Notiziario religioso  13-26  gennaio 2020

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Preghiera per un anno  1

2.       Usa-Iran: Papa, scongiurare conflitto di più vasta scala  1

3.       Crisi Usa-Iran, il Papa: “Dobbiamo credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace”  1

4.       Epifania – Manifestazione del Dono: Cristo  2

5.       Dalla Germania in pellegrinaggio verso la Terra Santa. 2

6.       “L’amore è sempre fecondo, l’amore a Dio sempre è fecondo”  3

7.       Un altro mondo è possibile. Costruiamolo insieme! 3

8.       Il Papa all'Angelus: "Spegnete i telefonini a tavola, la famiglia torni a comunicare"  3

9.       La Santa Famiglia: luogo dove l’amore è sempre dono  4

10.   Migranti, papa Francesco: "Costretti da ingiustizie ad attraversare mari trasformati in cimiteri"  4

11.   La grandezza storica della rivelazione biblica  5

12.   Mediterraneo frontiera di pace, il cardinale Lopez: “Penso sia tempo di un sinodo dedicato alle migrazioni”  5

13.   Papa Bergoglio: “La Chiesa cambi mentalità. Così rischia di rimanere indietro di 200 anni”  5

14.   Il crocifisso e la sua carica divisiva. Religione: simboli di fede tra polemiche e strumentalizzazioni 6

15.   Germania, l'ora di religione? Soltanto con docenti di tutte le fedi 6

16.   Francesco congeda il cardinal Sodano. «La Chiesa sia aperta al cambiamento»  6

17.   Pedofilia. Papa Francesco: abolito il segreto pontificio per gli abusi 7

18.   Pedofilia, il Papa abolisce il segreto pontificio  7

19.   Rescritto del Santo Padre Francesco con cui si promulga l’Istruzione Sulla riservatezza delle cause  8

20.   La Croce dei migranti e l’impegno per la vita  8

21.   Riservatezza e dovere di denuncia  8

22.   Un atto che facilita la collaborazione con l’autorità civile  9

 

 

1.       Eskalation im Nahen Osten stoppen – die Möglichkeiten der Diplomatie nutzen  9

2.       Papst gratuliert Erzbistum Hamburg zum Geburtstag  9

3.       „Wir müssen sehen, dass Glaubwürdigkeit verloren gegangen ist"  10

4.       Nahost: Internationales Bischofstreffen nimmt Krisen in Blick  10

5.       Kardinal Kurt Koch warnt vor Verlust des Heiligen  11

6.       Papst Franziskus: „Krieg bringt nur Tod und Zerstörung“  11

7.       Italien: Bischöfe warnen vor Umweltdrama im Umland von Neapel 11

8.       Ab nach Italien: Das nächste Taizé-Treffen findet in Turin statt 11

9.       „Man erhält keinen Frieden, wenn man ihn nicht erhofft“  11

10.   Bestseller-Autor und Benediktinerpater Anselm Grün wird 75  12

11.   Gesunde und Kranke gemeinsam auf dem Weg. Lourdes-Wallfahrt 2020 der hessischen Bistümer 12

12.   Bischof Overbeck für Alternativen zur Zölibatspflicht 12

13.   Muslimische "Weihnacht". Wie der Islam die Geburt von Jesus versteht 13

14.   Franziskus empfängt Migranten aus Lesbos: „Lager in Libyen leeren"  13

15.   Missbrauch: Franziskus hebt „päpstliches Geheimnis” auf 13

16.   Theologen des Papstes erörtern Anthropologie in der Bibel 14

17.   Tote im Mittelmeer als „Prüfsteine des christlichen Abendlandes“  14

18.   Studie. Religiöse Identität weiter wichtig  14

19.   Arbeitshilfe zum Familiensonntag veröffentlicht. „Familie – Lernort des Glaubens“  14

 

 

 

Preghiera per un anno

 

E’ cominciato un nuovo anno. Nuovo, perché? Che cosa è mutato qui intorno? Molti uomini continuano ad avere fame di cibo e di giustizia e il mondo soffre per le devastazioni di guerre che non sono mai “piccole ”. In molti Paesi manca sempre la libertà.

 

 I ricchi continuano a non badare chi opera per la loro prosperità. Molte ideologie sono tuttora confuse e ancor più lo sono coloro che le ambiscono. Essere liberi, ma tutti liberi, è difficile come per l’anno che abbiamo lasciato.

 

 Cosa c’è di nuovo? L’ossequio continua ad allettare più della sincerità. La contestazione e la repressione più del dialogo e della carità. E siamo così soli o Signore. Soli con i nostri compromessi, con i dubbi per il domani. Soli, in città che appaiono indifferenti all’autodistruzione e circondati da altri uomini in preda ad un dinamismo che è incapacità di fermarsi per paura di riflettere.

 

Se il calendario indica un “nuovo” anno, significa, forse, che Ti siamo venuti più vicino? Dove sono finiti i buoni propositi con i quali avevamo iniziato quello che ci siamo lasciati alle spalle? Se il mondo non è cambiato in oltre duemila anni di “nuovi” anni, la colpa è ancora nostra. Tuttavia, desideriamo sperare in un futuro migliore.

 

 Signore, dacci la forza per concretarlo. Donaci, oggi e tutti i giorni di quest’anno, che solo Tu puoi rendere veramente “nuovo”, la forza d’entrare maggiormente in contatto con i Fratelli, per stringere le nostre mani con le loro. Signore, che ogni istante sia percettibile la Tua Voce per essere pronti ad accogliere, con Fede, ciò che hai stabilito per il bene dell’Umanità.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Usa-Iran: Papa, scongiurare conflitto di più vasta scala

 

Francesco, dopo lo strike americano che ha ucciso il generale Soleimani, riceve in Vaticano il corpo diplomatico accreditato e ribadisce l'appello a "tener accesa la fiamma del dialogo e dell'autocontrollo" - di Paolo Rodari

 

La Sala Regia del palazzo apostolico vaticano è gremita dai 183 ambasciatori accreditati presso la Santa Sede per l’annuale udienza concessa dal Papa ai membri del corpo diplomatico accreditato per la presentazione degli auguri per il nuovo anno. L’evento cade in un momento particolare dopo lo strike americano che ha ucciso il generale iraniano Soleimani. C’è attesa in particolare per le parole di Francesco in merito, dopo che il dialogo del Vaticano con l’Iran, uno dei punti cardini della politica papale in Medioriente – nel 2016 vi fu una storica visita del presidente iraniano Rohani Oltretevere – è stato messo in discussione dall’azione di Trump, sempre più distante dalla sensibilità papale in materia di poltica internazionale.

 

Le parole di Francesco, dopo quelle introduttive del decano del corpo diplomatico, George Poulides, ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede, arrivano concise ma chiare: “Particolarmente preoccupanti sono i segnali che giungono dall’intera regione, in seguito all’innalzarsi della tensione fra l’Iran e gli Stati Uniti e che rischiano anzitutto di mettere a dura prova il lento processo di ricostruzione dell’Iraq, nonché di creare le basi di un conflitto di più vasta scala che tutti vorremmo poter scongiurare”, dice il Papa. Che insiste: “Rinnovo dunque il mio appello perché tutte le parti interessate evitino un innalzamento dello scontro e mantengano accesa la fiamma del dialogo e dell’autocontrollo, nel pieno rispetto della legalità internazionale”.

 

Il discorso al corpo diplomatico è stato redatto fino all’ultimo minuto disponibile, proprio a motivo della delicatezza dello scenario internazionale. Francesco, non a caso, apre il suo discorso dicendosi amareggiato perché il nuovo anno “non sembra essere costellato da segni incoraggianti, quanto piuttosto da un inasprirsi di tensioni e violenze”. Tuttavia, il suo sguardo è come sempre aperto alla positività e alla speranza: “È proprio alla luce di queste circostanze – dice infatti – che non possiamo smettere di sperare”. E ancora: “E sperare esige coraggio. Esige la consapevolezza che il male, la sofferenza e la morte non prevarranno e che anche le questioni più complesse possono e devono essere affrontate e risolte”.

 

Ma prima di affrontare i problemi del mondo, prima dell'affondo che dà il polso delle preoccupazioni papali in materia internazionale, Francesco decide di rivolgersi alla Chiesa nel suo interno, ricordando come la volontà della stessa comunità ecclesiale di creare un mondo più umano è stata macchiata da diversi membri del clero che "si sono resi responsabili di delitti gravissimi contro la dignità dei giovani, bambini e adolescenti, violandone l’innocenza e l’intimità". Papa Bergoglio non fa sconti: "Si tratta di crimini che offendono Dio, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la vita di intere comunità", dice. E contro questa piaga annuncia di aver deciso di convocare "il 14 maggio prossimo, un evento mondiale che avrà per tema: Ricostruire il patto educativo globale" Di fronte a così gravi ferite, infatti, "risulta tuttavia ancora più urgente che gli adulti non abdichino al compito educativo che compete loro, anzi si facciano carico di tale impegno con maggior zelo per condurre i giovani alla maturità spirituale, umana e sociale".

 

Il rischio dell’uso improprio degli armamenti nucleari è in cima alle preoccupazioni vaticane. Francesco un mese e mezzo fa è stato in Giappone dove ha avuto più incontri con gli Hibakusha, i sopravvissuti al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki. In quell’occasione al Papa è parso evidente “che non si può costruire una vera pace sulla minaccia di un possibile annientamento totale dell’umanità provocato dalle armi nucleari”. Sono proprio gli Hibakusha a mantenere viva la fiamma della coscienza collettiva, “testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi”. La loro testimonianza “risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione, specialmente quella provocata da ordigni a così alto potenziale distruttivo, come le armi nucleari”.

 

Per Francesco le armi nucleari “non solo favoriscono un clima di paura, diffidenza e ostilità, ma distruggono la speranza”. Il loro uso, ribadisce, “è immorale, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune". Un mondo “senza armi nucleari è possibile e necessario, ed è tempo che quanti hanno responsabilità politiche ne divengano pienamente consapevoli, poiché non è il possesso deterrente di potenti mezzi di distruzione di massa a rendere il mondo più sicuro, bensì il paziente lavoro di tutte le persone di buona volontà che si dedicano concretamente, ciascuno nel proprio ambito, a edificare un mondo di pace, solidarietà e rispetto reciproco”.

 

Il Papa ricorda, in tema di nucleare, come il 2020 possa essere un anno decisivo. Dal 27 aprile al 22 maggio, infatti, si svolge a New York la X Conferenza d’Esame del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari. “Auspico vivamente – dice Francesco – che in quella occasione la Comunità internazionale riesca a trovare un consenso finale e proattivo sulle modalità di attuazione di questo strumento giuridico internazionale, che si rileva essere ancora più importante in un momento come quello attuale”.

 

Le preoccupazioni del Papa sono anche per l’America Latina, in particolare per il Venezuela, dove il vescovo di Roma si augura che la classe politica sappia “prevenire derive antidemocratiche, populiste ed estremiste”.

 

Quindi le sue parole sono per “la coltre di silenzio che rischia di coprire la guerra che ha devastato la Siria nel corso di questo decennio”.

 

E ancora la Libia, “che da molti anni attraversa una situazione conflittuale, aggravata dalle incursioni di gruppi estremisti e da un ulteriore acuirsi di violenza nel corso degli ultimi giorni”. Spiega il Pontefice: “Tale contesto è fertile terreno per la piaga dello sfruttamento e del traffico di essere umani, alimentato da persone senza scrupoli che sfruttano la povertà e la sofferenza di quanti fuggono da situazioni di conflitto o di povertà estrema. Tra questi, molti finiscono preda di vere e proprie mafie che li detengono in condizioni disumane e degradanti e ne fanno oggetto di torture, violenze sessuali, estorsioni”. In generale, “occorre rilevare che nel mondo vi sono diverse migliaia di persone, con legittime richieste di asilo e bisogni umanitari e di protezione verificabili, che non vengono adeguatamente identificati. Molti rischiano la vita in viaggi pericolosi per terra e soprattutto per mare. È con dolore che si continua a constatare come il Mare Mediterraneo rimanga un grande cimitero. È sempre più urgente, dunque, che tutti gli Stati si facciano carico della responsabilità di trovare soluzioni durature”.

 

Nel suo lungo discorso il Papa parla anche di Europa. In un momento in cui populismi e spinte sovraniste sembrano indebolirla, la linea papale è di spornarla a recuperare sé stessa: l’Europa non deve perdere “il senso di solidarietà che per secoli l’ha contraddistinta, anche nei momenti più difficili della sua storia”. Non deve perdere “quello spirito che affonda le sue radici, tra l’altro, nella pietas romana e nella caritas cristiana, che ben descrivono l’animo dei popoli europei”.

 

Infine i conflitti africani, in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, “episodi di violenza contro persone innocenti, tra cui tanti cristiani perseguitati e uccisi per la loro fedeltà al Vangelo”.

 

Ancora non si sa quali Paesi Francesco deciderà di visitare nel 2020. Ma è certo che la priorità, come dimostra l'auspicio di recarsi entro quest'anno nel Sud Sudan, sarà data ai Paesi più sofferenti e magari dimenticati dai media. La geopolitica vaticana cerca la pace nel mondo e si spinge soprattutto là dove ci sono popolazioni dimenticate ed emarginate e non è figlia di altre logiche. LR 9

 

 

 

 

Crisi Usa-Iran, il Papa: “Dobbiamo credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace

 

Su Twitter l’appello del Pontefice mentre sale la tensione tra i due Paesi. La Santa Sede preoccupata, il nunzio a Teheran: «Qui rabbia e dolore» - di Salvatore Cernuzio

 

CITTÀ DEL VATICANO. «Dobbiamo credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. Non si ottiene la pace se non la si spera. Chiediamo al Signore il dono della pace!». Mentre soffiano di guerra tra Usa e Iran, all’indomani del raid ordinato dal presidente Donald Trump a Baghdad che ha ucciso il potente generale Qassem Soleimani, Francesco interviene per lanciare un appello a trovare una soluzione pacifica affinché la «terza guerra mondiale a pezzi» che si combatte in diverse parti del mondo non si componga in un unico vortice che finisca per inghiottire il globo. 

Il Papa sceglie la via di Twitter per condividere il suo auspicio con gli oltre 20 milioni di followers che seguono il suo account in nove lingue @Pontifex. Jorge Mario Bergoglio segue infatti con grande attenzione la situazione di alta tensione che si sta creano nello scenario internazionale da circa quarantott’ore.

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«Il Santo Padre è informato di quanto accade in Iran e segue con la preghiera gli eventi», ha confermato il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni. Già ieri l’arcivescovo Leo Boccardi, dal 2013 nunzio apostolico a Teheran, riportava ai microfoni di Vatican News «la forte preoccupazione» della Santa Sede per le drammatiche ritorsioni che potrebbe provocare l’uccisione del capo da oltre un ventennio del corpo sceltissimo Quds, le unità speciali delle guardie rivoluzionarie iraniane. Colui che la Cia non ha esitato a definire «la persona operativa più potente in Medio Oriente». L’ayatollah Seyyed Ali Khamenei ha annunciato infatti una «dura vendetta» nei confronti degli Stati Uniti; le autorità iraniane hanno invece stigmatizzato il raid - condannato anche da Cina, Russia e Siria - come «attacco terroristico».

«Tutto questo crea preoccupazione e ci dimostra quanto è difficile costruire e credere nella pace. La buona politica è al servizio della pace, tutta la comunità internazionale deve mettersi al servizio della pace, non soltanto nella regione ma nel mondo intero», ha detto Boccardi.

Contattato telefonicamente dall’Ansa ieri pomeriggio, il nunzio ha spiegato inoltre: «Solo due giorni fa abbiamo celebrato la Giornata Mondiale della Pace e questi fatti ci devono spingere tutti a credere fortemente e lavorare con speranza per la pace». «Il dialogo, non solo quello inter-religioso, che la Santa Sede mantiene e sviluppa con l’Islam, resta la via maestra per la soluzione di tutti i conflitti», ha aggiunto, anche in considerazione dei consolidati rapporti che il Vaticano mantiene da anni con l’Islam sciita iraniano.

Rapporti non soltanto diplomatici, come testimoniato dalle rispettive visite di ministri, ma anche teologici con colloqui islamo-cristiani svolti tra le delegazioni ufficiali dei due Paesi. Senza dimenticare, sempre a riprova delle buone relazioni reciproche, la partecipazione di una delegazione iraniana all’VIII Incontro mondiale delle famiglie che era svolto a Philadelphia nel settembre 2015.

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Il rappresentante del Papa in Iran ha riportato nel colloquio anche la situazione che, in queste ore, vivono la capitale e le altre città iraniane: «Incredulità, dolore e rabbia, sono queste le prime reazioni a Teheran alla notizia della morte del generale Soleimani. Le grandi manifestazioni, che si sono svolte in molte città dell’Iran dopo la preghiera del venerdì, hanno espresso bene questi sentimenti», ha detto. Aggiungendo: «Credo che la tensione sia arrivata ad un livello che non si era mai visto prima e questo preoccupa e complica ancora di più la situazione nella regione che appare davvero incandescente».  

L’appello del rappresentante vaticano è dunque quello di «abbassare la tensione, chiamare tutti al negoziato e credere al dialogo sapendo, come la storia ci ha sempre insegnato, che la guerra e le armi non sono le soluzioni ai problemi che affliggono il mondo di oggi. Bisogna credere nel negoziato. Si deve credere nel dialogo».

Parole ribadite anche dal cardinale Peter Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale, che lo scorso aprile aveva assistito proprio la popolazione iraniana vittima di violente alluvioni. Ai media vaticani, il cardinale ghanese ha confidato tutta la tristezza nel vedere che «così presto l’anno sia salutato da questi episodi di violenza, di uccisione, di spargimento di sangue…». 

«Sappiamo - ha sottolineato Turkson - che con questi episodi in Medio Oriente, soprattutto in Iraq in questi giorni, stiamo verificando una spirale di vendetta con tutti i segni che descrivono situazioni di tensioni e di guerra. Malgrado tutto questo, siamo sempre invitati a riconoscere il fatto che la via della pace è lunga. Per questo si parla di cammino per la pace». LS 4

 

 

 

Epifania – Manifestazione del Dono: Cristo

 

 1) Il Dono e i doni.

Nella domenica che precedeva il Natale abbiamo visto come Giuseppe, israelita, entra a far parte della promessa sposando Maria e accettando il bambino da lei concepito per opera dello Spirito Santo. Giuseppe accolse Gesù come Dono di Dio.

Oggi vediamo come noi, i pagani, perché per la maggior parte non veniamo dal giudaismo, entriamo nella salvezza. Come Re Magi entriamo appunto a far parte del dono fatto da Dio a Israele e a tutti i popoli. Nei Re Magi si descrive il cammino di fede del non giudeo per accostarsi al Cristo, quindi è descritto il nostro cammino di fede.

Questo cammino è iniziato, prosegue e arriva alla meta perché come i Re Magi abbiamo lo sguardo alzato al cielo, non siamo ripiegati su noi stessi e teniamo il cuore e la mente aperti all’orizzonte di Dio, che sempre ci sorprende e si lascia incontrare in una grotta che risplende di gloria più di una reggia.  “Pastori e i Magi sono molto diversi tra loro; una cosa però li accomuna: il cielo. Nella notte di Natale Gesù si è manifestato ai pastori, uomini umili e disprezzati, alcuni briganti, dicono. I pastori di Betlemme accorsero subito a vedere Gesù non perché fossero particolarmente buoni, ma perché vegliavano di notte e, alzando gli occhi al cielo, videro un segno, ascoltarono il suo messaggio e lo seguirono. Così pure i Magi: scrutavano i cieli, videro una nuova stella, interpretarono correttamente il segno e si misero in cammino” (Papa Francesco)

Infine, seppero riconoscere il Re dei re in un bambino. In effetti, Arrivati a Betlemme, i Magi incontrarono un bambino ma seppero riconoscere che era il divino Bambino e Gli offrirono doni simbolici. In questo incontro, in risposta ai loro doni ricevono in dono Gesù, che trasforma la loro vita confermandoli nella “logica del dono”.

 

2) Epifania ai Magi, saggi Pellegrini del Cielo.

Quando si dice “epifania pensiamo soprattutto alla manifestazione di Gesù Cristo a tutte le genti, rappresentate dai Re Magi[2], che si prostrarono davanti al Re Bambino e lo adorarono. Tuttavia e di per sé, l’Epifania celebra tre manifestazioni: quella ai Re-Magi, che esprimono l’adorazione del mondo al vero Re dei Re; quella sulle rive del Giordano, dove il Salvatore viene battezzato ed indicato come figlio prediletto dal Padre e come agnello che togli i peccati del mondo, e quella delle nozze di Cana, che –penso- possiamo considerare un simbolo delle nozze di Cristo con la Chiesa. Scrivo questo perché mi è suggerito dall’antifona al “Benedictus” della Liturgia della Lodi di questa solennità dell’Epifania: “Oggi la Chiesa, lavata dalla colpa nel fiume Giordano,si unisce a Cristo, suo Sposo, accorrono i magi con doni alle nozze regali e l’acqua cambiata in vino rallegra la mensa, alleluia”.

Procediamo per gradi e contempliamo la manifestazione di Gesù ai tre saggi venuti da lontano, che lo adorano riconoscendo Dio in un povero bambino.

Grazie agli occhi del cuore brucianti di desiderio di luce poterono andare oltre a quello che gli occhi del corpo vedevano. Grazie al cuore dilatato dall’incontro con il Re dei Re poterono inginocchiarsi in una stalla e farGli regali importanti, sono dei doni regali (da re). Questo “povero” bambino è Re e i tre Re Saggi gli rendono l’omaggio degno di un Re: s’inginocchiarono dinanzi a colui, che sottometterà la Scienza delle parole e dei numeri alla nuova Sapienza dell’Amore: la loro scienza si umiliò davanti all’Innocenza.

Inginocchiati, dentro ai lussuosi mantelli reali, sulla paglia sparsa sul pavimento della stalle, loro, i potenti, i dotti, offrirono anche sé stessi come pegno dell’obbedienza del mondo. Facciamo altrettanto, celebrando la festa dell’Epifania, nella liturgia e quindi nella vita, come impegno non solamente a donare qualcosa di prezioso a Dio, ma a donarci al Verbo di Dio perché Egli assuma noi e attraverso di noi tutte le cose. Doniamoci a Lui. È la festa dei Magi: anche noi dobbiamo portare i nostri doni a Lui. Tutto quello che siamo, tutto quello che abbiamo. Ciò che noi tratteniamo per noi e non doniamo a Lui, tutto questo imputridisce e non ha vita. Si salva soltanto quello che Egli assume. Doniamoci e rinnoviamo oggi la nostra consacrazione al Signore, la nostra donazione a Lui.

 

3) Epifania: Natale della Chiesa.

La manifestazione che Gesù fa di Sé ai magi, ai pagani venuti da lontano, diventa la nascita della Chiesa, la quale è chiamata “universale” alla salvezza. Più nessuno oramai doveva stare fuori dal cuore di Dio e quindi del suo Regno. Ecco perché gli Ortodossi considerano l’Epifania il Natale della Chiesa e lo celebrano con grande solennità. Ed è il nostro Natale. Dovremmo ascoltare oggi, come dette a noi le parole di Isaia profeta: “Alzati rivestiti di luce, perché viene la luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché ecco le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni: ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere” (Is 60, 1-3).

I Magi, primizie dei pagani, furono introdotti presso il gran Re che cercavano, e noi tutti oggi li seguiamo. Il Bambino come ha sorriso a loro, sorride a noi oggi e così tutte le fatiche del lungo viaggio che porta a Dio sono dimenticate: l’Emmanuele rimane con noi, e noi con lui. Betlemme, che ci ha ricevuti, ci custodisce per sempre, perché a Betlemme riceviamo in dono il Bambino, e Maria la Madre sua. Nel momento in cui ci avviciniamo all’altare verso il quale la Stella della fede ci conduce, preghiamo questa Madre incomparabile di presentarci il Figlio che è la nostra luce, il nostro amore, il nostro Pane di vita. Offriamo al Neonato il nostro oro, il nostro incenso e la nostra mirra. Lui gradisce questi doni di bontà, segno del dono di noi stessi. Dopo la Messa usciremo dalla Chiesa come i Magi lasciarono la grotta, come loro lasceremo i nostri cuori sotto il dominio d’amore del divino Re bambino, e anche noi per un’altra strada, per una via del tutto nuova, rientreremo a casa nostra, patria temporanea, mortale dove siamo chiamati a vivere fino al giorno in cui la vita e la luce eterna verranno a far sparire in noi tutto ciò che vi è di ombra e di caducità.

            Fratelli e sorelle, amici miei carissimi, seguiamo i magi, lasciamo le nostre abitudini “pagane”. Andiamo! Facciamo un lungo viaggio per vedere Cristo. Se i Magi non fossero partiti lontano dal loro Paese, non avrebbero visto Cristo. Finché restavano nel loro Paese, non vedevano nulla se non la stella; quando invece hanno lasciato la loro patria, hanno visto il Sole di giustizia (Mt 3,20). Diciamo meglio: se non avessero intrapreso generosamente il loro viaggio, non avrebbero nemmeno visto la stella (cfr San Giovanni Crisostomo (circa 345-407), Omelie su Matteo, 7-8). Anche noi alziamoci dunque, e anche se a Gerusalemme tutti restano turbati, corriamo là dove si trova il Bambino e vedremo Dio in terra e l’Uomo in cielo e noi con Lui, che è il Dio con noi: l’Emmanuele.

Non importante che cosa possiamo regalarGli, Gesù Cristo non ha bisogno dell’oro, della mirra, dell’incenso che noi possiamo portargli. Ma anche qui è il Cristo che dona alla nostra attività il suo valore perché, se non si riporta a Cristo, ogni attività umana diviene di per sé tale da compromettere la vita, tale da compromettere l’unità della persona umana, tale da compromettere il risultato ultimo e finale della storia del mondo.

I Re Magi se ne andarono a mani vuote? No. Avevano trovato la perla preziosa: Cristo. Facciamo altrettanto!

Secondo me capirono e credettero che quel Bambino era il primogenito di tanti fratelli, che Dio ama tutti i popoli e ama ognuno di noi di un amore infinito.

Dio è il Padre di ciascuno di noi. Davanti a Lui non siamo più stranieri o schiavi: siamo suoi figli nel Figlio che “oggi” ci ha donato per sempre.

Chiediamo la grazia di comprendere e di vivere questa verità, come ci insegna un breve racconto del 17° secolo che narra di una pastorella francese e di una sua coetanea, nobile e ben educata. Questa povera, giovane pastorella sembrava così stupida che una nobildonna, giovane come lei ma pia e istruita, le si offrì di insegnarle il catechismo. Allora la pastorella le rispose umilmente: “Grazie. Dunque, per favore insegnami a terminare ilPadre Nostro’. Infatti, ogni volta che comincio questa preghiera, quando penso che una povera creatura come me può chiamare Padre il Dio di ogni potenza e santità, il mio cuore scoppia di riconoscenza e io non posso andare oltre queste due parole: Padre Nostro, e così passo tutto il giorno a piangere di gioia guardando le mie pecorelle”. Allora, la nobildonna capì che la sua povera coetanea non aveva bisogno del suo insegnamento. Approfittiamo anche noi di questa lezione e invocando il Padre del Cielo che è Nostro Padre comprenderemo che il corteo dei Magi ci conduce al Dio vivente, che è presente nelle nostre anime: luce splendida dell’Amore in cui ciascuno e ciascuna di noi ha la sua culla.

Anche le Vergini consacrate[3] hanno trovato questo Tesoro, al quale hanno donato tutto mediante il dono della verginità. Dio le ha sedotte come ha detto di sé il profeta Geremia: “Tu mi hai sedotto o mio signore mio Dio ed io mi sono lasciato sedurre da te” (Ger 20, 7). Per aver la Perla preziosa hanno offerto a Cristo tutte se stesse e la loro persona, che ha accolto Cristo totalmente, si consuma come un’ostia, perché tutto il popolo di Dio viva in Cristo e Cristo viva, ora e per l’eternità, in questo popolo di peccatori redenti. Vive chi cammina verso ciò che ama e cammina con chi lo ama nella misericordia e fedeltà. Mons. Follo

 

 

 

 

Dalla Germania in pellegrinaggio verso la Terra Santa.

 

Sono trascorsi piu' di duemila anni dalla venuta di Gesu' sulla terra, cioe' dalla sua nascita in una povera grotta di Betlemme, in Palestina.

Da allora un flusso incessante di pellegrini ha visitato i luoghi sacri raccontati nel Vangelo, luoghi chiamati Terra Santa in quanto hanno visto lo svolgersi della vita del Messia, hanno udito la sua predicazione, hanno visto i suoi miracoli, hanno ospitato le persone che lo hanno seguito a partire dai suoi discepoli; uomini che dopo la crocifissione di Gesu' ne hanno raccolto l'eredita' fondando la Chiesa cristiana. 

La Terra Santa comprende la regione geografica della Palestina; oggi purtroppo zona di continui conflitti tra il nuovo Stato di Israele in essa compreso e la rimanente terra in mano ai palestinesi. 

I pellegrini cristiani nonostante la guerra che dura da piu' di cinquant'anni, continuano a visitare i luoghi che costituiscono il pellegrinaggio per eccellenza: perche' qui tutto ha avuto inizio! 

Anche noi dalla Germania, un gruppo eterogeneo di 54 persone provenienti dalle missioni cattoliche italiane di Fulda (con la guida di padre Antonio Gelsomino), di Stadtallendorf (con padre Giuseppe Tomiri), di Waiblingen, Nurtingen e Reutlingen (con don Anthony Akaeze e don Richard Techie-Quansah), abbiamo intrapreso insieme un cammino di fede dal 18 al 25 novembre scorso; giorni che hanno visto il compiersi di un itinerario attraverso i luoghi principali raccontati nel Vecchio e Nuovo Testamento.

Il nostro gruppo accompagnato dalle bravissime guide Antonio e Maria e sotto la guida spirituale dei nostri sacerdoti, ha potuto assaporare giorno dopo giorno la bellezza e tutta la spiritualita' dei posti visitati: Haifa con la chiesa del Carmelo e il monte Tabor, Nazareth con la basilica dell'Annunciazione, luogo dove la Vergine Maria ha udito l'annuncio dell'angelo, Betlemme con la chiesa della Nativita'

E ancora Tiberiade e il monte delle Beatitudini, la Cafarnao dell'apostolo Pietro, Gerico e il monte delle Tentazioni, Gerusalemme e Ein Karem la cittadina dove vissero Elisabetta e Zaccaria.

Gerusalemme, la citta' santa per eccellenza, ci e' venuta incontro con tutto il suo splendore, ricca di vestigia del suo splendido passato, una Roma d'Oriente punto d'incontro delle tre principali fedi monoteistiche: ebraica, cristiana e musulmana.

A Gerusalemme si e' percorso un cammino lungo i principali luoghi cari alla nostra fede: il monte del Getsemani con l'orto degli ulivi, il colle di Sion e la tomba di David fino al piazzale dove sorge la chiesa del Santo Sepolcro, luogo della morte e resurrezione di Nostro Signore e che ancora oggi racchiude il sepolcro dove Gesu' fu deposto dopo la crocifissione.

Sono stati giorni ricchi di fede, di preghiera, di raccoglimento e di grande commozione in particolare durante le messe celebrate dai nostri quattro sacerdoti.

Numerose le chiese e i luoghi di culto visitati, disseminati nelle cittadine che si sono sviluppate in Palestina nei secoli cristiani, in mezzo al deserto o nelle verdeggianti oasi, queste ultime ricche di acque pronte a dissetare l'umano e lo spirito! 

Momento di grande commozione in particolare e' stato il rinnovo delle promesse battesimali sulle rive del Giordano a compimento del nostro viaggio e del nostro essere pellegrini.

Il pellegrinaggio in Terra Santa e' stata anche l'occasione per vedere e conoscere posti diversi dalla nostra realta' europea.

Questa parte di Asia che si affaccia nel Mediterraneo orientale e' infatti un crogiolo di culture diverse, punto di incontro di diverse etnie: ebrei, arabi, armeni, siriani, popoli gia' presenti al tempo di Gesu'. 

Un'amalgama di genti che in particolare a Gerusalemme abbiamo potuto osservare nella loro quotidianeta'.

Il percorso della via Dolorosa, attraversata da Gesu' con la croce e che noi abbiamo ripercorso durante la Via Crucis, si snoda infatti attraverso i mercati variopinti ricchi di mercanzie, gestiti dagli ebrei e dai musulmani, quasi a ricordarci che Gesu' e' arrivato non solo per noi cristiani ma per tutte le genti del mondo!

Le nostre guide ci hanno accompagnato lungo i vicoli della citta' vecchia, attraverso la spianata delle moschee fino al muro del pianto, dove un tempo sorgeva l'antico tempio di Salomone.

Commovente e' stata anche la visita al museo della Shoa, lo Yad Vashem: luogo che innanzittutto dovrebbe ricordarci il rispetto per il nostro prossimo come Gesu' ci ha insegnato! 

Il nostro viaggio, messo a rischio prima della partenza dai razzi lanciati da Gaza a Israele, ci ha portato in un percorso pieno di meraviglie, proiettandoci nei luoghi conosciuti da Gesu'.

Siamo rientrati in Germania col cuore colmo di splendide immagini e di tante emozioni, con l'augurio da parte delle nostre comunita' che la bellissima terra di Palestina possa trovare e conoscere al piu' presto la via della pace, assieme a tutto il Medio Oriente. Angela Fois (CdI gennaio 20) 

 

 

 

 

“L’amore è sempre fecondo, l’amore a Dio sempre è fecondo

 

L’Udienza Generale – Catechesi del Santo Padre dell’udienza generale dell’8 gennaio

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Il libro degli Atti degli Apostoli, nella parte finale, racconta che il Vangelo prosegue la sua corsa non solo per terra ma per mare, su una nave che conduce Paolo prigioniero da Cesarea verso Roma (cfr At 27,1–28,16), nel cuore dell’Impero, perché si realizzi la parola del Risorto: «Di me sarete testimoni […] fino ai confini della terra» (At 1,8). Leggete il Libro degli Atti degli Apostoli e vedrete come il Vangelo, con la forza dello Spirito Santo, arriva a tutti i popoli, si fa universale. Prendetelo. Leggetelo.

La navigazione incontra fin dall’inizio condizioni sfavorevoli. Il viaggio si fa pericoloso. Paolo consiglia di non proseguire la navigazione, ma il centurione non gli dà credito e si affida al pilota e all’armatore. Il viaggio prosegue e si scatena un vento così furioso che l’equipaggio perde il controllo e lascia andare la nave alla deriva. Quando la morte sembra ormai prossima e la disperazione pervade tutti, Paolo interviene e rassicura i compagni dicendo quello che abbiamo ascoltato: «Mi si è presentato […] questa notte un angelo di quel Dio al quale io appartengo e che servo, e mi ha detto: “Non temere, Paolo; tu devi comparire davanti a Cesare, ed ecco, Dio ha voluto conservarti tutti i tuoi compagni di navigazione”» Anche nella prova, Paolo non cessa di essere custode della vita degli altri e animatore della loro speranza.

Luca ci mostra così che il disegno che guida Paolo verso Roma mette in salvo non solo l’Apostolo, ma anche i suoi compagni di viaggio, e il naufragio, da situazione di disgrazia, si muta in opportunità provvidenziale per l’annuncio del Vangelo. Al naufragio segue l’approdo sull’isola di Malta, i cui abitanti dimostrano una premurosa accoglienza. I maltesi sono bravi, sono miti, sono accoglienti già da quel tempo. Piove e fa freddo ed essi accendono un falò per assicurare ai naufraghi un po’ di calore e di sollievo. Anche qui Paolo, da vero discepolo di Cristo, si mette a servizio per alimentare il fuoco con alcuni rami. Durante queste operazioni viene morso da una vipera ma non subisce alcun danno: la gente, guardando questo, dice: “Ma questo dev’essere un grande malfattore perché si salva da un naufragio e finisce morso da una vipera!”. Aspettavano il momento che cadesse morto, ma non subisce alcun danno e viene scambiato addirittura – invece che per un malfattore – per una divinità.

In realtà, quel beneficio viene dal Signore Risorto che lo assiste, secondo la promessa fatta prima di salire al cielo e rivolta ai credenti: «Prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,18). Dice la storia che da quel momento non ci sono vipere a Malta: questa è la benedizione di Dio per l’accoglienza di questo popolo tanto buono. In effetti, il soggiorno a Malta diventa per Paolo l’occasione propizia per dare “carne” alla parola che annuncia ed esercitare così un ministero di compassione nella guarigione dei malati.

E questa è una legge del Vangelo: quando un credente fa esperienza della salvezza non la trattiene per sé, ma la mette in circolo. «Il bene tende sempre a comunicarsi. Ogni esperienza di verità e di bellezza cerca per se stessa la sua espansione, e ogni persona che viva una profonda liberazione acquisisce maggiore sensibilità davanti alle necessità degli altri» (Esort. Ap. Evangelii gaudium, 9). Un cristiano “provato” può farsi di certo più vicino a chi soffre perché sa cosa è la sofferenza, e rendere il suo cuore aperto e sensibile alla solidarietà verso gli altri. Paolo ci insegna a vivere le prove stringendoci a Cristo, per maturare la «convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti» e la «certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo» (ibid., 279).

L’amore è sempre fecondo, l’amore a Dio sempre è fecondo, e se tu ti lasci prendere dal Signore e tu ricevi i doni del Signore, questo ti consentirà di darli agli altri. Sempre va oltre l’amore a Dio. Chiediamo oggi al Signore di aiutarci a vivere ogni prova sostenuti dall’energia della fede; e ad essere sensibili ai tanti naufraghi della storia che approdano esausti sulle nostre coste, perché anche noi sappiamo accoglierli con quell’amore fraterno che viene dall’incontro con Gesù. È questo che salva dal gelo dell’indifferenza e della disumanità. Papa Francesco

 

 

 

Un altro mondo è possibile. Costruiamolo insieme!

 

È possibile immaginare e costruire un mondo in cui la fratellanza, la condivisione, la compassione, la misericordia, la tenerezza e la pace siano dominanti? È possibile coniugare quotidianamente le “Beatitudini”, come ci invita a fare papa Francesco? È possibile rendere la rete di Internet una galassia dove si accendono stelle che comunicano luce e calore attraverso il linguaggio dell’anima? È possibile trasformare il cyberspazio in un luogo dove poesia, musica, pittura, cinema, teatro, fotografia, scienza, cultura esaltino la bellezza della creatività umana? È possibile pensare a un dialogo pacifico e ad una collaborazione fraterna fra tutte le religioni e le etnie in vista del bene comune e della costruzione di una civiltà dell’amore? È possibile realizzare un’economia che, invece dell’utilitarismo, dell’avidità e della speculazione, pratichi la condivisione, la cultura del dono, la cooperazione e la fratellanza? È possibile far conoscere e praticare la rivoluzione ozono per garantire più salute e benessere per l’umanità, la flora, la fauna e l’ambiente? È possibile superare gli egoismi, le violenze e i conflitti con grandi dosi di amore, rispetto, comprensione e compassione? È possibile evitare la vendetta e praticare la giustizia contrastando il male e salvando le vittime? È possibile vivere in un mondo dove non esistono nemici e tutto viene affrontato con la fede di chi ama senza misura e spera nell’impossibile? È possibile decarbonizzare l’economia, ridurre i costi e l’inquinamento e moltiplicare i posti di lavoro con la “green economy”? Ebbene sì, è possibile! Questi sono solo alcuni dei sogni che noi di “Orbisphera” alimentiamo e coltiviamo ogni giorno. Il sogno e l’immaginazione non sono illusioni ma il fondamento della natura e dell’eroismo umano. Per questo Walt Disney ha detto: «Se puoi sognarlo, puoi farlo», e san Francesco: «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile». Cercando e facendo conoscere la buona notizia, pratichiamo la “cultura dell’incontro”, favoriamo amicizie, cerchiamo di curare le ferite dell’anima e del corpo, cerchiamo l’infinito e non ci basta. Per scatenare il paradiso e realizzare frammenti di pace e civiltà dell’amore. Se condividi le parole che abbiamo scritto, se sei alla ricerca di un mondo migliore, questo è il momento di salire a bordo dell’astronave “Orbisphera” e solcare insieme le vie infinite del cyberspazio. Condividi con noi l’impegno a costruire il futuro. Contribuisci in prima persona con un versamento a favore della nostra opera. Non ti chiediamo il mare, ma le gocce per costruire un futuro grande come l’oceano… Per ogni donazione: https://www.orbisphera.org/It/Donazioni

Antonio Gaspari, Orbisphera 7

 

 

 

Il Papa all'Angelus: "Spegnete i telefonini a tavola, la famiglia torni a comunicare"

 

Francesco nell'ultimo Angelus dell'anno: "I ragazzi tutti a chattare, c'è un silenzio che sembra la messa". Poi la preghiera per i migranti e per le vittime dell'autobomba di Mogadiscio

 

La Santa Famiglia, Gesù, Giuseppe e Maria, "pregavano, lavoravano" e comunicavano tra loro e "io mi domando: tu nella tua famiglia sai comunicare o tu sei come quei ragazzi che a tavola, ognuno col telefonino sta chattando? In quella tavola sembra un silenzio come fossero a messa". Lo ha detto il Papa durante il saluto domenicale dell'ultimo Angelus del 2019, lanciando un appello: "Dobbiamo riprendere la comunicazione in famiglia".

 

Il messaggio di Bergoglio, nella festa liturgica dedicata alla Sacra Famiglia, è stato tutto incentrato proprio sulla necessità di ritessere i fili all'interno delle famiglie. "Dobbiamo riprendere la comunicazione in famiglia" ha detto, sottolineando come sia "un tesoro prezioso" da "sostenere" e "tutelare". E ha affidato "a Maria Regina della famiglia, tutte le famiglie del mondo, specialmente quelle provate dalla sofferenza o dal disagio".

E guardando alla famiglia di Nazareth, che fu costretta ad andare in Egitto, il pontefice ha rivolto anche un pensiero ai migranti, ai profughi, a quelle famiglie costrette a lasciare la loro terra. La Santa Famiglia di Gesù, Giuseppe e Maria, costretta a recarsi in Egitto, "solidarizza così con tutte le famiglie del mondo obbligate all'esilio, solidarizza con tutti coloro che sono costretti ad abbandonare la propria terra a causa della repressione, della violenza, della guerra", ha rimarcato il Papa. In una piazza San Pietro particolarmente affollata Francesco ha pregato con i fedeli per le vittime dell'attentato in Somalia. "Preghiamo il Signore per le vittime dell'orribile attentato di ieri, a Mogadiscio, in Somalia, dove nell'esplosione di un'autobomba, sono state uccise oltre settanta persone. Sono vicino a tutti i familiari e a quanti ne piangono la scomparsa", ha detto.

 

Francesco chiuderà il 2019, come di consueto, con il 'Te Deum' del 31 dicembre, la celebrazione in cui si ringrazia Dio per l'anno appena trascorso. Al termine della celebrazione Papa Francesco si recherà anche a Piazza San Pietro per pregare davanti al presepe allestito quest'anno dal Trentino. LR 29

 

 

 

 

La Santa Famiglia: luogo dove l’amore è sempre dono

 

1) Lo straordinario diventa quotidiano e ci insegna a rendere il qu otidiano straordinario. 

Poco meno di una settimana fa, abbiamo celebrato la straordinaria eccezionalità della nascita di Gesù Cristo. Oggi, la Liturgia ci fa celebrare la festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, per aiutarci a vivere il quotidiano in modo straordinario. Il modo di rendere “eroico” (parola che vorrei sia capita e usata come sinonimo di “santo” è di mettersi alla scuola della Famiglia di Nazareth, meditando sui tre componenti di questo “vero” (altro aggettivo che si dovrebbe usare come sinonimo di “santo”) nucleo familiare.

Cominciamo da Giuseppe, discedente di Davide, uomo giusto. Anche grazie a Lui  “il mistero dell’Incarnazione e quello della Santa Famiglia sono inscritti profondamente nell’amore sponsale dell’uomo e della donna e indirettamente nella genealogia di ogni famiglia umana” (San Giovanni Paolo II).

Nel Vangelo di Matteo è Giuseppe a ricevere attraverso l’angelo la volotnà di Dio  e a realizzarla. Giuseppe è  il vero (nel senso di autentico, di legale e di santo) capo della famiglia. Il vangelo ce lo presenta sempre come l’uomo obbediente e silenzioso. “Uno che non predica, non parla, ma cerca di fare la volontà di Dio; e la compie nello stile del Vangelo e delle Beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3)”(Papa Francesco 22 dicembre 2019).. Fa quanto gli viene indicato. La sua non è obbedienza servile, ma scelta libera, coraggiosa e responsabile, non priva di rischi, di pericoli e di dubbi e della paura dell’incognito. San Giuseppe è ben consapevole che le persone  affidate a lui, il Custode della Redenzione, non sono sua proprietà. Gesù e Maria  appartengono a Dio. Ma gli sono affidati perché ne abbia cura, li protegga e li custodisca. E questo uomo giusto adempie  questo compito con amore fedele, confidando totalemente e solamente in Dio, e sacrificando le proprie legittime aspirazioni personali. La sua obbedienza a Dio è pienamente libera e lieta grazie alla  gioia del dono. E’ donando che si riceve. Giuseppe l’ha ben capito e per amore di Maria e Gesù è disposto a pagare qualunque prezzo. Giuseppe è l’uomo che sa tradurre l’obbedienza a Dio in canto d’amore e di libertà.

Rivolgiamo ora gli occhi del cuore a Maria. Il vangelo di Matteo ci presenta la Madre di Gesù come mamma silenziosa e, nel contempo, sempre attenta, vigile, premurosa. Quelle parole ripetute “il bambino e sua madre” ci dicono che Maria era sempre accanto a Gesù.  Maria è il terreno fecondo che ha accolto il Figlio di Dio. Come Vergine Madre, lei ha un rapporto del tutto speciale con quel bambino, che è il suo Dio. Un materno rapporto d’amore che è una spada che trafigge. Che questo amore sia come una spada fu rivelato a lei dal profeta Simeone il giorno della presentazione di Gesù al Tempio: “Una spada ti trafiggerà l’anima”.

L’amore è una spada e Cristo è stato per sua Madre una spada ancor prima di nascere. Chi non ricorda questo dramma evocato all’inizio del Vangelo di Matteo, questo dramma dell’amore umano, questo grande dramma del silenzio infinito che seguì l’annuncio che dopo avere ricevuto il “sì” di Maria l’Angelo la lasciò sola nella sua modesta casa a Nazareth, nel silenzio. E la Madonna non può che restare racchiusa nel suo silenzio, perché il segreto che lei porta in , è il segreto di Dio. La Vergine di Nazaret è diventata, infatti, la “Madre di Dio”.

“Pertanto, in Maria, Madre di Dio, ogni donna vede specchiato il suo volto. In lei vede realizzata la sua perfezione, la perfezione di ciò «che è caratteristico della donna», di ‘ciò che è femminile'” (San Giovanni di Dio). Un modo speciale di amare e di essere amata da Dio, una vocazione che la donna realizza sia nella verginità che nella maternità. Maria è Madre di Dio senza cessare di essere serva, è vicina al figlio e con fede e con amore lo ama, non solo come figlio, ma come il suo Dio. Senza esaurirne il mistero, Maria è sempre accanto al figlio. Lo vede bambino con gli occhi, lo contempla Dio nel suo cuore. E tutto questo anche per lei avviene nella sofferenza della paura e nel dolore dell’esilio. Nel calore di questo amore umano e soprannaturale, Maria vive anche la sua relazione di sposa con Giuseppe. Un rapporto speciale, certo, ma sempre profondamente umano, fatto di sguardi, di delicatezze, di silenzi, di tanto amore. Maria fa quello che le dice Giuseppe, senza tergiversare. Nel vangelo di Matteo, la volontà di Dio le si manifesta attraverso il rapporto di comunione con lo sposo. Una espressione di questa relazione profonda tra i due la leggiamo nel Vangelo di Luca, quando Maria dice a Gesù: “Tuo padre ed io addolorati ti cercavamo”. E’ nel dolore che si raffinano e si consolidano i sentimenti.

 

2) GESU’ guardato da Maria, da Giuseppe e da ciascuno di noi.

Guardiamo, ora, Gesù con gli occhi di Maria e di Giuseppe.

Stretti l’uno all’altra, Maria e Giuseppe guardano sorridenti e pensosi  Gesù: è un bambino fragile, ma stupendo, come è ogni bambino per i suoi genitori. In quella fragilità, che fa tenerezza, intravedono il mistero della tenerezza di Dio. Gesù è nel cuore della storia del suo popolo; è una presenza stupenda, ma inquietante; è “segno di contraddizione” che trafigge il cuore con la spada dell’amore che di dona. Esige una scelta radicale.

Nella ferialità concreta della vicenda sponsale di Maria e di Giuseppe cresce il mistero. I loro colloqui si fanno intensi e carichi di stupore. Maria comunica a Giuseppe ciò che il suo cuore di madre le suggerisce; Giuseppe partecipa a Maria ciò che gli sembra di intuire.

Come nel presepe, lo sguardo di fede ci fa abbracciare insieme il Bimbo divino e le persone che gli sono accanto: la sua Madre Santissima, e Giuseppe, il suo padre putativo. Quale luce si sprigiona da questa “icona di gruppo” del Santo Natale! Luce di misericordia e di salvezza per il mondo intero, luce di verità per ogni uomo, per la famiglia umana e per le singole famiglie. Com’è bello per i coniugi rispecchiarsi nella Vergine Maria e nel suo sposo Giuseppe.

Anche noi ora contempliamo la Santa Famiglia, per gustare il dono dell’intimità familiare, che ci spinge ad offrire calore umano e concreta solidarietà in quelle situazioni, purtroppo numerose, in cui, per vari motivi manca la pace, manca l’armonia, manca, in una parola, la “famiglia”.

“Con l’Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, … ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, Egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato” (Gaudium et spes, 22(.

San Matteo si sofferma sulle insidie tramate da Erode. Gesù è nato bambino, ha vissuto da bambino. E’ fuggito davanti alla violenza dei potenti. Ha trascorso gran parte della sua vita nel nascondimento di Nazaret, “sottomesso” (Lc 2,51) come «Figlio dell’uomo» a Maria, sua Madre, e a Giuseppe, il falegname. Anche Gesù ha accolto la missione che il Padre celeste gli confidava. Egli si è fatto piccolo ed obbediente.

 

 3) Famiglia e verginità

La Famiglia di Nazareth è Santa perché tutti i suoi componenti sono accomunati dal desiderio di essere fedeli a Dio, di vivere la sua parola, di cercare la sua volontà e di metterla in pratica. «Per misterioso disegno di Dio, in essa è vissuto nascosto per lunghi anni il Figlio di Dio: essa è dunque prototipo ed esempio di tutte le famiglie cristiane. E’ quella Famiglia, unica al mondo, che ha trascorso un’esistenza anonima e silenziosa in un piccolo paese della Terra Santa; che è stata provata dalla povertà, dalla persecuzione, dall’esilio; che ha glorificato Dio in modo incomparabilmente alto e puro. Essa non mancherà di assistere le famiglie cristiane, anzi tutte le famiglie del mondo, nella fedeltà ai loro doveri quotidiani, nel sopportare le ansie e le tribolazioni della vita, nella generosa apertura verso le necessità degli altri, nell’adempimento gioioso del piano di Dio nei loro riguardi» (Familiaris Consortio, 86).

Maria, vera sposa di Giuseppe, visse il suo amore sponsale in modo sempre vergine e casto quindi è, secondo me, giusto affermare che come a guidare Maria verso l’ideale della verginità è stata un’ispirazione eccezionale di quello stesso Spirito Santo così, nel corso della storia della Chiesa, spingerà tante donne sulla via della consacrazione verginale.

La presenza singolare della grazia nella vita di Maria, porta a concludere per un impegno della giovane nella verginità. Colma di doni eccezionali del Signore dall’inizio della sua esistenza, ella è orientata ad una dedizione di tutta se stessa – anima e corpo – a Dio nell’offerta verginale.

Inoltre, l’aspirazione alla vita verginale era in armonia con quella “povertà” dinanzi a Dio, a cui l’Antico Testamento attribuisce un grande valore. Impegnandosi pienamente in questa via, Maria rinuncia anche alla maternità, ricchezza personale della donna, tanto apprezzata in Israele. In tal modo “Ella primeggia tra gli uomini e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza” (LG 55). Ma, presentandosi a Dio come povera, e mirando ad una fecondità solo spirituale, frutto dell’amore divino, al momento dell’Annunciazione Maria scopre che la sua povertà è trasformata dal Signore in ricchezza: Ella sarà la Madre Vergine del Figlio dell’Altissimo. Più tardi scoprirà anche che la sua maternità è destinata ad estendersi a tutti gli uomini che il Figlio è venuto a salvare (cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, 501). Mons. Follo

 

 

 

 

Migranti, papa Francesco: "Costretti da ingiustizie ad attraversare mari trasformati in cimiteri"

 

Oltre 55mila fedeli a Piazza San Pietro per il Messaggio natalizio del Santo Padre e la Benedizione 'Urbi et Orbi': "L'Emmanuele sia luce per tutta l'umanità ferita. Sciolga il nostro cuore spesso indurito ed egoista"

 

CITTÀ DEL VATICANO - Secondo la Gendarmeria vaticana, 55mila fedeli hanno ascoltato in Piazza San Pietro il Messaggio natalizio di papa Francesco e la Benedizione 'Urbi et Orbi'. E nel giorno di Natale, Francesco ha parlato degli "schiavi dell'oggi" per dire loro che la Parola di Dio li chiama "ad uscire dalle prigioni".

 

Il Papa ha citato le vittime della mancanza di pace in Medio Oriente, America Latina e Congo, Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, i cristiani perseguitati, i sacerdoti rapiti ma in particolar modo si è soffermato sui migranti.

Vittime dell'ingiustizia che li costringe ad attraversare mari trasformati in cimiteri e a subire torture e "abusi di ogni tipo" in campi di transito che in realtà sono lager. E questo "di fronte a muri di indifferenza", ha detto il Santo Padre dalla Loggia centrale di San Pietro, con a fianco il cardinale protodiacono Renato Raffaele Martino, Presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e del Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, e il cardinale Konrad Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità.

 

Di fronte a tutto ciò, ha concluso il Pontefice, "L'Emmanuele sia luce per tutta l'umanità ferita. Sciolga il nostro cuore spesso indurito ed egoista e ci renda strumenti del suo amore. Attraverso i nostri  poveri volti, doni il suo sorriso ai bambini di tutto il mondo: a quelli abbandonati e a quelli che hanno subito violenze. Attraverso le nostre deboli braccia, vesta i poveri che non hanno di che coprirsi, dia il pane agli affamati, curi gli infermi. Per la nostra fragile compagnia, sia vicino alle persone anziane e a quelle sole, ai migranti e agli emarginati. In questo giorno di festa, doni a tutti la sua tenerezza e rischiari le tenebre di questo mondo".

 

"Tutti siamo chiamati a dare speranza al mondo, annunciando con le parole e soprattutto con la testimonianza della nostra vita che Gesù, nostra pace, è nato", ha infine affermato. "Non dimenticatevi, per favore, di pregare per me. Buon pranzo natalizio e arrivederci!". Lr 25

 

 

 

 

La grandezza storica della rivelazione biblica

 

Che ebrei e cristiani nella storia abbiano avuto colpe è perfino ovvio: e il grande gesto di Giovanni Paolo II in occasione del giubileo del 2000 di chiedere perdono è stato certamente condiviso e apprezzato da tanti «fratelli maggiori», come lo stesso Papa amava chiamare i figli del popolo d’Israele - di Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto

 

Il pezzo di Dacia Maraini uscito sul Corriere la vigilia di Natale ha suscitato una ferma reazione da parte della Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, pubblicata sulle pagine dello stesso quotidiano il 27 dicembre, ed una replica della stessa Maraini, che «on line» chiarisce le sue intenzioni, ispirate a una ferma condanna dell’antisemitismo e ad un rispetto profondo dell’ebraismo e dei suoi valori. Nella convinzione che sia doveroso riconoscere le giuste intenzioni della coraggiosa Scrittrice, mi sembra però opportuno inserire nel dibattito una riflessione da parte cattolica — chiesta peraltro dalla Presidente Di Segni — per chiarire, ove fossero restati dubbi, quei principi che dal Concilio Vaticano II e dalla Costituzione della Commissione Mista fra la Chiesa Cattolica e il Gran Rabbinato d’Israele (di cui faccio parte) sono a fondamento delle relazioni ebraico-cristiane, al servizio del dialogo e della pace per l’intera famiglia umana.

Le espressioni da chiarire riguardano soprattutto due punti: da una parte l’accenno di Dacia Maraini alla «severa e vendicativa religione dei padri» (con riferimento, dunque, anche ai grandi testimoni della fede antico-testamentaria) e dall’altra la sua affermazione che Gesù avrebbe introdotto «per la prima volta nella cultura monoteista il concetto del perdono, del rispetto per le donne, il rifiuto della schiavitù e della guerra», anche se poi «in nome di Cristo sono state fatte delle orribili nefandezze». Ha aggiunto ancora Dacia Maraini: «Molti, proprio dentro la Chiesa, hanno rifiutato i principi del vecchio Testamento, il suo concetto di giustizia come vendetta (occhio per occhio, dente per dente), la sua profonda misoginia, l’intolleranza e la passione per la guerra». Riguardo al riferimento alla «severa e vendicativa religione dei padri» va detto che nell’Antico Testamento possono certo trovarsi espressioni di rigore e di vendetta, che tuttavia sono piuttosto il riflesso della condizione umana, purtroppo spesso segnata da tali atteggiamenti, che non una costante della religione biblica: questa è anzi ricchissima di riferimenti al primato dell’amore e alla forza sanante della misericordia e del perdono. Basti pensare al tema dell’amore divino verso le creature e verso il popolo dei credenti, ad esempio nei testi del profeta Osea (2, 21s), o all’insistenza sulla misericordia, espressa in ebraico dalla stupenda parola «rachamim», che rimanda alle viscere materne e dunque all’amore gratuito e senza ritorno con cui una madre ama il suo bambino (i testi sono innumerevoli).

 

La grandezza della rivelazione biblica, fatta oggetto di fede dal popolo ebraico, sta proprio in questa sua testimonianza del volto di un Dio personale, la cui misericordia è eterna e che, dando amore, chiama a esercitare misericordia e perdono. Circa poi l’accusa di misoginia è doveroso ricordare che alcune delle grandi figure protagoniste della storia del popolo ebraico narrata nella Bibbia sono donne (da Sara, moglie di Abramo, a Lia, moglie di Giacobbe, con Rachele fondatrice della casa d’Israele, ad Anna, profetessa e madre di Samuele, a Debora, giudice in Israele, a Ester, regina e salvatrice del suo popolo, a Noemi, a Rut, ecc.), e che dunque molti dei motivi per affermare la dignità e il protagonismo femminile nella storia si trovano proprio nella testimonianza della fede ebraica. Lo stesso Gesù, che i cristiani confessano Figlio eterno di Dio fatto uomo per la salvezza degli uomini, è un ebreo fedele e — come osservano i recenti documenti sul dialogo ebraico-cristiano della Chiesa cattolica — è «ebreo per sempre». Tutti i valori di eguaglianza, giustizia e pace, che egli ha annunziato e vissuto, non sono proposti da lui contro l’ebraismo, ma come eredità di esso da custodire e promuovere per il bene dell’intera famiglia umana.

??Il rifiuto dell’insulto e dell’aggressività, che Dacia Maraini riconosce proprio delle nostre attuali «sardine», non può essere contrapposto, allora, a un mondo che della fede nel Dio unico ha fatto il suo centro e cuore ispirativo, proprio perché quell’ispirazione vive e si esprime proprio dove la grande testimonianza biblica è conosciuta e raccolta nella sua forza e ricchezza innegabili. Che ebrei e cristiani, poi, nella storia abbiano avuto colpe è perfino ovvio: e il grande gesto di Giovanni Paolo II in occasione del giubileo del 2000 di chiedere perdono per le colpe commesse dai cristiani nel passato, affinché esse non si ripetano più, è stato certamente condiviso e apprezzato da tanti «fratelli maggiori», come lo stesso Papa amava chiamare i figli del popolo d’Israele. CdS 28

 

 

 

 

Mediterraneo frontiera di pace, il cardinale Lopez: “Penso sia tempo di un sinodo dedicato alle migrazioni”

 

Nell’intervista all’arcivescovo di Rabat le iniziative da intraprendere e i temi da discutere nell’incontro promosso dalla Cei a Bari nel 2020

 

RABAT. Dal 19 al 23 febbraio 2020 si svolgerà a Bari l’incontro di riflessione e spiritualità “Mediterraneo, frontiera di pace” promosso dalla Conferenza episcopale italiana, su iniziativa del presidente, il cardinale Gualtiero Bassetti.  Parteciperanno poco più di cinquanta vescovi in rappresentanza delle Conferenze episcopali dei 19 Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Sarà un incontro tra fratelli nella fede, pastori che, sotto la guida dello Spirito, vogliono lavorare insieme per il bene dei popoli. Fra gli altri, sarà presente il cardinale Cristobal Lopez Romero, spagnolo, 67 anni, arcivescovo di Rabat, capitale del Marocco. In questo Paese, abitato da 37 milioni di persone, i cattolici – tutti stranieri – rappresentano una minoranza molto esigua: 30.000 persone che possono contare su una quarantina di sacerdoti e fanno capo a due diocesi: quella di Tangeri, la più piccola, e quella di Rabat (il cui territorio è più grande di quello italiano).

In questa conversazione con Vatican Insider il cardinale Lopez riflette sull’iniziativa promossa dalla Cei.

Nell’invito recapitato alle diverse Conferenze episcopali dal Comitato scientifico organizzatore dell’incontro, è stato chiesto ai vescovi di indicare quali problemi e questioni intra-ecclesiali ed extra-ecclesiali reputano più importanti e urgenti. Lei quali temi ha indicato?

«A mio giudizio la più importante questione extra-ecclesiale sulla quale occorre lavorare insieme è il fenomeno delle migrazioni. Tempo fa avevo pensato di organizzare una riunione tra i vescovi dei Paesi africani da cui partono i migranti e i vescovi dei Paesi europei nei quali i migranti approdano. L’incontro si è tenuto alcune settimane fa: purtroppo, però, ha partecipato un solo vescovo europeo, proveniente dalla Spagna. Sono dunque molto contento che la Cei, su iniziativa del cardinale Bassetti, abbia voluto promuovere a Bari l’incontro dedicato al Mediterraneo: ritengo necessario e improcrastinabile riflettere insieme sul fenomeno delle migrazioni, lavorare uniti, con spirito sinodale, per cercare soluzioni adeguate. Io avrei intitolato l’incontro “Mediterraneo, pace senza frontiere», ma il titolo scelto dalla Cei – “Mediterraneo, frontiera di pace” – è ugualmente bello ed eloquente: la pace è la meta del nostro impegno, il frutto che i popoli attendono. Il Mediterraneo non può continuare ad essere frontiera di fame, sofferenza, disuguaglianza, angoscia, morte. Si badi, io definisco quello delle migrazioni un “fenomeno”, non un “problema”».

Per quale ragione?

«Le migrazioni non sono un problema ma la conseguenza di molti problemi. Povertà, guerre, carestie e cambiamenti climatici, un sistema economico che – come dice papa Francesco – stritola interi popoli: questi sono i problemi che danno origine al fenomeno migratorio. Dunque, penso che a Bari, nell’esaminarlo, dovremo necessariamente affrontare le cause, ragionare insieme e cercare soluzioni».

Ha una proposta che vorrebbe presentare ai suoi confratelli vescovi?

«Avrei una proposta un po’ particolare: a mio giudizio è tempo di dedicare un sinodo alle migrazioni, che costituiscono un fenomeno mondiale. Non esistono infatti solo le migliaia di migranti che giungono in Europa: in Africa sono milioni coloro che si spostano da un Paese all’altro del continente, in Medio Oriente il Libano, la Giordania e la Turchia stanno accogliendo milioni di rifugiati e in sud America il numero di migranti è imponente. Tutta la Chiesa cattolica dovrebbe, a mio avviso, riflettere su questo tema e farlo cum Petro e sub Petro».

Quale ritiene sia la questione intra-ecclesiale più rilevante e urgente da affrontare nell’incontro di Bari?

«Penso sia la poca compassione manifestata da molti cristiani verso i fratelli più fragili e vulnerabili, migranti inclusi. Soffro molto quando, in Spagna, alcune persone, dopo aver partecipato alla celebrazione eucaristica, mi chiedono, con tono astioso, di non mandare più migranti dal Marocco. Io rispondo spiegando che le persone devono potersi spostare, ne hanno diritto e non sono io a mandarle. E poi mi domando: come è possibile andare a messa e non provare quasi alcuna compassione per uomini, donne e bambini che soffrono? 

Penso che a Bari dovremo lavorare insieme per capire come aiutare i cristiani di tutto il mondo ad allargare il cuore, a far circolare la compassione che il Signore prova verso tutti gli esseri umani. A mio giudizio è urgente concordare iniziative per incoraggiare questa conversione del cuore, per camminare nella direzione indicata da papa Francesco, che instancabilmente ci invita ad accogliere, proteggere, accudire i migranti e tutti coloro che sono prostrati da avvilimenti, sofferenze, privazioni».

Quali iniziative pensa potranno rivelarsi maggiormente feconde?

«Penso a iniziative che possano favorire e incoraggiare la cultura dell’incontro e dell’accoglienza di cui parla sovente papa Francesco. Da questo punto di vista, l’appuntamento di Bari è molto lodevole: non si tratta infatti di un evento di circostanza né di una riunione accademica né di un summit politico o economico: è, appunto, un incontro. I vescovi hanno deciso di trascorrere alcuni giorni insieme, di lavorare uniti per il bene dei popoli. Dobbiamo moltiplicare gli incontri tra noi pastori, a tutti i livelli, e impegnarci affinché lo spirito di incontro e di accoglienza che ci anima contagi le nostre comunità.

A Bari dovremo anche cercare di capire quali concreti progetti di accoglienza è possibile avviare. La Chiesa cattolica dimostra ovunque molta buona volontà e cuore largo ma in certa misura dipende dalle scelte politiche dei singoli stati. Ricordo che in Spagna, in occasione di una massiccia ondata di rifugiati dalla Siria e dal Medio Oriente, la Chiesa e la popolazione erano pronte ad accogliere 100.000 persone. Il governo invece decise di riceverne solo 19.000 e dopo due anni ne aveva accolte meno di 2.000. Dunque, penso che a Bari sarà opportuno capire quali iniziative intraprendere per sollecitare la Comunità Europea a mutare la propria politica nei confronti dei migranti e, allo stesso tempo, favorire lo sviluppo dei Paesi da cui le persone partono. La Chiesa cattolica ha un’autorità morale riconosciuta universalmente e ha una responsabilità grande nei confronti dei migranti, di questa umanità prostrata dalla sofferenza e sorretta dalla speranza di un futuro migliore».

Il Marocco è sia destinazione finale sia Paese di transito per moltissimi migranti provenienti dai Paesi subsahariani: come sta reagendo la società al loro arrivo?

«Direi che nella società è presente l’intero spettro delle reazioni: c’è chi è indifferente, chi è manifestamente ostile, chi nutre sospetti e diffidenza, chi invece benevolenza e compassione. E poi vi è una minoranza di persone – in costante aumento – che si impegna, anche a titolo gratuito, per offrire aiuto. Guardando al futuro sono ottimista: mi pare che la popolazione si stia sempre più rendendo conto che ogni persona deve poter essere libera di emigrare».

Come si articola l’accoglienza dei migranti offerta dalla Chiesa marocchina?

«La Chiesa, attraverso la Caritas della diocesi di Rabat e la Delegazione per le migrazioni della diocesi di Tangeri, si impegna molto: assicuriamo assistenza medica e psicologica, educazione scolastica ai minori, formazione professionale, inserimento nel mondo del lavoro, sostegno a chi vuole avviare un’attività. Abbiamo inoltre aperto centri di accoglienza nei quali ci prendiamo cura in particolare dei malati, dei minori non accompagnati e delle mamme con bimbi piccoli». LS 22.12.

 

 

 

Papa Bergoglio: “La Chiesa cambi mentalità. Così rischia di rimanere indietro di 200 anni

 

Francesco parla alla Curia romana: «La fede viene derisa». A 92 anni esce di scena il cardinale Sodano – di Domenico Agasso jr

 

CITTÀ DEL VATICANO. La Chiesa deve aprire e aprirsi ai cambiamenti. Riconoscendo che «non siamo più in un regime di cristianità». Altrimenti, come affermò il cardinale Martini, resta «indietro di 200 anni». Papa Francesco lo dice nel tradizionale incontro con la Curia romana per gli auguri natalizi, durante il quale esprime la sua visione programmatica per l’anno nuovo. Ieri è stata anche l’occasione per congedare il cardinale Sodano, che si è dimesso da decano del Collegio cardinalizio. 

Bergoglio dedica il discorso alla riforma dello scacchiere vaticano che con il Consiglio di cardinali (C6) sta approntando. Si prevedono variazioni dei pesi specifici e degli equilibri di potere tra i dicasteri. Perciò il Papa avverte: capita di vivere le trasformazioni «limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima». E cita «Il Gattopardo»: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Invece negli ambienti ecclesiastici l’atteggiamento «sano» che serve è «quello di lasciarsi interrogare dalle sfide del tempo presente». Partendo da un presupposto: «Non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati». Oggi le società non sono «più in un regime di cristianità perché la fede non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune», anzi spesso «viene negata, derisa, emarginata e ridicolizzata». È urgente dunque un mutamento «di mentalità» nella Chiesa, «che non vuol dire passare a una pastorale relativistica», tanto temuta dagli ambienti più conservatori.

Il congedo di Sodano

Finisce l’era del 92enne porporato piemontese, personaggio influente e controverso soprattutto nei pontificati di san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, nunzio in Cile e segretario di Stato. Sodano è stato anche al centro di polemiche e attacchi per una linea di governo ritenuta troppo morbida contro i casi di abusi sessuali nella Chiesa. Tra chi lo ha accusato, il cardinale arcivescovo di Vienna, Cristoph Schönborn. Ora è Decano emerito. È una novità assoluta. La figura che presiede il Collegio non ha poteri di governo sugli altri cardinali, è un «primus inter pares». Diventa cruciale al momento del Conclave: lo convoca e, se ha meno di 80 anni, lo presiede. L’incarico non aveva vincolo di durata. Fino a ieri. Bergoglio infatti ha stabilito che «continuerà a essere eletto» ma rimarrà «in carica per un quinquennio».  LS 22.12

 

 

 

 

Il crocifisso e la sua carica divisiva. Religione: simboli di fede tra polemiche e strumentalizzazioni

 

E’ più facile che la fede, spiritualmente intesa, unisca e che siano le religioni a dividere, ancor più i loro simboli. La loro forza attrattiva o repulsiva sopravvive alla secolarizzazione e si fa strumento di propaganda. E’ recente la presa di posizione di una serie di organizzazioni, tra cui il Consiglio nazionale delle chiese cristiane del Brasile (Conic) e la Diaconia luterana (Fld), contro la strumentalizzazione dei simboli religiosi in America Latina. Nel mirino Jeanine Anez, presidentessa ad interim della Bolivia, che ha inserito tra gli atti ufficiali di governo la Bibbia.

Mentre si dava alle fiamme la Whipala, bandiera delle nazionalità indigene, la Bibbia veniva inserita tra gli atti ufficiali del governo. Portarla “in Parlamento e usare violenza contro i poveri e la popolazione indigena in nome del Dio cristiano – sostengono gli oppositori – significa recuperare le pratiche colonialiste del passato. La differenza è che questa volta il colonialismo è neoliberista e il Dio dietro al quale questa pratica si nasconde è quello del mercato, non il Dio amorevole e misericordioso che conosciamo nel Vangelo”.

Reazioni europee ai simboli religiosi

Polemiche analoghe divampano anche nel cuore dell’Europa. In Germania, durante le elezioni  in Turingia, sono riapparsi i manifesti con il faccione di Lutero e la sua famosa frase “Qui sto. Non posso fare altrimenti”, pronunciata alla Dieta di Worms nel 1521 davanti a Carlo V e ai principi tedeschi, per affermare che la fedeltà alla Parola di Dio è più forte di quella al potere temporale.

L’iniziativa di ricorrere a Lutero, inaugurata nella campagna elettorale del 2017 dal partito neonazista Npd, sta facendo proseliti. Correnti xenofobe e antisemite si stanno alimentando dell’uomo-simbolo del protestantesimo, ricorrendo a testi davvero scritti da Lutero contro gli ebrei, ma decontestualizzati storicamente e distorti: “Non si dimentichi – ha dichiarato il sovrintendente della chiesa di Lutherstadt-Wittenberg, Chiristian Beuchel – che Lutero ha riscoperto il cristianesimo della grazia di Dio e, dunque, della pari dignità alla salvezza di ogni essere umano”.

Anche in Italia, dopo le dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti secondo il quale sarebbe meglio sostituire il crocifisso affisso al muro delle aule scolastiche con una bella cartina geografica del mondo, si è riaperto il dibattito sui simboli religiosi. La sentenza della Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo del 2011 ha affermato che l’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici è lecita e che non contrasta con la laicità dello Stato. Una sentenza che non convince tutti e che, d’altra parte, lascia gli Stati membri liberi di decidere in materia poiché in gioco ci sono anche le culture, le tradizioni e le sensibilità dei popoli.

Crocifisso e laicità dello Stato

Stati che, a loro volta, nella gran maggioranza, non hanno legiferato affatto. L’esposizione è espressamente vietata in Francia, Macedonia, Georgia; espressamente prevista in Italia, Polonia, Austria, alcuni lander di Germania e comuni della Svizzera. In Italia il Miur nel 2002 ha invitato i dirigenti scolastici “ad assicurare la presenza del crocifisso nelle aule” e il Consiglio di Stato quattro anni dopo ha sostenuto che “deve essere inteso come uno dei simboli dei principi di libertà, eguaglianza e tolleranza e infine della stessa laicità dello Stato”. Ovvero: astratto dal suo significato prettamente religioso, Cristo diventa evocativo di valori ampiamente condivisibili.

Sostanzialmente aderiscono a questo filone interpretativo le chiese cristiane, ma con dei distinguo. Il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, nel commentare la frase del ministro, ha dissentito sul fatto che si tratti di un simbolo divisivo o confessionale, bensì di una questione “di civiltà e di appartenenza a una cultura intrisa di cristianesimo e anche di ciò che ne è scaturito in termini di accoglienza e di integrazione”.

Cristo, insomma, è amore e pace e come tale non può essere motivo di discordie. Eppure lo è. Così come lo sono il velo e il turbante per donne e uomini musulmani. Sull’argomento la moderatrice della Tavola valdese, Alessandra Trotta, alla Nev (agenzia di stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia), ha ricordato nei giorni scorsi la loro critica al ‘crocifisso di Stato’ perché “riteniamo – ha detto – che violi il principio di laicità dello Stato e neghi la dimensione pluralista della società italiana. Il crocifisso non è, infatti, un simbolo ‘neutro’ e il suo utilizzo come strumento di identificazione nazionale, sociale o politica è stato spesso, purtroppo, foriero di divisione e conflitti”. Da qui, secondo la moderatrice, la necessità innanzitutto di un dialogo tra le Chiese.

Il pericolo delle strumentalizzazioni

E se le istituzioni europee si sono finora mosse sul piano giuridico per lo più secondo una logica casistica molto prudente e circoscritta ai singoli contesti, è proprio per non esasperare gli animi in una realtà, come quella del continente europeo e delle migrazioni, che tende a estremizzare e a radicalizzare le posizioni. Accortezza imposta anche a fronte di chiare strumentalizzazioni e usi impropri del crocifisso, brandito come un’arma politica e mediaticamente sovraesposto.

In ogni caso una maggiore alfabetizzazione religiosa, una maggior conoscenza dei linguaggi dei diversi credo religiosi, sarebbe d’aiuto, per lo meno a non restare vittime delle strumentalizzazioni. Emmanuela Banfo, AffInt 22.12

 

 

 

 

Germania, l'ora di religione? Soltanto con docenti di tutte le fedi

 

L’esperimento ad Amburgo. In cattedra ebrei, musulmani, evangelici o cattolici – di GIAMPAOLO CADALANU

 

BERLINO - Una lezione di religione, dove dietro la cattedra possa essere un musulmano, un ebreo, un evangelico o un cattolico. Le scuole di Amburgo accoglieranno i docenti di ogni credo, che potranno insegnare solo dopo aver compiuto un percorso completo, quando saranno dunque capaci di presentare le visioni diverse dei diversi temi. È un esperimento varato in accordo con le diverse comunità religiose in tre diverse scuole della città anseatica e già sperimentato alla Kurt Tucholsky Schule nel sobborgo di Altona. «Un’idea meravigliosa per la nostra città che accoglie diverse culture», ha sottolineato il socialdemocratico Ties Raven, assessore alla Scuola e lui stesso ex insegnante di religione.

 

Per i cattolici è un passo più difficile che per gli altri, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung, perché la Chiesa di Roma ha sempre visto l’insegnamento come parte della missione. Ma le autorità scolastiche del Land lo hanno messo in chiaro: la lezione di religione non può essere opera di proselitismo, ma deve essere un impegno di educazione e maturità religiosa. Amburgo è sempre stata all’avanguardia, in questo senso, proponendo un’unica ora di religione per tutti, con contenuti condivisi, contrariamente agli altri Lander, nelle cui scuole sono presenti fino a 13 diversi indirizzi. Ma evidentemente in passato l’approccio evangelico non ha provocato imbarazzo, tanto che finora, scrive il quotidiano, praticamente nessuno ha utilizzato la possibilità di evitare le lezioni. Tutt’al più i docenti cattolici si orientavano verso una delle 21 scuole legate alla Chiesa di Roma. I professori buddisti, ebrei, musulmani e aleviti partecipavano alla definizione dei programmi, ma non potevano insegnare direttamente.

L’ex sindaco democristiano Ole von Beust aveva garantito il diritto a un’istruzione religiosa diversa già dal 2012, possibilità usata prima dalla comunità musulmana, poi dalla comunità ebraica. Ma il nuovo modello di educazione non prevede un punto di vista totalmente neutrale da parte del docente, quanto piuttosto la responsabilità specifica della comunità religiosa nell’adottare una visione equilibrata. L’iniziativa ha raccolto commenti positivi: l’approccio meno vincolante, con una sfumatura di filosofia piuttosto che solo la spiegazione dei dogmi della fede, è considerata uno strumento di integrazione e di stimolo della tolleranza. LR 4

 

 

 

Francesco congeda il cardinal Sodano. «La Chiesa sia aperta al cambiamento»

 

I ringraziamenti del Pontefice al cardinale che rinuncia all’incarico di Decano del Collegio e diventa Decano Emerito. L’appello: «Servire i migranti forzati» -

di Gian Guido Vecchi

 

Alla fine del suo discorso di auguri alla Curia romana, una tradizione nei giorni prima di Natale, Papa Francesco cita l’intervista al cardinale Carlo Maria Martini, suo confratello gesuita, che il «Corriere della Sera» pubblicò il primo settembre 2012, all’indomani della morte dell’arcivescovo emerito di Milano. Le parole di Martini al padre gesuita Georg Sporschill e a Federica Radice Fossati Confalonieri erano una sorta di testamento spirituale e anticipavano, per certi versi, l’elezione di Bergoglio. Ed ora, sette anni più tardi, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, Francesco sillaba davanti a cardinali e vescovi: «Il cardinale Martini, nell’ultima intervista a pochi giorni della sua morte, disse parole che devono farci interrogare: «“La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio… Solo l’amore vince la stanchezza”».

Il cardinale Sodano rinuncia al ruolo di Decano e diventa «emerito»

Il cardinale Sodano, già Segretario di Stato con Giovanni Paolo II e all’inizio del pontificato di Benedetto XVI (dal 1991 al 2006) era Decano dei collegio cardinalizio dal 2005. Una figura potente e controversa, al centro di polemiche ricorrenti per gli scandali della pedofilia nel clero: era lui a guidare la Curia nel periodo degli insabbiamenti più clamorosi. Francesco, comunque, che ne ha accettato la rinuncia all’incarico di Decano del Collegio Cardinalizio, conferendogli il titolo di Decano emerito del medesimo, lo ha ringraziato per il suo impegno come Decano: «Desidero esprimergli la mia gratitudine, anche a nome dei membri del Collegio Cardinalizio, per il prezioso e puntuale servizio che egli ha svolto quale Decano, per lunghi anni, con disponibilità, dedizione, efficienza e grande capacità organizzativa e di coordinamento». Con un Motu Proprio, Francesco ha stabilito che d’ora in poi il Decano continuerà ad essere eletto dai cardinali ma rimarrà in carica «per un quinquennio eventualmente rinnovabile»: al termine del servizio, assumerà la carica di «Decano emerito».

«La storia è dinamica»

Il Papa sceglie le parole di Martini per motivare le ragioni profonde della riforma in corso, specie in un Occidente ormai secolarizzato - «non siamo nella cristianità, non più!» - e mettere in guardia dalla tentazione del gattopardismo: «Capita spesso di vivere il cambiamento limitandosi a indossare un nuovo vestito, e poi rimanere in realtà come si era prima. Rammento l’espressione enigmatica, che si legge in un famoso romanzo italiano, “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: «”Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”». Francesco ripete una considerazione che fa da tempo, «quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca». Così spiega il senso della riforma in corso: «Affrontando oggi il tema del cambiamento, che si fonda principalmente sulla fedeltà al depositum fidei e alla Tradizione, desidero ritornare sull’attuazione della riforma della Curia romana, ribadendo che tale riforma non ha mai avuto la presunzione di fare come se prima niente fosse esistito; al contrario, si è puntato a valorizzare quanto di buono è stato fatto nella complessa storia della Curia. È doveroso valorizzarne la storia per costruire un futuro che abbia basi solide, che abbia radici e perciò possa essere fecondo. Appellarsi alla memoria non vuol dire ancorarsi all’autoconservazione, ma richiamare la vita e la vitalità di un percorso in continuo sviluppo. La memoria non è statica, è dinamica. Implica per sua natura movimento».

«Abbiamo bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale»

Il «cuore della riforma», spiega Bergoglio, «è l’evangelizzazione». Ma dicasteri come la Congregazione per la Dottrina della Fede o la Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli non possono più regolarsi come accadeva un tempo: «Quando furono istituite, si era in un’epoca nella quale era più semplice distinguere tra due versanti abbastanza definiti: un mondo cristiano da una parte e un mondo ancora da evangelizzare dall’altra. Adesso questa situazione non esiste più. Le popolazioni che non hanno ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo non vivono affatto soltanto nei continenti non occidentali, ma dimorano dappertutto, specialmente nelle enormi concentrazioni urbane che richiedono esse stesse una specifica pastorale». Sono parole importanti, quelle scandite da Francesco: «Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti: non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata».

«Servire i più deboli ed emarginati, in particolare i migranti forzati»

Per questo, ricorda, già nel 2010 Benedetto XVI istituì il pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione «nei Paesi dove è già risuonato il primo annuncio della fede» ed ora vivono «una sorta di eclissi del senso di Dio». Tutto questo comporta dei cambiamenti nella struttura dei dicasteri vaticani. Francesco si sofferma su quello per la Comunicazione, che ha «accorpato» tutti i media vaticani, ricorda, dal giornale alla tv, dalla radio a internet: «La nuova cultura, marcata da fattori di convergenza e multimedialità, ha bisogno di una risposta adeguata da parte della Sede apostolica nell’ambito della comunicazione. Oggi, rispetto ai servizi diversificati, prevale la forma multimediale, e questo segna anche il modo di concepirli, di pensarli e di attuarli. Tutto ciò implica, insieme al cambiamento culturale, una conversione istituzionale e personale per passare da un lavoro a compartimenti stagni – che nei casi migliori aveva qualche coordinamento – a un lavoro intrinsecamente connesso, in sinergia». Il Papa parla anche del dicastero per lo Sviluppo umano integrale, da lui voluto: «Tale sviluppo si attua nel servire i più deboli ed emarginati, in particolare i migranti forzati, che rappresentano in questo momento un grido nel deserto della nostra umanità. La Chiesa è dunque chiamata a ricordare a tutti che non si tratta solo di questioni sociali o migratorie ma di persone umane, di fratelli e sorelle che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata. È chiamata a testimoniare che per Dio nessuno è straniero o escluso. È chiamata a svegliare le coscienze assopite nell’indifferenza dinanzi alla realtà del Mar Mediterraneo divenuto per molti, troppi, un cimitero».

«La rigidità e i paletti sono contrari al bene comune»

Tutte sfide «non facili da realizzare», spiega il Papa. C’è bisogno di tempo e c’è da considerare la possibilità dell’errore umano: «Non tenerne conto significa fare le cose astraendo dalla storia degli uomini. Legata a questo difficile processo storico, c’è sempre la tentazione di ripiegarsi sul passato, anche usando formulazioni nuove, perché più rassicurante, conosciuto e, sicuramente, meno conflittuale». Inoltre, «occorre mettere in guardia dalla tentazione di assumere l’atteggiamento della rigidità», conclude: «La rigidità che nasce dalla paura del cambiamento e finisce per disseminare di paletti e di ostacoli il terreno del bene comune, facendolo diventare un campo minato di incomunicabilità e di odio. Ricordiamo sempre che dietro ogni rigidità giace qualche squilibrio. La rigidità e lo squilibrio si alimentano a vicenda in un circolo vizioso». CdS 21

 

 

 

 

Pedofilia. Papa Francesco: abolito il segreto pontificio per gli abusi

 

Con un rescritto diffuso oggi, il Papa abolisce il segreto pontificio per gli abusi commessi da membri del clero a danno di minori. Mons. Scicluna: "Scelta epocale". D'ora in poi gli atti si potranno trasmettere alle autorità civili - M. Michela Nicolais

 

D’ora in poi, gli abusi sessuali commessi da membri del clero su minori non sono più coperti da segreto pontificio. Rimane, invece, il segreto d’ufficio per garantire “la sicurezza, l’integrità e la riservatezza” delle varie fasi del processo e “tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. È la novità principale contenuta nel rescritto del Papa con cui si promulga l’Istruzione “Sulla riservatezza delle cause”, emanata oggi. Il rescritto del Santo Padre riguarda i delitti contro il sesto comandamento del Decalogo, che – come si legge nell’articolo 1 del Motu proprio “Vos estis lux mundi”, emanato dal Papa il 7 maggio 2019 – consistono: “nel costringere qualcuno, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, a compiere o subire atti sessuali; nel compiere atti sessuali con un minore o con una persona vulnerabile; nella produzione, nell’esibizione, nella detenzione o nella distribuzione, anche per via telematica, di materiale pedopornografico, nonché nel reclutamento o nell’induzione di un minore o di una persona vulnerabile a partecipare ad esibizioni pornografiche”. Sono punibili, inoltre, stabilisce il Motu Proprio del maggio scorso, anche le “azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso”. Per quanto riguarda le cause e i processi, l’Istruzione – diffusa oggi dalla Sala Stampa della Santa Sede ma firmata dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il 6 dicembre scorso – stabilisce che “le informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza, al fine di tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte”. “Il segreto d’ufficio – si precisa però nel rescritto del Papa – non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili”. “A chi effettua la segnalazione, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa”, si dispone infine nel rescritto.

“Una scelta epocale”.

Così l’arcivescovo di Malta Charles Scicluna, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della fede, definisce il rescritto. In un’intervista rilasciata a Radio Vaticana-Vatican news, ricorda che nel summit convocato in Vaticano dal Papa sulla pedofilia, nel febbraio 2019, “c’è stata una giornata intera dedicata alla trasparenza”. Poi, con la nuova legge “Vos estis lux mundi” del maggio scorso, il Santo Padre ha cominciato anche a implementare le decisioni prese a febbraio. Durante il summit in Vaticano si era parlato da più parti di segreto pontificio come ostacolo al diritto ad una giusta informazione dovuta alla vittima e alla comunità. Con la decisione di oggi, tutto il materiale conservato negli archivi dei Dicasteri vaticani e delle diocesi relativi ai casi di abuso – denunce, testimonianze, carte processuali – finora sottoposti al segreto pontificio possono essere consegnati ai magistrati inquirenti dei rispettivi Paesi, tramite rogatoria internazionale (nel caso dei dicasteri pontifici) o richiesta diretta al vescovo competente (nel caso delle diocesi).

Trasparenza e collaborazione: sono le due parole d’ordine del nuovo documento papale, che abolendo il segreto pontificio sugli atti e le testimonianze nei procedimenti per abusi non interferisce in nessun modo con il segreto della confessione, il quale rimane intatto in quanto sigillo sacramentale. Dopo la storica decisione odierna, spiega Scicluna, cessano alcuni impedimenti: prima, infatti, “la vittima non aveva l’opportunità di conoscere la sentenza che faceva seguito alla sua denuncia, perché c’era il segreto pontificio. Anche altre comunicazioni venivano ostacolate, perché il segreto pontificio è un segreto di altissimo livello nel sistema di confidenzialità nel Diritto canonico. Adesso viene facilitata anche la possibilità di salvaguardare la comunità e di dire l’esito di una sentenza”. Con l’abolizione del segreto pontificio, precisa il vescovo, i documenti “non sono di dominio pubblico ma, per esempio, viene facilitata la possibilità di una collaborazione più concreta con lo Stato, nel senso che la diocesi che ha una documentazione ormai non è più legata al segreto pontificio e può decidere – come deve – di collaborare bene, trasmettendo copia

della documentazione anche alle autorità civili”.

I “delitti più gravi”. Sempre oggi è stato diffuso un altro rescritto del Papa, con cui si introducono alcune modifiche alle “Normae de gravioribus delictis”, che fanno riferimento al Motu Proprio “Sacramentorum Sancitatis tutela” emanato da Giovanni Paolo II il 30 aprile 2001. Tra i “delitti più gravi” contro i costumi, riservati al giudizio della Congregazione per la dottrina della fede, rientra anche “l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche dei minori di diciotto anni” – la novità del testo di oggi – e non di quattordici, come era finora. Altra modifica di rilievo presente nel rescritto odierno, quella di consentire anche ad un laico di esercitare la funzione di avvocato e procuratore. Sir 17

 

 

 

 

Pedofilia, il Papa abolisce il segreto pontificio

 

Papa Francesco interviene sui reati di pedofilia commessi da esponenti del clero, modificando e aggiornando alcuni termini relativi al reato e al processo ecclesiastico, con due 'rescripta' separati ma inerenti lo stesso tema, che più di uno scandalo ha provocato all'interno della Chiesa e fin dentro le mura del Vaticano. Di Enzo Bonaiuto

 

Con il 'Rescriptum ex audientia' sulla riservatezza delle cause, il Papa abolisce il segreto pontificio riducendolo a semplice segreto d'ufficio, mentre con il 'Rescriptum ex audientia' di modifica delle norme relative ai reati più gravi, il Pontefice apre anche ai laici i ruoli di procuratore e avvocato e innalza da 14 a 18 anni l'età massima delle vittime di pedofilia e pedopornografia.

Il primo 'rescriptum' sarà immediatamente operativo subito dopo la sua pubblicazione sull'Osservatore Romano, mentre il secondo 'rescriptum' entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio del 2020 una volta inserito degli Acta Apostolicae Sedis.

La riduzione del segreto pontificio a semplice segreto d'ufficio, come specifica monsignor Juan Ignacio Arrieta segretario del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, "intende precisare il grado di riservatezza con cui devono essere gestite le notizie o le denunce concernenti abusi sessuali compiuti da chierici o persone consacrate contro minori e altri soggetti determinati, nonché quelle eventuali condotte di autorità ecclesiastiche che tendessero a silenziarle o coprirle".

Lo scopo della nuova istruzione di Papa Francesco è di "cancellare la soggezione al segreto pontificio riconducendo il livello di riservatezza, doverosamente richiesta a tutela della buona fama delle persone coinvolte, al normale segreto d'ufficio che ogni sacerdote o il titolare di un pubblico ufficio è tenuto a osservare, in modalità distinte a seconda che si tratti di soggetti che hanno diritto a conoscere queste notizie e di chi invece non è in possesso di alcun titolo per averle". Il documento vuole "dare certezza sul modo di comportarsi in queste situazioni che, in alcuni casi per i ministri sacri, possono sfiorare irrinunciabili doveri morali di segretezza".

In effetti, il motu proprio su 'La tutela dei minori' del marzo 2019 e la contestuale legge vaticana sulla protezione dei minori e di persone vulnerabili impone all'interno della Santa Sede l'obbligo di denuncia di questo genere di reati perpetrati da impiegati o comunque avvenuti nel territorio del Vaticano, salvo l'ovvio 'sigillo sacramentale' che deve essere sempre rispettato dal sacerdote che confessa un reo. Mentre il successivo motu proprio 'Vos Estis Lux Mundi' del maggio 2019 allarga l'obbligo di denuncia "rispetto a condotte illecite di chierici o consacrati, includendo gli atti sessuali con adulti realizzati con abuso di autorità e il silenzio colpevole su condotte di questo genere nel corso di inchieste ecclesiastiche avviate nei confronti dei responsabili di tali crimini"; ma senza fare alcun cenno diretto al segreto pontificio.

A questo punto, si osserva nella nota del Vaticano, "l'obbligo di denuncia prescritto dalle norme richiedeva, per coerenza normativa, un attento esame del segreto pontificio che i vari documenti non avevano menzionato". La nuova istruzione di Papa Francesco riguarda quindi "soltanto gli obblighi giuridici di una materia che per certi aspetti può anche coinvolgere, principalmente per i sacerdoti, irrinunciabili doveri morali di 'sigillo' che nessun legislatore umano ha capacità di modificare".

Il 'rescriptum' del Pontefice "non ha collisione alcuna con il dovere assoluto di osservare il sigillo sacramentale, che è un obbligo imposto al sacerdote in ragione della posizione che occupa nell'amministrare il sacramento della confessione, da cui neanche il penitente stesso potrebbe liberare". E l'abolizione del segreto pontificio "non vuol dire che venga sdoganata la libera pubblicità da parte di chi è a conoscenza delle azioni delittuose". Infatti, "le persone informate della situazione o in qualche modo coinvolte nelle inchieste sono tenute a garantire la sicurezza, l'integrità e la riservatezza e a non condividere informazioni di alcun genere con soggetti terzi, estranei alla causa".

L'istruzione papale esclude dalla categoria del segreto pontificio le materie che riguardano "abuso di autorità nel costringere ad atti sessuali, abuso sessuale di minori o di persone vulnerabili, occultamento di queste condotte in inchieste ecclesiastiche" nonché "reati di pedofilia con minori o con soggetti incapaci, reati di pedopornografia che abbiano per oggetto giovani al di sotto dei diciotto anni". Tutte queste condotte non sono più oggetto di segreto pontificio.

Contestualmente al 'rescriptum' sulla riservatezza delle cause, Papa Francesco ha promulgato anche un secondo documento, che riguarda le norme sui 'delicta graviora', ossia sui reati più gravi, compresa la pedofilia e la pedopornografia.

Anzitutto, "si sopprime la precettiva esigenza finora stabilita secondo la quale il ruolo di avvocato e di procuratore doveva essere adempiuto da un sacerdote, sia quando la causa era allo studio dei tribunali diocesani, sia quando veniva esaminata in Vaticano dalla Congregazione per la dottrina della Fede". D'ora in poi, "questo ruolo potrà essere svolto anche da un fedele laico che sia in possesso dei requisiti stabiliti dall'ordinamento della Chiesa".

Infine, l'altra modifica del nuovo documento pontificio riguarda "l'elevazione a 18 anni e non più fino a 14 anni, come era finora, dell'età dei soggetti ripresi nelle immagini, come requisito per configurare il reato di pedopornografia. Anche questa scelta, pur nelle difficoltà determinative che potrà generare - come ammette la nota vaticana - rappresenta un coerente seguito del generale innalzamento ai 18 anni dell'età costitutiva del reato di pedofilia". Adnkronos 17

 

 

 

Rescritto del Santo Padre Francesco con cui si promulga l’Istruzione Sulla riservatezza delle cause

 

Il Santo Padre Francesco, nell’Udienza concessa a Sua Eccellenza Mons. Edgar Peña Parra, Sostituto per gli Affari Generali della Segreteria di Stato, il giorno 4 dicembre 2019, ha stabilito di emanare l’Istruzione Sulla riservatezza delle cause, allegata al presente Rescriptum e che ne forma parte integrante. Il Santo Padre ha disposto che esso abbia fermo e stabile vigore, nonostante qualsiasi cosa contraria anche se degna di speciale menzione, che sia promulgato tramite pubblicazione su L’Osservatore Romano, entrando in vigore immediatamente, e quindi pubblicato nel commentario ufficiale degli Acta Apostolicae Sedis.

ISTRUZIONE. Sulla riservatezza delle cause

1. Non sono coperti dal segreto pontificio le denunce, i processi e le decisioni riguardanti i delitti di cui:

a) all’articolo 1 del Motu proprio “Vos estis lux mundi”, del 7 maggio 2019;

b) all’articolo 6 delle Normae de gravioribus delictis riservati al giudizio della Congregazione per la Dottrina della Fede, di cui al Motu proprio “Sacramentorum Sanctitatis Tutela”, di San Giovanni Paolo II, del 30 aprile 2001, e successive modifiche.

2. L’esclusione del segreto pontificio sussiste anche quando tali delitti siano stati commessi in concorso con altri delitti.

3. Nelle cause di cui al punto 1, le informazioni sono trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza ai sensi dei canoni 471, 2° CIC e 244 §2, 2° CCEO, al fine di tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte.

4. Il segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili.

5. A chi effettua la segnalazione, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni non può essere imposto alcun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa. Papa Francesco 17.12.19

 

 

 

 

La Croce dei migranti e l’impegno per la vita

 

La scelta di Francesco di porre nell'accesso al Palazzo Apostolico una Croce con un giubbotto salvagente. Simbolo dei tanti morti senza nome annegati nel Mediterraneo «Non è bloccando le navi che si risolve il problema». «Svuotare i campi di detenzione in Libia»  

  

Un giubbotto, appartenuto ad un migrante scomparso in mare lo scorso mese di luglio, consegnato a papa Francesco da un gruppo di soccorritori è diventato il simbolo della sofferenza dell’uomo di fronte all’ingiustizia, ma anche dell’«l’imprescindibile impegno della Chiesa a salvare le vite dei migranti, per poi poterli accogliere, proteggere, promuovere ed integrare».  

           

  Commozione nelle parole del papa quando accoglie in Vaticano i 33 i profughi arrivati di recente da Lesbo grazie a un corridoio umanitario. Tra i rifugiati ci sono 14 minori e una decina di fedeli cristiani.

Attualmente a Lesbo, nel campo profughi di Moria, sono presenti oltre 14 mila migranti: afghani, siriani, iracheni e africani, soprattutto somali. Il problema maggiore è il sovraffollamento, che causa problemi sanitari, malattie, disagio soprattutto per le donne e i bambini.

«Siamo di fronte ad un’altra morte causata dall’ingiustizia – ha sottolineato papa Francesco -. Già, perché è l’ingiustizia che costringe molti migranti a lasciare le loro terre. È l’ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e a subire abusi e torture nei campi di detenzione. È l’ingiustizia che li respinge e li fa morire in mare».

«I soccorritori – spiega – mi hanno raccontato come stiano imparando l’umanità dalle persone che riescono a salvare. Mi hanno rivelato come in ogni missione riscoprano la bellezza di essere un’unica grande famiglia umana, unita nella fraternità universale».

Il giubbotto “veste” una croce in resina colorata, che è stata esposta nell’accesso al Palazzo Apostolico dal Cortile del Belvedere. Essa rappresenta l’esperienza spirituale dei soccorritori e vuole ricordare a tutti l’impegno «inderogabile di salvare ogni vita umana, un dovere morale che unisce credenti e non credenti». La croce è trasparente, perchè deve essere una sfida a guardare “con maggiore attenzione e a cercare sempre la verità”; è anche luminescente, “perché vuole rincuorare la nostra fede nella Risurrezione”.

Ai piedi della croce, c’è il logo dell’organizzazione “Mediterranea”, piattaforma di salvataggio impegnata nei soccorsi nel Mar Mediterraneo.

La croce, simbolo che interroga fortemente l’umanità, che pone domande scomode, che chiede l’impegno esigente da parte di tutti. Come si può, allora, non ascoltare il grido disperato di tanti fratelli e sorelle costretti ad affrontare il mare in tempesta piuttosto che «morire lentamente nei campi di detenzione libici, luoghi di tortura e schiavitù ignobile»?

Come si può rimanere indifferenti «di fronte agli abusi e alle violenze di cui sono vittime innocenti, lasciandoli alle mercé di trafficanti senza scrupoli?», domanda Francesco, ringraziando coloro che, invece, hanno deciso di non rimanere indifferenti e si fermano a soccorrere le persone come il Buon samaritano.

«Non è bloccando le loro imbarcazioni che si risolve il problema – afferma, poi, il papa- . Bisogna impegnarsi seriamente a svuotare i campi di detenzione in Libia, valutando e attuando tutte le soluzioni possibili». Occorre, infatti, passare a misure concrete: denunciare i trafficanti, mettere da parte gli interessi economici, tornare a mettere al centro la persona, la sua vita e la sua dignità, che sono “preziose agli occhi di Dio”.

«Bisogna soccorrere e salvare, perché siamo tutti responsabili della vita del nostro prossimo, e il Signore ce ne chiederà conto al momento del giudizio».  Vittoria Terenzi,  Cittanuova 20.12   

  

 

 

Riservatezza e dovere di denuncia

 

Contributo di S.E. Mons. Juan Ignacio Arrieta, Segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi circa la pubblicazione del Rescritto del Santo Padre Francesco sull’Istruzione

 

È stato pubblicato oggi un Rescritto ex audientia, concesso dal Santo Padre al Sostituto della Segreteria di Stato lo scorso 6 dicembre e a firma del Cardinale Segretario di Stato, che promulga una Istruzione Sulla riservatezza delle cause. Questa Istruzione intende precisare il grado di riserva con cui devono essere gestite le notizie o le denunce concernenti abusi sessuali compiuti da chierici o persone consacrate contro minori e altri soggetti qui determinati, nonché quelle eventuali condotte di autorità ecclesiastiche che tendessero a silenziarle o coprirle.

Come si vedrà, lo scopo della nuova Istruzione è di cancellare in questi casi la soggezione a quello che viene chiamato “segreto pontificio”, riconducendo invece il “livello” di riservatezza, doverosamente richiesta a tutela della buona fama delle persone coinvolte, al normale “segreto d’ufficio” stabilito dal can. 471, 2° CIC (can. 244 §2, 2° CCEO), che ogni Pastore o il titolare di un pubblico ufficio è tenuto a osservare in modalità distinte a seconda si tratti di soggetti che hanno diritto a conoscere dette notizie e di chi, invece, non è in possesso di alcun titolo per averle.

Il documento vuole dare certezza sul modo di comportarsi in queste situazioni che, in alcuni casi, particolarmente per i ministri sacri, possono sfiorare irrinunciabili doveri morali di segretezza. L’Istruzione dà pure seguito ad altri provvedimenti adottati di recente dalla Santa Sede, particolarmente dopo la riunione dei Presidenti delle Conferenze Episcopali tenuta a fine dello scorso mese di febbraio. Anche la Penitenzieria Apostolica è intervenuta in questi argomenti con una Nota dello scorso 29 giugno sull’importanza del foro interno e l’inviolabilità del sigillo sacramentale, nel cui contesto è da inquadrare anche l’Istruzione ora promulgata. Infatti, pur senza fare diretta menzione del segreto pontificio, il motu proprio La tutela dei minori, del 30 marzo 2019, e l’art. 3 della contestuale Legge vaticana n. CCXCVII sulla protezione di minori e persone vulnerabili, del 26 marzo 2019, hanno imposto all’intero della Santa Sede l’obbligo di denuncia di questo genere di reati perpetrati da impiegati o comunque avvenuti nel territorio vaticano, salvo unicamente – com’è ovvio – il sigillo sacramentale che sempre deve rispettare il sacerdote che confessa (art. 3 §§1, 3 Legge n. CCXCII).

Successivamente, il 7 maggio 2019, il motu proprio Vos estis lux mundi, che nemmeno fa cenno al segreto pontificio e neanche – per considerarlo evidente – al sigillo sacramentale, ha allargato l’obbligo di denuncia rispetto a condotte illecite di chierici o consacrati, includendo gli atti sessuali con adulti realizzati con abuso di autorità e il silenzio colpevole su condotte di questo genere nel corso di inchieste ecclesiastiche avviate nei confronti dei responsabili di tali crimini. Vos estis lux mundi ha imposto ai chierici e ai consacrati di tutta la Chiesa l’obbligo di denunciare eventuali notizie su condotte di questo genere, precisando che in nessun caso tale segnalazione sarebbe stata considerata come “violazione del segreto d’ufficio” (art. 4 §1).

Questi provvedimenti pontifici andavano ben oltre la competenza esclusiva concessa alla Congregazione della Dottrina della Fede nel motu porprio Sacramentorum sanctitatis tutela, del 30 aprile del 2001 e varie volte modificato di seguito, che limitava il compito del Dicastero agli abusi contro minori e incapaci commessi esclusivamente da chierici. L’obbligo di denuncia prescritto da queste norme richiedeva, per esigenze di coerenza normativa, un attento esame dalla prospettiva del segreto pontificio, che i vari documenti non avevano menzionato. Infatti, detto segreto altro non è che un speciale dovere di riservatezza – più severamente tutelato dalla legge canonica e assunto mediante una specifica formula di giuramento – imposto a certe categorie di persone (vescovi, ufficiali di curia, ecc.) per rapporto a determinati argomenti che loro devono trattare in ragione dell’ufficio.

Si dava il caso, però, che l’art. I, §4 dell’Istruzione Secreta continere, del 1974, che fino ad oggi regola il “segreto pontificio”, menziona tra gli argomenti sottoposti a detta norma le denunce, il processo e le decisioni concernenti i reati gravi contro la morale: in pratica, tutte le condotte oggetto dei provvedimenti recenti. Tale sarebbe il contesto e la motivazione di questa breve Istruzione che, come non poteva essere diversamente, riguarda soltanto obblighi giuridici di una materia che, per certi aspetti, può anche coinvolgere (principalmente nei casi di sacerdoti) irrinunciabili doveri morali di sigillo che nessun legislatore umano ha capacità di modificare. Si tratta peraltro di un testo in cui i cinque paragrafi che lo compongono sono strettamente collegati tra di loro completandosi a vicenda per segnalare insieme la corretta condotta da seguire.

L’Istruzione non ha collisione alcuna col dovere assoluto di osservare il sigillo sacramentale, che è un obbligo imposto al sacerdote in ragione della posizione che occupa nell’amministrazione del Sacramento della confessione, e dal quale neanche il penitente stesso potrebbe liberare. Nemmeno tocca l’Istruzione il dovere di stretta riserva acquisito eventualmente fuori della confessione, nell’ambito del foro intero detto “extra-sacramentale”.

Infine, l’Istruzione non riguarda altri eventuali doveri morali di riservatezza in ragione di circostanze affidate al sacerdote nel senso descritto dal n. 2 della citata Nota della Penitenzieria Apostolica. Come già detto, l’Istruzione inizia escludendo dalla categoria di “segreto pontificio” – con implicita modifica, quindi, dell’art. I §4 dell’Istruzione Secreta continere – sia le materie descritte nell’art. 1 del motu proprio Vos estis lux mundi (abuso di autorità nel costringere ad atti sessuali, abuso sessuale di minori o di persone vulnerabili, occultamento di queste condotte in inchieste ecclesiastiche), sia anche quelle contenute nell’art. 6 del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, così com’è adesso in vigore, che riguarda reati di pedofilia con minori di 18 anni o con soggetti incapaci, nonché i reati di pedopornografia che abbiano per oggetto giovani al di sotto di 18 anni (d’accordo con la correzione dell’art. 6 §1, 2° ora realizzata da un altro Rescritto ex audientia a cui poi farò riferimento).

Tutte queste condotte, quindi, non sono più oggetto di segreto pontificio, anche qualora venissero eventualmente compiute, come indica il n. 2 dell’Istruzione, in concorso con altri reati che pure siano oggetto di segreto pontificio (ad. es. altri reati contro la morale o contro i Sacramenti di competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede e menzionati nell’Istruzione Secreta continere).

Tuttavia, e questo è un particolare importante, il fatto che la conoscenza di queste azioni delittuose non sia più vincolata al “segreto pontificio” non vuole dire che venga sdoganata la libera pubblicità da parte di chi ne è in possesso, il che oltre ad essere immorale, lederebbe il diritto alla buona fama delle persone protetto dal can. 220 CIC. A questo riguardo, il n. 3 dell’Istruzione richiama quanti, in qualunque modo, sono chiamate a gestire ufficialmente tali situazioni al normale segreto o riservatezza d’ufficio indicato nei cannoni 471, 2° CIC e 244 §2, 2° CCEO, come già faceva l’art. 2 §2 del motu proprio Vos estis lux mundi. Ciò significa che le persone informate della situazione o in qualche modo coinvolte nelle inchieste o istruzione della causa sono tenute a “garantire la sicurezza, l’integrità e la riservatezza”, e a non condividere informazioni di alcun genere con soggetti terzi, estranei alla causa.

Tra i soggetti implicati nel processo, una volta avviato formalmente, c’è ovviamente l’imputato, per cui il nuovo provvedimento favorisce anche l’adeguato diritto alla difesa. Nei successivi due numeri dell’Istruzione ritroviamo comunque altre due importanti precisazioni al dovere della riservatezza. Una è contenuta nel n. 5, il quale, seguendo anche quanto indicato dall’art. 4 §3 del motu proprio Vos estis lux mundi, vieta di imporre alcun genere di “vincolo di silenzio riguardo ai fatti della causa” sia al soggetto che abbia fatto la segnalazione o la denuncia all’autorità, sia a coloro che affermino di essere stati offesi, sia anche ai testimoni che intervengono nella causa.

La sola eccezione a questo divieto riguarda l’imputato stesso che, in questo genere di provvedimenti, è regolarmente sottoposto sin dall’inizio a vario genere di proibizioni e misure cautelari, a seconda di quali siano le circostanze concrete. Il segreto d’ufficio, dunque, concerne tutti coloro che in ragione del proprio ruolo devono intervenire nella trattazione della causa. L’altra importante perimetrazione del silenzio di ufficio, che ora viene ulteriormente ribadita, sempre in linea con la norma dell’art. 19 del motu proprio Vos estis lux mundi, è il richiamo alla doverosa osservanza delle leggi statuali stabilite in argomento. Perciò, il n. 4 dell’Istruzione ribadisce che il segreto di ufficio che occorre osservare in queste cause in nessun caso può essere ostacolo “all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione [di eventuali notizie di reato], nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili” che, naturalmente, potrebbe obbligare alla consegna, per esempio, di materiale documentale di foro esterno.

Questo, in sostanza, il contenuto della nuova Istruzione che, in linea con le norme date negli ultimi mesi sulla tematica, corregge leggermente l’Istruzione Secreta continere rendendo più coerente il sistema disciplinare nel suo insieme, e sempre al margine dei doveri morali di sigillo e riservatezza che una legge positiva non è in grado di poter sciogliere. Contestualmente con la promulgazione dell’Istruzione Sulla riservatezza delle cause, viene oggi pubblicato un documento differente riguardante però analoga tematica. Si tratta di un altro Rescritto ex audientia, questa volta inusualmente concesso a due cardinali – il Segretario di Stato e il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – da inscrivere nel periodico aggiornamento delle norme del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, concernente la trattazione dei delitti più gravi che competono alla Congregazione per la Dottrina della Fede, man mano che la esperienza giuridica dell’adeguato svolgimento dei processi lo richiede. Le modifiche introdotte in questa occasione, che sostituiscono precedenti testi del citato motu proprio, sono fondamentalmente due. La prima modifica riguarda la soppressione della precettiva esigenza finora stabilita secondo la quale il ruolo di avvocato e di procuratore doveva essere adempiuto da un sacerdote, sia quando la causa era allo studio dei tribunali diocesani, sia quando veniva esaminata dalla Congregazione per la Dottrina della fede. D’ora in poi questo ruolo potrà essere svolto anche da un fedele laico che sia in possesso dei requisiti a ciò stabiliti dall’ordinamento della Chiesa. L’altra modifica che il menzionato Rescritto apporta al motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, come si è già accennato, riguarda l’elevazione ai 18 anni – e non solo 14, com’era finora – dell’età dei soggetti ripresi nelle immagini come requisito per configurare il reato di pedopornografia. Anche questa scelta, pur nelle difficoltà determinative che potrà generare, rappresenta un coerente seguito del generale innalzamento ai 18 anni dell’età costitutiva del reato di pedofilia stabilito in occasione delle modifiche apportate al testo originale del motu proprio nel maggio 2010. Zenit 17

 

 

 

Un atto che facilita la collaborazione con l’autorità civile

 

Contributo del Prof. Giuseppe Dalla Torre già Presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano circa la pubblicazione del Rescritto del Santo Padre Francesco sull’Istruzione Sulla riservatezza delle cause

Il provvedimento con cui Papa Francesco abolisce il segreto pontificio per i casi di abusi sessuali si presta ad una duplice lettura. La prima è, ovviamente, interna alla Chiesa: il provvedimento in questione viene a modificare l’ordinamento giuridico canonico, ordinamento originario, quindi indipendente ed autonomo, allineandolo per quanto attiene alla questione degli abusi con i livelli di trasparenza e garanzia assicurati ormai dagli ordinamenti di più elevata civiltà giuridica.

In sostanza le ragioni che in passato avevano indotto il legislatore ecclesiastico ad introdurre, tra le materie sottoposte al segreto pontificio, i delitti più gravi contro i costumi riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, vengono a cedere rispetto a beni che oggi si percepiscono come più elevati e degni di una particolare tutela. Innanzitutto il primato della persona umana offesa nella sua dignità, ancor più in ragione della sua debolezza per età o incapacità naturale. E poi quella piena visibilità dei passaggi nelle procedure canoniche dirette a punire il fatto criminoso, che contribuisce nel contempo al perseguimento della giustizia ed alla tutela dei soggetti coinvolti, tra cui anche quanti possono essere ingiustamente colpiti da accuse che si rivelano poi infondate.

Ma quest’ultimo provvedimento di Papa Francesco sulla riservatezza delle cause canoniche in materia di abusi, viene ad avere anche una particolare rilevanza esterna all’ordinamento canonico. Questo non è una monade che, nella storia, vive isolata rispetto agli altri ordinamenti ed alle altre esperienze giuridiche; e d’altra parte i fedeli sono al contempo cittadini e, in quanto tali, soggetti alle leggi dei loro rispettivi Stati, oltre che alle disposizioni ecclesiastiche. E il triste fenomeno degli abusi sessuali, come è ben noto, costituisce un fatto penalmente illecito per il diritto canonico così come per i diritti secolari. La caduta del segreto pontificio ha effetti generali sull’intero arco della vicenda diretta al perseguimento, in sede canonica, di comportamenti disonesti: dalla fase prodromica della denuncia, alla fase delle indagini preliminari ed a quella istruttoria, alla fase propriamente dibattimentale, fino alla decisione. Riguarda sia le procedure che si svolgono in sede locale, sia quelle che hanno luogo a Roma, presso la Congregazione per la Dottrina della Fede.

Resta comprensibilmente il segreto d’ufficio previsto dal can. 471 § 2 del codice di diritto canonico (can. 244 § 2, 2° del codice per le Chiese orientali), da rispettare in ogni fase e diretto a tutelare la buona fama, l’immagine e la sfera privata di tutte le persone coinvolte, sicché le informazioni relative devono essere trattate in modo da garantirne la sicurezza, l’integrità e la riservatezza necessaria. Ma sul punto il provvedimento è chiaro: “Il segreto d’ufficio non osta all’adempimento degli obblighi stabiliti in ogni luogo alle leggi statali, compresi gli eventuali obblighi di segnalazione, nonché all’esecuzione delle richieste esecutive delle autorità giudiziarie civili”. Ciò significa che qualora la legge statale preveda un obbligo di denuncia da parte di chi sia informato dei fatti, il venire meno del segreto pontificio e la precisazione sui limiti del segreto d’ufficio consentono tranquillamente l’adempimento di quanto previsto dalla legge, favorendo così la piena collaborazione con le autorità civili ed evitando illegittime incursioni dell’autorità civile nella sfera canonica. Lo stesso dicasi quando si tratti addirittura di provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria statale, l’inottemperanza ai quali sottoporrebbe – tra l’altro – la competente autorità ecclesiastica a gravi sanzioni per violazione della legge penale.

Giova notare che l’Istruzione ora pubblicata si premura di precisare che nessun vincolo di silenzio riguardo ai fatti di causa può essere posto, da parte di qualsivoglia autorità, a chi effettua la segnalazione di abusi, alla persona che afferma di essere stata offesa e ai testimoni. In questo modo si chiude il cerchio garantistico che il provvedimento pontificio intende assicurare. S’è detto che l’Istruzione è un atto interno alla Chiesa, ma con ricadute all’esterno dell’ordinamento canonico. È ovvio però precisare che, per quanto riguarda l’esercizio della giustizia secolare nella materia in questione, occorrerà stare a quelle che sono le disposizioni interne di ogni Stato. Per esempio, per gli ordinamenti che prevedono il perseguimento dei reati di abuso solo su querela di parte, la caduta del segreto pontificio e, nel senso accennato, del segreto d’ufficio, potranno operare solo una volta che la parte lesa abbia attivato il procedimento penale con la dovuta richiesta all’autorità giudiziaria di procedere nei confronti dell’autore del reato. Ancora: negli Stati a regime concordatario le nuove disposizioni pontificie troveranno attuazione in armonia con le peculiari norme eventualmente vigenti a tutela del sacro ministero.

Resta, infine, una diversità di fondo a seconda che le richieste delle autorità civili vengano indirizzate alle autorità ecclesiastiche locali (Vescovi, Superiori Maggiori nel caso di religiosi), o alla Santa Sede e, più precisamente, alla Congregazione per la Dottrina della Fede. In quest’ultimo caso, infatti, esse debbono avvenire attraverso quelle forme di cooperazione giudiziaria tra diverse autorità giurisdizionali, per il compimento di attività relative ad un processo (come assunzione di informazioni o di documenti ecc.), che si chiamano rogatorie. Nel primo caso, invece, tali richieste avverranno secondo le disposizioni interne dei singoli ordinamenti statali. Certo, nell’un caso e nell’altro l’autorità civile procedente dovrà formulare le richieste con indicazioni circostanziate, precise e non generiche, ma questo è un problema tutto interno agli ordinamenti statali, che esula dalla sfera di competenza dell’ordinamento canonico.

In conclusione si può dire che le modifiche del segreto pontificio ora operate da Papa Francesco vengono ad inserirsi nel lungo iter diretto alla repressione di un abominevole fenomeno, di cui il motu proprio Vos estis lux mundi, del 7 maggio scorso, costituisce un momento fondamentale; per altro verso, esse contribuiscono a favorire il passaggio dell’ordinamento canonico da un atteggiamento di diffidenza e di difesa nei confronti degli ordinamenti statali, ad un atteggiamento di fiducia e di sana collaborazione. E ciò in linea con quanto indicato dal Concilio Vaticano II nel par. 76 della costituzione pastorale Gaudium et spes. Zenit 17.12

 

 

 

 

Eskalation im Nahen Osten stoppen – die Möglichkeiten der Diplomatie nutzen

 

Der Vorsitzende der Deutschen Kommission Justitia et Pax, Bischof Dr. Heiner Wilmer SCJ (Hildesheim), erklärt zu den aktuellen Entwicklungen im Nahen Osten:

 

„Die jüngsten Entwicklungen im Nahen Osten geben Anlass zu größter Besorgnis. Die Spannungen zwischen den USA und dem Iran haben sich vertieft; die Eskalationsspirale droht in einen Krieg einzumünden. Sollte dieser nicht vermieden werden, so werden nicht nur unzählige Menschen darunter zu leiden haben, sondern die Länder der Region geraten noch tiefer als bislang schon in den Abwärtsstrudel aus Hass, gesellschaftlicher Zerrüttung, Gewalt, Terror und Verarmung. Ein Krieg zwischen den USA und dem Iran muss deshalb verhindert werden. Alle Kräfte der Diplomatie müssen aufgeboten werden, um ein weiteres großes Blutvergießen im geschundenen Nahen Osten zu vermeiden. Die beiden Streitparteien sind hier in erster Linie gefordert. Aber auch die anderen Akteure auf der Weltbühne – auch die Europäische Union – sind aufgerufen, zu tun, was immer getan werden kann, damit den Menschen nicht ein weiterer Krieg aufgebürdet wird.

 

Niemand sollte sich über den Charakter des iranischen Regimes täuschen: In seinem Bestreben, eine Vormachtstellung im Nahen Osten zu erringen und die Schiiten im konfessionellen Konflikt mit den Sunniten obsiegen zu lassen, überzieht der Iran die Länder der Region mit den Gewalttaten ihm nahestehender Gruppen und Milizen. Der Iran in seiner jetzigen Verfassung missachtet die Menschenrechte und ist ein Hindernis auf dem Weg zu einem gerechten Frieden auch in seinen Nachbarländern.

 

Die aktuelle Kriegsgefahr geht aber ebenso von den USA aus. Ihre Nahost-Politik wirkt seit Jahren konzeptionslos und unberechenbar. Auch trägt die Verachtung des derzeitigen Präsidenten gegenüber zwischenstaatlicher Kooperation und multilateralen Strukturen zur Zersetzung der internationalen Ordnung bei. Dies wirkt sich notwendigerweise auch auf die Möglichkeiten der Streitschlichtung und der Friedenssicherung aus. Nicht zufällig ist die neue Runde der Spannungen zwischen den USA und dem Iran durch den Austritt der USA aus dem von zahlreichen internationalen Mächten geschlossenen Abkommen zur Verhinderung beziehungsweise Verlangsamung des iranischen Nuklearprogramms eingeläutet worden.

 

Gerade in der jetzigen Situation bitte ich die Katholikinnen und Katholiken in Deutschland um ihr leidenschaftliches Gebet für den Frieden. Pax et Bonum!“ dbk 9

 

 

 

Papst gratuliert Erzbistum Hamburg zum Geburtstag

 

Die Glückwünsche des Papstes zum 25-jährigen Bestehen überbrachte sein Botschafter in Deutschland, Erzbischof Nikola Eterovic, wie das Erzbistum mitteilte. Eterovic betonte in seiner Rede „wie wichtig die ökumenische Verbundenheit" der Kirchen in Norddeutschland sei.

https://www.vaticannews.va/de/kirche/news/2020-01/deutschland-oekumene-meister-lutherisch-gemeinden-wilmer-hannove.htmlDas Jubiläum wurde am Dienstagabend mit einem Festgottesdienst im Hamburger St. Marien-Dom gefeiert. Die Predigt hielt der Osnabrücker Bischof Franz-Josef Bode. Er richtete den Blick auf aktuelle Herausforderungen und  warb für eine „einfache, transparente und horchsame Kirche“. Wichtig sei auch ein achtsamer Umgang mit Besitz, Geltung und Macht, so der Osnabrücker Bischof. Bode erwähnte laut dem vom Erzbistum Hamburg verbreiteten Predigttext auch den „tiefen Vertrauensverlust durch den Missbrauch in der Kirche“. Zudem sagte Bode, er wünsche sich eine Kirche, „in der wir Gastfreundschaft anbieten, aber auch um Gastfreundschaft werben bei den Menschen, die kaum noch eine Beziehung zur Kirche haben oder gar nicht zur Kirche gehören."

Glückwunsche aus Politik und Kirche

Natürlich war Papst Franziskus nicht der einzige Gratulant: Schleswig-Holsteins Ministerpräsident Daniel Günther wünschte dem Erzbistum Hamburg „weiterhin viel Kraft und Ausdauer“ dabei, mit Spaß und Freude Kirche zu gestalten. „Das Christentum sollte eine wichtige Bezugsgröße bleiben, bei allem was an weltlichen Herausforderungen vor uns liegt", so der Ministerpräsident.

Mecklenburg-Vorpommerns Justizministerin Katy Hoffmeister, zuständig für Kirchenangelegenheiten, würdigte Kirchen als Orte, die Menschen „Halt und Sicherheit“ sowie Gelegenheit zur Begegnung bieten. Sie sagte: „Kommen Menschen miteinander ins Gespräch, befördert dies das Verständnis füreinander und den gegenseitigen Respekt.“ Das Erzbistum Hamburg leiste dazu einen bedeutenden Beitrag.

Die gute Zusammenarbeit in der Ökumene lobte Landesbischöfin Kristina Kühnbaum-Schmidt. Sie blickte in ihrem Grußwort auf die Beziehung der Katholiken und Protestanten im Norden. Die Verbundenheit der Kirchen sei gewachsen, „und ebenso die Erfahrung, gemeinsam auf dem Weg zu sein und mit Gott durch die Zeit zu wandern“, sagte sie. Zum Geburtstag erbat sie weiterhin Gottes Segen für die Ökumene in Norddeutschland: „Dass dieser Weg uns auch zukünftig zu noch größerer Verbundenheit und ökumenischer Gemeinschaft führt, dazu schenke Gott uns seinen reichen Segen!“

Hintergrund. Das Erzbistum Hamburg  wurde am 7. Januar 1995 gegründet. Es ist das jüngste der 27 katholischen Bistümer in Deutschland. Es entstand in der Folge der deutschen Wiedervereinigung. Mit Hamburg, Schleswig-Holstein und Mecklenburg verbindet es als einziges Bistum Länder der alten Bundesrepublik mit Teilen der früheren DDR.

Das Erzbistum Hamburg ist das  flächenmäßig größte deutsche Bistum: Dort leben rund 400.000 katholische Christen. Erzbischof ist Stefan Heße. Er ist nach Ludwig Averkamp und Werner Thissen der dritte Hamburger Erzbischof. Vor drei Jahren leitete Heße einen inhaltlichen und wirtschaftlichen Erneuerungsprozess des noch jungen Bistums ein. (pm 8)

 

 

 

„Wir müssen sehen, dass Glaubwürdigkeit verloren gegangen ist"

 

Seit dem 1. Januar hat das Zentralkomitee der deutschen Katholiken einen neuen Generalsekretär: den 38-jährigen Marc Frings, der vorher in verschiedenen Auslandsbüros für die Konrad-Adenauer-Stiftung tätig war. Wie sieht er den Reformprozess der Kirche in Deutschland? Teresa Roelcke hat mit ihm gesprochen.

 

Radio Vatikan: Sie treten Ihre Stelle kurz nach Beginn des Synodalen Wegs an, in einem Moment also, in dem in der deutschen katholischen Kirche vieles in Bewegung ist, auch mit Spannungen. Wo sehen Sie hier Ihre Aufgabe?

Marc Frings: Ich freue mich zunächst einmal, dass es jetzt richtig losgeht. Ich hatte ja in den vergangenen zwei Monaten die Gelegenheit, mit meinem Vorgänger, Dr. Stefan Vesper, der 20 Jahre auf diesem Posten gewirkt hat, mitzulaufen. Jetzt stehe ich also hier alleine und freue mich auf die Herausforderungen. Der Synodale Weg steht ganz klar erstmal im Fokus unserer Tätigkeit hier – ein Weg, den wir gemeinsam mit den Bischöfen in Deutschland gehen werden. Gleichzeitig versteht sich das ZdK aber auch als eine katholische Stimme, die in Politik und Gesellschaft wirkt. Das heißt, wir werden weiterhin auch außerhalb der katholischen und kirchlichen Kreise agieren und zu wichtigen Fragestellungen und Debatten Bezug nehmen. Auch dafür steht ein Großereignis vor der Tür: 2021 der dritte ökumenische Kirchentag in Frankfurt.

„Die Kirche ist ja beides: Sie ist sowohl klerikal als auch durch Laien geprägt“

Radio Vatikan: Wir stark sollten denn die Laien an der Fortschreibung der kirchlichen Lehre mitwirken dürfen?

Marc Frings: Die Kirche ist ja beides: Sie ist sowohl klerikal als auch durch Laien geprägt. Wir stehen zu Beginn eines neuen Jahrzehnts. Ohne dass ich eine Glaskugel besitze, bin ich mir recht sicher: Am Ende der Dekade wird die Kirche eine andere sein, als wir es in der Gegenwart beobachten. Kirche muss partizipativer werden. Das Zustandekommen des Synodalen Weges zeigt ja schon eine eindeutige Richtung. Die Bischöfe haben hier in Deutschland die Hand ausgestreckt zu uns, zu den Laien. Das heißt, es war auch ein Anliegen der Bischöfe, uns als Laienstimme stärker zu integrieren, in diesen Reformprozess auch zu inkludieren. Insofern glaube ich, es ist sehr wichtig, dass die gesamte Breite kirchlichen, katholischen Lebens auch Gehör findet.

Radio Vatikan: Haben Sie konkrete Prognosen, was da vielleicht erste Schritte sein werden?

Marc Frings: Ich glaube, nicht das Ergebnis sollte im Moment das Entscheidende sein, sondern ich finde, auch das Atmosphärische und Methodische sind wichtig. Wir begeben uns jetzt auf einen Weg, gemeinsam mit den Bischöfen, der zunächst auf zwei Jahre angelegt ist. Es geht auch darum, eine gewisse Synodalität zu praktizieren, um gemeinsam für Glaubwürdigkeit zu werben – das ist, glaube ich, das Entscheidende. Auf diesem Weg muss es natürlich konkrete Beschlüsse geben, Beschlüsse, die auch eine Ortskirche fällen darf, in denen es also nicht darum geht, dass erstmal Rom um eine Stellungnahme gebeten werden muss. Wir wollen hier in Deutschland zeigen, dass man auch auf unterschwelliger Ebene für ein partizipativeres Modell werben kann und es auch umsetzen kann. Aber nochmal: Schön wäre auch, wenn die Synodalversammlung, die nun mehrfach im Jahr tagen wird, ein Modell erzeugt, das immer wieder auch für Beratungen, für Konsultationen heranzitiert werden darf, wenn in der Kirche hierfür Reformbedarf besteht.

Radio Vatikan: Also ist der Synodale Weg auf Dauer angelegt?

Marc Frings: Der Synodale Weg hat ja zwei Säulen, auf denen er aufbaut: Zum einen die sogenannte MHG-Studie (Studie zu sexuellem Missbrauch an Minderjährigen in der katholischen Kirche, benannt nach den Forschungsstandorten der Studienautoren Mannheim, Heidelberg, Gießen; Anm.d.Red.), die im vergangenen Jahr vorgestellt wurde und die das systemische Versagen der katholischen Kirche wissenschaftlich zusammengetragen hat. Auch Kardinal Marx hat zu Beginn des Synodalen Wegs am ersten Advent davon gesprochen in seiner Predigt, in der es also sehr konkrete Ursachen gibt. Aber gleichzeitig bereiten wir ja jetzt Foren vor zu vier verschiedenen Themenkomplexen, die auch losgelöst von der MHG-Studie relevant sind, in der es darum geht, priesterliches Leben, Fragen der Sexualität, Rolle der Frau etc. nochmal grundlegender zu diskutieren. Das steht hier im Fokus.

„Aber der kreative Anteil des Synodalen Weges besteht ja auch darin, dass er gegangen werden muss“

Aber der kreative Anteil des Synodalen Weges besteht ja auch darin, dass er gegangen werden muss. Diese Synodalversammlung, die sich Ende des Monats in Frankfurt konstituieren muss, hat dafür ein Mandat und kann auch schauen, dass sie selber, mit eigenen Ideen, dazu beiträgt, dass die Kirche ihre Glaubwürdigkeit in Deutschland zurückgewinnt. Was ich gerade besonders beobachte, ist, dass auch das Interesse der internationalen Gemeinschaft groß ist. Das heißt, die Welt schaut nach Deutschland und will wissen: Was ist eigentlich möglich, wenn eine Ortskirche einen solchen Reformprozess einleitet?

Radio Vatikan: Es gibt den Einwand, dass die meisten Themen des Synodalen Wegs gar nicht in den Entscheidungsbereich einer Teilkirche fallen. Was entgegnen Sie darauf?

Marc Frings: Genau das gilt es jetzt erst einmal zu diskutieren. Wir müssen jetzt schauen, dass wir aus verschiedenen Perspektiven das Problem sehen, dass Glaubwürdigkeit verloren gegangen ist. Das kann man an sehr konkreten Themen manifestieren, natürlich an den großen Themen, die gewiss nicht in Deutschland geklärt werden, nicht geklärt werden können, weil es kirchenrechtlich gar nicht möglich ist. Das ist beispielsweise die Frage des Zölibats und der Zukunft des Zölibats. Aber die Amazonassynode im letzten Jahr hat auch gezeigt, dass man zu großen Themen neue Perspektiven entwickeln kann. Auch das sollte Teil des Synodalen Weges sein, dass man hier, ganz gleich auf welcher Seite man steht, erkennt: Auch die andere Seite sollte gehört werden. Im Idealfall gelingt es sogar, die eigene Meinung so zu reflektieren, dass etwas Gemeinsames, etwas Neues herauskommt.

„Insofern fühlen wir uns hier auch vom Papst unterstützt, was den Synodalen Wegen angeht“

Radio Vatikan: Wie beurteilen Sie die Reaktionen aus Rom? Fühlen Sie sich da ermutigt?

Marc Frings: Im vergangenen Jahr hat sich der Papst ja an uns gewandt. Das war ein bemerkenswerter Vorgang, da er sich nicht, wie das bei päpstlicher Korrespondenz eigentlich üblich ist, an die Bischöfe gewandt hat, sondern an die gesamte Breite des kirchlichen Lebens, er sprach von „pilgerndem Volk“. Diesen Brief haben wir gemeinsam gelesen, Bischöfe und Laien, bei einer Vorbesprechung in Fulda im vergangenen Herbst. Wir sind gemeinsam zu dem Ergebnis gekommen, dass es ein ganz klar Mut machendes Signal war, das aus Rom gesandt wurde. Und insofern fühlen wir uns hier auch vom Papst unterstützt, was den Synodalen Wegen angeht.

Radio Vatikan: Zuletzt noch eine Frage zum Zentralkomitee selbst: Wo sehen Sie denn da den größten Erneuerungsbedarf?

Marc Frings: Ich weiß nicht, ob es um einen Erneuerungsbedarf geht. Vor allem geht es glaube ich darum, zu schauen, wie in den aktuellen politischen und gesellschaftlichen Debatten die katholische Stimme wieder besser gehört werden kann. Wir sehen ja gerade, dass Polarisierungen zunehmen, dass immer schrillere Töne den öffentlichen Diskurs bestimmen. Ich glaube, dass hier die Bandbreite des katholischen Lebens in den Diözesanräten, in der Breite des Verbandskatholizismus, wie wir ihn kennen in Deutschland, dass hieraus wichtige Impulse ausgehen können, um deutlich zu machen: Es gibt auch noch andere Akteure neben den politischen Parteien, die dazu beitragen können, dass die gesellschaftliche Mitte wieder gestärkt wird, dass hieraus auch Impulse hervorwachsen. Ich glaube, hier kann das ZdK ganz wichtige Impulse setzen, weil wir ja selbst aus unserer Entstehungsgeschichte heraus eng an das Jahr 1848 geknüpft sind, also an die großen Fragen von Freiheit und Gerechtigkeit, von Mitbestimmung. Und ich hoffe sehr, dass das ZdK hier seine starke Stimme weiterhin behaupten kann.  (vn 7)

 

 

 

Nahost: Internationales Bischofstreffen nimmt Krisen in Blick

 

13 Bischöfe aus aller Welt wollen sich vor Ort ein Bild über die Konflikte im Nahen Osten verschaffen. Von Samstag bis Mittwoch (15.1.) versammeln sie sich zum 20. Internationalen Bischofstreffen im Heiligen Land. Aus Deutschland ist der Mainzer Weihbischof Udo Bentz dabei. Er ist Vorsitzender der Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer Osten der Kommission Weltkirche.

Konkret soll es bei dem Bischofstreffen um die humanitäre Situation im Gazastreifen, die Lage der Palästinenser in der Jerusalemer Altstadt und den Siedlungsbau im Westjordanland gehen.  Das teilte die Deutsche Bischofskonferenz diesen Dienstag mit. Auf dem Programm steht auch ein Besuch bei Comboni-Schwestern in Bethanien: Er soll zeigen, wie sich Grenzanlagen auf das kirchliche Leben in der Region auswirken.

Die jährlichen Bischofstreffen im Heiligen Land  haben das Ziel, die Verbundenheit der Weltkirche mit den Christen im Heiligen Land zum Ausdruck zu bringen. Zudem wollen sie internationale Aufmerksamkeit für die Situation der Kirchen in der Region schaffen. Eine Verständigung zwischen Israelis und Palästinensern ist ebenso Anliegen.

Weiteres Thema: Bildung

Beim diesjährigen Treffen geht es auch um das Thema Bildung:  Hintergrund ist die Abwanderung arabischer Christen aus dem Heiligen Land und der zeitgleiche Zuzug katholischer Migranten vor allem aus dem asiatischen Raum nach Israel. Gerade Ordensgemeinschaften leisten laut der Deutschen Bischofskonferenz  im Bildungsbereich schon seit vielen Jahrzehnten einen wichtigen Beitrag.  In Kindergärten, Schulen und Universitäten übernähmen Orden eine „für den israelischen und palästinensischen Staat unverzichtbare Aufgabe“.

So läuft das Bischofstreffen ab

Das 20. Internationale Bischofstreffen beginnt mit einem Besuch der katholischen Pfarrei in Gaza und Gesprächen in christlichen Familien. In Jerusalem stehen Gespräche mit dem Apostolischen Administrator des Lateinischen Patriarchats von Jerusalem, Erzbischof Pierbattista Pizzaballa, sowie weiteren Kirchenvertretern und Jugendorganisationen auf dem Programm. In Ramallah sind eine Begegnung mit Präsident Mahmoud Abbas und der Besuch einer lateinischen Schule vorgesehen.

Zum Treffen reisen dieses Jahr 13 Bischöfe aus zehn europäischen und nordamerikanischen Bischofskonferenzen ins Heilige Land.  Zudem werden Repräsentanten des Rats der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) erwartet.

Hintergrund

Das Internationale Bischofstreffen verfolgt das Ziel, Christen und Kirchen im Heiligen Land in ihrem Einsatz für Gerechtigkeit, Frieden und Verständigung zwischen den Völkern und Religionsgemeinschaften zu stärken und die Verbindung der Weltkirche mit ihnen zu festigen. Die Bischöfe besuchen während ihres Treffens als Pilger die Heiligen Stätten im Land und feiern dort Gottesdienste. So sollen auch die Gläubigen in ihren Heimatländern zu Pilgerreisen ermutigt werden. (dbk 7)

 

 

 

Kardinal Kurt Koch warnt vor Verlust des Heiligen

 

Kardinal Kurt Koch, Präsident des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der Christen, hält die Anbetung Gottes für aktuell besonders wichtig. Der Schweizer Kurienkardinal äußerte sich in einer Predigt bei der Christenkonferenz „Mehr“ in Augsburg, für die er lauten Applaus erhielt.

https://www.vaticannews.va/de/papst/news/2020-01/franziskus-epiphanie-anbetung-konsum-heilige-drei-koenige.html„Zumal in der heutigen Zeit, in der das Heilige immer mehr verloren zu gehen droht, brauchen wir neue Ehrfurcht, die dem Heiligen Raum gibt, und wie sie in der Anbetung Gottes freigesetzt wird“, sagte der vatikanische „Ökumene-Minister“ an diesem Montag in Augsburg beim Schlussgottesdienst der Christenkonferenz „Mehr“.

In der Anbetung halte der Mensch das Heilige lebendig und könne es so wieder in den Alltag bringen. Insofern führe die Anbetung „zu einer neuen Achtsamkeit dem Leben und der Schöpfung gegenüber“.

Anbetung lebenswichtig

“Solche Ehrfurcht einzuüben, ist die besondere Sendung der Kirche heute“, ergänzte der Kardinal. Anbetung sei notwendig, lebenswichtig und der „Ernstfall des Glaubens“. Es müsse daher zu denken geben, dass Anbetung inzwischen selbst in der Kirche teils zu „einem arg unmodernen Wort, wenn nicht gar zu einem Fremdwort“ geworden sei. Das sei zunächst sogar verständlich. „Denn Anbetung bedeutet, dass wir Menschen in die Knie gehen.“

Vor Gott darf man in die Knie gehen

Dies empfinde der heutige Mensch weithin als Demütigung, denn er habe den aufrechten Gang gelernt. „In der Welt darf man in der Tat vor niemandem in die Knie gehen“, so Koch. Vor Gott aber sehr wohl, denn ihm verdanke der Mensch den aufrechten Gang. „Die Anbetung Gottes führt den Menschen zu seiner wahren Größe.“

Weiter erklärte der Kardinal: „Das entscheidende Medium der Ausstrahlung Gottes in der Welt sind wir selbst: Christen und Christinnen, die ihren Glauben glaubwürdig leben und so dem Evangelium ein persönliches Gesicht geben.“ Wenn der Mensch dank der Anbetung aus sich heraus die Gegenwart und Liebe Gottes nach außen strahle, ergänzte Koch zum Hochfest der Erscheinung des Herrn am 6. Januar, „kann sich Epiphanie an jedem Tag im begonnen Jahr ereignen“.

Koch erhält lauten Applaus

Der Kardinal erhielt für seine Predigt in der Messehalle lauten Applaus. Sein Gottesdienst war einer der letzten Programmpunkte auf der „Mehr“, die zum zwölften Mal vom Augsburger Gebetshaus unter der Leitung des katholischen Theologen Johannes Hartl veranstaltet wurde.

Seit Freitag hatten die ökumenische Konferenz mit Vorträgen, Konzerten und Gebeten laut Organisatoren gut 12.000 Teilnehmer besucht, mehr als bei allen früheren Auflagen. Die nächste „Mehr“ ist für 2022 geplant. (kna 6)

 

 

 

Papst Franziskus: „Krieg bringt nur Tod und Zerstörung“

 

Angesichts der schweren Krise im Verhältnis der USA und der Islamischen Republik Iran hat Papst Franziskus an diesem Sonntag zu Dialog aufgerufen. Dabei bat er alle beteiligten Nationen um „Selbstkontrolle“.

Dialog und Selbstkontrolle

In vielen Teilen der Welt sei derzeit eine „schreckliche Atmosphäre der Spannung“ zu spüren, sagte Franziskus nach seinem Angelus-Gebet auf dem Petersplatz. Ohne die beteiligten Länder namentlich zu nennen, warnte er eindringlich vor Krieg und rief zu Dialog und Frieden auf.

 „Der Krieg bringt nur Tod und Zerstörung. Wir bitten alle Beteiligten, die Flamme des Dialoges am Leben zu erhalten und der Selbstkontrolle und den Schatten der Feindschaft zu unterbinden.“

Gebet um den Weltfrieden

Der Papst bat dann um einen Moment der Stille und des Gebetes um den Weltfrieden.

Nach der gezielten Tötung des iranischen Generals Soleimani im Irak durch die USA hatte der Papst am Samstag dazu aufgerufen, am Frieden festzuhalten und nicht einer Logik des Konfliktes nachzugeben. Franziskus erinnerte in einem Tweet:

„Wir müssen davon überzeugt sein, dass der andere ebenso wie wir Frieden braucht. Man erhält keinen Frieden, wenn man ihn nicht erhofft. Bitten wir den Herrn um die Gabe des Friedens!“  (vn 5) 

 

 

 

Italien: Bischöfe warnen vor Umweltdrama im Umland von Neapel

 

Die katholische Kirche in Kampanien unternimmt einen neuen Versuch, gegen die grassierende Umweltverschmutzung im Umland von Neapel vorzugehen. In einem Rundbrief an ihre Mitarbeiter rufen die Bischöfe von sechs Diözesen zu einem Studientag am 14. Januar in Teano sowie einem weiteren Großtreffen am 18. April in Acerra auf.

Die Region rund um Neapel ist wegen der anhaltenden illegalen Müllverbrennung in Italien auch als „Land der Feuer“ bekannt. „Wir können nicht schweigen: Wir stehen vor einem echten Drama, das nicht nur die Gegenwart, sondern auch die Zukunft neuer Generationen kennzeichnet“, heißt es in dem vom Bistum Teano-Calvi veröffentlichten Schreiben. Darin zeigen sich die Bischöfe von Acerra, Aversa, Capua, Caserta, Nola und Teano-Calvi auch ernüchtert über das Ergebnis ihrer langjährigen Aufklärungsbemühungen.

Das Treffen am 18. April in Acerra soll sich besonders der Frage widmen, wie die vielfach gelobte Papst-Enzyklika „Laudato si“ nicht mehr nur in intellektuellen Kreisen, sondern auch in der alltäglichen Seelsorge und Katechese besser wirksam werden könne. „Wir Bischöfe sind besorgt, dass die prophetische Dimension unsere Dienstes so sehr geschwächt ist.“

Bereits im Dezember hatte der Bischof von Acerra, Antonio Di Donna, in einem Interview mit der Vatikanzeitung „L´Osservatore Romano“ die Lage im neapolitanischen Umland scharf kritisiert: Das Land werde von Camorra und Industrie missbraucht und vergiftet. Bemühungen von Landwirten und Bauern, den an sich fruchtbaren Boden für den Anbau von Obst, Gemüse und Getreide zu nutzen, kämen nur schleppend voran. (kap 4)

 

 

 

Ab nach Italien: Das nächste Taizé-Treffen findet in Turin statt

 

Von Polen nach Italien: Das nächste Europäische Taizé-Treffen über Silvester 2020 findet in Turin statt. Das kündigte der Prior der ökumenischen Gemeinschaft von Taizé, Frere Alois, am Montag in Breslau an. Dort findet derzeit das aktuelle Taizé-Treffen mit rund 14.000 Jugendlichen aus ganz Europa statt.

 

Europa und sein Fundament hätten mit großen Problemen zu kämpfen, sagte Frere Alois. In vielen Ländern gebe es zunehmend Konflikte und Egoismus. „Wir dürfen das Zuhören nicht verlernen“, sagte der Leiter der Taize-Gemeinschaft. Das Jugendtreffen zeige, dass es jedoch auch viel Grund für Optimismus gebe. Menschen kämen über politische Grenzen hinweg zusammen, ohne auf das zu achten, was sie trenne. Die Kirche sei in vielen Ländern vertreten und habe deshalb die Strukturen und die Pflicht, Menschen zu verbinden, betonte er. Zudem würdigte er das Engagement vieler Jugendlicher für die Umwelt und die Bewahrung der Schöpfung.

 

Der Turiner Erzbischof, Cesare Nosiglia, der mit einer Gruppe Jugendlicher aus seiner Diözese an dem Treffen in Breslau teilnahm, zeigte sich in einer ersten Reaktion hoch erfreut über die Wahl der Stadt Turin. „Endlich - es ist ein tolles Gefühl, dass all die jungen Menschen schon in einem Jahr zu uns kommen und ihren Esprit mitbringen werden“, sagte er. Die norditalienische Stadt sei immer schon ein Ort pulsierenden Lebens und Glaubens gewesen. Pilger seien dort jederzeit willkommen. Turin stehe für Aufgeschlossenheit und eine lange ökumenische Tradition.

 

Das Treffen im nächsten Jahr wird das erste in Turin sein - das siebte in Italien. 1980, 1982, 1987 und 2012 fand die Begegnung in Rom statt. Mailand war 1998 und 2005 Gastgeber. Die Einladung seitens der Turiner bestand laut Frere Alois schon seit Jahren. „Es kommen viele Jugendliche aus der Region um Turin zu den Treffen.“ Nun sei die Entscheidung für die Stadt als Veranstaltungsort beinahe überfällig gewesen. 

 

Die jährlichen Europäischen Treffen über Silvester sind Teil eines „Pilgerwegs des Vertrauens auf der Erde“, der seit mehr als 40 Jahren von Taize angeregt wird. Die Jugendlichen kommen zu Gebet und Miteinander zusammen. Themen sind Völkerverständigung, Frieden, Glauben und soziales Engagement. (kna 31)

 

 

 

 

„Man erhält keinen Frieden, wenn man ihn nicht erhofft“

 

Anlässlich des 53. Welttags des Friedens am 1. Januar 2020 fordert Papst Franziskus weltweit verstärkte Friedensbemühungen. In seiner Botschaft beschreibt er den Frieden als Weg der Hoffnung. Frieden müsse in allen Dimensionen des Lebens – in Staat und Gesellschaft, Gemeinschaften und persönlichem Leben – gesucht werden. Dabei seien gegenseitige Anerkennung und Wertschätzung, das Eintreten für eine sozial gerechte Welt und Bemühungen um die Bewahrung der Schöpfung aufs Engste miteinander verbunden. Eine Voraussetzung aller Anstrengungen bestehe darin, „an die Möglichkeit des Friedens zu glauben, zu glauben, dass der andere ebenso wie wir Frieden braucht“.

 

Die Botschaft zum Welttag des Friedens ist mit den Worten „Der Frieden als Weg der Hoffnung: Dialog, Versöhnung und ökologische Umkehr“ überschrieben. Dabei geht er auf aktuelle Erfahrungen von Unsicherheit, Angst und Gewalt ein. Sie gründeten in gegenseitigem Misstrauen – und schienen dennoch mancherorts für politische Stabilität sorgen zu können. Stabilität aber, die auf Angst und Misstrauen gründet, erhöhe letztlich immer das „Risiko der Gewalt“. Dies gelte für die Beziehungen der Menschen untereinander, wenn sie vom „Verlangen nach Besitz“ und dem „Willen zu Vorherrschaft“ geleitet seien, ebenso wie für politische Beziehungen. Deshalb könne „auch die nukleare Abschreckung nur eine trügerische Sicherheit herstellen“.

 

Angesichts dieser Realitäten ist Frieden für Papst Franziskus „eine immer wieder neu zu erfüllende Aufgabe, ein Weg, den wir gemeinsam gehen, indem wir auf das Gemeinwohl bedacht sind und uns dafür einsetzen, das gegebene Wort zu halten und das Recht zu achten“. Neid und Missgunst könnten überwunden werden. Unabdingbar sei es dafür, die Erinnerung an das Leid und die Verwundungen, die durch Gewalt und Krieg hervorgebracht wurden, zu bewahren, damit sie „als Frucht der Erfahrung für die gegenwärtigen und zukünftigen Friedensentscheidungen … die Richtung vorgeben möge“. Im gegenseitigen Hören auf die Erfahrungen des Anderen würden Ängste und Fremdheit schwinden. Friedensprozesse brauchten daher Zeit. Sie setzten auf die geduldige „Suche nach Wahrheit und Gerechtigkeit, die das Gedächtnis an die Opfer ehrt“. Versöhnung und Vergebung seien mit der Erinnerung untrennbar verflochten. Der Weg gegenseitiger Achtung durchbreche die Spiralen einer von Rache getriebenen Gewalt. Der Frieden als Achtungsanspruch eines jeden erfordere jedoch eine Umkehr nicht nur im persönlichen und sozialen Leben, sondern auch im wirtschaftlichen Bereich. Das System der Weltwirtschaft bedürfe einer Umgestaltung. „Es wird nie einen wahren Frieden geben, wenn wir nicht in der Lage sind, ein gerechteres Wirtschaftssystem aufzubauen“, so Papst Franziskus.

 

Der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Ludwig Schick (Bamberg), unterstreicht die von Papst Franziskus in seiner Friedensbotschaft hervorgehobene Bedeutung des Gemeinwohls. „Immer wieder und so auch in seinem Wort zum jetzigen Weltfriedenstag fordert der Papst auf, Eigennutz und partikulare Interessen zu überwinden und stattdessen die Perspektive des globalen Gemeinwohls in den Blick zu nehmen und zu verwirklichen. Ohne Gemeinwohlorientierung ist dauerhafter Friede in unserer vernetzten Welt undenkbar! Und dazu gehört heute, angesichts der ökologischen Krisen und des Klimawandels, unabweisbar auch die Verantwortung für die Schöpfung. Indem wir uns dieser Aufgabe zuwenden, erweisen wir Christen auch Gott die Ehre, den wir im Glaubensbekenntnis als Schöpfer des Himmels und der Erde bekennen.“

 Hinweis: Die Botschaft von Papst Franziskus zum 53. Welttag des Friedens ist auf www.dbk.de unter Papstbotschaften verfügbar. Dbk 27

 

 

 

Bestseller-Autor und Benediktinerpater Anselm Grün wird 75

 

Der Münsterschwarzacher Benediktinerpater Anselm Grün wird am 14. Januar 75 Jahre alt. Er gilt als der bekannteste Mönch Deutschlands und als einer der erfolgreichsten Autoren christlicher Literatur.

Seine Werke bringen es nach Angaben Grüns auf rund 20 Millionen Auflage. Übersetzt wurden sie demnach in rund 30 Sprachen. Derzeit seien etwa 300 Titel lieferbar. Außerdem ist der Pater ein gefragter Redner, Manager-Coach und Kursleiter.

„Das ist ein Geschenk, und es ist nicht mein Verdienst“

Damit komme er auf rund 200 Termine im Jahr, darunter auch in Asien und Lateinamerika. „Es besteht die Gefahr, dass man abhebt", sagte Grün im Interview der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA). Er sei dankbar, wenn die eigenen Bücher gelesen würden und Säle bei Vorträgen voll seien. Darüber dürfe man sich aber nicht definieren. „Das ist ein Geschenk, und es ist nicht mein Verdienst."

Grün stammt aus dem fränkischen Junkershausen, seine Eltern gaben ihm den Namen Wilhelm, in München ist er aufgewachsen. Mit 19 Jahren trat er ins Kloster ein. In den ersten Jahren sei er sehr verunsichert gewesen. „Eingetreten bin ich mit viel Ehrgeiz, sehr kopfgesteuert. Dann kam ich mit meinen Gefühlen in Berührung und habe überlegt: Ist das mein Weg oder nicht?"

Nach seiner Promotion in Theologie absolvierte der Pater noch ein Studium der Betriebswirtschaft. 36 Jahre lang, bis Oktober 2013, war er als Cellerar wirtschaftlicher Leiter der Abtei Münsterschwarzach und damit verantwortlich für die rund 300 Mitarbeiter in 20 klostereigenen Betrieben und dem ordenseigenen Gymnasium mit rund 800 Schülern. Außerdem ist er unter anderem auch Geistlicher Leiter des Recollectio-Hauses.

„Man wird schnell in eine Ecke gestellt“

Die immer wieder aufkommenden Meldungen, er habe sich an der Börse verspekuliert, bezeichnete Grün als „scheinheilige Debatte, denn wer nicht verliert, kann auch nicht gewinnen". Über Geld könne man nicht normal reden. „Entweder alle regen sich auf, dass man Verluste gemacht hat. Oder alle regen sich auf, dass man Gewinne gemacht hat. Deswegen sage ich dazu nichts mehr."

Grundsätzlich werde heute alles sofort kommentiert. „Man wird schnell in eine Ecke gestellt." Er nehme bewusst nicht an den Debatten in den sozialen Medien teil, sagte der Pater weiter. Dort gehe „es viel aggressiver zu, wird noch schneller geurteilt als sonst." (kna 3) 

 

 

 

 

Gesunde und Kranke gemeinsam auf dem Weg. Lourdes-Wallfahrt 2020 der hessischen Bistümer

 

Fulda. Vom 21. bis 25. Mai findet im kommenden Jahr wieder eine gemeinsame Lourdes-Wallfahrt der Bistümer Fulda, Limburg und Mainz sowie des Malteser Ritterordens für Gesunde, Behinderte, Kranke und Pflegebedürftige statt. Alternativ zur Flugreise wird eine Busreise vom 19. bis 26. Mai angeboten. An der Wallfahrt per Flug können insbesondere langzeitkranke, alte und behinderte Menschen ohne Begleitpersonen teilnehmen, da eine intensive pflegerische Betreuung durch das Ärzte- und Pflegeteam des Malteser-Ritter-Ordens gewährleistet wird. Es können fast alle Pflegewünsche berücksichtigt werden. Das Leitwort der Wallfahrt lautet 2020 „Ich bin die Unbefleckte Empfängnis“. Protektor der Wallfahrt ist der Limburger Bischof Dr. Georg Bätzing. Prospekte zur Lourdes-Wallfahrt können bei Frank Post, Pilgerstelle im Bistum Fulda, Paulustor 5, 36037 Fulda, Tel. 0661/87-447, E-Mail: organisation@bistum-fulda.de, angefordert werden.

 

„Lourdes ist ein ganz besonderer Ort – das spüren Pilger aus aller Welt, die sich dorthin aufmachen“, schreibt Bischof Bätzing in seiner Einladung. Hier werde gesungen und gebetet, gesunde und krankte Pilger bestärkten sich gegenseitig im Glauben. „Hier öffnen Prozessionen, Gottesdienste und die Stille an der Grotte von Massabielle die Herzen für Gottes überraschendes Wort.“ Die besondere Ausrichtung der Lourdes-Wallfahrt der hessischen Bistümer liegt in der gemeinsamen Fahrt von Gesunden, Behinderten, Kranken und Pflegebedürftigen sowie Familien mit Kindern und über die Generationen hinweg. Dies entspricht der Botschaft von Lourdes „Kommt in Prozessionen“ und „Bringt die Kranken zu mir“. Die Pilger werden in einer Gemeinschaft von rund 250 Personen die Tage in Lourdes verbringen. Parallel findet auch eine Wallfahrt für Jugendliche ab 16 Jahre statt.

 

Die Tage in Lourdes werden gemeinsam mit Gottesdiensten, Gebetszeiten, Lichterprozessionen und Besuch der Bäder verbracht. Für Flugreisende erfolgt der Flug am 21. Mai (Christi Himmelfahrt) nach Südwestfrankreich, wo dann in Lourdes ein Eröffnungsgottesdienst gefeiert und die Lichterprozession besucht wird. Am zweiten Tag steht die Erkundung der heiligen Grotte und des Wallfahrtsbezirks im Vordergrund, während am dritten Tag ein Gottesdienst mit Krankensalbung stattfindet und das Städtchen Lourdes besichtigt wird; abends ist Teilnahme an der Lichterprozession. Am vierten Tag gibt es eine internationale Messe und eine Sakramentsprozession, und am 25. Mai erfolgt die Rückreise. Busreisende übernachten vom 19. auf den 20. Mai in Ars, wo der hl. Pfarrer Jean-Marie-Vianney wirkte, erreichen Lourdes dann gegen Abend (Teilnahme an der Lichterprozession) und nehmen ab 21. Mai am gemeinsamen Programm teil. Vom 25. auf den 26. Mai übernachten sie in Nevers in Burgund, wo die hl. Bernadette begraben ist.

 

Für langzeitkranke, alte und pflegebedürftige Pilger, die ohne Begleitperson mitreisen können, ist eine Teilnahme an der Wallfahrt zum Sonderpreis von 670 Euro möglich. Die Anmeldung erfolgt direkt beim Malteser Lourdes-Krankendienst der Diözesen Limburg, Fulda und Mainz, Schlossgasse 7, 64853 Otzberg, Tel. 06162/962-635, Fax 06162/962-637, E-Mail: mlkd@hfc-gmbh.de, der weitergehende Auskünfte zum Ablauf und zur Betreuung auf der Pilgerfahrt erteilt. Die Betreuung pflegebedürftiger Pilger übernehmen ein Ärzteteam und Mitglieder des Lourdes-Krankendienstes des Malteser-Ritter-Ordens. Diese ermöglichen es den sogenannten „Accueil-Pilgern“ (von frz. Accueil = Pflegeheim im heiligen Bezirk), an allen religiösen Feiern teilzunehmen.

 

Für Gesunde und nicht pflegebedürftige Kranke ist die Unterbringung in bewährten Hotels in Doppelzimmern vorgesehen. Der Flugreisepreis von 849 Euro (Einzelzimmerzuschlag: 140 Euro) beinhaltet Sonderflug von Frankfurt nach Tarbes-Lourdes, Transfer in die Hotels, Unterbringung, Vollpension, Führungen vor Ort, deutschsprachige Reiseleitung und seelsorgliche Betreuung während der gesamten Wallfahrt. Für Kinder von 2 bis 15 Jahren gilt ein Festpreis von 430 Euro; Kinder unter 2 Jahren sind frei. Der Busreisepreis beträgt 839 Euro (Einzelzimmerzuschlag: 225 Euro) bei entsprechender Leistung. Für Kinder gilt folgende Staffelung: unter 2 Jahren frei, 2 bis 5 Jahre 50 Prozent, 6 bis 11 Jahre 20 Prozent und 12 bis 15 Jahre zehn Prozent Ermäßigung. Anmeldungen sind ausschließlich an den Veranstalter zu richten: Bayerisches Pilgerbüro e. V., Dachauer Straße 9/II, 80335 München, Tel. 089/545811-72, Fax 089/545811-69, E-Mail: ringer@pilger.de. bpf

 

 

 

 

Bischof Overbeck für Alternativen zur Zölibatspflicht

 

Für Alternativen zur Zölibatspflicht hat sich der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck ausgesprochen. Priester sollten mit Dispens auch heiraten können, schlug er am Donnerstagabend im deutschen Sender WDR 5 bei einer Podiumsdiskussion zum Thema Kirchenreformen vor.

https://www.vaticannews.va/de/kirche/news/2019-12/kirche-deutschland-wilmer-hildesheim-bischof-zoelibat-synodaler.htmlDie Einführung des Zölibats sei historisch wichtig gewesen, um die Kirche vor Vetternwirtschaft zu bewahren und zu verhindern, dass Priesterkinder Kircheneigentum erbten, so der Bischof von Essen. „Wir leben heute in einer neuen Kultur, in der die Frage, wie ich lebe, eine Frage der Gesamtpersönlichkeit ist und nicht nur der Lebensform. Das macht den großen Unterschied. Wir kommen auf Zeiten zu, dass wir viel zu wenige Priester haben. Wir haben jetzt schon nur mehr ganz wenige“. Damit stelle sich die Frage: „Wie können wir den Ursprung zu Jesus Christus im Amt sichern?"

Der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Thomas Sternberg, betonte im Rahmen der Diskussion, es sei wichtig, dass die Gemeinden Messen feiern können. „Wenn wir die nicht mehr feiern können, weil es nicht mehr genügend Priester gibt, dann müssen wir fragen, wie wir an Menschen kommen, die dieser Eucharistie vorstehen können. Können das nicht auch Menschen sein, die vielleicht einen anderen Beruf haben, aber in den Gemeinden leben und dafür geweiht werden?“ Der Zölibat habe auch seine guten Elemente, sei jedoch nicht das Zentrale – das sei die Eucharistie in den Gemeinden.

„Es ist nicht egal, wie die Kirche äußerlich verfasst ist“

Ursula Harter von der „Initiative Pontifex" sprach sich in der Runde dagegen aus, den Pflichtzölibat aufzuheben und unter einer langen Tradition einfach einen Schlussstrich zu setzen. „Das Grundlegende der Kirche ist, dass sie sakramental ist. Es ist nicht egal, wie sie äußerlich verfasst ist und ob da vorne ein Priester, ein Mann, steht“, sagte sie.

Machtmissbrauch und Strukturreform

Sternberg verwies auf das allgemeine Priestertum der Gläubigen, das auf Taufe und Firmung beruhe und sprach sich gegen Klerikalismus aus. „Wir haben ein Kirchenbild entwickelt, als gäbe es Hirten und darunter Schafe. In den alten Mosaiken in Rom sind auch die Apostel als Schafe dargestellt. Wenn wir uns klar machen, wir sind alle Schafe des einen Hirten, Jesus Christus, ergibt das ein ganz anderes Bild", betonte der Kirchenhistoriker.

Dass Machtmissbrauch und klerikale Strukturen Schuld an der Missbrauchskrise in der katholischen Kirche hätten, wies Ursula Harter zurück: „Es sind einzelne Priester, Bischöfe, Laien". Dem widersprach der Essener Bischof: „Es sind zwar Einzelne, die sündigen, aber das Ganze hat wesentlich mit den Strukturen der Kirche zu tun. Ich kann Ihnen viel zu viel sagen von den Bedingungen, die ermöglicht haben, dass Missbrauch nicht nur geschah, sondern auch lange genug vertuscht wurde. Es gab lange genug Strukturen innerhalb der Kirche, wo wir unbedingt sagen müssen: Wir müssen uns nicht nur als Einzelne bekehren, sondern als Gesamtheit". Er verteidigte den Synodalen Weg der Kirche in Deutschland zu den Themen Sexualmoral, priesterliche Lebensform, Macht und die Rolle von Frauen in der Kirche.

Theologin: Gleichberechtigung „Zeichen der Zeit"

Kirche müsse sich daran messen lassen, ob sie das Heil zeitgemäß verkünde, betonte Maria Mesrian, Theologin und Mitinitiatorin der Protestinitiative Maria 2.0. „Sie tut es im Moment nicht. Es ist Aufgabe der Kirche, die Zeichen der Zeit zu erkennen: dazu gehören Gleichberechtigung, Gerechtigkeit in ihren Strukturen, Machtkontrolle. Wenn sie das tut, dann ist Kirche auf der Spur Jesu und wird weiter bestehen", so die Theologin. Sie plädierte für einen Dialog und konstruktive Kritik in der Kirche. „Wir müssen lernen, mit dem anderen reden zu können, ohne ihm sein Katholisch-Sein sofort absprechen zu müssen“.

Maria: Vorbild für alle, nicht nur für Frauen

Uneinigkeit gab es über der Frage, wie die Rolle von Maria zu verstehen sei. Während Ursula Harter von der Intiative Pontifex ihre Haltung des Dienens lobte, stellte die Theologin Maria Mesrian klar, dass Maria laut dem biblischen Zeugnis nicht einfach Ja und Amen sagte, sondern zögerte und nachhakte. Bischof Overbeck betonte, dass Maria Vorbild für die gesamte Kirche, nicht bloß für Frauen, sein sollte: „Wir sollten die Frage nach dem Marianischen nicht im Sinne des Geschlechtlichen regeln. Empfänglich muss auch jeder Mann sein, der Christ ist“, sagte der Bischof unter großem Applaus der Zuhörenden.  (vn 20.12.)

 

 

 

Muslimische "Weihnacht". Wie der Islam die Geburt von Jesus versteht

 

Muslime feiern zwar nicht im christlichen Sinne Weihnachten, aber einige stellen in ihren Wohnzimmern trotzdem Weihnachtsbäume auf. Im Koran gibt es übrigens auch eine „Weihnachtsgeschichte“ – hier die wichtigsten Fragen und Antworten. Von Judith Kubitscheck

 

Feiern Muslime Weihnachten?

Ein Weihnachtsfest im christlichen Sinne wird von Muslimen nicht begangen, aber zahlreiche Muslime vor allem in Europa mögen die Traditionen, die mit dem Weihnachtsfest verbunden sind: Sie schlendern über Weihnachtsmärkte, dekorieren das Haus und treffen sich im Familien- und Verwandtenkreis. In einigen Wohnzimmern steht auch ein geschmückter Baum. Ein Festessen und Geschenke für Kinder gibt es bei manchen Muslimen ebenfalls – wobei viele dafür nicht den Weihnachtstag, sondern Silvester wählen. „Weihnachten wird offenkundig von vielen inzwischen religions- und kulturübergreifend wahrgenommen“, stellt die Islamwissenschaftlerin Lamya Kaddor fest.

Gibt es auch Muslime, die dagegen sind, solche weihnachtlichen Traditionen zu übernehmen?

Ja, denn viele argumentieren, dass das Fest daran erinnern soll, dass Gott Mensch wurde und in Jesus auf die Welt kam. Dass Jesus Gottes Sohn ist, lehnt der Islam allerdings eindeutig ab. Außerdem wird auf den heidnischen Ursprung des Festes hingewiesen, der ebenfalls kritisch gesehen wird: Der 25. Dezember war zur Zeit des Römischen Reichs ein Fest zur Ehren des Sonnengottes, auf das später das Geburtstagsfest Jesu gelegt wurde.

Wie sieht es außerhalb Europas aus?

In der arabischen Welt, beispielsweise in Ägypten und Syrien, besuchen einige Muslime aus Respekt und freundschaftlicher Verbundenheit die Weihnachtsmessen der orientalischen Christen. Und selbst in Dubai und Indonesien stehen geschmückte Tannenbäume.

Gibt es im Koran auch eine Weihnachtsgeschichte?

Im Koran stehen zwei Berichte über die Geburt Jesu: In der Sure 3 und Sure 19, der sogenannten Sure „Maryam“. Das Jesuskind wird dort aber nicht in Bethlehem in einer Krippe, sondern an einem „fernen Ort“ unter einer Palme geboren, wo Maria – auf arabisch „Maryam“ – in völliger Einsamkeit und unter starken Schmerzen ihren Sohn auf die Welt bringt. Auf wunderbare Weise lässt Gott ihr zum Trost Datteln wachsen und eine Wasserquelle entspringen. Bis heute beten manche Musliminnen, wenn sie ein Kind auf die Welt bringen, die Sure „Maryam“ und essen Datteln zur Stärkung.

Welche Rolle spielt Jesus im Koran?

Jesus ist ein Prophet Gottes, der Verkünder des Evangeliums. Im Koran wird auch von Wundern berichtet, die er vollbrachte. Sein erstes Wunder war, dass er als neugeborenes Baby sprach und Maria verteidigte, als die unverheiratete junge Frau mit einem Kind auf dem Arm zu ihrer Familie zurückkehrte. Jesus ist im Islam zwar ein besonderer Mensch, aber nicht Gottes Sohn, der am Kreuz gestorben ist. Dies soll die „Weihnachtsgeschichte“ im Koran auch deutlich machen: „Es steht Gott nicht an, sich irgendein Kind zuzulegen“, heißt es am Ende der koranischen Geburtsgeschichte Jesu in Sure 19.

Kennt der Islam auch die Jungfrauengeburt Marias?

„Geboren von der Jungfrau Maria“ – das glauben auch Muslime. Laut Koran wird Maria durch Engel verkündigt, dass Gott sie auserwählt hat und sie ein Kind bekommen wird, das hoch angesehen sein wird und „einer von denen ist, die Gott nahestehen“ (Sure 3, 42-46).

Maryam ist laut der islamischen Theologin Hamideh Mohagheghi auch heute noch ein beliebter islamischer Mädchenname, weil Maria als wahrhaft standhafte und gläubige Muslimin gilt. Maria ist die einzige Frau, die im Koran namentlich erwähnt wird. Ihr Name kommt im Koran 34 Mal vor – öfter als im Neuen Testament. Nach der islamischen Tradition wird Maria zusammen mit Mohammeds Frauen Aischa und Khadidscha sowie seiner Tochter Fatima als eine der vier besten Frauen angesehen, die je gelebt haben und die die höchste Stufe des Paradieses erlangen. (epd/mig 20.12.)

 

 

 

Franziskus empfängt Migranten aus Lesbos: „Lager in Libyen leeren"

 

Papst Franziskus hat neuerlich in eindringlichen Worten um Mitgefühl und Einsatz für Migranten und Geflüchtete geworben. Die internationale Gemeinschaft rief er an diesem Donnerstag dazu auf, die Lager in Libyen zu leeren, die er als „Orte der Folter und abscheulicher Sklaverei” bezeichnete.

Franziskus äußerte sich im Vatikan bei einem Treffen mit jenen Geflüchteten, die kürzlich über einen humanitären Korridor des Heiligen Stuhles aus griechischen Lagern nach Rom gekommen waren.

„Wie können wir den verzweifelten Schrei so vieler Brüder und Schwestern überhören, die sich lieber dem Sturm auf dem Meer aussetzen, als langsam in libyschen Gefangenenlagern zu sterben?”, fragte der Papst in seiner vorbereiteten Rede. „Wie können wir gleichgültig bleiben gegenüber dem Missbrauch und der Gewalt, deren Opfer sie ohne Schuld sind, und sie der Gnade skrupelloser Menschenhändler ausliefern? Wie können wir, ähnlich wie der Priester und der Levit im Gleichnis vom barmherzigen Samariter, vorübergehen und uns mitschuldig an ihrem Tod machen? Unsere Trägheit ist eine Sünde!”

Er danke dem Herrn für all jene, die „nicht gleichgültig bleiben und ihr Bestes tun”, um den bedrängten Menschen auf der Flucht zu helfen, „ohne zu viele Fragen darüber zu stellen, wie oder warum der arme Halbtote ihren Weg gekreuzt” habe. „Das Problem wird nicht dadurch gelöst, dass ihre Schiffe blockiert werden”, verdeutlichte der Papst. „Wir müssen uns ernsthaft für die Leerung der Gefangenenlager in Libyen einsetzen und alle möglichen Lösungen bewerten und umsetzen. Wir müssen die Menschenhändler, die die Migranten ausbeuten und misshandeln, anprangern und strafrechtlich verfolgen.”

„Wir müssen die Menschenhändler, die die Migranten ausbeuten und misshandeln, anprangern und strafrechtlich verfolgen“

Franziskus rief ausdrücklich dazu auf, wirtschaftliche Interessen hintanzustellen und das Leben der Menschen in den Mittelpunkt zu rücken. „Wir müssen helfen und retten, denn wir alle sind für das Leben unseres Nächsten verantwortlich”, so der Papst.

Das Kirchenoberhaupt nahm bei der Begegnung ein denkwürdiges Geschenk entgegen: Eine orange Rettungsweste, die zusammen mit transrapentem Acryl in Kreuzform gegossen ist. Die Weste nimmt die Stelle des Körpers Jesu auf dem Kruzifix ein. Das Kreuz wurde in Anwesenheit des Papstes und seiner Gäste enthüllt und unmittelbar danach in einem Korridor aufgehängt, der vom Belvedere-Hof in die Büroräume der Kurie führt. Franziskus sammelte sich in kurzem Gebet vor dem Krufizix und lud die übrigen Anwesenden dazu ein, dasselbe zu tun.

Schon die zweite Rettungsweste für den Papst

Es sei schon die zweite Rettungsweste, die er geschenkt bekommen habe, sagte der Papst davor in seiner Rede. Die erste hatte ihm vor einigen Jahren Oscar Camps geschenkt, der Gründer der spanischen Seenotrettungs-NGO „Proactiva Open Arms”. „Sie gehörte einem Mädchen, das im Mittelmeer ertrunken ist”, erinnerte sich Franziskus. Die zweite Rettungsweste, die nun zu diesem Kreuz verarbeitet ist, habe er erst vor einigen Tagen erhalten. Wer sie getragen habe, wisse man nicht, bekannt seien nur die Koordinaten ihres Fundortes. „Wir stehen vor einem weiteren Tod, der auf Ungerechtigkeit zurückgeht”, so Franziskus. „Denn es ist Ungerechtigkeit, die viele Migranten dazu zwingt, ihre Heimat zu verlassen. Es ist Ungerechtigkeit, die sie zwingt, Wüsten zu durchqueren und Missbrauch und Folter in Haft-Camps zu erleiden. Es ist Ungerechtigkeit, die sie zurückdrängt und im Meer sterben lässt.”

„Ich habe mich dazu entschlossen, diese ,gekreuzigte´ Rettungsweste auf diesem Kruzifix anzubringen, damit wir uns daran erinnern, dass wir immer die Augen offen halten müssen, das Herz offen halten müssen“

Für Christen sei das Kreuz Symbol des Leidens und des Opfers, aber auch der Erlösung und des Heils, des Gerettetseins, fuhr der Papst fort. Das Krufizix mit der eingearbeiteten Rettungsweste leuchte, „weil es unseren Glauben in die Auferstehung, in den Sieg Christi über den Tod ermutigt”. Der unbekannte Migrant, „der mit der Hoffnung auf ein neues Leben gestorben ist, hat Teil an diesem Sieg”, sagte Franziskus. „Ich habe mich dazu entschlossen, die ,gekreuzigte´ Rettungsweste hier anzubringen, damit wir uns daran erinnern, dass wir immer die Augen offen halten müssen, das Herz offen halten müssen”. Er wolle alle an die unauflösliche Verpflichtung erinnern, „jedes Menschenleben zu retten, eine moralische Pflicht, die Glaubende und Nichtglaubende vereint.”

Bei der Begegnung im Vatikan waren auch die beiden Kardinäle zugegen, die Franziskus mit der Agenda Flucht, Migration und Armut betraut hat, der Kanadier Michael Czerny und der Pole Konrad Krajewski. Eine Freiwillige von Sant´ Egidio machte den Papst mit den Geflüchteten bekannt. Die katholische Basisgemeinde hat in Zusammenarbeit mit den Waldensern einen humanitären Korridor eingerichtet, über den Migranten und Flüchtlinge sicher und legal nach Italien kommen können. Sant´ Egidio betreut auch die 33 neu angekommenen Flüchtlinge, die der päpstliche Almosenmeister Kardinal Krajewski vor zwei Wochen aus Griechenland nach Rom begleitet hatte. (vn 19.12.)

 

 

 

 

Missbrauch: Franziskus hebt „päpstliches Geheimnis” auf

 

Papst Franziskus hat das sogenannte „päpstliche Geheimnis“ im Fall von Missbrauch durch Priester aufgehoben. Das gab der Vatikan am Dienstag bekannt. Die Maßnahme führt dazu, dass Aussagen in Kirchenprozessen auch an zivile Behörden gehen. Außerdem können in Zukunft kirchenrechtlich geschulte Laien in Missbrauchsprozessen als Anwälte auftreten, eine Rolle, die bisher Priestern vorbehalten war.

Darüber hinaus verfügte Franziskus, dass ab sofort der Besitz und die Verbreitung kinderpornografischen Materials mit Opfern im Alter bis zu 18 Jahren zu den schwersten Straftatbeständen zählt. Die Behandlung dieser sogenannten „graviora delicta“ ist allein der vatikanischen Glaubenskongregation anvertraut. Bisher lag die Altersgrenze bei 14 Jahren.

In der ersten der beiden am Dienstag veröffentlichten Verfügungen heißt es, der Papst habe am 4. Dezember beschlossen, das „päpstliche Geheimnis“ bei Beschwerden, Prozessen und Entscheidungen über bestimmte Missbrauchsdelikte in der Kirche aufzuheben. Es geht um Fälle von Gewalt, sexuellen Handlungen und Vorstufen dazu, die unter Androhung oder Missbrauch von Autorität begangen wurden, um Missbrauch von Minderjährigen und schutzbedürftigen Personen, um Kinderpornographie sowie um Fälle von unterlassener Meldung und Vertuschung von Missbrauch durch Bischöfe und Generalobere von Ordensinstituten. Diese Verbrechen sind im ersten Artikel des jüngsten Motu Proprio „Vos estis lux mundi" genannt.

Nicht mehr länger zu Fakten schweigen müssen

Die Informationen in Missbrauchsfällen werden weiterhin so behandelt, dass „der gute Ruf, das Ansehen und die Privatsphäre“ der Beteiligten gewahrt bleibe, wie das Kirchenrecht das vorsehe, heißt es in der Verfügung. Es handelt sich nicht um eine direkte Abschaffung des Päpstlichen Geheimnisses, sondern eher um eine Herabstufung auf die Ebene des Amtsgeheimnisses. Das Amtsgeheimnis, fährt die päpstliche Anordnung fort, dispensiere nicht von der Erfüllung der Verpflichtungen, die von staatlichen Gesetzen festgelegt sind. Dazu gehörten beispielsweise eine Meldepflicht von Missbrauchsfällen. Darüber hinaus können Informanten, Opfer und Zeugen bei kirchlichen Verfahren in Zukunft „nicht verpflichtet werden, zu den Fakten zu schweigen".

Auf vielfachen Wunsch

Mit der Aufhebung des „päpstlichen Geheimnisses“ bei Missbrauchsfällen kommt Franziskus einem Anliegen nach, das Fachleute und Bischöfe beim vatikanischen Kinderschutzgipfel im Februar mehrfach geäußert hatten. Auch der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, hatte damals für diese Maßnahme geworben. Die spezifische kirchliche Geheimhaltungspflicht hatte in Missbrauchsprozessen regelmäßig zu Vertuschungen und Strafvereitelung gegenüber der weltlichen Justiz geführt.

Das „päpstliche Geheimnis“ meint strenge Geheimhaltungsnormen für bestimmte Rechts- und Verwaltungsvorgänge in der katholischen Kirche, etwa bei der Auswahl von Bischöfen. Das Grundanliegen dieser Normen ist der Schutz von Persönlichkeitsrechten. (vatican news 17.12.)

 

 

 

 

Theologen des Papstes erörtern Anthropologie in der Bibel

 

Die Päpstliche Bibelkommission hat an diesem Montag eine neue Studie über die anthropologische Sicht der Heiligen Schrift veröffentlicht. Das Werk der Kommission trägt den Titel: „Was ist der Mensch?“, ein Zitat aus dem Psalm 8 (Ps 8,5). Der Jesuitenpater Pietro Bovati ist Kommissionsmitglied. Er erläutert uns die Bedeutung dieses Dokuments aus dem Vatikan.

Mario Galgano und Alessandro De CarolisVatikanstadt

 

Die ausführliche Studie, die jetzt im Vatikan vorgestellt wurde, habe eine lange Vorgeschichte, so Pater Bovati. Ausgangspunkt sei die anthropologische Frage, mit der sich das Zweite Vatikanische Konzil vor allem in „Gaudium et spes“ beschäftigt habe, wo es um die Beziehung der Kirche mit der Welt genauso wie ein Hinterfragen der Gesellschaft und schließlich der „Realität des Menschen“ gehe, erläutert Pater Bovati.

„Der Papst wollte, dass dieses Thema ausgehend von der Schrift, die die Grundlage und Seele aller christlichen Überlegungen ist, behandelt wird. Dem zugrunde liegt also die Frage: Was ist der Mensch? Diese Frage erstreckt sich über die gesamte Bibel wie ein Weg. Es erfordert ein kluges Verständnis, alle verschiedenen Aspekte der menschlichen Dimension zu verstehen und sich nicht nur auf einen bestimmten Aspekt zu konzentrieren.“

Vier Kapitel

Die Studie besteht aus vier Kapiteln mit entsprechend vier konkreten Themen. So geht es im ersten Kapitel um das Menschsein an sich, ausgehend von der Annahme, dass jeder ein „Geschöpf Gottes“ ist. Damit einher geht auch die „Fragilität und Sterblichkeit“ des Menschen, die jedoch durch eine aussergewöhnliche spirituelle Begabung, den „Hauch Gottes“, erhöht wird. Im zweiten Kapitel geht es um die Beziehung zwischen den Menschen und der Schöpfung. Dazu zählt nicht nur die ökologische Frage, es kommt auch die Bedeutung der Arbeit vor.

„Das dritte Kapitel ist wohl das komplexeste. Es bezieht sich auf die anthropologische Beziehungsrealität. Es geht darin vor allem darum, dass Gott den Menschen als Mann und Frau geschaffen hat. Diese grundlegende Liebesbeziehung führt zur Elternschaft, die wiederum eine weitere, neue Beziehung mit sich bringt. Die Liebe hat also drei Dimensionen: die eheliche Liebe, die Liebe zwischen Eltern und Kindern und schließlich die Geschwisterliebe. Das ist sozusagen, was Gott für die Menschen will und was auch die Herausforderung in der Geschichte ist, damit sich dieser Wunsch Gottes erfüllen kann.“

Im vierten Kapitel geht es um die Bedeutung der Gesetze und Regeln. Bereits in der Heiligen Schrift werde auf Schwäche der Menschen gegenüber den Gottesgesetzen thematisiert, erinnert Pater Bovati.

„Doch auf welche Weise greift Gott in dieser Geschichte ein? Mit seiner Heilsgeschichte, um dieser Parabel des menschlichen Lebens nicht einen negativen Charakter zu geben, sondern vielmehr den Triumph der Güte, des Vergebens und der Rettung. Auf diese Weise ist die Geschichte nicht mehr eine Geschichte des menschlichen Elends, sondern die Geschichte des Ruhmes Gottes im Menschen.“

Keine abstrakte Schrift

Wer nun denkt, dass es sich um eine rein akademische, abstrakte Studie handele, kann sich allerdings eines Besseren belehren lassen. Denn wie Pater Bovati erläutert, geht die Studie durchaus auf konkrete Fragen ein, wie denn die katholische Kirche ausgehend von der Bibel auf Themen wie Homosexualität oder Gender antworte. Allerdings, so räumt der Bibelforscher ein, liege den Ausführungen allein das zugrunde, was sich an Antworten in der Heiligen Schrift selbst finden lasse:

„Also formulieren wir, auch mit Blick auf diese Fragestellungen, einige grundlegende Prinzipien, wie z.B. die Bedeutung des Unterschieds, der der Schöpfung selbst eingeschrieben ist, als Element, um den Plan Gottes auch in Bezug auf jedes einzelne Geschöpf zu verstehen. Dies als Prinzip, das - vielleicht - auch anderen theologischen, psychologischen und pastoralen Disziplinen helfen kann, damit sie dann in angemessener Weise entwickelt werden können, unter Berücksichtigung der Umstände, Kulturen und Überlegungen, die heute auch aus der Welt der Wissenschaften kommen. Deshalb bietet die Bibel einige Prinzipien, einige nützliche Hinweise für eine Reflexion, die jedoch auch anderen Interpreten christlichen Denkens, wie Theologen, Moralisten und Pastoren, anvertraut ist, um angemessener auf die Frage antworten zu können, die der Mensch auf jeden Fall an die Kirche richtet.“ (vn 16.12.)

 

 

 

Tote im Mittelmeer als „Prüfsteine des christlichen Abendlandes“

 

Mit eindringlichen Worten haben Kardinal Reinhard Marx und der bayerische lutherische Landesbischof Heinrich Bedford-Strohm bei einem ökumenischen Gottesdienst dazu aufgerufen, dem Sterben im Mittelmeer ein Ende zu setzen.

 „Die Menschen, die im Mittelmeer ertrinken, das sind die Prüfsteine des christlichen Abendlandes“, mahnte Kardinal Marx in seinem Teil der Dialogpredigt in der Münchener Liebfrauenkirche am Samstagnachmittag. „Es ist ein Skandal, dass an der Grenze Europas Menschen zu Tode kommen.“ Zwar könnten die Kirchen die Politik nicht ersetzen, „aber wir können deutlich machen, wo die Wunden der Welt sind“.

 

Landesbischof Bedford-Strohm zeigte sich davon überzeugt, dass die Kirchen mit ihren Allianzen mit den zivilen Seenotrettern, die gegenwärtig als einzige im Mittelmeer Menschen retten, „zutiefst dem Willen unseres Herren Jesus Christus entsprechen. In ihm ist Gott selbst Mensch geworden und hat dem Menschen damit eine Würde gegeben, die mit nichts aufzuwiegen ist.“

Damit sie nicht ein zweites Mal sterben

Vor dem Gottesdienst, an dem auch der griechisch-orthodoxe Bischof von Aristi Vasilios und Imam Benjamin Idriz als Vertreter der muslimischen Gemeinde mitwirkten, hatten Geflüchtete im Dom eine Stunde lang die Namen von ertrunkenen Migranten vorgetragen. „Wir haben diese Namen gelesen, damit sie nicht auch noch vergessen werden und so ein zweites Mal sterben“, sagte Bedford-Strohm.

Fünf Gebote für den Umgang mit Migranten

Kardinal Marx erinnerte unter dem Applaus der Gottesdienstbesucher an fünf „einfache, schlichte Prinzipien“, welche die europäische Politik leiten müssten: „An unseren europäischen Außengrenzen kommt niemand zu Tode. Jeder, der an die Grenze kommt, wird menschenwürdig behandelt. Jeder Asylsuchende bekommt ein faires Verfahren. Niemand wird zurückgeschickt, wo Tod und Verderben drohen. Und wir tun alles in den Herkunftsländern der Migranten, dass dort Perspektiven für die Menschen sind.“  (pm 14.12.)

 

 

 

Studie. Religiöse Identität weiter wichtig

 

Religion ist den meisten Menschen in Deutschland weiterhin wichtig. Das geht aus einer aktuellen Studie hervor. Danach sind religiöse Menschen engagierter; Muslime werden häufiger diskriminiert.

Trotz fortschreitender Säkularisierung ist Religion für eine Mehrheit der Menschen in Deutschland und der Schweiz weiter wichtiger Bestandteil ihrer Identität. Zu diesem Ergebnis kommt eine Studie der Universitäten Leipzig und Luzern, die am Mittwoch veröffentlicht wurde.

Demnach bewerten 57 Prozent der repräsentativ befragten Bundesbürger ihre Religionszugehörigkeit als äußerst wichtig, wichtig oder eher wichtig. In der Schweiz waren es 50 Prozent. Für die Studie wurden jeweils mehr als 3.000 über 16 Jahre alte Anhänger verschiedener Religionen befragt.

Religiöse Menschen öfter engagiert

Besonders hohe Zustimmung ermittelten die Forscher in Deutschland mit 75 und 78 Prozent demnach unter Muslimen und Anhängern evangelischer Freikirchen. Diese beiden Gruppen waren zugleich diejenigen unter den Befragten, die am häufigsten von Diskriminierungserfahrungen berichteten. Unter den Protestanten bewerteten 64 Prozent ihre Religionszugehörigkeit als eher bis äußerst wichtig, unter den Katholiken waren es 58 Prozent.

Weiter stellten die Forscher fest, dass sich Religiosität und Engagement gegenseitig bedingen. „Wer in Deutschland seine religiöse Identität als äußerst wichtig ansieht, ist wesentlich häufiger gesellschaftlich engagiert (59 Prozent) als jemand, dem diese soziale Identität völlig unwichtig ist (48 Prozent)“, heißt es in der Studie. Unter Muslimen in Deutschland beträgt die Engagement-Quote vergleichsweise niedrige 39 Prozent.

Muslime werden häufiger diskriminiert

Der Leipziger Religionssoziologe Gert Pickel resümierte, eine starke religiöse Identität könne einerseits zu Konflikten und Abgrenzungsprozessen führen. Auf der anderen Seite „wirkt sie brückenbildend und stärkt den gesellschaftlichen Zusammenhalt“, erklärte Pickel.

Wie aus der Erhebung außerdem hervorgeht, machen Muslime deutlich mehr Diskriminierungserfahrungen als Christen. Während jeder zweite Muslim (50 Prozent) angibt, „im letzten Jahr“ diskriminiert worden zu sein, liegt die Diskriminierungsquote bei Menschen mit christlichem Glauben bei 19 Prozent. (epd/mig 12.12.)

 

 

 

Arbeitshilfe zum Familiensonntag veröffentlicht. „Familie – Lernort des Glaubens“

 

Am 29. Dezember 2019, dem Fest der Heiligen Familie, begeht die katholische Kirche in Deutschland den Familiensonntag. Er steht unter dem familienpastoralen Jahresmotto „Familie – Lernort des Glaubens“. Für Gottesdienste, Gebetskreise und Gesprächsrunden rund um den Familiensonntag veröffentlicht die Deutsche Bischofskonferenz eine pastorale Online-Arbeitshilfe (Nr. 311). Diese trägt den Titel des Jahresmottos und rückt das Thema Glaubensvermittlung in der Familie in den Mittelpunkt.

 

Papst Franziskus weist in seinem Nachsynodalen Apostolischen Schreiben Amoris laetitia (19. März 2016) auf einen zentralen und unverzichtbaren Ort der Weitergabe des Glaubens hin – die Familie: „Die Erziehung der Kinder muss von einem Weg der Glaubensweitergabe geprägt sein.“ (AL 287) Die Familie gilt nach wie vor als unverzichtbarer Ort für heranwachsende Kinder und Jugendliche. „Aber vielen Menschen ist fremd geworden, dass die Familie auch der vorzüglichste Platz für die Weitergabe von Glauben und der religiösen Prägung von jungen Menschen ist“, schreibt der Vorsitzende der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), in seinem Vorwort zur neuen Arbeitshilfe. „Es ist in den Familien, wo Kinder durch gemeinsames Beten, Erzählen und Vorlesen an die Geschichten unseres Glaubens aus der Bibel und einer reichhaltigen Auslegungs- und Erzähltradition herangeführt werden. In den Familien wachsen die Kinder als Christinnen und Christen heran“, so Erzbischof Koch.

 

Die heute publizierte Arbeitshilfe bietet viele Anregungen zur Advents- und Weihnachtszeit, zum Familiensonntag am 29. Dezember, zum Dreikönigstag und weiteren Festen im Kirchenjahr, um die Familie als Lernort des Glaubens zu leben. Es finden sich Gebete, Erzählungen und Spiele, um Kindern den christlichen Jahreskreis näherzubringen und in der Gemeinde gemeinsam einen Gottesdienst oder eine Kindersegnung zu feiern.

 

Die Deutsche Bischofskonferenz unterstützt mit der Arbeitshilfe alle, die in den Pfarrgemeinden den Familiensonntag vorbereiten. Die Arbeitshilfe bietet zahlreiche Anwendungsbeispiele und Inspirationen sowie Elemente für Gebet und Gottesdienste zur Gestaltung des Festtags. Dabei ist das Onlinelayout für Bildschirmlesbarkeit optimiert, das Navigieren im Text unkompliziert. Weiterführende Internetlinks helfen ebenso weiter. Die Arbeitshilfe ist als pdf-Datei unter www.ehe-familie-kirche.de sowie unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen verfügbar.

 

Hintergrund. Seit 1976 wird der Familiensonntag bundesweit in allen deutschen Diözesen begangen. Im Jahr 2015 hat die Deutsche Bischofskonferenz beschlossen, den Familiensonntag auf das Fest der Heiligen Familie, den Sonntag der Weihnachtsoktav, zu legen. In diesem Jahr fällt der Familiensonntag auf den 29. Dezember. Der Familiensonntag ist in ein Jahresthema, das „familienpastorale Jahresmotto“, eingebettet. Er will die Bedeutung von Ehe und Familie für einen gelebten christlichen Glauben hervorheben. Diözesen, Gemeinden, Verbände und kirchliche Einrichtungen sind eingeladen, sich mit eigenen Veranstaltungen und Initiativen zum jeweiligen Jahresthema einzubringen und das Jahresmotto aufzugreifen, ggf. auch an einem anderen Sonntag im Kirchenjahr. Dbk 12