Notiziario religioso 10-23  febbraio 2020

 

Inhaltsverzeichnis

1.       A Francoforte si chiude la prima fase del cammino sinodale  1

2.       Il Papa intervistato in tv: "Credere in un Dio-padre, non in un Dio con bacchetta magica"  1

3.       Gli equilibri mutati. Vaticano, così finisce l’era dei «due Papi»  2

4.       Il 12 febbraio presentazione di “Querida Amazonia”, l’esortazione apostolica post-sinodale  2

5.       Le attività della Missione Cattolica Italiana di Kempten  2

6.       “Siamo tutti poveri in spirito, siamo mendicanti”  2

7.       “Le periferie esistenziali sono persone concrete”  3

8.       Scuola, il Papa si schiera con i prof: «Sempre sottopagati»  3

9.       Incontro Cei su Mediterraneo. Mons. Pizzaballa (Celra): “A Bari per dare un orientamento alle nostre comunità”  3

10.   L’offerta del Figlio al Padre e l’incontro con i fratelli. Presentazione del Signore al Tempio  4

11.   Una società è civile se solidale e compassionevole  4

12.   Documento di Abu Dhabi. Houshmand (teologa musulmana): “È un dattero dell’albero dell’incontro”  5

13.   Papa Francesco: “la vecchiaia non è una malattia”, “andate a cercare gli anziani che vivono soli”  5

14.   “È tanto importante che gli anziani e i giovani parlino fra loro”  5

15.   La dottrina cristiana: “Una realtà dinamica”  6

16.   Brexit: Comece, “anche se il Regno Unito non fa più parte dell’Ue, continua a far parte dell’Europa. Siamo destinati a vivere e lavorare insieme”  6

17.   “Le Beatitudini ti portano alla gioia, sempre”  6

18.   Giornata vita consacrata. Uomini e donne consacrati: esserci ovunque come Gesù  7

19.   Seguire Cristo: conversione, comunione e chiamata  7

20.   Riunione del KAB di Kempten e dell’Algovia Orientale  8

 

 

1.       Bischof Burger: Kirche ohne Frauen undenkbar 8

2.       „Leben im Sterben“. Ökumenische Woche für das Leben 2020 nimmt Sorge um Sterbende in den Blick  8

3.       Ökumenischer Kirchentag kommt in Frankfurt an  9

4.       Bistum Münster. „Sinnfluencer“ erzählen aus ihrem Alltag  9

5.       Generalaudienz: Papst Franziskus und die Armut im Geiste  9

6.       Synodaler Weg: So erlebten Beobachter die Synodalversammlung  10

7.       Vatikan: Soziale Ungleichheit an der Quelle bekämpfen  10

8.       Speyer. Bischof bei Machtfrage in der Kirche für Kulturwandel 10

9.       Papst beim Angelus: Stillstand passt nicht zur Kirche  10

10.   Rettung im Mittelmeer. Kirchliches Bündnis kauft Schiff zur Seenotrettung  11

11.   Synodaler Weg: „Perspektivwechsel“ und „Renovierung der Kirche“  11

12.   Erste Synodalversammlung des Synodalen Weges in Frankfurt beendet 11

13.   P. Hagenkord: So erlebe ich den Synodalen Weg  12

14.   Debatte über erste Synodalversammlung  12

15.   Italien: Bald neue Vaterunser-Bitte  13

16.   KAB Jahresauftakt IMPULS 2020 mit Prof. Dr. Gerhard Stanke  13

17.   Augsburg hat einen neuen Bischof 14

18.   Bertram Meier als Bischof für Augsburg: „Hirte und Herde gehören zusammen“  14

19.   Synodaler Weg: Erste Wegmarke in Frankfurt 14

20.   Kampf gegen Missbrauch „kein leichter Weg“  15

21.   Papst bei Generalaudienz: Vorwärts in Geduld, Armut, Dienst 15

22.   Drei Stimmen zum Synodalen Weg  15

23.   Prälat Dr. Bertram Meier wird neuer Bischof von Augsburg  16

24.   Katholikenräte rufen in Reformdebatte zur Mitarbeit auf 16

25.   Synodalversammlung des Synodalen Weges mit Gottesdienst in Frankfurt eröffnet 16

 

 

 

 

A Francoforte si chiude la prima fase del cammino sinodale

 

Si discuterà di potere nella Chiesa, vita sacerdotale, donne nei servizi e nei ministeri, amore e sessualità. Di Sarah Numico, da Francoforte

 

L’assemblea si è svolta a Francoforte dal giovedì 30 gennaio a sabato 1 febbraio ha rappresentato la “fase istruttoria” di questo percorso. “Sono fiducioso” ha commentato il card. Reinhard Marx, presidente dei vescovi tedeschi. “Le mie attese sono state realizzate” ha fatto eco Thomas Sternberg, presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk), che in termini paritetici conduce questo processo di dialogo tra laici e vescovi. Sono infatti 230 i partecipanti, per metà laici e per metà vescovi -  tutti i membri della Conferenza episcopale - sacerdoti, religiosi e religiose

Il cammino sinodale della Chiesa cattolica tedesca è cominciato. L’assemblea che si è svolta a Francoforte dal giovedì 30 gennaio a sabato 1 febbraio ha rappresentato la “fase istruttoria” di questo percorso. “Sono fiducioso” ha commentato il card. Reinhard Marx, presidente dei vescovi tedeschi, nella conferenza stampa conclusiva. “Le mie attese sono state realizzate” ha fatto eco Thomas Sternberg, presidente del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zdk), che in termini paritetici conduce questo processo di dialogo tra laici e vescovi. Sono infatti 230 i partecipanti, per metà laici e per metà vescovi –  tutti i membri della Conferenza episcopale – sacerdoti, religiosi e religiose. A Francoforte si è definito il regolamento di questo cammino, si sono tratteggiate le questioni in gioco per ciascuno dei temi scelti, sono stati identificati coloro che ora dovranno elaborare i testi su cui l’assemblea si confronterà, si è pregato. Ma non è stato un inizio semplice.

Potere e divisione dei poteri nella Chiesa; vita sacerdotale oggi; donne nei servizi e nei ministeri della Chiesa; amore e sessualità saranno i temi di lavoro di quattro forum,

i cui membri sono stati approvati dall’assemblea (con un po’ di malcontento perché sono solo 35 e quindi solo una parte dei componenti dell’assemblea). Lo “studio Mhg”, come viene sinteticamente chiamato lo sconvolgente lavoro pubblicato nel 2018 sul tema dell’abuso sessuale in ambito ecclesiale in Germania, indicava questi quattro come i nodi problematici che hanno creato il clima in cui sono stati possibili gli abusi. E a Francoforte sono state messe sul tavolo alcune delle questioni in gioco.

Potere: “Vere e proprie riforme nell’area del potere e della separazione dei poteri sono necessarie e possibili per il bene della missione della Chiesa” ha detto il vescovo di Speyer Karl-Heinz Wiesemann. Parole chiave di questo ambito risuonate in sala sono state “clericalismo”, “corresponsabilità”, “partecipazione”. “Si sono sviluppate una teologia della Chiesa, una spiritualità dell’obbedienza e una prassi del ministero che legano unilateralmente questo potere all’ordinazione e lo hanno sacralizzato, in un modo che lo protegge dalle critiche, lo sottrae al controllo e lo svincola dalla condivisione” ha spiegato Claudia Lücking-Michel, che insieme al vescovo ha introdotto il tema. “In questo ambito si può fare molto a livello locale”, ha riconosciuto, parlando con il Sir, il vescovo di Passavia Stefan Oster, che appartiene al gruppetto di vescovi più critici verso il cammino sinodale.

Sacerdozio: bisogna partire dalla domanda su come vivere la “nostra missione come popolo di Dio in una società sempre più secolarizzata”, ha spiegato il vescovo Felix Genn, per arrivare a riflettere sul “ruolo del sacerdote nel suo servizio al popolo di Dio”, sul significato della “sacramentalità”, ma anche sui cammini di preparazione al sacerdozio, di selezione dei candidati, di stili e forme di vita dei sacerdoti. Dal dibattito sono emerse sollecitazioni e testimonianze forti: “Abbiamo studiato in 30, siamo stati ordinati sacerdoti in 9, ora siamo solo più quattro”, ha raccontato un delegato. “La solitudine”, la percezione di “distanza, burocratizzazione, fragilità spirituale”; il “sovraccarico” di lavoro e la drammatica riduzione dei sacerdoti, alcuni elementi emersi. E poi certo, la questione del celibato: il vescovo di Osnabrück Franz-Josef Bode ha prospettato la possibilità che “ci possano essere le due forme, quella celibataria e quella no”; è emersa l’espressione di “sacerdozio sposato come figura profetica”.

 

Donne: tema trasversale a tutti gli ambiti. Il modello di relazione tra donne e uomini nella Chiesa a cui ritornare, ancora il vescovo Bode, “è Maria e Giovanni sotto la croce”; “Gesù si è fatto carne, non maschio”, ha sottolineato. “La questione delle donne tocca dimensioni importanti come l’evangelizzazione, la credibilità e la giustizia” e affrontare questo tema oggi è indispensabile per il futuro della Chiesa cattolica, secondo la teologa Dorothea Sattler. “C’è da attendersi controversie su questo punto”, ha aggiunto, invitando a pensare “non solo alla vita sacramentale, ma a che cosa si può già fare”, a partire dal porre le donne in ruoli di guida. Il dibattito in sala è stato intenso: le associazioni femminili hanno raccolto 153mila firme per chiedere il sacerdozio per le donne; le giovani non sono più disposte ad “accettare e ubbidire”; la “realtà supera il magistero”; l’esclusione della donna dai ministeri getta “un’ombra sul lavoro di “advocacy” che la Chiesa fa per i diritti umani”.

Morale sessuale: anche questo ambito è stato introdotto da un vescovo e una laica (il vescovo Michael Gerber e Birgit Mock): “il magistero in questo ambito non è percepito come orientamento ma come divieto morale”; occorre “non rompere con la dottrina ma aprire, cambiare, perché essa dia orientamento e serva alle persone”. Questo è un altro dei temi su cui evidente è stata la polarizzazione. Poi ha preso la parola Janosch Roggel, uno dei 15 delegati under-30 dell’assemblea: “Sono un transessuale. E l’abuso da parte di un prete è stata la cosa peggiore che ho vissuto”. Gelo in sala.  E alla fine del suo intervento un applauso, molti in piedi.

Questo cammino porterà a “decisioni e chiari voti”, cioè indicazioni, che saranno di tre tipi ha spiegato il presidente Thomas Sternberg: “voti” realizzabili in Germania; altri sottoposti al Papa e altri ancora “potranno essere indirizzati a un concilio che un Papa forse un giorno potrà convocare”.

Marx ha definito i giorni di Francoforte come “tentativo di fare qualcosa di nuovo”, anche se “difficile”, di un “cammino spirituale” in cui sono coinvolti coloro che “vogliono fare avanzare l’evangelizzazione”. Per il cardinale è chiaro che occorre “prudenza”, che ci sono “enormi attese e paure”. È emerso però tangibile con il passare delle ore e dei giorni, che la possibilità di un confronto “all’altezza degli occhi”, come dice una espressione tedesca spesso ritornata, è arricchente e la fiducia la nota dominante.  A “rovinare la festa” sono arrivate però le pesanti dichiarazioni del cardinale di Colonia Rainer Woelki in un’intervista all’emittente domradio.de quando ancora l’assemblea doveva finire: l’assemblea sarebbe stata “manipolata” e la modalità di lavoro simile a quella del “parlamento di una Chiesa protestante”, mentre la “dimensione gerarchica della Chiesa” sarebbe stata “messa in discussione” da alcune scelte concrete. Il cardinale Marx ha respinto le accuse: “Tra pochi giorni incontrerò il Papa e gli riferirò dell’Assemblea” ha detto ai giornalisti. La conferenza episcopale si riunirà a Fulda a marzo. Poi a settembre una nuova assemblea. Sir 3

 

 

 

 

Il Papa intervistato in tv: "Credere in un Dio-padre, non in un Dio con bacchetta magica"

 

Su Tv2000 Francesco conclude la trilogia sulla preghiera con il Credo. Un viaggio alla radice delle parole per le suppliche. "Trasmettere la fede con le parole dalla famiglia" - di Paolo Rodari

 

CITTÀ DEL VATICANO - Terzo appuntamento su Tv2000 di Papa Francesco che conclude la trilogia sulla preghiera con il Credo. Da lunedì 17 febbraio su Tv2000 va in onda “Io credo”, lunga intervista del Pontefice con don Marco Pozza, il cappellano del carcere di Padova che lo ha già intervistato negli anni passati su ‘Padre Nostro’ e ‘Ave Maria’. Dall'incontro del Papa con don Marco è stato realizzato anche il libro Io credo, noi crediamo edito dalla Libreria Editrice Vaticana e Rizzoli in uscita a marzo.

 

“Alle volte ci vengono teorie – afferma il Papa - che ci fanno presentare un Dio astratto, un Dio ideologico…un’idea, perfetto; e che ti provano l’esistenza di Dio come fosse una matematica […] I santi…hanno capito cosa è credere in un Dio che è Padre e non in un dio-Mandrake, con la bacchetta magica”.

 

Otto puntate, in prima serata, per la regia di Andrea Salvadore, coautore del programma insieme a don Pozza. L’idea è quella di tornare alla radice delle antichissime parole di preghiera, attualizzandole attraverso incontri e commenti di testimoni del nostro tempo.

 

In ogni puntata il Papa risponde a don Marco Pozza sui diversi brani del Credo. Protagoniste delle singole puntate le comunità e otto personalità del panorama culturale, artistico e sportivo italiano. Nella prima puntata l’ospite è il filosofo Salvatore Natoli. Nelle successive Martina Colombari, Paolo Bonolis, lo scrittore Paolo Rumiz, Carolina Kostner, Giovanni Bachelet (figlio di Vittorio Bachelet, ucciso 40 anni fa dalle Br), lo chef Massimo Bottura e Fausto Bertinotti.

 

Nell’intervista Papa Francesco affronta diversi temi dai cristiani perseguitati al populismo. E poi satana, la fede, la mondanità, il lusso nella Chiesa, i movimenti ecclesiali, la mafia e i politici. Cita due volte Benedetto XVI e anche grandi autori, opere e personaggi dello spettacolo: Joseph Malégue (romanziere cattolico), Padre Henri De Lubac (teologo gesuita), Ludwig von Pastor (storico), Gustav Mahler (compositore e maestro d’orchestra), Vincent di Lerino (monaco benedettino e teologo del IX secolo), Anna Magnani, Turandot e il capitello di Vèzelay. Il Pontefice parla anche di Nuovi Orizzonti, i cristiani della Thailandia, la Chiesa in Corea, la leggenda della Madonna dei mandarini in Calabria.

 

“C’è un processo contro il cristianesimo”, dice il Papa nell’intervista, “il cristianesimo è perseguitato. C’è un processo che vuole annientarlo perché il cristianesimo è una minaccia […] La storia del cristianesimo è una storia di persecuzioni…È vero che il cristianesimo non vive di successi […] La verità cristiana è nella perseveranza dei cristiani, perseveranza contro la mondanità, nella mondanità”.

 

In un altro punto dell’intervista il Papa afferma che “la fede va trasmessa in dialetto”, soprattutto “in dialetto familiare. Pensa alla mamma dei Maccabei: per tre volte, dice il testo biblico, che ai sette figli martiri parlava in dialetto. Cioè, la fede va trasmessa in quel linguaggio che è proprio della famiglia, che è proprio della gente che ti si avvicina con amore, un linguaggio diverso da un linguaggio intellettuale”.

 

Parlando di come testimoniare il Vangelo con la vita il Papa infine afferma: “Quando vedo cristiani troppo puliti che hanno tutte le verità, l’ ortodossia, la dottrina vera, e sono incapaci di sporcarsi le mani per aiutare qualcuno a sollevarsi, non sanno sporcarsi le mani; quando vedo questi cristiani io dico: ‘Ma voi, non siete cristiani; siete teisti con acqua benedetta cristiana, ma ancora non siete arrivati al cristianesimo’. Se Dio si è sporcato le mani ed è disceso al nostro infero, ai nostri inferni, è disceso…noi dobbiamo seguire le sue tracce. (Se qualcuno dice ndr) ‘No, io non riesco, fino a qui ’, va bene ma non sei arrivato a essere cristiano, sei un cristiano a metà, un cristiano superficiale, neppure un cristiano: un uomo che crede in Dio, che ha delle idee chiare sulla redenzione, anche crede in satana, sa che satana esiste, ma si ferma alla porta degli inferi, fa dei calcoli”.

 

Dice a Repubblica don Marco Pozza che gli è venuto in mente di intervistare il Papa su questi temi perché non riusciva “più a pregare il Pater, l'Ave e il Credo: l'abitudine aveva reso logorato il mio pregare”. E ancora: “L'unico modo per ritrovare la freschezza era di parlarne con gente che non pregava queste orazioni: il non credente, in materia di fede, è la mia musa-istigatrice. Quando, lavorandoci, sentivo ritornare la freschezza di parole e concetti divini, ho pensato che sarebbe stato fantastico conversare a tu per tu con il Papa: sarebbe stato come bere alla sorgente di un fiume. Gli ho scritto un lettera, ho pregato, l'ho imbucata. Con una sua telefonata di risposta è nato questo sodalizio che per me, prima che professionale, è stata l'ora della Grazia. Ho trovato Pietro che mi ha teso la mano e, indirettamente, l'ha tesa ai telespettatori e ai lettori”.

 

Spiega poi don Pozza che conversando sul Pater, ha confidato al Papa che certe sere, pregando, gli capita di addormentarsi. Dice: “Lui mi ha sorriso, pensavo fosse un sorriso d'ironia. Poi mi ha detto:Anche a me capita d'addormentarmi, ma non è un problema. Tu dormi, ma Lui ti guarda’. Ho sentito la mia umanità vibrare: in quell'attimo ho capito la potenza dello sguardo, di Dio e degli uomini. Da parroco in un carcere, addormentarsi fuori dallo sguardo di Dio è rischiare d'affondare. È la presenza di Satana: quando il Papa parla del Demonio, sento Dio all'opera. Di Francesco sento di fidarmi, lì c'è Pietro: non mi nasconde mai la miseria della storia, ma mi insegna a ricercare la bellezza dentro a questa miseria. È il quinto Vangelo”. LR 7

 

 

 

 

Gli equilibri mutati. Vaticano, così finisce l’era dei «due Papi»

 

Il caso del libro, Gänswein congedato e ridimensionato. Le voci sull’irritazione di Bergoglio e i nuovi scenari - di Massimo Franco

 

Sui teleschermi continua la saga ormai un po’ stucchevole dei «due Papi». Ma sembra una pellicola di colpo ingiallita. La realtà vaticana dimostra una fantasia e una capacità di sorprendere superiori alla finzione cinematografica. Nella realtà, la coabitazione miracolosa e armoniosa tra Francesco e Benedetto XVI si è incrinata per sempre. L’ha interrotta bruscamente il «congedo» informale deciso il 5 febbraio scorso da Francesco nei confronti del prefetto della Casa pontificia, monsignor Georg Gänswein. La ridefinizione del suo ruolo solo come «segretario privato del Papa emerito», e la distanza fisica impostagli dal Papa dopo telefonate che si raccontano tempestose, rappresentano uno spartiacque nel pontificato.

Larvata parità

«Bisognava chiarire l’equivoco una volta per tutte», spiegano a Casa Santa Marta, l’albergo dove Francesco abita dentro il Vaticano. Anche se si ammette che a crearlo è stato, senza volerlo, lo stesso Jorge Mario Bergoglio, che col Papa emerito si è sempre comportato in modo tale da accreditare una sorta di larvata parità di rango. Ma nell’ultimo anno la situazione ha preso una piega diversa e imprevista. Prima gli Appunti di Benedetto XVI sulla pedofilia, nella primavera del 2019, con l’eco enorme che hanno ottenuto, si sono rivelati una fonte di imbarazzo per la cerchia papale. È stato notato con disappunto quanto l’analisi del pontefice emerito pesasse ancora; e come fosse utilizzata strumentalmente dagli avversari di Bergoglio.

Poi, pochi giorni fa, è emerso il pasticcio del libro sul celibato dei preti scritto dal cardinale conservatore africano Robert Sarah; e presentato furbescamente come un’opera a quattro mani con Ratzinger. Di nuovo, è stata evocata una contraddizione dottrinale tra i «due Papi», che ha irritato un Francesco accusato di essere per l’abolizione del celibato: sebbene i suoi consiglieri assicurino che non è così, come si capirà dalle sue conclusioni sul sinodo sull’Amazzonia. Ma l’episodio, con la gestione maldestra dell’iniziativa editoriale, ha fatto saltare equilibri già delicati.

Ruolo di supplenza

Monsignor Gänswein ha finito per essere additato come la persona che non avrebbe fatto abbastanza per evitare il pericolo di strumentalizzazioni; e che avrebbe esagerato la «supplenza» di Benedetto rispetto alle presunte debolezze di Francesco. Velenosamente, da Casa Santa Marta hanno cominciato a bollarlo come «il terzo Papa», «servitore di due pontefici». Si è consumata così la rottura dell’anello di congiunzione tra predecessore e successore: un anello che per i primi sei anni ha legato Francesco e Benedetto XVI in un gioco delle parti condiviso, per quanto avvolto da un inevitabile alone di ambiguità.

Il libro delle polemiche

Le polemiche sul libro del cardinale Sarah sono state dunque l’occasione per regolare i conti tra i pretoriani dei «due Papi»; e per esautorare il prefetto della Casa pontificia. Ma c’è qualcosa di più, sebbene poco notato. La vicenda è stata colta al volo per ricalibrare e ridefinire i confini tra Papa e Papa emerito; e restituire il pieno possesso anche simbolico del pontificato a Francesco; insomma, per dare un colpo definitivo alla narrativa sui «due Papi». La domanda è perché sia stato fatto adesso, nel 2020, e non prima. In fondo, appena eletto era stato Bergoglio a chiedere una partecipazione attiva di Benedetto alla costruzione del nuovo papato; a incoraggiarlo a intervenire.

Ma analizzato in prospettiva, quell’invito sembra appartenere a un’altra era geologica. Nel 2013 rifletteva un pontificato in luna di miele con l’opinione pubblica e lo stesso Vaticano: un Francesco così forte e sicuro di sé da non temere l’ombra del predecessore. Sei anni dopo, invece, il siluramento di Gänswein è il prodotto di un Francesco più debole e più insicuro; preoccupato dalle critiche montanti; blindato dai suoi consiglieri e indotto a riaffermare un’autorità e un primato rispetto a un Benedetto infragilito, e influente quasi suo malgrado. Ha colpito la nettezza di un uomo prudente come il segretario di Stato vaticano, Piero Parolin.

Trauma non superato

Sull’onda del «congedo» del prefetto della Casa pontificia, il cardinale Parolin ha scandito: «Il Papa è uno solo perché il Papa è colui che ha l’autorità. Chi non ha più questa autorità non è più Papa. Questo è molto chiaro». Ribadirlo ora sembra un messaggio a quanti, tra gli oppositori di Bergoglio, alimentano l’idea di una sorta di «doppio papato». Con una doppia fedeltà e, al fondo, il trauma mai superato della rinuncia ratzingeriana, la prima dopo settecento anni. D’altronde, Francesco non ha mai preteso che uno scritto di Benedetto fosse sottoposto alla sua autorizzazione; semmai è stato quest’ultimo a sottoporglielo.

La convivenza

Lo stesso abito bianco mantenuto da Ratzinger rimane il segno persistente di uno status perduto eppure, ambiguamente, conservato. Che prima o poi ci potesse essere un cortocircuito, in assenza di norme che regolino i rapporti tra Francesco e il predecessore, era un’eventualità temuta. Rimane da capire come sarà rielaborata la convivenza tra due personaggi percepiti ormai quasi come inscindibili. In modo imprevisto, Benedetto ha accompagnato tutto il pontificato del primo papa argentino. Per paradosso, Bergoglio dovrà assumere un’identità doppia: la propria e quella di Ratzinger. E non sarà una sfida facile, nella fase più difficile e convulsa del suo pontificato. CdS 8

 

 

 

 

Il 12 febbraio presentazione di “Querida Amazonia”, l’esortazione apostolica post-sinodale

 

Mercoledì prossimo, 12 febbraio, alle ore 13.00, nell’Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, si terrà la conferenza stampa di presentazione dell’esortazione apostolica post-sinodale del Papa “Querida Amazonia”, frutto dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica “Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. A darne notizia è oggi la Sala Stampa della Santa Sede. Alla conferenza stampa interverranno il card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi; il card. Michael Czerny, sotto-segretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, segretario speciale del Sinodo dei vescovi per la Regione Panamazzonica; padre Adelson Araújo dos Santos, teologo e docente di Spiritualità alla Pontificia Università Gregoriana; suor Augusta de Oliveira, vicaria generale delle Serve di Maria Riparatrici; il prof. Carlos Nobre, scienziato, Premio Nobel 2007, membro della Commissione Scienze Ambientali del Consiglio Nazionale di Sviluppo Scientifico e Tecnologico. Presente con un contributo video, mons. David Martínez de Aguirre Guinea, vescovo del Vicariato di Puerto Maldonado, segretario speciale del Sinodo del Sinodo dei Vescovi per la Regione Panamazzonica. M.N. Sir 7

 

 

 

 

Le attività della Missione Cattolica Italiana di Kempten

 

Kempten (Baviera) – Il 1° febbraio, dopo la Celebrazione Eucaristica, tenutasi nella Cappella della Casa di Riposo Margaretha-und Josephinen-Stift, ha avuto luogo una riunione del Consiglio Pastorale della Missione Cattolica Italiana di Kempten, alla quale hanno partecipato quasi tutti i Consiglieri e alcuni ospiti.

Dopo una breve preghiera d’introduzione e il saluto sa parte di Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle Missioni di Kempten e Augsburg, i lavori sono iniziati alle 19.00 circa e sono terminati dopo le 20.00. Padre Bruno, dopo aver comunicato le giustificazioni dei consiglieri assenti, ha dato inizio all’incontro con il primo punto all’ordine del giorno. Data la situazione, infatti, venutasi a creare nella struttura di accoglienza, in cui da anni viene celebrata la S. Messa prefestiva per i fedeli di Kempten e dintorni, il Rettore, sentiti i pareri dei Consiglieri, concorderà con il Parroco di St. Lorenz, Mons. Bernhard Ehler, il luogo e l’orario in cui, probabilmente, dalla metà di quest’anno, verrà celebrata la S. Messa settimanale: la chiesa di Christi Himmelfahrt, posta nella centrale Freudental.

Al secondo e al terzo punto si è parlato del programma del Consiglio Pastorale per i prossimi mesi, e, tra le altre cose, tenuto anche conto del fatto che è venuto a mancare l’appoggio del sacrista che sinora si è incaricato della preparazione della Cappella, è stato dato l’incarico alla Signora Gisella Trovato. Per ciò che riguarda le prossime feste e celebrazioni si è pensato, oltre alle celebrazioni pasquali a Kempten, di continuare a partecipare alla Via Crucis, organizzata dalla Missione di Neu-Ulm, vista anche la collaborazione con la Missione di Kempten, da parte del suo Rettore, Don Giampiero Fantastico, che, due volte al mese, viene a celebrare la S. Messa per i fedeli di Kempten.

Parlando poi della Festa di Natale, tutti i Consiglieri hanno espresso un parere molto positivo, confermando così i commenti ricevuti dai partecipanti dai Coniugi Trovato e dalla Segretaria della Missione, Signora Giuseppina Baiano, organizzatori dell’evento. È stata anche confermata la data della Festa di Carnevale (15 febbraio 2020), come da calendario, in cui compare anche la data dell’attiva partecipazione della nostra Comunità alla Processione del Corpus Domini, che avrà luogo l’11 giugno 2020

Per ciò che riguarda il quarto punto, Pellegrinaggi, sono state discusse diverse possibilità. Tenuto conto anche della difficoltà nel trovare un numero minimo di partecipanti, il Consigliere Dr. Fernando A. Grasso ha avanzato l’ipotesi di aggregarsi come piccolo gruppo semi indipendente a gite e pellegrinaggi organizzati da altre strutture e comunità. Mancherebbe però, in questo casi, per esempio, il carattere specificatamente religioso, come commentato dal Presidente del Consiglio Pastorale Giampiero Trovato e dalla Segretaria Giuseppina Baiano.

Parlando dell’affitto della sala della Missione per feste, date le difficoltà spesso incontrate a causa dell’esuberanza dei nostri connazionali, sentiti i commenti dei Consiglieri, tra cui quelli della Signora Giusi Barbera, della Signora Emma Marando, del Signor Sabino Scarvaglieri, del Comm. Carmine Macaluso, del Comm. Antonino Tortorici, del Cav. Corrado Mangano, del Signor Vincenzo Mattina e del Rag. Paolo Franco, si è deciso di procedere con cautela di caso in caso, chiedendo, magari una cauzione più congrua, visti i danni spesso arrecati durante questi incontri. Anche qui, la Signora Gisella Trovato ha dato la sua disponibilità per il coordinamento dei contatti con i richiedenti.

Interessanti, infine, diversi punti discussi al punto varie e eventuali, proposti dal Presidente Trovato, tra cui: collocazione  delle stazioni della Via Crucis nella Cappella (sono state esposte eventuali difficoltà per la messa in opera), incontri per i lettori e per i chierichetti (dove trovarli?), approntando, all’uopo anche un piccolo calendario specifico, ha suggerito Padre Bruno.

Terminati questi punti, dopo una breve preghiera, e l’invito ai presenti a partecipare all’Assemblea del Circolo ACLI dell’8 febbraio prossimo da parte del Dr. Grasso, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera e Kempten, i lavori sono terminati, come detto sopra, poco dopo le 20.00. F.A.G./dip

 

 

 

 

“Siamo tutti poveri in spirito, siamo mendicanti

 

L’Udienza Generale del 5 febbraio e la Catechesi del Santo Padre sulla prima Beatitudine: Beati i poveri in spirito

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ci confrontiamo oggi con la prima delle otto Beatitudini del Vangelo di Matteo. Gesù inizia a proclamare la sua via per la felicità con un annuncio paradossale: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (5,3). Una strada sorprendente, e uno strano oggetto di beatitudine, la povertà. Dobbiamo chiederci: che cosa si intende qui con “poveri”?

Se Matteo usasse solo questa parola, allora il significato sarebbe semplicemente economico, cioè indicherebbe le persone che hanno pochi o nessun mezzo di sostentamento e necessitano dell’aiuto degli altri. Ma il Vangelo di Matteo, a differenza di Luca, parla di «poveri in spirito». Che cosa vuol dire? Lo spirito, secondo la Bibbia, è il soffio della vita che Dio ha comunicato ad Adamo; è la nostra dimensione più intima, diciamo la dimensione spirituale, la più intima, quella che ci rende persone umane, il nucleo profondo del nostro essere. Allora i “poveri in spirito” sono coloro che sono e si sentono poveri, mendicanti, nell’intimo del loro essere. Gesù li proclama beati, perché ad essi appartiene il Regno dei cieli.

Quante volte ci è stato detto il contrario! Bisogna essere qualcosa nella vita, essere qualcuno… Bisogna farsi un nome… È da questo che nasce la solitudine e l’infelicità: se io devo essere “qualcuno”, sono in competizione con gli altri e vivo nella preoccupazione ossessiva per il mio ego. Se non accetto di essere povero, prendo in odio tutto ciò che mi ricorda la mia fragilità. Perché questa fragilità impedisce che io divenga una persona importante, un ricco non solo di denaro, ma di fama, di tutto. Ognuno, davanti a stesso, sa bene che, per quanto si dia da fare, resta sempre radicalmente incompleto e vulnerabile. Non c’è trucco che copra questa vulnerabilità. Ognuno di noi è vulnerabile, dentro. Deve vedere dove.

Ma come si vive male se si rifiutano i propri limiti! Si vive male. Non si digerisce il limite, è lì. Le persone orgogliose non chiedono aiuto, non possono chiedere aiuto, non gli viene di chiedere aiuto perché devono dimostrarsi auto-sufficienti. E quante di loro hanno bisogno di aiuto, ma l’orgoglio impedisce di chiedere aiuto. E quanto è difficile ammettere un errore e chiedere perdono! Quando io do qualche consiglio agli sposi novelli, che mi dicono come portare avanti bene il loro matrimonio, io dico loro: “Ci sono tre parole magiche: permesso, grazie, scusa”. Sono parole che vengono dalla povertà di spirito. Non bisogna essere invadenti, ma chiedere permesso: “Ti sembra bene fare questo?”, così c’è dialogo in famiglia, sposa e sposo dialogano. “Tu hai fatto questo per me, grazie ne avevo bisogno”. Poi sempre si fanno degli errori, si scivola: “Scusami”. E di solito, le coppie, i nuovi matrimoni, quelli che sono qui e tanti, mi dicono: “La terza è la più difficile”, chiedere scusa, chiedere perdono. Perché l’orgoglioso non ce la fa. Non può chiedere scusa: sempre ha ragione. Non è povero di spirito. Invece il Signore mai si stanca di perdonare; siamo noi purtroppo che ci stanchiamo di chiedere perdono (cfr Angelus 17 marzo 2013).

La stanchezza di chiedere perdono: questa è una malattia brutta! Perché è difficile chiedere perdono? Perché umilia la nostra immagine ipocrita. Eppure, vivere cercando di occultare le proprie carenze è faticoso e angosciante. Gesù Cristo ci dice: essere poveri è un’occasione di grazia; e ci mostra la via di uscita da questa fatica. Ci è dato il diritto di essere poveri in spirito, perché questa è la via del Regno di Dio. Ma c’è da ribadire una cosa fondamentale: non dobbiamo trasformarci per diventare poveri in spirito, non dobbiamo fare alcuna trasformazione perché lo siamo già! Siamo poveri … o più chiaro: siamo dei “poveracci” in spirito! Abbiamo bisogno di tutto. Siamo tutti poveri in spirito, siamo mendicanti. È la condizione umana. Il Regno di Dio è dei poveri in spirito.

Ci sono quelli che hanno i regni di questo mondo: hanno beni e hanno comodità. Ma sono regni che finiscono. Il potere degli uomini, anche gli imperi più grandi, passano e scompaiono. Tante volte vediamo nel telegiornale o sui giornali che quel governante forte, potente o quel governo che ieri c’era e oggi non c’è più, è caduto. Le ricchezze di questo mondo se ne vanno, e anche il denaro. I vecchi ci insegnavano che il sudario non aveva tasche. E’ vero. Non ho mai visto dietro un corteo funebre un camion per il trasloco: nessuno si porta nulla. Queste ricchezze rimangono qui. Il Regno di Dio è dei poveri in spirito. Ci sono quelli che hanno i regni di questo mondo, hanno beni e hanno comodità. Ma sappiamo come finiscono. Regna veramente chi sa amare il vero bene più di stesso. E questo è il potere di Dio. In che cosa Cristo si è mostrato potente? Perché ha saputo fare quello che i re della terra non fanno: dare la vita per gli uomini. E questo è vero potere. Potere della fratellanza, potere della carità, potere dell’amore, potere dell’umiltà. Questo ha fatto Cristo. In questo sta la vera libertà: chi ha questo potere dell’umiltà, del servizio, della fratellanza è libero. A servizio di questa libertà sta la povertà elogiata dalle Beatitudini. Perché c’è una povertà che dobbiamo accettare, quella del nostro essere, e una povertà che invece dobbiamo cercare, quella concreta, dalle cose di questo mondo, per essere liberi e poter amare. Sempre dobbiamo cercare la libertà del cuore, quella che ha le radici nella povertà di noi stessi. Papa Francesco

 

 

 

 

“Le periferie esistenziali sono persone concrete

 

Disabilità: mons. Russo (Cei) “L’inclusione deve diventare sempre più un’azione sinergica e sinodale

 

“Le periferie esistenziali non sono luoghi astratti e lontani ma persone concrete. Oggi occorre avere il coraggio di fermarsi e guardare chi è oggetto di indifferenza e vittima della cultura dello scarto, cercando insieme le forme e i modi per rispondere con una carità ordinata. L’inclusione deve diventare sempre più azione concreta e sinodale per contrastare l’efficientismo anche attraverso la costruzione di sinergie tra esperienze in atto”. Lo ha detto stamani, a Roma, il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo, aprendo l’incontro promosso dal Servizio nazionale per la pastorale delle persone con disabilità della Cei, rivolto alle congregazioni, alle associazioni e ai movimenti cattolici che operano in questo ambito. Al centro della riflessione, le buone prassi e proposte che il Servizio intende mettere in rete, per accompagnare la vita in qualsiasi fase essa si trovi.

Mons. Russo, nel sottolineare come l’attenzione della Cei nei confronti delle persone con disabilità risalga al 1970, ha poi ricordato l’insistente appello di Papa Francesco a tutta la Chiesa ad uscire verso le periferie geografiche ed esistenziali, “ovvero in quei luoghi abitati da fratelli e sorelle che non sono al centro dell’interesse sociale e delle logiche di mercato”.

In questo contesto, il segretario generale, ha evidenziato come dai dati Istat emerga un quadro sconcertante: “Sono 600mila le persone in Italia che non hanno nessuno a cui chiedere aiuto. Solo una piccola parte vive infatti all’interno di strutture, cattoliche o non”.

In merito al nuovo Servizio della Cei, mons. Russo ha poi indicato che il suo scopo è quello “di sensibilizzare la comunità rispetto a queste situazioni, per poi favorire una sinergia di forze ecclesiali e civili in grado di contrastare le criticità e dare qualità all’esistenza”. “Sapersi confrontare con le fragilità, permette di diventare momento di generatività per tutta la società”, ha concluso. Sir 7

 

 

 

 

Scuola, il Papa si schiera con i prof: «Sempre sottopagati»

 

Il Pontefice: «Il loro ruolo è cruciale». «Sono gli artigiani delle future generazioni, creano l’uomo e la donna di domani». L'invito a valorizzare il ruolo delle famiglie

 

Papa Francesco si schiera con gli insegnanti: lo ha fatto venerdì mattina, ricevendo in Vaticano i partecipanti a un seminario. «Un ruolo cruciale è quello dei docenti, sempre sottopagati», ha detto il Pontefice, parlando delle sfide dell'istruzione nell'ambito dell'incontro organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali in vista dell’evento mondiale del 14 maggio prossimo e incentrato sul tema «Istruzione: il Patto globale».

Risorse adeguate

La loro funzione, come agenti dell’educazione, ha detto il Papa, «deve essere riconosciuta e sostenuta con tutti i mezzi possibili». È necessario, ha sottolineato, che abbiano a disposizione «risorse nazionali, internazionali e private adeguate». Sono loro gli «artigiani» delle future generazioni. «Con il loro sapere, pazienza e dedizione trasmettono un modo di essere che si trasforma in ricchezza, non materiale, ma immateriale, creano l’uomo e la donna di domani».

La scuola

«L’istruzione di base è oggi un ideale normativo in tutto il mondo, educare non è solamente trasmettere dei concetti, ma qualcosa che esige da parte di tutti i responsabili – famiglia, scuola, istituzioni sociali – che vi si dedichino con solidarietà». Mentre oggi, ha aggiunto nel suo intervento in spagnolo, «si è rotto il cosiddetto patto educativo».

La famiglia

«La famiglia deve essere valorizzata nel nuovo patto educativo, perché la sua responsabilità comincia già nel ventre materno e al momento della nascita», è l’appello del Papa. «Le madri, i padri, i nonni, la famiglia nel suo insieme, nel suo ruolo educativo primario – ha detto Francesco – ha bisogno di aiuto per comprendere, nel nuovo contesto globale, l’importanza di questa fase iniziale, per essere pronti ad agire di conseguenza. Una delle forme fondamentali per migliorare la qualità dell’educazione a livello scolastico è favorire una maggiore partecipazione delle famiglie e delle comunità locali nei progetti educativi».

CdS 7

 

 

 

 

Incontro Cei su Mediterraneo. Mons. Pizzaballa (Celra): “A Bari per dare un orientamento alle nostre comunità

 

“Mediterraneo, frontiera di pace” è il tema dell'incontro, promosso dalla Cei, che si svolgerà a Bari dal 19 al 23 febbraio. Sarà un momento di confronto tra i vescovi cattolici di 20 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum. Tra loro anche mons. Pierbattista Pizzaballa, arcivescovo, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, in rappresentanza della Celra (Conferenza dei vescovi latini delle Regioni arabe). Il Sir lo ha incontrato a Gerusalemme

 “Un incontro che si pone in continuità con quello, sempre a Bari, del 7 luglio 2018 con i capi delle Chiese e comunità cristiane del Medio Oriente, voluto da Papa Francesco. Questo promosso dalla Cei sarà un momento significativo di confronto tra i vescovi cattolici di 20 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, utile a far conoscere le rispettive esperienze e ad avere qualche punto comune così da dare un orientamento alle nostre comunità. Lo scopo non è risolvere problemi ma indicare alle nostre comunità come vivere dentro le rispettive situazioni”.

 

Ci sarà anche mons. Pierbattista Pizzaballa, arcivescovo, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, tra i partecipanti al meeting “Mediterraneo, frontiera di pace”, che avrà luogo nel capoluogo pugliese dal 19 al 23 febbraio. “Un’assise unica nel suo genere – l’ha definita il presidente della Cei, card, Gualtiero Bassetti – basata sull’ascolto e sul discernimento comunitario; soprattutto, un incontro che, valorizzando il metodo sinodale, si prefigge di compiere un piccolo passo verso la promozione di una cultura del dialogo e verso la costruzione della pace in Europa e in tutto il bacino del Mare Nostrum”. A Bari mons. Pizzaballa rappresenterà la Celra (Conferenza dei vescovi latini delle Regioni arabe) di cui fanno parte il Nord e Sud Arabia, Qatar, Kuwait, Yemen, Libano, Iraq, Somalia, Siria, Terra Santa con Israele e Palestina, Giordania.

Eccellenza, si tratta di Paesi purtroppo noti alla cronaca per guerre e gravi conflitti sociali e politici. Quale contributo potrà dare la Celra all’incontro di Bari?

Innanzitutto, cercheremo di far conoscere la situazione dei nostri Paesi, non tanto dalla prospettiva politica ma da quella della vita delle nostre comunità. Racconteremo come vivono a causa delle guerre, descriveremo le loro sofferenze ma anche le loro motivazioni, poiché se sono ancora lì è perché hanno scelto di restare. E cercheremo insieme di capire qual è la nostra vocazione in questo contesto. Come ho già detto nell’omelia del 1° gennaio, non siamo chiamati a testimoniare solo come singoli credenti il nostro desiderio di dialogo. Esso deve essere innanzitutto testimonianza di tutta la Chiesa, nel suo insieme, intesa come comunità e non come istituzione. Questa oggi è la vocazione primaria della nostra Chiesa nelle nostre Terre.

Su cosa puntare affinché questa cultura del dialogo possa trovare una spinta decisiva?

Prima di parlare del dialogo e delle Chiese bisogna rafforzare il sentimento di appartenenza alla comunità.

Noi dialoghiamo come Chiese, come leadership, come singoli. Ma la prima cosa che un pastore deve fare è tenere unito e rafforzare il sentimento di comunità all’interno delle nostre situazioni politiche complicate, dove la politica è assente, con le società che si stanno sfaldando, dove ci sono tensioni religiose di ogni genere.

Abbiamo il dovere di costruire comunità riconciliate e ospitali, aperte, autentici spazi di fraternità condivisa e di dialogo sincero. Alla strategia della contrapposizione va contrapposta l’arte del dialogo. E la prima cosa da fare è

rafforzare il senso di comunità. Solo così si può stimolare la cultura del dialogo.

Dialogo che parte sempre dalla vita, non da idee astratte. Le nostre comunità devono continuare a dialogare e per fare questo devono ‘uscire’, essere presenti nella vita comune, scuole, parrocchie, varie attività. È qui che dobbiamo diventare tutti artefici di dialogo. Non si può vivere, per esempio, insieme ai musulmani senza parlare con loro.

In molti dei Paesi che lei rappresenta il dialogo “alla base è, in qualche modo, già una realtà. Che cosa manca allora?

Una maggiore consapevolezza. L’incontro e il dialogo vanno vissuti con maggiore coscienza. Essere consapevoli che quello che si sta vivendo è una cosa grande e per questo non va vissuta passivamente. Sarebbe una grave mancanza di fede cedere ad atteggiamenti rassegnati. Il dialogo è innanzitutto un’attitudine spirituale e indica la capacità ad uscire da sé per ascoltare realmente le attese altrui.

Quale futuro vede per il bacino del Mediterraneo, che Giorgio La Pira definiva come una sorta di “grande lago di Tiberiade”?

La storia parla per noi. In questi più di 2000 anni di storia il Mediterraneo è sempre stato al centro. Non ci sono state solo guerre e tensioni ma anche scambi culturali, sociali, economici e commerciali. Nel futuro accadrà lo stesso. La domanda per me è: come cristiani dove saremo? La risposta non dipende dai numeri ma dal contenuto delle nostre idee, dallo spessore della nostra fede.

Non teme, quindi, l’esodo dei cristiani da questo bacino?

Questa area non resterà mai priva della presenza cristiana. Ci saranno zone più povere e altre più ricche. Oggi assistiamo a fenomeni migratori in tutte le direzioni. Ci sono cristiani che partono e altri che arrivano, penso all’Arabia Saudita, a Israele, tanto per fare qualche esempio. Non bisogna vivere tenendo il passato come riferimento, come una sorta di feticcio.

Non stiamo morendo, stiamo cambiando.

Ci sono mutamenti evidenti e su questi vogliamo avere qualcosa da dire…

Nel Mediterraneo Oriente e Occidente si toccano, ma sembrano dialogare poco…

Il problema dell’Occidente è che parla di noi e non parla con noi.

Piazze irachene e libanesi in fermento: che segnali sono?

Sono segnali belli e molto importanti. Non porteranno frutti immediati perché le manifestazioni non possono continuare in eterno. Tanto più se non saranno tradotte in decisioni concrete dalle rispettive leadership politiche. Il timore è questo. Ciò che è comune in tutto il Medio Oriente è proprio la debolezza delle leadership incapaci di prendere decisioni politiche che rispondano alle attese dei popoli. Nonostante ciò, le manifestazioni cui stiamo assistendo stanno provocando un forte cambio di mentalità, di pensiero, di cultura, di relazioni che certamente nei tempi medi daranno frutti.

Potrebbe essere questa la stagione di una nuova presenza cristiana anche in politica?

L’impegno dei cristiani in politica è una tradizione che esiste, soprattutto in Libano. Io credo che

come cristiani dobbiamo smettere di lamentarci e cominciare a costruire.

Come ho già avuto modo di dire, non si può tacere di fronte alle ingiustizie o invitare i cristiani al quieto vivere e al disimpegno. L’opzione preferenziale per i poveri e i deboli, però, non fa della Chiesa un partito politico. La Chiesa ama e serve la polis e condivide con le autorità civili la preoccupazione e l’azione per il bene comune, nell’interesse generale di tutti e specialmente dei poveri. Daniele Rocchi, Sir 6

 

 

 

 

L’offerta del Figlio al Padre e l’incontro con i fratelli. Presentazione del Signore al Tempio

 

1) Incontro di Gesù con il Padre e con i fratelli.

Quaranta giorni sono già passati dal Natale, giorno in cui Cristo è entrato nel modo e la liturgia ci chiede di celebrare la presentazione di Gesù al Tempio. La celebrazione di questo fatto è detta “Festa dell’incontro”: perché celebra l’incontro tra il Dio bambino, che porta novità, e l’umanità in attesa, che è rappresentata dagli anziani Simeone e Anna nel Tempio. Questo bambino divino entra umilmente in Casa sua et è accolto da Simeone e da Anna. I sacerdoti del Tempio non lo accolgono perché non sanno riconoscere Dio in un povero Bambino.

Quali sono le disposizioni che permettono questo riconoscimento? L’umiltà di Simeone e la pietà di Anna. Invochiamo lo Spirito Santo perché anche noi possiamo riconoscere il Redentore del mondo e accettare che questo Bambino sia la salvezza nostra e del mondo intero.

Nella sua debolezza, umiltà e povertà il bambino Gesù giudica e condanna il mondo, che non è povero, che è orgoglioso, che crede nella forza. Salva invece  Simeone e Anna, due vecchi poveri e deboli a causa del corpo infiacchito dagli anni. Questi due sono salvi. Dio non ha bisogno di grandi manifestazioni, di grandi avvenimenti per mostrare la sua gloria; la sua presenza ci giudica. Se siamo simili a Lui, lo vediamo e lo riconosciamo. Se invece siamo pieni di orgoglio non abbiamo nulla in comune con Lui, siamo esclusi dalla sua luce. Con la presentazione al Tempio (ma non solo lì) Dio si fa presente, ma si fa riconoscere soltanto dalle anime umili, che non hanno peso nel mondo, che gli uomini dimenticano e non sanno che cosa possono contare, ma solo loro riconoscono il Cristo. Dio è un Infante, che non sa né parlare né camminare, o è un uomo che pende da una Croce. La rivelazione suprema di Dio è il supremo abbassamento (Se vogliamo usare il termine evangelico è la kénosis)

Contempliamo questo abbassamento guardando Maria e Giuseppe che vanno al Tempio di Gerusalemme, per offrire Gesù al Signore “come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio che apre il grembo sarà chiamato santo per il Signore e per dare in sacrificio, secondo quanto è detto nella legge del Signore, una coppia di tortore o due pulcini di colomba” (Lc 2, 24-25). Così ci viene ridetta la povertà dei genitori, che non hanno la possibilità di offrire l’agnello. Tuttavia con il cuore pieno di commozione essi offrono tutto quello che hanno: due uccelli piccoli, innocenti e puri. Non sanno ancora che hanno tra le braccia Colui, che Giovanni il Battista indicherà come “Agnello di Dio”.

L’offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, prelude alla sua totale offerta sulla croce.?Questo atto di obbedienza a un rito legale, al compimento del quale né Gesù né Maria erano tenuti, costituisce anche una lezione di umiltà, ulteriore a quella che ci è stata data a Natale, quando abbiamo contemplato il Figlio di Dio e la sua Madre nella commovente, povera e umile cornice del presepio.

Dio si manifesta nella debolezza, nella povertà, nell’innocenza dell’infanzia e nella purezza, e solamente i puri di cuore vedono Dio. Quelli cioè che hanno gli occhi tersi, puliti perché hanno cambiato la mente. Chi è pentito e purificato, la persona pia che ha rinunciato al modo di vedere e di pensare umano può “vedere” Dio, che si manifesta nella vita degli uomini, e capire quello che Dio compie.

Fra questi puri di cuore ci sono Simeone[2] e Anna[3] figlia di Fanuele, della tribù di Aser.

Il cuore e gli occhi puri permettono a Simeone di riconoscere in quel bambino, portato da un’umile coppia, il Messia promesso, l’unto del Signore annunciato dai profeti e atteso da secoli. Il vecchio Simeone, uomo giusto e pio, che aspetta la consolazione di Israele (cfr. Lc 2,25) e che, mosso dallo Spirito Santo, si reca in tempio, accoglie tra le braccia il bambino e con animo commosso benedice Dio, perché è arrivata la salvezza per lui, per il suo popolo e per tutte le genti. Con i suoi occhi e col suo cuore purificati dall’attesa, il vecchio profeta riconosce in quel bambino il Salvatore. Ma profetizza anche che quella luce tanto attesa e invocata sarà per molti segno di contraddizione e non di risurrezione, perché non riusciranno ad accogliere la luce della sua parola che svela i pensieri di ogni cuore umano.

L’altra umile persona che accoglie Dio che visita il suo Tempio è Anna. Per grazia di Dio questa donna ha la felicità, la fortuna di vedere il volto di Dio nel bambino Gesù. Credo sia legittimo guardare a questa donna come rappresentante di tutta l’umanità, il cui destino è vedere il Volto di Dio e riflettere in sé tale Volto. Questa vedova rappresenta tutta l’umanità che è vedova perché non ha lo sposo, la sua “altra parte”. L’altra parte dell’uomo è Dio. Questa donna ha la grazia di vederlo faccia a faccia e di gioire per la presenza dello sposo, come lo sposo gioisce della presenza della sposa. Anna finalmente celebra Dio, mentre prima digiunava con suppliche, digiuni notte e giorno nel tempio, e celebra Dio parlando del Bambino, che è la liberazione di tutti. Dunque questa donna rappresenta le nozze finali della Gerusalemme celeste, quando l’umanità si incontrerà con lo Sposo. Sostanzialmente siamo tutti “vedove” in attesa delle nozze, dell’incontro con Dio-Amore.

Si tratta di incontro umile e non appariscente come quello del neonato Figlio di Dio portato nella Casa di Suo Padre. Infatti, non dobbiamo pensare alla Presentazione al Tempio come ad un avvenimento grandioso con una grande processione. Non dobbiamo immaginare l’ammirazione del Sommo Sacerdote che accoglie Gesù abocca aperta, con e magari i leviti e gli altri sacerdoti tutti intorno. Non è avvenuto nulla di tutto questo, nessuno si è accorto di nulla, fuorché il vecchio Simeone, che ha cantato a Dio il suo canto di ringraziamento perché aveva visto la salvezza, e questa vedova di 84 anni. Ecco a chi è apparso il Signore, a chi si è rivelato, ed ecco coloro che sono i primi messaggeri in Israele dell’avvenimento divino. Guardate che è una cosa molto importante questa. In generale gli evangelisti vedono in Giovanni Battista colui che annuncia, anzi indica il Salvatore del mondo: «Ecco l’agnello di Dio». Ma prima di san Giovanni Battista ci furono Simeone e Anna la profetessa. Se saremo umili e ricchi di pietà potremo fare altrettanto: indicare Cristo con gioia per una vita compiuta, piena di anni e di grazia.

 

2) Due persone portano il Bambino per offrirlo.

Abbiamo presentato due persone che hanno accolto il Figlio di Dio che “visitava” casa sua, e che hanno saputo riconoscerlo in un piccolo bambino portato da due povere e umili persone: Giuseppe e Maria, che offrivano il “loro” Figlio a Dio. Ora volgiamo lo sguardo a San Giuseppe e, soprattutto, a Maria che è la Madre vergine offerente: “La Chiesa ha intuito nel cuore della Vergine che porta il Figlio a Gerusalemme per presentarlo al Signore, una volontà oblativa, che superava il senso ordinario del rito” (S. Giovanni Paolo II, Marialis Cultus, n. 20). È questa dimensione oblativa che dobbiamo cogliere come messaggio della festa di oggi, per sviluppare in noi quella che potremmo chiamare la spiritualità dell’offerta, che spinge ciascuno di noi a vivere la vita nel dono totale di sé a Dio come il Tutto della propria vita.

Infatti, portato nel Tempio da Maria accompagnata dal suo sposo Giuseppe, Gesù è offerto. Come ricorda il Vangelo, la Madonna è stata certamente mossa a fare questo dall’antica prescrizione mosaica, in forza della quale ogni primogenito apparteneva al Signore. Ma nell’offerta di Cristo, quella prescrizione non solamente è osservata; essa è perfettamente adempiuta. In forza della sua partecipazione alla nostra umanità, il Verbo di Dio è divenuto “il primogenito di molti fratelli” ed offre se stesso per la loro salvezza. “Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato… Allora ho detto: Ecco, io vengo… per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5-7).    Immergiamoci oggi nella contemplazione di quest’atto di volontà con cui Gesù Cristo, presentato al tempio, fa della sua vita e della sua umanità un “sacrificio a Dio gradito”.

Oggi, infine, celebriamo i divini misteri soprattutto perché vogliamo ringraziare il Padre per un dono particolare, frutto prezioso dell’offerta di Cristo: la vita consacrata. Nel dono che Cristo ha fatto di se stesso sulla croce sta la radice del fatto che ci siano uomini e donne che seguono Cristo, amandolo con cuore indiviso, pienamente liberati mediante la pratica dei consigli evangelici.

Guardando alle Vergini Consacrate noi siamo profondamente assicurati che Cristo è morto e risorto per noi: queste donne lo dicono non tanto con le parole quanto con la loro esistenza consacrata. Qual è infatti il “nucleo essenziale” della decisione esistenziale di queste persone? E’ l’aver deciso di appartenere esclusivamente e totalmente alla persona di Cristo: la loro vita è una vita consacrata e lo è per sempre. Qualifica questa della loro esistenza che esprime la radicalità del loro essere state afferrate da Cristo e del loro lasciarsi afferrare, senza porre alcuna resistenza. Queste persone consacrate vogliono riposare solamente in Cristo e Lui totalmente aderire (cfr RCV, n 24), seguendo il loro modello per eccellenza Maria che ha detto: “Ecco l’ancella del Signore, avvenga in me secondo la tua parola” (Lc 1,38).

Radicate in tale appartenenza radicale, completa a Cristo, queste persone consacrate diventano l’espressione perfetta di ogni vita cristiana, la quale consiste nel conformarsi pienamente al Signore Gesù. L’augurio da fare loro è che siano fedeli alla loro vocazione, perché in essa tutti i fedeli, gli sposi ed i pastori della Chiesa vedono svelata la profonda natura della vita cristiana come tale.

In ogni caso, secondo me oggi si celebra soprattutto la festa del primo incontro di Gesù con il Padre, a cui viene offerto, e subito riscattato, come ogni primogenito. Chiediamoci se siamo davvero pronti a offrire, assieme a Lui, il meglio di noi stessi a Dio, nostro Padre, per poi, “ridonati a noi stessi”, passare nel mondo come benedizione, che illumina il cammino degli uomini in cerca di Dio dà pace e gioia. “Gioia che non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene” (Benedetto XVI, Angelus del 13.12.2009). Benedizione da chiedere a Dio e condividere con i fratelli come fece Papa Francesco nel momento del primo incontro con la Chiesa e il mondo appena dopo la sua elezione a Vescovo di Roma. Mons. Follo

 

 

 

 

Una società è civile se solidale e compassionevole

 

«Una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza». Lo ha detto il 30 gennaio papa Francesco ai partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, riunita per riflettere sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita. Il Pontefice ha spiegato che la dottrina cristiana non è un sistema rigido e chiuso in sé, è una realtà dinamica che, rimanendo fedele al suo fondamento, si rinnova di generazione in generazione e si compendia in un volto, in un corpo e in un nome: Gesù Cristo Risorto. In questo contesto – ha sottolineato – «la fede ci spalanca al prossimo e ai suoi bisogni, da quelli più piccoli fino ai più grandi». «La trasmissione della fede – ha aggiunto – esige che si tenga conto del suo destinatario, che lo si conosca e lo si ami fattivamente». Un amore ed una attenzione al malato in cui la compassione scrive la “grammatica” del farsi carico e del prendersi cura della persona sofferente. L’esempio del Buon Samaritano – ha detto il Papa – insegna che è necessario convertire lo sguardo del cuore, con compassione: «Senza la compassione chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto, si ferma e se ne prende cura». Il Pontefice ha invitato a creare attorno al malato una vera e propria piattaforma umana di relazioni che, mentre favoriscono la cura medica, aprano alla speranza, specialmente in quelle situazioni-limite in cui il male fisico si accompagna allo sconforto emotivo e all’angoscia spirituale. A tale proposito ha ribadito che «l’approccio relazionale ? e non meramente clinico ? con il malato, considerato nella unicità e integralità della sua persona, impone il dovere di non abbandonare mai nessuno in presenza di mali inguaribili». «La vita umana – ha affermato – conserva tutto il suo valore e tutta la sua dignità in qualsiasi condizione, anche di precarietà e fragilità, e come tale è sempre degna della massima considerazione». Un esempio di come comportarsi di fronte a malati inguaribili è Santa Teresa di Calcutta, che ha vissuto lo stile della prossimità e della condivisione, preservando, fino alla fine, il riconoscimento e il rispetto della dignità umana, e rendendo più umano il morire. Ha scritto Madre Teresa: «Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno, non è vissuto invano». A tale riguardo, il Papa ha indicato il tanto bene che fanno gli hospice per le cure palliative, dove i malati terminali vengono accompagnati con un qualificato sostegno medico, psicologico e spirituale, perché possano vivere con dignità la fase finale della loro vita terrena, confortati dalla vicinanza delle persone care. Ed ha auspicato che tali centri continuino ad essere «luoghi nei quali si pratichi con impegno la “terapia della dignità”, alimentando così l’amore e il rispetto per la vita». Papa Francesco ha concluso congratulandosi per la recente pubblicazione del documento elaborato dalla Pontificia Commissione Biblica circa i temi fondamentali dell’antropologia biblica. «Con esso – ha sostenuto – si approfondisce una visione globale del progetto divino, iniziato con la creazione e che trova il suo compimento in Cristo, l’Uomo nuovo, il quale costituisce la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana». Antonio Gaspari, orbisphera

 

 

 

 

Documento di Abu Dhabi. Houshmand (teologa musulmana): “È un dattero dell’albero dell’incontro

 

"Un dattero dell'albero dell'incontro". La teologa musulmana utilizza questa immagine per commentare la portata del Documento di Abu Dhabi, firmato a quattro mani dal Papa e dal Grande Iman di Al-Azhar, ad un anno dalla sua pubblicazione. Prossima tappa del cammino della fratellanza: l'incontro su un "Patto educativo globale" convocato a maggio dal Papa con i leader delle varie religioni – di M. Michela Nicolais

 

“Un vero e proprio raggio di luce e di speranza”, anche in un mondo dove soffiano venti di guerra e il dialogo sembra a volte compromesso o minacciato. Così la teologa musulmana Shahrzad Houshmand definisce il documento sulla Fratellanza umana, firmato esattamente un anno fa dal Papa e dal Grande Imam di Al-Azhar. “E’ come un dattero dell’albero dell’incontro”, spiega al Sir, “è come un’onda che invita anche a correggere interpretazioni errate o ottuse della propria religione”.

È passato un anno dalla storica firma del documento di Abu Dhabi. Che impatto ha avuto sul mondo musulmano?

Ad Abu Dhabi, per la prima volta nella storia, i due leader delle due maggiori religioni mondiali sono abbracciati, hanno scritto e proposto insieme, in modo equo e paritario, un documento. Si tratta senza dubbio di un fatto storico, ma occorre ricordare che il documento di Abu Dhabi non è una novità assoluta, bensì il frutto di un cammino, ed è stato preparato da ben 60 incontri. Il passo più importante nel dialogo tra cattolici e musulmani lo ha fatto il Concilio Vaticano II, con una revisione del dialogo con il mondo islamico che ha i caratteri di una vera e propria rivoluzione. Gli ultimi tre papi, inoltre, si sono spesi molto in questo ambito: basti pensare alla visita di Giovanni Paolo II alla moschea di Damasco e l’incontro con 70mila musulmani nel viaggio in Marocco. Benedetto XVI, nel 2012, ha parlato del dialogo come momento in cui l’incontro dell’altro diventa reciproco “nutrimento e sostegno”. In questa prospettiva, possiamo dire che

il documento sulla Fratellanza umana è come un dattero dell’albero dell’incontro: un frutto dolcissimo, che rende sempre più praticabile il cammino tra fratelli di diverse religioni.Riscoprirsi fratelli per promuovere insieme la giustizia e la pace, l’obiettivo del Documento: in che modo il dialogo tra le religioni, e in particolare quello tra cristiani e musulmani, può contribuire a cambiare uno scenario mondiale in cui non cessano i venti di guerra ed esistono “conflitti congelati” anche in Europa, come ha denunciato il Papa nel recente discorso al Corpo diplomatico?

Il Papa e il Grande Imam di Al-Azhar hanno supplicato il mondo intero lanciando un appello per la giustizia, la fraternità e la pace. Intellettuali, filosofi, leader elle religioni, capi di Stato e tutti coloro che hanno autorità sulla scena pubblica mondiale, fin dall’inizio del testo, vengono interpellati a proposito delle loro responsabilità per il futuro di pace del pianeta. I leader delle due maggiori religioni del mondo hanno quasi supplicato l’intera società umana, sollecitata a divulgare i contenuti del testo e a rileggerne i valori comuni. Tutto ciò, ad un anno di distanza, sta andando avanti in molti ambiti, e

il Documento di Abu Dhabi è un vero e proprio raggio di luce e di speranza,

anche in contesti difficili come quelli attuali, perché la verità è che la crisi di oggi è una crisi di fede, una crisi dell’educazione, dei giovani…

Il cammino della fratellanza passa anche per un cambiamento culturale, si legge infatti nel documento. Il Papa ha convocato per maggio un altro grande appuntamento per un “patto educativo globale”, coinvolgendo anche le altre le religioni. Qual è la risposta sul versante islamico?

Ci siamo messi in cammino, nell’ottica di una comune collaborazione. In questo momento, ad Abu Dhabi, c’è un incontro ad alto livello proprio in preparazione all’appuntamento di maggio.

Il documento sulla Fratellanza umana è come un’onda che invita anche a correggere interpretazioni errate o ottuse della propria religione.

L’esempio da seguire, anche per me che sono musulmana, è quello del Papa, che si mette in ascolto e come un maestro educa. Il Papa è un maestro universale della spiritualità, perché il vero maestro tiene conto dei bisogni di chi ascolta. Mettersi in un atteggiamento paritario dà la possibilità all’altro di ascoltare meglio le parole di Francesco, che sono le parole del Vangelo. Il suo è un lavoro eccezionale di evangelizzazione:

il Papa sta portando avanti il messaggio genuino del Vangelo, ma in un atteggiamento cristiano che è compatibile con la cultura e la spiritualità islamica.

Analizzando lo scenario del Mediterraneo, tema sul quale la Chiesa italiana ha organizzato un incontro delle Chiese cristiane a Bari, il card. Parolin ha evidenziato l’importanza del tema della cittadinanza. E’ questa, secondo lei, la strada per garantire il rispetto dei diritti umani e la libertà religiosa, anche nei Paesi in cui i cattolici sono una minoranza?

Sicuramente. Con la cittadinanza usciamo dalle varie identità culturali, nazionali, linguistiche e anche religiose: ci guardiamo l’uno negli occhi dell’altro come concittadini, prima di tutto della nostra terra, del mondo, e poi della nostra nazione e città. Uscendo dai nostri titoli religiosi, accademici, linguistici e culturali ci mettiamo ad un livello paritario e riusciamo a condividere insieme la sorte della nostra città, tramite l’attenzione al bene comune. Sir 4

 

 

 

Papa Francesco: “la vecchiaia non è una malattia”, “andate a cercare gli anziani che vivono soli”

 

“Anche gli anziani sono il presente e il domani della Chiesa. Sì, sono anche il futuro di una Chiesa che, insieme ai giovani, profetizza e sogna!”. Lo ha esclamato il Papa, ricevendo in udienza i partecipanti al primo Congresso internazionale di pastorale degli anziani, svoltosi in questi giorni all’Augustinianum di Roma per iniziativa del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita. “Per questo è tanto importante che i giovani e i nonni parlino tra di loro”, ha aggiunto a braccio. “Quando pensiamo agli anziani e parliamo di loro, tanto più nella dimensione pastorale, dobbiamo imparare a modificare un po’ i tempi dei verbi”, ha spiegato Francesco: “Non c’è solo il passato, come se, per gli anziani, esistessero solo una vita alle spalle e un archivio ammuffito. No. Il Signore può e vuole scrivere con loro anche pagine nuove, pagine di santità, di servizio, di preghiera…. “La profezia degli anziani si realizza quando la luce del Vangelo entra pienamente nella loro vita”, ha osservato Francesco: “Quando, come Simeone ed Anna, prendono tra le braccia Gesù e annunciano la rivoluzione della tenerezza, la Buona Notizia di Colui che venuto nel mondo a portare la luce del Padre”. “Per questo vi chiedo di non risparmiarvi nell’annunciare il Vangelo ai nonni e agli anziani”, l’invito del Papa: “Andate loro incontro con il sorriso sul volto e il Vangelo tra le mani. Uscite per le strade delle vostre parrocchie e andate a cercare gli anziani che vivono soli. La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla”. Infine, un pensiero ai nonni: “Al giorno d’oggi, nelle società secolarizzate di molti Paesi, le attuali generazioni di genitori non hanno, per lo più, quella formazione cristiana e quella fede viva, che invece i nonni possono trasmettere ai loro nipoti. Sono loro l’anello indispensabile per educare alla fede i piccoli e i giovani. Dobbiamo abituarci a includerli nei nostri orizzonti pastorali e a considerarli, in maniera non episodica, come una delle componenti vitali delle nostre comunità. Essi non sono solo persone che siamo chiamati ad assistere e proteggere per custodire la loro vita, ma possono essere attori di una pastorale evangelizzatrice, testimoni privilegiati dell’amore fedele di Dio”. M.N. Sir 31

 

 

 

 

“È tanto importante che gli anziani e i giovani parlino fra loro

 

Udienza ai partecipanti al Congresso Internazionale “La ricchezza degli anni” organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita il 31 gennaio. Ecco il discorso che il Papa ha rivolto ai presenti all’Udienza

 

Cari fratelli e sorelle,

do il mio cordiale benvenuto a voi, partecipanti al primo Congresso internazionale di pastorale degli anziani – “La ricchezza degli anni” –, organizzato dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita; e ringrazio il Cardinale Farrell per le sue cortesi parole.

La “ricchezza degli anni” è ricchezza delle persone, di ogni singola persona che ha alle spalle tanti anni di vita, di esperienza e di storia. È il tesoro prezioso che prende forma nel cammino della vita di ogni uomo e donna, qualunque siano le sue origini, la sua provenienza, le sue condizioni economiche o sociali. Poiché la vita è un dono, e quando è lunga è un privilegio, per sé stessi e per gli altri. Sempre, sempre è così.

Nel 21° secolo, la vecchiaia è divenuta uno dei tratti distintivi dell’umanità. Nel giro di pochi decenni, la piramide demografica – che un tempo poggiava su un gran numero di bambini e giovani e aveva al suo vertice pochi anziani – si è invertita. Se un tempo gli anziani avrebbero potuto popolare un piccolo stato, oggi potrebbero popolare un intero continente. In tal senso, l’ingente presenza degli anziani costituisce una novità per ogni ambiente sociale e geografico del mondo. Inoltre, alla vecchiaia oggi corrispondono stagioni differenti della vita: per molti è l’età in cui cessa l’impegno produttivo, le forze declinano e compaiono i segni della malattia, del bisogno di aiuto e l’isolamento sociale; ma per tanti è l’inizio di un lungo periodo di benessere psico-fisico e di libertà dagli obblighi lavorativi. In entrambe le situazioni, come vivere questi anni? Che senso dare a questa fase della vita, che per molti può essere lunga?

Il disorientamento sociale e, per molti versi, l’indifferenza e il rifiuto che le nostre società manifestano nei confronti degli anziani, chiamano non solo la Chiesa, ma tutti, ad una seria riflessione per imparare a cogliere e ad apprezzare il valore della vecchiaia. Infatti, mentre, da un lato, gli Stati devono affrontare la nuova situazione demografica sul piano economico, dall’altro, la società civile ha bisogno di valori e significati per la terza e la quarta età. E qui soprattutto si pone il contributo della comunità ecclesiale. Perciò ho accolto con interesse l’iniziativa di questo convegno, che ha focalizzato l’attenzione sulla pastorale per gli anziani e ha avviato una riflessione sulle implicazioni derivanti da una presenza cospicua di nonni nelle nostre parrocchie e nelle società. Vi chiedo che questa non resti un’iniziativa isolata, ma segni l’inizio di un cammino di approfondimento pastorale e di discernimento.

Dobbiamo mutare le nostre abitudini pastorali per saper rispondere alla presenza di tante persone anziane nelle famiglie e nelle comunità. Nella Bibbia la longevità è una benedizione. Essa ci mette a confronto con la nostra fragilità, con la dipendenza reciproca, con i nostri legami familiari e comunitari, e soprattutto con la nostra figliolanza divina. Concedendo la vecchiaia, Dio Padre dona tempo per approfondire la conoscenza di Lui, l’intimità con Lui, per entrare sempre più nel suo cuore e abbandonarsi a Lui. È il tempo per prepararsi a consegnare nelle sue mani il nostro spirito, definitivamente, con fiducia di figli. Ma è anche un tempo di rinnovata fecondità. «Nella vecchiaia daranno ancora frutti», dice il salmista (Sal 91,15). Il disegno di salvezza di Dio, infatti, si attua anche nella povertà dei corpi deboli, sterili e impotenti. Dal grembo sterile di Sara e dal corpo centenario di Abramo è nato il Popolo eletto (cfr Rm 4,18-20). Da Elisabetta e dal vecchio Zaccaria è nato Giovanni il Battista.

L’anziano, anche quando è debole, può farsi strumento della storia della salvezza. Consapevole di questo ruolo insostituibile delle persone anziane, la Chiesa si fa luogo dove le generazioni sono chiamate a condividere il progetto d’amore di Dio, in un rapporto di reciproco scambio dei doni dello Spirito Santo. Questa condivisione intergenerazionale ci obbliga a cambiare il nostro sguardo verso gli anziani, per imparare a guardare al futuro insieme a loro. Quando pensiamo agli anziani e parliamo di loro, tanto più nella dimensione pastorale, dobbiamo imparare a modificare un po’ i tempi dei verbi. Non c’è solo il passato, come se, per gli anziani, esistessero solo una vita alle spalle e un archivio ammuffito. No. Il Signore può e vuole scrivere con loro anche pagine nuove, pagine di santità, di servizio, di preghiera… Oggi vorrei dirvi che anche gli anziani sono il presente e il domani della Chiesa. Sì, sono anche il futuro di una Chiesa che, insieme ai giovani, profetizza e sogna! Per questo è tanto importante che gli anziani e i giovani parlino fra loro, è tanto importante.

La profezia degli anziani si realizza quando la luce del Vangelo entra pienamente nella loro vita; quando, come Simeone ed Anna, prendono tra le braccia Gesù e annunciano la rivoluzione della tenerezza, la Buona Notizia di Colui che venuto nel mondo a portare la luce del Padre. Per questo vi chiedo di non risparmiarvi nell’annunciare il Vangelo ai nonni e agli anziani. Andate loro incontro con il sorriso sul volto e il Vangelo tra le mani. Uscite per le strade delle vostre parrocchie e andate a cercare gli anziani che vivono soli. La vecchiaia non è una malattia, è un privilegio! La solitudine può essere una malattia, ma con la carità, la vicinanza e il conforto spirituale possiamo guarirla.

Dio ha un popolo numeroso di nonni ovunque nel mondo. Al giorno d’oggi, nelle società secolarizzate di molti Paesi, le attuali generazioni di genitori non hanno, per lo più, quella formazione cristiana e quella fede viva, che invece i nonni possono trasmettere ai loro nipoti. Sono loro l’anello indispensabile per educare alla fede i piccoli e i giovani. Dobbiamo abituarci a includerli nei nostri orizzonti pastorali e a considerarli, in maniera non episodica, come una delle componenti vitali delle nostre comunità. Essi non sono solo persone che siamo chiamati ad assistere e proteggere per custodire la loro vita, ma possono essere attori di una pastorale evangelizzatrice, testimoni privilegiati dell’amore fedele di Dio. Per questo ringrazio tutti che dedicate le vostre energie pastorali ai nonni e agli anziani. So bene che il vostro impegno e la vostra riflessione nascono dall’amicizia concreta con tanti anziani. Spero che quella che oggi è la sensibilità di pochi diventi patrimonio di ogni comunità ecclesiale. Non abbiate timore, prendete iniziative, aiutate i vostri Vescovi e le vostre Diocesi a promuovere il servizio pastorale agli anziani e con gli anziani. Non vi scoraggiate, andate avanti! Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita continuerà ad accompagnarvi in questo lavoro. Anch’io vi accompagno con la mia preghiera e la mia benedizione. E voi, per favore, non dimenticate di pregare per me. Grazie! Papa Francesco

 

 

 

 

La dottrina cristiana: “Una realtà dinamica”

 

Udienza ai Partecipanti alla Plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede il 30 gennaio. Il discorso del Papa

 

Signori Cardinali, cari fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, cari fratelli e sorelle, vi accolgo in occasione della vostra Assemblea Plenaria. Ringrazio il Prefetto per le sue cortesi parole; e saluto tutti voi, Superiori, Officiali e Membri della Congregazione della Dottrina della Fede. Vi sono grato per tutto il lavoro che svolgete a servizio della Chiesa universale, in aiuto al Vescovo di Roma e ai Vescovi del mondo nella promozione e tutela dell’integrità della dottrina cattolica sulla fede e la morale.

La dottrina cristiana non è un sistema rigido e chiuso in sé, ma nemmeno un’ideologia che muta con il passare delle stagioni; è una realtà dinamica che, rimanendo fedele al suo fondamento, si rinnova di generazione in generazione e si compendia in un volto, in un corpo e in un nome: Gesù Cristo Risorto. Grazie al Signore Risorto, la fede ci spalanca al prossimo e ai suoi bisogni, da quelli più piccoli fino ai più grandi. Perciò, la trasmissione della fede esige che si tenga conto del suo destinatario, che lo si conosca e lo si ami fattivamente. In tale prospettiva, è significativo il vostro impegno per riflettere, nel corso di questa Plenaria, sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita.

Il contesto socio-culturale attuale sta progressivamente erodendo la consapevolezza riguardo a ciò che rende preziosa la vita umana. Essa, infatti, sempre più spesso viene valutata in ragione della sua efficienza e utilità, al punto da considerare “vite scartate” o “vite indegne” quelle che non rispondono a tale criterio. In questa situazione di perdita degli autentici valori, vengono meno anche i doveri inderogabili della solidarietà e della fraternità umana e cristiana. In realtà, una società merita la qualifica di “civile” se sviluppa gli anticorpi contro la cultura dello scarto; se riconosce il valore intangibile della vita umana; se la solidarietà è fattivamente praticata e salvaguardata come fondamento della convivenza.

Quando la malattia bussa alla porta della nostra vita, affiora sempre più in noi il bisogno di avere accanto qualcuno che ci guardi negli occhi, che ci tenga la mano, che manifesti la sua tenerezza e si prenda cura di noi, come il Buon Samaritano della parabola evangelica (cfr Messaggio per la XXVIII Giornata Mondiale del Malato, 11 febbraio 2020). Il tema della cura dei malati, nelle fasi critiche e terminali della vita, chiama in causa il compito della Chiesa di riscrivere la “grammatica” del farsi carico e del prendersi cura della persona sofferente. L’esempio del Buon Samaritano insegna che è necessario convertire lo sguardo del cuore, perché molte volte chi guarda non vede. Perché? Perché manca la compassione. Mi viene in mente che, tante volte, il Vangelo, parlando di Gesù davanti a una persona che soffre, dice: “ne ebbe compassione”, “ne ebbe compassione”…. Un ritornello della persona di Gesù. Senza la compassione, chi guarda non rimane implicato in ciò che osserva e passa oltre; invece chi ha il cuore compassionevole viene toccato e coinvolto, si ferma e se ne prende cura.

Attorno al malato occorre creare una vera e propria piattaforma umana di relazioni che, mentre favoriscono la cura medica, aprano alla speranza, specialmente in quelle situazioni-limite in cui il male fisico si accompagna allo sconforto emotivo e all’angoscia spirituale. L’approccio relazionale ? e non meramente clinico ? con il malato, considerato nella unicità e integralità della sua persona, impone il dovere di non abbandonare mai nessuno in presenza di mali inguaribili. La vita umana, a motivo della sua destinazione eterna, conserva tutto il suo valore e tutta la sua dignità in qualsiasi condizione, anche di precarietà e fragilità, e come tale è sempre degna della massima considerazione.

Santa Teresa di Calcutta, che ha vissuto lo stile della prossimità e della condivisione, preservando, fino alla fine, il riconoscimento e il rispetto della dignità umana, e rendendo più umano il morire, diceva così: «Chi nel cammino della vita ha acceso anche soltanto una fiaccola nell’ora buia di qualcuno non è vissuto invano». A tale riguardo, penso a quanto bene fanno gli hospice per le cure palliative, dove i malati terminali vengono accompagnati con un qualificato sostegno medico, psicologico e spirituale, perché possano vivere con dignità, confortati dalla vicinanza delle persone care, la fase finale della loro vita terrena. Auspico che tali centri continuino ad essere luoghi nei quali si pratichi con impegno la “terapia della dignità”, alimentando così l’amore e il rispetto per la vita.

Apprezzo, inoltre, lo studio da voi intrapreso circa la revisione delle norme sui delicta graviora riservati al vostro Dicastero, contenute nel Motu proprio “Sacramentorum sanctitatis tutela” di san Giovanni Paolo II. Il vostro impegno si colloca nella giusta direzione di aggiornare la normativa in vista di una maggiore efficacia delle procedure, per renderla più ordinata e organica, alla luce delle nuove situazioni e problematiche dell’attuale contesto socio-culturale.

Nel contempo, vi esorto a proseguire con fermezza in questo compito, per offrire un valido contributo in un ambito in cui la Chiesa è direttamente coinvolta a procedere con rigore e trasparenza nel tutelare la santità dei Sacramenti e la dignità umana violata, specialmente dei piccoli.

Mi congratulo, infine, per la recente pubblicazione del documento elaborato dalla Pontificia Commissione Biblica circa i temi fondamentali dell’antropologia biblica. Con esso si approfondisce una visione globale del progetto divino, iniziato con la creazione e che trova il suo compimento in Cristo, l’Uomo nuovo, il quale costituisce «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 10).

Ringrazio tutti voi, Membri e Collaboratori della Congregazione per la Dottrina della Fede, per il prezioso servizio che svolgete. Invoco su di voi l’abbondanza delle benedizioni del Signore; e vi chiedo, per favore, di pregare per me. Grazie!

Papa Francesco

 

 

 

 

Brexit: Comece, “anche se il Regno Unito non fa più parte dell’Ue, continua a far parte dell’Europa. Siamo destinati a vivere e lavorare insieme

 

(Bruxelles) “Per oltre quattro anni, Brexit è stata una fonte di preoccupazione per il futuro, un elemento di instabilità per molte persone, famiglie e comunità su entrambi i lati della Manica. Da oggi in poi, il Regno Unito non fa più parte dell’Unione europea. Siamo rattristati, ma come difensore della libertà di espressione e della democrazia, la Chiesa cattolica in Europa rispetta la volontà espressa dai cittadini britannici con il referendum del 2016”. Lo afferma una nota della presidenza Comece, la Commissione degli episcopati dell’Unione europea, nel giorno in cui il Regno Unito lascia l’Ue. “Come affermato dai vescovi del Regno Unito, accogliamo con favore l’accordo sul Brexit recentemente concluso tra il Regno Unito e l’Ue. Può essere visto come una vittoria del buon senso e delle relazioni di buon vicinato. Uno scenario no-deal avrebbe avuto effetti negativi sia sul Regno Unito che sull’Unione europea, e, nel complesso, sarebbe stato dannoso per le persone più vulnerabili”. La nota prosegue: “Anche se il Regno Unito non fa più parte dell’Ue, continuerà a far parte dell’Europa. Siamo tutti destinati a vivere e a lavorare insieme nel pieno rispetto delle scelte e delle diversità di ciascuno. È quindi fondamentale mantenere buoni rapporti reciproci”.

La presidenza Comece aggiunge: “Invitiamo tutte le persone di buona volontà a pregare e ad operare per il bene comune e ad assicurare che il Brexit non riuscirà a infrangere le relazioni tra fratelli e sorelle su entrambe le sponde del mare. Potrebbe essere un processo lungo e stimolante, ma potrebbe anche essere un’opportunità per innescare nuove dinamiche tra i popoli europei e ricostruire un senso di comunità in Europa”. Infine: “nonostante il Brexit, le Conferenze episcopali del Regno Unito rimarranno parte integrante della Chiesa in Europa. I loro vescovi delegati continueranno a partecipare alla Comece, a livello politico come membri osservatori e a livello tecnico nel quadro delle commissioni e dei gruppi di lavoro della Comece”. G.B. Sir 1

 

 

 

“Le Beatitudini ti portano alla gioia, sempre

 

L’Udienza Generale del 29 gennaio e Catechesi del Santo Padre sulle Beatitudini (Brano biblico Dal Vangelo secondo Matteo 5, 1-11.), che qui riprendiamo

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Iniziamo oggi una serie di catechesi sulle Beatitudini nel Vangelo di Matteo (5,1-11). Questo testo che apre il “Discorso della montagna” e che ha illuminato la vita dei credenti anche di tanti non credenti. È difficile non essere toccati da queste parole di Gesù, ed è giusto il desiderio di capirle e di accoglierle sempre più pienamente. Le Beatitudini contengono la “carta d’identità” del cristiano – questa è la nostra carta d’identità -, perché delineano il volto di Gesù stesso, il suo stile di vita.

Ora inquadriamo globalmente queste parole di Gesù; nelle prossime catechesi commenteremo le singole Beatitudini, una a una.

Anzitutto è importante come avvenne la proclamazione di questo messaggio: Gesù, vedendo le folle che lo seguono, sale sul dolce pendio che circonda il lago di Galilea, si mette a sedere e, rivolgendosi ai discepoli, annuncia le Beatitudini. Dunque il messaggio è indirizzato ai discepoli, ma all’orizzonte ci sono le folle, cioè tutta l’umanità. È un messaggio per tutta l’umanità.

Inoltre, il “monte” rimanda al Sinai, dove Dio diede a Mosè i Comandamenti. Gesù inizia a insegnare una nuova legge: essere poveri, essere miti, essere misericordiosi… Questi “nuovi comandamenti” sono molto più che delle norme. Infatti, Gesù non impone niente, ma svela la via della felicità – la sua via – ripetendo otto volte la parola “beati”.

Ogni Beatitudine si compone di tre parti. Dapprima c’è sempre la parola “beati”; poi viene la situazione in cui si trovano i beati: la povertà di spirito, l’afflizione, la fame e la sete della giustizia, e via dicendo; infine c’è il motivo della beatitudine, introdotto dalla congiunzione “perché”: “Beati questi perché, beati coloro perché …” Così sono le otto Beatitudini e sarebbe bello impararle a memoria per ripeterle, per avere proprio nella mente e nel cuore questa legge che ci ha dato Gesù.

Facciamo attenzione a questo fatto: il motivo della beatitudine non è la situazione attuale ma la nuova condizione che i beati ricevono in dono da Dio: “perché di essi è il regno dei cieli”, “perché saranno consolati”, “perché erediteranno la terra”, e così via.

Nel terzo elemento, che è appunto il motivo della felicità, Gesù usa spesso un futuro passivo: “saranno consolati”, “riceveranno in eredità la terra”, “saranno saziati”, “saranno perdonati”, “saranno chiamati figli di Dio”.

Ma cosa vuol dire la parola “beato”? Perché ognuna della otto Beatitudini incomincia con la parola “beato”? Il termine originale non indica uno che ha la pancia piena o se la passa bene, ma è una persona che è in una condizione di grazia, che progredisce nella grazia di Dio e che progredisce sulla strada di Dio: la pazienza, la povertà, il servizio agli altri, la consolazione … Coloro che progrediscono in queste cose sono felici e saranno beati.

Dio, per donarsi a noi, sceglie spesso delle strade impensabili, magari quelle dei nostri limiti, delle nostre lacrime, delle nostre sconfitte. È la gioia pasquale di cui parlano i fratelli orientali, quella che ha le stimmate ma è viva, ha attraversato la morte e ha fatto esperienza della potenza di Dio. Le Beatitudini ti portano alla gioia, sempre; sono la strada per raggiungere la gioia. Ci farà bene prendere il Vangelo di Matteo oggi, capitolo quinto, versetto da uno a undici e leggere le Beatitudini – forse alcune volte in più, durante la settimana – per capire questa strada tanto bella, tanto sicura della felicità che il Signore ci propone.

Papa Francesco

 

 

 

Giornata vita consacrata. Uomini e donne consacrati: esserci ovunque come Gesù

 

Il senso e la missione della propria vita in Cristo, la chiara identità di sé, la coscienza dell’appartenenza, la capacità relazionale permettono, al di là dei consensi, di essere significativi e capaci di accogliere ogni altro così com’è. Essere per…, essere con…, esserci… come Gesù, è ciò che ogni consacrato è chiamato a vivere. Tenendo sempre fermo il punto di partenza (S. Chiara), siamo nella Chiesa per testimoniare, tra i fratelli e le sorelle, la gioia per aver incontrato il Signore, facendo toccare la prossimità di Dio a tutti coloro che attendono una parola di speranza attraverso la solidarietà e la condivisione

Il 2 febbraio si celebra la giornata mondiale di preghiera per la Vita consacrata. È un’occasione per tutto il popolo di Dio, per ringraziare il Signore per la presenza di tali persone nella Chiesa? Si ritiene un dono l’esserci di chi spende la propria vita gratuitamente, seguendo il Risorto sulle strade vicine e lontane del mondo, negli ospedali, nelle scuole, nelle periferie della storia, nelle parrocchie, tra i diseredati, tra coloro che non contano, nei monasteri e negli eremi, per raccontare con il silenzio e con la lode a Dio la prossimità del Signore che ama di amore eterno l’umanità?

Nel tempo tale giornata non sempre ha custodito il motivo per cui è stata fissata e non è raro constatare che, a volte, è stata trasformata in un semplice rituale che non rimanda più a nulla. Ci troviamo, talvolta, di fronte ad un appuntamento celebrato con i soli consacrati e qualche sacerdote che continua a credere alla Vita Consacrata. Gli uomini e le donne che frequentano la Chiesa non sono di solito consapevoli o formati a ritenere i consacrati facenti parte, a pieno titolo, delle comunità ecclesiali. Anche i consacrati, a volte, si chiudono nel loro mondo e non sempre dimostrano di far parte del popolo di Dio.

Se le donne consacrate talvolta sono identificate con i servizi da rendere e rischiano di essere ignorate come persone e non portatrici di doni specifici, è perché non sempre dimostrano la bellezza del loro esserci in quanto persone uniche e irrepetibili. È urgente, perciò, investire nella formazione delle consacrate in quanto donne, per divenire sempre più consapevoli della propria identità non eterea, dimostrando con determinazione e senza rivendicazione la specificità del proprio esserci. Quando le consacrate hanno una chiara identità di se stesse, in quanto persone in relazione, non subiscono soprusi e con il comportamento obbligano chi ha il potere, a rimanere al proprio posto.

Accanto alla formazione delle donne consacrate è necessaria una formazione umana integrale, non solo intellettiva, degli uomini consacrati. Quando si coltivano solo le facoltà cerebrali, si atrofizza la capacità relazionale, prerogativa che consente di accogliere l’altro senza confusione, sempre nel rispetto, nell’ascolto, nella sorpresa. Le competenze, se non sono ben definite, vengono identificate come strumento di potere che non permette di stabilire relazioni alla pari, pur nel rispetto della diversità dei ruoli.

L’affermazione di Papa Francesco vale per ogni tipo di relazione: «L’unità alla quale occorre aspirare non è uniformità, ma una “unità nella diversità” o una “diversità riconciliata”. In questo stile arricchente di comunione fraterna, i diversi si incontrano, si rispettano e si apprezzano, mantenendo tuttavia differenti sfumature e accenti che arricchiscono il bene comune» (Amoris laetitia 139).

Si può ridurre allora la ricorrenza ad una sola celebrazione della S. Messa o è necessaria una sensibilizzazione previa che promuova, in modo capillare, negli ambiti ecclesiali una diversa visione della vita di comunità che faccia scoprire la bellezza di ogni unicità vissuta sinergicamente con tutti gli stati di vita?

Una vita consacrata che sembra non aver più senso e non essere più segno, rischia di non testimoniare la freschezza di un’esistenza evangelica che faccia vedere Cristo nella storia di ogni giorno.

È urgente che noi consacrati qualifichiamo la nostra vita secondo lo Spirito, per non cercare mille motivi nei meandri del quotidiano che giustifichino la nostra insignificanza o inquietudine.

Quando anche ci ostiniamo a presentare i nostri Fondatori senza testimoniare il Signore, allora veniamo meno alla missione affidataci dallo Spirito: far vedere, attraverso una vita evangelica incarnata, i pensieri, i sentimenti e le azioni di Cristo, come hanno fatto i nostri Santi che ci hanno preceduto.

Annunciamo davvero con la vita che “Abbiamo trovato il Messia” (Gv 1,41)?

Rompere gli steccati che ci ghettizzano, ci permette di scoprirci parte vivente dell’umanità, di sentirci appartenente al popolo di Dio, al di là dell’essere riconosciuti e valorizzati nei diversi ambienti. La profezia passa allora attraverso la nostra vita donata senza calcolo in ogni situazione, lasciando trasparire nel quotidiano nei tratti umani ed evangelici, personali e fraterni, la bellezza dell’esistenza ricevuta gratis dal Signore.

Liberandoci di tutto, per vivere solo per Cristo, veniamo in contatto con la radice dell’umanità che ci consente di aprire gli occhi per vedere gli uomini e le donne, soprattutto scartati o disprezzati, che attendono in ogni momento presenze umane che, anche nel silenzio o nell’impotenza, scelgono di “stare”, di “rimanere” sempre accanto.

Il senso e la missione della propria vita in Cristo, la chiara identità di sé, la coscienza dell’appartenenza, la capacità relazionale permettono, al di là dei consensi, di essere significativi e capaci di accogliere ogni altro così com’è.

Essere per …, essere con …, esserci… come Gesù, è ciò che ogni consacrato è chiamato a vivere. Tenendo sempre fermo il punto di partenza (S. Chiara), siamo nella Chiesa per testimoniare, tra i fratelli e le sorelle, la gioia per aver incontrato il Signore, facendo toccare la prossimità di Dio a tutti coloro che attendono una parola di speranza attraverso la solidarietà e la condivisione. Diana Papa Sir 29

 

 

 

Seguire Cristo: conversione, comunione e chiamata

 

1) Seguire Cristo è la prima conversione.

Il punto centrale del vangelo di oggi è chiaro: seguire Gesù Cristo, che chiama alla comunione con lui.

In effetti, dopo aver annunciato il regno e la conversione, la prima cosa che il Redentore del mondo fa è quella di mostrarci come si realizza il regno di Dio. La modalità principale di questa realizzazione del regno di Dio è seguire Gesù Cristo, perché seguendo lui diventiamo ciò che siamo: figli nel e con Figlio. Facendo il cammino del Figlio, realizziamo pienamente la nostra verità di figli.  Ed è proprio nel camminare  di Cristo davanti a noi e nel nostro andargli dietro, magari seguendolo a tentoni e sbagliando, che nasce l’uomo nuovo.

Va tenuto presente che questo cammino di conversione esige non solo una “conversione morale”, che implica un cambiamento di vita. Esso esige  una “conversione intellettuale”, che implica un cambiamento nel modo di pensare e di sentire. Esige, infine, una “conversione esistenziale”, che implica vivere della presenza di Cristo, seguito con amorosa fiducia  e totale abbandono.

Dunque la conversione non è  riducibile ad un piccolo aggiustamento del nostro cammino, ma è una vera e propria inversione di marcia. Conversione è andare controcorrente, dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio, che spesso ci trascina, ci domina e ci rende schiavi del male o comunque prigionieri della mediocrità morale, intellettuale ed esistenziale.

E’ seguendo il Figlio di Dio che la fede diventa realtà, diventa rapporto personale con Lui. Questa relazione non è solo rapporto di amicizia ma di prassi: lo seguiamo, facciamo lo stesso cammino e diventiamo figli in Lui. E’ proprio nel seguire Gesù che si realizza tutto. Seguire Gesù, però, non è un’iniziativa nostra. Lo seguiamo perché chiamati. Il seguire è la nostra risposta alla sua proposta di convertirci, di credere a Lui, di vivere in relazione con Lui e di vivere come Lui, seguendolo

 

La vocazione alla conversione.

Nel brano di oggi l’Evangelista e Apostolo Matteo ci narra che Gesù lasciò Nazareth, dove nel nascondimento aveva vissuto una vita quotidiana così normale che nessuno dei suoi compaesani[1] avevano visto in Lui qualcuno di eccezionale, e andò a Cafarnao per portare la luce di Dio. Andò in un luogo, dove c’era una grande mescolanza di ebrei e di altri popoli e per questo era chiamato dai Giudei “Galilea delle genti”, ossia “provincia dei pagani”.

La logica umana si sarebbe aspettata che l’annuncio messianico partisse dal cuore del giudaismo, cioè da Gerusalemme[2], ed eccolo invece partire da una regione periferica, la Galilea, generalmente disprezzata e ritenuta contaminata dal paganesimo. Ma proprio ciò che costituisce una sorpresa è per San Matteo il compimento di un’antica profezia e il segno rivelatore di Gesù: il Messia universale che frantuma ogni forma di particolarismo.

Gesù incominciò da questa “apparente” periferia[3] per illuminare sia la Città santa che il mondo e il suo annuncio è riassunto da San Matteo in una formula concisa: “Il Regno di Dio è vicino, convertitevi”. Queste prime parole di Gesù sono semplici, poche.  San Marco scrive: “Il tempo è compiuto; il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15). Le parole riportate nel Vangelo di oggi sono ancora più scarne: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino” (Mt 4,17) e, forse, non chiare per noi moderni per la loro stessa sobrietà. Per capirle, e capire pure la differenza tra il messaggio di Giovanni e l’annuncio di Gesù, ne propongo una spiegazione nel linguaggio nostro, cercando di far emergere il loro eternamente vivo significato.

“Il Tempo è compiuto”. Il Tempo aspettato, profetato, annunziato è giunto a pienezza. E’ compiuto il tempo di vivere senza conoscere la bellezza della vita con Cristo. E’ compiuto il tempo degli inganni. E’ tempo di farci aprire gli occhi da Dio e contemplare il Suo volto, che poi diventa in parte il nostro.

“Il Regno è vicino”. Giovanni il Battista diceva che un Re sarebbe venuto presto a fondare un nuovo regno: il Regno dei Cieli.  Gesù dà la lieta notizia che il  Re è venuto e che le porte del Regno sono aperte. Il Regno non è la fantasia sorpassata di un povero Ebreo di venti secoli fa; non è una cosa antiquata, una memoria morta, un sogno infranto. II Regno dei cieli è in noi. Comincia da subito: è anche opera nostra, per la felicità nostra, in questa vita, su questa terra. Dipende anche dalla nostra volontà, dal nostro rispondere sì o no alla vocazione di Cristo, che ci chiama ad essere santi, cioè a guardare il cielo, a desiderare il cielo e sperare di vivere sempre in cielo. Il Regno di Dio è pace e gioia[4].

“Convertitevi” aggiunge Gesù. “Convertitevi”: anche questa “vecchia” parola è stata distorta dal suo senso autentico. La parola del Vangelo in greco “Metanoèite” non si può tradurre in latino con “poenitemini” o in italiano con “fate penitenza”. Metànoia è propriamente il cambiamento del modo di pensare, il cambiamento della mente, la trasformazione dell’anima. Metamorfosi è un mutare la forma; metanoia un mutare lo spirito, è cambiare mentalità. Giustamente la traduzione dice “conversione”, che è il rinnovamento dell’uomo interiore. L’idea di “pentimento” e di “penitenza” non sono che applicazioni e illustrazioni dell’invito di Gesù a girarsi verso di Lui, a muoversi verso la luce.

Il Messia ci invita a convertirci alla luce della verità ed alla beatitudine dell’amore.

Amandolo lo conosceremo meglio, e conoscendolo meglio Lo ameremo ancora di più: si ama bene soltanto quel che si conosce; l’amore fa trasparente chi s’ama. La prima conversione consiste nel credere, nel credere al Verbo di Amore. “La fede in quanto legata alla conversione, è l’opposto dell’idolatria; è separazione dagli idoli per tornare al Dio vivente, mediante un incontro personale. Credere significa affidarsi a un amore misericordioso che sempre accoglie e perdona, che sostiene e orienta l’esistenza, che si mostra potente nella sua capacità di raddrizzare le storture della nostra storia. La fede consiste nella disponibilità a lasciarsi trasformare sempre di nuovo dalla chiamata di Dio. (Francesco, Lett. Enc. Lumen Fidei, n. 13).

 

3) Una chiamata nella chiamata.

Il brano dell’Enciclica di Papa  Francesco permette di passare al commento della seconda parte del Vangelo odierno che parla della chiamata dei primi discepoli. Questi proposta a seguirLo Gesù la fa sulla riva del lago di Cafarnao, dove Lui stava predicando e dove gli uomini erano intenti al loro lavoro.

Nessuna cornice eccezionale per la chiamata dei primi discepoli: un porto in riva ad un lago, luogo di lavoro per dei pescatori.

Cerchiamo di far emergere i tratti essenziali di questo racconto di vita.

Gesù è il protagonista. Lui è il personaggio centrale. Sua è l’iniziativa (“vide due fratelli” – Pietro e Andrea – “e disse loro: seguitemi”; “vide altri due fratelli” – Giacomo e Giovanni di Zebedeo – “e li chiamò”).  Non è l’uomo che si autoproclama discepolo, ma è Gesù che converte l’uomo e lo chiama ad essere suo discepolo, scegliendolo con amore. Il discepolo, poi, non è chiamato in primo luogo ad imparare una dottrina ma a vivere con una Presenza, che è il centro affettivo della sua vita di chiamato Al primo posto c’è l’attaccamento alla persona di Gesù.

Questa adesione esige un profondo distacco. Giacomo e Giovanni, Pietro e Andrea lasciano le reti, la barca e il padre. Lasciano, in altre parole, il mestiere e la famiglia. Il mestiere garantisce sicurezza e stima sociale, il padre rappresenta le proprie radici. Si tratta di un distacco radicale.

Questo distacco permette di rispondere all’appello di Gesù mediante una sequela totale e gratuita. I due verbi “lasciare” e “seguire” che indicano uno spostamento del centro della vita della persona chiamata. L’appello di Gesù non è in vista di una sistemazione sociale, non colloca in uno stato, ma mette in cammino per una missione.

Infine si vede che le caratteristiche del discepolo sono almeno due: la comunione con Cristo (“seguitemi”) e un andare verso l’umanità (“vi farò pescatori  di uomini”). La seconda nasce dalla prima. Gesù non colloca i suoi discepoli in uno spazio separato, chiuso: li manda per le strade del mondo. A questo riguardo anche Papa Francesco, parlando del Santo Pietro Favre, gesuita francese, invita a imitare questo “Compagno di Gesù” lasciando che “Cristo occupi il centro del cuore”[5].

Anche le Vergini consacrate vivono questa “centralità” di Cristo, seguendolo in pieno abbandono e amorosa fiducia. Imitando i primi 4 apostoli scelti da Gesù. Non è un caso che fossero pescatori. Il pescatore, che vive gran parte dei suoi giorni nella pura solitudine dell’acqua, è la persona che sa aspettare. È la persona paziente, che non ha fretta, che cala la sua rete e si affida in Dio. L’acqua fa suoi capricci, il lago ha le sue bizzarrie e i giorni non sono mai eguali.  Partendo par andare al largo in cerca di pesci, il pescatore non sa se tornerà colla barca colma senza neanche un pesce da mettere al fuoco per il suo pasto. Si rimette nelle mani del Signore che manda l’abbondanza e la carestia; si consola del giorno cattivo pensando al buono che venne e a quello che verrà.

Con il genio e sensibilità femminile capace di dedizione suprema, le Vergini Consacrate vivono l’analoga chiamata degli apostoli-pescatori, l’analogo cammino di santità di chi va dietro a Cristo con il cuore dilatato, l’analoga umiltà della santa Famiglia di Nazareth (come richiama la liturgia ambrosiana di oggi), della quale evidentemente Gesù era il centro e dove evidentemente la casa dell’uno era l’affetto dell’Altro.

Maria e Giuseppe custodirono e aiutarono a crescere Gesù non solo perché da grande avrebbe detto parole di vita eterna, ma perché sapevano nella fede che Lui era la Parola di Vita per sempre. Mons Follo 27

 

 

 

 

 

Riunione del KAB di Kempten e dell’Algovia Orientale

 

Kemten (Baviera) – Sabato 18 gennaio, in una delle sale del Gasthaus Zum Hirsch di Sulzberg (Allgäu) si è svolto un incontro del Movimento Cattolico Tedesco (KAB) di Kempten-Algovia e dell’Algovia Orientale, perfettamente preparato – come sempre – dal Segretario Circondariale Wolfgang Seidler, che, dopo aver dato il benvenuto ai partecipanti (8) ha dichiarato aperta la Conferenza.

Dopo aver verificato l’elenco dei presenti e letto le giustificazioni pervenute, e fatta firmare la lista delle presenze, Seidler ha iniziato quindi  con il primo punto all’Ordine del Giorno, parlando e mostrando una copia del Periodico del KAB Impuls.

Poi si è soffermato sulla  prossima manifestazione, che avrà per tema “Il Futuro del lavoro” e che avà luogo ad Augsburg il 29 Febbraio 2020, chiedendo nel contempo ai presenti chi potrà partecipare all’evento, possibilmente con delle magliette fornite di logo, che dovranno essere prenotate immediatamente. Alcuni degli intervenuti, a cominciare dal Responsabile Circoscrizionale locale Manfred Stick, ha aderito all’invito.

Sedler ha distribuito poi un Questionario con domande del tipo: “Perché sono entrato nel KAB?”; “Quali sono stati, per me, gli argomenti più interessanti discussi nelle ultime riunioni del 2019?”;  oppure: “Ho visto dépliant e altro materiale sufficienti in manifestazioni locali?”ecc.

Interessantissime le risposte ai quesiti che sono state immediatamante lette e commentate da Seidler e  dai presenti, e che hanno animato una accesa discussione, che ha anche anticipato alcuni argomenti che sarebbero stati posti al punto 6 dell’ordine del giorno, che è seguito al punto 5, in cui il Segretario ha presentato alcune statistiche riguardanti il numero degli aderenti al Movimento nelle varie strutture della Circoscrizione.

Poi, si è passati, quindi, al punto 6, in cui sono stati esposti e discussi temi, come: “Di che cosa abbiamo bisogno per pubblicizzare in modo più effettivo il nostro Movimento?”, e cosi via. Quasi tutti i presenti hanno preso la parola, avanzando proposte concrete, basandosi su manifesti, tabelloni e schermi di altre organizzazioni, già presenti in alcune città. Esponendo anche una serie di possibili strategie atte ad attrarre nuovi aderenti; istallando, per esempio, un piccolo stand in occasione dell’Allgäuer Festwoche, o di Feste Parrocchiali e simili.

La Signora Marianne Straub del KAB di  St. Lorenz di Kempten e alcuni Intervenuti del KAB dell’Algovia Orientale hanno dato inoltre alcune informazioni sulle loro attività e recenti esperienze in seno alle loro comunità.

Anche il Dr. Fernando A. Grasso, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera e ACLI Kempten ha riferito in merito alle prossime attività delle ACLI Baviera e Kempten, invitando i presenti all’Incontro da lui organizzato sabato, 8 Febbrario 2020 nei locali del Ristorante Lagune di Kempten, in occasione del quale verrà eletta la nuova Presidenza locale.

Al termine degli interventi è seguita una colazione di lavoro, molto sostanziosa, preceduta dalla lettura di un pensiero spirituale, letto dal Segretario Seidller. La conferenza è terminata alle 13:00 circa. Grasso non ha mancato di fare i complimenti al personale del ristorante per la cucina e il servizio.

Tra coloro non ancora menzionati: I Signori: Jurgen Endraß (Seeg); Martin Haertle (Wiggensbach), Florian Paulsteiner (Seeg), Ferdinand Reimann (Ruderhatshofen) e Arno Sommer (Markoberdorf). F.A.G./dip

 

 

 

 

Bischof Burger: Kirche ohne Frauen undenkbar

 

Nach den Worten des Freiburger Erzbischofs Stephan Burger ist eine Kirche ohne weibliche Beteiligung nicht möglich. „Eine Kirche ohne Frau kann es eindeutig nicht geben“, sagte Burger im Interview des Portals katholisch.de.

 

In seiner Erzdiözese sei es ihm ein großes Anliegen, „in kurialen Gremien Frauen vermehrt Raum zu geben. Den Frauen, dort wo es schon möglich ist, Verantwortung zu übertragen, ist für mich selbstverständlich.“

Auf die Frage, ob eine Entscheidung zum Diakonat der Frau ein Ergebnis des Reformdialogs „Synodaler Weg“ sein müsse, sagte Burger: „Wir könnten als Synodalversammlung ein entsprechendes Votum verabschieden oder Empfehlungen zu dieser Frage aussprechen. Aber die Beantwortung dieser Sache gehört in den weltkirchlichen Kontext und ist dem Papst vorbehalten.“

Die erste Synodalversammlung vor einer Woche in Frankfurt habe er als ein Treffen erlebt, bei dem intensiv um grundlegende Positionen gerungen worden sei. „Im Kern geht es beim Synodalen Weg darum, sich gemeinsam bewusst zu machen, was Kirche bedeutet und wie sie in Zukunft aussehen soll.“ Bei großen Fragen gebe es „natürlich“ unterschiedliche Meinungen. Burger betonte: „Die verschiedenen Auffassungen etwa mit Blick auf die Zulassung der Frauen zu den Ämtern haben unterschiedliche theologische Sichtweisen gezeigt.“

Kirche geht Thema Missbrauch „massiv“ an

Mit Blick auf den Missbrauchsskandal sagte der Erzbischof: „Das ist ein steiniger Weg, und wir Bischöfe sind gefordert, lückenlos die Vergangenheit aufzuarbeiten.“ Er sei mit Betroffenen im Gespräch. Es sei wichtig, sie beim Synodalen Weg einzubeziehen - er könne derzeit aber nicht beurteilen, ob es sinnvoll sei, sie bei der Versammlung zu Wort kommen zu lassen, denn das hänge mit der Situation der Menschen zusammen.

Bei den Anerkennungsleistungen müsse es einheitliche Regelungen geben. Zudem stehe die Frage im Raum, wie konkret die Finanzierung aussehen werde, sagte Burger. „Wir Bischöfe können die Mittel dafür nicht einfach aus dem Ärmel schütteln, denn das Geld der Kirche stammt von den Gläubigen und ist der Kirche lediglich anvertraut.“ Deshalb müssten die zuständigen Gremien miteinbezogen werden.

Insgesamt könne er Ungeduld aufseiten von Betroffenen „sehr gut“ nachvollziehen. „Aber ich erlebe auch, dass Betroffene sehr wohl zufrieden sind und anerkennen, was Kirche bereits geleistet hat. Wir sind schließlich auf dem Weg zu einer Lösung.“ Die Kirche gehe das Thema „massiv“ an. „Außerdem gehe ich davon aus, dass wir innerhalb der Bischofskonferenz bald eine klare Lösung finden.“ (kna/katholisch.de 8)

 

 

 

 

„Leben im Sterben“. Ökumenische Woche für das Leben 2020 nimmt Sorge um Sterbende in den Blick

 

Im Mittelpunkt der diesjährigen ökumenischen Woche für das Leben steht die Sorge um Sterbende – sei es durch palliative und seelsorgliche Begleitung oder sei es durch die Zuwendung von jedem Menschen. Unter dem Titel „Leben im Sterben“ will die Woche für das Leben, die vom 25. April bis 2. Mai 2020 stattfindet, dazu ermutigen, sich mit dem oft verdrängten Thema „Tod und Sterben“ auseinanderzusetzen.

 

Im Vorwort zum Themenheft der diesjährigen Woche für das Leben fordern der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, und der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Landesbischof Heinrich Bedford-Strohm, nicht nur eine bedarfsgerechte Palliativ- und Hospizversorgung, sondern rufen auch dazu auf, eine „Kultur des Lebens“ in der ganzen Gesellschaft zu fördern: „Manchmal kehrt bei Menschen, die sich schon nach dem Tod sehnten, sogar der Lebenswille zurück, sobald sie liebevoll umsorgt und ihre Schmerzen wirksam gelindert werden“, so Kardinal Marx und Landesbischof Bedford-Strohm. „Die palliative Fürsorge nimmt den ganzen Menschen mit Körper und Seele in den Blick. Gerade dann, wenn keine Aussicht auf medizinischen Heilungserfolg mehr besteht, gibt sie die Patientinnen und Patienten nicht auf, sondern nimmt sie umfassend in ihren physischen, psychischen, sozialen und spirituellen Bedürfnissen wahr.“ Aus dem Glauben heraus könnten Christen angesichts des Todes von Auferstehung sprechen. Zudem habe Gott den Menschen nach seinem Bild geschaffen und bejahe ihn auch in seiner Schwäche und Gebrechlichkeit. Kardinal Marx und Landesbischof Bedford-Strohm bekräftigen: „Aus der Gottebenbildlichkeit des Menschen folgt seine unantastbare Würde, die weder von seiner Leistungsfähigkeit noch von seinem Vernunftgebrauch oder seinem Nutzen für andere abhängt“. Sie seien nicht nur dankbar für die vielen Initiativen, die sich für Sterbende einsetzen, sondern würdigen vor allem die zahlreichen Menschen, die sich haupt- und ehrenamtlich in der Sterbebegleitung engagieren: „Sie leisten einen unersetzlichen Dienst am Nächsten.“

 

Das Themenheft, das ab sofort mit weiteren Materialien zur Vorbereitung der Woche für das Leben verfügbar ist, trägt unterschiedliche Ansätze der Palliativversorgung aus medizinischer, ethischer und seelsorglicher Perspektive zusammen. Es informiert, welche Möglichkeiten der palliativmedizinischen Betreuung es ambulant oder in spezialisierten Einrichtungen gibt. Außerdem werden Anregungen für die Gestaltung ökumenischer Gottesdienste vorgestellt.

 

Der zentrale Auftakt der Woche für das Leben findet am Samstag, 25. April 2020, um 10.30 Uhr mit einem ökumenischen Gottesdienst im Hohen Dom zu Augsburg statt, an dem der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, die stellvertretende Ratsvorsitzende der EKD, Präses Dr. Annette Kurschus, sowie Regionalbischof Axel Piper (Kirchenkreis Augsburg) und der künftige Bischof von Augsburg, Prälat Dr. Bertram Meier, teilnehmen. Nach einem anschließenden Empfang auf dem Domplatz beginnt um 13.00 Uhr eine thematische Veranstaltung mit Vertretern aus Kirche, Politik und Wissenschaft im Kolpinghaus Augsburg. Unter dem Titel „Leben im Sterben – und wie?! Perspektiven im Gespräch“ diskutieren Prof. Dr. Frank Ulrich Montgomery, Vorstandsvorsitzender des Weltärztebundes, Weihbischof Dr. Dr. Anton Losinger (Augsburg), Prof. Dr. Traugott Roser von der Universität Münster und Prof. Dr. Erhard Weiher, Seelsorger aus dem Bistum Mainz. Die Bayerische Staatsministerin für Gesundheit und Pflege, Melanie Huml, spricht ein Grußwort und Prof. Dr. Claudia Bausewein, Direktorin der Klinik und Poliklinik für Palliativmedizin der Universität München, wird in das Thema einführen. Die Moderation übernimmt Katja Auer von der Süddeutschen Zeitung (München).

 

Die Woche für das Leben findet zum 26. Mal statt. Seit 1994 ist sie die ökumenische Initiative der katholischen und der evangelischen Kirche in Deutschland zur Anerkennung der Schutzwürdigkeit und Schutzbedürftigkeit des menschlichen Lebens in allen Phasen. Die Aktion, die immer zwei Wochen nach Karsamstag beginnt und sieben Tage dauert, will jedes Jahr Menschen in Kirche und Gesellschaft für die Würde des menschlichen Lebens sensibilisieren. Dbk 7

 

 

 

 

Ökumenischer Kirchentag kommt in Frankfurt an

 

Vom 12. bis 16. Mai 2021 wird der 3. Ökumenische Kirchentag in Frankfurt am Main gefeiert. Am Donnerstag wurde offiziell die Geschäftsstelle eröffnet, von der aus alles koordiniert wird.

 

Der Kirchentag werde ein „großes Fest des Hinschauens und des gegenseitigen Wahrnehmens“, sagte die Präsidentin des Ökumenischen Kirchentags, Bettina Limperg. Ihr katholischer Co-Vorsitzender Thomas Sternberg äußerte, die Buntheit der Stadt auch mit ihrer weltanschaulichen Pluralität rege zum Nachdenken darüber an, wie man in einer säkularen Gesellschaft Christ sein könne.

Das theologische Leitwort lautet „schaut hin“. Vier Themenbereiche sollen beim Kirchentag 2021 im Fokus stehen: „Glaube, Spiritualität, Kirche“, „Lebensräume, Lebenswelten, Zusammenleben“, „Schöpfung, Frieden, Weltgemeinschaft“ und „Herrschaft, Macht, Verantwortung“.

Ökumene von unten

Sternberg, der auch Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken ist, betonte auch, wie wichtig die konfessionsübergreifende Zusammenarbeit sei - nicht nur zwischen Protestanten und Katholiken, sondern auch im Verbund mit den orthodoxen Kirchen in Deutschland. „Wir müssen die Ökumene von unten vorantreiben“, sagte er.

Die hessische Landesregierung unterstützt den Kirchentag mit vier Millionen Euro. Die gastgebenden Kirchen, die Evangelische Kirche in Hessen und Nassau (EKHN) sowie das katholische Bistum Limburg, steuern nach Angaben des Kirchentags neun Millionen Euro bei. 4,9 Millionen Euro kommen von der Stadt Frankfurt in Geld- und Sachleistungen.

Hinschauen in einer Zeit des Wegsehens

Der Frankfurter Bürgermeister Uwe Becker sagte, Frankfurt am Main sei sehr gerne Gastgeberin dieses Zusammentreffens der beiden großen christlichen Kirchen. In einer Zeit des Wegsehens seien das Hinschauen auf gesellschaftliche Entwicklungen und die Diskussion über notwendige Veränderungen unseres Handelns von besonderer Bedeutung. Er wünsche sich für den Ökumenischen Kirchentag auch eine gemeinsame Abendmahlspraxis von Protestanten und Katholiken, sagte Becker, der selbst katholisch und mit einer Protestantin verheiratet ist.

In der Geschäftsstelle des Kirchentags im ehemaligen Telekom-Gebäude am Danziger Platz in Frankfurt laufen alle organisatorischen Fäden des Großereignisses zusammen. Die bis zu 100 Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter dort kümmern sich um die Organisation des Programms, die Unterbringung der Teilnehmer, den Aufbau der Bühnen und die Kommunikation mit den Behörden.

Nach 2003 in Berlin und 2010 in München findet der Ökumenische Kirchentag 2021 zum dritten Mal statt. Er wird veranstaltet vom Deutschen Evangelischen Kirchentag und dem Zentralkomitee der deutschen Katholiken. Über 100.000 Teilnehmer werden erwartet. (evangelisch.de 7)

 

 

 

 

Bistum Münster. „Sinnfluencer“ erzählen aus ihrem Alltag

 

Das deutsche Bistum Münster reagiert auf die Kirchenkrise mit einer originellen Kommunikationsoffensive: mit der Kampagne „Sinnfluencer“ möchte das Bistum zeigen, dass die katholische Kirche durchaus ein attraktiver Arbeitgeber sein kann. Auf den Sozialen Netzwerken Facebook und Instagram berichten ab diesem Dienstag eine Auszubildende, eine Redakteurin, ein Priester und eine Pastoralreferentin über ihre Tätigkeiten in der katholischen Kirche.

https://www.vaticannews.va/de/papst/news/2020-01/papst-franziskus-welttag-soziale-kommunikationsmittel-botschaft.htmlDas Wirken in der Kirche sichtbar machen

Die vier „Sinnfluencer“ - ein Mann und drei Frauen - sind Teil der Kampagne, mit der das Bistum seit Oktober vergangenen Jahres sein Image verbessern will. Sie arbeiten wie mehr als 22.000 andere Frauen und Männern für die katholische Kirche in Münster. Ab sofort erzählen sie davon in den Sozialen Netzwerken, vor allem auf Facebook und auf Instagram.

Was erleben sie im Alltag? Wie ist das für die katholische Kirche zu arbeiten? Welches sind die schönen Momente des (Arbeits-)Lebens, welches die Schattenseiten?

Arbeit mit Sinn, unterwegs im Netz

Die vier Sinnfluencer seien „ziemlich junge Leute, die wie ihre Altersgenossinnen und Altersgenossen selbstverständlich in den Sozialen Netzwerken unterwegs sind“, so Stephan Kronenburg, Pressesprecher des Bistums Münster. Wenn das Bistum junge Menschen erreichen wolle, müsse es dort sein, wo diese sich bewegten. „Und das sind eben auch die Sozialen Netzwerke. Dort spielen Influencer bei der Meinungsbildung heute eine wichtige Rolle, sind für viele Jugendliche und junge Erwachsene ein Bezugs- und Orientierungspunkt“, sagt Kronenburg und ergänzt: „Unsere Influencer setzen dabei sogar noch einen drauf; ihre Arbeit ist für sie mehr als einfach nur ein Job, sie erleben ihre Arbeit als sinnvoll.“

Und das sind die vier Sinnfluencer

Maria Bäumer macht gerade in der Bistumsverwaltung in Münster eine Ausbildung zur Kauffrau für Büromanagement. Als ihr besonderes Talent bezeichnet sie es, „jede Aufgabe irgendwie zu lösen.“ Ihre ersten Apps am morgen sind WhatsApp und Snapchat

Jule Geppert ist Journalistin und arbeitet seit vier Jahren als Redakteurin für Mitarbeiter- und Kampagnenkommunikation sowie Kommunikationsberatung beim Bistum Münster. Ihr Lebensmotto: „Du kannst. Punkt.“ Gut beschrieben fühlt sie sich durch den Hashtag: #bittemehrkaffee.

Ralf Meyer ist Priester, derzeit arbeitet er als Kaplan in Greven; ab Mai wird er Burgkaplan auf der Pressedienst Bistum Münster 04.02.20 Jugendburg Gemen. Er hat sich als Motto vorgenommen, „der Erwachsene zu sein, den du als Kind gebraucht hättest.“ Einen Kaffee trinken würde er gerne einmal mit dem US-amerikanischen Satiriker und Talkmaster Stephen Colbert.

Sonja Stratmann arbeitet als Pastoralreferentin in Borken. Als Hashtag, der sie am besten beschreibt, nennt sie: #doitwithlove. Auch ihr Lebensmotto bringt es im Englischen am besten auf den Punkt: „Stay hungry, stay foolish!“- frei übersetzt mit „Bleibe hungrig, bleibe albern!“

Die Sinnfluencer sind über die Namenseingabe bei Facebook und Instagram zu finden. Weitere Information gibt es auch auf www.kirchentalente.de. Pm 4

 

 

 

Generalaudienz: Papst Franziskus und die Armut im Geiste

 

„Selig, die arm sind vor Gott; denn ihnen gehört das Himmelreich.“ (Mt 5,3) So übersetzt die neue Einheitsübersetzung die erste der acht Seligpreisungen Jesu, die bei Matthäus der Bergpredigt vorangehen. Papst Franziskus hat an diesem Mittwoch die Armut mit „Freiheit des Herzens“ in Verbindung gebracht.

Stefan von Kempis - Vatikanstadt

Dabei ging Franziskus aber eher von der Übersetzung „Selig die Armen im Geiste“ aus, wie sie früher im Deutschen üblich war und in der italienischen Fassung heute noch gilt. Ein „überraschender Weg“ sei die Armut, sinnierte der Papst, und ein „seltsamer Gegenstand für eine Seligpreisung“.

„Was meint Matthäus mit dem Wort arm? Hätte er nur dieses Wort benutzt, dann wäre die Bedeutung eine rein wirtschaftliche – sie würde die Menschen meinen, die wenig oder kein Geld in der Tasche haben und auf Hilfe von anderen angewiesen sind. Aber das Matthäusevangelium spricht – anders als Lukas – von ‚Armen im Geiste‘. Der Geist jedoch ist aus biblischer Sicht der Hauch des Lebens, den Gott dem Adam eingehaucht hat – er ist unser Innerstes, unsere geistliche, innerste Dimension. Das, was uns zu Menschen macht, der tiefe Kern unseres Seins. Damit sind also die ‚Armen im Geiste‘ die, die sich im Innersten arm, ja als Bettler fühlen.“

„Jeder von uns ist verletzlich – innen drin“

Gerade sie nun preise Jesus selig. Er ziele damit auf die, die sich nicht darum bemühten, viel von sich herzumachen, und die nicht „obsessiv mit ihrem Ego“ beschäftigt seien.

„Wenn ich es nicht akzeptiere, dass ich arm bin, dann hasse ich alles, was mich an meine Schwachheit erinnert. Denn diese Schwachheit ist es ja, die verhindert, dass ich ein wichtiger Mensch werde, ein Reicher an Geld und an Ansehen. Dabei weiß aber doch jeder vor sich selbst, dass er trotz all seiner Bemühungen immer radikal unfertig und verletzlich bleibt. Es gibt keinen Trick, um diese Verletzlichkeit zu verdecken. Jeder von uns ist verletzlich – innen drin.“

Der Stolze hat immer recht

Jeder ist damit auch auf Barmherzigkeit angewiesen – und weil „Barmherzigkeit“ eines der Schlüsselworte seines Pontifikats ist (2015 und 2016 hat Franziskus ein Heiliges Jahr der Barmherzigkeit durchgeführt), legte der Papst an dieser Stelle sein Typoskript beiseite und verfiel in freie Rede.

„Wie schlecht man doch lebt, wenn man seine eigenen Grenzen nicht kennen will! Schlecht lebt man dann. Man kann seine Grenze nicht verwischen, sie bleibt an ihrer Stelle. Stolze Menschen bitten nicht um Hilfe, das bringen sie nicht über sich, weil sie sich ja als selbstgenügsam darstellen. Doch wie viele von ihnen brauchen Hilfe! Und der Stolz hindert sie daran, um diese Hilfe zu bitten. Wie schwer ist es doch, einen Irrtum zuzugeben und um Vergebung zu bitten! … Das ist das Schwierigste: Um Entschuldigung bitten, um Vergebung bitten. Sowas tut der Stolze nicht – er kann es nicht tun: Er hat ja immer recht. Er ist kein Armer im Geiste…“

Traut euch, hilfsbedürftig zu sein

„Mühsam“ sei es und „beklemmend“, wenn man seine Schwächen und Mängel immer vor den anderen verbergen müsse, fuhr Franziskus fort. Jesus sage uns in den Seligpreisungen gewissermaßen: Traut euch, hilfsbedürftig zu sein. Sich in dieser Hinsicht als arm zu erleben, sei nämlich eine „Chance für die Gnade“. „Wir haben das Recht, arm im Geiste zu sein! Denn das ist der Weg des Himmelreiches.“

Um arm im Geiste zu werden, brauche man sich noch nicht einmal zu ändern, überlegte der Papst weiter. „Es ist keinerlei Verwandlung nötig – wir sind ja längst arm im Geiste! Wir brauchen alles… Wir sind Bettler. Das ist das Wesen des Menschen.“

Gänswein diesmal nicht dabei

An der Seite des Papstes saß bei dieser Generalaudienz übrigens nicht, wie üblich, Erzbischof Georg Gänswein, der Präfekt des Päpstlichen Hauses. Stattdessen assistierte dem Papst der sogenannte Regent der Präfektur, Leonardo Sapienza

(vn 5)

 

 

 

Synodaler Weg: So erlebten Beobachter die Synodalversammlung

 

Auch über die Grenzen Deutschlands hinaus bedeutsam – so haben Beobachter aus katholischen Ortskirchen der Nachbarländer die Themen und Ergebnisse der Ersten Synodalversammlung in Frankfurt erlebt.

 

Debatten hinterließen Eindruck 

Zugleich zeigten sie sich auf Nachfrage der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) beeindruckt von der in Frankfurt bei der Synodalversammlung erlebten Diskussionskultur. Der Beobachter der Französischen Bischofskonferenz, Bischof Didier Berthet, sagte, ihm habe die Geschwisterlichkeit und der Ernst der Debatte imponiert. Beeindruckend sei auch die Demut, mit der die Bischöfe auf Augenhöhe mit den Laien saßen und diskutierten.

Besorgt sei er darüber, dass in manchen Beiträgen die Kirche zu einseitig aus einer Perspektive der Macht gesehen werde. „Es ist zu wenig die Rede davon, wie die unterschiedlichen Charismen in der Kirche einander bereichern können. Ich hoffe als Ergebnis auf eine stärkere Gemeinschaft, aus der neue Glaubwürdigkeit für eine neue Mission erwächst.“

Themen nicht nur in Deutschland

Jerome Vignon, der für den französische Laien-Dachverband „Promesse d'Eglise“ die Synodalversammlung beobachtete, sagte, die Fragen nach der Macht in der Kirche, nach dem Zölibat und der Rolle der Frauen bewegten auch viele Katholiken in Frankreich. Es gehe hier wie dort darum, „einen Weg zu finden, wie die Kirche auch in Zukunft ihre Stimme in der Gesellschaft hörbar machen kann“.

Ähnlich äußerte sich Wolfgang Rank vom Katholischen Laienrat Österreichs. Er sei erfreut und erstaunt, dass das Gespräch zwischen Hierarchie und Nichtklerikern in Deutschland kollegial und auf Augenhöhe funktioniere. „Da sind wir in Österreich noch nicht so weit“, betonte er. Die in Frankfurt debattierten Themen würden in Österreich schon seit über 20 Jahren diskutiert, „aber noch nie auf einer offiziellen kirchlichen Ebene, wie das hier der Fall war. Das hat eine neue Qualität“.

„Da sind wir in Österreich noch nicht so weit..

Weiter erklärte Rank: „Was hier herauskommt, wird Auswirkungen haben mindestens auf den gesamten deutschsprachigen Raum, vielleicht auch darüber hinaus, auch wenn klar ist, dass vieles nur in Rom entschieden werden kann. Aber auch dafür erhoffe ich mir Auswirkungen von dem, was hier passiert.“

„Gelingt dies nicht, wird der Wandel trotzdem kommen.“

Als Beobachter aus Luxemburg meinte Theo Peporte, ehemaliger Sprecher des Erzbistums, er sei überrascht über das offene Wort in der Versammlung. Die unterschiedlichen Richtungen und Fraktionen redeten „miteinander und manchmal auch gegeneinander – aber das in aller Offenheit“. Zur internationalen Tragweite der Debatte bemerkte er: „Was hier diskutiert wird, beschäftigt mindestens auch die anderen Kirchen in Westeuropa, vielleicht sogar darüber hinaus. Ich bin überzeugt, dass der gesellschaftliche Wandel den kirchlichen Wandel mit sich bringt. Der Synodale Weg ist der Versuch, diesen Wandel aktiv mitzugestalten. Gelingt dies nicht, wird der Wandel trotzdem kommen.“

Katholische Beobachter aus insgesamt acht Nachbarländern sowie Abgesandte von anderen Konfessionen und Kirchen hatten die Synodalversammlung in Frankfurt von Donnerstag bis Samstag als Zuhörer ohne Stimmrecht mitverfolgt.

(kna 3)

 

 

 

Vatikan: Soziale Ungleichheit an der Quelle bekämpfen

 

Die Schere zwischen Arm und Reich klafft weltweit immer weiter auseinander. Ursachen dafür liegen im System selbst: „Es sind heute die Regeln und Strukturen der Wirtschafts- und Finanzbeziehungen, die soziale Ungleichheit produzieren“, sagt Stefano Zamagni, Präsident der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften. Er ist Gastgeber eines Vatikan-Workshops an diesem Mittwoch, bei dem es um Gegenmaßnahmen geht. Anne Preckel und Alessandro Guarasci

 

Vatikanstadt. Nur ein Prozent der gesamten Weltbevölkerung verfügt heute über 20 Prozent des gesamten Reichtums. Mehr als zwei Drittel aller Menschen lebt laut Angaben der UNO in Ländern, wo die soziale Ungleichheit in den letzten 30 Jahren zugenommen hat. Bei der Vermögensverteilung und der Entlohnung sind es vor allem Mädchen und Frauen, die weltweit immer mehr benachteiligt sind, wie eine OXFAM-Studie belegt, die das Hilfswerk pünktlich zum Auftakt des vergangenen Weltwirtschaftsforums in Davos veröffentlichte.

Ganz oben ansetzen

Über Maßnahmen gegen diese Tendenz sprechen an diesem Mittwoch Teilnehmer eines Seminars im Vatikan: „Neue Formen der solidarischen Geschwisterlichkeit, Inklusion, Integration und Innovation“, so der Titel des Workshop, zu dem die Päpstliche Akademie der Sozialwissenschaften Finanzminister, Banker und Wirtschaftsfachleute aus aller Welt in die Vatikanischen Gärten geladen hat. Aus gutem Grund genau sie: Um die soziale Ungleichheit zu bekämpfen, muss nämlich ganz oben angesetzt werden, sagt Stefano Zamagni, Präsident der Päpstlichen Akademie für Sozialwissenschaften, im Interview mit Radio Vatikan:

„Es braucht einen globalen Pakt, um die Spielregeln der Wirtschaft zu verändern, vor allem auf internationaler Ebene. Man muss aufhören zu denken, man könne Ungleichheit durch Maßnahmen bekämpfen, die sich auf nachgelagerte Folgen beziehen. Man muss vielmehr zur Quelle der Ungleichheit! Vielleicht konnte man in der Vergangenheit noch Maßnahmen ergreifen, die mit der Wohlfahrt (eines einzelnen Landes, Anm.) zu tun hatten. Was in den letzten 30 Jahren sich allerdings als neu gezeigt hat ist Folgendes: Es sind die Regeln und die Struktur der Wirtschaftsbeziehungen selbst, die Ungleichheit produzieren – unabhängig vom menschlichen Willen. Dafür ein Verständnis zu schaffen, wäre ein gutes Ergebnis. Viele mögen denken, dass diejenigen, denen es schlecht geht und die am Ende der sozialen Leiter stehen, keine ausreichenden Talente besitzen.. Das ist heute nur teils noch wahr: Ungleichheit wird heute durch Funktionsweisen der internationalen Finanzwelt und ihre Spekulationen erzeugt.“

„Es braucht einen globalen Pakt, um die Spielregeln der Wirtschaft zu verändern“

Erträge fließen kaum in Entwicklung

Ein globaler Pakt - dessen Verbindlichkeit und Umsetzbarkeit gilt es freilich zu klären. So stellt sich etwa die Frage, ob moralische Selbstverpflichtungen hier ausreichen und inwiefern die Weltpolitik auf globale Player der Finanz- und Wirtschaftswelt überhaupt einwirken kann - und will. 

Zamagni verweist darauf, dass das Volumen finanzieller Transaktionen bis 1980 „mehr oder weniger so groß“ gewesen sei wie der weltweite Umsatz. Dabei seien Teile dieser Summen zu dieser Zeit noch in die Realwirtschaft geflossen und hätten damit zur Entwicklung in Ländern beigetragen. Das sei heute anders: Heute gehe es in der Finanzwelt um Summen, die mehr als vier Mal so groß seien wie der weltweite Umsatz. Sie würden aber mitnichten vielen Menschen zugutekommen, so der italienische Wirtschaftswissenschaftler. Konkret plädiert er dafür, Steuerhinterziehung im großen Stil entschieden zu bekämpfen:   

„Heute ist die Finanzwelt selbstreferentiell, in sich selbst abgeschlossen. Wenn wir nicht die Steuerparadiese, die sich in bestimmten Weltregionen befinden, schließen, wird man da schwer eingreifen können. Mit außergewöhnlichen menschlichen Fähigkeiten oder besonderer Innovation hat der Reichtum im Finanzbereich nichts zu tun. Diejenigen, die sich bereichern, haben ,Glück‘ gehabt oder einfach keine moralischen Skrupel – deshalb häufen sie enormen Geldsummen an.“

Ungleichheit speist Terror

Soziale Ungleichheit sei die tiefere Ursache von Phänomenen wie Terrorismus und Gewalt, fährt Zamagni fort. Sicherheitspolitik müsse so letztlich größere globale Zusammenhänge berücksichtigen.

„Ungleichheit sät Hass, sie sät den Willen zur Zerstörung des anderen und Gewalt. Wenn wir an terroristische Phänomene denken, ist es offensichtlich, dass sie genau dort entstehen, wo Menschen an den Rand gedrängt werden und soziale Ungleichheit erfahren. Wenn wir also Sicherheit herstellen wollen muss als erstes Ungleichheit verringert werden.“

Das Seminar am Sitz der Akademie der Päpstlichen Sozialwissenschaften ist am Mittwoch im Stream auf Youtube mitzuverfolgenVn 5

 

 

 

 

Speyer. Bischof bei Machtfrage in der Kirche für Kulturwandel

 

Der Speyrer katholische Bischof Karl-Heinz Wiesemann fordert einen Kulturwandel beim Umgang mit Macht in seiner Kirche. „Wir brauchen eine größere Transparenz und Rechenschaftspflicht in Bezug auf die Ausübung von Macht, es braucht strukturell abgesicherte Kontrolle und Partizipation des ganzen Gottesvolkes“, sagte der Bischof am Sonntag im Interview der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA).

Wiesemann leitet gemeinsam mit Claudia Lücking-Michel vom Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) das Forum Macht. Es ist eines von vier zentralen Themen beim Synodalen Weg, dessen erste Versammlung von Donnerstag bis Samstag in Frankfurt tagte. Wiesemann zeigte sich beeindruckt von der offenen Atmosphäre der dreitägigen Versammlung. Er sei optimistisch, „dass wir in den zwei Jahren zu sehr vernünftigen Ergebnissen kommen“.

Mit Blick auf das Interesse sehr vieler Delegierter am Forum Macht sagte Wiesemann, bei dem Thema sähen viele „sehr konkrete und praktische Verwirklichungsmöglichkeiten“. Das Thema Macht betreffe alle. Wiesemann unterschied zwischen einer „Ästhetik der Macht, die sich nicht nur in der Liturgie, sondern auch weit darüber hinaus im Erscheinungsbild der katholischen Kirche zeigt“. Zudem existiere eine „Rhetorik der Macht“, die sich auch in der Sprache ausdrücke. Ein dritter Komplex sei die „Pragmatik der Macht“ in den Organisations- und Kommunikationsformen. Beim Thema Macht geht es nach seinen Worten „nicht nur um das bischöfliche Amt“. Wörtlich sagte Wiesemann: „Wir alle müssen unsere Macht aus dem Evangelium heraus begreifen und als Dienst im Sinn der Option für die Armen verstehen und leben.“ (kna 2)

 

 

 

 

Papst beim Angelus: Stillstand passt nicht zur Kirche

 

In seiner Katechese beim Angelus-Gebet auf dem Petersplatz stellte Franziskus die Protagonisten des Sonntagsevangeliums als Vorbilder zweier Haltungen vor: Bewegung und Staunen. Außerdem erinnerte er am Tag des geweihten Lebens daran, dass dieses „der Schatz der Kirche“ sei. Claudia Kaminski - Vatikanstadt

 

Papst Franziskus bezog sich in seiner Katechese sowohl auf das Fest der Darstellung des Herrn, das 40 Tage nach Weihnachten gefeiert wird, als auch auf den Tag des geweihten Lebens, der in der Kirche an den großen Schatz derjenigen erinnere, die dem Herrn in der Ausübung der evangelischen Räte folgten.

Das Evangelium berichte, so Franziskus, dass die Eltern Jesu das Kind zum Tempel in Jerusalem bringen, um es nach den Vorschriften des jüdischen Gesetzes Gott zu weihen. Dabei kämen nicht nur Maria und Josef als Vorbilder ins Spiel, sondern auch Simeon und Hanna, gefangen in einem Moment , „in dem sie die Begegnung mit dem Herrn an dem Ort erleben, an dem Er sich selbst gegenwärtig zeigt und dem Menschen nahe ist.“

„Die Welt braucht Christen, die sich begeistern lassen“

Der Evangelist Lukas beschreibe sie alle in einer zweifachen Haltung: in Bewegung und im Staunen. So hätten sich alle auf den Weg zum Tempel begeben und auf diese Weise zeigten uns die vier Protagonisten des heutigen Evangeliums, dass das christliche Leben Dynamik und die Bereitschaft zum Weitergehen erfordere, sich vom Heiligen Geist leiten lassend. Stillstand passe nicht zum christlichen Zeugnis und zur Mission der Kirche, so Franziskus. Denn die Welt brauche Christen, die sich begeistern lassen, die nicht müde werden, allen das tröstende Wort Jesu zu bringen, mahnte der Papst und fuhr fort: „Jede getaufte Person hat die Berufung zur Verkündigung - etwas verkündigen, Jesus verkündigen! - die Berufung zur Neuevangelisierung: Jesus verkündigen.“

Christen sollen staunen

Die zweite Haltung, so Franziskus, sei die des Staunens. Maria und Josef „staunten über die Dinge, die über ihn [Jesus] gesagt wurden" (v. 33). Das Erstaunen sei auch die Reaktion des alten Simeon, der in dem Jesuskind mit seinen Augen das von Gott für sein Volk gewirkte Heil sieht. Und auch Hanna habe beim Anblick des Kindes begonnen, Gott zu loben. Franziskus erläuterte, dass „die Fähigkeit, die Dinge, die uns umgeben, zu bestaunen,“ die religiöse Erfahrung fördere und die Begegnung mit dem Herrn fruchtbar mache. Ohne diese Fähigkeit würde man gleichgültig, so Franziskus: „Brüder und Schwestern, immer in Bewegung, und bleiben wir offen für das Staunen!“

Abschließend bat der Papst die Gottesmutter um Hilfe dabei, Jesus als das Geschenk Gottes für uns zu betrachten, „damit unser ganzes Leben zum Lob Gottes im Dienst an unseren Brüdern und Schwestern wird“. (vn 2)

 

 

 

Rettung im Mittelmeer. Kirchliches Bündnis kauft Schiff zur Seenotrettung

 

Das kirchliche Bündnis "United4Rescue" für eine eigene Rettungsmission hat ein Schiff erworben. Ostern könnte es ins Mittelmeer auslaufen. Bis dahin stehen Umbauarbeiten an, für die der Verein weiter Spenden sammeln will.

 

Das kirchliche Bündnis „United4Rescue“ ist bei seinen Plänen für eine eigene Rettungsmission im Mittelmeer einen Schritt weiter. Das Bündnis hat das Kieler Forschungsschiff „Poseidon“ erworben, wie es am Freitag selbst mitteilte. Am Donnerstag endete das Bieterverfahren für das Schiff, für das der Verein „Gemeinsam Retten“ am Ende den Zuschlag bekam. „United4Rescue“ hatte seit Dezember Spenden für den Erwerb eines Schiffes gesammelt, das sich für Rettungseinsätze auf dem Mittelmeer eignet.

Nach Angaben von Vereinssprecher Joachim Lenz hat das Schiff 1,5 Millionen Euro gekostet. 1,1 Millionen Euro hat demzufolge das Bündnis beigesteuert. Den Rest der Summe übernehme die Organisation Sea-Watch, die im Auftrag das Bündnisses das Schiff betreiben soll.

Bevor das frühere Forschungsschiff für seinen künftigen Zweck in See stechen kann, sind noch Umbauten notwendig. So müssen unter anderem eine Krankenstation eingerichtet und Beiboote angeschafft werden. Lenz zufolge wollen sich die Verantwortlichen zunächst einen Überblick über die notwendigen Arbeiten verschaffen. Er hoffe, dass das Schiff etwa von Ostern an für Rettungseinsätze zur Verfügung steht.

Bündnis braucht weitere Spenden

Die „Poseidon“ war bislang für das Geomar Helmholtz-Zentrum für Ozeanforschung im Einsatz. Für den Umbau braucht das Bündnis weitere Spenden, wie aus der Mitteilung von Freitag hervorgeht.

Der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm, der sich persönlich stets hinter die Initiative gestellt hatte, dankte den Spendern. „Ich freue mich, dass das Engagement so vieler Menschen jetzt auch zum Erfolg geführt hat“, sagte er dem „Evangelischen Pressedienst“.

„Seenotrettung eigentlich staatliche Pflichtaufgabe“

„Seenotrettung ist eigentlich eine staatliche Pflichtaufgabe, die im Mittelmeer schon seit Jahren nicht wirksam wahrgenommen wird“, sagte der rheinische Präses Manfred Rekowski. Deshalb sei die Initiative anderer notwendig, ergänzte Rekowski, der auch Vorsitzender der Kammer für Migration und Integration der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) ist. Der Europa-Abgeordnete Sven Giegold (Grüne), der zu den Mitinitiatoren des Bündnisses gehört, erklärte: „Dieses Schiff wird Leben retten und kann helfen, die europäische Politik zu ändern.“

 

Die Staaten der EU hatten ihre Mittelmeer-Mission „Sophia“, in deren Rahmen auch immer wieder Seenotrettungen stattfanden, beendet. Seitdem retten vor allem Organisationen wie Sea-Watch und Sea-Eye schiffbrüchige Migranten, die auf dem Weg nach Europa sind.

Über 2.500 Spender

Die Idee, dass sich die evangelische Kirche an der Rettung von Flüchtlingen beteiligt, geht auf eine Initiative des evangelischen Kirchentages vom Juni 2019 in Dortmund zurück. Anfang Dezember wurde dann das Bündnis „United4Rescue“ gegründet. Es hat derzeit rund 300 Mitglieder. Darunter sind neben der EKD Organisationen wie die AWO, Diakonische Werke und Landeskirchen sowie einzelne Kirchengemeinden und Privatpersonen wie Wim Wenders und die Band Revolverheld.

Mehr als 2.500 Menschen und Organisationen haben bereits für das Projekt gespendet. Die katholische Kirche ist nicht Mitglied des Bündnisses. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Reinhard Marx, hatte allerdings aus Mitteln seines Bistums 50.000 Euro für das Bündnis zur Verfügung gestellt. (epd/mig 3)

 

 

 

Synodaler Weg: „Perspektivwechsel“ und „Renovierung der Kirche“

 

Mit einem feierlichen Gottesdienst im Frankfurter Dom hat am Donnerstagabend der deutsche kirchliche Reformprozess „Synodaler Weg“ seine inhaltliche Arbeit aufgenommen. In seiner Predigt rief der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Marx, dazu auf, den Synodalen Weg als Weg der Umkehr zu begreifen. ZdK-Präsident Sternberg sprach davon, es gehe um einen freimütigen Dialog und eine Renovierung des Hauses Kirche.

 

230 Synodale und rund 20 Beobachter aus dem benachbarten Ausland und der Ökumene zogen gemeinsam in den Frankfurter St. Bartholomäus-Dom ein. Viele Gläubige aus Frankfurt am Main nahmen an dem Gottesdienst teil. Vor dem Gotteshaus demonstrierten rund 100 Katholikinnen für mehr Rechte in ihrer Kirche. Die künftige Stellung von Frauen in der Kirche ist eines der vier zentralen Themen des Reformdialogs.

Geistlicher Weg der Umkehr

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, rief in seiner Predigt dazu auf, den Synodalen Weg als geistlichen Weg der Umkehr zu verstehen. „Ich empfinde den Synodalen Weg als eine Einladung an uns, einen Perspektivwechsel vorzunehmen und zu lernen. Es gibt keinen geistlichen Weg der Umkehr ohne Einsicht, ohne die Erkenntnis eigener Irrtümer, Katastrophen, Krisen oder Wunden, die einem zugefügt wurden. Es gibt keinen Aufbruch, keinen Neuanfang, keine Neuevangelisierung ohne eine solche Umkehr“, so Kardinal Marx. Er fügte hinzu: „Wir vertrauen auf das Erbarmen und die Treue Gottes.“ Diese Auffassung sollte auch am Anfang des Synodalen Weges stehen, eines jeden Lebensweges: „Wenn wir einen neuen Weg gehen, brauchen wir Mut! Und diesen Mut spricht Gott uns zu! Gott ist größer als alles andere - in seiner Barmherzigkeit, in seiner Liebe. Das gibt uns den Schwung und die Kraft, in schwierigen Situationen und Herausforderungen an die Treue Gottes zu glauben, Mut zu fassen und neue Wege zu gehen.“

 

Synodaler Weg: „Das mit der Freude ist so eine Sache…“

Freude als Grundtonus des Debattierens, Nachdenkens, Denken und Betens – zu dieser Haltung beim Synodalen Weg hat der Geistliche Begleiter der Reformdebatte die Synodalen ermutigt. Pater Bernd Hagenkord predigte zum Auftakt der Ersten Synodalversammlung am Freitagmorgen in Frankfurt.

Hagenkord ist einer von zwei geistlichen Begleitern der Debatte, bei der sich Laien und Bischöfe über Reformfragen der katholischen Kirche austauschen.

Weg zur Freude freiräumen

In seiner Predigt ging Hagenkord vom Brief des Apostels Paulus an die Philipper aus (4, 4-9), in dem dieser dazu aufruft, sich „in Gott“ zu freuen. Der Jesuit nahm in seiner Predigt innere Widerstände, die sich im Kontext der Reformdebatte aufbauen, in den Fokus.

„Das mit der Freude ist so eine Sache...“

„Das mit der Freude ist (…) so eine Sache, auch wenn wir sie als christliche Grundhaltung verstehen. Dieser Freude steht oftmals etwas im Weg. Wir sind sogar genau deswegen hier zusammengekommen, weil es zwischen uns und der Freude Hindernisse gibt. Wie kommen wir also zu der Freude, zu der Paulus uns aufruft?“, fragte Hagenkord in seiner Predigt. 

Frieden ist ein Raum, Freude auch

„Freude in Gott“ bedeute nicht ein „Abrufen von Gefühlen, erzwungene Heiterkeit, Liebe auf Kommando“ oder gar „der Befehl zur Vergebung“, so Hagenkord. Er ermutigte dazu, Freude als „christliche Grundhaltung“ und einen „Raum“ zu begreifen, in dem der Synodale Weg gelingen kann:

„Sich in Gott freuen gibt uns den Grund der Freude an, die Ermöglichung der Freude, die Quelle. Sie ist der Raum, in dem wir leben. Und in dem wir hier debattieren, sprechen, diskutieren, hören, schreiben, denken, beten.“

Bleibt sichtbar, bringt euch ein

Wesentlich dabei seien Offenheit und Demut, betonte er weiter. Bei dem Dialog der Bischöfe und Laienvertreter gehe es darum, sich zu öffnen und die andere Seite „teilhaben zu lassen an dem, was uns bewegt“.

Dazu gehöre auch, „sichtbar“ zu bleiben, appellierte Hagenkord, der die versammelten Kleriker und Gläubigen aufrief, sich einzubringen und nicht innerlich aus dem Dialog auszusteigen: „Nicht sich einschließen, sondern sichtbar bleiben. Das meint nicht Taktik und Berechnung, sondern will Ausdruck dessen sein, was Christus vorgelebt hat. Auch in Zeiten, in denen das mit der Freude nicht einfach oder nicht naheliegend ist.“

Demut kultivieren

Weiter riet er davon ab, „um sich selber zu kreisen“ und allein „auf die eigene Stärken zu bauen, als ob alles von unseren Sorgen und Kräften abhinge“. Es gehe darum, „mit Dank zu bitten, in jeder Lage“, „immer auf Gott zu bauen“. Diese Haltung müsse durchaus aktiv kultiviert werden, gab der Jesuit zu bedenken: Es gehe darum, sie zu „bewachen“ und zu „bewahren“. (pm 31)

 

 

 

Erste Synodalversammlung des Synodalen Weges in Frankfurt beendet

 

„Der Weg entsteht beim Gehen, die erste Strecke ist gelaufen“

Mit einem Appell, Kirche lebendig zu gestalten, ist heute (1. Februar 2020) in Frankfurt am Main die erste Synodalversammlung des Synodalen Weges in Deutschland zu Ende gegangen. Seit Donnerstag hatten sich rund 230 Mitglieder der Synodalversammlung und 20 Beobachter aus dem benachbarten Ausland und der Ökumene versammelt, um den von der Deutschen Bischofskonferenz und dem Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) ausgerichteten Synodalen Weg inhaltlich zu gestalten. Neben einer theologischen Grundlegung über den Begriff „Synodalität“ und der Verabschiedung der Geschäftsordnung stand die inhaltliche Auseinandersetzung mit den vier Themen für die Synodalforen im Vordergrund der Beratungen. Diese umfassen die Bereiche „Macht und Gewaltenteilung in der Kirche – Gemeinsame Teilnahme und Teilhabe am Sendungsauftrag“, „Priesterliche Existenz heute“, „Frauen in Diensten und Ämtern in der Kirche“ und „Leben in gelingenden Beziehungen – Liebe leben in Sexualität und Partnerschaft“.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, zog eine positive Bilanz der ersten Synodalversammlung. „Das Experiment ist im ersten Akt gelungen. Spürbar war ein neues Miteinander, das sich in der Form der Gottesdienste, im gegenseitigen Zuhören bis hin zur Sitzordnung gezeigt hat. Die Versammlung war ein großartiger Querschnitt der Kirche in unserem Land. Wir sind dankbar für die Offenheit und Ehrlichkeit und den guten Umgangston von Anfang bis zum Ende“, so Kardinal Marx. In Frankfurt habe man gespürt, dass sich die Kirche – trotz aller Krisen – im Aufbruch befinde. „Es ist ein Suchen, Ringen und Positionieren, aber es ist gelungen, Barrieren, die uns blockieren, abzubauen. Der Synodale Weg ist ein Prozess, Neues zu wagen, er ist ein geistliches Experiment“, so Kardinal Marx. „Dieses Experiment ist davon geprägt, dass wir keine Mauern um uns herum aufbauen, dass es keine Tabus in der Debatte gibt, sondern alles geprägt sein muss von der Frage, wie wir als Kirche glaubwürdiger werden.“ Kardinal Marx kündigte an, über die erste Synodalversammlung in Kürze auch Papst Franziskus zu informieren.

 

Der Präsident des ZdK, Prof. Dr. Thomas Sternberg, betonte in einer abschließenden Pressekonferenz, dass die ersten Schritte gemacht seien: „In bunter Mischung tagte die Synodalversammlung. Es hat sich gezeigt, dass sich auch in der Sitzfolge der Geist ausdrücken kann und durch erstaunliche und überraschende Nachbarschaften, die zum Kennenlernen führen, fruchtbar wird.“ Längst seien die Themen des Synodalen Weges, die ihren Ausgang in der MHG-Studie („Sexueller Missbrauch an Minderjährigen durch katholische Priester, Diakone und männliche Ordensangehörige im Bereich der Deutschen Bischofskonferenz“) haben, über diesen konkreten Anlass hinaus grundsätzlicher geworden. „Viele Reformthemen wurden in den vier Forenbereichen deutlich angesprochen. In klarer Sprache eröffnete sich ein Kaleidoskop von Standpunkten, Meinungen und Erfahrungen“, so Prof. Sternberg. „Unter der aufmerksamen Begleitung der Glaubensgeschwister aus den europäischen Nachbarländern und aus den anderen christlichen Kirchen ist deutlich geworden, dass eine große Mehrheit der Versammelten Reformen und Veränderungen will, um als Kirche Vertrauen zurückzugewinnen und glaubwürdig Zeugnis von dem geben zu können, woraus sie leben will.“ Die Synodalversammlung habe gezeigt, dass auch ein Diskussions- und Entscheidungsprozess ein geistlicher Weg sein könne. „Die vergangenen Tage geben uns Zuversicht. Der Weg entsteht beim Gehen, die erste Strecke ist gelaufen“, so Thomas Sternberg.

 

„Der Synodale Weg ist keine Selbstbeschäftigung, sondern wir machen ihn, um wieder Vertrauen zu gewinnen“, betonte Karin Kortmann, Vizepräsidentin des ZdK und im Präsidium des Synodalen Weges. In der Synodalversammlung sei man in einem hierarchiefreien Raum und alle als Volk Gottes unterwegs. „Das hat gezeigt: Es gibt eine neue Dialogfreiheit, und ein hohes Vertrauen untereinander. Wir wollen miteinander ins Gespräch kommen“, so Kortmann. „In der Versammlung gab es Irritationen, die gewollt waren - wie die Sitzordnung nach Alphabet oder die Moderation, immer zusammen von einer Frau und einem Mann. Aber nur durch solche Irritationen kann man etwas Neues schaffen. Auch die Online-Eingaben, die vorgetragen wurden, haben eine neue Sichtweise auf die Themen gebracht. Insgesamt kann ich sagen: Es war ein guter Start! Natürlich müssen wir auch darüber reden, ob Dinge nicht gut gelaufen sind und dürfen diesen Ballast nicht in die kommenden Sitzungen mitnehmen.“

 

Bischof Dr. Franz-Josef Bode, stellvertretender Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz und Mitglied des Präsidiums Synodaler Weg, bezeichnete die Synodalversammlung als „eine Zukunftswerkstatt der Kirche in Deutschland. Experimentum heißt auch Erfahrung: eine gemeinsame Erfahrungen, die man nicht auslöschen kann. In Frankfurt sind Generationen ins Gespräch gekommen.“ Es gehöre zum Synodalen, dass man alles auf den Tisch bringe. „Wie danach damit umgegangen wird, liegt an den Diskussionen. Wir haben hier gespürt, dass sich eine gute Mitte durchgesetzt hat. Das entspricht auch dem, was die Deutsche Bischofskonferenz als Meinungsbild hat, auch unter den Bischöfen.“ Dbk 1

 

 

 

 

P. Hagenkord: So erlebe ich den Synodalen Weg

 

Unser früherer Redaktionsleiter, Jesuitenpater Bernd Hagenkord, ist Geistlicher Begleiter des Synodalen Wegs. Wir fragten ihn nach seinen Eindrücken von der ersten Synodalversammlung, die von Donnerstag bis Samstag in Frankfurt zusammengetreten ist.

 

Radio Vatikan: Zum Synodalen Weg gab’s schon im Vorfeld eine heiße Debatte mit so mancher Emotionen - Angst, Sorge, Hoffnung und Gestaltungswillen. Wie hast du die Stimmung jetzt bei diesem ersten großen Treffen erlebt, auch jenseits des offiziellen Programms?

Hagenkord: „Die Stimmung war gut, fand ich! Dafür, dass die Gruppe sich ja nicht kennt, sich auch nur selten trifft und demokratische Verfahren ja nicht unbedingt selbstverständlich sind in kirchlichen Abläufen, war die Stimmung sehr gut. Aber auch angespannt, das schon – weil wir natürlich wissen, um was es geht. Dass es nicht irgendwelche Nebenthemen, sondern Hauptthemen sind, die wir besprechen. Doch bei aller Anspannung (oder Störung, die es auch gab) oder nicht so guten Situationen insgesamt: eine sehr gute Veranstaltung, ein sehr guter Auftakt.“

„Die Arbeit fängt erst an“

Radio Vatikan: Laut Programm wurden ja die vier Themenfelder Gewaltenteilung, Sexualmoral, Priester und Frauen vorgestellt. Was wurde dazu gesagt?

 

Hagenkord: „Zunächst einmal wenig. Es ging um die Vorstellung der Vor-Papiere. Es gab ja Vorarbeiten, die aber nicht bindend sind, sondern eben Vorarbeiten – die wurden vorgestellt. Dann wurden die ganzen Kommentare vorgelesen, die aus dem Internet kamen; es gibt auf der Seite synodalerweg.de ja die Möglichkeit, sich selbst dazu zu verhalten, und das hat Einfluss, das wurde eingebunden. Außerdem gab es eine kleine Aussprache. Doch die eigentliche Arbeit beginnt zu diesen Themenfeldern erst, da gab es noch nicht so viel Input.“

„Die Themen Missbrauch und Verwaltungsgerichtsbarkeit laufen parallel zum Synodalen Weg“

Radio Vatikan: Auch gab es zwei Berichte zu den Themen Missbrauchsaufarbeitung und Entschädigung und zum Thema Straf- und Verwaltungsgerichtsbarkeit. Was ist dabei herausgekommen?

Hagenkord: „Das waren vor allem Informationsveranstaltungen. Die Themen Missbrauch und Verwaltungsgerichtsbarkeit laufen ja parallel zum Synodalen Weg – das sind Ergebnisse der MHG-Studie zum Thema Missbrauch wie der Synodale Weg auch, aber es sind eigene Prozesse. Damit die aber nicht nebeneinander herlaufen, wurden sie hier vorgestellt und wurde erklärt, was geplant ist. Damit man voneinander weiß, sozusagen. Also, viele Debatten gab’s noch nicht, außer dass wir jetzt genauer wissen, was die anderen machen, was Bischof Ackermann weiterhin plant, was die nächsten Schritte sein werden… und vor allem, was die kirchliche Verwaltungsgerichtsbarkeit angeht. Das ist jetzt nicht das wildeste, das interessanteste Thema, aber wahnsinnig wichtig, wenn es darum geht, Rechenschaft einzufordern.“

„Schon die halbe Miete“

Radio Vatikan: Inwieweit wurde bei der ersten Synodalversammlung überhaupt auch schon inhaltlich gearbeitet?

Hagenkord: „Es wurde inhaltlich gearbeitet in dem Sinn, dass die Gruppe sich gefunden hat. Dass der Weg sich gefunden hat. Und die Art und Weise, wie gearbeitet wird, sich gefunden hat. Das ist ja sozusagen schon die halbe Miete. Wir sind aber noch nicht so weit, dass wir inhaltlich sagen könnten: Wir sind für dieses und gegen jenes. Aber wir wissen jetzt, wie wir etwas verhandeln, wie wir darangehen, wie wir Vorlagen machen usw. Das klingt alles fürchterlich, aber ist ganz, ganz wichtig auf dem Weg zu stabilen und belastbaren Ergebnissen.“

„Eine fast natürliche Männerlastigkeit“

Radio Vatikan: Wenn man sich die Zusammensetzung der Synodalversammlung ansieht, fällt auf, dass nur ein Drittel Frauen drinsitzen. Wie bewertest du das? Repräsentiert das tatsächlich die katholische Landschaft?

 

Hagenkord: „Die Veranstaltung ist nicht repräsentativ in dem Sinn ‚ein Mensch, eine Stimme‘, wie wir das aus der Demokratie kennen, sondern will die ganze Bandbreite der katholischen Kirche abbilden. Und da ist es eben so, dass man sagt: Wir wollen alle Entscheider mit drinhaben! Das sind also alle Bischöfe, zum Beispiel; dazu Priester, Diakone, Generalvikare. Das heißt: Es gibt eine fast natürliche Männerlastigkeit. Wenn es um Entscheidungen in der Kirche geht, dann ist das im Augenblick so. Das kann man ändern wollen, aber wir beginnen bei der Realität, und die sieht im Augenblick so aus.

Es ist aber nicht so, dass man das merken würde. Also, wenn man sich die Wortmeldungen ansieht, ist es eben nicht so, dass das Zweidrittel/Eindrittel ist, sondern die Frauen melden sich sehr klar zu Wort. Man merkt überhaupt nicht, dass sie aus einer zahlenmäßigen Minderheitenposition sprechen. Das ist ein ganz natürlicher Vorgang – es freut mich sehr, dass das so sein kann: dass man nicht erst auf Bischöfe schielt, bevor man sich meldet.“

„Die haben sich richtig Mühe gegeben“

Radio Vatikan: Eine Aufgabe bei der ersten Synodalversammlung war ja die Besetzung der Synodalforen, die die Themenfelder im Laufe des SW weiter erarbeiten – wie ist die ausgefallen? Welche Anteile Geweihte-Nichtgeweihte, Männer-Frauen, Jugendvertreter etc.? Sind einige Mitglieder der Vor-Foren mit drin, oder gab es große Überraschungen? Wie empfindest du die Verteilung in den einzelnen Foren?

Hagenkord: „Das zu beantworten, ist ein bisschen problematisch für mich, weil ich die meisten ja nicht kenne. Ich war ja zehn Jahre im Vatikan, darum kenne ich viele Menschen hier nicht. Aber die Besetzung ist vorgestellt worden – die Art und Weise, wie besetzt wurde, möglichst paritätisch, Ost und West, jung und alt, Mann und Frau… Die haben sich richtig Mühe gegeben, und im Prinzip sieht das auch ganz gut aus. Das Problem ist nur, dass man sagt: ‚Mehr als 35 Leute in so einem Forum? Dann ist es nicht mehr arbeitsfähig, dann kommt nichts Sinnvolles mehr dabei heraus.‘ Das bedeutet aber, dass nicht alle, die in der Synodalversammlung sind, in ein Forum können! Und das ist natürlich ein Streitpunkt. Es lässt sich nicht lösen, aber es hat natürlich für ein bisschen Unruhe gesorgt. Mal sehen, wie man vielleicht Formen findet, die anderen auch mit einzubinden…“

„Unsere Aufgabe war es, immer wieder mal Stopp zu sagen“

Radio Vatikan: Du bist einer der beiden offiziellen geistlichen Begleiter beim SW. Welche Impulse hast du in dieser Rolle in die erste Synodalversammlung einbringen können?

Hagenkord: „Wir haben es ‚EinHalt‘ genannt. So eine Veranstaltung muss auch mal stoppen; sie muss innehalten und gucken, was passiert – und was das mit Gott zu tun hat, mit Kirche und mit Glauben. Wenn eine Debatte erst einmal galoppiert, dann fallen solche Dinge oft zur Seite weg. Das heißt: Unsere Aufgabe war es, immer wieder mal Stopp zu sagen. Zu sagen: Okay, jetzt erstmal durchatmen, die Schultern schütteln – und auch mal sehen, dass man das Ganze Gott hinhält, jeder persönlich... Dass man auch mal betet…

Die meisten Rückmeldungen waren positiv. Ich nenne das eine Weitung: andere Dinge einmal mit einzubeziehen. Nicht nur auf Argument und Gegenargument zu hören, sondern auch auf Geist, auf Kirche, auf mich selber, auf den Anruf Gottes. Und zu überlegen: In welche Richtung kann das hier gehen, mit uns und mit Gott? Das war, glaube ich, ein guter Bestandteil dieser ersten Vollversammlung. Vielleicht sollten wir noch einmal überdenken, wie wir es genau machen (wir wollen ja auch lernen), aber insgesamt war das für mich persönlich und auch für meine Begleiterin eine sehr, sehr gute Erfahrung.“

„Der Weg ist zwar nicht das Ziel – aber der Anfang ist gemacht“

Radio Vatikan: Was sind weitere Ergebnisse dieses ersten großen Treffens?

Hagenkord: „Dass wir einen guten Anfang gemacht. Der Weg ist zwar nicht das Ziel – aber der Anfang ist gemacht. Nicht mehr, aber auch nicht weniger. Das finde ich schon ganz beachtlich…“ (vn 1)

 

 

 

 

Debatte über erste Synodalversammlung

 

Kardinal Woelki zeigt sich in einem Interview unzufrieden mit der ersten Etappe des Synodalen Wegs. Kardinal Marx und der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken weisen Woelkis Bedenken zurück.

 

Im Interview mit dem Kölner Domradio sagte der Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki mit Blick auf die erste Synodalversammlung in Frankfurt, die hierarchische Ordnung der Kirche werde dort infrage gestellt, und nicht jede Meinung habe Gehör gefunden. 

„Es sind eigentlich alle meine Befürchtungen eingetreten. Ich habe ja sehr deutlich gemacht, dass ich eine große Sorge habe, dass hier quasi ein protestantisches Kirchenparlament durch die Art der Verfasstheit und der Konstituierung dieser Veranstaltung implementiert wird“, so der Kardinal. Viele Redebeiträge hätten „die wesentlichen Voraussetzungen ekklesiologischer Art mit Blick auf das, was katholische Kirche ist“ ignoriert.

Kardinal Marx will Papst persönlich informieren

Kardinal Reinhard Marx wollte das Woelki-Interview nicht näher kommentieren. Die Versammlung sei so abgelaufen, wie es in der von der Bischofskonferenz beschlossenen Satzung vorgesehen sei, sagte der Vorsitzende der Bischofskonferenz am Samstagnachmittag vor Journalisten in Frankfurt. Er kündigte zudem an, Papst Franziskus in der kommenden Woche persönlich über die erste Synodalversammlung zu informieren.

Woelki hatte auch kritisiert, dass bei der synodalen Versammlung Macht ausgeübt worden sei, indem nicht alle, die sich meldeten, auch zu Wort gekommen seien. Auch zuvor schriftlich eingereichte Redeanträge wurden seiner Meinung nach nicht „entsprechend gewürdigt“.

„Großartige Zukunftswerkstatt"

Auch der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Thomas Sternberg, und die stellvertretende ZdK-Vorsitzende Karin Kortmann wiesen Woelkis Äußerungen scharf zurück. Kortmann äußerte den Wunsch, der Kardinal möge seine Vorwürfe zurücknehmen. Alle Anträge, auch die, bei denen Woelki zu den Antragstellern gehörte, seien sorgfältig beraten und zur Abstimmung gestellt worden.

Der stellvertretende Vorsitzende der Bischofskonferenz, Bischof Franz-Josef Bode, nannte das Treffen vom Freitag hingegen eine „großartige Zukunftswerkstatt". Bei Abstimmungen habe sich immer „die vernünftige Mitte durchgesetzt". Dies entspreche auch dem Meinungsbild in der Bischofskonferenz.

(domradio/kna 1)

 

 

 

 

Italien: Bald neue Vaterunser-Bitte

 

Katholiken in Italien beten das Vaterunser in Gottesdiensten bald anders. Die Neufassung des Gebetes soll nach Ostern eingeführt werden, in der Messe soll sie ab dem nächsten Advent zum Einsatz kommen. Papst Franziskus hatte sich im Dezember 2017 in eine theologische Debatte zum Vaterunser eingeschaltet. Anne Preckel und Federico Piana - Vatikanstadt

 

Beschlossen hatte Italiens katholische Bischofskonferenz die Änderung bereits auf ihrer Vollversammlung im Herbst 2019; in diesem Jahr wird die Reform nun umgesetzt. Demnach soll die sechste Bitte „Führe uns nicht in Versuchung“ vom Satz „Lass uns nicht in Versuchung geraten“ abgelöst werden.

Das Messbuch mit der neuen Vaterunser-Version soll kurz nach Ostern erscheinen, in der Messen soll es ab 29. November gebetet werden. Dies kündigte der Erzbischof von Chieti-Vasto, Bruno Forte, jetzt an. Im Interview mit Radio Vatikan erläuterte der Theologe die Beweggründe, die die italienischen Bischöfe zu der Änderung bewogen haben.

Bisherige Übersetzung war nicht originalgetreu

„Es geht um Treue gegenüber der Gebetsintention Jesu und gegenüber dem griechischen Original (im Matthäusevangelium, in dem in Kapitel 6, Vers 13 der Ausdruck ,führe nicht hinein‘, verwendet wird, Anm.). Das griechische Original benutzt also ein Verb, das ursprünglich, führe uns‘ bedeutet. Die lateinische Übersetzung ,inducere erinnert an dieses griechische Pendant. Doch im Italienischen bedeutet ,indurre so viel wie ,drängen zu‘, nach dem Motto, etwas gewollt herbeizuführen. Und es hört sich seltsam an, dass man zu Gott sagen können soll, ,dränge uns nicht dazu, der Versuchung zu erliegen‘. Diese Übersetzung scheint dem Original gegenüber nicht treu zu sein.“

Papst Franziskus hatte 2017 in einem Fernsehinterview Zweifel an der Übersetzung „und führe uns nicht in Versuchung“ geäußert. Es sei nicht Gott, der den Menschen in Versuchung stürze, um zu sehen, wie er falle. Dies tue Satan, nicht ein Vater, so der Papst, der sich auf die deutsche Fassung der Vaterunser-Bitte bezog: „Ein Vater tut so etwas nicht; er hilft, sofort wieder aufzustehen.“ Die deutschen Bischöfe sahen nach diesem Einwurf des Papstes keinen Änderungsbedarf und waren bei der bisherigen Version des Vaterunser geblieben. Gleichwohl machten sich weltweit Bischofskonferenzen über die Frage Gedanken, so Erzbischof Forte:

Auch Franzosen haben Vaterunser-Bitte umformuliert

„Zum Beispiel sagt man im Spanischen, der von Katholiken weltweit meistgesprochenen Sprache: ,mach, dass wir nicht in Versuchung fallen‘. Im Französischen ist man nach vielen Geburtswehen von der Übersetzung ,unterwerfe uns nicht der Versuchung‘ (soumettre) zur aktuellen Formel ,lass uns nicht in die Versuchung eintreten‘ (ne pas laisser entrer) gelangt. Die Grundidee, die es auszudrücken gilt, ist also die: unser Gott, der ein guter und liebender Gott ist, macht, dass wir nicht in Versuchung geraten. Mein persönlicher Vorschlag war, dass man sagt: ,mach, dass wir nicht in Versuchung fallen‘. Allerdings war für die offizielle Bibelübersetzung der Bischofskonferenz die Formel ,lass uns nicht in Versuchung geraten‘ (non abbandonarci alla tentazione) gewählt worden, und da haben die Bischöfe am Ende diese Version bevorzugt, damit sich der offizielle Bibeltext und die Liturgie entsprechen.“

Die französischsprachigen Bischöfe hatten, anders als ihre deutschen Kollegen, eine Änderung der sechsten Vaterunser-Bitte bereits im Juni 2017 beschlossen und im Advent desselben Jahres eingeführt. Befürworter der alten Version unterstreichen hingegen, in der Formel ,und führe uns nicht in Versuchung‘ sei eine Situation der Erprobung durch Gott umschrieben – der Betende drücke damit sein Wissen um die eigene Versuchbarkeit aus, argumentierte etwa der Trierer Bischof Stephan Ackermann, der auch Vorsitzender der Liturgiekommission der deutschen Bischofskonferenz ist. Dazu Forte:

„Es geht da also nicht einfach um irgendeine Prüfung des Lebens“

„Eine Sache ist allgemein gesprochen die Prüfung; doch der Begriff, der dazu im Vaterunser-Gebet verwendet wird, ist derselbe, der im Lukas-Evangelium mit Bezug auf die Versuchungen Jesu benutzt wird, die wahre Versuchungen sind. Es geht da also nicht einfach um irgendeine Prüfung des Lebens, sondern um wahre Versuchungen. Etwas oder jemand, der uns dazu drängt, Böses zu tun oder der uns trennen will von der Einheit mit Gott. Deshalb ist der Ausdruck ,Versuchung‘ korrekt, und das entsprechende Verb muss ein Verb sein, das verstehen lässt, dass unser Gott jemand ist, der uns hilft, uns unterstützt, nicht in Versuchung zu fallen. Nicht ein Gott, der uns eine Falle stellt. Das wäre absolut inakzeptabel.“

Dass die Änderung die Gewohnheiten der Gläubigen in Italien stören wird, glaubt Forte nicht. Er sieht „keine größeren Probleme“ voraus:

„Wir müssen den Menschen helfen zu verstehen, dass es um keine Änderung allein der Veränderung willen geht, sondern dass die neue Version Jesu Absichten noch näher kommt und ein umso bewussteres Gebet ermöglicht.“ (vn 28)

 

 

 

 

KAB Jahresauftakt IMPULS 2020 mit Prof. Dr. Gerhard Stanke

Klärung der Rolle Kirche-Politik

 

Welkers. Unter dem Motto „Wie weit kann sich / soll sich die Kirche in die Politik einmischen?“ hatte die Katholische Arbeitnehmer-Bewegung (KAB) Diözesanverband Fulda zur diesjährigen Jahresauftaktveranstaltung IMPULS eingeladen. Über 100 Teilnehmer fanden sich zunächst zum Gottesdienst in der Heilig-Kreuz-Kirche in Welkers und anschließend im Bürgerhaus ein, um das Referat von Prof. Dr. Gerhard Stanke, ehemaliger Generalvikar des Bistums Fulda, zu hören.

 

Die KAB Diözesanvorsitzende Marga Hundenborn konnte neben den KAB-Mitgliedern und dem Referenten zahlreiche Gäste aus dem katholischen Verbandsbereich wie aus der Netzwerkarbeit des Sozialverbandes begrüßen. Ausgehend von gravierenden politischen und gesellschaftlichen Veränderungen und Verwerfungen stehe ein Verband wie die KAB immer wieder vor neuen Herausforderungen. „Wir nehmen diese Herausforderungen als Verband, insbesondere aber auch als einzelne Mitglieder an und stehen dabei oft vor einem Berg von Fragen“ so Hundenborn „und heute erhoffen wir uns eine Wegweisung durch das Referat von Prof. Dr. Gerhard Stanke“.

 

Stanke ging auf die Fragestellung ein und bestätigte, dass Anfragen und Gegebenheiten heute immer wieder Positionierungen der Kirche gefordert sind. Die Erwartungen seien dabei sehr unterschiedlich und geprägt durch die Position, die von Anfragenden eingenommen werde. Heute sei es selbstverständlich, dass sich die Kirche bis zu gewissen Punkten positioniere, in der Geschichte war das absolut nicht so.

Beginnend, weit vor dem Zweiten Vatikanischen Konzil, zeigte er auf, dass die Kirche Jahrhunderte Vorteile aus autoritären Strukturen – sowohl im weltlichen wie auch im kirchlichen Bereich – gezogen habe. Meist gemeinsam mit „weltlichen Regenten“ wurden Freiheitsrechte unterdrückt und sogar bekämpft. Insbesondere war „Religionsfreiheit“ für die Kirche undenkbar.

Ein gravierender Umdenkungsprozess setzte erst gegen Mitte des 20. Jahrhunderts ein und gipfelte im zweiten vatikanischen Konzil. Hier legte sich die Kirche auf viele Änderungen fest. Erstmals wurde die Religionsfreiheit und damit die Entscheidungsfreiheit eines jeden Einzelnen, festgeschrieben und verweist auf die unverbrüchliche Menschenwürde jedes Einzelnen.

Genauso wurde das Verhältnis der katholischen Kirche zum Judentum und nichtchristlichen Religionsgemeinschaften neu beschrieben.

Dass es zum Beschluss des Bereichs „Kirche und Welt“ acht unterschiedliche Textvorlagen zur Verabschiedung gab, macht deutlich, wie schwer es war, sich auf Veränderungen einzulassen. Letztendlich anerkannte die Kirche die Autonomie von Wissenschaft, Politik und Wirtschaft.

 

Damit verbunden sollte jedoch nicht der Rückzug aus allgemeingesellschaftlichen Themen sein. Kirche öffnete sich, um der Gesellschaft „etwas zu geben“ aber zeigte auch die Bereitschaft, zu empfangen; Meinungsvielfalt wurde anerkannt ohne die Grundzüge aufzugeben. Für Kirche blieb und bleibt weiterhin das Evangelium als Richtschnur, in Erkenntnis, dass nicht alle Fragen durch die Auslegung des Evangeliums beantwortet werden können. „Offene Fragen, müssen Menschen nach ihrem Gewissen entscheiden“ so der ehemalige Fuldaer Generalvikar und fügte rückblickend als Beispiel die Abwägung zwischen Wehr- und Zivildienst an. Entscheidungsfindungen müssten in einer Atmosphäre der Gewissenhaftigkeit und Gleichberechtigung getroffen werden. Auch bei entgegenstehenden Meinungen dürfe es nicht zu persönlichen Angriffen kommen. So verurteilte Stanke die massiven Angriffe gegen den Vorsitzenden der deutschen Bischofskonferenz Kardinal Reinhard Marx ob seiner Entscheidung, die Seenotrettung im Mittelmeer mit 50.000 € zu unterstützen. Drohungen gegen jedwede Personen dürfe es nicht geben.

In einer abschließenden Fragerunde machte der Referent Mut zum Einmischen „Gerade wenn sich die Kirche bei manchen Fragen zurückhält, haben die Verbände die Möglichkeit konkreter zu werden“ forderte er die KAB und jeden Einzelnen auf, sich auch weiterhin bei strittigen Themen einzubringen.

 

Paul Schönherr, Vorsitzender der KAB Welkers, begrüßte für den gastgebenden Verein zur Jahresauftaktveranstaltung und drückte seine Freude darüber aus, dass diese im 120. Gründungsjahr der KAB Welkers ausgerichtet werden konnte.

 

In einem Grußwort ging der seit Jahresbeginn amtierende Bundespräses der KAB Deutschlands, Stefan Eirich auf das Vermächtnis von Nikolaus Groß ein. Am 23. Januar jährte sich der Tag der Ermordung des damaligen Chefredakteurs der KAB eigenen Westdeutschen Arbeiterzeitung durch die Nationalsozialisten in Plötzensee zum 75. Mal. Groß, Ehemann und Vater von 7 Kindern hatte, teilweise entgegen der Haltung der Kirche aus christlichem Gewissen vor dem menschenverachtenden Nationalsozialismus gewarnt. Aus innerer Überzeugung unterstützte er den Widerstand und musste dies mit seinem Leben bezahlen.

„Im Gedenken an Nikolaus Groß gilt es heute für uns, sensibel für alles zu sein, was mit Absolutheitsanspruch erneut den Menschen die Würde nimmt“ ermutigte er die KAB Mitglieder sich eindeutig zu positionieren und für die Würde der Person in Politik und Wirtschaft einzustehen.

 

Die heilige Messe zum Jahresauftakt hatten zuvor KAB Diözesanpräses Pfarrer Christian Sack gemeinsam mit dem ehemaligen Generalvikar und dem Eichenzeller Pfarrer Christian Schwierz zelebriert. Sack ging in seiner Predigt auf die Bekehrung von Paulus ein. „Paulus machte eine innere Wandlung durch“ so Sack. Dies zeige, dass es nicht sinnvoll ist, Menschen zu überreden oder durch Äußerlichkeiten zu einer Meinung zu drängen. „Erst wenn der Kopf und das Herz gemeinsam eingeschaltet sind kann man sich positionieren“ so der Diözesanpräses. Ohne das Denken würde der Mensch sonst viel zu schnell zum Werkzeug von Ideologien, die durchaus Terrror und Tod bedeuten können.

Die KAB Diözesanvorsitzende Marga Hundenborn dankte zum Schluss des IMPULS 2020 allen Beteiligten und überreichte Prof. Dr. Gerhard Stanke ein Präsent. Michael Schmitt, pbf 31

 

 

 

Augsburg hat einen neuen Bischof

 

Bertram Meier folgt auf Konrad Zsdarsa. Wie das vatikanische Presseamt an diesem Mittwoch mitteilte, hat Papst Franziskus Meier zum neuen Bischof von Augsburg ernannt.

Bertram Meier war bisher stellvertretender Generalvikar und Domdekan der Diözese Augsburg. Der 1960 in Buchloe geborene Meier studierte zunächst in Augsburg, dann an der Päpstlichen Universität Gregoriana in Rom Philosophie und Theologie und war auch Student am Päpstlichen Collegium Germanicum. Er erhielt die Priesterweihe am 10. Oktober 1985 in Rom und wurde in den Klerus von Augsburg inkardiniert. Danach setzte er seine Studien fort und schloss sie 1989 mit einem Doktorat in Theologie ab.

Meier war ein Jahr lang Kaplan in seiner Diözese, bevor er 1990 in die Päpstliche Diplomatenakademie eintrat. Ein Jahr später kehrte er in seine Diözese zurück und übernahm das Amt des Kaplans und dann das des Stadtpfarrers und Dekans in Neu-Ulm.

Meier hat auch schon im Vatikan gearbeitet: Von 1996 bis 2001 diente er in der Ersten Sektion des Staatssekretariats. Während dieser Zeit war er auch stellvertrender Rektor am Priesterkolleg „Campo Santo Teutonico“ und Professor für Theologie an der Päpstlichen Universität Gregoriana.

Im Jahr 2000 wurde er zum Domkapitular in Augsburg ernannt. 2009 wurde ihm der päpstliche Ehrentitel „Prälat Seiner Heiligkeit“ verliehen.

Nach seiner Rückkehr in die Diözese war er Präsident verschiedener Diözesankommissionen, und von 2007 bis 2014 auch Geistlicher Beauftragter der Freisinger Bischofskonferenz für das Landeskomitee der Katholiken in Bayern. 

Seit 2007 ist er Prediger der Augsburger Kathedrale und seit 2012 Domdekan der Diözese Augsburg. Darüber hinaus wurde er zum Bischofsvikar für Ökumene und interreligiösen Dialog ernannt. Seit 2018 schließlich ist er Direktor der Päpstlichen Diözesan-Missionsgesellschaften.

Da nach dem Rücktritt von Konrad Zdarsa das Bistum Augsburg keinen Bischof hatte, wählte ihn das Domkapitel im Juli 2019 zum Diözesanadministrator.

(vn 29)

 

 

 

Bertram Meier als Bischof für Augsburg: „Hirte und Herde gehören zusammen“

 

Augsburg hat einen neuen Bischof: Wie der Vatikan an diesem Mittwoch bekanntgegeben hat, wird der bisherige Diözesanadministrator Bertram Meier in Zukunft als Bischof die Amtsgeschäfte weiterführen. Wir haben ihn telefonisch erreicht und ihn danach gefragt, wie er die Nachricht von seiner Ernennung aufgenommen hat.

Bertram Meier, designierter Bischof von Augsburg: Als mich der Apostolische Nuntius in Berlin darüber informiert hat, war ich zunächst natürlich sehr überrascht, aber ich habe mich auch gefreut. Denn das ist ein Zeichen der Wertschätzung und auch des Vertrauens, das Papst Franziskus sowohl in mich als auch in die Diözese setzt. Ich denke, dass das Schöne an dieser Ernennung ist, dass Hirt und Herde zusammengehören. Ich bin jetzt seit 17 Jahren als Mitglied des Domkapitels in verschiedenen Bereichen in Augsburg tätig, war früher auch Kaplan und Pfarrer und kenne deshalb die Herde, das Bistum. Wie Papst Franziskus immer wieder sagt, der Hirt soll den Geruch der Schafe annehmen und so will ich die neue Aufgabe auch annehmen.

 

Radio Vatikan: Sie standen ja schon in den vergangenen Monaten als Diözesanadministrator an der Spitze der Diözese. Dabei konnten Sie aber keine größeren Veränderungen vornehmen. Gibt es denn jetzt Projekte, bei denen es Ihnen unter den Fingern juckt und die Sie jetzt als Bischof angehen wollen? Was werden die Weichen sein, die Sie stellen?

Bertram Meier: Wie Sie sagen, der Diözesanadministrator hat die Aufgabe, zu verwalten. Er kann keine großen Weichen stellen oder Events ausrichten. Aber ich möchte einfach auch fortführen, was durch Bischof Konrad Zdarsa schon angestoßen worden ist, nämlich die Weiterführung der pastoralen Raumplanung bis 2025. Dies allerdings nicht nur als Strukturreform, also nicht nur die Priester und Hauptberuflichen immer mehr dehnen und strecken in den viel beschworenen XXL-Pfarreien, sondern zu schauen, dass die Kirche im Dorf bleibt. Welche Möglichkeiten haben wir, dass dies möglich sein wird, dass wir uns nicht aus der Fläche zurückziehen? Ich habe da auch noch kein Patentrezept, aber ich war Visitator in 53 Seelsorgeeinheiten und konnte mir da ein Bild machen.

„Das werden spannende Zeiten“

Und dann ist es mir natürlich auch ein Anliegen, das Evangelium neu unter die Leute zu bringen. Und das glaube ich, ist nicht nur ein Anliegen, das von einer Abteilung oder wie bei uns von einem Institut als Monopol angestoßen werden kann, sondern da braucht es Bündnispartner und –partnerinnen für Evangelisierung. Und ich denke, das werden spannende Zeiten - wie wir es umsetzen, das werde ich sehen. Was mir jetzt allerdings für den Anfang schon einmal vorschwebt, da ich ja schon viele Menschen hier kenne: Ich möchte in eine Art Hör-Schule gehen und mir noch einmal vieles anhöre, was in der Zeit der Vakanz im Stillen gewachsen ist. Und ich glaube, hören ist auch etwas sehr aktives, womit die synodale Kirche anfängt.  

Radio Vatikan: Ein weiteres großes Projekt, das Sie sicher beschäftigen wird, ist ja der Synodale Weg. Ihre Ernennung kam einen Tag vor der ersten großen Zusammenkunft in Frankfurt. Wie begleiten Sie Ihre Diözese im Synodalen Weg?

Bertram Meier: Schon das letzte halbe Jahr habe ich es so gehalten, dass ich in jedem Falle mit der ganzen Mannschaft an den Start treten werde. Wir haben ja auch eine eigene Gruppe aus den verschiedenen Gremien in der Diözese. Eine geistliche Begleiterin des Synodalen Wegs, Frau Boxberg von der CGL, wohnt und lebt schon seit geraumer Zeit hier in Augsburg, außerdem habe ich eine Frau als Ansprechpartnern für den Synodale Weg ernannt. Fest steht, ich gehe mit Neugier darauf zu. Ganz im ignatianischen Sinn betrachte ich den Synodalen Weg als geistliches Experiment und beim Experiment geht es ja wirklich auch um „experienzia“, also um Erfahrung. Schauen wir einmal, was die erste Vollversammlung bringt, wie wir uns auch in den Themen weiterbewegen werden, und ich vertraue auch darauf, dass der Heilige Geist mit von der Partie ist. In meiner Silvesterpredigt beispielsweise habe ich artikuliert, ‘habt keine Angst vor dem Heiligen Geist!‘. Und das wünsche ich auch dem Synodalen Weg.

Radio Vatikan: In der Vergangenheit haben Sie lange, rund sieben Jahre, im Dienst des Vatikans gestanden und im Staatssekretariat gearbeitet.  Uns von Radio Vatikan interessiert nun besonders, was für Erinnerungen Sie aus dieser Zeit mitgenommen haben. Was hat Sie besonders geprägt?

Bertram Meier: Was mich sehr beeindruckt hat in diesen Jahren, als ich die deutschsprachige Abteilung im Staatssekretariat habe leiten dürfen, ist die Tatsache, dass der Heilige Stuhl und damit die katholische Kirche nicht nur auf dem Papier ein Global Player ist, sondern ein Netzwerker in Beziehungen, über das rein Geistliche und Religiöse hinaus auch ins Politische. Also, der Heilige Stuhl hat eine Friedensmission und die übt er sehr wirkungsvoll aus. Daran diese fast sieben Jahre lang mitwirken zu dürfen, ist für mich eine einschneidende Erfahrung und dafür bin ich dankbar.

„Ein Bischof ist ja nicht nur Verkünder des Evangeliums, sondern auch Diener der Einheit“

Was ich noch sehr schön fand und was ich auch für meine Tätigkeit hier nach Augsburg mitgebracht habe, ist die Tatsache, dass auch hinter den vatikanischen Mauern konkrete Menschen leben und arbeiten. Das sind Menschen aus Fleisch und Blut, natürlich durchaus nicht nur Heilige, sondern auch mit ihren Schatten und Fehlern, aber was ich erlebt habe ist, dass im Vatikan auch hoher Respekt, Achtung voreinander herrscht. Nicht nur sprachlich, sondern auch kulturell. Jeder Mitarbeiter und jede Mitarbeiterin bringt sich ja auch selbst mit. Und Vielfalt, Vielstimmigkeit, ist für mich nie Bedrohung, sondern Bereicherung. Und ich glaube, das kann ich auch für meinen Dienst hier in Augsburg gut mitnehmen. Ein Bischof ist ja nicht nur Verkünder des Evangeliums, sondern auch Diener der Einheit, also ein ,Pontifex‘, ein Brückenbauer. Und gerade in einer so großflächigen Diözese wie Augsburg braucht es Brückenbauer. Das kann der Bischof nicht allein machen, er braucht Hilfsbrückenbauer. Und dazu zähle ich nicht nur die Priester und Diakone, sondern auch die Hauptberuflichen und zahllosen Ehrenamtlichen. Und ich wünsche mir, dass ich diesen Impuls aus dem Vatikan weitertragen kann, dass wir immer mehr Brücken zueinander bauen. Damit kommen wir auch Jesus Christus immer näher, um den es eigentlich ja geht. Die Fragen stellte Christine Seuss.  (vatican news 29)

 

 

 

 

Synodaler Weg: Erste Wegmarke in Frankfurt

 

Die erste Wegmarke des Synodalen Weges in Deutschland ist erreicht: Am Donnerstag kommt in Frankfurt erstmals die Synodalversammlung, das höchste Gremium bei der Reformdebatte, zusammen. Worum es geht und was zu erwarten ist, fasst Radio Vatikan vorab zusammen. Stefan Kempis und Anne Preckel im Kollegengespräch.

 

Kempis: Begonnen hat der Synodale Weg offiziell am 1. Dezember 2019. Insgesamt vier Synodalversammlungen sind für die kommenden zwei Jahre geplant. Worum geht es bei dem ersten Treffen morgen in Frankfurt?

Preckel: Beim Synodalen Weg geht’s ja um den Dialog der Bischöfe mit Laienvertretern über die Themen Macht und Gewaltenteilung, Sexualmoral, priesterliche Lebensform und Frauen in der Kirche – soweit der große inhaltliche Rahmen, der sich über die nächsten zwei Jahre spannt. Bei der ersten Synodalversammlung ab morgen in Frankfurt wird aber erst mal Organisatorisches geklärt: So müssen noch die Synodalforen besetzt werden, die die Reformthemen über die kommenden Monate in Kleingruppen besprechen sollen. Diese Foren erarbeitet die Vorlagen für die Synodalversammlung, wo jeweils entschieden wird. Die Mitglieder dieser Kleingruppen werden am kommenden Samstag feststehen.

Kempis: Synodalforen, Synodalversammlung, Gremienarbeit… Hört sich nach ausgetüftelter Arbeitsteilung und auch etwas trocken an. Wer darf denn beim Synodalen Weg überhaupt mitmachen und entscheiden?

Preckel: Mit im Boot sitzt das wichtigste Laien-Komitee, das Zentralkomitee ZdK, das sich mit den Bischöfen auseinandersetzt. Die Mitglieder der Synodalversammlung kommen aus allen Bereichen des kirchlichen Lebens, da gibt’s Bischöfe und Priester, Pastoralreferentinnen und Diakone, Jugendvertreter, Ordensleute und Gemeindemitarbeiterinnen. Die Anteile sind genau festgelegt worden, der Anteil der Geweihten und Laien hält sich in etwa die Waage. Gleichwohl gibt es Teile der katholischen Kirche Deutschlands, die sich beim Synodalen Weg nicht gut vertreten fühlen, obwohl sie sich selbst ganz klar der Kirche zurechnen. Da tat sich im Vorfeld so mancher Graben auf, auch innerhalb der Bischofskonferenz. Denken wir an die Gruppen Maria 2.0 und Maria 1.0 – den einen ist der Synodale Weg zu zahm, den anderen zu glaubensfern. Was die DBK betrifft, da gehen letztlich doch alle Bischöfe diesen Weg mit, wenn auch teils mit Bauchschmerzen.

Kempis: Also eine schwierige Geburt.

Preckel: Das kann man wohl sagen. Es gab ja auch anfangs ein bisschen Verwirrung über die kirchenrechtliche Natur der Veranstaltung – war das nun eine Synode oder ein Konzil und solche Fragen. Letztlich hat man aber alles genau festgelegt, was wichtig ist, um die ganze Veranstaltung transparent zu machen. Das ist schon was wert. Es mag sich etwas technisch anhören, aber es hilft, wenn man gemeinsam synodal in der Kirche unterwegs ist. Das Abstimmungsverfahren ist zumindest klar, auch wenn sich darüber streiten lässt.

Kempis: Tja, und hier liegt auch das Problem in den Augen vieler Kritiker: denn auch wenn Laien wie Bischöfe stimmberechtigt sind, haben die Bischöfe letztlich doch mehr Gewicht.

Preckel: Ja, weil es für einen Beschluss am Ende zwei Drittel der Bischofsstimmen braucht. Das fanden manche Katholiken schon vor Beginn der Reformdebatte schief, andere drücken ein Auge zu und sagen: immerhin hört man jetzt mal einander an und kommt irgendwie zueinander bei den kontroversen Fragen, die uns ja auch nicht erst seit heute beschäftigen. Die Veranstalter betonen jedenfalls, es soll um einen Dialog auf Augenhöhe gehen, der alle mit einbezieht. Das muss man wohl erst mal verinnerlichen, auch weil die Emotionen doch auf vielen Seiten in den letzten Monaten sehr hoch geschlagen sind. Was man wohl anmerken sollte: in der Synodalversammlung sitzt letztlich nur ein Drittel Frauen. Das hat damit zu tun, dass alle Bischöfe allein aufgrund ihres Amtes dabei sind plus weitere Kleriker – und die sind eben nun mal alle männlich. Wenn wir also über Zahlen und Anteile in der Synodalversammlung reden wollen, da gibt es ein Ungleichgewicht.

Kempis: Ja, und die heißen Eisen sind unter anderem auch die Frage des Zölibates und der Ämter für Frauen in der katholischen Kirche…

Preckel: Das sind die heißen Eisen, zu denen sich im Vorfeld in Deutschland schon hohe Erwartungen aufgebaut haben. Wird der Pflichtzölibat jetzt abgeschafft? Gibt’s jetzt bald Diakoninnen oder gar Priesterinnen? Hier muss man klar sagen: so was kann allein der Papst entscheiden beziehungsweise er kann sich im weltkirchlichen Rahmen dazu beraten lassen. Größter Output des deutschen Synodalen Weges bei diesen Fragen könnte - so nehme ich mal an - ein gemeinsamer Beschluss der Laien und Bischöfe sein, den Franziskus dann als Diskussionsbeitrag der deutschen Kirche zur Kenntnis nehmen könnte. Nicht mehr und nicht weniger. Abgesehen davon ist die Reformdebatte sicher ein Training in Sachen Streit- und Debattenkultur. Denn das Wie des Umgangs kann doch auch ein Schlüssel sein zum gemeinsamen Gestalten und Schaffen von Tatsachen. Ich denke, da sollte auch ein gewisser Stil gepflegt werden, auf dem offiziellen Teppich des Synodalen Weges genauso wie in der weiteren katholischen Flur.

Beteiligung der Gläubigen über Internetseite möglich

Bei der ersten Synodalversammlung (30. Januar bis 1. Februar 2020) werden neben den 230 Mitgliedern auch Beobachter aus dem In- und benachbarten Ausland teilnehmen. Auf der Internetseite  www.synodalerweg.de konnten bis zum 23. Januar 2020 alle Interessierten ihre Meinung zu den vier Synodalforen in dem Formular  „Ihre Stimme zum Synodalen Weg“ äußern. Bisher sind mehr als 3.000 Rückmeldungen eingegangen, die in die Beratungen der Synodalversammlung und die Arbeit der Foren einfließen sollen.

Übertragung des Eröffnungsgottesdienstes 

Die Eucharistiefeier zur Eröffnung der ersten Synodalversammlung im Frankfurter St. Bartholomäus-Dom (30. Januar 2020, 17.00 Uhr) wird von domradio.de übertragen und auf den Internetseiten  www.domradio.de und  www.synodalerweg.de sowie auf der  Facebook-Seite des Synodalen Weges zu sehen sein. Unmittelbar nach der Übertragung wird der Gottesdienst auf  www.domradio.de als Video abrufbar sein. Der Gottesdienst ist öffentlich.

(vatican news/synodaler weg.de/domradio 29)

 

 

 

 

Kampf gegen Missbrauch „kein leichter Weg“

 

Zehn Jahre nach dem Aufbrechen der Missbrauchsskandale bekennen sich die deutschen Bischöfe zum Prozess der Aufarbeitung, Intervention und Prävention. Allerdings sei das „kein leichter Weg“, so eine Erklärung des Ständigen Rats der Bischofskonferenz von diesem Dienstag.

Das Bekanntwerden der Skandale nennen die Bischöfe „einen tiefen Einschnitt, der uns beschämt und herausfordert“. Sie wollten alles dafür tun, künftig „durch Achtsamkeit und Prävention solche Verbrechen zu verhindern“. Als Ziel des Prozesses machen die Bischöfe nicht nur „Gerechtigkeit und Frieden für die Betroffenen“ aus, sondern auch „neue Glaubwürdigkeit und neues Vertrauen in die Kirche“.

 

Die Erklärung listet das bisher Erreichte auf: „Unsere Leitlinien sind mittlerweile eine rechtlich bindende Ordnung für die gesamte Kirche in Deutschland. Die Rahmenordnung Prävention wurde mehrfach überarbeitet und ist Grundlage für die diözesanen Anstrengungen. Die konsequente Zusammenarbeit mit den Strafverfolgungsbehörden und mit dem Unabhängigen Beauftragten der Bundesregierung sind weitere Elemente der Arbeit in den vergangenen Jahren.“

„Wir brauchen Zeit“

Allerdings sei das Thema „nicht abgeschlossen“, weil es „komplex“ sei und „viel Zeit“ zur Bearbeitung erfordere. „ Diese Zeit brauchen wir, und wir hoffen dafür auf Verständnis“, schreibt der Ständige Rat der Bischofskonferenz. Die Vorhaben, die nun anstünden, seien ein verbindliches überdiözesanes Monitoring für die Bereiche Aufarbeitung, Intervention und Prävention sowie die unabhängige Aufarbeitung. Dabei müsse auch geklärt werden, „wer über die Täter hinaus institutionell Verantwortung für das Missbrauchsgeschehen in der Kirche getragen hat“.

Ausdrücklich bekennen sich die Bischöfe auch zu einer „Fortentwicklung des Verfahrens zur materiellen Anerkennung erlittenen Leids“ sowie zur Schaffung kirchlicher Strafgerichte und einer kirchlichen Verwaltungsgerichtsbarkeit“. In diesem Zusammenhang verweisen sie auf den Synodalen Weg der Kirche in Deutschland. Dabei solle auch eine Antwort gegeben werden auf „Hinweise zu systemischen Herausforderungen, die sich beim Thema Missbrauch ergeben“.

(dbk 28)

 

 

 

 

Papst bei Generalaudienz: Vorwärts in Geduld, Armut, Dienst

 

Es ist das Wachstum in Dienst, Armut und Nächstenliebe, das die Vollendung eines Christen markiert. Das hat der Papst an diesem Mittwoch anhand der Seligpreisungen Jesu verdeutlicht. Anne Preckel – Vatikanstadt

 

Bei seiner Generalaudienz begann Franziskus eine neue Katechesen-Reihe über diese „Formeln des Glücks“, die den Anfang der Bergpredigt bilden.

„Es ist schwer, von diesen Worten Jesu nicht berührt zu sein“, schickte der Papst vorweg, „die Seligpreisungen sind gleichsam der ,Personalausweis‘ des Christen, weil sie das Antlitz Jesu und seinen Lebensstil aufzeigen.“

 

Jesus, der sich vom Berg am See von Galiläa an seine Jünger und die Menschenmenge wandte, habe die Seligpreisungen (vgl. Mt 5, 1-11) an die gesamte Menschheit gerichtet, unterstrich der Papst. Die Erhebung, von der Jesus aus sprach, erinnere an den Berg Sinai, wo Gott Moses die Zehn Gebote übergab. Franziskus ging dann auf den Inhalt der Seligpreisungen ein:

„Jesus beginnt, ein neues Gesetz zu lehren: arm zu sein, sanft zu sein, barmherzig zu sein… diese ,neuen Gebote‘ sind viel mehr als Vorschriften. Jesus erlegt nichts auf, sondern offenbart den Weg zum Glück, seinen Weg, indem er acht Mal das Wort ,selig‘ benutzt.“

Verheißung der Seligkeit

„Selig“ – mit diesem Wort beginne jede der acht Formeln, schlüsselte der Papst auf, im zweiten Teil des Satzes werde jeweils deutlich, um wen es gehe, im dritten der Grund des Glücks. Der Papst empfahl, die Seligpreisungen auswendig zu lernen – „um sie zu wiederholen und das Gesetz Jesu im Geiste und Herzen zu tragen“. Dann fuhr er fort:

„Beachten wir, dass der Grund der Seligkeit nicht die aktuell umschriebene Situation ist – Armut, Hunger, Trauer -, sondern der neue Umstand, das Geschenk Gottes an die Seligen ist: ,denn ihnen gehört das Himmelreich‘, ,denn sie werden getröstet werden‘, ,denn sie werden das Land erben‘ usw.“

Was bedeutet das Wort ,selig‘? – fragte der Papst dann, der auf den griechischen Ursprung des Begriffes („makarios“) Bezug nahm.

„Das Wort verweist nicht auf jemanden, der den Bauch voll hat oder eine schöne Zeit verbringt, sondern auf eine Person, die sich in einem Zustand der Gnade befindet, die in der Gnade Gottes fortschreitet, auf dem Weg Gottes: Geduld, Armut, Dienst am Nächsten, Trost… Ein Vorwärtskommen in diesen Dingen. Es sind diejenigen, die glücklich sind, die selig sein werden.“

Der Weg Gottes bedeutet Dienst, Trost, Liebe

Gottes Gaben zeigten sich oft in Wegen, die uns „undenkbar“ erschienen, die unsere Begrenztheit aufzeigten, unser Leiden, unsere Niederlagen, unterstrich der Papst.

„Das ist die österliche Freude – die Freude! - , von der unsere orientalischen Geschwister sprechen. Eine Freude mit Stigmata, die den Tod durchschritten hat und die Kraft Gottes erfahren hat. Die Seligpreisungen bringen dich zur Freude, immer, sie sind der Weg, um zur Freude zu gelangen.“

Papst Franziskus regte dann die Gläubigen dazu an, sich die Seligpreisungen im Matthäusevangelium mehrmals in der Woche zu Gemüte zu führen – „um diesen so schönen, so sicheren Weg zum Glück, den der Herr uns anbietet, zu verstehen.“

Franziskus kündigte bei seiner Generalaudienz an, nach diesem allgemeinen Überblick in den nächsten Kapiteln der neuen Katechesen-Reihe auf die einzelnen Seligpreisungen einzugehen. (vn 29)

 

 

 

 

Drei Stimmen zum Synodalen Weg

 

Im Vorfeld der ersten Vollversammlung äußern sich Erzbischof Rainer Maria Kardinal Woelki, der Regensburger Bischof Rudolf Voderholzer und Pater Hans Langendörfer, Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz, zum Synodalen Weg.

Kardinal Woelki betont, dass jeder Diözesanbischof frei entscheiden könne, ob und wie er die Beratungen und Beschlüsse in seinem Bistum umsetzt. „Ich fühle mich hier vollkommen frei, nur meinem Gewissen und dem Glauben der ganzen Kirche verpflichtet", sagte der Kölner Erzbischof im Interview der „Herder Korrespondenz" in der Februar-Ausgabe.

Austausch unterschiedlicher Standpunkte

Woelki forderte weiter dazu auf, die verschiedenen thematischen Arbeitsgruppen nicht „einseitig" zu besetzen. Beim Synodalen Weg müsse „wirklich ein Austausch zwischen unterschiedlichen Standpunkten" möglich sein. Bei den vorbereitenden Foren sei man „vor vollendete Tatsachen gestellt worden", so der Kardinal weiter. Er habe bereits damals kritisiert, dass er die Zusammensetzung für einseitig halte. In den vier Foren geht es um die Schwerpunktthemen Sexualmoral, priesterliche Lebensform, Macht und Gewaltenteilung sowie Rolle von Frauen in der Kirche.

„Kreisen um uns selbst“

Bischof Voderholzer sieht in der Diskussion um kirchliche Reformen falsche Akzente gesetzt. „Wir kreisen um uns selbst", kritisierte er die Debatte am Sonntagabend im Regensburger Dom. Bei der Aufarbeitung von Missbrauch fühlt er sich dagegen bestätigt. Seinem Bistum werde attestiert, „ein Leuchtturm zu sein in der Aufarbeitungslandschaft Deutschlands", so Voderholzer.

Rückgang gelebter Glaubenspraxis

Die größte Herausforderung der kommenden Jahre sieht Voderholzer vor allem im Rückgang der gelebten Glaubenspraxis. So gehen immer weniger Menschen am Sonntag in die Kirche und kennen die Botschaft der Bibel. Gleichzeitig freue es ihn, in seinem Bistum missionarische Initiativen aufblühen zu sehen. Er nannte Bibel- und Gebetskreise, Glaubenskurse, Exerzitien im Alltag, Hausgottesdienste und sozial-karitatives Engagement. Daher sei es nicht nötig, von der Bistumsleitung aus etwas vorzugeben. Wichtig sei, dass sich alle Gemeinschaften fragten, wie sie zur Verlebendigung des Glaubens beitragen könnten.

„Es gibt kein Redeverbot zum Priestertum der Frau“

Pater Hans Langendörfer verweist auf die Bedeutung der Laien und des Zentralkomitees der deutschen Katholiken. Die Themen der Zukunft könnten nicht alleine von Klerikern und Bischöfen diskutiert werden, so Langendörfer im Interview des „Bonner General-Anzeigers“ am Dienstag. Langendörfer hält es für inakzeptabel, die Ortskirchen nicht in die in Rom gefällten Entscheidungen einzubeziehen. Umgekehrt gehe er aber nicht davon aus, dass Rom die in Deutschland gefassten Beschlüsse umsetzen müsse.

Im Hinblick auf das Schwerpunktthema der Rolle der Frau in der Kirche, sagte Langendörfer es gäbe „kein Redeverbot zum Priestertum der Frau". (kna 28) 

 

 

 

 

Prälat Dr. Bertram Meier wird neuer Bischof von Augsburg

 

Papst Franziskus hat heute (29. Januar 2020) Prälat Dr. Bertram Meier zum neuen Bischof von Augsburg ernannt. Er wird Nachfolger von Bischof Dr. Konrad Zdarsa, der im vergangenen Jahr in den Ruhestand getreten ist. Seit dem 8. Juli 2019 ist Prälat Meier Diözesanadministrator des Bistums Augsburg.

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, gratuliert dem künftigen Augsburger Bischof. Er empfinde es als besonderes Zeichen der Wertschätzung, dass Papst Franziskus einen Priester des Diözesanklerus zum Bischof von Augsburg ernannt habe. Wörtlich schreibt Kardinal Marx: „Das Bistum Augsburg darf sich über einen Bischof freuen, der mit theologischer Tiefe, seelsorglichem Eifer, einer besonderen Gabe der Predigt und starkem organisatorischen Geschick die Verantwortung im Bistum übernehmen wird.“ Dazu zähle neben der theologischen Ausbildung in Rom, die Prälat Meier stets in der Pastoral seiner Heimat verwurzelt habe, auch die Tätigkeit als Pfarrer in Neu-Ulm und die Verantwortung als Domprediger und Domdekan an der Hohen Domkirche zu Augsburg. „Ihnen geht es um die Verkündigung der Frohen Botschaft, die Sie den Gläubigen, aber gerade auch den Suchenden und Fragenden, nahebringen wollen. Im besten Sinne des Wortes sind Sie so immer Pastor, Hirte geblieben. Gerade das wird jetzt Ihren Hirtendienst im Bistum prägen“, so Kardinal Marx.

 

Prälat Meier habe mit seinem engagierten Einsatz als Leiter der deutschsprachigen Abteilung im vatikanischen Staatssekretariat fünf Jahre internationale Verantwortung übernommen und in dieser Zeit der Kirche in Deutschland in wichtigen Fragen geholfen. „Mit Ihren verschiedenen Aufgaben im Bischöflichen Ordinariat zu Augsburg, insbesondere den Schwerpunkten Weltkirche, Ökumene und Orden, bringen Sie weitere gute Voraussetzungen für die vor Ihnen liegenden Aufgaben mit. Ich bin überzeugt, dass die vielfältigen Erfahrungen im Bistum Augsburg helfen, rasch in das neue Amt zu wachsen“, schreibt Kardinal Marx.

 

Prälat Dr. Bertram Meier, 1960 in Buchloe geboren, studierte nach dem Abitur Theologie und Philosophie in Augsburg und Rom. Nach der Priesterweihe 1985 und einer anschließenden Promotion folgten Stationen als Kaplan, Pfarrer und Stadtdekan an verschiedenen Seelsorgeorten im Bistum Augsburg. Von 1996 bis 2001 leitete Meier die deutschsprachige Abteilung im Staatssekretariat des Vatikans. Seit 2002 hat Prälat Meier als Domkapitular verschiedene Leitungsaufgaben im Generalvikariat des Bistums Augsburg wahrgenommen. 2007 wurde er zusätzlich Domprediger und 2012 Domdekan des Augsburger Doms. Dbk 29

 

 

 

 

Katholikenräte rufen in Reformdebatte zur Mitarbeit auf

 

Die Katholikenräte in Niedersachsen und Bayern rufen die Gläubigen zur Beteiligung am Synodalen Weg in ihrer Kirche auf. Die Mitwirkung der Laien an dieser „Zukunftswerkstatt“ sei ein wichtiges Fundament.

Die Gläubigen sollten sich „mutig in ihren Pfarrgemeinden, Verbänden und Gemeinschaften“ mit den Themen des am Donnerstag startenden Synodalen Wegs beschäftigen und diese kritisch hinterfragen, heißt es in dem am Montag veröffentlichten gemeinsamen Aufruf des Landeskatholikenausschusses Niedersachsen und des Landeskomitees der Katholiken in Bayern.

Wichtiges Fundament künftiges Vertrauens 

Der Synodale Weg sei eine „Zukunftswerkstatt“, die Mitwirkung der Laien an dieser Debatte ein wichtiges Fundament künftigen Vertrauens, heißt es weiter: „Haben Sie als getaufte Christen den Mut, sich an dieser strukturierten Debatte zu beteiligen, damit wir die Botschaft unseres christlichen Glaubens glaubwürdig und überzeugend in unserer Zeit leben und in der Gesellschaft vertreten können.“

Ideen und Vorschläge für Veränderungen des kirchlichen Lebens könnten über die Laienvertretungen oder direkt beim Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) eingebracht werden.

Synodaler Weg startet am Donnerstag

Der auf zwei Jahre angelegte Synodale Weg startet am Donnerstag mit einer ersten Synodalversammlung in Frankfurt, die bis Samstag dauert. Dabei wollen die Bischöfe und das ZdK über die Zukunft kirchlichen Lebens in Deutschland beraten.

Ein Ziel ist es, nach dem Missbrauchsskandal verloren gegangenes Vertrauen zurückzugewinnen. Schwerpunktthemen sind die Sexualmoral, die priesterliche Lebensform, Macht und Gewaltenteilung sowie die Rolle von Frauen in der Kirche. (pm/domradio 27)

 

 

 

Synodalversammlung des Synodalen Weges mit Gottesdienst in Frankfurt eröffnet

 

Mit einem feierlichen Gottesdienst ist die erste Synodalversammlung des Synodalen Weges der Kirche in Deutschland heute (30. Januar 2020) im Frankfurter St. Bartholomäus-Dom eröffnet worden. 230 Synodale und rund 20 Beobachter aus dem benachbarten Ausland und der Ökumene zogen gemeinsam in den Dom ein. Viele Gläubige aus Frankfurt am Main nahmen an dem Gottesdienst teil. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, rief in seiner Predigt dazu auf, den Synodalen Weg als geistlichen Weg der Umkehr zu verstehen. „Ich empfinde den Synodalen Weg als eine Einladung an uns, einen Perspektivwechsel vorzunehmen und zu lernen. Es gibt keinen geistlichen Weg der Umkehr ohne Einsicht, ohne die Erkenntnis eigener Irrtümer, Katastrophen, Krisen oder Wunden, die einem zugefügt wurden. Es gibt keinen Aufbruch, keinen Neuanfang, keine Neuevangelisierung ohne eine solche Umkehr“, so Kardinal Marx. Er fügte hinzu: „Wir vertrauen auf das Erbarmen und die Treue Gottes.“ Diese Auffassung sollte auch am Anfang des Synodalen Weges stehen, eines jeden Lebensweges: „Wenn wir einen neuen Weg gehen, brauchen wir Mut! Und diesen Mut spricht Gott uns zu! Gott ist größer als alles andere - in seiner Barmherzigkeit, in seiner Liebe. Das gibt uns den Schwung und die Kraft, in schwierigen Situationen und Herausforderungen an die Treue Gottes zu glauben, Mut zu fassen und neue Wege zu gehen.“

 

Ausdrücklich ging Kardinal Marx auf den Missbrauchsskandal ein, der die ganze Kirche zutiefst erschüttert habe. Niemand hätte gedacht, dass es solche Abgründe in der Kirche geben könne. „Dieser Skandal muss uns in Gang bringen, aus den Erkenntnissen der Vergangenheit, auch durch die wissenschaftliche Aufarbeitung des Themas, zu lernen, nach vorne zu schauen. Wir müssen zur Erkenntnis der Sünde und der Fehler der Vergangenheit stehen. Ohne ein Hinschauen werden wir den geistlichen Weg der Zukunft nicht gehen können“, so Kardinal Marx. Dazu gehöre auch eine kritische Betrachtung der Macht, die „Dienst sein soll. Es wäre ein starkes öffentliches Signal, ein Perspektivwechsel, wenn wir darstellen könnten, was Macht und Dienst bedeuten, nämlich nicht über andere zu herrschen, sondern das Miteinander in der Kirche zu zeigen.“ Es liege an uns, so Kardinal Marx: „Wir haben in der Vergangenheit das Licht vielleicht unter den Scheffel gestellt. Fragen wir uns in dieser Stunde: Wie können wir es wieder nach oben setzen, damit es allen leuchtet? Der Synodale Weg soll helfen, dass das Licht des Evangeliums jedem leuchtet, sichtbar wird und Richtung gibt. Er ist ein Weg des Aufbruchs, der Ermutigung, aber nie ohne innere Umkehr.“

 

Nach der Eucharistiefeier rief der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Prof. Dr. Thomas Sternberg, die Synodalen dazu auf, eine Gesprächskultur in geschwisterlichem Geist zu verwirklichen. „Dazu braucht man Spielregeln im Dialog, der, wie Papst Franziskus betont, ‚freimütig‘ geführt werden soll. Wir wollen diskutieren, uns austauschen, debattieren. Dabei sollten wir einander nicht die Frömmigkeit absprechen“, so Sternberg. Er appellierte zu Respekt für die je andere Meinung und die Überwindung von Vorurteilen.  „Wir vermischen nicht die Wahrheit des Glaubens mit Fragen nach der Sozialgestalt der Kirche. Wir wollen das Gottesvolk in seiner Pluralität wahrnehmen und zu Wort kommen lassen“, so der ZdK-Präsident bei der Eröffnungsveranstaltung im Frankfurter Dom.

 

Prof. Sternberg erinnerte daran, dass die Aufdeckung von sexuellem Missbrauch durch Geistliche und deren Vertuschung in Deutschland vor genau zehn Jahren zu Erschütterungen geführt hat, die den Synodalen Weg erst ermöglichten. „Dieser Skandal war Auslöser von Unruhe, Unzufriedenheit und Verärgerung, die bis in unsere Kerngemeinden hinein reichen“, hob Sternberg hervor. „Treue Glieder der Kirche sind aufgebracht, erwägen, der Kirche den Rücken zu kehren. Es war wohl der Tropfen, der ein Fass zum Überlaufen brachte.“ Gleichzeitig verwies er auf den Ärger und die Enttäuschung darüber, dass seit dem Ende der Siebzigerjahre maßgebliche Reformen liegen geblieben sind. Als Beispiel verwies er auf das Thema der Partizipation von Frauen: „Die inzwischen selbstverständliche Teilhabe der Frauen in Gesellschaft, Wirtschaft und Politik muss in der Kirche zu wirklichen Reformen führen, deren Erörterung nicht ignoriert und schon gar nicht verboten werden kann.“

 

„Die Erwartungen an den Synodalen Weg, den wir nun eingeschlagen haben, sind trotz der ebenso verbreiteten Skepsis sehr hoch! Werden wir ihnen gerecht! Beweisen wir die Kraft zum gemeinsamen Handeln!“, rief Sternberg den Synodalen zu. „Diese Versammlung vereint ganz unterschiedliche Menschen: Kleriker im Bischofs-, Priester- oder Diakonenrang, Ordensleute, Dienste der Kirche und die vielen aus Vereinen und Verbänden, Diözesanräten oder Wissenschaft; Junge und Alte, Haupt- und Ehrenamtliche, Frauen und Männer, wir alle vertreten die Kirche in Deutschland. Wir wollen einen gemeinsamen Prozess durchführen, der nicht von Standes- oder Fraktionsdenken bestimmt wird. Alle, die hier versammelt sind, verbindet die Sorge um unseren Glauben, um unsere Kirche.“ Letztendlich gehe es uns nicht um die Kirche, unterstrich Sternberg: „Sie hat dienende Funktion. Es geht um den Glauben und seine Weitergabe. Dafür müssen wir aber unser eigenes Haus renovieren.“

 

Der Synodale Weg, der von der Deutschen Bischofskonferenz und dem ZdK getragen wird, begann bereits am ersten Advent des vergangenen Jahres. Die erste Synodalversammlung dauert bis Samstag und findet im Dominikanerkloster in Frankfurt statt. Dbk 30