DE.IT.PRESS
Notiziario Religioso della comunità italiana in
Germania - redazione: T. Bassanelli
- Webmaster: A. Caponegro IMPRESSUM
Notiziario
religioso marzo 2026
Esercizi spirituali del Papa. Gli angeli e San Bernardo, da idealista a
realista
Verso la conclusione gli Esercizi spirituali della Curia
Romana e del pontefice - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Si avviano alla conclusione gli
Esercizi spirituali per la Curia romana e per il pontefice con le
meditazioni tenute da monsignor Varden, monaco dei Cistercensi della
Stretta Osservanza-Trappisti e vescovo di Trondheim, in Norvegia. Ieri ottava e
nona meditazione, in attesa della conclusione nel pomeriggio di oggi.
Una meditazione, l’ottava, che prende spunto dai sermoni
di san Bernardo di Chiaravalle sul salmo 90. Tema: i quaranta giorni di
permanenza di Cristo nel deserto e la sfida di dimostrare di essere il Figlio
di Dio gettandosi giù. E in merito monsignor Varden non ha dubbi: “Solo
Dio può invitarci a saltare da un pinnacolo. La sua chiamata, tuttavia, sarà:
“Saltami in braccio”, non “Gettati giù”” così precisa nella meditazione Varden.
E cita la preghiera attribuita a Reginaldo di Canterbury, contemporaneo di
Bernardo nella quale chiediamo al nostro angelo custode di “illuminarci,
custodirci, reggerci e governarci”. Tre verbi che vengono sottolineati dal
monaco Varden: “Sono verbi forti: un angelo è prima di tutto un custode della
santità”. San Bernardo sottolinea il ruolo degli angeli “come mediatori della
provvidenza di Dio”. Una mediazione che “non è sempre necessaria”, perché Dio
può raggiungerci senza mediatori, ma “si compiace di lasciare che le sue
creature siano canali di grazia l’una per l’altra”. Gli angeli sono i
protagonisti della ottava meditazione degli Esercizi spirituali. E su loro
Varden si sofferma molto: gli angeli, di solito, essendo esseri perfettamente
spirituali, sono naturalmente portati verso l'alto, ma - allo stesso modo - la
loro discesa avviene a nostro vantaggio quando sono inviati come nunzi verso di
noi perché la misericordia di Dio possa trovarci proprio dove siamo. Infine, un
accenno a John Henry Newman che rifletteva molto sugli angeli: “Concepiva il
ministero sacerdotale come angelico. Il sacerdote è a casa propria in questo
mondo, non ha paura di andare nei boschi oscuri alla ricerca dei perduti. Allo
stesso tempo, tiene gli occhi della mente sollevati verso il volto del Padre,
lasciando che il suo splendore illumini tutta la realtà presente.
L’illuminazione è sempre duplice: intellettuale ed essenziale, sacramentale e
pedagogica”. Newman, conclude il predicatore norvegese, ora Dottore della
Chiesa, ci invita a “riscoprire l’insegnante come illuminatore angelico”. Una
sfida “profetica e bella” se pensiamo a quanto la cosiddetta “istruzione” sia
adesso affidata ai media digitali. E conclude: un incontro angelico “è
personale” e “non può essere sostituito da un download o da un chatbot”.
Nella nona meditazione, invece, si è soffermato sulla
figura di san Bernardo da uomo idealista a saggio realista. La sua riflessione
su “San Bernardo realista” parte dall’identità del movimento cistercense:
“L'identità del movimento cistercense si forgia nell'interfaccia tra ideale e
concreto, poetico e pragmatico. I suoi protagonisti sono messi alla prova e
purificati dalle tensioni che ne derivano”. Sottolinea poi il passaggio da
idealista a relista, poi: “Ho parlato degli alti ideali di Bernardo, della sua
propensione a elaborare mentalmente un piano d'azione, per poi seguirlo con un
po' di spietatezza. Cavalcare un cavallo alto gli veniva naturale. Questo
aspetto fiero e intransigente non lo abbandonò mai. Ma si addolcì col tempo. Di
questo processo dobbiamo ora parlare. Ha trasformato l'idealista in un
realista”. Cita poi lo psicoanalista Jacques Lacan che affermava che
"il reale" è ciò contro cui ci scontriamo: “La portata degli sforzi
di Bernardo nellaRealpolitik ha generato non pochi scontri. Ma egli è
diventato realista non solo nel senso di accettare le cose così come sono. Ha
imparato soprattutto che la realtà più profonda di tutte le vicende umane è un
grido di pietà”.
Inoltre san Bernardo “divenne un realista, non solo nel
senso di chi accetta le cose come sono ma anche perché apprese che la realtà
più profonda di tutte le vicende umane è un grido che implora misericordia”. E
“quanto più imparava a riconoscere questo grido nei cuori umani angosciati,
nelle lacrime amare, nei conflitti mondani, nelle folli campagne contro la
decenza e la verità – e persino nel sussurro degli alberi della foresta – tanto
più Bernardo era consapevole della risposta gloriosa e misericordiosa di Dio”.
E sempre sulla figura di Bernardo continua: “Sapeva quali
meraviglie può operare la misericordia di Dio in Gesù. Questo conferì alla sua
devozione una profondità affettiva. Il termine affectus è centrale per lui. Ha
un ampio raggio d'azione, dimostrando che la grazia ci muove in quanto esseri
sensibili. Ma Bernardo considerava Gesù, l'incarnazione della verità, non meno
di un principio ermeneutico. Leggeva situazioni, persone e relazioni
risolutamente alla luce di Gesù. Questa prospettiva gli ha fatto guadagnare ammiratori
fermi ben oltre l'ambito cattolico, da Martin Lutero a John Wesley”.
“Solo quando sarà illuminata in modo soprannaturale la
nostra natura rivelerà la sua forma perfetta, la sua forma formosa; solo allora
sarà evidente la delizia di cui è capace la vita terrena; solo allora la gloria
nascosta dentro di noi e intorno a noi brillerà con intensi lampi, insegnandoci
ciò che noi, e gli altri, possiamo diventare, fornendo un paradigma per un
mondo rinnovato” conclude la meditazione. Aci 27
Missioni. Fidei donum: si parte di meno
Secondo i dati aggiornati dell’Ufficio nazionale per la
cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei, su un totale di circa 31mila
preti incardinati in Italia, 227 sono in missione all’estero. Negli anni
Novanta erano 600. Quanti sono e dove sono oggi i nostri preti nei vari
continenti. Nuova chiamata alla missione – di Annarita Turi
L’esperienza in atto nella Chiesa italiana di sacerdoti
fidei donum nasce con l’enciclica omonima e ha manifestato sin dall’inizio i
caratteri propri del “dono tra Chiese”. La risposta di fede di presbiteri e
laici si è potuta incarnare in una testimonianza che è entrata con la forza del
Vangelo nelle comunità locali, ed è stata, e dovrebbe esserlo ancora oggi, in
grado di rinnovare la realtà ecclesiale.
Numeri in contrazione. Secondo i dati aggiornati
dell’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei,
su un totale di circa 31mila preti incardinati in Italia, 227 sono in missione
all’estero, così distribuiti: 64 sacerdoti in Africa, 139 in America, 16 in
Asia, 8 in Europa. Ognuno di loro opera in contesti diversi affrontando sfide
legate alla lingua, alla cultura, alle condizioni sociali, e alle necessità
pastorali delle diocesi di destinazione. Le regioni più piccole italiane, Valle
D’Aosta, Basilicata e Molise non hanno, al momento, sacerdoti in missione,
Lombardia e Triveneto hanno invece il maggior numero di presenze. I numeri in
contrazione rilevano alcune sfide, legate negli ultimi tempi alla diminuzione
del clero, alle vocazioni in calo, alle necessità delle diocesi che non
riescono a far fronte alle proprie esigenze pastorali, all’aumento dei costi
per il mantenimento delle strutture parrocchiali, delle case religiose, delle
stesse attività pastorali.
Riaccendere la passione. Si parte di meno oggi: forse
meno sollecitazioni dei vescovi che incoraggino a partire, la passione per la
missione che non è più trasmessa come un tempo, più fatica a trovare chi
sostituisce i parroci, e si necessita anche di un periodo previo intensivo per
imparare la lingua… A distanza oramai di quasi 70 anni dall’enciclica,
l’esperienza fidei donum potrebbe avere ancora molto da dire alle comunità
diocesane, ma i numeri delle presenze indicano quasi il contrario. Si è passati
dai 600 sacerdoti degli anni Novanta a una progressiva diminuzione, e dopo gli
anni Duemila è iniziato un costante calo annuale: alcuni sacerdoti sono
rientrati, altri sono invecchiati, la pandemia ha rallentato lo slancio per
nuove partenze. L’invito di Papa Leone e la sua testimonianza di pastore in
Perù, potrebbe riaccendere la passione per la missione, l’opportunità di
investirci di più, rendendo le Chiese locali più consapevoli delle ricchezze
umane e spirituali che derivano dallo scambio tra Chiese: essere missionari di
speranza tra le genti, con la fede, la preghiera, la generosità fino ai confini
della terra.
Parte di una Chiesa più grande. La presenza di chi è in
missione aiuta le comunità locali a sentirsi parte di una Chiesa più grande,
superando confini geografici e culturali, stimola l’essere ponti tra chiese,
promuove la giustizia sociale, incoraggia una attiva partecipazione. I
missionari spesso sono portavoce delle esigenze delle popolazioni più fragili,
le loro testimonianze sono di una Chiesa che vive e incarna la speranza del
vangelo laddove manca l’essenziale. Servirebbe un rinnovato investimento nella
formazione e nella sensibilizzazione missionaria che rafforzi la consapevolezza
del valore dello scambio tra Chiese: missionari si diventa nel momento in cui
ci si sente parte di una comunità universale, dove l’io diventa tu, dove il mio
diventa condivisione, dove l’altro diventa presenza.
Seminaristi “in trasferta”. La nuova Ratio Nationalis
Institutionis Sacerdotalis per l’Italia entrata in vigore ad experimentum per
tre anni dal gennaio dell’anno scorso ha una sua proposta: un tempo di
formazione fuori dal seminario, attraverso una conoscenza diretta e immediata
della comunità cristiana nelle modalità che formatori e vescovi sapranno
individuare. Nell’anno trascorso una decina di seminaristi sono partiti
dall’Italia, accompagnati dai fidei donum presenti già sul posto, e hanno così
vissuto l’esperienza di formazione missionaria. Non hanno costruito chiese, né
ospedali, ma hanno vissuto con la comunità locale dove si sono ritrovati. Ed è
lì che è avvenuto l’incontro con l’altro: un altro con fatiche completamente
diverse, un altro che vive la fede dell’oggi. Il racconto di tante “meraviglie
di Dio” raccolte sulle frontiere della missione potrebbe essere lo strumento
per creare uno spirito di comunione universale tra Chiese, uno spirito che
chiama tutti indistintamente. I presupposti e gli strumenti che la Chiesa
italiana offre perché queste esperienze possano validarsi anche per altri ci
sono, l’incoraggiamento di Papa Leone è forte, chiaro, preciso: considerate la
possibilità di offrirvi come fidei donum. Sir 26
Esercizi spirituali della Curia Romana: le cadute e la gloria
Proseguono nella Cappella Paolina le meditazioni di
Monsignor Erik Varden - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. “Le cadute possono renderci umili
quando siamo gonfi d’orgoglio. Possono mostrare il potere salvifico di Dio.
Possono diventare pietre miliari di un personale cammino di salvezza, da
ricordare con gratitudine. Ma non tutte le cadute finiscono in esultanza. Ci
sono cadute che odorano di inferno, e trascinano il colpevole in una scia di
distruzione e rovina”. Lo ha detto ieri Monsignor Erik Varden, nel corso delle
meditazioni offerte al Papa e alla Curia Romana per gli esercizi spirituali di
Quaresima.
“Nulla – denuncia il prelato norvegese - ha danneggiato
più tragicamente la Chiesa, nulla ha compromesso di più la nostra testimonianza
che la corruzione cresciuta all’interno della nostra stessa casa. La crisi più
terribile della Chiesa è stata provocata non dall’opposizione del mondo, ma
dalla corruzione ecclesiastica. Le ferite inflitte richiederanno tempo per
guarire. Chiedono giustizia e lacrime”.
Monsignor Varden ammette che “di fronte alla corruzione,
soprattutto quando si tratta di abusi, si è tentati di cercare una radice
malata. Ci aspettiamo di trovare campanelli d’allarme precoci che sono stati
ignorati.. Talvolta queste tracce esistono e abbiamo ragione di rimproverarci
per non averle riconosciute in tempo. Non sempre però le troviamo”.
Citando San Bernardo, Varden ricorda che “dove gli uomini
perseguono sforzi nobili, gli attacchi nemici saranno feroci. Il progresso
nella vita spirituale richiede una configurazione del nostro Io fisico e
affettivo in sintonia con la maturazione contemplativa, altrimenti c’è il
rischio che l’esposizione spirituale cerchi degli sfoghi fisici o affettivi; e
che tali sfoghi siano razionalizzati come se fossero, in qualche modo, essi
stessi “spirituali”, di un ordine superiore rispetto ai misfatti dei comuni mortali.
La vita spirituale non è un’aggiunta al resto dell’esistenza. È la sua anima.
Dobbiamo guardarci da ogni dualismo, ricordando sempre che il Verbo si è fatto
carne affinché la nostra carne fosse intrisa di Logos”.
Nella seconda meditazione di ieri, Monsignor Varden ha
spiegato, rifacendosi ancora a san Bernardo, che “la glorificazione, avviene
quando, compiuto il nostro viaggio terreno, noi finalmente contempleremo quello
che in questa vita abbiamo fermamente sperato, mettendo la nostra fiducia nel
nome di Gesù. La nostra speranza è nel nome del Signore; la realtà sperata è
nel vederlo faccia a faccia”.
“La Chiesa – aggiunge il predicatore - ricorda alle donne
e agli uomini la gloria segreta che vive in loro. La Chiesa ci rivela che la
mediocrità e la disperazione del presente non devono essere definitive; che il
piano di Dio per noi è infinitamente meraviglioso; e che Dio, attraverso il
Corpo mistico di Cristo, ci darà la grazia e la forza di cui abbiamo
bisogno per raggiungerlo, se solo glielo chiediamo. La Chiesa manifesta
splendori di “gloria nascosta” nei suoi santi. I santi sono la prova che la
malattia e la degradazione possono essere mezzi che la Provvidenza usa per
realizzare uno scopo glorioso, conferendo forza ai deboli e, ancora non
contenta di così poco, rendendoli santi radiosi. La Chiesa comunica la “gloria
nascosta” nei suoi sacramenti. Ogni sacerdote, ogni cattolico conosce la luce
che può irrompere nel confessionale, durante un’unzione, un’ordinazione o un
matrimonio. La più splendida, e per certi versi la più velata, è la gloria
della santa Eucaristia”. Aci 26
Card. Pizzaballa: "Ciò che si costruisce nella violenza e
nell’ingiustizia fallisce"
Secondo il Patriarca “la pace deve essere preparata da
chi nel territorio è disposto a mettersi in gioco per fare qualcosa insieme
agli altri anche se hanno culture diverse"
Bologna. “Prima o poi la guerra in Terra Santa finirà e
voglio che si dica che in quel momento c’eravamo: dobbiamo fare rete, anche se
abbiamo opinioni diverse, partendo dal basso, dai territori, dalle persone e da
coloro che credono sia possibile fare la differenza. Quello che adesso sta
accadendo è che uno nega l’esistenza dell’altro nello stesso territorio. E noi
dobbiamo essere quella presenza che dà fastidio, essere pronti perché verrà il
momento in cui tutto questo finirà: ciò che si costruisce nella violenza e
nell’ingiustizia fallisce”. Lo ha ribadito il Cardinale Pierbattista
Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme dei Latini, intervenendo martedì da remoto
alla Assemblea Legislativa della Regione Emilia Romagna per l’evento “Per
continuare a parlare di pace”.
Secondo il Patriarca “la pace deve essere preparata da
chi nel territorio è disposto a mettersi in gioco per fare qualcosa insieme
agli altri anche se hanno culture diverse, evitando che il nostro desiderio di
giustizia crei altre barriere. La comunità internazionale ha dimostrato poco
rendendo difficile dal punto di vista anche umano pensare a una prospettiva a
breve termine. La situazione rimane molto problematica a Gaza, in Cisgiordania
e in Israele. Non bisogna cercare l’esito immediato ma essere fedeli alla
propria coscienza e ascoltare il territorio, non avendo paura di mettersi in
gioco”.
Ha preso la parola anche il Cardinale Matteo Maria Zuppi,
Arcivescovo metropolita di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale
Italiana: “Purtroppo è vero: la comunità internazionale ha fatto poco o nulla.
La pace la si trova solo con l’esercizio del dialogo. Quando parlo con gli
ucraini e con i russi che mi chiedono come faranno a dialogare dopo la guerra,
ricordo loro che 80 anni fa sembrava impossibile che la Germania e il resto
d’Europa tornassero a dialogare e invece ci si riuscì. Dobbiamo ascoltare la
volontà di tutti per costruire una pace duratura anche se ci sono tante
diffidente e resistenze politiche, culturali e spirituali perché la guerra è un
meccanismo che crea tanta incomprensione. Il dialogo è l’unica arma che
abbiamo, l’unica capace di risolvere le resistenze: questo vale in primo luogo
nel caso della Russia e dell’Ucraina. Il primo passo del dialogo è quello
umanitario per creare fiducia: scambio di prigioniero, ritorno dei bambini,
ricerca dei dispersi”. Aci 26
VIII centenario. Ostensione di san Francesco
"Il fascino di Francesco sta tutto lì, nel Vangelo
che lui traduce in un modo così originale, così radicale". Mons. Felice
Accrocca, arcivescovo-vescovo nominato di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e
Foligno, riflette sull'ostensione delle spoglie del Poverello che richiama
pellegrini da tutto il mondo, sul difficile passaggio dalla devozione alla
sequela e sul significato di pace che Assisi offre in un tempo segnato dalla
guerra – di Riccardo Benotti
“Vorrei che la sua lezione diventasse oggi un ponte per
nuovi patti di pace, perché quello a cui stiamo assistendo è vergognoso”. Mons.
Felice Accrocca, arcivescovo metropolita di Benevento e vescovo eletto di
Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno, farà il suo ingresso nella
cattedrale di San Rufino il 25 marzo. Tra i maggiori studiosi delle fonti
francescane medievali, giunge ad Assisi nell’anno dell’ottavo centenario del
transito di san Francesco, mentre l’ostensione delle spoglie – la prima nella
storia, dal 22 febbraio al 22 marzo – richiama pellegrini da molti Paesi.
Eccellenza, l’ostensione delle spoglie di san Francesco
sta richiamando ad Assisi pellegrini da tutto il mondo. Che cosa rappresentano
queste reliquie?
Ricordano un’esperienza di vita cristiana: altrimenti non
avrebbe senso andare a contemplare delle ossa. È come quando si visita il
sepolcro di una persona cara: lì si ricorda la sua vita, i legami che ci
univano a lei, quanto si è ricevuto.
Di fronte a quelle ossa riemerge un’esperienza che, dopo
ottocento anni, continua ad affascinare. Altre ossa non avrebbero attirato
così.
È un dato che colpisce, in un’epoca in cui tutto viene
consumato e dimenticato nel giro di ventiquattr’ore.
Di Francesco non si colgono aspetti sensazionali come di
altri santi. Dove risiede il suo fascino duraturo?
Ha le stimmate, compie miracoli, eppure non è questo che
l’immaginario collettivo cerca in lui. Di lui si nota l’uomo che ha vissuto il
Vangelo. Il fascino di Francesco sta tutto lì, nel Vangelo che egli traduce in
modo originale e radicale. Il corpo, il sepolcro, sono la calamita di Assisi,
intorno a cui la città si costruisce come a raggiera. È questo che spiega il
fenomeno a cui stiamo assistendo.
È però difficile passare dalla devozione alla sequela
concreta.
È il passaggio più arduo. Spesso ci si rifugia nella
devozione perché ci fa sentire a posto: qualche genuflessione, qualche
celebrazione, qualche digiuno, e sembra di aver fatto tutto. Ma vivere il
Vangelo è tutt’altra cosa.
La tentazione ricorrente è costruirsi un Dio a misura
d’uomo, mentre il Vangelo propone l’itinerario inverso: un uomo a misura di
Dio.
Francesco ha percorso quell’itinerario fino in fondo, e
per questo non smette di attrarre.
Eccellenza, lei entrerà ad Assisi il 25 marzo, nella
Solennità dell’Annunciazione. Come ha accolto questa nomina?
Con un senso profondo di responsabilità. La mia nomina è
avvenuta in coincidenza con l’apertura delle celebrazioni per l’ottavo
centenario del transito di san Francesco, in un anno carico di significati. Mi
avvicino con timore e tremore. È una sfida grande e confido proprio in lui.
Conosco le mie fragilità e i miei limiti. Siamo nelle mani di Dio, che sa
quello che fa. Ho amato Francesco come studioso, ed è diventato per me anche
una ragione di vita, una spiritualità. Confido che sappia sostenermi e guidarmi.
Assisi dista poco più di 2000 chilometri sia da Kiev che
da Gaza. Quale messaggio di Francesco vuole consegnare in questo tempo di
guerra?
Francesco è stato anzitutto un operatore di pace. Lo dice
lui stesso nel Testamento: “Il Signore mi rivelò che dovessi dire: il Signore
ti dia pace”. Lui e i suoi si presentavano ovunque come pellegrini di pace. Ce
lo testimonia Tommaso da Spalato, che lo vide predicare a Bologna il 15 agosto
1222: racconta che tutta la sostanza delle sue parole mirava a costruire nuovi
patti di pace.
Portava un abito sudicio, la persona era spregevole, la
faccia senza bellezza. Eppure, per la forza che Dio diede alle sue parole,
molte famiglie cittadine tra le quali era scorso tanto sangue furono piegate a
fare pace.
Quello che Francesco fa a Bologna, in quel giorno, è
abbattere i muri e costruire ponti. Vorrei che la sua lezione diventasse oggi
un ponte per nuovi patti di pace, perché quello a cui stiamo assistendo è
vergognoso. Sir 25
Gli Esercizi spirituali: l'allenamento dello spirito
La nascita della pratica degli Esercizi spirituali. Non
solo sant'Ignazio. Una storia che nasce da lontano. Fin dai Padri del deserto -
Di Antonio Tarallo
Roma. Esercizio , termine che subito rimanda all'attività
fisica. In palestra, infatti, si praticano gli esercizi per tenere “in forma”
il fisico. Ma il termine, esercizio appunto, può anche rimandare all'aspetto
spirituale. In fondo era stato già san Paolo a mettere in parallelo i due
aspetti: "Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno
solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni
atleta è temperante in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona
corruttibile, noi invece una incorruttibile. 26Io dunque corro, ma non come chi
è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l'aria, tratto
duramente il mio corpo e anzi lo trascino in schiavitù perché non succede che
dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato”. Così scrive
l'apostolo delle genti nella sua Lettera ai Corinzi, al capitolo 9. Ben chiara
la metafora tra l'atleta e il cammino spirituale.
E proprio in questi giorni, il pontefice e la Curia
Romana stanno affrontando gli Esercizi spirituali per la Quaresima. Una
“pratica” che coinvolge la Curia nei due periodi dell'anno liturgico: l'Avvento
e la Quaresima.
Quella degli Esercizi spirituali è una “pratica” assai
antica. Di solito si ricordano spesso gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio
di Loyola. Ma bisogna precisare che, nella storia della Chiesa, non è stato
solo lui a “inventare” racconto pratico. Sicuramente il santo gesuita ha
contribuito alla loro diffusione e - in un certo modo - alla loro
istituzionalizzazione, ma prima di lui c'è anche una storia che aiuta a
comprendere come lo stesso sant'Ignazio sia giunto alla redazione degli
Esercizi spirituali.
Già l'ordine francescano, a metà del XV secolo, in Spagna
poneva molta attenzione a una vita interiore fatta soprattutto di preghiera
interiore, di solitudine (per poter dialogare con Dio). La solitudine, uno
degli aspetti più importanti degli Esercizi spirituali. E' infatti nella
solitudine che si può intensificare il proprio rapporto con il Signore. Già i
Padri del deserto avevano indicato questa strada per intensificare il dialogo
con Dio. Poi, abbiamo anche un altro ordine religioso, quello dei benedettini.
L'ordine già dal suo nascere è di carattere meditativo. Fulcro della giornata
dei benedettini è, infatti, la Lectio divina: la lettura e meditazione della
Parola di Dio.
Poi, c'è una data, importante, per questa affascinante
storia: 1493. E' l'anno di pubblicazione del testo “Exercitatorio de la vida
espiritual”, opera scritta dal religioso Francisco Garcìa de Cisneros,
guardiano del convento dei francescani a La Salceda. Si incomincia a delineare
la “forma” degli Esercizi ignaziani.
Ignazio di Loyola li compose nel 1522 in spagnolo in una
stesura non definitiva, trascritti poi in latino e pubblicati nel 1548 a Roma,
gli Esercizi spirituali rappresentano la “chiave di volta” della spiritualità
del santo spagnolo. Tale pratica infatti, fu elaborata per la prima volta da
lui in forma sistematica: sotto la guida di un direttore, l'esercitante dovrà
vivere in silenzio e solitudine per un mese. La prima settimana è centrata
sull'esame di coscienza; la seconda e la terza, sulla contemplazione dei
misteri e della passione di Cristo; nell'ultima settimana l'esercitante giunge
infine ad una vita di unione con Dio. Aci 25
Mons. Heiner Wilmer presidente della Conferenza episcopale tedesca
Oggi, nel corso dell’Assemblea plenaria di primavera
della Conferenza episcopale tedesca (DBK) a Würzburg, mons. Heiner Wilmer,
vescovo di Hildesheim ed ex superiore generale dei dehoniani, è stato eletto
presidente della DBK. Mons. Wilmer succede a mons. G. Bätzing che, dopo aver
guidato per sei anni i vescovi tedeschi, aveva annunciato di non ripresentarsi
come candidato per un nuovo mandato.
Con la scelta di mons. Wilmer, i vescovi tedeschi
mostrano alcuni temi che ritengono essere centrali per il futuro della Chiesa
cattolica in Germania:
* Prosecuzione della dinamica sinodale, con una maggiore
attenzione alle rappresentazioni quotidiane del vissuto di fede e
coinvolgimento delle comunità cristiane presenti sul territorio – molto, in
questo senso è stato fatto nella diocesi di Hildesheim in questi anni.
* Intensificare il rapporto di reciproca conoscenza e
scambio diretto fra i percorsi della Chiesa cattolica in Germania, la Santa
Sede e le indicazioni venute dal Sinodo sulla sinodalità della Chiesa.
* Capacità di interlocuzione e ascolto della dimensione
internazionale del cattolicesimo globale, come forma di apprendimento per la
stessa Chiesa cattolica tedesca.
* Competenza teologica che sa comunicarsi a livello di
dibattito pubblico, attenta alle questioni civili e politiche di maggior peso
in questo momento di disarticolazione dell’ordine mondiale.
* Convinto appoggio all’Unione Europea come alternativa
istituzionale, giuridica e politica agli imperialismi montanti a livello
mondiale.
Il comunicato della Conferenza episcopale tedesca (DBK)
Alla nomina il sito della Conferenza episcopale ha
prontamente dato la notizia con un breve comunicato:
Il vescovo di Hildesheim, Dr. Heiner Wilmer SCJ, è stato
eletto oggi (24 febbraio 2026) nuovo presidente della Conferenza Episcopale
Tedesca. Succede al vescovo Dr. Georg Bätzing e rappresenterà la Conferenza
Episcopale Tedesca verso l’esterno per i prossimi sei anni.
Heiner Wilmer è nato il 9 aprile 1961 a Schapen
(Emsland). Nell’agosto 1980 è entrato nella congregazione religiosa dei
Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù e nel 1985 ha emesso la professione perpetua.
Il 31 maggio 1987 è stato ordinato sacerdote a Freiburg. Dal 1987 al 1993 ha
proseguito gli studi a Roma e a Freiburg. Dopo diverse esperienze come
tirocinante e insegnante a Meppen, Vechta e nel Bronx di New York, è diventato
preside del Gymnasium Leoninum di Handrup.
Dal 2007 al 2015 Wilmer è stato superiore provinciale
della provincia religiosa tedesca dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù a Bonn
e successivamente, fino al 2018, superiore generale della congregazione a Roma.
Il 6 aprile 2018 Papa Francesco lo ha nominato 71° vescovo di Hildesheim; il 1°
settembre 2018 ha ricevuto l’ordinazione episcopale ed è stato ufficialmente
insediato nel suo ufficio. All’interno della Conferenza Episcopale Tedesca, dal
settembre 2021 è presidente della Commissione per le questioni sociali e della
società. Dal 2019 al 2024 è stato inoltre presidente della Commissione tedesca
Justitia et Pax. Sett.news 24
Quattro anni di guerra in Ucraina, tra gli appelli della Santa Sede e il
ruolo della Chiesa
Il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese ucraino ha lanciato
un appello per il quarto anno della guerra in Ucraina. Tra proposte di
mediazione e situazioni sul territorio - Di Andrea Gagliarducci
Kiev. Leone XIV ha ricordato il quarto anno di guerra in
Ucraina all’Angelus del 22 febbraio scorso, mentre Sua Beatitudine Sviatoslav
Shevchuk, capo della Chiesa Greco-Cattolica Ucraina, ha incontrato lo scorso 12
febbraio il Papa, portando in dote una lista di 400 prigionieri e mantenendo
aperto il canale umanitario. Ma quattro anni dopo l’aggressione russa
all’Ucraina, il rischio resta sempre quello di una pace lontana, e persino di
un conflitto dimenticato.
La Chiesa greco-cattolica ucraina ricorderà i quattro
anni di guerra nel suo modo, ossia ricordando la propria identità e presentando
il prossimo 26 febbraio un francobollo commemorativo del trasferimento della
sede da Lviv a Kyiv. Il Consiglio Pan-Ucraino delle Chiese e delle
Organizzazioni religiose, che raggruppa il 95 per cento delle confessioni
religiose presenti in Ucraina, ha rilasciato una dichiarazione dai toni della
retorica di guerra.
“La guerra di aggressione mossa dalla Federazione russa
contro l’Ucraina – si legge nella dichiarazione –, in violazione delle norme
internazionali, ha causato immensa sofferenza, dolore e perdite tra il popolo
ucraino”.
I religiosi ucraini notano che la guerra “ha causato la
morte di migliaia di migliaia di ucraini, la brutale violazione dei diritti
umani e delle libertà nei territori dell’Ucraina temporaneamente occupati,
inclusa una persecuzione religiosa mirata; il rapimento di bambini ucraini, il
trattamento orrendo di personale militare e prigionieri civili, la distruzione
di città e infrastrutture civili nella nostra nazione”.
Inoltre, la guerra ha “attivato la più grande crisi
migratoria dell’Europa del 21esimo secolo”.
I religiosi notano che “l’aggressore russo è stato
fermato”, ma sottolineano che al cuore dell’“aggressione contro l’Ucraina e i
suoi crimini contro l’umanità si trova l’ideologia sciovinista e misantropa del
‘mondo russo’ (Russkiy mir)”, la cui elaborazione e diffusione sono state
“facilitate dal Patriarcato di Mosca e da altri centri religiosi russi insieme
con il regime politico del Cremlino”.
Per questo, il Consiglio Pan-Ucraino chiede la condanna
dell’ideologia del mondo russo, che “promuove e giustifica una guerra santa e
altri crimini contro l’umanità”.
Il Consiglio onora “la memoria di ogni difensore che ha
dato la vita e la salute per l’Ucraina”, si dice grato a “tutti coloro che
hanno contribuito a rafforzare le capacità di difesa ucraine e aiutato a
portare la vittoria più vicina” e si appella “al popolo ucraino, e ai suoi
leader politici e civili, chiedendo di restare coraggiosi e fermi in questa
battaglia del bene contro il male”. Aci 24
Perché nel mondo i cristiani sono sempre più perseguitati?
Un colloquio con Cristian Nani direttore di Porte Aperte
in Italia - Di Simone Baroncia
Roma. Nella WWL 2026 ancora una volta si registra il
più alto livello di persecuzione da quando la World Watch List è pubblicata,
confermando l’aumento costante degli ultimi anni. “Dal 2020 a oggi, non solo i
massacri e i rapimenti, ma le oltre 47.000 chiese, ospedali e scuole cristiane
attaccate o chiuse, più di 108.000 case e attività economiche saccheggiate o
distrutte, costringono alla fuga famiglie ed intere comunità cristiane, dando
vita a esodi inumani e a una ‘Chiesa profuga’ che grida aiuto!”, ha dichiarato
durante la presentazione del rapporto, Cristian Nani direttore di Porte Aperte
in Italia.
Cosa si evidenzia da questo nuovo rapporto?
“Il nostro report World Watch List 2026 mostra il più
alto livello di persecuzione anticristiana mai registrato in 33 anni di
analisi: oltre 388.000.000 cristiani subiscono almeno un livello alto di
persecuzione (1 su 7 nel mondo). Aumentano i cristiani uccisi (+4.849), abusati
e le violenze di genere per ragioni legate alla fede. I Paesi con persecuzione
‘estrema’ salgono da 13 a 15, per capirci quelli indicati in rosso nella nostra
mappa, con la Corea del Nord ancora al primo posto. L’Africa Subsahariana è
l’epicentro globale della violenza anticristiana (con la Nigeria vero scenario
di massacri con almeno 3.490 cristiani uccisi), mentre la Siria peggiora di
molto a causa dell’impennata di attacchi e instabilità. Cresce inoltre in
fenomeno della ‘Chiesa nascosta’, ossia cristiani costretti a vivere la propria
fede nella clandestinità da restrizioni governative o sociali”.
Per quale motivo ogni anno aumenta la persecuzione contro
i cristiani?
“Le cause ricorrenti emerse nella WWL 2026 sono una
governance debole e crollo dello Stato di diritto, che crea zone senza legge
dove milizie e gruppi radicali agiscono impunemente; una crescita
dell’estremismo religioso, islamista in Africa e Asia, nazionalista in India,
autoritario in Medio Oriente; aumento di conflitti armati e colpi di Stato,
soprattutto in Africa; una maggior sorveglianza e controllo ideologico in
regimi autoritari come in Cina, Iran, Corea del Nord; infine la criminalità
organizzata in America Latina colpisce i leader cristiani considerati ostacoli
al controllo territoriale”.
Per quale motivo nel continente africano si registra una
maggior repressione?
“L’Africa subsahariana concentra i punteggi di violenza
più alti al mondo. Tra le cause principali troviamo Stati fragili e falliti: 5
Paesi hanno subito colpi di Stato recenti, altri non applicano la Costituzione;
insurrezioni jihadiste diffuse (Boko Haram, ISWAP, AlShabaab, ISGS, JNIM);
conflitti etnici e mancanza di sicurezza, con milioni di sfollati; criminalità
e corruzione che favoriscono impunità. In molti Stati i cristiani si trovano
tra più fronti armati. Il risultato è una ‘metastasi’ di violenza ormai
strutturale, che potenziata da agende islamiste radicali, rende le comunità
cristiane doppiamente vulnerabili. Chiunque neghi il ‘fattore religioso’
all’analisi sulla destabilizzazione dell’Africa subsahariana, commette un
enorme errore di valutazione”.
In Africa ci sono alcuni Stati particolari (Somalia,
Sudan ed Eritrea) dove è in aumento la violenza contro i cattolici: da cosa
dipende?
“Ovviamente si tratta di dinamiche diverse a seconda del
paese in esame. Premessa importante è che le nostre analisi tengono in
considerazione tutti i cristiani, non solo cattolici. In Somalia, sottolineerei
tre dinamiche principali: la crescita dell’influenza del gruppo
estremista alShabaab, che considera i convertiti alla fede cristiana
‘traditori’ da eliminare; tutte le chiese registrate sono state chiuse o
distrutte; la sopravvivenza è possibile solo nella clandestinità totale, a
causa della pressione di una società islamica sempre più radicalizzata dalla
presenza di gruppi estremisti.
In Sudan, invece è senza dubbio la Guerra civile tra
esercito e RSF, il driver principale, visto che entrambi prendono di mira i
cristiani. Sono centinaia le chiese distrutte, 9.600.000 gli sfollati, con una
impennata della violenza anticristiana notevole.
In Eritrea, invece, siamo di fronte a un regime
totalitario per il quale l’indipendenza religiosa equivale al dissenso
politico. Assistiamo da tempo alla confisca di proprietà, ad arresti
indiscriminati (svariati cristiani sono in carcere per il semplice fatto di
essere cristiani), al divieto di esistere delle chiese non riconosciute, in una
nazione che non tiene elezioni da 28 anni, ed è in stato di militarizzazione
permanente”.
Anche in Medio Oriente c'è la situazione siriana, dove i
cattolici si stanno estinguendo: per quale motivo?
“Abbiamo rivisto al ribasso le nostre stime sui cristiani
rimasti, circa 300.000, centinaia di migliaia in meno rispetto a dieci anni fa.
Oltre agli orribili anni di guerra civile, all’ISIS, al terremoto e
all’emergenza umanitaria, la WWL 2026 evidenzia: dalla caduta del regime di
Assad (dicembre 2024) e presa del potere da parte di HTS, vi è stato un aumento
importante degli attacchi e delle minacce. Quindi è cresciuta la violenza:
attentati, chiese distrutte, 27 cristiani uccisi in un anno. Da qui l’imposizione
della sharia come base legislativa nella Costituzione provvisoria 2025,
accompagnate da pressioni sociali e propaganda islamista, jizya, minacce,
sorveglianza. Quindi i cristiani, senza protezione tribale, sono più
vulnerabili allo sfollamento”.
Stiamo seguendo gli avvenimenti in Iran: quale è la
situazione dei cristiani in Iran?
L’Iran da anni è tra le 10 nazioni in cui si perseguitano
di più i cristiani (WWL 2026 è al 10° posto).
Secondo le nostre ricerche, i cristiani vivono una
discriminazione e pressione costanti in quasi tutte le sfere della vita (la
nostra ricerca analizza le 5 sfere della vita: privata, famiglia, comunità,
chiesa, nazione, oltre alla violenza). Il governo considera i convertiti
cristiani una ‘minaccia occidentale’, ancor di più dopo il breve conflitto
IranIsraele dello scorso anno. La sorveglianza è in aumento, con arresti e
repressione delle chiese domestiche. Le comunità storiche (armeni e assiri)
sono tollerate ma trattate come cittadini di seconda classe”.
Infine per quale motivo in America Latina i cristiani
sono minacciati?
“L’America Latina è composta da nazioni fortemente
cristiane, eppure vi sono regioni in cui l’intolleranza anticristiana si
manifesta in modo lampante. Due le matrici principali: la prima sono i regimi
autoritari, come Cuba, Nicaragua, Venezuela, dove il governo reprime ogni
dissenso e i leader cristiani vengono spesso perseguitati perché difendono i
diritti umani fondamentali o non si allineano politicamente. L’altra causa
riguarda la criminalità organizzata, come in Colombia e Messico, dove bande e
gruppi armati (cartelli e narcos inclusi) controllano ampi territori e
percepiscono i leader cristiani come ostacoli, perché per esempio si impegnano
nel sociale sottraendo giovani alle loro file. Rapimenti, omicidi e
intimidazioni sono un’arma tipica in Colombia, almeno 36 leader cristiani
assassinati e 18 scomparsi nel periodo 20232025”. Aci 23
Un evento senza precedenti: il corpo di San Francesco visibile ai fedeli
Assisi, sold out per l’ostensione: 18mila fedeli nel
primo giorno - Di Veronica Giacometti
Assisi. Un evento senza precedenti. Un dono. Un momento
di grazia. Per la prima volta nella storia, ad Assisi, il corpo di San
Francesco sarà visibile a tutti. A distanza di 800 anni. Dal 22 febbraio al 22
marzo 2026 le porte della Chiesa Inferiore di Assisi si sono aperte ai tanti
fedeli, pellegrini, visitatori che per 15 secondi si sono ritrovati o si
ritroveranno a pregare davanti le spoglie mortali di San Francesco.
Nei volti delle persone in fila per l’ostensione c’è la
commozione, c’è la speranza che l’eredità del poverello di Assisi continui
davvero in eterno. Come quelle reliquie, quelle spoglie, che dopo 800 anni ci
parlano ancora. Perché "se il chicco di grano caduto in terra non muore,
rimane solo; se invece muore, produce molto frutto" (Giovanni 12,24)”,
come sottolineano i frati del Sacro Convento di Assisi, che hanno organizzato
con amore e attenzione questo evento.
Fin dalle prime ore dell’alba del 22 febbraio, i
pellegrini si sono messi in coda per la venerazione delle reliquie. Sabato,
invece, era stata la volta della stampa cattolica. Come dicono gli
organizzatori “i dati sono quelli di un grande “Giubileo
francescano”: sold out tutti gli slot orari di questa prima giornata,
confermando le previsioni, per un totale di circa 18.000 persone entrate
nella chiesa inferiore della Basilica per rendere omaggio al Santo di Assisi.
Ricordiamo che ci sono ancora degli slot disponibili sul sito francescovive.org
“Francesco continua a irradiare pace, io sono convinto
che la sua tomba e la sua presenza continuino ad irradiare pace nel mondo.
Sta a noi accogliere la provocazione, accogliere anche quella pace
interiore che Francesco ci dona e che è la pace di Cristo”, dice ai microfoni
di EWTN News Fra Marco Moroni, Custode del Sacro Convento di Assisi.
La venerazione delle spoglie mortali di San Francesco
porta con sé un messaggio importante e Fra Giulio Cesareo, direttore
dell’Ufficio comunicazione del Sacro Convento lo sottolinea a EWTN News.
“Il messaggio di San Francesco 800 anni dopo è proprio questo: San
Francesco vive, cioè a chi ama la morte gli fa il solletico, perché come il
seme, lo dice Gesù nel Vangelo, se il chicco di grano caduto in terra non
muore, rimane solo, ma se muore porta molto frutto. Per questi
pellegrini, uno dei doni che riceveranno da noi proprio alla fine del percorso,
sarà un vasetto di carta compostabile dentro il quale c'è della terra essiccata
e dei semi di grano per portarlo. Se uno non sa cosa come si fa a mettere
l'acqua, ci sono anche le istruzioni in tante lingue. Perché alcuni pensavano:
no, ma il ricordino lo devi tenere a casa come un soprammobile. No, non è
questo il messaggio di Francesco. Il messaggio di Francesco è che chi si
dona germoglia e porta frutto”.
“Io spero che per i pellegrini sia un'esperienza intima,
profonda, spirituale. Di vedere con gli occhi, sì, delle spoglie mortali,
ma essere rimandati a qualcosa di più grande. C'è qualcosa che non muore
mai, che la nostra anima della quale ci è stata consegnata e che spesso
trascuriamo”, aggiunge ad EWTN News Fra Francesco Piloni, ministro provinciale.
Le fotografie della giornata di ieri e di oggi -
pubblicate sui social della Basilica - hanno raccolto oltre 2.000.000 di
visualizzazioni. Aci 23
Nel segno di San Francesco d’Assisi: ostensione delle sue spoglie mortali
Un incontro con il Santo d’Assisi, 800 anni dopo:
presentata ad Assisi l’ostensione pubblica delle sue spoglie - Di Veronica
Giacometti
Assisi. Sono più di 200 i giornalisti che si sono
accreditati ad Assisi per un evento davvero straordinario: la prima ostensione
pubblica delle spoglie mortali di San Francesco. “Forse non era mai successo
prima”, dicono gli organizzatori, nemmeno per le visite papali o altri eventi
qui ad Assisi. Ed in effetti l’Ottavio centenario di San Francesco qui ad
Assisi accoglierà circa 400 mila pellegrini, che in Basilica potranno pregare
sui resti mortali del poverello di Assisi fino al prossimo 22 marzo 2026. Per
la prima volta.
Oggi ad Assisi si è tenuta la conferenza stampa di
presentazione dell’evento dell'ostensione. Presenti Fra Giulio Cesareo,
Direttore Ufficio comunicazione Sacro Convento Assisi, che ha curato la
comunicazione e la logistica di questo avvenimento, e Fra Marco Moroni, Custode
del Sacro Convento di Assisi.
Fra Giulio è visibilmente emozionato e racconta ad ACI
stampa/ EWTN News che si aspettano tantissimi visitatori e per questo si augura
che tutto vada per il meglio, anche e soprattutto per quello che riguarda la
logistica e la sicurezza. Ci sono anche tanti volontari che presteranno
servizio in questi giorni, 416 volontari esattamente per un mese.
Oggi è il primo giorno speciale ad Assisi. Il primo di un
anno particolare tutto dedicato a San Francesco, per gli 800 anni dalla sua
morte. Ma Francesco vive. La sua eredità continua. E questi numeri enormi lo
dimostrano.
Le persone prenotate per la venerazione delle reliquie di
san Francesco sono a oggi circa 370000, dai 5 continenti, sebbene la maggior
parte sia italiana (80%). 5000 dagli USA, 3100 dalla Croazia, 2000 dalla
Slovacchia, 1500 dal Brasile e dalla Francia, 234 dall'Indonesia, 37 dal
Giappone, 1000 dal Regno Unito, alcuni da Kenya, Giamaica, e Singapore.
Questa mattina a partire dalle 9 si è proceduto, alla
presenza tra gli altri di diversi frati della comunità, all’estumulazione dei
resti mortali di san Francesco dal sarcofago in cui riposano. Sono stati
deposti su una mensa preparata ad hoc nella cripta della Basilica.
Da lì comincerà la celebrazione della traslazione - a
partire dalle 16 - e dei vespri in chiesa inferiore alla presenza di circa 300
frati. La celebrazione sarà presieduta dal cardinale Ángel Fernandez Artime,
legato pontificio per le Basiliche papali di Assisi. Anche lui presente alla
conferenza stampa di presentazione.
Oggi, il primo contatto con i resti mortali di San
Francesco. Domani, l’accesso pubblico a tutti coloro che si sono prenotati sul
sito Prenotazione - San Francesco Vive. Tutto è gratuito. " I posti
rimasti attualmente sono pochissimi", dice il Custode del Sacro Convento.
I frati del Sacro convento spiegano il filo rosso
dell'ostensione 2026. “L’ispirazione di fondo che guida l'evento
dell'ostensione è la parabola evangelica del seme (Gv 12,24): ciò che muore
nell’amore germoglia e porta frutto. E questa consapevolezza, manifestata in
modo eloquente dai resti mortali di san Francesco, vuole essere un invito a
considerare la vita personale di ciascuno in un’ottica analoga: come Francesco
ciascuno è chiamato a donarsi generosamente nelle relazioni, per diventare
quest’albero vivo di fraternità che continua a donare frutto nella storia della
Chiesa e del mondo”.
“A nome del Padre Custode del Sacro Convento, fra Marco
Moroni, e della nostra Comunità Francescana - ha dichiarato fra Giulio Cesareo,
OFMConv, - desidero sottolineare come l’ostensione delle spoglie mortali di san
Francesco rientri tra le tante iniziative che ad Assisi, in Italia e nel mondo
vogliono testimoniare come il Santo di Assisi sia ancora oggi un dono per
tutti”.
“In questo contesto, mentre ringraziamo con affetto e
porgiamo i più cari saluti al Santo Padre Leone XIV che ha generosamente
autorizzato e benedetto questa iniziativa, desideriamo ricordare con profonda
gratitudine anche Papa Francesco. Proprio nel dicembre 2023 accolse di buon
grado e con parole di incoraggiamento l’intuizione di fra Marco di proporre,
durante questo centenario, un gesto così significativo. Papa Francesco poi, nel
suo ministero, ha aiutato tutti, e in particolare noi francescani, a riscoprire
la costante attualità delle intuizioni di san Francesco, proprio di fronte alle
sfide complesse del nostro tempo”, dicono i frati del Sacro Convento di Assisi.
Presente alla conferenza stampa anche il nuovo Vescovo di
Assisi, Monsignor Felice Accrocca. Dal 25 marzo guiderà la diocesi di Assisi.
" Sono contento di essere qui, mi trovavo qui per un impegno. Io vorrei
solo riportare un minuto l'attenzione su quel corpo che c'era e di cui restano
le ossa. San Francesco era alto 1.58m. Portava un abito sudicio, la faccia
senza bellezza. Eppure Dio dette tanta forza alle sue parole. Oggi siamo sempre
sotto la dittatura dell'immagine, invece quest'uomo continua a parlare ancora.
L'uomo non è ciò che appare, ma rimane per ciò che è, soprattutto per come
riesce ad amare. Francesco continua a parlare. Mi auguro che questo mese ci
aiuti a riflettere su questo. C'è qualcosa che va oltre, sempre", dice il
nuovo Vescovo di Assisi.
Assisi è in fermento. Tutti i siti religiosi più
importanti accompagnano l’evento con tante altre iniziative. Per esempio delle
visite guidate e organizzate nei locali ipogei del Vescovado di Assisi.
“Nonostante i lavori non siano ancora terminati – spiega l’amministratore
apostolico monsignor Domenico Sorrentino – permetteremo ai pellegrini venuti in
Assisi per venerare le spoglie del nostro Santo, di vedere il cantiere della
spogliazione, attraversare la Porta che Francesco, scoprire quanto è forte il
legame del Poverello con questi luoghi che varcò e dove compose anche le ultime
strofe del Cantico. Sarà una visita immersiva, dal forte coinvolgimento
spirituale, affinché ciascuno possa trovare tra queste pietre lo spirito della
spogliazione che significa innanzitutto abbandono dei propri egoismi e apertura
agli altri. A chi incontra Francesco con la venerazione del corpo, insieme ai
messaggi di tutti gli altri santuari assisani – conclude monsignor Sorrentino –
offriamo questo ulteriore tassello affinché i pellegrini possano davvero
riscoprire, attraverso il nostro Santo, Cristo e il suo Vangelo”.
Ma c’è di più. L’intero mese sarà arricchito da un fitto
calendario di appuntamenti liturgici e culturali, pensati per favorire la
partecipazione e la riflessione. Tra gli eventi (religiosi e culturali) che
caratterizzeranno questo mese dell’ostensione ricordiamo la veglia dei
parlamentari e dei rappresentanti delle istituzioni della Repubblica Italiana
il 12 marzo alle 20, il Meeting Francescano Giovani dal titolo “Sorella morte.
Un’esperienza da scartare” al Sacro Convento il 14 e 15 marzo e il convegno dal
titolo “Per Francesco sorella è la morte. Una provocazione alla vita” che si
terrà nella Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli dal 20 al 22 marzo. La
solenne celebrazione conclusiva dell’ostensione si terrà il 22 marzo alle 17
nella chiesa superiore, presieduta dal cardinale Matteo Maria Zuppi,
arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Fino ad arrivare al prossimo 6 agosto dove ci sarà un
ospite speciale, Papa Leone XIV tra i giovani francescani a Santa Maria degli
Angeli per l'evento "Go".
Aci 21
La Colletta del Venerdì Santo per la Custodia della Terra Santa
“Aiuta la speranza, donando. Aiuta la speranza, facendo
crescere la pace. Aiuta la speranza, tornando in Terra Santa”
Roma. Giunge anche quest'anno la tradizionale Colletta
del Venerdì Santo della Custodia della Terrae Sanctae. Il titolo è abbastanza
esplicativo: "Aiuta la speranza, donando. Aiuta la speranza, facendo
crescere la pace. Aiuta la speranza, tornando in Terra Santa". Nel
comunicato diffuso dalla Custodia si fa riferimento alla ripresa del “vivere,
nonostante il dolore” dei luoghi della Terra Santa. Seppur ancora manchi tutto,
a cominciare dal lavoro.
Da otto secoli la Custodia di Terra Santa, affidata ai
frati francescani, continua il suo servizio nella presenza nei luoghi santi
cari ai cristiani e nel camminare con le sorelle ei fratelli che abitano i
luoghi dove il Signore della Vita , Gesù Cristo, camminava fra la gente. Il
Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, scrive nel comunicato: "Gli
ultimi anni sono stati particolarmente gravosi per le comunità cristiane del
Medio Oriente. La guerra ha portato morte, distruzione e paura, non solo a
Gaza, ma anche in Cisgiordania, in Israele, in Libano e in Siria. Alla
sofferenza provocata dal conflitto si è aggiunta la lunga assenza dei
pellegrini, che ha aggravato una già profonda crisi economica e occupazionale.
Molte famiglie cristiane, che traevano sostentamento dai Luoghi Santi e dalle
attività connesse ai pellegrinaggi, si trovano oggi in grande
difficoltà”.
E ribadisce che ormai si può tornare in pellegrinaggio in
quei luogi così santi. Vieni ad aiutare Terra Santa, allora? In
prossimità della Pasqua, il grido d'aiuto delle sorelle e dei fratelli di Terra
Santa si fa più pressante. La Chiesa ha messo a disposizione - continua il
comunicato - di tutti uno strumento, la Colletta del Venerdì Santo, giorno che
ricorda la Passione del Signore, quest'anno venerdì 3 aprile, per aiutare
concretamente le persone e la loro vita nei luoghi santi”.
La Colletta nasce per volere di san Paolo VI, che
nell'esortazione apostolica “Nobis in Animo” del marzo 1974 la propone all'episcopato,
al clero e ai fedeli di tutto il mondo. La Colletta è stata istituita con
l'intento di rafforzare il legame fra i cristiani di tutto il mondo ei Luoghi
Santi ed è una delle raccolte ufficiali della Chiesa cattolica. Le offerte
raccolte dalle comunità parrocchiali e dai vescovi vengono trasferite,
attraverso i frati francescani Commissari di Terra Santa, alla Custodia di
Terra Santa. Questi fondi sono utilizzati per preservare i siti sacri e per
sostenere le comunità cristiane locali, spesso definite le «pietre vive» di
questa regione.
La Colleta della Custodia serve per sostenere 630 alloggi
per famiglie bisognose; 15 scuole con 12.000 studenti; 1100 posti di lavoro;
270 missionari; 55 santuari; 6 case dei pellegrini; 5 Case per malati ed
orfani; 3 istituti accademici. Aci 21
Il Sinodo istituisce una Commissione per rivedere il Codice delle Chiese
Orientali
Il lavoro per la "sinodalità" prosegue anche
fuori delle assemblee sinodali. Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. Il lavoro per la
"sinodalità" prosegue anche fuori delle assemblee sinodali. Uno dei
temi discussi è la revisione del Codice di Diritto canonico proprio in chiave
sinodale. Se ne è parlato nelle assemblee anche se fuori dell' aula non sono
arrivate molte informazioni.
Oggi la comunicazione che la Segreteria Generale del
Sinodo ha istituito la Commissione Canonistica Orientale, con il compito di
elaborare proposte di revisione del Codice dei canoni delle Chiese orientali
(CCEO) alla luce del cammino sinodale. Oggi la prima riunione.
"La nuova Commissione affianca il lavoro in corso
della Commissione Canonistica istituita nel dicembre 2023, che aveva già
individuato alcune proposte di riforma del CCEO pur concentrandosi
principalmente sul Codice di Diritto Canonico della Chiesa latina. Risponde
inoltre alla richiesta avanzata a più riprese da diversi capi delle
Chiese sui iuris. La sua composizione, volta anche a favorire la
cooperazione interdicasteriale per il servizio alle Chiese locali, include
esperti canonisti orientali scelti tra i consultori del Dicastero per i Testi
Legislativi e del Dicastero per le Chiese Orientali".
La revisione del Codice sia Latino che Orientale è uno
dei passaggi più delicati, e la Commissione lavora per l’attuazione delle
indicazioni emerse nel processo sinodale, in particolare nella Relazione
di sintesi (2023) e nel Documento finale (2024) della XVI
Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.
Il cardinale Mario Grech, Segretario Generale del Sinodo
invita le Chiese sui iuris, le Conferenze episcopali, le università
cattoliche, le istituzioni o le persone interessate a inviare il loro
contributo alla Segreteria Generale del Sinodo entro il 15 aprile 2026.
Il mandato è chiaro: "La Commissione Canonistica
Orientale è una «Commissione per l’attuazione» (cf. Episcopalis communio,
art. 21), presieduta in quanto tale dal Segretario Generale del Sinodo, e
costituita da membri nominati dal medesimo Segretario Generale, sentito il
Dicastero per i Testi legislativi (cf. Praedicate Evangelium, art. 178 e
art. 84, § 2). Per garantire sia la necessaria competenza scientifica che
un’adeguata cooperazione interdicasteriale, il gruppo iniziale dei membri della
Commissione è stato selezionato tra i consultori di rito orientale del
Dicastero per i Testi Legislativi e del Dicastero per le Chiese Orientali.
Alcuni di costoro sono già membri del Gruppo di Studio 1, istituito da Papa
Francesco nel 2024 per esaminare «alcuni aspetti delle relazioni tra Chiese
Cattoliche Orientali e Chiesa Latina». A breve termine, il compito della
Commissione è quello di elaborare progetti di testi normativi per dare seguito
alle proposte giuridiche avanzate nel corso del Cammino sinodale 2021–2024, in
concreto soprattutto quelle enumerate dalla Relazione di
sintesi (2023) e dal Documento finale (2024), nonché quelle
individuate nel corso dell’attività del suddetto Gruppo 1. Il lavoro della
Commissione sarà coordinato dal Segretario del Dicastero per i Testi
Legislativi, organismo curiale responsabile tra l’altro per l’aggiornamento
della vigente normativa orientale (cf. Praedicate Evangelium, art.
178)".
A partecipare sono oltre al cardinale Grech, Juan
Ignazio Arrieta Ochoa de Chinchetru come Coordinatore, il Corepiscopo John D.
Faris della Chiesa Maronita, Stati Uniti d’America)Pablo Gefaell Chamochin,
Professore Ordinario di Diritto Canonico Orientale presso la Pontificia
Università della Santa Croce, Astrid Kaptijn Professore Ordinario di Diritto
Canonico presso l’Université de Fribourg, Svizzera; Consultore del Dicastero
per le Chiese Orientali, Sunny Thomas Kokkaravalayil, S.I. Pro Decano della
Facoltà di Diritto Canonico Orientale della Missione del Pontificio Istituto
Orientale, Lorenzo Lorusso O.P. Professore Invitato, Facoltà di Diritto
Canonico Orientale presso la Pontificia Università Gregoriana, Péter Szabó
Professore Ordinario di Diritto Canonico, Istituto Post-Graduale di Diritto
Canonico presso l’Università Cattolica di Budapest – Ungheria; Consultore del
Dicastero per le Chiese Orientali e Cyril Vasi?, S.I. Arcivescovo di Košice per
i Cattolici di rito bizantino, Slovacchia.
L’incontro avviene all’indomani di una due giorni di
lavoro del Gruppo di Studio n. 1 su Alcuni aspetti delle
relazioni tra Chiese Cattoliche Orientali e Chiesa Latina. Il Gruppo di
Studio n. 1 è uno dei dieci Gruppi di Studio istituiti da Papa Francesco nel
2024, frutto della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del
Sinodo dei Vescovi durante la quale erano emerse una serie di questioni
rilevanti concernenti la vita e la missione della Chiesa in prospettiva
sinodale. aci 20
Cresce il mercato degli articoli religiosi in Italia
Cresce il mercato dei prodotti religiosi in Italia,
grazie anche all’effetto Giubileo. Le aziende italiane in questo settore sono
infatti stimate intorno alle 3.300 (+10% rispetto al 2024), comprendendo
produttori, distributori, artigiani, artisti e studi di progettazione. Il
fatturato complessivo nel 2025, tra produzione e filiera, dovrebbe invece
sfiorare gli 800 milioni di euro (+15%). In crescita anche l’export, che si
avvantaggia del grande apprezzamento per i prodotti made in Italy. È quanto
segnala Devotio, l’unica fiera in Italia e la più grande nel mondo dedicata ai
prodotti devozionali e ai servizi per il settore religioso, in vista della
quinta edizione che si svolgerà nei giorni dal 31 gennaio al 3 febbraio
prossimi a BolognaFiere. Anche quest’anno, la manifestazione ha fatto
registrare il sold-out: su un’area espositiva di 15mila mq, saranno presenti
229 espositori provenienti dall’Italia e da altri 17 Paesi del mondo. Attesi
migliaia di visitatori da quasi 50 Nazioni di tutti i continenti. Verranno
presentati articoli religiosi e oggetti per il culto, come crocifissi, rosari,
immagini sacre, statue e presepi, campane, incensi, candele, vetrate e mosaici,
calici e pissidi, paramenti per la liturgia e arte sacra, oltre ad impianti
audio, sistemi per la raccolta di donazioni, arredi e tecnologie per le chiese
e abbigliamento per il clero. Secondo Devotio, tra gli articoli devozionali più
richiesti vi sono sicuramente i rosari e i gioielli souvenir come braccialetti,
medaglie e medagliette. Immancabili i crocifissi, realizzati in tutti i
materiali, e le statue a tema religioso, anche stampate in 3D. Tra gli oggetti
liturgici, sempre molto richiesti i calici, le teche e le casule. Anche il
settore dell’arredamento liturgico è movimentato, con richieste di
confessionali e panche, nonostante non siano tantissime le nuove chiese in
costruzione. Per quanto riguarda l’export, in Europa i prodotti italiani sono
distribuiti in tutti i grandi santuari (come Fatima, Lourdes, Santiago de
Compostela, Cz?stochowa, Altötting, Mariazell e Medjugorje) e naturalmente
nelle comunità ecclesiali dei Paesi di antica tradizione cristiana. Anche nel
resto del mondo i prodotti made in Italy hanno una larga diffusione, come in
Sud America (soprattutto Brasile e Messico), Stati Uniti, Africa (Nigeria e
Costa d’Avorio) e Asia (Filippine e Corea del Sud). (© 9Colonne, febbraio 2026)
“Annunciare il Vangelo: questa è la priorità"
“Chiesa di Roma, ricordati di ravvivare il dono di Dio”.
Lo ha detto il Papa, aprendo stamane in Aula Paolo VI il suo discorso al clero
romano in occasione dell’inizio della Quaresima - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. “Chiesa di Roma, ricordati di
ravvivare il dono di Dio”. Lo ha detto il Papa, aprendo stamane in Aula Paolo
VI il suo discorso al clero romano in occasione dell’inizio della Quaresima.
Ravvivare – ha spiegato Leone XIV –“ evoca l’immagine
della brace sotto la cenere. Anche per il cammino pastorale della nostra
Diocesi possiamo dire: il fuoco è acceso, ma sempre di nuovo bisogna
ravvivarlo. Il fuoco acceso è il dono irrevocabile che il Signore ci ha fatto,
è lo Spirito che ha tracciato il cammino della nostra Chiesa, la storia e la
tradizione che abbiamo ricevuto e quanto, in modo ordinario, portiamo avanti
nelle nostre comunità. Allo stesso tempo, dobbiamo ammettere con umiltà che la
fiamma di questo fuoco non conserva sempre la stessa vitalità e ha bisogno di
essere riattizzata. Incalzati dai repentini cambiamenti culturali e dagli
scenari in cui si svolge la nostra missione, talvolta assaliti dalla stanchezza
e dal peso della routine, oppure scoraggiati per la crescente disaffezione nei
confronti della fede e della pratica religiosa, avvertiamo il bisogno che
questo fuoco sia alimentato e ravvivato”.
Il Papa ha affrontato poi alcuni ambiti della vita
pastorale, a partire dalla “pastorale ordinaria delle parrocchie. Circa
la relazione tra iniziazione cristiana ed evangelizzazione, abbiamo bisogno di
una chiara inversione di marcia; la pastorale ordinaria è strutturata secondo
un modello classico che si preoccupa anzitutto di garantire l’amministrazione
dei Sacramenti, ma un tale modello presuppone che la fede venga in qualche modo
trasmessa anche dall’ambiente circostante, dalla società come dall’ambiente
familiare. In realtà, i cambiamenti culturali e antropologici che sono avvenuti
negli ultimi decenni ci dicono che non è più così, anzi, assistiamo a una
crescente erosione della pratica religiosa. È urgente ritornare ad annunciare
il Vangelo: questa è la priorità. Con umiltà, ma anche senza lasciarci
scoraggiare, dobbiamo riconoscere che «parte della nostra gente battezzata
non sperimenta la propria appartenenza alla Chiesa”.
“E’ necessario che la pastorale parrocchiale – ha
aggiunto - rimetta al centro l’annuncio, per cercare vie e modi che aiutino le
persone a entrare nuovamente in contatto con la promessa di Gesù. In questo
contesto, l’iniziazione cristiana, spesso modulata su ritmi scolastici, ha
bisogno di essere rivista: occorre sperimentare altre modalità di trasmissione
della fede anche al di fuori dei cammini classici, per cercare di coinvolgere
in modo nuovo i ragazzi, i giovani e le famiglie”.
Poi il Papa ha affrontato la questione dell’”imparare a
lavorare insieme, in comunione. Per dare il primato all’evangelizzazione in
tutte le sue molteplici forme non possiamo pensare e agire in modo solitario.
La sola parrocchia non è sufficiente per avviare qualche percorso di
evangelizzazione capace di intercettare chi non può vivere un’adeguata
partecipazione. In un territorio di grande dimensioni come quello romano,
occorre vincere la tentazione dell’autoreferenzialità. Serve un coordinamento
maggiore che, lungi dall’essere un espediente pastorale, intende esprimere la
nostra comunione presbiterale”.
Infine “la vicinanza ai giovani. Molti di loro – ha
ammesso Leone XIV - vivono senza più alcun riferimento a Dio e alla Chiesa.
Si tratta perciò di cogliere e leggere il profondo disagio esistenziale
che li abita, il loro smarrimento, le loro molteplici difficoltà, come pure i
fenomeni che li coinvolgono nel mondo virtuale e i sintomi di una preoccupante
aggressività, che sfocia a volte nella violenza. So che conoscete questa
realtà e vi impegnate per affrontarla. Non abbiamo soluzioni facili che ci
assicurino risultati immediati ma, per quanto possibile, possiamo restare in
ascolto dei giovani, renderci presenti, accoglierli, condividere un po’ della
loro vita. Allo stesso tempo, poiché le problematiche interessano varie
dimensioni della vita, cerchiamo anche, come parrocchie, di dialogare e
interagire con le istituzioni presenti sul territorio, con la scuola, con gli
specialisti nel campo educativo e delle scienze umane e con quanti hanno a
cuore il destino e il futuro dei nostri ragazzi”.
Leone XIV si è anche rivolto ai sacerdoti più giovani,
esortandoli “alla fedeltà quotidiana nella relazione col Signore e a lavorare
con entusiasmo anche se ora non vedete i frutti dell’apostolato. Soprattutto vi
invito a non chiudervi mai in voi stessi: non abbiate paura di confrontarvi,
anche sulle vostre stanchezze e sulle vostre crisi, specialmente con i
confratelli che ritenete possano aiutarvi. A tutti noi, ovviamente, è richiesto
un atteggiamento di ascolto e di attenzione, attraverso cui vivere concretamente
la fraternità presbiterale. Accompagniamoci e sosteniamoci a vicenda”. Aci 19
La Quaresima, laboratorio del desiderio
Nell’epoca dei social e degli hashtag come #detox, la
Quaresima rischia di ridursi a dieta spirituale. Il testo ne riscopre il
significato autentico: tempo di sottrazione e libertà, laboratorio del
desiderio, riscoperta di digiuno, preghiera ed elemosina come misericordia, per
diventare non più performanti ma più veri
La Quaresima dell’epoca social è un tempo curioso: nasce
austera e finisce spesso su Instagram con l’hashtag #detox. Preti, suore e
laici “impegnati” si sbracciano su video tutorial dove spiegano fervorosi come
un tempo di distacco, disintossicazione, ecc. serve all’anima – e fa pure bene
al fisico.
Eppure la Quaresima, quella vera, è molto più di una
dieta spirituale. È un tempo di sottrazione che, paradossalmente, promette
aggiunta: meno rumore, più ascolto; meno automatismi, più scelta. Dall’animale
condizionato da impulsi e necessità, alla persona libera di decidersi davanti
alla vita.
Quaresima come laboratorio del desiderio: togliendo il
superfluo, siamo chiamati a chiederci cosa vogliamo davvero. In un’epoca che
predica l’accumulo – di oggetti, notifiche, opinioni – la Quaresima propone
l’arte controintuitiva del limite. Non è un “no” al mondo, ma un “sì” più
selettivo. E forse il suo fascino sta proprio qui: per quaranta giorni ci
allena a perdere qualcosa per scoprire che non tutto ciò che pesa è necessario.
Cominciamo questo mercoledì, quando la cenere in testa
ricorda a tutti una verità che l’algoritmo non può ottimizzare: siamo fragili,
e proprio per questo preziosi, di una preziosità che ogni anno siamo invitati a
riscoprire, così come indubbiamente riscopriremo la nostra fragilità, nella
nostra incapacità di mantenere gli impegni quaresimali presi.
Ma qui è il punto: non siamo chiamati a diventare
migliori in senso performativo, quanto a diventare più veri.
Tornano sulla scena le tre armi della penitenza, di cui
abbiamo già parlato: digiuno, preghiera, elemosina. Il digiuno non è un braccio
di ferro con il frigorifero, ma un esercizio di libertà. La preghiera non è
evasione, bensì messa a fuoco. L’elemosina non è lo spicciolo dato per
alleggerire la coscienza, ma redistribuzione di attenzione – tant’è che il suo
nome originario sarebbe “misericordia”. Proviamo a togliere ancora una volta al
nostro cuore la sua corazza torpida, per riprendere a sentire, attraverso il
digiuno, i bisogni nostri e altrui.
Poi arriverà la Pasqua, e allora capiremo che la
sottrazione era preparazione. Come quando si apre una finestra dopo l’inverno,
per le pulizie di primavera: l’aria è la stessa di sempre, ma la si respira
diversamente. Alessandro Di Medio, Sir
18
Leone XIV: “Chiesa presenza santificatrice in mezzo a un’umanità
frantumata”
Il Papa ha dedicato l'udienza di oggi, che è tornata in
piazza San Pietro, alla Lumen Gentium. Questo pomeriggio la processione
penitenziale e la messa delle Ceneri all'Aventino – di M.Michela Nicolais
La Chiesa non è “qualcosa di oscuro o di incomprensibile,
come a volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola
mistero”, ma è “esattamente il contrario”, e cioè “una realtà che prima era
nascosta e ora è stata rivelata”. Lo ha spiegato Leone XIV, che nella catechesi
dell’udienza di oggi, tornata in piazza San Pietro, proseguendo il ciclo di
catechesi sul Concilio Vaticano II si è soffermato sulla costituzione dogmatica
sulla Chiesa Lumen gentium, in cui sulla scorta delle Lettere di San Paolo si
utilizza il termine “mistero” per definire la Chiesa. Questo pomeriggio,
all’Aventino, la processione penitenziale e la messa delle Ceneri.
Unire l’umanità. Si tratta del disegno di Dio che ha uno
scopo: unificare tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù
Cristo, azione che si è attuata nella sua morte in croce”, ha osservato il Papa
nella catechesi: “Questo si sperimenta prima di tutto nell’assemblea riunita
per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono relativizzate, ciò che
conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di Cristo, che ha abbattuto
il muro di separazione tra persone e gruppi sociali”. “Per San Paolo il mistero
è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare per l’umanità intera e
si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente si dilatano fino a
includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo”, ha ricordato il
Pontefice: “La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli esseri umani
non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità abiti il loro
cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo, il quale,
mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il Divisore
stesso”.
Mistero e sacramento. “La Chiesa è nella storia
dell’umanità espressione di quanto Dio vuol realizzare; per cui, guardando ad
essa, si coglie in qualche misura il disegno di Dio, il mistero: in questo
senso la Chiesa è segno”, ha proseguito Leone. “Trovarsi insieme a celebrare,
avendo creduto all’annuncio del Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata
dalla croce di Cristo, che è la manifestazione suprema dell’amore di Dio”, il
riferimento alla partecipazione liturgica: “è sentirsi convocati insieme da Dio:
per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che
riconoscono di essere convocate”. C’è “una certa coincidenza tra questo mistero
e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile”, ha osservato: “Questa
convocazione, proprio perché è attuata da Dio, non può tuttavia limitarsi a un
gruppo di persone, ma è destinata a diventare esperienza di tutti gli esseri
umani”. Perciò il Concilio Vaticano II, all’inizio della Lumen gentium, afferma
che “la Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento, ossia il segno e lo
strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”.
La Chiesa “vive come presenza santificatrice in mezzo a
un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e riconciliazione
tra i popoli”, l’immagine finale della catechesi. “Quando Dio opera nella
storia coinvolge nella sua attività le persone che sono destinatarie della sua
azione”, ha sottolineato il Papa: “È mediante la Chiesa che Dio raggiunge
l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro”. “L’unione con
Dio trova il suo riflesso nell’unione delle persone umane”, ha concluso Leone
XIV: “È questa l’esperienza di salvezza”. La Chiesa, quindi, è “sacramento
universale della salvezza”: di qui “il rapporto tra l’azione unificatrice
della Pasqua di Gesù, che è mistero di passione, morte e risurrezione, e
l’identità della Chiesa”. Sir 18
Il Papa nell’Udienza Generale spiega la Costituzione dogmatica Lumen
gentium
Il Pontefice si sofferma sul mistero della Chiesa,
“sacramento dell’unione con Dio" - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. In Piazza San Pietro il Papa incontra
i fedeli per l’Udienza Generale di oggi. Una giornata di sole in questo
Mercoledì delle Ceneri 18 febbraio 2026. Nel discorso in lingua italiana, il
Papa, riprendendo il ciclo di catechesi su “I Documenti del Concilio Vaticano
II”, incentra la sua meditazione sul tema della Costituzione dogmatica “Lumen
gentium”. In particolare il Pontefice si sofferma sul mistero della Chiesa,
“sacramento dell’unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”.
“Il Concilio Vaticano II, ai cui documenti stiamo
dedicando le catechesi, quando ha voluto descrivere la Chiesa si è anzitutto
preoccupato di spiegare da dove essa tragga la sua origine. Per farlo, nella
Costituzione dogmatica Lumen gentium, approvata il 21 novembre 1964, ha attinto
dalle Lettere di San Paolo il termine “mistero”. Scegliendo tale vocabolo non
ha voluto dire che la Chiesa è qualcosa di oscuro o di incomprensibile, come a
volte comunemente si pensa quando si sente pronunciare la parola “mistero”.
Esattamente il contrario: infatti, quando San Paolo utilizza, soprattutto nella
Lettera agli Efesini, tale parola, egli vuole indicare una realtà che prima era
nascosta e ora è stata rivelata”, commenta subito Papa Leone XIV.
“Si tratta del disegno di Dio che ha uno scopo: unificare
tutte le creature grazie all’azione riconciliatrice di Gesù Cristo, azione che
si è attuata nella sua morte in croce. Questo si sperimenta prima di tutto
nell’assemblea riunita per la celebrazione liturgica: lì le diversità sono
relativizzate, ciò che conta è trovarsi insieme perché attratti dall’Amore di
Cristo, che ha abbattuto il muro di separazione tra persone e gruppi sociali.
Per San Paolo il mistero è la manifestazione di quanto Dio ha voluto realizzare
per l’umanità intera e si fa conoscere in esperienze locali, che gradualmente
si dilatano fino a includere tutti gli esseri umani e perfino il cosmo”, dice
Papa Leone XIV in Piazza San Pietro.
“La condizione dell’umanità è una frantumazione che gli
esseri umani non sono in grado di riparare, benché la tensione verso l’unità
abiti il loro cuore. In questa condizione si inserisce l’azione di Gesù Cristo,
il quale, mediante lo Spirito Santo, vince le forze della divisione e il
Divisore stesso. Trovarsi insieme a celebrare, avendo creduto all’annuncio del
Vangelo, è vissuto come attrazione esercitata dalla croce di Cristo, che è la
manifestazione suprema dell’amore di Dio; è sentirsi convocati insieme da Dio:
per questo si usa il termine ekklesía, cioè assemblea di persone che
riconoscono di essere convocate. Sicché vi è una certa coincidenza tra questo
mistero e la Chiesa: la Chiesa è il mistero reso percepibile”, continua il
Papa.
Per il Pontefice “è mediante la Chiesa che Dio raggiunge
l’obiettivo di unire a sé le persone e di riunirle tra di loro”.
Conclude così il Papa: “Questo testo permette di capire
il rapporto tra l’azione unificatrice della Pasqua di Gesù, che è mistero di
passione, morte e risurrezione, e l’identità della Chiesa. Nel contempo esso ci
rende grati di appartenere alla Chiesa, corpo di Cristo risorto e unico popolo
di Dio pellegrinante nella storia, che vive come presenza santificatrice in
mezzo a un’umanità ancora frantumata, quale segno efficace di unità e
riconciliazione tra i popoli”. Aci 18
Mercoledì delle Ceneri. L'inizio della Quaresima
I simboli. La tradizione, il significato biblico del rito
dell'imposizione delle Ceneri - Di Antonio Tarallo
Roma. “Memento homo, quia pulvis es et in pulverem
reverteris”, ossia “Ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Così
il libro della Genesi, al capitolo 3. Dio, allora, dopo il peccato originale,
cacciando Adamo dal giardino dell’Eden lo condanna alla fatica del lavoro e
alla morte: “Con il sudore della fronte mangerai il pane; finché tornerai alla
terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”.
Con il ricordo della cenere, dunque, inizia la Quaresima.
Oggi è il Mercoledì delle Ceneri che dà inizio allla Quaresima, il periodo che
precede la Pasqua. Mercoledì delle ceneri, giorno di digiuno e astinenza dalle
carni. Un’astinenza che si perpetuerà per i prossimi venerdì di
Quaresima.
Ma ritorniamo alla frase “Ricordati uomo, che polvere sei
e polvere ritornerai”. Era questa, prima della riforma liturgica del Concilio
Vaticano II la frase che il sacerdote recitava nell’atto dell’imposizione delle
ceneri. Con la riforma, la frase è cambiata in “Convertitevi e credete al
Vangelo” tratta dal Vangelo di Marco, al capitolo primo. Atto penitenziale sì,
ma anche invito alla conversione a credere nel Vangelo di Cristo.
Le ceneri hanno un duplice significato biblico: prima di
tutto un segno della fragilità della condizione umana. Sono diversi, infatti, i
riferimenti alla cenere che troviamo sia nel Libro di Giobbe che nel LIbro
della Sapienza e del Siracide. "Mi ha gettato nel fango: son diventato
polvere e cenere", così Giobbe ad esempio. Ma è anche segno di
pentimento. Particolarmente noto è il testo biblico della conversione
degli abitanti di Ninive a motivo della predicazione di Giona: "I cittadini
di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più
grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal
trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla
cenere" (Gio 3,5-9). Nel rito ambrosiano, in cui la Quaresima è
posticipata di quattro giorni e ha inizio la domenica immediatamente
successiva, l'imposizione delle ceneri avviene o nella stessa prima domenica di
Quaresima oppure, il lunedì successivo. Aci 18
Chiesa tedesca, esercizi di sinodalità. Che cosa sarà il Vangelo per loro?
Lo scorso 4 febbraio ho letto una notizia sulla stampa
digitale tedesca che mi ha lasciato sbalordito: il Vaticano confermava
l’espulsione di un parlamentare di Alternative für Deutschland (AfD, i fratelli
politici di Vox) da un consiglio amministrativo della Chiesa cattolica nella
diocesi di Treviri, perché «i partiti di estrema destra non possono essere un
luogo di attività politica per noi cristiani».
La decisione era stata adottata, prima dell’estate 2025,
dal vicario generale della diocesi contro la presenza di Christoph Schaufert in
un consiglio parrocchiale per gli affari economici, in applicazione
dell’accordo approvato dalla Conferenza Episcopale Tedesca contro il
nazionalismo razzista e xenofobo. Il vicepresidente di AfD nel parlamento del
Land ha presentato ricorso contro la sua espulsione al vescovo della diocesi
sostenendo che, personalmente, non gli si poteva imputare nulla.
Il vescovo, Stephan Ackermann, ha confermato tuttavia
l’esclusione, ritenendo che egli avrebbe dovuto «prendere le distanze» da
posizioni e da una militanza nell’ultradestra «incompatibili con l’esercizio di
incarichi» all’interno della Chiesa.
Il parlamentare di AfD non si è dato però per vinto e,
consapevole che nella risoluzione del suo caso era in gioco un consistente
bacino di voti cattolici, ha fatto ricorso al Dicastero vaticano competente per
le impugnazioni. Tale organismo, alla fine di gennaio, ha annunciato che
l’esclusione e la destituzione del membro di AfD restavano confermate in quanto
legittime.
È vero che Christoph Schaufert dispone di 60 giorni per
appellarsi alla Segnatura Apostolica, il massimo tribunale amministrativo della
Chiesa. Ma è anche vero che, considerata la sua intenzione di abbandonare il
cattolicesimo, appare improbabile che ricorra a quest’ultima istanza.
Al di là di questi cavilli giuridici, è chiaro che il
criterio e la procedura seguiti dalla diocesi di Treviri sono un vero successo
per altre diocesi che stanno allontanando dalle loro istituzioni gli estremisti
affiliati a gruppi razzisti, misantropi, xenofobi o contrari alla concezione
cristiana dell’umanità.
Tuttavia, non credo sia superfluo ricordare che il modo
abituale di procedere dei dicasteri vaticani, così come della gerarchia
ecclesiastica, è quello che accetta come valida la concezione assolutistica e
monarchica di intendere ed esercitare il potere. Non si può nemmeno ignorare
che tale concezione ed esercizio del potere continuano a prestarsi come ancora
oggi accade ad arbitrarietà incontrollate che a più di un vescovo che io
sappia, almeno a uno dei Paesi Baschi sono costate qualche monitum o richiamo
da parte delle competenti autorità vaticane, ma per un problema di ingerenza di
competenze…
Lasciando da parte per un altro momento questo argomento,
è indiscutibile che noi cattolici e le persone di buona volontà abbiamo
ricevuto, lo scorso 4 febbraio, un’ottima notizia: non tanto per la procedura
che viene solitamente seguita, quanto per il criterio applicato e indubbiamente
difeso dalla diocesi di Treviri e da tutte le diocesi tedesche: «Ero straniero
e mi avete accolto».
Tale criterio, proposto da Gesù di Nazareth sul Monte
delle Beatitudini e nella parabola del Giudizio finale, attraversa dall’inizio
alla fine tutta la storia della Chiesa; non così quella della gerarchia
ecclesiastica, purtroppo più occupata, salvo qualche eccezione, a salvaguardare
il proprio «potere» che a occuparsi di questo punto fondamentale nel programma
dei seguaci del Nazareno e a sostenerne l’attuazione.
In questo contesto, alcuni mesi fa ho proposto ai vescovi
spagnoli di procedere con Vox in modo analogo a quanto avevano fatto – e
stavano facendo – i loro colleghi tedeschi: ossia di concordare
l’allontanamento dei militanti di Vox, per pura coerenza evangelica, dalle
diverse istituzioni ecclesiali in cui potevano trovarsi. E che non avessero
paura di aprire i dibattiti opportuni e di fornire i necessari chiarimenti nei
rispettivi organi di governo e decisione.
Ora, a distanza di alcuni mesi da quella proposta e visti
i commenti sgradevoli sulla regolarizzazione dei migranti, sia da parte di
mons. Jesús Sanz, arcivescovo di Oviedo (è una decisione «populista e
demagogica»), sia di mons. J. I. Munilla, vescovo di Orihuela-Alicante (è «una
strategia per raggiungere altri fini»), aggiungo una nuova domanda: rimarranno
in silenzio come collettivo? Spero che, come Conferenza Episcopale, sostengano
le posizioni difese, tra gli altri, dagli arcivescovi di Pamplona, Toledo,
Tarragona, Siviglia e Valladolid, e che rimettano al loro posto le invettive di
questi due monsignori.
Vediamo se questa volta la fortuna ci assisterà e potremo
ascoltare – in modo corale e storicamente incarnato – il programma del Nazareno
sui paria e gli ultimi del mondo. Mi piacerebbe che non ci mettessero troppo
tempo, ma temo che dovrò continuare ad attendere…
El Diario
Vasco/Sett.news 18.2.
La Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II
Due giornate di lavoro per il primo appuntamento del 2026
Città del Vaticano. Si sono conclusi a Roma, nei giorni
11–12 febbraio, i lavori del Consiglio della Fondazione Vaticana Giovanni Paolo
II. L’assemblea è iniziata con la Santa Messa nella Basilica di San Pietro e
con un incontro personale con Leone XIV. Alla seduta ha partecipato per la
prima volta il Cardinale Grzegorz Ry?, che in virtù dello Statuto esercita
d’ufficio la cura pastorale sulla Fondazione.
La Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II opera presso la
Santa Sede ininterrottamente da 45 anni ed è attualmente la più antica tra la
dozzina di fondazioni vaticane. Si tratta di un’organizzazione ecclesiale senza
scopo di lucro che, sotto gli auspici del Vaticano, gestisce alcune proprie
istituzioni e numerose iniziative e progetti volti a promuovere nel mondo
l’eredità del Papa Wojty?a. La Fondazione è amministrata da un Consiglio di
Amministrazione che si riunisce a Roma due volte all’anno. Il primo di questi
incontri si svolge di norma a febbraio e ha sempre un carattere strategico: la
Fondazione fa il bilancio dell’attività dell’anno precedente, riceve le
relazioni dei direttori delle proprie istituzioni, approva il bilancio,
definisce gli obiettivi per l’anno successivo e invita esperti e partner alla
collaborazione.
Secondo lo Statuto della Fondazione, il Cardinale Stanislaw
Dziwisz è membro permanente del Consiglio e ogni metropolita di Cracovia in
carica esercita in esso la cosiddetta autorità superiore. In relazione a ciò,
alla seduta appena conclusa ha preso parte per la prima volta il Cardinale
Grzegorz Ry, nominato alcuni mesi fa dal Santo Padre nuovo pastore
dell’arcidiocesi di Cracovia. Hanno inoltre partecipato all’incontro: Mons.
Pawel Ptasznik (presidente), S. E. Mons. S?awomir Oder (vicepresidente), l’avv.
Marek Markiewicz (segretario), Bogdan Chmielewski (consigliere dagli USA),
Wojciech Halarewicz e don Michal Wilkosz (consiglieri dalla Germania), Henryk
Rogowski (consigliere dalla Francia) e don Tomasz Szopa (consigliere dalla
Polonia).
L’incontro è iniziato l’11 febbraio con la celebrazione
eucaristica presso la tomba di San Giovanni Paolo II in Vaticano, presieduta
dal Cardinale Ry. Hanno concelebrato, tra gli altri, il Cardinale Dziwisz, S.
E. Mons. Oder, sacerdoti legati alla Fondazione e i rettori dell’Università
Cattolica di Lublino (KUL) e della Pontificia Università Giovanni Paolo II
(UPJP2), con le quali l’istituzione collabora da anni. Alla Messa erano
presenti anche i membri del Consiglio, i dipendenti e gli amici della Fondazione,
nonché le Suore del Sacro Cuore di Gesù (Sercanki) coinvolte nelle sue attività
a Roma. Successivamente, durante l’udienza generale nell’Aula Paolo VI, i
partecipanti alla riunione hanno incontrato personalmente il Santo Padre Leone
XIV, che ha espresso gratitudine per l’operato della Fondazione e ha benedetto
la sua ulteriore attività.
Nel pomeriggio i direttori delle cinque unità gestite
dalla Fondazione hanno presentato le loro relazioni e i piani per il prossimo
anno di lavoro: Mons. Dariusz Giers (Segretariato Amministrativo), don Mateusz
Wójcik (Casa del Pellegrino a Roma), don Jan Strzazka (Casa dello Studente a
Lublino), don Miroslaw Cicho (Centro di Documentazione e Studio del Pontificato
di Giovanni Paolo II a Roma) e don Tomasz Podlewski (Ufficio Stampa ed Eventi).
La prima giornata dei lavori si è conclusa con gli
interventi dei rappresentanti delle istituzioni partner. Il primo è stato
quello di don prof. Miros?aw Kalinowski, rettore dell’Università Cattolica di
Lublino, presso la quale la Fondazione realizza da decenni il proprio programma
di borse di studio. Il rettore ha presentato i risultati conseguiti dal KUL
nella promozione scientifica e mediatica dell’insegnamento di San Giovanni
Paolo II e ha illustrato gli esiti delle ricerche sulla religiosità dei giovani.
Successivamente il Consiglio ha incontrato il Prof. Dariusz Kar?owicz,
fondatore e direttore di programma dell’Istituto di Cultura San Giovanni Paolo
II presso l’Università Angelicum di Roma (alma mater di Giovanni Paolo II e di
Leone XIV) e al contempo presidente della Fondazione San Nicola.
La Fondazione Vaticana Giovanni Paolo II e l’Istituto di
Cultura Giovanni Paolo II a Roma sono oggi tra i partner strategici più
stretti, realizzando insieme numerosi progetti importanti, come ad esempio il
corso di studi “JP2 Studies” all’Angelicum, le Giornate di San Giovanni Paolo
II presso le Università Pontificie di Roma, il ciclo pittorico “Dipingiamo di
nuovo il cattolicesimo”, benedetto da Leone XIV lo scorso anno, e le escursioni
in montagna per studenti.
La giornata successiva è iniziata con la Santa Messa
mattutina nella chiesa di San Stanislao V. M. a Roma, dopo la quale sono state
analizzate le relazioni ed è stata avviata una discussione sugli orientamenti
dell’attività della Fondazione nel prossimo futuro. Tema centrale è stato il
prossimo Giubileo per il 45° anniversario della Fondazione Vaticana Giovanni
Paolo II, che si terrà a Roma dal 19 al 22 ottobre 2026, quando l’intera
comunità della Fondazione si riunisce ogni cinque anni. Oltre al consiglio, ai
direttori e ai dipendenti, in tale occasione giungono a Roma simpatizzanti,
benefattori e membri di alcune decine di Circoli degli Amici provenienti da una
quindicina di Paesi del mondo. Le celebrazioni sono un’occasione per
l’integrazione della comunità internazionale della Fondazione e per uno sguardo
comune al futuro dell’istituzione.
Un altro tema importante è stata la prossima terza
edizione del Premio San Giovanni Paolo II, che dal 2024 la Fondazione assegna a
una persona o istituzione che mette in pratica l’insegnamento di San Giovanni
Paolo II contribuendo così concretamente al miglioramento della situazione nel
mondo. Il vincitore della prima edizione è stato il Centro per la Giustizia e
la Pace Giovanni Paolo II in Uganda, fondato nel 2007 in risposta all’enciclica
“Ecclesia in Africa”. L’istituzione combatte problemi sociali quali povertà,
violazioni dei diritti umani, disuguaglianze e violenza contro donne e bambini.
Il vincitore della scorsa edizione è stato invece l’arcivescovo Jacques Mourad,
della Siria, rapito, torturato e miracolosamente scampato dalle mani dell’ISIS,
che, ispirandosi allo spirito dell’incontro interreligioso di Giovanni Paolo II
ad Assisi, da molti anni si impegna generosamente per la pace tra cristiani e
musulmani. La cerimonia di consegna del “Premio” si svolge nel Palazzo
Apostolico in Vaticano. Ideatore del Premio e organizzatore delle sue prime due
edizioni è don prof. Andrzej Dobrzy?ski, che fino alla fine di ottobre 2025,
per quasi 19 anni, ha diretto il Centro di Documentazione e Studio del
Pontificato di Giovanni Paolo II a Roma, gestito dalla Fondazione Vaticana
Giovanni Paolo II. Presidente della Giuria del Premio è il Cardinale Kurt Koch,
prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.
Nel corso dei due giorni di lavori, il Cardinale Grzegorz
Ry? ha sottolineato che nei prossimi mesi desidera conoscere la Fondazione “in
spirito sinodale”, discernere in profondità la sua missione e adeguare gli
orientamenti della sua attività alle esigenze contemporanee, in conformità con
la missione statutaria, che consiste nella cura per la conservazione, la
trasmissione e lo sviluppo dell’insegnamento e dell’eredità del Papa Wojty?a,
nell’impegno a favore degli studenti, nel sostegno alla cultura cristiana nello
spirito dei valori cari a Giovanni Paolo II e nella cura per i pellegrini. Aci
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Referendum giustizia: nessuna indicazione di voto dalla Cei, ma un criterio
per scegliere
Dopo le polemiche sull’introduzione del card. Zuppi al
Consiglio permanente, la Cei ha chiarito la propria posizione sul referendum
sulla giustizia: nessuna indicazione di voto, ma un richiamo ai principi e alla
partecipazione. Su questioni opinabili la Chiesa offre criteri, non
schieramenti. La maturità democratica dei cattolici passa dal discernimento,
non dall’attesa di istruzioni - di Riccardo Benotti
In un tempo in cui tutto viene tradotto in appartenenza,
anche le parole della Chiesa finiscono inevitabilmente dentro una logica
binaria: con noi o contro di noi. È accaduto anche in queste settimane, dopo
l’introduzione del card. Matteo Zuppi al Consiglio permanente della Cei,
letta da molti come un orientamento di voto sul referendum costituzionale sulla
giustizia. Al punto da rendere necessaria una nota esplicativa.
Ma davvero siamo di fronte a una scelta di campo?
Se si leggono integralmente le parole pronunciate, si
trova un richiamo a principi: l’equilibrio tra i poteri dello Stato,
l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, l’eredità dei padri
costituenti. Non si trova un’indicazione di voto. Non si trova un “sì” né un
“no”. Si trova un criterio.
È una differenza sostanziale.
La Chiesa, quando interviene su questioni istituzionali,
richiama fondamenti. Non entra – salvo casi che toccano direttamente
principi morali fondamentali – nella scelta tecnica tra modelli alternativi. Lo
stesso diritto canonico ricorda che su materie opinabili i fedeli godono di
legittima libertà (cfr. can. 227) e che non ogni opzione politica può essere
presentata come dottrina della Chiesa. Il referendum sulla giustizia rientra in
questo ambito: non riguarda un principio non negoziabile, ma un assetto istituzionale
sul quale possono esistere valutazioni differenti.
Il punto decisivo dell’introduzione non è l’esito del
voto, ma la partecipazione. In un clima di disaffezione e astensionismo,
l’invito a “recarsi alle urne” non è un dettaglio. È un richiamo alla
corresponsabilità democratica. In un Paese in cui la partecipazione si
assottiglia, questo è già un messaggio politico nel senso più alto del termine:
non partitico, ma civico.
È vero: la partecipazione a incontri promossi da
associazioni o movimenti che portano avanti una delle opzioni referendarie può
alimentare la percezione di uno schieramento. Ma la distinzione tra l’organismo
collegiale della Cei e la libertà personale di un singolo pastore resta
essenziale. Non ogni intervento individuale diventa linea
ufficiale. Confondere i piani significa leggere la Chiesa come se fosse un
partito, con disciplina interna e indicazioni vincolanti. Non è così.
Il problema, forse, sta altrove. Viviamo in un contesto
in cui ogni parola viene immediatamente tradotta in allineamento. Se richiami
l’equilibrio dei poteri, sei contro la riforma. Se parli di riforma, sei contro
l’equilibrio. È una semplificazione che impoverisce il dibattito pubblico e
rende impossibile un discorso fondato sui criteri.
La tradizione recente della Cei mostra una linea
costante: intervenire sui principi, non sulle soluzioni tecniche; richiamare il
bene comune, non sostituirsi al discernimento dei laici; invitare alla
partecipazione, non dettare l’esito.
Forse il vero nodo è proprio questo. La maturità
democratica dei cattolici non consiste nell’attendere istruzioni, ma nel
formare una coscienza informata. La Chiesa non abdica al suo compito quando non
indica un voto; al contrario, lo esercita fino in fondo quando educa al
discernimento.
Ridurre tutto a una scelta di campo significa non
riconoscere questa differenza. E significa, ancora una volta, chiedere alla
Chiesa di essere ciò che non è: un attore di parte in una competizione
politica.
Le parole pronunciate non chiedevano di votare in un
modo. Chiedevano di votare responsabilmente. È meno spettacolare. Ma è più
esigente. Sir 16
Papa Leone XIV denuncia: "Non tutte le vite sono rispettate allo
stesso modo"
Il Papa stamane ha ricevuto i partecipanti all’Assemblea
Plenaria della Pontificia Accademia per la Vita - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. "In un mondo segnato dai
conflitti, che consumano enormi risorse economiche, tecnologiche e
organizzative nella produzione di armi e di altri tipi di equipaggiamento
militare, non è mai stato così importante dedicare tempo, persone e competenze
alla salvaguardia della vita e della salute". Lo ha detto Papa Leone XIV,
ricevendo stamane i partecipanti all’Assemblea Plenaria della Pontificia
Accademia per la Vita.
Con la pandemia - ha ricordato - è "apparso evidente
quanto reciprocità e interdipendenza sostengano la nostra salute e la nostra
stessa vita. Studiare questa interdipendenza richiede il dialogo tra diversi
ambiti del sapere: medicina, politica, etica, management e altri ancora. La
nostra responsabilità consiste non solo nell’adottare misure per curare le
malattie e garantire un accesso equo alle cure, ma anche nel riconoscere come
la salute sia influenzata e promossa da una combinazione di fattori, che devono
essere esaminati e affrontati nella loro complessità".
"Quando osserviamo l’aspettativa di vita e la
qualità della salute nei diversi Paesi e gruppi sociali - ha proseguito Leone
XIV - scopriamo enormi disuguaglianze. Esse dipendono da variabili quali il
livello di reddito, il grado di istruzione raggiunto e il quartiere in cui si
vive. Purtroppo, oggi siamo anche confrontati con guerre che colpiscono le
strutture civili, inclusi gli ospedali, e che costituiscono tra gli attacchi
più gravi che mani umane possano compiere contro la vita e la salute pubblica.
Si dice spesso che la vita e la salute siano valori fondamentali per tutti, ma
questa affermazione è ipocrita se, allo stesso tempo, ignoriamo le cause
strutturali e le politiche che determinano le disuguaglianze. In realtà,
nonostante dichiarazioni e prese di posizione contrarie, non tutte le vite sono
rispettate allo stesso modo e la salute non è tutelata né promossa nello stesso
modo per tutti".
Papa Leone ha poi ricordato la necessità di
"rafforzare la comprensione e la promozione del bene comune, affinché non
venga violato sotto la pressione di interessi particolari, individuali o
nazionali. Il bene comune — uno dei principi fondamentali della dottrina
sociale della Chiesa — rischia di rimanere una nozione astratta e irrilevante
se non riconosciamo che esso è radicato nella promozione di relazioni strette
tra le persone e nei legami tra i membri della società. È questo il terreno su
cui può crescere una cultura democratica, capace di favorire la partecipazione
e di coniugare efficienza, solidarietà e giustizia. Dobbiamo riscoprire
l’atteggiamento fondamentale della cura come sostegno e vicinanza agli altri,
non solo perché qualcuno è nel bisogno o malato, ma perché sperimenta la
vulnerabilità, quella vulnerabilità che è comune a tutti gli esseri umani. Solo
così potremo sviluppare sistemi sanitari più efficaci e sostenibili, capaci di
rispondere a ogni esigenza di salute in un mondo di risorse limitate e di
ristabilire la fiducia nella medicina e nei professionisti sanitari, nonostante
eventuali disinformazioni o scetticismo nei confronti della scienza". Aci
16
Papa a Regina Pacis: “Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e
dell’ingiustizia”
Il Papa ha visitato la prima parrocchia romana
dall'inizio del pontificato. Da Ostia l'invito ad impegnarsi per la pace, in un
momento in cui "molte nubi ancora oscurano il mondo". M.Michela
Nicolais
“Un raggio di luce nel cielo plumbeo della guerra”. Così
Leone XIV ha definito la parrocchia di Santa Maria Regina Pacis a Ostia Lido,
oggetto della sua prima visita pastorale ad una parrocchia romana dall’inizio
del pontificato. Centodieci anni dopo la costruzione di una parrocchia
intitolata a Maria Regina della Pace, per volere di Benedetto XV durante la
prima guerra mondiale, Leone ha descritto il tragico panorama attuale esortando
ad opporre alla logica della guerra la “forza disarmante della mitezza”, in un
tempo in cui “molte nubi oscurano ancora il mondo, con il diffondersi di
logiche contrarie al Vangelo, che esaltano la supremazia del più forte,
incoraggiano la prepotenza e alimentano la seduzione della vittoria ad ogni
costo, sorde al grido di chi soffre e di chi è indifeso”.
Il Papa è arrivato nel grande piazzale antistante la
parrocchia che guarda al mare intorno alle 16. Al suo arrivo ha incontrato, nel
campo dietro la chiesa, i bambini del catechismo e i giovani e, in palestra,
gli anziani, gli ammalati, i poveri e i volontari della Caritas. “La speranza
siete voi!”, le parole a braccio rivolte ai giovani: “E dovete riconoscere che
nel vostro cuore, nella vostra vita, nella vostra gioventù c’è speranza, per
oggi e domani. Speriamo che questi momenti che vivremo insieme siano veramente
fonte di pace, di gioia, di felicità per tutti noi, per tutta la comunità di
Ostia”. Alle 17 l’inizio della messa, al termine della quale Leone XIV ha
incontrato il Consiglio pastorale in una sala della parrocchia.
“Opponiamo a questa deriva la forza disarmante della
mitezza, continuando a chiedere pace, e ad accoglierne e coltivarne il dono,
con tenacia e umiltà”, l’appello del Papa.
“Non è difficile possedere la pace”, la citazione di
Sant’Agostino: “Se la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e
possiamo possederla senza alcuna fatica”. “E questo perché la nostra pace è
Cristo, che si conquista lasciandosi conquistare e trasformare da lui,
aprendogli il cuore, e aprendolo, con la sua grazia, a quanti lui stesso pone
sul nostro cammino”, ha spiegato il Pontefice: “Fatelo anche voi, giorno per
giorno. Fatelo insieme, come comunità, con l’aiuto di Maria, Regina della Pace”.
“La legge donata da Dio al suo popolo non è in
contrasto con la sua libertà, ma al contrario è la condizione per farla
fiorire”, l’esordio dell’omelia. “Vedere nei comandamenti del Signore non una
legge oppressiva, ma la sua pedagogia per l’umanità che va cercando pienezza di
vita e di libertà”, l’invito di Leone XIV, che ha citato l’incipit della
Gaudium et spes, definito “una delle espressioni più belle del Concilio
Vaticano II, in cui si sente quasi palpitare il cuore di Dio attraverso il
cuore della Chiesa”. “Questa profezia di salvezza si effonde in modo
sovrabbondante nella predicazione di Gesù, che inizia sulle rive del lago di
Galilea con l’annuncio delle Beatitudini e prosegue mostrando il senso
autentico e pieno della legge di Dio”, ha commentato il Pontefice.
Quest’ultima, per Leone, consiste in “una fedeltà a Dio fondata sul rispetto e
sulla cura dell’altro nella sua sacralità inviolabile, da coltivare, prima
ancora che nei gesti e nelle parole, nel cuore”: “E’ lì, infatti, che nascono i
sentimenti più nobili, ma anche le profanazioni più dolorose: le chiusure, le
invidie, le gelosie, per cui chi pensa male del proprio fratello, nutrendo
sentimenti cattivi nei suoi confronti, è come se nel proprio intimo lo stesse
già uccidendo”.
“Chiunque odia il proprio fratello è omicida”, ha
ribadito il Papa. “Quanto sono vere queste parole!”, ha commentato: “E quando
anche a noi succedesse di giudicare gli altri e di disprezzarli, ricordiamoci
che il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore
diventa freddo, duro e povero di misericordia”.
“Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure,
purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani
e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze”, il riferimento allo
scenario attuale: “oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano
le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui
con metodi illegali e immorali”. “Di fronte a tali fenomeni invito tutti voi,
come comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in
questi quartieri – l’esortazione rivolta ai presenti – a continuare a spendervi
con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case
il buon seme del Vangelo”.
“Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e
dell’ingiustizia”, ha raccomandato Leone: “Al contrario diffondete rispetto e
armonia, cominciando col disarmare i linguaggi e poi investendo energie e
risorse nell’educazione, specialmente dei ragazzi e della gioventù”. “Che in
parrocchia possano imparare l’onestà, l’accoglienza, l’amore che supera i
confini”, l’auspicio per i giovani: “imparare ad aiutare non solo quelli che
ricambiano e salutare non solo quelli che salutano, ma ad andare verso tutti in
modo gratuito e libero; imparare la coerenza tra la fede e la vita, come ci
insegna Gesù, quando dice: ‘Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti
ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono
davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a
offrire il tuo dono’”. Sir 15
Gesù non ci lascia soli. VI Domenica del Tempo Ordinario
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Nel brano di Vangelo di questa domenica, Gesù ci
dice quali sono le opere buone per le quali il discepolo deve risplendere
davanti al mondo. Dio, nell’Antico Testamento, aveva fatto conoscere la sua
volontà attraverso la Legge e i Profeti. Ora, attraverso Cristo noi abbiamo la
possibilità di conoscere la definitiva rivelazione di Dio. Gesù non è un
rivoluzionario che vuole cambiare tutto e ripartire da zero, come se il passato
non esistesse, ma vuole portare a compimento, a perfezione ciò che già esiste.
Per spiegare il suo modo di agire Egli si serve di alcuni casi concreti che
toccano le relazioni tra le persone, il matrimonio e il giuramento.
Prendiamo, dunque, in esame quanto il Signore dice al
riguardo.
Il Signore ci dice che l’uomo vero, cioè l’uomo che vive
la comunione con Lui, non si accontenta, nei suoi rapporti con gli altri, di
non uccidere, ma combatte l’ira. Che cosa è l’ira? E’ quel sentimento che ci
porta a nutrire risentimento, astio, rancore, odio verso il fratello. Occorre
evitare non solo l’azione cattiva, ma anche la cattiveria nel cuore e le parole
offensive. Gesù chiede al discepolo di comportarsi come Dio si comporta con
noi, il quale non si stanca mai di cercarci e di prendere l’iniziativa della
riconciliazione.
La stessa cosa vale per il matrimonio. Affrontando la
questione del divorzio, Gesù cita un testo tratto dall’Antico Testamento (Deut.
24.1), che offriva la possibilità di divorziare. Ma non si ferma lì. Egli va
oltre. Riporta il matrimonio all’intenzione, al progetto originario di Dio e
riafferma – al di là di ogni accomodamento umano -- che la comunione di vita
tra un uomo e una donna sancita dal patto coniugale è un bene inalienabile, di
cui bisogna avere cura, che occorre custodire e conservare. Gesù, dunque,
riafferma la indissolubilità del matrimonio, la quale, per chi ama, non è una
catena che imprigiona, ma un modo di amare come ama Dio. Dio, infatti, non
abbandona, “non divorzia” mai dall’uomo.
Infine, l’ammonimento di Gesù sul giuramento è un invito
alla sincerità e verità. Il nostro parlare deve essere talmente vero da non
aver bisogno di giuramenti.
Queste richieste di Gesù, riconosciamolo, ci sembrano
assurde, impossibili da mettere in pratica, da vivere. Ma è importante
ricordare due cose fondamentali. La prima: Mosè parlava in nome di Dio; Gesù,
invece, parla con l’autorità di Dio stesso. Per questo i suoi ascoltatori
rimanevano stupiti: egli insegnava come uno che ha autorità e non come gli
scribi (Mc 1,22). La sua parola quindi va accolta con amore e
gratitudine. La seconda: Gesù non ci lascia soli. Colui che ci chiede
tanto è lo stesso che ci dona tutto. Nel Battesimo ci ha dato una vita nuova.
Nell’Eucaristia ci nutre della sua stessa vita divina. Nel perdono ci rialza
ogni volta che cadiamo. Lo Spirito Santo lavora in noi, lentamente,
pazientemente, trasformando il nostro cuore di pietra in un cuore di carne.
Pertanto, diventiamo capaci di vivere “divinamente”. Ciò che umanamente è
impossibile diventa, dunque, possibile per Grazia.
Chiediamo allora al Signore non di abbassare l’asticella
del Vangelo, ma di allargare il nostro cuore. Perché solo un cuore trasformato
dall’amore può vivere la bellezza e la radicalità della sua Parola. Aci 15
Ucsi. Rieletto Vincenzo Varagona: da Torino un’informazione per la pace
Vincenzo Varagona e il suo secondo mandato da presidente
dell’Unione cattolica stampa italiana - Di Simone Baroncia
Torino. Il congresso nazionale dell’Ucsi, che si è svolto
al Sermig di Torino nelle scorse settimane, ha eletto Vincenzo Varagona nel suo
secondo mandato da presidente dell’Unione cattolica stampa italiana. Accanto a
lui i tre vicepresidenti dell’associazione Domenico Interdonato, Antonello
Riccelli, Maria Luisa Sgobba. Inoltre della nuova giunta fanno parte anche
Paola Springhetti (segretaria), Alessandro Zorco (amministratore), Giuseppe
Delle Cave, Paolo Lambruschi, Alberto Lazzarini, Luisa Pozzar.
Mentre il congresso ha eletto anche il nuovo Consiglio
nazionale dell’associazione: Claudio Baccarin (Veneto), Giustino Basso
(Trentino – Alto Adige), Elisa Battista (Piemonte), Sara Bessi (Toscana), Rita
D’Addona (Molise), Danijel Devetak (Friuli Venezia Giulia), Francesca Di Palma
(Liguria), Giuseppe Longo (Basilicata), Elena Lovascio (Umbria), Andrea Pala
(Sardegna), Mariangela Parisi (Campania), Francesco Pira (Sicilia), Laura
Simoncini (Sicilia), Angela Trentini (Abruzzo), Daniela Verlicchi (Emilia Romagna).
Infine nel Collegio dei Garanti ci saranno invece
Giovanni Bucchi (Emilia Romagna), Antonio Foti (Sicilia), Giulia Pigliucci
(Lazio). Il Collegio dei Revisori dei Conti è composto da Salvatore Catapano
(Puglia), Giovanni Corso (Sicilia), Flaminia Vittoria Marinaro (Lazio), Piero
Chinellato (Marche), Eugenio Montesano (Basilicata).
A conclusione del congresso è stato approvato il
documento conclusivo del Congresso, che ha espresso un giudizio positivo sul
quadriennio trascorso ed ha invitato a proseguire con continuità, con
particolare attenzione al coinvolgimento dei giovani e agli investimenti nella
comunicazione digitale e nell’intelligenza artificiale, da utilizzare con
responsabilità e sempre dichiarandone l’impiego, ribadendo l’identità
professionale ed ecclesiale dell’Ucsi, il valore del lavoro in rete, la
centralità della formazione e dell’advocacy, delineando un’Ucsi chiamata a
essere presenza culturale e segno di speranza nella comunità:
“Il Congresso conferma la lunga tradizione di lavoro e
ricerca nel campo del servizio pubblico radiotelevisivo, del diritto dei
giornalisti di informare e della gente di essere informata: diritti e doveri
compromessi dalla prevalenza di poteri forti, a livello nazionale e
internazionale, che mettono a serio rischio l’informazione libera e la stessa
democrazia.
Il congresso ribadisce il primato di quei percorsi che
possono incoraggiare la solidarietà e la condivisione anche tra soggetti
provenienti da storie, culture e ambiti diversi. Dall’esperienza al Sermig esce
la profonda esigenza di conversione degli stili di vita con l’uso di ‘parole
disarmate e disarmanti’, invito che ci arriva direttamente da papa Leone XIV”.
Al Riconfermato presidente dell’UCSI, Vincenzo Varagona,
chiediamo innanzitutto per quale motivo l’UCSI ha scelto il Sermig per parlare
di informazione e di comunicazione: “Già prima del Covid Ucsi aveva in mente di
celebrare il suo congresso al Sermig. La pandemia ce lo ha impedito. Oggi
scegliere l’Arsenale della pace è stato un imperativo, più che un’opzione.
L’Ucsi non contribuirà a silenziare l’impegno per la pace e chi non si stanca
(come papa Francesco e papa Leone XIV) di dire, ma direi urlare, che non esiste
guerra che porti alla pace”.
In quale modo l’UCSI è presenza viva nelle Chiese locali?
“Anche nella Chiesa stessa c’è un significativo problema
di comunicazioni, sia interna, sia esterna. Molto spesso tra gli stessi
soggetti incaricati di lavorare per la comunicazione (uffici comunicazione
sociale, media diocesani) c’è difficoltà di comunicazione. All’esterno, non so
quanto le ingenti risorse investite (in flessione, comunque) ottengono i
risultati sperati. Occorre, quindi, animare una piccola rivoluzione. Noi la
stiamo suggerendo, facendo cambiare pelle alla stessa Ucsi, speriamo che in giro
si faccia altrettanto”.
More request, more sources (Più domande, più fonti); More
time (Più tempo per approfondire); More languages, more points of view (Più
linguaggi, più punti di vista); More legal protections, rights, freedom (Più
tutele, diritti e libertà); More humanity (Più umanità) è l’obiettivo
dell’UCSI: in cosa consistono queste ‘5M’?
“E’ un brand. In realtà niente di rivoluzionario, anche
se diventa rivoluzionario in relazione a quanto sta accendo. L’informazione è
evidentemente in crisi e cerca strade per uscirne. Le 5W non bastano più e
allora abbiamo rovesciato la W che diventa una M che sta per l’inglese 'more’,
indicando cosa manca per ristabilire quel rapporto di fiducia e credibilità fra
mondo dell’informazione ed opinione pubblica: più diritti, più tempo, più
linguaggi, più fonti, soprattutto più umanità. Papa Francesco per anni ci ha
suggerito più empatia, più ascolto con l’orecchio del cuore, più assenza di
giudizio. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda”.
L’informazione può essere azione culturale?
“Abbiamo percorso in questi anni l’Italia in lungo e in
largo proponendo momenti di formazione che costituiscono naturalmente azione
culturale. Ci siamo connessi con il Constructive Network che propone uno stile
diverso nel fare informazione, con lo sforzo di disegnare un contesto accanto
al tema affrontato, verificando le soluzioni possibili al problema e indicando
anche quelle che non hanno funzionato. Abbiamo anche indicato la strada del
counseling, disciplina che lavora sulle relazioni umane e sulle consapevolezze,
sia personali che professionali. Organizziamo incontri nelle scuole, con
studenti e giornalisti. Ci sono, ovunque, risposte molto interessanti”.
L’informazione è capace di custodire voci e volti umani?
“Oggi, non lo so. Basta leggere alcuni giornali, vedere
alcuni telegiornali, davvero non lo so. Può esserlo? Credo proprio di sì.
Cambiando pelle, però. L’Ucsi lo sta facendo. C’è chi si è stupito, a Torino,
nel vedere molti giovani e molte donne. C’è chi è rimasto un pò frastornato dal
nuovo logo, decisamente moderno, che indica sostanzialmente due cose: Ucsi non
è solo stampa cattolica, ma è formata da giornalisti e comunicatori cattolici
che lavorano in tutti i media esistenti. Inoltre la U di Ucsi è proposta in
modo tale da identificare l’aspirazione a una nuova relazione fra mondo
dell'informazione. Ci crediamo molto”.
Nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni
Sociali, ‘Custodire voci e volti umani, papa Leone XIV ha invitato a non
rinunciare al proprio pensiero: quale compito ci attende?
“ Papa Francesco ci invitava a modificare l’ordine delle
notizie, per dare voce a chi non ha voce. Papa Leone XIV ci invita a non
rinunciare al nostro pensiero. Ebbene chiarire innanzitutto quale sia il nostro
pensiero. Credo che una delle priorità, in questo momento della storia, sia
relativa alla pace. Uno dei disastri informativi negli ultimi tempi sia stato
il silenziamento dei due papi e di chiunque osasse dire che la guerra non è
certo organizzata allo sviluppo del pianeta. Per andare contro corrente occorre
coraggio, anche perché c’è non il rischio, ma la certezza di essere travolti
dalla ‘bestia’ della propaganda. Non è un caso che gli unici giornali che hanno
deciso di opporsi sono cresciuti proprio in termini di fiducia e credibilità.
La strada è questa”. Aci 14
Messaggio per la Quaresima. Leone XIV: “disarmare il linguaggio in politica
e nei media”
Nel messaggio per la Quaresima, il Papa esorta ancora una
volta a "disarmare il linguaggio", "perché diminuiscano le
parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell'altro" – di
M.Michela Nicolais
“Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle
parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non
può difendersi, alle calunnie”. E’ l’invito di Leone XIV, nella parte centrale
del messaggio per la Quaresima, in cui parlando di una delle pratiche
tradizionali del periodo di preparazione alla Pasqua – il digiuno – si sofferma
su “una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè
quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo”.
“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a
coltivare la gentilezza”, la controproposta del Papa: “in famiglia, tra gli
amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei
mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio
lasceranno il posto a parole di speranza e di pace”.
“Affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e
rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto
nella fede e nell’umiltà”, l’altra indicazione papale, perché “non digiuna
veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio”. “In quanto segno visibile
del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al
peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione
volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio – osserva il Pontefice –
poiché solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana”. In quanto
“pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio”, il digiuno
serve “a discernere e ordinare gli ‘appetiti’, a mantenere vigile la fame e la
sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si
faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo”.
L’astensione dal cibo, ricorda Leone XIV, “è un esercizio
ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio
perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo fame e ciò che
riteniamo essenziale per il nostro sostentamento”. Il digiuno, scrive ancora il
Papa sulla scorta di Sant’Agostino, “ci consente non soltanto di disciplinare
il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in
modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene”.
L’ascolto e i poveri. L’itinerario quaresimale, per
Leone, comincia dall’ascolto della Parola nella liturgia, che “ci educa a un
ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra
vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere
quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza
risposta”. Nel messaggio, Leone XIV cita l’esperienza di Mosè nel roveto
ardente e la “storia di liberazione” del popolo di Israele, che inizia con l’ascolto
del grido dell’oppresso. “Entrare in questa disposizione interiore di
recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come lui,
fino a riconoscere che la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella
storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre
società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa”,
commenta Papa Prevost.
Insieme. “Le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi
ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un
cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido
dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga
un pentimento reale”, la raccomandazione finale . In questo orizzonte, “la
conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle
relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla
realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre
comunità ecclesiali, sia nell’umanità
assetata di giustizia e riconciliazione”.
“Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la
lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la
voce dell’altro”, l’invito che riprende la riflessione centrale del messaggio:
“E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di
chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione,
rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà
dell’amore”. Sir 13
Quaresima: “Un digiuno che attraversi anche la lingua”
“Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di
conversione” - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. “La Quaresima è il tempo in cui la
Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al
centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non
si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno”. Queste parole
sono il cuore del Messaggio di Papa Leone XIV per la Quaresima 2026 sul tema
“Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione”.
Reso noto oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede nel
Messaggio il Pontefice chiede di lasciarci raggiungere dalla Parola e di
accoglierla “con docilità di spirito.”
Il primo verbo che ci consegna Papa Leone è “ascoltare”.
“Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di
dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad
ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in
relazione con l’altro”, scrive il Papa nel suo Messaggio.
“È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi
pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola
nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci
che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci
rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e
dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta”, aggiunge Papa Leone XIV.
Poi il verbo digiunare. “Se la Quaresima è tempo di
ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone
all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un
esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione.
Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame”
e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a
discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di
giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia
preghiera e responsabilità verso il prossimo”, sottolinea il Papa.
Ma il Pontefice quando parla di digiuno non intende solo
quello che riguarda il cibo. “Vorrei per questo invitarvi a una forma di
astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole
che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il
linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar
male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie”, aggiunge Papa
Leone.
“Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a
coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei
social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle
comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di
speranza e di pace”, dice il Papa.
L’ultima parola non è un verbo, ma si identifica in
“insieme”. Perché la “Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria
dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno”.
“Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i
gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima
un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del
grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno
sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda,
oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità
del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere
ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia
nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione. ultimi. Chiediamo la
forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le
parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro”, conclude il
Pontefice. Aci 13
Appello dei vescovi di Italia, Francia, Germania e Polonia: “L’Europa
riscopra la sua anima”
I presidenti delle Conferenze episcopali di Italia,
Francia, Germania e Polonia firmano un documento congiunto che richiama
l’eredità dei padri fondatori e la vocazione cristiana del continente. In un
mondo “lacerato da guerre e violenza”, i vescovi invitano i credenti a
impegnarsi per un’Europa solidale, aperta e capace di dialogo. Al centro,
l”invito di Papa Leone XIV a essere “pellegrini di speranza” - di Riccardo
Benotti
“È bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello
continuare ad esserlo, insieme!”. Parte da queste parole di Papa Leone XIV,
pronunciate a conclusione del Giubileo della Speranza, l’appello
firmato dai presidenti delle Conferenze episcopali di Italia, Francia, Germania
e Polonia. Il documento, intitolato “Cristiani per l’Europa. La forza della
speranza” e diffuso oggi, richiama l’urgenza di una rinnovata responsabilità
dei credenti per il futuro del continente. “Viviamo in un mondo lacerato e
polarizzato da guerre e violenza”, scrivono i vescovi: “Molti nostri
concittadini sono angosciati e disorientati. L’ordine internazionale è
minacciato”. Di fronte a questo scenario, l’Europa è chiamata a “riscoprire la
sua anima” per offrire “il suo indispensabile apporto al bene comune”. A
firmare l’appello sono il card. Jean-Marc Aveline, arcivescovo di
Marsiglia e presidente della Conferenza episcopale francese, il
card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei,
mons. Georg Bätzing, vescovo di Limburgo e presidente della Conferenza
episcopale tedesca, e mons. Tadeusz Wojda, arcivescovo di Danzica e
presidente dei vescovi polacchi.
I padri fondatori e la responsabilità cristiana
Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi
furono tra i protagonisti della ricostruzione europea dopo la Seconda guerra
mondiale. Provenienti da tradizioni cattoliche radicate, concepirono
l’integrazione del continente non come progetto ideologico, ma come scelta
politica ispirata alla riconciliazione, alla solidarietà e alla centralità
della persona. La loro visione contribuì alla nascita delle prime istituzioni
sovranazionali, ponendo le basi dell’attuale Unione europea.
Il richiamo ai padri fondatori e alla Dichiarazione
Schuman
Il documento ripercorre le radici cristiane del progetto
europeo, ricordando che “dopo le civiltà ellenistica e romana, il cristianesimo
è stato uno dei fondamenti essenziali del nostro continente” e “ha plasmato in
larga misura il volto di un’Europa umanista, solidale e aperta al mondo”.
“Ispirati dalla loro fede cristiana, non erano ingenui
sognatori, ma gli architetti di un edificio magnifico, seppur fragile”,
sottolineano, citando san Giovanni Paolo II: “Poiché amavano Cristo, amavano
anche l’umanità e si impegnarono per unirla”. L’appello riprende le parole
della Dichiarazione che nel 1950 portò alla creazione della Ceca,
primo passo verso l’Unione europea: “L’Europa non si farà in un colpo solo, né
attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni
concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto”. Centrale anche il monito
contro i nazionalismi, con le parole di De Gasperi: “Il nazionalismo esacerbato
è una forma di idolatria: colloca la nazione al posto di Dio e contro
l’umanità”. “L’Europa unita non è nata contro le patrie, ma contro i
nazionalismi che le hanno distrutte”, ricordava lo statista trentino. I vescovi
avvertono: “L’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e
finanziario, pena il tradimento della visione iniziale dei suoi padri fondatori”.
L’impegno dei cristiani per la fraternità universale
Il testo guarda al presente con realismo: “Un quadro
internazionale sta morendo e uno nuovo deve ancora nascere”. L’Europa, “nel
rispetto dello stato di diritto e rifiutando le logiche esclusiviste
dell’isolazionismo e della violenza”, dovrà optare “per la risoluzione
sovranazionale dei conflitti” e restare “sempre pronta a riprendere il dialogo,
anche in casi di conflitto, e adoperarsi per la riconciliazione e la pace”. I
vescovi riprendono le parole di Papa Francesco sul “cambiamento epocale” in
atto, citando il discorso per il Premio Carlo Magno del 2016: “Le
ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca
dell’altro, che arsero nel cuore dei padri fondatori del progetto europeo”.
Francesco indicava anche il compito della Chiesa: “Alla rinascita di un’Europa
affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve
contribuire la Chiesa”, attraverso “l’annuncio del Vangelo, che oggi più che
mai si traduce nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza
forte e semplice di Gesù”.
L’appello si chiude con un invito all’impegno concreto:
“Il mondo ha bisogno dell’Europa”, scrivono i quattro presidenti, richiamando
le parole di Robert Schuman: “Vissuta come impegno disinteressato al servizio
della città, al servizio dell’uomo, la politica può diventare un impegno
d’amore verso il proprio simile”. In nome della loro fede, concludono, “i
cristiani sono chiamati a condividere con tutti gli abitanti del continente
europeo la loro speranza di una fraternità universale”. Sir 13
Migranti, l'arcivescovo Perego: il Ddl tutela prima i confini e poi le
persone
Il presidente di Migrantes e della Commissione Episcopale
per le migrazioni della CEI, interviene sull’approvazione del testo da parte
del Consiglio dei ministri italiano, ricordando che la Chiesa resta “vicina
alle persone in cammino” continuando “a costruire ponti dove si vuole costruire
muri” - di Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano
Il principio di fondo di questo, e anche degli altri
decreti sicurezza in materia di migrazione, “è prima i confini e poi le
persone, prima la tutela dei confini e poi la tutela delle persone”. Monsignor
Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della
Fondazione Migrantes, commenta il via libera in Italia, ieri, da parte del
Consiglio dei ministri, al disegno di legge sull’immigrazione. 17 articoli che
riguardano nuove misure e disposizioni per l’attuazione del Patto Ue sulla
Migrazione e l’asilo, ma che di fatto sono in piena “contraddizione con
l'articolo dieci della Costituzione che dice che lo straniero, al quale sia
impedito nel suo Paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche
garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della
Repubblica”.
La Chiesa costruisce ponti
In un tempo di chiusura delle politiche nazionali ed
europee, spiega l’arcivescovo ricordando l’Esortazione apostolica di Leone XIV,
Dilexi te, la Chiesa non può che continuare a rimanere vicina alle persone in
cammino e a costruire ponti dove si vogliono invece costruire muri. “Il decreto
– spiega Perego ai media vaticani - era già in stato di avanzata composizione
quando sono uscite ieri le indicazioni del patto dell'immigrazione e dell'asilo
riguardanti i Paesi sicuri e il Paese terzo sicuro, che sono state inserite
soltanto per sottolineare ulteriormente questa volontà di esternalizzare anche
la tutela del diritto d'asilo”. E dunque, si chiede il presidente di
Migrantes, “perché nel comunicato stampa del Governo si parla addirittura di
blocco navale, se non si può neanche entrare in un Paese, come potrà essere
tutelata la sua domanda d'asilo?”. Senza contare tutta un’altra serie di “gravi
limitazioni”, come quella della libertà personale dei richiedenti asilo e il
conseguente uso degli hotspot e dei Centri di Accoglienza Straordinaria. E poi,
ancora, “c'è un restringimento per quanto riguarda i ricongiungimenti
familiari, con una serie di condizioni che rendono pressoché impossibile
poterlo fare all'interno delle domande d'asilo. C'è un indebolimento della
tutela dei minori. C'è un'accelerazione nell'esame della domanda senza la
possibilità di avere il gratuito patrocinio come era già stato stabilito nel
decreto precedente”. Si tratta dunque di una serie di limitazioni che “fanno
del Mediterraneo sostanzialmente un muro, il che è anche per le frontiere
terrestri perché ciò che si dice per il Mediterraneo vale anche per le
frontiere terrestri”.
L’importanza della società civile
Un altro rischio che Perego paventa è che “alcune persone
possano essere fermate al confine dell'Europa e inviate, in questo caso per
quanto riguarda le navi italiane, direttamente in Albania, senza neanche
conoscere la situazione di queste persone”. Altra grave limitazione il fatto di
non “avere la possibilità di entrare nei Cpr come religiosi, come volontari,
per capire se vengono tutelati alcuni diritti fondamentali, poiché nei Cpr
entreranno soltanto i membri del governo e i membri del Parlamento”. Ma la
società civile, è l’appunto, “non può essere estromessa da una qualsiasi tutela
anche del diritto d'asilo, come non possono essere estromesse dalla tutela di
chi è in mare le navi della cooperazione e le navi delle Ong del Mediterraneo”.
La denuncia delle Ong
Le ong da parte loro denunciano come le “nuove misure non
puntano a governare i flussi ma a colpire navi umanitarie”, con il risultato di
“aumentare il numero di chi perde la vita in mare”. È in una nota congiunta che
Alarm Phone, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans,
Open Arms, ResQ People Saving People, Sea-Watch, Sos Humanity e Sos
Mediterranee, definiscono il disegno di legge “un grave arretramento nella
tutela dei diritti fondamentali”, nonché “una compressione del diritto di asilo”.
Il che, interviene Perego, “è vero. Perché se la società civile non può essere
presente attraverso le Ong nel Mediterraneo per salvare e tutelare le persone,
per proteggere le persone che sono in fuga, chi farà questo lavoro? Ed è chiaro
che molti moriranno senza neanche essere conosciuti e senza neanche che la
società civile possa conoscere il dramma che si vive nel Mediterraneo”. Tenendo
anche presente che nel decreto si rafforzano i patti con i Paesi dall’altra
parte del Mediterraneo per non far partire le persone, “e quindi – precisa
Perego – la situazione grave che vediamo in Libia si può ulteriormente
aggravare per chi ha diritto a una richiesta d'asilo e a mettersi in viaggio”.
L’assenza di proposte positive
Ciò che manca del tutto, prosegue Perego, è una qualunque
proposta in ordine “a corridoi umanitari rafforzati, a canali legali di
ingresso, a tutela dei minori, dei più fragili”, inoltre non vi è alcun
riferimento al “rafforzamento dell’accoglienza, alla tutela di chi è nei Cas,
alla possibilità di lavoro per queste persone”. Non ci sono riferimenti a
“migliorare la situazione di chi viene accolto e quindi è chiaro che
l'indicazione che viene da questo, come dagli altri decreti sicurezza, è di
creare muri, di rifiutare, di non tutelare anziché di tutelare un diritto che è
fondamentale”.
La posizione dell’Ue
L’Italia, è l’amara analisi di Perego, ha probabilmente
perso “un'occasione importante per una revisione anche del sistema asilo, che
sia maggiormente a tutela delle persone e che permetta maggiormente, oltre che
l'accoglienza e la tutela, anche la valorizzazione delle persone e
l'integrazione”. Così come un segnale negativo arriva dall’Europa, conclude
l’arcivescovo presidente di Migrantes, poiché l’indicazione che arriva dal
Patto Ue sulla migrazione e l’asilo che entrerà in vigore da giugno è quella di
voler spostare “l'attenzione sul Paese da cui proviene una persona e non sulla
persona, come dice anche la Costituzione italiana e come recitano anche gli
articoli della Costituzione europea. Non si pone l'attenzione sullo straniero
che deve essere garantito e che ha diritto d'asilo, e questo è gravemente
lesivo e, oltre che essere anticostituzionale, è certamente immorale”. Migr. 12
Nuove norme Ue su diritto d’asilo. Il commento del card. Zuppi
“C’è sicurezza quando c’è accoglienza”. Così il card.
Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, ha risposto
oggi – come riporta l’agenzia SIR – alle domande dei giornalisti sul via libera
del Parlamento europeo e della Commissione europea alla lista dei Paesi sicuri
di provenienza dei migranti e agli hub esterni, temi contenuti anche nel
disegno di legge che sarà oggi pomeriggio all’esame del Consiglio dei ministri,
che prevede disposizioni per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla
migrazione e l’asilo.
“C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale,
gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna
saperlo gestire insieme – ha affermato il card. Zuppi –. Molte volte non si è
gestito, si è soltanto subìto. Bisogna gestirlo guardando avanti, al futuro,
mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza.
Crediamo che le due dimensioni siano complementari”.
Sulle novità provenienti dal Parlamento europeo si
espresso anche il Tavolo asilo e immigrazione (Tai), che riunisce oltre 40
organizzazioni e associazioni che si occupano dei diritti dei rifugiati e
richiedenti asilo: “Si tratta di un passaggio politico di estrema rilevanza –
si legge in un comunicato stampa -, che segna un ulteriore e preoccupante
arretramento delle garanzie previste per le persone che chiedono protezione
internazionale nell’Unione europea. Le modifiche approvate rafforzano
un’impostazione che svuota progressivamente il diritto d’asilo della sua
dimensione individuale, sostituendo l’esame effettivo delle singole storie con
presunzioni di sicurezza, automatismi e procedure accelerate”.
Le organizzazioni aderenti al Tai esprimono pertanto
forte preoccupazione per un’evoluzione normativa “che mette a rischio il cuore
del diritto d’asilo nell’Unione europea”; e chiedono “alle istituzioni europee
e nazionali di fermare questo processo di smantellamento delle garanzie, di
rispettare gli obblighi internazionali e di rimettere al centro la tutela dei
diritti fondamentali delle persone in cerca di protezione”. Migr.on 11
Udienza. Leone XIV: “costruire una nuova unità del continente europeo”
Durante l'udienza di oggi, il Papa ha lanciato un appello
a "superare tensioni, divisioni e antagonismi, religiosi e politici"
in Europa, costruendo "una nuova unità" del nostro continente. Al
centro della catechesi, il "legame profondo e vitale" tra la Parola
di Dio e la Chiesa – di M.Michela Nicolais
Costruire “una nuova unità del continente europeo, per
superare tensioni, divisioni e antagonismi, religiosi e politici”. E’ l’appello
di Leone XIV, durante i saluti ai fedeli polacchi in Aula Paolo VI, oggi
gremitissima di fedeli, tanto che molti di loro hanno trovato posto solo in
piedi, nell’atrio dell’Aula, appositamente transennato, lungo il quale il Papa
si è fermato a salutarli, prima di fare la stessa cosa, come di consueto,
concedendosi all’abbraccio dei 7mila fedeli posizionati all’interno. Dopo aver
percorso il corridoio centrale, Leone ha salito i gradini che lo conducono
verso il palco e prima di cominciare la catechesi ha acceso una candela davanti
alla statua della Madonna di Lourdes, nella Giornata mondiale del malato,
soffermandosi in preghiera e cantando l’Ave Maria.
“Al termine dell’udienza mi recherò alla grotta di
Lourdes nei Giardini vaticani – ha poi annunciato al termine dell’appuntamento
del mercoledì – e accenderò un cero, segno della mia preghiera per tutti gli
ammalati, che oggi, Giornata Mondiale del Malato, ricordiamo con particolare
affetto”.
“La Chiesa non smette mai di riflettere sul valore delle
Sacre Scritture”, che sono il suo “habitat”, l’esordio della catechesi, durante
la quale il Papa ha continuato la riflessione sulla Dei Verbum, soffermandosi
in particolare sul “legame profondo e vitale che esiste tra la Parola di Dio e
la Chiesa”, a partire dal Concilio. “Nella comunità ecclesiale la Scrittura
trova l’ambito in cui svolgere il suo compito peculiare e raggiungere il suo
fine: far conoscere Cristo e aprire al dialogo con Dio”, ha spiegato Leone XIV,
che sulla scorta di San Girolamo ha ribadito che “l’ignoranza della Scrittura –
infatti – è ignoranza di Cristo”. Lo scopo ultimo della lettura e della
meditazione della Scrittura è infatti “conoscere Cristo e, attraverso di lui,
entrare in rapporto con Dio, rapporto che può essere inteso come una
conversazione, un dialogo. E la Costituzione Dei Verbum ci ha presentato la
Rivelazione proprio come un dialogo, nel quale Dio parla agli uomini come ad
amici. Questo avviene quando leggiamo la Bibbia in atteggiamento interiore di
preghiera: allora Dio ci viene incontro ed entra in conversazione con noi”.
“La Sacra Scrittura, affidata alla Chiesa e da essa
custodita e spiegata, svolge un ruolo attivo: con la sua efficacia e
potenza dà sostegno e vigore alla comunità cristiana”, ha affermato Leone, che
ha rivolto un appello preciso: “Tutti i fedeli sono chiamati ad abbeverarsi a
questa fonte, anzitutto nella celebrazione dell’Eucaristia e degli altri
Sacramenti”. Secondo il Papa, infatti, “l’amore per le Sacre Scritture e la
familiarità con esse devono guidare chi svolge il ministero della Parola:
vescovi, presbiteri, diaconi, catechisti. Prezioso è il lavoro degli esegeti e
di quanti praticano le scienze bibliche; e centrale è il posto della
Scrittura per la teologia, che trova nella Parola di Dio il suo fondamento e la
sua anima”.
“Viviamo circondati da tante parole, ma quante di queste
sono vuote!”, ha esclamato il Pontefice: “A volte ascoltiamo anche parole
sagge, che però non toccano il nostro destino ultimo”, il monito: “La Parola di
Dio, invece, viene incontro alla nostra sete di significato, di verità sulla
nostra vita. E’ l’unica Parola sempre nuova: rivelandoci il mistero di Dio è
inesauribile, non cessa mai di offrire le sue ricchezze”. “Ciò che la Chiesa
ardentemente desidera è che la Parola di Dio possa raggiungere ogni suo membro
e nutrirne il cammino di fede”, ha ricordato il Papa: “Ma la Parola di Dio
spinge la Chiesa anche al di là di sé stessa, la apre continuamente alla
missione verso tutti”. “Vivendo nella Chiesa si impara che la Sacra Scrittura è
totalmente relativa a Gesù Cristo, e si sperimenta che questa è la ragione
profonda del suo valore e della sua potenza”, ha concluso Leone: “Cristo è la
Parola vivente del Padre, il Verbo di Dio fatto carne. Tutte le Scritture
annunciano la sua Persona e la sua presenza che salva, per ognuno di noi e per
l’intera umanità. Apriamo dunque il cuore e la mente ad accogliere questo dono,
alla scuola di Maria, Madre della Chiesa”. Sir 11
VI Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani: "Io invece non ti
dimenticherò mai”
Con questa tema “si intende sottolineare come l’amore di
Dio per ogni persona non venga mai meno"
Città del Vaticano. “Io invece non ti dimenticherò mai”
(Is 49,15) è il tema scelto da Papa Leone XIV per la VI Giornata Mondiale
dei Nonni e degli Anziani.
Reso noto dalla Sala stampa della Santa Dede il
comunicato del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha
sottolineato che con questo tema “si intende sottolineare come l’amore di Dio
per ogni persona non venga mai meno, neanche nella fragilità della vecchiaia”.
“Tratto dal libro del profeta Isaia, il versetto scelto
vuole essere un messaggio di consolazione e di speranza per tutti i nonni e gli
anziani, specialmente per coloro che vivono nella solitudine o si sentono
dimenticati. Allo stesso tempo, è un richiamo per le famiglie e le comunità
ecclesiali a non dimenticarli, riconoscendo in loro una presenza preziosa e una
benedizione”, riporta la nota.
La Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, istituita
da Papa Francesco nel 2021, si celebra ogni IV domenica di luglio e si presenta
“come un’occasione per far giungere agli anziani la vicinanza della Chiesa e
per valorizzare il loro contributo nelle famiglie e nelle comunità”.
Quest’anno il Dicastero ricorda che la data coincide con
la festa dei Santi Gioacchino ed Anna, domenica 26 luglio, e il Santo Padre
invita a celebrare la Giornata con una liturgia eucaristica nella Chiesa
Cattedrale di ogni singola diocesi.
“Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita esorta
le Chiese particolari, le realtà associative e le comunità ecclesiali di tutto
il mondo a trovare le modalità per valorizzare la Giornata nel proprio contesto
locale e per questo metterà in seguito a disposizione alcuni appositi strumenti
pastorali”, conclude il comunicato del Dicastero per i Laici, la Famiglia
e la Vita. Aci 10
Festa di carnevale alla Missione di Kempten
Kempten. Numerosi i connazionali di Kempten e dintorni
che il 7 Febbraio scorso –accogliendo l'invito
spedito dalla Missione Cattolica Italiana di Kempten,
pubblicato anche nella pagina e nei social della Missione – si sono incontrati
nella spaziosa sala parrocchiale di St. Anton per festeggiare
in sana allegria il Carnevale 2026.
La gioiosa festa, –come, ormai, da
tradizione– è iniziata alle 18:30, con il saluto di Padre Bruno Zuchowski,
Rettore delle Missioni di Augsburg e Kempten, dopo la S. Messa
prefestiva delle 17:00, da lui celebrata nella bella chiesa parrocchiale. Il
Rettore, dopo aver ringraziato di nuovo gli intervenuti, ha
approfittato dell'occasione per ricordare ai presenti alcune delle prossime
iniziative della Missione, facendo riferimento anche al calendario con le
attività annuali della Missione, inviato a tutte le famiglie di Kempten e
dintorni; e a disposizione del pubblico nell'ufficio della Missione.
e in quello multifunzionale del Membro del Consiglio Parrocchiale Dr.
Fernando Grasso. Dépliant in cui si possono leggere, appunto, tutte le
attività e celebrazioni in favore delle Comunità di Kempten, Kaufbeuren,
Memmingen e Lindau, dal mese di Novembre 2025, fino al mese di Ottobre 2026,
nonché gli orari d'ufficio della Missione.
Dopo l'intervento di Padre Bruno è stata la volta del
Presidente del Consiglio Pastorale, Signor Giampiero Trovato, che, dopo
aver dato anche lui il benvenuto ai presenti, e averli ringraziati per
aver aderito all'invito –da parte sua e da parte del Consiglio– ha presentato
il programma della festa e ha annunciato una serie di divertenti giochi,
rivolti soprattutto ai bambini, ma aperti anche agli adulti. Giochi e attività
che lui ha diretto magistralmente, spendendosi allegramente e generosamente
durante tutta la serata, coadiuvato attivamente dalla sua consorte,
la gentile Signora Gisella, dal figlio Ruben e dalla figlia Désirée e dai
Signori: Ignazio Romano, Enrico Sciulli e Giuseppe Gugliuzzo, che hanno animato
la serata con coinvolgenti momenti musicali.
Subito dopo ha preso la parola la Segretaria
della Missione, Signora Pina Baiano, (che, insieme con Trovato, ha
moderato i vari momenti della Festa) e che, dopo aver salutato brevemente i
presenti, si è dichiarata –anche lei– particolarmente
compiaciuta per i numerosi presenti, giunti anche da città vicine, non mancando
di ringraziare tutti coloro che offrono a lei e alla Missione il loro prezioso
supporto. Come già in chiesa, sia la Segretaria Baiano che il Presidente
Trovato hanno annunciato le imminenti elezioni per il rinnovo del Consiglio
Pastorale; elezioni che avranno luogo il prossimo 28 febbraio, invitando,
inoltre, i presenti interessati a candidarsi.
A questi indirizzi di saluto e avvisi è seguito
l'intervento del Dr. Fernando A. Grasso, Vicepresidente Vicario
delle ACLI Baviera, Presidente del locale Circolo ACLI, nonché Corrispondente
Consolare per il Circondario di Kempten; che, dopo aver rivolto ai
presenti i suoi personali saluti, quelli delle ACLI e quelli del Console
Generale in Baviera, Dr. Sergio Maffettone, che alla fine di Febbraio
lascerà Monaco per un altro prestigioso incarico: Ambasciatore d'Italia
nella Repubblica Dominicana, ha dato alcuni avvisi importanti, ribadendo la
ferma volontà da parte dell'Amministrazione Consolare di continuare a
svolgere per il meglio e nel modo più celere possibile il disbrigo e
l'emissione dei documenti richiesti dai Connazionali: come passaporti, carte
d'identità, iscrizione all'AIRE, ecc. comunicando inoltre che le carte
d'identità rilasciate agli utrasettantenni (per i quali esiste –da anni–
una modalità prenotazione facilitata), non avranno più scadenza.
Concludendo il suo saluto Grasso ha ricordato gli
orari d'apertura del suo ufficio, per conto del Consolato Generale e del
Patronato ACLI di Monaco e la sua piena disponibilità per ciò che
riguarda la richiesta di documenti al Consolato e le domande di
assistenza per questioni di carattere pensionistico e affini alla sede del
Patronato ACLI di Monaco, reperibile telefonicamente in orari appositamente
previsti; nonché la sua permanente reperibilità, grazie alla deviazione a uno
dei suoi numeri privati delle chiamate, che arrivano al suo ufficio
multifunzionale. Non mancando di annunciare la chiusura del suo ufficio nel
mese di Giugno e nelle prime settimane di Luglio; comunicando, inoltre, che da
Luglio in poi egli riprenderà il suo servizio, molto probabilmente, in un'altra
sede.
Subito dopo questi avvisi sono seguite alcune ore
di grande allegria, allietate da allegre musiche e da un abbondante e
variegato buffet, preparato e messo a disposizione da molte delle gentili
signore intervenute. Pittoreschi e veramente fantasiosi alcuni costumi
indossati, sia dai numerosi bambini, sia dai loro genitori e nonni e... sia da
qualche altro attempato intervenuto.
Sentiti ringraziamenti vadano oltre che agli
instancabili Coniugi Trovato, e alla Signora Pina Baiano, al Signor
Ignazio Romano, alle Signore e ai Signori che hanno addobbato la sala in modo
impeccabile, e che hanno messo a proprio agio tutti gli intervenuti
con la loro gentilezza, la loro proverbiale disponibilità e con le
numerose attività proposte, tra cui: corse con i piedi legati, truccatura
carnevalesca, pioggia di caramelle per i più piccoli e meno piccoli; e tanti
altri giochi.... Inoltre: coinvolgenti danze di gruppo e allegrissimi trenini
eseguiti in fantasiose modalità e in diverse direzioni.
Un sentito ringraziamento vada anche ai presenti che
hanno ripreso vari momenti della serata, tra cui: la Signora Zaira Alongi, le
Signore: Ursula Macaluso, Ingrid Mayr, Stefanie Güven e non per ultimo: un
caloroso ringraziamento al Padrone di Casa: Padre Bruno... che è anche
il Consigliere Spirituale delle ACLI Baviera e socio del locale
Circolo, insieme ai già nominati: Cav. Grasso, Signora Pina Baiano, e al
Presidente del Consiglio Parrocchiale della Missione e Segretario per le Risorse
del Circolo ACLI, Signor Trovato e le Signore Mayr e Güven e il Signor
Salvatore Campagna e Signora.
Concludendo: anche questa Festa di Carnevale 2026 è
stata, non solo un'ottima occasione per un allegro e spensierato
incontro per molti Connazionali, ma anche un momento d'affermazione dei valori
della dottrina sociale della Chiesa nella nostra Comunità Cattolica
Italiana di Kempten e dintorni. Una Comunità sempre aperta a tutte le
persone di buona volontà e che vuole fare proprie le esigenze di tutti coloro
che ad essa si rivolgono con fiducia, come ribadito da Padre Bruno durante la
Celebrazione Eucarisica, nella sua bellissima Omelia, a commento del Vangelo
del Giorno (Mt 5.13-16), esortandoci a essere il sale della terra, a non
diventare insipidi, ad annunciare, con la nostra condotta il Vangelo,
preservando, così, la società dalla sua degenerazione morale, specie in
questi bui momenti in cui sembra che certi governanti non si rendano
conto del baratro in cui potrebbero far precipitare tutto il mondo.
Tra i numerosi presenti –oltre agli intervenuti già
nominati– erano presenti i Membri del Consiglio Pastorale: il Comm.
Carmine Macaluso con la Signora Ursula, il Comm. Antonino Tortorici con la
Signora Silvana (alla quale sono stati formulati gli auguri di buon
compleanno, il Signor Sabino Scarvaglieri e Signora e la Signora Emma
Grenci, Vicepresidente del Circolo ACLI. Inoltre presenti: le Famiglie:
Emanuele, Grimaldi, Romano, Mastrostefano, Alongi, Laudani, Basta, Cecere, Lo
Re, Di Palo, Tritto; il Signor Montagna e la Signora Maria Mangano che,
con alcuni Familiari, durante la S. Messa, ha fatto ricordare
una sua cara Consuocera deceduta qualche settimana fa mentre si trovava in
vacanza a Kempten. E mi scuso con tutti gli altri cari intervenuti non
nominati, di cui non conosco o mi sfugge il nome, ma che incontro sempre con
immenso piacere.
Tutti i presenti, al termine della serata –che è
andata avanti per diverse ore– si sono dati appuntamento ai prossimi
incontri in calendario e alle celebrazioni eucaristiche
prefestive che hanno luogo tutti i sabati nella chiesa parrocchiale Di St.
Anton di Kempten. Celebrazioni che vedono impegnati accanto al celebrante Padre
Zuchowski, la Famiglia Trovato al completo, il Signor Scarvaglieri, la Signora
Leanza e altri, ai quali spetta un grande ringraziamento per la dedizione alla
vita della nostra Comunità.
Fernando A. Grasso, dip 11
Papa Leone XIV ai sacerdoti: "Siate santi!"
Una lettera di papa Leone XIV al Presbiterio
dell'Arcidiocesi di Madrid in occasione dell'Assemblea Presbiterale
"Convivium" (9-10 febbraio 2026)
Città del Vaticano. Una lettera sul valore del
sacerdozio. Così si potrebbe sintetizzare la lettera che papa Leone XIV ha
inviato al Presbiterio dell’Arcidiocesi di Madrid, in occasione dell'Assemblea
Presbiterale "Convivium" che si tiene nelle giornate di oggi e
domani. Un sacerdozio che papa Leone XIV definisce non sempre facile e che
spesso si vive magari “tra stanchezza, situazioni complesse” così scrive il
pontefice.
Una riflessione sul tempo presente, quello che la Chiesa
sta vivendo in questo tempo: “I tempi che la Chiesa sta vivendo ci invitano a
fermarci insieme per una riflessione serena e onesta” precisa il pontefice. Un
tempo che affronta sempre più una “secolarizzazione, una crescente
polarizzazione del discorso pubblico e una tendenza a ridurre la complessità
della persona umana, interpretandola attraverso ideologie o categorie parziali
e insufficienti” denuncia la Lettera. E in questo scenario, “la fede rischia di
essere strumentalizzata, banalizzata o relegata nell'ambito dell'irrilevante,
mentre si consolidano forme di convivenza che prescindono da qualsiasi
riferimento trascendente”. E oltre a questo, è necessario aggiungere “un
profondo cambiamento culturale che non può essere ignorato: la progressiva
scomparsa di punti di riferimento condivisi”.
L'attenzione poi del pontefice è rivolta ai giovani nei
quali sta prendendo piede sempre di più "un nuovo
disagio. L'attenzione assoluta al benessere non ha portato la felicità
attesa; una libertà distaccata dalla verità non ha generato il compimento
promesso; e il progresso materiale, da solo, non è riuscito a soddisfare il
desiderio più profondo del cuore umano”. In questo contesto allora la figura
del sacerdote può portare speranza. Sacerdoti che devono essere “capaci di
sostenere il loro ministero attraverso una relazione viva” con Dio.
E poi, infine, papa Leone XIV mette in correlazione la
figura del sacerdozio con quella di una cattedrale: “disegna” con le parole una
metafora tra i due, fra il sacerdozio e la cattedrale. Con le sue parole si
addentra in metafore sempre più profonde: la facciata di una cattedrale, le
cappelle, diventano lo spunto per parlare del valore del sacerdozio. Entrambi -
cattedrale e sacerdozio - conducono “all'incontro con Dio e alla
riconciliazione con i fratelli, e i loro elementi racchiudono una lezione per
la nostra vita e il nostro ministero”.
E conclude con le parole di san Giovanni d’Avila: “Siate
tutti suoi”. E aggiunge: “Siate santi!”. Aci 9
“Dare un sapore alla vita”. "La pace comincia con la dignità”
L'Angelus del Papa in Piazza San Pietro - Di Veronica
Giacometti
Città del Vaticano. “Dopo avere proclamato le
Beatitudini, Gesù si rivolge a coloro che le vivono, dicendo che grazie a loro
la terra non è più la stessa e il mondo non è più nel buio”, così Papa Leone
XIV avvia l’Angelus di questa V Domenica del Tempo ordinario in Piazza San
Pietro.
“È infatti la gioia vera a dare un sapore alla vita e a
far venire alla luce ciò che prima non era. Questa gioia sprigiona da uno stile
di vita, da un modo di abitare la terra e di vivere insieme che va desiderato e
scelto. È la vita che risplende in Gesù, il sapore nuovo dei suoi gesti e delle
sue parole. Dopo che lo si è incontrato, sembra insipido e opaco ciò che si
allontana dalla sua povertà di spirito, dalla sua mitezza e semplicità di
cuore, dalla sua fame e sete di giustizia, che attivano misericordia e pace
come dinamiche di trasformazione e di riconciliazione”, commenta il Papa prima
della preghiera mariana.
“Quante persone – forse è capitato anche noi – si sentono
da buttare, sbagliate. È come se la loro luce sia stata nascosta. Gesù, però,
ci annuncia un Dio che mai ci getterà via, un Padre che custodisce il nostro
nome, la nostra unicità. Ogni ferita, anche profonda, guarirà accogliendo la
parola delle Beatitudini e rimettendoci a camminare sulla via del Vangelo”,
mette in guardia il Pontefice.
“Sono infatti gesti di apertura agli altri e di
attenzione, quelli che riaccendono la gioia. Certo, nella loro semplicità ci
pongono controcorrente. Gesù stesso fu tentato, nel deserto, da altre strade:
far valere la sua identità, esibirla, avere il mondo ai propri piedi. Respinse,
però, le vie in cui si sarebbe perso il suo vero sapore, quello che ritroviamo
ogni domenica nel Pane spezzato: la vita donata, l’amore che non fa rumore.
Senza alcuna esibizione saremo allora come una città sul monte, non solo visibile,
ma anche invitante e accogliente: la città di Dio in cui tutti, in fondo,
desiderano abitare e trovare pace.”, dice Papa Leone.
Subito dopo la preghiera mariana il Papa passa ai
consueti saluti. Il Pontefice ricorda la beatificazione di Salvador Valera
Parra avvenuta ieri in Spagna, del “ parroco pienamente aderito al suo popolo”,
“umile e premuroso nella verità pastorale”, “il suo esempio di prete sia di
stimolo ai sacerdoti di oggi, una quotidianità vissuta nella semplicità”, si
augura il Papa.
“Ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità
Nigeria che hanno causato perdite di vite umane”, continua il Papa che assicura
la sua vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. “Le
autorità continuino ad operarsi per garantire la sicurezza e la tutela della
vita di ogni cittadino”, questo l’appello di Papa Leone XIV.
Poi il ricordo della Giornata di preghiera e riflessione
contro la tratta delle persone. La preghiera in particolare per “le religiose
che si impegnano ad eliminare ogni forma di schiavitù”. “Insieme a loro dico:
la pace comincia con la dignità”.
“Assicuro la mia preghiera per le popolazioni del
Portogallo, Marocco, Spagna e l’Italia meridionale, specialmente Niscemi in
Sicilia, colpite da inondazioni e frane, incoraggio le comunità a rimanere
uniti e solidali con la materna protezione Vergine Maria”, aggiunge Papa Leone
XIV subito dopo l’Angelus.
“Strategia di potenze economiche e militare non danno
futuro all’umanità, il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i
popoli”, conclude infine il Papa dalla finestra del Palazzo Apostolico. Aci 8
Fare sinodalità: la sesta assemblea del cammino sinodale in Germania
Si è svolta a Stoccarda (29-31 gennaio) la sesta
assemblea del Synodaler Weg. Sono trascorsi quasi tre anni (marzo 2023) dalla
precedente, conclusa con molti testi approvati. Molto lavoro era rimasto ancora
aperto. Questo appuntamento di Stoccarda, fissato già nel 2023, aveva lo scopo
di valutare l’intero processo del cammino sinodale, fare un monitoraggio
dell’attuazione delle delibere nelle diocesi, e preparare la Conferenza
sinodale.
Il punto di partenza del Synodaler Weg (SW) era stato lo
scandalo degli abusi sessuali. La strada su cui proseguire è la sinodalità
“perché la nostra Chiesa ha il compito di rendere visibile il Vangelo in un
mondo lacerato” (dal comunicato finale). Una premessa è necessaria: insistere
nel vedere nel Synodaler Weg un cammino scismatico è non solo sbagliato, è
scorretto nei confronti di chi vi si sta impegnando, non corrisponde ai fatti e
al dialogo costante con la curia romana. Alcuni segni sono stati chiari e
indubitabili: all’assemblea di Stoccarda è stata inserita la conversazione
nello spirito (quella del sinodo universale), per tutta la durata dei lavori di
Stoccarda era presente il nunzio apostolico Nikola Eterovi?, oltretutto
caldamente salutato dal vescovo Bätzing, e che ha concelebrato le due messe;
infine, i rimandi al sinodo universale sono stati frequenti.
Certamente è in atto una evidente dialettica fra centro e
Chiesa locale, ma non è forse questa la sfida “creativa”, la sinodalità non è
una ricetta pronta, ma una strada da tracciare, con anche organismi che la
sostengano e la consolidino. A questo ci chiama il documento finale del sinodo
sulla sinodalità, consegnato da papa Francesco al popolo di Dio (ottobre 2024)?
Se la cristianità non esiste più, nel senso che non è la
cifra del contesto socioculturale dei nostri tempi, in Germania ma neanche in
Italia e in molti altri paesi occidentali, il cristianesimo è la missione in
questa nostra realtà. In questo clima si è aperta e svolta questa assemblea.
Perché questa sesta assemblea?
L’assemblea di Stoccarda ha avuto lo scopo di valutare il
processo sinodale fin qui fatto; monitorare se e come sono state attuate le
decisioni approvate durante Synodaler Weg dal 2020 al 2023 (tutte le delibere
si trovano in parte tradotte in lingua italiana
https://www.synodalerweg.de/italiano#c8308 ); fare il punto della situazione
giurisdizionale penale e amministrativa relativa agli abusi sessuali; infine,
dare un’impostazione duratura e permanente alla sinodalità con la preparazione
dell’elezione di altri 27 membri della futura Conferenza sinodale
(Synodalkonferenz). Sarà la Conferenza sinodale a raccogliere l’eredità del SW
e portarne avanti il lavoro.
Stoccarda e sede del Comitato centrale dei cattolici
tedeschi (ZdK) che insieme alla Conferenza episcopale tedesca (DBK) hanno dato
vita al Synodaler Weg nel 2020. A Stoccarda erano riuniti 177 sinodali, sette
osservatori, undici ospiti stranieri e 15 consulenti. Era presente il nunzio
apostolico a Berlino, arcivescovo Nikola Eterovi?, sempre molto critico nei
confronti del Synodaler Weg. In questa occasione è stato calorosamente salutato
da Bätzing, segno che il tempo di dialogo non è trascorso invano, e ha
concelebrato le due liturgie eucaristiche. Mancavano a Stoccarda alcuni
vescovi: il cardinale Woelki, arcivescovo di Colonia che ritiene chiuso il SW,
e i suoi vescovi ausiliari, p.e. Dominikus Schwaderlapp; il vescovo di
Regensburg, non certo simpatizzante del SW, Rudolf Voderholzer, per
concomitanza di impegni in Vaticano; il vescovo di Osnabrück, Dominicus Meier,
per motivi di salute e il vescovo di Münster, Felix Genn, assente giustificato.
Woelki, Voderholzer, e i presenti Oster e Meier sono i vescovi che hanno preso
distanze dal progetto di creazione di una struttura sinodale duratura.
Come si è svolta la sesta assemblea? Fare il punto della
situazione
L’occasione di questa sesta assemblea del Synodaler Weg è
stata presentare una valutazione del percorso fin qui fatto e andare a vedere
se e come sono state applicate nelle diocesi le decisioni prese (ovviamente si
tratta di decisioni che riguardano la chiesa locale e che non riguardano la
Chiesa universale). Sono stati presentati lavori di monitoraggio e di
valutazione sulla base di sondaggi previamente sottoposto a tutti i sinodali, a
cui però non tutti hanno aderito.
È emerso che molto rimane ancora da fare. Sono stati
individuati compiti ancora aperti e ritenuta necessaria una maggiore rapidità
perché „Die Hütte brennt“ la casa brucia, un grido di allarme, che è arrivato
da più sinodali: i fedeli aspettano le riforme, le donne escono dalla Chiesa…
Come si dice in tedesco: Es gibt viel Luft nach oben, c’è un ampio margine di
miglioramento. Molti interventi dall’assemblea erano un appello ai vescovi a
realizzare quanto approvato insieme nelle precedenti assemblee sinodali. Si
percepiva un clima di esortazione a proseguire, a volte un senso di
scoraggiamento.
Come ha influito il sinodo universale sulla sinodalità
sul SW?
Quando si è conclusa la fase deliberativa del SW nel
marzo 2023 si era anche nel pieno del sinodo universale sulla sinodalità, un
incrocio di percorsi che ha portato frutti, tant’è vero che la novità più
evidente di questa assemblea è stata l’adozione della conversazione nello
spirito, praticata come metodo nelle assemblee del sinodo a Roma. (per saperne
di più: Convegno Laici 2024: Conversazione nello spirito | Delegazione-mci)
In gruppi di sette-otto persone (una persona fungeva da
facilitatore) i 177 sinodali hanno fatto conversatio in spiritu nelle due
giornate. Spesso in passato una delle critiche mosse al Synodaler Weg è stato
il suo stile dialettico. Ci sono stati negli anni scorsi momenti di acceso
dibattito, ma sempre appassionato e aperto, e in grado di giungere a decisioni
(Beschlüsse). L’introduzione della conversazione nello spirito ha avuto come
scopo di predisporsi al proseguimento dei lavori, mettendosi in ascolto per
comprendere le ragioni dell’altro e suscitare un clima di reciproca empatia.
Ma c’è dell’altro. Il sinodo universale ha dato la
possibilità alla Chiesa in Germania di fare rete con altre Chiese locali, con
altre realtà ecclesiali, e di rendersi conto che le questioni che il SW ha
messo apertamente sul tavolo sono presenti anche in altre chiese locali. Il
documento finale del sinodo infine, sottolinea la partecipazione dell’intero
popolo di Dio ai processi decisionali in opportuni organismi di partecipazione.
La Chiesa in Germania vede in questa indicazione l’invito a creare organismi
sinodali ovviamente nell’orizzonte di possibilità previste dall’attuale CIC,
codice di diritto canonico.
Proseguire come? Rendere la sinodalità a prova di futuro.
Le sfide della Conferenza sinodale.
In questi ultimi tre anni una commissione, il Synodaler
Ausschuss, ha lavorato per dare forma a una struttura permanente sinodale sovra
diocesana, la Synodalkonferenz. Inizialmente si parlava di Synodalrat, ma
questa definizione e stata abbandonata. La Synodalkonferenz proseguirà il
lavoro del SW nel dare continuità e struttura al processo di riforma. A questo
proposito è stato redatto uno statuto che ne definisce la funzione, lo scopo e
la composizione. A fine novembre ’25 lo statuto è stato approvato dai membri
del Synodaler Ausschuss e immediatamente dopo lo ha fatto anche lo ZdK, il
Comitato centrale dei cattolici tedeschi. Ora passerà al vaglio del Conferenza
episcopale che si riunirà a fine febbraio e che, tra l’altro eleggerà il nuovo
presidente. Se i vescovi tedeschi approveranno lo statuto, come c’è da
aspettarsi, il passaggio successivo sarà l’invio a Roma del testo per la
recognitio.
Della futura Conferenza sinodale faranno parte 27 vescovi
diocesani, 27 membri dello ZdK e una terza parte composta da 27 persone. Due
saranno membri del Consiglio delle vittime di violenza sessualizzata, due della
Conferenza dei superiori religiosi. Almeno 13 dovranno essere donne, cinque
dovranno avere meno di 30 anni e almeno tre dovranno appartenere alle comunità
di altra lingua e riti.
Inizialmente questo organismo sinodale sarebbe dovuto
chiamarsi Synodaler Rat, Consiglio sinodale, ma la commissione preparatoria si
è accordata su Conferenza sinodale, Synodalkonferenz. Questi cambi di nomi
possono sembrare una formalità ma, nell’intento di chi ci sta lavorando,
spostano leggermente il significato, definiscono il compito del futuro
organismo sinodale in modo da non collidere con il diritto canonico e da non
mettere in discussione il primato dell’episcopato (Communio hierarchica, Vaticano
II), punto che era sostanzialmente la grande riserva di Roma.
Nei mesi scorsi ci sono stati frequenti incontri a Roma
fra la curia e delegazione tedesca della conferenza episcopale per mantenere
aperto il dialogo su questa delicata questione che è al tempo stesso canonica,
teologica e ecclesiologica.
Compito della Conferenza sinodale sarà allora „consultare
e prendere decisioni“ (Beraten und Beschlüsse fassen) e non „consultare e
decidere“. Col mettere l’accento sul prendere decisioni piuttosto che sul
decidere, sembra che si voglia sottolineare la ricerca di consenso sinodale su
questioni particolari nello spirito della ricerca della comunione.
La questione cruciale è quanto saranno vincolanti per le
diocesi le decisioni della futura Conferenza sinodale. Il cardinale,
arcivescovo Reinhard Marx, ha detto chiaramente di rifiutare un’istanza di
controllo sul lavoro delle diocesi. Come verrà affrontato e risolto questo tema
nella Conferenza sinodale – in particolare riguardo all’armonizzazione tra
decisioni vincolanti e loro effettiva attuazione da parte dei rispettivi
destinatari, cioè le diocesi? Ma non è già così anche per le decisioni che prende
la conferenza episcopale?
Il timore è che siano i laici a decidere, insieme. Il
timore è la sinodalità? Ma allora il primato dell’apostolicità, e dei vescovi è
una autorità a tutti i livelli: potestas ordinis e potestas iurisdictionis?
La sinodalità e i cattolici di altra lingua e riti.
I cattolici di altra lingua e riti rappresentano circa il
17% dei cattolici in Germania, senza contare chi ha il doppio passaporto
rientra nel conteggio percentuale nei cattolici tedeschi. In una assemblea come
il Synodaler Weg che oggi conta 177 persone, il 17% consiste di 30 persone, se
si rispettassero le rappresentanze percentuali che rispecchiano la realtà.
Invece sono solo due. È evidente che sono sottorappresentati.
Nel 2024 i vescovi tedeschi hanno pubblicato il testo Auf
dem Weg zu einer interkulturellen Communio, ampiamente trattato e presentato in
diverse occasioni dalla Delegazione MCI. In esso si auspica e si promuove una
maggior partecipazione, nel senso di prendere parte (Teilhabe), da parte dei
cattolici di altra lingua e riti, negli organismi della Chiesa in Germania a
tutti i livelli.
La domanda della sottoscritta in conferenza stampa è
stata come garantire e praticare la sinodalità della Chiesa in Germania se non
si coinvolgono di più i cattolici di altra lingua e riti?
Christian Gärtner del ZdK ha risposto dicendo che il
Zentralkomitee ha ben presente la questione ed è all’ordine del giorno: „Spero
che saranno meglio rappresentanti nella Conferenza sinodale. Noi (ZfK) abbiamo
cominciato all’interno delle nostre strutture di collegamento fra i consigli
diocesani (Diözesanräte) e le associazioni cattoliche a pensare come aprirle ai
cattolici di altra madrelingua, non sono molto rappresentati. Non è molto
facile da realizzare, lo sappiamo, anche perché sono un gruppo molto eterogeneo.
Però sì, è una delle grandi sfide che ci siamo posti come ZdK, dobbiamo
affrontare questo sviluppo e vedere come integrarlo meglio nei nostri
organismi.“
Per quanto riguarda la futura Conferenza sinodale
(Synodalkonferenz), tre saranno i cattolici di altra lingua e riti che ne
faranno parte.
Perché è iniziato il Cammino sinodale tedesco?
Per Georg Bätzing, presidente uscente della Conferenza
episcopale tedesca (DBK) (Bätzing non sarà più presidente della Conferenza
episcopale tedesca | Delegazione-mci), il Synodaler Weg è un processo nato dal
coraggio e con coraggio: „Der Mut, wir machen das!“ ricordando la
responsabilità che grava sulla Chiesa cattolica tedesca, per scandalo degli
abusi sessuali. Affrontare questa crisi ha portato a un cambio culturale nella
Chiesa, è stato detto da più parti durante l’assemblea di Stoccarda. Il cammino
sinodale tedesco è nato da lì, dalla volontà di affrontare la crisi di
credibilità della Chiesa, individuare le cause sistemiche che favoriscono
l’abuso (che ha diverse sfaccettature: sessuale, spirituale, di potere…) ed
eliminarle. Preparatorio fu il lavoro interdisciplinare MHG-Studie del 2018,
commissionato dalla Conferenza episcopale a tre istituti di ricerca
indipendenti.
(https://www.dbk.de/themen/sexualisierte-gewalt-und-praevention/forschung-und-aufarbeitung/studien/mhg-studie)
Per concludere, le prossime settimane ci saranno passi
successivi e decisivi con la Conferenza episcopale tedesca che eleggerà il
successore di Georg Bätzing e si esprimerà sullo statuto della futura
Conferenza sinodale. CdI 7
Emigrazione italiana: il diario pastorale di 30 anni di don Mimmo Basile
La presenza italiana in Svizzera resta una delle più
numerose e radicate. Presentando il libro di don Mimmo Basile, il cardinale
Fabio Baggio sottolinea il valore della pastorale migratoria come laboratorio
di integrazione e futuro. Famiglia, cultura e comunità diventano luoghi
privilegiati di fede, dialogo e crescita condivisa – di Raffaele Iaria
Una realtà spesso poco raccontata ma decisiva per il
futuro delle comunità cattoliche in Svizzera: quella dei gruppi linguistici ed
etnici che compongono il mosaico sociale della Confederazione. Tra questi, la
presenza italiana – circa 700mila secondo i dati pubblicati dal Rapporto
Italiani nel Mondo – continua a essere una delle più numerose e radicate, ma
anche una delle più bisognose di un accompagnamento pastorale capace di
favorire integrazione, dialogo e crescita condivisa come sottolinea il card.
Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo
Umano Integrale, presentando il volume del sacerdote italiano, don Mimmo
Basile, “Diario di un operario del Vangelo”, missionario con gli italiani a
Zugo. Secondo il cardinale, le comunità migranti non possono essere considerate
un capitolo secondario della pastorale, ma un terreno vivo, complesso e ricco
di potenzialità. Per questo, afferma, è necessario un impegno costante che
prepari il terreno a vere dinamiche interculturali, capaci di far dialogare
identità diverse senza annullarle. Don Mimmo Basile, “protagonista del libro”,
ha maturato questa convinzione in trent’anni di servizio tra gli emigrati
italiani in Svizzera, un’esperienza che gli ha permesso di cogliere da vicino
fragilità, speranze e trasformazioni di una comunità che continua a cercare
radici e futuro.
Il card, Baggio sottolinea come, nella visione di don
Mimmo, alcuni ambiti meritino un’attenzione particolare: il sacramento del
matrimonio, la solidità della vita familiare e la valorizzazione delle culture
di origine. Sono elementi che, osserva, rappresentano un punto di forza per la
trasmissione dei valori fondamentali e per il consolidamento di un’identità
cristiana condivisa, capace di unire autoctoni e nuovi arrivati. In un contesto
segnato da mobilità, pluralismo e cambiamenti sociali rapidi, la famiglia e la
cultura diventano luoghi privilegiati per custodire la fede e costruire legami
duraturi.
Il libro di don Basile, arricchito dalle prefazioni di
mons. Gian Carlo Perego – presidente della Commissione Cei per le Migrazioni –
e del vescovo di Basilea, mons. Felix Gmür, non si presenta come un
manuale né come un trattato sistematico. È piuttosto una raccolta di
riflessioni, meditazioni e testimonianze nate dal contatto quotidiano con le
persone: incontri nelle parrocchie, celebrazioni comunitarie, momenti di
ascolto, storie di fatica e di rinascita. Ogni pagina è attraversata da
un’umanità concreta, fatta di volti, accenti, tradizioni e percorsi di vita che
si intrecciano nella realtà migratoria svizzera. Mentre migliaia di giovani
italiani, spesso laureati e altamente formati scelgono di lasciare l’Italia
alla ricerca di nuove opportunità, queste pagine risuonano con una forza
rinnovata. Raccontano – dice al Sir don Basile – che dietro ogni spostamento
c’è una storia, una famiglia, una speranza. E che la Chiesa, “anche fuori dai
confini nazionali, resta un segno di prossimità e di ascolto”. Un libro che
nasce da un’esperienza quotidiana di incontro e di ministero. Non una raccolta
di appunti privati, ma un mosaico di storie, celebrazioni, riflessioni e
momenti vissuti in comunità dove il Vangelo prende forma concreta: tra mense e
oratori, nei corsi di preparazione ai sacramenti, nelle visite alle famiglie e
negli incontri con le nuove generazioni che parlano più lingue e vivono tra più
culture.
Don Basile dedica il volume alle comunità e agli emigrati
italiani che ha accompagnato nel corso degli anni, definendoli parte essenziale
della sua storia personale e del suo ministero. Il suo non è un racconto
celebrativo, ma un diario spirituale che intreccia fede e vita, memoria e
speranza.
Scrivere queste pagine, spiega, è stato un modo per
custodire ciò che ha vissuto e per restituire, con gratitudine, quanto ha
ricevuto dalle persone incontrate lungo il cammino. Ogni frammento raccolto nel
libro è un tassello di un mosaico più grande: quello di una missione pastorale
che non si limita a offrire servizi religiosi, ma che accompagna le persone
nella loro quotidianità, nelle loro fragilità e nelle loro aspirazioni.
Il risultato è un’opera che racconta non solo la storia
di un sacerdote tra i migranti, ma anche la ricchezza umana e culturale di una
comunità che continua a trasformarsi. È un invito a guardare alla pastorale
migratoria non come a un settore marginale, ma come a un laboratorio di futuro,
dove si sperimentano nuove forme di convivenza, di solidarietà e di fede
condivisa. In un tempo in cui le migrazioni ridisegnano il volto dell’Europa,
il libro offre uno sguardo dall’interno, capace di restituire complessità,
profondità e bellezza a un mondo spesso raccontato solo attraverso numeri e
statistiche. In questo senso, “Diario di un operaio del Vangelo” è anche una
testimonianza ecclesiale: mostra come la pastorale dei migranti “non sia un
capitolo marginale, ma una chiave di lettura del futuro stesso della Chiesa
europea”. Le Missioni Cattoliche Italiane, da decenni, sono “un laboratorio di
umanità: luoghi in cui la fede si intreccia con la vita, in cui la liturgia
diventa incontro e dove la Parola di Dio assume l’accento di chi cerca casa”. E
il missionario — scrive l’autore — “non è colui che porta qualcosa, ma colui
che condivide la vita e scopre che Dio è già all’opera nei cuori”. Sir 7
Celebra 30 anni di vita il Progetto Policoro, nato su iniziativa della
Chiesa italiana
L’anniversario sarà ricordato con un convegno dal titolo
“Trent’anni di Progetto Policoro, tra memoria e futuro” - Di Cesare Bolla
Roma. Celebra trent’anni di vita il “Progetto Policoro”,
nato su iniziativa della Chiesa italiana. L’anniversario sarà ricordato con un
convegno dal titolo “Trent’anni di Progetto Policoro, tra memoria e futuro”, in
programma a Roma venerdì 20 febbraio. Non si tratta soltanto di un momento
celebrativo, ma di un’occasione per ripercorrere il cammino realizzato e
riflettere sulle nuove sfide legate all’accompagnamento dei giovani nella
costruzione del proprio futuro professionale, nella ricerca di speranza e nella
dignità del lavoro.
L’iniziativa è promossa dall’Ufficio nazionale per i
problemi sociali e il lavoro, dal Servizio nazionale per la pastorale giovanile
e da Caritas Italiana, attraverso l’ufficio nazionale del Progetto.
“Il Progetto Policoro è una presenza vigile e discreta
nelle comunità: una sentinella che osserva il territorio, si lascia sorprendere
dalla bellezza dei giovani e cammina accanto a loro, né avanti né dietro, ma al
loro fianco, sostenendo i sogni che portano nel cuore. Nel celebrare il 30°
anniversario, viviamo un tempo prezioso per rileggere con gratitudine il
cammino compiuto e aprirci con consapevolezza al futuro”, afferma don Marco
Ulto, coordinatore nazionale del Progetto Policoro. Gli Animatori di Comunità –
ricorda – sono il cuore dell’iniziativa: “Gli Animatori di Comunità, cuore
pulsante di questo servizio – aggiunge – sono giovani che desiderano fare il
bene e lasciare tracce di bene, impegnandosi a rendere il mondo un luogo
migliore di come lo hanno trovato. Un impegno reso possibile grazie alla rete,
che rappresenta l’anima stessa del Progetto Policoro. Non si può immaginare la
Chiesa senza questa trama di relazioni, così come i pescatori non potevano
lavorare senza le loro reti: se le lasciassimo cadere dalle mani, smetteremmo
di essere ciò che siamo chiamati a essere. Per questo continuiamo a intrecciare
legami, a generare fiducia, a custodire speranza. Solo insieme possiamo
costruire un futuro più giusto, più umano e più fraterno”.
Ad aprire i lavori saranno due figure simboliche nella
storia del Progetto: mons. Domenico Sigalini, vescovo emerito di Palestrina e
tra i promotori dell’iniziativa, e Marco Menni, presidente di Inecoop e
vicepresidente di Confcooperative, che ha sostenuto il percorso del Progetto
fin dalle origini.
Il momento centrale del convegno sarà la lectio
magistralis della sociologa Cristina Pasqualini, dell’Università Cattolica del
Sacro Cuore di Milano, dal titolo “Giovani e lavoro: il senso mai perduto”, che
offrirà una lettura aggiornata delle trasformazioni del mondo giovanile e delle
sfide lavorative contemporanee. Seguirà un video realizzato dal regista
Giovanni Panozzo, che ripercorrerà tre decenni di Progetto Policoro attraverso
storie, volti ed esperienze provenienti dai territori.
Tre testimonianze – una per ciascun decennio –
racconteranno come il Progetto abbia inciso concretamente sulla vita delle
persone: Luisa Pilato della Cooperativa Arché (1995–2005), Rosangela Maino
della Cooperativa Oltre l’Arte (2005–2015) e Salvo Leotta, dirigente
penitenziario, per il periodo 2015–2025. Tre percorsi differenti, uniti dalla
capacità del Progetto Policoro di trasformare intuizioni e desideri in
opportunità e impegno concreto.
A concludere l’incontro sarà mons. Giuseppe Baturi,
arcivescovo di Cagliari e segretario generale della CEI, che offrirà una
riflessione sulle prospettive future.
Durante l’ultima sessione del Consiglio Permanente,
infatti, i vescovi hanno approvato una proposta di aggiornamento del Progetto
per renderlo più efficace di fronte ai profondi mutamenti sociali, economici e
culturali del Paese. Tra le priorità individuate figurano una nuova
architettura formativa, un’attenzione più incisiva alle aree interne, percorsi
di formazione sociopolitica, il sostegno alla creazione di start-up e la
valorizzazione dei beni ecclesiali.
Nei giorni scorsi un altro convegno ha ripercorso la
storia del Progetto Policoro. “Come custodi di un fuoco” è stato il tema della
Giornata regionale del progetto Policoro in Calabria, dedicata al lavoro svolto
sul territorio. “Abbiamo sentito il desiderio di rileggere con gratitudine il
cammino compiuto”, ha raccontato don Luca Gigliotti, coordinatore del Progetto
Policoro in Calabria, ricordando come il lavoro e le aspirazioni dei giovani
siano sempre stati al centro dell’iniziativa, con “uno sguardo improntato al
sociale e alla costruzione del rimanere ed essere capaci di guardare alla
propria realtà territoriale come un valore da custodire e curare”.
Sempre in Calabria, il 23 e 24 febbraio si terrà il
convegno dell’Istituto Teologico Calabro “San Francesco di Paola”, dedicato al
tema “Chiesa e aree interne. Leggere il territorio per liberare le risorse”.
L’incontro – si legge in una nota – intende riflettere sulle criticità del
territorio calabrese, mantenendo una visione ampia sul Mezzogiorno e su alcune
zone del Nord, con l’obiettivo di individuare nuove prospettive e valorizzare
le potenzialità sociali ed ecclesiali presenti, promuovendo giustizia, pace
sociale, solidarietà, sussidiarietà ed equità”.
Ai giovani è infine dedicata la nuova newsletter della
Pastorale Giovanile della CEI, pensata come uno strumento “per restare sempre
connessi e non perdere le ultime notizie, le iniziative, gli eventi e le
proposte che animano il nostro cammino insieme”. L’obiettivo è creare un canale
diretto e continuativo con giovani, educatori e operatori pastorali, offrendo
aggiornamenti e contenuti utili per vivere con maggiore consapevolezza e
partecipazione le attività di PG. Aci 7
Papa Leone XIV: lo sport, strumento comunitario aperto e inclusivo
Lettera di papa Leone XIV "La Vita in
Abbondanza" sul valore dello Sport - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Lo sport, strumento comunitario
aperto e inclusivo che aiuta l'uomo a crescere nella sua persona. Incoraggia
poi la tregua olimpica in questo momento così particolare del mondo. Il papa
scrive sullo sport e lo fa con una Lettera il cui titolo già dice tutto: “La
vita in abbondanza”, un titolo che riassume tutto il contenuto delle parole del
pontefice. Lo fa in occasione della celebrazione dei XXV Giochi Olimpici
Invernali e dei XIV Giochi Paralimpici che hanno inizio oggi.
Lo sport, seppur praticato da professionisti, rimane
comunque “un'attività comune, aperta a tutti”, “salutare per il corpo e per lo
spirito, al punto da costituire un'universale espressione dell'umano” così si
esprime papa Leone XIV. Un grande valore è quello della pace, per il pontefice:
e in merito cita i suoi predecessori come Giovanni Paolo II, un papa sportivo
come papa Prevost tra l'altro. Fa riferimento, dunque, alla famosa tregua
olimpica, che nell'antica Grecia era un accordo volto a sospendere le ostilità
prima, durante e dopo i Giochi Olimpici, “affinché atleti e spettatori
viaggiare liberamente e le competizioni si svolgono senza interruzioni”. Una
tregua in virtù del fatto che lo sport “promuove la maturazione della coesione
comunitaria e del bene comune”: “Incoraggio vivamente tutte le Nazioni, in
occasione dei prossimi Giochi Olimpici e Paralimpici invernali, a riscoprire ea
rispettare questo strumento di speranza che è la Tregua olimpica, simbolo e
profezia di un mondo riconciliato”.
Non poteva mancare, nella Lettera, un paragrafo riguardo
all'importante valore formativo dello sport. Ed è partendo dal Vangelo di
Giovanni, dalla frase che dà il titolo alla Lettera («Io sono venuto perché ho
la vita e l'abbiano in abbondanza») che il pontefice scrive riguardo questo
alto e importante valore. Papa Leone XIV dà allora la sua chiave di lettura
tutta cristiana, profondamente radicata nella Chiesa: “Gesù ha sempre posto al
centro le persone, se ne è preso cura, desiderando per ciascuna di esse la
pienezza della vita”. Un pensiero che si dirama - grazie anche ad alcuni spunti
presi dal Magistero di Giovanni Paolo II - poi in una visione
antropologica-cristiana: una visione in cui l'uomo è legato alla sua missione.
“La persona, dunque, secondo la visione cristiana - continua il pontefice -
deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue espressioni, anche
in quelle di eccellenza agonistica e professionale”. E sulla figura dell'atleta
si addentra in un raffronto con gli scritti paolini. Sono stati molti, infatti,
gli autori cristiani che hanno utilizzato “immagini atletiche come metafore per
descrivere le dinamiche della vita spirituale; e questo, fino ad oggi, ci fa
riflettere sulla profonda unità tra le diverse dimensioni dell'essere umano”.
E, sempre in merito all'uomo, il papa sottolinea come in lui ci sia “unità di
corpo, anima e spirito”. Unità che troviamo - sottolinea la Lettera - ad
esempio nei pellegrinaggi dove tutti questi elementi sono coinvolti.
La tradizione di unità tra corpo e spirito, inoltre,
ricorda papa Leone è possibile trovarla - nella storia della Chiesa - “nelle
scuole dei Gesuiti”: pratiche sportive (in cui anima e corpo vivono appieno)
avvalorate “dagli scritti di Sant'Ignazio di Loyola, in particolare dalle
Costituzioni della Compagnia di Gesù e dalla Ratio Studiorum”. E poi, allora,
cita i grandi educatori cristiani quali san Filippo Neri e san Giovanni
Bosco. Ricorda anche l'Enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII: “essa
stimolò la nascita di numerose associazioni sportive cattoliche, rispondendo
così sul piano pastorale alle mutate esigenze della vita moderna – si pensi
alle condizioni degli operai dopo la rivoluzione industriale – e alle nuove
abitudini emergenti”.
La Lettera fa riferimento ai vari pontefice della Chiesa:
tutti concordi nell'affermare il grande valore umano presente negli sport:
" Molto significativi sono stati due Giubilei dello Sport celebrati da San
Giovanni Paolo II: il primo il 12 aprile 1984, nell'Anno della Redenzione; il
secondo il 29 ottobre 2000, allo Stadio Olimpico di Roma. In questa stessa
linea si è posto il Giubileo del 2025, che ha rilanciato in modo esplicito il
valore culturale, educativo e simbolico dello sport come linguaggio umano
universale di incontro e di speranza”.
Lo sport - sottolinea il papa - riesce ad andare fuori
dal proprio io: "Durante un'esperienza sportiva, inoltre, spesso la
persona si concentra completamente la propria attenzione su ciò che sta
facendo. Si verifica una fusione tra azione e consapevolezza, al punto che non
resta spazio per un'attenzione esplicita rivolta a sé stessi. In questo senso,
l'esperienza interrompe la tendenza all'egocentrismo" così scrive.
E poi, evidenzia l'importanza della “democraticità” che
si dovrebbe avere nello sport, pratica non esclusivamente possibile a ceti
sociali sviluppati, ma a aperta a tutti. Come pure, evidenzia, la difficoltà -
in alcune società - delle ragazze a praticare alcuni sport. Così anche nella
vita religios: “A volte, nella formazione alla vita religiosa, specialmente
femminile, permangono diffidenze e timori verso l'attività fisica e sportiva”.
E, allora, “occorre dunque impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a
tutti”. Denuncia anche quel business che sta divenendo troppo spesso “la
motivazione primaria o esclusiva” del fare sport. Nulla di più negativo per lo
sport, perché si tradisce il suo valore profondo. Lo sport è comunità,
per papa Leone XIV. Ed è importante, fondamentale, dunque, rifiutare ogni tipo
di strumento non lecito come il doping e ogni altra “forma di
corruzione”.
Un passaggio assai importante è, inoltre, dedicato al
valore del vincere e del perdere. Scrive papa Leone XIV: "Vincere non è
semplicemente primeggiare, ma riconoscere il valore del percorso compiuto,
della disciplina, dell'impegno condiviso. Perdere, a sua volta, non coincide
con il fallimento della persona, ma può diventare una scuola di verità e di
umiltà. Lo sport educa così a una comprensione più profonda della vita, nella
quale il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l'ultima parola".
Infine mette in guardia dalle “tecnologie applicate” che
“rischiano di introdurre una separazione artificiale tra corpo e mente,
trasformando l'atleta in un prodotto ottimizzato, controllato, potenziato oltre
i limiti naturali. Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma
pretende di ridefinirla, lo sport perde la sua dimensione umana e simbolica,
diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata” scrive papa Leone
XIV.
"Una valida pastorale dello sport nasce dalla
consapevolezza che lo sport è uno dei luoghi in cui si formano immaginari, si
plasmano stili di vita e si educano le giovani generazioni. Per questo è
necessario che le Chiese particolari riconoscano lo sport come spazio di
discernimento e accompagnamento, che merita un impegno di orientamento umano e
spirituale" continua papa Leone XIV. Ribadisce l'importanza di racconto
pastorale che “può contribuire in modo significativo alla riflessione sull'etica
sportiva” scrive il pontefice.
E conclude: "La vita spirituale offre agli sportivi
uno sguardo che va oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso
dell'esercizio come pratica che forma l'interiorità. Aiuta a dare significato
alla fatica, a vivere la sconfitta senza disperazione e il successo senza
presunzione, trasformando l'allenamento in disciplina dell'umano. Tutto ciò
trova il suo orizzonte ultimo nella promessa biblica che offre il titolo a
questa Lettera: la vita in abbondanza". Aci 6
Fede e social network: un’inchiesta sul ritorno al sacro della Gen Z
Tra modelli di vita tradizionali, altari domestici e
rosari sgranati davanti allo schermo, cresce online un cristianesimo
identitario e rigoroso fatto di convinzioni e modelli rigidi: riscoperta del
sacro o bisogno di appartenenza?
Online, i contenuti a tema cristiano si moltiplicano e
riaffiorano pratiche che sembravano consegnate agli archivi dei bei tempi
andati. Un fenomeno raccontato nell’inchiesta La fede ai tempi di TikTok,
firmata da Elisa Belotti sul mensile Jesus e pubblicata nel numero di febbraio.
A incarnare questa tendenza è Maria Errani, 25
anni, autrice esordiente di fantasy romance, che sui social condivide il suo
percorso spirituale: «Ho cominciato a parlare della mia fede sui social perché
quando Dio mi ha tirata via dal baratro ero troppo ricolma di gioia per tenerlo
per me», racconta. Come lei la creator Benedetta Palella, 25 anni, di Trani,
seguita da oltre 125 mila follower: come tanti, mostra una quotidianità
scandita da preghiera, devozione mariana e castità. Palella definisce il rosario
«l’arma di ogni donna di Dio» e invita a uno stile di vita improntato alla
modestia, rappresentando quell’immaginario femminile tradizionale ispirato al
cosiddetto mondo “trad wife”.
Per Paola Lazzarini, sociologa della religione, non si
tratta tanto di un ritorno alla fede quanto di una risposta culturale
all’incertezza: «Il conservatorismo cristiano appare attraente perché
ricostruisce una visione coerente e totalizzante della realtà, riduce
l’ambiguità e dà risposte nette su bene e male. Questo accade in quanto «se un
tempo la religione ha svolto il ruolo di “canopy of meaning”, ovvero di cornice
simbolica in grado di dare senso all’esperienza umana così caotica –
spiega Lazzarini - la secolarizzazione ha pian piano eroso questa “sacra
volta” lasciandoci sicuramente più consapevoli, ma anche più soli»
Il fenomeno ha coinvolto anche le relazioni affettive.
Yasmin Corrado, 23 anni, cantautrice nota come Nimsay, sul suo profilo TikTok
racconta la storia del suo «fidanzato e futuro marito, scritto dal Signore
molto prima», intrecciando fede, amore e missione digitale. Sul versante
maschile, sta prendendo piede l’ideale di uomo fondato su ruoli forti e
complementari, mentre il politologo Ryan Burge ha rilevato che negli Stati
Uniti i giovani uomini superano oggi le donne nella frequenza settimanale in
chiesa, segnando un’inversione storica.
Per Lazzarini «un elemento da considerare riguarda genere
e identità, in particolare tra i giovani uomini. Il conservatorismo cristiano
propone modelli di mascolinità e femminilità chiari e complementari, che per
alcuni rispondono al bisogno di orientamento simbolico e non solo a un
desiderio di rilegittimazione patriarcale».
Tornando con lo sguardo sull’Italia la docente di
Sociologia Rita Bichi invita alla cautela: «La presenza delle parrocchie è
ancora molto forte e l’online non è così dirompente». Per la creator Francesca
Parisi, 31 anni, insegnante e creator da 22 mila follower, convinta che «i
social mostrano quanto le persone siano sofferenti, angosciate e irrequiete» e
che questa inquietudine sia «legata anche a una mancanza di Dio». Jesus
febbraio
Leone XIV: “Tregua olimpica in un mondo assetato di pace”
In occasione dei Giochi Olimpici e Paralimpici, il Papa
esorta a rispettare la tregua olimpica e traccia una riflessione sul mondo
dello sport a 360 gradi, con precisi suggerimenti anche sul piano pastorale. di
M. Michela Nicolais
“In un mondo assetato di pace, abbiamo bisogno di
strumenti che pongano fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e
all’indifferenza per il diritto”. Lo scrive Leone XIV, che nella lettera “La
vita in abbondanza” sui valori dello sport – diffusa in occasione dei XXV
Giochi Olimpici Invernali, in corso a Milano e Cortina d’Ampezzo fino al 22
febbraio, e dei XIV Giochi Paralimpici, che si svolgeranno, nelle stesse
località, dal 6 al 15 marzo – rilancia l’ appello alle nazioni affinché si
rispetti la tregua olimpica e chiede che le competizioni sportive
internazionali, come quella in corso, non siano strumentalizzate
politicamente. Il Papa che ama e pratica lo sport cita uno dei suoi sport
più amati e praticati, il tennis, e sottolinea il ruolo educativo degli sport
di squadra. Stigmatizza fenomeni come la “dittatura della performance”e del
profitto a tutti i costi, oltre a forme di “corruzione” come il doping, che
minano l’essenza stessa dello sport, metafora e scuola stessa della vita. A partire
dalla valenza esistenziale della sconfitta e della vittoria: “Vincere non è
semplicemente primeggiare, ma riconoscere il valore del percorso compiuto,
della disciplina, dell’impegno condiviso. Perdere, a sua volta, non coincide
con il fallimento della persona, ma può diventare una scuola di verità e di
umiltà. Lo sport educa così a una comprensione più profonda della vita, nella
quale il successo non è mai definitivo e la caduta non è mai l’ultima parola.
Accettare la sconfitta senza disperazione e la vittoria senza arroganza
significa imparare a stare nella realtà con maturità, riconoscendo i propri
limiti e le proprie possibilità”.
Prima la persona. “La persona, secondo la visione
cristiana, deve rimanere sempre al centro dello sport in tutte le sue
espressioni, anche in quelle di eccellenza agonistica e professionale”,
l’esordio della lettera, in cui il Papa ripercorre la storia dell’alleanza
della Chiesa con il mondo dello sport, a partire da San Paolo fino ad oggi.
“Occorre impegnarsi affinché lo sport sia reso accessibile a tutti”, l’appello.
Incontro e non scontro. “La giusta competizione e
la cultura dell’incontro non riguardano solo i giocatori, ma anche gli
spettatori e i tifosi”, il monito di Leone, che mette in guardia dalla
tentazione di trasformare il tifo in fanatismo, trasformando gli stadi in luogo
di scontro invece che di incontro, attraverso “una forma di polarizzazione che
porta alla violenza verbale e fisica”. “Qui lo sport non unisce ma estremizza,
non educa ma diseduca, perché riduce l’identità personale a un’appartenenza
cieca e oppositiva”, commenta il Papa: “Ciò è particolarmente preoccupante
quando il tifo è legato ad altre forme di discriminazione politica, sociale e
religiosa e viene utilizzato indirettamente per esprimere forme più profonde di
risentimento e odio”.
Nuova religione? “Non è raro che lo sport venga
investito di una funzione quasi religiosa”, scrive il Pontefice: “Gli stadi
sono percepiti come cattedrali laiche, le partite come liturgie collettive, gli
atleti come figure salvifiche”. In questo contesto si inserisce anche il
pericolo del narcisismo, in virtù del quale “l’atleta può rimanere fissato allo
specchio del proprio corpo performante, del proprio successo misurato in
visibilità e consenso.
Il culto dell’immagine e della prestazione, amplificato
dai media e dalle piattaforme digitali, rischia di frammentare la persona,
separando il corpo dalla mente e dallo spirito”. “È urgente riaffermare una
cura integrale della persona umana, nella quale il benessere fisico non sia
disgiunto dall’equilibrio interiore, dalla responsabilità etica e dall’apertura
agli altri”, l’invito: “Occorre riscoprire le figure che hanno unito passione
sportiva, sensibilità sociale e santità”, come San Pier Giorgio Frassati.
“Quando la tecnica non è più al servizio della persona ma
pretende di ridefinirla, lo sport smarrisce la sua dimensione umana e
simbolica, diventando un laboratorio di sperimentazione disincarnata”, il
riferimento all’impatto delle nuove tecnologie sullo sport. Se praticato,
invece, in modo giusto, lo sport diventa invece “strumento di integrazione e di
dignità”, come dimostra l’esperienza di Athletica Vaticana, creata nel 2018
come squadra ufficiale della Santa Sede e sotto la guida del Dicastero per la
Cultura e l’Educazione. “Qui lo sport non è spettacolo, ma prossimità; non è
selezione, ma accompagnamento; non è competizione esasperata, ma cammino
condiviso”, l’omaggio del Pontefice, che esorta anche ad interrogarsi “sulla
crescente assimilazione dello sport alla logica dei videogame” (gamification),
che “rischia di disancorare lo sport dal corpo reale e dalla relazione
concreta”.
Per una buona pastorale. “Illuminare dall’interno
il senso dell’agire sportivo, mostrando come la ricerca del risultato possa
convivere con il rispetto dell’altro, delle regole e di sé stessi”. Sta in
questo imperativo, per il Papa, il segreto di una buona pastorale dello sport,
da implementare a tutti i livelli per rendere lo sport un luogo “in cui
imparare a prendersi cura del proprio essere senza idolatrarlo, a superarsi
senza annullarsi, a competere senza perdere la fraternità”. “Gli sportivi costituiscono
un modello che va riconosciuto e accompagnato”, perché “la loro esperienza
quotidiana parla di ascesi e di sobrietà, di lavoro paziente su sé stessi, di
equilibrio tra disciplina e libertà, di rispetto dei tempi del corpo e della
mente”. A sua volta, la vita spirituale “offre agli sportivi uno sguardo che va
oltre la prestazione e il risultato. Introduce il senso dell’esercizio come
pratica che forma l’interiorità. Aiuta a dare significato alla fatica, a vivere
la sconfitta senza disperazione e il successo senza presunzione, trasformando
l’allenamento in disciplina dell’umano”. Sir 6
Sessanta anni fa, cattolici e ortodossi revocavano le scomuniche reciproche
Il cardinale Koch e il metropolita Job di Pisidia
ricordano i sessanta anni dalla revoca delle scomuniche. Il ricordo di ieri, le
sfide di domani - Di Andrea Gagliarducci
Roma. Con due relazioni lunghe e dettagliate, il
Cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei
Cristiani, e il metropolita Job di Pisidia del Patriarcato Ecumenico di
Costantinopoli, co-presidenti della Commissione Mista Internazionale per il
dialogo teologico tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa ortodossa, hanno
celebrato il sessantesimo anniversario dalla revoca reciproca delle scomuniche.
L’evento si è tenuto il 21 gennaio, in occasione della
Cattedra Tillard, che ha organizzato una conferenza pubblica dedicata al 60mo
anniversario della revoca delle scomuniche del 1054.
Il cardinale Koch si è concentrato sul significato
teologico della scelta, sottolineando che nel “lungo cammino” ecumenico, è
necessario, come primo passo, “dimenticare ciò che c’è dietro di noi”.
Il cardinale ha ricostruito il cammino che ha portato
alla revoca della scomunica, dall’incontro tra Paolo VI e Atenagora a
Gerusalemme nel 1964, che poi, il 7 dicembre 1965, il giorno prima della
sessione conclusiva del Concilio Vaticano II, portò a togliere la mutua
scomunica tra parte delle due Chiese.
Koch parla di un atto mutuo che ha “rimosso il veleno
storico della scomunica” dalla Chiesa, con un evento dalla “forza
ecclesiastica” molto diversa da quella del 1054, quando il cardinale Humbert de
Silva Candida e i suoi compagni posero la bolla di scomunica sull’altare di
Hagia Sophia contro il proclamato “pseudo-patriarca Michele” e l’arcivescovo
Leone di Ocrida e i suoi ausiliari, e quano, qualche anno dopo, il patriarca
Michele Kerullarios pronunciò una contro-scomunica, cosa che – nota Koch – “rese
chiaro che le bolle di scomunica erano dirette solo contro personalità
individuali e non contro le Chiese”, e che la scomunica pronunciata dal
cardinale Humbert contro la Chiesa bizantina non era “formalmente valida”, e
non avrebbe potuto avere alcuna validità canonica, dato che Leone IX era morto
tre mesi prima.
E così, guardando ai fatti – sottolinea il Cardinale Koch
– si può notare che “non c’è stato scisma”, sebbene poi lo scandalo del 1054
abbia posto “un’enfasi negativa sulle relazioni ecclesiastiche tra Roma e
Costantinopoli”, ma non fu considerata al tempo la causa della
separazione successiva. Per questo, l’atto del 1965 “non può ancora significare
la fine della separazione nella Chiesa tra Est e Ovest”, anche se è l’obiettivo
che Paolo VI ed Atenagora hanno espresso nella loro “dichiarazione comune”.
Il cardinale Koch parla però ulteriori passi da fare.
Prima di tutto, si deve instaurare un dialogo di verità e dialogo di amore, in
un clima di amicizia che ha portato a riscoprire la “fraternità” tra le due
Chiese sorelle, e che no può mettere da parte la verità, compresa come “un
serio esame teologico dei fattori che hanno causato la separazione nella
Chiesa”.
Quindi, la pulizia della memoria, ovvero “arrivare a
patti con la storia di molti eventi e dichiarazioni che hanno pesantemente
rovinato le relazioni tra Costantinopoli e Roma nel passato”.
Il cardinale Koch sottolinea che “uno sguardo indietro al
passato mostra che le ragioni politiche sono spesso alla base delle difficili
dispute tra cristiani grechi e latini”, e dunque la pulizia della memoria non
deve limitarsi a includere “insegnamenti teologici e pratiche pastorali”.
Per questo, il cardinale include la prospettiva dello
“scambio ecclesiale di doni”, considerando le differenze “non solo come
legittime, ma come arricchenti”, cercando un “migliore bilancio tra la
sinodalità e il primato”.
Il cardinale Koch afferma che il mutuo riconoscimento
come Chiese è “il primo passo verso il ripristino della comunione della
Chiesa”, e deve essere seguito da un secondo passo, ovvero il ritorno della
comunione eucaristica”.
Da parte sua, il metropolita Job di Pisidia ha delineato
il 1054 come “un anno tragico nell’immaginario cristiano”, ripercorrendo le
cronache storiche, mostrando le ragioni dell’uno e dell’altro e le ragioni
(anche personali) che hanno portato al conflitto e alla divisione.
Eppure, il lavoro dei teologi “non solo ha contribuito a
demitizzare lo scisma del 1054”, ma è andato anche oltre, fino a “cancellare
questi anatemi dalla memoria della Chiesa”, qualcosa che fu possibile “grazie
all’apertura della chiesa cattolica verso altre Chiese”, ma anche grazie
all’interesse della Chiesa Ortodossa nelle Chiese cristiane dell’Occidente.
La revoca delle scomuniche è stata l’inizio di “un nuovo
capitolo” che ha portato alla Commissione teologica internazionale mista, la
quale ha cominciato a lavorare considerando ciò che le due Chiese hanno in
comune – la comprensione dei sacramenti e della natura sacramentale della
Chiesa – e poi ha affrontato la questione della sinodalità e del primato”.
Quindi, c’è stato il tema del filioque, riprendendo la
raccomandazione che la Chiesa cattolica utilizzi il Credo
Niceno-Costantinopolitano nella tradizione greca. E questo, per esempio, è
stato utilizzato da Leone XIV nella commemorazione ecumenica dei martiri della
fede del 21esimo secolo nella Basilica di San Paolo fuori le Mura: il credo è
stato recitato senza il filioque.
Job di Pisidia rimarca anche lo spirito con cui è stato
ricordato il 1700esimo anniversario del Concilio di Nicea da Leone XIV e dal
Patriarca Bartolomeo, quando il credo fu recitato, anche in quel caso, senza il
filioque.
Job si chiede se ci sarà prima o poi una piena comunione
tra Chiesa Cattolica e Patriarcato Ecumenico prima del 2054 (quando si
celebrerà il millennio delle scomuniche), e nota che il dialogo teologico che
ha luogo tra le due Chiese sorelle ha l’obiettivo concreto non di raggiungere
un compromesso né di tradire l’ortodossia della fede, ma di restaurarla sulle
basi della tradizione comune del primo millennio”. Aci 4
Leone XIV: “scongiurare una nuova corsa agli armamenti”
Il Papa ha concluso l'udienza di oggi, dedicata ancora
una volta alla Dei Verbum, lanciando un appello a "fare tutto il possibile
per scongiurare una nuova corsa agli armamenti".
"Solidarietà" con l'Ucraina e "gratitudine" per le
iniziative che l'aiutano a resistere, in questo tempo di grande freddo. di
M.Michela Nicolais
“Fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa
agli armamenti”. Leone XIV ha concluso con questo appello l’udienza di oggi,
pronunciata in Aula Paolo VI e dedicata ancora una volta alla
costituzione conciliare Dei Verbum. “Domani giunge a scadenza il Trattato New
Start, sottoscritto nel 2010 dal presidente degli Stati Uniti e dalla
Federazione russa, che ha rappresentato un passo significativo nel contenere la
proliferazione delle armi nucleari”, ha ricordato il Papa. “Nel rinnovare il mio
incoraggiamento per ogni sforzo costruttivo in favore del disarmo e della
fiducia reciproca, rivolgo un pressante invito a non lasciare cadere questo
strumento senza cercare di garantirgli un seguito concreto ed efficace”,
l’appello: “La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per
scongiurare una nuova corsa gli armamenti che minaccia ulteriormente la pace
tra le nazioni. E’ quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della
diffidenza con un’etica condivisa, capace di orientare le scelte verso il bene
comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”. Il Pontefice ha
inoltre rinnovato l’invito alla “solidarietà” con “i nostri fratelli e sorelle
dell’Ucraina, duramente provati dalle conseguenze dei bombardamenti che hanno
ripreso a colpire anche le infrastrutture energetiche”, esprimendo la sua
gratitudine per le iniziative di solidarietà promosse nelle diocesi cattoliche
della Polonia e di altri Paesi, “che si adoperano per aiutare la popolazione a
resistere in questo tempo di grande freddo”.
La Sacra Scrittura, “letta nella tradizione viva della
Chiesa”, è “uno spazio privilegiato d’incontro in cui Dio continua a parlare
agli uomini e alle donne di ogni tempo, affinché, ascoltandolo, possano
conoscerlo e amarlo”, l’esordio della catechesi. “I testi biblici non sono
stati scritti in un linguaggio celeste o sovrumano”, ha precisato Leone: “Come
ci insegna anche la realtà quotidiana, infatti, due persone che parlano lingue
differenti non s’intendono fra loro, non possono entrare in dialogo, non riescono
a stabilire una relazione”. “In alcuni casi, farsi comprendere dall’altro è un
primo atto di amore”, ha spiegato il Papa: “Per questo Dio sceglie di parlare
servendosi di linguaggi umani e, così, diversi autori, ispirati dallo Spirito
Santo, hanno redatto i testi della Sacra Scrittura”.
“Non solo nei suoi contenuti, ma anche nel linguaggio, la
Scrittura rivela la condiscendenza misericordiosa di Dio verso gli uomini e il
suo desiderio di farsi loro vicino”, ha proseguito il Pontefice. “Nel corso
della storia della Chiesa, si è studiata la relazione che intercorre tra
l’autore divino e gli autori umani dei testi sacri”, ha ricordato: “Per diversi
secoli, molti teologi si sono preoccupati di difendere l’ispirazione divina
della Sacra Scrittura, quasi considerando gli autori umani solo come strumenti
passivi dello Spirito Santo”. In tempi più recenti, invece, “la riflessione ha
rivalutato il contributo degli agiografi nella stesura dei testi sacri, al
punto che il documento conciliare parla di Dio come ‘autore’ principale della
Sacra Scrittura, ma chiama anche gli agiografi ‘veri autori’ dei libri sacri”.
“Dio non mortifica mai l’essere umano e le sue
potenzialità”, ha assicurato il Papa: “Se la Scrittura è parola di Dio in
parole umane, qualsiasi approccio ad essa che trascuri o neghi una di queste
due dimensioni risulta parziale”, il monito di Leone XIV, secondo il quale “una
corretta interpretazione dei testi sacri non può prescindere dall’ambiente storico
in cui essi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate; anzi, la
rinuncia allo studio delle parole umane di cui Dio si è servito rischia di
sfociare in letture fondamentaliste o spiritualiste della Scrittura, che ne
tradiscono il significato”. Un principio, questo, che vale anche per l’annuncio
della Parola di Dio: “se esso perde contatto con la realtà, con le speranze e
le sofferenze degli uomini, se utilizza un linguaggio incomprensibile, poco
comunicativo o anacronistico, esso risulta inefficace”.
“In ogni epoca la Chiesa è chiamata a riproporre la
Parola di Dio con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia e di
raggiungere i cuori”, l’invito ai fedeli. “Ogni volta che cerchiamo di tornare
alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo, spuntano nuove
strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti,
parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale”, ha affermato
Leone XIV prendendo a prestito le parole di Papa Francesco. Altrettanto
riduttiva, d’altra parte, “è una lettura della Scrittura che ne trascuri
l’origine divina, e finisca per intenderla come un mero insegnamento umano,
come qualcosa da studiare semplicemente dal punto di vista tecnico oppure come
un testo solo del passato”. Soprattutto quando proclamata nel contesto della
liturgia, la Scrittura “intende parlare ai credenti di oggi, toccare la loro
vita presente con le sue problematiche, illuminare i passi da compiere e le
decisioni da assumere”:
“Questo diventa possibile soltanto quando il credente
legge e interpreta i testi sacri sotto la guida dello stesso Spirito che li ha
ispirati”. In questa prospettiva, la Scrittura “serve ad alimentare la vita e
la carità dei credenti”, come ricorda Sant’Agostino: “Chiunque crede di aver
capito le divine Scritture, se mediante tale comprensione non riesce a
innalzare l’edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha
ancora capite”. “L’origine divina della Scrittura ricorda anche che il Vangelo,
affidato alla testimonianza dei battezzati, pur abbracciando tutte le
dimensioni della vita e della realtà, le trascende”, ha concluso Leone: “esso
non si può ridurre a mero messaggio filantropico o sociale, ma è l’annuncio
gioioso della vita piena ed eterna, che Dio ci ha donato in Gesù”. Sir 4
Il servizio all’uomo non è un’aggiunta opzionale alla vita nello Spirito
La Conferenza generale delle Comunità carismatiche di
alleanza in Italia ha rilanciato il legame tra vita nello Spirito e servizio
all’uomo. Preghiera, discernimento e testimonianze hanno evidenziato una fede
incarnata nelle fragilità, nella carità, nella giustizia sociale e nella cura
del creato, in piena comunione ecclesiale. di Matteo Calisi
Quando la vita nello Spirito incontra le ferite
dell’uomo, nasce una Chiesa che serve. È con questa consapevolezza che si è
conclusa la Conferenza Generale delle Comunità Carismatiche di Alleanza in
Italia, rivelandosi fin da subito come un tempo intenso di grazia,
discernimento e responsabilità ecclesiale. Giorni vissuti nella preghiera e nel
confronto, segnati dal desiderio di rileggere il cammino del Rinnovamento
Carismatico alla luce delle sfide del presente.
Nel clima di ascolto e di comunione che ha accompagnato
l’intero svolgimento dei lavori, il Forum delle Comunità Carismatiche di
Alleanza in Italia ha espresso un sincero e profondo ringraziamento ai
moderatori e ai presidenti delle Comunità. Il loro servizio, vissuto con
generosità, competenza e autentico senso ecclesiale, ha permesso che la
Conferenza non fosse solo un momento organizzativo, ma una vera esperienza di
Chiesa in cammino. La cura nella preparazione, l’attenzione nel discernimento e
la disponibilità all’ascolto hanno favorito un contesto in cui lo Spirito Santo
ha potuto parlare con libertà, orientando i cuori e le scelte a beneficio delle
Comunità e dell’intero Rinnovamento Carismatico nel nostro Paese.
Un ringraziamento altrettanto sentito è stato rivolto a
tutti i partecipanti – Vescovi, sacerdoti, laici e membri delle Comunità – che
con una presenza attenta, partecipe e responsabile hanno contribuito a fare di
questi giorni un autentico kairos ecclesiale. La varietà delle vocazioni e
delle esperienze, vissuta nella fraternità e nella preghiera comune, ha reso
possibile un confronto sincero sulle urgenze del tempo presente, nella
consapevolezza che solo insieme, come corpo, si può rispondere alle attese dell’uomo
di oggi.
I lavori sono stati ulteriormente arricchiti dagli
interventi degli Oratori, che hanno offerto chiavi di lettura profonde e
stimolanti. Mons. Giovanni D’Ercole ha proposto una riflessione autorevole
sull’Esortazione Apostolica Dilexi te, mettendo in luce come il servizio
all’uomo non sia un aspetto secondario della vita cristiana, ma una dimensione
costitutiva della sequela di Cristo e un criterio essenziale per ogni autentico
discernimento pastorale. Sr. Myriam Osée de Jésus ha offerto una parola profetica
sulla spogliazione evangelica, ispirata alla testimonianza di San Francesco,
indicandola come via di libertà interiore, di conversione e di guarigione
integrale per l’uomo contemporaneo, spesso prigioniero di false sicurezze e di
logiche mondane.
Particolarmente significativa è stata la tavola rotonda,
che ha dato voce a esperienze concrete di servizio incarnato. Le testimonianze
hanno restituito un’immagine viva e credibile di una Chiesa che si fa prossima
nelle situazioni di fragilità, mostrando come la vita carismatica possa
tradursi in gesti concreti di accompagnamento, di cura e di speranza. L’impegno
nella carità verso l’uomo, l’attenzione alle relazioni familiari e la presenza
nel mondo carcerario hanno rivelato una fede capace di abitare le ferite della
storia, trasformandole in luoghi di incontro e di salvezza.
In questo orizzonte si è inserito anche il contributo di
Gloria Mari, che ha richiamato con forza il legame profondo tra il grido dei
poveri e il grido della terra, evidenziando l’unità inscindibile tra
spiritualità cristiana, giustizia sociale e custodia del creato. Una
prospettiva che interpella le Comunità a vivere una conversione integrale,
capace di tenere insieme contemplazione e responsabilità storica.
La relazione conclusiva di Carmine Arice ha offerto una
sintesi spirituale e pastorale di ampio respiro, raccogliendo i fili emersi nei
diversi momenti della Conferenza e orientando il mandato finale. Al centro, il
richiamo allo Spirito Santo come sorgente viva di ogni autentico servizio
all’uomo e come principio di unità, rinnovamento e missione. La Celebrazione
Eucaristica conclusiva, presieduta da S.E. Mons. Giuseppe Mani, ha suggellato i
lavori, richiamando la centralità dell’Eucaristia come fonte e compimento della
vita nello Spirito e del servizio fraterno, e affidando le Comunità a un
rinnovato cammino di fedeltà evangelica e di piena comunione ecclesiale.
Dalla Conferenza è emersa con chiarezza una convinzione
condivisa: il servizio all’uomo non è un’aggiunta opzionale alla vita nello
Spirito, ma un autentico luogo di rivelazione e di incontro con Cristo. La vita
carismatica è chiamata a incarnarsi nella storia, nelle ferite dell’umanità e
nelle periferie esistenziali, superando ogni separazione tra spiritualità e
responsabilità sociale. Con il mandato finale, la Conferenza ha affidato a
ciascuna Comunità e a ogni partecipante la responsabilità di proseguire questo
cammino, nella fedeltà allo Spirito Santo e nella piena comunione con la
Chiesa, affinché quanto vissuto e discernito possa tradursi in scelte concrete
di vita, di missione e di servizio all’uomo. Sir 2
La sinodalità e i cattolici di altra lingua e riti
Stoccarda, seconda giornata della sesta assemblea del
Synodaler Weg.
Due sono i rappresentanti delle comunità di altre lingue
e riti che fanno parte di questo plenum, Synodaler Weg; è stato cosi fin
dall’inizio. Pochi. di Paola Colombo
I cattolici di altra lingua e riti sono circa il 17% dei
cattolici in Germania, senza contare che quelli che hanno il doppio passaporto
rientrano nel conteggio percentuale dei cattolici tedeschi. In una assemblea
come il Synodaler Weg che oggi conta 177 persone, il 17% consiste di 30
persone, se si rispettassero le rappresentanze percentuali che
rispecchiano la realtà. Invece sono solo due. È evidente che sono, siamo
sottorappresentati.
Nel 2024 i vescovi tedeschi hanno pubblicato il testo Auf
dem Weg zu einer interkulturellen Communio, ampiamente trattato e presentato in
diverse occasioni dalla Delegazione MCI. In esso si auspica e si promuove una
maggior partecipazione, nel senso di prendere parte (Teilhabe), da parte dei
cattolici di altra lingua e riti, negli organismi della Chiesa in Germania a
tutti i livelli.
La domanda che abbiamo fatto oggi alla sesta assemblea
del Synodaler Weg è come garantire e praticare la sinodalità della Chiesa in
Germania se non si coinvolgono di più i cattolici di altra lingua e riti?
Pensando alla futura Conferenza sinodale
(Synodalkonferenz), ne faranno parte anche i cattolici di altra lingua e riti?
Christian Gärtner della presidenza del ZdK ha risposto
dicendo che il Zentralkomitee ha ben presente la questione: „Spero che saranno
meglio rappresentanti nella Conferenza sinodale. Noi (ZfK) abbiamo cominciato
all’interno delle nostre strutture di collegamento fra i consigli diocesani
(Diözesanräte) e le associazioni cattoliche a pensare come aprirle ai cattolici
di altra madrelingua che non sono molto rappresentati. Non è molto facile da
realizzare, lo sappiamo, anche perché sono un gruppo molto eterogeneo. Però sì,
è una delle grandi sfide che ci siamo posti come ZdK, dobbiamo affrontare
questo sviluppo e vedere come integrarlo meglio nei nostri organismi”.
Come si dice in tedesco: Es gibt viel Luft nach
oben, c’è ancora molto da fare…
Fare il punto della situazione
L’occasione di questa sesta assemblea del Synodaler Weg è
stata presentare una valutazione del percorso fin qui fatto e andare a vedere
se e come sono state applicate nelle diocesi le decisioni prese. Dopo la
presentazione di lavori di monitoraggio e di valutazione, dall’assemlea
è emerso un forte appello a realizzare le decisioni dei testi approvati
dal SW dall’inizio fino alla V assemblea del 2023.
„Die Hütte brennt“ la casa brucia, un grido di allarme,
che arriva da più sinodali qui presenti, i fedeli aspettano le riforme, le
donne escono dalla Chiesa…
Anche qui si può sintetizzare: Es gibt viel Luft nach
oben
Ancorare la sinodalità con la Conferenza sinodale
La futura istituzione sinodale non si chiamerà Synodaler
Rat, consiglio sinodale, ma Conferenza sinodale, Synodalkonferenz. Questi cambi
di nomi sembrano formalità ma spostano leggermente il significato e definiscono
il compito del futuro organismo sinodale in modo tale da non collidere con il
diritto canonico e da non mettere in discussione il primato dell’episcopato
(Communio hierarchica, Vaticano II), punto che era sostanzialmente la grande
riserva di Roma.
Non „consultare e decidere “ma„ consultare e prendere
decisioni“ (Beschlüsse fassen). Mettere l’accento sul prendere decisioni
piuttosto che sul decidere, sottolinea la ricerca di consenso sinodale e del
processo decisionale nello spirito della ricerca della comunione senza, almeno
così pare, mettere in discussione l’apostolicità della Chiesa.
Nei mesi scorsi ci sono stati molti incontri a Roma fra
la curia e delegazione tedesca della conferenza episcopale e dei laici del ZdK
per arrivare a una soluzione condivisa.
In questi ultimi tre anni una commissione Synodaler
Ausschuss ha lavorato per dare una forma a una permanente struttura sinodale
sovra diocesana. Il novembre questa commissione ha redatto lo statuto per la
costituzione di una Conferenza sinodale. Il Comitato centrale dei cattolici
tedeschi (ZdK) lo ha subito approvato. Nella prossima Conferenza episcopale di
fine febbraio toccherà ai vescovi votare lo statuto. Che cosa comporterà
l’elezione di un nuovo presidente della conferenza episcopale tedesca per questo
passaggio importante? Se i vescovi approveranno lo statuto della futura
Conferenza sinodale, come c’è da aspettarsi, il passaggio successivo sarà
l’invio a Roma del testo per il nulla osta, senza il quale, il nuovo organismo
sinodale non avrebbe nessun status canonico.
Così si è espresso oggi il vescovo di Essen, Franz-Josef
Overbeck, all’agenzia KNA: “Sono fiducioso che Roma approverà lo statuto della
futura conferenza sinodale per la Chiesa in Germania”. Del-mci. 30.1.
Chiesa tedesca, il cardinale Woelki esce dal Cammino sinodale
“Ho promesso di condurre la mia diocesi in unità con il
Papa” - Di Giacomo König
Francoforte. Un altro vescovo esce dal Cammino sinodale
della Chiesa in Germania, che da giovedì 29 fino a sabato 31 gennaio si è
riunito a Stoccarda per la sesta volta dall’inizio di questa esperienza,
iniziata dai presuli tedeschi a Francoforte nel 2019. Si tratta del cardinale
Reiner Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, che la scorsa settimana in una
lunga intervista con la radio diocesana, Domradio.de, ha spiegato i motivi
della sua decisione: «Per me il Cammino sinodale è finito», ha detto il porporato
al giornalista Renardo Schlegelmilch.
I vescovi tedeschi e il Comitato Centrale dei Cattolici
Tedeschi si sono incontrati a Stoccarda, dopo tre anni dall’ultima plenaria del
Cammino sinodale, per valutare ulteriormente il processo di riforma della
Chiesa tedesca, iniziato oltre sei anni fa - questa la motivazione ufficiale -
per dare risposta ai numerosi casi di abuso su minori, perpetrati da presbiteri
tedeschi dal 1946 al 2014 e documentati da uno studio pubblicato nel settembre
del 2018. «Inizialmente – ha argomentato l’arcivescovo di Colonia - era stato
concordato che ci sarebbero state cinque riunioni e io ho partecipato a tutte.
Durante una riunione della Conferenza episcopale tedesca si è discusso
nuovamente della necessità di valutare il processo di riforme. Già allora avevo
dichiarato all’interno della Conferenza che non avrei partecipato, perché per
me il Cammino sinodale era giunto al termine».
All’ordine del giorno, durante la riunione a Stoccarda,
c’è stata anche la preparazione dell’elezione degli “altri fedeli” per la
conferenza sinodale. Ossia, oltre ai 27 vescovi tedeschi e ai 27 membri del
Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi, altri 27 rappresentanti laici
dovranno far parte dell’organismo nazionale (Gremium). Proprio sulla
costituzione di questo organismo, che comprende anche membri laici, e sulla sua
legittimità a prendere decisioni che siano valide anche per i titolari delle
diocesi si appuntano le critiche del cardinale Woelki: «A mio avviso questo
organo non ha il compito di valutare ciò che un singolo vescovo locale o una
singola diocesi ha attuato o meno delle decisioni del Cammino sinodale».
Il porporato valuta comunque positivamente le cinque
assemblee cui ha partecipato. «Ritengo che siano state affrontate questioni
importanti – ha aggiunto - come ad esempio la risposta agli abusi sessuali.
Questo era infatti il punto di partenza iniziale. Sono state affrontate anche
questioni relative alla gestione del potere e della responsabilità. È stato
giusto così e sono convinto che occorra fare ancora di più in questo ambito».
Altre questioni cruciali sono state invece trascurate,
come una riflessione attenta sulla “Lettera al popolo di Dio che è in cammino
in Germania”, scritta da Papa Francesco nel giugno del 2019. «Durante il
Cammino sinodale non sono state affrontate altre questioni importanti, come ad
esempio quella dell’evangelizzazione, che Papa Francesco ci ha raccomandato
nella sua lettera “al popolo di Dio in pellegrinaggio in Germania” del 2019.
Ritengo che questa sia una grande lacuna di queste cinque assemblee plenarie».
Il cardinale Woelki, ad inizio gennaio nell’Aula Paolo VI
a Roma, ha potuto sperimentare, nel Concistoro, la metodologia sinodale difesa
da Papa Leone XIV: «Il problema per me è soprattutto il modo in cui è stato
organizzato il lavoro nel percorso Sinodale in Germania. Non è stata vissuta la
sinodalità nel senso in cui, dal mio punto di vista, la intendono Papa
Francesco e ora anche Papa Leone, e come entrambi la richiedono ripetutamente
per la Chiesa universale. Ho potuto sperimentarlo di recente durante il
Concistoro, l’assemblea dei cardinali con il Papa a Roma».
«Credo che esistano opinioni fondamentalmente diverse su
cosa significhi “sinodalità”», ha proseguito il porporato. «Secondo Papa
Francesco e Papa Leone, la sinodalità senza evangelizzazione è inconcepibile.
Ho l’impressione che, a un certo punto, il percorso sinodale in Germania abbia
avuto come obiettivo principale quello di attuare determinate posizioni di
politica ecclesiastica».
A seguito del Cammino sinodale, la Conferenza episcopale
tedesca e il Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi vorrebbero istituire un
organo sinodale comune a livello federale, in cui vescovi e laici dovrebbero
decidere insieme. Lo statuto di questa cosiddetta Conferenza sinodale dovrà
essere approvato dai vescovi e dal Vaticano. «Dobbiamo aspettare di vedere cosa
dirà effettivamente Roma», commenta l’arcivescovo di Colonia. «Dobbiamo anche
aspettare di vedere se la Conferenza Episcopale, nella sua assemblea plenaria
di febbraio, approverà davvero lo statuto nella sua forma attuale. In questo
senso, non voglio fare speculazioni. Posso solo dire che devo rispondere delle
promesse fatte durante la mia ordinazione sacerdotale. Ho promesso di
proteggere la fede della Chiesa e di seguire la via della mia diocesi in unità
con il Papa. È questo – conclude il cardinale Woelki - che intendo continuare a
fare anche in futuro».
Infine, quando il giornalista chiede al cardinale Woelki
dove si posizionerebbe in un immaginario arco parlamentare dove al centro ci
fosse il Papa, a destra i vescovi conservatori che percepiscono il Pontefice
troppo “a sinistra” e a sinistra i vescovi “progressisti” tedeschi, il
porporato risponde senza tentennamenti: «Sempre al fianco del Papa e quindi al
centro. Il cammino che Papa Francesco ci ha aperto e che Papa Leone continua a
percorrere è un cammino spirituale. Noi tutti, dal Papa ai vescovi fino a tutto
il popolo di Dio, ci poniamo sotto la parola e l’autorità di Dio. Egli è il
Signore della Chiesa».
Il cardinale Woelki si aggiunge, con la sua decisione di
lasciare il Cammino sinodale, al piccolo gruppo di tre “dissidenti”, tutti del
Land della Baviera, che, dopo aver a lungo sollevato critiche nei confronti del
Cammino sinodale della Chiesa tedesca, lo hanno abbandonato. Sono monsignor
Rudolf Voderholzer, vescovo di Ratisbona; monsignor Stefan Oster, vescovo di
Passau e monsignor Gregor Maria Hanke, vescovo emerito di Eichstätt, che si era
dissociato dal Cammino sinodale già prima di dimettersi, lo scorso 8 giugno
2025. Aci 2
La fedeltà a Dio. I Domenica di Quaresima
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Roma. In questa prima domenica di Quaresima la liturgia
ci chiede con chi vogliamo stare: con Adamo ed Eva che hanno scelto la via
della disobbedienza a Dio, oppure con Cristo, il nuovo Adamo che, invece, ha
percorso la via dell’obbedienza e della fedeltà.
La prima lettura, tratta dal Libro della Genesi, ci
conduce alle origini della nostra esistenza e ci aiuta a scoprire la verità su
noi stessi. Ci ricorda che l’uomo è plasmato dalla terra, è polvere,
quindi creatura fragile, limitata, non autosufficiente. Ma quella polvere è
stata raggiunta dal soffio di Dio. L’essere umano, dunque, non è soltanto
materia, ma creatura voluta a immagine e somiglianza di Dio, chiamata
alla comunione con Colui che gli ha dato la vita. In questa sta la sua vera dignità
e grandezza. Proprio per custodire questa verità, Dio pone un limite: non
mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male. Non si tratta di un
divieto capriccioso, ma del segno concreto che l’uomo non è il Creatore e a Lui
deve la sua esistenza.
E’ precisamente su questo punto che si inserisce la
tentazione. Il serpente insinua ad Eva un dubbio sottile che genera
sospetto nei confronti di Dio: “Dio non ti vuole bene. Ti sta togliendo
qualcosa. Ha paura di te, perchè teme che tu possa diventare come Lui. Allora
non obbedire”. La tentazione nasce quando il limite, che è custodia della
comunione, viene reinterpretato come ostacolo alla felicità. Da qui prende
forma il peccato: la pretesa di essere la misura di tutto, di vivere senza
riferimento a Colui dal quale veniamo. La donna vede che il frutto è bello agli
occhi, buono da mangiare, desiderabile per acquistare saggezza, e lo prende. Il
testo è molto realistico: il peccato non si presenta mai come qualcosa di
evidentemente brutto o distruttivo. Non avrebbe presa su di noi. Si presenta,
invece, sotto le apparenze del bene: come qualcosa di attraente, promettente,
persino ragionevole. Non scegliamo il male perché lo riconosciamo come tale, ma
perché lo scambiamo per un bene più facile, più immediato, più nostro. Ed è
proprio in questo scambio che si consuma l’inganno. E quando ci si lascia
ingannare, il risultato è drammatico: “Si aprirono gli occhi e si accorsero di
essere nudi.” La promessa era: diventerete come Dio. Il risultato è: paura,
vergogna, rottura. Il peccato non rende più grandi; rende più soli.
Il Vangelo ci conduce nel deserto, dove Gesù, come Adamo
ed Eva, viene tentato dal diavolo. Anche qui risuona una voce che mette in
discussione l’identità: Se tu sei Figlio di Dio…”. Il demonio utilizza la
stessa tattica dell’Eden. Tenta di incrinare la relazione filiale, di separare
il Figlio dal Padre, da Dio. Le tentazioni a cui i Gesù è sottoposto toccano le
dimensioni fondamentali dell’esistenza: il piacere e il bisogno materiale, il
successo e il riconoscimento, il potere e il dominio. Sono le stesse seduzioni
che attraversano la nostra vita quando diventano fini a se stesse e ragione
ultima del nostro agire. Ma Cristo non cede. Dove Adamo ed Eva hanno scelto
l’autonomia, Gesù sceglie l’obbedienza amorosa al Padre. Dove il primo uomo ha
dubitato, il Figlio eterno si affida. Egli non discute con il tentatore, non
negozia, non cerca compromessi. Rimane saldo nella Parola di Dio. La sua forza
non è l’esibizione del potere, ma la fedeltà alla propria origine, Dio.
Ogni giorno siamo posti davanti alla stessa
alternativa: vivere come creature che ricevono tutto dal Padre oppure
pretendere di fondarci da soli. E dobbiamo ricordarlo con lucidità: ogni volta
che scegliamo di fare a meno di Dio, non diventiamo più liberi; diventiamo più
vulnerabili, più esposti alle paure, alle illusioni che promettono molto e
donano poco. Entriamo allora nella Quaresima con realismo e fiducia: realismo,
perché riconosciamo la nostra fragilità e la nostra costante tentazione di autosufficienza;
fiducia, perché il nuovo Adamo, Cristo, ha già vinto. Mettiamoci dunque alla
Sua scuola per vincere le insidie del maligno, per dominare le seduzioni del
peccato, per praticare il digiuno non come semplice pratica esteriore, ma come
segno concreto della nostra volontà di dissociarci da ciò che ci allontana da
Dio e tornare alla casa del Padre per vivere da figli. E lasciamo che risuoni,
come sigillo di questo cammino, l’insegnamento luminoso di sant’Ireneo di
Lione: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo è la visione di
Dio.»
Ecco la meta della Quaresima: tornare a essere pienamente
vivi, perché riconciliati con Dio, capaci di guardarlo e di lasciarci guardare
da Lui. Aci
22
Deutsche Bischöfe: Reformfragen und
klare Distanz zur AfD
In
Würzburg ist an diesem Donnerstag die Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen
Bischofskonferenz zu Ende gegangen. Am Nachmittag stellte der neue Vorsitzende,
Bischof Heiner Wilmer, die Ergebnisse vor. Seit Montag hatten die 56 Mitglieder
unter anderem über die Fortsetzung von Reformen und die Rolle von Frauen, den
Dialog zwischen Christentum und Islam, den Umgang mit sexuellem Missbrauch
sowie über Fragen des gesellschaftlichen Miteinanders beraten. von Birgit
Pottler - Vatikanstadt
Mit
Nachdruck warnten die deutschen Bischöfe zudem vor einer Regierungsbeteiligung
der AfD.
Synodalkonferenz
und Anträge in Rom
Das
Gremium nahm während der Vollversammlung unter anderem die Satzung der
geplanten Synodalkonferenz zur Verstetigung des Synodalen Weges an. Neben
„Chancen und Herausforderungen, die mit Auftrag und Zusammensetzung der
Synodalkonferenz verbunden sind“, wurde festgehalten, dass mit ihr ein Format
entwickelt worden sei, das die Anliegen der Weltsynode ernst nehme und im
eigenen Kulturkreis umsetze – darunter Impulse zu mehr Transparenz,
Rechenschaft und Evaluation, heißt es im Pressebericht. „In einem nächsten
Schritt werde ich die Recognitio (Anerkennung) für die Satzung der
Synodalkonferenz in Rom beantragen“, erläuterte Wilmer das weitere Vorgehen.
Predigt
in Messfeiern für Frauen und nicht geweihte Männer
Ebenfalls
in Rom wollen die deutschen Bischöfe eine Predigterlaubnis für Frauen und
nichtgeweihte Männer in Eucharistiefeiern beantragen. Die Konferenz folge damit
einem Beschluss der Synodalversammlung von 2023. Qualifizierte Männer und
Frauen sollen für diesen besonderen Predigtdienst vom jeweiligen Bischof
beauftragt werden. Dafür wolle man in Rom um Zustimmung bitten: „Wir haben
vereinbart, dass ich dies bei meinem nächsten Besuch in Rom mitnehmen, vor Ort
im Gespräch erläutern und dafür werben werde“, so Wilmer. Derzeit sind
Predigten durch Nichtgeweihte in anderen Gottesdienstformen möglich, etwa in
Wortgottesdiensten.
Die
Verbindung mit Rom zeigt sich auch in einer weiteren Zusage: Am Katholikentag
in Würzburg im Mai 2026 wird der Generalsekretär des vatikanischen
Synodensekretariats, Kardinal Mario Grech, teilnehmen. Wilmer sprach von einem
„starken Zeichen“, „wie Synodalität sich auf der Weltebene mit der Ortsebene
verbindet“.
Aufarbeitung
sexuellen Missbrauchs
Die
Frage nach Aufklärung und Aufarbeitung sexuellen Missbrauchs in der
katholischen Kirche sei der Ursprung des Synodalen Weges gewesen, erinnerte der
neue Vorsitzende. Erneut hob er die besondere Rolle der Betroffenen hervor:
„Ihre Stimmen haben Gewicht. Jeder Schritt der Aufarbeitung gewinnt Tiefe und
Wahrheit durch ihr Zeugnis“, so Wilmer.
Zugleich
sprach er sich für den Fortbestand des Fonds Sexueller Missbrauch aus und
erinnerte daran, dass sich die Bundesregierung im Koalitionsvertrag zu dessen
Erhalt verpflichtet habe. Der Fonds war 2013 eingerichtet worden. Betroffene
können darüber Hilfen beantragen, die über Leistungen der Kranken- oder
Pflegekassen oder andere Unterstützungen hinausgehen. Für viele stelle der
Fonds „die einzige Möglichkeit dar, eine Form der staatlichen Anerkennung und
Unterstützung zu erhalten“, sagte Wilmer. Im Bundeshaushalt sind für das
laufende Jahr keine Mittel mehr für den Fonds eingeplant.
Mit
Blick auf die Aufarbeitung in den Bistümern erklärte der Hildesheimer Bischof,
inzwischen gebe es in allen 27 deutschen Diözesen unabhängige
Aufarbeitungskommissionen sowie zwei interdiözesane Kommissionen. Vor diesem
Hintergrund sprach Wilmer von einer Pionierleistung: „Es ist bundesweit das
erste umfassende Aufarbeitungsprojekt einer ganzen Institution. Dass es in
einem solchen Prozess zu Reibungen kommen und Fragen entstehen können, zu denen
nicht sofort Lösungen vorliegen, ist Teil der Entwicklung.“ Gemeinsam mit der
Unabhängigen Bundesbeauftragten gegen sexuellen Missbrauch von Kindern und
Jugendlichen, Kerstin Claus, arbeite die Deutsche Bischofskonferenz
„kontinuierlich und lösungsorientiert an praktischen Herausforderungen“.
Demokratie
und gesellschaftlicher Zusammenhalt
Weitere
Themen der Vollversammlung waren der gesellschaftliche Zusammenhalt sowie die
aktuelle Lage der christlichen Minderheiten im Nahen Osten und in der Ukraine.
Angesichts
vielfältiger Bedrohungen appellierten die katholischen Bischöfe an die
Europäische Union, Rückgrat und Selbstbewusstsein zu zeigen. „Wir Bischöfe sind
der Meinung, dass die EU ihren Platz in der Welt behaupten muss. Dazu gehören
eine regelbasierte internationale Ordnung und der Multilateralismus. Damit ist
die europäische Integration nicht nur ein Friedensprojekt für diesen Kontinent,
sondern ein unverzichtbares Element des Weltfriedens.“
Zugleich
übte Wilmer Kritik an der US-Regierung. Die freiheitliche Demokratie sei akut
gefährdet, „wenn die USA eine angeblich eingeschränkte Meinungsfreiheit oder
eine vermeintlich defekte Demokratie in der EU beklagen und mit politischen
Kräften wie der AfD kooperieren“.
Nein
zur AfD
Mit
Nachdruck warnten die deutschen Bischöfe zudem vor einer Regierungsbeteiligung
der AfD. Vor den anstehenden Landtagswahlen riefen sie erneut zum Schutz der
Demokratie in Deutschland auf. „Wir appellieren an die Menschen in unserem
Land, genau hinzuschauen und sich nicht von den vordergründig attraktiv
gemeinten Klängen der AfD verführen zu lassen“, heißt es im Abschlussbericht
des neu gewählten Vorsitzenden. „Von Würzburg aus sage ich deutlich: Wehret den
Anfängen. Schützen wir unsere Demokratie.“
„Wir
verwahren uns dagegen, dass unsere Themen gleichsam billig kopiert und in
nationalistisches Denken und Handeln umgewandelt werden“
Kennzeichen
der Demokratie sei es, unterschiedliche Meinungen „in gerechter und friedvoller
Weise“ ins Gespräch zu bringen. Deshalb müssten Räume für Austausch und Dialog
geschaffen werden. Die Kirche wolle dazu ihren Beitrag leisten. Mit Blick auf
das Verhältnis der AfD zur Kirche sagte Wilmer, völkischer Nationalismus und
menschenverachtende Parolen hätten in der katholischen Kirche keinen Platz. Die
AfD wolle die Kirche diskreditieren: „Wir verwahren uns dagegen, dass unsere
Themen gleichsam billig kopiert und in nationalistisches Denken und Handeln
umgewandelt werden.“
Zu
einem möglichen Verbotsverfahren gegen die AfD äußerte sich der Vorsitzende auf
Nachfrage nicht. Es sei Sache der Politik und des Rechtsstaats, darüber zu
entscheiden, ob ein Parteienverbot angestrebt werde.
(vn/kna/kap/dbk
26)
Hoffnungen zum neuen DBK-Vorsitz
An
den neuen Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) knüpfen sich
Hoffnungen und Erwartungen von Seiten verschiedener kirchlicher und
nicht-kirchlicher Gruppen. Zusammenfassung einiger Stimmen.
Rabbiner
und der Zentralrat der Juden in Deutschland setzen weiter auf einen engen
Austausch mit der katholischen Deutschen Bischofskonferenz und ihrem neuen
Vorsitzenden. Mit Bischof Heiner Wilmer verbinden die Orthodoxe
Rabbinerkonferenz Deutschland und die Allgemeine Rabbinerkonferenz die Hoffnung
auf einen guten jüdisch-christlichen Dialog.
Versachlichung
und Dialog
Zentralratspräsident
Josef Schuster hob hervor, dass Wilmer direkt nach seiner Wahl am Dienstag
deutliche Worte zur Bedeutung eines guten Verhältnisses zwischen katholischer
Kirche und jüdischer Gemeinschaft geäußert habe. Dies nehme er erfreut zur
Kenntnis, so Schuster am Mittwoch. Die Vorsitzende der Allgemeinen
Rabbinerkonferenz (ARK), Rabbinerin Elisa Klapheck, äußerte sich ähnlich. Der
Vorstand der Orthodoxen Rabbinerkonferenz Deutschland (ORD) erwähnte „die
zunehmende Polarisierung im Zusammenhang mit Israel“, die das jüdische Leben
belaste. „Umso wichtiger ist eine klare und glaubwürdige Stimme der Kirchen,
die zur Versachlichung beiträgt, Polarisierung und Extremismus entgegenwirkt
und die Sicherheit und Würde jüdischen Lebens stärkt.“
Die
Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Kirsten Fehrs,
bekräftigte, sie blicke mit großer Zuversicht auf die künftige Zusammenarbeit
zwischen evangelischer und katholischer Kirche. Bischof Wilmer habe sie als
einen aufgeschlossenen und weltgewandten Gesprächspartner kennengelernt, der
Strukturreformen mit geistlicher Erneuerung verbinden wolle.
Reformerwartungen
Reformorientierte
kirchliche Gruppierungen und Verbände richteten bereits am Dienstag erste
Forderungen an den Hildesheimer Bischof. Die Präsidentin des Zentralkomitees
der deutschen Katholiken (ZdK), Irme Stetter-Karp, appellierte an den
Reformwillen des neuen Vorsitzenden: „Wir brauchen Ihr Herz für Reform und
Zusammenhalt“, schrieb sie laut Katholischer Nachrichten-Agentur (KNA) in ihrem
Glückwunschbrief. Wilmers Wahl sei eine Richtungsentscheidung für die Kirche in
Deutschland. Auch der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) und die
Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (kfd) mahnten die Fortführung von
Reformen an. „Insbesondere junge Menschen erwarten Beteiligung, Transparenz und
eine Umsetzung der getroffenen Entscheidungen“, sagte der BDKJ-Vorsitzende
Volker Andres.
Aufarbeitung
von Missbrauch
Die
Reformgruppierung „Wir sind Kirche“ betonte, die Aufarbeitung sexuellen
Missbrauchs sei ebenfalls weiterhin ein zentrales Thema. Der Betroffenenverein
„Eckiger Tisch“, der die Interessen von Missbrauchsüberlebenden vertritt,
erinnerte mit Blick aus Wilmers Wahl daran, dass die Aufarbeitung von
sexualisierter Gewalt oberste Priorität haben müsse und Betroffeneninteressen
in den Mittelpunkt gestellt werden müssten. Sie richteten eine Reihe konkreter
Forderungen an den neuen DBK-Vorsitzenden, darunter etwa, versäumte Meldungen
bei den Unfallkassen aufzuarbeiten. Unterlassene Meldungen hätten Betroffene um
Heilbehandlungen, Rehabilitationsmaßnahmen und Rentenansprüche gebracht,
schrieb „Eckiger Tisch“.
Auch
die Caritas und mehrere katholische Hilfswerke meldeten sich zu Wort. „Wir
wollen gemeinsam die katholische Soziallehre als prophetische Stimme in unserer
Arbeit nutzen: Liebe ist Tat", sagte Caritas-Präsidentin Eva
Welskop-Deffaa. „Gerne werden wir mit Bischof Wilmer an einem Zukunftsbild der
Kirche arbeiten, das der Liebe keine Grenzen setzt." (kna/kap/vn 25)
Interreligiöser Dialog
herausgefordert
Die
deutschen katholischen Bischöfe sehen interreligiöse Beziehungen in Deutschland
vor Hintergrund des Nahostkonfliktes herausgefordert. Das hat der Augsburger
Bischof Bertram Meier am Mittwoch bei einem Pressegespräch in Würzburg
verdeutlicht.
Der
DBK-Beauftragte für Weltkirche und Interreligiösen Dialog verwies bei der
Pressekonferenz am Rande der laufenden Vollversammlung der Bischöfe auf
multireligiöse Dialogformate zwischen Juden, Christen und Muslimen, die zuvor
an Relevanz gewonnen hätten. Infolge des 7. Oktober 2023 sei „jedoch gerade
zwischen jüdischen und muslimischen Akteuren das Vertrauen vielerorts
erschüttert“ worden, so Meier. „Während Juden sich zu Recht alarmiert über das
Anwachsen antisemitischer Ressentiments und Übergriffe zeigen, beklagen Muslime
eine mangelnde Solidaritätsbereitschaft mit palästinensischen Opfern und sehen
sich unter ,Generalverdacht‘ gestellt“, fasste der katholische Bischof
Spannungen in Worte.
Christen
als Brückenbauer in aufgeheizter Lage
Christlichen
Dialogpartnern komme hier „nicht selten die Rolle von Brückenbauern zu“,
erinnerte Meier. Aus kirchlicher Sicht sei klar: „Wir halten am Ziel eines
gerechten Friedens im Heiligen Land fest, der die Rechte von Israelis wie von
Palästinensern schützt; und wir treten dafür ein, dass Antisemitismus,
Muslimfeindlichkeit und jegliche Form des Rassismus in Deutschland keinen Platz
haben.“
Pluralisierung
des Islam
In
den vergangenen Jahrzehnten habe sich in Deutschland eine große Vielfalt
muslimischen Lebens entwickelt, „teils mit starken Verknüpfungen zu den
Herkunftsländern muslimischer Migranten, teils aber auch mit ganz eigener
Prägung“, führte Meier mit Blick auf die Entwicklung des Islam in Deutschland
weiter aus. Während lange Zeit Menschen mit türkischen Wurzeln die große
Mehrheit der Muslime in Deutschland bildeten, hätten in den vergangenen Jahren
Migrationsbewegungen aus dem Nahen und Mittleren Osten zu einer weiteren
Pluralisierung beigetragen. Auch die Formen gelebter islamischer Religiosität
seien vielfältig.
Neue
Interaktionsmöglichkeiten
Als
„in praktischer Hinsicht relevant“ beschrieb der Bischof die Tatsache, dass
sich in Deutschland vor allem durch den Aufbau einer islamischen
Hochschultheologie neue Möglichkeiten für einen theologisch fundierten Dialog
und überhaupt neue Interaktionsmöglichkeiten zwischen Christen und Muslimen
eröffnet hätten. Auch habe das gemeinsame ehrenamtliche Engagement von Christen
und Muslimen in den letzten Jahren einen Aufschwung erfahren, merkte er weiter
an, „sei es bei der Flüchtlingshilfe, beim Klimaschutz oder beim Eintreten für
Demokratie und Menschenrechte“.
Bei
der Pressekonferenz informierten Teilnehmer unter dem Titel „Dialog zwischen
Christen und Muslimen – Kontinuität und Wandel“ über Ergebnisse eines
Studientages während der Vollversammlung der deutschen katholischen Bischöfe in
Würzburg. Dabei wurde die neue Arbeitshilfe Christlich-muslimische Beziehungen
in Deutschland vorgestellt, die in der Nachfolge des Dokuments Christen und
Muslime von 2003 steht. (pm 25)
Fastenexerzitien: Wahrheit und
Versuchung
Am
Dienstag und Mittwoch wurden die Fastenexerzitien in der Paulinischen Kapelle
für Papst Leo XIV. und die Römische Kurie fortgesetzt. Der norwegische
Trappistenmönch und Bischof von Trondheim, Erik Varden, sprach dabei über die
Wahrheit sowie über die Realität von Versuchung, Fall und Korruption.
In
der fünften Betrachtung zum Thema „Der Glanz der Wahrheit“ rief Varden zur
Wachsamkeit gegenüber Versuchungen auf. Erneut zitierte er Bernhard von
Clairvaux: Demnach lebe niemand auf der Erde ohne Versuchungen; „wenn jemand
zufällig von einer befreit ist, kann er sicher eine andere erwarten“.
Ehrgeiz
sei die „Verneinung der Wahrheit“ – „eine nicht sehr subtile Form der Habsucht,
Mutter der Heuchelei. Er lässt die Tugenden rosten, die Heiligkeit verfaulen,
die Herzen erblinden“. Für den Abt von Clairvaux entstehe er aus einer
„Entfremdung des Geistes“, einem „Wahnsinn, der sich zeigt, wenn man die
Wahrheit vergisst“.
„Ein
Leib, der sich langsam bewegt“
Der
christliche Wahrheitsanspruch werde nur glaubwürdig, wenn er sich in gelebter
Heiligkeit zeige. Die Kirche müsse dazu ihre eigene Sprache bewahren, so der
Fastenprediger vor Papst und Kurie.
Varden
warnte vor der Versuchung, „mit den Moden der Welt Schritt zu halten“. Die
Kirche sei „ein Leib, der sich langsam bewegt: Sie liefe Gefahr, sich nicht
saisongemäß zu schmücken und sich mit dem Jargon von gestern auszudrücken.“ Der
Weg bestehe darin, ihre eigene Sprache zu sprechen, „die der Bibel und der
Liturgie, ihrer Väter und Mütter, Dichter und Heiligen, die auch heute noch
geboren werden“ – damit sie „imstande bleibt, ewige Wahrheiten neu zu
verkünden“. So werde sie aktuell bleiben und könne auch heute wie in der
Vergangenheit Orientierung geben.
Sturz,
Korruption und geistliche Reife
Die
sechste Meditation stand im Zeichen des Psalmwortes „Tausend fallen an deiner
Seite“. Varden unterschied zwischen Stürzen, die zur Demut und Umkehr führen
können, und solchen, die Zerstörung nach sich ziehen. Mit Blick auf
kirchliche Korruption und Missbrauch sprach er von Wunden, die Gerechtigkeit
und Tränen verlangten. „Die schrecklichste Krise der Kirche wurde nicht durch
den Widerstand der Welt verursacht, sondern durch kirchliche Korruption. Die
zugefügten Wunden werden Zeit brauchen, um zu heilen.“
„Wunden,
die Zeit brauchen, um zu heilen“
Eine
säkulare Mentalität benenne angesichts einer Katastrophe meist nur Monster und
Opfer. „Die Kirche besitzt – wenn sie sich daran erinnert, sie zu gebrauchen –
feinere und wirksamere Werkzeuge.“ Der Trappist warnte zudem vor jeder
Form von Dualismus zwischen geistlicher und konkreter Dimension. „Das
geistliche Leben ist kein Zusatz zum übrigen Dasein. Es ist seine Seele.“
Noch
bis Freitag, 27. Februar, hören der Papst und die obersten Kurienvertreter
zweimal täglich Meditationen des norwegischen Bischofs Erik Varden, selbst
Mitglied des Dikasteriums für den Klerus. Ort ist die Cappella Paolina im
Apostolischen Palast. (vn 25)
Frühjahrs-Vollversammlung 2026:
Pressekonferenz „Dialog zwischen Christen und Muslimen“
Der
Islam ist in Deutschland nach dem Christentum die zweitgrößte
Religionsgemeinschaft. Vielerorts konnten gute Dialogbeziehungen zwischen
Christen und Muslimen wachsen. Das Zusammenleben wird aber auch immer wieder
herausgefordert, sei es durch islamistische oder durch islamfeindliche
Tendenzen. Im Rahmen eines Studientags hat sich die Vollversammlung in Würzburg
mit relevanten Entwicklungen des muslimischen Lebens in Deutschland und den
Folgen für den interreligiösen Dialog befasst. Dabei wurde auch die neue
Arbeitshilfe Christlich-muslimische Beziehungen in Deutschland vorgestellt, die
in der Nachfolge des Dokuments Christen und Muslime von 2003 steht.
Hier
dokumentieren wir die Statements aus dem Pressegespräch „Dialog zwischen
Christen und Muslimen – Kontinuität und Wandel“ von
*
Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), Vorsitzender der Kommission Weltkirche
der Deutschen Bischofskonferenz und Vorsitzender der Unterkommission für den
Interreligiösen Dialog;
*
P. Prof. Dr. Tobias Specker SJ (Frankfurt am Main), Lehrstuhlinhaber für
Katholische Theologie im Angesicht des Islam an der Phil.-Theol. Hochschule
Sankt Georgen;
*
Prof. Dr. iur. Dr. h. c. Mathias Rohe (Erlangen), Lehrstuhlinhaber für
Bürgerliches Recht, Internationales Privatrecht und Rechtsvergleichung sowie
Sprecher des Forschungszentrums für Islam und Recht in Europa der
Friedrich-Alexander-Universität Erlangen-Nürnberg (FAU EZIRE);
*
Dunya Elemenler (Köln), Projektleiterin beim Sozialdienst muslimischer Frauen
(SmF) und Vorsitzende der Christlich-Islamischen Gesellschaft (CIG) dbk 25
„Kirche in Not“ veröffentlicht
neuen Glaubens-Kompass zur Katholischen Soziallehre
Der
deutsche Zweig des weltweiten päpstlichen Hilfswerks „Kirche in Not“ (ACN) veröffentlicht
eine neue Ausgabe der Reihe „Glaubens-Kompass“. Unter dem Titel „Die
Katholische Soziallehre – Glaube, der Verantwortung übernimmt“ stellt die
Publikation die Grundprinzipien katholischer Sozialethik in kompakter und
allgemein verständlicher Form vor.
Der
neue Glaubens-Kompass erläutert, wie die Kirche aus dem christlichen
Menschenbild konkrete Maßstäbe für gesellschaftliches und politisches Handeln
ableitet. Im Zentrum stehen die drei Grundprinzipien Personalität, Solidarität
und Subsidiarität. Diese werden als Orientierung für ein verantwortliches Leben
in Freiheit erklärt – vom persönlichen Handeln bis hin zu Fragen von
Gemeinwohl, sozialer Gerechtigkeit und weltweiter Verantwortung.
Zugleich
bietet die Ausgabe einen Überblick über die wichtigsten Sozialenzykliken von
„Rerum novarum“ (1891) bis „Fratelli tutti“ (2020) und zeigt, wie die Kirche in
verschiedenen historischen Umbrüchen auf soziale Herausforderungen reagiert
hat.
Verfasser
des Glaubens-Kompasses ist der Berliner Publizist, Philosoph und Theologe Josef
Bordat. Er arbeitet als freier Autor und hat sich in mehreren Büchern und
Beiträgen mit gesellschaftlichen, ethischen und theologischen Fragen
auseinandergesetzt.
Der
Glaubens-Kompass eignet sich zur Verteilung in Pfarreien, Bildungseinrichtungen
und kirchlichen Gruppen sowie für alle, die Orientierung in gesellschaftlichen
Fragen aus christlicher Perspektive suchen. KiN 25
Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ ist
neuer Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz
Der
Bischof von Hildesheim, Dr. Heiner Wilmer SCJ, ist heute (24. Februar 2026) zum
neuen Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz gewählt worden. Er folgt auf
Bischof Dr. Georg Bätzing und wird die Deutsche Bischofskonferenz in den
nächsten sechs Jahren nach außen vertreten.
Heiner
Wilmer wurde am 9. April 1961 in Schapen (Emsland) geboren. Im August 1980 trat
er in die Ordensgemeinschaft der Herz-Jesu-Priester ein und legte 1985 die
Ewige Profess ab. Am 31. Mai 1987 wurde Wilmer in Freiburg zum Priester
geweiht. Von 1987 bis 1993 studierte er in Rom und Freiburg. Nach verschiedenen
Stationen als Referendar und Lehrer in Meppen, Vechta und der New Yorker Bronx
wurde er Schulleiter des Gymnasiums Leoninum in Handrup. Von 2007 bis 2015 war
Wilmer Provinzial der Deutschen Ordensprovinz der Herz-Jesu-Priester in Bonn
und im Anschluss bis 2018 Generaloberer der Herz-Jesu-Priester in Rom. Am 6.
April 2018 wurde Heiner Wilmer von Papst Franziskus zum 71. Bischof von
Hildesheim ernannt, am 1. September 2018 wurde er zum Bischof geweiht und in
sein Amt eingeführt. In der Deutschen Bischofskonferenz ist er seit September
2021 Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen. Er
war von 2019 bis 2024 Vorsitzender der Deutschen Kommission Justitia et Pax.
Hintergrund
Der
Vorsitzende vertritt die Deutsche Bischofskonferenz nach außen. Er ist dabei an
die Beschlüsse der Vollversammlung und des Ständigen Rates gebunden. Liegen zu
einer bestimmten Frage keine Beschlüsse der Vollversammlung oder des Ständigen
Rates vor, so ist der Vorsitzende gehalten, einen entsprechenden Beschluss
herbeizuführen. Ist das nicht möglich, so ist wenigstens das Einvernehmen mit
dem Vorsitzenden der zuständigen Kommission anzustreben. In dringenden Fällen
kann der Vorsitzende der Bischofskonferenz von sich aus Erklärungen abgeben. Er
unterrichtet die Mitglieder der Bischofskonferenz. Der stellvertretende
Vorsitzende übernimmt die Aufgaben des Vorsitzenden, wenn bei rechtmäßiger
Verhinderung dieser ihn mit seiner Vertretung betraut oder er auch daran
gehindert ist. Dbk 24
Wilmer ist neuer Vorsitzender der
Bischofskonferenz
Der
Bischof von Hildesheim, Heiner Wilmer, ist zum neuen Vorsitzenden der Deutschen
Bischofskonferenz (DBK) gewählt worden.
Wilmer
folgt in diesem Amt auf Bischof Georg Bätzing und wird die Deutsche
Bischofskonferenz in den nächsten sechs Jahren nach außen vertreten. Gewählt
wurde er auf der DBK-Vollversammlung in Würzburg. Die Bischöfe bestätigten auch
DBK-Generalsekretärin Beate Gilles und DBK-Sprecher Matthias Kopp in ihren
Positionen. Gilles ist die erste Frau in diesem Amt; Kopp, ein früherer
Mitarbeiter von Radio Vatikan, ist auch Berater des vatikanischen Dikasteriums
für Kommunikation, zu dem Vatican News gehört.
Innerhalb
der Deutschen Bischofskonferenz war Bischof Wilmer bisher für gesellschaftliche
und soziale Themen zuständig. Von 2019 bis 2024 leitete er die Kommission für
Gerechtigkeit und Frieden (Iustitia et Pax). Der Ordensmann ist aber auch als
Autor spiritueller Bücher hervorgetreten.
Biografisches
Heiner
Wilmer wurde am 9. April 1961 in Schapen (Emsland) geboren. Im August 1980 trat
er in die Ordensgemeinschaft der Herz-Jesu-Priester (SJC) ein und legte 1985
die Ewige Profess ab. Am 31. Mai 1987 wurde Wilmer in Freiburg zum Priester
geweiht. Von 1987 bis 1993 studierte er in Rom und Freiburg. Nach verschiedenen
Stationen als Referendar und Lehrer in Meppen, Vechta und der New Yorker Bronx
wurde er Schulleiter des Gymnasiums Leoninum in Handrup.
Von
2007 bis 2015 war Wilmer Provinzial der Deutschen Ordensprovinz der
Herz-Jesu-Priester in Bonn und im Anschluss bis 2018 Generaloberer der
Herz-Jesu-Priester in Rom. Am 6. April 2018 wurde Heiner Wilmer von Papst
Franziskus zum 71. Bischof von Hildesheim ernannt, am 1. September 2018 wurde
er zum Bischof geweiht und in sein Amt eingeführt. In der Deutschen
Bischofskonferenz ist er seit September 2021 Vorsitzender der Kommission für
gesellschaftliche und soziale Fragen. Er war von 2019 bis 2024 Vorsitzender der
Deutschen Kommission Justitia et Pax.
Hintergrund
Der
Vorsitzende vertritt die Deutsche Bischofskonferenz nach außen. Er ist dabei an
die Beschlüsse der Vollversammlung und des Ständigen Rates gebunden. Liegen zu
einer bestimmten Frage keine Beschlüsse der Vollversammlung oder des Ständigen
Rates vor, so ist der Vorsitzende gehalten, einen entsprechenden Beschluss
herbeizuführen. Ist das nicht möglich, so ist wenigstens das Einvernehmen mit
dem Vorsitzenden der zuständigen Kommission anzustreben. In dringenden Fällen
kann der Vorsitzende der Bischofskonferenz von sich aus Erklärungen abgeben. Er
unterrichtet die Mitglieder der Bischofskonferenz. Der stellvertretende
Vorsitzende übernimmt die Aufgaben des Vorsitzenden, wenn bei rechtmäßiger
Verhinderung dieser ihn mit seiner Vertretung betraut oder er auch daran
gehindert ist. (dbk/vn 24)
Bischof Wilmer: Mit einem Bibelvers
ins neue Amt
Mit
einem Vers aus dem Lukasevangelium ist Bischof Heiner Wilmer in sein neues Amt
als Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz (DBK) gestartet.
„Ehre
sei Gott in der Höhe und Friede auf Erden den Menschen seiner Gnade: Mit
diesen Worten aus dem Gebet des Gloria beginnt die Kirche ihren Lobpreis.“ Das
sagte der Hildesheimer Bischof bei seiner Pressekonferenz kurz nach der Wahl.
Diese Formel werde für ihn im neuen Amt der Kompass sein. „Diese Verse aus dem
Lukasevangelium tragen eine doppelte Bewegung in sich: den Blick zu Gott und
den Blick auf die Menschen. Gott im Zentrum, und der Friede für die Welt und
die Gerechtigkeit als Aufgabe.“
Nach
diesem geistlichen Einstieg dankte Bischof Wilmer seinen Mitbrüdern im
bischöflichen Dienst für ihr Vertrauen. Er ging auf die Katholiken in
Deutschland ein, von denen viele um eine gute Wahl gebetet hätten, und wandte
sich auch an seinen Amtsvorgänger an der Spitze der Bischofskonferenz, Georg
Bätzing: „Du, lieber Georg, hast unsere Konferenz geleitet in schwerer Zeit.
Dir gebührt mein Respekt und meine ganze Dankbarkeit!“
„Kirche
in Deutschland ist lebendig und attraktiv“
Vor
allem aber sprach Wilmer die Gläubigen in Deutschland direkt an. „Sie sind das
lebendige Gesicht der Kirche! In Gemeinden, Verbänden, Caritas, Schulen, in
Familien, im stillen Gebet tragen Sie den Glauben. Unser Glaube ist eine Quelle
von Kraft und Weite. Er schenkt Halt, er verbindet Generationen, er öffnet
Räume der Hoffnung. Und diese Hoffnung, dass Gott uns trägt, leben wir in
ökumenischer Verbundenheit mit allen evangelischen und orthodoxen Schwestern
und Brüdern sowie mit unseren jüdischen und muslimischen Geschwistern.“
Der
Hildesheimer Bischof bekannte sich zur Freude am Evangelium und zum weltweiten
synodalen Prozess der katholischen Kirche. Dabei sei das gemeinsame Hören
entscheidend. „Synodalität bleibt eine geistliche Haltung: Miteinander
unterwegs sein, Verantwortung teilen. Entscheidungen gemeinsam tragen. Christus
steht im Zentrum; aus dieser Mitte wächst Vertrauen, und Vertrauen schafft
Zukunft. Es wird darum gehen, das Evangelium zu verkünden – mit aller Kraft,
notfalls auch mit Worten.“
An
Missbrauchsopfer: Ihre Stimmen haben Gewicht
Ein
besonderes Wort richtete Bischof Wilmer an Menschen, die in der Kirche
sexualisierte Gewalt erfahren haben: „Ihre Stimmen haben Gewicht. Jeder Schritt
der Aufarbeitung gewinnt Tiefe und Wahrheit durch Ihr Zeugnis. Zuhören und
Verlässlichkeit prägen diesen Weg. So entsteht ein Raum, in dem Würde geschützt
ist und Vertrauen neu wachsen kann.“
Außerdem
erinnerte er an den vierten Jahrestag des russischen Überfalls auf die Ukraine.
„Vier Jahre voller Leid, voller Zerstörung, voller Tränen. Städte in Trümmern,
Familien getrennt, Kinder im Schutzraum, Mütter auf der Flucht, Väter an der
Front. Wie viel Unrecht, wie viel Gewalt, wie viele Wunden in den Herzen der
Menschen! Im Namen Gottes: Dieser Krieg braucht ein Ende, jetzt! Frieden ist
kein ferner Traum, Frieden ist eine Aufgabe.“
Zur
Lage der katholischen Kirche in Deutschland bemerkte Wilmer, sie habe „eine
schwere Zeit hinter sich“.
„Wir
haben viel gerungen, doch es geht nach vorn! Ich bin in vielen Gemeinden
unterwegs, mit Jugendlichen im Gespräch, und ich bin immer wieder positiv
überrascht. Wir haben Probleme und Herausforderungen, ja. Aber die Gläubigen
vor Ort sind gut drauf! Davon lasse ich mich als Bischof anstecken. Kirche ist
für viele ein wichtiger Anker. Mit unserem sozialen Engagement sind wir eine
Säule in der Gesellschaft. Die katholische Soziallehre ist eine prophetische
Stimme für alle Menschen. Diese Stimme gilt es stärker werden zu lassen. Die
Katholikinnen und Katholiken in Deutschland wollen die Kirche selbstbewusst und
auch demütig in eine neue Zeit tragen. Dabei gibt es eine große Vielfalt, aus
dem Evangelium heraus zu leben – aber gemeinsam folgen wir Jesus Christus
nach.“
„Wir
haben viel gerungen, doch es geht nach vorn“
Wilmer
nannte die katholische Kirche „attraktiv“: „Unsere christliche Botschaft ist,
dass es eine Hoffnung gibt, die größer ist als naiver Optimismus. Die
christliche Hoffnung ist frei von Defätismus und Untergangssehnsucht. Unsere
Gesellschaft leidet daran, dass der Nachbar zum Feind wird und jedes Gegenüber
zum potenziellen Gegner werden kann. Die Kraft des Evangeliums ist es, aus
einer Haltung der Demut stark zu sein. Das gilt auch für politische
Auseinandersetzungen. Die katholische Kirche in Deutschland will Botschafterin
eines höheren und gerechten Friedens sein, nach innen und nach außen.“
Besorgt
zeigte sich der neue Vorsitzende der Bischofskonferenz über „den inneren
Unfrieden in Deutschland“. „Unsere Demokratie in Deutschland ist ein Weg, den
wir mitgehen wollen, auf dem wir auch selbst uns einüben müssen.“
(vn
24)
Mit
der Wahl eines neuen Bischofskonferenz-Vorsitzenden wird in der deutschen
katholischen Kirche in dieser Woche ein neues Kapitel aufgeschlagen. Radio
Vatikan blickt auf Bätzings Amtszeit zurück und richtet den Blick auf
Herausforderungen, denen ein neuer Vorsitzender die Stirn bieten muss.
Kollegengespräch. Anne Preckel - Vatikanstadt
Stimmberechtigt
bei der Wahl am Dienstag im Rahmen der Frühjahrsvollversammlung der
Bischofskonferenz in Würzburg (23.-26. Februar) sind alle amtierenden
Erzbischöfe, Bischöfe und Weihbischöfe. Auch Diözesanadministratoren, die ein
vakantes Bistum vertreten, können wählen.
Der
Limburger Bischof Georg Bätzing hat die DBK seit März 2020 als Vorsitzender und
Nachfolger der Münchner Kardinals Reinhard Marx geleitet. Nach der
turnusgemäßen Amtszeit von sechs Jahren tritt Bätzing nun auf eigenen Wunsch
nicht zur Wiederwahl an.
Bilanz
zu Bätzings Amtszeit: Kollegengespräch (A. Preckel, S. Kempis - Vatican News)
Dialog
mit Rom landete am Ende auf sicheren Füßen
Wofür
steht die Amtszeit von Bischof Georg Bätzing an der Spitze der Deutschen
Bischofskonferenz?
Sie
steht für ein Gesicht des Reformwillens und der Willigkeit, sich unbequemen
Fragen zuzuwenden. Das war in der Vergangenheit der Deutschen Bischofskonferenz
nicht immer der Fall, wenn wir auf den Missbrauchsskandal zurückblicken, der in
Deutschland 2010 explodierte. Bätzings Amtszeit zeigt ein Bemühen um
Aufarbeitung, steht aber auch für das Ringen der deutschen katholischen Kirche
um Dialog mit dem Vatikan. Dieser Austausch war am Anfang des Synodalen Weges,
der ja aus der Missbrauchskrise entstand, geprägt durch die berühmten
„Stoppschilder“, warnende Äußerungen des Vatikans zum deutschen Reformweg in
Form von Vatikan-Briefen und einem Grundsatz-Hirtenbrief von Papst Franziskus.
Im Laufe von Bätzings Amtszeit hat sich der Dialog zwischen dem Vatikan und der
deutschen Kirche dann verstetigt, er ist sozusagen auf sicheren Füßen gelandet.
Das war ein anstrengender Prozess. Unter Papst Leo scheint der deutsche
Synodale Weg wie selbstverständlich als Ausdruck einer Teilkirche im großen
Chor der synodalen Stimmen der Weltsynode. Leo XIV. bittet um Geduld und
Ehrlichkeit, wenn es um Reformanliegen geht, und er spricht von
unterschiedlichen Geschwindigkeiten in der Weltkirche. Ein versöhnlicher Ton.
Bischof Bätzing traf ihn im vergangenen September im Vatikan.
Klare
Kante
Was
waren die wichtigsten Akzente in Bätzings Amtszeit, was wird erinnert werden im
Rückblick auf diese sechs Jahre?
Das
ist natürlich sehr individuell, was wer erinnert und erinnern will. Ich würde
sagen, die Bischofskonferenz hat unter Georg Bätzing politisch klar Kante
gezeigt gegenüber dem unerträglichen Erstarken des völkischen Nationalismus in
Deutschland. Das war wichtig, auch in Bezug darauf, was derzeit in den
Vereinigten Staaten von Amerika passiert, mit dieser unguten Verquickung von
Christentum und Nationalismus. Die deutsche Kirche hat da auch nochmal zum
Nachdenken darüber angeregt, was Christsein eigentlich bedeutet und womit es
unvereinbar ist. Diese Diskussion brauchen wir sehr dringend. Ich denke, das
war wirklich das wichtigste Zeichen unter Bätzing, der da ohne Wenn und Aber,
ohne Zögern, Position bezogen hat.
Dem
Bild der deutschen Bischofskonferenz hat es auch neue Frische verliehen, dass
mit Beate Gilles erstmals eine Frau als Generalsekretärin eingesetzt wurde. Das
war ein sichtbares Zeichen dafür, dass Frauen und Männer auch an der Spitze der
deutschen Kirche gemeinsam Kompetenzen einbringen können. Vorreiter sind die
Deutschen damit nicht, in Ozeanien und auch Afrika gibt es im Umfeld von
katholischen Bischofskonferenzen ebenfalls Frauen in Schlüsselfunktionen. Aber
sicher – es ist nach wie vor selten.
Brücken
bauen
Am
Dienstag, dem 24. Februar, steht nun die Wahl eines neuen Vorsitzenden der
Deutschen Bischofskonferenz an. Was muss dieser mitbringen?
Das
werden sich die Wähler genau überlegen. Direkt vor der Wahl morgen tauschen
sich die Bischöfe über die Anforderungen an den Vorsitzenden
aus. Bischöfe, die für eine Wahl nicht zur Verfügung stehen wollen, geben
dies in der Regel während der Aussprache bekannt. Eine Kandidatenliste
gibt es nicht. Soweit vorab zum Wahlprozedere.
Ja,
und was muss der Neue mitbringen? Ich denke, er muss es verstehen, die
Bischofskonferenz nach innen hin zu einen und sie zugleich gut nach außen hin
zu repräsentieren – also gegenüber den Kurienbehörden und dem Papst in Rom,
aber auch als Hauptvertreter der institutionellen deutschen Kirche im Ausland.
Im Rahmen des weltweiten synodalen Prozesses ist dieser zweite Aspekt nicht zu
unterschätzen. Die Reformideen der deutschen Kirche müssen sich noch weiter mit
dem synodalen Weltprozess verbinden. Und vor dem Hintergrund der Irritationen,
die die deutsche katholische Kirche in der Weltkirche teils ausgelöst hat,
Stichwort kulturelle Unterschiede, braucht es vielleicht einen weltgewandten,
kultursensiblen Kommunikator mit internationaler Erfahrung und Connections in
verschiedene kirchliche Lager.
Drittens
geht es natürlich auch darum, Prioritäten für die katholische Kirche in
Deutschland selbst zu benennen. Bätzing hat im Bereich der
Missbrauchsaufarbeitung die Ärmel hochgekrempelt. Es geht jetzt auch darum,
Menschen wieder für die Kirche zu gewinnen, vor allem Frauen, junge Leute und
Skeptiker, die sich entfernt haben.
Anne
Preckel ist Autorin eines Handbuches zum deutschen Synodalen Weg mit dem Titel
„Der Synodale Weg. Fragen und Antworten“, erschienen beim Bibel Verlag 2020.
(vn 23)
Einkehrtage für die Kurie: „Zurück
zum Wesentlichen“
Im
Vatikan haben am Sonntagabend die diesjährigen Fastenexerzitien für die
römische Kurie begonnen: die ersten in der Ära Leo XIV. Schauplatz ist die
Paulinische Kapelle im Apostolischen Palast.
Unter
zwei langen Fresken Michelangelos, die die Kreuzigung des Petrus und die
Bekehrung des Paulus zeigen, kamen der Papst und die Spitzenkräfte der
römischen Kurie zusammen, um zunächst das Stundengebet zu beten. Die
Einkehrtage, die in ihrer heutigen Form Papst Paul VI. (1963-78) eingeführt
hat, dauern bis zum 27. Februar und finden unter Ausschluss der Öffentlichkeit
statt. Weil die Paulinische Kapelle, die in unmittelbarer Nähe der Sixtinischen
Kapelle liegt, relativ klein ist, wurde der Kreis der Teilnehmenden auf die
Führungspersönlichkeiten der einzelnen vatikanischen Behörden sowie die in der
Ewigen Stadt ansässigen Kardinäle beschränkt.
Unter
den Fresken des Michelangelo
Leo
XIV. nahm am Sonntag in der ersten Reihe neben Kardinal Leonardo Sandri Platz.
Videobilder zeigten auch den Dekan des Kardinalskollegiums, den 92-jährigen
Italiener Giovanni Battita Re, in der vordersten Sitzreihe, dahinter zahlreiche
Kardinäle und Bischöfe. Der Einzige abgesehen von Papst Leo, der Weiß trug, war
der vom Papst bestimmte Fastenprediger: Der norwegische Bischof Erik Varden
gehört nämlich dem Trappistenorden an und trägt dementsprechend ein weißes
Ordensgewand. (Wer allerdings nach „Trappisten Farbe“ googelt, erhält zur
Antwort: „Goldgelb mit einer weißen Schaumkrone“. Damit ist, wie man dann
schnell feststellt, das berühmte, von Trappisten gebraute Bier gemeint.)
Fastenexerzitien
im Vatikan, mit Leo XIV.
„Der
Friede Christi: kein Versprechen eines leichten Lebens, sondern die
Voraussetzung für eine verwandelte Gesellschaft“
„Erleuchtet
von einer verborgenen Herrlichkeit“: Diesen Titel hat Varden – der seit 2024
die Nordische Bischofskonferenz leitet und übrigens auch einmal für Radio
Vatikan gearbeitet hat – dem Zyklus seiner Fastenpredigten gegeben.
Zusammenfassungen seiner einzelnen Meditationen sollen im Lauf dieser Tage
jeweils auf seiner Internetseite erscheinen. Zum Auftakt am Sonntagabend ließ
sich Bischof Varden über den Frieden aus christlicher Sicht aus: Er sei „kein
Versprechen eines leichten Lebens, sondern die Voraussetzung für eine
verwandelte Gesellschaft“. Allerdings müsse „jeder Manipulation christlicher
Begriffe und Zeichen zu anderen Zwecken entschieden widersprochen“
werden.
In
der Fastenzeit gehe es darum, „die Radikalität des christlichen Friedens, seine
Verwurzelung im gerechten, mutigen Selbstopfer zu artikulieren und gleichzeitig
uns selbst und andere an die Wahrheit der unsterblichen Worte des heiligen
Johannes Klimakos zu erinnern: ‚Es gibt kein größeres Hindernis für die
Gegenwart des Heiligen Geistes in uns als den Zorn‘ “.
Authentischer
geistlicher Kampf
Die
Fastenzeit, so Varden, konfrontiert uns mit dem Wesentlichen: „Sie versetzt uns
in einen materiellen und symbolischen Raum, der vom Überflüssigen befreit ist.
Die Dinge, die uns ablenken, auch die guten, werden vorübergehend
beiseitegelegt“. Sie ist die Zeit eines authentischen geistlichen Kampfes, in
dem die Kirche „die Aufforderung, Laster und schädliche Leidenschaften zu
bekämpfen, nicht abschwächt: Ihre Sprache ist ‚Ja, ja’, ‚Nein, nein’, nicht
‚jetzt dies’, ‚jetzt das’“.
Am
Montagvormittag ging Bischof Varden in seinen Betrachtungen auf das Denken des
hl. Bernard von Clairvaux (1090-1153) ein; der hl. Zisterzienser und
Kreuzzugsprediger war ein Verfechter der Reform des mönchischen Lebens, aus der
nach seinem Tod der Trappistenorden hervorging. Varden charakterisierte
Bernhard als quecksilbriges Temperament und verglich ihn in dieser Hinsicht mit
Thomas Merton. Die Lehre des heiligen Zisterziensers zum Thema Bekehrung sei
bis heute von großer geistlicher Bedeutung.
Bis
zum 27. Februar finden täglich zwei Meditationen statt: um 9 Uhr morgens sowie
um 17 Uhr nachmittags, gefolgt von der eucharistischen Anbetung und der
Vesper. (vn 23)
Papst-Appell zur Ukraine: „Lasst
die Waffen schweigen!“
Am
24. Februar 2022 hat Russland die Ukraine überfallen. An diesen traurigen
Jahrestag hat Papst Leo XIV. an diesem Sonntag erinnert.
„Seit Beginn des Krieges gegen die Ukraine
sind nun schon vier Jahre vergangen“, sagte er bei seinem Angelusgebet am
Petersplatz in Rom.
„Mein
Herz ist nach wie vor bei der dramatischen Situation, die alle klar vor Augen
haben. Wie viele Opfer, wie viele zerstörte Leben und Familien! Wie viel
Zerstörung! Wie viel unaussprechliches Leid! Jeder Krieg ist wirklich eine
Wunde, die der gesamten Menschheitsfamilie zugefügt wird, er hinterlässt Tod,
Verwüstung und eine Spur des Schmerzes, die Generationen prägt.“
Bombardierungen!
Leo
hat schon mehrfach den ukrainischen Präsident Wolodymyr Selenskyj empfangen. An
diesem Sonntag rief er erneut nach einem Waffenstillstand. Den Aggressorstaat
Russland nannte Leo nicht ausdrücklich beim Namen.
„Der
Frieden kann nicht aufgeschoben werden, er ist ein dringendes Bedürfnis, das in
den Herzen Raum finden und sich in verantwortungsvollen Entscheidungen
niederschlagen muss. Deshalb erneuere ich mit Nachdruck meinen Appell: Lasst
die Waffen schweigen! Hört auf mit den Bombardierungen! Es muss unverzüglich
ein Waffenstillstand erreicht und der Dialog verstärkt werden, um den Weg zum
Frieden zu ebnen. Ich lade alle ein, sich im Gebet für das leidgeprüfte
ukrainische Volk und für alle, die unter diesem Krieg und allen Konflikten in
der Welt leiden, zu vereinen, damit das lang ersehnte Geschenk des Friedens
über unseren Tagen erstrahlen möge.“ (vn 22)
Italien: Gebeine von Franz von
Assisi erstmals gezeigt
In
der Stadt Assisi in Mittelitalien werden ab diesem Samstag erstmals die Gebeine
des Heiligen Franz von Assisi gezeigt. Der populärste Heilige Italiens starb
vor 800 Jahren, seine sterblichen Reste ruhen seit Jahrhunderten in einem
Sarkophag aus Stein.
Für
die vier Wochen dauernde Ausstellung der Reliquien haben sich rund 400.000
Menschen angemeldet. Nach der feierlichen Überführung des Sarges von der Krypta
in die Basilika San Francesco beginnt am Sonntag die öffentliche Ausstellung
der Knochen in einem durchsichtigen Reliquien-Behälter. Papst Leo XIV. wird am
6. August nach Assisi reisen und am Sarg des Heiligen beten.
Leo
XIV. kommt
Die
erste öffentliche Präsentation der Gebeine des heiligen Franz von Assisi seit
seinem Tod vor 800 Jahren stößt auf großes Interesse. Für die am Sonntag
beginnende Reliquien-Schau haben sich bereits mehr als 370.000 Menschen
angemeldet, wie die Franziskaner in Assisi auf Anfrage mitteilten. Die maximale
Besucherzahl während der 29 Tage dauernden "Ostensione" liegt demnach
bei 400.000.
Am
Samstag findet um 16 Uhr die Überführung des Sarges mit den sterblichen
Überresten des Franziskus (1181/82-1226) von der Krypta der Basilika San
Francesco in die darüber liegende Unterkirche statt. Geleitet wird die
Zeremonie anlässlich des 800. Todestags des populären Heiligen vom Päpstlichen
Beauftragten, Kardinal Ángel Fernández Artime. Die Messe zum Abschluss der
Reliquien-Ausstellung leitet am Sonntag, 22. März, um 17 Uhr der Vorsitzende
der Italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Matteo Zuppi.
Führungen
in sechs Sprachen buchbar
Interessierte
können eine kostenlose Führung mit einem Franziskaner in Italienisch,
Französisch, Englisch, Spanisch, Polnisch und Deutsch sowie ohne Begleitung
unter sanfrancescovive.org reservieren. Mehr als die Hälfte der
Ausstellungstage sind bereits ausgebucht.
Während
der Reliquien-Schau finden zahlreiche liturgische, kulturelle und spirituelle
Veranstaltungen statt. Neben zahlreichen Wallfahrten steht am 14. und 15. März
ein Franziskanisches Jugendtreffen unter dem Titel "Schwester Tod"
auf dem Programm. Dazu haben sich laut den Ordensleuten bereits mehr als 400
junge Frauen und Männer angemeldet.
Auch
der Bischofspalast und das angrenzende „Heiligtum der Entkleidung“ (Santuario
della Spogliazione) in Assisi beteiligen sich an der Ausstellung. So können die
Besucher dort Ausgrabungen besichtigen und durch die „Franziskus-Tür“
schreiten. Es handelt sich um den historischen Ort, an dem der heilige Franz
alles Weltliche ablegte, um sich ganz Gott hinzugeben.
Abendliche
Konzerte in der Oberkirche
Zum
Auftakt der Reliquien-Ausstellung singt am Samstagabend die Schola Cantorum der
London Oratory School. Am 28. Februar, 7. und 21. März bietet die Cappella
Musicale der Päpstlichen Basilika Sankt Franziskus in Assisi Werke zur Passion
Christi.
Am
10. März gastieren die Knoxville Catholic High School Singers aus Tennessee,
USA. Den Konzertreigen beschließt am 17. März das Orchestra da Camera
Fiorentina. Die Konzerte finden in der Oberkirche der Basilika statt, sind
kostenlos und ohne Voranmeldung nach Verfügbarkeit zugänglich.
Papst
am 6. August in Assisi
Auch
das ganze Festjahr über bietet die Geburtsstadt des populären Heiligen
zahlreiche Veranstaltungen, insbesondere um den Gedenktag des Schutzpatrons der
Tiere am 4. Oktober. Papst Leo XIV. wird am 6. August nach Assisi reisen, wie
der Vatikan am Donnerstag bekanntgab. (kap 21)
Papst: Inklusion als Maßstab von
Arbeit und Wirtschaft
Leo
XIV. hat zur Förderung und Inklusion junger Menschen in Arbeit und Wirtschaft
aufgerufen. Er lobte ein katholisches Förderprogramm für Jugendliche in
Süditalien und rief zu Solidarität, Inklusion und zum Netzwerken auf: „Niemand
darf vergessen werden“, sagte er vor Teilnehmern des Policoro-Projektes, das
von der italienischen Bischofskonferenz gefördert wird. Anne Preckel – Vatikanstadt
Das
Projekt geht auf eine katholische Initiative zurück, die 1995 im
süditalienischen Policoro in der Region Basilikata ihren Anfang nahm. Anliegen
war es, der vor allem in Süditalien schwerwiegenden Jugendarbeitslosigkeit zu
begegnen und ein Netzwerk zu gründen, das die Bereiche Jugend, Arbeit und
Evangelisierung verband.
In
einer Ansprache an Träger und Nutznießer des Projektes würdigte Papst Leo an
diesem Samstag die Früchte, die die Initiative in den letzten 30 Jahren
getragen hat. Es war ein Netzwerk entstanden, das über Diözesen nicht nur in
Süditalien, sondern auch im Zentrum und Norden des Landes Fuß gefasst hat und
das jungen Leuten Zukunftsperspektiven bot.
Hartnäckigkeit
statt Perspektivlosigkeit
„Ihr
jungen Menschen seid das strahlende Gesicht eines Italiens, das nicht aufgibt,
die Ärmel hochkrempelt und immer wieder aufsteht.“
„Ihr
jungen Menschen seid das strahlende Gesicht eines Italiens, das nicht aufgibt,
die Ärmel hochkrempelt und immer wieder aufsteht“, wandte sich Papst Leo an die
Zuhörenden. „Viele haben ,Nein‘ zu Korruption, Ausbeutung und Ungerechtigkeit
gesagt; beschlagnahmte Vermögenswerte der Mafia wurden in soziale Projekte
investiert; Genossenschaften wurden gegründet, die Städten und Regionen zu
neuem Aufblühen verholfen haben; viele junge Menschen wurden bei der Gründung
eigener Unternehmen unterstützt“, zählte er auf.
„Darüber
hinaus habt ihr unzählige Stunden in Schulen und Gemeinden verbracht, um
Menschen über die Bedeutung von Arbeit und Gerechtigkeit aufzuklären, sie für
den Frieden zu rüsten und das Bewusstsein für das Gemeinwohl zu stärken. Ihr
habt die Wunden junger Menschen geheilt, die ausgegrenzt, desillusioniert und
desinteressiert waren.“
Begleitung,
Ermutigung, Inklusion
„Niemand
darf vernachlässigt werden, niemand darf sich verlassen fühlen.“
Angesichts
des demografischen Wandels, der Abwanderung und der Entmutigung vieler junger
Menschen sei dieses Engagement weiterhin gefragt, machte der Papst klar:
„Niemand darf vernachlässigt werden, niemand darf sich verlassen fühlen.“
Wesentlich sei, dass junge Menschen befähigt würden, „zu Gestaltern ihrer
eigenen Entwicklung und der Zukunft aller Regionen“ zu werden.
Die
Träger und Nutznießer des Projektes rief der Papst dazu auf, sich von
Evangelium und Soziallehre als „Kompass“ leiten und von italienischen Heiligen
inspirieren zu lassen. Bei der Begleitung junger Menschen in Italien in Arbeit
und Gesellschaft brauche es gesunden Realismus, schärfte er ein: man dürfe sich
weder von „Schwarzmalern blenden“ lassen noch glauben, alles sei „in Ordnung“.
Gutes
Miteinander statt Alphatier-Sein
„Gemeinschaft
- als Wiege von Zukunft.“
Als
wesentliches Gegengewicht in der heutigen Kultur, die Menschen „als isoliert
und konkurrenzorientiert“ betrachte, benannte Leo XIV. Gemeinschaft. Sie sei
der eigentliche Maßstab gelingender Arbeit, Wirtschaft, Politik, Kommunikation
und auch Kirche:
„Die
heutige Kultur neigt dazu, uns als isoliert und konkurrenzorientiert zu
betrachten. Doch Arbeit, Wirtschaft, Politik und Kommunikation werden nicht vom
Genie einzelner Führungspersönlichkeiten getragen, sondern von Experten für
soziale Beziehungen. Wenn das Gemeinschaftsleben wächst, in der Gesellschaft
wie in der Kirche, schaffen wir die Voraussetzungen für ein gedeihendes Leben.“
„Arbeit,
Wirtschaft, Politik und Kommunikation werden nicht vom Genie einzelner
Führungspersönlichkeiten getragen, sondern von Experten für soziale
Beziehungen.“
Qualität
kommt selten aus schlechten Beziehungen
Intelligenz,
Talent, Wissen, soziale Organisation und Fleiß entwickelten sich dank guter
Beziehungen, erinnerte der Papst, der dazu aufrief, gemeinsam zu „träumen“ und
in „gemeinsame Wege zu investieren“ – auch über Italien hinaus.
„Liebe
Freunde, geht gemeinsam vertrauensvoll voran. Italien und Europa brauchen euch
und euren Enthusiasmus. Hört niemals auf zu träumen und knüpft Verbindungen zu
anderen jungen Menschen aus Europa und anderen Kontinenten, die wie ihr die
Kirche lieben und in ihrem Namen in der Gesellschaft wirken. Ich begleite euch
voller Hoffnung, schließe euch in meine Gebete ein und sende euch und euren
Familien herzlich meinen apostolischen Segen. Danke!“ (vn 21)
Dokument der Weltsynode
kurzgefasst. „Synodalität verstehen“
Das
Abschlussdokument der Weltsynode vom Oktober 2024 Für eine synodale Kirche:
Gemeinschaft, Teilhabe und Sendung ist ein zentraler Text im Leben der Kirche
weltweit. Papst Franziskus hat ihn wenige Wochen nach der Weltsynode als Teil
des Lehramts erklärt. Die deutsche Fassung des Dokuments ist über die
Schriftenreihe des Sekretariats der Deutschen Bischofskonferenz bereits seit
Sommer vergangenen Jahres verfügbar. Um dem großen Interesse an diesem Text
gerecht zu werden, der intensiv in Pfarrgemeinden, Akademien und den
katholischen Verbänden gelesen wird, veröffentlicht die Deutsche
Bischofskonferenz heute (20. Februar 2026) eine Kurzfassung. Auf rund 20 Seiten
werden die zentralen Passagen des Dokuments erläutert. Die Broschüre ist zum
besseren Lesen mit Bildern und Grafiken gestaltet. Sie versteht sich als ein
Beitrag zur weiteren Debatte und Umsetzung der Erfahrungen der Weltsynode.
In
seinem Vorwort zur Kurzfassung des Synodendokuments schreibt der Vorsitzende
der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, dass die Ergebnisse
der Weltsynode zentral für die künftige Entwicklung der Kirche seien: „Die
vorliegende Zusammenfassung einiger wesentlicher Anliegen möchte hier eine
Unterstützung sein. Sie kann eine eingehende Lektüre des Abschlussdokuments
nicht ersetzen. Aber sie kann einen ersten Überblick bieten. Wir hoffen, dass
das eine kleine Hilfe dabei ist, Synodalität von den schriftlichen Konzepten in
das konkrete Leben in der Kirche zu bringen. Wir alle, die wir als Getaufte an
der Sendung der Kirche teilhaben, sind aufgerufen, daran mitzuwirken.“Hinweise.
Die Broschüre Synodalität verstehen kann unter www.dbk.de in der Rubrik
Publikationen als Broschüre bestellt oder als PDF-Datei heruntergeladen werden.
Der Gesamttext ist erschienen in der Reihe Verlautbarungen des Apostolischen
Stuhls Nr. 244. Er kann ebenfalls unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen
als Broschüre bestellt oder als PDF-Datei heruntergeladen werden. dbk 20
Papst: Es braucht Kurswechsel bei
der Verkündigung
Bei
einer Begegnung mit dem Klerus des Bistums Rom hat Papst Leo XIV. die
Verkündigung des Evangeliums als pastorale Priorität bezeichnet. Angesichts
einer „zunehmenden Erosion der religiösen Praxis“ brauche es neue Formen.
Gleichzeitig rief der Bischof von Rom zu mehr Zusammenarbeit zwischen den
Pfarreien auf und verlangte eine stärkere Nähe zu Jugendlichen. Birgit Pottler
Das
Feuer des Glaubens müsse neu entfacht werden, es brauche „eine klare
Kurskorrektur“. Die gewohnte Pfarrpastoral sei oft so angelegt, dass sie vor
allem die Spendung der Sakramente sicherstelle, so der Papst. Dies setze jedoch
voraus, „dass der Glaube … vom Umfeld, von der Gesellschaft wie vom familiären
Milieu her weitergegeben wird“. Das sei durch kulturelle und gesellschaftliche
Veränderungen vielerorts nicht mehr der Fall.
„Das
ist die Priorität“
Leo
XIV. formulierte daher: „Es ist daher dringend notwendig, wieder zur
Verkündigung des Evangeliums zurückzukehren: Das ist die Priorität.“ Er warnte
zugleich – in Anlehnung an das Apostlische Schreiben Evangelii gaudium – vor
einer „Sakramentalisierung ohne andere Formen der Evangelisierung“.
Für
die Großstadt Rom, geprägt von Mobilität und veränderten Lebensformen, müsse
die Pastoral Wege finden, „die den Menschen helfen, neu mit der Verheißung Jesu
in Berührung zu kommen“. Es gelte, „neue Formen der Glaubensweitergabe zu
erproben – auch außerhalb der klassischen Wege –, um Kinder, Jugendliche und
Familien neu einzubeziehen“.
Kooperation
statt „Selbstbezogenheit“
Über
Pfarreigrenzen hinweg rief Leo XIV. zu mehr Zusammenarbeit auf. Das Territorium
einer Pfarrei entspreche nicht mehr den modernen Lebensgewohnheiten. „Um der
Evangelisierung … den Vorrang zu geben, können wir nicht isoliert denken und
handeln“, sagte er. Die einzelne Pfarrei reiche in vielen Fällen nicht mehr
aus, um Menschen zu erreichen, die kaum am Gemeindeleben teilnehmen.
Leo
XIV. – in seiner Zeit als Bischof und Augustiner-Oberer viel unterwegs und auf
Zusammenarbeit mit anderen angewiesen – rief dazu auf, die „Versuchung der
Selbstbezogenheit, die zu Überlastung und Zerstreuung führt“, zu überwinden. Er
plädierte für gemeinsame Planung, das Teilen von Charismen und Ressourcen sowie
bessere Abstimmung – besonders zwischen benachbarten Pfarreien. Eine stärkere
Koordination sei nicht nur ein organisatorisches Instrument, sondern Ausdruck
priesterlicher Gemeinschaft.
Nähe
zu Jugendlichen
Mit
Blick auf junge Menschen stellte der Papst fest, viele von ihnen lebten „ohne
jeden Bezug zu Gott und zur Kirche“. Er nannte Orientierungslosigkeit,
existenzielles Unbehagen, die Prägung durch virtuelle Lebenswelten sowie
Anzeichen von Aggressivität. „Wir haben keine einfachen Lösungen, die sofortige
Ergebnisse garantieren. Aber wir können – soweit möglich – den Jugendlichen
zuhören, ihnen nahe sein, sie aufnehmen und ein Stück ihres Lebens teilen.”
Zudem sollten Pfarreien die Zusammenarbeit mit Schulen und Fachleuten aus
Pädagogik und Humanwissenschaften suchen.
„Niemals
in euch selbst verschließen“
Ein
eigenes Wort richtete Leo XIV. an jüngere Priester. In einem schwierigeren
kirchlichen wie gesellschaftlichen Umfeld, bestehe „die Gefahr, die eigenen
Kräfte rasch zu erschöpfen, Frustration anzusammeln und in Einsamkeit zu
geraten“. „Niemals in euch selbst verschließen“, warnte der Papst, und
ermunterte: „Habt keine Angst, euch auszutauschen – auch über eure Müdigkeit
und eure Krisen.“ Priesterliche Brüderlichkeit müsse konkret werden: „Begleiten
und unterstützen wir einander.“ Berufung und Treue seien kein rein
individueller Weg, sondern verpflichteten dazu, „füreinander Sorge zu tragen“.
(vn 19)
Vatican News stellt Video-Widget
für katholische Webseiten bereit
Es
kann leicht in die Webseiten von Diözesen, Pfarreien, kirchlichen Vereinigungen
und Organisationen eingebettet werden und wird automatisch mit den neuesten
Nachrichten und Videos aktualisiert. Leo XIV. würdigt die Initiative von
Vatican News als „Instrument der Evangelisierung“, mit dem ein Netzwerk und
Austausch zwischen Rom und den verschiedenen Ortkirchen auf der ganzen Welt
geschaffen werden kann.
„Lieber
Bruder, diese Initiative von Vatican News ist ein Instrument der
Evangelisierung und bietet die Möglichkeit, ein Netzwerk und einen Austausch
von Gaben zwischen Rom und der Kirche Ihres Landes zu schaffen. Es ist eine
Möglichkeit für Ihre Pfarreien und Gemeinden, ständig Informationen aus erster
Hand zu erhalten.“
Mit
diesen Worten lädt Papst Leo XIV. die Bischöfe der Welt dazu ein, das neue
Video-Widget von Vatican News zu verbreiten. Dabei handelt es sich um ein
Instrument, das es den Webseiten der Diözesen, Pfarreien und katholischen
Vereinigungen und Organisationen ermöglicht, kostenlos Videos und Nachrichten
über den Papst und den Heiligen Stuhl einzubetten. Auf diese Weise können sich
alle, die die Webseiten der Diözesen oder Pfarreien über ihren PC, Tablet oder
Smartphone besuchen, aktuell über die neuesten Nachrichten zum Lehramt und zu
den Aktivitäten des Bischofs von Rom informieren und die Beiträge über den
Papst in ihrer eigenen Sprache teilen.
Schneller
Zugang zur Originalquelle
„Es
wäre wichtig, dass das Video-Widget auf möglichst vielen Websites verbreitet
wird, um die Verbindung zum Bischof von Rom zu unterstreichen“, erklärte der
Präfekt des Dikasteriums für Kommunikation, Paolo Ruffini, „und auch, weil es
ein nützliches Instrument der Evangelisierung ist“.
„Die
Verbreitung dieses neuen Instruments“, so der Chefredakteur der vatikanischen
Medien, Andrea Tornielli, „kann dazu beitragen, dem Phänomen der Fake News
entgegenzuwirken, indem es einen sofortigen Zugang zur Originalquelle der
Nachrichten und Texte ermöglicht - wie es auch der Papst in seinem Brief betont
hat, mit dem er diese neue Initiative unterstützen wollte“.
Das
Widget kann durch einfaches Kopieren und Einfügen eines Codes in jede Website
eingebettet werden. Um es in der gewünschten Sprache und Größe zu generieren
(es ist eine horizontale oder vertikale Ausrichtung möglich, wobei auch die
Schriftart für die Texte ausgewählt werden kann), genügt es, die folgende
Webadresse aufzurufen:
https://www.vaticannews.va/widget/embed.html
Nachdem
alle erforderlichen Angaben eingegeben wurden, wird ein neuer personalisierter
Code zum Einbetten gebildet. Dieser Vorgang muss vom Webmaster der Website nur
einmal durchgeführt werden: Das Video-Widget wird automatisch aktualisiert,
ohne dass weitere Eingriffe erforderlich sind. So können Sie in Echtzeit kurze
Videos über den Papst und den Heiligen Stuhl im horizontalen und vertikalen
Format erhalten, die Sie in den sozialen Netzwerken teilen können, ebenso wie
einen „Ticker” mit den neuesten Nachrichten von Vatican News in der von Ihnen
gewählten Sprache und einen direkten Link zu den Seiten von Vatican.va, auf
denen Sie immer die vollständigen Texte des Papstes in den verschiedenen
Übersetzungen finden.
Im
Widget werden zu einem späteren Zeitpunkt auch direkte Links zu Radio Vatikan
und zum L'Osservatore Romano eingefügt. (vn 18)
Internetauftritt des
Sachverständigenrates zum Schutz vor sexuellem Missbrauch geht online
Der
Sachverständigenrat zum Schutz vor sexuellem Missbrauch und Gewalterfahrungen
bei der Deutschen Bischofskonferenz ist ab heute (19. Februar 2026) mit einem
eigenen Internetauftritt online. Unter www.svr-schutz-kirche.de kann man sich
über seine Arbeit und Projekte informieren. Die Aufgaben des
Sachverständigenrates bestehen im Monitoring der Präventions- und
Interventionsmaßnahmen gegen sexuellen Missbrauch der 27 (Erz- )Diözesen
Deutschlands, in der Beratung der Deutschen Bischofskonferenz zur Weiterentwicklung
der Strukturen von Prävention und Intervention sowie in der Förderung
politscher und gesellschaftlicher Debatten zum Schutz vor sexuellem Missbrauch
und anderen Gewalterfahrungen.
Der
Sachverständigenrat setzt sich aus Expertinnen und Experten unterschiedlicher
Disziplinen zusammen, die von einer unabhängigen Kommission für diese Tätigkeit
ausgesucht wurden, und nimmt eine eigenständige, von kirchlichen Strukturen
unabhängige Perspektive ein. Er ist in der katholischen Kirche weltweit bisher
einzigartig. Ziel ist es, den Schutz von Kindern, Jugendlichen und
schutzbedürftigen Erwachsenen nachhaltig zu stärken und bestehende Maßnahmen
wirksam weiterzuentwickeln.
„Unsere
Aufgabe ist es, unter Beteiligung von Betroffenen die Maßnahmen der
katholischen Kirche in Deutschland zur Prävention und Intervention bei
sexuellem Missbrauch und Gewalterfahrungen fachlich unabhängig zu begleiten und
durch kontinuierliche Monitoringprozesse zur Qualitätssicherung und
Qualitätsverbesserung beizutragen“, so der Vorsitzende des Gremiums, Prof. Dr.
Dr. Jochen Sautermeister von der Universität Bonn.
Im
vergangenen Jahr hat der Sachverständigenrat sein bundesweites Monitoring der
Maßnahmen zur Intervention und Prävention sexuellen Missbrauchs in den
(Erz-)Diözesen begonnen. Die Ergebnisse und Empfehlungen werden derzeit
systematisch ausgewertet. Weitere Informationen zu Struktur, Mitgliedern und
Veröffentlichungen des Sachverständigenrates finden sich ab sofort auf der
Internetseite. Dbk 19
Bätzing beklagt Verfall moralischer
Leitplanken
Zum
Auftakt der Fastenzeit hat der Limburger Bischof und Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Georg Bätzing, eine scharfe Analyse des weltpolitischen und
gesellschaftlichen Zustands gezogen. In seiner Predigt im Limburger Dom warnte
er vor einer Erosion der Wahrhaftigkeit – sowohl in der großen Politik als auch
im digitalen Raum und bei der Entwicklung neuer Technologien.
Bätzing
konstatierte eine besorgniserregende Gleichgültigkeit gegenüber internationalen
Vereinbarungen. „Autokraten und Diktatoren dieser Welt stört es augenscheinlich
immer weniger, was die Weltgemeinschaft an Grenzen, Absprachen und moralischen
Leitplanken miteinander vereinbart hat“, erklärte der Bischof laut einer
Mitteilung seines Bistums. Für diese Machthaber seien Freiheit und Demokratie
unvereinbare Gegensätze.
Verrohung
im Netz und Kritik an der KI
Ein
Schwerpunkt seiner Predigt lag auf der digitalen Kommunikation. Bätzing
beklagte eine zunehmende Brutalität im Internet: „Wie viel Bosheit, Gemeinheit,
Ignoranz und Brutalität herrschen im Netz, greifen andere an, um sie gezielt zu
diffamieren oder gar öffentlich zu vernichten.“
In
diesem Kontext äußerte er sich auch skeptisch gegenüber der rasanten
Entwicklung der Künstlichen Intelligenz (KI). Er bezeichnete KI als eine
„amoralische Technologie“, die von sich aus keine Werte besitze. Er kritisierte
Bestrebungen, bestehende Sicherheitsfilter und Regulierungen weiter abzubauen.
Dadurch drohten Wahrhaftigkeit und menschliche Maßstäbe dem bloßen Nutzen
untergeordnet zu werden. Die derzeitigen Schutzmechanismen bezeichnete er als
„dünn“.
Die
Fastenzeit als „geistliches Sicherungssystem“
Gegen
diese äußeren Bedrohungen rief Bätzing die Gläubigen dazu auf, im Inneren
Widerstandskraft zu entwickeln. Er sprach von der Notwendigkeit eines
„geistlichen Sicherungssystems“, das auf der Orientierung an Gerechtigkeit und
dem Wort Gottes basiere. Christen sollten Christus symbolisch „als Gewand
anziehen“, um durch Demut und Liebe positiv auf ihre Umgebung auszustrahlen.
Die
nun beginnende 40-tägige Fastenzeit sieht der Bischof dabei nicht als Zeit der
Melancholie: „Die Fastenzeit ist keine Zeit der Tristesse. Sie ist keine Phase
der Niedergeschlagenheit, sondern eine Zeit der inneren Klärung und
Erneuerung.“
Hintergrund:
Der Aschermittwoch
Mit
dem Aschermittwoch beginnt in der katholischen Kirche die Vorbereitungszeit auf
das Osterfest. Die 40 Tage (unter Ausschluss der Sonntage) sind traditionell
geprägt von Gebet, Besinnung und dem Verzicht. Ziel ist die innere Wandlung, um
das Fest der Auferstehung bewusst feiern zu können. (pm/kna 18)
Papst ruft zum „Wort-Fasten“ auf:
Mehr als Verzicht auf Speisen
Mit
dem traditionellen Ritus der Ascheerteilung beginnt an diesem Mittwoch, dem 18.
Februar, für weltweit über 1,3 Milliarden Katholiken die österliche Bußzeit.
Papst Leo XIV. nutzte die Generalaudienz auf dem Petersplatz, um die Gläubigen
auf einen Weg der inneren Erneuerung einzustimmen. Dabei überraschte er mit
einem konkreten Rat: Dem Fasten von Worten, die andere verletzen. Mario Galgano
- Vatikanstadt
Aschermittwoch
wird im Vatikan mit einer Bußprozession von der Kirche Sant’Anselmo zur
Basilika Santa Sabina begangen, wo der Papst um 17:00 Uhr die Messe feiert und
die Asche segnet. Doch bereits am Vormittag gab er den Pilgern in verschiedenen
Sprachen wegweisende Impulse für die kommenden 40 Tage mit auf den Weg.
Die
Stille gegen die Unruhe des Alltags
In
Anlehnung an seine Fastenbotschaft vom 5. Februar mahnte der Papst, „das
Geheimnis Gottes wieder in den Mittelpunkt unseres Lebens zu stellen“. Nur so
könne der Glaube neuen Schwung finden und das Herz sich nicht in den „Unruhen
und Ablenkungen des Alltags verlieren“. Die Fastenzeit sei eine Einladung,
innerlich erneuert zum Osterfest zu gelangen.
Worte
als Waffen: Das „ungeliebte“ Fasten
Besonders
deutlich wurde der Pontifex bei seinen Grüßen an die spanischsprachigen
Gläubigen. Er empfahl ein „Fasten von Worten“, die wie Waffen treffen und
Schmerz zufügen können. Diese Form der Enthaltsamkeit bezeichnete er als „sehr
konkret und oft wenig geschätzt“.
„Bitten
wir den Herrn, unsere Herzen darauf vorzubereiten, sein Wort zu hören und in
die Tat umzusetzen, indem wir auf Gesten und Kommentare verzichten, die andere
verletzen und uns von seinem barmherzigen Herzen entfernen“, so der Aufruf des
Papstes.
Ein
Herz für die Mitmenschen
An
die deutschsprachigen Pilger richtete er den Wunsch, die Gnaden dieser Zeit mit
„offenem Herzen“ zu empfangen, damit sie „reiche Früchte des Heils für uns und
unsere Brüder und Schwestern bringen“. Eine echte Umkehr des Herzens, so
betonte er gegenüber englischsprachigen Gästen, müsse sich zwangsläufig darin
zeigen, dass man die Liebe Gottes mit den Menschen in der Umgebung teilt.
Gedenken
an die Göttliche Barmherzigkeit
Zum
Abschluss erinnerte der Papst an ein besonderes Jubiläum: Am 22. Februar jährt
sich zum 95. Mal die erste Erscheinung des Barmherzigen Jesus vor der heiligen
Faustina Kowalska. Er rief dazu auf, die Fastenzeit als Zeit der Begegnung mit
Christus durch das Sakrament der Beichte und Werke der Barmherzigkeit zu
nutzen. (vn 18)
Papst am Aschermittwoch: Aufruf zu
Umkehr und Gemeinschaft
Mit
einem eindringlichen Aufruf zu Umkehr und Buße hat Papst Leo XIV. an diesem
Aschermittwoch die österliche Bußzeit eingeläutet. In seiner Predigt auf dem
römischen Aventin-Hügel rief er die Gläubigen zu einer Gemeinschaft ohne
Feindbilder auf, in der jeder Verantwortung für seine Sünden übernimmt und den
Weg der Erneuerung geht. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Normalerweise
besucht der Papst den Aventin-Hügel im Herzen Roms nur einmal im Jahr: am
Aschermittwoch. Dieser alten Tradition entsprechend, hat Papst Leo mit einer
Bußprozession und einem Gottesdienst in der frühchristlichen Kirche der
Dominikaner auf dem Aventin-Hügel die diesjährige Fastenzeit begonnen. Nach
einem kurzen Gebet in der Benediktinerkirche Sant'Anselmo zog der Pontifex
unter dem feierlichen Gesang der Heiligenlitanei mit Kardinälen, Bischöfen und
Ordensleuten zur nahegelegenen Basilika Santa Sabina, einer der vielen
Gedenkstätten der Märtyrer, die das Fundament der Kirche von Rom bilden. Bei
der Messe in dem geschichtsträchtigen Gotteshaus, teilte der Papst das
Aschenkreuz aus: ein Zeichen, das an die Vergänglichkeit alles Irdischen
erinnert.
Der
Aventin, einer der sieben Hügel, auf denen das Alte Rom erbaut war, ist heute
eine ruhige, aber teure Wohngegend in der römischen Altstadt. 16 Ordenshäuser
sind hier zuhause, darunter auch die Ordensleitungen der Malteser, Dominikaner,
Zisterzienser und Benediktiner. Dort, in der Benediktinerkirche Sant'Anselmo,
begann die erste Etappe dieser römischen Tradition, die auf die frühen
christlichen Jahrhunderte zurückgeht.
Die
Predigt des Papstes
„Versammelt
das Volk, heiligt die Gemeinde!“, zitierte Leo XIV. zu Beginn seiner Predigt
den Propheten Joël. Die Gläubigen forderte er auf, sich nicht nur persönlich,
sondern auch als Gemeinschaft in der Fastenzeit zu versammeln.
Gemeinschaft
ohne Feindbilder
„Die
Fastenzeit ist auch heute eine besondere Zeit der Gemeinschaft,“ so der Papst.
„Wir wissen, dass es immer schwieriger wird, Menschen zusammenzubringen und
sich als Volk wahrzunehmen, nicht auf nationalistische und aggressive Weise,
sondern in einer Gemeinschaft, in der jeder seinen Platz findet.“
Und
dabei ginge es nicht nur um eine innere Umkehr, sondern auch um das Bekenntnis
der Sünden in einer Welt, die von Konflikten und Ungerechtigkeit geprägt ist.
Die Fastenzeit sei ein Aufruf, „sich der eigenen Verantwortung zu stellen“. Das
Kirchenoberhaupt erinnerte daran, dass die Sünde zwar persönlich ist, aber auch
in den „Strukturen der Sünde“ – in Wirtschaft, Politik und Gesellschaft –
weiterwirke. Ein wahrhaftiges Bekenntnis könne also nur dort beginnen, wo man
sich dieser Strukturen bewusst werde.
„Der
Götzenverehrung den lebendigen Gott entgegenzusetzen, bedeutet – wie uns die
Heilige Schrift lehrt –, die Freiheit zu wagen und sie durch einen Exodus, auf
einem Weg, wiederzufinden. Nicht mehr gelähmt, starr, sicher in den eigenen
Positionen, sondern versammelt, um sich zu bewegen und zu verändern. Wie selten
findet man Erwachsene, die Reue zeigen, Menschen, Unternehmen und
Institutionen, die zugeben, dass sie Fehler gemacht haben!“
Junge
Menschen entdecken den Aschermittwoch neu
In
diesem Zusammenhang wies der Pontifex darauf hin, dass heute vor allem junge
Menschen – selbst in säkularisierten Umfeldern – ein wachsendes Bewusstsein für
Verantwortung und Gerechtigkeit entwickeln würden. Sie spürten, dass „eine
gerechtere Lebensweise möglich ist“ und dass Verantwortung übernommen werden
müsse für das, „was in der Kirche und in der Welt nicht in Ordnung ist“.
Daher
folgender Aufruf des Papstes: „Nehmen wir also die missionarische Dimension der
Fastenzeit wahr, nicht etwa, um uns von der Arbeit an uns selbst abzulenken,
sondern um sie für viele unruhige und gutwillige Menschen zu öffnen, die nach
Wegen suchen, ihr Leben in der Perspektive des Reiches Gottes und seiner
Gerechtigkeit wirklich zu erneuern.“
Mit
Verweis auf seinen Vorgänger Paul VI. und dessen Einführung der öffentlichen
Aschenauflegung im Petersdom 1966, rief Papst Leo zu einer ehrlichen und
ernsthaften Auseinandersetzung mit der eigenen Sünde auf – als Zeichen der
Umkehr und der Hoffnung auf Auferstehung.
Die
Fastenzeit befreit uns davon, um jeden Preis gesehen werden zu wollen
Paul
VI. habe von einer „Apologie der Asche“ gesprochen – einer Kultur, die
letztlich „auf die unvermeidliche Sinnlosigkeit von allem“ und eine „Metaphysik
des Absurden und des Nichts“ hinauslaufe, so der Pontifex weiter. Wie
prophetisch diese Worte seien, zeige sich heute angesichts einer Welt voller
Kriege, zerstörter Städte und zerbrechender Ordnungen:
„Heute
können wir erkennen, wie prophetisch diese Worte waren, und in der Asche auf
unserem Haupt können wir die Last einer brennenden Welt spüren, ganzer Städte,
die vom Krieg zerstört wurden: die Asche des Völkerrechts und der Gerechtigkeit
zwischen den Völkern, die Asche ganzer Ökosysteme und der Eintracht unter den
Menschen, die Asche des kritischen Denkens und alter lokaler Wissensschätze,
die Asche jenes Sinns für das Heilige, den jedes Geschöpf in sich trägt.“
Die
Asche auf dem Haupt werde so zum Zeichen einer „brennenden Welt“ – und zugleich
zum Aufruf, nicht bei der Zerstörung stehenzubleiben.
Zeugnis
der Auferstehung
Am
Ende richtete Papst Leo den Blick auf die Märtyrer der Vergangenheit und der
Gegenwart, sowie auf die alte römische Tradition der Stationskirchen. Sie
erinnere an das Unterwegssein der Kirche – als Pilgergemeinschaft, die sich
immer neu auf Gott ausrichtet.
Abschließend
gab der Pontifex noch folgenden Denkanstoß: „Die Fastenzeit – wie das
Evangelium sie uns nahegelegt hat – befreit uns davon, um jeden Preis gesehen
werden zu wollen, sie lehrt uns, vielmehr das zu sehen, was entsteht, was
wächst, und sie drängt uns, ihm zu dienen. Es ist die tiefe Harmonie mit dem
Gott des Lebens, unserem Vater und dem Vater aller, die sich im Verborgenen bei
denen einstellt, die fasten, beten und lieben. Auf ihn richten wir unser ganzes
Sein, unser ganzes Herz mit Nüchternheit und Freude neu aus.“
Das
Fastenzeit-Programm des Papstes
Mit
der traditionellen Liturgie auf dem Aventin begann für Papst Leo sein erstes
fastenzeitliches Programm bis Ostern. Die Fastenexerzitien für den Papst und
die Spitzenverantwortlichen der Römischen Kurie finden vom 22. bis 27. Februar
statt.
Leos
Vorgänger Papst Franziskus hatte diese Einkehrtage an einen Ort außerhalb des
Vatikans verlegt: nach Ariccia, südöstlich von Rom. Nun werden sie wieder in
der Paulinischen Kapelle des Apostolischen Palastes gehalten. Gepredigt werden
sie von dem norwegischen Bischof und Trappistenmönch Erik Varden. Das Thema der
diesjährigen Exerzitien lautet „Erleuchtet von einer verborgenen Herrlichkeit“.
(vn 18)
Assisi zeigt erstmals Gebeine des
Heiligen Franziskus
Franz
von Assisi ist einer der bekanntesten Heiligen der katholischen Kirche.
Jahrhundertelang wurde sein Leichnam aus Angst vor Grabräubern versteckt. Nun
wird er der Öffentlichkeit gezeigt. Er ist nicht der einzige Heilige, der in
Assisi ruht.
Nach
fast acht Jahrhunderten werden die sterblichen Überreste des katholischen
Heiligen Franz von Assisi erstmals in der Öffentlichkeit zu sehen sein. Seine
Heimatstadt, die 27.500-Einwohner-Gemeinde Assisi in Mittelitalien, erwartet
dazu mehrere Hunderttausend Besucher.
Die
Stadt Assisi hat nicht weniger als fünf Heilige: Franz von Assisi, der
bekannteste von allen, sowie Klara, Agnes, Rufinus, alle ebenfalls von Assisi,
und Carlo Acutis. Ergibt einen (beziehungsweise eine) auf 5500 Einwohner. Pro
Kopf der Bevölkerung liegen in keiner anderen Stadt der Welt mehr Heilige
begraben als hier in den Hügeln von Umbrien, auch nicht im zwei Autostunden
entfernten Rom.
Die
Ausstellung beginnt am Wochenende. Nach Angaben des Franziskanerordens haben
sich bereits mehr als 350.000 Menschen angemeldet, um in der päpstlichen
Basilika San Francesco die Reliquien zu sehen.
800.
Todestag des Schutzpatrons
Franz
von Assisi (1181/82-1226) gehört zu den bekanntesten Heiligen der katholischen
Kirche. Er war auch Namensgeber für den im vergangenen Jahr verstorbenen Papst
Franziskus. Der Sohn eines reichen Tuchhändlers aus Assisi sagte sich zu Beginn
des 13. Jahrhunderts mit Anfang 20 von seiner Familie los, verschrieb sich dem
Glauben und führte ein Leben in absoluter Armut. Schon zwei Jahre nach dem Tod
mit Mitte 40 wurde er für heilig erklärt.
Sein
Leichnam wurde an einem versteckten Ort tief in die Erde eingelassen, auch aus
Angst vor Grabräubern. Dort blieb er fast sechs Jahrhunderte lang. 1818 gab
Papst Pius VII. den Franziskanern die Erlaubnis, das Grab freizulegen. Für den
Sarkophag baute man in der Unterkirche der Basilika eigens eine neue Krypta.
Seither wurden die Knochen mehrfach wissenschaftlich untersucht und auf
Echtheit geprüft, zuletzt 2015. Ntv 17
Christen und Muslime senden
Grußbotschaften zum Ramadan
Katholiken
und Muslime haben in Grußbotschaften den Beginn des islamischen Fastenmonats
Ramadan gewürdigt. Der Vorsitzende der katholischen Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, bezeichnete es als „schönes Zeichen“,
dass der Ramadan in diesem Jahr fast zeitgleich mit der christlichen Fastenzeit
anfängt. Sie beginnt an diesem Aschermittwoch, der Ramadan am Donnerstag.
„Diese seltene Übereinstimmung lädt uns dazu
ein, mit wachem Sinn all das wahrzunehmen, was uns miteinander verbindet“, so
der Limburger Bischof in dem am Dienstag veröffentlichten Grußwort an
muslimische Gläubige.
Gerechte
Friedensordnung in Nahost
Er
erinnerte an die Situation von Juden, Christen und Muslimen im Heiligen Land,
die von Frieden weit entfernt seien. Während seines Besuchs am Jahresende sei
ihm schmerzlich bewusst geworden: „Eine gerechte Friedensordnung, die die
Menschenwürde von Israelis und Palästinensern gleichermaßen schützt, ist in
weite Ferne gerückt.“ Die Gewalt habe äußerlich wie innerlich tiefe Wunden
geschlagen. Doch inmitten der Verwüstungen sei der Wunsch nach Frieden
allgegenwärtig.
Bätzing
verwies auf die Friedensbotschaft von Papst Leo XIV. zum 1. Januar. Wer durch
das Gebet Herz und Verstand weite, öffne seine Augen für das Leid der
Mitmenschen. So würden Menschen fähig, solidarisch zu handeln und die Würde
jedes Menschen zu achten. „Dann ist Religion auch keine Barriere, sondern eine
Ressource für den Frieden“, so Bätzing. Dazu trage Fasten bei. Der scheidende
Konferenzvorsitzende rief dazu auf, sich „jeder Form von Menschenfeindlichkeit
entschieden entgegenzustellen, sei es Rassismus, Antisemitismus oder
Islamfeindlichkeit“.
Menschen
aktiv helfen
Auch
der Koordinationsrat der Muslime in Deutschland (KRM) erinnert in seiner
Grußbotschaft an Musliminnen und Muslime auf den nahezu gleichzeitigen Beginn
von christlicher Fastenzeit und Ramadan in diesem Jahr. „Weltweit wie auch hier
in Deutschland stehen viele Menschen vor sozialen und ökonomischen
Herausforderungen. Der Fastenmonat ruft dazu auf, nicht wegzusehen, sondern
aktiv zu helfen – durch Spenden, Engagement und durch eine Haltung der
Barmherzigkeit im Alltag."
Der
Ramadan erinnere daran, dass Verantwortung, Rücksichtnahme und Solidarität
zentrale Elemente des Zusammenlebens seien – „Werte, die selbstverständlich
sein sollten, es oft aber nicht sind", betonte KRM-Sprecher Ali Mete.
Im
KRM haben sich fünf Islamverbände zusammengeschlossen: die türkisch-islamische
Ditib, der Islamrat für die Bundesrepublik Deutschland, der Zentralrat der
Muslime in Deutschland sowie die Verbände albanischer und marokkanischer
Muslime hierzulande. (kna 18)
CCEE: Kontinentweite Gebetskette
für den Frieden startet
Vom
Aschermittwoch, dem 18. Februar, bis zum Gründonnerstag, dem 2. April,
verbindet eine „eucharistische Kette“ die Gläubigen des gesamten Kontinents.
Das Ziel: Ein gemeinsames Gebet für einen „entwaffneten und entwaffnenden
Frieden“ in der Ukraine, im Heiligen Land und weltweit. Mario Galgano
Die
vom Rat der europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) koordinierte Initiative
sieht vor, dass jede nationale Bischofskonferenz während der Fastenzeit
mindestens eine heilige Messe organisiert, die explizit den Opfern der Kriege
gewidmet ist. Diese Kette soll nicht nur ein Akt der Frömmigkeit sein, sondern
ein „sichtbares Zeichen der Hoffnung für den gesamten europäischen Kontinent“.
Papst
Leo XIV.: „Friede ist ein Weg, kein fernes Ziel“
In
ihrer Mitteilung beziehen sich die Bischöfe auf die Botschaft von Papst Leo
XIV. zum Weltfriedenstag am 1. Januar 2026. Darin mahnte der Pontifex: „Öffnen
wir uns für den Frieden! Empfangen und erkennen wir ihn an, anstatt ihn als
fern und unmöglich zu betrachten. Bevor er ein Ziel ist, ist der Friede eine
Gegenwart und ein Weg.“
Der
Zeitplan: Ein Gebet geht um den Kontinent
Die
Initiative folgt einer alphabetischen Reihenfolge der Länder.
Zum Auftakt macht den Beginn an diesem Mittwoch, dem 18. Februar,
Albanien. Alle Bischöfe des Landes werden in ihren jeweiligen Diözesen um 17:00
Uhr die Aschermittwochsmesse im Zeichen des Friedens feiern.
Am Folgetage, 19. Februar, folgt Belgien, am 20. Februar Österreich
mit zentralen Gottesdiensten in Salzburg, Graz und Wien. In Deutschland
wird die Kette in den folgenden Wochen fortgesetzt, während in Italien der 4.
März als zentraler Gebetstag festgesetzt wurde. Was
die Ukraine betrifft: Besonders symbolträchtig sind die Termine
Ende März. Am 31. März beten die griechisch-katholischen Gläubigen, gefolgt von
der römisch-katholischen Kirche am 1. April. Zum Abschluss endet die
Kette am Gründonnerstag, dem 2. April, in Ungarn.
Die
Bischöfe betonen, dass diese Gebetsgemeinschaft in Zeiten tiefer politischer
Gräben die spirituelle Gemeinschaft Europas festigen soll. Die Eucharistiefeier
wird hierbei zum zentralen Ort, an dem die Bitte um Versöhnung über nationale
Grenzen hinweg laut wird. (pm/vn 18)
Fastenzeit: (Nicht nur) Christen
und Muslime verzichten
Für
Christen beginnt heute die Fastenzeit, für Muslime der Ramadan. Doch nicht nur
Gläubige üben sich im Verzicht. Mit Heilfasten, Intervallfasten oder dem
jüngsten "Dry" ist Fasten zum Lifestyle geworden: im Glauben, dass es
Körper und Seele guttut. Von Astrid Uhr
Kiwi,
Kohlrabi, Brokkoli: An diese Speisen denkt Gabi Michl, wenn heute, am
Aschermittwoch, für Christen die Fastenzeit beginnt. Denn bald startet ihre
"Grüne Fastenwoche", bedeutet: Sie isst dann nur noch grüne
Lebensmittel. Sie ist überzeugt, dass das darin enthaltene Chlorophyll ihrem
Körper hilft.
Fasten,
Yoga und viel Ruhe
"Ich
freue mich auf das Fasten, weil es mir so guttut", sagt die 62-Jährige.
Ihre Haut werde dadurch reiner, sie fühle sich wohler. Begleitend zum Fasten
macht sie täglich mehrere Stunden Yoga, meditiert und gönnt sich viel Ruhe.
Das
erste Mal entschied sich Gabi Michl für das Fasten, als sich bei ihr die
Hormone veränderten, bedingt durch die Wechseljahre. Plötzlich kam sie aus dem
Gleichgewicht, körperlich und seelisch.
Fasten
hat sich zum Lifestyle entwickelt
Ihr
Beispiel zeigt: Fasten ist längst kein rein religiöses Ereignis mehr, das etwa
auf die 40 Tage vor Ostern oder auf den Ramadan beschränkt ist. Es hat sich zu
einem Gesundheitstrend und Lifestyle entwickelt, der auf körperliche
Regeneration, Gewichtsmanagement und gesteigertes Wohlbefinden abzielt.
Viele
Christen fasten ab heute 40 Tage lang bis Ostern. Das Besondere in diesem Jahr:
Auch die Muslime tun das ab morgen früh - beim Ramadan.
Sehr
beliebt ist zum Beispiel der "Dry January", auf Deutsch
"trockener Januar". Menschen, die sich diesem Trend aus
Großbritannien anschließen, trinken im Januar keinen Alkohol. Auch das
Intervallfasten ist sehr bekannt, mit der 16/8-Stunden-Regel. Das bedeutet,
dass 16 Stunden lang auf Nahrung verzichtet wird, also entweder Frühstück oder
Abendessen ausgelassen wird.
DAK-Umfrage:
Bayern verzichten in erster Linie auf Süßes
Vor
allem junge Menschen in Deutschland halten Fasten für sinnvoll. Das legt eine
repräsentative Umfrage im Auftrag der Krankenkasse DAK nahe. Demnach finden es
85 Prozent der unter 30-Jährigen sinnvoll, auf Genussmittel und Konsumgüter zu
verzichten. Allgemein hat jeder zweite Befragte schon mehrmals gefastet. In
Bayern verzichten die Menschen laut Umfrage der DAK am häufigsten auf
Süßigkeiten, außerdem auf Alkohol und Fleisch. Zwei von fünf, die fasten,
versuchen das Rauchen aufzugeben, jeder Vierte will auf Smartphone und Internet
verzichten.
Religionswissenschaftler:
Jedes Fasten öffnet Blick für das Wesentliche
Ganz
egal, ob man aus religiösen Gründen fastet oder eher für das gesundheitliche
Wohlbefinden: Fasten könne immer ein persönlicher Gewinn sein, weil es Blick
für das Wesentliche öffne, sagt der Theologe Andreas Renz. Er leitet den
Fachbereich Dialog der Religionen im Erzbistum München und Freising. "Ein
Mensch, der fastet, konzentriert sich mehr auf sich selbst", so Andreas
Renz, "und wird so vielleicht dann auch wieder offener für seine
Mitmenschen".
Darüber
hinaus könne er wieder stärker seine Beziehung zu Gott oder zum Transzendenten
entdecken, je nachdem, welche Vorstellungen der Einzelne habe. Übrigens: Der
Theologe fastet selbst ab Aschermittwoch, er verzichtet dann auf Schokolade –
was ihm schwerfällt.
Bei
Gabi Michl indessen wirkt die "Grüne Woche" mittlerweile auch außerhalb
der Fastenzeit nach: Sie startet inzwischen jeden Tag mit einer Kiwi auf dem
Teller. BR 18
Bischof
Bätzing: Religion ist keine Barriere, sondern Ressource für den Frieden
Mit
dem jetzt beginnenden muslimischen Fastenmonat Ramadan schreibt der Vorsitzende
der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, der muslimischen
Gemeinschaft in Deutschland eine Grußbotschaft und übermittelt Segenswünsche
für die bevorstehenden Wochen. „Wer fastet, dem geht es um mehr als materiellen
Verzicht und körperliche Askese. Vielmehr kennen sowohl Christen als auch
Muslime – jeweils auf ihre Weise – das Fasten als einen Weg des Gebets und der
Sammlung. Auf diese Weise kann das Fasten dazu beitragen, dass wir unsere
Beziehung zu Gott, dem barmherzigen Schöpfer, vertiefen und zugleich eine
größere Achtsamkeit gegenüber unseren Mitgeschöpfen entwickeln“, schreibt
Bischof Bätzing.
Er
erinnert an seinen Besuch in Israel und Palästina unmittelbar nach Weihnachten
vergangenen Jahres, wo er die heiligen Stätten von Juden, Christen und Muslimen
besucht hatte: „Dabei wurde mir schmerzlich bewusst: Eine gerechte
Friedensordnung, die die Menschenwürde von Israelis und Palästinensern
gleichermaßen schützt, ist in weite Ferne gerückt. Die Gewalt hat tiefe Wunden
geschlagen, äußerlich wie innerlich. Doch inmitten all der Verwüstungen ist
auch der Wunsch nach Frieden allgegenwärtig. Die Menschen sind erfüllt von der
Sehnsucht nach einem Frieden, wie nur Gott ihn geben kann. Beim Besuch so
vieler leidvoller Orte habe ich deutlich gespürt, wie sehr die stille Kraft des
Gebets eine Quelle der Hoffnung bleibt.“
Darauf
habe auch Papst Leo XIV. in seiner diesjährigen Friedensbotschaft zum 1. Januar
aufmerksam gemacht. Wer bete, lasse das Licht hinein, im Gebet weiteten sich
Herz und Verstand. „Aus einer solchen inneren Haltung öffnen sich unsere Augen
für das Leid unserer Mitmenschen. So werden wir fähig, solidarisch zu handeln,
Brücken zu bauen und die Würde jedes Menschen zu achten – unabhängig von
Religion oder Herkunft. Dann ist Religion auch keine Barriere, sondern eine
Ressource für den Frieden“, so Bischof Bätzing. Es sei notwendig, sich „jeder
Form von Menschenfeindlichkeit entschieden entgegenzustellen, sei es Rassismus,
Antisemitismus oder Islamfeindlichkeit. Gerade in Zeiten politischer und
gesellschaftlicher Polarisierung dürfen wir uns nicht entmutigen lassen,
sondern sind aufgerufen, Zeugnis für Gerechtigkeit und Versöhnung abzulegen.“
Dbk 17
Ramadan und Passionszeit. Warum
Christen und Muslime fasten
Das
gibt es nicht jedes Jahr: Die christliche und die islamische Fastenzeit
beginnen gleichzeitig. Musliminnen und Christinnen berichten, was der religiös
motivierte Verzicht für sie bedeutet und was die nächsten Wochen für sie so
besonders macht. Von Judith Kubitscheck
Dieses
Jahr fasten Christen und Muslime zur gleichen Zeit: Viele Christen ab
Aschermittwoch (18. Februar), und mit einem Gebet am Abend des 18. Februar
beginnt auch der islamische Ramadan, ab 19. Februar fasten Muslime. Dass
Passionszeit und Ramadan gleichzeitig stattfinden, ist etwas Besonderes. Der
islamische Kalender orientiert sich an den Zyklen des Monds und wandert jedes
Jahr um 10 bis 12 Tage im Kalenderjahr nach vorn. Die christliche Fastenzeit
beginnt immer knapp sieben Wochen vor Ostern, das in diesem Jahr am 5. April
gefeiert wird. Vier Frauen aus Baden-Württemberg erklären, was sie zu dem
Verzicht motiviert:
Christin
Gabriele Müller fastet seit 30 Jahren
Die
Christin Gabriele Müller aus Malmsheim im Landkreis Böblingen begeht bereits
seit etwa 30 Jahren bewusst die Fastenzeit und verzichtet auf Schokolade und
seit einigen Jahren auch auf Alkohol. Das Schöne sei, dass man dadurch lerne,
bewusst zu genießen, sagt sie: „Der erste Biss in eine Praline oder das erste
Schokoladenstück schmeckt nach 40 Tagen Fasten dann herrlich. Und auch der
erste Schluck Wein ist ein ganz besonderes Geschmackserlebnis.“
Sie
faste nicht, um abzunehmen, sondern für sie passe der Verzicht gut in die
Passionszeit, da diese auch eine Zeit der Vorbereitung auf Ostern und der
Erinnerung an das Leiden Jesu sei. Ostern sei dann ein Grund zur Freude, „weil
wir feiern, dass Jesus wieder auferstanden ist“. Und diese Freude zeige sich
auch in dem Genuss an den Dingen, die man sich vorher nicht gegönnt habe, sagt
die 52-Jährige.
Muslimin
Seher Sucu: Ramadan-Fasten kann das Mitgefühl mit Armen stärken
Für
die Muslimin Seher Sucu aus Stuttgart ist das Ramadan-Fasten zwischen
Sonnenaufgang und Sonnenuntergang vergleichbar mit einem Gebet, „weil du das
ebenso wie ein Gebet ganz bewusst für Gott tust“. Sie gehe dann gerne in die
Moschee zum abendlichen Fastenbrechen: „Ich liebe es, in der Gemeinschaft zu
sein und gemeinsam zu beten, das hat eine ganz andere Dynamik.“ Außerdem
erfahre man beim Fasten körperlich und seelisch, wie es sei, Hunger zu haben.
„Das sorgt für eine große Dankbarkeit, dass es mir so gut geht und ich täglich
zu essen habe – und für Mitgefühl mit armen Menschen, die tagtäglich hungern
müssen.“
Insgesamt
nimmt Sucu, die Referendarin an einem Gymnasium ist, den Fastenmonat als sehr
gesegnet wahr, wie sie sagt: Die Gläubigen befassten sich mit dem Koran und man
wachse innerlich in dieser Zeit im Glauben. Das „Zuckerfest“, der Abschluss des
Fastens, sei etwas ganz Besonderes, wenn die Älteren mit den Jüngeren gemeinsam
feierten. „Das ist wie die Belohnung am Ende eines Marathonlaufs“, sagt sie mit
einem Augenzwinkern.
Muslimin
Sofia Azizi: Arbeit in der Bäckerei während des Ramadans
Das
Fasten im Ramadan hilft auch Sofia Azizi aus Renningen im Landkreis Böblingen,
mit hungernden Menschen noch mehr mitzufühlen, wie sie erzählt: „Wir fasten nur
einen Monat und haben nach Sonnenuntergang wieder zu essen. Wir müssen also nur
vielleicht 12 bis 14 Stunden fasten. Und die armen Leute haben die ganze Zeit
Hunger.“ In ihrer Heimat in Afghanistan habe ihre Familie deshalb auch arme
Menschen unterstützt und ihnen etwas zum Essen vorbeigebracht.
Sie
hat mit dem Fasten begonnen, als sie 14 Jahre alt war. „Fasten ist eine der
fünf Säulen im Islam und eine Pflicht“, erklärt die gläubige Muslimin. Aber
natürlich gebe es Ausnahmen, schwangere und stillende Frauen müssten nicht
fasten, weil die Gesundheit der Mutter und des Kindes vorgehe. Azizi hat selbst
einen drei Monate alten Sohn und arbeitete vor ihrer Elternzeit als Verkäuferin
in einer Bäckerei. „Mir hat es nichts ausgemacht, Kuchen und Brot zu verkaufen,
während ich gefastet habe, das war völlig egal.“ In der Mittagspause habe sie
dann etwas geruht oder geschlafen und nachmittags weitergearbeitet.
Ihre
Familie wird dieses Jahr wieder fasten. Aber sie werden kein opulentes
Abendessen zubereiten, sagt sie. Sich den Bauch vollzuschlagen, sei nicht
gesund. „Vielleicht gibt es ein, zwei Datteln zum Fastenbrechen und dann beten
wir und trinken viel Wasser. Und ein paar Stunden später essen wir etwas Suppe
oder Reis.“
Pfarrerin
Bettina Auerswald: Fasten ist ein Schatz
Regelmäßiges
Fasten gehört für Pfarrerin Bettina Auerswald aus Neuenstadt am Kocher auch
außerhalb der Passionszeit zum Alltag. Sie versucht, jeden Donnerstag auf Essen
zu verzichten. Ihr Alltag sei oft sehr voll mit ihren drei Töchtern und dem
Job, da helfe es, wenn man an einem Tag das Essen ausfallen lasse, sagt sie:
„Man merkt plötzlich mal wieder: Was ist eigentlich wichtig im Leben? Man wird
so ein bisschen reduziert aufs Wesentliche. Ich spüre, dass mir zum Beispiel
Bibellesen guttut oder wenn ich es schaffe, nehme ich mir dann auch Raum, um
etwas mehr Zeit fürs Gebet zu haben.“
In
der Passionszeit vor Ostern wird sie auf jeden Fall weiter donnerstags fasten,
vielleicht auch mal eine ganze Woche. Sie ist überzeugt, „dass Fasten ein
Schatz ist, den vor allem wir evangelische Christen fast vergessen haben“.
Dabei könne Fasten helfen, zur Ruhe zu kommen. „Fasten ist eine Erfahrung, die
ich mit dem ganzen Körper mache. Und ich glaube, dass es sehr wertvoll sein
kann für Einzelne, das zu entdecken und sich auf diesen Weg zu machen, der
zunächst erst mal Verzicht bedeutet, bis man merkt, dass in dem Verzicht ein
großer Gewinn steckt.“ (epd/mig 17)
Berlinale: Kardinal Marx fordert
mehr Mut zum politischen Film
Zum
Auftakt der 76. Berlinale haben die christlichen Kirchen am Sonntagabend zu
ihrem traditionellen Ökumenischen Empfang geladen. Dabei fand der Vorsitzende
der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal
Reinhard Marx, deutliche Worte zur gesellschaftlichen Verantwortung des Kinos.
Insbesondere angesichts der europäischen Flüchtlingspolitik mahnte er eine
filmische Aufarbeitung menschlicher Schicksale an.
Im
Zentrum der Gespräche stand der im vergangenen Jahr erschienene Dokumentarfilm
„Kein Land für Niemand“, der die Situation an den europäischen Außengrenzen und
die oft prekäre Asylpolitik beleuchtet. Kardinal Marx betonte die Notwendigkeit
solcher Produktionen: „Für uns ist es nicht möglich, eine solche Situation
selbst zu erleben“, erklärte er. Daher sei es entscheidend, dass Filme und
Dokumentationen „neue Horizonte für die Zuschauer aufreißen“.
Kritik
an der „Nachahmung der Rechtsradikalen“
Marx
nutzte die Bühne des Filmfestivals auch für eine scharfe politische Analyse. Er
kritisierte eine zunehmende Anpassung an rechtspopulistische Diskurse in der
Migrationsdebatte: „Dieses Nachahmen der Rechtsradikalen ist furchtbar“, so der
Kardinal. Die Kirche sehe es als ihre Aufgabe, daran zu erinnern, dass niemand
in Länder zurückgeschickt werden dürfe, in denen Folter, Verfolgung oder gar
der Tod drohen.
In
Bezug auf die humanitäre Katastrophe auf See forderte Marx ein Umdenken: „Das
Mittelmeer darf nie wieder zu einer Todesfalle werden.“ Der Film könne hier
eine Brücke schlagen, indem er nicht nur Unterhaltung biete, sondern „starke
Bilder zu wichtigen Themen“ liefere, die die Menschen aufrütteln. Man müsse
sich als Gesellschaft die Frage stellen: „Wollen wir, dass den Menschen so
etwas passiert?“
30
Jahre Ökumenische Jury
Während
des Empfangs wurde auch die diesjährige Ökumenische Jury der evangelischen und
katholischen Kirche vorgestellt. Seit mehr als drei Jahrzehnten zeichnet dieses
Gremium bei den Internationalen Filmfestspielen Berlin Werke aus, die
spirituelle, menschliche oder soziale Werte vermitteln oder deren Themen mit
der Botschaft des Evangeliums im Einklang stehen.
Für
Marx ist das Engagement der Kirchen beim Filmfest mehr als reine Tradition. Es
gehe darum, Geschichten zu unterstützen, die auf Schicksale aufmerksam machen,
die sonst im politischen Alltag oft unsichtbar bleiben.
(kna/filmdienst
17)
Papst würdigt italienische
Präfekten als Hüter der sozialen Eintracht
An
diesem Montagvormittag hat Papst Leo XIV. eine Delegation italienischer
Präfekten sowie Vertreter des Innenministeriums im Vatikan empfangen. In seiner
Ansprache unterstrich das Kirchenoberhaupt die ethische Dimension des
staatlichen Dienstes und zog historische Verbindungslinien bis in die
Spätantike, um die heutige Mission der Beamten zu verdeutlichen. Mario Galgano
Der
Pontifex erinnerte zu Beginn an den gemeinsamen Schutzpatron der Präfekten, den
Heiligen Ambrosius von Mailand. Dieser verkörpere beispielhaft die Konvergenz
von Staat und Kirche: Als Präfekt der damaligen Kaiserstadt wurde er durch das
Volk zum Bischof ausgerufen. „Ambrosius übte seine öffentlichen Funktionen auf
neue Weise aus und stellte die ihm verliehene spirituelle Autorität in den
Dienst des Volkes“, so das Kirchenoberhaupt.
Historische
Verwandtschaft: Von der Diözese zum Bischofsamt
Interessanterweise
wies der Papst darauf hin, dass die Begriffe für die Verwaltung des Staates und
der Kirche denselben Ursprung haben. Sowohl die Bürger Roms als auch die Jünger
Jesu waren in „Diözesen“ organisiert, an deren Spitze entweder Prätorianerpräfekten
oder „Episkopoi“ (Bischöfe) standen – jene, die als gute Hirten über das Volk
wachen.
Diese
historische Verwandtschaft präge bis heute die Mission der Präfekten, die durch
die Gewährleistung der öffentlichen Ordnung und Sicherheit dem Gemeinwohl
dienen. „Gerade unsere Zeit, die von Konflikten und internationalen Spannungen
geprägt ist, verdeutlicht die Wichtigkeit, das Gemeinwohl zu schützen“, betonte
der Bischof von Rom. Dies betreffe nicht nur materielle Aspekte, sondern vor
allem das moralische und spirituelle Erbe der Republik.
Ordnung
als Voraussetzung für Freiheit
Für
den Pontifex ist die Arbeit der Präfekten weit mehr als reine
Kriminalitätsbekämpfung. Durch die Überwachung der sozialen Eintracht schützten
sie die Grundvoraussetzung für die Freiheit und die Rechte der Bürger. „Wenn
der zivile Raum frei von Unruhen ist, finden die Armen leichter Aufnahme,
Erlebte die ältere Generation mehr Ruhe, und die Dienste für Familien, Kranke
und Jugendliche verbessern sich“, erklärte er.
In
diesem Zusammenhang zitierte er den Heiligen Augustinus: „Diejenigen, die
befehlen, stehen im Dienst derer, denen sie vorzustehen scheinen. Sie befehlen
nämlich nicht aus Herrschsucht, sondern aus der Pflicht der Fürsorge.“ Dieser
Grundsatz harmoniere mit der italienischen Verfassung, nach der öffentliche
Bedienstete ausschließlich im Dienst der Nation stehen.
Herausforderung
Künstliche Intelligenz
Abschließend
ging das Kirchenoberhaupt auf moderne Herausforderungen ein, insbesondere auf
den Einsatz Künstlicher Intelligenz in der öffentlichen Verwaltung. Diese
Instrumente müssten sorgfältig gesteuert werden – nicht nur zum Schutz
personenbezogener Daten, sondern zum Wohle aller, ohne dass sich elitäre
Gruppen dieser Technologien bemächtigen.
Der
Papst dankte den Präfekten zudem für die konstruktive Zusammenarbeit mit den
Diözesanbischöfen, insbesondere bei der Aufnahme von Migranten und der
Unterstützung von Bedürftigen. Er schloss seine Ansprache mit einem Segen für
die Beamten und deren Familien sowie dem Wunsch nach einer „tugendhaften Sorge
um die Gesellschaft“. (vn 16)
Krieg ist „schwerste Attacke“ auf
Leben und Gesundheit
Kriege,
die zivile Einrichtungen wie Krankenhäuser treffen, sind „die schwersten
Attacken, die menschliche Hände gegen das Leben und die öffentliche Gesundheit
richten können“. Das hat Papst Leo XIV. an diesem Montag vor den Teilnehmern
einer internationalen Vatikan-Konferenz zum Thema „Gesundheitsvorsorge für
alle“ hervorgehoben, die von der Päpstlichen Akademie für das Leben
ausgerichtet wird.
Der
Papst würdigte das von der Akademie ausgewählte Thema als hochaktuell. In einer
konfliktreichen Welt, die „enorme wirtschaftliche, technologische und
organisatorische Ressourcen in die Herstellung von Waffen und anderen Arten von
militärischer Ausrüstung steckt, war es noch nie so wichtig wie heute, Zeit,
Menschen und Wissen für den Schutz von Leben und Gesundheit einzusetzen“,
erklärte der Papst. Gesundheit sei „kein Konsumgut, sondern ein universelles
Recht“, zitierte Leo XIV. seinen Vorgänger Franziskus.
Als
zentral bezeichnete er die Verbindung zwischen individueller und globaler
Gesundheit. Die Pandemie habe gezeigt, wie stark „Gegenseitigkeit und
Interdependenz“ das Leben prägten. Verschiedene Disziplinen müssten
zusammenarbeiten; das Gesundheitswesen gleiche „einem Mosaik, dessen Erfolg
sowohl von der Wahl der Steine als auch von ihrer Kombination abhängt“.
Das
Konzept „One Health“ nannte der Papst eine notwendige Grundlage für eine
integrierte Sicht auf Gesundheit. Es betone Umwelt, Tiere und Menschen als
miteinander verbunden. Menschliches Leben bleibe „unverständlich und nicht
nachhaltig ohne andere Geschöpfe“, so Leo XIV. unter Verweis auf die Umwelt-
und Sozialenzyklika Laudato Si’ von Franziskus. „One Health“ verlange
politische Entscheidungen in Bereichen wie Verkehr, Wohnen oder Bildung, weil
Gesundheitsfragen jeden Lebensbereich berührten.
Ungleichheit
in allem
Der
Papst warnte vor strukturellen Ungleichheiten. Unterschiedliche Lebenserwartung
und die Qualität der Gesundheitsversorgung hänge von Einkommen, Bildung und
Wohnort ab. Zwar werde oft gesagt, dass Leben und Gesundheit für alle Menschen
gleichermaßen grundlegende Werte sind, „aber diese Aussage ist heuchlerisch,
wenn wir gleichzeitig die strukturellen Ursachen und politischen Maßnahmen
ignorieren, die Ungleichheiten bedingen“, hob Leo hervor.
Da
die Ungleichheit global betrachtet noch weitaus größer ist als innerhalb
einzelner Länder, lenkte der Papst den Blick auch auf die internationale Ebene
von Gerechtigkeit. Insbesondere rief er zu stärkerer internationaler
Zusammenarbeit auf. Multilaterale Beziehungen müssten „die nötige Kraft
wiedererlangen, um ihre Rolle der Begegnung und Vermittlung wahrzunehmen“. Ziel
bleibe, Konflikte zu verhindern und das Gemeinwohl zu schützen.
In
einem kurzen Passus seiner Ansprache streifte Leo auch die Skepsis gegen
Medizin und Forschung, die sich seit der Coronapandemie bei einem größer
werdenden Teil der Bevölkerung zeigt. Vertrauen in Medizin und Ärzte lasse sich
nur durch eine Kultur der Sorge zurückgewinnen, erklärte der Papst. Notwendig
sei Nähe zu verletzlichen Menschen sowie der Aufbau tragfähiger Beziehungen.
Erst so entstünden nachhaltige Gesundheitssysteme, „trotz aller
Fehlinformationen oder Skepsis gegenüber der Wissenschaft“.
Die
Konferenz der Päpstlichen Akademie für das Leben, erstmals unter dem neuen
Präsidenten Renzo Pegoraro, einem Priester und ausgebildeten Chirurgen und
Bioethiker, begann an diesem Montag. Bis Mittwoch widmen sich die eingeladenen
Fachleute und die Mitglieder der Akademie dem Thema „Gesundheitsversorgung für
alle. Nachhaltigkeit und Gerechtigkeit“ („Healthcare for All. Sustainability
and Equity“). (vn 16)
Papstbesuch in Ostia: Dem Gott der
Liebe begegnen
Diesen
Sonntagnachmittag hat Papst Leo mit seinen Pfarreibesuchen im Bistum Rom
begonnen. Bei der Messe in „Santa Maria Regina Pacis“ im Problemstadtteil Ostia
erinnerte das Kirchenoberhaupt daran, dass Versöhnung, Respekt und die Kraft
des Evangeliums auch dort, wo Gewalt und Kriminalität den Alltag prägen, Herzen
öffnen und Leben verändern können. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
Leo
XIV. hat diesen Sonntag eine oft und gern gepflegte Tradition seiner Vorgänger
fortgesetzt: Den Besuch des Bischofs von Rom in den Pfarreien seines Bistums.
Wie schon die Päpste vor ihm, will er den Blick auf die Viertel der Ewigen
Stadt lenken, die oft vergessen werden, und gerade dort Zeichen der Nähe und
Solidarität setzen. Fünf Pfarreien wird der Pontifex in der diesjährigen
Fastenzeit besuchen.
Erste
Station dieser Pfarreivisiten war die von der Kongregation der Gesellschaft des
Katholischen Apostolats (Pallottiner) betreute Gemeinde in Ostia Lido.
Dort
hat der Papst eine Realität besucht, die oft über Kriminalität und Mafia
definiert wird - als eine der jüngsten Peripherien Roms aber auch Heimat vieler
junger Menschen ist, die auf eine bessere Zukunft hoffen. Diese jungen Menschen
und die Kinder des Peripheriviertels bereiteten Papst Leo, der kurz vor 16 Uhr
bei strahlendem Sonnenschein in Ostia eintraf, einen begeisterten Empfang. In
der Turnhalle traf Leo XIV. danach noch ca. 400 weitere Pfarr-Mitglieder:
Kranke, Bedürftige und Ehrenamtliche der Caritas.
Die
Pfarreivisite von Papst Leo XIV. markiert einen besonderen Moment für die
Gemeinde und verstärkt das Gefühl der Verbundenheit zwischen Kirche,
Jugendlichen, Familien, Bedürftigen und Ehrenamtlichen.
Die
Predigt des Papstes
„Es
ist mir eine große Freude, hier zu sein und mit eurer Gemeinschaft die
Bedeutung der Geste zu feiern, der der ‚Sonntag‘ seinen Namen verdankt. Er ist
‚der Tag des Herrn‘, weil der auferstandene Jesus in unsere Mitte kommt, uns
zuhört, zu uns spricht, uns nährt und aussendet,“ begann der Papst seine
Predigt in der Pfarrkirche in Ostia.
Durch
die Zehn Gebote habe Gott nach dem Auszug aus Ägypten seinen Bund mit seinem
Volk besiegelt. Und deren Einhaltung sei keine einfache formale Vorschrift,
sondern ein Akt der Liebe.
Wörtlich
sagte Papst Leo: „So erscheinen diese Gebote auf dem langen Weg durch die Wüste
wie ein Licht, das den Weg weist; und ihre Einhaltung wird weniger als formale
Erfüllung von Vorschriften verstanden und vollzogen, sondern vielmehr als ein
Akt der Liebe: als dankbare und vertrauensvolle Antwort auf den Herrn des
Bundes. Das Gesetz, das Gott seinem Volk schenkt, steht also nicht im
Widerspruch zu seiner Freiheit; vielmehr ist es die Voraussetzung dafür, dass
diese Freiheit aufblühen kann.“
Und
was das konkret bedeutet, beschrieb der Papst wie folgt: Es gelte, die Gebote
nicht als strenge Vorschriften zu sehen, sondern als liebevolle Wegweisung, die
zu einem Leben in Fülle und Freiheit führt. So verweise Jesus ja auch „als Weg
zur Erfüllung des Menschen auf eine Treue zu Gott, die auf Achtung und Sorge um
den anderen in seiner unverletzlichen Würde gründet – eine Haltung, die noch
vor Taten und Worten im Herzen heranreifen muss. Denn dort entstehen die
edelsten Regungen, aber auch die schmerzhaftesten Entweihungen:
Verschlossenheit, Neid, Eifersucht. Wer schlecht über seinen Bruder denkt und
böse Gefühle gegen ihn hegt, der hat ihn in seinem Innersten gleichsam schon
getötet. Nicht umsonst sagt der heilige Johannes schließlich auch: „Jeder, der
seinen Bruder hasst, ist ein Menschenmörder“ (1 Joh 3,15).“
Gewalt
und Kriminalität den „guten Samen des Evangeliums“ entgegenhalten
Diese
Mahnung lässt sich auch auf die heutige Realität übertragen – besonders in
Ostia, wo Gewalt, Prostitution, Drogen und kriminelle Machenschaften jungen
Menschen den Start ins Leben sichtlich schwer machen. Doch die Gemeinde setze
positive Zeichen: Ehrenamtliche, Pfarrer und soziale Initiativen förderten
Bildung, Werte und Zusammenhalt, betonte der Pontifex: Sie säen den „guten
Samen des Evangeliums“ in Straßen und Häusern, verbreiten Respekt, Solidarität
und Hoffnung und zeigen, dass Liebe und Frieden möglich sind.
„Ergebt
euch nicht einer Kultur der Übergriffigkeit und der Ungerechtigkeit. Verbreitet
vielmehr Respekt und Harmonie, indem ihr zunächst die Sprache entwaffnet, und
dann Kräfte und Mittel in die Bildung investiert – besonders in die der Kinder
und Jugendlichen,“ sagte der Papst. „Möge man in der Pfarrei Ehrlichkeit,
Offenheit und eine Liebe lernen, die Grenzen überwindet; lernen, nicht nur
denen zu helfen, die es vergelten, und nicht nur die zu grüßen, die selbst
grüßen, sondern auf alle zuzugehen, ohne Gegenleistung und frei; lernen,
Glauben und Leben in Einklang zu bringen.“
Den
Schrei der Leidenden und Schutzlosen hören
Papst
Leo erinnerte daran, dass Benedikt XV. die Pfarrei „Santa Maria Regina Pacis“
(Maria, Königin des Friedens) vor 110 Jahren gegründet habe – als Zeichen der
Hoffnung in einer hoffnungslosen Welt, die viele Parallelen zu unserer Zeit
aufweise.
„Leider
verdunkeln auch heute noch viele Wolken die Welt, in der sich eine dem
Evangelium entgegenstehende Logik verbreitet, die die Überlegenheit des
Stärkeren verherrlicht, Machtmissbrauch fördert und die Verlockung des Sieges
um jeden Preis nährt – taub gegenüber dem Schrei der Leidenden und
Schutzlosen,“ gab das Kirchenoberhaupt zu bedenken.
Dieser
„Abwärtsspirale“ müssten wir „die entwaffnende Kraft der Sanftmut
entgegensetzen, indem wir weiter um Frieden bitten und das Geschenk des
Friedens mit Beharrlichkeit und Demut annehmen und pflegen. „Denn unser Friede
ist Christus selbst – und man gewinnt ihn, wenn man sich von ihm erobern und
verwandeln lässt – indem man ihm das Herz öffnet und es durch seine Gnade auch
denen öffnet, die er auf unseren Weg stellt,“ stellte der Papst mit Verweis auf
ein Zitat des Kirchenvaters Augustinus fest.
„Tut dies Tag für Tag, gemeinsam als
Gemeinschaft, mit der Hilfe Mariens, Königin des Friedens. Möge sie uns stets
behüten und beschützen,“ so der abschließende Appell von Papst Leo bei der
heiligen Messe, die er im Rahmen seines Pfarreibesuchs in Ostia Lido gefeiert
hat. (vn 15)
Abkommen für den Frieden: Kirche
und Afrikanische Union verbünden sich
Zehn
Jahre nach ihrem ersten Abkommen haben das Symposium der Bischofskonferenzen
von Afrika und Madagaskar (SECAM) und die Afrikanische Union (AU) am Freitag in
Addis Abeba ein neues Grundsatzprotokoll unterzeichnet. Ziel der Allianz ist
es, die Zusammenarbeit zwischen der katholischen Kirche und den afrikanischen
Staaten in Krisenzeiten auf ein neues institutionelles Niveau zu heben.
Jean-Paul
Kamba, SJ und Mario Galgano - Vatikanstadt
Kardinal
Fridolin Ambongo, Erzbischof von Kinshasa und Präsident des SECAM, bezeichnete
die Erneuerung des Abkommens im Gespräch mit den Vatikanmedien als
„strategische Roadmap“. In einer Zeit, in der der Kontinent von zahlreichen
Konflikten überzogen werde, die er mit „Buschfeuern“ verglich, könne die Kirche
einen entscheidenden Beitrag zur Mediation und Prävention leisten.
Fünf
Säulen für die Zukunft Afrikas
Die
Zusammenarbeit konzentriert sich auf fünf zentrale Achsen und zwar gehe es
zunächst um Konfliktprävention, also der Entwicklung kirchlicher
Mediationskonzepte für staatliche Akteure. Es sollen
auch Wahlbeobachtung duchrgeführt werden, um die
zivilgesellschaftliche Bildung für transparente Wahlen zu fördern. Ein weiterer
Punkt betrifft den sozialen Zusammenhalt. Es gehe um die Stärkung
der gesellschaftlichen Basis. Auch der interreligiöse Dialog soll
gefördert werden und zwar durch Prävention religiös motivierter Spannungen. Und
schliesslich gehe es um die Achtung der Menschenrechte, also den
Schutz der Würde jedes Einzelnen.
„Unser
Anliegen ist es, dass der Wille des Volkes stets respektiert wird“, betonte
Ambongo mit Blick auf die oft umstrittenen Wahlergebnisse auf dem Kontinent.
Kooperation
statt Konkurrenz
Ein
wesentlicher Aspekt des neuen Protokolls ist die Klärung des Verhältnisses
zwischen Kirche und Staat. In der Vergangenheit entstand oft der Eindruck einer
Rivalität. „Wir wollen solche Interpretationen vermeiden, damit wir Hand in
Hand in Sektoren arbeiten können, die der Bevölkerung direkt zugutekommen“,
erklärte der Kardinal. Das Abkommen biete nun den juristischen Rahmen für das
tägliche Engagement der Kirche vor Ort.
Unterstützung
erhält die Initiative auch von politischer Seite. Ambongo berichtete von
fruchtbaren Gesprächen mit dem burundischen Präsidenten Évariste Ndayishimiye,
dem künftigen amtierenden Vorsitzenden der AU.
Fokus
auf Wasser und Hoffnung
Ein
konkretes Handlungsfeld für das Jahr 2026 ist die „Erklärung von Addis Abeba“
zur Nachhaltigkeit der Wasserressourcen. Der Zugang zu sauberem Trinkwasser
wird von der Kirche als moralische Pflicht eingestuft. Dies deckt sich mit dem
Jahresschwerpunkt der Afrikanischen Union.
Abschließend
verwies Kardinal Ambongo auf die Worte von Papst Leo XIV., der Afrika als
„Kontinent der Hoffnung“ bezeichnete. Die Kirche wolle dazu beitragen, dass die
Afrikanische Union dynamischer und effektiver werde, anstatt lediglich ihre
Ohnmacht in Krisenregionen wie der Region der Großen Seen zu konstatieren.
„Afrika darf nicht den Mut verlieren, denn seine Zukunft hängt von ihm selbst
ab“, so der Kardinal. (vn 14)
Bischof Meier (Augsburg) beendet
Reise nach Syrien
„Wir
bleiben an der Seite der Christen, woher immer der politische Wind weht“
„Das
Hauptziel meines Besuchs in Syrien bestand darin, den Christen vor Ort die
Solidarität der Kirche in Deutschland zu versichern: Wir bleiben an ihrer
Seite, woher immer der politische Wind weht und wie schwierig die Situation
auch ist. Für die syrischen Christen ist es wichtig, dass sie in unruhigen
Zeiten international nicht vergessen werden. Die Aufmerksamkeit der Weltkirche
und der Öffentlichkeit in den westlichen Ländern wird als wichtiger Baustein
für die Stabilisierung des Christentums in Syrien betrachtet.“ Mit diesen
Worten fasst Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), Vorsitzender der Kommission
Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, seine Reise in Syrien zusammen, von
der er nach vier Tagen heute Morgen (14. Februar 2026) zurückgekehrt ist.
Die
Zahl der Christen in Syrien ist seit dem Beginn des Bürgerkriegs im Frühjahr
2011, in den sich im Laufe der Zeit auch eine Reihe ausländischer Mächte
eingemischt hat, von 1,5 Millionen auf inzwischen nur noch rund 300.000
zurückgegangen. Keiner der Kirchenführer, mit denen Bischof Meier im Austausch
war, vertrat die Auffassung, dass nach der Beendigung der militärischen
Auseinandersetzungen eine große Zahl von christlichen Geflüchteten und
Migranten aus Westeuropa oder Nordamerika zurückkehren werde. Die herrschende
Ungewissheit über die weitere Entwicklung in Syrien trüge dazu ebenso bei wie
das Gefühl vieler Emigranten, im Westen eine neue Heimat und Freiheit gefunden
zu haben. Dabei sind die Entwicklungen für die Christen seit dem Machtwechsel
im Dezember 2024 folgenreich: „Mir ist in allen Gesprächen deutlich geworden,
dass die Kirchen heute vor zwei miteinander verschränkten Problemen stehen: Wie
kann das Christentum, dem nur noch ein bis zwei Prozent der Bevölkerung
angehören, weiterhin ein relevanter Faktor in der syrischen Gesellschaft sein?
Und wie kann dies in einem Land gelingen, in dem nunmehr radikal-islamische
Kräfte den Ton angeben?“, so Bischof Meier.
Gesprächspartner
während der Reise waren unter anderem der Patriarch der melkitischen
griechisch-katholischen Kirche, Joseph I., Erzbischof Armash Nalbandian
(armenisch-apostolische Kirche), Bischof Moussa El-Ehouri (griechisch-orthodoxe
Kirche), die syrisch-katholischen Erzbischöfe von Damaskus und Homs, Jihad
Battah und Jacques Mourad, sowie der Sekretär der Apostolischen Nuntiatur,
Msgr. Victor Hugo Villatoro. Die Sozialministerin Hind Kabawat, einzige Frau
und einzige Christin in der neuen Regierung, erläuterte die von ihr lancierten
Pläne für eine Erneuerung des interreligiösen Dialogs in Syrien.
Zentrale
Frage war für Bischof Meier, welche Spielräume den Christen in einem Land
bleiben, das von einer im Islamismus wurzelnden, vormals dschihadistischen
Bewegung beherrscht wird. Das erste Jahr der neuen Regierung deutet darauf hin,
dass sie den Kontakt zur internationalen Gemeinschaft wiederherstellen will und
sich angesichts der katastrophalen wirtschaftlichen Lage um eine Unterstützung
der USA und der europäischen Länder bemüht. Innenpolitisch zeigt die Regierung
bislang die Bereitschaft zu einem pragmatisch-inklusiven Programm, das die
angestammten Rechte der Minderheiten weitgehend respektiert, auch wenn der
Verfassungsentwurf eindeutige Unschärfen trägt, die einer politischen Klärung
bedürfen. „Niemand vermag zu sagen, wie lange Syrien auf diesem Kurs bleibt.
Das ist auch für die Orientierung der Kirchen das zentrale Problem“, so Bischof
Meier. Die Kirchenvertreter räumten ein, dass die Regierung ihre Bereitschaft
zum Kontakt mit allen Religionsgemeinschaften zum Ausdruck bringe, auch wenn
sie Klagen darüber äußerten, dass manche Ankündigungen nicht eingehalten worden
seien. „Aufs Ganze gesehen, hat sich die Lage der Christen jedoch
offensichtlich nicht wesentlich verändert, auch wenn der frühere gute Zugang
zum Regierungsapparat nicht mehr besteht. Die Rechte der Kirchen zur
Selbstorganisation, die vor allem die Bereiche des Ehe-, Familien- und
Erbrechts betreffen, werden von den neuen Machthabern – bisher – nicht
angefochten und scheinen durch die im Islam historisch verwurzelten
Vorstellungen geschützt zu sein.“
Bei
den Begegnungen mit Kirchenvertretern wurden auch die Gefahren der derzeitigen
Situation angesprochen. Die politische und gesellschaftliche Entwicklung in
Syrien werde durch einen generellen kulturellen Konflikt zwischen „Idlib“ und
„Damaskus“ bestimmt, so die Gesprächspartner. Der Region Idlib im Nordwesten
des Landes entstammen die jetzt zur Macht gelangten Milizen und damit auch ein
wesentlicher Teil der neuen politischen Elite. Sie ist durch einen
konservativen, rigiden Islam geprägt, der sich für Radikalisierungstendenzen
empfänglich zeigt und dem die produktive Auseinandersetzung mit der Säkularität
des Staates fremd ist. Demgegenüber bezeichnet „Damaskus“ die Erfahrungen und
Mentalitäten einer modernen Metropole, in der das Nebeneinander- und Zusammenleben
von Menschen und Gruppen verschiedener religiöser und weltanschaulicher
Zugehörigkeiten über lange Zeit hinweg eingeübt wurde, wenngleich in den
zurückliegenden Jahrzehnten unter den Vorzeichen einer brutalen Despotie.
„Kirchenvertreter und Beobachter stellen sich die Frage, ob Idlib künftig
Damaskus dominieren wird. Manche sehen Anzeichen für eine schleichende
Islamisierung, etwa bei Bekleidungsvorschriften, durch die Trennung von Männern
und Frauen, wie sie in Syrien bisher nicht bekannt war, beim Ausschank von
Alkohol oder in der einseitigen Belegung des öffentlichen Raums durch den
sunnitischen Islam“, berichtet Bischof Meier. „Dass diese Bewegungen bislang
nicht oder nicht unmittelbar von der Regierung ausgehen, sondern Teile der
Gesellschaft und untergeordnete staatliche Stellen aktiv werden, macht die
Sache nicht harmlos. Denn hier verändert sich das gesellschaftliche Klima und
Minderheiten fühlen sich zunehmend unwillkommen, bedrängt und ausgegrenzt.“ Das
zeige sich auch in Gefahrensituationen, denen sich Christen und andere
Minderheiten ausgesetzt sehen. So sprach Bischof Meier mit Überlebenden des
islamistischen Selbstmordanschlags auf die griechisch-orthodoxe
Mar-Elias-Kirche in Damaskus im Juni 2025 und betete an dem Ort für ein Ende der
Gewalt.
Bei
einem Besuch in Maalula, einem der wenigen verbliebenen christlich geprägten
Orte nördlich von Damaskus, erlebte Bischof Meier die weiterwirkende Last der
jüngeren Geschichte. Von den früher 70 Prozent der christlichen Bewohner
schätzt man deren Anteil heute auf etwa ein Drittel: Im September 2013 überfiel
die Terrororganisation „Islamischer Staat“ (IS) Maalula und wütete vor allem
unter den Christen. Die verheerenden Schäden durch den IS an Kirchen und
Klöstern war ein terroristischer Akt, der die christlichen Anteile an der
Geschichte und kulturellen Prägung Syriens unsichtbar machen sollte. In Maalula
traf Bischof Meier mit einer christlichen Familie zusammen, die dort seit
Jahrhunderten beheimatet ist und das West-Aramäische, die Sprache Jesu, beherrscht.
Die Erwachsenen ließen Trauer über die Entwicklung, aber auch Durchhaltewillen
erkennen; die Jugendlichen aber sprachen offen über ihre Absicht, das Land in
näherer Zukunft zu verlassen.
Wie
kann die Kirche ihre Stimme in der Gesellschaft und gegenüber der Politik in
dieser Situation hörbar machen? Einen wichtigen Beitrag leistet die katholische
Caritas Syrien, die die diakonisch-soziale Arbeit im Land organisiert und mit
der Bischof Meier ebenfalls zusammentraf. Alle kirchlichen Gesprächspartner
waren sich einig, dass eine „gemeinsame Stimme“ der Kirchen heute wichtiger sei
denn je. Die Verfasstheit des syrischen Christentums, das sich in einer
Vielzahl von Kirchen – davon allein sechs katholische Kirchen – gliedert, die
über ein ausgeprägtes, historisch begründetes Eigenbewusstsein verfügen, steht
dem gemeinsamen Sprechen und Handeln immer wieder im Weg. „Überall wächst das
Bewusstsein, dass der nur auf die eigene Gemeinschaft gerichtete Blick der
Stärke und öffentlichen Repräsentanz der Kirchen schweren Schaden zufügen kann.
Hier scheint sich nun etwas zu ändern. Die neuen Zeiten machen dies dringlich“,
so Bischof Meier. Dbk 14
Italien: Bischöfe verurteilen
Gesetzentwurf zu Migration
Erzbischof
Giancarlo Perego, Präsident der Kommission für Migration der Italienischen
Bischofskonferenz (CEI), hat den vom italienischen Ministerrat beschlossenen
Gesetzentwurf zum Thema Migration und Asyl scharf verurteilt. Das 17 Artikel
umfassende geplante Gesetz stelle den Schutz von Grenzen über den Schutz von
Menschenleben und widerspreche dem Geist der italienischen Verfassung.
Francesca Sabatinelli und Mario Galgano - Vatikanstadt
„Das
Grundprinzip dieses und anderer Sicherheitsdekrete lautet: erst die Grenzen,
dann die Menschen“, so Perego im Gespräch mit den Vatikanmedien. Die neuen
Bestimmungen zur Umsetzung des EU-Migrationspakts stünden in einem scharfen
Widerspruch zu Artikel 10 der italienischen Verfassung, der jedem Ausländer,
dem in seiner Heimat die demokratischen Freiheiten verwehrt werden, ein Recht
auf Asyl in Italien garantiere.
Auslagerung
des Asylrechts
Besonders
besorgt zeigt sich der Erzbischof über die geplante Auslagerung des
Asylverfahrens in andere Länder. Perego kritisiert die Absicht, Asylsuchende
direkt in Drittstaaten wie Albanien zu verbringen, ohne ihre individuelle
Situation ausreichend zu prüfen. „Wenn die Regierung sogar von Seeblockaden
spricht – wie soll dann der Anspruch auf Asyl überhaupt noch geschützt
werden?“, fragt der Präsident der Stiftung Migrantes.
Weitere
Kritikpunkte des Erzbischofs betreffen die Einschränkung der
Familienzusammenführung. Die Bedingungen wurden so verschärft, dass sie in
der Praxis kaum noch erfüllbar sind. Auch die Schwächung des
Minderjährigenschutzes sei problematisch. Besonders vulnerable Gruppen
erfahren laut Dekret weniger Schutz. Und schliesslich sei der Ausschluss
der Zivilgesellschaft zu kritisieren. Geistlichen und Freiwilligen werde
nämlich der Zugang zu den Abschiebezentren (CPR) erschwert; nur Regierungs- und
Parlamentsmitglieder haben dort künftig uneingeschränkten Zutritt.
Kirche
als „Brückenbauerin“
In
Anspielung auf das jüngste Apostolische Schreiben von Papst Leo XIV., Dilexi
te, betonte Perego, dass die Kirche weiterhin „nahe bei den Menschen auf dem
Weg“ bleiben werde. „Die Kirche baut Brücken, wo man Mauern errichten will“, so
der Erzbischof. Das Mittelmeer dürfe nicht zu einer unüberwindbaren Mauer
werden.
NGOs
warnen vor steigender Todesrate
Parallel
zum Erzbischof gaben zahlreiche Hilfsorganisationen wie Ärzte ohne Grenzen,
Emergency und Sea-Watch eine gemeinsame Erklärung ab. Sie werfen der Regierung
vor, humanitäre Schiffe gezielt zu behindern, was zwangsläufig zu mehr Toten
auf See führen werde. Perego pflichtet ihnen bei: „Es ist klar, dass viele
sterben werden, ohne dass die Gesellschaft von ihrem Drama erfährt, wenn NGOs
nicht mehr retten und schützen dürfen.“
Fehlende
positive Ansätze
Was
dem Gesetz völlig fehle, seien positive Vorschläge wie verstärkte humanitäre
Korridore, legale Einreisedienstwege oder Integrationsprogramme. Stattdessen
setze man auf Ablehnung und Mauern. Die Analyse des Erzbischofs fällt bitter
aus: Italien und Europa hätten die Chance verpasst, ein Asylsystem zu schaffen,
das die Person in den Mittelpunkt stellt. Die Verlagerung der Aufmerksamkeit
auf das Herkunftsland statt auf das Individuum sei „verfassungswidrig und
zutiefst unmoralisch“. (vn 13)
Kardinal Marx: „Was der Patriarch
von Moskau sagt, ist Häresie“
Kardinal
Reinhard Marx hat die Instrumentalisierung von Religion für Politik, Gewalt und
Krieg abermals kritisiert: „Was der Patriarch von Moskau sagt, ist Häresie“, so
der Erzbischof von München und Freising am Mittwochabend an der
Ludwig-Maximilians-Universität München (LMU) bei einer Podiumsdiskussion im
Rahmen des dritten theologischen Friedenssymposiums anlässlich der Münchner
Sicherheitskonferenz.
Kardinal
Marx beklagte eine weltweite Tendenz, wonach religiöse Führer die gefährliche
Nähe zur Macht suchten. Dem setzte er ein klares kirchliches Mandat entgegen:
„Religion darf nicht an der Seite der Mächtigen stehen, sondern muss an der
Seite der Schwachen und Opfer stehen“, so Marx. Zudem mahnte er zu Demut im
Wahrheitsanspruch. „Wir besitzen die Wahrheit nicht. Jeder Mensch ist ein Bild
Gottes, wir sind alle Brüder und Schwestern.“
Schock
über antiliberalen Gleichklang
Besorgt
zeigte sich der Kardinal über ideologische Parallelen zwischen der russischen
Propaganda und bestimmten Strömungen in der US-Politik. Er sehe dort vermehrt
antiliberale Tendenzen, die Freiheit und Solidarität unterminieren würden.
Europa müsse sich daher dringend neu auf seine gemeinsamen Werte besinnen: „Wir
brauchen eine Erneuerung unserer Position, unserer Ideen, eine Verständigung
auf unsere gemeinsamen Werte.“
Hochkarätiges
Podium zur Sicherheitsethik
Die
Diskussion fand im Rahmen des Symposiums „Moral and Religious Dimension of
Security“ statt, das die LMU gemeinsam mit der Ukrainischen Katholischen
Universität Lemberg und der University of Notre Dame (USA) veranstaltet.
Neben
Kardinal Marx nahmen weitere profilierte Stimmen teil, darunter der
Osteuropahistoriker und Friedenspreisträger Karl Schlögel sowie der ukrainische
Menschenrechtsaktivist Maksym Butkevych, der 2025 mit dem Václav-Havel-Preis
ausgezeichnet wurde. Auch die Expertinnen Katrin Boeck und Regina Elsner sowie
der polnische Botschafter Jan Tombi?ski debattierten über die „Auflösung der
Wahrheit“ im hybriden Krieg Russlands. (pm 13)
Europa: Katholische Bischöfe
fordern Besinnung auf europäische Werte
Gemeinsam
haben sich die Vorsitzenden der katholischen Bischofskonferenzen von
Deutschland, Italien, Frankreich und Polen an diesem Freitag mit einem
dringenden Appell an die Öffentlichkeit gewandt. In einer Lage wachsender
EU-Skepsis und globaler Instabilität fordern sie eine Rückbesinnung auf die
„Seele Europas“ und die christlichen Fundamente des Kontinents.
Unter
dem Titel „Die Kraft der Hoffnung“ warnen Bischof Georg Bätzing (Deutschland),
Kardinal Matteo Zuppi (Italien), Kardinal Jean-Marc Aveline (Frankreich) und
Erzbischof Tadeusz Wojda (Polen) vor einer Reduzierung des Kontinents auf einen
reinen Wirtschafts- und Finanzmarkt. In einer Welt, die von „Kriegen und Gewalt
zerrissen“ sei, müsse Europa seine ursprüngliche Intuition wiederentdecken, um
einen Beitrag zum globalen Gemeinwohl leisten zu können.
Erbe
der Gründerväter als Kompass
Die
Bischöfe beziehen sich auf die Gründerväter der europäischen Einigung – Konrad
Adenauer, Robert Schuman und Alcide De Gasperi. Die drei christlichen Politiker
aus Deutschland, Frankreich und Italien seien „keine naiven Träumer“ gewesen,
sondern Architekten eines Gebäudes, das auf christlichen Werten wie
Solidarität, Humanismus und Weltoffenheit basierte. Der Appell erinnert an De
Gasperis Warnung, dass übersteigerter Nationalismus eine „Form der
Vergötterung“ sei, die die Nation an die Stelle Gottes setze und letztlich im
Krieg ende.
„Ein
vereintes Europa wird nicht gegen die Heimatländer geboren, sondern gegen die
Nationalismen, die sie zerstört haben“
„Ein
vereintes Europa wird nicht gegen die Heimatländer geboren, sondern gegen die
Nationalismen, die sie zerstört haben“, zitieren die Bischöfe den ehemaligen
italienischen Ministerpräsidenten. Gerade heute, da die internationale Ordnung
untergraben werde, sei das Modell einer „versöhnten Gesellschaft“ als Bollwerk
der Freiheit unverzichtbar.
Kirche
als Mitwirkende im Epochenwechsel
Der
Appell greift die Einladung von Papst Leo XIV. auf, der zum Abschluss des
„Jubiläums der Hoffnung“ dazu aufgerufen hatte, die kommende Zeit als
„Morgenröte der Hoffnung“ zu begreifen. Trotz schwindender Mitgliederzahlen in
vielen europäischen Ländern sehen die Bischöfe die Kirche in der Pflicht, am
Wiederaufblühen des Kontinents mitzuwirken.
Besondere
Erwähnung findet der Krieg gegen die Ukraine, der die Europäer trotz aller
internen Widerstände wieder stärker zueinander geführt habe. In diesem
„Epochenwechsel“, wie ihn bereits Papst Franziskus definierte, sei die Kirche
berufen, den Menschen mit ihren Verletzungen entgegenzukommen und die
„tröstende Barmherzigkeit Christi“ zu bringen.
Aufruf
zum politischen Engagement
Abschließend
rufen die Vorsitzenden dazu auf, Politik als „Dienst am Menschen“ und
„Engagement der Liebe gegenüber dem Mitmenschen“ zu begreifen. Sie fordern die
Christen auf dem Kontinent auf, sich entschlossen für die Zukunft Europas
einzusetzen. Europa dürfe sich nicht abschotten, sondern müsse stets bereit
sein, den Dialog auch im Konfliktfall wieder aufzunehmen und nach
supranationalen Lösungen zu suchen. (pm 13)
Papst Leo XIV. stellt das „Zuhören“
ins Zentrum der Fastenzeit
In
seiner ersten Fastenbotschaft als Pontifex hat Papst Leo XIV. zu einer
tiefgreifenden Umkehr aufgerufen, die über den klassischen Verzicht auf Nahrung
hinausgeht. In dem an diesem Freitag veröffentlichten Dokument mit dem Titel
„Zuhören und fasten“ fordert das Kirchenoberhaupt eine „Entwaffnung der
Sprache“ und ein geschärftes Gehör für den „Schrei der Armen“. Mario Galgano
Für
den Papst beginnt der Weg der christlichen Umkehr nicht mit Aktionismus,
sondern mit Stille. Das Zuhören sei das erste Anzeichen für den Wunsch, mit
anderen in Beziehung zu treten. Leo XIV. zieht dabei eine Parallele zur
biblischen Exoduserzählung: So wie Gott das Elend seines Volkes in Ägypten
hörte, müsse auch die Kirche heute lernen, die Stimmen derer wahrzunehmen, die
unter Ungerechtigkeit leiden.
„Die
Lebenssituation der Armen ist ein Schrei“
Der
Papst findet deutliche Worte für die soziale Verantwortung der Gläubigen. „Die
Lebenssituation der Armen ist ein Schrei, der in der Geschichte der Menschheit
unser eigenes Leben, unsere Gesellschaften, die politischen und
wirtschaftlichen Systeme und nicht zuletzt auch die Kirche beständig
hinterfragt“, schreibt der Pontifex. Das Hören auf Gottes Wort in der Liturgie
müsse die Menschen dazu befähigen, in der Kakofonie des Alltags jene Stimmen zu
erkennen, die aus Not hervorgehen.
Fasten
als Schule der Sehnsucht
Beim
Thema Fasten greift Leo XIV. auf die Gedanken des heiligen Augustinus zurück.
Der Verzicht auf Nahrung sei kein Selbstzweck, sondern eine asketische Übung,
um die eigenen „Appetite“ zu ordnen. Er helfe dabei, den „Hunger nach
Gerechtigkeit“ wachzuhalten. „Wer sich nicht mit dem Wort Gottes nährt, fastet
nicht wirklich“, stellt der Papst klar. Nur eine authentische Askese mache das
christliche Leben stark.
Aufruf
gegen verbale Gewalt
Ein
besonderer Akzent der Botschaft liegt auf der Kommunikation im digitalen und
politischen Raum. Leo XIV. lädt zu einer „wenig geschätzten Form des Verzichts“
ein: dem Verzicht auf verletzende Worte.
„Beginnen
wir damit, unsere Sprache zu entwaffnen, indem wir auf scharfe Worte, voreilige
Urteile, schlechtes Reden über Abwesende (...) und Verleumdungen verzichten“,
appelliert der Papst. Dieser Verzicht solle alle Lebensbereiche durchdringen –
von der Familie über den Arbeitsplatz bis hin zu den sozialen Medien und
politischen Debatten. Ziel sei es, dass „Worte des Hasses Worten der Hoffnung
und des Friedens weichen“.
Gemeinsamer
Weg statt individueller Leistung
Abschließend
betont der Papst die gemeinschaftliche Dimension der Fastenzeit. Umkehr
betreffe nicht nur das individuelle Gewissen, sondern den Stil der Beziehungen
und die Qualität des Dialogs in der gesamten Menschheit. Er schließt mit dem
Gebet um eine Fastenzeit, die „unser Ohr aufmerksamer macht für Gott und die
Geringsten“. (vn 13)
Christinnen und Christen für
Europa. Die Kraft der Hoffnung
Anlässlich
internationaler geopolitischer Fragen ist der europäische Kontinent in
besonderer Weise gefragt. Innerhalb der Europäischen Union nehmen Skepsis und
Widerstände gegen ein geeintes Europa zu. Erstmalig wenden sich die
Vorsitzenden der Französischen, Italienischen, Polnischen und Deutschen
Bischofskonferenz heute (13. Februar 2026) mit einem Appell an die
Öffentlichkeit und rufen dazu auf, Europa wieder eine Seele zu geben und die
christlichen Wurzeln nicht zu vergessen. Der Appell im Wortlaut:
„Es
ist schön, Pilger der Hoffnung zu werden. Und es ist schön, dies weiterhin
gemeinsam zu sein!“ Dies ist die Einladung, die Papst Leo XIV. zum Abschluss
des Jubiläums der Hoffnung an uns als ganze Kirche richtet, damit „die Zeit,
die sich öffnet, eine Morgenröte der Hoffnung ist“.
Als
Vorsitzende mehrerer europäischer Bischofskonferenzen fühlen wir uns
verantwortlich, die Einladung des Papstes aufzugreifen und sie zu teilen. Wir
leben in einer Welt, die von Kriegen und Gewalt zerrissen und polarisiert ist.
Viele unserer Mitbürger sind verängstigt und orientierungslos. Die
internationale Ordnung wird untergraben. In dieser Situation muss Europa seine
Seele wiederfinden, um der Welt seinen unverzichtbaren Beitrag zum „Gemeinwohl“
anzubieten. Wir können dies erreichen, indem wir uns darauf besinnen, was zur
Gründung Europas beigetragen hat.
Historisch
gesehen war das Christentum nach den hellenistischen und römischen
Zivilisationen eine der wichtigsten Grundlagen unseres Kontinents. Es hat zu
einem großen Teil das Gesicht eines humanistischen, solidarischen und
weltoffenen Europas geprägt.
Heute
leben wir in einem pluralistischen Europa, das von Sprachenvielfalt, regionalen
kulturellen Unterschieden und zahlreichen religiösen und spirituellen
Strömungen geprägt ist. Zwar sind die Christen weniger zahlreich, doch das
hindert sie nicht daran, sich mit Mut und Ausdauer auf das zu besinnen, was
ihre Hoffnung begründet.
Nach
dem Ende eines verheerenden Krieges, in dem Millionen Menschen aus
rassistischen, religiösen und Gründen der eigenen Persönlichkeit ausgelöscht
wurden, ist die Dringlichkeit, eine neue Welt aufzubauen, immer
offensichtlicher geworden. Viele katholische Laien sahen Europa entschlossen
als gemeinsames Haus an und setzten sich für die Entwicklung einer neuen
internationalen Ordnung ein, insbesondere durch die Gründung der Vereinten
Nationen. Das Ziel war die Verwirklichung einer versöhnten Gesellschaft, die
als Konvergenzpunkt und als Garantie für die gegenseitige Achtung der
jeweiligen Besonderheiten, als Bollwerk der Freiheit, Gleichheit und des
Friedens verstanden wurde.
In
der Erklärung, die zur Gründung der EGKS (Europäische Gemeinschaft für Kohle
und Stahl), dem ersten Schritt auf dem Weg zur Europäische Union, geführt hat,
stellten deren Verfasser vorausschauend fest: „Der Beitrag, den ein
organisiertes und lebendiges Europa zur Zivilisation leisten kann, ist für die
Aufrechterhaltung friedlicher Beziehungen unerlässlich. Europa kann nicht auf
einmal geschaffen werden, und es wird auch nicht auf einmal aufgebaut werden;
es wird aus konkreten Errungenschaften hervorgehen, die zunächst eine
Solidarität der Tat schaffen.“ Die Gründerväter Europas, Robert Schuman, Konrad
Adenauer und Alcide De Gasperi, wurden von ihrem christlichen Glauben
inspiriert und waren keine naiven Träumer, sondern die Architekten eines
großartigen, aber zerbrechlichen Gebäudes. Papst Johannes Paul II. sagte
mehrfach, wenn er an die Rolle der Christen beim Aufbau Europas erinnerte:
„Weil sie Christus liebten, liebten sie auch die Menschen und waren bestrebt,
sie zu vereinen.“
Konrad
Adenauer erklärte am 25. März 1957 in seiner Rede anlässlich der Verträge zur
Gründung der EWG (Europäische Wirtschaftsgemeinschaft) und der EAG (Europäische
Atomgemeinschaft): „Noch vor Kurzem gab es viele, die das Abkommen, das wir
heute offiziell festschreiben, für undurchführbar hielten […]. Wir wissen, wie
ernst unsere Lage ist, die nur durch die Einigung Europas behoben werden kann;
wir wissen auch, dass unsere Pläne nicht eigennützig sind, sondern dem Wohl der
ganzen Welt dienen sollen. Die Europäische Gemeinschaft verfolgt ausschließlich
friedliche Ziele und richtet sich gegen niemanden […]. Unser Ziel ist es,
gemeinsam mit allen für den Fortschritt in Frieden zu arbeiten.“
Die
mörderische Tragödie des Zweiten Weltkriegs warnte die Gründergeneration
Europas vor der Versuchung totalitärer Regime, die sich auf den Nationalismus
stützen, um Hegemonieziele zu verfolgen, und deren Ergebnis nur Krieg sein
kann. „Der übersteigerte Nationalismus ist eine Form der Vergötterung: Er setzt
die Nation an die Stelle Gottes und gegen den Menschen“, sagte Alcide De
Gasperi und fügte hinzu: „Ein vereintes Europa wird nicht gegen die
Heimatländer geboren, sondern gegen die Nationalismen, die sie zerstört haben.“
Europa
darf sich nicht allein auf einen Wirtschafts- und Finanzmarkt reduzieren, da
sonst die ursprüngliche Intuition der Gründerväter verfehlt würde. Unter
Achtung der Rechtsstaatlichkeit und unter Ablehnung der ausschließlichen Logik
von Rückzug und Gewalt wird es sich für eine supranationale Lösung von
Konflikten entscheiden, indem es geeignete Mechanismen und Allianzen wählt. Es
muss immer bereit sein, den Dialog auch im Konfliktfall wieder aufzunehmen und
Versöhnung und Frieden anstreben. Europa ist aufgerufen, nach Bündnissen zu
suchen, die die Voraussetzungen für eine echte Solidarität zwischen den Völkern
schaffen.
Trotz
der vielen europaskeptischen Bewegungen in den einzelnen europäischen Ländern
haben die Europäer gerade mit dem Beginn des Krieges gegen die Ukraine stärker
zueinander gefunden. Ein internationaler Rahmen stirbt und ein neuer ist noch
nicht geboren. Papst Franziskus war sich bewusst, dass wir uns in einem
Epochenwechsel befinden und definierte ihn wie folgt: „Im vergangenen
Jahrhundert hat es der Menschheit bewiesen, dass ein neuer Anfang möglich war:
Nach Jahren tragischer Auseinandersetzungen, die im furchtbarsten Krieg, an den
man sich erinnert, gipfelten, entstand mit der Gnade Gottes etwas in der
Geschichte noch nie dagewesenes Neues […]. Nach vielen Teilungen fand Europa
endlich sich selbst und begann sein Haus zu bauen […]. Am Wiederaufblühen eines
zwar müden, aber immer noch an Energien und Kapazitäten reichen Europas kann
und soll die Kirche mitwirken. Ihre Aufgabe fällt mit ihrer Mission zusammen,
der Verkündigung des Evangeliums. Diese zeigt sich heute mehr denn je vor allem
dahin, dass wir dem Menschen mit seinen Verletzungen entgegenkommen, indem wir
ihm die starke und zugleich schlichte Gegenwart Christi bringen, seine
tröstende und ermutigende Barmherzigkeit.“ (Rede anlässlich der Verleihung des
Karlspreises, 6. Mai 2016)
Die
Welt braucht Europa. Das ist die Dringlichkeit, die die Christen verinnerlichen
müssen, um sich dort, wo sie stehen, entschlossen für seine Zukunft einsetzen
zu können, mit demselben klaren Bewusstsein, das die Gründerväter hatten. „Wenn
Politik als uneigennütziges Engagement im Dienst der Stadt, im Dienst des
Menschen gelebt wird, kann sie zu einem Engagement der Liebe gegenüber dem
Mitmenschen werden“, erklärte Robert Schuman. Im Namen ihres Glaubens sind die
Christen eingeladen, mit allen Bewohnern des europäischen Kontinents ihre
Hoffnung auf eine universelle Brüderlichkeit zu teilen.
Paris,
Rom, Warschau, Bonn am 13. Februar 2026
Kardinal
Jean-Marc Aveline, Vorsitzender der Französischen Bischofskonferenz
Kardinal
Matteo Maria Zuppi, Vorsitzender der Italienischen Bischofskonferenz
Erzbischof
Tadeusz Wojda, Vorsitzender der Polnischen Bischofskonferenz
Bischof
Dr. Georg Bätzing, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz
dbk
13
Zahl der Theologiestudierenden
bricht ein
Die
Zahl der Theologiestudierenden bricht massiv ein, wie aus einer neuen Erhebung
hervorgeht. Einzelne Hochschulen widersetzen sich allerdings dem Trend.
Die
Zahl der Studierenden im katholisch-theologischen Vollstudium ist in
Deutschland in den vergangenen sechs Jahren stark gesunken. Wie der
„KNA-Hintergrund“ am Donnerstag berichtet, ging an den staatlichen Fakultäten
die Zahl der angehenden Volltheologen von 2.206 auf 1.043 zurück - ein Rückgang
um mehr als die Hälfte. An den kirchlichen Hochschulen fiel der Rückgang
deutlich geringer aus: Hier sank die Zahl von 469 auf 369 Studierende.
Große
staatliche Standorte besonders betroffen
Besonders
stark vom Rückgang betroffen sind die großen staatlichen Standorte. In Münster,
dem bundesweit größten Theologie-Standort, sank die Zahl der Studierenden in
sechs Jahren von 1.012 auf 444. In München ging sie von 251 auf 102 zurück, in
Bonn von 215 auf 88. Auch Freiburg und Bochum verloren jeweils mehr als die
Hälfte ihrer Studierenden. Stabil blieb Augsburg mit 73.
Gemischtes
Bild an kirchlichen Hochschulen
An
kirchlichen Hochschulen zeigt sich ein gemischtes Bild. In Frankfurt-Sankt
Georgen, Eichstätt-Ingolstadt und Trier gingen die Studierendenzahlen jeweils
um mehr als ein Drittel zurück. Zugleich gibt es einzelne Gegenbewegungen: An
der neu aufgebauten Kölner Hochschule für Katholische Theologie,
Nachfolgeeinrichtung der Ordenshochschule der Steyler Missionare in Sankt
Augustin, stieg die Zahl der Studierenden von 46 auf 82. Auch die Hochschule
der Pallottiner in Vallendar meldete einen leichten Zuwachs von 53 auf 60.
Das
theologische Vollstudium mit dem Abschluss Magister Theologiae ist der
klassische Ausbildungsweg für angehende Priester und Voraussetzung für weitere
kirchliche Berufe in der Seelsorge. Der anhaltende Rückgang der
Studierendenzahlen stellt Kirche und theologische Wissenschaft in Deutschland
vor große Herausforderungen. (kna 12)
Erzbistum Hamburg befürwortet
eigene Missbrauchsstudie
Das
katholische Erzbistum Hamburg befürwortet eine eigene umfassende
Aufarbeitungsstudie zu Fällen sexualisierter Gewalt. Ziel sei ein neuer
Erkenntnisgewinn, um daraus weitere konkrete Schritte abzuleiten, sagte
Generalvikar Sascha-Philipp Geißler der „Neuen Kirchenzeitung". Dazu sei
man mit der Unabhängigen Aufarbeitungskommission Nord (UAK) im Gespräch, so der
Stellvertreter von Erzbischof Stefan Heße.
Bislang
gibt es keine eigene wissenschaftliche Missbrauchsstudie für das gesamte
Erzbistum Hamburg, zu dem rund 340.000 Katholiken in Hamburg,
Schleswig-Holstein und Mecklenburg gehören. Es gibt lediglich eine Untersuchung
für den besonders betroffenen Landesteil Mecklenburg sowie eine Studie für das
Bistum Osnabrück, zu dem große Teile des heutigen Erzbistums Hamburg bis 1995
gehörten. Die UAK Nord, die gemeinsame Aufarbeitungskommission der Bistümer
Hamburg, Osnabrück und Hildesheim, sieht darin eine Lücke.
Datenschutzstreit
blockiert Akteneinsicht
Die
Kritik, Hamburg gehe bei der Aufarbeitung langsamer vor als die
Nachbarbistümer, wies Geißler zurück. „Mir ist Schnelligkeit weniger wichtig
als Gründlichkeit.“ Derzeit laufe noch ein Verfahren vor dem interdiözesanen
Datenschutzgericht über Fragen der Offenlegung von Fallmeldungen und der
Verantwortung der UAK. „Wir müssen abwarten, was dieses von der UAK
angestrengte Verfahren ergibt.“
In
dem Verfahren geht es um die Frage, ob das Erzbistum der UAK auch ohne
individuelle Einwilligungen der Betroffenen zumindest anonymisierte
Akteneinsicht gewähren muss. Das Erzbistum lehnt dies bislang unter Verweis auf
den Datenschutz ab. Die UAK sieht sich dadurch in ihrer Arbeit erheblich
behindert und hat deshalb gegen die Auslegung des Datenschutzes durch das
Erzbistum geklagt. Das Verfahren zieht sich bereits seit mehreren Monaten hin.
Zwei
beschuldigte Priester weiter im Einsatz
„Mir
tut es weh, wenn uns vorgehalten wird, wir würden da mauern“, sagte Geißler.
„Es gilt in unserem Land das Grundrecht auf informationelle Selbstbestimmung
jeder natürlichen Person, und das müssen wir ernst nehmen.“ Datenschutz sei
kein Tatenschutz, bestimme aber Spielräume für die Aufarbeitung.
Geißler
räumte ein, dass es Fälle gebe, in denen beschuldigte Priester trotz gezahlter
Anerkennungsleistungen an Betroffene weiter tätig seien, weil keine
gerichtsfesten Beweise oder Schuldeingeständnisse vorlägen. „Wir haben
tatsächlich zwei beschuldigte Priester, die als Pensionäre im
gottesdienstlichen Bereich wirken, aber sonst keine Verantwortung tragen“,
sagte er. „Ich kann die Betroffenenperspektive gut verstehen, dass das
unerträglich scheint und hinterfragt wird.“ Solange jedoch niemand rechtskräftig
verurteilt sei, gelte die Unschuldsvermutung. (kna 11)
Papst bei Generalaudienz: Die
Bibel, Herz und Wegweiser der Kirche
Die
Heilige Schrift ist für die Kirche mehr als nur ein Buch: Sie ist lebendiges
Wort Gottes, das den Gläubigen Orientierung und Trost schenkt, sie in einen
tiefen Dialog mit Gott eintreten lässt. Daran erinnerte Papst Leo bei der
Fortsetzung seiner aktuellen Katechesenreihe, in der er die Dokumente des
Zweiten Vatikanischen Konzils in den Blick nimmt. Silvia Kritzenberger
Wegen
des anhaltenden Schlechtwetters in Rom wurde die Generalaudienz mit dem Papst
auch diesen Mittwoch in die vatikanische Audienzhalle verlegt. Zur großen
Freude der Audienzteilnehmer nahm sich Papst Leo wie gewohnt viel Zeit, um die
im Eingangsbereich zahlreich versammelten Menschen zu begrüßen und kleine
Kinder zu segnen.
Zum
Gedenktag Unserer Lieben Frau von Lourdes, den wir an diesem Mittwoch begehen,
war deren Statue in der Audienzhalle aufgestellt worden. Bevor er die
Generalaudienz einläutete, verharrte Papst Leo dort kurz im stillen Gebet
und zündete eine Kerze an.
Die
tiefe Verbindung zwischen Kirche und Heiliger Schrift
In
seiner fünften Katechese zum Konzilsdokument über die göttliche Offenbarung,
Dei Verbum, ging Papst Leo auf die „tiefe und grundlegende Verbindung“ zwischen
der Kirche und der Heiligen Schrift ein, die unter Eingebung des Heiligen
Geistes inmitten des Volkes Gottes entstanden sei.
„So erinnert das Zweite Vatikanische Konzil ja
auch daran, dass „die Kirche die Heiligen Schriften immer verehrt hat wie den
Herrenleib selbst…In ihnen zusammen mit der Heiligen Überlieferung sah die
Kirche immer und sieht sie die höchste Richtschnur ihres Glaubens“, zitierte
Leo XIV. aus der Dogmatischen Konstitution „Dei Verbum“.
Das
Lesen und Meditieren der biblischen Texte in der Gemeinschaft der Kirche lasse
uns Jesus immer besser kennenlernen – und deshalb höre die Kirche nie auf,
„über den Wert der Heiligen Schrift nachzudenken“, so der Pontifex weiter. So
habe ja auch Papst Benedikt XVI. im Anschluss an die Bischofssynode 2008 zum
Thema „Das Wort Gottes im Leben und in der Sendung der Kirche“ betont, dass
„der ursprüngliche Ort der Schriftauslegung das Leben der Kirche ist.“
Gott
spricht zu den Menschen wie zu Freunden
Die
Heilige Schrift gebe der Kirche Halt und Kraft. Sie rufe alle Gläubigen auf,
aus dieser Quelle zu schöpfen – besonders in der Feier der Eucharistie und der
Sakramente, stellte Papst Leo fest und verwies auf einen berühmten
Kirchenvater:
„Unkenntnis
der Schrift ist in der Tat Unkenntnis Christi“: Dieser berühmte Ausspruch des
heiligen Hieronymus erinnert uns an den eigentlichen Zweck des Lesens und
Meditierens der Heiligen Schrift: Christus kennenzulernen und durch ihn in
Beziehung zu Gott zu treten, eine Beziehung, die als Gespräch, als Dialog
verstanden werden kann. Die Konstitution Dei Verbum hat uns die Offenbarung als
einen solchen Dialog vorgestellt, in dem Gott zu den Menschen spricht wie zu
Freunden (vgl. DV, 2). Und das geschieht, wenn wir die Bibel in einer inneren
Haltung des Gebets lesen: Dann kommt uns Gott entgegen und spricht zu uns.“
„Die
Heilige Schrift nimmt einen zentralen Platz in der Theologie ein, die im Wort
Gottes ihr Fundament und ihre Seele findet“
Das
Wort Gottes erfülle nicht nur die Kirche selbst, sondern treibe sie auch dazu
an, „über sich hinauszugehen“, sich „immer wieder neu für ihre Sendung zu
öffnen, die sich an alle Menschen richtet.“
„Denn
wir leben umgeben von vielen Worten – doch wie viele davon sind leer! Mitunter
hören wir auch kluge Worte, die uns die Antwort nach unserem letzten Ziel aber
doch schuldig bleiben,“ gab der Papst zu bedenken. „Das Wort Gottes dagegen
stillt unseren Hunger nach dem Sinn und der Wahrheit über unser Leben. Es ist
das einzige Wort, das immer neu ist: Indem es uns das Geheimnis Gottes
offenbart, ist es unerschöpflich und hört niemals auf, uns seinen Reichtum zu
schenken.“
Wer
das Wort Gottes also höre und lebe, der erfährt seine Kraft und begegnet
Christus – in der Kirche und in der Welt, geleitet von Maria, der Mutter der
Kirche.
Abschließend
sagte der Papst: „Christus ist das lebendige Wort des Vaters, das
fleischgewordene Wort Gottes. Die ganze Heilige Schrift verkündet seine Person
und seine rettende Gegenwart – für jeden von uns und für die ganze Menschheit.
Öffnen wir also Herz und Geist, um dieses Geschenk anzunehmen – in der Schule
Marias, Mutter der Kirche.“ Vn 11
Kardinal Koch: „Ich freue mich,
Präsident dieser wunderbaren Organisation zu sein“
Neuer
Präsident von „Kirche in Not“ hat die Internationale Zentrale des Hilfswerks in
Königstein im Taunus besucht
Der
kürzlich ernannte Präsident der päpstlichen Stiftung und des weltweit tätigen
Hilfswerks „Kirche in Not“ (ACN), Kurt Kardinal Koch, hat die Internationale
Zentrale des Hilfswerks in Königstein im Taunus besucht. Er kam dort mit den
Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern zusammen, besuchte die Räumlichkeiten und
feierte eine heilige Messe in der Hauskapelle.
Er
freue sich, „Präsident dieser wunderbaren Organisation zu sein“ und ermutigte
die Anwesenden, die Christen in Not nicht nur materiell, sondern auch geistlich
zu unterstützen. Das Wichtigste sei, an sie zu denken und für sie zu beten.
„Wir haben die große Freude, die großartige Botschaft Jesu Christi empfangen zu
haben und diese Botschaft weitergeben zu dürfen, damit Menschen in Freude leben
können. Doch viele Menschen befinden sich in Schwierigkeiten und großer Not. Es
ist unsere Aufgabe, ihnen zu helfen, indem wir sie materiell unterstützen und
ihnen das Geschenk des Glaubens, des Evangeliums anbieten.“
„Die
großartige Botschaft Jesu Christi weitergeben“
Im
Gespräch mit den Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern dankte Kardinal Koch ihnen
ausdrücklich für deren intensives Engagement und den Einsatz für die
Religionsfreiheit. Sie sei ein wichtiges Thema und eine große Herausforderung.
Gleichzeitig verwies er auf die Dringlichkeit der Neuevangelisierung in den
westlichen Ländern, „denn der Glaube ist in einigen unserer Regionen sehr
schwach“.
Neben
seiner neuen Aufgabe als Präsident von „Kirche in Not“ ist Kardinal Koch beim
Heiligen Stuhl langjähriger Präfekt des Dikasteriums zur Förderung der Einheit
der Christen. Bei seinem Besuch verwies er auf die Ähnlichkeit zwischen den
Aufgaben des Dikasteriums und dem Auftrag des Hilfswerks: Beide hätten eine
ökumenische und soziale Dimension und befassten sich mit den verschiedenen
Ausdrucksformen des Christentums. „Wir haben viele Unterschiede, eine große
Vielfalt, aber wir brauchen einen gemeinsamen Geist. Ohne diesen gemeinsamen
Geist können wir unsere Konflikte und Kriege nicht überwinden“, mahnte Kardinal
Koch. Nur wenn die Kirche trotz aller Unterschiede geeint sei, kann sie ein
Zeichen und Werkzeug für die Gesellschaft und die Welt sein.
Der
aus der Schweiz stammende Kardinal ist dem Hilfswerk bereits lange verbunden.
Nicht nur in seiner Heimat, sondern auch in Deutschland war er in der
Vergangenheit bereits mehrfach Gast bei Veranstaltungen. KiN 11
Bischof Meier zu Solidaritätsbesuch
in Damaskus eingetroffen
Unterstützung
der katholischen Kirche zugesichert
Inmitten
der politisch fragilen Umstände und vor dem Hintergrund einer ungewissen
Zukunft Syriens ist der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), gestern Abend (10.
Februar 2026) in der Hauptstadt Damaskus eingetroffen. Von Beirut ging es über
den Landweg nach Syrien, wo sich Bischof Meier bis zum kommenden Freitag
aufhalten wird. Rund ein Jahr nach dem Sturz von Diktator Bashar al-Assad und
der Machtübernahme durch die islamistische Hayat Tahrir al-Sham-Miliz (HTS)
macht sich Bischof Meier vor Ort ein Bild von der aktuellen Situation. Zugleich
bringt er trotz aller Sicherheitsrisiken einer solchen Reise die Solidarität
der katholischen Kirche in Deutschland mit der christlichen Minderheit zum
Ausdruck. Dazu sind Gespräche mit Repräsentanten christlicher Kirchen, den
diplomatischen Vertretungen der Bundesrepublik Deutschland und des Heiligen
Stuhls sowie einer Ministerin aus dem Kabinett von Übergangspräsident Ahmed
al-Sharaa vorgesehen. Neben Damaskus besucht Bischof Meier auch die christlich
geprägten Orte Saidnaya und Maalula.
„Im
Mittelpunkt meiner Reise nach Syrien steht die Solidarität mit der christlichen
Minderheit. Ich möchte ein Zeichen setzen, dass die syrischen Christinnen und
Christen international nicht vergessen sind. Sie können auf die Unterstützung
der katholischen Kirche in Deutschland zählen. Gerade jetzt, da Unsicherheit
und Angst den Alltag vieler Menschen prägen, ist es mir wichtig, persönlich
nach Syrien zu kommen“, so Bischof Meier zum Auftakt der Reise. „Ebenso wie
andere religiöse Minderheiten gehören Christen seit fast zweitausend Jahren zu
diesem Land. Angesichts der islamistischen Übergangsregierung, der anhaltenden
Gewalt und mangelnder Perspektiven fühlen sie sich bedroht. Sollte diese
Entwicklung anhalten, könnte sich die Auswanderung von Christen aus Syrien
weiter verstärken. Es darf aber nicht dazu kommen, dass Syrien zu einem Land
ohne Christen wird. Dies nämlich wäre ein immenser Schaden nicht nur für das
arabische Christentum, sondern auch für die syrische Kultur und Gesellschaft.“
Nach
13 Jahren blutigem Bürgerkrieg endete im Dezember 2024 abrupt die
jahrzehntelange Herrschaft des Assad-Clans. Während vor dem Krieg noch etwa 1,5
Millionen Christinnen und Christen im Land lebten, wird ihre Zahl heute auf
rund 300.000 geschätzt. So groß die anfängliche Erleichterung über den Sturz
der Regierung auch war, wurde sie schnell von großen Sorgen überschattet –
insbesondere bei den religiösen und ethnischen Minderheiten wie Christen,
Drusen und Kurden. Massaker an der alawitischen Bevölkerungsgruppe sowie der
Selbstmordanschlag auf die griechisch-orthodoxe Mar-Elias-Kirche im vergangenen
Jahr trugen maßgeblich dazu bei. Die Kirche wird Bischof Meier in Damaskus
besuchen und sich außerdem über die Arbeit der Caritas vor Ort informieren.
„In
einer nach wie vor angespannten Lage in Syrien komme ich mit vielen Fragen nach
Damaskus: Wie erleben die Christen vor Ort die aktuelle Situation? Was erwarten
sie von einem neuen Syrien? Und was ist notwendig, damit die Christen wieder
eine sichere Zukunft in dem Land haben, zu dem sie genauso wie alle Syrerinnen
und Syrer gehören? Ich möchte den Menschen zuhören, ihre Sorgen und Hoffnungen
kennenlernen und ihnen zeigen, dass wir an ihrer Seite stehen“, so Bischof
Meier.
In
einem Gespräch mit dem Geschäftsträger der Botschaft der Bundesrepublik
Deutschland in Damaskus, Botschafter Clemens Hach, hatte sich Bischof Meier
noch vor Beginn der Reise eine aktuelle Einordnung geben lassen. Botschafter
Hach verwies auf den bislang pragmatischen Kurs der neuen Regierung unter
Präsident al-Sharaa, die außenpolitisch auf Deeskalation und internationale
Zusammenarbeit setze und das Land schrittweise stabilisieren wolle. Deutschland
werde dabei als wichtiger Partner wahrgenommen – nicht zuletzt wegen der
Aufnahme vieler syrischer Geflüchteter, der klaren Haltung gegenüber dem
Assad-Regime und der frühen Gesprächsbereitschaft gegenüber der neuen Führung.
Zugleich machte der Botschafter deutlich, dass sich dieser Kurs in konkreten
Fortschritten bewähren müsse. Hinweise. Über die Kanäle der sozialen
Medien der Deutschen Bischofskonferenz wird in den nächsten Tagen knapp über
den Reiseverlauf berichtet. Bildmaterial wird über der DBK-Mediendatenbank zur
Verfügung gestellt, wenn Bischof Meier wieder nach Beirut zurückgekehrt ist
(Freitagabend, 13. Februar 2026). Er steht dann für Interviews zur Verfügung.
Anfragen dazu richten Sie bitte per E-Mail an pressestelle@dbk.de. Dbk 11
Vatikan veröffentlicht Motto für
Senioren-Welttag: Trost gegen die Einsamkeit
Das
Dikasterium für Laien, Familie und Leben hat an diesem Dienstag das Thema für
den 6. Welttag der Großeltern und Senioren bekannt gegeben. Mit dem Leitwort
„Ich vergesse dich nicht“ (Jes 49,15) möchte Papst Leo XIV. ein Zeichen der
Hoffnung setzen und die unermüdliche Liebe Gottes zu jedem Menschen – besonders
im Alter – betonen. Mario Galgano - Vatikanstadt
Das
gewählte Motto aus dem Buch des Propheten Jesaja richtet sich als Botschaft des
Trostes speziell an jene älteren Menschen, die unter Einsamkeit leiden oder
sich von der Gesellschaft vergessen fühlen. Gleichzeitig stellt es eine Mahnung
an Familien und Pfarrgemeinden dar, die Gegenwart der Senioren als „kostbaren
Schatz und Segen“ anzuerkennen und sie aktiv in das Gemeinschaftsleben
einzubinden.
Ein
Festtag im Zeichen der Ahnen Jesu
Der
Welttag der Großeltern und Senioren wurde 2021 von Papst Franziskus ins Leben
gerufen und findet jährlich am vierten Sonntag im Juli statt. In diesem Jahr
fällt der Gedenktag auf Sonntag, den 26. Juli. Dies ist ein besonderes Datum im
kirchlichen Kalender, da an diesem Tag auch das Fest der Heiligen Joachim und
Anna, der Großeltern Jesu, gefeiert wird.
Papst
Leo XIV. lädt die Gläubigen weltweit dazu ein, diesen Tag mit einer feierlichen
Eucharistiefeier in den Kathedralkirchen jeder Diözese zu begehen. Es sei eine
Gelegenheit, „den Senioren die Nähe der Kirche spürbar zu machen und ihren
Beitrag für Familien und Gemeinschaften zu würdigen“, so die Mitteilung aus dem
Vatikan.
Aufruf
zur lokalen Initiative
Das
Dikasterium für Laien, Familie und Leben forderte Ortskirchen, Verbände und
kirchliche Gemeinschaften weltweit auf, kreative Wege zu finden, um den Tag in
ihrem jeweiligen lokalen Kontext zu feiern. Um die Vorbereitungen zu
unterstützen, kündigte der Vatikan an, in naher Zukunft spezielle pastorale
Handreichungen und Materialien zur Verfügung zu stellen.
Der
Welttag unterstreicht das päpstliche Anliegen, die Generationen miteinander ins
Gespräch zu bringen und der „Wegwerfkultur“ entgegenzuwirken, die ältere
Menschen oft an den Rand drängt. (vn 10)
„Religionsfreiheit ist keine
Selbstverständlichkeit“
Jahresauftaktveranstaltung
des Hilfswerks „Kirche in Not“ in Köln
Am
7. Februar sind rund 200 Freunde und Wohltäter von „Kirche in Not“ im
Maternushaus in Köln zusammengekommen. Im Mittelpunkt der
Jahresauftaktveranstaltung standen das Menschenrecht auf Religionsfreiheit und
die aktuelle Situation in Syrien.
Als
Experte war Thomas Rachel, Beauftragter der Bundesregierung für Religions- und
Weltanschauungsfreiheit, eingeladen. Er berichtete über seine Aufgabe, die beim
Auswärtigen Amt angesiedelt ist, und seine Erfahrungen von Reisen und
Gesprächen.
Ausdrücklich
lobte Rachel die weltweite Arbeit von „Kirche in Not“. Insbesondere stellte er
den Bericht „Religionsfreiheit weltweit“ heraus, den das Hilfswerk alle zwei
Jahre herausgibt, zuletzt im Herbst 2025. Dieser sei wegen der „hervorragenden
Analyse mit Fallbeispielen“ auch für seine Arbeit wichtig.
Die
wichtigsten Ergebnisse dieser Studie stellte „Kirche in Not“-Mitarbeiter André
Stiefenhofer zu Beginn der Veranstaltung vor. Demnach werde in 62 der 196
untersuchten Ländern die Religionsfreiheit verletzt. In 24 Staaten gebe es
religiöse Verfolgung, entweder seitens des Staates oder durch Terrorgruppen. In
38 Ländern kommt es zu Diskriminierungen, zum Beispiel Ausschluss bestimmter
Religionsgruppen von politischen Ämtern.
„Religionsfreiheit
hat mit der Identität des Menschen zu tun“
Rachel
plädierte dafür, dass der Faktor Religion stärker in die Außenpolitik
eingebunden sein sollte. Schließlich sei Religion für 4 von 5 Menschen weltweit
ein wichtiger Bestandteil. „Religionsfreiheit hat mit der Identität des
Menschen zu tun“, so der 63-Jährige. Bei Reisevorbereitungen des Außenministers
oder Bundeskanzlers ins Ausland sei dies auch immer Thema.
Doch
er stelle fest, dass der Druck auf das Menschenrecht Religionsfreiheit weltweit
zunehme. Eine ernsthafte Bedrohung seien neben dem Autoritarismus auch ein
zunehmender religiöser Nationalismus. Mit weitreichenden Folgen: Die Eskalation
extremistischer Gewalt führe zu einer Destabilisierung der Gesellschaft und
diese wiederum zu mehr Flucht und Vertreibung. „Doch wir müssen auch vor
unserer eigenen Haustüre schauen“, mahnte der CDU-Politiker. „Auch hierzulande
haben antisemitische und antimuslimische Vorfälle massiv zugenommen. Es ist an
der Zeit, dass sich demokratische Kräfte in der Bundesrepublik Deutschland und
im Ausland äußern und sich für die Stärke des Rechts einsetzen.“
„Wir
haben eine Weltunordnung“, ist der Eindruck von Thomas Rachel von seinen
zahlreichen Reisen und internationalen Treffen. Man könne sich nicht mehr auf
langjährige Partner und Verbündete und eine gemeinsame Wertegemeinschaft
verlassen. Dennoch müsse man in Bezug auf Menschenrechte immer im Gespräch
bleiben und Gemeinsamkeiten herausarbeiten. „Reden und vernetzen: höflich im
Ton, klar in der Sache“, sagte Rachel. Der Geschäftsführer von „Kirche in Not“
Deutschland, Florian Ripka, ergänzte, dass christliche Werte Grundlage der
Menschenrechte seien. „Menschen sind gleich viel wert“, so Ripka. Er dankte
Thomas Rachel, dass er durch seine Position weltweit darauf aufmerksam mache.
„Wenn Sie etwas sagen, hat es Gewicht.“
Situation
für Christen in Syrien weiterhin unsicher
Als
Gast der Weltkirche war in diesem Jahr der Franziskanerpater Fadi Azar aus
Syrien bei der Jahresauftaktveranstaltung des Hilfswerks. Er schilderte die
aktuelle Situation in seinem Heimatland, insbesondere die der christlichen
Minderheit. Etwa 10 Prozent der Einwohner sind Christen. Die Lage in Syrien sei
auch nach dem Sturz des Assad-Regimes weiterhin sehr instabil und unsicher.
„Wir leben von Tag zu Tag, von Minute zu Minute.“ Strom gebe es nur für zwei
bis drei Stunden am Tag.
Ausdrücklich
dankte er den Wohltätern von „Kirche in Not“ für die notwendige und
kontinuierliche Unterstützung. „Ohne Ihre Hilfe könnten die Menschen nicht
leben“, sagte der Franziskanerpater. Er hoffe weiterhin auf die großzügige
Unterstützung der Wohltäter, denn nach 15 Jahren Bürgerkrieg, einem schweren
Erdbeben im Jahr 2023 und dem Regierungswechsel seien die Menschen, vor allem
die Christen, weiterhin auf Hilfe angewiesen. „Kirche in Not“ sei in allen
großen Städten des Landes aktiv. Es helfe den Priestern mit Mess-Stipendien,
unterstütze die medizinische Hilfe, die Verteilung von Lebensmittelpaketen,
kirchliche Krankenhäuser und Schulen, Ferienfreizeiten für Kinder und
Jugendliche und Stipendien für Schülerinnen und Schüler.
Insbesondere
seit dem Anschlag auf eine griechisch-orthodoxe Kirche in Damaskus im Juni 2025
mit mehr als 20 Toten und 50 Verletzten sei die Sorge der Christen im Land
groß. „Wir fühlen uns nicht mehr sicher.“ Es gebe christenfeindliche Graffiti.
Gottesdienste und Kirchen müssten von der Polizei und Gläubigen bewacht werden.
„Wir werden wegen unseres Glaubens angegriffen, aber wir haben keine Angst. Das
ist die Mentalität der Christen im Nahen Osten. Syrische Christen sind seit
2000 Jahren Syrer. Wir sind Teil des Landes und lassen uns nicht aus der Heimat
vertreiben“, so Pater Fadi.
Die
Veranstaltung im Kölner Maternushaus endete mit einem Impulsvortrag des
kirchlichen Assistenten von „Kirche in Not“ International, Pater Anton Lässer
CP, zum Thema „Märtyrer, Glaubenszeugen – und ich?“ Er rief die Wohltäter auf,
sich zu ihrem Christsein zu bekennen und Zeugnis von Jesus zu geben.
„Religionsfreiheit ist keine Selbstverständlichkeit, sondern ein hohes Gut“, so
Lässer. KiN 9
Jesus nachfolgen: Jungfrauenweihe
in Köln
Sie
gelobt, ihr Leben für immer im Stand der Jungfräulichkeit zu verbringen.
Cosma-Anna Engler will sich zur gottgeweihten Jungfrau weihen lassen. Im
Interview mit unseren Kollegen vom Kölner Domradio erzählt sie, welcher Weg sie
zu dieser, ihrer, Berufung geführt hat.
DOMRADIO.DE: Viele
wissen nicht, dass es gottgeweihte Jungfrauen in der katholischen Kirche gibt.
Wie haben Sie davon erfahren?
Cosma-Anna
Engler (wird am 10.02. zur gottgeweihten Jungfrau geweiht): Ich wusste
zunächst auch nichts davon und bin dann durch das Erzbistum Köln selbst darauf
gestoßen.
DOMRADIO.DE: Wie
ging es dann weiter? Haben Sie sofort gesagt, das ist was für mich?
Engler: Ich
habe dann erst einmal recherchiert, Bücher gelesen und habe mich auch mit
anderen Jungfrauen getroffen. Dann war ich auf dem Deutschland-Treffen der
gottgeweihten Jungfrauen und habe gemerkt, das ist die Berufung, die ich schon
so lange verspürt habe.
DOMRADIO.DE: Wie
haben Sie denn diese Berufung verspürt?
Engler: Ich
habe mich schon seit frühester Kindheit zur Nachfolge Jesu berufen gefühlt und
habe erst einmal geglaubt, dass das ganz normal ein Klosterweg für mich ist.
Ich bin mit 14 Jahren zur katholischen Kirche übergetreten und habe mir viele
Klöster angeschaut und doch immer wieder gemerkt, dass ist noch nicht ganz das,
wozu Jesus mich beruft.
Ich
arbeite in der Altenpflege und da habe ich gemerkt, dass auch gerade in diesen
Institutionen, wo die Kirche nicht öffentlich tätig ist, die Menschen sich so
sehr nach der Liebe Jesu sehnen und auch nach dem Glauben sehnen. Ich habe dann
gemerkt, dass das genau meine Berufung ist: Ich möchte Jesus nachfolgen, Ihm
ganz gehören, Ihm geweiht sein und Zeugnis in der Welt für Jesus ablegen.
„Im
Laufe des Lebens wurde mir das immer mehr bewusst, wozu Jesus mich da berufen
hat“
DOMRADIO.DE: Mal
ganz naiv gefragt, wie geht das? Haben Sie schon als Kind gespürt, dass der
Heilige Geist auf dem Kopf landet? Oder was passiert da?
Engler: Nein
so nicht, aber ich habe eine innere Berufung gespürt. Das ist sehr privat und
geht nur Jesus und einen selber etwas an. Als Kind habe ich gespürt, da ist
etwas, aber noch nicht so direkt, was das genau für eine Berufung ist. Aber im
Laufe des Lebens wurde mir das immer mehr bewusst, wozu Jesus mich da berufen
hat.
DOMRADIO.DE: Was
unterscheidet denn die geweihte Jungfrau von einer Ordensfrau?
Engler: Als
geweihte Jungfrau hat man die Möglichkeit, auch in nicht offiziellen
kirchlichen Institutionen zu arbeiten und dort Zeugnis für die Liebe Jesu
abzulegen. Man hat natürlich auch ein bisschen mehr Freiraum im privaten
Leben.
Man
kann auch zur Familie noch mehr Kontakt halten als eine Ordensschwester das
kann, das ist auch sehr schön. Und man kann auch seinen eigenen Tagesablauf an
die Arbeit anpassen. Man hat eigentlich ein bisschen so seine private Beziehung
zu Jesus und ist trotzdem im öffentlichen Stand der Kirche.
„Man
hat eigentlich ein bisschen so seine private Beziehung zu Jesus und ist
trotzdem im öffentlichen Stand der Kirche“
DOMRADIO.DE: Welche
Aufgaben oder Verpflichtungen kommen da als geweihte Jungfrau auf Sie zu?
Engler: Was
heißt verpflichtend? Auf jeden Fall wird uns das Stundengebet anempfohlen, vor
allen Dingen zum Tageseinstieg, die Laudes, und dann die Vesper. Natürlich der
regelmäßige Empfang der Sakramente. Dann wird natürlich die Nachfolge Jesu in der
Welt vorausgesetzt. Natürlich wird auch sehr empfohlen, dass man sich an die
evangelischen Räte Ehelosigkeit, Gehorsam und Armut hält.
DOMRADIO.DE: Warum
ist diese Weihe speziell an die Jungfräulichkeit gekoppelt, das heißt an die
sexuelle Enthaltsamkeit?
Engler: Weil
man sich ganz Jesus weiht, man möchte sich mit reinem Herzen ihm ganz weihen
und schenkt ihm seine Jungfräulichkeit. Als geweihte Jungfrau ist man auch ein
Symbol der Kirche Gottes, und so, wie die Kirche Braut Jesu ist, symbolisiert
man ja die Kirche als Braut Jesu, und da ist schon die Reinheit ein sehr
wichtiges Zeichen.
DOMRADIO.DE: Nicht
viele wissen, dass die Jungfrauenweihe ein uraltes, katholisches Weiheamt ist.
Es ist keine neue Erfindung.
Engler: Es
ist sogar noch älter als die Ordensweihe. Die gottgeweihte Jungfrau war mit das
allererste Weiheamt, das es überhaupt gab. Noch in Jesu Zeiten wurden die
ersten Frauen, die Jesus nachgefolgt sind, tatsächlich zu gottgeweihten
Jungfrauen geweiht und erst später haben sich Frauen in Klöstern
zusammengefasst. Man sagt ja, dass selbst die Mutter Gottes in frühester
Kindheit die Jungfrauenweihe abgelegt hat.
„Jesus
im Alltag bezeugen“
DOMRADIO.DE: Wenn
sie sich jetzt für das Gelübde der Ehelosigkeit entscheiden, was machen sie
denn, wenn sie sich verlieben?
Engler: Man
hat ja eine sehr lange Zeit, um sich vorzubereiten und zu prüfen, wenn man die
Berufung spürt. Jesus bleibt treu, er beruft einen, und er irrt sich nicht. Es
ist für mich eine klare Entscheidung, die Jungfrauenweihe bleibt ewig. Wenn man
einmal geweiht ist als gottgeweihte Jungfrau, dann kann man das nicht
rückgängig machen.
DOMRADIO.DE: Wie
sind Sie denn da gemeinschaftlich angebunden? Im Kloster gibt es die
Klostergemeinschaft. Als gottgeweihte Jungfrau sind Sie ja erstmal ziemlich
allein.
Engler: Ja,
in diesem Weihestand steht man zunächst einmal alleine in der Welt. Allerdings
muss ich sagen, dass das Erzbistum Köln das sehr schön macht und die Jungfrauen
begleitet. Wir sind ungefähr 15 Jungfrauen im Erzbistum und haben regelmäßige Treffen.
Es gibt auch in Deutschland größere Treffen der Jungfrauen, und wir sind,
obwohl es eine Einzelberufung ist, trotzdem eine kleine Gemeinschaft.
DOMRADIO.DE: Was
sagen denn Ihre Bekannten und Freunde, wenn sie davon hören, ich lasse mich als
gottgeweihte Jungfrau weihen?
Engler: Die
meisten fragen tatsächlich direkt: Wirst du jetzt eine Nonne? Das ist so die
erste Frage, weil die meisten dieses Weiheamt auch nicht kennen. Wenn ich es
ihnen dann erkläre, finden es viele wirklich interessant. Und ich bin sehr
dankbar, dass in meinem Bekanntenkreis auch wirklich alle das offen entgegen
genommen haben.
DOMRADIO.DE: Ihre
Familie, wie hat die reagiert? Haben sie da Ablehnung oder Unverständnis
erfahren?
Engler: Nein,
zum Glück nicht. Im Gegenteil, die Reaktionen waren sehr interessiert, sehr
offen. Da habe ich wirklich großes Glück. Es ist eine große Gnade, dass sie
mich auch schon seit Jahren auf diesem Weg sehr offen begleiten.
„Ich
versuche im Alltag für Jesus Zeugnis abzulegen“
DOMRADIO.DE: Mit
der Jungfrauenweihe steht Jesu Nachfolge für Sie im Mittelpunkt. Was bedeutet
das im alltäglichen Handeln für Sie?
Engler: Ich
versuche, im Alltag für Jesus Zeugnis abzulegen. Besonders ist es mir ein
Anliegen, seine Liebe an die Menschen weiterzugeben und durch diese Liebe
Menschen für Jesus zu gewinnen. Ich versuche natürlich auch, für diesen
gottgeweihten Stand ein bisschen Zeugnis abzulegen, gerade ihn noch ein
bisschen bekannter zu machen, damit vielleicht andere junge Frauen sich dafür
interessieren können.
DOMRADIO.DE: Sie
arbeiten in der Krankenpflege. Hat das für Sie eine besondere Bedeutung? Auch
in Ihrer Berufung als gottgeweihte Jungfrau?
Engler: Ich
arbeite mit demenzkranken Menschen, die sehnen sich sehr nach Liebe, und das
ist natürlich für mich immer wichtig, dass ich eine Vermittlerin sein kann und
Jesu Liebe durch mich den Menschen geben kann.
DOMRADIO.DE: Wie
geht es nun weiter? Am Dienstag werden Sie geweiht. Wie schauen Sie diesem
Termin entgegen?
Engler: Mit
großer Dankbarkeit, mit einem von Gnade erfüllten Herzen, dass es endlich
soweit ist. Es waren schon so viele Jahre, wo ich mich danach gesehnt habe,
dann die vielen Jahre der Vorbereitung. Klar bin ich jetzt auch freudig
aufgeregt.
DOMRADIO.DE: Wie
geht es dann für Sie nach der Weihe weiter?
Engler: Natürlich
bleibe ich ganz normal in meinem Beruf und lebe dann auch einen Tagesablauf,
den ich mir selbst zusammengestellt habe und dem Weihbischof auch vorgelegt
habe, an den werde ich mich versuchen zu halten, und ja, auf jeden Fall natürlich
mit meinem Bräutigam Jesus in die Welt gehen und seine Liebe verkünden.
Das
Interview führte Johannes Schröer. (domradio.de 9)
Papst an Priester in Spanien: Seid
Christus ähnlich
Über
Priester und ihre Rolle schreibt der Papst in einem Brief an rund 1.500
Priester, die derzeit in Madrid an einer Konferenz teilnehmen. Er ruft dazu
auf, das Amt geschwisterlich und im Dienst am Nächsten auszuüben. Salvatore
Cernuzio – Vatikanstadt
Das
Schreiben hat die Form eines Briefes, aber den Inhalt eines apostolischen
Schreibens über das Priestertum, über seine Rolle in der Kirche und in der
heutigen Welt, über den Sinn des Zölibats, der Armut und des Gehorsams - „nicht
als Verzicht auf das Leben“, sondern als „konkrete Art und Weise“, Gott
anzugehören.
Das
ist die Botschaft, die Papst Leo XIV. an die über 1.500 Priester der Erzdiözese
Madrid richtet, die sich in diesen Tagen zu einer großen
„Convivium”-Priesterkonferenz versammelt haben. Auf Einladung von
Kardinalerzbischof José Cobo Cano nehmen daran am 9. und 10. Februar
Verantwortliche aus Pfarrgemeinderäten, Ordensgemeinschaften, Dekanaten,
Bewegungen und neuen kirchlichen Realitäten in Madrid teil. Vier Themen stehen
dabei im Mittelpunkt, die aus Beiträgen von etwa 300 Gruppen der Erzdiözese
ausgewählt wurden: Müdigkeit und Einsamkeit des Priesters; die administrative
Überlastung; die Beziehung zu den Bischöfen; die Überprüfung von Strukturen,
die die Evangelisierung behindern können.
Eine
ruhige und ehrliche Reflexion
Die
Versammlung sei eine Gelegenheit zur „Brüderlichkeit und Einheit“, um
gemeinsame Fragen zu behandeln, aber auch, „um sich gegenseitig in der Mission,
die Sie teilen, zu unterstützen“, schreibt Leo XIV. an alle Priester. Sie
spricht er zu Beginn des Schreibens als „Söhne“ an und dankt ihnen für ihr
Engagement in Pfarreien und verschiedenen Realitäten, das oft „inmitten von
Mühen und komplexen Situationen” stattfinde und mit einer „stillen Hingabe,
deren Zeuge nur Gott ist“ gelebt werde.
Zu
diesen Worten der „Nähe” und „Ermutigung” fügt der Papst eine „ruhige und
ehrliche Reflexion” über die Figur des Priesters im heutigen kulturellen und
sozialen Kontext hinzu. Ein Bild, aus dem in vielen Bereichen „fortgeschrittene
Säkularisierungsprozesse, eine zunehmende Polarisierung der öffentlichen
Debatte und eine Tendenz zur Reduzierung der Komplexität des Menschen durch die
Interpretation anhand von Ideologien oder unvollständigen und unzureichenden
Kategorien“ hervorgehen.
„In
diesem Rahmen läuft der Glaube Gefahr, instrumentalisiert, banalisiert oder in
den Bereich des Irrelevanten verbannt zu werden, während sich Formen des
Zusammenlebens festigen, die jeglichen Bezug zum Transzendenten außer Acht
lassen.“
Gleichgültigkeit
und ein verändertes kulturelles Panorama
Hinzu
kommt ein tiefgreifender kultureller Wandel, der für Papst Leo nicht zu
übersehen ist: „Das fortschreitende Verschwinden gemeinsamer Bezugspunkte“.
Lange Zeit fand „der christliche Same nämlich reichlich fruchtbaren Boden, weil
die moralische Sprache, die großen Fragen nach dem Sinn des Lebens und einige
grundlegende Vorstellungen zumindest teilweise geteilt wurden“. Heute „hat sich
diese gemeinsame Grundlage erheblich abgeschwächt“ und „viele der konzeptuellen
Voraussetzungen, die jahrhundertelang die Weitergabe der christlichen Botschaft
erleichtert haben, sind nicht mehr selbstverständlich“ und in vielen Fällen
„sogar unverständlich“.
„Das
Evangelium stößt nicht nur auf Gleichgültigkeit, sondern auch auf ein anderes
kulturelles Panorama, in dem Worte nicht mehr dieselbe Bedeutung haben und in
dem die erste Verkündigung nicht mehr als selbstverständlich angesehen werden
kann.“
Neue
Unruhe unter den Jugendlichen
Aber
nicht alles ist verloren. Der Nachfolger Petri erklärt sich nämlich
„überzeugt“, dass „eine neue Unruhe in den Herzen vieler Menschen, vor allem
der Jugendlichen, brodelt“. „Die Verabsolutierung des Wohlstands hat nicht das
erwartete Glück gebracht; eine von der Wahrheit getrennte Freiheit hat nicht
die versprochene Erfüllung gebracht; und der materielle Fortschritt allein hat
es nicht geschafft, die tiefsten Wünsche des menschlichen Herzens zu
befriedigen”. Darüber hinaus „haben die vorherrschenden Perspektiven zusammen
mit bestimmten hermeneutischen und philosophischen Interpretationen des
Schicksals der Menschheit, weit davon entfernt, eine ausreichende Antwort zu
bieten, oft ein größeres Gefühl der Müdigkeit und Leere hinterlassen“. Aus
diesem Grund beginnen viele Menschen, „sich einer ehrlicheren und
authentischeren Suche zu öffnen“, die „sie zur Begegnung mit Christus
zurückführt“.
Für
den Priester ist dies also „keine Zeit des Rückzugs oder der Resignation,
sondern der treuen Präsenz und großzügigen Verfügbarkeit“, ermutigt der Papst.
„Damit
wird klarer, welche Art von Priestern Madrid – und die ganze Kirche – in dieser
Zeit braucht. Sicherlich keine Männer, die durch eine Vielzahl von Aufgaben
oder den Druck, Ergebnisse zu erzielen, definiert sind, sondern Männer, die
Christus nachempfunden sind, fähig, ihren Dienst durch eine lebendige Beziehung
zu ihm zu unterstützen, die durch die Eucharistie genährt wird und sich in
einer pastoralen Nächstenliebe ausdrückt, die durch aufrichtige Selbsthingabe
gekennzeichnet ist.“
Den
authentischsten Kern des Priestertums wiederbeleben
Es
geht nicht darum, „neue Modelle zu erfinden” oder die Identität der Priester
selbst „neu zu definieren”. Das Schlüsselwort für Leo XIV. ist
„wiederentdecken“: „Das Priestertum in seinem authentischsten Kern
wiederentdecken: alter Christus zu sein“, durch „einen Dienst, der in inniger
Verbundenheit mit Gott gelebt wird“ und „konkreten Dienst an den Menschen“.
Das
Bild der Kathedrale
Der
Papst untermauert diese Aussage mit einem Bild, nämlich dem der Kathedrale
Almudena in Madrid, deren Struktur sich perfekt mit den wesentlichen Punkten
des Priestertums vergleichen lässt. Schon die Fassade, betont Leo, ist das
Erste, was man sieht, aber sie offenbart nicht alles: „Sie deutet an,
suggeriert, lädt ein”. Ebenso „lebt der Priester nicht, um sich zur Schau zu
stellen, aber auch nicht, um sich zu verstecken. Sein Leben ist dazu berufen,
sichtbar, kohärent und erkennbar zu sein, auch wenn es nicht immer verstanden
wird”.
Auch
die Fassade „existiert nicht für sich selbst“, sondern „führt ins Innere“.
Ebenso „ist der Priester niemals Selbstzweck. Sein ganzes Leben ist dazu
berufen, auf Gott hinzuweisen und den Weg zum Geheimnis zu begleiten, ohne
dessen Platz einzunehmen“. Dann gibt es die Schwelle, die „einen Übergang, eine
notwendige Trennung markiert“: „Bevor man eintritt, bleibt etwas draußen“,
schreibt der Papst. „Auch das Priestertum wird auf diese Weise gelebt: in der
Welt sein, aber nicht von der Welt“.
„An
dieser Weggabelung stehen das Zölibat, die Armut und der Gehorsam; nicht als
Verleugnung des Lebens, sondern als konkrete Möglichkeit für den Priester, ganz
Gott zu gehören und weiterhin unter den Menschen zu wandeln.“
Ein
Haus, das aufnimmt und schützt
„Die
Kathedrale ist auch ein gemeinsames Haus, in dem jeder einen Platz hat“,
bekräftigt der Papst. „So soll die Kirche sein, vor allem gegenüber ihren
Priestern: ein Haus, das aufnimmt, schützt und niemals im Stich lässt.“ Und so
muss auch die priesterliche Brüderlichkeit gelebt werden: „Als konkrete
Erfahrung, sich zu Hause zu fühlen, füreinander verantwortlich zu sein, auf das
Leben der Brüder zu achten und bereit zu sein, sich gegenseitig zu
unterstützen“.
„Meine
Kinder, niemand soll sich in der Ausübung seines Amtes ausgesetzt oder allein
fühlen: Lasst uns gemeinsam dem Individualismus widerstehen, der das Herz
verarmt und die Mission schwächt!“
Quellen,
aber auch Kanäle
Leone
XIV. vertieft sich weiter in die Architektur der Kathedrale und identifiziert
Symbole und Metaphern für das Priesteramt. In seinem Brief nennt er die Säulen
als Beispiel für ein Leben – das des Priesters –, das „sich nicht aus sich
selbst heraus trägt“, sondern aus der „lebendigen Tradition der Kirche“ und dem
„Lehramt“. Auf diesem Fundament verankert, „vermeidet jeder Priester, auf dem
Sand partieller Interpretationen oder situativer Übertreibungen zu bauen, und
stützt sich stattdessen auf den festen Felsen, der ihm vorausgeht und ihn
überragt“. Schließlich lädt der Papst dazu ein, auf das Taufbecken und den
Beichtstuhl zu schauen, den Mittelpunkt der Sakramente, in denen „die wahre
Kraft, die die Kirche aufbaut“, liegt. Sakramenten, die würdig und angemessen
gefeiert werden müssen und die die Priester selbst empfangen müssen,
insbesondere die Beichte.
„Vergesst
nicht, dass ihr nicht die Quelle, sondern der Kanal seid und dass auch ihr
dieses Wasser trinken müsst. Vernachlässigt daher die Beichte nicht und kehrt
immer wieder zu der Barmherzigkeit zurück, die ihr verkündet.“
Von
hier aus betrachtet der Papst die Kapellen – jede mit ihrer eigenen Geschichte
und unterschiedlicher künstlerischer Herkunft, aber alle mit derselben
Ausrichtung – und betont: „Keine ist in sich selbst verschlossen, keine stört
die Harmonie des Ganzen.“ Dies gilt auch für die Kirche „mit den verschiedenen
Charismen und Spiritualitäten, durch die der Herr eure Berufung bereichert und
unterstützt“.
Aufruf
zur Heiligkeit
„Lasst
uns auf das Zentrum von allem schauen, meine Kinder: Hier offenbart sich, was
eure täglichen Handlungen sinnvoll macht und woher euer Dienst entspringt“,
lautet die abschließende Ermahnung von Papst Leo. „Seid“, sagt er zu den
Priestern von Madrid und der ganzen Welt, „Anbeter, Menschen des tiefen Gebets“
und „lehrt das Volk, dasselbe zu tun“.
„Seid
heilig!“ (vn 9)
Kohlgraf: Synodalkonferenz mit
Fokus auf Glaubensweitergabe
Bei
der geplanten Synodalkonferenz in Deutschland möchte der Mainzer Bischof Peter
Kohlgraf den thematischen Horizont weiten. Es werde darum gehen, „sich auch
Fragen der Glaubensweitergabe und Evangelisierung zu stellen“, sagte der
Bischof bei der Mainzer Veranstaltung „Eine Kirche, viele Wege“, wie das Bistum
am Wochenende mitteilte. Er hoffe, dass sich Formen finden, „die einladender
sind für viele verschiedene theologische Positionen“.
Die
Synodalkonferenz wurde konzipiert zur Fortführung des Reformprojekts der Kirche
in Deutschland, Synodaler Weg. Das Gremium muss noch von der Deutschen
Bischofskonferenz und vom Vatikan bestätigt werden.
Synodalität
sei etwas anderes als ein parlamentarisches Miteinander auf der Suche nach
Mehrheiten, erklärte Kohlgraf: „Es geht darum, wie wir gemeinsam das Reich
Gottes umsetzen können - nicht darum, wie ich meinen Kopf durchsetzen kann.“
Zudem brauche eine Umsetzung der Beschlüsse des Synodalen Wegs auf Bistumsebene
Zeit. Dabei gehe es „in erster Linie um eine Haltungsänderung. Und diese
Haltung muss eingeübt werden; die ändert sich nicht einfach durch ein Dekret.“
Junge
Menschen und Frauen mehr einbeziehen
Außer
Kohlgraf sprach bei der Veranstaltung die Missionsärztliche Schwester Birgit
Weiler, die an der Jesuitenuniversität in Lima (Peru) unterrichtet. Für die
Kirche in Lateinamerika sei das Signal von Papst Franziskus (2013-2025) von
besonderer Bedeutung, dass alle zur Mitverantwortung befähigt seien.
„Synodalität braucht ein Miteinander auf dem Weg, um dem Individualismus in
Lateinamerika entgegenzuwirken - im Sinne einer gemeinsamen Verantwortung für
das Gemeinwohl.“
Dies
betreffe insbesondere junge Menschen und Frauen, fügte die Theologin hinzu;
und: „Ohne Frauen ist in Amazonien keine Kirche zu machen.“ In dieser Hinsicht
hätten Prozesse innerhalb der katholischen Kirche „noch viel Luft nach oben“.
(kna 8)
Kardinal Pizzaballa: „Worte allein
genügen nicht für den Frieden“
In
einer bewegenden Rede in Rom hat der Lateinische Patriarch von Jerusalem,
Kardinal Pierbattista Pizzaballa, die tiefe Zerrissenheit zwischen Israelis und
Palästinensern geschildert. Frieden und Versöhnung drohten zu leeren „Slogans“
zu werden, wenn sie nicht durch sichtbare Zeichen und mutige politische
Visionen untermauert würden. Roberto Paglialonga und Mario Galgano
Anlässlich
des 800. Todestages des Heiligen Franziskus sprach Pizzaballa in der römischen
Kirche San Francesco a Ripa über die beispiellose Gewalt seit dem 7. Oktober.
„Die Wunden sind noch immer tief, die Bevölkerung ist orientierungslos und die
politische Führung schwach“, konstatierte der Kardinal. Es fehle eine klare
Zukunftsvision, in der der jeweils andere als Nachbar akzeptiert werde. Die
Beziehung sei schlichtweg „zerbrochen“.
Vier
Besuche im Gazastreifen: Geruch von Tod und Zeichen der Würde
Eindringlich
schilderte der Patriarch seine vier Besuche in der Trümmerwüste von Gaza während
der Kampfhandlungen. Während er im Mai 2024 noch in „terrorisierte Augen“
geblickt habe, sei im Juli 2025 der schwierigste Moment gefolgt. Kurz nach der
Tötung von drei Menschen in der Pfarrei der Heiligen Familie besuchte er das
Gebiet erneut: „Ich war von den Gerüchen der Zerstörung und des Todes
schockiert. Ich werde sie nie vergessen.“
Bei
seinem jüngsten Besuch kurz vor Weihnachten habe er jedoch auch erste Zeichen
von Hoffnung bemerkt. Trotz des unermesslichen Leids hätten viele Menschen
begonnen, ihr Leben mit großer Würde zurückzufordern. Die Kirche habe ihre
Hilfe mittlerweile von reinen Lebensmitteln auf lebensnotwendige Medikamente
wie Antibiotika ausgeweitet.
Kritik
an Großmacht-Logik und Appell für zwei Staaten
Skepsis
äußerte Pizzaballa gegenüber internationalen Friedensplänen, die lediglich den
Interessen der Großmächte dienten, ohne die Rechte des palästinensischen Volkes
effektiv anzuerkennen. Er betonte: „Die Palästinenser haben das Recht, sich als
Volk zu fühlen und einen eigenen Staat zu haben.“ Dies festzustellen, sei ein
Akt der Gerechtigkeit.
Gleichzeitig
warnte er davor, die Deutungshoheit den Extremisten zu überlassen – seien es
die Hamas oder radikale Siedler. Er kritisierte die zunehmende Gewalt im
Westjordanland, wo das christliche Dorf Taybeh erneut Ziel von Übergriffen
wurde. Christen würden dort, wie Muslime auch, ihrer Ländereien beraubt und an
der Arbeit gehindert.
„Kein
Drama, eine Minderheit zu sein“
Für
die christliche Gemeinschaft im Heiligen Land, deren Zahl seit 1990 dramatisch
gesunken ist, sieht Pizzaballa eine besondere Mission. Allein aus Bethlehem
seien seit Kriegsbeginn rund einhundert Familien ausgewandert. „Es braucht
großen Mut zu bleiben“, räumte er ein. Dennoch sei es kein Drama, eine
Minderheit zu sein, solange man eine „schöne und große Botschaft“ zu
kommunizieren habe. Er erinnerte daran, dass er sich selbst als Geisel im
Austausch für die Gefangenen in Gaza angeboten hatte – eine Antwort, die für
ihn aus seinem Glauben heraus „natürlich“ gewesen sei.
Ein
dringender Appell an die Welt: Kehrt als Pilger zurück
Abschließend
richtete der Kardinal eine deutliche Bitte an die Weltkirche: „Es ist Zeit
zurückzukehren. Schluss mit den Notfällen, es ist Zeit für Mut.“ Jerusalem und
Bethlehem seien sicher für Pilger. Die physische Präsenz der Weltkirche sei nun
entscheidend, um den lokalen Christen zu zeigen, dass sie nicht allein sind,
und um gegenüber Israelis und Palästinensern zu bezeugen: „Auch wir haben hier
unsere Wurzeln.“
Im
Rahmen der Veranstaltung wurde zudem eine Spendenaktion der „Fondazione Italia
per il dono“ gestartet. Das Projekt „Christian Women and Youth Empowerment“
soll die Beschäftigung und das Unternehmertum junger Christen in Jerusalem
fördern, um der Abwanderung entgegenzuwirken. (vn 7)
Wer leidet, möge wahren Frieden in
der Liebe Gottes finden
In
einem am Samstag veröffentlichten persönlichen Schreiben hat Papst Leo XIV.
Kardinal Michael Czerny zu seinem Sondergesandten für den 34. Welttag der
Kranken ernannt. Die Feierlichkeiten am 11. Februar finden in der peruanischen
Diözese Chiclayo statt – ein Ort, zu dem das Kirchenoberhaupt eine tiefe
persönliche Beziehung pflegt. Leo XIV. erinnert an seine eigene Verbindung zur
Region und ruft Kranke dazu auf, ihr Leid für den Weltfrieden aufzuopfern.
Mario Galgano - Vatikanstadt
In
dem auf Latein verfassten Brief, der an den Präfekten des Dikasteriums für den
Dienst zugunsten der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung gerichtet ist,
erinnert Papst Leo XIV. an seine eigene Biografie: Vor genau zwölf Jahren wurde
er in der Kathedrale von Chiclayo zum Bischof geweiht. Er betont seine
„unaufhörliche Sorge“ für das peruanische Volk und seine besondere Verehrung
für die Gottesmutter in dieser Region.
Weiter
lädt der Papst die Kranken dazu ein, in der täglichen und spirituellen
Umsetzung der göttlichen Liebe den „wahren und dauerhaften Frieden“ zu suchen.
In „besonderer Gebetsgemeinschaft mit der über die ganze Welt verbreiteten
Kirche“ bittet Leo XIV. in seinem am Samstag veröffentlichten Schreiben die
Gläubigen, die unter Krankheit oder Schmerz leiden, ihre Lebenslasten „durch
Maria dem barmherzigen Gott für den Frieden in dieser Welt aufzuopfern“.
Der
Mensch und seine Unruhe
Unter
Bezugnahme auf die „Bekenntnisse“ des heiligen Augustinus erinnert der Papst
daran, dass das menschliche Herz unruhig bleibe, bis es Ruhe in Gott finde.
Kardinal Michael Czerny, Präfekt des Dikasteriums für den Dienst zugunsten der
ganzheitlichen menschlichen Entwicklung, soll diese Botschaft der Hoffnung nun
persönlich nach Peru tragen.
Vom
9. bis zum 11. Februar finden in der Diözese Chiclayo zentrale kirchliche
Feierlichkeiten statt. Das Hauptereignis wird die Messe im Heiligtum Nuestra
Señora de la Paz (Unsere Liebe Frau vom Frieden) sein. Der Papst betonte, dass
Christus versprochen habe, „in allen Umständen, alle Tage bis zum Ende der
Welt“ bei seinem Volk zu sein.
Ein
„herzliches Gedenken“ an das geliebte Peru
Der
Brief ist geprägt von einer tiefen persönlichen Note. Mit „aller Zuneigung des
Herzens und des Geistes“ erinnert sich der Papst an das „geliebte Land Peru“
und insbesondere an Chiclayo.
Leo
XIV. unterstreicht zudem die Kontinuität zum Wirken seines Vorgängers: Es war
der ausdrückliche Wille von Papst Franziskus, den diesjährigen Weltkrankentag
in Peru zu feiern, um die mütterliche Fürsorge der Jungfrau Maria gegenüber
allen Kranken und Leidenden intensiv zum Ausdruck zu bringen. Diese
Entscheidung bestätigte Leo XIV. nun mit Nachdruck und erinnerte daran, dass er
selbst in der Vergangenheit im Heiligtum von Chiclayo „mehrmals im Gebet die
Hilfe Gottes angerufen“ habe.
An
Kardinal Czerny gewandt schrieb der Papst: „Wir haben dich gewählt, um den
Nachfolger Petri zu repräsentieren und das versammelte Volk mit der Weisheit
des Evangeliums zu unterweisen.“ Czerny soll den Kranken am Gedenktag Unserer
Lieben Frau von Lourdes Trost und Ermutigung spenden.
Botschaft
an die Helfer
Neben
den Kranken nahm der Papst auch die Pflegekräfte, Ärzte und Angehörigen in den
Blick. Er forderte alle Beteiligten auf, Zeugnis von Glaube, Hoffnung und Liebe
abzulegen. Es gelte, „einer des anderen Last zu tragen“ und so das Gesetz
Christi durch menschliche und christliche Nähe zu erfüllen.
Das
Schreiben schließt mit dem Apostolischen Segen für den Gesandten und alle
Teilnehmer des Welttags. Es ist einer der ersten großen internationalen Termine
im ersten Jahr des Pontifikats von Leo XIV., bei dem seine enge Verbindung zur
Kirche in Lateinamerika deutlich wird. (vn 7)
Ordensfrau: Augen vor
Menschenhandel nicht verschließen
Wie
brutal Menschenhändler wirklich vorgehen, das möchten viele Menschen lieber gar
nicht wissen. Doch auch in unserer direkten Umgebung kann es Opfer geben. Die
Augen vor ihrer Situation nicht zu verschließen, ist ein erster Schritt zur
Hilfe, meint Sr. Marjolein Bruinen, die sich mit ganzer Kraft dem Kampf gegen
Menschenhandel verschrieben hat.
Am
8. Februar begeht die Kirche den Welttag gegen Menschenhandel. Einberufen hatte
ihn Papst Franziskus im Jahr 2015. Insbesondere Ordensfrauen sind jedoch schon
seit jeher und das ganze Jahr an vorderster Front, um gegen Menschenhandel zu
kämpfen und Betroffenen zur Seite zu stehen. Eine von ihnen ist Sr. Marjolein
Bruinen. Die gebürtige Holländerin ist Generalsekretärin von UCESM, der Union
der Europäischen Konferenzen der Höheren Ordensoberen/innen. Dabei handelt es
sich um ein Netzwerk und eine Gemeinschaft, die 38 nationale Konferenzen
apostolischer Ordensgemeinschaften aus 28 europäischen Ländern vertritt. Wir
sprachen mit Sr. Marjolein im Vorfeld des Welttages.
Radio
Vatikan: Wie kämpfen Ordensfrauen gegen Menschenhandel?
Sr.
Marjolein Bruinen, UCESM-Generalsekretärin: „Wir engagieren uns unter anderem
für Aufklärung, ich selbst habe viele Vorträge in Schulen, Kirchengemeinden und
Frauengruppen gehalten. Wir stehen oft im direkten Umfeld Familien und sehen,
was passiert, manchmal sogar früher als die eigenen Eltern, beispielsweise wenn
es darum geht, dass die Kinder durch einen Loverboy oder ein Lovergirl verführt
werden, die zunächst Liebe vortäuschen und dann zur Lösung eines vorgespielten
gravierenden Problems die oft verliebten Opfer in die Prostitution locken.
Außerdem sorgen wir für Schutz und Begleitung. Wenn beispielsweise ein Opfer
aus einem afrikanischen Land kommt, suchen wir dort vor Ort Klöster auf - und
fragen, ob es nach Rückkehr dort unterkommen kann, da die Betroffenen fast nie
zu ihrer eigenen Familie zurückkehren können.“
Radio
Vatikan: Was sind die größten Herausforderungen im Bereich Menschenhandel?
Sr.
Marjolein Bruinen: „Es gibt unzählige Herausforderungen: Wenn man sie kurz
zusammenfassen will, geht es einerseits um Unsichtbarkeit, das heißt, die
Delikte geschehen hinter der Haustür. Aber auch darum, dass die Betroffenen
Angst haben könnten, zur Polizei zu gehen, weil sie selbst schlechte
Erfahrungen mit den Sicherheitskräften im eigenen Land gemacht haben. Schlimm
ist auch die Unwilligkeit der Männer, Anzeige zu erstatten, wenn sie merken,
dass eine Frau sich ihnen nicht freiwillig hingibt. Wir hatten beispielsweise
den Fall eines minderjährigen Mädchens, das an einem Wochenende 80 Männer in
einem Hotel bedienen musste. Die Polizei fand Kondome in ihrem Mülleimer und
konnte so einige Täter identifizieren und bei diesen Männern vorstellig werden.
Die öffentliche Meinung wandte sich aber gegen die Polizei, weil man der
Meinung war, dass sie damit Familien zerstörte....“
Vatican
News: Eigentlich unglaublich, dass so etwas vor oder sogar hinter unserer
eigenen Haustür passieren kann. Es müssen wirklich sehr herzlose Menschen sein,
die diese Opfer ausnutzen…
Sr.
Marjolein Bruinen: „Ja, und die organisierte Kriminalität ist noch härter und
herzloser. Einmal bekam eine Frau zum Beispiel den abgetrennten Daumen ihres
kleinen Kindes zugeschickt, als sie unwillig war, mitzuarbeiten. Solcher
Geschichten gibt es viele. Eine weitere Komponente ist die Armut: Frauen,
darunter auch promovierte Ärztinnen und Juristinnen, hoffen, in kurzer Zeit im
wohlhabenden Ausland Geld zu sammeln, um in ihrem Heimatland eine Praxis
aufzubauen. Aber sie haben keine Ahnung, wo sie landen werden. Krieg und damit
verbundene erzwungene Flucht spielen natürlich auch eine Rolle, davon sprach
man beispielsweise in Zusammenhang mit der Ukraine verstärkt. Und ganz wichtig:
das Fehlen eines eigenen warmherzigen Zuhauses, das wird von Loverboys ganz
gezielt ausgenutzt.“
Vatican
News: Kann ein „normaler Mensch“ in irgendeiner Stadt in Westeuropa etwas gegen
Menschenhandel tun?
Sr.
Marjolein Bruinen: „Nach einem Vortrag habe ich immer gesagt: ,Wenn jeder, der
hier sitzt, diese Geschichte einer weiteren Person erzählt, und diese Person
tut das auch, dann wird dieses Dorf bald sicherer sein.‘ Das gilt auch für
unsere Breitengrade. Das Bewusstsein für die Problematik zu schaffen und die
Augen vor derartigen Situationen nicht zu verschließen ist der erste Schritt
dafür, dem Menschenhandel und seinen vielfältigen Auswirkungen einen Riegel
vorzuschieben.“
Der
Tropfen auf dem heißen Stein
Vatican
News: Gibt es eine Geschichte aus dem Bereich Menschenhandel, die Sie mit
unseren Hörerinnen und Hörern teilen können?
Sr.
Marjolein Bruinen: „Das ist natürlich ein viel zu knappes Beispiel, aber als
ich in Riga lebte, habe ich eine junge Frau aufgenommen. Sie war in Lettland in
einem Heim aufgewachsen, das sie mit 18 Jahren verlassen musste. Kurz zuvor
hatte sie einen Mann kennengelernt, der ihr versprach, sie zu heiraten. Zu
diesem Zweck nahm er sie mit nach Schweden. Dort zwang er sie zum Sex. Er
verkaufte sie mehrmals, bis es ihr gelang zu fliehen und sie dann bei unserem
Kloster anklopfte. Ich begleitete sie zum Gericht, was für sie sehr schwer war,
weil es sie neu traumatisierte, über das Erlebte zu sprechen. Später stellte
sich heraus, dass ihr Händler ein hochrangiger Polizist war und ungestraft
davonkam...“
Vatican
News: Wenn man dann aber sieht, dass Täter, von denen man Namen und Nachnamen
kennt, ungestraft davonkommen, möchte man dann nicht eigentlich alles
hinschmeißen?
Sr.
Marjolein Bruinen: „Es gibt Situationen, in denen man wirklich am liebsten
alles hinschmeißen würde, weil es scheint, als ob man nichts dagegen tun kann –
und alles, was man tut, ist natürlich nur ein Tropfen auf dem heißen Stein.
Aber ohne diesen Tropfen wäre der Stein noch heißer, deshalb darf man die
Hoffnung nie aufgeben.“ #SistersProject
(vn 7)
Frieden beginnt mit der Würde jedes
Menschen
Frieden
beginnt mit der Anerkennung der unantastbaren Würde jedes Menschen. Das hat
Papst Leo XIV. an diesem Freitag in seiner Botschaft zum 12. Welttag des Gebets
und der Reflexion gegen den Menschenhandel betont. Der Gedenktag wird am
kommenden Sonntag begangen.
In
den Mittelpunkt der Botschaft stellte Leo den Zusammenhang zwischen globalen
Krisen und moderner Ausbeutung. Geopolitische Instabilität und bewaffnete
Konflikte schaffen aus Sicht des Papstes „einen fruchtbaren Boden“, auf dem
Menschenhändler die Schwächsten ausnutzten, vor allem Frauen und Kinder.
Zugleich
verwies Leo XIV. auf soziale Ursachen. Die wachsende Kluft zwischen Arm und
Reich zwinge viele Menschen in prekäre Lebenslagen. Diese machten sie anfällig
für „die trügerischen Versprechen von Anwerbern“, so der Papst.
Besonders
perfide: Cyber-Sklaverei
Leo
nannte an dieser Stelle eine neue Form von Menschenhandel, die sogenannte
„Cyber-Sklaverei“. Dabei werden Menschen in betrügerische Machenschaften und
kriminelle Aktivitäten wie Online-Betrug und Drogenschmuggel gelockt. „In
solchen Fällen werden die Opfer dazu gezwungen, die Rolle des Täters zu
übernehmen, was ihre seelischen Wunden noch verschlimmert“, erklärte der Papst.
Diese Formen der Gewalt seien „keine Einzelfälle, sondern Symptome einer
Kultur, die vergessen hat, wie man liebt, wie Christus liebt“.
Menschenhandel
lasse sich daher nicht allein durch Sicherheitsmaßnahmen bekämpfen, sondern
erfordere einen grundlegenden kulturellen Wandel. Leo XIV. rief dazu auf, die
verborgenen Mechanismen der Ausbeutung wahrzunehmen – sowohl im eigenen Umfeld
als auch im digitalen Raum. Nur eine erneuerte Sicht auf den Menschen könne
diese Gewalt überwinden, „die jeden Einzelnen als geliebtes Kind Gottes
betrachtet“, so der Papst, der zum Gebet in diesem Anliegen aufrief.
„Möge
der Herr sie für ihren Mut, ihre Treue und ihr unermüdliches Engagement
segnen"“
Darüber
hinaus dankte Leo allen, „die als Hände Christi den Opfern des Menschenhandels
helfen, darunter auch internationalen Netzwerken und Organisationen". Den
Überlebenden, die sich für andere Opfer einsetzen, sprach er seine Anerkennung
aus. „Möge der Herr sie für ihren Mut, ihre Treue und ihr unermüdliches
Engagement segnen", sagte Leo XIV.
Leos
Vorgänger Franziskus hatte den 8. Februar, Gedenktag der sudanesischen Heiligen
Josephine Bakhita, 2015 zum Welttag des Gebets und der Reflexion gegen den
Menschenhandel erklärt. An diesem Tag machen Christinnen und Christen weltweit
auf die Folgen der „modernen Sklaverei“ aufmerksam und sind mit den Betroffenen
im Gebet verbunden. Das Motto des Weltgebetstages 2026 greift die ersten
Worte von Papst Leo XIV. nach seiner Wahl auf und lautet: „Frieden beginnt mit
Würde: Ein weltweiter Aufruf zur Beendigung des Menschenhandels“. Laut
Global Slavery Index 2025 leben weltweit rund 50 Millionen Menschen in
ausbeuterischen Verhältnissen, darunter zwölf Millionen Minderjährige.
(vn 6)
Internationaler Tag gegen den
Menschenhandel
„Opfer
von Rechtlosigkeit und Unmenschlichkeit“
Im
Jahr 2015 hat Papst Franziskus den 8. Februar zum Welttag des Gebets und der
Reflexion gegen den Menschenhandel erklärt. An diesem Tag machen Christinnen
und Christen weltweit auf die Folgen der „modernen Sklaverei“ aufmerksam und
sind mit den Betroffenen im Gebet verbunden. Der Vorsitzende der Arbeitsgruppe
Menschenhandel der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz,
Weihbischof Ansgar Puff (Köln), betont: „Menschenhandel gibt es auch in
Deutschland. Die Betroffenen leben meist unerkannt mitten unter uns,
ausgebeutet in der Lebensmittelindustrie, in Lieferdiensten, auf dem Bau und
nicht zuletzt in der Prostitution.“
Das
Motto des Weltgebetstages 2026 greift die ersten Worte von Papst Leo XIV. nach
seiner Wahl auf und lautet: „Frieden beginnt mit Würde: Ein weltweiter Aufruf
zur Beendigung des Menschenhandels“. Weihbischof Puff unterstreicht:
„Betroffene von Menschenhandel sind Opfer von Rechtlosigkeit und
Unmenschlichkeit. Als Christinnen und Christen setzen wir uns dafür ein, dass
sie wieder in Würde leben können und Gerechtigkeit erfahren. Die kirchlichen
Beratungsstellen und Hilfsorganisationen stehen den Menschen mit Rat und Tat
zur Seite und begleiten sie auf ihrem Weg aus Verhältnissen der Unfreiheit und
Ausbeutung.“
Besonders
gefährdet, Opfer von Menschenhandel zu werden, sind Menschen in prekären
Lebensverhältnissen – etwa Personen ohne regulären Aufenthaltsstatus oder
legale Arbeitsmöglichkeiten. Mit Blick auf konkrete Handlungsansätze gegen die
„moderne Sklaverei“ verweist Weihbischof Puff auf den Einfluss, den Menschen
durch ihr Konsumverhalten nehmen können: „Es ist wichtig, Einkäufer und
Verbraucher zu informieren und zu sensibilisieren, damit sie keine Waren
kaufen, die durch Ausbeutung oder unter sklavereiähnlichen Bedingungen
produziert worden sind. Insbesondere in den kirchlichen Gemeinden und
Einrichtungen werbe ich für einen aufmerksamen Blick.“
Der
8. Februar ist auch der Gedenktag der hl. Josephine Bakhita (1869–1947),
Schutzpatronin der Opfer von Sklaverei. Sie stammt aus der Region Darfur im
heutigen Sudan und wurde als junges Kind in die Sklaverei verkauft. Über
mehrere Stationen gelangte sie nach Italien, wo sie durch eine Ordensoberin
befreit wurde. Aufgrund der traumatischen Erfahrungen vergaß sie ihren
ursprünglichen Namen und erinnerte sich nur noch an den Namen, den ihr
Sklavenhändler gegeben hatten: „Bakhita“, die Glückliche. Sie ließ sich taufen
und wurde Ordensschwester im norditalienischen Schio. Im Jahr 2000 wurde sie
von Papst Johannes Paul II. heiliggesprochen. Das Gebet zur hl. Josephine
Bakhita sowie ihre Vita sind auf der Internetseite der Deutschen
Bischofskonferenz zu finden.
Hintergrund.
Unter „moderner Sklaverei“ bzw. „Menschenhandel“ versteht man verschiedene
Formen der Unterwerfung und Ausbeutung. Laut Global Slavery Index 2025 leben
weltweit rund 50 Millionen Menschen in ausbeuterischen Verhältnissen, darunter
zwölf Millionen Minderjährige. Für Deutschland wird geschätzt, dass etwa 47.000
Personen von moderner Sklaverei betroffen sind.
Die
katholischen Organisationen, die sich in Deutschland gegen den Menschenhandel
engagieren, haben sich 2014 auf Anregung der Migrationskommission der Deutschen
Bischofskonferenz in der „Arbeitsgruppe Menschenhandel“ zusammengeschlossen,
deren Vorsitzender seit 2018 Weihbischof Ansgar Puff ist. Neben dem Sekretariat
der Deutschen Bischofskonferenz und dem Katholischen Büro in Berlin sind darin
der Deutsche Caritasverband, die Deutsche Kommission Justitia et Pax, Missio
Aachen, die Malteser, Renovabis, Solwodi, IN VIA sowie das
Fraueninformationszentrum Stuttgart vertreten. Dbk 6
Gaza: Große Sorge um die Kinder
Der
Pfarrer der katholischen Pfarrei im Gazastreifen, Pater Gabriel Romanelli, hat
sich mit einem dramatischen Appell an das weltweite katholische Hilfswerk
„Kirche in Not“ (ACN) gewandt. „Seit Beginn der Waffenruhe im Oktober sind rund
100 Kinder im Gazastreifen gestorben – keines natürlichen Todes“, erklärte der
Geistliche. Das Kinderhilfswerk der Vereinten Nationen UNICEF hatte diese Zahl
kürzlich gemeldet.
Kälte,
unhygienische Lebensbedingungen und immer wieder aufflammende Kämpfe
verschlimmerten die Lage – gerade für die Kinder. „Die meisten Menschen leben
in Zelten. Atemwegs- und Verdauungserkrankungen nehmen zu“, berichtete
Romanelli. Medikamente seien nicht ausreichend vorhanden.
Nur
162 Kinder können die Schule besuchen
Weitere
Sorgen macht sich der Geistliche um die Schulbildung. Vor dem Gaza-Krieg
besuchten über 2200 Kinder eine der drei katholischen Schulen im Gazastreifen –
bei einer Gesamtzahl von damals etwa 1000 Christen. Derzeit könnten nur 162
Kinder unterrichtet werden. „Das Hautproblem ist der Platz, weil in den Schulen
vielfach noch Flüchtlinge untergebracht sind“, sagte Romanelli.
Seine
Pfarrei habe sich deshalb dazu entschlossen, zwei noch intakte Privatschulen
mit Heften, Stiften und anderen Materialien zu unterstützen, damit mehr Kinder
die Chance auf Unterricht haben. Das Geld dazu kommt wie auch in anderen
Bereichen vom Lateinischen Patriarchat von Jerusalem und Partnern wie „Kirche
in Not“. „Diese Hilfe ist weiterhin unverzichtbar; denn der Bedarf ist immens“,
betonte Romanelli. „Seit dem Waffenstillstand kommen zwar wieder Waren in den
Gazastreifen. Doch die Menschen haben kein Geld, um sich etwas zu kaufen.“
„Der
Krieg ist noch nicht zu Ende“
In
den Räumen der Pfarrei „Heilige Familie“ leben aktuell noch 450 Menschen, rund
100 hätten sich entschieden, in ihre Wohnungen zurückzukehren. „Der Krieg ist
noch nicht vorbei – auch wenn die Medien etwas anderes nahelegen“, betonte der
Pfarrer. Zwar hätten die massiven Bombardierungen in Teilen des Gazastreifens
nachgelassen, doch komme es weiterhin zu Angriffen, insbesondere jenseits der
sogenannten „Gelben Linie“, der während des Waffenstillstands vom 10. Oktober
2025 festgelegten militärischen Grenze.
„Es
gibt nach wie vor Zerstörungen von Häusern, Tote und Verletzte“, berichtete
Romanelli. „Es ist absolut notwendig, dass der Krieg wirklich endet. Es scheint
jedoch, dass niemand auf der Welt sich wirklich und wirksam dafür einsetzt.“
Unterstützen
Sie die kirchliche Nothilfe für die Menschen im Gazastreifen und in anderen
Teilen des Heiligen Landes mit Ihrer Spende – online unter: www.spendenhut.de
oder auf folgendes Konto:
Empfänger:
KIRCHE IN NOT
LIGA
Bank München
IBAN:
DE63 7509 0300 0002 1520 02
BIC:
GENODEF1M05
Verwendungszweck:
Heiliges Land
KiN
6
Papst Leo XIV. ermuntert zu
abgestimmtem Handeln für Kinderrechte
Papst
Leo XIV. hat kirchliche und zivilgesellschaftliche Akteure im Einsatz für
Kinderrechte zu einem koordinierten und umfassenden Vorgehen aufgerufen. Bei
einer Audienz für das Organisationskomitee der Initiative „From Crisis to Care:
Catholic Action for Children“ mahnte er an diesem Donnerstag, das Wohl von
Kindern nicht auf einzelne Aspekte hin zu betrachten, sondern umfassend ernst
zu nehmen.
Der
Papst erinnerte dabei an den Internationalen Gipfel zum Kindeswohl
(„International Summit on Children’s Rights“), der vor genau einem Jahr auf
Einladung seines Vorgängers Papst Franziskus im Apostolischen Palast
stattgefunden hat. Ziel dieses breit aufgestellten Gipfels war es, führende
Persönlichkeiten aus Politik, Gesellschaft und Kirche für den weltweiten Schutz
von Kindern zu sensibilisieren und gemeinsame Verpflichtungen zu formulieren.
Zu
den Teilnehmenden zählte damals auch Königin Rania von Jordanien, die beim
Treffen im Vatikan neben dem schon erkrankten Papst Franziskus am Runden Tisch
saß. Darüber hinaus waren unter anderem Mario Draghi, ehemaliger Präsident der
Europäischen Zentralbank, und Al Gore, US-amerikanischer Politiker und
Umweltschützer, vertreten, außerdem Thomas Bach, der damalige Präsident des
Internationalen Olympischen Komitees, Ahmed Naser Al-Raisi, Präsident von
Interpol, und Paolo Gentiloni, Präsident der Task Force der Vereinten Nationen
zum Thema Verschuldung.
Ein
Jahr danach empfing nun Nachfolger Leo die Verantwortlichen der Initiative. „Es
ist eine Tragödie, dass die Kinder und Jugendlichen unserer Welt so oft der
Fürsorge und den grundlegenden Lebensnotwendigkeiten beraubt sind“, hob der
Papst hervor. Die Lage der Kinder habe sich im vergangenen Jahr nicht
verbessert. Man müsse sich fragen, „ob die globalen Verpflichtungen für eine
nachhaltige Entwicklung beiseite geschoben wurden, wenn wir in unserer globalen
Menschheitsfamilie sehen, dass so viele Kinder immer noch in extremer Armut
leben, Missbrauch erleiden und gewaltsam vertrieben werden, ganz zu schweigen
davon, dass ihnen eine angemessene Bildung fehlt und sie isoliert oder von
ihren Familien getrennt sind."
Spezialisierte
Hilfsangebote allein reichten nicht aus, um diese Herausforderung zu meistern,
fuhr Leo fort. Entscheidend sei ein abgestimmtes Vorgehen über einzelne
Zuständigkeiten hinweg. „Ich ermutige euch, Wege zu finden, um in größerer
Harmonie zusammenzuarbeiten, damit Kinder eine ausgewogene Fürsorge erhalten,
die ihr körperliches, psychologisches und spirituelles Wohl berücksichtigt“,
erklärte er.
Vatikan-Einrichtungen
begleiten Einsatz für Kinder
Der
Papst verwies ausdrücklich daruf, dass mehrere vatikanische und kirchliche
Einrichtungen diesen Ansatz begleiten. Dazu zählen das vatikanische Dikasterium
zur Förderung der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung, die Päpstliche
Akademie für das Leben sowie die Union der Generaloberen USG und die
Internationale Union der Generaloberinnen UISG. Diese Institutionen
unterstützten die Bemühungen, übergreifende Bedürfnisse von Kindern stärker in
den Blick zu nehmen.
Papst
Leo XIV. verband seinen Appell mit einer konkreten Erwartung an die
Verantwortlichen. Er rief dazu auf, über Absichtserklärungen hinauszugehen und
tragfähige Konzepte zu entwickeln. Ziel seien „konkrete Schritte und
Aktionspläne“, um den vielfältigen und miteinander verbundenen Bedürfnissen von
Kindern gerecht zu werden. Nur so lasse sich verhindern, dass einzelne
Problemlagen getrennt behandelt und zentrale Aspekte des Kindeswohls übersehen
würden.
„Gemeinsam
mit Dir möchten wir die Welt von schlechten Dingen befreien, sie mit
Freundschaft und Respekt erfüllen und Dir dabei helfen, eine schöne Zukunft für
alle zu gestalten!“
Papst
Franziskus habe oft daran erinnert, wie wichtig es sei, Kindern zuzuhören,
sagte Leo. Er wolle deshalb aus dem Brief zitieren, den die Kinder beim
Kindeswohl-Gipfel vor einem Jahr Papst Franziskus überreicht hatten: „Gemeinsam
mit Dir möchten wir die Welt von schlechten Dingen befreien, sie mit
Freundschaft und Respekt erfüllen und Dir dabei helfen, eine schöne Zukunft für
alle zu gestalten!“
Papst
Franziskus machte den Schutz von Kindern früh zu einem festen Thema seines
Pontifikats. 2014 errichtete er die Päpstliche Kommission für den Schutz von
Minderjährigen und unterstützte wiederholt internationale Initiativen gegen
Menschenhandel und sexuellen Missbrauch von Kindern, darunter weltweite Gebets-
und Sensibilisierungstage, mit denen er Kirche und Politik zu konkretem Handeln
drängte. Darüber hinaus brachte der frühere Erzbischof von Buenos Aires das aus
Argentinien stammende Bildungsnetzwerk „Scholas Occurrentes“ in den Vatikan
ein, das weltweit Kinder und Jugendliche über Bildungsprojekte vernetzt.
2023
führte Franziskus den katholischen Weltkindertag ein, der erstmals am 25. und
26. Mai 2024 begangen wurde. 2025 fand der Thementag wegen des Papstwechsels
nicht statt. Papst Leo hat aber bekannt gegeben, die noch junge Tradition des
Weltkindertags fortführen zu wollen. Die zweite Ausgabe soll demnach von 25.
bis 27. September 2026 in Rom stattfinden. (vn 5)
2025 wurden mehr Geistliche getötet
als im Vorjahr
Trotz
trauriger Bilanz gibt es auch Lichtblicke
Im
vergangenen Jahr wurden weltweit mehr katholische Priester, Ordensleute und
Seminaristen getötet als 2024. Darauf weist das päpstliche Hilfswerk „Kirche in
Not“ (ACN) in einer aktuellen Auswertung hin. Rückläufig hingegen ist die Zahl
der inhaftierten Geistlichen.
Nach
„Kirche in Not“ vorliegenden Meldungen wurden 2025 weltweit 19
Kirchenmitarbeiter getötet – im Jahr zuvor waren es 13. Bei den Getöteten
handelt es sich um 15 Priester, zwei Seminaristen und zwei Ordensschwestern.
Mehrere der gewaltsamen Todesfälle ereigneten sich im Zusammenhang mit
Entführungen oder in bewaffneten Konflikten, etwa in Nigeria, Äthiopien, Sudan
und Myanmar. Weitere Geistliche wurden bei Angriffen, Überfällen oder unter
bislang ungeklärten Umständen getötet – unter anderem in den USA, Mexiko, Kenia
und Haiti.
„Kirche
in Not“ weist darauf hin, dass die hier erfassten Zahlen ausschließlich
Priester und Ordensleute betreffen. In vielen Ländern seien auch Katecheten und
Laienmissionare massiv bedroht und häufig Opfer von Gewalt, diese sind in der
Statistik jedoch nicht enthalten.
Weniger
Geistliche in Haft – mit Ausnahmen
Ein
kleiner Hoffnungsschimmer: Die Zahl der inhaftierten Geistlichen ist im
vergangenen Jahr zurückgegangen. Nach Angaben von „Kirche in Not“ waren 2025
weltweit 28 Priester und Ordensleute aufgrund von religiöser Verfolgung in Haft
oder anderweitig ihrer Freiheit beraubt. Im Jahr zuvor waren es noch 71. Der
Rückgang ist vor allem auf die Entwicklung in Nicaragua zurückzuführen, wo die
meisten der im Jahr 2024 inhaftierten Geistlichen inzwischen freigelassen
wurden.
In
Belarus sank die Zahl der inhaftierten katholischen Priester ebenfalls leicht.
In China hingegen nahm die Zahl der Festsetzungen zu, teilt „Kirche in Not“
mit. Dort waren im Jahr 2025 insgesamt 14 Geistliche zeitweise in Haft oder
unter Hausarrest, darunter mehrere Bischöfe. Verlässliche Informationen zur
Situation der Kirche in China seien weiterhin schwer zu erhalten, betont
„Kirche in Not“.
Auch
in Indien kam es 2025 zu mehreren Festnahmen, betroffen waren ausschließlich
Ordensfrauen. Ihnen wurden unter anderem Entführung oder Menschenhandel
vorgeworfen. Alle Betroffenen kamen später wieder frei.
Entführungen
von Kirchenmitarbeitern sind „Geschäftsmodell“ geworden
Ein
großes Problem bleiben die Entführungen von Priester und Ordensleuten, auch
wenn die gemeldeten Fälle leicht zurückgingen. „Kirche in Not“ wurden im
vergangenen Jahr 38 entführte Priester und Ordensleuten gemeldet.
Besonders
betroffen ist weiterhin Nigeria, wo die Zahl der Entführungen sogar anstieg –
von 17 auf 24 Fälle. Unter den Entführten waren auch Seminaristen und
Ordensschwestern. Zwei Seminaristen wurden getötet. Zum Jahresende galt noch
ein Priester als vermisst; ein weiterer kam im Januar 2026 frei.
Einen
starken Anstieg verzeichnete auch Kamerun, wo 2025 insgesamt acht Priester
entführt wurden, vor allem im konfliktreichen Nordwesten des Landes. Die
meisten Betroffenen kamen wieder frei.
Weitere
Entführungen wurden unter anderem aus Kolumbien, Haiti und Äthiopien gemeldet.
Die Entführer gehören mehrheitlich islamistischen oder anderen extremistischen
Gruppen an; in einigen Weltregionen haben auch kriminelle Banden Entführungen
und die Erpressung von Lösegeld zu einem „Geschäftszweig“ gemacht.
Internationale
Aufmerksamkeit hilft
„Die
Schicksale der ermordeten und entführten Geistlichen sind jedes Jahr
bedrückend. Wir können uns oft gar nicht vorstellen, was Christen in anderen
Ländern durchmachen – umso mehr brauchen sie unsere Hilfe“, kommentierte
Florian Ripka, der Geschäftsführer von „Kirche in Not“ Deutschland, die
Ergebnisse.
Die
rückläufigen Zahlen bei inhaftierten Priestern und Ordensleuten zeigten jedoch
auch: „Öffentliche Aufmerksamkeit und Druck helfen, damit ungerecht Inhaftierte
freigelassen werden. Weiterhin gilt: Augen auf in Sachen Christenverfolgung!“
Unterstützen
Sie den weltweiten Einsatz von „Kirche in Not“ für verfolgte und bedrängte
Christen mit Ihrer Spende – online unter: www.spendenhut.de oder auf folgendes
Konto:
Empfänger:
KIRCHE IN NOT
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Bank München
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Kirche
in Not 5.2.
Oster setzt Reformprojekt nicht um
Der
Passauer katholische Bischof Stefan Oster lehnt zentrale Forderungen und
Beschlüsse des Reformprojekts Synodaler Weg ab und will sie in seinem Bistum
nicht umsetzen.
Eine
Umsetzung würde die „Auflösungserscheinungen der Kirche bei uns eher
beschleunigen“, schrieb er in einem Blogbeitrag am Mittwoch. Als Beispiel
nannte der Bischof unter anderem Forderungen nach der Weihe von Frauen zu
Diakoninnen und nach Segnungsfeiern für nicht-heterosexuelle Paare. Solche
scheinbaren Lösungen griffen aber theologisch zu kurz.
Oster
gehört neben dem Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki, dem Regensburger Bischof
Rudolf Voderholzer und dem emeritierten Bischof von Eichstätt, Gregor Maria
Hanke, zu den prominentesten Kritikern des Dialogs zur Zukunft der Kirche in
Deutschland.
Veto
gegen Überprüfung in den Bistümern
Besonders
kritisch äußerte sich Oster zu Überlegungen, die Umsetzung des Synodalen Weges
in den deutschen Bistümern zu überprüfen. Dies setze eine neue katholische
Sexualmoral voraus und gehe davon aus, dass sich die Lehre der Kirche mit Papst
Leo XIV. ändern müsse: „Da ich auch selbst weder Änderungen erwarte und zudem
von der Gültigkeit und dem Wert der bestehenden Lehre überzeugt bin, kann ich
den allermeisten Punkten im Monitoring und seinen Forderungen nach Umsetzung
auch nicht folgen.“
Eine
Umsetzung würde aus Osters Sicht den „Graben in der Kirche“ vertiefen - vor
allem gegenüber allen, die am überlieferten Glauben festhalten: „Und die
einfachen Gläubigen, die treu aus den Sakramenten leben wollen, werden mehr und
mehr zu scheinbaren Extremisten am rechten Rand“. Auch im geplanten neuen
Gremium von Bischöfen und Laien, der Synodalkonferenz, dürften sich diese
lehramtstreuen Katholiken kaum repräsentiert fühlen.
Grundsatzkritik
am Projekt
Rückblickend
kritisierte der Bischof weiter, der Synodale Weg sei von Anfang an auf die
Veränderung der Lehre über den Menschen und das Priestertum sowie auf eine
politische Durchsetzung gegenüber konservativen Katholiken ausgerichtet gewesen
und habe Polarisierungen verstärkt. Das Ringen um kirchliche Erneuerung könne
sich so in ein Ringen um weltlich verstandene Macht verkehren.
Zu
den positiven Seiten des Projekts zählte Oster viele gute persönliche
Begegnungen und den Beitrag zur Aufarbeitung des Missbrauchsskandals.
Erneuerung
auf anderen Wegen
Er
verwies zugleich auf Zeichen kirchlicher Erneuerung jenseits des
Reformprojekts, etwa bei jungen Menschen, die nach Tiefe, Spiritualität und
liturgischer Schönheit suchten. Diese seien jedoch „überwiegend keine
Interessenten, die sich von den Themen des Synodalen Weges bewegen lassen“.
Und
anders als beim Synodalen Weg habe Papst Franziskus bei der Weltsynode
spirituelle Gespräche in einem geschützten Raum eingeführt. Diese vermieden,
„dass man der Versuchung unterliegt, Politik zu machen, auf Mehrheiten und
Medien zu schielen, öffentlichen Druck auszuüben oder Parlament sein zu
wollen“. Solche Wege sei er bereit weiterzugehen, betonte Oster. Entscheidend
für die Zukunft der Kirche seien nicht Machtverschiebungen, sondern geistliche
Erneuerung und innere Bekehrung. (kna 4)
Leo XIV. drängt auf Fortsetzung von
New-START-Vertrag
Mit
Sorge beobachtet Papst Leo, dass an diesem Donnerstag der von Russland und den
USA unterzeichnete New-START-Vertrag ausläuft. Er appelliere dringend dazu, dem
Instrument eine „konkrete und wirksame Fortsetzung“ zu geben, so der Papst bei
seiner Generalaudienz am Mittwoch.
„Morgen läuft der New-START-Vertrag aus, der
2010 von den Präsidenten der Vereinigten Staaten und der Russischen Föderation
unterzeichnet wurde und einen bedeutenden Schritt zur Eindämmung der
Verbreitung von Atomwaffen darstellte“, sagte Papst Leo im Rahmen seiner
Generalaudienz.
„In
erneuter Bekräftigung meiner Ermutigung zu allen konstruktiven Bemühungen
zugunsten der Abrüstung und des gegenseitigen Vertrauens“ wolle er
„eindringlich“ dazu appellieren, „dieses Instrument nicht auslaufen zu lassen,
ohne zu versuchen, ihm eine konkrete und wirksame Fortsetzung zu geben“: „Die
gegenwärtige Situation verlangt, alles in unserer Macht Stehende zu tun, um ein
neues Wettrüsten zu verhindern, das den Frieden zwischen den Nationen weiter
bedroht. Es ist dringender denn je, die Logik der Angst und des Misstrauens
durch eine gemeinsam geteilte Ethik zu ersetzen, die die Entscheidungen am
Gemeinwohl ausrichtet und den Frieden zu einem von allen bewahrten Gut macht.“
„Die
gegenwärtige Situation verlangt, alles in unserer Macht Stehende zu tun, um ein
neues Wettrüsten zu verhindern, das den Frieden zwischen den Nationen weiter
bedroht“
Der
New-START-Vertrag ist ein bilaterales Abrüstungsabkommen zwischen den USA und
Russland, das 2010 durch die damaligen Präsidenten Obama und Medwedew
unterzeichnet wurde. Er begrenzt die Zahl strategischer Atomwaffen, darunter
einsatzbereite Sprengköpfe, Raketen und Bomber, beider Staaten und sieht
gegenseitige Kontrollen und Inspektionen vor, um Transparenz und Vertrauen zu
schaffen. Ziel ist es, nukleare Aufrüstung zu verhindern und die strategische
Stabilität zu sichern. Der Vertrag läuft am 5. Februar 2026, nach einer ersten
Verlängerung vor drei Jahren, offiziell aus. Den Bestimmungen des Vertrags
zufolge konnte New START nur einmal verlängert werden. Russland und die
Vereinigten Staaten hätten jedoch ein neues Abkommen vereinbaren können, das mit
dem Auslaufen von New START in Kraft getreten wäre.
Russland
hatte bereits im vergangenen September angeboten, die im Vertrag festgelegten
Obergrenzen für strategische Atomwaffen für ein weiteres Jahr über das
offizielle Ablaufdatum hinaus einzuhalten, wenn die USA dasselbe tun.
Gleichzeitig warnte die russische Seite, dass das Auslaufen des Vertrags die
Welt in eine gefährlichere Lage bringe, wenn keine Verlängerung vereinbart
werde.
Die
USA haben bis jetzt noch nicht formell auf den russischen
Verlängerungsvorschlag reagiert. Präsident Trump hatte sich in der
Vergangenheit widersprüchlich in Bezug auf die Bedeutung einer möglichen
Verlängerung geäußert. US-Beamte prüfen derzeit offenbar auch andere Optionen,
etwa weiterreichende Abrüstungsgespräche, in die beispielweise auch China
einbezogen werden sollte. Konkrete Schritte oder neue Verhandlungen sind
bislang allerdings nicht vereinbart worden, so dass der Fortbestand
verbindlicher nuklearer Abrüstungsregeln zwischen den beiden größten
Atommächten unsicher bleibt. (vn 4)
Bischof Gerber zieht Bilanz zum
Synodalen Weg
Für
den Fuldaer Bischof Michael Gerber ist der offizielle Abschluss des Synodalen
Wegs kein Schlusspunkt, sondern ein Startsignal. In einem an diesem Dienstag
veröffentlichten Gastbeitrag für den „Kölner Stadt-Anzeiger“ plädiert der
stellvertretende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz eindringlich
dafür, die Diskussionskultur und die Reforminitiativen des Prozesses dauerhaft
in der Kirche zu verankern.
Bischof
Gerber zieht aus den vergangenen Jahren eine positive Bilanz der
zwischenmenschlichen Dynamik. Er habe erfahren, wie „persönliche Begegnungen
Haltungen verändern können“. Diese Erfahrung müsse nun die Basis für das
zukünftige Wirken der Kirche bilden, die dort „Salz der Erde“ sei, wo sie
selbstkritisch an einer Kultur der Gerechtigkeit und Ehrlichkeit mitwirke.
Aufarbeitung
als Schutz gegen Geschichtsklitterung
Ein
zentraler Aspekt in Gerbers Ausführungen ist der Umgang mit der eigenen
Schuldgeschichte. Angesichts globaler Tendenzen – er nennt explizit aktuelle
Versuche in Russland und den USA, Geschichte umzuschreiben – sieht er die
Kirche in der Pflicht, einen konträren Weg zu gehen. Die katholische Kirche in
Deutschland müsse sich weiterhin ihrer Verantwortung im Bereich der
sexualisierten Gewalt stellen.
„Ignorieren,
Relativieren und Umdeuten bis hin zur sogenannten Täter-Opfer-Umkehr waren über
sehr lange Zeit klassische Reaktionen – leider auch im Raum der Kirche“, räumt
Gerber offen ein. Der Synodale Weg habe hier die „gefährliche Erinnerung“ an
die kirchliche Schuld gewagt, was eine Voraussetzung für Heilung und
verantwortungsvolles Handeln der Entscheidungsträger sei.
Die
Kirche als Ort der Empathie in polarisierten Zeiten
Über
die innerkirchlichen Strukturen hinaus sieht der Bischof von Fulda eine
gesellschaftspolitische Relevanz des synodalen Prozesses. Er warnt vor weltweit
erstarkenden „Strategien der Empathielosigkeit“. Um dem entgegenzuwirken,
brauche es Räume, in denen Empathie wachsen könne. Der Synodale Weg habe einen
solchen Raum geboten, insbesondere im Austausch mit Betroffenen sexualisierter
Gewalt oder queeren Menschen.
Wo
kontroverse Themen „mit konkreten Gesichtern und Biografien verbunden werden“,
entstehe die Chance, eigene Haltungen kritisch zu hinterfragen. Gerber sieht
hier einen klaren Auftrag für die Zukunft: In einer Zeit zunehmender
politischer und gesellschaftlicher Polarisierung müsse die Kirche ihre Stimme
gegen systemische Faktoren von Ausgrenzung und Machtmissbrauch erheben und Orte
der echten Begegnung etablieren.
Bischof
Oster: Synodalkonferenz wird kommen
Derweil
hat der Passauer Bischof Stefan Oster erklärt, er gehe davon aus, dass die
vorgesehene Synodalkonferenz als neues Gremium auf Bundesebene kommen wird. Das
sagte er in einem Interview, das auf der Internetseite seines Bistums
publiziert wurde. Er freue sich darüber, dass bei der letzten
Synodalversammlung in Stuttgart versucht worden sei, den Anschluss an die von
Rom angestoßene Weltsynode über Synodalität herzustellen. Aus Osters Sicht hat
der Synodale Weg Polarisierungen eher verstärkt; allerdings sei er dankbar, im
Lauf dieses Reformprozesses Kontakt zu „engagierten Kirchenleuten“ aus ganz
Deutschland gefunden zu haben. (kölner stadt-anzeiger/bistum passau 3)
EU: Bischöfe solidarisch mit
Grönland
Der
Verband der EU-Bischofskonferenzen (Comece) erklärt sich solidarisch und
spirituell verbunden mit Grönland und seinem Volk. Das schreibt die
Präsidentschaft der Comece in einer Erklärung von diesem Dienstag.
Angesichts
der heiklen Verhandlungen über Grönlands politische, soziale und ökologische
Zukunft unterstreicht die Comece-Präsidentschaft unter der Leitung des
italienischen Bischofs Mariano Crociata: „Die Zukunft Grönlands muss vom
grönländischen Volk selbst entschieden werden, unter voller Achtung seiner
Rechte, seiner Würde und seiner Bestrebungen.“ Die Erklärung erinnert
gleichzeitig an die Bedeutung der Einhaltung des Völkerrechts, der Grundsätze
der Charta der Vereinten Nationen und der territorialen Integrität des
Königreichs Dänemark.
Schwäche
des Multilateralismus gibt Anlass zur Sorge
Besorgt
zeigt sich der Bischofsverband über das breitere internationale Klima, in dem
diese Diskussionen stattfinden. Sie seien durch zunehmende geopolitische
Spannungen und eine Schwächung der multilateralen Zusammenarbeit
gekennzeichnet. In diesem Zusammenhang erinnert die Erklärung an die jüngsten
Worte von Papst Leo XIV. an das diplomatische Korps: „In unserer Zeit gibt
insbesondere die Schwäche des Multilateralismus auf internationaler Ebene
Anlass zur Sorge. Eine Diplomatie, die den Dialog fördert und den Konsens aller
sucht, wird durch eine Diplomatie der Stärke, durch einzelne Staaten oder
Gruppen von Verbündeten ersetzt.“
Die
Comece-Führung ermutigt die Europäische Union, weiterhin als geeinter,
verantwortungsbewusster und vertrauensbildender Akteur auf der internationalen
Bühne aufzutreten, fest in ihren Gründungswerten verankert zu bleiben und sich
einer regelbasierten internationalen Ordnung und einem effektiven
Multilateralismus zu verpflichten. (vn 3)