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KI-generierte Inhalte können fehlerhaft sein.  Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso, febbraio 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.        Il ricordo delle vite spezzate in strada. 1

2.        Sesta assemblea del sinodo tedesco. Una Chiesa più sinodale e missionaria. 1

3.        San Giovanni Bosco invita ancora a ‘servire’ i giovani. 1

4.        "La Chiesa annuncia Cristo, senza protagonismi, né particolarismi". 1

5.        Udienza. Leone XIV: “l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo”. 1

6.        Cei. Card. Zuppi: “Ogni comunità diventi casa della pace, della fraternità e della speranza”. 1

7.        Giorno della Memoria, Migrantes: «In un mondo che corre indifferente, rom e sinti insegnano a non consumare il tempo». 1

8.        Leone XIV, la sinodalità per l'ecumenismo, il pensiero a Nicea. 1

9.        Il birrificio monastico più antico del mondo compie mille anni 1

10.  Leone e il potere invisibile delle piattaforme IA: il giornalismo come argine?. 1

11.  Minneapolis prega per Alex Pretti: appelli alla pace e al dialogo. 1

12.  Leone XIV, volto e voce sono sacri 1

13.  Ecumenismo, le Chiese cristiane in Italia firmano un Patto. 1

14.  Le sfide di papa Leone nel colloquio con l'agostiniano p. Gabriele Pedicino. 1

15.  Papa Leone XIV: “Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti”. 1

16.  Chiesa in Germania, a febbraio i vescovi eleggono il loro nuovo presidente. 1

17.  Cristiani perseguitati, sono quasi 400 milioni nel mondo. 1

18.  Udienza. Leone XIV: “preghiamo per la pace, la guerra è tornata di moda”. 1

19.  Bätzing non sarà più presidente della Conferenza episcopale tedesca. 1

20.  Leone XIV: “dalla compassione si misura lo stato di salute della società”. 1

21.  Messaggio del Papa per la Giornata del Malato. “L’amore non è passivo, va incontro all’altro”. 1

22.  Usa. tre cardinali contro la politica estera di Trump: “Assalto catastrofico alla pace”. 1

23.  I vescovi di Francia contro il suicidio assistito. “La vita non si cura dando la morte”. 1

24.  L’Accademia Ecclesiastica compie 325 anni 1

25.  II Domenica del Tempo Ordinario. 1

26.  “Trovare possibilmente ogni giorno un momento per incontrare il Signore”. 1

27.  La settimana di preghiera per l'unità dei cristiani: dal 18 al 25 gennaio. 1

28.  Anno di San Francesco, decreto per ottenere l'indulgenza plenaria. 1

29.  Stemmi, bandiere, simboli: quale è il senso dell’araldica cattolica. 1

30.  Nel mondo sono 388 milioni i cristiani perseguitati 1

31.  "Tutti contano a Firenze": la rilevazione delle persone senza dimora per l’anno 2026. 1

32.  “Non può mancare il tempo dedicato alla preghiera”. 1

33.  Anno di celebrazioni per gli 800 anni del transito di San Francesco. 1

34.  Essere coppia – Stare nella coppia. Corso prematrimoniale online. 1

35.  A Catania grande festa per il Giubileo Agatino, le reliquie della Santa “in cammino” per la città. 1

36.  Dio torna a rivelarsi all’umanità. Battesimo di Gesù. 1

37.  “Quanto bene c’è nel mondo, voi ne siete la prova”: Papa Leone ai volontari del Giubileo. 1

38.  Incontro distrettuale KAB Kempten-Allgäu. 1

39.  Papa Leone ai francescani: "La pace è la somma di tutti i beni di Dio". 1

40.  Leone XIV: “La guerra è tornata di moda, ma la pace è sempre possibile”. 1

41.  Leone XIV: “A giugno il prossimo Concistoro”. 1

42.  “La persecuzione dei cristiani, una delle più grandi crisi di diritti umani”. 1

43.  Concistoro. "Non siamo qui a promuovere agende, personali o di gruppo". 1

44.  Riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio Vaticano II 1

45.  Si chiude il Giubileo 2025: la Chiesa celebra la fine dell’Anno Santo della Speranza. 1

46.  300mila bambini in marcia per aiutare i coetanei più poveri del mondo. 1

47.  Nel 2033 ci sarà un altro Anno Santo?. 1

48.  Giubileo 2025, oltre 33 milioni di pellegrini a Roma. 1

49.  Papa Leone XIV: “Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo”. 1

50.  Migrantes. I “grazie” per il 2025. E la sfida per il 2026. 1

51.  Cosa ha concluso Papa Leone del pontificato di Papa Francesco?. 1

52.  I viaggi del Papa nel 2026?. 1

53.  Kempten. Pellegrinaggio alla Regina dell’Amore (Schio) 1

54.  Cerco un centro di gravità (provvisorio). 1

55.  L' Epifania in Italia secondo le diverse culture etniche cattoliche. 1

56.  In Germania 300 mila piccoli Magi benedicono le case. 1

 

 

1.        Ende einer Etappe: Synodaler Weg verabschiedet Reform-Botschaft. 1

2.        Papst fordert globale Solidarität: Ein Gott, eine Menschheit, ein Planet. 1

3.        „Für eine Welt, die Zukunft hat – mit einer Kirche, die Hoffnung macht“. 1

4.        Emotionale Debatten bei Synodalversammlung in Stuttgart. 1

5.        Gemischte Bilanz zu Missbrauchsaufarbeitung. 1

6.        Papst an Olympische Winterspiele: Brücken bauen. 1

7.        Synodaler Weg: Schweigen aus Rom bremst Reformen aus. 1

8.        Italien: Erzdiözese Mailand startet Initiative „For Each Other“. 1

9.        Geweihtes Leben: Samen des Friedens. 1

10.  Kohlgraf zieht gemischtes Fazit des Synodalen Wegs. 1

11.  Leo XIV.: Missbrauchsfälle mit Gerechtigkeit, Wahrheit und Liebe untersuchen. 1

12.  Sechste Synodalversammlung des Synodalen Weges in Stuttgart eröffnet. 1

13.  6. März: Weltgebetstag der Frauen blickt nach Nigeria. 1

14.  Leo bei Generalaudienz: Schrift und Tradition gehen zusammen. 1

15.  Gemeinsamer Aufruf zu den Betriebsratswahlen 2026. 1

16.  Neuer UN-Flüchtlingskommissar zu Besuch im Vatikan. 1

17.  Holocaust-Gedenktag: Für selbstkritisches Erinnern. 1

18.  „Christentum ist keine nationale Ideologie“. 1

19.  Leo XIV.: „Neues missionarisches Zeitalter“. 1

20.  Papst Leo: „Wir sind eins – wir sind es bereits!“. 1

21.  Medienbotschaft: KI ist keine „allwissende Freundin". 1

22.  Gebetswoche für die Einheit der Christen: Gruppe aus Bossey in Rom.. 1

23.  Katholische Soziallehre als Weg zu friedlicher Koexistenz. 1

24.  Internationales Bischofstreffen im Heiligen Land beendet. 1

25.  Generalaudienz: Wir sind Gottes geliebte Kinder. 1

26.  WEF: Kirchen in Davos öffnen ihre Räume und hoffen auf Dialog. 1

27.  Bedauern über Bätzings Rückzug. 1

28.  Pfarrer widerspricht Vorwurf der Symbolpolitik in deutschem Reformprojekt. 1

29.  Leo: Mehr Aufmerksamkeit für Bedürftige, Leidende, Kranke. 1

30.  Journalismus lernen mit Haltung und Handwerk. 1

31.  Bischof Bätzing gibt Vorsitz der Deutschen Bischofskonferenz ab. 1

32.  Kardinal Koch: „Ökumene ist ein Friedenswerkzeug für die Welt“. 1

33.  Papst empfängt „Neokatechumenalen Weg“. 1

34.  Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz. Wahl des Vorsitzenden. 1

35.  Papst Leo lädt zum Gebet für die Einheit der Christen ein. 1

36.  „Wasser ist keine Ware“: Hilfswerke fordern gerechten Zugang. 1

37.  Papst an Diplomatenakademie: „Keine Taktik, sondern denkende Nächstenliebe“. 1

38.  Aktionstag „Zusammenhalt in Vielfalt“ am 21. Mai 2026. 1

39.  Vatikan veröffentlicht Dekret zum Franziskus-Jahr: Keine geistliche Abkürzung. 1

40.  EU lobt Sternsinger: Ihr bringt die Botschaft der Hoffnung. 1

41.  Weltindex: 388 Mio. Christen verfolgt - Verschärfte Lage in Syrien. 1

42.  Bonifatius-Werk stellt 2026 Förderbudget von 11 Millionen Euro bereit. 1

43.  800. Todestag Heiliger Franziskus: Tipps für Assisi-Pilger. 1

44.  Vatikan und Italien fordern weltweites Verbot der Leihmutterschaft. 1

45.  Generalaudienz: Leo XIV. über die revolutionäre Kraft der Offenbarung. 1

46.  „7 Wochen WERTvoll“. Fastenzeitaktion 2026 für Paare und Familien. 1

47.  „Kirche in Not“ an Bundeskanzler Merz: Bei Abkommen mit Indien Menschenrechte wahren. 1

48.  Reli-Unterricht tut gut. 1

49.  Kardinal Marx sieht Demokratie in Gefahr. 1

50.  Parolin in Brüssel: Appell zu christlicher Kühnheit in fragilem Europa. 1

51.  25. Internationales Bischofstreffen im Heiligen Land. 1

52.  Papst zur Taufe des Herrn: Mit Gott findet das Leben Erlösung. 1

53.  Papst beim Konsistorium: „Synodalität ist keine Organisationstechnik“. 1

54.  Papst Leo XIV. an Jugend Roms: Wir können eine Welt des Friedens schaffen. 1

55.  Papst beklagt: „Krieg ist wieder in Mode gekommen“. 1

56.  Treffen Kreisverband KAB Kempten-Allgäu. 1

57.  Papst zur Weltlage: „Kurzschluss“ der Menschenrechte. 1

58.  Leo an Kardinäle: „Die anderen Themen gehen nicht verloren”. 1

59.  Papst: „Konzil ist Leitstern für Kirche heute“. 1

60.  Papst beim Konsistorium: „Nicht die Kirche zieht an, sondern Christus“. 1

61.  Papst zum Dreikönigsfest: „Kriegsindustrie stoppen“. 1

62.  Kardinal Müller: Kirche ist einzig glaubwürdige Moral-Instanz. 1

63.  Vatikan und Stadt Rom ziehen Bilanz des Heiligen Jahres. 1

 

 

 

Il ricordo delle vite spezzate in strada

 

In Italia migliaia di persone senza dimora affrontano ogni giorno gelo, precarietà e isolamento sociale. Nel 2025 sono morte 414 persone, soprattutto uomini e stranieri provenienti da Paesi extraeuropei. La Comunità di Sant’Egidio ricorda ogni anno Modesta Valenti, morta nel 1983 alla stazione Termini, simbolo delle vittime invisibili – di Raffaele Iaria

Sono migliaia le persone senza dimora che ogni giorno affrontano il gelo delle strade e una serie di difficoltà che mettono a rischio la loro salute e, spesso, la loro stessa vita. A queste condizioni estreme si aggiungono problemi materiali, precarietà e un profondo isolamento sociale, che rendono ancora più fragile la loro quotidianità.

Nel corso del 2025 sono morte 414 persone senza dimora, secondo l’ultimo report La strage invisibile della Fio.PSD, la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora. Le morti in strada riguardano soprattutto uomini (91,5%) e persone di nazionalità straniera (56,5%), con una significativa prevalenza di cittadini provenienti da Paesi extraeuropei (45%), in particolare Marocco e Tunisia. Quest’anno la Fio.PSD ne ha già registrate 31. La Federazione ha inoltre ricevuto da Istat l’incarico per la “Rilevazione sulle persone senza dimora”, svolta questa settimana nei 14 comuni delle aree metropolitane italiane: un’occasione preziosa per aggiornare i dati e migliorare la capacità di intervento sui territori.

In questi giorni la Comunità di Sant’Egidio ricorda, con preghiere e momenti di incontro, queste persone. Ogni anno, infatti, il 31 gennaio viene commemorata Modesta Valenti, la donna che nel 1983 morì alla stazione Termini dopo che un’ambulanza rifiutò di soccorrerla perché era sporca. Aveva 71 anni. Nata a Trieste nel 1912, visse gli ultimi anni per strada a Roma. Fu incontrata nel 1982 da alcuni giovani di Sant’Egidio vicino a Santa Maria Maggiore: chiedeva l’elemosina con timidezza e parlava in friulano. Con il tempo raccontò frammenti della sua vita, il “quartin” lasciato a Trieste e il doloroso ricovero in manicomio. Diceva di essere venuta a Roma per vedere il Papa e amava camminare fino a San Pietro. Il 31 gennaio 1983, dopo una notte al freddo alla stazione Termini, si sentì male. Un’ambulanza rifiutò di soccorrerla perché aveva i pidocchi. Rimase a terra, senza aiuto, finché morì prima che arrivasse un ultimo mezzo di soccorso.

Il suo nome, insieme a quello di molti altri senza dimora morti negli anni nelle strade della capitale, viene letto pubblicamente durante una celebrazione che si terrà domenica mattina nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, per ricordare che le morti per freddo, stenti, malattie non curate o violenze non devono essere dimenticate. Ieri, 29 gennaio, una delegazione di Sant’Egidio, insieme a rappresentanti della diocesi, della Caritas e delle Ferrovie dello Stato, si è recata nel luogo della morte di Modesta per una commemorazione simbolica, a testimoniare che il ricordo non si è affievolito, ma è diventato generativo di un impegno che da Roma si è esteso all’Italia e oltre. Il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha definito questo impegno “una forma di protesta civile e una responsabilità umana e sociale, quella di chi si prende cura della propria città”. Modesta Valenti, ha ricordato, era una persona e una cittadina “prima isolata, poi invisibile, infine rifiutata”, invitando a vigilare perché “i diritti della persona umana, come quelli dei popoli, sono sempre più soggetti a limitazioni”. Anche Giustino Trincia, direttore della Caritas di Roma, ha richiamato la responsabilità collettiva e l’importanza della sinergia sviluppata con la Comunità e le istituzioni cittadine: “La straordinaria vocazione di Roma, capitale universale di storia, bellezza, arte, cultura e religione – ha detto – si misura da come sa farsi prossima a chi è più esposto, a chi vive ai margini, a chi rischia di restare invisibile”.

Quello di domenica nella Basilica di Santa Maria in Trastevere è il primo degli appuntamenti promossi da Sant’Egidio. Sempre a Roma, nella stessa giornata, si terranno celebrazioni a Laurentino (San Mauro Abate), Primavalle (San Francesco), San Giovanni (Preziosissimo Sangue) e Tuscolano (Casa della Comunità). Altre commemorazioni sono previste a Barcellona (Basilica dels Sants Just i Pastor), Milano (San Bernardino), Novara (Ognissanti) e Padova (Immacolata). Domenica 8, momenti di preghiera a Roma nei quartieri Flaminio (Santa Croce), Torrenova (San Gaudenzio) e Trullo (Gesù Maestro). Sabato 14 febbraio ad Aversa e Savona. Nelle settimane successive, il ricordo dei senza dimora proseguirà in molte città: Pozna, Torino, Trieste, Treviso, Catania e altre. Sir 30

 

 

 

 

Sesta assemblea del sinodo tedesco. Una Chiesa più sinodale e missionaria

 

Si è aperta a Stoccarda la sesta assemblea del Synodaler Weg (29-31 gennaio). Sono trascorsi quasi tre anni (marzo 2023) dalla precedente, conclusa con molti testi approvati ma molto era rimasto ancora aperto. Allora si era anche nel pieno del sinodo universale sulla sinodalità, un incrocio di percorsi che ha portato frutti, tant’è vero che la novità più evidente è che questa sesta assemblea ha accolto il metodo della conversazione nello spirito, praticato nelle assemblee del sinodo a Roma. di Paola Colombo

In questo momento mentre scrivo da cronista sul posto, i sinodali fanno conversazione nello spirito, siedono in gruppi di sette-otto persone, una di loro fa da facilitatore, valutano questi ultimi tre anni, ascoltano chi sta parlando, cercando di comprendere le ragioni di ciò che ascolta. Si vuole evitare il dibattito e crea empatia.

Questa sesta assemblea ha ricordato la presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zentralkomitee der deutschen Katholiken, ZdK), Imre Stetter-Karp nella conferenza stampa di apertura, ha due obiettivi, fare una valutazione se e come sono state implementate le delibere del Synodaler Weg e dare un’impostazione duratura e permanente alla sinodalità.

Georg Bätzing, presidente uscente della DBK, guarda al Synodaler Weg come un processo nato con coraggio: „Der Mut, wir machen das!“ ricordando la responsabilità che grava sulla Chiesa cattolica tedesca, per scandalo degli abusi sessuali, fattore determinante che ha dato inizio al cammino sinodale tedesco per dare risposte di riforme alle cause sistematiche degli abusi che sono state individuate dallo MHG-Studie del 2018 (commissionato dalla conferenza episcopale). Affrontare questa crisi ha portato a un cambio culturale nella Chiesa, ha aggiunto.

A Stoccarda sono riuniti 177 sinodali, sette osservatori, undici ospiti stranieri e 15 consulenti. C’è il nunzio apostolico a Berlino, arcivescovo Nikola Eterovi?, sempre molto critico nei confronti del Synodaler Weg, caldamente salutato da Bätzing. Mancano un paio di vescovi: il cardinale Woelki, i suoi vescovi ausiliari, p.e. Dominikus Schwaderlapp, il vescovo di Regensburg Rudolf Voderholzer.

Uno dei nodi controversi è la creazione di un Consiglio sinodale (Synodalrat). In questi ultimi tre anni una commissione Synodaler Ausschuss ha lavorato per dare una forma a una permanente struttura sinodale sovra diocesana, a fine novembre la commissione ha rilasciato lo statuto che il Comitato centrale dei cattolici tedeschi ha subito approvato. Nella prossima Conferenza episcopale di fine febbraio toccherà ai vescovi votare lo statuto. Se verrà approvato, come c’è da aspettarsi, il passaggio successivo sarà l’invio a Roma del testo.

Fin qui una sintesi per capire a che punto si è con questa sesta assemblea. Le cause, le strutture da cambiare, ma c’è dell’altro.

Se la cristianità non esiste più, nel senso che non è la cifra del contesto sociale, né in Germania, ma neanche in Italia e in molti altri paesi occidentali, il cristianesimo è missione in questa realtà che, guardandoci intorno, spaventa un po’ tutti. Questo è il clima con cui è aperta questa assemblea.

Una chiesa missionaria per il futuro

„Cinque anni di dibattiti appassionati hanno portato a un cambio di cultura, a un diverso modo di essere insieme fra vescovi e laici. Una chiesa missionaria e di diaconia in una società secolarizzata ha bisogno di risolutezza e coraggio e uno sguardo aperto in avanti“. (Imre Stetter-Karp).

Di fronte all’emorragia della Chiesa cattolica, (registrabile in numeri in Germania, 300.000-500.000 all’anno, per mezzo della tassa di culto n.d.r.), i servizi caritatevoli sono richiesti più che mai, ha detto Imre Stetter- Karp alla conferenza stampa di apertura “la nostra voce e la nostra energia sono richieste nell’impegno per la democrazia, la giustizia e la dignità umana. Essere cristiani è un marchio di fabbrica per una vita solidale, per l’attenzione, l’umanità, la speranza nel futuro”. Essere davvero una chiesa solidale per essere una chiesa più incisiva, più missionaria. “Siamo cambiati. Dobbiamo cambiare. Andremo avanti”.

Trovare soluzioni per la situazione della Chiesa in Germania

Il presidente, vescovo di Limburg Georg Bätzing: «Stiamo entrando in una nuova fase del Cammino sinodale. Dobbiamo vedere come vengono attuate le decisioni prese finora. C’è ancora molto da fare. Allo stesso tempo, la prevista Conferenza sinodale (Synodalkonferenz) fornirà uno strumento con cui noi, vescovi e laici, potremo affrontare insieme le sfide fondamentali della Chiesa in Germania, per dar forma a soluzioni sostenibili per il futuro. Con la futura Conferenza sinodale ci mettiamo in armonia con quanto stabilito nel documento finale del Sinodo universale. Iniziamo così una nuova tappa proprio come hanno chiesto Papa Francesco e Papa Leone XIV alla Chiesa universale”.

A proposito di sinodo universale ha proseguito Thomas Söding, teologo e numero due del ZdK.

Che cosa ha portato il sinodo universale

Thomas Söding ha partecipato alle assemblee del sinodo a Roma e riconosciuto che i problemi affrontati dal Cammino sinodale tedesco sono le questioni globali della Chiesa cattolica: “troppo poco controllo sul potere, troppo clericalismo, troppo pochi diritti delle donne, troppa esclusione a causa dell’orientamento sessuale. Il Sinodo universale ha anche dimostrato che non c’è una via d’uscita senza una maggiore partecipazione e trasparenza, senza maggiore controllo e responsabilità. Il Sinodo universale ha stabilito che il diritto canonico deve essere modificato. I laici non sono lì solo per consigliare il clero, ma devono essere parte attiva quando si tratta di prendere decisioni“. Nella relazione con le altre chiese locali ha aggiunto: „Siamo in stretto contatto, impariamo e trasmettiamo le nostre esperienze. Riceviamo molto sostegno dalla base e sempre più rispetto anche dalla gerarchia”. Sulle critiche che il Synodaler Weg ha avuto fuori dalla Germania Söding è convinto che “il Cammino sinodale ha le carte in regola per contribuire alla riconciliazione.

Empatia, cambio di prospettive e conversazione nello spirito

Il vescovo di Fulda Michael Gerber, vice presidente della DBK ha sottolineato come questi anni lo abbiano aiutato a mettere in discussione in maniera critica alcuni atteggiamenti e approcci su diversi temi: «Molti degli eventi che abbiamo vissuto negli ultimi mesi nella politica mondiale dimostrano che si stanno affermando nuove strategie caratterizzate esplicitamente dalla mancanza di empatia. Come vescovo, ho vissuto personalmente il percorso sinodale degli ultimi sei anni come una scuola di empatia“ riconoscendo l’opportunità nel dialogo aperto „con le vittime di violenza sessuale o con le persone queer“.

Sul metodo della conversazione nello spirito ha aggiunto che sono state le esperienze di empatia „a incoraggiarci a integrare il ‘dialogo nello spirito’ nel processo dell’attuale assemblea sinodale e nel futuro lavoro sinodale“. Infine, ha concluso: “Credo in Dio, che si rivela a noi nelle Sacre Scritture e nella tradizione della Chiesa, ma che allo stesso tempo mi viene incontro nella percezione del mio interlocutore e in particolare nella storia dolorosa, nelle lacrime, nel grido e nel silenzio di coloro che hanno subito grandi sofferenze nella nostra Chiesa“.

Il ZdK, Comitato centrale dei cattolici tedeschi e la conferenza episcopale tedesca (DBK) sono entrambi promotori del Synodaler Weg.

Il Synodaler Weg ha una presidenza bicefala composta dal presidente della DBK, il vescovo Georg Bätzing, e dalla presidente del ZdK, Imre Stetter-Karp e da una vicepresidenza, con il vescovo di Fulda, Michael Gerber, e il vice del ZdK, il teologo prof. Thomas Söding. Come anche per le assemblee precedenti, anche questa di Stoccarda è in livestream, non nella fase della conversazione nello spirito, ovviamente. Deleg.-mci.de 29

 

 

 

 

San Giovanni Bosco invita ancora a ‘servire’ i giovani

 

Don Cesare Orfini ci illustra la Strenna Salesiana 2026 -Di Simone Baroncia

Roma. “La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso, costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026, ‘Fate quello che vi dirà’, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, che ha come sottotitolo ‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima spedizione missionaria salesiana.

In questa Strenna, divisa in  sei capitoli, il Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza, quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.

Al direttore dell’oratorio ‘Don Bosco’ de L’Aquila, don Cesare Orfini, chiediamo di raccontare il motivo per cui la Strenna salesiana parte dall’invito della Madre di Dio: ‘Fate tutto quello che vi dirà’?

“Il tempo presente ha bisogno di educatori e pastori di fede solida, al servizio e con disponibilità, come quella dei servi delle nozze a Cana. Don Fabio, successore di don Bosco, autore della strenna 2026, invita a prevenire il ‘fallimento’, cioè la perdita di identità innanzitutto dei gruppi della Famiglia Salesiana ai quali la Strenna è rivolta, sollecitandoli all’ascolto, come quello che chiede Maria ai servi: ‘Fate (ascoltate) quello che Lui vi dirà’. L’ascolto e la fede ci sorregge nel riempire le giare fino all’orlo, per portare l’acqua cambiata in vino alla vita ordinaria, alla realtà che viviamo e condividiamo tutti”.

‘In quella che doveva essere una bella festa di nozze, emerge una difficoltà: manca il vino. Di fronte alla possibilità che una festa si tramuti in un fallimento, troviamo la reazione che esce dal cuore di Maria: bisogna intervenire. E ciò che Maria fa è semplicemente presentare a Gesù la reale situazione’. Perché occorre essere liberi per servire da credenti? 

 “Dalla fede scaturisce la vera libertà, e la libertà cristiana è innanzitutto libertà dall’individualismo per poi diventare libertà e capacità di donarsi agli altri, rimanendo sempre in ascolto di Cristo. Si chiama servizio, proprio come quello dei servi a Cana, che con la loro fede forte hanno distribuito in abbondanza il ‘il vino buono’. E’ il dono che noi oggi dobbiamo portare ai giovani e ai bisognosi. La missione deve intrecciarsi con il Vangelo per dare compiutezza all’azione verso i giovani”.

 ‘Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e su cui riflettere è circa l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che stava capitando attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che ‘il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù’. Il vangelo non dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e le colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi significativi del cuore di Maria’. Allora in quale modo è possibile accogliere i ‘segni dei tempi’?

“I farisei e gli scribi non sono stati in grado di cogliere i segni che il Regno di Dio era già presente in mezzo a loro.  Lo rifiutarono semplicemente perché le loro sicurezze e rigidità non permettevano loro di essere ‘ in ascolto ’. Il segno di Cana è la novità che entra nella storia dell’uomo, nella quotidiana esistenza, che la libera e la rigenera. Ma deve cambiare l’atteggiamento”.

‘Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale, caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico che ci fa cercare le anime e servire solo Dio’. I salesiani come sono chiamati a ‘servire i giovani’? 

“Fate quello che vi dirà , così come presentato da don Fabio Attard, è diventato un manifesto per l’azione pastorale ed educativa dei salesiani.  Maria non invita a un’obbedienza passiva, ma a dare fiducia, che poi genera libertà vera e apre al servizio. E’ una dinamica progressione, come nella migliore tradizione salesiana: riconoscere, interpretare, discernere. Così, dice don Fabio, si evita ‘l’attivismo cieco e ugualmente la spiritualità intimistica’: in questa dinamica si inserisce il sottotitolo della Strenna, che traccia una traiettoria chiara: dalla fede nasce la libertà, dalla libertà scaturisce il servizio, a favore soprattutto dei giovani e di quanti oggi faticano a trovare il ‘vino’ della speranza”.

‘E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che ‘tira verso il basso’, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e ora, quando non il più comodo’. In quale modo la fede non si adegua alla ‘cultura dominante’?

 “Siamo nella storia e siamo anche chiamati a rigenerarla. La cultura in cui il cristiano opera non è allineata sempre sui valori cristiani. Per essere efficaci nella pastorale è necessario essere in ascolto.

Maria era presenza attenta a tutto ciò che le capitava attorno. Don Fabio dice che Maria ‘ha abbracciato il tempo e la storia’, non è rimasta indifferente. Ha intuito i bisogni, non è rimasta distante. Di fronte alla sfide della cultura odierna non possiamo rimanere indifferenti, dobbiamo farci interpellare personalmente. Dove si preferisce l’anonimato e l’indifferenza, noi, in ascolto di Cristo, accettiamo il rischio e ‘l’audacia della fede’ per portare vino nuovo”.

Dopo 150 anni come continua il sogno profetico di san Giovanni Bosco?

“Rendere protagonisti i giovani, soggetti attivi, non solo destinatari della pastorale. E’ necessario che i giovani trovino spazi dove possano esercitare un cristianesimo coraggioso, vivere una proposta di vita credibile. Fede matura e azione, guidate dalla Parola di Dio, sono il segno di una spiritualità ‘integrale’. La missione di don Bosco spinge verso la collaborazione, la realizzazione di reti, famiglie, comunità, scuole, associazioni, per creare una alleanza pastorale efficace”. Aci 30

 

 

 

 

"La Chiesa annuncia Cristo, senza protagonismi, né particolarismi"

 

Il Papa ha incontrato i partecipanti alla Plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. “Vostro compito è offrire chiarimenti circa la dottrina della Chiesa, mediante indicazioni pastorali e teologiche in merito a questioni spesso assai delicate”. Lo ha ricordato stamane Papa Leone XIV ricevendo in udienza la plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede.

Dopo aver ripercorso gli ultimi documenti pubblicati dal Dicastero il Papa ha aggiunto che “tanto lavoro gioverà certamente molto alla crescita spirituale del santo e fedele Popolo di Dio. Nel contesto di cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, esso offre infatti ai fedeli una parola pronta e chiara da parte della Chiesa, specialmente in merito ai molti nuovi fenomeni che si affacciano sulla scena della storia. Dà inoltre preziosi orientamenti ai Vescovi per l’esercizio della loro azione pastorale, come pure ai teologi, nel loro servizio di studio e di evangelizzazione”

Leone XIV ha anche apprezzato il tema della plenaria, sulla “trasmissione della fede, argomento di grande urgenza nel nostro tempo. Noi vogliamo essere una Chiesa che non guarda solo a sé stessa, che è missionaria, che guarda più in là, gli altri; una Chiesa che annuncia il Vangelo, soprattutto attraverso la forza dell’attrazione. Fondamento della vita del Corpo di Cristo è l’amore del Padre, rivelatoci nel Figlio fatto uomo, presente e operante in noi per il dono dello Spirito: perciò non è la Chiesa che attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal Cuore del Salvatore. La Chiesa annuncia Cristo, senza protagonismi, né particolarismi, e in essa ciascuno è e deve riconoscersi sempre e solamente – citando Benedetto XVI - un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”.

Concludendo, Leone XIV ha ricordato ai membri del Dicastero un loro compito fondamentale: “quello di accogliere e accompagnare, con ogni benevolenza e giudizio, i Vescovi e i Superiori Generali chiamati a trattare casi di delitti riservati al Dicastero. È un ambito di ministero molto delicato, in cui è fondamentale fare in modo che vengano sempre onorate e rispettate le esigenze della giustizia, della verità e della carità. Rinnovo il mio ringraziamento a ciascuno di voi, per il prezioso apporto che reca alla vita e all’opera del Dicastero e della Chiesa intera, specialmente quando tale apporto è offerto in modo umile e non appariscente”. Aci 29

 

 

 

 

 

Udienza. Leone XIV: “l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo”

 

Il Papa ha concluso l'udienza di oggi con un auspicio per "un mondo senza più antisemitismo". Al centro della catechesi, la Dei Verbum, e in particolare il rapporto tra la Sacra Scrittura e la tradizione. di M. Michela Nicolais

Un appello alla comunità delle nazioni, “affinché sia sempre vigilante, cosicché l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun popolo e si costruisca una società  fondata su rispetto reciproco e sul bene comune”. A rivolgerlo è stato Leone XIV, al termine dell’udienza di oggi, durante i saluti ai fedeli di lingua italiana. “Ieri ricorreva la Giornata internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, che ha dato la morte a milioni di ebrei e a numerose altre persone”, ha ricordato il Papa: “In questa annuale occasione di doloroso ricordo – ha proseguito – chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana”.

Al centro della catechesi, ancora una volta, la costituzione conciliare Dei Verbum, e in particolare il rapporto tra la Sacra Scrittura e la tradizione, a partire dal “nesso intimo”, sancito dal Concilio, “tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli”.

“La tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola di Dio”, ha esordito il Pontefice.  Di qui l’attualità di un motto dei Padri della Chiesa: “La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali”, cioè nel testo sacro. “La Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede”, si legge nella Dei Verbum. Secondo San Gregorio Magno, ha ricordato Leone XIV, “la Sacra Scrittura cresce con coloro che la leggono”. Come aveva già affermato Sant’Agostino, “uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tanti santi”.

“La Parola di Dio non è fossilizzata ma è una realtà vivente e organica che si sviluppa e cresce nella tradizione”, il monito di Leone: “Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della storia”, ha osservato il Papa citando John Henry Newman, dottore della Chiesa, il quale, nella sua opera “Lo sviluppo della dottrina cristiana” affermava che “il cristianesimo, sia come esperienza comunitaria, sia come dottrina, è una realtà dinamica, nel modo indicato da Gesù stesso con le parabole del seme: una realtà viva che si sviluppa grazie a una forza vitale interiore”.

“Il deposito della Parola di Dio è anche oggi nelle mani della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza”, l’invito finale. Sacra Scrittura e  tradizione, come recita la costituzione conciliare, “sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime”. “La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa, interpretato dal magistero vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo”, afferma la Dei Verbum: “Deposito – ha commentato Leone XIV –  è un termine che, nella sua matrice originaria, è di natura giuridica e impone al depositario il dovere di conservare il contenuto, che in questo caso è la fede, e di trasmetterlo intatto”. Sir 28

 

 

 

 

 

Cei. Card. Zuppi: “Ogni comunità diventi casa della pace, della fraternità e della speranza”

 

Speranza, comunità e responsabilità politica tra i temi dell'introduzione del card. Zuppi al Consiglio permanente della Cei. "Andare a votare", l'invito per il referendum. "Forte preoccupazione" per il fine vita e per i fenomeni di antisemitismo. Di M. Michela Nicolais

“Il mondo è segnato da un’incertezza profonda, che suscita un senso di instabilità”: siamo in quella che Giorgio La Pira chiamava “l’età della forza”, in cui “la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”. È cominciata con questa immagine l’introduzione del card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, al Consiglio permanente dei vescovi italiani, in corso a Roma fino al 28 gennaio. In un’Italia, secondo il Censis, “nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco”, il clima è quello del conflitto, “con il corteo di antagonismi, polarizzazioni, odio manipolato da campagne interessate che inquinano nel profondo le relazioni e le menti”, ha denunciato Zuppi: “Cresce così il disprezzo della vita, dal suo inizio alla sua fine”, il grido d’allarme del presidente della Cei, secondo il quale è però possibile contrastare questa deriva facendo di ogni nostra comunità una “casa della pace”, della fraternità e della speranza.

“La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti”.

Tra i temi politici, il presidente della Cei ha fatto riferimento al referendum costituzionale sulla giustizia, sul quale gli italiani saranno chiamati ad esprimersi il 22 e il 23 marzo.  “C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare”, l’appello del cardinale, insieme a quello ad andare a votare: “Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti”. “Forte preoccupazione” anche per il dibattito sul fine vita, con l’auspicio è che “nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza”.

Le cure palliative vanno garantite a tutti, “senza distinzioni sociali e geografiche”, perché rappresentano un vero antidoto alle “logiche di morte” che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia. Bene l’attenzione del governo alle scuole paritarie, con misure come il “buono scuola”. Allarme, infine, per “lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a Gaza e in Cisgiordania”. Alla vigilia della Giornata della Memoria, la Chiesa italiana “condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre ribadisce la propria vicinanza a tutte le comunità ebraiche del Paese e rinnova il proprio contributo per contrastare tali fenomeni”.

Non sono mancati i riferimenti puntuali ai fatti di cronaca, prima di tutto a quanto è avvenuto a La Spezia, “dove la vita di Abu è stata spezzata in modo tragico e incomprensibile per mano di un coetaneo”.

Per Zuppi, “questo dramma ci interpella come comunità civile ed educativa”: “Ci ricorda quanto sia urgente accompagnare i giovani, ascoltarli davvero, non lasciarli soli nelle loro fragilità, nelle loro paure e nelle loro rabbie”. Discorso, questo, che vale anche per i “gesti tragici compiuti all’interno della famiglia, tra marito e moglie, ma anche tra adolescenti a scuola o nei luoghi di ritrovo”, oltre che per i “casi martellanti di femminicidio” o le violenze legate alle dipendenze e ai problemi psichiatrici, in crescita esponenziale. Di fronte a fenomeni preoccupanti come l’aumento del possesso di armi improprie da parte dei minori, “dobbiamo tutti fare di più e compiere scelte coraggiose”.

“Non possiamo rassegnarci alla logica della morte in cui la speranza prende forma della disperazione con le conseguenze tragiche che ben conosciamo e alle quali non potremo mai abituarci”, le parole sull’ennesimo naufragio nel Mediterraneo. Anche se “non siamo più in un clima di cristianità, esiste una diffusa Italia cattolica” – come è emerso dal Giubileo – che “non si misura con gli indicatori mondani e non si contrappone a un’Italia non cattolica o acattolica”.

“Il nostro è un mondo, popolato di tante case diverse, in cui si prega, si fa pace, si servono i poveri, si vive la fraternità. Questo mondo è una ricchezza per il Paese, per i credenti e non credenti, evita lo smottamento del terreno umano e sociale”. “Alle immagini delle armi, manuali o supertecnologiche che siano, che continuano a provocare morte e distruzione, si contrappongono le Porte sante, che hanno visto il passaggio di milioni di pellegrini a Roma e nel mondo”, ha osservato Zuppi. Come la porta della casa circondariale di Rebibbia, aperta nel Giubileo per continuare a chiedere “dignità, opportunità, speranza” per i carcerati, anche grazie alla proposta di “indulto differenziato” maturata – e da rilanciare – proprio in un gruppo di lavoro all’interno del Giubileo dei detenuti.

“La Chiesa è segno credibile che è possibile vivere in pace”, ha assicurato il cardinale: “Ogni parrocchia, ogni comunità, deve interrogarsi su come divenire casa di pace”, l’invito sulla scorta del magistero del Papa: “Va riaccesa la passione di far comunità, di pensarsi insieme”.

Sul piano pastorale, dobbiamo “dare spazio a ciò che nasce e non comprimere tutto nelle strutture che già esistono”. Il Documento di sintesi del Cammino sinodale “non è solo un punto d’arrivo, ma un punto di partenza”: “È tempo che anzitutto noi vescovi, a livello di diocesi, di regioni ecclesiastiche e di Cei, raccogliamo i frutti di quanto emerso dal 2021 ad oggi e prendiamo con determinazione le decisioni opportune”, l’invito sulla base di alcune priorità: “La fede vissuta, testimoniata e celebrata; la comunità; l’impegno sociale e caritativo”. Sir 26

 

 

 

 

 

Giorno della Memoria, Migrantes: «In un mondo che corre indifferente, rom e sinti insegnano a non consumare il tempo»

 

«In un mondo che corre indifferente, che divora il tempo e consuma tutto – anche le tragedie umane e le proprie responsabilità su di esse –, fermarsi, far memoria, fare il punto di una storia è diventato una scelta radicale, di resistenza». Così mons. Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes, riflette sul significato particolare che quest’anno assume il “Giorno della memoria”, che si celebra il 27 gennaio.

L’orrore della Shoah, lo sterminio sistematico del popolo ebraico, e l’uccisione di tutti coloro che si sono opposti al progetto nazista, ha segnato e formato le coscienze di tanti. La Fondazione Migrantes, avendo questo nel cuore, invita a ricordare che l’ideologia che ha concepito quell’orrore – e che usava la paura come esca e la sicurezza fondata sull’odio come orizzonte –, quella valanga di odio ha travolto tanti: persone, gruppi e popoli considerati minacce o scarti della società. Tra questi anche rom e sinti, che sono al centro di particolare cura pastorale da parte della Migrantes. Il loro genocidio è stato denominato Porrajmos, ovvero “divoramento”, e viene ricordato in special modo il 2 agosto di ogni anno.

«Trovo importante che nel Giorno della Memoria si ricordino anche la sofferenza, il dolore, le fatiche dei popoli rom e sinti», spiega mons. Felicolo. «Ricordare non può essere solo un momentaneo palliativo della coscienza, ma deve servire ad attualizzare: vedere oggi quanta fragilità e quanto pregiudizio sussistano. Fermarsi e vedere quello che succede oggi serve per superare i pregiudizi e andare avanti: quali problemi possiamo risolvere insieme a rom e sinti? Su quali strade possiamo camminare insieme a loro, prendendoci per mano? Senza pietismo, né assistenzialismo, ma coltivando l’autonomia».

Proprio alla rielaborazione e all’attualizzazione della memoria – “La speranza è itinerante. Mio padre e mia madre erano aramei erranti” – è stato dedicato il Convegno nazionale degli operatori della pastorale rom, sinti e caminanti del settembre 2025 a Napoli, che ha tracciato anche il percorso della Fondazione Migrantes in questo ambito per il 2026.

«Il cristiano è un uomo in cammino – conclude mons. Felicolo –, ma non consuma tempo e persone: si ferma, si fa accanto, ricorda. Ecco perché fermarsi ogni anno per ricordare. E chi fa memoria del passato ha la possibilità di non ripeterne gli errori». Migr. 26

 

 

 

 

 

Leone XIV, la sinodalità per l'ecumenismo, il pensiero a Nicea

 

Il Papa celebra i Secondi Vespri della festa della Conversione di San Paolo - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. La missione dell'Apostolo Paolo "è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e invitare tutti ad avere fiducia in Lui". E' la riflessione di Papa Leone XIV che oggi ha celebrato i Secondi Vespri nella festa della Conversione di San Paolo nella basilica che ne custodisce la tomba.

Vespri ecumenici come è tradizione che chiudono la settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. Con il Papa i rappresentanti delle altre confessioni cristiane.

Il Papa ha richiamato il Concilio Vaticano II, e "l’ardente desiderio di annunciare il Vangelo ad ogni creatura" e questo è il "compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà e gioia: «Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che illumina e consola!»".

Il Papa rende grazie a Dio "per il fatto che tante tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due mesi fa" a Nicea: "Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della nostra unità in Cristo" e chiede che "lo Spirito Santo possa trovare in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini e alle donne del nostro tempo!".

Un riferimento anche alla sinodalità indicata come "strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive strutture e tradizioni sinodali" tra Chiese Cristiane.

Poi lo sguardo al futuro "al 2000° anniversario della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033" con un impegno "a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che insegniamo".

Il Papa ringrazia per la presenza oltre al Cardinale Kurt Koch, il Metropolita Polykarpos, per il Patriarcato Ecumenico, l’Arcivescovo Khajag Barsamian, per la Chiesa Apostolica Armena, e il Vescovo Anthony Ball, per la Comunione Anglicana, e gli studenti borsisti del Comitato per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, gli studenti dell’Istituto ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese".

Ma il grazie del Papa va alle Chiese in Armenia che hanno preparato i sussidi del 2026 e alla "coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato una caratteristica costante". Leone XIV ricorda il santo Catholicos San Nersès Šnorhali “il Grazioso”, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII secolo e aggiunge: "la tradizione ci consegna la testimonianza dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità, di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le nazioni del mondo intero". Aci 25

 

 

 

 

 

Il birrificio monastico più antico del mondo compie mille anni

 

Si trova nella Bassa Baviera e risente anch’esso della crisi economica, e anche di quella delle vocazioni. La storia del birrificio monastico più antico del mondo - Di Andrea Gagliarducci

Vienna. Resterà un piccolo birrificio, vestigia di una storia millenaria. Ma è notizia della scorsa settimana che il birrificio monastico più antico del mondo, situato a Weltenburg, nella Bassa Baviera, sarà venduto a privati.

Così, dopo la crisi della produzione della birra trappista, che cala anche perché calano le vocazioni mettendo alcuni marchi storici in serio rischio di scomparsa, c’è anche la notizia che il birrificio monastico più antico del mondo rischia di scomparire. O, perlomeno, di non essere più proprietà di un monastero.

Sarà, infatti, la Schneider Weisse, una azienda famigliare che ha sede a Kalheim, ad acquisire i diritti sui marchi Bischofshof e Weltenburger a partire dal 2027. E questo perché Il birrificio Bischofshof di Ratisbona, che attualmente impiega 56 persone e include Weltenburger, chiuderà alla fine del 2026. Tuttavia, il piccolo birrificio dell'abbazia di Weltenburg, un monastero benedettino, verrà mantenuto. Nella gola del Danubio si produce birra fin dal 1050.

La diocesi di Ratisbona, in qualità di proprietaria di Bischofshof e Weltenburger, ha raggiunto un accordo con Schneider Weisse per la ristrutturazione, secondo quanto riportato. Non sono state fornite informazioni sul prezzo di acquisto. Il Mediengruppe Bayern ha riferito che il birrificio opera in perdita da anni. La diocesi di Ratisbona ha dovuto fornire sostegno finanziario per stabilizzare il birrificio.

Il vescovo di Ratisbona Rudolf Voderholzer ha sottolineato che “oltre all'aspetto tradizionale, per noi è fondamentale che, preservando il birrificio dell'Abbazia di Weltenburg e il reparto logistico di Bischofshof, possiamo almeno mantenere alcuni posti di lavoro direttamente nella regione. Certo, tutti noi preferiremmo continuare a gestire anche la sede di Ratisbona. Tuttavia, non ci sono le basi economiche per farlo".

Ha tuttavia aggiunto di avere "grande fiducia nel fatto che troveremo comunque soluzioni valide e socialmente responsabili per i dipendenti, insieme al comitato aziendale". Riguardo all'acquisizione da parte di Schneider Weisse, Voderholzer ha affermato che "la soluzione ora trovata si avvicina di più al nostro ideale".

Il "Frankfurter Allgemeine Zeitung", che per primo ha riportato la notizia, ha citato l'abate Thomas Maria Freihart dell'Abbazia di Weltenburg, il quale ha affermato che “con la 'soluzione bavarese' ora trovata, la continuità operativa del più antico birrificio monastico del mondo sia garantita per il futuro".

Secondo il quotidiano, in Germania sono rimasti solo una decina di veri e propri birrifici monastici. Il rapporto afferma che la crisi del mercato della birra sta mettendo sempre più in difficoltà i piccoli birrifici tradizionali. Il mercato tedesco della birra ha perso circa un quarto delle sue vendite in 15 anni.

Le radici del birrificio Bischofshof risalgono al Medioevo. Gli storici presumono che originariamente servisse a rifornire di cibo gli operai impegnati nella costruzione del Duomo di Ratisbona.

È certo che il principe vescovo Wilhelm Conte von Wartenberg fondò formalmente il birrificio con il nome di Bischofshof nel 1649. Nel 1973, il birrificio dell'Abbazia di Weltenburg entrò a far parte dell'azienda. Nel 2000, per ottimizzare la gestione, il birrificio cambiò la sua forma giuridica da ditta individuale a società in accomandita semplice (GmbH & Co. KG). Il vescovo di Ratisbona, tuttavia, rimase proprietario del birrificio. Aci 26

 

 

 

 

Leone e il potere invisibile delle piattaforme IA: il giornalismo come argine?

 

L’allarme di Leone XIV sulla concentrazione del potere digitale richiama i media alla loro responsabilità: non farsi guidare dagli algoritmi, ma custodire la verità con trasparenza e discernimento. In un ecosistema dominato da pochi attori privati, il giornalismo resta un argine necessario per difendere volti, voci e la qualità della democrazia – di Riccardo Benotti

Non sappiamo chi decide cosa leggeremo domani. Non è un segreto di Stato: è un vuoto. Dietro il flusso di notizie che ogni giorno ci raggiunge non c’è un volto, non c’è una firma, non c’è nessuno a cui chiedere conto. Il potere non è più diffuso, ma concentrato. Leone XIV, nel messaggio per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, nomina questo vuoto: “una manciata di aziende” che può “riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto”. Non è linguaggio diplomatico. È una diagnosi politica, e insieme un richiamo a non confondere l’innovazione con il progresso.

È raro che un documento magisteriale parli con tale franchezza della concentrazione del potere. Eppure è proprio questo il cuore del messaggio: non una riflessione astratta sui rischi della tecnologia, ma l’indicazione precisa di un problema politico. Pochi soggetti privati, non eletti e non trasparenti, controllano le infrastrutture attraverso cui passa gran parte dell’informazione mondiale. E lo fanno secondo logiche che premiano l’emozione rapida, penalizzano la riflessione, chiudono le persone in bolle di facile consenso. Il Papa non usa giri di parole: parla di “architetti” capaci di modellare la percezione della realtà in modo invisibile.

C’è qualcosa di nuovo in questa denuncia. Per anni il dibattito pubblico ha trattato le piattaforme digitali come spazi neutrali, semplici contenitori. La Silicon Valley ha coltivato con cura questa narrazione: noi forniamo strumenti, l’uso dipende da voi. Leone rovescia la prospettiva. Gli strumenti non sono mai innocenti. Chi progetta un algoritmo compie scelte che hanno conseguenze su milioni di vite. Chi decide quali contenuti amplificare e quali silenziare esercita un potere che un tempo apparteneva agli Stati, alle Chiese, alle istituzioni culturali. La differenza è che oggi questo potere non risponde a nessuno, se non ai propri azionisti.

Il passaggio più significativo, per chi lavora nell’informazione, riguarda i media. Il Papa scrive che le imprese della comunicazione “non possono permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali”. È un richiamo che mette il giornalismo di fronte a una scelta: diventare argine o complice. Argine, se resiste alla tentazione di inseguire l’algoritmo e continua a fare ciò che nessuna macchina può fare – stare nei luoghi, verificare, distinguere il vero dal verosimile. Complice, se cede alle logiche della viralità, se rinuncia alla fatica del racconto per il conforto della compilazione automatica.

Non è un manifesto luddista. Leone chiede un’alleanza tra soggetti diversi – industria, legislatori, educatori, giornalisti – per costruire una cittadinanza digitale consapevole. Responsabilità, cooperazione, alfabetizzazione: sono i tre pilastri che indica. Ma resta, sullo sfondo, una domanda: chi custodirà i custodi? Chi vigilerà su quella manciata di aziende che può riscrivere la storia senza renderne conto a nessuno?

La risposta non può venire solo dalle istituzioni. Passa per la coscienza di chi produce informazione, di chi la consuma, di chi la regola. È una responsabilità diffusa, che non ammette deleghe. Perché custodire volti e voci umane significa, alla fine, custodire la possibilità stessa di una società libera e informata. Sir 26

 

 

 

 

 

Minneapolis prega per Alex Pretti: appelli alla pace e al dialogo

 

Minneapolis si è riunita nella basilica di Santa Maria per ricordare Alex Pretti, infermiere ucciso da un agente ICE. Preghiera, proteste e appelli al dialogo hanno unito la comunità sotto zero. Padre Griffith, Coakley e Hebda invitano alla riflessione, mentre aumentano le tensioni sulle deportazioni. Trump promette verifiche e possibili cambiamenti nelle operazioni dell’ICE- di Maddalena Maltese, da New York

Hanno sfidato il gelo, quello che taglia il respiro e indurisce le mani, pur di esserci. Domenica sera, con il termometro fermo a meno dodici gradi, centinaia di cittadini di Minneapolis hanno riempito la basilica di Santa Maria, la prima basilica degli Stati Uniti, per una messa e un momento di preghiera in memoria di Alex Jeffrey Pretti, infermiere trentasettenne ucciso da colpi d’arma da fuoco esplosi, senza precisa ragione, da un agente della polizia di frontiera Usa. Sciarpe strette al collo, cappelli calati sugli occhi, stivali da neve ancora bianchi di ghiaccio: così i fedeli si sono seduti nei banchi, brandendo l’arma fragile della preghiera per invocare consolazione per la famiglia di Alex e pace per una città attraversata da paura e tensioni a causa delle operazioni di deportazione messe in atto proprio dagli agenti dell’immigrazione.

È una città ferita, quella riunita a Santa Maria, mentre in questo stesso mese, poco prima di Alex, ha perso la vita anche una giovane madre: entrambi cittadini americani, entrambi uccisi durante interventi delle forze per l’immigrazione. Queste morti sono ferite nel tessuto sociale e hanno acceso proteste diffuse in tutte le Twin Cities, con arresti durante le manifestazioni contro le azioni di deportazione e migliaia di persone scese in strada nonostante le temperature polari.

“Siamo qui per cercare un po’ di calore in mezzo al freddo, non solo del clima ma anche di ciò che stiamo vivendo come comunità”, ha detto nell’omelia padre Daniel Griffith, parroco e rettore della basilica. Un freddo che, ha spiegato, genera paura nei cuori non soltanto di chi si sente perseguitato, ma dell’intera città. Senza ignorare rabbia e disaccordi sulle politiche migratorie, il sacerdote ha invitato a non restare insensibili al dolore e a continuare ad agire come persone di pace e di legalità. Raccontando di quartieri della città attraversati nei giorni scorsi, il sacerdote ha ricordato le persone riunite attorno a falò improvvisati, con in mano candele accese agli angoli delle strade, mentre cantano “Questa piccola luce che è in me brilla”, nel bisogno di essere luce in mezzo all’oscurità.

Un appello alla moderazione e al dialogo è arrivato anche dal presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, l’arcivescovo Paul Coakley, che, richiamando le parole del Papa sul Vangelo come lievito di fraternità e pace, ha sottolineato la responsabilità delle autorità pubbliche nel tutelare la vita umana e l’urgenza di un confronto che rifiuti ogni forma di disumanizzazione.

Anche l’arcivescovo di Minneapolis-St. Paul, Bernard A. Hebda, è intervenuto invitando alla preghiera per Alex Pretti e per i suoi familiari, e a una riflessione profonda sulle tensioni che attraversano la comunità, ricordando che la pace non potrà essere ristabilita senza liberare i cuori da odio e pregiudizi. Il vescovo, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un editoriale sul “Wall Street Journal” dove chiedeva a gran voce una seria riforma dell’immigrazione. Il presidente americano Trump, in una telefonata di domenica sera al giornale finanziario, ha assicurato che la sua amministrazione esaminerà la dinamica dell’incidente, già ampiamente travisato, e ha fatto intendere che presto gli agenti dell’ICE potrebbero lasciare la città.

Nel silenzio raccolto della basilica, mentre fuori il gelo stringeva la città, Minneapolis ha provato a fermarsi, a piangere e a pregare. Un gesto semplice e ostinato, come accendere una candela nel freddo, per non lasciare che la paura abbia l’ultima parola anche verso gli stessi agenti dell’immigrazione. Sir 26

 

 

 

 

Leone XIV, volto e voce sono sacri

 

Il Messaggio del Papa per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema: Custodire voci e volti umani - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Una analisi profondo dei rischi dell'Intelligenza digitale, un invito a difendere voce e volto di ogni persone che "sono sacri", e un appello a responsabilità ed educazione, formazione al digitale per renderlo mezzo utile e non modo di condizionare i vulnerabili e fare soldi.

Il primo messaggio di Leone XIV per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema: Custodire voci e volti umani, mette bene in evidenza i rischi della Intelligenza Artificiale e del suo utilizzo indiscriminato.

E inizia con il riferimento biblico alla unicità della persona umana, voce e volto.

Per il Papa è chiaro che c'è "bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica."

Mai sottrarsi allo sforzo di pensare. Per il Papa "va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto". E  "sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative".

Il Papa descrive molte situazioni di pericolo me ricorda che si tratta di una vera questione antropologica e "la sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione" perché l'educazione mira a "rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile".

E l'appello alla responsabilità è per l'industria e la politica. "Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone, soprattutto i giovani, acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici".

Per Leone XIV è chiaro che "come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA".

E quindi, distorsioni, manipolazioni, notizie false, inesattezze, finti rapporti con esseri inesistenti si combattono con la verità della Persona creata unica da Dio: "Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi".

Un testo di magistero che sarebbe utilissimo leggere nelle parrocchie, nelle scuole e soprattutto nelle redazioni. Aci 24

 

 

 

 

Ecumenismo, le Chiese cristiane in Italia firmano un Patto

 

L'evento nella cerimonia di apertura del 1° Simposio delle Chiese Cristiane in Italia che si chiude oggi a Bari - Di Angela Ambrogetti

Bari. "Ci impegniamo ad assumere una presenza pubblica della Chiesa rispettosa della laicità e in dialogo con la società". E' uno degli impegni che le Chiese cristiane in Italia hanno firmato in un "Patto" che nasce dal Simposio di Bari dedicato all' ecumenismo.

Rispetto reciproco, coesione sociale, e testimonianza, preghiera e lavoro comune nella certezza della preghiera allo Spirito Santo "affinché ci rinnovi nel cuore e ci conduca verso quella piena comunione che solo Lui può realizzare: “perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21)".

La firma dei leader di tutte le confessione cristiane in Italia si aggiunge alle dichiarazione del Cardinale Zuppi, che pone la questione: "Cosa significa affrontare assieme le grandi sfide di una cultura secolarizzata, che non crede più all’umanesimo evangelico che non sa parlare di pace, che diffida dell’umanitario, pervasa dall’idolatria dell’individualismo personale e di gruppo che riempie di paure e giustifica la forza e la chiusura?".

E Polykarpos, Metropolita d’Italia ed Esarca dell’Europa Meridionale sottolinea come "nel solco della tradizione patristica, ricordiamo che la vera unità non annulla le differenze, ma le trasfigura nella comunione. Come le molte corde di una cetra producono un’unica armonia, così le Chiese, nella fedeltà alla propria identità, sono chiamate a rendere visibile l’unico Corpo di Cristo.

Questa sinfonia ecclesiale non nasce dal silenzio delle differenze, ma dalla loro trasfigurazione nell’amore, secondo l’esperienza viva della Chiesa indivisa del primo millennio".

Dal canto suo il Pastore Daniele Garrone, Presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia ha spiegato che "la sottoscrizione di un “Patto per un cammino comune di testimonianza”, sarà insieme il sigillo di ciò che abbiamo costruito in questi ultimi anni, ma anche e soprattutto preludio al proseguimento della strada imboccata, che abbiamo definito “via italiana al dialogo”. L’attesa è dunque di essere rafforzati e motivati a camminare ancora insieme".

Nel suo saluto Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto ha detto che "in questi giorni si rinnova la profezia di Nicea: l’unità della fede nel Dio di Gesù Cristo, vissuta non in una melodia monocorde, ma nella polifonia armoniosa delle nostre tradizioni. «Uno solo è il corpo e uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef 4,4), ci ricorda l’apostolo Paolo".

Aci 24

 

 

 

 

 

Le sfide di papa Leone nel colloquio con l'agostiniano p. Gabriele Pedicino

 

L'intervista a padre Gabriele Pedicino, priore della Provincia agostiniana d’Italia, ad otto mesi dall’elezione di papa Leone XIV - Di Simone Baroncia

Roma. “Viviamo in un ambiente educativo complesso, frammentato, digitalizzato. Proprio per questo è saggio fermarsi e recuperare lo sguardo sulla ‘cosmologia della paideia cristiana’: una visione che, lungo i secoli, ha saputo rinnovare sé stessa e ispirare positivamente tutte le poliedriche sfaccettature dell’educazione. Fin dalle origini, il Vangelo ha generato “costellazioni educative”: esperienze umili e forti insieme, capaci di leggere i tempi, di custodire l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita, tra conoscenza e giustizia. Esse sono state, in tempesta, àncora di salvezza; e in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per guidare la navigazione”. Iniziamo dalla lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’, che papa Leone XIV ha scritto nello scorso ottobre in occasione del 60^ anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’, per un colloquio con padre Gabriele Pedicino, priore della Provincia agostiniana d’Italia, ad otto mesi dall’elezione di papa Leone XIV: “Il rimando a papa Leone XIII è stato confermato da papa Leone XIV. Vincenzo Gioacchino Pecci è stato il pontefice dell’enciclica ‘Rerum novarum’ e quindi della questione sociale, dei poveri, degli emarginati: tutti temi che si intrecciano con la biografia di padre Prevost che è stato anche missionario. 

Ma appena ho sentito come si sarebbe chiamato, ho subito pensato al legame che papa Leone XIII aveva con gli agostiniani. Non soltanto era nato e cresciuto a Carpineto Romano dove la nostra presenza era significativa, ma è stato vicino alla famiglia agostiniana in molti modi: non ultimo, proclamando sante Rita da Cascia e Chiara da Montefalco o beatificando Angelo da Furci, ma anche ripristinando a Pavia la basilica di san Pietro in Ciel d’Oro dove si trova l’arca con il reliquiario di sant’Agostino”.

‘Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo: questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente’ Nel messaggio per la Giornata mondiale per la pace ha invocato una pace ‘disarmata e disarmante’: “Infatti le sue prime parole sono state quelle di Gesù Cristo risorto: ‘La pace sia con voi’. In quasi ogni discorso che fa ritorna la parola pace. Ed oggi parlare di pace è ancora più importante di prima visto come è la situazione mondiale”.

Un altro ‘fronte’ molto interessante per il papa è lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, capace di ‘rivoluzionare’ il mondo, come scrive sempre nella stessa lettera apostolica (‘Il punto decisivo non è la tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’).

Per quale motivo pone attenzione a questa ‘rivoluzione’, che è l’Intelligenza Artificiale?

“Perché l’Intelligenza Artificiale sta cambiando il mondo a una velocità impressionante, e la Chiesa si interessa a tutto ciò che tocca concretamente la vita delle persone. Le trasformazioni tecnologiche non sono mai neutre: generano opportunità straordinarie, ma anche rischi profondi, soprattutto per i più fragili. Come papa Leone XIII, con l’enciclica ‘Rerum Novarum’, offrì una lettura profetica della prima rivoluzione industriale, oggi papa Leone XIV con la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’ raccoglie quell’eredità per interrogarsi sul senso umano e spirituale della rivoluzione digitale.  Infatti l’Intelligenza Artificiale interroga i fondamenti del vivere insieme: lavoro, giustizia, dignità, relazioni. Il papa desidera orientare questo cambiamento epocale verso il bene comune, offrendo parole e strumenti di discernimento in un tempo che rischia di essere dominato solo da logiche di efficienza e profitto. Potrei affermare che papa Leone XIV prosegua il cammino di papa Francesco e, per certi aspetti, recuperi anche intuizioni di papa Benedetto XVI e di papa san Paolo VI, da cui emerge un’antropologia cristologica capace di un incontro con il mondo”.

Nel XX secolo la Dottrina sociale della Chiesa aiutò i cattolici ad una nuova visione del mondo; in quale modo essa può aiutare i cattolici a capire le sfide del XXI secolo?

“La Dottrina sociale della Chiesa è viva, come ha detto ai membri della Fondazione ‘Centesimus Annus’ papa Leone XIV sulla scia di papa Francesco: ‘L’obiettivo è imparare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande’. In un tempo segnato dalla precarietà, dall’automazione e da nuove forme di disuguaglianza, i principi della dottrina sociale (la dignità del lavoro, la centralità della persona, il primato del bene comune) tornano ad essere fondamentali. Ed indicano una direzione chiara: dare voce agli ultimi, ascoltare gli scartati, guardare il mondo con gli occhi di chi ne resta ai margini”.

Quindi per il papa è possibile ‘governare’ l’Intelligenza Artificiale?

“Riprendendo il pensiero di papa Francesco papa Leone XIV ha chiesto una governance multilivello dell’Intelligenza Artificiale, ispirata ai principi della dottrina sociale della Chiesa ma traducibile in termini laici, condivisibili. In tal senso, il papa si richiama al concetto della ‘tranquillità dell’ordine’ proposto da sant’Agostino in ‘De Civitate Dei’. Non basta infatti regolare l’Intelligenza Artificiale, ma occorre regolare anche le sue finalità. La macchina non può essere lasciata sola a dettare l’agenda”.

E da agostiniano nell’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’ dedica un paragrafo a sant’Agostino: “L’inclusione di sant’Agostino nella riflessione sulla storia dell’impegno della Chiesa nei confronti dei poveri è chiaramente inserita qui grazie alla conoscenza che il papa ha di questo dottore della Chiesa. La maggior parte degli esperti di patristica si concentra sulle principali opere teologiche di questo Dottore della Chiesa africano.  Quindi, conoscono e insegnano Agostino basandosi sui suoi scritti principali, come le ‘Confessioni’, ‘La città di Dio’, ‘Sulla Trinità’… In questi documenti, Agostino non mostra chiaramente l’opzione per i poveri. Tuttavia sant’Agostino è prima di tutto un pastore, quindi il ‘segreto’ per comprendere la sua prassi vissuta si trova nelle sue omelie e nelle sue lettere. Papa Leone XIV conosce bene questo aspetto del pensiero agostiniano, ed è proprio questa prospettiva che mette in luce il punto di vista di sant’Agostino sul mandato evangelico nei confronti dei poveri. E’ interessante notare che il testo biblico che sant’Agostino cita più di ogni altro nelle sue omelie è il capitolo 25 di san Matteo, che contiene l’insegnamento di Gesù sul giudizio universale, dove dice: ‘Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli e sorelle, lo avete fatto a me’. Per Agostino, questo è il criterio principale per seguire Cristo”.

‘Ascolto, umiltà e unità, ecco tre suggerimenti, spero utili, che la liturgia vi dona per questi prossimi giorni’. Nell’apertura del Capitolo generale dello scorso settembre il papa aveva ha richiamato l’ordine agostiniano a non abbandonare queste indicazioni: in quale modo attuarle?

“Ha richiamato la nostra attenzione all’ascolto, che quando diventa autentico inevitabilmente ci porta all’esperienza della comunione e dell’amore, perché quando ascoltiamo non possiamo che obbedire ad una parola, che è quello del maestro interiore, come lo chiamava sant’Agostino, ch ci istruisce nella via della tenerezza praticata con umiltà”.    

Allora cosa significa ‘scoprirsi amati da Dio’?

“Scoprirsi amati da Dio significa avere ogni giorno un buon motivo per vivere; un motore che ci spinge a ricominciare sempre ed anche a diventare dono, perché viviamo di quello che abbiamo ricevuto generosamente; quindi generosamente dobbiamo dare”.

Il 188° Capitolo Generale Ordinario dell’Ordine di Sant’Agostino ha eletto priore generale p. Joseph Lawrence Farrell: in quale modo porterà la spiritualità agostiniana nel mondo?

“P. Farrell, negli anni precedenti a questa elezione, ha curato l’istituto di spiritualità agostiniana e penso che sia una persona che potrà comunicare il messaggio di sant’Agostino e farne risplendere tutta la sua attualità”.

A quali sfide è chiamato l’ordine agostiniano?

“Sicuramente una sfida è quella sempre più far emergere l’urgenza della comunione e dell’amicizia. I capisaldi della spiritualità agostiniana, esperienze che sant’Agostino ha vissuto nella carne, per cui ha combattuto e lottato. Noi dobbiamo cercare di essere strumenti di comunione, non avendo paura della diversità, ma sono ricchezza quando è vissuta in Cristo”. Aci 22

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV: “Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti”

 

“I Documenti del Concilio Vaticano II”. Il Papa spiega la Costituzione dogmatica "Dei Verbum" - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Anche questo mercoledì un po' grigio a Roma, il Papa riprende il ciclo di catechesi che racconta “I Documenti del Concilio Vaticano II” e oggi incentra la sua meditazione sul tema: “Costituzione dogmatica Dei Verbum. Gesù Cristo rivelatore del Padre”. Dall’Aula Paolo VI il Pontefice spiega subito: “Abbiamo visto che Dio si rivela in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici. Si tratta dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide una storia e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra verità più profonda. È ciò che è accaduto in Gesù Cristo”.

La Dei Verbum (in lingua italiana Parola di Dio) è una costituzione dogmatica emanata dal Concilio Vaticano II riguardante la «Divina Rivelazione» e la Sacra Scrittura. È uno dei principali documenti del Concilio Vaticano II; La costituzione fu promulgata da papa Paolo VI il 18 novembre 1965, in seguito all'approvazione dei vescovi riuniti in assemblea con 2.344 voti favorevoli e 6 contrari.

“Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui conosciuti. Infatti, in Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo… Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena”, spiega ancora il Papa nella sua catechesi.

"Infine, Gesù Cristo è rivelatore del Padre con la propria umanità. Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. È l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre", dice ancora il Pontefice.

“A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali. Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo. Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a Lui”, conclude infine Papa Leone. Aci 21

 

 

 

 

Chiesa in Germania, a febbraio i vescovi eleggono il loro nuovo presidente

 

L’attuale guida dei presuli tedeschi, monsignor Bätzing, ha annunciato che non si candiderà per il secondo mandato - Di Giacomo König

Francoforte. A fine febbraio la Conferenza episcopale tedesca (CET) avrà un nuovo presidente. Dopo sei anni di mandato, l’attuale guida dei presuli della Germania, il vescovo di Limburgo, monsignor Georg Bätzing, ha infatti annunciato che non si ricandiderà per una seconda volta. Sebbene lo Statuto della CET consenta che il mandato standard di sei anni sia rinnovabile per, al massimo, altri sei. La decisione deve essere maturata nelle ultimissime settimane, poiché ancora in dicembre il presule non escludeva la candidatura ad un secondo mandato. Quando dunque i vescovi tedeschi si riuniranno nella città di Würzburg, dal 23 al 26 febbraio, per la plenaria di inizio anno, dovranno necessariamente eleggere un nuovo presidente.

Monsignor Bätzing ha informato i vescovi della sua decisione tramite una lettera, citata in un comunicato della CET diffuso lunedì 19 gennaio. Ai fratelli nell’Episcopato, il presule chiarisce di aver preso questa decisione meditatamente, «dopo averci riflettuto a lungo e aver consultato altre persone». Ammette di essere “onorato” per aver svolto questo servizio «in tempi davvero difficili», che al contempo, però, «aprono nuovi spazi di manovra.

Il vescovo di Limburgo, che nel marzo 2020 era succeduto al cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, ringrazia tutti coloro che lo «hanno sostenuto con stima e critiche costruttive negli ultimi sei anni» e prega per il buon esito delle prossime elezioni, augurando alla «comunità della Conferenza di continuare ad avere il coraggio di parlare apertamente, di confrontarsi in modo costruttivo e la disponibilità ad avvicinarsi gli uni agli altri, per testimoniare insieme ai fedeli del nostro Paese, e a molti altri, la gioia della fede».

Poi uno sguardo all’indietro, verso il lavoro compiuto e, in avanti, verso ciò che ancora c’è da realizzare: «Sono stati sei anni intensi – scrive ancora Bätzing nella lettera ai presuli tedeschi - durante i quali noi vescovi, insieme a molti altri membri del popolo di Dio, abbiamo potuto realizzare qualcosa e dare forma a un futuro sostenibile per la Chiesa nel nostro Paese. Ora è tempo di affidare ad altri questo importante compito per il lavoro della Conferenza episcopale. E sono sicuro – ha concluso - che tutto continuerà per il meglio».

Lo scorso dicembre, in un’intervista radiofonica con la Deutschlandfunk, si era detto rammaricato che i vescovi tedeschi «non parlino all'unisono su ogni questione». In effetti, il Cammino sinodale e la maggioranza “progressista” dei vescovi tedeschi hanno dovuto in questi anni fare i conti con il fronte dell’opposizione, costituito dal vescovo di Passau, monsignor Stefan Oster; dal vescovo di Ratisbona, monsignor Rudolf Voderholzer; dal cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, e dall'ex vescovo di Eichstätt, monsignor Gregor Maria Hanke.

Il quotidiano Il Giornale ha rivelato lo scorso sabato 17 gennaio, che lo stesso Papa Benedetto XVI, già nel 2021, scrisse al suo successore, come arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale Reinhard Marx, per esprimergli la sua «grande preoccupazione» sul processo sinodale in Germania. Papa Ratzinger era convinto che «questo Cammino farà male e finirà male se non viene fermato».

Non esistono candidature ufficiali per la presidenza. I vescovi, che probabilmente voteranno il 24 febbraio, si incontreranno prima, per una specie di conclave, per discutere e proporre i profili più adatti al ruolo. Lo Statuto della CET stabilisce che per l'esito positivo delle votazioni è necessaria una «maggioranza dei due terzi dei membri presenti aventi diritto di voto» dell'assemblea plenaria. Se nei primi due scrutini non si dovesse raggiungere la maggioranza, dal terzo è sufficiente la maggioranza semplice dei membri della CET presenti.

Elegibili sono solo i vescovi diocesani. I vescovi ausiliari hanno solo diritto di voto, ma non possono essere votati per la presidenza. Nell’attuale assemblea plenaria figurano 59 membri, dei quali solo 27 - il numero delle diocesi tedesche - sono vescovi diocesani e possono candidarsi ed essere votati per la presidenza. Tuttavia il numero dei candidati si riduce praticamente a 24. In primo luogo, poiché le diocesi di Eichstätt e Münster sono attualmente vacanti (la prima dal giugno del 2025, la seconda dal 2024). In secondo luogo, poiché il vescovo di Magdeburgo, monsignor Gerhard Feige, compie 75 anni il prossimo 19 novembre, e quel giorno dovrà offrire le proprie dimissioni al Papa: la sua età lo esclude dunque di fatto dalla candidabilità alla presidenza. Aci 21

 

 

 

 

 

Cristiani perseguitati, sono quasi 400 milioni nel mondo

 

Il rapporto dell’Ong Cristiana Open Doors mette in luce la crescita dei cristiani perseguitati nel mondo. Ecco dove la situazione è peggiore - Di Andrea Gagliarducci

Roma. Sono 388 milioni i cristiani perseguitati nel mondo, 8 milioni in più rispetto allo scorso anno. Lo sottolinea il rapporto annuale dell’Ong cristiana Open Doors, il World Watch List. Insieme al rapporto sulla libertà religiosa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, i cui numeri sono stati citati da Leone XIV nel suo discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede lo scorso 9 gennaio, il World Watch List è una fotografia puntuale e necessaria della situazione dei cristiani nel mondo. Certifica una situazione che il Papa non ha mancato di definire “crisi umanitaria”. E permette anche di guardare ai territori dove la crisi è peggiore.

Il World Watch List non si concentra solo sul mondo cattolico, ma su tutto il mondo cristiano. Ed è questo che lo rende importante e attuale. Una decina di anni fa, si parlava addirittura di “Cristo-fobia”, invece di “cristiano-fobia”, perché era evidente che l’obiettivo degli attacchi non erano i cristiani, ma proprio la loro fede incrollabile in Cristo.

Prima di tutto, serve guardare i numeri. Secondo il rapporto, di 388 milioni di cristiani perseguitati, 201 milioni sono donne e bambine, mentre 110 milioni sono minori di 15 anni. Il numero di Paesi con livello “estremo” di persecuzione anti-cristiana sale da 13 a 15, con la Corea del Nord che si conferma “maglia nera”, anche per la difficoltà reale di comprendere chi e quanti siano i cristiani nel Paese. Dopo il regime di Pyongyang, si riscontra persecuzione estrema anche in Somalia, Eritrea, Libia, Afghanistan, Yemen, Sudan, Mali, Nigeria, Pakistan, Iran, India, Arabia Saudita, Myanmar e Siria.

La Siria, in particolare, è passata da un livello “grave” ad “estremo”, con buona pace di chi vedeva nel sovvertimento del regime di Assad una speranza, e questo perché, ha sottolineato Cristian Nani, direttore di Open Doors Italia, a Damasco e dintorni il potere politico è ancora “frammentato”, e in Siria sono rimasti “appena 300 mila cristiani, ovvero centinaia di miglia in meno rispetto a dieci anni fa”.

Il Rapporto 2025 aveva segnalato un calo delle uccisioni di cristiani. Ma era un fuoco di paglia. Il Rapporto 2026 segnala di nuovo un incremento: da 4.476 a 4.849, pari a 13 al giorno. In Nigeria sono stati uccisi 3.490 cristiani, pari al 70 per cento del totale mondiale.

I cristiani arrestati per la loro fede sono stati 4.712 nel 2025, contro 4.744 nel 2024. I cristiani rapiti sono stati 3.302, ben 4.744 in meno rispetto a quelli registrati nel 2024. Drastica diminuzione degli attacchi contro le chiese (da 7.679 a 3.632) e contro le abitazioni o i negozi (da 28.368 a 25.794); mentre aumentano le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202).

L’Africa Sub-Sahariana è la regione “osservato speciale” del rapporto, perché ha governi fragili che lasciano i cristiani esposti agli attacchi. E in particolare, c’è una situazione critica in Sudan per la guerra civile, ma anche in Nigeria, Mali, Niger, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo e Mozambico, dove la matrice religiosa si combina a situazioni economiche e sociali molto complesse.

La Nigeria è uno dei Paesi più sotto osservazione. Lo scorso 29 dicembre, lo Stato Islamico ha attaccato cristiani nello stato di Adamawa, causando 14 vittime, mentre il 4 gennaio un gruppo di uomini armati ha assaltato di Demo, nello Stato di Niger, causando un numero non definito di morti.

Ma gli episodi dello scorso anno che hanno toccato le cronache sono moltissimi. In Siria, il 22 giugno 2025, un attacco suicida nella chiesa di Mar Elias ha ucciso almeno 22 cristiani e ne ha feriti almeno altri 60. Sono numeri che hanno portato la Siria al sesto posto tra i Paesi a rischio, dal 18esimo posto del rapporto precedente, mentre nel 2024 gli omicidi di cristiani erano pari a zero a Damasco e dintorni e nel 2025 hanno toccato almeno 27 persone.

La situazione è peggiorata perché, dopo la caduta di Assad, Ahmad al-Sharaa si è autoproclamato presidente e ha applicato la legge islamica, che in un potere ancora fragile lascia molto spazio agli abusi contro i cristiani.

Se si scorporano le cifre per continente, si nota che i cristiani perseguitati sono 1 ogni 7 nel mondo. In Africa, la proporzione è uno a cinque, in Asia 2 a cinque, in America Latina 1 a 12. 

Negli ultimi cinque anni, cinque delle nazioni subsahariane sotto osservazione nella World Watch List hanno ripudiato i propri governi e due hanno sospeso le proprie costituzioni, mentre la situazione in Nigeria ed Etiopia è quella di nazioni democratiche in cui però i gruppi jihadisti e ribelli evitano allo Stato di estendere la sicurezza e la stabilità sui territori da loro controllati”.

Il rapporto di Open Doors segna “l’oppressione islamica” e “il crimine e la corruzione organizzata” con due dei tre fattori maggior id persecuzione in 10 delle 14 nazioni considerate sotto “persecuzione estrema”.

In particolare, l’Africa subsahariana ha visto la crescita di livelli di rischio in maniera esponenziale: in dieci anni, erano solo sei le nazioni subsahariane considerate pericolose per i cristiani, mentre ora ce ne sono 12 tra le venti più pericolose.

La persecuzione non viene solo da fonti islamiche, In Etiopia, la Chiesa Ortodossa ha posto pressione sulle comunità protestanti che spesso affrontano ostilità a livello locale, e, nonostante una tregua firmata nel 2022 con il governo, gruppi armati nella regione di Amhara e Oromia hanno distrutto, demolito e saccheggiato 25 chiese.

Capitolo Cina. Il punteggio è il più alto di sempre nel rapporto, ma la pressione contro la Chiesa è cresciuta a causa della pubblicazione e la messa in pratica dei nuovi regolamenti di utilizzo di internet e dei social media, parte di un percorso di regolamentazioni crescenti che sono cominciate nel 2018.

Un altro dato sensibile riguarda i matrimoni forzati di cristiani con non cristiani. Secondo il World Watch List, sono passati da 821 a 1.147 nel corso del 2025. Le nazioni dove la pratica è più diffusa sono Nigeria, Cina e Niger.

Non tutto, comunque, va male. Ci sono trend di miglioramento in Bangladesh, in Malesia, che è appena uscita dalle prime 50 nazioni a rischio, mentre la situazione a Cuba, Messico, Nicaragua e Colombia non è migliorata, ma nemmeno peggiorata nell’ultimo anno, e le chiese in questi contesti “mostrano notevole resilienza e creatività” secondo il rapporto. Aci 21

 

 

 

 

 

Udienza. Leone XIV: “preghiamo per la pace, la guerra è tornata di moda”

 

Il Papa ha concluso l'udienza di oggi, dedicata ancora una volta alla Dei Verbum con un nuovo appello a pregare per la pace. I cristiani "si allontanino dalla divisione" e trovino l'unità, l'appello per la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani – di M.Michela Nicolais

“Preghiamo per la pace, in un momento della storia che sembra segnato da una crescente perdita del valore della dignità umana e in cui la guerra è tornata di moda”. E’ l’appello di Leone XIV, al termine dell’udienza di oggi, durante i saluti ai pellegrini portoghesi. “L’umanità di Gesù, che rivela il Padre, ci aiuti a trovare cammini di giustizia e di riconciliazione”, l’auspicio del Papa, che ha dedicato ancora una volta la catechesi – pronunciata in Aula Paolo VI – alla costituzione conciliare Dei Verbum sulla Rivelazione divina. Durante i saluti, il riferimento alla Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “Chiediamo al Signore di elargire il dono del suo Spirito a tutte Chiese sparse nel mondo perché, attraverso di esso, i cristiani allontanino la divisione per comporre saldi legami di unità”, l’invito ai fedeli di lingua italiana. Anche salutando i pellegrini tedeschi, poco prima, Leone XIV aveva esortato a pregare affinché “tutti i suoi discepoli trovino l’unità, perché il mondo creda in lui e nella sua rivelazione”.

Reciprocità e comunione. “Gesù Cristo è rivelatore del Padre con la propria umanità”, il fulcro della catechesi, al centro della quale c’è stata la parola “reciprocità”, come segreto della relazione tra il Figlio e il Padre e tra noi e Dio, attraverso il Figlio. “Proprio perché è il Verbo incarnato che abita tra gli uomini, Gesù ci rivela di Dio con la propria vera e integra umanità”, ha spiegato Leone XIV: “Perciò egli – dice il Concilio –, vedendo il quale si vede il Padre, con tutta la sua presenza e manifestazione, con le parole e le opere, con i segni e i miracoli, e soprattutto con la sua morte e gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di verità, completa, compiendola, la rivelazione”.

“Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità integrale”, l’invito del Papa: “la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. È l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre”.

Gesù ha un corpo. “A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi”, il monito del Pontefice.

“Per onorare la grandezza dell’incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali”, ha osservato il Papa: “Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo”. “Gesù ci rivela il Padre coinvolgendoci nella propria relazione con lui”, ha ricordato Leone: “Nel Figlio inviato da Dio Padre gli uomini possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della natura divina”, ha proseguito citando il testo conciliare: “Giungiamo alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito.

Figli nel Figlio. “Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da lui conosciuti”, le parole dedicate alla centralità della mediazione del Figlio: “In  Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine del Verbo. Questo Verbo eterno illumina tutti gli uomini, svelando la loro verità nello sguardo del Padre”. “Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà”, dice infatti Gesù, secondo quanto riporta il Vangelo di Matteo, e aggiunge che “il Padre conosce le nostre necessità”. “Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena”, ha commentato il Pontefice, citando San Paolo: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: ‘Abbà! Padre!’”. E’ Gesù stesso, in altre parole, che “ci invita a condividere il suo sguardo sulla realtà: ‘Guardate gli uccelli del cielo – dice –: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?’”. “Seguendo fino in fondo il cammino di Gesù, giungiamo alla certezza che nulla ci potrà separare dall’amore di Dio”, ha concluso il Pontefice: “Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a lui”. sir 21

 

 

 

 

 

Bätzing non sarà più presidente della Conferenza episcopale tedesca

 

«Sono stati sei anni intensi, durante i quali noi vescovi, insieme a molti altri membri del popolo di Dio, abbiamo potuto realizzare qualcosa e dare forma a un futuro sostenibile per la Chiesa nel nostro Paese. Ora è giunto il momento di affidare ad altri questo importante compito per il lavoro della Conferenza episcopale. E sono certo che tutto continuerà per il meglio».

Con una lettera ai confratelli, ieri il vescovo Georg Bätzing, presidente della DBK (Deutsche Bischofskonferenz) ha annunciato che non si candiderà per un secondo mandato alla guida della Conferenza episcopale: „Per rendere possibili con anticipo riflessioni sulla questione, desidero comunicarvi, che non sono a disposizione per una nuova elezione. Ho preso questa decisione dopo essermi consultato e averci riflettuto a lungo”.

La prossima assemblea episcopale di fine febbraio (23-26 febbraio) a Würzburg avrà in programma l’elezione del presidente della DBK, essendo giunti ormai a termine i sei anni di mandato del vescovo di Limburg.

Bätzing ha guidato questi sei anni in una fase impegnativa e avvincente della Chiesa cattolica in Germania, la quale ha affrontato apertamente e con coraggio lo scandalo degli abusi su minori e si è avviata verso una maggiore sinodalità sia con il lavoro di riforme dell’assemblea sinodale (Synodaler Weg, 2020-2023, insieme a presbiteri, religiose e religiosi, e laiche e laici del Comitato centrale dei cattolici tedeschi), sia, a partire dal 2021, con il sinodo universale sulla sinodalità.

Per Bätzing è «un grande onore e una grande gioia svolgere questo servizio in tempi davvero impegnativi, che allo stesso tempo aprono nuovi spazi di manovra» e ringrazia tutti coloro «che negli ultimi sei anni mi hanno sostenuto con stima e critiche costruttive».

Per le imminenti elezioni, prega affinché Dio conceda il Suo spirito benevolo e augura alla «conferenza di continuare ad avere il coraggio di parlare apertamente, di lottare in modo costruttivo e la disponibilità ad avvicinarsi gli uni agli altri, per testimoniare insieme ai fedeli del nostro Paese e a molti altri la gioia della fede».

Irme Stetter‑Karp, presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) ha espresso rammarico per la decisione di Bätzing di non ricandidarsi, pur rispettandola pienamente. Nei suoi anni alla guida della DBK, ha aggiunto, è stato un interlocutore autentico, collegiale e molto impegnato per la Chiesa in Germania.

Georg Bätzing ha sempre sostenuto e difeso la linea riformista della Chiesa in Germania. Venne eletto all’inizio del 2020 all’indomani della prima assemblea del Synodaler Weg. Nelle prossime settimane ci saranno appuntamenti importanti per la Chiesa cattolica in Germania. Nella Conferenza episcopale a Würzburg di fine febbraio che eleggerà il prossimo presidente, uno dei temi „caldi“ sul tavolo sarà la discussione degli step successivi per la costituzione di un Consiglio sinodale (Synodalrat o Synodalkonferenz). Questo Consiglio sinodale è un nodo di conflitto con Roma perché in essa il Vaticano vede una sottrazione, un indebolimento del magistero episcopale.

Prima dell’appuntamento di febbraio avrà luogo un altro incontro importante per la Chiesa in Germania: la sesta assemblea sinodale del Synodaler Weg (Stoccarda, 29-31 gennaio). Sappiamo che il Synodaler Weg si era concluso a marzo del 2023 con la quinta assemblea dove erano state prese decisioni/delibere che riguardavano la Chiesa locale e redatto dei testi che la delegazione tedesca del Sinodo universale sulla sinodalità (2021-2024) ha portato a Roma.

Con la chiusura del Synodaler Weg alcuni temi erano rimasti aperti, forse il più importante è stato la creazione di un comitato sinodale per la costituzione di un futuro consiglio sinodale (Synodalrat o Synodalkonferenz). Cosa che, peraltro, è avvenuta in questi tre anni non senza scontri e spaccature all’interno della stessa Conferenza episcopale per la contrarietà di alcuni vescovi più vicini a Roma.

La prossima assemblea sinodale di Stoccarda farà quindi il punto della situazione sul Consiglio sinodale e farà un monitoraggio e una valutazione circa l’attuazione delle delibere votate nelle assemblee sinodali precedenti. Inoltre si rifletterà sulla sinodalità nell’ambito della Chiesa universale. Quest’ultimo è uno degli importanti guadagni del sinodo universale  per la Chiesa cattolica in Germania: lo scambio e il dialogo con altre Chiese locali. Una novità della sesta assemblea sinodale a Stoccarda sarà l’introduzione del metodo della Conversazione dello spirito, il metodo del sinodo universale.

Vedremo allora fra poche settimane chi sarà il prossimo presidente della Conferenza episcopale tedesca; potrebbe venir scelto un vescovo dal profilo più moderato che possa ricucire la frattura interna; forse un vescovo più vicino a Roma o più conosciuto nella curia romana.

Georg Bätzing è succeduto al cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, che aveva guidato la conferenza episcopale nel burrascoso periodo degli scandali di abusi nella Chiesa, dando l’incarico a tre istituti indipendenti di fare uno studio sugli abusi e sulle cause sistemiche nella Chiesa cattolica che li favoriscono (MHG-Studie) e dato l’avvio in seguito ai risultati della ricerca, insieme al Zentralkomitee der Deutschen Katholiken al sinodo delle riforme, il Synodaler Weg. Del-mci, 20

 

 

 

 

 

Leone XIV: “dalla compassione si misura lo stato di salute della società”

 

Il Papa dedica il messaggio per la prossima Giornata mondiale del malato alla compassione, mettendo in guarda dalla retorica e sollecitando all'azione concreta verso chi ha bisogno. Le celebrazioni solenni a Chiclayo – di  M.Michela Nicolais

“Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano”. Lo scrive Leone XIV, nel messaggio per la Giornata mondiale del malato, che quest’anno si celebra solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio prossimo, sul tema: “La compassione del Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”. Nel testo, il Papa ripropone il passo biblico del Buon Samaritano, “chiave ermeneutica dell’enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”. “Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come diventare noi stessi vicini”, il commento di Sant’Agostino alla parabola, che per Leone XIV insegna che “l’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita”.

“Non si tratta di semplici gesti di filantropia”, puntualizza il Papa: “San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del suo incontro con i lebbrosi, diceva: ‘Il Signore stesso mi condusse tra loro’, perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare”.

“No” alla retorica. La compassione “non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti”, l’identikit dello stile del cristiano, a partire dal riferimento alla sua esperienza pastorale di missionario e vescovo in Perù: “Ho constatato come molte persone condividono la misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano, portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale”. In questa prospettiva, come Leone XIV ha osservato nell’esortazione apostolica Dilexi te, la cura dei malati non è solo una “parte importante” della missione della Chiesa, ma un’autentica “azione ecclesiale” tramite la quale “possiamo verificare la salute della nostra società”.

“Il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda di prenderci cura per il bene di tutti”, scrive ancora il Pontefice: “In questo senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti”.

Dalla compassione all’etica individuale. “Allontanare da noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la nostra collocazione davanti a Dio e al fratello”, l’appello del Papa, secondo il quale “il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico: servire il prossimo e amare Dio nei fatti”. Benedetto XVI diceva che “la creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni interpersonali”, ricorda Leone XIV: “Più le vive in modo autentico, più matura anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio”.

“Il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio”, ribadisce il Pontefice sulla scorta di Papa Francesco: “Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, ‘samaritana’, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti”. Sir 20

 

 

 

 

 

Messaggio del Papa per la Giornata del Malato. “L’amore non è passivo, va incontro all’altro”

 

“La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro” – Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. “La compassione del samaritano: amare portando il dolore dell’altro”, è questo il tema per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato 2026 firmato da Papa Leone XIV. “La XXXIV Giornata Mondiale del Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui sofferenti, come sono i malati. Tutti abbiamo ascoltato e letto questo commovente testo di San Luca”, scrive subito il Pontefice nell’incipit del Messaggio.

Sulla compassione il Papa dice: “Ho voluto proporre la riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.

“Viviamo immersi nella cultura della rapidità, dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano, vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e solidale. L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita”, continua il Papa.

“Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo, che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. San Luca prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola, la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica le ferite, si fa carico e si prende cura. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale.”, sottolinea ancora il Pontefice.

“Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti”, conclude il Papa nel Messaggio.

Il Cardinale Michael Czerny S.J., Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, è intervenuto presso la Sala Stampa della Santa Sede per presentare il Messaggio. “Curare è compito della medicina, di cui si parla sempre molto nei notiziari. Ma il Messaggio di Papa Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026 parla di guarigione, che è qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima. Ogni messaggio papale ci riporta alle basi, ma penso che questo Messaggio sia davvero per tutti. È per i cristiani e allo stesso modo per tutti gli altri.”, dice il Cardinale Michael Czerny davanti ai giornalisti.

“Il Messaggio è suddiviso in tre parti: la prima parla dell’incontro, che si rivela così importante non solo per i malati, ma per tutti. La seconda parla della compassione, senza la quale non c’è guarigione. E la terza parla del vero amore”, spiega ancora il Prefetto.

“Sono fortunato a rappresentare Papa Leone nella presentazione di questo Messaggio nella sua diocesi d’origine, Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio, festa di Nostra Signora di Lourdes e 34a Giornata Mondiale del Malato. Spero che questo Messaggio non solo venga ascoltato in quel giorno, ma continui a ispirare gesti di incontro, compassione e amore ovunque si trovino malattia e sofferenza”, conclude Cardinale Michael Czerny.

Il Prefetto risponde ad ACI Prensa anche sul perchè di questa scelta, Chiclayo. "La scelta di Chiclayo non è dovuta principalmente al Papa, ma a una ragione pratica. ", ha chiarito il Cardinale Prefetto in Vaticano durante la presentazione del messaggio del Papa per questa giornata.

“Avevamo bisogno di un luogo dove, dato il clima di febbraio, fosse meno probabile che la celebrazione fosse compromessa dal maltempo”, ha affermato il cardinale. Ha poi definito questa decisione una “felice coincidenza”. Il cardinale ha inoltre sottolineato la reazione di Papa Leone XIV, che, ha detto, era "molto felice della scelta" fatta dal Vaticano nel novembre dello scorso anno.  Aci 20

 

 

 

 

 

Usa. tre cardinali contro la politica estera di Trump: “Assalto catastrofico alla pace”

 

Dura presa di posizione di tre cardinali statunitensi contro la linea di politica estera dell’amministrazione Trump. In un documento diffuso da New York, i cardinali Blase J. Cupich, Robert McElroy e Joseph W. Tobin richiamano i principi indicati da Papa Leone XIV nel discorso al corpo diplomatico e denunciano il rischio di una politica fondata su interessi nazionali ristretti, sull’uso disinvolto della forza militare e sull’indebolimento del multilateralismo. Di Maddalena Maltese

(da New York) È uno statement che non lascia spazio a interpretazioni quello diffuso, domenica, dai cardinali Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e Joseph W. Tobin, arcivescovo di Newark. Una condanna netta della politica estera dell’amministrazione Trump, misurata sui principi enunciati da Papa Leone XIV nel suo recente discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Le parole dei tre porporati arrivano in una settimana che ha segnato un punto di svolta nelle relazioni internazionali degli Stati Uniti. Trump ha minacciato un intervento militare in Iran, poi ritirato sotto la pressione degli alleati del Golfo e di Israele. Ha ribadito l’intenzione di “impossessarsi” della Groenlandia, costringendo i paesi europei a una mobilitazione militare in difesa di un territorio minacciato da quello che credevano fosse un alleato NATO. E ancora: la crisi venezuelana, con l’accusa di aver “rapito” il presidente e imposto un cambio di governo, la guerra dei dazi con la Cina, il blocco dei visti per circa 75 paesi.

“Come pastori responsabili dell’insegnamento del nostro popolo, non possiamo restare in silenzio mentre vengono prese decisioni che condannano milioni di persone a vite intrappolate permanentemente ai margini dell’esistenza”, ha dichiarato il cardinale Cupich. “Papa Leone ci ha dato una direzione chiara e dobbiamo applicare il suo insegnamento alla condotta della nostra nazione e dei suoi leader”.

Il documento dei tre cardinali, intitolato “Tracciare una visione morale della politica estera americana“, parte da una constatazione: nel 2026 gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più lacerante sul fondamento morale delle azioni statunitensi nel mondo dalla fine della Guerra Fredda. Venezuela, Ucraina, Groenlandia hanno sollevato questioni fondamentali sull’uso della forza militare e sul significato della pace.

“La dottrina sociale cattolica testimonia che quando l’interesse nazionale, concepito in modo ristretto, esclude l’imperativo morale della solidarietà tra le nazioni e la dignità della persona umana, porta immense sofferenze nel mondo e un assalto catastrofico alla pace giusta che va a beneficio di ogni nazione ed è volontà di Dio”, ha sottolineato il cardinale McElroy. “Nel dibattito nazionale sui contorni fondamentali della politica estera americana, ignorare questa realtà costa gli interessi più veri del nostro paese e le migliori tradizioni di questa terra che amiamo”.

I cardinali richiamano con forza le parole di Papa Leone al corpo diplomatico sulla “debolezza del multilateralismo” e sulle evoluzioni della diplomazia, da promotrice di dialogo a luogo di prova di forza muscolare.  Nel documento si cita l’analisi del papa americano  sulla guerra “tornata di moda”, mentre “si sta diffondendo uno zelo per la guerra” e “il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato”

Il papa, continuano i porporati, ha anche ricordato che “la protezione del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile per ogni altro diritto umano” e ha denunciato la tendenza delle nazioni ricche a ridurre o eliminare i contributi ai programmi di assistenza umanitaria estera, così come le crescenti violazioni della coscienza e della libertà religiosa.

La partecipazione al Concistoro  ha convinto il cardinal Tobin a  sottolineare la visione del Papa sull’avere “relazioni giuste e pacifiche tra le nazioni. Altrimenti, minacce crescenti e conflitti armati rischiano di distruggere le relazioni internazionali e di far precipitare il mondo in sofferenze incalcolabili”.

Come pastori e cittadini, scrivono i tre cardinali, “abbracciamo questa visione per l’instaurazione di una politica estera autenticamente morale per la nostra nazione” e “rinunciamo alla guerra come strumento per interessi nazionali ristretti e proclamiamo che l’azione militare deve essere vista solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come normale strumento di politica nazionale”. Il documento si chiude con un impegno preciso: “Nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e ci faremo portavoce per rendere possibile questo livello più alto” di dibattito sulla politica estera americana, superando polarizzazione, partigianeria e interessi economici e sociali ristretti.

Una presa di posizione che segna un momento di svolta nei rapporti tra Chiesa cattolica americana e amministrazione Trump, e che potrebbe aprire la strada a ulteriori pronunciamenti di vescovi e cardinali USA. Sir 19

 

 

 

 

 

I vescovi di Francia contro il suicidio assistito. “La vita non si cura dando la morte”

 

Lo scorso 15 gennaio, la Conferenza Episcopale Francese ha pubblicato una lettera in occasione dell’apertura dell’esame della legge sul diritto al suicidio assistito - Di Andrea Gagliarducci

Parigi. Dopo il diritto all’aborto, il diritto al suicidio assistito. In Francia è cominciato il dibattito su un disegno di legge che definisce la pratica eutanasica come diritto, in un crinale sempre più a capofitto verso la “cultura della morte”. E, com’è già successo per il dibattito sull’aborto, i vescovi di Francia scendono in campo con forza, con una dichiarazione pubblica, una “tribuna” in cui sottolineano che “la vita non si cura dando la morte”.

Il testo è stato pubblicato lo scorso 15 gennaio, e rappresenta una delle reazioni più avanzate alla questione dell’eutanasia. È un testo che affronta il tema con delicatezza, e con il “profondo rispetto per coloro che affrontano la fine della vita”, non fosse altro perché “la Chiesa ha una lunga storia di accompagnamento dei malati e delle persone con disabilità, dei caregiver, degli operatori sanitari, dei cappellani di ospedali e case di cura”.

È una Chiesa che ascolta l’angoscia, e che per questo conosce il dramma di chi lo vive. I vescovi notano che, per oltre venticinque anni, “la Francia ha compiuto una scelta unica e preziosa: rifiutare sia i trattamenti aggressivi irragionevoli che la morte indotta, affermando sia il diritto a non soffrire sia il dovere di accompagnare la vita fino alla fine”.

C’è, si legge nel testo, un “approccio francese” coerente e riconosciuto che è “basato sullo sviluppo di una cultura delle cure palliative, sulla considerazione dei desideri del paziente, sulle direttive anticipate e sulla possibilità di una sedazione profonda e continua, non per causare la morte ma per alleviare il dolore”.

Perché, aggiungono i vescovi, “le cure palliative sono l'unica risposta veramente efficace alle situazioni angoscianti delle cure di fine vita”, e per questo il disegno di legge che prevede la parità di accesso a queste cure ha il plauso dei vescovi, perché “molti operatori sanitari impegnati in questo approccio attestano che considerare il malato terminale o il morente nella sua dimensione fisica, ma anche psicologica, relazionale e, ove applicabile, spirituale, come offerto dalle cure palliative, porta quasi sempre alla scomparsa delle richieste di morte tra i malati terminali”.

I vescovi sottolineano che “dietro la richiesta di morte, spesso si esprime una richiesta di vivere”, e per questo non si capacitano della nuova legge, dato che il problema non è tanto l’assenza di una possibilità eutanasica, ma piuttosto il fatto che “la legge vigente non è sufficientemente applicata e l'accesso alle cure palliative rimane fortemente diseguale in tutto il Paese. Ancora oggi, quasi un quarto del fabbisogno di cure palliative non viene soddisfatto”.

Secondo la Conferenza Episcopale Francese, la legalizzazione dell’eutanasia “cambierebbe profondamente la natura del contratto sociale”, denunciando le parole che “tendono a nascondere” altri concetti, poiché “presentare l'eutanasia e il suicidio assistito come atti di cura offusca seriamente i confini etici. Le parole vengono distorte dal loro vero significato per meglio intorpidire le coscienze: questo offuscamento non è mai neutrale. La vita non si cura togliendo una vita”.

I vescovi rifiutano “la strumentalizzazione di concetti essenziali come dignità, libertà e fraternità”, e ribadiscono che “la dignità di un essere umano non varia in base al suo stato di salute, alla sua autonomia o alla sua utilità sociale; è insita nella sua umanità, fino alla fine. È inalienabile”.

Inoltre, i vescovi di Francia notano che “la libertà non può essere considerata in astratto”, poiché “la libertà di ogni individuo deve essere considerata anche nella sua dimensione relazionale: siamo interdipendenti e le scelte di alcuni influenzano gli altri”, e quindi “attribuire il peso della scelta della morte a un paziente, a una famiglia o a un'équipe medica formata per curare, non per uccidere, significa negare il mistero di comunione che ci lega gli uni agli altri”.

Ma i vescovi francesi denunciano anche l’invocazione della “legge di fraternità” quando si tratta di causare la morte, perché la fraternità “non consiste nell'affrettare la morte di chi soffre o nell'obbligare chi si prende cura di qualcuno a causarla, ma nel non abbandonare mai chi sta vivendo questi momenti difficili e dolorosi. La fraternità ci chiama a respingere definitivamente la tentazione di togliere la vita e, allo stesso tempo, a impegnarci con determinazione per sviluppare efficacemente le cure palliative in tutto il Paese, rafforzando la formazione degli operatori sanitari, supportando chi si prende cura di loro, combattendo l'isolamento e riconoscendo che la vulnerabilità è parte della condizione umana”.

I vescovi invitano i leader politici a considerare tutte le implicazioni del dibattito in corso, sottolineando come non siano stati stimolati da una motivazione “primariamente ed esclusivamente religiosa”, ma piuttosto vogliono dare voce “alla profonda preoccupazione espressa da tanti malati, persone con disabilità, dalle loro famiglie e da chi si prende cura di loro”, poiché “con questa proposta di legge, questi ultimi si troverebbero ancora una volta in prima linea e costretti a compiere azioni contrarie all'etica della cura e al patto di fiducia che li lega ai pazienti e alle loro famiglie o ai loro cari. Esiste un rischio significativo di minare il rapporto di fiducia tra caregiver, pazienti e la loro cerchia ristretta”.

È un voto cruciale, aggiungono i presuli, perché pone di fronte al significato stesso della vita, della sofferenza e della morte. I vescovi, d’altronde, lo dicono con chiarezza: “Crediamo che una società cresca non quando offre la morte come soluzione, ma quando si mobilita per sostenere la vulnerabilità e proteggere la vita, fino alla fine. Il cammino è esigente, certo, ma è l'unico veramente umano, dignitoso e fraterno”. Aci 20

 

 

 

 

 

L’Accademia Ecclesiastica compie 325 anni

 

Nella festa di Sant’Antonio Abate, patrono dell’Accademia, un convegno in Sala Regia in Vaticano per celebrare il Giubileo della “scuola degli ambasciatori” vaticani - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. È il momento di “concorrere allo sviluppo di una nuova dottrina”, che risponda all’attuale assetto mondiale e anche alle esigenze della pace. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, fa di questa affermazione il centro di una sua densa lecio magistralis per i 325 anni della Pontificia Accademia Ecclesiastica, la scuola degli “ambasciatori del Papa”.

Una giornata a suo modo storica, celebrata nel giorno di Sant’Antonio Abate, patrono dell’Accademia, che capita in maniera quasi provvidenziale anche del giorno del compleanno del Segretario di Stato, che con la riforma dell’Accademia voluta da Papa Francesco nel 2024 è diventato non solo protettore, ma anche Gran Cancelliere.

E, certo, il Giubileo per i tre secoli e un quarto di storia prevede celebrazioni eccezionali. Leone XIV ha inviato una lettera, e tutto il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede è stato invitato al simposio, mentre il decano, Georges Poulides, ambasciatore di Cipro presso la Santa Sede che fu accreditato da Giovanni Paolo II nell’ormai lontano 2003, è stato chiamato a una breve allocuzione di risposta alle lectio del cardinale Parolin. La riforma dell’Accademia è stata delineata da Vincenzo Buonomo, direttore scientifico dell’Accademia, mentre l’introduzione è stata ad opera dell’arcivescovo Salvatore Pennacchio, presidente dell’Accademia.

Pennacchio, in particolare, ha ricordato la finalità originaria dell’Accademia, che era appunto “la formazione di sacerdoti chiamati a servire il Ministero Petrino nell’ambito delle relazioni internazionali, attraverso un’azione diplomatica orientata alla pace, al dialogo e alla promozione della dignità della persona umana”.

La lecio magistralis del Cardinale Parolin, intitolata “Pace e Giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide”, è stata molto densa. Il centro è proprio in quella richiesta di sviluppare un nuovo pensiero, una dottrina che sia aggiornata ai tempi. Ma questa richiesta deriva da una consapevolezza, che si può notare nei toni a volte crudi della sua lectio.

Il cardinale chiede “un percorso di conversione anche per coloro che agiscono sulla scena internazionale”, perché nonostante i vari segni di guerra “da diverse regioni del pianeta continuano a levarsi voci che reclamano pace e giustizia”, e questo chiede di “instaurare un nuovo stile”.

Il cardinale Parolin non esita a definire il contesto attuale “critico”, e delinea un cahiers de doleances riguardo “decisioni politiche che trovano sostegno solo sulla forza delle armi o alla volontà di potenza che ispira il linguaggio e le manifestazioni sullo scenario internazionale”, notando che oggi l’ordine internazionale è cambiato, lasciando intendere che le Nazioni Unite fondate 80 anni fa ormai è stato superato, e “di questo dobbiamo prendere atto, e non solo come spettatori, magari con qualche nostalgia del mondo che fu, ma per essere pronti ad operare come protagonisti”.

Parolin parla di assetti mondiali “fragili”, in cui le tensioni “crescono anche dove le situazioni sembravano riconciliate”, mentre gli squilibri mondiali aumentano. “Paradossalmente – afferma il Segretario di Stato vaticano - la stessa dimensione della sicurezza, ormai invocata per ogni azione che va dalla prevenzione al riarmo, necessita di un approccio non più limitato alla sola questione militare e del terrorismo, ma aperto a garantire la sicurezza alimentare, sanitaria, educativa, ambientale, energetica. E questo senza dimenticare la sicurezza in materia religiosa che va assicurata di fronte alla violenza esercitata verso chi crede con l’utilizzo delle armi, della discriminazione, dell’isolamento; o con la strumentalizzazione della fede, la privatizzazione della pratica religiosa e finanche l’indifferenza verso ogni dimensione trascendente”.

E ancora, il cardinale denuncia la messa in discussione di “principi come l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, l regole che disciplinano la stessa guerra”, al punto che viene relativizzato “tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale per ambiti come il disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali, la proprietà intellettuale, gli scambi e i transiti commerciali”.

Ed è per questo che ci vuole una dottrina nuova, perché “se di fronte al nuovo ordine internazionale determinatosi nel XVI secolo, la Scuola di Salamanca da cui nasce il moderno diritto internazionale, aggiornava la visione della “guerra” sistematizzata da Tommaso d’Aquino – da Agostino d’Ippona in poi era uno degli ambiti su cui la Chiesa rifletteva – così oggi appaiono necessarie argomentazioni capaci di superare i limiti e le barriere che, prima di essere materiali, sono spesso quelli dell’animo”.

Il cardinale Parolin ha guardato agli appelli di pace dei Papi dell’ultimo secolo, da Benedetto XV a Papa Francesco, e ha sottolineato che la diplomazia “non può limitarsi a tutelare il singolo vantaggio o l’esigenza individuale, ma è chiamata a concorrere nell’edificare il bene comune, che resta obiettivo primario del vivere sociale in ogni comunità, quella statale e quella internazionale. Non si tratta di sommare il benessere dei singoli, ma di raggiungere «quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente»”.

Il cardinale Parolin ha affermato che “di fronte alla violazione dei principi cogenti del diritto internazionale e delle regole base del vivere comune nella società degli Stati, della conflittualità proposta quale unico metodo per governare le relazioni internazionali, va superato quel senso di impotenza che si trasforma in angoscia di fronte ad un uso della forza che distrugge le aspirazioni di popoli, rende più gravi le disparità e pianifica equilibri ingiusti”.

E per questo, ha aggiunto, coscienza e ragione “non potranno ancora tollerare le violazioni della sovranità nelle forme più diverse, lo spostamento forzato di interi popoli, il cambiamento della composizione etnica di territori, la sottrazione dei mezzi necessari per lo svolgimento di attività economica o la limitazione della libertà”.

Il capo della diplomazia vaticana lamenta che “sembra ormai dimenticato il diritto degli Stati a garantire la loro sicurezza”, e persino quel sistema legale che si era costruito e che aveva dato una stabilità, perché le regole sono disattese o disapplicate, e questo “non è soltanto un modo di condurre le ostilità o il desiderio di chiudere i conflitti, quanto piuttosto la realizzazione di quel principio del fait accompli che si manifesta nella volontà di governanti e governati”.

Insomma, “lo svolgersi dei rapporti internazionali è sottoposto a continui mutamenti e quanti in essi operano sanno bene che la riuscita dei processi per determinare una pace vera, come pure la costruzione di Istituzioni in grado di governare le situazioni per prevenire e risolvere i conflitti, sono frutto di una leale collaborazione realizzata in buona fede e nel rispetto reciproco”.

Il compito dei nuovi accademici ecclesiastici, dunque, è quello di trovare una nuova forma di pensiero per superare i drammi internazionali. Ma quale è la storia di questa istituzione?

Fondata nel 1701, durante il pontificato di Pio VI, la Pontificia Accademia Ecclesiastica era inizialmente destinata alla formazione di nobili ecclesiastici che erano a Roma per perfezionarsi in studi teologici e giuridici.

Con il tempo, l’Accademia è diventata la fucina dei diplomatici pontifici, anche se questa non era l’intenzione originaria. Fu Pio IX nel 1850 a definire questo cambiamento, ispirandosi ad analoghe istituzioni francesi e inglesi, anche se all’inizio era più una scuola di pubblica amministrazione. Ma la pubblica amministrazione venne a mancare con la caduta degli Stati pontifici nel 1870, e così resto solo la carriera diplomatica.

Il programma di studi interni del 1876 toccava anche temi come produzioe, lavoro, commercio, credito, sistemi fiscali ed economia finanziaria, e anticipava in qualche modo i contenuti della Rerum Novarum di Leone XIII, che è dal 1891.

Fu proprio Leone XIII ad apportare le novità più significative, con un regolamento del 1899 che dispose un concorso per l’accesso alla carriera diplomatica, e un altro che si occupava della formazione teologica.

Dal 1898 al 1903 fu presidente Rafael Merry del Val, che definì il nuovo programma accademico, che da una parte modernizzò la preparazione dei diplomatici e dall’altra non trascurava la formazione sacerdotale.

Nel 1919, il Papa decise che i giovani diplomatici non sarebbero andati in pensione se non avessero passato un periodo di uno o due anni a Roma prima.

Nel 1969, Paolo VI pubblicò il motu proprio Sollicitudo omnium ecclesiarum, che ribadiva il dovere del Papa di essere adeguatamente presente in tutte le regioni della terra e che, per questo, dovesse avere degli “ambasciatori”.

Con la Praedicate Evangelium del 1922, Papa Francesco ha confermato l’Accademia come organismo interno alla Segreteria di Stato, in stretta collaborazione con la Terza Sezione per il personale di ruolo diplomatico. Quindi, con il chirografo Il Ministero Petrino del 25 marzo 2025, Papa Francesco ha qualificato l’accademia come Istituto ad instar Facultatis per lo studio delle Scienze diplomatiche, nell’intento di assicurare che la formazione intellettuale degli alunni sia all’altezza della complessità delle relazioni internazionali contemporanee, nei loro aspetti giuridico, politico, economico, ambientale e culturale, mantenendo al centro la dimensione spirituale e pastorale del ministero diplomatico.

Il professor Buonomo ha sottolineato che l’accademia “si pone attraverso «le finalità dei suoi programmi di istruzione e ricerca» come «parte integrante della Segreteria di Stato, nel cui ambito essa opera e al cui controllo è sottoposta a titolo speciale»”.

Da parte sua, l’ambasciatore Poulides ha rimarcato: “Noi, diplomatici laici guardiamo con ammirazione alla natura della vostra missione. Mentre il nostro impegno tutela soprattutto gli interessi delle nostre nazioni, la vostra vocazione attinge a quella sintesi tra fede e ragione che Papa Benedetto XVI ha indicato come via maestra, ricordando che «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio». È questa fedeltà al Logos, alla razionalità del bene, che vi permette di muovervi con una libertà che trascende le contingenze politiche e vi pone come interlocutori inter partes, al servizio di un'armonia autenticamente universale”.

Secondo il decano del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, l’impulso verso le periferie del mondo è una vera e propria missione perché la diplomazia è chiamata a farsi voce di chi non ha voce. Guardando agli ambasciatori di pace: il venerabile servo di Dio Pio XII, san Giovanni XXIII e san Paolo VI che operarono in in situazioni di conflitto, Poulides ha evidenziato che la Santa Sede fu sempre “voce di pace”, di dialogo con tutti. Aci 19

 

 

 

 

 

 

II Domenica del Tempo Ordinario

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Il Vangelo di questa domenica ci presenta l’incontro tra Gesù e Giovanni Battista. La prima immagine che il testo sacro ci consegna di Gesù è quella di un Dio  che si fa vicino, che viene incontro all’uomo. In quel momento, la Sua vera identità è ancora sconosciuta. Eppure Giovanni, illuminato dallo Spirito Santo, lo indica come “l’ Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. E’ un annuncio folgorante che ha raggiunto, poi, ogni angolo della terra e che continua a risuonare in ogni chiesa durante la celebrazione della Santa Messa. In queste parole è racchiusa una verità decisiva  della nostra fede: il Figlio di Dio si è fatto carne per “portare sulle proprie spalle” il peccato del mondo e liberare l’umanità dall’opprimente presenza del male. Questa liberazione spalanca all'uomo non soltanto le porte del cielo, ma consente già ora, nella vita quotidiana di assaporare una felicità altrimenti irraggiungibile. È la gioia profonda che nasce quando scopriamo di essere amati da Dio, custoditi dal suo sguardo, accompagnati dalla Sua presenza che si prende cura del nostro destino nel tempo e nell’eternità.

Ma cosa è il peccato? Sant’Agostino, nelle “Confessioni” lo descrive come un’ “aversio a Deo et conversio ad creaturas”, ovvero un allontanamento da Dio che è il Bene supremo, per cercare la felicità nelle cose create. Quando questo accade le conseguenze sulla persona sono profonde e dolorose. Lontano da Dio l’uomo scivola  dalla verità alla menzogna, dall’amore all’odio, dalla bontà alla malizia, dalla purezza alla lussuria, dalla solidarietà all’egoismo, dalla luce alle tenebre, dalla bellezza alla difformità, perchè il riferimento alla propria origine, l’immagine di Dio impressa in lui viene deturpata. Il peccato, spegnendo questa immagine che è Vita, Luce e Amore, conduce inevitabilmente verso l’infelicità, la solitudine e la morte.

E così, per liberarsene, si ricorre non all’Agnello di Dio, ma ad altre forme di aiuto, come la psicoanalisi, che resta una professione nobile e preziosa nel suo ambito. Tuttavia, il peccato è qualcosa di più profondo, perché riguarda il rapporto stesso dell’uomo con Dio. Per questa malattia dell’anima, la Scrittura ci indica un solo medico: Gesù Cristo, morto per amore sulla croce e risorto per la nostra salvezza. Come ogni buon medico, Gesù non si limita a diagnosticare il male, ma lo cura alla radice. La sua terapia non è fatta di parole consolatorie o di tecniche psicologiche. La sua cura è il dono totale di sé: il suo sangue versato, il suo corpo offerto, il suo amore incondizionato.

Gesù è l'unico medico che può davvero guarirci perché è l'unico che ha affrontato il male fino in fondo, scendendo negli abissi della morte per poi risorgere vittorioso. È l'unico che può dire: "Io ho vinto la morte”. La sua medicina è il perdono che riconcilia, la grazia che trasforma, l'amore che rigenera. Questa potenza guaritrice diventa esperienza concreta ogni volta che ci affidiamo a Lui nel sacramento della Riconciliazione, ogni volta che lo accogliamo nell’Eucaristia, ogni volta che invochiamo il suo nome nella preghiera. Aci 18

 

 

 

 

“Trovare possibilmente ogni giorno un momento per incontrare il Signore”

 

L'Angelus di Papa Leone XIV- Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. “Oggi il Vangelo ci parla di Giovanni il Battista, che riconosce in Gesù l’Agnello di Dio, il Messia. Giovanni riconosce in Gesù il Salvatore, ne proclama la divinità e la missione al popolo d’Israele e poi si fa da parte, esaurito il proprio compito, come attestano queste sue parole: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. L’Angelus di oggi di Papa Leone XIV in Piazza San Pietro parte dal Vangelo odierno che racconta la storia del Battista.

“Il Battista è un uomo molto amato dalle folle, al punto da essere temuto dalle autorità di Gerusalemme. Sarebbe stato facile per lui sfruttare questa fama, invece non cede per nulla alla tentazione del successo e della popolarità. Davanti a Gesù, riconosce la propria piccolezza e fa spazio alla grandezza di Lui. Sa di essere stato mandato a preparare la via al Signore, e quando il Signore viene, con gioia e umiltà ne riconosce la presenza e si ritira dalla scena.”, continua il Pontefice.

“Quanto è importante per noi, oggi, la sua testimonianza! Infatti all’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”, sottolinea il Papa prima della preghiera mariana.

“La nostra gioia e la nostra grandezza non si fondano su illusioni passeggere di successo e di fama, ma sul saperci amati e voluti dal nostro Padre che è nei cieli. È l’amore di cui ci parla Gesù: quello di un Dio che ancora oggi viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi”, dice ancora il Pontefice.

“Carissimi, non lasciamoci trovare distratti al suo passaggio. Non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza. Impariamo da Giovanni il Battista a mantenere vigile lo spirito, amando le cose semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di cuore, accontentandoci del necessario e trovando possibilmente ogni giorno un momento speciale, in cui fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare, insomma a “fare deserto”, per incontrare il Signore e stare con Lui”, conclude il Papa prima di recitare l’Angelus.

Papa Leone XIV poi passa ai consueti saluti. “Inizia oggi la Settimana per la preghiera dell’unità dei cristiani, le origini di questa iniziativa risalgono a due secoli fa”. “Invito pertanto tutte le comunità cattoliche a rafforzare la preghiera per la piena unità visibile di tutti i cristiani” e poi l’auspicio che l’impegno per l’unità sia anche “quello per la pace e la giustizia nel mondo”.

Per questo poi cita le sofferenze della popolazione dell’Est della Repubblica Democratica del Congo, “costretta a fuggire dal proprio paese e ad affrontare una grave crisi umanitaria”. “Preghiamo affinchè prevalga il dialogo per la riconciliazione e la pace”, dice il Pontefice.

Infine il ricordo per le vittime colpite inondazioni che hanno colpito Africa meridionale.

 

 

 

 

 

La settimana di preghiera per l'unità dei cristiani: dal 18 al 25 gennaio

 

In programma dal 18 al 25, verrà conclusa con i Vespri celebrati da Papa Leone XIV a San Paolo fuori le Mura. Giovedì 22 alle 18.30 la veglia diocesana a Santa Lucia

Roma. “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4). È un invito alla comunione il tema che accompagnerà la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, da domenica 18 a domenica 25 gennaio. In quest’ultima data, solennità della Conversione di san Paolo, alle ore 17.30, nella basilica di San Paolo fuori le Mura, papa Leone XIV concluderà la Settimana con la celebrazione dei Vespri. 

Tanti gli eventi in programma. Fra questi, centrale sarà la veglia ecumenica diocesana, giovedì 22 gennaio alle 18.30, nella parrocchia di Santa Lucia (circonvallazione Clodia, 135). Al momento di preghiera interverranno i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane presenti a Roma; sarà presieduto dal cardinale vicario Reina, mentre l’omelia sarà offerta dall’arcivescovo ortodosso Barsamian, rappresentante della Chiesa Armena Apostolica presso la Santa Sede.

Lunedì si terranno due veglie, una alle 18.30 nella parrocchia di Dio Padre Misericordioso, l’altra alle 19.15 a Santa Maria delle Grazie al Trionfale. Martedì, alle 19, un momento di preghiera ecumenico è in programma a Santa Maria degli Angeli e dei Martiri; mentre venerdì, sempre alle ore 19, a San Gioacchino in Prati e ai Santi Mario e Compagni Martiri, alla stessa ora. 

Nel comunicato diramato dalla Diocesi di Roma, si legge: “Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate nella Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai fedeli armeni ortodossi, in collaborazione con i loro fratelli e le loro sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato preparato, redatto e discusso nella sede storica spirituale e amministrativa della Chiesa apostolica armena, Surp Etchmiadzin a Yerevan, nei giorni, forieri di grande ispirazione, della benedizione del Muron (olio santo) e della riconsacrazione della Cattedrale Madre, avvenuta tra il 28 e il 29 settembre 2024 a seguito di un esteso lavoro di ristrutturazione, durato dieci anni”. Aci 17

 

 

 

 

 

Anno di San Francesco, decreto per ottenere l'indulgenza plenaria

 

Il decreto, per volere di Papa Leone XIV, è firmato dal Cardinale Penitenziere Maggiore Angelo De Donatis - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. La Penitenzieria Apostolica ha comunicato che Papa Leone XIV ha stabilito che, dal 10 gennaio 2026, fino al 10 gennaio 2027, sia indetto uno speciale Anno di San Francesco, - in occasione degli 800 anni della morte del Santo di Assisi - in cui ogni fedele cristiano sull'esempio del Santo di Assisi si faccia egli stesso modello di santità di vita e testimone costante di pace.

La Penitenzieria attraverso uno speciale decreto “emesso in conformità al volere del Sommo Pontefice, in occasione dell'Anno di San Francesco concede l'Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), applicabile anche in forma di suffragio per le anime del Purgatorio: ai membri- delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz'Ordine Regolare e Secolare; - degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e femminili, che osservino la Regola di San Francesco o siano ispirati alla sua spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma;  a tutti i fedeli indistintamente che, con l'animo distaccato dal peccato, parteciperanno all'Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte  Francesco d'Assisi, del mondo intitolato a San Francesco o ad esso collegato per qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull'esempio di San Francesco, nei cuori scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d'Assisi, a Santa Chiara e a tutti i Santi della Famiglia Francescana”.

“Gli anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa – si legge nel decreto - potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria, premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l'intenzione di adempiere appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle celebrazioni giubilari dell'Anno di San Francesco, offrendo a Dio Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita”.

Nel decreto – firmato dal Cardinale Angelo De Donatis, Penitenziere Maggiore,  si chiede “a tutti i sacerdoti, regolari e secolari, muniti delle opportune facoltà, di rendersi disponibili, con spirito pronto, generoso e misericordioso, alla celebrazione del Sacramento della Riconciliazione. aci 16

 

 

 

 

 

Stemmi, bandiere, simboli: quale è il senso dell’araldica cattolica

 

Fabio Cassani Pironti, esperto di araldica, spiega il senso dei simboli e degli stemmi dell’araldica vaticana - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. Dallo stemma di un vescovo, si capisce molto della sua storia e di cosa vuole comunicare al mondo. E, in effetti, lo stemma di Leone XIV ha, in sé, tutte le caratteristiche del Papa: la campitura azzura che ricorda Maria, l’emblema dell’Ordine Agostiniano, il moto In Illo Uno Unum, nell’unico Cristo siamo uni, che riprende proprio Sant’Agostino.

Lo stemma del Papa e la sua comprensione è parte dell’araldica ecclesiastica cattolica non tocca solo gli stemmi episcopali. Fabio Cassani Pironti, esperto di araldica ecclesiastica, ha spiegato il significato di questi simboli in un convegno a Vilnius lo scorso luglio, intitolato “Capi di Stato: antenati, stemmi e bandiere”.

Ad ACI Stampa spiega che la Chiesa “possedeva già i propri simboli religiosi nel periodo pre-araldico, come figure sacre, strumenti di crocifissione, figure di animali ed icone di santi”, e che è solo nel XIII secolo che questi simboli entrano a far parte di stemmi e sigilli.

Ovviamente, nota, l’araldica ecclesiastica è diversa da quella generale. Nell’araldica ecclesiastica non si trova la legge di primogenitura, e quindi un vescovo che viene creato cardinale può adottare uno stemma diverso, e può farlo anche un cardinale che diventa Papa.

Nella Chiesa cattolica non esiste alcun ufficio che si occupi specificamente di araldica. E tuttavia, l’araldica ecclesiastica ha regole precise.

Per esempio, sottolinea Cassani Pironti, “il Papa è il capo della Chiesa cattolica e il sovrano dello Stato di città del Vaticano”, e questo doppio ruolo viene costituito nei tre simboli dell’emblema della Santa Sede, l’emblema dello Stato della Città del Vaticano e lo stemma personale del Papa a cui si aggiunge la bandiera dello Stato.

Lo stemma del Papa, nota l’esperto, ha il “bend sinistro d’azzurro e di argento. Nel primo, un giglio d'argento, nel secondo, un cuore infiammato trafitto da una freccia bendato sinistro, tutto di rosso, sopra un libro proprio”.

Cassani Pironti sottolinea anche che “lo stemma comprende i simboli papali tradizionali: la mitra tribanda, il copricapo liturgico e le due chiavi incrociate, d'oro e d'argento, dietro lo scudo”.

Come si caratterizza, allora, lo stemma di Leone XIV? Si “erge in campo azzurro, che richiama l’altezza del cielo” e contiene il giglio riferito alla Beata Vergine Maria, mentre nel campo bianco “spicca l'emblema dell'Ordine Agostiniano, un cuore ardente trafitto da una freccia”, che ricorda le Confessioni di Sant’Agostino, il passo che dice: “Sagittaveras tu cor meum charitate tua”, “Hai ferito il mio cuore con amore”. Dal XVI secolo, gli agostiniani inseriscono questo elemento nel loro emblema, con diverse varianti.

Si è detto del motto, anche questo proveniente dai testi di Sant’Agostino, che riflettono – nota Cassani Pironti – “un ideale di Chiesa unita, nonostante le differenze e le tensioni che inevitabilmente la attraversano”.

Nello stemma papale si trova poi la tiara con le due chiavi incrociate e in forma di croce di Sant’Andrea, una d’oro e una d’argento, dalle cui impugnature pendono due cordoni solitamente rossi. “Il simbolismo – dice Cassani Pironti - è tratto dal Vangelo ed è rappresentato dalle chiavi consegnate da Cristo all'apostolo Pietro. Trova riferimento anche in Matteo 19:16: ‘A te darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli’.”

Le due chiavi incrociate sono l’insegna ufficiale della Santa Sede fin dal XIV secolo. Quella d’oro allude al potere nel regno dei cieli, quella d’argento indica l’autorità spirituale del Papato sulla terra.

C’è poi lo stemma dello Stato di Città del Vaticano, che fu creato nel 1929. Il blasone dello Stato di Città del Vaticano vede le chiavi in croce di Sant’Andrea in argento ed oro, sotto una tiara di argento coronata d’oro, poste su uno scudo russo. Cassani Pironti sottolinea che “le chiavi sono invertite rispetto allo stemma della Santa Sede. Quella d'argento si trova sulla destra araldica e quella d'oro sulla sinistra. Questa inversione può essere interpretata in relazione al potere terreno, nel caso dello Stato, rispetto a quello spirituale della Santa Sede”.

La bandiera vaticana è invece uno stendardo diviso in giallo verso l’asta i bianco, con la parte bianca centrata dalle chiavi incrociate sormontate dalla tiara, invertite come negli stemmi vaticani. L’esperto mette in luce come “nel caso della bandiera, il problema sorge quando le chiavi non vengono riprodotte su entrambi i lati della partizione bianca”. Le chiavi appariranno in una posizione sul lato principale e poi invertite sull'altro lato”.

Cassani Pironti passa anche in rassegna una serie di stemmi attuali di prelati e istituzioni ecclesiastiche. Non c’è un ufficio che controlli l’assunzione del proprio stemma, e così succede anche che in alcuni Paesi, lontani dalla tradizione araldica europea, viene creata un'immagine anziché uno stemma.

Un prelato, ricorda Cassani Pironti, assume uno stemma al momento della sua elevazione all’episcopato, mentre gli stemmi scelti dai prelati minori non hanno alcun valore formale, secondo le norme del 1969 ( Ut sive sollicite , Acta Apostolicae Sedis n. 61). Aci 16

 

 

 

 

 

Nel mondo sono 388 milioni i cristiani perseguitati

 

Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (1 cristiano ogni 7); di questi 201 milioni sono donne o bambine. È quanto emerge dalla World Watch List 2026 (Wwl), la lista dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo, presentata oggi a Roma da Porte aperte/Open doors. Nani, direttore Porte Aperte: "La Chiesa nascosta è forse quella più in crescita nel mondo”. Appello al Governo italiano: "promuovere la libertà religiosa come priorità diplomatica" – di Daniele Rocchi

Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a causa della propria fede (1 cristiano ogni 7); di cui 201 milioni sono donne o bambine. Parlando di minori di 15 anni, di questi 388 almeno 110 milioni sono bambini e ragazzi. È quanto emerge dalla World Watch List 2026 (Wwl), la lista dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo, presentata oggi a Roma da Porte aperte/Open doors l’agenzia che da 70 anni è impegnata a sostenere i cristiani dei Paesi dove esiste la persecuzione anticristiana. La Wwl è riferita al periodo che va dal 1° ottobre 2024 al 30 settembre 2025.

Alcuni dati. Tra i circa 100 Paesi monitorati, si legge nel Rapporto, “si conferma l’impressionante accelerazione degli ultimi 15 anni e salgono da 13 a 15 paesi con un livello estremo; la Corea del Nord da 24 anni (eccetto nella Wwl 2022) stabile al 1° posto. Il rapporto denuncia l’aumento delle uccisioni di cristiani che passano da 4.476 a 4.849 con la Nigeria che “rimane epicentro di massacri con 3.490 vittime”. Salgono anche le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202) mentre diminuiscono gli attacchi contro chiese (da 7.679 a 3.632) e contro le case e i negozi (da 28.368 a 25.794). I cristiani arrestati sono 4712, quelli rapiti 3302. Questo contesto di instabilità, violenze, minacce e abusi alimenta esodi e il fenomeno di una Chiesa profuga. La Wwl riporta in almeno 1.250mila i cristiani costretti a fuggire dalle proprie case per ragioni legate alla fede.

I 15 Paesi più pericolosi per i cristiani. La Corea del Nord rimane stabile al primo posto: la tolleranza zero del regime verso i cristiani  (tra i 50 e i 70 mila rinchiusi nei campi di lavori forzati), li obbliga a vivere la fede nel segreto, alimentando il fenomeno della Chiesa nascosta. Nelle prime 5 posizioni ci sono 3 nazioni “fortemente islamiche”, prova del fatto che “l’oppressione islamica resta una delle fonti principali di intolleranza anticristiana: Somalia (2°), Yemen (3°) e Sudan (4°). Qui le fonti di persecuzione sono connesse a una società islamica tribale, all’estremismo attivo e all’instabilità endemica di questi paesi: se scoperti, i cristiani (specie se ex-musulmani) rischiano anche la morte. L’Eritrea risale al 5° posto, governata da un regime che equipara l’indipendenza religiosa al dissenso politico, confermando quindi la propria nomea di “Corea del Nord dell’Africa”.

La Siria è la vera sorpresa di quest’anno, passando dal 18° al 6° posto, unico nuovo ingresso nella Top 10. La violenza è aumentata, con 27 cristiani uccisi in un anno e numerosi attacchi e atti vandalici contro le chiese.

Il potere politico è frammentato e il disordine lascia spazio ad attori radicali che prendono di mira i cristiani. La costituzione provvisoria del marzo 2025, inoltre, stabilisce la giurisprudenza islamica come fonte principale della legislazione. Si stima rimangano oggi appena 300.000 cristiani (centinaia di migliaia in meno rispetto a 10 anni fa). Cresce ancora il punteggio della Nigeria, stabile al 7° posto, confermandosi la nazione dove si uccidono più cristiani al mondo (3.490): dal 2020 a oggi oltre 25.200 vittime (dati conservativi), con milioni di sfollati e un paese di fatto spezzato a metà tra un sud a maggioranza cristiana più stabile e un nord a maggioranza islamica da anni scosso da violenze, divisi dalla cosiddetta Middle Belt in forte destabilizzazione. Il Pakistan all’8° posto è stabile nella top 10 da molti anni, con almeno 24 cristiani uccisi per ragioni legate alla loro fede. La Libia scende al 9° posto: sebbene la pressione sia a livelli estremi in tutte le sfere della vita dei cristiani, la violenza è diminuita nel periodo in esame. L’Iran vede peggiorare leggermente la situazione (sebbene scenda al 10° posto), a causa di un leggero aumento della violenza anticristiana. Il governo considera i convertiti iraniani al cristianesimo come una minaccia occidentale tesa a minare l’islam e il regime islamico dell’Iran. In Afghanistan peggiora ancora la situazione e si situa all’11° posto: dopo l’avvento dei Talebani nel 2021, molti cristiani sono stati uccisi, una grossa fetta è fuggita all’estero, mentre una piccola parte è riuscita a nascondersi e tuttora vive la fede nel segreto. Stabile tra le nazioni con una persecuzione anticristiana definibile estrema troviamo al 12° posto l’India, di cui il Rapporto denuncia da anni il declino delle libertà fondamentali della minoranza cristiana. Nel periodo in esame sono 16 i cristiani uccisi e 2.192 i cristiani detenuti senza processo, in carcere od ospedali psichiatrici per ragioni legate alle loro fede. Al 13° posto troviamo l’Arabia Saudita, leggermente in peggioramento. Ci sono stati alcuni sviluppi positivi nella libertà religiosa, ma permangono restrizioni significative, nonché una serie di deportazioni di cristiani stranieri nel periodo in esame. Stabilmente negativa la situazione in Myanmar (14°), da poco entrata tra le nazioni con una persecuzione estrema. Si è registrato un aumento dei cristiani uccisi (ben 99) e del numero di persone detenute (129), mentre sono diminuiti gli attacchi alle chiese. Infine, il Mali al 15° posto, è uno dei 3 paesi con il punteggio massimo nella violenza (16,7), assieme a Nigeria e Sudan. I cristiani fuori Bamako affrontano intimidazioni, sfollamenti forzati, estorsioni e ripetuti attacchi alle chiese e alla vita della comunità. Completano, in ordine sparso, questa triste classifica la Cina (17°), l’Iraq (18°), Cuba (24°), Messico (30°), Nicaragua (32°), Turchia (41°), Egitto (42°), Qatar (44°), Colombia (47°), Giordania (49°).

“Chiesa profuga che grida aiuto”. “Dal 2020 a oggi, non solo i massacri e i rapimenti, ma le oltre 47.000 chiese, ospedali e scuole cristiane attaccate o chiuse, più di 108.000 case e attività economiche saccheggiate o distrutte, costringono alla fuga famiglie ed intere comunità cristiane, dando vita a esodi inumani e a una ‘Chiesa profuga’ che grida aiuto!” commenta Cristian Nani, Direttore di Porte Aperte/Open Doors.  “201 milioni di donne e bambine cristiane sperimentano l’odio e l’intolleranza a causa della loro libera scelta di fede. Crescono gli abusi, le segregazioni domestiche, come arma per piegare la loro volontà.

388 milioni di cristiani nel mondo non godono del diritto umano fondamentale di credere in ciò che vogliono.

Quanti altri cristiani uccisi, sfollati, abusati e incarcerati dobbiamo contare prima di porre al centro del dibattito politico la libertà religiosa?” domanda il direttore che ricorda che ci sono nazioni come “Corea del Nord, Somalia, Eritrea, Libia, Afghanistan, in cui l’unico modo per vivere la fede cristiana è clandestinamente. Il governo algerino chiude tutte le chiese protestanti, mentre quello cinese vessa quelle che osano rivendicare la libertà di credo e quello iraniano va a caccia di cristiani che si riuniscono nelle case”.

“La Chiesa nascosta è forse quella più in crescita nel mondo”.

“In 33 anni di ricerca – conclude – registriamo un costante aumento della persecuzione anticristiana in termini assoluti. Il 2025 è di nuovo anno record dell’intolleranza: 1 cristiano su 7 patisce discriminazione o persecuzione a causa della sua fede: è cruciale tornare a parlare di libertà religiosa nel dibattito pubblico”.

Appello al Governo. Da qui l’appello di “Porte Aperte/Open doors” al Governo “di promuovere la libertà religiosa come priorità diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l’alfabetizzazione religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni”. Sir 14

 

 

 

 

 

"Tutti contano a Firenze": la rilevazione delle persone senza dimora per l’anno 2026

 

Istat ha promosso in collaborazione con la fio.Psd (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora)

Firenze. Istat ha promosso in collaborazione con la fio.Psd (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora) che coordina a livello nazionale, la rilevazione delle persone senza dimora per l’anno 2026. A dare notizia è la Fondazione Solidarietà Caritas Ets partecipa come socia di fio.Psd e coordina nel capoluogo toscano “Tutti contano” la rilevazione Istat-fio.Psd delle persone senza dimora in collaborazione con altre realtà del terzo settore esperte sul tema.

Una “fotografia notturna”  - come la definiscono sul sito  - per conoscere meglio il fenomeno della grave emarginazione adulta, raccogliere dati utili, aggiornati e condivisi, per poter migliorare le politiche e i servizi dedicati a chi vive in strada o in sistemazioni precarie.

"Il censimento verrà realizzato in collaborazione con le amministrazioni comunali, il terzo settore e i servizi sociali. La notte di lunedì 26 gennaio 2026 centinaia di volontari perlustreranno i quartieri, le strade e i giardini di Firenze per censire gli invisibili, così come avverrà in contemporanea in altre 14 grandi città italiane. La Fondazione Solidarietà Caritas Ets lancia quindi un appello per coinvolgere almeno 220 volontari che riceveranno una formazione specifica da operatori esperti per poi contribuire a questa importante iniziativa sociale", riporta la nota.

La Fondazione Solidarietà Caritas Ets lancia quindi un appello per coinvolgere almeno 220 volontari che riceveranno una formazione specifica da operatori esperti per poi contribuire a questa importante iniziativa sociale. Tutti sono invitati a partecipare. 

Ogni volontario la notte del 26 gennaio sarà inserito in una squadra di 3 persone che monitorerà a piedi o con mezzi propri (bici, scooter, auto) una zona specifica della città. Ogni squadra sarà guidata da operatori formati, con esperienza diretta sul campo. Ogni volontario sarà assicurato e riceverà un attestato di partecipazione.

Per partecipare è necessario essere maggiorenne, compilare il form di candidatura su www.tutticontano.fiopsd.org  aci 15

 

 

 

 

 

“Non può mancare il tempo dedicato alla preghiera”

 

Il pontefice continua il suo ciclo di catechesi approfondendo e meditando sulla Costituzione dogmatica "Dei Verbum" - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Aula Nervi in ??Vaticano, mercoledì, giorno d'udienza: colma di pellegrini e fedeli provenienti dall'Italia e da ogni parte del mondo che giungono qui per ascoltare le parole del pontefice. Papa Leone XIV, continua la sua riflessione (avviata mercoledì scorso) sul tema “I Documenti del Concilio Vaticano II”. Questa volta si concentra sulla Costituzione dogmatica “Dei Verbum” ,  del 1965, “uno dei documenti più belli e più importanti dell'assise conciliare” così la sintetizza papa Leone XIV. 

Fa riferimento alle parole di Gesù del Vangelo di Giovanni: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l'ho fatto conoscere a voi". Parla dell'amicizia con Dio: un'amicizia possibile per ogni uomo. E dichiara con fermezza che “l'unica condizione della nuova alleanza è l'amore”.

Poi un riferimento a sant'Agostino che nel commentare questo passaggio “insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci amici di Dio nel suo Figlio”.   E fa allussione, in merito, a un antico motto che recitava: “Amicitia aut pares invenit, aut facit”, “l'amicizia o nasce tra pari, o rende tali”. E, allora, papà Leone tiene a precisare: “Non siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio”. E continua: “La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva ma nella relazione con il Figlio fattosi uomo”.

Ed è proprio il tema dell'amicizia con Dio che viene ricordato nella “Dei Verbum” che afferma: “Con questa Rivelazione, infatti, Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi , per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”.  Papa Leone XIV, allora, sottolinea che "nella Rivelazione cristiana, quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l'Alleanza è nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio, dunque, ha il carattere dialogico dell'amicizia e, come accade nell'esperienza dell'amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di parole vere".

“Dio ci parla”, sottolinea il pontefice. Ma - tiene a precisare il pontefice - c'è una “differenza tra la parola e la chiacchierata”: quest'ultima si ferma “alla superficie e non realizza una comunione fra le persone”, mentre nelle relazioni autentiche, “la parola non serve solo a scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo”. Ed è proprio la parola a possedere una dimensione "rivelativa che crea una relazione con l'altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci invita all'amicizia con Lui". Da ciò, allora, l'importanza dell'ascolto affinché “la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi”. E passa, allora, papa Leone XIV al secondo passo: dopo l'ascolto giunge la preghiera, “nella quale siamo chiamati a vivere e coltivare l'amicizia con il Signore”. Preghiera, in primo luogo “liturgica e comunitaria”, poi “orazione personale, che avviene nell'interiorità del cuore e della mente”.

Per questo è necessario che ogni cristiano dia importanza alla preghiera perché “quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui”. E, concludono, sempre sul tema dell'amicizia: "Se Gesù ci chiama ad essere amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo, prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l'amicizia con Dio è la nostra salvezza".

Aci 14

 

 

 

 

 

Anno di celebrazioni per gli 800 anni del transito di San Francesco

 

Si è ufficialmente aperto il Centenario del Transito di San Francesco - Di Veronica Giacometti

Assisi. Si è ufficialmente aperto il Centenario della morte di San Francesco. Grande festa in Umbria, in Italia, in ogni parte. Dalla Cappella del Transito ad Assisi, luogo degli ultimi istanti terreni di Francesco, inizia così un tempo di grazia per la Chiesa e per il mondo. Tanti gli eventi in programma per questo 2026 che da sabato 10 gennaio 2026 alla Porziuncola di Assisi ha preso il via.

“L’avvio del Centenario in questo luogo altamente simbolico segna l’inizio di un tempo di grazia ecclesiale, che invita la Chiesa intera a tornare alle sorgenti della testimonianza francescana, là dove la vita di Francesco si è compiuta nella piena conformità a Cristo povero e crocifisso e dove Francesco – ha voluto sottolineare fra Massimo Travascio OFM, Custode della Porziuncola nel suo saluto iniziale – ha consegnato alla Chiesa un’eredità di pace, riconciliazione e canto”.

Cuore pulsante del rito è stato il cammino unitario delle sei grandi famiglie francescane, che hanno trovato in questa celebrazione “una voce sola e un passo comune”. 

Fra Massimo Fusarelli OFM, Ministro generale dei Frati Minori, fra Carlos Alberto Trovarelli OFM Conv, Ministro generale dei Frati Minori Conventuali, fra Roberto Genuin OFM Cap, Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini, Tibor Kauser OFS, Ministro generale dell’Ordine Francescano Secolare, fra Amando Trujillo Cano TOR, Ministro generale del Terzo Ordine Regolare, sr Daisy Kalamparamban CFI-TOR, Presidente della Conferenza Francescana Internazionale dei Fratelli e delle Sorelle del Terz’Ordine Regolare hanno attraversato insieme le navate della Basilica, inaugurando simbolicamente il pellegrinaggio di tutto il mondo francescano.

Al termine della celebrazione è stata letta la Lettera che Papa Leone XIV ha voluto indirizzare alla Famiglia francescana e alla Chiesa tutta per l’apertura del Centenario del Transito di san Francesco, “segno della partecipazione del Santo Padre a questo evento di rilevanza universale e della sua vicinanza spirituale al cammino che da Assisi si apre per l’intera comunità ecclesiale”.

Per l’occasione nella Basilica è stato esposto il più antico dipinto raffigurante san Francesco di Assisi, conservato presso il Museo della Porziuncola: opera del cosiddetto Maestro di San Francesco (metà del XIII secolo), raffigura il Santo con le stigmate chiaramente visibili, espressione della sua piena e definitiva conformatio Christi.

È stato inoltre annunciata una grande novità: il Decreto della Penitenzieria Apostolica con cui, “nell’ottavo centenario della morte di San Francesco d’Assisi, si indice uno speciale Anno giubilare con annesse indulgenze plenarie”. Rivediamolo nel dettaglio: “Dal 10 gennaio 2026, in concomitanza con la chiusura del Giubileo Ordinario, fino al 10 gennaio 2027, sia indetto uno speciale Anno di San Francesco”, durante il quale i fedeli potranno ottenere l’indulgenza plenaria “alle consuete condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre)”, visitando in forma di pellegrinaggio chiese e santuari francescani e unendosi spiritualmente al cammino della Famiglia francescana in questo tempo di grazia.

Tante saranno le iniziative che accompagneranno questo speciale anno francescano:

“Francesco ha gli occhi tuoi”: un itinerario di 12 appuntamenti mensili organizzata dalla Provincia Serafica dei Frati Minori di Umbria e Sardegna per (ri)trovare nello sguardo nel Santo la chiave per orientarci nella complessità del nostro tempo. Per info clicca qui https://centenarifrancescaniassisi.org/evento/francesco-ha-gli-occhi-tuoi/. Esposizione dei resti mortali di Francesco dal 22 febbraio al 22 marzo 2026 nella Basilica di Assisi. Prenotazione gratuita sul sito ufficiale Capitolo delle Stuoie dei giovani europei dal 3 al 6 agosto 2026. Novena di san Francesco, con iniziative varie. Domenica dei Poveri (novembre 2026), con il tema “Francesco e i poveri”. Aci 14

 

 

 

 

Essere coppia – Stare nella coppia. Corso prematrimoniale online

 

Tra febbraio e marzo si svolgerà la quinta edizione del corso online in preparazione al matrimonio cristiano: „Essere coppia – Stare nella coppia”.

Il corso in preparazione al matrimonio cristiano è destinato innanzitutto alle coppie delle comunità cattoliche italiane in Germania le quali, per motivi di lavoro, distanza, famiglia, non possono seguire il corso presso la loro comunità. La partecipazione avviene su indicazione della comunità stessa.

Il modulo di iscrizione può essere richiesto in comunità o scrivendo a segreteria@delegazione-mci.de

Il corso prevede cinque incontri online sulla piattaforma zoom https://www.delegazione-mci.de/essere-coppia-stare-nella-coppia-5-corso-prematrimoniale-online/ dalle 19:30 alle 20:45.

Mercoledì 18 febbraio 2026, ore 19:30 Comunicare nella coppia, i conflitti e l’alfabeto dell’affettività con Claudio e Fulvia Messale, catechisti di corsi prematrimoniali, MCI di Colonia.

Giovedì, 26 febbraio 2026 – ore 19:30 Di quale amore amo? con Michele Illiceto, filosofo e formatore, Bari

Giovedì, 05 marzo 2026 – ore 19:30 Il matrimonio cristiano: il bene reciproco dei coniugi, con Andrea Grillo, teologo e liturgista, Roma/Padova

Giovedì, 19 marzo 2026 – ore 19:30, Gesù e il matrimonio nelle prime comunità cristiane, con Marinella Perroni, biblista neotestamentaria, Roma

Giovedì, 25 marzo 2026 – ore 19:30, La coppia tra ideale e reale, con Antonio Autiero, teologo morale, Münster

Il percorso dei cinque incontri parte dalla dimensione esperienziale del vivere in coppia, in particolare da quella comunicativa e dialogica, per poi approfondire l’aspetto antropologico e filosofico del desiderio di condividere una vita con la persona che si ama. Con questo perveniamo all’orizzonte teologico del matrimonio, la promessa e l’impegno di custodire e far fiorire il bene reciproco. Il ciclo prosegue con un orientamento nelle Sacre Scritture, in particolare con il Nuovo Testamento. Questo passaggio di esegesi biblica è importante per contestualizzare i testi e comprenderli nel loro significato oggi per noi. Infine, si chiude il cerchio, iniziato con gli esempi concreti della comunicazione nella coppia, ampliato oltre la quotidianità nel discorso filosofico e teologico e di fede, sempre però radicato nella concretezza delle nostre vite vissute e incarnate, per poi estenderlo entro un orizzonte di etica dell’affettività che, per estensione, abbraccia tutte le relazioni umane e che nient’altro significa che avere a cuore la fioritura della vita.

A fine corso verrà rilasciato un attestato di partecipazione che le coppie dovranno presentare al parroco della loro comunità. Questi poi rilascerà il documento ufficiale e necessario per il matrimonio cristiano in un’altra parrocchia.

„Essere coppia – Stare nella coppia” è organizzato dall’Ufficio di documentazione e pastorale (UDEP) della Delegazione delle comunità cattoliche italiane in Germania. Delegazione-mci.de

 

 

 

 

 

A Catania grande festa per il Giubileo Agatino, le reliquie della Santa “in cammino” per la città

 

Il ricordo del nono centenario della traslazione delle Reliquie di Sant’Agata da Costantinopoli a Catania - Di Veronica Giacometti

Catania. Grande festa in tutta l’Arcidiocesi di Catania che domenica ha dato inizio al “Giubileo agatino”, in ricordo del nono centenario della traslazione delle Reliquie di Sant’Agata da Costantinopoli a Catania.  Sant’Agata ricordiamo che è la Patrona della città di Catania.

È iniziata così la “Peregrinatio del Velo di Sant’Agata”, con Monsignor Luigi Renna, Arcivescovo di Catania. Il Sacro Velo è stato accolto dal clero del vicariato e dalla comunità parrocchiale dinanzi al monumento che ricorda il ritorno a Catania delle Reliquie della Martire catanese.

Nei giorni successivi le Sacre Reliquie faranno visita a scuole, parrocchie della città ed istituti penitenziari, la Santa sarà cosi “in cammino per la sua città”.

Per fare un esempio Lunedì 12 gennai alle ore 09,00: Visita del Velo di Sant'Agata presso il Liceo classico “Nicola Spedalieri” ed incontro con gli studenti. Visita delle reliquie di Sant’Agata presso l’oratorio San Filippo Neri e la parrocchia Santi Cosma e Damiano. Martedì 13 gennaio: ore 09,00: Visita del Velo di Sant'Agata presso il Liceo artistico “Emilio Greco” ed incontro con gli studenti. Poi Visita delle reliquie di Sant’Agata presso le parrocchie Spirito Santo e San Pio X a Nesima.

Sabato 17 gennaio Ore 18,00: In piazza Duomo accoglienza delle insigni reliquie di Santa Lucia provenienti da Siracusa in occasione del pellegrinaggio al sepolcro di Sant’Agata delle delegazioni di Santa Lucia di Siracusa, Carlentini, Belpasso, Santa Lucia al Fortino, Santa Lucia in Ognina: ingresso in Catedrale e celebrazione della Santa Messa presieduta da S. E. R. Mons. Francesco Lomanto, Arcivescovo di Siracusa.

Monsignor Renna ha così dichiarato su questo speciale Giubileo: “Novecento anni di presenza del corpo di Sant’Agata, che è qui venerato e custodito da quando fu riportato da Costantinopoli, per segnare un’epoca di rinascita e di presenza di fede. Già prima di allora Catania era legata a Sant’Agata: il suo nome è unito in maniera indelebile alla nostra città e al nostro territorio, ma la presenza del corpo di un santo in un luogo è il segno tangibile di un legame soprannaturale e identitario. Il suo non è semplicemente il corpo di un defunto: per i cristiani il corpo è destinato alla risurrezione, le reliquie sono i resti di una persona che vive in una profonda comunione con noi, sono i resti di chi ha subito il martirio, che è quel configurarsi all’immagine che per cristiani e non cristiani è segno universale di sacrificio e di amore: la croce di Cristo. Alla luce di questo anniversario siamo chiamati a rivedere il nostro legame con sant’Agata, che va al di là della festa, ma che in essa ha il suo momento più alto”.

Martedì 20 gennaio 2026, alle ore 16, presso l’Istituto Ardizzone Gioeni , si terrà anche un Incontro–Seminario di formazione promosso dalla UCSI – Unione Cattolica Stampa Italiana, Sezione provinciale di Catania, dal titolo: “Giubileo agatino. Le Reliquie, la Devozione e la Fede”.

L’iniziativa “si inserisce nel cammino giubilare dedicato a Sant’Agata, patrona della città, con l’obiettivo di approfondire il valore delle reliquie, la forza della devozione popolare e il ruolo della comunicazione nel raccontare la fede oggi”.

Ad aprire il ciclo degli interventi sarà mons. Luigi Renna, Arcivescovo Metropolita di Catania, con una riflessione dal titolo “Sui passi di Sant’Agata per rendere ragione della nostra speranza”.

La festa di Sant'Agata a Catania, che si svolge dal 3 al 5 febbraio, è una delle celebrazioni religiose più seguite al mondo. Aci 13

 

 

 

 

Dio torna a rivelarsi all’umanità. Battesimo di Gesù

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Celebriamo in questa domenica la solennità del Battesimo di Gesù. La Liturgia ci conduce sulle rive del fiume Giordano, dove non siamo invitati a contemplare  uno dei tanti episodi della vita di Cristo, ma a essere testimoni di una delle grandi manifestazioni del Signore. Per questo la festa odierna è intimamente legata all’Epifania, che abbiamo appena celebrato e, allo stesso tempo, ci prepara ad accogliere il Vangelo che ascolteremo domenica prossima, quando Giovanni Battista indicherà Gesù come l’Agnello di Dio (Gv 1,29-34). Epifania, Battesimo del Signore e testimonianza del Battista non sono eventi isolati, ma tappe successive di un unico cammino: annunciano che Dio è venuto sulla terra e ha vissuto con gli uomini per portare loro il dono della salvezza.

Il Vangelo di oggi, dunque, ci presenta Gesù che si reca al Giordano e si mette in fila con i peccatori. Scende nelle acque come se fosse uno di noi. Con questo gesto si fa solidale con l’umanità segnata dal peccato. Entrando nell’acqua prende su di sè ciò che non gli appartiene e anticipa l’immersione nella sua morte. Uscendo da quelle acque, prefigura la gloria della resurrezione. Sarà, infatti, in virtù del mistero Pasquale che l’umanità sarà risanata dal male antico del peccato e le verrà offerta la possibilità,  a chi accoglie Cristo, di tornare a vivere. E’ la richiesta che facciamo nella  preghiera iniziale della Santa Messa quando chiediamo al Padre di essere interiormente rinnovati a immagine del suo Figlio.

Questo gesto di profonda umiltà suscita lo stupore di Giovanni Battista, che esclama: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te». Gesù, però, accetta di essere annoverato tra i peccatori, per potere condividere in tutto la nostra condizione e renderci partecipi della sua stessa vita divina. E come avviene sempre nella vita di Cristo, è proprio nel momento di maggiore abbassamento che  avviene la Sua più grande esaltazione. Quando Gesù esce dall’acqua, il cielo, chiuso a causa dal peccato dell’uomo, si riapre e Dio torna a rivelarsi all’umanità. Lo Spirito Santo discende su di Lui in forma di colomba e la voce del Padre risuona dal cielo: «Questi è il Figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento».

In questo momento non viene rivelata soltanto la vera identità di Gesù come Figlio di Dio, ma si manifesta in modo chiaro e solenne il mistero della Santissima Trinità. Dio non è una solitudine, ma una comunione di persone: il Padre che genera, il Figlio che si dona, lo Spirito che unisce. Tutte e tre le divine Persone sono impegnate in nostro favore per favorire la nostra rinascita spirituale e permetterci  di  riscoprire la ragione vera della nostra esistenza: siamo stati voluti per diventare in Cristo, figli di Dio. Seguendo Cristo, il Figlio amato, impariamo a vivere da figli di Dio perchè in Lui abbiamo davanti agli occhi l’esempio da seguire. Lo ha ricordato  Papa Leone XIV ai seminaristi durante il loro giubileo (giugno 2025): Come Cristo ha amato con cuore di uomo, voi siete chiamati ad amare con il cuore di Cristo.

Questa è la strada che ci è posta davanti: non una vetta da scalare, ma un cuore da ricevere. E’ il cuore stesso di Cristo, che siamo chiamati ad accogliere coltivando con Lui un’amicizia vera, sincera e profonda. In questa relazione  apprendiamo che non siamo il risultato di forze cieche o di combinazioni casuali, né il frutto del caos o di un’evoluzione priva di senso. La nostra vita nasce, invece, da uno sguardo d’amore che viene da Dio. Lui ci pensati, Lui ci ha voluti, Lui ci custodisce e ci accompagna lungo il cammino della nostra storia. È un mistero che ci supera e allo stesso tempo ci coinvolge profondamente, perchè sentirsi scelti e amati è una delle esperienze umane più gioiose e liberanti che una persona possa vivere. E’ ciò che ci restituisce la verità più profonda della vita. Aci 11

 

 

 

 

 

“Quanto bene c’è nel mondo, voi ne siete la prova”: Papa Leone ai volontari del Giubileo

 

Papa Leone XIV, stamane, ha ricevuto in Aula Paolo VI i rappresentanti degli Enti che hanno collaborato per il Giubileo e ai volontari - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. “Quanto bene c’è nel mondo, voi siete la prova”. Lo ha detto Papa Leone XIV, stamane, ricevendo in Aula Paolo VI i rappresentanti degli Enti che hanno collaborato per il Giubileo e ai volontari. “A tutti voi esprimo la mia sentita riconoscenza per quanto operato, sia nelle impegnative fasi preparatorie che nel corso di tutto l’Anno giubilare. Avete dato un apporto multiforme, spesso nascosto, sempre impegnativo e carico di responsabilità, grazie al quale oltre trenta milioni di pellegrini hanno potuto compiere il cammino giubilare e partecipare alle celebrazioni e agli eventi, in un clima di festa e al tempo stesso di compostezza, raccoglimento, ordine e organizzazione”.

“Grazie a voi Roma – ha aggiunto il Papa - ha offerto a tutti il suo volto di casa accogliente, di comunità aperta, gioviale e al tempo stesso discreta e rispettosa, aiutando ciascuno a vivere con frutto questo grande momento di fede. La visita alle tombe di Pietro e Paolo, degli altri Apostoli e dei Martiri, il cammino verso la Porta Santa, l’esperienza del perdono e della misericordia di Dio, sono stati per tante persone momenti di incontro fecondo con il Signore Gesù, in cui toccare con mano che la speranza non delude”.

“Con il vostro lavoro – ha detto ancora Leone XIV - avete aiutato molti a trovare e ritrovare speranza, e a riprendere il viaggio della vita con fede rinnovata e propositi di carità. Vorrei richiamare, in particolare, la presenza a Roma, in occasione del Giubileo, di tanti giovani e adolescenti di ogni nazione. È stato bello toccare con mano il loro entusiasmo, essere testimoni della loro gioia, vedere la serietà con cui hanno pregato, meditato e celebrato, osservarli, così numerosi e diversi tra loro, eppure uniti, ordinati, desiderosi di conoscersi e di vivere insieme momenti di grazia, di fraternità, di pace”.

“Tutti, a vari livelli, - ha concluso Papa Leone - siamo responsabili del loro futuro, in cui c’è il futuro del mondo. Chiediamoci, allora, alla luce di ciò che abbiamo visto: di che cosa hanno realmente bisogno? I giovani hanno bisogno di modelli sani, che li indirizzino al bene, all’amore, alla santità, come ci hanno mostrato le figure di San Carlo Acutis e di San Piergiorgio Frassati, canonizzati lo scorso settembre. Teniamo davanti a noi i loro occhi limpidi e vivi, pieni di energia e al tempo stesso tanto fragili: ci potranno essere di grande aiuto per discernere con saggezza e prudenza nelle gravi responsabilità che ci attendono nei loro confronti”. Aci 10

 

 

 

 

Incontro distrettuale KAB Kempten-Allgäu

 

Kempten. Il 7 gennaio 2026 scorso, all'indomani della Festa dei Re Magi, il Movimento dei Lavoratori Cattolici (KAB) dell'Associazione Distrettuale di Kempten-Allgäu si è riunito  al Ristorante La Bruschetta di Kempten per ringraziare l'Ufficio Regionale, i suoi collaboratori e la Presidenza Distrettuale, nonché  le ACLI di Kempten per l'ottima collaborazione.

Oltre a ciò c'era anche un altro motivo per l'incontro. A causa dei cambiamenti strutturali a livello diocesano del KAB, era necessario eleggere i rappresentanti dell'Associazione Distrettuale. L'esito delle elezioni è stato il seguente: Rappresentante nel Comitato Diocesano allargato (E-DV) è risultata eletta la Signora Marion Liebmann. Come Rappresentanti in seno all'Assemblea dei membri a livello diocesano (precedentemente Comitato Diocesano) sono risultati eletti i Signori: Martin Haertle e Manfred Stick. Tutti sono stati eletti all'unanimità, per cui meritano il nostro rispetto.

Erano presenti per il Distretto di Kempten: il Presule Aleksander Gajewski,  il Sig. Martin Haertle, le Signore: Marion Liebmann, Brigitte Herta Schulz-John, Monika Schwarz, il Preasidnte Distrettuale, Signor Manfred Stick e il Segretario Distrettuale, Signor  Wolfgang Sedler; nonché gli ospiti: il Dr. Fernando A. Grasso delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani, (ACLI Baviera), il Signor Josef Haberkorn (Referente nella BSS) e le Signore: Anna-Maria Maul (BSS) e Barbara Stückl-Slepitschka (Amministrazione).

Particolarmente gustosi - come da tradizione della casa - i piatti scelti dai commensali, che hanno avuto modo, durante le due ore dell'incontro, di scambiarsi tra di loro notizie personali e gli auguri per il nuovo anno, purtroppo, carico di insidie a livello mondiale. Prima di accomiatarsi il personale di sala e i cuochi hanno ricevuto gli elogi per l'ottima cucina e l'impeccabile servizio.

Un grazie particolare va alla Presidenza Distrettuale, che ha offerto la cena.

Non per ultimo: un grazie di cuore al caro Amico Wolfgang Seidler, per il suo resoconto in tedesco, da me tradotto in italiano.

Fernando A. Grasso, dip 9

 

 

 

 

Papa Leone ai francescani: "La pace è la somma di tutti i beni di Dio"

 

Lettera del Papa in occasione dell'apertura dell'VIII Centenario della morte di San Francesco d'Assisi

Città del Vaticano. “Sono trascorsi otto secoli dalla morte del Poverello d’Assisi che ha scritto a caratteri incisivi la parola di salvezza di Cristo nei cuori degli uomini del suo tempo. Nel ricordare la significativa ricorrenza dell’VIII Centenario del suo Transito, desidero unirmi spiritualmente all’intera Famiglia Francescana e a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative, auspicando che il messaggio di pace possa trovare eco profonda nell’oggi della Chiesa e della società”. Lo scrive Papa Leone XIV nella lettera inviata ai Ministri Generali della Conferenza della Famiglia Francescana in occasione dell'apertura dell' VIII Centenario della morte di San Francesco d'Assisi.

Con il saluto “Il Signore ti dia pace”, San Francesco – sottolinea il Papa – “consegna ai suoi Frati e a ogni credente lo stupore interiore che il Vangelo aveva portato nella sua esistenza: la pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane! E tuttavia è un dono attivo, da accogliere e vivere ogni giorno”.

Il “Pace a voi” di Gesù “non è una formula di cortesia, ma l’annuncio certo della vittoria di Cristo sulla morte. In quest’epoca, segnata da tante guerre che sembrano interminabili, da divisioni interiori e sociali che creano sfiducia e paura, egli continua a parlare. Non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace”.

“La visione francescana della pace – conclude Papa Leone XIV - non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato. Francesco, che chiama il sole «fratello» e la luna «sorella», che riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale. Possa l’esempio e l’eredità spirituale di questo Santo, suscitare in tutti l’importanza di confidare nel Signore, di spendersi in una esistenza fedele al Vangelo, di accettare e illuminare con la fede e con la preghiera ogni circostanza e azione della vita”

Il Papa, infine, consegna ai Ministri Generali una preghiera:

San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono

andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato,

intercedi per noi presso il Signore.

Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera,

insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione

che abbatte ogni muro.

Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra

e di incomprensione,

donaci il coraggio di costruire ponti

dove il mondo erige confini,

In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni,

intercedi perché diventiamo operatori di pace:

testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo.

Amen (aci 10)

 

 

 

 

Leone XIV: “La guerra è tornata di moda, ma la pace è sempre possibile”

 

Nel suo primo discorso di inizio d’anno al Corpo diplomatico, il Papa attualizza la lezione di sant’Agostino nel “De Civitate Dei” e mette in guardia da un “corto circuito dei diritti umani”, in un’epoca in cui la guerra è tornata di moda e anche le parole sono armi. “La tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro fondamento umano” - di M.Michela Nicolais

Un’opera che, “come tutti i classici, parla agli uomini di ogni tempo”. Per il suo primo discorso di inizio d’anno al Corpo diplomatico – durato circa un’ora e pronunciato nell’Aula della benedizione in inglese, da lui eletto per la prima volta a lingua diplomatica – Leone XIV sceglie come fulcro il “De civitate Dei” di sant’Agostino, dove le due città, quella terrena e quella di Dio, coesistono fino alla fine dei tempi, al contrario di quanto avviene nella nostra epoca, in cui la città celeste è oscurata dalla guerra “tornata di moda” e da un vero e proprio “corto circuito dei diritti umani” che oscura il primato della vita e della persona a favore di una corsa agli armamenti alimentati anche grazie al ricorso dell’intelligenza artificiale. “La guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza”, osserva il Papa sulla scorta di sant’Agostino. “Nonostante il quadro drammatico che abbiamo di fronte ai nostri occhi, la pace rimane un bene arduo ma possibile”, conclude Leone, che cita come modello San Francesco d’Assisi, “un uomo di pace e di dialogo, universalmente riconosciuto anche da chi non appartiene alla Chiesa cattolica”, del quale ad ottobre ricorrerà l’ottavo centenario della morte. Nella seconda parte del suo discorso, il Pontefice rinnova la richiesta di un “cessate il fuoco immediato” in Ucraina e la soluzione dei “due Stati” per la Terra Santa. Per il Venezuela chiede di “rispettare la volontà del popolo”, mentre esprime “viva preoccupazione” per l’acuirsi delle tensioni nel Mar dei Caraibi e lungo le coste americane del Pacifico, con “un pressante appello a cercare soluzioni politiche pacifiche”.

Le due città. “Il nostro tempo sembra incline a negare diritto di cittadinanza alla citta di Dio”, la tesi di fondo del Papa: “Sembra esistere solo la citta terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi confini”. L’opera agostiniana “non propone un programma politico”, ma “mette in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione dell’ideale dello statista”. Anche oggi, come nel V secolo, “siamo in un’epoca di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca”.

La guerra è tornata di moda. “La guerra e tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”, il grido d’allarme: Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile”. Il diritto umanitario internazionale “deve sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti” e la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita deve contare “sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale”. Di fronte alla crisi del multilateralismo, occorre rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite “per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto”.

Le parole sono armi. “Riscoprire il significato delle parole e forse una delle prime sfide del nostro tempo”, osserva a questo proposito il Papa, denunciando come oggi “il linguaggio oggi diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari”.

“Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe”, l’appello: “Solo cosi può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo”, in modo da prevenire i conflitti e far sì che “nessuno sia tentato di prevaricare l’altro con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare”. In nome di una presunta ma falsa “libertà di espressione”, oggi domina in Occidente “un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”. L’obiezione di coscienza e la libertà religiosa vengono così messe in discussione dagli Stati, con il rischio di “derive autoritarie”. La persecuzione dei cristiani, in particolare, “rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi”, e si aggrava a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso.

Prima la vita. “Ogni migrante è una persona e in quanto tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni contesto”, ricorda il Papa, rinnovando l’auspicio della Santa Sede affinché “le azioni che gli Stati intraprendono contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non diventino il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati”. “Mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente”, l’appello per i Paesi in calo di natalità, in un contesto in cui la famiglia viene sottovalutata e marginalizzata. No alla maternità surrogata e al “diritto all’aborto sicuro”. Sì alle cure palliative, no a “forme di illusoria compassione come l’eutanasia”. La lotta alla droga, di cui sono vittima soprattutto i giovani, va contrastata “attraverso adeguate politiche di recupero e maggiori investimenti nella promozione umana, nell’istruzione e nella creazione di opportunità di lavoro”.

“La tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano”, sostiene Leone. Nel contesto attuale, invece, si sta verificando “un vero e proprio corto circuito dei diritti umani”, che in nome di presunti “nuovi diritti” lascia spazio “alla forza e alla sopraffazione”. Sir 9

 

 

 

 

Leone XIV: “A giugno il prossimo Concistoro”

 

"Un grande atto di amore: a Dio, alla Chiesa e a tutto il mondo", affamato "di bene e di pace". Così il Papa ha definito il suo primo Concistoro straordinario, celebrato in Vaticano alla presenza di 170 cardinali. Una "due giorni" che non resterà un fatto isolato, ma diventerà un metodo di lavoro: il prossimo Concistoro, ha annunciato infatti Papa Leone, si svolgerà "nella prossimità della festa dei Santi Pietro e Paolo", e poi si continuerà con una cadenza annuale, per una durata di tre-quattro giorni. di M.Michela Nicolais

Un “momento di grazia in cui si esprime il nostro essere uniti al servizio della Chiesa”. Così Leone XIV ha definito il suo primo Concistoro straordinario, nell’omelia della messa presieduta nella basilica di San Pietro all’inizio della seconda e ultima giornata dell’incontro con 170 porporati giunti a Roma da tutto il mondo. Nelle parole pronunciate a braccio al termine della prima sessione di lavoro, la rivelazione che il Concistoro straordinario non sarà un evento isolato, ma al contrario rivelatore dello stile del pontificato:

“Continueremo questo processo di dialogo e discernimento”, ha assicurato infatti il Papa, annunciando al termine dei lavori che il prossimo Concistoro si svolgerà “nella prossimità della festa dei Santi Pietro e Paolo”, e poi si continuerà con una cadenza annuale, per una durata di tre o quattro giorni, ha riferito il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, nel briefing di questa sera. Al termine degli interventi di questo pomeriggio, ha riferito inoltre il portavoce vaticano, “ha ringraziato i cardinali per la loro presenza e partecipazione, per il loro sostegno, in particolare i cardinali più anziani, per lo sforzo di venire”. “La vostra testimonianza è veramente preziosa”, ha detto loro. “Siamo con voi e vi sentiamo vicini”, le parole del Pontefice dirette ai porporati che non sono potuti venire. Il cammino del Concistoro, ha annunciato Papa Leone, “continuerà con quanto chiesto nelle riunioni dei cardinali prima e successivamente al Conclave, e la metodologia è stata scelta per aiutare a incontrarsi e a conoscersi meglio”.  Quanto al clima del  Concistoro, il Papa ha parlato di “profonda sintonia” e di “sinodalità non tecnica ma affettiva, in continuità con il Concilio, base della conversione e del rinnovamento di tutta la Chiesa”. La liturgia e la Predicate evangelium – altri temi indicati dal Papa oltre alla sinodalità e alla missionarietà, scelti poi dai cardinali come tema di questi giorni “sono connessi a questi temi e al Concilio e non saranno dimenticati”, ha assicurato il Pontefice. Infine il Santo Padre si è soffermato sulla “situazione del mondo, che rende tanto più urgente la risposta di tutta la Chiesa, di fronte alle situazioni di sofferenza e di guerra, che affliggono tante chiese locali”.

Né agende, né team di esperti. Alla radice della parola Concistoro c’è il verbo “fermarsi”, l’esordio dell’omelia. “Noi non siamo qui a promuovere agende – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che ci supera ‘quanto il cielo sovrasta la terra’ e che può venire solo dal Signore”, la precisazione che dice molto dello stile additato da Papa Pervost per gli incontri con i suoi confratelli: “Il nostro Collegio, pur ricco di tante competenze e doti notevoli, non è chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e da Lui restituiti, producano, secondo la sua Provvidenza, il massimo frutto”.

“Il nostro fermarci è anzitutto un grande atto d’amore – a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo –, con cui lasciarci plasmare dallo Spirito: prima di tutto nella preghiera e nel silenzio, ma poi anche nel guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda e nel farci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine di Pastori, nelle più svariate parti del mondo. Un atto da vivere con cuore umile e generoso, nella consapevolezza che è per grazia che siamo qui, e che non c’è nulla, di ciò che portiamo, che non abbiamo ricevuto, come dono e talento da non lasciar andare sprecato, ma da investire con accortezza e coraggio”.

“Lo spirito con cui vogliamo lavorare insieme – ha spiegato il Papa parafrasando le parole di San Leone Magno – è quello di chi desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti, svolgendo con dignità e in pienezza il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio lavoro, come di ricevere e veder crescere quelli dell’opera altrui”.

“Da due millenni la Chiesa incarna questo mistero nella sua poliedrica bellezza”, ha ricordato Leone XIV: “Questa stessa assemblea ne è testimonianza, nella varietà delle provenienze e delle età e nell’unità di grazia e di fede che ci raccoglie e affratella”.

L’umanità affamata. Quella di oggi, nelle parole di Leone, è una “grande folla di una umanità affamata di bene e di pace, in un mondo in cui sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e disperato vuoto esistenziale continuano a dividere e ferire le persone, le nazioni e le comunità”. Di fronte ad essa, ha spiegato, “possiamo sentirci come i discepoli: inadeguati e privi di mezzi”: “Gesù, però, torna a ripeterci: ‘Quanti pani avete? Andate a vedere’, e questo possiamo farlo insieme”. “Non sempre riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare”, ha ammesso il Papa: “Sempre, però, in ogni luogo e circostanza, potremo aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i cinque pani e due pesci che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto; e ad accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli, arricchiti della benedizione di Dio e della fede e dell’amore di tutti, così che a nessuno manchi il necessario”. Sir 8

 

 

 

 

 

“La persecuzione dei cristiani, una delle più grandi crisi di diritti umani”

 

Ampio discorso del Papa al Corpo Diplomatico. La prospettiva agostiniana. La citazione di territori di conflitto dimenticati, come la Nigeria. Il rilancio del multilateralismo. La denuncia del cortocircuito dei diritti umani - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. È un discorso, quello di inizio anno del Papa al corpo diplomatico che prende le mosse dalla “Città di Dio” di Sant’Agostino, e non potrebbe essere altrimenti. Perché il Papa agostiniano vede nella risposta alla crisi dell’Impero di Sant’Agostino una possibile risposta alla crisi di oggi, con tutte le analogie del caso. Ma Leone XIV va anche oltre. Denuncia la persecuzione dei cristiani come “una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce 380 milioni di credenti in tutto il mondo”. Nota la debolezza del multilateralismo. Chiede il rispetto del diritto umanitario internazionale, e denuncia come i conflitti recenti (e non si può non pensare alla situazione in Terrasanta) abbiano colpito anche ospedali, scuole, infrastrutture. Denuncia la violazione del principio che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui (e il pensiero va all’aggressione russa in Ucraina, ma anche alla recente operazione speciale degli Stati Uniti in Venezuela). Sottolinea un “cortocircuito dei diritti umani”,  e denuncia anche la violenza jihadista.

È un discorso denso, del quale sono interessanti le citazioni, quasi tutte provenienti da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È importante l’accenno alla libertà religiosa. E, ovviamente, c’è la panoramica dei conflitti del mondo, con una citazione doverosa della dimenticata Nigeria che non può non colpire, cui si aggiunge la fortissima condanna sull’antisemitismo.

Leone XIV parla inglese – con una parentesi in italiano quando parla del Giubileo - e questo già è una novità. Il discorso ai membri del corpo diplomatico era tenuto in francese, la lingua della diplomazia, fino a Papa Francesco, che usava l’italiano. Leone XIV usa il suo inglese natio. E, dopo i convenevoli di rito – il ringraziamento alle autorità italiane per il Giubileo e il ricordo degli accordi su assistenza spirituale delle forze armate e sul centro di Santa Galeria, il benvenuto ai nuovi ambasciatori residenti di Belarus, Burundi, Kazakhstan, il saluto alle autorità che hanno permesso il suo primo viaggio internazionale in Turchia e Libano, il Papa entra nel vivo della questione guardando all’amato Sant’Agostino.

“Nel nostro tempo – nota il Papa -  preoccupa in modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo. A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi di ricorrere alla forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé «nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini», ma la si ricerca mediante le armi, quale condizione per l’affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile”

Il Papa guarda alla Città di Dio a Sant’Agostino, che “è eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri”, e “la città terrena, che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla morte”, che oggi “comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali”, e che al tempo era l’Impero Romano.

Agostino considera le due città coesistenti fino alla fine dei tempi, e per questo “ciascuno di noi è protagonista e dunque responsabile della storia”, e i cristiani vivono questa dimensione, in una sfida che viviamo ancora oggi, perché “come allora siamo in un tempo di profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di cambiamento ma in un cambiamento d’epoca”.

Quali sono i temi cui guardare oggi? Prima di tutto, il rispetto del “diritto umanitario internazionale”, che – denuncia Leone XIV – “non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici”. Si tratta di un “impegno che gli Stati hanno preso”, e per questo deve “sempre prevalere sulle velleità dei belligeranti”. Sottolinea Leone XIV: “Non si può tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale”.

Leone XIV affronta la crisi del multilateralismo, sottolinea l’importanza delle Nazioni Unite – che hanno celebrato l’80esimo anniversario – che oggi, “in un mondo attraversato da sfide complesse come le tensioni geopolitiche, le disuguaglianze e le crisi climatiche”, dovrebbero “svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto”. Nella richiesta di sforzi “affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della famiglia dei popoli”, si legge anche il lavoro della Santa Sede per la riforma dell’organizzazione, in modo più rappresentativo, perché in fondo “lo scopo del multilateralismo è offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e parlare”.

È necessario il dialogo, che presuppone una reciproca comprensione, ed è un tema centrale per la Santa Sede, che da sempre sottolinea come anche nei documenti internazionali i concetti devono essere chiari e condivisi – e lo fa in particolare nel momento in cui vengono riaffermati presunti diritti all’aborto o viene riaffermata l’ideologia gender con formulazioni che non hanno consenso generale.

Nota Leone XIV: “Nei nostri giorni il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con cui ingannare, colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti”.

L’invito del Papa è tornare ad un linguaggio chiaro. Perché, nota, “il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione”. È il tema dell’hate speech, del discorso di odio, spesso usato per reprimere alcuni temi nel dibattito pubblico.

 Nota il Papa che “è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità”, mentre denuncia che “specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano”.

Il Papa denuncia che questo mondo orwelliano arriva a “comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza”, ribadisce l’importanza del diritto della libertà di coscienza che porta a non compiere atti contro il proprio credo “che si tratti del rifiuto del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari”.

“L’obiezione di coscienza – afferma Leone XIV - non è una ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale”.

Il Papa denuncia anche il rischio di una compressione della libertà religiosa, e denuncia – utilizzando le cifre dell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre sulla Libertà Religiosa - che “la persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede.”

I dati parlano di un cristiano su sette, a livello globale, vittima di perscuzione, dati che – nota Leone XIV – “mostrano, purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un “privilegio” o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale”.

In particolare, il Papa ricorda le violenze religiose in Bangladesh, nel Sahel, in Nigeria, l’attentato nella parrocchia Sant’ Elia di Damasco dello scorso anno, ma anche le vittime della violenza jihadista a Cabo Delgado in Mozambico, senza trascurare la “sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia”.

Leone XIV pone la Santa Sede a “difesa della dignità inalienabile di ogni persona”, che si applica a tutti, a partire dai migranti. Non tutti loro, infatti – dice il Papa – “si spostano per scelta, ma molti sono costretti a fuggire a causa di violenze, persecuzioni, conflitti e persino per l’effetto dei cambiamenti climatici, come in diverse parti dell’Africa e dell’Asia”.

Il Papa auspica che “le azioni che gli Stati intraprendono contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non diventino il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati”, e fa le stesse considerazioni per i detenuti che “non possono essere mai ridotti alla stregua dei crimini hanno commesso” – e questa è l’occasione di ringraziare i governi per le amnistie concesse in risposta all’appello giubilare, senza dimenticare “la sofferenza di tanti detenuti per motivi politici, presenti in molti Stati”.

Tema famiglia: Leone XIV sottolinea che questa si trova di fronte a due sfide. Una è la “tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale, portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale”. L’altra è la situazione delle famiglie “fragili, disgregate e sofferenti”, motivo per cui il Papa ribadisce l’imperativo etico di “mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente”, cosa prioritaria “specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di natalità”, perché  “la vita, infatti, è un dono inestimabile che si sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e sul servizio”.

Leone XIV sottolinea che il “rifiuto categorico di pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo”, a partire dall’aborto. La Santa Sede – afferma il Papa - è preoccupata anche della mobilità transfrontaliera in nome dell’aborto sicuro e ritiene deplorevole che “risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie”.

Leone XIV ribadisce il no alla maternità surrogata che “trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino ridotto a ‘prodotto’, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia”.

Ma lo sguardo del Papa va anche a “malati e persone anziane e sole”, che “faticano a trovare una ragione per continuare a vivere”, e chiede a società civile e Stati di “rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia”.

Leone XIV affronta anche il tema della tossicodipendenza, sottolinea che “occorre uno sforzo congiunto di tutti per debellare questa piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga”, così anche per stablire politiche di recupero dalle dipendenze, partendo dal presupposto che “la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla”.

Leone XIV denuncia un “corto circuito” dei diritti umani, dove “il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione”,  un problema che ha luogo quando “ciascun diritto diventa autoreferenziale”.

Leone XIV sottolinea che il nostro tempo è “incline a negare diritto di cittadinanza alla Città di Dio”, mentre “sembra esistere solo la città terrena”.

E comincia poi la panoramica mondiale. Prima di tutto, la guerra in Ucraina, “con il carico di sofferenze inflitte alla popolazione civile”. Leone XIV chiede con forza un cessate il fuoco immediato e una ricerca della pace, e rivolge alla comunità internazionale “un pressante appello affinché non venga meno l’impegno nel perseguire soluzioni giuste e durature a tutela dei più fragili e per ridare speranza alle popolazioni colpite, rinnovando la piena disponibilità della Santa Sede ad accompagnare ogni iniziativa che favorisca la pace e la concordia”.

Quindi, la Terra Santa, dove c’è “una grave crisi umanitaria”. La Santa Sede – dice il Papa – “guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature nella propria terra, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano”. Il Papa ribadisce il sostegno alla soluzione dei due Stati e denuncia l’aumento delle violenze in Cisgiordania.

Quindi, il Papa mostra preoccupazione per “l’acuirsi delle tensioni nel Mar dei Caraibi e lungo le coste americane del Pacifico”, e cita in particolare la situazione in Veneuzela, rinnovando “l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e ad impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia”.

Ma la panoramica tocca la situazione di Haiti, quella della regione dei Grandi Laghi, quella in Sudan “trasformato in esteso campo di battaglia”, e quella in Sud Sudan, “il Paese più giovane in seno alla famiglia delle nazioni, sorto in seguito al referendum di quindici anni fa”.

E poi, la situazione in Asia Orientale, con la grave situazione in Myanmar.

Leone XIV sottolinea che “i percorsi democratici, per essere autentici, devono accompagnarsi alla volontà politica di perseguire il bene comune, di rafforzare la coesione sociale e di promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona”.

Il Papa tocca anche la questione disarmo e, in particolare, parla del Trattato New START sulla riduzione delle armi nucleari, che scade a febbraio, e cui si deve dare seguito, perché “il pericolo è che ci si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate, anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale”.

L’intelligenza artificiale, in particolare, “è uno strumento che necessita di una gestione adeguata ed etica, nonché di quadri normativi incentrati sulla tutela della libertà e sulla responsabilità umana”.

Leone XIV considera però la pace come “un bene arduo, ma possibile”, che esige “l’umiltà della verità e il coraggio del perdono”, che “nella vita cristiana essi sono rappresentati dal Natale, in cui la Verità, il Verbo eterno di Dio, si fa umile carne, e dalla Pasqua, in cui il Giusto condannato perdona i suoi persecutori, donando loro la Sua vita di Risorto”.

Tra i segni di speranza, il Papa guarda agli accordi di Dayton, “che trent’anni fa posero fine alla sanguinosa guerra in Bosnia ed Erzegovina”, ma anche “alla Dichiarazione congiunta di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, siglata nell’agosto scorso, che si spera possa spianare la strada a una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale, risolvendo i problemi ancora aperti con soddisfazione di entrambe le Parti”, e poi “all’impegno profuso in questi anni dalle Autorità vietnamite nel migliorare le relazioni con la Santa Sede e le condizioni in cui opera la Chiesa nel Paese”.

Ricordando infine l’ottavo centenario della morte di San Francesco, che si celebra il prossimo ottobre, il Papa augura a tutti “un cuore umile e costruttore di pace”. aci 9

 

 

 

 

 

Concistoro. "Non siamo qui a promuovere agende, personali o di gruppo"

 

Il Papa: Il Sacro Collegio "pur ricco di tante competenze e doti notevoli, non è chiamato ad essere un team di esperti, ma una comunità di fede" - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. Il secondo e ultimo giorno del concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV si è aperto con la celebrazione della Messa presieduta dal Pontefice e concelebrata, presso l’Altare della Cattedra, dai cardinali.

“La parola Concistoro può essere letta alla luce della radice del verbo consistere, cioè fermarsi. E in effetti – ha osservato il Papa nell’omelia - tutti noi ci siamo fermati per essere qui: abbiamo sospeso per un certo tempo le nostre attività e rinunciato a impegni anche importanti, per ritrovarci insieme a discernere ciò che il Signore ci chiede per il bene del suo Popolo. Questo è già in sé un gesto molto significativo, profetico, particolarmente nel contesto della società frenetica in cui viviamo. Ricorda infatti l’importanza, in ogni percorso di vita, di sostare, per pregare, ascoltare, riflettere e così tornare a focalizzare sempre meglio lo sguardo sulla meta, indirizzando ad essa ogni sforzo e risorsa

Il Papa poi ha ribadito: “Noi non siamo infatti qui a promuovere agende – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che può venire solo dal Signore. Per questo è importante che ora, nell’Eucaristia, poniamo ogni nostro desiderio e pensiero sull’Altare, assieme al dono della nostra vita, offrendolo al Padre in unione al Sacrificio di Cristo, per riaverlo purificato, illuminato, fuso e trasformato, per grazia, in un unico Pane. Solo così, infatti, sapremo davvero ascoltare la sua voce, accogliendola nel dono che siamo gli uni per gli altri: motivo per cui ci siamo riuniti”.

Il Sacro Collegio – ha aggiunto Leone XIV – “pur ricco di tante competenze e doti notevoli, non è infatti chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e da Lui restituiti, producano, secondo la sua Provvidenza, il massimo frutto. L’Amore di Dio di cui siamo discepoli e apostoli è Amore trinitario, relazionale, fonte di quella spiritualità di comunione di cui la Sposa di Cristo vive e vuol essere casa e scuola”.

“Il nostro fermarci – ha detto ancora - è anzitutto un grande atto d’amore – a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo –, con cui lasciarci plasmare dallo Spirito: prima di tutto nella preghiera e nel silenzio, ma poi anche nel guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda e nel farci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine di Pastori, nelle più svariate parti del mondo. Un atto da vivere con cuore umile e generoso, nella consapevolezza che è per grazia che siamo qui, e che non c’è nulla, di ciò che portiamo, che non abbiamo ricevuto, come dono e talento da non lasciar andare sprecato, ma da investire con accortezza e coraggio”.

Il Papa ha poi indicato lo spirito “con cui vogliamo lavorare insieme: quello di chi desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti, svolgendo con dignità e in pienezza il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio lavoro, come di ricevere e veder crescere quelli dell’opera altrui”

“Non sempre – ha concluso - riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare. Sempre, però, in ogni luogo e circostanza, potremo aiutarci   reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto; e ad accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli, arricchiti della benedizione di Dio e della fede e dell’amore di tutti, così che a nessuno manchi il necessario”.

Infine il ringraziamento a tutti i Cardinali. “Ciò che offrite alla Chiesa nel vostro servizio, a tutti i livelli, è qualcosa di grande e di estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso per tutti; e la responsabilità che condividete con il Successore di Pietro è grave e onerosa”. Aci 8

 

 

 

 

Riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio Vaticano II

 

All'udienza generale del mercoledì in aula Nervi - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Aula Paolo VI, ore 10. Fuori, un grande freddo è sceso su Roma. Qui, invece, il calore dei fedeli riscalda l'aula, riscalda il cuore del pontefice che arriva accolto da un fragoroso scrosciare di applausi. Sono circa 7000 i fedeli presenti nell'aula Nervi. 

Il tema dell'udienza generale di oggi è “Il Concilio Vaticano II attraverso i suoi Documenti”: un tema storico e importante che - annucia il pontefice - sarà il tema per il nuovo ciclo di catechesi che si apre oggi. Un ciclo che diverrà “un'occasione preziosa per riscoprire la bellezza e l'importanza di questo evento ecclesiale”. Cita san Giovanni Paolo II che alla fine del Giubileo del 2000, affermava: “Sento più che mai il dovere di additare il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX”. 

E sono trascorsi 60 anni dall'assise conciliare. Quindi, ancora più importante, rileggere i suoi Documenti e riflettere sul loro contenuto: "Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la stella polare del cammino della Chiesa. Come insegnava Benedetto XVI, «con il passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata»", ricorda il pontefice. 

“Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato un'importante riforma liturgica portando al centro il mistero della salvezza e la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso, ci ha aiutato ad aprirci al mondo ea cogliere i cambiamenti e le sfide dell'epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che desidera aprire le braccia verso l'umanità continuata, farsi eco delle speranze e delle angosce dei popoli e collaborare alla  costruzione di una società più giusta e più fraterna” ha papa Leone XIV.

 E ripercorre allora i temi del Concilio come la ricerca della verità “attraverso la via dell'ecumenismo, del dialogo interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà”. Questo spirito - secondo papa Leone XIV - “deve caratterizzare la nostra vita spirituale e l'azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi, gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di pace”. 

 Fa ricordo anche di san Paolo VI, il papa che concluse i lavori del Concilio, che ai Padri conciliari al termine dei lavori, disse che “era giunta l'ora della partenza, di lasciare l'assemblea conciliare per andare incontro all'umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano passato, presente e futuro”. E papa Leone XIV ricorda ai fedeli che anche “per noi è così”. Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone “la profezia e l'attualità” - continua il pontefice - “accogliamo la ricca tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace”. aci 7

 

 

 

 

Si chiude il Giubileo 2025: la Chiesa celebra la fine dell’Anno Santo della Speranza

 

Ieri, 6 gennaio 2026, Roma ha vissuto l’atto conclusivo del Giubileo 2025, l’Anno Santo dedicato alla virtù teologale della speranza

Nella Basilica di San Pietro, Papa Leone XIV ha presieduto la cerimonia di chiusura della Porta Santa, il gesto simbolico che segna la fine di un periodo straordinario di pellegrinaggi, preghiera e riconciliazione.

Il Giubileo del 2025, intitolato “Pellegrini di speranza”, era iniziato il 24 dicembre 2024 con l’apertura della Porta Santa da parte di Papa Francesco, scomparso pochi mesi dopo. Per oltre un anno, milioni di pellegrini da ogni angolo del mondo hanno percorso le strade di Roma e visitato le principali basiliche, in un cammino spirituale segnato dal desiderio di rinnovamento e dalla ricerca della pace interiore.

Il Giubileo, o Anno Santo, è un evento religioso straordinario della Chiesa cattolica che si celebra generalmente ogni 25 anni. Le sue origini si collegano alla tradizione ebraica, dove ogni cinquanta anni si proclamava un anno di liberazione e restituzione, annunciato dal suono dello yobel, il corno rituale. Nel cristianesimo, il primo Giubileo fu indetto nel 1300 da Papa Bonifacio VIII, con una cadenza che si è evoluta fino a quella attuale: ogni 25 anni.

Durante il Giubileo, i fedeli possono ottenere l’indulgenza plenaria, cioè la remissione completa dei peccati, attraverso confessione, comunione e preghiera secondo le intenzioni del Papa. Le Porte Sante delle quattro basiliche principali di Roma — San Pietro, San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura — simboleggiano la misericordia e la riconciliazione che il Giubileo vuole portare nel mondo.

La mattina del 6 gennaio, nel corso della Solennità dell’Epifania del Signore, Papa Leone XIV ha celebrato la Santa Messa e pronunciato l’omelia che ha invitato i fedeli a riflettere sul significato profondo del Giubileo: «La Porta Santa di questa Basilica ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova», ha detto il Pontefice, sottolineando come la ricerca spirituale dei nostri contemporanei sia più ricca e complessa di quanto si possa immaginare.

Il Papa ha ricordato la storia dei Magi, simbolo dei pellegrini di ogni tempo: «Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro sentono l’esigenza di andare, di cercare». E ha invitato la Chiesa a non temere questo dinamismo, ma a valorizzarlo, riconoscendo il divino nelle vite in cammino: «È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante».

L’omelia di Leone XIV ha ribadito il messaggio centrale del Giubileo: la speranza non è solo personale, ma comunitaria, capace di trasformare la società e la vita quotidiana. «Diventare pellegrini di speranza significa amare e annunciare un Dio che rimette in cammino, che sorprende e offre opportunità di rinascita», ha concluso il Papa, evocando una Chiesa che sia casa e non monumento, comunità e non semplice custode di tradizioni.

Dopo il Giubileo 2025, il prossimo Anno Santo ordinario è previsto nel 2050. Tuttavia, la Chiesa può istituire Anni Santi straordinari in occasione di eventi particolari: uno di questi potrebbe verificarsi nel 2033, per celebrare i duemila anni dalla morte di Gesù Cristo.

Con la chiusura della Porta Santa, Roma e la Chiesa cattolica salutano un periodo di intensità spirituale, ma lasciano aperto il cammino dei pellegrini, con la speranza che la luce della fede continui a guidare i passi di tutti coloro che cercano. L.L.D, CdI 7

 

 

 

 

 

300mila bambini in marcia per aiutare i coetanei più poveri del mondo

 

Decine di migliaia di bambini vestiti da Re Magi percorrono le strade per la tradizionale Aktion Dreikönigssingen. Un rito che unisce benedizione, canto e impegno solidale: nel 2026 i fondi raccolti sosterranno progetti per la sicurezza alimentare e i diritti di donne e bambini in Tanzania, oltre a iniziative contro il lavoro minorile in Bangladesh. I piccoli Sternsinger sono stati accolti anche in Vaticano da Papa Leone XIV – di Massimo Lavena

Nei giorni tra Natale e l’Epifania, decine di migliaia di bambini vestiti da Re Magi sciamano per le strade delle città e paesi dell’Austria e della Germania (ma anche in Svizzera, Slovacchia, Ungheria e Alto Adige): passano di casa in casa, cantando le melodie natalizie e raccogliendo offerte, che saranno destinate a progetti umanitari in tutto il mondo. Alla fine della visita, i bambini salutano benedicendo e augurando la pace a quella casa per il nuovo anno: lasciano la firma del loro passaggio con la sigla 20*C+M+B+26, che campeggerà per tutto il 2026 sugli stipiti delle porte delle case e delle strutture pubbliche (ospedali, uffici comunali, palazzi presidenziali) che apriranno loro le porte. Questo è il rituale, immutato da oltre mezzo secolo che guida la Campagna dei Re Magi Cantanti, gli Sternsinger (Cantori della Stella) tedeschi e austriaci: è la Aktion Dreikönigssingen 2026, che sotto diversi patrocini identifica le più importanti raccolte fondi caritatevoli fatte da bambini nel Mondo, portando il messaggio natalizio di pace e la benedizione per il nuovo anno, nel nome di Caspar, Melchior e Balthazahar.

Per la ventunesima volta, dal 2001, i piccoli Re Magi Cantori hanno assistito alla Messa di Capodanno in Vaticano, dopo aver partecipato all’udienza generale di mercoledì 31 dicembre. Papa Leone XIV ha accolto una delegazione di una trentina di Sternsinger – di cui 4 provenienti dalla diocesi di Münster per la Germania e 4 dalla diocesi di Eisenstadt per l’Austria -. Il Papa ha ricevuto in dono una foto che recava la tradizionale benedizione che i Cantori della Stella lasciano a chi li accoglie nella propria casa: “Christus mansionem benedicat” (Cristo benedica questa casa).

Circa 85.000 bambini in quasi 3.000 parrocchie in tutta l’Austria stanno attualmente partecipando alla campagna 2026 nei panni dei Re Magi, accompagnati da circa 30.000 giovani e adulti. Dai suoi inizi, oltre 70 anni fa, generazioni di cantori di canti natalizi in Austria hanno raccolto circa 560 milioni di euro per le persone bisognose. La colletta è organizzata dalla Hilfsprojekte der Dreikönigsaktion (Campagna umanitaria dei Re Magi -Dka), che fa riferimento al Movimento giovanile cattolico austriaco (Kj).  Con i fondi donati, la campagna è in grado di finanziare circa 500 progetti all’anno in 19 paesi in Africa, Asia e America Latina: nel 2025 la raccolta ha superato per la prima volta la soglia dei 20 milioni di euro di donazioni.

Nel 2026, i fondi raccolti dai piccoli magi austriaci verranno destinati a beneficio di progetti incentrati sulla sicurezza alimentare, sulla promozione dell’agricoltura sostenibile e sul rafforzamento dei diritti delle donne e dei bambini in Tanzania.

Lì fame, scarsità d’acqua e povertà sono all’ordine del giorno; circa un terzo della popolazione è al di sotto della soglia di povertà; la malnutrizione infantile è una piaga cronica e la crisi climatica ha drasticamente aggravato le condizioni di vita della popolazione tanzaniana. Le organizzazioni partner di Dka, il Pastoral Women’s Council (PWC) nella Tanzania settentrionale e il Human Life Defense Department (HLDD) nell’ovest, gestiscono corsi di formazione per adattare le coltivazioni delle aree rurali al rapido cambiamento del clima, distribuiscono prestiti controllati e sementi per assicurare un reddito familiare adeguato, operano per la creazione di lavoro per le donne così da assicurarne l’indipendenza economica e organizzano programmi di inculturazione e sensibilizzazione sui diritti delle donne e dei bambini.

L’azione dei gruppi di risparmio e prestito è fondamentale per le popolazioni che risiedono in zone rurali remote, senza possibilità di ottenere prestiti o contributi finanziari pubblici. Uno degli scopi perseguiti dai progetti dei Cantori della Stella austriaci per il 2026 è proprio quello di permettere alle comunità e ai singoli beneficiari dei fondi, di creare pratiche virtuose per la reciproca assistenza economica, con la gestione comune per le spese più gravose  e i partecipanti possono risparmiare denaro, prestarsi a vicenda, gestire congiuntamente spese più consistenti ed espandere le proprie attività economiche. In una intervista rilasciata all’agenzia di stampa cattolica austriaca Kathpress, l’arcivescovo eletto di Vienna, mons. Josef Grünwidlha rivelato di sentire un forte legame con la tradizione dei canti natalizi degli Sternsinger: “Da bambino, ho cantato per molto tempo, poi come accompagnatore adulto, e poi, da quasi 30 anni, come cappellano e parroco, partecipo naturalmente ogni anno alla campagna dei canti natalizi.”

In Germania gli Sternisnger sono una organizzazione partner delle Pontificie Opere Missionarie e della Bdkj, la Federazione della gioventù cattolica tedesca, e agiscono anche loro attraverso progetti in tutto il mondo per liberare i bambini dallo sfruttamento lavorativo, per consentirgli di tornare a scuola e avere opportunità di vita rispettose della loro infanzia. L’azione è organizzata con la stretta collaborazione dei genitori, delle comunità locali e delle autorità pubbliche che vengono preventivamente informati della specifica destinazione dei fondi per l’anno in corso.

La campagna dei Cantori della Stella è, secondo report annuali diffusi dagli organizzatori, la più grande campagna di raccolta fondi al mondo realizzata da bambini per i bambini. Dal suo inizio nel 1959, si calcola che in Germania gli Sternsinger abbiano raccolto 1,4 miliardi di euro per i bambini di Africa, America Latina, Asia, Oceania ed Europa orientale: nel 2025 sono stati raccoltio circa 48,1 milioni di euro.

“Scuola invece di fabbrica: canti natalizi contro il lavoro minorile” è il motto che guiderà fino all’Epifania, il 6 gennaio, circa 300.000 i Re Magi bambini e ragazzi, che in Germania andranno di porta in porta, portando la benedizione del nuovo anno e chiedendo donazioni per progetti di aiuto all’infanzia in tutto il mondo.

Quest’anno le canzoni natalizie dei piccoli Re Magi tedeschi sono dedicate a due progetti in Bangladesh, uno dei paesi con il più alto tasso di lavoro minorile al mondo: con molte famiglie che vivono in povertà spesso i bambini, devono lavorare per contribuire al reddito familiare, e a volte entrano in una spirale di costrizione e sfruttamento. Sono circa 1,8 milioni i bambini i bambini in Bangladesh costretti a lavorare, e secondo le stime ufficiali almeno 1,1 milioni sfruttati e sottopagati. Due progetti dimostrano come sia possibile ottenere un cambiamento: Caritas Bangladesh sostiene i bambini delle comunità indigene attraverso campagne di istruzione e sensibilizzazione. La Fondazione Abdur Rashid Khan Thakur (ARKTF) aiuta i bambini del Bangladesh occidentale a sottrarsi ai lavori pericolosi e consente loro di frequentare la scuola o ricevere una formazione professionale. Entrambi i partner rafforzano il diritto dei bambini alla protezione e all’istruzione, e quindi a una vita migliore. Sir 6

 

 

 

 

 

Nel 2033 ci sarà un altro Anno Santo?

 

I precendenti di Pio XI e Giovanni Paolo II -Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Nel 2033 ci sarà un altro Anno Santo? L'arcivescovo Fisichella ai giornalisti dice di andare piano, che nulla è deciso e che tutto è nelle mani del Papa ovviamente. Certo sono i 2000 anni della Redenzione e Leone XIV ha già espresso l'intenzione di celebrare la ricorrenza in chiave ecumenica.

Ma per ora gli unici a guardare al 2033 sono i politici che pensano a progetti per Roma, sulla cui opportunità si potrebbe discutere a lungo.

Allora torniamo indietro nella storia e vediamo da quando nasce l'idea di celebrare l'anniversario della Redenzione con un Anno Santo.

L'idea è abbastanza recente. E' stato Papa Pio XI ha volerlo per la prima volta. Era il 6 gennaio del 1933 quando il Papa pubblica la bolla di indizione "Quod Nuper".

Il Papa ricorda di averlo annunciato ai cardinali negli auguri di Natale, ma l'apertura e la chiusure si sono celebrate nei giorni di Pasqua.

La richiesta del Papa era soprattutto rivolta al Sacramento della Confessione non solo nel periodo Pasquale ma in tutto l'anno. All'epoca l'indulgenza giubilare si otteneva solo a Roma, è stato Paolo VI nel post Concilio nel 1975 a volere che si potesse lucrare anche nella Chiesa locali.

Il Papa invitava poi i Romani a visitare la Cappella delle Reliquie nella Basilica di Santa Croce a Gerusalemme.

Nel 1983 Giovanni Paolo II indice di nuovo il Giubileo della Redenzione e apre la Porta Santa di San Pietro nella solennità dell'Annunciazione del Signore, il 25 marzo del 1983 appunto.

E' un giubileo che porta a Roma centinaia di migliaia di giovani e proprio da li nasce l'idea del Papa di una Giornata Mondiale della Gioventù. Il 14 aprile del 1984 sono circa 300.000 le persone provenienti da tutto il mondo, che si ritrovarono in mattinata nella piazza antistante la Basilica di San Giovanni in Laterano per la messa, poi un lungo corteo si spostò verso Piazza San Pietro dove avvenne l'incontro con il Papa che, per l'occasione, fu accompagnato sul palco realizzato sulla gradinata della Basilica di San Pietro da Madre Teresa di Calcutta.

La Bolla di indizione è del 6 gennaio 1983: "Aperite Portas Redemptori". Una riflessione sulla Redenzione non solo un invito alla penitenza. Una "riscoperta dell'amore di Dio che si dona". Un testo che vale la pena rileggere e che il Papa firma: "Io Giovanni Paolo, vescovo della Chisa cattolica".

Ci sarà allora un Anno Santo nel 2033? Lo deciderà il Papa, ma intanto abbiamo tutto gli elementi per prepararci spiritualmente a questo anniversario, senza pensare ai progetti urbanistici dei politici. aci 6

 

 

 

 

 

Giubileo 2025, oltre 33 milioni di pellegrini a Roma

 

Giubileo 2025, bilancio positivo in Vaticano: oltre 33 milioni di pellegrini a Roma, forte dimensione spirituale, opere pubbliche realizzate e collaborazione tra istituzioni. Fisichella, Mantovano e Gualtieri sottolineano il successo del “metodo Giubileo” come modello per il futuro. Sguardo già proiettato al Giubileo del 2033 - Riccardo Benotti

“La presenza dei pellegrini non ha tolto nulla a nessuno”. Si può sintetizzare così il bilancio del Giubileo 2025, tracciato questa mattina in Sala Stampa vaticana da mons. Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’evangelizzazione, insieme al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, al sindaco di Roma Roberto Gualtieri, al presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e al prefetto Lamberto Giannini. Tra i 33,4 e i 33,8 milioni di pellegrini avranno attraversato le Porte Sante entro il 6 gennaio, con una media giornaliera di 90.400 presenze nei 358 giorni dell’Anno Santo. “Il temuto pericolo paventato da alcuni che la presenza dei pellegrini avrebbe fatto diminuire i turisti o cancellato altri importanti eventi è stata pienamente smentita dai risultati ottenuti su tutti i fronti”, ha sottolineato mons. Fisichella.

I numeri e la dimensione spirituale

A guidare i flussi è l’Europa con il 62,63%, seguita dall’America del Nord (16,54%) e dall’America del Sud (9,44%). Tra le singole nazioni, l’Italia si colloca al primo posto con il 36,34%, seguita da Stati Uniti (12,57%), Spagna (6,23%), Brasile (4,67%) e Polonia (3,69%). Due i picchi di affluenza che hanno segnato l’anno: il periodo della morte di Papa Francesco e del Conclave, dal 21 aprile all’8 maggio, con 3,9 milioni di pellegrini, e il Giubileo dei giovani, dal 28 luglio al 3 agosto, con oltre 13 milioni. “Il Giubileo non è stato un investimento a perdere – ha aggiunto il presule -, è stato piuttosto un volano che ha incrementato e svilupperà nel futuro una crescita generale, aggiungendo valore alle infrastrutture che rimangono a beneficio della città di Roma e dell’Italia”.

Al di là dei numeri, mons. Fisichella ha evidenziato “la dimensione spirituale che è a fondamento del Giubileo”, che “ha permesso di verificare un popolo in cammino con tanto desiderio di preghiera e conversione”.

“Le basiliche papali, altri centri di preghiera, ad esempio la Scala Santa, hanno registrato presenze mai viste in precedenza. Le confessioni sono state incrementate e la celebrazione giubilare del perdono pieno dell’indulgenza è giunta a tutti. Il Giubileo è stato realmente un anno di grazia”. Tra le immagini destinate a restare nella memoria, il presule ha citato “la gioia dei giovani a Tor Vergata”, “la processione delle confraternite con le loro statue storiche attraverso il Foro romano” e “la canonizzazione di due giovani santi come icona di speranza”. Una parola specifica è andata ai 5.000 volontari in servizio durante l’anno, affiancati dai 2.000 dell’Ordine di Malta.

I NUMERI

• Pellegrini complessivi: 33,4 – 33,8 milioni

• Media giornaliera: 90.400 presenze (358 giorni)

• Provenienza: Europa 62,63%; America del Nord 16,54%; America del Sud 9,44%

• Principali Paesi: Italia 36,34%; Stati Uniti 12,57%; Spagna 6,23%; Brasile 4,67%; Polonia 3,69%

• Picchi di affluenza: 3,9 milioni (aprile–maggio); oltre 13 milioni (Giubileo dei giovani)

• Volontari: 7.000 complessivi

• Interventi: 332 totali, 204 conclusi o parzialmente conclusi

Il “metodo Giubileo”

Sul piano organizzativo, il sottosegretario Alfredo Mantovano ha illustrato quello che ha definito “il metodo Giubileo”, un modello di collaborazione interistituzionale che il governo intende “non confinare al 2025”. La cabina di regia ha coinvolto stabilmente oltre cento enti. “L’amministrazione statale deve il più possibile coordinare piuttosto che dirigere”, ha spiegato Mantovano, ricordando tra gli esempi virtuosi il tunnel sotto Piazza Pia, completato nonostante il rinvenimento di vestigia romane, e la riqualificazione della Vela di Tor Vergata, “un’opera che era diventata l’immagine del fallimento delle istituzioni”. Il presidente Francesco Rocca ha sottolineato che “l’elemento centrale è stata la serenità con cui questo gruppo di lavoro ha saputo lavorare per obiettivi”, senza ricorrere a poteri straordinari.

“Il metodo Giubileo non è un metodo di poteri straordinari – ha precisato –, è un metodo dove la pubblica amministrazione finalmente dimostra buon senso”.

Il sindaco Roberto Gualtieri ha presentato il bilancio degli interventi: su 332 complessivi, 204 risultano conclusi o parzialmente conclusi. Per quelli “essenziali indifferibili” la percentuale sale al 90%. “Piazza Pia ha ottenuto il primo posto nel The Plan Award 2025; il percorso ciclopedonale Monte Ciocci è stato premiato con un European Green Award”, ha ricordato. “Forse l’eredità principale è quella della fiducia nella possibilità di migliorare e trasformare la città”, ha osservato il sindaco. Il prefetto Lamberto Giannini ha sottolineato i 70 comitati per l’ordine e la sicurezza tenuti durante l’anno e ha ringraziato i romani “perché hanno dato un esempio straordinario di accoglienza”.

Lo sguardo al 2033

Mons. Fisichella ha chiuso il bilancio con lo sguardo rivolto al futuro. “Questo Anno Santo orienta il cammino verso un’altra ricorrenza fondamentale per tutti i cristiani – ha affermato citando la bolla Spes non confundit -. Nel 2033, infatti, si celebreranno i 2000 anni della Redenzione compiuta attraverso la passione, morte e risurrezione del Signore Gesù”. Per il presule, “il cammino non è terminato. Si è trattato solo di una tappa significativa, ma propedeutica ad un altro evento di grazia che dovrà essere preparato con lungimiranza”. I 35 grandi eventi e il pellegrinaggio quotidiano “hanno permesso di verificare una Chiesa dinamica che sa guardare con realismo alle sfide che le si pongono, ma sempre fiduciosa di essere guidata dalla forza dello Spirito che la accompagna”. In sintesi, “è stato un Giubileo che ha seminato e i frutti verranno nel futuro”. Sir 6

 

 

 

 

Papa Leone XIV: “Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo”

 

"Non ci attende nelle location prestigiose, ma nelle realtà umili" - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. “Celebriamo oggi l’Epifania del Signore, consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima. Questo è l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo”. Il Papa presiede il rito di Chiusura della Porta Santa e la Santa Messa nella Solennità dell’Epifania del Signore nella Basilica Vaticana.

“La Porta Santa di questa Basilica, che, ultima, oggi è stata chiusa, ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova. Chi erano e che cosa li muoveva? Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? Sì, i Magi esistono ancora. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”, commenta il Pontefice nell’omelia.

“Homo viator, dicevano gli antichi. Siamo vite in cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita. È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono. Luoghi santi come le Cattedrali, le Basiliche, i Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato. Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?”, queste le domande di Papa Leone XIV nell’omelia dell’Epifania.

“Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol’essere il Dio-con-noi. Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo”, dice Leone XIV.

“Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci donate!”, ne è convinto il Papa che poi aggiunge: “Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”, continua il Papa.

“Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo e senza misura. È l’Epifania della gratuità. Non ci attende nelle “location” prestigiose, ma nelle realtà umili. Quante città, quante comunità hanno bisogno di sentirsi dire: “Non sei davvero l’ultima”. Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare. Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle. Di qui la gioia grandissima dei Magi che si lasciano alle spalle la reggia e il tempio ed escono verso Betlemme: è allora che rivedono la stella!”, conclude infine Papa Leone XIV.

Oggi è anche il giorno dell'annuncio del calendario liturgico. Il 18 febbraio sarà il giorno delle Ceneri. “Il 5 aprile celebrerete con gioia la Santa Pasqua del Nostro Signore. Il 14 maggio l’Ascensione del Signore. Il 24  maggio la Festa di Pentecoste. Il 4 giugno la Festa del Santissimo Corpo e Sangue di cristo, il 29 novembre sarà la prima Domenica dell’Avvento”. Aci 6

 

 

 

 

Migrantes. I “grazie” per il 2025. E la sfida per il 2026

 

Siamo nel tempo di Natale. E in quello dei bilanci. Il 2025, dal punto di vista ecclesiale, è stato innanzi tutto all’insegna della gratitudine.

Siamo grati per la vita di papa Francesco, da cui ci siamo congedati nella notte tra la Pasqua e il Lunedì dell’Angelo; per l’elezione di papa Leone; per aver potuto attraversare quest’anno giubilare.

In particolare, è stato bellissimo vivere il Giubileo dei migranti, in concomitanza eccezionale con la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. Il passaggio di testimone tra Francesco e Leone qui è stato sul territorio italiano, con i 96 pastorale fatta alla base e nell’esplicito: papa Bergoglio aveva indicato il tema della Giornata – “Migranti, missionari di speranza” – e papa Prevost ci ha regalato un Messaggio che ci consegna un’immagine-guida, quella della missio migrantium.

Siamo certamente soddisfatti anche del lavoro della Fondazione nel corso dell’anno, a livello nazionale e soprattutto sul territorio italiano, con i 96 progetti specifici e 10 di ricerca sostenuti e animati.

La realizzazione dei nostri tre Rapporti annuali – Rapporto Immigrazione, con Caritas Italiana; Rapporto Italiani nel Mondo; Report “Il diritto d’asilo” – è poi l’espressione più istituzionale ed evidente di un’azione di ricerca, informazione, formazione e accompagnamento pastorale fatta alla base e nel quotidiano da tanti piccoli tasselli.

La mobilità umana, dall’Italia e verso l’Italia, è un fenomeno complesso e intrecciato, con diverse criticità, ma anche ricco di opportunità.

Fin qui, le cose belle e comunque importanti nella nostra missione pastorale.

Ovviamente, i “ma” sono tanti e preoccupanti, in un contesto internazionale in cui la logica della guerra, l’ossessione per la “sicurezza armata” e per la costruzione del nemico, sembrano guadagnare ogni giorno un metro in più.

Mi soffermo su due aspetti per arrivare a una domanda sincera e aperta. Da un lato, i dati preliminari sul 2025 diffusi da Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ci dicono che c’è un forte calo degli ingressi irregolari nell’Unione Europea. Ma, come ha commentato su Avvenire Paolo Lambruschi, “resta grave il bilancio di perdite di vite umane, con oltre 1.700 morti sulle rotte migratorie mediterranee che partono dal continente africano in direzione della Fortezza Europa”.

Dall’altro lato, politica e media, in Italia come altrove, continuano a soffiare strumentalmente sulle paure della cittadinanza rispetto ai fenomeni migratori e alle loro presunte implicazioni.

Mi sembra che dobbiamo fare i conti col fatto che produrre ricerche, informazioni e dati o confutare scientificamente dei preconcetti sia necessario, ma non basti – anche nelle nostre parrocchie – a riportare l’opinione pubblica dentro i binari dell’obiettività e a restituire alle persone, di cui parliamo e di cui ci occupiamo tutti i giorni, la loro dignità.

Cosa possiamo fare?

In questo senso, penso anche alle occasioni in cui nel corso dell’anno ci siamo dovuti chiedere se fosse necessario emanare l’ennesimo comunicato per commentare l’ennesimo naufragio, macabra e inaccettabile ricorrenza di morti evitabili.

Non corriamo forse il rischio di assuefarci alla ritualità del pianto, delle parole, dei commenti? Con le nostre parole accendiamo davvero un riflettore? Cominciamo a chiedercelo. Altrimenti le morti, che la statistica e la spettacolarizzazione del dolore lasciano senza volto e senza storia, saranno inutili.

Come Fondazione Migrantes vogliamo raccogliere questa sfida per il 2026 insieme a te che leggi: aiutaci a trovare le parole, le proposte, le scelte opportune. Alla luce del Vangelo. (mons. Pierpaolo Felicolo | “Migranti Press” 11-12 2025)

 

 

 

 

 

Cosa ha concluso Papa Leone del pontificato di Papa Francesco?

 

Dal Giubileo al Sinodo - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. L'eredità più ovvia che Leone XIV ha ricevuto da Francesco è stato il Giubileo. Una eredità pesante per quantità e qualità di impegni. Certo nulla di simile al Grande Giubileo del 2000 che aveva in calendario eventi molto più densi di significato. Il Giubileo che si chiude il 6 gennaio di fatto è stato segnato dall'overtourism del pellegrinaggio, da misure di sicurezza esagerate che hanno reso tutto difficile, e dal poco significativo impatto religioso. Leone XIV ha preso tutto così come era e l'ha portato a compimento con discrezione e semplicità, ma con lo sguardo già verso il 2033 per un nuovo Giubileo della Redenzione che abbia un respiro ecumenico.

C'è poi il retaggio della Laudato sì. Non solo il borgo di Castelgandolfo, con gli eventi connessi, ma soprattutto lo sguardo alla custodia del Creato. Leone XIV ha un metodo suo, che è quello di vivere la natura proprio a Castelgandolfo dove va ogni settimana, alcuni dicono anche a controllare come la Fattoria posso riprendere vita dopo lo smantellamento e la cementificazione di una parte della vigna. Certo servono metodi nuovi di coltivazione, ma le Ville non dovrebbero diventare un "centro congressi".

E poi c'è il lavoro dei documenti il cui studio era iniziato anni fa e ora arrivano a compimento. Come quelli del Dicastero per la Dottrina della Fede. Ne mancherebbe ancora una dedicato alla trasmissione della fede. Ma è stato pubblicato quello che confermava che Maria non è "corredentrice". Non c'è nulla di nuovo nel testo in effetti, ed è insolito che si faccia un testo del genere. Ma era previsto.

Ovviamente tra i documenti c'è la Dilexi te. Un testo di Francesco che Leone XIV ha rivisto pochissimo.

E c'è ancora una grande questione aperta: il Sinodo sulla Sinodalità. Si attendono le relazioni finali delle Commissioni delle assemblee 2021- 2024. Pubblicati i Rapporti intermedi, ora si attendono quelli finali. Ma che ne sarà davvero di tanti testi piuttosto confusi e che confondono? Il Sinodo sulla Sinodalità è stato più una assemblea ecclesiale che un sinodo dei vescovi.

Lo sguardo poi va al Diritto Canonico, un po' trascurato dal pontificato di Francesco, ma che è invece fondamentale per Leone XIV.

Il Dicastero per i Testi legislativi intanto ha prodotto un volume di 1.300 pagine con la preparazione alle revisione della “Legge fondamentale della Chiesa” e con la canonistica contemporanea. "Lex Ecclesiae Fundamentalis". Un libro che presenta il lavoro svolto, un accesso a tutti gli interessati un lavoro che ha impegnato questo Dicastero per più di vent’anni.

Ma poi? Anche questa è una eredità sospesa.

Leone XVI ha scelto di mettere subito mano alle questioni amministrative che erano poco chiare e toglie allo IOR l’esclusiva sugli investimenti e introduce una “responsabilità condivisa” con l’APSA.

Poi alcune, poche, per ora, nomine  Filippo Iannone, canonista,  diventa  prefetto del Dicastero per i Vescovi. E cambia i suoi più stretti collaboratori chiamando l’agostiniano padre Edward Daniang Daleng, come vice reggente della Prefettura della Casa pontificia. Anche in questo caso l'eredità di Francesco era una struttura zoppa, senza Prefetto. Come sarà la riforma di Leone XIV ?

Alcune nomine necessarie come l'arrivo di monsignor Anthony Onyemuche Ekpo, assessore della Segreteria di Stato, e e le nomine degli arcivescovi di New York, Ronald Hicks, e di Westminster, Charles Phillip Richard Moth, sono dovute all raggiungimento dell'età o alla necessità di uno stile diverso in Segreteria di Stato. Perché Leone XIV crede nel lavoro dei Dicasteri e della "sua" Segreteria. A cominciare dai segretari personali.

Anche nella Diocesi di Roma Leone XIV mette in ordine una situazione confusa e ripristina il Settore Centro della Diocesi di Roma.

In eredità anche il regolamento della Curia Romana, che viene aggiornato dopo più di 25 anni.

Lo stile personale del Pontefice ricorda un po' quello di Giovanni Paolo II. Il rispetto del ruolo con sobrietà.

E in questo senso va visto il ritorno all' Appartamento nel Palazzo Apostolico, appena sarà possibile, e il recupero di certi paramenti come la mozzetta, le croci pettorali con le reliquie, e negli ultimi tempi anche lo stemma sulla fascia.

Non per nulla Papa Leone XIV viene inserito nella classifica delle personalità meglio vestite dell'anno per il 2025, secondo la rivista Vogue America. 

Il programma del pontificato però lo vedremo forse dopo il primo Concistoro del 7 e 8 gennaio. La sua omelia dell'8 mattina sarà interessante. Come è già interessante che abbia ripreso l'abitudine a consultare tutti i cardinali e non solo un piccolissimo gruppo. Del resto a questo servono i cardinali. Aci 5

 

 

 

 

 

 

I viaggi del Papa nel 2026?

 

Il prossimo volo potrebbe essere in Africa, ha detto il Papa. Intanto, i vescovi spagnoli sono venuti in Vaticano per studiare un itinerario per il viaggio di Leone nel Paese a giugno. E altri appuntamenti sono in vista - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. Il primo viaggio, Leone XIV lo avrebbe voluto fare simbolicamente in Algeria, sulle orme di Sant’Agostino. E l’idea iniziale sembra fosse quella di attaccare una tappa di tre giorni, o poco più, al primo grande viaggio internazionale, che ha portato il Papa in Turchia e in Libano. Turchia e Libano erano sull’agenda di Papa Francesco: il primo già definito, anche se in forma più breve di quella che poi è stata (Francesco era già comunque malato), il secondo sogno mai realizzato almeno dal 2021. L’Algeria, invece, era un desiderio tutto di Leone.

Tornando dal viaggio in Turchia e in Libano, Leone XIV ha detto che il prossimo viaggio potrebbe essere in Africa, in particolare in Algeria. E, in effetti, da quando è arrivato ha “sistemato” anche ciò che c’era da sistemare nella Chiesa del Paese: ha dato un vescovo ad Annaba, l’antica diocesi di Agostino, ha nominato un nunzio apostolico, che era vacante dal marzo 2025, e ha ricevuto lo scorso 25 luglio 202 il presidente algerino Tebboune. A seguito di quell’udienza, non è stato comunicato che il Papa è stato invitato nel Paese, come succede a volte, ma il viaggio sembra essere allo studio.

Un grande sogno di Papa Francesco era quello di un ultimo viaggio in Africa, con destinazione Capo Verde. Sarebbe stato un viaggio del cuore. Il Papa che in dodici anni di pontificato non è mai tornato nella sua natia argentina sarebbe andato sulle tracce del Negro Manuel, lo schiavo capoverdiano che, arrivato in Argentina, ebbe l’incarico di trasportare quella che sarebbe diventata la Virgen de Lujan, il santuario argentino più seguito.

Capo Verde potrebbe non essere la destinazione di una tappa in Africa. Lo scorso settembre si sono celebrati i trenta anni della firma dell’esortazione post-sinodale di San Giovanni Paolo II Ecclesia In Africa, che avvenne in Camerun. E il Camerun è stato destinazione anche di un altro viaggio del Papa polacco e di uno di Benedetto XVI. Si dice che “le probabilità di un altro viaggio del Papa nel Paese sono alte”, e, nell’occasione, Leone XIV potrebbe anche prolungare il suo soggiorno toccando il Senegal e, addirittura, arrivando in Nigeria per dare sollievo ai cristiani perseguitati. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i Rapporti con gli Stati, era previsto in un viaggio in Nigeria prima di unirsi al seguito papale in Turchia e Libano, ma il viaggio è stato posticipato. Il “ministro degli Esteri” vaticano avrebbe potuto, nell’occasione, verificare le condizioni di fattibilità del viaggio.

C’è poi l’idea di un grande viaggio in Spagna del Papa, che sembra la possibilità più concreta. Quest’anno, infatti, sarà inaugurata la Sagrada Família, la grande opera di Andoni Gaudì che è ormai in costruzione da più di un secolo. Non c’è ancora una data (ma si parla del 10 giugno), ma si sa che il Papa, oltre a Barcellona, dovrebbe andare a Madrid e a Santiago di Compostela.

Il settimanale spagnolo Vida Nueva ha diffuso l’informazione che lo scorso venerdì la presidenza della Conferenza Episcopale spagnola è stata in Segreteria di Stato su richiesta vaticana proprio per definire l’agenda della prossima visita. Erano presenti in delegazione il Cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona (che compirà 80 anni quest’anno), il Cardinale José Cobo Cano, arcivescovo di Madrid, e l’arcivescovo di Valladolid, Luis Argüello, presidente della Conferenza Episcopale.

Leone XIV ha ricevuto un invito, al termine della Messa di inizio pontificato, il 18 maggio, dal re Felipe in persona ad andare in Spagna. Leone XIV è stato invitato concretamente a benedire la Sagrada Familia, che sarà completata quando la Torre di Gesù, alta 172,5 metri, sarà terminata. Ma il 10 giugno, la data che si pensa per la visita, è anche il giorno in cui cadono cento anni dalla morte di Gaudì, che oggi è in processo di beatificazione.

Tra le altre destinazioni possibili del viaggio, una tappa a Ávila o Segovia, dove si celebrano i 300 anni dalla canonizzazione di San Giovanni della Croce o i 100 anni della sua nomina come dottore della Chiesa, oppure a Toledo per l’ottavo centenario della cattedrale, e persino includendo – in un viaggio che sarebbe inevitabilmente lungo – anche tappe a Valladolid e Santiago di Compostela, per ricordare i tre secoli della canonizzazione di Santo Toribio di Mogrovejo, evangelizzatore del Perù, o indirizzare un discorso all’Europa da Finisterre, oppure a Valencia per ricordare il santo agostiniano Tommaso di Villanueva, o a Granada dove Leone XIII nominò patrona la Vergine delle Angustie.

Si vedrà quanto sarà possibile inserire nel programma papale. Quello che si comprende è che, con un Papa giovane e in forze, il programma può essere denso, aprendo a possibilità che si erano precluse con l’avanzare dell’età e delle malattie di Papa Francesco.

Se Papa Francesco non è mai tornato in patria, si pensa che Leone XIV tornerà negli Stati Uniti già quest’anno. C’è un’occasione mancata, gli 80 anni delle Nazioni Unite, celebrati lo scorso anno. I Papi sono sempre stati all’Assemblea Generale per i decennali dell’organizzazione (Paolo VI addirittura fece un viaggio di un solo giorno), ma lo scorso anno Leone XIV non ce l’avrebbe fatta, per ragioni organizzative. Quest’anno può essere l’anno, anche perché gli Stati Uniti celebrano il quarto di millennio, ovvero i 250 anni dalla fondazione. Questo rende il viaggio del Papa profondamente simbolico.

Oltre alla tappa istituzionale a Washington, DC, e quella inevitabile a New York, Leone XIV potrebbe arrivare a Baltimora, per i 250 anni della prima diocesi degli Stati Uniti, e poi tornare a casa sua a Chicago, per poi concludere il viaggio sulla Costa Est, tra Los Angeles e un posto di confine come San Diego.

Questo viaggio potrebbe avvenire a settembre. Mentre il ritorno in Perù, l’altra patria di Leone XIV, potrebbe avvenire già nella prima metà dell’anno. Leone XIV vorrà probabilmente tornare a Chiclayo, la diocesi di cui è stato vescovo, dovrà passare da Lima, dalla capitale, ma si parla di un viaggio ancora più grande in Sudamerica. Un passaggio in Argentina, per compiere quel viaggio che Papa Francesco non ha mai compiuto, e uno in Uruguay, uno dei pochi Paesi sudamericani non toccati da Francesco nei suoi viaggi, dove si vive una secolarizzazione feroce.

C’è anche un invito al Papa per il Kazakistan, per dare nuova linfa al dialogo interreligioso che il Paese si sforza di promuovere, ma il 2026 non sembra l’anno di un ritorno del Papa nel Paese, dopo il viaggio di Francesco nel 2022. Mentre, se ci sarà opportunità, l’agenda del Papa potrebbe anche vedere una tappa in Ucraina. Leone XIV ha fatto sapere che sarebbe disposto ad andare, e sarà da vedere se ci saranno le condizioni perché questo accada. Aci 5

 

 

 

 

 

 

 

Kempten. Pellegrinaggio alla Regina dell’Amore (Schio)

 

Kempten / Schio. Lo scorso Sabato, 27 Dicembre, con quattro amici e conoscenti, ho preso parte a un singolare pellegrinaggio a Schio, una ridente cittadina in provincia di Vicenza. Dico "singolare" per il fatto che lo scopo del nostro viaggio non era soltanto quello di andare a pregare la Regina dell'Amore, ma quello di portare circa 3500 lattine  e 6 sacchi di cibo secco, per un totale di una tonnellata e mezza, per le decine di gatti di quella  zona.

Walter, il capo comitiva, la nostra "guida", infattti, che –anni fa, travandosi da quelle parti– si era potuto rendere conto della necessità di sfamare, con scatolette di cibo, i molti randagi della zona, in questi ultimi mesi, ne aveva preparato una grande  quantità –insieme con sua moglie Claudia e suo figlio Christian– e, quindi ha invitato a partecipare a questo viaggio natalizio i suoi (e miei) amici Wolfgang e Ingrid, che –a loro volta– hanno coinvolto anche me.

Sabato, di buon mattino, quindi, siamo partiti in cinque da Kempten e –via Brennero, con un paio di soste in Austria e in Italia– siamo arrivati  a Schio –precisamente– in contrada S. Martino, poco dopo le tredici.

Lì ci attendevano Francesca "la Gattara", direbbero a Roma e il suo collaboratore principale: Isidoro, i quali ci hanno consigliato di andare a pranzo, prima di scaricare il cibo e  prima di andare a venerare la Vergine. Per questo siamo andati a mangiare in un ristorante a conduzione familiare  distante qualche metro del nostro parcheggio e, sia noi "tedeschi", sia di due "italiani" siamo rimasti più che soddisfatti: io –addirittura– ho dato una parte del mio galletto allo spiedo a uno dei commensali e Francesca, che aveva preso insieme con Isidoro due "Fiornetine", piuttosto grandi ne ha approfittato per confezionare immediatamente con i resti di tutti del cibo fresco per gli amati felini. Dopo un calice di vino generoso del posto e una paio di caffè corretti, non mancando di complimentarci con le due deliziose Chiara e Sophie, figlie dei proprietari, con le quali ho voluto fare una foto ricordo,  siamo andati a raggiungere le due cappelle della Madonna dell'Amore. Walter, non solo ha regalato tutto il cibo per i gatti; ha voluto pagare anche il pranzo di tutti!

Nella cappella aperta abbiamo trovato gente assorta in preghiera e io non ho mancato di scrivere nel libro dei visitatori una preghiera alla nostra Madre, chiedendoLe di aiutarmi quando mi presenterò nell'altro mondo al  cospetto del nostro Creatore; un mondo eterno in cui sono certo di incontrare tutti gli amici, conoscenti, parenti e soprattutto la mia adorata Sposa Enza, "la mia forza, la mia vita".

Dopo questa parentesi, debbo dire: "mistica", anche perché tutta la comitiva è credente, siamo passati alla "consegna della merce". Walter ha parcheggiato il furgone con rimorchio davanti al garage di Isidoro e tutti ci siamo messi a  scaricare le centinaia di scatolette di cibo e diversi sacchi di altro mangime, aiutati anche da una gentile signora, vigile del fuoco.

Poi è venuto il momento dei saluti e affettuosi abbracci con Isidoro e Francesca, che, come Isidoro, nel corso dell'incontro, mi ha raccontato della sua vita, dopo che essi si erano informati sulla mia.

Infine, dopo una brevissima sosta in un grande supermercato della cittadina,  in cui abbiamo comprato alimenti piuttosto rari in Germania, abbiamo ripreso il viaggio con solo un paio di soste e, dopo cinque ore abbonanti, eravamo di nuovo a Kempten, dove Walter e Erika ci hanno lasciato ognuno a casa nostra.  Prima di lasciarci Erika mi domanda: "Conosci Contina? È la mia collega di lavoro". E io, rispondendole: "Ma è la sorella di una delle mie figliocce: Kathrin!". Come è piccolo il mondo!

Che dire? In conclusione: nei miei ottandue anni di vita, raramente avevo trascorso una giornata così intensa, spirituale, generosa, fraterna, altruista, anche verso gli animali!

La mia ammirazione più sincera va a Walter, Erica, Francesco e Isidoro,  per la generosità e la dedizione che essi hanno per questi gatti "veneti! Anch'io, a Randazzo, fino all'età di undici anni, ho badato con amore ai nostri gatti di famiglia: Pitrinu (Pietrino, dal mnatello bianco pezzato di nero) e Maria (dal mantello grigio) e, dopo qualche anno, a Catania, passavo ore intere a giocare con Agostino, dal mantello fulvo, che, in realtà, si chiamava Faustino 8per il suo padrone) ed era cieco da un occhio...

Terminando, ringrazio immensamente per l'invito i miei cari Wolfgang e Ingrid, che, peraltro, non compaiono spesso nelle foto, dato che sono stati loro i fotografi ufficiali. Grazie, miei carissimi Parenti di elezione!

Fernando A. Grasso, dip 5

 

 

 

 

 

 

 

Cerco un centro di gravità (provvisorio)

 

“Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente avrei bisogno di…Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente over and over again” (Franco Battiato)

Il testo famoso di Battiato si riferisce ad una permanenza, l’ho ristretta alla provvisorietà. Non è una licenza poetica la mia, bensì la constatazione storica che i Cattolici italiani hanno nel tempo abbandonato il concetto di appartenenza ad un presunto “centro politico” per rivolgersi e appartenere al mondo della solidarietà e della carità, avendo con la Chiesa un rapporto di riferimento. Con questa Chiesa di Leone XIV in particolare. Il voto va dove ognuno di noi decide che vada, lontano certamente dai professionisti del “buonismo politico” collocati qua e là in ogni partito e partitino e persino nelle Istituzioni. Buonisti interessati anche fra Cattolici di comunità, con pregresse aspirazioni governative, e comunque lontani da quanto ci si aspetta da loro, di fatto inconcludenti.

L’ossessione dei partiti di parlare di Centro cattolico come riferimento della loro azione è quanto mai velleitaria e non veritiera. L’ammiccare da parte di “disinvolti chierichetti” al Cattolicesimo è una pratica ormai in disuso almeno dagli anni 90, gli anni dell’inchiesta di Mani pulite, inchiesta che nel tempo ha generato i tempi attuali colmi di contraddizioni e risvolti pesanti antistorici anche tra gli stessi magistrati protagonisti e partiti inginocchiati pur collusi, ad applaudire “i capitani coraggiosi” delle procure e di vari manettari.

Alla base di tutto, la politica ormai è vittima di una comunicazione univoca, manovrata e allora via con la propaganda…La voglia della destra meloniana di contrastare spasmodicamente una languente sinistra nella cultura soprattutto (per sostituirsi e lo si capisce) è il tema della polemica quotidiana, così come lo è stata quella della sinistra sulla provenienza dal fascismo del partito del Presidente del Consiglio.

Poi il ricercare sempre un nemico politico da battere tramite ogni mezzo disponibile è diventato una sorta di meme della conseguente aggressività di parte. Si va dalla demonizzazione, al ridicolizzare fino a scippare ideologicamente personaggi della cultura progressista, allestendo così un pantheon di comodo, con lo sfondo delle passarelle della kermesse di Atreju come cassa di risonanza mediatica. L’operazione politica e culturale di Meloni per appropriarsi del “monopolio della memoria” è perfino antistorica! Anche perché da quando la sinistra si è innamorata dei proPal ha dimenticato l’Ucraina. Questo succede quando non ci sono personaggi di rilievo in grado di interpretare quello che succede con intelligenza senza aggettivi e la sinistra non li ha.

A destra eccetto Giorgia Meloni si vede poco all’orizzonte; condivido quanto ha scritto Veneziani. I cattolici non possono ancora stare a guardare stropicciandosi gli occhi sbalorditi per quanto accade e non è sufficiente il Presepio della Meloni per rassicurarsi e mettersi la coscienza a posto. Certe reazioni scomposte e strumentali alla tragedia delle guerre, la deresponsabilizzazione del Governo che scarica tutto sulle colpe dei precedenti governanti e dell’Europa, specie in tema dei migranti, vissuto essenzialmente come problema di polizia e di chiusura dei porti, l’inadeguatezza dell’azione politica prevalentemente muscolare e rivendicativa, con atteggiamenti addirittura imperiosi nei confronti dell’UE, già notevolmente in confusione, tutto questo rischia di provocare una crisi non solo politica, ma anche istituzionale nei rapporti con le altre Istituzioni.

Ormai non si tratta di misurarsi, con ragionamenti binari, con un cambio di maggioranza, ma ad un mutamento se non stravolgimento del nostro sistema politico parlamentare e il complessivo funzionamento nella cooperazione e collaborazione tra le diverse istituzioni. In più la decomposizione di Rai e Mediaset è sempre più visibile. In particolare lo smarrimento della Rai, in quanto azienda pubblica di informazione, cultura e spettacolo, sta perdendo le capacità di autonomia e indipendenza, di pluralismo, di rispetto sostanziale di tutte le posizioni ideali e civili presenti nella società.

Le grandi difficoltà del funzionamento delle democrazie pluraliste e liberali non riguardano solamente l’Italia né possono essere genericamente liquidate come sopravvento dei populismi. La tensione sovranista appare vincente nella stessa storia degli Stati Uniti con la presidenza Trump, lanciato in una guerra di arroccamento senza precedenti e sfociata nella guerra commerciale dei dazi, destinata a conseguenze drammatiche per il mondo intero.

Noi Cattolici siamo pellegrini alla ricerca di senso, bisognosi di una sosta religiosa e culturale per comprendere meglio le sfide del proprio tempo e meditare risposte. In comunione con tutti gli altri uomini in ricerca, vicini e lontani, bisognosi di speranza e di valori di vita. La presente stagione è fin troppo occupata da paura e da angosce, da preoccupazioni severe per il futuro anche della Chiesa e di tante comunità ed esperienze diffuse, talvolta forse smarrite e prive di un collegamento significativo che costruisce la Chiesa, vera “Ecclesia”, comunità orante e operante per il bene comune.

Lo ripete di continuo Papa Leone XIV, ricordando Paolo VI, che dal Concilio Vaticano II espresse anche preoccupazione per una incompiutezza e insufficienza sempre da colmare e conquistare. Prima fra tutte: affrontare la multiculturalità irrobustendo l’identità cristiana per instaurare un rapporto paritario, per evitare (purtroppo in atto) che per dimostrare di essere aperti rinunciamo alle tradizioni e rimaniamo sotto mira di integralisti religiosi assassini.

Come trasmettere il concetto della centralità di valori ai nostri giovani se noi stessi ci adagiamo sul consueto dell’andazzo?

Urge un’azione culturale di formazione e non indottrinamento verso le generazioni future. Certo vanno coltivate e non fatte scappare all’estero o farle rifugiare in modelli oltranzisti. La condizione dell’umanità insieme a non pochi elementi di miglioramento e di speranza offre tuttavia ferite profonde nel suo tessuto di popoli in guerra e alle prese con il dramma della fame e della sete, del mancato rispetto della dignità delle persone, tutte cause e conseguenze della tragedia migratoria, segno misterioso e drammatico di una umanità dolorosamente in cammino, che testimonia l’urgenza di un bisogno d’incontro e di accoglienza fraterno e disponibile al dialogo con l’altro per preparare un mondo più giusto e consapevole.

Per ora solo Papa Leone è il rifugio sicuro (centro di gravità) di noi cattolici non assuefatti alle chimere delle propagande. Dobbiamo partire da questo punto fermo e laicamente promuovere con urgenza un’adunanza di uomini di buona volontà con fede e bagaglio di tradizioni condivisibili, senza i paramenti della demagogia e della volgare propaganda. Luciano Tommaso Gerace, dip 5

 

 

 

 

 

L' Epifania in Italia secondo le diverse culture etniche cattoliche

 

La Festa dei Popoli nelle diverse diocesi - Di Cesare Bolla

Roma. Il tempo natalizio tra qualche giorno, con l’Epifania si conclude. In vista di questa festa tante le iniziative nelle diocesi italiane. In molte proprio la festa dell’Epifania diventa l’occasione per celebrare la festa dei Popoli con il coinvolgimento delle comunità cattoliche etniche. In molte cattedrali celebrazioni presieduta dai vescovi come a Torino dove, nella Chiesa del Santo Volto, presiederà il card. Roberto Repole. Anche a Bologna martedì 6 gennaio alle ore 17.30 in Cattedrale, il card. Matteo Zuppi celebra la Messa dei Popoli. A Firenze con il card. Gherardo Gambelli e su iniziativa dell’Ufficio Migranti nella parrocchia di S. Pio X al Sodo. Domani in cattedrale a Genova S. Messa per la Festa dei Popoli a cura dell’Ufficio Comunità etniche mentre lunedì a Santa Maria del Cedro, nella diocesi di San Marco Argentano-Scalea la festa promossa dall’Ufficio Ecumenismo e Dialogo Interreligioso della diocesi in collaborazione con la pastorale missionaria e migratoria su tema “Insieme per sperare” con la partecipazione del vescovo Stefano Rega.

A Bologna, inoltre, si rinnova una delle sue tradizioni più sentite con la Befana solidale per la Casa dei Risvegli Luca De Nigris. L’edizione 2026 assume un particolare valore simbolico e istituzionale grazie alla guida congiunta del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e dell’arcivescovo, il card. Zuppi, a testimonianza di un’alleanza condivisa tra istituzioni civili e Chiesa locale.

Oggi, invece, a Lucca, giornata di studio su santi e pellegrini organizzata dalla Confraternita di San Jacopo di Compostella e dedicata ai santi pellegrini e ai segni del pellegrinaggio in Lucca, come dice l’arcivescovo Paolo Giulietti. Una iniziativa che si colloca all’indomani di un Giubileo che ha dato “nuova importanza ai cammini della fede e ha riportato numerose persone sulla Via Francigena”. “Il pellegrinaggio – ha aggiunto il presule – è senza dubbio una dimensione dell’identità Lucchese, per la presenza della Francigena e del flusso di viaggiatori della fede che la percorre da oltre quindici secoli verso Roma o verso Santiago di Compostella; per il Volto Santo e i suoi devoti provenienti da diverse parti d’Europa; per i tanti hospitales che costellavano il tessuto urbano; per i numerosi ‘corpi santi’ di pellegrini che si venerano nelle chiese della città”.

Iniziativa di solidarietà nella diocesi di Mileto Nicotera Tropea dove il vescovo, Attilio Nostro, ha voluta inviare una somma di denaro “come concreto segno di pace e di solidarietà”, a conclusione del Giubileo della Speranza, al card. Pierbattista Pizzaballa e destinata ai bambini e alle famiglie della Holy Family Parish di Gaza, duramente colpiti dalle conseguenze del conflitto in corso.

In questi giorni anche alcune ordinazioni presbiterali nelle nostre diocesi. Oggi nella diocesi di Acerenza il vescovo, Francesco Sirufo consacrerà sacerdote don Giorgio Carmelo Maio nella cattedrale di Santa Maria Assunta Vergine e San Canio vescovo e martire mentre lunedì nella diocesi di Ales-Terralba il vescovo Roberto Carboni, arcivescovo anche di Oristano, presiederà nella cattedrale di Ales, la consacrazione presbiterale del diacono don Andrea Scanu, della parrocchia di San Nicolò Vescovo in Guspini.

E da oggi il convegno “Aspirate alla santità”, promosso dall’Ufficio Nazionale Vocazioni della Cei a Roma fino a lunedì con la partecipazione di 350 persone in presenza e altrettante online, tra cui presbiteri, consacrate, laici e seminaristi oltre che comunità di monasteri di vita contemplativa. Giunto alla sua 49ª edizione, come di consueto l’appuntamento prepara la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni in programma il prossimo 26 aprile. “Nella loro disarmante semplicità e chiarezza le parole di papa Leone XIV suggeriscono una trasparente proposta vocazionale. Il desiderio di trovare un senso alla vita e la passione per rendere il mondo un posto migliore sono corde che risuonano con particolare intensità nel cuore e nelle parole di tanti giovani e non solo. Di questo abbiamo da occuparci”, sottolinea don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni. Il 7 gennaio, poi, prenderanno il via le prime richieste di prenotazione vacanze nelle strutture per ferie della Caritas diocesana di Bolzano-Bressanone. Si comincia con i soggiorni per persone anziane e famiglie a Caorle, seguiti dai turni di colonia per minori alla Kollo di Caorle e alla 12Stelle di Cesenatico, dove vi sono anche altre proposte per adulti, gruppi e famiglie. Le prenotazioni sono possibili attraverso il sito della Caritas. Aci 3

 

 

 

 

 

 

In Germania 300 mila piccoli Magi benedicono le case

 

Fino al 6 gennaio l’iniziativa di solidarietà dei “cantori della stella” - Di Giacomo König

Francoforte. Dalla città tedesca di Friburgo di Brisgovia, nel Land del Baden-Württemberg, parte la 68.esima edizione della missione degli Sternsinger (cantori della stella). Circa 300 mila bambini vestiti da Magi busseranno, fino al 6 gennaio, alle porte di tutte le città della Germania. In primo luogo per portare la benedizione sulle case visitate. Lo faranno scrivendo sullo stipite alto della porta d’ingresso la tradizionale formula: “Christus benedicat mansionem” - Cristo benedica questa casa - abbreviata in 20 C + B + M +26. Ma lo scopo della loro visita è anche quello di raccogliere fondi per bambini più sfortunati in tutte le parti del mondo. Quest’anno, con il motto “A scuola invece che in fabbrica”, i cantori della stella concentreranno le loro energie sul tema lavoro e la povertà minorile.

L’iniziativa di quest’anno è partita con una festa per le strade della città all’estremità sud occidentale della Germania e con una Messa solenne nella cattedrale di Friburgo, durante la quale l’arcivescovo Stephan Burger, ha incaricato i cantori della stella a portare la benedizione nelle case e negli appartamenti: “Con le vostre azioni e il vostro operato date agli altri speranza e futuro per la loro vita! Non devono essere gli affari, il business ad avere la priorità, ma il benessere del prossimo. Contribuite a rendere il mondo più vivibile e a diffondere il messaggio di Gesù nel mondo. In questo modo dimostrate di appartenere a Gesù Cristo”, ha concluso il presule.

"Diventerete voi stessi la benedizione che augurate agli altri e che scrivete sulle porte delle case. Regalate gioia e felicità a coloro che vi aprono le porte e a coloro che ricevono aiuto!", è stato il viatico del presidente dei cantori della stella, Dirk Bingener. “In questi tempi non proprio facili, voi portate luce nella società. Il nostro mondo non ha solo bisogno di un messaggio positivo, ma soprattutto di messaggeri che si impegnino a diffonderlo”, ha affermato il sindaco di Friburgo Martin Horn dal palco dei cantori della stella nella piazza della vecchia sinagoga. “È divertente cambiare un po’ il mondo in meglio insieme ai cantori della stella. Semplicemente raccogliendo donazioni per i bambini che stanno male”, ha detto il dodicenne Benjamin di Küssaberg, dal circondario di Waldshut.

Per quattro delle migliaia di cantori della stella la missione si prolungherà fino alla Città Eterna. Le quattro cantanti Mia (14 anni), Pia (10 anni), Theresa (13 anni) e Anna (13 anni) della parrocchia di San Francesco nella città di Marl, nella Diocesi di Münster, parteciperanno infatti giovedì 1° gennaio alle ore 10 alla Messa per la LIX Giornata mondiale della Pace con Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro, a Roma.

L’iniziativa di quest’anno dei “cantori della stella” mostra quanto siano importanti i diritti di ogni bambini alla protezione e all’istruzione. Il Canto dei Tre Magi 2026 (Dreikönigssingen) incoraggia i cantori della stella e i loro accompagnatori a impegnarsi contro il lavoro minorile e a creare un mondo più giusto. Ancora oggi, infatti, 138 milioni di bambini tra i cinque e i 17 anni lavorano, 54 milioni dei quali in condizioni particolarmente dannose per la salute e di sfruttamento. Persino in Germania vengono commercializzati prodotti realizzati con il lavoro minorile.

Dal lancio dell’iniziativa nel 1959, il Canto dei Tre Magi ha raccolto complessivamente oltre 1,4 miliardi di euro, che sono stati utilizzati per finanziare progetti a favore dei bambini svantaggiati e bisognosi in Africa, America Latina, Asia, Oceania ed Europa orientale. I fondi raccolti in tutta la Germania grazie all’iniziativa “Canto dei Tre Magi” – la più grande azione di solidarietà del mondo, fatta da bambini a favore di bambini - vengono utilizzati per sostenere progetti nei settori dell’istruzione, dell’alimentazione, della salute, della protezione dell’infanzia, degli aiuti di emergenza, delle attività pastorali e dell’integrazione sociale.

Gli enti promotori a livello nazionale dell’iniziativa sono l’organizzazione missionaria per bambini Die Sternsinger e l’Unione della Gioventù Cattolica Tedesca. Aci 2

 

 

 

 

 

 

Ende einer Etappe: Synodaler Weg verabschiedet Reform-Botschaft

 

Nach sechs Jahren intensiver und oft kontroverser Debatten ist der Synodale Weg zur Zukunft der katholischen Kirche in Deutschland an diesem Samstag in Stuttgart zu Ende gegangen. Mit der Verabschiedung einer abschließenden Botschaft, dem sogenannten „WegWort“, bekräftigten Bischöfe und Laienvertreter ihren Willen, den eingeschlagenen Reformkurs trotz aller Widerstände fortzusetzen. Das Ende des Projekts wurde als Übergang in eine neue, dauerhafte Form der Zusammenarbeit gefeiert. Mario Galgano - Vatikanstadt

Kurz nach 11 Uhr stellte die Präsidiums-Gruppe der Versammlung das Dokument vor, das den programmatischen Titel trägt: „Für eine Welt, die Zukunft hat – mit einer Kirche, die Hoffnung macht.“ Der Text, der in einer Nachtsitzung von beratenden Theologen noch einmal grundlegend überarbeitet worden war, versteht sich als Bilanz und Selbstverpflichtung zugleich.

„Nichts mehr verschleiern“: Bilanz mit Licht und Schatten

In der Erklärung hält die Versammlung fest, dass der Synodale Weg von einer „Grundhaltung der Hoffnung“ getragen gewesen sei. Man blicke auf eine Kirche, die „nichts mehr verschleiert und sich erneuert“, um wirksamer für die Welt eintreten zu können. Dabei sparten die Synodalen nicht mit Selbstkritik: Es sei notwendig gewesen, missbrauchsbegünstigende Strukturen und eigene Schuldverstrickungen offenzulegen.

Schwester Katharina Kluitmann betonte bei der Vorstellung des Textes, dass man nichts „schönreden“ wolle: „Es gab Spannungen, Pannen und Krisen auf diesem Weg, Bemühungen wurden zunichte gemacht, Menschen verletzt.“ Dennoch stehe am Ende in vielerlei Hinsicht das Gelingen eines neuen Miteinanders und neuer Formen der Transparenz.

Die Entscheidung: Kurze Debatte, klares Votum

Die Verabschiedung des „WegWortes“ verlief nicht ohne letzte Diskussionen. Während einige Teilnehmer, wie Pfarrer Werner Otto, konkrete Verweise auf erreichte Meilensteine – etwa beim Thema Homosexualität – vermissten, mahnte Bischof Stephan Ackermann an, die Kirche dürfe nicht zu stark nach innen gerichtet und kontrollorientiert wirken.

Um den Zeitplan einzuhalten, beantragte das Präsidium nach kurzer Aussprache das Ende der Debatte. Mit 108 Ja-Stimmen gegen 20 Nein-Stimmen bei 14 Enthaltungen wurde das „WegWort“ schließlich offiziell angenommen. Die Versammlung quittierte das Ergebnis und den Dank an die Gründerväter des Projekts, Kardinal Reinhard Marx und Thomas Sternberg, mit stehenden Ovationen.

Ausblick: Die Synodalkonferenz als neues Instrument

Der Synodale Weg gilt den Akteuren ausdrücklich als „alles andere als ein abgeschlossenes Projekt“. Das nächste Ziel ist die Einrichtung einer permanenten „Synodalkonferenz“. Dieses neue nationale Beratungs- und Beschlussgremium soll dauerhaft die systemischen Dimensionen von Machtmissbrauch bekämpfen und Geschlechtergerechtigkeit sowie Partizipation sichern.

Die Weichenstellungen dafür erfolgen in den kommenden Wochen. Auf der eine Seite steht die Rom-Reise: Der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck reist in Kürze zu abschließenden Klärungsgesprächen in den Vatikan. Er zeigte sich an diesem Samstag zuversichtlich, ein positives Signal für die Satzung des neuen Gremiums zu erhalten. Und andererseits wird das Thema bei der nächsten Vollversammlung der Bischöfe behandelt. Ab dem 23. Februar wird die Deutsche Bischofskonferenz in Würzburg über das Zustandekommen der Synodalkonferenz entscheiden.

Bischof Georg Bätzing dankte zum Abschluss allen Mitwirkenden für ihren Mut. ZdK-Präsidentin Irme Stetter-Karp betonte das neu gewachsene „Wir“-Gefühl, das trotz aller inhaltlichen Differenzen das Fundament für die Zukunft bilde. Mit einem Gottesdienst in der Kirche St. Fidelis endete die Versammlung an diesem Samstagmittag und besiegelte damit das Ende einer historischen Etappe der katholischen Kirche in Deutschland.

Die Synodalkonferenz soll, vorbehaltlich der Zustimmung der Bischöfe und aus dem Vatikan, im November an den Start gehen. (vn 31)

 

 

 

 

 

Papst fordert globale Solidarität: Ein Gott, eine Menschheit, ein Planet

 

Papst Leo XIV. hat an diesem Samstag junge Politikerinnen und Politiker aus aller Welt dazu aufgerufen, die Politik als ein Werkzeug des Friedens und der Gerechtigkeit neu zu beleben. Vor den Teilnehmern der Konferenz „One Humanity, One Planet“ betonte der Pontifex, dass eine wahre Geschwisterlichkeit nur dort entstehen könne, wo die Schwächsten der Gesellschaft – vom Ungeborenen bis zum Geflüchteten – geschützt werden. Von Mario Galgano

Vom 26. Januar bis zum 1. Februar nehmen rund hundert Jugendliche aus der ganzen Welt in Rom an der abschließenden Woche des zweijährigen Ausbildungsprogramms für politisches Handeln teil, das von der NGO New Humanity der Fokolar-Bewegung in Zusammenarbeit mit der Päpstlichen Kommission für Lateinamerika und mit Unterstützung der Stiftung Porticus gefördert wird.

Der Papst begrüßte die Jugendlichen in der Sala Clementina und wechselte zwischen Italienisch, Spanisch und Englisch. Er lobte das Engagement der jungen Generation, die Vielfalt der Nationen und Kulturen nicht als Grund für Rivalität, sondern als Chance zur Zusammenarbeit nach „synodalem Stil“ zu begreifen.

Synodalität als „Linse“ der Politik

Für den Papst ist die Synodalität – das gemeinsame Hören und Unterscheiden – nicht nur ein innerkirchliches Prinzip, sondern eine Methode für die Weltpolitik, hob er hervor. „Dieser Weg macht uns aufmerksam für den Blick desjenigen, der neben uns steht“, so der Papst an diesem Samstag. Es gehe darum, Visionen zu entwickeln, die Komplexität respektieren, ohne in Verwirrung zu stürzen.

Besonders würdigte er das Projekt „Vier Träume“, eine Initiative der Päpstlichen Kommission für Lateinamerika, die auf die Impulse von Papst Franziskus zurückgeht. In Zeiten, die von Krieg und Ungerechtigkeit gezeichnet seien, müssten junge Politikerinnen und Politiker Verantwortung für den Frieden übernehmen – und zwar dort, „wo ihr jeden Tag lebt, studiert und arbeitet“.

Der Dreiklang des Friedens: Geschenk, Bündnis, Versprechen

Papst Leo XIV. definierte den Frieden in seiner Ansprache als dreifache Realität. Es sei ein Geschenk, ein Gut, das wir aus der Geschichte empfangen und für das wir danken müssen. Es sei aber auch ein Bündnis, eine gemeinsame Verpflichtung, den Frieden dort zu schaffen, wo er fehlt und schliesslich auch ein Versprechen, ein Anker für die Hoffnung auf eine bessere Welt.

„Es wird keinen Frieden geben, ohne dem Krieg ein Ende zu setzen, den die Menschheit gegen sich selbst führt...“

„Es wird keinen Frieden geben, ohne dem Krieg ein Ende zu setzen, den die Menschheit gegen sich selbst führt, wenn sie die Schwachen wegwirft, die Armen ausschließt und gegenüber Geflüchteten gleichgültig bleibt“, mahnte der Pontifex.

Prophetische Mahnung: Lebensschutz als Friedensgrundlage

In einem zentralen Teil seiner Rede griff der Papst ein Zitat von Mutter Teresa von Kalkutta auf. Mit Bezug auf ihre Nobelpreisrede erinnerte er daran, dass die „Abtreibung der größte Zerstörer des Friedens“ sei. Keine Politik könne im Dienst der Völker stehen, wenn sie diejenigen vom Leben ausschließe, die im Begriff sind, auf die Welt zu kommen. „Nur wer sich um die Kleinsten kümmert, kann wirklich große Dinge tun“, betonte er.

Ergänzung des Konferenztitels

Zum Abschluss schlug der Papst vor, den Titel der Konferenz „One Humanity, One Planet“ (Eine Menschheit, ein Planet) um ein drittes Element zu ergänzen: „One God“ (Ein Gott). Die Anerkennung Gottes als gütiger Schöpfer rufe alle Religionen dazu auf, zum sozialen Fortschritt beizutragen und das Gemeinwohl auf dem Fundament von Gerechtigkeit und Frieden zu suchen.

Mit den besten Wünschen für den weiteren Weg und dem apostolischen Segen entließ der Papst die jungen Delegierten in ihre abschließenden Beratungen.

(vn 31)

 

 

 

 

 

„Für eine Welt, die Zukunft hat – mit einer Kirche, die Hoffnung macht“

 

Sechste Synodalversammlung in Stuttgart beendet

Mit großer Mehrheit hat die sechste Synodalversammlung der katholischen Kirche in Deutschland heute eine gemeinsame Erklärung verabschiedet. Unter dem Leitwort „Für eine Welt, die Zukunft hat – mit einer Kirche, die Hoffnung macht“ bekräftigten die Synodalen die Notwendigkeit fortgesetzter Aufarbeitung sexualisierter Gewalt in der Kirche. Entscheidend sei die Überwindung der systemischen Ursachen. „Eine hoffnungsfrohe Kirche, die nichts mehr verschleiert und sich erneuert“, könne eine wirksamere Kirche in der Welt sein.

„Mit der Synodalkonferenz wird die katholische Kirche in Deutschland ein Instrument gewinnen, um dauerhaft die systemischen Dimensionen des Machtmissbrauchs zu bekämpfen“, heißt es in der Erklärung weiter. „Das Ziel der Synodalkonferenz ist es, Partizipation, Transparenz und Rechenschaft zu sichern, Diskriminierung zu bekämpfen und Geschlechtergerechtigkeit zu fördern.“ Gemeinsame Beratungen und gemeinsame Beschlüsse von Bischöfen und Laien gäben Entscheidungen Nachdruck: „Denn unsere Kirche hat die Aufgabe, in unserer zerrissenen Welt die Frohe Botschaft sichtbar zu machen.“

Zuvor hatte sich die Synodalversammlung mit Evaluation und Monitoring der seit 2021 gefassten Beschlüsse beschäftigt. Das gemeinsame Beratungsgremium haben die Mitglieder der Versammlung als Erfahrung der Selbstwirksamkeit begrüßt, das ergaben Fragen an die Mitglieder der Versammlung und an die zuarbeitenden Beratungsforen. Zur Frage, wie die Beschlüsse der Synodalversammlung Umsetzung in den Bistümern gefunden haben, wurden offene Aufgaben markiert und eine größere Geschwindigkeit als notwendig angesehen.

Die Synodalversammlung einigte sich auch auf eine Anpassung der anstehenden Wahlordnung für die noch zu wählenden Mitglieder einer dritten Gruppe in der künftigen Synodalkonferenz. Neben Bischöfen und ZdK-Delegierten – jeweils 27 – besteht die dritte Gruppe ebenfalls aus 27 Personen. Bereits beschlossen wurde die Präsenz zweier Mitglieder des Beirats der Betroffenen von sexualisierter Gewalt sowie zweier Mitglieder der Ordensobernkonferenz. Mindestens 13 Mitglieder sollen Frauen sein, mindestens fünf Mitglieder unter 30 sein und mindestens drei Mitglieder den muttersprachlichen Gemeinden angehören.

Der Präsident der Synodalversammlung und Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing sagte: „Synodalität ist das Zukunftsmerkmal der Kirche – weltweit und in Deutschland. Ich bin froh und dankbar, dass die beiden synodalen Prozesse – der römische Weg und unser Weg – mittlerweile gut ineinandergreifen. Es gibt kein Gegenüber mehr, Kirche ist ein Miteinander, und Synodalität ist die Zukunft des Miteinanders der Kirche. Daran müssen wir uns messen lassen.“ Er erinnerte daran, dass neben allem innerkirchlichen Arbeiten die Kirche auch die Sorgen in der Welt ernstnehme: „Wir kreisen mit dem Synodalen Weg nicht um unseren eigenen Kirchturm. Die künftige Synodalkonferenz will und soll ja gerade zu gesellschaftspolitischen Themen Stellung beziehen – Laien und Bischöfe gemeinsam. Das ist eine kraftvolle Allianz, mit der wir in der Öffentlichkeit wahrnehmbar sein können. Und dabei geht es dann auch darum, die Frohe Botschaft zu verkünden. Das Evangelium ist Richtschnur unseres Handelns. Gehen wir voran. Haben wir Mut. Zeigen wir Hoffnung. Geben wir Zeugnis von unserem Glauben in einer Zeit, die das Zeugnis der Christinnen und Christen braucht.“

Bätzings Co-Präsidentin und Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken, Dr. Irme Stetter-Karp, ist voller Zuversicht: „Wir haben es geschafft! Die sechste Synodalversammlung markiert den Übergang zur Synodalkonferenz der katholischen Kirche in Deutschland. Wir haben eine Aufgabe in unserem Miteinander, für die Kirche auf dem Weg ins 21. Jahrhundert. Zugleich haben wir eine Aufgabe in der Gesellschaft. Demokratie und Menschenwürde sind weltweit unter massivem Druck von Autokraten und Anti-Demokraten. Wir müssen als Christen aufstehen gegen diese Entwicklung. Wir teilen diese Aufgabe mit der Weltkirche. Von daher ist es ein Zeichen der Zeit, dass wir Katholikinnen und Katholiken in Deutschland mehr Demokratie in unserer Kirche etablieren wollen. Gerade jetzt sagen wir damit: Menschenwürde und Teilhabe, Solidarität und die Verlässlichkeit des Rechts dürfen nicht auf dem Altar der Macht geopfert werden. Wir brauchen ein Gegengewicht zu dieser Entwicklung! Mit dem Synodalen Weg sind wir ein solch lebendiges Gegengewicht.“

Bischof Dr. Michael Gerber, Vizepräsident der Synodalversammlung, erinnerte an die gesellschaftliche Dimension der Aufgabe der Kirche: „Wir stehen ein für die Würde des Menschen, für Solidarität in der Gesellschaft. Die aktuellen Herausforderungen verbinden uns mit vielen Gruppen in der Gesellschaft, die sich für eine freiheitliche Grundordnung einsetzen. Der hl. Johannes Don Bosco, dessen Gedenktag heute gefeiert wird, steht für eine Kirche, die sich hat berühren lassen vom Schicksal junger, marginalisierter und oft verletzter Menschen und für das Engagement, dass diese Menschen sich als Subjekt, als wirksam erfahren. In dieser Spur müssen wir auch heute unterwegs sein.“ Er betonte, dass die Mitglieder der Synodalkonferenz aus unterschiedlichen Kontexten kommen. Sie alle hätten die Aufgabe, das große Ganze im Blick zu haben: Die drängenden Fragen unserer Kirche und unserer Gesellschaft heute.

Thomas Söding, ebenfalls Vizepräsident der Synodalversammlung, erklärte: „Die katholische Kirche braucht den Synodalen Weg. Er schafft die dichten Momente einer freien Aussprache, die wir in diesen Tagen erlebt haben. Er hält Spannungen aus und erzeugt Energie. Er findet zur Stille im Gebet. Er ist eine Schule des Hinhörens. Und er ist ein Ort, an dem Vertrauen wachsen kann. Weil er ein Ort ist, an dem Ideen, Erwartungen, Kritiken, Sorgen, Hoffnungen geteilt werden. Jetzt wird ein neues Kapitel aufgeschlagen. Die Schlusserklärung bilanziert ehrlich und offen die Erfahrungen, die wir gesammelt haben. Sie markiert den Auftrag, den unsere Kirche hat: in der Welt von heute Hoffnung zu machen.“

Mit der sechsten Synodalversammlung ist die erste Phase des Synodalen Weges abgeschlossen. In einem nächsten Schritt soll als bundesweites Gremium für Synodalität eine Synodalkonferenz eingerichtet werden. Dazu wird demnächst die Deutsche Bischofskonferenz über das Statut abstimmen, das bereits vom ZdK angenommen worden ist. Anschließend wird die Anerkennung (Recognitio) in Rom erbeten. Dbk 31

 

 

 

 

 

Emotionale Debatten bei Synodalversammlung in Stuttgart

 

Nach rund sechs Jahren intensiver Beratungen biegt der Synodale Weg auf seine Zielgerade ein. Bei der abschließenden Vollversammlung in Stuttgart betonten die Verantwortlichen der katholischen Kirche in Deutschland am Freitag, dass der Reformprozess trotz des Etappenendes dauerhaft fortgesetzt werden soll. Im Fokus stand neben der Missbrauchsaufarbeitung vor allem die Verstetigung des Dialogs zwischen Bischöfen und Laien. Mario Galgano

Mit einer inhaltlichen Bestandsaufnahme begann der zweite Tag der Versammlung. Beate Gilles, Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz (DBK), stellte klar, dass das Treffen in Stuttgart kein „Finale“ des Reformdialogs sei. Vielmehr handle es sich um den Abschluss einer wichtigen Etappe auf einem längeren Weg. Zuvor hatten die 177 anwesenden Synodalen Bilanz über jenes Projekt gezogen, das 2019 gemeinsam von den Bischöfen und dem Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) initiiert worden war.

Fortschritte und Mahnungen bei der Aufarbeitung

Der Vormittag war dem sensiblen Thema der Missbrauchsaufarbeitung gewidmet. Aachens Bischof Helmut Dieser und Johannes Norpoth vom Betroffenenbeirat informierten über den aktuellen Stand. Norpoth hob hervor, dass die Kirche im Bereich der Prävention sichtbare Fortschritte erzielt habe. Dennoch bleibe die Herausforderung bestehen, eine „wirklich betroffenenorientierte innere Haltung“ vollständig zu verankern. Auch das System der Anerkennungsleistungen wurde kritisch hinterfragt, um Retraumatisierungen künftig besser zu vermeiden.

Perspektiven für die Zusammenarbeit

Ein zentraler Punkt der Versammlung war die Frage, wie die bisherigen Beschlüsse – etwa zur Rolle der Frau oder zum Umgang mit Vielfalt – in den Bistümern umgesetzt werden können. Der Würzburger Bischof Franz Jung und Birgit Mock (ZdK) führten in die Diskussion über die Verstetigung der Ergebnisse ein.

In diesem Zusammenhang wurde auch die künftige „Synodalkonferenz“ thematisiert, die ab Herbst die Beratungen fortführen soll. Der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck zeigte sich optimistisch, dass eine entsprechende Satzung bald in Rom abgestimmt werden kann: „Ich bin zuversichtlich, dass Rom die Satzung der künftigen Synodalkonferenz für die Kirche in Deutschland genehmigen wird.“ Er kündigte an, in Kürze zu abschließenden Klärungsgesprächen in den Vatikan zu reisen.

Herausforderungen in der Kommunikation

In den vertiefenden Gesprächen am Rande der Versammlung kamen auch Herausforderungen zur Sprache. DBK-Vorsitzender Georg Bätzing berichtete von den Bemühungen, den Gesprächsprozess mit der römischen Kurie konstruktiv zu gestalten. Er wertete die jüngsten Treffen mit Vertretern des Vatikans als „respektvoll, vertrauensvoll und zielorientiert“.

Gleichzeitig gab es von Seiten der Laienvertreter auch Hinweise auf kommunikative Hürden. Birgit Mock thematisierte in einer Wortmeldung die Schwierigkeit, auf offizielle Schreiben aus Deutschland direkte Antworten zu erhalten. Bischof Bätzing ergänzte, dass er mit Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin auch über den nötigen gegenseitigen Respekt zwischen dem Synodalen Weg und Rom gesprochen habe.

Die Weltsynode als Rahmen

Generalsekretärin Gilles unterstrich abschließend, dass sich der deutsche Weg und die von Papst Franziskus angestoßene Weltsynode keineswegs widersprächen, sondern sich gegenseitig ergänzten. Die mitunter auftretenden Spannungen zwischen verschiedenen Ebenen bezeichnete sie als „produktiv“.

Am Samstag soll die Versammlung mit einer abschließenden Erklärung enden, die den Rahmen für die kommenden Jahre der kirchlichen Erneuerung in Deutschland absteckt. (vn 30)

 

 

 

 

 

Gemischte Bilanz zu Missbrauchsaufarbeitung

 

Fortschritte, Defizite, offene Fragen prägen die Debatte: Die Teilnehmer der letzten Vollversammlung des Synodalen Wegs blicken unterschiedlich auf die Missbrauchsaufarbeitung in der katholischen Kirche.

Teilnehmer des Synodalen Wegs zur Zukunft der katholischen Kirche in Deutschland zogen bei der Abschlusssitzung des Reformprojekts am Freitag in Stuttgart zu dem Thema eine gemischte Bilanz. Der Missbrauchskandal zählte zu den Auslösern für den Synodalen Weg; die systemischen Faktoren, die Missbrauch in der Kirche begünstigt haben, waren in den vergangenen rund sechs Jahren immer wieder Thema in den Debatten.

Johannes Norpoth, Mitglied im Betroffenenbeirat bei der Deutschen Bischofskonferenz, beklagte teils weiterhin bestehende massive Defizite. Es gebe aber auch einige positive Effekte: „Dass wir heute hier sitzen und offen über Macht und Gewaltenteilung, über Geschlechtergerechtigkeit, über die Sexuallehre dieser Kirche und über die Lebensform des Klerus sprechen, ist keine Selbstverständlichkeit.“

Fortschritte bei der Prävention

Auch im Bereich der Prävention habe sich einiges getan, tausende Menschen seien geschult und sensibilisiert worden, so Norpoth, der weiter anmerkte: „Der Weg zu einer wirklich betroffenenorientierten inneren Haltung ist trotz aller Mühen immer noch ein sehr weiter.“ Kritisch äußerte er sich etwa über das von der Kirche verantwortete System der Anerkennungsleistungen. Es sei unzureichend und berge die Gefahr einer Retraumatisierung der Betroffenen.

Am Vorabend war bei der letzten Synodalversammlung eine Evaluation der Katholischen Universität Eichstätt vorgestellt worden, in der die Effekte des Synodalen Wegs aus Sicht der Teilnehmer untersucht wurden. Etwa die Hälfte der Synodalen hatte sich daran beteiligt. Demnach hatten diese mehrheitlich den Eindruck, dass der Synodale Weg nur „einen geringen Beitrag zur Behebung systemischer Ursachen sexualisierter Gewalt oder im Wiedergewinnen verloren gegangenen Vertrauens in der Kirche“ erbracht habe. Einen „großen Beitrag" habe der Synodale Weg hingegen zur Enttabuisierung von Themen und zur Anerkennung diskriminierter Gruppen geleistet.

Jährliche Tiefenbohrungen

Der Aachener Bischof Helmut Dieser zeigte am Freitag noch einmal die Entwicklungen zur Aufarbeitungsarbeit der vergangenen Jahre auf. Seit 2020 bildet ein Betroffenenbeirat bei der Deutschen Bischofskonferenz ein Beratungsgremium. Ende 2024 nahm ein Sachverständigenrat seine Arbeit auf, dessen Mitglieder durch eine unabhängige Auswahlkommission ohne kirchliche Beteiligung bestimmt werden. Aufgabe ist ein Monitoring der bestehenden Maßnahmen in den Bistümern zum Schutz vor sexuellem Missbrauch und Gewalterfahrungen. Dazu gehören eine jährliche Datenerhebung und sogenannte Tiefenbohrungen, wie Dieser es nannte, in drei Bistümern pro Jahr.

In nahezu allen Bistümern sind inzwischen unabhängige Aufarbeitungskommissionen installiert. Bischof Dieser erklärte: „Es wird wichtig bleiben, dass wir uns immer wieder Expertise von außen holen.“ Die Beteiligung der Betroffenen sei inzwischen fest verankert. „Wir verstehen uns in diesem Feld als lernende Organisation.“ (kna 30)

 

 

 

 

 

Papst an Olympische Winterspiele: Brücken bauen

 

Anlässlich der Ankunft des Sportlerkreuzes am Donnerstagabend in der Kirche San Babila in Mailand hat Papst Leo XIV. ein Grußtelegramm an die Olympischen Winterspiele gesendet.

In dem Telegramm vom 29. Januar bringt der Papst seine Hoffnung zum Ausdruck, dass die Winterspiele Freundschaft und Brüderlichkeit fördern und das Bewusstsein für den „Wert des Sports im Dienst der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung“ stärken mögen. Die Olympischen und Paralympischen Spiele Mailand-Cortina starten am 6. und enden am 22. Februar 2026.

„Möge dieses wichtige Ereignis Gefühle der Freundschaft und Brüderlichkeit wecken und das Bewusstsein für den Wert des Sports im Dienste der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung stärken.“

Brücken bauen zwischen Völkern und Kulturen

Im Telegramm des Papstes heißt es weiter:

„Mögen diese Tage des gesunden Wettkampfs dazu beitragen, Brücken zwischen Kulturen und Völkern zu bauen und Akzeptanz, Solidarität und Frieden zu fördern.“

Das von Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin unterzeichnete Telegramm war an den Erzbischof Mario Delpini von Mailand gerichtet. Dieser leitete am Donnerstag eine Auftaktmesse in der Kirche San Babila, bei der das Sportlerkreuz offiziell entgegengenommen wurde. Die Messe eröffnete offiziell die Veranstaltungen, die das Bistum während der gesamten Dauer der Spiele unter dem Motto „Füreinander“ organisiert. 

Zu den Konzelebranten gehörten Paul Tighe, der Sekretär des Dikasteriums für Kultur und Bildung, und Pater Michele Gianola, der Untersekretär der Italienischen Bischofskonferenz (CEI) und kommissarische Direktor des Nationalen Amtes für die Seelsorge in den Bereichen Freizeit, Tourismus und Sport. Der Sekretär des vatikanischen Dikasteriums für Kultur und Bildung dankte der Ortskirche „für die enorme Anstrengung, die Sie unternommen haben, um die Athleten zu begleiten“, und verwies auf geteilte Werte sowie „die universelle Sprache des Sports“. Während der Zeremonie, der eine Prozession vorausging, wurde zudem ein eigens für dieses Ereignis von Papst Delpini verfasstes Gebet verlesen.

Spirituelle Anlaufstelle für Sportler und Sportlerinnen

Die Basilika San Babila soll während der gesamten Spiele die Kirche der Athleten in Mailand sein. Sie beherbergt das Sportlerkreuz und zeigt Tafeln, die den Werten des Sports mit pädagogischen und kulturellen Bezügen gewidmet sind. Sie soll auch Startpunkt der „Tour der sportlichen Werte“ sein, einer Reise, an der Tausende von Mädchen und Jungen aus Schulen, Jugendzentren und Sportvereinen teilnehmen wollen. Dabei steht der Sport als menschliches, pädagogisches und gemeinschaftliches Erlebnis im Mittelpunkt. (vn/sir 30)

 

 

 

 

 

Synodaler Weg: Schweigen aus Rom bremst Reformen aus

 

Vor drei Jahren endete der Synodale Weg, der Reformprozess der katholischen Kirche in Deutschland, mit Beschlüssen zu Macht, Sexualmoral, Zölibat und Rolle der Frau. In Stuttgart wird drei Tage bilanziert: Was davon ist tatsächlich umgesetzt worden?  Von Johannes Reichart

Rund 50 Demonstranten stehen vor dem Eingang des Tagungshotels in Stuttgart. Die Mitglieder verschiedener katholischer Reformgruppen haben symbolisch eine "lange Bank" aufgebaut. Darauf zu lesen ist "Priesterin & Diakonin" "Aufklärung des Missbrauchs" und "Erneuerung der Liturgie". Nichts von diesen Themen solle mehr auf die "lange Bank" geschoben werden, sagt Martin Schockenhoff, Sprecher der kirchlichen Reformgruppe Pro Consilio.

Wird es de facto aber. Das wissen auch die offiziellen Teilnehmerinnen und Teilnehmer der 6. Synodalversammlung, dem bilanzierenden Abschlusstreffen des Synodalen Wegs. Nicht alles liegt in ihrer Hand, vieles braucht Zustimmung aus Rom.

Synodaler Weg: Beschlüsse sind nun drei Jahre alt

Von 2019 bis 2023 hatte der Reformprozess der katholischen Kirche in fünf Runden getagt, beraten und schließlich umfassende Reformen für Deutschland beschlossen. Es geht um Reformen in den vier Bereichen "Macht und Gewaltenteilung", "Sexualmoral", "Priestersein heute" und "Frauen in Diensten und Ämtern". Neu daran war: Laien und Bischöfe gemeinsam stimmten über die Themen und Vorschläge ab. Jedes Bistum kann aber eigene Wege einschlagen, nichts davon ist bindend. In Stuttgart nun, bei der Evaluation, kommt heraus: Kein Bistum hat bislang alle Beschlüsse umgesetzt.

Im Prozess bis 2023 beschlossen die Synodalen eine ganze Reihe von Reformvorschlägen: Etwa die Öffnung der Kirche für queere Personen oder die Beteiligung von Laien bei Vorschlägen für die Bestellung von neuen Bischöfen. Die Mehrheit des Synodalen Weges, der aus den deutschen Bischöfen, Ordensleuten, Pastoralreferenten und Laienvertretern bestand, stimmte auch dafür, dass es ein Frauendiakonat geben sollte und mehr Frauen in Führungsposition der Kirche gehörten.

Leiter des Synodalen Weges ziehen vorsichtig ein positives Fazit

Die beiden Leiter des Synodalen Wegs, der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz Georg Bätzing und die Präsidentin des Zentralkomitees der Katholiken Irme Stetter-Karp, ziehen vorsichtig ein positives Fazit: "Ich bin froh, um alles was wir erreicht haben. Wir haben einen Kulturwandel im Miteinander", sagt Irme Stetter-Karp. "Wir nehmen queere Personen nach den Handlungsbeschlüssen des Synodalen Weges ganz anders war in der katholischen Kirche und das spüren viele Menschen als ein Aufatmen. Das ist noch nicht das Ende der Fahnenstange, aber es ist der Beginn eines Weges", sagt Bischof Georg Bätzing.

Trotzdem stellt Bätzing mit Blick auf den ursprünglichen Auftrag des Synodalen Wegs, nämlich die Konsequenzen aus dem Missbrauchsskandal zu ziehen und diesen selbstkritisch aufzuarbeiten, kritisch in Frage, ob die systemischen Faktoren für Missbrauch vom Synodalen Weg wirklich angegangen wurden.

Drei bayerische Bistümer übernehmen Beschlüsse nicht

Vier Bistümer in Deutschland haben die Übernahme der Beschlüsse des Synodalen Wegs rundweg abgelehnt, darunter mit Regensburg, Passau und Eichstätt drei aus Bayern. Und in einigen Punkten habe der Synodalen Weg auch kaum Veränderungen gebracht, beklagt die Vorsitzende des Zentralkomitees der Katholiken Stetter-Karp. Trotzdem soll der Synodale Weg künftig mit der sogenannten Synodalkonferenz verstetigt werden. Eine Satzung gibt es, noch braucht es aber eine Zustimmung durch die Bischofskonferenz und durch den Vatikan.

Der Vatikan hatte den deutschen Sonderweg zu Reformen stets kritisch verfolgt und musste mehrfach beruhigt werden. Denn parallel zum Synodalen Weg in Deutschland initiierte der damalige Papst Franziskus die "Weltsynode", ein vergleichbares Format, nur auf die ganze Welt bezogen.

Schweigen aus Rom

Im Augenblick schaut man seitens des "Synodalen Wegs" ungeduldig auf Papst Leo XIV.. Damit in Deutschland ein beratendes Folgegremium - wieder aus Laien und Bischöfen - endlich seine Arbeit beginnen kann, braucht es die Zustimmung aus Rom.

Die beiden Leiter des Synodalen Weges, Irme Stetter-Karp und Bischof Gerog Bätzing, kritisieren in Stuttgart auch das lange Schweigen aus Rom, dass bisher erschwert, die Arbeit fortzusetzen. "In der Regel bekommt jeder Gläubige, der an den Heiligen Vater schreibt, eine Eingangsbestätigung. Wenn man also keine bekommt, liegt die Vermutung nahe, dass ein Politikum dahintersteckt. Deshalb habe ich bei jedem Treffen angemahnt: Wir haben geschrieben, wir haben keine Antwort bekommen", kritisiert Georg Bätzing, Vorsitzender der Bischofskonferenz. Br.de 30

 

 

 

 

Italien: Erzdiözese Mailand startet Initiative „For Each Other“

 

Wenn im Februar die Olympischen Winterspiele in die italienischen Alpen zurückkehren, wird die katholische Kirche nicht nur am Spielfeldrand stehen. An diesem Donnerstag gibt die Erzdiözese Mailand den Startschuss für die Initiative „For Each Other“. Das Programm soll Athleten, Delegationen und Fans einen Raum für Stille, Gebet und interkulturelle Begegnung bieten.

Die Olympischen Winterspiele in Mailand und Cortina d’Ampezzo finden vom 6. bis zum 22. Februar statt, gefolgt von den Paralympics vom 6. bis zum 15. März. Begleitend dazu hat die Mailänder Kirche ein umfangreiches Programm entwickelt, das bis Mitte März reicht und den Sportgeist mit christlichen Werten verknüpfen möchte.

Das „Kreuz der Sportler“ erreicht die Metropole

Ein zentrales Symbol der Initiative ist das „Kreuz der Sportler“. Das Holzkreuz wurde bereits 2013 von Papst Franziskus gesegnet und wandert seitdem von Austragungsort zu Austragungsort. An diesem Donnerstag wird es in einem feierlichen Gottesdienst an die Erzdiözese Mailand übergeben.

Den Eröffnungsgottesdienst in der Basilika San Babila leitet der Mailänder Erzbischof Mario Delpini. Die geschichtsträchtige Kirche aus dem 11. Jahrhundert im Herzen der norditalienischen Metropole wird während der gesamten Dauer der Spiele als offizielle „Kirche der Athleten“ fungieren.

Geistliche Heimat für internationale Gäste

Das Angebot von „For Each Other“ ist vielseitig und international ausgerichtet. Es soll mehrsprachige Gottesdienste geben und zwar in verschiedenen Sprachen. Damit soll der internationale Charakter der Spiele widerspiegelt werden. Ein wichtiger Beitrag ist der Werte-Dialog: In zahlreichen Pfarreien sind Ausstellungen und Podiumsgespräche mit Sportlern geplant, die sich mit den olympischen Grundwerten wie Freundschaft, Respekt und Fairplay auseinandersetzen. Es sollen auch thematische Rundgänge geben. Ehrenamtliche Begleiter führen Besucher auf speziellen Pfaden zu den bedeutendsten Gotteshäusern im historischen Zentrum Mailands. Was Jugendprojekte betrifft, so sollen besondere Bildungsangebote junge Menschen dazu anregen, Sport als Werkzeug für den gesellschaftlichen Zusammenhalt zu begreifen.

Sport für das Gemeinwohl

Unterstützt wird das Projekt maßgeblich von der vatikanischen Bildungs- und Kulturbehörde. Deren Präfekt, Kardinal José Tolentino de Mendonça, betonte die gesellschaftliche Relevanz des Projekts. Die Kirche wolle den sportlichen Wettbewerb keinesfalls infrage stellen, sehe sich aber in der Pflicht, einen „verantwortungsvollen Sport“ zu fördern.

„Die Kirche möchte dazu beitragen, dass der Wettbewerb nicht von Individualismus geprägt ist, sondern auf das Gemeinwohl hin ausgerichtet bleibt“, so der Kardinal. Ziel sei es, den Sport als Brücke zwischen den Kulturen zu stärken und den Fokus über den rein physischen Erfolg hinaus auf die menschliche Begegnung zu lenken. (kna 29)

 

 

 

 

Geweihtes Leben: Samen des Friedens

 

Das Dikasterium für die Institute des geweihten Lebens und die Gesellschaften des Apostolischen Lebens hat kurz vor dem 30. Welttag des geweihten Lebens am Montag (2. Februar) einen Brief an alle „Brüder und Schwestern des geweihten Lebens" geschickt. Der Vatikan informierte am Mittwochabend über das Schreiben mit dem Titel „Prophetische Präsenz: Geweihtes Leben dort, wo die Würde verletzt und der Glaube geprüft wird."

Lorena Leonardi – Vatikanstadt

Als „Prophetische Präsenz der Gegenwart und Samen des Friedens“ in der Geschichte sind die Gottgeweihten aus aller Welt die Adressaten des Briefes, der am Mittwoch (28. Januar) von der Präfektin des Dikasteriums, Schwester Simona Brambilla M.C., dem Pro-Präfekten, Salesianerkardinal Ángel Fernández Artime, und Sekretärin Tiziana Merletti S.F.P unterzeichnet wurde. Das Schreiben wurde wenige Tage vor dem 30. Welttag des geweihten Lebens veröffentlicht, der am 2. Februar, Fest der Darstellung des Herrn, gefeiert wird und dessen Höhepunkt die Messe mit Papst Leo XIV. um 17 Uhr im Petersdom ist.

Eine Präsenz, die bleibt

Die Spitzenvertreter des Dikasteriums schreiben, dass sie im Laufe des Vorjahres während ihrer Reisen und Pastoralbesuche das Leben vieler Geweihter kennenlernen durften. Dabei hätten sie zahlreiche Menschen getroffen, die berufen sind, „komplexe Situationen“ auszuhalten: Kontexte, die geprägt sind von „Konflikten, sozialer und politischer Instabilität, Armut, Ausgrenzung, Zwangsmigration, religiösen Minderheiten, Gewalt und Spannungen” - allesamt Elemente, die „die Würde der Menschen, ihre Freiheit und mitunter sogar den Glauben selbst auf die Probe stellen”. Aber - so wird in besagtem Brief betont - diese Erfahrungen offenbarten zugleich, wie „stark“ die „prophetische Dimension des Ordenslebens als eine bleibende Gegenwart“ sei, an der Seite „verwundeter Völker und Personen, an Orten, an denen das Evangelium oft unter Bedingungen von Zerbrechlichkeit und Bewährung“ gelebt werde.

Zeichen eines Gottes, der sein Volk nicht verlässt

Dieses „Ausharren“, das „unterschiedliche Gesichter und Formen annimmt“, so wie auch die Komplexität der Gesellschaften unterschiedlich ist, je nachdem, ob das tägliche Leben von „institutioneller Fragilität und Unsicherheit“ geprägt ist oder ob religiöse Minderheiten „Druck und Einschränkungen“ erfahren. Aber auch dort, wo Wohlstand mit „Einsamkeit, Polarisierung, neuen Formen von Armut und Gleichgültigkeit“ einhergeht; und dort, „wo Migration, Ungleichheiten und verbreitete Gewalt das zivile Zusammenleben herausfordern." In vielen Teilen der Welt „stellt die politische und soziale Lage das Vertrauen auf die Probe und zermürbt die Hoffnung“, heißt es in dem Brief. Deshalb sei die „treue und demütige, kreative und diskrete“ Präsenz der Gottgeweihten ein „Zeichen dafür, dass Gott sein Volk nicht verlässt“.

„Ausharren” gemäß dem Evangelium

Darüber hinaus enthält das Dokument eine Reflexion über das Konzept des „Ausharrens” im Sinne des Evangeliums, das niemals „Stillstand oder Resignation” sei, sondern „tätige Hoffnung“, die „Haltungen und Gesten des Friedens“ hervorbringe: „Worte, die entwaffnen, gerade dort, wo die Wunden der Konflikte die Geschwisterlichkeit auszulöschen scheinen; Beziehungen, die den Wunsch nach Dialog zwischen Kulturen und Religionen bezeugen“. Dies geschieht durch „Entscheidungen, die die Kleinen schützen“, auch wenn „es einen Preis kostet, an ihrer Seite zu stehen“. Es brauche, „Geduld in Prozessen, auch innerhalb der kirchlichen Gemeinschaft; Beharrlichkeit in der Suche nach Wegen der Versöhnung“ - und „Mut zur Benennung von Situationen und Strukturen, die die Würde der Menschen und die Gerechtigkeit verleugnen.“ Angesichts all dieser Elemente sei dieses „Ausharren“ nicht nur eine persönliche oder gemeinschaftliche Entscheidung, sondern werde zu einem „prophetischen Wort für die ganze Kirche und für die Welt“.

Viele Ausdrucksformen einer einzigen Prophezeiung

Wie bei dem „Samen, der bereit ist in die Erde zu fallen und zu sterben, damit Leben aufblühen kann“, kommt in diesem Ausharren die Prophetie des gesamten geweihten Lebens zum Ausdruck, in all seinen unterschiedlichen und sich ergänzenden Formen: So mache das apostolische Leben beispielsweise eine „tätige Nähe“ „sichtbar“, die die verletzte Würde stützt; das kontemplative Leben „bewahrt in Fürbitte und Treue die Hoffnung, wenn der Glaube auf geprüft wird.“ Weiterhin zählt der Brief die Lebensformen auf: Die Säkularinstitute „bezeugen das Evangelium als stilles Sauerteigwirken in der sozialen und beruflichen Welt“; der Ordo virginum offenbart die Kraft der Unentgeltlichkeit und der Treue, die „Zukunft eröffnet“; das eremitische Leben erinnert an „den Vorrang Gottes und das Wesentliche in Erinnerung, das das Herz entwaffnet”. In der Vielfalt all dieser Formen, so wird in dem Brief betont, „nimmt eine einzige Prophetie Gestalt an: mit Liebe zu bleiben, nicht zu fliehen, nicht zu schweigen, und das eigene Leben ins Wort für diese Zeit und diese Geschichte zu bringen.”

Aufblühen wie Samen des Friedens

Innerhalb dieser „Prophetie des Ausharrens” reife ein Zeugnis des Friedens, das – so das Schreiben weiter – als „ein anspruchsvoller und alltäglicher Weg” verstanden werde, der „Hören, Dialog, Geduld, Umkehr des Denkens und des Herzens sowie die Absage an die Logik der Macht des Stärkeren” verlange. Aus diesem Grund, so wird erklärt, wird das gottgeweihte Leben, „wenn es an den Wunden der Menschheit bleibt, ohne der Logik der Konfrontation zu verfallen, aber ohne darauf zu verzichten, die Wahrheit Gottes über den Menschen und die Geschichte auszusprechen”, zum „Handwerker des Friedens”.

Das Dokument schließt mit einem Dank an die Ordensleute für ihre Beharrlichkeit, der Aufforderung, im Geiste des ihnen gewidmeten Jubiläums am 10. Oktober Pilger der Hoffnung auf dem Weg des Friedens zu bleiben, und der Bitte an den Herrn, dass er sie „festige in der Hoffnung und sanftmütig im Herzen mache, fähig auszuharren, zu trösten und neu zu beginnen: und so in Kirche und Welt prophetische Präsenz zu leben und Same des Friedens zu sein.“ (vn 29)

 

 

 

 

Kohlgraf zieht gemischtes Fazit des Synodalen Wegs

 

Der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf hat eine gemischte Bilanz des Synodalen Weges der Kirche in Deutschland gezogen. „Die Einheit der Bischöfe ist nicht gestärkt worden, wenn ich es freundlich sagen soll“, sagte er im Interview mit dem „Kölner Stadt-Anzeiger“ am Donnerstag.

Mit Blick auf die Bischöfe aus Köln, Passau und Regensburg, die sich aus den Vorbereitungen der künftigen Synodalkonferenz zurückgezogen haben, betonte Kohlgraf deren Bedeutung: „Die Stimme der drei ist im Konzert der deutschen Kirche eine wichtige.“ Zugleich sagte er: „Ich würde es bedauern, wenn sie in der künftigen Synodalkonferenz fehlte.“ Synodalität bedeute, „nicht nur die eigene Meinung zu bestätigen“. Entscheidend sei nun die Frage: „Wie schaffen wir es, in Fragen von Synodalität wieder gemeinsam auf dem Weg zu sein?“

Mitbestimmung in der Kirche

Kohlgraf fügte hinzu: „Ein Bischof ist gut beraten, wenn er nicht dauerhaft Bischof gegen die Gläubigen ist.“ Es helfe zu sagen, „ich höre nicht nur auf die Stimmen der Gläubigen, sondern binde mich an diese Stimmen, sofern das nicht völlig gegen mein Gewissen geht“. Das führe automatisch zu Mitbestimmung der Gläubigen. Die neue Synodalkonferenz müsse nach Kohlgrafs Worten „die Weite theologischer Positionen abbilden“, um den Katholizismus in seiner Breite zu repräsentieren. Er räumte ein, dass Stimmen aus diesem Spektrum im bisherigen Synodalen Weg weniger wahrnehmbar gewesen seien, auch weil Synodale die Versammlung verlassen und mehrere Bischöfe die Mitarbeit an einem Folgegremium verweigert hätten. Sollte der Vatikan die entworfenen Statuten bestätigen, gäbe es laut Kohlgraf „keinen Grund mehr, dort nicht mitzuwirken.“

„Als positives Ergebnis des Synodalen Weges nenne ich die Segensfeiern "für Menschen, die sich lieben'“, sagte Kohlgraf. Diese seien „gewissermaßen ein Kompromiss“ zwischen den vatikanischen Vorgaben in „Fiducia supplicans“ und dem entsprechenden Handlungstext des Synodalen Weges. „Es geht uns auch nicht um die Etablierung eines festen Rituals, sondern um die Grundhaltung“, sagte Kohlgraf. In vielen Diözesen, auch im Bistum Mainz, sei diese Praxis bereits pastoraler Alltag. Positiv bewertete Kohlgraf zudem, „dass das Bewusstsein für die Ursachen und Gefahren des Missbrauchs gestärkt wurde“ und dass Bischöfe und Laien „zu einem besseren, konstruktiveren Stil des Miteinanders gefunden haben“, der künftig in der Synodalkonferenz weiter gepflegt werden solle.

Hintergrund

Der Synodale Weg wurde 2019 unter dem Eindruck des Missbrauchsskandals ins Leben gerufen. Deutsche Bischöfe und Laienvertreter beraten in dem Reformprozess über die Zukunft der katholischen Kirche. In der Debatte ging es vor allem um die Themen Macht, Priestertum und Sexualmoral sowie um die Rolle der Frauen in der Kirche. Vom 29. bis 31. Januar zieht nun die sechste und letzte Synodalversammlung in Stuttgart Bilanz. Im Fokus steht eine Evaluation des Reformprojekts. kna 29

 

 

 

 

Leo XIV.: Missbrauchsfälle mit Gerechtigkeit, Wahrheit und Liebe untersuchen

 

Der Papst hat die Mitarbeitenden und Mitglieder des Dikasteriums für die Glaubenslehre dazu aufgerufen, die Untersuchung von Missbrauchsfällen konsequent an den Maßstäben von Gerechtigkeit, Wahrheit und Nächstenliebe auszurichten. Leo XIV. äußerte sich bei einer Audienz für die Vollversammlung des Dikasteriums für die Glaubenslehre an diesem Donnerstag im Vatikan.

Leo, der vor seiner Wahl zum Papst als Präfekt der vatikanischen Bischofsbehörde täglich mit den Belangen von Bischöfen befasst war, bat darum, die Bischöfe und Generaloberen „mit Wohlwollen und Urteilskraft aufzunehmen und zu begleiten“, wenn sie mit Fällen sexualisierter Gewalt in den ihnen anvertrauten Diözesen und Ordensgemeinschaften konfrontiert sind. Es handle sich „um einen sehr heiklen Bereich des Dienstes“, fuhr der Papst fort. Man müsse sicherstellen, „dass die Erfordernisse der Gerechtigkeit, der Wahrheit und der Nächstenliebe stets gewahrt und respektiert werden“.

Bereits seit 25 Jahren liegt die Zuständigkeit bei besonders schweren Straftaten innerhalb der Kirche, darunter sexueller Missbrauch Minderjähriger durch Kleriker, bei der Glaubensbehörde in Rom. Angeordnet hatte dies Papst Johannes Paul II. in seinem Motu proprio „Sacramentorum sanctitatis tutela” von 2001. Präfekt der Behörde war damals Kardinal Joseph Ratzinger, der spätere Papst Benedikt XVI.

Bei der Audienz an diesem Donnerstag dankte Papst Leo den Kardinälen, Bischöfen und Mitarbeitenden der Behörde für ihren Dienst und sprach von der vorrangigen Aufgabe, „die Integrität der katholischen Lehre über den Glauben und die Moral zu fördern und zu schützen“. Dazu gehöre auch der Auftrag, „Klärungen zur Lehre der Kirche anzubieten, durch pastorale und theologische Hinweise zu oft sehr heiklen Fragen“, so der Papst. In den vergangenen zwei Jahren habe die Behörde eine Reihe zentraler Dokumente vorgelegt, die Orientierung geben sollten. Diese Arbeit trage dazu bei, dem Gottesvolk „eine klare und bereite Antwort der Kirche“ zu geben, gerade angesichts neuer Phänomene der Gegenwart.

Leo nannte eine Reihe von Dokumenten, die die Glaubensbehörde – seit Juli 2023 unter Leitung des argentinischen Kardinals Víctor Manuel Fernández – ab 2024 veröffentlichte. Darunter waren die Note Die Königin des Friedens über den Wallfahrtsort Medjugorje, das gemeinsam mit dem Dikasterium für Kultur und Bildung erarbeitete Dokument Antiqua et nova über Künstliche Intelligenz, die Note Mater Populi fidelis, die den Marientitel „Miterlöserin“ für unzulässig erklärte, und zuletzt die Note Una caro. Lob der Monogamie über die Einheit der Ehe zwischen Mann und Frau als exklusive Lebensgemeinschaft.

Weitergabe des Glaubens: Dringliches Thema

Besonders würdigte Leo XIV. die Beratungen der Vollversammlung zur Weitergabe des Glaubens. Dieses Thema sei von „großer Dringlichkeit“ in einer Zeit, in der es zu einem Bruch in der Weitergabe des christlichen Glaubens zwischen den Generationen gekommen sei. Vor allem in Regionen mit langer christlicher Tradition wachse die Zahl jener, „die das Evangelium nicht mehr als grundlegende Ressource für ihre Existenz wahrnehmen“, erklärte der Papst. Viele junge Männer und Frauen lebten ohne Bezug zu Gott und zur Kirche. Das verursache Schmerz, müsse die Kirche aber zugleich dazu führen, die „süße und tröstliche Freude des Evangelisierens“ neu zu entdecken.

Die Kirche wolle missionarisch sein und über sich selbst hinausblicken, sagte Leo XIV. Das Evangelium werde nicht durch Selbstdarstellung verkündet, sondern durch Anziehungskraft. „Nicht die Kirche zieht an, sondern Christus“, erklärte der Papst. Wo Christen oder kirchliche Gemeinschaften anziehend wirkten, geschehe dies, weil durch sie „die lebensspendende Kraft der Liebe fließt, die aus dem Herzen des Erlösers hervorströmt“.

Leo legt der Glaubensbehörde Demut ans Herz

Zugleich mahnte Leo XIV. die Mitarbeitenden und die Mitglieder der Glaubensbehörde zu Demut. In der Kirche müsse sich jeder „immer und ausschließlich als einfacher und demütiger Arbeiter im Weinberg des Herrn“ verstehen, so der Papst mit einem Zitat von Benedikt XVI, der sich mit diesen Worten 2005 als Papst der Welt vorgestellt hatte.

Zu den Mitgliedern der Behörde zählen unter anderem der Schweizer Kurienkardinal Kurt Koch, Präfekt des Ökumene-Dikasteriums, sowie der Regensburger Bischof Josef Voderholzer. Er kann aufgrund der Vollversammlung in Rom nicht an der letzten Sitzung des „Synodalen Wegs“ in Deutschland teilnehmen. Beigeordneter Sekretär der Glaubensbehörde ist der maltesische Erzbischof Charles Scicluna, der als ausgewiesener Experte in der Missbrauchsaufarbeitung und -Prävention gilt. (vn 29)

 

 

 

 

Sechste Synodalversammlung des Synodalen Weges in Stuttgart eröffnet

 

In Stuttgart ist heute (29. Januar 2026) die sechste Synodalversammlung des Synodalen Weges der Kirche in Deutschland eröffnet worden. Die letzte Zusammenkunft dieser Art fand 2023 statt, seitdem hat der Synodale Ausschuss gearbeitet. An der jetzigen Synodalversammlung nehmen 177 Synodale, 15 Beraterinnen und Berater sowie sieben Beobachterinnen und Beobachter und elf Gäste teil. Bis Samstag (31. Januar 2026) wird die Versammlung den bisherigen Synodalen Weg und die Umsetzung seiner Beschlüsse evaluieren und Zukunftsperspektiven beraten.

Die Präsidentin des Synodalen Weges und des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Dr. Irme Stetter-Karp, hob zu Beginn vor Journalisten hervor, sie sei „froh um alles, was wir erreicht haben“. Dazu gehöre ein neues, gutes Miteinander zwischen Bischöfen und Laien. „Wir haben ehrliche Debatten erlebt in den zurückliegenden fünf Jahren, ein leidenschaftliches Ringen um den richtigen Weg. Wir haben einen Kulturwandel im Miteinander. Das halte ich für entscheidend. Es ist die Grundlage für alles, was jetzt noch vor uns liegt.“ Eine missionarische und diakonische Kirche brauche in einer säkularen Gesellschaft „Entschiedenheit und Mut und einen offenen Blick nach vorne. Nur so kann sie den großen Veränderungen begegnen. Nur so kann sie die Zukunft gewinnen! Wenn die Synodalkonferenz einmal da ist – und ich hoffe auf ihre erste Sitzung im Herbst –, wird sie auf der Grundlage unserer Beschlüsse fragen müssen: Wie wollen wir heute Kirche sein? Jährlich treten in Deutschland 300.000 bis 500.000 Menschen aus der Kirche aus. Zugleich werden caritative Dienstleistungen nachgefragt wie nie, sind unsere Stimme und unsere Tatkraft gefragt im Engagement für Demokratie, Gerechtigkeit und Menschenwürde. Christsein ist ein Markenzeichen für ein solidarisches Leben, für Zuwendung, Mitmenschlichkeit, Hoffnung auf die Zukunft. Ich glaube fest daran, dass wir Christinnen und Christen etwas Wertvolles beizutragen haben zu Frieden und Freiheit, zu Gemeinsinn und Geschwisterlichkeit in dieser Welt. Deshalb wollen und müssen wir synodal Kirche sein. Wir haben uns verändert. Wir müssen uns verändern. Wir werden weitergehen.“

Bischof Dr. Georg Bätzing, Präsident des Synodalen Weges und Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, erinnerte an die Ursprünge des Prozesses, der 2019 gestartet sei, „um die systemischen Ursachen für den Missbrauch in der katholischen Kirche und seine Vertuschung in den Blick zu nehmen und Maßnahmen für ihre Überwindung zu entwickeln. Es war ein sehr langer Weg, ein Marathon, der nicht im Sprint zu erledigen ist.“ In den zurückliegenden Jahren seien zahlreiche Texte verabschiedet worden, die wichtige Impulse zu verschiedenen kirchlichen Handlungsfeldern bieten, von der Frage der Macht über das Wirken des Priesters bis hin zur Rolle der Frau in der Kirche, so Bischof Bätzing. Mit Blick auf die Zukunft gerichtet, sagte er: „Wir gehen nun auf eine neue Etappe des Synodalen Weges. Wir müssen schauen, wie die Beschlüsse, die bisher getroffen wurden, umgesetzt werden. Hier ist noch viel Engagement nötig. Gleichzeitig gibt die geplante Synodalkonferenz ein Instrument an die Hand, mit dem wir, Bischöfe und Laien, gemeinsam die wesentlichen Herausforderungen der Kirche in Deutschland angehen, um zukunftsfähige Lösungen entwickeln zu können. Mit der künftigen Synodalkonferenz stellen wir uns dem, was im Abschlussdokument der Weltsynode grundgelegt ist. So brechen wir auf die nächste Etappe auf, um miteinander synodal unterwegs zu sein – ganz in dem Sinne, wie es Papst Franziskus und Papst Leo XIV. von der Gesamtkirche eingefordert haben.“

Prof. Dr. Thomas Söding, Vizepräsident des ZdK und des Synodalen Weges, sagte, die Weltsynode habe gezeigt, „dass die Probleme, die der Synodale Weg bearbeitet, weltweite Probleme der katholischen Kirche sind. Nämlich zu wenig Machtkontrolle, zu viel Klerikalismus, zu wenig Frauenrechte, zu viel Exklusion aufgrund der sexuellen Orientierung. Die Weltsynode hat auch gezeigt, dass es keine Lösung ohne mehr Partizipation und Transparenz, ohne mehr Kontrolle und Rechenschaftspflichten gibt. Die Weltsynode hat sich festgelegt, dass das Kirchenrecht geändert werden muss. Laien sind nicht nur dazu da, die Kleriker zu beraten – sie sollen ein aktiver Teil sein, wenn es um Entscheidungen geht.“ Was der weltweite Aufbruch für die Universalkirche und für die vielen Ortskirchen in allen Kontinenten heiße, werde sich herausstellen. „Wir stehen in engem Austausch, wir lernen – und wir geben unsere Erfahrungen weiter. Wir erhalten sehr viel Zuspruch von der Basis – und immer mehr Respekt auch in der Hierarchie. Wir wissen, dass der Synodale Weg von einigen Wenigen schlechtgeredet werden soll, bis in die letzten Tage hinein. Unsere Hand bleibt ausgestreckt: Der Synodale Weg hat das Zeug, zur Versöhnung beizutragen.“

Bischof Dr. Michael Gerber, Vizepräsident des Synodalen Weges und stellvertretender Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, rückte den Synodalen Weg noch einmal in einen internationalen und persönlichen Kontext: „Vieles, was wir in den vergangenen Monaten in der Weltpolitik erleben müssen, zeigt, dass sich neu Strategien etablieren, die explizit von Empathielosigkeit geprägt sind. Als Bischof habe ich persönlich den Synodalen Weg der vergangenen sechs Jahre als eine Schule der Empathie erlebt. Mehr und mehr habe ich die Chance erkannt, die darin steckt, mit Betroffenen sexualisierter Gewalt oder mit queeren Menschen über Jahre hinweg wiederholt intensiv im Gespräch zu sein.“ Ihm habe sich besonders eingeprägt, wo eine Erstbegegnung zunächst sehr konfrontativ war und dann im Laufe der Zeit ein tieferes Verständnis füreinander gewachsen sei. „Für mich hat dies bedeutet, kritisch auch eigene Haltungen und Zugänge zu manchen Themenfeldern zu hinterfragen. Gerade diese unsere Erfahrungen haben uns ermutigt, das ‚Gespräch im Geist‘ in den Prozess der jetzigen Synodalversammlung und die künftige synodale Arbeit zu integrieren. Diese Art von Gespräch fördert explizit die Empathiefähigkeit und weitet unseren Horizont. Ich glaube an Gott, der sich uns in der Heiligen Schrift und der Tradition der Kirche zeigt, der mir aber zugleich auch entgegentritt in der Wahrnehmung meines Gegenübers und insbesondere in der schmerzvollen Geschichte, in den Tränen, im Schrei und im Verstummen derer, die in unserer Kirche großes Leid erfahren haben“, so Bischof Gerber.

Neben der Evaluation des bisherigen Prozessgeschehens werden auch weltkirchliche Erfahrungen der Synodenarbeit in die Beratungen einfließen, insbesondere von der durch Papst Franziskus einberufenen Weltsynode 2023 und 2024. Dafür wurde Diakon Geert de Cubber (Belgien), Mitglied der Weltsynode, eingeladen. Mit der sechsten Synodalkonferenz endet die Arbeit dieses Gremiums. Künftig soll mit einer Synodalkonferenz an den durch den Synodalen Weg aufgezeigten Themen weitergearbeitet werden. dbk 29

 

 

 

 

 

6. März: Weltgebetstag der Frauen blickt nach Nigeria

 

Der ökumenische „Weltgebetstag der Frauen" (WGT) nimmt dieses Jahr die vielfältigen, oft gefahrvollen Lebensrealitäten von Frauen in Nigeria in den Blick.

In diesem Jahr wird der Weltgebetstag rund um die Welt am 6. März unter dem Titel „Kommt, lasst euch stärken" gefeiert - einer Kurzfassung des bekannten Bibelwortes Jesu „Kommt her zu mir, alle, die ihr mühselig und beladen seid; ich will euch erquicken" (Mt 11,28). Am Weltgebetstag ruft die Initiative zum Gebet für eine bessere Zukunft der Frauen auf. Gleichzeitig soll laut Initiatorinnen auch die Stärke und Widerstandsfähigkeit der nigerianischen Frauen gewürdigt werden.

Älteste ökumenische Basisbewegung christlicher Frauen

Der Weltgebetstag ist die weltweit größte und älteste ökumenische Basisbewegung christlicher Frauen. Er wird als internationale Bewegung seit 1927 gefeiert, seit 1969 findet er offiziell am ersten Freitag im März statt. Die Liturgie kommt jedes Jahr von Frauen aus einem anderen Land und wird am ersten Freitag im März in 170 Ländern der Erde in von Frauen vorbereiteten und durchgeführten ökumenischen Gottesdiensten gefeiert.

Die Kollekte, die dabei gesammelt wird, kommt 14 Frauen- und Mädchenprojekten in acht verschiedenen Ländern zugute, wie die Initiative mitteilte. Drei Projekte werden in Nigeria umgesetzt, unter anderem das Projekt „Gerechtigkeit und Heilung" der bekannten nigerianischen Friedensaktivistin Rebecca Dali. Das Projekt wird in einer Region umgesetzt, in der Mädchen und junge Frauen Opfer von Gewalt durch die Terrorgruppe Boko Haram wurden. Umgesetzt wird es durch das Center for Caring, Empowerment and Peace Initiative (CCEPI), das von Dali gegründet und geleitet wird.

Vielfalt zeigen

Das heurige WGT-Titelbild der Kampagne mit dem deutschsprachigen Titel „Erholung für die Erschöpften" soll für die Vielfalt Nigerias stehen, zeige aber auch, welchen Herausforderungen und Gefahren die dort lebenden Frauen ausgesetzt sind, hieß es. Auf dem Bild der jungen nigerianischen Künstlerin Gift Amarachi Ottah sind Frauen aus ländlichen Gegenden auf dem Weg zu ihren Farmen zu sehen, die häufig Übergriffe und Hindernisse befürchten müssen. Im Vordergrund werden drei Frauen in traditionellen Trachten abgebildet, die die kulturelle Vielfalt Nigerias zeigen, wo 250 ethnische Gruppen, Sprachen und Traditionen aufeinandertreffen.

Nigeria, mit über 230 Millionen Einwohnerinnen und Einwohnern das bevölkerungsreichste Land Afrikas, steht trotz reicher Naturschätze wie Öl, Erdgas und Gold vor massiven wirtschaftlichen und sozialen Herausforderungen. Hohe Inflation, stark steigende Lebenshaltungskosten und große soziale Ungleichheit prägen den Alltag, insbesondere für Frauen und junge Menschen, von denen viele keine Zukunftsperspektiven sehen. (kap 28)

 

 

 

 

 

Leo bei Generalaudienz: Schrift und Tradition gehen zusammen

 

Papst Leo XIV. hat bei der Generalaudienz am Mittwoch die enge Verflechtung von Heiliger Schrift und kirchlicher Tradition betont. Beide bildeten nach seinen Worten eine unauflösliche Einheit und könnten nur gemeinsam richtig verstanden werden. Der Papst setzte damit seine Auslegung der Konzilskonstitution Dei Verbum über die göttliche Offenbarung fort.

Ausgangspunkt seiner Katechese bildeten zwei biblische Szenen. Im Abendmahlssaal verspreche Jesus den Jüngern den Heiligen Geist, der sie lehren und an seine Worte erinnern werde. Zugleich sichere Christus zu, der Geist der Wahrheit werde sie „in die ganze Wahrheit führen“. Die zweite Szene spiele in Galiläa, wo der auferstandene Jesus den Jüngern den Auftrag erteile, alle Völker zu Jüngern zu machen und sie zu lehren, alles zu befolgen, was er geboten habe. In beiden Fällen werde deutlich, wie das Wort Christi weitergegeben werde, so Leo XIV.

Offenbarung kann nicht auf einzigen Text reduziert werden

Das Zweite Vatikanische Konzil fasse diesen Zusammenhang prägnant zusammen. Wie der Papst erinnerte, halte Dei Verbum fest: „Die Heilige Schrift und die Heilige Tradition sind eng miteinander verbunden und stehen in gegenseitiger Beziehung. Da beide aus derselben göttlichen Quelle stammen, bilden sie in gewisser Weise eine Einheit und streben dasselbe Ziel an.“ Damit mache das Konzil deutlich, dass Offenbarung nicht auf einen einzelnen Text reduziert werden könne.

„Da beide aus derselben göttlichen Quelle stammen, bilden sie in gewisser Weise eine Einheit und streben dasselbe Ziel an“

Die kirchliche Tradition entwickle sich im Lauf der Geschichte durch die Kirche, die das Wort Gottes bewahre, auslege und lebe. Der Katechismus der Katholischen Kirche greife in diesem Zusammenhang ein Wort der Kirchenväter auf: „Die Heilige Schrift ist eher im Herzen der Kirche geschrieben als in materiellen Instrumenten.“ Tradition sei daher kein statisches Weiterreichen, sondern ein lebendiger Vorgang.

Tradition wird lebendig fortgeschrieben

In Anlehnung an die Worte Christi betone das Konzil, „dass die Tradition apostolischen Ursprungs in der Kirche mit Hilfe des Heiligen Geistes weiterlebt“. Leo XIV. zitierte ausführlich, wie dieses Weiterleben konkret geschehe: „Dies geschieht durch das volle Verständnis mittels der Reflexion und des Studiums der Gläubigen, durch die Erfahrung, die aus einem tieferen Verständnis der geistlichen Dinge entsteht, und vor allem durch die Verkündigung der Nachfolger der Apostel, die ein sicheres Charisma der Wahrheit empfangen haben.“

„Die Heilige Schrift wächst mit denen, die sie lesen“

Zusammenfassend bewahre die Kirche, so Dei Verbum, „in ihrer Lehre, in ihrem Leben und in ihrem Gottesdienst alles, was sie glaubt, und gibt es an alle Generationen weiter“. In diesem Zusammenhang erinnerte der Papst an Gregor den Großen, der gesagt habe: „Die Heilige Schrift wächst mit denen, die sie lesen.“ Auch Augustinus habe hervorgehoben, „dass es nur eine einzige Botschaft Gottes gibt, die sich in der gesamten Schrift entfaltet“.

Ein Leitstern

Das Wort Gottes sei daher keine erstarrte Größe, sondern eine lebendige und organische Wirklichkeit, die sich in der Tradition entfalte. Heilige Schrift und Tradition seien „so eng miteinander verbunden und verflochten, dass sie nicht unabhängig voneinander bestehen können“, sagte Leo XIV. Dei Verbum spreche hier von einem einzigen „Vermächtnis des Wortes Gottes“, das der Kirche anvertraut sei: „Das ,Depot‘ des Wortes Gottes befindet sich auch heute noch in den Händen der Kirche, und wir alle müssen es in den verschiedenen kirchlichen Diensten weiterhin in seiner Unversehrtheit bewahren, als Leitstern für unseren Weg in der Komplexität der Geschichte und der Existenz.“  (vn 28)

 

 

 

 

 

Gemeinsamer Aufruf zu den Betriebsratswahlen 2026

 

„Gute und sichere Arbeit gehört zur personalen Würde des Menschen“

Heute (28. Januar 2026) veröffentlichen die katholische und die evangelische Kirche in Deutschland einen Gemeinsamen Aufruf zu den Betriebsratswahlen, die vom 1. März bis 31. Mai 2026 stattfinden. Darin rufen sie die Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer in Deutschland auf, sich aktiv an den Betriebsratswahlen zu beteiligen.

„Das Engagement in der Arbeitnehmervertretung ist gelebte Solidarität und Dienst an der Gemeinschaft im Unternehmen“, schreiben der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, und die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischöfin Kirsten Fehrs. Sie stellen die ethische Perspektive von Arbeit ins Zentrum. Angesichts der vielen Herausforderungen und Veränderungen in der Arbeitswelt stifte Arbeit Gemeinschaft und sei auch eine Schule der Demokratie: „Im Betrieb lernen Menschen, andere Meinungen auszuhalten, Regeln auszuhandeln, sich einzubringen und Verantwortung zu übernehmen.“ Mit Verweis auf die aktuell „wirtschaftlich unruhige und politisch angespannte Zeit“ betonen sie weiter: „Sich in einer der vielen Arbeitnehmervertretungen zu engagieren, ist ein deutliches Zeichen, Themen wie Arbeit, gerechte Entlohnung und angemessene Rente nicht polarisierenden Kräften zu überlassen.“ Diese Perspektive sei über die Betriebsratswahlen hinaus wichtig, „auch bei den vielen politischen Wahlen, die dieses Jahr anstehen“.

Arbeit als „Feld nicht nur ökonomischer, sondern ebenso ethischer Fragen“ hätten sowohl die Deutsche Bischofskonferenz als auch der Rat der EKD im letzten Jahr herausgestellt – etwa beim EKD-Wirtschaftsforum im Dezember 2025 oder in dem Impulspapier Die versöhnende Kraft der Arbeit, das im April 2025 die Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz veröffentlicht hat. Dbk 28

 

 

 

 

 

Neuer UN-Flüchtlingskommissar zu Besuch im Vatikan

 

Papst Leo XIV. hat am Montag den neuen Hohen Flüchtlingskommissar der Vereinten Nationen, Barham Salih, zu einer Privataudienz im Vatikan empfangen. Im Zentrum des Gesprächs standen die Rekordzahlen von über 117 Millionen Vertriebenen weltweit und die moralische Pflicht zu dauerhaften Lösungen. Isabella H. de Carvalho und Mario Galgano

Barham Salih, der das Amt des UNHCR-Chefs erst am 1. Januar 2026 antrat, ist kein Unbekannter auf der politischen Bühne. Der ehemalige irakische Präsident (2018–2022) bringt eine besondere Perspektive in sein neues Amt ein: Er war in seinem Leben selbst bereits Flüchtling. Am Montag betonte er gegenüber Vatican News die enorme Bedeutung der „moralischen Autorität“ des Papstes, die ein unverzichtbares „Asset“ für die Arbeit seiner Organisation darstelle.

„Keine bloßen Zahlen“: Ein Plädoyer für Würde

„Es war mir eine große Ehre, den Heiligen Vater so früh in meiner Amtszeit zu treffen“, erklärte Salih. Er dankte dem Papst für dessen „unermüdliche Unterstützung“ der Flüchtlinge weltweit. Besonders hob Salih die Notwendigkeit hervor, die Zusammenarbeit mit der Kirche und glaubensbasierten Organisationen zu intensivieren. „Wir betonen die Notwendigkeit unserer Partnerschaft mit der Kirche beim Versuch, unser Mandat zur Hilfe für Flüchtlinge weltweit zu erfüllen.“

Die Lage ist ernst: Laut UNHCR-Berichten von Mitte 2025 sind weltweit fast 120 Millionen Menschen vor Konflikten, Gewalt und Verfolgung auf der Flucht. Salih kritisierte scharf, dass Millionen von ihnen zu einem Leben in „langwieriger Vertreibung“ verdammt seien – oft für ein Jahrzehnt oder länger. „Das ist nicht akzeptabel. Wir müssen über die Abhängigkeit von humanitärer Hilfe hinausgehen und zu inklusiven, dauerhaften Lösungen gelangen“, forderte er. Länder wie Kenia, Äthiopien und Tschad zeigten bereits, wie Flüchtlinge in nationale Gesundheits- und Bildungssysteme integriert werden können, anstatt sie dauerhaft in Lagern zu isolieren.

Finanzierungslücken und globale Verantwortung

Besorgt ist er über die prekäre finanzielle Lage der Hilfsorganisationen. Trotz einer jüngsten Zuweisung von 2 Milliarden US-Dollar durch die Vereinigten Staaten an den UN-Poolfonds bleibt die Ressourcenknappheit angesichts der Krisen im Sudan, der Demokratischen Republik Kongo oder in Venezuela dramatisch.

„Die Welt ist aufgerufen, mehr zu tun, um die Eskalation von Konflikten zu verhindern.“

Salih warnte, dass der Mangel an Ressourcen die Handlungsfähigkeit einschränke, während gleichzeitig immer neue Krisen aufflammten. „Die Welt ist aufgerufen, mehr zu tun, um die Eskalation von Konflikten zu verhindern“, mahnte er. Die einzige fundamentale Lösung der Flüchtlingskrise bleibe der Frieden – damit Menschen die Wahl hätten, „in Sicherheit und Würde in ihre Heimat zurückzukehren“.

Die Rolle religiöser Akteure

Für Salih ist die Unterstützung durch religiöse Einrichtungen mehr als eine Ergänzung zur staatlichen Hilfe. Er rief zu einer „interreligiösen Philanthropie“ auf, die sich auf die Kernwerte der Menschlichkeit besinnt. Sein Appell an die Weltgemeinschaft: Der Schutz von Menschen in Not sei eine rechtliche Verantwortung, eine moralische Verpflichtung und ein Ausdruck unserer gemeinsamen Menschlichkeit. „Das ist das Moralische, was zu tun ist, und es ist auch das Richtige.“

Hintergrund

Der UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) ist das Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen mit Sitz in Genf. Die 1950 gegründete Organisation hat das Mandat, internationale Maßnahmen zum Schutz von Flüchtlingen weltweit zu leiten und zu koordinieren. Zu den Hauptaufgaben gehören die Sicherstellung der Einhaltung von Menschenrechten für Vertriebene, die Bereitstellung von Nothilfe (wie Wasser, Nahrung und medizinische Versorgung) sowie die Suche nach dauerhaften Lösungen wie der freiwilligen Rückkehr, der Integration im Gastland oder der Neuansiedlung in Drittstaaten. (vn 27)

 

 

 

 

 

Holocaust-Gedenktag: Für selbstkritisches Erinnern

 

Zu einem verantwortlichen und selbstkritischen Erinnern an die Shoah hat der Linzer Bischof Manfred Scheuer aufgerufen.

Gedenken dürfe nicht in Neutralität oder historischer Distanz erstarren, sondern müsse in ein moralisches Verhältnis zu den Opfern treten und sich mit ihnen solidarisch erklären, betonte Scheuer in einer am Montag veröffentlichten Stellungnahme anlässlich des Holocaust-Gedenktags am 27. Januar.

Scheuer verwies auf den Theologen Johann Baptist Metz, der eine Theologie „nach Auschwitz“ gefordert habe. Tradition könne nur dann Orientierung geben, wenn sie sich der „katastrophischen Dimension der Geschichte“ stelle. Erinnerung bedeute daher, die Perspektive bloßer Objektivität zu überschreiten.

Das Gedenken an die Shoah sei untrennbar mit Fragen persönlicher Verantwortung verbunden, so der Bischof weiter. „Beim Gedenken können wir nicht flüchten in ein allgemeines 'Man' oder unpersönliches 'Wir'.“ Jeder müsse selbst fragen, welche Rolle er einnehme: „Opfer, Richter, Täter, Angeklagter, Verstrickter, Schuldiger, Zuschauer, Beschämter, Anwalt, Flüchtling?“, schrieb Scheuer. Eine vorschnelle Identifikation mit den „Guten der Geschichte“ ohne Umkehr und Selbstprüfung sei ebenso problematisch wie eine rein statistische Betrachtung der Verbrechen.

Ehrliches Gedenken

Kritisch äußerte sich Scheuer zu Versuchen, die nationalsozialistischen Verbrechen zu relativieren oder für „bewältigt“ zu erklären. Vernichtungsorte wie Auschwitz, Gusen oder Hartheim ließen sich nicht „bewältigen“, die Opfer nicht „aufarbeiten“, etwa „indem man aufrechnet und beweist, dass es auf der anderen Seite auch viele gegeben hat“. Zahlen könnten zur Gleichgültigkeit verleiten, während die einzelnen Menschen mit ihren Namen und Geschichten im Zentrum der Erinnerung stehen müssten.

„Trauer, Scham, Reue und Klage zulassen“

Entschuldigungs- und Verdrängungsmechanismen seien weit verbreitet, doch ein ehrliches Gedenken müsse Trauer, Scham, Reue und Klage zulassen. Erinnerung sei zudem stets in soziale, politische und religiöse Kontexte eingebettet, „sie braucht die Aufmerksamkeit gegenüber Formen materieller und sozialer Armut, gegenüber Entwurzelung, gegenüber Ängsten, gegenüber Potentialen von Verachtung und Hass, von Ressentiment und Revanchismus“, betonte der Bischof.

Scheuer verwies auch auf das Geschichtsbild des Philosophen Walter Benjamin, der die Vergangenheit als unaufgearbeitete Katastrophe beschrieb. Solidarität mit den Leidenden dürfe nicht aufgekündigt werden, forderte der Bischof. Hoffnung im Gedenken sei schließlich nur möglich, wenn die Opfer nicht dem Vergessen überlassen werden. (kap 26)

 

 

 

 

 

„Christentum ist keine nationale Ideologie“

 

Das Christentum verliert seine bürgerlich-europäische Gestalt und globalisiert sich zunehmend. Hans Joas findet diese Entwicklung aufregend, auch weil sie statt völkischem Nationalismus einen moralischen Universalismus fördert. Johannes Schröer vom Kölner Domradio hat mit dem Soziologen gesprochen.

 „Die fortschreitende Globalisierung des Christentums ist eine der aufregendsten Entwicklungen der letzten Jahrzehnte”, sagt der Soziologe Hans Joas. Das Christentum verliere zurzeit seine bürgerlich-europäische Gestalt, wie sie im 19. Jahrhundert entstanden sei, und entwickle sich in eine neue globale Richtung, die nicht hauptsächlich europäisch und auch nicht bürgerlich sei. Dabei spielt Joas auf die expandierende Kirche, zum Beispiel in Afrika und Ostasien, an.

Moralischer Universalismus statt Machstreben einzelner Imperien

Die Bedeutung, die das Christentum als globale Organisation bekommt, hält Joas für eine Entwicklung, die er begrüßt, weil sie dem Machtstreben einzelner Imperien einen moralischen Universalismus entgegensetzen kann. Dabei beschreibt Joas den Universalismus als eine moralische Orientierung, die uns verpflichtet, unsere Entscheidungen nicht nur am Wohl der eigenen Familie, der eigenen Nation und der eigenen Religionsgemeinschaft auszurichten, sondern auch am Wohl aller anderer Menschen. 

In seinem Buch weist Joas nach, dass die Idee des moralischen Universalismus keine Erfindung des jüdisch-christlichen Abendlandes ist, sondern viel älter als Christi Geburt und auch in anderen Kulturen zu finden. Gerade die historische Globalität mache den moralischen Universalismus als Handlungsmaxime so bedeutsam.

„Universalismus. Weltherrschaft und Menschheitsethos" heißt sein Buch, das Joas jüngst in der Kölner Karl-Rahner-Akademie bei einem Fest zum Jahresauftakt vorgestellt hat. Dabei nahm er auch Bezug auf die aktuelle politische Situation in den USA. „Es ist erstaunlich, dass der Konvertit und Vizepräsident JD Vance theologische Positionen vertritt, denen Papst Leo vehement widerspricht". Der Begriff „Christian nationalism" sei ein Widerspruch in sich, erklärt Joas: „Denn die zentralen Botschaften des Christentums beinhalten eine Überschreitung des eigenen nationalen Kollektivs."

Balance

Natürlich müsse es Kriterien für eine Balance zwischen der Verpflichtung gegenüber den eigenen Staatsbürgern und gegenüber denen geben, die von außen kommen. Aber die Einstellung, wenn nix übrig bleibt, dann sei man auch gar nicht mehr verpflichtet, den anderen Menschen zu helfen, sei zutiefst unchristlich. „Es ist ganz schrecklich, wenn aus dem Christentum, nicht zum ersten Mal in der Geschichte natürlich, jetzt in den USA wieder eine nationalistische Ideologie geformt wird", fürchtet Joas. 

Für den Soziologen ist die Auseinandersetzung zwischen Demokratie und Autokratie nicht der zentrale Konflikt der Zukunft. Er hält den Machtkampf der Imperien USA und China für viel prägender. Die beiden Imperien würden ihr politisches Streben nach diesem Machtkampf ausrichten, sagt Joas.

Sein Buch „Universalismus" hat Joas seinen Enkelkindern gewidmet. Klar, taucht da die Frage auf, ob er optimistisch in die Zukunft blicke. Wirklich optimistisch sei er nicht, aber als Christ habe er doch Hoffnung. Und diese Hoffnung stützt er auch auf die mögliche Rolle global aufgestellter, moralisch universalistischer, religiöser Organisationen, wie es die katholische Kirche ist. „Dabei meine ich nicht einfach nur die auf Rom zentrierte Kirchenhierarchie", sagt Joas, „sondern zum Beispiel gerade auch die Rolle der Orden". Die Jesuiten sieht er hier zum Beispiel als wichtige Bündnispartner für einen moralischen Universalismus. Johannes Schröer, Domradio. 25

 

 

 

 

 

 

Leo XIV.: „Neues missionarisches Zeitalter“

 

Papst Leo XIV. hofft, dass „die geistliche und geschwisterliche Einheit“ in der Kirche stärker wird. Das schreibt er in einer Botschaft zum Thema Mission, die an diesem Sonntag veröffentlicht wurde.  Stefan von Kempis – Vatikanstadt

„In vielen Situationen erleben wir Konflikte, Polarisierungen, Missverständnisse und gegenseitiges Misstrauen“, so Leo. „Wenn dies auch in unseren Gemeinschaften geschieht, schwächt es ihr Zeugnis.“ Der Missionsauftrag, den Jesus nach seiner Auferstehung den Jüngern erteilte, sei nur mit „versöhnten Herzen, die nach Gemeinschaft streben“, zu erfüllen. Dazu gehöre auch ein verstärktes ökumenisches Engagement.

„Eins in Christus, vereint in der Mission“

Die Botschaft gilt dem 100. Weltmissions-Sonntag, der in diesem Jahr am 18. Oktober begangen wird. Als Thema hat Papst Leo, der selbst jahrzehntelang als Missionar, zuletzt als Bischof, in Peru gewirkt hat, „Eins in Christus, vereint in der Mission“ vorgegeben. Der Papst ruft die ganze Kirche dazu auf, „mit Freude und Eifer im Heiligen Geist den missionarischen Weg fortzusetzen“. Wie schon in einer Predigt im Oktober letzten Jahres spricht er von „einem neuen missionarischen Zeitalter in der Geschichte der Kirche“.

„Das Christsein ist nicht in erster Linie eine Reihe von Praktiken oder Ideen“

Die Botschaft benennt Einheit als eines der wichtigsten Wesensmerkmale der Kirche. „Das Christsein ist nicht in erster Linie eine Reihe von Praktiken oder Ideen: Es ist ein Leben in der Einheit mit Christus“, schreibt der Papst. „Aus dieser Einheit entspringt die Gemeinschaft unter den Gläubigen und jede missionarische Fruchtbarkeit.“ Entscheidend sei, dass Christus „wirklich im Zentrum unseres persönlichen und gemeinschaftlichen Lebens, jedes Wortes, jeder Handlung und jeder zwischenmenschlichen Beziehung steht“.

Konzil und Franziskus als Richtschnur

Wie schon mehrfach in seinen Katechesen und Ansprachen erklärt Leo XIV. das letzte Konzil und die Lehren seines Vorgängers Franziskus (2013-25) zur Richtschnur für die Kirche. Sie sei aufgerufen, „die Grundanliegen des Zweiten Vatikanischen Konzils und des nachfolgenden päpstlichen Lehramtes, insbesondere das von Papst Franziskus, aufzugreifen“.

Die Mission – die in dem Text nicht genauer definiert, aber mit dem Begriff Evangelisierung in eins gesetzt wird – sei die Aufgabe jedes Getauften. Eine „Zersplitterung der Bemühungen und spaltende Gruppenbildungen“ gelte es unbedingt zu vermeiden. „Einheit ist die Voraussetzung für die Mission, die Liebe ist ihr Inhalt. Die Frohe Botschaft, die wir der Welt verkünden sollen, ist kein abstraktes Ideal: Es ist das Evangelium der treuen Liebe Gottes, die im Antlitz und im Leben Jesu Christi Gestalt angenommen hat.“ (vn 25)

 

 

 

 

 

Papst Leo: „Wir sind eins – wir sind es bereits!“

 

Leo XIV. ruft die christlichen Kirchen zu gemeinsamen Anstrengungen im Bereich der Evangelisierung auf. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Noch bestehende Trennungen und Unverständnis sollten die verschiedenen Konfessionen an dieser Gemeinsamkeit nicht hindern. „Wir teilen nämlich den Glauben an den einen und einzigen Gott, den Vater aller Menschen, und wir bekennen gemeinsam den einen Herrn und wahren Sohn Gottes Jesus Christus und den einen Heiligen Geist, der uns beseelt und zur vollen Einheit und zum gemeinsamen Zeugnis für das Evangelium drängt.“

Das sagte der Papst an diesem Sonntagabend in Rom. Und er fuhr fort: „Wir sind eins! Wir sind es bereits! Erkennen wir es an, erleben wir es, bekunden wir es!“

Hochrangige ökumenische Vertreter

Resonanzraum dieser Worte war die römische Basilika Sankt Paul vor den Mauern. Hier, am Grab des Völkerapostels, nahm Papst Leo zum Fest der Bekehrung des Paulus an einer feierlichen Zweiten Vesper teil. Der Termin markierte auch den Abschluss der „Weltgebetswoche für die Einheit der Christen“. Dazu waren, wie üblich, hochrangige Gäste aus anderen christlichen Konfessionen angereist; Leo begrüßte namentlich den griechisch-orthodoxen Metropoliten Polykarpos für das Ökumenische Patriarchat von Konstantinopel, den armenisch-apostolischen Erzbischof Khajag Barsamian und den anglikanischen Bischof Anthony Ball. Vor Beginn des Gottesdienstes betete der Papst mit seinen Gästen vor der letzten Ruhestätte des Paulus.

An der Liturgie nahmen auch Kurienkardinal Kurt Koch, Abtprimas Jeremias Schröder und Pfarrer Michael Jonas teil. Der Schweizer Koch leitet das Vatikan-Dikasterium für Ökumene; Schröder leitet vom römischen Aventin-Hügel aus die Benediktinische Konföderation, und Jonas ist Pfarrer der deutschen evangelisch-lutherischen Gemeinde in Rom.

„Ein Moment der Verwandlung“

In seiner Predigt ging der Papst von der Bekehrung des Paulus aus. Jede echte Begegnung mit dem Herrn, so wie Saulus-Paulus sie damals erlebt habe, sei „ein Moment der Verwandlung, der eine neue Sichtweise und eine neue Ausrichtung schenkt“. Das gelte auch für die Christen heute; sie sollten sich von der Begegnung mit Christus verwandeln lassen, um gemeinsam das Evangelium zu verbreiten.

„Es ist die gemeinsame Aufgabe aller Christen, der Welt mit Demut und Freude zu sagen: Schaut auf Christus! Kommt zu ihm! Nehmt sein Wort an, das erleuchtet und tröstet! Meine Lieben, die Gebetswoche für die Einheit der Christen ruft uns jedes Jahr dazu auf, unser gemeinsames Engagement für diese wichtige Sendung zu erneuern, in dem Bewusstsein, dass die Spaltungen unter uns zwar das Licht Christi nicht daran hindern zu leuchten, aber dennoch das Antlitz trüben, das es gegenüber der Welt widerspiegeln soll.“

„Synodaler Prozess muss auch ökumenisch sein“

Der Papst erinnerte an den 1700. Jahrestag des Konzils von Nizäa, den er zusammen mit anderen Christenführern im letzten Herbst bei seiner ersten Auslandsreise in der Türkei begangen hat. Es gelte, wie die Väter von Nizäa auch heute „den Männern und Frauen unserer Zeit mit einer Stimme den Glauben zu verkünden“. Dabei helfe das Bewusstsein, jetzt schon in den wesentlichen Punkten geeint zu sein.

Leo kam auch auf den synodalen Erneuerungsprozess in der katholischen Kirche zu sprechen. Dieser Prozess müsse, so sagte er mit einem Zitat seines Vorgängers Franziskus (2013-25), auch ökumenisch sein. Auch an den beiden Vollversammlungen der katholischen Weltsynode im Vatikan 2023 und 2024 hätten „brüderliche Delegierte“ aus anderen christlichen Kirchen teilgenommen, und sei ein „tiefer ökumenischer Eifer“ spürbar gewesen.

Hinweis auf 2033

„Ich glaube, dass dies ein Weg ist, um gemeinsam im gegenseitigen Verständnis der jeweiligen synodalen Strukturen und Traditionen zu wachsen. Während wir auf das 2.000-jährige Jubiläum des Leidens, des Todes und der Auferstehung des Herrn Jesus im Jahr 2033 blicken, wollen wir uns bemühen, die ökumenischen synodalen Praktiken weiterzuentwickeln und einander mitzuteilen, wer wir sind, was wir tun und was wir lehren.“

Der Papst führte nicht genauer aus, wie er sich diesen gegenseitigen synodalen Lernprozess vorstellt. Interessant war sein Hinweis auf das Jahr 2033, für das die katholische Kirchenführung ein außerordentliches Heiliges Jahr angedacht hat. Bei seinem Besuch in der Türkei hat Leo XIV. über die Möglichkeit einer gemeinsamen, christlichen Pilgerfahrt nach Jerusalem gesprochen, um dort am originalen Schauplatz an Jesu Tod und Auferstehung vor 2.000 Jahren zu erinnern.

„Einheit ist grundlegend – nicht wegen eines strategischen Vorteils, sondern zur Verkündigung des Evangeliums“

Der Papst fand in St. Paul vor den Mauern auch einige Worte für die Christen in Armenien, die dieses Jahr die Texte der Einheits-Gebetswoche erstellt hatten. Er bete darum, „dass die Samen des Evangeliums auf diesem Kontinent weiterhin Früchte der Einheit, der Gerechtigkeit und der Heiligkeit hervorbringen, auch zum Wohl des Friedens zwischen den Völkern und Nationen der ganzen Welt“. Und Leo zitierte auch seinen Vorgänger Johannes Paul II. (1978-2005), mit einer Mahnung: „dass die Christen tief davon überzeugt sein müssen, dass die Einheit grundlegend ist, nicht wegen eines strategischen Vorteils oder politischen Verdienstes, sondern im Interesse der Verkündigung des Evangeliums“.

Die Basilika St. Paul vor den Mauern ist eine der vier päpstlichen Basiliken von Rom. Sie steht an der Stelle, an der der Apostel Paulus nach seiner Hinrichtung beigesetzt worden ist. Bekannt ist die Basilika unter anderem durch die Mosaikporträts der Päpste, die im Langhaus angebracht sind. Diese Tradition soll auf das 5. Jahrhundert n.Chr. zurückgehen. Seit kurzem ist auch das sogenannte Tondo mit dem Porträt von Leo XIV. in der Reihe zu sehen; es wurde an diesem Sonntagabend angestrahlt. (vn 25)

 

 

 

 

 

Medienbotschaft: KI ist keine „allwissende Freundin"

 

Verantwortung, Zusammenarbeit und digitale Alphabetisierung durch Bildung: Diese fordert Papst Leo von allen Akteuren ein, damit die technischen Errungenschaften der modernen Kommunikationsmittel, in Verbund mit den Fortschritten auf dem Feld der Künstlichen Intelligenz, vernünftig angewendet werden können. Der Papst äußert sich in seiner Botschaft zum diesjährigen Welttag der Sozialen Kommunikationsmittel, die am Samstag veröffentlicht wurde.

Den Welttag begeht die Kirche jeweils am Sonntag vor Pfingsten (dieses Jahr am 17. Mai; in Deutschland fällt der „Mediensonntag“ allerdings immer auf den 2. Sonntag im September), während am 24. Januar, dem Gedenktag des heiligen Franz von Sales, des Schutzpatrons der Journalisten, traditionell die Botschaft zu diesem Anlass veröffentlicht wird.

Und der Papst aus den USA setzt zum diesjährigen 60. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel einen klaren Schwerpunkt: Die Künstliche Intelligenz und ihre Auswirkungen auf die moderne Kommunikation. Dabei warnt Leo eindringlich vor den Risiken KI-gesteuerter Inhalte, wie die Fiktion einer quasi menschlichen Beziehung durch immer menschenähnlichere Chatbots, die gewinnorientierte Steuerung von Inhalten durch Algorithmen, denen keine ethischen Erwägungen zugrundeliegen, oder die Erosion unseres kritischen Denkvermögens durch das Anzeigen einseitiger Informationen und des nur allzu menschlichen Drangs, komplexe Arbeiten dem neuen technologischen Tool zu überlassen. Angesichts dieser Entwicklung ruft der Papst zu einer gemeinschaftlichen Anstrengung aller Akteure - darunter an vorderster Front Katholiken - auf, um menschliche Beziehungen zu bewahren. „Wir müssen die Gabe der Kommunikation als die tiefste Wahrheit des Menschen bewahren, an der sich auch jede technologische Neuerung orientieren muss“, so die Mahnung des Kirchenoberhauptes. Der Welttag steht in diesem Jahr unter dem Motto: „Menschliche Stimmen und Gesichter bewahren”.

„Menschliche Stimmen und Gesichter bewahren“

Der Mensch habe sein Angesicht und seine Stimme als unverwechselbare Merkmale von Gott erhalten, führt Papst Leo in seine Überlegungen ein. Diese müssten insofern als untrennbar vom Menschsein angesehen und – noch mehr – dringend erhalten werden, um eine persönliche und authentisch menschliche Kommunikation zu gewährleisten, so die Überlegung des Kirchenoberhauptes.

Angesicht und Wort für echte Kommunikation unabdingbar

Keinesfalls handele es sich beim Menschen um eine Spezies, die durch „biochemische Algorithmen“ vorprogrammiert sei, sondern jeder Einzelne habe eine „unersetzliche und unnachahmliche“ Berufung, die erst im Lauf des Lebens wirklich zum Vorschein komme und sich gerade in der Kommunikation mit dem anderen zeige, so der Papst.

„Die digitale Technologie läuft, wenn wir diese Schutzverantwortung vernachlässigen, vielmehr Gefahr, einige der grundlegenden Pfeiler der menschlichen Zivilisation, die wir bisweilen als selbstverständlich ansehen, radikal zu verändern”, warnt Leo in diesem Zusammenhang. Indem sie nicht nur menschliche Stimmen und Gesichter simuliere, sondern auch menschliches Wissen, Bewusstsein und Verantwortung, ja sogar Empathie und Freundschaft, seien die Auswirkungen tiefgreifend, weit über die Vermittlung von Informationen hinaus, sondern bis in die „tiefste Ebene der Kommunikation“ – nämlich die der zwischenmenschlichen Beziehungen.

„Die Herausforderung ist daher nicht technischer, sondern anthropologischer Natur“, analysiert der Papst. Die „Gesichter und Stimmen zu bewahren“ bedeute also letztlich, „uns selbst zu bewahren“, so das Kirchenoberhaupt. Die Chancen, die die digitale Technologie und die Künstliche Intelligenz böten, „mit Mut, Entschlossenheit und Unterscheidungsvermögen anzunehmen“, heiße jedoch keinesfalls, die Augen vor den damit verbundenen Risiken und Intransparenzen zu verschließen.

Es gelte also, die eigene Denkfähigkeit nicht aufzugeben, mahnt Papst Leo XIV., der schon sehr früh in seinem Pontifikat den Themenkomplex der Künstlichen Intelligenz als Schwerpunkt erkannt und klar benannt hat. Mehr als vierzig Mal hat er sich bereits in verschiedenen Formen dazu geäußert.

Algorithmen sind auf Maximierung der Verweildauer und Profit ausgelegt

Mittlerweile sei es „offensichtlich“, dass die Algorithmen – welche darauf ausgelegt seien, die Interaktion in den sozialen Medien zu maximieren und somit Profite für die Plattformen zu generieren – „schnelle Emotionen belohnen und menschliche Äußerungen, deren Verständnis und Reflexion mehr Zeit erfordern, benachteiligen“, analysiert Papst Leo weiter: „Indem sie Menschengruppen in Blasen einfacher Zustimmung und einfacher Indignation einkapseln, schwächen diese Algorithmen die Fähigkeit zum Zuhören und zum kritischen Denken und verstärken die Polarisierung in der Gesellschaft“, so Leo, in dessen Heimat USA nicht nur die Tech-Konzerne eine große Machtfülle auf sich vereinen, sondern die Spaltung in der Gesellschaft in jüngster Zeit besonders ausgeprägt zu sein scheint.

Hinzu komme die unkritische Akzeptanz der Ergebnisse von Künstlicher Intelligenz, die als „Art allwissende ,Freundin‘“ wahrgenommen werde und die scheinbar auf jede Frage und jeden Zweifel eine Antwort habe – eine Haltung, die letztlich unsere Fähigkeit untergrabe, kritisch, eigenständig und kreativ zu denken, warnt der Papst, der hier auch darauf hinweist, dass in den letzten Jahren eine immer größere Produktion von Inhalten eben durch Instrumente geleistet werde, denen Künstliche Intelligenz zugrunde liegt: Dies betreffe Texte ebenso wie Videos oder Musik, „indem sie Menschen zu bloßen passiven Konsumenten nicht selbst gedachter Gedanken, anonymer Produkte ohne Urheberschaft und ohne Liebe machen, während zugleich die Meisterwerke des menschlichen Genies in den Bereichen Musik, Kunst und Literatur auf ein bloßes Trainingsfeld für Maschinen reduziert werden“, so die bittere Bestandsaufnahme des Kirchenoberhauptes, das hier zu einer Art Gretchenfrage einlädt: „Es geht nicht so sehr um die Frage, was die Maschine leisten kann oder leisten wird, sondern darum, was wir leisten können und könnten, wenn wir an Menschlichkeit und Erkenntnis zunehmen und diese mächtigen Werkzeuge, die uns zur Verfügung stehen, klug einsetzen.“

Risiken für das eigenständige Schaffen

Schon immer sei der Mensch versucht, seine Arbeit durch die ihm zur Verfügung stehenden Mittel zu erleichtern, doch in diesem Fall bedeute dies, „die Talente zu begraben, die wie empfangen haben, um als Personen in Beziehung zu Gott und den anderen zu wachsen. Es bedeutet, unser Antlitz zu verbergen und unsere Stimme zum Schweigen zu bringen.“

Besonders eindringlich warnt der Papst vor den Pervertierungen menschlicher Kommunikation, die sich durch „virtuelle Influencer“ oder „Bot“ auftue. Der Einsatz dieser Mittel sei nicht immer transparent, doch seien sie „überraschend effektiv“ darin, Menschen zu beeinflussen, indem sie die Interaktion ständig personalisierten und auf den Einzelnen zuschnitten, bis hin zur Fiktion einer echten Beziehung. Dies sei eine Gefahr gerade für verletzliche Nutzer dieser Art von Kommunikation, unterstreicht Leo, bis hin zu einer Schädigung des sozialen, politischen und kulturellen Gefüges der Gesellschaft. Damit ließen wir uns – mehr oder weniger wissentlich – auch der Möglichkeit berauben, wahre Beziehungen mit anderen einzugehen, was auch die Fähigkeit beeinflusse, mit dem „Anderssein“ der anderen umzugehen – die wahre Voraussetzung für Beziehung und Freundschaft, erinnert Leo.

Bias, Deep Fake und Desinformation

Eine weitere Gefahr, die der Papst hier nennt, ist der durch KI geförderte so genannte Bias, also die Übermittlung einer verzerrten Wahrnehmung der Wirklichkeit, da sich die mit Künstlicher Intelligenz betriebenen Systeme urteilslos von den Daten nähren, die ihm verfügbar sind. Auf diese Weise würden Stereotypen und Vorurteile aufgesogen, die ungefiltert weitergereicht werden - so dass die Nutzer Gefahr liefen, in diesen Netzen oder Blasen gefangen zu werden, welche auch unsere Gedanken und Handlungen manipulierten, so der Papst in seiner Botschaft.

In diesem Zusammenhang verortet er auch das Problem des Deep Fake, der parallelen Realität, in der unsere Stimmen und Gesichter vereinnahmt werden so dass es in der multidimensionalen Welt, in der wir uns bewegen, immer schwieriger wird, zwischen Realität und Fiktion zu unterscheiden.

Doch auch die Tatsache, dass in von Künstlicher Intelligenz geförderten Interaktionen mit großer Selbstverständlichkeit eine falsche Tatsache als wahr dargestellt werde, listet Papst Leo in seinen Überlegungen auf. Damit werde ein immer fruchtbareres Terrain für Desinformation geschaffen, die letztlich zu Unsicherheit und Misstrauen führe.

Macht in der Hand weniger

Doch hinter dieser „enormen unsichtbaren Macht, die uns alle betrifft“, zögen nur einige wenige Firmen die Fäden, erinnert Leo mit Blick auf die „Schaffer Künstlicher Intelligenz“, die das Times Magazin 2025 zu den einflussreichsten Personen des Jahres gekürt hatte.

Dies errege tiefe Sorge, so der Papst, der hier die Gefahr verortet, dass sogar die Menschheitsgeschichte durch ein System, in dem nur wenige herrschen, neu geschrieben werden könnte – eingeschlossen die Geschichte der Kirche – ohne dass die Menschheit dies wirklich wahrnehme.

„Die Herausforderung, die uns erwartet, bedeutet nicht, die technologische Innovation zu stoppen, sondern, uns ihres ambivalenten Charakters bewusst zu sein“, unterstreicht Leo XIV, der jeden Einzelnen aufruft, seine „Stimme zur Verteidigung der menschlichen Person zu erheben, damit diese Mittel von uns wirklich als Verbündete integriert werden können.“ Ein solcher Einsatz müsse durch alle getragen werden und auf den Säulen von Verantwortung, Zusammenarbeit und Bildung ruhen: „Keiner kann sich angesichts der Zukunft, die wir aufbauen, der eigenen Verantwortung entziehen“, so der Appell des Kirchenoberhauptes.

Verantwortung, Zusammenarbeit, Bildung - eine Allianz schaffen

Verantwortung sei dabei nicht nur von den Online-Plattformen und Entwicklern gefragt, sondern auch von den Gesetzgebern und überstaatlichen Regulierungsbehörden ebenso wie den einzelnen Kommunikationsunternehmen. So legt der Papst den Betreibern der Plattformen, die mit Algorithmen die Verweildauer maximieren wollen, ans Herz, nicht nur den Profit, sondern auch das Gemeinwohl und die Zukunft ihrer eigenen Kinder im Blick zu haben. Den Entwicklern schreibt er Transparenz ins Stammbuch, um einen informierten Nutzen ihrer Produkte zu ermöglichen. Die Gesetzgeber und Regulierungsbehörden müssten über die Wahrung der Menschenwürde auch in diesem spezifischen Bereich wachen, so Leo XIV. mit besonderem Blick auf Chatbots, aber auch mit Blick auf die Verbreitung irreführender und sogar falscher Inhalte.

Medienunternehmen sollten hingegen nicht zulassen, dass das Buhlen um einige Sekunden mehr Verweildauer, das ausdrückliche Ziel der Algorithmen, ihre Berichterstattung bestimme und somit ihre Professionalität und beruflichen Werte untergrabe. Die mit Hilfe von KI erstellten Inhalte müssen als solche gekennzeichnet werden und die Urheberrechte gewahrt bleiben. Dieser öffentliche Dienst müsse auf der Transparenz von Quellen und der Einbeziehung von Betroffenen basieren, mahnt der Papst, der hier auch einen hohen Qualitätsstandard einfordert.

Zusammenarbeit sei bei einem sektorenübergreifenden Thema wie der digitalen Innovation und den mit Künstlicher Intelligenz verbundenen Herausforderungen unerlässlich, so Papst Leo weiter, der in diesem Zusammenhang zur Schaffung von „Schutzmechanismen“ und der „Förderung einer mündigen und verantwortungsbewussten digitalisierten Gesellschaft“ aufruft. Dabei müssten alle Beteiligten, darunter auch Künstler, Journalisten und Pädagogen, einbezogen werden.

In diesem Zusammenhang brauche es aber auch eine adäquate Bildung, um kritisch zu denken und zu verstehen, ob Informationen auf verlässlichen Quellen beruhen – eine besonders nötige Kompetenz angesichts der personalisierten und nicht verifizierten Informationen, die uns täglich erreichen. Zu hinterfragen gelte es auch, wieso gerade diese Informationen gerade uns erreichten, so die Aufforderung des Kirchenoberhauptes angesichts der Blasen, in denen wir uns dank der durch Algorithmen gesteuerten Nachrichten mehr oder weniger bewusst bewegen.

Neben einer Förderung der mittlerweile weitflächig gelehrten Medienkompetenz sei es deshalb nützlich, auch Kompetenzen im Bereich der Künstlichen Intelligenz zu stärken: „Es ist wichtig, sich selbst und andere zu einem bewussten und verantwortungsvollen Umgang mit der KI zu erziehen und in diesem Zusammenhang das eigene Bild (Foto und Audio), das eigene Angesicht und die eigene Stimme zu bewahren, um schädliche Anwendungen wie digitalen Betrug, Cybermobbing oder Deepfakes zu verhindern, die die Privatsphäre und Würde der Menschen verletzen“, so die Schlussfolgerung des Papstes.

„Gesicht und Stimme müssen wieder die Person zum Ausdruck bringen. Wir müssen die Gabe der Kommunikation als die tiefste Wahrheit des Menschen bewahren, an der sich auch jede technologische Neuerung orientieren muss“

Ebenso wie die industrielle Revolution eine „grundlegende Alphabetisierung” erforderte, um den Menschen zu ermöglichen, auf die Neuerung zu reagieren, so erfordere auch die digitale Revolution eine „digitale Alphabetisierung", die gemeinsam mit einer humanistischen und kulturellen Bildung geleistet werden müsse, um zu verstehen, „wie Algorithmen unsere Wahrnehmung der Realität formen, wie Vorurteile der KI funktionieren, welche Mechanismen das Auftauchen bestimmter Inhalte in unseren Informationsströmen (Feeds) bestimmen und welche Voraussetzungen und wirtschaftlichen Modelle der KI-Ökonomie bestehen und wie sie sich verändern können“, so der Papst, der seinen Appell folgend zusammenfasst:

„Gesicht und Stimme müssen wieder die Person zum Ausdruck bringen. Wir müssen die Gabe der Kommunikation als die tiefste Wahrheit des Menschen bewahren, an der sich auch jede technologische Neuerung orientieren muss."

Er danke all jenen, die mit den Kommunikationsmitteln für das Gemeinwohl arbeiteten, so der Papst abschließend, der erst vor wenigen Tagen eine Botschaft an katholische Medienvertreter geschrieben hatte, in der er dazu einlud, inmitten der „Welle der Künstlichen Intelligenz“ die Menschlichkeit und die Nähe zum Nächsten nicht zu verlieren. (vn 24)

 

 

 

 

Gebetswoche für die Einheit der Christen: Gruppe aus Bossey in Rom

 

Zur Gebetswoche für die Einheit der Christen, die am Sonntag endet, besucht eine Gruppe des Ökumenischen Instituts Bossey in der Schweiz Rom. Die jungen Angehörigen verschiedener Kirchen nahmen an Begegnungen, Gebeten und Gesprächen auch im Vatikan teil. Wir baten zwei von ihnen vors Mikrofon und sprachen über Ökumene heute.

Das Material der Gebetswoche für die Einheit der Christen wurde in diesem Jahr von der Armenisch-Apostolischen Kirche in Zusammenarbeit mit den lokalen Kirchen des Landes erstellt. Der Leiter der ökumenischen Abteilung der Armenisch-Apostolischen Kirche, der Priester Garegin Hambardzumyan, beschrieb die Gebetswoche im Gespräch mit uns als Zeit, „zu dem zurückzukehren, was wesentlich ist“. Ziel sei, „gemeinsam zu beten und gemeinsam auf das Wort Gottes zu hören und sich daran zu erinnern, dass wir zu einem Leib Christi gehören“.

„Einheit heißt, einander zu unterstützen“

Einheit bedeute dabei keine Gleichmacherei. „Einheit heißt, einander zu unterstützen, und es gibt kein Gefühl der Unterordnung. Es gibt kein Gefühl der Minderwertigkeit“, sagte Hambardzumyan. Christliche Einheit könne nur unter gleichberechtigten Partnern entstehen, die einander stärken. Allerdings könne diese Art von Einheit nur durch eine kompromisslose Selbstverpflichtung entstehen.

Der junge armenische Priester verwies auf das Beispiel seiner eigenen Gemeinschaft. „Tatsächlich lehrt uns die armenische Geschichte, dass Einheit durch Prüfungen gestärkt wird und dass die Treue zu Christus tiefer ist als unsere Spaltungen. Diese Art von Treue, diese Art von Beharrlichkeit ist etwas, das zur weltweiten Gemeinschaft der Christen beitragen kann.“ Ein gemeinsames Zeugnis der Christen hält Hambardzumyan für unverzichtbar „in einer Welt, die von Konflikten, Ungerechtigkeit und dem Verlust von Sinn im Leben so vieler Menschen geprägt ist“.

Ökumene braucht nach Hambardzumyans Worten theologischen Dialog, gemeinsames Gebet, pastorale Zusammenarbeit und gemeinsames Zeugnis in der Welt. Priorität habe „eine liebende, geschwisterliche Zusammenarbeit“ mit Organisationen wie dem Ökumenischen Rat der Kirchen, der römisch-katholischen Kirche und weiteren christlichen Traditionen. Ziel sei nicht „eine Art von Uniformität“, sondern das Bewahren der eigenen Identität bei gleichzeitiger Offenheit für die Gaben anderer Kirchen.

Eine zweite Perspektive brachte die junge Italienerin Sofia Lanza ein. Sie sprach für die ganze Gruppe aus Bossey, als sie sagte, sie erlebe die Gebetswoche für die Einheit der Christen in Rom „sehr positiv“. Als einzige römisch-katholische Studentin in ihrer Klasse habe sie ihren Kommilitoninnen und Kommilitonen viel über den Vatikan und Rom erzählt. „Ich fühle mich sehr gesegnet, dass ich meine Freunde zu einer Woche über Einheit mitbringen kann, die von meiner Kirche ausgerichtet wird.“

Die Begegnung verschiedener Konfessionen erlebe sie als Lernprozess, sagte uns Lanza. Viele Studierende kämen aus unterschiedlichen Hintergründen, begleitet von Stereotypen über andere Kirchen. „In diesen sechs Monaten sind wir in Geduld, Verständnis und im Zuhören gewachsen“, sagte Lanza. Der Besuch in Rom habe gezeigt, „wie die katholische Kirche für die Einheit arbeitet und wie wichtig auch andere Kirchen für die ökumenische Bewegung sind“.

„Jede Konfession hat besondere Gaben“

Die Vielfalt christlicher Traditionen bereichere das geistliche Leben. „Jede Konfession hat besondere Gaben, wir nennen sie Gaben des Heiligen Geistes“, erklärte Lanza. Musik, Gebet, Stille oder Missionsgeist könnten voneinander gelernt werden. Christinnen und Christen seien „ein Leib mit sehr unterschiedlichen Eigenschaften“.

Lanza registriert aber auch Entwicklungen, die ihr und vielen anderen jungen Getauften Sorgen machen. „Ich glaube, wir entwickeln uns zu einem neuen Christentum, das leider manchmal sehr radikalisiert ist, und ich möchte nicht, dass Jugendgemeinden vergessen, dass wir Ökumene brauchen und dass wir nicht alleine Christen sind, sondern dass es auch andere Christen anderer Konfessionen gibt und wir miteinander reden müssen“, sagte sie. Lanza wirbt für eine „Offenheit, verschiedene Konfessionen in den Dialog einzubeziehen und die Jugend dazu zu bringen, die ökumenische Bewegung anzuführen, die nicht unbedingt den Theologen überlassen bleiben muss, sondern dass wir in Mission und Dienst mit anderen Christen im täglichen Leben vereint sein können.“

„Wir streben in der Ökumene nach Einheit und im interreligiösen Dialog nach Frieden, und für beides müssen wir in der Lage sein, einander wertzuschätzen“

Höhepunkte der Reise seien Treffen mit vatikanischen Dikasterien gewesen, die ihre ökumenische Arbeit vorstellten. Insbesondere Begegnungen mit dem Dikasterium für den interreligiösen Dialog und dem Dikasterium zur Förderung der Einheit der Christen hätten den Austausch vertieft. Sie selbst habe einen Hintergrund im interreligiösen Dialog, erklärte Sofia Lanza. „Ökumene ist für mich etwas ganz Neues, aber gleichzeitig sind beide Bereiche untrennbar miteinander verbunden. Wir streben in der Ökumene nach Einheit und im interreligiösen Dialog nach Frieden, und für beides müssen wir in der Lage sein, einander wertzuschätzen.“

Als besonderen Moment nannte Lanza die Begegnung mit Papst Leo XIV. nach der Generalaudienz. „Er war sehr glücklich, als er hörte, dass wir von einem ökumenischen Institut kommen, und er wünschte uns viel Glück im ökumenischen Bereich“, berichtete sie. Alle ihre Mitstudierenden des ökumenischen Instituts Bossey seien ebenfalls begeistert gewesen über die Gelegenheit, den Papst zu treffen.

Ökumene lernen

Bossey ist ein Institut in der Westschweiz, das jungen Ökumenikern durch einen mindestens sechsmonatigen Spezialisierungskurs die Möglichkeit bietet, mehr über die ökumenische Bewegung, ihre Geschichte und ihre Zukunft zu erfahren. Die Gebetswoche für die Einheit der Christen („Oktave der Einheit der Kirche”) entstand 1908 auf Initiative des anglikanischen Priesters Paul Wattson. Ein Jahr später segnete Papst Pius X. die Initiative. Seit 1966 wird die ökumenische Gebetswoche offiziell gemeinsam von katholischer Kirche und Weltkirchenrat vorbereitet. (vn 23)

 

 

 

 

 

Katholische Soziallehre als Weg zu friedlicher Koexistenz

 

Papst Leo XIV. hat daran erinnert, dass die Soziallehre der Kirche den Gesellschaften einen Weg zu authentischem Respekt und friedlicher Koexistenz aufzeige. Er äußerte sich anlässlich einer von der Stiftung Centesimus Annus Pro Pontifice in Luxemburg organisierten Konferenz zum Thema „Peace Building in Europe". Von Devin Watkins

Der vollständige Titel der Konferenz diesen Freitag lautet: „Peace Building in Europe: What Role  for Catholic Social Thought and Universal Values?” (Friedensstiftung in Europa: Welche Rolle spielen die katholische Soziallehre und universelle Werte?).

In der Botschaft an die Konferenz-Teilnehmer betont das katholische Kirchenoberhaupt, das Thema sei in der heutigen Welt besonders relevant, in welcher Gesellschaften sich weigerten, über die von der Religion vorgeschlagenen universellen Werte und ihren Beitrag zum Gemeinwohl zu diskutieren. „Dieser Widerstand hat zwar verschiedene Gründe, aber die zugrunde liegende Krise ist die Verbreitung des Relativismus und die Reduzierung der Wahrheit auf Meinung“, heißt es in der päpstlichen Botschaft, die Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin unterzeichnete. Kein Kontinent und keine Gemeinschaft könne „in Frieden leben und gedeihen ohne gemeinsame Wahrheiten, die ihre Normen und Werte prägen“, ist ebenfalls zu lesen. 

„Aufbau eines friedlicheren und gerechteren europäischen Kontinents“

Papst Leo äußert die Hoffnung, dass die Konferenz in Luxemburg dazu beitragen werde, Europa an seine tiefen christlichen Wurzeln zu erinnern und die Rolle der katholischen Werte „beim Aufbau eines friedlicheren und gerechteren europäischen Kontinents“ zu stärken.

Lob der Soziallehre

Die katholische Soziallehre, so Papst Leo XIV. an die Konferenz-Teilnehmer, sei in den Worten und Taten Jesu Christi verwurzelt, der sich als der Weg, die Wahrheit und das Leben offenbart habe. Die Soziallehre der katholischen Kirche „hat viel zu bieten, da sie Grenzen überschreitet und eine Plattform für kollektive Interessen und Lebensweisen bietet und so ein friedliches Zusammenleben ermöglicht“.

Papst Leo erinnert auch daran, dass der Mensch nach dem Bild und Gleichnis Gottes geschaffen sei. Er verweist zudem auf die Worte von Papst Johannes Paul II. in seiner Enzyklika „Centesimus Annus", in der es heißt: „Ohne die Achtung des natürlichen Grundrechtes, die Wahrheit zu erkennen und nach ihr zu leben, gibt es keinen echten Fortschritt.“

Die Konferenz in Luxemburg veranstaltet die Centesimus Annus Pro Pontifice Foundation (FCAPP) in Zusammenarbeit mit der Kommission der Europäischen Bischofskonferenzen (Comece) und der Luxembourg School of Religion & Society (LSRS) diesen Freitag (23.1.) in Luxemburg. (vn 21)

 

 

 

 

 

Internationales Bischofstreffen im Heiligen Land beendet

 

Erzbischof Bentz: „Keine Geste der Versöhnung ist umsonst“

Mit einem Appell, der Hoffnung auf friedliche Perspektiven im Nahen Osten eine Chance zu geben, ist gestern (21. Januar 2026) das 25. Internationale Bischofstreffen für Solidarität mit den Christen im Heiligen Land zu Ende gegangen. Seit vergangenen Samstag haben sich 13 Bischöfe aus zehn Ländern Europas und Nordamerikas mit Vertretern der Ortskirche in Israel und Palästina getroffen, um ein Bild zur aktuellen Lage – gerade angesichts des Waffenstillstands zwischen der Terrororganisation Hamas und Israel – zu erhalten. Als Vertreter der Deutschen Bischofskonferenz nahm Erzbischof Dr. Udo Markus Bentz (Paderborn), Vorsitzender der Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer Osten der Kommission Weltkirche und Vorsitzender der Deutschen Kommission Justitia et Pax, an dem Treffen teil.

Unter dem Leitwort „Land der Verheißung: Begegnung mit Menschen der Hoffnung“ konnte sich die Delegation ein Bild vom Alltag der Christinnen und Christen in der Westbank machen. Erzbischof Bentz fasste zusammen: „Der Krieg scheint vorbei, der Konflikt sicherlich noch lange nicht.“ Bei einem Besuch in Taybeh erhielten die Bischöfe Informationen über die teilweise schwierigen Herausforderungen. Erzbischof Bentz zeigte sich erschüttert vom Graffiti am Ortseingang, auf dem radikale Siedler geschrieben hatten: „Ihr habt hier keine Zukunft“. Er betonte: „Im direkten Kontakt mit den Menschen vor Ort zeigt sich, wie sehr die Einschüchterungsversuche und direkten Attacken in den vergangenen Monaten zugenommen haben, ohne dass die israelischen Sicherheitskräfte wirksam eingreifen. Immer mehr Menschen denken an Auswanderung. Der hohe Wohnungsleerstand, von dem uns zum Beispiel in Taybeh berichtet wurde, ist ein Alarmzeichen, dass die Menschen gehen. Deshalb muss gehandelt werden. Politik, zivilgesellschaftliche Initiativen und die Kirchen haben die Verpflichtung, Rahmenbedingungen zu stabilisieren, damit Menschen bleiben.“ Erzbischof Bentz betonte, dass ihn die Verunsicherung und Wut der Menschen sehr betroffen gemacht habe: „Da ist im Schatten von Gaza eine Dynamik im Gang, die bei uns oft übersehen wird, die aber auf keinen Fall hingenommen werden darf. Siedlergewalt und Siedlungsbau müssen sofort ein Ende haben. Das Existenzrecht des palästinensischen Volkes darf nicht infrage gestellt werden. Dafür treten wir genauso ein wie für das Existenzrecht Israels und seine Sicherheit. Allerdings sind Muster erkennbar, die darauf abzielen, eine stabile Zukunft der palästinensischen Bewohner zu verunmöglichen. Aus dem Bruch des Völkerrechts wird nie ein gerechter Friede erwachsen.“

Ein weiterer Fokus der Reise war, israelische Organisationen kennenzulernen, die sich für Dialog und Versöhnung zwischen Israelis und Palästinensern sowie zwischen Juden, Christen und Muslimen einsetzen. Hier konnten die Bischöfe eine Sensibilität wahrnehmen, die Konfliktlage nach dem 7. Oktober 2023 nicht nur in einem „Schwarz-Weiß-Muster“ anzuschauen. Für die Vertreter des „Rossing Center for Education and Dialogue“, der „Rabbis for Human Rights“ und des „Parents Circle“ geht es in erster Linie um die Bewältigung erlittener Traumata und damit um realistische Wege zur Versöhnung. Rache und Vergeltung lehnen sie klar ab: „Das ist vielleicht nur ein Tropfen auf den heißen Stein, aber es ist ein Zeichen der Hoffnung, dass Vergebung keine leere Floskel bleibt. Hier wird das biblische Bild vom ‚Salz der Erde‘ konkret: Keine Geste der Versöhnung, sei sie noch so unscheinbar, ist umsonst“, so Erzbischof Bentz.

Für ihn sei die zentrale Frage, wie ein Friedensprozess zum Erfolg führen kann. Auch wenn von der örtlichen Bevölkerung kaum eine Hoffnung in die Zwei-Staaten-Lösung gesetzt werde, brauche es einen Impuls, an dieser Lösung perspektivisch festzuhalten: „Im Nahen Osten sehnen sich die Menschen nach nichts mehr als Frieden. Und trotzdem sind Ermüdung, Frustration und Ernüchterung festzustellen, weil beide Seiten – Israelis wie Palästinenser – kaum greifbare Entwicklungen erkennen können. Deshalb wünsche ich mir sehr, dass die Europäische Union hier eine stärkere Rolle einnimmt. Wir sind da als Europa in den zurückliegenden Jahren zu leise gewesen“, so Erzbischof Bentz. „Ich habe große Sorge, wie es in Israel weitergeht, angesichts des bald beginnenden Wahlkampfes. Meine Gesprächspartner vor Ort befürchten, dass es zu weiteren Radikalisierungen in der israelischen Gesellschaft kommen kann.“

Bei den Begegnungen wurde auch die zunehmende Alltagsfeindlichkeit gegen Christen ebenso thematisiert wie der gesellschaftliche Beitrag der christlichen Bevölkerung zum Aufbau der Zivilgesellschaft. „Hier hat mich besonders beeindruckt, wie in den christlichen Gemeinden Jugendarbeit organisiert wird. Das Bekenntnis zur christlichen Identität ist für das Überleben und die Akzeptanz in der Gesellschaft ebenso notwendig wie das Lernen des Zusammenlebens“, so Erzbischof Bentz.

Die Delegation der Bischöfe aus Europa und Nordamerika konnte sich aus erster Hand über die Lage im Gazastreifen informieren. Von dort war der Pfarrer der katholischen Gemeinde in Gaza-Stadt, Gabriel Romanelli, zugeschaltet. Für Erzbischof Bentz sind die Christen im Gazastreifen, aber ebenso in den palästinensischen Autonomiegebieten und in Israel, eindrucksvolle Zeugen des Glaubens: „Die Arbeit von Pfarrer Romanelli und die Präsenz der Christen in Gaza sind ein lebendiges Zeugnis für die Berufung der Kirche, nämlich nah und treu bei denen zu sein, die besonders leiden. Durch seine Berichte erlebt man, wie sehr die Pfarrei ein Ort der Zuflucht für Hunderte von Menschen ist. Das ist gelebte Solidarität und Verantwortung für den Nächsten.“ Er fügte hinzu: „Das Christentum gehört zum kulturellen Erbe dieser Region. Christen sind nicht als Fremdkörper, sondern als Teil ihrer Geschichte vor Ort. Die Kirche steht vor einer ungeheuren, ja doppelten Herausforderung: wirksame humanitäre Hilfe zu leisten und gleichzeitig die zahlreichen Aufgaben zu stemmen, die die Präsenz der Kirche sichern. In solchen Situationen braucht es nicht nur Menschen, die für das Evangelium brennen, sondern auch verlässliche Strukturen und Organisationen, um dem Ganzen Wirksamkeit zu verleihen. Die Delegationsreise haben wir als Einladung verstanden: ‚Komm und sieh‘. Jetzt haben wir den Auftrag erhalten: ‚Geh und sprich darüber‘.“ Dbk 22

 

 

 

 

 

Generalaudienz: Wir sind Gottes geliebte Kinder

 

Die göttliche Offenbarung ist kein abstraktes Lehrsystem, sondern ein Dialog, in dem Gott „zu uns spricht wie zu Freunden.“ In seiner fortlaufenden Katechese zur Konzilskonstitution "Dei Verbum" betonte Papst Leo an diesem Mittwoch, dass Gott in Jesus Christus sich selbst schenkt – und die Menschen als seine Kinder erkennt. Silvia Kritzenberger

„Wir haben gesehen, dass Gott sich offenbart in einem Dialog des Bundes, in dem er zu uns spricht wie zu Freunden,“ betonte der Papst bei der Generalaudienz in der vatikanischen Audienzhalle. „Es handelt sich also um eine auf Vertrautheit beruhende Beziehung, die nicht nur Ideen vermittelt, sondern eine Geschichte teilt und zur Gemeinschaft in der Gegenseitigkeit aufruft. Die Erfüllung dieser Offenbarung vollzieht sich in einer historischen und persönlichen Begegnung, in der Gott sich uns schenkt, indem er sich gegenwärtig macht, und wir entdecken, dass wir in unserer tiefsten Wahrheit erkannt werden.“

Jesus offenbare uns den Vater, indem er die Menschen in seine eigene Beziehung zu Gott hineinnehme, führte der Pontifex weiter aus. Durch den Heiligen Geist erhielten sie Zugang zum Vater und Anteil an der göttlichen Natur. Wahre Gotteserkenntnis vollziehe sich also nicht außerhalb, sondern innerhalb dieser gegenseitigen Beziehung.

„In Christus hat sich Gott uns mitgeteilt und uns unsere wahre Identität als Kinder offenbart, die nach dem Bild des Wortes geschaffen sind“

„Dank Jesus erkennen wir Gott so, wie er uns erkannt hat. Denn in Christus hat sich Gott uns mitgeteilt und uns zugleich unsere wahre Identität als Kinder offenbart, die nach dem Bild des Wortes geschaffen sind. Dieses „ewige Wort ist das Licht aller Menschen“ (DV, 4) und offenbart ihnen ihre Wahrheit im Blick des Vaters… Jesus Christus ist der Ort, an dem wir die Wahrheit Gottes, des Vaters, erkennen, während wir entdecken, dass wir von ihm als Kinder im Sohn erkannt werden und zu einem Leben in Fülle berufen sind.“

Christus sei also nicht nur Übermittler, sondern selbst Mitte und Vollendung dessen, was Gott den Menschen über sich und ihr Heil mitteilen wolle. Wer Christus begegne, erkenne sich selbst im liebenden Blick des Vaters wieder und sei zu einem Leben in Fülle berufen.

Jesus offenbart den Vater durch sein ganzes Leben

„Gerade weil er das fleischgewordene Wort ist, das unter den Menschen wohnt, offenbart uns Jesus Gott durch sein eigenes, ganzes und wahres Menschsein. So sagt uns das Konzil: „Wer ihn sieht, sieht auch den Vater. Er ist es, der durch sein ganzes Dasein und seine ganze Erscheinung, durch Worte und Werke, durch Zeichen und Wunder, vor allem aber durch seinen Tod und seine herrliche Auferstehung von den Toten, schließlich durch die Sendung des Geistes der Wahrheit die Offenbarung erfüllt und abschließt“, zitierte Papst Leo aus dem Konzilsdokument über die göttliche Offenbarung (DV, 4).

Die Offenbarung Gottes dürfe daher nicht auf einzelne Ereignisse reduziert werden. Was rette, sei nicht nur der Tod und die Auferstehung Jesu, sondern seine Person selbst – der menschgewordene Sohn Gottes, der in der Welt wirkt und in der Mitte der Gläubigen bleibt.

Wörtlich sagte der Papst: „Um die Größe der Menschwerdung zu würdigen, reicht es daher nicht aus, Jesus als Übermittler intellektueller Wahrheiten zu betrachten. Wenn Jesus einen wahren Leib hat, dann geschieht die Übermittlung der Wahrheit Gottes in diesem Leib, mit seiner Art und Weise, die Wirklichkeit wahrzunehmen und zu empfinden, mit seiner Art, in der Welt zu sein und in ihr zu wirken. Jesus selbst lädt uns ein, die Wirklichkeit mit seinen Augen zu sehen: „Seht euch die Vögel des Himmels an“, sagt er, „sie säen nicht, sie ernten nicht und sammeln keine Vorräte in Scheunen; euer himmlischer Vater ernährt sie. Seid ihr nicht viel mehr wert als sie?“ (Mt 6,26).“

Abschließend betonte das katholische Kirchenoberhaupt die daraus erwachsende Gewissheit des christlichen Glaubens: Wer dem Weg Jesu folge, könne darauf vertrauen, dass nichts den Menschen von der Liebe Gottes trennen kann. „Dank Jesus erkennt der Christ Gott, den Vater, und gibt sich voller Zuversicht in seine Hand,“ schloss Papst Leo seine Katechese an diesem Mittwoch. (vn 21)

 

 

 

 

 

WEF: Kirchen in Davos öffnen ihre Räume und hoffen auf Dialog

 

Auf dem Schweizer Bergdorf Davos ruhen an diesem Mittwoch die Augen der Welt. Während US-Präsident Donald Trump am Nachmittag seine mit Spannung erwartete Rede angekündigt hat, formiert sich abseits der großen Konferenzsäle ein geistlicher Gegenpol. Beim Weltwirtschaftsforum (WEF) versucht die Kirche, den „Geist des Dialogs“ zu beschwören – auch wenn die Vorzeichen schwierig sind. Mario Galgano - Vatikanstadt

In Davos stehen an diesem Mittwoch Innovation, globales Wachstum und KI auf der Agenda. Doch das beherrschende Thema ist die Präsenz von US-Präsident Donald Trump. Trotz einer kleinen Verzögerung durch eine Flugzeugpanne gilt sein Auftritt vor dem Hintergrund drohender US-Zölle und internationaler Spannungen als bestimmender Moment des Gipfels.

Das „USA House“ in der Kirche

Für besonderes Aufsehen sorgt in diesem Jahr die Wahl des US-Hauptquartiers: Die amerikanische Delegation hat sich in einer Kirche der Freien Evangelischen Gemeinde eingemietet. Das nun als „USA House“ fungierende Gotteshaus ist mit Bannern wie „250 Jahre Frieden“ geschmückt, in offensichtlicher Anspielung auf 250 Jahre USA, die nächsten Juli gefeiert werden.

Kurt Susak, katholischer Priester und Dekan in Davos, beobachtet diese Entwicklung mit einer Mischung aus Realismus und religiöser Distanz. „Wir als Katholiken würden von unserem religiösen Empfinden her nie ein Gottesdienstgebäude für so einen Anlass vermieten“, erklärt Susak im Interview mit DOMRADIO.DE. Er verweist jedoch auf die andere Feierkultur freikirchlicher Gemeinden. Die mediale Fokussierung auf die Kirche als „USA House“ sei dem „Spezialgast Donald Trump“ geschuldet, der dem Forum eine besondere Gewichtung verleihe.

Der Vatikan in Davos: Dialog statt offizieller Botschaft

Interessante Akzente setzt in diesem Jahr der Vatikan. Anders als sein Vorgänger hat Papst Leo XIV. keine offizielle Botschaft an das WEF geschickt. Dennoch ist eine hochrangige Delegation unter der Leitung von Kardinal Peter Turkson vor Ort. „Papst Leo hat keine offizielle Botschaft an das WEF geschickt, aber Kardinal Turkson entsendet, um dem Thema 'Dialog mit der Kirche' gerecht zu werden“, so Dekan Susak.

Die Kirche bietet während des Gipfels zahlreiche Zusatzgottesdienste an, darunter das „ökumenische Schweigen und Beten“. Besonders beliebt sind die Frühmessen für WEF-Teilnehmer, an denen regelmäßig 40 bis 50 „hohe Tiere“ teilnehmen, um beim anschließenden Frühstück in den Austausch zu kommen. Sogar das katholische Pfarrzentrum ist eingebunden: Jeden Tag essen dort 600 WEF-Mitarbeiter.

Kritik an fehlender Veränderungskraft

Trotz des Dialogangebots bleibt Susak skeptisch, was die reale Wirkung auf das Weltwirtschaftssystem betrifft. Angesichts des aktuellen Oxfam-Berichts, der eine Rekordzahl von 3.000 Milliardären ausweist, fehle es oft an „ernsthaften Mut“, die soziale Schere zu schließen.

„Da die politische Lage aber momentan – auch durch Donald Trump – sehr stark in Richtung Eigeninteressen kippt, ist der Wille zur Veränderung wenig im Mittelpunkt“, beklagt der Dekan. Er mahnt eine Rückbesinnung an: „Eine Weltwirtschaft muss dem Wohl des Menschen dienen und nicht der Mensch einer Wirtschaft, bei der die Armen ärmer und die Reichen immer reicher werden.“

An diesem Mittwochabend wird in Davos weiter gebetet – für Gerechtigkeit, Frieden und dafür, dass der Geist des Dialogs vielleicht doch noch die Herzen der Verantwortlichen berührt. (vn/domradio 21)

 

 

 

 

 

Bedauern über Bätzings Rückzug

 

Die Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Irme Stetter-Karp, bedauert die geplante Abgabe des Vorsitzes der Deutschen Bischofskonferenz durch Bischof Georg Bätzing. „Zugleich hat dieser Schritt meinen vollen Respekt“, sagte sie am Montag auf Anfrage der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA).

Bätzing habe als Vorsitzender für die katholische Kirche in Deutschland in sechs Jahren viel geleistet. „Dem ZdK war er ein kollegiales, wahrhaftiges und hochengagiertes Gegenüber“, so Stetter-Karp.

Gute Zusammenarbeit

Den Limburger Bischof zeichne eine integre, herzliche Persönlichkeit aus, meinte die Präsidentin des höchsten katholischen Laiengremiums in Deutschland. „Insbesondere auf dem Synodalen Weg war Georg Bätzing ein mit Augenmaß agierender, zugleich zukunftsorientiert vorangehender Vorsitzender, mit dem ich im Co-Vorsitz der Synodalversammlungen und im Synodalen Ausschuss sehr gern zusammengearbeitet habe“, sagte Stetter-Karp mit Blick auf den Reformprozess in der katholischen Kirche in Deutschland. Sie hoffe zugleich, dass sein Nachfolger in ähnlicher Weise zukunftsorientiert sein werde.

Laienverbände würdigen Bätzings Einsatz

Die katholische Reformbewegung „Wir sind Kirche“ zeigte sich enttäuscht über den angekündigten Rückzug. Dieser sei ein „herber Rückschlag für alle anstehenden Reformen in der katholischen Kirche in Deutschland", wird Christian Weisner in der Augsburger Allgemeinen Zeitung zitiert.

Auch die Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (kfd) bedauerte die Entscheidung Bätzings. „Wir danken ihm für seinen engagierten Einsatz, vor allem im Synodalen Weg", so die stellvertretende Vorsitzende des Bundesverbandes, Ulrike Göken-Huismann, die selbst Synodalin ist: In „einer Zeit tiefgreifender Krisen und großer Herausforderungen", die nicht nur die Katholische Kirche beträfen, habe er den „Synodalen Weg maßgeblich geprägt und mit großer persönlicher Verantwortung begleitet", so die Frauenvertreterin. Dabei habe er sich gegen „erheblichen Gegenwind" gestemmt, der „teils aus den eigenen Reihen wie auch aus Rom" gekommen sei.

Große Erwartungen

Von Bätzings Nachfolger erwarte man sich eine konsequente Weiterführung des Synodalen Prozesses, so die Vertreterin des Frauenverbandes, der sich eigener Aussage nach für die Zulassung von Frauen „zu allen Diensten und Ämtern" einsetzt. 

Bischof Georg Bätzing hatte sich mehrfach dafür ausgesprochen, es zu ermöglichen, dass Frauen die Diakoninnenweihe gespendt werden könne - beim Amt des Diakons handelt es sich um eine Vorstufe zum Priesteramt. Um das Thema fachlich zu vertiefen, hatte Papst Franziskus eine eigene Kommission eingerichtet, die zwar die Möglichkeit einer Diakoninnenweihe verneint hatte, aber zu keinem abschließenden Ergebnis gekommen war und weitere Beschäftigung mit der Frage empfohlen hatte.

Zur Frage nach der Zulassung von Frauen zu Weiheämtern zum Priesteramt hatte Johannes Paul II. in seinem Apostolischen Schreiben Ordinatio Sacerdotalis hingegen erklärt, dass die Kirche „keinerlei Vollmacht hat, Frauen die Priesterweihe zu spenden, und dass sich alle Gläubigen der Kirche endgültig an diese Entscheidung zu halten haben“.

Ökumenische Würdigung

Auch die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Kirsten Fehrs, bedauert Bätzings Verzicht auf eine erneute Kandidatur als Vorsitzender der katholischen Bischofskonferenz. „Die Entscheidung von Bischof Bätzing, nicht erneut zur Wiederwahl anzutreten, bedaure ich persönlich“, erklärte Fehrs am Dienstag. Zugleich würdigte die Hamburger Bischöfin die gemeinsame Arbeit: „Uns verbindet eine lange, vertrauensvolle Zusammenarbeit, in der wir gemeinsam an unterschiedlichen Orten Verantwortung getragen und wichtige Fragen von Kirche und Gesellschaft im guten ökumenischen Miteinander beraten haben. Für diese Zusammenarbeit bin ich sehr dankbar.“

In einem Schreiben an die deutschen Bischöfe hatte Georg Bätzing im Vorfeld der kommenden Frühjahrsvollversammlung, bei der turnusmäßig die Wahl zum neuen Vorsitzenden stattfindet, darüber informiert, dass er für eine zweite Amtszeit nicht zur Verfügung stehen werde. Bereits seit mehreren Tagen mehrten sich die Anzeichen auf einen Rückzug Bätzings. Die nächste Vollversammlung der deutschen Bischöfe findet vom 23. bis 26. Februar in Würzburg statt.

(kna/aa 20)

 

 

 

 

 

Pfarrer widerspricht Vorwurf der Symbolpolitik in deutschem Reformprojekt

 

Der Frankfurter Pfarrer und Synodale Werner Otto hat den Gesprächsprozess „Synodaler Weg“ der Kirche in Deutschland gegen kirchenrechtliche Kritik verteidigt. Es „stand von vornherein fest, dass die Beschlüsse dieses Gremiums - wie die der Synodalversammlung - von sich aus keine Rechtswirkung entfalten und die Vollmacht der Diözesanbischöfe nicht antasten“, schreibt Otto in einem Beitrag für feinschwarz.net.

Beim Synodalen Weg berieten deutsche Bischöfe und Laienvertreter ab 2019 über die Zukunft der katholischen Kirche. Ausgangspunkt war die jahrelange Kirchenkrise, die der Missbrauchsskandal verschärft hat. In der Debatte ging es vor allem um die Themen Macht, Priestertum und Sexualmoral sowie um die Rolle der Frauen in der Kirche. Ende Januar trifft sich das Gremium erneut, um seine Arbeit zu evaluieren.

Kirchenrechtliche Kritik

Ende Dezember hatte der Tübinger Kirchenrechtler Bernhard Sven Anuth kritisiert, katholische Laien in Deutschland seien einer bischöflichen „Gesprächs- oder Beschäftigungstherapie“ auf den Leim gegangen. Die Begeisterung über die beschlossene Satzung der geplanten Synodalkonferenz sei für ihn nicht nachvollziehbar. Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) verkaufe als Mitentscheidung, was rechtlich nur unverbindliche Ratschläge seien, so Anuth.

Otto hält nun dagegen: „Wer Partizipation ausschließlich an unmittelbarer Rechtsdurchgriffsmacht misst, verkennt, wie kirchliche Verbindlichkeit in der Praxis häufig entsteht: durch Selbstbindung, Rechenschaft und eingeübte Verfahren gemeinsamen Entscheidens." Entscheidend sei daher weniger die juristische Stärke synodaler Gremien als ihre pastorale Wirksamkeit, so der Geistliche.

Otto: Prozess hat Empfinden der Menschen geändert

Künftig würden Bischöfe und gewählte Mandatsträger zu überdiözesanen Fragen gemeinsam beraten und entscheiden. „Zwar entfalten die Beschlüsse keine unmittelbare Rechtswirkung, sie erzeugen jedoch Selbstbindung und Rechenschaftspflichten." Wer ihnen nicht folge, müsse dies begründen und den Entscheidungsprozess transparent machen, schreibt Otto.

Zudem habe der Synodale Weg im Empfinden vieler Menschen bereits Veränderungen bewirkt, so Otto. Betroffene sexueller Gewalt würden nicht länger als Störfaktor wahrgenommen und auch der Umgang mit Paaren, die kirchlich nicht heiraten können, habe sich verändert. „Der Handlungstext zu den Segensfeiern schafft erstmals eine verlässliche Grundlage dafür, dass ihre Beziehungen nicht länger moralisch abgewertet, sondern ausdrücklich als segenswürdig anerkannt werden." Gespräche mit Betroffenen zeigten, dass dies "sehr positiv aufgenommen wird", schreibt Otto.

Grenzen des Prozesses

Zugleich benennt Otto Grenzen des Prozesses: „In manchen Anliegen ist der Synodale Weg hinter den Erwartungen zurückgeblieben." Das Scheitern eines Textes zur kirchlichen Sexualmoral zeige, dass Machtmissbrauch für Bischöfe auch darin bestehen könne, Loyalität zum eigenen Amtsstand über die Loyalität gegenüber den Gläubigen zu stellen. Auch das Papier zur Rolle der Frau sei deutlich abgeschwächt worden.

Sein Fazit: „Zusammenfassend zeigt sich, dass der Synodale Weg zwar nicht in jeder Hinsicht gelungen ist, jedoch in zentralen Fragen nachhaltige Reformimpulse gesetzt hat, die auch von vielen Gläubigen als relevante Veränderung erfahren werden." Ohne kirchenrechtliche Reformen habe der Prozess bestehende Strukturen performativ transformiert. (kap 20)

 

 

 

 

 

Leo: Mehr Aufmerksamkeit für Bedürftige, Leidende, Kranke

 

Papst Leo XIV. hat zum 34. Welttag der Kranken, den die katholische Kirche am 11. Februar 2026 begeht, dazu aufgerufen, „die Schönheit der Liebe und die soziale Dimension des Mitgefühls wiederzuentdecken und unsere Aufmerksamkeit auf die Bedürftigen und die Leidenden, wie etwa die Kranken, zu richten."  Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

Die katholische Kirche begeht den 34. Welttag der Kranken am 11. Februar 2026 feierlich in Chiclayo, Peru - dort war Leo XIV. bevor er Papst wurde, lange als Missionar. Die Papst-Botschaft zum Welttag veröffentlichte der Vatikan vorab diesen Dienstag. Sie trägt den Titel: „Das Mitgefühl des Samariters: Lieben, indem man das Leid des anderen mitträgt." Dazu führt das katholische Kirchenoberhaupt aus: „In diesem Gleichnis ist Mitgefühl das charakteristische Merkmal aktiver Liebe. Es ist weder theoretisch noch sentimental, sondern äußert sich in konkreten Gesten: Der Samariter nähert sich, er behandelt die Wunden, er kümmert sich und nimmt sich an. Aber Achtung, er tut dies nicht allein, als Einzelperson: Der Samariter suchte einen Gastgeber, der sich um jenen Mann kümmern konnte; genauso sind auch wir gerufen, andere einzuladen und uns in einem „Wir“ zu begegnen, das stärker ist als die Summe der kleinen Einzelpersonen." 

„Genauso sind auch wir gerufen, andere einzuladen und uns in einem „Wir“ zu begegnen, das stärker ist als die Summe der kleinen Einzelpersonen“

Krankenpflege ist gemeinsame Aufgabe aller

Der Papst  betont in seiner Botschaft also als einen wichtigen Punkt, dass Krankenpflege auch gemeinsame Aufgabe aller sei. Er berichtet in der Botschaft auch von seiner eigenen Erfahrung in Peru:

„Ich selbst habe in meiner Erfahrung als Missionar und Bischof in Peru festgestellt, dass viele Menschen Barmherzigkeit und Mitgefühl im Stil des Samariters und des Wirtes teilen. Die Familienangehörigen, die Nachbarn, das Personal wie auch die Seelsorger im Gesundheitswesen und viele andere, die innehalten, sich nähern, pflegen, Lasten tragen, begleiten und von ihrem Besitz geben, verleihen dem Mitgefühl eine soziale Dimension. Diese Erfahrung, die sich in einem Beziehungsgeflecht verwirklicht, geht über das rein individuelle Engagement hinaus." Und Leo XIV. erinnert daran, dass er in seinem ersten Lehrschreiben, in der Apostolischen Exhortation „Dilexi te" die Pflege der Kranken nicht nur als „wichtigen Teil” der Sendung der Kirche bezeichnet, sondern als echte „kirchliche Handlung" (Nr. 49).

„Ich wünsche mir von ganzem Herzen, dass diese geschwisterliche, „samaritanische“, integrative, mutige, engagierte und solidarische Dimension, die ihre tiefste Wurzel in unserer Vereinigung mit Gott im Glauben an Jesus Christus hat, in unserer christlichen Lebensweise niemals fehlen möge“

„Ich wünsche mir von ganzem Herzen, dass diese geschwisterliche, ,samaritanische`, integrative, mutige, engagierte und solidarische Dimension, die ihre tiefste Wurzel in unserer Vereinigung mit Gott im Glauben an Jesus Christus hat, in unserer christlichen Lebensweise niemals fehlen möge. Entflammt von dieser göttlichen Liebe können wir uns wirklich für alle Leidenden einsetzen, insbesondere für unsere kranken, alten und leidgeprüften Brüder und Schwestern."

„Eins zu sein in dem Einen setzt voraus, dass wir uns wirklich als Glieder eines Leibes fühlen, in dem wir gemäß unserer jeweiligen Berufung das Mitgefühl des Herrn für das Leiden aller Menschen weitergeben“

Leo XIV.  führt  in seiner Botschaft auch aus, dass die gemeinsame Sorge um Kranke und Bedürftige auch für die Ökumene wichtig sei: „Eins zu sein in dem Einen setzt voraus, dass wir uns wirklich als Glieder eines Leibes fühlen, in dem wir gemäß unserer jeweiligen Berufung das Mitgefühl des Herrn für das Leiden aller Menschen weitergeben. Mehr noch, der Schmerz, der uns bewegt, ist kein fremder Schmerz, sondern der Schmerz eines Gliedes unseres eigenen Leibes, zu dem uns unser Haupt zum Wohl aller sendet. In diesem Sinne vereint er sich mit dem Schmerz Christi und trägt, sofern er im christlichen Sinne aufgeopfert wird, zur Erfüllung des Gebets des Erlösers für die Einheit aller bei."

Begegnung und Freude, für andere da zu sein

In seiner Botschaft zum Welttag der Kranken hebt der Papst als weiteren wichtigen Punkt auch die Freude hervor, die aus der Begegnung und Hilfe anderer entspringt. Leo XIV. bezieht sich mit Blick auf die Geschwisterlichkeit aller auch besonders auf die Enzyklika „Fratelli tutti" seines Vorgängers im Amt, Papst Franziskus, Untertitel: Über die Geschwisterlichkeit und die soziale Freundschaft. Papst Leo betont in seiner Krankenbotschaft dementsprechend,  es gehe darum, Mitgefühl und Erbarmen gegenüber Bedürftigen nicht auf ein rein individuelles Bemühen zu beschränken, sondern „sich in einer Beziehung zu verwirklichen: zum bedürftigen Bruder und zur bedürftigen Schwester, zu denen, die sich ihrer annehmen und – als Grundlage – zu Gott, der uns seine Liebe schenkt." In Anlehnung an Papst Franziskus kritisiert auch Papst Leo eine oftmals vorherrschende „Wegwerfmentalität und Gleichgültigkeit" in der heutigen Zeit:

„Wir leben in einer Kultur, die von Schnelligkeit, Unmittelbarkeit und Eile geprägt ist, aber auch von einer Wegwerfmentalität und Gleichgültigkeit, was uns daran hindert, aufeinander zuzugehen und innezuhalten, um die Nöte und das Leid um uns herum wahrzunehmen“

„Wir leben in einer Kultur, die von Schnelligkeit, Unmittelbarkeit und Eile geprägt ist, aber auch von einer Wegwerfmentalität und Gleichgültigkeit, was uns daran hindert, aufeinander zuzugehen und innezuhalten, um die Nöte und das Leid um uns herum wahrzunehmen." Der Samariter gehe jedoch nicht vorüber, als er den Verletzten sah,  sondern habe einen offenen und aufmerksamen Blick für ihn gehabt - „den Blick Jesu, der ihn zu menschlicher Nähe und Solidarität bewegte", erläutert Leo XIV. mit Blick auf das Gleichnis in der Bibel. 

Mit Blick auf Barmherzigkeit und Nächstenliebe lehnt sich Leo XIV. an weitere Vorgänger-Päpste an, nämlich Benedikt XIV. und Johannes Paul II.,:

„Die Liebe ist nicht passiv, sie geht auf den anderen zu. Ob man zum Nächsten wird, hängt nicht von physischer oder sozialer Nähe ab, sondern von der Entscheidung zu lieben. Deshalb macht sich der Christ zum Nächsten des Leidenden und folgt damit dem Beispiel Christi, dem wahren göttlichen Samariter, der für die verwundete Menschheit zum Nächsten wurde. Es handelt sich nicht um bloße Gesten der Menschenfreundlichkeit, sondern um Zeichen, an denen man erkennen kann, dass die persönliche Anteilnahme am Leiden der anderen Selbsthingabe bedeutet, dass es darum geht, über das Stillen von Bedürfnissen hinauszugehen, sodass wir selbst Teil der Gabe werden." 

„Es handelt sich nicht um bloße Gesten der Menschenfreundlichkeit, sondern um Zeichen, an denen man erkennen kann, dass die persönliche Anteilnahme am Leiden der anderen Selbsthingabe bedeutet“

Liebe zu Gott, um uns selbst und unseren Mitmenschen zu begegnen

Als dritten wichtigen Punkt geht Papst Leo in seiner Botschaft zum Welttag der Kranken ausführlicher auf die Liebe zu Gott und sich selbst so wie den Nächsten ein. Auch wenn diese Liebe unterschiedliche Adressaten habe – Gott, den Nächsten und sich selbst – sei sie „doch immer untrennbar miteinander verbunden." Das Handeln der Menschen müsse stets ohne Eigeninteresse oder Belohnung erfolgen, als „Ausdruck einer Liebe, die über rituelle Normen hinausgeht und zu einem wahren Gottesdienst wird: Dem Nächsten zu dienen bedeutet, Gott im konkreten Handeln zu lieben", so das katholische Kirchenoberhaupt. Der Papst mahnt mit Blick auf die Selbstliebe, das Selbstwertgefühl oder das Bewusstsein der eigenen Würde nicht auf „Stereotypen wie Erfolg, Karriere, gesellschaftliche Stellung oder Abstammung zu gründen".

Abschließend vertraut Leo XIV. in seiner Botschaft zum 34. Welttag der Kranken alle Leidenden der Fürsprache der Gottesmutter Maria an. Er segnet zudem alle Kranken, ihre Familien,  alle die pflegen, Mitarbeiter im Gesundheitswesen, in der Krankenpastoral Tätige und alle, die am Welttag der Kranken teilnehmen.

(vn 20) 

 

 

 

 

 

Journalismus lernen mit Haltung und Handwerk

 

Volontariat an der katholischen Journalistenschule – Bewerbungsschluss: 1. März 2026

Wie man gründlich recherchiert, Themen verantwortungsvoll einordnet und Geschichten verständlich erzählt, lernen Nachwuchsjournalistinnen und -journalisten am Institut für publizistische Ausbildung e. V. (ifp) in München. Für das zweijährige Volontariat in christlichen Medien läuft die Bewerbungsphase noch bis zum 1. März 2026.

Der Ausbildungsstart ist für den Herbst 2026 vorgesehen. Der Fokus liegt auf der journalistischen Praxis: In Seminaren am ifp stehen unter anderem Interviewtechniken, Recherchemethoden, Reportageformen, Medienethik und Faktenprüfung auf dem Programm. Auch Künstliche Intelligenz, Audio- und Videojournalismus sowie multimediales Arbeiten gehören fest zur Ausbildung. Ein zentrales Element ist das Digitalprojekt, das jeder Jahrgang von der Konzeption bis zur Veröffentlichung eigenständig umsetzt.

Ergänzend zur fachlichen Qualifikation bietet das ifp ein breites Angebot: Mentoring, Spezialseminare zu aktuellen politischen und religiösen Fragestellungen sowie Auszeit-Wochenenden schaffen Raum für Vertiefung und Austausch. Zur Ausbildung gehört auch eine geistliche Begleitung, die Raum für persönliche Fragen eröffnet.

Die praktische Ausbildung findet in Kooperation mit Redaktionen in ganz Deutschland statt, darunter domradio.de, der Sankt Michaelsbund, die Verlagsgruppe Bistumspresse sowie die Katholische Nachrichten-Agentur. Die Einsatzorte decken unterschiedliche Medienformate ab – von Magazin und Nachrichtenagentur über Social Media bis hin zu Video, Radio und Podcast. Inhaltlich stehen Themen aus Kirche, Religion und Gesellschaft im Mittelpunkt.

„Wer lässt sich schon gern ins kalte Wasser werfen“, sagt die journalistische Direktorin Isolde Fugunt. „Im ifp lernen Nachwuchsjournalisten von Profis – damit sie auch dann oben bleiben, wenn es mal stürmisch wird.“ Studienleiter Burkhard Schäfers ergänzt: „In herausfordernden Zeiten brauchen angehende Journalistinnen und Journalisten Handwerk, Selbstsicherheit und einen inneren Kompass. Wir begleiten unsere Volos fachlich und persönlich in den Beruf.“

„Werte werden umso wichtiger, je mehr sich der Journalismus mit Vertrauensverlust einerseits und der Fixierung auf Clicks und Conversions andererseits konfrontiert sieht“, sagt Katja Auer, Redakteurin der Süddeutschen Zeitung und Referentin an der katholischen Journalistenschule ifp. „Am ifp lernen die Absolventinnen und Absolventen, was guten Journalismus ausmacht.“

Hintergrund. Das Institut für publizistische Ausbildung (ifp) ist die katholische Journalistenschule für alle. Das ifp bildet entlang christlicher Werte aus und weiter: mit Lehrenden aus der Praxis, durchdachten Lernkonzepten und an einem außergewöhnlichen Ort. Das ifp verbindet den Beruf mit Sinnfragen, arbeitet konstruktiv-kritisch, begleitet persönlich – und bietet für den gemeinsamen Weg ein langjährig gewachsenes Netzwerk. Die Journalistenschule liegt in der Münchner Innenstadt im ehemaligen Kapuzinerkloster St. Anton und verfügt über Seminarräume, Studios und Gästezimmer (www.journalistenschule-ifp.de). 

Dbk 20

 

 

 

 

Bischof Bätzing gibt Vorsitz der Deutschen Bischofskonferenz ab

 

Der Limburger Bischof Georg Bätzing (64) wird den Vorsitz der katholischen Deutschen Bischofskonferenz abgeben. Wie die Bischofskonferenz am Montag in Bonn mitteilte, wird er für eine zweite Amtszeit nicht zur Verfügung stehen.

Bei der Vollversammlung vom 23. bis 26. Februar in Würzburg wird ein Nachfolger für die kommenden sechs Jahre gewählt.

In einem Brief an alle Mitglieder der Bischofskonferenz schrieb Bätzing unter anderem mit Blick auf die anstehende Wahl: „Um im Vorfeld gute diesbezügliche Überlegungen zu ermöglichen, möchte ich Euch mitteilen, dass ich für eine erneute Wahl nicht zur Verfügung stehe. Ich habe mich dazu nach Beratung und reiflicher Überlegung entschieden." Für die anstehende Wahl wünsche er dem "Miteinander in der Konferenz weiterhin den Mut zum offenen Wort, zu konstruktivem Ringen und die Bereitschaft, aufeinander zuzugehen - um miteinander den Gläubigen in unserem Land und vielen mehr die Freude des Glaubens zu bezeugen".

Sechs intensive Jahre

Der Limburger Bischof, der als Konferenz-Vorsitzender im März 2020 auf den Münchner Erzbischof Kardinal Reinhard Marx gefolgt war, betonte weiter: „Es waren sechs intensive Jahre, in denen wir Bischöfe gemeinsam mit vielen anderen aus dem Volk Gottes einiges bewegen und für eine tragfähige Zukunftsgestalt von Kirche in unserem Land realisieren konnten. Jetzt ist es Zeit, diese für die Arbeit der Bischofskonferenz wichtige Aufgabe in andere Hände zu legen. Und ich bin mir sicher, es wird gut weitergehen."

Reaktionen

Die Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Irme Stetter-Karp, bedauert die geplante Abgabe des Vorsitzes der Deutschen Bischofskonferenz durch Bischof Georg Bätzing. „Zugleich hat dieser Schritt meinen vollen Respekt", sagte sie am Montag auf Anfrage der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA). Bätzing habe als Vorsitzender für die katholische Kirche in Deutschland in sechs Jahren viel geleistet. „Dem ZdK war er ein kollegiales, wahrhaftiges und hochengagiertes Gegenüber", so Stetter-Karp.

Den Limburger Bischof zeichne eine integre, herzliche Persönlichkeit aus, meinte die Präsidentin des höchsten katholischen Laiengremiums in Deutschland. „Insbesondere auf dem Synodalen Weg war Georg Bätzing ein mit Augenmaß agierender, zugleich zukunftsorientiert vorangehender Vorsitzender, mit dem ich im Co-Vorsitz der Synodalversammlungen und im Synodalen Ausschuss sehr gern zusammengearbeitet habe", sagte Stetter-Karp mit Blick auf den Reformprozess in der katholischen Kirche in Deutschland. Sie hoffe zugleich, dass sein Nachfolger in ähnlicher Weise zukunftsorientiert sein werde.

Auch die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Kirsten Fehrs, hat den Verzicht des Limburger Bischofs Georg Bätzing auf eine erneute Kandidatur als Vorsitzender der katholischen Deutschen Bischofskonferenz bedauert. „Die Entscheidung von Bischof Bätzing, nicht erneut zur Wiederwahl anzutreten, bedaure ich persönlich", erklärte Fehrs am Dienstag auf Anfrage der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA). Zugleich würdigte die Hamburger Bischöfin die gemeinsame Arbeit: „Uns verbindet eine lange, vertrauensvolle Zusammenarbeit, in der wir gemeinsam an unterschiedlichen Orten Verantwortung getragen und wichtige Fragen von Kirche und Gesellschaft im guten ökumenischen Miteinander beraten haben", so Fehrs weiter. „Für diese Zusammenarbeit bin ich sehr dankbar."  (kna 19)

 

 

 

 

 

Kardinal Koch: „Ökumene ist ein Friedenswerkzeug für die Welt“

 

An diesem Montag äußerte sich Kardinal Kurt Koch, Präfekt des Dikasteriums zur Förderung der Einheit der Christen, gegenüber den vatikanischen Medien anlässlich der laufenden Gebetswoche für die Einheit der Christen. Im Zentrum des Gesprächs standen die Impulse von Papst Leo XIV., das Erbe der Reformation und der ökumenische Weg zum Jubiläumsjahr 2030. Mario Galgano

Angesprochen auf die Forderung von Papst Leo XIV., wonach das Streben nach Einheit und der Einsatz für den Weltfrieden „Hand in Hand“ gehen müssen, betonte Koch die Vorbildfunktion der Kirchen. „Die Ökumene kann dann eine Hilfe für die Gesellschaft sein, wenn sie nicht die Zerstrittenheit der Gesellschaft widerspiegelt, sondern selber ein Zeichen der Einheit ist“, erklärte der Kardinal.

In einer Welt voller gegensätzlicher Strömungen bestehe die Herausforderung darin, in der Vielfalt trotzdem „in einem Geist“ zu leben. Koch mahnte: „Wenn die Christenheit selber ein zerstrittener Haufen ist, dann kann sie der Gesellschaft nicht viel bieten.“

Der leidenschaftliche Appell aus dem Osten

Die diesjährigen Texte der Gebetswoche, die von der Armenisch-Apostolischen Kirche vorbereitet wurden, basieren auf dem Epheserbrief („Ein Leib und ein Geist“). Für Koch ist die Wahl dieses Textes hochsymbolisch: „Es ist ein leidenschaftlicher Appell des heiligen Paulus zur Einheit. Wenn man bedenkt, dass Paulus diesen Brief aus dem Gefängnis schreibt, sieht man, wie ernst es ihm ist. Im Gefängnis gibt man sich nicht mit Belanglosigkeiten ab.“

„Im Gefängnis gibt man sich nicht mit Belanglosigkeiten ab.“

2030: Kein Termin, sondern ein Besinnungspunkt

Mit Blick auf das 500-jährige Jubiläum der Confessio Augustana im Jahr 2030 räumte der Kardinal mit Erwartungen an fixe Zeitpläne auf. „In der Ökumene benenne ich keine Termine. Die Termine gibt der Heilige Geist vor, nicht wir“, stellte er klar. Das Jahr 2030 sei jedoch ein wichtiger „Besinnungspunkt“, um die Überwindung der Trennung neu zu denken.

Koch zitierte den Theologen Wolfhart Pannenberg, für den die Kirchenspaltung ein „Scheitern“ der Reformation darstellte, da Martin Luther die Erneuerung der ganzen Christenheit wollte. „Jesus hat eine Kirche gewünscht, nicht eine Vielfalt von Kirchen“, so Koch.

Die „katholische“ Confessio Augustana und das Hindernis der Anerkennung

Bezüglich der Idee von Joseph Ratzinger, das Augsburger Bekenntnis als „katholisch“ anzuerkennen, zeigte sich Koch offen, benannte aber kirchenpolitische Hürden. Die Confessio Augustana sei im Kern ein gemeinsames, katholisches Dokument, auch wenn man heutige Passagen über Krieg oder das Mönchtum nicht mehr teile.

Das Problem liege jedoch in der Akzeptanz auf evangelischer Seite: „Kardinal Ratzinger hat damals gesagt: Die Voraussetzung für eine katholische Anerkennung ist die evangelische Anerkennung.“ Während etwa die lutherische Kirche (VLKD) ganz auf diesem Boden stehe, sei dies bei der EKD als Ganzes nicht der Fall. Man könne nur anerkennen, was in der anderen Gemeinschaft auch zweifelsfrei als Bekenntnisgrundlage gilt.

„Die Herausforderung von Nizäa bleibt aktuell.“

Ausblick: Von Nizäa nach Jerusalem

Zum Abschluss hob der Kardinal die bleibende Relevanz des Konzils von Nizäa hervor, dessen 1.700-jähriges Jubiläum kürzlich begangen wurde. Die Einheit könne nur im gemeinsamen Glauben gefunden werden. „Die Herausforderung von Nizäa bleibt aktuell“, sagte Koch und fügte mit einer Prise theologischer Schärfe hinzu: „Viele Christen, auch Katholiken, sind im Grunde genommen Arianer – oder wären es zumindest gerne. Viele sind nicht einmal das.“

Für das geplante Pilgerjahr 2033 in Jerusalem wünscht sich Koch, dass „Augsburg ein gutes Zeichen setzen kann“, betonte aber, dass die Klärung der Augsburger Fragen keine formale Voraussetzung für das Treffen im Heiligen Land sei. (vn 19)

 

 

 

 

 

Papst empfängt „Neokatechumenalen Weg“

 

Papst Leo XIV. ruft den „Neokatechumenalen Weg“ dazu auf, eng mit Bistümern und Pfarreien zusammenzuarbeiten und sich seelsorglich einzufügen, statt sich abseits zu halten. Stefan v. Kempis – Vatikanstadt

„Als Hüter der Einheit im Heiligen Geist ermahne ich euch, eure Spiritualität zu leben, ohne euch jemals vom Rest des kirchlichen Leibes zu trennen, als lebendiger Teil der gewöhnlichen Seelsorge der Pfarreien und ihrer verschiedenen Realitäten, in voller Gemeinschaft mit den Geschwistern und insbesondere mit den Priestern und Bischöfen.“ Das sagte der Papst zu Vertretern der Bewegung bei einer Audienz im Vatikan an diesem Montag.

„Eure Mission ist besonders, aber nicht exklusiv; euer Charisma ist spezifisch, aber es trägt seine Früchte in Gemeinschaft mit den anderen Gaben im Leben der Kirche. Ihr tut viel Gutes, aber euer Ziel muss es bleiben, den Menschen Christus näherzubringen, wobei ihr stets den Lebensweg und das Gewissen jedes Einzelnen respektiert… Geht mit Freude und Demut voran, ohne euch zu verschließen, als Baumeister und Zeugen der Gemeinschaft.“

„Eure Mission ist besonders, aber nicht exklusiv“

Der „Neokatechumenale Weg“ entstand nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil. Er will das urchristliche „Katechumenat“ wiederbeleben, also die stufenweise, geistliche Hinführung von Menschen zur Taufe. Außerdem geht er auf Menschen zu, die der Kirche fernstehen. Neokatechumenale Gemeinschaften sind heute mit 1,5 Millionen Mitgliedern in 134 Ländern auf allen Kontinenten vertreteten; die Gemeinschaft unterhält auch mehr als 120 eigene Priesterseminare.

Bei der Audienz an diesem Montag sparte Papst Leo nicht mit Lob für seine Besucher. „Dass alle Menschen Christus kennenlernen: Dieser Wunsch hat immer das Leben des ‚Neokatechumenalen Wegs‘ inspiriert, sein Charisma, die Werke der Evangelisierung und Katechesen. Das ist ein wertvoller Beitrag zum Leben der Kirche… Ihr habt in diesem Geist das Feuer des Evangeliums dort neu entzündet, wo es zu erlöschen drohte, und habt viele Personen und christliche Gemeinschaften begleitet, um in ihnen wieder die Freude des Glaubens zu wecken…“

„Wo der Geist des Herrn ist, da ist Freiheit“

Speziell würdigte Leo XIV. das Interesse seiner Gäste an einer „Wiederentdeckung“ der Taufe. Das machte er zum Ausgangspunkt seines Aufrufs zur Einheit.

„Dieses Sakrament verbindet uns, wie wir wissen, mit Christus und macht uns zu lebendigen Gliedern seines Leibes, zu seinem einzigen Volk, zu seiner einzigen Familie. Wir müssen uns immer daran erinnern, dass wir Kirche sind und dass der Heilige Geist jedem eine besondere Gabe schenkt, ‚damit sie anderen nützt‘, wie uns der Apostel Paulus mahnt (1 Kor 12,7)... Die Charismen müssen immer in den Dienst des Reiches Gottes und der einen Kirche Christi gestellt werden. In ihr ist keine Gabe Gottes wichtiger als andere, … und kein Dienst darf zum Grund werden, sich besser als die Geschwister zu fühlen und diejenigen auszuschließen, die anders denken.“

Einigermaßen deutlich insistierte Papst Leo auf einem anderen Wort des Apostels Paulus: „Wo der Geist des Herrn ist, da ist Freiheit“ (2 Kor 3,17). „Deshalb müssen die Verkündigung des Evangeliums, die Katechese und die verschiedenen Formen der Seelsorge stets frei von Zwang, Strenge und Moralismus sein, damit sie nicht Schuldgefühle und Ängste hervorrufen, anstatt innere Befreiung zu bewirken.“ (vn 19)

 

 

 

Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz. Wahl des Vorsitzenden

 

Die Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz findet vom 23. bis 26. Februar 2026 in Würzburg statt. Dabei ist nach sechs Jahren auch die Wahl des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz gemäß dem Statut vorgesehen.

Der amtierende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, hat jetzt aus diesem Anlass einen Brief an die Mitglieder der Bischofskonferenz geschrieben. Mit Blick auf die Wahl des Vorsitzenden heißt es darin wörtlich: „Um im Vorfeld gute diesbezügliche Überlegungen zu ermöglichen, möchte ich Euch mitteilen, dass ich für eine erneute Wahl nicht zur Verfügung stehe. Ich habe mich dazu nach Beratung und reiflicher Überlegung entschieden.“ Bischof Bätzing empfindet es „als eine große Ehre und Freude, diesen Dienst in wahrlich anspruchsvollen Zeiten zu tun, die zugleich neue Gestaltungsspielräume eröffnen“. In seinem Brief spricht er einen vielfachen Dank aus und zwar an alle, „die mich in den zurückliegenden sechs Jahren wertschätzend und konstruktiv-kritisch unterstützt haben“. Für die anstehende Wahl bete er um Gottes guten Geist und wünscht dem „Miteinander in der Konferenz weiterhin den Mut zum offenen Wort, zu konstruktivem Ringen und die Bereitschaft, aufeinander zuzugehen – um miteinander den Gläubigen in unserem Land und vielen mehr die Freude des Glaubens zu bezeugen“.

Anlässlich des Briefes fügt Bischof Bätzing hinzu: „Es waren sechs intensive Jahre, in denen wir Bischöfe gemeinsam mit vielen anderen aus dem Volk Gottes einiges bewegen und für eine tragfähige Zukunftsgestalt von Kirche in unserem Land realisieren konnten. Jetzt ist es Zeit, diese für die Arbeit der Bischofskonferenz wichtige Aufgabe in andere Hände zu legen. Und ich bin mir sicher, es wird gut weitergehen.“ Dbk 19

 

 

 

 

Papst Leo lädt zum Gebet für die Einheit der Christen ein

 

Die Wurzeln der alljährlich begangenen Gebetswoche für die Einheit der Christen, die an diesem Sonntag wieder beginnt, reichen zwei Jahrhunderte zurück. Daran hat Papst Leo XIV. beim Angelus an diesem Sonntag erinnert. Er lud „alle katholischen Gemeinschaften ein, in diesen Tagen das Gebet für die volle sichtbare Einheit aller Christen zu verstärken.“

Sein Vorgänger Papst Leo XIII. habe die Initiative sehr gefördert, so das Kirchenoberhaupt. Überdies seien vor genau hundert Jahren erstmals „Vorschläge für die Gebetsoktav für die Einheit der Christen” veröffentlicht worden. „Unser Engagement für die Einheit muss Hand in Hand gehen mit unserem Engagement für Frieden und Gerechtigkeit in der Welt", erklärte der Papst.

In diesem Jahr stammt das Thema der inzwischen 59. Gebetswoche für die Einheit der Christen aus dem Brief an die Epheser: „Ein Leib und ein Geist, wie ihr auch berufen seid zu einer Hoffnung“ (Eph 4,4). Die Gebete und Reflexionen wurden von einer ökumenischen Gruppe unter der Leitung der Abteilung für interreligiöse Beziehungen der Armenisch-Apostolischen Kirche vorbereitet, so der Papst. So wie seine Vorgänger feiert Leo XIV. am kommenden Sonntag zum Abschluss der Gebetswoche für die Einheit der Christen eine Ökumenische Vesper in der Papstbasilika St. Paul vor den Mauern.

Wurzeln im Schottland des 18. Jahrhunderts

Die Vorgeschichte der Gebetswoche für die Einheit der Christen begann nach Angaben des Dikasteriums für die Einheit der Christen sogar bereits im 18. Jahrhundert in Schottland, wo erste ökumenisch geprägte Gebetsbewegungen entstanden. Eine feste Form erhielten sie 1908 mit der erstmals begangenen  „Church Unity Octave“. Die protestantische Ökumenebewegung  „Faith and Order" veröffentlichte ab 1926 regelmäßig „Suggestions for an Octave of Prayer for Christian Unity“.

Einen starken Impuls erhielt die ökumenische Bewegung 1964 in Jerusalem: Dort beteten Paul VI. und Athenagoras I., der Ökumenische Patriarch von Konstantinopel, gemeinsam Jesu Gebet „dass alle eins seien“ (Joh 17). Dies markierte einen historischen Wendepunkt nach Jahrhunderten der Trennung.

Im selben Jahr unterstrich das Zweites Vatikanisches Konzil mit seinem Ökumenismusdekret Unitatis redintegratio die zentrale Rolle des Gebets als „Seele der ökumenischen Bewegung“ und stärkte damit die Feier der Gebetswoche für die Einheit der Christen weiter. Seit 1966 wird sie offiziell gemeinsam von katholischer Kirche und Weltkirchenrat vorbereitet und entwickelte sich zu einem weltweit getragenen ökumenischen Zeichen. (vn 18)

 

 

 

 

 

„Wasser ist keine Ware“: Hilfswerke fordern gerechten Zugang

 

Während in Berlin die Internationale Agrarministerkonferenz tagt, schlägt ein Bündnis namhafter Hilfswerke und Agrarorganisationen Alarm. In einer an diesem Samstag veröffentlichten Mitteilung fordern sie einen ungehinderten Zugang zu Wasser und eine grundlegende Reform der Agrarpolitik, um die globale Ernährungssicherheit nicht zu gefährden.

Seit Mittwoch beraten Agrarminister aus aller Welt in Berlin über die Zukunft der Landwirtschaft. Für das Bündnis, dem unter anderem die kirchlichen Hilfswerke Brot für die Welt und Misereor sowie die Organisationen Fian, Inkota und die Arbeitsgemeinschaft bäuerliche Landwirtschaft (AbL) angehören, steht fest: Das Recht auf angemessene Nahrung und Wasser muss als zentrales Ziel in der nationalen und internationalen Politik verankert werden.

Wasserknappheit als existenzielle Bedrohung

Wasser sei zwar die wichtigste Ressource für das Leben, werde jedoch durch die Klimakrise und die industrielle Landwirtschaft immer knapper – sowohl im Globalen Süden als auch in Europa. Das Bündnis warnt eindringlich davor, den Zugang zu dieser Lebensgrundlage den Marktmechanismen zu überlassen.

„Wenn Wasser zur Ware wird, verlieren wir unsere Lebensgrundlagen“, warnte Lucia Birkmeir von der jungen AbL. Sie betonte die Notwendigkeit klarer Regeln: „Ohne klare Regeln und gezielte Förderprogramme verlieren wir Böden, Höfe und am Ende unsere Ernährungssicherheit.“

Agrarsubventionen an Bedingungen knüpfen

Ein konkreter Hebel für Veränderungen liegt aus Sicht der Unterzeichner in der Gemeinsamen Agrarpolitik (GAP) der Europäischen Union. Sie fordern die EU-Agrarminister auf, staatliche Gelder künftig konsequent an soziale und ökologische Leistungen der Landwirte zu binden.

Dazu zählen insbesondere Maßnahmen, die das Klima schützen und die Biodiversität fördern. Nur durch eine solche Neuausrichtung der Förderströme könne sichergestellt werden, dass die Landwirtschaft nachhaltig agiert und die kostbare Ressource Wasser schont.

Ein breites internationales Bündnis

Der Appell wird von einer vielfältigen Koalition getragen, die über die deutschen Grenzen hinausreicht. Neben den großen kirchlichen Werken und deutschen Bauernvertretern gehört auch die kenianische Organisation Inkota zu den Initiatoren. Gemeinsam unterstreichen sie, dass der Kampf um das Wasser eine globale Herausforderung ist, die auf dem Berliner Gipfel nicht länger ignoriert werden darf. (pm/kna 17)

 

 

 

 

 

Papst an Diplomatenakademie: „Keine Taktik, sondern denkende Nächstenliebe“

 

Die Päpstliche Kirchliche Akademie, die Kaderschmiede der vatikanischen Diplomaten, feiert ihr 325-jähriges Bestehen. In einem Brief, den der Vatikan an diesem Samstag veröffentlichte, würdigt Papst Leo XIV. die „lange und fruchtbare Geschichte“ dieser 1701 gegründeten Institution und schärft das Profil der künftigen Nuntien: Diplomatie im Namen des Papstes sei kein technisches Handwerk, sondern ein geistlicher Dienst am Frieden. Mario Galgano

In seinem Schreiben blickt der Pontifex auf die Ursprünge unter Papst Clemens XI. zurück und betont, dass sich die Ausbildung stets an den Erfordernissen der Kirche und der Welt angepasst habe. Besonders hob der Bischof von Rom die Reformen seines Vorgängers Papst Franziskus hervor, der die Akademie enger an das Staatssekretariat angebunden und sie als Zentrum für Spitzenforschung in den Diplomatiewissenschaften qualifiziert hatte.

Integration von Fachwissen und Priestertum

Leo XIV. dankte den Vorgesetzten und Studenten für den eingeschlagenen Weg der Erneuerung, „ohne die Wurzeln zu vergessen“. Das Ziel der Ausbildung sei es, eine solide wissenschaftliche Basis – von Jura über Politik bis hin zu Sprachen – mit der menschlichen und priesterlichen Reife der jungen Geistlichen zu verbinden.

„Ich wünsche mir, dass dieser glückliche Anlass bei den Studenten ein erneuertes Engagement weckt“, schreibt das Oberhaupt der katholischen Kirche. Er erinnert eindringlich daran: „Der diplomatische Dienst ist kein Beruf, sondern eine pastorale Berufung: Er ist die evangeliale Kunst der Begegnung, die Wege der Versöhnung sucht, wo Menschen Mauern und Misstrauen errichten.“

Diplomatie als „denkende Nächstenliebe“

Deutlich grenzt der Papst das vatikanische Wirken von rein säkularer Machtpolitik ab. Die Diplomatie des Heiligen Stuhls entspringe direkt dem Evangelium. „Sie ist keine Taktik, sondern denkende Nächstenliebe; sie sucht weder Sieger noch Besiegte, sie baut keine Barrieren auf, sondern stellt authentische Bindungen wieder her.“ 

Um diese Gemeinschaft aufzubauen, sei eine Tugend unerlässlich: das Zuhören. „Bevor ein Wort gesprochen wird, muss das Zuhören kommen: das Hören auf Gott und das Hören auf die Kleinen, auf jene, deren Stimme oft nicht gehört wird.“ Die Diplomaten des Vatikans seien gerufen, „Brücken“ zu sein – „unsichtbare Brücken zur Unterstützung, feste Brücken in schwierigen Zeiten und Brücken der Hoffnung, wenn das Gute wankt.“

Der Schutzpatron als Vorbild

Zum Abschluss des Briefes verweist Leo XIV. auf den heiligen Antonius den Großen (Antonius Abbas), den Patron der Akademie. Wie dieser die Stille der Wüste in einen fruchtbaren Dialog mit Gott verwandelte, so sollen auch die künftigen Diplomaten Priester von „tiefer Spiritualität“ sein. Nur aus dem Gebet könne die Kraft fließen, anderen Menschen wahrhaft zu begegnen.

Der Brief, der offiziell auf den 21. November 2025 datiert ist, schließt mit dem Apostolischen Segen für die gesamte Gemeinschaft der Akademie. Er setzt ein klares Zeichen für die Fortführung des Kurses einer „aktiven Neutralität“ und des unermüdlichen Einsatzes für den Dialog in einer zunehmend fragmentierten Weltordnung. (vn 17)

 

 

 

 

 

Aktionstag „Zusammenhalt in Vielfalt“ am 21. Mai 2026

 

Bündnis ruft zum Engagement für gesellschaftlichen Zusammenhalt auf

Heute (16. Januar 2026) ist der offizielle Startschuss für den Aktionstag „Zusammenhalt in Vielfalt“ (www.aktionstag-zusammenhalt-in-vielfalt.de) der Initiative kulturelle Integration – eines Bündnisses von 28 Vertreterinnen und Vertretern der Sozialpartner, Religionsgemeinschaften, Medien, Politik, Verwaltung und Zivilgesellschaft – gefallen. Bei einer Pressekonferenz haben Mitglieder der Initiative kulturelle Integration stellvertretend für alle Beteiligten den Aktionstag „Zusammenhalt in Vielfalt“ am 21. Mai 2026 sowie dazu bereits geplante Aktivitäten vorgestellt und bundesweit zum Mitmachen aufgerufen.

Im Umfeld des UNESCO-Welttags der kulturellen Vielfalt sollen zahlreiche Aktionen von unterschiedlichen Organisationen, Bündnissen oder auch Einzelpersonen durchgeführt und so vielfältige Zeichen für den Zusammenhalt in der freien und vielfältigen deutschen Gesellschaft gesetzt werden. Alle bereits angemeldeten Aktionen sind im Veranstaltungskalender vermerkt. Den Hintergrund für den Aktionstag bilden die 15 Thesen „Zusammenhalt in Vielfalt“ der Initiative kulturelle Integration, die sowohl das gemeinsam erarbeitete Verständnis von kultureller Integration wie ihr Bekenntnis dazu wiedergeben.

Bischöfin Kirsten Fehrs, Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), sagte während einer Pressekonferenz: „Unsere Gesellschaft lebt von kultureller Vielfalt, sie braucht aber auch gemeinsame Werte. Kultur und Religion können beides leisten: Sie eröffnen Freiräume für Unterschiedlichkeit und stiften zugleich Zusammenhalt. Wo Religionsgemeinschaften sichtbar und dialogisch am öffentlichen Leben teilnehmen, stärken sie Integration. Sie können Räume öffnen, in denen Menschen einander begegnen, Unterschiede aushalten und Gemeinsames entdecken.“ Daniela Schneckenburger, Beigeordnete für Kultur beim Deutschen Städtetag, fügte hinzu: „Städte leben Vielfalt. Sie sind ein Abbild der Menschen, die in den Städten leben und dort ihren kulturellen Hintergrund einbringen. Das wollen wir mit einem gemeinsamen Aktionstag deutlich machen und auch feiern. Die offenen und liberalen Stadtgesellschaften brauchen diesen gemeinsamen Auftritt, um sich einander gegen die zu stärken, die auf Spaltung setzen.“

Robert Skuppin, Programmdirektor des Rundfunk Berlin-Brandenburg (rbb), hob hervor: „Nie war es wichtiger als heute, Zusammenhalt und Vielfalt sichtbar zu machen. Als öffentlich-rechtlicher Sender in der Hauptstadtregion begleitet der rbb den bundesweiten Aktionstag ‚Zusammenhalt in Vielfalt‘ als Medienpartner. In Radio, Fernsehen und auf unseren digitalen Plattformen zeigen wir, wie vielfältig unsere Gesellschaft ist und wie sehr sie vom respektvollen Miteinander lebt. Die Initiative kulturelle Integration vereint Akteurinnen und Akteure aus nahezu allen Bereichen des gesellschaftlichen Lebens – ganz im Sinne unseres Auftrags, Orientierung zu geben und Dialog zu fördern.“ Der Staatsminister für Kultur und Medien, Wolfram Weimer, sagte bei der Pressekonferenz: „Kulturelle Vielfalt gehört zum Selbstverständnis unseres Landes und ist eine tragende Säule unserer Demokratie. Sie lebt von Freiheit, Verantwortung und einer gemeinsamen Wertebasis. Der Aktionstag ‚Zusammenhalt in Vielfalt‘ zeigt, dass unterschiedliche kulturelle Prägungen und Ausdrucksformen unser Zusammenleben bereichern – fest auf dem Boden unseres Grundgesetzes und einer offenen, wehrhaften Demokratie. Gerade jetzt kommt es darauf an, Vielfalt und Zusammenhalt nicht gegeneinander auszuspielen, sondern beides zu stärken. Deshalb lade ich alle Bürgerinnen und Bürger ein, sich am bundesweiten Aktionstag zu beteiligen und ein sichtbares Zeichen für kulturelle Vielfalt, Respekt und gesellschaftlichen Zusammenhalt zu setzen. Diese freiheitliche Kultur verteidigen wir gegen alle Extremisten, die sie von rechts, von links oder aus religiösem Fanatismus angreifen. Kultur braucht Vielfalt und klare gemeinsame Werte.“

Olaf Zimmermann, Sprecher der Initiative kulturelle Integration und Geschäftsführer des Deutschen Kulturrats: „In Deutschland leben seit Jahrhunderten Menschen unterschiedlicher Herkunft zusammen. Unterschiedliche biografische Erfahrungen und regionale Traditionen prägen unser Land und sind Teil unserer kulturellen Identität. Die aktuellen gesellschaftlichen Auseinandersetzungen verlangen von uns allen ein noch stärkeres Zusammenrücken, ein wertschätzendes und respektvolles Miteinander sowie die Anerkennung von Vielfalt als Grundlage für das friedliche Zusammenleben aller Menschen in unserer freiheitlichen Demokratie. Zehn Jahre nach der Gründung der Initiative kulturelle Integration, eines Bündnisses, das sich von Beginn an für das Thema Zusammenhalt in Vielfalt engagiert hat, laden wir alle Menschen in Deutschland dazu ein, sich aktiv für den gesellschaftlichen Zusammenhalt in unserem Land stark zu machen.“

Hintergrund. Der Initiative kulturelle Integration gehören an: ARD, Bundesarbeitsgemeinschaft der Freien Wohlfahrtspflege, Bundesarbeitsgemeinschaft der Immigrantenverbände in Deutschland, Bundesministerium des Innern, Bundesministerium für Arbeit und Soziales, Bundesverband Digitalpublisher und Zeitungsverleger, Bundesvereinigung der Deutschen Arbeitgeberverbände, Deutsche Bischofskonferenz, dbb beamtenbund und tarifunion, Deutscher Gewerkschaftsbund, Deutscher Journalisten-Verband, Deutscher Kulturrat, Deutscher Landkreistag, Deutscher Naturschutzring, Deutscher Olympischer Sportbund, Deutscher Städte- und Gemeindebund, Deutscher Städtetag, Der Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien, Die Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration, zugleich Beauftragte für Antirassismus, Evangelische Kirche in Deutschland, Forum der Migrantinnen und Migranten im Paritätischen, Koordinationsrat der Muslime, Kulturministerkonferenz, MVFP Medienverband der freien Presse, neue deutsche organisationen – das postmigrantische Netzwerk, VAUNET – Verband Privater Medien, ZDF, Zentralrat der Juden in Deutschland. Dbk 17

 

 

 

 

 

Vatikan veröffentlicht Dekret zum Franziskus-Jahr: Keine geistliche Abkürzung

 

Mit der Veröffentlichung des offiziellen Dekrets an diesem Freitag hat die Apostolische Pönitentiarie den Weg für die vollkommenen Ablässe im besonderen Franziskus-Jahr geebnet. Das Jubiläum, das Papst Leo XIV. rund um den 800. Todestag des Heiligen aus Assisi ausgerufen hat, dauert vom 10. Januar 2026 bis zum 10. Januar 2027. Der Regent der Pönitentiarie Krzysztof Nykiel mahnt jedoch: Der Ablass sei kein „Gnadenautomat“.

Pfarrer Marek Weresa - Vatikanstadt

Nach den intensiven Erfahrungen des Heiligen Jahres 2025 stellt sich für viele Gläubige die Frage nach einer gewissen „spirituellen Müdigkeit“. Monsignore Nykiel warnt in diesem Zusammenhang vor einer „Inflation der Heiligkeit“. Im Interview mit den Vatikan-Medien betont er, dass es im Glauben nicht um ein ständiges „Mehr“ an Veranstaltungen gehe, sondern um ein „Tiefer“.

Vom Spektakel zur täglichen Nachfolge

„Das Franziskus-Jahr darf nicht einfach nur ein weiteres Kapitel mit spirituellen Sondereffekten sein“, erklärt Nykiel. Vielmehr gehe es um einen „stillen Übergang vom Enthusiasmus zur tiefen Reife“. Der Heilige Franziskus schlage keine komplizierten Praktiken vor, sondern Einfachheit und Authentizität: die Rückkehr zum Evangelium, die Freude an kleinen Dingen und eine gelebte Beziehungsfähigkeit.

Das nun veröffentlichte Dekret legt fest, unter welchen Bedingungen der vollkommene Ablass gewährt wird. Dazu gehören die sakramentale Beichte, die eucharistische Kommunion, Gebete in den Meinung des Papstes sowie der Besuch einer franziskanischen Kirche. Besonders hervorgehoben wird im Dokument die Sorge um Kranke und Alte: Wer das Haus nicht verlassen kann, kann sich geistig mit den Feiern verbinden und seine Leiden aufopfern.

Der Ablass als Begegnung, nicht als Magie

Ein zentraler Punkt des Interviews ist die Klärung des Begriffs „Ablass“. Nykiel tritt der Vorstellung entgegen, es handele sich um eine Art „geistliche Abkürzung“. „Der Ablass ist in erster Linie eine Begegnung mit Gott“, so der Monsignore. Er befreit das Herz von der Last der Sündenstrafen, damit der Gläubige in voller Freiheit Wiedergutmachung leisten kann.

Kritisch setzt sich Nykiel mit der Voraussetzung der „Abkehr von jeder Sünde“ auseinander. Dies sei kein unerreichbares Ideal für wenige Auserwählte, sondern eine Herzenseinstellung. „Es geht nicht um die Abwesenheit von Schwäche, sondern um die Entscheidung des Willens“, erklärt er. Wer aufrichtig sagt: ‚Herr, ich will keine Sünde, ich verabscheue sie, auch wenn ich schwach bin‘, der erfülle die Bedingung der inneren Freiheit.

Die Botschaft für den modernen Menschen

Was kann der „Poverello“ von Assisi den Menschen von heute noch sagen? Laut Nykiel ist Franziskus ein Korrektiv zum modernen Konsumismus. In einer Welt, in der das Virtuelle oft über der Realität steht und Beziehungen verflachen, lehre Franziskus das „Sein“ über das „Haben“.

„Seine Freiheit entsprang der Loslösung von materiellen Gütern“, so Nykiel. Dies sei eine hochaktuelle Einladung zu maßvollem Handeln und verantwortungsvollem Umgang mit Ressourcen. Zudem sei der Frieden, den Franziskus verkündete, kein Ergebnis von interessengeleiteten Kompromissen, sondern entspringe einem bekehrten Herzen.

Das Ziel des Jubiläumsjahres sei es daher, den Gläubigen zu helfen, den Ablass als Etappe auf dem Weg der Umkehr zu begreifen. Wenn die Hirten dies vermitteln, so Nykiel abschließend, werde das Jahr zu einem echten Instrument der Reifung im Glauben. (vn 16)

 

 

 

 

 

 

EU lobt Sternsinger: Ihr bringt die Botschaft der Hoffnung

 

Sternsinger aus Deutschland, Österreich und weiteren EU-Ländern haben vor Ort in Brüssel das EU-Parlament aufgerufen, den Kampf gegen schwere Kinderarbeit nicht Lobbyinteressen unterzuordnen, sondern deutlich zu verstärken. EU-Vize-Parlamentspräsidentin Sabine Verheyen lobte die Kinder: „In eurem Engagement zeigt ihr, wie wichtig es ist, sich füreinander einzusetzen, unabhängig von der Herkunft, von Sprache oder auch von der Religion."

Die Sternsinger brächten eine „Botschaft von Hoffnung, Solidarität und Mitmenschlichkeit" und setzten sich auch ganz besonders für die Interessen von Kindern in aller Welt ein. „Die Sternsingeraktion ist ein starkes Zeichen dafür, wie wir in Europa auch gemeinsam etwas bewegen können. Mit eurem Einsatz verkörpert ihr die Werte, die uns als europäische Union verbinden: Nächstenliebe, Respekt und der Glaube an eine bessere Zukunft. Ihr seid aus sechs verschiedenen Mitgliedsstaaten angereist. Ihr zeigt damit, dass Solidarität und Zusammenhalt eben nicht an den Grenzen halt machen, sondern auch über die Grenzen hinweg möglich sind“, so Verheyen beim Treffen am Mittwoch (14.1.2026). 

„Ausbeuterische Kinderarbeit muss endlich gestoppt werden und die europäischen Firmen und Konzerne in die Pflicht genommen werden“

Die Sternsingeraktion 2026 steht unter dem Motto „Schule statt Fabrik – Sternsingen gegen Kinderarbeit“. Rund 138 Millionen Kinder müssen weltweit arbeiten, damit ihre Familien das Nötigste zum Überleben haben. Die Kinder arbeiten oft viele Stunden am Tag, gehen nicht in die Schule und haben keine Zeit für Freunde oder zum Spielen. Sie bekommen für ihre harte Arbeit nur wenig Lohn: Viele Arbeitgeber nutzen sie aus und behandeln sie wie Sklaven. Angesichts dessen forderten die Sternsinger die EU laut der Pressemitteilung der Katholischen Jungschar auf: „Diese ausbeuterische Kinderarbeit muss endlich gestoppt werden und die europäischen Firmen und Konzerne in die Pflicht genommen werden."

Sternsinger aus Oberösterreich dabei

Empfangen wurden die als „Heilige Drei Könige" verkleideten Kinder aus Österreich, Deutschland, Italien, Ungarn, Belgien und Rumänien am Mittwoch unter anderem von Parlamentspräsidentin Roberta Metsola. Unter ihnen waren mit Hanna, Theresa, Marie und Valerie auch vier Mädchen aus der Pfarre Waizenkirchen in Oberösterreich, teilte die Dreikönigsaktion der Katholischen Jungschar mit. 

Nach dem offiziellen Termin mit der Vizepräsidentin und der Präsidentin des Europäischen Parlaments traf die Gruppe aus Waizenkirchen auch mehrere EU-Abgeordnete aus Österreich persönlich.

Die 11-jährige Hanna Mair berichtet: „Die Abgeordneten haben sich sehr über unseren Besuch gefreut. Es war spannend zu erfahren, dass auch Menschen aus Oberösterreich im Europäischen Parlament vertreten sind. Wir haben nicht nur Spenden erhalten, sondern auch ein paar Geschenke.“ Ein besonderes Erinnerungsstück ist eine Kappe des Europäischen Parlaments, die die Sternsingerinnen aus Waizenkirchen in den kommenden Tagen bei ihren Erkundungstouren durch Brüssel tragen werden.

Wer die Sternsinger nicht persönlich angetroffen hat, kann online auf www.sternsingen.at/spenden oder über das Spendenkonto der Dreikönigsaktion für die Armutsregionen dieser Welt spenden. Auf Wunsch kann auch ein CMB-Segenskleber bestellt werden: https://www.dka.at/segenskleber. (pm 15)

 

 

 

 

 

 

Weltindex: 388 Mio. Christen verfolgt - Verschärfte Lage in Syrien

 

Weltweit sind 388 Millionen Christen wegen ihres Glaubens mindestens in hohem Maß von Verfolgung und Diskriminierung betroffen. Das geht aus dem Weltverfolgungsindex 2026 des internationalen Hilfswerks Open Doors hervor. Besonders dramatisch hat sich zuletzt die Lage für Christen in Syrien verschlechtert. Nach dem Sturz des Assad-Regimes rückte das Land in dem jährlich erhobenen Index von Platz 18 auf 6 vor.

Auf Rang 1 liegt erneut Nordkorea vor Somalia, Jemen, Sudan und Eritrea. Nigeria auf Rang 7 ist laut der evangelikalen Freikirchen nahestehenden Organisation das „globale Epizentrum tödlicher Gewalt gegen Christen“: Von den mindestens 4.849 Christen, die weltweit im Berichtszeitraum von Oktober 2024 bis September 2025 wegen ihres Glaubens getötet wurden, stammen 3.490 aus Nigeria.

Hauptgrund für die dramatische Verschlechterung der Lage in Syrien ist ein massiver Anstieg der Gewalt. Im Berichtszeitraum wurden laut dem Hilfswerk mindestens 27 Christen in Syrien wegen ihres Glaubens getötet, im Jahr davor waren es keine. Besonders folgenschwer war ein Selbstmordanschlag auf die griechisch-orthodoxe Mar-Elias-Kirche in Damaskus im Juni 2025. Dabei kamen 22 Christen ums Leben. In mehreren Regionen des Landes wurden Kirchen und kirchliche Gebäude attackiert und christliche Schulen geschlossen. Viele Christen gingen aus Angst nicht mehr in die Kirche.

„Als das Assad-Regime im Dezember 2024 fiel, gab es vorsichtigen Optimismus, dass die Christen in Syrien unter der neuen Führung von Hay'at Tahrir al-Sham eine Atempause finden könnten. Stattdessen haben wir eine verheerende Kehrtwende erlebt“, erklärt Kurt Igler, Geschäftsführer von Open Doors Österreich. „Wenn der Schutz durch den Staat zusammenbricht und extremistische Ideologien die Lücke füllen, zahlen religiöse Minderheiten den Preis dafür. Die Welt darf nicht wieder wegsehen“, mahnte der Menschenrechtsexperte.

Nach Schätzungen leben derzeit nur noch rund 300.000 Christen in Syrien. Hunderttausende haben das Land bereits verlassen. Eine ähnliche Entwicklung habe zuvor im Irak stattgefunden und sei im gesamten Nahen Osten zu beobachten.

388 Millionen Christen in hohem Maß verfolgt

Der Weltverfolgungsindex wird seit 1993 jährlich erstellt und listet jene 50 Länder auf, in denen es für Christen am gefährlichsten ist, ihren Glauben zu leben und zu bekennen. Mit zuletzt 388 Millionen hat die Zahl von Christen, die einem hohen bis extremen Maß an Verfolgung ausgesetzt sind, laut Open Doors einen erneuten Höchststand erreicht. Vor einem Jahr nannte der Index noch rund 380 Millionen Betroffene.

Der Index ordnet die Länder anhand einer Punktzahl den Kategorien „hoch“, „sehr hoch“ und „extrem“ zu. Rund 315 Millionen Christen sind den Angaben zufolge einem „sehr hohen“ bis „extremen“ Maß an Verfolgung und Diskriminierung ausgesetzt. Unter den zehn Ländern mit der meisten Christenverfolgung befinden sich abgesehen von Nordkorea vorrangig islamisch geprägte Staaten.

Weltweit wurden laut Index mindestens 4.849 Christen im Zusammenhang mit der Ausübung ihres Glaubens getötet, nach 4.476 im Vorjahr. Die Dunkelziffer dürfte höher liegen. Die Zahl sexualisierter Übergriffe, Zwangsehen und Vergewaltigungen nahm deutlich zu. Dokumentierte Angriffe auf Kirchen und kirchliche Einrichtungen gingen hingegen zurück.

Verschärfte Lage in Subsahara-Afrika

Neben Syrien zählt Subsahara-Afrika weiterhin zu den Regionen mit der höchsten Gewalt. 14 Länder dieser Region stehen auf dem Weltverfolgungsindex 2026. Ein Höchstmaß an Gewalt in ihren Ländern verzeichnet der Index aktuell für Christen im Sudan, in Mali und Nigeria. Im Sudan würden Christen von beiden Kriegsparteien, also sowohl von der Armee als auch von den Rapid Support Forces, ins Visier genommen. In Nigeria verüben islamistische Radikale insbesondere in den nördlichen Landesteilen immer wieder schwere Anschläge und Massaker.

Das Muster, wonach schwache Regierungen ein Machtvakuum schaffen, das von militanten Islamisten ausgefüllt wird, setzte sich in der gesamten Region fort, so Open Doors. Weitgehend ungehindert operierten diese etwa in Teilen von Burkina Faso, Mali, der Demokratischen Republik Kongo, der Zentralafrikanischen Republik, Somalia, Niger und Mosambik.

Christen in Algerien in Isolation

Jenseits physischer Gewalt werde die Religionsfreiheit von Christen auch durch Überwachung und strenge Regulierung bedroht und Gläubige in den Untergrund getrieben. Dies gilt laut Open Doors etwa für Algerien (Platz 20 im Index), wo die Regierung verstärkt die Online-Aktivitäten christlicher Gemeinschaften einschränke und - auch durch die Schließung aller protestantischen Kirchen - mehr als drei Viertel der Christen den Kontakt zu ihrer Kirchengemeinde verloren hätten.

Auch in China (Platz 17) habe der Staat den Druck weiter verstärkt. Neue Vorschriften regulierten jegliche Online-Aktivitäten von Geistlichen. Bibel-Apps, Spendensammlungen und Jugendarbeit seien verboten, so Open Doors: „Unabhängige Hauskirchen, die sich einst in großen Einkaufszentren trafen, haben sich in geheime Gruppen von 10 bis 20 Personen in Privathäusern aufgespalten.“

Open Doors unterstützt nach eigenen Angaben verfolgte Christen in rund 60 Ländern. In Österreich widmet sich das Hilfswerk vorwiegend der Berichterstattung über ihre Unterdrückung.

Hier die Website von Open Doors mit Details zum Weltverfolgungsindex:  www.opendoors.at  (kap 14)

 

 

 

 

 

Bonifatius-Werk stellt 2026 Förderbudget von 11 Millionen Euro bereit

 

Mit einem Förderbudget von elf Millionen Euro geht das Bonifatiuswerk ins Jahr 2026. Mit dem Geld unterstützt das internationale Hilfswerk Projekte in den Diaspora-Regionen in Deutschland, Nordeuropa und im Baltikum. Das meldete das Hilfswerk am Mittwoch.

Demnach sei der Etat gegenüber 2025 leicht gewachsen. Der Bonifatiusrat hat das Budget in seiner jüngsten Sitzung freigegeben. Bonifatiuswerk-Generalsekretär Georg Austen dankte in der Aussendung ausdrücklich den Spendern, die diese Fördersumme „trotz der schwierigen wirtschaftlichen Rahmenbedingungen in Deutschland” möglich gemacht haben.

Erstmals legt das Spendenhilfswerk 2026 zusätzlich zur bisherigen Unterstützung eine Sonderförderung für katholische Frauenorden auf. Profitieren sollen Ordensgemeinschaften in Nordeuropa, die selbst über keine oder nur geringe Einnahmen verfügen. 100.000 Euro stehen für diesen Zweck zur Verfügung.

1,6 Millionen Euro stellt das Hilfswerk für Projekte der Kinder- und Jugendhilfe bereit. Die Glaubenshilfe nimmt Projekte mit missionarischem Charakter in den Blick. Hier können Initiativen Förderanträgestellen, die Kirche als offenen, einladenden Ort erlebbar machen – analog wie digital. Bei mehr als einer Million Euro liegt das Glaubenshilfe-Budget in diesem Jahr.

BONI-Busse als Glaubenshelfer

Außerdem sind knapp 600 BONI-Busse aktuell im In- und Ausland unterwegs. Die markant-gelben mobilen Glaubenshelfer ermöglichen kirchliches Leben dort, wo große Entfernungen Gemeinschaft erschweren – sei es auf dem Weg zum Gottesdienst, zum Religionsunterricht oder zu Angeboten für Seniorinnen und Senioren. 2026 unterstützt das Bonifatiuswerk den Kauf von BONI-Bussen mit 600.000 Euro (ein Plus von 70.000 Euro gegenüber 2025).

Die vor wenigen Jahren neu eingeführten flexiblen Förderinstrumente kommen auch 2026 zum Tragen: So können besonders innovative Bauprojekte unterjährig mit 400.000 Euro gefördert werden. Zusätzlich sollen erneut Modellprojekte, die beispielgebend für Innovationen in der pastoralen Arbeit sind, mit einem Fördervolumen von 500.000 Euro bedacht werden.

Auch Baumaßnahmen werden gefördert

Im Bereich Bauhilfe liegt das Budget bei 2,3 Millionen Euro. Mit diesen Mitteln unterstützt das Bonifatiuswerk Gemeinden und kirchliche Einrichtungen in der Diaspora, die den Neubau oder die Instandhaltung von Gebäuden nicht komplett aus eigener Kraft nicht stemmen können.

Einen nennenswerten Beitrag zum gesamten Förderetat steuert das Diaspora-Kommissariat der deutschen Bischöfe bei. Priester aus Deutschland geben als Zeichen der Solidarität ein Prozent ihres Gehaltes an das Diaspora-Kommissariat ab. Mit diesem Geld werden Priester und hauptamtliche Diakone in Nord-, Mittel- und Osteuropa unterstützt. Aufgrund fehlender Eigenmittel und mangels staatlicher Unterstützung können die Bistümer in diesen Regionen ohne diese Zuschüsse die Ausgaben für die Seelsorge vor Ort nicht ausreichend finanzieren. 5,4 Millionen Euro hat der Vergabeausschuss des Diaspora-Kommissariates für 2026 bewilligt. Das Bonifatiuswerk verwaltet die Mittel und gibt sie zweckgebunden weiter. (pm 14)

 

 

 

 

 

 

800. Todestag Heiliger Franziskus: Tipps für Assisi-Pilger

 

Im umbrischen Wallfahrtsort Assisi ist am Wochenende das Jubiläumsjahr aus Anlass des Todes des heiligen Franziskus vor 800 Jahren eröffnet worden. Was die Pilger dort erwartet, haben wir Bruder Thomas Freidel OFM Conv. gefragt. Der Franziskaner-Minorit ist Leiter des Museums der Basilika und deutschsprachiger Pilgerseelsorger in Assisi. Stefanie Stahlhofen 

„Der Höhepunkt wird natürlich das Franziskusfest sein, am 3. und 4. Oktober, mit dem Gedenken an den 800. Todestag. Aber es beginnt schon früher.  Es wird gleich im Frühjahr einen besonderen Höhepunkt geben: Es wird das Grab des Franziskus geöffnet und die Reliquien zur öffentlichen Verehrung sichtbar gemacht werden. Und das zum allerersten Mal in der Geschichte wirklich für die Allgemeinheit. Das wird vom 1. bis  zum 5. Fastensonntag, also Ende Februar bis Ende März, geschehen - und es sind schon mehr als 300.000 Personen angemeldet, die in der Zeit kommen wollen."

Einen Monat lang, vom 22. Februar bis zum 22. März 2026, werden in der Franziskus-Basilika in Assisi so zum ersten Mal die sterblichen Überreste des Heiligen Franziskus der breiten Öffentlichkeit zugänglich gemacht.

Heiliger Franziskus: Jubiläum 2026 in Assisi - Bruder Thomas Freidel OFM Conv. hat Hintergründe, Tipps und Infos für Pilger (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)

Es kommen mehr als 30 Mitbrüder der Franziskaner aus der ganzen Welt zum Helfen nach Assisi, und es gibt bisher auch bereits mehr als 70 freiwillige Helfer, berichtet Bruder Thomas. Der Zugang zur gesamten Basilika ist in diesem Zeitraum übrigens nur nach vorheriger Reservierung möglich. Zum Anmelden gibt es eine extra Internetseite, bisher auf Italienisch und Englisch:www.sanfrancescovive.org.

„Es wird gleich im Frühjahr einen besonderen Höhepunkt geben: Es wird das Grab des Franziskus geöffnet und die Reliquien zur öffentlichen Verehrung sichtbar gemacht werden. Und das zum allerersten Mal in der Geschichte“

Verehrung der Reliquien bewusst vor Ostern

„Uns war wichtig, dass wir diese Ostensione, wie es auf Italienisch heißt, diese öffentliche Verehrung der Reliquien einbinden in ein theologisch-spirituell fundiertes Programm. Die Gruppen, die kommen und die sich anmelden, bekommen eine geistliche Einführung und noch mal einen eigenen Moment des Gebetes. Die Begegnung mit Franziskus - auch eben sichtbar in seinen sterblichen Überresten - soll die Menschen zu einer vertieften Erfahrung führen, zum eigenen Christsein im Geiste des Franziskus - und das Ganze gerade in der Fastenzeit, in der Vorbereitung auf Ostern", erklärt Bruder Thomas. 

 „Uns war wichtig, dass wir diese Ostensione, wie es auf Italienisch heißt, diese öffentliche Verehrung der Reliquien einbinden in ein theologisch spirituell fundiertes Programm. Gruppen bekommen eine geistliche Einführung und einen eigenen Moment des Gebetes“

Papst Leo XIV. würdigt Franziskus als Friedensstifter

Papst Leo hat zur Eröffnung der Feierlichkeiten in Assisi, die bis zum 10. Januar 2027 dauern, am Wochenende einen Brief geschickt, in dem er den heiligen Franziskus als Friedensstifter würdigt - darüber haben sich die Franziskaner in Assisi natürlich besonders gefreut. Bruder Thomas erinnert daran, dass Papst Leo XIV. im November 2025 schon zu einem kurzen Besuch in Assisi war. Und er meint: „Es wird sicherlich noch einen größeren offiziellen Besuch des Papstes in diesem Jahr irgendwann geben. Wann? Das ist noch nicht bekannt. Aber natürlich, dass er diesen Akzent setzt und dieses Anliegen des Friedens betont, ist natürlich ganz in unserem Sinne und letztendlich im Sinne natürlich des heiligen Franziskus“

„Es wird sicherlich noch einen größeren offiziellen Besuch des Papstes in diesem Jahr irgendwann geben. Wann? Das ist noch nicht bekannt. Aber dass er diesen Akzent setzt und dieses Anliegen des Friedens betont,  ist natürlich ganz in unserem Sinne... und letztendlich im Sinne des heiligen Franziskus, der sich als Friedensstifter verstanden hat, der Frieden gestiftet hat zwischen Menschen. Und der ins Heilige Land gereist ist in der Zeit der Kreuzzüge, um dort Frieden und Versöhnung zu verkünden. Also, es passt ganz genau in die Lebensbotschaft des Franziskus, und wir freuen uns, dass Papst Leo diesen Gedanken aufgreift."

Der Augustinerorden, dem Papst Leo XIV. angehört, stehe dem Franziskanerorden übrigens nahe: „Das ist ja ein Orden, der unserem recht ähnlich und der zur selben Zeit entstanden ist. Wir sind mit den Augustinern vielerorts gut bekannt in der Welt, wo wir tätig sind. Es gibt da also ohnehin schon eine gemeinsame Ebene, und wir freuen uns, dass er diese Anliegen aufgreift. Wir werden sehen, was dann in diesem Jahr noch kommen wird."

Ablass im Jubiläumsjahr 

Die zuständige Bußbehörde im Vatikan hat aus Anlass des Franziskus-Todes-Jubiläumsjahres einen vollkommenen Nachlass der Sündenstrafen (Ablass) gewährt. Er kann außer in Assisi gemäß den üblichen Bedingungen weltweit in jeder Franziskus geweihten Kirche erlangt werden. Bruder Thomas erinnert daran, dass es diese Möglichkeit schon immer gibt, in Assisi in der Basilika San Francesco und in der Portiuncula - so heißt das kleine Kirchlein innerhalb der Basilika Santa Maria degli Angeli in Assisi.

„Das ist ein besonderes Privileg, dass die Päpste Assisi verliehen haben. Aber das wird natürlich in diesem Jahr noch mal besonders betont und hervorgehoben -  weil es ja gerade Franziskus war, der für die Kapelle in der Ebene hier unten dieses Privileg des Papstes bekommen hatte. Er wollte gerne allen die Möglichkeit geben, auch ohne ins Heilige Land oder sonst wohin zu pilgern, die Schuld und ihre Folgen (was ja beim Ablass das Thema ist) aufzuarbeiten und zu heilen."

Neuer Bischof für Assisi - ein Zeichen

Dieses Wochenende, pünktlich zum Beginn der Franziskus-Feierlichkeiten in Assisi, hat Papst Leo XIV. einen neuen Bischof für das Bistum Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino ernannt. Er hat den Rücktritt von Erzbischof Domenico Sorrentino, der mit 77 schon zwei Jahre über der Altersgrenze ist, angenommen. Zum neuen Bischof ernannte Papst Leo XIV. den bisherigen Erzbischof des süditalienischen Erzbistums Benevent, Felice Accrocca:

„Dass die Ernennung jetzt am Samstag bekanntgegeben wurde, war natürlich noch mal ein besonderer Akzent bei dieser Feierlichkeit zur Eröffnung des Jubiläumsjahres. Für uns ist es eine große Freude, denn Felice Accrocca ist sehr gut bekannt mit der ganzen franziskanischen Familie. Er ist einer der ausgewiesenen Kenner der franziskanischen Ordensgeschichte und Spiritualität und ist schon oft bei uns gewesen, auch als Referent bei Tagungen. Wir freuen uns sehr, dass er jetzt als Erzbischof hierher kommt."

Höflichkeitsbesuch einer Delegation aus Assisi am Montag, 12. Januar, im Erzbistum Benevento, beim künftigen neuen Erzbischof Assisis, Felice Accrocca

„Für uns ist es natürlich eine große Freude, denn Felice Accrocca ist sehr gut bekannt mit der ganzen franziskanischen Familie. Er ist einer der ausgewiesenen Kenner der franziskanischen Ordensgeschichte und Spiritualität“

Sein Amt als neuer Bischof von Assisi wird Felice Accrocca im März antreten. Domenico Sorrentino, der bisherige Bischof Assisis, der noch bis Amtsantritt seines Nachfolgers als apostolischer Administrator im Amt bleibt, wird am 19. März mit einer Messe in der Basilika Santa Maria degli Angeli verbaschiedet. Er war mehr als 20 Jahre Bischof der Diözese Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino und später auch des Nachbarbistums Foligno, das inzwischen vom Bischof Assisis mitbetreut wird. Zusammen zählen die Bistümer rund 150.000 Katholiken in etwa 100 Pfarreien.

Wichtige Informationen für Pilger

Der Leichnam des heiligen Franziskus wird zum Jubiläum aus seinem Grab in der Krypta geborgen und zu Füßen des Papstaltars in der Unterkirche der Basilika aufgebahrt. Anlässlich der Öffnung des Grabes und der Verehrung der sterblichen Überreste des Heiligen werden die Führungen durch die Unter- und Oberkirche mit Brüdern und Reiseleitern vom 15. Februar 2026 bis zum 6. April 2026, also bis einschließlich Ostermontag, ausgesetzt werden. Dieser verlängerte Zeitraum ergibt sich aus den erforderlichen Umbauarbeiten in der Basilika und im gesamten Konvent vor und nach der öffentlichen Verehrung der Reliquien, die vom 22. Februar bis zum 22. März dauert.

Der Zugang zur gesamten Basilika ist nur nach vorheriger Reservierung und gemäß den auf der Website der Veranstaltung angegebenen Modalitäten möglich. Weitere Informationen unter:www.sanfrancescovive.org

Vom 22. Februar bis zum 22. März 2026 werden auch die privaten Messen (Gruppenmessen oder Gebetszeiten) in den Kapellen des Sacro Convento ausgesetzt. Gottesdienste sind nur in Form von Konzelebrationen oder durch Teilnahme an den mehrsprachigen Messen, die alle in der Oberkirche stattfinden, zu folgenden Zeiten möglich: Montag bis Freitag um 07:30/09:00/11:00/15:00/17:00 Uhr - Samstags und sonntags um 7:00/9:00/11:00/13:00/15:00/17:00 Uhr.

Ab Palmsonntag ist der Besuch der Basilika wieder möglich, wenn auch ohne Führungen am 30.3., am 31.3., sowie am 1. April und - wie seit jeher üblich- finden ebenfalls ab Gründonnerstag bis Karsamstag keine Führungen statt. Die Gottesdienste werden, beginnend ab Palmsonntag, wieder wie gewohnt gefeiert.

Führungen mit Bruder Thomas

Auch im Jubiläumsjahr gibt es Führungen mit Bruder Thomas Freidel OFM Conv. in Assisi. Den Brüdern ist es nicht möglich, Führungen oder Gottesdienste an anderen franziskanischen Stätten in Assisi oder ausserhalb zu halten. Bei der Anmeldung sind vollständige Angaben bzgl. Datum, gewünschte Uhrzeit und Personenzahl nötig. Sonst ist keine Planung und Reservierung möglich. Auch die Adresse des Quartiers und die Dauer des Aufenthalts sind hilfreich. Führungen sind üblicherweise möglich um 9 oder 16 Uhr (auch 11 oder 14 Uhr), ja nach Vereinbarung. Die Führung dauert ca. eine Stunde. Für interessierte Gruppen ist auch ein erweiterter Rundgang durch die Kirche möglich, oder eine Führung durch das Museum der Basilika. 

Der Treffpunkt ist immer vor dem Informationsbüro unter den Arkaden auf dem Platz vor dem Eingang zur Unterkirche von San Francesco. Wir holen dann gemeinsam im Büro die Kopfhörer zum Preis von 3,00 Euro pro Person. Gruppen mit eigenem Kopfhörersystem bitten wir um einen Beitrag von 2,50 Euro p.P. Diese Beträge sind keine Eintrittsgebühr, sondern dienen zur Unterhaltung und Restaurierung der Kirche. Die Führung selbst verstehen wir als einen seelsorglichen Dienst, für den wir am Ende des Rundgangs eine Spende erbitten.

Sonntags, sowie an weiteren Feiertagen ist der Besuch der Basilika möglich, aber es sind keine Führungen erlaubt. Alternativ bietet Bruder Thomas eine Begegnung an, bei der die wichtigsten Inhalte vermittelt werden.

Eucharistiefeiern in Assisi

Für Eucharistiefeiern stehen zur Verfügung: Der Grabaltar in der Krypta (nur werktags um 8 und 9 Uhr), sowie täglich von 8-18 Uhr immer zur vollen Stunde: die Kapelle frate Leone (bis 190 Pers.) und die Kapelle San Bonaventura (bis 60 Pers.). Diese liegen im Innenbereich des Klosters, Zugang über die Pforte neben dem Eingang zur Unterkirche. In den Kapellen können auch Wortgottesdienste ohne Kommunionfeier gehalten werden. Für grosse Pilgergruppen ist mit Sondererlaubnis die Zelebration in der Basilica möglich. Herzlich laden wir zudem ein, zum Besuch der Sonntagsmesse um 10.30 Uhr (in Ital.) oder um 9 Uhr (in Englisch), beides während der Sommerzeit in der Oberkirche, sowie zum Besuch der Konventmesse, werktags um 7.15 Uhr in der Unterkirche.

Assisi-Führungen in Buchform 

Aus Bruder Thomas` Führungen sind zwei Bücher entstanden: „…und verkündet aller Kreatur…“, und „San Francesco in Assisi - Die Botschaft des heiligen Franziskus in Bildern“. Sie sind im Klosterladen im Innenhof hinter der Basilika erhältlich. (pm/vn 14)

 

 

 

 

 

Vatikan und Italien fordern weltweites Verbot der Leihmutterschaft

 

Die Leihmutterschaft stellt nach Ansicht des Vatikans eine moderne Form der Ausbeutung dar, die menschliche Beziehungen entwertet und Kinder zu bloßen Vertragsobjekten herabwürdigt. Bei einer Dialogveranstaltung am Dienstag in der italienischen Botschaft beim Heiligen Stuhl forderten Vertreter der Kirche und der Politik ein entschlossenes internationales Vorgehen gegen die „Kommerzialisierung des weiblichen Körpers“. Edoardo Giribaldi

Unter dem Titel „Eine gemeinsame Front für die Menschenwürde“ trafen am Dienstagnachmittag Erzbischof Paul Richard Gallagher, der vatikanische Außenbeauftragte, und die italienische Ministerin für Familie und Chancengleichheit, Eugenia Maria Roccella, im Palazzo Borromeo in Rom zusammen. Im Zentrum der Debatte stand die Praxis der Leihmutterschaft, die bereits von Papst Franziskus als „verwerflich“ bezeichnet wurde – eine Linie, die Papst Leo XIV. jüngst bekräftigte.

Das Kind ist kein „Produkt“

In seinem Plädoyer betonte Erzbischof Gallagher, dass die Frage der Leihmutterschaft die gesamte Menschheit betreffe. Er bezog sich dabei auf die Neujahrsrede des Kirchenoberhauptes vor dem diplomatischen Korps vom 9. Januar. Die Verwandlung der Schwangerschaft in eine „verhandelbare Dienstleistung“ verletze die Würde des Kindes, das zum „Produkt“ degradiert werde, sowie die der Mutter, deren Körper instrumentalisiert werde.

Gallagher bezeichnete die Praxis als eine „neue Form des Kolonialismus“, die oft die materielle Not von Frauen in ärmeren Ländern ausnutze. „Die Person kann nicht Gegenstand einer Transaktion sein, selbst wenn die Praxis als Geste der Großzügigkeit präsentiert wird“, erklärte der Erzbischof. Hinter juristischen Formulierungen verberge sich oft der schlichte Verkauf eines Kindes, wobei die Interessen der Erwachsenen über das Wohl der Kleinsten gestellt würden. Ein Kind, so Gallagher weiter, bleibe immer ein „Geschenk Gottes“ und dürfe niemals aus einem vermeintlichen ökonomischen Recht heraus eingefordert werden.

Widerstand gegen internationale Regulierung

Kritisch äußerte sich der vatikanische Außenbeauftragte zu Bestrebungen auf internationaler Ebene, die Leihmutterschaft lediglich zu regulieren, statt sie zu verbieten. Er warnte davor, dass eine rechtliche Rahmung die Nachfrage nur weiter anheizen würde. „Das Angebot wird durch den Markt bedingt: Einfachere und sicherere Verfahren würden mehr Menschen dazu verleiten, auf Leihmutterschaft zurückzugreifen und somit mehr Kinder zu produzieren, die für den Verkauf bestimmt sind“, gab Gallagher zu bedenken. Die einzige kohärente Antwort bleibe daher die vollständige Abschaffung.

Schwangerschaft ist nicht „vertraglich regelbar“

Die italienische Ministerin Eugenia Roccella unterstrich die harte Haltung der italienischen Regierung, die die Leihmutterschaft seit 2024 unter Strafe stellt – auch wenn diese im Ausland in Anspruch genommen wird. Sie wies den Vorwurf zurück, dadurch Rechte von Kindern zu beschneiden. Vielmehr gehe es darum, die „Vertraglichmachung“ von Elternschaft zu verhindern.

Roccella betonte, dass man bei der Leihmutterschaft niemals von einer „Spende“ sprechen könne, wie es etwa bei Blut- oder Organspenden der Fall ist. Es gebe nichts Altruistisches an einer Praxis, die auf kommerziellen Verträgen basiere. Sie forderte eine stärkere internationale Zusammenarbeit, insbesondere im Rahmen der Vereinten Nationen, um ein Bewusstsein für die fortschreitende Vermarktung der Mutterschaft zu schaffen.

Die Veranstaltung endete mit dem Appell an die diplomatische Gemeinschaft, dem Ruf des Papstes zu folgen und einen Weg des Respekts vor der menschlichen Person unter allen Umständen einzuschlagen. Die Kirche, so Gallagher abschließend, werde sich weiterhin weltweit für die Rechte der Kinder und gegen den Missbrauch vulnerabler Frauen einsetzen. (vn 14)

 

 

 

 

 

 

Generalaudienz: Leo XIV. über die revolutionäre Kraft der Offenbarung

 

Das Verhältnis zwischen Schöpfer und Geschöpf ist keine Herrschaftsbeziehung, sondern eine Einladung zur Freundschaft. Dies war die Kernbotschaft, die Papst Leo XIV. an diesem Mittwochvormittag in der vatikanischen Audienzhalle verkündete. Im Rahmen seiner neuen Katechesenreihe zum Zweiten Vatikanischen Konzil widmete er sich der Dogmatischen Konstitution „Dei Verbum - über die göttliche Offenbarung". Mario Galgano

Vor tausenden Pilgern erläuterte das Kirchenoberhaupt, dass Jesus Christus die Beziehung des Menschen zu Gott radikal verändert habe. Unter Berufung auf das Johannesevangelium („Ich nenne euch Freunde“) machte der Pontifex deutlich, dass die einzige Bedingung für diesen neuen Bund die Liebe sei. „Gott ist Gott und wir sind Geschöpfe“, räumte er ein, doch in seinem Sohn habe Gott die asymmetrische Distanz überbrückt, um uns ihm ähnlich zu machen.

Wort statt „Geschwätz“

Besonders eindringlich sprach der Papst über die Natur der Kommunikation. Er zog eine scharfe Trennlinie zwischen dem authentischen Wort und dem, was er als bloßes „Geschwätz“ bezeichnete. Während Letzteres an der Oberfläche bleibe und keine Gemeinschaft stifte, diene das echte Wort dazu, das eigene Wesen zu offenbaren.

In der Offenbarung rede der unsichtbare Gott aus „überströmender Liebe“ die Menschen wie Freunde an. Dieser göttliche Dialog vertrage kein Schweigen, sondern lebe vom Austausch wahrhaftiger Worte. „Gott spricht zu uns als Verbündeter“, so das katholische Kirchenoberhaupt. Damit dieser Dialog gelinge, sei die erste notwendige Haltung das aufmerksame Zuhören.

Gebet als Pflege der Freundschaft

Um diese göttliche Freundschaft lebendig zu halten, sei das Gebet unverzichtbar. Der Papst unterschied hierbei zwischen der liturgischen Gemeinschaft und dem persönlichen Zwiegespräch im Herzen. Er mahnte die Gläubigen, Gott im Gebet nicht Dinge mitzuteilen, die dieser ohnehin wisse, sondern sich selbst vor ihm zu offenbaren.

„Nur wer im Dialog mit Gott steht, kann auch glaubwürdig über ihn sprechen.“

„Im Tages- und Wochenablauf eines Christen darf die Zeit für das Gebet, die Meditation und die Besinnung nicht fehlen“, forderte das Oberhaupt der katholischen Kirche. Nur wer im Dialog mit Gott stehe, könne auch glaubwürdig über ihn sprechen.

Warnung vor der „Unaufmerksamkeit“

Zum Abschluss seiner Vertiefung der Dogmatischen Konstitution „Dei Verbum - über die göttliche Offenbarung" zog der Pontifex einen Vergleich zu menschlichen Beziehungen. Erfahrungen lehrten, dass Freundschaften nicht nur durch dramatische Trennungen, sondern oft durch eine „Reihe von täglichen Unaufmerksamkeiten“ zerbrechen würden. Er rief die Anwesenden dazu auf, den Ruf Jesu zur Freundschaft nicht ungehört zu lassen: „Pflegen wir diese Beziehung, und wir werden entdecken, dass gerade die Freundschaft mit Gott unser Heil ist.“ (vn 14)

 

 

 

 

 

 

„7 Wochen WERTvoll“. Fastenzeitaktion 2026 für Paare und Familien

 

Zeit zu entdecken, was wertvoll ist im Leben: Die Fastenaktion „7 Wochen WERTvoll“ lädt Paare und Familien ein, gemeinsame Werte zu entdecken, zu erleben und zu feiern. Ab Mitte Februar bis Ostern 2026 erscheint dazu jeweils freitags ein Brief mit vielfältigen Gesprächsanregungen, Ideen für gemeinsame Aktivitäten, kleinen Meditationen und Gebeten sowie Gottesdienstvorlagen. Dazu gibt es jeweils passende Musik- bzw. Videotipps. Initiatorin ist die Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung e. V. (AKF).

„Wir wünschen uns, dass viele Paare und Familien in den Fastenbriefen eine Quelle der Ermutigung und Freude finden, die sie in ihrem Alltag stärkt und trägt“, sagt Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), Vorsitzender der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz. „Es ist gut, wenn es Zeiten gibt, die Aus-Zeiten vom Alltag sind. Gerade die Fastenzeit ist eine Chance, nach innen zu hören und sich von Gott neu ansprechen zu lassen. Deshalb laden wir Paare, Familien, aber auch alle darüber hinaus Interessierten ein, die Fastenaktion zu entdecken“, so Erzbischof Koch.

„Werte geben Halt, besonders in unsicheren Zeiten. Unsere Fastenaktion 2026 regt an, die sieben Wochen zwischen Aschermittwoch und Ostern als Chance für mehr Miteinander zu nutzen“, erläutern Lisa Mattern und Franziska Feil, Koordinatorinnen der 7-Wochen-Aktion bei der AKF.

Die Briefe gibt es in zwei Varianten: Für Familien mit Kindern im Alter zwischen fünf und zehn Jahren und für Paare. Interessierte können sich ab sofort online anmelden:

* Anmeldung für Familien: www.elternbriefe.de/7Wochen

* Anmeldung für Paare: www.7wochenaktion.de

Während der Fastenzeit 2026 bekommen alle Teilnehmenden dann sieben Mal kostenfrei wöchentlich einen Brief – wahlweise per E-Mail, per SMS oder per Post. Anmeldeschluss für die Briefe per Postversand ist der 8. Februar 2026. Die Anmeldung für die digitale Teilnahme ist auch noch bis kurz vor Ostern möglich.Hintergrund. Die Fastenzeitaktion „7 Wochen WERTvoll“ wird durch die beteiligten (Erz-)Bistümer und die Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung e. V. (AKF) finanziert und umgesetzt. Ein Team von Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern aus den Ehe- und Familienreferaten der deutschen Bistümer und der Redaktion der AKF Elternbriefe du+wir hat die Texte erstellt. Ursprünglich entstand die 7-Wochen-Aktion für Paare im Erzbistum Köln, die Variante für Familien im Bistum Augsburg. Ein Medienkit sowie Informationen zur Aktion 2026, zum Redaktionsteam und zu früheren Aktionen sind unter www.7wochenaktion.de verfügbar.

Herausgeberin der jährlichen „Fastenbrief-Aktion 7 Wochen“ ist die Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung e. V. (AKF), In der Sürst 1, 53111 Bonn. Unter www.akf-bonn.de sind weitere Informationen sowie Kontakte zu Ansprechpartnern zu finden. Dbk 14

 

 

 

 

 

 

„Kirche in Not“ an Bundeskanzler Merz: Bei Abkommen mit Indien Menschenrechte wahren

 

Das weltweite päpstliche Hilfswerk „Kirche in Not“ (ACN) erinnert den deutschen Bundeskanzler Friedrich Merz daran, die geplanten Kooperationsabkommen mit Indien mit der Forderung nach der Einhaltung grundlegender Menschenrechte zu verknüpfen.

 

„In Indien ist mit der BJP eine nationalistische Hindu-Partei an der Macht, die erhebliche Einschränkungen der Religionsfreiheit im Land durchgesetzt hat“, sagte der Geschäftsführer von „Kirche in Not“ Deutschland, Florian Ripka, anlässlich des jüngsten Besuchs von Bundeskanzler Merz in Indien. „So gelten in zwölf indischen Bundesstaaten ‚Anti-Konversionsgesetze‘, die eine freie Religionswahl de facto unmöglich machen.“ Zudem würde das „Gesetz zur Regulierung ausländischer Zuwendungen“ dazu missbraucht, die Zulassung nicht-hinduistischer religiöser Nichtregierungsorganisationen zu unterbinden. „Indien ist ein Beispiel für die ‚hybride Verfolgung‘ Andersgläubiger durch staatliche Repressionen und die faktische Tolerierung gewalttätiger Mobs“, betonte Ripka. Da die Wahrung grundlegender Menschenrechte oberster Anspruch der deutschen Bundesregierung sei, müsse dieser Anspruch auch bei der geplanten vertieften Zusammenarbeit zwischen Deutschland und Indien gewahrt bleiben.

„Kirche in Not“ (ACN) ist ein weltweites päpstliches Hilfswerk, das jährlich über 5000 Hilfsprojekte in Afrika, Asien, Lateinamerika und Osteuropa umsetzt. Alle zwei Jahre gibt es einen umfassenden Bericht über die Lage der Religionsfreiheit weltweit heraus. Der aktuelle Bericht von 2025 stuft Indien als Land ein, in dem teilweise religiöse Verfolgung herrscht. Die Ergebnisse des Berichts „Religionsfreiheit weltweit“ 2025 sind online unter www.religionsfreiheit-weltweit.de offen zugänglich. Kin 14

 

 

 

 

 

 

Reli-Unterricht tut gut

 

Das neue Heft des vatikanischen Magazins „Piazza San Pietro“, herausgegeben von Pater Enzo Fortunato, widmet sich in seiner Januar-Ausgabe der drängendsten Notwendigkeit der Gegenwart: dem Frieden. Neben einem Gastbeitrag von UN-Generalsekretär António Guterres sorgt vor allem die Antwort des Pontifex auf den Brief einer entmutigten Schweizer Katechetin für Aufsehen. Mario Galgano

In Großbuchstaben prangt das Wort „FRIEDE“ auf dem neuen Cover des vatikanischen Monatsmagazins. Es sei als ein Schrei aus dem Herzen der Christenheit zu verstehen, so die Redaktionsverantwortlichen. Unterstrichen werde es durch prominente Stimmen, die in der Ausgabe vorkommen. UN-Generalsekretär António Guterres bezeichnet den Frieden in seinem Leitartikel als den „Imperativ unserer Zeit“. Ergänzt wird die Ausgabe durch Reflexionen über den Abschluss des Heiligen Jahres der Hoffnung und einen Essay des italienischen Schriftstellers Gianrico Carofiglio, der die Krise als Chance für neue „Klarheit und Verantwortung“ deutet.

„Die Pflänzchen wachsen nur schwer“

Wie in den bisherigen Ausgaben eröffnet das Heft mit einem Dialog zwischen dem Kirchenoberhaupt und der Leserschaft. In dieser Ausgabe antwortet Papst Leo XIV. der 50-jährigen Nunzia, einer Katechetin aus der Schweizer Gemeinde Laufenburg. Mit viel Herzblut berichtet sie von ihrem jahrzehntelangen Engagement, schildert aber auch eine ernüchternde Realität: „Ich säe, aber die Pflänzchen wachsen nur schwer. Kinder und Familien bevorzugen Sport und Feste.“

Nunzia beschreibt ein Bild, das viele engagierte Christen in Europa kennen: Das Vertrauen in Gott scheint zu schwinden, Eltern sind oft gleichgültig gegenüber der religiösen Praxis, und die Kirchenbänke am Sonntag füllen sich fast nur noch mit Senioren. In ihrem Brief bittet sie den Nachfolger Petri um ein Gebet für die ihr anvertrauten Jugendlichen und um den Mut, trotz des „dürren Bodens“ nicht aufzugeben.

Die Antwort des Pontifex: Qualität vor Quantität

In seiner Antwort greift Leo XIV. die Sorgen der Schweizerin auf und stellt sie in den größeren Kontext der „alten Christenheit“ in Europa. Er betont, dass die Stunden, die der Glaubensunterweisung gewidmet sind, niemals verschwendet seien – auch wenn die Teilnehmerzahl verschwindend gering sei.

„Das Problem sind nicht die Zahlen – die uns natürlich zum Nachdenken bringen –, sondern das immer offensichtlicher werdende Fehlen eines Bewusstseins, sich als Kirche zu fühlen“, schreibt der Pontifex. Er warnt davor, die Kirche lediglich als Dienstleister für das „Sakrale“ oder die Sakramente aus bloßer Gewohnheit zu betrachten. Stattdessen seien alle Gläubigen gerufen, sich als lebendige Glieder am Leib Christi zu begreifen.

Ein Zeugnis der Freude

Der Pontifex weist Nunzia und allen, die unter ähnlichen Schwierigkeiten leiden, einen Weg der Hoffnung: „Als Christen brauchen wir immer die Bekehrung. Und wir müssen sie gemeinsam suchen“. Er erinnert daran, dass die Tür zum Glauben – das Herz Christi – immer weit offen stehe.

Abschließend ruft er dazu auf, die „Freude des Evangeliums“ und die Hoffnung der Auferstehung zu bezeugen. In einer Zeit der schwindenden Zahlen sei es die authentische Ausstrahlung des Einzelnen, die den Unterschied mache. (vn 13)

 

 

 

 

 

Kardinal Marx sieht Demokratie in Gefahr

 

Der Münchner Kardinal Reinhard Marx blickt mit Sorge auf den Zustand der Gesellschaft.

 „Die Demokratie ist in schweren Gewässern“, sagte Marx am Montag in Bonn. Wie zerbrechlich diese Demokratie sei, hätten viele allzu lange unterschätzt. Dabei zeige ein Blick auf die Anfänge des NS-Regimes, wie schnell die Verhältnisse kippen könnten. „Man wird unruhig“, so Marx.

Eindringlich rief der Kardinal zur Verteidigung der Menschenwürde auf. In diesem Zusammenhang sei auch die Kirche gefragt: „Kirche muss den Mund aufmachen“. Von vielen Seiten würden die Errungenschaften der Moderne inzwischen infrage gestellt, beklagte der Erzbischof von München und Freising. Er habe sich zu Beginn seiner beruflichen Laufbahn nicht träumen lassen, dass Kirche einmal zur Verteidigerin von Freiheit und Aufklärung werden müsse.

Für eine freie und offene Gesellschaft

Gerade mit ihrem Engagement im Medienbereich wolle Kirche in die Gesellschaft hineinwirken, fügte der Vorsitzende der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz hinzu. Eine Kirche, die sich zurückziehe oder die Welt als einen Unglücksfall betrachte – „das wollen wir nicht“, so Marx: „Wir wollen eine freie, offene Gesellschaft“.

Mit Vorsicht kommentierte Marx eine Äußerung von Papst Leo zum Thema Meinungsfreiheit. Er hätte sich gewünscht, dass der Papst hier konkreter geworden wäre, sagte Marx. In seiner ersten Neujahrsansprache an die beim Vatikan akkreditierten Diplomaten hatte Leo XIV. eine zunehmende Einschränkung der Meinungs- und Gewissensfreiheit in der westlichen Welt beklagt. Aus seiner Sicht, so Marx, wäre es besser gewesen, der Papst hätte hier konkretere Beispiele genannt. 

Marx äußerte sich bei einem Fest des Medienunternehmens PubliKath . Die PubliKath GmbH ist aus der Umstrukturierung des Katholischen Medienhauses hervorgegangen. Zu ihr gehören die Katholische Nachrichten-Agentur (KNA), die Internetplattformen katholisch.de und filmdienst.de sowie mehrere Partnerportale. (kna 12)

 

 

 

 

 

Parolin in Brüssel: Appell zu christlicher Kühnheit in fragilem Europa

 

Zur 800-Jahr-Feier der Brüsseler Kathedrale St. Michael und St. Gudula hat Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin am Sonntag am Fest der Taufe des Herrn die Heilige Messe gefeiert. Vor Vertretern aus Kirche und Politik spannte der päpstliche Legat den Bogen von der Geschichte des Bauwerks zur spirituellen Zukunft eines krisengeschüttelten Europas. Mario Galgano - Vatikanstadt

Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin nutzte das 800-jährige Jubiläum der Brüsseler Kathedrale für eine Standortbestimmung. Seine Botschaft im „politischen Labor“ Europas war deutlich: Die Kirche darf nicht in der Bedeutungslosigkeit versinken – und Europa darf seine Wurzeln nicht aus Angst kappen. Parolin spannte den Bogen von der Architektur zur Ideologie. Wer heute auf den Hügel der Kathedrale blickt, sehe nicht nur ein Denkmal, sondern laut Parolin das Ergebnis einer „langsamen Reifung“. Sein Argument: So wie dieses Bauwerk acht Jahrhunderte lang Kriege, Revolutionen und den Wandel der Zeit überdauerte, so müsse auch der Glaube heute als stabilisierende Kraft in einer volatilen Welt verstanden werden.

In einer Stadt, die wie keine andere für das moderne, säkulare Europa stehe, sprach er von einer „tiefen Zerbrechlichkeit“. Er diagnostizierte eine europäische Gesellschaft, die von inneren Brüchen und kollektiven Ängsten geplagt sei.

Zurück zu Schuman und Adenauer

Besonders bemerkenswert war Parolins Rekurs auf die Gründerväter der europäischen Einigung. Indem er Robert Schuman, Konrad Adenauer und Alcide De Gasperi explizit nannte, erinnerte er die heutigen Entscheidungsträger in den nahegelegenen EU-Institutionen daran, dass das Projekt Europa ursprünglich auf einem christlich-humanistischen Fundament stand.

Parolins Kernthese: Europa braucht keine rein „technischen Lösungen“. Er positionierte die Kirche als Anbieterin von Werten, die jedem politischen Kalkül vorausgehen müssten – allen voran die unantastbare Würde der Person. In Zeiten, in denen Abschottung und geopolitische Spannungen zunehmen, klang sein Appell für einen Frieden, der nicht auf dem „Gleichgewicht der Angst“ fußt, wie ein direkter Kommentar zur aktuellen Weltlage.

Die Angst vor der Irrelevanz

Ebenso selbstkritisch wie strategisch zeigte sich der Kardinal beim Blick auf die eigene Institution. Er sprach ein Problem an, das die Kirche in Westeuropa seit Jahrzehnten umtreibt: die drohende Bedeutungslosigkeit. Parolin drehte das Argument jedoch um. Nicht die schrumpfende Zahl der Gläubigen sei das Problem, sondern der Verlust an „evangelialer Kühnheit“.

Die Kirche, so das Bild des Kardinalstaatssekretärs, solle keine Parallelgesellschaft bilden, aber auch nicht in der Weltlichkeit aufgehen. Sie müsse eine „begleitende Präsenz“ sein, die den Mut hat, unbequeme Wahrheiten auszusprechen. (vn 12)

 

 

 

 

 

25. Internationales Bischofstreffen im Heiligen Land

 

Erzbischof Bentz: „Trotz aller Verletzungen nach Frieden suchen“

Vom 17. bis 21. Januar 2026 findet das 25. Internationale Bischofstreffen im Heiligen Land statt. 13 Bischöfe aus zehn Ländern Europas und Nordamerikas kommen in Jerusalem zusammen, um ihre Verbundenheit mit den dort lebenden Christinnen und Christen zum Ausdruck zu bringen und rund drei Monate nach Beginn des Waffenstillstands zwischen Israel und der Terrororganisation Hamas Menschen und Projekte zu besuchen, die sich vor Ort für Dialog und Versöhnung einsetzen. Die Deutsche Bischofskonferenz wird durch den Vorsitzenden der Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer Osten, Erzbischof Dr. Udo Markus Bentz (Paderborn), vertreten. Das Treffen steht unter dem Leitwort „Land der Verheißung: Begegnung mit Menschen der Hoffnung“.

„Terror und Krieg haben in den zurückliegenden beiden Jahren das Leben im Heiligen Land bestimmt. So ist es kein Wunder, dass Verlusterfahrungen, Resignation und Sorgen angesichts einer ungewissen Zukunft immer noch den Alltag vieler Menschen in Israel und Palästina prägen. An jedem Tag stellt sich die Frage, ob die fragile Waffenruhe hält oder erneut Gewalt ausbricht. In dieser Atmosphäre von Ungewissheit und Angst bleibt die Hoffnung auf echte Versöhnung und nachhaltigen Frieden schwer greifbar. Vor diesem Hintergrund kommen wir Bischöfe nach Jerusalem, um uns mit den Menschen und insbesondere den Christen in der Region zu solidarisieren, gemeinsam zu beten und zu erfahren, wo trotz aller Verletzungen Hoffnung für ein neues, friedliches Miteinander von Israelis und Palästinensern wachsen kann. Die richtigen politischen Rahmenbedingungen für einen nachhaltigen Frieden sind von größter Bedeutung.  Der Frieden hängt aber auch von den Menschen vor Ort ab – von ihrem Willen und Mut, trotz Gewalt und Traumatisierungen Brücken zu bauen“, so Erzbischof Bentz mit Blick auf das anstehende Treffen.

Geplant sind Gespräche mit dem Lateinischen Patriarchen von Jerusalem, Kardinal Pierbattista Pizzaballa, und dem Pfarrer der Pfarrei Heilige Familie in Gaza-Stadt, Gabriel Romanelli, der in Jerusalem sein bzw. aus Gaza zugeschaltet wird. Zudem sind Begegnungen mit Vertretern von Organisationen vorgesehen, die sich für Dialog und Versöhnung zwischen Israelis und Palästinensern sowie zwischen Juden, Christen und Muslimen einsetzen. Dazu zählen unter anderem das „Rossing Center for Education and Dialogue“ und die „Rabbis for Human Rights“. Neben Jerusalem sind Besuche in den palästinensischen Orten Bethlehem und Taybeh geplant.

An dem diesjährigen Bischofstreffen werden neben Erzbischof Bentz teilnehmen: Aus der Bischofskonferenz von England und Wales Bischof Nicholas Hudson, Vorsitzender der Holy Land Coordination (Plymouth) und Weihbischof James Curry (London), aus der Französischen Bischofskonferenz Bischof em. Michel Dubost CIM (Evry-Corbeil-Essonnes) und Erzbischof Antoine Hérouard (Dijon), aus der Irischen Bischofskonferenz Weihbischof Paul Dempsey (Dublin), aus der Italienischen Bischofskonferenz Bischof Nicolò Anselmi (Rimini), aus der Schottischen Bischofskonferenz Erzbischof William Nolan (Glasgow), für die Skandinavische Bischofskonferenz Bischof em. Pierre Bürcher (Rejkjavik), aus der Spanischen Bischofskonferenz Erzbischof em. Joan Enric Vives Sicília (Urgell), aus der Kanadischen Bischofskonferenz Bischof Christian Rodembourg MSA (Saint-Hyacinthe) und aus der US-Amerikanischen Bischofskonferenz Bischof Joseph Kopacz (Jackson) sowie für die maronitische Eparchie Bischof Abdallah Elias Zaidan (Los Angeles).

Hintergrund. Das Internationale Bischofstreffen verfolgt das Ziel, Christen und Kirchen im Heiligen Land in ihrem Einsatz für Gerechtigkeit, Frieden und Verständigung zwischen den Völkern und Religionsgemeinschaften zu unterstützen und die Verbindung der Weltkirche mit ihnen zu festigen. Die Bischöfe besuchen während ihres Treffens als Pilger die Heiligen Stätten im Land und feiern dort Gottesdienste. Dbk 12

 

 

 

 

 

Papst zur Taufe des Herrn: Mit Gott findet das Leben Erlösung

 

Papst Leo XIV. hat diesen Sonntag in der Sixtinischen Kapelle im Vatikan 20 Kinder getauft und sie damit in die katholische Kirche aufgenommen. In seiner Predigt unter den berühmten Fresken Michelangelos warb das katholische Kirchenoberhaupt für die Kindstaufe. Und er betonte: „Das ist das Sakrament, das wir heute für eure Kinder feiern: Weil Gott sie liebt, werden sie Christen, unsere Schwestern und Brüder." Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Es ist gute Tradition, dass Päpste zum Fest Taufe des Herrn Kinder taufen - für den neuen Papst Leo XIV. war es diesen Sonntag das erste Mal. In der sixtinischen Kapelle war er am 8. Mai 2025 zum neuen Papst gewählt worden. Nun spendete Papst Leo an eben diesem Ort bei der feierlichen Messe das Taufsakrament dem Nachwuchs von Vatikanangestellten - acht Mädchen und zwölf Jungen waren es. In seiner Predigt warb der Papst auch explizit für die Kindstaufe: „Die Kinder, die ihr jetzt in den Armen haltet, sind zu neuen Geschöpfen geworden. So wie sie von euch Eltern das Leben empfangen haben, so empfangen sie nun auch den Sinn, es zu leben: den Glauben. Wenn wir wissen, dass etwas gut und wichtig ist, suchen wir es sofort für diejenigen, die wir lieben. Wer von uns würde Neugeborene ohne Kleidung oder Nahrung zurücklassen, in der Hoffnung, dass sie als Erwachsene selbst entscheiden, wie sie sich kleiden und was sie essen wollen? Meine Lieben, wenn Nahrung und Kleidung zum Leben notwendig sind, dann ist der Glaube mehr als notwendig, denn mit Gott findet das Leben Erlösung."

Zum Hören: Papst Leo XIV. tauft 20 Kinder zum Fest Taufe des Herrn - Mit Gott findet das Leben Erlösung (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)

„Wenn wir wissen, dass etwas gut und wichtig ist, suchen wir es sofort für diejenigen, die wir lieben. Wer von uns würde Neugeborene ohne Kleidung oder Nahrung zurücklassen, in der Hoffnung, dass sie als Erwachsene selbst entscheiden, wie sie sich kleiden und was sie essen wollen?“

Video: Highlights der Messe mit Papst Leo XIV., der auch 20 Kinder in der Sixtinischen Kapelle im Vatikan tauft, 11.1.2026

Gott ist da, wo wir ihn nicht erwarten

Die Bibel beschreibt die Taufe Jesu im Matthäusevangelium so: Jesus ging zu Johannes, um sich im Jordan taufen zu lassen, was Johannes zunächst ablehnt, weil er meint, Jesus müsse ihn taufen und nicht umgekehrt, worauf Jesus sagt: „Lass es nur zu! Denn so können wir die Gerechtigkeit ganz erfüllen. Da gab Johannes nach. Dazu erklärte Papst Leo in seiner Predigt:

„Wie ein Licht in der Finsternis lässt sich der Herr dort finden, wo wir ihn nicht erwarten: Er ist der Heilige unter den Sündern, der unter uns wohnen will, ohne Abstand zu halten, sondern im Gegenteil alles Menschliche bis zum Äußersten auf sich nimmt. „Lass es zu“, antwortet Jesus Johannes, „denn so gebührt es uns, alle Gerechtigkeit zu erfüllen“ (V. 15). Welche Gerechtigkeit? Die Gerechtigkeit Gottes, der in der Taufe Jesu unsere Rechtfertigung vollbringt: In seiner unendlichen Barmherzigkeit macht uns der Vater durch seinen Christus, den einzigen Erlöser aller, gerecht. Wie geschieht das? Derjenige, der von Johannes im Jordan getauft wird, macht diese Geste zu einem neuen Zeichen des Todes und der Auferstehung, der Vergebung und der Gemeinschaft. Das ist das Sakrament, das wir heute für eure Kinder feiern: Weil Gott sie liebt, werden sie Christen, unsere Schwestern und Brüder."

„Das ist das Sakrament, das wir heute für eure Kinder feiern: Weil Gott sie liebt, werden sie Christen, unsere Schwestern und Brüder“

An die Eltern der Täuflinge richtete der Papst in seiner Predigt die Worte: „Sicherlich wird der Tag kommen, an dem sie zu schwer werden, um sie auf den Armen zu halten; und es wird auch der Tag kommen, an dem sie euch stützen werden. Die Taufe, die uns in der einen Familie der Kirche vereint, heilige zu jeder Zeit alle eure Familien und schenke der Liebe, die euch verbindet, Kraft und Beständigkeit." Das katholische Kirchenoberhaupt hatte später auch noch ein Geschenk für die Eltern: Eine Medaille mit der Gottesmutter Maria. 

„Die Taufe, die uns in der einen Familie der Kirche vereint, heilige zu jeder Zeit alle eure Familien und schenke der Liebe, die euch verbindet, Kraft und Beständigkeit“

Beim Taufakt goss der Papst den Kindern persönlich Weihwasser über den Kopf, sprach die Taufformel mit jeweiligem Namen und taufte die Babys im Namen des dreifaltigen Gottes. Zu diesem und den weiteren Taufriten führte Leo in seiner Predigt zuvor aus:

„Das Wasser aus dem Taufbecken ist die Waschung im Heiligen Geist, die von allen Sünden reinigt; das weiße Gewand ist das neue Kleid, das Gott Vater uns für das ewige Fest seines Reiches schenkt; die am Osterkerzenleuchter entzündete Kerze ist das Licht des auferstandenen Christus, das unseren Weg erleuchtet. Ich wünsche Ihnen, dass Sie diesen Weg mit Freude im gerade begonnenen Jahr und Ihr ganzes Leben lang fortsetzen können, in der Gewissheit, dass der Herr Sie immer begleiten wird."

Musikalisch passend umrahmt wurde die feierliche Papst-Messe mit den Kindstaufen in der Sixtina vom berühmten dort angesiedelten Päpstlichen Chor der Sixtinischen Kapelle. (vn 11)

 

 

 

 

 

 

 

Papst beim Konsistorium: „Synodalität ist keine Organisationstechnik“

 

Mit einem eindringlichen Appell zur missionarischen Kreativität und einer klaren Absage an kirchliche Selbstbezogenheit hat Papst Leo XIV. am Donnerstagabend das Außerordentliche Konsistorium im Vatikan abgeschlossen. In der Ansprache, die an diesem Samstag offiziell vom vatikanischen Pressesaal veröffentlicht wurde, betonte der Pontifex, dass die Kirche keinen Stillstand kenne: „Gott offenbart sich, und nichts kann unbeweglich bleiben.“ Mario Galgano

Zwei Tage lang berieten die anwesenden Kardinäle aus aller Welt hinter verschlossenen Türen über die Implementierung der Synodalität und die Reform der Römischen Kurie. Nachdem die Beratungen am Donnerstagabend in privatem Rahmen endeten, veröffentlichte das Presseamt des Heiligen Stuhls den vollständigen Wortlaut der päpstlichen Schlussworte an diesem Samstagmorgen. Leo XIV. kündigte darin an, dass dieser neue Stil der kollegialen Beratung verstetigt werden soll – das nächste Treffen ist rund um die Tage des römischen Patronatsfestes von Peter und Paul im Juni dieses Jahres angesetzt.

Synodalität als geistliches Werkzeug

Leo XIV. stellte klar, dass der synodale Prozess, den die Kirche derzeit beschreitet, weit über bürokratische Strukturen hinausgehe. „Wir haben eine Erfahrung von Synodalität gemacht, die nicht als Organisationstechnik gelebt wurde, sondern als Instrument, um im Zuhören und in den Beziehungen zu wachsen“, so der Papst. Er ermutigte die Kardinäle, das Zweite Vatikanische Konzil weiterhin als „Kompass“ zu nutzen. Dieser Weg der Erneuerung sei ein „lebendiger Prozess der Bekehrung“.

Offene Worte zur Missbrauchskrise

Obwohl es kein expliziter Schwerpunkt der Tagesordnung war, griff der Papst ein Thema auf, das er als „offene Wunde im Leben der Kirche“ bezeichnete: die Krise des sexuellen Missbrauchs. In einer Passage mahnte er die Kardinäle, die Opfer niemals abzuweisen. „Oft war der Schmerz der Opfer deshalb stärker, weil sie nicht aufgenommen und angehört wurden“, klagte der Pontifex laut dem nun veröffentlichten Text. Der Skandal in der Kirche entstehe oft dann, wenn „die Tür geschlossen bleibt“. Zuhören sei hier eine fundamentale geistliche Pflicht der Hirten.

Reform der Kurie und Ausblick auf 2028

Ein weiteres zentrales Thema war die Umsetzung der Kurienreform Praedicate Evangelium. Der Papst bekräftigte sein Engagement, die vatikanischen Behörden so umzugestalten, dass sie den Ortskirchen wirksam dienen können, anstatt sie zu bevormunden. Er verwies zudem auf die nächste große Etappe des synodalen Weges: die für das Jahr 2028 geplante große Kirchenversammlung.

Abschließend schlug Leo XIV. die Brücke zum gerade beendeten Heiligen Jahr. Auch wenn die Heilige Pforte nun geschlossen sei, bleibe die „Tür der Liebe Christi“ für alle Menschen, insbesondere für die Leidenden in den Kriegsgebieten der Welt, stets weit offen. (vn 10)

 

 

 

 

 

 

Papst Leo XIV. an Jugend Roms: Wir können eine Welt des Friedens schaffen

 

Diesen Samstagabend hat Papst Leo XIV., der auch Bischof von Rom ist, sich Zeit für die Jugend seiner Diözese genommen. Zahlreiche Kinder, Jugendliche und junge Erwachsene waren dabei. In der rappelvollen vatikanischen Audienzhalle hörte das katholische Kirchenoberhaupt Erfahrungsberichte und gab Tipps - etwa gegen Einsamkeit und Krieg. Oft sprach Leo auch frei - zum Beispiel, als er erneut seine Trauer angesichts der vielen toten jungen Leute beim Neujahrsunglück in der Schweiz bekundete. Von Stefanie Stahlhofen

„Wir alle haben wahrhaftig diese Trauer und diesen Schmerz gespürt angesichts der 40 jungen Leute, die in Crans-Montana ihr Leben verloren haben.  So müssen auch wir uns daran erinnern, dass das Leben so wertvoll ist, dass wir nie all jene vergessen dürfen, die leiden. Leider sind diese Familien noch im Schmerz, sie müssen nun Wege suchen, diesen Schmerz zu überwinden. Auch deshalb ist unser Gebet wichtig, unsere Einheit: Mögen wir immer geeint sein, als Freunde, als Geschwister", lautete der spontane emotionale Appell des Papstes. Im Skiort Crans-Montana in der Schweiz war bei einer Neujahrsfeier ein Brand ausgebrochen und 40 junge Leute gestorben; zahlreiche weitere wurden verletzt. 

„Leider sind diese Familien noch im Schmerz, sie müssen nun Wege suchen, diesen Schmerz zu überwinden. Auch deshalb ist unser Gebet wichtig, unsere Einheit: Mögen wir immer geeint sein, als Freunde, als Geschwister“

Das Gedenken an die Opfer war nicht der einzige Exkurs des Papstes an diesem Samstagabend. Oft unterbrach der 70-jährige seine vorbereitete Rede und sprach frei. Die Atmosphäre in der prall geüllten Audienzhalle war von Beginn an herzlich - „Papst Leo" rufe und Applaus schon zu Beginn, als der Papst, der zuvor spontan noch weitere Jugendliche auf dem Petersplatz begrüßt hatte, in der Audienzhalle zahlreiche junge Hände schüttelte, bevor er seinen Platz einnahm. Der 25-jährige Matteo war sichtlich emotional, als er stellvertretend für die Jugend Roms zu ihrem Bischof sprach: „Lieber Papst Leo, wir haben dich lieb, du bist nicht allein".

„Lieber Papst Leo, wir haben dich lieb, du bist nicht allein“

Er umarmte den Papst am Ende auch feste. Zuvor berichtete Matteo jedoch von der Einsamkeit vieler junger Leute - von Depressionen, Selbstverletzungen, fehlender Liebe in der Familie und falschen Freunden.

Papst Leo und seine Nichte

Papst Leo ging darauf in seiner Rede ein und berichtete, abweichend vom vorbereiteten Text,  einer Nichte von ihm gehe es oft ähnlich:

„Kurz bevor ich hier her kam, habe ich eine Nachricht einer Nichte bekommen, auch eine Jugendliche, sie sagte mir: Onkel, wie machst du das, mit all den Problemen auf der Welt, all den Sorgen? Und die gleiche Frage wie ihr: Fühlst du dich nicht alleine? Wie schaffst du es, weiterzumachen? Und die Antwort - in großen Teilen: Seid ihr! Denn wir sind nicht alleine!". Dann kehrte Leo zum vorbereiteten Text zurück und führte aus: 

„Ein Leben aus ,Links` ohne echte Verbindung, oder aus ,Likes` ohne echte Gefühle enttäuscht uns, denn wir sind für die Wahrheit gemacht: Wenn sie fehlt, leiden wir. Wir sind für das Gute gemacht“

„Ein Leben aus ,Links`ohne echte Verbindung, oder aus ,Likes`ohne echte Gefühle enttäuscht uns, denn wir sind für die Wahrheit gemacht: Wenn sie fehlt, leiden wir. Wir sind für das Gute gemacht, aber falsche Freuden einer Wegwerfgesellschaft trügen diesen Wunsch, der in uns ist."

Gott lässt einen nie alleine

Der Papst riet, sich auf den Glauben an Gott zu besinnen und auf andere Menschen zuzugehen: 

„Dieser Glaube, der uns im inneren unseres Herzens wirklich wissen lässt,  auch in schwierigen Momenten, wenn wir uns einsam fühlen, wenn wir nicht wissen, was wir tun sollen, wenn wir uns an die Schönheit des Glaubens erinnern, die Schönheut der Freude, jung zu sein, zusammen zu sein, gemeinsam zu suchen - so wissen wir, dass wir nie alleine sind, denn Jesus ist bei uns! "

„So wissen wir, dass wir nie alleine sind, denn Jesus ist bei uns!“

Der Papst lud alle ein, die Hoffnung, die Jesus in ihr Leben bringe, mit anderen zu teilen und gemeinsam zu „Konstukteuren der Gemeinschaft und Geschwisterlichkeit" zu werden. 

Wir können eine Welt des Frieden schaffen

Zwei Zwillinge, Francesca und Michela, wollten von Papst Leo wissen, wie es in einer Welt voller Gewalt, Konflikte und Kriege wohl möglich sein könnte, dem etwas entgegenzusetzen und durch den Glauben und das eigene Leben nach dem Evangelium die Welt zu verwandeln. Papst Leo sagte ihnen und allen, aus der Begegnung mit Jesu komme die Kraft, das eigene Leben und die Gesellschaft zu verändern. Unter Applaus sagte Papst Leo in freier Rede: 

„Der Friede ist die Frucht der Liebe die Gott in uns sät“

„Der Friede ist die Frucht der Liebe die Gott in uns sät: Indem wir sie spüren, können wir sie teilen und uns hingeben für jene, die sich nicht geliebt fühlen, für all die Kleinen, die besondere Aufmerksamkeit brauchen,  für all jene, die sich von uns eine Geste der Vergebung erwarten. Liebe junge Leute, möge euer Einsatz in der Gesellschaft, in der Politik, in Familie und Schule und in der Kirche, von Herzen kommen - so wird er Frucht bringen. Möge euer Einsatz von Gott ausgehen, so wird er heilig sein. "

„Ihr habt mir schon gezeigt, dass ihr euch selbst ändern könnt und Beziehungen der Freundschaft aufbauen. So können wir die Welt ändern, so können wir eine Welt des Friedens schaffen.“

Der Papst machte auch allen Mut, ihren Glauben zu leben und zu verbreiten und sich nicht entmutigen zu lassen: „Erwartet euch nicht, dass die Welt euch mit offenen Armen aufnimmt, Werbung für Konsumprodukte hat mehr Publikum als ein Glaubenszeugnis, das wirkliche Freundschaft schaffen will. Handelt also mit Freude und Durchhaltevermögen, in dem Wissen: Um die Welt zu verändern, müssen wir zuerst uns selbst verändern. Und ihr habt mir schon gezeigt, dass ihr euch selbst ändern könnt und Beziehungen der Freundschaft aufbauen. So können wir die Welt ändern, so können wir eine Welt des Friedens schaffen."

„Werbung für Konsumprodukte hat mehr Publikum als ein Glaubenszeugnis, das wirkliche Freundschaft schaffen will. Handelt also mit Freude und Durchhaltevermögen, in dem Wissen: Um die Welt zu verändern, müssen wir zuerst uns selbst verändern“

Was Papst Leo der Jugend wünscht

Was er selbst scih von der Jugend wünsche? Auf diese Frage antwortete Leo ebenfalls auch in freier Rede: „In meinen Gebeten erbitte ich für jeden von euch ein gutes und wahres Leben, gemäß dem Willen Gottes. Kurz gesagt: Ich hoffe auf ein heiligmäßiges Leben für euch. (...)  Und wenn wir wirklich Heilige sein wollen, müssen wir mit einem gesunden Lebensstil anfangen und uns gegenseitig helfen, auch dabei, wie wir Dinge vermeiden können ... Abhängigkeiten, viele Situationen, die junge Leute leider erleben." Hier gelte es, den Glauben zu bezeugen und zu leben und echte Freunde zu sein und sich auch nicht vor Verantwortung zu scheuen. 

„Wenn wir wirklich Heilige sein wollen, müssen wir mit einem gesunden Lebensstil anfangen und uns gegenseitig helfen, auch dabei, wie wir Dinge vermeiden können ... Abhängigkeiten, viele Situationen, die junge Leute leider erleben“

Der 20-jährige Francesco berichtete dem Papst von der Suche nach dem Sinn vieler junger Leute, die sich in der Welt  oft verloren fühlten, antriebslos und verängstigt seien. Auch diesbezüglich empfahl Papst Leo, zu beten und sich an der Gottesmutter Maria und den Heiligen zu orientieren. 

Weltjugendtag im Kleinen - Dank fürs Heilige Jahr 

Gute Stimmung, Musik, viele junge Leute - dieser Samstagabend war ein bisschen ein Weltjugendtag im Kleinen - auch Papst leo XIV. erinnerte in seiner Rede in der vatikanischen Audienzhalle an die große Jugend-Begegnung zum Heiligen Jahr im August 2025 in Rom. 

„Wie ihr die jungen Leute aus aller Welt während des Heiligen Jahrs empfangen habt - das ist wirklich großartig gewesen!"“

„Ich möchte auch unterstreichen, dass es so ein schöner Empfang war, den ihr, als Kirche von Rom bereitet habt, wie ihr die jungen Leute aus aller Welt während des Heiligen Jahrs empfangen habt - das ist wirklich großartig gewesen!"  (vn 10) 

 

 

 

 

 

 

 

Papst beklagt: „Krieg ist wieder in Mode gekommen“

Leo XIV. ist besorgt über die „Schwäche des Multilateralismus auf internationaler Ebene“. Das war einer der Punkte, die er in seiner großen politischen Grundsatzrede vor Diplomaten vom Freitag ansprach. Stefan von Kempis

„Eine Diplomatie, die den Dialog fördert und den Konsens aller sucht, wird durch eine Diplomatie der Stärke, durch einzelne Staaten oder Gruppen von Verbündeten ersetzt. Krieg ist wieder in Mode gekommen, und eine kriegerische Stimmung breitet sich aus. Das nach dem Zweiten Weltkrieg festgelegte Prinzip, das es Ländern verbot, Gewalt anzuwenden, um die Grenzen anderer zu verletzen, ist gebrochen worden.“

Der Papst aus den USA führte nicht weiter aus, welche Staaten oder Mächte ihm da im Einzelnen vorschwebten. Er unterstrich aber sehr deutlich, dass Friede nicht „mit Waffen als Voraussetzung für die Durchsetzung der eigenen Herrschaft“ hergestellt werden dürfe, sondern als „an sich erstrebenswertes Gut“ gesucht werden müsse. Und er mahnte, die Einhaltung des humanitären Völkerrechts dürfe „nicht von militärischen und strategischen Umständen und Interessen abhängig“ gemacht werden.

Plädoyer für die Einhaltung des humanitären Völkerrechts

„Das humanitäre Völkerrecht garantiert nicht bloß ein Mindestmaß an Menschlichkeit inmitten der Plagen des Krieges, sondern ist auch eine Verpflichtung, die die Staaten eingegangen sind. Es muss stets Vorrang vor den Ambitionen der Kriegführenden haben... Es darf nicht verschwiegen werden, dass die Zerstörung von Krankenhäusern, Energieinfrastruktur, Wohnhäusern und Orten, die für das tägliche Leben unerlässlich sind, einen schweren Verstoß gegen das humanitäre Völkerrecht darstellt.“ Ähnlich sei „jede Form von Einbeziehung der Zivilbevölkerung in militärische Operationen“ zu werten.

Die UNO werde in einer Welt der „komplexen Herausforderungen“ dringend gebraucht und müsse gestärkt werden, befand der Papst. Das Ziel sei, sie „zielgerichteter und effizienter“ zu machen, damit sie wirklich ein Ort sein könne, an dem Menschen wie auf dem römischen Forum oder einem mittelalterlichen Marktplatz „zusammenkommen und miteinander sprechen“.

Die Entkräftung des Wortes

Nicht nur bei den Vereinten Nationen, sondern generell wünschte sich Leo XIV. außerdem eine Entwaffnung der Sprache. Worte würden heute in vielen Bereichen – z.B. in sozialen Netzwerken oder in der internationalen Politik – verdreht, als Waffen eingesetzt, absichtlich mehrdeutig gemünzt. „Die Bedeutung der Worte wiederzuentdecken, ist möglicherweise eine der wichtigsten Herausforderungen unserer Zeit… Wir müssen dafür sorgen, dass Worte wieder unzweideutig klare und deutliche Wirklichkeiten ausdrücken. Nur so kann ein authentischer Dialog ohne Missverständnisse wiederaufgenommen werden.“ Andernfalls werde das nichts mit einem gestärkten Multilateralismus.

„Es muss auch angemerkt werden, dass das Paradox dieser Entkräftung des Wortes oft im Namen der Meinungsfreiheit selbst befördert wird. Bei genauerer Betrachtung gilt jedoch das Gegenteil: Die Rede- und Meinungsfreiheit wird gerade durch die Gewissheit der Sprache und die Tatsache garantiert, dass jeder Begriff in der Wahrheit wurzelt. Es ist daher bedauerlich festzustellen, dass insbesondere im Westen der Raum für echte Meinungsfreiheit immer mehr eingeschränkt wird, während sich eine neue Sprache mit orwellschem Beigeschmack entwickelt, die in ihrem Bestreben, immer inklusiver zu sein, darin mündet, diejenigen auszuschließen, die sich nicht den Ideologien anpassen, von denen sie beseelt ist.“

„Verweigerung aus Gewissensgründen ist keine Rebellion“

Leo warnte in diesem Zusammenhang vor drohenden Einschränkungen bei der Gewissensfreiheit sogar in Staaten, „die sich auf Demokratie und Menschenrechte zu gründen bekunden“, und nannte als Beispiele die Verweigerung des Militärdienstes oder die Ablehnung einer Mitwirkung an Abtreibung durch Ärzte oder Pflegekräfte. Verweigerung aus Gewissensgründen sei „keine Rebellion, sondern ein Akt der Treue zu sich selbst“.

Beunruhigt zeigte sich Leo XIV. über Einschränkungen der Religionsfreiheit in vielen Teilen der Welt. „Wenn der Heilige Stuhl die uneingeschränkte Achtung der Religions- und Kultfreiheit für Christen fordert, dann tut er dies auch für alle anderen Religionsgemeinschaften.“ Dabei dürfe jedoch nicht übersehen werden, dass die Verfolgung von Christen nach wie vor „eine der größten menschenrechtlichen Krisen unserer Zeit“ sei. „Dieses Phänomen betrifft etwa jeden siebten Christen weltweit und hat sich 2025 aufgrund der anhaltenden Konflikte, der autoritären Regime und des religiösen Extremismus verschärft.“ Der Papst verurteilte Antisemitismus sowie die „auch religiös motivierte Gewalt“ in Bangladesch, in der Sahelzone und in Nigeria.

Subtile Form der Diskriminierung von Christen auch in Europa

„Es darf aber ebenso nicht eine subtile Form der religiösen Diskriminierung gegenüber Christen vergessen werden, die sich auch in Ländern ausbreitet, in denen sie zahlenmäßig in der Mehrheit sind, wie in Europa oder Nord- und Südamerika, wo ihnen manchmal aus politischen oder ideologischen Gründen die Möglichkeit beschnitten wird, die Wahrheit des Evangeliums zu verkünden, insbesondere wenn sie sich für die Würde der Schwächsten, der Ungeborenen oder der Flüchtlinge und Migranten einsetzen oder die Familie fördern.“ (vn 9)

 

 

 

 

 

 

Treffen Kreisverband KAB Kempten-Allgäu

 

Kempten. Die Katholische Arbeitnehmer-Bewegung (KAB) im Kreisverband Kempten-Allgäu traf sich am 07. Januar 2026 im Ristorante La Bruschetta um sich für die gute Zusammenarbeit zwischen Regionalbüro mit seinen Mitarbeitenden und der Kreisverbandsleitung, sowie der ACLI in Kempten zu bedanken.

Darüber hinaus gab es noch einen weiteren Anlass. Für die veränderten Strukturen auf KAB Diözesanebene mussten noch Vertreter aus dem Kreisverband gewählt werden. Die Wahl fiel wie folgt aus: Vertreterin im Erweiterten Diözesanvorstand (E-DV): Marion Liebmann. Vertreter für die Mitgliederversammlung auf Diözesanebene (früher Diözesanausschuss): Martin Haertle und Manfred Stick

Alle wurden einstimmig gewählt, wofür Ihnen Respekt gebührt.

Anwesende Personen: KVL - Präses Alexander Gajewski, Martin Haertle, Marion Liebmann, Brigitte Herta Schulz-John, Monika Schwarz, Wolfgang Seidler, Manfred Stick; sowie die Gäste Dr. Fernando Grasso (ACLI), Josef Haberkorn (Referent in der BSS), Anna-Maria Maul (BSS) und Barbara Stückl-Slepitschka (Verwaltung). Wolfgang Seidler, dip 9

 

 

 

 

 

Papst zur Weltlage: „Kurzschluss“ der Menschenrechte

 

Aus Sicht von Papst Leo XIV. ist der „Schutz des Rechts auf Leben die unverzichtbare Grundlage für alle anderen Menschenrechte". Das hat das katholische Kirchenoberhaupt diesen Freitag in seiner Neujahrsansprache an die beim Heiligen Stuhl akkreditierten Diplomaten betont. Angesichts zahlreicher Menschenrechtsverletzungen, Kriege und Krisen auf der Welt sprach Leo von einem regelrechten „Kurzschluss“ der Menschenrechte und forderte eindringlich eine Achtung dieser sowie Frieden und Dialog. Stefanie Stahlhofen

„Die von mir dargelegten Überlegungen lassen vermuten, dass es im gegenwärtigen Kontext zu einem regelrechten ,Kurzschluss` der Menschenrechte kommt. Das Recht auf Meinungsfreiheit, auf Gewissensfreiheit, auf Religionsfreiheit und sogar auf Leben wird im Namen anderer sogenannter neuer Rechte eingeschränkt, was dazu führt, dass das System der Menschenrechte selbst an Kraft verliert und Raum für Gewalt und Unterdrückung öffnet. Dies geschieht dann, wenn jedes einzelne Recht selbstreferenziell wird und insbesondere dann, wenn es seine Verbindung mit der Wirklichkeit der Dinge, mit deren Natur und mit der Wahrheit verliert", sagte Papst Leo wörtlich in seiner in der deutschen Übersetzung knapp 20-seitigen Rede, die er überwiegend auf englisch; stellenweise jedoch auch auf Italienisch hielt.

„Das Recht auf Meinungsfreiheit, auf Gewissensfreiheit, auf Religionsfreiheit und sogar auf Leben wird im Namen anderer sogenannter neuer Rechte eingeschränkt, was dazu führt, dass das System der Menschenrechte selbst an Kraft verliert und Raum für Gewalt und Unterdrückung öffnet“

Venezuela, Heiliges Land, Ukraine 

Vor rund 420 Zuhörerinnen und Zuhörern in der Benediktionsaula ging Papst Leo XIV. auch auf einige aktuelle Krisen, Konflikte und Kriege konkreter ein: Mit Blick auf Venezuela sagte er: „In diesem Zusammenhang erneuere ich meinen Appell, den Willen des venezolanischen Volkes zu respektieren und sich für den Schutz der Menschen- und Bürgerrechte aller einzusetzen sowie für den Aufbau einer Zukunft in Stabilität und Eintracht." Den Angriff der USA und die Entführung von Präsident Nicolas Maduro erwähnte Papst Leo nicht explizit. Er warb generell mit Blick auf Venezuela für den Aufbau einer Gesellschaft, die auf „Gerechtigkeit, Wahrheit, Freiheit und Geschwisterlichkeit" gründe, um die Krise im Land zu überwinden. Das katholische Kirchenoberhaupt äußerte zudem „große Besorgnis" angesichts der „Verschärfung der Spannungen in der Karibik und entlang der amerikanischen Pazifikküste" und erneuerte seinen „eindringlichen Appell, nach friedlichen politischen Lösungen für die gegenwärtige Situation zu suchen, wobei das Gemeinwohl der Bevölkerung im Vordergrund stehen muss und nicht die Verteidigung von Partikularinteressen."

„Nach friedlichen politischen Lösungen für die gegenwärtige Situation suchen, wobei das Gemeinwohl der Bevölkerung im Vordergrund stehen muss und nicht die Verteidigung von Partikularinteressen“

Mit Blick auf das Heilige Land prangerte der Papst die „schwere humanitäre Krise" an, die trotz des Waffenstillstands andauere, und warb erneut für eine Zwei-Staaten-Lösung: „Der Heilige Stuhl beobachtet mit besonderer Aufmerksamkeit jede diplomatische Initiative, die den Palästinensern im Gazastreifen eine Zukunft in dauerhaftem Frieden und Gerechtigkeit in ihrem Land garantiert, ebenso wie dem gesamten palästinensischen Volk und dem gesamten israelischen Volk. Insbesondere bleibt die Zwei-Staaten-Lösung die institutionelle Perspektive, die den legitimen Bestrebungen beider Völker entgegenkommt." Papst Leo beklagte eine Zunahme der Gewalt gegenüber der palästinensischen Zivilbevölkerung im Westjordanland und betonte, dass sie „das Recht hat, in Frieden im eigenen Land zu leben".

Mit Blick auf den Ukraine-Krieg erinnerte der Papst ebenfalls an das große Leid der Zivilbevölkerung. Er forderte erneut einen Waffenstillstand, Dialog und Frieden: „Ich richte einen eindringlichen Appell an die internationale Gemeinschaft, damit das Engagement für gerechte und dauerhafte Lösungen zum Schutz der Schwächsten und zur Wiederherstellung der Hoffnung bei der betroffenen Bevölkerung nicht erlischt." Der Heilige Stuhl, das bekräftigte das Kirchenoberhaupt einmal mehr, sei uneingeschränkt bereit, „jede Initiative zu unterstützen, die Frieden und Eintracht fördert."

„Appell an die internationale Gemeinschaft, damit das Engagement für gerechte und dauerhafte Lösungen zum Schutz der Schwächsten und zur Wiederherstellung der Hoffnung bei der betroffenen Bevölkerung nicht erlischt“

Haiti, Afrika, Ostasien

Für das von Gewalt und Menschenhandel sowie Zangsvertreibungen geplagte Haiti forderte Papst Leo XIV. konkrete Unterstützung der internationalen Gemeinschaft, damit „so schnell wie möglich (...) die demokratische Ordnung" wiederhergestellt werde, Gewalt ende und Versöhnung und Frieden erreicht würden. Für ein Ende von Gewalt, Dialog, Friede und Versöhnung warb er auch angesichts der jahrzehntelangen Gewalt in der  Region der Großen Seen in Afrika sowie der „anhaltenden politischen Instabilität im Südsudan" und zunehmender Spannungen in Ostasien: Konkret ging er hier auf die „schwere und humanitäre und sicherheitspolitische Krise" in  Myanmar ein: „Mit erneuter Dringlichkeit appelliere ich, mutig den Weg des Friedens und des inklusiven Dialogs zu beschreiten und allen einen gerechten und zeitnahen Zugang zu humanitärer Hilfe zu gewährleisten. Damit demokratische Prozesse authentisch sind, müssen sie mit dem politischen Willen einhergehen, das Gemeinwohl zu verfolgen, den sozialen Zusammenhalt zu stärken und die ganzheitliche Entwicklung eines jeden zu fördern."

„Damit demokratische Prozesse authentisch sind, müssen sie mit dem politischen Willen einhergehen, das Gemeinwohl zu verfolgen, den sozialen Zusammenhalt zu stärken und die ganzheitliche Entwicklung eines jeden zu fördern“

Friede, Abrüstung und Dialog sind möglich

Papst Leo, der dem Augustinerorden angehört, zitierte in seiner Neujahrsansprache für die Diplomaten auch mehrfach den heiligen Augustinus. Schon er habe bemerkt, dass  „stets die Vorstellung im Mittelpunkt steht, dass Friede nur durch Gewalt und Abschreckung möglich ist" - ein Trugschluss. Friede brauche vielmehr „kontinuierliche und geduldige Aufbauarbeit und ständige Wachsamkeit." In diesem Zusammenhang warb Papst Leo für Abrüstung.

„Die Gefahr besteht, dass der Wettlauf wieder aufgenommen wird, um immer ausgefeiltere neue Waffen zu produzieren, auch unter Einsatz von künstlicher Intelligenz“

„Eine solche Anstrengung betrifft alle, angefangen bei den Staaten, die über Atomwaffenarsenale verfügen. Ich denke dabei insbesondere an die wichtige Fortsetzung, die der im Februar nächsten Jahres auslaufende New-START-Vertrag erfahren muss. Die Gefahr besteht, dass der Wettlauf wieder aufgenommen wird, um immer ausgefeiltere neue Waffen zu produzieren, auch unter Einsatz von künstlicher Intelligenz. Letztgenannte ist ein Instrument, das einer angemessenen und ethischen Handhabung sowie eines rechtlichen Rahmens bedarf, die auf den Schutz der Freiheit und auf die Verantwortlichkeit des Menschen ausgerichtet sind."

Mit Worten von Augustinus machte Papst Leo auch allen Hoffnung angesichst der vielen Krisen und Kriege: Friede sei zwar schwer zu erreichen, aber möglich: „ Er ist, wie Augustinus sagt, unser ,Endgut' (Hl. Augustinus, Zweiundzwanzig Bücher über den Gottesstaat, XIX, 11), weil er das eigentliche Ziel der Stadt Gottes ist, nach dem wir, wenn auch unbewusst, streben und dessen Vorgeschmack wir in der irdischen Stadt kosten können."

„Keime des Friedens, die es zu pflegen gilt“

Das katholische Kirchenoberhaupt führte zum Ende seine Rede so auch einige positive Entwicklungen an: Konkret erwähnte er hier etwa „die Dayton-Abkommen, die vor dreißig Jahren den blutigen Krieg in Bosnien und Herzegowina beendeten", „die gemeinsame Friedenserklärung zwischen Armenien und Aserbaidschan, die im vergangenen August unterzeichnet wurde", und die „Bemühungen der vietnamesischen Behörden in den letzten Jahren, die Beziehungen zum Heiligen Stuhl und die Bedingungen zu verbessern, unter denen die Kirche in dem Land tätig ist. All dies sind Keime des Friedens, die es zu pflegen gilt", so Papst Leo XIV. 

Unveräußerliche Menschenwürde aller

Leo erinnerte in seiner Rede auch an die unveräußerliche Menschenwürde aller: „Der Heilige Stuhl vertritt im Rahmen seiner internationalen Beziehungen und Aktivitäten beständig die Position, dass die Würde jedes Menschen unveräußerlich ist". Konkret nannte das katholische Kirchenoberhaupt hier etwa Migranten und Flüchtlinge, und betonte, die Maßnahmen, die die Staaten gegen Illegalität und Menschenhandel ergreifen, dürften „nicht zu einem Vorwand werden, um die Würde von Migranten und Flüchtlingen zu verletzen". Häftlingen, inklusive politischen Gefangenen, müssten menschenwürdige Haftbedingungen garantiert werden.

Der Papst forderte zudem erneut eine Abschaffung der Todesstrafe; er bekräftigte die Ablehnung der katholischen Kirche und des Heiligen Stuhls von Abtreibung, Leihmutterschaft und Sterbehilfe und rief zur Stärkung von Familien, Bekämpfung von Sucht und Förderung von Bildung und Arbeitsplätzen auf: „Eine Gesellschaft ist nur dann gesund und fortgeschritten, wenn sie die Heiligkeit des menschlichen Lebens schützt und sich aktiv für dessen Förderung einsetzt."

„Eine Gesellschaft ist nur dann gesund und fortgeschritten, wenn sie die Heiligkeit des menschlichen Lebens schützt und sich aktiv für dessen Förderung einsetzt“

Was der Papst allen wünscht

Zum Abschluss seiner Rede erinnerte Papst Leo an den heiligen Franz von Assisi, dessen Todestag sich im Oktober 2026 zum 800. Mal jährt. Er sei ein Mann des Friedens und des Dialogs gewesen, „der weltweit auch von Menschen anerkannt wird, die nicht zur katholischen Kirche gehören". Ganz in diesem Sinne schloss Papst Leo XIV. seine Rede an die beim Heiligen Stuhl akkreditierten Diplomaten mit dem Wunsch:

 „Ein demütiges und friedensstiftendes Herz, das ist es, was ich jedem von uns und allen Einwohnern unserer Länder zu Beginn dieses neuen Jahres wünsche." (vn 9)

 

 

 

 

 

 

Leo an Kardinäle: „Die anderen Themen gehen nicht verloren”

 

Leo XVI. hat den Kardinälen beim Konsistorium für die Auswahl ihrer Themen gedankt. Sie hatten bei einer Abstimmung am Mittwoch für Synodalität und Evangelisierung votiert. „Die anderen Themen gehen nicht verloren“, sagte der Papst am Mittwochabend zum Ende des ersten von zwei Arbeitstagen.

„Es gibt noch sehr konkrete, spezifische Fragen, die wir klären müssen“, sagte Leo vor den Kardinälen. „Ich hoffe, dass sich jeder von euch wirklich frei fühlt, mit mir oder anderen zu kommunizieren, und wir werden diesen Prozess des Dialogs und der Entscheidungsfindung fortsetzen.“

Leo hatte den etwa 170 versammelten Kardinälen vier Themen zur Auswahl für die Erörterungen beim außerordentlichen Konsistorium vorgelegt: Evangelisierung, Synodalität, Kurienreform und Liturgie. „Die Wahl aller Tische ist ziemlich klar“, hielt der Papst fest, es gehe aber aus den anderen Wortmeldungen hervor, „dass man die Themen nicht voneinander trennen“ könne.

Für ihn sei das Treffen mit den Kardinälen im großen Rahmen „sehr wichtig“, erklärte der Papst, der den Anwesenden mehrfach dankte: „Ich spüre und erlebe das Bedürfnis, auf euch zählen zu können.“ Leo sagte den Kardinälen, er halte es für wichtig, „dass wir zusammenarbeiten, dass wir gemeinsam unterscheiden, dass wir suchen, was der Heilige Geist von uns verlangt.“

Für Leo XIV. ist es das erste außerordentliche Konsistorium seines Pontifikats. An dieser Form des Kardinalstreffens, das der Papst einberuft, können alle Kardinäle der Weltkirche teilnehmen, ungeachtet ihres Alters. Leos Vorgänger Franziskus hatte selten außerordentliche Konsistorien einberufen. Er setzte für Beratungen hauptsächlich auf einen kleinen Kreis von Kardinälen, dem sogenannten K9-Rat, der sich regelmäßig mit dem Papst im Vatikan traf. (vn 8)

 

 

 

 

 

Papst: „Konzil ist Leitstern für Kirche heute“

 

Pünktlich zum neuen Jahr hat Leo XIV. bei der Generalaudienz in der vatikanischen Audienzhalle eine neue Katechesenreihe gestartet. Sechzig Jahre nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil lädt der Papst dazu ein, die Dokumente dieser Bischofsversammlung wiederzuentdecken, die als das bedeutendste kirchenpolitische Ereignis des 20. Jahrhunderts gilt und als prophetischer Wegweiser für die Kirche in einer globalisierten Welt zeitlose Bedeutung hat. Silvia Kritzenberger

„Während wir also den Ruf verspüren, seine Prophetie nicht verstummen zu lassen und auch weiter nach Wegen und Mitteln zu suchen, die von diesem Konzil erlangten Einsichten umzusetzen, ist es heute umso wichtiger, es erneut aus nächster Nähe kennenzulernen – und zwar nicht durch Hörensagen oder bereits erfolgte Interpretationen, sondern durch erneutes Lesen seiner Dokumente und ein Nachdenken über deren Inhalt,“ leitete Papst Leo die Katechese bei seiner ersten Generalaudienz im neuen Jahr ein. „Es handelt sich dabei nämlich um das Lehramt, das auch heute noch der Leitstern auf dem Weg der Kirche ist. Wie Benedikt XVI. lehrte, 'haben die Konzilsdokumente im Laufe der Jahre nicht an Aktualität verloren; ihre Lehren erweisen sich sogar als besonders nützlich im Bezug auf die neuen Anliegen der Kirche und der jetzigen globalisierten Gesellschaft'.“

Kirche: Gemeinschaft und Sakrament der Einheit zwischen Gott und seinem Volk 

Das Konzil habe das Verständnis von Gott als liebendem Vater erneuert und die Kirche als Gemeinschaft und Sakrament der Einheit zwischen Gott und seinem Volk beschrieben, würdigte der Papst die Bischofsversammlung, die 1962 von Johannes XXIII. einberufen wurde und die unter der Führung seines Nachfolgers Paul VI. bis zum 8. Dezember 1965 im Petersdom in Rom tagte.

„Das Konzil hat auch eine wichtige liturgische Erneuerung eingeleitet, indem es das Heilsgeheimnis und die aktive und bewusste Teilnahme des gesamten Volkes Gottes in den Mittelpunkt gestellt hat. Gleichzeitig hat es uns auch geholfen, uns der Welt zu öffnen und die Veränderungen und Herausforderungen der modernen Zeit im Dialog und in der Mitverantwortung anzunehmen – als eine Kirche, die den Wunsch hat, der Menschheit ihre Arme entgegenzustrecken, den Hoffnungen und Nöten der Völker eine Stimme zu geben und am Aufbau einer gerechteren und geschwisterlicheren Gesellschaft mitzuwirken.“

Das Konzil habe die Kirche also zum Dialog mit der Welt ermutigt, dazu aufgerufen, am Aufbau einer gerechteren und brüderlicheren Gesellschaft mitzuwirken und unsere Verantwortung für Gerechtigkeit und Frieden angemahnt, beschrieb Papst Leo dieses denkwürdige kirchliche Ereignis weiter, an dem 2.850 Konzilsväter teilnahmen und bei dem 16 Dokumente verabschiedet wurden.

Wachsame Deuter der Zeichen der Zeit, freudige Verkünder des Evangeliums und mutige Zeugen der Gerechtigkeit und des Friedens

„Dieser Geist, diese innere Haltung muss unser geistliches Leben und das pastorale Wirken der Kirche prägen, denn wir müssen die kirchliche Reform noch umfassender in ihrer dienenden Dimension umsetzen – und sind angesichts der heutigen Herausforderungen gerufen, wachsame Deuter der Zeichen der Zeit zu sein, freudige Verkünder des Evangeliums und mutige Zeugen der Gerechtigkeit und des Friedens,“ brachte der Papst die Berufung eines Christen auf den Punkt.

Päpste von Johannes XXIII. bis Franziskus hätten die bleibende Aktualität des Konzils hervorgehoben, betonte Papst Leo - und stellte abschließend fest:

„Brüder und Schwestern, was Papst Paul VI. am Ende der Arbeiten zu den Konzilsvätern sagte, bleibt auch für uns heute ein wegweisender Maßstab. Er erklärte, dass die Stunde des Aufbruchs gekommen sei; die Zeit, die Konzilsversammlung zu verlassen, um der Menschheit entgegenzugehen und ihr die frohe Botschaft des Evangeliums zu bringen – in dem Bewusstsein, eine Zeit der Gnade erlebt zu haben, in der Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft miteinander verschmelzen.“ Vn 7

 

 

 

 

 

Papst beim Konsistorium: „Nicht die Kirche zieht an, sondern Christus“

 

An diesem Mittwochnachmittag hat Papst Leo XIV. sein erstes außerordentliches Konsistorium im Vatikan eröffnet. Vor den versammelten Kardinälen aus aller Welt legte er sein Programm für die kommenden Jahre dar: Eine missionarische Kirche, die nicht durch Abwerbung, sondern durch die „Kraft der göttlichen Liebe“ überzeugen soll. Mario Galgano - Vatikanstadt

In seiner Eröffnungsansprache knüpfte er an das Hochfest der Erscheinung des Herrn an und definierte das Wesen der Kirche über das Licht Christi, das auf ihrem Antlitz widerscheinen müsse. Leo XIV. griff dabei ein Konzept auf, das bereits seine Vorgänger Benedikt XVI. und Franziskus geprägt hatten: Die Kirche wachse nicht durch „Proselytismus“ (Abwerbung), sondern durch „Anziehung“. Er präzisierte diesen Gedanken jedoch mit einem deutlichen theologischen Akzent: „Tatsächlich ist es nicht die Kirche, die anzieht, sondern Christus.“ Wenn eine kirchliche Gemeinschaft anziehend wirke, dann nur, weil durch sie die „Lebenskraft der göttlichen Liebe“ aus dem Herzen des Erlösers fließe.

„Tatsächlich ist es nicht die Kirche, die anzieht, sondern Christus.“

Einheit als Voraussetzung für Glaubwürdigkeit

In einer Zeit globaler Zerrissenheit mahnte der Papst die Einheit des Kardinalskollegiums an. „Einheit zieht an, Spaltung zerstreut“, so der Pontifex. Er verglich dieses Prinzip sogar mit physikalischen Gesetzen im Mikro- und Makrokosmos. Für eine missionarische Kirche sei das Gebot der gegenseitigen Liebe die einzige Basis: „Nur die Liebe ist glaubwürdig und vertrauenswürdig.“

Das Konsistorium, das sich aus einer „sehr vielfältigen Gruppe“ verschiedenster Kulturen und Traditionen zusammensetzt, solle ein Modell der Kollegialität vorleben. Der Papst forderte die Kardinäle auf, sich kennenzulernen und im Dialog zu wachsen, um ihn in seiner „schweren Verantwortung der Leitung der Weltkirche“ zu unterstützen.

Strategische Schwerpunkte: Mission, Kurie und Synodalität

Das Konsistorium werde sich intensiv mit vier zentralen Themen beschäftigen und zwar mit Evangelii gaudium. Da gehe es um die Mission der Kirche in der modernen Welt. Es gehe auch um Praedicate Evangelium: Die Reform und der Dienst des Heiligen Stuhls an den Teilkirchen. Ein weiterer Bereich sei die Synodalität. Da gehe es um den neuen Stil der Zusammenarbeit innerhalb der Kirche. Und schliesslich geht es um die Liturgie, die Quelle des christlichen Lebens.

Der Papst betonte, dass er vor allem gekommen sei, um zuzuhören. Die synodale Dynamik, die bereits in den Weltbischofssynoden 2023 und 2024 eingeübt wurde, solle nun auch das Handeln des Kardinalskollegiums bestimmen.

„Non multa, sed multum“

Für die Arbeitsweise gab Leo XIV. eine klare Devise aus: „Non multa, sed multum“ – nicht viele Dinge, sondern das Wesentliche solle mit Tiefgang behandelt werden. Er bat die Kardinäle, kurz und prägnant nur die wichtigsten Prioritäten für die kommenden zwei Jahre zu benennen. Ziel sei kein fertiger Text, sondern ein offener Austausch, der dem Petrusdienst Orientierung gibt.

„Auch aus der Art und Weise, wie wir lernen, in Brüderlichkeit und aufrichtiger Freundschaft zusammenzuarbeiten, kann etwas Neues entstehen“, schloss das katholische Kirchenoberhaupt seine Ansprache, bevor die Kardinäle in die geschlossenen Beratungen gingen.

Klare thematische Schwerpunktsetzung

Die rund 170 Kardinäle aus aller Welt einigten sich in einer Abstimmung darauf, die kommenden Sitzungen den Themen „Synode und Synodalität“ sowie „Evangelisierung und Mission im Lichte von Evangelii gaudium“ zu widmen.

Damit setzten sich diese Schwerpunkte gegen die ebenfalls zur Auswahl stehenden Themen „Liturgie“ und die Kurienreform „Praedicate Evangelium“ durch. Vatikansprecher Matteo Bruni stellte gegenüber Journalisten am Mittwochabend jedoch klar, dass die nicht gewählten Themen dadurch nicht ignoriert würden: „Der Papst hat die Dringlichkeit einiger Themen wahrgenommen; man wird Wege finden, sie innerhalb der gewählten Schwerpunkte zu behandeln“, so Bruni.

Methodik des Dialogs

Bemerkenswert sei die Arbeitsweise des Konsistoriums, so Bruni: Die Kardinäle arbeiten nach der „synodalen Methode“, die bereits bei den letzten Weltbischofssynoden angewandt wurde. In 20 sprachlich gegliederten Kleingruppen saßen die Teilnehmer an runden Tischen in der vatikanischen Audienzhalle, um im direkten Austausch – mit Redebeiträgen von maximal drei Minuten – Prioritäten zu setzen.

Papst Leo XIV., der die Sitzung mit den Worten „Ich bin hier, um zuzuhören“ eröffnete, nahm zwar nicht an den Gruppendiskussionen teil, kehrte aber am späten Nachmittag zurück, um die Berichte der ersten neun Gruppenvertreter entgegenzunehmen. (vn 7)

 

 

 

 

 

Papst zum Dreikönigsfest: „Kriegsindustrie stoppen“

 

Zum Hochfest der Erscheinung des Herrn (Epiphanie) hat Papst Leo XIV. eine „realistische Hoffnung“ für die Welt angemahnt. Nach dem Angelusgebet an diesem Dienstag rief er dazu auf, das gesellschaftliche Zusammenleben nach dem Vorbild der Sterndeuter neu zu gestalten und dem „Handwerk des Friedens“ den Vorzug vor der Rüstung zu geben. Mario Galgano

Trotz des Regens versammelten sich 20.000 Gläubige auf dem Petersplatz, um mit Papst Leo XIV. das Hochfest der Erscheinung des Herrn zu feiern. In seiner Katechese schlug das Kirchenoberhaupt eine Brücke von den biblischen Gaben der Sterndeuter hin zu brennenden sozialen Fragen der Gegenwart. Zuvor feierte der Papst im Petersdom eine Messe und schloss zum Abschluss des Heiligen Jahres der Hoffnung die letzte Heilige Pforte, nämlich jene beim Petersdom.

Die Dynamik der Befreiung

Das Wort „Epiphanie“ bedeute Erscheinung, so der Papst, und diese Erscheinung Gottes in Jesus sei die Quelle einer Freude, die auch in schwierigen Zeiten Bestand habe. „Gott rettet – er hat keine anderen Absichten, er hat keinen anderen Namen“, betonte Leo XIV.. Das göttliche Leben sei in Reichweite gekommen, um Ängste aufzulösen und eine „befreiende Dynamik“ in Gang zu setzen, die den Menschen helfe, einander in Frieden zu begegnen.

Politische Forderungen am Ende des Jubiläumsjahres

Besonders eindringlich sprach der Papst, als er die Geschenke der Sterndeuter – Gold, Weihrauch und Myrrhe – interpretierte. Diese Gaben seien ein Symbol für die Bereitschaft, alles, was man sei und habe, Gott zu übereignen.

„Möge sich anstelle der Kriegsindustrie das Handwerk des Friedens etablieren.“

Mit Blick auf das gerade zu Ende gegangene Heilige Jahr forderte er eine „auf Selbstlosigkeit basierende Gerechtigkeit“. Das Jubiläum enthalte den klaren Aufruf, „das Zusammenleben neu zu gestalten, das Land und die Ressourcen wieder neu zuzuteilen“. Leo XIV. wurde auch noch konkreter: Die Hoffnung müsse realistisch sein und auf Erden Neues entstehen lassen. „Möge anstelle von Ungleichheit Gerechtigkeit herrschen, möge sich anstelle der Kriegsindustrie das Handwerk des Friedens etablieren“, so sein Appell an die Weltgemeinschaft.

Grüße an den Osten und die Kinder

Nach dem Gebet des Angelus wandte sich der Papst mit herzlichen Grüßen an verschiedene Gruppen. Ein besonderer Gruß galt den christlichen Gemeinschaften des Ostens (Orthodoxe), die am Mittwoch nach dem julianischen Kalender das Weihnachtsfest feiern. Er wünschte ihnen und ihren Familien „Gelassenheit und Frieden“.

Zudem würdigte er den „Kindermissionstag“. Er dankte allen Kindern weltweit, die für Missionare beten und benachteiligten Altersgenossen helfen: „Danke, liebe Freunde!“

Folklore und Tradition auf dem Petersplatz

Der Papst grüßte zudem die Teilnehmer des traditionellen historisch-folkloristischen Umzugs, der in diesem Jahr die Kultur Siziliens in den Mittelpunkt stellte, sowie die Teilnehmer des „Zugs der Heiligen Drei Könige“, der zeitgleich in Warschau, vielen polnischen Städten und in Rom stattfand.

Mit einem Segenswunsch für das neue Jahr verabschiedete der Papst die Pilger: „Allen wünsche ich alles Gute für das neue Jahr im Licht des auferstandenen Christus. Alles Gute für alle, ein frohes Fest!“ (vn 6)

 

 

 

 

 

Kardinal Müller: Kirche ist einzig glaubwürdige Moral-Instanz

 

Der frühere Glaubenspräfekt Kardinal Gerhard Ludwig Müller sieht den Papst und die katholische Kirche als letzte glaubwürdige moralische Autorität in der Welt.

In einem Interview mit der deutschen Zeitung „Welt“ (Montag) betont Müller, dass allein die Kirche moralische Prinzipien „um ihrer selbst willen“ vertrete und sie nicht mit Machtinteressen oder politischem Einfluss vermenge. Sie sei damit die einzige Instanz, die ethische Maßstäbe glaubwürdig setze.

Müller warnt zugleich vor einer Verengung des Christentums auf elitäre Zirkel. Der Glaube dürfe nicht zur Sache von „Superchristen“ werden oder sich in abgeschotteten Minikreisen organisieren. Entscheidend sei, dass das Christentum in der Breite der Gesellschaft präsent bleibe, auch wenn die Zahl der Gläubigen schrumpfe. Kritik übte Müller an staatlicher Einmischung in ethischen und religiösen Fragen. Ein Staat, der sich als weltanschaulich neutral verstehe, habe weder das Recht noch die Kompetenz, moralische Maßstäbe vorzugeben. Aus seiner Sicht überschreite die Politik diese Grenze zunehmend.

„Wenn zwei Männer zusammenleben wollen...“

Explizit sprach Müller über die staatliche Ehegesetzgebung: „Ein demokratischer Rechtsstaat, der weltanschaulich neutral sein will, hat sich auch nicht einzumischen, wenn beispielsweise zwei Männer zusammenleben wollen, als ob sie Mann und Frau wären“, so der Kirchenmann. „Er darf aber auch den anderen nicht auferlegen, sich einer Ehedefinition zu unterstellen, die vom Staat kommt.“

Mit Blick auf aktuelle technologische und wirtschaftliche Entwicklung zeigte sich der deutsche Kurienkardinal besorgt. Er warnte vor einer „Klassentheorie“, nach der Reiche und Mächtige ein höheres Lebensrecht beanspruchten als andere Menschen. Effizienz und Profit würden zunehmend über die Würde des Menschen gestellt, so Müller. Technik müsse jedoch dem Menschen dienen, nicht umgekehrt. Dafür brauche es ethische Leitplanken. Diese sehe er bei Menschen wie dem US-Techunternehmer und Trump-Vertrauten Peter Thiel „gewiss nicht“.

Kardinal nimmt Staat in die Pflicht

Auch staatspolitisch mahnt Müller zu mehr Verantwortung. Wohlstand dürfe nicht rücksichtslos verbraucht werden, Schuldenpolitik zulasten künftiger Generationen sei unethisch. Der Staat habe die Pflicht, vorausschauend zu handeln und Rahmenbedingungen zu schaffen, die Gerechtigkeit über Generationen hinweg sichern.

Gerhard Ludwig Müller war von 2012 bis 2017 Leiter (Präfekt) der Glaubenskongregation und damit der ältesten zentralen Kurienbehörde im Vatikan. Der aus Mainz stammende Theologe war von 2002 bis 2012 Bischof von Regensburg. Benedikt XVI. holte den Dogmatiker 2012 nach Rom; 2014 machte Papst Franziskus ihn zum Kardinal, als einzigen Deutschen seiner Amtszeit. (kap/kna 5)

 

 

 

 

 

 

Vatikan und Stadt Rom ziehen Bilanz des Heiligen Jahres

 

Am vorletzten Tag des Heiligen Jahres wird im Vatikan Bilanz gezogen. Mit über 33,4 Millionen Pilgern sind die Erwartungen nahezu punktgenau erfüllt worden. Vor allem aber hat das Jubiläum nach Ansicht der Verantwortlichen Rom infrastrukturell und spirituell verändert. Mario Galgano - Vatikanstadt

Zwischen dem 24. Dezember 2024 und diesem Montag, dem 5. Januar 2026, haben genau 33.475.369 Pilger aus aller Welt die Ewige Stadt besucht, um eine der Heiligen Pforten zu durchschreiten. Dies gab Erzbischof Rino Fisichella, der Beauftragte des Vatikans für das Jubiläum, an diesem Montag auf einer Pressekonferenz bekannt. Damit blieb die Zahl nur knapp unter der ursprünglich prognostizierten Marke von 35 Millionen Besuchern.

Die Statistik des Glaubens

Erzbischof Fisichella legte eine detaillierte Analyse der Pilgerströme vor. Mit über 36 Prozent stellten die Italiener die größte Gruppe. Pilger aus Deutschland belegten mit einem Anteil von 3,16 Prozent den sechsten Platz im internationalen Ranking. Europa war mit insgesamt 63 Prozent der Haupt-Herkunftskontinent, gefolgt von Nord- (16,54 Prozent) und Südamerika (9,44 Prozent).

Die Zählung erfolgte laut Fisichella mit modernster Technik: „Wir wissen tagesgenau, wie viele Menschen die Heilige Pforte im Petersdom durchschritten haben, da dort eine Kamera jeden Pilger erfasst hat“. Für die anderen drei Papstbasiliken ohne Kamerasysteme stützte man sich auf manuelle Zählungen durch die zahlreichen Freiwilligen.

Das „Metodo Giubileo“: Eine neue Ära für Rom

Roms Bürgermeister Roberto Gualtieri zog ebenfalls eine positive Bilanz, insbesondere im Hinblick auf die Stadtentwicklung. Von den 332 geplanten Bauprojekten wurden 204 bereits ganz oder teilweise abgeschlossen. Besonders stolz zeigte sich Gualtieri auf das „Metodo Giubileo“ (die Jubiläums-Methode): Ein engmaschiger, täglicher Dialog zwischen den Institutionen, um Probleme in Echtzeit zu lösen.

„Wir haben gezeigt, dass wir komplexe Projekte in festen Zeiträumen realisieren können.“

„Das wichtigste Erbe ist das wiedergewonnene Vertrauen der Römer in ihre Stadt“, betonte Gualtieri. „Wir haben gezeigt, dass wir komplexe Projekte in festen Zeiträumen realisieren können.“ Als Beispiel nannte er die Fertigstellung der Piazza Pia, die nun eine völlig neue Fußgängerzone zwischen der Engelsburg und dem Vatikan schafft. (An der Piazza Pia liegt auch das Gebäude unserer Redaktion.)

Erzbischof Fisichella, Regierungschefin Meloni und Roms Bürgermeister Gualteri bei der Eröffnung der Piazza Pia vor einem Jahr

Zwischenmenschliches und kleine Reibereien

Trotz der hohen Arbeitsbelastung – Gualtieri erließ allein hundert Sonderverordnungen – blieb die Atmosphäre zwischen den Beteiligten herzlich. „Wir haben es nicht geschafft, uns zu streiten“, scherzte der Unterstaatssekretär der italienischen Regierung, Alfredo Mantovano. Dennoch gab es kleine ästhetische Differenzen: Erzbischof Fisichella gestand lächelnd, dass er anfangs kein Fan der neuen Brunnen auf der Piazza Pia war. „Aber man gewöhnt sich daran, und jetzt fangen sie an, mir zu gefallen“, fügte er hinzu.

Auf die Frage, was er am meisten vermissen werde, antwortete Fisichella sichtlich bewegt: „Die fast täglichen Telefonate und die Freundschaften, die über die strukturelle Verantwortung hinaus entstanden sind. Das hat uns ermöglicht, gut zusammenzuarbeiten.“

Ausblick: Das Erlösungsjahr 2033

Bereits jetzt richten sich die Blicke auf das Jahr 2033, das 2000. Jubiläum der Erlösung. Bürgermeister Gualtieri deutete an, dass man für dieses Ereignis bereits über eine weitere Untertunnelung der Via della Conciliazione nachdenke, um die gesamte Zone zur Fußgängerzone zu machen. Erzbischof Fisichella blieb jedoch vorsichtig: „Dass es ein Jubiläum 2033 geben wird, ist eine Vision, erfordert aber noch eine formelle Entscheidung des Heiligen Vaters.“

„Dass es ein Jubiläum 2033 geben wird, ist eine Vision, erfordert aber noch eine formelle Entscheidung des Heiligen Vaters.“

An diesem Montagabend um 17:00 Uhr wird die letzte offizielle Pilgergruppe die Heilige Pforte durchschreiten, bevor Papst Leo XIV. das Heilige Jahr am Dienstag feierlich beendet. Für Rom bleibt eine Erwartung weiteren Wachstums: Experten gehen davon aus, dass 2026 ein noch stärkeres Tourismusjahr wird, getragen vom „Schaufenster-Effekt“ des Jubiläums. (vn 5)