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    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 16-30 novembre 2022

 

Inhaltsverzeichnis

1.     “Euntes in mundum universum”, i 400 anni di Propaganda Fide. 1

2.     Vescovi tedeschi in visita ad limina. 1

3.     La povertà come stile di vita. 1

4.     I cattolici tedeschi sostengono il Cammino Sinodale? L’esperienza del parroco di St. Bonifatius a Francoforte. 1

5.     Papa Francesco, la logica della cura per una economia con al centro la persona. 1

6.     Le comunità italiane della Diocesi di Rottenburg-Stuttgart incontrano il vescovo. Intervista a mons. Gebhard Fürst. 1

7.     Papa Francesco all’Angelus: “Chiediamoci: come va la mia perseveranza?”. 1

8.     Giornata dei poveri, Papa Francesco: "Ascoltare il grido dei migranti". 1

9.     Viaggio apostolico. Papa in Bahrein: l’invito a cercare sempre la “metodologia del dialogo”. 1

10.  Dalle diocesi, la Chiesa italiana in cammino fuori dal Paese. Il Rapporto Italiani nel Mondo della Migrantes. 1

11.  La campagna Cei per i sacerdoti. Non lasciamoli soli: uniti possiamo! 1

12.  Papa Francesco al Dicastero della Comunicazione, siate sempre affidabili e coraggiosi 1

13.  Le 11 citazioni bibliche che "confermano" l'esistenza del Purgatorio. 1

14.  Vangelo Migrante: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo (Lc 21,5-19) 1

15.  Dall’Anno scalabriniano al Convegno di spiritualità sul tema: “Io verrò a radunare tutte le genti” (Is 66,18) 1

16.  Italiani nel mondo, secondo il rapporto Migrantes 2022. 1

17.  La Chiesa dov’è? Una collegialità da riscoprire. 1

18.  Diffondere la cultura della vita e del bene. 1

19.  Pellegrinaggio a Colonia, in cammino verso Dio, come i Re Magi 1

20.  Il filo di Bergoglio nella penisola araba. 1

21.  Papa in aereo. "Migranti in mare vanno salvati. Ma l'Ue non lasci sola l'Italia". 1

22.  La conclusione del viaggio del Papa in Bahrein. 1

23.  La morte non è la logica conclusione dell’esistenza. XXXII Domenica del Tempo Ordinario. 1

24.  Papa in Bahrein: ai giovani, “l’amore non è una telenovela. Non siate ‘turisti della vita’”. 1

25.  Diocesi italiane: giovani e sinodo al centro del nuovo anno pastorale. 1

26.  Lettera a chi manifesta per la pace. Liberi insieme dalla guerra. 1

27.  Francesco, il primo Papa in Bahrein. Lancia appelli per i diritti e contro la pena di morte. 1

28.  Papa in Bahrein: “Tacciano le armi, guerra realtà mostruosa e insensata”. 1

29.  Vangelo Migrante: XXXII Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo (Lc 20,27-38) 1

30.  Papa Francesco: "Nel tribunale divino l’unico capo di merito e accusa è la misericordia". 1

31.  Francesco, la pace, il nazionalismo. 1

32.  Papa Francesco, il seme della pace chiede di smilitarizzare il campo del cuore. 1

33.  Il Sinodo prende il largo. 1

 

 

1.     Rom. Deutsche Bischöfe beraten mit Vatikan-Einrichtungen. 1

2.     Ausschreibung des Katholischen Preises gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus 2023 endet in Kürze. 1

3.     Deutsche Bischöfe im Vatikan: „Ad-limina-Besuch ist Chance". 1

4.     Bätzing in Rom: „Einheit bewahren und Erneuerung ermöglichen“. 1

5.     „Die Identität der Katholischen Schule – Für eine Kultur des Dialogs“. Vatikanisches Dokument in deutscher Sprache. 1

6.     Ad-limina-Besuch der deutschen Bischöfe in Rom beginnt. Bischof Bätzing predigt im Petersdom.. 1

7.     Totengedächtnis im November 1

8.     Papst zum Welttag der Armen: Schmerzensschrei der Schwächsten hören. 1

9.     Papst an COP27: Mutig und entschlossen handeln. 1

10.  Kardinal Hollerich: Hierarchisches Kirchenmodell hat ausgedient. 1

11.  Papst an Kommunikations-Dikasterium: Ausgegrenzten eine Stimme geben. 1

12.  Jahreskonferenz Jugendseelsorge 2022. „Gott ist so vielfältig wie die Gottesbilder“. 1

13.  Kirche und Caritas begrüßen Gesetz zur Triage. 1

14.  Triage-Gesetz des Deutschen Bundestages. Bischof Bätzing: Jede Diskriminierung vermeiden. 1

15.  Ökumenischer Appell für den Frieden. Präses Kurschus und Bischof Bätzing zum Volkstrauertag. 1

16.  Papst Franziskus betont „Primat des Gewissens“. 1

17.  Bischof Meier zum Welttag der Armen 2022. 1

18.  Papst Franziskus zieht positive Bilanz seiner Bahrain-Reise. 1

19.  Deutsche Hilfswerke: Armut nicht gegen Armut ausspielen. 1

20.  „Wenn der Rechtsstaat versagt“. Mehr als 500 Menschen im Kirchenasyl 1

21.  „Jetzt erst recht – Klimaschutz ist Menschheitsaufgabe!“. Weihbischof Lohmann zur 27. Weltklimakonferenz. 1

22.  Kolpingwerk öffnet sich nun auch für Nichtchristen. 1

23.  Papst Franziskus nach Bahrain-Reise: „Deutsche, sucht eure Quelle!“. 1

24.  Bischof Feige wirbt auf der Synode der EKD für gelebte Synodalität. „Von den Erfahrungen anderer Kirchen lernen“. 1

25.  Bistum Münster: Kreuz-Abnahme im Friedenssaal „nicht nachvollziehbar“. 1

26.  Papstmesse in Bahrain: „Das Herz entmilitarisieren”. 1

27.  Dritter Katholischer Medienkongress in Bonn beendet. Kardinal Marx: „Ohne Kommunikation gibt es kein Menschsein“. 1

28.  Kardinal Marx: Kirche muss gegen Gefahren im Netz ankämpfen. 1

29.  Papst an Muslime in Bahrain: „Gott ist Quelle von Frieden“. 1

30.  Gräber für Wohnungslose: Ein Ort, an dem keiner vergessen wird. 1

31.  Papst in Bahrain: „Bin hier als Sämann des Friedens“. 1

32.  Deutsche Bischöfe veröffentlichen weiteren Impuls zur Ehepastoral 1

33.  Deutsche Bischöfe: Konfessionslose Ehepartner willkommen heißen. 1

34.  Zahlen und Fakten: Katholische Kirche in Bahrain. 1

35.  Papst nimmt Rücktritt des Bamberger Erzbischofs Schick an. 1

36.  Es gibt guten Grund, in der Kirche zu bleiben. Bischof Bätzing predigt an Allerheiligen in Limburg. 1

37.  Papst zu Allerheiligen: „Sind wir Friedensstifter?“. 1

38.  Bischof Bätzing würdigt Erzbischof Dr. Ludwig Schick. „Kein Weg war Dir zu weit“. 1

 

 

“Euntes in mundum universum”, i 400 anni di Propaganda Fide

 

Dal 16 al 18 novembre un convegno presso la Pontificia Università Urbaniana. Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. Presentato stamane in Vaticano il Convegno Internazionale di Studi “Euntes in mundum universum” che si svolge dal 16 al 18 novembre presso la Pontificia Università Urbaniana, a Roma, in occasione del quarto Centenario dell’istituzione della Congregazione di Propaganda Fide.

“Il breve pontificato di Gregorio XV (1621-1623) – ha ricordato Mons. Camillus Johnpillai, Capo Ufficio del Dicastero per l’Evangelizzazione nel suo excursus storico - fu molto importante per la rinascita cattolica. Primo Papa di formazione gesuita, egli cercò non solo di proseguire il rinnovamento interno della chiesa, ma anche di recuperare il terreno che essa aveva perso. Nel 1622 istituì la sacra congregazione per la propagazione della fede, al fine di offrire alla chiesa un’autorità centrale suprema che coprisse l’intero campo missionario. Il concetto alla base dell’ufficio era che il Papa, come pastore universale di anime, aveva la responsabilità assoluta di diffondere la fede. La congregazione dunque doveva coordinare e guidare l’attività missionaria della chiesa, fino ad allora controllata dai sovrani cattolici di Spagna e Portogallo. Papa Gregorio creò la nuova congregazione il 6 gennaio 1622”.

Nel marzo scorso il Papa ha soppresso la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli istituendo “il dicastero per l’evangelizzazione, il quale è presieduto direttamente dal Papa ed è composto dalla sezione per le questioni fondamentali dell’evangelizzazione nel mondo e dalla sezione per la prima evangelizzazione e le nuove chiese particolari. La sezione per la prima evangelizzazione e le chiese particolari raccoglie l’eredità della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. In questo momento storico – ha concluso - il dicastero per l’evangelizzazione ricorda con profonda gratitudine l’opera di evangelizzazione finora compiuta dai numerosi religiosi, religiose, sacerdoti secolari e laici e, in particolare i catechisti nei territori di missione. La missione evangelizzatrice della chiesa è ancora lontana dal suo compimento. Papa Francesco invita tutti i battezzati ad essere discepoli missionari e agenti di evangelizzazione”.

Ha preso poi la parola P. Bernard Ardura, Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche.

“Ci fu fin dall'inizio della Congregazione una grande apertura e quindi un'attenzione anche alle varie culture. Così il nuovo dicastero per l'evangelizzazione si preoccupa anche della nuova evangelizzazione e ciò significa che questo rapporto fra la fede e la cultura rimane elemento essenziale” .

“Io non credo – ha chiosato P. Ardura - che il nostro convegno guarderà non soltanto verso il passato ma anche verso problematiche future e sono contento che si svolga all’Università Urbaniana perché avremo lì gli studenti che saranno anche i missionari di domani e dunque io credo che questo sarà un contributo validissimo”. Aci 15

 

 

 

 

Vescovi tedeschi in visita ad limina

 

È iniziata questa mattina, con una concelebrazione eucaristica sulla tomba di Pietro, la visita ad limina dei vescovi tedeschi. Gli incontri con i vari dicasteri e poi con papa Francesco vanno oltre una dimensione puramente locale, in quanto rappresentano l’occasione di presentare e spiegare l’inserimento del Cammino sinodale tedesco all’interno del più ampio processo sinodale avviato da Francesco per la Chiesa universale.

Un’occasione per parlarsi direttamene, e non per vie traverse attraverso media, report informali e lettere aperte, e chiarirsi a vicenda tra la Chiesa tedesca e la Curia romana. Ma anche l’opportunità di verificare la virtuosità dei processi sinodali, così come essi hanno innervato e trasformato lo stesso Cammino sinodale in Germania.

Per essere effettivamente tale, gli esiti della sinodalità non possono essere predeterminati – e non si possono escludere a priori materie e temi su cui il convenire della fede discute, si confronta, prega, per mettere in atto un processo efficace e realistico di discernimento.

Si arriva a questo appuntamento con limiti da entrambe le parti: una cattiva comunicazione verso Roma da parte tedesca, che non ha permesso di mediare non solo i contenuti, ma anche i processi che hanno portato verso l’elaborazione finale dei documenti del Cammino sinodale; una preoccupazione romana nutrita per lo più da voci di corridoio e da un lobbysmo unilaterale su quanto avvenuto in questi anni nella Chiesa tedesca.

Guardando le cose dal punto di vista di oggi, dopo la pubblicazione del documento per la fase continentale del Sinodo della Chiesa universale sulla sinodalità, si può dire che la Chiesa tedesca e il suo Cammino sinodale non rappresentano un’eccezione, non cercano nessuna via nazionale e non si ergono al di sopra del cammino di tutto il popolo di Dio. Molto di quello che si è prodotto in Germania si ritrova nello stesso documento romano – le differenze che permangono sono per lo più dovute al radicamento concreto in un contesto specifico che è proprio a ogni Chiesa locale.

Questa visita ad limina rappresenta la possibilità di un apprendimento reciproco fra la Conferenza episcopale tedesca e i dicasteri di curia – anche questi ultimi devono infatti esercitarsi in una pratica sinodale che ne trasforma necessariamente la natura che hanno ereditato dalla loro configurazione moderna. L’epoca inedita di cui parla Francesco riguarda anche la Curia, il suo modo di lavorare e la propria autocomprensione all’interno del vissuto della Chiesa cattolica.

In primo luogo, quella di accompagnare i processi sinodali delle varie Chiese locali, ben prima di giudicarli: una piegatura pastorale degli stessi dicasteri romani, non come luogo di accentramento decisionale ma di tessitura di una comune cattolico che si declina al plurale anche quando è condiviso da molti. Marcello Neri, Sett.News 14

 

 

 

 

La povertà come stile di vita

 

La Giornata mondiale dei poveri ci riguarda, riguarda profondamente il nostro modo di vivere e la conversione che ci è richiesta. Il testo di 2Corinti 8,9 che guida la riflessione di papa Francesco va a toccare i fondamenti biblici della nostra fede: «Gesù Cristo si è fatto povero per voi». È un interrogativo profondo da portare in questo mondo dilaniato da ingiustizie e sofferenze, dalle guerre e dalla generale insignificanza della vita umana. Il Papa ci invita a una riflessione che deve scuotere le nostre coscienze in termini spirituali, di dedizione e di priorità. È un richiamo forte, coerente con tutto il suo magistero, da immettere in una Chiesa che si sta ripensando nel cammino sinodale. Nel mistero della Chiesa è incardinata questa centralità dei poveri come opzione preferenziale, fondamentalmente teologica. Non a caso, il Papa chiude il suo messaggio con il riferimento a Charles de Foucauld, ovvero alla povertà come stile di vita e di condivisione profonda.

Io vi scorgo un invito alla Chiesa d’oggi a riscoprire il valore dell’attraversamento della povertà come sollecitazione da non ridurre a un utilizzo dei poveri per i nostri gesti di solidarietà. Un richiamo forte, dunque, già espresso da Francesco nell’Evangelii gaudium. Al numero 197 scrive il Pontefice: «Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che egli stesso “si fece povero” (2Cor 8,9). Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri. Questa salvezza è giunta a noi attraverso il “sì” di una umile ragazza di un piccolo paese sperduto nella periferia di un gran- de impero. Il Salvatore è nato in un presepe, tra gli animali, come accadeva per i figli dei più poveri; è stato presentato al Tempio con due piccioni, l’offerta di coloro che non potevano permettersi di pagare un agnello (cf Lc2,24; Lv 5,7); è cresciuto in una casa di semplici lavoratori e ha lavorato con le sue mani per guadagnarsi il pane. Quando iniziò ad annunciare il Regno, lo seguivano folle di diseredati, e così manifestò quello che egli stesso aveva detto: “Lo Spirito del Signore è sopra di me” (Lc 4,18)».

Il prossimo 13 novembre deve essere una Giornata di profonda spiritualità, non intimistica, ma colma di interrogativi che devono attraversare le nostre coscienze, ma anche il nostro modo di essere e di praticare la quotidianità. All’inizio dell’enciclica Laudato si’ vi è un passaggio che spesso viene dimenticato e che insiste sulla capacità di far entrare dentro di noi la responsabilità di uno sguardo che dev’essere fisso sulla vita dei poveri, sul loro volto; uno sguardo che si fa lamentela, pianto, sollecitazione, invocazione di giustizia, impegno quotidiano concreto e che ci prepara alla conversione dei cuori. Se è vero che i poveri sono un dono, allora è anche vero che dobbiamo assumere lo stile di vita della povertà. La Chiesa povera dei poveri è un richiamo importante che ha scosso, vale la pena ricordarlo, anche il concilio Vaticano II.

E qui ritorna di straordinaria attualità il discorso del cardinal Lercaro alla fine della prima sessione: «La maternità della Chiesa è mysterium magnum. E io vorrei insistere perché di questo mistero il Concilio ponesse in evidenza un aspetto che è eterno e insieme attualissimo: la generazione alla grazia dei poveri e degli umili. È stato detto che il Vaticano II è il Concilio soprattutto De Ecclesia. E allora si può anche precisare che il concilio De Ecclesia in concreto – rispetto a quest’ora dell’umanità e a questo grado di sviluppo della coscienza cristiana – dev’essere il Concilio della Chiesa, particolarmente e soprattutto la Chiesa dei poveri».

Nel messaggio di Francesco per la Giornata mondiale dei poveri vi è una sete di Vangelo, carica di passione, che ci fa intravvedere come la Chiesa può e deve esporsi per l’aiuto ai poveri non solo come gesto di solidarietà concreta, ma come esortazione per quella conversione ecologica che ci è richiesta dalla Laudato si’. Quindi non la Chiesa per i poveri, ma la Chiesa dei poveri, che ci fa diventare intransigenti nella lotta contro le miserie, le diseguaglianze e la globalizzazione dell’indifferenza. Questa Giornata ci richiede un salto di qualità formativo ed educativo: dobbiamo assumere la povertà come stile di vita, come passione, come condivisione. Non un aiuto, ma fraternità: “la stessa mensa”. Non più solo assistenza, ma capire che si tratta di una sfida al nostro modo di vivere e di pensare.

Credo che questo sia un approccio importante, da immettere come credenti anche dentro una società in crisi culturale, che non fa altro che dichiarare sociologicamente il problema della povertà, senza poi compiere virate radicali. Non si può più accettare la rassegnazione indifferente per le chiusure individualistiche ed egoistiche. Questa Giornata mondiale dei poveri ci chiede una revisione di tutto il nostro modo di operare. Lasciamoci ispirare da quel concetto di “comunità alternativa” che il cardinal Martini coniò per il Sinodo della Chiesa ambrosiana. La comunità alternativa è quella che segue un altro criterio, segue il valore dei beni comuni, ha il tema della pace come fondamento esistenziale, avverte la carità come quell’eccedenza rispetto all’aiuto razionale e addomesticato. Virginio Colmegna, Vita Pastorale nov.

 

 

 

 

I cattolici tedeschi sostengono il Cammino Sinodale? L’esperienza del parroco di St. Bonifatius a Francoforte

 

Francoforte sul Meno. La comunità è intorno alla mensa eucaristica, dietro c’è Pfr. Dr. Werner Otto. Insieme formano un grande cerchio, non è una posizione frontale con il sacerdote da una parte e i fedeli dall’altra. Questa disposizione circolare è possibile nella spaziosa chiesa di Sankt Bonifatius, a navata unica con ampi archi a sesto acuto in cemento, un esempio di espressionismo nell’architettura a Francoforte sul Meno. Nella zona absidale sopraelevata c’è l’altare originale, raggiungibile tramite una scalinata. Durante la celebrazione eucaristica, due donne e un giovane della comunità spiegano il succo dei testi approvati durante la quarta assemblea del Cammino Sinodale (Synodaler Weg). “È nostro dovere informare bene i fedeli sul Cammino Sinodale”, afferma Pfr. Otto nel corso di questa intervista, “qualche settimana fa ho invitato a un incontro per presentare i temi di questa quarta assemblea. Sono venute più di 50 persone ed erano tutte piacevolmente sorprese della portata dei testi approvati. L’ho anche detto brevemente durante la messa, che ora c’è una nuova attitudine della Chiesa nei confronti dell’omosessualità, che non giudica più i comportamenti omosessuali, e che il Cammino Sinodale, grazie all’istituzione di un “Consiglio sinodale”, diventa una prassi permanente nella Chiesa. Anche lì la gente ha applaudito con sollievo. Sta finalmente accadendo qualcosa di positivo nella Chiesa cattolica, e i credenti non devono costantemente giustificarsi davanti ai loro amici di essere cattolici”.

 

Pfr. Werner Otto, lei è parroco della parrocchia di Sankt Bonifatius ed è anche delegato del Cammino Sinodale, in particolare fa parte del primo forum Potere e divisione dei poteri nella Chiesa (synodalerweg.de/italiano). Come ha vissuto l’assemblea di settembre, soprattutto dopo il rifiuto del testo base del quarto forum Vivere relazioni riuscite?

 

È stato un momento molto difficile per il Cammino Sinodale, perché il rifiuto del testo base del forum Vivere relazioni di successo ha ferito le persone del Cammino Sinodale che avevano fatto outing della loro omosessualità o della loro transessualità e che hanno raccontato di essere state vittime di esclusione e di abusi a causa della loro sessualità. Molti fra loro hanno lasciato l’assemblea piangendo. In quel momento tutti o quasi tutti hanno preso veramente coscienza che in gioco non ci sono dei testi, ma le persone, il destino di persone. Questo è ora diventato evidente. Forse alcuni vescovi non se ne rendono conto ma noi nelle comunità incontriamo in continuazione persone ferite dalla dottrina della Chiesa la quale dice loro praticamente: “Tu non vai bene così come sei” oppure “va bene come sei, ma non va bene che tu viva come vuoi”. Senza questa crisi, il resto della quarta assemblea sinodale avrebbe probabilmente avuto un esito diverso. In seconda lettura abbiamo approvato testi che due anni fa non avrei mai pensato che sarebbero passati, ad esempio il testo controverso sull’omosessualità. Lì viene detto che nessun essere umano sceglie il proprio orientamento sessuale e che le persone sono state create da Dio nel loro orientamento sessuale. Esse sono amate, preziose e devono essere trattate allo stesso modo delle persone eterosessuali. Questa ora è la posizione della Chiesa cattolica in Germania e ha avuto l’approvazione dei due terzi dei vescovi. L’ho detto anche in parrocchia che la Chiesa cattolica in Germania ora non discrimina più le persone omosessuali. È un enorme passo avanti. Nell’assemblea sinodale di quel pomeriggio inoltre è stato deciso che occorre nella Chiesa un nuovo ordinamento sul lavoro che non sia discriminatorio. Poi è stato approvato l’importante testo base del Forum delle donne. Per quanto ne so, mai prima d’ora la Chiesa di un paese ha messo così chiaramente in discussione l’insegnamento di Ordinatio Sacerdotalis (1994) chiedendo al Papa di cambiarlo. Questo è un segnale importante per le donne e il testo approvato è di alto livello teologico. Spero che venga letto anche in Italia e in Vaticano. Io lavoro con il Forum Potere e divisione dei poteri e per noi è stato ovviamente molto importante che il testo Rafforzare la sinodalità in modo sostenibile sia stato accettato. In linea di principio, ciò significa che la via sinodale diventa una direzione permanente.

Il Cammino sinodale è una pratica di sinodalità e mi fa pensare all’antica massima: “Ciò che tocca tutti, deve essere da tutti trattato e approvato”, che viene citata per dare fondamento alla sinodalità della Chiesa in rapporto alla tradizione. Rammento anche la frase pregnante della sinodale suor Katharina Kluitmann durante la sessione sinodale: “Non è possibile che i fedeli debbano stare con i vescovi, ma che i vescovi non stiano con noi”. Questo significa che il solo argomento di autorità non è più sufficiente?

Lo si vede chiaramente e trovo anche molto debole argomentare con il giuramento di fedeltà al Papa. Come sacerdote, sono ordinato per il popolo e non per il Papa, con il quale mi sento ovviamente legato. Dobbiamo fare attenzione a come la nostra dottrina viene recepita dalle persone. Non posso presentarmi dicendo: “Cari risposati, divorziati, omosessuali e altri, mi dispiace che il nostro insegnamento vi ferisce, ma ho giurato fedeltà al Papa”. Questo non è un argomento. E mi è piaciuto molto quello che ha detto il vescovo Helmut Dieser di Aquisgrana alla fine dell’assemblea di settembre: “Io sono un conservatore, ma il conservatorismo qui al Cammino Sinodale è davvero debole”. Ritengo

importante che ci sia la voce conservatrice nel Cammino Sinodale, ma non è un argomento dire che è sempre stato così e neppure dire: “Questo punto non è ancora chiaro, dobbiamo riaggiornarci”. Cari vescovi conservatori, discutete, intervenite, portatevi al livello della discussione teologica. Se si vuole essere ascoltati, si deve prendere parte.

Da un lato, il livello teologico è necessario perché fornisce gli “attrezzi” argomentativi per le riforme nella Chiesa, dall’altro, è proprio questo che viene criticato: il Synodale Weg sarebbe un processo per soli addetti ai lavori, per teologhe e teologi, mentre le comunità, la base, non lo seguono. Come parroco e sinodale, cosa ne pensa?

Non è vero che non lo seguono. È nostro compito spiegarlo alla base. Il testo approvato del Forum delle donne è di trenta pagine, non si può pretendere che tutti lo leggano. È compito nostro come preti e collaboratori pastorali spiegare i testi alla gente nelle comunità. Se la base non segue, è colpa nostra che non ne parliamo. Il Cammino Sinodale è il processo più importante nella Chiesa cattolica in Germania e tutti coloro che lavorano nella Chiesa hanno il dovere di occuparsene e di informare gli altri.

Tra i sacerdoti di parrocchie di altra madrelingua ho riscontrato talvolta disinteresse per il Cammino Sinodale se non addirittura rifiuto a priori senza aver preso visione dei testi. Essi hanno l’impressione che l’autorità del sacerdozio e dell’episcopato venga messa in discussione dal Cammino Sinodale. Temono per la loro funzione e la loro identità di sacerdoti. Come si possono rimuovere queste paure?

Teologicamente distinguiamo un duplice sacerdozio: il “sacerdozio generale”, a cui partecipano tutti i credenti, e il “sacerdozio di servizio”. La seconda non si chiama così per caso, ma riceve il suo orientamento dall’istruzione di Gesù in Mt 20, 26-28: “Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”. Poiché Gesù ha inteso la sua missione come servizio al popolo, anche i sacerdoti devono farlo. Ma un servo serve solo quando chiede al suo padrone come deve servire. Altrimenti non è un servo, ma un dominatore che fa solo finta di essere un servo. Questo significa concretamente: non può esistere una funzione di guida nella Chiesa senza la partecipazione effettiva dei fedeli! Altrimenti non è un sacerdozio nel senso di Gesù. E poi nessuno nel SW intende togliere ai sacerdoti e ai vescovi il loro il compito e la loro responsabilità di guida. Vogliamo che i vescovi svolgano il compito di guida, ma insieme ai fedeli. Ed è una gioia quando le persone partecipano. In questo modo tutti sono più soddisfatti e anche le decisioni saranno migliori quando si prendono insieme. Insomma non dobbiamo temere il cambiamento. Dobbiamo avere paura di ciò che accadrà se non cambiamo perché allora le nostre chiese saranno presto completamente vuote. Vorrei infine dire ai sacerdoti di altri Paesi che sono scettici nei confronti del Cammino Sinodale: cari confratelli, la crisi degli abusi travolgerà anche voi. In Germania pensavamo che riguardasse solo Stati Uniti e Irlanda, fino a quando i casi di abuso e il loro insabbiamento non sono diventati noti anche qui. Anche in Italia verranno scoperti ancora molti scandali e anche in Vaticano. Posso solo consigliare di non fare gli errori che abbiamo commesso in Germania. Non cercate di rimandare e coprire. Prendete in mano il problema e lavorate attivamente sugli abusi nella vostra Chiesa.

Paola Colombo, sito Delegazione Mci/CdI nov.

 

 

 

Papa Francesco, la logica della cura per una economia con al centro la persona

 

Con lo sguardo alle medicine naturali come in Amazzonia il Papa parla di cura e armonia ai farmacisti. Di Angela Ambrogetti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Farmaci naturali ed Amazzonia, una associazione di idee che piace a Papa Francesco che ha ricevuto i Membri della Rete di Farmacisti “Apoteca Natura”. "Le popolazioni autoctone, in Amazzonia come del resto in altre parti del mondo, sono depositarie di ricchi patrimoni di terapie naturali; ma anche questi purtroppo rischiano di perdersi se si estinguono le culture originarie. E le culture originarie hanno questo atteggiamento, sempre, con il creato, con l’ambiente, del ben vivere, che non è la dolce vita o passarsela bene, no, è l’armonia del vivere della persona, della famiglia, del popolo con il creato" ha detto Francesco. 

Una intuizione felice per il Papa la rete di Farmacie per "sviluppare quella che è già di per sé una caratteristica dei farmacisti, cioè un rapporto personalizzato con la gente del territorio" quasi una sanità di base per "venire incontro a un bisogno reale della gente compensando certe carenze". 

Armonia "un concetto che mi sta molto a cuore. Ha anche un alto valore teologico e spirituale; addirittura si può considerare un nome di Dio, perché lo Spirito Santo è Egli stesso Armonia" dice il Papa. E aggiunge: "Nel multiforme fenomeno del cosmo e, in particolare, della vita in tutte le sue espressioni, possiamo riconoscere un disegno, Paolo parla addirittura di «ardente aspettativa della creazione» (Rm 8,19), quasi che la speranza di Dio – speranza di salvezza e di comunione – si riflettesse nella sua creazione". 

No quindi al nichilismo della cultura dello scarto, serve la cultura della cura. "Dobbiamo scegliere: non c’è un’altra possibilità di andare avanti! Oggi non ci è concesso di rimanere neutrali. Si impone una scelta, perché il grido della terra e il grido dei poveri chiedono responsabilità".

E conclude il Papa : "il vostro lavoro risponde a questa logica e a questo stile di vita: entrare nella cultura della cura" per "dare un apporto concreto per far crescere un’economia diversa, un’economia centrata sulla persona e sul bene comune". Aci 14

 

 

 

Le comunità italiane della Diocesi di Rottenburg-Stuttgart incontrano il vescovo. Intervista a mons. Gebhard Fürst

 

I meli ormai senza frutti intorno alla Liebfrauenhöhe ci ricordavano di essere in autunno inoltrato nonostante il tepore del sole facesse pensare a una giornata di fine estate. Le mele erano in vendita come pure uova, confetture, salsicce e verdure di stagione, tutte produzioni bio della casa delle Sorelle di Maria. Domenica 30 ottobre presso la Liebfrauenhöhe, centro di incontro e di pellegrinaggio dell’Istituto secolare delle Sorelle di Maria a Ergenzingen (Rottenburg am Neckar), le comunità cattoliche italiane della diocesi di Rottenburg/Stuttgart hanno incontrato il loro vescovo, Gebhard Fürst.

Maria Angela Mariano, Gemeindereferentin, responsabile della comunità di Rottweil e organizzatrice dell’incontro, ha spiegato come è nata l’occasione di questa giornata: “Non potendo fare il consueto pellegrinaggio di Pentecoste a Zwiefalten a causa del Katholikentag, ci siamo accordati per farlo qui presso la Liebfrauenhöhe. Non sapendo poi che cosa ci avrebbe aspettato con la pandemia, abbiamo inizialmente invitato solo i consiglieri pastorali delle nostre comunità; molti però non hanno potuto partecipare perché sono in Italia per le vacanze autunnali e per le ricorrenze dei morti, allora abbiamo allargato l’invito a tutta la comunità. Sono soddisfattissima e molto contenta che il vescovo abbia parlato a braccio”.

La liturgia eucaristica in tedesco e in italiano davanti a circa duecento fedeli è stata concelebrata, nella Chiesa dell’Incoronazione Maria Regina, dal vescovo Gebhard Fürst, da don Désiré Matand, responsabile zonale delle comunità italiane, dal delegato delle MCI, don Gregorio Milone e dal diacono Riccardo Rzesny di Friedrichshafen. È seguito un ristoro, c’era chi faceva conversazione, chi faceva foto con il vescovo. Salvatore, 15 anni, appassionato di dialetti italiani, gustava il clima gioviale e caloroso: “È bello vedere tutte queste persone insieme, unite per un solo motivo. Come ha detto il vescovo siamo una grande famiglia, una grande casa, siamo tutti uniti”. Per il diacono Riccardo “è stata una

gioia poter concelebrare con il mio vescovo nell’anno del mio venticinquesimo anniversario di diaconato. Potevamo, forse, essere un po’ di più”. Don Jean Bonane di Leonberg ha messo in evidenza “la gioia delle nostre comunità nell’incontrare il vescovo. È la prima volta che i consigli pastorali delle comunità italiane incontrano il vescovo in una celebrazione dell’Eucarestia. È un’esperienza di fraternità, di comunione, di apertura e nella liturgia si è visto lo spirito di ritrovarsi come chiesa pellegrina nel mondo che cammina tra alti e bassi in cerca di unità e pace. Il vescovo nell’omelia ha sottolineato parole di speranza, di vita e di luce: camminiamo verso un futuro incerto in cui Dio rimane l’unica certezza. Dopo una foto con il vescovo Romina Karolewski, vicepresidente del Consiglio pastorale di Rottweil, manifesta la sua gioia: “È stata una giornata bellissima, specialmente quando hanno cantato tutti in italiano, è stato molto emozionante”.

Monsignor Fürst, nell’omelia di oggi ricordava come la Chiesa, cioè noi tutti, dobbiamo prenderci cura delle persone in sofferenza, prenderci cura del creato. Abbiamo l’impegno di essere una Chiesa inclusiva. Questo Lei lo esprimeva anche al Katholikentag il maggio scorso con le parole „condividere la vita è più vita“. Allora le comunità di altra madrelingua della diocesi avevano raggiunto in processione l’altare sulla piazza del Castello a Stoccarda, ricevendo così un’attenzione particolare. Il suo impegno per una maggiore partecipazione e parità di diritti nella Chiesa inoltre sta dando i suoi frutti. Penso al decreto, entrato in vigore il 1° novembre, che consente a laiche e laici di amministrare il battesimo. La Chiesa è comunione, tende alla comunione, e la diocesi rispecchia in piccolo la varietà della Chiesa universale perché vi si trovano comunità di diverse lingue, ci sono cristiane e cristiani da tutto il mondo. Quali pensieri e visioni risvegliano in Lei la parola sinodalità o anche Chiesa sinodale in riferimento alle comunità di altra madrelingua?

La parola sinodalità viene dal greco synodos e significa essere in cammino insieme. Come battezzati e cresimati abbiamo tutti la stessa dignità e apparteniamo alla stessa Chiesa, ciò comporta non solo esserne membri ma essere in cammino insieme responsabilmente per vivere la nostra fede in questo tempo. Ci vuole anche un certo modo di stare insieme. Il Cammino Sinodale della Chiesa non è una qualsivoglia immagine ma significa che la sinodalità deve avere delle strutture sia nelle diocesi sia nella Chiesa universale. Nella nostra diocesi, cristiane e cristiani hanno parte in modi diversi alla vita della Chiesa e nel decidere insieme ciò che si fa nella Chiesa. Naturalmente non si tratta di decidere, per esempio, se credere in Gesù Cristo, questo è sottinteso. Ma vogliamo trovare insieme le strade per portare la fede in Gesù Cristo alle persone, affinché possa dispiegare la sua forza benefica che risana. Che ciò sia possibile ce lo ha insegnato il Vaticano II, dove si dice che tutti i credenti hanno parte all’annuncio di salvezza del Vangelo. Questa per me è la chiave di tutto, è la base per noi tutti. Perché ciò possa riuscire è necessario trovare le strutture adeguate. Deve esserci una buona e costruttiva collaborazione nella Chiesa fra chi lavora e chi fa servizio di volontariato, fra donne e uomini, affinché la fede sia viva nel nostro tempo.

La revisione delle linee guida e direttive per le comunità di altra madrelingua della diocesi sono praticamente concluse. Il testo nuovo garantirà alle GKaM maggior partecipazione e uguaglianza? 

Essere assieme nella fede comporta uno scambio fra le diverse comunità di altra madrelingua. E in questo c’è ancora del potenziale da sviluppare. Una difficoltà è rappresentata dal fatto che le comunità sono molto distanti fra loro. Le nostre linee guida insieme ai consigli pastorali delle comunità di altra madrelingua devono sostenerle in questo affinché siano più presenti nella percezione di tutti, emerga che cosa hanno in comune e possibilmente agiscano insieme. Ciononostante le comunità di altra madrelingua non devono abdicare alla loro cultura. Oggi durante la liturgia vi ho sentiti cantare i vostri canti nella vostra lingua, cantare il Gloria e pregare insieme il Credo, ciò mi entusiasma sempre ed è un grande arricchimento. Dopo la celebrazione eucaristica si è reso disponibile molto gentilmente a posare per foto ricordo con le famiglie italiane.

Che cosa apprezza particolarmente delle comunità cattoliche italiane e che cosa augura loro?

Apprezzo in voi, comunità cattoliche italiane, il forte senso di essere e di stare assieme, soprattutto nella famiglia. Vi auguro che questo piacere di stare insieme rimanga. Inoltre apprezzo molto di voi la gioia e la spontaneità nel celebrare la liturgia.

Il decreto che autorizza laiche e laici ad amministrare il battesimo è un grande passo in avanti verso una Chiesa sinodale e, in particolare, è un’apertura alle donne. Lei lavora da anni con la commissione diocesana delle donne (Frauenkommission). Come ha cambiato questa collaborazione la sua consapevolezza circa la “questione femminile” nella Chiesa?

La Commissione donne ha un bel quaderno sul cui retro c’è scritto: “Le donne consigliano il vescovo”, ed è proprio così. Le donne della commissione raccontano la loro situazione, i loro desideri e le loro aspettative. Con riferimento alla citazione del Concilio Vaticano II, fatta sopra – tutti i battezzati partecipano all’annuncio del Vangelo – si tratta di condividere l’annuncio e non solo di addobbare la chiesa o preparare una festa. Parlando con le donne della commissione percepisco sempre la loro grande disponibilità, ma anche le loro grandi aspettative e il loro grande desiderio di partecipare all’annuncio del Vangelo di Gesù Cristo. Per questo desidero rendere possibile che anche le donne amministrino il battesimo. Il codice di diritto canonico lo consente. Per poter realizzare questa cosa abbiamo bisogno di una buona preparazione. Le persone interessate possono fare richiesta presso le parrocchie di appartenenza. Dopo un colloquio personale e un corso di formazione, possono essere incaricate. Da più parti sento la gioia per questa possibilità. Ma ho parlato molto intensamente anche con i diaconi e i sacerdoti. I laici non devono essere visti come una concorrenza ma come un buon complemento poiché tutti siamo chiamati – secondo il Vangelo – ad annunciare la fede nella Parola e nel Sacramento.

Paola Colombo, sito della Delegazione Mci/CdI nov.

 

 

 

 

Papa Francesco all’Angelus: “Chiediamoci: come va la mia perseveranza?”

 

Dopo aver celebrato la Messa nella Giornata Mondiale dei Poveri, Papa Francesco centra la riflessione dell’Angelus domenicale sul tema della perseveranza, che significa, spiega, “rimanere nel bene”. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Il “compito a casa” che Papa Francesco dà al termine del commento al Vangelo che precede la preghiera dell’Angelus è: come va la mia perseveranza? È una domanda che scaturisce direttamente dal Vangelo del giorno, da Gesù che chiede di concentrarsi sulle cose che restano, e non sulla bellezza del tempio, e che profetizza i molti falsi messia cui non credere, rimanendo ancorati alle cose di Dio.

Dopo aver celebrato la Messa per la Giornata Mondiale dei Poveri, Papa Francesco, come di consueto, va nel Palazzo Apostolico e si affaccia alla finestra del suo studio per pregare l’Angelus con i fedeli. La piazza è piena, in un tempo che sa già di autunno.

Papa Francesco ripercorre il Vangelo del giorno, ricorda che Gesù profetizzò che del tempio non sarebbe rimasta “pietra su pietra”, che nella storia tutto crolla e dunque “non bisogna riporre troppa fiducia nelle realtà terrene, che passano”.

Parole sagge, commenta Papa Francesco, che però “possono dare amarezza”, facendo chiedere perché il Signore fa discorsi così negativi. Ma Gesù invece, aggiunge, vuole mostrarci “la via di uscita da questa precarietà”, e la via d’uscita è proprio la perseveranza, parola che indica “l’essere molto severi”. E non significa essere severi con gli altri, diventando “rigidi o inflessibili”, o con sé stessi, ma piuttosto di essere “ligi, persistenti in ciò che a Lui sta a cuore, in ciò che conta. Perché, quel che davvero conta, molte volte non coincide con ciò che attira il nostro interesse”.

Infatti, aggiunge Papa Francesco, “spesso diamo priorità alle opere delle nostre mani, ai nostri successi, alle nostre tradizioni religiose e civili, ai nostri simboli sacri e sociali”.

Sono queste o cose che passano, e invece “Gesù dice di concentrarsi su ciò che resta, per evitare di dedicare la vita a costruire qualcosa che poi sarà distrutto, come quel tempio, e dimenticarsi di edificare ciò che non crolla, di edificare sulla sua parola, sull’amore, sul bene”.

Perseveranza è allora “costruire ogni giorno il bene”, rimanere “costanti nel bene, soprattutto quando la realtà attorno spinge a fare altro”. Come per esempio quando si rimanda la preghiera, o quando si smette di osservare “tanti furbi che dribblano le regole” smettendo così di “perseverare nella giustizia o nella legalità”, o quando viene voglia di non impegnarsi per la comunità perché “tanta gente nel tempo libero pensa solo a divertirsi”.

Sottolinea Papa Francesco: “Perseverare è restare nel bene”. E allora ci si deve chiedere: “Come va la mia perseveranza? Sono costante oppure vivo la fede, la giustizia e la carità a seconda dei momenti: se mi va prego, se mi conviene sono corretto, disponibile e servizievole, mentre, se sono insoddisfatto, se nessuno mi ringrazia, smetto? Insomma, la mia preghiera e il mio servizio dipendono dalle circostanze o da un cuore saldo nel Signore?”

Papa Francesco ricorda che Gesù ha detto che “se perseveriamo non abbiamo nulla da temere” e ricorda il suo amato Dostoevskij che scrisse ne I Fratelli Karamazov: “Non abbiate paura dei peccati degli uomini, amate l’uomo anche col suo peccato, perché questo riflesso dell’amore divino è il culmine dell’amore sulla terra”.

Conclude dunque Papa Francesco: “La perseveranza è il riflesso nel mondo dell’amore di Dio, perché l’amore di Dio è fedele, non cambia mai”.

Al termine dell'Angelus, Papa Francesco ricorda il primo anniversario dell'avvio della piattaforma di azione Laudato Si, che ha raccolto 6 mila aderenti, e auspica che il vertice COP27 sul clima che si sta tenendo in Egitto possa portare passi avanti".

Come di consueto, il Papa prega per l'Ucraina: "Rimaniamo vicini ai nostri fratelli e sorelle della martoriata ucraina, con la preghiera, e la solidarietà. La pace è possibile". Aci 13

 

 

 

 

Giornata dei poveri, Papa Francesco: "Ascoltare il grido dei migranti"

 

Nell'omelia di oggi il pontefice ha anche invitato a non farsi ingannare dal populismo e a cercare di fare qualcosa di buono anche di fronte alla terza guerra mondiale

Nell'omelia della messa celebrata in occasione della Giornata per i Poveri, non potevano mancare le parole del Papa dedicate ai migranti, in un momento delicato come quello attuale. "Anche oggi, molto più di ieri, tanti fratelli e sorelle, provati e sconfortati, migrano in cerca di speranza, e tante persone vivono nella precarietà per la mancanza di occupazione o per condizioni lavorative ingiuste e indegne. E anche oggi i poveri sono le vittime più penalizzate di ogni crisi. Ma, se il nostro cuore è ovattato e indifferente, non riusciamo a sentire il loro flebile grido di dolore, a piangere con loro e per loro, a vedere quanta solitudine e angoscia si nascondono anche negli angoli dimenticati delle nostre città", ha detto Papa Francesco. 

"Non facciamoci ingannare dal populismo"

"Facciamo nostro l'invito forte e chiaro del Vangelo a non lasciarci ingannare. Non diamo ascolto ai profeti di sventura; non facciamoci incantare dalle sirene del populismo, che strumentalizza i bisogni del popolo proponendo soluzioni troppo facili e sbrigative. Non seguiamo i falsi "messia" che, in nome del guadagno, proclamano ricette utili solo ad accrescere la ricchezza di pochi, condannando i poveri all'emarginazione" ha continuato Bergoglio. "Al contrario,

'rendiamo testimonianza': accendiamo luci di speranza in mezzo alle oscurità; cogliamo, nelle situazioni drammatiche, occasioni per testimoniare il Vangelo della gioia e costruire un mondo più fraterno, almeno un po' più fraterno; impegniamoci con coraggio per la giustizia, la legalità e la pace, stando a fianco dei più deboli. Non scappiamo per difenderci dalla storia, ma lottiamo per dare a 'questa' storia, che noi stiamo vivendo, un volto diverso".

Cogliere opportunità del bene anche nel male

"Anche oggi viviamo in società ferite e assistiamo, proprio come ci ha detto il Vangelo, a scenari di violenza, di ingiustizia e di persecuzione; in più, dobbiamo affrontare la crisi generata dai cambiamenti climatici e dalla pandemia, che ha lasciato dietro di sé una scia di malesseri non soltanto fisici, ma anche psicologici, economici e sociali", ha detto ancora il Pontefice, "Anche oggi vediamo sollevarsi popolo contro popolo e assistiamo angosciati al veemente allargamento dei conflitti, alla sciagura della guerra, che provoca la morte di tanti innocenti e moltiplica il veleno dell'odio".

 

Esiste però "l'opportunità di fare qualcosa di buono a partire dalle circostanze della vita, anche quando non sono ideali. E' una bella arte tipicamente cristiana: non restare vittime di quanto accade, ma cogliere l'opportunità che si nasconde in tutto ciò che ci capita, il bene che è possibile costruire anche a partire da situazioni negative". Infatti "ogni crisi è una possibilità e offre occasioni di crescita. Ce ne accorgiamo se rileggiamo la nostra vicenda personale: nella vita, spesso, i passi in avanti più importanti si fanno proprio all'interno di alcune crisi, di situazioni di prova, di perdita di controllo, di insicurezza".

"E' la terza guerra mondiale: chiediamoci cosa possiamo fare" 

"Anch'io faccio questa domanda oggi: che cosa ci sta dicendo il Signore davanti a questa terza guerra mondiale? Che cosa ci sta dicendo il Signore? Non fuggire farsi la domanda: cosa mi dice il Signore e cosa posso fare io di bene?". Così il Papa parlando 'a braccio' nell'omelia. "Oggi ognuno di noi deve interrogarsi davanti a tante calamità, davanti a questa terza guerra mondiale così crudele, davanti alla fame di tanti bambini, di tante gente - ha aggiunto -: io posso sprecare, sprecare i soldi, sprecare la mia vita, sprecare il senso della mia vita senza prenderne coraggio e andare avanti?". LR 13

 

 

 

 

Viaggio apostolico. Papa in Bahrein: l’invito a cercare sempre la “metodologia del dialogo”

 

C’è un aspetto che immediatamente colpisce nel leggere del viaggio in Bahrain di Papa Francesco per accoglierne continuità ed effetti. Certo se l’intervento al Forum interreligioso sugli sviluppi del dialogo Oriente-Occidente ha costituito un punto alto della visita – del resto ne era l’obiettivo principale sin dal memento dell’annunci – è l’ulteriore apporto alla “metodologia del dialogo” che si coglie per originalità e concretezza. Si tratta di una linea di continuità e di progressivo sviluppo della dottrina della fraternità declinata da Francesco destinata a caratterizzare l’idea stessa di dialogo, posto ancora una volta quale unico strumento alternativo alla contrapposizione, allo scontro armato e finanche in grado di prevenire ed escludere il conflitto.

Non possiamo infatti dimenticare come Papa Francesco consideri e legga il conflitto quale parte del vivere, della relazione e ancora di più lo veda come strumento di crescita e per far crescere. È per questo che al dialogo non è chiesto semplicemente di affrontare il conflitto, ma di scoprirne la radice per proporre soluzioni, valutando gli elementi da cui prende corpo e consistenza. Dialogare, cioè, per introdurre correttivi e possibili tecniche di mediazione, ben sapendo che non è possibile ignorare il conflitto; anzi un tale atteggiamento può significare prolungarlo nel tempo, affidarlo al caso e ancora di più allontanare le parti dalla trattativa. E questo ad ogni livello: dalle persone alle comunità, dai popoli agli Stati.

Dialogo, dunque, come metodo a cui affidare la lettura, l’analisi e le possibili strade del negoziato. In sostanza uno strumento per fornire prospettive di soluzione, tenuto conto che molto spesso l’impossibilità di porre fine ai conflitti è pari alla mancata volontà di affrontarne le cause, pur conoscendole. Per Francesco, invece, l’essere consapevoli di quanto il conflitto non possa essere escluso, né ignorato si muove di pari passo con la decisione di procedere, con sano realismo, a renderne innocue le cause prossime e remote, anche per evitare di cronicizzare lo scontro.

Negli interventi in Bahrain, da quelli dal sapore politico-diplomatico a quelli più raccolti nella dimensione ecclesiale, non sono mancati gli accenni alle diverse tipologie di conflitti, ad iniziare dalle guerre combattute che hanno portato il Papa a far riferimento al conflitto nello Yemen davanti ad un establishment che quel conflitto sostiene nei mezzi e nelle forme; o ancora a conflitti ormai prolungati nel tempo, che tanti esempi hanno proprio nella regione mediorientale. Francesco non ha avuto dubbi nel richiamare coscienza e azione come soli mezzi per superare il rifiuto di dialogo, chiedendo un responsabile atteggiamento interiore ed esteriore capace di manifestarsi in uno scambio di volontà per chiudere i conflitti, rimuovendone l’interesse che li motiva e sorregge.

Ma, come spinta ulteriore, lo ha fatto arricchendo la “metodologia del dialogo”, nella quale ha inserito un altro elemento: superare la categoria del nemico, di ogni nemico. È quanto espresso nell’omelia al Bahrain National Stadium, sostenendo che di fronte alla violenza – da quella delle armi a quella del linguaggio e delle azioni – da cui scaturiscono conflitti e guerre la “semplice reazione umana ci inchioda all’ ‘occhio per occhio, dente per dente’, ma ciò significa farsi giustizia con le stesse armi del male ricevuto”. Non è la resa di fronte all’aggressore, ma piuttosto l’appello a non “sognare irenicamente un mondo animato dalla fraternità, ma di impegnarci a partire da noi stessi, cominciando a vivere concretamente e coraggiosamente la fraternità universale, perseverando nel bene anche quando riceviamo il male, spezzando la spirale della vendetta, disarmando la violenza, smilitarizzando il cuore”. Tutto nasce dal cuore dell’uomo, e un cuore purificato – smilitarizzato – può certamente operare per la riconciliazione e avviare un nuovo cammino, per costruire una pace effettiva e non solo quella delle armi.

Approccio ideale, privo di fondamento, lontano dalla realpolitik? Quello di Francesco appare come un appello alla ragione, perché sorge e ha fondamento nella constatazione che i conflitti odierni non trovano soluzione nella dialettica vinto-vincitore, ma rispondono alla logica del nemico, che significa supremazia, annientamento, occupazione e modificazione etnica di territori, mancato rispetto per i non combattenti, commercio delle armi, giustizia sommaria…. Per questo vengono in qualche modo assorbiti dall’informazione o da questa sopiti, finanche dimenticati.

La logica del nemico produce il rifiuto di sedersi intorno ad un tavolo, quasi considerando il negoziato ormai sinonimo di debolezza, o ancora di più aumenta l’immobilismo di fronte al perpetuarsi di ingiustizie o di situazioni di fatto. E proprio il considerarsi nemici che annulla ogni gesto capace di rispondere alla necessità di porre fine a combattimenti e a sofferenze è sempre più inutili rispetto alla possibile prevalenza di una delle parti, devastanti per gli effetti sui più deboli, quasi sempre ignari e increduli. E così anche gli appelli, se pur autorevoli e ripetuti, restano nel vuoto, appoggiati alla sola illusione che qualcuno alla fine prevarrà, dimenticando che anche la vittoria delle armi non può rimuove le cause del conflitto.

Per il credente, poi, tutto questo ha il sapore di una scelta, anche di fede, sapendo come ha detto il Papa che “sperimentiamo come, nonostante tanti sforzi generosi, non sempre riceviamo il bene che ci aspettiamo e, anzi, talvolta incomprensibilmente subiamo del male”. Ma è proprio questo che impone di andare avanti, con umiltà e coraggio, perché chiamati a pensare la fratellanza come frutto dell’amore che domanda di restare fedeli, nonostante tutto, “anche dinanzi al male e al nemico”.

Dal Bahrein sappiamo che per chiudere i conflitti, ad ogni livello, ai frutti del dialogo si deve unire la convinzione (che non è semplice auspicio) di superare la categoria del nemico. È questo il nuovo tassello collocato da Papa Francesco nel grande mosaico della tecnica di costruzione della pace.

Vincenzo Buonomo, sir 12

 

 

 

Dalle diocesi, la Chiesa italiana in cammino fuori dal Paese. Il Rapporto Italiani nel Mondo della Migrantes

 

ROMA. L’Italia non ha smesso di essere Paese di emigrazione. Lo dimostrano i dati che la Fondazione Migrantes ha pubblicato questa settimana. Un dato deve farci riflettere: la comunità dei cittadini italiani che vivono ufficialmente all’estero ha superato la popolazione di stranieri regolarmente residenti sul territorio nazionale.

Una Italia interculturale in cui l’8,8% dei cittadini regolarmente residenti sono stranieri (in valore assoluto quasi 5,2 milioni), mentre il 9,8% dei cittadini italiani risiedono all’estero (oltre 5,8 milioni). Una Italia fuori dall’Italia che la Chiesa vuole continuare a seguire pastoralmente come fa da oltre un secolo. Sono circa 400 i sacerdoti, solo in Europa, che celebrano in italiano nelle varie Missioni Cattoliche presenti nel vecchio Continente.

E non solo: sono veri e propri parroci accanto ai loro fedeli. Una presenza importante. E lo sarà maggiormente nel prossimo futuro.  I dati ci dicono che le partenze non si attenueranno e i nostri connazionali che hanno messo radici fuori del Belpaese hanno trovato e trovano ancora non solo una risposta religiosa e pastorale, ma anche una presenza sostanziale e di vicinanza concreta, come è accaduto e sta accadendo ancora con la pandemia. 

In una Europa che si va sempre più allontanando dal cattolicesimo la presenza di sacerdoti italiani accanto agli italiani che vivono all’estero è molto importante. Ecco perché da più parti si chiede alle diocesi italiane di inviare – anche per una esperienza – sacerdoti per queste “parrocchie italiane” all’estero. Un tassello di Chiesa in cammino fuori dal nostro Paese che deve proseguire nell’accoglienza delle persone che arrivano, spesso bisognose di tutto. E poi una Chiesa che dopo la pandemia inizia a riprendere quell’incontro con le famiglie che si è spezzato, almeno in presenza, a causa della lontananza e del distanziamento sociale. E poi l’incontro verso i bisogni dei più giovani che partono e spesso trovano solo aperte le Missoni cattoliche italiane per un primo contatto. 

Il passato più recente ha visto e vede proprio le nuove generazioni sempre più protagoniste delle ultime partenze. D’altronde non potrebbe essere altrimenti considerando quanto la mobilità – spiega la Migrantes -  sia entrata a far parte pienamente dello stile di vita, tanto nel contesto formativo e lavorativo quanto in quello esperienziale e identitario. Infatti l’attuale comunità italiana all’estero è costituita da oltre 841 mila minori (il 14,5% dei connazionali) moltissimi di questi nati all’estero, ma tanti altri partiti al seguito delle proprie famiglie in questi ultimi anni. Ai minori occorre aggiungere gli oltre 1,2 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni. E non bisogna dimenticare tutti quelli che partono per progetti di mobilità di studio e formazione e chi è in situazione di irregolarità perché non ha ottemperato all’obbligo di legge di iscriversi all’Anagrafe degli Italiani residente all’estero (Aire).

Una popolazione giovane, dunque, che parte e non ritorna. E questo preoccupa la Chiesa italiana.  “I giovani stanno andando via per motivi di lavoro e di studio e non tornano più”, ha detto il vice presidente della Cei, il vescovo di Cassano allo Ionio, Francesco Savino spiegando che questo significa che dobbiamo creare le condizioni per un lavoro bello, pulito e solidale”. Dal rapporto emerge infatti “una mobilità italiana malata”, perché caratterizzata dalla necessità e unidirezionale, ossia si parte e si non torna più”, ha precisato.

Come vescovo del Sud Savino ha fatto presente il problema dello spopolamento delle aree interne e invitato la politica “ad assumere le proprie responsabilità” in proposito. “Se nel dopoguerra gli italiani andavano all’estero come manodopera ora partono giovani con due o tre lauree – ha osservato -. Questo depotenzia il nostro capitale umano mentre arricchisce il Nord Europa. Noi del Sud dobbiamo liberarci dalla cultura assistenzialista e creare invece un welfare generativo”. Lo studio della Fondazione Migrantes “ci aiuta ad osare di più: quando parliamo di fenomeno migratorio è in gioco la democrazia. Per favore, osiamo di più perché la storia di domani ci giudicherà dal coraggio che abbiamo avuto nel risolvere il fenomeno migratorio”.

Intanto in tutte le diocesi domani al Giornata dei Poveri con iniziative, momenti di incontro e veglie di preghiera come a Rimini dove oltre alla veglia anche un concerto di beneficenza e l’iniziativa di un salvadanaio per bambini e ragazzi da costruire e da riempire con i soldi messi da parte, per acquistare alimenti in favore dei più deboli. Cesare Bolla, Aci 12

 

 

 

 

La campagna Cei per i sacerdoti. Non lasciamoli soli: uniti possiamo!

 

#UnitiPossiamo: la campagna Cei per il sostentamento dei sacerdoti di questo 2022 è tutta incentrata sul tessuto comunitario di cui i nostri sacerdoti hanno bisogno. Ce ne parla Massimo Monzio Compagnoni, responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica – di Massimo Monzio Compagnoni

 

Non abbiamo bisogno di preti eroi. Questo è il primo messaggio che desideriamo far passare attraverso la campagna mediatica di quest’anno per sensibilizzare alle offerte per i sacerdoti.

Non vogliamo raccontare il prete come un uomo solo al comando. Anzi: è proprio il contrario! Il ruolo del sacerdote ha senso solo in relazione alla comunità che gli è affidata e alla quale egli è affidato. Una reciproca consegna di affetto, di cure, di legami e anche di attenzioni materiali.

La maggior parte dei sacerdoti si spendono h24 e 7 giorni su 7, senza risparmiarsi. Chi condivide con loro la vita della comunità se ne accorge, e capisce che è giusto metterci del proprio per sostenerli, affiancarli, accompagnarli.

Questa consapevolezza era nello spirito delle novità introdotte dal nuovo Concordato del 1984 e accolte dallo Stato italiano con la legge 222 del 1985.

Per questo dal 1989 esistono 8xmille e offerte, per permettere alla Chiesa di mantenersi e di continuare a lavorare per il bene dell’intera comunità.

Non solo l’8xmille (le cui firme sono peraltro fondamentali, lo sappiamo bene) ma anche le offerte deducibili, che sono il segno più tangibile ed evidente della partecipazione personale, anche economica, alla vita della Chiesa. La firma per l’8xmille, infatti, non costa nulla. Le offerte deducibili per i sacerdoti invece sono frutto di scelte e incidono sulle spese delle nostre famiglie, peraltro in un momento in cui tutti – lo sappiamo bene – stiamo affrontando congiunture non semplici.

Le offerte, come prevede la legge, sono deducibili dal proprio reddito complessivo, ai fini del calcolo dell’Irpef e delle relative addizionali, fino ad un massimo di 1032,91 euro annui. Ma il gesto di fare quell’offerta è un segno potente di partecipazione e di comunione, di fiducia e di speranza.

Non conta quanto doniamo, ma il gesto di farlo! È un segno che insieme alla scelta di firmare per l’8xmille alla Chiesa cattolica permette alle nostre comunità di continuare ad essere segni di speranza e di fraternità per tutta la società e ai nostri sacerdoti di poter vivere in modo dignitoso.

Quest’anno, per la campagna, abbiamo raccolto alcune testimonianze di donatori, di età e provenienze diverse, tutte però accomunate dalla stessa passione. Sono le voci e i volti di Gemma e Luca, Emanuele e Lucia, Francesco e Donatella, Rodolfo, Emanuela e Alice. Le trovate nella pagina https://www.unitineldono.it/unitipossiamo/, insieme allo spot di quest’anno e ad alcune bellissime foto di vita comunitaria.

È la storia che continuiamo a scrivere, giorno dopo giorno, nelle 26.000 parrocchie italiane, dove si spendono le vite dei quasi 33.000 sacerdoti che le offerte contribuiscono a sostenere. Alcune centinaia di loro sono inviati in missione come fidei donum, per annunciare il Vangelo nei paesi più poveri del mondo. Quasi 3.000, per ragioni anagrafiche, sono in pensione, anche se dalla vocazione sacerdotale in pensione non si va mai, come del resto dal matrimonio o dalla vita cristiana in senso lato.?

Non perdiamo l’occasione di dare il nostro personale contributo in questo impegno condiviso. Poco, magari, non importa, ma in tanti: questo desideriamo e questo ci prefiggiamo con il nostro lavoro di quest’anno. Sir 12

 

 

 

 

Papa Francesco al Dicastero della Comunicazione, siate sempre affidabili e coraggiosi

 

Il discorso consegnato ai partecipanti alla Plenaria del Dicastero per la Comunicazione, sul tema “Sinodo e comunicazione: un percorso da sviluppare”. Di Angela Ambrogetti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Parla di sfide comunicative Papa Francesco agli uomini della comunicazione vaticana e cattolica riuniti per la assemblea Plenaria del Dicastero per la Comunicazione, sul tema “Sinodo e comunicazione: un percorso da sviluppare”. 

Sinodo che non segue le logiche politiche ma che ha come scopo "ascoltare, capire e mettere in pratica la volontà di Dio".  E per il Papa "la dimensione sinodale è una dimensione costitutiva della Chiesa e la riflessione che ci tiene impegnati in questi anni ha lo scopo di far emergere con forza ciò che in maniera implicita la Chiesa ha sempre creduto". E si fa insieme, collaborando e in comunione. Il Papa dopo una lunga introduzione biblica arriva all'operatività. "La comunicazione- dice- è, per così dire, l’artigianato dei legami, dentro i quali la voce di Dio risuona e si fa sentire".

E tre sono i compiti che il Papa indica ai professionisti della comunicazione al suo servizio: rendere le persone meno sole, dare voce a chi non ha voce ed educarci alla fatica del comunicare.

La Chiesa deve essere immersa nella realtà, e la comunicazione per la Chiesa non è solo intrattenimento, "ogni vera comunicazione è fatta soprattutto di ascolto concreto, è fatta di incontri, di volti, di storie". E poi la voce alle periferie esistenziali anche di coloro che vivono "vuoti di senso, sono anche quanti vivono situazioni di marginalità a causa di alcune scelte, o di fallimenti familiari, o per vicende personali che hanno segnato in modo indelebile la loro storia". 

E per fare questo si deve imparare a comunicare perché "anche nel Vangelo si registrano fraintendimenti, lentezze nel capire le parole di Gesù, o malintesi che a volte diventano vere e proprie tragedie, così come capita a Giuda Iscariota, il quale confonde la missione del Cristo con un messianismo politico".

E il Papa conclude: "Molto spesso coloro che guardano la Chiesa da fuori rimangono perplessi dalle diverse tensioni che vi sono in essa. Ma chi conosce il modo di agire dello Spirito Santo sa bene che Egli ama fare comunione tra le diversità, e creare l’armonia dalla confusione. La comunione non è mai uniformità, ma capacità di tenere insieme realtà molto diverse. Penso che dovremmo essere capaci di comunicare anche questa fatica senza avere la pretesa di risolverla o occultarla. Il dissenso non è necessariamente un atteggiamento di rottura, ma può essere uno degli ingredienti della comunione. La comunicazione deve rendere possibile anche la diversità di vedute, cercando però sempre di preservare l’unità e la verità, e combattendo calunnie, violenze verbali, personalismi e fondamentalismi che, con la scusa di essere fedeli alla verità, spargono solo divisione e discordia. Se cede a queste degenerazioni, la comunicazione, invece di fare tanto bene, finisce per fare molto male". Infine il Papa ricorda: " Servire la Chiesa significa essere affidabili e anche coraggiosi nell’osare strade nuove. In questo senso siate sempre affidabili e coraggiosi".

Aci 12

 

 

 

 

Le 11 citazioni bibliche che "confermano" l'esistenza del Purgatorio

 

Cosa dice la Bibbia dice sull'esistenza, l'origine e la missione del Purgatorio nel Piano di Dio per la salvezza delle anime"

 

ROMA. Un articolo dell'agenzia ACI Prensa prova a spiegare ciò che la Bibbia dice sull'esistenza, l'origine e la missione del Purgatorio nel Piano di Dio per la salvezza delle anime.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica sottolinea che il Purgatorio è una "purificazione finale" che deve essere percorsa per raggiungere il Cielo da tutti coloro "che muoiono nella grazia e nell'amicizia di Dio, ma imperfettamente purificati, sebbene siano sicuri della loro salvezza eterna".

L'autore cattolico Dave Armstrong ha osservato in un articolo pubblicato sul National Catholic Register che nel corso degli anni, santi e teologi come Origene, Sant'Ireneo, Sant'Ambrogio, Sant'Agostino e San Girolamo hanno trovato descrizioni del Purgatorio nella Bibbia.

Ecco le 11 citazioni della Bibbia che confermano l'esistenza del Purgatorio.

Salmo 66:12 "Tu lasci che chiunque alla nostra testa cavalchi, con il fuoco e l'acqua abbiamo trafitto; Ma poi ci hai portato fuori per riprendere fiato". Armstrong ha indicato che Origene e Sant'Ambrogio consideravano questo salmo come riferito all'"acqua del battesimo e al fuoco del Purgatorio".

Isaia 4:4 "Quando il Signore ha lavato via la sporcizia delle figlie di Sion e le macchie di sangue di Gerusalemme, egli l'ha purificata dal suo interno con vento giusto e vento cocente". Lo stesso autore ha ricordato che Sant'Agostino nel libro 20 capitolo 25 della "Città di Dio", interpreta questo passo come una descrizione del Purgatorio e ha sottolineato che il versetto precedente si riferisce alle persone salvate.

Michea 7:9 "Sopporterò l'ira di Yahweh, perché ho peccato contro di lui, finché Egli giudicherà la mia causa ed eseguirà il mio giudizio; Egli mi porterà alla luce e io contemplerò la sua giustizia". Armstrong osservò che "San Girolamo considerava questo versetto una chiara prova del Purgatorio".

Malachia 3:3. "Egli purificherà i figli di Levi e li schiaccerà come oro e argento; e sarà per Yahweh che presenterà l'oblazione in giustizia." L'autore ha osservato che "Origene, Sant'Ireneo, Sant'Ambrogio, Sant'Agostino e San Girolamo pensavano che questa fosse una descrizione del Purgatorio".

5 Maccabei 12:44-45 "Per non aspettarsi che i soldati caduti sarebbero risorti, sarebbe stato superfluo e sciocco pregare per i morti; Ma se consideriamo che una magnifica ricompensa è riservata a coloro che dormono piamente, era un pensiero santo e pio". Gli ebrei offrirono espiazione e preghiera per i loro fratelli defunti, che avevano chiaramente violato la legge mosaica. Tale pratica presuppone il Purgatorio, dal momento che quelli in Paradiso non hanno bisogno di aiuto e quelli all'Inferno non possono più essere aiutati", ha detto Armstrong.

6.- Matteo 5:22 "Poiché io vi dico: chiunque è adirato contro suo fratello sarà colpevole davanti al tribunale; ma chiunque chiama suo fratello 'imbecille' sarà imprigionato davanti al Sinedrio; e chiunque lo chiamerà 'rinnegato' sarà prigioniero della Geenna del fuoco". L'autore ha ricordato che San Francesco di Sales commentò questo passo: "è solo il terzo tipo di offesa che è punibile con l'Inferno; pertanto, nel giudizio di Dio dopo questa vita ci sono altri dolori che non sono né eterni né infernali; questi sono i dolori del Purgatorio".

Matteo 5:26 "Ti assicuro: non uscirai da lì finché non avrai pagato l'ultimo centesimo." Armstrong ha osservato che Tertulliano, San Cipriano, Origene, Sant'Ambrogio e San Girolamo concordano tutti sul fatto che la "prigione" a cui si fa riferimento in questo versetto è il Purgatorio e "il 'penny' rappresenta i minimi peccati che l'uomo commette".

Matteo 12:32 "E chiunque dirà una parola contro il Figlio dell'Uomo sarà perdonato; ma chi lo dice contro lo Spirito Santo non sarà perdonato né in questo mondo né nell'altro". L'autore ha sottolineato che se il peccato contro lo Spirito Santo "non può essere perdonato dopo la morte, ne consegue che ci sono altri che possono esserlo", che sono purificati in Purgatorio.

1 Corinzi 3:11-15 "Perché nessuno può porre altre fondamenta se non quelle già poste, Gesù Cristo. E se si costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, il lavoro di ciascuno sarà esposto; lo manifesterà nel Giorno che deve essere rivelato dal fuoco. E la qualità del lavoro di ciascuno, sarà assaggiata dal fuoco. Colui la cui opera, costruita sulle fondamenta, resiste, riceverà la ricompensa. Ma colui il cui lavoro è bruciato subirà danni.Egli, tuttavia, sarà al sicuro, ma come uno che passa attraverso il fuoco". Armstrong ha ricordato che Sant'Agostino indica nell'"Esposizione sul Libro dei Salmi" che gli uomini "saranno salvati, senza dubbio, dopo la prova del fuoco, ma quella prova sarà terribile, quel tormento sarà più intollerabile di tutte le sofferenze più insopportabili di questo mondo".

Ebrei 12:14 "Cercate la pace con tutti e la santità, senza queste nessuno vedrà il Signore". "Anche supponendo che a un uomo di vita empia fosse permesso di entrare in Cielo, non sarebbe felice lì; Quindi non sarebbe misericordioso lasciarlo entrare. C'è una malattia morale che sconvolge la vista e il gusto interiori; e nessun uomo che lavora sotto di lui è in grado di godere di ciò che le Scritture chiamano la pienezza della gioia alla presenza di Dio", ha osservato San John Henry Newman.

Apocalisse 21:27 "Nulla di profano entrerà in esso, nemmeno quelli che commettono abominio e menzogne, ma solo quelli iscritti nel libro della vita dell'Agnello". L'autore ha osservato che lo storico della Chiesa protestante Philip Schaff ha indicato che "queste visioni dello stato mediano in relazione alle preghiere per i morti mostrano una forte tendenza alla dottrina cattolica romana del Purgatorio". Aci 11

 

 

 

 

Vangelo Migrante: XXXIII Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo (Lc 21,5-19)

 

I discepoli ammirano l’architettura del tempio. Gli occhi di Gesù si spingono più in là: egli vede la distruzione di quello che vedono, l’apparizione di falsi profeti, le guerre e la distruzione di Gerusalemme, i cataclismi naturali e le persecuzioni dei cristiani e della Chiesa. In mezzo a tutte queste catastrofi, dov’è la buona notizia su Dio e sull’uomo? Per comprenderla è necessario operare lo stesso passaggio che Gesù fa compiere ai suoi discepoli. Le sue parole sorprendono e turbano i presenti che per lo meno vorrebbero indicazioni più precise: “Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?” Il desiderio di conoscere con precisione il futuro nasconde la segreta speranza di esser rassicurati che non si tratta di un evento immediato, e quindi ci si illude di poter programmare senza fretta e senza paura la propria vita. Ma Gesù, ‘nella fine’ delle cose, indica ‘il fine’ di ogni cosa, il senso di tutto, sicchè l’unica cosa necessaria è convertirsi. È solo nella relazione con il Signore che la persecuzione può diventare testimonianza, la contesa sapienza, la carenza generosità, l’ingiustizia perdono, la povertà condivisione. Solo una vita che si riconosce nelle mani di Dio è resa libera da questo mondo. L’alternativa è quella di contare i giorni a rovescio. Chi lo comprende, non rimanderà a domani la propria conversione.

Gesù è esplicito: ad ogni immagine della ‘fine’ sovrappone il germoglio della speranza: “non vi terrorizzate (…) non è subito la fine; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo (…) metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno (…) Avrete allora occasione di dare testimonianza. (…). Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. (…). Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”.

Nessuna cosa è eterna. Ma l’uomo sì. Si spegneranno le stelle prima che l’uomo si spenga. Saranno distrutte le pietre, ma l’uomo sarà al sicuro nel palmo della mano di Dio. Non resterà pietra su pietra delle sue magnifiche costruzioni, ma l’uomo resterà e nemmeno un suo capello andrà perduto; l’uomo resterà, nella sua interezza, dettaglio su dettaglio. Perché Dio, come un innamorato, ha cura di ogni dettaglio del suo amato.

Nel mondo che cade finiscono tanti punti di riferimento ma si annunciano anche sentori di primavera. Posta al termine dell’anno liturgico, questa Parola che riguarda gli ultimi momenti della vita pubblica di Gesù, ci invita a guardare questo mondo che porta nel grembo un Altro mondo. Ogni giorno c’è un mondo che muore, ma ogni giorno c’è anche un mondo che nasce.

Oggi, le migrazioni ne sono l’icona. p. Gaetano Saracino, Migr.on. 11

 

 

 

 

Dall’Anno scalabriniano al Convegno di spiritualità sul tema: “Io verrò a radunare tutte le genti” (Is 66,18)

 

Roma – L’Anno scalabriniano, nel 25° della beatificazione del vescovo e fondatore (1997-2022), giunge oggi alla sua conclusione: cominciato il 7 novembre 2021 con alcuni eventi nella città di Como, diocesi di origine di Scalabrini, si conclude il 9 novembre di quest’anno a Piacenza, la sua diocesi da vescovo. In mezzo c’è stato lo straordinario evento della canonizzazione di Scalabrini. Il tema dell’anno è stato “Fare patria dell’uomo il mondo”, “un invito – ricorda p. leonir Chiarello nell’odierno messaggio di chiusura, da un lato e di rilancio dall’altro – a dare patria a chi patria non ha, sviluppare in particolare la missione che allarga i confini oltre l’abituale e il risaputo tentando strade inesplorate, essere a fianco a chi è lontano da casa perché possa sentirsi a casa”. L’obiettivo dell’Anno scalabriniano è stato quello di seguire le orme di Scalabrini, coltivarne la aspirazione alla santità. Per questo se un Anno scalabriniano si chiude, esso diventa anche “un rilancio perché ci introduce nell’anno in cui ci dobbiamo preparare al convegno sulla Spiritualità scalabriniana, che si terrà dal 9 al 14 ottobre 2023” aggiunge p. Chiarello. Tale evento vedrà alcune tappe: una prima fase vedrà una lettura personale, seguita da incontri di area e di gruppi di interesse per un confronto che approfondisca in che modo la spiritualità scalabriniana viene vissuta oggi, fedele alle origini ma reinventandosi in modo creativo.  Una terza fase sarà il momento dell’assemblea regionale/provinciale sulla spiritualità con riflessioni specifiche del contesto di ogni  regione/provincia e anche con l’aiuto di esperti. Il convegno, dal tema “Io verrò a radunare tutte le genti” (Is. 66,18), costituirà l’ultima tappa dell’iter preparatorio. Migr. on. 9

 

 

 

 

Italiani nel mondo, secondo il rapporto Migrantes 2022

 

È stato presentato oggi a Roma il XVII “Rapporto Italiani nel Mondo” della Fondazione Migrantes. Oggi gli italiani risultano residenti in ogni luogo del mondo e ogni singolo territorio italiano ha visto in passato, e continua a vedere oggi, gli italiani partire e salutare i confini nazionali. All’estero presentano un profilo complesso: sono giovani, giovani adulti, adulti maturi, anziani o minori. Oltre 2,7 milioni sono partiti dal Meridione; più di 2,1 milioni sono partiti dal Nord Italia e il 15,7% è, invece, originario del Centro Italia. Il 54,9% degli italiani sono in Europa, il 39,8% in America, centro-meridionale soprattutto – di Gigliola Alfaro

 

“Una Italia interculturale in cui l’8,8% dei cittadini regolarmente residenti sono stranieri (in valore assoluto quasi 5,2 milioni), mentre il 9,8% dei cittadini italiani risiedono all’estero (oltre 5,8 milioni)”. È la prima fotografia che offre del nostro Paese il “Rapporto Italiani nel Mondo 2022” (Rim) della Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma. Il Rapporto, a cura di Delfina Licata, giunge, quest’anno, alla diciassettesima edizione. Lo Speciale Rim 2022 è dedicato alla rappresentanza e ai Comitati degli italiani all’estero (Comites).

“La popolazione straniera in Italia è più giovane di quella italiana”, si legge nel Rapporto: infatti, “i ragazzi nati in Italia da genitori stranieri (‘seconde generazioni’ in senso stretto) sono oltre 1 milione: di questi, il 22,7% (oltre 228mila) ha acquisito la cittadinanza italiana. Se ad essi si aggiungono i nati all’estero (245mila circa) e i naturalizzati (quasi 62mila), la compagine dei ragazzi con background migratorio supera 1,3 milioni e rappresenta il 13,0% del totale della popolazione residente in Italia con meno di 18 anni”. Una popolazione “preziosa”, fa notare il Rim 2022, “vista la situazione demografica ogni anno più critica vissuta dall’Italia, caratterizzata da inesorabile denatalità e accanito invecchiamento e considerando il fatto che tra i sogni di queste nuove generazioni vi è sempre più presente quello di vivere in altri Paesi del mondo: il 59% degli alunni stranieri delle scuole secondarie, infatti, vorrebbe da grande spostarsi all’estero, un dato molto più alto rispetto ai loro compagni italiani (42%)”.

Oltre che interculturale, l’Italia è anche sempre più transnazionale. “L’attuale comunità italiana all’estero è costituita da oltre 841mila minori (il 14,5% dei connazionali complessivamente iscritti all’Aire) moltissimi di questi nati all’estero, ma tanti altri partiti al seguito delle proprie famiglie in questi ultimi anni – racconta il Rapporto -. Ai minori occorre aggiungere gli oltre 1,2 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni (il 21,8% della popolazione complessiva Aire, che arriva a incidere per il 42% circa sul totale delle partenze annuali per solo espatrio)” e “tutti quelli che partono per progetti di mobilità di studio e formazione – che non hanno obbligo di registrazione all’Aire – e chi è in situazione di irregolarità perché non ha ottemperato all’obbligo di legge di iscriversi in questo Anagrafe”.

Una popolazione giovane, dunque, che parte e non ritorna, spinta da un tasso di occupazione dei giovani in Italia tra i 15 e i 29 anni pari, nel 2020, al 29,8% e quindi molto lontano dai livelli degli altri Paesi europei (46,1% nel 2020 per l’Ue-27) e con un divario, rispetto agli adulti di 45-54 anni, di 43 punti percentuali. Dal 2006 al 2022 la mobilità italiana è cresciuta dell’87% in generale, del 94,8% quella femminile, del 75,4% quella dei minori e del 44,6% quella per la sola motivazione “espatrio”. La mobilità giovanile cresce sempre più perché l’Italia continua a mantenere i giovani confinati per anni in “riserve di qualità e competenza” a cui poter attingere, ma il momento non arriva mai.

Due Italie. C’è una Italia demograficamente in caduta libera se risiede e opera all’interno dei confini nazionali e un’altra Italia, sempre più attiva e dinamica, che però guarda quegli stessi confini da lontano. Al 1° gennaio 2022 i cittadini italiani iscritti all’Aire sono 5.806.068, il 9,8% degli oltre 58,9 milioni di italiani residenti in Italia.

Mentre l’Italia ha perso in un anno lo 0,5% di popolazione residente (-1,1% dal 2020), all’estero è cresciuta negli ultimi 12 mesi del 2,7% che diventa il 5,8% dal 2020. In valore assoluto si tratta di quasi 154mila nuove iscrizioni all’estero contro gli oltre 274mila residenti “persi” in Italia. La crescita, in generale, dell’Italia residente nel mondo è stata, nell’ultimo anno, più contenuta, sia in valore assoluto sia in termini percentuali, rispetto agli anni precedenti. Il 48,2% degli oltre 5,8 milioni di cittadini italiani residenti all’estero è donna (2,8 milioni circa in valore assoluto).

I cittadini italiani iscritti all’Aire per acquisizione della cittadinanza dal 2006 al 2022 sono aumentati del 134,8% (in valore assoluto si tratta di poco più di 190mila italiani; erano quasi 81mila nel 2006). Gli italiani nati all’estero sono aumentati dal 2006 del 167,0% (in valore assoluto sono, oggi, 2.321.402; erano 869mila nel 2006). Si tratta di italiani che restituiscono un volto ancora più composito del nostro Paese rendendolo interculturale e sempre più transnazionale, composto cioè da italiani che hanno origini diverse (nati e/o cresciuti in paesi lontani dall’Italia o nati in Italia in famiglie arrivate da luoghi lontani) e che si muovono con agilità tra (almeno) due paesi, parlando più lingue, abitando più culture.

Gli oltre 5,8 milioni di italiani iscritti all’Aire hanno, quindi, un profilo complesso: sono giovani (il 21,8% ha tra i 18 e i 34 anni), giovani adulti (il 23,2% ha tra i 35 e i 49 anni), adulti maturi (il 19,4% ha tra i 50 e i 64 anni), anziani (il 21% ha più di 65 anni, ma di questi l’11,4% ha più di 75 anni) o minori (il 14,5% ha meno di 18 anni). Oltre 2,7 milioni (il 47,0%) sono partiti dal Meridione (di questi, 936mila circa, il 16%, dalla Sicilia o dalla Sardegna); più di 2,1 milioni (il 37,2%) sono partiti dal Nord Italia e il 15,7% è, invece, originario del Centro Italia. Il 54,9% degli italiani (quasi 3,2 milioni) sono in Europa, il 39,8% (oltre 2,3 milioni) in America, centro-meridionale soprattutto (32,2%, più di 1,8 milioni). Gli italiani sono presenti in tutti i Paesi del mondo. Le comunità più numerose sono, ad oggi, quella argentina (903.081), la tedesca (813.650), la svizzera (648.320), la brasiliana (527.901) e la francese (457.138).

L’onda lunga della pandemia frena la mobilità italiana. Da gennaio a dicembre 2021 si sono iscritti all’Aire 195.466 cittadini italiani, il -12,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente quando erano, in valore assoluto, 222.260. Le partenze per “espatrio” avvenute lungo il corso del 2021 sono state 83.781, la cifra più bassa rilevata dal 2014, quando erano più di 94mila. In realtà, il trend di continua crescita si è fermato già lo scorso anno, quando comunque le partenze non sono scese al di sotto delle 109mila unità. Si è trattato, quindi, di una frenata dolce, diventata però brusca nei dodici mesi successivi. Quello che si pensava potesse accadere alla mobilità italiana durante il 2020 è avvenuto, invece, nel corso del 2021: la pandemia, cioè, ha impattato sul numero degli spostamenti dei nostri connazionali, riducendoli drasticamente e trasformando, ancora una volta, le loro caratteristiche. Rispetto al 2021 risultano 25.747 iscrizioni in meno, una contrazione, in un anno, del -23,5% che diventa -36,0% dal 2020. Il decremento ha interessato, indistintamente, maschi (-23,0%) e femmine (-24,0%), rispettivamente, in valore assoluto, oltre 47mila e quasi 38mila. Sir 8

 

 

 

 

La Chiesa dov’è? Una collegialità da riscoprire

 

La riflessione del Cardinale Fernando Filoni Gran Maestro dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme

 

CITTÀ DEL VATICANO. Oggi, mentre si ha la sensazione di un ripensamento strategico internazionale da parte dei grandi Paesi o aree geografiche con tattiche o che si rafforzano, o cercano soluzioni per le crisi che li coinvolgono - ad esempio  la Cina di Xi Jinping rafforza il proprio potere collocandosi al centro dello scacchiere, la questione di Taiwan in primis, la Russia di Putin tra effetti disastrosi non sa come uscire dalla guerra in Ucraina, Europa e USA rafforzano l’Alleanza Atlantica per la difesa dei tradizionali valori democratici, l’Africa è quasi abbandonata ai suoi grandi mali (divisioni tribali, corruzione, miopie politiche, conflitti) benché ora oggetto di mire per le sue riserve energetiche, e il mondo arabo continua condizionato dalla millenaria controversia tra sunniti e sciiti-iraniani - la Chiesa dov’è?  È veramente irrilevante, come qualcuno pensa e scrive?

C’è in verità un «Popolo di Dio» nelle municipalità, nelle città, nei villaggi che percepisce tutte le drammatiche crisi sociali e morali (la fenomenologia è amplissima: povertà, droga, omicidi, sfruttamento del lavoro, disoccupazione, violenze domestiche, ecc.) e che pure si domanda: La Chiesa dov’è?  Le parrocchie, i movimenti ecclesiali, le opere socio-caritative, l’azione con le famiglie, l’educazione, certo tutto è là, ma la domanda non è oziosa.

In un mondo che cambia rapidamente, è naturale domandarsi se la Chiesa, in questa realtà camaleontica e convulsa della geopolitica, compreso finanziaria, abbia un compito.  È pertanto fondamentale poter leggere gli avvenimenti nella loro macro-evidenza, senza la pretesa di scomodare qui la natura misterica e trascendente di essa, evitando al tempo stesso di cadere sia in una lettura semplicemente sociologica, sia nella seduzione di un certo fatalismo; ma pure di barcamenarsi tra gli scogli di realtà pragmaticamente e apparentemente indifferenti.  

Certamente la missione della Chiesa non è una missione di competizione, benché il soggetto verso cui essa manifesta il proprio interesse è il medesimo a cui è orientata la geopolitica internazionale: quegli stessi uomini e donne, quei popoli ai quali tutti dichiarano di voler bene e di volerne favorire il progresso.  La missione della Chiesa non è competitiva e non andrebbe mai letta come si trattasse di un agonismo elettorale con percentuali che i media spesso si contendono per esigenze giornalistiche, se non ideologiche.  Gli amanti delle statistiche, delle scommesse e delle previsioni lo fanno, e di quando in quando sciorinano i loro dati sulla frequenza religiosa dei fedeli, sulla vita sacramentale o delle liturgie, sulle vocazioni, ecc.  La sua, quella della Chiesa, è una missione morale, spirituale, ma non avulsa da questo mondo, cioè profondamente umana e che vive nelle e con le crisi dell’umanità.  E il Papa non è a capo di una «potenza», sebbene gli sia riconosciuta una rilevanza anche internazionale; neppure la vita della Chiesa è traducibile in soldoni.   

Da oltre un secolo, l’interazione della Chiesa con il mondo è molto cambiata.  A livello istituzionale non c’è più un papato che tratti con gli imperi (francese, austro-ungarico, britannico, russo, cinese, ottomano) e con neo-nazioni emergenti; nemmeno c’è un episcopato che si occupi semplicemente della vita religiosa e umanitaria (già tanto benemerita) delle proprie popolazioni.   

Il 16 aprile 1966 fu una data significativa; è una data post-conciliare, legata a quell’evento che era appena terminato; ma con la data conviene citarne anche il luogo, il Campidoglio, dove Paolo VI, con una storica visita, metteva definitivamente termine all’idea di una «supremazia» in derivazione dal temporalismo della Chiesa, già interrotto un secolo prima; egli amava pensarsi  servus servorum Dei (un titolo oggi relegato nell’Annuario Pontificio a titolo storico!) e, in ottemperanza alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes (un documento nato veramente in assemblea conciliare), propugnava la vocazione e la missione in proiezione universale.  Non solo il papato, ma tutta la Chiesa, vescovi, religiosi, fedeli battezzati, insieme riacquistavano consapevolezza di sé e della propria vocazione cristologica. In Concilio si era completato uno sviluppo più comprensivo di tutte le realtà a partire dalla dignità, legata alla persona e alle sue libertà, le istituzioni non erano più al primo posto; le relazioni con il mondo, con le religioni non cristiane, con il mondo ebraico, l’ecumenismo stesso perdevano la ruggine depositata dalle negatività e, al tempo stesso, la missionarietà si apriva di prospettiva e veniva riformulata con una proposta rispettosa del mondo contemporaneo, luogo dell’inquietudine in ricerca di risposte; in modo splendido teologicamente parlando, il «Mistero di Dio»  veniva proposto in termini di conoscibilità, di «Evento» e di «Parola» nella persona di Gesù - essendo Cristo la luce delle genti (Lumen gentium cum sit Christus) - al quale la Chiesa ora si accostava con una liturgia di prossimità.

Effettivamente il ruolo morale e spirituale del Papa ne era uscito enormemente accresciuto, contando ancor più sull’esistenza capillare di una Chiesa ormai presente in tutti i continenti, con i lineamenti delle loro genti e con gerarchie e lingue autoctone; la stessa diplomazia pontificia, atipica (priva di interessi commerciali, finanziari, consolari, militari, ecc.), ne sarà più ecclesialmente orientata, propugnando l’alto insegnamento morale e spirituale della Chiesa (Sollicitudo omnium ecclesiarum, Lettera Apostolica del 24 giugno 1969).

Benedetto XVI ha recentemente scritto che - giovane ecclesiastico al Concilio, mentre allora si percepiva la necessità di riformulare la questione della natura e della missione della Chiesa, divenuta gradualmente sempre più evidente - si avvertiva con gioia la più ampia dimensione spirituale del concetto di Chiesa (cfr. Lettera per il Simposio dell’Università francescana di Steubenville/USA del 7 ottobre 2022); una valutazione che condivido in pieno.  Paolo VI aveva sviluppato il senso di quella identità, già da quando interrogava nel 1963 i Padri conciliari: Chiesa cosa dici di te stessa?  Giovanni Paolo II avrebbe mostrato poi ovunque la prossimità della Chiesa a tutte le genti, Benedetto XVI la sua relazione teologica con il mondo e Francesco la solidarietà missionaria.

La Chiesa inoltre usciva dalla tradizionale impostazione papa-vescovi, Chiesa universale-Chiesa diocesana, sviluppando forme intermedie di interazione ecclesiale, assai necessarie per accostarsi e conoscere il mondo e partecipare alle sue attese.  Accanto al «Sinodo dei vescovi», come luogo di esercizio della collegialità, istituito da Paolo VI il 15 settembre 1965 (una istituzione che “manifesta la sollecitudine del collegio episcopale per le necessità e per la comunione tra le Chiese” - Papa Francesco), presero definitivamente forma anche le «Conferenze episcopali» (nazionali, regionali e internazionali), che sebbene giuridicamente non si configurassero come strutture di potere intermedio tra il papa e i vescovi, per la loro agilità assumevano un ruolo rilevante da un punto di vista pastorale, di moderazione sociale e di riferimento nelle società odierne, tanto democratiche, quanto diverse. La tentazione in alcuni casi di impedirne la voce o di controllarla, mostrava l’autorevolezza con cui è stata guardata questa moderna istituzione di comunione ecclesiale.  Negli antichi come nei nuovi ‘imperi’ il tentativo di addomesticare le Conferenze episcopali è sempre all’opera.  Le Conferenze episcopali comunque, come strumenti di comunione e di sostegno reciproco tra i vescovi e con il papa, rappresentano un’evoluzione storicamente tra le più rilevanti della presenza della Chiesa nel mondo, essendosi poste tra le forme di giurisdizione personale (papa-vescovo) e quelle collegiali (concili-sinodi). Le Conferenze di per sé, per l’afflatus collegialis che sviluppano ed esprimono, sono utilissime nell’affrontare tematiche complesse e non riducibili ad opinioni personali, soprattutto quando si tratta di questioni pastorali e morali di ampio raggio, con implicanze serie e profonde relative a scelte e programmi di interesse per la collettività di cui sono parte.  Una democrazia non esclude il loro operare, ma gli ‘imperialismi’ cercano di limitarne la parola o l’azione. Una Conferenza episcopale, in verità, rispetto al singolo vescovo, è sempre maggiormente in grado di difendere i valori ecclesiali e umani a livello regionale o nazionale rispetto all’agire di un singolo vescovo; ma anche a volte rispetto alla Sede Apostolica stessa, trattandosi spesso di questioni interne ai singoli paesi e in aderenza al principio della sussidiarietà, secondo cui l’ente superiore non deve intervenire, ma può eventualmente sostenere l’azione. La sussidiarietà è stato uno degli elementi caratterizzanti la visione della Chiesa sulla società e fu il Papa Giovanni Paolo II a farvi riferimento e ad esplicitarne l’importanza.  Non a caso anche la costituzione apostolica Praedicate Evangelium (2022), sulla Curia romana e il suo servizio alla Chiesa nel mondo, chiede che mai si proceda senza avvalersi del consiglio e della valutazione delle istituzioni conferenziali.

C’è chi pensa già ad un Concilio Vaticano III; e le opinioni sono rispettabili.  Ma il Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo ha già esaurito la propria funzione? Aci 9

 

 

 

 

Diffondere la cultura della vita e del bene 

 

L’impegno per la promozione umana e il servizio al territorio, strutturalmente connessi con l’annuncio del Vangelo e l’edificazione del regno di Dio nella storia, comporta – tra le esigenze prioritarie per la Chiesa nell’attuale contesto socio-culturale italiano – quella di smascherare e squarciare una certa mentalità che, troppo facilmente, si insinua sia nelle micro-strutture delle relazioni interpersonali sia nelle macro-strutture della vita sociale, politica ed economica. E non solo nel meridione d’Italia, dove storicamente le organizzazioni mafiose hanno trovato terreno fertile per proliferare e agire pressoché incontrastate, ma in tutto il Paese, dove si registra – in forme più o meno latenti – una sorta di “mafiosità” diffusa, fatta di diritti che diventano favori, di piccolo e grande clientelismo in cui tutto ha un prezzo, di legami di comparaggio politico che perdono di vista il bene comune per miseri interessi personali.

In positivo, si tratta di diffondere la cultura della vita e del bene, promuovendo coraggiosamente la giustizia; in negativo, di contrastare la cultura del male e della morte, lottando senza mezzi termini contro l’ingiustizia. Più concretamente, si tratta di educare alla legalità, non mediante l’imposizione di norme etiche e regole comportamentali provenienti dall’esterno, ma attraverso il recupero e la cura dell’intimo rapporto che deve instaurarsi tra la coscienza, sia quella individuale sia quella collettiva, e il diritto, sia quello positivo sia quello naturale.

A tale riguardo, le Chiese di Sicilia vantano una folta schiera di eroi e di santi, il più delle volte sconosciuti e nascosti, che hanno fatto di questo ideale la colonna portante della loro vita, della loro professione e della loro testimonianza, tanto in campo ecclesiale quanto in ambito civile. In particolare, la Chiesa agrigentina ha una testimonianza di prima mano e ancora freschissima, che è lieta di poter offrire a tutti: quella del giudice Rosario Angelo Livatino, beatificato il 9 maggio dello scorso anno. La sua è una santità che, affondando le radici nelle complesse dinamiche del mondo contemporaneo e ripensandole alla luce della fede, le assume, non solo nell’esercizio della funzione giurisdizionale, ma anche nell’elaborazione di una riflessione appassionata sulla responsabilità di chi – nel pubblico come nel privato – deve amministrare la giustizia, credendoci e battendosi in prima linea per difenderla e promuoverla. È una santità ordinaria, vissuta come esercizio concreto del battesimo e come attuazione convinta della missione del laico credente nella Chiesa e nel mondo.

* Così, in forza della grazia battesimale, Rosario trasforma l’esperienza lavorativa in un luogo di santità, dove testimoniare la fede e l’amore di Dio senza proclami o gesti straordinari, ma con l’umile, seria, intelligente e professionale dedizione al suo lavoro. E nel suo lavoro di magistrato incontra il lato più oscuro del pensare e dell’agire umani, in una delle loro manifestazioni peggiori: la criminalità organizzata, l’organizzazione mafiosa, i suoi adepti e i suoi conniventi. Rosario Livatino non addomestica le proprie responsabilità per quieto vivere, ma va avanti. Va avanti con lucidità intellettuale, competenza professionale e integrità morale, e riesce a decifrare tanti meccanismi perversi della coscienza sia personale che sociale, diventando voce profetica dirompente in un contesto di assuefazione generalizzata al male. Rosario Livatino va avanti, infaticabile, nella sua ricerca della verità e della giustizia, ma con la convinzione che il “vero” e il “giusto” devono fare sempre i conti con l’“umano”, al quale, pur condannando e combattendo il male che lo attraversa e lo deturpa, non si può mai negare compassione e rispetto. E così, nel suo andare avanti tra i solchi della storia umana alla sequela delle orme di Cristo, si ritrova man mano sempre più configurato a lui, fino al martirio in odium fidei, avvenuto il 21 settembre 1990, mentre si recava, come ogni giorno, a svolgere il suo lavoro in tribunale. Nel messaggio indirizzato alle Chiese di Sicilia in occasione della sua beatificazione, noi vescovi siciliani, accostandolo a don Pino Puglisi, abbiamo ribadito l’urgenza della «conversione dalle parole ai fatti», di cui i due Beati martiri sono stati testimoni esemplari «squarciando il silenzio della connivenza e decidendo di parlare chiaramente, non solo con parole tecniche mutuate dai linguaggi umani, ma soprattutto con la parola del Vangelo delle mafie e alle mafie». Abbiamo, tuttavia, dovuto constatare che «al di là di alcune lodevoli iniziative più o meno circoscritte, le nostre Chiese non sono ancora all’altezza di tale eredità» e che «non possiamo più tacere, ma dobbiamo alzare la voce e unire alle parole i fatti: non da soli ma insieme, non con iniziative estemporanee ma con azioni sistematiche». Questo invito mi permetto di estendere all’intera Chiesa italiana, con l’augurio di diventare sempre più cercatori di giustizia e costruttori di vera sinodalità.  Mons. Alessandro Damiano, Vita Past. nov.

 

 

 

 

Pellegrinaggio a Colonia, in cammino verso Dio, come i Re Magi

 

La tradizione del pellegrinaggio dei Re Magi è nata dopo la Giornata Mondiale della Gioventù del 2005. Di Giacomo König

 

COLONIA. "Mettersi alla ricerca di Dio nella propria vita", proprio come hanno fatto duemila anni fa i Re Magi nel raggiungere la grotta di Betlemme. È questo il carisma del Pellegrinaggio dei Re Magi, che conduce alla cattedrale di Colonia, in Germania, dove secondo la tradizione si conservano i resti mortali dei primi tre adoratori del Bambino Gesù. Monsignor Robert Kleine, decano della Cattedrale di Colonia e responsabile della liturgia, spiega ad Acistampa, la storia e il senso di questo pellegrinaggio, dalla storia ancora giovane, ma che getta le sue origini agli albori della fede cristiana. 

La tradizione del pellegrinaggio dei Re Magi è nata dopo la Giornata Mondiale della Gioventù del 2005. Potrebbe spiegare come?

Con il Pellegrinaggio della Cattedrale, dal 2006 la Cattedrale ha ripreso la secolare tradizione del pellegrinaggio, che si era persa per un lungo periodo di tempo. La Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia si è svolta all'insegna del motto "Siamo venuti per adorarlo". Con questa citazione del Vangelo di Matteo, è stato tracciato un arco cha va dagli astrologi e dalla venerazione delle loro reliquie nella cattedrale ai partecipanti della Giornata Mondiale della Gioventù. Centinaia di migliaia di giovani hanno visitato la cattedrale e il santuario dei Re Magi durante i giorni della Giornata Mondiale della Gioventù del 2005. Sulla base di questa esperienza, l'allora arcivescovo di Colonia, cardinale Joachim Meisner, e il Capitolo della Cattedrale di Colonia ebbero l'idea di far rivivere la tradizione del pellegrinaggio.

In che modo si è deciso in quali giorni svolgerlo?

Ci sono due feste tradizionali associate ai Re Magi. Il 6 gennaio naturalmente, solennità dell'Epifania, e il 23 luglio, quando Colonia celebra la festa della translatio, ossia l'arrivo delle ossa dei Re Magi in città, il 23 luglio 1164. Il primo appuntamento è durante il periodo natalizio, il secondo durante le vacanze estive. Si decise quindi di celebrare il pellegrinaggio dei Re Magi nel giorno della consacrazione della cattedrale (27 settembre 1322).

L'ultimo pellegrinaggio dei Re Magi si è svolto infatti dal 18 al 27 settembre. Quanti fedeli sono arrivati a Colonia? 

Durante i giorni di pellegrinaggio, diverse migliaia di pellegrini hanno raggiunto la cattedrale: bambini dell'asilo e delle scuole, persone che festeggiavano anniversari di matrimonio, rifugiati, giovani e ospiti internazionali. È difficile fornire un numero esatto di pellegrini, perché molti turisti si mescolano ai pellegrini. La cattedrale è un patrimonio culturale mondiale nel mezzo di una grande città. Ci sono sempre singoli pellegrini dalle diocesi circostanti che si recano a Colonia in giornata. Quest'anno, nell’occasione di un anniversario della cattedrale (i 700 anni dalla consacrazione del coro), sono venuti anche clero o delegazioni da alcune città gemelle di Colonia: Esch-sur-Alzette (Lussemburgo), Liverpool (Gran Bretagna), Indianapolis (Stati Uniti) e Betlemme (Israele).

All’interno della Cattedrale di Colonia è poi possibile percorrere un itinerario di pellegrinaggio con sei stazioni. Può spiegare brevemente di cosa si tratta? 

All'inizio del cammino, San Cristoforo accoglie i pellegrini. Seguono tre stazioni del percorso di pellegrinaggio che risale a 700 anni fa: la Madonna di Milano, il santuario dell'Epifania e la Croce di Gerone. Un altro luogo di preghiera è la Madonna decorata con le sue numerose candele, prima che il pellegrinaggio si concluda nella Cappella della Misericordia. Tutti i pellegrini sono cordialmente invitati a seguire questo percorso di pellegrinaggio e a lasciarsi toccare dal mistero della nostra fede cristiana nelle varie stazioni, ossia che in Gesù il Figlio di Dio si è fatto uomo.

Cosa dicono la storia e la scienza sulle reliquie dei Re Magi?

Le reliquie dei Re Magi nel santuario dei Re Magi sono il vero fulcro della Cattedrale di Colonia. Per sottolineare la loro importanza per la cattedrale, qualche anno fa abbiamo rinominato il "Pellegrinaggio della Cattedrale" in "Pellegrinaggio dei Re Magi". Secondo la tradizione, il santuario contiene le uniche ossa superstiti delle persone che hanno visto il Messia appena nato. Anche se molte leggende e persino dubbi circondano la loro autenticità: il loro ritrovamento da parte di Sant'Elena e il loro viaggio prima a Costantinopoli, poi a Milano e infine a Colonia. Fatto sta che le ossa sono state venerate nella cattedrale per secoli, che hanno dato forza, sostegno e direzione alle persone fin dal Medioevo e che ancora oggi sono considerate come mediatrici verso Dio. I Magi trovarono Dio in modo del tutto inaspettato in un piccolo bambino. Questo può essere un esempio per noi. Dio a volte ci incontra dove non ce lo aspettiamo.

Aci 7

 

 

 

Il filo di Bergoglio nella penisola araba

 

Il papa in Bahrein riannoda i fili del dialogo con l’islam e lavora per la pace. La visita di Bergoglio nel piccolo Stato del Golfo, infatti, da un lato serve per proseguire il cammino avviato nel 2019 con la Dichiarazione sulla fratellanza umana, il documento firmato dal pontefice stesso e dal grande imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb; dall’altro, invece, vuol disperdere le nubi accumulatesi sui cieli d’Arabia, presagio dell’ennesimo conflitto della Terza guerra mondiale a pezzi.

Filo conduttore, comunque, è la volontà di papa Francesco di portare a galla quelle comunità cattoliche “dello zero virgola”, come ha definito nel passato il direttore di Civiltà Cattolica, Antonio Spadaro. Ovvero, quelle che, come in Bahrein, vivono in schiacciante minoranza e all’estrema periferia della galassia cattolica.

I (pochi) cattolici del Bahrein

La comunità cattolica del Bahrein, nata a partire dagli anni Trenta del Novecento, è costituita prevalentemente dai lavoratori e dalle lavoratrici immigrate nel Paese dall’Asia sud-occidentale. In particolare, si tratta di cittadini filippini, cingalesi e indiani.

In totale, si parla di un gruppo di circa 80 mila credenti, immersi in un Paese a enorme maggioranza islamica e nel quale vige, come fonte nell’ordinamento giuridico, la shari’a, ovvero la legge islamica. Qui, però, rispetto alla vicina Arabia Saudita, i fedeli sono piuttosto liberi di professare la propria religione e di frequentare le funzioni.

Del resto, lo stesso sovrano bahreinita, Hamad bin Isa Al-Khalifa, nel 2013 ha donato alla comunità cattolica del proprio Paese un terreno di oltre 9mila metri quadrati ad Awali, dove, a partire dall’anno successivo, sono cominciati i lavori per erigere la cattedrale di Nostra Signora d’Arabia, la più grande chiesa cattolica della penisola araba. A dicembre dello scorso anno, la cattedrale è stata consacrata dal cardinale Luis Antonio Tagle, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli.

Dialogo interreligioso, dialogo intrareligioso

È stato lo stesso re del Bahrein a invitare personalmente papa Francesco nel Paese. L’occasione era quella del Forum for Dialogue, l’iniziativa per il dialogo interreligioso, che in questa edizione puntava fortemente sulla relazione anche tra Occidente e Oriente. Una dimensione oggi più che mai attuale, soprattutto dopo l’aggressione russa all’Ucraina.

Presente anche il grande imam di Al-Azhar, che ha incontrato nuovamente il pontefice dopo la visita di quest’ultimo negli Emirati Arabi Uniti. E che non solo ha rilanciato il dialogo tra il mondo cattolico e il mondo musulmano, ma anche all’interno della stessa comunità islamica.

Ahmad Al-Tayyeb, che detiene il titolo più prestigioso nella dimensione sunnita, si è infatti rivolto ai “compagni musulmani sciiti”, per superare le divisioni e ricercare l’unità. Tema più che mai importante per Francesco, sin dall’inizio del suo pontificato impegnato per trovare quella cristiana. E che in Bahrein, per il mondo musulmano, acquista un valore particolare: mentre la dinastia regnante è sunnita, i due terzi della popolazione sono sciiti. Ricalcando in piccolo ciò che, a livello internazionale, avviene in più larga scala.

La minaccia di un’altra guerra

La faglia tra sunniti e sciiti si traduce quasi automaticamente in quella che divide Arabia Saudita e Iran, due giganti del mondo arabo divisi dal solo Golfo Persico, che da qualche giorno è diventato bollente: come riportato in esclusiva dal Wall Street Journal, Teheran sarebbe pronta ad attaccare Riyad, forse nel tentativo di deviare all’esterno il malcontento sempre più diffuso nel Paese dopo la morte della giovane Mahsa Amini.

Uno stato di tensione latente, che coinvolgerebbe anche gli Stati Uniti in un domino inarrestabile, nonostante i rapporti tra Washington e Arabia Saudita, dopo la recente decisione dell’Opec di tagliare la produzione di petrolio, si siano raffreddati. Uno scenario preoccupante, che alla guerra in Ucraina aggiungerebbe un altro focolaio in una delle macroregioni più instabili del pianeta.

Per papa Francesco, la prospettiva confermerebbe ancora una volta il monito lanciato nel 2014 sulla “Terza guerra mondiale a pezzi“, che si combatte costantemente in zone diverse del globo. Sarebbe, inoltre, un ulteriore freno al processo di riavvicinamento all’Islam, soprattutto se quest’ultimo si ritrovasse, improvvisamente, in guerra con se stesso. Esattamente come tra gli ortodossi al di là e al di qua del confine russo-ucraino. Pietro Mattonai, AffInt 7

 

 

 

 

Papa in aereo. "Migranti in mare vanno salvati. Ma l'Ue non lasci sola l'Italia"

 

Il Papa di ritorno dal Bahrein risponde alle domande dei giornali. "Spero che il governo Meloni faccia bene". Denuncia gli imperialismi e il commercio delle armi. Uguaglianza delle donne sia effettiva – di Mimmo Muolo, inviato sull'aereo papale domenica 6 novembre 2022

 

L'augurio buon lavoro al governo Meloni, prima donna premier in Italia: “E' una sfida”. Il dovere di salvare le vite in mare, ma anche una tiratina d'orecchie all'Unione europea, affinché non lasci soli Paesi come l'Italia, la Spagna, Cipro e la Grecia nella gestione dei migranti nel Mediterraneo. E poi la guerra in Ucraina: “Ciò che mi colpisce è la crudeltà”, con una nuova denuncia degli imperialismi e del commercio delle armi, vera piaga che alimenta i conflitti, soprattutto quelli dimenticati, come nello Yemen dove “i bambini non hanno più da mangiare”, in Siria e nel Libano, per il quale Francesco ha rivolto un appello alla riconciliazione nazionale.

Ancora: il ruolo pubblico della e la sua uguaglianza rispetto agli uomini: “Se non la riconosce, una società si impoverisce”. Per terminare con la piaga degli abusi nella Chiesa (“mai più coperture”) e i problemi della Chiesa tedesca. Sono questi i principali argomenti toccati dal Pontefice, apparso in buona forma nonostante le fatiche degli ultimi quattro giorni, durante la consueta conferenza stampa durante il volo di rientro dal suo 39.mo viaggio internazionale. Un viaggio che negli oltre 50 minuti di colloquio con i giornalisti (Francesco, giunto nel settore stampa dell'ereo sulle sue gambe, si è poi seduto per rispondere), il Papa ha definito “di incontro”, nel segno del “dialogo interreligioso con i musulmani e del dialogo ecumenico con Bartolomeo” (il patriarca di Costantinopoli, ndr), rivelando anche l'inedito particolare di come è nata l'idea del documento di Abu Dhabi: conversando a tavola con il grande imam di Al Azhar che gli aveva fatto visita in Vaticano.

L'aereo è atterrato intorno alle 16,30 a Fiumicino. E subito dopo il Pontefice, come è ormai consuetudine si è recato a Santa Maria Maggiore per ringraziare la Salus Populi Romani della buona riuscita della visita. Quindi ha fatto ritorno a Santa Marta.

Questione migranti e governo italiano

In particolare, Francesco ha dato un'articolata risposta alla domanda sulla questione delle navi cariche di migranti attualmente al largo della Sicilia e in attesa di un porto sicuro, uno dei primi banchi di prova del nuovo governo italiano, il primo a guida femminile. E se su quest'ultima notazione ha detto, “eh, è una sfida”, sulla questione migranti ha specificato il suo pensiero, innanzitutto a partire da due principi. Uno: “Vanno accolti accompagnati e promossi e integrati. Se non si possono fare questi passi non è buono”. Due: “La vita va salvata in mare, perché il Mediterraneo è diventato un cimitero, forse il più

grande cimitero del mondo” e i migranti devono sottostare, prima di imbarcarsi, “a varie forme di schiavitù”. Ma sulla questione deve esserci una concertazione a livello di Unione europea. “Ogni governo della Ue deve mettersi d'accordo su quanti migranti può ricevere – ha detto il Pontefice -. Al momento sono quattro i Paesi che li accolgono: Cipro, Grecia, Italia e Spagna. Ma la politica dei migranti va concordata tra i Paesi e l'Unione. Non si può lasciare a Cipro, Grecia, Italia e Spagna l'accoglienza di tutti i migranti che arrivano sulle spiagge”.

Quanto al caso di questi giorni, il Papa ha notato: “La politica dei Paesi per ora è stata di salvare le vittime e questo governo ha la stessa politica. Non lo conosco, ma ha fatto sbarcare bambini e donne, ho sentito nelle ultime ore, o almeno l'intenzione c'era. Ma l'Italia e questo governo, o anche un governo di sinistra, non possono fare nulla senza l'accordo a livello europeo e la responsabilità europea”. Francesco ha quindi citato Angela Merkel quando diceva che “il problema dei migranti va risolto in Africa”. Per questo, bisogna mettere definitivamente da parte ogni sfruttamento colonialista e varare un “piano di sviluppo dell'Africa, dove alcuni Paesi non sono padroni del proprio sottosuolo e la gente viene sfruttata in maniera terribile”. “Se vogliamo risolvere i problemi dei migranti, risolviamo i problemi dell'Africa”, ha concluso il Papa sul punto.

Quindi si è soffermato sul governo Meloni. “Inizia ora, e io auguro sempre il meglio ad un governo perché il governo è per tutti e io spero che possa portare l'Italia avanti. E vorrei dire agli altri – ha aggiunto Francesco -, quelli che sono contrari al partito vincitore, di collaborare con la criticità e l'aiuto. Ma un governo di collaborazione, non un governo dove ti levano il piso (parola che in spagnolo significa terreno, ti fanno cadere se non ti piace una cosa o l'altra. Per favore su questo io chiedo una resposnabilità. Ma vi pare giusto che l'Italia dall'inizio del secolo fino ad adesso abbia avuto almeno 20 governi? Ma finiamola con questi scherzi”.

L'uguaglianza delle donne.

Gli chiedono poi dei diritti delle donne, tema toccato durante il viaggio, anche in relazione alla drammatica situazione in Iran. Francesco non nomina mai il Paese degli ayatollah, ma sviluppa un discorso più generale

ricordando che “la lotta per i diritti della donna è continua perché in alcuni posti l'uguaglianza esiste e in altri no”.

Ricorda poi la terribile pratica dell'infibulazione (“perché non possiamo fermare questa tragedia? E' un crimine”) e denuncia la mentalità di chi dice che le donne “sono materiale usa e getta o specie protetta”. Invece bisogna lottare per l'uguaglianza tra l'uomo e la donna, perché “le donne sono un dono. Dio non ha creato l'uomo e poi ha creato un cagnolino per divertirsi, ma la donna per essere uguale”. Per questo “una società che non è capace di mettere la donna al suo posto non va avanti. Ci sono donne economiste che nel mondo hanno cambiato la visione economica e parlando con un capo di governo mi ha spiegato che aveva risolto un grave problema di governo, 'come facciamo noi mamme'”. Anche in Vaticano, ha fatto notare il Pontefice, “ho visto che ogni volta

che una donna entra a fare un lavoro le cose migliorano. Per esempio la vice governatrice della Città del Vaticano è una donna. Nel consiglio dell'economia ci sono sei cardinali e sei laici, un maschio e cinque donne. Le donne sanno trovare una strada giusta. Sanno andare avanti. Ora ho messo Mariana Mazzucato, grande economista, per

dare più umanità a questo. Una società che cancella le donne dalla vita pubblica è una società che si impoverisce. quindi uguaglianza e uguali opportunità e andare avanti. Ma c'è un grande cammino da fare. Io arrivo da un popolo maschilista. Questo maschilismo uccide l'umanità”.

Ucraina e negoziati di pace.

In merito alla guerra in Ucraina gli chiedono della sua richiesta di trattative per mettere fine alle ostilità e se ha avuto modo di parlare con Putin. Il Papa ricorda che la Santa Sede sta facendo tutto ciò che è possibile. “La segreteria di Stato lavora bene”. Poi rivà alla sua visita all'ambasciata russa il giorno dopo lo scoppio del conflitto. “All'ambasciatore, un uomo buono che conosco da sei anni, un umanista, ho detto che ero pronto anche ad andare a Mosca. Mi è arrivata la risposta di Lavrov che cortesemente mi ringraziava ma che diceva che non era necessario. Ho parlato due volte con Zelenski. La Santa Sede fa quello che deve fare. Per liberare prigionieri, ma sono cose che facciamo sempre. Colpisce la crudeltà – ha aggiunto il Pontefice - che non è del popolo russo, il popolo russo è grande, ma dei mercenari e dei soldati che vanno a fare la guerra come si va a un'avventura. Ho affetto per popolo russo e anche per popolo ucraino. Quando avevo 10 anni ho fatto il chierichetto a un prete ucraino. Sono in mezzo a due popoli ai quali voglio bene. Certo non è possibile che ci siano state tre guerre

mondiali in cento anni, perché questa è una guerra mondiale. Quando gli imperi si indeboliscono fanno una guerra anche per vendere le armi. Oggi la calamità più grande è l'industria delle armi. Se in un anno non si facessero più armi finirebbe la fame nel mondo. Pensate allo Yemen - rimarca il Papa -, più di dieci anni di guerra, i bambini non hanno da mangiare. I rohingya nel Myanmar è terribile, in Etiopia spero che si fermi qualcosa dopo l'accordo. Ma siamo in guerra dappertutto. Ora ci tocca da vicino in Europa. Pensate alla Siria, 13 anni di guerra e nessuno sa cosa succede li dentro. E poi c'è il Libano. Voi giornalisti siate pacifisti, parlate contro le guerre. Ve lo chiedo per favore”.

L'appello per il Libano

A proposito del Paese dei Cedri, rispondendo a una precedente domanda, Francesco ha lanciato un appello. “Il Libano è un dolore – queste le sue parole - perché, come ha detto un Papa prima di me, non è un paese ma è un messaggio, con un significato grande. Ne approfitto per fare un appello ai politici libanesi. Guardate il Paese e mettetevi d'accordo. Prima Dio e la pace, mettete da parte gli interessi di parte. Smettete questa strada in giù”.

L'orrore degli abusi

Un giornalista francese gli chiede dei nuovi casi di abuso scoperti in Francia e insabbiati a suo tempo. Il Papa risponde che era una prassi del passato usata non solo nella Chiesa. Ma ora indietro non si torna. “Non dobbiamo fermarci. Stiamo andando avanti e non dobbiamo stupirci che vengano fuori casi come questo. La Chiesa è decisa e voglio ringraziare la eroicità del cardinale O'Malley che ha sentito il bisogno di istituire la commissione per la tutela dei minori. Ma c'è anche dentro la chiesa chi non condivide. E' un processo e lo stiamo facendo con coraggio, ma non tutti abbiamo coraggio. A volte c'è la tentazione dei compromessi, siamo tutti schiavi del peccato, Ma la volontà della Chiesa è di chiarire tutto. Negli ultimi mesi, per esempio, ho ricevuto due segnalazioni su vecchi casi non giudicati bene, ho chiesto di studiarli di nuovo. Facciamo quello che possiamo. Ma soprattutto dobbiamo sentire la profonda vergogna di queste cose brutte. E' una grazia la vergogna".

Il dibattito nella Chiesa tedesca.

“Ai cattolici tedeschi - ha sottolineato il Papa in risposta a un'altra domanda - dico che la Germania ha una grande e bella Chiesa evangelica. Io non voglio un'altra Chiesa evangelica che sarà sicuramente più brutta. La voglio cattolica, in fratellanza con la evangelica. A volte si perde il senso religioso del popolo, il santo popolo fedele di Dio, e cadiamo nelle discussioni politiche ecclesiastiche di congiuntura, che sono conseguenze teologiche ma non sono il nocciolo della teologia. Che cosa pensa il santo popolo fedele di Dio? Andare lì e cercare cosa pensa. Quella religiosità semplice che si trova nei nonni. Non dico di tornare indietro ma la fonte di ispirazione è nella radice. Tutti noi abbiamo una storia di radici della fede e anche i popoli ce l'hanno. Bisogna ritrovarla. E la radice della religione è lo schiaffo che ti dà il Vangelo, l'incontro con Gesù Cristo vivo. E da lì viene tutto: il coraggio apostolico, andare nelle periferie, anche le periferie morali della gente, per aiutarli. Ma se non c'è l'incontro con Gesù Cristo ci sarà un eticismo travestito da cristianesimo".

Il bilancio del viaggio in Bahrein

Laconferenza stampa era cominciata con le domande di due giornalisti dei Paesi del Golfo. E' stata l'occasione per un bilancio a caldo delviaggio. Il Papa lo ha definito “un viaggio di incontro perche la finalità era proprio trovarsi nel dialogo inter-religioso conl'Islam e nel dialogo ecumenico con Bartolomeo. Le idee che ha avanzato il grande imam di al Azhar andavano nell'indirizzo di cercare unità dentro l'Islam, rispettando le differenze, e unità con i cristiani e le altre religioni”. Ma per dialogare, ha detto il Papa, bisogna avere una forte identità. E sia l'imam sia Bartolomeo, ha aggiunto, “avevano una forte identità”. Quindi Francesco ha detto di essere rimasto colpito dalle cose che sono state dette dal Consiglio islamico degli Anziani sul creato e sulla sua salvaguarda, che è una preoccupazione di tutti, islamici o cristiani. Ora – ha fatto notare - nello stesso aereo vanno dal Bahrein al Cairo il cardinale Parolin e il grande imam, assieme, come fratelli. Ed è una cosa che commuove. La presenza del patriarca Bartolomeo è una autorità nel campo ecumenico e ha fatto bene”. Infine il Papa ha riassunto così il bilancio della visita: “E' stato un viaggio di incontro. Per me la novità di conoscere una cultura aperta a tutti. In Bahrein c'è posto per tutti. Mi ha detto il re che ognuno fa quello che vuole. Se una donna vuole lavorare, può lavorare. Mi ha colpito la quantità di cristiani dal Kerala, filippini, indiani”.

La genesi del documento di Abu Dhabi

Papa Bergoglio ha raccontato che al termine di un'udienza in Vaticano del grande imam di Al Azhar lui lo ha invitato a pranzo “E seduti al tavolo abbiamo preso il pane, lo abbiamo spezzato e lo abbiamo dato l'uno all'altro. E' stato un pranzo fraterno e alla fine è nata l'idea del documento. Si sono messi a lavorare i segretari, le bozze

andavano e venivano. E poi ad Abu Dhabi lo abbiamo pubblicato. E' stata una cosa di Dio, scaturita da un pranzo amichevole”. Il documento, ha rivelato anche il Pontefice, “è stata per me la base per la Fratelli tutti. Io credo che non si possa pensare a una strada del genere senza una speciale benedizione del Signore su questo cammino. Io non sapevo neppure come si chiamava il grande imam, ora siamo diventati amici e abbiamo fatto una cosa da amici e ora lavoriamo assieme per far conoscere quel documento”. Avvenire 6

 

 

 

 

La conclusione del viaggio del Papa in Bahrein

 

Si è chiuso con un nuovo appello a una pace duratura in Etiopia e nella martoriata Ucraina il viaggio apostolico di Papa Francesco in Bahrein. Un viaggio breve ma intenso, in cui il Papa, tenendo ben presente la realtà del luogo visitato, ha voluto ricordare le linee guida per costruire una società capace di accogliere, condividere e convivere in pace: la fraternità, l’accoglienza, l’amore incondizionato e senza misura

Si è chiuso con un nuovo appello a una pace duratura in Etiopia e nella martoriata Ucraina il viaggio apostolico di Papa Francesco in Bahrein. Un viaggio breve ma intenso, in cui il Papa, tenendo ben presente la realtà del luogo visitato, ha voluto ricordare le linee guida per costruire una società capace di accogliere, condividere e convivere in pace: la fraternità, l’accoglienza, l’amore incondizionato e senza misura. Questa mattina, dopo aver celebrato la Santa Messa in privato, il Santo Padre si è congedato dalla Residenza papale per trasferirsi alla Chiesa del Sacro Cuore a Manama, la prima chiesa cattolica, sorta nel 1940, in Bahrein. Ad attenderlo i vescovi locali, 60 sacerdoti e oltre 1300 tra catechisti e operatori pastorali tutti appartenenti al Vicariato Apostolico dell’Arabia del Nord, dove, lavorano circa 2 milioni di cattolici presenti in Bahrein, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita. Con loro, il Papa ha celebrato l’ultimo appuntamento di questo importante viaggio: un incontro di preghiera terminato con la recita dell’Angelus. Ad accoglierlo, al suo arrivo, tre bambini accompagnati da una religiosa, mons. Paul Hinder, amministratore apostolico del Vicariato dell’Arabia del Nord e il Parroco della chiesa del Sacro Cuore con tanto di croce e l’acqua benedetta poi utilizzata dal Santo Padre per aspergere l’assemblea. A precedere le parole del Papa, la testimonianza di Chris Noronha, operatrice pastorale, impegnata nell’accoglienza dei migranti (e le loro famiglie) alla ricerca di un lavoro, e della religiosa Suor Rose Celine testimone dell’impegno missionario, suo e della sua comunità, all’interno delle carceri con le detenute. Il Pontefice, commentando un brano del Vangelo di Giovanni, ha anzitutto esortato i presenti a far crescere e sgorgare nel cuore i doni dello Spirito Santo, facendo riferimento all’acqua viva che sgorga dal Cristo e dai credenti. “Le parole di Gesù – ha esordito il Papa – mi hanno fatto pensare proprio a questa terra: è vero, c’è tanto deserto, ma ci sono anche sorgenti di acqua dolce che scorrono silenziosamente nel sottosuolo, irrigandolo. È una bella immagine di quello che siete voi e soprattutto di ciò che la fede opera nella vita: in superficie emerge la nostra umanità, inaridita da tante fragilità, ma nel sottofondo dell’anima, nell’intimo del cuore, scorre calma e silenziosa l’acqua dolce dello Spirito, che irriga i nostri deserti, disseta la nostra sete di felicità. È di questa acqua viva che parla Gesù, è questa la sorgente di vita nuova che ci promette: il dono dello Spirito Santo, la presenza tenera, amorevole e rigenerante di Dio in noi”. Ricordando quindi il luogo in cui Gesù pronunciava quelle parole, il Tempio, il Papa ha ricordato che Gerusalemme è il luogo sacro dove Gesù morirà sulla croce. Ed è proprio dalla croce, dal cuore trafitto di Cristo che “uscirà l’acqua della vita nuova, l’acqua vivificante dello Spirito Santo, destinata a rigenerare tutta l’umanità liberandola dal peccato e dalla morte”. Perché “ricordiamoci sempre questo: la Chiesa – ha sottolineato – nasce lì, nasce dal costato aperto di Cristo, da un bagno di rigenerazione nello Spirito Santo che ci consegna e ci chiede di accogliere e di vivere: la gioia, l’unità, la profezia”.

“Lo Spirito – ha ribadito – è anzitutto sorgente di gioia. È l’acqua dolce che il Signore vuole far scorrere nei deserti della nostra umanità, è la certezza di non essere mai soli nel cammino della vita. Lo Spirito è infatti Colui che non ci lascia soli, è il Consolatore; ci conforta con la sua presenza discreta e benefica, ci accompagna con amore, ci sostiene nelle lotte e nelle difficoltà, incoraggia i nostri sogni più belli e i nostri desideri più grandi, aprendoci allo stupore e alla bellezza della vita”. Poi un’esortazione rivolta a chi ha scelto la via della consacrazione. “A voi, che avete scoperto questa gioia e la vivete in comunità, vorrei dire: conservatela, anzi, moltiplicatela”. E per moltiplicarla, il Papa indica una sola via: donare! “Sì, è così: la gioia cristiana è contagiosa, perché il Vangelo fa uscire da sé stessi per comunicare la bellezza dell’amore di Dio. È essenziale che nelle comunità cristiane la gioia non venga meno, che sia condivisa. Al contrario, se ci limitiamo a ripetere gesti per abitudine, senza entusiasmo e creatività. perderemo la fede e diventeremo una comunità noiosa, ed è brutto! La gioia cristiana non si può tenere per sé, no: la gioia cristiana non si può tenere per sé e quando la mettiamo in circolo, si moltiplica”.

Il Papa ha quindi ricordato che “lo Spirito Santo è sorgente di unità” e che la vita nello Spirito non può concedere spazio per l’egoismo e le opere della carne, e cioè alle divisioni, alle liti, alle maldicenze e alle chiacchiere. “State attenti al chiacchiericcio – ha ricordato ancora una volta – perché le chiacchiere distruggono una comunità. Per questo, quando lo Spirito del Risorto discende sui discepoli, diventa sorgente di unità, e sorgente di fratellanza contro ogni egoismo”. Francesco è tornato quindi sul perno della fraternità perché “ci rende credibili agli occhi del mondo”. E praticarla fa e farà la differenza “nelle comunità, nelle case religiose, nelle famiglie e nella società multireligiosa e multiculturale in cui viviamo: sempre a favore del dialogo, tessitori di comunione con i fratelli di altri credo e confessioni”.

Infine “lo Spirito come sorgente di profezia” perché “la storia della salvezza – ha continuato il Papa – è costellata da numerosi profeti che Dio chiama, consacra e manda in mezzo al popolo perché parlino a suo nome”. Una storia giunta fino a noi che racconta la vocazione profetica che appartiene ogni cristiano perché “tutti i battezzati hanno ricevuto lo Spirito e tutti sono profeti. E in quanto tali non possiamo far finta di non vedere le opere del male, restare nel “quieto vivere” per non sporcarci le mani. Un cristiano prima o poi deve sporcarsi le mani per vivere la sua vita cristiana e dare testimonianza. Al contrario, abbiamo ricevuto uno Spirito di profezia per portare alla luce, con la nostra testimonianza di vita, il Vangelo”. Solo attraverso la grazia e l’intervento dello Spirito, spiega il Papa, possiamo essere capaci di incarnare e vivere le beatitudini evangeliche, magna carta del cristiano, e di viverle nel quotidiano edificando “quel Regno di Dio nel quale l’amore, la giustizia e la pace si oppongono a ogni forma di egoismo, di violenza e di degrado”. Alla fine un ultimo ringraziamento, alla terra che lo ha accolto e tutti quelli che “hanno lavorato per questo viaggio, a Sua Maestà il Re e alle Autorità di questo Paese, per la squisita ospitalità”. Sir 6

 

 

 

 

La morte non è la logica conclusione dell’esistenza. XXXII Domenica del Tempo Ordinario

 

Nel brano del Vangelo di questa domenica facciamo la conoscenza con i Sadducei. Costoro costituivano l’aristocrazia del popolo ebraico e sostenevano che non c’è resurrezione. I sadducei potrebbero essere equiparati ai materialisti di oggi, a coloro cioè che ritengono credibile solo quello di cui si ha esperienza sensibile. Per loro tutta la vita si gioca qui e ora.

I sadducei, dunque, con un esempio concreto, ritengono di mostrare ai credenti nella resurrezione che essa è ridicola ed assurda, frutto della superstizione popolare. La risposta di Gesù offre una prospettiva seria ed alta della vera vita dopo la morte. Dice Cristo: “Quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione non prendono né moglie né marito. Infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poichè sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”.

Il Signore, innanzitutto, afferma con forza che il mondo nel quale noi viviamo non è l’unico. La morte non è la logica conclusione dell’esistenza. Esiste un altro mondo. Poi dichiara che la vita eterna non può essere concepita come una vita simile a quella terrena, quasi un prolungamento dell’esistenza presente. E ne offre le ragioni. Coloro che sono giudicati degni di entrare della vita eterna sono figli di Dio, appartengono a Lui, al cielo, all’ infinito. “Sono uguali agli angeli”, dice Cristo. Ossia vivono una vita diversa da quella attuale perchè divina ed immortale.

La fede nella risurrezione finale è tutta la vita del cristiano e si fonda sulla resurrezione di Cristo, la quale è un evento accaduto dentro la storia, ma che va al di là della storia. Tuttavia è bene ricordare che la risurrezione di Gesù sebbene vada al di là della storia, ha lasciato una impronta ben marcata in essa. E’ attestata da testimoni che hanno visto Cristo risorto, vivo: Maria Maddalena, gli apostoli, le donne, i discepoli di Emmaus, più di 500 persone, Paolo di Tarso. Da loro il Signore, dopo la sua morte, si è fatto toccare, con loro ha parlato, ha mangiato, li ha ascoltati. Così li ha persuasi che Egli è vivo e con il suo corpo trasfigurato vive definitivamente nel mondo di Dio.

Il Signore in cui crediamo è il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei vivi, che non abbandona chi crede in Lui in potere della morte. La potenza di Dio che all’inizio operò la creazione dell’uomo dal nulla, alla fine opererà pure la sua risurrezione da morte; la quale è opera non della natura, ma della onnipotenza divina. “Tutto è possibile a Dio”.

Possiamo, dunque, affermare che il cristianesimo annuncia la morte della morte e la potenza e la certezza della risurrezione. La cultura di oggi, invece, si ostina a rifiutare tutto ciò che supera la nostra dimensione temporale- spaziale, ma in questo modo condanna l’uomo a subire la più pesante delle amputazioni. Infatti, senza Dio l’uomo non conosce se stesso, ignora la sua vera dignità e la sua vera grandezza perchè rimane ancorato alla terra e viene derubato della speranza.  Mons. Francesco Cavina, Vescovo emerito di Carpi, Aci 6

 

 

 

Papa in Bahrein: ai giovani, “l’amore non è una telenovela. Non siate ‘turisti della vita’”

 

“L’amore non è una telenovela o un film romantico: amare è avere a cuore l’altro, prendersi cura dell’altro, offrire il proprio tempo e i propri doni a chi ne ha bisogno, rischiare per fare della vita un dono che genera ulteriore vita”. Lo ha detto oggi pomeriggio Papa Francesco durante il suo incontro con 800 giovani nella Scuola del Sacro Cuore nel suo viaggio apostolico in Bahrein. “Amici – così si è rivolto ai giovani – non dimenticatevi mai una cosa: siete tutti – nessuno escluso – un tesoro, un tesoro unico e prezioso. Dunque, non tenete la vita in cassaforte, pensando che sia meglio risparmiarsi e che il momento di spenderla non sia ancora venuto! Molti di voi sono qui di passaggio, per motivi lavorativi e spesso per un tempo determinato. Se però viviamo con la mentalità del turista, non cogliamo il momento presente e rischiamo di buttare via pezzi interi di vita! Che bello, invece, lasciare adesso una traccia buona nel cammino, prendendosi cura della comunità, dei compagni di classe, dei colleghi di lavoro, del creato… Ci fa bene chiedercelo: io, che traccia sto lasciando ora, qui dove vivo, nel luogo dove la Provvidenza mi ha messo?”. Il primo invito del Papa ai giovani è stato dunque quello di “abbracciare la cultura della cura”, ossia “sviluppare un atteggiamento interiore di empatia, uno sguardo attento che ci porta fuori da noi stessi, una presenza gentile che vince l’indifferenza e ci spinge a interessarci degli altri”. “Questa è la svolta, l’inizio della novità, l’antidoto contro un mondo chiuso che, impregnato di individualismo, divora i suoi figli; contro un mondo imprigionato dalla tristezza, che genera indifferenza e solitudine”. “Mi permetto di dirvi – ha aggiunto a braccio – quanto male fa lo spirito di tristezza”. “Perché – ha proseguito – se non impariamo a prenderci cura di ciò che ci sta attorno – degli altri, della città, della società, del creato – finiamo per trascorrere la vita come chi corre, si affanna, fa tante cose, ma, alla fine, rimane triste e solo perché non ha mai gustato fino in fondo la gioia dell’amicizia e della gratuità. E non ha dato al mondo quel tocco unico di bellezza che solo lui, o lei, e nessun altro poteva dare”. Papa Francesco ha invitato i giovani ad avere cura anche della “vostra anima, il vostro cuore”, ascoltando Dio “in silenzio”, ritagliando “spazi per stare a contatto con la vostra interiorità, per sentire il dono che siete, per accogliere la vostra esistenza e non farvela sfuggire di mano. Non vi accada di essere ‘turisti della vita’, che la guardano solo all’esterno, superficialmente. E nel silenzio, seguendo il ritmo del vostro cuore, parlate a Dio”.

“Siate campioni di fraternità! Questa è la sfida di oggi per vincere domani, la sfida delle nostre società, sempre più globalizzate e multiculturali”. Questo è il secondo invito (il primo era “la cultura della cura”) che Papa Francesco ha rivolto oggi ai giovani. “Tutti gli strumenti e la tecnologia che la modernità ci offre non bastano a rendere il mondo pacifico e fraterno – ha osservato il Papa -. I venti di guerra, infatti, non si placano con il progresso tecnico. Constatiamo con tristezza che in molte regioni le tensioni e le minacce aumentano, e a volte divampano nei conflitti. Ma ciò spesso accade perché non si lavora sul cuore, perché si lasciano dilatare le distanze nei riguardi degli altri, e così le differenze etniche, culturali, religiose e di altro genere diventano problemi e paure che isolano anziché opportunità per crescere insieme. E quando sembrano più forti della fraternità che ci lega, si rischia lo scontro”. “Vivere da fratelli e sorelle è la vocazione universale affidata a ogni creatura – ha sottolineato -. Voi giovani – soprattutto voi –, davanti alla tendenza dominante di restare indifferenti e mostrarsi insofferenti agli altri, addirittura di avallare guerre e conflitti, siete chiamati a ‘reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole’ (Fratelli tutti, 6). Le parole non bastano: c’è bisogno di gesti concreti portati avanti nel quotidiano”. Il Papa ha invitato gli studenti a porsi alcune domande: “Io sono aperto agli altri? Sono amico di qualche persona che non rientra nel mio giro di interessi, che ha credo e usanze diversi da me? Cerco l’incontro o resto sulle mie?”.  Ai giovani ha quindi chiesto di essere “seminatori di fraternità” per diventare “raccoglitori di futuro, perché il mondo avrà futuro solo nella fraternità!”. Papa Francesco si è detto anche contento di “aver visto nel Regno del Bahrein un luogo di incontro e di dialogo tra culture e credo diversi”. La Scuola del Sacro Cuore ne è un esempio: “Nella pasta del mondo, siete voi il lievito buono destinato a crescere, a superare tante barriere sociali e culturali e a promuovere germogli di fraternità e di novità. Siete voi giovani che, come inquieti viaggiatori aperti all’inedito, non temete di confrontarvi, di dialogare, di ‘fare rumore’ e di mescolarvi con gli altri, diventando la base di una società amica e solidale. Questo è fondamentale nei contesti complessi e plurali in cui viviamo: far cadere certi steccati per inaugurare un mondo più a misura d’uomo, più fraterno, anche se ciò significa affrontare numerose sfide”.

“Fare delle scelte nella vita” perché “non esiste una vita senza sfide da affrontare. E sempre, di fronte a una sfida, come davanti a un bivio, bisogna scegliere, mettersi in gioco, rischiare, decidere”. Questo è il terzo invito (oltre a promuovere la cultura della cura e seminare fraternità) che Papa Francesco ha rivolto ai giovani ad Awali, in Bahrein, incontrati durante il suo viaggio apostolico. Per “allenare la capacità di scegliere, la creatività, il coraggio, la tenacia”, secondo il Papa, bisogna “crescere nell’arte di orientarsi nelle scelte, di prendere le giuste direzioni. Fare delle scelte giuste”. Il suo consiglio è: “Andare avanti senza paura, e mai da soli! Dio non vi lascia soli ma, per darvi una mano, attende che gliela chiediate. Egli ci accompagna e ci guida. Non con prodigi e miracoli, ma parlando delicatamente attraverso i nostri pensieri e i nostri sentimenti, i nostri professori, i nostri amici, i genitori, tutta la gente che vuole aiutarci”. Si impara a distinguere “la voce di Dio che ci parla” attraverso “la preghiera silenziosa, il dialogo intimo con Lui, custodendo nel cuore quello che ci fa bene e ci dà pace. La pace è un segnale della presenza di Dio. Questa luce di Dio illumina il labirinto di pensieri, emozioni e sentimenti in cui spesso ci muoviamo”. “Il Signore – ha detto – desidera rischiarare la vostra intelligenza, i vostri pensieri più intimi, le aspirazioni che portate nel cuore, i giudizi che maturano dentro di voi. Vuole aiutarvi a distinguere ciò che è essenziale da ciò che è superfluo, ciò che è buono da ciò che fa male a voi e ad altri, ciò che è giusto da ciò che genera ingiustizia e disordine. A Dio nulla è estraneo di quanto accade in noi, ma spesso siamo noi a estraniarci da Lui, a non affidargli le persone e le situazioni, a chiuderci nel timore e nella vergogna. No, nutriamo nella preghiera la certezza consolante che il Signore veglia su di noi, che non prende sonno ma ci guarda e ci custodisce sempre”. Infine, un ultimo consiglio: “Cercate sempre, prima dei suggerimenti in internet, dei buoni consiglieri nella vita, persone sagge e affidabili che possano orientarvi, aiutarvi. Penso ai genitori e agli insegnanti, ma anche agli anziani, ai nonni, e a un bravo accompagnatore spirituale. Ognuno di noi ha bisogno di essere accompagnato nella strada della vita! Ripeto: mai soli, abbiamo bisogno di essere accompagnati nella strada della vita”. “Da Papa voglio dirvi – ha concluso -: la Chiesa è con voi e ha tanto bisogno di voi, di ciascuno di voi, per ringiovanire, esplorare nuovi sentieri, sperimentare nuovi linguaggi, diventare più gioiosa e ospitale. Non perdete mai il coraggio di sognare e di vivere in grande, alla grande! Fate vostra la cultura della cura e diffondetela; diventate campioni di fraternità; affrontate le sfide della vita lasciandovi orientare dalla creatività fedele di Dio e da buoni consiglieri”.

Durante l’incontro di Papa Francesco con i giovani oggi in Bahrein sei studenti di diverse nazionalità hanno invocato la pace in diverse lingue: arabo, inglese, hindi, singalese, francese, filippino, pregando per “la concordia e l’armonia nel mondo” e per smuovere “i cuori dei nostri leader del mondo”. Gli studenti hanno rivolto preghiere per i giovani del Bahrein, per gli educatori, i genitori e gli anziani, per gli artisti e chi lavora nell’ambito della cultura, per tutti coloro che “usano internet e i social media”. “Proteggili da tutti i pericoli in agguato nel mondo di oggi – ha detto una ragazza dello Sri Lanka -. Preghiamo anche per chi è dipendente dalle droghe e soffre a causa dello sfruttamento”. Al termine, dopo la lettura dei messaggi per la pace, la recita del Padre Nostro, la benedizione e il canto finale, il Papa ha firmato il Libro d’Onore. Dopo essersi congedato rientrerà in auto alla Residenza papale. Patrizia Caiffa, sir 5

 

 

 

 

Diocesi italiane: giovani e sinodo al centro del nuovo anno pastorale

 

Le lettere dei vescovi indicano il cammino per i fedeli - Di Cesare Bolla

 

ROMA. Ci avviamo all’inizio del nuovo anno pastorale e le comunità diocesane stanno ricevendo indicazioni dai propri vescovi. Oltre al cammino sinodale avviato alcuni presuli hanno inviato ai propri fedeli una lettera pastorale. 

“Coraggio! Alzati, ti chiama (Mc 10,49). La vita cristiana come sequela di Gesù”, è il titolo dato dal vescovo di Lucera-Troia, Giuseppe Giuliano, che ha consegnato il documento alla comunità diocesana lo scorso 1 novembre per indicare “l’orizzonte comune di impegno e di riflessione” da tradurre poi, nelle singole comunità parrocchiali, in un programma pastorale. Il presule propone la visione della vita cristiana a partire dalla sequela del Messia. “Essa – scrive  – è indirizzata alla diocesi di Lucera-Troia, incamminata con le Chiese italiane e con la Chiesa universale nel Sinodo a cui Papa Francesco chiama tutte le comunità cristiane del mondo”.

Ai giovani si rivolge particolarmente il vescovo di Acqui, Luigi Testore. “I giovani avranno visioni”, il tema della lettera: “non vorrei aggiungere nuove riflessioni al cammino sinodale, che è già in corso, e che ha, magari marginalmente, coinvolto alcuni di voi. Vi chiederei piuttosto di rileggere la Lettera dell’anno scorso, che mi sembra offrisse qualche spunto utile”. La Lettera dello scorso anno era incentrata sul tema “Immaginare la Chiesa di domani”. La spiegazione del titolo è in queste parole che si leggono nella lettera: “Ho anche osservato che effettivamente noi vecchi possiamo avere ormai solo dei sogni, perché siamo al termine del nostro percorso di vita. Possiamo sognare un mondo migliore in cui si superino i difetti della nostra società contemporanea, le grandi ingiustizie e diseguaglianze internazionali che hanno segnato in particolare l’ultimo secolo. Sognare un mondo in cui si possa finalmente eliminare la guerra come strumento per dirimere le questioni. Sognare un mondo più fraterno e solidale. Ma soprattutto sognare una Chiesa più evangelica, più capace di accogliere le istanze e i problemi del tempo, capace di annunciare il Vangelo con libertà, capace di essere sale e luce anche per la gente di oggi”. Ma, come dice il Profeta – sottolinea il vescovo – “se i vecchi possono sognare, i giovani avranno visioni. I giovani, infatti, devono avere una visione di come vorrebbero costruire il mondo e di come vorrebbero edificare la Chiesa”. Tocca a loro “inventare questi cammini, scoprire il loro modo di essere Chiesa oggi, come applicare la novità del Vangelo al nostro tempo, come sentirsi protagonisti in una comunità che ha inevitabilmente bisogno di grande rinnovamento e che deve progettare il proprio futuro”.

“Un cuor solo e un’anima sola” è il titolo della lettera del vescovo Giacomo Morandi alla diocesi di Reggio Emilia-Guastalla. È la prima lettera del presule e nella quale “vorrei rivolgermi a voi – scrive - per condividere alcune mie riflessioni maturate negli incontri di questi mesi. Non vuole essere una lettera pastorale, quanto piuttosto un’indicazione di alcuni spunti spirituali per il cammino di quest’anno”. “In più occasioni – scrive – ho detto che non possiamo permetterci il lusso dell’avvilimento o dello sconforto, perché sarebbe un atteggiamento di ingiustizia – oserei dire grave – nei confronti del Signore e di tanti fratelli e sorelle di questa Chiesa che hanno speso la loro vita per rendere visibile e tangibile l’amore di Dio!”. Morandi lo scrive mentre la diocesi ha completato i volumi sulla propria storia, l’ultimo dedicato proprio alla storia recente “di cui molti di voi – con ogni probabilità – sono stati anche testimoni oculari e forse protagonisti”. Sono pagine – aggiunge – “intrise di operosità e di iniziative, anche innovative, sia in ambito ecclesiale, sociale e caritativo. Conoscere questa storia, amare questi volti di fratelli e sorelle – vescovi, presbiteri, diaconi, religiosi/e, laici e laiche – è un primo efficace antidoto contro lo scoraggiamento, ma anche un monito a non disperdere questa preziosa eredità”. 

“L’albero dello spirito…non foglie ma frutto” è il titolo dato dal vescovo di Caltanissetta, Mario Russotto, che invita ad “investire di più nel creare occasioni di incontro innanzitutto tra i presbiteri disseminati su un territorio vasto e a volte così disomogeneo che si estende dalla pianura fino alla montagna”. “Abbiamo – aggiunge – di condividere la nostra vita e missione, di trovarci a pregare insieme, meditando e pregando la Parola di Dio che, prima di essere annunciata alle nostre comunità, deve trovarci discepoli pronti ad ascoltare! Non diventiamo dei professionisti della conversione altrui!”. Il vescovo è convinto che “il cambiamento di noi stessi” è la “via per un’autentica riforma della Chiesa e della vita delle nostre comunità! Il rischio, infatti, è che ciò che proponiamo sia ancora il frutto di quell’uomo vecchio i cui residui continuano a influenzare il nostro modo di pensare ed agire!”. 

“Chi ha orecchi, ascolti quello che lo Spirito dice alle Chiese” (Ap 2,7ss)” è il titolo del vescovo di Senigallia, Franco Manenti, dato alla lettera pastorale in preparazione alla Visita pastorale che è iniziata da poche settimane. Il vescovo invita la Chiesa di Senigallia ad accogliere l’invito che Gesù risorto le rivolge ad ascoltare quello che lo Spirito Santo vuole comunicarle in questo momento del suo cammino. Questo per percorrere il cammino sinodale sollecitato da papa Francesco, dove insieme ci si mette in ascolto dello Spirito Santo, per essere in grado di ascoltarsi reciprocamente e di ascoltare le persone che la vita fa incontrare.

A Fidenza il vescovo Ovidio Vezzoli ha presentato la lettera dal titolo “Chiesa in preghiera. ‘Signore, insegnaci a pregare’” (Lc 11,1), nella quale sottolinea che l’umanità oggi esprime “tutta la sua fatica del vivere, ma al contempo non rinuncia, per quanto appesantita dal limite e dalla complessità degli eventi che la interpellano, alla ricerca della verità e del senso dell’esistenza. In questa prospettiva, la nostra è una umanità che non ha smarrito il senso del primato dello spirituale nella sua vita, anche se alcune volte lo cerca per vie tortuose, imboccando forme di sincretismo religioso che tutto appiattisce e generalizza o facendosi discepola di personalità più preoccupate di ostentare se stessi che di prendersi cura per la crescita dell’altro nella libertà”.

A Milano, invece, la diocesi si prepara a diffondere la lettera dell’arcivescovo, Mario Delpini dal titolo “Per Natale il sorriso di Dio”. “La benedizione di Dio che invochiamo per ogni famiglia, per ogni persona, per ogni casa e anche per chi non ha casa si può pensare così: è il sorriso di Dio che prova simpatia per ciascuno di noi, per ogni storia. Non ci sono risposte a tutte le domande, non ci sono medicine per tutte le ferite, non c’è neppure tempo per esercizi di discernimento. Ma c’è il tempo per un sorriso”, scrivo il presule nela lettera che sarà distribuita anche nelle case durante le benedizioni. Delpini vuole portare il sorriso di chi visita le famiglie per gli auguri di Natale, portando la benedizione. Aci 5

 

 

 

 

Lettera a chi manifesta per la pace. Liberi insieme dalla guerra

 

Sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del “tu”. Le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole

Cara amica e caro amico,

sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del “tu”. Le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole tra le persone, come accadde ai fratelli di Giuseppe che provavano invidia verso uno di loro, Giuseppe, invece di gustare la gioia di averlo come fratello. Così Caino vide nel fratello Abele solo un nemico.

Ti do del “tu” perché da fratelli siamo spaventati da un mondo sempre più violento e guerriero. Per questo non possiamo rimanere fermi. Alcuni diranno che manifestare è inutile, che ci sono problemi più grandi e spiegheranno che c’è sempre qualcosa di più decisivo da fare. Desidero dirti, chiunque tu sia – perché la pace è di tutti e ha bisogno di tutti – che invece è importante che tutti vedano quanto è grande la nostra voglia di pace. Poi ognuno farà i conti con se stesso. Noi non vogliamo la violenza e la guerra. E ricorda che manifesti anche per i tanti che non possono farlo. Pensa: ancora nel mondo ci sono posti in cui parlare di pace è reato e se si manifesta si viene arrestati! Grida la pace anche per loro!

 

Quanti muoiono drammaticamente a causa della guerra. I morti non sono statistiche, ma persone. Non vogliamo abituarci alla guerra e a vedere immagini strazianti. E poi quanta violenza resta invisibile nelle tante guerre davvero dimenticate. Ecco, per questo chiediamo con tutta la forza di cui siamo capaci: “Aiuto! Stanno male! Stanno morendo! Facciamo qualcosa! Non c’è tempo da perdere perché il tempo significa altre morti!” Il dolore diventa un grido di pace.

 

La pace mette in movimento. È un cammino. «E, per giunta, cammino in salita», sottolineava don Tonino Bello, che aggiungeva: «Occorre una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno.

 

Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo». Le strade della pace esistono davvero, perché il mondo non può vivere senza pace. Adesso sono nascoste, ma ci sono. Non aspettiamo una tragedia peggiore. Cerchiamo di percorrerle noi per primi, perché altri abbiamo il coraggio di farlo. Facciamo capire da che parte vogliamo stare e dove bisogna andare. E questo è importante perché nessuno dica che lo sapevamo, ma non abbiamo detto o fatto niente.

 

Non sei un ingenuo. Non è realista chi scrolla le spalle e dice che tanto è tutto inutile. Noi vogliamo dire che la pace è possibile, indispensabile, perché è come l’aria per respirare. E in questi mesi ne manca tanta. È proprio vero che uccidere un uomo significa uccidere un mondo intero. E allora quanti mondi dobbiamo vedere uccisi per fermarci?

«Quante volte devono volare le palle di cannone prima che siano bandite per sempre? ». «Quante orecchie deve avere un uomo prima che possa sentire la gente piangere?». «Quante morti ci vorranno finché non lo saprà che troppe persone sono morte?». «Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare?». Io, te e tanti non vogliamo lutti peggiori, forse definitivi per il mondo, prima di fermare queste guerre, quella dell’Ucraina e tutti gli altri pezzi dell’unica guerra mondiale. Le morti sono già troppe per non capire! E se continua, non sarà sempre peggio? Chi lotta per la pace è realista, anzi è il vero realista perché sa che non c’è futuro se non insieme.

È la lezione che abbiamo imparato dalla pandemia. Non vogliamo dimenticarla. L’unica strada è quella di riscoprirci “Fratelli tutti”. Fai bene a non portare nessuna bandiera, solo te stesso: la pace raccoglie e accende tutti i colori. Chiedere pace non significa dimenticare che c’è un aggressore e un aggredito e quindi riconoscere una responsabilità precisa. Papa Francesco con tanta insistenza ha chiesto di fermare la guerra.

Poco tempo fa ha detto: «Chiediamo al Presidente della Federazione Russa, di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte e chiediamo al Presidente dell’Ucraina perché sia aperto a serie proposte di pace». Chiedi quindi la pace e con essa la giustizia. L’umanità ed il pianeta devono liberarsi dalla guerra. Chiediamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite di convocare urgentemente una Conferenza Internazionale per la pace, per ristabilire il rispetto del diritto internazionale, per garantire la sicurezza reciproca e impegnare tutti gli Stati ad eliminare le armi nucleari, ridurre la spesa militare in favore di investimenti che combattano le povertà.

E chiediamo all’Italia di ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari non solo per impedire la logica del riarmo, ma perché siamo consapevoli che l’umanità può essere distrutta. Dio, il cui nome è sempre quello della pace, liberi i cuori dall’odio e ispiri scelte di pace, soprattutto in chi ha la responsabilità di quanto sta accadendo. Nulla è perduto con la pace. L’uomo di pace è sempre benedetto e diventa una benedizione per gli altri. Ti abbraccio fraternamente. Matteo Zuppi, Card. arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, Avvenire 3

 

 

 

 

Francesco, il primo Papa in Bahrein. Lancia appelli per i diritti e contro la pena di morte

 

Il Pontefice nel discorso alle autorità auspica che «non vi siano discriminazioni». Invoca lavoro per tutti. Condanna la «mostruosità della guerra», ricorda quella «dimenticata» in Yemen, mette in guardia da populismi e imperialismi nel mondo. E chiede che la Cop27 sia «un passo in avanti» per la questione ambientale – di Domenico Agasso

 

DALL’INVIATO AD AWAII. «È un viaggio interessante, ci farà pensare e dare belle notizie». Francesco lo afferma durante il volo che da Roma lo porta a essere il primo papa a mettere piede in Bahrein. Sull’aereo comunica anche che «oggi sono molto dolorante» al ginocchio. Ma quando incontra le autorità locali nulla lo ferma dal lanciare appelli forti, e particolarmente significativi per il contesto in cui si trova: per i diritti e contro la pena di morte. Il Pontefice invoca lavoro per tutti. Inoltre condanna la «mostruosità della guerra», ricorda quella «dimenticata» in Yemen, mette in guardia da populismi e imperialismi nel mondo. E chiede che la Cop27 sia «un passo in avanti» per la questione ambientale.

Al Sakhir Royal Palace di Awali, residenza del sovrano del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa, Jorge Mario Bergoglio ringrazia «di cuore Sua Maestà per il gentile invito a visitare il Regno del Bahrein, per la calorosa e generosa accoglienza e per le parole di benvenuto che mi ha rivolto». Papa Francesco desidera «indirizzare un pensiero amichevole e affettuoso a quanti abitano questo Paese: ad ogni credente, ad ogni persona e ad ogni famiglia, che la Costituzione del Bahrein definisce “pietra angolare della società”. A tutti esprimo la mia gioia per essere tra voi».

Qui, dove le acque del mare circondano le sabbie del deserto e «imponenti grattacieli affiancano i tradizionali mercati orientali, realtà lontane s’incontrano: antichità e modernità convergono, storia e progresso si fondono; soprattutto, genti di varie provenienze formano un originale mosaico di vita». Preparandosi a questa visita, il Pontefice è «venuto a conoscenza di un “emblema di vitalità” che caratterizza il Paese. Mi riferisco al cosiddetto “albero della vita” (Shajarat-al-Hayat), al quale vorrei ispirarmi per condividere alcuni pensieri». Si tratta di una «maestosa acacia, che sopravvive da secoli in un’area desertica, dove le piogge sono molto scarse. Sembra impossibile che un albero tanto longevo resista e prosperi in tali condizioni. Secondo molti, il segreto sta nelle radici, che si estendono per decine di metri sotto il suolo, attingendo a depositi sotterranei d’acqua. Le radici, dunque: il Regno del Bahrein è impegnato nella ricerca e nella valorizzazione del suo passato, il quale racconta di una terra estremamente antica, alla quale, già millenni fa, le genti accorrevano, attirate dalla sua bellezza, data in particolare dalle abbondanti sorgenti di acque dolci che le diedero la fama di essere paradisiaca: l’antico regno di Dilmun era detto “terra dei vivi”». Risalendo le «vaste radici del tempo – ben 4.500 anni di ininterrotta presenza umana – emerge come la posizione geografica, la propensione e le capacità commerciali della gente, nonché certe vicende storiche, abbiano dato al Bahrein l’opportunità di plasmarsi quale crocevia di mutuo arricchimento tra i popoli». Un aspetto, «dunque, risalta da questa terra: essa è sempre stata luogo di incontro tra popolazioni diverse. Ecco l’acqua vitale alla quale ancora oggi attingono le radici del Bahrein, la cui più grande ricchezza risplende nella sua varietà etnica e culturale, nella convivenza pacifica e nella tradizionale accoglienza della popolazione».

Una diversità «non omologante, ma includente, rappresenta il tesoro di ogni Paese veramente evoluto». E su queste isole «si ammira una società composita, multietnica e multireligiosa, capace di superare il pericolo dell’isolamento. È tanto importante nel nostro tempo, in cui il ripiegamento esclusivo su sé stessi e sui propri interessi impedisce di cogliere l’importanza irrinunciabile dell’insieme. Invece, i molti gruppi nazionali, etnici e religiosi qui coesistenti testimoniano che si può e si deve convivere nel nostro mondo, diventato da decenni un villaggio globale nel quale, data per scontata la globalizzazione, è ancora per molti versi sconosciuto “lo spirito del villaggio”: l’ospitalità, la ricerca dell’altro, la fraternità». Al contrario, «assistiamo con preoccupazione alla crescita, su larga scala, dell’indifferenza e del sospetto reciproco, al dilatarsi di rivalità e contrapposizioni che si speravano superate, a populismi, estremismi e imperialismi che mettono a repentaglio la sicurezza di tutti. Nonostante il progresso e tante conquiste civili e scientifiche, la distanza culturale tra le varie parti del mondo aumenta, e alle benefiche opportunità di incontro si antepongono scellerati atteggiamenti di scontro».

Francesco invita a pensare invece «all’albero della vita e negli aridi deserti della convivenza umana distribuiamo l’acqua della fraternità: non lasciamo evaporare la possibilità dell’incontro tra civiltà, religioni e culture, non permettiamo che secchino le radici dell’umano! Lavoriamo insieme, lavoriamo per l’insieme, per la speranza!». Il Pontefice è «qui, nella terra dell’albero della vita, come seminatore di pace, per vivere giorni di incontro, per partecipare a un Forum di dialogo tra Oriente e Occidente per la pacifica convivenza umana. Ringrazio da ora i compagni di viaggio, in modo speciale i Rappresentanti religiosi». Questi giorni segnano una tappa «preziosa nel percorso di amicizia intensificatosi negli ultimi anni con vari capi religiosi islamici: un cammino fraterno che, sotto lo sguardo del Cielo, vuole favorire la pace in Terra».

A tale proposito, il Vescovo di Roma esprime «apprezzamento per le conferenze internazionali e per le opportunità d’incontro che questo Regno organizza e favorisce, mettendo specialmente a tema il rispetto, la tolleranza e la libertà religiosa». Sono temi «essenziali, riconosciuti dalla Costituzione del Paese, la quale stabilisce che “non vi deve essere alcuna discriminazione in base al sesso, alla provenienza, alla lingua, alla religione o al credo", che “la libertà di coscienza è assoluta” e che “lo Stato tutela l’inviolabilità del culto”. Sono, soprattutto, impegni da tradurre costantemente in pratica, perché la libertà religiosa diventi piena e non si limiti alla libertà di culto; perché uguale dignità e pari opportunità siano concretamente riconosciute ad ogni gruppo e ad ogni persona; perché non vi siano discriminazioni e i diritti umani fondamentali non vengano violati, ma promossi. Penso anzitutto al diritto alla vita, alla necessità di garantirlo sempre, anche nei riguardi di chi viene punito, la cui esistenza non può essere eliminata».

Il Papa torna poi «all’albero della vita. I molti rami di diverse dimensioni che lo caratterizzano col tempo hanno dato vita a folte chiome, accrescendone l’altezza e l’ampiezza». In questo Paese «è stato proprio il contributo di tante persone di popoli differenti a consentire un notevole sviluppo produttivo. Ciò è stato reso possibile dall’immigrazione, di cui il Regno del Bahrein vanta uno dei tassi più elevati al mondo: circa la metà della popolazione residente è straniera e lavora in modo cospicuo per lo sviluppo di un Paese nel quale, pur avendo lasciato la propria patria, si sente a casa. Non si può però dimenticare che nei nostri tempi c’è ancora troppa mancanza di lavoro, e troppo lavoro disumanizzante: ciò non comporta solo gravi rischi di instabilità sociale, ma rappresenta un attentato alla dignità umana. Il lavoro, infatti, non è solo necessario per guadagnarsi da vivere, è un diritto indispensabile per sviluppare integralmente sé stessi e per plasmare una società a misura d’uomo. Da questo Paese, attraente per le opportunità lavorative che offre, vorrei richiamare l’emergenza della crisi lavorativa mondiale: spesso il lavoro, prezioso come il pane, manca; sovente, è pane avvelenato, perché schiavizza». In entrambi i casi «al centro non c’è più l’uomo, che da fine sacro e inviolabile del lavoro viene ridotto a mezzo per produrre denaro. Siano perciò ovunque garantite condizioni lavorative sicure e degne dell’uomo, che non impediscano, ma favoriscano la vita culturale e spirituale; che promuovano la coesione sociale, a vantaggio della vita comune e dello sviluppo stesso dei Paesi».

Il Bahrein «vanta preziose acquisizioni in tal senso: penso, ad esempio, alla prima scuola femminile sorta nel Golfo e all’abolizione della schiavitù. Sia faro nel promuovere in tutta l’area diritti e condizioni eque e sempre migliori per i lavoratori, le donne e i giovani, garantendo in pari tempo rispetto e attenzione per quanti si sentono più ai margini della società, come gli emigrati e i detenuti: lo sviluppo vero, umano, integrale si misura soprattutto dall’attenzione nei loro riguardi. L’albero della vita, che si erge solitario nel paesaggio desertico, mi richiama ancora due ambiti decisivi per tutti e che interpellano anzitutto chi, governando, detiene la responsabilità di servire il bene comune».

In primo luogo la questione ambientale: «Quanti alberi vengono abbattuti, quanti ecosistemi devastati, quanti mari inquinati dall’insaziabile avidità dell’uomo, che poi gli si ritorce contro! Non stanchiamoci di adoperarci per questa drammatica urgenza, ponendo in essere scelte concrete e lungimiranti, intraprese pensando alle giovani generazioni, prima che sia troppo tardi e si comprometta il loro futuro! La Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP27), che avrà luogo in Egitto tra pochi giorni, sia un passo in avanti in tal senso!».

In secondo «luogo, l’albero della vita, con le sue radici che dal sottosuolo comunicano l’acqua vitale al tronco, e da questo ai rami e quindi alle foglie, che donano ossigeno alle creature, mi fa pensare alla vocazione dell’uomo, di ogni uomo che sta sulla terra: far prosperare la vita. Ma oggi assistiamo, ogni giorno di più, ad azioni e minacce di morte. Penso, in particolare, alla realtà mostruosa e insensata della guerra, che ovunque semina distruzione e sradica speranza. Nella guerra emerge il lato peggiore dell’uomo: egoismo, violenza e menzogna. Sì, perché la guerra, ogni guerra, rappresenta anche la morte della verità. Rifiutiamo la logica delle armi e invertiamo la rotta - è il monito papale - tramutando le ingenti spese militari in investimenti per combattere la fame, la mancanza di cure sanitarie e di istruzione. Ho nel cuore il dolore per tante situazioni di conflitto». Guardando alla «Penisola arabica, i cui Paesi desidero salutare con cordialità e rispetto, rivolgo un pensiero speciale e accorato allo Yemen, martoriato da una guerra dimenticata che, come ogni guerra, non porta a nessuna vittoria, ma solo a cocenti sconfitte per tutti. Porto nella preghiera soprattutto i civili, i bambini, gli anziani, i malati e imploro: tacciano le armi, impegniamoci ovunque e davvero per la pace!».

La Dichiarazione del Regno del Bahrein riconosce, «a tale proposito, che la fede religiosa è "una benedizione per tutto il genere umano”, il fondamento “per la pace nel mondo”. Sono qui da credente, da cristiano, da uomo e pellegrino di pace, perché oggi come mai siamo chiamati, dappertutto, a impegnarci seriamente per la pace. Maestà, Altezze Reali, Autorità, Amici, faccio dunque mio e condivido con voi, quale auspicio per questi desiderati giorni di visita nel Regno del Bahrein, un bel passaggio della stessa Dichiarazione: “Ci impegniamo a lavorare per un mondo dove le persone dal credo sincero si uniscono tra di loro per ripudiare ciò che ci divide ed avvicinare invece ciò che ci unisce”. Sia così, con la benedizione dell’Altissimo! Shukran! (grazie!, ndr). LS 3

 

 

 

 

Papa in Bahrein: “Tacciano le armi, guerra realtà mostruosa e insensata”

 

Nel suo primo discorso in Bahrein, il Papa chiede pace e rispetto per i diritti umani essenziali, a cominciare dalla libertà religiosa e dal diritto al lavoro. No a "populismi, estremismi e imperialismi che mettono a repentaglio la sicurezza di tutti", sì a dialogo e convivenza pacifica. Cop 27 sia "un passo in avanti" – di M. Michela Nicolais

 

Papa Francesco, il primo pontefice a visitare il Bahrein e a recarsi per la seconda volta, in tre anni, nella penisola arabica, nel suo primo discorso nel Regno-arcipelago tra la penisola del Qatar e le coste dell’Arabia Saudita parla al Paese per implorare pace e fraternità nel mondo, insanguinato da una guerra “mostruosa e insensata”. “Un crocevia di mutuo arricchimento tra i popoli”, la fotografia scattata ad Awali rivolgendosi alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico. Al centro dell’obiettivo, l’emblema del piccolo Regno, dove i cristiani sono 80mila su 1.200.000 abitanti: l’albero della vita, una maestosa acacia che da 4.500 anni – l’età del Regno, ininterrottamente abitato da allora – sopravvive in un’area desertica, dove le piogge sono molto scarse. L’acacia millenaria, simbolo di radici resilienti e di “una diversità non omologante, ma includente”, che “rappresenta il tesoro di ogni Paese veramente evoluto”.

Dall’oasi del Bahrein al deserto del resto del mondo, dove – l’analisi del Papa – “assistiamo con preoccupazione alla crescita, su larga scala, dell’indifferenza e del sospetto reciproco, al dilatarsi di rivalità e contrapposizioni che si speravano superate, a populismi, estremismi e imperialismi che mettono a repentaglio la sicurezza di tutti”.

“Nonostante il progresso e tante conquiste civili e scientifiche, la distanza culturale tra le varie parti del mondo aumenta, e alle benefiche opportunità di incontro si antepongono scellerati atteggiamenti di scontro”, stigmatizza Francesco. “Pensiamo invece all’albero della vita e negli aridi deserti della convivenza umana distribuiamo l’acqua della fraternità”, l’invito controcorrente del Papa: ”non lasciamo evaporare la possibilità dell’incontro tra civiltà, religioni e culture, non permettiamo che secchino le radici dell’umano! Lavoriamo insieme, lavoriamo per l’insieme, per la speranza!”.

“Sono qui, nella terra dell’albero della vita, come seminatore di pace, per vivere giorni di incontro, per partecipare a un Forum di dialogo tra Oriente e Occidente per la pacifica convivenza umana”, ricorda Francesco a proposito del suo “cammino fraterno” di cui il Bahrein rappresenta una tappa importante, mettendo a tema il rispetto, la tolleranza e la libertà religiosa. Temi essenziali, riconosciuti dalla Costituzione del Paese. Tutti impegni, dice il Papa indugiando sul tema dei diritti umani, “da tradurre costantemente in pratica, perché la libertà religiosa diventi piena e non si limiti alla libertà di culto; perché uguale dignità e pari opportunità siano concretamente riconosciute ad ogni gruppo e ad ogni persona; perché non vi siano discriminazioni e i diritti umani fondamentali non vengano violati, ma promossi”.

“Penso anzitutto al diritto alla vita, alla necessità di garantirlo sempre, anche nei riguardi di chi viene punito, la cui esistenza non può essere eliminata”, il primo imperativo.

Dopo l’apprezzamento per il contributo che gli immigrati offrono in un Paese che vanta uno dei tassi più elevati al mondo, con metà della popolazione residente straniera, in particolare filippina e indiana, il diritto essenziale da tutelare è quello al lavoro: “Non si può però dimenticare che nei nostri tempi c’è ancora troppa mancanza di lavoro, e troppo lavoro disumanizzante”, tuona Francesco: “ciò non comporta solo gravi rischi di instabilità sociale, ma rappresenta un attentato alla dignità umana”.

“Da questo Paese, attraente per le opportunità lavorative che offre, vorrei richiamare l’emergenza della crisi lavorativa mondiale”, l’appello del Papa: “spesso il lavoro, prezioso come il pane, manca; sovente, è pane avvelenato, perché schiavizza. In entrambi i casi al centro non c’è più l’uomo, che da fine sacro e inviolabile del lavoro viene ridotto a mezzo per produrre denaro. Siano perciò ovunque garantite condizioni lavorative sicure e degne dell’uomo, che non impediscano, ma favoriscano la vita culturale e spirituale; che promuovano la coesione sociale, a vantaggio della vita comune e dello sviluppo stesso dei Paesi”.

La Cop27, in programma in Egitto tra pochi giorni, sia “un passo in avanti” sulla questione ambientale, raccomanda Bergoglio a chi “detiene la responsabilità di servire il bene comune”. La vocazione “di ogni uomo che sta sulla terra” è “far prosperare la vita”, spiega Francesco: “Ma oggi assistiamo, ogni giorno di più, ad azioni e minacce di morte”. “Penso, in particolare, alla realtà mostruosa e insensata della guerra, che ovunque semina distruzione e sradica speranza”, il riferimento all’attualità: “Nella guerra emerge il lato peggiore dell’uomo: egoismo, violenza e menzogna. Sì, perché la guerra, ogni guerra, rappresenta anche la morte della verità”.

“Rifiutiamo la logica delle armi e invertiamo la rotta, tramutando le ingenti spese militari in investimenti per combattere la fame, la mancanza di cure sanitarie e di istruzione”, l’invito del Papa, che cita lo Yemen, “martoriato da una guerra dimenticata che, come ogni guerra, non porta a nessuna vittoria”. “Tacciano le armi”, ripete per tre volte: “impegniamoci ovunque e davvero per la pace!”. “Sono qui da credente, da cristiano, da uomo e pellegrino di pace, perché oggi come mai siamo chiamati, dappertutto, a impegnarci seriamente per la pace”, conclude Francesco citando la Dichiarazione del Regno del Bahrein e condividendone con i presenti, come auspicio, un passaggio: “Ci impegniamo a lavorare per un mondo dove le persone dal credo sincero si uniscono tra di loro per ripudiare ciò che ci divide ed avvicinare invece ciò che ci unisce”. Sir 3

 

 

 

 

Vangelo Migrante: XXXII Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo (Lc 20,27-38)

 

Dopo i farisei e gli scribi anche i sadducei sono avversari di Gesù. Aristocratici e conservatori in campo religioso e politico, conducevano una vita agiata. Ai loro occhi la fede nella resurrezione non era normativa, anzi doveva essere fermamente rifiutata.

Presunzione e saccenteria stanno alla base della loro posizione teologica; ritengono, infatti, con una banale storiella di poter chiudere definitivamente tutti gli interrogativi relativi alla vita oltre la morte. Lo stravagante racconto secondo cui sette fratelli sposano in successione la stessa donna ha come unico obiettivo quello di screditare la fede nella risurrezione. Dal loro punto di vista, qualora si ammettesse la resurrezione, si avrebbe l’insolubile caso di una donna moglie di sette mariti. Il loro obiettivo non è certo quello di sapere chi sarà il marito di quella donna, ma quello di ridicolizzare e negare la risurrezione.

Nel racconto, se da una parte stupisce la fermezza con cui negano la resurrezione, e la conseguente vita oltre la morte, dall’altra sono inequivocabili le parole di Gesù che smascherano le ragioni di tanta ostilità.

Gesù, innanzitutto, rigetta il pregiudizio che la resurrezione sia semplicemente un rozzo prolungamento della vita terrena: “i figli di questo mondo prendono moglie e marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito”. La meta finale della speranza cristiana è la pienezza della vita dei figli di Dio: “infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio”. È proprio in forza di un’intima comunione con Dio che siamo strappati per sempre alla morte. E, quindi, si può rinunciare al matrimonio e agli affetti conseguenti per il regno di Dio, proprio perché questo mondo non è quello definitivo. Se con la morte finisse tutto sarebbe impensabile e assurdo rinunciarvi.

Né deve sfuggire che solo i giusti sono giudicati degni della risurrezione per la vita: “quelli che sono giudicati degni”. Ora, i sadducei vivevano tenacemente aggrappati al presente e alle cose che si vedono, arrendendosi ad essere per sempre sconfitti dalla morte perché non disponibili a trasformare la loro vita e a renderla buona e giusta. Esiste una scintilla del divino deposta in noi. Ognuno deve però alimentarla, vivendo una vita buona e giusta. Non serve né negare la risurrezione e neppure limitarsi ad un vago desiderio di vita oltre la morte incapace di promuovere una vita buona. Gesù non intende dare informazioni precise sull’aldilà, sulle modalità della risurrezione, ma afferma in modo perentorio la fede nel Dio vivente capace di produrre opere buone in vita e più forte della morte stessa.

Il desiderio di immortalità è ben espresso in un passaggio molto efficace tratto dai Demoni di Fedor Dostoevskij: “La mia immortalità è indispensabile perché Dio non vorrà commettere un’iniquità e spegnere del tutto il fuoco d’amore ch’egli ha acceso per lui nel mio cuore. […] Io ho cominciato ad amarlo e mi sono rallegrato del suo amore deposto in me come una scintilla divina. Come è possibile che Lui spenga me e la gioia e ci converta in zero? Se c’è Dio, anch’io sono immortale”.

Il racconto è posto quasi al termine del cammino terreno di Gesù. Quello che ci consegna è decisivo: fidarsi di Dio in modo incondizionato, compiere ogni giorno la sua volontà e produrre frutti di bene e di giustizia, sostenuti dalla speranza certa di essere in cammino verso la vita piena e definitiva: una vita che certamente non deluderà. p. Gaetano Saracino, Migr.on. 3

 

 

 

 

Papa Francesco: "Nel tribunale divino l’unico capo di merito e accusa è la misericordia"

 

Papa Francesco ha celebrato la Messa in suffragio dei Cardinali e Vescovi defunti nel corso dell'anno. Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO.  “Viviamo nell’attesa di ricevere beni così grandi e belli che nemmeno riusciamo a immaginarli, perché, come ci ha ricordato l’Apostolo Paolo, siamo eredi di Dio, coeredi di Cristo. Alimentiamo l’attesa del Cielo, esercitiamoci nel desiderio del paradiso”. Lo ha detto il Papa, questa mattina, nell’omelia della Messa celebrata in San Pietro in suffragio dei Cardinali e Vescovi defunti nel corso dell’anno.

“Perdere di vista ciò che conta per inseguire il vento – ha ammonito Francesco - sarebbe lo sbaglio più grande della vita. Guardiamo in alto, perché siamo in cammino verso l’Alto, mentre le cose di quaggiù non andranno lassù”.

Il Papa pone una domanda ai fedeli: “Io vivo quello che dico nel Credo,  aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà? E qui emerge la seconda parola che vorrei condividere con voi: sorpresa. Nel tribunale divino, l’unico capo di merito e di accusa è la misericordia verso i poveri e gli scartati. L’Altissimo sta nei più piccoli, Chi abita i cieli dimora tra i più insignificanti per il mondo. Che sorpresa! Ma il giudizio avverrà così perché a emetterlo sarà Gesù, il Dio dell’amore umile, Colui che, nato e morto povero, ha vissuto da servo. La sua misura è un amore che va oltre le nostre misure e il suo metro di giudizio è la gratuità”.

Per farsi trovare pronti – ha proseguito il Pontefice – bisogna “amare gratuitamente e a fondo perduto, senza attendere contraccambio. Stiamo ben attenti a non addolcire il sapore del Vangelo. Perché spesso, per convenienza o per comodità, tendiamo ad attenuare il messaggio di Gesù, ad annacquare le sue parole. Siamo diventati piuttosto bravi a fare compromessi con il Vangelo. Da semplici discepoli del Maestro diventiamo maestri di complessità, che argomentano molto e fanno poco”.

Pertanto – ha concluso Francesco – non va perso tempo perché “il quando è adesso. Sta nelle nostre mani, nelle nostre opere di misericordia”. Aci 2

 

 

 

 

Francesco, la pace, il nazionalismo

 

Per parlare di Francesco e di pace vorrei partire dal nazionalismo come deviazione del concetto, di per sé buono, di nazione: deviazione che, in tanti anni di giornalismo internazionale, mi pare di aver osservato soprattutto in Oriente.

Il mondo arabo e il colonialismo europeo

Abituati – come siamo – a considerare l’Islam il vero problema del mondo arabo, abbiamo dimenticato un fatto che io ritengo storico: il problema di quel mondo non è la religione ma è stato – ed è – il nazionalismo.

La spedizione napoleonica in Egitto, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, si trovò davanti ad un problema insormontabile, sin dal suo primo giorno sulle coste egiziane: come diffondere il messaggio della Repubblica francese, posto che la parola repubblica in quella lingua neppure esisteva?

Si pensò allora di usare il termine nazione, ma pure quello non esisteva là. Si ricorse così ad un termine in uso nel linguaggio corrente – millet -, derivato dal senso di appartenenza ad una comunità religiosa, benché quel termine tendesse a indicare un ideale piuttosto diverso.

Nell’impero ottomano, infatti, le comunità religiose vivevano distinte e separate, quasi come stati in proprio. Il sultano, suprema autorità politica, garantiva la protezione a tutte le minoranze religiose monoteiste. In quel contesto si cominciò a parlare in Oriente – per noi impropriamente – di nazione cristiana.

Il concetto di nazione – soprattutto grazie alla grande esperienza del Levante e del Libano in particolare – avrebbe potuto seguire una strada diversa, quella risorgimentale, che infatti avrebbe voluto unire i diversamente credenti delle disparate realtà territoriali in un unico popolo. Ma non è andata così.

Il colonialismo europeo ha spinto su un’altra accezione. Le indipendenze degli Stati cristiani balcanici sono avvenute, ad esempio, sul versante della compattezza della fede, proclamata proprio nelle chiese. Una nazione doveva corrispondere ad un gruppo etnico, ad una sola “fede”, per arrivare presto ad un partito unico.

Il genocidio armeno fu il prodotto del desiderio di rendere la Turchia un Paese fatto da un solo gruppo etnico – i turchi -, con una sola fede – l’Islam sunnita – e un solo capo: il Padre dei turchi. L’azione genocida, avviata da laici quali i Giovani Turchi, si avvalse del timore che i cristiani fossero quinte colonne dei russi dello zar che poneva mire sui loro territori, come del resto altre potenze coloniali europee.

Tutta l’esperienza occidentale precoloniale ha manovrato pertanto i cristiani, aggravandone il distacco dai con-nazionali di diversa appartenenza religiosa.

Il cristianesimo orientale

Della deriva nazionalista delle nazioni, il cristianesimo ha definito un tassello fondamentale con la teoria della sinfonia dei poteri, politico e religioso. Questa sinfonia altro non era che l’ufficializzazione – anche in ambito cristiano – di un dato di fatto in Oriente: il potere religioso è subalterno a quello politico, come tra i musulmani del tempo. Per dirla col nostro linguaggio: da tutte le parti sono diventati cesaropapisti.

Nel mondo cristiano orientale il cesaropapismo è stato interpretato particolarmente dal modello russo, a partire dal potere di salvezza attribuito alla Terza Roma, in cui Mosca albergava quale nuova capitale della cristianità: una capitale che non sarebbe mai caduta come Bisanzio sotto i colpi dei musulmani e che non sarebbe mai tragicamente tramontata – da sé stessa – col suo impero, come la prima Roma.

La teoria odierna di Putin e di Kirill del cosiddetto Mondo Russo – Russkij Mir – fa capo proprio a quel mondo che si riteneva ormai passato. Guarda caso l’espressione Russkij Mir, significa pure pace russa, la pace imperiale di Mosca, capitale e patriarcato di tutte le Russie: un sesto delle terre emerse del pianeta.

Quando la rivoluzione ha fatto di Mosca la capitale dell’impero sovietico, quale estensione del Mondo Russo, la mira è rimasta la stessa, benché atea: l’impero di Mosca proponeva la pace giusta e rivoluzionaria a tutto il mondo, non più quella denominata come Terza Roma, bensì Terza Internazionale.

Con Putin si è passati “solo” dall’ateismo di Stato al fondamentalismo di Stato, con tanta nostalgia per la vecchia Unione Sovietica, da riproporre negli stessi confini, ma con sembianze marcatamente cristiane ortodosse.

Francesco e il nazionalismo

D’altra parte, abbiamo visto nascere i nazionalismi figli della stessa storia di contrapposizione. Il nazionalismo deforma tutto. Il nazionalismo suscita e rafforza altro nazionalismo. L’esempio contemporaneo più evidente – per me – l’abbiamo messo sotto gli occhi in occasione della Via Crucis di quest’anno, quando Francesco ha proposto a una donna russa e ad una ucraina di portare insieme la croce all’ultima stazione.

Cosa negava la bontà di quella proposta, poi comunque realizzata? La teologia della Russkij Mir, ossia la negazione – da parte russa – che esistesse e che esista una nazione ucraina, come Putin asseriva e continua ad asserire, sostenendo che l’Ucraina è solo parte della Grande Russia.

Ci siamo trovati invece di fronte ad una più forte contestazione ucraina, poiché il nazionalismo ucraino – che pur esisteva e s’è rafforzato – ha lamentato l’equiparazione operata da Francesco tra due nazioni, autonome e sovrane: tra due popoli, ciascuno con la propria identità culturale, come gli ucraini stessi dicevano e dicono, di per sé giustamente.

La stessa teologia nazionalista si ritrova anche in Occidente, soprattutto in quegli ambienti della destra americana che sempre ricordano la «nazione benedetta da Dio», parimenti investita da una missione messianica o qualcosa del genere.

Si sono così ricreate ora le condizioni perché da una parte si veda il male assoluto: ersattamente come dall’altra! Tutto ciò si riproduce, anche a livello locale. I comunisti o gli ex comunisti e gli integralisti slavisti sono rimasti imbrigliati nel mito della Terza Roma o Terza Internazionale. I fautori della supremazia occidentale vivono nel mito religioso dell’America benedetta da Dio.

In mezzo, molte persone in buona fede vedono – a senso unico – vuoi negli Stati Uniti i potenti che intendono imporsi ovunque, vuoi nell’Ucraina l’argine alla legge della violenza dell’orso forzuto: la Russia. Mentre in questo mezzo, secondo me, avrebbe potuto affermarsi l’idea che la difesa della libertà e della sovranità può trovare il modo – anche con l’uso moderato delle armi – di obbligare l’aggressore – indiscutibilmente la Russia – a negoziare la pace.

A me sembra che papa Francesco continui a difendere la visione di mezzo con un’insistenza che viene sistematicamente occultata o strumentalizzata dagli opposti estremismi: per cui è amico di Putin per gli occidentalisti che pretendono di ridurlo ad una sorta di «chierichetto di Biden»; per cui è, viceversa, affetto dalle anticaglie ideologiche sudamericane che vedono nella NATO la causa di tutti i mali del mondo, per gli orientalisti.

La pace di Francesco

Che sia così me lo conferma il fatto che Francesco, al Colosseo, chiudendo l’incontro della Comunità di Sant’Egidio per la pace, non ha mai collegato l’unica pace possibile ad una unica verità. Facciamoci caso: il grido della pace che sale dall’umanità dolente – per lui – è uno solo, ma i popoli – ciascuno con le proprie ragioni – sono molteplici, sempre.

La pace di Francesco è definita «umiliata da troppe violenze», non da una soltanto. Umiliata, da chi? Risponde Francesco: «Il grido della pace viene spesso zittito, oltre che dalla retorica bellica, anche dall’indifferenza».

Non sorprende allora il significato aggiunto subito dopo: «(il grido della pace) non conosce formule magiche per uscire dai conflitti, ma ha il diritto sacrosanto di chiedere pace in nome delle sofferenze patite, e merita ascolto. Merita che tutti, a partire dai governanti, si chinino ad ascoltare con serietà e rispetto. Il grido della pace esprime il dolore e l’orrore della guerra, madre di tutte le povertà».

A mio avviso, Francesco individua dunque nei nazionalismi esasperati la de-generazione dei problemi della pace, nelle visioni messianiche – ammantate del misticismo – di chi ritiene di conoscere il bene e il male e di saper estirpare il loglio dal grano dal campo. Le ideologie nazionaliste – le une contro le altre declinate – continuano a contaminare tutti: pure i pacifisti e i bellicisti nostrani.

Mentre Francesco tiene alto un solo testimone di fede – per chi ci crede – ovvero di umanità profonda – per tutti -, ma al plurale. Il pluralismo è il dato sorprendente di Bergoglio, nella sua capacità istintiva di pensare una Chiesa davvero universale, «in uscita» nel mondo intero: una Chiesa che, in questo momento storico, non vuole essere affatto ancella dei nazionalismi dell’Occidente, ma neppure la complice di quelli dell’Oriente. Riccardo Cristiano, Sett.News 30.10.

 

 

 

 

Papa Francesco, il seme della pace chiede di smilitarizzare il campo del cuore

 

La riflessione del Papa alla preghiera dell'Angelus - Di Angela Ambrogetti

 

CITTÀ DEL VATICANO. "Le Beatitudini di Gesù che sono la carta d’identità dei santi, (…) parlano di una vita controcorrente e rivoluzionaria!" Papa Francesco lo ribadisce prima della preghiera dell'Angelus in questa giornata di festa per la gloria di tutti santi. 

Non "immaginette" quindi. E fa un esempio molto attuale il Papa parlando degli operatori di pace: "tutti desideriamo la pace, ma spesso quello che vogliamo è stare in pace, essere lasciati in pace, non avere problemi ma tranquillità. Gesù, invece, non chiama beati quelli che stanno in pace, ma quelli che fanno la pace, i costruttori, gli operatori di pace. Infatti, la pace va costruita e come ogni costruzione richiede impegno, collaborazione, pazienza". 

La pace non arriva con la forza e la potenza "per Gesù è il contrario. La sua vita e quella dei santi ci dicono che il seme della pace, per crescere e dare frutto, deve prima morire. La pace non si raggiunge conquistando o sconfiggendo qualcuno, non è mai violenta, non è mai armata".

La strada che indica il Papa è quella di "disarmare il cuore" perché " siamo tutti equipaggiati con pensieri aggressivi e parole taglienti, e pensiamo di difenderci con i fili spinati della lamentela e con i muri di cemento dell’indifferenza" Occorre "smilitarizzare il campo del cuore" "stando davanti alla sua Croce, che è la cattedra della pace".

Ecco allora la domanda per tutti: "Lì dove viviamo, studiamo e lavoriamo, portiamo tensione, parole che feriscono, chiacchiere che avvelenano, polemiche? Oppure apriamo la via della pace: perdoniamo chi ci ha offeso, ci prendiamo cura di chi si trova ai margini, risaniamo qualche ingiustizia aiutando chi ha di meno?" E ancora una domanda: "conviene vivere così? Non è perdente? È Gesù a darci la risposta: gli operatori di pace «saranno chiamati figli di Dio»: nel mondo sembrano fuori posto, perché non cedono alla logica del potere e del prevalere, in Cielo saranno i più vicini a Dio, i più simili a Lui. Ma, in realtà, anche qui chi prevarica resta a mani vuote, mentre chi ama tutti e non ferisce nessuno vince: come dice il Salmo, “l’uomo di pace avrà una discendenza”". 

Il Papa ha ricordato il viaggio in Bahrein che inizia il 3 novembre sottolinenando che è all'insegna del diaologol della fraternità e della pace "di cui il nostro tempo ha estremo bisogno". 

Un saluto ai partecipanti alla Corsa dei Santi, un pensiero per la pace nella "martoriata Ucraina" e infine l'invito per domani a pregare per i fedeli defunti hanno concluso l'appuntamento del Papa. Aci 1

 

 

 

 

Il Sinodo prende il largo

 

Il sinodo della Chiesa universale sulla sinodalità arriva alla sua terza tappa: quella continentale. E cioè la preparazione e la celebrazione delle sette assemblee che forniranno l’instrumentum laboris per il sinodo previsto nel 2023 e nel 2024: Africa, Europa, Medio Oriente, Asia, Oceania, America del Nord e America del Sud. Il documento di lavoro per la tappa continentale (Allarga lo spazio della tua tenda) porta la data del 24 ottobre ed è stato presentato il 27.

Esso conferma la sorpresa già registrata per il documento preparatorio del settembre 2021 (cf. qui): nelle 45 cartelle poche note, nessuna ridondanza nelle citazioni del magistero, adesione al processo in atto piuttosto che a indirizzi teologici predeterminati. La sua stessa struttura non viene piegata, come di consueto, alla scansione del titolo generale (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione), ma segue la ricerca compiuta dalle Chiese locali e nazionali. Non mancano le sorprese che si possono enunciare prima di dare conto del testo.

Novità qualitative

Anzitutto l’ampiezza del lavoro di cui dà conto. Sono arrivate 112 risposte dalle 114 conferenze episcopali (di solito, non più di 60), tutte le 15 Chiese orientali cattoliche, 17 dicasteri vaticani (su 24), le Unioni dei superiori e superiore, un migliaio di contributi di singoli e gruppi, quasi 20 milioni di persone raggiunte dal progetto social “la Chiesa ti ascolta”.

L’allargamento del coinvolgimento era già evidente nel sinodo sulla famiglia e ancora più in quello sui giovani. Ora si è ulteriormente sviluppato. Un dato quantitativo che si salda con una novità qualitativa, quella della “restituzione”: si ascolta il popolo di Dio e il risultato è riportato ad esso in un circuito che rende evidente, da un lato, la profezia in atto nelle comunità cristiane e, dall’altro, il compito del discernimento che è proprio dei pastori.

Dalle diocesi si passa alle conferenze episcopali, ma il testo per le assemblee continentali torna alla verifica anche delle diocesi. «Se infatti possiamo riconoscere ciò che lo Spirito dice alla Chiesa ascoltando il popolo di Dio, a quel popolo che vive nelle Chiese dobbiamo restituire il documento» (card. Mario Grech in conferenza stampa).

Un circuito legato non tanto all’originalità organizzativa, quanto all’affidamento della forza dello Spirito che accompagna il cammino di ogni Chiesa. Non è un documento conclusivo, né magisteriale, ma «il racconto dell’esperienza di ascolto della voce dello Spirito da parte del popolo di Dio, consentendo di fare emergere il suo sensus fidei» (n. 8).

«Siamo di fronte a un dialogo ecclesiale senza precedenti nella storia della Chiesa, non solo per la quantità di risposte pervenute o di persone coinvolte, ma anche per la qualità della partecipazione» (card. Jaean-Claude Hollerich, 26 agosto). Si tratta di «un processo innovativo, per non dire pionieristico: è una consultazione in dialogo che non è mai stata fatta» (p. Giacomo Costa, 26 agosto).

Convergenze impreviste

Una «nuova visione avrà bisogno di essere sostenuta da una spiritualità che fornisca strumenti per affrontare le sfide della sinodalità senza ridurle a questioni tecnico-organizzative, ma vivendo il camminare insieme a servizio della comune missione come occasione di incontro con il Signore e di ascolto dello Spirito. Perché ci sia sinodalità è necessaria la presenza dello Spirito e non c’è lo Spirito senza la preghiera» (n. 72).

«Le strutture da sole non bastano: c’è bisogno di un lavoro di formazione continua che sostenga una cultura sinodale diffusa, capace di articolarsi con le specificità dei contesti locali» (n. 82). Una «spiritualità sinodale non potrà che essere una spiritualità che accoglie le differenze e promuove l’armonia, e attinge dalle tensioni le energie per proseguire il cammino» (n. 85): una spiritualità del “noi” ecclesiale.

La sorpresa degli estensori (cf. SettimanaNews, qui) è la constatazione della singolare convergenza su molti punti di contributi che provengono da contesti ecclesiali e culturali assai diversi e che chiedono un profondo rinnovamento della Chiesa. In un rapporto immediato con le altre confessioni cristiane e con le religioni che operano negli stessi spazi delle comunità.

L’insieme dei lavori non ha privilegiato le funzioni e i ruoli interni alla Chiesa, ma ha fatto forza sulla comune chiamata battesimale: «Emerge una profonda riappropriazione della comune dignità dei battezzati, autentico pilastro di una Chiesa sinodale e fondamento teologico di quella unità capace di resistere alla spinta dell’omogeneizzazione per continuare a valorizzare la diversità di vocazioni e carismi che lo Spirito con abbondanza imprevedibile riversa sui fedeli» (n. 9).

Una scelta percepita dal clero, e in particolare dal clero giovane, come una penalizzazione, mentre in realtà persegue l’opposto: quanti sono chiamati a educare il popolo all’ascolto sono invitati ad imparare ad ascoltare. E così è anche del timore condiviso da alcuni circa una rimozione del ruolo della gerarchia e del magistero.

Esercitare in pienezza il compito del popolo di Dio garantisce il ruolo del primato petrino e della collegialità episcopale. Non c’è primato e collegialità pieni senza sinodalità, come non c’è sinodalità senza collegialità e primato. Non basta la pur apprezzabile “collegialità affettiva” di cui si parlava nel passato.

Le tappe e i capitoli

L’apertura del sinodo è avvenuta il 9 ottobre 2021 e, nelle Chiese locali, il 17. La prima fase si è svolta nelle diocesi e si è conclusa in una riunione pre-sinodale. Il loro contributo è passato al discernimento della Conferenza episcopale che ha inviato una sintesi alla segreteria del sinodo.

L’attuale documento per la tappa continentale nasce dai testi presentati per tornare alle Chiese locali e fornire una base per le assemblee continentali che non saranno composte solo di vescovi. Concluderanno i loro lavori al 31 marzo 2023 stilando un elenco di priorità. In tempo per elaborare l’Instrumentum laboris e entrare nella prima celebrazione sinodale nell’ottobre 2023 e in una seconda, l’anno successivo.

Dopo un’introduzione, il documento di lavoro per la tappa continentale “Allarga lo spazio per la tua tenda “ (Is 54,2) presenta, nella prima parte, i frutti dell’esperienza del camminare assieme: la gioia, l’appartenenza, la “conversazione spirituale”, la libertà.

Ma con ombre e inquietudini: la non facile comprensione, la resistenza di alcuni, l’equiparazione ai processi democratici, la «diffusa percezione di una separazione tra i presbiteri e il resto del popolo di Dio» (n. 19), il peso dello scandalo degli abusi, la domanda di trasparenza e di responsabilità. Le condizioni oggettive della pandemia, dei disordini sociali e delle guerre hanno pesato rendendo difficili gli incontri. Non mancano espressioni che  testimoniano «la fine di uno smarrimento collettivo della propria identità di Chiesa locale» (n. 24).

Il breve capitolo secondo introduce l’icona biblica che accompagnerà il cammino sinodale, tratta da Isaia 54,2: «Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio, allunga le cordicelle, rinforza i tuoi paletti». I teli vanne tesi per proteggere e permettere a più persone di entrare; le corde equilibrano la tensione con le modifiche apportate dal vento; i paletti assicurano stabilità «ma restano capaci di spostarsi quando si deve piantare la tenda altrove» (n. 26).

Cinque nuclei

Nel terzo capitolo emergono i cinque nuclei generativi di una sinodalità missionaria: l’ascolto, la missione, la comunione, la sinodalità, la liturgia.

L’ascolto favorisce l’inclusione e l’accettazione reciproca e testimonia la disponibilità a coinvolgersi. Permangono difficoltà strutturali (forme autocratiche, disparità culturali), ma emerge soprattutto l’assenza dei giovani e di quanti si sentono esclusi dalla Chiesa.

La missione non è una strategia o un contenuto dogmatico, ma si avvia con l’annuncio, il kerygma, di Cristo crocifisso e risorto per noi. Esso risuona nel nostro mondo e nella nostra storia, nonostante le ferite delle comunità, provate dal «tribalismo, dal settarismo, dal razzismo, dalla povertà e dalla disuguaglianza di genere» (n. 44). Assieme agli altri affrontiamo le sfide sociali e ambientali, alimentando un ruolo pubblico non contrappositivo e cercando la collaborazione ecumenica e interreligiosa. Sapendo anche resistere al potere e nelle condizioni di persecuzione.

Per una comunione che significhi partecipazione e corresponsabilità è necessario de-strutturare un potere piramidale, liberarsi dal clericalismo e ripensare la partecipazione delle donne: «Si tratta di un punto critico su cui si registra un’accresciuta consapevolezza in tutte le parti del mondo» (n. 60). «Molte sintesi, dopo un attento ascolto del contesto, chiedono che la Chiesa prosegua il discernimento su alcune questioni specifiche: ruolo attivo delle donne nelle strutture di governo degli organi ecclesiali, possibilità per le donne con adeguata formazione di predicare in ambito parrocchiale, diaconato femminile. Posizioni assai più diversificate vengono espresse a proposito dell’ordinazione presbiterale per le donne, che alcune sintesi auspicano, mentre altre la considerano una questione chiusa» (n. 64).

La sinodalità comincia a prendere forma e sollecita il rinnovamento delle strutture e l’adeguamento del diritto. E questo sia nelle Chiese locali come nella curia vaticana e nelle conferenze episcopali. Fino a chiedere un superamento della partizione consultivo-decisionale, troppo legata al diritto positivo e poco espressiva dell’identità ecclesiale (n. 78).

Come già è stato accennato, vi è una diffusa esigenza di formazione alla sinodalità e di una spiritualità conseguente. Le sintesi sottolineano in molti modi il profondo legame fra sinodalità e liturgia, superando i protagonismi indebiti, la fragilità della predicazione, la difficile accessibilità ai sacramenti.

Temi inconsueti

Nel quarto capitolo si invita a guardare all’ultimo tratto del sinodo, ma anche al suo prolungamento nella prassi della Chiesa. «Siamo una Chiesa che impara e per farlo abbiamo bisogno di un continuo discernimento che ci aiuti a leggere insieme la parola di Dio e i segni dei tempi, in modo da procedere nella direzione che lo Spirito ci indica» (n. 100).

Si sollecitano le Chiese locali e le assemblee continentali e cogliere le intuizioni più efficaci del testo, le questioni e gli interrogativi da sviluppare e le priorità da riconoscere.

Nella trama rapidamente descritta emergono elementi poco consueti che vale la pena indicare. Come il delicato tema dei figli dei preti «venuti meno al voto di celibato» (n. 34) e l’accoglienza degli ex preti (n. 39) o le questioni sessuali più discusse come l’omosessualità.

Non si teme di registrare la difficile appartenenza alla Chiesa di «divorziati risposati, genitori single, persone che vivono in un matrimonio poligamico, persone LGBTQ» (n. 39).

Non occasionale l’elenco dei gruppi più esclusi: «i più poveri, gli anziani soli, i popoli indigeni, i migranti senza alcuna appartenenza e che conducono un’esistenza precaria, i bambini di strada, gli alcolizzati e i drogati, coloro che sono caduti nelle trame della criminalità e coloro per cui la prostituzione rappresenta l’unica possibilità di sopravvivenza, le vittime della tratta, i sopravvissuti agli abusi (nella Chiesa e non solo), i carcerati, i gruppi che patiscono discriminazione e violenza a causa della razza, dell’etnia, del genere, della cultura e della sessualità» (n. 40).

Non consueta è la registrazione del disagio dei tradizionalisti, di quanti «non si sentono a proprio agio a seguito degli sviluppi liturgici del concilio Vaticano II» (nn. 38 e 92). Ai più disattenti si ricorda la realtà del martirio, ben oltre i confini confessionali (nn. 48 e 52).

Eppur si muove

Anche i protagonisti più convinti non nascondono i pericoli e le trappole contro cui il sinodo potrebbe infrangersi.

Fra questi: la sua riduzione a slogan, tanto ripetuto quanto non vissuto, la mancata fermezza di farne uno stile (e la ripresa nel 2024 è una prima risposta), la riemersione del privilegio ai ruoli ecclesiali rispetto alla comune dignità battesimale, l’identificazione della sinodalità con le forme meramente democratiche, la sua interpretazione come «Chiesa liquida» senza gerarchia e ministeri ordinati.

È tuttavia difficile negare che la sinodalità sia oggi fortemente richiesta dalla coscienza credente. Si può distendere il suo sviluppo su una “lunga durata”. Dopo la centralità del servizio petrino (Vaticano I) e della collegialità episcopale (Vaticano II) la dimensione sinodale costituisce il frutto maturo della consapevolezza conciliare della priorità del popolo santo di Dio. Lorenzo Prezzi, Sett.News 29.10

 

 

 

 

Rom. Deutsche Bischöfe beraten mit Vatikan-Einrichtungen

 

Zweiter Tag des ad-limina-Besuchs der deutschen Bischöfe in Rom: In einzelnen Vatikan-Einrichtungen führen die insgesamt 63 Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) Gespräche.

Es ist die erste Rom-Visite in diesem Format seit dem Beginn des Reformprojekts „Synodaler Weg“ der katholischen Kirche in Deutschland im Jahr 2019. Zuletzt waren die deutschen Bischöfe 2015 zum ad-limina-Besuch am Tiber; damals war noch Kardinal Reinhard Marx Vorsitzender der Bischofskonferenz, seit 2020 ist es der Limburger Bischof Georg Bätzing.

An diesem Dienstag feierten die Bischöfe gemeinsam eine Messe in der römischen Basilika Santa Maria Maggiore. Dabei predigte Kardinal Rainer Maria Woelki. Der Erzbischof hat dem Papst angesichts einer schweren Vertrauenskrise in seinem Erzbistum Köln (Hintergrund ist der Umgang mit Missbrauchsfällen) seinen Rücktritt angeboten, doch hat Franziskus noch nicht darüber befunden. Das machte Woelki die Teilnahme am ad-limina-Besuch möglich. Wegen des Verdachts der Falschaussage in einer eidesstattlichen Versicherung hat die Kölner Staatsanwaltschaft vor einer Woche Ermittlungen gegen Woelki aufgenommen.

Hoher Gesprächsbedarf

Die Predigt des Kölner Kardinals kreiste um den hl. Albertus Magnus, dessen Fest die Kirche an diesem Dienstag feiert; der Kirchenlehrer ist in Köln begraben. Woelki würdigte den Heiligen als „Mann der Wissenschaft und des Glaubens“, der es nahezu vermocht habe, „die gesamte menschliche Gelehrsamkeit der damaligen Zeit zu einer Synthese zu bringen“. Auf aktuelle Bezüge zum Synodalen Weg oder zum ad-limina-Besuch ließ sich der Kardinal in seiner Predigt nicht ein.

Inwieweit kommen die deutschen Bischöfe und die römische Kurie ins Gespräch über den Synodalen Weg? Das ist die Hauptfrage, die sich mit diesem ad-limina-Besuch verbindet. Rund um das kirchliche Reformprojekt aus Deutschland haben sich eine Reihe von Missverständnissen ergeben, der Gesprächsbedarf ist hoch.

Besuche in einzelnen Vatikan-Dikasterien

In der Öffentlichkeit wollen sich die deutschen Bischöfe in ihren römischen Tagen rarmachen; nur zu den Gottesdiensten sind Besucherinnen und Besucher zugelassen. Ansonsten ziehen sie abseits der Scheinwerfer durch die einzelnen vatikanischen Dikasterien; am Montag waren sie beispielsweise im Dikasterium für Kommunikation zu Besuch, zu dem auch Vatican News/Radio Vatikan gehört, später dann bei der Glaubenskongregation.

In der zweiten Wochenhälfte sind ein Treffen mit Papst Franziskus sowie ein Austausch mit ausgewählten Kurienvertretern und dem Papst vorgesehen. Am Samstag gibt’s eine Pressekonferenz. (vn 15)

 

 

 

 

Ausschreibung des Katholischen Preises gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus 2023 endet in Kürze

 

Am 30. November 2022 endet die Bewerbungsfrist für den fünften Katholischen Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus, den die Deutsche Bischofskonferenz und das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) erstmals gemeinsam vergeben. Mit dem Preis werden Personen, Gruppen oder Organisationen ausgezeichnet, die sich in Deutschland aus dem christlichen Glauben heraus gegen Rassismus und für Integration engagieren.

 

Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), Vorsitzender der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, betont: „Viele Menschen suchen in unserem Land nach einem Leben in Sicherheit und Frieden. Hass und rassistische Hetze können und werden wir nicht akzeptieren. Ich danke allen, die den Geflüchteten, die hier bei uns in Deutschland leben, ihre Tür und ihr Herz öffnen.“ Die Präsidentin des ZdK, Dr. Irme Stetter-Karp, sagt: „Als Christinnen und Christen müssen wir auf den Rassismus in unserer Gesellschaft ein waches Auge haben. Er verschwindet nicht von allein. Dagegen müssen wir uns gemeinsam engagieren.“ Erzbischof Dr. Heße und Dr. Stetter-Karp ermutigen damit alle geeigneten Initiativen, sich um den Preis zu bewerben und ihre Arbeit zu präsentieren. Ausdrücklich sind damit auch Initiativen aufgefordert, in denen sich Christinnen und Christen gemeinsam mit anderen engagieren.

 

Die Deutsche Bischofskonferenz hat den Katholischen Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus auf Anregung der Migrationskommission 2015 zum ersten Mal ausgelobt und seitdem viermal verliehen. Seit diesem Jahr wird der Preis in gemeinsamer Trägerschaft mit dem Zentralkomitee der deutschen Katholiken verliehen. Er ist mit insgesamt 10.000 Euro dotiert und kann auf bis zu drei Preisträger aufgeteilt werden. Verliehen wird der Preis auf Vorschlag einer fachkundigen Jury, deren Vorsitzende Erzbischof Dr. Heße sowie ZdK-Präsidentin Dr. Stetter-Karp sind. Die Preisverleihung findet am 14. Juni 2023 im Haus der Kathedrale in Dresden statt. Aus dem Bistum Dresden-Meißen stammt der Hauptpreisträger des Jahres 2021, das Organisationsteam des „Ostritzer Friedensfestes“.

 

Personen, Gruppen oder Initiativen können sich entweder selbst um den Preis bewerben oder vorgeschlagen werden. Bewerbungen oder Vorschläge sind bis zum 30. November 2022 per E-Mail an das Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz zu senden (preis-gegen-fremdenfeindlichkeit@dbk.de)

. Die Einsendungen sollten folgende Unterlagen enthalten:

 

1. Kurzbeschreibung des Engagements (max. eine halbe DIN-A4-Seite),

2. ausführlichere Beschreibung (ca. zwei DIN-A4-Seiten),

3. ggf. eine Auswahl weiterer Materialien wie z. B. Bilder oder elektronische Publikationen.

 

Die ausführlichen Unterlagen können auch nachgereicht werden, wichtig ist die Bewerbung mit einer Kurzbeschreibung bis zum 30. November 2022.

Der Flyer zur Ausschreibung, ein Plakat (DIN A3) sowie weitere Informationen sind unter www.dbk.de/katholischer-preis-gegen-fremdenfeindlichkeit verfügbar. Print-Versionen des Flyers mit Informationen zur Ausschreibung sowie das Plakat können auf www.dbk.de auch kostenfrei in der Rubrik Publikationen bestellt werden. dbk 15

 

 

 

Deutsche Bischöfe im Vatikan: „Ad-limina-Besuch ist Chance"

 

Die deutsche Bischofskonferenz (DBK) hat ihren Ad-limina-Besuch in Rom begonnen und wird in diesem Zusammenhang auch von Papst Franziskus empfangen. Ein Kollegengespräch über die Bedeutung der Visite aus Deutschland zum jetzigen Zeitpunkt.

Stefan Kempis (Radio Vatikan): Die deutschen Bischöfe sind in Rom zu ihrem Ad limina-Besuch eingetroffen. Worum wird’s gehen, und wie ist der Ablauf?

Anne Preckel (Radio Vatikan): Der letzte Ad-limina-Besuch der deutschen Bischöfe im Vatikan hat ja vor sieben Jahren stattgefunden, liegt also eine Weile zurück. Seitdem ist viel passiert, es gibt einen neuen Vorsitzenden der Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, der Synodale Weg wurde aufgenommen, zu dem es manchen Einwurf aus Rom gab, und die Weltsynode ist gestartet, in die sich der deutsche synodale Prozess einordnen muss. 

Viele deutsche Bischöfe haben in den letzten Jahren zwar einzeln beim Papst vorgesprochen; der Ad-limina-Besuch ist aber jetzt die Gelegenheit, mit einer Stimme im Vatikan vorzusprechen, den Papst und die Vatikansicht anzuhören und vielleicht auch Missverständnisse aus dem Weg zu räumen.

Zur groben Struktur: Am Anfang des Ad-limina-Besuches stand an diesem Montagmorgen ein von Bischof Bätzing geleiteter Gottesdienst am Grab des Apostels Petrus, im Laufe der Woche gibt‘s die Gespräche in den Dikasterien - dafür haben sich die deutschen Bischöfe aufgeteilt -, und gegen Ende der Woche gibt‘s dann einen großen gemeinsamen Austausch mit allen Beteiligten und dem Papst. Dieses Format hat es auch mit einigen anderen Bischofkonferenzen gegeben, etwa mit der von Chile. Mehrfach werden die deutschen Bischöfe außerdem in den nächsten Tagen Messen in den großen römischen Basiliken feiern (Infos zur Teilnahme hier).

Kempis: Man hat den Eindruck, dass dieser Ad-limina-Besuch mit besonders großem Interesse verfolgt wird. Warum ist das so?

Preckel: Weil es, um es mit den Worten von Bischof Bätzing sachlich auszudrücken, einen „klar erkennbaren Gesprächsbedarf“ gibt, vor allem was den Synodalen Weg in Deutschland betrifft. Da gab es doch rund um Themen wie Beteiligung von Laien, kirchliche Sexualmoral, Ämter und Geschlechtergerechtigkeit sehr viel Bewegung. Nicht alle verstehen unter Umkehr und Erneuerung dieselben Dinge, was man auch innerhalb der deutschen Bischofskonferenz selbst gesehen hat. Nicht alle können auch Dissens aushalten oder diesen kommunikativ in etwas Konstruktives verwandeln. Der Papst selbst hat betont, dass Dissens in der Kommunikation nicht zum Bruch führen muss. Gemeinschaft bedeute schließlich keine Uniformität, es gelte vielmehr unterschiedliche Wirklichkeiten zusammenzuhalten, sagte Franziskus am Samstag noch in einer Rede an unser Kommunikationsdikasterium. Nun ist es aber so, dass Dissens mehr Aufmerksamkeit als Konsens erregt und medial auch gerne ausgeschlachtet wird. Was den Synodalen Weg betrifft, wurde sicher auch vieles von dem Gemeinsamen, dem Konstruktiven weniger berichtet.

Kempis: Der Ad-limina-Besuch wurde jedenfalls gründlich vorbereitet, nicht wahr?

Preckel: In der Tat. So war Bätzing bereits Anfang Oktober zu Vorgesprächen im Vatikan. Auch wurden die deutschen Bischöfe von Vatikanseite gebeten, einen ausführlichen Bericht zur Situation in den Diözesen vorzulegen. Das spricht dafür, dass es auch dem Vatikan ein Anliegen ist, dieses Gespräch gut zu führen. Es gibt Klärungsbedarf, aber alle Beteiligten sind vorbereitet und haben schon eine erste gemeinsame Grundlage, mit der man in die Treffen reingeht. Dass die deutschen Bischöfe in Rom viel Zeit haben, ist sicher eine große Chance.

Kempis: Papst Franziskus hat sich zuletzt auf seinem Rückflug von Bahrain nochmal explizit zur deutschen Kirche geäußert und dabei vor einem „Ethizismus“ gewarnt, „der sich als Christentum tarnt“. Was sagt uns das?

Preckel: Ja, er antwortete dabei auf die Frage eines Journalisten, der fragte, was die deutsche Kirche etwa von der kleinen Christengemeinde im Bahrain lernen könne. Und in Franziskus‘ Antwort hat man dann doch recht deutlich die Sorge des Papstes herausgehört, dass sich die deutsche katholische Kirche in Diskussionen über kirchliche Entwicklungen verliert, statt die „einfache Religiosität der Großeltern“ zu kultivieren, so hat das der Papst formuliert. Er hat also Sorge, dass die Religiosität nachlässt oder nicht genug kultiviert wird angesichts der Strukturdebatten in Deutschland.

Mein Eindruck ist: Er meint, in Deutschland sitzen immer mehr nur noch Kulturchristen. Da müssen sich die deutschen Bischöfe jetzt wohl bemühen, beim Ad-limina-Besuch ein anderes Bild zu zeigen. Bischof Bätzing hat ja schon angekündigt, er wolle dem Papst ganz viel vom Aufbruch und vom Engagement in deutschen Gemeinden berichten, die es ja – trotz der vielen Austritte – auch ganz klar gibt. Sich so zu engagieren ist sicher auch schwer ohne einen starken Glaubenskern möglich, denke ich.  (vn 14)

 

 

 

 

Bätzing in Rom: „Einheit bewahren und Erneuerung ermöglichen“

 

„Einheit bewahren und zugleich Umkehr und Erneuerung ermöglichen“ - das ist laut Bischof Georg Bätzing ein grundlegender Auftrag der Kirche, wie der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz an diesem Montagmorgen bei einer Messe im Petersdom hervorhob.

Die Messe war der Auftakt des Ad-limina-Besuches der deutschen Bischöfe in Rom, die die ganze Woche im Vatikan Gespräche führen und auch Papst Franziskus treffen werden.

Eine doppelte Bewegung

In seiner Predigt in den Grotten des Petersdoms hob Bischof Bätzing den langen geschichtlichen Weg der Kirche hervor, der ein Weg der Vermittlung von Kultur und Glaube, ein Weg gegenseitiger Profilierung, kritischer Unterscheidung und Durchdringung sei. „Beinahe alles, was Menschen heute im ‚christlichen Rom‘ und im ‚christlichen Abendland‘ an architektonischer, bildnerischer, literarischer, philosophischer und wissenschaftlicher Leistung bestaunen, verdankt sich der gegenseitigen Befruchtung von Kultur und Glaube“, so Bätzing.

Papst Franziskus selbst habe im Nachsynodalen Schreiben zur Amazonas-Synode Inkulturation als eine doppelte Bewegung beschrieben, die sowohl die Verwandlung der Kultur durch das Evangelium wie auch ein neues und tieferes Empfangen des Heiligen Geistes aus der Kultur umfasse. In diese Verantwortung, so Bischof Bätzing, seien die Bischöfe gemeinsam mit den Gläubigen der Diözesen und in Verbindung mit der weltweiten katholischen Kirche mit und unter Papst Franziskus gestellt.

Einheit bewahren und Umkehr ermöglichen

„Sie erfordert, das spüren wir ja in unseren Diskussionen innerhalb der Bischofskonferenz und während unserer Beratungen im Synodalen Weg, ein gutes aufeinander Hören, ein mühevolles Argumentieren und ein ehrliches Ringen miteinander. Einheit bewahren und zugleich Umkehr und Erneuerung ermöglichen, das ist für unsere Kirche heute wahrlich keine leichte Aufgabe.“

Das, so Bischof Bätzing, würden auch die Begegnungen und Gespräche zeigen, die die Bischöfe in den kommenden Tagen in Rom führen. Er fügte hinzu: „Aber wir müssen uns dieser Aufgabe stellen. Und darum ist es gut, wenn wir dazu als Pilger an den Gräbern der Apostel und an heiligen Stätten den Beistand der Heiligen und Gottes Segen erbitten.“

 

Rom, die Stadt, von der die Offenbarung des Johannes als „Babylon, die Große“ (Offb 17,5) spreche, sei seit den Tagen der Apostel Petrus und Paulus ein sehr gewichtiger Referenzpunkt für den katholischen Glauben und die ganze Kirche. „Aber das Zentrum der Weltkirche ist nicht zugleich auch Ursprung und Ziel des Weges, den wir im Glauben gehen. Den müssen alle Glieder des Volkes Gottes gemeinsam suchen. Ursprung und Ziel sind greifbar und gangbar geworden in unserem Herrn Jesus Christus: Er ist Weg, Wahrheit und Leben (vgl. Joh 14,6).“

63 deutsche Bischöfe in Rom

Der Ad-limina-Besuch dauert bis zum 18. November 2022. An ihm nehmen 63 Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz teil. Die „Visitatio ad limina Apostolorum“ ist der offizielle Ausdruck für den Besuch der Bischöfe in regelmäßigen zeitlichen Abständen an den Gräbern der Apostel Petrus und Paulus in Rom, verbunden mit der Vorlage des Berichts über die (Erz-)Diözese, einer Audienz beim Papst und einer Kontaktaufnahme mit der Römischen Kurie. Zuletzt waren die deutschen Bischöfe 2015 zum Ad-limina-Besuch in Rom.

(pm 14)

 

 

 

„Die Identität der Katholischen Schule – Für eine Kultur des Dialogs“. Vatikanisches Dokument in deutscher Sprache

 

Das am 29. März 2022 vom Vatikan veröffentlichte Dokument „Die Identität der Katholischen Schule – Für eine Kultur des Dialogs“ ist ab sofort in einer deutschen Übersetzung verfügbar. Der Text ist eine Instruktion der Bildungskongregation (jetzt: Dikasterium für die Kultur und die Bildung), die auf die Herausforderungen des katholischen Bildungswesens weltweit eingeht und entsprechende Ziele benennt.

 

Das Dokument fasst die wesentlichen Elemente zusammen, die die Identität der katholischen Schule in der Erklärung des Zweiten Vatikanischen Konzils, Gravissimum educationis, und in den nachkonziliaren Dokumenten der Bildungskongregation beschreiben. Deutlich unterstreicht der Text die Bedeutung des katholischen Schulwesens für den Sendungsauftrag der Kirche und den dialogischen Charakter ihrer katholischen Identität.

 

Die Instruktion hebt im ersten Kapitel hervor, dass das erzieherische Handeln der Kirche durch die Schulen einen wesentlichen Teil der Identität und Sendung der Kirche darstellt. Im zweiten Kapitel wird die Erziehungsgemeinschaft aller am katholischen Bildungswesen Beteiligten hervorgehoben. Das dritte Kapitel beschreibt verschiedene Schwierigkeiten angesichts heutiger Herausforderungen, die von den Teilkirchen an die Kongregation herangetragen worden sind. Die Kommission für Erziehung und Schule der Deutschen Bischofskonferenz hat sich bereits ausführlich mit dieser Instruktion beschäftigt und möchte mit der Übersetzung des Dokuments einen Beitrag zur Rezeption des Textes im deutschsprachigen Raum leisten und zur Weiterarbeit mit dessen Inhalten an den katholischen Schulen anregen. Dabei kann die Instruktion eine Hilfestellung und Unterstützung für die Arbeit aller am katholischen Bildungswesen Beteiligter sein und den Schulen Impulse für ihren jeweiligen Schulentwicklungsprozess sowie für die Weiterentwicklung des eigenen katholischen Profils geben, um zukunftsfähig aufgestellt zu sein.

 

In Deutschland gibt es 904 katholische Schulen mit rund 359.500 Schülerinnen und Schülern. Sie befinden sich in der Verantwortung von 289 unterschiedlichen Schulträgern, darunter (Erz-)Bistümer und Ordensgemeinschaften.

Hinweise: Die Instruktion Die Identität der Katholischen Schule – Für eine Kultur des Dialogs ist als PDF-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen verfügbar. Dort kann das Dokument auch als Broschüre (Verlautbarungen des Apostolischen Stuhls Nr. 235) bestellt werden. dbk 14

 

 

 

 

Ad-limina-Besuch der deutschen Bischöfe in Rom beginnt. Bischof Bätzing predigt im Petersdom

 

Der Ad-limina-Besuch der deutschen Bischöfe hat heute Morgen (14. November 2022) mit einer Hl. Messe im Petersdom begonnen. In seiner Predigt hob der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, den langen geschichtlichen Weg der Kirche hervor, der ein Weg der Vermittlung von Kultur und Glaube, ein Weg gegenseitiger Profilierung, kritischer Unterscheidung und Durchdringung sei. „Beinahe alles, was Menschen heute im ‚christlichen Rom‘ und im ‚christlichen Abendland‘ an architektonischer, bildnerischer, literarischer, philosophischer und wissenschaftlicher Leistung bestaunen, verdankt sich der gegenseitigen Befruchtung von Kultur und Glaube“, so Bischof Bätzing.

Papst Franziskus selbst habe im Nachsynodalen Schreiben zur Amazonas-Synode Inkulturation als eine doppelte Bewegung beschrieben, die sowohl die Verwandlung der Kultur durch das Evangelium wie auch ein neues und tieferes Empfangen des Heiligen Geistes aus der Kultur umfasse. In diese Verantwortung, so Bischof Bätzing, seien die Bischöfe gemeinsam mit den Gläubigen der Diözesen und in Verbindung mit der weltweiten katholischen Kirche mit und unter Papst Franziskus gestellt: „Sie erfordert, das spüren wir ja in unseren Diskussionen innerhalb der Bischofskonferenz und während unserer Beratungen im Synodalen Weg, ein gutes aufeinander Hören, ein mühevolles Argumentieren und ein ehrliches Ringen miteinander. Einheit bewahren und zugleich Umkehr und Erneuerung ermöglichen, das ist für unsere Kirche heute wahrlich keine leichte Aufgabe.“ Das, so Bischof Bätzing, würden auch die Begegnungen und Gespräche zeigen, die die Bischöfe in den kommenden Tagen in Rom führen. Er fügte hinzu: „Aber wir müssen uns dieser Aufgabe stellen. Und darum ist es gut, wenn wir dazu als Pilger an den Gräbern der Apostel und an heiligen Stätten den Beistand der Heiligen und Gottes Segen erbitten.“

Bischof Bätzing fügte hinzu: Rom, die Stadt, von der die Offenbarung des Johannes als „Babylon, die Große“ (Offb 17,5) spreche, sei seit den Tagen der Apostel Petrus und Paulus ein sehr gewichtiger Referenzpunkt für den katholischen Glauben und die ganze Kirche. „Aber das Zentrum der Weltkirche ist nicht zugleich auch Ursprung und Ziel des Weges, den wir im Glauben gehen. Den müssen alle Glieder des Volkes Gottes gemeinsam suchen. Ursprung und Ziel sind greifbar und gangbar geworden in unserem Herrn Jesus Christus: Er ist Weg, Wahrheit und Leben (vgl. Joh 14,6).“

Hintergrund. Der Ad-limina-Besuch dauert bis zum 18. November 2022. An ihm nehmen 63 Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz teil. Die „Visitatio ad limina Apostolorum“ ist der offizielle Ausdruck für den Besuch der Bischöfe in regelmäßigen zeitlichen Abständen an den Gräbern der Apostel Petrus und Paulus in Rom, verbunden mit der Vorlage des Berichts über die(Erz-)Diözese, einer Audienz beim Papst und einer Kontaktaufnahme mit der Römischen Kurie. Zuletzt waren die deutschen Bischöfe 2015 zum Ad-limina-Besuch in Rom. Hinweise: Die Predigt von Bischof Dr. Georg Bätzing ist als PDF-Datei im Anhang sowie unter www.dbk.de verfügbar.  Dbk 14

 

 

 

 

Totengedächtnis im November

 

Im November besuchen nicht nur die Deutschen die Gräber der Verwandten. Im Übergang vom Herbst zum Winter lag das Totengedenken der Kelten. Mit Halloween am Vorabend des 1. November kehrt ihr Brauchtum auf das Festland zurück. In dieser Zeit des Übergangs zum Winter, bevor die Natur zu sterben scheint, so die Überzeugung der Kelten, erscheinen die Toten den Lebenden.

"Den Toten zur Ehre, den Lebenden zur Mahnung" steht auf dem Kriegerdenkmal in Bad Honnef. In den Stein links sind die Namen der gefallenen Soldaten eingemeißelt.

Die Lebenden gehen am 1.und 2. November auf die Toten zu, indem sie die Gräber besuchen. Das brennende Licht auf den Gräbern steht für die Seelen der Verstorbenen. Hinzugekommen ist das Gedächtnis der Kriegsopfer in der Mitte des Monats am Volkstrauertag sowie am Sonntag vor dem 1. Advent der Ewigkeitssonntag der evangelischen Christen. Das

Kirchenjahr führt die Christen durch die einzelnen Dimensionen des Lebens und ruft auch jeweils eine eigene Stimmung auf. Der Ort des Totengedächtnisses ist der Friedhof, im Novembergrau, die Bäume schon ohne Blätter. Das keltische Erbe vermittelt mit der Vorstellung, dass die Seelen der Toten zu ihren Gräbern kommen, eine Nähe zu ihnen. Der November ist Vorlauf auf die aufsteigende Sonne, die an Weihnachten, heute am 21.Dezember, ihren tiefsten Punkt durchschreitet. Weihnachten ist wegen des neuen Aufstiegs der Sonne bewusst als Termin für die Geburtsfeier Jesu gewählt worden. Man hat nicht nur in Rom das Fest des Sonnengottes auf Jesus umgewidmet, sondern auch die Aussage Johannes des Täufers aufgegriffen, der von Jesus sagt: „Er muss zunehmen, ich muss abnehmen.“ Johannes, der nach dem Lukasevangelium ein halbes Jahr vor Jesus geboren wurde, hat seinen Gedenktag am 24. Juni zur Sommersonnenwende, wenn die Sonne beginnt, abzunehmen.  

Reformationstag: Der 31. Oktober hat neben Halloween noch eine an weitere Bedeutung. Martin Luther schlug 1517 seine Thesen zum Ablasshandel am Portal der Kirche von Wittenberg an. Dort war er als Professor tätig. Von daher datiert der Beginn der Reformation und zugleich einer neuen Medienstrategie, die durch die Erfindung der Buchstaben ermöglicht wurde. Aus Buchen-Holz werden Stäbe geschnitten, aus den dann die Buchstaben einzeln geschnitzt werden. Das ermöglichte eine schnellere Produktion, so dass die Thesen nicht nur an der Kirchentür zu lesen waren, sondern auch auf Flugblättern, die schnell in anderen Städten nachgedruckt wurden. Das Flugblatt wurde mit den Kirchenliedern in deutscher Sprache zum Medium der Reformation.

Halloween wurzelt in dem keltischen Samheinfest, das den Übergang vom Herbst zum Winter markiert. All Hallows eve, „aller Heiligen Vorabend,“ ist christlichen Ursprungs. Die Kürbisse, in die Augen und Mund geschnitzt werden, lassen das Licht einer Kerze sehen. Die Kerze steht auch hier für die unsichtbaren Seelen.

Allerheiligen hat seinen Ursprung in Rom. Neben den namentlich bekannten Märtyrern und Glaubenszeugen wurde auch der anderen gedacht, die ihre himmlische Wohnung erreicht haben. Von Papst Bonifatius IV. wurde das Pantheon, der allen römischen Göttern geweihte Kultraum Anfang des 7.Jahrhunderts umgewidmet zur Gedächtnisstätte aller Heiligen. Der Termin für die Feier der unbekannten Heiligen lag anfangs in der Osterzeit, Papst Gregor III. (731-741) legte den Termin auf den 1.November

An Allerheiligen und Allerseelen gehen die Katholiken auf die Friedhöfe, sie haben das Grab vorher in Ordnung gebracht, stellen ein Licht auf und bringen Blumen mit. An dem Tag werden die Gräber vom Priester mit Weihwasser gesegnet.

Da Allerheiligen in verschiedenen Bundesländern auch ein vom Staat als arbeitsfrei festgelegter Feiertag ist, so in Süddeutschland, in Rheinland-Pfalz und Nordrheinwestfalen, fahren viele Menschen auch zu den Gräbern ihrer Eltern und Verwandten.

Allerseelen ist auch auf keltischem Gebiet entstanden, es wurde von Odilo, Abt der burgundischen Benediktinerabtei Cluny, 998 eingeführt. Das Fest, das sich über die Benediktiner verbreitete, nimmt eine Frömmigkeit auf, die sich um die Seelen sorgt, die noch im Zwischenzustand des Fegfeuers auf die himmlische Existenz vorbereitet werden. Die Lebenden können diesen Seelen helfen, auch durch den Ablass, der die Ableistung der Sündenstrafen verkürzt, jedoch nicht ein Akt der Sündenvergebung ist. So steht Allerseelen mit den Thesen Luthers gegen den Ablasshandel in Beziehung. Die Sorge für die Armen Seelen war von der Kirche kommerzialisiert worden, man konnte einen Ablassbrief kaufen und damit den Bau einer Kirche mit finanzieren. Zur Zeit Luthers besorgte sich der Papst Finanzmittel für den Bau des Petersdomes.

9. November – Reichsprogromnacht

Eine von der Staatspartei, den Nationalsozialisten veranlasste Zerstörung von 1.400 Synagogen, jüdischen Friedhöfen und anderen jüdischen Einrichtungen sowie von Geschäften, deren Inhaber Juden waren. Wegen der zerstörten Fenster wird auch von der Reichskristallnacht gesprochen. Aber es zersprang nicht nur Glas, Juden wurden enteignet, vertrieben und in Konzentrationslager verbracht.

Der 11. November ist ein weiterer Tag des Übergangs. Bis zur Einrichtung von Gas- und dann eklektischen Lampen wurden abends Kerzen angezündet, die bis zum 2. Februar in Gebrauch blieben, um Hausarbeit zu ermöglichen, so die Verarbeitung der Wolle an Spinnrädern. Mit dem 11.Noember endete das Wirtschaftsjahr, Knechte und Mägde konnten an diesem Tag den Arbeitgeber wechseln. Sie erhielten zum Abschied eine Gans.

Der 11. November war auch der Vorabend einer früheren Adventszeit. Ehe Karl d.Gr. die römische Liturgie in seinem Reich einführte, war die sog. Gallikanische Liturgie bestimmend. Sie hatte als Weihnachtsfest den Termin von Alexandrien, den 6. Januar, übernommen und hielt eine Vorbereitungszeit von 40 Tagen ein. Wenn man die Sonntage herausnimmt, kommt man ungefähr beim 11. November als Vorabend und damit beim Karneval an, Bis dahin musste der Tierbestand für den Winter reduziert werden, zumal im Advent kein Fleisch gegessen wurde. Deshalb stand vor Beginn des Advents gutes Essen zur Verfügung. Im Rheinland wird am 11. November der Karneval eröffnet, jedoch beginnen die Veranstaltungen erst nach dem Dreikönigsfest am 6.Januar, denn der Karneval, der gefeiert wird, geht nicht dem Advent, sondern der Fastenzeit voraus.

Heute ist der Heilige, dessen Gedenktag am 11. November gefeiert wird, Martin von Tours bestimmend. Er war römischer Soldat. Mars hieß der römische Kriegsgott. Er praktizierte Nächstenliebe, indem er seinen Mantel mit einem Bettler teilte. Diese Szene, die sich in Amiens zutrug, wird nachgespielt, der Darsteller Martins auf einem Pferd reitend. Ein großes Feuer beendet den Umzug am frühen Abend des Martinstages.

Der Volkstrauertag am zweiten Sonntag vor dem Advent erinnert an die Kriegstoten. Er wurde nach dem Ersten Weltkrieg eingeführt und nach dem Zweiten Weltkrieg in den November gelegt, vor den evangelischen Ewigkeitssonntag, der vor dem 1. Advent begangen wird. Organisiert wird dieses Gedenken vom Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge. Dieser sorgt sich um 800 Friedhöfe in 46 Ländern. Die zentrale Veranstaltung beginnt mit einer Kranzniederlegung vor einem Kriegerdenkmal in Berlin und geht über in eine Feier im Parlament. Der Bundespräsident gedenkt am Ende der gefallenen Soldaten, der Zivilisten, die in den Kriegen umgekommen sind, der im Zweiten Weltkrieg ermordeten Juden und andere Opfer des Nationalsozialismus. Auch der Soldaten wird gedacht, die in den letzten Jahren bei ihrem Einsatz für eine UN-Friedensmission umgekommen sind. Die Erinnerung an die gefallenen Soldaten wird durch das Kriegerdenkmal wachgehalten, das in fast jedem Ort errichtet ist. Dort sind die Namen der gefallenen Soldaten des jeweiligen Ortes festgehalten.

Ewigkeitssonntag, früher Totensonntag, am letzten Sonntag vor dem 1. Advent ist das evangelische Pendant zum katholischen Totengedenken am 1. und 2. November. Der Gottesdienst wird mit einem Gang auf den Friedhof verbunden. Der Name „Ewigkeitssonntag“ bezieht auf den Glauben an ein ewiges Leben, der im Gottesdienst thematisiert wird. Das vom preußischen König 1816 eingeführte Gedächtnis der Verstorbenen am letzten Sonntag des Kirchenjahres gilt auch den in den Befreiungskriegen gegen Napoleon Gefallenen.

Buß- und Bettag am Mittwoch vor dem Ewigkeitssonntag war bis 1994 ein staatlich garantierter Feiertag. Er ruft zu Umkehr und Gebet auf. Er ist nicht mehr staatlich als arbeitsfrei garantiert, weil die Pflegeversicherung durch einen Tag Mehrarbeit von den Berufstätigen mit finanziert werden soll. In Sachsen ist dieser Mittwoch weiterhin arbeitsfrei. Explizit 14  

 

 

 

 

Papst zum Welttag der Armen: Schmerzensschrei der Schwächsten hören

 

Franziskus hat mehr Hilfe für Arme und Menschen in Not angemahnt. Er sprach auch erneut von einem Dritten Weltkrieg und erinnerte an Gewalt, Ungerechtigkeit und Verfolgung. In seiner Predigt zum Welttag der Armen an diesem Sonntag forderte er zudem, die Folgen der Klimakrise und Pandemie anzugehen. Auch dieses Jahr waren wieder zahlreiche Arme, Obdachlose und Migranten bei der Messe im Petersdom dabei. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

Dass die Armen für ihn ein Herzensanliegen sind, hat Papst Franziskus schon bei seiner ersten Audienz für die Medienvertreter am 16. März 2013 deutlich gemacht: „Wie sehr möchte ich eine arme Kirche und eine Kirche, die für die Armen da ist,“ hat er da gesagt. Und dieser Wunsch durchzieht seither sein ganzes Pontifikat.

Der „Welttag der Armen“, den die katholische Kirche auf Anregung von Papst Franziskus seit 2016 begeht, steht dieses Jahr unter dem Leitwort „Jesus Christus wurde euretwegen arm“ (2 Kor 8,9).

Von dem Passus im Lukasevangelium ausgehend, in dem Jesus die Anfänge der endzeitlichen Not beschreibt (21,9), warf Franziskus in seiner Predigt die Frage auf, wie ein Christ auf schlimme Ereignisse reagiert, die Armut und Leid verursachen.

 „Was tust du, während du um dich herum bestürzende Ereignisse siehst, während Kriege und Konflikte aufkommen, während sich Erdbeben, Hungersnöte und Seuchen ereignen? Lenkst du dich ab, um nicht daran zu denken? Amüsierst du dich, um dich nicht zu sehr damit beschäftigen zu müssen? Schaust du weg, um nichts zu sehen? Passt du dich unterwürfig und resigniert dem an, was passiert? Oder werden diese Situationen zu Gelegenheiten, um das Evangelium zu bezeugen?“

Die innere Taubheit durchbrechen

An diesem Welttag der Armen sei das Wort Jesu eine deutliche Mahnung, „jene innere Taubheit zu durchbrechen, die uns daran hindert, den erstickten Schmerzensschrei der Schwächsten zu hören,“ so der Papst weiter.

Die Einsamkeit in unseren Städten

Auch heute würden wir Zeugen, „wie das Unheil des Krieges den Tod so vieler unschuldiger Menschen verursacht und das Gift des Hasses verbreitet,“ brachte Franziskus die Not unserer Zeit auf den Punkt. „Auch heute, noch viel mehr als gestern, wandern viele bedrängte und entmutigte Brüder und Schwestern auf der Suche nach Hoffnung aus, und viele Menschen leben in prekären Situationen, weil sie keine Arbeit haben oder weil sie unter ungerechten und unwürdigen Bedingungen arbeiten müssen. Und auch heute sind die Armen die von jeder Krise am stärksten betroffenen Opfer. Aber wenn unser Herz dumpf und gleichgültig ist, gelingt es uns nicht, ihren schwachen Schmerzensschrei zu hören, mit ihnen und um sie zu weinen, zu sehen, wie viel Einsamkeit und Angst sich auch in den vergessenen Winkeln unserer Städte verstecken.“

„Was sagt uns der Herr angesichts des Dritten Weltkriegs? Was sagt uns der Herr? Und wenn schlimme Ereignisse eintreten, die Armut und Leid verursachen: ,Was kann ich konkret Gutes tun?`. Nicht weglaufen. Man muss sich diese Frage stellen: „Was sagt uns der Herr?" und ,Was kann ich konkret Gutes tun?“

Konkret sprach Franziskus auch von einem Dritten Weltkrieg: „Auch ich stelle diese Frage heute: Was sagt uns der Herr angesichts des Dritten Weltkriegs? Was sagt uns der Herr? Und wenn schlimme Ereignisse eintreten, die Armut und Leid verursachen: ,Was kann ich konkret Gutes tun?`. Nicht weglaufen. Man muss sich diese Frage stellen: „Was sagt uns der Herr?" und „Was kann ich konkret Gutes tun?`“.

Statt falschen „Messiassen“ nachzulaufen, die im Namen des Profits Erfolgsrezepte vorschlagen, die den Reichtum einiger weniger zu mehrten, während sie die Armen zur Marginalisierung verdammten, müssten wir „die Gelegenheit wahrnehmen, das Evangelium der Freude zu bezeugen und eine geschwisterlichere Welt aufzubauen,“ mahnte Franziskus. Es ginge darum, „für Gerechtigkeit, Gesetzlichkeit und Frieden einzutreten, den Schwächsten zur Seite stehen und unserer Geschichte ein anderes Gesicht zu geben.“

Und dafür müssten wir unser Herz öffnen, damit Gott in uns die Fähigkeit zur Liebe wachsen lassen könne.

„Wir können nicht wie jene, von denen das Evangelium spricht, dabei verweilen, die schönen Steine des Tempels zu bewundern, ohne den wahren Tempel Gottes zu erkennen: den Menschen, vor allem den Armen, in dessen Gesicht, in dessen Geschichte, in dessen Wunden Jesus zu finden ist. Das hat er so gesagt. Vergessen wir es nie,“ so die abschließende Bitte des Papstes zum sechsten Welttag der Armen. (vn 13)

 

 

 

 

Papst an COP27: Mutig und entschlossen handeln

 

Papst Franziskus hat die Teilnehmer des COP27 Klimagipfels in Ägypten gemahnt, Fortschritte beim Klimaschutz zu machen. Außerdem würdigte er die katholische Umweltschutz-Internetplattform „Laudato si". Das Kirchenoberhaupt erneuerte diesen Sonntag nach seinem Mittagsgebet zudem seinen Friedensappell für Russland und die Ukraine. Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

 

„Ich möchte an den COP27 Klimagipfel erinnern, der gerade in Ägypten stattfindet. Ich wünsche mir, dass es Fortschritte gibt, mit Mut und Entschiedenheit, im Kielwasser des Abkommens von Paris", sagte Papst Franziskus nach seinem Angelus-Gebet auf dem Petersplatz. Im ägyptischen Sharm el-Sheikh hat am vergangenen Sonntag die 27. UN-Klimakonferenz (COP27) begonnen. Zu dem Treffen im ägyptischen Badeort werden zahlreiche hochrangige Politiker sowie Wissenschaftler und Vertreter von Nichtregierungsorganisationen erwartet. Für den Vatikan war Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin vor Ort. Die Konferenz, die bis 18. November anberaumt ist, trägt den Titel „Together for Implementation“ („Gemeinsam für die Umsetzung“) und soll dazu dienen, die 2015 bei der Weltklimakonferenz in Paris definierten Ziele zu realisieren.

Papst Franziskus würdigte diesen Sonntag auch an die katholische Umweltschutz-Internetplatform „Laudato si“, die der Vatikan 2021 gestartet hatte. Die ökosoziale Aktions-Plattform trägt den Namen der Sozialenzyklika „Laudato si“ aus dem Jahr 2015. In dem Schreiben hat Papst Franziskus bereits eindringlich zum gemeinsamen Schutz der Schöpfung und Kampf gegen den Klimawandel aufgerufen. Die Aktionsplattform sei ein „idealer Anfang", „auf den Schrei der Erde und den Schrei der Armen zu antworten", so das Kirchenoberhaupt.

Ukraine-Krieg: Erneuter Aufruf zu Frieden und Solidarität

Franziskus nutze sein Mittagsgebet diesen Sonntag außerdem, um seinen Friedensappell mit Blick auf den Krieg zwischen Russland und der Ukraine zu erneuern: „Lasst uns immer unseren Brüdern und Schwestern in der gemarterten Ukraine nahe bleiben. Nähe im Gebet und durch konkrete Gesten der Solidarität. Frieden ist möglich! Wir dürfen uns nicht mit dem Krieg abfinden!", so der Papst.

„Nähe im Gebet und durch konkrete Gesten der Solidarität. Frieden ist möglich! Wir dürfen uns nicht mit dem Krieg abfinden!“

Franziskus hatte vor seinem Mittagsgebet im Petersdom eine Messe anlässlich des Welttags der Armen gefeiert, den die katholische Kirche diesen Sonntag begeht. In seiner Predigt war er auch dort schon stellenweise kurz auf den Ukraine-Krieg eingegangen und hatte Solidarität angemahnt.  (vn 13) 

 

 

 

 

Kardinal Hollerich: Hierarchisches Kirchenmodell hat ausgedient

 

Einmal mehr hat der Luxemburger Erzbischof, Kardinal Jean-Claude Hollerich, bekräftigt, dass er die Katholische Kirche mit dem Synodalen Prozess auf einem guten Weg sieht. Die Synode sei jedenfalls keine von oben herab, sondern erfülle sich im Hören auf die Stimmen der Getauften, durch die der Heilige Geist wirke.

Das hierarchische Kirchenmodell hat hingegen für den Generalrelator der Bischofssynode ausgedient. Das sei beim bisherigen Synodalen Prozess bereits mehr als deutlich geworden, sagte Hollerich Freitagnachmittag in Eisenstadt im Rahmen des Martinsfestes. „Wir alle sind die Kirche, sind das Volk Gottes, der Bischof gehört genauso dazu. Manchmal geht er voran, manchmal ist er mittendrin, manchmal geht er hinterher.“

Bischof geht gemeinsam mit dem Volk

Dieses Hören auf das Volk Gottes sei vor allem auch für die Kirchenleitung von besonderer Bedeutung. Hollerich berichtete über eigene Erfahrungen, dass er sich etwa stets bemühe, mit Jugendlichen in Kontakt zu kommen, um deren Lebenswelten kennenzulernen, die sich ja ständig änderten. Was andere Menschen in ihren Familien mitbekommen, sei bei den Geistlichen in dieser Form weniger möglich: „Wenn ich mich als Bischof immer nur mit der gleichen kleinen Gruppe umgebe, die genauso denkt wie ich, und wir uns gegenseitig immer bestätigen, dann verlieren wir den Kontakt zur Realität.“

Nicht alle gleich schnell unterwegs

Das Volk Gottes sei naturgemäß mit unterschiedlichen Geschwindigkeiten unterwegs, „auch nicht alle in der gleichen Spur, manche auch etwas weiter rechts oder links“. Aber, so der Kardinal: „Wenn wir in diesem Unterwegs-Sein auf Christus schauen, der in unserer Mitte geht, dann sehen wir durch ihn auch immer unsere Mitgeschwister.“ Diese Geschwister gelte es bei aller Unterschiedlichkeit anzunehmen.

„Gehen wir diesen Weg gemeinsam und lernen wir voneinander“, so der Appell des Kardinals. Verschiedene Erfahrungen und Meinungen sollten als Bereicherung angesehen werden. Der Kardinal wandte sich in diesem Zusammenhang auch gegen ein „europäisches, rechthaberischer Christentum“. Im Blick auf die Evangelisierung sagte Hollerich: „Wenn ich den Leuten gleich zuerst mit der Moral komme, dann wird sich niemand für das Christentum interessieren. Wenn ich aber vom Leben rede, wie ich von Christus fasziniert bin, dann hören die Leute zu.“

„Gehen wir diesen Weg gemeinsam und lernen wir voneinander“

Der Kardinal und Präsident der Kommission der Bischofskonferenz der Europäischen Gemeinschaft (COMECE) äußerte sich im Rahmen der Martini-Dankfeier im Eisenstädter Dom. Im Anschluss an die Ausführungen des Kardinals, der beim heutigen Martinsfest der Ehrengast war, überreichte Bischof Ägidius Zsifkovics päpstliche und diözesane Auszeichnungen an verdiente Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter in der Kirche. Beschlossen wurde das Martinsfest 2022 mit dem traditionellen Laternenumzug vom Schloss Esterházy zum Dom, wo die Kindersegnung stattfand. (kap 12)

 

 

 

Papst an Kommunikations-Dikasterium: Ausgegrenzten eine Stimme geben

 

Kommunikation ist die Kunst, Verbindungen zu schaffen, definiert Franziskus in seiner Ansprache, die er für die Audienz für die Mitglieder und Mitarbeiter des Kommunikations-Dikasteriums an diesem Samstag vorbereitet hatte. In dem ausgehändigten Text unterstreicht der Papst – der sich bei der Audienz in freier Rede an seine Gäste wandte – den Zusammenhang zwischen Synode und Kommunikation und wirbt dafür, gemeinsam voranzugehen.

Anlass der Audienz war die Vollversammlung des Kommunikations-Dikasteriums, die unter dem Motto stand: „Synode und Kommunikation: ein Weg, der entwickelt werden muss“. Und dies nahm der Papst zum Anlass, seine Überlegungen zu dem Thema vorzutragen: „Die Synode ist nicht eine einfache Übung von Kommunikation, und auch nicht der Versuch, die Kirche mit der Logik der Mehrheiten und der Minderheiten, die eine Übereinkunft finden müssen, neu zu denken“, so Franziskus. Denn diese Art der Überlegungen sei der Weltlichkeit verhaftet und folge dem Modell vieler anderer sozialen, kulturellen und politischen Erfahrungen. Doch die Essenz des synodalen Prozesses liege vielmehr darin, „dem Willen Gottes zuzuhören, ihn zu verstehen und in die Tat umzusetzen.“

Ein Kollegengespräch mit Mario Galgano zur Papst-Audienz

„Die Synode ist nicht eine einfache Übung von Kommunikation, und auch nicht der Versuch, die Kirche mit der Logik der Mehrheiten und der Minderheiten, die eine Übereinkunft finden müssen, neu zu denken“

Diese Aufgabe könne man nur gemeinsam meistern, unterstrich Franziskus, der in diesem Zusammenhang auch die Kommunikation als Motor für Gemeinschaft und Bindungen verstanden wissen will. Die Aufgabe von Kommunikation sei es, „die Nähe zu fördern, den Ausgegrenzten eine Stimme zu geben, die Aufmerksamkeit auf das zu lenken, was wir normalerweise beiseitelegen und ignorieren würden“, sozusagen „das Kunsthandwerk der Bindungen“, definierte der Papst.

Drei Punkte

An drei Punkten müsse sich Kommunikation orientieren, gab Franziskus den Mitarbeitern und Mitgliedern des Dikasteriums mit auf den Weg: „Die Menschen weniger einsam machen“, „den Stimmlosen eine Stimme geben“, und sich den „Mühen der Kommunikation“ stellen.

„Nur eine Kirche, die in der Realität verankert ist, weiß wirklich, was im Herzen des heutigen Menschen vorgeht. Deshalb besteht jede echte Kommunikation vor allem aus konkretem Zuhören, aus Begegnungen, aus Gesichtern, aus Geschichten. Wenn wir nicht wissen, wie wir in der Wirklichkeit stehen können, werden wir nur von oben herab in Richtungen zeigen, auf die niemand hören wird,“ so der Papst. Genau hier könne die Kommunikation eine Hilfe für die Kirche sein, um „konkret in der Realität zu leben, indem sie das Zuhören fördert und die großen Fragen der Männer und Frauen von heute aufgreift.“

Existentielle Peripherien

Oft dränge die Kommunikation „das, was unbequem ist und was wir nicht sehen wollen“, an den Rand, zensiere es gar, so der Papst. Die Aufgabe der Kirche sei es hingegen, „bei den Letzten zu sein“. Der natürliche Lebensraum der Kirche seien eben gerade die „existenziellen Peripherien“.

„Zu den existenziellen Peripherien gehören nicht nur diejenigen, die sich aus wirtschaftlichen Gründen am Rande der Gesellschaft befinden, sondern auch diejenigen, die vor vollen Tellern sitzen, aber sinnentleert sind, und diejenigen, die aufgrund bestimmter Entscheidungen, familiärer Misserfolge oder persönlicher Ereignisse, die ihre Geschichte unauslöschlich geprägt haben, in Situationen der Marginalität leben.“

Es gelte, darüber nachzudenken, ob die Kirche in der Lage sei, „diesen Brüdern und Schwestern“ etwas zu geben, ob sie es verstehe, ihnen zuzuhören und ob sie „gemeinsam mit ihnen den Willen Gottes erkennen und so ein Wort an sie richten kann, das rettet“.

Dissens aushalten

Zu guter Letzt sprach der Papst die Notwendigkeit an, sich den „Mühen der Kommunikation“ auszusetzen. Diese zeigten sich auch im Evangelium, so Franziskus mit Blick auf die Missverständnisse, denen Jesus ausgesetzt war, „wie bei Judas Iskariot, der die Mission Christi mit einem politischen Messianismus verwechselte“:

„Wir müssen auch diese Dimension der ,Mühe‘ in der Kommunikation akzeptieren. Sehr oft sind diejenigen, die die Kirche von außen betrachten, verwundert über die verschiedenen Spannungen innerhalb der Kirche. Aber wer die Art und Weise kennt, wie der Heilige Geist handelt, weiß, dass er es liebt, aus der Vielfalt Gemeinschaft zu machen und aus der Verwirrung Harmonie zu schaffen.“ Gemeinschaft sei allerdings niemals Uniformität, sondern „die Fähigkeit, sehr unterschiedliche Wirklichkeiten zusammenzuhalten“. Es gelte, auch diese „Mühen“ zu kommunizieren, „ohne so zu tun, als ob wir sie auflösen oder verbergen wollten“.

Dissens müsse ja nicht automatisch zu einem Bruch führen, sondern könne in der Tat „eine der Zutaten der Gemeinschaft sein“. Denn Kommunikation müsse auch Meinungsvielfalt ermöglichen, „dabei aber immer versuchen, die Einheit und die Wahrheit zu bewahren, und Verleumdung, verbale Gewalt, Personalismus und Fundamentalismus bekämpfen, die unter dem Vorwand, der Wahrheit treu zu sein, nur Spaltung und Zwietracht verbreiten“.

Neue Wege wagen

Keinesfalls dürfe die Arbeit in seinem Kommunikations-Dikasterium auf eine „rein technische“ Aufgabe reduziert werden, sondern sie berühre vielmehr „die Art und Weise, Kirche zu sein“: „Der Kirche zu dienen bedeutet, verlässlich zu sein und auch mutig neue Wege zu gehen“, schließt die vorbereitete Ansprache des Papstes, der auch seine Mitarbeiter auffordert, „immer verlässlich und mutig“ zu sein. (vn 12)

 

 

 

 

Jahreskonferenz Jugendseelsorge 2022. „Gott ist so vielfältig wie die Gottesbilder“

 

Die Frage von Gottesbildern stand im Mittelpunkt der Jahrestagung der Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz (afj), die heute (11. November 2022) in Ellwangen zu Ende gegangen ist. Seit Dienstag haben rund 60 Verantwortliche der Jugendpastoral über das Thema Gottesbilder beraten, die nicht nur im kirchlichen Bereich präsent sind, sondern auch im Alltag – beispielsweise in Computerspielen, Filmen und in der Musik. Im Mittelpunkt stand die Frage, was Jugendpastoral tun kann, um junge Menschen bei der Entwicklung eines eigenen Gottesbildes zu unterstützen.

 

„Junge Menschen entdecken Gottesbilder zum Beispiel in Onlinegames und Serien sowie im Kontakt mit Gleichaltrigen aus anderen Religionen“, so Bianka Mohr, Leiterin der afj. „Sie brauchen Orte, um sich mit diesen Begegnungen und ihren persönlichen Vorstellungen von Gott auseinanderzusetzen. Das zeigen uns die internen Entwicklungen der Jugendverbände der Katholischen Studierenden Jugend (KSJ) und der Katholischen jungen Gemeinde (KjG), die sich in den vergangenen Jahren mit der Frage der Benennung des Gottesnamens befasst haben.“

 

Den reichen Schatz biblischer Gottesbilder zeigte Dr. Annette Jantzen auf, Pastoralreferentin aus dem Bistum Aachen. Dabei schaute sie insbesondere auf die unterschiedlichen Gottesbilder in den Psalmen. Diese Vielfalt machte den Teilnehmenden deutlich, dass alle Gottesbilder immer nur einen Aspekt Gottes zeigen, da Gott jedem Gottesbild immer eher unähnlicher als ähnlich ist. Prof. Dr. med. Eckhard Frick SJ, Professor für Anthropologische Psychologie an der Hochschule für Philosophie München, referierte über die unterschiedlichen Entwicklungsstadien junger Menschen und erläuterte, wie diese Gottesbilder aufnehmen und prägen. Er betonte, dass junge Menschen ihre Gottesbilder auch aus der Erfahrung der Menschen entwickeln, zu denen sie eine gute Beziehung haben.  

Dr. Veronika Ruf, Theologische Referentin im Fachbereich Liturgie des Bistums Augsburg, sprach über das jeweils unterschiedliche Proprium der göttlichen Personen der Dreifaltigkeit und die Eigenschaften, welche diesen göttlichen Personen zugeordnet werden. Im abschließenden Fachvortrag konnten die Teilnehmenden an den zahlreichen erprobten Methoden in der Vermittlung von Gottesbildern von Prof. Dr. Hans Mendl vom Lehrstuhl für Religionspädagogik und Didaktik des Religionsunterrichts aus Passau partizipieren. 

Am Ende des Studienteils diskutierte die Konferenz über die Voraussetzungen und Rahmenbedingen für eine gelungene Begleitung junger Menschen auf der Suche nach ihren Gottesbildern. „Sie brauchen authentische Gesprächspartnerinnen und Gesprächspartner, die um die Hintergründe der vielfältigen Gottesbilder wissen und diese anbieten. Diese Vielfalt ermöglicht es, einen Zugang zu Gott und eine personale Beziehung zu ihm aufzubauen“, zeigte sich die Leiterin der afj zuversichtlich: „Gott ist so vielfältig wie die Gottesbilder. Wir müssen diese Vielfalt in der Liturgie und im Gebetsleben nutzen und so junge Menschen in ihrer eigenen Spiritualität stärken.“

Hintergrund. Die Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz (afj) ist als Fachstelle für Jugendfragen in die Arbeit der Jugendkommission und des Sekretariats der Deutschen Bischofskonferenz eingebunden. Die Jugendkommission hat zur Aufgabe, aktuelle Entwicklungen in der Jugendpastoral zu beraten und große jugendpastorale Veranstaltungen zu begleiten.

Die Jahreskonferenz Jugendseelsorge dient der Förderung, Koordination und Entwicklung der Jugendpastoral in Deutschland. Mitglieder sind die Verantwortlichen für die Jugendpastoral in den bischöflichen Jugendämtern, den BDKJ Diözesan- und Landesverbänden, dem BDKJ Bundesverband, der BDKJ Mitgliedsverbände auf Bundesebene und der Arbeitsgemeinschaft der Jugendpastoral der Orden sowie die Leitung der Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz. Dbk 11

 

 

 

 

Kirche und Caritas begrüßen Gesetz zur Triage

 

Die Bundestagsentscheidung zur Triage-Regelung vom Donnerstagabend hat gegensätzliche Reaktionen hervorgerufen. Während die Deutsche Bischofskonferenz, das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) und die Caritas insbesondere das Verbot der so genannten „Ex-post-Triage" begrüßten, kritisierten Intensivmediziner und das Deutsche Institut für Menschenrechte am Freitag die Reform des Infektionsschutzgesetzes.

 

Der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, erklärte am Freitag in Bonn, es sei „gerade in prekären Mangelsituationen wichtig, auch den Schutz der Schwachen und alten Menschen sicherzustellen". Es habe „große Skepsis gegeben", so der Limburger Bischof, ob die gefundene Regelung „einerseits praktikabel ist und andererseits den Schutz vor Diskriminierung tatsächlich sicherstellt". Umso wichtiger sei die vorgesehene Evaluation

Keine „Ex-post-Triage“

Als „richtige und wichtige Weichenstellung" bezeichnete Bätzing die Regelung, dass die so genannte „Ex-post-Triage" verboten werde. Auch das ZdK und der Caritasverband begrüßten dieses Verbot. Eine Ex-post-Triage hätte ermöglicht, dass eine begonnene Intensivbehandlung abgebrochen werden kann, wenn bei mangelnden medizinischen Ressourcen ein anderer Patient mit einer höheren Überlebenswahrscheinlichkeit hinzu kommt. „Das halten wir für unethisch", sagte ZdK-Präsidentin Irme Stetter-Karp. Ähnlich äußerte sich Caritas-Präsidentin Eva Maria Welskop-Deffaa. Sie erklärte zugleich, die Caritas sei „in Sorge", dass gerade in Akut- und Dringlichkeitssituationen Menschen mit Behinderungen, ältere Menschen oder Menschen mit Vorerkrankungen diskriminiert würden. Auch der Vorstand der Deutschen Stiftung Patientenschutz, Eugen Brysch, warnte vor Problemen im Klinikalltag: Alte, mehrfach kranke und behinderte Patienten würden „in der Realität" benachteiligt, so Brysch.

Deutliche Kritik an der Gesetzesreform kam auch vom Deutschen Institut für Menschenrechte. Das Gesetz stelle die „Gleichwertigkeit allen menschlichen Lebens in Frage", erklärte das Menschenrechtsinstitut in Berlin. Es bleibe „nur noch die Prüfung durch das Bundesverfassungsgericht".

Kritik von DIVI 

Die Deutsche interdisziplinäre Vereinigung für Intensiv- und Notfallmedizin (DIVI) bemängelte beim Verbot der Ex-post-Triage eine Behandlung nach dem Zufallsprinzip - wer zuerst kommt, wird behandelt -, die sie strikt ablehne. Therapiezieländerungen seien „gelebte Praxis in der Intensivmedizin" und „medizinethisch geboten". Dies würde künftig „indirekt außer Kraft" gesetzt, so die DIVI.

Der Bundestag hatte am Donnerstagabend eine Reform des Infektionsschutzgesetzes beschlossen. Die aktuelle und kurzfristige Überlebenswahrscheinlichkeit eines lebensbedrohlich erkrankten Patienten ist demnach künftig allein entscheidend, wer behandelt werden soll, wenn überlebenswichtige intensivmedizinische Behandlungs-Ressourcen wie Atemgeräte oder Intensivbetten nicht für alle ausreichen. Über eine getroffene Triage-Entscheidung, die mindestens des „Vier-Augen-Prinzips" bedarf, müssen die Krankenhäuser die zuständigen Behörden informieren. Beschlossen wurde auch, dass Krankenhäuser getroffene Triage-Entscheidungen an die zuständigen Landesbehörden melden müssen. Spätestens Ende 2025 soll eine Evaluierung des Gesetzes aus rechtlicher, medizinischer und ethischer Perspektive beauftragt werden.

Das Bundesverfassungsgericht hatte im Dezember eine gesetzliche Regelung gefordert, die die Benachteiligung insbesondere von Menschen mit Behinderung bei der Zuteilung überlebenswichtiger knapper intensivmedizinischer Ressourcen etwa in einer Pandemiesituation ausschließt.

Nach Unklarheiten über das Ergebnis der ersten Abstimmung hatte es eine namentliche Abstimmung gegeben. Von 656 abgegebenen Stimmen entfielen 367 auf Ja und 284 auf Nein. Dazu kamen 5 Enthaltungen. In der folgenden Schlussabstimmung stimmten SPD, Grüne und FDP überwiegend mit Ja, CDU/CSU, AfD und Linke geschlossen mit Nein (kna 11)

 

 

 

 

Triage-Gesetz des Deutschen Bundestages. Bischof Bätzing: Jede Diskriminierung vermeiden

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, erklärt anlässlich der Verabschiedung des Gesetzes zur Triage im Deutschen Bundestag:

 

„Der Deutsche Bundestag hat gestern (10. November 2022) ein Gesetz zur Regelung der Triage im Fall von nicht für alle Patienten ausreichenden Behandlungsmöglichkeiten – etwa in einer Pandemie-Situation – verabschiedet. Das Bundesverfassungsgericht hatte einen stärkeren Schutz insbesondere von Menschen mit Beeinträchtigungen vor Diskriminierung angemahnt. Das verabschiedete Gesetz trägt diesen Vorgaben nun Rechnung.

 

Wir begrüßen, dass der Gesetzgeber betont, wie sehr es darauf ankommt, eine Triage-Situation von vorneherein soweit als irgend möglich zu vermeiden. Neben einer vorausschauenden Ausstattung der Gesundheitssysteme kommt es dabei auch auf eine möglichst optimal koordinierte Kooperation der Krankenhäuser untereinander an. Weder Patientinnen und Patienten noch Ärztinnen und Ärzte sollen in eine Situation der Triage gebracht werden.

 

Wenn es aber unvermeidlich zu einer solchen Situation kommt, hat der Gesetzgeber völlig zu Recht besonderen Wert darauf gelegt, bei der notwendigen Auswahlentscheidung jede Diskriminierung aufgrund von Behinderung, Gebrechlichkeit, Alter, ethnischer Herkunft, Religion, Geschlecht oder sexueller Orientierung strikt zu vermeiden. Das Gesetz sieht deshalb zum einen das inhaltliche Kriterium der aktuellen und kurzfristigen Überlebenswahrscheinlichkeit vor, zum anderen ein strukturelles ‚Vieraugenprinzip‘ bei der ärztlichen Entscheidung und die Hinzuziehung einer Person mit Fachexpertise bei Betroffenen mit Behinderung. In der Diskussion um dieses Gesetz hat es große Skepsis gegeben, ob die Regelung einerseits praktikabel ist und andererseits den Schutz vor Diskriminierung tatsächlich sicherstellt. Letztlich lässt sich das nicht mit völliger Sicherheit im Voraus beurteilen. Umso wichtiger ist die im Gesetz vorgesehene Evaluation des Verfahrens.

 

Dass das Gesetz die sogenannte ,Ex-post-Triage‘ weiterhin verbietet, halten wir für eine richtige und wichtige Weichenstellung. Bei einem solchen Verfahren würden ansonsten auch Patienten, deren lebensnotwendige Behandlung bereits begonnen wurde, wieder in eine Zuteilungsentscheidung einbezogen, sofern ein neu hinzugekommener Patient eine höhere Überlebenswahrscheinlichkeit hat. Eine bereits begonnene Behandlung des ersten Patienten würde wieder abgesetzt. Angehörige und Patienten müssten dann ständig befürchten, dass die bereits eingeleiteten lebensnotwendigen Behandlungsmaßnahmen nicht von Dauer sind. Dadurch würde das Vertrauensverhältnis zwischen Arzt bzw. Ärztin und Patient bzw. Patientin zerstört. Eine Prüfung, inwieweit die Fortführung der Behandlung bei einem individuellen Patienten in Hinblick auf seine Genesung oder sein Überleben weiterhin sinnvoll ist, ist deshalb allein unter dieser individuellen Perspektive aufgrund ärztlicher Expertise durchzuführen und keinesfalls unter einer Konkurrenz-Perspektive im Hinblick auf andere Patienten und Patientinnen.

 

Gerade in prekären Mangelsituationen ist es wichtig, auch den Schutz der Schwachen und alten Menschen sicherzustellen. Hier den Blick einzig auf die Behandlung einer möglichst großen Zahl von weniger kranken oder jüngeren Menschen zu richten, würde sowohl unserem christlichen Menschenbild als auch dem unserem Grundgesetz zugrunde liegenden Verständnis von Menschenwürde diametral entgegenstehen. 

Es bleibt zu hoffen, dass das gestern beschlossene Gesetz in einem eintretenden Notfall eine geeignete Regelung für diese äußerst schwierige Situation zur Verfügung stellt, vielmehr noch aber, dass eine solche Problemlage von vornherein vermieden werden kann.“ Dbk 11

 

 

 

 

Ökumenischer Appell für den Frieden. Präses Kurschus und Bischof Bätzing zum Volkstrauertag

 

„Nie wieder Krieg!“ Diese Forderung richten angesichts der aktuellen weltweiten Konflikte die Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Präses Annette Kurschus, und der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, an die Öffentlichkeit. „Unter dem Eindruck der schrecklichen Erfahrungen zweier Weltkriege war dies über Generationen hinweg das fundamentale Ziel europäischer Einigungsbemühungen. Spätestens seit Anfang 2022 haben wir erlebt, wie diese Hoffnung auf eine europäische Friedensordnung zerbrochen ist. Der Krieg in der Ukraine ist der Überlebenskampf eines souveränen Staates gegen einen rücksichtslosen Aggressor; zugleich ist es ein Kampf der Ukrainer für Freiheit und Demokratie“, so Präses Kurschus und Bischof Bätzing in einem gemeinsamen Grußwort anlässlich des Volkstrauertags, der am kommenden Sonntag (13. November 2022) begangen wird.

 Die Hoffnung auf eine humane Gesellschaft werde durch den Krieg zutiefst erschüttert. „Vermeintlich unumstößliche Sicherheiten zerbrechen. Millionen Menschen müssen fliehen. Es sind vor allem Frauen und Kinder, die ihre Heimat verlassen, während die Väter und Söhne zu den Waffen greifen und in den Krieg ziehen, um ihre Heimat zu verteidigen. Ihr verzweifelter Mut verdient Respekt; ihr Schicksal bedarf unserer Solidarität“, schreiben Präses Kurschus und Bischof Bätzing. Auf beiden Seiten würden Menschen sterben und dem Wahn eines despotischen russischen Herrschers und seiner Vasallen zum Opfer fallen: „Hinter jedem Einzelschicksal steht ein Name; jedes Leben steht für einen Menschen mit einer unverlierbaren und unantastbaren Würde.“

 Präses Kurschus und Bischof Bätzing danken anlässlich des Volkstrauertags dem Volksbund Deutsche Kriegsgräberfürsorge für das große Engagement in der Erinnerung an die Schicksale der Opfer zweier Weltkriege. „Damals wie heute dürfen wir die Menschen, die unter Krieg und Gewalt leiden, nicht vergessen. Die Erinnerung an die Opfer ist uns Gedenken und Mahnung zugleich. In unseren Gebeten bitten wir Christus, unseren Erlöser und Erretter, dass er über unsere Welt seinen Frieden und wahre Versöhnung bringen möge.“

Hinweis: Den Gesamttext des ökumenischen Grußwortes von Präses Annette Kurschus und Bischof Dr. Georg Bätzing finden Sie im unter: https://www.volksbund.de.dbk  Dbk 11

 

 

 

 

Papst Franziskus betont „Primat des Gewissens“

 

„Man muss Gott mehr gehorchen als den Menschen“ (Apg 5,29) – mit diesen Worten widerstand der Apostel Petrus einst dem Druck der Jerusalemer Behörden. Ganz auf einer Linie mit Petrus hat nun sein Nachfolger Franziskus den „Primat des Gewissens über jedwede weltliche Macht“ in Erinnerung gerufen.

 

Bei einer Audienz an diesem Donnerstag sprach der Papst auch vom „Primat der menschlichen Person und ihrer unveräußerlichen Würde, die sich aus dem Gewissen ergibt“. Den Begriff Gewissen wollte Franziskus „nicht rein psychologisch“, sondern „in seiner Fülle, als Öffnung zur Transzendenz“ verstanden wissen.

Zu Gast beim Papst war das tschechische Priesterkolleg in Rom. Franziskus würdigte bei dieser Gelegenheit auch dessen Patron, den hl. Johannes Nepomuk. Der böhmische Priester wurde 1393 auf Geheiß des böhmischen Königs Wenzel IV. von der Prager Karlsbrücke in die Moldau gestürzt – der Legende nach, weil er sich geweigert hatte, dem Monarchen gegenüber das Beichtgeheimnis zu brechen.

„Diese vielen verborgenen Märtyrer…“

„Er sagte Nein zum König, weil er ein Ja zu Christus und zur Kirche bekräftigen wollte. Das lässt daran denken, was so viele Priester und Bischöfe im Lauf der Geschichte unter verschiedenen autoritären und totalitären Regimen durchmachen mussten… Ich möchte heute all jene Priester, Bischöfe und Ordensleute – auch so viele Laien! – würdigen, die durch Gottes Gnade den Mut gehabt haben, Nein zum Regime zu sagen, um ihrer Berufung und Sendung treu zu bleiben! Diese vielen verborgenen Märtyrer, von denen wir nicht unbedingt wissen. Hinter eurer Geschichte stehen Märtyrer…“

Gerade die tschechische Kirche hat in kommunistischer Zeit schlimme Erfahrungen gemacht. In der Tschechoslowakei wurde die katholische Kirche von 1948 an verfolgt, das Regime wollte keine von Rom beeinflusste, sondern eine Nationalkirche. Viele Priester und Bischöfe wurden im Geheimen geweiht, erst 1989 konnte die Untergrundkirche aus den Katakomben zurückkehren ans Tageslicht.

„Der Mut von damals darf heute kein Museumsstück werden“

 „Diese Wurzel des Mutes und des Beharrens auf dem Evangelium darf allerdings für euch nicht zu einer Gedenktafel an der Mauer, zu einem Museumsstück, zu einem Heiligenbildchen werden – sie muss lebendig bleiben! Auch heute verlangt das Christsein in Europa und in jedem Teil der Welt, dass man Nein zu den Mächten dieser Welt sagt, um sein Ja zum Evangelium zu bekräftigen.“

Speziell Priester und Ordensleute müssten sich dabei nicht nur gegen „politische Kräfte“ stemmen, sondern auch ideologischen oder kulturellen Strömungen widersprechen – selbst wenn sie, etwa über die Medien, starkem Druck ausgesetzt oder in Misskredit gebracht würden. (vn 10)

 

 

 

 

Bischof Meier zum Welttag der Armen 2022

 

„Neu über unser Leben, unseren Glauben und die Liebe zu den Armen nachdenken“

 

Der Welttag der Armen, den Papst Franziskus erstmals 2017 für die katholische Kirche ausgerufen hat, wird in diesem Jahr am 13. November begangen. Die Botschaft von Papst Franziskus dazu erinnert an die Solidarität unter den ersten Christen und stellt diese in den Kontext der weltweiten Armut heute. Anlässlich des Welttags der Armen erklärt der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg):

 

„Viele erleben die vergangenen Jahre und Monate als Krisenzeit: Die Corona-Pandemie, die Klimakrise und der Krieg gegen die Ukraine – gleich mehrere Krisen bedrohen und bedrücken uns. Noch ist nicht abzusehen, wie viele weitere Opfer diese Krisen fordern werden, aber es werden nicht wenige sein. So zeichnet die in diesen Tagen stattfindende UN-Klimakonferenz in Ägypten ein dramatisches Bild der Konsequenzen des Klimawandels, die insbesondere arme Menschen und Länder treffen werden.

 

Angesichts solcher gewaltigen Krisen will der Welttag der Armen ‚eine gesunde Provokation‘ sein, ‚um uns zu helfen, über unsere Lebensweise und die vielen Formen der Armut der Gegenwart nachzudenken‘, so Papst Franziskus in seiner Botschaft zum diesjährigen Welttag. Der Papst erinnert an die Solidarität unter den ersten Christen und führt beispielhaft die Sammlungen in Korinth für die Gemeinde in Jerusalem an, für die sich der Apostel Paulus stark gemacht hat. Paulus begründet die Solidarität über den eigenen lokalen Kontext hinweg theologisch, indem er auf Christus verweist: ‚Jesus Christus wurde euretwegen arm‘, schreibt er den Korinthern (vgl. 2 Kor 8,9). Dieses Zitat stellt Papst Franziskus über seine Botschaft und interpretiert es in unsere Zeit hinein. Wie Paulus die Korinther, will auch Franziskus uns nicht einfach zu einer größeren Solidarität nötigen; vielmehr weisen beide auf den sinnstiftenden und bereichernden Gemeinschaftssinn hin, der der christlichen Solidarität zugrunde liegt.

 

Dabei unterstreicht Franziskus die praktische Seite der Solidarität: ‚Angesichts der Armen nützen keine großen Worte, sondern man krempelt die Ärmel hoch und setzt den Glauben durch das persönliche Engagement in die Praxis um, welches nicht an andere delegiert werden kann.‘ Eine solche Solidarität hat eine existenzielle Tiefe, auch das stellt Papst Franziskus klar: ‚Wir sind nicht auf dieser Welt, um zu überleben, sondern damit allen ein würdiges und glückliches Leben ermöglicht wird.‘

 

In Deutschland erhalten rund zwei Millionen Hilfsbedürftige Lebensmittelunterstützung durch die Tafeln, die in vielen Orten sowohl große Unterstützung als auch große Nachfrage erfahren. Letztere ist seit Jahresbeginn um 50 Prozent angestiegen. Es gibt wohl kaum ein auffälligeres Indiz dafür, wie sehr uns Arme nahe sind, auch wenn wir uns vielleicht in anderen Milieus bewegen.

 

Als Vorsitzender der Kommission Weltkirche war ich zuletzt in der Ukraine und in mehreren Nachbarländern der Ukraine, wo ich viel über die Situation der ukrainischen Flüchtlinge erfahren habe. Viele betrauern den Tod von Angehörigen und Freunden und haben alles verloren, was man ‚Hab und Gut‘ nennt. Andere berichteten mir von der großen Hilfsbereitschaft, die sie auf der Flucht erfahren haben und bis heute erfahren.

 

Die Flucht vor Kriegen und aus der bitteren Not kennen wir auch aus den Ländern des Globalen Südens, etwa aus der Sahel-Zone oder aus Mittelamerika. Auch hier sind wir als Christen nah dran an den Armen – weil wir um ihre Not wissen und weil sie unsere Hilfe brauchen, die wir ihnen gewähren können.

 

Ob es um Arme in Deutschland, in Europa oder weltweit geht, ist für uns Christen also nicht so relevant. Längst haben wir die Möglichkeiten, uns auch den Fernen als Nächste zu erweisen. So führen uns die Armen zu dem, was im Leben wirklich zählt und was uns niemand nehmen kann: zur wahren und unentgeltlichen Liebe, die in praktischer Solidarität greifbar wird. Dies dürfen wir bei allen Diskussionen über unseren Glauben und über die Kirche, wie wir sie in den synodalen Prozessen gerade führen, nicht vergessen.

 

Lassen Sie uns zum Welttag der Armen also neu über unser Leben, unseren Glauben und die Liebe zu den Armen nachdenken. Die Botschaft von Papst Franziskus bietet dazu reichlich Impulse. Wir werden dann vielleicht erleben, dass uns die großen Krisen unserer Zeit zum Wesentlichen führen können: zur Liebe Gottes zu uns und besonders zu den Armen.“ Dbk 9

 

 

 

 

Papst Franziskus zieht positive Bilanz seiner Bahrain-Reise

 

Es war ein ziemlicher Kontrast: Vor ein paar Tagen hat Papst Franziskus in Bahrain Temperaturen um die dreißig Grad erlebt. An diesem Mittwoch nun war es etwa elf Grad kalt, als er seine Generalaudienz auf dem Petersplatz in Rom startete. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

„Ein bisschen kühl“, kommentierte der Papst. Aber bei der Bilanz der Bahrain-Reise, die er zog, ging es nicht ums Wetter. Stattdessen fokussierte er auf drei Punkte: Dialog, Begegnung und gemeinsame Wegstrecke. Dialog sei der „Sauerstoff des Friedens“, formulierte Franziskus.

„Bahrain, ein Archipel, das aus vielen Inseln besteht, hat uns geholfen zu verstehen, dass man nicht in Isolation leben darf, sondern dass man sich einander annähern muss... In Bahrain spürte ich diese Notwendigkeit des Dialogs und hoffte, dass die religiösen und zivilen Führer in der ganzen Welt in der Lage sein würden, über ihre eigenen Grenzen und Gemeinschaften hinauszuschauen, um sich um das Ganze zu kümmern.“

„Krieg in der Ukraine ist irrsinnig“

Dieses gemeinsame Handeln von Staaten, Religionen und Kulturen sei dringend nötig angesichts der heutigen Herausforderungen. Der Papst nannte „die Tragödie des Hungers“ oder „den irrsinnigen - irrsinnigen! - Krieg in der gepeinigten Ukraine“. Dieser und andere Konflikte ließen sich „niemals durch die kindische Logik der Waffen, sondern nur durch die milde Kraft des Dialogs“ lösen. Gerade im Ukraine-Krieg setzt sich Franziskus beharrlich für eine Lösung auf dem Verhandlungsweg ein – eine Linie, die nicht völlig der westlichen entspricht.

Generalaudienz von Papst Franziskus - ein Bericht von Radio Vatikan

„Aber auch einmal von der gepeinigten Ukraine abgesehen, denken wir an andere Kriege – zum Beispiel seit zehn Jahren in Syrien! Denken wir an die Kinder im Jemen! Denken wir an Myanmar! Die Ukraine liegt uns am nächsten… Aber was tun Kriege? Sie zerstören! Sie zerstören alles! … Konflikte werden nicht durch Krieg gelöst.“ Auch an anderer Stelle wies Franziskus, gegen Ende der Generalaudienz, noch einmal auf den Ukraine-Krieg hin: „Betet für die gequälte Ukraine, bitten wir um Frieden für dieses so geschundene Volk, das so viel Grausamkeit erleidet… durch die Söldner, die Krieg führen…“

Wunsch nach noch mehr christlich-islamischen Begegnungen

Doch zurück an den Golf, nach Bahrain. Franziskus bemerkte zu seinem zweiten Stichwort, nämlich ‚Begegnung‘: „Ich habe mehrfach den Wunsch gehört, dass es mehr Begegnungen zwischen Christen und Muslimen geben sollte, dass stärkere Beziehungen aufgebaut werden sollten, dass wir uns gegenseitig mehr zu Herzen nehmen sollten“.

Drittes Stichwort: ‚gemeinsame Wegstrecke‘. „Die Reise nach Bahrain sollte nicht als isolierte Episode betrachtet werden, sondern ist Teil einer Reise, die Johannes Paul II. mit seiner Reise nach Marokko eingeleitet hat.“ Der heilige Papst aus Polen hat im August 1985 in einem Stadion in Casablanca eine Rede vor mehrheitlich muslimischen Jugendlichen gehalten.

„Es geht nicht darum, den Glauben zu verwirren oder zu verwässern“

„Der erste Besuch eines Papstes in Bahrain stellt somit einen neuen Schritt auf dem Weg zwischen christlichen und muslimischen Gläubigen dar: Es geht nicht darum, den Glauben zu verwirren oder zu verwässern, nein!..., sondern darum, geschwisterliche Bündnisse im Namen unseres Vaters Abraham zu schließen, der unter dem barmherzigen Blick des einen Gottes des Himmels, des Gottes des Friedens, auf der Erde pilgerte.“

Kirche auf dem Weg

Im übrigen habe sein Besuch aber nicht nur dem Islam gegolten, sondern auch den Christen vor Ort, setzte Franziskus hinzu. „Die Brüder und Schwestern im Glauben, denen ich in Bahrain begegnet bin, leben wirklich ‚auf dem Weg‘: Sie sind meist Wanderarbeiter, die fern der Heimat ihre Wurzeln im Volk Gottes und ihre Familie in der großen Familie der Kirche finden. Und sie gehen mit Freude voran, in der Gewissheit, dass die Hoffnung auf Gott nicht enttäuscht (vgl. Röm 5,5).“

Als der Papst seine Rede beendete – nicht ohne noch einmal beredt für Geschwisterlichkeit, Frieden und neues Denken zu werben -, zeigte das Thermometer am Petersplatz zwölf Grad. (vn 9)

 

 

 

 

Deutsche Hilfswerke: Armut nicht gegen Armut ausspielen

 

Zum „Welttag der Armen“ am 13. November fordern sechs katholische Hilfswerke in Deutschland die unteilbare Solidarität mit den Betroffenen der Armutstreiber Krieg, Flucht, Vertreibung und menschengemachter Erderwärmung. Adveniat, Misereor, Missio Aachen, Missio München, das Kindermissionswerk „Die Sternsinger“ und Renovabis unterstützen den diesjährigen Aufruf von Papst Franziskus, die Option Jesu für die Armen tatsächlich zu leben.

 

 „Solidarität bedeutet nämlich genau das: das Wenige, das wir besitzen, mit denen zu teilen, die nichts haben, damit niemand leidet. Je mehr der Sinn für die Gemeinschaft und das Miteinander als Lebensform wächst, desto mehr Solidarität entwickelt sich“, schreibt Papst Franziskus in seiner diesjährigen Botschaft zum „Welttag der Armen“, der 2016 von ihm für die katholische Weltkirche eingeführt wurde.

Kirche im Globalen Süden als Vorbild für Deutschland

Das nehmen die Sprecherinnen und Sprecher der Hilfswerke auf. Gemeinsam erklären sie aus Anlass des Welttages am 13. November: „Wir spüren in Deutschland zunehmend, was Armut bedeutet. Hier steht die Kirche an der Seite der betroffenen Menschen. Und das ist gut so. Gleichzeitig rufen wir Politik und Bürgerinnen und Bürger auf, die Not der Menschen im Globalen Süden und in Osteuropa nicht zu vergessen. Dort leben Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter der Kirche und Zivilgesellschaft mit und bei den Armen, um Netzwerke der Hilfe zu schaffen. Sie sind für uns als Kirche in Deutschland Vorbild und brauchen gleichzeitig unsere Unterstützung. Wir dürfen Armut in Deutschland nicht gegen Armut weltweit ausspielen, sondern wir müssen gemeinsam überall gegen Armut kämpfen. Solidarität ist unteilbar.“

Adveniat, MISEREOR, missio Aachen, missio München, das Kindermissionswerk „Die Sternsinger“ und Renovabis unterstützen Ortskirchen und Nichtregierungsorganisationen in Afrika, Asien, Lateinamerika, Osteuropa und Ozeanien durch gemeinsame Projekte in den Bereichen Seelsorge, Sozialarbeit, Aufbau von kirchlicher Infrastruktur und Entwicklungszusammenarbeit. (pm 9)

 

 

 

 

„Wenn der Rechtsstaat versagt“. Mehr als 500 Menschen im Kirchenasyl

 

Bundesweit sind aktuell 508 von Abschiebung bedrohte Menschen im Kirchenasyl, darunter 112 Kinder. Die meisten kommen aus dem Afghanistan, dem Irak, Iran oder Syrien. Die Arbeitsgemeinschaft Kirchenasyl beklagt mangelnde Kommunikation mit dem Bundesamt.

Bundesweit gibt es nach Angaben der Ökumenischen Bundesarbeitsgemeinschaft (BAG) „Asyl in der Kirche“ aktuell 314 Kirchenasyle. Kirchengemeinden in ganz Deutschland böten insgesamt 508 Menschen Schutz vor Abschiebung, darunter 112 Kindern, berichtete die BAG-Vorsitzende, Pastorin Dietlind Jochims, am Samstag in Köln auf der Jahrestagung des Kirchenasyl-Netzwerkes. Die Menschen kämen überwiegend aus Afghanistan, dem Irak, Iran oder Syrien. Haupt-Zielländer, in die sie nach dem sogenannten Dublin-Verfahren abgeschoben werden sollten, seien Bulgarien, Rumänien und Polen.

Jochims bedauerte, dass es seit Jahren immer weniger Kommunikation zwischen dem Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) und Kirchenleuten gebe. Das sei „schlecht für ein gegenseitiges zumindest grundsätzliches Verständnis und schlecht für die Suche nach humanitären Lösungen“, sagte die Menschenrechtsbeauftragte der Evangelisch-Lutherischen Kirche in Norddeutschland. In der Vergangenheit gab es immer wieder Kontroversen über den politischen und behördlichen Umgang mit Kirchenasyl.

Die Evangelische Kirche im Rheinland sagte Gemeinden mit Kirchenasyl ihre Unterstützung zu. „Wir stehen als Kirchenleitung hinter den Gemeinden, die Kirchenasyl wagen, und wir sind im Konfliktfall an ihrer Seite“, sagte Oberkirchenrätin Wibke Janssen in einem Videogrußwort zur Tagung. Auch sie bedauerte, dass manche Ausländerbehörden nicht mehr bereit seien, direkt mit der Kirche zu verhandeln. „Es ist uns wichtig zu betonen, dass wir weiter gesprächsoffen sind.“

Kirchenasyl, „wenn der Rechtsstaat versagt“

Beim Kirchenasyl werden Flüchtlinge ohne legalen Aufenthaltsstatus von Kirchengemeinden zeitlich befristet beherbergt. Ziel ist, in Härtefällen eine unmittelbar drohende Abschiebung in eine gefährliche oder sozial unzumutbare Situation zu verhindern und eine erneute Prüfung des Falles zu erreichen.

„Es ist gut, dass es in den Situationen, in denen der Rechtsstaat versagt und humanitäre Defizite aufweist, die Möglichkeit des Kirchenasyls gibt, um Unrecht abzuwenden“, sagte Rafael Nikodemus, Kirchenasyl-Experte der rheinischen Kirche, in dem gemeinsamen Videogrußwort. Es sei „eine enorme Stärke des Rechtsstaates“, wenn er diese Korrekturmöglichkeiten aushalte.

Arbeitsgemeinschaft Asyl in der Kirche

Die Ökumenische Bundesarbeitsgemeinschaft Asyl in der Kirche hielt bis Sonntag in der Evangelischen Melanchthon-Akademie Köln ihre Jahrestagung ab. Unter dem Motto „Gemeinsam Grenzen überwinden“ standen Vorträge, Gespräche, Workshops und Diskussionen auf dem Programm.

In der Bundesarbeitsgemeinschaft haben sich evangelische, katholische und freikirchliche Kirchengemeinden zusammengeschlossen, die bereit sind, von Abschiebung bedrohten Flüchtlingen Kirchenasyl zu gewähren, wenn begründete Zweifel an einer gefahrlosen Rückkehr bestehen. (epd/mig 8)

 

 

 

 

„Jetzt erst recht – Klimaschutz ist Menschheitsaufgabe!“. Weihbischof Lohmann zur 27. Weltklimakonferenz

 

Anlässlich der 27. Weltklimakonferenz, die seit gestern (6. November 2022) im ägyptischen Scharm el-Scheich stattfindet, erklärt Weihbischof Rolf Lohmann (Münster), der in der Deutschen Bischofskonferenz für Umwelt- und Klimafragen zuständig und Vorsitzender der Arbeitsgruppe für ökologische Fragen der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen ist:

 

„Die internationale Klimapolitik durchlebt eine schwierige Zeit. Mit dem russischen Angriffskrieg gegen die Ukraine und der dadurch verursachten Energiekrise ist der Klimaschutz in vielen Ländern nicht nur ins Stocken, sondern ins Spannungsfeld der Geopolitik geraten. Weltweit nehmen die Emissionen von Treibhausgasen weiterhin stetig zu. Nur wenige Länder haben seit der letzten Weltklimakonferenz zusätzliche Zusagen gemacht, ihre Emissionen in Zukunft zu reduzieren. Um die Energiekrise zu bewältigen, nehmen gerade wir in Deutschland zusätzliche ökologische Schulden auf, wenn wir Kohlekraftwerke reaktivieren und mehr Flüssiggas importieren. Wie Klima-Diplomatie funktionieren soll, wenn sich wichtige Akteure in einem Krieg, andere in einer diplomatischen Eiszeit befinden, ist nur schwer zu erkennen. Jedoch sollten wir an der Aussage von Papst Franziskus in seiner Enzyklika Laudato si’ (2015) festhalten, dass die Menschheit die Fähigkeit besitzt, zusammenzuarbeiten, und wir sollten uns an die politischen Entscheider wenden, gemeinsam Verantwortung zu übernehmen und Lösungen für alle zu finden. Denn klar ist: Es ist zu kurz gesprungen, wenn jeder nur an sich denkt – der Kampf gegen den Klimawandel ist eine Frage des Überlebens der Menschheit, unsere gemeinsame Aufgabe und ein Gebot der Solidarität! Das Thema ist von existenzieller Bedeutung für die ganze Welt; das machen die bereits spürbaren, teils katastrophalen Folgen mehr als deutlich.

 

Unter diesen Vorzeichen kommen die Staaten der Welt in Ägypten zur Weltklimakonferenz zusammen. Die Erwartungen sind nicht bescheiden: So sollen sich die Länder ehrgeizigere Klimaziele vornehmen und sie entschieden umsetzen, um die Erderwärmung auf das im Pariser Abkommen vereinbarte 1,5-Grad-Ziel zu begrenzen. In der internationalen Klimafinanzierung sollen Entwicklungsländer höhere Zusagen bekommen und auch angemessene Unterstützung für die Bewältigung ihrer klimabedingten Schäden und Verluste erhalten. Chancen könnten sich indes daraus ergeben, dass die Konferenz auf dem afrikanischen Kontinent stattfindet und möglicherweise die Perspektive des Globalen Südens vor Ort dadurch noch wirksamer eingebracht werden kann.

 

Die Lage ist ernst, aber nicht aussichtslos. Ich warne vor Fatalismus und Hoffnungslosigkeit und möchte dazu ermuntern, die positiven Signale zu sehen und sie aufzugreifen. Lernen wir nicht gerade in der Energiekrise, an manchen Stellen zu sparen oder zu verzichten? Auch viele Kirchen werden diesen Winter weniger geheizt. So entsteht ein neues Energiebewusstsein, das mittel- und langfristig dem Klimaschutz nutzen kann. Als eine Lehre gerade aus der aktuellen Situation müssen wir schneller als zuvor die erneuerbaren Energien ausbauen und die Elektrifizierung vorantreiben. Das ist gut für das Klima und macht uns vom Import teurer fossiler Rohstoffe unabhängiger. Deutschland steht dabei international unter besonderer Beobachtung. Wir können als reiches Industrieland Vorreiter sein und zeigen, dass eine sozial-ökologische Transformation möglich ist, die die breite Gesellschaft mitnimmt; die dafür nötigen Mittel und das Wissen haben wir. Damit keinerlei Zweifel aufkommt: Es ist absolut richtig und wichtig, dass wir weiterhin Verantwortung wahrnehmen für die Schöpfung, die uns Gott, unser Schöpfer, überlassen und anvertraut hat. Ob Teilnehmender und Entscheidungsträger bei der Weltklimakonferenz oder nicht: Lassen wir uns nicht entmutigen, handeln wir entschlossen und werden wir unserer Verantwortung gerecht!“ dbk 7

 

 

 

 

Kolpingwerk öffnet sich nun auch für Nichtchristen

 

Das Kolpingwerk Deutschland öffnet sich nun auch für Nichtchristen. „Somit können auch Menschen dem Verband beitreten, die nicht getauft sind oder einer anderen Religion angehören. Wichtig ist allerdings, dass sie die Werte des katholischen Sozialverbandes teilen“, erklärte der Verband am Sonntag in Köln.

 

Außerdem sei das Familienbild erweitert worden: Es gehe jetzt auf die verschiedenen Lebensrealitäten ein; „jede Art von Lebensform und Familienmodell“ werde anerkannt und respektiert. Hintergrund dieser Veränderungen ist den Angaben zufolge ein fortgeschriebenes Leitbild. Zwei Jahre lang habe eine 30-köpfige Kommission das bisherige Leitbild aus dem Jahr 2000 gemeinsam mit den Mitgliedern und Gremien des Verbandes geprüft und fortgeschrieben. Das Ergebnis sei nun von den rund 300 Delegierten der diesjährigen Bundesversammlung 2022 in Köln beschlossen worden. Für das neue Leitbild sei die Kommunikationskampagne „Zusammen sind wir Kolping“ gestartet worden, hieß es.

„In der Gegenwart muss unser Wirken die Zukunft im Auge behalten - dieser Spruch Adolph Kolpings stand schon als Geleitwort auf der Broschüre mit dem alten Leitbild, und gilt heute mehr denn je“, wie das Kolpingwerk am Sonntag betonte. „Deswegen beschäftigt sich das aktualisierte Leitbild auch mit den Hauptthemen und Herausforderungen dieser Zeit - Diversität, Klimaschutz, Bewahrung der Schöpfung, Nachhaltigkeit, Globalisierung und Digitalisierung.“

Das Kolpingwerk Deutschland ist nach eigenen Angaben ein generationsübergreifender katholischer Sozialverband mit bundesweit mehr als 215.000 Mitgliedern in 2.286 Kolpingsfamilien vor Ort - davon etwa 37.000 Kinder, Jugendliche und junge Erwachsene, die der Kolpingjugend angehören. Es ist Teil von Kolping International und von Kolping Europa. (kna/pm 6)

 

 

 

 

Papst Franziskus nach Bahrain-Reise: „Deutsche, sucht eure Quelle!“

 

Auf dem Rückflug von Bahrain hat Papst Franziskus am Sonntagnachmittag vor Journalisten über den Krieg in der Ukraine und die vielen Konflikte in der Welt gesprochen. Er ging auch auf seine Freundschaft mit dem Großimam von al-Azhar, auf die Gleichberechtigung von Frauen und auf Kindesmissbrauch ein. Zum Reformprozess den deutschen Katholiken äußerte er: „Deutschland hat bereits eine große evangelische Kirche, ich möchte keine weitere.“ Mario Galgano und Andrea Tornielli - Vatikanstadt

 

Es war die letzte Frage der fliegenden Pressekonferenz, die Deutschland betraf. Unser Kollege Ludwig Ring-Eifel vom „Centrum informationis Catholicum“ (KNA, Kathpress, kath.ch) sagte, er sei sehr bewegt, weil er nach acht Jahren Pause wieder bei einem Papstflug mit dabei sein dürfe. Während es in Bahrain eine kleine, arme Kirche mit vielen Einschränkungen gebe, die aber sehr lebendig und voller Hoffnung auftrete, sei die katholische Kirche in Deutschland zwar groß und reich an Geld, Theologie und Tradition, verliere aber jedes Jahr dreihunderttausend Gläubige und stecke in einer Krise. „Kann man von dieser kleinen Herde, die wir in Bahrain gesehen haben, etwas für das große Deutschland lernen?“, wollte Ring-Eifel wissen. Dazu der Papst:

„Was denkt das heilige, treue Volk Gottes?“

„Deutschland hat eine alte religiöse Geschichte... Seine religiöse Geschichte ist groß und kompliziert, mit vielen Kämpfen verbunden. Ich sage den deutschen Katholiken: Deutschland hat eine große und schöne evangelische Kirche; ich will keine andere, die nicht so gut wäre wie diese; sondern ich will eine katholische Kirche sehen, in Geschwisterlichkeit mit der evangelischen Kirche. Manchmal verlieren wir den religiösen Sinn des Volkes, des heiligen, treuen Gottesvolkes, und wir verfallen in ethische Diskussionen - Diskussionen über Entwicklungen, Diskussionen, die theologische Konsequenzen haben, aber nicht den Kern der Theologie darstellen. Was denkt das heilige, treue Volk Gottes? Wie fühlt sich das heilige Volk Gottes? Gehen Sie dorthin und spüren Sie, wie sie sich anfühlt, diese einfache Religiosität, die Sie bei Großeltern finden.

Ich will damit nicht sagen, dass wir zurückgehen sollen, nein, sondern zur Quelle der Inspiration, zu den Wurzeln. Wir alle haben eine Geschichte von Glaubenswurzeln; auch die Völker haben sie: findet sie! ... Die Wurzel der Religion ist die Ohrfeige, die einem das Evangelium verpasst, die Begegnung mit dem lebendigen Jesus Christus; und von da aus die Konsequenzen, alle; von da aus der apostolische Mut, an die Peripherien zu gehen, sogar an die moralischen Peripherien der Menschen, um zu helfen... Wenn es keine Begegnung mit Jesus Christus gibt, wird es einen Ethizismus geben, der sich als Christentum tarnt. Das wollte ich sagen - es kommt von Herzen.“

Reise der Begegnung

Es sei eine Reise der Begegnung gewesen: Mit dieser Bemerkung hatte der Papst die Gesprächsrunde mit den mitfliegenden Journalisten eröffnet. Zwei Ziele habe die Bahrain-Reise gehabt: einerseits sei es um den interreligiösen Dialog mit dem Islam gegangen und anderseits um den ökumenischen Dialog mit dem Primas der Orthodoxie, Patriarch Bartholomaios. 

„Die Ideen des Großimams von al-Azhar gingen genau in diese Richtung, nämlich die Einheit zu suchen, die Einheit innerhalb des Islams - unter Beachtung der Unterschiede, aber mit Einheit. Die Einheit mit den Christen und mit anderen Religionen. Um in den interreligiösen oder ökumenischen Dialog einzutreten, braucht man seine eigene Identität. Man kann nicht von einer diffusen Identität ausgehen. Ich bin islamisch, ich bin christlich, aber ich habe diese Identität, und so kann ich mit Identität sprechen. Wenn man keine eigene Identität hat, ist es ein bisschen schwierig für den Dialog, weil es kein Kommen und Gehen gibt, und deshalb ist es wichtig. Diese beiden, die (nach Bahrain) gekommen sind, sowohl der Großimam von al-Azhar als auch Patriarch Bartholomaios, haben eine starke Identität, und das ist gut so.“

„Wir Christen haben eine etwas hässliche Geschichte von Differenzen, die uns zu Religionskriegen geführt haben“

Es habe ihn beeindruckt, wie sehr al-Tayyeb den innerislamischen Dialog betont habe, nicht um Unterschiede auszulöschen, sondern um einander zu verstehen und zusammenzuarbeiten. „Wir Christen haben eine etwas hässliche Geschichte von Differenzen, die uns zu Religionskriegen geführt haben: Katholiken gegen Orthodoxe oder gegen Lutheraner. Jetzt, nach dem Konzil, gibt es Gott sei Dank eine Annäherung, und wir können miteinander reden und zusammenarbeiten. Das ist wichtig: ein Zeugnis dafür, dass man anderen Gutes tut. Dann werden die Spezialisten, die Theologen, über theologische Dinge diskutieren, aber wir müssen als Gläubige, als Freunde, als Brüder, die Gutes tun, zusammen gehen.“

Das Leid der Libanesen

Bei den Fragen und Antworten kam der Papst auch auf den Libanon zu sprechen. Er wolle die fliegende Pressekonferenz nutzen, um einen Appell an die libanesischen Politiker zu richten: „Lassen Sie persönliche Interessen beiseite, schauen Sie auf das Land, und kommen Sie zu einer Einigung! Erst Gott, dann das Vaterland, dann die Einzelinteressen. Aber Gott und das Vaterland. Ich möchte jetzt nicht sagen: ,Rettet den Libanon', denn wir sind keine Retter, aber bitte unterstützen Sie den Libanon, helfen Sie - damit der Libanon diesen Abstieg stoppt, damit der Libanon seine Größe wiedererlangt.“

Die Rechte der Frau

Während des Aufenthaltes des Papstes in Bahrain gingen gar nicht weit davon die Proteste von Frauen im Iran weiter. Dazu sagte Franziskus, dass der Kampf um die Rechte von Frauen „ein ständiger Kampf“ sei. Denn an manchen Orten seien Frauen den Männern gleichgestellt, aber an anderen Stellen sei dies nicht der Fall. Er erinnere sich daran, wie in den 1950er Jahren in seinem Heimatland Argentinien der Kampf um das Frauenwahlrecht geführt wurde. „Denn bis 1950 konnten das mehr oder weniger nur Männer. Und ich denke an den gleichen Kampf in den USA, der berühmt ist, um die weibliche Stimme. Aber warum - so frage ich mich - muss eine Frau so hart kämpfen, um ihre Rechte zu erhalten?“, fragte sich der Papst. Er stamme aus einem Macho-Volk. Argentinier seien Machos, immer, wiederholte der Papst. „Und das ist schlecht... Dieser Machismo tötet die Menschlichkeit.  Ich danke Ihnen, dass Sie mir die Gelegenheit geben, dies zu sagen, was mir sehr am Herzen liegt. Wir kämpfen nicht nur für unsere Rechte, sondern auch, weil wir Frauen in der Gesellschaft brauchen, um uns zu verändern.“

Das Verhältnis zur Ukraine und zu Russland

Wenn er von der „gemarterten“ Ukraine spreche, so ein weiteres Thema der Pressekonferenz auf dem Flugzeug, dann denke er an die Grausamkeit, „die vielleicht nicht vom russischen Volk ausgeht“, so das katholische Kirchenoberhaupt. Er würdigte das russische Volk als „ein großartiges Volk“, prangerte aber gleichzeitig die Söldner und Soldaten an, „die als Abenteurer in den Krieg ziehen“:

„Ich ziehe es vor, so zu denken, weil ich das russische Volk und den russischen Humanismus sehr schätze. Denken Sie nur an Dostojewski, der uns bis heute inspiriert, der Christen inspiriert, christlich zu denken. Ich empfinde große Zuneigung für das russische Volk und ich empfinde auch große Zuneigung für das ukrainische Volk. Als ich elf Jahre alt war, gab es in meiner Nähe einen Priester, der auf Ukrainisch zelebrierte und keine Ministranten hatte, und er brachte mir bei, die Liturgie auf Ukrainisch zu halten. All diese ukrainischen Lieder kenne ich in ihrer Sprache, weil ich sie als Kind gelernt habe, daher habe ich eine sehr große Zuneigung zur ukrainischen Liturgie. Ich befinde mich inmitten von zwei Völkern, die ich liebe.“

Der Heilige Stuhl habe seit Kriegsausbruch viele vertrauliche Gespräche geführt und dabei auch teilweise gute Ergebnisse erzielt, fügte der Papst an. Allerdings: „Wir können nicht leugnen, dass ein Krieg uns am Anfang vielleicht mutig macht, aber dann ermüdet er und tut weh und wir sehen das Böse, das ein Krieg anrichtet“. Die größte Katastrophe in der Welt heute sei die Waffenindustrie, und deshalb sage er zum Krieg in der Ukraine, dass es eine Tragödie sei: „Deshalb seid ihr, die ihr Journalisten seid, bitte Pazifisten; sprecht euch gegen den Krieg aus, kämpft gegen den Krieg! Ich bitte dich wie einen Bruder.“

Missbrauchsfälle unterschiedlich behandelt

Ein französischer Journalist ging auf den jüngsten Fall eines wegen Missbrauch angeklagten Priesters ein. Das nutze der Papst, um sich allgemein zum Thema Missbrauchsbekämpfung in der Kirche zu äußern:

„Wir arbeiten mit allem, was wir können, aber wir wissen, dass es in der Kirche Menschen gibt, die noch nicht klar sehen... es ist ein Prozess, und wir führen ihn mit Mut durch, doch nicht jeder hat Mut; manchmal gibt es die Versuchung, Kompromisse zu machen, und wir sind auch alle Sklaven unserer Sünden. Aber der Wille der Kirche ist, alles zu klären. Ich habe zum Beispiel in den letzten Monaten zwei Beschwerden über Missbrauchsfälle erhalten, die vertuscht und von der Kirche nicht richtig beurteilt worden waren: Ich habe sofort eine neue Untersuchung der beiden Fälle gefordert, und jetzt wird ein neues Urteil gefällt; dann gibt es auch noch die Revision alter Urteile, die nicht richtig gefällt wurden oder nicht ordnungsgemäß ergangen sind. Wir tun, was wir können, wir sind alle Sünder, verstehen Sie? Und das Erste, was wir fühlen müssen, ist Scham, tiefe Scham.“ Er könne aber sagen, dass die gesamte Kirche „den guten Willen“ habe, weiterzumachen, auch dank der Hilfe der Journalisten.

Flüchtlingsfrage in Italien und Europa

Die Frage einer italienischen Korrespondentin bezog sich auf die derzeitige Debatte in Italien bezüglich der Aufnahme von Mittelmeer-Flüchtlingen. Die neue Rechts-Regierung von Giorgia Meloni verfolgt eine – zumindest in der öffentlichen Debatte – restriktive Linie. Der Papst erinnerte daran, dass es eine europäische Verantwortung für Afrika gebe und dass „eine große Staatsfrau“ - gemeint war die frühere deutsche Kanzlerin Angela Merkel - gesagt habe, wie das Problem der Migranten in Afrika gelöst werden müsse - nämlich mit einem Wechsel der Perspektive. Afrika solle nicht mehr als Kontinent zum Ausbeuten betrachtet werden, sondern als ebenbürtig. „Die neue italienische Regierung beginnt jetzt... ich wünsche ihr das Beste“, so der Papst. (vn 6)

 

 

 

 

Bischof Feige wirbt auf der Synode der EKD für gelebte Synodalität. „Von den Erfahrungen anderer Kirchen lernen“ 

 

„Die aktuelle Debatte zum theologischen Begriff ,Synodalität‘ hat durch Papst

Franziskus einen fundamentalen Perspektivwechsel erfahren: Die Sicht ist weg vom Amt und der Verantwortung der Bischöfe und des Papstes hin zum ganzen Volk Gottes eingetreten“. Diese Auffassung hat heute (6. November 2022) der Vorsitzende der Ökumenekommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Gerhard Feige (Magdeburg), auf der dritten Tagung der 13. Synode der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) und der Vereinigten Evangelisch-Lutherischen Kirche Deutschlands (VELKD) vertreten. „Papst Franziskus hat das Thema Synodalität in den Fokus gerückt und damit eine ungeheure Dynamik ausgelöst. Das Besondere in dem von ihm 2021 ausgerufenen weltweiten synodalen Prozess war von Anfang an die Idee, dass es eine Synode des ganzen Volkes Gottes sein soll, an der nicht nur Bischöfe, Priester und Diakone sowie Ordensleute beteiligt sind, sondern auch die Laien“, so Bischof Feige.

 

Dieser Gedanke von Synodalität habe auch im ökumenischen Kontext eine wichtige Bedeutung: „Da die Partizipation aller in der Taufe gründet, kommt auch den Geschwistern außerhalb der katholischen Kirche eine Bedeutung zu.“ Die Deutsche Bischofskonferenz sei dankbar, dass die in der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK) verbundenen Kirchen sich an einer Konsultation zu dieser Frage beteiligt hätten. „Die Rückmeldungen zeigen, dass Synodalität und ihre Strukturprinzipien jeweils aus der eigenen Kirchengeschichte abgeleitet und erläutert werden. Daher sind negative wie positive Erfahrungen auch nicht ohne Weiteres übertragbar. Dennoch sehe ich in dem Austausch über unterschiedliche Formen, Synodalität in der Kirche zu leben, nicht nur die Chance, einander noch besser kennenzulernen und zu verstehen, sondern auch ein Potential für die katholische Kirche, von den Erfahrungen anderer Kirchen zu lernen“, betonte Bischof Feige.

In seinem Grußwort ging Bischof Feige auch auf den Synodalen Weg der Kirche in Deutschland ein. Die Etappen, die bisher durchschritten worden seien, zeigten, dass er für alle Beteiligten ein Lernprozess sei: „Es verwundert daher nicht, dass es dabei auch zu Konflikten und manchmal auch schmerzlichen Erfahrungen kommt. Aber wir stehen mit dem erschütternden Ausmaß von sexuellem und seelischem Missbrauch im Raum der katholischen Kirche, wie es in den letzten Jahren aufgedeckt wurde und immer neu offenkundig wird, vor einem großen Scherbenhaufen. Deshalb kann und darf es ein ‚Weiter so‘ nicht geben. Aber unabhängig davon hat sich die katholische Kirche in ihrer Geschichte immer wieder als reformbedürftig und als reformfähig erwiesen, auch wenn der Eindruck bleibt, dass das Schiff sich oft nur sehr langsam bewegt hat.“ Bischof Feige appellierte an die Notwendigkeit eines offenen, ehrlichen und in wechselseitigem Respekt geführten Diskurses. Jeder synodale Weg vertraue darauf, dass Gottes Geist wirksam sei, wenn das Volk Gottes zusammenkomme, um zu erkennen, wohin Jesus Christus seine Kirche führen wolle. „Dabei müssen wir uns immer wieder auch selbstkritisch fragen, ob ein Hören aufeinander und auf den Heiligen Geist gelingen kann, wenn wir uns in Lager auseinanderdividieren oder wenn von der einen oder anderen Seite gar ein Verrat an der Wahrheit unterstellt wird“, fügte Bischof Feige hinzu.

Hinweise: Das Grußwort von Bischof Dr. Gerhard Feige ist als PDF-Datei im Anhang sowie nach Ablauf der Sperrfrist unter www.dbk.de verfügbar. Das von Bischof Feige im Grußwort erwähnte Dokument der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK) mit Blick auf den weltweiten synodalen Prozess finden Sie unter: https://www.dbk.de/fileadmin/redaktion/diverse_downloads/dossiers_2022/Weltbischofssynode-Auswertung-Mitgliedsorganisationen-ACK.pdf. Dbk 6

 

 

 

 

Bistum Münster: Kreuz-Abnahme im Friedenssaal „nicht nachvollziehbar“

 

Als „nicht nachvollziehbar“ hat das Bistum Münster das Abhängen eines historischen Kreuzes im Friedenssaal des Rathauses kritisiert. Die Maßnahme war auf Bitten des Außenministeriums in Berlin anlässlich der G7-Außenminister-Tagung im Friedenssaal erfolgt.

Das Bistum Münster werde über das Katholische Büro in Berlin „sein Befremden über die Maßnahme zum Ausdruck bringen“. Zudem wolle man das Außenministerium über das Katholische Büro „um eine offizielle Begründung der Maßnahme bitten“, heißt es in der Erklärung des Bistums vom Freitagnachmittag weiter.

Das Bistum bezieht sich auf eine Aufforderung des deutschen Außenministeriums, dass die Stadt Münster das historische Ratskreuz im Friedenssaal anlässlich der G/-Sitzung entfernen müsse. Begründet wurde dies laut Stadt Münster damit, dass Menschen mit unterschiedlichem religiösen Hintergrund an dem Treffen teilnehmen.

Verkürztes Verständnis von Toleranz

Die Maßnahme „bringt leider ein verkürztes Verständnis von Toleranz zum Ausdruck“, kommentiert das Bistum Münster. „Das Kreuz steht – auch, wenn das nicht immer eingehalten wurde und wird – für Toleranz, Friedfertigkeit und Mitmenschlichkeit. Das Kreuz steht für die Überwindung von Gewalt und Tod. Das Kreuz steht von daher genau für die Zielsetzungen, die die Außenminister mit ihrem Zusammenkommen in Münster anstreben.“

Dass die Außenminister bewusst den Friedenssaal in Münster für ihre Beratungen ausgewählt hätten und damit an die Geschichte anknüpften, begrüße man sehr. „Traditionen und damit verbundene Symbole, die Ausdruck von Werten, Haltungen und religiösen Überzeugungen sind, lassen sich aber nicht einfach ,abhängen‘“, heißt es in der Bistumserklärung weiter. „Vielmehr kann es hilfreich sein, sich damit zu befassen und auseinanderzusetzen. Das hätten wir uns gewünscht.“

In der Einschätzung sei man sich mit Oberbürgermeister Markus Lewe (CDU) einig, informierte das Bistum Münster weiter.

Bedauern von Außenministerin Annalena Baerbock

Ein Sprecher des Außenministeriums hatte die Maßnahme am Freitag protokollarisch begründet. Explizit betonte der Sprecher, dass Außenministerin Annalena Baerbock nicht mit der Entfernung des Kreuzes befasst gewesen sei. Baerbock selbst hat die Entscheidung, dass für das Treffen der G7-Außenminister im Friedenssaal von Münster ein zum Inventar gehörendes Kreuz entfernt wurde, inzwischen bedauert. Dies sei ausschließlich eine organisatorische, keine politische Maßnahme gewesen, sagte sie bei der Abschlusspressekonferenz am Freitagabend in Münster. Sie selbst habe davon erst am Morgen erfahren. Auch wenn der Historische Friedenssaal im Rathaus als Konferenzraum umgebaut werden musste, so hätte das Kreuz dorthin gehört. „Es wäre gut gewesen, wenn es nicht weggeräumt worden wäre“, so Baerbock. (pm 5)

 

 

 

 

Papstmesse in Bahrain: „Das Herz entmilitarisieren”

 

Papst Franziskus hat katholische Gläubige in Bahrain dazu eingeladen, immer zu lieben und alle zu lieben. Geschwisterlichkeit sei kein naiver Traum, sie verlange aber, Böses mit Gutem zu vergelten, sagte der Papst bei einer Messe mit der katholischen Migrantengemeinde in Bahrain an diesem Samstag. Es gehe darum, „das Herz zu entmilitarisieren“. Gudrun Sailer – Vatikanstadt

 

Immer lieben und alle lieben: Jesus habe nicht behauptet, dass das einfach werden würde, erklärte der Papst in seiner Predigt im Bahrain National Stadium. Jesus sei realistisch, er leide selbst darunter, „wie in unserer Zeit in so vielen Teilen der Welt Macht ausgeübt wird, die sich aus Unterdrückung und Gewalt speist“, so Franziskus vor rund 28.000 katholischen Gastarbeitern, die überwiegend aus asiatischen Ländern wie den Philippinen, Indien und Pakistan stammen und zum Geldverdienen auf der arabischen Halbinsel sind. Bei seiner ersten Rede in Bahrain hatte der Papst die Regierenden des Königreichs ermahnt, die Menschenrechte auch der Migranten zu achten; bei der Messe nun rief er die Katholiken und Katholikinnen unter ihnen nicht etwa dazu auf, ihre Rechte einzufordern, sondern hielt sie zur christlichen Grundhaltung schlechthin an: zur Liebe - immer und gegenüber allen.

Immer lieben

Jesus selbst lade dazu ein, in der Liebe kühn und beharrlich zu sein. Statt „Auge um Auge, Zahn um Zahn“ schlage er „etwas Undenkbares, etwas Eigenes“ vor, nämlich dem Anderen auch die zweite Wange hinzuhalten. „Das ist es, was der Herr von uns verlangt: nicht irenisch von einer Welt zu träumen, die von Geschwisterlichkeit beseelt ist, sondern uns zu engagieren und bei uns selbst anzufangen, die universale Geschwisterlichkeit konkret und mutig zu leben, im Guten zu verharren, auch wenn uns Böses widerfährt, die Spirale der Rache zu durchbrechen, die Gewalt zu entwaffnen, das Herz zu entmilitarisieren.“

Natürlich treten im Leben eines jeden Menschen Reibungen und Meinungsverschiedenheiten mit anderen auf, „aber wer dem Fürsten des Friedens folgt, muss immer nach Frieden streben“, verdeutlichte Franziskus. „Und der Frieden kann nicht wiederhergestellt werden, wenn ein böses Wort mit einem noch böseren beantwortet wird, wenn auf eine Ohrfeige eine weitere folgt: Nein, es ist notwendig, solche Situationen zu „entschärfen“, die Kette des Bösen zu lösen, die Spirale der Gewalt zu durchbrechen, aufzuhören, Groll zu hegen, sich zu beklagen und sich selbst zu bemitleiden. Es ist notwendig, in der Liebe zu bleiben, immer: Das ist der Weg Jesu, um dem Gott des Himmels die Ehre zu geben und Frieden auf Erden zu schaffen. Immer lieben.“

Alle lieben

„Alle“ zu lieben sei dann der zweite und nicht weniger herausfordernde Aspekt, fuhr der Papst fort. „Wenn wir Kinder des Vaters sein und eine Welt von Geschwistern aufbauen wollen, besteht die wahre Herausforderung darin, dass wir lernen, jeden zu lieben, auch den Feind.“ In Wirklichkeit sei damit ein Vorsatz verbunden, nämlich „dass man sich entscheidet, keine Feinde zu haben, im anderen kein Hindernis zu sehen, das zu überwinden ist, sondern einen Bruder und eine Schwester, die es zu lieben gilt. Den Feind zu lieben heißt, den Widerschein des Himmels auf die Erde zu bringen, es heißt, den Blick und das Herz des Vaters in die Welt herabkommen zu lassen.“

„Den Feind zu lieben heißt, den Widerschein des Himmels auf die Erde zu bringen“

Eine solche Form von Liebe kommt aber nicht von allein, sondern nur als Gnade. Gläubige sollten deshalb von Gott im Gebet die Gnade erbitten, zu lieben wie er selbst. Franziskus mit einem Textvorschlag: „Jesus, du, der du mich liebst, lehre mich zu lieben wie du. Jesus, du, der du mir vergibst, lehre mich, zu vergeben wie du. Sende deinen Geist, den Geist der Liebe, auf mich“. Bitten wir darum. Denn oft tragen wir dem Herrn viele Bitten vor, aber das ist das Wesentliche für den Christen, im Stande sein, wie Christus zu lieben.“

Zum Abschluss dankte Franziskus den katholischen Gläubigen in Bahrain „für euer sanftes und freudiges Zeugnis der Geschwisterlichkeit, dafür, dass ihr Samen der Liebe und des Friedens in diesem Land seid.“ Auch an die Mitfeiernden aus anderen Ländern der arabischen Halbinsel einschließlich Saudi-Arabiens wandte sich der Papst. Ihnen bringe er „heute die Zuneigung und Nähe der universalen Kirche, die auf euch schaut und euch umarmt, euch liebt und euch ermutigt“.

Bischof Paul Hinder, emeritierter Vikar für Arabien, übernahm anstelle des Papstes den eucharistischen Teil des Gottesdienstes. In einem kurzen Dankeswort zum Schluss verwies er auf den Schutzpatron des Papstes, den heiligen Franz von Assisi. Auch Hinder betonte in der Linie von Franz von Assisi den friedfertigen Charakter der katholischen Gemeinden in der Region mit starker muslimischer Bevölkerungsmehrheit. „Wir Christen im Nahen Osten - diejenigen, die der altorientalischen Tradition angehören, und diejenigen, die als Migranten vorübergehend in diesem Teil der Welt leben - versuchen, die Aufforderung des heiligen Franziskus an seine Brüder umzusetzen, geistig unter den Muslimen zu leben, sich nicht auf Streitereien einzulassen und einfach anzuerkennen, dass wir Christen sind".

„Wir versuchen, geistig unter den Muslimen zu leben, uns nicht auf Streitereien einzulassen und einfach anzuerkennen, dass wir Christen sind“

Mit Franziskus am Altar waren unter anderem Österreichs Kardinal Christoph Schönborn, der Schweizer Kurienkardinal Kurt Koch und der deutsche Benediktiner Nikodemus Schnabel, Patriarchalvikar für Migranten und Asylsuchende des lateinischen Patriarchats von Jerusalem. (vn 5)

 

 

 

 

Dritter Katholischer Medienkongress in Bonn beendet. Kardinal Marx: „Ohne Kommunikation gibt es kein Menschsein“

 

In Bonn ist heute (4. November 2022) der dritte Katholische Medienkongress zu Ende gegangen. Seit vergangenem Mittwoch haben sich rund 340 Medienschaffende mit dem Thema „Let’s face it – Authentizität und Kommunikation“ auseinandergesetzt.

Kardinal Reinhard Marx, Vorsitzender der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, erinnerte in seinem Impuls an die Grundidee bei der Entstehung der digitalen Medien: „Wenn alle mit allen über alles diskutieren, kommunizieren und sich informieren können, ist das ein Demokratieschub. Das ist eine enorme Chance. Aber wir haben gemerkt: Es haben sich Blasen gebildet, die Sprache wird schärfer und die Polemik nimmt Raum ein. Ich habe immer noch den Traum: Wenn der Mensch vernünftig ist, könnte es auch zu vernünftigen Lösungen weltweit kommen.“ Das „Projekt der Aufklärung und Vernunft“ dürfe auch im Netz nicht aufgegeben werden. „Ich gebe zu, das ist eine Herausforderung und manche Entwicklungen machen mir Sorgen, aber ich gebe die Hoffnung nicht auf“, so Kardinal Marx. „Die Kirche muss auf der Seite der Freiheit, auf der Seite des Diskurses stehen. Wir müssen von der Welt lernen, denn die neue mediale Wirklichkeit verändert die Kommunikation von uns allen tiefgreifend. Wichtig ist, dass es einen Raum gibt, in dem Regeln und die Gestaltung miteinander abgesprochen sind.“ Kardinal Marx betonte: „Fakt ist – ohne Kommunikation gibt es kein Menschsein.“

 

Die Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz, Dr. Beate Gilles, rief dazu auf, als Kirche glaubwürdig in einer pluralen Gesellschaft zu sein: „Auf diesem Markt bewegen Sie sich als Medienschaffende und auf diesem Markt müssen wir uns bewähren, auch die kirchliche Medienarbeit.“ Authentizität, Transparenz und Glaubwürdigkeit seien die notwendigen Leitperspektiven für die Medienarbeit. Die Generalsekretärin ging dabei auch auf die fortschreitende Fragmentierung des Medienangebots ein. „Neben hunderten TV- und Radioprogrammen gibt es noch viel mehr Angebote weltweit im Netz. Täglich entwickeln sich neue Formate. Jeder und jede findet ein Angebot. Das ist ein Zeichen dafür, dass die Mediennutzerinnen und -nutzer mit ihren Bedürfnissen ernst genommen werden. Es erfordert für alle Medienschaffende größte Anstrengungen, weiterhin ein Angebot zu bieten und zu stemmen, das nicht nur informativ und inspirierend, bildend und unterhaltsam ist, sondern eben auch Akzeptanz findet, authentisch und glaubwürdig ist und auf dem Kanal läuft, wo die Menschen sind.“ Medien seien Chance und nicht nur Risiko. Sie fügte hinzu: „Es gibt Konzentrationsprozesse bei den großen Medienunternehmen und die Digitalisierung fordert weiterhin die Geschäftsmodelle der publizistischen Medienunternehmen heraus. Was für die säkulare Welt gilt, gilt mindestens ebenso für die kirchliche Medienwelt. Auch diese ist in einem Transformationsprozess. Die Digitalisierung schreitet auch bei kirchlichen Medien erheblich voran. Wir müssen uns neu aufstellen – in Bistümern und auf der Bundesebene, aber auch in dem, was wir an Inhalten anbieten.“

 

Julius van de Laar, internationaler Kampagnen- und Strategieberater sowie Berater der Publizistischen Kommission, betonte: „Letzte Woche war ich noch in den USA und bin einmal mehr erschrocken, wie polarisiert und angeheizt mediale Debatten geführt werden. Gesetzt den Fall, dass viele Trends und gesellschaftliche Entwicklungen aus den USA auch zu uns nach Deutschland herüberschwappen, ist genau jetzt der richtige Zeitpunkt, darüber zu diskutieren, welche Rolle und welches Selbstverständnis die Medien in Deutschland haben sollen und müssen.“ Er fügte hinzu, dass er es bemerkenswert finde, in welcher Intensität und Offenheit und auch wie schonungslos über diese Fragen beim Medienkongress diskutiert wurde. „Jeder und jede, die wirksam kommunizieren und Dinge in Bewegung bringen wollen, müssen sich den Krisen stellen, um die Chance zu haben, gestärkt auf der anderen Seite herauszukommen.“

 

Ziel des Kongresses war es, Glaubenskommunikation umfassend zu denken und Impulse zur Weiterentwicklung kirchlicher Medienaktivitäten zu setzen. In Vorträgen und Diskussionsrunden ging es rund um die Themen Werte und Botschaften in der medialen Transformation, Glaubwürdigkeit und Kommunikationskrisen, künstliche Intelligenz, Gamification, Metaverse und digitale Formate der Zukunft.

 Hinweis: Alle Informationen zum dritten Katholischen Medienkongress sind unter www.katholischer-medienkongress.de verfügbar. Dbk 4

 

 

 

 

Kardinal Marx: Kirche muss gegen Gefahren im Netz ankämpfen

 

Nach Ansicht des Münchner Kardinals Reinhard Marx müssen Kirche und Medien stärker gegen Fehlentwicklungen im Netz ankämpfen. Viele der mit dem Internet verbundenen Hoffnungen hätten sich leider nicht erfüllt, sagte er am Freitag beim Katholischen Medienkongress in Bonn.

Wer am lautesten sei, bekomme oft die meiste Aufmerksamkeit. Viele Menschen bewegten sich nur in ihren eigenen Blasen. Es werde polemisiert und polarisiert. „Mir macht das große Sorgen, dass auch die Demokratie unter Beschuss gerät", fügte Marx hinzu, der auch katholischer Medienbischof ist. Hier seien die Medien und die Kirche in der Pflicht, mit aller Kraft gegenzusteuern. Zugleich warnte der Kardinal, man dürfe auch nicht vermeintlich guten alten Zeiten hinterhertrauern. Das Netz sei real und es gebe gar keine Alternativen. Die Kirche dürfe sich auch keinesfalls darauf zurückziehen, andere zu belehren, wie sie ethisch korrekt die Möglichkeiten nutzen sollten. Sie müsse selbst aktiv sein und offensiv, auch wenn sie derzeit unter massiven Kommunikationsschwierigkeiten und Glaubwürdigkeitsproblemen leide.

„Mir macht das große Sorgen, dass auch die Demokratie unter Beschuss gerät“

Hintergrund

Am dreitägigen Katholischen Medienkongress unter dem Motto „Let's face it - Authentizität und Kommunikation" nahmen nach Angaben der Veranstalter mehr als 300 Medienschaffende und Kommunikationsexperten teil. Ziel der dritten Auflage des Kongresses sei es, Glaubenskommunikation umfassend zu denken und Impulse zur Weiterentwicklung kirchlicher Medienaktivitäten zu setzen, hieß es. Dazu gab es unter anderem Vorträge und Diskussionsrunden zu den Themen Werte und Botschaften in der medialen Transformation, zu Glaubwürdigkeit und Kommunikationskrisen, zu künstlicher Intelligenz und digitalen Formaten der Zukunft. Im Rahmen des Medienkongress wurde am Donnerstagabend auch der Katholische Medienpreis verliehen. 

Doku zu Coming-Out in der Kirche ausgezeichnet

Der mit 5.000 Euro dotierte Hauptpreis ging an das Autoren-Team Hajo Seppelt, Katharina Kühn, Marc Rosenthal und Peter Wozny in der Kategorie Fernsehen für die ARD-Dokumentation „Wie Gott uns schuf - Coming-Out in der Katholischen Kirche" über das Coming-Out von 125 Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter der katholischen Kirche in unterschiedlichen Positionen. „Queere Menschen gehören zu uns und müssen auch in der Kirche arbeiten dürfen", sagte Marx am Donnerstagabend bei der Verleihung des Katholischen Medienpreises.

Am 21. und 22. November wollen die katholischen Bischöfe in Deutschland über Reformen im kirchlichen Arbeitsrecht entscheiden. Der Entwurf sieht gravierende Änderungen vor. Unter anderem soll als einziger Kündigungsgrund „kirchenfeindliches Verhalten" erhalten bleiben. Privatleben, Familienstand und sexuelle Orientierung sollen keine Rolle mehr spielen. Marx betonte, er wolle alles dafür tun, dass die notwendige Zwei-Drittel-Mehrheit für die Reform zustande komme. (kna 4)

 

 

 

 

Papst an Muslime in Bahrain: „Gott ist Quelle von Frieden“

 

Papst Franziskus hat an diesem Freitag führende Muslime in Bahrain auf den gemeinsamen Einsatz für Frieden und Versöhnung in der Welt eingeschworen. Eindringlich mahnte er dazu, interreligiöse Spannungen der Vergangenheit zu überwinden. Als Mittel der Wahl empfahl Franziskus Gebet und Geschwisterlichkeit. Gudrun Sailer - Vatikanstadt

 

An einem Freitag, der in der muslimischen Welt einen ähnlichen Stellenwert hat wie im Westen der Sonntag, hatten die Behörden in Bahrain das Treffen von Papst Franziskus mit den Angehörigen des Muslimischen Ältestenrates angesetzt. In der Moschee des Al-Sakhir-Palastes richtete Franziskus das Wort an die Anwesenden, die er „liebe Freunde, Brüder in Abraham“ und „Gläubige an den einzigen Gott“ nannte.

„Gott ist Quelle von Frieden“, steckte Franziskus den gemeinsamen Grund für den Einsatz christlicher wie muslimischer Gläubiger zugunsten der ganzen Menschheit ab. Er stellte klar, „dass der Gott des Friedens niemals zum Krieg anleitet, niemals zum Hass aufstachelt und niemals Gewalt unterstützt“. Die gemeinsame Aufgabe von Religionsverantwortlichen sei es, Frieden nicht nur zu verkünden, sondern zu verwurzeln, dazu müsse „Ungleichheit und Diskriminierung“ beseitigt werden, denn Friede sei „Werk der Gerechtigkeit“, zitierte Franziskus aus der Konzilskonstitution „Gaudium et Spes“ (1965) über die Kirche in der Welt von heute.

Menschen über Meinungen stellen

Dann wurde Franziskus konkreter. Man müsse, sagte er, die Wirklichkeit vor die Ideen stellen, die Menschen vor die Meinungen und „eine Zukunft der Geschwisterlichkeit vor eine Vergangenheit der Feindseligkeiten“. Gläubige aller Religionen müssten „Vorurteile und Missverständnisse aus der Geschichte“ im Namen Gottes überwinden, der Papst stellte diesen Weg für Religionsführer als alternativlos vor: „Wie werden sonst die Gläubigen verschiedener Religionen und Kulturen zusammenleben, sich gegenseitig annehmen und wertschätzen können, wenn wir einander fremd bleiben?“

Hier im Video

Ursache der globalen Krisen: Entfremdung von Gott und dem Nächsten

Als Ursache der großen Übel der Gegenwart bis hin zur Umweltkrise machte Franziskus „unsere Entfremdung von Gott und dem Nächsten“ aus. Religionsführer hätten die Aufgabe, diese Entfremdung umzukehren. Der Papst empfahl zwei Mittel: Gebet und Geschwisterlichkeit. „Dies sind unsere Waffen, bescheiden und wirksam“, formulierte er. „Wir dürfen uns nicht von anderen Mitteln verleiten lassen, von Abkürzungen, die des Allerhöchsten unwürdig sind, dessen Friedensname von denen beleidigt wird, die an die Argumente der Stärke glauben, die die Gewalt, den Krieg und das Waffengeschäft fördern, den „Handel mit dem Tod“, der durch immer größere Geldsummen unser gemeinsames Haus in ein einziges Waffenlager verwandelt.“

Papst kritisiert Waffenhandel

Unumwunden kritisierte der Papst an dieser Stelle den globalen Waffenhandel, an dem auch die arabischen Staaten nicht geringen Anteil haben. Franziskus sprach von „dunklen Intrigen“ und schmerzlichen Widersprüchen: Nicht wenige Menschen müssten aus ihrer Heimat fliehen, weil dort Kriege durch den billigen Kauf alter Waffen aufblühen, „nur um dann an anderen Grenzen durch immer ausgefeiltere militärische Ausrüstung erkannt und abgewiesen zu werden. Und so wird die Hoffnung zweimal getötet!“

„Wir müssen beispielhaft vorleben, was wir predigen, nicht nur in unseren Gemeinschaften“

Angesichts solcher Szenarien von Macht und Geld müssten Religionsführer „mit der Weisheit der Ältesten und der Väter“ beständig daran erinnern, „dass Gott und der Nächste vor allem anderen kommen“, unterstrich der Papst. Er rief die führenden Muslime auch dazu auf, mehr noch als mit Worten mit Taten am Frieden zu arbeiten und ihr Engagement auf die Weltbühne zu tragen. „Wir tragen eine große Verantwortung vor Gott und vor den Menschen, und wir müssen beispielhaft vorleben, was wir predigen, nicht nur in unseren Gemeinschaften und bei uns zu Hause – das reicht nicht mehr aus –, sondern in der vereinten und globalisierten Welt.“ Und mit Blick auf den gemeinsamen Stammesvater der drei monotheistischen Religionen Judentum, Christentum und Islam, Abraham, sagte Franziskus: „Uns … dürfen nicht nur „die Unseren“ am Herzen liegen, sondern wir müssen uns immer geeinter an die gesamte menschliche Gemeinschaft richten, die die Erde bewohnt.“ (vn 4)

 

 

 

 

Gräber für Wohnungslose: Ein Ort, an dem keiner vergessen wird

 

Wenn Wohnungslose sterben, gibt es oft keinen, der sich um ihre Bestattung kümmert. Für sie gibt es jetzt auf dem Friedhof am Perlacher Forst in München zwölf Grabplätze - ein Ort der Erinnerung und Begegnung. Von Barbara Weiß und Andrea Neumeier

 

Wenn wohnungslose Frauen und Männer in München sterben, können sie künftig auf dem Friedhof am Perlacher Forst bestattet werden. Das Gräberfeld für Wohnungslose, das am vergangenen Freitag eingeweiht wurde, geht auf eine Initiative des Katholischen Männerfürsorgevereins und des Erzbistums München und Freising mit Unterstützung der Landeshauptstadt München zurück. Es ist ein gemeinsamer Erinnerungsort, an dem keiner vergessen werden soll.

In der Mitte des Friedhofs am Perlacher Forst

Im Psalm 13 heißt es: "Denn wir haben hier keine bleibende Stadt". Diese Worte stehen auf der sandsteinfarbenen Stele im Zentrum des neuen Gräberfeldes für Wohnungslose. Mitten im Friedhof am Perlacher Forst unter alten Bäumen ist es von Hecken begrenzt und mit frisch angelegten Blumenbeeten gestaltet. Peter Lippert von den Städtischen Friedhöfen München: "So bekommen jetzt Menschen, die zu Lebzeiten außerhalb der Gesellschaft gelebt haben, einen Platz. Man kriegt letztendlich ein Gesicht nach dem Tod, und das ist das Wichtigste." Die Stele sei aus dem Fundus des städtischen Friedhofs, und den Psalm habe der Männerfürsorgeverein ausgesucht.

Zwölf Grabplätze für wohnungslose Münchner

Für zwölf Grabplätze hat der Katholische Männerfürsorgeverein das Nutzungsrecht reserviert, aus der Überzeugung heraus, dass jeder Mensch eine letzte würdige Ruhestätte verdient habe, sagt Thomas Allgäuer vom Katholischen Männerfürsorgeverein: "Vom Ende her zeigt sich auch, wie man mit Menschen im Alltag umgeht, und das ist für mich auch ein Zeichen der Wertschätzung. Menschen, die kein Obdach haben, finden hier am Ende ein würdevolles Zuhause."

Ein würdevolles Zuhause, in Gemeinschaft, wenigstens nach dem Tod. Bisher wurden die Wohnungslosen auf irgendeinem der 26 Münchner Friedhöfe bestattet. Dort eben, wo gerade ein Platz, ein Grab frei war. Jetzt gibt es einen zentralen Gedenkort, der auch auffindbar ist für alle, die an die Verstorbenen denken wollen, wie zum Beispiel andere Wohnungslose, Freunde und Bekannte aus den Wohnheimen der Männerfürsorge wie Johann Schwinggenschlögler und Jürgen Heller: "Ich finde das gut, dass das gemacht worden ist, dann müssen wir nicht mehr zum Nordfriedhof und dann zum Ostfriedhof. Dann fahren wir einfach zum Perlacher Forst. Wenn ein Bekannter aus dem Heim begraben wird, dann kann man schon mal kommen."

Ein Ort der Erinnerung und der Gespräche

Nicht nur an Allerheiligen und Allerseelen will Thomas Allgäuer, Leiter des Wohnungslosenheims an der Waakirchnerstraße, mit den Bewohnern seines Heimes hierher kommen, sondern auch unterm Jahr. Das Gräberfeld soll ein Ort der Erinnerung an die Verstorbenen sein, aber auch ein Ort für Gespräche übers Leben. Zwei Parkbänke laden zum Verweilen ein. "Das sind Menschen, die viele Baustellen in ihrem Leben haben. Hier eine Versöhnung herzustellen, dass heil wird, was im Leben nicht geklappt hat", sagt Allgäuer.

Das Gräberfeld ist für die Verstorbenen aus den katholischen Einrichtungen der Männerfürsorge gedacht – egal welcher Konfession. Es ist ein Angebot. Es gibt keine Pflicht, sich hier begraben zu lassen. Zehn bis 15 Wohnungslose sterben durchschnittlich pro Jahr in den Einrichtungen der Münchner Männerfürsorge. Vorbild für das Projekt ist Oberschleißheim. Dort gibt es schon länger ein gemeinsames Gräberfeld für Wohnungslose. BR.de 4

 

 

 

 

Papst in Bahrain: „Bin hier als Sämann des Friedens“

 

Bei seiner ersten Rede in Bahrain hat Papst Franziskus das friedliche Zusammenleben der vielen ethnischen und religiösen Gruppen in dem arabischen Königreich gewürdigt. Zugleich forderte er Bahrain dazu auf, mehr Religionsfreiheit zu gewähren, die Todesstrafe zu überdenken und die Menschenrechte aller Arbeitenden zu achten.

Papst Franziskus ging bei der Begegnung mit Angehörigen der Regierung, der Zivilgesellschaft und des Diplomatischen Corps in Awali zunächst auf die ethnische und kulturelle Vielfalt des arabischen Inselstaates Bahrain ein, der seit 4.500 Jahren ununterbrochen besiedelt ist und „immer ein Ort der Begegnung zwischen verschiedenen Völkern“ gewesen sei. Die Vielfalt der Bevölkerung in Bahrain sei „nicht vereinheitlichend, sondern inklusiv“, formulierte der Papst, überhaupt sei Vielfalt „der Schatz eines jeden wirklich entwickelten Landes“. In der globalisierten Welt mit ihren Formen der Gleichgültigkeit und des Misstrauens bezeuge Bahrain, „dass man in unserer Welt zusammenleben kann und muss“.

Franziskus rief von dem arabischen Kleinstaat aus zu mehr Geschwisterlichkeit auf. „Lasst uns zusammenarbeiten, lasst uns für das Miteinander arbeiten, für die Hoffnung“, sagte der Papst. Er selbst sei hier „als Sämann des Friedens“. Das interreligiöse Dialogforum zwischen Ost und West, bei dessen Schlusszeremonie Franziskus am Freitag spricht, nannte er „eine wertvolle Etappe auf dem Weg der Freundschaft, der sich in den letzten Jahren mit verschiedenen islamischen Religionsführern intensiviert hat“. Dieser Weg der Geschwisterlichkeit wolle „unter dem Blick des Himmels dem Frieden auf der Erde dienen“.

„Lasst uns zusammenarbeiten, lasst uns für das Miteinander arbeiten, für die Hoffnung“

Papst drängt auf Achtung der Menschenrechte

Unter Verweis auf die Verfassung Bahrains mahnte Franziskus aber auch Fortentwicklungen bei der Religionsfreiheit und der Todesstrafe ein. Die dort festgelegten Verpflichten dienten dazu, dass „die Religionsfreiheit umfassend wird und sich nicht auf die Freiheit der Religionsausübung beschränkt; damit gleiche Würde und gleiche Chancen für jede Gruppe und jeden Menschen konkret anerkannt werden; damit es keine Diskriminierung gibt und die grundlegenden Menschenrechte nicht verletzt, sondern befördert werden. Ich denke insbesondere an das Recht auf Leben, an die Notwendigkeit, es immer zu garantieren, auch im Hinblick auf diejenigen, die bestraft werden und deren Leben nicht beseitigt werden kann.“

Arbeit: Kostbar wie Brot

Auch auf die Frage der Menschenrechte von Arbeitenden ging Franziskus ein. Die Staaten auf der arabischen Halbinsel stehen gelegentlich wegen ihres Umgangs mit migrantischen Arbeitskräften in der Kritik, die auf Baustellen oder in Familien unter prekären Bedingungen beschäftigt sind. Bahrain sei wegen seiner Arbeitsplätze attraktiv, sagte Franziskus, und Arbeit sei „kostbar wie Brot“. Es müssten aber „überall garantierte und menschenwürdige Arbeitsbedingungen gewährleistet werden“, unterstrich der Papst. Bahrain selbst habe in dieser Hinsicht „wertvolle Errungenschaften vorzuweisen“, so „die Abschaffung der Sklaverei“, und möge nun „ein Leuchtturm sein, wenn es darum geht, faire und immer bessere Rechte und Bedingungen für Arbeitnehmer, Frauen und junge Menschen in der gesamten Region zu fördern“ und Migranten und Gefangene mit Respekt zu behandeln.

Gemeinsam gegen den Krieg

Auch über Kriege sprach der Papst in Bahrain, mit besonderem Verweis auf den Jemen, das Armenhaus der Arabischen Halbinsel. Kriege führten niemals zu einem Sieg, „sondern nur zu schmerzhaften Niederlagen für alle“, so Franziskus. Er rief dazu auf, die Friedensbemühungen zu stärken.

Der erste Termin auf der Bahrain-Reise von Papst Franziskus war etwas vorgezogen worden. Im Flugzeug hatte das Kirchenoberhaupt von starken Knieschmerzen gesprochen. Franziskus war im Rollstuhl, teils auch mit dem Gehstock unterwegs. (vn 3)

 

 

 

 

Deutsche Bischöfe veröffentlichen weiteren Impuls zur Ehepastoral

 

Die Deutsche Bischofskonferenz hat heute (2. November 2022) einen weiteren Text im Nachgang zum Apostolischen Schreiben Amoris laetitia von Papst Franziskus veröffentlicht. Dabei geht es um eine spezielle Konstellation von Paaren. Der Text trägt den Titel „Eine Liebe – unterschiedliche Weltauffassungen und Glaubensentscheidungen. Impulse zur Ehepastoral bei Paaren mit einem/einer nicht gottgläubigen, religiös indifferenten oder konfessionslosen Partner/Partnerin“.

 

In zunehmender Zahl fragen Paare eine kirchliche Eheschließung nach, bei denen der Partner oder die Partnerin entweder nicht an Gott glaubt, religiösen Fragestellungen gleichgültig gegenübersteht oder nicht konfessionsgebunden ist. Der Text möchte Vorbehalte aufbrechen und gegenüber diesen Paaren Ermutigungen aussprechen, dass auch sie einen Platz in der Kirche haben. Der Text richtet sich an hauptamtlich Seelsorgende und religionspädagogisch qualifizierte Personen.

 

Der Vorsitzende der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), hält es für ein „Zeichen der Zeit“, sich seelsorglich diesen Paaren zuzuwenden: „Wir müssen die komplexe Realität dieser Paare wahrnehmen und ihnen zu erkennen geben, dass sie in der Kirche erwünscht sind. Das darf jedoch weder in der Hinführung dieser Paare auf die Ehe noch in der Ehebegleitung leichtfertig geschehen. Denn wir wissen aus der Paarforschung, dass Religion und Weltanschauung in Beziehungen eine wichtige Rolle spielen und gemeinsame Wertvorstellungen hilfreich für gelingendes Miteinander in Ehe und Familie sind. Eine Einübung in den Respekt vor den Werteinstellungen und das Interesse am religiösen Bekenntnis des Partners oder der Partnerin gehören zu den Grundlagen gelebter Partnerschaft“.

 

Erzbischof Koch weist weiter darauf hin, dass die Paare, die sich zur kirchlichen Eheschließung entschlossen haben, diesen Schritt bewusst gehen. Ihren Fragen müsse man sich stellen und ihnen Gesprächsangebote machen. Nach der Eheschließung ist eine Ehebegleitung von entscheidender Bedeutung, damit die Paare ihre Entscheidung auch weiter leben können, etwa bei der Taufe eines Kindes, in einer konfessionellen Kita oder bei der Erstkommunionvorbereitung. Dabei sei eine einladende Willkommenskultur der Gemeinde wichtig, wozu die hauptamtlich Seelsorgenden viel beitragen können.

 

In Kooperation mit der bischöflichen Kommission hat die Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung e.V. (AKF) einen Flyer zur gleichen Thematik erarbeitet, der sich direkt an die Paare wendet. Er unterstützt sie im Austausch über ihre unterschiedlichen religiösen Prägungen und Werte, vermittelt das besondere einer kirchlichen Trauung und enthält praktische Informationen. Der Flyer der AKF trägt den Titel „Kirchlich heiraten: katholisch & ohne Religion“.

 

Hinweise: Der Flyer „Eine Liebe – unterschiedliche Weltauffassungen und Glaubensentscheidungen. Impulse zur Ehepastoral bei Paaren mit einem/einer nicht gottgläubigen, religiös indifferenten oder konfessionslosen Partner/Partnerin“ ist als pdf-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de in der Rubik Publikationen verfügbar. Dort kann der Flyer auch als Druckexemplar bestellt werden. dbk 2

 

 

 

 

Deutsche Bischöfe: Konfessionslose Ehepartner willkommen heißen

 

Ehepaare, bei denen ein Partner nicht religiös ist, sollen sich nach dem Willen der katholischen Bischöfe dennoch in der Kirche willkommen fühlen. Dazu hat die Deutsche Bischofskonferenz am Mittwoch in Bonn eine neue Arbeitshilfe herausgegeben.

Das Papier richtet sich an Seelsorger sowie religionspädagogisch qualifizierte Personen und soll „Vorbehalte aufbrechen und gegenüber diesen Paaren Ermutigungen aussprechen, dass auch sie einen Platz in der Kirche haben“.

Die Arbeitshilfe „Eine Liebe – unterschiedliche Weltauffassungen und Glaubensentscheidungen“ enthalte wichtige Punkte zu Eheschließung und -pastoral sowie zum Zusammenleben verheirateter Paare mit unterschiedlicher religiöser Ausrichtung, teilte die Bischofskonferenz mit. Der Text richte sich nach dem Papstdokument „Amoris laetitia“ von 2016.

In der Kirche erwünscht

Der Vorsitzende der Kommission für Ehe und Familie der Bischofskonferenz, Erzbischof Heiner Koch, betonte, dass die Paare, die sich zur kirchlichen Eheschließung entschlossen haben, diesen Schritt bewusst gingen. Ihren Fragen müsse man sich stellen und ihnen Gesprächsangebote machen. „Wir müssen die komplexe Realität dieser Paare wahrnehmen und ihnen zu erkennen geben, dass sie in der Kirche erwünscht sind“, sagte der Berliner Erzbischof. Religion und Weltanschauung spielten in der Ehe erfahrungsgemäß eine große Rolle. „Eine Einübung in den Respekt vor den Werteinstellungen und das Interesse am religiösen Bekenntnis des Partners oder der Partnerin gehören zu den Grundlagen gelebter Partnerschaft“, so Koch.

In Kooperation mit der bischöflichen Kommission hat die Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung (AKF) bereits einen Flyer zur gleichen Thematik erarbeitet, der sich direkt an die Paare wendet. Er soll sie im Austausch über ihre unterschiedlichen religiösen Prägungen und Werte unterstützen, vermittelt das besondere einer kirchlichen Trauung und enthält praktische Informationen. Der Flyer der AKF trägt den Titel „Kirchlich heiraten: katholisch & ohne Religion“.

(pm/kna 2)

 

 

 

 

Zahlen und Fakten: Katholische Kirche in Bahrain

 

Es gibt schätzungsweise 80.000 Katholiken in Bahrain, viele von ihnen sind Migranten aus Asien, insbesondere von den Philippinen und aus Indien. Das Inselkönigreich verfolgt seit Längerem eine vergleichsweise liberale Religionspolitik, einschließlich der Verleihung des Bürgerrechts an einzelne Christen.

Insgesamt machen die rund 210.000 Christen etwas mehr als zehn Prozent der Bevölkerung aus. In Bahrain gibt es zwei katholische Pfarren sowie die neu erbaute und Ende 2021 geweihte Kathedrale „Unsere Liebe Frau von Arabien“ unweit der Hauptstadt Manama. Sie bietet Platz für bis zu 2.300 Gläubige und ist damit die zweitgrößte römisch-katholische Kirche am Persischen Golf.

Kirchenadministrativ gehört Bahrain zusammen mit Kuwait, Katar und Saudi-Arabien zum 2011 begründeten Apostolischen Vikariat Nordarabien. Seit dem Tod von Bischof Camillo Ballin (1944-2020) leitet der aus der Schweiz stammende und seit Jahrzehnten in Arabien wirkende Bischof Paul Hinder (80) das Vikariat als Apostolischer Administrator. (kap 2)

 

 

 

 

Papst nimmt Rücktritt des Bamberger Erzbischofs Schick an

 

Papst Franziskus hat den Rücktritt des Erzbischofs von Bamberg, Ludwig Schick, angenommen. Das gab der Vatikan diesen Dienstag bekannt. Mit Erreichen ihres 75. Lebensjahrs müssen Bischöfe dem Kirchenoberhaupt ihren Rücktritt anbieten. Schick, der im September 73 wurde, hatte unter Verweis auf sein Alter im September bereits sein Amt als Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz abgegeben.

Im Jahr 2006 war Schick Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz geworden, eine Art „Außenminister“ der katholischen Kirche in Deutschland.  Dieses Amt übte er 15 Jahre aus. Im Jahr 2021 kündigte Schick den Rücktritt „aus Altersgründen" an. Da er mit Vollendung seines 75. Lebensjahrs dem Papst seinen Rücktritt als Diözesanbischof anbieten müsse, könne er sich der stets für fünf Jahre vergebenen Aufgabe nicht mehr ungehindert widmen. Bei der DBK-Vollversammlung der Bischöfe im September 2022 wurde dann der Augsburger Bischof Bertram Meier neuer Vorsitzender der Kommission.

Erzbischof von Bamberg war Schick seit 2002. Zu seinem 63. Geburtstag erklärte er dort: „Ich bin gerne hier und möchte meine Aufgabe erfüllen, solange mir der liebe Gott Zeit lässt.“

Herausforderungen einem Jüngeren überlassen

Als Begründung für sein Rücktrittsgesuch hatte Schick in einem Brief an die Gläubigen seines Erzbistums selbst angegeben, er wolle bevorstehende wichtige Entscheidungen und Weichenstellungen einem jüngeren Nachfolger überlassen. Dies habe er auch dem Papst persnlich erläutert, betonte Schick. Er nannte als anstehende Herausforderungen unter anderem anstehende wichtige Personalentscheidungen, aber auch die Umsetzung der Beschlüsse des Synodalen Weges und des Synodalen Prozesses im Erzbistum. 

Würdigung durch Bätzing

In einer Reaktion auf den Rücktritt seines Amtsbruders würdigte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, das „vielfältige und langjährige Wirken von Erzbischof Schick“. Seinen Rücktritt habe er in einer mehr als turbulenten Zeit eingereicht: „Du schaust auf eine lange und bewegte Zeit zurück. Fast ein Vierteljahrhundert warst Du Mitglied der Deutschen Bischofskonferenz und hast Dich engagiert eingebracht, Debatten wesentlich mitgeprägt und warst unsere sichere Instanz in allen Fragen des kirchlichen Rechts.“ Mit Sachverstand und hintergründigem Humor, Präzision und der mutigen Nachfrage, mit Ideen und Perspektiven habe Erzbischof Schick die Bischofskonferenz bereichert. Ausdrücklich dankte Bischof Bätzing dem scheidenden Erzbischof von Bamberg, dass er den Synodalen Weg mitgegangen sei und sich viele seiner Aspekte zu eigen gemacht habe.

Gleichzeitig würdigte er die langjährige Arbeit Schicks als Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz: „Du bist dahin gegangen, wo sonst niemand hinreist: in Krisengebiete der Welt, an Orte, wo das Elend zum Greifen nahe ist. In entlegensten Gegenden, wo kaum ein Besucher hinkommt, warst Du zu Hause. Kein Weg war Dir zu weit, kein Land zu gefährlich und kein Schlafmangel zu viel.“ Mit „ausgestreckten Händen“ sei er auf die Menschen zugegangen, habe ihnen die „Solidarität aus Deutschland“ vermittelt, ein offenes Ohr für die Belange von bedrängten Menschen gehabt und seinen Beitrag zum Frieden geleistet, unterstrich Bätzing. Mit Blick auf die Situation verfolgter Christen sei es Schick zu verdanken, dass die Verantwortung für sie „lebendig ist in unserer Kirche“.

Schicks Predigt zu Allerheiligen

Zu Allerheiligen hielt Erzbischof Schick diesen Dienstag eine Predigt zum Abschluss der Wallfahrt im Marienwallfahrtsort Kevelaer. Er   rief dabei dazu auf, der Gottesmutter Maria alles anzuvertrauen, was betrübt und traurig macht. „Das sind unsere persönlichen Nöte, Krankheiten und Leiden, Sorgen und Ängste, Enttäuschungen und der Seelenschmerz, aber auch die furchtbaren Kriege und die Sorge um die Zukunft der Welt“, sagte Schick beim Gottesdienst im niederrheinischen Wallfahrtsort Kevelaer. Dort wird Maria als „Mutter der Betrübten“ verehrt. „Wenn wir Maria ehren, spüren wir die Hilfe der Gottesmutter, die die Betrübten tröstet und den Trauernden Hoffnung gibt“, so Schick.

Mehr zur Person. Ludwig Schick wurde am 22. September 1949 in Marburg geboren. Seine philosophisch-theologischen Studien absolvierte er in Fulda und Würzburg. 1975 wurde er in Fulda zum Priester geweiht und war dann Kaplan in Neuhof (Kreis Fulda). Fünf Jahre später promovierte er an der Päpstlichen Universität Gregoriana in Rom. Von 1981 an lehrte Schick in Fulda und in Marburg Kirchenrecht, von 1985 bis 2002 war er Lehrstuhlinhaber für Kirchenrecht an der Theologischen Fakultät Fulda.

1987 wurde Schick ins Domkapitel von Fulda berufen, drei Jahre später folgte die Ernennung zum stellvertretenden Generalvikar. Bischof Johannes Dyba ernannte Schick 1995 zum Generalvikar des Bistums Fulda. Es folgte 1998 die Ernennung zum Weihbischof von Fulda durch Papst Johannes Paul II. 2002 wurde er zum Erzbischof von Bamberg ernannt. Im Jahr 2006 wurde Schick Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, eine Art „Außenminister“ der katholischen Kirche in Deutschland. Dieses Amt übte er 15 Jahre aus. Im Jahr 2021 kündigte Schick den Rücktritt von diesem Amt „aus Altersgründen" an. Da er mit Vollendung seines 75. Lebensjahrs dem Papst seinen Rücktritt als Diözesanbischof anbieten müsse, könne er sich der stets für fünf Jahre vergebenen Aufgabe nicht mehr ungehindert widmen. Bei der DBK-Vollversammlung der Bischöfe im September 2022 wurde dann der Augsburger Bischof Bertram Meier neuer Vorsitzender der Kommission. 

(vn/erzbistum bamberg 1)

 

 

 

 

 

Es gibt guten Grund, in der Kirche zu bleiben. Bischof Bätzing predigt an Allerheiligen in Limburg

 

Allerheiligen ist für den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, ein Fest, das Mut macht und einlädt, über die Gründe zu sprechen, die einen treu zum Glauben und zur Kirche stehen lassen. Dies sei zwar angesichts der erschreckend und belastenden Zahl von bundesweit 360.000 Kirchenaustritten im Jahr 2021 nicht leicht, aber auch nicht unmöglich. Der Grund für den mutigen Blick liege vielmehr im Zeugnis der vielen Menschen, die sich vom Glauben berührt in die Nachfolge Jesu gestellt haben, damit das Reich Gottes wachsen könne.

„Wir nennen sie mit gutem Recht ‚heilig‘, denn ‚der Heilige‘ selbst, unser Gott, war ihre Triebfeder und ihre innere Mitte. Viele kennen wir mit Namen. Wir wissen, wie ihr Leben verlaufen ist; wie Gott oft genug auf krummen Zeilen gerade schreibt, wie sie Menschen gesammelt, deren Leben zum Guten verändert und damit zugleich die Kirche erneuert haben“, so Bischof Bätzing in seiner Predigt am Fest Allerheiligen in Limburg. Es sei für ihn eine Freude an Allerheiligen auf die unermessliche Schar der Heiligen zu schauen und auf ihre Fürsprache zu vertrauen. Es mag gute Gründe geben, sich aus der Kirche zu verabschieden, aber für Bischof Bätzing gebe es viel mehr Grund zu bleiben und sich für die Umkehr und Erneuerung der Kirche zu engagieren. All die vielen Frauen und Männer, die durch ihr heiliges Leben die Kirche früherer Zeiten gereinigt und wiederbelebt hätten, seien für ihn Zeichen dafür, dass Jesus seien Kirche nicht im Stich lasse. Jesus liebe seine Kirche und brauche sie, um sein Evangelium in die Welt zu tragen.

Bei allem Mut, aller Hoffnung und den vielen guten Gründen, die es gebe, in der Kirche zu bleiben, belaste ihn, so der Bischof, die erschreckend hohe Zahl der Kirchenaustritte sehr. Die Gründe für diese Entscheidung seien verschieden. Viele hätten einfach Bilanz gezogen und Ertrag und Aufwand abgewogen. Andere haben sich über Jahre entfremdet und keinen Bezug mehr zur Kirchengemeinschaft und zum Gottesdienst. Wieder andere wollten bewusst ein Zeichen setzen und mit ihrem Kirchenaustritt ihr Unverständnis über den Missbrauch und seine jahrzehntelange Vertuschung in der Kirche signalisieren. „Deutlich zugenommen hat die Zahl derer, die sich jahre- und jahrzehntelang für die Kirche engagiert haben, die nun aber gehen, weil sie enttäuscht sind, weil sie nicht erkennen können, dass sich die Kirche in wichtigen Fragen wirklich bewegt“, so Bischof Bätzing. Ihn bewege die Frage, wie man mit all diesen Menschen neu in Verbindung kommen könne. Womöglich am ehesten über gute Angebote in Kitas, Schulen, Beratungsstellen und karitativen Einrichtungen und über das Erleben, dass sich Kirche bewege und sich gesellschaftlich relevanten Fragen stelle.

 Hinweis: Die Predigt von Bischof Dr. Georg Bätzing im Wortlaut ist als PDF-Datei im Anhang sowie unter www.dbk.de verfügbar. Dbk 1

 

 

 

 

Papst zu Allerheiligen: „Sind wir Friedensstifter?“

 

Wie an Feiertagen üblich, hat Franziskus auch an diesem Dienstag vom Fenster des Apostolischen Palasts mit den Gläubigen auf dem Petersplatz den Engel des Herrn gebetet. Bei seinen Überlegungen ging der Papst von der siebten der Seligpreisungen aus, die das Evangelium am Hochfest Allerheiligen vorlegt. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

„Nehmen wir eine Seligpreisung, die große Aktualität hat: ,Selig, die Frieden stiften', und schon sehen wir, dass der Friede Jesu ganz anders ist als der Friede, den wir uns vorstellen,“ gab der Papst zu bedenken. „Wir alle sehnen uns nach Frieden, aber oft wollen wir einfach nur in Frieden, in Ruhe gelassen werden; wir wollen keine Probleme haben, sondern Ruhe. Jesus aber nennt nicht jene selig, die im Frieden sind, sondern jene, die Frieden stiften, Baumeister des Friedens, Friedensstifter sind. In der Tat muss der Friede aufgebaut werden, und wie jeder Bau erfordert dies Einsatz, Zusammenarbeit und Geduld.“

Frieden bauen durch Werke der Gerechtigkeit 

„Brüder und Schwestern, lasst uns in uns gehen und uns fragen: Sind wir Friedensstifter?,“ so der Papst weiter. „Tragen wir in das Umfeld, wo wir leben, studieren und arbeiten, Spannungen, Worte, die verletzen, Klatsch, der vergiftet, Kontroversen? Oder öffnen wir den Weg zum Frieden: Vergeben wir denen, die uns verletzt haben, kümmern wir uns um die, die am Rande stehen, machen wir Ungerechtigkeiten wett, indem wir denen helfen, die weniger haben? Frieden bauen bedeutet genau das!“

Der Personalausweis der Christen

Die Seligpreisungen beherzigen, die Franziskus oft und gern als „Personalausweis“ der Christen bezeichnet, bedeute aber auch, dass man sich nicht der weltlichen Mentalität beuge, sondern „gegen den Strom schwimmt“.

 

„Es stellt sich jedoch eine letzte Frage, die für jede Seligpreisung gilt: Lohnt es sich, so zu leben? Ist das nicht eine Niederlage? Jesus gibt uns die Antwort: Die, die Frieden stiften, ,werden Kinder Gottes genannt werden': in der Welt scheinen sie fehl am Platz zu sein, weil sie sich nicht der Logik der Macht und der Überlegenheit unterwerfen, im Himmel werden sie Gott am nächsten, am ähnlichsten sein. Aber auch hier gilt, dass jene, die die Oberhand haben, leer ausgehen, während die, die jeden lieben und niemanden verletzen, gewinnen“, schloss der Papst seine Katechese am Hochfest Allerheiligen. vn 1

 

 

 

 

Bischof Bätzing würdigt Erzbischof Dr. Ludwig Schick. „Kein Weg war Dir zu weit“

 

Papst Franziskus hat das Rücktrittsgesuch von Erzbischof Dr. Ludwig Schick (Bamberg) heute (1. November 2022) angenommen. 24 Jahre war Erzbischof Schick Mitglied der Deutschen Bischofskonferenz.

In einem Brief würdigt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, das vielfältige und langjährige Wirken von Erzbischof Schick. Seinen Rücktritt habe er in einer mehr als turbulenten Zeit eingereicht: „Du schaust auf eine lange und bewegte Zeit zurück. Fast ein Vierteljahrhundert warst Du Mitglied der Deutschen Bischofskonferenz und hast Dich engagiert eingebracht, Debatten wesentlich mitgeprägt und warst unsere sichere Instanz in allen Fragen des kirchlichen Rechts.“ Mit Sachverstand und hintergründigem Humor, Präzision und der mutigen Nachfrage, mit Ideen und Perspektiven habe Erzbischof Schick die Bischofskonferenz bereichert. Ausdrücklich dankt Bischof Bätzing dem scheidenden Erzbischof von Bamberg, dass er den Synodalen Weg mitgegangen sei und sich viele Aspekte zu eigen gemacht habe.

In seinem Dank würdigt Bischof Bätzing die 15 Jahre, in denen Erzbischof Schick Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz war: „Du bist dahin gegangen, wo sonst niemand hinreist: in Krisengebiete der Welt, an Orte, wo das Elend zum Greifen nahe ist. In entlegensten Gegenden, wo kaum ein Besucher hinkommt, warst Du zu Hause. Kein Weg war Dir zu weit, kein Land zu gefährlich und kein Schlafmangel zu viel. Mit ausgestreckten Händen bist Du auf die Menschen zugegangen, hast Ihnen die Solidarität aus Deutschland vermittelt. Mit offenen Ohren hast Du vom Elend der Verfolgten und Entrechteten gehört und mit Deinen Möglichkeiten versucht, etwas zum Frieden beizutragen“, schreibt Bischof Bätzing. Er fügt hinzu: „Du warst unser Botschafter der Deutschen Bischofskonferenz in der Welt. Wie kein anderer hast Du weltweite Brücken gebaut und Solidarität gelebt. Dir ist es zu verdanken, dass die Verantwortung für die verfolgten Christen lebendig ist in unserer Kirche. Ihnen galt Dein selbstloser Einsatz.“  

Zu den persönlichen und geistlichen Qualitäten von Erzbischof Schick zählen auch die Anliegen von Verständigung und Versöhnung, gerade innerhalb der Bischofskonferenz, aber auch im internationalen Kontext, so Bischof Bätzing. Als Vorsitzender der Maximilian-Kolbe Stiftung habe Erzbischof Schick eine wichtige Aufgabe viele Jahre übernommen: „Du hast mit dieser Arbeit die Erinnerung an die Schrecken von Auschwitz und die Verantwortung der nachfolgenden Generationen wachgehalten.“ Mit Auschwitz hänge ebenso der engagierte Einsatz als Co-Vorsitzender der deutsch-polnischen Kontaktgruppe zusammen: „Wenn manche Diskussion mit unseren östlichen Nachbarn nicht immer einfach war, ist es Dir gelungen, Brücken der Verständigung zu bauen. Gerade bei den schwierigen Verhandlungen über gemeinsame Erklärungen hast Du nie nachgelassen, unsere Position darzulegen“, so Bischof Bätzing.

Hintergrund. Erzbischof Dr. Ludwig Schick wurde 1949 in Marburg geboren. 1998 erfolgte die Ernennung zum Weihbischof in Fulda, bereits vier Jahre später ernannte Papst Johannes Paul II. Ludwig Schick zum Erzbischof von Bamberg. Von 2006 bis 2021 war Erzbischof Schick Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz. Er war außerdem Mitglied der Pastoralkommission und Beauftragter der Deutschen Bischofskonferenz für Männerseelsorge. Dbk 1