Notiziario religioso   21 gENNAIO - 3 febbraio 2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Tratta: documento del Vaticano su come riconoscere e rispondere a fenomeno che coinvolge milioni di persone  1

2.       Migranti: p. Baggio: “salvare vite umane in pericolo” e “solidarietà tra Paesi”  1

3.       Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “La solidarietà e la responsabilità comune”  1

4.       Papa Francesco: "Il viaggio dei migranti non è sempre un'esperienza felice"  2

5.       Card. Koch: “Ritrovare l’unità vuol dire superare anche l’ingiustizia della divisione”  2

6.       Card. Bassetti: l’Italia ritrovi “la via della concordia e della fraternità”  3

7.       Discorso al corpo diplomatico. La “geopolitica” di Francesco  3

8.       Bodeux (Caritas Europa): “criminalizzare la solidarietà minaccia nostri valori e mette a rischio la democrazia”  3

9.       Luigi Sturzo e il Ppi cento anni dopo. Il futuro dei cattolici in politica  4

10.   “Possiamo essere certi che Dio risponderà”  5

11.   Fontana di Trevi, Raggi fa marcia indietro sulle monete: resteranno alla Caritas  5

12.   Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2019: “Dalle community alle comunità”  5

13.   “Il giorno del giudizio”  5

14.   Messaggio del Santo Padre per la XXVII Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2019) 6

15.   La preoccupazione del Papa: i populismi minacciano diritti e giustizia  7

16.   “Sono io, non abbiate paura” – Tutti gli interventi del Papa su migranti e rifugiati 8

17.   Messaggero di S. Antonio: veste nuova, passione antica  8

 

 

1.       Papst Franziskus: „Reichtum teilen, um Spaltungen vorzubeugen“  9

2.       Italiens Bischofskonferenz: Migranten kein Sicherheitsrisiko  9

3.       „Gebet begleitet alle ökumenischen Bemühungen“  10

4.       Vatikan-Kardinal Koch verteidigt Einsatz von Christen für Migranten  10

5.       Vatikan-Arbeitshilfe für Kampf gegen Menschenhandel 10

6.       Tag des Judentums: Gemeinsame Herkunft, gemeinsame Zukunft 11

7.       Bischof Ackermann: „Sichtbares Zeichen der Solidarität“  11

8.       Papst zu jungen Eltern: Streitet niemals vor den Kindern  12

9.       Machtmissbrauch hat Vertrauen zerstört 12

10.   Rom: Bischof beklagt Niedergang seiner Stadt 12

11.   Italien: Trevi-Münzen doch an Caritas  13

12.   Marx: Bischofskonferenzen bei Missbrauch in der Verantwortung  13

13.   Autonomie der Orthodoxen Kirche der Ukraine als Politikum   13

14.   Deutschland: Ökumenisches Institut für Friedenstheologie  14

15.   Deutschland: Über 2.300 Jugendliche beim Weltjugendtag dabei 14

16.   Papst sieht Populismus und Nationalismus mit Sorge  14

17.   Nationalistische Tendenzen und internationale Aufgaben  15

18.   Seenotretter-Debatte: Kirche gegen Politik  15

19.   Rede von Bundeskanzlerin Merkel beim Empfang der Sternsinger am 7. Januar 2019 im Bundeskanzleramt 15

20.   Frankreich: Lourdes organisiert 2019 ein „Bernadette-Jahr"  16

21.   „Lebendige Instrumente für ein gutes Zusammenleben“  16

22.   „Jesus Christus ist der Retter aller Völker“  17

23.   Missbrauch: Wenn Priester zu Unrecht beschuldigt werden  17

 

 

 

 

Tratta: documento del Vaticano su come riconoscere e rispondere a fenomeno che coinvolge milioni di persone

 

E' stato presentato oggi in Sala Stampa “Orientamenti pastorali sulla tratta di persone”, un opuscolo di 36 pagine redatto dalla Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Si rivolge a diocesi, parrocchie, congregazioni religiose, scuole, università, organizzazioni della società civile. Lo scopo è fornire una comprensione del fenomeno ed indicare delle vie d'azione concrete. Patrizia Caiffa

 

Un fenomeno dai contorni inquietanti, che ha tratti nascosti ed è “molto presente e infiltrato nella vita di tutti i giorni”. E’ la tratta di persone: donne, uomini e bambini che vengono sfruttati a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo. Essendo una realtà sommersa non è possibile fare stime precise, di sicuro coinvolge milioni di persone nel mondo. In Europa sono circa 20 mila ogni anno le vittime di tratta che entrano nei sistemi di protezione e di assistenza. In Italia, a ottobre scorso, risultavano 1.137 vittime assistite nell’ambito di progetti finanziati dal dipartimento per le Pari Opportunità. Contro tutte le schiavitù del XXI secolo l’azione di Papa Francesco e della Chiesa cattolica è chiara ed incisiva. L’ultimo documento della Santa Sede è “Orientamenti pastorali sulla tratta di persone”, (https://migrants-refugees.va/wp-content/uploads/2019/01/A4-IT-M_R-I-Handbook-on-Human-Trafficking-V3-EMAIL.pdf) realizzato dalla Sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale e presentato oggi durante un meeting point in Sala Stampa Vaticana. Un opuscolo azzurro di 36 pagine che si rivolge a tutti gli operatori pastorali, a tutti i livelli: diocesi, parrocchie, congregazioni religiose, scuole, università, organizzazioni della società civile. Lo scopo è fornire una comprensione del fenomeno ed indicare delle vie d’azione concrete.

Contro la tratta serve collaborazione tra governi e società civile. Contro la tratta urge “una campagna di sensibilizzazione che coinvolga tutti. Noi ci impegniamo come Chiesa cattolica ma serve anche l’azione dei governi” e “tutte le organizzazioni del terzo settore per sollecitare leggi adeguate”: è l’auspicio di padre Fabio Baggio, sotto-segretario della Sezione Migranti & Rifugiati, istituita nel 2017 da Papa Francesco, che ne ha assunto personalmente la guida. Nel documento vengono date indicazioni sulla “capacità di identificare i casi fino alle denunce da portare avanti assieme alle autorità competenti”. Riguardo alla liberazione delle vittime di tratta si consiglia di curare “la reintegrazione e il reinserimento di queste persone nella società, oppure un possibile ritorno con determinate garanzie, per avere uno sviluppo umano integrale della persona. Dovrà essere data molta attenzione anche al superamento del trauma causato da questa esperienza”.

Lavoro-schiavo, “può nascondersi anche dietro prodotti a basso costo”. Tra gli aspetti meno conosciuti padre Baggio evidenzia la tratta legata ad “una filiera di produzione o di approvvigionamento normalmente nascosta al consumatore”.

“Vogliamo che il consumatore cominci a fare una riflessione: se il prezzo diventa molto basso è ovvio che il costo del lavoro è stato ridotto”.

“Questo deve interrogarci sulla fattura del prodotto, su come è stato eseguito, perché potrebbero esserci dietro condizioni servili o lavoro-schiavo”, precisa. L’altro esempio è “l’utilizzo di internet per la pornografia infantile senza pensare all’industria che produce questo prodotto”. Padre Baggio loda l’iniziativa di alcuni Paesi che negli aeroporti espongono manifesti per imparare a riconoscere le vittime, con l’invito a denunciare alle autorità. Padre Michael Czerny, sotto-segretario della medesima Sezione, ricorda che la tratta “è una realtà molto più presente e infiltrata nella vita di tutti i giorni di quanto noi possiamo immaginare. Non è un fenomeno esotico e lontano, ed è probabilmente più grave del secolo passato”.

Porti chiusi ai migranti, “trovare la via migliore per salvare le vite”. Durante l’incontro è stato presentato anche il volume “Luci sulle strade della speranza” con tutti gli insegnamenti di Papa Francesco su migranti, rifugiati e tratta, dall’inizio del pontificato alla fine del 2017. E’ abbinato ad una versione elettronica con programma di ricerca, disponibile sul sito della Sezione, aggiornata regolarmente a cadenza semestrale. E a proposito dell’atteggiamento dell’Europa nei confronti della vicenda che ha coinvolto le navi Sea Watch e Sea Eye, con i porti chiusi allo sbarco di 49 persone per 19 giorni padre Baggio così risponde al Sir: “Non sempre possiamo parlare di politiche quando ci sono di mezzo le persone”.

“Sono persone, non numeri. La priorità è sempre quella di salvare le vite, in un modo o nell’altro, trovando la via migliore, nel rispetto delle regole comuni”.

“Le Chiese locali dei vari Paesi coinvolti sono state abbastanza chiare – ricorda -. L’appello di Papa Francesco, dal 2013 a Lampedusa fino ad oggi è stato sempre unico: salvare la vita”. Anche nel messaggio per la Giornata mondiale per la pace e parlando al corpo diplomatico, il Papa “ha insistito sulla buona politica”, prosegue padre Baggio: “Sono stati messaggi molto chiari che richiamano alla responsabilità di ciascuno. Importante è che il principio di non discriminazione sia utilizzato in tutti i casi. La discriminazione può essere buona e positiva quando le vulnerabilità vengono trattate in modo particolare ma a livello generale è fondamentale pensare che siamo tutte persone. Poi le responsabilità politiche dipenderanno dal tipo di governo che c’è in ogni Paese”. Padre Baggio invita ogni governo a “rispondere ai propri costituenti e dare risposta alle vite umane in pericolo”. È inoltre necessario

“non lasciare mai i Paesi da soli ma sentire sempre di più questa solidarietà”.

Mai come oggi dobbiamo insistere sulla ‘globalizzazione della solidarietà’”.

Global compact, “chi ha fatto un passo indietro ci ripensi”. Per questo insiste sull’importanza del Global compact Onu, non firmato da alcuni Paesi tra cui l’Italia. “Ogni Paese ha il diritto di fare le scelte opportune rispetto ad un accordo multilaterale – precisa -. Abbiamo visto l’interesse di moltissimi Paesi nel mantenere questo dialogo. Siamo profondamente convinti che la risposta globale è la più opportuna al fenomeno delle migrazioni”. “Ci auguriamo che chi ha fatto un passo indietro possa ripensarci – auspica  -, trovando i chiarimenti necessari. Ad esempio sulla sovranità nazionale, che non viene intaccata”.

“È un accordo, non una convenzione vincolante. Si tratta di un impegno di riflessione e dialogo continuo, senza nessun pregiudizio rispetto all’indipendenza, l’autonomia e la sovranità nazionale”. Sir 17

 

 

 

Migranti: p. Baggio: “salvare vite umane in pericolo” e “solidarietà tra Paesi”   

 

Città del Vaticano - “Non sempre possiamo parlare di politiche quando ci sono di mezzo le persone. Sono persone, non numeri. La priorità è sempre quella di salvare le vite, in un modo o nell’altro, trovando la via migliore, nel rispetto delle regole comuni”. Lo ribadisce padre Fabio Baggio, sotto-segretario della Sezione Migranti & Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, rispondendo al Sir a proposito dell’atteggiamento dell’Europa nei confronti della vicenda che ha coinvolto le navi Sea Watch e Sea Eye, con i porti chiusi allo sbarco di 49 persone per 19 giorni. L’occasione è stata la presentazione del volume “Luci sulle strade della speranza” con tutti gli insegnamenti di Papa Francesco su migranti, rifugiati e tratta. “Le Chiese locali dei vari Paesi coinvolti sono state abbastanza chiare - ricorda -. L’appello di Papa Francesco, dal 2013 a Lampedusa fino ad oggi è stato sempre unico: salvare la vita”. Anche nel messaggio per la Giornata mondiale per la pace e parlando al corpo diplomatico, il Papa “ha insistito sulla buona politica”, prosegue padre Baggio: “Sono stati messaggi molto chiari che richiamano alla responsabilità di ciascuno. Importante è che il principio di non discriminazione sia utilizzato in tutti i casi. La discriminazione può essere buona e positiva quando le vulnerabilità vengono trattate in modo particolare ma a livello generale è fondamentale pensare che siamo tutte persone. Poi le responsabilità politiche dipenderanno dal tipo di governo che c’è in ogni Paese”. Padre Baggio invita ogni governo a “rispondere ai propri costituenti e dare risposta alle vite umane in pericolo”. È inoltre necessario “non lasciare mai i Paesi da soli ma sentire sempre di più questa solidarietà. Mai come oggi dobbiamo insistere sulla ‘globalizzazione della solidarietà’”. Per questo insiste sull’importanza del Global compact Onu, non firmato da alcuni Paesi tra cui l’Italia. “Ogni Paese ha il diritto di fare le scelte opportune rispetto ad un accordo multilaterale - precisa -. Abbiamo visto l’interesse di moltissimi Paesi nel mantenere questo dialogo. Siamo profondamente convinti che la risposta globale è la più opportuna al fenomeno delle migrazioni”. “Ci auguriamo che chi ha fatto un passo indietro possa ripensarci - auspica  -, trovando i chiarimenti necessari. Ad esempio sulla sovranità nazionale, che non viene intaccata. È un accordo, non una convenzione vincolante. Si tratta di un impegno di riflessione, di dialogo continuo, senza nessun pregiudizio rispetto all’indipendenza, l’autonomia e la sovranità nazionale”. MO 18

 

 

 

 

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. “La solidarietà e la responsabilità comune”

 

Il 18 gennaio è iniziata la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani sul tema: “Cercate di essere veramente giusti”. Alla celebrazione di apertura hanno preso parte i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali non cattoliche presenti a Roma. Ecco il testo dell’omelia che Papa Francesco ha pronunciato nel corso della celebrazione

 

Oggi ha inizio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, nella quale siamo tutti invitati a invocare da Dio questo grande dono. L’unità dei cristiani è frutto della grazia di Dio e noi dobbiamo disporci ad accoglierla con cuore generoso e disponibile. Questa sera sono particolarmente lieto di pregare insieme ai rappresentanti delle altre Chiese presenti a Roma, ai quali rivolgo un cordiale e fraterno saluto. Saluto anche la Delegazione ecumenica della Finlandia, gli studenti dell’Ecumenical Institute of Bossey, in visita a Roma per approfondire la loro conoscenza della Chiesa Cattolica, e i giovani ortodossi e ortodossi orientali che qui studiano con il sostegno del Comitato di Collaborazione Culturale con le Chiese Ortodosse, operante presso il Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Il libro del Deuteronomio immagina il popolo d’Israele accampato nelle pianure di Moab, sul punto di entrare nella Terra che Dio gli ha promesso. Qui Mosè, come padre premuroso e capo designato dal Signore, ripete la Legge al popolo, lo istruisce e gli ricorda che dovrà vivere con fedeltà e giustizia una volta che si sarà stabilito nella terra promessa.

Il brano che abbiamo appena ascoltato fornisce indicazioni su come celebrare le tre feste principali dell’anno: Pesach (Pasqua), Shavuot (Pentecoste), Sukkot (Tabernacoli). Ciascuna di queste feste richiama Israele alla gratitudine per i beni ricevuti da Dio. La celebrazione di una festa richiede la partecipazione di tutti. Nessuno può essere escluso: «Gioirai davanti al Signore, tuo Dio, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava, il levita che abiterà le tue città, il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno in mezzo a te» (Dt 16,11). Per ogni festa, occorre compiere un pellegrinaggio «nel luogo che il Signore avrà scelto per stabilirvi il suo nome» (v. 2). Là, il fedele israelita deve porsi davanti a Dio. Nonostante ogni israelita sia stato schiavo in Egitto, senza alcun possesso personale, «nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote» (v. 16) e il dono di ciascuno sarà in misura della benedizione che il Signore gli avrà dato. Tutti riceveranno dunque la loro parte di ricchezza del paese e beneficeranno della bontà di Dio.

Non deve sorprenderci il fatto che il testo biblico passi dalla celebrazione delle tre feste principali alla nomina dei giudici. Le feste stesse esortano il popolo alla giustizia, ricordando l’uguaglianza fondamentale tra tutti i membri, tutti ugualmente dipendenti dalla misericordia divina, e invitando ciascuno a condividere con gli altri i beni ricevuti. Rendere onore e gloria al Signore nelle feste dell’anno va di pari passo con il rendere onore e giustizia al proprio vicino, soprattutto se debole e bisognoso.

I cristiani dell’Indonesia, riflettendo sulla scelta del tema per la presente Settimana di Preghiera, hanno deciso di ispirarsi a queste parole del Deuteronomio: «La giustizia e solo la giustizia seguirai» (16,20). In essi è viva la preoccupazione che la crescita economica del loro Paese, animata dalla logica della concorrenza, lasci molti nella povertà concedendo solo a pochi di arricchirsi grandemente. È a repentaglio l’armonia di una società in cui persone di diverse etnie, lingue e religioni vivono insieme, condividendo un senso di responsabilità reciproca. Ma ciò non vale solo per l’Indonesia: questa situazione si riscontra nel resto del mondo.

Quando la società non ha più come fondamento il principio della solidarietà e del bene comune, assistiamo allo scandalo di persone che vivono nell’estrema miseria accanto a grattacieli, alberghi imponenti e lussuosi centri commerciali, simboli di strepitosa ricchezza. Ci siamo scordati della saggezza della legge mosaica, secondo la quale, se la ricchezza non è condivisa, la società si divide. San Paolo, scrivendo ai Romani, applica la stessa logica alla comunità cristiana: coloro che sono forti devono occuparsi dei deboli. Non è cristiano «compiacere noi stessi» (15,1).

Seguendo l’esempio di Cristo, dobbiamo infatti sforzarci di edificare coloro che sono deboli. La solidarietà e la responsabilità comune devono essere le leggi che reggono la famiglia cristiana. Come popolo santo di Dio, anche noi siamo sempre sul punto di entrare nel Regno che il Signore ci ha promesso. Ma, essendo divisi, abbiamo bisogno di ricordare l’appello alla giustizia rivoltoci da Dio.

Anche tra i cristiani c’è il rischio che prevalga la logica conosciuta dagli israeliti nei tempi antichi e da tanti popoli sviluppati al giorno d’oggi, ovvero che, nel tentativo di accumulare ricchezze, ci dimentichiamo dei deboli e dei bisognosi. È facile scordare l’uguaglianza fondamentale che esiste tra noi: che all’origine eravamo tutti schiavi del peccato e che il Signore ci ha salvati nel Battesimo, chiamandoci suoi figli. È facile pensare che la grazia spirituale donataci sia nostra proprietà, qualcosa che ci spetta e che ci appartiene. È possibile, inoltre, che i doni ricevuti da Dio ci rendano ciechi ai doni dispensati ad altri cristiani.

È un grave peccato sminuire o disprezzare i doni che il Signore ha concesso ad altri fratelli, credendo che costoro siano in qualche modo meno privilegiati di Dio. Se nutriamo simili pensieri, permettiamo che la stessa grazia ricevuta diventi fonte di orgoglio, di ingiustizia e di divisione. E come potremo allora entrare nel Regno promesso? Il culto che si addice a quel Regno, il culto che la giustizia richiede, è una festa che comprende tutti, una festa in cui i doni ricevuti sono resi accessibili e condivisi.

Per compiere i primi passi verso quella terra promessa che è la nostra unità, dobbiamo anzitutto riconoscere con umiltà che le benedizioni ricevute non sono nostre di diritto ma sono nostre per dono, e che ci sono state date perché le condividiamo con gli altri. In secondo luogo, dobbiamo riconoscere il valore della grazia concessa ad altre comunità cristiane. Di conseguenza, sarà nostro desiderio partecipare ai doni altrui. Un popolo cristiano rinnovato e arricchito da questo scambio di doni sarà un popolo capace di camminare con passo saldo e fiducioso sulla via che conduce all’unità. Papa Francesco

 

 

 

 

Papa Francesco: "Il viaggio dei migranti non è sempre un'esperienza felice"   

 

Città del Vaticano - “Il viaggio dei migranti non è sempre un’esperienza felice. Basti pensare ai terribili viaggi delle vittime della tratta. Anche in questo caso, però, non mancano le possibilità di riscatto, come accadde per il piccolo Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto come schiavo dai fratelli gelosi, il quale in Egitto divenne un fiduciario del faraone (Gn 37). Ci sono poi gli esodi drammatici dei rifugiati, un’esperienza che Gesù Cristo stesso provò, assieme a i suoi genitori, all’inizio della propria vita terrena, quando dovettero fuggire in Egitto per salvarsi dalla furia omicida di Erode (Mt 2)”. E’ quanto scrive Papa Francesco nella prefazione al volume “Luci sulle Strade della Speranza” - Insegnamenti di Papa Francesco su migranti, rifugiati e tratta”, una raccolta degli insegnamenti magisteriali  di Papa Francesco su migranti, rifugiati e tratta dall'inizio del suo Pontificato alla fine del 2017 e presentato questa mattina nella Sala Stampa della Santa Sede.  Ad esso è abbinata una versione elettronica con programma di ricerca, disponibile sul sito della Sezione, che viene aggiornata regolarmente a cadenza semestrale incorporando i nuovi insegnamenti pontifici. “Abramo e Sara in tarda età lasciarono la loro patria in risposta alle promesse di Dio (Gn 12,1-3). Spostarsi e stabilirsi altrove con la speranza di trovare una vita migliore per se stessi e le loro famiglie: è questo il desiderio profondo che ha mosso milioni di migranti nel corso dei secoli”, scrive ancora il papa. “Come la storia umana, la storia della salvezza – si legge ancora nell’introduzione - è stata segnata da itineranze di diverso genere - migrazioni, esili, fughe, esodi -, tutte comunque motivate dalla speranza di un futuro migliore altrove. E anche quando l’itineranza è stata indotta con intenzioni criminali, come nel caso della tratta, non bisogna lasciarsi rubare la speranza di liberazione e di riscatto”.

“Nella Sua infinita misericordia – prosegue il Papa - Dio elargisce liberamente la Sua grazia in ogni circostanza. Ce lo confermano gli esempi ispiratori dei nostri antenati nella fede i quali hanno dovuto fuggire dalle persecuzioni o, seguendo la voce del Signore, hanno viaggiato in terre lontane come missionari. Anche oggi i movimenti umani, pur generando sfide e sofferenze, stanno arricchendo le nostre comunità, le Chiese locali e le società di ogni continente”.

Il pontefice si augura che questa raccolta di insegnamenti e riflessioni “possa illuminare i nostri passi sulle strade della speranza, fornendo spunti d’ispirazione per la preghiera, la predicazione e l’azione pastorale”. Migr. On. 17

 

 

 

 

Card. Koch: “Ritrovare l’unità vuol dire superare anche l’ingiustizia della divisione

 

Si celebra dal 18 al 25 gennaio la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il tema scelto quest’anno è “Cercate di essere veramente giusti” (Deuteronomio 16, 18-20). Il cardinale Kurt Koch: “La divisione è una grande ferita, è contraria alla volontà del Signore, danneggia la Chiesa e danneggia l’annuncio principale del Vangelo. Ritrovare l’unità vuol dire, quindi, superare anche l’ingiustizia della divisione” M. Chiara Biagioni

 “La giustizia è fondamento dell’unità. Non possiamo avere unità se non abbiamo giustizia”. Così il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, commenta il tema “Cercate di essere veramente giusti” (Deuteronomio 16, 18-20), che quest’anno accompagnerà le preghiere e le meditazioni della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (dal 18 al 25 gennaio). Nel 2019 – ricorda poi il cardinale Koch – la Settimana si celebra a 20 anni dalla firma della Dichiarazione congiunta sulla giustificazione tra la Federazione luterana mondiale e la Chiesa cattolica.

Eminenza, quali sono le ingiustizie che colpiscono e preoccupano le Chiese cristiane?

L’ingiustizia fondamentale nel cristianesimo sono le divisioni perché Gesù ha voluto una Chiesa. In questo senso, come ha detto il Concilio Vaticano II, la divisione è una grande ferita, è contraria alla volontà del Signore, danneggia la Chiesa e danneggia l’annuncio principale del Vangelo. Ritrovare l’unità vuol dire quindi superare anche l’ingiustizia della divisione. Il tema della Settimana viene dall’Indonesia che è un Paese formato da cittadini di diverse origini e dove è molto importante trovare l’unità nella diversità e nella giustizia.

Anche in Europa siamo sollecitati da altre culture che bussano alle nostre porte a causa di guerre e povertà. Il tema della Settimana quest’anno vuole essere un richiamo ad essere giusti anche nei confronti di questi uomini e donne?

Vorrei dire che l’Europa è un continente che deve ritrovare la sua unità nella pluralità delle culture che esistono al suo interno. L’unità riconciliata. E poi vorrei anche aggiungere che la grande sfida dell’immigrazione è una grande crisi dell’Europa: possiamo risolvere questo problema soltanto con una più grande solidarietà tra i differenti Paesi. E questo manca.

In questo senso la crisi della migrazione è crisi dell’Europa.

Sono spesso le Chiese ad essere in prima linea in progetti di accoglienza e integrazione. Perché lo fanno e quale messaggio danno all’Europa?

I cristiani lo fanno perché credono in Dio e Dio non è soltanto il Dio dei cristiani ma è Dio per tutti gli uomini.

Come ha detto Gesù nel Vangelo di Matteo al capitolo 25, in tutti coloro che sono malati, che soffrono, che sono bisognosi, Cristo è presente. Aiutare chi è fuggito da Paesi lontani, è per noi cristiani andare incontro a Cristo. C’è una presenza reale di Gesù Cristo nei poveri, nei bisognosi. Se crediamo che Cristo è presente in questo mondo, dobbiamo vedere la sua presenza in questi uomini.

Papa Francesco è in partenza per Panama e non potendo quindi partecipare ai Vespri che si celebrano il 25 gennaio, ultimo giorno della Settimana di preghiera, ha deciso di anticipare la sua presenza a venerdì prossimo, sempre nella Basilica di san Paolo fuori le Mura. Perché lo ha fatto?

È una bellissima decisione da parte del Santo Padre. Questo mostra due cose. La prima è che l’ecumenismo sta molto a cuore al Santo Padre. La seconda è che il fatto che quest’anno i Vespri vengano celebrati all’inizio della Settimana, ricorda ancora di più che la preghiera per l’unità è il fondamento e l’origine di tutto il movimento ecumenico. Con la preghiera per l’unità, noi cristiani esprimiamo la nostra condizione e, cioè, che noi non possiamo fare l’unità.

Noi uomini possiamo creare divisioni. Questo lo ha dimostrato la nostra storia e lo dimostra il nostro presente.

L’unità è sempre un dono dello Spirito Santo e la preparazione più adeguata per ricevere questo dono dello Spirito è la preghiera.

Se la meta ultima del movimento ecumenico è la piena comunione delle Chiese, a che punto siamo arrivati? In questi anni, ci siamo avvicinati o allontanati da questa meta?

È difficile da dire. Ed è soprattutto difficile fare un bilancio perché l’ecumenismo non è un nostro compito. Il ministro ecumenico è lo Spirito Santo. Io sono soltanto uno strumento debole. Penso però che abbiamo potuto avanzare in molte cose anche se non abbiamo ancora raggiunto la meta, e cioè l’unità visibile, soprattutto l’unità nella Eucarestia. Siamo una famiglia, siamo fratelli e sorelle, ma non possiamo partecipare alla stessa tavola. È una grande ferita.

Ritrovare questa unità necessita ancora molto tempo, richiede un lungo cammino.

Si tratta, allora, di proseguire con questa visione trinitaria che dice sempre Francesco: camminare insieme, pregare insieme, collaborare insieme. Sir 16

 

 

 

Card. Bassetti: l’Italia ritrovi “la via della concordia e della fraternità

 

“Oggi, a distanza di cento anni, questo appello risuona nell’animo di quanti hanno a cuore le sorti del Paese, ancora una volta lacerato e diviso; risuona nell’animo di quanti sentono quella spinta ideale che vede nella difesa della vita e nella promozione umana il motivo di fondo di ogni impegno sociale”. Ne è convinto il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, che ha concluso l’ omelia della Messa celebrata nella basilica romana dei Santi Apostoli con un omaggio al prete di Caltagirone, 60 anni dopo la sua morte e a un secolo dall’appello ai “Liberi e forti”. “Dobbiamo ringraziare il Signore per aver donato all’Italia e alla Chiesa don Luigi Sturzo, che è stato insieme un uomo di Dio e un sacerdote che si è fatto annunciatore e testimone dell’amore del Signore verso gli uomini”, le parole del presidente della Cei: “Con tutta la sua vita ha affermato il primato di Dio e ha pagato di persona il suo impegno per la verità, la libertà, la giustizia, l’amore e la pace. Egli ha vissuto una spiritualità incarnata nel contesto sociale del suo tempo ed ha esercitato la sua carità pastorale attraverso un impegno culturale, sociale e politico d’ampio respiro, animato dalla fede cristiana e ispirato al motto paolino, rilanciato da san Pio X, di instaurare omnia in Christo. ‘Nella mia vita – affermò più tardi il servo di Dio – ho chiesto incessantemente al Signore di essere sempre e soltanto, ovunque, sacerdote, alter Christus'”. “Siamo di fronte alla storia di un uomo, di un sacerdote che ha percorso la strada della santità e dell’impegno cristiano attraverso un particolare impegno pubblico”, ha commentato Bassetti: “egli lo ha fatto per amore del Cristo che ha scorto sofferente nei suoi concittadini nudi e affamati, lo ha fatto per amore della Chiesa, nella compagine laicale del suo tempo fortemente divisa e in conflitto; lo ha fatto per il suo amato Paese, che vedeva preda delle fazioni più estreme, nell’oscuramento dei valori della dignità umana e del progresso civile”.

“Ricordando quell’ora intensa di preghiera, qui in questa insigne basilica chiediamo anche noi quest’oggi al Signore che volga il suo sguardo di amore e di misericordia sulla sua Chiesa e su tutta la società civile italiana perché possa ritrovare la via della concordia e della fraternità, e ogni uomo e ogni donna di questo Paese possa sempre veder riconosciuti i propri diritti nella solidarietà e nella giustizia”, la preghiera finale. Sir 18

 

 

 

Discorso al corpo diplomatico. La “geopolitica” di Francesco

 

Se leggessimo il discorso di papa Francesco al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede con gli occhi del reis efendi Ahmed Atif, potremmo capire molto sulla “geopolitica dello spirito” del pontefice. Ahmed Atif, alto funzionario dell’Impero ottomano – una specie di ministro degli Esteri – divideva la politica di tutti gli Stati, compreso il suo, in “politica permanente” e “politica temporanea”. La prima è, banalmente, l’interesse nazionale, ovvero il punto di riferimento per qualsiasi azione politica; la seconda, invece, serve a adeguare le proprie ambizioni al momento storico e ai mezzi a disposizione.

Parlando, tra le altre, di Corea, Venezuela – da pochi giorni si è insediato per un secondo mandato il presidente Nicolás Maduro – e di Nicaragua, papa Francesco ha descritto il tetrastilo sul quale si poggia la politica permanente del suo pontificato. Innanzitutto, la missione universale che la Chiesa ha in quanto – parole di Paolo VI, citato lungamente dal pontefice argentino – “esperta di umanità”. Quindi, il multilateralismo come metodo unico per la soluzione delle problematiche internazionali. Infine, il perseguimento della pace non come mero corollario di un equilibrio di potenza tra gli Stati ma come risultato di una “etica di solidarietà”.

La domanda è: qual è la politica temporanea della Santa Sede? Ovvero: come papa Francesco e la diplomazia vaticana agiscono nello specifico per il raggiungimento di questo quadruplice obiettivo? Nel suo discorso, il successore di Pietro ha affrontato le singole sfide del pianeta, ma anche le opportunità che la Santa Sede, con tutti gli altri attori internazionali, dovrà saper cogliere per portare avanti la propria politica permanente.

La missione vaticana nelle periferie del mondo

Il Vaticano – che tra un mese compirà 90 anni – è il più minuscolo impero della storia. Territorialmente paragonabile al Comune più piccolo in Italia, il Vaticano gode di un’immensa rilevanza geopolitica in quanto comunità che si estende ben al di là dei suoi ristretti confini politici. Ovvero: un impero, che può far conto su quasi un miliardo e trecento milioni di credenti in tutto il mondo.

Ma non è solo a questi che si limita il raggio d’azione petrino. Come disse Paolo VI nel 1965 di fronte all’Assemblea generale dell’Onu, la Chiesa è “esperta di umanità”, ovvero è voce dell’intera popolazione mondiale. Per quest’ultima, il Papa ambisce ad essere “ascoltatore attento e sensibile” di quelli che lui stesso definisce “deboli”. Dai poveri ai giovani, dalle donne a chi è senza lavoro. Nelle periferie non solo geografiche, ma sociali: questa è la missione della “Chiesa in uscita” voluta (e sperata) nella Evangelii Gaudium.

Il multilateralismo per una politica “infra-mondiale

Tra i più deboli, Francesco indica anche i migranti. Per il Papa, il termine ricomprende tutti coloro i quali hanno dovuto lasciare il proprio Paese a causa del “flagello della povertà”, oppure vittime “di ogni genere di violenza e di persecuzione”. E ancora, i cosiddetti “migranti climatici”, costretti ad emigrare a seguito di “catastrofi naturali” e di “sconvolgimenti climatici”.

Per papa Francesco, la questione migratoria richiede un approccio multilaterale, l’unico in grado di poter dare soluzioni di lungo periodo. “Alla politica è richiesto di essere lungimirante”, spiega il pontefice, e di non limitarsi al raggiungimento di “soluzioni di corto respiro”. Soluzioni, queste, che sono il frutto di politiche nazionali (e nazionaliste) sempre più mirate alla ricerca di “consenso immediato e settario”.

Ecco perché proprio il multilateralismo, nella prospettiva geopolitica vaticana, assume importanza fondamentale. Esso è in grado di avviare processi di dialogo e confronto fra gli Stati, obbligati così a ricercare un compromesso e a non ripiegarsi su stessi e sulle proprie posizioni. Chiusure che papa Francesco, nel contesto di un mondo globalizzato, ritiene dannose e controproducenti. In questo senso, è Pasquale Ferrara, ambasciatore italiano ad Algeri, ad inquadrare al meglio la concezione che la Santa Sede ha dei fenomeni internazionali. Ci si muove, oggi, in una dimensione “infra-mondiale”, ovvero in un ordine mondiale dove le regioni del pianeta sono in una costante e profonda connessione. Dunque, nessuna iniziativa bilaterale – né, tantomeno, unilaterale – può creare un processo virtuoso a livello transnazionale.

In questo senso, la politica internazionale vaticana accoglie con entusiasmo – al di là di qualche critica – sia l’adozione del Global Compact per una migrazione sicura, ordinata e regolare, sia il Rulebook sottoscritto dagli Stati membri a conclusione della Cop24 di Katowice per la riduzione delle emissioni inquinanti. Non due traguardi, ma due punti di partenza per la diplomazia multilaterale che, nell’ottica papale, dovrà divenire meccanismo unico del decision-making a livello mondiale.

La pace e la casa di Jonathan Swift

Obiettivo ultimo delle organizzazioni multilaterali è la costruzione e il mantenimento della pace. Fu proprio papa Francesco, di ritorno dal suo primo viaggio in Corea del Sud nel 2014, a forgiare quell’espressione che divenne ben presto famosa: la “Terza guerra mondiale a pezzi”. Una guerra su scala mondiale, ma che si combatte qua e là, anche – forse, soprattutto – nelle forme non convenzionali.

Raggiungere la pace è, da sempre, politica permanente della Santa Sede. Ciò su cui insiste il pontefice, in particolare, è la necessità di edificare una pace sostenibile, positiva. Non la mera assenza di conflitto o l’equilibrio di potenza. Quest’ultimo, come scrisse Kant, è paragonabile alla casa di Jonathan Swift: costruita con i più alti concetti dell’architettura, crollò quando un passero vi si posò sopra. Per questo, il disarmo nucleare diviene politica attiva della Santa Sede: la deterrenza genera solo “un ingannevole senso di sicurezza” e non può costituire “la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana”. Questa, al contrario, è raggiungibile solo se vi è una comune “etica di solidarietà”. Pietro Mattonai, AffInt 15

 

 

 

 

Bodeux (Caritas Europa): “criminalizzare la solidarietà minaccia nostri valori e mette a rischio la democrazia”

 

"Le persone vanno sbarcate il prima possibile nel porto più vicino e subito assistite": lo afferma Leïla Bodeux, di Caritas Europa, invitando i governi europei a trovare un meccanismo stabile, prevedibile e organizzato in previsione dei prossimi sbarchi, per non dover negoziare ogni volta accordi come accaduto di recente per le navi di Sea Watch e Sea Eye. Caritas Europa è preoccupata per la crescente criminalizzazione delle Ong e degli aiuti umanitari: "Un approccio vergognoso, che non rispetta i valori dell'Ue e va fermato" – di Patrizia Caiffa

 

 “La criminalizzazione delle Ong e della solidarietà sta minacciando il nucleo centrale dei nostri valori come esseri umani e sta mettendo in pericolo le nostre democrazie: va fermata subita!” A parlare al Sir da Bruxelles è Leïla Bodeux, responsabile delle politiche su asilo e migrazione di Caritas Europa, commentando le ultime vicende delle navi Sea Watch e Sea Eye, con 49 persone a bordo per 19 giorni senza un porto di sbarco, ultima dimostrazione che i governi europei non intendono accogliere i migranti o quantomeno che l’Europa su questi temi è spaccata e non riesce a trovare soluzioni. “Le persone vanno  sbarcate il prima possibile nel porto più vicino e subito assistite”, afferma Bodeux, invitando i governi europei a trovare un meccanismo stabile, prevedibile e organizzato in previsione dei prossimi sbarchi, per non dover negoziare ogni volta accordi. Dal suo punto di vista, che guarda al livello europeo, “non sembra che le cose miglioreranno nel prossimo futuro”: “Sugli sbarchi potrebbero trovare un accordo provvisorio tra un paio di Stati membri, ma sarebbe solo un accordo parziale e ad hoc”. Anche la linea prevalente di esternalizzazione delle frontiere in Africa, che comporta la cooperazione con i Paesi di origine o di transito dei migranti, tra cui la Libia, “non può essere effettuata a qualunque costo e deve rispettare i diritti e la dignità umana”.

 

Ci sono voluti giorni per trovare un accordo sullo sbarco dalle navi di Sea Watch e Sea Eye. È mai possibile avviare ogni volta trattative ad hoc sulla pelle delle persone? Quale sarebbe invece una soluzione efficace?

Chiaramente le soluzioni ad hoc e il rimbalzo di responsabilità tra gli Stati ogni volta che una nave effettua dei salvataggi non è una soluzione a lungo termine. Non è efficiente e non rispetta la dignità e i bisogni delle persone a bordo, che hanno già sofferto molto durante il loro viaggio migratorio.

Vanno sbarcate il prima possibile nel porto più vicino e subito assistite.

Sulla base di proposta franco-tedesca presentata agli altri Stati membri alla fine del 2018, le negoziazioni si svolgono a livello di Unione europea, sotto la guida della Commissione europea. La speranza è che si crei un meccanismo solido e prevedibile di condivisione delle responsabilità all’interno di una coalizione di pochi Stati membri disposti a concordare regole prestabilite su come affrontare rapidamente la situazione della nave ed effettuare lo sbarco in modo ordinato. Vediamo se riescono ad essere d’accordo su qualcosa. Come Caritas Europa  abbiamo chiesto con urgenza un meccanismo di solidarietà giusto ed efficiente, che rispetti i diritti umani e la dignità delle persone e non metta i migranti soccorsi in una condizione di detenzione.

La detenzione indiscriminata è chiaramente una linea rossa per noi.

Le persone soccorse devono essere portate il più velocemente possibile in un porto sicuro per affrontare i loro bisogni umanitari e di protezione.

I Paesi Ue frontalieri non possono essere gli unici responsabili e gli altri Paesi devono mostrare solidarietà nei loro confronti,

condividendo la responsabilità di partecipare a un equo meccanismo di sbarco all’interno dell’Ue.

Il continente europeo si spacca per ospitare solo poche decine di persone. Che tipo di Europa stiamo costruendo? Certamente non l’Europa della solidarietà e dei valori …

Come ha sottolineato Dimitris Avramopoulos, Commissario europeo per la migrazione, lasciare migranti vulnerabili in mare per 3 settimane perché gli Stati membri dell’Ue non sono in grado di mostrare solidarietà e responsabilità è chiaramente in contrasto con i valori dell’Ue. In un momento in cui il progetto europeo è sfidato da più parti, l’Ue deve difendere e applicare in modo proattivo i suoi valori di dignità, diritti umani, solidarietà.

Altrimenti, le istituzioni Ue rischiano di allontanare ulteriormente i cittadini europei dal progetto europeo.

Inoltre, ricordiamo che sono i Paesi in via di sviluppo ad accogliere l’85% dei rifugiati del mondo. È giusto che l’Europa in quanto continente ricco, accolga la sua giusta quota di rifugiati, in linea con gli obblighi internazionali previsti dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati.

Tre anni fa, nel Mediterraneo, c’erano 12 navi di 9 Ong per compensare un vuoto istituzionale negli aiuti. Ora sono rimaste solo 3, tra mille difficoltà e ostacoli. C’è un’intenzione europea non dichiarata di far fuori testimoni scomodi per continuare l’opera di esternalizzazione delle frontiere? Cosa ne pensa di questa criminalizzazione delle Ong?

Caritas Europa è profondamente preoccupata per la crescente criminalizzazione delle Ong e degli aiuti umanitari. Invece di essere applaudite per aver colmato il vuoto lasciato dai governi nel sostegno ai rifugiati, le Ong vengono demonizzate e criminalizzate con false argomentazioni che giocano con la paura della gente.

Questo approccio è vergognoso, non rispetta i valori dell’Ue e va fermato.

La diminuzione delle navi di soccorso in mare, conseguenza di questo atteggiamento, è molto allarmante. In mare non è rimasto quasi nessuno per salvare i migranti in difficoltà o testimoniare le violazioni dei diritti umani da parte delle guardie costiere libiche durante le operazioni di salvataggio. Anche l’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha deplorato gli attacchi contro le Ong, sottolineando che è impossibile sapere ora quante persone muoiono in mare perché non ci sono più testimoni…

La criminalizzazione delle Ong e della solidarietà sta minacciando il nucleo centrale dei nostri valori come esseri umani e sta mettendo in pericolo le nostre democrazie: va fermata subita!

Le politiche dell’Ue mirano chiaramente ad aumentare la collaborazione con i Paesi africani per impedire ai migranti di venire in Europa e accelerare il ritorno dei migranti irregolari. Questo può portare ad una palese violazione dei diritti umani, come nel caso della cooperazione con le autorità libiche, come dimostrato da diversi media e ricerche.

La cooperazione con i Paesi di origine o di transito dei migranti non può essere effettuata a qualunque costo e deve rispettare i diritti e la dignità umana!

 

Quale direzione stanno prendendo le politiche migratorie dell’Ue, compreso il dibattito sul Regolamento di Dublino?

I negoziati sono molto complicati perché finora  i Paesi Ue non sono riusciti a trovare un compromesso su solidarietà e condivisione delle responsabilità. Non sembra che le cose miglioreranno nel prossimo futuro.

Sugli sbarchi potrebbero trovare un accordo provvisorio tra un paio di Stati membri, ma sarebbe solo un accordo parziale e ad hoc.

È molto probabile che la riforma del sistema di asilo dell’Ue  (Regolamento di Dublino e altre normative) sarà trasferita al nuovo Parlamento europeo dopo le elezioni europee di maggio.

Sul tema migrazioni le Chiese cristiane europee stanno dimostrando accoglienza e buone prassi ripetibili come i corridoi umanitari, al contrario dei governi. Come possono essere più incisive nella loro azione di lobbying presso le istituzioni europee?

Il Papa è in prima linea nella difesa dei diritti dei migranti e questo offre un forte e importante messaggio di solidarietà al mondo. La Chiesa e Organismi come la Caritas sostengono ogni giorno i bisogni dei migranti ed è importante che continuino a farlo. Inoltre, si sta portando avanti una lobby attiva a diversi livelli politici per garantire che le politiche di migrazione e asilo rispettino i diritti umani e dei rifugiati. Questo è un aspetto fondamentale perché

non vogliamo solo affrontare le conseguenze di un sistema ingiusto: vogliamo anche cambiare il sistema per diventare più giusti e più umani. Sir 17

 

 

 

 

Luigi Sturzo e il Ppi cento anni dopo. Il futuro dei cattolici in politica

 

A un secolo dalla fondazione del Partito popolare italiano una riflessione sull’eredità di una forza dalla profonda vocazione democratica - di Ernesto Galli Della Loggia

 

Chi oggi legge l’«Appello al Paese» con cui esattamente cento anni fa, il 18 gennaio 1919, don Luigi Sturzo gettò le fondamenta del Partito popolare, dando così avvio al pieno protagonismo nella vita politica italiana da parte dei cattolici, che fino allora se n’erano tenuti fuori a causa dell’antico contrasto risorgimentale tra la Chiesa e lo Stato unitario, è colpito soprattutto da un aspetto: dal carattere intrinsecamente politico di quel testo, tutto calato nell’immediatezza dei problemi del momento.

Sul piano generale ad esempio nessun accenno all’antico contrasto suddetto, nessuna evocazione di un qualche non meglio precisato «bene comune» da perseguire e, nonostante che fossimo a poco più di un mese dalla fine della guerra, nessun accenno neppure al tema dell’«inutile strage» (saggiamente lasciato al disfattismo suicida dei socialisti). Piuttosto, invece, la rivendicazione dei «vantaggi della vittoria conquistata», un’identificazione sottolineata nella «nostra Italia che per virtù dei suoi figli, nei sacrifici della guerra ha con la vittoria compiuta la sua unità e rinsaldata la coscienza nazionale», e poi una lunga serie di punti concreti: dall’appoggio all’internazionalismo di Wilson in politica estera alla richiesta di una legge elettorale proporzionale, «non escluso il voto alle donne» (allora non voluto da alcuna forza politica).

Ancora: dalla rivendicazione della libertà religiosa e d’insegnamento alla lotta contro l’analfabetismo, dalla difesa della famiglia all’abolizione della coscrizione obbligatoria, dall’istituzione delle regioni alla richiesta di una vasta legislazione sociale, dalla libertà per «le organizzazioni di classe» alla tutela della piccola proprietà.

Naturalmente non venivano certo taciute le radici dell’appello nei «saldi principi del cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia» (si noti l’insistenza sul tema nazionale presente nel testo), ma esso, com’ è noto, era rivolto «a tutti gli uomini liberi e forti (…) senza pregiudizi né preconcetti, perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e di libertà». In quanto tale il programma poi non aveva nulla di specificamente cattolico (tranne forse per la «difesa della famiglia» che sottintendeva un no al divorzio, allora del resto di là da venire). Il suo, in definitiva, era un contenuto schiettamente democratico-liberale. E chi si trova oggi a ripensare la vicenda politica dei cattolici che cominciò un secolo fa, e che li vide per circa mezzo secolo al governo con un loro partito dal 1945 al 1992, deve riconoscere che in tale vicenda questa matrice si è conservata fondamentalmente inalterata.

Nella sostanza, insomma, l’esperienza del cattolicesimo politico italiano e del suo partito è stata un’esperienza democratico-liberale: che peraltro si è trovata collocata storicamente in una posizione marcatamente di centro per effetto della forte radicalizzazione ideologica delle due ali estreme che ha caratterizzato tradizionalmente lo schieramento politico italiano fin dall’indomani della Grande guerra. Collocazione al centro rivelatasi decisiva sotto due aspetti importanti: per l’autorappresentazione del partito stesso, per la sua immagine, e perché proprio questo trovarsi schiacciato così a lungo tra due estreme radicali, per giunta istituzionalmente delegittimate come i neofascisti e i comunisti, ha consentito, anzi ha reso in un certo senso obbligata, la convivenza nel partito cattolico di posizioni che si volevano più o meno lontane dall’ispirazione di fondo democratico-liberale, contribuendo quindi a confonderne in parte l’apparenza.

È stato proprio il venir meno di tale collocazione centrista, in seguito all’avvento della cosiddetta seconda Repubblica e del suo tendenziale bipolarismo, che ha reso impossibile la prosecuzione dell’esperienza politica cattolica in Italia. È accaduto infatti come se l’ispirazione largamente democratico-liberale che stava dietro il cattolicesimo politico e ne aveva accompagnato l’intera vicenda non se la sentisse di sopravvivere alla perdita del «centro» dove la storia l’aveva così a lungo collocata e dove essa stessa si era così a lungo autorappresentata. Come se per molte ragioni essa non se la sentisse, non potesse decidere di essere «di destra» o «di sinistra», come invece le novità dei tempi esigevano.

Da queste concrete considerazioni storiche più che da alati auspici credo che dovrebbe partire la discussione riaccesasi di recente su un nuovo impegno politico dei cattolici italiani: proprio perché oggi la situazione è mutata. Oggi la morte delle antiche culture politiche di destra e di sinistra, la crisi evidente del bipolarismo, l’emergere prepotente di un orizzonte confusamente nazionalista-identitario dai tratti populisti, mentre ancora sopravvive una Sinistra senz’anima e senza idee, oggi, dicevo, tutto ciò apre nuovi spazi, ridà una nuova prospettiva strategica e sembra riattualizzare in misura decisa l’ispirazione democratico-liberale propria del cattolicesimo politico italiano. Aggiungendovi un fondo di «popolarismo» il quale può ben rappresentare il germe potenziale di un populismo «buono» da opporre a quello cattivo del plebiscitarismo «russoiano» e della ruspa salviniana.

Senza contare una speranza non irrilevante: che forse l’ambiente cattolico ancora rappresenta strati della società italiana che per qualità e preparazione personali, per cultura civica, sono in grado di dare ai gruppi dirigenti politici del Paese un personale alquanto diverso dai nani, dalle ballerine e dai capataz che oggi affollano le stanze del potere. CdS 17

 

 

 

 

Possiamo essere certi che Dio risponderà”

 

La catechesi del Papa nell’Udienza Generale del 9 gennaio, continuando il ciclo sul “Padre nostro”, è stata incentrata sul tema: «Bussate e vi sarà aperto». Eccone il testo

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

La catechesi di oggi fa riferimento al Vangelo di Luca. Infatti, è soprattutto questo Vangelo, fin dai racconti dell’infanzia, a descrivere la figura del Cristo in un’atmosfera densa di preghiera. In esso sono contenuti i tre inni che scandiscono ogni giorno la preghiera della Chiesa: il Benedictus, il Magnificat e il Nunc dimittis. E in questa catechesi sul Padre Nostro andiamo avanti, vediamo Gesù come orante. Gesù prega.

Nel racconto di Luca, ad esempio, l’episodio della trasfigurazione scaturisce da un momento di preghiera. Dice così: «Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante» (9,29). Ma ogni passo della vita di Gesù è come sospinto dal soffio dello Spirito che lo guida in tutte le sue azioni. Gesù prega nel battesimo al Giordano, dialoga con il Padre prima di prendere le decisioni più importanti, si ritira spesso nella solitudine a pregare, intercede per Pietro che di lì a poco lo rinnegherà. Dice così: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno» (Lc 22,31-32).

Questo consola: sapere che Gesù prega per noi, prega per me, per ognuno di noi perché la nostra fede non venga meno. E questo è vero. “Ma padre, ancora lo fa?” Ancora lo fa, davanti al Padre. Gesù prega per me. Ognuno di noi può dirlo. E anche possiamo dire a Gesù: “Tu stai pregando per me, continua a pregare che ne ho bisogno”. Così: coraggiosi. Perfino la morte del Messia è immersa in un clima di preghiera, tanto che le ore della passione appaiono segnate da una calma sorprendente: Gesù consola le donne, prega per i suoi crocifissori, promette il paradiso al buon ladrone, e spira dicendo: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). La preghiera di Gesù pare attutire le emozioni più violente, i desideri di vendetta e di rivalsa, riconcilia l’uomo con la sua nemica acerrima, riconcilia l’uomo con questa nemica, che è la morte.

È sempre nel Vangelo di Luca che troviamo la richiesta, espressa da uno dei discepoli, di poter essere educati da Gesù stesso alla preghiera. E dice così: «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1). Vedevano lui che pregava. “Insegnaci – anche noi possiamo dire al Signore – Signore tu stai pregando per me, lo so, ma insegna a me a pregare, perché anche io possa pregare”. Da questa richiesta – «Signore, insegnaci a pregare» – nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio.

La prima parte di questo insegnamento è proprio il Padre Nostro. Pregate così: “Padre, che sei nei cieli”. “Padre”: quella parola tanto bella da dire. Noi possiamo stare tutto il tempo della preghiera con quella parola soltanto: “Padre”. E sentire che abbiamo un padre: non un padrone né un patrigno. No: un padre. Il cristiano si rivolge a Dio chiamandolo anzitutto “Padre”. In questo insegnamento che Gesù dà ai suoi discepoli è interessante soffermarsi su alcune istruzioni che fanno da corona al testo della preghiera. Per darci fiducia, Gesù spiega alcune cose. Esse insistono sugli atteggiamenti del credente che prega.

Per esempio, c’è la parabola dell’amico importuno, che va a disturbare un’intera famiglia che dorme perché all’improvviso è arrivata una persona da un viaggio e non ha pani da offrirgli. Cosa dice Gesù a questo che bussa alla porta, e sveglia l’amico?: «Vi dico – spiega Gesù – che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono» (Lc 11,9). Con questo vuole insegnarci a pregare e a insistere nella preghiera. E subito dopo fa l’esempio di un padre che ha un figlio affamato.

Tutti voi, padri e nonni, che siete qui, quando il figlio o il nipotino chiede qualcosa, ha fame, e chiede e chiede, poi piange, grida, ha fame: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce?» (v. 11). E tutti voi avete l’esperienza quando il figlio chiede, voi date da mangiare quello che chiede, per il bene di lui. Con queste parole Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché? Perché Lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono. Certo, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto – ne abbiamo l’esperienza tutti – quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa?

Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà, sempre. Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega. Possiamo essere certi che Dio risponderà. L’unica incertezza è dovuta ai tempi, ma non dubitiamo che Lui risponderà. Magari ci toccherà insistere per tutta la vita, ma Lui risponderà. Ce lo ha promesso: Lui non è come un padre che dà una serpe al posto di un pesce. Non c’è nulla di più certo: il desiderio di felicità che tutti portiamo nel cuore un giorno si compirà.

Dice Gesù: «Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?» (Lc 18,7). Sì, farà giustizia, ci ascolterà. Che giorno di gloria e di risurrezione sarà mai quello! Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione. È come vedere ogni frammento del creato che brulica nel torpore di una storia di cui a volte non afferriamo il perché. Ma è in movimento, è in cammino, e alla fine di ogni strada, cosa c’è alla fine della nostra strada? Alla fine della preghiera, alla fine di un tempo in cui stiamo pregando, alla fine della vita: cosa c’è? C’è un Padre che aspetta tutto e aspetta tutti con le braccia spalancate. Guardiamo questo Padre. Papa Francesco

 

 

 

 

Fontana di Trevi, Raggi fa marcia indietro sulle monete: resteranno alla Caritas

 

Marcia indietro del Comune di Roma sulle monete di Fontana di Trevi. Il denaro raccolto nello storico monumento resterà infatti alla Caritas diocesana. Ad assicurarlo a 'L’Osservatore Romano', la sindaca di Virginia Raggi. E non è tutto: anche le monete raccolte nelle altre fontane della Capitale saranno destinate all’organismo caritativo diocesano, per un totale approssimativo di 200.000 euro aggiuntivi.

''La Caritas e tutte le migliaia di persone assistite dai suoi operatori — dice Raggi all'Osservatore romano, secondo quanto riportato in un articolo on line dal titolo 'Alla Caritas le monete di tutte le fontane di Roma' - possono stare tranquille. Garantisco io, in prima persona, che non verrà mai meno il contributo di questa amministrazione. Per quanto riguarda le monetine, confermo che resteranno a disposizione delle attività caritatevoli dell’ente diocesano. Nessuno ha mai pensato di privare la Caritas di questi fondi. L’ente diocesano svolge un compito importante per tanti bisognosi e per la città di Roma che vuole continuare a essere la capitale dell’accoglienza dei più deboli''. Adnkronos 14

 

 

 

 

Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2019: “Dalle community alle comunità”

 

Questo il tema che il Santo Padre Francesco ha scelto per la 53a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra nel 2019:

«Siamo membra gli uni degli altri» (Ef 4,25). Dalle community alle comunità. 

Il tema sottolinea l’importanza di restituire alla comunicazione una prospettiva ampia, fondata sulla persona, e pone l’accento sul valore dell’interazione intesa sempre come dialogo e come opportunità di incontro con l’altro.

Si sollecita così una riflessione sullo stato attuale e sulla natura delle relazioni in Internet per ripartire dall’idea di comunità come rete fra le persone nella loro interezza. Alcune delle tendenze prevalenti nel cosiddetto social web ci pongono infatti di fronte a una domanda fondamentale: fino a che punto si può parlare di vera comunità di fronte alle logiche che caratterizzano alcune community nei social network? La metafora della rete come comunità solidale implica la costruzione di un “noi”, fondato sull’ascolto dell’altro, sul dialogo e conseguentemente sull’uso responsabile del linguaggio.

Già nel suo primo Messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali, nel 2014, Il Santo Padre aveva fatto un appello affinché Internet sia “un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane”.

La scelta del tema del Messaggio del 2019 conferma l’attenzione di Papa Francesco per i nuovi ambienti comunicativi e, in particolare, per le Reti Sociali dove il Pontefice è presente in prima persona con l’account @Pontifex su Twitter e il profilo @Franciscus su Instagram. Dip

 

 

 

“Il giorno del giudizio”

 

Torino- Questo testo è un instant book che di questa categoria ha tutti i pregi, ma non i difetti. “Il giorno del giudizio”, di Andrea Tornielli e Gianni Valente (ed. Piemme, 2018), è infatti la ricostruzione precisa, puntuale, informatissima, coraggiosa dell’accusa mossa il 26 agosto 2018 dall’ex Nunzio in USA Carlo Maria Viganò a Papa Francesco di aver coperto lo scandalo sessuale in cui è coinvolto il Cardinale McCarrick, arrivando a chiedere le dimissioni del Papa stesso. Gli autori, nella prima parte del testo, ricostruiscono le accuse formulate vagliandole ad una ad una e, smontandole con ammirevole precisione, ne dimostrano l’infondatezza. La mole di informazioni usate e l’autorevolezza delle fonti rendono la lettura di estremo interesse per conoscere il vero e proprio tentativo di impeachment del Pontefice. Un instant book si sarebbe fermato qui, dando comunque un’ottima prova di sé, ma il libro va oltre il fenomeno del dossier Viganò allargando lo sguardo ad orizzonti ben più ampi e collocando l’affaire all’interno di una dettagliata ricostruzione del progressivo “<mutamento genetico> in una parte del cattolicesimo statunitense” (p. 136).

 

Questa seconda parte del libro rende conto dei diversi ambienti culturali che, pur professandosi cattolicissimi, hanno dichiarato pubblicamente (mai successo che ben 24 vescovi nordamericani appoggiassero un così violento attacco al Successore di Pietro) il loro sostegno a un dossier costruito su falsità all’unico scopo di attaccare il Papa. Sono circoli che da anni operano contro Francesco e Benedetto XVI ma che anche dell’insegnamento di Giovanni Paolo II hanno ritenuto valido solo ciò che faceva loro comodo. Scorrono così sotto i nostri occhi episodi che, apparentemente slegati, sono invece profondamente interconnessi prefigurando il tentativo di ribaltare dall’interno la Chiesa Cattolica trasformandola in una sorta di grande corporation.

 

In precise, illuminanti pagine emergono i tentativi di “arruolamento” di Benedetto XVI alla crociata antibergogliana, i maneggi per assicurarsi i berretti cardinalizi a favore di esponenti neoconservative, i fastidi per le riforme di Papa Francesco (come ha detto a Firenze il 10 novembre 2015: la Chiesa è semper reformanda), gli ostacoli frapposti all’accordo raggiunto con la Repubblica Popolare Cinese e così via. Sono pagine dense, amare per chi ha a cuore il Cattolicesimo e il Cristianesimo tutto (l’espressione latina usata dal papa è stata molto utilizzata dalla Riforma), ma sono anche pagine, come abbiamo detto, coraggiose perché davanti allo scandalo degli abusi sessuali non fanno alcuno sconto a chi è coinvolto e non arretrano nella denuncia di chi, nonostante fosse a conoscenza dei fatti, ha coperto per anni i colpevoli. Questo coraggio è in diretto rapporto con l’operato papale che proprio in relazione al caso McCarrick ha tolto al cardinale sia la porpora sia il titolo onorifico con un’azione che non avveniva sin dal lontano 1927.

 

Appare quindi del tutto pretestuoso l’attacco del Nunzio Viganò a un Papa che, nel solco di quanto già iniziato da Benedetto XVI, ha attivamente agito contro questo fenomeno bollato come manifestazione di “clericalismo” in quanto il predatore non solo commette un abuso sessuale ma sfrutta una propria posizione di forza nei confronti della vittima derivante dal suo essere membro della gerarchia (sbalorditiva da questo punto di vista è la tripla, non doppia, vita del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel a pag. 170). “Ma su questo punto, gli accusatori di Papa Francesco che commentano dai pulpiti della galassia mediatica antibergogliana appaiono sfuggenti, perché dovrebbero ammettere che rigorismo morale, affermazione pubblica dei valori della vita e della famiglia, omelie di fuoco contro l’omosessualità e battaglie culturali identitarie non hanno rappresentato una garanzia che i loro autori con la mitria episcopale e persino con la porpora non avessero condotto doppie vite, avendo relazioni omosessuali, molestando seminaristi, abusando di minori” (p.108). Questo è uno dei punti cruciali del libro e non a caso compare l’espressione “battaglie culturali” che è la traduzione quasi letterale di quelle cultural wars in cui il Cattolicesimo diventa un’arma contundente da usarsi contro il nemico di turno (omosessuali, musulmani, liberal, ebrei, neri, cinesi, cattolici non allineati ecc.).

 

Ciò che è davvero in gioco nel dossier Viganò e in quello che gli autori chiamano “scisma amerikano è, attraverso l’attacco al Papa, il contenuto stesso dell’annuncio evangelico, il Cristianesimo tout court che viene piegato ad una vera e propria “teologia del capitalismo” che fa del “cristianismo” la propria ideologia. Il tutto condito dai collaudati meccanismi di character assassination utilizzanti i metodi dello spionaggio e del dossieraggio (illuminante e preoccupante la volontà pubblicamente espressa di redigere dei dossier su ogni singolo cardinale elettore, vedi pag. 148). Queste tattiche intimidatorie fanno in modo che “le dinamiche della vita ecclesiale vengono rimodellate sui meccanismi predatori della finanza speculativa” (p. 132). C’è da chiedersi cosa resta a questo punto di Gesù il Cristo.

 

      Un’ultima annotazione per chiarire sia la portata della posizione papale sia la prospettiva degli autori del libro. “Il giorno del giudizio” (titolo dal sapore apocalittico) si apre e si chiude facendo riferimento all’esortazione papale rivolta ai fedeli di recitare il Rosario tutti i giorni del mese mariano di Ottobre per chiedere “alla Santa Madre di Dio e a San Michele Arcangelo di proteggere la Chiesa dal diavolo, che sempre mira a dividerci da Dio e tra di noi” (p.271). Se all’inizio della lettura di questo libro si può pensare a un po’ di eccessiva preoccupazione (San Michele è colui che sconfigge il demonio, sotto forma di drago, nell’Apocalisse), pagina dopo pagina ci si rende conto che siamo davanti ad avvenimenti talmente nuovi e preoccupanti da non poter essere affrontati solo con strumenti temporali (indagini, commissioni, provvedimenti disciplinari ecc.).

     

      Papa Francesco, invitando a pregare contro le divisioni (=scismi!), ribadisce che “anche oggi la Chiesa deve chiedere a qualcun Altro di essere liberata dal male…non si autoredime dai mali…non è autosufficiente. Non brilla di luce propria” (p.275). Se la Chiesa dimentica che solo “dalla virtù del Signore risuscitato trova forza per vincere con pazienza e amore le sue interne ed esterne afflizioni e difficoltà” (Lumen gentium, 8) smette di essere Chiesa; a questo punto il cristianismo della teologia del capitalismo neoconservative può trionfare mostrando il suo vero volto: la completa secolarizzazione del Cristianesimo. Andrea Tornielli e Gianni Valente, De.it.press

 

 

 

Messaggio del Santo Padre per la XXVII Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2019)

 

Pubblichiamo il Messaggio del Santo Padre Francesco in occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato, che come di consueto ricorre l’11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes

 

Cari fratelli e sorelle,

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Queste sono le parole pronunciate da Gesù quando inviò gli apostoli a diffondere il Vangelo, affinché il suo Regno si propagasse attraverso gesti di amore gratuito.

In occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà in modo solenne a Calcutta, in India, l’11 febbraio 2019, la Chiesa, Madre di tutti i suoi figli, soprattutto infermi, ricorda che i gesti di dono gratuito, come quelli del Buon Samaritano, sono la via più credibile di evangelizzazione. La cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è “caro”.

La vita è dono di Dio, e come ammonisce San Paolo: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1 Cor 4,7). Proprio perché è dono, l’esistenza non può essere considerata un mero possesso o una proprietà privata, soprattutto di fronte alle conquiste della medicina e della biotecnologia che potrebbero indurre l’uomo a cedere alla tentazione della manipolazione dell’“albero della vita” (cfr Gen 3,24). Di fronte alla cultura dello scarto e dell’indifferenza, mi preme affermare che il dono va posto come il paradigma in grado di sfidare l’individualismo e la frammentazione sociale contemporanea, per muovere nuovi legami e varie forme di cooperazione umana tra popoli e culture.

Il dialogo, che si pone come presupposto del dono, apre spazi relazionali di crescita e sviluppo umano capaci di rompere i consolidati schemi di esercizio di potere della società. Il donare non si identifica con l’azione del regalare perché può dirsi tale solo se è dare sé stessi, non può ridursi a mero trasferimento di una proprietà o di qualche oggetto. Si differenzia dal regalare proprio perché contiene il dono di sé e suppone il desiderio di stabilire un legame. Il dono è, quindi, prima di tutto riconoscimento reciproco, che è il carattere indispensabile del legame sociale. Nel dono c’è il riflesso dell’amore di Dio, che culmina nell’incarnazione del Figlio Gesù e nella effusione dello Spirito Santo.

Ogni uomo è povero, bisognoso e indigente. Quando nasciamo, per vivere abbiamo bisogno delle cure dei nostri genitori, e così in ogni fase e tappa della vita ciascuno di noi non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui, non riuscirà mai a strappare da sé il limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa. Anche questa è una condizione che caratterizza il nostro essere “creature”. Il leale riconoscimento di questa verità ci invita a rimanere umili e a praticare con coraggio la solidarietà, come virtù indispensabile all’esistenza. Questa consapevolezza ci spinge a una prassi responsabile e responsabilizzante, in vista di un bene che è inscindibilmente personale e comune. Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come “fratelli”, è possibile una prassi sociale solidale improntata al bene comune.

Non dobbiamo temere di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite. Non temiamo questo riconoscimento, perché Dio stesso, in Gesù, si è chinato (cfr Fil 2,8) e si china su di noi e sulle nostre povertà per aiutarci e donarci quei beni che da soli non potremmo mai avere. In questa circostanza della celebrazione solenne in India, voglio ricordare con gioia e ammirazione la figura di Santa Madre Teresa di Calcutta, un modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati. Come affermavo in occasione della sua canonizzazione, «Madre Teresa, in tutta la sua esistenza, è stata generosa dispensatrice della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini […] della povertà creata da loro stessi.

La misericordia è stata per lei il “sale” che dava sapore a ogni sua opera, e la “luce” che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e sofferenza. La sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri» (Omelia, 4 settembre 2016). Santa Madre Teresa ci aiuta a capire che l’unico criterio di azione dev’essere l’amore gratuito verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, etnia o religione. Il suo esempio continua a guidarci nell’aprire orizzonti di gioia e di speranza per l’umanità bisognosa di comprensione e di tenerezza, soprattutto per quanti soffrono.

La gratuità umana è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano. Ringrazio e incoraggio tutte le associazioni di volontariato che si occupano di trasporto e soccorso dei pazienti, quelle che provvedono alle donazioni di sangue, di tessuti e organi. Uno speciale ambito in cui la vostra presenza esprime l’attenzione della Chiesa è quello della tutela dei diritti dei malati, soprattutto di quanti sono affetti da patologie che richiedono cure speciali, senza dimenticare il campo della sensibilizzazione e della prevenzione. Sono di fondamentale importanza i vostri servizi di volontariato nelle strutture sanitarie e a domicilio, che vanno dall’assistenza sanitaria al sostegno spirituale. Ne beneficiano tante persone malate, sole, anziane, con fragilità psichiche e motorie.

Vi esorto a continuare ad essere segno della presenza della Chiesa nel mondo secolarizzato. Il volontario è un amico disinteressato a cui si possono confidare pensieri ed emozioni; attraverso l’ascolto egli crea le condizioni per cui il malato, da passivo oggetto di cure, diventa soggetto attivo e protagonista di un rapporto di reciprocità, capace di recuperare la speranza, meglio disposto ad accettare le terapie. Il volontariato comunica valori, comportamenti e stili di vita che hanno al centro il fermento del donare. È anche così che si realizza l’umanizzazione delle cure.

La dimensione della gratuità dovrebbe animare soprattutto le strutture sanitarie cattoliche, perché è la logica evangelica a qualificare il loro operare, sia nelle zone più avanzate che in quelle più disagiate del mondo. Le strutture cattoliche sono chiamate ad esprimere il senso del dono, della gratuità e della solidarietà, in risposta alla logica del profitto ad ogni costo, del dare per ottenere, dello sfruttamento che non guarda alle persone.

Vi esorto tutti, a vari livelli, a promuovere la cultura della gratuità e del dono, indispensabile per superare la cultura del profitto e dello scarto. Le istituzioni sanitarie cattoliche non dovrebbero cadere nell’aziendalismo, ma salvaguardare la cura della persona più che il guadagno. Sappiamo che la salute è relazionale, dipende dall’interazione con gli altri e ha bisogno di fiducia, amicizia e solidarietà, è un bene che può essere goduto “in pieno” solo se condiviso. La gioia del dono gratuito è l’indicatore di salute del cristiano.

Vi affido tutti a Maria, Salus infirmorum. Lei ci aiuti a condividere i doni ricevuti nello spirito del dialogo e dell’accoglienza reciproca, a vivere come fratelli e sorelle attenti ai bisogni gli uni degli altri, a saper donare con cuore generoso, a imparare la gioia del servizio disinteressato. A tutti con affetto assicuro la mia vicinanza nella preghiera e invio di cuore la Benedizione Apostolica. Francesco

 

 

 

 

 

La preoccupazione del Papa: i populismi minacciano diritti e giustizia

 

Francesco nell’udienza al corpo diplomatico presso la Santa Sede: «Il riapparire di pulsioni nazionalistiche mette in crisi la politica internazionale» e penalizza i «più vulnerabili» - DOMENICO AGASSO JR, CITTÀ DEL VATICANO                                                                                               

 

In un discorso di nove pagine, tra le numerose questioni che affronta, il Papa rievoca il «periodo tra le due guerre mondiali», quando «le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni». Francesco è preoccupato perché «il riapparire di tali pulsioni sta indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale», e di una «progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni». Il Pontefice è in apprensione per il «riemergere delle tendenze a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali senza ricorrere a quegli strumenti che il diritto internazionale prevede per risolvere le controversie e assicurare il rispetto della giustizia». Così si esprime questa mattina, 7 gennaio 2018, durante l’udienza al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

La preoccupazione per nazionalismi e populismi

Il Vescovo di Roma evidenzia: negli anni tra i due conflitti planetari del secolo scorso «le propensioni populistiche e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni»: e «il riapparire oggi di tali pulsioni sta progressivamente indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale e di una progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni».

Jorge Mario Bergoglio palesa il suo timore: «Nella nostra epoca, preoccupa il riemergere delle tendenze a far prevalere e a perseguire i singoli interessi nazionali senza ricorrere a quegli strumenti che il diritto internazionale prevede per risolvere le controversie e assicurare il rispetto della giustizia, anche attraverso le Corti internazionali». Tale atteggiamento è «talvolta frutto della reazione di quanti sono chiamati a responsabilità di governo dinanzi a un accentuato malessere che sempre più si sta sviluppando tra i cittadini di non pochi Paesi».

L’avvertimento del Papa: “Attenzione al del ritorno dei populismi”

Secondo il Papa, la gente percepisce «le dinamiche e le regole che governano la comunità internazionale come lente, astratte e in ultima analisi lontane dalle loro effettive necessità». È quindi opportuno «che le personalità politiche ascoltino le voci dei propri popoli e che ricerchino soluzioni concrete per favorirne il maggior bene», ma «ciò esige tuttavia il rispetto del diritto e della giustizia tanto all’interno delle comunità nazionali che in seno a quella internazionale, perché soluzioni reattive, emotive e affrettate potranno sì accrescere un consenso di breve respiro, ma non contribuiranno di certo alla soluzione dei problemi più radicali, anzi li aumenteranno».

Ricordando il suo recente Messaggio per la Giornata mondiale per la Pace, sul tema «La buona politica è al servizio della pace», il Papa sottolinea che «alla politica è richiesto di essere lungimirante e di non limitarsi a cercare soluzioni di corto respiro. Il buon politico non deve occupare spazi, ma avviare processi; egli è chiamato a far prevalere l’unità sul conflitto, alla cui base vi è “la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo e di sfida”». Essa «diventa così uno stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita».

L’Ucraina

Poi, un pensiero all’Ucraina, dove la Santa Sede ha promosso un’iniziativa umanitaria «in favore della popolazione sofferente, soprattutto nelle regioni orientali del Paese, a causa del conflitto che perdura da quasi cinque anni e che ha avuto alcuni recenti preoccupanti sviluppi nel Mar Nero». Con la partecipazione «delle Chiese cattoliche d’Europa e dei fedeli di altre parti del mondo che hanno raccolto il mio appello del maggio 2016, e con la collaborazione di altre Confessioni e delle Organizzazioni internazionali, si è cercato di venire incontro, in modo concreto, alle prime necessità degli abitanti dei territori colpiti, che sono le prime vittime della guerra».

La Chiesa e le sue varie istituzioni «proseguiranno questa loro missione - annuncia il Pontefice -, nell’intento di attirare una maggiore attenzione anche su altre questioni umanitarie, tra cui quella riguardante la sorte dei prigionieri, tuttora numerosi. Col proprio operato e la vicinanza alla popolazione, la Chiesa cerca di incoraggiare, direttamente e indirettamente, percorsi pacifici per la soluzione del conflitto, percorsi rispettosi della giustizia e della legalità, compresa quella internazionale, fondamento della sicurezza e della convivenza nell’intera regione». A tal fine, «sono importanti gli strumenti che garantiscono il libero esercizio dei diritti religiosi».

La Siria

La comunità internazionale «con le sue organizzazioni è chiamata a dare voce a chi non ha voce. E tra i senza voce del nostro tempo vorrei ricordare le vittime delle altre guerre in corso, specialmente di quella in Siria, con l’immenso numero di morti che ha causato». Il Papa spera che «si favorisca una soluzione politica a un conflitto che alla fine vedrà solo sconfitti. Soprattutto è fondamentale che cessino le violazioni del diritto umanitario, che provocano indicibili sofferenze alla popolazione civile, specialmente donne e bambini, e colpiscono strutture essenziali come gli ospedali, le scuole e i campi-profughi, nonché gli edifici religiosi».

Il «grazie» a Giordania e Libano per lo spirito di accoglienza

Avverte poi il Pontefice: «Non si possono poi dimenticare i numerosi profughi che il conflitto ha causato, mettendo anzitutto a dura prova i Paesi limitrofi». Ecco che «ancora una volta voglio esprimere gratitudine alla Giordania e al Libano che hanno accolto con spirito fraterno e con non pochi sacrifici, numerose schiere di persone, esprimendo in pari tempo l’auspicio che i rifugiati possano fare rientro in patria, in condizioni di vita e di sicurezza adeguate». Il pensiero di Francesco «va pure ai diversi Paesi europei che hanno generosamente offerto ospitalità a chi si è trovato in difficoltà e pericolo».

Il futuro dei cristiani in Medio Oriente

Il Papa evidenzia che «tra quanti sono stati toccati dall’instabilità che da anni coinvolge il Medio Oriente vi sono specialmente i cristiani, che abitano quelle terre dai tempi degli Apostoli e che nei secoli hanno contribuito a edificarle e forgiarle». Èd è «oltremodo importante che i cristiani abbiano un posto nel futuro della Regione, e dunque incoraggio quanti hanno cercato rifugio in altri luoghi di fare il possibile per ritornare alle loro case e comunque a mantenere e a rinsaldare i legami con le comunità d’origine». Allo stesso tempo si augura «che le autorità politiche non manchino di garantire loro la necessaria sicurezza e tutti gli altri requisiti che permettano ad essi di continuare a vivere nei Paesi di cui sono cittadini a pieno titolo e contribuire alla loro costruzione».

Il no ai tentativi di creare inimicizia tra musulmani e cristiani

Francesco osserva come «purtroppo, nel corso di questi anni, la Siria e in generale tutto il Medio Oriente si sono trovati ad essere teatro di scontro di molteplici interessi contrapposti. Oltre a quelli preminenti di natura politica e militare, non bisogna tralasciare pure il tentativo di frapporre inimicizia fra musulmani e cristiani». Anche se nel corso dei secoli «non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, in diversi luoghi del Medio Oriente essi hanno potuto per lungo tempo convivere pacificamente». Prossimamente avrà l’occasione di andare «in due Paesi a maggioranza musulmana, il Marocco e gli Emirati Arabi Uniti. Si tratterà di due importanti opportunità per sviluppare ulteriormente il dialogo interreligioso e la reciproca conoscenza fra i fedeli di entrambe le religioni, nell’ottavo centenario dello storico incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano alMalik al-Kmil».

La tutela di profughi e migranti

Francesco coglie l’occasione per ricordare: «Tra i deboli del nostro tempo che la comunità internazionale è chiamata a difendere ci sono, insieme ai rifugiati, anche i migranti. Ancora una volta desidero richiamare l’attenzione dei Governi affinché si presti aiuto a quanti sono dovuti emigrare a causa del flagello della povertà, di ogni genere di violenza e di persecuzione, come pure delle catastrofi naturali e degli sconvolgimenti climatici, e affinché si facilitino le misure che permettono la loro integrazione sociale nei Paesi di accoglienza».

Bisogna poi «che ci si adoperi perché le persone non siano costrette ad abbandonare la propria famiglia e nazione, o possano farvi ritorno in sicurezza e nel pieno rispetto della loro dignità e dei loro diritti umani - prosegue - Ogni essere umano anela a una vita migliore e più felice e non si può risolvere la sfida della migrazione con la logica della violenza e dello scarto, né con soluzioni parziali». Il Papa non può «che essere grato per gli sforzi di tanti governi e istituzioni che, mossi da generoso spirito di solidarietà e di carità cristiana, collaborano fraternamente in favore dei migranti. Tra questi desidero menzionare la Colombia, che, insieme con altri Paesi del continente, negli ultimi mesi ha accolto un ingente numero di persone provenienti dal Venezuela».

In pari tempo, si dice «consapevole che le ondate migratorie di questi anni hanno causato diffidenza e preoccupazione tra la popolazione di molti Paesi, specialmente in Europa e nel Nord America, e ciò ha spinto diversi governi a limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito». Tuttavia, «ritengo che a una questione così universale non si possano dare soluzioni parziali», mentre «le recenti emergenze hanno mostrato che è necessaria una risposta comune, concertata da tutti i Paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza, sia degli Stati, sia dei migranti e dei rifugiati».

In tale prospettiva, «la Santa Sede si è adoperata attivamente nei negoziati e per l’adozione dei due Global Compacts sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare». In particolare, «il Patto sulle migrazioni costituisce un importante passo avanti per la comunità internazionale che, nell’ambito delle Nazioni Unite, affronta per la prima volta a livello multilaterale il tema in un documento di rilievo». Nonostante la non-obbligatorietà giuridica «di questi documenti e l’assenza di vari Governi alla recente Conferenza delle Nazioni Unite a Marrakech, i due Compacts saranno importanti punti di riferimento per l’impegno politico e per l’azione concreta di organizzazioni internazionali, legislatori e politici, come pure per coloro che sono impegnati per una gestione più responsabile, coordinata e sicura delle situazioni che riguardano i rifugiati e i migranti a vario titolo». Rimarca Francesco: «Di entrambi i Patti, la Santa Sede apprezza l’intento e il carattere che ne facilita la messa in pratica, pur avendo espresso riserve circa quei documenti, richiamati nel Patto riguardante le migrazioni, che contengono terminologie e linee guida non corrispondenti ai suoi principi circa la vita e i diritti delle persone».

La piaga della pedofilia, «uno dei crimini più vili e nefasti possibili»

Non può «tacere una delle piaghe del nostro tempo, che purtroppo ha visto protagonisti anche diversi membri del clero. Gli abusi contro i minori costituiscono uno dei crimini più vili e nefasti possibili. Essi spazzano via inesorabilmente il meglio di ciò che la vita umana riserva ad un innocente, arrecando danni irreparabili per il resto dell’esistenza».

La Santa Sede e la Chiesa «si stanno impegnando per combattere e prevenire tali delitti e il loro occultamento, per accertare la verità dei fatti in cui sono coinvolti ecclesiastici e per rendere giustizia ai minori che hanno subito violenze sessuali, aggravati da abusi di potere e di coscienza». L’incontro che avrà con gli episcopati di tutto il mondo nel prossimo febbraio «intende essere un ulteriore passo nel cammino della Chiesa per fare piena luce sui fatti e lenire le ferite causate da tali delitti».

Il lavoro

Le condizioni dei lavoratori sono «un’altra piaga del nostro tempo. Se non adeguatamente tutelato, il lavoro cessa di essere il mezzo attraverso il quale l’uomo si realizza e diventa una moderna forma di schiavitù. Dinanzi alle sfide del nostro tempo, prime fra tutte il crescente sviluppo tecnologico che sottrae posti di lavoro e il venir meno di garanzie economiche e sociali per i lavoratori», il Papa esprime «l’auspicio che l’Organizzazione Internazionale del Lavoro continui ad essere, al di là degli interessi parziali, esempio di dialogo e concertazione per il raggiungimento dei suoi alti obiettivi».

In questa sua missione «essa è chiamata ad affrontare, con altre istanze della comunità internazionale, anche la piaga del lavoro minorile e delle nuove forme di schiavitù, così come una progressiva diminuzione del valore delle retribuzioni, specialmente nei Paesi sviluppati, e la persistente discriminazione delle donne negli ambienti lavorativi».

Basta violenza alle donne

Sul tema donne afferma Francesco: «Duole constatare che nelle nostre società, tante volte caratterizzate da contesti familiari fragili, si sviluppano comportamenti violenti anche nei confronti delle donne, la cui dignità è stata al centro della Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, pubblicata trent’anni or sono dal santo Pontefice Giovanni Paolo II». Davanti alla «piaga degli abusi fisici e psicologici sulle donne c’è l’urgenza di riscoprire forme di relazioni giuste ed equilibrate, basate sul rispetto e sul riconoscimento reciproci, nelle quali ciascuno possa esprimere in modo autentico la propria identità, mentre la promozione di talune forme di indifferenziazione rischia di snaturare lo stesso essere uomo o donna».

Il Congo

Francesco rivela di seguire «con speciale attenzione l’evolversi della situazione nella Repubblica Democratica del Congo, esprimendo l’auspicio che il Paese possa ritrovare la riconciliazione che da tempo attende e intraprendere un deciso cammino verso lo sviluppo, ponendo fine al persistente stato di insicurezza che interessa milioni di persone, tra cui molti bambini». A tal fine, «il rispetto del risultato elettorale è fattore determinante per una pace sostenibile».

Ricordando «alcuni significativi segnali di pace» in Africa come l’accordo tra Etiopia ed Eritrea e l’intesa in Sud Sudan, il Papa comunica la sua «vicinanza a quanti soffrono a causa della violenza fondamentalista, specialmente in Mali, Niger e Nigeria, o per le perduranti tensioni interne al Camerun che seminano non di rado morte anche tra la popolazione civile».

Segnali positivi dalle Coree

Segnali positivi «sono giunti dalla penisola coreana. La Santa Sede guarda con favore ai dialoghi e si augura che possano affrontare anche le questioni più complesse con atteggiamento costruttivo e condurre a soluzioni condivise e durature, così da assicurare un futuro di sviluppo e di cooperazione per l’intero popolo coreano e per tutta la Regione».

Riprenda il dialogo «fra Israeliani e Palestinesi»

La Santa Sede «auspica pure che possa riprendere il dialogo fra Israeliani e Palestinesi, così che si riesca finalmente a raggiungere un’intesa e dare risposta alle legittime aspirazioni di entrambi i popoli, garantendo la convivenza di due Stati e il conseguimento di una pace lungamente attesa e desiderata». L’impegno «concorde della comunità internazionale è quanto mai prezioso e necessario per conseguire tale obiettivo - aggiunge - come pure per favorire la pace nell’intera Regione, particolarmente dello Yemen e dell’Iraq, e permettere nel medesimo tempo di recare i necessari aiuti umanitari alle popolazioni bisognose».

Il Venezuela

L’auspicio di trovare, tramite il dialogo «soluzioni condivise e durature», Francesco lo formula «per l’amato Venezuela, affinché si trovino vie istituzionali e pacifiche per dare soluzione alla perdurante crisi politica, sociale ed economica, vie che consentano innanzitutto di assistere quanti sono provati dalle tensioni di questi anni e offrire a tutto il popolo venezuelano un orizzonte di speranza e di pace».

Il Nicaragua

Il Papa pensa «particolarmente all’amato Nicaragua, la cui situazione seguo da vicino, con l’auspicio che le diverse istanze politiche e sociali trovino nel dialogo la strada maestra per confrontarsi per il bene dell’intera Nazione».

La condanna alle armi nucleari

Secondo papa Francesco, «purtroppo, duole constatare che non solo il mercato delle armi non sembra subire battute d’arresto, ma anzi che vi è una sempre più diffusa tendenza ad armarsi, tanto da parte dei singoli che da parte degli Stati. Preoccupa specialmente che il disarmo nucleare, ampiamente auspicato e in parte perseguito nei decenni passati, stia ora lasciando il posto alla ricerca di nuove armi sempre più sofisticate e distruttive». In questa sede, afferma citando il discorso di papa san Paolo VI alle Nazioni Unite, «intendo ribadire che “non possiamo non provare un vivo senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari. Pertanto, anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana, che deve invece ispirarsi ad un’etica di solidarietà”».

«Il nostro destino comune» e «il rapporto col nostro Pianeta»

Occorre «ripensare il nostro destino comune nel contesto attuale significa anche ripensare il rapporto col nostro Pianeta. Anche quest’anno - analizza - indicibili disagi e sofferenze provocate da alluvioni, inondazioni, incendi, terremoti e siccità hanno colpito duramente le popolazioni di varie regioni del continente americano e del sud-est asiatico». Tra le questioni su cui è particolarmente urgente trovare un accordo «in seno alla comunità internazionale vi è dunque la cura dell’ambiente e il cambiamento climatico». Al riguardo, «anche alla luce del consenso raggiunto alla recente Conferenza internazionale sul clima (COP-24) svoltasi a Katowice, auspico un impegno più deciso da parte degli Stati a rafforzare la collaborazione nel contrastare con urgenza il preoccupante fenomeno del riscaldamento globale». La Terra è «di tutti e le conseguenze del suo sfruttamento ricadono su tutta la popolazione mondiale, con effetti più drammatici in alcune regioni». Tra queste «vi è l’Amazzonia, che sarà al centro della prossima Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi prevista in Vaticano nel mese di ottobre, la quale, pur trattando principalmente dei cammini di evangelizzazione per il popolo di Dio, non mancherà anche di affrontare le problematiche ambientali in stretto rapporto con le ricadute sociali».

La Cina

Papa Francesco parla anche della firma dell’«Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese» sulla nomina dei vescovi in Cina, avvenuta il 22 settembre scorso. «Si auspica che il prosieguo dei contatti sull’applicazione dell’Accordo Provvisorio siglato contribuisca a risolvere le questioni aperte e ad assicurare quegli spazi necessari per un effettivo godimento della libertà religiosa».

Il Pontefice ringrazia «il Signore che, per la prima volta dopo tanti anni, tutti i Vescovi in Cina sono in piena comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale». LR 7

 

 

 

“Sono io, non abbiate paura” – Tutti gli interventi del Papa su migranti e rifugiati

 

Un volume della Libreria Editrice Vaticana – Dicastero per la Comunicazione – Comunicato Stampa

 

Una raccolta dei principali interventi di Papa Francesco sulla questione dei rifugiati, dei migranti e dei richiedenti asilo. È il cuore di ‘Sono io, non abbiate paura’, il volume pubblicato recentemente dalla Libreria Editrice Vaticana (LEV) che torna d’attualità alla luce delle parole pronunciate oggi dal Pontefice durante l’udienza ai membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede per gli auguri di inizio anno.

In un momento storico dominato dal populismo e dalla mentalità della chiusura delle porte, Francesco ha rivolto il suo pensiero a quanti fuggono da guerre e fame sottolineando ancora una volta l’importanza della cooperazione, del dialogo, dell’accoglienza e della tenerezza. Concetti che costituiscono un punto fermo del pontificato di Francesco e che offrono una via concreta per trasformare la compassione in azione rispondendo efficacemente alla paura del diverso e al rifiuto dell’ospitalità.

I Messaggi per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato dal 2014 al 2018 rappresentano il fulcro del volume che riporta anche il Messaggio per la 51ª Giornata Mondiale della Pace, il Discorso ai direttori nazionali della Pastorale per i Migranti e due omelie del Santo Padre. L’introduzione di ‘Sono io, non abbiate paura’ è firmata da padre Michael Czerny, sottosegretario della sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede istituita ad hoc da Papa Francesco nel 2016. Zenit 8

 

 

 

Messaggero di S. Antonio: veste nuova, passione antica

 

Il «Messaggero di sant’Antonio», forte di 120 anni di storia, inizia il 2019 con un nuovo progetto grafico che caratterizzerà per il futuro la rivista.

 

Il «Messaggero di sant’Antonio», forte di 120 anni di storia, inizia il 2019 con un nuovo progetto grafico che caratterizzerà per il futuro la rivista. Un formato leggermente più stretto, foto più grandi e scelte con ancora maggior cura, apertura a nuovi linguaggi come il graphic journalism o la graphic novel già testati nel biennio precedente, temi ancor più coraggiosi e di «frontiera» sempre dalla parte degli ultimi, per sottolineare una volta di più una linea editoriale che guarda ai valori francescani e antoniani.

«Cominciamo insieme questo nuovo anno con una veste nuova, ma la passione di sempre – scrive nell’editoriale fra Fabio Scarsato, direttore responsabile della rivista – Perché l’inedito formato grafico non muterà quella lettura della realtà in chiave evangelica, francescana e antoniana che ci contraddistingue».

Fondato nel 1898, il «Messaggiero» (scritto con la “i”) si caratterizzava al suo esordio come foglio informativo per i devoti, con lo scopo principale di diffondere la devozione al Santo e far conoscere le opere dei frati. Nel 1963, in pieno clima conciliare, la prima grande svolta: il giornale si allontana dalla linea editoriale devozionale per fare spazio alle nuove aperture della Chiesa, forte delle diverse testate nel frattempo sviluppatesi dal ceppo originario: «Messaggero dei ragazzi», l’edizione per gli italiani all’estero del «Messaggero di sant’Antonio», le riviste in lingua straniera. Gli anni ’70 sono caratterizzati da una maggiore apertura ai problemi del mondo, intensificando le sue inchieste su questioni sociali, politiche e culturali. A partire dal 2000 il mensile si concentra sempre più su quelle «buone notizie» che spesso non trovano spazio negli altri media, senza tralasciare gli approfondimenti su temi sociali o di senso, ormai caratteristici del giornale. Nel 2016 l’ultima grande sfida con un massiccio restyling del sito web, che oggi integra la carta con articoli, blog, gallerie fotografiche, approfondimenti originali, lo sbarco sui social network e l’avvio delle pubblicazioni anche in formato digitale.

Esempio di questo nuovo corso è l’approfondimento “Mobiles, indagine sulla mobilità”, scritto da Giulia Cananzi e Mattia Moro (quest’ultimo autore anche dei disegni), che utilizza la tecnica del graphic journalism. Il servizio, ripreso anche dalla copertina di gennaio dedicata ai “Cervelli in fuga”, illustra come stia cambiando la mobilità italiana negli ultimi anni e, in particolare, come il fenomeno dell’emigrazione nazionale si sia adattato, trasformato e rinnovato nel tempo.

Il reportage “Conflitto globale” di Ugo Lucio Borga, autore delle foto oltre che del testo, attraverso immagini eloquenti ripercorre le molte aree di conflitto al mondo, dalla Siria alle Filippine, dal Sud Sudan alla Repubblica Centrafricana, passando per il Kosovo e il confine siro-libanese. Dall'attentato dell'11 settembre in poi il mondo è entrato in una nuova era: quella della guerra totale, che da nord a sud ha prodotto, e continua a farlo, una lunga scia di sangue e terrore. Riguardare gli errori fatti nel passato è l’unico modo per dare speranza al domani.

Col numero di gennaio iniziano anche le pagine di catechesi 2019: si intitolano “Tutti santi” e sono dedicate ai “santi della porta accanto”, persone normali che hanno saputo mettere nelle proprie vite ordinarie una santità quotidiana. Nel primo numero il direttore responsabile presenta il progetto che, ispirandosi alle parole di papa Francesco nella Gaudete et exsultate, si snoderà durante l’anno mettendo a fuoco via via esempi di una santità restituita al progetto di Dio di fare di ognuno di noi delle opere d’arte. ccc 1

 

 

 

 

Papst Franziskus: „Reichtum teilen, um Spaltungen vorzubeugen“

 

Papst Franziskus hat die diesjährige Gebetswoche für die Einheit der Christen am Freitag mit einem Abendgebet in der Kirche Sankt Paul vor den Mauern in Rom eröffnet. Er ging in seiner Predigt auf das Miteinander teilen ein. Dies betreffe nicht nur die Einheit der Christen, sondern die gesamte Gesellschaft, mahnte Franziskus. Mario Galgano - Vatikanstadt

 

Normalerweise schließt die Vesper des Papstes die Gebetswoche ab. Weil Papst Franziskus aber in ein paar Tagen zum Weltjugendtag nach Panama aufbricht, wurde sie vorverlegt. Das Motto der Woche lautet „Gerechtigkeit, Gerechtigkeit - ihr sollst du nachjagen“ und stammt aus dem biblischen Buch Deuteronomium. In seiner Predigt ging Franziskus auf die Meditationen ein, die Christen aus Indonesien vorbereitet haben.

„Sie sind besorgt, dass das Wirtschaftswachstum ihres Landes, das von Konkurrenzdenken beherrscht wird, viele in Armut zurücklassen könnte und nur wenigen erlaubt, sich sehr zu bereichern“, so der Papst. „Die Harmonie einer Gesellschaft, in der Menschen verschiedener Ethnien, Sprachen und Religionen im Geist gegenseitiger Verantwortung zusammenleben, wird aufs Spiel gesetzt“, fügte er an.

Gilt nicht nur für Indonesien

Doch das gelte nicht nur für Indonesien – solchen Situationen begegne man auf der ganzen Welt, erinnerte der Papst. „Wenn die Gesellschaft nicht mehr das Prinzip der Solidarität und des Gemeinwohls zur Grundlage hat, erleben wir den Skandal, dass Menschen in extremer Armut unmittelbar neben Hochhäusern, stattlichen Hotels und luxuriösen Einkaufszentren, den Symbolen unglaublichen Reichtums, leben. Wir haben die Weisheit des mosaischen Gesetzes vergessen, dass nämlich eine Gesellschaft sich spaltet, wenn der Reichtum nicht geteilt wird.“

Auch unter Christen bestehe die Gefahr, dass die Logik vorherrsche, welche die Israeliten in vergangener Zeit und die Indonesier heutzutage erfahren hätten, „nämlich dass wir über dem Versuch, Reichtümer anzuhäufen, die Schwachen und Notleidenden vergessen“. Leicht könne man die grundlegende Gleichheit unter den Menschen vergessen: „Ursprünglich waren wir alle Knechte der Sünde; der Herr hat uns durch die Taufe gerettet und seine Kinder genannt. Leicht kann man glauben, die uns geschenkte geistliche Gnade sei unser Eigentum, etwas, was uns zusteht und uns gehört.“

Sich nicht von Gottes Gaben blind machen lassen

Außerdem sei es möglich, dass die von Gott geschenkten Gaben den Gläubigen blind machten für die Gaben, die Gott anderen Christen zugeteilt habe, so der Papst weiter. „Es ist eine schwere Sünde, die Gaben, die der Herr anderen Brüdern und Schwestern geschenkt hat, abzuwerten oder zu verachten und zu meinen, diese seien in irgendeiner Weise weniger von Gott bevorzugt. Wenn wir solche Gedanken hegen, lassen wir zu, dass die empfangene Gnade zu einer Quelle von Stolz, Ungerechtigkeit und Spaltung wird. Wie könnten wir so in das verheißene Reich eintreten?“

Der Gottesdienst fordere Gerechtigkeit und sei ein Fest, „das alle miteinschließt“, fügte das katholische Kirchenoberhaupt hinzu. „Um die ersten Schritte auf dem Weg zu diesem gelobten Land – zu unserer Einheit – zu gehen, müssen wir vor allem in Demut anerkennen, dass uns die empfangenen Segensgaben nicht von Rechts wegen zustehen, sondern uns als Geschenk zugeteilt wurden. Sie wurden uns gegeben, damit wir sie mit den anderen teilen.“

Man müsse aber auch „den Wert der Gnade“ anerkennen, welche anderen christlichen Gemeinschaften gewährt wurde. „Dann werden wir den Wunsch verspüren, an den Gaben der anderen teilzuhaben. Ein christliches Volk, das sich von einem solchem Tausch der Gaben erneuern und bereichern lässt, wird ein Volk sein, das mit festem und zuversichtlichem Schritt auf dem Weg zur Einheit weitergehen kann.“

Wer stark ist, soll sich der Schwachen annehmen

Franziskus ging auf den Römerbrief des heiligen Paulus ein. Paulus habe die gleiche Logik auf die christliche Gemeinde angewandt: „Wer stark ist, soll sich der Schwachen annehmen. Es ist nicht christlich, dass wir ,für uns selbst leben´ (Röm 15, 1). Wir müssen dem Beispiel Christi folgen und uns bemühen, denen aufzuhelfen, die schwach sind. Solidarität und gemeinsame Verantwortung sind die Gesetze, die der Familie der Christen zugrunde liegen müssen.“

Auch in der Vergangenheit fanden die Feiern des Papstes zur weltweiten Gebetswoche jeweils in Sankt Paul vor den Mauern statt. Die über dem Grab des Apostels Paulus erbaute Basilika hat auch für andere Konfessionen eine besondere Bedeutung. An der Feier nahmen wie üblich Vertreter anderer in Rom ansässiger Religionen teil. Mit dabei waren auch eine ökumenische Delegation aus Finnland, Studenten des „Ecumenical Insitute of Bossey“, die Rom zum tieferen Kennenlernen der Katholischen Kirche besuchen, und junge Orthodoxe sowie Orientalisch-Orthodoxe, die in der Ewigen Stadt dank der Unterstützung des Komitees für Kulturelle Zusammenarbeit mit den Orthodoxen Kirchen studieren. Diese Einrichtung ist am Rat zur Förderung der Einheit der Christen angesiedelt.

Am Schluss der Feier richtete der für die Ökumene zuständige Kardinal Kurt Koch ein Grußwort an den Papst:

„Die Einheit ist ein Geschenk, sie ist kostenlos, sie ist eine Gnade. Daran erinnert auch die Gemeinsame Erklärung zur Rechtfertigungslehre, die vor zwanzig Jahren, am 31. Oktober 1999, in Augsburg vom Evangelischen Weltbund und unserer Kirche unterzeichnet wurde. Lasst uns gemeinsam bekennen, dass wir nicht nur durch unsere Stärken, sondern auch durch Christus gerecht werden.  Nur so können wir uns auch für Gerechtigkeit einsetzen, wie es das Thema der diesjährigen Gebetswoche von uns fordert: ,Versucht, wirklich gerecht zu sein'.“

Gebetswoche seit 100 Jahren

Die internationale ökumenische Gebetswoche wird jährlich vom 18. bis 25. Januar oder in der Zeit zwischen Christi Himmelfahrt und Pfingsten begangen. Sie geht zurück auf eine vor über 100 Jahren auf Initiative des anglikanischen Pfarrers Paul Wattson hin erstmalig durchgeführte Gebetsoktav für die Einheit der Christen. Seit 50 Jahren werden die Jahresthemen und Texte der Gebetswoche von einer gemeinsamen internationalen Arbeitsgruppe des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der Christen und des Weltkirchenrates (ÖRK) erarbeitet.

(vatican news 8)

 

 

 

Italiens Bischofskonferenz: Migranten kein Sicherheitsrisiko

 

Zum Abschluss der Vollversammlung der Italienischen Bischofskonferenz in dieser Woche in Rom warnte deren Generalsekretär, Bischof Stefano Russo, vor Angstmache beim Thema Migration. Es sei wichtig, übereilte Reaktionen zu überwinden.

 

Was tun, wenn Migranten Christen werden?

Der Ständige Rat der Italienischen Bischofskonferenz tagte von Montag bis Mittwoch. Die Hirten hielten in ihrem Schlussdokument fest, in der Migrationsfrage seien eine ausgrenzende Sprache und Haltungen abzulehnen, die andere als Gefahr oder Bedrohung darstellten. Sie erneuerten ihren Aufruf an die EU, angesichts des „humanitären Dramas“ eine „konkrete und angemessene Antwort“ zu geben. Sie bezogen sich auf das umstrittene italienische Sicherheitsdekret, das Ende November vom Parlament gebilligt worden war und die leichtere Ausweisung von Migranten ermöglicht.

Bischöfe zunächst uneins

Die Bürgermeister von Palermo, Neapel und Florenz hatten Widerstand angekündigt und einige Regelungen als menschenverachtend bezeichnet. In dieser Frage waren die italienischen Bischöfe zunächst uneins gewesen. Beispielsweise hatte der langjährige Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz und Erzbischof von Genua, Kardinal Angelo Bagnasco, die Position der Bürgermeister unterstützt, während der frühere Erzbischof von Ferrara-Comacchio, Luigi Negri, erklärt hatte, man könne nicht in allen politischen Fragen Widerstand aus Gewissensgründen anführen.

Großen Raum nahm laut Schlusskommuniqué der Bischöfe in Vorbereitung auf den Kinderschutzgipfel im Vatikan im Februar auch die Diskussion über die Leitlinien für den Jugendschutz ein. Russo betonte, man werde sowohl vor dem Treffen als auch danach auf die Opfer hören. Es gehe nicht nur um statistische Daten, sondern vor allem darum, sich des Phänomens bewusst zu werden und bewusster damit umzugehen. (vn/kna 18)

 

 

 

„Gebet begleitet alle ökumenischen Bemühungen“

 

Aus der Not eine Tugend machen: Papst Franziskus wird in diesem Jahr nicht wie sonst üblich die Gebetswoche für die Einheit der Christen beenden, sondern sie mit einer feierlichen Vesper eröffnen. Am 25. Januar, dem Ende der Gebetswoche, wird der Papst sich nämlich auf dem Weltjugendtag in Panama aufhalten. Diese Lösung habe jedoch etwas Gutes, sagt im Gespräch mit Vatican News der für die Ökumene zuständige Kurienkardinal Kurt Koch.

Mario Galgano und Barbara Castelli - Vatikanstadt

Sie ist sozusagen die Basilika der Ökumene: in Sankt Paul vor den Mauern in Rom feiert Franziskus an diesem Freitagnachmittag eine Vesper, die wir ab 17.25 Uhr mit deutscher Übersetzung live übertragen, und eröffnet damit die Gebetswoche für die Einheit der Christen. Wie jedes Jahr gibt es Meditationen und Überlegungen von Christen aus der Weltkirche.

„In diesem Jahr ist die Gebetswoche für die Einheit der Christen von indonesischen Christen vorbereitet worden und zwar unter dem Thema ,Sucht auf jeden Fall gerecht zu sein´“, erläutert der Schweizer Kurienkardinal Kurt Koch.

Von den 265 Millionen Menschen, die auf Indonesien leben, sind 86 Prozent Muslime. Das südostasiatische Land hat damit die zahlenmäßig größte muslimische Bevölkerung weltweit. Etwa zehn Prozent der indonesischen Bevölkerung sind Christen, die verschiedenen Konfessionen angehören.

Die Einheit der Christen bedeutet gerade für den indonesischen Kontext, gegen Ungerechtigkeiten zu kämpfen und den Opfern von Diskriminierung zur Seite zu stehen. Von diesen Anliegen bewegt, empfanden die indonesischen Christen, die die diesjährigen Meditationen vorbereitet haben, die Worte aus dem Buch Deuteronomium „Gerechtigkeit, Gerechtigkeit – ihr sollst du nachjagen“ (vgl. Dtn/5 Mose 16,20a) als besonders relevant für ihre Situation und Bedürfnisse, wie es in einer Mitteilung der Organisatoren der Gebetswoche heißt. Kardinal Koch geht auf die genannte Bibelstelle konkret ein:

„Das erinnert an das Volk Israel, das vor dem Eintritt in das Gelobte Land den Bund Gottes mit dem Volk Israel erneuern wollte. Auf diese Weise sollte wieder Gerechtigkeit hergestellt werden. Ich denke, für den Ökumenismus bedeutet dies, dass wir zwar viele Ungerechtigkeiten, Trennungen, Spaltungen in der Geschichte haben, doch es ist notwendig, diese zu überwinden. Auf diese Weise sollen wir die Einheit wiederfinden.“

Ausgangspunkt sind die Überlegungen von Papst Franziskus

Die Meditationen für die acht Tage und der Gottesdienst stellen das gewählte Thema in den Mittelpunkt. Ausgangspunkt sind diesmal aber die Überlegungen von Papst Franziskus, und das sei das Besondere in diesem Jahr, so Kardinal Koch.

„Der Weg, diese Einheit wiederzufinden, ist in aller erster Linie das Gebet. Der Heilige Vater eröffnet dieses Jahr die Gebetswoche für die Einheit der Christen. Er beschließt sie nicht wie üblich, weil er anschließend nach Panama reist. Das macht noch deutlicher, dass am Anfang aller ökumenischen Bemühungen das Gebet steht. Das Gebet muss alle ökumenischen Bemühungen begleiten.“

Die Kulisse von Sankt Paul vor den Mauern ist nicht neu für ökumenische Gottesdienste, auch in der Vergangenheit fanden dort Feiern des Papstes zur weltweiten Gebetswoche statt. Das liegt daran, dass das Gotteshaus über dem Grab des Apostels Paulus auch für andere Konfessionen eine besondere Bedeutung hat.

Was die internationale ökumenische Gebetswoche betrifft, so wird jedes Jahr vom 18. bis 25. Januar oder in der Zeit zwischen Christi Himmelfahrt und Pfingsten begangen. Auch hat die Gebetswoche eine mittlerweile lange Tradition, das sie vor über 100 Jahren auf Initiative des anglikanischen Pfarrers Paul Wattson ins Leben gerufen wurde. Nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil, und zwar seit 50 Jahren, werden die Jahresthemen und Texte der Gebetswoche von einer gemeinsamen internationalen Arbeitsgruppe des Päpstlichen Rates zur Förderung der Einheit der Christen und des Weltkirchenrates (ÖRK) erarbeitet. (vn 18)

 

 

 

Vatikan-Kardinal Koch verteidigt Einsatz von Christen für Migranten

 

Der vatikanische Kurienkardinal Kurt Koch hat den Einsatz von Christen für Flüchtlinge und Migranten verteidigt. „Christen tun das, weil sie an Gott glauben, und Gott ist nicht nur ein Gott der Christen, sondern aller Menschen", sagte Koch der italienischen katholischen Nachrichtenagentur SIR (Mittwoch).

 

Koch, der Vorsitzender des Päpstlichen Ökumene-Rates ist, äußerte sich anlässlich der weltweiten Gebetswoche für die Einheit der Christen, die am Freitag beginnt. Diese widmet sich in diesem Jahr auch dem Thema Migration.

 

Die Herausforderungen durch Immigration bedeuteten für Europa eine große Krise, so Koch weiter. „Dieses Problem können wir nur mit einer noch größeren Solidarität zwischen den Staaten lösen. Diese aber fehlt", kritisierte der aus der Schweiz stammende Kardinal. In diesem Sinn sei die Migrationskrise eine Europakrise.

 

Zur Begründung des christlichen Einsatzes für Migranten und Flüchtlinge verwies Koch auf das Evangelium. Dort sage Jesus, dass er selbst in allen Kranken, Bedürftigen und Leidenden präsent sei. „Jenen zu helfen, die aus einem fernen Land geflohen sind, bedeutet für uns Christen, Christus zu begegnen", sagte der Kardinal.  (kap 17)

 

 

 

Vatikan-Arbeitshilfe für Kampf gegen Menschenhandel

 

Papst Franziskus will die Kirche noch stärker auf den Einsatz gegen Menschenhandel verpflichten. Dazu dient eine Arbeitshilfe, die der Vatikan an diesem Donnerstag veröffentlichte. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Das etwa vierzigseitige Papier, das auch im Internet einsehbar ist, untersucht zunächst die sehr komplexe und vielfältige Wirklichkeit, die sich hinter dem Wort Menschenhandel verbirgt. Dann macht es eine Reihe von Vorschlägen, wie dem Drama zu wehren wäre. Geboten werden auch Materialien für Predigten, Aus- und Weiterbildungsprogramme und Medienarbeit.

„Das Erste ist, dass wir alle anfangen, die Augen aufzumachen - denn Menschenhandel ist ein weit verbreitetes, zugleich aber unsichtbares Phänomen. Aus dieser Unsichtbarkeit müssen wir ihn herausholen, indem wir uns klarmachen, was da vorgeht.“

„Was könnte ich als Einzelner gegen Menschenhandel tun?“

Das sagte der Jesuitenpater Michael Czerny bei der Vorstellung der Arbeitshilfe. Der Amerikaner ist zweiter Mann des vatikanischen Referats für Migranten und Flüchtlinge. Sein Chef ist kein anderer als Franziskus selbst; der Papst zeigt damit, dass das Thema für ihn oberste Priorität hat.

„Es gibt mehrere Möglichkeiten, um etwas gegen dieses Phänomen zu tun, und diese Arbeitshilfe bringt uns dazu, zu überlegen: Was genau könnte ich machen - in der Schule, der Pfarrei, dem Verband oder auch als Einzelner?“

„Auch die Profiteure von Menschenhandel bestrafen“

Das Migranten- und Flüchtlingsreferat, das seit Januar 2017 besteht, hat sechs Monate hindurch zwei Konsultationsrunden mit Experten, Priestern und Engagierten durchgeführt – ihr Ergebnis ist die Arbeitshilfe, die auch vom Papst gebilligt wurde. Sie startet mit der Unterscheidung, dass Menschenhandel und Migration „unterschiedliche Phänomene“ sind, auch wenn die Unterschiede zwischen beiden immer mehr verwischen.

Dass es trotz der Ächtung der Sklaverei zu Beginn der Neuzeit heute immer noch Menschenhandel gibt, schreibt das Papier unter anderem einem wachsenden „Individualismus und Egoismus“ in vielen entwickelten Gesellschaften zu.

„In der öffentlichen Debatte wird viel über die Schlepper und Menschenhändler gesprochen…, aber zu wenig über die Konsumenten, die für die Nachfrage verantwortlich sind… Wenn Männer, Frauen und Kinder Opfer von Menschenhandel werden, liegt das vor allem an der hohen Nachfrage… Im Kampf gegen Menschenhandel wären Strafen für die ganze Kette der Ausbeutung nötig, von den Anwerbern billiger Arbeitskräfte bis hin zu den Konsumenten.“ Die Opfer selbst zu bestrafen, hält die Arbeitshilfe hingegen nicht für sinnvoll.

Opfer nicht zwangsweise in die Heimat zurückbringen

Eindringlich wirbt das Dokument aus dem Vatikan für sichere Einreisemöglichkeiten für Migranten. Das würde den Schleppern auf längere Sicht das Handwerk legen. Außerdem tritt das Papier für eine stärkere Kooperation der katholischen Bistümer in den Ziel- und in den Herkunftsländern von Opfern des Menschenhandels ein.

Wer mit den Opfern arbeite, müsse psychologische Standards kennen; eine Rückführung der Opfer in ihre Herkunftsländer dürfe nicht unter Zwang erfolgen.

(vn 17)

 

 

 

Tag des Judentums: Gemeinsame Herkunft, gemeinsame Zukunft

 

Am 17. Januar begehen jeweils die österreichische, die italienische, niederländische und polnische Bischofskonferenz einen so genannten „Tag des Judentums“, an dem der jüdischen Wurzeln des Christentums gedacht wird. Ein Gastbeitrag von Pater Norbert Hofmann, Sekretär der Kommission für die religiösen Beziehungen zum Judentum des Heiligen Stuhls.

 

Der jüdisch-christliche Dialog ist und bleibt von seiner Natur her etwas Lebendiges, Dynamisches, und Unvollendetes. Letztlich geht es um eine sich intensivierende Beziehung zwischen Juden und Christen, um eine Freundschaft auf dem Weg vor dem Angesicht Gottes. Wenn Politiker sich hinter verschlossenen Türen zu einer Sitzung treffen, fragen danach oft neugierige Journalisten, welche Entscheidungen getroffen wurden und was denn Neues und Umstürzendes dabei herausgekommen ist. Wenn aber Juden und Christen sich zu gemeinsamen Gesprächen treffen, kommt dort meistens nichts grundstürzend Neues oder Umwälzendes heraus, denn es geht in erster Linie um die Pflege von Beziehungen, um die Vertiefung von Freundschaften, auch wenn natürlich jeweils an einem bestimmten Thema gearbeitet wird. Vertrauen und Verlässlichkeit lässt sich in Beziehungen letztlich nicht mit einem objektiven Maßstab messen, man kann nur die äußeren Auswirkungen dieser inneren Grundhaltungen beobachten. Natürlich gibt es in Freundschaften markante Ereignisse und Wegstrecken, unruhige Zeiten intensiver Auseinandersetzung oder gelassene Zeiten harmonischen Verstehens. Manchmal bleiben auch intensive Beziehungen nicht ohne Konflikte, Missverständnisse oder Ungereimtheiten. Es gibt manchmal ein Auf und Ab, ein Hin und Her, letztlich aber bleibt man zusammen auf dem Weg und miteinander im Gespräch. Wie es in einer lebendigen Beziehung zugeht, so liegen die Dinge auch im jüdisch-christlichen Dialog. Letztlich sind und bleiben Juden und Christen aufeinander angewiesen, haben sie doch den gleichen Ursprung, von dem sie immer noch geprägt sind. Beide verbindet ein reiches gemeinsames spirituelles Erbe, das im Dialog mehr und mehr gehoben und benannt werden soll.

Konkretisierung von Nostra aetate

Diese Prämisse ist schon in der Erklärung Nostra aetate (Nr. 4) des Zweiten Vatikanischen Konzils zu finden, wenn es dort heißt: „Da also das Christen und Juden gemeinsame geistliche Erbe so reich ist, will die Heilige Synode die gegenseitige Kenntnis und Achtung fördern, die vor allem die Frucht biblischer und theologischer Studien sowie des brüderlichen Gespräches ist“. Nostra aetate (Nr. 4) wurde vom Konzil am 28. Oktober 1965 verabschiedet und promulgiert, es stellt gleichsam den Startschuss und die „Magna Charta“ für den systematischen Dialog der katholischen Kirche mit dem Judentum dar. Um den Dialog auch institutionell auf solide Beine zu stellen, wurde am 22. Oktober 1974 von Papst Paul VI. die Kommission für die religiösen Beziehungen zum Judentum eingerichtet, deren Aufgabe es ist, Nostra aetate (Nr. 4) zu verlebendigen und operativ zu realisieren. Ihr obliegt es, die Begegnungen und Konferenzen mit den jüdischen Partnern zu organisieren, aber auch innerhalb der katholischen Kirche den Dialog mit dem Judentum durch gezielte Maßnahmen zu fördern. Seit ihrer Gründung hat diese Kommission vier Dokumente zur Konkretisierung von Nostra aetate (Nr. 4) veröffentlicht, die als Leitlinien im jüdisch-katholischen Gespräch dienen sollen. Sie organisiert zwei institutionelle Dialoge, den einen seit 1970 mit dem so genannten „International Jewish Committee on Interreligious Consultations“ (IJCIC), einer weltweiten jüdischen Dachorganisation für den interreligiösen Dialog, und den anderen seit 2002 mit dem Oberrabbinat von Israel.

Tragfähige und belastbare Beziehungen

Über die Jahre hinweg sind in diesen beiden institutionalisierten Dialogen tragfähige Beziehungen entstanden, tiefe Freundschaften, die auch Konflikten standhalten können. In den letzten beiden Jahrzehnten gab es eigentlich nur zwei größere Irritationen, die aber entsprechend angegangen und aufgearbeitet werden konnten. Das war zum einen die Neuformulierung der Karfreitagsfürbitte für den außerordentlichen Ritus im Februar 2008 und die Aufhebung der Exkommunikation für Bischof Williamson von der Piusbruderschaft im Januar 2009, der nachweislich den Holocaust geleugnet hatte. Beide schwierige Situationen im Dialog konnten aber hinter den Kulissen aufgrund gewachsener Beziehungen innerhalb kürzester Zeit entschärft werden. Gerade dann, wenn es Schwierigkeiten gibt, ist es wichtig, das gemeinsame und klärende Gespräch zu suchen, um eventuelle Missverständnisse auszuräumen.

Gemeinsamer Einsatz für Gerechtigkeit und Frieden

Letztendlich sollen sich Juden und Christen gemeinsam für Gerechtigkeit und Frieden in der Welt einsetzen. Diese Zielvorgabe gründet im gemeinsamen geistlichen Erbe, denn beide glauben, dass Gott sich durch sein Wort an die Menschen gewandt und sich ihnen offenbart hat, um ihnen einen Weg aufzuweisen, wie sie im rechten Verhältnis zu Gott und den Mitmenschen ihr Leben gestalten sollen. Beide handeln grundlegend und weitestgehend nach einem gemeinsamen Grundkodex, was moralische und ethische Auffassungen anbelangt (vgl. die Zehn Gebote). Juden und Christen haben eine gemeinsame Herkunft, und daher haben sie zusammen im Dialog auch eine gemeinsame Zukunft. Letztlich gehen sie gemeinsam Schulter an Schulter dem kommenden Messias entgegen, wenngleich die Christen daran glauben, dass er schon einmal hier war und sie ihn kennen. Vom deutschen Religionsphilosophen Martin Buber wird folgende kleine Anektode überliefert: er meinte, dass man bei seiner Ankunft den Messias fragen würde, ob er nun das erste oder bereits das zweite Mal gekommen wäre. Und Buber fügt hinzu: „Ich wollte dann ganz nah bei ihm stehen und ihm ins Ohr flüstern: Antworte nicht!“  P. Norbert Hofmann SDB

 

 

 

Bischof Ackermann: „Sichtbares Zeichen der Solidarität“

 

19. Internationales Bischofstreffen im Heiligen Land stellt Christen in Israel in den Mittelpunkt

 

Heute (17. Januar 2019) endet das 19. Bischofstreffen zur Solidarität mit den Christen im Heiligen Land. Vom 12. bis 17. Januar 2019 informierte sich eine Delegation, der 15 Bischöfe von zwölf europäischen und nordamerikanischen Bischofskonferenzen sowie aus Südafrika angehörten, über die Herausforderungen und Handlungsmöglichkeiten der Christen im Heiligen Land. „Wir konnten ein sichtbares Zeichen der Solidarität mit den Christen im Heiligen Land setzen. Trotzdem ist die Situation – gerade in der Perspektivlosigkeit vieler junger Menschen in den Autonomiegebieten – erschreckend“, erklärte Bischof Dr. Stephan Ackermann (Trier), der als Vorsitzender der Deutschen Kommission Justitia et Pax für die Deutsche Bischofskonferenz teilgenommen hat, zum Abschluss der Reise.

 

Anders als in vergangenen Jahren lag der Schwerpunkt der Delegationsreise dieses Mal auf der Situation der Christen in Israel. Gegenwärtig leben ca. 225.000 Christen im Heiligen Land, davon etwa 175.000 in Israel und etwa 50.000 in den palästinensischen Gebieten. Die palästinensischen Christen in Israel sind Teil der insgesamt etwa 20 Prozent ausmachenden arabischen Minderheit im Land. Ein kleinerer, aber wachsender Anteil der Christen in Israel umfasst Arbeitsmigranten, die eine neue kulturelle Vielfalt in die katholische Kirche vor Ort tragen. Für diese und andere vorwiegend hebräisch sprechende Katholiken unterhält das Lateinische Patriarchat daher eigene Seelsorge-Vikariate. Die Delegation hatte Gelegenheit, sich mit dem Seelsorger für die hebräisch sprechenden Christen, Pfr. Rafic Nahra, über die Situation in seinen Gemeinden auszutauschen. Auch die oft aus Russland oder den Philippinen stammenden Gemeindemitglieder konnten von ihren Erfahrungen berichten.

 

Gemeinsam mit Erzbischof Pierbattista Pizzaballa, dem Apostolischen Administrator des Lateinischen Patriarchats in Jerusalem, besuchte die Bischofsgruppe das Priesterseminar in Beit Jala im Westjordanland, dem die Ausbildung für die Priester des Lateinischen Patriarchats in der Region obliegt. Die Seminaristen werden auf ihre künftige Arbeit im Westjordanland, in Israel und Jordanien vorbereitet. Erzbischof Pizzaballa beschrieb die außerordentliche Herausforderung, die in der großen Zahl christlicher Denominationen im Heiligen Land liege, die dort zum Teil seit Jahrhunderten ansässig seien. Nicht selten stellt sich die Zusammenarbeit aufgrund der unterschiedlichen Traditionen der Kirchen schwierig dar. Dies gelte auch für die gemeinsame Vertretung kirchlicher Interessen gegenüber den Regierungen der Länder.

 

Auch der Apostolische Nuntius für das Heilige Land, Erzbischof Leopoldo Girelli, ging im Gespräch mit der internationalen Bischofsdelegation auf das Erfordernis eines wachsenden kirchlichen Zusammenwirkens ein: Die Zahl der christlichen Pilger, die das Heilige Land besuchen, habe in den letzten Jahren erheblich zugenommen; dies biete den Christen eine besondere Gelegenheit, ein Bild der Einheit zu zeigen, das in die Welt hineinwirken könne. Die Delegation informierte sich in Haifa und Jerusalem über Projekte des interreligiösen Dialogs. Am Weltzentrum der Baha‘i in Haifa kamen Vertreter der Ahmadyya und der sunnitischen Moscheegemeinde, des reformorientierten wie des orthodoxen Judentums, der Drusen und der christlichen Kirchen zusammen. In dem von Bischof Ackermann moderierten Gespräch bezeugten die Vertreter der Religionen einander ihre gegenseitige Wertschätzung. Gerade in der fragilen Situation des Nahen Ostens stellten interreligiöse Dialogbemühungen einen wichtigen Beitrag zu Stabilität und Frieden dar.

 

Dem jüdisch-christlichen Austausch wurde mit einer Begegnung der Bischofsdelegation mit Rabbi Prof. Daniel Sperber besondere Aufmerksamkeit zugewandt. Er analysierte in jüdischer Perspektive die Erklärung Nostra aetate des Zweiten Vatikanischen Konzils, die er als Ausdruck eines Perspektivwechsels der katholischen Kirche hin zu einer Wertschätzung auch des Judentums interpretierte. Mit diesem Dokument sei eine wesentliche Grundlage für das interreligiöse Gespräch gelegt worden, das inzwischen fruchtbar auf allen Ebenen geführt werde.

 

Im Zentrum der politischen Gespräche und eines wissenschaftlichen Seminars an der Universität Haifa stand das neue israelische „Nationalitätengesetz“, das den jüdischen Charakter des Staates sichern und stärken will. Das Gesetz wird von allen religiösen und ethnischen Minderheiten nachdrücklich kritisiert. Die katholischen Bischöfe des Landes sehen darin die Gefahr, dass damit die ohnehin spürbare Diskriminierung eines Teils der israelischen Staatsbürger auf eine gesetzliche Grundlage gestellt werde.

 

Daneben wurde auch die zunehmend unter Druck stehende Refinanzierung christlicher Schulen angesprochen. Kirchenvertreter und die Leiter katholischer Schulen machten gegenüber der internationalen Delegation deutlich, dass es immer schwieriger werde, den allgemein anerkannten hohen Standard christlicher Schulen aufrecht zu erhalten, wenn die vom Staat geleistete teilweise Refinanzierung weiter abgeschmolzen werde. Hier liege eine Benachteiligung privater christlicher Schulen gegenüber anderen privaten Schulträgern vor. Mit ihrem Besuch im palästinensischen Flüchtlingslager Jenin der UN-Organisation für die palästinensischen Flüchtlinge (UNRWA) erinnerten die Bischöfe an die bis heute nicht überwundenen Folgen von Flucht und Vertreibung infolge der Kriege Israels mit seinen arabischen Nachbarn. Im Abschlusskommuniqué kritisieren die Bischöfe die Entscheidung der US-amerikanischen Regierung unter Präsident Trump, die Unterstützungsleistungen für UNRWA einzustellen. Die Bischöfe fordern die internationale Gemeinschaft auf, die entstandene Finanzlücke baldmöglichst zu schließen.

 

Die nach wie vor schmerzenden Wunden der Vergangenheit wurden auch beim Besuch der Delegation des früheren Dorfes Ikrit an der libanesischen Grenze augenfällig. Die Einwohner, nahezu alle katholische Christen, mussten ihr Heimatdorf nach dem Krieg im Jahr 1948 verlassen; einige Zeit später wurde es 1951 bis auf die Kirche zerstört. Trotz gegenteiliger Gerichtsurteile konnten sich die ehemaligen Bewohner bis heute nicht wieder dort ansiedeln, weil das israelische Militär nach wie vor Sicherheitsbedenken geltend macht. Die Ereignisse um das Dorf Ikrit stellen in den Augen der arabischen Christen ein bis heute nicht behobenes Unrecht dar.

 

„Je öfter ich in das Heilige Land fahre, desto mehr Fragen als Antworten habe ich mit Blick auf die Situation“, erklärte Bischof Ackermann zu den komplexen gesellschaftlichen Problemen in Israel und der Region, die in den Begegnungen der Delegationsreise einmal mehr deutlich hervortraten. „Ohne Frage: Auch wenn wir weit davon entfernt sind, kann es an der Zweistaatenlösung keinen Zweifel geben. Daran muss die internationale Staatengemeinschaft arbeiten.“

 

Zu den geistlichen Höhepunkten gehörten die täglichen Gottesdienste und Gebete – in Bethlehem, mit der katholischen Gemeinde in Zababdeh in den palästinensischen Gebieten und im Kloster Stella Maris der Karmeliter in Haifa.

 

An der Delegationsreise haben neben Bischof Dr. Stephan Ackermann folgende Bischöfe teilgenommen: Erzbischof Stephen Brislin (Kapstadt, Südafrikanische Bischofskonferenz); Erzbischof Timothy Broglio (Militärseelsorge der Bischofskonferenz der USA), Bischof em. Pierre Bürcher (Rejkjavik, Skandinavische Bischofskonferenz); Bischof Rodolfo Cetoloni (Grossetto, Italienische Bischofskonferenz), Bischof em. Michel Dubost (Evry, Französische Bischofskonferenz), Bischof Lionel Gendron (Saint Jean-Longueuil, Kanadische Bischofskonferenz); Bischof Felix Gmür (Basel, Schweizerische Bischofskonferenz); Weihbischof William Kenney (Birmingham, Bischofskonferenz von England und Wales); Bischof Declan Lang (Clifton, Bischofskonferenz von England und Wales); Bischof Alan McGuckian (Raphoe, Irische Bischofskonferenz); Bischof William Nolan (Galloway, Schottische Bischofskonferenz), Bischof José Ornelas Carvalho (Setubal, Portugiesische Bischofskonferenz) und Bischof Noel Treanor (Down and Connor, Irische Bischofskonferenz). Darüber hinaus haben Vertreter des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) teilgenommen.

 

Hintergrund. Das Internationale Bischofstreffen verfolgt das Ziel, Christen und Kirchen im Heiligen Land in ihrem Einsatz für Gerechtigkeit, Frieden und Verständigung zwischen den Völkern und Religionsgemeinschaften zu stärken und die Verbindung der Weltkirche mit ihnen zu festigen. Die Bischöfe besuchen während ihres Treffens als Pilger die Heiligen Stätten im Land und feiern dort Gottesdienste. So sollen auch die Gläubigen in ihren Heimatländern zu Pilgerreisen ermutigt werden.  dbk 17

 

 

 

Papst zu jungen Eltern: Streitet niemals vor den Kindern

 

„Liebe Eltern, bitte streitet nicht, wenn eure Kinder euch dabei zusehen“: Mit dieser konkreten Bitte hat sich Papst Franziskus bei der Taufe von 27 Babys an die Anwesenden gewandt. Wie gewöhnlich bei der Messe am Fest der Taufe Jesu in der Sixtinischen Kapelle predigte Franziskus aus dem Stegreif.

Christine Seuss - Vatikanstadt

Einmal im Jahr ist es soweit, der Papst tauft in der Sixtina die neugeborenen Kinder von Vatikanangestellten, eine Tradition, die ihm nach eigener Aussage sehr lieb ist. Zwölf Jungen und 15 Mädchen waren es in diesem Jahr, die vom Kirchenoberhaupt das Sakrament der Taufe erhielten, darunter auch die Tochter einer Mitarbeiterin der deutschsprachigen Sektion von Vatican News.

In seiner Predigt wies der Papst die jungen Eltern eindringlich darauf hin, dass sie dafür verantwortlich seien, die Kinder im täglichen Leben an den Glauben heranzuführen.

“ Der Glaube wird immer im Dialekt weitergegeben ”

„Zu Beginn der Zeremonie ist euch die Frage gestellt worden: ,Was erbittet ihr für eure Kinder?‘ und ihr habt geantwortet: ,Den Glauben‘. Ihr erbittet von der Kirche den Glauben für eure Kinder, und heute erhalten sie den Heiligen Geist, die Gabe des Glaubens im eigenen Herzen, in der eigenen Seele.“

Dieser Glaube müsse sich zwar auch durch Studium und Katechese weiterentwickeln, doch das Allerwichtigste, so gab der Papst zu bedenken, sei es, den Glauben in der Familie weiterzugeben: „Es ist eine Aufgabe, die ihr heute erhaltet: den Glauben weitergeben. Das macht man daheim. Denn der Glaube wird immer im Dialekt weitergegeben: im Dialekt der Familie, im Dialekt des Hauses, im Klima des Hauses.“

“ Zeigt euren Kindern, wie man sich bekreuzigt ”

Zuallererst, so wiederholte Franziskus eine Mahnung, die er immer wieder ausspricht, müsse die Weitergabe des Glaubens darin bestehen, den Kindern das Kreuzzeichen beizubringen. Doch genauso wichtig sei es, den Glauben durch das eigene Beispiel weiterzugeben: „Dass sie [die Kinder, Anm.] die Liebe der Eheleute sehen mögen, den Hausfrieden, dass sie sehen mögen, dass Jesus dort anwesend ist. Und ich erlaube mir, euch einen Ratschlag zu geben, verzeiht mir, aber streitet niemals vor den Kindern. Es ist normal, dass Eheleute streiten, es wäre komisch, wenn es nicht so wäre. Macht das, aber macht es nicht vor den Kindern. Ihr wisst nicht, was für tiefe Ängste es in den Kindern auslöst, wenn sie sehen, dass ihre Eltern streiten. Das, so erlaube ich mir, ist ein Rat, der euch dabei helfen wird, den Glauben weiterzugeben.“

Er werde nun mit der Spende des Taufsakraments fortfahren, setzte der Papst an, nicht ohne die Eltern darauf hinzuweisen, dass sie es ihren Kindern so gemütlich wie möglich machen sollten, um ein mehrstimmiges „Heulkonzert“ zu verhindern. Dazu gehöre, so Franziskus, die Kindern zu stillen, wenn sie Hunger hätten – eine Aufforderung, die angesichts der beeindruckenden Rahmens, in dem die Taufe stattfand, sicherlich einigen Müttern aus dem Herzen sprach und gewisse Unsicherheiten vom Tisch wischte.

“ Es kommt euch zu, den Glauben weiterzugeben ”

„Und nun“, so schloss Franziskus seine kurze Ansprache, „fahren wir fort mit dieser Zeremonie in Frieden und in dem Bewusstsein, dass es euch zukommt, den Glauben weiterzugeben.“ (vn 13)

 

 

 

Machtmissbrauch hat Vertrauen zerstört

 

Emeritierter Bischof Algermissen tauschte sich mit den Benediktinerinnen in der Abtei St. Maria in Fulda über kirchliche Prozesse aus

 

Fulda. Seit 2003 besucht Bischof Heinz Josef Algermissen um den Festtag Erscheinung des Herrn die Benediktinerinnenabtei St. Maria in Fulda. Auch in seinem Ruhestand hält der ehemalige Fuldaer Oberhirte an dieser Tradition fest, um mit dem Konvent gemeinsam die heilige Messe zu feiern und anschließend im Gespräch über Entwicklung im Bistum und in der Kirche zu sprechen. Am vergangenen Samstag konnte Äbtissin Schwester Benedikta Krantz OSB und ihre Mitschwestern erneut Bischof Algermissen in ihrem Stadtkloster in der Nonnengasse willkommen heißen.

 

Die mit der Annahme seines Rücktritts am 5. Juni durch Papst Franziskus und die damit verbundene Sedisvakanz wird am 31. März mit der Einführung des neuen Bischofs Dr. Michael Gerber beendet, so Algermissen, der sich über die Ernennung des derzeitigen Freiburger Weihbischofs zum neuen Fuldaer Oberhirten freue. Als wichtigen Zukunftsaufgabe bewertete Algermissen die Fortsetzung des Pastoralen Prozesses im Bistum, der im Jahre 2002 begonnen worden und auf dem Weg ins Jahr 2030 sei. Dabei bezeichnete er ihn als einen „notwendigen geistlichen Prozess mit strukturellen Konsequenzen“.

 

Aus der Bischofskonferenz referierte Algermissen das Ergebnis der bei der Herbstvollversammlung in Fulda vorgestellten wissenschaftlichen Studie zu den Missbrauchsfällen in der katholischen Kirche in Deutschland. Darin wurde für den Untersuchungszeitraum von 1946 bis 2015 durch 1670 Geistliche in den 27 deutschen Bistümern an 3677 Kindern und Jugendlichen verübter sexueller Missbrauch festgestellt. „Die Zahlen sind erschütternd und bewegen die Öffentlichkeit massiv. Es wurde viel Vertrauen zerstört“, sagte Algermissen. Aus diesen „brutalen Zahlen“ ergebe sich aber auch die Frage nach „innerkirchlichen systemischen Gründen“ für den so verübten Machtmissbrauch, so Bischof Algermissen in der Gesprächsrunde mit den Nonnen. Günter Wolf, dip 15

 

 

 

 

 

Rom: Bischof beklagt Niedergang seiner Stadt

 

Roms Weihbischof Paolo Ricciardi hat den Niedergang seiner Heimatstadt beklagt. „Ich bin in Rom geboren, und es ist traurig, diese Stadt so heruntergekommen zu sehen", sagte der 50 Jahre alte Bischof unseren Kollegen von Radio Vaticana Italia, der Lokalradioausgabe von „Vatican News“.

Gudrun Sailer und Antonella Palermo - Vatikanstadt

 

„Man macht sich nicht bewusst, dass die Gelassenheit der Menschen auch mit der Pflege unserer Stadtviertel und Straßen zu tun hat“, so der Weihbischof unter Anspielung auf die zunehmende Wut und Aggressionsbereitschaft römischer Bürger. Ricciardi ist im Bistum des Papstes für die Krankenseelsorge zuständig. Rom hat immer massivere Probleme mit der Müllentsorgung, was bereits Auswirkungen auf die gesundheitliche Verfassung der Bürger hat. Auch der Zustand der Straßen, der öffentlichen Schulen und des Transportwesens hat sich in den vergangenen Jahren verschlechtert. 

Hier zum Hören:

Zwar dürfe man nicht immer den Ball den Regierenden zuspielen, sagte Ricciardi: „Sie haben ihre Verantwortung und ihre Schuld, aber das ist ein Problem, dessen Lösung vom Umfeld jedes Einzelnen ausgeht. Es muss sozusagen von uns allen gelöst werden - und wir müssen einander dabei helfen.“

Der Bischof schloss sich den mehrfachen Appellen von Papst Franziskus an, „auf diese Stadt zu schauen, die so besonders ist in der Welt: Wir müssen dieser unserer Stadt die wahre Schönheit zurückgeben“. Rom sei „an jeder Ecke erfüllt von der Präsenz Gottes, des Menschen und des Heiligen. Oft verdrecken wir diese Stadt auf so vielfältige Weise, dass wir nicht einmal würdig sind, uns Römer zu nennen“, sagte Ricciardi wörtlich.

“ Wir müssen dieser unserer Stadt die wahre Schönheit zurückgeben ”

Italiens Hauptstadt leidet seit Jahren unter einer immer schwerer werdenden Bürde von Alltags- und Verwaltungsproblemen. Die planlos wirkende Regierung der Bürgermeisterin Virginia Raggi von der populistischen Fünf-Sterne-Bewegung hat die Probleme verschärft. Der Vatikan ist als eigenständiger Staat davon nicht betroffen und gilt als wohlgeordnete grüne Enklave inmitten Roms.

Als Bischof von Rom nutzt der Papst alljährlich sein Gebet an der Mariensäule bei der Spanischen Treppe am 8. Dezember, um für die Stadt besonderen Segen zu erflehen. So erbat er 2017 von der Gottesmutter, sie möge der Stadt helfen, „Antikörper" zu entwickeln gegen „die bürgerliche Unzivilisiertheit, die das Gemeinwohl verachtet" und gegen „die Resignation angesichts des Niedergangs von Umwelt und Ethik".  vn10

 

 

 

Italien: Trevi-Münzen doch an Caritas

 

Das Geld, das Touristen in den römischen Trevi-Brunnen werfen, soll nun doch ausschließlich der Caritas in der italienischen Hauptstadt zugute kommen. Das habe Bürgermeisterin Virgina Raggi der Vatikanzeitung „Osservatore Romano“ bestätigt, teilte die Zeitung am Montagabend mit.

Zuvor hatte es zum wiederholten Male eine Debatte darüber gegeben, ob die Münzen, die sich übers Jahr auf rund 1,5 Millionen Euro summieren, nicht breiter verteilt werden sollten. Nun heißt es, Raggi wolle der Caritas auch Einnahmen aus anderen Brunnen zukommen lassen, was Mehreinnahmen von rund 200.000 Euro bedeute.

Missverständliche Meldung der Stadtverwaltung

Einzige Neuerung: Die Sammlung des Geldes aus den Brunnen solle durch das Versorgungsunternehmen Acea erfolgen, was dafür eine Aufwandsentschädigung von etwa 2.000 Euro erhalte. Die römische Bürgermeisterin nannte die Deutung der Mitteilung der Stadtverwaltung ein Missverständnis, Medienberichten zufolge hatte sie sich noch am Sonntag mit den Ressortchefs für eine Klärung getroffen.

Seit 2001 geht das Geld aus dem Trevi-Brunnen an die Caritas der Diözese Rom, die in der Hauptstadt über 50 Sozialeinrichtungen und 145 Anlaufstellen in katholischen Pfarreien betreibt. Es wurde berichtet, dass vom 1. April an die Einnahmen aus dem Brunnen zwar auf verschiedene Organisationen verteilt werden, aber auch in den Erhalt städtischer Kulturgüter fließen sollten. (kap 16)

 

 

 

Marx: Bischofskonferenzen bei Missbrauch in der Verantwortung

 

Der Münchner Kardinal Reinhard Marx erhofft sich vom Kinderschutz-Gipfel Ende Februar in Rom deutliche Fortschritte. Bezüglich dieses Problems seien die Bewusstseinsstände bei den Ortskirchen weltweit sehr unterschiedlich, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz am Donnerstag im Interview der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA).

 „Manche Ortskirchen haben noch kaum eine Diskussion geführt, manche sind mittendrin, andere haben schon Maßnahmen in die Wege geleitet“, so Kardinal Marx.

Papst und Kurie könnten nicht die Probleme der ganzen Weltkirche lösen. „Aber wenn in Rom die Vorsitzenden sämtlicher nationaler Bischofskonferenzen zusammenkommen, erhoffe ich mir die Bereitschaft, Verantwortung zu übernehmen.“ Die Konferenz müsse öffentlich ein Zeichen setzen: „Gemeinsam gehen wir das Problem des sexuellen und auch geistlichen Missbrauchs in der Kirche an.“ Wichtig sei, dass schon lange mit dem Thema befasste Bischofskonferenzen ihre Erfahrungen einbrächten. Das werde er selbst auch tun.

“ Ich habe schon 2010 mit Betroffenen gesprochen, mit einzelnen bin ich weiter in Kontakt ”

Zu der von Papst Franziskus allen Teilnehmern gestellten Aufgabe, sich zuvor persönlich mit Missbrauchsopfern zu treffen, sagte der Kardinal: „Ich habe schon 2010 mit Betroffenen gesprochen, mit einzelnen bin ich weiter in Kontakt. Es ist wichtig, sich den persönlichen Lebensgeschichten zu stellen und zu versuchen, die Perspektive dieser Menschen einzunehmen.“

Die vom Papst einberufene Sonderkonferenz dauert vom 21. bis 24. Februar.

(kna/kathpress 10)

 

 

 

Autonomie der Orthodoxen Kirche der Ukraine als Politikum

 

6. Januar in Istanbul: Der Ökumenische Patriarch von Konstantinopel Bartholomäus I., Ehrenoberhaupt der orthodoxen Christen weltweit, überreicht dem Oberhaupt der zuvor neu gegründeten Orthodoxen Kirche der Ukraine in einer feierlichen Zeremonie ein Unabhängigkeitsdekret, das sogenannte Tomos, womit diese zur autonomen Kirche wird. Die Ukraine hat damit zum ersten Mal seit drei Jahrhunderten eine anerkannte orthodoxe Kirche, die von Moskau unabhängig ist.

Zahlreiche Kirchenvertreter in der Ukraine hatten seit deren Unabhängigkeit 1991 für die Loslösung der Kirche von Moskau gekämpft. Erst 2018, maßgeblich angetrieben von Präsident Petro Poroschenko, wurde dieses Vorhaben von Erfolg gekrönt. Allerdings gibt es weiterhin ukrainische orthodoxe Gemeinden, die Moskau die Treue halten und sich der neuen Kirche nicht anschließen werden.

Die Bedeutung dieses Ereignisses reicht weit über die Kirche hinaus. Es hat gewichtige Folgen für Politik und Gesellschaft in der Ukraine und Russland sowie für die Beziehungen zwischen den beiden Staaten. So dürfte der Vorgang eine wichtige Rolle bei den kommenden Präsidentschaftswahlen in der Ukraine spielen, deren erste Runde am 31. März stattfindet.

Präsident Poroschenko wirbt mit der Losung „Armee, Sprache, Glaube“. Die Anerkennung der Kirche ist ein wichtiger Meilenstein für ihn als Politiker und gibt seiner Kampagne Aufwind. Diesen braucht er insbesondere, weil er in den Umfragen bislang weit hinter der früheren Premierministerin Julia Tymoschenko rangiert. Nicht zuletzt die Tatsache, dass es Poroschenko war, der sich besonders für die die Verleihung des „Tomos“ stark gemacht hatte, dürfte seine Popularität steigern und ihm die Unterstützung etlicher Kirchenvertreter sichern.

Beitrag zur Nationsbildung

Ferner leistet das kirchliche Ereignis einen Beitrag zur ukrainischen Nationsbildung. In der ukrainischen Geschichte vor 1991 hatte es keine längeren Phasen der modernen Staatlichkeit gegeben. Durch die unterschiedlichen historischen Erfahrungen der verschiedenen Landesteile sowie durch die politische Polarisierung über Themen wie Geschichte oder Sprache kann eine gemeinsame nationale Identität nur äußerst langsam entstehen. Die russische Aggression gegen die Ukraine seit 2014 hat diesen Prozess beschleunigt, da die Abgrenzung von Russland seitdem identitätsstiftend wirkt.

Mit der Schaffung einer unabhängigen Ukrainischen Orthodoxen Kirche gibt es nun ein sichtbares Zeichen der Nationsbildung. Gleichzeitig vertieft sie allerdings die Probleme, die schon bisher zwischen den beiden Teilen der Ukrainischen Orthodoxen Kirche – dem nach Unabhängigkeit strebenden Kiewer und dem moskautreuen Flügel – existiert hatten. So werden etwa Fragen von Eigentumsverhältnissen aufgeworfen, zum Beispiel wegen der Übertritte mancher Gemeinden zur neuen Kirche. Die Gemeinden, die sich weiterhin Moskau unterstellen möchten, werden sowohl politisch als auch gesellschaftlich einen schwereren Stand haben als zuvor.

Die Entstehung der neuen Kirche erzeugt auch zusätzliche Spannungen in den russisch-ukrainischen Beziehungen. Aus Protest gegen die Entscheidung des Ökumenischen Patriarchen hat die Russische Orthodoxe Kirche (ROK) ihre Beziehungen mit Konstantinopel abgebrochen. Dies wird nicht ohne die Genehmigung der russischen politischen Führung geschehen sein und zeigt, wie tief diese durch die Entwicklung gekränkt wurde.

Da die russische Führung weiterhin darauf setzt, die Ukraine in ihre Einflusssphäre einzubeziehen, ist die ukrainische Abgrenzung in Politik, Wirtschaft und Gesellschaft für sie ein Dorn im Auge. Gerade in kulturellen Bereichen, die an die historische Nähe der beiden Völker erinnern, empfinden viele russische Akteure die zunehmende Entfremdung als schmerzhaft. In diesem Zusammenhang entstehende Rachegefühle könnten sich in russischem Handeln niederschlagen. So könnte auch das Timing des Angriffs auf drei ukrainischen Marineboote in der Straße von Kertsch am 25. November 2018 auf einen Zusammenhang mit den Ereignissen im kirchlichen Bereich hindeuten.

Außenpolitische Schwächung Russlands

Auch auf das Verhältnis zwischen Staat und Kirche in Russland hat der neue Status der ukrainischen Kirche wichtige Auswirkungen. So hat die Tatsache, dass es der Russischen Orthodoxen Kirche (ROK) nicht gelungen ist, ihre Machtstellung in der Ukraine aufrechtzuerhalten, die bereits bestehende Machtasymmetrie zwischen Staat und Kirche zugunsten des Staates verstärkt. Die Schwächung der ROK in der Ukraine mindert auch den russischen Einfluss auf das Land, da die ROK bislang eine bedeutende Möglichkeit darstellte, der ukrainischen Gesellschaft politische und kulturelle Botschaften zu vermitteln. Und schließlich sendet die Unabhängigkeit der ukrainischen Kirche ein Signal an die Führungen und Bevölkerungen anderer postsowjetischer Staaten, dass Moskaus Einfluss tendenziell abnimmt.

Auch wenn die Entstehung der Orthodoxen Kirche der Ukraine mit Problemen behaftet ist, stellt sie einen wichtigen Beitrag zum Prozess der Nationsbildung sowie zur nationalen Souveränität des Landes dar. Wichtig wird sein, dass ukrainische Politiker mit dieser Entwicklung sensibel umgehen und sie im Sinne einer gesellschaftlichen Konsolidierung nutzen, anstatt sie ausschließlich für ihre eigenen Zwecke zu instrumentalisieren.

Dr. Susan Stewart forscht an der Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) u.a. zur Innen- und Außenpolitik der Ukraine. Die Stiftung berät Bundestag und Bundesregierung in allen Fragen der Außen- und Sicherheitspolitik. Der Artikel erscheint auf der SWP-Homepage in der Rubrik »Kurz gesagt«.: Susan Stewart, EA 11

 

 

 

Deutschland: Ökumenisches Institut für Friedenstheologie

 

19 evangelische und katholische Theologinnen und Theologen haben am 12. Januar in Köln ein neues Institut gegründet. Dieses sei im Raum der Volkskirchen die erste Forschungseinrichtung, die sich auf friedenstheologische Fragen spezialisiert habe, so die Gründer.

Der im Internationalen Versöhnungsbund und im „Forum Friedensethik Baden“ aktive Elsässer Religionspädagoge Theodor Ziegler erläuterte: „In mehreren evangelischen Landeskirchen und in der katholischen Kirche wird derzeit verstärkt über das Thema Frieden nachgedacht. Man erkennt zunehmend, dass bei internationalen Konflikten nicht das Militär, sondern nur gewaltfreie Mittel nachhaltig zu Sicherheit und Frieden führen. Mit unserem Institut wollen wir diese friedensethischen Prozesse theologisch unterstützen und begleiten.“

Noch gesucht: Fester Sitz

Das Institut, das noch keinen festen Sitz hat, versteht sich nach Absicht der Gründer als „Vernetzungsstelle friedenstheologischer Projekte“. Geplant seien Seminare, Veröffentlichungen und Stellungnahmen. Es gehe um friedenstheologische Fragestellungen und Forschungsprojekte im weitesten Sinn. Dabei wollen die Initiatoren „klassisch-theologische Grundfragen in Hinsicht auf Theorie und Praxis der Gewaltfreiheit neu denken und artikulieren“ und „aktive Gewaltfreiheit in die kirchliche und wissenschaftlich-theologische Debatte“ einbringen. Zudem suche man den kontinuierlichen Austausch mit kirchlichen Gruppen, die sich für Frieden, Gerechtigkeit und die Bewahrung der Schöpfung engagierten.  (kna 16)

 

 

 

Deutschland: Über 2.300 Jugendliche beim Weltjugendtag dabei

 

Die Vorbereitungen auf den Weltjugendtag in Panama sehen die Organisatoren auf gutem Wege. Etwa 200.000 Pilger haben sich bereits angemeldet, davon die meisten aus Lateinamerika. Auch etliche Deutsche werden dabei sein.

Mario Galgano und Rebecca Lo Bello – Vatikanstadt

 

Pfarrer Dirk Bingener ist Bundespräses des Bundes der deutschen katholischen Jugendlichen (BDKJ) und freut sich auf den Weltjugendtag in Panama, der vom 22. bis 27. Januar stattfindet. Im Gespräch mit Vatican News erläutert er, wer aus Deutschland nach Panama reisen wird.

 2.300 junge deutsche Pilger begleitet Pfarrer Bingener: „Das übertrifft unsere Erwartungen“, so der Bundespräses des BDKJ, schließliche finde der Weltjugendtag nicht während der Schulferienzeit statt.

Das Großereignis zu dem auch Papst Franziskus erwartet wird, ist erstmalig in Mittelamerika. Vor den eigentlichen Haupttagen des Welttreffens in Panama-Stadt verbringen viele Teilnehmer einige „Tage der Begegnung“ in Gastfamilien in Diözesen in ganz Panama sowie im Nachbarland Costa Rica. Von diesen Begegnungen erhofft sich Pfarrer Bingener sehr viel.

Auch Deutsche sollten dabei sein, weil...

Es sei wichtig, dass auch deutsche Jugendliche zum Weltjugendtag pilgern. Die Bedeutung einer solchen Veranstaltung sieht der Bundespräses des Jugendverbandes vor allem auch im Hinblick auf die Jugendsynode 2018. „Der Weltjugendtag in Panama stellt diesbezüglich den ersten Praxistest dar“, so  Bingener.

Was die jungen Teilnehmer in Panama erleben und sehen werden, seien auch die sozialen Probleme des Landes: Die Hauptstadt mit ihren Wolkenkratzern und dem großen Kanalhafen vermittele ein Bild von Reichtum und wirtschaftlichem Erfolg. Dennoch lebe ein großer Teil der rund 3,6 Millionen Einwohner in Armut. „Der Weltjugendtag bietet auch die Möglichkeit über den eigenen Tellerrand hinweg zu schauen“, sagt Pfarrer Bingener.

Sich für Gerechtigkeit einsetzen

„Teilt das, was ihr habt und setzt euch für Gerechtigkeit ein.“ Diese Botschaft wollen die über 100 Teilnehmerinnen und Teilnehmer aus dem Bistum Trier mit auf den Weltjugendtag nach Panama nehmen. Mit diesen Worten hatte sich Weihbischof Jörg Michael Peters, der die Gruppe begleitet,  an die Jugendlichen in seinem Bistum gewandt. 

Es handele sich nicht einfach um einen Urlaub, betont Weihbischof Peters. „Es wird auch darum gehen, dass wir intensiv den Glauben unter Gleichaltrigen vertiefen“, so Peters. Was er den Teilnehmern in Panama wünscht, sei „gute Gemeinschaft“ zu erleben, so der Trierer Weihbischof. (vn 12)

 

 

 

Papst sieht Populismus und Nationalismus mit Sorge

 

Papst Franziskus sorgt sich um die politischen Entwicklungen der Welt. Populismus und Nationalismus seien auf dem Vormarsch, ähnlich wie in der Zwischenkriegszeit des 20. Jahrhunderts, sagte der Papst den beim Heiligen Stuhl akkreditierten Diplomaten, die er am Montag zur traditionellen Neujahrsansprache empfing.  Gudrun Sailer - Vatikanstadt

 

Über die Diplomaten richtete Franziskus einen Appell an die Nationen, Freundschaft und Zusammenarbeit untereinander zu erneuern und bewusst auf das multilaterale System zu setzen, das heute vor Schwierigkeiten steht. Populismus und Nationalismus, sagte der Papst, schwächten das Miteinander der Völker und führten „zu einem allgemeinen Vertrauensmangel, zu einer Glaubwürdigkeitskrise der internationalen Politik und einer fortschreitenden Marginalisierung der schwächsten Mitglieder der Völkerfamilie“. Franziskus kritisierte das Überhandnehmen einseitiger, nur auf die jeweilige Nation bezogener Antworten auf komplexe Fragen zu Lasten der internationalen Organisationen.

Als Voraussetzungen für den Erfolg der multilateralen Diplomatie nannte er guten Willen, Treue und Glauben der Gesprächspartner, Bereitschaft zu einer ehrlichen und aufrichtigen Auseinandersetzung und den Willen, Kompromisse anzunehmen. „Wo auch nur eines dieser Elemente fehlt“, sagte der Papst, überwiege die Suche nach einseitigen Lösungen „und letztlich die Unterdrückung des Stärkeren über den Schwächeren“.

Emotionelle politische Antworten lösen keine Probleme

Über weite Strecken seiner diesjährigen Diplomatenrede orientierte sich Franziskus an seinem Vorgänger Papst Paul VI., den er im Oktober heiliggesprochen hatte. Paul VI. hatte 1965 als erster Papst vor der UNO eine Rede gehalten, und Franziskus griff diese Rede in ihren Eckpunkten auf.  Mit Paul VI. sprach er über den Vorrang von Gerechtigkeit und Recht, über die Verteidigung der Schwächsten, das Bauen von Frieden, und das Neubedenken unseres gemeinsamen Schicksals.

Regierende hätten sehr wohl auf die Stimmen ihrer Völker zu hören, sagte der Papst, dies verlange aber „die Einhaltung des Rechts und der Gerechtigkeit sowohl innerhalb der nationalen Gemeinschaften wie auch auf internationaler Ebene“. Staatenlenker, die auf „reaktive, emotionelle und übereilte Lösungen“ setzten, könnten damit kurzlebige Erfolge erzielen, „aber gewiss nicht zur Lösung der grundsätzlichen Probleme beitragen“, im Gegenteil. Politik müsse immer Weitblick haben, und Politiker sollten „keine Räume besetzen, sondern Prozesse in Gang bringen“, so zitiert Franziskus aus seinem eigenen Schreiben „Evangelii Gaudium“. Den Menschenrechten komme eine zentrale Rolle zu, und der Papst empfahl, „ihren universalen, objektiven und vernünftigen Charakter wieder neu zu entdecken“.

Im Punkt Verteidigung der Schwächsten benannte Franziskus zunächst Kriegsopfer, vor allem jene aus Syrien, und Flüchtlinge. Hier dankte er Jordanien, dem Libanon und verschiedenen Ländern Europas, die „großzügige Gastfreundschaft gewährt“ hätten. Abermals warb der Papst für die Aufnahme von Migranten. „Jeder Mensch sehnt sich nach einem besseren und glücklicheren Leben, und die Herausforderung der Migration kann weder durch die Logik der Gewalt und der Aussonderung gelöst werden noch durch Teillösungen.“

Das Wort „Mauer“ vermied der Papst an dieser Stelle, doch schwang es mit, als er von den „Migrationswellen dieser Jahre“ sprach, die „vor allem in Europa und Nordamerika Misstrauen und Sorge hervorgerufen“ hätten. Da bestehe heute die Tendenz, die ankommenden Ströme „stark zu begrenzen“. Auf eine so universelle Frage wie Migration könnten aber „keine Teillösungen gegeben werden“, unterstrich Franziskus. Nötig sei eine gemeinsame Antwort aller Länder, die alle berechtigten Ansprüche respektiere, „sowohl der Staaten als auch der Migranten und Flüchtlinge“. Ausdrücklich lobte der Papst die Anliegen der beiden jüngst verabschiedeten UNO-Vereinbarungen, den „Globalen Pakt für Flüchtlinge“ und den „Migrationspakt“. Gerade letzterer sei „ein wichtiger Bezugspunkt“ für den politischen Einsatz und das Handeln internationaler Organisationen. Etliche Länder wie die USA, Australien, Österreich, Ungarn, Polen und Israel hatten den Migrationspakt nicht unterzeichnet.

Schutz für Kinder, Frauen und Arbeiter

Als weitere Personengruppen, die besonderen politischen Schutz brauchten, nannte der Papst Jugendliche, Kinder, Frauen und Arbeiter. Der Passus über die Kinder enthielt ein deutliches Schuldbekenntnis über Missbrauch durch Kleriker. Um Gewalt gegen Frauen zu vermeiden, seien „Formen rechter und ausgewogener Beziehungen wieder neu zu entdecken“. Weniger hilfreich seien dagegen Versuche, die Unterschiede zwischen den Geschlechtern zu verwischen, sagte Franziskus mit Blick auf Auswüchse der Gender-Theorie.

In Sachen Frieden ließ der Papst einige Fortschritte auf der Welt Revue passieren: Die Aussöhnung zwischen Äthiopien und Eritrea, der Südsudan, überhaupt fand Franziskus lobende Worte für Afrika; der Kontinent weise „eine positive Dynamik auf“, die „in seiner alten Kultur und traditionellen Aufnahmebereitschaft wurzelt“. „Mit Gefallen“ schaue der Heilige Stuhl auch auf den Dialog zwischen Nord- und Südkorea.

Vatikan und China

Franziskus erinnerte auch an das vorläufige Abkommen zwischen dem Heiligen Stuhl und der Volksrepublik China über die Ernennung von Bischöfen und sagte, er hoffe, das Abkommen werde dazu beitragen, offene Fragen zu lösen und den notwendigen Raum für einen effektiven Genuss der Religionsfreiheit zu schaffen. Er sprach von der schwierigen Lage in der Ukraine und erinnerte an die humanitäre Initiative der katholischen Kirche zugunsten der Zivilbevölkerung, den Krieg in Syrien und im Jemen, die Situation im Irak und die Krise im Nahen Osten, in der Hoffnung auf die Lösung der beiden israelischen und palästinensischen Staaten und die Verteidigung der Christen in der Region, im Kampf gegen die Versuche, „die Feindschaft zwischen Muslimen und Christen zu beenden". Er erinnert auch an den 30. Jahrestag des Falls der Berliner Mauer, ein Symbol für den Beginn einer Reise der Freundschaft und Annäherung zwischen den Völkern.

Für Abrüstung und gemeinsamen Klimaschutz

Neuerlich lancierte der Papst einen Appell zur nuklearen Abrüstung und zeigte sich besorgt über Waffenhandel im großen Stil sowie den zunehmenden Kauf von Kleinwaffen auch auf individueller Ebene. Franziskus rief auch zu mehr internationaler Zusammenarbeit in der Klimafrage auf. „Die Erde gehört allen, und die Folgen ihrer Ausbeutung fallen auf die gesamte Weltbevölkerung zurück“, so der Papst vor den Diplomaten aus allen Erdteilen.

Der Heilige Stuhlt unterhält diplomatische Beziehungen zu 183 Staaten. Er wird auf vielen Seiten als überparteilicher Gesprächspartner geschätzt. (vn 7)

 

 

 

Nationalistische Tendenzen und internationale Aufgaben

 

Kirche ist keine NGO, niemand betont das häufiger als Papst Franziskus. Aber gleichzeitig gilt auch, dass Kirche sich einmischen muss. Und dass es Berührungspunkte zwischen Papst und Politik gibt. Geben muss.

Es war eine lange, lange Ansprache an diesem Montag, die Papst Franziskus wie jedes Jahr vor den versammelten Botschafterinnen und Botschaftern hielt. Und wie immer gab es Grundsätzliches. Es war nicht das erste Mal, immer wieder nimmt der Papst zu gesellschaftlichen und damit politishen Themen Stellung. Wenn es um Armut, um Jugendarbeitslosigkeit, um Schöpfung bzw. Umwelt, um Flüchtlinge und so weiter geht, kann Kirche nicht still bleiben, will sie dem Glauben treu sein. Papst Franziskus ist auch nicht der erste Papst, ich erinnere nur an die Bundestagsrede von Papst Benedikt XVI.

Mit oder gegen

An diesem Montag war es also wieder soweit. Und nachdem der das Abkommen mit China, die wachsenden Beziehungen zu Vietnam und andere Entwicklungen gewürdigt hatte, kam er zu seinem Zentralanliegen, das er abschließend ausbuchstabierte. Im Zentrum stand die Frage nach internationaler Zusammenarbeit.

Ansatzpunkt war für ihn der Völkerbund, der im nun angebrochenen Jahr 100 Jahre alt wird. Alt würde, gäbe es ihn noch. „Warum einer Organisation gedenken, die heute nicht mehr existiert? Weil sie den Anfang der modernen multilateralen Diplomatie darstellt, mittels der die Staaten versuchen, die gegenseitigen Beziehungen der Logik der Vorherrschaft entziehen, die zum Krieg führt.“

Papst und Politik und Völkerbund

Das Experiment ist schief gegangen, statt der Abschaffung dieser Kriegs-Logik kam ein zweiter grausamer Krieg, der Zweite Weltkrieg. Aber die Vereinten Nationen, die danach die Stelle des Völkerbundes einnahmen, ziehen diese Linie weiter, „ein Weg gewiss besät mit Schwierigkeiten und Gegensätzlichkeiten; nicht immer wirksam, da auch heute die Konflikte leider fortbestehen; aber doch immer eine unbestreitbare Gelegenheit für die Nationen, einander zu begegnen und nach gemeinsamen Lösungen zu suchen.“

Ist das naiv? Sind die UN nicht vielmehr ein Forum der Partei- und Nationalpolitik? Wo je nach Eigeninteresse blockiert wird? Und ist es nicht auch so, dass der Vatikan selber nicht bei allem mitmacht? Mitmachen kann? Stimmt schon. Aber wenn wir es nicht Naivität nennen, sondern guten Willen, dann wird was draus.

Multilateral

„Unverzichtbare Voraussetzung für den Erfolg der multilateralen Diplomatie sind der gute Wille sowie Treu und Glauben der Gesprächspartner, die Bereitschaft zu einer ehrlichen und aufrichtigen Auseinandersetzung und der Wille, die unvermeidlichen Kompromisse anzunehmen, die sich aus dem Vergleich der Parteien ergeben.“ Schön wär’s, ist man versucht zu sagen. Der Papst fügte in seiner Rede auch an, dass beim Fehlen auch nur eines dieser Elemente die Unterdrückung des Schwächeren durch den Stärkeren folgt. Genau das sei beim Völkerbund passiert, un dieselbe Haltung gefährde auch heute die Leitung der wichtigsten internationalen Organisationen. Papst Franziskus ist also hoffnungsvoll, aber nicht blauäugig.

„Ich halte es daher für wichtig, dass auch in der gegenwärtigen Zeit der Wille zu einer sachlichen und konstruktiven Auseinandersetzung unter den Staaten nicht schwinde, auch wenn es offenkundig ist, dass die Beziehungen innerhalb der internationalen Gemeinschaft und das multilaterale System in seiner Gesamtheit durch das erneute Aufkommen nationalistischer Tendenzen schwierige Augenblicke erleben“: Der nächste Schritt seiner Überlegungen, die Identifizierung des Problems. Es heißt ‚nationalistische Tendenzen‘ und ist in etwa das Equivalent zu dem, was im geistlichen Raum um-sich-selbst-Kreisen ist.

Wider nationalistische Tendenzen

Diese Tendenzen wachsen auch auf der Unfähigkeit der internationalen Organisationen, wirkliche Lösungen zu schaffen, oft genug sehen wird das überall auf der Welt. Durch die Organisationen setzen  sich doch nur wieder die Starken durch. Aber auch das hat seine Gründe, er zählt eine ganze Liste auf. Um dann wieder seinen Ausgangspunkt, den Völkerbundm aufzugreifen:

„Einige dieser Haltungen weisen zurück auf die Zwischenkriegszeit, als die populistischen und nationalistischen Tendenzen sich gegenüber der Tätigkeit des Völkerbundes durchsetzten. Das erneute Auftreten solcher Strömungen heute schwächt allmählich das multilaterale System und führt zu einem allgemeinen Vertrauensmangel, zu einer Glaubwürdigkeitskrise der internationalen Politik und einer fortschreitenden Marginalisierung der schwächsten Mitglieder der Völkerfamilie.”

Aber wie denn? Appelle reichen nicht aus, von denen haben wir schon genug und vielleicht zu viel gehört, allgemein werden sie Sonntagsreden genannt. Diese Papstrede war keine, und zwar einfach weil er schon oft mögliche Lösungswege aufgezeigt hat. Einen davon griff er an diesem Montag wieder auf: „Man muss daher die globale Dimension berücksichtigen, ohne die lokalen Gegebenheiten aus dem Blick zu verlieren.“ Nicht nur das Blicken auf Wahlsiege, aber auch nicht allein die Rettung der Welt allein schaffen es.

Trump und die offene Tür

Ein zweiter Punkt gerade wenn es um die spalterischen Formen von Politik geht ist die Papstformulierung, dass immer eine Tür offen bleibt. Gefallen ist sie zum Beispiel als der Papst nach seinem Umgang mit Donald Trump gefragt wurde. Selbstgerecht Urteile fällen ist das eine, nicht aufgeben und hartnäckig diese eine noch offene Tür suchen das andere. Noch einmal, das ist hoffnungsvoll und nicht blauäugig. Das wäre ein zweiter Weg, oder besser eine Haltung: Hartnäckigkeit, immer weiter suchen, immer weiter fragen und nicht aufgeben.

Ein drittes Element – nicht notwendigerweise ein letztes, es gibt noch andere – ist die Frage der Perspektive. Der Kern des Politischen ist in der Formulierung „Their problems are our problems” enthalten. So hatte Papst Franziskus dem US-Kongress mitgegeben. Wer sich nicht mit den eigenen Problemen zufrieden gibt, sondern Verantwortung für andere übernimmt, macht sich ihre Probleme zu eigen. Und er bekommt auch Probleme, die er sich gar nicht ausgesucht hat. Klimafragen, Hunger, Zugang zu Wasser, etc.

Also, retten wir die Welt. Machen wir sie wenigstens ein wenig besser. Das ist christlich. Und es ist eminent politisch. Pater Bernd Hagenkord, VN 7

 

 

 

Seenotretter-Debatte: Kirche gegen Politik

 

In der Debatte um die vor Malta blockierten Rettungsschiffe hat sich Chietis Erzbischof Bruno Forte gegen Italiens Innenminister Matteo Salvini gestellt. Menschen unter solchen Bedingungen zu helfen, sei ein „moralischer Imperativ", sagte Forte.

Der Erzbischof ist auch Mitglied der Päpstlichen Akademie für Theologie. Er äußerte sich im Gespräch mit dem „Corriere della Sera" (Montag). Wenn man die vorrangige Forderung nach Solidarität mit den Schwächsten vergesse, werde „jede Barbarei möglich", zitiert ihn die Zeitung.

 

Innenminister Salvini hatte nach einem Hilfsappell von Papst Franziskus an die Regierungen in Europa beim Angelusgebet an diesem Sonntag seine Ablehnung einer Aufnahme der Migranten bekräftigt. Er handele im Interesse der Italiener; auch Katholiken stünden hinter ihm, so Salvini. Erzbischof Forte entgegnete im „Corriere", Salvini brauche keine Lektionen in katholischer Lehre zu erteilen; „dafür gibt es den Papst, der das sehr gut und mit Klarheit macht". 

„Propagandistische Unwahrheiten"

Warnungen vor einer Invasion von Migranten seien „propagandistische Unwahrheiten", so der Erzbischof. Die Zahl von Nicht-EU-Ausländern in Italien habe sich seit 2017 vermindert. Zudem trügen Zuwanderer überdurchschnittlich zur Wirtschaftsleistung des Landes bei. 

Unterdessen teilte die deutsche Rettungsorganisation „Sea Eye" mit, die Lebensmittel- und Treibstoffvorräte auf dem Schiff „Professor Albrecht Penck" würden knapp. „Wenn das so weitergeht, dann werden wir Malta in Kürze um Unterstützung und Auffüllung unserer Vorräte bitten müssen", so Einsatzleiter Jan Ribbeck am Montag. Weiter berichtete er von schwierigen hygienischen Bedingungen. Das Schiff sei für längere Personentransporte ungeeignet.

Die „Professor Albrecht Penck" ist seit 29. Dezember mit 17 Geretteten auf dem Mittelmeer. Die „Sea-Watch 3" der Organisation „Sea Watch" wartet mit 32 Migranten bereits seit 22. Dezember auf einen Hafenzugang. (kap 7)

 

 

 

Rede von Bundeskanzlerin Merkel beim Empfang der Sternsinger am 7. Januar 2019 im Bundeskanzleramt

  

Sehr geehrter Herr Prälat Krämer, sehr geehrter Herr Pfarrer Bingener und vor allem Ihr, liebe Sternsinger, ich freue mich in diesem Jahr ganz besonders, dass Ihr hierhergekommen seid, denn manche hatten einen

ziemlich beschwerlichen Weg, weil es nicht überall so aussieht wie in Berlin, sondern in einigen Teilen Deutschlands ja sehr viel geschneit hat. Deshalb danke dafür, dass auch die, die aus Bayern und aus dem Süden Deutschlands kommen, den Weg hierher geschafft haben.

 

Ich freue mich jedes Jahr, wenn Ihr kommt und damit das neue Jahr sozusagen einläutet und diesem Haus den Segen für die Arbeit gebt. Das sage ich auch im Namen der hier Arbeitenden, auch der beiden Staatsminister, die heute dabei sind, Monika Grütters und Herr Hoppenstedt. Eure Anwesenheit ist immer etwas ganz Besonderes für uns. Denn die Farbigkeit eurer Kostüme, die Musik, die Fröhlichkeit und der Segen – das haben wir nicht alle Tage; und das muss dann für 365 Tage reichen, bis Ihr wiederkommt.

 

Ihr seid also Segensbringer – und Ihr seid Botschafter. Eure Botschaft ist: „Wir gehören zusammen.“ Das haben wir auch durch das Anfassen miteinander gezeigt. Dass Ihr in diesem Jahr besonders auf die Situation von Kindern mit Behinderung aufmerksam macht, finde ich sehr wichtig. Das betrifft nicht nur ein Projekt in einem Land, sondern das ist etwas ganz Generelles. Ihr habt das ja eben an verschiedenen Beispielen deutlich gemacht. Viele Kinder mit Behinderung könnten so viel machen, wenn man ihnen manchmal mehr helfen und kleine

Unterstützungen geben würde. Das ist leider nicht überall möglich.

 

Die meisten Menschen mit Behinderung leben in Entwicklungsländern. Dort ist es oft schon für die Menschen, die keine Behinderung haben, sehr schwer, überhaupt das Leben zu gestalten, aber dann erst recht das Leben mit Behinderung. Oft reichen auch das Wissen und die Kraft nicht aus. Oft werden diese Menschen auch ausgegrenzt. Wenn man ihnen Hilfen geben kann – Sehhilfen, Hörhilfen, Hilfsmittel wie zum Beispiel Rollstühle –, dann wird vieles schon sehr viel besser.

 

Für uns in Deutschland ist das zum Teil selbstverständlich. Vielleicht kennt auch Ihr aus der Bekanntschaft oder aus der Schule Menschen, die Behinderungen haben. Aber seien wir einmal ganz ehrlich: Auch wenn wir materiell alles haben, werden Menschen, die ein bisschen anders sind, manchmal auch ganz schön gehänselt und haben es nicht so einfach. Deshalb ist es selbst in einem reichen Land ganz wichtig, dass wir mit Menschen mit Behinderung so umgehen, dass wir ihre Würde immer respektieren und uns einmal in sie hineinversetzen.

Auch das ist ja ein Teil Eurer Arbeit.

 

Aber in den Entwicklungsländern gibt es noch ganz andere Probleme. Kinder mit Behinderung leben oft zu Hause und können nicht in die Schule gehen. Sie werden auch oft in Kinderheimen untergebracht. Man möchte sie aus der Gesellschaft ausgrenzen. Die Eltern schämen sich manchmal, dass sie Kinder haben, die nicht so sind wie die anderen. Deshalb ist es ganz, ganz wichtig, dass Ihr diese jungen Menschen in den Mittelpunkt stellt.

 

Wenn Kinder keine oder nur schlechte Möglichkeiten haben, etwas zu lernen oder sich gut zu entwickeln, wenn sie keine Unterstützung erfahren, wenn sie nicht wissen, was in der Zukunft aus ihnen wird, dann läuft natürlich etwas ganz falsch. Damit dürfen wir uns niemals abfinden, auch wenn die Probleme riesig sind und

man gar nicht weiß, wo man zuerst anfangen soll. Viele Länder haben zwar Vereinbarungen unterschrieben – die Vereinten Nationen haben eine Konvention verabschiedet, die sehr viele Länder unterzeichnet haben –, aber die Realität, die Wirklichkeit, das, was man zu Hause erlebt, sieht oft ganz anders aus.

 

Deshalb setzen wir als Bundesregierung uns dafür ein, dass Menschen mit Behinderung, gerade auch Kinder, bessere Möglichkeiten haben. Ich sage ganz offen: Wir helfen in anderen Ländern, aber wir haben auch bei uns zu Hause noch viel zu tun. Denn Barrierefreiheit und vieles andere mehr – ich habe auch vom Ausgrenzen gesprochen –, das ist manchmal auch bei uns ein Problem. Das, was wir als Staat tun, ist wichtig und notwendig. Aber es ist gut und wichtig, dass es Euch gibt, weil das, was wir tun können, nicht ausreicht.

 

Deshalb sammelt Ihr in diesem Jahr Geld, um Kindern mit Behinderung in Peru und in vielen anderen Ländern der Welt zu helfen. Das kann darin bestehen, dass man spezielle medizinische Behandlungen gibt. Das kann darin bestehen, dass ein Schulbesuch ermöglicht wird. Das kann darin bestehen, dass Kinder eine Ausbildung bekommen, die sonst keine Ausbildung bekämen. Deshalb freue ich mich, dass Ihr zwei Reha-Zentren für Kinder und Jugendliche im Amazonasgebiet in Peru unterstützt. Dort herrscht ganz große Armut. Ihr werdet sicherlich

darüber gesprochen haben. Dass sich für diese Kinder etwas bewegt, etwas ändern wird, dass sie Hoffnung für ihre Zukunft haben – das ist etwas ganz Schönes zu Beginn des Jahres 2019.

 

Ihr macht aber mehr. Ihr sammelt nicht nur für diese Projekte. Dass es Euch gibt, und so viele davon, dass es die Betreuer gibt – genau das ist auch die Botschaft an uns alle und an die Menschen, die Ihr besucht: Macht doch auch etwas; jeder kann einen kleinen Beitrag leisten. Ich hoffe, Euch haben sich viele Türen geöffnet und Ihr habt freundliche Menschen getroffen. Denn wir hier in Deutschland sind im Durchschnitt, verglichen mit anderen, doch eben sehr viel besser dran. Auch wer nur ein kleines bisschen hilft, der kann schon einen Beitrag dazu leisten, dass sich woanders das Leben eines Menschen verändert.

 

Im vergangenen Jahr habt Ihr mit fast 49 Millionen Euro so viel Geld gesammelt wie noch niemals zuvor. Damit konnten viele, viele gute Projekte verwirklicht werden. Ich hoffe natürlich, dass es dieses Jahr wieder so gut wird und dass Ihr mindestens so viel sammelt. Aber wir wollen erst einmal abwarten, bis alles zu Ende ist.

 

Ich wünsche Euch weiterhin viel Freude. Ich danke Euch, dass Ihr Euch von so jungem Alter – wir haben heute ja auch ganz kleine Könige dabei – bis hinauf fast schon ins Alter von Jugendlichen auf den Weg gemacht habt und auch uns hier im Kanzleramt in Berlin besucht. Damit auch in diesem Jahr wieder etwas zusammenkommt, habe ich natürlich auch eine Spende für Euch. Vielleicht hat auch jemand eine Schatulle, mit der er zu mir kommen könnte. Ich wünsche Euch alles Gute; und ich wünsche auch, dass die Projekte wirklich gut gelingen mögen. Pib 7

 

 

 

Frankreich: Lourdes organisiert 2019 ein „Bernadette-Jahr"

 

Die Stadt Lourdes organisiert 2019 ein „Bernadette-Soubirous-Jahr“. Im Rahmen von verschiedenen Veranstaltungen soll an die Heilige erinnert werden, die Lourdes zu einer der bedeutendsten Marienwallfahrtsstätten Europas gemacht hat.

Der aus ärmlichen Verhältnissen stammende Bernadette Soubirous  (1844-1879) soll  im Alter von 14 Jahren 18 Mal die Jungfrau Maria erschienen sein. 1891 wurde die Erscheinung von Papst Leo XIII. anerkannt. Papst Pius XI. sprach die Ordensschwester aus Lourdes 1933 heilig.

„Das Jahr 2019 hat eine besondere Bedeutung, denn es markiert Bernadettes 175. Geburtstag und 140. Todestag“, begründete die Bürgermeisterin von Lourdes, Josette Bourdeu, die Entscheidung gegenüber der Nachrichtenagentur cath.ch. Das „Bernadette-Jahr“ sei zudem eine Chance, „die Stadt weiter zu verbessern.“ 2018 hatte Lourdes den 160. Jahrestag der Marienerscheinungen gefeiert.

Motto: Selig die Armen

Das Motto des neuen Pilgerjahres lautet „Selig die Armen“, auch in Anspielung auf das Leben der Heiligen selbst. Aufgrund ihrer Erfahrungen materieller Armut und körperlichen Leidens könne sie eine Hoffnungsträgerin für Menschen sein, die ihrerseits „soziale Armut“ oder „psychisches Leid“ erfahren.

Anfang Februar wird die Stadt Lourdes die im Rahmen des „Bernadette-Jahres“ organisierten Veranstaltungen vorstellen. Ein bereits feststehender Programmpunkt ist das Musical „Bernadette von Lourdes“, das am 1. Juni 2019  in Lourdes uraufgeführt wird.

Vom 8. bis 11. Februar 2019 organsiert der Wallfahrtort zudem eine große Konferenz zum Thema Armut, an der rund 700 Menschen teilnehmen werden. Während diesen Zeitraums werden auch rund 20.000 Pilger erwartet, die am 11. Februar gemeinsam an die Erscheinung der Jungfrau Maria erinnern werden.

(cath.ch  9)

 

 

 

„Lebendige Instrumente für ein gutes Zusammenleben“

 

Kardinal Marx würdigt 10. Jahrestag der Unterzeichnung des Staatskirchenvertrags in Schleswig-Holstein

 

„Moderne Staatskirchenverträge sind lebendige Instrumente für ein gutes Zusammenleben in der Gesellschaft. Wenn ein Vertrag nicht gelebt wird, wird er zur Dekoration und nicht zu einem Instrument, das die Wirklichkeit, das reale Leben, bestimmt.“ Diese Auffassung hat heute (7. Januar 2019) der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, in Kiel vertreten. „Christen haben den Weltauftrag, die Gesellschaft mit einem Blick nach vorn zu gestalten. Eine reine Rhetorik der Bewahrung bringt keine Zukunft. Die Frage muss weitergestellt werden, wenn wir als Christen in der Gesellschaft leben wollen: Aus der Erfahrung von früher die Zukunft angehen und nicht die Vergangenheit verklären.“

 

Kardinal Marx sprach während einer Feierstunde anlässlich des 10. Jahrestages der Unterzeichnung des Vertrags zwischen dem Land Schleswig-Holstein und dem Heiligen Stuhl. Dazu eingeladen hatten der Ministerpräsident des Landes Schleswig-Holstein, Daniel Günther, und der Erzbischof von Hamburg, Erzbischof Dr. Stefan Heße.

 

Die Trennung von Kirche und Staat gehöre zum christlichen Glauben, so Kardinal Marx. Gleichzeitig sei der Staat der Religion gegenüber nicht gleichgültig. „Wo aber Religion in politische Konzepte eingebaut wird, muss man aufmerksam hinschauen, ob da alles richtig läuft“, so Kardinal Marx. Wachsamkeit und Verantwortungsbewusstsein müssten kirchlich und politisch Hand in Hand gehen. So sehr der Staat vom christlichen Menschenbild geprägt sei, so sehr sei es notwendig, dass der Staat den Menschen nicht zu einer religiösen Überzeugung zwingen könne. Ein Staatskirchenvertrag, sagte Kardinal Marx, sei in diesem Zusammenhang Ausdruck für das gute Miteinander von Kirche und Staat. Die längerfristige Bindung des Staates durch einen Vertrag respektiere gleichzeitig das unabhängige Wirken der Kirche. „Die Kirche darf aber nicht vergessen, dass sie Teil der Zivilgesellschaft ist. Wir als Christen müssen deshalb unsere Verantwortung übernehmen, in einer offenen Gesellschaft aktiv mitzuwirken. Gleichzeitig wird die Frage bleiben und uns in den kommenden Monaten umso mehr prägen: Was hält die Gesellschaft zusammen?“ Zusammenhalt könne nur in Freiheit geschehen, die in Verantwortung eines jeden einzelnen wahrgenommen werde. „Wir dürfen dankbar sein, dass der Staat die Kirche hier stets als aktiven Partner sieht. Auch das drückt ein Staatskirchenvertrag aus“, betonte Kardinal Marx. Die Tradition der Staatskirchenverträge sei – nach wie vor – ein Zeichen für eine lebendige Demokratie.

 

Ministerpräsident Günther würdigte den Staatsvertrag als ausgezeichnetes Werk für das Zusammenwirken von Kirche und Staat. „Damit ist seit zehn Jahren eine hervorragende Grundlage für eine vertrauensvolle Zusammenarbeit gelegt. Ein Staatsvertrag muss immer neu gelebt werden. Dazu dient diese Feierstunde. Wir dürfen uns als Christen in öffentliche Debatten mit einbringen. Das gelingt den beiden großen Kirchen und ist eine Errungenschaft, die in den letzten Jahren gewachsen ist“, so Ministerpräsident Günther.

 

Der Apostolische Nuntius, Erzbischof Dr. Nikola Eterovi?, sagte in seinem Grußwort, dass der noch junge Staatsvertrag ein gutes Beispiel für verlässliche Beziehungen zwischen Staat und Kirche sei. „Es ist gut zu wissen, dass Verträge ihre Gültigkeit behalten, auch wenn Regierungen wechseln. Das ist ein Zeichen von Kontinuität. Wir sind dankbar, dass mit dem Vertrag das Land und die Kirche in freundschaftlicher Weise miteinander arbeiten und auch schwierige Themen offen diskutieren können“, so Erzbischof Eterovi?. Die säkulare Gesellschaft brauche ethische und moralische Werte. Hier liege eine Verantwortung des Staates und der Kirche.

Hintergrund. Am 12. Januar 2009 wurde in Kiel der Vertrag zwischen dem Land Schleswig-Holstein und dem Heiligen Stuhl unterzeichnet. Seitdem gibt es nicht nur eine völkerrechtliche Verbindung zwischen den Vertragsparteien, sondern damit gilt im nördlichsten Bundesland zugleich der jüngste Staatskirchenvertrag. Unterzeichnet wurde er damals von Schleswig-Holsteins Ministerpräsident Peter Harry Carstensen und dem Apostolischen Nuntius in Deutschland, Erzbischof Jean-Claude Pérriset. Dbk 7

 

 

 

„Jesus Christus ist der Retter aller Völker“

 

Fulda. „Jesus ist der Christus, der Retter: nicht nur für die Hirten, nicht nur für das auserwählte Volk, sondern für alle Völker, alle Zeiten.“ Dies unterstrich der emeritierte Fuldaer Bischof Heinz Josef Algermissen am Sonntagmorgen im Hohen Dom zu Fulda. In einem Pontifikalamt zum Hochfest der Erscheinung des Herrn (Epiphanie), auch bekannt als Dreikönigsfest, stellte der Oberhirte heraus, dass Gott jeden Menschen auf seine Weise rufe. „Es kommt darauf an, dass sie seinen Ruf hören und aufbrechen, sonst finden sie ihn nicht“, sagte er mit Bezug auf die drei Magier, die dem Stern nach Bethlehem folgten.

 

Gott führte die Sterndeuter zunächst nach Jerusalem. Doch die Sterne verblassten in dieser alten Königsstadt. Die irdische Macht und Gewalt sei blind für den neuen König und sein Reich gewesen. Sie habe Konkurrenz gewittert, die es auszuschalten galt. Die Priester und Schriftgelehrten gruben in ihren Buchstaben und wussten alles, doch sie bewegten sich nicht. „Die religiösen Führer wissen zwar Bescheid, wo es langgeht, aber sie selbst bleiben zu Hause. Eine schreckliche Vision von Kirche, die da aufsteigt: Sie weiß die richtigen Wege Gottes zu den Menschen, aber sie selber geht diese Wege nicht!“ Die heutigen Menschen gingen den Zug der Sterndeuter mit mit all den unterschiedlichen Erfahrungen, die ein jeder mit sich bringe. „Es ist nicht immer leicht, auf dem richtigen Weg zu bleiben. Da gibt es dunkle Erfahrungen, wo Gottes Sterne verblassen: Trauer, Enttäuschung, Verzweiflung auch geistliche Wüste und Trockenheit.“

 

„Vielleicht kann so beschrieben werden, was Kirche sein könnte und sollte und auch ist“, fuhr der Bischof fort: „Weggemeinschaft auf Christus hin; gegenseitige Stütze und Hilfe auf diesem Weg; solidarische Weggemeinschaft durch alle Dunkelheiten und Fragen hindurch, die unsere zerrissene und blutende Welt uns stellt.“ Von Menschen, die miteinander unterwegs seien, lasse Gott sich finden. Die Sterndeuter fanden das Ziel, zu dem sie unterwegs waren. Die Offenheit dieser Männer bezeichnete Algermissen als erstaunlich, denn sie hätten einen König erwartet und ein Kind irgendwo am Rande der Welt gefunden. Er interpretierte es so: „Sie legten Gott nicht auf ihre Erwartung fest, sondern waren offen für seine ganz neue, unerwartete Gestalt.“ Man dürfe auch heute Gott nicht einfach auf eine bestimmte Erscheinungsform festlegen, sondern müsse ihn so wahrnehmen, wie er sei. „Anbetung ist nicht Unterwerfung, sondern dankbares Anerkennen, dass Er sich von uns finden lässt, wie Er ist ? nicht, wie wir ihn haben wollen.“ Dies sei die „Urgebärde des freien Menschen“ (P. Alfred Delp SJ), der seine Bedürftigkeit erkenne. „Wir dürfen darauf vertrauen, dass Gott bei uns bleibt ? auch wenn wir das nicht immer spüren. Die Begegnung mit ihm ändert uns. Doch diese Änderung, diese Erfahrung muss dann wieder durch die Dunkelheiten unseres Lebens hindurch – bis wir ihn endgültig finden werden im Lichte seiner Herrlichkeit“, so der Bischof am Ende seiner Predigt. Bpf 7

 

 

 

 

Missbrauch: Wenn Priester zu Unrecht beschuldigt werden

 

Die andere Seite der Missbrauchsdebatte: Was, wenn Priester zu Unrecht beschuldigt werden? Darüber hat sich Dekan Paul Magino (66), Sprecher des Priesterrats der Diözese Rottenburg-Stuttgart, in einem Interview mit dem Portal katholisch.de geäußert.

Sähen sich Priester zu Unrecht mit Missbrauchsvorwürfen konfrontiert, so habe das sowohl kurzfristige als auch langfristige Auswirkung auf das Leben der Betroffenen. Oftmals würde der Vorwurf, trotz juristischer Unschuld, an den Betroffenen haften bleiben, so Magino, der sich selbst um des Missbrauchs verdächtigte Kleriker kümmert.

Er selbst kenne einen Fall, in dem ein Priester trotz Freispruch nicht von der neuen Gemeinde akzeptiert worden war, zu der es nach den haltlosen Vorwürfen gewechselt hatte. „Das lag auch daran, dass Personen aus seiner früheren Gemeinde die neue Gemeinde vor diesem Priester gewarnt haben“ sagte Magino im Interview.

In einem solchen Fall müssten die Diözesen und andere betroffene Einrichtungen „die Person schützen und rehabilitieren“.  Dabei setzt der Dekan auf effiziente Kommunikation: „Entscheidend ist, die Personen, die vom Verdacht erfahren haben, im selben Umfang über die Entlastung des Beschuldigten zu informieren“.

Allgemein sei wichtig, alle Fälle sexuellen Missbrauchs umfassend und transparent aufzuarbeiten, und zwar „mit allen Konsequenzen von Anfang an“.

(kath.de 8)