, è vietato, non è un diritto», afferma Francesco, senza nominare le zone del Medio Oriente, dell’Asia e dell’Africa - ma, talvolta, anche della civilizzata Europa - dove i fedeli «devono  persino fare finta di fare una festa, un compleanno, per celebrare l’Eucarestia».

Quel momento di persecuzione «ancora c’è, non è stato superato. Anche oggi ci sono tante catacombe… Anche oggi ci sono cristiani perseguitati, più dei primi secoli», rimarca Papa Francesco, ricordando la testimonianza di una suora incontrata durante il suo viaggio in Albania del 2014. «Era in un campo di rieducazione in tempo comunista, era vietato ai sacerdoti dare i sacramenti e questa suora battezzava di nascosto. I cristiani sapevano che questa suora battezzava e le mamme si avvicinavano col bambino. Lei non aveva bicchieri e con le scarpe prendeva l’acqua dal fiume. Battezzava con le scarpe…».

Lei come tanti altri testimoni di fede del passato e del presente fanno presente al mondo «l’identità» del cristiano. Incarnano, cioè, le Beatitudini elencate da Gesù nel Vangelo di oggi: «Questa è la carta d’identità del cristiano», sottolinea il Papa, «non c’è altra. Se tu fai questo, se vivi così sei cristiano. “Ah, ma io appartengo a questa associazione, sono di questo movimento…”. Tutte cose belle ma sono fantasie davanti a queste realtà. Se non hai questo non sei nulla».

Certo «non è facile», ammette il Pontefice, vivere secondo queste indicazioni date da Cristo. Ma «un altro pezzo del Vangelo ci aiuta a vivere meglio: è Matteo 25, il grande protocollo con il quale noi saremo giudicati. Con questi due passi del Vangelo, le beatitudini e il “grande protocollo”, noi faremo vedere la nostra identità di cristiani senza questo non c’è identità, c’è la finta di essere cristiani ma non l’identità».

Da qui Bergoglio introduce un altro concetto: il «posto» che spetta ai seguaci di Cristo. «Il posto del cristiano è dappertutto. Non abbiamo un posto privilegiato, alcuni vogliono averlo, sono cristiani “qualificati”. Ma questi corrono il rischio di rimanere col “qualificati” e far cadere il cristiano… Il posto del cristiano è nelle mani di Dio, dove Lui vuole. Nelle mani di Dio siamo sicuri, succeda quel che succeda, anche nella croce». 

«Oggi possiamo domandarci: io dove mi sento più sicuro, nelle mani di Dio o con altre cose, altre sicurezze che affittiamo, ma che alla fine cadranno?», è l’interrogativo che pone il Papa. La sua omelia si conclude con una nota di speranza: «I cristiani con questa carta di identità, che vivono nelle mani di Dio, sono uomini e donne di speranza. Pensiamo alla seconda Lettura: quella visione finale dove tutto è rifatto, ricreato, quella patria dove tutti noi andremo. Per entrare lì non ci vogliono cose strane, non ci vogliono atteggiamenti un po’ sofisticati, soltanto bisogna far vedere la carta d’identità: “È a posto, vai avanti”. La speranza è in cielo, è ancorata lì, e noi con la corda in mano ci sosteniamo guardando quella riva del fiume che dobbiamo attraversare».  

Restiamo allora «aggrappati alla corda», incoraggia Papa Francesco. «Tante volte vedremo soltanto la corda, neppure l’ancora, neppure l’altra riva… Ma tu aggrappati che arriverai sicuro». 

Al termine della messa, concelebrata con il cardinale vicario di Roma, Angelo De Donatis, e dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, il Papa saluta brevemente i fedeli presenti nella Catacomba. Poi, spogliatosi dei paramenti viola, sale a bordo di una utilitaria e si trasferisce in Vaticano dove si reca nelle Grotte della Basilica per visitare le tombe dei Pontefici suoi predecessori e pregare lì privatamente. LS 3

 

 

 

Il Papa: grazie per il protocollo per i braccianti stranieri della Puglia

 

Grazie all’intesa potranno avere la domiciliazione nelle parrocchie e l’iscrizione all’anagrafe comunale: «Così avranno nuova dignità, fuori dall’irregolarità e dallo sfruttamento». L’appello per i cristiani di Etiopia: «Addolorato per le violenze» - di Ester Palma

 

«Invio un sentito ringraziamento al Comune e alla diocesi di San Severo in Puglia per la firma del protocollo d’intesa avvenuta lunedì scorso, che permetterà ai braccianti dei cosiddetti “ghetti della Capitanata”, nel foggiano, di ottenere una domiciliazione presso le parrocchie e l’iscrizione all’anagrafe comunale. La possibilità di avere i documenti d’identità e di residenza offrirà loro nuova dignità e consentirà di uscire da una condizione di irregolarità e sfruttamento». Papa Francesco plaude all’iniziativa in favore dei lavoratori stranieri della Puglia nel corso del consueto Angelus in piazza San Pietro.

L’Ave Maria per le vittime

Ma non dimentica la situazione internazionale. Poco prima si era detto «addolorato per le violenze di cui sono vittime i cristiani della Chiesa ortodossa Tewahedo di Etiopia. Esprimo la mia vicinanza a questa amata Chiesa e al suo Patriarca, il caro fratello Abuna Matthias, e vi chiedo di pregare per tutte le vittime di violenza in quella terra». E aveva chiesto a tutti i fedeli in piazza di recitare con lui un’Ave Maria.

Zaccheo, la conversione e la «triste vita di chi pensa solo ai soldi»

Commentando invece il passo del Vangelo odierno, quello sulla conversione del pubblicano Zaccheo, capo dei giudei che riscuoteva le tasse a nome dell’impero romano, ha detto: «Gesù lo chiama per nome e gli annuncia di volersi fermare quel giorno a casa sua. Nonostante le mormorazioni della gente, Gesù sceglie di fermarsi a casa di quel pubblico peccatore. Anche noi saremmo rimasti scandalizzati da questo comportamento di Gesù. Ma il disprezzo e la chiusura verso il peccatore non fanno che isolarlo e indurirlo nel male che compie contro stesso e contro la comunità. Invece Dio condanna il peccato, ma cerca di salvare il peccatore, lo va a cercare per riportarlo sulla retta via». E ha aggiunto il Papa: «Chi non si è mai sentito cercato dalla misericordia di Dio, fa fatica a cogliere la straordinaria grandezza dei gesti e delle parole con cui Gesù si accosta a Zaccheo. L’accoglienza e l’attenzione di Gesù nei suoi confronti portano quell’uomo a un netto cambiamento di mentalità: in un attimo si rende conto di quanto è meschina una vita tutta presa dal denaro, a costo di rubare agli altri e di ricevere il loro disprezzo. Avere il Signore lì, a casa sua, gli fa vedere tutto con occhi diversi, anche con un po’ della tenerezza con cui Gesù ha guardato lui». Così Zaccheo, «ricco non grazie a un onesto guadagno, ma perché chiedeva la “tangente” cambia anche il suo modo di vedere e di usare il denaro: al gesto dell’arraffare si sostituisce quello del donare. Decide di dare la metà di ciò che possiede ai poveri e di restituire il quadruplo a quanti ha derubato Zaccheo scopre da Gesù che è possibile amare gratuitamente: finora era avaro, adesso diventa generoso; aveva il gusto di ammassare, ora gioisce nel distribuire. Incontrando l’Amore, scoprendo di essere amato nonostante i suoi peccati, diventa capace di amare gli altri, facendo del denaro un segno di solidarietà e di comunione». CdS 3

 

 

 

 

Il Papa: “In questi giorni di messaggi negativi sulla morte, visitare i cimiteri

 

All’Angelus di Ognissanti, Francesco invita a commemorare i defunti con la preghiera. «I Santi non sono simboli ma gente coi piedi per terra» - di Salvatore Cernuzio

 

CITTÀ DEL VATICANO. «In questi giorni, in cui, purtroppo, circolano anche messaggi di cultura negativa sulla morte e sui morti, invito a non trascurare, se possibile, una visita e una preghiera al cimitero». Il riferimento è probabilmente ai fatti di cronaca nera trasmessi quotidianamente sui media che vedono spesso coinvolti i giovani, ma anche alle notizie di assassinii e attentati che giungono da ogni parte del mondo. O forse anche alle derive che prendono alcuni festeggiamenti di Halloween. Per questo Papa Francesco, nell’Angelus della domenica di Ognissanti, in piazza San Pietro, richiama la dimensione cristiana della morte ed esorta a visitare domani, 2 novembre, i propri cari defunti sepolti nei cimiteri e pregare per la loro anima. «Sarà un atto di fede», dice a braccio il Pontefice ricordando che domani pomeriggio celebrerà l’Eucaristia nelle Catacombe di Priscilla, sulla via Salaria, «uno dei luoghi di sepoltura dei primi cristiani di Roma».

Nella sua catechesi Francesco riflette invece sull’odierna solennità di Tutti i Santi e rammenta il messaggio di wojtyliana memoria che «siamo tutti chiamati alla santità». «I Santi e le Sante di ogni tempo, che oggi celebriamo tutti insieme, non sono semplicemente dei simboli, degli esseri umani lontani, irraggiungibili», sottolinea. «Al contrario, sono persone che hanno vissuto con i piedi per terra; hanno sperimentato la fatica quotidiana dell’esistenza con i suoi successi e i suoi fallimenti, trovando nel Signore la forza di rialzarsi sempre e proseguire il cammino». È questo che fa comprendere come la santità non sia «un traguardo che non si può conseguire soltanto con le proprie forze», ma «il frutto della grazia di Dio e della nostra libera risposta ad essa». 

La santità è dunque «dono e chiamata». Dono in quanto «grazia di Dio» che «non possiamo comperare o barattare», ma «accogliere» per «vivere in piena comunione» con Lui «già adesso, durante il pellegrinaggio terreno». Chiamata nel senso di «risposta al dono di Dio» che «si manifesta come assunzione di responsabilità». «In questa prospettiva - sottolinea il Papa -, è importante assumere un serio e quotidiano impegno di santificazione nelle condizioni, nei doveri e nelle circostanze della nostra vita, cercando di vivere ogni cosa con amore, con carità». 

I Santi lo hanno fatto: «Hanno ammesso nella loro vita di avere bisogno di questa luce divina, abbandonandosi ad essa con fiducia. E ora, davanti al trono di Dio, cantano in eterno la sua gloria». A loro «guardiamo con speranza, come alla nostra mèta definitiva, mentre siamo pellegrini nella “città terrena”, affaticati dall’asprezza del cammino», dice Bergoglio. «La speranza ci dà la forza di andare avanti», rimarca a braccio. E aggiunge: «Guardando alla loro vita, siamo stimolati a imitarli. Tra loro ci sono tanti testimoni di una santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio»

Allora, nel ricordo dei Santi alziamo «gli occhi verso il Cielo», «non per dimenticare le realtà della terra, ma per affrontarle con più coraggio e speranza».

Al momento dei saluti dopo l’Angelus, Francesco rivolge un pensiero ai ragazzi dell’Azione Cattolica venuti a Roma da tutte le diocesi di Italia con i loro educatori per celebrare il 50° anniversario dell’ACR. Gli stessi ragazzi intonano il loro inno, mentre il Papa, dopo avergli dato il via con un «1, 2, 3…», accompagna il loro canto muovendo le mani quasi come un direttore d’orchestra.

Il Pontefice saluta anche gli atleti che hanno preso parte alla Corsa dei Santi, organizzata dalla Fondazione “Missioni Don Bosco” «per sottolineare, anche in una dimensione di festa popolare, il valore religioso della ricorrenza di Tutti i Santi». Poi ringrazia tutti coloro che «nelle parrocchie e nelle comunità, in questi giorni promuovono iniziative di preghiera per celebrare Tutti i Santi e commemorare i defunti. Queste due feste cristiane - conclude - ci ricordano il legame che c’è tra la Chiesa della terra e quella del cielo, tra noi e i nostri cari che sono passati all’altra vita».  LS 1

 

 

 

 

Ascolto degli Indios e difesa del creato

 

Concluso il Sinodo sull’Amazzonia. L’assise vaticana apre a nuove strade per la difesa dell’ambiente e l’evangelizzazione

 

Si potrebbe riassumere in un titolo il Sinodo sull’Amazzonia tenutosi in Vaticano dal 6 al 27 ottobre: una chiesa dal volto indigeno, amazzonico appunto. Scopo del Sinodo, era raccontare le sfide e le potenzialità di quel popolo, nonché riuscire ad ottenere la conversione “integrale, pastorale, culturale, ecologica e sinodale” di quella comunità che è “cuore biologico” di uno Stato esteso su 9 Paesi, estremamente vulnerabile per colpa dei cambiamenti climatici provocati dall’uomo, quindi esposta ad “una corsa sfrenata verso la morte”, quindi bisognosa, secondo il Documento, di “una nuova direzione che consenta di salvarla”, onde evitare il cataclisma del pianeta.

Nel testo finale, pubblicato e divulgato il 26 ottobre scorso, composto da una introduzione, 5 capitoli ed una ridotta conclusione, vi sono gli argomenti sui quali i Vescovi hanno discusso: “missione, inculturazione, ecologia integrale, difesa dei popoli indigeni, rito amazzonico, ruolo della donna e nuovi ministeri, soprattutto in zone in cui è difficile l’accesso all’Eucaristia”. Ne risulta l’immagine di una Chiesa cattolica amica dei più dei 33milioni di persone, dei quali circa 2,5 milioni indigeni” di quello Stato e, soprattutto, quella di uno “scambio aperto, libero e rispettoso” delle opinioni della popolazione.

Non che sia già una realtà, ma il Sinodo, come ha sottolineato il cardinale Claudio Humes, Arcivescovo emerito di San Paolo in Brasile e relatore generale, è un cammino e «il camminare rende la Chiesa fedele alla vera tradizione. Non il tradizionalismo che rimane legato al passato, ma la vera tradizione che è la storia viva della Chiesa». Certo passi in avanti sono stati fatti e l’appuntamento vaticano ne ha compiuti altri. Soprattutto su temi ‘caldi’ quali il ruolo della donna e l’ordinazione ai viri probati. Ma il Sinodo è anche altro, si iscrive in quel pensiero che ha trovato contenuti e espressione dell’enciclica Laudato sì, che possiamo definire un vero e proprio manifesto nel quale la tutela dell’ambiente è collocata all’interno di un pensiero sul creato, per essere una vera e propria teologia del creato.

È una Chiesa in ascolto dei popoli indigeni, che vive le sofferenze di territori violentati e sfruttati che gridano il loro «sì» alla difesa della vita; un «sì» alla terra, memoria sacra di una tradizione trasmessa oralmente. Fatta di saperi, danze, pitture, natura. Una Chiesa dal volto amazzonico che chiede di essere difesa dalle aggressioni culturali e politiche. Quasi un grido che negli anni ha trovato difficoltà ad essere accolto.

Il Sinodo vaticano è stato tempo di ascolto, di confronto, e anche di scontro. In modo particolare per due temi letti e calati nella realtà del territorio, ma che, sicuramente, oltrepasseranno i confini dei 7 Stati che racchiudono il grande polmone verde dell’Amazzonia: il ruolo della donna e l’ordinazione di preti sposati. In 120 paragrafi le raccomandazioni approvate, contenute nel documento finale consegnato al Papa. Prima fra tutte la proposta di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti della comunità, che abbiano un diaconato permanente fecondo e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legittimamente costituita e stabile». La richiesta è suffragata dal fatto che, si legge nel paragrafo 111, «molte delle comunità ecclesiali del territorio amazzonico hanno enormi difficoltà di accesso all’Eucaristia». Come ha detto il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, la Chiesa non può essere solo «in visita» con un prete che passa a distanza di mesi, ma deve «essere presente». A volte ci vogliono «anche anni prima che un sacerdote possa tornare in una comunità per celebrare l’Eucaristia, offrire il sacramento della riconciliazione o ungere i malati nella comunità», si legge sempre nel paragrafo 111.

Ovviamente, il Sinodo ha ricordato i Missionari morti in Amazzonia, uccisi per aver trasmesso il Vangelo. Al contempo, il Documento ricorda che l’annuncio di Cristo nella regione si è compiuto spesso in connivenza con i poteri oppressori delle popolazioni. Per questo, oggi la Chiesa ha “l’opportunità storica” di prendere le distanze dalle nuove potenze colonizzatrici, prestando ascolto ai popoli amazzonici ed esercitando la sua attività profetica “in modo trasparente”.

C’è solo da sperare che il programma religioso del Sinodo possa essere attuato quanto prima, con l’aiuto di Dio. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Il rispetto della dignità e dell’integrità fisica della persona umana è un dovere morale

 

Udienza ai partecipanti al 5° Corso internazionale per la formazione dei Cappellani militari cattolici al Diritto umanitario internazionale. Il discorso del Santo Padre

 

Cari fratelli e sorelle, Sono lieto di accogliervi in occasione del V Corso internazionale di formazione dei cappellani militari cattolici al diritto internazionale umanitario, dedicato al tema “La privazione della libertà personale nel contesto dei conflitti armati. La missione del cappellano militare”. Ringrazio il Cardinale Peter Turkson per le cortesi parole che mi ha rivolto a nome vostro. Quattro anni orsono, nel ricevere i partecipanti alla precedente edizione di questo Corso di formazione, sottolineavo l’esigenza di respingere la tentazione di considerare l’altro come un nemico da distruggere e non come una persona, dotata di intrinseca dignità, creata da Dio a propria immagine. Esortavo inoltre a ricordare sempre, persino in mezzo alle lacerazioni della guerra, che ogni essere umano è immensamente sacro[1].

Questa esortazione, che desidero rinnovare oggi, assume un significato ancora più pressante nei confronti delle persone private della libertà personale per motivi connessi con i conflitti armati, giacché la vulnerabilità dovuta alla condizione di detenzione è aggravata dal fatto di trovarsi nelle mani delle forze combattenti avverse. Non di rado, le persone detenute nel contesto dei conflitti armati sono vittime di violazioni dei loro diritti fondamentali, tra cui abusi, violenze e diverse forme di tortura e trattamenti crudeli, disumani e degradanti. Quanti civili, poi, sono oggetto di rapimenti, sparizioni forzate e omicidi! Fra di loro, si contano anche numerosi religiosi e religiose, dei quali non si hanno più notizie o che hanno pagato con la vita la loro consacrazione a Dio e al servizio della gente, senza preferenze o pregiudizi di bandiere e di nazionalità. Assicuro la mia preghiera per tutte queste persone e per le loro famiglie, affinché possano avere sempre il coraggio di andare avanti e di non perdere la speranza.

Il diritto internazionale umanitario prevede numerose disposizioni in ordine alla protezione della dignità dei detenuti, specialmente per quanto concerne il diritto applicabile ai conflitti armati internazionali. Il fondamento etico e l’importanza cruciale di queste norme per la salvaguardia della dignità umana nel tragico contesto dei conflitti armati fa sì che esse debbano essere adeguatamente e rigorosamente rispettate e applicate. Ciò vale anche nei confronti delle persone detenute, indipendentemente dalla natura e dalla gravità dei crimini che esse possono aver commesso. Il rispetto della dignità e dell’integrità fisica della persona umana, infatti, non può essere tributario delle azioni compiute ma è un dovere morale a cui ogni persona e ogni autorità è chiamata.

Cari Ordinari e Cappellani militari, vi invito, nell’adempimento della vostra missione di formazione della coscienza dei membri delle forze armate, a non risparmiare sforzi affinché le norme del diritto internazionale umanitario siano accolte nei cuori di coloro che sono affidati alla vostra cura pastorale. Vi fanno da guida le parole del Vangelo contenute nel grande “protocollo” o grande regola di comportamento: «Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36). Si tratta di aiutare quella particolare porzione del popolo di Dio affidato alla vostra cura a individuare nel patrimonio comune che lega tutti gli uomini, e che trae la sua origine già dal diritto naturale, quegli elementi che possono diventare ponte e piattaforma di incontro con tutti. I ministri di Cristo nel mondo militare sono anche i primi ministri dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali.

Penso a quanti tra voi sono accanto ai militari in situazioni di conflitto internazionale, chiamati ad aprire le loro coscienze a quella carità universale che avvicina l’uomo all’uomo, qualunque sia la razza, la nazionalità, la cultura, la religione dell’altro. Ma prima di questo c’è il lavoro preventivo, che è un lavoro educativo, complementare a quello delle famiglie e delle comunità cristiane. Si tratta di formare personalità aperte all’amicizia, alla comprensione, alla tolleranza, alla bontà, al rispetto verso tutti; giovani attenti alla conoscenza del patrimonio culturale dei popoli, impegnati per una cittadinanza universale, per favorire la crescita di una grande famiglia umana. Il Concilio Vaticano II chiama i militari «ministri della sicurezza e della libertà dei popoli» (Cost. past. Gaudium et spes, 79): voi siete in mezzo a loro perché queste parole, che la guerra offende e annulla, possano essere realtà, possano dare senso alla vita di tanti giovani e meno giovani che, come militari, non vogliono farsi derubare dei valori umani e cristiani.

Cari fratelli e sorelle, il 12 agosto 1949 venivano sottoscritte a Ginevra le Convenzioni per la protezione delle vittime di guerra. In questo 70° anniversario desidero riaffermare l’importanza che la Santa Sede accorda al diritto internazionale umanitario e formulare l’auspicio che le regole che esso contempla siano rispettate in ogni circostanza. Là dove opportuno, esse siano ulteriormente chiarificate e rafforzate, specialmente per quanto concerne i conflitti armati non internazionali, e in particolare la protezione della dignità delle persone private della libertà personale per motivi connessi con questi conflitti. Posso assicurarvi che la Santa Sede continuerà a dare il suo contributo nelle discussioni e nei negoziati in seno alla famiglia delle Nazioni. Vi affido all’intercessione della Vergine Maria, Madre di Misericordia, e di cuore imparto la mia benedizione a voi e ai vostri cari. E anche voi, per favore, pregate per me. Grazie!

[1] Cfr Discorso ai partecipanti al IV Corso di formazione dei cappellani militari al diritto internazionale umanitario, 26 ottobre 2015. Papa Francesco, 31 ottobre

 

 

 

Lo Spirito Santo: “Il protagonista della missione”

 

L’Udienza Generale e la Catechesi del Santo Padre del 30 ottobre

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Leggendo gli Atti degli Apostoli si vede come lo Spirito Santo è il protagonista della missione della Chiesa: è Lui che guida il cammino degli evangelizzatori mostrando loro la via da seguire. Questo lo vediamo chiaramente nel momento in cui l’apostolo Paolo, giunto a Troade, riceve una visione. Un Macedone lo supplica: «Vieni in Macedonia e aiutaci!» (At 16,9). Il popolo della Macedonia del Nord è fiero di questo, è tanto fiero di aver chiamato Paolo perché fosse Paolo ad annunziare Gesù Cristo. Ricordo tanto quel bel popolo che mi ha accolto con tanto calore: che conservino questa fede che Paolo ha predicato loro!

L’Apostolo non ha esitato e parte per la Macedonia, sicuro che è proprio Dio ad inviarlo, e approda a Filippi, «colonia romana» (At 16,12) sulla via Egnatia, per predicare il Vangelo. Paolo si ferma lì per più giorni. Tre sono gli avvenimenti che caratterizzano il suo soggiorno a Filippi, in questi tre giorni: tre avvenimenti importanti.

1) L’evangelizzazione e il battesimo di Lidia e della sua famiglia;

2) l’arresto che subisce, insieme a Sila, dopo aver esorcizzato una schiava sfruttata dai suoi padroni; 3) la conversione e il battesimo del suo carceriere e della sua famiglia.

Vediamo questi tre episodi nella vita di Paolo. La potenza del Vangelo si indirizza, anzitutto, alle donne di Filippi, in particolare a Lidia, commerciante di porpora, della città di Tiatira, una credente in Dio a cui il Signore apre il cuore «per aderire alle parole di Paolo» (At 16,14). Lidia, infatti, accoglie Cristo, riceve il Battesimo insieme alla sua famiglia e accoglie quelli che sono di Cristo, ospitando Paolo e Sila nella sua casa. Abbiamo qui la testimonianza dell’approdo del cristianesimo in Europa: l’inizio di un processo di inculturazione che dura anche oggi. È entrato dalla Macedonia. Dopo il calore sperimentato a casa di Lidia, Paolo e Sila si trovano poi a fare i conti con la durezza del carcere: passano dalla consolazione di questa conversione di Lidia e della sua famiglia, alla desolazione del carcere, dove vengono gettati per aver liberato nel nome di Gesù «una schiava che aveva uno spirito di divinazione» e «procurava molto guadagno ai suoi padroni» con il mestiere di indovina (At 16,16). I suoi padroni guadagnavano tanto e questa povera schiava faceva questo che fanno le indovine: ti indovinava il futuro, ti leggeva le mani – come dice la canzone, “prendi questa mano, zingara”, e per questo la gente pagava.

Anche oggi, cari fratelli e sorelle, c’è gente che paga per questo. Io ricordo nella mia diocesi, in un parco molto grande, c’erano più di 60 tavolini dove seduti c’erano gli indovini e le indovine, che ti leggevano la mano e la gente credeva queste cose! E pagava. E questo succedeva anche al tempo di San Paolo. I suoi padroni, per ritorsione, denunciano Paolo e conducono gli Apostoli davanti ai magistrati con l’accusa di disordine pubblico. Ma cosa succede? Paolo è in carcere e durante la prigionia accade però un fatto sorprendente. È in desolazione, ma invece di lamentarsi, Paolo e Sila intonano una lode a Dio e questa lode sprigiona una potenza che li libera: durante la preghiera un terremoto scuote le fondamenta della prigione, si aprono le porte e cadono le catene di tutti (cfr At 16,25-26).

Come la preghiera della Pentecoste, anche quella fatta in carcere provoca effetti prodigiosi. Il carceriere, credendo che i prigionieri siano fuggiti, stava per suicidarsi, perché i carcerieri pagavano con la propria vita se fuggiva un prigioniero; ma Paolo gli grida: “Siamo tutti qui!” (At 16,27-28). Quello allora domanda: «Che cosa devo fare per essere salvato?» (v. 30). La risposta è: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia» (v. 31). A questo punto accade il cambiamento: nel cuore della notte, il carceriere ascolta la parola del Signore insieme alla sua famiglia, accoglie gli apostoli, ne lava le piaghe – perché erano stati bastonati – e insieme ai suoi riceve il Battesimo; poi, «pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio» (v. 34), imbandisce la mensa e invita Paolo e Sila a restare con loro: il momento della consolazione! Nel cuore della notte di questo anonimo carceriere, la luce di Cristo brilla e sconfigge le tenebre: le catene del cuore cadono e sboccia in lui e nei suoi familiari una gioia mai provata. Così lo Spirito Santo sta facendo la missione: dall’inizio, da Pentecoste in poi è Lui il protagonista della missione. E ci porta avanti, occorre essere fedeli alla vocazione che lo Spirito ci muove a fare. Per portare il Vangelo.

Chiediamo anche noi oggi allo Spirito Santo un cuore aperto, sensibile a Dio e ospitale verso i fratelli, come quello di Lidia, e una fede audace, come quella di Paolo e di Sila, e anche un’apertura di cuore, come quella del carceriere che si lascia toccare dallo Spirito Santo. Papa Francesco

 

 

 

 

La Solennità di Tutti i Santi e la commemorazione dei fedeli defunti

 

Quando ascoltiamo la parola “Chiesa”, o quando la pronunciamo nella professione di fede domenicale, a quale realtà davvero pensiamo?

Dove vanno la nostra mente ed il nostro cuore?

Cos’è – o meglio chi è – la Chiesa? Che idea abbiamo di essa?

La risposta autentica a queste semplici, ma fondamentali, domande non può che portare alla realtà agostiniana del Cristo totale, alla Chiesa intesa non solo come umana realtà, ma nella sua identità divino-umana. La Chiesa è sempre Ecclesia de Trinitate; pertanto, dobbiamo costantemente avere presente la sua dimensione celeste, sia nella relazione al Mistero trinitario, ed in particolare al Capo che è Cristo, sia nell’abbraccio sincronico e diacronico con tutti i fratelli salvati, che già hanno lasciato questo mondo.

Tale realtà teandrica della Chiesa è mirabilmente espressa dalla Liturgia che, nella sua sapienza, accosta la solennità di Tutti i Santi alla Commemorazione dei fedeli defunti, facendoci quasi percepire, attraverso il calore della Liturgia e la chiarezza della catechesi che ne deriva, l’abbraccio presente di Dio e dei fratelli.

In questi giorni santi, sia nella riflessione personale, cui siamo universalmente spinti dalla affettuosa commemorazione dei nostri cari defunti, sia nella custodia della meditazione e della preghiera, siamo chiamati ad attingere copiosamente all’inesauribile tesoro della Comunione, che ha una sua particolare declinazione nella realtà dell’Indulgenza.

Cooperare con la partecipazione all’Eucarestia, con la propria preghiera, con la propria penitenza e la pratica dell’elemosina, con le opere di misericordia, alla grande grande opera della Redenzione compiuta da Cristo, significa lasciarsi inserire dalla grazia, con il concorso della propria libertà, nell’opera stessa della Trinità, che, dalla creazione all’Escathon, passando attraverso la prima alleanza e la redenzione operata dal Figlio, chiama tutti gli uomini alla piena comunione con sé.

L’Indulgenza è, analogicamente parlando, il “tutto nel frammento”, poiché in essa sono riassunte la dimensione creaturale, quella redentiva e quella escatologica.

Attingere in questi giorni santi al tesoro della misericordia della Chiesa, attraverso il pio esercizio dell’Indulgenza, applicabile a se stessi o ad un fedele defunto, significa anche rinnovare la propria fede attraverso il sacramento della Riconciliazione, la Comunione sacramentale ricevuta con le debite disposizioni e la professione del Credo della Chiesa, unitamente alla preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice. Con questi gesti, semplici e concreti, ciascun fedele riafferma la propria piena comunione con la Chiesa, rinnovando l’accoglienza di tutti i beni spirituali e soprannaturali, che da tale partecipazione derivano.

Nello stesso tempo, come per ogni atto umano – e a maggior ragione per gli atti che incidono sulla sfera religiosa –, compiendolo viene irrobustita la propria fede: piegando umilmente le ginocchia nel confessionale, confessando con cuore contrito tutti i propri peccati ed implorando la Divina Misericordia, non solo il fedele accoglie la grazia soprannaturale della Riconciliazione, ma con tale gesto riafferma anche per se stesso la propria fede, vedendola così rafforzata e irrobustita, oggettivamente per via della grazia e personalmente in forza del concorso della propria libertà.

Pertanto, andiamo, anzi corriamo al confessionale in questi giorni santi! Accogliamo umilmente e devotamente, lietamente e generosamente, il dono dell’Indulgenza plenaria ed offriamolo, con larga generosità, ai nostri fratelli, che, varcata la soglia del tempo, nulla possono più per se stessi, ma molto ancora possono ricevere dalla nostra carità. Così il nostro rapporto d’amore con loro continua e si rafforza.

L’Indulgenza è una declinazione efficace ed accessibile della fede nella communio sanctorum, nella comunione dei santi, che dona un respiro largo alla nostra esistenza terrena, e ci ricorda, con straordinaria efficacia, che le nostre azioni hanno un valore infinito, sia perché sono azioni umane – e solo l’uomo è capace di compiere gesti autenticamente liberi –, sia perché, in questo caso specifico, sono azioni umane che hanno un valore soprannaturale.

Sia generosa sempre, ma in particolar modo in questi giorni santi, la disponibilità dei confessori; l’ascolto generoso e buono e la partecipazione orante a questo lavacro di rigenerazione, che fa scendere sulla Chiesa una pioggia di grazia, avrà meriti infiniti davanti al trono dell’Altissimo. Si possono acquistare più meriti in ore e ore di confessionale, che in tante riunioni “organizzative” delle quali tutti conosciamo l’utilità e l’esito…! In questi giorni, in confessionale, quante occasioni di consolazione, di incoraggiamento, quante lacrime si possono asciugare, quali provvide occasioni per poter illustrare la realtà della vita eterna, per stimolare al perdono, alla tenerezza nelle opere di misericordia, per far comprendere il senso del quotidiano pellegrinare! Mettiamoci tutto il cuore nel ministero dell’ascolto, della consolazione, dell’orientamento, del perdono!

I giorni che ci attendono siano un’autentica esperienza di rinnovamento spirituale, nella quale, riscoprendo la verità della nostra fede, declinata anche nella semplicità degli atti che la tradizione spirituale suggerisce, possiamo vedere aperto il nostro cuore ad accogliere, ancora e sempre, quei doni di grazia che lo Spirito sempre elargisce alla Chiesa, certi che anche l’impegno che le opere di misericordia possono comportare porterà frutto abbondante nelle nostre esistenze personali, nella vita della Chiesa e per il bene del mondo.

La Beata Vergine Maria, Madre di Misericordia, Regina di tutti i santi, Porta del Cielo, sostenga l’indefessa opera dei tanti benemeriti sacerdoti; sia mediatrice di grazia per il cuore dei fedeli dei quali è Avvocata ed implori dalla divina Clemenza il dono inestimabile dell’ingresso in Paradiso di tanti nostri fratelli. La loro felicità è la nostra felicità! Card. Mauro Piacenza, Zenit 29 ottobre

 

 

 

 

Decreto sulla celebrazione della Beata Maria Vergine di Loreto da iscrivere nel Calendario Romano Generale

 

Il 10 dicembre, giorno in cui vi è la festa a Loreto

 

La venerazione per la Santa Casa di Loreto è stata, fin dal Medioevo, l’origine di quel peculiare santuario frequentato, ancora oggi, da numerosi fedeli pellegrini per alimentare la propria fede nel Verbo di Dio fatto carne per noi. Quel santuario ricorda il mistero dell’Incarnazione e spinge tutti coloro che lo visitano a considerare la pienezza del tempo, quando Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, e a meditare sia le parole dell’Angelo nunziante l’Evangelo, sia le parole della Vergine che rispose alla divina chiamata. Adombrata di Spirito Santo, l’umile serva del Signore è divenuta casa della divinità, immagine purissima della santa Chiesa.

Il menzionato santuario, strettamente vincolato alla Sede Apostolica, lodato dai Sommi Pontefici e universalmente conosciuto, ha saputo illustrare in modo eccellente, nel corso del tempo, non meno di Nazaret in Terra Santa, le virtù evangeliche della Santa Famiglia. Nella Santa Casa, davanti all’effige della Madre del Redentore e della Chiesa, Santi e Beati hanno risposto alla propria vocazione, i malati hanno invocato consolazione nella sofferenza, il popolo di Dio ha iniziato a lodare e a supplicare Santa Maria con le Litanie lauretane, note in tutto il mondo. In modo particolare quanti viaggiano in aereo hanno trovato in lei la celeste patrona.

Alla luce di tutto questo, il Sommo Pontefice Francesco ha decretato con la sua autorità che la memoria facoltativa della Beata Maria Vergine di Loreto sia iscritta nel Calendario Romano il 10 dicembre, giorno in cui vi è la festa a Loreto, e celebrata ogni anno.

Tale celebrazione aiuterà tutti, specialmente le famiglie, i giovani, i religiosi, a imitare le virtù della perfetta discepola del Vangelo, la Vergine Madre che concependo il Capo della Chiesa accolse anche noi con sé.

La nuova memoria dovrà quindi apparire in tutti i Calendari e Libri liturgici per la celebrazione della Messa e della Liturgia delle Ore; i relativi testi liturgici sono allegati a questo decreto e le loro traduzioni, approvate dalle Conferenze Episcopali, saranno pubblicate dopo la conferma di questo Dicastero. Nonostante qualsiasi cosa in contrario.

Dalla sede della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 7 ottobre 2019, memoria della Beata Maria Vergine del Rosario.

Roberto Card. Sarah Prefetto +Arthur Roche Arcivescovo Segretario

 

 

 

 

“E senza amore, qual è il risultato?”

 

#SinodoAmazonico – Santa Messa a conclusione dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica. Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha tenuto

 

La Parola di Dio oggi ci aiuta a pregare attraverso tre personaggi: nella parabola di Gesù pregano il fariseo e il pubblicano, nella prima Lettura si parla della preghiera del povero.

1. La preghiera del fariseo comincia così: «O Dio, ti ringrazio». È un ottimo inizio, perché la preghiera migliore è quella di gratitudine, è quella di lode. Ma subito vediamo il motivo per cui ringrazia: «perché non sono come gli altri uomini» (Lc 18,11). E spiega pure il motivo: digiuna due volte la settimana, mentre allora era d’obbligo una volta all’anno; paga la decima su tutto quello che ha, mentre era prescritta solo sui prodotti più importanti (cfr Dt 14,22 ss). Insomma, si vanta perché adempie al meglio precetti particolari. Però dimentica il più grande: amare Dio e il prossimo (cfr Mt 22,36-40).

Traboccante della propria sicurezza, della propria capacità di osservare i comandamenti, dei propri meriti e delle proprie virtù, è centrato solo su di sé. Il dramma di questo uomo è che è senza amore. Ma anche le cose migliori, senza amore, non giovano a nulla, come dice San Paolo (cfr 1 Cor 13). E senza amore, qual è il risultato? Che alla fine, anziché pregare, elogia se stesso. Infatti al Signore non chiede nulla, perché non si sente nel bisogno o in debito, ma si sente in credito. Sta nel tempio di Dio, ma pratica un’altra religione, la religione dell’io. E tanti gruppi “illustri”, “cristiani cattolici”, vanno su questa strada. E oltre a Dio dimentica il prossimo, anzi lo disprezza: per lui, cioè, non ha prezzo, non ha valore. Si ritiene migliore degli altri, che chiama, letteralmente, “i rimanenti, i restanti” (“loipoi”, Lc 18,11). Sono, cioè, “rimanenze”, sono scarti da cui prendere le distanze. Quante volte vediamo questa dinamica in atto nella vita e nella storia! Quante volte chi sta davanti, come il fariseo rispetto al pubblicano, innalza muri per aumentare le distanze, rendendo gli altri ancora più scarti. Oppure, ritenendoli arretrati e di poco valore, ne disprezza le tradizioni, ne cancella le storie, ne occupa i territori, ne usurpa i beni.

Quante presunte superiorità, che si tramutano in oppressioni e sfruttamenti, anche oggi – lo abbiamo visto nel Sinodo quando parlavamo dello sfruttamento del creato, della gente, degli abitanti dell’Amazzonia, della tratta delle persone, del commercio delle persone! Gli errori del passato non son bastati per smettere di saccheggiare gli altri e di infliggere ferite ai nostri fratelli e alla nostra sorella terra: l’abbiamo visto nel volto sfregiato dell’Amazzonia. La religione dell’io continua, ipocrita con i suoi riti e le sue “preghiere” – tanti sono cattolici, si confessano cattolici, ma hanno dimenticato di essere cristiani e umani –, dimentica del vero culto a Dio, che passa sempre attraverso l’amore del prossimo. Anche cristiani che pregano e vanno a Messa la domenica sono sudditi di questa religione dell’io. Possiamo guardarci dentro e vedere se anche per noi qualcuno è inferiore, scartabile, anche solo a parole.

Preghiamo per chiedere la grazia di non ritenerci superiori, di non crederci a posto, di non diventare cinici e beffardi. Chiediamo a Gesù di guarirci dal parlare male e dal lamentarci degli altri, dal disprezzare qualcuno: sono cose sgradite a Dio. E provvidenzialmente, oggi ci accompagnano in questa Messa non solo gli indigeni dell’Amazzonia: anche i più poveri delle società sviluppate, i fratelli e sorelle ammalati della Comunità dell’Arche. Sono con noi, in prima fila.

2. Passiamo all’altra preghiera. La preghiera del pubblicano ci aiuta invece a capire che cosa è gradito a Dio. Egli non comincia dai suoi meriti, ma dalle sue mancanze; non dalla sua ricchezza, ma dalla sua povertà: non una povertà economica – i pubblicani erano ricchi e guadagnavano pure iniquamente, a spese dei loro connazionali – ma sente una povertà di vita, perché nel peccato non si vive mai bene.

Quell’uomo che sfrutta gli altri si riconosce povero davanti a Dio e il Signore ascolta la sua preghiera, fatta di sole sette parole ma di atteggiamenti veri. Infatti, mentre il fariseo stava davanti in piedi (cfr v. 11), il pubblicano sta a distanza e “non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo”, perché crede che il Cielo c’è ed è grande, mentre lui si sente piccolo. E “si batte il petto” (cfr v. 13), perché nel petto c’è il cuore. La sua preghiera nasce proprio dal cuore, è trasparente: mette davanti a Dio il cuore, non le apparenze. Pregare è lasciarsi guardare dentro da Dio – è Dio che mi guarda quando prego –, senza finzioni, senza scuse, senza giustificazioni.

Tante volte ci fanno ridere i pentimenti pieni di giustificazioni. Più che un pentimento sembra una autocanonizzazione. Perché dal diavolo vengono opacità e falsità – queste sono le giustificazioni –, da Dio luce e verità, la trasparenza del mio cuore. È stato bello e ve ne sono tanto grato, cari Padri e Fratelli sinodali, aver dialogato in queste settimane col cuore, con sincerità e schiettezza, mettendo davanti a Dio e ai fratelli fatiche e speranze. Oggi, guardando al pubblicano, riscopriamo da dove ripartire: dal crederci bisognosi di salvezza, tutti. È il primo passo della religione di Dio, che è misericordia verso chi si riconosce misero. Invece, la radice di ogni sbaglio spirituale, come insegnavano i monaci antichi, è credersi giusti. Ritenersi giusti è lasciare Dio, l’unico giusto, fuori di casa.

È tanto importante questo atteggiamento di partenza che Gesù ce lo mostra con un confronto paradossale, mettendo insieme nella parabola la persona più pia e devota del tempo, il fariseo, e il peccatore pubblico per eccellenza, il pubblicano. E il giudizio si capovolge: chi è bravo ma presuntuoso fallisce; chi è disastroso ma umile viene esaltato da Dio. Se ci guardiamo dentro con sincerità, vediamo in noi tutti e due, il pubblicano e il fariseo. Siamo un po’ pubblicani, perché peccatori, e un po’ farisei, perché presuntuosi, capaci di giustificare noi stessi, campioni nel giustificarci ad arte! Con gli altri spesso funziona, ma con Dio no. Con Dio il trucco non funziona.

Preghiamo per chiedere la grazia di sentirci bisognosi di misericordia, poveri dentro. Anche per questo ci fa bene frequentare i poveri, per ricordarci di essere poveri, per ricordarci che solo in un clima di povertà interiore agisce la salvezza di Dio.

3. Arriviamo così alla preghiera del povero, della prima Lettura. Essa, dice il Siracide, «attraversa le nubi» (35,21). Mentre la preghiera di chi si presume giusto rimane a terra, schiacciata dalla forza di gravità dell’egoismo, quella del povero sale dritta a Dio. Il senso della fede del Popolo di Dio ha visto nei poveri “i portinai del Cielo”: quel sensus fidei che mancava nella dichiarazione [del fariseo]. Sono loro che ci spalancheranno o meno le porte della vita eterna, loro che non si sono considerati padroni in questa vita, che non hanno messo se stessi prima degli altri, che hanno avuto solo in Dio la propria ricchezza. Essi sono icone vive della profezia cristiana.

In questo Sinodo abbiamo avuto la grazia di ascoltare le voci dei poveri e di riflettere sulla precarietà delle loro vite, minacciate da modelli di sviluppo predatori. Eppure, proprio in questa situazione, molti ci hanno testimoniato che è possibile guardare la realtà in modo diverso, accogliendola a mani aperte come un dono, abitando il creato non come mezzo da sfruttare ma come casa da custodire, confidando in Dio. Egli è Padre e, dice ancora il Siracide, «ascolta la preghiera dell’oppresso» (v. 16). E quante volte, anche nella Chiesa, le voci dei poveri non sono ascoltate e magari vengono derise o messe a tacere perché scomode.

Preghiamo per chiedere la grazia di saper ascoltare il grido dei poveri: è il grido di speranza della Chiesa. Il grido dei poveri è il grido di speranza della Chiesa. Facendo nostro il loro grido, anche la nostra preghiera, siamo sicuri, attraverserà le nubi. Papa Francesco, dip 28

 

 

 

 

Il Sinodo ha aperto nuove strade per l’evangelizzazione

 

Sono più di vent’anni che, come giornalista, seguo i Sinodi che si sono succeduti nel corso degli ultimi tre pontificati. Tutti diversi, ognuno con proprie peculiarità e risultati, ma un Sinodo come quello appena concluso in Vaticano non ha precedenti. Tutti i Sinodi hanno avuto una partecipazione composita, ma mai come questo Sinodo, che ha visto la presenza di una grande varietà di soggetti appartenenti non solo alla Chiesa cattolica. Sono arrivati a Roma scienziati, esperti di ecologia e climatologia, rappresentanti di popoli dell’Amazzonia, esponenti di ONG, consiglieri di Agenzie dell’Onu, suore impegnate in associazioni per il rispetto dei diritti umani, esperti di teologia e spiritualità indigena… Al Sinodo hanno partecipato 35 donne (il numero finora più alto per un Sinodo), 6 delegati fraterni, 12 invitati speciali, 25 esperti, 55 tra uditori e uditrici, 17 rappresentanti di etnie indigene. In termini ecclesiali, mai come in questo Sinodo sono arrivati vescovi e sacerdoti dalla periferia della Chiesa, per lo più appartenenti a diocesi ubicate nei nove Paesi nei quali si estende la foresta panamazzonica. In massima parte persone che partecipavano per la prima volta a un Sinodo. Su 184 padri sinodali, 113 sono arrivati dalle diverse circoscrizioni ecclesiastiche panamazzoniche. Sono stati diversi i vescovi che in Sala Stampa hanno ringraziato il Signore ed il Papa, perché mai avrebbero pensato di poter partecipare a un Sinodo della Chiesa universale. Anche i capi dicastero di Curia hanno raccontato di un Sinodo entusiasmante, con tanta vivacità e passione. A questo proposito è interessante notare che, mai come in questa occasione, i padri sinodali, anche in presenza di punti di vista diversi, sono stati concordi nel definire l’atmosfera del Sinodo molto positiva. “Un Sinodo ispirato e benedetto dallo Spirito Santo”, ha detto il Papa. Le diverse proposte, anche le più radicali, sono state discusse serenamente e con rispetto reciproco al fine di trovare una soluzione comune e condivisa. Tanti i temi in discussione: la difesa dei diritti umani degli indigeni, come rispondere alla mancanza di sacerdoti per la cura delle comunità cristiane sparse sul territorio, come portare i sacramenti in modo continuativo, il ruolo dei diaconi e delle donne, un nuovo modo di proporre l’evangelizzazione, la cura del Creato per evitare disastri ambientali a livello planetario, ecc. Il punto centrale delle discussioni è stato il superamento del modello culturale e religioso, di carattere coloniale e neocoloniale, che tanti danni ha fatto – e continua a fare – ai popoli indigeni, alla foresta amazzonica e alla stessa Chiesa cattolica. Diverse e dettagliate le testimonianze dei popoli indigeni, che vengono discriminati, espulsi dalle loro terre, cancellati come cultura e come etnia, sovente uccisi, mentre le donne sono sfruttate sessualmente e schiavizzate. Vescovi, missionari, religiose e religiosi hanno denunciato la presenza di imprese multinazionali che bruciano la foresta, rubano le terre, cacciano gli indigeni, scavano miniere in modo violento, inquinante e illegale. È in questo contesto che i padri sinodali si sono interrogati per trovare nuove strade di evangelizzazione, libere dai pregiudizi e dalla cultura coloniale e neocoloniale. Il documento finale ha fornito risposte non solo alle diocesi panamazzoniche ma al mondo intero, proponendo un modo più avanzato di testimoniare la buona novella del Vangelo. Ha detto Papa Francesco: “Trasmettere la fede non è fare proselitismo, ma fondare un cuore nella fede in Gesù Cristo”. San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi ha scritto: “Cristo non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo”. Per tutti questi motivi dal Sinodo emerge una Chiesa più aperta e bella che non è quella perduta, ma quella che si sta realizzando attraverso una rinnovata spinta missionaria “in uscita”. Antonio Gaspari, orbisphera 28

 

 

 

 

La preghiera per arrivare a Dio deve partire da un cuore umile

 

1. Due tipi di preghiera.

Come il fariseo e il pubblicano della parabola proposta dal Vangelo di oggi (XXX Domenica del Tempo Ordinario), anche noi andiamo “nel tempio a pregare”. (cfr Lc 18,9-14). Anche noi potremmo essere tentati, come il fariseo, di ricordare a Dio i nostri meriti. Ma, per salire al Cielo, la preghiera deve partire da un cuore umile, povero e pentito. E quindi anche noi andiamo a Messa prima di tutto per rendere grazie a Dio, non per i nostri meriti, ma per i doni che Dio ci ha fatti e costantemente ci fa. Ci riconosciamo piccoli e bisognosi del suo amore misericordioso che ci salva.  Dunque, riconosciamo che tutto viene da Lui e che solo con la sua Grazia si realizzerà quanto lo Spirito Santo ci dice. Solo così potremo “tornare a casa” veramente arricchiti, resi più giusti e più capaci di camminare sulle vie del Signore nella vita di ogni giorno.

Ma prima di spiegare il Vangelo di oggi, penso sia utile presentare brevemente il suo contesto. Siamo nella seconda parte del cammino di Gesù a Gerusalemme, dove Gesù continua ad istruire i suoi discepoli sullo spirito del Figlio, che è spirito di accoglienza e di misericordia. San Luca, al cap 13 quando i discepoli chiedono “chi sara? salvato?”, racconta che Gesù risponde: “Sforzatevi per di entrare per la porta stretta”. La salvezza è una porta stretta, talmente stretta che non entra nessun giusto, entrano invece tutti i peccatori, perché la salvezza e? l’amore gratuito di Dio e l’amore gratuito ce l’ha non chi vuol meritarlo – il giusto – ma chi l’accoglie come dono e come grazia, cioè il peccatore. E allora nel capitolo 14  ridimensiona il cosiddetto “giusto”. In questo capitolo del Vangelo di Luca leggiamo si parla di un fariseo che invita Gesù a pranzo e davanti c’e? un idropico e l’idropico e? l’immagine del fariseo, cioè del giusto, il quale usa i doni di Dio per gonfiarsi sempre di piu? di orgoglio e di morte. e allora quell’idropico per il quale tutto cio? che mangia invece che diventare energia e vita diventa principio di morte, e? immagine del giusto che usa il suo essere giusto per condannare gli altri.

Quindi è colui che pensa di essere giusto che fa il vero peccato contro Dio, considera Dio come cattivo e terribile e vende il suo amore pretendendo di essere “pagato” con una ricompensa divina. Dio non è cattivo, è ricco di misericordia e le parabole delle misericordia (cap. 15) esprimono con chiarezza questa verità. Anche il capitolo 16 e? su questo. Nei capitoli successiva, si parla della econda parte del cammino che comincia con la guarigione dei 10 lebbrosi che sono inviati a Gerusalemme – cosa impossibile – e guariscono durante il cammino. Cioe? noi, ascoltando la Parola di Gesù cosi? come siamo – peccatori, lebbrosi, impossibilitati ad andare a Gerusalemme – possiamo guarire se abbiamo fede nella Parola. Dunque, se nella vita quotidiana, a casa e al lavoro, viviamo con criteri nuovi insegnati da Cristo e non con il lievito dell’ipocrisia, del protagonismo, della paura, viviamo già il Regno di Dio perché viviamo con lo spirito del Figlio che sa farsi fratello degli altri. In effetti, il Regno di Dio c’e? dove ci sono persone che desiderano il Signore e che lo amano e lo seguono. Quando noi amiamo come lui il Padre e i fratelli, ecco che siamo nel Regno di Dio. E la fede e? questo: desiderare questa comunione nella preghiera col Signore.

Insomma, la parabola di oggi ci è ricordato che ci sono due modi per cercare di essere in comunione con Dio. La parabola del pubblicano e del fariseo ci descrive due tipi di preghiera, come ci sono due tipi di uomini, che vivono in noi ed essa e? una parabola molto provocante, che e? un po’ la sintesi di tutte le parabole che abbiamo visto sulla misericordia e che ci istruisce su quale deve essere la nostra preghiera per essere vera, cioe? quale deve essere il nostro rapporto con Dio e il nostro rapporto coi fratelli, perche? la preghiera serve per avere un rapporto nuovo con Dio. Se abbiamo un nuovo rapporto con Dio che e? Padre, abbiamo un nuovo rapporto coi fratelli.

 

2. La preghiera deve essere umile.

Oggi, dunque, Cristo completa il suo insegnamento sulla preghiera, sottolineando che la preghiera è vera e efficace, quando è umile. Tuttavia, non dimentichiamo quanto la Liturgia della Parola di Domenica scorsa ci ha insegnato affermando che, per essere vera, la preghiera deve essere pura, fiduciosa, vigilante e costante.

Nell’introduzione al commento del Padre Nostro, San Tommaso d’Aquino scrive: “La preghiera deve essere umile perché Dio “si volge alla preghiera dell’umile e non disprezza la sua supplica” (Sal 102,18). Vedi anche la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,10 14) e la preghiera di Giuditta: “Tu sei il Dio degli umili, sei il soccorritore dei derelitti” (Gdt 9,11). ?E questa umiltà è osservata nel Padre nostro. Infatti, si ha vera umiltà quando uno non presume assolutamente nelle proprie forze, ma aspetta tutto dalla potenza divina alla quale si rivolge supplichevole”.

Per pregare in verità occorre l’umiltà che rende contrito il cuore e avvicina Dio all’uomo, come dice il Salmo: “Dio è vicino a chi ha il cuore spezzato, salva gli spiriti affranti, riscatta la vita dei suoi servi; non condanna chi in lui si rifugia” (Sal 33/34, 19 e 23). Questo salmo ci può anche aiutare a capire bene la parabola evangelica del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-11), che ci è proposta in questa Domenica e che ci parla della preghiera umile. Un’umiltà espressa non solo dalle parole usate dal pubblicano ma anche dall’atteggiamento di quest’uomo, che si riconosce peccatore. Quando preghiamo, non conta solamente quello che diciamo al Signore, ma come Glielo diciamo. E’ in gioco “il come” viviamo il nostro rapporto con Dio.

Di conseguenza, ciò che va corretto o migliorato nella nostra preghiera non sono le parole che diciamo, ma il modo di vivere la nostra relazione con Dio, magari iniziando il nostro momento di raccoglimento dicendo: “Signore, prima di parlare con me, perdonami” (Antequam discutias mecum, Domine, miserere mei -Antifona ambrosiana).

Esaminiamo ora brevemente i due protagonisti di questo racconto evangelico.

Iniziamo dal fariseo, che dalla mentalità corrente è considerato il vero praticante. Quest’uomo osserva scrupolosamente le pratiche della sua religione e ha molto spirito di sacrificio. Non si accontenta dello stretto necessario, ma fa di più. Non digiuna soltanto un giorno alla settimana, come prescriveva la legge, ma due.

Però Cristo dice che costui non è giustificato, non è salvato. Perché? Egli osserva tutte le prescrizioni della legge e non può essere accusato di essere ipocrita, ma commette l’errore di essere sicuro della propria giustizia. Si ritiene in credito presso Dio: non attende la Sua misericordia, non attende la salvezza come un dono gratuito, immeritato, ma piuttosto come una ricompensa dovuta per il dovere compiuto. Dice: «O Dio, ti ringrazio» e Gli fa l’elenco di quanto lui sa fare nella sua vita di praticante, facendo in tal modo presente a Dio la propria giustizia. Ma ha di fatto perduto l’originaria e gratuita dipendenza da Dio che ci è Padre perché ci ama e non perché “deve” ripagarci di quanto abbiamo fatto. Tanto è vero che questo fariseo a parte quel «ti ringrazio» detto all’inizio non prega: non guarda a Dio, non si confronta con Lui, non attende nulla da Lui, né gli chiede nulla. Si concentra su di sé e si confronta con gli altri, giudicandoli duramente. In questo suo atteggiamento non c’è nulla della preghiera. Non chiede nulla, e Dio non gli dà nulla.

Passiamo ora al secondo personaggio della parabola: un pubblicano che sale al tempio a pregare, e il cui atteggiamento è esattamente l’opposto di quello del fariseo. Si ferma a distanza, si batte il petto e dice: «O Dio, abbi pietà di me peccatore»[1] (Lc 18, 13). Riconoscendosi peccatore dice la verità: è al soldo dei romani invasori e pagani, ed è esoso nell’esigere le tasse. E’ certamente un peccatore, ma è consapevole di esserlo peccatore, si sente bisognoso di cambiamento e, soprattutto, sa di non poter pretendere nulla da Dio. Non ha nulla da vantare, non ha nulla da pretendere. Può solo chiedere. Conta su Dio, non su se stesso. Quest’uomo ha il capo chinato ma il cuore è proteso verso l’Alto, da cui attende la misericordia.

La conclusione è chiara e semplice: l’unico modo corretto di mettersi di fronte a Dio nella preghiera e, ancor prima, nella vita è quello di sentirsi costantemente bisognosi del Suo perdono e del Suo amore. Le opere buone dobbiamo farle, ma non è il caso di vantarle. Come pure non è il caso di fare confronti con gli altri.

 

3. Il perdono ricrea

Dunque, il pubblicano “tornò a casa sua giustificato”. Fu perdonato non perché migliore o più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà), ma perché si aprì – come una porta che si socchiude al sole – a un Dio più grande del suo peccato, a un Dio che non si merita, ma si accoglie, a un Dio che con il perdono ricrea e rende il cuore del pubblicano innocente come quello di un bambino.

Come Dio ha reso “giusto” il pubblicano peccatore, egli è “propizio” a noi quali peccatori sinceramente pentito, e saremo resi “giusti”, cioè riammessi nella divina amicizia, resi santi, purificati, restituiti alla vita di fede.

Il fariseo è condannato. Perché? Perché disse “non sono rapace, ingiusto, adultero come il resto degli uomini” – e fin qui la genericità non offende nessuno – ma proseguì “o anche come questo Pubblicano” (Lc 18, 11). Così si mise contro il suo prossimo, lontano e vicino, nell’ingiustizia versi di esso e, quindi, verso Dio, che aveva detto: “Misericordia voglio più che sacrificio” (Os 6,6, ) e lo aveva confermato per bocca del Suo Figlio: “Andate e imparate che significa. Misericordia voglio, più che sacrificio” (Mt 9,13) e insistito: “Se voi aveste compreso che significa: Misericordia voglio più che sacrificio allora non avreste condannato gli innocenti” (Mt 12,7). Il peccato del fariseo formalmente sta nella condanna del fratello, ma soprattutto nella causa di questa condanna: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarò esaltato (Lc 18, 14). E la stessa frase già usata per gli invitati presuntuosi che volevano occupare i posti migliori al banchetto (cfr. Lc 14, 11).

Imitiamo Cristo che non esaltò se stesso anzi si “svuotò” la sua Divinità nella più abbietta umiliazione quella della croce. Per questo Dio l’ha esaltato sopra ogni altro nome (cfr. Fil 2.)

Le Vergini consacrate sono chiamate a vivere in modo speciale quest’umiltà di Cristo nella preghiera e nella vita. Queste donne hanno accolto in modo particolare l’invito del Salvatore: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo alle anime vostre» (Mt 11, 29). “E se vuoi conoscere il nome di questa virtù, cioè come essa è chiamata dai filosofi, sappi che l’umiltà su cui Dio rivolge il suo sguardo è quella stessa virtù che i filosofi chiamano atyphía oppure metriótês. Noi possiamo peraltro definirla con una perifrasi: l’umiltà è lo stato di un uomo che non si gonfia, ma si abbassa. Chi infatti si gonfia, cade, come dice l’Apostolo, «nella condotta del diavolo» – il quale appunto ha cominciato col gonfiarsi di superbia -; l’Apostolo dice: «Per non incappare, gonfiato d’orgoglio, nella condanna del diavolo» (I Tm 3, 6).«Ha guardato l’umiltà della sua ancella»: Dio mi ha guardato dice Maria – perché sono umile e perché ricerco la virtù della mitezza e del nascondimento”(Origene, Omelie sul Vangelo di Luca, VIII, 5-6). Questa umiltà le rende spiritualmente feconde. Esse vivono il modo particolare lo spirito della Vergine Maria e “se secondo la carne, una sola fu la madre di Cristo, secondo la fede tutte le anime generano Cristo: ognuna infatti accogli in sé il Verbo di Dio” (Sant’Ambrogio di Milano, Esposizione del Vangelo secondo Luca, 2, 26-27). Nella preghiera di invio il Vescovo prega su di loro: “Gesù nostro Signore, fedele sposo di quelle che a Lui sono consacrate, vi doni, con la sua Parola, una vita felice e feconda” (Rituale di Consacrazione delle Vergini, n. 77). In tal modo, invita loro, e con il loro esempio invita ciascuno di noi, a fare in modo che nel nostro cuore, nella nostra vita il Signore trovi la sua dimora. Ma non solo dobbiamo portarlo nel cuore, dobbiamo “generarlo” e portarlo nel nostro tempo e nel mondo intero. Mons. Follo

 

 

 

 

Missionarie Scalabriniane: a Rocca di Papa aperto il Capitolo Generale

 

ROMA – Si è aperto nel Centro internazionale di spiritualità del Sacro Cuore a Rocca di Papa (Roma), il XIV Capitolo generale delle suore missionarie di San Carlo Borromeo (Scalabriniane), che eleggerà il nuovo governo della Congregazione a livello internazionale. Durante la liturgia eucaristica della messa di apertura, Mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio ha citato Papa Francesco e l’enciclica Evangelii Gaudium con il suo senso della “Chiesa in uscita”, e con un’attività missionaria capace di “andare in tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”.  Poi ha affrontato il tema dei migranti e rifugiati, che devono essere “al centro della Chiesa”. Parlando dell’impegno del fondatore della Congregazione, monsignor Giovanni Battista Scalabrini e dei cofondatori, Giuseppe e Assunta Marchetti, ha sottolineato l’esigenza del “diritto a migrare” che è “un diritto inalienabile” del genere umano.

La superiora generale, suor Neusa de Fatima Mariano, ha accolto le componenti del Capitolo che “nelle prossime settimane rifletteranno, discerneranno e lavoreranno insieme su ciò che abbiamo scoperto della nostra vita religiosa, nel processo di rinnovamento interiore della Congregazione”. In questo periodo le suore hanno rinnovato il loro assetto, riorganizzandosi anche con un Servizio itinerante a sostegno dei migranti: una sorta di “pronto soccorso” che si sposta in relazione alle emergenze migratorie che stanno avvenendo nel mondo. Si tratta di un progetto innovativo che le vede impegnate in diverse regioni del pianeta: a Ventimiglia (in Liguria), nello Stato di Roraima (in Brasile) a sostegno dei migranti venezuelani, nella frontiera tra Messico e Stati Uniti. La superiora generale, evidenziando le responsabilità e lo spirito del Capitolo, ha parlato dell’attività missionaria, della sua “ricchezza, varietà, dei suoi luoghi di vulnerabilità, sfida ed energia” e della necessità di abbracciare “il futuro con speranza, un futuro che richiede creatività, coraggio e impegno affinché l’amore immenso, tenero, forte e misericordioso di Dio possa plasmarlo”. Prima dell’impegno di Rocca di Papa le partecipanti al Capitolo hanno partecipato, giovedì, a una messa nella Basilica di San Pietro officiata da don Giovanni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes, che ha parlato, citando il Vangelo e Papa Francesco, del ruolo delle parole, del dialogo, dello spirito che anima il confronto tra persone. Migrantes Online, 28 ottobre  

 

 

 

Bischof Timmerevers spricht vor der Synode der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) in Dresden

 

„Wir stehen als Christen vor ähnlichen Herausforderungen“

 

Mit einem Appell, als ökumenisch verbundene Kirchen gemeinsam den „Schrei nach Gerechtigkeit und Frieden“ zu hören, hat Bischof Heinrich Timmerevers (Dresden-Meißen) heute (10. November 2019) bei der sechsten Tagung der 12. Synode der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) in Dresden gesprochen. Das Schwerpunktthema der Synode „Auf dem Weg zu einer Kirche der Gerechtigkeit und des Friedens“ treffe mitten ins Herz des christlichen Glaubens.

 

„Indem wir als Kirchen diesen Ruf vernehmen und ernstnehmen, stellen wir uns radikal auf die Seite der Ärmsten. Das Friedensengagement der Kirchen ist somit Ausdruck der vorrangigen Option für die Armen, die lebenspraktisch wirksam werden kann und muss“, sagte Bischof Timmerevers. „Eine Kirche, die so auf dem Weg zu Gerechtigkeit und Frieden ist, ist dann auch immer eine Kirche, die ihren Weg gemeinsam mit den betroffenen Menschen geht.“

 

Mit Blick auf die Lage in der katholischen Kirche erinnerte Bischof Timmerevers an die laufende Verpflichtung, Konsequenzen aus den Fällen sexuellen Missbrauchs an Minderjährigen durch katholische Priester, Diakone und männliche Ordensangehörige zu ziehen, deren Ausmaß bedrückend sei. Neben der Notwendigkeit der direkten Aufarbeitung und unmittelbarer Maßnahmen der Prävention arbeite man auch an strukturellen Defiziten, die Missbrauch zwar nicht verursachten, wohl aber begünstigten. „Dies hat die Deutsche Bischofskonferenz zum Anlass genommen, gemeinsam mit dem Zentralkomitee der deutschen Katholiken einen Synodalen Weg zu beschließen, der auf der gemeinsamen Suche nach Schritten zur Stärkung des christlichen Zeugnisses die Klärung von zentralen Problemfeldern anstrebt“, so Bischof Timmerevers. Er fügte hinzu: „Da sich die katholische Kirche in Deutschland mit ihren Schwestern und Brüdern in anderen Kirchen und christlichen Gemeinschaften eng verbunden weiß und damit in den Sitzungen der Synodalversammlungen und in der Arbeit der Synodalforen ihre verschiedenen Perspektiven auf die zu beratenden Themen- und Handlungsfelder zu Wort kommen können, sollen auch Beobachterinnen und Beobachter aus der Ökumene zum Synodalen Weg eingeladen werden.“

 

Bischof Timmerevers würdigte in seinem Grußwort im Namen der Deutschen Bischofskonferenz auch das gute ökumenische Miteinander, „das über viele Jahre gewachsen ist und uns im Reformationsjahr 2017 noch einmal einander näher gebracht hat“. Die evangelische Kirche bat er um das begleitende Gebet für den Synodalen Weg. „Wir stehen als Christen in unserem Land, in dem der Resonanzboden für den christlichen Glauben und wohl auch für den Glauben generell kleiner zu werden scheint, vor ähnlichen Herausforderungen, Menschen mit der Frohen Botschaft in Kontakt zu bringen. Dabei verstehen wir uns – gottlob – nicht als Konkurrenten. Im Gegenteil: Unser christliches Zeugnis ist umso stärker, je glaubwürdiger jeder einzelne Christ und jede einzelne Kirche und Gemeinschaft ist und je mehr es uns gelingt, auf dem weiteren ökumenischen Weg die bestehende Verbundenheit unter uns mit Leben zu füllen und sichtbar zu machen.“ Dbk 10

 

 

 

 

Erzbischof Koch: Deutsche sollen für Welt ohne Mauern werben

 

Aus dem Mauerfall erwächst nach Auffassung des Berliner katholischen Erzbischofs Heiner Koch eine bleibende Aufgabe für die Deutschen. „Vor 30 Jahren hat die Welt auf uns geschaut, voller Staunen und Anerkennung, dass eine Revolution ohne Waffengebrauch und Blutvergießen möglich war“, sagte Koch am Samstag im rbb-Radio.

„Wir sollten dies als Auftrag verstehen, gegenüber allen, die Mauern bauen, zu verstehen zu geben, dass eine Welt ohne Mauern nicht nur möglich ist, sondern dass es auch eine menschlichere Welt ist“, erklärte der Erzbischof und betonte: „Dabei geht es mir nicht nur um Mauern aus Stein und Stacheldraht, sondern auch um so manche Mauer in den Köpfen.“

Mit Blick auf eine derzeit kritischere Sicht auf die deutsche Wiedervereinigung und deren Folgen fügte der Erzbischof des Erzbistums Berlin hinzu: „Auch wenn der gesellschaftliche Zusammenhalt durch neue Probleme und Herausforderungen immer wieder in Frage gestellt ist - wir sollten uns an einem Tag wie heute wieder mehr über die Sternstunde der jüngsten deutschen Geschichte freuen und diese Freude auch zeigen.“ (kna/rbb 10)

 

 

 

Unser Sonntag: Hölle ist selbstgewählte Gottesferne

 

Wenn der Himmel der Ort der vollendeten Gemeinschaft mit Gott ist, wo unser ‚Ja‘ zu ihm, im Moment des Todes gesprochen, uns in die Auferstehung mit ihm zieht, dann muss es konsequenter Weise auch einen Ort geben, wo das ‚Nein‘ gegenüber Gott seinen Platz hat - meint Sascha Jung. Sascha Jung, Lk 20,27-38

 

Unter den Theologen wird gern diese Anekdote erzählt: eine Witwe kam regelmäßig ins Pfarrbüro, um für ihren verstorbenen Mann Messintentionen zu bestellen – finanziell für den Pfarrer eine sichere Einnahmequelle! Doch dann stellte die Dame die Bestellungen von heute auf morgen ein. Ihre Begründung auf Nachfrage des geistlichen Herrn: „Ich denke, dass mein Ehemann jetzt im Himmel ist.“

Der Pfarrer, interessiert an weiteren Geldzahlungen für die Messe, intervenierte: „Es mag aber auch sein, dass Ihr Gatte noch mit den Füßen im Fegefeuer steht!“ Die schlagfertige Antwort der Frau: „Das macht nichts. Der hatte ohnehin immer kalte Füße; dann holt er sich im Himmel auch keinen Schnupfen.“ –

“ Unser Gesellschaft hat Sterben und Tod ausgelagert ”

So nett die Anekdote auch daherkommt, so zielt sie auf ein sehr ernstes Thema ab, das gegenwärtig doch um Anerkennung kämpft. Zum einen, da sich unsere Gesellschaft zunehmend schwer damit tut, einen guten Umgang mit Sterben und Tod zu pflegen. Wenn früher in der Familie gestorben wurde, so geschieht dies heute in Pflegeeinrichtungen oder in Krankenhäusern – der Tod wird ‚outgesourct‘. Eltern halten das heikle Thema ‚Tod‘ von ihren Kindern fern, wenn ein Sterbefall eintritt, und empfinden es als Herausforderung, mit ihnen über die Endlichkeit des Lebens sprechen zu müssen. Denn damit verbunden ist immer die Frage: und was kommt nach dem Leben hier auf der Erde? Kommt da nichts, oder geht es irgendwie weiter? Dann muss man die Karten auf den Tisch legen, muss Farbe bekennen, ob eine der vielen Antwortmöglichkeiten der großen Weltreligionen für einen selbst nicht nur eine mögliche Option, sondern vielmehr Grundsatz all seines Hoffens ist. Für uns Christen ist das die Frage nach dem Dreh- und Angelpunkt unseres Glaubens: an die Auferstehung der Toten und das Leben der kommenden Welt, wie es im Glaubensbekenntnis formuliert ist.

Der Glaube an die Auferstehung ist nicht mehr selbstverständlich

An diesem ‚heiklen‘ Punkt nimmt das Gespräch zwischen den Pharisäern, die eine Auferstehung der Toten kategorisch verneinen, und Jesus so richtig an Fahrt auf. Mit ihrem Fallbeispiel erreichen sie auch eine gewisse Zuspitzung in dieser Frage, was ein bisschen an den Witz der eingangs erzählten Anekdote erinnert – eine Zuspitzung, die diese Frage auch in unserem Leben erfährt, wenn sich die Frage nach dem ewigen Leben im Angesicht des Todes stellt. –

Im Anschluss an Beerdigungen, bei denen ich in der Ansprache nicht nur das Leben der verstorbenen Person gewürdigt, sondern auch von meinem Glauben an die Auferstehung der Toten Zeugnis gegeben habe, wurde ich oft von ‚guten Christen‘ und ‚überzeugten Katholiken‘, wie sie sich zumindest nach außen zeigen, angesprochen, die mir dann von ihren persönlichen Zweifeln am österlichen Glauben erzählten. Mich hat es erstaunt, wie viele Christen doch an diesem Glaubenssatz nagen. So selbstverständlich das Bekenntnis zu Christus ist, so unselbstverständlich ist der Glaube daran, dass auch wir von den Toten auferstehen werden.

“ Er ist doch kein Gott von Toten, sondern von Lebenden (vgl. Lk 20,38) ”

Deshalb ist es gut, dass wir auch einmal außerhalb der österlichen Zeit und gerade jetzt im Monat November, wenn die Natur uns das Sterben vor Augen führt, wir uns an die Verstorbenen erinnern und sich das Kirchenjahr seinem Ende zuneigt, diese Botschaft hören: „Er ist doch kein Gott von Toten, sondern von Lebenden“ (vgl. Lk 20,38). Dieser eine Satz Jesu hat es in sich. Und dieser Satz des Evangeliums bereitet inhaltlich vor, was in der Folge erzählt werden wird: die Geschichte des Leidens und der Erweckung Jesu von den Toten! Denn das Gespräch zwischen Jesus und den Pharisäern findet im Erzählstrang des Lukasevangeliums zwischen Palmsonntag und Ostern statt, in der Dramatik von ‚Hosianna‘ und ‚ans Kreuz mit ihm!“. Dieser Satz fällt mitten in den entscheidendsten Stunden des Lebens Jesu – damit dieser Satz uns in den ebenso entscheidenden Stunden unseres Lebens Halt und Hoffnung gibt: „Er ist doch kein Gott von Toten, sondern von Lebenden!“ –

Paulus wusste um die Anfälligkeit des Osterglaubens

Schon der Apostel Paulus weiß darum, wie anfällig doch der Osterglaube ist. Diese eine Stelle im ersten Brief an die Gemeinde in Korinth zeigt, wie der Apostel förmlich um die Worte ringt, um zu ermutigen und zu stärken. Und er scheint fast auf das heutige Evangelium zurückgreifen zu wollen, wenn er da schreibt: „Wenn aber verkündet wird, dass Christus von den Toten auferweckt worden ist, wie können dann einige von euch sagen: Eine Auferstehung der Toten gibt es nicht? Wenn es keine Auferstehung der Toten gibt, ist auch Christus nicht auferweckt worden. Ist aber Christus nicht auferweckt worden, dann ist unsere Verkündigung leer, leer auch euer Glaube“ (vgl. 1 Kor 15,12-14).

Vielleicht ist es wichtiger denn je, gerade über diese Zweifel einmal ins Gespräch zu kommen. Das wäre auch wichtig für den Verkündigungsdienst der Kirche, damit dieser näher an der Realität des Lebens und des Glaubens der Menschen ist. Gerade da tun sich doch auch Defizite auf! Oft kann man den Eindruck gewinnen, dass die Katholiken noch katholischer, die Frommen noch frömmer gemacht werden sollen. Die Eindringlichkeit der Worte ist kaum zu überhören und verfehlt ihre Wirkung gerade dann nicht, wenn in den Bildern von Himmel, Hölle und Fegefeuer gesprochen wird. Selbst Papst Franziskus scheut es nicht, sich dieser Bilder zu bedienen.

Der Mensch kann auch Nein zu Gott sagen

Aber was steckt dahinter, wenn Kirche und Theologie im 21. Jahrhundert in wissenschaftlichen Diskursen und geistlichen Worten davon spricht? Das zu verstehen, ist nur im Kontext der Freiheitsgeschichte des Menschen möglich. Die Erkenntnis aus der Philosophie aber auch die theologische Überzeugung, dass Gott den Menschen als Freiheitswesen erschaffen und ihn seiner Welt überantwortet hat, damit er dort in Verantwortung seines Gewissens und in Ausübung seines freien Willens agiert, schließt ein, dass der Mensch sich für Gott frei entscheiden kann und somit auch bewusst entscheiden muss. Das bedeutet aber, dass der Mensch auch ‚Nein‘ gegenüber Gott sagen kann. Wenn der Himmel der Ort der vollendeten Gemeinschaft mit Gott ist, wo unser ‚Ja‘ zu ihm, im Moment des Todes gesprochen, uns in die Auferstehung mit ihm zieht, dann muss es konsequenter Weise auch einen Ort geben, wo das ‚Nein‘ gegenüber Gott seinen Platz hat – also der Ort der größtmöglichen Ferne zu Gott.

“ Fegefeuer - Purgatorium - ist ein Reinigungsort ”

Dieser Ort ist dann aber kein Ort der Verdammnis, kein Ort, wo Gott den Menschen als Strafe hinschickt, sondern ein Ort der Gottesferne, den sich der Mensch frei gewählt hat. Dies meint das Bildwort der ‚Hölle‘. Und aus der christlichen Perspektive der Hoffnung heraus müsste man direkt anschließen: aber wir hoffen natürlich, dass die Hölle menschenleer ist! Das Fegefeuer schließlich ist kein Ort zwischen Himmel und Hölle, wie es meist gedacht wird. Auch kirchenamtlich wurde dies lange Zeit so gelehrt, dies auch in Verbindung mit dem ‚Limbus‘, einer Art ‚Vorhölle‘, wo u.a. die Seelen der ungetauften Kinder verortet wurden, die wegen der fehlenden Taufe nicht in den Himmel kommen könnten, ebenso die Seelen derer, die ohne eigenes Verschulden vom Himmel ausgeschlossen seien. Zum Glück hat Papst Benedikt XVI. im April 2007 offiziell festgestellt, dass diese Meinung vom Lehramt der Kirche nicht weiter unterstützt werde kann; er hat gewissermaßen die Vorhölle abgeschafft; Gott sei Dank!

Fegefeuer ist notwendig: aus Scham

Das Fegefeuer ist das, was in der lateinischen Bezeichnung ‚Purgatorium‘ sprachlich gefasst ist: ein ‚Reinigungsort‘. Wir Menschen wissen ja, dass wir zwar zur Heiligkeit berufen sind und durch die Taufe auch die Heiligkeit als eine Art ‚Erbbesitz‘ als Kinder Gottes in uns tragen. Aber diesem so hohen Anspruch werden wir nicht immer gerecht; wir fallen in die Umkehrung des Guten, in die Sünde. Wenn wir nach dem Tod vor Gott stehen, dem Urgrund und der Fülle der Liebe, dann wird uns bewusst werden, wann und wie wir in unserem Leben den Menschen und auch Gott Liebe ‚schuldig‘ geblieben sind. Dieses Bewusst-Werden der Mangelerscheinungen an Liebe wird uns schmerzen, wird uns mit Scham erfüllen. Doch Gott wird dies in diesem Moment auch heilen und diesen Mangel an Liebe mit seiner Barmherzigkeit ausfüllen.

Dieser ‚Schmerz‘ will mit dem Bild des ‚Feuers‘ zum Ausdruck gebracht werden. Es ist kein Feuer, das von außen auf uns zu kommt, sondern etwas, das in uns brennt. Aus der Medizin wissen wir, dass eine Wunde brennt, damit der Körper seine Selbstheilungskräfte aktivieren kann. Ähnlich ist es hier: es wird uns Läuterung und Heilung zuteil! Der Prophet Sacharja beschreibt es so: „Ich will (den Teil der Übriggebliebenen aus dem Volk) ins Feuer werfen, um es zu läutern, wie man Silber läutert, um es zu prüfen, wie man Gold prüft. Sie werden meinen Namen anrufen und ich werde sie erhören.

“ Gott verstößt nicht, wer sich vor sein Antlitz der Liebe stellt und um seine Sündenschuld weiß ”

Ja, ich werde sagen: Es ist mein Volk. Und das Volk wird sagen: der Herr ist mein Gott“ (Sach 13,9). Und auch hier ist wichtig festzustellen: das Fegefeuer ist kein Zwischenort! Wir stehen dann schon vor Gott – das Fegefeuer ist ein Ort innerhalb des Himmels, innerhalb der Gemeinschaft mit Gott! – Auf diesem theologischen Hintergrund wird noch einmal deutlich, was das Evangelium auf eine schlichte, aber gehaltvolle Formel bringt: „Er ist doch kein Gott der Toten, sondern von Lebenden“ (vgl. Lk 20,38). Gott hat keine Freude am Untergang des Menschen! Er verstößt nicht, wer sich vor sein Antlitz der Liebe stellt, wer um seine Sündenschuld weiß und sich gerade deshalb von ihm in den Arm unendlicher Liebe nehmen lassen möchte. 

Dieser eine Satz Jesu, in den entscheidendsten Stunden seines Lebens gesprochen, er kann auch uns in den entscheidenden Stunden unseren Lebens Halt und Zuversicht schenken. Das wünsche ich Ihnen – nicht nur an diesem Sonntag, sondern an allen Tagen Ihres Lebens. Claudia Kaminski, VN 9)

 

 

 

„Kirche in Not“ veröffentlicht neuen Bericht zur Christenverfolgung

 

Der Countdown bis zum Ende des Christentums in Teilen des Nahen Osten tickt immer lauter – und kann nur gestoppt werden, wenn die internationale Gemeinschaft jetzt handelt. Zu diesem Ergebnis kommt der neue Bericht „Verfolgt und vergessen?“ von „Kirche in Not“. Er wurde vom britischen Nationalbüro des weltweiten päpstlichen Hilfswerks erstellt und liegt nun in deutscher Übersetzung vor.

 

Der Bericht umfasst den Zeitraum von 2017 bis 2019 und stellt die Entwicklung der Christenverfolgung in zahlreichen Weltregionen vor. Was die Entwicklung für die einzelnen Christen bedeutet, wird anhand zahlreicher Fallbeispiele und kurzer Länderberichte illustriert.

Zahl der Christen im Irak um bis zu 90 Prozent gesunken

Ein zentraler Befund von „Verfolgt und Vergessen?“: In den Ländern des Nahen Ostens ist nach dem militärischen Sieg über den sogenannten „Islamischen Staat“ der Völkermord an Christen und anderen Minderheiten gestoppt. Allerdings hält der Exodus der Christen aus der Region weiterhin an – die Angst vor einem Wiederaufflammen des Terrors ist zu groß. Die jüngsten Meldungen aus dem Nordosten Syriens zeigen, wie real diese Angst ist.

Vor dem Jahr 2003 gab es im Irak noch rund 1,5 Millionen Christen. Bis Mitte 2019 ist die Zahl auf deutlich unter 150 000 gefallen – ein Rückgang von bis zu 90 Prozent innerhalb nur einer Generation. Auch in Syrien ist die Anzahl der Christen seit Beginn des Krieges im Jahr 2011 um zwei Drittel zurückgegangen.

Mehr Aufmerksamkeit, aber Hilfen stocken

Der Bericht von „Kirche in Not“ hebt hervor, dass die Weltöffentlichkeit in den vergangenen Jahren dem Thema Christenverfolgung mehr Aufmerksamkeit geschenkt hat. Ursachen waren neben dem Genozid im Irak unter anderem das Schicksal von Asia Bibi in Pakistan. Die Christin war wegen angeblicher Blasphemie zum Tod verurteilt und nach Jahren der Einzelhaft im Oktober 2018 freigesprochen worden.

Die für Christen wie andere religiöse Minderheiten erforderlichen Hilfen wurden von der internationalen Gemeinschaft jedoch zu wenig gewährt, so der Bericht. Für den Wiederaufbau im Irak seien zum Beispiel von den USA umfangreiche Mittel zugesagt worden, die Auszahlung jedoch stockte. „Kirche in Not“ und weitere Organisationen setzen sich für die Wiederbesiedelung christlicher Dörfer in der Ninive-Ebene ein. Dort ist mittlerweile rund die Hälfte der ehemaligen Bewohner zurückgekehrt.

Asien ist neuer „Hotspot“ der Christenverfolgung

„Verfolgt und Vergessen?“ arbeitet ebenfalls heraus, dass sich in zahlreichen asiatischen Ländern die Situation für Christen und anderer religiöse Minderheiten deutlich verschärft hat. Die Anschläge am Ostersonntag auf Sri Lanka mit über 250 Toten und mehr als 500 Verletzen haben dies gezeigt.

Neben islamistischen Gruppen sind ein zunehmender Nationalismus und autoritäre Regime für das gewaltsame Vorgehen gegenüber Christen verantwortlich. In Indien sind allein 2017 über 450 antichristliche Überfälle gemeldet worden, die meist auf das Konto von nationalistischen Hindus gehen. Auch in China hat sich trotz eines vorläufigen Übereinkommens mit dem Vatikan Lage für Gläubige verschärft. Die kommunistische Regierung geht rigoros gegen religiöse Aktivitäten vor, die nicht staatlich genehmigt sind.

In Afrika geht Verfolgung auch von Regierungen aus

Die meisten verfolgten Christen leben auf dem afrikanischen Kontinent, so der Bericht von „Kirche in Not“. In Nigeria hält der Terror von Boko Haram weiter an, auch spielten im Landkonflikt mit mehrheitlich muslimischen Fulani-Nomaden religiöse Gewalt eine zunehmende Rolle. So seien allein in Nigeria im Jahr 2018 über 3700 Christen getötet worden, ermittelt der Bericht.

In anderen Teilen Afrikas geht die Bedrohung für Christen vom Staat aus: So hat das Regime in Eritrea im Sommer 2019 die verbleibenden Krankenhäuser und Gesundheitseinrichtungen in kirchlicher Trägerschaft geschlossen. Im Sudan habe die Regierung zahlreiche Kirchen angreifen und niederbrennen lassen.

“ Wir haben es in der Hand ”

„Der neue Bericht ,Verfolgt und vergessen? zeigt einmal mehr: Die Lage für Christen weltweit ist ernst. Die Verletzungen des Grundrechts auf Religionsfreiheit nehmen weiter zu“, erklärte Florian Ripka, der Geschäftsführer von „Kirche in Not“ Deutschland. Am 5. November überreichte er den neuen Bericht an die Mitglieder des Stefanuskreises der CDU/CSU-Fraktion im Deutschen Bundestag. Der Arbeitskreis widmet sich dem Thema der verfolgten Christen.

„Der Bericht zeigt auch: Proteste und tatkräftige Hilfe machen einen Unterschied für verfolgte Christen“, sagte Ripka weiter. „Wir haben es in der Hand, in welchem Maße verfolgte Christen Hilfe erfahren. Deshalb wird sich ,Kirche in Not? weiterhin mit aller Energie für sie einsetzen.“

Der illustrierte Bericht „Verfolgt und vergessen?“ umfasst 51 Seiten im Format DIN A5. Er ist zum Preis von einem Euro zzgl. Versandkosten erhältlich im Internet-Bestelldienst von „Kirche in Not“ oder auf Anfrage beim Sitz des Hilfswerks in München. (pm 8)

 

 

 

Papst Franziskus: Die Armen vor der Globalisierung verteidigen

 

Einmal mehr hat Papst Franziskus mit Verve zum Schutz der „Aussortierten“, der an den Rand Gedrängten aufgerufen. Das sei angesichts der fortschreitenden Globalisierung nötiger denn je, sagte er am Donnerstag zu einem Jesuiten-Kongress in Rom. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Franziskus ist selbst Jesuit; ihm ging es in seiner Rede spürbar darum, seinen Orden auf den Dienst an den Armen einzuschwören. Das sei eine „ignatianische, ursprüngliche Tradition“ – keine bloße „Absichtserklärung“, sondern das sich-Einlassen auf einen „Lebensstil“.

„Jedes Jahr von neuem lädt uns die Liturgie dazu ein, Gott in einem kleinen, marginalisierten Kind zu erkennen – den Gott, der in sein Eigentum kam, aber von den Seinen nicht aufgenommen wurde (vgl. Joh 1,11). Ignatius stellt sich an der Seite der Heiligen Familie eine Magd vor und drängt uns dazu, dass wir uns auch an ihre Seite stellen und dienend mithelfen, als wären wir mit dabei (in Betlehem). Das ist nicht Poesie oder Werbung – Ignatius fühlte das. Und er lebte es!“

Dritter Weltkrieg in Stücken

Die „aktive Betrachtung des ausgeschlossenen Gottes“ helfe uns dabei, „die Schönheit jeder an den Rand gedrängten Person“ zu erkennen, so der Papst. „Kein Dienst kommt dem gleich, der den Armen mit seiner Lebensweise, seiner Kultur, seiner Art, den Glauben zu leben, ernst nimmt. Die Begegnung mit den Armen ist der bevorzugte Ort für die Begegnung mit Christus. Das ist ein wertvolles Geschenk im Leben eines Jüngers Jesu: dass er Ihn unter den Opfern und den Armen trifft.“

So weit, so theologisch. Etwas mehr in Richtung Gesellschaftskritik driftete der Papst dann aber, als er auf die Notwendigkeit zu sprechen kam, in einer „zerbrochenen und geteilten Welt“ Brücken zu bauen. Es gehe darum, Jesus „in den Gekreuzigten unserer Zeit zu dienen“. „Heute gibt es unzählige Situationen der Ungerechtigkeit und des menschlichen Schmerzes; vielleicht kann man von einem Dritten Weltkrieg in Stücken sprechen, mit Verbrechen, Massakern, Zerstörungen. Der Menschenhandel setzt sich fort, immer öfter kommt es zu Fremdenhass, zu egoistischer Suche nach dem nationalen Interesse, zu Ungleichheit unter einzelnen Ländern und im Innern der Länder, ohne dass man Gegenmittel dagegen fände.“

Nicht nur den Armen nahe sein, sondern Strukturen verändern

Auch die Umwelt (das „gemeinsame Haus“) sei noch „nie so misshandelt worden wie in den letzten zwei Jahrhunderten“, und vor allem die Armen litten unter den Folgen „all der Umwelt-Aggressionen“. Wer Jesus unter solchen Umständen nachfolge, der solle nicht nur an der Seite der Armen stehen, sondern „die Übel in der Welt“ entschlossen „demaskieren“.

„Wir brauchen eine richtiggehende kulturelle Revolution – eine Verwandlung unserer kollektiven Sichtweise, unserer Haltungen. Soziale Übel nisten sich häufig in den Strukturen einer Gesellschaft ein und bringen ein Potential der Zersetzung und des Todes mit sich. Darum ist es wichtig, langsam an einer Verwandlung der Strukturen zu arbeiten und in dieser Hinsicht am öffentlichen Dialog mitzuwirken… Die heutige Globalisierung annulliert die kulturellen, religiösen, persönlichen Identitäten: Alles wird gleich. Eine wirkliche Globalisierung müsste uns zusammenführen, wobei aber jeder Einzelne seine Eigenheiten bewahren können müsste…“

Prinzip Hoffnung

Angesichts der Herausforderungen sei es wichtig, den Mut nicht sinken zu lassen, sondern immer auf die Hoffnung zu zielen, fuhr Franziskus fort. „Ist das soziale Apostolat denn nicht dazu da, Probleme zu lösen? Doch – aber vor allem, um Hoffnungen zu nähren. Es soll Prozesse in Gang bringen, damit die Personen und die Gemeinschaften sich ihrer Rechte bewusst werden, ihre Fähigkeiten entfalten und anfangen, an ihre Zukunft zu glauben.“ (vn 7)

 

 

 

Bischof Bode: Synode für Europa

Osnabrücks Bischof Franz-Josef Bode kann sich eine Bischofsversammlung für den europäischen Raum nach Vorbild der Amazonien-Synode vorstellen. Zentrales Thema einer solchen Synode müsste die Frage sein, wie Christen in dieser Region künftig ihren Glauben leben können, sagte er der Osnabrücker Bistumszeitung „Kirchenbote“ am Sonntag.

Die Empfehlungen der Amazonien-Synode im Oktober im Vatikan zur Priesterweihe verheirateter Diakone und zu einer stärkeren Rolle der Frauen seien zwar nicht eins zu eins auf Europa übertragbar, erläuterte der Bischof. Sie öffneten aber den Horizont für einen vielleicht ergänzenden Typus von Priester mit Familie und Beruf. „Für die Rolle der Frauen in unserer gesellschaftlichen und kirchlichen Situation sind die Empfehlungen Rückenwind für die bisherigen Bemühungen.“

Für die in der katholischen Kirche in Deutschland geplante Reformdebatte sei die Amazonas-Synode eine Ermutigung, betonte der stellvertretende Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz. „Auch für uns wichtige Themen sind in ein weiterführendes Gespräch gekommen.“

Christen sollen als Minderheit nicht resignieren

Herausforderungen für den Synodalen Weg in Deutschland sind laut Bode eine „Verdunstung des Glaubens“ und ein nicht zu leugnender Traditionsbruch. „Das Christentum wird in absehbarer Zeit in eine Minderheitenposition gelangen, auf die sie sich langfristig, schöpferisch und nicht resignativ einstellen muss.“

Ein weiteres Problem sei der Priestermangel, der die Menschen noch mehr von der Kirche und dem Glauben entferne. Zudem werde Kirche „nicht mehr überzeugen können, wenn nicht Frauen mehr und stärker in Diensten und Ämtern die Kirche entscheidend mitgestalten“.

An Vorbereitung zur Reformdebatte beteiligt

Bode steht innerhalb der Bischofskonferenz der Pastoralkommission sowie der Unterkommission Frauen in Kirche und Gesellschaft vor. Zur Vorbereitung des Synodalen Weges, bei dem es auch um die Themen Macht, kirchliche Sexualmoral und Lebensform der Priester gehen soll, leitete er das Forum „Frauen in Diensten und Ämtern der Kirche“. (kna 7)

 

 

 

EU-Bischöfe: Mauerfall hat prophetische Dimension

 

Der Fall der Berliner Mauer vor 30 Jahren hat auch eine prophetische Dimension. „Er hat uns gelehrt, dass der Bau von Mauern zwischen den Menschen niemals die Lösung sein kann“, so die Bischöfe Europas in einer gemeinsamen Erklärung am Mittwoch.

 

Den Fall der Berliner Mauer am 9. November 1989 bezeichnen die europäischen Bischöfe als „historische Wende“. Diese sei nur dank des Engagements vieler Menschen möglich geworden, „die ständig, aber friedlich, ihr starkes Verlangen nach politischem Wandel zum Ausdruck gebracht hatten.“

Noch ist nicht alles erreicht

Es seien nicht alle Erwartungen erfüllt worden, die der Mauerfall mit sich gebracht hatte, führen die Bischöfe weiter aus. Zudem seien die Ideologien, die hinter dem Bau der Mauer standen, „in Europa nicht vollständig verschwunden“. Der Heilungs- und Versöhnungsprozess sei „fragil und schwierig“ und für einige der Opfer der repressiven Regime bis heute nicht abgeschlossen.

Daher fordern die Bischöfe „als Christen und europäische Bürger alle Europäer auf, gemeinsam an einem erneuerten Dialog der Mentalitäten und Kulturen zu arbeiten“, heißt es weiter. Dabei setze eine Kultur der Begegnung zuerst die Fähigkeit voraus, zuzuhören.

“ Für ein Europa, das vom Heiligen Geist bewegt wird ”

Abschließend laden die Bischöfe alle Gläubigen ein, zu Gott zu beten, „damit Er uns hilft, uns für ein Europa zu engagieren, das vom Heiligen Geist bewegt wird“. Denn dieser sei Ursprung, Fundament der Hoffnung und Ansporn, sich den europäischen Werten „Gerechtigkeit, Freiheit und Frieden“ zu verpflichten.

Hintergrund

Am 9. November jährt sich der friedliche Fall der Berliner Mauer zum 30. Mal. Aus diesem Anlass veröffentlichte die Kommission der Bischofskonferenzen der Europäischen Union eine gemeinsame Erklärung. Für den deutschsprachigen Raum unterzeichneten der Essener Bischof und Vizepräsident der Kommission, Franz-Josef Overbeck, sowie der Eisenstädter Bischof Ägidius J. Zsifkovics.

(comece 6)

 

 

 

Erzbistum Hamburg stellt Studie zu Missbrauchsaufarbeitung vor

 

Mit einer Auftaktveranstaltung in Neubrandenburg hat das Erzbistum Hamburg am Montagabend eine Studie zur Aufarbeitung von sexuellem Missbrauch im Landesteil Mecklenburg vorgestellt. Die Studie unter Leitung der Professorin für forensische Psychiatrie an der Universität Ulm Manuela Dudeck ist auf zwei Jahre angelegt.

 

Im Erzbistum Hamburg war der Landesteil Mecklenburg besonders von sexuellem Missbrauch betroffen. Von 33 bekannten Missbrauchstätern und 103 geschädigten Kindern und Jugendlichen auf dem Gebiet des Erzbistums Hamburg zwischen 1945 und 1970 lebten 17 beschuldigte Priester und 54 Opfer in Mecklenburg.

“ Licht in dieses Kapitel bringen ”

„Die Studie soll bewirken, dass Licht in dieses Kapitel kommt und dass die Dinge, die geschehen sind, aufgedeckt werden“, sagte der Hamburger Erzbischof Stefan Heße der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA); denn nur bei Aufklärung könne man den Betroffenen helfen. Zudem solle die Kirche so lernen, was sie künftig anders machen müsse, um Missbrauchsfälle zu vermeiden.

Als Material stehen den Forschern unter anderem die Personalakten der Priester, Stasi-Akten oder die Nachlässe der Bischöfe zur Verfügung. „Wir sind natürlich jederzeit für Betroffene ansprechbar“, so die Leiterin Dudeck. Finanziert wird die Studie vom Erzbistum Hamburg; dass sie unabhängig sei, garantiere die Rechtsabteilung der Universität Ulm.

Qualitative Untersuchung

Dudecks Mitarbeiterin Judith Streb erklärte, es gehe um eine qualitative Untersuchung der Taten, des Umfelds und die Reaktionen Dritter. Die Forscher wollen demnach auch erfahren, welchen Einfluss der Missbrauch auf den weiteren Lebensweg der Betroffenen hatte, welche Unterstützung sie erfuhren und welche Erwartungen sie an die katholische Kirche haben.

An der Auftaktveranstaltung nahm auch der gebürtige Rostocker Andreas T. teil. Er wollte ursprünglich katholischer Priester werden. Vor den rund 100 Besuchern der Veranstaltung berichtete er ausführlich, wie er als Jugendlicher und später als Student immer wieder sexuelle Übergriffe durch einen katholischen Pfarrer habe erleben müssen.

Opfer brach Theologiestudium ab

Zunächst sei der Priester „wie ein großer, kluger Freund“ gewesen, mit dem er „über alles sprechen konnte“. Dann aber sei der Tag gekommen, an dem der Kaplan ihn umarmt und zu intimen Berührungen genötigt habe. Die folgenden Jahre voller Übergriffe habe T. nur ertragen, weil er Priester habe werden wollen. Am Ende habe er sein Theologiestudium abgebrochen.

Kirchenvertreter glaubten dem Opfer nicht

T. berichtete weiter, alle Kirchenvertreter, denen er sich anvertraut habe, hätten am Ende mehr dem Priester als ihm geglaubt. Auch der damalige Berliner Weihbischof Heinrich Theissing (1917-1988) habe ihm als Theologiestudent nicht geglaubt und ihn sogar zu einem Praktikum in die Gemeinde seines Missbrauchstäters geschickt. (kna 5)

 

 

 

Generalaudienz: Inkulturation muss mit Fingerspitzengefühl geschehen

 

Evangelisierung muss mit ausgestreckter Hand und ohne Aggressivität geschehen. Das betonte Papst Franziskus bei seiner Generalaudienz an diesem Mittwoch. Er führte mit seinen Überlegungen seine Katechesenreihe zur Apostelgeschichte fort.

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Der Papst ging für seine Katechese von dem Passus aus, der beschreibt, wie Paulus in Athen ankommt und sich ein Bild von der Lage verschafft (Apg 17, 15). Er beginne unverzüglich, die wichtigsten Orte aufzusuchen, die Synagoge als Ort des Glaubenslebens, die Plätze als Ort des bürgerlichen Austauschs und den Areopag, den Ort des politischen und kulturellen Lebens, unterstreicht Franziskus: „Er trifft alle Menschen, verschließt sich nicht. Er geht das Gespräch mit allen ein.“ 

Auf diese Weise betrachte Paulus seine Umgebung mit einem „kontemplativen Blick“, der ihn entdecken lässt, dass Gott in ihren Häusern, auf ihren Straßen und auf ihren Plätzen wohnt“ (vgl. EG 71). Paulus verhalte sich der Stadt und ihren nichtchristlichen Einwohnern gegenüber nicht feindlich, sondern sehe sie „mit den Augen des Glaubens“ an. „Und das stellt uns vor die Frage, wie wir unsere Städte anschauen: beobachten wir sie mit Indifferenz? Mit Verachtung? Oder mit dem Glauben, der uns die Kinder Gottes in mitten der anonymen Menge entdecken lässt?“, so Franziskus. 

Paulus wird zum ,Pontifex'

Paulus gelinge es dank dieses Blickes, eine Brücke zu schlagen zwischen dem Evangelium und der heidnischen Welt, und im Herzen einer der berühmtesten Institutionen der Antike, dem Areopag, ein „außergewöhnliches Beispiel der Inkulturation der Glaubensbotschaft“ abzugeben, unterstreicht Franziskus: „Er verkündet Jesus Christus den Götzenverehrern, und das tut er nicht, indem er sie angreift, sondern indem er zum ,Pontifex‘, also Brückenbauer, wird.“

Dies gelingt Paulus, indem er von einem Altar ausgeht, der „dem unbekannten Gott“ geweiht ist. „Was ihr verehrt, ohne es zu kennen, das verkünde ich euch“, wendet sich Paulus an die Athener. Einfühlsam erklärt er seinen Zuhörern, dass Gott unter den Menschen wohnt und sich vor denen nicht verbirgt, die ihn suchen. So kann Paulus über die christliche Offenbarung sprechen, über den Schöpfer, über die Erlösung und das Gericht. Auf diese Weise verkünde Paulus Christus, von dem die Menschen zwar bislang nicht gehört hätten, den sie aber trotzdem kennen würden, nimmt Franziskus Bezug auf ein Zitat seines Vorgängers, Benedikt XVI.

„Es gibt einen schönen Ausdruck Benedikts XVI., der sagt, dass Paulus den ,Unbekannt-Bekannten’ verkündet. Der Unbekannt-Bekannte. Und dann lädt er alle ein, sich angesichts des nahen Jüngsten Gerichtes für die Umkehr zu entscheiden.“

“ Auch in Athen schlägt das Evangelium Wurzeln ”

Zwar stoße er beim Thema der Auferstehung Christi auf Hindernisse, Spott und Hohn schlugen ihm entgegen, so dass er sich entfernen musste und gescheitert scheint. Und doch bleibe seine Mission nicht ohne Frucht, unterstreicht Franziskus: „Einige Menschen folgen seinem Wort und öffnen sich für den Glauben. Unter diesen ein Mann, Dionysius, ein Mitglied des Areopags, und eine Frau, Damaris. Auch in Athen schlägt das Evangelium Wurzeln und kann durch zwei Stimmen verbreitet werden: die des Mannes und die der Frau!“ 

Der Heilige Geist möge uns lehren, mit der Kultur Brücken zu denen zu bauen, die nicht glaubten oder einem anderen Glauben anhingen, so der abschließende Gedanke des Papstes: „Immer Brücken bauen, immer die Hand ausgestreckt, keine Aggression. Bitten wir ihn um die Fähigkeit, die Glaubensbotschaft mit Fingerspitzengefühl zu inkulturieren, indem wir diejenigen, die Christus nicht kennen, mit einem Blick des Glaubens anschauen, der von einer Liebe bewegt ist, die auch die härtesten Herzen wärmen möge.“ (vatican news 6)

 

 

 

Bamberger Erzbischof Ludwig Schick über Hass im Netz

 

Der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick hat in der Debatte um Hass im Internet zu mehr Zivilcourage und Achtsamkeit aufgerufen. „Jede und jeder sollte sich für Respekt und Anstand in unserer Gesellschaft verantwortlich fühlen“, sagte Schick am Dienstag in einem Interview.

„Härtere Strafen lösen das Problem nicht", meinte der Erzbischof im Gespräch mit der deutschen katholischen Nachrichtenagentur KNA. Das Strafrecht müsse konsequent angewendet und Hass-Postings müssten schneller gelöscht werden, forderte Schick.

Nach einem rassistischen Posting aus dem AfD-Kreisverband München-Land auf Facebook gegen das neue „Nürnberger Christkind“ Benigna Munsi war Erzbischof Schick der 17-Jährigen am vergangenen Wochenende auf Twitter und Facebook beigesprungen.

Die Mutter der gebürtigen Nürnbergerin ist Deutsche, ihr Vater indischer Herkunft. Der AfD-Kreisverband hatte ein Bild Munsis geteilt und offenbar in Anspielung auf die Ausrottung der Ureinwohner Amerikas geschrieben: „Nürnberg hat ein neues Christkind. Eines Tages wird es uns wie den Indianern gehen.“ Später wurde das Posting gelöscht, der Kreisverband entschuldigte sich.

Hass-Poster in die Schranken weisen

Er selbst habe erlebt, wie wohltuend Zuspruch angesichts von Hass-Postings sein kann. „Unterstützer-Posts für gute Nachrichten weisen auch die, die Hass-Posts verbreiten, in die Schranken." Der Erzbischof hatte im Herbst 2016 Todesdrohungen bekommen, nachdem auf einer AfD-Seite ein Bild von ihm mit dem Satz „Kirche: muslimischer Bundespräsident denkbar“ gepostet hatte. Vorausgegangen war die Aussage Schicks, die Kirche werde einen muslimischen Bundespräsidenten akzeptieren, sollte dieser von der Bundesversammlung gewählt werden.  (kap/kna 5)

 

 

 

Zehn Generalvikare wollen den „synodalen Weg“

 

Zehn Generalvikare deutscher Diözesen haben in einem gemeinsamen Brief an die Deutsche Bischofskonferenz und das Zentralkomitee der deutschen Katholiken beim „synodalen Weg“ grundlegende Reformen der Kirche gefordert. Unterschrieben haben den Brief die Generalvikare der (Erz-)Bistümer Berlin, Essen, Hamburg, Hildesheim, Limburg, Magdeburg, Münster, Osnabrück, Speyer und Trier.

„Wir halten das damit verknüpfte Anliegen einer grundlegenden Reform der Kirche in Deutschland für dringend notwendig, ja für essentiell“, schreiben die Bischofsvertreter in ihrem am Dienstag veröffentlichten Schreiben. Nach „tiefgehenden und ehrlichen Gesprächen“ sei man überzeugt, „dass uns Gottes Wille zu deutlichen Schritten der Veränderung ermutigt“. Im „Weiter-so-Modus“ könne die Kirche ihrem Auftrag nicht gerecht werden. Das betreffe auch die eigene Amtspraxis, so die Generalvikare. Diese werde sich „wesentlich verändern“. Man stehe gemeinsam mit den deutschen Bischöfen für die Umsetzung der Reformbeschlüsse bereit.

Der Brief der Generalvikare richtet sich an den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz (DBK), Kardinal Reinhard Marx, und Thomas Sternberg, den Präsidenten des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK). Das Schreiben solle als „sehr persönliche Positionierung“ und „Ermutigung“ verstanden werden, so die Generalvikare. Man wünsche sich eine Kirche, „in der Pluralität und Diversität erwünscht und erlaubt sind“. Nur eine offene und Vielfalt zulassende Kirche habe die Chance, in der Gesellschaft „wirksam präsent bleiben zu können“.

Die Stellvertreter der jeweiligen Bischöfe treffen sich regelmäßig in informellem Rahmen zu Beratungen über ihre Bistümer sowie über die gesamte Kirche in Deutschland. Bei einem dieser Treffen Anfang September entstand die Idee zum nun vorgelegten Brief.  (kna 5)

 

 

 

Synoden-Generalsekretär: Theologie des Volkes Gottes im Zentrum

 

Die Amazonien-Synode zeigt, was dem Papst wichtig ist und zwar die Förderung der sogenannten „Theologie des Volkes Gottes“. Das sagt im Gespräch mit Radio Vatikan der neue Pro-Generalsekretär der Bischofssynode, der aus Malta stammende Kurienbischof Mario Grech. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Es sei ihm aufgefallen, dass auch bei der jüngsten Synode im Vatikan das geschehen sei, was beim Zweiten Vatikanischen Konzil vor fünfzig Jahren passierte: man erlebte zwei Dimensionen eines selben kirchlichen Treffens. Damit meint Bischof Grech das, was Benedikt XVI. das „Konzil der Väter“ und die andere Dimension das „Konzil der Medien“ nannte. War das „Konzil der Väter“ jene spirituelle Erfahrung, die von der Wahrheit geprägt sei, so sei hingegen jenes „Konzil der Medien“ das gewesen, was Journalisten daraus gemacht hätten, und oft ging es nicht um die Wahrheit. Dies sei nun auch mit der Amazonien-Synode geschehen, stellt der Pro-Generalsekretär fest.

„Auf der einen Seite ist das Problem teilweise von dem zu behandelnden Thema begründet, weil seine Zusammenhänge unterschiedlich sein können, auf der anderen Seite ruft diese Tatsache die Kirche auf, besser zu kommunizieren, indem sie immer den spezifischen Standpunkt angibt. Und wir müssen Medienschaffenden die Möglichkeit anbieten, nach einem tiefen Verständnis der kirchlichen Ereignisse zu fragen.“

Interessante Beiträge zur Rolle der Frau in der Kirche

Positiv aufgefallen seien ihm bei der jüngsten Synode die zahlreichen interessanten Beiträge zur Rolle der Frau in der Kirche. Die Bitte um eine Förderung des Beitrags der Frauen in der Kirche sei nicht nur von den in der Synodenaula anwesenden Frauen, sondern auch von den Bischöfen gekommen.

„Diese Synodenväter haben einfach die Erwartungen derjenigen geäußert, die an dem in ihren Diözesen stattgefundenen Konsultationsprozess teilgenommen hatten. Es wurde besonders geschätzt, dass an vielen Orten im Amazonasgebiet die Kirche durch die Intervention von Frauen präsent gemacht wird. Es gibt viele Frauen, vor allem Ordensfrauen, die dafür verantwortlich sind, die christlichen Gemeinschaften an Orten ohne Anwesenheit eines Priesters zu führen. Vor diesem Hintergrund wurde die formelle Anerkennung der Arbeit gefordert, die Frauen bereits im Bereich der Evangelisierung und Pastoralarbeit mit der Schaffung von besonderen Diensten für Frauen an der Spitze der Gemeinschaften leisten.“

Vorsicht vor der funktionalen Falle

Man dürfe nicht in die „funktionale Falle“ tappen, fügt Bischof Grech an. Er denke aber, dass der Diskurs über Frauen in der Kirche „oft noch immer vom Nützlichkeitsdenken“ beeinflusst werde, „als ob Frauen mehr Raum gegeben würde, nur um bestimmte Notfälle zu bewältigen“. Es sei korrekter und evangelischer, „wenn Frauen erkannt würden, was für sie richtig ist“, so Bischof Grech. Allgemein sei das Anliegen des Papstes, das „Volk Gottes“ in den Mittelpunkt des Kircheseins zu stellen.

„Ich bin der Meinung, dass das Denken über Synodalität bei Papst Franziskus seine Wurzeln in der Theologie des ,Volkes Gottes´ hat. Wir wissen alle, dass der Papst in seinem theologischen Gepäck die Theologie des ,Volkes Gottes´ als Frucht seiner Kenntnis des Zweiten Vatikanischen Konzils und auch seiner Erfahrung als Bischof in Buenos Aires trägt. Das Volk steht im Mittelpunkt seiner pastoralen Erfahrung, und seine Theologie und Ekklesiologie sind die Frucht dieser Erfahrung inmitten des Volkes Gottes. In Anbetracht dessen wird die Kirche nicht mit einer Hierarchie identifiziert, sondern im Volk Gottes, das alle seine Glieder umfasst – also Bischöfe, Geweihte und alle Getauften –, die, obwohl sie unterschiedliche Charismen haben, mit der gleichen Würde aus derselben Taufe ausgestattet sind.“  (vatican news 5)

 

 

 

„Berufen sein zur Heiligkeit“. Bischof Dr. Michael Gerber predigte an Allerheiligen im Fuldaer Dom

 

Fulda. „Das Fest Allerheiligen verweist uns auf die Berufung aller Christgläubigen zur Heiligkeit.“ Das sagte Bischof Dr. Michael Gerber im Pontifikalamt am Abend des Allerheiligenfestes im Fuldaer Salvator-Dom. Zugleich stellte er auch Bezüge her zum an Allerheiligen gefeierten 1.200. Weihetag der Ratgar-Basilika, dem Vorgängerbau der heutigen Kathedrale. In seiner Predigt erinnerte der Oberhirte an Papst Johannes Paul II., der während seines Pontifikats 1.338 Selig- und 482 Heiligsprechungen vornahm – mehr als doppelt so viele, wie alle seine Vorgänger zusammengenommen. „Damit wollte Johannes Paul II. die unterschiedlichen und vielfältigen Wege sichtbar machen, wie Gott Menschen zur Heiligkeit führt“, so Gerber. Die Botschaft des 1.200-jährigen Weihejubiläums der Ratgar-Basilika bezeichnete der Bischof als „Inspiration“, der Frage nachzugehen: „Was heißt das, berufen zur Heiligkeit zu sein?“

 

Heiligkeit habe damit zu tun, Sensibilität und Bewusstsein zu haben für die Geschichte des Volkes Gottes sowie für die eigene Geschichte mit all ihren Höhen und Tiefen, sagte der Bischof. Dabei sei dies immer zu verstehen als die Geschichte Gottes mit seinem Volk, auch da, wo es überraschende und wenig vorhersehbare Wendungen gegeben habe in dieser Geschichte. Am Beispiel der heiligen Edith Stein zeigte Gerber auf, was es bedeute, in seinem Leben ein Bewusstsein zu haben für die Geschichte, der man entstamme. Als die Nazi-Schergen sie abholten, sagte sie zu ihrer Schwester Rosa: „Komm, wir gehen für unser Volk.“ Damit habe die Ordensfrau, die als Jüdin zum Christentum konvertiert war, bewusst gemacht, aus welcher Geschichte sie kam und welche sie geprägt habe und dass sie eine Tochter Israels gewesen sei. Damit inspiriere sie uns, uns unserer eigenen Geschichte und Herkunft bewusst zu sein.

 

Weiter führte Bischof Michael aus, dass Heiligkeit auch meine, das scheinbar Bekannte mit neuen Augen zu sehen. Dabei erinnerte der Oberhirte an die Aufführung des Musicals „Bonifatius“ im Sommer dieses Jahres auf dem Domplatz und die dabei gezeigten Lichteffekte, die die barocke Domfassade optisch zu einem bunten Kirchenfenster veränderten. In diesen effektvollen, farbenreichen Darstellungen liege nach Gerbers Worten eine „tiefe Symbolik“. So unterschiedlich die Farbvielfalt sei, so unterschiedlich sind die Wege zur Heiligkeit von Menschen. Das eine Licht der Sonne breche und spiegele sich in den Farben eines getönten Fensters. So wolle sich auch das eine Licht Gottes im Leben eines Menschen brechen. „Jeder Mensch hat die Berufung, etwas vom Wesen Gottes zum Ausdruck zu bringen, auf jede unterschiedliche und originelle Weise“, sagte der Oberhirte. Dafür habe der heilige Don Bosco ein feines Gespür gehabt. In seiner Arbeit mit den Jungen in Turin habe er immer zu ergründen versucht, wo und wie in ihnen das Wesen Gottes sichtbar werde.

 

Heiligkeit meine auch, ein Bewusstsein zu haben für die dunklen Flächen sind. Abt Ratgar sei ein Beispiel dafür. Zwar habe er in guter Absicht den Grundstein gelegt für die nach ihm benannte Basilika. Doch beim Vorantreiben des Kirchbaus habe er mit seinem Ehrgeiz die Regeln des heiligen Benedikts vernachlässigt. Er verlor jedes rechte Maß. Dies störte das klösterliche Leben derart, dass dieses schließlich zu seiner Absetzung führte. So meine Heiligkeit auch, das rechte Maß zu finden und zu halten, mahnte Bischof Gerber.

 

Sich bewusst zu sein, wo man als Glied des Volkes Gottes stehe, sei ebenfalls ein Aspekt von Heiligkeit. Als Christ sei man nicht als Solist unterwegs und gehe seinen eigenen Weg. Vielmehr gehe es darum zu ergründen, wo der eigene Ort im Organismus der Kirche sei. Der heilige Bonifatius habe dies in seinem Leben und Wirken immer wieder erfahren. So habe er die sich unterschiedlich entwickelten Kirchen in unserem Land in eine einheitliche und vertiefte Verbindung zur Universalkirche gebracht. Heiligkeit inspiriere auch dazu, in einem neuen Aufbruch zu entdecken, was wesentlich sei für die Kirche. Auch gehe es darum zu erkennen, wo der Kirche oder den Gemeinschaften vor Ort ein neues Charisma zuwachse, mit dem es angemessen umzugehen gelte, sagte Bischof Michael. „Heiligkeit meint, in dem Bewusstsein zu leben, dass nicht wir es perfekt machen und hinkriegen, sondern dass Jesus Christus das Fundament und der Schlussstein ist.“ Von ihm gehe alles aus, und auf ihn gehe alles zu, stellte der Prediger heraus. Er sei es auch, der alles bewirke. Das Pontifikalamt wurde musikalische gestaltet vom Domchor unter der Leitung von Domkapellmeister Franz-Peter Huber sowie von Domorganist Professor Hans-Jürgen Kaiser. Günter Wolf, bpf 4

 

 

 

Angelus: „Gott verurteilt die Sünde, versucht aber, den Sünder zu retten“

 

Verachtung und Ausgrenzung derjenigen, die Sünden begehen, führen nur dazu, dass diese in der Sünde beharren und darin bestärkt werden. Doch der barmherzige Blick Gottes führt zur Bekehrung und versetzt in die Lage, unentgeltliche Liebe und Solidarität für andere zu empfinden. Das betonte Papst Franziskus bei seiner Katechese vor dem Mittagsgebet an diesem Sonntag.

Bei seinen Überlegungen ging der Papst vom Evangelium des Tages nach Lukas aus (Lk 19, 1-10), in dem der Evangelist von der Begegnung Jesu mit dem Sünder Zachäus berichtet. Dieser kommt gemeinsam mit der Menschenmenge, die Jesus bei seinem Einzug in Jericho begrüßen möchte. Er ist, so liest man im Evangelium des XXXI. Sonntags im Jahreskreis, ein „Zöllner“, also ein Steuereintreiber, der sich auch durch Bestechung bereichert hat und deshalb äußerst schlecht angesehen ist. Zachäus war klein, aber „neugierig“, unterstreicht Franziskus, und so klettert er auf einen Baum, um Jesus sehen zu können. „Und als Jesus nahe kommt, schaut er auf und sieht ihn (vgl. V. 5)“, erläutert der Papst.

„Das ist wichtig: Der erste Blick ist nicht der des Zachäus, sondern der des Jesus, der unter den vielen Gesichtern, die ihn umgeben, genau dieses sucht. Der barmherzige Blick des Herrn erreicht uns, bevor wir selbst erkennen, dass wir ihn für unsere Rettung brauchen. Und mit diesem Blick des göttlichen Meisters beginnt das Wunder der Bekehrung des Sünders von Jericho.“ 

Jesus kümmert sich nicht um das Missfallen der anderen

Tatsächlich rufe Jesus ihn bei seinem Namen, unterstreicht Franziskus. Weder halte er ihm eine Predigt, noch werfe er ihm irgendetwas vor. Ungeachtet der spürbaren Missachtung durch die Menschenmenge wende Jesus sich ihm zu und gebe ihm zu verstehen, dass er in seinem Haus einkehren müsse: 

„Auch wir wären von diesem Verhalten Jesu empört gewesen. Aber die Verachtung und das Ausgrenzen des Sünders isoliert ihn nur und stärkt ihn in dem Bösen, das er gegen sich selbst und gegen die Gemeinschaft tut. Stattdessen verurteilt Gott die Sünde, versucht aber, den Sünder zu retten, er sucht nach ihm, um ihn wieder auf den richtigen Weg zu bringen.“ 

“ Indem er entdeckt, dass er trotz seiner Sünden geliebt wird, wird er fähig, andere zu lieben ”

Es sei für diejenigen schwer, „die außergewöhnliche Größe der Gesten und Worte zu erfassen“, mit denen Jesus sich Zachäus nähre, die sich selbst „nie von der Barmherzigkeit Gottes gesucht gefühlt haben“. Doch genau dieses Verhalten der Akzeptanz und Zugewandtheit sei es, das letztlich zu einem radikalen Wandel in der Seele des Sünders führe, gibt Franziskus zu bedenken: 

„Er erkannte plötzlich, wie kleinlich ein vom Geld bestimmtes Leben ist, auf Kosten des Diebstahls von anderen und der Verachtung durch sie. Den Herrn dort zu haben, in seinem Haus, lässt ihn alles mit anderen Augen sehen, sogar mit ein wenig von der Zärtlichkeit, mit der Jesus ihn ansah.“ Dies schließe auch den Umgang mit Geld ein: statt weiterhin zu versuchen, dieses an sich zu raffen, werde er großzügig und beschließe nicht nur, die Hälfte seines Vermögens den Armen zu spenden, sondern auch das erpresste Geld mit Zinsen zurückzuzahlen: „Indem er der Liebe begegnet und entdeckt, dass er trotz seiner Sünden geliebt wird, wird er fähig, andere zu lieben und mit Geld ein Zeichen von Solidarität und Gemeinschaft zu setzen.“

Die Jungfrau Maria möge für uns die Gnade erhalten, „immer den barmherzigen Blick Jesu auf uns zu spüren, damit wir denen, die einen Fehler gemacht haben, mit Barmherzigkeit begegnen, damit auch diese Jesus aufnehmen können, der ,gekommen ist, um zu suchen und zu retten, was verloren ist‘ (V. 10)“, so die abschließende Bitte des Papstes, bevor er gemeinsam mit den anwesenden Besuchern den Engel des Herrn betete. (vn 3)

 

 

 

Kardinal Marx predigt am Reformationstag. „Nach 2017 sind wir enger zusammengerückt“

 

Anlässlich des Reformationstages der evangelischen Kirche hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, gestern (31. Oktober 2019) bei einem Abendgottesdienst im Berliner Dom vor einem Verschwinden der Religion in der Öffentlichkeit gewarnt. „Einige waren in früheren Jahren der Auffassung: Je stärker die Modernisierung der Gesellschaft voranschreitet, desto weniger ist die Religion präsent. Das sei so, als wenn die Religion wie der Schnee in der Sonne durch die Aufklärung verschwinde. Das Gegenteil ist der Fall: Gerade heute wird die Religion neu sichtbar“, sagte Kardinal Marx in seiner Predigt, die er auf Einladung der evangelischen Domgemeinde hielt.

 

„Was wir vor einigen Jahrzehnten nicht erwartet hätten, zeigt sich heute in der Säkularisierung, in einem neuen Fundamentalismus, in einer politischen Instrumentalisierung der Religionen, die wir weltweit feststellen, auch in den Gefilden des Christentums. Das muss uns aufrütteln, um den wahren Sinn von Religion zu erklären“, betonte Kardinal Marx. Ins Zentrum rücke die Frage, wie das christliche Bekenntnis in dieser Gesellschaft präsent sein und die Frage nach Gott gestellt werden könne. „Es geht nicht um die Frage nach der Kirche, sondern primär um die Frage nach Gott. Papst Benedikt XVI. hat oft daran erinnert, dass die Rede von Gott stets etwas Neues ist. In diesen Zeiten sind wir herausgefordert, neu von Gott zu sprechen.“

 

Kardinal Marx erinnerte an die grundlegende Erfahrung des Monotheismus: „Gott ist kein Teil der Welt, er ist der Schöpfer der Welt. Gott ist ganz anders. Das muss neu in unser Bewusstsein rücken. Die Forderung des Alten Testamentes, den Namen Gottes nicht zu missbrauchen, ist auch heute aktuell angesichts eines neuen Fundamentalismus, der versucht, Religion zu politischen Zwecken zu missbrauchen. Wie oft ist die Versuchung da, sich Gott so zurechtzulegen wie wir es wollen, ganz nach unseren Interessen und unseren Ideologien“, fragte Kardinal Marx.

 

Der Reformationstag lade dazu ein, sich zu erinnern, was Martin Luther bewegt habe. „Der Gedanke Luthers war, dass Gott uns – auch heute – sagt: Ich gehe für Dich, Mensch, ins Nichts, für Dich gehe ich in den Tod. Dann kann der Mensch erhoben werden, aus reiner Gnade, dann wird die Hoffnung des Menschen begründet, die nicht im menschlichem Bemühen steckt, sondern allein im Handeln Gottes in dieser Welt“, so Kardinal Marx. „Gerade die Lehre von der Rechtfertigung, vom barmherzigen Gott, müssen wir neu aufleuchten lassen, damit wir uns wehren gegen eine Religion, die Instrument wird für andere Interessen, wenn von einem Gott gesprochen wird, der belanglos ist oder politisch vereinnahmt wird.“

 

Die Christen, so Kardinal Marx, müssten ihr Zeugnis des Glaubens ökumenisch einbringen, gemeinsam von Gott sprechen, „neugierig bleiben, ehrfürchtig und staunend Gott erkennen, aber nicht so von Gott reden, als hätten wir ihn als Besitz für uns allein“. Das komme in der ökumenischen Bewegung manchmal zu kurz, wenn man meine, Texte seien das einzige. „Ja, die Lehre ist wichtig, aber dazu gehören auch die Praxis des Glaubens und der Gottesdienst. Gleichgewichtig gehören diese drei Elemente zusammen“, betonte Kardinal Marx. „Nach 2017 sind wir enger zusammen gerückt. Das Bekenntnis zum dreifaltigen Gott ist unsere gemeinsame Aufgabe und der Weg als Christen. Darum ist die Gottesfrage zentral für uns und damit verbunden die Frage, ob wir miteinander das größte aller menschlichen Worte – Gott – lernen, neu durchzubuchstabieren.“ Dbk 1

 

 

 

 

Papst zu Allerheiligen: Heilige sind keine Symbole, sondern uns nah

 

„Wir alle sind zur Heiligkeit berufen“. Daran hat Papst Franziskus am Hochfest Allerheiligen bei seinem Angelus-Gebet auf dem Petersplatz erinnert. Dabei machte der Papst Mut, Heilige nicht als unerreichbar, sondern als „uns nahe“ zu begreifen.

 „Die Heiligen aller Zeiten, die wir heute gemeinsam feiern, sind nicht nur Symbole, entfernte, unerreichbare Menschen. Im Gegenteil, sie sind Menschen, die mit den Füßen auf dem Boden gelebt haben; sie haben die tägliche Mühe der Existenz mit ihren Erfolgen und Misserfolgen erlebt und im Herrn die Kraft gefunden, immer wieder aufzustehen und den Weg fortzusetzen.“

Geschenk und Berufung

Heiligkeit sei kein Ziel, das wir „mit eigenen Kräften“ erreichen, erinnerte der Papst. Sie sei auch kein Gut, das gekauft oder umgetauscht werden könne. Heiligkeit sei vielmehr „ein Geschenk und eine Berufung“, so Franziskus, sie werde „durch Gottes Gnade und unsere freie Antwort darauf“ erlangt. Der „Same dieser Heiligkeit“ sei die Taufe, fügte Franziskus an.

„Es geht darum, dass uns immer bewusster wird: Wir sind auf Christus aufgepfropft, so wie die Reben mit dem Weinstock verbunden sind, und deshalb können und müssen wir mit ihm und in ihm als Kinder Gottes leben. Heiligkeit bedeutet somit, in voller Gemeinschaft mit Gott zu leben – schon jetzt, während unserer irdischen Pilgerfahrt.“

Mit Liebe und Nächstenliebe 

Dieser Weg sei eine „gemeinsame Berufung der Jünger Christi“, erinnerte der Papst. Und er zeige sich „als Übernahme von Verantwortung“ im Alltag: Es gehe darum, eine „ernsthafte und tägliche Verpflichtung zur Heiligung unter den Bedingungen, Pflichten und Umständen unseres Lebens einzugehen und zu versuchen, alles mit Liebe und mit Nächstenliebe zu leben.“

Die Heiligen, die heute in der Liturgie gefeiert würden, seien Vorbild. Sie ließen uns den „Mut schöpfen, sie nachzuahmen“, so der Papst. Dabei seien viele von ihnen „Zeugen einer Heiligkeit ,von nebenan‘, derer, die in unserer Nähe leben und die die Gegenwart Gottes widerspiegeln“ (vgl. Apostolisches Schreiben Gaudete et exsultate, 7).

Heiligkeit ,von nebenan'

Dabei habe das Gedenken der Heiligen nichts mit Realitätsflucht zu tun, hielt der Papst weiter fest, es gehe dabei nicht darum, „die Realitäten der Erde zu vergessen“, sondern „ihnen mit mehr Mut und Hoffnung zu begegnen. Maria, unsere heiligste Mutter, möge uns mit ihrer mütterlichen Fürsprache begleiten, als Zeichen des Trostes und der sicheren Hoffnung.“

Am 1. November gedenkt die katholische Kirche der Heiligen und Seligen. Dabei soll auch jener Heiligen gedacht werden, derer nicht durch eigene Feiertage gedacht wird und welche nicht im alltäglichen Bewusstsein präsent sind. Theologisch steht das Fest in Bezug zu Ostern und der Auferstehung der Toten: die Heiligen stehen laut christlicher Überzeugung bereits in Gemeinschaft mit Gott und bilden die „Kirche des Himmels“. Den Gläubigen soll das Gedenken Motivation sein, das Evangelium zu leben und einen Weg der „Heiligkeit“ zu gehen. (vn 1)

 

 

 

Christen, Juden und Muslime gegen Sterbehilfe

 

Der Vatikan, das Großrabbinat von Israel und eine muslimische Organisation aus Indonesien haben sich in einer gemeinsamen Erklärung gegen Sterbehilfe gewandt.

 

Dazu unterzeichneten Vertreter am Montag im Vatikan eine interreligiöse Erklärung zum Umgang mit sterbenskranken Patientinnen und Patienten. Darin wirbt das achtseitige Positionspapier dafür, Palliativmedizin zu stärken sowie für die Gewissensfreiheit von Ärzten und Pflegern. „Euthanasie und assistierter Suizid sind von Natur aus und in der Konsequenz aus moralischer wie religiöser Sicht falsch und sollten ausnahmslos verboten werden. Jeglicher Druck auf Todkranke, ihr Leben durch aktives und vorsätzliches Handeln zu beenden, wird kategorisch abgelehnt“, heißt es etwa in dem Papier.

Gewisse Behandlungen „einstellen“

Mit Blick auf medizinische Entwicklungen betont die Erklärung, Behandlungen seien nur dann gerechtfertigt, wenn sie eine mögliche Besserung bringen könnten. Es gelte hier immer abzuwägen, inwiefern lebensverlängernde oder erhaltende Maßnahmen noch wirklich im Sinne des menschlichen Lebens stünden oder ob diese ihre Grenzen erreicht hätten.

Wenn trotz entsprechender Behandlungen der Tod eines Patienten bevorsteht, sei die Entscheidung gerechtfertigt, „gewisse medizinische Behandlungen, die nur ein prekäres Leben des Leids verlängern würden, einzustellen“, so das Fazit des Dokuments.

Rabbiner initiierte Erklärung

Von jüdischer Seite wurde die gemeinsame Verlautbarung von einem Vertreter des Oberrabbinats Israels und von muslimischer Seite von einem Vertreter der Ulema Indonesiens ratifiziert. Auch weitere Vertreter der drei Religionen unterzeichneten das Dokument. Für die katholische Kirche nahmen die Kurienkardinäle Kurt Koch (Ökumene), Miguel Ayuso (interreligiöser Dialog) und Peter Turkson (Entwicklung und Gesundheit) sowie Erzbischof Vincenzo Paglia, dem Präsidenten der Päpstlichen Akademie für das Leben. Auch ein Vertreter des russisch-orthodoxen Metropoliten Hilarion nahm an der Zeremonie teil.

Die interreligiöse Erklärung entstand aufgrund eines Vorschlags des Co-Präsidenten des Nationalen israelischen Bioethikrats, Rabbiner Avraham Steinberg, an Papst Franziskus, wie der Vatikan mitteilte. Erarbeitet wurde das Papier im Auftrag des Papstes von einer interreligiösen Gruppe unter Leitung der Päpstlichen Akademie für das Leben.

Weltärztebund gegen Sterbehilfe

Erst am Samstag hatte der Weltärztebund (WMA) mit Sitz im französischen Ferney-Voltaire seine langjährige ablehnende Haltung zu Sterbehilfe und medizinisch assistiertem Suizid bekräftigt.

Beim Jahrestreffen des Bundes in Tiflis wurde eine dahingehende Erklärung veröffentlicht, in der es heißt: „Der Weltärztebund bekräftigt seine starke Verpflichtung gegenüber den Prinzipien medizinischer Ethik und dass der höchste Respekt gegenüber dem menschlichen Leben beibehalten werden muss. Deshalb spricht sich der Bund klar gegen Euthanasie und medizinisch assistierten Suizid aus“.

Grundrecht des Patienten achten

Kein Arzt sollte gezwungen werden, an Euthanasie oder Sterbehilfe zu beteiligen, und es sollte auch kein Arzt dazu verpflichtet werden, eine dahingehende Entscheidung zu treffen. Abgesehen davon, gelte jedoch: „Wer als Arzt das Grundrecht des Patienten achtet, ärztliche Behandlung abzulehnen, der handelt nicht unethisch, wenn er auf unerwünschte Behandlung verzichtet oder diese zurückhält, selbst wenn die Einhaltung eines solchen Wunsches zum Tod des Patienten führt.“

Der Vorsitzende des Weltärztebundes, Frank Ulrich Montgomery, verwies bei der Präsentation der überarbeiteten Erklärung auf einen im Vorfeld auf allen Kontinenten durchgeführten Konsultationsprozess zum Thema. Man könne daher davon ausgehen, „dass dieser überarbeitete Wortlaut den Ansichten der meisten Ärzte weltweit entspricht“, so der im April zum WMA-Präsidenten gewählte deutsche Mediziner. Im Weltärztebund sind derzeit 112 nationale Ärztekammern zusammengeschlossen, womit er 10 Millionen Ärzte weltweit vertritt. Rel.ORF.at/KAP 29

 

 

 

Deutsche Kirchen würdigen 20 Jahre Gemeinsame Erklärung zur Rechtfertigungslehre

 

Mit einem zentralen Gottesdienst in der Stuttgarter Stiftskirche ist heute (31. Oktober 2019) der 20. Jahrestag der Unterzeichnung der Gemeinsamen Erklärung zur Rechtfertigungslehre am 31. Oktober 1999 in Augsburg gefeiert worden. Die Gemeinsame Erklärung stellt eines der bedeutendsten Dokumente der Annäherung der Kirchen weltweit dar. Im Gottesdienst wurde besonders die Entwicklung von einer bilateralen Einigung zwischen lutherischer und römisch-katholischer Kirche zu einem multilateralen Grundstein in der Ökumene gewürdigt. Die Gemeinsame Erklärung wird inzwischen von fünf Weltgemeinschaften der lutherischen, katholischen, methodistischen, reformierten und anglikanischen Konfession getragen. Auf einer Tagung im März 2019 in der Notre Dame University (USA) bekräftigten die Konfessionen, die gemeinsame Arbeit auf Basis der Erklärung weiter voranzutreiben.

 

Im Gottesdienst in Stuttgart wirkten Repräsentantinnen und Repräsentanten aller fünf Konfessionen aus Deutschland mit. Auch sie unterstrichen den Willen zur stärkeren Zusammenarbeit: Man wolle dem „gemeinsamen Zeugnis eine vermehrt sichtbare Gestalt geben, im Gottesdienst und Dienst am Nächsten, zusammen auf dem Weg zur sichtbaren Einheit“, hieß es in der Liturgie. Ebenfalls wurde vorgeschlagen, um den 31. Oktober herum verstärkt Gottesdienste zum Taufgedächtnis und zur Feier der Rechtfertigung anzubieten. Damit griffen sie die Ergebnisse des internationalen Treffens in den USA auf.

 

Die Predigten hielten der Vorsitzende der Ökumenekommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Gerhard Feige (Magdeburg), sowie der Vorsitzende des Deutschen Nationalkomitees des Lutherischen Weltbundes, der gastgebende Württemberger Landesbischof Dr. h. c. Frank Otfried July.

 

In seiner Predigt fragte Bischof Feige, ob die Botschaft, dass Gott dem Menschen das Entscheidende schenke, nicht auch für die Menschen des 21. Jahrhunderts eine entlastende und befreiende Kraft sein könne. „Damit verbunden wäre ja: Löst euch von der zwanghaften Vorstellung, erfolgreich sein zu müssen. Macht euer Selbstwertgefühl nicht davon abhängig, wie andere euch sehen“, so Bischof Feige. Er fügte hinzu: „Anstatt krampfhaft um sich selbst zu kreisen, sollte es vielmehr immer neu darum gehen, den Lebensschwerpunkt auf Gott hin zu verlagern.“ Ausdrücklich betonte Bischof Feige, durch die Gemeinsame Erklärung sei deutlich geworden, dass die Christen verschiedener Konfessionen mehr verbinde als trenne. „Dazu gehört auch das neu erwachte Bewusstsein von der Gemeinschaft in der Rechtfertigungslehre. Heute können wir sagen, dass daraus sogar ein ökumenisches Erfolgsprojekt geworden ist.“  Diese Verbundenheit bedeute auch, dass „wir gemeinsam vor der Aufgabe stehen, diese christliche Kernbotschaft wachzuhalten, sie für unsere Zeit neu durchzubuchstabieren und mit Leben zu füllen. Wo wir dies tun, wird die sichtbare Einheit unter uns weiter gefestigt werden“. Dazu sei auch künftig ein engagiertes und beherztes Eintreten für den ökumenischen Weg gefragt, so Bischof Feige.

 

Landesbischof July blickte in seiner Predigt auf das Gleichnis vom Senfkorn. Er erinnerte an die Pionierinnen und Pioniere der Ökumene, die sich „trotz Verboten, trotz Kopfschütteln oder Verdächtigungen auf den Weg gemacht haben. Die den gemeinsamen Acker suchten und sich die Samenkörner zeigten“. Inzwischen sei das Miteinander der Kirchen viel selbstverständlicher, auch dank der Gemeinsamen Erklärung. „Sie lässt uns gemeinsam auf dem Feld das Senfkorn auswerfen, den Sauerteig beimischen, in einer sich wandelnden Gesellschaft vom Evangelium erzählen“, so July. Das Ziel der Ökumene sei aber immer noch, dass „einstmals jener Baum wächst, in dessen Schatten Gottes geliebte Kinder in Vielfalt, aber versöhnter Verschiedenheit, zusammenkommen, um am Tisch in gemeinsamer Mahlfreude auf das rechtfertigende und gewiss machende Wort des Herrn zu hören“, so July. „Ich selbst werde fortfahren, für eine vertiefte ökumenische Zusammenarbeit zu werben und zu beten. […] Ich wünsche mir, dass wir entschieden, fröhlich und vom Geist gestärkt den Pionierinnen und Pionieren der Ökumene in ihrem Bemühen und ihrer Arbeit nachfolgen. Das Jubiläum der Gemeinsamen Erklärung schickt uns neu auf den Weg.“

 

Von der Evangelisch-methodistischen Kirche wirkte Bischof Harald Rückert an dem Gottesdienst mit. Pfarrer PD Dr. Hans-Georg Ulrichs vertrat den Reformierten Bund und Canon Christopher Jage-Bowler den Council of Anglican and Episcopal Churches in Germany. Sie trugen Ausschnitte aus den Assoziierungserklärungen der drei Weltgemeinschaften zur Gemeinsamen Erklärung vor, die jeweils den besonderen Zugang zur Rechtfertigungslehre und der Erklärung verdeutlichten. Bei einem anschließenden Empfang im Alten Schloss würdigte Erzpriester Radu Constantin Miron, der Vorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK), in einem Grußwort die Bedeutung der Gemeinsamen Erklärung.

 

Hintergrund. Mit der Gemeinsamen Erklärung zur Rechtfertigungslehre hatten der Lutherische Weltbund und die römisch-katholische Kirche 1999 erstmals offiziell einen differenzierten Konsens über die Frage der Rechtfertigung erklärt, eine Kernfrage der Reformation. Damit konnten beide Seiten feststellen, dass die jahrhundertelang wiederholten gegenseitigen Verurteilungen in dieser Frage nicht länger Gegenstand der Lehre der beteiligten Kirchen sind. Im Jahr 2006 schloss sich der Weltrat Methodistischer Kirchen der Gemeinsamen Erklärung an, im Juli 2017 die Weltgemeinschaft Reformierter Kirchen. Die Anglikanische Gemeinschaft verkündete ihre inhaltliche Zustimmung am Reformationstag des gleichen Jahres. Dbk 31

 

 

 

Papst Franziskus: „Heiliger Geist ist Hauptdarsteller der Mission“

 

Nicht wir, sondern der Heilige Geist treibt die Reise des Evangeliums um die Welt voran: Das hat Papst Franziskus an diesem Mittwoch einmal mehr bekräftigt. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Wie üblich in diesen Wochen, betrachtete der Papst bei der Katechese seiner Generalaudienz Ausschnitte aus der Apostelgeschichte, um vom ersten Aufbruch der Evangelisierung zu erzählen und Rückschlüsse aufs Heute zu ziehen.

Diesmal beschäftigte sich der Papst mit der Ankunft des Evangeliums in Europa. „Wir sehen in der Apostelgeschichte, wie der Heilige Geist der Hauptdarsteller der Mission der Kirche ist – er führt den Weg der Evangelisierenden und zeigt ihnen, wohin sie gehen sollen. Das erkennen wir deutlich an der nächtlichen Vision des Paulus. Ein Mazedonier bittet ihn im Traum: Komm herüber und hilf uns! (vgl. Apg 16,9) Das Volk von Nordmazedonien ist stolz darauf, damals Paulus gerufen zu haben, damit er Jesus Christus verkündigt… Mögen sie diesen Glauben bewahren, den Paulus ihnen gepredigt hat!“ Franziskus hat im Mai dieses Jahres die nordmazedonische Hauptstadt Skopje besucht.

Das Evangelium beginnt in Europa mit einer Geste der Gastfreundschaft

„Der Apostel zögert nicht, er bricht nach Mazedonien auf, weil er sich sicher ist: Gott selbst ist es, der ihn schickt… In Philippi, einer römischen Kolonie, trifft er auf die Purpurhändlerin Lydia. ‚Der Herr öffnete ihr das Herz‘ (Apg 16, 14), so dass sie Christus in ihr Leben aufnimmt und alle, die zu Christus gehören. Sie gewährt Paulus und seinem Begleiter Silas Gastfreundschaft und damit ereignet sich die Ankunft des Christentums in Europa und der Beginn eines Prozesses der Inkulturation, der bis heute fortdauert. Er hat in Mazedonien begonnen.“

Allerdings – schon kurze Zeit später finden sich Paulus und sein Begleiter Silas in den weniger gastlichen Mauern eines Gefängnisses wieder. Der Grund dafür: Sie haben eine Sklavin von ihrer Besessenheit geheilt. Allerdings verlor sie dadurch auch die Gabe der Weissagung, und das nahmen ihre Besitzer den Verkündern übel.

Die Wahrsager im Stadtpark

„Ihre Herren verdienten viel, und diese arme Sklavin machte das, was Wahrsagerinnen so machen: Die sagte dir die Zukunft voraus, die las dir aus der Hand, und dafür zahlten die Leute. Auch heute, liebe Brüder und Schwestern, gibt es Menschen, die dafür zahlen! Ich erinnere mich, dass in einem sehr großen Park meines (früheren) Bistums (Buenos Aires) mehr als sechzig kleine Tische mit Wahrsagern und Wahrsagerinnen standen, die einem aus der Hand lasen – die Leute glaubten an diese Dinge und zahlten dafür. Und genauso war das auch zur Zeit des hl. Paulus. Ihre Besitzer zeigten Paulus deshalb an und ließen die Apostel den Staatsanwälten vorführen, unter der Anklage der öffentlichen Ruhestörung.“

Dem Papst ging es aber nicht darum, einfach nur den Gang der Erzählung in der Apostelgeschichte zu paraphrasieren, sondern dahinter freizulegen, wie das Evangelium zu den Menschen kommt, auch heute. Bei seiner Katechese auf dem Petersplatz wies er denn auch auf „etwas Erstaunliches“ hin: „Paulus ist in Haft, aber er beklagt sich nicht. Stattdessen stimmen Paulus und Silas ein Gotteslob an, und dieses Gotteslob setzt eine ungeheure Energie frei, die im wahrsten Sinne des Wortes ihre Ketten sprengt und schließlich sogar dazu führt, dass auch der Gefängniswärter zum Glauben kommt, sich und die Seinen taufen lässt und die Freiheit der Kinder Gottes und die Freude des Glaubens selbst erleben darf.“

“ Bitten wir auch heute den Heiligen Geist um ein offenes Herz, das sensibel ist für Gott und gastfreundlich für die Geschwister ”

„Mitten in der Nacht“ sei das alles passiert, betonte Franziskus: der „Moment der Tröstung“. „Im Herzen der Nacht dieses anonymen Gefängniswärters strahlt das Licht Christi auf und besiegt die Dunkelheit. Die Ketten des Herzens fallen ab, und in ihm und seiner Familie bricht eine noch nie gefühlte Freude auf. So führt also der Heilige Geist die Mission durch: Von Anfang an – von Pfingsten an – ist er der Hauptdarsteller der Mission. Und er bringt uns voran. Wir sollen der Berufung, die der Geist uns gibt, treu sein, dann können wir das Evangelium hinaustragen.“

Zum Schluss dieser Katechese ein kleines Gebet: „Bitten wir auch heute den Heiligen Geist um ein offenes Herz, das sensibel ist für Gott und gastfreundlich für die Geschwister! Ein Herz wie das Herz Lydias. Und einen mutigen Glauben wie den von Paulus und Silas. Und eine Öffnung des Herzens – wie beim Gefängniswärter, der sich vom Heiligen Geist anrühren ließ.“ (vn 30)

 

 

 

Vatikan würdigt Marienwallfahrtsort Loreto mit neuem Gedenktag

 

Der bisher nur an einigen Orten begangene Gedenktag der „Maria von Loreto" soll künftig von der katholischen Kirche weltweit gefeiert werden. Hintergrund ist die Bedeutung des italienischen Wallfahrtsorts Loreto, wie aus einem nun veröffentlichten Dekret der Römischen Gottesdienstkongregation hervorgeht.

Der Gedenktag soll demnach für den 10. Dezember in den Römischen Kalender eingetragen und jedes Jahr zu diesem Datum begangen werden. Die entsprechenden Texte für das Messbuch und das Stundengebet veröffentlichte die Kongregation mit dem von Kardinal Robert Sarah unterzeichneten Dekret.

 

Papst Franziskus hatte Loreto dieses Jahr im März besucht. In der Basilika vom Heiligen Haus in Loreto wird der Tradition nach Marias Geburtshaus aus Nazareth verwahrt, wo ihr der Erzengel Gabriel die Nachricht der Geburt Jesu verkündete. Im Inneren der Wallfahrtskirche befinden sich die drei Wände des Hauses aus Nazareth, die Kreuzritter 1294 nach Loreto brachten.

 

Papst Julius II. (1503-1513) beauftragte eine Marmorverkleidung des Hauses nach einem Entwurf von Donato Bramante (1444-1514), die 1513 bis 1527 ausgeführt wurde. Sie gilt als Meisterwerk der italienischen Renaissance-Bildhauerei.

 

Dem Wallfahrtsort sei es gelungen, „im Lauf der Zeit nicht weniger als Nazareth im Heiligen Land die evangelischen Tugenden der Heiligen Familie zu veranschaulichen", heißt es in dem Dekret, das auf den 7. Oktober datiert. Maria von Loreto habe zudem vielen Kranken geholfen und auch vielen Flugreisenden, deren Patronin sie ist. Einer Legende nach haben Engel das Haus von Nazareth durch die Luft nach Loreto gebracht. (kap 31)

 

 

 

Kardinal Marx: „Zölibat abschaffen – wer will das denn?“

 

Der Münchner Kardinal Reinhard Marx hat einer Abschaffung der Zölibatspflicht für Priester eine Absage erteilt. „Das wird nicht geschehen“, sagte Marx am Montagabend in München.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz hat an der Synode, die am Sonntag endete, teilgenommen und ist „ein wenig unglücklich“ über die Diskussion in Deutschland, vor allem was den Zölibat angeht. Die Amazonas-Synode dürfe „nicht für unsere Interessen instrumentalisiert“ werden, mahnt er.

Vor seiner Abreise aus Rom hatte Marx am Wochenende gegenüber Journalisten gesagt, die ganze Zölibats-Debatte gehe aus seiner Sicht von der falschen Prämisse aus.

“ Kein Bischof auf der Synode wollte das! Und bei uns will's auch keiner! ”

„Was ist unser Ausgangspunkt? Ist unser Ausgangspunkt ‚Wir verteidigen etwas, was wir für wichtig halten‘, oder ist er ‚Was brauchen die Menschen für Leib und Seele, damit sie Christus finden und ihm begegnen? Und da ist die Synode ein Impuls auch für uns, nachzudenken: Tun wir das, und wie machen wir das? Und die Frage, ob es jetzt in bestimmten Ausnahmesituationen auch einen Weg geben kann, um verheiratete Männer mit der Feier der Eucharistie zu beauftragen – da wird ja ein Vorschlag gemacht.“

Es habe ihn überrascht, wie viele Bischöfe auf der Synode das Thema ‚viri probati‘ angesprochen hätten. Seine Schlussfolgerung: „Aha – man spricht darüber! Nicht nur bei uns oder in anderen Kontinenten – das ist ein Thema! Allerdings geht es jetzt erst einmal um das Amazonasgebiet und um diese Grundeinstellung. Das andere ergibt sich daraus. Einfach zu sagen: Es geht darum, den Zölibat abzuschaffen – dagegen wehre ich mich entschieden! Wer will das denn? Kein Bischof in der Synode wollte das! Und bei uns will’s auch keiner!“

Ärger über Überschriften

Marx bedauerte eine „verdrehte Themenstellung, von der einen wie von der anderen Seite“. Damit meine er „die, die keine Veränderungen wollen“, und die, „die morgen am liebsten alles beiseite schieben würden“. „Sondern es geht darum, auch den Priestern in ihrer Ehelosigkeit zu helfen. Das werden wir beim synodalen Weg möglicherweise auch diskutieren. Und es geht auch darum, zu sagen: Gibt es auch die Möglichkeit, dass Verheiratete in bestimmten Ausnahmefällen auch zugelassen werden, wenn Leib und Seele der Menschen das in einer konkreten Situation erfordern? Und da ist jetzt im Grunde genommen nur der Punkt: Gibt es dafür Kriterien?“

Der Kardinal versucht die Zölibatsdebatte einzufangen. „Ich habe das in manchen Überschriften gelesen und mich jedesmal geärgert: Wann wird der Zölibat abgeschafft? Das ist überhaupt niemals ein Thema gewesen! Also, ich wundere mich darüber… Natürlich ist das ein Reizthema. Aber das ist nicht das, was ich intendiere, wenn ich sage: Gibt es auch eine Weiterentwicklung des priesterlichen Dienstes von der konkreten pastoralen Situation her, wo man den Blick weiten muss auf andere? Und das ist ein Schritt, der hier konkret für die Amazonas-Situation getan wird. Wenn die Eucharistie das Zentrum für das ganze Leben ist, dann reicht es nicht, das einmal im Jahr zu tun. Diese Dringlichkeit – das ist ja nichts, das einfach auf uns übertragen werden kann.“

Und dennoch, die Tür schlägt Marx auch nicht zu: „Die Diskussion wird da weitergehen. Ob es eine ähnliche Situation woanders gibt.“ (vatican news 29)

 

 

 

Synodaler Weg nimmt weitere Hürde: Satzung veröffentlicht

 

Die Katholische Kirche in Deutschland macht sich auf einen Weg der Umkehr und der Erneuerung. An diesem Dienstag haben die Deutsche Bischofskonferenz und das Zentralkomitee der deutschen Katholiken den aktuellen Stand der Satzung des Synodalen Wegs veröffentlicht. Damit hat der Kirchen-Reformweg eine weitere Hürde genommen.

Nach der Herbst-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz hat jetzt auch der Hauptausschuss des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) die Satzung angenommen. Sollte das ZdK auf seiner Vollversammlung Ende November der Satzung zustimmen, können die auf zwei Jahre angelegten Gespräche wie geplant Anfang Dezember starten.

Gebot der Stunde: Sich der schweren Krise stellen...

Es ginge nun darum, sich der schweren Krise zu stellen, die „unsere Kirche, insbesondere durch den Missbrauchsskandal, tief erschüttert,“ wird in der Präambel versichert. Und dabei setze man auf das große Engagement aller, die in der Kirche aktiv mitarbeiten.

„In den Mittelpunkt stellen wir die Frage nach Gott und dem Weg, den er heute mit den Menschen gehen will,“ heißt es im Text weiter. „Wir sehen, dass es für viele Menschen die Kirche selbst ist, die das Bild Gottes verdunkelt. Wir setzen auf die Kraft des Heiligen Geistes, die Kirche zu erneuern, so dass sie Jesus Christus als Licht der Welt glaubwürdig bezeugen kann.“

Wie aus dem sechsseitigen Papier hervorgeht, sollen der Synodalversammlung nicht nur die 69 Mitglieder der Bischofskonferenz und 69 Mitglieder des ZdK angehören, sondern noch 82 Teilnehmer, die von Ordensleuten über junge Katholiken – 15 unter 30, davon mindestens 10 Frauen – bis hin zu Repräsentanten aus Neuen Geistlichen Gemeinschaften reichen.

Gemeinsame Suche nach Schritten zur Stärkung des christlichen Zeugnisses

Der Synodale Weg der katholischen Kirche in Deutschland, der der gemeinsamen Suche nach Schritten zur Stärkung des christlichen Zeugnisses diene, strebe die Klärung von zentralen Themen- und Handlungsfeldern an, heißt es in der Satzung weiter: „Macht und Gewaltenteilung in der Kirche – Gemeinsame Teilnahme und Teilhabe am Sendungsauftrag“, „Priesterliche Existenz heute“, „Frauen in Diensten und Ämtern in der Kirche“, „Leben in gelingenden Beziehungen – Liebe leben in Sexualität und Partnerschaft“ sind die Titel der „Synodalforen“, die sich mit der konkreten Ausgestaltung der Fragestellungen befassen und damit die Vorlagen für die Synodalversamlungen liefern sollen.

Missbrauchsaufarbeitung - und Prävention

Darüber hinaus verpflichtet sich die Deutsche Bischofskonferenz, „regelmäßig über die Maßnahmen zur Aufarbeitung und Aufklärung des sexuellen Missbrauchs in der Kirche, die damit verbundenen Maßnahmen zu dessen Prävention und Verhinderung in der Zukunft sowie die Schritte zur Einführung einer zeitgemäßen Straf- und Verwaltungsgerichtsbarkeit im Bereich der Deutschen Bischofskonferenz“ zu berichten.

Für die Verabschiedung der Beschlüsse ist eine doppelte Zweidrittelmehrheit erforderlich: aller anwesenden Mitglieder sowie der anwesenden Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz, wobei die Beschlüsse der Synodalversammlung von sich aus keine Rechtswirkung entfalten. So wird präzisiert: „Die Vollmacht der Bischofskonferenz und der einzelnen Diözesanbischöfe, im Rahmen ihrer jeweiligen Zuständigkeit Rechtsnormen zu erlassen und ihr Lehramt auszuüben, bleibt durch die Beschlüsse unberührt.“ Beschlüsse, deren Themen einer gesamtkirchlichen Regelung vorbehalten seien, würden dagegen dem Apostolischen Stuhl als Votum des Synodalen Weges übermittelt. (pm 29)

 

 

 

Thüringens Bischöfe warnen vor Spaltung der Gesellschaft

 

Der katholische Erfurter Bischof Ulrich Neymeyr zeigte sich am Montag besorgt: „Komplizierte Verhältnisse in einer Demokratie wie jetzt in Thüringen werden von Populisten gerne genutzt, um gegen das 'System' zu polemisieren.“

Dagegen müssten aufrechte Demokratinnen und Demokraten aufstehen und die Werte verteidigen: am Stammtisch, im Freundeskreis, am Arbeitsplatz und wo auch immer populistische Phrasen gedrechselt würden. Das Ergebnis der Landtagswahlen sei eine große Herausforderung, so Neymeyr weiter. Es zeige eine deutliche Polarisierung in der thüringischen Gesellschaft. „Ich rufe daher alle politisch Verantwortlichen mit Nachdruck dazu auf, bei den Gesprächen der nächsten Wochen die Interessen Thüringens in den Mittelpunkt zu stellen. Jetzt ist nicht die Stunde für persönliche oder parteiliche Machtspiele.“ Den politischen Gegner zu achten, selbst wenn man anderer Meinung ist, „sollte selbstverständlich sein.“ Dies helfe auch, der offensichtlichen Spaltung der Gesellschaft entgegenzuarbeiten.

Warnung auch von evangelischem Bischof

Der Landesbischof der Evangelischen Kirche in Mitteldeutschland, Friedrich Kramer, erklärte, ihn überrasche der Wahlausgang nicht: „Ich warne davor, das Ergebnis der AfD als reine Protesthaltung oder politische Unreife abzutun. Es handelt sich hier um manifeste politische Grundüberzeugungen.“ Wohin „solche Überzeugungen in einem Klima von gewaltsamer Sprache und Hass führen“ können, hätte der rechtsextreme Anschlag in Halle vor knapp drei Wochen gezeigt. Mit Blick auf die voraussichtlich schwierige Regierungsbildung sagte Kramer: „Wir werden den Kompromiss noch mehr als wichtige Form der politischen Arbeit schätzen dürfen anstatt ihn als Niederlage zu verstehen.“

Bei der Landtagswahl am Sonntag war die Linke mit 31 Prozent erstmals stärkste Kraft in einem Bundesland geworden. Die AfD kam auf 23,4 Prozent und legte damit über 10 Prozentpunkte zu. Die CDU verlor rund 11 Prozentpunkte und erreichte 21,8 Prozent. Die SPD kam auf 8,2 Prozent, die Grünen auf 5,2 Prozent, die FDP auf 5 Prozent. (kna 28)

 

 

 

 

 

Studie. Open Doors kritisiert Umgang von Asyl-Bundesamt mit Konvertiten

 

In manchen Ländern müssen Konvertierten, die vom Islam zum Christentum übertreten, mitunter mit Verfolgung rechnen. Die Organisation Open Doors wirft deutschen Behörden vor, die Augen davor zu verschließen. Das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge weist die Vorwürfe zurück.

Das Hilfswerk Open Doors wirft deutschen Behörden vor, die Schutzbedürftigkeit von zum Christentum konvertierten Asylsuchenden nicht genügend anzuerkennen. Die Organisation, die sich für verfolgte Christen einsetzt, legte am Montag in Berlin einen Bericht mit Ergebnissen einer Umfrage zur Situation von Konvertiten in Deutschland vor. Demnach ist die Schutzquote seit Mitte 2017 stark gesunken. Bei den Studienautoren gibt es die Sorge, dass Christen in Länder abgeschoben werden, in denen ihnen Nachteile, gar Folter oder Tod drohen. Das Bundesinnenministerium und das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) wiesen die Vorwürfe zurück.

Der Schutz konvertierter Christen werde in Deutschland nicht gewährleistet, sagte Ado Greve, der für Open Doors federführend an der Studie beteiligt war. Bis Juli 2017 seien Anträge von Konvertiten noch in gut zwei Drittel (rund 68 Prozent) der Fälle positiv beschieden worden, danach nur noch in rund 36 Prozent. Greve zufolge ist die Schutzquote seit dem Amtsantritt des neuen Bamf-Präsidenten Hans-Eckhard Sommer im Sommer 2018 nochmals zurückgegangen.

Der frühere Unions-Fraktionsvorsitzende Volker Kauder (CDU) forderte die Bundesregierung erneut zu einem Abschiebestopp für Konvertiten in bestimmte Länder auf. Man dürfe sie nicht in Länder zurückschicken, in denen sie wegen ihres Bekenntnisses erhebliche Schwierigkeiten bekommen, sagte er. Kauder, der sich in seiner Fraktion insbesondere um den Schutz verfolgter Christen kümmert, ist mit dem Bundesinnenministerium seit Beginn des Jahres im Gespräch über den Umgang mit konvertierten Iranern.

Bamf: Übertritt muss glaubhaft sein

Ein Sprecher des Ministeriums betonte, das Bundesamt prüfe jeden Fall individuell und sorgfältig. Das Ministerium verwies später auf eine Antwort des Hauses auf eine parlamentarische Anfrage Anfang Oktober. Darin heißt es: „Eines generellen Abschiebestopps für zum Christentum konvertierte Muslime bedarf es nicht.“

Ein Sprecher des Bamf erklärte, eine Konversion führe grundsätzlich zur Schutzgewährung, wenn dem Asylbewerber wegen seines Glaubensübertritts im Heimatland Verfolgung droht. Er sagte aber auch, dass in persönlichen Anhörungen „die näheren Umstände des Glaubenswechsels“ geprüft würden. Der Antragsteller müsse dabei glaubhaft machen, dass er seinen neuen Glauben auch im Herkunftsland ausüben wird.

Bamf: Bericht nicht nachvollziehbar

Später erklärte das Bamf noch, das Zahlenwerk des Berichts sei „trotz der dargelegten Bemühungen um eine wissenschaftliche Herangehensweise nicht nachvollziehbar“. Die Behörde wies zudem den Vorwurf zurück, die Entscheidungspraxis habe sich geändert. Die entsprechende Dienstanweisung sei seit Jahren unverändert.

Für die Studie wurden laut Open Doors Fragebögen an rund 400 Gemeinden unterschiedlicher Prägung – evangelisch, katholisch, freikirchlich – verschickt. Ausgewertet wurden am Ende Antworten und Datensätze aus insgesamt 179 Gemeinden mit 6.516 Fällen von Konvertiten, der größte Anteil stammte aus dem Iran.

Kirchen an Studie nicht beteiligt

Die Studienautoren beklagten, dass die Vorlage von Bescheinigungen durch Gemeinden den Antragstellern eher nicht genutzt, vielmehr noch geschadet hätten. Greve forderte, dass Dokumente wie Taufbescheinigungen einheitlich anerkannt werden. Der Bundesamtssprecher sagte dazu: „Die Taufbescheinigung bestätigt, dass ein Glaubensübertritt stattgefunden hat, sie sagt aber nichts darüber aus, wie der Antragsteller seinen neuen Glauben bei Rückkehr in sein Heimatland voraussichtlich leben wird und welche Gefahren sich hieraus ergeben.“

Die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) und die katholische Deutsche Bischofskonferenz haben sich nach Angaben von Open Doors nicht an der Studie beteiligt. Beide Kirchen sind über ihre Beauftragten in Berlin im Gespräch mit dem Bamf über den Umgang mit Konvertiten. (epd/mig 30)

 

 

 

Papstreise nach Japan und Thailand: Das Programm im Detail

 

Papst Franziskus wird vom 19. bis 26. November Thailand und Japan besuchen. Lesen Sie hier das aktualisierte Programm, das das vatikanische Presseamt an diesem Montag veröffentlicht hat.

Demnach wird Papst Franziskus am Dienstag, den 19. November, um  19.00 Uhr vom römischen Flughafen Fiumicino nach Bangkok fliegen, wo er am 20. November um 12.30 Ortszeit (18.30 mitteleuropäischer Zeit) am Military Air Terminal 2 ankommen wird. Dort findet auch die offizielle Begrüßungszeremonie statt.

 

Am Donnerstag, 21. November, wird es nach einer Willkommenszeremonie im Innenhof des Government House (15.00 Uhr mitteleuropäischer Zeit) und der Begegnung mit dem Ministerpräsidenten im „Inner Ivory Room“ des Government House um (15.30 Uhr mitteleuropäischer Zeit) zur Begegnung mit den Vertretern der Regierung, der Zivilgesellschaft und mit dem Diplomatischen Korps im Saal „Inner Santi Maitri” des Government House kommen. Danach steht – um 16.00 Uhr – ein Besuch beim Obersten Patriarchen der Buddhisten im „Wat Ratchabophit Sathit Maha Simaram“-Tempel auf dem Programm, im Anschluss daran (17.15 Uhr) eine Begegnung mit dem Ärzteteam des St. Louis Hospitals und ein privater Besuch bei den Patienten. Am Nachmittag wird es zu einem privaten Besuch bei Seiner Majestät König Maha Vajiralongkorn „Rama X.“ im „Amphorn Royal Palace“ kommen, um 18.00 Uhr Ortszeit (00.00 mitteleuropäischer Zeit) wird der Papst im Nationalstadion eine Messe feiern.

Am Freitag, den 22. November, wird Franziskus um 16.00 Uhr mitteleuropäischer Zeit in der Pfarrei St. Peter Priester, Ordensleute, Seminaristen und Katechisten treffen. Auf 17.00 Uhr ist eine Begegnung mit den Bischöfen Thailands und der Föderation der Asiatischen Bischofskonferenzen (FABC) im Heiligtum des sel. Nicholas Boonkerd Kitbamrung angesetzt. Nach einer privaten Begegnung mit den Mitgliedern der Gesellschaft in einem Nebenraum des Heiligtums wird der Papst um 21.20 Uhr christliche Religionsführer und Führer anderer Religionen an der Chulalongkorn-Universität treffen. Um 17.00 Uhr Ortszeit (23.00 Uhr mitteleuropäischer Zeit) wird er mit jungen Menschen in der Kathedrale der Unbefleckten Empfängnis die Messe feiern.

 

Samstag: Weiterreise nach Japan

Am Samstag, den 23. November, geht es um 9.30 Uhr Ortszeit weiter nach Tokio, wo der Papst um 1.40 Uhr mitteleuropäischer Zeit ankommen wird. Nach der Begrüßungszeremonie auf dem Flughafen Tokio-Haneda wird Papst Franziskus um 18.30 Uhr Ortszeit (2.30 Uhr mitteleuropäischer Zeit) die Bischöfe des Landes in der Apostolischen Nuntiatur treffen.

 

Am Sonntag, 24. November, geht es dann weiter nach Nagasaki, wo Papst Franziskus um 17.20 Uhr mitteleuropäischer Zeit ankommen wird. Um 18.15 Uhr wird er im Atombombenpark von Nagasaki eine Botschaft über Atombomben verlesen, um 18.45 Uhr die heiligen Märtyrer am Monument der japanischen Märtyrer am Nishizaka-Hügel ehren. Um 22.00 Uhr wird er im Baseballstadion eine heilige Messe feiern. Um 16.35 Uhr Ortszeit geht es dann weiter nach Hiroshima, wo Franziskus um 17.45 Uhr Ortszeit ankommen wird. Für 18.40 Uhr (2.40 mitteleuropäische Zeit) ist ein Friedenstreffen am Friedensdenkmal angesetzt, am späten Abend Ortszeit geht es dann wieder zurück nach Tokio.

 

Der Montag, 25. November, beginnt mit der Begegnung mit den Opfern der dreifachen Katastrophe in „Belle Salle Hanzomon” (18 Uhr mitteleuropäischer Zeit) und dem privaten Besuch bei Kaiser Naruhito im Kaiserpalast. Um 19.45 Uhr mitteleuropäischer Zeit wird der Papst in der Kathedrale Santa Maria junge Menschen treffen; am Nachmittag (19.45 Uhr) im Stadion „Tokyo Dome“ die Messe feiern. Danach steht die Begegnung mit den Vertretern der Regierung und dem Diplomatischen Korps in Kantei auf dem Programm.

 

Der letzte Tag der Apostolischen Reise wird am Morgen mit einer privaten Messe mit den Mitgliedern der Gesellschaft Jesu in der Kapelle des Kulturzentrums der Sophia-Universität

und einer privaten Begegnung mit dem „Collegium Maximum“ in der Sophia-Universität eingeläutet. Um 9.40 Uhr Ortszeit (17.40 Uhr mitteleuropäischer Zeit) wird der Papst alte und kranke Priester im Pflegeheim der Sophia-Universität besuchen. Um 11.35 Uhr Ortstzeit geht es dann wieder zurück nach Rom, wo Papst Franziskus um 1.15 Uhr mitteleuropäischer Zeit eintreffen wird.VN 28

 

 

 

 

Essener Bischof.  Fragen der Amazonas-Synode gehen alle an

 

Die auf der Amazonas-Synode im Vatikan erörterten Fragen betreffen nach den Worten Franz-Josef Overbecks auch die katholische Kirche in Europa und anderen Teilen der Welt. Der Essener Bischof, der auch für Adveniat zuständig ist, äußerte sich am Montag gegenüber der BILD.

Als Beispiele nannte Overbeck ökologische Herausforderungen, den Umgang mit dem Priestermangel, die Machtverteilung in der Kirche und Geschlechtergerechtigkeit. Der Bischof, der sich im Amt nach eigener Aussage verändert habe, fragte, ob man den „Zugang zum Priesteramt an einem Y-Chromosom festmachen könne und das mit dem Willen Jesu begründen“. Er sei da nachdenklich und die „allermeisten Menschen“ verstünden und glaubten das nicht mehr. Frühere Äußerungen zum Thema Homosexualität würde er heute so nicht mehr wiederholen, so Overbeck weiter.

“ Kirche muss sich moraltheologisch weiterentwickeln ”

Damals hatte der Bischof gesagt, Homosexualität sei Sünde. Er habe er die Überzeugung gehabt, „man könnte theologisch mit dem Naturrecht argumentieren“, erläuterte Overbeck. „Echt erfüllte Liebe gibt es danach nur zwischen Mann und Frau. Der Meinung bin ich heute nicht mehr." Das hänge durchaus auch mit Begegnungen mit schwulen und lesbischen Menschen zusammen, fügte der Bischof hinzu. Damals habe er das Ausmaß des Missbrauchsskandals nicht erahnen können. Die Glaubwürdigkeit der Kirche sei in einem unvorstellbaren Maß zerstört, deshalb sei er überzeugt, dass „die Kirche sich moraltheologisch weiterentwickeln“ müsse.  (kna) 28