DE.IT.PRESS
Notiziario Religioso della comunità italiana in
Germania - redazione: T. Bassanelli
- Webmaster: A. Caponegro IMPRESSUM
Notiziario religioso, maggio 2026
Leone XIV: “viaggio in Africa messaggio di pace”
Durante l'udienza di oggi, il Papa ha ripercorso le tappe
del suo viaggio apostolico in Africa, che dal 13 al 23 aprile lo ha portato a
raggiungere quattro paesi: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. di M.
Michela Nicolais
“Fin dall’inizio
del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa”. A ribadirlo è stato Leone
XIV, che durante l’udienza di oggi ha ripercorso il suo terzo viaggio
apostolico, che dal 13 al 23 aprile lo ha portato a raggiungere quattro Paesi:
Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.
“Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo,
come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di
viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da
gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale”, ha detto il
Pontefice.
“La visita del Papa è, per le popolazioni africane,
occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo
di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per
tutti”, il bilancio conclusivo del viaggio. “Sono felice di aver dato loro
questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro
hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio
ministero”.
Durante l’udienza, il Papa ha espresso “preoccupazione”
per la violenza in Colombia e salutato in particolare i fedeli provenienti dal
Libano, dall’Iraq e dalla Siria.
In Algeria, ha esordito, “mi sono trovato, da una parte,
a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad
attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di
oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il
mondo islamico; il ponte con il continente africano”. Nella sua prima tappa, ha
proseguito, “ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e
abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere
insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si
riconosce figli dello stesso Padre misericordioso”. Inoltre, “è stata
l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua
esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella
ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per
i cristiani e per ogni persona”.
“Mi sono immerso in un clima di festa della fede, di
accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana”,
la sintesi delle altre tre tappe del terzo viaggio apostolico. “La visita
in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la
riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da
tensioni e violenze”, il bilancio di Leone XIV: “Sono contento di essermi
recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme
per la pace”. In Camerun, detto “Africa in miniatura”, per la varietà e
alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, per il Papa sono presenti
“i grandi bisogni dell’intero continente: quello di un’equa distribuzione delle
ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica;
quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie
forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale”.
“Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto
con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato
durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future”,
l’auspicio.
“Chiesa libera per un popolo libero”, la sintesi della
tappa in Angola, che “come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto
l’indipendenza, ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è
stato insanguinato da una lunga guerra interna”. “Nel crogiolo di questa storia
Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del
Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace”, l’omaggio
di Leone. “Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore”
– ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano”, le parole del Pontefice: “E
nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di
ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto
catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti
di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del
Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore
risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle
ideologie e dalle vane promesse dei potenti”. “Questa speranza esige un impegno
concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con
l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e
di promuovere il loro effettivo rispetto”, l’indicazione di rotta di Leone:
“Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho
potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo
contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo”.
“Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di
Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto
di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare per i loro peccati e la
loro libertà”. Così il Papa ha descritto la sua prima visita in un carcere, da
quando è stato eletto al soglio di Pietro. “Non avevo mai visto nulla di
simile”, ha rivelato: “E poi hanno pregato con me il Padre nostro sotto una
pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia
è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata, definito
“una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno
trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa
è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato
degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero viaggio
apostolico”. Sir 29
Venezia si prepara per celebrare i 1200 anni dell'arrivo delle spoglie di
San Marco
Presentata la Commissione diocesana e il logo per
l'evento che si apre nel 2028
Venezia. C’è ancora del tempo per le celebrazioni, ma
intanto la diocesi di Venezia si prepara a celebrare i 1200 anni dall’arrivo
delle spoglie dell’Evangelista Marco nella città lagunare, un anniversario che
riguarda non soltanto la memoria storica, ma anche l’identità e la missione
della Chiesa veneziana, richiamando l’urgenza dell’evangelizzazione e della
testimonianza della fede.
Iniziamo dal logo, un elemento che nel mondo di oggi ha
sempre più importanza per la divulgazione di un evento. Dall’imponente e
luminosa Pala d’Oro realizzata tra il XII e il XIV secolo della Basilica
cattedrale di San Marco, chiesa madre e fondamento della vita ecclesiale del
Patriarcato di Venezia, è stata tratta l’immagine del logo dell’ Anno Marciano.
Autore Lorenzo Tiengo docente ed educatore presso IUSVE e Istituto San Marco
dei Salesiani, alla Gazzera in collaborazione con l’Ufficio Comunicazioni Sociali
del Patriarcato.
Nasce da una formella che racconta il viaggio del veliero
che ha portato a Venezia le spoglie del santo Evangelista nell’anno 828. Questa
immagine costituisce un segno paradigmatico del cammino di fede della Chiesa
veneziana: la chiesa-nave che conduce alla salvezza realizzata da Cristo
Redentore di cui Marco è stato anzitutto discepolo e poi testimone. Sulla
predicazione di Marco, e dei Dodici Apostoli, si regge e viene orientata la
vita della Chiesa patriarcale di Venezia. L’Anno Marciano vorrà perciò essere
anzitutto un anno di riscoperta della fede battesimale e di rinnovamento
dell’azione di evangelizzazione.
Intanto è al lavoro la Commissione diocesana costituita
dal Patriarca Francesco. Nella Lettera pastorale del 4 ottobre 2025 “Pax tibi
Marce”, il Patriarca Francesco aveva invitato tutta la Diocesi a intraprendere
un “percorso verso l’Anno Marciano che si celebrerà nel 2028”. L’arrivo delle
spoglie di San Marco “fu l’occasione di una rifondazione spirituale e culturale
della Chiesa particolare e dell’identità civile del popolo veneziano che si
riconoscono nel Santo Evangelista Marco e nella Basilica omonima che ne
conserva il corpo. Il leone alato, effige dell’Evangelista ed emblema della
Repubblica Serenissima, è ancor oggi il simbolo in cui si identificano i fedeli
della Chiesa particolare e i cittadini veneziani”. Il compito della Commissione
è programmare, coordinare e attuare lo svolgimento di tutte le iniziative
celebrative dell’Anno Marciano 2028 che si svolgerà dall’8 ottobre 2027 al 1°
febbraio 2029.
Presidente della Commissione è Daniele Memo, Vicario
episcopale per la Pastorale, il moderatore è Alberto Peratoner, direttore
dell’Ufficio per la Pastorale della Cultura e del Turismo nonché docente presso
lo Studio Teologico del Seminario Patriarcale e la Facoltà Teologica del
Triveneto, segretario don Morris Pasian, Segretario e Cerimoniere patriarcale e
direttore della Pastorale giovanile, come segretario aggiunto la Filomena
D’Agostino. Ne sono membri don Federico Bertotto, Cancelliere patriarcale, don
Francesco Marchesi, direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo
Interreligioso, don Marco Zane, direttore del Centro Diocesano Vocazioni e
dell’Ufficio Comunicazioni Sociali nonché co-direttore della Pastorale
giovanile, e Francesco Trentini della Università Ca’ Foscari di Venezia e
funzionario storico dell'arte con incarico di referente per la Tutela e la
Valorizzazione di Villa Pisani presso la Direzione regionale Musei Veneto. Aci
29
“L’Ecologia integrale nella vita della famiglia”, uscito il documento
Il documento dei dicasteri per il Servizio Umano
Integrale e dal Dicastero per i Laici
Città del Vaticano. Pubblicato dal Dicastero per il
Servizio Umano Integrale e dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita
“L'Ecologia integrale nella vita della famiglia” , un documento “pensato per
trasmettere in famiglia la cura Creato e della vita umana” così un comunicato
diffuso dall'ente vaticano. “Il volume - continua - è frutto dell'impegno
congiunto dei due Dicasteri della Santa Sede e la sua stesura ha visto il
coinvolgimento diretto anche di teologi, consulenti e coppie sposate”. Perché
questo documento? Nasce per accogliere gli appelli di papa Francesco e papa
Leone XIV ad “ascoltare il grido dei poveri e della Terra e per offrire una
risposta concreta mettendo in atto i principi dell'Esortazione post-sinodale
Amoris Laetitia e gli insegnamenti dell'Enciclica Laudato si'” così precisa il
comunicato.
"I valori che ricevono forma e crescono nella
famiglia costituiscono il terreno fertile da cui scaturisce la vita della
società. Le famiglie sono quindi fondamentali per sviluppare e trasmettere il
valore della cura della nostra casa comune e di ogni persona", scrivono
nella presentazione del libro i Prefetti dei due Dicasteri, il cardinale
Michael Czerny SJ e il cardinale Kevin Farrell.
"Molte famiglie - continuano - vivono già questa
vocazione con cuore aperto e con la speranza che è Cristo Gesù. All'interno
della famiglia, i suoi membri imparano il dono di sé, la pazienza e la
dedizione, l'accoglienza e la tutela della vita, affinché possa fiorire e
svilupparsi pienamente; così come la complementarità e la reciprocità, lo
scambio intergenerazionale e la solidarietà con altre famiglie, insieme alla
trasmissione di conoscenze e".
Il volume propone spunti e indicazioni utili alle
famiglie, ai gruppi ecclesiali e ai singoli lettori per far fronte alle sfide
ambientali attuali e per promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona. La
prima parte presenta concetti fondamentali basati sugli scritti più
significativi di Papa Francesco; la seconda parte, cuore del volume, contiene
capitoli tematici che riflettono sette obiettivi tratti dalla Laudato
si': ascoltare il grido della terra; ascoltare il grido dei poveri e dei
vulnerabili; adottare e promuovere l'economia ecologica; adottare stili di vita
ecologici; ecologia integrale e istruzione; spiritualità ecologica in una
prospettiva familiare e, in ultimo, famiglie che partecipano alla vita
comunitaria
"La cura del Creato è, altresì, un impegno che
esprime la nostra fede la quale, ci ha ricordato Papa Leone XIV nell'Omelia per
il Giubileo delle famiglie, dei nonni e degli anziani, "si trasmette [in
famiglia] insieme alla vita, di generazione in generazione" (1 giugno
2025). "L'Ecologia integrale nella vita della famiglia" è disponibile
gratuitamente in 5 lingue sui siti web ufficiali dei due Dicasteri",
concludono il comunicato.
Maggiori informazioni si possono trovare al
seguente link: https://www.humandevelopment.va/it/news/2026/ecologia-integrale-nella-vita-della-famiglia-documento-congiunto-dicasteri.html
aci 28
Papa Leone e il mistero d’amore del Cuore di Cristo
La benedizione della prima pietra del “Centro Cuore –
Papa Francesco” del Policlinico “A. Gemelli” di Roma - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. “La parola “cuore”, per il vostro
Policlinico, dice molto di più, perché sta nel nome stesso dell’Università a
cui appartiene: l’Università Cattolica del Sacro Cuore”.
Il Papa lo ha detto nel suo saluto in occasione della
benedizione della prima pietra del “Centro Cuore – Papa Francesco” del
Policlinico “A. Gemelli” di Roma.
Una breve e intensa cerimonia che si è svolta nel palazzo
apostolica questa mattina. Cuore nasca da un acronimo: Cardiovascular
Unique Offer ReEngineered.
Leone XVI ricorda il perché della scelta di Padre Gemelli
della intestazione al Sacro Cuore della Università, e la “Beata Armida Barelli
non ebbe dubbi: l’Università doveva essere “del Sacro Cuore”, perché proprio al
Cuore di Cristo si doveva la serie di “miracoli” che avevano reso possibile
l’impresa.
Il Papa cita la Dilexit nos, l’ultimo testo di Papa
Francesco dedicato proprio al Sacro Cuore, una enciclica in cui, dice Leone XIV
“voi potete ritrovare il quadro di principi e di valori che sono alla base
della formazione nel vostro Policlinico, formazione che, in questa occasione,
mi permetto semplicemente di incoraggiare: quanto più il “Gemelli” cresce,
tanto più dev’essere curata la formazione umana e cristiana di chi vi opera”.
Infine il Papa sottolinea che il mistero d’amore del
Cuore di Cristo, è “fonte principale di ispirazione e di sostegno per la nostra
vita e il nostro lavoro. Come una fiamma perenne, questo amore ha suscitato
nella Chiesa innumerevoli testimoni di carità, anche di carità educativa e
sociale”.
Gesù, Pastore che veglia e protegge il gregge. IV Domenica di Pasqua
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Il Vangelo di questa quarta domenica di Pasqua (Gv
10,1-10) ci consegna una delle immagini più profonde e consolanti della
rivelazione cristiana: quella del pastore e delle pecore. Con questa parabola
ci viene svelato il Cuore di Cristo e, insieme, la nostra identità più vera.
Gesù esordisce con parole provocatorie: «Chi non entra nel recinto delle pecore
dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante». È un
invito alla vigilanza. Non tutto ciò che si presenta come buono o desiderabile
conduce davvero alla vita. Esistono “voci” che seducono, promettono,
affascinano… ma alla fine svuotano, dividono, feriscono. Il ladro — dice Gesù —
«viene solo per rubare, uccidere e distruggere». Sono parole che ci aiutano a
riconoscere che ogni proposta che allontana da Dio, anche se all’inizio sembra
attraente, finisce inevitabilmente per impoverire il cuore.
In questo contesto risuona l’affermazione decisiva: «Io
sono la porta delle pecore». Per comprenderla, possiamo pensare ai recinti
dell’antico Oriente, dove spesso non c’era una vera porta: era il pastore
stesso a porsi all’ingresso, diventando lui la “porta”. Nessuno poteva entrare
o uscire senza passare attraverso di lui. Così Gesù rivela di essere Lui stesso
l’accesso alla vita. Non una porta tra le tante, ma la porta. Siamo fatti per
Dio, e solo attraverso Cristo — nella sua persona, nella sua parola, nel suo
amore — possiamo trovare ciò che davvero cerchiamo. Come scrive Sant’Agostino
d'Ippona: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». Ma Gesù è anche
porta perché custodisce. Come il pastore veglia e protegge il gregge, così
Cristo si pone tra noi e ciò che può ferire la nostra vita nel più profondo.
Non elimina ogni difficoltà, ma ci libera e ci difende da quel male che rovina
l’uomo e che prende il nome di peccato, menzogna, solitudine
Poi Gesù aggiunge un particolare che tocca profondamente
il cuore: «Le pecore ascoltano la sua voce… egli le chiama ciascuna per nome».
Dio non ama in modo anonimo: ama ciascuno di noi, ci conosce per nome e ci
chiama a vivere nella sua amicizia. E le pecore riconoscono la sua voce, ossia
sanno distinguere tra le tante voci del mondo, quella del Buon Pastore. E’ una
voce, quella di Cristo che non urla, non si impone, non confonde, non offende,
ma attira, illumina, dona pace, orienta al vero, al bello e al buono.
E arriviamo, così, al cuore del brano, alla promessa che
illumina tutto: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in
abbondanza». Gesù non promette una vita facile, ma una vita piena. L’abbondanza
di cui parla è una qualità nuova dell’esistenza: è la vita stessa di Dio che
entra nella vita dell’uomo. Questa vita inizia già ora, dentro le pieghe della
nostra quotidianità. È una vita che cresce nel silenzio della preghiera, nella
fedeltà al Signore, nell’ascolto della Sua Parola, nell’incontro con Lui nei
sacramenti. Sant’Ireneo di Lione lo esprime così: «La gloria di Dio è l’uomo
vivente». E l’uomo è veramente vivo quando vive della vita stessa di Dio.
Chiediamo allora al Signore la grazia di riconoscere tra le tante voci la sua
voce e di accoglierla, per scoprire con stupore, che quella vita che cerchiamo
da sempre non è lontana: è già iniziata, perché Lui è presente, e continua a
chiamarci per nome verso una pienezza che non avrà fine. Aci 26
Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra libertà, ma ci conduce sui
giusti sentieri
Al Regina Coeli il Papa ricorda i 40 del disastro di
Cernobyl - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. “Gesù non viene come un ladro a
rubare la nostra vita e la nostra libertà, ma a condurci nei giusti sentieri.
Non viene a sequestrare o ingannare la nostra coscienza, ma a illuminarla con
la luce della sua sapienza. Non viene come a inquinare le nostre gioie terrene,
ma le apre a una felicità più piena e duratura”. Leone XIV commenta così il
Vangelo proposto oggi dalla liturgia prima di guidare la preghiera del Regina
Coeli dalla finestra del suo studio su Piazza San Pietro.
Invece, dice il Papa “I “ladri” possono assumere tanti
volti: sono coloro che, nonostante le apparenze, soffocano la nostra libertà o
non ci rispettano nella nostra dignità; sono convinzioni e pregiudizi che ci
impediscono di avere uno sguardo sereno sugli altri e sulla vita; sono idee
sbagliate che possono portarci a compiere scelte negative; sono stili di vita
superficiali o improntati al consumismo, che ci svuotano interiormente e ci
spingono a vivere sempre all’esterno di noi stessi. E non dimentichiamo anche
quei “ladri” che, saccheggiando le risorse della terra, combattendo guerre
sanguinose o alimentando il male in qualsiasi forma, non fanno altro che rubare
a tutti noi la possibilità di un futuro di pace e di serenità”. Il Papa
conclude con un piccolo esame di coscienza Possiamo interrogarci: “da chi
vogliamo farci guidare nella nostra vita? Quali sono i “ladri” che hanno
provato a entrare nel nostro recinto? Ci sono riusciti, oppure siamo stati
capaci di respingerli?”.
Dopo la preghiera il Papa ha ricordato che “oggi ricorre
il quarantesimo anniversario del tragico incidente di Cernobyl che
ha segnato la coscienza dell'umanità. Esso rimane un monito sui rischi
inerenti all'uso di tecnologie sempre ( più potenti. Affidiamo alla
misericordia di Dio le vittime e quanti ne soffrono ancora le
conseguenze. Auspico che a tutti i livelli decisionali prevalgano sempre
discernimento e responsabilità perché ogni impiego dell'energia atomica
sia al servizio della vita e della pace”. Poi “un saluto speciale ai
familiari e amici dei nuovi presbiteri della Diocesi di Roma, che ho
ordinato questa mattina nella Basilica di San Pietro. Accompagnate sempre con
la preghiera questi giovani ministri del Vangelo. Aci 26
Il cristiano impegnato in politica
Incontrando i membri del Partito Popolare Europeo, Leone
XIV ribadisce i principi della politica cristiana e chiede ai parlamentari di
tutelare le libertà fondamentali - Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano. Cosa significa essere cristiani
impegnati in politica oggi? Significa “non essere confessionali, ma lasciare
che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese”. Significa
“lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva,
fra radici cristiane e azione politica”. E ancora, significa “avere uno sguardo
realistico, che parta dai problemi concreti delle persone”. E infine, significa
“investire nella libertà, non un in una libertà banalizzata ridotta a piacere,
ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di
pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana”.
Domanda e risposte sono di Leone XIV, che ha incontrato i
membri del Partito Popolare Europeo. Il PPE celebra i 50 anni dalla fondazione,
è il gruppo parlamentare più largo nel Parlamento Europeo, ed è arrivato a Roma
forte di 180 membri. La giornata è iniziata con un incontro con Mairead
McGuinness, inviato speciale europeo per la libertà religiosa fuori dall’Unione
Europea.
Nel suo discorso, Leone XIV ricorda subito che
l’ispirazione politica del PPE viene da “personalità come Adenauer, De Gasperi
e Schuman, unanimamente ritenuti i padri fondatori dell’Europa contemporanea”,
e riprende il filo delle udienze con Benedetto XVI e poi del dialogo con Papa
Francesco, ricordando – come il suo diretto predecessore – che “l’unità è
superiore al conflitto”, e che questo principio si vede concretizzato
nell’ispirazione dei padri fondatori, i quali “erano animati dalla loro fede
personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante,
che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che
aveva portato alla Seconda Guerra Mondiale”.
Ma Leone XIV sottolinea che l’azione politica deve prima
di tutto offrire “un orizzonte ideale”, per guardare al futuro ed essere per
questo in grado di “compiere scelte difficili e anche impopolari” quando è
necessario per il bene comune. Ma questo, ammonisce il Papa, “non significa
esaltare un’ideologia”, perché “qualunque ideologia distorce le idee e
asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il
suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale”.
Leone XIV sottolinea che “l’Europa contemporanea sorge
proprio dalla constatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno
distrutta e divisa”.
Il Papa poi sottolinea che per il Partito Popolare
Europeo “il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da
esso”, perché il popolo “non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle
proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto
attivo, compartecipe di ogni azione politica”.
Leone XIV ricorda che “la presenza in mezzo alla gente e
il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi
che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza
consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno”.
Ma, chiosa il Papa, “una politica ‘popolare’ richiede
tempo, condivisione di progetti e amore alla verità. Uno dei problemi della
politica negli ultimi anni è la costante diminuzione di sintonia,
collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi
rappresentanti”, e si deve ricreare un tessuto di popolo, “un contatto
personale fra il cittadino e il deputato, per poter rispondere efficacemente
alla luce dell’orizzonte ideale ai problemi concreti delle persone”. Insomma,
dice Leone XIV, “nell’era del trionfo digitale, l’azione politica
autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all’analogico”, che
è forse “il vero antidoto a una politica spesso urlata, fatta solo di slogan,
incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone”, poiché “per vincere una
certa disaffezione alla politica occorre riconquistare le persone andando ad
incontrarle personalmente e ricostruendo una rete di rapporti sul territorio,
in modo che tutti si possano sentire parte di una comunità e partecipi del suo
destino”.
Ed è a questo punto che il Papa delinea le
caratteristiche del cristiano impegnato in politica. La riscoperta delle radici
cristiane implica anche il “lavorare perché non venga meno il nesso fra legge
naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica”.
Lo sguardo realistico delineato dal Papa chiede di
partire “dai problemi concreti delle persone”, preccupandosi di “favorire
condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle
persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco
appagante”, ma anche di “vincere la paura, apparentemente molto europea, di
costituire una famiglia e avere figli”, e anche “di affrontare le cause
profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto
delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei
migranti”.
Leone XIV chiede anche “di affrontare in modo non
ideologico le altre grandi sfide che si pongono ai nostri giorni come la cura
del creato e l’intelligenza artificiale”, la quale “offre grandi opportunità ma
è al contempo irta di pericoli”.
Infine, il tema della libertà, che non deve essere “una
libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità,
che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e
condizione umana, evitando di alimentare un ‘corto circuito’ dei diritti umani,
che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione”. Aci 25
Intervista a mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona
Incontriamo al convegno FISC (Federazione italiana dei
settimanali cattolici) Domenico Pompili, vescovo di Verona, che è intervenuto
in apertura del convegno sull’enciclica Laudato si‘. - di Paola Colombo
Mons. Pompili come sono nate le Comunità Laudato si’?
Sono nate da un’idea maturata insieme con Carlin Petrini
ad Amatrice all’indomani del terremoto (2016-2017, n.d.r.). Il terremoto
esprime comunque un difficile rapporto tra l’uomo e la terra perché comunque lo
si interpreti ci dice che c’è qualche problema se, come è accaduto purtroppo
tragicamente in Italia, per una scossa di un certo grado muoiono centinaia di
persone mentre in Giappone per la stessa intensità c’è ben altro scenario.
Allora con Carlin Petrini abbiamo pensato, visto che lui aveva letto e anche
fatto una prefazione alla lettera enciclica di papa Francesco, di fare qualcosa
di concreto in relazione a questa iniziativa del Papa, da due punti di vista
diversi ma convergenti. Lui, Carlo Petrini è un agnostico dichiarato, io sono
un prete, abbiamo provato a fare qualcosa insieme e devo dire che le comunità
si sono costituite con questa doppia sensibilità.
Come nasce una comunità Laudato si’?
Bastano anche solo poche decine di persone che fanno
dell’ecologia integrale il loro punto di riferimento e nel territorio dove
vivono cercano di analizzare quali sono le crisi più evidenti e cercano di fare
qualche cosa. Una volta si tratterà di ripulire un fiume, un’altra volta di
porre attenzione a una fabbrica che inquina, un’altra volta di fare
un’iniziativa per gli orti sociali in ogni caso si tratta di iniziative
concrete che partono dal basso e coinvolgono la popolazione.
Per conoscere le novanta comunità Laudato si’ in Italia,
avere informazioni sul progetto, lo statuto delle comunità e come diventare
Comunità Laudato si’ si rimanda al sito comunitalaudatosi.org.
Lei, mons. Pompili, allora quando insieme a Carlo Petrini
ha dato vita alla rete di Comunità Laudato si’ era vescovo di Rieti, il
territorio colpito dalla serie di scosse di terremoto. Ora è vescovo a Verona
dal 2022 e lì ha fondato insieme ad altri soggetti a un’altra iniziativa molto
significativa, la scuola di pace. Come procede la scuola di pace?
La Scuola di Pace quest’anno vive la sua seconda
edizione. Sono 40 gli iscritti provenienti da tutta Italia e vedo che ha una
grande presa soprattutto sui più giovani e ha anche la possibilità di forme di
studio talora online, talora in presenza, talora per lezioni semplici, altre
volte ci sono dei propri weekend che danno la possibilità di cimentarsi sulla
questione della pace grazie all’apporto di professori. e anche di persone che
hanno esperienze sul campo e tutto questo facendo sempre riferimento a quello
che si può fare nel proprio ambito territoriale fare.
Si può dire che chi partecipa funge da moltiplicatore?
Sì e i professori sono in genere persone della società
civile, magistrati, docenti universitari, psicologi, ma anche Politici che su
questo tema comportano la loro esperienza, va bene.
Due parole sulla Scuola di pace e di non Violenza. Sulla
scia dell’Arena della pace a Verona del 2024 e su richiesta di papa Francesco è
stata fondata una Scuola di pace e di non violenza da tre soggetti
promoptori, la diocesi di Verona, la Fondazione Toniolo (istituzione
culturale della diocesi di Verona), con don Renzo Beghini, e il Movimento non
violento italiano (una delle più importanti associazioni italiane che
promuove la non violenza su esempio di Ghandi), con il presidente Massimo
Valpiana.
I cardini della scuola sono che la pace si impara e che
si debba insegnare perché la buona volontà non basta e come tutte le scienze e
le arti umane anche la pace va studiata dal punto di vista storico, giuridico,
ecologico eccetera. Del.-mci 25
Leone XIV in Africa rimette al centro le persone
Dieci giorni di viaggio per ricordare a tutti di seguire
il Vangelo - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. Leone XIV in Africa ha ottenuto quel
bagno di folla che ogni Pontefice riceve in quel continente, che da uno slancio
al pontificato. Un successo quindi. Anche se i titoli dei “giornalini” e il
mainstream cercavano di portarlo solo al battibecco con Donald Trump. Una
trappola scattata il primo giorno di viaggio che il Papa ha disinnescato con la
semplicità di chi vive e lavora su altri livelli. Quelli di Dio.
Così i dieci lunghi e appassionati giorni di viaggio in
quattro paesi e quella prima volta in un paese come l’Algeria dove la Chiesa
non vive proprio facilmente, sono stati importanti per chi li ha vissuti, ma
anche per chi ha avuto voglia di seguire davvero quello che diceva il Papa e
non cercare nei discorsi, preparati da tempo, degli ipotetici riferimenti a
Trump.
Il Papa non deve essere tirato per la giacchetta. Certi
media tentano di farlo da sempre, ma Leone XIV non è facilmente manipolabile.
Anzi sa rimettere ordine anche in incomprensioni del passato.
Come ha fatto ieri al rientro a Roma dalla Guinea
Equatoriale a proposito della spinosa questione della benedizione delle coppie
irregolari. Ha chiarito quello che Papa Francesco pensava, perché del resto un
Papa non può pensare altro. La Chiesa è aperta a tutti, ma Cristo chiede la
conversione di tutti. Non si tratta della approvazione di una situazione di
peccato, ma dell’invito ad uscirne.
Ed è questo il filo rosso di tutto il viaggio in Africa,
un invito ad una Chiesa piena di entusiasmo ad essere anche una Chiesa che si
converte e che forma dei giovani che siano onesti e giusti, che possano davvero
cambiare le sorti delle loro nazioni ancora troppo spesso molto lontane da
criteri politici di onestà e giustizia.
Ecco perché il Papa è andato nelle università. Ecco
perché si può definire un viaggio politico quello di Leone XIV. Ecco perché il
messaggio che ha portato non è solo per l’Africa, ma anche per tutti coloro che
cercano di approfittarsi dell’Africa. E non certo con il linguaggio comune
della politica, ma con lo stile del Vangelo. Perchè il senso del viaggio di un
Papa, ha detto Leone XIV, è “visitare le persone”. E la diplomazia della Santa
Sede è diversa da quella “laica”: “Non sempre facciamo grandi proclami di
critica, di giudizio o di condanna. Ma c’è tantissimo lavoro che avviene dietro
le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per
cercare, talvolta, situazioni in cui ci sono prigionieri politici e trovare un
modo per farli liberare. Situazioni di fame, di malattia, ecc. Quindi la Santa
Sede, mantenendo una neutralità e cercando modi per continuare una positiva
relazione diplomatica con tanti Paesi diversi, in realtà sta cercando di
applicare il Vangelo alle situazioni concrete affinché la vita delle persone
possa migliorare. Le persone interpreteranno il resto come vorranno, ma credo
sia importante per noi cercare il modo migliore possibile per aiutare il popolo
di qualsiasi Paese”.
Questo è il senso di un viaggio di dieci giorni in
Africa, questo il senso degli appelli alla pace, del lavoro diplomatico: la
persona. E del resto il maestro di Leone XIV è Agostino, quel santo dalla cui
tomba è iniziato il viaggio del Papa e che più di altri ha “fatto politica”
senza essere mai un politico. Aci 24
Chiesa e spazio pubblico. Ecumenismo in uscita
„In quest’epoca le religioni e le chiese non devono più
essere alla ricerca di un proprio spazio e dunque poi cercare di discutere o
accordarsi sullo spazio a te, lo spazio a me, lo spazio all’altro, ma nello
spazio comune, dove c’è il problema della pace, il problema dell’ambiente,
essere capaci di fare da scaletta“ (Derio Olivero).
* A che cosa servono le religioni e le chiese nell’epoca
della secolarizzazione e post secolare?
* Perché le chiese e le religioni entrano nello spazio e
dibattito pubblico?
* E come vi entrano? Come va pensato il
posizionamento delle religioni nello spazio pubblico.
* Come le chiese possono dare un contributo alle
questioni di interesse comune.
* Ecumenismo in uscita o terzo ecumenismo.
Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento L’emergenza
ambientale interroga le fedi che mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e
presidente della Commissione CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso,
ha fatto in chiusura del Convegno FISC (Federazione italiana settimanali
cattolici) “Pianeta in prima pagina. Cronisti del clima” che si è svolto dal 16
al 18 aprile a Trento in collaborazione con il settimanale diocesano Vita
Trentina. La trascrizione, adattata alla lettura, è a cura di Paola Colombo.
L’emergenza ambientale interroga le fedi
di Derio Olivero
Inizierei con il dipinto di Edward Hopper del 1951, si
intitola ‚Rooms by the Sea‘, stanze in riva al mare. Hopper, pittore
nordamericano del secolo scorso, dipinge l’isolamento, la solitudine, lo
straniamento dell’uomo e della donna nelle grandi metropoli americane. Che cosa
dice questo dipinto? Guardandolo si vedono stanze vuote, mare senza barche, non
c’è una spiaggia con un ombrellone, non c’è nessuno. Solitudine. Siamo persi
nel mondo, siamo su questa terra, persi isolati gli uni dagli altri. Ma se ci si
sofferma questo dipinto è molto istruttivo per il tema che andiamo a trattare.
Perché a guardarlo c’è qualcosa di sbagliato, ha due particolarità che saltano
all’occhio. La prima è a destra: quella non è una finestra, è una porta. Si
vede il pomello della porta. Allora, se quella è una porta, il dipinto non
funziona, perché non siamo in pianterreno, siamo al primo piano. Se siamo al
primo piano e quella è una porta, ci dovrebbe essere un pianerottolo e una
scaletta per andare al mare e non c’è. Questa è la casa di Hopper e nella sua
casa c’era ovviamente una scaletta perché come fai altrimenti a uscire di casa?
Lui nel dipinto ha tolto il pianerottolo e ha tolto la scala. Perché? Seconda
particolarità: la luce dipinta sulla parete. La luce è dipinta come un perfetto
trapezio bianco sulla parete, oltre che un trapezio giallo sul pavimento. È un
perfetto trapezio con la linea precisa. Voi sapete che la luce e l’ombra non si
dipingono così, si dipingono con sfumature, non è mai una linea netta, la luce
si dipinge con sfumature. Lui invece l’ha dipinta precisa così.
Il mare dà l’idea di enormità, di infinito, da sempre è
simbolo di infinito e la casa da sempre è simbolo di quotidianità. Ora il
pittore ci dice: guarda che l’infinito è molto più vicino di quanto ti
immagini. Non c’è più la scaletta, è lì. Se volessimo dirlo con parole nostre,
Dio è più vicino di quanto non ti immagini, soltanto che non c’è più nessuna
scaletta per arrivarci. E poi la luce che arriva da destra, dal mare,
dall’infinito. Non solo l’infinito è più vicino di quanto non ti immagini, è
più dentro casa tua di quanto non ti immagini, sta dentro le cose. L’infinito è
bello. Questo ci aiuta a capire una cosa. Com’erano i dipinti delle
annunciazioni del ‘500, del ‘600? C’era un angioletto, i fiori, il giglio e con
dietro una striscia di luce che arrivava dall’alto. A volte c’era anche il viso
del Padre e dall’altra parte c’era una donna, la Madonna, con vicino un letto a
baldacchino o con dietro una stanza da letto. Nel dipinto di Hopper è uguale,
dietro c’è un’altra stanza. Non è proprio una stanza da letto, ma c’è un divano
e potrebbe essere una stanza da letto. E nella stanza davanti c’è una striscia
di luce, soltanto che non ci sono più le due figure, sono scomparsi l’angelo e
la Madonna, ma la struttura, noi diremmo la composizione, è la stessa. Che
cos’è questo? È un’annunciazione moderna, ha le stesse caratteristiche
dell’annunciazione: una presenza divina, un’accoglienza umana, ma non ci sono
più le figure e soprattutto non c’è più la scaletta per arrivarci. È
interessante. Noi viviamo nella cosiddetta epoca della secolarizzazione, del
post secolare, dell’umanesimo esclusivo: oltre l’umano non c’è che l’umano. La
Madonna, l’angelo, abitavano l’epoca di mia nonna, era l’epoca dell’incanto,
nella quale gli angeli, i santi, la presenza di Dio, la Madonna, erano di casa,
erano domestici. Ci potevi credere o non credere ma era normale, erano una
presenza.
Il mondo era abitato dal divino. Quel mondo è finito. Ma
è davvero cambiata la realtà? O è cambiato il modo di guardarla?
In un mondo che è post secolare, che cosa vuol dire che
le indagini ci dicono è in crescita una ricerca spirituale? Uno sguardo
spirituale anche proprio del creato, della natura. Ma pensate a quanta ricerca
spirituale di tantissime persone che però non si rivolge alle né chiese né alle
religioni. Noi siamo in un’epoca post secolare, in un’epoca secolarizzata, e
questo dipinto fotografa la realtà. Le religioni a cosa servono oggi? Che ci
stanno a fare le chiese? Che cos’è oggi la scaletta?
In quest’epoca le religioni e le chiese non devono più
essere alla ricerca di un proprio spazio e dunque poi cercare di discutere o
accordarsi sullo spazio a te, lo spazio a me, lo spazio all’altro, ma nello
spazio comune, dove c’è il problema della pace, il problema dell’ambiente,
essere capaci di fare da scaletta. Una delle grandi tentazioni delle religioni
e delle chiese, compresa la nostra Chiesa cattolica, è quella di essere
autocentrata, autoreferenziale. Papa Francesco su questo ha parlato a lungo. Se
sei autocentrato, finisci con l’essere uno spazio a parte. Un bravo
pastoralista, Luca Bressan, anni fa disse: Che cosa sono ormai le nostre
parrocchie se non una riserva indiana? È interessante questa affermazione. Le
riserve indiane sono quegli spazi riservati ai nativi americani che si vestono
come nei modi loro, coi cappelli a modo loro, le piume a modo loro, usano la
lingua loro, fanno i rituali loro. Gli americani ogni tanto la domenica o
sabato vanno a fare un giro perché è caruccio vedere questi nativi americani.
Però poi la vita seria sta da un’altra parte. Gli italiani ogni tanto fanno un
giro in parrocchia a vedere i vescovi coi cappelli strani e con le casule
colorate ma la vita seria sta da un’altra parte. Questa cosa è tremenda.
Vogliamo allora continuare a mettere insieme delle isole della società,
discutendo cosa tocca a te, a me, e a come vogliamo star vicini? È questo
l’ecumenismo? È questa la Chiesa? O la Chiesa è un’altra cosa? Questo vale
anche per il discorso della laicità, perché al pensiero della laicità fa comodo
che le chiese non diano fastidio e stiano nel loro spazio.
La questione dello spazio è una questione molto seria,
perché alla fin fine tutti giochiamo a difendere gli spazi.
Diceva papa Francesco che il tempo è superiore allo
spazio, invitava a lavorare insieme su comuni processi più che a difendere i
propri spazi.
Pensate le critiche dell’ambito dell’area conservatrice
alla Laudato si’. Erano proprio di questo tenore: perché il Papa si occupa di
cose del clima, pensi piuttosto a dire le preghiere. Qui sta proprio la
difficoltà di cambiamento che incide anche sul rapporto ecumenico e delle
religioni. Anche le critiche di Trump dicono: lo spazio è mio e tu, Papa, pensa
alle cose teologiche, cioè pensa alla riserva indiana che la vita e il mondo li
gestisco io. Visto da un punto o visto dall’altro la questione grossa su cui
dobbiamo giocarci è non gestire spazi nostri, ma nello spazio comune essere
capaci di fare da scaletta, di indicare una presenza e dunque di indicare da
credenti una lettura particolare del mondo, ciascuno secondo le proprie letture
credenti, avere cioè un approccio culturale: stare insieme nello spazio
pubblico, capaci di dire la propria visione del mondo. Oggi è in gioco questa
cosa, riposizionare le religioni nello spazio pubblico ed è difficile anche per
noi cattolici riposizionarsi sullo spazio pubblico. Noi veniamo da un’epoca in
cui eravamo padroni dello spazio pubblico, ora siamo dentro uno spazio
culturale. Come riposizionarci? Non più da padroni, né, come dire, da
arrabbiati perché ci han rubato lo spazio, ma neanche da ritirati nel proprio spazio,
dimentichi dello spazio pubblico. Questo vale per tutte le religioni e per
tutte le chiese sapendo che lo spazio pubblico non è confessionale e non è
neppure neutro ma è plurale. La pace sociale non si costruisce eliminando il
religioso ma regolandone la presenza. La pace sociale non si sparisce tirando
via il religioso, questa è la posizione nostra in Occidente, nata nel ‘600
durante le guerre di religione, dove si riteneva che col tenere le religioni
nel pubblico, si finisce male e bisogna relegarle da un’altra parte. Oggi il
mondo è cambiato e bisogna avere anche il coraggio di dire che possiamo
riposizionarci, cioè rivedere dopo quattro secoli questo discorso. Lo so che
questo è un tema difficilissimo, ma se le religioni si occupano di ambiente, di
clima, di giustizia sociale, di immigrazione, stanno occupando lo spazio
pubblico. E com’è che lo stiamo riposizionando? Con quali diritti e con quale
forma? Tutto questo è molto serio perché sull’ambiente si fila via liscio. C’è
stato un po‘ di rumore all’inizio della Laudato si’ ma appena si toccano altri
temi, come l’immigrazione, allora non si fila via più liscio e il tono è: voi
non immischiatevi, appena tocchi la giustizia sociale – non immischiatevi. Le
religioni hanno a che fare col tema della verità senza coercizione
In Dignitatis humanae, nel proemio, si legge: la verità
non si impone che per la forza della verità stessa. Cosa vuol dire? Vuol dire
che nel mondo plurale e nel dialogo plurale, le cose che diciamo noi
sull’ambiente, sul creato, sono uno sguardo di fronte ad altri che hanno altre
visioni. È difficile per un credente dire questo, non diventare integralista?
Laudato si’ è stato un esempio bellissimo e dovrebbe essere studiata come
metodo innanzitutto, oltre che per il contenuto. Richard Sennett (sociologo
statunitense, n.d.r.) dice una cosa bellissima: “Vivere come uno tra i molti,
coinvolto in un mondo che non rispecchia solo se stessi”.
Per noi cattolici questo atteggiamento è difficilissimo
perché vivere come uno tra i molti, uno tra i molti, cioè stare al tavolo alla
pari con tutti, con i non credenti non è facile. Ma soprattutto stare coinvolti
in un mondo che non rispecchia solo noi stessi, non è facile. Come restare
allora coinvolti in questo mondo che non dice proprio le cose che diciamo noi,
questa società non le dice proprio come le diciamo noi, a volte le dice
all’opposto di come le diciamo noi?
Com’è stare nel mondo in modo appassionato? Come
riposizionarci sia come religioni che come mondo laico per sapere davvero
abitare la pluralità e come aiutarci tra religioni e tra chiese a
riposizionarci ed essere generativi nello spazio laico? Questa è una grande
questione su cui a livello nazionale stiamo lavorando e io credo che questa è
la strada da battere per il futuro, per uscire da un secolarismo escludente. Il
secolarismo escludente è quella tentazione che dice: le religioni si occupino
dello spazio privato, il pubblico delle questioni pubbliche.
I tre paradigmi: il secolarismo escludente, il
secolarismo inclusivo e il pluralismo post secolare.
Il secolarismo escludente dice: al privato le religioni e
al pubblico, il pubblico. Il secolarismo inclusivo dice che lo Stato,
ovviamente, non è confessionale ma riconosce alle religioni una possibilità di
azione. Il pluralismo post secolare è lo spazio pubblico è abitato da visioni
religiose e non religiose. È appunto tutto ciò che avete fatto in questi giorni
in questo convegno, avete abitato lo spazio pubblico. Ma con che diritto? Come
stare in questo spazio pubblico nel pluralismo post secolare? Ci sono tante
teorie, per esempio Jürgen Habermas aveva la teoria dialogica, cioè si sta
nello spazio pubblico imparando a tradurre, le religioni stanno nello spazio
pubblico imparando a tradurre. Quando stai nello spazio pubblico ci puoi stare
come credente imparando a tradurre le tue formule, i tuoi dogmi, perché siano
sensate, comprensibili e possano entrare in dialogo. Oppure secondo Charles
Taylor ci si deve stare come fonte morale, come suscitatore di questioni etiche
morali. Anche questo è interessante. Sono tutti tentativi per dire come ci
dobbiamo stare come religione e chiesa. Io amo chiamarlo l’ecumenismo in
uscita.
L’ecumenismo in uscita si fa queste domande: come
possiamo imparare davvero a dare un contributo culturale alle questioni
pubbliche? Olivier Roy, uno che parla della crisi culturale dell’Occidente, nel
suo libro L’appiattimento del mondo, dice che in nome della normatività si è
appiattita la cultura e si chiede per quale motivo la natura sia ritornata in
maniera così prepotente nel nostro immaginario? Per il fatto che non esistono
più evidenze culturali. Il pensiero occidentale ha sempre concepito la cultura
in opposizione alla natura, nella filosofia greca come nel cristianesimo,
ragion per cui il dibattito attuale sulla natura non può che essere una
conseguenza della crisi della cultura. Cito questo perché uno dei grandi rischi
dal punto di vista culturale è trattare la natura come feticcio e in certe
ricerche spirituali sta diventando così. La natura diventa il nuovo idolo.
Dall’altro abbiamo una cultura neoliberale, una cultura capitalista che tratta
la natura come una cava di pietre da cui prendere e depredare. Quale apporto
culturale riesce a dare ogni singola religione per rileggere proprio la natura,
ovviamente in modo culturale? Non esiste una cosa al mondo che sia naturale,
noi al mondo stiamo solo in modo culturale.
Questo ci dice sicuramente una grossa revisione di temi
fondamentali quali il tema della verità. Che cosa sono verità e identità? Vi
cito solo una frase sull’identità che mi sembra importante: “L’identità non è
un dato assoluto da conservare al sicuro, ma una ricerca, una strada, un esodo
e una decisione” (Rosanna Virgili, biblista, Qual è il tuo nome?). Che cosa
vuol dire questo per una chiesa? L’identità di una chiesa non è un dato
assoluto da tenere ben saldo, ripetere ridicendola in modo più forte. Alcuni
dicono che basti ridire in modo più netto e chiaro cos’è il cristianesimo e
avremo risolto i problemi. Ma l’identità è una ricerca. Qual è il cristianesimo
vero? Sei o sette anni fa, è uscito un libro che si intitola ‚Il cristianesimo
non esiste ancora‘ del domenicano Dominique Collin. Il titolo è provocatorio ma
ci fa chiedere qual è il vero cristianesimo? È quello dei Padri? È quello del
Medioevo? È quello del Concilio di Trento, visto che siamo a Trento, è quello
di oggi? Sono così diversi se mettiamo insieme il cristianesimo di oggi con il
cristianesimo del Medioevo, ma è davvero così diverso? Gli elementi di fondo
sono costanti. Il libro sostanzialmente dice che il Vangelo è talmente pieno di
possibilità, di densità, di ricchezza che il vero cristianesimo non c’è ancora.
Lo dobbiamo ancora esprimerlo, abbiamo ancora 1.000 forme da dire. La vera
identità è una ricerca, una strada, un esodo, una decisione. La mia identità è
anch’essa una strada, è un percorso, un esodo. È uscire da noi. Allora capite,
l’ecumenismo e il dialogo futuro sta su queste cose ed è chiaro che, ad
esempio, il dialogo con l’Islam arricchirà moltissimo il cristianesimo, ma non
perché dico che l’Islam sia migliore di me, ma che, interagendo con l’Islam,
scoprirò delle cose che forse non abbiamo ancora scoperto del cristianesimo.
Pensate alle questioni ambientali, nel serio dialogo con la scienza riscopro
una ricchezza del cristianesimo che non avevo prima. E ancora. Il cristianismo
di oggi, dopo l’enciclica Laudato si’, è più ricco che prima della Laudato si’.
Questo è potente ed è ciò che il teologo, filosofo e presbitero ceco Tomáš
Halík chiama terzo ecumenismo. Il terzo ecumenismo e l’ecumenismo in uscita Il
primo ecumenismo era quello fra le chiese cristiane; il secondo ecumenismo
quello tra cristiani e altre religioni. Il terzo ecumenismo è tra credenti e
non credenti. La storia dell’ecumenismo è bellissima: cercare di dialogare coi
protestanti, con gli ortodossi. Si è iniziato in questi anni a dialogare con
l’Islam, con i buddisti, e questo è di una ricchezza enorme. La grande
questione oggi è imparare a dialogare con i non credenti, imparare insieme noi,
i musulmani, a dialogare con i non credenti. Questa è la grande sfida di
domani. Che cosa vuol dire dialogare insieme nello spazio pubblico sulle
questioni pubbliche? È l’ecumenismo in uscita. Scrive Halik: “La Chiesa intende
se stessa come un sacramento, cioè un simbolo e un segno efficace dell’unità a
cui tutta l’umanità è chiamata. Come deve cambiare la Chiesa, sotto molti aspetti
e in molti modi interamente divisa e chiusa, per servire all’unificazione
dell’umanità? Spesso sentiamo dire che il primo passo è quello di unire i
cristiani. Tuttavia, sono sempre più consapevole che anche nel compiere quel
passo dobbiamo tenere presente l’obiettivo finale, molto più impegnativo (…).
Riusciremo ad avvicinarci all’unità dei cristiani solo se la nostra unità
reciproca non ne sarà il fine ultimo. Dobbiamo investire i nostri sforzi per
unire i cristiani fra loro nel perseguimento di un’ecumene molto più ampia e
profonda: la creazione di uno spazio vitale per l’intera famiglia umana e per
la coesistenza armoniosa di tutta la creazione di Dio” (T. Halik, Il sogno di
un nuovo mattino, p.89). Fantastico. Il nostro scopo, insieme agli altri cristiani,
è quello di servire la coesione sociale e la capacità di cura di questa terra.
Non si tratta di parlare dell’ambiente, per buona educazione, perché ne parlano
tutti. Questa è la questione seria che dobbiamo mettere bene in testa, perché
non è così chiara. Spesso, e non dico solo nelle aree conservatrici, anche
nelle aree “normali” si pensa che il Papa di prima era patito di questi temi e
dunque chiniamo il campo, trattiamo anche noi questi temi, però cerchiamo di
salvare la Chiesa, che importa il mondo? È un problema che abbiamo tutti, noi
cristiani cattolici, i protestanti, gli ortodossi. E invece si tratta di una
questione seria che significa rimetterci insieme al servizio di questo mondo,
che vuol dire al servizio della giustizia, al servizio della pace, al servizio
della coesione sociale e, studiando una forma che non sia solo moralismo, cioè
che non sia il noi vi diciamo ciò che dovete fare. Noi cattolici corriamo
sempre il rischio di avere un approccio morale, perché noi sappiamo come
bisogna fare, come bisogna risolvere le questioni, perché noi abbiamo la
verità. Ma non è sempre detto che noi sappiamo subito come si risolvano i
problemi, soprattutto quelli nuovi. Noi siamo in ricerca con gli altri con una
luce particolare. Non diamo mai per scontato quanto dice la Laudato si‘ al
punto 12: “Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un
mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.
Noi guardiamo le cose nella certezza di una presenza
Ritorniamo al dipinto da cui sono partite queste
riflessioni. Noi partiamo dal fatto che il mondo è abitato da una presenza e ha
una sua misteriosità. A livello nazionale l’ecumenismo prova a muoversi in
queste direzioni. Da tre anni abbiamo un tavolo con i capi delle chiese e con i
capi delle religioni, non semplicemente per andare d’accordo, ma per trattare
insieme queste tematiche. A gennaio siamo riusciti a firmare un patto coi capi
delle chiese che sono in Italia e il patto dice innanzitutto che ci impegniamo
a stare insieme al tavolo, qualunque cosa capiti nel mondo, il che è una
questione molto seria. Se capitasse una guerra tra ortodossi russi e ortodossi
ucraini, noi qui in Italia stiamo al tavolo insieme coi russi e con gli
ucraini. Non è una cosa da poco di questi tempi e speriamo che a giugno si
possa firmare coi capi delle religioni, dove ci sarà anche lì la stessa frase:
ci impegniamo a stare insieme. L’articolo tre del patto dice che, in obbedienza
al comandamento dell’amore e al mandato evangelico, ci impegniamo a operare in
favore della giustizia, della pace e della solidarietà tra gli uomini e le
donne del nostro tempo, in particolare in favore della tutela della dignità di
ogni persona creata a immagine di Dio; della promozione della pace e del
dialogo tra i popoli, cultura e religioni; in favore dell’accoglienza dei
poveri, dei migranti, degli emarginati e di quanti soffrono; a operare nella
custodia del creato come dono affidato alla nostra responsabilità comune; nella
lotta contro l’antisemitismo. Sono temi concreti che diventano questioni
difficilissime da risolvere. Eppure vale la pena andare in questa direzione. Vi
faccio un esempio: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole
pubbliche. Se è vero il discorso che ho fatto, cosa vuol dire? Insegnare ai
cattolici, non funziona più. Non è che si risolve domani, magari ci vogliono
10, 15 anni. Però dobbiamo imparare a questionarci, a restare insieme come uno
tra i molti coinvolti in una realtà culturale che non rispecchia solo noi stessi.
Dunque, le religioni che ci stanno a fare? Possono starci
nello spazio pubblico? E come devono starci?
Ve lo dico con le parole di Etty Illesum. Etty Illesum,
ebrea, in un campo di concentramento scriveva: “Se non sapremo offrire al mondo
nostro impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni
costo e non un senso nuovo delle cose, attinto dai pozzi più profondi della
nostra miseria e desolazione, allora non basterà”.
Questo approccio vale anche per il tema del creato, non è
un apporto banale per noi umani che sempre dobbiamo scegliere come stare al
mondo. Che sia un mondo perfetto, un mondo inquinato, un mondo che ha risolto
l’inquinamento, un mondo con la CO?, in un mondo che ha risolto la CO?, a noi è
sempre chiesto di scegliere come stare al mondo. Su questo noi dobbiamo
lavorare e non è sempre detto che le religioni ci stiano lavorando, ma questo è
l’apporto delle religioni per noi, come diceva Martin Heidegger, che siamo
l’unico animale costretto a volere per essere. Gli altri funzionano e l’unica
questione è sopravvivere. Noi non solo funzioniamo, noi dobbiamo sempre
scegliere, costretti a volere, a scegliere come stare al mondo. Tutti noi
scegliamo di essere qui, di andarcene, potete alzarvi e andare, di stare ancora
un attimo. Avete scelto di venire, potevate scegliere di stare a casa. Noi
dobbiamo sempre scegliere. Anche nel mondo di domani dovremmo continuare a
scegliere, comunque sarà, un mondo cupo o più bello. Noi dovremmo continuare a
scegliere e le religioni si devono attrezzare e dare un apporto di senso.
Del-mci. 24
Europa. Mons. Crociata: “È vitale per il cammino dell’umanità verso la
pace”
Il presidente della Comece - a Nicosia con i vescovi Ue
riuniti in Assemblea plenaria - richiama i leader Ue che da stasera saranno a
Cipro per un Vertice informale: difesa sì, ma senza smarrire la vocazione
originaria alla pace. Dai vescovi, l’invito a rafforzare diplomazia e dialogo,
guardando al Mediterraneo, tra guerra in Ucraina e nuove sfide globali. Di M.
Chiara Biagioni
(da Cipro) “L’Europa rimane, al momento, l’unico
continente — o meglio, l’unica unione di Paesi — capace di guardare alle
dinamiche globali ponendo al centro la pace, anziché interessi o mire di altro
genere. Il rischio che l’Europa perda questa capacità di essere se stessa è
quindi vitale, oserei dire, per il cammino dell’umanità, almeno in questa fase
storica, segnata dall’emergere diffuso di minacce alla libertà e alla
democrazia”. E’ l’appello di mons. Mariano Crociata, presidente della
Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea, ai capi di stato e
di governo che da questa sera si ritroveranno ad Agia Napa (Cipro) per un
vertice informale del Consiglio dell’Ue sotto la presidenza cipriota che ha tra
i dossier al centro dei colloqui la guerra in Ucraina e in Medio
Oriente, crisi energetica, mutua difesa Ue e il prossimo
bilancio 2028-2034.
Da ieri, i vescovi dell’Unione Europea sono a Nicosia,
capitale di Cipro, come sede della Assemblea plenaria della Comece che si
concluderà domani. “Questa coincidenza – sottolinea il vescovo Crociata
parlando al Sir a margine dei lavori – è molto significativa e ha naturalmente
rafforzato la nostra linea di riflessione sulla situazione globale, in
particolare su quella europea a partire dalla situazione Ucraina a mediterranea
con la escalation in Medio Oriente”. “Il contatto con le autorità religiose, con
le diverse realtà e le Chiese dell’isola, così come con la sua popolazione –
osserva il vescovo -, ci ha offerto una visione molto concreta della
situazione. Questo ci porta a ritenere che anche da questo Consiglio
straordinario, che si svolge qui, debba emergere uno sforzo maggiore per
osservare il cammino dell’Europa dal punto di vista di quest’isola e di questo
territorio”.
“Un’Europa che sappia guardare di più da una prospettiva
mediorientale, o meglio ancora mediterranea, darebbe all’impegno che l’Unione
Europea già profonde per la pace e la sicurezza, una visione più integrale e
quanto mai attuale, alla luce di ciò che stiamo vivendo”.
Al vertice, si parlerà certamente di difesa e di
armamenti, ma qual è la vera vocazione dell’Europa? “La sua vocazione è quella
di essere, come si è sempre detto, un progetto di pace”, risponde il vescovo
presidente della Comece. “Naturalmente in modo realistico”, precisa Crociata.
“Questo implica — ed è la direzione verso cui, come indicano diversi segnali,
l’Unione Europea potrebbe e dovrebbe muoversi — la ricerca di un equilibrio tra
la difesa comune e le garanzie di sicurezza, da un lato, e l’uso privilegiato,
se non esclusivo, della diplomazia e del dialogo nella risoluzione dei
conflitti, dall’altro. Questo è ciò che l’Europa sa fare e può continuare a
fare”.
Proprio in questi giorni, i vescovi Ue hanno consegnato
un “Documento” alla Presidenza cipriota del Consiglio dell’Unione Europea. I
vescovi fanno riferimento in particolare all’invasione su vasta scala
dell’Ucraina da parte della Russia che “continua a infliggere immense
sofferenze umane e a destabilizzare la sicurezza europea e globale”. Da qui
l’appello a “intensificare gli sforzi diplomatici per una pace giusta, globale
e duratura, fondata sul diritto internazionale”. Riguardo invece al Medio
Oriente, i vescovi scrivono: “pur riconoscendo la necessità di una maggiore
preparazione e responsabilità in materia di sicurezza e difesa, l’UE dovrebbe
rimanere fedele alla sua visione fondante. Gli investimenti nella difesa devono
essere necessari, proporzionati e adeguati e non devono avvenire a scapito
degli sforzi volti a promuovere la dignità umana, la giustizia, lo sviluppo
umano integrale e la cura del creat”.
“La politica di difesa deve sempre rimanere chiaramente
orientata alla pace”.
Sir 23
L’ultima Messa di Papa Leone XIV in Africa. Di Marco
Mancini e Veronica Giacometti
Malabo. L’ultima Messa di Papa Leone XIV in Africa.
L’ultimo discorso nella Guinea Equatoriale, il quarto ed ultimo paese africano
visitato dal Pontefice in questo viaggio lungo 11 giorni. Tanti gli incontri, i
discorsi, le testimonianze che si stanno per concludere. La Messa a Malabo è
l’ultimo grande evento, presso la Stadio della città dove previsti circa 30.000
fedeli.
Lo Stadio di Malabo, inaugurato nel 2007, è un impianto
sportivo polivalente, e viene utilizzato come campo casalingo dalla nazionale
di calcio della Guinea Equatoriale. Ha ospitato otto gare della Coppa d’Africa
2012 e dieci della Coppa d’Africa 2015.
Dopo un giro in papamobile, il Papa si prepara per la
Santa Messa. Tanti gli strumenti musicali che hanno animato la Messa, in
particolare una danza ha accompagnato il Gloria.
Prima dell’omelia il Papa ha voluto salutare tutta
l’arcidiocesi di Malabo, il suo pastore, la sua chiesa, e allo stesso
tempo porgere le sue condoglianze per la morte pochi giorni fa, del loro
vicario generale, “che ricordiamo in questa Eucaristia”, ha detto. “Invito a
vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che si faccia
piena luce sulle circostanze della sua morte”, ha aggiunto Papa Leone XIV.
La Chiesa cattolica in Guinea Equatorial è in lutto per
la morte improvvisa di padre Fortunato Nsue Esono, Vicario Generale
dell’Arcidiocesi di Malabo. È deceduto inaspettatamente il 17 aprile all’età di
soli 39 anni, pochi giorni prima della prevista visita di Papa Leone XIV.
Padre Fortunato è morto nella sua residenza presso la parrocchia Nostra Signora
di Bisila. La sua scomparsa è avvenuta solo nove mesi dopo la sua nomina a
Vicario Generale e appena quattro giorni prima dell’arrivo del Papa, visita alla
cui preparazione aveva contribuito attivamente.
Il Papa per l’omelia di oggi, in spagnolo, parte dalle
Scritture. “Partecipando al cammino di un viandante, che da Gerusalemme torna
proprio in Africa, il diacono Filippo gli domanda: «Capisci quello che stai
leggendo?». Quel pellegrino, un eunuco della regina d’Etiopia, gli risponde
subito con umile sagacia: «E come potrei capire, se nessuno mi guida? La sua
domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di
curiosità. Guardiamo con attenzione a chi sta parlando: è un uomo ricco, come
la sua terra, ma schiavo. Tutti i tesori che amministra non sono suoi: sue sono
le fatiche, che vanno a beneficio di altri. Quest’uomo ha intelligenza e
cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente
libero. Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti
di un eunuco. Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un
potere che lo controlla e lo domina” , dice il Papa.
“Proprio mentre sta tornando nella sua patria, l’Africa,
diventata per lui luogo di servitù, l’annuncio del Vangelo lo libera. La parola
di Dio, che ha tra le mani, porta un frutto sorprendente nella sua vita: quando
incontra Filippo, testimone del Cristo crocifisso e risorto, l’eunuco diventa
non solo lettore della Bibbia, cioè spettatore, ma protagonista di un racconto
che lo coinvolge, perché riguarda proprio lui. Il testo sacro gli parla e
suscita la sua domanda di verità. È così che questo africano entra nella
Scrittura, ospitale verso ogni lettore che voglia capire la parola di Dio.
Entra nella storia della salvezza, ospitale verso ogni uomo e ogni donna,
soprattutto verso gli oppressi, gli emarginati e gli ultimi. Al testo scritto
corrisponde ora il gesto vissuto: ricevendo il Battesimo, egli non è più un
estraneo, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede. Schiavo e senza
discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore
Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le
Scritture!”, commenta ancora il Papa nell’omelia.
Lo stadio è un tripudio di bandiere, canti, cappellini
colorati, tanta gioia. “Insieme leggiamo la Scrittura come bene comune della
Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la
Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra. Come
chiede l’eunuco, anche noi possiamo capire la parola di Dio grazie a una guida
che ci accompagna nel cammino di fede, come è stato il diacono Filippo”,
continua il Pontefice nella sua omelia in spagnolo.
“Attraverso l’esodo definitivo che è la Pasqua di Gesù,
ogni popolo viene liberato dalla schiavitù del male”, continua il Papa.
“Perciò incoraggio tutti voi, Chiesa che vive nella
Guinea Equatoriale, a continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di
Gesù. Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori, come fu
il diacono Filippo. Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita
la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!”,
conclude infine Papa Leone XIV.
“Un enorme soddisfazione e gratitudine per il dono della
vostra presenza nel nostro paese, un momento storico che rimarrà impresso per
sempre nella memoria del nostro popolo. Questo ci spinge a camminare con
maggiore fedeltà verso il Vangelo. Ringraziamo profondamente la sua parola
chiara che ha guidato le nostre coscienze”. dice alla fine della Messa
l’Arcivescovo di Malabo Mons. Juan Nsue Edjang May. L’Arcivescovo ha dato il
via anche ad una processione con “i frutti della Madre Terra della Guinea Equatoriale”.
Ancora balli e canti prima di lasciare la terra africana.
“È arrivato il momento di congedarmi da voi, dalla Guinea
Equatoriale. E anche dall’Africa, al termine di questo viaggio apostolico che
Dio mi ha concesso di compiere in questi 10 giorni. Ringrazio i vescovi e i
sacerdoti e tutti voi, popolo di Dio, in cammino in questa terra. Cristo è la
luce della Guinea equatoriale e voi siete sale della terra e luce del mondo. La
mia riconoscenza va alle autorità civili del paese e a tutti coloro che hanno
contribuito a questo viaggio. Parto dall’Africa con un tesoro inestimabile di
fede, speranza e carità. Un tesoro grande! Fatto di storie, volti,
testimonianze gioiose e sofferte che arricchiscono la mia vita e il mio
ministero. Alla Vergine Maria affido tutti voi!”, il saluto finale del Papa in
spagnolo. Aci 23
Leone XIV, la morte non è un muro, ma una porta che si spalanca sulla
Misericordia
Il messaggio per la messa nel primo anniversario della
morte di Papa Francesco - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. “La morte non è un muro, ma una porta
che si spalanca sulla Misericordia che Papa Francescoha instancabilmente
annunciato”.
Papa Leone XIV dall’Africa manda un messaggio a tutti
coloro che pregano per Papa Francesco a Santa Maria Maggiore questo pomeriggio
ad un anno dalla sua morte.Il Cardinale Decano Re ha letto il testo. “Ha
concluso il suo pellegrinaggio terreno nell'abbraccio di Cristo Risorto,-
scrive Leone XIV- in quella “gioia del Vangelo” che ha ispirato una tra
le più incisive sue Esortazioni Apostoliche.
È stato successore di Pietro e pastore della Chiesa
universale in un tempo che ha segnato e ancora sta segnando un cambiamento
d’epoca, quel cambiamento di cui Egli è stato pienamente consapevole, offrendo
a tutti noi una testimonianza coraggiosa, che rappresenta un significativo
patrimonio per la Chiesa. Il suo magistero è stato vissuto da
discepolo-missionario, come amava dire. È rimasto discepolo del Signore, fedele
al suo Battesimo e alla consacrazione nel ministero episcopale, fino alla fine.
È stato anche missionario, annunciando il Vangelo della misericordia “a tutti,
a tutti, a tutti”, come ebbe a dire più volte. I benefici suscitati dalla sua
testimonianza di Pastore sollecito ha contagiato il cuore di tanta gente, sino
agli estremi confini della terra, grazie anche ai pellegrinaggi apostolici e
specialmente a quell'ultimo “viaggio” che è stata la sua malattia e la sua
morte.
In sintonia con i suoi predecessori, ha raccolto
l’eredità del Concilio Vaticano II e ha spronato la Chiesa ad essere aperta
alla missione, custode della speranza del mondo, appassionata per l’annuncio di
quel Vangelo che è capace di dare a ogni vita pienezza e felicità.
Ancora sentiamo risuonare le sue esortazioni, espresse
con parole eloquenti, per rendere più comprensibile la lieta notizia:
misericordia, pace, fratellanza, odore delle pecore, ospedale da campo e tante
altre. Ognuna di queste espressioni ci riporta al Vangelo da Lui vissuto con un
linguaggio nuovo che annuncia lo stesso Vangelo di sempre.
Papa Francesco ha nutrito una profonda devozione a Maria
in tutta la sua vita; ricordiamo, infatti, che si è recato tante volte a Santa
Maria Maggiore, luogo della sua sepoltura, e in molti santuari mariani sparsi
nel mondo. La Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci aiuti a essere in ogni
circostanza apostoli infaticabili del suo divin Figlio e profeti del suo amore
misericordioso”.
Il cardinale Re che ha celebrato la messa ha sottolineato
la eredità di Papa Francesco proprio con un accento alla misericordia di Dio e
alla devozione mariana.
Oggi anche il presidente della Repubblica italiana Sergio
Mattarella ha voluto ricordare Papa Francesco con un testo pubblicato
sull’Osservatore Romano. Il Capo dello Stato sottolinea come “il suo
pontificato abbia attraversato stagioni difficili della vita internazionale e
abbia lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’umanità, nella vita
della Chiesa, nella coscienza dei costruttori di pace, di chi ha fame e sete di
giustizia, delle donne e degli uomini di buona volontà”.
Mattarella evidenzia inoltre il legame tra il Pontefice e
le istituzioni italiane: “Nei confronti della Repubblica e delle sue
istituzioni ha manifestato una costante vicinanza, valorizzando il legame
storico tra Santa Sede e Italia e non facendo mai mancare – specialmente nei
momenti più difficili, come durante la pandemia – il suo conforto. La sua
preghiera sul sagrato della Basilica, in una piazza San Pietro deserta, è
stata, per il mondo intero, voce dell’umanità”.
Il Presidente ricorda infine la qualità del rapporto
personale con Papa Francesco: “Conservo come patrimonio prezioso il ricordo dei
rapporti intrattenuti, sobri e profondi, nella consapevolezza della distinzione
dei rispettivi ruoli”.
Nella Basilica dove Papa Francesco ha voluto essere
sepolto si è celebrato il Rosario nella Cappella della Salus Populi Romani dove
il Papa si recava spesso, guidato dal cardinale arciprete Makrickas che ha
anche benedetto una lapide in memoria delle 126 volte in cui il Papa si è
recato ai piedi della Salus Populi Romani. Aci 21
L’enciclica Laudato si’, una chiamata all’azione
* La Laudato si‘ non è un manifesto ecologista ma una
chiamata all’azione.
* L’idea geniale della Laudato si’ è che è tutto
connesso.
* Per noi la terra e l’ecologia ha a che fare con uno
sguardo completo sulla realtà.
* Ritrovare uno sguardo capace di contemplare.
* Il rapporto fra limite e sviluppo.
* La dialettica tra l’io e il noi.
* Le comunità Laudato si‘ in Italia.
Proponiamo, in una sintesi adattata alla lettura,
l’intervento Ecologia integrale, profezia a dura prova di mons. Domenico
Pompili, vescovo di Verona, all’apertura del convegno della FISC (Federazione
italiana settimanali cattolici, della quale fa parte anche il Corriere
d’Italia), realizzato in collaborazione con Vita Trentina, il settimanale
diocesano che compie quest’anno 100 anni. a cura di Paola Colombo
Il convegno Pianeta in prima pagina. Cronisti del clima,
si è svolto a Trento dal 16 al 18 aprile 2026.Papa Francesco nel maggio 2015
dava alle stampe la sua seconda enciclica, la Laudato si’, l’enciclica
dell’ecologia integrale. In essa spiega molto bene come crisi climatiche,
guerre e migrazioni siano aspetti diversi di uno stesso problema, il nostro
modo di abitare il mondo, e vanno dunque visti nel loro insieme perché sono
interconnessi. Tutto è connesso. Questa enciclica attirò positivamente l’attenzione
anche di molti non credenti proprio per la prospettiva ampia e condivisibile.
Ci furono i detrattori, anche fra i credenti, che non capirono o non vollero
capire che occuparsi di ambiente, della cura del creato e delle sue creature,
compresi noi esseri umani, significa incarnare il Vangelo nel nostro qui e ora,
e non è un’eccentricità fuori dal Magistero (pc).
Ecologia integrale, profezia a dura prova
La Laudato si‘ non è stato un manifesto verde ma è stata
una chiamata all’azione. Se non comprendiamo che questa è stata l’intenzione
che ha mosso papa Francesco, rischiamo di derubricare questo documento ad un
testo che sa di accademia più che di vita vissuta. L’idea geniale della Laudato
si’ è proprio questa persuasione che è tutto connesso. In prima pagina in
questo momento ci sono le guerre ma le guerre si fanno per ragioni ultimamente
legate alla ricerca di terre rare o anche di particolari minerali che ci
riconducono dunque, per così dire, al punto di partenza, cioè al nostro
rapporto con la terra, perché tutto è profondamente interconnesso. Perciò,
volendo parlare di ecologia integrale do per scontato che, parlando a voi, noi
si sia assolutamente già d’accordo sul fatto che non si tratta di assumere una
postura da greenwashing, dove la parola ambiente viene citata qua per comodo.
Per noi terra ed ecologia hanno a che fare con uno sguardo completo sulla
realtà e la comunicazione su questi temi dell’ecologia ha da essere anzitutto
autentica, trasparente, documentata con dati certificati, perché sappiamo bene
che sul tema dell’ambiente si contrappongono due narrazioni: una negazionista
che ancora oggi, di fronte all’evidenza, insiste nel ritenere che si tratti di
un falso allarme; l’altra di segno opposto, che potremmo definire terrorista,
che non riesce in realtà a svegliare le coscienze e soprattutto non riesce a
riscaldare i cuori, perché quando si parla di terra, di ambiente, cioè della
vita, occorre saper toccare le corde giuste.
Dobbiamo perciò ripartire da convinzioni più profonde che
sono però, a mio parere, lo sfondo ultimo della riflessione di papa Francesco,
per il quale oggi c’è bisogno non semplicemente di più tecnologia, ma c’è
bisogno di più contemplazione.
Questo mi sembra essere il primo dato che ci offre la
Laudato si‘, che in qualche modo ci risveglia alla realtà, perché se è vero che
rischiamo di perdere il contatto con la realtà è proprio perché abbiamo uno
sguardo molto settario, discriminante, che non guarda alla realtà per quella
che è ma per quello che da essa si può ricavare in termini di profitto e di
risorsa economica. Papa Francesco, dunque, nella sua riflessione ci offre una
prospettiva che non punta tanto ad una semplice transizione ma ad una vera e
propria conversione. Questa parola, conversione, che ha evidentemente un sapore
squisitamente religioso, è metanoia (totale capovolgimento, n.d.r.), dice molto
di più della transizione, che sembra essere un processo di riallineamento in
vista di contenere i problemi.
Conversione significa invece che dobbiamo proprio
cambiare approccio, dobbiamo in qualche modo operare una sorta di cambio di
prospettiva perché diversamente non ne veniamo fuori.
A me sembra che papa Francesco nella sua riflessione ci
offra sostanzialmente tre grandi temi sui quali maturare una nuova
consapevolezza perché ci aiutano ad entrare con uno sguardo diverso dentro il
tema dell’ecologia, assodato anche il fatto che i dati scientifici sono
assolutamente inequivocabili con buona pace dei negazionisti.
1 – Ritrovare uno sguardo capace di contemplare
Un primo passo è quello di renderci persuasi una volta di
più che c’è dentro la dimensione dell’uomo una doppia appartenenza, una al
mondo interiore e una al mondo esteriore e che questa correlazione quando salta
ci impedisce di stare con i piedi per terra. Se ci si esaurisce semplicemente
nella dimensione esteriore senza alcun contatto con quella interiore, si
esternalizza tutto e si perde la capacità di sentire e dunque in qualche modo
di coinvolgersi. Così come se ci si limita semplicemente alla propria dimensione
interiore ma si perde la correlazione con il mondo esteriore, si finisce con il
rifugiarsi in un intimismo che produce lentamente una forma di isolamento. Le
forme dell’isolamento possono essere le più diverse. Oggi quelle più ricorrenti
sono legate proprio alla tecnologia più avanzata e la cosa non riguarda
semplicemente i nostri adolescenti che invitiamo a uscire dalla propria stanza,
riguarda ciascuno di noi.
Questo collegamento tra mondo interiore e mondo esteriore
è, a mio parere, la radice culturale di una sorta di schizofrenia che si è
realizzata al nostro tempo, la quale ci impedisce di essere persone integre con
la capacità di saper reagire a ciò che sta fuori e di metabolizzare questo
processo.
Noi abbiamo troppo spesso sottovalutato che il mondo
esteriore ci plasma profondamente. Vivere in un certo contesto influisce
profondamente sulla psiche e sulla propria capacità di interagire. Non è vero
dunque che il mondo esteriore sia semplicemente il fondale di quelle che sono
le nostre performance. Il mondo esteriore decide di quello che siamo anche
dentro di noi. Ma è vero anche il contrario e cioè che la nostra relazione col
mondo esteriore è determinata profondamente dalle logiche che ispirano la nostra
vita quotidiana. E certamente la logica oggi predominante, che è quella di
massimizzare il profitto, è tale che spesso, quando prende il sopravvento, non
conosca altre strategie.
Allora papa Francesco ci aiuta innanzitutto a ritrovare
questa connessione tra il dentro e il fuori e mi pare che questa sia una prima
forma di guadagno che dobbiamo in qualche modo recuperare. Una seconda forma di
guadagno che Laudato si‘ introduce è il rapporto tra il limite e lo sviluppo.
2- Il rapporto fra limite e sviluppo
Nel 1971 fu pubblicato un celebre rapporto commissionato
dal Club di Roma (associazione non governativa e no-profit di scienziati,
economisti, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici
internazionali dei cinque i continenti, n.d.r.) al MIT (Massachusetts Institute
of Technology) sui limiti dello sviluppo. Noi eravamo figli di una cultura che
ci aveva in qualche modo allettato con la convinzione che il processo dello
sviluppo fosse una sorta di processo lineare che va sempre dal bene al meglio.
Si riteneva ingenuamente che lo sviluppo fosse qualcosa di talmente vincente da
non conoscere crisi e questo ha indotto dentro di noi uomini dell’Occidente la
convinzione che si andasse per questa strada dello sviluppo o se volete di
progresso, come lo chiamava Pier Paolo Pasolini. Invece da qualche decennio
siamo stati protagonisti e spettatori attoniti di una serie di shock globali,
di crisi che non avevamo ipotizzato e che ci hanno sorpreso.
Non faccio riferimento tanto alla crisi economica, per
esempio del 2009 o ancor prima alla crisi, in seguito all’attentato alle Torri
gemelle nel 2001. Faccio riferimento alla crisi più recente, quella del Covid.
Lo storico e un grande comunicatore Harari, uno dei suoi libri ultimi più
interessanti si chiama Nexus sulla intelligenza artificiale, non più tardi di
quattro anni fa scriveva con assoluta disinvoltura che la nostra generazione
ormai camminava speditamente verso i 100-120 anni, perché noi eravamo la prima
generazione in grado di eliminare le tre cause fondamentali della morte: le
guerre, le pestilenze e la fame. Ecco, pure una persona così avvertita come
Harari ha cambiato improvvisamente opinione nel merito, perché noi queste tre
cose le abbiamo viste negli ultimi anni prodursi in modo assolutamente
irreversibile. Allora, che cosa intendo dire quando parlo di limite e di
sviluppo?
Intendo dire che dobbiamo entrare più profondamente in
questa persuasione che esiste un limite, che non è necessariamente un muro, ma
che è precisamente ciò che ci aiuta a far sì che il nostro progresso sia
accompagnato dalla valutazione di quello che produce effettivamente e abbia
perciò anche dei limiti invalicabili. Papa Francesco ha mostrato con chiarezza
che il limite fondamentale che dobbiamo tenere ben presente rispetto alla terra
è il fatto che essa non è a nostra completa disposizione, ma che la terra ci è
data, per così dire, in prestito in un certo senso più che dai nostri
progenitori, da quelli a cui dovremmo in qualche modo restituirla. Limite e
sviluppo sono in una dialettica che dobbiamo cercare di metabolizzare se
vogliamo stare dentro questo nostro tempo senza andare incontro a delle
terribili conseguenze.
3- La dialettica tra l’io e il noi
L’ultima prospettiva che la Laudato si’ ci fa recuperare
è la dialettica tra l’individuale e il sociale, tra l’io e il noi. L’ecologia
integrale richiede una mobilitazione delle coscienze la più ampia possibile,
perché soltanto questa è in grado di poter cambiare la prospettiva, e non si
tratta di qualcosa che possa essere assunta da singole persone che, come Don
Chisciotte, vanno contro i mulini a vento. Se ci fate caso, le cose negative in
genere sono decise da pochi e hanno effetto su tanti. Quelle positive sono in
genere decise da tutti e hanno effetto su tutti. Pensate alla guerra. Il Papa
ieri (15.04) ha parlato di una manciata di tiranni che spadroneggiano sulla
faccia della terra. Se ci facciamo caso, le autocrazie che sembrano godere nel
nostro tempo di un consenso impensabile fino a qualche tempo fa, sono in realtà
figlie di una logica sempre più individualistica e dunque lontano da quella che
è invece la percezione di una comunità.
Allora quella fra l’individuale e il sociale è un’altra
correlazione che bisogna riscoprire perché diversamente è impensabile che la
causa della casa comune possa essere affrontata.
Queste tre grandi suggestioni che alimentano una sorta di
igiene mentale sono la premessa per questo cambiamento di prospettiva, per
questa conversione e trovano la possibilità di diventare concrete, di toccare
terra laddove ci sono persone che, non accontentandosi di questo processo di
formazione, fanno delle scelte in direzione direi autentica. Ed è questa la
ragione ultima che ci ha spinto, Carlo Petrini e me, a dar vita alle Comunità
Laudato si’.
Le Comunità Laudato si’
In Italia se ne contano una novantina, si tratta di un
fenomeno non ancora diffusissimo, sono esperienze possibili, a portata di mano
e che aiutano a superare una certa retorica dell’ecologismo e ad entrare invece
dentro scelte e stili di vita che siano veramente sostenibili.
Vorrei far riferimento a tre esperienze diverse che
dicono come la creatività di questi gruppi, che talvolta sono di 50 persone,
altre volte di 30 persone, altre ancora di 150 persone, cerchi di rendere
concreta all’interno del proprio territorio l’affermazione per cui si pensa
globalmente e si agisce localmente.
Mi viene in mente la comunità che ho conosciuto anni fa
di Gela, proprio di fronte a Niscemi. Gela era già all’epoca in una situazione
a rischio permanente, con un porto, promessa mancata e dunque con un entroterra
stravolto da questo enorme investimento andato a male. Gela si trova in questa
situazione di mancato sviluppo. La Comunità Laudato si’ si è inventata un
grande esempio di orti sociali: hanno recuperato un grande spazio e lo hanno in
qualche modo condiviso tra tutte le persone che volevano esserne parte. Alcuni
l’hanno preso proprio in custodia e l’hanno coltivato personalmente. Hanno
riscattato un terreno molto ampio, abbandonato a se stesso, e lo hanno
trasformato in orti sociali. È un’azione concreta per dare l’idea di come si
possa cambiare destinazione ad uno spazio, facendone anche un’occasione di
incontro e di relazioni.
Un’altra comunità molto interessante sta invece a Milano.
È la Nocetum. Assume più le sembianze di un kibbutz con una decina di giovani
famiglie, con tanti figli al seguito, che vivono all’interno di questa ex casa
patronale alle porte di Milano con davanti un grande spazio verde e che diventa
l’occasione per alcune di queste famiglie di poter lavorare. Fanno vita in
comune e riescono anche a condividere i processi educativi all’interno di
questa situazione. Anche questo è un modo che ci dice quanto sia possibile fare
le cose non da soli ma insieme ad altri.
Una terza esperienza a cui vorrei fare riferimento si
trova in Centro Italia ed è la comunità di Castel Gandolfo. Non sto parlando
del Borgo Laudato si‘ che è un’iniziativa legata soprattutto alla realtà del
Pontificio Consiglio per lo Sviluppo Umano Integrale; sto parlando della
comunità locale che aiuta il territorio a prendere coscienza di queste vicende
legate all’ambiente e che una volta all’anno organizza una marcia silenziosa
per l’ambiente. Quando hanno iniziato, alcuni anni fa, erano qualche decina di
persone, nell’ultima erano più di 500 persone che si sono mobilitate. Accanto a
questo fanno tante altre iniziative che sono volte proprio a creare intorno
alla questione ambientale un’attenzione crescente in controtendenza con quella
che è ora, se dico bene, la sensibilità più diffusa.
Questi esempi traducono concretamente la Laudato si‘ in
qualcosa di molto più legato alla vita concreta delle persone. Vedere che ci
sono migliaia di persone che hanno raccolto l’invito a far qualcosa di
concreto, a passare dall’essere semplicemente sensibili a taluni problemi
all’esserne in qualche modo protagonisti, mi pare essere un segno di speranza e
dice anche che allora la Laudato si’ è stata effettivamente non solo un
documento apprezzato perfino all’esterno ma è stato soprattutto una scossa che
Papa Francesco ha impresso alla Chiesa e al mondo, perché si passasse da questa
percezione dell’ambiente quasi fosse la fissa di ecologisti a quella che invece
è la vera questione, che mette insieme ambiente, società, economia, e cultura,
perché tutto è connesso.
Il fatto che oggi la tematica ambientale sia passata in
secondo piano rispetto alle guerre è semplicemente l’effetto indotto da questo
processo che non è mai semplicemente economico ma è anche più profondamente
culturale e in un certo senso potremmo dire che è addirittura spirituale,
perché dietro la crisi ecologica c’è una crisi spirituale, c’è la crisi
dell’uomo che ha perso, per così dire, il contatto con il mondo. Perciò siamo
molto grati a Francesco, a un anno dalla sua morte, per questa sua lettera enciclica
che è una sorta di chiamata in causa e non semplicemente una teorica
riflessione. CdI 21
Ad un anno da quella mattina in cui morì Papa Francesco
Un Pontefice non convenzionale - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. E' passato un anno da quella mattina,
quel Lunedì dell'Angelo, che ha scombussolato le vite di molti e messo
fine ad un lungo calvario. Quando la notizia della morte di Papa Francesco è
stata annunciata dalla Santa Sede, noi professionisti non siamo rimasti
sorpresi. Dal 14 febbraio seguivamo quel cammino di dolore e cercavamo di
raccontarlo con discrezione e anche affetto. Ma le immagini del giorno di
Pasqua ci avevano preparati al peggio. Da giorni tenevamo i telefoni accesi di
notte. Eppure quella mattina sembrava tutto inatteso.
Il pontificato di Papa Francesco si chiudeva in modo
simile a quello di Giovanni Paolo II, eppure si era svolto in modo tanto
diverso. Jorge Mario Bergoglio aveva voluto essere un "Papa diverso"
non convenzionale, non prevedibile. Dal non abitare al Palazzo Apostolico alle
uscite "a sorpresa" che però non erano per nulla private. E poi quel
modo personale di condurre la Curia Romana quasi tentando di scardinarne stile
e tradizione.
Ma a ben vedere Papa Francesco non è stato un
"riformatore della dottrina" come molti avrebbero voluto. Anzi. La
sua era una visione conservatrice in uno stile tutto latinoamericano.
Improvvisare, inventare sono stati la cifra di uno stile che però, togliendo la
cornice, non toccava la dottrina cattolica. Non ha cambiato le cose importanti.
E del resto il Papa non può cambiare il Vangelo. Ha solo scelto di essere
popolare e forse un po' populista.
Ne sentono la mancanza molti, ed è giusto che sia così.
Ma a ben vedere il suo successore Leone XIV forse è meno conservatore, e forse
lo era anche il suo predecessore Benedetto XVI.
Papa Francesco ha trascorso gli ultimi mesi della sua
vita offrendo le sue sofferenze per la Chiesa e la Chiesa ne ha tratto forza e
voglia di continuare il cammino nel mondo.
Così come è stato per i suoi predecessori. Il suo lavoro
ha cambiato alcuni aspetti esterni del papato, ma solo per un tempo breve, il
suo tempo. Oggi Papa Leone riprende piuttosto i suoi testi che erano in parte
ispirati da quelli di Paolo VI. É il cammino della Chiesa tra Tradizione e
novità del Vangelo. Aci 21
L’arcivescovo Van Megen, nuovo nunzio apostolico in Germania
È l’arcivescovo olandese Hubertus Matheus Maria van
Megen, classe 1961, il nuovo nunzio apostolico in Germania, che prende il posto
del croato Erzbischof Dr. Nikola Eterovic.
L’arcivescovo van Megen, ordinato nel 1987 è entrato nel
1994 è nel servizio diplomatico della Santa Sede. Nel 2014 è stato consacrato
arcivescovo e da allora ha ricoperto la carica di nunzio in Sudan ed Eritrea.
Nel 2019 Papa Francesco lo ha nominato nunzio in Kenya e Sud Sudan, nonché
osservatore permanente della Santa Sede presso le agenzie delle Nazioni Unite
per il programma ambientale (UNEP) e per gli insediamenti umani (UN-Habitat).
Con queste parole il presidente della Conferenza
episcopale tedesca, vescovo Heiner Wilmer ha accolto il nuovo rappresentante
della Santa Sede in Germania: «Le diamo il benvenuto con tutto il cuore e siamo
lieti di poter lavorare insieme nella vigna del Signore. Saremo lieti di
sostenerla in questo lavoro, per continuare a costruire ponti e rafforzare la
fiducia reciproca tra Roma e la nostra Chiesa locale» e ancora: «La sua
pluriennale esperienza nella diplomazia vaticana, in particolare in regioni di crisi
come il Sudan, il Sud Sudan e l’Eritrea, dimostra che lei è una personalità che
annuncia il Vangelo con coraggio e convinzione, e cerca il dialogo. Questa
esperienza internazionale le sarà di grande aiuto per il suo ministero nel
nostro Paese».
Parole di gratitudine ha rivolto il vescovo Wilmer al
nunzio uscente, arcivescovo Eterovi?, per aver fatto della Nunziatura un luogo
di incontro, per aver offerto spunti di riflessione spesso critici nei
confronti del cammino di riforma della Chiesa cattolica in Germania, il
Synodaler Weg: „Apprezzo tanto di più il fatto che, nonostante la comprensibile
distanza critica dal Cammino sinodale della Chiesa nel nostro Paese, lei abbia
accompagnato questo percorso con la sua presenza personale. Per questo desidero
ringraziarla espressamente».
E ha aggiunto: «Con il suo servizio nel nostro Paese lei
rende evidente che la Santa Sede, in quanto soggetto di diritto internazionale,
è presente nella politica e nella società. E questo contribuisce a una buona
stabilizzazione del rapporto tra Stato e Chiesa. In Lei abbiamo l’opportunità
di conoscere una personalità che rappresenta la discreta diplomazia vaticana e
la riempie di vita».
La Conferenza Episcopale Tedesca saluterà l’arcivescovo
nunzio Nikola Eterovi?, domani, 22 aprile 2026 alle ore 18.00 con una funzione
religiosa nella Cattedrale di Santa Edvige a Berlino. La funzione sarà
presieduta dal Nunzio Apostolico. La predica sarà tenuta dal presidente della
Conferenza Episcopale Tedesca, il vescovo Dr. Heiner Wilmer. Concelebrerà
l’arcivescovo di Berlino, Dr. Heiner Koch. Dopo più di 12 anni di Nunziatura a
Berlino, papa Leone XIV ha accolto la richiesta di dimissioni dell’arcivescovo
Nikola Eterovic all’inizio di aprile. Del.mci 20
Papa Leone XIV a Saurimo: "Cristo non è un guru né un
portafortuna"
La Santa Messa nella nella spianata di Saurimo - Di Marco
Mancini
Saurimo. Dopo aver sostato in preghiera nella Cattedrale
di Saurimo, dedicata a Nostra Signora dell'Assunzione, Papa Leone XIV non ha
mancato di salutare le migliaia di fedeli assiepati nella spianata dove viene
celebrata la Messa.
A quota 1081 metri sul livello del mare, la città di
Saurimo fino al 1975 - anno dell'indipendenza dell'Angola dal Portogallo - era
denominata Henrique de Carvalho, in onore dell'omonimo esploratore portoghese,
che visitò la regione di Lunda nel 1884.
Fin dal suo arrivo - prima in Camerun e poi in Angola -
Papa Leone è stato sempre accolto dal calore dei fedeli. E anche a Saurimo
l'atmosfera che il Papa ha trovato al suo arrivo è stata contrassegnata da una
fede gioiosa. Tutti hanno accolto il Successore di Pietro con canti, balli e
applausi.
Nonostante il caldo torrido, arrivato alla spianata,
Leone XIV non ha mancato di salutare i circa 60.000 fedeli di ogni età - giunti
da tutta la regione e dalle diocesi vicine - facendo un giro in
Papamobile.
"Questa è la prima volta che un Papa esce dalla
fascia del litorale dell'Angola e viene - usando il linguaggio di Papa
Francesco - in periferia. Questa è una regione ricca di diamanti, ma vi è anche
tanta povertà e lui viene qui per far vedere la nostra realtà. Per noi è una
grande gioia avere il Santo Padre nella nostra regione", commenta il
direttore dell'ufficio delle comunicazioni dell'Arcidiocesi di Saurimo.
“Nella gioia e nella bellezza della nostra assemblea,
riunita nel nome di Gesù, ascoltiamo con cuore aperto - ha detto il Papa
nell'omelia della Messa, concelebrata da numerosi vescovi angolani - la sua
Parola di salvezza, perché ci fa riflettere sul motivo e sulla fine per i quali
seguiamo il Signore”.
Commentando il Vangelo del giorno, Leone riflette:
"Il Signore vede nel nostro cuore e ci chiede se lo cerchiamo per
gratitudine o per interesse, per calcolo o per amore. La folla vede Gesù come
uno strumento per altro, un erogatore di servizi. Se Egli non desse loro
qualcosa da mangiare, i suoi gesti ei suoi insegnamenti non avrebbero
interesse. Questo accade quando alla fede autentica si sostituisce un
commercio superstizioso, nel quale Dio diventa un idolo che si cerca solo
quando ci serve, finché ci serve. Persino i più bei doni del Signore, che
sempre si prende cura del suo popolo, diventano allora una pretesa, un premio o
un ricatto, e vengono fraintesi proprio da chi li riceve”.
E qui arriva il monito del Papa: "Il racconto
evangelico ci fa dunque capire che esistono motivi sbagliati per cercare
Cristo, anzitutto quando viene considerato un guru o un portafortuna. Anche il
fine che quella folla si propone è inadeguato: non cercano infatti un
maestro cui volere bene, ma un leader da riverire per tornaconto".
"Ben diverso - prosegue il Pontefice è
l'atteggiamento di Gesù verso di noi: Egli non respinge questa ricerca
insincera, ma la sprona a convertirsi. Cristo ci chiama a libertà: non vuole
servi o clienti, ma cerca fratelli e sorelle cui dedicarsi con tutto sé stesso.
Per corrispondere con fede a questo amore, non basta sentir parlare di Gesù:
occorre accogliere il senso delle sue parole. Non basta nemmeno vedere
quello che Gesù fa: occorre seguire e imitare la sua iniziativa".
"Cristo - dice ancora Leone - non ci chiama al
disinteresse per il pane quotidiano, che anzi moltiplica in abbondanza e
insegna a chiedere nella preghiera. Ci educa al modo giusto di cercare il pane
della vita, cibo che ci sostiene per sempre. Il desiderio della folla trova
così una risposta ancor più grande e sorprendente: Gesù non ci dà un cibo che
finisce, ma un pane che non ci fa finire, perché è cibo di vita eterna".
"Oggi vediamo - prosegue - che molti desideri della
gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla
ricchezza. Quando l'ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa
possesso di pochi. Davanti a questi mali, Cristo ascolta il grido dei popoli e
rinnova la nostra storia: da ogni caduta ci rialza, in ogni sofferenza ci
conforta, nella missione ci incoraggia. Come il pane vivo che sempre ci dà,
l'Eucaristia, così la sua storia non conosce fine, e perciò toglie la fine, cioè
la morte, dalla nostra storia, che il Risorto apre con la forza del suo Spirito
vive! Egli è il nostro Redentore Questo è il Vangelo che condividiamo, rendendo
fratelli tutti i popoli della terra.
"Alla sequela di Gesù - è l'esortazione del Papa -
il cammino ecclesiale è sempre un «sinodo della risurrezione e della speranza»:
proseguiamo in questa sapiente direzione! Cristo stesso orientamento e forza al
cammino, un cammino che vogliamo imparare a vivere sempre più come dev'essere,
cioè sinodale".
Leone XIV conclude la sua omelia ricordando l'importanza
della testimonianza di vita: "la testimonianza dei martiri e dei santi ci
incoraggia e ci sprona a un cammino di speranza, di riconciliazione e di pace,
lungo il quale il dono di Dio diventa l'impegno dell'uomo nella famiglia, nella
comunità cristiana, nella società civile. Percorrendolo insieme, alla luce del
Vangelo, la Chiesa in Angola cresce secondo quella fecondità spirituale che
inizia dall'Eucaristia e prosegue nella cura integrale di ciascuna persona e di
tutto il popolo. In particolare, la vitalità delle vocazioni che sperimentate è
segno della corrispondenza al dono del Signore, sempre abbondante per chi lo
accoglie con cuore puro”.
Finisce la celebrazione. Un poco di silenzio, dopo tanta
festa e colori. Un silenzio per ascoltare le parole di ringraziamento
dell'arcivescovo di Saurimo, monsignor José Manuel Imbamba. La venuta del
pontefice è vista come “un avvenimento di rilevanza storica per la Chiesa e per
la Nazione” così si esprime il presule africano. E fornisce un ritratto di papa
Leone XIV visto come un “messaggero della speranza, della pace, della
riconciliazione e della fraternità”. E poi, si concentra sul territorio: “Oggi
la nostra Provincia Ecclesiastica, pur avendo ancora alcune zone da
evangelizzare, risplende come vigna feconda del Signore, arricchita dai doni e
dai ministeri che lo Spirito Santo suscita, manifestandosi quali segni luminosi
di una fede che si traduce in opere concrete, testimonianza viva che il Vangelo
non è parola vuota, ma forza trasformatrice della vita personale, familiare,
sociale e culturale”. E, infine, esprime l’abbraccio del popolo di Dio,
“riunito in questa regione, e non solo, Vi abbraccia con lacrime di
gratitudine, canti di gioia e rinnova il suo impegno di comunione ecclesiale”.
Una visita, quella di papa Leone XIV, che rimarrà nella storia: rimarrà,
infatti, “memoria viva per le generazioni future, fonte di benedizioni per
tutti coloro che qui si trovano e impulso affinché continuiamo ad annunciare il
Vangelo di Gesù Cristo con coraggio profetico, a servire i poveri con tenerezza
evangelica e a contribuire alla costruzione di un’Angola più giusta, pacifica,
inclusiva e riconciliata”. E, infine, il saluto nella lingua locale:
“Tunasakwila cinji, Kafunga ketu!”. Poi, il canonico scambio di doni: il
presule dona una riproduzione dello stemma papale a papa Leone XIV che sorride
contento nel ricerverlo. Il papa, invece, dona a monsignor José Manuel Imbamba,
arcivescovo di Saurimo, un calice prezioso: argento e oro si fondono in maniera
ammirabile. Alcune piccole “gocce” rosse fanno da cornice, rappresentano il
sangue di Cristo. Infine, qualche battuta di ringraziamento per la grande
organizzazione: il papa ringrazia tutti. Sacerdoti, vescovi, le autorità locali
alle quali esprime “profondo riconoscimento”. All'Angola, l'invito,
l'esortazione: “Mantieni fiera la tua radice cristiana". E invita a
continuare nel "dare un contribuito alla pace e la giustizia in Africa e
in tutto il mondo”. Aci 20
Le cresime alla Missione Italiana di Saarbrücken
In una chiesa colma di emozione e silenzio raccolto, la
Missione ha vissuto un momento di grazia profonda, in cui lo Spirito Santo ha
segnato il cuore dei cresimandi e ha rinnovato la speranza dell’intera
comunità. Di Cornelia Sirbu
Il 19 aprile, la Missione ha scritto una pagina luminosa
della sua storia, una di quelle che non si leggono soltanto, ma si vivono e si
custodiscono nel cuore. La celebrazione del sacramento della Confermazione ha
trasformato la chiesa Maria Königin in uno spazio di grazia, dove il tempo
sembrava rallentare per lasciare posto alla presenza viva di Dio.
Fin dai primi istanti, tutto parlava di attesa e di
mistero: i volti emozionati dei cresimandi, il silenzio carico di significato
delle famiglie, la comunità raccolta come un’unica grande famiglia. Era
un’atmosfera che non aveva bisogno di parole, perché era lo Spirito stesso a
preparare i cuori, a renderli pronti ad accogliere un dono che supera ogni
comprensione.
La Santa Messa, presieduta dal delegato delle Missioni
Cattoliche Italiane in Germania, don Gregorio, insieme al parroco della
Missione Italiana di Saarbrücken, don Georges, è stata un vero viaggio
interiore. Le loro parole hanno acceso luce, hanno aperto orizzonti, hanno
ricordato con forza e dolcezza che la Confermazione non è un traguardo, ma un
inizio coraggioso: quello di una fede che diventa vita, scelta quotidiana,
testimonianza concreta.
Nel cuore della celebrazione, il gesto dell’imposizione
delle mani e dell’unzione con il sacro crisma si è fatto silenzio eloquente,
presenza viva, incontro personale. In quell’istante, ogni cresimando è stato
chiamato per nome, toccato nella profondità, segnato da una promessa che
accompagnerà tutta la vita. Era come assistere a una nascita spirituale, a un
sì pronunciato nel profondo dell’anima.
Hanno ricevuto il sacramento della Confermazione: Yoana,
Giuseppina Irene, Desyré, Diego, Luigi Mauro, Veronica, Vito Francesco,
Fabrizio e Gianluca. Nomi che oggi si rivestono di una luce nuova, destinati a
diventare storia viva di fede, speranza e cammino.
Durante la celebrazione, anche la comunità ha trovato un
momento per guardarsi e riconoscersi, attraverso la presentazione dei membri
del consiglio pastorale presenti alla celebrazione. Non un semplice elenco, ma
il volto concreto di una comunità che si prende cura di se stessa. È stato
ricordato il valore del loro servizio: essere segno di comunione, voce attenta,
presenza discreta ma fondamentale, al servizio del cammino spirituale di tutti.
E poi gli sguardi. Quelli che non si dimenticano: gli
occhi lucidi dei genitori, la trepidazione dei padrini e delle madrine,
l’emozione trattenuta dei ragazzi. In quegli sguardi si rifletteva qualcosa di
più grande, qualcosa che univa tutti in un unico respiro.
In terra straniera, la Missione si è rivelata ancora una
volta casa vera: un luogo dove la fede non è solo memoria, ma vita condivisa;
dove le radici si intrecciano con il presente e generano futuro.
E quando la celebrazione si è avviata alla conclusione,
non è rimasto solo il ricordo, ma una presenza viva, una luce accesa nei cuori.
Da qui nasce anche un grazie profondo e sincero a don Gregorio e a don Georges:
per le loro parole, per la loro guida, per la dedizione con cui accompagnano
questa comunità, rendendo visibile, ogni giorno, la vicinanza di Dio.
Non è stata soltanto una celebrazione. È stata una soglia
attraversata, un seme piantato, una fiamma accesa. E quella fiamma, oggi,
continua a brillare. CdI 20
Perché la voce di Leone XIV fa paura a Trump
Facendo il Papa – e nient’altro che il Papa – Leone XIV
sta realizzando qualcosa di profondamente politico, nel senso più alto del
termine. Perché il cristianesimo, quando è fedele al Vangelo, è intrinsecamente
sociale. E la sua voce morale, quando occupa lo spazio pubblico, non
invade un terreno altrui: abita la sua propria casa, quella dell’umano
intero.
Pubblichiamo per gentile concessione della redazione di
Settimana News l’articolo di Antonio Staglianò Perché la voce di Leone XIV fa
paura a Trump – SettimanaNews. Le rozze accuse del presidente statunitense
Trump al Papa e la ferma e pacata reazione di Leone XIV danno all’autore
dell’articolo la possibilità di farci comprendere ancora una volta perché e in
che modo la Chiesa entra, e a buon diritto, nello spazio pubblico. (pc) - Di
Antonio Staglianò
Quando un presidente degli Stati Uniti attacca un Papa
con la furia di un tweet, non sta semplicemente litigando con un capo di Stato
straniero. Sta confessando, suo malgrado, di aver incontrato un’autorità che
non riesce a classificare: non è un alleato, non è un nemico, non è un
competitor. È qualcosa di più scomodo – una voce che parla da un luogo che il
potere politico non può né occupare né zittire.
«Pope Leo is weak on crime, and
terrible for foreign Policy». Così Donald Trump, il 12
aprile 2026, su Truth Social. L’accusa è chiassosa, volutamente volgare,
costellata di rivendicazioni grottesche – tra cui quella, teologicamente
impossibile, di aver «fatto» lui quel Papa perché americano.
Al fondo di questa bordata, però, c’è un nervo scoperto:
il presidente degli Stati Uniti non sopporta che un pontefice,
anzi il pontefice, osi parlare di pace, di nucleare, di giustizia,
come se avesse il diritto di farlo. «Faccia il Papa, non il politico», ripete
Trump, consegnandoci involontariamente la chiave di tutta la questione.
Facendo il Papa – e nient’altro che il Papa – Leone XIV
sta realizzando qualcosa di profondamente politico, nel senso più alto del
termine. Perché il cristianesimo, quando è fedele al Vangelo, è intrinsecamente
sociale. E la sua voce morale, quando occupa lo spazio pubblico, non
invade un terreno altrui: abita la sua propria casa, quella dell’umano
intero.
Il filo rosso: Dio non ha nulla a che fare con la
violenza
Per comprendere l’irritazione di Trump, bisogna risalire
a un magistero che i pontefici hanno costruito con coerenza attraverso gli
ultimi decenni. Benedetto XVI, nel celebre discorso di Ratisbona del 2006, non
disse soltanto che la violenza è irragionevole. Disse qualcosa di più radicale:
«Agire con violenza è contro la natura dell’anima e di Dio». Non una
valutazione strategica, ma una verità antropologica: l’anima umana, creata ad
immagine di un Dio che è amore, non può realizzarsi nell’atto violento senza
tradire sé stessa.
Papa Francesco ha calcato la mano in una direzione ancora
più esplicita. «Agire con violenza in nome di Dio è satanico» – una frase che
ha scosso non solo i terroristi di ogni fede, ma anche quei cristiani che
troppo comodamente hanno benedetto guerre e dittature. E in uno degli ultimi
dialoghi con il Patriarca ecumenico Bartolomeo, i due hanno stabilito insieme
un principio ormai irrinunciabile per la coscienza credente: «Non c’è nessun
rapporto tra Dio e la violenza».
Leone XIV non sta inventando nulla di nuovo. Sta portando
a compimento un cammino teologico che i suoi predecessori hanno tracciato. La
novità, semmai, è che lo fa da Papa americano – e questo, agli occhi di Trump,
è un tradimento. Perché un presidente che ha costruito la sua retorica sulla
«forza» e sulla «benedizione divina» per le proprie azioni militari si trova
davanti un connazionale che gli dice, con pacatezza esemplare: «Dio non
benedice alcun conflitto». E aggiunge: «Non starò mai dalla parte di chi ieri
impugnava la spada e oggi lancia le bombe».
«Il Papa faccia il Papa»: una accusa che si rovescia
Trump accusa Leone XIV di fare il politico: è un’accusa
che rivela esattamente l’opposto di ciò che afferma. Perché quando un Papa
parla di poveri, di accoglienza, di condivisione dei beni della terra, di
giustizia e di pace, non sta invadendo il campo della politica: sta annunciando
il Vangelo. E il Vangelo, se preso sul serio, ha conseguenze pubbliche
inevitabili.
Il cattolicesimo non è una dottrina privata, una fede da
confessare in sacrestia e poi dimenticare alle urne. È una realtà
intrinsecamente sociale. Lo dice la Rerum Novarum di Leone XIII, lo
dice la Gaudium et Spes del Concilio, lo dice la Fratelli
Tutti di Francesco. Un cristiano che non si interroga sulla giustizia
economica, sulla pace, sull’ospitalità verso lo straniero, non è un buon
politico – ma non è neppure un buon cristiano. Perché il comandamento
dell’amore non ha un’eccezione per le relazioni internazionali.
Un Papa, allora, che non dicesse che attaccare un Paese –
anche se quel Paese è accusato di traffico di droga – è moralmente
problematico, sarebbe un Papa che ha smesso di essere tale. La voce del
Successore di Pietro non è una opinione tra le altre: è la memoria
dell’umanità che nessun realismo politico può cancellare senza perdere la
propria anima.
Perché la «teologia dello spazio pubblico» dà fastidio
Ogni volta che il magistero pontificio dichiara ad alta
voce le verità cristiane su poveri, ospitalità, condivisione, giustizia e pace,
si alza il coro di chi accusa la Chiesa di occupare spazi che non le
spetterebbero. «La religione resti nell’ambito privato» – è il ritornello
liberale. Oppure, nella versione trumpiana: «Il Papa faccia il Papa, non il
politico di sinistra».
È un’accusa storicamente ingenua e teologicamente falsa.
Il Papa fa il Papa proprio quando, in tutta libertà – quella libertà che deriva
dal non avere più alcun potere temporale, diversamente dal passato – annuncia
il Vangelo del Dio-Agape. Un Dio che è solo e sempre amore, che non distrugge
popoli e nazioni, che vuole la pace e l’amicizia universale. E un Dio così non
può essere invocato per giustificare alcuna guerra, alcun embargo affamante,
alcun bombardamento su ospedali e scuole.
«Non sarà la violenza a creare spazi di libertà o tempi
di pace», Leone XIV lo ha detto con una chiarezza che non ammette replica,
perché non è la posizione di un partito: è la verità di chi ha visto il sangue
innocente versato e sa che nessun interesse nazionale può lavarlo via.
La debolezza di Trump e la politica della verità: la
forza di chi non ha armi
C’è una scena che vale più di ogni analisi. Il 13 aprile,
mentre i tweet di Trump facevano il giro del mondo, Leone XIV era in volo verso
Algeri. Prima visita di un Papa in Algeria, Paese a maggioranza islamica. Ai
giornalisti che gli chiedevano conto dell’attacco, ha risposto: «Non ho paura
dell’amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo. Non sono un politico. Non ho
intenzione di fare un dibattito con lui».
Questa è la forza del Papa: non ha armi, non ha eserciti,
non ha dazi, non ha azioni in borsa. Ha solo una croce e una parola. Tuttavia
quella parola, quando è pronunciata con fedeltà, diventa inaggirabile. Trump
può insultare, può minacciare, può rivendicare di aver «fatto» quel Papa – ma
non può costringerlo al silenzio. E questo, per un uomo abituato a comprare
tutto e tutti, è intollerabile.
Trump chiede a Leone XIV di «fare il Papa». E il Papa,
proprio in questi giorni, lo sta facendo nel modo più autentico: non
schierandosi con una fazione contro l’altra, ma ricordando a tutti che
esiste una legge superiore a quella degli Stati, e che nessun presidente,
nessun generale, nessun mercante di armi può cancellarla senza diventare, lui
sì, politico in senso deteriore – cioè nemico dell’umano.
Il cattolicesimo non è di sinistra né di destra. È
semplicemente sociale, perché il Dio in cui crede è il Dio di tutti, e
specialmente degli ultimi. La voce di Leone XIV dà fastidio a Trump perché è
l’unica voce autorevole sulla pace che non può essere comprata, intimidita o
deportata. È la voce di chi «ha ereditato la fragilità di Francesco» e cammina
anche nel vento, mentre «un re ubriaco di sé stramazza da solo».
Forse, alla fine, l’unica vera debolezza di Trump è
questa: scambiare per politica l’unica cosa che può ancora salvare la
politica dalla sua stessa barbarie, cioè la verità. Del.mci 20
Dal 12 al 16 maggio torna a Bergamo IFF (Integrazione Film Festival),
giunto alla 20esima edizione
Arrivano da otto Paesi diversi i film e gli ospiti del
20° IFF – Integrazione Film Festival, concorso cinematografico internazionale
dedicato a inclusione, identità e intercultura che torna a Bergamo, dal 12
al 16 maggio, nel centrale CULT! Diffusione culturale (Palazzo Libertà),
organizzato da Cooperativa Ruah con Lab 80 film e con il sostegno anche della
Fondazione Migrantes.
Cinque giornate e 20 film, di cui dieci
cortometraggi e cinque documentari in concorso e diversi titoli fuori
concorso. Oltre 30 eventi complessivi tra proiezioni, incontri con registi
e attori, spettacoli, mostre e workshop; più di 40 collaborazioni con enti e
organizzazioni, istituzionali e non, del territorio ma anche d’Italia.
Il programma deve qualità e vivacità anche
alla nuova guida artistica di Maurizio Bousso, attore romano
afrodiscendente conosciuto al grande pubblico, protagonista anche del
cortometraggio in concorso Rise Up.
Film d’apertura fuori concorso, in collaborazione
con Bergamo Film MeetingInternational Film Festival, Porte
Bagage di Abdelkarim El-Fassi, vincitore della Mostra Concorso del
44° BFM e perfetta incarnazione dei temi IFF: regista dalla doppia appartenenza
culturale e, al centro del racconto, identità, migrazioni e rapporto con le
proprie radici (martedì 12 maggio).
Dice Maurizio Bousso: “È per me un onore essere
consulente artistico del 20° IFF, che conosco da anni ed è riuscito a costruire
un dialogo aperto e coraggioso tra culture, linguaggi e identità. Spero di
offrire un contributo significativo, nel segno della continuità ma anche del
rinnovamento. IFF è molto più di un evento cinematografico: è spazio di
incontro e condivisione in cui, attraverso il cinema, si dà voce a storie che
raramente hanno ascolto e visibilità. Come attore italiano afrodiscendente, sento
profondamente affini i temi che da sempre animano IFF: identità, inclusione,
rappresentazione. Credo che il potere del cinema stia proprio nella capacità di
allargare lo sguardo, mettere in dialogo le differenze e aprire nuove
prospettive sul mondo”.
I film saranno visibili gratuitamente anche in
streaming, grazie alla collaborazione con ZaLab, casa di produzione e
distribuzione indipendente e sociale. Nella “sala
virtuale” su https://zalab.org/ saranno disponibili dalla prima
giornata di Festival.
Programma e info
su https://www.iff-filmfestival.com/. Proiezioni tutte in lingua originale
con sottotitoli, inglesi e italiani.
Ingresso sempre gratuito, prenotazioni da effettuare su
Evenbrite, alla pagina web https://programmaIFF2026.eventbrite.it.
* TRAILER 20° IFF – INTEGRAZIONE FILM FESTIVAL
www.youtube.com/watch?v=pe4RxIYK1uo
* TUTTI I FILM IN CONCORSO
https://www.iff-filmfestival.com/edizione-in-corso/film/
* PROGRAMMA COMPLETO
https://www.iff-filmfestival.com/
Migr. 20
Pubblicata la Lex Ecclesiae Fundamentalis, il percorso verso una
“costituzione della Chiesa”
Dopo anni di dibattito, il Dicastero per i Testi
Legislativi pubblica finalmente la Lex Ecclesiae Fondamentalis. Per un
dibattito che continua - Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano. Gli ultimi sviluppi del processo
sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato vaticana possono fare
scuola. Perché, nota la professoressa Geraldina Boni, ordinario di diritto
canonico, diritto ecclesiastico e storia del diritto ecclesiastico
dell’Università di Bologna, “l’ordinanza della Corte d’Appello vaticana ha
affermato un principio di diritto costituzionale che anche i rescritti del Papa
vadano pubblicati”.
La professoressa si riferiva all’ordinanza che ha
definito gli effetti di uno dei rescritti con cui Papa Francesco era
intervenuto sul processo nulli, perché il rescritto non era stato pubblicato e
dunque non era nella conoscenza delle difese. E parlava lo scorso 17 marzo,
alla presentazione del volume della Lex Ecclesiae Fundamentalis, la Legge
Fondamentale della Chiesa. Un volume che in 1300 pagine ricostruiva il progetto
di una “costituzione per la Chiesa cattolica” ampiamente dibattuto dopo il
Concilio Vaticano II.
Il progetto proveniva soprattutto da una frangia tedesca,
un po’ presa dalla sbornia conciliare, un po’ influenzata dalle carte
costituzionali del Novecento, come era già successo con la promulgazione del
Codice di Diritto Canonico del 1917, influenzato dalle codificazioni del XIX
secolo.
Il progetto era stato discusso a lungo, se ne erano fatte
varie proposte e molte delle norme del Codex furono poi recepite dal Codice di
Diritto Canonico, e poi il progetto fu abbandonato. È stato ripreso adesso e il
Dicastero dei Testi Legislativi ha deciso di mettere a disposizione, nel
volume, tutti i documenti del processo di elaborazione.
Diviso in sette capitoli e sei allegati, curati dal
professor Daniel Cenalmor Palanca, docente di Diritto Costituzionale
dell’Università di Navarra, il progetto permette di vedere la genesi, i
dibattiti del testo.
Nel presentare il volume, il vescovo Juan Ignacio
Arrieta, Segretario del Dicastero per i Testi Legislativi, ha sottolineato come
“subito dopo la conclusione del Concilio, al momento di avviare la revisione
del codice del 1917 emerse con chiarezza che si sarebbero dovute produrre due
codificazioni per la Chiesa latina e per le Chiese orientali”, e per questo “si
pose questione del raccordo dei due testi, su quale norma avrebbe costituito il
patrimonio giuridico”.
La proposta ambiziosa di una legge fondamentale che
raccogliesse i principi portanti dell’Ordinamento Canonico fu portata a Paolo
VI dal Cardinale Julius August Döpfner, arcivescovo di Monaco.
E così, racconta Arrieta, “i lavori per il codice latino
e per quelli della legge fondamentale procedettero in parallelo per anni”,
mentre “le modifiche al codice furono sottoposte alla consultazione dell’intero
episcopato”, in uno sforzo che Arrieta descrive come “vera sinodalità”.
Ma poi, nel 1981, Giovanni Paolo II accantonò il
progetto, dopo aver sentito sostenitori e oppositori.
C’erano, dietro la scelta del Papa polacco,
preoccupazioni di carattere ecumenico, il timore che la Chiesa fosse percepita
come intenzionata ad adeguarsi al costituzionalismo delle società secolari, e
la necessità di promuovere la riforma del codice della Chiesa latina.
Arrieta sottolinea che il volume contiene tutto il
processo di discussione, e rimarca che “il contenuto più duraturo di questo
processo è stato la traduzione in linguaggio canonistico dell’ecclesiologia del
Vaticano II, in modo particolare riguarda in prima battuta a questi canoni. Il
progetto nacque in contesto di sensibilità ecumenica”.
Inizialmente, continua il vescovo, “si pensò alla
trasposizione in tecniche giuridiche di alcuni principi fondati sulla società
ecclesiale”, e poi si decise di “puntare sull’efficacia giuridica delle norme”,
cosicché “la legge fondamentale avrebbe dovuto fissare criteri normativi
prevalenti in caso di conflitto e ispirare l’interpretazione dell’intero
ordinamento”.
La professoressa Boni sottolinea che il volume permette
di “ripercorrere la cronistoria della lex fundamentalis palmo a palmo”, nota
che “vennero commessi degli errori di comunicazione circa gli scopi e i criteri
che si volevano adottare” argomenta che c’era il rischio di “echeggiare le
Costituzioni civili e si temevano insidiose emulazioni del costituzionalismo
statale”.
Insomma, l’obiettivo era di “non assorbire con la
pubblicazione i presupposti di cultura laica e secolarista”, ma l’idea di una
“strisciante parlamentarizzazione della Chiesa” era un allarme ingiustificato,
anche perché in gioco “non c’era solo la potestà giuridica delle autorità
ecclesiastiche, ma anche i diritti dei fedeli”.
Secondo Boni, “è evidente che il volume non indulge in
nostalgia e rimpianti”, ma che piuttosto “risponde a un'esigenza di verità, in
quanto, come si è riscontrato, le vicissitudini della sua redazione sono state
caratterizzate da avversioni non giustificate”.
Ma, nota Boni, “la prefigurazione di una scala gerarchica
di norme è indispensabile nella Chiesa, un ordine armonico che c’è già nel
diritto canonico, dove prevale la legge universale su quella particolare e dove
c’è subordinazione di certi precetti rispetto ad altri”, e che in fondo una lex
ecclesiae fundamentalis non fa altro che rendere “la Chiesa più credibile nel
diritto internazionale”.
Non sono, come si può pensare, solo questioni da
specialisti. Lo sono, nella misura in cui il linguaggio è tecnico, ma hanno
anche ricadute nella vita di tutti i giorni.
Per esempio il professor Helmut Pree, professore di
Fondamenti Teologici del Diritto Canonico nell’Università Ludwig Maximilien di
Monaco di Baviera, mette in luce come si sia “evitato scrupolosamente il
termine societas nella Chiesa, sostituendolo con communio”.
Certo, il dibattito si concentra su Paolo VI, che nel
1965 diede una spinta al progetto, parlando della necessità di un codice
fondamentale comune. Secondo il professor Cenalmor, Paolo VI “si riferiva a un
diritto costitutivo nella Chiesa”, mentre Boni afferma di non credere che si
possa attribuire a Paolo VI una scelta sul formato che avrebbe dovuto prendere
questa legge.
Boni sottolinea che “forse questo volume può riuscire a
chiarire molte ambiguità nei dibattiti”, e che gli accenni alle res iuxta sono
importanti per un’adeguata comprensione della lex ecclesiae fundamentalis.
Tuttavia, la professoressa mette in luce “il rischio di
chi mostra un allestimento formale di norme rischia di non essere compreso, si
pensa ad una bella impalcatura formativista e narrativista, e si deve ricordare
che sono strumenti, contenuti relativi alla realtà giuridica”. Va, insomma,
usata la “tecnica costituzionale, ma in un contesto canonistico ecclesiale”.
Il libro tiene vivo il dibattito, e lo proietta verso il
futuro. Il tema non potrebbe che essere più attuale. Aci 20
Incontro del XVI Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo
Una proposta di documento per il cammino di attuazione
del Sinodo
La Segreteria Generale del Sinodo ha riunito nel
pomeriggio di venerdì 17 aprile, in modalità online, il XVI Consiglio
Ordinario.
Dopo un momento di preghiera guidato da sr. Nathalie
Becquart, XMCJ, sottosegretaria della Segreteria Generale del Sinodo, il
Segretario Generale, il cardinale Mario Grech, ha aperto i lavori con alcune
comunicazioni inerenti all’attuale cammino di implementazione del Documento
Finale della XVI Assemblea, il lavoro dei Gruppi di Studio i cui rapporti
finali sono in corso di pubblicazione, e la realizzazione prossimamente di due
incontri.
* Innanzitutto la convocazione per i giorni 23-25 giugno
2026 di un incontro per preparare le Assemblee di valutazione continentali
previste nel primo quadrimestre del 2028. All’incontro sono stati invitati: uno
rappresentante dei Patriarchi dei Consiglio dei Patriarchi delle Chiese
d'Oriente, i Presidenti delle Riunioni Internazionali di Conferenze Episcopali,
nonché i Presidenti delle Conferenze Episcopali di USA e Canada, ciascuno
accompagnato dal Coordinatore dell'Equipe sinodale del rispettivo organismo e,
se possibile, dal Segretario Generale. Il Santo Padre Leone XIV prenderà parte
per una specifica sessione di lavoro.
* Poi, l’incontro, che si svolgerà in Vaticano dal 7 al
14 ottobre 2026, dei Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo
sul tema della famiglia alla luce dell’Esortazione Apostolica Postsinodale
Amoris laetitia. L’incontro era stato annunciato dal Santo Padre stesso nel suo
Messaggio in occasione del decimo anniversario di Amoris laetitia (19 marzo
2026). Con questo incontro, Papa Leone XIV intende «procedere, nell’ascolto
reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il
Vangelo alle famiglie oggi […] e tenendo conto di quanto si sta realizzando
nelle Chiese locali». Il Santo Padre ha affidato al Dicastero per i Laici, la
Famiglia e la Vita la preparazione dell’incontro chiedendo alla Segreteria
Generale del Sinodo di offrire un supporto organizzativo e metodologico. Per
chiarezza si precisa che non si tratta di una assemblea sinodale, ma di un
incontro di consultazione del Santo Padre con i Presidenti delle Conferenze
Episcopali e dei Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris.
Dopo queste comunicazioni, p. Giacomo Costa S.J.,
Consultore della Segreteria Generale e Segretario Speciale della XVI Assemblea,
ha presentato una proposta di documento per il cammino di attuazione del Sinodo
e in particolare per la realizzazione delle assemblee di valutazione. Il
Consiglio ha ampiamente discusso il documento che è stato approvato nella sua
struttura generale. La versione definitiva del documento, da intendersi a
integrazione delle Tracce per la fase di attuazione pubblicate nel giugno 2025,
sarà revisionata dal Consiglio Ordinario e pubblicata entro l’inizio
dell’estate.
Infine, i membri del Consiglio Ordinario hanno chiesto al
Cardinale Mario Grech di esprimere a S.E. Mons. Luis Marín De San Martín la
loro gratitudine per l’impegno di questi anni presso la Segreteria Generale del
Sinodo assicurando le loro preghiere per il nuovo servizio come Elemosiniere di
Sua Santità e Prefetto del Dicastero per la Carità, a cui il Santo Padre l’ha
chiamato. Dip 20
Papa Leone XIV a Yaoundè: “Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare
le avversità della vita”
Santa Messa all’Aeroporto di Yaoundé-Ville - Di Marco
Mancini
Yaoundè. All’aeroporto militare di Yaoundè-Ville Papa
Leone XIV stamane ha celebrato la Messa, ultimo appuntamento pubblico del
viaggio apostolico in Camerun, prima della partenza alla volta dell’Angola,
dove è atteso nel pomeriggio di oggi.
Davanti ad alcune migliaia di fedeli, commentando il
Vangelo, Papa Leone ha esordito: “La pace sia con voi! La pace di Cristo, la
cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita. La fede
non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che
la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi Gesù non ci
abbandona”.
Riprendendo l’episodio evangelico di Gesù che cammina
sulle acque, Leone XIV ha ricordato che “per la tradizione ebraica le acque,
con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli
inferi, il caos, il pericolo, la morte. Evocano, assieme alle tenebre, le forze
del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella
memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di
passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo
dalla schiavitù. La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo
i secoli, tempeste e venti contrari, e anche noi possiamo identificarci con i
sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del
lago di Tiberiade".
“È ciò che proviamo - ha aggiunto - nei momenti in cui ci
sembra di affondare, sopraffatti
da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci
sentiamo soli e fragili. Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di
qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: “Io sono
qui con te: non aver paura”. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci
lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con
fiducia, sempre”.
Questa di oggi è la Messa votiva di Maria Vergine, Regina
degli Apostoli. Le Preghiera dei fedeli sono state recitate in francese,
inglese, ewondo, nnanga, fulfulde. Tanti i fedeli presenti, un colorato
pubblico ha assistito alla Messa con canti, balli.
Un momento davvero particolare è stato il canto del
"Gloria" in lingua ewondo, eseguita da un coro di mille uomini e
donne provenienti da ogni angolo della provincia ecclesiastica di Yaoundé.
Un altro momento caratteristico è stata la processione
del Lezionario, guidata dai capi tradizionali della cultura Ewondo. Essa
sottolinea come la Parola di Dio sia il messaggio di un Re degno di un
accompagnamento regale prima di essere solennemente proclamata.
“Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le
tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi - ha detto
ancora il Papa - nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i
discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci
prossimi, a stringerci gli uni agli altri. Nessuno dev’essere lasciato solo ad
affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine,
di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di
fronte alle crisi – siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche –
tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i
propri bisogni”.
“Le parole di Gesù, “sono io”, ci ricordano che, in una
società fondata sul rispetto della dignità della persona, - ha sottolineato
Papa Leone l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico,
indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del
mondo. L’esortazione «non abbiate paura» assume una dimensione ampia, anche a
livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e
sfide – particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia – insieme,
con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal
sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per
rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli. Alla salvezza
di una comunità non bastano gli sforzi individuali e isolati dei singoli: serve
una decisione comune, che integri la dimensione spirituale ed etica del Vangelo
nel cuore delle istituzioni e delle strutture, facendone strumenti per il bene
comune, e non luoghi di conflitto, o di interesse, o teatro di lotte sterili”.
Ricordando quanto fatto dagli Apostoli agli albori della
Chiesa nascente, il Papa ha ricordato che “a volte la vita di una famiglia e di
una società richiede anche questo: il coraggio di cambiare abitudini e
strutture, perché la dignità della persona resti sempre al centro e si superino
disuguaglianze ed emarginazioni. Del resto, facendosi uomo Dio si è
identificato con gli ultimi, e questo rende la cura preferenziale dei poveri
un’opzione fondamentale per la nostra identità cristiana”.
“Oggi noi ci salutiamo. Ciascuno ritorna alle sue
occupazioni abituali e la barca della Chiesa continua la sua rotta verso la
meta, per grazia di Dio e con l’impegno di ciascuno. Teniamo vivo nel cuore -
ha concluso - il ricordo dei momenti belli che abbiamo vissuto insieme; anche
in mezzo alle difficoltà continuiamo a fare spazio a Gesù, lasciandoci
illuminare e ricreare ogni giorno dalla sua presenza. La Chiesa camerunese è
viva, giovane, ricca di doni e di entusiasmo, vivace nella sua varietà e meravigliosa
nella sua armonia. Con l’aiuto della Vergine Maria, nostra Madre, fatene
fiorire sempre più la presenza festosa, e anche dei venti contrari, che non
mancano mai nella vita, fate occasioni di crescita nel servizio gioioso di Dio
e dei fratelli, nella condivisione, nell’ascolto, nella preghiera e nel
desiderio di crescere insieme”.
L’Arcivescovo di Yaoundé, Monsignor Jean
Mbarga alla fine della Messa ha poi salutato e ringraziato Papa Leone XIV:
"Grazie Santo Padre, Con lei e per mezzo di lei, la Chiesa che è in
Africa, fedele a Cristo, Via, Verità e Vita, da più di due millenni, resterà
una forza permanente di riconciliazione, di pace e di giustizia nel cuore del
continente. Con lei e per mezzo di lei, l’Africa continuerà ad offrire alla
Chiesa l’ardore delle sue forze vive, la ricchezza della sua cultura e la profondità
della sua fede, per un’incarnazione costante del Vangelo al suo interno".
"In comunione con lei, i giovani del Camerun s’impegnano a consolidare,
con le loro famiglie e le comunità cristiane, musulmane e tradizionali, la pace
in Camerun; per amore per il bene comune, s’impegnano a servire la loro
Nazione-Famiglia con integrità e generosità", conclude l'Arcivescovo.
L'Arcivescovo ha ripetuto il discorso anche in inglese.
Alla fine il consueto scambio di doni e l'abbraccio
finale.
La Messa è stata un trionfo di canti, balli, gioia. Ora
il Pontefice si prepara a congedarsi dal festoso Camerun.
C’è stato anche un saluto finale in francese da parte del
Papa. “Con questa celebrazione si conclude la mia visita in Camerun, ringrazio
di cuore l’Arcivescovo e tutti i pastori della Chiesa in questo paese. Rinnovo
la mia riconoscenza a tutti coloro che hanno cooperato a preparare e
organizzare ogni cosa. Grazie soprattutto ai malati, agli anziani e alle
monache che hanno offerto la loro preghiera. Popolo di Dio in Camerun non
temere, rimani saldamente unito al Signore, con la forza del suo spirito, sarai
sale e luce di questa terra, grazie”.
Aci 19
Papa Leone XIV a Douala: “c’è pane per tutti, se a tutti lo si dona”
Una messa celebrata con moltissimi giovani presenti - Di
Marco Mancini
Douala. Più di 120 mila persone, un vero e proprio bagno
di folla per Papa Leone XIV - finora il più consistente di questo viaggio in
Africa - che oggi ha celebrato una Messa che ha visto una partecipazione
straordinaria al Japoma Stadium di Douala, considerata la capitale economica e
commerciale del Camerun.
Commentando l’episodio della moltiplicazione dei pani e
dei pesci, il Papa nell’omelia ha paragonato la folla del Vangelo a quella
presente alla Messa di Douala. Come sfamare quella moltitudine affamata è
una domanda attuale, oggi come ai tempi di Gesù. Ed è una domanda - ha spiegato
Leone XIV - “rivolta a ciascuno di noi: è rivolta ai padri e alle madri che
custodiscono le loro famiglie. È rivolta ai pastori della Chiesa, che vegliano
sul gregge del Signore. È rivolta a quanti hanno la responsabilità sociale e
politica di guardare al popolo e al suo bene. Cristo rivolge questa domanda ai
potenti e ai deboli, ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, perché
tutti abbiamo fame allo stesso modo”.
“Questa indigenza - ha sottolineato - ci ricorda che
siamo creature. Abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Un grave problema viene
risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che
hanno fame. La moltiplicazione dei pani e dei pesci accade nella condivisione:
ecco il miracolo! C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti
se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona”.
Prima di tutto Gesù rende grazie perché - ha detto il
Papa - è riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per
tutto il popolo. Così facendo, il cibo abbonda: non viene razionato per
emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza
davanti a quanti non hanno nulla da mangiare. Passando dalle mani di Cristo a
quelle dei suoi discepoli, il cibo aumenta per tutti, anzi, sovrabbonda”.
Gesù sfama la folla non per ottenere potere ma “perché è
venuto per servire con amore, non per dominare. Il miracolo che ha compiuto è
segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità con
il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini
e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni
gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene - ha aggiunto Papa
Leone - è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo
non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale
carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci
sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo
cibo è Cristo, che sempre nutre in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza
nel cammino con il suo Corpo”.
Il Papa ribadisce quindi che l’Eucaristia di oggi
“diventa sorgente di una fede rinnovata, perché Gesù è presente in mezzo a noi.
Il Sacramento non ravviva un ricordo lontano nel tempo, ma realizza una
“com-pagnia” che ci trasforma, perché ci santifica. Attorno all’Eucaristia,
questa stessa mensa diventa annuncio di speranza nelle prove della storia e
nelle ingiustizie che vediamo attorno a noi. Diventa segno della carità di Dio,
che in Cristo ci invita a condividere quel che abbiamo, affinché sia moltiplicato
nella fraternità ecclesiale”.
“Facendosi uomo per salvarci - ha detto ancora il Papa -
Gesù ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più
semplici e quotidiani. La fame rivela allora non solo la nostra indigenza ma
soprattutto il suo amore: ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con
il fratello e la sorella che manca del necessario”.
“Essere testimoni di Cristo, imitando i suoi gesti
d’amore, comporta spesso difficoltà e ostacoli, sia fuori che dentro di noi,
dove l’orgoglio può corrompere il cuore. Se anche qualche volta vacilliamo - ha
spronato - Dio ci incoraggia sempre”.
Ai giovani africani il Papa ha chiesto di moltiplicare “i
vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi
per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di
sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri
buoni desideri e ci ruba dignità. Anche nel vostro Paese così fecondo, il
Camerun, molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella
spirituale. Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni
forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma
induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro
popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi
valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro. Siate dunque
protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza
lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al
progresso della società”.
“Il Signore - ha concluso Leone XIV rivolgendosi ancora
ai giovani - libera dal peccato e dalla morte. Annunciare con costanza questo
Vangelo è la missione di ogni cristiano: è la missione che affido specialmente
a voi giovani e a tutta la Chiesa che vive in Camerun. Diventate la buona
notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il Beato Floribert Bwana
Chui per il popolo congolese. Insegnare vuol dire lasciare il segno: è. così
che l’annuncio cristiano cambia la nostra storia, trasformando le menti e i
cuori. Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una
terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di
fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza”. Aci 17
Intervista a Claudia Manenti, docente di ‘Introduzione
all’architettura liturgica’ al Pontificio Seminario Regionale di Bologna e
direttore del Centro studi per l’architettura sacra della fondazione ‘Cardinale
Giacomo Lercaro’
Kabul. Si intitola ‘Arte sacra nelle chiese. Criteri di
intesa tra committenza e artisti’ il libro scritto dall’architetto
padre Andrea Dall’Asta, direttore della ‘Galleria San Fedele di Milano’ e
della ‘Raccolta Lercaro’ di Bologna, e dall’architetto Claudia Manenti,
docente di ‘Introduzione all’architettura liturgica’ al Pontificio Seminario
Regionale di Bologna e direttore del Centro studi per l’architettura sacra
della fondazione ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Il volume ricorda che nel
Novecento l’alleanza antica che avvicinava gli artisti alla committenza
ecclesiale è venuta a mancare e spesso alle straordinarie immagini della
tradizione si sono sostituiti dilettanteschi lavori di artigianato o immagini
prodotte serialmente.
Quindi la professoressa Claudia Manenti ha raccontato
quale è stato il bisogno di scrivere un libro sull’arte sacra nelle chiese:
“Attraverso queste pagine io e Andrea Dall’Asta comunichiamo le riflessioni
maturate nell’ambito della proposta dei ‘percorsi di riavvicinamento: artisti
contemporanei a confronto con il mistero cristiano’ nella quale abbiamo
lavorato con gli artisti cercando di consentir loro una appropriazione del
‘sentire’ artistico e spirituale della Chiesa cattolica”.
Ancora esistono criteri d’intesa tra committenza
‘cristiana’ ed artisti?
“Purtroppo oggi la relazione tra mondo dell’arte e
comunità ecclesiale è quasi inesistente. Gli artisti di talento non conoscono i
cardini su cui si fonda il ‘credo’ cristiano, mentre sacerdoti non sono più i
massimi esperti di arte e sia loro, sia le comunità non sono più, come invece
era in passato, i principali committenti del mondo artistico. Oggi la
cristianità si rifugia in immagini standardizzate in vetroresina o in melense
statuine che nulla hanno dell’intensità profonda dell’arte. L’arte vera, infatti,
scava, disturba, interpreta con sentire universale la forza dell’Amore
crocifisso e risorto”.
La Chiesa ha ‘rinunciato’ alla riflessione su come
annunciare la bellezza dei misteri della fede?
“Trovare una nuova intesa con gli artisti come auspicato
da papa san Paolo VI e poi dai successivi pontefici necessita di azioni che
impegnino a un nuovo dialogo. Sono percorsi difficili, che richiedono
preparazione e impegno, ma sono fattibili e vitali. Nel momento nel quale si fa
conoscere agli artisti la profondità della spiritualità cristiana, questi ne
avvertono la portata e sanno interpretarla facendo passare il loro vissuto per
quella ‘porta stretta’. Questo non vuol assolutamente dire che bisogna imporre
e stravolgere il linguaggio con il quale ciascun artista di esprime, ma
semplicemente offrire a chi lo desidera una via di contatto con la spiritualità
cristiana, lasciando poi massima libertà nel quando e come ogni artista si
rapporta e si rapporterà alla fede nel Risorto”.
Di quali simboli della contemporaneità l'arte deve tenere
conto per comunicare la fede?
“I duemila anni di cristianesimo sono ricchissimi di
simboli che son ancora oggi attuali, ma il punto di partenza nel comunicare la
fede non deve essere il simbolo, quanto il credere che l’interpretazione
artistica autentica e di valore sia quella che parla della vita e della morte
in termini concreti e sinceri, che parla, quindi, del Dio che si è fatto uomo.
L’arte non è un veicolo attraverso cui parlare delle verità cristiane. Questo
lo può fare qualsiasi immaginetta dei santini. L’arte è essa stessa manifestazione.
Se intrisa di umanità e di tensione al divino l’arte stessa manifesta la forza
del Risorto”.
Quali segni di speranza può trasmettere l’arte?
“L’arte non ‘trasmette speranza’. L’arte manifesta una
realtà che è quella dell’esperienza di incontro con il Cristo. Realtà personale
e universale. Se l’artista ha percepito anche solo brevemente la potenza
dell’incontro con Cristo, o anche solo il senso di dolore, di amore, di gioia,
di vita di cui parlano le pagine della Scrittura, la sua opera non può non
essere intrisa del desiderio che quell’incontro ha generato”.
L’arte può essere ‘censurata’?
“Ci sono
espressioni pseudoartistiche che andrebbero eliminate dalle nostre chiese
perché trasmettono l’idea che il cristianesimo sia un’esperienza facile,
banale, inutile. Ci sono immagini che andrebbero eliminate perché, anche se
fatte bene dal punto di vista tecnico, comunicano messaggi antitetici a quelli
cristiani. Ci sono immagini facilmente decifrabili che vengono scambiate per
arte da un clero spesso con poca o nulla preparazione in fatto di arte.
Guardando al passato, le opere che ci hanno tramandato chi ha vissuto
l’esperienza cristiana prima di noi e che sono ancora riconosciute come
capolavori sono opere forti, intense, profondamente intrise dell’amore e del
dolore di Cristo. A queste dobbiamo guardare e, possibilmente ritornare con i
linguaggi e le espressioni della contemporaneità”. Aci 17
Bernadette, un cuore semplice in dialogo con Maria
Oggi, la sua memoria litugica - Di Antonio Tarallo
Roma. Santa Bernadette Soubirous, una delle figure più
semplici e allo stesso tempo più straordinarie della storia della Chiesa
cattolica. Nata nel 1844 a Lourdes, in Francia, in una famiglia molto povera,
Bernadette visse un’infanzia segnata dalla malattia e dalle difficoltà
economiche. Nessuna istruzione, tanto che faticava nel leggere addirittura. Una
vita come tante, eppure in un animo semplice si manifestò la Vergine
Maria.
L’11 febbraio 1858, mentre si trovava nei pressi della
grotta di Massabielle, la piccola Bernadette fa un incontro che cambia la sua
vita: la Vergine Maria le appare. Racconta di aver visto una “bella Signora”
vestita di bianco, con una cintura azzurra e una rosa gialla su ciascun piede.
Un'apparizione che si ripeterà per ben diciotto volte. Durante queste
apparizioni, la Vergine Maria non si presenta subito con il suo nome, ma
instaura prima con Bernadette un rapporto fatto di semplicità, silenzi e piccoli
gesti. Le richieste della Vergine: preghiera, penitenza e invita le persone
alla conversione.
Uno degli episodi più significativi: la Signora chiese a
Bernadette di scavare nel terreno della grotta. Un gesto semplice, quasi sensa
senzo però. Eppure anche questo gesto rimarrà nella storia: inzia a sgorgare
una sorgente d’acqua che ancora oggi è meta di pellegrinaggi e alla quale sono
attribuite numerose guarigioni. Questo evento rappresenta simbolicamente la
fede: da un atto umile e incomprensibile nasce qualcosa di grande.
Altro momento culminante delle apparizioni: la
Vergine rivela la propria identità dicendo: “Io sono l’Immacolata Concezione”.
Bernadette, che non aveva una formazione teologica, non comprendeva pienamente
il significato di quelle parole, ma le riferì fedelmente al curato del paese.
Scompiglio nel paese. Una piccola bambina custode di una verità così grande,
immensa: un dogma teologico consegnato a una bambina. Questo dettaglio rafforzò
la credibilità della sua testimonianza, perché pochi anni prima la Chiesa -
sotto il pontificato di Pio IX - aveva proclamato il dogma dell’Immacolata
Concezione.
Nonostante la fama crescente, Bernadette non cercò mai
notorietà. Rimase sempre umile, fedele alla sua esperienza mistica, ma intima,
sopportando interrogatori e dubbi da aprte delle autorità con grande serenità.
La vita di Bernadette nel paese divenne impossibile: ed è allora che fu accolta
dalle Suore della carità e dell'istruzione cristiana di Nevers all'età di 22
anni e mezzo. Muore giovane Bernadette, il 16 aprile del 1879.
Bernadette, la semplicità della fede di una bambina. Il
cuore puro davanti al Signore: una storia che non è lontana nel tempo perché
sarebbe esempio per tutti: accostarsi alla fede con cuore umile, sincero. Aci
16
L’esperienza del sapere secondo l’Università Cattolica: in dialogo con la
rettrice Beccalli
L'intervista alla professoressa Beccalli, rettrice
dell'Università Cattolica - Di Simone Baroncia
Roma. ‘Le università cattoliche sono nate per custodire,
approfondire e tramandare il sapere come patrimonio dell’umanità. Non per una
vanagloria umana ma nella consapevolezza che il sapere è un dono preziosissimo
che la sapienza divina ha messo in mano delle sue creature. Nella Scrittura
questa opera è rappresentata con l’immagine della donna saggia che coltiva con
premura la sapienza e si contrappone alla donna stolta che attira e inganna i
suoi adepti’: così inizia il messaggio dei vescovi in occasione della 102^
Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebra
domenica 19 aprile sul tema ‘L’esperienza del sapere’.
Partendo da questo incipit abbiamo incontrato la
professoressa Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica, chiedendo di
spiegare in cosa consiste quest’esperienza del sapere: “Vogliamo che le
università diventino sempre più luoghi dove fare esperienza del sapere e non
solo trasmissione del sapere. Questo significa dare peso al valore delle
relazioni sia tra docenti e studenti che tra pari per consentire di passare
dalla trasmissione di conoscenze e competenze frontali in aula ad ambienti dove
si possa sperimentare la conoscenza, come per esempio l’esperienza del ‘service
learning’, che è una proposta pedagogica con cui gli studenti apprendono e
crescono attraverso la partecipazione attiva a scuola e nel loro territorio,
oppure quella del ‘peer mentorship’ (opportunità di orientamento professionale
basata sul rapporto di collaborazione ed interazione diretta per apprendere
competenze necessarie nel mondo del lavoro, ndr.), forme pedagogiche nuove in
cui lo studente fa esperienza di conoscenza”.
‘Questo è il compito che, fin dalla loro nascita nel
medioevo, ha contrassegnato l’opera delle università cattoliche a cui va dato
il merito di aver, in tempi spesso difficili e travagliati, conservato e
trasmesso il sapere, grazie anche alle grandi biblioteche e ad un lavoro
certosino di conservazione e trascrizione dei testi’, si legge ancora nel
messaggio.
In quale modo l’Università Cattolica può educare i
giovani alla sapienza?
“L’Università Cattolica fornisce una formazione integrale
alla persona; questo vuol dire andare oltre la dimensione tecnica ed
abbracciare la dimensione spirituale; quindi arrivare anche alla sapienza,
perché non è solo una formazione tecnica, ma soprattutto è una formazione che
vuole umanizzare l’umanità. In questo senso arriva anche alla
sapienza”. ‘Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla
conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola
cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è
bandito ma accompagnato. Il cuore, lì, dialoga col cuore, e il metodo è quello
dell’ascolto che riconosce l’altro come bene, non come minaccia. Cor ad cor
loquitur è stato il motto Cardinalizio di San John Henry Newman’, ha scritto
papa Leone XIV nella Lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’.
E’ possibile ‘disegnare nuove mappe’ di speranza?
“Siamo convinti che sia possibile l’educazione che è uno
dei mezzi più efficaci per trasformare la società, oltreché per consentire alle
singole persone di svilupparsi. Allora il disegno di una nuova mappa diventa
uno strumento di speranza, tantoché abbiamo definito sinteticamente
l’Università Cattolica del Sacro Cuore come un vero laboratorio di speranza,
perché essa non è un’idea, ma un’azione declinabile in tutte le discipline che
coltiviamo in Ateneo ed allora esso diventa davvero un laboratorio di speranza”. Nel
messaggio per la LX Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire
voci e volti umani’, papa Leone XIV scrive: ‘Sebbene l’IA possa fornire
supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo
sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica
artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive,
emotive e comunicative’.
L’Università Cattolica come può rispondere alla sfida
dell’intelligenza artificiale?
“Nel suo piano strategico per il prossimo triennio
l’Università Cattolica mette l’intelligenza artificiale al cuore, perché
vogliamo, da un lato, integrare l’intelligenza artificiale nella didattica
tradizionale, in quanto le nostre studentesse ed i nostri studenti devono
essere educati ad un uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Eppoi
sviluppiamo percorsi formativi e di ricerca per studiare l’intelligenza
artificiale, che pone domande di senso fondamentali; per questo abbiamo
attivato una nuova laurea in ‘filosofia nell’era dell’intelligenza
artificiale’, perché l’intelligenza artificiale va innanzitutto studiata non
solo dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista sapienziale”.
L’Università Cattolica è stata fondata da padre Agostino
Gemelli e dalla beata Armida Barelli, entrambi animati da uno ‘spirito’
francescano. In quale modo l’Università Cattolica può rispondere ad una nuova
visione dell’economia?
“L’Università Cattolica è impegnata a portare avanti un
nuovo paradigma economico. Gli economisti dell’Università Cattolica propongono
uno sguardo nuovo sull’economia. Il pensiero economico francescano si ritrova
in molti studi e proposte della nostra università. Basti pensare all’ambito
bancario, in cui siamo molto attenti allo sviluppo delle banche di prossimità o
di comunità, che sono un modo attuale di riportare i Monti di Pietà, fondati
nel XIV secolo dai francescani, nella realtà di oggi”.
Venerdì 10 aprile ha incontrato papa Leone XIV,
illustrando gli indirizzi che, secondo il Piano strategico di Ateneo 2026-2028,
guidano la missione dell’ateneo, ‘Piano Africa’. Ci può spiegare di cosa si
tratta?
“Si tratta di uno strumento, un processo molto
partecipato negli ultimi nove mesi, che ha portato a delineare il futuro su tre
indirizzi. Innanzitutto la valorizzazione del profilo no profit, inoltre l’idea
di voler combinare una research university con una comunità educante cercando
di creare armonia tra queste due dimensioni. Infine, l’ultimo indirizzo è
quello di passare da un luogo di trasmissione del sapere, a un luogo in cui si
possa fare esperienza del sapere. Il ‘Piano Africa’ è un insieme di
iniziative e di progetti con i Paesi africani in ambito educativo e sanitario,
in una logica di rapporto vicendevole. Sono progetti che poggiano su una lunga
tradizione coltivata in Ateneo di relazioni con università e istituzioni
africane e che trovano in questo piano un momento di ulteriore slancio”. Aci 15
Papa in Camerun: “la pace non può essere ridotta a slogan”
Il Papa, nel primo discorso in Camerun, ha continuato il
suo magistero di pace: "La pace non si decreta, si accoglie e si
vive". "Il mondo ha sete di pace". "No" alla
corruzione e all'idolatria del denaro, sì agli investimenti sull'educazione dei
giovani. Riconoscere la "voce" delle donne – di M. Michela Nicolais
“Rifiutare la logica della violenza e della guerra, per
abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia”. È l’appello di
Leone XIV, che nel primo discorso in Camerun, pronunciato nel palazzo
presidenziale di Yaoundé e rivolto alle autorità, alla società civile e al
Corpo diplomatico, si è presentato “come pastore e come servitore del dialogo,
della fraternità e della pace”, di fronte alle “situazioni così drammatiche” a
cui è di fronte il Camerun, dove “le tensioni e le violenze che hanno colpito alcune
regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell’Estremo Nord hanno provocato
profonde sofferenze: vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della
scuola, giovani che non vedono un futuro”.
“Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze
ferite”, il monito di Leone, che ha esortato ancora una volta a impegnarsi per
“una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o
sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di
aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza”.
“Servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente
lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della
maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia”, l’indicazione di
rotta per la convivenza pacifica.
La pace, infatti, “non può essere ridotta a slogan: va
incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di
violenza”, ha denunciato il Papa, perché “il mondo ha sete di pace”: “Basta
guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!”.
“Contribuire a una pace autentica, anteponendola a
qualunque interesse di parte”, l’invito: “la pace non si decreta: si accoglie e
si vive. È un dono di Dio, che si sviluppa in un’opera paziente e collettiva. È
responsabilità di tutti, in primo luogo delle autorità civili”.
“Governare significa amare il proprio Paese e anche i
Paesi vicini, significa ascoltare realmente i cittadini”, le parole indirizzate
a queste ultime: la società civile è “una forza vitale per la coesione
nazionale”, in quanto “contribuisce a formare le coscienze, a promuovere la
cultura del dialogo e il rispetto delle differenze”, preparando così “un futuro
meno esposto all’incertezza”. “La trasparenza nella gestione delle risorse
pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare
la fiducia”, il messaggio diretto a chi esercita l’autorità: “Istituzioni
giuste e credibili diventano pilastri di stabilità”, ha affermato il Papa:
“L’autorità pubblica è chiamata a essere ponte, mai fattore di divisione, anche
dove sembra regnare l’insicurezza. La sicurezza è una priorità, ma va sempre
esercitata nel rispetto dei diritti umani, unendo rigore e magnanimità, con
particolare attenzione ai più vulnerabili”.
“Una pace autentica nasce quando ciascuno si sente
protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro
all’arbitrio del più ricco e del più forte”, la tesi del Pontefice, che ha
espresso “gratitudine” per il ruolo delle donne: “Spesso, purtroppo, sono le
prime vittime di pregiudizi e violenze, eppure restano instancabili artefici di
pace. Il loro impegno nell’istruzione, nella mediazione e nella ricostruzione
del tessuto sociale è ineguagliabile e rappresenta un freno alla corruzione e agli
abusi di potere. Anche per questo la loro voce deve essere pienamente
riconosciuta nei processi decisionali”.
“Perché si affermino la pace e la giustizia occorre
rompere le catene della corruzione, che sfigurano l’autorità, svuotandola di
autorevolezza”, l’appello: “Occorre liberare il cuore da quella sete di
guadagno che è idolatria”, ha osservato Leone XIV: “Il vero guadagno è lo
sviluppo umano integrale, ossia la crescita equilibrata di tutti gli aspetti
che rendono la vita in questa terra una benedizione”. “Il Camerun possiede le
risorse umane, culturali e spirituali necessarie per superare le prove e i conflitti
e avanzare verso un futuro di stabilità e prosperità condivisa”, ha garantito
il Papa: “Bisogna che l’impegno comune a favore del dialogo, della giustizia e
dello sviluppo integrale trasformi le ferite del passato in sorgenti di
rinnovamento”. Di qui la necessità di una duplice testimonianza: la prima “si
realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi
dello Stato a servizio del popolo e specialmente dei più poveri”, la seconda
“si realizza collegando le vostre responsabilità istituzionali e professionali
a un’integra condotta di vita”.
“Investire nell’istruzione, nella formazione e
nell’imprenditorialità dei giovani è una scelta strategica per la pace”, ha
affermato Leone, menzionando nel suo primo discorso a Yaoundé i giovani,
“speranza del Paese e della Chiesa”, la cui energia e creatività “sono
ricchezze inestimabili”, ma “quando disoccupazione ed esclusione persistono, la
frustrazione può generare violenza”. Investire nell’istruzione, nella
formazione e nell’imprenditorialità dei giovani è quindi “l’unico modo per
contenere l’emorragia di meravigliosi talenti verso altre regioni del pianeta”:
“È anche il solo modo di contrastare le piaghe della droga, della prostituzione
e dell’apatia, che devastano troppe giovani vite, in modo sempre più
drammatico”.
“Le tradizioni religiose, quando non vengono stravolte
dal veleno dei fondamentalismi, ispirano profeti di pace, giustizia, perdono e
solidarietà”, ha concluso il Papa: “Favorendo il dialogo interreligioso e
coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e
riconciliazione – ha spiegato – la politica e la diplomazia possono avvalersi
di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le
radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco”.
“Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite”, ha assicurato il
Pontefice ai piccoli ospiti dell’orfanatrofio Ngul Zamba, secondo momento
pubblico della prima giornata in Camerun. Sir 15
La pace che il potere non tollera
"Non ho paura. Non sono un politico". Parole
serene, in volo verso l'Africa, di fronte a chi pretende gratitudine dal
Vicario di Cristo. Mentre Trump insulta su Truth Social, Leone XIV risponde con
il Vangelo. La stessa calma di Paolo nelle carceri, la stessa fiducia con cui
ogni cristiano impara, nel tempo, a non temere la forza dell'uomo – di Paolo Morocutti
Il 12 aprile 2026, Donald Trump ha lanciato su Truth
Social un attacco senza precedenti contro Papa Leone XIV: lo ha definito
“debole e terribile in politica estera” e ha affermato che il Papa dovrebbe
essergli grato per la propria elezione. Parole sprezzanti, che richiamano alla
memoria quelle di Pilato convinto, davanti a Gesù, di avere il potere di
condannarlo o liberarlo, e che ricevettero allora, come oggi, la stessa
risposta silenziosa della verità. Leone XIV non ha alzato la voce. Non ha
risposto con ira, non ha cercato lo scontro, non ha convocato conferenze
stampa. In volo per l’Africa ha detto semplicemente: “Non ho paura
dell’amministrazione Trump. Non sono un politico. Il mio messaggio è sempre lo
stesso: la pace”. In queste parole c’è tutta la misura di un uomo che sa da chi
ha ricevuto la propria missione. Una serenità che non nasce dall’indifferenza,
ma dalla fede. Una compostezza che non è debolezza, ma forza radicata nel
Vangelo. E cosa aveva fatto il Papa per meritare tale reazione? Aveva condannato
le minacce militari verso l’Iran, definendo “inaccettabile” la prospettiva di
una guerra devastante. Aveva chiesto rispetto per la dignità dei migranti
deportati senza processo. Aveva gridato, durante una veglia di preghiera in
Piazza San Pietro, “basta con la guerra, basta con l’idolatria del potere”. Non
dichiarazioni politiche: parole del Vangelo.
La stessa voce che la Chiesa ha sempre levato, dai
profeti di Israele fino a Giovanni Paolo II, da Leone XIII fino a Francesco. La
risposta del mondo cattolico è stata immediata e compatta. I vescovi americani
hanno ricordato che “il Papa non è un politico: è il Vicario di Cristo che
parla dalla verità del Vangelo”. “Il Papa non è una controparte politica, ma il
Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace” hanno
ricordato quelli italiani. Il cardinale vicario di Roma ha espresso
“solidarietà e pieno sostegno” al Pontefice. Anche la politica italiana,
trasversalmente, ha giudicato le parole di Trump “inaccettabili e fuori luogo”.
Raramente si è visto un fronte così unanime nella difesa della libertà di
parola del Papa. Non c’è cristiano adulto nella fede che possa sorprendersi.
Gesù l’aveva detto: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato
me” (Gv 15,18). Il profeta che dice la verità al potere è sempre scomodo. Da
Giovanni il Battista decapitato a Oscar Romero ucciso sull’altare. Leone XIV
non è minacciato fisicamente, ma la logica è la stessa: il potere non tollera
chi parla in nome di un’autorità che lo supera. Quello che colpisce, in
tutto questo, è proprio il volto del Papa in questi giorni. Nessuna alterazione,
nessun rancore, nessuna replica aggressiva. Solo la calma di chi sa di essere
custodito da una mano più grande. Quella pace interiore che traspare non è
diplomazia: è la stessa serenità con cui Paolo cantava nelle carceri, con cui i
martiri affrontavano il leone nell’arena, con cui ogni cristiano impara, nel
tempo, a non temere “coloro che uccidono il corpo” (Mt 10,28).
Leone XIV porta degnamente il suo nome. Il primo Leone,
detto il Grande, fermò Attila alle porte di Roma non con le armi, ma con la
forza della parola. Leone XIII aprì la stagione della dottrina sociale. Leone
XIV, con voce pacata e sguardo fermo, raccoglie questa eredità nel cuore del
nostro tempo tormentato e ci ricorda che stare con lui, oggi, non è una scelta
politica o di potere. È una scelta evangelica. “Se hanno perseguitato me,
perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Gesù aveva ragione. Ha ragione ancora
oggi. Sir 13
Il Messaggio che il Santo Padre Leone XIV ha inviato ai
partecipanti alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze
Sociali - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. "La dottrina sociale cattolica
considera il potere non come fine a se stesso, ma come mezzo orientato al bene
comune. Ciò implica che la legittimità dell'autorità non dipenda dall'accumulo
di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa
viene esercitata". Papa Leone lo scrive in un messaggio inviato ai
partecipanti alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze
Sociali che si apre oggi in Vaticano.
Un ragionamento sulla saggezza della gestione del potere
molto interessante dopo gli eventi di ieri con il botta e risposta tra il
presidente Trump e il Papa stesso.
Scrive Leone XIV: "la saggezza, infatti, ci permette
di discernere e perseguire il vero bene, piuttosto che i beni apparenti e la
vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana. Questa saggezza è
inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di
promuovere il bene comune".
Parla di temperanza il Papa che "frena l'eccessiva
autoesaltazione e funge da baluardo contro l'abuso di potere". Perché la
autentica democrazia non è "una mera procedura" ma "riconosce la
dignità di ogni persona e chiama ogni cittadino a partecipare responsabilmente
al perseguimento del bene comune".
Il Papa cita San Giovanni Paolo II e ricorda che la
democrazia "rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una
vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di
trasformarsi in una tirannia maggioritaria o in una maschera per il dominio
delle élite economiche e tecnologiche".
Vale a livello nazionale e internazionale: "una
verità particolarmente importante da ricordare in un momento in cui rivalità
strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali.
Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può
nascere dal mero equilibrio di potere o da una logica puramente
tecnocratica", per cui "la concentrazione del potere tecnologico,
economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione
democratica dei popoli sia la concordia internazionale".
Ne consegue che "quando le potenze terrene
minacciano la tranquillitas ordinis – la classica definizione agostiniana di
pace – dobbiamo trarre speranza dal Regno di Dio, che, pur non essendo di
questo mondo, fa luce sugli affari di questo mondo e ne rivela il significato
escatologico".
E per i cristiani va ricordato che "l'onnipotenza di
Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono" in una
logica di carità che "contribuisce a plasmare la “città terrena”
nell'unità e nella pace, rendendola – seppur imperfettamente – un'anticipazione
e una prefigurazione della “Città di Dio” ".
E conclude il Papa: "spero vivamente che le vostre
riflessioni in questi giorni producano preziosi spunti per chiarire i legittimi
usi del potere, i criteri di un'autentica democrazia e il tipo di ordine
internazionale che serve il bene comune. In questo modo, il vostro lavoro
contribuirà in modo significativo alla costruzione di una cultura globale di
riconciliazione e di pace – una pace che non sia semplicemente la fragile
assenza di conflitto, ma il frutto della giustizia, nata da un'autorità posta
umilmente al servizio di ogni essere umano e dell'intera famiglia umana".
Aci 14
Il lato luminoso della preghiera
"Uno dei santi più amati della Chiesa, Sant’Antonio:
pochi sanno che è portoghese, e non italiano»
Figura amatissima e universale, Sant’Antonio da Padova
rappresenta uno dei santi più venerati nella storia della Chiesa cattolica. Con
la sua Basilica nel cuore di Padova, ogni anno accoglie milioni di fedeli
provenienti da tutto il mondo, attratti dalla sua straordinaria testimonianza
di fede, umiltà e carità. Eppure, pochi sanno che Antonio, conosciuto da tutti
come “il Santo di Padova”, era in realtà portoghese di nascita.
Nato a Lisbona nel 1195 con il nome di Fernando Martins
de Bulhões, proveniva da una famiglia nobile e colta. Fin da giovane intraprese
un cammino religioso profondo, entrando tra i Canonici Regolari di
Sant’Agostino a Coimbra, importante centro spirituale e intellettuale del
Portogallo.
La sua vita cambiò radicalmente nel 1220, quando conobbe
la storia dei cinque frati francescani martirizzati in Marocco: da quel momento
decise di abbracciare la povertà evangelica, entrando nell’Ordine dei Frati
Minori e assumendo il nome di Antonio. Dopo un tentativo missionario in Africa,
la malattia lo riportò in Italia, dove visse esperienze decisive tra Assisi e
Spoleto, luoghi che segnarono profondamente la sua vocazione.
Partecipò al celebre Capitolo delle Stuoie del 1221, dove
ebbe modo di incontrare San Francesco d’Assisi in persona. Da quel momento,
iniziò per lui un’intensa attività di predicazione e insegnamento, che lo rese
celebre per la sua eloquenza e sapienza teologica.
Dopo una vita breve ma intensissima, morì il 13 giugno
1231, a soli 36 anni, presso l’eremo di Arcella, alle porte di Padova. La fama
della sua santità era tale che Papa Gregorio IX lo proclamò santo appena un
anno dopo la morte, il 30 maggio 1232, nel Duomo di Spoleto. Si trattò di una
delle canonizzazioni più rapide della storia, a conferma del profondo affetto e
della devozione popolare che già lo circondavano. Oggi, la Basilica di
Sant’Antonio, costruita in suo onore nel cuore di Padova, è uno dei luoghi di
culto più visitati al mondo. Migliaia di pellegrini arrivano ogni giorno per
pregare davanti alla sua tomba, chiedere grazie o ringraziare per i miracoli
ricevuti.
Sant’Antonio continua ad essere il “Santo del Popolo”,
simbolo di speranza, fede e fratellanza, capace di unire ancora oggi culture e
generazioni diverse in un messaggio universale di amore cristiano.
Salvo Nugnes, dip 14
Leone XIV in Algeria. “Il futuro appartiene alle persone di pace”
Il primo messaggio del Papa non è di fronte al corpo
diplomatico, ma di fronte al monumento dei martiri di Algeria. E lancia da lì
un appello per la pace e la riconciliazione - Di Andrea Gagliarducci/ Marco
Mancini
Algeri. “Il futuro appartiene agli uomini e le donne di
pace”. È un messaggio di speranza, il primo messaggio di Leone XIV sul suolo
dell'Algeria. Dopo un volo di due ore, il Papa mette piede – primo pontefice
della storia – nella terra di Sant’Agostino, e – prima ancora di andare
all’incontro con il corpo diplomatico e le autorità civili, si ferma per un
saluto di fronte al Maqam Echahid, il Memoriale dei Martiri.
È l’omaggio che ogni capo di Stato fa alla lotta per
l’indipendenza algerina (la chahid) e la visita serve a rafforzare i legami di
fiducia tra Santa Sede e Algeria. Sotto un monumento di 90 metri, che presenta
tre palme stilizzate, inaugurato nel febbraio 1982, nel ventesimo anniversario
dell’indipendenza algerina, Leone XIV lancia il suo primo messaggio al mondo
con un breve saluto che culmina nella lettura delle Beatitudini.
In una pioggia intermittente, Leone XIV arriva a
deporre una corona di fiori di fronte al monumento. Quindi, si ferma a pregare
nel monumento, mentre la banda dell’esercito suona il silenzio.
Quindi, il discorso. Il Papa si presenta come “successore
dell’apostolo Pietro”, ma soprattutto “come fratello”, che si pone di fronte ad
un “Paese grande”, nel cui cuore albergano “amicizia, fiducia, solidarietà, che
non sono semplicemente parole, ma valori che contano e danno calore e solidità
al vivere insieme”.
Leone XIV riconosce che l’Algeria ha superato momenti
difficili, anche violenti, della sua storia – e il riferimento, nemmeno troppo
velato, è anche al ciclo di violenze che portò al martirio dei monaci di
Tibhrine – e sottolinea la volontà di rendere omaggio, con la visita al
monumento ai Martiri, a “un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la
dignità e la sovranità di questa nazione”.
Il Papa ricorda che Dio “desidera per ogni nazione la
pace”, che “non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di
dignità”, e che è possibile “solo nel perdono”, perché “la vera lotta di
liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente
conquistata la pace nei cuori”.
Leone XIV ammette che è “difficile perdonare”, ma “mentre
i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere
risentimento a risentimento, di generazione in generazione”.
“Il futuro – sottolinea Papa Leone – appartiene agli
uomini e alle donne di pace. Alla fine la giustizia trionferà sempre
sull’ingiustizia, così come la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà
mai l’ultima parola. In questa terra, crocevia di culture e religioni, il
rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare
insieme”.
Il pontefice auspica che l’Algeria continui a “offrire un
contributo di stabilità e dialogo nella comunità delle nazioni e sulle sponde
del Mediterraneo”, notando come il patrimonio culturale dell’Algeria dà alla
fede in Dio “un posto centrale”.
E allora, “un popolo che ama Dio possiede la ricchezza
più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il
nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati
di giustizia e di unità”.
Leone XIV chiede a tutti di “dichiararci con forza ed
essere sempre, insieme, fratelli tra noi e figli di Dio”. E si rivolge “a chi
va in cerca di ricchezze che svaniscono, che illudono e deludono, e spesso
purtroppo finiscono per corrompere il cuore umano e generare invidie, rivalità,
conflitti”, ricordando che Gesù ha chiesto loro: “Quale vantaggio avrà un uomo
se guadagnerà il mondo intero ma perderà la propria vita?”
E la risposta la danno proprio “i morti che qui si
onorano”, i quali “hanno perso la vita, ma in altro senso, donandola per amore
del proprio popolo”. Il Papa chiede dunque, prima di concludere con la lettura
delle Beatitudini, che la storia dei martiri “sostenga il popolo algerino”,
perché “la vera libertà non si eredita soltanto. Si sceglie ogni giorno”.
Leone XIV è arrivato al monumento dei martiri dopo essere
atterrato ad Algeri intorno alle 10.30 ora locale, e una breve cerimonia di
benvenuto in aeroporto, con un saluto privato con il presidente della
Repubblica algerina.
Non ci saranno bagni di folla, durante questo viaggio, ed
è normale perché i cattolici sono una sparuta minoranza. Tuttavia, Algeri si è
rifatta il trucco per il Papa,. Le pareti di alcune facciate sono state
rinnovate, le strade sono state riasfaltate, le aree verdi sono state abbellite
con piante e lungo un tratto del percorso sono stati collocati grandi vasi di
fiori.
Il Cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, ha
accolto il Papa ricordando che il popolo che tanto attendeva la visita del Papa
è “a immagine del Maqam Echahid, la Memoria dei Martiri, ai piedi del quale vi
trovate. È fiero come questo monumento che si erge nel cielo di Algeri e allo
stesso tempo è gravato dal peso di una storia dolorosa e ferita, sulla quale
manca ancora un vero gesto di perdono”.
È un popolo, aggiunge, “forte della sua giovinezza e allo
stesso tempo è segnato dal ricordo dei suoi martiri nelle diverse epoche della
sua storia, dal passato coloniale, alla guerra d’indipendenza, fino al decennio
di violenza degli anni 1990-2000. È un popolo incredibilmente resiliente,
giovane, variegato, assetato di incontri e la cui ospitalità non ha più bisogno
di essere dimostrata”. Aci 13
Lasciamoci raggiungere dalla misericordia di Dio. II Domenica di Pasqua
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Siamo alla sera di Pasqua. I discepoli sono
rinchiusi nel cenacolo, con le porte sbarrate per timore dei giudei. Il loro
cuore, inoltre, è appesantito dalla delusione, dallo smarrimento, dal senso di
fallimento. Il Maestro è morto e, con Lui sono crollate tutte le loro speranze.
Ma in questa situazione accade l’impensabile. Gesù, improvvisamente si
presenta in mezzo a loro. La prima parola che pronuncia è: «Pace a voi!».
Non si tratta di un semplice saluto, ma di un dono reale: è la pace pasquale. Morendo,
Cristo ha riconciliato l’uomo con Dio e ha ristabilito la comunione tra cielo e
terra. Infatti, non ci può essere pace finchè esiste il peccato, che ne è
la causa. Per questo non si può parlare di pace senza parlare, nello stesso
tempo, di pentimento, di riconciliazione, di liberazione dal male. Cristo,
dunque, può offrire la pace perchè, nella sua morte in croce, ha guarito
l’uomo dal peccato che abita nel suo cuore, origine di ogni violenza. Quindi,
per fugare ogni dubbio circa la Sua identità, Gesù mostra le mani e il costato.
Le ferite dei chiodi e del colpo di lancia non sono scomparse, sono ancora
visibili, testimonianza dell'infinito amore di Cristo per noi. Così i discepoli
comprendono che Colui che sta in mezzo a loro è lo stesso Gesù che due giorni
prima era morto sulla croce. Il Risorto di oggi e il Crocifisso di ieri sono,
dunque, la medesima persona.
Poi, Gesù compie un gesto ancora più sorprendente: alita
sui discepoli e dice: «Ricevete lo Spirito Santo”. Con questo dono, Gesù
affida alla Chiesa il suo potere di rimettere i peccati e così di sperimentare
la misericordia di Dio. È attraverso il perdono che l’uomo può trovare la pace
e divenire costruttore di pace. E’ per questo che la Chiesa esiste. Non
anzitutto per risolvere i problemi sociali, ma per portare all’uomo il perdono
di Dio e così godere della pace che nasce dal sentirsi amato e accolto da
Dio. In questa luce si comprende perchè questa domenica sia chiamata Domenica
della Divina Misericordia, tanto cara a Santa Faustina Kowalska e proposta alla
Chiesa da San Giovanni Paolo II. Questa festa ci ricorda una verità semplice e
sconvolgente: Dio non si stanca mai di perdonare. Siamo noi piuttosto che
ci stanchiamo di chiedere perdono. E il luogo concreto dove la misericordia
diventa esperienza viva è il Sacramento della Riconciliazione. Quando l’uomo si
lascia raggiungere dal perdono di Dio, rinasce. Ritrova la comunione con Lui e,
da questa comunione, nascono relazioni nuove anche tra gli uomini: relazioni
segnate dal perdono, dalla fiducia, dal rispetto e dall’accoglienza. Perché la
pace ricevuta da Cristo non resta chiusa nel cuore, ma si diffonde,
trasformando la vita personale e sociale.
Ma il Vangelo non si conclude qui. C’è un assente:
Tommaso. Quando gli altri gli dicono: “Abbiamo visto il Signore”, lui non
crede. Vuole vedere, vuole toccare. San Tommaso ci somiglia. Anche noi
facciamo fatica a credere. Anche noi vorremmo avere maggiori prove, certezze,
evidenze. E Gesù accoglie la sfida dell’Apostolo. Otto giorni dopo, torna
di nuovo. Ancora una volta si manifesta all’improvviso, a porte chiuse e ripete
le medesime parole della volta precedente: «Pace a voi!» Poi si rivolge proprio
a Tommaso. Non lo umilia. Non lo rimprovera. Gli offre ciò che chiede: si
lascia toccare.
E davanti a tanto amore, Tommaso pronuncia la più bella
professione di fede del Vangelo: «Mio Signore e mio Dio!». Tommaso non si
limita a qualificare Gesù come “Signore”; dice “mio Signore”. Pone cioè
l’accento sul legame personale con Cristo e sulla sua appartenenza a lui.
Tommaso lo riconosce come il Dio della mia vita! E con questa scelta dichiara
la sua volontà di appartenere a Lui. Ma l’appartenenza è mutua: egli si dona a
Cristo perché Cristo per primo si è donato a lui. “I segni dei chiodi e della lancia
furono mantenuti –scrive san Leone Magno- per guarire le ferite dei cuori
increduli” (Serm. Per l’Ascensione, I.3). E così si compie la parola del
profeta “dalle sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is. 53,5).
Questo Vangelo, allora, ci invita a fare un passo:
lasciarci raggiungere dalla misericordia di Dio, accogliere il suo perdono, e
imparare a dire anche noi, con verità e con amore: Tu Gesù sei il mio Signore e
mio Dio! Aci 12
Le veglia di preghiera per la pace in unione con il Papa in tutta Italia
“Udire il grido di pace che sgorga dal cuore” - Di Cesare
Bolla
Roma. Papa Leone XIV ha chiesto di far “udire il grido di
pace che sgorga dal cuore”, invitando “tutti a unirsi a me nella veglia di
preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il
prossimo sabato, 11 aprile”. E le chiese in Italia, insieme a Movimenti e
associazioni, sin da subito hanno dato la loro adesione ad iniziative di
preghiera per la pace. Da Nord a Sud, vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli si
uniscono in un’unica invocazione per fermare la spirale di violenza che attraversa
il mondo.
“Noi cristiani sappiamo che è possibile sperare contro
ogni speranza, nonostante la morte che vediamo presente – come ci ha ricordato
il Papa – nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si
leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria
del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della
guerra che uccide e distrugge”. Per questo – scrive il card. Matteo Zuppi,
arcivescovo di Bologna e presidente della Cei - invitiamo i sacerdoti, i religiosi,
le religiose e tutto il popolo dei credenti a partecipare alla veglia
presieduta dal Papa o a raccogliersi in preghiera nelle comunità locali:
fermiamo il vortice del dolore, della sofferenza e della devastazione, diciamo
il nostro ‘no’ alla guerra, non abituiamoci all’orrore”. Questa sera, alle
19.30 nella cattedrale di San Pietro, il cardinale presiederà il vespro per la
pace.
“Con il Santo Padre Leone XIV, in comunione con la Chiesa
universale e la Chiesa italiana, ci mettiamo in preghiera al cospetto del
Santissimo per implorare il dono della pace” ha detto il card. Oscar Cantoni,
vescovo di Como, invitando questa sera alle 21, in cattedrale i fedeli. A
seguire, sarà possibile vivere in cattedrale un tempo di adorazione prolungata,
fino alle ore 23.30 con l’animazione a cura della comunità “Nuovi Orizzonti” di
Como, nell’ambito dell’iniziativa “Una luce nella notte”. “Tutti sono chiamati
– ha detto il porporato - a farsi strumenti di pace attraverso la preghiera. È
il mezzo più efficace che abbiamo a nostra disposizione, perché cambia i cuori
e questa conversione è il primo dei passi per costruire una pace giusta, vera e
duratura”.
A Genova oggi una Giornata tra preghiera e incontri.
Questa mattina al santuario della Guardia la messa celebrata dall’arcivescovo
Marco Tasca nell’ambito del pellegrinaggio diocesano del primo sabato del mese.
Al termine il presule reciterà una preghiera per la pace, cui seguirà la
benedizione della nuova cella campanaria della basilica, già in programma. “La
nostra diocesi accoglie con prontezza l’invito di Papa Leone a radunarci per
pregare insieme per la pace”, spiega don Gianfranco Calabrese, vicario episcopale
per l’Annuncio del Vangelo: “Al mattino ci ritroveremo al santuario della
Guardia dove, in concomitanza con l’inaugurazione della cella campanaria,
faremo letteralmente ‘suonare la pace’, riuniti in una corale preghiera per
chiedere la fine di tutte le guerre nel mondo. Al pomeriggio, nell’ambito degli
incontri del Festival biblico genovese, avremo due momenti molto significativi
per riflettere sui temi della pace. Come spesso diciamo, ciascuno di noi può
fare la sua parte, adottando stili e comportamenti di pace e di dialogo”.
A Vicenza momento condiviso al santuario di Monte Berico
con il vescovo Giuliano Brugnotto che invita le comunità cristiane al termine
delle sante messe festive di sabato 11 aprile a prolungare la preghiera
invocando il dono della pace.
Adesione anche da parte della diocesi di
Trani-Barletta-Bisceglie. Il vescovo, Leonardo D’Ascenzo, ha comunicato che
anche la comunità ecclesiale diocesana si unisce alle Chiese in Italia
rispondendo all’invito del Papa.
A Cagliari l’arcivescovo Giuseppe Baturi, che è anche
segretario generale della Cei, “unirà la preghiera per la pace alla
celebrazione della Giornata del malato, in programma a Siurgus Donigala”, si
legge in una nota della diocesi, presiedendo alle 17 la Messa nella
chiesa parrocchiale di Santa Maria.
A Palermo la diocesi chiama tutte le comunità
parrocchiali e religiose a unirsi alla preghiera. L’arcivescovo Corrado
Lorefice presiederà, alle 21 nella parrocchia di Sant’Antonino dove sono
accolte le comunità di vita consacrata.
Ad Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, il neo
arcivescovo Felice Accrocca guiderà il “Rosario per la pace” alle 21.15 nella
Basilica di Santa Maria degli Angeli.
A Cremona alle 21 in Cattedrale un momento di preghiera
preceduto, presso il santuario regionale di Caravaggio, da un “Rosario
per la pace”.
A Padova oggi alle 20 suoneranno tutte le campane di
tutte le chiese che rimarranno aperte fino alle 21 per dare la possibilità
ai fedeli di fermarsi per una preghiera personale o comunitaria per la pace. Il
vescovo, Claudio Cipolla, alle ore 20 si recherà nella chiesa del
Corpus Domini – Santa Lucia dove è attiva l’adorazione perpetua, per pregare il
santo rosario. “Non ci stanchiamo di pregare per la pace e di unirci al Santo
Padre Leone XIV in questo momento così drammatico per l’umanità e non solo per
i paesi coinvolti direttamente dai tanti conflitti attivi”, sottolinea:
“uniamoci in preghiera con il papa, in famiglia, in chiesa e combattiamo con
l’arma della preghiera per fermare questo vortice di odio e di violenza che
procura morte e distruzione. Preghiamo per la pace, non possiamo e non dobbiamo
abituarci alla guerra!”.
Una rete di preghiera che oggi attraversa l’Italia e che
dimostra un forte bisogni di pace. Le comunità cristiane si fanno voce di
speranza e di consolazione, ricordando che la pace nasce da cuori rinnovati e
da gesti quotidiani di fraternità. Aci 11
Leone XIV contro la perversione del cristianesimo
È ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale,
né in ambito sociale e politico
il bene può venire dalla prevaricazione [1]
In queste settimane è filtrata la notizia che, nel
mese di gennaio, dopo alcune affermazioni critiche di papa Leone sul «fervore
bellico che sta dilagando» o sull’abbandono della diplomazia del dialogo «per
una diplomazia della forza», il nunzio negli Stati Uniti sia stato convocato al
Pentagono. Lì funzionari USA hanno comunicato al nunzio che loro hanno la forza
militare e possono fare quello che vogliono e la Chiesa farebbe bene a
schierarsi dalla loro parte, invocando addirittura, come sorta di minaccia, una
rinnovata cattività avignonese[2].
Tale arrogante reazione è un segnale eloquente della
precisione e della forza ? molto dimessa nei modi ? delle parole di papa Leone,
che sviluppano un approccio profetico – e, a giudicare dall’irritazione
americana, molto efficace ? nella medesima linea di papa Francesco. Nel
messaggio per la Giornata della pace del gennaio 2026, Leone XIV ? dopo aver
trattato dell’essenziale dialogo ecumenico, interreligioso e tra culture ? ha
affermato:
In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità
diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità
attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il
perdono».
Il papa cita qui un suo discorso alla CEI
del giugno 2025 nel quale sosteneva che «la pace non è un’utopia
spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza
e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra
presenza vigile e generativa». Invita ora a una sorta di irraggiamento
capillare di tale atteggiamento, a livello locale e mondiale. Ogni comunità
cristiana ? ma in maniera più ampia ogni comunità umana, religiosa e civile ? viene
chiamata a costituire un luogo di resistenza alle logiche della violenza,
«all’occupazione imperialistica del mondo»[3], un ambito che sia spazio di
coltivazione e di pratica della pace.
Perché questo possa realizzarsi, un elemento
centrale ? urgente per le comunità cristiane, a fronte anche delle gravi
strumentalizzazioni della religione nei recenti attacchi omicidi come quello
all’Iran e al Libano ? consiste in una rilettura dei vangeli assumendo la
fondamentale nonviolenza dell’agire di Gesù[4]. Afferma Leone XIV:
[…] prima di essere catturato […] Gesù disse a quelli che
erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo,
io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non
abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare,
certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più
profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua
risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono,
ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù
continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a
chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11).
[…] La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata
fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di
questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni,
memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici.
Tale prospettiva ? che implica un riattraversamento
riflessivo del vangelo e della contradditoria storia del cristianesimo ? è
stata allargata e approfondita nella riflessione per la Domenica delle Palme in
cui il vescovo di Roma ha riletto l’episodio profetico dell’ingresso
messianico a Gerusalemme e alcune scene della Passione:
[…] Gesù, […] si presenta come Re della pace, mentre
attorno a Lui si sta preparando la guerra. Lui, che rimane fermo nella mitezza,
mentre gli altri si agitano nella violenza. Lui, che si offre come una carezza
per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. Lui, che è la luce del
mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. Lui, che è venuto a
portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte.
Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo
nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal
prossimo […].
Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a
un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a
esultare per l’arrivo del Messia: «Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è
giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino, / un puledro figlio d’asina. /
Farà sparire il carro da guerra da Efraim / e il cavallo da Gerusalemme, /
l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la pace alle nazioni» (Zc 9,9-10).
Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli
estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, Egli
subito lo ferma dicendo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti
quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52)[5].
Questa rilettura giunge fino a formulare una vera e
propria cristologia in cui la nonviolenza e la radicale solidarietà con le
vittime della storia e dei potenti diventano caratteristiche fondamentali del
tipo di messia rappresentato da Gesù di Nazaret:
Come Re della pace, mentre veniva caricato delle
nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli «non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi
tosatori» (Is 53,7). Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto
nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la
violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce,
per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia
dell’umanità[6].
Questo modo di leggere l’attraversamento della propria
passione da parte di Gesù diviene un vero e proprio discorso sul mistero di
Dio, sull’amore «capace di piegare la durezza dei potenti»[7], sulla sua
mitezza, sulla sua volontà, sul tipo di preghiera a lui accetta:
[…] questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un
Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra,
che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche
se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano
sangue» (Is 1,15)[8].
Si è in presenza di una volontà di bene e prossimità che
si schiera teologicamente ? le preghiere di coloro che hanno le mani bagnate di
sangue non sono ascoltabili dal mistero mite di Dio ? e che quindi «prende una
parte» a livello della storia umana:
Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo
i crocifissi dell’umanità […] E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di
tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della
guerra. Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore!
Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli![9]
Nelle parole di Leone XIV a fronte di quello che sta
avvenendo nel mondo, traspare come la Chiesa non possa essere neutrale[10] e
che debba parlare e agire finché ci sia tempo[11]. Il fondamento ultimo di
questa posizione pare trovarsi in una rilettura in chiave nonviolenta del
patrimonio della rivelazione cristiana che ha nella vicenda di Gesù il proprio
centro incandescente e il criterio interpretativo fondamentale. Tale custodia
della memoria evangelica diviene nelle sue parole anche l’anima profonda di comunità
disperse ovunque che si attrezzano per essere luoghi di riconciliazione e di
irraggiamento di pace[12] e, quindi, spazi di resistenza spirituale alle spinte
religiose verso un messianismo violento[13] ? che si presenta seduttivamente
come un vangelo, ma in un senso ribaltato e perverso[14] ? e alle correlative
spinte politiche che seminano odio razziale, guerra e distruzione[15]. Fabrizio
Mandreoli
[1] Leone XIV, Omelia della messa crismale, 2 aprile
2026.
[2] L. Kocci, «Ricordate Avignone, il Pentagono preme sul
Papa», in Il Manifesto, 10 aprile 2026.
[3] Leone XIV, Omelia della messa crismale, cit.
[4] Cf. Pax Christi International, La nonviolenza di
Gesù. Operare la pace secondo i vangeli, Zikkaron, Bologna 2023.
[5] Leone XIV, Omelia della Domenica delle Palme, 29
marzo 2026.
[6] Ibid.
[7] Leone XIV, Omelia della Veglia pasquale, 4
aprile 2026.
[8] Leone XIV, Omelia della Domenica delle Palme,
cit.
[9] Ibid.
[10] Si veda G. Lercaro, Non la neutralità ma la
profezia, Zikkaron, Bologna 2022. Si tratta del testo di un’omelia con cui
l’allora arcivescovo di Bologna prese posizione il primo gennaio 1968 per
un’interruzione immediata dei terribili bombardamenti statunitensi nella guerra
del Vietnam.
[11] Cf. G. Dossetti, Finché ci sia tempo. Pace, guerra e
responsabilità storiche a partire da Monte Sole, Zikkaron, Bologna 2022.
[12] Cf. Poteri e nonviolenza. Organizzare la
speranza, Nerbini, Firenze 2026. Sett.news 11
Papa in Africa. Don Pizzoli (Missio): “Troverà una Chiesa giovane e in
crescita”
Un’occasione per accendere i riflettori su un continente
“depredato, ma ricco di risorse umane e naturali, di arte, di cultura, di
scienza, di saggezza e filosofia”. Il direttore della Fondazione Missio (Cei),
a sua volta missionario in Guinea Bissau, commenta il viaggio di Leone XIV in
Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – di Miela Fagiolo D’Attilia,
redazione Popoli e Missione
Il lungo viaggio apostolico che Papa Leone sta per
intraprendere dal 13 al 25 aprile in Algeria, Camerun, Angola e Guinea
Equatoriale, è una grande occasione per “portare all’attenzione del mondo le
molte, concrete realtà del continente africano. È ora che se ne cominci a
parlare in maniera seria e documentata per aiutare la gente a capire che cosa è
realmente l’Africa, andando oltre gli stereotipi che ci portiamo dietro dai
secoli della colonizzazione”. Così don Giuseppe Pizzoli, direttore generale della
Fondazione Missio, commenta il prossimo viaggio che porterà Leone XIV per la
prima volta in quattro Paesi africani. “Una scelta significativa perché il
continente non è povero, ma impoverito – sottolinea don Pizzoli – da secoli di
depredazioni delle ricchezze dei territori, da fragilità climatiche, da
mancanza di prospettive di sviluppo che provocano situazioni di povertà e
migrazioni interne ed esterne”.
La Chiesa africana è giovane e in continua crescita,
molto motivata a continuare con
il suo impegno di annuncio del Vangelo, nel suo essere
“Chiesa in uscita”.
“Abbiamo sempre pensato che era nostro territorio di
missione, dove noi europei siamo andati, e certamente abbiamo fatto un lavoro
di evangelizzazione molto importante – dice ancora don Pizzoli –. E oggi
crescita e maturazione si esprimono con la forza di una missionarietà vivace
anche all’interno del continente stesso, da un Paese all’altro”.
Il direttore di Missio sottolinea: “In Guinea Bissau,
dove io sono stato fidei donum, ci sono missionari del Kenya, del Senegal, del
Camerun, dell’Angola. Abbiamo di fronte una Chiesa che vive veramente ‘in
uscita’.
Il fatto che il Papa, come terzo viaggio apostolico,
abbia scelto la destinazione dell’Africa è un segno importante del suo
pontificato,
sollecitando l’attenzione su un continente che purtroppo
è continuamente impoverito delle sue risorse. Considerato di ‘seconda
categoria’, e povero, in realtà è ricco di risorse umane e naturali, di arte,
di cultura, di scienza, di saggezza e filosofia. E di spiritualità, come diceva
Papa Benedetto, che conosceva bene l’animo religioso dell’uomo africano”.
Missio/Dip
"I cristiani del Medio Oriente non siano trattati come cittadini di
seconda classe"
Stamane il Papa ha ricevuto i i membri del Sinodo della
Chiesa caldea, giunti a Roma per l’elezione del nuovo Patriarca di Bagdad dei
Caldei - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. “La vostra Chiesa affonda le sue
radici nella primitiva Chiesa apostolica, rappresentando una tradizione
antichissima e feconda che, intimamente legata ai luoghi sorgivi della
salvezza, seppe portare il Vangelo oltre i confini dell’Impero Romano,
sviluppando una cristianità ricca di fede, di cultura e di spirito missionario,
fino all’India e alla Cina. Siete custodi di una memoria viva e nobile, di una
fede trasmessa nei secoli con coraggio e fedeltà. La vostra storia è gloriosa,
ma segnata anche da prove durissime: guerre, persecuzioni, tribolazioni che
hanno colpito le vostre comunità e disperso molti fedeli nel mondo. E proprio
in queste ferite risplende la testimonianza luminosa della fede, perché se la
vostra Chiesa porta impresse le cicatrici della storia, è proprio il Signore
risorto a mostrarci come le ferite più dolorose possono diventare in Lui segni
di speranza e di vita nuova”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV ricevendo i
membri del Sinodo della Chiesa caldea, giunti a Roma per l’elezione del nuovo
Patriarca di Bagdad dei Caldei, dopo la rinuncia del Cardinale Sako.
“Il vostro Sinodo – ha aggiunto il Papa - rappresenta un
tempo di grazia e di forte responsabilità. Siete chiamati a eleggere il
Patriarca in una fase delicata e complessa, talora anche controversa. Vi invito
a lasciarvi guidare dallo Spirito Santo, trovando in Lui la concordia e
ricercando non ciò che appare più utile agli occhi del mondo, ma quel che è più
conforme al cuore di Cristo”.
“Il nuovo Patriarca – è l’auspicio di Leone XIV - sia
anzitutto un padre nella fede e un segno di comunione con tutti e tra tutti.
Potrebbe sembrare che vivere secondo il Vangelo, cioè nella mitezza e nella
ricerca paziente dell’unità, sia controcorrente e talvolta persino
controproducente, ma in realtà si rivela come la via più sapiente, perché
l’amore è l’unica forza che vince il male e sconfigge la morte”.
“Sia -ha detto ancora il Papa - uomo delle Beatitudini:
non chiamato a gesti straordinari e a suscitare clamore, ma a una santità
quotidiana, fatta di onestà, misericordia e purezza di cuore. Sia Pastore
capace di ascoltare e accompagnare, perché l’autorità nella Chiesa è sempre
servizio e mai egemonia. E se il mondo o il contesto circostante inducessero a
ciò, non lasciatevi ingannare, ma tornate sempre alla semplicità feconda e
profetica del Vangelo. Il Patriarca sia guida autentica e vicina alla gente, non
figura appariscente e distaccata. Sia uomo radicato nella preghiera, capace di
portare il peso delle difficoltà con realismo e speranza, maestro di pastorale
che individui cammini concreti per il bene del popolo di Dio insieme con i
fratelli Vescovi, in quello spirito di concordia che deve caratterizzare una
Chiesa patriarcale, la cui autorità è rappresentata dal Sinodo dei Vescovi
presieduto dal Patriarca, promotore di unità nella carità, in piena coesione
col Successore dell’Apostolo Pietro”.
Io – ha assicurato Papa Leone – “sono con voi. Le prove
che attraversate vi interpellino a offrire una risposta illuminata dalla fede e
improntata alla comunione, anche nei riguardi dei cristiani appartenenti ad
altre confessioni, veri fratelli e sorelle nella fede con cui è bene instaurare
rapporti di autentica condivisione. Così sarete di grande esempio e
incoraggiamento anche per il vostro caro e ammirevole popolo, che porto nel
cuore e per il quale prego”.
Dopo aver ringraziato il Cardinale Sako il Papa ha
proseguito: “Sento che questo è il tempo del rinnovamento spirituale, di un
rinnovamento fedele alle vostre preziose e peculiari tradizioni, che vanno
custodite. Penso alla ricchezza del vostro patrimonio liturgico e spirituale.
Vi raccomando di essere attenti e trasparenti nell’amministrazione dei beni,
sobri, misurati e responsabili nell’uso dei mass-media, prudenti nelle
dichiarazioni pubbliche, affinché ogni parola e comportamento contribuisca a
edificare — e non a ferire — la comunione ecclesiale e la testimonianza della
Chiesa. Abbiate a cuore la formazione dei presbiteri, vostri primi
collaboratori nel ministero: sosteneteli con la vicinanza, edificando con loro
e per loro una fraternità concreta e tangibile. E aiutate, anzitutto con
l’esempio, le persone consacrate a custodire i doni ineffabili dell’obbedienza
e della castità. Accompagnate i fedeli laici, provvedendoli di cure pastorali,
perché si sentano incoraggiati, nonostante tutte le prove, a restare saldi
nella fede ricevuta dai Padri e a rimanere nei loro territori. Questo è
importante per tutta la Chiesa, perché le regioni in cui è sorta la luce della
fede – orientale lumen – non possono fare a meno dei credenti in
Gesù, dei cristiani, che stanno al Medio Oriente come le stelle al cielo. Si
diradino le nubi che oscurano questa luce: i cristiani in tutto il Medio
Oriente siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e
di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di
seconda classe”.
“Siete segni di speranza – ha concluso - in un mondo
segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità
e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere
la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia
della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della
gente, ritenuta al massimo come effetto collaterale dei propri interessi. Ma
nessun interesse può valere la vita dei più deboli, dei bambini, delle
famiglie; nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. Voi,
chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a
proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo
che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di
chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe; a ricordare che non saranno
le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace, ma solo la
paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli. La vostra
missione è grande: annunciare Cristo risorto anche in contesti di morte, essere
presenza viva di fede e di carità, mantenere accesa la speranza laddove sembra
spegnersi. Non scoraggiatevi”. Aci 10
Si è tenuta a Roma presentazione dell’XI edizione del
Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre 2026 in diverse
città italiane dal titolo “Donne migranti – Vite in movimento tra diritti,
cittadinanza, lavoro e culture”. Promosso dalla Fondazione Migrantes, Porta
Aperta di Modena e da una rete ampia e qualificata di Atenei universitari e di
altri enti e organizzazioni, il Festival rappresenta uno degli appuntamenti di
riferimento a livello nazionale sul tema delle migrazioni, affrontato attraverso
molteplici linguaggi e prospettive: tavoli di confronto, incontri nelle scuole,
workshop, presentazioni, mostre e spettacoli.
«Il Festival è un’occasione importante – ha detto
nell’occasione mons. Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes –
per narrare la realtà della migrazione, al di là delle questioni ideologiche.
Le donne migranti in Italia sono soprattutto provenienti da Ucraina, Romania e
Filippine, ma anche le italiane emigrate sono molte, il 48,6% degli oltre 6
milioni di italiani nel mondo. Oltre il 20% delle nascite in Italia le dobbiamo
a madri straniere e oltre il 50% delle nuove cittadinanze italiane sono al
femminile. Le donne migranti crescono di più come imprenditrici rispetto agli
uomini e mandano nei loro Paesi d’origine più rimesse, divenendo soggetto
prezioso di cooperazione allo sviluppo. Tuttavia le donne straniere sono più
vulnerabili, anche sul piano dei diritti nel mondo del lavoro, così come quando
si parla di donne che subiscono violenze».
Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione Festival
della Migrazione, ha ricordato la genesi, i pilastri e gli obiettivi
dell’iniziativa: «Il Festival è un’esperienza che continua e un progetto
culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i
temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della
natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è:
multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle
differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi
migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con
emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al
futuro».
Importante la presenza, tra gli interventi introduttivi,
di Sergio Durando – direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Torino e
del Festival dell’Accoglienza -, che ha presentato a sua volta il programma e
lo spirito della prossima edizione dell’iniziativa piemontese, che si legherà
al tema della “mitezza”, mettendo le basi di un possibile gemellaggio tra le
due belle esperienze.
Il professor Maurizio Ambrosini, presidente del comitato
scientifico, ha sottolineato: «L’agenda del Festival della Migrazione propone
un programma possibile con diverse proposte. Tra queste le proposte per il
lavoro, oltre a potenziare i canali legali per gli ingressi (come i corridoi
umanitari, per le persone bisognose di protezione). Favorire i ricongiungimenti
familiari è un altro importante tema, proprio per prevenire comportamenti
potenzialmente a rischio. E poi c’è il tema della libertà religiosa e, terza
declinazione, la lotta contro le discriminazioni, che nel nostro Paese sono
attualmente un buco nero».
Milena Santerini, professoressa dell’Università Cattolica
del Sacro Cuore, spiega: «Questo è il Festival dell’intercultura, che chiedono
un cambiamento culturale in chi arriva, in chi accoglie. Occorre uno scambio
vero, a volte drammatico o pesante, che richiede uno sforzo. Abbiamo bisogno di
politiche interculturali e non della paura o della sicurezza (o insicurezza).
L’Agenda del Festival è innovativa: né assimilazione, né relativismo, ma uno
scambio che crei uno spazio terzo. Ci sono sfide aperte, tra queste il
fallimento della cittadinanza per bambini e ragazzi nati qui, e poi le
politiche dell’insicurezza, che aumentano la chiusura dei gruppi in se stessi.
Tra le sfide vinte la crescita significativa delle imprese femminili e, più in
generale, i dinamismi delle seconde generazioni».
Sonny Olumati, vice presidente del comitato “Italiani
senza cittadinanza” e membro del comitato scientifico del Festival, porta una
testimonianza: «Sto vedendo nei giovani, specie nelle seconde generazioni ma
non solo, un grande fermento. I giovani nel nostro Paese stanno riscoprendo un
sentimento di uguaglianza anche a livello spirituale, hanno un desiderio di
rivalsa verso i potenti, infine hanno un sentimento di giustizia che stanno
riscoprendo. Ci sono i presupposti per costruire qualcosa di migliore, c’è una
gioventù pronta a reagire e che vuole essere coinvolta».
È stato dato spazio anche alla presentazione dei
“Quaderni del Festival”, collana diretta da Orsetta Giolo, professoressa
associata di Filosofia del diritto all’Università di Ferrara, e Thomas Casadei,
professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Modena e Reggio
Emilia. Il primo di questi quaderni si intitola “I diritti oltre i confini” ed
è edito da Pacini Giuridica.
I lavori sono stati conclusi da S. Em. il card. Fabio
Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano
integrale: «Vogliamo che le collettività migranti abbiano spazi di visibilità,
per dirci che è possibile convivere in armonia. Dobbiamo costruire una società
di miti, che si offrano a servizio degli altri, perché nessuno resti indietro».
In questo senso, il Festival -ha continuato il card. Baggio – «è una iniziativa
importantissima per i contenuti che propone. Questo evento favorisce la cultura
dell’incontro, come diceva Papa Francesco, e poi si rivolge alle comunità di
persone che vengono da altri paesi e che spesso sono isolate, anche per paura o
vergogna. Il terzo gruppo di persone sono quelli che hanno colto la chiamata a
essere presenti in questo mondo e a servizio degli altri. E poi il quando.
Sulla migrazione ci si ferma sempre sul presente, “migrante” è participio
presente. Ma esistono anche il passato e il futuro; il Festival ci permette di
ragionare anche su questo, per togliere i motivi di migrazione per obbligo (e
lasciarla come scelta libera) e un futuro per far sì che da qui agli anni a
venire la società sia migliore». Migr. 9
Papa Leone XIV: lo sport, uno spazio d'incontro
Oggi in Vaticano, l'udienza agli atleti dei Giochi
Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina 2026 - Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Siamo ormai abituati a Prevost come
un pontefice sportivo. E oggi, in udienza in Vaticano, piccoli gli atleti dei
recenti Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina 2026. Li accoglie “con
gioia” papa Leone XIV. E' contento di loro: “Grazie per ciò che avete
testimoniato” dice agli atleti. Si concentra, poi, sul valore dello sport che
“quando viene autenticamente vissuto, non resta soltanto una prestazione: è una
forma di linguaggio, un racconto fatto di gesti, di fatica, di attese, di
cadute e di ripartenze” chiosa il pontefice.
"In modo particolare, nelle competizioni
paralimpiche abbiamo osservato come il limite possa diventare luogo di
rivelazione: non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere
trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità. Voi atleti siete
diventati biografie che ispirano moltissime persone" continua. E
aggiunge: "In secondo luogo, il vostro affiatamento ci ricorda che nessuno
vince da solo, perché dietro ogni vittoria tanti sono coinvolti, dalla famiglia
alle squadre, oltre a molti giorni di allenamento, di pressione e di
solitudine. Spesso è proprio in questi momenti che Dio si rivela, come canta il
salmista: «Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato»
. Lo sport, infatti, concorre alla maturazione del nostro carattere, richiede
una spiritualità salda ed è una forma feconda di educazione".
"Allenando la mente - continua sempre il pontefice -
insieme alle membra, lo sport è autentico quando resta umano, cioè quando
rimane fedele alla sua prima vocazione: essere scuola di vita e di talento. Una
scuola nella quale si impara che il vero successo si misura dalla qualità delle
relazioni: non dall'ammontare dei premi, ma dalla stima reciproca, dalla gioia
condivisa nel gioco".
Cita la sua Lettera apostolica scritta in occasione dei
Giochi: “La vita in abbondanza” del 6 febbraio scorso. Lo sguardo
inevitabilmente al presente: "Nel tempo attuale, così segnato da
polarizzazioni, rivalità e conflitti che sfociano in guerre devastanti, il
vostro impegno assume un valore ancora maggiore: lo sport può e deve diventare
davvero uno spazio di incontro! Non un'esibizione di forza, ma un esercizio di
relazione". Parla della tregua olimpica e ringrazia gli atleti: “Voi, con
la vostra presenza, avete reso visibile questa possibilità di pace come una
profezia niente affatto retorica: spezzare la logica della violenza per
promuovere quella dell'incontro”, così papa Leone XIV.
Ultimo riferimento al delicato problema del doping:
"Al contempo, sappiamo bene che lo sport porta con sé anche delle
tentazioni: quella della prestazione a ogni costo, che può condurre fino al
doping. Quella del profitto, che trasforma il gioco in mercato e lo sportivo in
divo. Quella della spettacolarizzazione, che riduce l'atleta a un'immagine oa
un numero. Contro queste deriva, la vostra testimonianza è essenziale. Cari
atleti, voi siete stati testimoni di un modo onesto e bello di abitare il mondo".
Aci 9
"La verità non resta celata". I popoli tormentati dalla guerra
Oggi, prima della preghiera del Regina Coeli - Di Antonio
Tarallo
Città del Vaticano. Lunedì dell'Angelo, il primo di papa
Leone XIV. Una giornata solare, un cielo terso. Un clima quasi estivo accoglie
i pellegrini giunti in piazza San Pietro. Ore 12, il momento della recita del
Regina Coeli, la preghiera alla Vergine Maria durante il tempo pasquale.
Papa Leone XIV si affaccia dalla finestra dello studio
del Palazzo Apostolico. Saluta i pellegrini: "Cari fratelli e
sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di
gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il
Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l'ingresso dell'intera creazione
nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel
nome di Gesù".
E continua: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere
tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o
quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio”. Le prime,
le donne, annunciano “la vittoria di Cristo sulla morte”, mentre le guardie
“annunciano che la morte vince sempre e comunque”. Due versioni opposte dello
stesso racconto. E nella versione delle guardie, Cristo non è risorto, “ma il
suo cadavere è stato rubato” ricorda il pontefice. Da ciò ne scaturisce che
“uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte
di vita nuova ed eterna, l'altra di morte certa e definitiva” precisa papa
Leone XIV.
Questo contrasto "ci fa riflettere sul valore della
testimonianza cristiana e sull'onestà della comunicazione umana. Spesso,
infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice
oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali
ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e
raggiante, illuminando le tenebre più fitte" continua il papa.
E' Cristo la buona notizia da testimoniare nel mondo:
"la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell'umanità, perché
quest'uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la
sua vita".
Lo guardo poi ai popoli "tormentati dalla guerra, ai
cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati ??dell'istruzione.
Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla
speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti".
Il ricordo, infine, per papa Francesco "che proprio
il Lunedì dell'Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore.
Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore,
preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo
diventare annunciatori sempre più luminosi della verità".
Dopo aver cantato la preghiera mariana, ancora due parole
di papa Leone XIV: un "grazie alle iniziative promosse in occasione
della giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace,
rinnovando l'appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di
fraternità, sia il luogo di inclusione e di pace. Ringrazio quanti in
questi giorni mi hanno fatto pervenire espressioni di augurio per la Santa
Pasqua. Sono riconoscente soprattutto per le preghiere. Per intercessione
della Vergine Maria, Dio ricompensi ciascuno con i suoi doni". E
conclude: "Vi auguro di trascorrere nella gioia e nella fede questo Lunedì
dell'Angelo e questi giorni dell'Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la
celebrazione della risurrezione del Cristo. Perseveriamo nell'invocare il
dono della pace per tutto il mondo". Aci 6
Kempten. Celebrazioni Liturgiche per la S. Pasqua 2026
Kempten. Sabato, 28 Marzo 2026, è stata celebrata in
lingua italiana la Solennità delle Palme nella chiesa di St. Anton di
Kempten. Dopo la Benedizione delle palme –giunte appositamente dalla
Sicilia– palme che erano state distribuite precedentemente ai numerosi
fedeli, provenienti anche dalle città vicine, il Rettore della
Missione, Padre B. Zuchowski, ha dato inizio alla Celebrazione
Eucaristica con la solenne processione. Suggestivi i vari momenti liturgici,
specie quelli della Processione, della Lettura del Vangelo e del Passio,
proclamato da Padre Bruno, dalle Signore Pina Baiano e Elena Perri, e dal
Signor Domenico Marotta. E altrettanto coinvolgente il canto diretto e
accompagnato alla chitarra dal Presidente del Consiglio Pastorale Giampiero
Trovato: "Gesù mio, con dure funi", che ha, così,
anticipato un momento della Via Crucis del Venerdì Santo.
Via Crucis che si è svolta a Neu-Ulm e Ulm Venerdì 3
Aprile nel pomeriggio e alla quale ha partecipato anche un gruppo di fedeli
provenienti da Kempten e dalle città vicine con a capo il nostro Rettore Padre
Zuchowski. Momenti veramente suggestivi magistralmente allestiti –anche
quest'anno– dall'Associzione di Neu-Ulm e che hanno coinvolto letteralmente
alcune migliaia di persone, e in modo particolarmente la nostra Comunità.
Sabato poi, con la celebrazione dell'accensione del fuoco
e con la Processione che, partita con i fedeli provvisti di ceri, dallo
spiazzale antistante la chiesa di St. Anton di Kempten, si è conclusa ai piedi
dell'altare maggiore, dopo un serie di letture e lo spegnimento dei ceri da
parte dei fedeli, ha avuto inizio la celebrazione della S. Messa di
Resurrezione in occasione della quale, Padre Bruno –parlando anche a braccio
nella sua Omelia– ha commentato il significato della Resurrezione del Signore:
la Resurrezione del nostro spirito, concludendo con il vivo auspicio che nel
mondo ritorni la Pace del Signore e che molti governanti non continuino a
trincerarsi dietro il nome del Signore per sottomettere con la forza e con le
armi i popoli, i loro fratelli.
Alla fine della cerimonia dopo esserci scambiati gli
auguri di una S. Pasqua in seno alle nostre famiglie Padre Bruno ha ricordato
che anche nel giorno della Resurrezione, alle 19:00 ci sarebbe stata di nuovo
la S. Messa di Pasqua a St. Anton.
Fernando A. Grasso
Leone XIV: “chi ha in mano le armi le deponga”
Nell'Urbi et Orbi il Papa ha lanciato un ennesimo appello
alla pace, facendo sue le parole pronunciate da Papa Francesco esattamente un
anno fa, nello stesso luogo. L'11 aprile una Veglia di preghiera per la pace in
piazza San Pietro – di M. Michela Nicolais
“Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di
scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con
il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”. E’
l’appello di Leone XIV, nel messaggio “Urbi et Orbi” dalla Loggia delle
Benedizioni, dopo la prima messa da Pontefice presieduta nella basilica
vaticana.
“Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad
essa e diventiamo indifferenti”, il monito: “Indifferenti alla morte di
migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i
conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi
producono e che pure tutti avvertiamo”. Al termine dell’Urbi et Urbi, l’invito
ad una Veglia di preghiera per la pace l’11 aprile, in piazza San Pietro.
“C’è una sempre più marcata globalizzazione
dell’indifferenza”, il grido d’allarme del Papa, che ha dalla Loggia delle
Benedizioni ha fatto sue le ultime parole rivolte al mondo da Papa
Francesco, esattamente un anno fa in questo stesso luogo: “Quanta volontà di
morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del
mondo!’”.
“La croce di Cristo ci ricorda sempre la sofferenza e il
dolore che circondano la morte e lo strazio che essa comporta”, ha sottolineato
Leone: “Tutti abbiamo paura della morte e per paura ci voltiamo dall’altra
parte, preferiamo non guardare. Non possiamo continuare ad essere indifferenti!
E non possiamo rassegnarci al male!”. Poi la citazione di Sant’Agostino:
“Se hai paura della morte, ama la risurrezione!”. “Amiamo anche noi la
risurrezione, che ci ricorda che il male non è l’ultima parola, perché è stato
sconfitto dal Risorto”, ha commentato il Papa: “La pace che Gesù ci consegna
non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e
cambia il cuore di ciascuno di noi”.
“Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il
grido di pace che sgorga dal cuore!”, l’appello finale, unito all’invito a
partecipare alla Veglia di preghiera per la pace in piazza san Pietro, sabato
prossimo: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di
dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo
funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno
sentire impotenti di fronte al male”.
“La morte è sempre in agguato”, ha osservato il Pontefice
nell’omelia della messa di Pasqua: “nelle ingiustizie, negli egoismi di parte,
nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. Nella
violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte
per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che
saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e
distrugge”.
“ll potere della morte ci minaccia sempre, dentro e
fuori”, ha spiegato Leone XIV: “Dentro di noi, quando la zavorra dei nostri
peccati ci impedisce di spiccare il volo; quando le delusioni o le solitudini
che sperimentiamo prosciugano le nostre speranze; quando le preoccupazioni o i
risentimenti soffocano la gioia di vivere; quando proviamo tristezza o
stanchezza, quando ci sentiamo traditi o rifiutati, quando dobbiamo fare i
conti con la nostra debolezza, con la sofferenza, con la fatica di ogni giorno,
allora ci sembra di essere finiti in un tunnel di cui non vediamo l’uscita”.
L’annuncio pasquale, però, “abbraccia il mistero della nostra vita e il destino
della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci
sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Ci apre alla speranza che non viene
meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può
cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di
noi!”. La Pasqua del Signore “ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il
cuore, ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per
farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che
sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.
“Il Signore è vivo e rimane con noi”, ha assicurato il
Papa: “Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità,
egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della
morte non è il destino ultimo della nostra vita.
Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza,
perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”. Poi la citazione di
Papa Francesco, che nell’Evangelii gaudium afferma che la risurrezione di
Cristo “non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato
il mondo. È vero che molte volte sembra che Dio non esista: vediamo
ingiustizie, cattiverie, indifferenze e crudeltà che non diminuiscono. Però è
altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa
di nuovo, che presto o tardi produce un frutto”. “Il giorno della risurrezione
di Cristo ci rimanda alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò
il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte
della morte, adesso sta spuntando per l’umanità”, ha assicurato Leone XIV: “La
Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è
la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario. Di
questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo,
che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di
Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della
risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa
splendere la luce della vita”. Sir 5
Il peccato è vinto e la morte sconfitta. Domenica di Pasqua
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Roma. Nella Veglia della notte di Pasqua celebriamo, come
canta l’Inno Pasquale, “la vittoria del più grande dei re”, il quale ha
riportato la gioia sulla terra e messo in fuga le tenebre oppressive del
peccato e della morte.
Ma chi è questo ‘più grande dei re?”. E’ l’uomo
Cristo Gesù, il Verbo di Dio fatto carne. In questa santa notte è
accaduto in Lui qualcosa di unico, di decisivo, in vista del quale
tutto è stato creato: Egli è "risorto vittorioso dal sepolcro”. Nel
racconto evangelico abbiamo sentito proclamare queste parole: "L’angelo
disse alle donne: non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocefisso.
Non è qui. È risorto". Affermare che Cristo è risorto significa proclamare
che la Sua umanità ha conosciuto una trasformazione radicale: da carne
destinata alla corruzione del sepolcro è divenuta carne partecipe della stessa
vita di Dio.
E poiché Cristo con la sua Incarnazione si è unito a ogni
uomo, noi questa notte celebrando Cristo, celebriamo anche il destino
dell’umanità. Cristo, infatti, è il primogenito di una moltitudine di fratelli
e questo significa che quanto è accaduto a Lui riguarda ciascuno di noi. Gesù è
risorto perché anche noi risorgiamo con Lui, nella pienezza della nostra
identità personale! In questa notte santa il cielo e la terra si uniscono,
l’uomo e il suo creatore tornano a congiungersi. Il peccato è vinto e la morte
sconfitta, la speranza riaccesa. Ha detto un autore: “Nessun vantaggio per noi
essere nati, se lui non ci avesse redenti”. Molti insegnamenti morali del
cristianesimo sono presenti anche nelle altre religioni, ma la resurrezione
dalla morte per vivere la vita eterna con Dio è un evento che appartiene solo
ai discepoli di Cristo. Questa è la grande, vera ed originale novità del
cristianesimo.
Ma come si compie in noi questo mistero? Che cosa ci
unisce realmente a ciò che è accaduto a Cristo nella sua Pasqua? La risposta è
semplice e profonda: sono i sacramenti della fede, in particolare il Battesimo
e l’Eucaristia. Nel Battesimo siamo stati immersi nella morte e risurrezione di
Cristo e siamo morti al peccato, elevati alla dignità di figli di Dio e
inseriti nella sua famiglia, che è la Chiesa. Un evento che ha trasformato per
sempre la nostra esistenza, imprimendo in noi una vita che non è più destinata
alla morte, ma orientata all’eternità.
Questa vita nuova ricevuta nel Battesimo viene
continuamente nutrita e sostenuta dall’Eucaristia. Accostandoci alla Santa
Comunione, non riceviamo soltanto un po’ di pane, ma Cristo stesso. È per
questo che la tradizione della Chiesa ha chiamato l’Eucaristia “farmaco di
immortalità”: un’espressione antica, che risale a Ignazio di Antiochia, il
quale vedeva in questo sacramento la medicina capace di guarire l’uomo dalla
morte e di introdurlo nella vita eterna. Accogliamo, dunque, l’invito di
sant’Ambrogio: Andate a Cristo e saziatevi, perchè è il pane della vita. Andate
a Lui e bevete, perchè Egli è la fonte. Andate a lui e siate illuminati, perchè
è la luce. Andate a Lui e diventate liberi, perchè dove è lo Spirito del
Signore è la libertà
E allora, fratelli e sorelle, se Cristo è davvero
risorto, se la sua vita è entrata nella nostra vita, se la morte non ha più
l’ultima parola, se la gioia non è un’illusione ma una vera possibilità,
possiamo davvero dire: Sono felice come una Pasqua! Aci 5
Cristo e la Resurrezione, l'arte contro le tenebre
I pittori che hanno narrato la Resurrezione - Di Antonio
Tarallo
Roma. La luce spezza le tenebre, squarcia il buio. In un
lampo, la Resurrezione. La scena possiamo solo immaginarla, ma è questa quella
che contempliamo la mattina di Pasqua. Una scena che ha cambiato la Storia
degli uomini. Il mistero pasquale: quanti pittori hanno cercato nel corso della
storia dell’arte di scoprirlo, o almeno di entrarci un poco. Colori e forme che
ci raccontano il significato cardine della fede cristiana: la vittoria sulla
morte e la promessa di salvezza. Nel corso dei secoli, artisti di epoche
diverse hanno interpretato questo evento con stili e sensibilità differenti,
dando vita a opere straordinarie.
Cerchiamo, allora, in questo breve viaggio di
confrontarci con le opere più famose che hanno narrato questa incredibile
storia. Ne prenderemo cinque, anche se la storia è assai più vasta, ovviamente.
Cinque quadri-simbolo della Resurrezione.
Il primo è la “Resurrezione” di Piero della Francesca
(1463 circa), conservata a Sansepolcro. In quest’opera, Cristo emerge dal
sepolcro in posizione solenne e frontale, con uno sguardo fermo e potente. Il
corpo è saldo e geometrico, tipico dello stile dell’artista, mentre i soldati
dormono ai suoi piedi, ignari del miracolo. Il paesaggio alle spalle è diviso
tra alberi secchi e alberi in fiore, simbolo del passaggio dalla morte alla
vita: l’uomo vecchio muore, ecco il nuovo Uomo, Figlio dell’Uomo.
Un altro capolavoro è la “Resurrezione” di Raffaello
(1501-1502), nota anche come Pala Oddi. Qui la scena è più dinamica e luminosa:
Cristo ascende verso il cielo circondato da angeli, mentre i soldati reagiscono
con stupore e paura. L’opera mostra già la grazia e l’armonia tipiche di
Raffaello, con colori delicati e una composizione equilibrata. Raffaello gioca
con i colori, splendidi, e fa di questo quadro un vero e proprio capolavoro del
Rinascimento.
Poi, troviamo la “Resurrezione” di Tiziano (1542-1544).
In questo dipinto, Cristo appare avvolto in una luce intensa, quasi divina, che
contrasta con il buio circostante. Un significato sempre profondo: il contrasto
dei colori, la luce trionfa nello splendore mentre il buio si perde. Il
movimento è più energico e drammatico rispetto alle opere rinascimentali
precedenti. I soldati sono colti in pose concitate, accentuando il senso di
stupore e caos di fronte all’evento miracoloso.
Nel periodo barocco troviamo la potente interpretazione
di Peter Paul Rubens, con la sua “Resurrezione di Cristo” (1611-1612).
Dinamico, ecco l’aggettivo per questo quadro: il corpo di Cristo è colto nella
sua muscolosità. E’ in movimento, mentre la scena è carica di energia e pathos.
Ancora una volta è la luce a illuminare il protagonista, creando un forte
contrasto con le ombre. L’opera trasmette forza, trionfo e teatralità, tipici
del Barocco.
William Blake, Resurrezione, del 1805 circa, conservato a
Cambridge (Massachusetts, USA) nella Harvard University. In questo caso abbiamo
il Cristo che risorge, quasi volando, tanto da sembrare un angelo: dinamico,
luminoso, tutto da contemplare. L’arco del sepolcro è dietro, in secondo piano.
Cristo “sprigiona” raggi luminosi. Ciò che colpisce di più è la sua posa:
sembra quasi volteggiare nell’aria, quasi come se fosse un ballerino. E’ la
danza della Resurrezione: una danza che illumina ancora i giorni dell’umanità. Aci 4
La Croce prima di Cristo. Il segreto delle Settimane Sante in Sicilia
In Sicilia, la Pasqua non è solo una ricorrenza
religiosa; è un’esumazione. Mentre il resto del mondo cristiano osserva il rito
della Risurrezione come una promessa di speranza, nell'isola del sole il fulcro
rimane ossessivamente piantato nel legno, nel chiodo e nel sangue. C’è un
sospetto che agita storici e antropologi: e se le imponenti processioni
siciliane, con i loro migliaia di incappucciati e i lamenti strazianti, non
stessero ricordando solo il Nazareno, ma il trauma mai sopito di un’intera nazione
di schiavi?
Un’isola recintata di patiboli
Secoli prima che il Cristianesimo portasse il suo
messaggio di salvezza, la Sicilia aveva già conosciuto la croce. Non come
simbolo di fede, ma come strumento di sterminio politico. Tra il 135 e il 100
a.C., l’isola fu teatro delle Guerre Servili, le più grandi rivolte di schiavi
della storia antica.
Il bilancio finale fu un’apocalisse: alla fine della
prima guerra, il console Rupilio fece crocifiggere 20.000 uomini. Pochi decenni
dopo, con la seconda rivolta di Salvio e Atenione, altre migliaia di corpi
finirono appesi lungo le strade consolari. Per quasi un secolo, l'orizzonte
siciliano non fu fatto solo di templi e vigne, ma di una selva infinita di
croci che segnavano il paesaggio da Enna a Taormina, da Agrigento a Siracusa.
Il Cristo "Re degli Schiavi"
Quando i primi missionari cristiani giunsero in Sicilia,
trovarono un popolo che non aveva bisogno di spiegazioni su cosa fosse la
crocifissione. La conoscevano fin nelle ossa.
È qui che avviene il "travaso" psicologico: il
Cristo dei Vangeli, arrestato, deriso con vesti regali di stracci e messo a
morte dal potere romano, era l'immagine speculare di Euno, lo schiavo siriano
che si era proclamato Re dei ribelli a Enna prima di essere annientato da Roma.
In Sicilia, la devozione per il Cristo martoriato è così
carnale perché è identitaria. Quando il popolo piange il "Cristo alla
Colonna", non sta solo pregando un Dio; sta piangendo, in modo inconscio,
la memoria dei propri antenati che hanno osato sfidare l'Impero e sono stati
ridotti al silenzio dal ferro e dal legno.
La parata degli anonimi: Gli Incappucciati
L’elemento più inquietante e affascinante della Pasqua
siciliana è la massa degli incappucciati (i babbaluti, i confrati). Migliaia di
uomini senza volto che sfilano in un silenzio che fa tremare le pietre.
Questa estetica dell'anonimato richiama direttamente la
condizione dello schiavo: l'uomo privato del nome, del volto e dei diritti,
destinato a una morte collettiva e senza sepoltura. Vedere oggi duemila
incappucciati attraversare le nebbie di Enna non è solo un atto di penitenza; è
il ritorno simbolico dell'esercito degli schiavi che, dopo duemila anni, torna
a occupare la città che fu il cuore della loro rivolta.
Una memoria che il dogma non può contenere
C'è un motivo se le rappresentazioni siciliane sono così
"eccessive" rispetto alla liturgia romana: esse devono contenere un
dolore più grande. Devono servire da funerale collettivo per quei ventimila (e
molti di più) che non ebbero mai una tomba né un lamento.
Il suono delle troccole (gli strumenti in legno che
sostituiscono le campane), il ritmo funebre dei tamburi e i canti "a
polivocale" che sembrano urla soffocate, sono i rimasugli acustici di
un'isola-carcere che per decenni ha sentito solo il rumore dei martelli e i
gemiti dei moribondi.
Conclusione
La Settimana Santa in Sicilia è dunque il più grande
monumento politico involontario della storia dell'umanità. È il modo in cui una
terra ha saputo "travestire" il proprio lutto storico con i paramenti
della religione.
In Sicilia, la Croce non è un'importazione straniera; è
un'eredità indigena. E ogni volta che un simulacro del Cristo passa tra la
folla, l'isola non sta solo commemorando la Passione di un uomo di Galilea, ma
sta celebrando il rito eterno di una terra che, per la libertà, ha accettato di
diventare un immenso Calvario.
"In Sicilia, il venerdì santo non si celebra la
morte di Dio, ma la sopravvivenza di un popolo che alla croce è sopravvissuto
davvero."
Giuseppe Tizza, de.it.press 2.4.
Papst: Afrikareise war
Friedensbotschaft in Zeit von Kriegen
Papst
Leo XIV. hat seine Generalaudienz auf dem Petersplatz diesen Mittwoch genutzt,
um Rückschau auf seine Afrikareise zu halten, von der er in der Vorwoche
zurückgekehrt ist. Er dankte Gott dafür, dass es ihm möglich war „diese Reise
als Hirte zu unternehmen, um das Volk Gottes zu treffen und zu ermutigen; und
dass ich diese Reise als Botschaft des Friedens in einer historischen Zeit
erleben durfte, die von Kriegen und schweren und häufigen Verstößen gegen das
Völkerrecht geprägt ist." Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
In
seinem Dank steckte somit auch erneut ein Appell für Frieden und Einhaltung der
Rechte. Ganz ähnlich hatte sich das katholische Kirchenoberhaupt immer wieder
auch während seiner elftägigen Reise geäußert, die ihn vom 13.-23. April
nach Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea geführt hatte.
„Neben
dem Ruf nach Frieden habe ich die schweren Ungerechtigkeiten angeprangert, die
in diesen Ländern herrschen, die so reich an Rohstoffen sind; und ich habe die
internationale Gemeinschaft aufgefordert, neo-koloniale Haltungen zu
überwinden", brachte es Papst Leo XIV., der als Muttersprachler wie
üblich die Zusammenfassung seiner italienischen Rede auf Englisch selbst
vortrug, auf den Punkt.
Zum
Hören: Papst Leo XIV. bei der Generalaudienz am 29.4.2026: Afrika-Reise war
Friedensbotschaft in Zeit von Kriegen (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)
„Neben
dem Ruf nach Frieden habe ich die schweren Ungerechtigkeiten angeprangert, die
in diesen Ländern herrschen, die so reich an Rohstoffen sind; und ich habe die
internationale Gemeinschaft aufgefordert, neo-koloniale Haltungen zu
überwinden“
Papst
Leo XIV. ging dann auf die einzelnen Reise-Länder genauer ein. Er, der selbst
dem Augustinerorden angehört, betonte mit Blick auf die erste Etappe in
Algerien, wo der heilige Augustinus wirkte, dass er dort auch Gelegenheit
hatte, „in die Schule des heiligen Augustinus zu gehen: Mit seiner
Lebenserfahrung, seinen Schriften und seiner Spiritualität ist er ein Meister
in der Suche nach Gott und der Wahrheit. Ein Zeugnis, das heute für Christen
und für jeden Menschen wichtiger denn je ist." Ebenso würdigte er den
interreligiösen Dialog im mehrheitlich muslimischen Algerien - „wir
konnten hautnah erleben und der Welt zeigen, dass es möglich ist, als Brüder
und Schwestern zusammenzuleben, auch wenn wir unterschiedlichen Religionen
angehören, wenn wir uns als Kinder desselben barmherzigen Vaters
erkennen."
„Wir
konnten hautnah erleben und der Welt zeigen, dass es möglich ist, als Brüder
und Schwestern zusammenzuleben, auch wenn wir unterschiedlichen Religionen
angehören, wenn wir uns als Kinder desselben barmherzigen Vaters erkennen“
Afrika
im Glauben stärken - und Gerechtigkeit und Frieden anmahnen
Zu
seiner Afrikareise generell sagte der Papst, es sei ihm so gegangen, wie Jesus
mit den Menschenmengen in Galiläa: „Er sah, dass sie nach Gerechtigkeit
dürsteten und hungerten, und verkündete ihnen: ,Selig sind die Armen, selig
sind die Sanftmütigen, selig sind die Friedensstifter…` und erkannte ihren
Glauben an und sagte: ,Ihr seid das Salz der Erde und das Licht der Welt` (vgl.
Mt 5,1-16)." Genau darum war es dem Papst, einem früheren Missionar,
gegangen: Er wollte die Menschen vor Ort im Glauben stärken und ihrer Sehnsucht
nach Gerechtigkeit und Frieden Nachdruck verleihen.
„Notwendigkeit
einer gerechten Verteilung des Reichtums; die Notwendigkeit, der Jugend Raum zu
geben und die endemische Korruption zu überwinden; die Notwendigkeit, eine
ganzheitliche und nachhaltige Entwicklung zu fördern und den verschiedenen
Formen des Neokolonialismus eine weitsichtige internationale Zusammenarbeit
entgegenzusetzen“
Sein
Besuch in Afrika sei für die Völker einerseits eine Gelegenheit gewesen, ihrer
Stimme Gehör zu verschaffen, betonte der Papst, und andererseits auch
Gelegenheit, „die Freude darüber zum Ausdruck zu bringen, Volk Gottes zu sein,
und die Hoffnung auf eine bessere Zukunft, auf Würde für jeden und für
alle." Papst Leo dankte allen für die Reise und den freundlichen Empfang
und betonte einmal mehr, dass diese Reise ihm „unschätzbaren Reichtum" für
sein Herz und seinen Dienst geschenkt habe.
„Hoffnung
auf eine bessere Zukunft, auf Würde für jeden und für alle“
Leo
XIV. erinnerte bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz, zu der rund
25.000 Leute gekommen waren, explizit daran, wie er in Kamerun, das „leider von
Spannungen und Gewalt geprägt" sei, für Frieden warb. Zudem seien dort
viele Probleme auch anderer afrikanischer Länder deutlich zu sehen - etwa „die
Notwendigkeit einer gerechten Verteilung des Reichtums; die Notwendigkeit, der
Jugend Raum zu geben und die endemische Korruption zu überwinden; die
Notwendigkeit, eine ganzheitliche und nachhaltige Entwicklung zu fördern und
den verschiedenen Formen des Neokolonialismus eine weitsichtige internationale
Zusammenarbeit entgegenzusetzen", führte Leo XIV. konkret aus.
Freude
des Evangeliums - und Aufruf zur tatsächlichen Achtung der Rechte
Mit
Blick auf Angola erinnerte Papst Leo XIV. in seinem Reise-Rückblick an den
langen Bürgerkrieg nach der Unabhängigkeit und daran, dass trotz vieler Mühen
und Leidens immer die Freude des Evangeliums durchscheine: „Ich habe
Frauen und Männer gesehen, die im Rhythmus der Lobgesänge auf den
auferstandenen Herrn tanzen, der die Grundlage einer Hoffnung ist, die den
Enttäuschungen standhält, die durch Ideologien und die leeren Versprechungen
der Mächtigen verursacht werden." Es gelte, sich für die Rechte aller
einzusetzen, rief der Papst noch einmal auf:
„Diese
Hoffnung verlangt nach konkretem Engagement, und die Kirche hat die
Verantwortung, durch ihr Zeugnis und die mutige Verkündigung des Wortes Gottes
die Rechte aller anzuerkennen und für ihre tatsächliche Achtung
einzutreten."
„Die
Kirche hat die Verantwortung, durch ihr Zeugnis und die mutige Verkündigung des
Wortes Gottes die Rechte aller anzuerkennen und für ihre tatsächliche Achtung
einzutreten“
In
Äquatorialguinea, der letzten Etappe seiner Afrikareise, sei ihm unvergessen,
was bei seinem Besuch eines Gefängnisses passierte. „Die Häftlinge sangen
aus voller Kehle ein Dankeslied an Gott und den Papst und baten darum, ,für
ihre Sünden und ihre Freiheit` zu beten. So etwas hatte ich noch nie gesehen.
Und dann beteten sie mit mir das ,Vaterunser` im strömendem Regen. Ein echtes
Zeichen des Reiches Gottes!", bekräftigte Leo XIV. in seiner persönlichen
Reise-Rückschau bei der Generalaudienz. Er erinnerte auch noch einmal explizit
an seine Jugend-Begegnung im Stadion von Bata und die Eucharistiefeier am
nächsten Tag, der letzten vor seiner Rückreise, „die den Besuch in
Äquatorialguinea und auch die gesamte Apostolische Reise würdig krönte."
(vn
29)
Vielfältige und freie
Presselandschaft unerlässlich
Kardinal
Marx zum Welttag der Pressefreiheit
Zum
bevorstehenden Welttag der Pressefreiheit am 3. Mai 2026 erklärt der
Vorsitzende der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz,
Kardinal Reinhard Marx:
„Der
Welttag der Pressefreiheit macht deutlich: Freie und unabhängige
Berichterstattung ist unverzichtbar für unsere Demokratie. Journalistinnen und
Journalisten decken Missstände auf, ordnen Entwicklungen ein und schaffen die
Grundlage für öffentliche Meinungsbildung. Weltweit sind sie dabei erheblichen
Gefahren ausgesetzt – besonders dort, wo sie für ihre Arbeit ihr Leben
riskieren. In vielen Ländern wird freie und kritische Berichterstattung gezielt
unterdrückt, etwa durch Gewalt gegen Medienschaffende oder durch staatliche
Repression gegenüber kritischen Stimmen.
Die
Entwicklungen der vergangenen Jahre zeichnen ein zunehmend düsteres Bild von
der Lage der Pressefreiheit: Die Zahl der Übergriffe gegen Journalistinnen und
Journalisten nimmt zu. Zu oft bezahlen sie ihren Einsatz mit dem Leben. Kriege
und bewaffnete Konflikte haben die Situation zusätzlich verschärft. Diesen
existenziellen Bedrohungen muss entschieden entgegengetreten werden. Auch in
demokratischen Gesellschaften gerät die Pressefreiheit unter Druck, sie ist
nicht nur bedroht, wo offene Gewalt herrscht. Oft weniger sichtbar, aber nicht
weniger wirksam, sind politische Einflussnahme, wirtschaftliche Abhängigkeiten
und technologische Herausforderungen.
Besonders
die digitale Transformation prägt heute alle Bereiche der öffentlichen
Kommunikation. Digitale Plattformen sind zu zentralen Vermittlerinnen von
Informationen geworden und beeinflussen maßgeblich, welche Themen präsent sind.
Damit wächst auch die Verantwortung der dahinterstehenden Unternehmen, wirksam
gegen Desinformation, manipulative Verkürzungen und Hassrede vorzugehen und
zugleich Transparenz über ihre Entscheidungen herzustellen. Zudem sehen sich
Journalistinnen und Journalisten immer häufiger gezielten Anfeindungen und
Kampagnen ausgesetzt, die darauf abzielen, ihre Arbeit zu diskreditieren und
sie persönlich einzuschüchtern. Umso wichtiger sind klare rechtliche
Rahmenbedingungen, die Medienschaffende und ihre Quellen schützen sowie illegale
Überwachung unterbinden.
Ein
drängendes Problem ist die wachsende Konzentration von Macht: Ein Großteil der
globalen Informationskanäle und Plattformen befindet sich im Besitz weniger
globaler Akteure. Hier sind die einzigen ‚Währungen‘ Aufmerksamkeit und
finanzieller Erfolg. Diese Entwicklung stellt eine ernsthafte Herausforderung
für Meinungsvielfalt und freie Meinungsbildung dar. Hinzu kommt der rasante
Fortschritt im Bereich der Künstlichen Intelligenz (KI). Inhalte können
mithilfe von KI in bislang ungekanntem Tempo erzeugt und verbreitet werden –
auch für politisch motivierte Desinformationskampagnen. Die Dynamik und die
Masse von Informationen lassen einem gründlich arbeitenden
Qualitätsjournalismus kaum Zeit, kursierende Inhalte zu prüfen und einzuordnen,
und erschweren das Unterscheiden von verlässlichen und manipulierten Inhalten.
Gleichzeitig geraten journalistische Angebote unter wirtschaftlichen Druck
durch den Einsatz von KI-Systemen, die Nachrichten und Zusammenfassungen
generieren. Besonders kleinere und unabhängige Medien geraten in eine
schwierige Lage, was langfristig zu einem Verlust an Perspektiven und Vielfalt
führen kann.
Vor
diesem Hintergrund ist es wichtig, die Bedeutung einer freien und vielfältigen
Presse- und Medienlandschaft immer wieder zu betonen. Denn sie ist eine
zentrale Voraussetzung für individuelle Meinungsfreiheit ebenso wie für das
Funktionieren demokratischer Prozesse. Technologische Entwicklungen kann und
soll man vielleicht nicht aufhalten, aber sie brauchen Regeln und
verantwortliche Gestaltung und Menschen müssen zu einem souveränen Umgang mit
ihnen befähigt werden. Auch Künstliche Intelligenz kann dabei ein wertvolles
Instrument sein. In einer zunehmend digitalen und technologischen Welt sind
technologische Entwicklungen sogar unabdingbar. Entscheidend ist jedoch, sie
nicht isoliert zu betrachten, sondern im Zusammenspiel mit anderen Faktoren:
der Förderung von Medienkompetenz und gesellschaftlicher Teilhabe, der Stärkung
eines unabhängigen Medienangebots sowie dem Schutz von Meinungsvielfalt.
Besonderer
Dank gilt deshalb allen Journalistinnen und Journalisten weltweit. Ihr Einsatz
für Wahrheit, Transparenz und öffentliche Verantwortung ist unverzichtbar! Eine
freie Presse ist kein Gegenüber, das es zu fürchten gilt, sondern ein
notwendiger Bestandteil einer demokratischen Gesellschaft.
Eine
freie und unabhängige Presse dient dem Weltgemeinwohl und wurzelt im
christlichen Menschenbild, also in der Würde des Menschen, dem gegenseitigen
Respekt und der Freiheit aller Menschen. Deshalb ist auch der Einsatz der
katholischen Kirche für die Pressefreiheit nicht nur geboten, sondern geradezu
unerlässlich.“ Dbk 29
„Botschaft des Friedens von Papst
Leo in Afrika war sehr stark“
Die
jüngste Afrikareise von Papst Leo war aus Sicht des Nuntius in Kamerun und
Äquatorialguinea ein großer Erfolg. Erzbischof José Avelino Bettencourt sagte
in unserem Interview, die Erfahrung habe „uns als Kirche noch mehr geeint.“
Als
Ordensoberer der Augustiner war Robert Francis Prevost schon viele Male in
Afrika, allein neun Mal in Nigeria. Aber als Papst kam er zum ersten Mal. In
elf Tagen besuchte er Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea. Nuntius
Bettencourt sieht darin eine übergreifende Dimension. Der Papst habe enorm
unterschiedliche kulturelle, religiöse und gesellschaftliche Situationen
kennengelernt.
Eine
einende Erfahrung
„Während
seines Besuchs auf dem Kontinent hat der Heilige Vater die Freuden und Leiden
des Leibes Christi in diesem Teil der Welt berührt“, so der kanadische, in
Portugal geborene Papstbotschafter. „Gleichzeitig hat diese Kirche an die
universale Kirche eine Bitte um Gebet und Solidarität gerichtet für die
Situation, in der sie sich befindet. Es war eine sehr schöne und bedeutende
Erfahrung, die uns als Kirche noch mehr geeint hat.“
Bettencourt
begleitete Leo XIV. in seinen beiden Dienstländern Kamerun und
Äquatorialguinea. In Kamerun habe der Papst ein großes und vielfältiges Land
erlebt, das vom Atlantik bis zur Sahara reicht und 26 katholische Bistümer
zählt, außerdem „rund 300 Ordensgemeinschaften, von den Trappisten bis zu den
sozial besonders aktiven. Während des Besuchs konnte der Heilige Vater
verschiedene wichtige Aspekte berühren, von den Eucharistiefeiern bis zum
Besuch in der vom Krieg gezeichneten Region Bamenda.“
Starker
Friedensappell
Diese
Etappe galt von vornherein als besonders wichtige Station: denn Papst Leo erhob
in Bamenda einen Friedensappell, der weltweit wahrgenommen wurde. Der Nuntius:
„Die
Botschaft des Friedens von Papst Leo war sehr stark. Ich glaube, sie wird ein
ikonisches Bild dieses ersten Besuchs in Afrika bleiben. Es war ein Echo seiner
ersten Worte vom Balkon der Petersbasilika: ‚Der Friede sei mit euch‘, die er
in Afrika auf viele Arten wiederholen konnte. Der Papst ist durch die Straßen
von Bamenda gegangen, und das war ein sehr starkes Symbol.“
„Die
Botschaft des Friedens von Papst Leo war sehr stark. Ich glaube, sie wird ein
ikonisches Bild dieses ersten Besuchs in Afrika bleiben.“
Unterschiedliche
gesellschaftliche Realitäten
Neben
Konfliktregionen habe der Papst auch soziale Einrichtungen besucht. In Douala
habe er ein katholisches Krankenhaus aufgesucht, in Yaoundé ein Waisenhaus in
einem überwiegend muslimischen Viertel. Diese Stationen hätten unterschiedliche
gesellschaftliche Realitäten sichtbar gemacht.
In
Äquatorialguinea sei die Erwartung besonders groß gewesen. Bettencourt erinnert
an frühe Gespräche mit staatlichen Vertretern:
„Äquatorialguinea
hat sich diesen Besuch seit langem gewünscht. Ich erinnere mich, dass mir bei
der Überreichung meines Beglaubigungsschreibens als erste Frage gestellt wurde:
‚Wann wird der Heilige Vater hierher kommen?‘ Es ist ein mehrheitlich katholisches
Land, ein kleines Land mit etwa zwei Millionen Einwohnern.“
Der
Papst habe dort unter anderem ein Gefängnis in Bata besucht. Der Nuntius hob
auch hervor, dass die Behörden während des Besuchs humanitäre Gesten gesetzt
hätten. Die Bevölkerung in Afrikas einzigem spanischsprachigen Land empfingen
den Papst mit großer Begeisterung: „Die Feierlichkeiten waren euphorisch. Die
Menschen waren voller Glauben und haben diesen Besuch von ganzem Herzen
erwartet.“
„Die
Kirche schweigt nie“
Fortsetzung
kirchlicher Verkündigung
Ein
Schwerpunkt der ersten Afrika-Reise von Papst Leo lag auf sozialen Fragen.
Mehrfach sprach das Kirchenoberhaupt über wirtschaftliche Gerechtigkeit, Rechte
und Zukunftsperspektiven für die Menschen in den vier Ländern, die er besuchte.
Bettencourt sieht in diesen Themen eine Fortsetzung kirchlicher Verkündigung:
„Der
Heilige Vater hat das Evangelium verkündet, er hat die Lesungen des Tages auf
die Realität angewendet. Die Kirche schweigt nie. Jedes Mal, wenn wir die
Eucharistie feiern, hören wir das Wort Gottes, verkünden wir das Wort Gottes.
Das ist eine Fortsetzung des Engagements der Kirche für Fortschritt und
Entwicklung, und wir glauben, dass es gute Ergebnisse bringen wird.“
Auch
die diplomatischen Beziehungen zwischen dem Heiligen Stuhl und den beiden
Ländern seien Thema gewesen. Beide Staaten haben vor zehn Jahren Rahmenabkommen
mit dem Heiligen Stuhl geschlossen. Diese regelten die rechtliche Stellung der
Kirche sowie die Zusammenarbeit in zentralen gesellschaftlichen Bereichen.
Bettencourt betont die langfristige Perspektive: „Es handelt sich um einen
Prozess, der Heilige Stuhl engagiert sich mit großer Sorgfalt und
Aufmerksamkeit, um die Ortskirche und die Ordensgemeinschaften zu unterstützen,
die hier wirklich sehr großzügig arbeiten. Wir hoffen, etwas Konkretes
verwirklichen zu können.“
„die
Früchte dieses Besuchs werden nicht ausbleiben.“
Bettencourt
bewertet Papst Leos erste Afrikareise als gelungen und blickt auf mögliche
Folgen. „Den Heiligen Vater im ersten Jahr seines Pontifikats in Afrika zu
haben, war wirklich eine Gnade und ein Segen, und die Früchte dieses Besuchs
werden nicht ausbleiben. Mit dem fortgesetzten Engagement der Kirche und aller
beteiligten Institutionen werden wir viele positive Ergebnisse sehen.“ (vn 28)
Neue Rahmenordnung für
Priesterausbildung
Bischof
Gerber: „Die Kirche der Zukunft braucht qualifizierte Priester“
Mit
der Ratio Nationalis Institutionis Sacerdotalis veröffentlicht die Deutsche
Bischofskonferenz heute (28. April 2026) eine neue Rahmenordnung für die
Priesterbildung. Diese wurde am 11. März 2026 vom vatikanischen Dikasterium für
den Klerus bestätigt. Sie ersetzt das Vorgängerdokument aus dem Jahr 2003. Die
Ratio Nationalis orientiert sich an der römischen Ratio Fundamentalis, die am
8. Dezember 2016 von Papst Franziskus approbiert worden ist. Die Ratio
Nationalis wurde in mehrjähriger Arbeit in einer Redaktionsgruppe der
Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste der Deutschen
Bischofskonferenz erarbeitet.
Der
Vorsitzende der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste,
Bischof Dr. Michael Gerber, erklärt: „Während der Erarbeitung des Textes haben
wir zu Zwischenergebnissen ein kritisches Feedback unterschiedlicher
Bezugsgruppen eingeholt, darunter Ausbildungsverantwortliche und
Theologieprofessoren sowie Seminaristen und der auf der Ebene der Deutschen
Bischofskonferenz gebildete Beirat von Betroffenen sexualisierter Gewalt. Deren
Rückmeldungen wurden zusammen mit weiteren Fachexpertisen in die Redaktionsarbeit
eingebunden. Mit den zuständigen römischen Stellen waren wir gerade auch in
Bezug auf spezifische Fragen, die für den deutschen Kontext relevant sind –
etwa die Bedeutung staatlicher Fakultäten für die Priesterausbildung –, im
konstruktiven Austausch. Ich bin sehr dankbar, dass wir jetzt ein Dokument
vorlegen können, das auf die Herausforderungen unserer Zeit mit Erkenntnissen
aus der Humanwissenschaft, aber auch mit geistlicher und theologischer Tiefe
reagiert. Mein Dank gilt allen, die sich bei der Erarbeitung dieses Dokumentes
eingebracht haben.“
Die
Ratio Nationalis formuliert verbindliche Standards für die Priesterausbildung
in den deutschen (Erz-)Diözesen. Analog zur römischen Grundordnung beschreibt
die Ratio Nationalis den Ausbildungsweg der Priester als ständige,
ganzheitliche, gemeinschaftliche und missionarische Bildung. Dies entspricht
einem Verständnis von Berufung als lebenslanges, dialogisches Geschehen, das
sich in der Beziehung zu Jesus Christus und den Menschen sowie in einem
Hineinwachsen in die kirchliche Communio vollzieht.: „Die Ausprägung einer
dialogischen Existenz ist wesentlich für einen Priester. Deshalb soll die
Ausbildung nicht allein den Erwerb einzelner Fertigkeiten, sondern vor allem
die Persönlichkeitsentwicklung fördern“, so Bischof Gerber. Er fügt
hinzu: „Das bedeutet, dass der angehende Priester ein möglichst realistisches
Bild von sich selbst gewinnt und in einen Modus findet, mit dem er lebenslang
jeweils neue Erfahrungen in einen Prozess der fortdauernden Reifung seiner
Persönlichkeit integrieren kann.“
Bei
der Beschreibung wesentlicher Elemente der Priesterausbildung liegt die Ratio
Nationalis auf einer Linie mit dem ebenfalls im März veröffentlichten
Abschlussbericht der Studiengruppe der Weltsynode, die mit einer Revision
der Ratio Fundamentalis aus synodaler, missionarischer Perspektive beauftragt
war und die enge Verwobenheit der Priesterberufung mit dem Volk Gottes
herausgearbeitet hat. Beide Dokumente setzen Akzente, z. B. durch eine
dezentralere Ausbildung, also einen Wechsel zwischen dem Leben im Seminar und
dem Wohnen in Pfarrgemeinden, oder durch gemeinsame Ausbildungseinheiten
angehender Priester mit anderen pastoralen Berufsgruppen. Kompetente Frauen
sollen auf allen Ebenen der Ausbildung mit in die Verantwortung genommen
werden. Die Bedeutung der Psychologie wird gestärkt. „Zudem zeigen beide
Dokumente deutlich, dass ein synodaler Stil in der Priesterbildung verankert
werden soll, aber auch umgekehrt, dass die Ausbildung der geistlichen Berufe
auf allen Ebenen grundlegend für den Aufbau einer synodalen Kultur in der
Kirche ist. An unserer synodalen Haltung und Unterscheidungsfähigkeit müssen
wir ein Leben lang arbeiten“, so Bischof Gerber.
„Priester
werden, ist nicht leicht. Es ist ein Weg und ich weiß aus meiner früheren
Verantwortung in der Priesterausbildung um die Schwierigkeiten, die auf dem
persönlichen Weg einer Priesterberufung liegen oder durch die aktuellen
gesellschaftlichen und kirchlichen Herausforderungen entstehen. Diese sind
herausfordernd, aber für mich kein Grund zur Entmutigung“, sagt Bischof Gerber.
Vielmehr gelte es, sie realistisch und zuversichtlich anzunehmen, dass es genau
diese Zeit sei, in der Gott zum Zeugnis herausruft. Bischof Gerber: „Ich
wünsche mir sehr, dass Seminaristen wie Ausbildungsverantwortliche die Impulse
der Ratio Nationalis aufnehmen und zur Grundlage ihres Handelns machen. Die
Kirche der Zukunft braucht qualifizierte Priester, die zusammen mit den unterschiedlichen
Gliedern des Volkes Gottes angesichts der großen Herausforderungen die
Gegenwart in Kirche und Gesellschaft gestalten können.“Hinweise:
Die
neue Rahmenordnung für Priesterausbildung Ratio Nationalis Institutionis
Sacerdotalis (Die deutschen Bischöfe Nr. 118) kann unter www.dbk.de in der
Rubrik Publikationen als PDF-Datei heruntergeladen werden. Das Dokument
erscheint als Broschüre im Mai 2026 und kann dort bereits vorbestellt werden.
Ebenso
kann die Broschüre Das Geschenk der Berufung zum Priestertum. Ratio
Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis unter www.dbk.de in der Rubrik
Publikationen als Broschüre bestellt oder als PDF-Datei heruntergeladen werden.
Sie ist erschienen in der Reihe Verlautbarungen des Apostolischen Stuhls Nr.
209. Dbk 28
Asylpolitik: Kirche sieht Europas
Schutzversprechen in Gefahr
Die
EU will Rückführungen verschärfen, doch Kirchenvertreter warnen vor einer
Politik, die Härte zeigt und Rechte schwächt. Im Streit um Haft, Return Hubs
und Asylpolitik zeigt sich der Rechtsruck in Europa. Von Marlene Brey
Die
Europäische Union will mit einer neuen Rückführungsverordnung die Zahl der
Abschiebungen deutlich erhöhen und Verfahren vereinheitlichen. Kritiker
bezweifeln jedoch, dass die geplanten Maßnahmen die tatsächlichen Hürden bei
Rückführungen adressieren. Stattdessen könnten sie nach Ansicht von
Kirchenvertretern Grundrechte einschränken und neue rechtliche Unsicherheiten
schaffen. Der Generalsekretär der Kommission der Kirchen für Migranten in
Europa (CCME), Torsten Moritz, warnt vor einer Politik, die Härte signalisiert,
ohne die Praxis wirksam zu verändern.
Herr
Moritz, was regelt die geplante EU-Rückführungsverordnung?
Torsten
Moritz: Sie legt fest, was mit Menschen passiert, die kein Aufenthaltsrecht in
der EU haben – meist abgelehnte Asylbewerber, aber auch Personen mit
abgelaufenem Visum oder ohne Papiere. Ziel ist, dass diese Menschen die EU
tatsächlich verlassen.
Es
heißt, nur jede fünfte ausreisepflichtige Person kehre tatsächlich zurück.
Warum bezweifeln Sie, dass es mit der Verordnung gelingt, diese Zahl zu
erhöhen?
Weil
die Problemanalyse nicht stimmt. Diese Zahl ist aus unserer Sicht irreführend.
Sie berücksichtigt nicht, dass viele Menschen die EU längst freiwillig
verlassen haben. Und sie ignoriert, dass ein großer Teil der Betroffenen gar
nicht abgeschoben werden kann – etwa weil ihnen im Herkunftsland Gefahr droht
oder Papiere fehlen. Die vorgeschlagenen Maßnahmen werden daran nichts ändern.
Sie sind aber teuer, ineffektiv und untergraben Rechte. Am Ende droht eine
Symbolpolitik der Härte – und wenig tatsächliche Wirkung.
Warum
helfen schärfere Maßnahmen nicht?
Weil
man an der Realität vorbeireguliert. In Deutschland haben je nach Jahr 70 bis
80 Prozent der Ausreisepflichtigen eine Duldung. Der Staat weiß also selbst,
dass diese Personen nicht zurückgeführt werden können. Und wer nicht
zurückgeführt werden kann, wird es auch mit strengeren Regeln nicht können. Bei
den anderen sind viele Maßnahmen kontraproduktiv. Wenn etwa stärker auf Haft
gesetzt wird, schreckt das Menschen ab, im Verfahren zu bleiben – sie tauchen
früher unter. Das kann am Ende sogar dazu führen, dass weniger Menschen
erreichbar sind.
Welche
Verschärfungen sehen die Kirchen besonders kritisch?
Zum
einen die Ausweitung von Haft. Zum anderen die Einschränkung von
Verfahrensrechten. Besonders problematisch ist aber die Verlagerung in
Drittstaaten. Dort sind Rechtsgarantien oft nicht mehr gesichert, während die
Verordnung selbst viele Standards nur vage formuliert. Man schafft einen
Rahmen, lässt aber gerade bei restriktiven Maßnahmen viel Spielraum.
Das
Stichwort lautet „Return Hubs“. Was ist mit diesen Rückkehrzentren gemeint?
Gemeint
ist, dass Menschen nicht mehr unbedingt in ihr Herkunftsland zurückgeführt
werden, sondern in einen Drittstaat, mit dem es ein Abkommen gibt. Das ist
eigentlich keine Rückkehr mehr, sondern ein Weiterreichen. Und viele zentrale
Fragen sind ungeklärt – etwa was passiert, wenn von dort keine Rückführung
möglich ist.
Wo
könnten solche Zentren entstehen?
Vermutlich
in Staaten, die sich davon politische oder finanzielle Vorteile versprechen,
etwa im Kontext von EU-Beitrittsverhandlungen. Da fällt häufig der Name
Albanien. Diskutiert wurde auch Uganda – trotz erheblicher
Menschenrechtsprobleme. Erfahrungen zeigen aber: Solche Modelle sind teuer und
betreffen meist nur sehr wenige Personen.
Wann
könnte das Realität werden?
Zunächst
muss die Verordnung verabschiedet werden. Teile könnten erst nach einer
Übergangszeit von bis zu zwei Jahren greifen. Ob und wann solche Modelle
praktisch funktionieren, ist völlig offen – auch wegen rechtlicher Hürden.
Welche
Rolle spielt der politische Rechtsruck im Europaparlament für diese Verordnung?
Eine
wichtige. Man sieht, dass sich die konservative EVP-Fraktion, der auch CDU und
CSU angehören, stärker nach rechts orientiert und teilweise mit rechten Kräften
wie der AfD kooperiert – obwohl es in der Mitte andere Mehrheiten gäbe. Das
verschiebt die Politik insgesamt. (epd/mig 28)
Papst Leo XIV. Geflüchtete „nicht
schlechter als Haustiere“ behandeln
Papst
Leo XIV. fordert mehr Einsatz gegen Fluchtursachen in Afrika. Wer über
Migration spricht, müsse auch über Ausbeutung, Gerechtigkeit und die
Verantwortung reicher Staaten und Konzerne reden.
Angesichts
der anhaltenden Fluchtbewegung aus Afrika nach Europa hat Papst Leo XIV. mehr
internationale Anstrengungen zur Bekämpfung von Fluchtursachen verlangt. „Wir
müssen auf globaler Ebene zusammenarbeiten, um Justiz, Gerechtigkeit und
Entwicklung voranzubringen, damit die Leute nicht in Richtung von Ländern wie
Spanien emigrieren müssen“, sagte das Oberhaupt der katholischen Kirche zum
Ende seiner Afrika-Reise auf dem Rückflug nach Rom. Dazu müssten auch „große,
reiche, multinationale Konzerne“ einen Beitrag leisten.
Heute
werde Afrika von vielen noch immer als ein Kontinent betrachtet, dem man zur
eigenen Bereicherung seine Bodenschätze und Reichtümer abnehmen könne,
kritisierte Leo. Im Juni wird Spanien Ziel seiner nächsten Auslandsreise sein.
Der erste Pontifex aus den USA will dann auch die Kanarischen Inseln besuchen.
Die Inseln liegen vor Westafrika und sind seit Jahren ein zentraler Ankunftsort
für Schutzsuchende auf der gefährlichen Atlantikroute.
Menschenrechtsorganisationen
zufolge sind Armut, bewaffnete Konflikte, politische Instabilität, Klimafolgen,
fehlende wirtschaftliche Perspektiven und die Ausbeutung natürlicher Ressourcen
die größten Fluchtursachen. Viele afrikanische Länder sind reich an Ressourcen,
profitieren aber oft nur begrenzt von deren Wertschöpfung.
Leo:
Migranten verdienen Respekt
Zum
Schicksal von Geflüchteten aus afrikanischen Staaten sagte der Papst: „Das sind
Menschen. Und wir müssen sie wie menschliche Wesen behandeln, auf menschliche
Weise – und nicht schlechter als Haustiere, andere Tiere et cetera.“ Jeder
Staat habe das Recht, an seinen Grenzen Regeln aufzustellen. „Ich sage nicht,
dass alle kommen dürfen, ohne Ordnung. Manchmal sorgt das dort, wo sie
ankommen, für ungerechtere Zustände als dort, wo sie abgefahren sind. Aber wenn
Leute ankommen, verdienen sie Respekt wie jedes menschliche Wesen.“
Leo
äußerte sich vor mitreisenden Journalisten auf dem Heimflug aus
Äquatorialguinea, der letzten Station seiner Afrika-Reise. Das Oberhaupt von
1,4 Milliarden Katholiken hatte bei seiner bislang längsten Auslandsreise in
den vergangenen anderthalb Wochen Algerien, Kamerun, Angola und
Äquatorialguinea besucht. (dpa/mig 28)
Jetzt für ein Stipendium des
Cusanuswerks bewerben
Die
Bischöfliche Studienförderung Cusanuswerk ruft leistungsstarke Auszubildende,
Studierende und Promovierende dazu auf, sich für ein Stipendium zu bewerben.
Als eines der 13 Begabtenförderungswerke in Deutschland unterstützt das
Cusanuswerk junge Katholikinnen und Katholiken, die ihren Glauben aktiv leben
und sich zugleich durch hervorragende fachliche Leistungen sowie
gesellschaftliches Verantwortungsbewusstsein auszeichnen. Die Förderung umfasst
eine monatliche finanzielle Unterstützung, ein vielfältiges Bildungs- und
Seminarprogramm sowie geistliche Angebote.
Mehr
als 2.400 Stipendiatinnen und Stipendiaten werden derzeit ideell und finanziell
unterstützt. Jede geförderte Person erhält eine feste Ansprechperson, die bei
Fragen rund um die Förderung begleitet. „Unsere Geförderten zeichnen sich durch
exzellente fachliche Leistungen und ein ausgeprägtes Verantwortungsbewusstsein
für das Gemeinwohl aus“, erläutert Prof. Dr. Georg Braungart, Leiter des
Cusanuswerks: „Sie leben und bezeugen ihren christlichen Glauben und es gibt
eine echte Vielfalt an beruflichen Perspektiven, politischen Überzeugungen und
Frömmigkeitsformen. Wir fördern junge Menschen, die selbst zu Förderern für
andere werden, die Lagerdenken überwinden, Brücken bauen und Versöhnung
stiften.“
Für
das Cusanuswerk ist Fördern mehr als Finanzieren. Neben einer
Stipendienpauschale und BAföG-Leistungen gibt es den Zugang zu
Seminarangeboten, spiritueller Begleitung und interdisziplinären
Austauschformaten. Zur individuellen Begleitung bei der Unterstützung in der
akademischen und beruflichen Entwicklung gehört ein lebendiges Netzwerk, das
aus rund 13.000 aktuellen und ehemaligen Stipendiatinnen und Stipendiaten in
Deutschland und weltweit besteht.
Anna
Josefine Beiske, Medizinstudentin und Stipendiatin des Cusanuswerks, sagt:
„Besonders begeistert mich der Zusammenhalt in der cusanischen
Stipendiatenschaft. Schnell wächst ein Netzwerk – deutschlandweit und über
Landesgrenzen hinaus. Ich bin sehr dankbar für die vielfältigen Möglichkeiten
persönlichen Wachstums, für Inspiration und Rückhalt, die ich im Cusanuswerk
erfahren durfte.“ Prof. Dr. Dr. Lukas Bunse, Universitätsklinik Heidelberg,
Preisträger des Heinz Maier-Leibnitz-Preises 2025, ergänzt: „Die Zugehörigkeit
zum Cusanuswerk war für mich immer auch ein Ansporn, meinem Beruf als
forschender Arzt mit Haltung und Engagement nachzugehen.“
Hintergrund.
Die Bischöfliche Studienförderung Cusanuswerk ist das Begabtenförderungswerk
der katholischen Kirche in Deutschland und begeht in diesem Jahr ihr
70-jähriges Jubiläum. Mit staatlichen, kirchlichen und privaten Zuwendungen
fördert das Cusanuswerk mehr als 2.400 herausragend begabte katholische
Auszubildende, Studierende und Promovierende – ideell und finanziell. Für die
herausragende Qualität von Abläufen und Strukturen, Leistungen und
langfristigen Wirkungen wurde das Cusanuswerk 2025 von der Initiative
Ludwig-Erhard-Preis e. V. (ILEP) mit dem Zertifikat „Recognised for Excellence
– 5 Star“ ausgezeichnet. Es hat zudem den deutschen Excellence-Preis
„Ludwig-Erhard-Preis 2024“ in Bronze erhalten. Der Preis wird von ILEP in
Kooperation mit „Deutschland – Land der Ideen“ verliehen, der gemeinsamen
Standortinitiative von Bundesregierung und deutscher Wirtschaft, um
Spitzenleistungen in Deutschland sichtbar zu machen.Hinweise: Das Cusanuswerk
fördert junge Menschen, die durch sehr gute Leistungen in Schule, Ausbildung
und Universität, ihr Glaubenszeugnis und ihr Engagement überzeugen. Die
aktuellen Bewerbungsfristen und Verfahren sind wie folgt festgelegt:
*
Auszubildende: 1. Juni 2026;
*
Studienanfängerinnen und -anfänger an Universitäten und Fachhochschulen: 1.
Juli 2026;
*
Studierende an Universitäten und Fachhochschulen: 1. August 2026;
*
Provomierende: 1. Juni 2026 und 1. November 2026;
*
Studierende an Kunstakademien und Kunsthochschulen: keine Selbstbewerbung
möglich.
Alle
Informationen zur Bewerbung gibt es auf der Internetseite des Cusanuswerks
unter: www.cusanuswerk.de/bewerbung/ein-stipendium-vom-cusanuswerk.
Dbk
27
Katholiken-Komitee warnt vor AfD
Der
Vorsitzende des Landeskomitees der Katholiken in Bayern, Christian Gärtner,
bewertet die AfD als „brutal kirchen- und christentumsfeindlich“.
Gärtner
sagte bei der Mitgliederversammlung des höchsten katholischen Laiengremiums im
Freistaat am Samstag in Augsburg, die AfD brauche das Christentum lediglich als
einen „aufgeblasenen Ballon“, nach dem Motto: „Wir verteidigen das christliche
Abendland“.
Wenn
es aber konkret werde, werde die Kirche als „Regenbogen-Kirche“ diffamiert,
ergänzte Gärtner. Auch gebe es aus der Partei Bestrebungen, die Kirchensteuer
und Staatsleistungen für die Kirche abzuschaffen. „Und da müssen wir
aufpassen.“
Gärtner
ergänzte, besonders die katholische Kirche in Sachsen-Anhalt stehe in dieser
Hinsicht unter Druck. Dort könne es im Herbst nach den Landtagswahlen zu einer
AfD-geführten Landesregierung kommen. „Wir müssen schauen, wie wir unsere
katholischen Geschwister in Sachsen-Anhalt dann unterstützen.“
Kooperation
mit Demokratie-Zentrum
Der
Landeskomitee-Vorsitzende sagte, nach den bayerischen Kommunalwahlen vom März
säßen in den entsprechenden Gremien deutlich mehr AfD-Abgeordnete als zuvor.
Ihn treibe die Sorge um, wie dort künftig Debatten liefen. Denn bisher habe man
auf lokaler und regionaler Ebene allgemein auch über Parteigrenzen hinweg gut
im Sinne des Gemeinwohls zusammengearbeitet.
Das
dürfte wegen des AfD-Zuwachses schwieriger werden, so Gärtner. „Das Miteinander
über Parteigrenzen hinweg ist das eigentlich Gefährdete.“ Und weiter: „Wir
wollen die Leute fitmachen, wie sie damit umgehen können.“ Gärtner kündigte an,
das Landeskomitee wolle in dieser Hinsicht verstärkt mit dem Kompetenzzentrum
Demokratie und Menschenwürde der Katholischen Kirche Bayern zusammenarbeiten.
(kna 26)
Papst Leo, der Schafstall und die
Diebe
Papst
Leo XIV. hat die Gläubigen dazu aufgerufen, ihren Geist und ihr Herz vor
Eindringlingen zu beschützen.
Jesus
sei der gute Hirt, der seine Schafe kenne und liebe (vgl. Joh 10,1–10). Wer
sich ihm anvertraue, habe nichts zu befürchten, so der Papst beim österlichen
Mittagsgebet „Regina Coeli“ (Engel des Herrn). Anders verhalte es sich mit
„Dieben“, die versuchten, sich aus unlauteren Beweggründen an uns
heranzumachen.
„Die
‚Diebe‘ können viele Gesichter haben: Es sind jene, die ungeachtet des äußeren
Anscheins unsere Freiheit ersticken oder unsere Würde nicht achten... Und
vergessen wir auch jene „Diebe“ nicht, die durch die Plünderung der Ressourcen
der Erde, durch das Führen blutiger Kriege oder durch das Nähren des Bösen in
jeglicher Form nichts anderes tun, als uns allen die Möglichkeit einer Zukunft
in Frieden und Unbeschwertheit zu rauben.“
„Jesus
kommt nicht wie ein Dieb, um uns unser Leben und unsere Freiheit zu rauben“
Leo
nahm damit Motive aus Ansprachen seiner Afrikareise wieder auf. In Algerien,
Kamerun, Angola und Äquatorialguinea hat er in den letzten Tagen eindringlich
vor Ausbeutung, Kriegstreiberei und der Geringschätzung von Menschenrechten
gewarnt.
„Jesus
kommt nicht wie ein Dieb, um uns unser Leben und unsere Freiheit zu rauben,
sondern um uns auf die rechten Wege zu führen. Er kommt nicht, um unser
Gewissen zu vereinnahmen oder zu täuschen, sondern um es mit dem Licht seiner
Weisheit zu erleuchten. Er kommt nicht, um unsere irdischen Freuden zu trüben,
sondern um sie für ein erfüllteres und dauerhaftes Glück zu öffnen.“
Radio
Vatikan: Papst Leo beim Mittagsgebet am 26. April 2026
Zum
Schluss: eine Gewissenserforschung
Im
Stil seines Vorgängers Franziskus, der vor einem Jahr gestorben ist, rief Papst
Leo seine Zuhörenden zu einer Gewissenserforschung auf. „Wir können uns fragen:
Von wem wollen wir uns in unserem Leben leiten lassen? Welches sind die
‚Diebe‘, die versucht haben, in unsere Umfriedung einzudringen? Ist es ihnen
gelungen, oder konnten wir sie zurückdrängen?“ (vn 26)
Papst: Religionsunterricht ist
wichtig für den gesellschaftlichen Dialog
Papst
Leo XIV. hat an diesem Samstag die Teilnehmer des nationalen Treffens von
Italiens katholischen Religionslehrkräften im Vatikan empfangen. In seiner
Ansprache hob das Kirchenoberhaupt hervor, dass die religiöse Dimension ein
konstitutives Element der menschlichen Erfahrung sei, welches im
Bildungsprozess neuer Generationen nicht an den Rand gedrängt werden dürfe. Er
dankte den Lehrkräften für ihren oft unauffälligen, aber für das Wachstum
junger Menschen bedeutenden Dienst in den Schulen.
Mario
Galgano - Vatikanstadt
Der
Papst betonte den hohen kulturellen Stellenwert des katholischen
Religionsunterrichts. Dieser sei nützlich, um historische und soziale Dynamiken
sowie Ausdrucksformen des Denkens und der Künste zu verstehen, die das Gesicht
Europas und vieler Länder weltweit geprägt haben. Durch das Studium der
biblischen Texte und der Lehre der Kirche werde den Schülern ein Zugang zu
Inhalten ermöglicht, die andernfalls unverständlich bleiben könnten. Leo XIV.
unterstrich in diesem Zusammenhang, dass eine wahre Säkularität das religiöse
Phänomen nicht ausschließe, sondern es als Bildungsressource zu schätzen wisse.
Ein solcher Ansatz fördere den Dialog, da das Kennen und Lieben der eigenen
Identität die Voraussetzung dafür sei, anderen mit Respekt und Offenheit zu begegnen.
Erziehung
zur inneren Freiheit
Bezugnehmend
auf das Motto des Treffens, „Das Herz spricht zum Herzen“, das auf den heiligen
John Henry Newman zurückgeht, erläuterte der Papst die pädagogische Bedeutung
der persönlichen Beziehung. In einer Zeit konstanter Reize sei es eine der
größten Aufgaben der Erziehung, jungen Menschen zu helfen, die innere Stimme
wahrzunehmen und sie nicht im Lärm der Umgebung untergehen zu lassen. Der
Mensch könne nicht ohne Wahrheit und authentische Bedeutungen leben. Erziehung
bedeute daher, Menschen zum „Hören auf das Herz“ und damit zur inneren Freiheit
und zum kritischen Denken zu führen. In diesem Prozess seien Glaube und
Vernunft keine Gegensätze, sondern Weggefährten bei der Suche nach der
Wahrheit.
Anforderungen
an die Lehrerschaft
An
die Lehrkräfte gewandt, forderte der Papst eine Haltung der Glaubwürdigkeit und
der Nähe. Die Schüler benötigten keine vorgefertigten Antworten, sondern
Erwachsene, die sie mit Autorität und Verantwortung bei den großen Fragen des
Lebens begleiteten. Er zitierte in diesem Kontext den heiligen Augustinus von
Hippo und dessen Worte über die innere Suche und die Sehnsucht nach Gott.
Ein
guter Lehrer müsse Werte vermitteln, ohne sich selbst in den Mittelpunkt zu
stellen oder moralisierend aufzutreten. Neben menschlicher Konsistenz forderte
das Kirchenoberhaupt zudem eine solide fachliche Kompetenz, didaktische
Vorbereitung und die Nutzung einer zeitgemäßen Sprache. Die Kirche sende die
Lehrkräfte als Diener der Bildungswelt und „Choreografen der Hoffnung“ in die
Schulen, um dort als Handwerker der Schönheit und Sucher der Weisheit zu
wirken. (vn 25)
Papst Leo: Unterstützung für alle,
die gegen Todesstrafe kämpfen
In
einer Videobotschaft an die DePaul University in Chicago, die den 15. Jahrestag
der Abschaffung der Todesstrafe im US-Staat Illinois feierlich beging,
bekräftigt Papst Leo XIV. das Recht eines jeden Menschen auf Leben, „die
eigentliche Grundlage jedes anderen Menschenrechts“. Daher sei der Vollzug der
Todesstrafe als „Angriff auf die Unverletzlichkeit und Würde der Person“
unzulässig, so der Papst.
„Ich spreche (…) jenen meine Unterstützung
aus, die sich für die Abschaffung der Todesstrafe in den Vereinigten Staaten
von Amerika und auf der ganzen Welt einsetzen“, unterstreicht Papst Leo XIV. in
seiner auf Englisch gehaltenen Videobotschaft, die er an die DePaul University
in Chicago geschickt hat. Die Heimatstadt des Papstes liegt im US-Bundesstaat
Illinois, der vor 15 Jahren, am 9. März 2011, die Todesstrafe abgeschafft
hatte. An diesem Tag setzte der damalige Gouverneur Pat Quinn mit seiner
Unterschrift die diesbezügliche Entscheidung von Parlament und Senat vom 11.
Januar 2011 in Kraft. Den Jahrestag beging die Chicagoer Universität mit einer
Feierstunde, Papst Leo war mit seiner Videobotschaft ideell dabei:
„Die
katholische Kirche hat stets gelehrt, dass jedes menschliche Leben vom
Augenblick der Empfängnis bis zum natürlichen Tod heilig ist und geschützt
werden muss“, beginnt der Papst seine kurze Ansprache mit einem Verweis auf die
Tradition des Lehramts, und insbesondere seines Vorgängers Franziskus, der den
Passus zur Todesstrafe im Katechismus der Katholischen Kirche 2018
nachgeschärft hatte. Seitdem kann kein Katholik sich mehr auf die Lehre der
Kirche berufen, um die Todesstrafe zu rechtfertigen.
Wie
auch Leo kategorisch hervorhebt, sei das „Recht auf Leben“ die „eigentliche
Grundlage jedes anderen Menschenrechts“ und Voraussetzung für ein Gedeihen der
Gesellschaft, die „Heiligkeit des menschlichen Lebens“ zu wahren – ein Gedanke,
dem er bereits in seiner Ansprache an die beim Heiligen Stuhl akkreditierten
Diplomaten Anfang des Jahres Ausdruck verliehen hatte.
Wirksamer
Strafvollzug auch ohne Todesstrafe möglich
Die
Würde eines Menschen, so bekräftigt Papst Leo in diesem Zusammenhang in der
aktuellen Videobotschaft mit Blick auf den von Franziskus geänderten
Katechismus, gehe „auch dann nicht verloren (...), wenn jemand schwerste
Verbrechen begangen hat“. Ebenso sei es möglich – und bereits geschehen -
„wirksame Strafvollzugssysteme“ zu entwickeln, „welche die pflichtgemäße
Verteidigung der Bürger garantieren, zugleich aber dem Täter nicht endgültig
die Möglichkeit der Besserung nehmen“, zitiert Leo den entsprechenden Passus
(2267) nachdrücklich:
„Aus
diesem Grund haben Papst Franziskus und meine unmittelbaren Vorgänger
wiederholt darauf bestanden, dass das Gemeinwohl gewahrt und den Anforderungen
der Gerechtigkeit entsprochen werden kann, ohne auf die Todesstrafe
zurückzugreifen. Folglich lehrt die Kirche, dass ,die Todesstrafe unzulässig
ist, weil sie gegen die Unantastbarkeit und Würde der Person verstößt‘ (ebd.).“
„Ich
bete darum, dass Ihre Bemühungen zu einer größeren Anerkennung der Würde jedes
Menschen führen und andere dazu inspirieren, sich für dieselbe gerechte Sache
einzusetzen“
Deshalb
schließe er sich der Feier zum 15. Jahrestag der Entscheidung des Gouverneurs
von Illinois an, so der erste US-Amerikaner auf dem Stuhl Petri. Gleichzeitig
spreche er allen seine Unterstützung aus, „die sich für die Abschaffung der
Todesstrafe in den Vereinigten Staaten von Amerika und auf der ganzen Welt
einsetzen“, versprach der Papst:
„Ich
bete darum, dass Ihre Bemühungen zu einer größeren Anerkennung der Würde jedes
Menschen führen und andere dazu inspirieren, sich für dieselbe gerechte Sache
einzusetzen“, so Leo abschließend.
Roter
Faden im Lehramt
Ähnlich
hatte sich Papst Leo XIV. auch auf dem Flug von Malabo nach Rom geäußert, am
Ende seiner elftägigen Apostolischen Reise, als er betonte, dass er „alle
ungerechten Handlungen“ verurteile. „Ich verurteile die Tötung von Menschen.
Ich verurteile die Todesstrafe“, sagte er vor Journalisten. Seine Begründung
dabei war grundlegend: „Ich glaube, dass das menschliche Leben respektiert
werden muss und dass das Leben aller Menschen – von der Empfängnis bis zum
natürlichen Tod – respektiert und geschützt werden muss.“
Daraus
folgte auch ein klares Urteil über staatliches Handeln, das sich sowohl als
Verweis auf grausame Unrechtsregime als auch auf Demokratien, die die
Todesstrafe vollziehen, lesen lässt: „Wenn ein Regime, wenn ein Land
Entscheidungen trifft, die anderen Menschen ungerecht das Leben nehmen, dann
ist das offensichtlich etwas, das verurteilt werden muss.“ (vn 25)
Bischofskonferenz stärkt Europa den
Rücken
Kurz
vor dem Europatag sendet die Deutsche Bischofskonferenz ein deutliches Signal
an Brüssel und die Mitgliedstaaten. In ihrem an diesem Freitag veröffentlichten
Zwischenruf „Europa, zeig? dich selbstbewusst!“ plädieren die Bischöfe für ein
wertegeleitetes Handeln in einer instabilen Weltordnung. Dabei positionieren
sie das Christentum als Motor für Demokratie und Frieden, während sie die
Vereinnahmung religiöser Begriffe durch politische Hardliner scharf
kritisieren.
In
Zeiten wachsender geopolitischer Instabilität und internen Drucks auf die
Europäische Union hat die Deutsche Bischofskonferenz (DBK) am 24. April 2026
ein leidenschaftliches Plädoyer für den europäischen Zusammenhalt
veröffentlicht. Unter dem Titel „Europa, zeig? dich selbstbewusst!“ werben die
Bischöfe für ein Europa, das seine Identität nicht über Abgrenzung, sondern
über seine fundamentalen Werte definiert.
Ein
Werteprojekt gegen die „Welt-Un-Ordnung“
Der
Zwischenruf, der bereits während der zurückliegenden Vollversammlung erarbeitet
wurde, skizziert die Vision einer EU, die als „Friedens-, Freiheits- und
Demokratieprojekt“ auftritt. Angesichts einer skizzierten „Welt-Un-Ordnung“
fordern die Bischöfe die politisch Verantwortlichen in der EU und im Europarat
auf, mutig für das Völkerrecht und multilaterale Zusammenarbeit einzustehen.
Das
Papier betont, dass Europa ohne sein ethisches Fundament nicht denkbar sei. Der
christliche Glaube habe – gemeinsam mit der Aufklärung – die Basis für die
heutige Rechts- und Demokratietradition gelegt. Das Christentum habe der
antiken Tradition das entscheidende Verständnis von der „Würde und
grundlegenden Gleichheit aller Menschen hinzugegeben“.
Klare
Absage an politischen Missbrauch von Religion
Die
Bischöfe wenden sich explizit gegen die Nutzung des „christlichen Abendlands“
als politischer Kampfbegriff. Stattdessen müsse das Christentum einen positiven
Beitrag zur Integration leisten, der auf dem Evangelium fußt – ein Friede, der
als „Geschenk Gottes und Auftrag an alle Menschen“ verstanden wird.
Bischof
Heiner Wilmer, Vorsitzender der DBK und der Bischöflichen Arbeitsgruppe Europa,
unterstrich bei der Vorstellung die Dringlichkeit der Friedenssicherung:
„Wir
folgen als Bischöfe damit Papst Leo XIV. und seinem Einsatz für Frieden in der
ganzen Welt. In diesem Sinne sehe ich Europa in der besonderen Verantwortung,
aus seinem Selbstverständnis heraus die Gültigkeit des Völkerrechts
einzufordern.“
Trotz
der wirtschaftlich und sicherheitspolitisch angespannten Lage müsse Europa eine
„Erzählung der Hoffnung“ entwickeln. Nur aus dieser Hoffnung heraus entstehe
der Antrieb, in der Weltpolitik wieder die Initiative zu ergreifen.
Tradition
der Begleitung
Die
Deutsche Bischofskonferenz begleitet den europäischen Einigungsprozess bereits
seit seinen Anfängen. Der aktuelle Zwischenruf reiht sich ein in eine Serie
diplomatischer Bemühungen: Erst im Februar 2026 hatten die Vorsitzenden der
Bischofskonferenzen aus Deutschland, Italien, Frankreich und Polen einen
gemeinsamen Appell zur Zukunft des Kontinents veröffentlicht. Mit dem heutigen
Dokument festigen die deutschen Bischöfe ihre Rolle als konstruktive, aber
mahnende Begleiter des europäischen Projekts. (kna/pm 24)
So war die Papstreise nach Afrika -
sagt unser Reporter vor Ort
11
Tage, 19 Flüge, vier Länder, mehr als 16.000 Kilometer, 25 Reden oder
Predigten: Die Reise von Papst Leo XIV. durch Afrika war seine bisher
intensivste. Es ging nach Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea. Für
uns vor Ort in Algerien und Angola war Stefan von Kempis. Hier seine ganz
persönlichen Eindrücke.
Interview
mit Stefan von Kempis, der für die Afrika-Reise von Papst Leo XIV. für uns vor
Ort war
Was
war das Hervorstechende an dieser Reise?
Kurz
gesagt: Die Vielfalt Afrikas. Das macht es gleichzeitig so schwierig, sie auf
einen einzigen Nenner zu bringen. Die vier besuchten Länder stehen für fünf
verschiedene Sprachzonen und haben eine ganz unterschiedliche Geschichte und
Kultur. Gemeinsam haben sie nur zweierlei: eine koloniale Vergangenheit und
autoritäre, kleptokratische Regierungen. Hätte Leo nur Demokratien besuchen
wollen, wäre die Reise vermutlich deutlich kürzer ausgefallen.
„Hätte
Leo nur Demokratien besuchen wollen, wäre die Reise wohl deutlich kürzer
ausgefallen“
Was
waren denn die Schwerpunkte des Papstbesuchs in den jeweiligen Ländern?
Algerien:
Arabisches Nordafrika; muslimische Mehrheit; eine winzige katholische Kirche,
gebildet fast ausschließlich von Ausländern; Schwerpunkt der Reise:
Interreligiöser Dialog und eine geistliche Neuentdeckung des hl. Augustinus. –
Kamerun: an der Bruchstelle zwischen englisch- und französischsprachigem Afrika
gelegen; konfliktreich, mit dem ältesten Staatschef der Welt; hier ging es in
erster Linie um Frieden. – Angola: im südlichen Afrika gelegen,
portugiesischsprachig; eine jahrhundertelange Geschichte schweren Leidens, mit
Sklavenhandel, Bürgerkrieg und Ausplünderung der Ressourcen; hier zog der Papst
gegen Ausbeutung und Korruption zu Felde. – Und schließlich Äquatorialguinea:
Spanischsprachig; hier herrscht zwar nicht der älteste, aber der am längsten
amtierende Staatschef des Planeten, mit eiserner Faust; und hier brachte Leo
das Thema Menschenrechte aufs Tapet.
Gab
es einen roten Faden in dem, was Papst Leo sagte?
Ja:
Die Freude am Christsein. Ein Evangelium, das ansteckt, das die Trägheit
überwindet und zum Einsatz drängt. Ganz anders als bei seinen zwei bisherigen
sonstigen Auslandsreisen (Nahost und Monaco) hat sich Leo XIV. in Afrika als
das entpuppt, was er jahrzehntelang war: als Missionar nämlich. Da ging er
manchmal auch stärker aus sich heraus, als wir das von ihm bisher gewohnt sind.
„Die
Trump-Kontroverse hat der Reise jedenfalls eine Aufmerksamkeit verschafft, die
sie sonst nicht unbedingt gehabt hätte“
Welche
Rolle spielte die Kontroverse um Äußerungen von Donald Trump in den sozialen
Netzwerken bei dieser Papst-Reise?
Sie
hat der Reise jedenfalls eine Aufmerksamkeit verschafft, die sie sonst nicht
unbedingt gehabt hätte.
Was
war für Dich das Beeindruckende, Überraschende, Interessante?
„Warum
können die Kinder, die barfuß durch den Staub von Angola laufen und betteln,
nicht in eine ordentliche Schule gehen wie unsere eigenen Kinder, warum haben
sie nicht dieselben Chancen?“
Da
würde ich noch einmal sagen: Die Vielfalt Afrikas. Vom mediterranen Norden bis
in den lauten und heißen Süden. Wenn man diese Länder besucht, versteht man auf
einmal ganz neu, warum es dem früheren Papst Franziskus so wichtig war, die
Welt von der Peripherie aus zu betrachten. Unser Blickwinkel ist der des
reichen Westens, der sich gewissermaßen woanders bedienen darf, um seinen
Standard zu halten; von der Seite, von den armen Ländern aus gesehen, wird
einem auf einmal die Ungerechtigkeit des Systems, das unsere Welt bestimmt,
deutlich. Warum können die Kinder, die barfuß durch den Staub von Angola laufen
und betteln, nicht in eine ordentliche Schule gehen wie unsere eigenen Kinder,
warum haben sie nicht dieselben Chancen? Die Frage lässt sich nicht mehr so
leicht verdrängen, wenn man durch ein Land wie Angola reist… (vn 24)
Leo XIV.: Als Hirte kann ich nicht
für den Krieg sein
Papst
Leo XIV. hat auf dem Rückflug von seiner Afrikareise über Krieg und Frieden,
seine Rolle als Papst, die Verhandlungen zwischen den USA und dem Iran und über
Migration gesprochen. Zur formellen Segnung homosexueller Paare, die die
katholische Kirche in Deutschland beschloss hat, sagte er, der Heilige Stuhl
sei damit nicht einverstanden, bekräftigte aber zugleich wie Franziskus den
Grundsatz der Aufnahme von „allen, allen, allen“.
Zu
Beginn der fliegenden Pressekonferenz vor etwa 70 mitreisenden
Medienschaffenden ordnete Leo XIV. den Charakter seiner Afrikareise ein. „Wenn
ich eine Reise mache, spreche ich für mich selbst, aber heute als Papst,
Bischof von Rom, ist es vor allem eine apostolische pastorale Reise, um das
Volk Gottes zu finden, zu begleiten und kennenzulernen.“ Häufig richte sich das
Interesse auf politische Aussagen, der Papst betont jedoch eine andere
Priorität: „Die Reise ist vor allem als Ausdruck zu verstehen, das Evangelium
zu verkünden, die Botschaft Jesu Christi zu verkünden.“
Diese
Verkündigung führe ihn nah an die Menschen. „Das ist eine Weise, sich dem Volk
zu nähern, in seiner Freude, in der Tiefe seines Glaubens, aber auch in seinem
Leiden.“ Gespräche mit Staatschefs gehörten dazu, um Veränderungen anzustoßen.
„Es ist wichtig, auch mit den Staatsoberhäuptern zu sprechen, um einen
Mentalitätswandel zu fördern oder eine größere Offenheit für das Wohl des
Volkes zu erreichen.“ Rückblickend zog der Papst ein positives Fazit: „Ich bin
sehr zufrieden mit der gesamten Reise, aber das Leben, das Begleiten, das Gehen
mit dem Volk von Äquatorialguinea war wirklich ein Segen.“
Kultur
des Friedens statt Gewalt als erste Reaktion
Im
Blick auf internationale Konflikte formulierte Leo XIV. eine klare Absage an
Gewalt. „Ich möchte damit beginnen zu sagen, dass wir eine neue Haltung und
eine Kultur des Friedens fördern müssen“, sagte er bei der Pressekonferenz.
Häufig sei die erste Reaktion auf Krisen Gewalt - mit dramatischen Folgen: „Wir
haben gesehen, dass viele Unschuldige gestorben sind.“
Der
Papst verwies auf konkrete Schicksale. „Ich habe gerade den Brief einiger
Familien von Kindern gesehen, die am ersten Tag des Angriffs gestorben sind.“
Diese Familien berichteten vom Verlust ihrer Kinder. Daraus leitet er eine
grundsätzliche Perspektive ab: „Die Frage ist nicht, ob sich ein Regime ändert
oder nicht, die Frage ist, wie wir die Werte fördern, an die wir glauben, ohne
den Tod so vieler Unschuldiger.“
Zur
Lage im Iran äußert sich Leo XIV. zurückhaltend, die Lage sei „offensichtlich
sehr komplex.“ Die Verhandlungen verlaufen widersprüchlich. „An einem Tag sagt
Iran ja und die Vereinigten Staaten sagen nein und umgekehrt, und wir wissen
nicht, wohin es geht.“ Die Menschen im Land spürten die Folgen stark: „Es gibt
eine ganze Bevölkerung im Iran von unschuldigen Menschen, die unter diesem
Krieg leiden.“
Auf
einer grundsätzlichen Ebene rief der Papst abermals zu Dialog und Einhaltung
des Völkerrechts auf. Er forderte, „dass die Parteien alle Anstrengungen
unternehmen, um den Frieden zu fördern, die Bedrohung durch den Krieg zu
beseitigen und das internationale Recht zu respektieren.“ Besonders hob er den
Schutz von Zivilisten hervor: „Es ist sehr wichtig, dass die Unschuldigen
geschützt werden.“
„Als
Kirche – ich sage es noch einmal – als Hirte kann ich nicht für den Krieg sein“
Er
selbst trage das Foto eines muslimischen Kindes bei sich, sagte Papst Leo; der
Junge sei im Libanon bei seinem Besuch mit einem Schild dagestanden, auf dem
„Willkommen Papst Leo“ stand. In der Zwischenzeit sei das Kind im Krieg
gestorben. „Als Kirche – ich sage es noch einmal – als Hirte kann ich nicht für
den Krieg sein“, erklärte Leo. „Und ich möchte alle ermutigen, sich dafür
einzusetzen, Antworten zu suchen, die aus einer Kultur des Friedens kommen und
nicht aus Hass und Spaltung."
„Was
tut der Norden der Welt, um dem Süden der Welt zu helfen?“
Auch
die Migrationsfrage nahm breiten Raum bei der Pressekonferenz ein. Der Papst
beschrieb sie als globales Phänomen. Er wolle seine Antwort aber mit einer
Gegenfrage beginnen: „Was tut der Norden der Welt, um dem Süden der Welt zu
helfen?“ Viele junge Menschen sähen keine Perspektive in ihren Herkunftsländern
und träumten deshalb davon, in den Norden zu gehen.“ Gleichzeitig fehlten in
den Zielländern Lösungen. „Der Norden hat oft keine Antworten darauf, wie man
ihnen Möglichkeiten bieten kann.“ Der Papst verwies auch auf kriminelle
Strukturen, das Thema Menschenhandel gehöre ebenfalls zur Migration.
Im
Anliegen, Grenzen zu schützen, sieht Papst Leo nichts Falsches. „Ich persönlich
bin der Meinung, dass ein Staat das Recht hat, an seinen Grenzen Regeln
festzulegen. Ich sage nicht, dass jeder ungeordnet einreisen darf, was an den
Orten, an denen sie ankommen, manchmal zu Situationen führt, die ungerechter
sind als jene, die sie zurückgelassen haben."
Zugleich
beanstandete der Papst eine fehlende Verantwortung der Politik und der
Gesellschaft im Westen für jene, die keine andere Wahl als Migration haben.
„Ich frage mich: Was tun wir in den reicheren Ländern, um die Situation in den
ärmeren Ländern zu verändern?“ In diesem Zug kritisierte der Papst
rücksichtslose wirtschaftliche Ausbeutung. „Vielen Menschen gilt Afrika als ein
Ort, an dem man Mineralien abholen kann, seine Reichtümer für den Reichtum
anderer Länder. Vielleicht sollten wir auf weltweiter Ebene mehr daran
arbeiten, Gerechtigkeit, Gleichheit und die Entwicklung dieser Länder Afrikas
zu fördern, damit sie nicht gezwungen sind auszuwandern.“
Darüber
hinaus betonte Leo die unverbrüchliche Würde jedes einzelnen Menschen, der zum
Migranten wird. „In jedem Fall sind es Menschen, und wir müssen Menschen
menschlich behandeln, nicht sie oft schlechter behandeln als Tiere.“ Das ganze
Thema Migration eine große Herausforderung, so der Papst weiter: „Ein Land mag
zwar behaupten, nicht mehr als diese bestimmte Zahl aufnehmen zu können, doch
wenn die Menschen ankommen, sind sie Menschen und verdienen den Respekt, der
jedem Menschen aufgrund seiner Würde zusteht.“
Diplomatie
mit autoritären Staaten? „Hinter den Kulissen wird viel gearbeitet"
Auf
eine Frage zum Thema Diplomatie verteidigte Leo XIV. die Kontakte des Heiligen
Stuhls zu autoritären Regimen. Es koste den Heiligen Stuhl manchmal auch Opfer,
diplomatische Beziehungen zu bestimmten Ländern aufrecht zu erhalten. Man habe
aber so die Möglichkeit, mit ihnen auf diplomatischer Ebene zu sprechen und
manches Anliegen voranzubringen. „Wir geben nicht immer große Erklärungen ab,
in denen wir Kritik üben, Urteile fällen oder Verurteilungen aussprechen. Aber
hinter den Kulissen wird sehr viel Arbeit geleistet, um Gerechtigkeit zu
fördern, humanitäre Anliegen voranzubringen, manchmal nach Fällen zu suchen, in
denen es politische Gefangene gibt, und einen Weg zu finden, sie
freizubekommen.“ Der Heilige Stuhl versuche, unter Wahrung der Neutralität und
auf der Suche nach Wegen, um positive diplomatische Beziehungen zu vielen
verschiedenen Ländern aufrechtzuerhalten, das Evangelium auf konkrete
Situationen anzuwenden, damit sich das Leben der Menschen verbessern kann.“
Segensfeiern
für homosexuelle Paare: Nein vom Heiligen Stuhl
Zur
innerkirchlichen Debatte über Segensfeiern für homosexuelle Paare formulierte
der Papst die Position des Heiligen Stuhles in aller Klarheit. Er ordnet das
Thema zunächst ein: „Ich glaube, es ist sehr wichtig zu verstehen, dass die
Einheit oder Spaltung der Kirche sich nicht um sexuelle Fragen drehen sollte.“
Andere Fragen seien „viel größer und wichtiger", etwa Gerechtigkeit,
Gleichheit, die Freiheit von Männern und Frauen sowie Religionsfreiheit.
Zur
konkreten Entscheidung in Deutschland, formelle kirchliche Segensfeiern für
homosexuelle Paare einzuführen, äußerte er sich eindeutig. „Der Heilige Stuhl
hat bereits mit den deutschen Bischöfen gesprochen. Der Heilige Stuhl hat
klargestellt, dass wir nicht mit der formalisierten Segnung von Paaren
einverstanden sind – in diesem Fall homosexuellen Paaren – oder von Paaren in
irregulären Situationen.“ Gleichzeitig verwies er auf die bestehende Praxis
allgemeiner Segnungen. „Wenn ein Priester am Ende der Messe den Segen gibt,
wenn der Papst am Ende einer großen Feier den Segen gibt, dann gibt es
Segnungen für alle Menschen.“
Leo
kam auch auf das bekannte Wort der Inklusion „alle, alle, alle“ seines
Vorgängers Franziskus zu sprechen. Diese Formlierung bringe „die
Überzeugung der Kirche zum Ausdruck, dass alle willkommen sind, alle eingeladen
sind, Jesus nachzufolgen, und alle dazu eingeladen sind, in ihrem Leben nach
Bekehrung zu streben. Wenn wir heute darüber hinausgehen, könnte dies meiner
Meinung nach eher Uneinigkeit als Einheit hervorrufen, und wir sollten
versuchen, unsere Einheit auf Jesus Christus zu gründen und auf das, was Jesus
Christus lehrt."
„Ich
verurteile die Todesstrafe“
Schließlich
nahm Leo XIV. auch zur Todesstrafe Stellung. „Ich verurteile alle ungerechten
Handlungen. Ich verurteile die Tötung von Menschen. Ich verurteile die
Todesstrafe.“ Seine Begründung ist grundlegend: „Ich glaube, dass das
menschliche Leben respektiert werden muss und dass das Leben aller Menschen –
von der Empfängnis bis zum natürlichen Tod – respektiert und geschützt werden
muss.“ Daraus folgt ein klares Urteil über staatliches Handeln: „Wenn ein
Regime, wenn ein Land Entscheidungen trifft, die anderen Menschen ungerecht das
Leben nehmen, dann ist das offensichtlich etwas, das verurteilt werden muss.“
(vn
23)
Deutsche Bischofskonferenz
verabschiedet Nuntius Eterovic
Bischof
Wilmer: „Diplomatie ist eine Brücke zu Verständigung und Frieden“
Mit
einem Gottesdienst in der Sankt Hedwigs-Kathedrale in Berlin hat sich die
Deutsche Bischofskonferenz heute (22. April 2026) vom Apostolischen Nuntius in
der Bundesrepublik Deutschland, Erzbischof Dr. Nikola Eterovic, verabschiedet.
Zahlreiche Gläubige, Vertreter des Diplomatischen Korps und des
Außenministeriums sowie der kroatischen Gemeinde in Berlin feierten die Heilige
Messe mit dem Nuntius und den Konzelebranten Kardinal Reinhard Marx, Erzbischof
Dr. Heiner Koch und Bischof Dr. Heiner Wilmer. Außerdem nahmen Bischöfe bzw.
deren Vertreter aus 16 Bistümern am Gottesdienst teil.
Bei
einem anschließenden Empfang dankte Bischof Wilmer für das über zwölfjährige
Wirken des Nuntius in Deutschland und stellte es unter das Psalmwort „Du führst
mich hinaus ins Weite“ (Psalm 18,20). Dieses Zitat sei eine
Aufgabenbeschreibung für das, was den Dienst eines Nuntius ausmache: „für den
Heiligen Vater und damit im Namen Jesu Christi hinaus ins Weite zu gehen, um
die Kirche in ihrem internationalen und damit weltkirchlichen Kontext zu
vertreten und das Wort Gottes zu verkünden“, so Bischof Wilmer. Er fügte hinzu:
„Der Auftrag, in die Weite hinauszugehen, hat Sie über ein Jahrzehnt in
Deutschland gebunden. Ich benutze das Wort bewusst, weil ich mit ‚gebunden‘
nicht gefesselt meine, sondern die Verantwortung ausdrücken möchte, mit der Sie
sich für den Dienst des Heiligen Stuhls in unserem Land gebunden gefühlt haben.
Dadurch ist Verbindung geworden, daraus sind Bindungen, wir können auch sagen,
Freundschaften gewachsen. Allein 18 Diözesanbischöfe sind in Ihrer Zeit ernannt
worden und zahlreiche unserer Weihbischöfe. Sie haben unsere Bischofskonferenz
also ganz wesentlich mitgeprägt.“
Bischof
Wilmer dankte dem Nuntius für dessen vielfältigen Dienst, bei dem es nicht
immer nur einfach mit den Deutschen gewesen sei: „Aber Sie als Diplomat und
Seelsorger haben in einer einfühlsamen Balance die Kirche in Deutschland
genommen und begleitet, wie sie ist: vielfältig und fromm, politisch und
theologisch versiert. Deshalb sind wir Ihnen dankbar, dass Sie uns als
Ortskirche respektiert haben, wie wir sind, dass Sie uns begleitet haben, wo es
notwendig war und dass Sie uns bis auf den heutigen Tag verbunden sind, was
zeigt, dass wir doch einander verstanden haben.“
In
seiner Ansprache würdigte Bischof Wilmer ebenfalls den diplomatischen Einsatz
des Heiligen Stuhls und ging dabei auch auf die aktuellen weltpolitischen
Konflikte ein. Mit dem Nuntius werde das vielfältige Bemühen Roms sichtbar,
„international für den Frieden zu werben, Versöhnung zu vermitteln und durch
die Kraft des Evangeliums zu wirken. Diplomatie ist für Sie und den Heiligen
Stuhl eine Brücke zu Verständigung und Frieden. Dankbar schauen wir auf diesen
Brückenbau und den Heiligen Vater für dessen Friedensbemühungen, die wir auch
durch andere Auffassungen aus Washington in keiner Weise gering schätzen. Im
Gegenteil: Papst Leo XIV. in diesen Tagen seiner Friedensmission von Algerien
durch den afrikanischen Kontinent derart politisch von einer Seite belehren zu
wollen, ist inakzeptabel. Es bleibt zu hoffen, dass die Weltgemeinschaft das
diplomatische und pastorale Wirken des Heiligen Vaters weiter in der Weise
anerkennt, wie es angemessen ist und nicht wie es von partikularen Interessen
großer Mächte in Misskredit gebracht wird“, so Bischof Wilmer. Dbk 22
Papst an Jugend: Seid Vorbilder des
Friedens, strebt nicht nach einfachem Erfolg
Am
Ende seines Besuchs in Äquatorialguinea hat Papst Leo XIV. vor jungen Menschen
und Familien im Stadion der Stadt Bata die Bedeutung christlicher Werte für die
Gestaltung der Zukunft hervorgehoben. Unter dem Reisemotto „Christus, Licht
Äquatorialguineas auf dem Weg in eine Zukunft der Hoffnung“ betonte er die
Notwendigkeit, das Erbe aus Traditionen und Glauben als Grundlage für die
gesellschaftliche Entwicklung zu nutzen. Mario Galgano
Bei
seinem vorletzten öffentlichen Treffen bei seiner Afrikareise hörte der Papst
am Mittwochabend die Lebenszeugnisse einiger der 50.000 im Stadion von Bata
versammelten Äquatorialguineer, von den Herausforderungen für Frauen in der
Arbeitswelt bis hin zum Weg der Ehe, der - so griff Papst Leo das Zeugnis in
seiner Ansprache auf - „in Freiheit wächst“. Zudem betonte er die Bewahrung
familiärer Werte, auch wenn Urteile, Vorurteile und Stereotypen versuchten,
diese herabzusetzen. All dies trage zu einem „glanzvollen und anspruchsvollen“
Erbe bei, zu dessen Hütern und Fundament die neuen Generationen berufen seien.
In
seiner Rede bezog sich der Papst auf die eben gehörten Ausführungen der jungen
Menschen, die bei dem Treffen eine „Kultur des Einsatzes, der Disziplin und der
gut gemachten Arbeit“ gefordert hatten. Leo XIV. unterstrich, dass
christliches Handeln über den Gottesdienstbesuch hinausgehe. Der Papst sprach
von Alicia, die ihren Traum von einer Welt mitgeteilt habe, „in der junge
Menschen, Männer wie Frauen, nicht den einfachen Erfolg suchen, sondern sich
für eine Kultur des Einsatzes, der Disziplin und der gut gemachten Arbeit
entscheiden, und dass das auch wertgeschätzt werden sollte“. Weiter führte Leo
aus:
„Christ
zu sein bedeutet über die Teilnahme an der Eucharistiefeier hinaus, auch in
Würde zu arbeiten und alle mit Respekt zu behandeln... Dies lädt uns ein, über
die Bedeutung einer fruchtbaren Beschäftigung nachzudenken wie auch über die
Notwendigkeit, sich stets für die Würde aller Menschen
einzusetzen.“
Der
Papst erinnerte in diesem Zusammenhang auch an die Worte von Johannes Paul II.
aus dem Jahr 1982, der damals das zentralafrikanische Land besucht hatte. Sein
Nachfolger Leo rief nun die Anwesenden dazu auf, Vorbilder der Eintracht und
Versöhnung zu sein. Der Pontifex forderte die Achtung der Rechte jedes Bürgers
und jeder sozialen Gruppe ein. In Äquatorialguinea kommt es gemäß
internationalen Menschenrechtsorganisationen regelmäßig zu schwerwiegenden
Verletzungen der Menschenrechte.
Familie
als „Bildnis Gottes“
Ein
zentraler Aspekt seiner Ansprache war die Stärkung der familiären Strukturen.
Der Papst bezeichnete Familien als den „fruchtbaren Boden“ für das menschliche
Wachstum. Er ermutigte Paare, die Vorbereitung auf das Sakrament der Ehe als
einen Weg der Heiligkeit zu begreifen, der „immer das Wohl und das Glück des
anderen sucht“ - und richtete folgende direkte Worte an Eheleute:
„Ehepartner
und Eltern zu sein ist eine begeisternde Aufgabe, ein Bund, der Tag für Tag
gelebt werden will, in dem man sich gegenseitig stets neu entdeckt und
gemeinsam mit Gott das Wunder des Lebens ermöglicht und das Glück für euch und
für eure Kinder. Bereitet euch darauf vor, diese Berufung als einen Weg wahrer
Liebe zu leben, die in der Freiheit wächst; als einen Weg der Hoffnung, die aus
dem Bewusstsein kommt, dass Gott euch nicht im Stich lässt.“
Unter
Bezugnahme auf den Erfahrungsbericht eines 13jährigen Jungen, der mit seiner
alleinerziehenden Mutter lebt, mahnte das Kirchenoberhaupt eine Welt an, die
auf der „Achtung vor dem ungeborenen und heranwachsenden Leben“ sowie auf der
Verantwortung gegenüber Kindern gründet. Er zitierte zudem seinen Vorgänger
Franziskus, wonach das liebende Paar, das Leben zeugt, das „wahre, lebende
‚Bildnis‘ Gottes" sei und fügte an:
„Eine
Familie, in der man es versteht, einander anzunehmen und zu lieben, ist Licht,
ist Wärme.“
„Victor
Antonio hat uns daran erinnert, dass die Annahme des Lebens Liebe, Engagement
und Fürsorge erfordert, und diese Worte aus dem Mund eines jungen Menschen
müssen uns ernsthaft zu denken geben, wie wichtig es ist, die Familie zu
schützen und zu bewahren, zusammen mit den Werten, die in ihr erlernt werden.
Pflegen wir sie, leben wir sie und bezeugen wir sie auch dann, wenn es Opfer
verlangt, oder wenn, wie Jaime Antonio und Purificación (ein junges Ehepaar,
das bei dem Treffen zu Wort kam; Anm. d. Red.) sagten, Urteile, Vorurteile und
Klischees ihren Wert herabsetzen wollen. Eine Familie, in der man es versteht,
einander anzunehmen und zu lieben, ist Licht, ist Wärme.“
Von
der Schönheit der Liebe begeistern lassen
Lobende
Worte fand das katholische Kirchenoberhaupt für die Jugend des Landes. Das
strahlendste Licht hier sei jenes in ihren Augen, in ihren Gesichtern, in ihrem
Lächeln, ihren Liedern, die alle bezeugten, dass Christus Freude, Sinn,
Inspiration und Schönheit in das Leben eines jeden Menschen bringe, so Leo
XIV..
An
die jungen Menschen gerichtet, die eine Berufung zum Priester- oder Ordensleben
verspüren, sagte das Kirchenoberhaupt, sie sollten sich nicht fürchten, diesen
Weg der Hingabe einzuschlagen. Das „Licht der Nächstenliebe“, so der Papst
abschließend, müsse in den Familien gepflegt werden, um die Welt und ihre
Institutionen zu verwandeln, damit „jeder Mensch Anerkennung findet und niemand
vergessen wird“:
„Das
Licht der Nächstenliebe, das in den Familien gepflegt und im Glauben gelebt
wird, kann die Welt wirklich verwandeln, auch in ihren Strukturen und
Institutionen.“
„Liebe
junge Menschen, liebe Eltern und ihr alle, lassen wir uns von der Schönheit der
Liebe begeistern, werden wir zu Zeugen der Liebe, die Jesus uns geschenkt und
gelehrt hat! Bezeugen wir jeden Tag, dass es schön ist zu lieben, dass die
größten Freuden in allen Bereichen daraus entstehen, dass wir im Stande sind zu
geben und uns zu verschenken, insbesondere wenn wir uns denen zuwenden, die am
bedürftigsten sind. Das Licht der Nächstenliebe, das in den Familien gepflegt
und im Glauben gelebt wird, kann die Welt wirklich verwandeln, auch in ihren
Strukturen und Institutionen, damit jeder Mensch Anerkennung findet und niemand
vergessen wird.“
Damit
erinnerte Leo XIV. an die Botschaft zum Welternährungstag von Papst
Franziskus vom 14. Oktober 2022. Diesen Gedanken sollten sich alle zu Herzen
nehmen, „damit Christus, der Gekreuzigte und Auferstandene, das Licht
Äquatorialguineas, Afrikas und der ganzen Welt, uns alle in eine hoffnungsvolle
Zukunft führe“. (vn 22)
Aufruf der deutschen Bischöfe zur
Katholikentagskollekte 2026. „Hab Mut, steh auf!“
Vom
13. bis 17. Mai 2026 findet in Würzburg der 104. Deutsche Katholikentag unter
dem Leitwort „Hab Mut, steh auf!“ (Mk 10,49) statt. Aus diesem Anlass
veröffentlichen die deutschen Bischöfe einen Aufruf zum Katholikentag. Darin
schreiben sie: „Das Zitat aus dem Markusevangelium, in dem vom blinden
Bartimäus berichtet wird, der Zuspruch und Heilung erfährt, erinnert uns daran,
dass wir alle von Jesus Christus gerufen sind, uns mutig für Veränderungen hin
zu einem guten Leben und für ein gerechtes Miteinander einzubringen.“ Diese
Zusage stärke für den Katholikentag, der in Zeiten nationaler und globaler
Umbrüche und Krisen stattfinde: „Vor diesem Hintergrund werden die Mitwirkenden
und Besucher des Katholikentags im gemeinsamen Diskutieren und Zuhören nach Wegen
für eine gerechte und friedliche Zukunft suchen. In der Feier der
Gottesdienste, in der Begegnung und im Hören auf das Wort Gottes wird dabei auf
dem Katholikentag auch wieder spürbar, welche Quellen uns Kraft schenken und
Orientierung geben“, so die Bischöfe. In Würzburg erwarten die Besucher nicht
nur „die barocke Kulisse der unterfränkischen Stadt am Main“, sondern vor allem
in „herzlicher Gastfreundschaft die Christinnen und Christen in einem der
ältesten Bistümer Deutschlands“.
Ihren
Aufruf verbinden die Bischöfe auch mit der Einladung zu einer Sonderkollekte in
den Gottesdiensten am 9./10. Mai 2026 für den Katholikentag: „Manche von Ihnen
werden die Teilnahme an diesem Fest des Glaubens bereits fest eingeplant haben.
Doch auch wenn Sie persönlich nicht in Würzburg dabei sein können, bitten wir
Sie herzlich um Ihre Unterstützung. Der Katholikentag ist ein sichtbarer
Ausdruck der Verantwortung aller Katholikinnen und Katholiken für Kirche und
Gesellschaft. Durch Ihr Gebet und Ihre Spende helfen Sie, dass der
Katholikentag weit über Unterfranken hinaus ein Zeugnis für unseren gemeinsamen
Glauben werden kann.“ Dbk 22
Papst in Malabo: Rechte des
Einzelnen fördern, für Gemeinwohl arbeiten
An
diesem Dienstagnachmittag ist Papst Leo XIV. im Rahmen seiner apostolischen
Reise in Äquatorialguinea mit dem Präsidenten sowie Vertretern der Autoritäten
und des Diplomatischen Korps zusammengetroffen. In seiner Ansprache befasste
sich das Kirchenoberhaupt mit der gesellschaftlichen Entwicklung des Landes und
der Verantwortung der politisch Verantwortlichen gegenüber der Bevölkerung.
Mario Galgano
Papst
Leo XIV. knüpfte in seiner 1. Rede in Äquatorialguinea an die Visite von Papst
Johannes Paul II. im Februar 1982 an, der das Land als erster Papst besucht
hatte. Leo zitierte dessen Worte, wonach die staatliche Führung die Aufgabe
habe, ein „soziales Klima echter Freiheit, Gerechtigkeit, Achtung und Förderung
der Rechte jedes Einzelnen und jeder Gruppe sowie bessere Lebensbedingungen zu
schaffen“. Der Papst unterstrich die fortdauernde Relevanz dieser Forderung und
betonte, dass solche Bedingungen es allen Menschen ermöglichen müssten, „sich
als Menschen und als Kinder Gottes zu verwirklichen“.
„Soziales
Klima echter Freiheit, Gerechtigkeit, Achtung und Förderung der Rechte jedes
Einzelnen und jeder Gruppe sowie bessere Lebensbedingungen schaffen“
An
die anwesenden Amtsträger gewandt, bezeichnete Leo XIV. diese Aussagen als
Mahnung für alle, denen öffentliche Verantwortung übertragen ist. Der mit
umfangreichen Machtbefugnissen ausgestattete Staatspräsident Teodoro Obiang
Nguema Mbasogo ist nach einem Militärputsch seit 1979 im Amt. Presse-,
Meinungs- und Versammlungsfreiheit in Äquatorialguinea sind stark
eingeschränkt, wiederholt wurden schwere Menschenrechtsverletzungen
angeprangert.
Die
Bedeutung der Katholischen Soziallehre
Papst
Leo XIV. betonte zudem die Relevanz der kirchlichen Soziallehre als
Orientierungshilfe für die Bewältigung gegenwärtiger Krisen. Er bezeichnete
Ausgrenzung als das „neue Gesicht der sozialen Ungerechtigkeit“ und verwies auf
die dramatisch gewachsene Kluft zwischen einer kleinen Minderheit und der
Mehrheit der Weltbevölkerung. Dabei thematisierte er ein technologisches
Paradoxon: Während vielen Menschen der Zugang zu Land, Nahrung und
menschenwürdiger Arbeit fehle, seien Mobiltelefone und künstliche Intelligenz
weit verbreitet. Der Pontifex mahnte, dass der technologische Wandel eine
Rohstoff-Spekulation beschleunigt habe, welche die „Bewahrung der Schöpfung,
die Rechte lokaler Gemeinschaften, die Würde der Arbeit und den Schutz der
öffentlichen Gesundheit in den Hintergrund zu drängen scheint“. Vor diesem
Hintergrund rief er die staatlichen Verantwortungsträger dazu auf, Hindernisse
für eine ganzheitliche menschliche Entwicklung zu beseitigen und die
Grundprinzipien der Solidarität sowie der allgemeinen Bestimmung der Güter zu
wahren.
Erinnerung
an Papst Franziskus - Diese Wirtschaft tötet
Papst
Leo fügte an: „Diese Wirtschaft tötet. Tatsächlich ist es heute noch
offensichtlicher als vor einigen Jahren, dass die Ausbreitung bewaffneter
Konflikte eine ihrer Hauptursachen in der Kolonisierung von Öl- und
Mineralvorkommen hat, ohne Rücksicht auf das Völkerrecht und das
Selbstbestimmungsrecht der Völker.“
„Diesbezüglich
schließe ich mich dem Appell von Papst Franziskus an, der vor genau einem Jahr
verstorben ist: Wir »müssen […] heute ein Nein zu einer Wirtschaft der
Ausschließung und der Disparität der Einkommen sagen. Diese Wirtschaft tötet«.
Tatsächlich ist es heute noch offensichtlicher als vor einigen Jahren, dass die
Ausbreitung bewaffneter Konflikte eine ihrer Hauptursachen in der Kolonisierung
von Öl- und Mineralvorkommen hat, ohne Rücksicht auf das Völkerrecht und das
Selbstbestimmungsrecht der Völker.“
Kurswechsel
nötig
Ohne
einen Kurswechsel bei der Übernahme politischer Verantwortung und ohne Achtung
vor den internationalen Institutionen und Abkommen drohe eine tragische
Beeinträchtigung der Zukunft der Menschheit, so Leo XIV. Gott wolle dies nicht
und fügte an: „Sein heiliger Name darf nicht durch den Willen, andere zu
beherrschen, durch Anmaßung und Diskriminierung entweiht werden; vor allem darf
er niemals zur Rechtfertigung todbringender Entscheidungen und Handlungen
herangezogen werden. Ihr Land zögere nicht, die Richtung seiner Entwicklung zu
überprüfen und die sich bietenden Gelegenheiten zu nutzen, um sich auf der
internationalen Bühne für Recht und Gerechtigkeit einzusetzen.“
„Sein
heiliger Name darf nicht durch den Willen, andere zu beherrschen, durch
Anmaßung und Diskriminierung entweiht werden...“
Aufruf
zur Förderung der menschlichen Würde
In
einem weiteren zentralen Abschnitt seiner Rede wandte sich das Kirchenoberhaupt
direkt an die Vertreter der Zivilgesellschaft und mahnte die Achtung der
menschlichen Würde an. Er betonte, dass jeder Fortschritt an seinem Nutzen für
die schwächsten Mitglieder der Gesellschaft gemessen werden müsse.
Papst
Leo XIV. schloss diesen Teil seiner Ansprache mit der Feststellung, dass die
Kirche in Äquatorialguinea auch weiterhin eine aktive Rolle beim Aufbau einer
gerechten Gesellschaft spielen wolle. Er ermutigte die Anwesenden, den Weg des
Dialogs und der gegenseitigen Achtung fortzusetzen, um die Zukunft des Landes
auf einem soliden Fundament der Rechte und der Solidarität zu gestalten und
sagte:
„Ihr
Land ist ein junges Land! Ich bin daher überzeugt, dass Sie in der Kirche
Unterstützung finden, um freie und verantwortungsbewusste Menschen
heranzubilden, mit denen Sie gemeinsam in die Zukunft gehen können. In einer
von Machtmissbrauch verwundeten Welt hungern und dürsten die Völker nach
Gerechtigkeit. Es gilt, diejenigen wertzuschätzen, die an den Frieden glauben,
und es zu wagen, unkonventionelle politische Maßnahmen zu ergreifen, bei denen
das Gemeinwohl im Mittelpunkt steht.“
„In einer von Machtmissbrauch verwundeten Welt
hungern und dürsten die Völker nach Gerechtigkeit.“
Kirchliche
Solidarität und der gesellschaftliche Wandel
Ein
weiterer Schwerpunkt der Rede lag auf der Rolle der Kirche in einem Land, das
sich in einem raschen Wandel befindet und in dem knapp 90 Prozent katholisch
sind. Unter Verweis auf die Pastoralkonstitution Gaudium et spes des
Zweiten Vatikanischen Konzils betonte Leo XIV. die Verbundenheit der Kirche mit
den Schicksalen der Menschen. Er zitierte: „Freude und Hoffnung, Trauer und
Angst der Menschen von heute, besonders der Armen und Bedrängten aller Art,
[...] auch Freude und Hoffnung, Trauer und Angst der Jünger Christi. Und es
gibt nichts wahrhaft Menschliches, das nicht in ihren Herzen seinen Widerhall
fände.“
Diese
Worte drückten nach Aussage des Papstes am besten den Grund für seinen Besuch
aus, um das Volk im Glauben zu stärken und aufzubauen. Was im Leben der
Millionen Männer und Frauen auf Erden geschehe, finde im Herzen der Kirche
ein Echo.
Die
Perspektive des heiligen Augustinus
Papst
Leo XIV., der selbst dem Augustinerorden angehört, verwies auf ein Modell des
heiligen Augustinus, welches zwischen der „Stadt Gottes“ und der „irdischen
Stadt“ unterscheidet. Erstere sei durch die bedingungslose Liebe zu Gott sowie
die Liebe zum Nächsten, insbesondere zu den Armen, gekennzeichnet, erklärte der
Papst. In dieser Perspektive müsse die Geschichte und das menschliche
Zusammenleben betrachtet werden. Papst Leo XIV. führte seine Überlegungen
zum Modell des heiligen Augustinus weiter aus und betonte, dass diese beiden
Dimensionen – die göttliche und die irdische – nicht isoliert voneinander
existieren. Er unterstrich, dass eine Gesellschaft nur dann Bestand haben
könne, wenn sie sich an ethischen Grundsätzen orientiere, die über den rein
materiellen Fortschritt hinausgehen. Ähnlich hatte sich der Papst bereits zu
Jahresbeginn in seiner Rede an die Diplomaten, die beim Heiligen Stuhl
akkreditiert sind, geäußert.
Die
Symbolik der „Stadt des Friedens“
Mit
Blick auf das Projekt der neuen Hauptstadt Äquatorialguineas sagte Papst Leo
XIV.: „Ich weiß, dass Sie das beeindruckende Projekt in Angriff genommen haben,
eine Stadt zu errichten, die seit wenigen Monaten die neue Hauptstadt Ihres
Landes ist. Sie haben ihr einen Namen gegeben, in dem der Name des biblischen
Jerusalem anzuklingen scheint: Ciudad de la Paz.“ Dieses gesamte
Bauvorhaben nahm der Papst zum Anlass, die Anwesenden zur Gewissenserforschung
aufzurufen. Er ergänzte: „Möge diese Entscheidung einen jeden zum Nachdenken
anregen, welcher Stadt er dienen will!“ Der Papst bezog sich auf die von
Augustinus erläuterten Städte.
Seit
über einem Jahrzehnt verfolgt das zentralafrikanische Land das Ziel, seine
Hauptstadt von Malabo, das auf einer Insel an der Westküste Afrikas am Atlantik
liegt, in die neu errichtete „Ciudad de la Paz“ auf dem Festland zu verlegen.
Während die geografische Isolation Malabos durch die zentrale Lage der neuen
Metropole auf dem Hochplateau des Río Muni überwunden werden soll, ist das
Mammutprojekt mit erheblichen Herausforderungen konfrontiert. Finanziert primär
durch Erdöleinnahmen, die zeitweise fast die Hälfte des Staatshaushalts
beanspruchten, umfasst die neue Stadt bereits repräsentative Bauten wie einen
Campus der Afro-Amerikanischen Universität und ein Konferenzzentrum. Dennoch
bleibt die Entwicklung widersprüchlich: Verzögerungen im Wohnungsbau, Berichte
über mangelnde Transparenz sowie die Kritik der Opposition an der Priorisierung
von Großprojekten gegenüber der ländlichen Entwicklung prägen das Bild der
entstehenden Hauptstadt, die bis zum Ende des Jahrzehnts zu einem dynamischen
Zentrum Zentralafrikas heranwachsen soll.
Staatspräsident
betont Katholizität des Landes
Staatspräsident
Teodoro Obiang Nguema Mbasogo dankte Papst Leo mit den Worten: „Dieser
Besuch bedeutet für unser Volk die Anerkennung seines Glaubens und seiner
christlichen Hingabe als Herde Christi in einer Zeit, in der politische und
wirtschaftliche Krisen, Unsicherheit und Instabilität die Nationen in einer
globalisierten Welt durchziehen." Er erinnerte zudem daran, dass die
aktuelle Reise von Leo XIV. zum 170-Jahr-Jubiläum der Ankunft der ersten
christlichen Missionare im Land erfolgt:
„Aus
diesem Grund ist der Besuch Seiner Heiligkeit in der Republik Äquatorialguinea,
einem überwiegend katholischen Land, das seit mehr als 170 Jahren seinen
christlichen Glauben pflegt und zu mehr als 90 Prozent aus katholischen
Gläubigen besteht, ein günstiger Ort für das Christentum in
Zentralafrika." (vn 21)
Treffen von Bundeskanzler Merz und
Bischof Wilmer
Bundeskanzler
Friedrich Merz hat heute (21. April 2026) den Vorsitzenden der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, zu einem Gespräch empfangen. Der
Antrittsbesuch von Bischof Wilmer diente dem gegenseitigen Austausch zum Thema
internationale Konflikte und der Stabilität der Demokratie in der
Bundesrepublik Deutschland.
Die
Antwort darauf muss auch weiterhin ein vertrauensvolles Miteinander und ein
gemeinwohlorientiertes Handeln in Politik, Gesellschaft und auch der Kirche
sein, um jeder Form von Extremismus oder eine Unterwanderung der Demokratie
Einhalt zu gebieten, so der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz.
Bischof Wilmer betonte: „Die Herausforderungen unserer Zeit lassen sich nur
gemeinsam bewältigen. Gerade angesichts wachsender gesellschaftlicher
Spannungen braucht es Räume für Dialog und Verständigung. Die Kirche will dazu
ihren Beitrag leisten.“
Bei
ihrer Begegnung erörterten Bundeskanzler Merz und Bischof Wilmer auch aktuelle
Fragen zur Reform der Sozialversicherungssysteme, den Wert der Arbeit und
Herausforderungen im Bereich der Migration. Dabei konnte der Vorsitzende der
Deutschen Bischofskonferenz den Bundeskanzler auch über Themen der Kirche und
der Weltkirche informieren. Dbk 21
Papst in Bergbaustadt in Angola:
Aufruf gegen Ausbeutung
„Wenn
Ungerechtigkeit die Herzen verdirbt, wird das Brot aller zum Besitz
einiger
weniger“: Papst Leo hat in der afrikanischen Bergbaustadt Saurimo die Stimme
gegen Unterdrückung, Gewalt und Ausbeutung erhoben. „Wir sind nicht auf die
Welt gekommen, um zu sterben“ oder „Sklaven zu werden“, betonte er bei einer
Messe. Anne Preckel – Vatikanstadt
Saurimo
ist die Hauptstadt der Bergbauprovinz Lunda Sul im Nordosten Angolas, einem
Zentrum der Diamantenindustrie. Bereits bei der Anfahrt des Papstes im
halboffenen Papamobil schäumte die Stimmung über, Menschenmengen am Straßenrand
schrien laut vor Begeisterung, als Leo vorbeifuhr, Kinder rannten lange hinter
dem Auto her, Ordner und Militärs mit Maschinengewehren hielten die staubige
Straße frei.
Appell
gegen Ungerechtigkeit und Ausbeutung
In
Saurimo hieß ein Chor den Papst mit Gesängen aus voller Kehle willkommen. Rund
60.000 Gläubige feierten laut den lokalen Behörden bei der Freiluftmesse auf
der Esplanade und den anliegenden Feldern mit. In seiner Predigt wandte sich
der Papst mit stellenweise deutlichen Worten an die Lokalbevölkerung, von der
ein großer Teil in der Bergbauindustrie arbeitet.
„Wir
sind nicht auf die Welt gekommen, um zu sterben. Wir sind nicht geboren, um
Sklaven zu werden, weder der Verderbnis des Fleisches noch der der Seele“,
schärfte er den Menschen ein. Wie schon in seiner Rede an Angolas Politik vom
Samstag kritisierte Leo XIV. deutlich Gewalt und Ausbeutung.
„Wenn
Ungerechtigkeit die Herzen verdirbt, wird das Brot aller zum Besitz einiger
weniger.“
„Wir
sehen heute (…), dass viele Sehnsüchte der Menschen von Gewalttätern
zunichtegemacht, von denjenigen, die die ihre Macht missbrauchen, ausgenutzt
und vom Reichtum getäuscht werden. Wenn Ungerechtigkeit die Herzen verdirbt,
wird das Brot aller zum Besitz einiger weniger“, kritisierte Leo XIV. Und er
verdeutlichte, dass ein solches Verhalten dem Evangelium widerspricht. „Jede
Form von Unterdrückung, Gewalt, Ausbeutung und Lüge leugnet die Auferstehung
Christi, jenes höchste Geschenk unserer Freiheit.“
Evangelium
als Lebensregel und Maßstab
Der
Glaube an Gott richte auf, tröste „in jedem Leid“ und ermutige, betonte der
Papst weiter, Gott verwandele auch die Sünde in Vergebung. Leo XIV. rief die
Menschen dazu auf, Jesus im Alltag nachzuahmen und seinem Beispiel zu folgen,
als „Lebensregel und Maßstab der Wahrheit“.
„Müht
euch nicht ab für die Speise, die verdirbt, sondern für die Speise, die für das
ewige Leben bleibt. (Joh 6,27).“
Der
Papst warnte zugleich vor „falschen“ Glaubensmotiven. Gott dürfe nicht zum
„Götzen“ gemacht werden, er sei kein „Guru“, oder „Glücksbringer“, stellte Leo
XIV. klar. Es gelte zu unterscheiden, ob Gott „aus Dankbarkeit oder Eigennutz,
Berechnung oder Liebe“ gesucht werde. Der Papst griff in seiner Predigt die
Rede Jesu nach der Brotvermehrung am See von Galiläa auf (vgl. Joh 6,26-27), um
dies zu verdeutlichen. Jesus hatte die Menschen zum Nachdenken darüber
aufgefordert, warum sie ihm folgten – für das irdische Brot, eine „Speise, die
verdirbt“, oder „die Speise, die für das ewige Leben bleibt“. Es sei „ein
abergläubiges Geschäft“, wenn Gott nur gesucht werde, wenn man ihn gerade
brauche, hielt der Papst dazu fest.
„Die
Erzählung im Evangelium macht uns also deutlich, dass es falsche Motive gibt,
Christus zu suchen, vor allem wenn er als Guru oder Glücksbringer betrachtet
wird. Auch das Ziel, das sich diese Menschenmenge setzt, ist unangemessen: Sie
suchen nämlich keinen Meister, den sie lieben wollen, sondern einen Anführer,
den sie aus Eigennutz verehren.“
Suche
nach dem „Brot des Lebens“
Jesu
Botschaft sichte sich nicht gegen die Suche nach Lebensunterhalt, dem täglichen
Brot. In der Perspektive des Glaubens gehe es allerdings darum, „das Brot des
Lebens“ zu suchen, eine „Nahrung, die uns für immer am Leben erhält“,
formulierte Leo XIV. Jesus lade uns zur Umkehr ein, „er ruft uns zur Freiheit“,
denn er wolle „keine Diener oder Kunden“, sondern „Brüder und Schwestern, denen
er sich mit ganzem Herzen widmen kann“.
Positiv
hob der Papst in seiner Predigt „die Lebendigkeit der Berufungen“ in Angola
hervor, die zum Wachstum der Kirche in dem Land beitrage. Für den Weg der
Ortskirche rief er zu Synodalität auf und er verwies auf das Apostolische
Schreiben „Ecclesia in Africa“ von Papst Johannes Paul II.
„Lasst
uns in dieser weisen Richtung weitergehen! Mit dem Evangelium im Herzen werdet
ihr Mut haben angesichts von Schwierigkeiten und Enttäuschungen: Der Weg, den
Gott uns eröffnet hat, verliert sich nicht im Nichts. Der Herr geht nämlich
immer in unserem Tempo mit, damit wir auf seinem Weg weitergehen können:
Christus selbst gibt dem Weg Orientierung und Kraft, diesem Weg, den wir immer
mehr so leben lernen wollen, wie er sein soll, nämlich synodal.“
Der
Gottesdienst wurde in Portugiesisch, der Amtssprache Angolas, und teils
Lokalsprachen wie Chokwe gefeiert. Chokwe wird im Osten Angolas und teils auch
im Kongo und in Sambia gesprochen. Der Papst predigte und betete in Saurimo auf
Portugiesisch.
Bedeutende
Bergbauregion in Angola
Angola
ist einer der drei größten Diamantenlieferanten unter den Ländern Afrikas. Im
Bürgerkrieg von 1975 bis 2002 war der Zugang zu Diamanten und Öl entscheidend
für die Finanzierung der jeweiligen Bürgerkriegsarmeen. Bei mehreren früheren
Stationen seiner Afrikareise hat der Papst die Ausbeutung der Rohstoffe des
afrikanischen Kontinents durch fremde Mächte und die Verwendung der Profite für
Kriege scharf kritisiert.
In
Saurimo entsteht aktuell ein neues Entwicklungszentrum, das unterschiedliche
Bereiche der Diamantenindustrie zusammenbringen soll. Angola will durch die
industrielle Verarbeitung der Diamanten im eigenen Land größere Teil der
Wertschöpfungskette an den kostbaren Edelsteinen für sich abzweigen.
Nach
dem Besuch in Saurimo trifft der Papst am Abend die katholischen Bischöfe des
Landes in der angolanischen Hauptstadt Luanda. Am Dienstag fliegt er weiter
nach Äquatorialguinea, der vierten und letzten Station seiner elftägigen
Afrikareise. (vn 20)
Bundespräsident Steinmeier empfängt
Bischof Wilmer zum Antrittsbesuch
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, ist
heute (20. April 2026) zum Antrittsbesuch mit Bundespräsident Frank-Walter
Steinmeier in Berlin zusammengetroffen. Bei der Begegnung ging es um aktuelle
Fragen der weltweiten internationalen Krisen insbesondere im Nahen und
Mittleren Osten sowie in der Ukraine.
Bundespräsident
Steinmeier und Bischof Wilmer sprachen auch über die Situation in Deutschland
und würdigten das Ehrenamt, das viel zum gesellschaftlichen Zusammenhalt
beitrage. Den bevorstehenden Ehrentag als Geburtstag des Grundgesetzes, den der
Bundespräsident am 23. Mai 2026 ausrichtet, wird die katholische Kirche mit
verschiedenen Initiativen unterstützen. In der Begegnung ging es außerdem um
den Beitrag der Kirchen zur politischen Bildung, der gerade in Schulen und
Akademien sichtbar wird. Dabei ist auch der bevorstehende Katholikentag in
Würzburg eine Chance, politisch und religiös in der Öffentlichkeit wahrgenommen
zu werden. dbk 20
Papst in Angola: „Die Liebe muss
triumphieren, nicht der Krieg!“
Mit
einem Rosenkranzgebet im Marienwallfahrtsort „Mama Muxima“ hat Papst Leo den
siebten Tag seiner 11-tägigen Apostolischen Reise auf den afrikanischen
Kontinent ausklingen lassen. In seiner Ansprache vor mehr als 30.000 Anwesenden
rief das katholische Kirchenoberhaupt zum Bau einer „besseren Welt auf, in der
es keine Kriege, keine Ungerechtigkeiten, kein Elend und keine Unehrlichkeit
mehr gibt.“ Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt
„Mama
Muxima“ ist einer der meistfrequentierten christlichen Pilgerorte südlich der
Sahara; ein Papst war allerdings bisher noch nie hierhergekommen. Kein Wunder
also, dass der Gast aus Rom vor der Wallfahrtskirche von einer begeisterten
Menschenmenge und fröhlichen Gesängen empfangen wurde. Das Heiligtum Mama
Muxima – was in der im Norden Angolas am häufigsten gesprochenen
Sprache Kimbundu „Mutter des Herzens“ bedeutet – wurde im 17.
Jahrhundert von den Portugiesen erbaut. Fast 300 Jahre lang war dieser Ort ein
Treffpunkt für Sklaven, die an die Küste gebracht wurden, um ihre Reise ohne
Wiederkehr auf den amerikanischen Kontinent anzutreten. Heute finden
hier jedes Jahr von August bis September nationale Wallfahrten statt, an
denen Tausende von Menschen teilnehmen.
Vertreter
der örtlichen Jugend und Mitglieder der Legion Mariens rezitierten in
verschiedenen Sprachen die fünf Geheimnisse des glorreichen Rosenkranzes.
Zwischendurch wurde Maria immer wieder um Fürsprache für die Menschen dieses
geplagten Landes gebeten: junge Studenten, Arbeitslose und Gefangene, „die
Kinder Angolas, deren Rechte oft missachtet werden, damit auch sie, wie das
Jesuskind, in Gnade und Heiligkeit wachsen“, Familien und Ordensleute. Und es
wurde auch darum gebetet, dass „die Muttergottes von Muxima Papst Leo XIV. ihre
mütterliche Gegenwart spüren lasse, ihn in das unermessliche Licht Gottes
einhülle und ihn in ihrem Unbefleckten Herzen bewahre.“
Mama
Muxima: Mutter des Herzens
„Wir
befinden uns in einem Heiligtum, in dem seit Jahrhunderten so viele Männer und
Frauen gebetet haben, in freudigen Momenten, aber auch in traurigen und sehr
schmerzlichen Zeiten der Geschichte dieses Landes,“ stellte Papst Leo in seiner
Ansprache am Ende des Rosenkranzgebets fest. „Hier setzt sich Mama Muxima seit
langem im Verborgenen dafür ein, das Herz der Kirche lebendig und pulsierend zu
erhalten, ein Herz, das aus Herzen besteht: aus euren Herzen und denen so
vieler Menschen, die lieben, beten, feiern, weinen.“
Den
Nächsten lieben mit einem mütterlichen Herzen
Maria,
die „Mutter des Herzens“, höre also allen zu, nehme alle auf und bete für alle.
Die Betrachtung der Rosenkranzgeheimnisse lasse uns in einer Liebe wachsen, die
der Liebe Marias gleiche, betonte der Papst. Und das nehme auch uns in die
Pflicht, jeden Menschen mit mütterlichem Herzen zu lieben und uns für das Wohl
der anderen einzusetzen, vor allem der Ärmsten.
„Eine
Mutter liebt ihre Kinder, auch wenn sie sich voneinander unterscheiden, alle
gleichermaßen und von ganzem Herzen,“ so Papst Leo. „Auch wir wollen vor der
Mutter unseres Herzens versprechen, dasselbe zu tun, indem wir uns unermüdlich
dafür einsetzen, dass es niemandem an Liebe mangelt und damit auch nicht an
dem, was notwendig ist, um in Würde zu leben und glücklich zu sein: damit die
Hungrigen zu essen haben, damit alle Kranken die notwendige Pflege erhalten,
damit den Kindern eine angemessene Bildung garantiert wird, damit die Älteren
ihre Jahre in Ruhe genießen können. An all diese Dinge denkt eine Mutter. An
all diese Dinge denkt Maria, und sie lädt auch uns ein, mit ihr für andere zu
sorgen.“
Der
Auftrag an die jungen Menschen: Aufbau einer Welt, in der die Prinzipien des
Evangeliums die Herzen inspirieren
Die
Muttergottes bitte uns also, „wie sie Gerechtigkeit und Frieden zu stiften.“
Und dieser Auftrag richte sich besonders an die jungen Menschen.
„Auch
euch vertraut die Mutter des Himmels nämlich ein großes Projekt an: das einer
besseren, gastfreundlichen Welt, in der es keine Kriege, keine
Ungerechtigkeiten, kein Elend und keine Unehrlichkeit mehr gibt, und in der die
Prinzipien des Evangeliums die Herzen, Strukturen und Programme zum Wohl aller
immer mehr inspirieren und prägen.“
„Die
Liebe muss triumphieren, nicht der Krieg!“
Frieden
ist also kein fernes Ideal. Er wächst überall dort, wo Menschen lieben,
handeln, Verantwortung füreinander übernehmen.
„Die
Liebe muss triumphieren, nicht der Krieg! Das lehrt uns das Herz Mariens, das
Herz der Mutter aller. Machen wir uns also von diesem Heiligtum aus auf den
Weg, als „Engel-Boten“ des Lebens, um allen die Liebkosung Mariens und den
Segen Gottes zu bringen,“ so der abschließende Appell von Papst Leo beim
Rosenkranzgebet in Angola. (vn 19)
Papst verurteilt in Angola die
Ausbeutung Afrikas
Mit
einem deutlichen Appell gegen die Ausbeutung Afrikas hat Leo XIV. die dritte
Etappe seiner Reise über den Kontinent begonnen. In Angolas Hauptstadt Luanda
rief der Papst am Samstagabend alle, die die Entwicklung des Landes behindern,
zur „Umkehr“ auf. Stefan von Kempis –
Luanda
„Sie
wissen nur zu gut, dass man allzu oft auf Ihre Regionen geschaut hat und
schaut, um etwas zu geben oder – häufiger noch – um etwas zu nehmen. Es gilt,
diese Kette von Interessen zu durchbrechen, die die Wirklichkeit und das Leben
selbst auf eine Tauschware reduziert.“
Leo
äußerte sich in seiner ersten Rede nach der Ankunft, im Präsidentenpalast von
Luanda, bei einer Begegnung mit Vertretern von Behörden, Zivilgesellschaft und
Diplomaten. Er rühmte, dass das angolanische Volk Schätze besitze, „die weder
verkäuflich noch raubbar sind“, und nannte als erstes eine im Land
weitverbreitete Freude, „die selbst die widrigsten Umstände nicht auslöschen
konnten“. Ganz Afrika sei für die Welt „ein Reservoir der Freude und der
Hoffnung“.
„Afrikas
junge Menschen und seine Armen träumen noch immer, hoffen noch immer, geben
sich nicht mit dem Bestehenden zufrieden“
„Seine
jungen Menschen und seine Armen träumen noch immer, hoffen noch immer, geben
sich nicht mit dem Bestehenden zufrieden, wollen sich wieder aufrichten, sich
auf große Verantwortung vorbereiten und sich persönlich engagieren. Die
Weisheit eines Volkes lässt sich nämlich von keiner Ideologie auslöschen, und
tatsächlich ist der Wunsch nach Unendlichkeit, der im menschlichen Herzen
wohnt, ein Prinzip des sozialen Wandels, das tiefer geht als jedes politische
oder kulturelle Programm.“
„Mächtige
Interessen“ streckten die Finger nach den materiellen Reichtümern Angolas aus,
rügte Papst Leo. „Wie viel Leid, wie viele Tote, wie viele soziale und
ökologische Katastrophen bringt diese ausbeuterische Logik mit sich! Wir sehen
mittlerweile überall, wie sie ein Entwicklungsmodell nährt, das diskriminiert
und ausgrenzt, aber dennoch vorgibt, sich als einzig mögliche Lösung
durchzusetzen.“
Afrika
– vor allem seine jungen Leute – hätten Besseres verdient, so der Papst, der
sich direkt an die Verantwortlichen Angolas wandte. Sie sollten keine Angst vor
Dialog haben, sondern alles für die Entwicklung des Landes tun.
„Stellen
Sie das Gemeinwohl über das Partikularinteresse!“
„Fürchten
Sie sich nicht vor Meinungsverschiedenheiten, ersticken Sie nicht die Visionen
der Jugend und die Träume der Älteren, seien Sie in der Lage, Konflikte zu
bewältigen und sie in Wege der Erneuerung zu verwandeln. Stellen Sie das
Gemeinwohl über das Partikularinteresse und verwechseln Sie niemals Ihren Teil
mit dem Ganzen. Die Geschichte wird Ihnen dann Recht geben, auch wenn Ihnen im
Moment jemand feindlich gesinnt sein mag.“
Freude
und Hoffnung, wie man sie in Angola vor allem bei jungen Leuten finde, seien
nicht nur private Gefühle, sondern hätten auch soziale und politische Kraft.
„Despoten und Tyrannen des Körpers und des Geistes wollen die Seelen passiv
machen und die Leidenschaften öde, zur Trägheit neigend, fügsam und der Macht
unterworfen. … Die beste Methode, zu herrschen und uneingeschränkt
voranzuschreiten, besteht darin, Hoffnungslosigkeit auszusäen und ständiges
Misstrauen zu wecken.“ Gegen diese „Entfremdung“ sollten sich die Angolaner
wehren, indem sie auf „die wahre Freude“ setzen.
„Die
Freude versteht es, auch in den dunkelsten Bereichen der Stagnation und der
Bedrängnis Wege zu bahnen. Prüfen wir also unser Herz, meine Lieben, denn ohne
Freude gibt es keine Erneuerung; ohne Innerlichkeit gibt es keine Befreiung;
ohne Begegnung gibt es keine Politik; ohne den anderen gibt es keine
Gerechtigkeit. Gemeinsam können Sie Angola zu einem Projekt der Hoffnung
machen.“ Daran wirke die Kirche gerne mit. „Beseitigen wir die Hindernisse für
die ganzheitliche menschliche Entwicklung, indem wir gemeinsam mit jenen
kämpfen und hoffen, die die Welt verworfen, Gott aber erwählt hat.“
„Gemeinsam
können Sie Angola zu einem Projekt der Hoffnung machen“
Leo
XIV. ging in seiner Rede in Luanda auch auf die starken Regenfälle und
Überschwemmungen ein, die die Provinz Benguela vor kurzem heimgesucht haben. Er
bete für die Opfer und sei den Familien, die ihre Häuser verloren haben, nahe.
„Ich weiß auch, dass Sie, liebe Angolaner, in einer großen Kette der
Solidarität mit den Betroffenen zusammenstehen.“
Präsident
João Manuel Gonçalves Lourenço hob in seiner Begrüßungsrede an den Papst
hervor, dass der erste offizielle Kontakt zwischen dem Heiligen Stuhl und dem
heutigen Angola bis ins 17. Jahrhundert zurückreicht. Der angolanische Staat
sei der Kirche vor allem im sozialen Engagement eng verbunden. „Wir würden uns
wünschen, dass sich die katholische Kirche als Sozialpartnerin des Staates
konstruktiver einbringt, damit wir gemeinsam auf den Fortschritt sowie die
wirtschaftliche und soziale Entwicklung unseres Landes hinarbeiten können.“
Präsident
fordert Leo auf, international weiter als Friedensstifter zu wirken
Der
Präsident bekannte sich auch zum friedlichen Zusammenleben von Menschen und
Nationen verschiedener Kultur und Religion; Dialog sei das einzige Werkzeug zur
Lösung von Konflikten. „Nur in Frieden und Harmonie können wir alle die
Ressourcen genießen, die uns die Natur zur Verfügung stellt. Bedauerlicherweise
erleben wir zunehmend einen ungezügelten Wettlauf um Rohstoffe,
Energieressourcen, Bodenschätze und andere Ressourcen, die von den mächtigsten
Armeen der Welt mit Waffengewalt von souveränen Staaten erobert werden. Der
internationale Handel unterliegt festgelegten Regeln, die, sobald sie
eingehalten werden, es Unternehmen und Staaten ermöglichen, durch Verträge und
Abkommen Zugang zu den Ressourcen zu erhalten, die sie zur Deckung ihres
Bedarfs benötigen, ohne auf Krieg zurückgreifen zu müssen.“
Lourenço
ging auch ausdrücklich auf die Konflike im Nahen Osten ein, namentlich auf den
Iran. „Wir rufen zu einem endgültigen Ende des Krieges, zur Öffnung der Straße
von Hormus auf dem Verhandlungsweg und zur Herstellung eines dauerhaften
Friedens in der Region auf. Angesichts der Wahrscheinlichkeit einer
Verschärfung des Konflikts, der uns immer näher an den Abgrund bringt,
appelliert die Welt an Eure Heiligkeit, dass Sie von der Höhe Ihrer moralischen
Autorität aus weiterhin eine Rolle als Brückenbauer und Friedensstifter spielen
möge.“ (vn 18)
Papst Leo bei Katholischer Uni in
Kamerun: Plädoyer für Dialog, Moral, Gerechtigkeit
Papst
Leo XIV. hat am Freitagabend die Katholische Universität Zentralafrikas in
Kameruns Hauptstadt Yaoundé besucht und dazu aufgerufen, in der heutigen Zeit -
auch mit Blick auf die Digitalisierung - ein Vorbild in Dialog und Begegnung zu
sein und kritisches Denken, moralische Integrität, Liebe und Dienst zu fördern.
Es gelte, „gemäß einer Ethik zu handeln, die dem Gemeinwohl dient." Unter
Applaus forderte das katholische Kirchenoberhaupt ein Ende der Korruption in
Afrika. Stefanie Stahlhofen
Besonders
die Rolle der Dozenten sei für die Bildung und Ausbildung der Jugend zentral,
betonte Papst Leo XIV., der früher auch selbst als Mathe- und Physiklehrer
aktiv war, bei seinem ersten Besuch einer Universität während seiner
Afrikareise vor 8.000 Menschen. Auf Französisch rief er alle Lehrenden dazu
auf, „jene Werte zu verkörpern, die ihr vermitteln möchtet, vor allem
Gerechtigkeit und Fairness, Integrität, einen Geist des Dienens und der
Verantwortung."
Die
Katholische Universität Zentralafrikas, im Jahr 1989 unter der Schirmherrschaft
des Heiligen Stuhls von der Vereinigung der Bischofskonferenzen von der
Vereinigung der Bischofskonferenzen der Region Zentralafrika (AECCAR)
gegründet, ist staatlich anerkannt und für sechs Länder Zentralafrikas
zuständig - neben Kamerun sind dies die Zentralafrikanische Republik,
Kongo-Brazzaville, Gabun, Äquatorialguinea und Tschad. So richtete der Papst
seine Worte hier auch an ganz Afrika: „Afrika und die Welt brauchen Menschen,
die sich bemühen, nach dem Evangelium zu leben und ihre Kompetenzen in den
Dienst des Gemeinwohls zu stellen. Verratet dieses hohe Ideal nicht! Seid nicht
nur intellektuelle Mentoren, sondern auch Vorbilder, deren wissenschaftliche
Genauigkeit und persönliche Ehrlichkeit das Gewissen eurer Studenten
schulen", gab das katholische Kirchenoberhaupt den Dozenten
mit.
„Afrika
und die Welt brauchen Menschen, die sich bemühen, nach dem Evangelium zu leben
und ihre Kompetenzen in den Dienst des Gemeinwohls zu stellen. Verratet dieses
hohe Ideal nicht! Seid nicht nur intellektuelle Mentoren, sondern auch
Vorbilder, deren wissenschaftliche Genauigkeit und persönliche Ehrlichkeit das
Gewissen eurer Studenten schulen“
Korruption
beenden - Gewissen bilden
Ein
Problem Afrikas sprach der Papst dann auch sehr konkret an - Korruption.
Beispielsweise Äquatorialguinea, das an Kamerun grenzt und das Leo auch noch
besuchen wird - ein Land, für das die Uni auch zuständig ist - liegt im
Korruptionsranking von Transparency International ewa auf Platz 172 von 182.
Applaus brauste auf, als der Papst forderte: „Afrika muss nämlich von der Plage
der Korruption befreit werden. Und für einen jungen Menschen muss sich das
Bewusstsein dafür schon in seinen Ausbildungsjahren festigen, dank der
moralischen Integrität, der Selbstlosigkeit und der kohärenten Lebensweise
seiner Erzieher und Lehrer." Tag für Tag legten diese den
unverzichtbaren Grundstein für den Aufbau einer kohärenten sittlichen und
intellektuellen Identität. „Indem ihr die Wahrheit bezeugt, insbesondere
gegenüber den Illusionen von Ideologien und Moden, schafft ihr ein Umfeld, in
dem sich akademische Exzellenz auf natürliche Weise mit menschlicher
Redlichkeit verbindet" führte Leo XIV. aus.
„Afrika
muss von der Plage der Korruption befreit werden“
Er
würdigte auch das Motto der Universität - „Im Dienst der Wahrheit und der
Gerechtigkeit" - und betonte: „Wenn man sich um ein gebildetes und
redliches Gewissen bemüht, dann wird es zur Quelle eines kohärenten Handelns
werden, das auf das Gute, die Gerechtigkeit und den Frieden ausgerichtet
ist."
„Wenn
man sich um ein gebildetes und redliches Gewissen bemüht, dann wird es zur
Quelle eines kohärenten Handelns werden, das auf das Gute, die Gerechtigkeit
und den Frieden ausgerichtet ist“
In
den heutigen Gesellschaften, so auch in Kamerun, sei eine „Erosion der
moralischen Bezugspunkte zu beobachten, die einst das Leben der Gemeinschaft
prägten", stellte Leo fest und rief alle auf, dem etwas
entgegenzusetzen.
Afrika
als Vorbild
Papst
Leo XIV. würdigte die Katholische Universität Zentralafrikas in diesem
Zusammenhang als „Leuchtturm", der der Kirche und Afrika bei ihrer „Suche
nach der Wahrheit und bei der Förderung von Gerechtigkeit und Solidarität
zugutekommt."
Uni
will umfassend ausbilden
Die
Uni startete mit 135 Studierenden, verteilt auf zwei Fakultäten – Theologie
sowie Sozial- und Verwaltungswissenschaften – heute ist daraus laut dem Rektor,
dem Pater und Professor Thomas Bienvenu Tchoungui, ein Netzwerk mit mehr als
zehn Campus mit 8.000 Studierenden, 1.152 festangestellten und assoziierten
Lehrkräften sowie 204 Verwaltungsmitarbeitern geworden. Die Uni hat laut
eigener Aussage das Ziel, zur Entwicklung der afrikanischen Gesellschaften
beizutragen, durch berufliche und akademische Ausbildungsgänge, die den
tatsächlichen Bedürfnissen in den Bereichen Sozialwissenschaften,
Managementtechniken und Pflegewissenschaften entsprechen. Dabei will sie auch
die christliche Sicht des Menschen in seinen philosophischen und theologischen
Dimensionen vermitteln und ethisches Verhalten in allen Bereichen des
privaten und öffentlichen Lebens fördern.
Es
gibt inzwischen auch Ingenieurwissenschaften, die aktiv zur industriellen
und technologischen Entwicklung der Subregion beitragen wollen. Das Institut
Supérieur d’Agronomie in Bangui bildet Agraringenieure aus, die sich für die
Ernährungssouveränität in der Zentralafrikanischen Republik einsetzen. Im
Tschad beteiligen sich das Institut für Veterinärwissenschaften und das
Institut für Erziehungswissenschaften in Moundou gemeinsam mit dem Staat an der
Ausbildung von Ausbildern und der Entwicklung einer professionellen
Tierhaltung, „mit dem Ziel der Nahrungsmittelautarkie, die Subsahara-Afrika so
dringend benötigt", berichtete der Rektor der Uni zu Beginn in seinem
Grußwort. Er erwähnte die sicherheitspolitischen, sozialen und
wirtschaftlichen Herausforderungen der Region, betonte aber auch die dynamische
Jugend - in Kamerun leben bis zu 30 Millionen Menschen; das Durchschnittsalter
beträgt 19,4 Jahre. Papst Leo würdigte all dies und betonte:
„Auf
eurem großartigen Kontinent ist die Forschung in besonderer Weise
herausgefordert, sich interdisziplinären, internationalen und interkulturellen
Perspektiven zu öffnen“
„Afrika
kann einen wesentlichen Beitrag dazu leisten, die allzu engen Horizonte einer
Menschheit zu erweitern, der es schwerfällt zu hoffen. Auf eurem großartigen
Kontinent ist die Forschung in besonderer Weise herausgefordert, sich
interdisziplinären, internationalen und interkulturellen Perspektiven zu
öffnen. Und heute müssen wir dringend über den Glauben innerhalb der
kulturellen Kontexte und aktuellen Herausforderungen nachdenken, um seine
Schönheit und Glaubwürdigkeit in den verschiedenen Zusammenhängen hervortreten
zu lassen, insbesondere in denen, die am stärksten von Ungerechtigkeit,
Ungleichheit, Konflikten sowie materiellem und spirituellem Verfall geprägt
sind."
Das
Evangelium und die Lehre der Kirche sollten „in großzügiger und offener
Synergie mit allen positiven Instanzen" auch „eine wahre Kultur der
Begegnung" - fördern: „Eine Kultur der Begegnung zwischen allen echten und
vitalen Kulturen dank eines gegenseitigen Austauschs der je eigenen Gaben in
jenem lichtvollen Raum, den die Liebe Gottes allen seinen Geschöpfen
eröffnet", formulierte der Papst. Während viele Menschen weltweit ihre
spirituellen und ethischen Orientierungspunkte zu verlieren schienen und in Individualismus,
Äußerlichkeiten und Heuchelei ihre Freiheit verlieren, sei „die Universität par
excellence ein Ort der Freundschaft und der Zusammenarbeit, der Innerlichkeit
und der Reflexion."
„Pioniere
eines neuen Humanismus im Kontext der digitalen Revolution heranbilden“
Papst
Leo XIV., von dem noch ein ausführlicheres Schreiben zu künstlicher Intelligenz
erwartet wird, ging auch auf aktuelle Herausforderungen im Zusammenhang mit der
Digitalisierung der Welt ein. Er mahnte, keine Angst davor zu haben und sich
positiv einzubringen:
„Gerade
eure Universität kann Pioniere eines neuen Humanismus im Kontext der digitalen
Revolution heranbilden, von der der afrikanische Kontinent nicht nur die
faszinierenden Aspekte, sondern auch die dunkle Seite kennt, wie etwa die
ökologischen und sozialen Schäden, die durch die hektische Suche nach
Rohstoffen und Seltenen Erden verursacht werden. Schaut nicht weg: Dies ist ein
Dienst an der Wahrheit und an der gesamten Menschheit. Ohne diese mühsame
Bildungsarbeit wird die passive Anpassung an die vorherrschenden Denkweisen als
Kompetenz und der Verlust von Freiheit als Fortschritt missverstanden
werden."
„Schaut
nicht weg: Dies ist ein Dienst an der Wahrheit und an der gesamten Menschheit.
Ohne diese mühsame Bildungsarbeit wird die passive Anpassung an die
vorherrschenden Denkweisen als Kompetenz und der Verlust von Freiheit als
Fortschritt missverstanden werden“
Der
aktuelle Wandel erfordere nicht bloß technische Kompetenzen, sondern eine
humanistische Bildung, die in der Lage sei, die wirtschaftlichen Mechanismen,
die ihnen innewohnenden Vorurteile und die Formen der Macht sichtbar werden zu
lassen, die unsere Wahrnehmung der Wirklichkeit prägen. „In digitalen
Umgebungen, die darauf ausgelegt sind, zu beeinflussen, wird die Interaktion so
weit optimiert, dass die persönliche Begegnung überflüssig wird, die Andersheit
der Menschen aus Fleisch und Blut neutralisiert und die Beziehung auf eine
funktionale Reaktion reduziert wird. Meine Lieben, ihr seid jedoch ganz reale
Menschen!" betonte Papst Leo. Er warnte davor, nur in eigenen Blasen
unterwegs zu sein - so fühlte man sich leicht von jedem bedroht, der anders
sei. „Und wir verlernen die Begegnung und den Dialog. So breiten sich
Polarisierung, Konflikte, Ängste und Gewalt aus. Es geht nicht bloß darum, dass
die Gefahr eines Irrtums besteht, sondern dass sich die Beziehung zur Wahrheit
selbst verändert", unterstrich der Papst. Und er betonte:
„Gerade
in diesem Bereich hat die Katholische Universität die Pflicht, eine führende
Rolle zu übernehmen. Sie beschränkt sich nämlich nicht darauf, Fachwissen zu
vermitteln, sondern bildet Menschen, die über kritische Urteilsfähigkeit
verfügen und die zur Liebe und zum Dienst bereit sind."
Die
Nöte der Studierenden - Papst bittet: Nicht auswandern
Zwei
Studierende berichteten dem Papst stellvertretend auch von ihren Sorgen und
Nöten - etwa finanzieller Natur. Sie hofften unter anderem auf „verstärkte
Unterstützung der Stipendiensysteme, damit der Mangel an Mitteln niemals ein
Hindernis für die intellektuelle und berufliche Berufung darstelle", sagte
eine Studentin. Dafür gab es Applaus. Konkret äußerte die Studentin den Wunsch
nach einem größeren Hörsaal - sie betonte aber auch: „Wir erwarten nicht
nur materielle Unterstützung. Wir erwarten vor allem ein Wort der Ermutigung,
ein Licht, das uns bei unseren Entscheidungen leitet, und Ihren Segen, um
unseren Glauben und unser Engagement zu stärken. Helfen Sie uns, eine
Generation von Friedensstiftern, Dienern des Gemeinwohls und Zeugen der Liebe
in unseren Gesellschaften zu werden."
„Wir
erwarten vor allem ein Wort der Ermutigung, ein Licht, das uns bei unseren
Entscheidungen leitet, und Ihren Segen, um unseren Glauben und unser Engagement
zu stärken. Helfen Sie uns, eine Generation von Friedensstiftern, Dienern des
Gemeinwohls und Zeugen der Liebe in unseren Gesellschaften zu werden“
Papst
Leo XIV. hatte seinerseits auch eine Bitte an die Studierenden: „Liebe Söhne
und Töchter Kameruns, liebe Studenten, angesichts der verständlichen Tendenz
zur Auswanderung, die einen glauben lassen könnte, dass man andernorts leicht
eine bessere Zukunft finden könne, lade ich euch vor allem ein, darauf mit dem
brennenden Wunsch zu antworten, eurem Land zu dienen und das Wissen, das ihr
hier erwerbt, zum Wohl eurer Mitbürger einzusetzen. Darin liegt der
Daseinszweck eurer Universität, die vor fünfunddreißig Jahren gegründet wurde,
um Seelsorger und in der Gesellschaft engagierte Laien auszubilden: Diese sind
die Zeugen der Weisheit und Gerechtigkeit, die der afrikanische Kontinent
braucht." (vn 17)
Bischof Oster warnt vor völkischem
Nationalismus und AfD
In
einem diesen Donnerstag veröffentlichten Interview mit der katholischen
Wochenzeitung „Die Tagespost“ hat der Passauer Bischof Stefan Oster deutliche
Kritik an der AfD geübt und vor einer Verwechslung christlicher Identität mit
völkischem Denken gewarnt. Er sehe die Gefahr, dass Gläubige in Denkmuster
abrutschen, die ethnische Homogenität über christliche Grundwerte stellen.
Mit
Blick auf die AfD stellte Oster eine zunehmende Verschärfung der Rhetorik fest:
„Die hat sich verbal und in ihrem politischen Aktivismus in den letzten Jahren
immer mehr radikalisiert, Schlagworte wie 'Remigration' sind jetzt völlig
salonfähig geworden.“ Manche Vertreter der Rechten propagierten laut Oster eine
„fragwürdige Reinhaltung von eigener Kultur und Ethnie“.
Zwar
müsse politisch darüber diskutiert werden, wie viel Zuwanderung ein Land
vertragen könne, doch dürfe dies nicht in Verachtung umschlagen. Der Bischof
mahnte, gegen Menschen aus dem globalen Süden oder gegen Muslime dürfe keine
„generelle Hermeneutik des Verdachts“ angewandt werden.
„Gott
ist der Vater aller Menschen. Das sollte unsere primäre Identität als Christen
sein!“
Besonders
im konservativen Katholizismus sieht Oster eine Anfälligkeit für
identitätspolitische Strömungen. Oft werde die Auffassung vertreten: „Wir haben
die Wahrheit“, was jedoch häufig als „intellektuelles Rechthaben“ auftrete. Dem
setzte Oster die Notwendigkeit einer Haltung der Demut entgegen, um „jeden
Menschen als Kind Gottes in seiner Würde“ zu achten.
Ein
Menschenbild, das Akzeptanz an die Bedingung knüpft, dass das Gegenüber den
eigenen Vorstellungen entspricht, bezeichnete Bischof Oster im
Tagespost-Interview als „lieblos“. Er erinnerte daran: „Gott ist der Vater
aller Menschen. Das sollte unsere primäre Identität als Christen sein!“
Kritik
an reiner „Fassade des christlichen Abendlandes“
Oster
hinterfragte zudem die Motivation hinter der Abschottung gegenüber Migration.
Wenn man meine, sich schützen zu müssen, weil „vermeintlich Böse“ kämen, sei
dies ein Zeichen für den Verlust der „geistigen und geistlichen Kraft zur
Transformation der Welt“. Das Festhalten an einer bloßen „Fassade eines
christlichen Abendlandes“ reiche nicht aus.
Abschließend
betonte der Passauer Bischof, dass der christliche Glaube die Angst vor anderen
Kulturen nehmen müsse, sofern man Jesus Christus als Retter aller Menschen
begreife. Auch wenn der schwindende Glaube in der Gesellschaft das System
Deutschland destabilisiere, bleibe festzuhalten: „Ausschluss anderer schafft
noch keinen Glauben – eher im Gegenteil.“
„Ausschluss
anderer schafft noch keinen Glauben – eher im Gegenteil“
(kap/tagespost
16)
Leo XIV. in Bamenda: Jetzt ist der
Moment, um etwas zu verändern
Trotz
der vielen „herzzerreißenden“ Situationen kann man „das Mosaik der
Einheit" neu zusammenfügen, indem man die Verschiedenheiten vereint – und
der richtige Zeitpunkt dafür ist gerade jetzt. Diese Botschaft hatte Leo XIV.
in der Predigt während der Messe für Frieden und Gerechtigkeit am Flughafen von
Bamenda. Dabei warnte der Papst vor denen, die Afrika ausbeuten wollen, und
mahnte zur Wachsamkeit gegenüber esoterischen oder gnostischen Strömungen.
Christine Seuss
In
freudiger Atmosphäre feierte Papst Leo vor seinem Rückflug nach Yaoundé die
Messe in Bamenda, einem Gebiet, das seit Jahren wegen der Zusammenstöße von
Separatisten und Regierungstruppen von Konflikt und Unsicherheit geprägt ist.
Doch davon war kaum etwas zu spüren, auch wenn der Papst schon bei
verschiedenen Gelegenheiten – so auch hier - darauf eingegangen war, dass die
Menschen zwar auf einem wunderschönen Kontinent lebten, aber mit großen
Schwierigkeiten konfrontiert, gar verwundet, seien.
Der
Messe ging eine lange Fahrt im Papamobil voraus, begleitet von der Begeisterung
der Gläubigen, die typische Gesänge anstimmten, während kamerunische und
vatikanische Fähnchen sowie grüne Zweige geschwenkt wurden - nach der Tradition
des Landes ein Zeichen der Begrüßung, der Wiedergeburt und des Lebens. Auf dem
Rollfeld wartete unterdessen gut sichtbar das Flugzeug, das den Papst nach der
Messe dann wieder nach Youndé bringen sollte.
Die
Feier begann mit einer langen Prozession von Kardinälen, Bischöfen und
Priestern, die weiße Gewändern mit typischen afrikanischen Stickereien trugen -
eine Prozession, die schließlich bis zum Altar führte, der in den Vatikanfarben
Weiß und Gelb umrahmt war; im Hintergrund stach das Grün der Hügel von Bamenda
hervor.
Pilger
des Friedens und der Einheit
Schon
im Eröffnungsgebet wurde darum gebeten, dass „unermüdlich daran gearbeitet
wird, jene Gerechtigkeit zu schaffen, die allein einen wahren und dauerhaften
Frieden garantiert“. Er komme als „Pilger des Friedens und der Einheit“,
betonte auch Papst Leo in seiner Predigt – ein Signal an die Menschen von
Bamenda und dafür, ihren Weg, ihre Mühen und Hoffnungen zu teilen. Ein
komplexes Szenario, das dem Papst, der die gravierenden Schwierigkeiten der
Menschen aufzählte, durchaus bewusst war:
„Die
zahlreichen Formen der Armut, von denen auch in jüngster Zeit sehr viele
Menschen wegen der anhaltenden Nahrungsmittelkrise betroffen sind; moralische,
soziale und politische Verfallserscheinungen, die vor allem mit einem Umgang
mit Reichtum zu tun haben, der die Entwicklung von Institutionen und Strukturen
verhindert; die gravierenden Folgeprobleme im Bildungs- und Gesundheitswesen
sowie die massive Abwanderung ins Ausland, insbesondere von jungen Menschen.
Und zu den inneren Problemen, die oft von Hass und Gewalt genährt werden,
kommen dann noch von außen verursachte Übel hinzu, vonseiten derer, die den
afrikanischen Kontinent um des Profits willen weiterhin ausbeuten und
plündern“, so der Papst angesichts von Situationen, „die uns das Herz brechen und
uns Kummer bereiten“. Doch es gelte, aktiv dagegen anzusteuern, so die
energische Aufforderung des Papstes. Denn trotz allem sei
„Heute
und nicht morgen, jetzt und nicht in der Zukunft ist der rechte Zeitpunkt, um
wiederaufzubauen, um das Mosaik der Einheit aus der Vielfalt und dem Reichtum
des Landes und des Kontinents neu zusammenzufügen und eine Gesellschaft zu
bilden, in der Friede und Versöhnung herrschen“
„..dies
der Augenblick, um etwas zu verändern, um die Geschichte dieses Landes neu zu
gestalten. Heute und nicht morgen, jetzt und nicht in der Zukunft ist der
rechte Zeitpunkt, um wiederaufzubauen, um das Mosaik der Einheit aus der
Vielfalt und dem Reichtum des Landes und des Kontinents neu zusammenzufügen und
eine Gesellschaft zu bilden, in der Friede und Versöhnung herrschen.”
Hoffnung
auf Frieden
Die
festliche Gestaltung der Liturgien, ebenso wie die Freude, mit der sie zu Gott
beteten, sei ein Zeichen ihres „tiefen Gottvertrauens“, ebenso wie ihrer
unerschüttlichen Hoffnung, so Papst Leo an die rund 20.000 Menschen, die für
die feierliche Messe und den anschließenden Abschied des Papstes zum Flughafen
von Bamenda gekommen waren. Bereits bei seiner Ankunft am Vormittag hatten
viele Tausende Menschen die Straßen gesäumt, die Papst Leo bis zum Ort des
Friedenstreffens in der Kathedrale des heiligen Josef in der Stadt
zurückzulegen hatte.
„Gott
macht uns zu mutigen Menschen, die dem Bösen trotzen und Gutes bewirken“
Der
Papst räumte in seiner Predigt am Donnerstagnachmittag ein, dass man angesichts
all der zu bewältigenden Probleme leicht der „Resignation“ und der „Ohnmacht
verfallen könnte, erinnerte aber zugleich an die Quelle des Wortes Gottes, das
Wort, das „neue Räume eröffnet und Verwandlung und Heilung bewirkt, weil es das
Herz in Bewegung setzen kann“, den Menschen zum aktiven Gestalter seiner
Zukunft macht: „Erinnern wir uns daran: Gott ist Neuheit, Gott erschafft Neues,
Gott macht uns zu mutigen Menschen, die dem Bösen trotzen und Gutes bewirken“,
rief der Pontifex den Menschen zu.
Baumeister
des Friedens und der Geschwisterlichkeit
„Der
Gehorsam gegenüber Gott“, so betonte der Papst weiter, mache uns „frei“, weil
dies bedeute, „dass wir ihm unser Leben anvertrauen und zulassen, dass sein
Wort unser Denken und Handeln inspiriert“. Es gelte letztlich, Gott mehr zu
gehorchen als den Menschen und deren beschränktem irdischen Denken – denn dies
bedeute, den Wert des Guten zu entdecken und vor dem Bösen nicht zu
resignieren, den Weg des Lebens neu zu finden und zum Stifter von Frieden und
Geschwisterlichkeit zu werden; ein Beispiel, das die Apostel gegeben hätten,
als bei der Anhörung des Hohen Rates mutig Rede und Antwort standen und auf den
Gehorsam gegenüber Gott verwiesen hatten:
„Der
Mut der Apostel wird zum kritischen Gewissen, zu einer prophetischen Stimme, zu
einer Anklage gegen das Böse, und dies ist der erste Schritt, um Veränderungen
herbeizuführen. Gott zu gehorchen ist nämlich kein Akt der Unterwerfung, der
uns belastet oder uns die Freiheit nimmt.“
Absage
an esoterische Glaubensvorstellungen
Auf
dieses Konzept des Gehorsams gegenüber Gott, insbesondere bei der Weitergabe
des Glaubens, kam Papst Leo am Ende seiner Predigt nochmals zu sprechen – wobei
es gewisse Fallstricke zu vermeiden gelte, so die Mahnung des
Kirchenoberhauptes.
„Wir
müssen ihm gehorchen, weil er allein Gott ist. Und so sind wir eingeladen, die
Inkulturation des Evangeliums zu fördern und wachsam zu sein, auch hinsichtlich
unserer Religiosität, um nicht irrtümlich auf Wege zu geraten, die den
katholischen Glauben mit anderen Glaubensüberzeugungen und Traditionen
esoterischer oder gnostischer Art vermischen, die in Wirklichkeit oft
politische und wirtschaftliche Zwecke verfolgen. Gott allein befreit, nur sein
Wort eröffnet Wege der Freiheit, nur sein Geist macht uns zu neuen Menschen,
die dieses Land verändern können.“
Sein
abschließender Dank galt den vielen Priestern, Missionaren, Ordensleuten und
Laien, die daran arbeiteten, „eine Quelle des Trostes und der Hoffnung zu
sein“, ein Balsam für die Wunden eines Volkes, das nicht aufhört, nach vorne zu
blicken und sich – wie Papst Leo in seiner Predigt eingangs betonte – „mit
aller Kraft an die Liebe des Vaters klammert“.
Anschließend
begab er sich zum im Hintergrund wartenden Flugzeug, um wieder in die
Hauptstadt Yaoundé zurückzufliegen – von dort aus ist am Freitag erneut ein
Inlandsflug geplant, und zwar nach Douala, wo er eine Heilige Messe im „Japoma
Stadion“ feiern und ein Katholisches Krankenhaus besuchen wird.
Vn
16
Zehnter Katholischer
Flüchtlingsgipfel am 5. Mai 2026 in Würzburg
Der
Sonderbeauftragte für Flüchtlingsfragen der Deutschen Bischofskonferenz,
Erzbischof Dr. Stefan Heße, lädt am 5. Mai 2026 zum zehnten Katholischen
Flüchtlingsgipfel in Würzburg ein. Dazu werden rund 130 Praktiker, Experten und
Ehrenamtliche aus ganz Deutschland erwartet.
Unter
dem Titel „Auf sicherem Grund? Menschenrechte und Flüchtlingsschutz –
politische Entwicklungen und kirchliche Handlungsansätze“ widmet sich der
Gipfel aktuellen Herausforderungen des Flüchtlingsschutzes. Im Fokus steht die
Frage, inwieweit eine restriktivere Flüchtlingspolitik mit der Relativierung
menschenrechtlicher Verpflichtungen und einer Schwächung der rechtsstaatlichen
Kultur verbunden ist. Tatsächlich geraten die Allgemeine Erklärung der
Menschenrechte und die Genfer Flüchtlingskonvention durch aktuelle politische
Entwicklungen unter Druck. Zunehmend drohen die Verantwortung gegenüber
Schutzsuchenden sowie die Verbindlichkeit menschenrechtlicher Standards infrage
gestellt zu werden. Der Flüchtlingsgipfel wird diese Aspekte in den Blick
nehmen und diskutieren, wie die Fundamente des internationalen
Flüchtlingsschutzes gestärkt werden können.
Die
Veranstaltung beginnt mit zwei einführenden Impulsen: Prof. Dr. iur. Beate
Rudolf (Direktorin des Deutschen Instituts für Menschenrechte, Berlin) wird den
Zusammenhang von Menschenrechten und Flüchtlingsschutz beleuchten und
Herausforderungen in den Blick nehmen. Zum Thema „Flüchtlingsschutz,
Rechtsstaatlichkeit und Menschenrechte – aktuelle Entwicklungen“ wird Dr.
Ulrich Maidowski (Richter des Bundesverfassungsgerichts a. D., Karlsruhe)
sprechen. In mehreren Arbeitsgruppen sollen verschiedene Aspekte vertieft und
praktische Handlungsansätze diskutiert werden. Der Gipfel endet mit einer
Podiumsdiskussion zu aktuellen Entwicklungen und Herausforderungen im
Flüchtlingsschutz, an der neben Erzbischof Dr. Heße der Bayerische
Staatsminister des Innern, Joachim Herrmann (München), die Fachanwältin für
Migrationsrecht, Claire Deery (Göttingen), und die Soziologin PD Dr. Judith
Kohlenberger (Wien) teilnehmen.
Die
Kolleginnen und Kollegen der Medien laden wir herzlich zum zehnten Katholischen
Flüchtlingsgipfel ein. Wir bitten um Verständnis, dass die Arbeitsgruppen nicht
öffentlich sind. Dbk 16
Papstbesuch in Kamerun: „Menschen
brauchen Gerechtigkeit“
Am
ersten Tag seines Aufenthalts in Kamerun ist Papst Leo XIV. im
Präsidentenpalast in Yaoundé mit staatlichen Autoritäten und Vertretern der
Zivilgesellschaft zusammengetroffen. Der Besuch folgt auf eine vorangegangene
Station in Algerien und ist Teil einer elftägigen Reise über den afrikanischen
Kontinent. Mario Galgano – Vatikanstadt
In
seiner Rede vor dem Präsidenten sowie den Mitgliedern des diplomatischen Korps
und Vertretern der Zivilgesellschaft dankte das Kirchenoberhaupt herzlich für
den Empfang. Leo XIV. bezeichnete Kamerun aufgrund der Vielfalt seiner
Landschaften, Kulturen und Sprachen - völlig unterschiedlich von Nord nach Süd
und von Ost nach West, auch in geographischer Hinsicht - als „Afrika im
Kleinen“. Diese Diversität sei ein „Versprechen der Geschwisterlichkeit und ein
solides Fundament für den Aufbau eines dauerhaften Friedens“.
Das
Kirchenoberhaupt definierte seine Rolle bei diesem Besuch als die eines „Hirten
und Dieners des Dialogs, der Geschwisterlichkeit und des Friedens“. Er wolle
jeden dazu ermutigen, am Aufbau des Gemeinwohls weiterzuarbeiten. In einer
Zeit, in der „Resignation um sich greift und das Gefühl der Ohnmacht die
Erneuerung zu lähmen droht“, verwies er auf das Bedürfnis der Menschen nach
Gerechtigkeit, Teilhabe und Frieden.
Die
Bedeutung der Jugend und der Frauen
Besonderes
Augenmerk legte der Papst auf die jüngere Generation. Es sei sein Wunsch, „die
Herzen aller zu erreichen, insbesondere die der jungen Menschen, die dazu
berufen sind, einer gerechteren Welt Gestalt zu geben, auch in politischer
Hinsicht“. An die Adresse der Frauen gewandt, betonte er: „Dankbar möchte
ich die Rolle der Frauen hervorheben. Oft sind sie, leider, die ersten Opfer
von Vorurteilen und Gewalt, und doch bleiben sie unermüdliche
Friedensstifterinnen. Ihr Engagement in den Bereichen Bildung, Mediation und
Wiederaufbau des sozialen Gefüges ist unvergleichlich und zügelt Korruption und
Machtmissbrauch. Auch aus diesem Grund muss ihre Stimme in
Entscheidungsprozessen voll und ganz anerkannt werden“. Mehrmals brandete nach
den Worten des Papstes Applaus auf, doch besonders herzlich war er an dieser
Stelle.
Würdigung
der päpstlichen Botschaft
Der
Präsident Kameruns, Paul Biya, schlug in seiner Ansprache ernste Töne an
und verwies auf den schwierigen internationalen Kontext. Er zeichnete das Bild
einer durch Kriege, wirtschaftliche Not und soziale Verzweiflung erschütterten
Welt, in der Angst und Zweifel die Herzen der Menschen beherrschten. Inmitten
dieses globalen Chaos fungiere die päpstliche Botschaft laut Biya wie eine
„belebende Quelle“, die den Wunsch nach Harmonie stille und der Menschheit die
verloren gegangene Hoffnung zurückgebe.
Der
Besuch des Papstes in Kamerun dauert noch bis zum 17. April an, bevor die Reise
in weitere afrikanische Staaten fortgesetzt wird. (vn 15)
Die
Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Dr. Irme
Stetter-Karp, ist heute (15. April 2026) in Frankfurt a. M. mit dem
Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, zu
einem Meinungsaustausch zusammengetroffen.
Ein
Schwerpunkt des Gesprächs war der bevorstehende Katholikentag (13.–17. Mai
2026) in Würzburg. Dort werden beide bei mehreren Gelegenheiten auf Podien
gemeinsam auftreten. „Wir laden alle Interessierten ein, nach Würzburg zu
kommen. Man kann sich immer noch anmelden und auch Tagesgäste sind willkommen“,
so die ZdK-Präsidentin. „Gemeinsam sagen wir: Nutzen Sie die Chance von
Begegnung und Gespräch beim Katholikentag. Herzliche Einladung nach Würzburg“,
so Bischof Wilmer.
Weitere
Themen des Gesprächs waren die politische und gesellschaftliche Lage in
Deutschland und weltweit, die Vorbereitung der demnächst anstehenden
Gemeinsamen Konferenz von Vertretern des ZdK und der Deutschen
Bischofskonferenz sowie der Synodale Weg der Kirche in Deutschland: „Wir sind
auf einem guten Weg und es ist wichtig, dass wir weltkirchliche Erfahrungen auf
diesem Weg in unser Handeln integrieren. Bei allem braucht es Geduld. Gerade
deshalb ist es gut, wenn wir uns auf dem Katholikentag dieses Weges
vergewissern können“, sagt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. Die
ZdK-Präsidentin ist überzeugt, „dass der Katholikentag uns vor allem zum
Handeln mahnt. Er trägt das Leitwort ‚Hab Mut, steh auf!‘ Ich will mich von
diesem Mut anstecken lassen. Ich vertraue der Erneuerungskraft des Evangeliums.
Und ich hoffe sehr, dass die fünf Tage in Würzburg viele Menschen inspirieren
und ermutigen.“ Dbk 15
Leo XIV. in Annaba: Ruf zur
geistlichen Erneuerung
In
der Augustinus-Basilika von Annaba verband Papst Leo XIV. die geistliche Kraft
des Kirchenvaters mit einem Auftrag für heute: Der Glaube müsse immer wieder
neu „von oben“ geboren werden und die Kirche Brücken zwischen Menschen,
Kulturen und Religionen bauen. Angesichts einer „Abwärtsspirale“ der Weltlage
rief er zu Umkehr und Vertrauen auf Gottes Barmherzigkeit auf. Nach dem
Gottesdienst flog der Papst zurück Richtung Algier. Von dort bricht er am
Mittwoch nach Kamerun auf. Mario Galgano - Vatikanstadt
Der
Bischof von Constantine, Michel Guillaud, hieß den Papst in der
Augustinus-Basilika in Annaba willkommen. Er erinnerte an das Papstwort „Ich
bin ein Sohn des Augustinus“ und würdigte den Heiligen als „großen Bruder auf
dem Weg des Glaubens“. Bischof Guillaud würdigte den Papst dabei als einen
Geistesverwandten des heiligen Augustinus, dessen Lehren als Brücke zwischen
den Religionen und Kulturen dienten.
Zu
Beginn seiner Predigt schlug der Papst eine Brücke von der Geschichte zur
Gegenwart. Er verwies darauf, dass die Basilika dem heiligen Augustinus
gewidmet sei, dem Bischof des antiken Hippo. Leo XIV. stellte fest, dass das
Wort Gottes die Geschichte überdauere und durch die menschliche Stimme erneuert
werde. Er erklärte: „Im Laufe der Jahrhunderte haben die Orte, die uns
beherbergen, ihre Namen verändert, doch die Heiligen sind als unsere
Schutzpatrone und treue Zeugen einer Verbindung zwischen Himmel und Erde
geblieben.“
Die
Begegnung mit Nikodemus
Inhaltlich
konzentrierte sich die Predigt auf das Evangelium vom Gespräch zwischen Jesus
und Nikodemus. Der Papst beschrieb die Dynamik dieses Treffens als eine Kraft,
die dem Menschen auch in Momenten des schwachen Glaubens Beharrlichkeit
verleihe. Jesus rufe Nikodemus zu einem neuen Leben auf und übertrage ihm eine
„überraschende Aufgabe“.
Leo
XIV. zitierte hierzu die biblische Passage: „Ihr müsst von oben geboren werden“
(vgl. Joh 3,7). Dies wertete er als eine Einladung an jeden Mann und jede Frau,
das Heil zu suchen.
Perspektiven
für die Kirche in Algerien
Der
Papst zog aus diesem Schriftwort direkte Schlüsse für die lokale christliche
Gemeinschaft. Er betonte, dass der Ruf Jesu die Sendung der gesamten Kirche und
insbesondere der christlichen Gemeinschaft in Algerien begründe. Das Ziel sei
es, „von oben, das heißt von Gott, neu geboren zu werden“.
Abschließend
erläuterte das Kirchenoberhaupt die Auswirkungen dieser geistlichen Haltung auf
den Alltag der Gläubigen: „Mit dieser Perspektive überwindet der Glaube die
irdischen Mühen, und die Gnade des Herrn lässt die Wüste erblühen.“ Die
Schönheit des Glaubens zeige sich in der Ausdauer und der Suche nach Gott.
Geschenk
der göttlichen Vorsehung
Am
Ende der Heiligen Messe dankte Leo XIV. dem Gastgeber für die herzliche
Aufnahme in diesen Tagen. Er betrachte diese Reise als ein besonderes
Geschenk der göttlichen Vorsehung, ein Geschenk, das der Herr der ganzen Kirche
mit Hilfe eines Augustiner-Papstes machen wollte. Und fügte an:
„Gott
ist Liebe, er ist der Vater aller Männer und aller Frauen. Wenden wir uns
demütig an ihn und bekennen wir, dass die gegenwärtige Lage der Welt, die sich
wie eine Abwärtsspirale entwickelt, letztlich auf unseren Stolz zurückzuführen
ist.“
Die
Menschheit brauche Gott, vor allem seine Barmherzigkeit. Nur in ihm finde das
menschliche Herz Frieden, „und nur mit ihm können wir alle gemeinsam und indem
wir uns als Brüder und Schwestern anerkennen, Wege der Gerechtigkeit, der
ganzheitlichen Entwicklung und der Gemeinschaft gehen", so der Pontifex.
Nach
dem Gottesdienst flog der Papst und seine Begleitung vom internationalen
Flughafen Annaba „Rabah Bitat“ nach Algier zurück. (vn 14)
Papst wirbt in Algier für Kultur
der Begegnung und soziale Gerechtigkeit
Es
handelt sich um den ersten Besuch eines Pontifex in Algerien seit der
Unabhängigkeit des Landes. Im Konferenzzentrum Djamaa el Djazair kam es zur
Begegnung mit Repräsentanten des Staates, der Zivilgesellschaft und dem
diplomatischen Korps. Mario Galgano - Vatikanstadt
Der
Papst wurde vom Präsidenten Abdelmadjid Tebboune empfangen, und gemeinsam
begaben sie sich in den Mehrzwecksaal des Kongresszentrums, wo etwa 1.400
Menschen anwesend waren.
In
seiner Ansprache betonte der Bischof von Rom die Bedeutung Algeriens für seine
persönliche Biografie und seinen kirchlichen Dienst. Er verwies darauf, bereits
in den Jahren 2001 und 2013 die Stadt Annaba - das antike Hippo - besucht zu
haben. Als Nachfolger Petri kehre er nun als „Pilger des Friedens“ zurück.
Der
Gast aus dem Vatikan hob die religiöse Identität des algerischen Volkes hervor
und bezeichnete diese als „Geheimnis einer Kultur der Begegnung und der
Versöhnung“. Angesichts globaler Instabilitäten erklärte er:
„In
einer Welt voller Konflikte und Missverständnisse wollen wir einander begegnen
und versuchen, einander zu verstehen, in der Erkenntnis, dass wir eine einzige
Familie sind!“
Dieses
Bewusstsein sei der wesentlichen Schlüssel, um „viele verschlossene Türen zu
öffnen“, so der Pontifex.
Präsident
würdigt Rolle des Gastes
Der
algerische Präsident empfing das Oberhaupt der katholischen Kirche mit Hinweis
auf die historische Dimension des Besuchs. Er würdigte den Gast als einen der
„leidenschaftlichsten Verfechter sozialer Gerechtigkeit weltweit“ in einer
Zeit, in der die Kluft zwischen dem Norden und dem Süden der Welt wachse.
Der
Präsident schlug in seiner Rede eine Brücke zwischen der christlichen und der
algerischen Geschichte, indem er die Bedeutung von Augustinus von Hippo – einem
„Sohn dieses Landes“ – sowie des Emirs Abdelkader hervorhob. Beide seien
Vorbilder für Toleranz und den Dialog der Kulturen. Er betonte zudem die
nationale Verpflichtung Algeriens gegenüber der sozialen Gerechtigkeit:
„Diesem
Ideal folgend haben wir unseren Befreiungskrieg geführt. Seit der
Unabhängigkeit haben wir die soziale Gerechtigkeit zu einem grundlegenden und
unverrückbaren Prinzip gemacht.“
Gemeinsames
Erbe als Fundament
In
beiden Ansprachen wurde das Erbe des heiligen Augustinus als verbindendes
Element zwischen der katholischen Kirche und dem nordafrikanischen Staat
deutlich. Leo XIV. hatte sich schon bei seinem ersten öffentlichen Auftritt als
Papst als geistlichen „Sohn des heiligen Augustinus“ bezeichnet, während der
Präsident die Visionen des antiken Denkers als zeitloses Vermächtnis für das
moderne Algerien darstellte.
Der
Besuch in Algier bildet den Auftakt der bis zum 15. April 2026 dauernden Reise
des Papstes durch Algerien. (vn 13)
Leo XIV.: Moralische Pflicht,
Zivilisten in Konflikten zu schützen!
Im
Anschluss an sein Mittagsgebet hat Papst Leo XIV. an diesem Sonntag mit
besonderem Blick auf den Libanon an die „schrecklichen Folgen des Krieges“ für
die Zivilbevölkerung erinnert – und an die Konfliktparteien appelliert, das
Feuer einzustellen und nach einer friedlichen Lösung zu suchen. Auch die
Ukraine und der Sudan waren in seinen Gedanken. Christine Seuss - Vatikanstadt
„Auch
dem geliebten libanesischen Volk bin ich in diesen Tagen des Schmerzes, der
Angst und der unerschütterlichen Hoffnung auf Gott besonders nahe“, so der
Papst nach dem Gebet des Regina Coeli, des Mittagsgebetes der Kirche in der
Osterzeit.
Menschlichkeit
und Völkerrecht
„Das
Prinzip der Menschlichkeit, das im Gewissen eines jeden Menschen eingeschrieben
und im Völkerrecht anerkannt ist, bringt die moralische Verpflichtung mit sich,
die Zivilbevölkerung vor den schrecklichen Folgen des Krieges zu schützen. Ich
appelliere an die Konfliktparteien, das Feuer einzustellen und dringend nach
einer friedlichen Lösung zu suchen“, so die eindringlichen Worte des Papstes,
der zudem an den immer noch andauernden – und oft vergessen scheinenden –
blutigen Konflikt im Sudan erinnerte. Am kommenden Mittwoch, 15. April, jährt
sich dessen Ausbruch zum dritten Mal:
„Wie
sehr leidet das sudanesische Volk, unschuldiges Opfer dieses unmenschlichen
Dramas! Ich erneuere meinen eindringlichen Appell an die Kriegsparteien, die
Waffen schweigen zu lassen und ohne Vorbedingungen einen aufrichtigen Dialog zu
beginnen, um diesen Bruderkrieg so bald wie möglich zu beenden.“
„Wie
sehr leidet das sudanesische Volk, unschuldiges Opfer dieses unmenschlichen
Dramas“
Zuvor
hatte Leo XIV. darauf hingewiesen, dass an diesem Sonntag viele Ostkirchen das
Osterfest nach dem julianischen Kalender feiern: „Allen diesen Gemeinschaften
sende ich meine herzlichsten Wünsche des Friedens, in der Gemeinschaft des
Glaubens an den auferstandenen Herrn.“ Diese Wünsche wolle er jedoch mit einem
„intensiveren“ Gebet für alle verbinden, die unter dem Krieg leiden, „besonders
für das liebe ukrainische Volk“:
„Möge
das Licht Christi die betrübten Herzen trösten und die Hoffnung auf Frieden
stärken. Möge die Aufmerksamkeit der internationalen Gemeinschaft für das Drama
dieses Krieges nicht nachlassen!“, so der Appell des Papstes. Unter den
Gruppen, die er eigens grüßte, waren auch Gäste aus Österreich, und zwar der
Musikverein Kleinraming aus der Diözese Linz.
Gebet
für Kriegsbetroffene
Abschließend
erinnerte Leo XIV. daran, dass er am nächsten Tag zu einer zehntägigen Reise
nach Afrika aufbrechen werde, die ihn in vier afrikanische Länder führen wird:
Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea. „Ich bitte euch, mich mit eurem
Gebet zu begleiten. Danke! Einen schönen Sonntag euch allen!“, verabschiedete
er sich von den rund 18.000 Besuchern auf dem Petersplatz. (vn 12)
Tobias
Teuscher sieht das heutige Evangelium als heilsame Korrektur für unsere Zeit.
Es gibt unzählige Möglichkeiten zu speichern, zu dokumentieren, aber man hat
große Mühe zu vergeben. Dabei ist der Mensch viel mehr als seine schlimmste
Stunde: in der Kirche werden Sünden vergeben. Tobias Teuscher
Joh
20,19-31 Weißer Sonntag – Sonntag der Göttlichen Barmherzigkeit
Dieser
Sonntag trägt zwei Namen, und beide führen mitten ins Herz des christlichen
Glaubens. Der Weiße Sonntag erinnert an das weiße Taufgewand, an das neue Leben
aus der Taufe, an Reinheit nicht als moralische Selbstinszenierung, sondern als
Geschenk der Gnade.
In
der alten Kirche war dieser Tag der Abschluss der Osterwoche der Neugetauften.
Sie empfingen in der Osternacht das weiße Gewand und trugen es als Zeichen
dafür, dass mit Christus ein neues Leben begonnen hatte. Nun begann der Alltag
des Glaubens. Ostern will nicht nur gefeiert, sondern gelebt werden.
Der
zweite Name dieses Sonntags „Göttliche Barmherzigkeit“ erinnert daran, dass der
auferstandene Christus seiner Kirche nicht zuerst Macht, Einfluss oder
Organisation hinterlässt, sondern Frieden, Vergebung und einen neuen Anfang in
Vertrauen und Barmherzigkeit. Die Kirche hat diesen Akzent besonders durch die
Heilige Faustina und durch den Heiligen Papst Johannes Paul II. neu
hervorgehoben.
„Keine
triumphierende Kirche: Angst, Rückzug, Unsicherheit, innere Verkrampfung: Das
ist der Ausgangspunkt.“
Nicht
weil hier eine neue Lehre entstanden wäre, sondern weil das Ostergeheimnis
selbst als Barmherzigkeit Gottes für die Welt sichtbar wird. Das Evangelium
zeigt uns keine triumphierende Kirche. Es zeigt uns verängstigte Jünger hinter
verschlossenen Türen. Angst, Rückzug, Unsicherheit, innere Verkrampfung: Das
ist der Ausgangspunkt.
Ich
könnte fast sagen: Die Kirche beginnt nicht auf einer Bühne, sondern in einem
Schutzraum. Nicht mit Stärke, sondern mit Erschöpfung. Nicht mit Heldenmut,
sondern mit Furcht.
Dort
tritt Jesus in ihre Mitte.
Er
klopft nicht.
Er
wartet nicht, bis die Lage besser wird.
Er
kommt durch die verschlossenen Türen hindurch.
Der
auferstandene Herr scheitert nicht an unseren Verriegelungen. Nicht an unseren
Türen aus Stahl und Holz, und auch nicht an den Türen des Herzens.
Sein
erstes Wort lautet: Friede sei mit euch.
Nicht:
Wo wart ihr?
Nicht:
Warum habt ihr versagt?
Nicht:
Jetzt reißt euch mal zusammen, ihr Angsthasen.
Sondern:
Friede sei mit euch.
Und
weil wir Menschen langsam lernen, sagt er es gleich zweimal.
Friede
sei mit euch.
Der
Friedensgruß ist eine neue Wirklichkeit
Der
Friedensgruss des Auferstandenen ist keine höfliche Begrüßung. Er ist eine neue
Wirklichkeit. Er ist die göttliche Antwort auf die menschliche Angst. Dann
zeigt Jesus seine Hände und seine Seite. Der Auferstandene kommt nicht als
jemand zurück, der seine Geschichte leugnet. Er steht zu seinen Wunden. Ostern
macht die Wunden nicht ungeschehen, aber nimmt ihnen das letzte Wort. Die
Wunden des Leidens und des Sterbens Christi bleiben sichtbar, doch sie sind nun
Zeichen der Liebe, nicht mehr des Untergangs.
„Die
Wunden des Leidens und des Sterbens Christi bleiben sichtbar, doch sie sind nun
Zeichen der Liebe, nicht mehr des Untergangs.“
Das
ist für unsere Zeit von ungeheurer Kraft. Denn auch wir leben in einer Welt mit
offenen Wunden: Kriege, Verluste, Einsamkeit, Misstrauen, Polarisierung,
Entwurzelung. Die christliche Hoffnung besteht nicht darin, so zu tun, als sei
alles heil. Sie besteht darin, dass Christus gerade mit seinen Wunden in unsere
verletzte Wirklichkeit eintritt. Gottes Barmherzigkeit ist keine fromme
Nebensache.
Hier
beginnt gleichsam eine neue Schöpfung
Sie
ist die Macht, die Verwundetes verwandeln kann. Deshalb folgt auf den
Friedensgruß sofort der Auftrag. Jesus sendet die Jünger. Er haucht sie an. Das
erinnert an den Anfang der Schöpfung. Hier beginnt gleichsam eine neue
Schöpfung.
Eine
neue Menschheit soll entstehen: nicht aus Angst, sondern aus Geist; nicht aus
Abgrenzung, sondern aus Sendung; nicht aus Misstrauen, sondern aus Vergebung.
Dann hören wir einen Satz, der zum innersten Kern der Kirche gehört: Denen ihr
die Sünden erlasst, denen sind sie erlassen. Die Kirche soll kein Tribunal der
Unbarmherzigkeit sein. Sie ist dazu gesandt, den Menschen nicht in seiner
Schuld einzusperren, sondern ihm im Namen Christi die Tür zur Umkehr und zum
Neubeginn zu öffnen.
Beichte
gehört zum innersten Kern der Kirche
Göttliche
Barmherzigkeit verharmlost die Sünde nicht. Aber sie kapituliert auch nicht vor
ihr. Sie nimmt den Menschen ernst genug, um ihn nicht auf seine Vergangenheit
zu reduzieren. Dann tritt Thomas auf. Thomas ist viel sympathischer, als sein
Ruf vermuten lässt. Er ist nicht einfach der Ungläubige vom Dienst. Er ist auch
kein peinlicher Nachzügler der Osterfreude. Thomas nimmt die Sache ernst. Er
will nicht bloß hören, was andere erlebt haben. Er will Gewissheit. Er will
Wahrheit. Er will sich nicht mit der frommen Gruppendynamik zufriedengeben.
„Thomas
will sich nicht mit frommer Gruppendynamik zufrieden geben.“
Thomas
ist eine erstaunlich moderne Gestalt. Viele Menschen heute empfinden ähnlich.
Sie sagen: Ich kann doch nicht glauben, nur weil andere es tun. Ich kann mich
nicht mit religiösen Formeln begnügen. Ich brauche einen tragfähigen Grund. Und
was tut Jesus? Er demütigt Thomas nicht. Er beschämt ihn nicht. Er kommt ihm
entgegen. Acht Tage später, wieder bei verschlossenen Türen, tritt er in die
Mitte und wendet sich dem Zweifelnden direkt zu. Das ist eine große Schule der
Barmherzigkeit. Christus zerbricht den suchenden Menschen nicht. Er führt ihn
zur Wahrheit.
Schule
der Barmherzigkeit
Thomas
antwortet darauf mit einem der stärksten Sätze des ganzen Neuen Testaments:
Mein Herr und mein Gott! Der Zweifler wird zum Bekenner. Der, der sehen wollte,
erkennt. Der, der gezögert hat, spricht nun das klare Wort des Glaubens. An
diese Stelle gehört auch der schlichte Satz aus der Faustina-Tradition, der so
klein klingt und doch so groß ist:
Jesus,
ich vertraue auf Dich.
Das
ist keine Frömmigkeitsfloskel, sondern geistliche Realitätsschulung.
Vertrauen
heißt ja gerade nicht, dass man nichts mehr fürchten müsste.
Vertrauen
heißt, dass die Angst nicht mehr herrscht.
Vertrauen
heißt, dass die mir zugefügte Verletzung nicht mehr definiert, wer ich bin.
Die
Kirche lebt aus dem Frieden Christi. Sie lebt vom Geist Christi. Sie lebt aus
der Vergebung und davon, dass der Auferstandene gerade den verängstigten,
unvollkommenen, suchenden Menschen nicht aufgibt.
Darin
liegt eine heilsame Korrektur für unsere Zeit. Denn wir leben in einer Kultur,
die sich gern zwischen zwei Extremen bewegt. Entweder sie verharmlost das Böse
und nennt alles komplex. Oder sie kennt nur noch Festlegung, Etikett und
Ausschluss. Entweder Schuld und Verantwortung werden wegdiskutiert, oder der
Mensch wird an seiner Schuld endgültig festgeschrieben. Das Evangelium geht
einen anderen Weg. Es nimmt die Sünde ernst, aber es überlässt den Menschen
nicht der Sünde. Es kennt die Wunde, aber es vergötzt die Wunde nicht. Es sieht
das Scheitern, aber es hält das Scheitern nicht für das letzte Wort.
„Unsere
Zeit hat unzählige Möglichkeiten zu speichern, zu dokumentieren, zu bewerten
und öffentlich festzuhalten. Aber sie hat große Mühe, zu vergeben.“
Deshalb
ist die göttliche Barmherzigkeit so aktuell. Unsere Zeit hat unzählige
Möglichkeiten zu speichern, zu dokumentieren, zu bewerten und öffentlich
festzuhalten. Aber sie hat große Mühe, zu vergeben. Sie erinnert alles und
vergibt wenig. Sie urteilt schnell und entlässt nur langsam aus ihren Urteilen.
In einer solchen Welt ist das Evangelium des Weißen Sonntags geradezu eine
Gegenkultur. Der Mensch ist mehr als seine schlimmste Stunde. Mehr als seine
Wunde. Mehr als seine Schuld. Mehr als die Meinung, die andere sich über ihn
gebildet haben.
„Ketteler
hat die christliche Barmherzigkeit nie als frommes Gefühl verstanden, sondern
als Pflicht, dem geistigen und leiblichen Elend des Menschen abzuhelfen.“
An
dieser Stelle lohnt ein kurzer Blick auf Wilhelm Emmanuel von Ketteler, Bischof
von Mainz, deutscher Sozialreformer im 19. Jahrhundert, Mitbegründer der
katholischen Soziallehre. Nächstes Jahr feiern wir das 150. Jubiläum seines
Todestags. Ketteler hat die christliche Barmherzigkeit nie als frommes Gefühl
verstanden, sondern als Pflicht, dem geistigen und leiblichen Elend des
Menschen abzuhelfen. Genau darin bleibt er erstaunlich aktuell. Wer von
Vergebung spricht, darf die Wunden der Gesellschaft nicht nur kommentieren. Wer
den Frieden Christi empfängt, kann nicht gleichgültig werden gegenüber Not,
Einsamkeit und Entwürdigung. Barmherzigkeit hat immer zwei Richtungen: Sie
richtet den Sünder auf und sie wendet sich dem Leidenden zu. Sie gilt der Seele
und dem Leib. Darum ist sie weder bloße Innerlichkeit noch bloße Sozialtechnik,
sondern gelebte Wahrheit in der Form der Liebe.
Sonntag
der Barmherzigkeit: Architektur des christlichen Lebens
Darum
kann man diesen Sonntag vielleicht in einer einzigen Bewegung zusammenfassen:
von der Angst zum Frieden, vom Frieden zur Sendung, von der Sendung zum Geist,
vom Geist zur Vergebung, von der Vergebung zum Glauben, vom Glauben zur
gelebten Barmherzigkeit. Das ist die Architektur des christlichen Lebens.
Und
so führt dieser Sonntag zu einem schlichten, aber entscheidenden Ergebnis: Die
Kirche lebt aus dem Frieden Christi. Sie lebt von seinen Wunden. Sie lebt von
der Vergebung. Sie lebt davon, dass auch Suchende und Zweifelnde ihren Platz
haben. Sie lebt dort glaubwürdig, wo aus dem Glauben Gemeinschaft wird.
Christus
kommt auch heute durch verschlossene Türen
Vielleicht
ist das die schönste Botschaft des Weißen Sonntags: Christus kommt auch heute
durch verschlossene Türen. Er findet den Weg in verängstigte Herzen, in müde
Gemeinden, in verwundete Familien, in suchende Seelen.
Sein
Wort gilt noch immer: Friede sei mit euch.
Wer
dieses Wort annimmt, muss nicht perfekt sein. Aber er beginnt neu.
Wer
diesem Wort glaubt, bleibt mit seiner Wunde nicht allein.
Und
wer sich von diesem Christus senden lässt, kann selbst zum Werkzeug der
Barmherzigkeit werden.
Das
ist Ostern acht Tage später.
Das
ist der Weiße Sonntag.
Das
ist die stille Revolution der göttlichen Barmherzigkeit.
(RV
11, Claudia Kaminski)
Leo XIV.: Wer seine Macht zum
Götzen macht, dient dem Tod
Die
Regierenden der Nationen sollten sich „an den Tisch des Dialogs und der
Vermittlung“ setzen, nicht an die Tische, „an denen Aufrüstung geplant und
tödliche Maßnahmen beschlossen werden“: Diesen eindringlichen Appell lancierte
Papst Leo XIV. an diesem Samstagabend vor den zahlreichen Teilnehmern, die
seiner Einladung zu einem gemeinsamen Friedensgebet in den Petersdom gefolgt
waren. Doch auch jeder Einzelne müsse für den Frieden einstehen, mahnte der
Papst. Christine Seuss - Vatikanstadt
Der
Petersdom war für die Vigil bereits ab mittags für Besucher geschlossen, nur
die Teilnehmer an dem Gebet konnten hinein. Eine Statue der Regina Pacis, der
Friedenskönigin, war aus der gleichnamigen Pfarrei im römischen Stadtviertel
Monteverde in den Petersdom gebracht worden, rund 10.000 Menschen waren der
Einladung des Papstes vom Ostersonntag gefolgt, an dem gemeinsamen Rosenkranz
für den Frieden teilzunehmen, der auch live übertragen wurde. Bevor er in die
Basilika eintrat, grüßte Leo XIV. die zahlreichen Menschen, die keinen Platz im
Petersdom gefunden hatten, ihn auf dem Vorplatz erwarteten.
Gebetet
wurde der glorreiche Rosenkranz mit Meditationen verschiedener Kirchenväter,
darunter der heilige Augustinus, Johannes Chrysostomos und Caesarius von Arles.
Vor jeder Meditation entzündeten Gläubige aus verschiedenen Kontinenten eine
Kerze mit dem Licht der Friedenslampe von Assisi.
Eine
eindringliche Betrachtung
In
seiner Betrachtung nach den in ruhigem Rhythmus gebeteten Gesätzen und der
Litanei der Gottesmutter sparte Papst Leo nicht an klaren Verweisen zur
desolaten Lage, in der sich die Welt wegen skrupelloser Kriegstreiberei derzeit
befindet – und appellierte an alle Menschen, ihren Beitrag für einen
friedlicheren Planeten zu leisten.
„Ich
erhalte viele Briefe von Kindern aus Konfliktgebieten: Wenn man sie liest,
erkennt man angesichts ihrer Unschuld das ganze Grauen und die Unmenschlichkeit
von Taten, mit denen sich manche Erwachsene stolz brüsten“, lenkte Papst Leo
XIV. den Blick auf diejenigen, die in Konflikten zuallererst und am schlimmsten
leiden. „Hören wir auf die Stimme der Kinder!“, so der Appell des
Kirchenoberhauptes, der eingangs die Absicht der Gläubigen würdigte, gemeinsam
für den Frieden zu beten, Ausdruck des Glaubens, der nach den Worten Jesu
„Berge versetzt“:
„Der
Krieg trennt, die Hoffnung verbindet. Die Selbstherrlichkeit tritt nieder, die
Liebe erhebt. Götzendienst macht blind, der lebendige Gott erleuchtet“,
unterstrich der Papst. Doch nur ein „Krümelchen Glaube“ genüge, um gemeinsam,
„als Menschheit und mit Menschlichkeit“, „dieser dramatischen Stunde der
Geschichte zu begegnen“. Das Gebet sei dabei keineswegs als „Zufluchtsort“ zu
betrachten, sondern „die selbstloseste, umfassendste und wirkungsvollste
Antwort auf den Tod“, gab Leo XIV. zu bedenken: „Erheben wir uns aus den
Trümmern! Nichts kann uns auf ein vorbestimmtes Schicksal festlegen, auch nicht
in dieser Welt, in der es anscheinend noch nicht genug Gräber gibt, weil man
weiter kreuzigt und Leben vernichtet, ohne Recht und ohne Gnade.“
Die
Kraft des Glaubens
Leo
XIV. erinnerte während seiner Betrachtung auch an die eindringlichen
Friedens-Appelle seiner Vorgänger und zitierte insbesondere Johannes Paul II.,
den er als „unermüdlichen Botschafter des Friedens“ würdigte. „Wir wissen sehr
wohl, dass ein Friede um jeden Preis nicht möglich ist. Aber wir wissen auch,
wie groß diese Verantwortung ist", so die stets aktuell scheinenden Worte
seines Vorgängers aus einem Mittagsgebet im Jahr 2003, die Papst Leo bei der
abendlichen Gebetswache bewusst in einem aktuellen politischen Kontext
zitierte, in dem die Welt nur Zentimeter von einem irreversibilen allgemeinen
Kriegszustand entfernt zu sein scheint.
„Das
Gebet lehrt uns zu handeln. Die begrenzten menschlichen Möglichkeiten verbinden
sich im Gebet mit den unendlichen Möglichkeiten Gottes“, zeigte sich Leo XIV.
dennoch überzeugt. Gedanken, Worte und Taten könnten auf diese Weise „die
teuflische Fessel des Bösen“ sprengen und sich „in den Dienst des Reiches
Gottes“ stellten, in dem es keine Gewalt und Ungerechtigkeiten gebe: „Damit
haben wir einen Damm gegen jene Allmachtsphantasien, die um uns herum immer
unberechenbarer und aggressiver werden“, so der Papst, ohne konkrete Namen zu
nennen. Das Gleichgewicht in der Menschheitsfamilie sei „schwer erschüttert“,
fuhr Leo XIV. fort, der beklagte, dass „sogar der heilige Name Gottes“ für
„Todesreden“ herangezogen werde: „Überall sind Drohungen zu vernehmen, statt
Aufrufe zum Zuhören und zur Begegnung.“
Gott
steht nicht hinter denen, die Krieg treiben
Wer
bete, sei sich „seiner Grenzen bewusst“, weder töte er noch drohe er mit dem
Tod, so der Papst weiter. Dem Tod unterworfen sei hingegen, „wer dem lebendigen
Gott den Rücken gekehrt“ habe, um „sich selbst und seine eigene Macht zum
stummen, blinden und tauben Götzen zu machen“, einem Götzen, „dem alle Werte
geopfert werden und der verlangt, dass die ganze Welt vor ihm die Knie“ beuge:
„Schluss
mit der Selbstvergötterung und mit der Vergötzung des Geldes! Schluss mit der
Zurschaustellung von Macht! Schluss mit dem Krieg! Wahre Stärke zeigt sich im
Dienst am Leben“, so Leo XIV., der eindringlich appellierte, die „moralische
und geistliche Kraft von Millionen, ja Milliarden von Männern und Frauen“ zu
vereinen, die „heute an den Frieden glauben, die sich heute für den Frieden
entscheiden, die die Wunden heilen und die Schäden beheben, die der Wahnsinn
des Krieges hinterlassen hat“.
In
diesem Zusammenhang nahm er die Regierenden der Nationen in die Pflicht. Sie
hätten sicherlich eine „nicht delegierbare Verantwortung“, stellte er fest:
„Ihnen rufen wir zu: Haltet ein! Es ist Zeit für den Frieden! Setzt euch an den
Tisch des Dialogs und der Vermittlung, nicht an die Tische, an denen die
Aufrüstung geplant und tödliche Maßnahmen beschlossen werden!“
Verantwortung
der Regierenden und aller Menschen
Gleichzeitig
gebe es jedoch eine „nicht minder große Verantwortung“ von uns allen, „Männern
und Frauen aus vielen verschiedenen Ländern“, erinnerte der Papst:
„Das
Gebet verpflichtet uns, das, was es in unseren Herzen und in unseren Köpfen
noch an Verletzendem gibt, zu verwandeln“, forderte das Kirchenoberhaupt, das
dazu aufrief, im täglichen Umfeld durch Freundschaft und eine Kultur der
Begegnung Polemik und Resignation entgegenzuwirken:
„Lasst
uns wieder an die Liebe, an Mäßigung und an gute Politik glauben. Bilden wir
uns entsprechend und bringen wir uns persönlich ein, jeder entsprechend seiner
Berufung. Ein jeder hat seinen Platz im Mosaik des Friedens!“
Vigil
endet, Gebet um Frieden geht weiter
Ähnlich
wie der Rosenkranz mit seinem beruhigenden und altüberlieferten Rhythmus bahne
sich auch der Friede seinen Weg, ein Zeichen der Geduld Gottes, sinnierte Papst
Leo weiter;
„Wir
dürfen uns nicht von der Beschleunigung einer Welt mitreißen lassen, die nicht
weiß, wem oder was sie hinterherläuft, sondern müssen wieder dem Rhythmus des
Lebens und der Harmonie der Schöpfung dienen und ihre Wunden heilen“,
appellierte er, bevor er die Teilnehmer einlud, mit dem festen Vorsatz nach
Hause zurückzukehren, „stets und unermüdlich zu beten und eine tiefe Bekehrung
des Herzens zu vollziehen“.
Die
Kirche sei „ein großes Volk im Dienst der Versöhnung und des Friedens“, welches
seinen Weg gehe, „auch wenn die Ablehnung der Kriegslogik ihr Unverständnis und
Verachtung einbringen mag“, unterstrich Papst Leo:
„Sie
verkündet das Evangelium des Friedens und erzieht dazu, Gott mehr zu gehorchen
als den Menschen, besonders wenn es um die unendliche Würde anderer Menschen
geht, die durch fortwährende Verletzungen des Völkerrechts aufs Spiel gesetzt
wird“, so der Papst, der zum Ende der Vigil seine eigene Friedensbotschaft von
Anfang des Jahres zitierte, in der er wünschte, dass „jede Gemeinde ein ,Haus
des Friedens‘ werden“ solle, um zu zeigen, dass „der Friede keine Utopie“ sei.
(vn 11)
Nuntius van Megen: „Ich freue mich
auf die deutsche Kirche“
Der
neue diplomatische Vertreter des Heiligen Stuhles in Berlin, Erzbischof
Hubertus van Megen, freut sich auf seine neue Aufgabe in Deutschland. Er sehe
sich als kirchlicher Brückenbauer, der am Anfang vor allem zuhören werde, um
die Anliegen der Gläubigen zu verstehen, sagte der Niederländer gegenüber Radio
Vatikan. Gudrun Sailer – Vatikanstadt
Papst
Leo XIV. ernannte van Megen an diesem Donnerstag zum neuen Papstbotschafter in
Berlin. Dort löst er Erzbischof Nikola Eterovic ab, der das Amt 13 Jahre lang
innehatte. Er wisse, dass die Kirche in Deutschland „mit Problemen
konfrontiert“ sei, das gelte aber letztlich für alle Kirchen, sagte van Megen.
„Und ja, als Nuntius bin ich dazu berufen, so etwas wie ein Mediator zu sein,
ein Brückenbauer zwischen Lokalkirche und Universalkirche“, so der neue Nuntius
in Deutschland.
„Ich
möchte verstehen“
„Das
ist eine große Herausforderung. Es gibt da auch bestimmte Spannungen, das ist
kein Geheimnis. Aber was ich vor allem sagen möchte: Ich will mir das am Anfang
erst einmal anhören und anschauen. Ich möchte verstehen, was genau die Motive
sind, warum Menschen von einer bestimmten Form von Kirche überzeugt sind, warum
sie meinen, es müsse so und nicht anders sein.“
Van
Megen, der viele Jahre in Afrika als Vatikandiplomat zubrachte, erinnerte an
die umfassende Dimension des Glaubens. Das Wissen allein sei nicht
entscheidend.
„Es
geht darum: Was ist das innere Gefühl, das in der Religion und in der Kirche
mitschwingt? Man muss die Menschen von innen heraus verstehen. Es geht nicht so
sehr um große theologische Diskussionen. Es geht vielmehr um die Emotionen, die
dahinterstehen. Es geht darum, wie Menschen Kirche und vor allem auch Gott
erleben – in ihrem geistlichen und in ihrem täglichen Leben. Und ich denke, das
muss ich begleiten, und das muss ich vor allem erst einmal verstehen. Nicht so
sehr rational, sondern mit dem Herzen. Ich denke, wenn ich das hinbekomme, wenn
ich da mit den Menschen mitgehen kann – auch in der Kirche in Deutschland –,
dann habe ich schon viel von meiner Aufgabe erfüllt.“
Gute
Zusammenarbeit mit den Bischöfen
Er
freue sich auch darauf, den deutschen Bischöfen zu begegnen, sagte Erzbischof
van Megen weiter. Einige von ihnen kenne er noch aus gemeinsamen Studienzeiten
in Rom.
„Ich
hoffe auf eine gute Zusammenarbeit. Ich hoffe, dass wir uns gut verstehen
können. Und eigentlich habe ich da auch großes Vertrauen. Denn auch in Afrika,
wo die Kulturen natürlich ganz anders sind als die europäische Kultur, habe ich
immer gut mit den lokalen Bischöfen zusammengearbeitet. Obwohl auch dort die
Sichtweisen und Werte manchmal sehr verschieden waren von dem, was wir uns als
Europäer unter Kirche vorstellen.“
„Das
war schon ein bisschen über dem Expiry Date“
Aus
Afrika wegzugehen, falle ihm nicht ganz leicht, räumte van Megen ein. „Ich war
seit 2010 in Afrika. Am Anfang in Malawi, Sambia, Khartum (Sudan), Eritrea und
dann am Ende im Südsudan und in Kenia.“ An der letzten Station allein habe er
sieben Jahre gedient. „Das war schon ein bisschen über dem Expiry Date“, also
dem Ablaufdatum, so der polyglotte Nuntius.
„Ich
bin immer gerne in Afrika gewesen, vielleicht auch, weil der Kontinent so
voller Farben ist, so voller Leben, so voller Kinder, so voller Energie – in
einer Weise, wie wir uns das in Europa beinahe nicht mehr vorstellen können.“
Auch
die lebhafte Kirche dort habe ihn sehr angesprochen: „mit viel Gesang und Tanz,
mit vielen Farben, auch sehr lange Messen, die fünf, sechs Stunden dauern, vor
allem, wenn es ein bisschen pontifikal ist, etwas festlicher. Aber auch da wird
das immer mit viel Freude und Energie gemacht. Es hat mir immer sehr gut
gefallen, und darum ist mein Herz auch ein bisschen traurig, ein bisschen hin-
und hergerissen zwischen, ich würde mal sagen, Europa und Afrika.“
„Meine
Familie kommt über die Großeltern zum Teil aus Aachen“
Er
gehe aber auch gerne nach Deutschland, so van Megen weiter. In gewisser Weise
sei es ein Nachhausekommen.
„Ich
bin Niederländer, ich bin in Kerkrade, an der Grenze zu Aachen, geboren. Meine
Familie kommt über die Großeltern zum Teil aus Aachen, zum Teil aus Düsseldorf,
zum Teil aus Eupen in Belgien, im deutschsprachigen Teil von Belgien. Also
Deutschland ist mir nicht fremd. Ich bin beinahe jeden Tag über die Grenze
gekommen, schon als Kind. Ich war auch oft in Aachen, in der Eifel und in
vielen anderen Städten und Orten in Deutschland. Aber andererseits: Ich habe
nie in Deutschland gelebt. Ich habe auch nie in dem Sinne die Kirche von innen
heraus erlebt. Das wird eine neue Herausforderung.“
Einmal
in Berlin: Als die Mauer noch stand
Ein
einziges Mal sei er bisher in Berlin gewesen, als Gymnasiast, als ein
Berlin-Wochenende auf dem Programm stand. „Das war noch in der Zeit der
Mauer, es muss 1985 oder 86 gewesen sein. Es war ziemlich grau und dunkel
– das ist das Einzige, woran ich mich erinnere. Aber ich freue mich wirklich
darauf. Ich freue mich auch wieder auf die deutsche Kultur, die deutsche Musik,
die deutsche Literatur, das deutsche Essen und natürlich auch die deutsche
Sprache.“ Richtig Deutsch studiert habe er nur wenig, er kenne die Sprache
„vor allem vom Radio, vom Fernsehen und von der Straße – also von
dem, was man so in Deutschland spricht.“
„Ich
freue mich auf die deutsche Kirche“
Er
habe in seiner Laufbahn gelernt, so van Megen resümierend, dass Kirche in
„verschiedenen Kulturen ganz unterschiedlich sein kann – und doch zutiefst in
der Wahrheit verwurzelt ist“. Deshalb freue er sich auf die neue
Herausforderung in Berlin, sagte der 64-jährige Kirchendiplomat. „Ich freue
mich auf Deutschland. Ich freue mich auf die deutsche Kirche. Ich freue mich,
dass ich dort auch zu Diensten sein kann. Im tiefsten Sinne ist das das Herz
des christlichen Lebens: zu dienen. Das bedeutet, sich selbst in die
Herausforderung hineinzustellen, um Christus zu dienen und den Menschen zu
dienen.“
Van
Megen bat darum, für ihn zu beten „und mir zur Seite zu stehen – geistlich,
spirituell –, damit ich diese Aufgabe meistern kann.“ Er tritt seinen Dienst in
Berlin im Frühsommer an. (vn 10)
Bischof Bertram Meier beendet Reise
nach Sarajevo
„Gerade
weil der Dialog dem Frieden dient, ist er jede Anstrengung wert“
Der
Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz und ihrer
Unterkommission für den Interreligiösen Dialog, Bischof Dr. Bertram Meier
(Augsburg), hat heute (10. April 2026) seinen Besuch in der
bosnisch-herzegowinischen Hauptstadt Sarajevo beendet. Neben Begegnungen mit
katholischen Würdenträgern sowie mit Vertretern des Islam, der orthodoxen
Kirche und der jüdischen Gemeinde hatte Bischof Meier auch die Gelegenheit zum
Austausch mit Repräsentanten aus Wissenschaft und Zivilgesellschaft sowie der
internationalen Gemeinschaft. Im Fokus der Reise stand vor allem die Frage nach
dem Dialog zwischen den Religionen in Bosnien und Herzegowina.
„Ich
bin als Lernender nach Sarajevo gekommen. Wie leben die verschiedenen Gruppen
gut 30 Jahre nach Kriegsende zusammen? Welchen Beitrag leistet die katholische
Kirche zur Verständigung? Und wie blicken die Menschen hier auf die Zukunft
ihres Landes? Das waren Fragen, die mich in den vergangenen vier Tagen
beschäftigt haben. Trotz aller Schwierigkeiten haben meine Gesprächspartner
betont: Der interreligiöse Dialog ist hier kein Gegenstand theoretischer
Diskussionen, sondern eine gelebte Realität – und das seit Jahrhunderten. Ein
weiteres Leitmotiv war: Bosnien und Herzegowina ist ein kleines Land mit großen
Herausforderungen. Es gibt unterschiedliche Sichtweisen auf die Geschichte und
den künftigen Weg des Landes. Aber gleichzeitig haben die Menschen ein starkes
Bewusstsein dafür, dass der mühsam errungene Frieden nicht wieder leichtfertig
aufs Spiel gesetzt werden darf. Die Folgen des Krieges sind in Sarajevo nach
wie vor deutlich zu spüren – sowohl äußerlich als auch innerlich. Und doch ist
die Stadt wieder zu einem Ort der Begegnung geworden. Gerade weil der Dialog
dem Frieden dient, ist er jede Anstrengung wert.“
Mit
Blick auf die Relevanz der Religionsgemeinschaften für den gesellschaftlichen
Frieden stellte Bischof Meier fest: „Die Verfassung von Bosnien und Herzegowina
spricht von drei konstitutiven Völkern: muslimischen Bosniaken, orthodoxen
Serben und katholischen Kroaten. In einem Land, in dem sich die Volksgruppen in
starkem Maße entlang religiöser Zugehörigkeit definieren, kommt der
Verständigung zwischen den Religionen höchste Bedeutung zu.“ Dabei sei die
Ausgangslage für den Dialog nicht immer einfach: „Die drei Gemeinschaften
können zwar auf eine lange gemeinsame Geschichte zurückblicken und stehen sich
auch in sprachlich-kultureller Hinsicht nahe. Doch vor allem der Bosnien-Krieg
(1992–1995) hat zu Spaltung und Entfremdung geführt. Bei den Gesprächen mit
Zeitzeugen ist mir deutlich geworden, wie präsent die fast vierjährige
Belagerung von Sarajevo auch heute noch im Bewusstsein vieler Menschen ist. Es
wurden Wunden geschlagen, deren Narben nach wie vor sichtbar sind. Und es fällt
weiterhin schwer, das Leid des jeweils Anderen anzuerkennen und auf gemeinsame
Sichtweisen hinzuarbeiten.“
Die
Religionsgemeinschaften haben nach dem Krieg einen Interreligiösen Rat
gegründet, um ihre Verantwortung für den Frieden wahrzunehmen und Grundlagen
für Versöhnung zu schaffen. Im Gespräch mit dem Exekutivausschuss konnte
Bischof Meier einen Einblick in die Arbeit des Interreligiösen Rates erhalten,
die nicht nur auf der nationalen Ebene, sondern auch in 19 regionalen Räten
geleistet wird. Des Weiteren kam es zu interreligiösen Begegnungen mit dem
wichtigsten muslimischen Repräsentanten des Landes, Großmufti Reisul-ulema
Husein Kavazovi?, mit Vertretern der Fakultät für Islamische Studien der
Universität Sarajevo sowie mit der Jüdischen Gemeinde. Bischof Meier
resümierte: „Die Verantwortungsträger der Religionsgemeinschaften haben
allesamt betont: Um Versöhnung zu erreichen, braucht es Vertrauen. Dieses
entwickelt sich nicht von heute auf morgen, sondern wächst in langjährigen
Prozessen. Wertschätzende Dialogbegegnungen und praktische Erfahrungen im
gemeinsamen Handeln gehören dazu.“ Als gutes Beispiel kann dabei das
Interreligiöse Studienprogramm gelten, das seit fast zehn Jahren in gemeinsamer
Trägerschaft der islamischen, katholischen und orthodoxen Fakultäten für
Theologie durchgeführt wird. „Auf diese Weise bekommen junge Theologinnen und
Theologen die Möglichkeit, andere religiöse Traditionen aus erster Hand
kennenzulernen und das Friedenspotenzial von Religion zu reflektieren. Solche
Initiativen sind Samen der Hoffnung“, so Bischof Meier.
Besondere
Aufmerksamkeit widmete er auch der Lage der katholischen Kirche im Land. Bei
Begegnungen mit dem Erzbischof von Vrhbosna (Sarajevo), Tomo Vukši?, und seinem
Vorgänger, Kardinal Vinko Pulji?, kamen einige Herausforderungen zur Sprache,
etwa die Sorge, dass die katholischen Kroaten als kleinste Volksgruppe über
keine angemessene politische Repräsentation verfügten. Als bedrohliche
Entwicklung wurde zudem die starke Abwanderung überwiegend junger Katholikinnen
und Katholiken nach Kroatien oder Westeuropa geschildert. Die konkreten
Erfahrungen der katholischen Versöhnungsarbeit standen wiederum im Mittelpunkt
von Gesprächen mit Mitgliedern der Bosnischen Franziskanerprovinz und bei einem
Besuch des Jugendpastoralzentrums Johannes Paul II. „Auch unter schwierigen
Bedingungen gelingt es in Bosnien und Herzegowina, das kirchliche Leben
aufrechtzuerhalten. Obgleich sie kleiner geworden ist, bleibt die katholische
Kirche ein zentraler Akteur des sozialen Engagements und der Verständigung
zwischen den verschiedenen Gruppen. Die katholische Kirche in Deutschland wird
diese unschätzbare Arbeit auch künftig unterstützen. Wir stehen solidarisch an
der Seite der Katholikinnen und Katholiken in der Region“, unterstrich Bischof
Meier.
Weitere
Gespräche führte Bischof Meier mit dem Hohen Repräsentanten der internationalen
Gemeinschaft für Bosnien und Herzegowina, Christian Schmidt, und dem deutschen
Botschafter in Bosnien und Herzegowina, Alfred Grannas. Dabei ging es unter
anderem um die internationale Verantwortung für die Sicherung der
Friedensordnung im Land und um Perspektiven für die zukünftige Ausgestaltung
des politischen Systems. „Viele Menschen in Bosnien und Herzegowina wünschen
sich eine Zukunft ihres Landes als Teil der Europäischen Union. Sie sehen
deshalb auch die Notwendigkeit, die Verfassung ihres Landes weiterzuentwickeln
und eine gute demokratische Zukunft zu ermöglichen. Auf dem europäischen Weg
sind sicherlich noch einige Hürden zu überwinden. Ich bin jedoch überzeugt: Der
interreligiöse Dialog kann dazu beitragen, Spaltungen zu überwinden und den
Zusammenhalt zu stärken.“ Dbk 10
Papst zum Weltflüchtlingstag: Sorge
um minderjährige Flüchtlinge
„Auch
nur eines dieser Kinder“ ist der Titel der Papstbotschaft zum 112.
Weltflüchtlingstag, der traditionell am letzten Sonntag im September begangen
wird. Das gab das vatikanische Entwicklungs-Dikasterium an diesem Donnerstag
bekannt.
Der
Titel der Botschaft stellt einen klaren Bezug zum Matthäusevangelium her. Dort
heißt es: „Und wer ein solches Kind in meinem Namen aufnimmt, der nimmt mich
auf“ (Mt 18,5).
Christliche
Pflicht des Schutzes und der Aufnahme
Mit
der Wahl des Themas wolle Papst Leo XIV. „die Sorge der Kirche um die
Minderjährigen zum Ausdruck bringen, die unmittelbar von der
Migrationserfahrung betroffen sind, und an die Pflicht erinnern, jeden von
ihnen aufzunehmen, wie es uns das Evangelium lehrt“, heißt es in der
Pressemitteilung der Vatikanstelle, die unter anderem mit den Belangen von
Migranten und Flüchtlingen befasst ist.
Rechte
und Würde der Kleinsten bedroht
Es
sei „nicht das erste Mal, dass sich Päpste lehramtlich zu diesem Thema äußern,
wird weiter erinnert. Die aktuelle Migrationssituation bringe allerdings „neue
Herausforderungen mit sich, die die Rechte und die Würde der Kleinsten
ernsthaft bedrohen und dringende sowie wirksame Antworten erfordern“.
Menschenwürde
statt Rechenspiele
Die
Vatikanbehörde übt Kritik an aktuellen Politikstilen der Abschottung und
Quantifizierung. Es könne nicht darum gehen, „über Zahlen oder Prozentsätze zu
diskutieren“. „Auch nur eines“ sei „ein höchster Wert“, wird mit Verweis auf
jedes einzelne Menschenleben betont, vor allem das der Kleinsten und
Schutzlosesten.
Leo
XIV. bald in Lampedusa
In
Europa wie auch anderen Weltregionen haben Tendenzen der Abschottung und
Abschiebung im Umgang mit Flüchtlingen zuletzt zugenommen. Die Würde und Rechte
von minderjährigen Migranten und Flüchtlingen sind im Prozess der Migration
etwa bei der Trennung von Familien, dem Menschen- und Organhandel sowie
allgemein dem mangelnden Schutz Minderjähriger vor Ausbeutung und Missbrauch
bedroht.
Der
Vatikan bestätigte jüngst, dass Leo XIV. am 4. Juli die Mittelmeerinsel
Lampedusa besuchen will. Sein Vorgänger Franziskus unternahm dorthin seine
erste Reise außerhalb Roms als Papst. Bereits bei der Papstreise im Juni stehen
die Kanarischen Inseln auf dem Programm von Leo XIV., die ebenfalls auf einer
der Hauptflüchtlingsrouten im Mittelmeer liegen.
Der
katholische „Welttag des Migranten und Flüchtlings“ wird in 2026 zum 112. Mal
begangen; ausgerufen hat ihn Papst Benedikt XV. im Jahr 1914. Es ist das erste
Mal, dass Papst Leo das Motto festlegt; 2025 fand der Weltflüchtlingstag noch
unter dem von Papst Franziskus festgelegten Motto statt - wegen des Heiligen
Jahres ausnahmsweise im Oktober im Rahmen des „Jubiläums der Migranten und der
missionarischen Welt“. (vn 9)
Italien: Erzbischof fordert
Grundrechtsschutz für Migranten
Der
Erzbischof von Ferrara hat den mangelnden Grundrechtsschutz für Migranten
angeprangert. Besonders die fehlenden Rettungsmaßnahmen im Mittelmeer
kritisierte der Präsident des italienischen Flüchtlingshilfswerks Fondazione
Migrantes scharf.
Derzeit
sorgten sich die Menschen um Transportkorridore für Güter durch die Straße von
Hormus, humanitäre Korridore für Migranten blieben dabei außer Betracht, so
Giancarlo Perego, Erzbischof von Ferrara am Rande der Vorstellung des neunten
Migrationsfestivals in Rom: „Sind Öl und Gas vielleicht wichtiger als die
Rechte und das Leben der Menschen?“
Kritik
an Frontex
Auch
das Vorgehen der europäischen Grenzschutzagentur Frontex kritisierte der
Erzbischof scharf. Frontex solle zur Unterstützung der Rettungsmaßnahmen im
Mittelmeerraum dienen. Stattdessen werde es zu einer Stütze für die
Zurückweisung von Migranten, so Perego weiter. Er erinnerte an die hohen
Todeszahlen im Mittelmeer: Knapp 1.000 Menschen seien innerhalb von drei
Monaten gestorben – so viele wie seit 2017 nicht mehr.
Klare
Worte fand der Präsident der Fondazione Migrantes auch für das Vorgehen der USA
und auch Italiens, Migranten ohne gültige Papiere in so genannte Drittländer zu
schicken, die nicht ihrem Herkunftsland entsprechen. Dies zeige die
Unfähigkeit, Grundrechte zu schützen: das Recht auf Migration, aber auch das
Recht, in das eigene Land zurückzukehren. (sir 9)
Papst an Olympia-Teilnehmer: „Sport
als Labor der Menschlichkeit“
Papst
Leo XIV. hat an diesem Donnerstag die Athletinnen und Athleten der Olympischen
und Paralympischen Winterspiele von Milano-Cortina 2026 bei einer Audienz im
Vatikan gewürdigt. Vor Vertretern des italienischen Sports, darunter die
Präsidenten des Nationalen Olympischen Komitees (CONI) und des Paralympischen
Komitees (CIP), betonte das Kirchenoberhaupt die tiefe spirituelle und
gesellschaftliche Dimension des Sports in einer von Konflikten geprägten Zeit.
Mario Galgano - Vatikanstadt
Der
Papst dankte den Sportlern für ihr Zeugnis, das weit über die rein sportliche
Leistung hinausgehe. Sport sei eine „Form der Sprache“, eine Erzählung aus
Gesten, Mühen und dem ständigen Neubeginn. Besonders hob er die Paralympiker
hervor: „Wir haben gesehen, wie die Grenze zu einem Ort der Offenbarung werden
kann: Nicht etwas, das die Person behindert, sondern das verwandelt werden
kann.“
In
seiner Rede schlug Leo XIV. eine Brücke zu seinem apostolischen Schreiben „Das
Leben in Fülle“, das er zu Beginn der Spiele im Februar veröffentlicht hatte.
Wahrer Erfolg werde nicht an der Anzahl der Medaillen gemessen, sondern an der
Qualität der menschlichen Beziehungen.
Mahnung
vor Kommerzialisierung
Trotz
der freudigen Stimmung sparte der Pontifex kritische Töne nicht aus. Er warnte
eindringlich vor den „Versuchungen“ des modernen Sports:
„Dazu
gehört das Streben nach Leistung um jeden Preis, das zum Doping führen kann.
Die Gier nach Profit, der das Spiel in einen Markt und den Sportler in einen
Star verwandelt. Und die Spektakularisierung, die den Athleten auf ein Image
oder eine Nummer reduziert.“
Gegen
diese Tendenzen sei das ehrliche Zeugnis der Athleten essenziell, um zu zeigen,
dass man konkurrieren könne, ohne sich zu hassen, und gewinnen könne, ohne das
Gegenüber zu demütigen, dass man verlieren kann, ohne sich selbst zu verlieren.
Dieses Zeugnis gelte auch über den Sport hinaus – im gesellschaftlichen Leben,
in der Politik, in den Beziehungen zwischen den Völkern.
Sport
als Friedensprojekt
Angesichts
globaler Polarisierung und verheerender Kriege bezeichnete der Papst den Sport
als „Prophetie des Friedens“. Die Spiele hätten die Möglichkeit aufgezeigt, die
Logik der Gewalt zu durchbrechen und die „Logik der Begegnung“ zu fördern. In
Anlehnung an die Enzyklika Laudato si’ seines Vorgängers erinnerte er zudem an
die Verantwortung der Sportwelt für den Schutz der Natur und des „gemeinsamen
Hauses“.
Der
Papst segnete die Anwesenden vor dem „Kreuz der Sportler“ und gab ihnen eine
Mission mit auf den Weg: „Sorgt weiterhin dafür, dass die Person im Zentrum des
Sports bleibt, in all seinen Ausdrucksformen.“
Vor
der Ansprache des Papstes hatten umgekehrt die Präsidenten der beiden
Italienischen Olympischen Komitees die Werte des Sports – Respekt, Fairplay und
Inklusion – und die Nähe der Sportbewegung zur Kirche betont. Am Ende der
Audienz gaben die Funktionäre die Flamme weiter und überreichten Leo
XIV. die olympische Fackel. (vn 9)
Nuntius van Megen folgt auf Nuntius
Eterovic
Bischof
Wilmer würdigt verlässliche Zusammenarbeit und vatikanische Diplomatie
Nach
mehr als zwölfjähriger Tätigkeit hat Papst Leo XIV. heute (9. April 2026) das
Rücktrittsgesuch des Apostolischen Nuntius in der Bundesrepublik Deutschland,
Erzbischof Dr. Nikola Eterovic, angenommen. Gleichzeitig ernannte er Erzbischof
Dr. Hubertus Matheus Maria van Megen zum neuen Nuntius.
Der
Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, dankte
Nuntius Eterovi? für seinen engagierten Dienst, der ihn zu einem wichtigen
Gewährsmann mit hoher Kontinuität habe werden lassen, womit sich eine
eindrucksvolle Bilanz verbinde: „Sie haben in Ihrer Amtszeit in Deutschland
zwei Bundespräsidenten, drei Bundeskanzler, fünf Katholikentage, einen
ökumenischen Kirchentag und vier Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz
erlebt. Außerdem sind allein in Ihrer Wirkungszeit 18 Diözesanbischöfe in
Deutschland ernannt worden. Viele bilaterale Verträge einzelner Bundesländer
mit dem Heiligen Stuhl konnten Sie in der Entstehung begleiten und
mitunterzeichnen.“ Bischof Wilmer würdigte außerdem die wertschätzende Arbeit
des Nuntius: „Von vielen Botschaftern anderer Länder weiß ich, wie sehr man
Ihre herzliche und verbindliche Art schätzt, und nicht selten konnten Länder
ihre Ansichten zu politischen Umwälzungen in ihrer Heimat bei Ihnen platzieren.
Ich denke hier an die Ukraine, der Sie – auch in Ihrer früheren Verantwortung
als Nuntius in Kiew – eng verbunden sind, ich denke aber auch an den Nahen
Osten und viele afrikanische Länder.“
Die
Nuntiatur, so Bischof Wilmer, habe Nuntius Eterovic zu einem Ort der Begegnung
gemacht. Vor allem sei er nicht nur in Berlin geblieben, sondern vielfach durch
die Bundesrepublik Deutschland gereist: „So waren Sie häufig Gast bei
Wallfahrten und besonderen Gottesdiensten. Zahlreiche Gedanken haben Sie stets
durch Ihre Grußworte bei Bischofsweihen und Amtseinführungen, Katholikentagen
und eben unseren Vollversammlungen vermittelt; dass Sie mancher Entwicklung der
katholischen Kirche in Deutschland kritisch gegenüberstehen, wurde darin
deutlich. Umso mehr weiß ich zu schätzen, dass Sie bei aller verständlichen
kritischen Distanz zum Synodalen Weg der Kirche in unserem Land diesen Weg
durch Ihre persönliche Präsenz mit begleitet haben. Dafür möchte ich Ihnen
ausdrücklich danken.“ Bischof Wilmer fügte hinzu: „Durch Ihren Dienst in
unserem Land machen Sie deutlich, dass der Heilige Stuhl als völkerrechtliches
Subjekt in der Politik und in der Gesellschaft präsent ist. Und das trägt zu
einer guten Stabilisierung des Staat-Kirche-Verhältnisses bei. Mit Ihnen dürfen
wir eine Persönlichkeit erleben, die die diskrete vatikanische Diplomatie
repräsentiert und mit Leben füllt.“
In
einem Brief begrüßte Bischof Wilmer den künftigen Nuntius in Deutschland,
Erzbischof van Megen: „Wir heißen Sie von ganzem Herzen willkommen und freuen
uns auf die gemeinsame Arbeit im Weinberg des Herrn. Gerne werden wir Sie in
dieser Arbeit unterstützen, um die Brücken und das gegenseitige Vertrauen
zwischen Rom und unserer Ortskirche fortzusetzen“, so Bischof Wilmer. „Ihre
langjährige Erfahrung in der vatikanischen Diplomatie, gerade in Krisenregionen
wie dem Sudan, dem Südsudan und Eritrea, zeigt, dass Sie eine Persönlichkeit
sind, die furchtlos und überzeugt das Evangelium verkündet und den Dialog
sucht. Dieses internationale Wirken wird Ihnen für den Dienst in unserem Land
eine große Hilfe sein.“
Erzbischof
van Megen wurde 1961 in den Niederlanden geboren. 1987 erfolgte die
Priesterweihe, 1994 trat er in den diplomatischen Dienst des Heiligen Stuhls.
2014 wurde er zum Erzbischof geweiht und war seitdem als Nuntius im Sudan und
Eritrea tätig. 2019 ernannte ihn Papst Franziskus zum Nuntius in Kenia und im
Südsudan sowie zum Ständigen Beobachter des Heiligen Stuhls bei den
UN-Organisationen für das Umweltprogramm (UNEP) und für menschliche Siedlungen
(UN-Habitat).Hinweise: Die Deutsche Bischofskonferenz wird Nuntius Erzbischof
Dr. Nikola Eterovic am 22. April 2026 um 18.00 Uhr mit einem Gottesdienst
in der Sankt Hedwigs-Kathedrale in Berlin verabschieden. Dem Gottesdienst steht
der Apostolische Nuntius vor. Es predigt der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer. Konzelebrant ist der Erzbischof
von Berlin, Dr. Heiner Koch. Dbk 9
Generalaudienz: Heilig sein ist
Auftrag für alle Getauften
Papst
Leo XIV. hat bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch die Berufung zur
Heiligkeit als Aufgabe jedes Christen beschrieben und dabei zentrale Aussagen
des Konzilsdokuments „Lumen Gentium“ (1964) hervorgehoben.
Der
Papst setzt damit seine Katechesenreihe über die Lehrschreiben des Zweiten
Vatikanischen Konzils (1962-1965) fort. Leo XIV., seit genau elf Monaten im
Amt, hat sie im Januar 2026 nach dem Abschluss des Heiligen Jahres gestartet.
Es ist seine erste eigene Katechesenreihe bei der Generalaudienz, seit Februar
spricht er mittwochs über „Lumen Gentium“.
In
dieser Folge stellte Leo das Ziel der Heiligkeit in den Mittelpunkt, von der im
fünften Kapitel der Konstitution die Rede ist. „Jeder von uns ist berufen, in
der Gnade Gottes zu leben, die Tugenden zu üben und Christus ähnlicher zu
werden“, hob der Papst hervor. Laut dem verbindlichen Konzilstext sei
Heiligkeit „kein Privileg weniger Auserwählter, sondern eine Gabe, die jeden
Getauften dazu verpflichtet, nach der Vollkommenheit der Liebe zu streben, das
heißt nach der Fülle der Liebe zu Gott und dem Nächsten.“
„Jeder von uns ist berufen, in der Gnade
Gottes zu leben, die Tugenden zu üben und Christus ähnlicher zu werden“
Die
Konstitution bestimme zugleich den inneren Maßstab dieses Weges. Wie der Papst
erklärte, „leitet und beseelt die Liebe alle Mittel der Heiligung und führt sie
zum Ziel“. Diese Liebe, vom Vater durch den Sohn geschenkt, durchdringt das
Leben der Gläubigen und richtet es auf die Vollendung aus.
In
diesem Zusammenhang erinnert Leo XIV. an die Bereitschaft, den Glauben zu
bezeugen bis hin zum Martyrium, eine Bereitschaft, die das christliche Leben
begleitet. Jeder Gläubige müsse dazu bereit sein, „Christus bis zum
Blutvergießen zu bekennen“, auch heute, erinnerte der Papst. „Diese
Bereitschaft zum Zeugnis zeigt sich jedes Mal, wenn Christen Zeichen des
Glaubens und der Liebe in der Gesellschaft hinterlassen und sich für
Gerechtigkeit einsetzen.“
Die
heilige katholische Kirche?
Wie
aber verhält es sich mit der Gemeinschaft der Gläubigen, der „heiligen
katholischen Kirche“, zu der Christen sich im Credo wortwörtlich bekennen? Leo
XIV. verwies darauf, dass „Lumen Gentium“ die Kirche „unzerstörbar heilig“
nennt. Aber: „Dies bedeutet nicht, dass sie vollkommen heilig ist“, erklärte
der Papst, „sondern dass sie berufen ist, diese göttliche Gabe auf ihrer
Pilgerreise zum ewigen Ziel zu bestätigen.“
Natürlich
gebe es „Sünde in der Kirche“, das sei eine „traurige Realität“ – und zugleich
gerade deshalb eine Einladung, das eigene Leben zu verändern in der Hinwendung
zu Gott, der in der Liebe alles erneuert. „Diese unendliche Gnade, die die
Kirche heiligt, überträgt uns eine Aufgabe, die wir Tag für Tag erfüllen
sollen: die unserer Umkehr. Heiligkeit ist daher nicht bloß praktischer Natur,
als ließe sie sich auf eine ethische Verpflichtung reduzieren, wie groß sie
auch sein mag, sondern betrifft das Wesen des christlichen Lebens selbst,
sowohl des persönlichen als auch des gemeinschaftlichen.“
Die
innere Wandlung, die Christen abverlangt ist, sei ohne die Hilfe der
Sakramente, insbesondere der Eucharistie, nicht möglich, sagte Leo. Er verwies
auch auf das besondere Glaubenszeugnis der Ordensleute, die ihr Leben Gott
durch die evangelischen Räte weihen: Armut, Keuschheit und
Gehorsam. „Diese drei Tugenden sind keine Vorschriften, die die Freiheit
fesseln, sondern befreiende Gaben des Heiligen Geistes, durch die manche
Gläubigen Gott ganz geweiht sind", so der Papst, der selbst Ordensmann
ist. Mit ihrem Lebensstil bezeugten die Männer und Frauen geweihten Lebens „die
universale Berufung der ganzen Kirche zur Heiligkeit in Form radikaler
Nachfolge". (vn 8)
„Drohung gegen das iranische Volk
ist inakzeptabel“
Leo
XIV. hat seine drängenden Friedensappelle aus den Kar- und Osterfeiern
wiederholt. „Ich lade alle ein zu beten, aber auch mit ihren Abgeordneten, mit
den Verantwortlichen, zu sprechen und zu sagen, dass wir nicht den Krieg
wollen, sondern den Frieden!“ Stefan von
Kempis – Vatikanstadt
Das
sagte er am Dienstagabend zu Journalisten in Castel Gandolfo. In dem Bergnest
knapp außerhalb von Rom hat der Papst am Dienstag, wie üblich, eine eintägige
Auszeit verbracht.
„Wie
wir alle wissen, hat es heute auch diese Drohung gegen das ganze iranische Volk
gegeben, und das ist wirklich nicht akzeptabel“, so Leo wörtlich. „Bei diesen
Fragen geht es nicht nur um das Völkerrecht, sondern mehr noch, in moralischer
Hinsicht, um das Wohl des Volkes.“
„Bei
diesen Fragen geht es nicht nur um das Völkerrecht, sondern mehr noch, in
moralischer Hinsicht, um das Wohl des Volkes“
Der
Papst fuhr fort: „Ich möchte alle einladen, in ihren Herzen wirklich an all die
Unschuldigen zu denken: so viele Kinder und alte Leute, vollkommen unschuldig,
die dieser Eskalation zum Opfer fallen würden – in einem Krieg, bei dem wir
schon ganz zu Beginn gesagt haben: Lasst uns zum Dialog, zu Verhandlungen,
zurückkehren; schauen wir, wie wir die Probleme lösen, ohne bis an diesen Punkt
zu gelangen… Und jetzt sind wir doch an diesem Punkt angelangt.“
Die
Worte von Papst Leo bezogen sich offensichtlich auf Äußerungen von US-Präsident
Donald Trump gegenüber dem Iran. Trump hatte am Dienstag gedroht, dass „eine
ganze Zivilisation untergehen“ werde, falls Iran ein von ihm gesetztes
Ultimatum am Dienstag verstreichen lasse. Später am Abend ließ sich Trump dann
auf eine zweiwöchige Waffenruhe ein, während gleichzeitig Verhandlungen mit
Iran stattfinden sollen. Die Äußerungen des Papstes fielen vor der Entscheidung
Trumps zur Waffenruhe.
Ein
ungerechter Krieg, der weiter eskaliert und der nichts löst
Leo
XIV., der erste Papst aus den USA in der Kirchengeschichte, ließ sich auf
Bitten von Journalisten noch weiter zu dem Thema aus. Man müsse den Krieg
ablehnen, „speziell einen Krieg, von dem viele gesagt haben, dass er ein
ungerechter Krieg sei, der weiter eskaliert und der nichts löst“.
„Wir
haben jetzt eine weltweite Wirtschaftskrise, eine Energiekrise und eine
ausgesprochen instabile Lage im Nahen Osten, die nur Hass in der ganzen Welt
hervorruft. Darum kehrt zurück zum Verhandlungstisch, lasst uns reden und auf
friedliche Weise Lösungen suchen!“
„Angriffe
auf zivile Infrastruktur verstoßen gegen das Völkerrecht“
Der
Papst erinnerte auch ausdrücklich daran, „dass die Angriffe auf die zivile
Infrastruktur gegen das Völkerrecht verstoßen“. Sie seien aus seiner Sicht
„auch ein Zeichen des Verfluchten, der Spaltung, der Zerstörung, zu der der
Mensch fähig ist“. (vn 7)
Hilfswerke kritisieren
Fachkräfteanwerbung und Versorgungslücken
Zum
Weltgesundheitstag an diesem Dienstag haben Hilfsorganisationen vor einer
Verschärfung der globalen Gesundheitskrise gewarnt. Im Zentrum der Kritik
stehen der zunehmende Mangel an Fachkräften sowie die unzureichende Versorgung
von Migranten und Geflüchteten.
Nach
Schätzungen der Weltgesundheitsorganisation (WHO), auf die sich das Hilfswerk
„Brot für die Welt“ beruft, werden bis zum Jahr 2030 weltweit rund elf
Millionen Fachkräfte im Gesundheitswesen fehlen. Das Hilfswerk kritisierte am
Montag in Berlin, dass Deutschland durch die aktive Rekrutierung von
medizinischem Personal den internationalen Wettbewerb verschärfe und die
Systeme im Globalen Süden schwäche.
Julia
Stoffner, Referentin für internationale Gesundheitspolitik bei „Brot für die
Welt“, sieht darin eine Gefährdung der Partnerländer:
„Für
Gesundheitssysteme wie in Kolumbien und Brasilien ist jede zusätzliche
Abwerbeinitiative ein ernstzunehmendes Risiko.“
Die
Folgen des Personalabgangs seien bereits in ländlichen Regionen spürbar, wo
Gesundheitsstationen schließen müssten. Zudem beeinträchtige die Abwanderung
von Frauen die Versorgungsstrukturen innerhalb der Familien. Das Hilfswerk
fordert die Bundesregierung daher auf, bestehende Abwerbeabkommen zu
korrigieren und die Gesundheitssysteme in den Herkunftsländern stattdessen
strukturell zu stärken.
Eingeschränkte
Versorgung für Geflüchtete
Parallel
dazu lenkte die UNO-Flüchtlingshilfe den Blick auf die Situation von Menschen
auf der Flucht. Weltweit hätten mehrere Millionen Geflüchtete nur einen
eingeschränkten Zugang zu medizinischer Betreuung. Die Organisation in Bonn
wies darauf hin, dass der humanitäre Sektor unterfinanziert sei, was teilweise
lebensbedrohliche Konsequenzen für die Betroffenen habe.
Das
Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) arbeitet nach eigenen
Angaben mit Regierungen zusammen, um ein Spektrum von Basisimpfungen bis hin zu
lebensrettenden Operationen und spezialisierter Betreuung bei
Schwangerschaftskomplikationen abzudecken. Ein wachsender Schwerpunkt liege
zudem auf Angeboten zur psychischen Gesundheit.
Den
Angaben zufolge wurden im ersten Halbjahr 2025 über 543.000 Beratungen in
diesen spezialisierten Bereichen durchgeführt. Insgesamt verzeichneten die vom
UNHCR unterstützten Einrichtungen in diesem Zeitraum mehr als sechs Millionen
medizinische Konsultationen. (pm/kna 7)
Urbi et Orbi: „Wer Waffen in der
Hand hält, lege sie nieder!“
Ein
eindringlicher Appell für Frieden weltweit kommt von Papst Leo bei seiner
Ansprache vor dem Ostersegen Urbi et Orbi. Außerdem lädt er dazu ein, sich
einem Friedensgebet anzuschließen, das für den kommenden Samstag, 11. April, im
Petersdom geplant ist. Christine Seuss - Vatikanstadt
Um
Punkt 12 Uhr trat Papst Leo auf die Mittelloggia des Petersdoms, um nach dem
Erklingen der Hymnen Italiens und des Staates der Vatikansstadt den Segen zu
spenden. Anders als gewohnt, nannte Papst Leo in seiner ersten Ansprache vor
dem Ostersegen Urbi et Orbi keine konkreten Krisenherde, sondern lud zu einer
Gewissenserforschung ein, wie jeder einzelne sich der „Globalisierung der
Gleichgültigkeit“ – ein Ausdruck, den sein Vorgänger Franziskus gepägt hatte –
entgegenstemmen könne.
„Lassen wir am heutigen Festtag alle
Streitlust, jeden Wunsch nach Dominanz und Macht hinter uns und bitten wir den
Herrn, er möge der Welt seinen Frieden schenken – einer Welt, die von Kriegen
heimgesucht und von Hass und Gleichgültigkeit gezeichnet ist, die uns dem Bösen
gegenüber machtlos erscheinen lassen“, griff Papst Leo XIV. auch beim Urbi et
Orbi seinen Appell aus der zuvor gefeierten Ostermesse wieder auf. Über 60.000
Menschen hatten sich auf dem Platz und an den Zufahrtswegen eingefunden, um den
traditionellen Ostersegen persönlich zu erhalten. Der weltlichen Resignation
und Schicksalsergebenheit stellte Papst Leo die zentrale Botschaft des
Osterfestes entgegen:
„Lassen
wir uns im Licht des Osterereignisses von Christus überraschen! Lassen wir
unser Herz von seiner unermesslichen Liebe zu uns verwandeln!“, so der Appell
des Papstes von der zentralen Loggia des Petersdoms.
„Wer
Waffen in der Hand hält, lege sie nieder! Wer die Macht hat, Kriege zu
beginnen, entscheide sich für den Frieden!“
„Wer
Waffen in der Hand hält, lege sie nieder! Wer die Macht hat, Kriege zu
beginnen, entscheide sich für den Frieden! Nicht für einen Frieden, der mit
Gewalt erzwungen wird, sondern durch Dialog! Nicht mit dem Willen, den anderen
zu beherrschen, sondern ihm zu begegnen!“, forderte das Kirchenoberhaupt
eindringlich.
Die
Menschheit sei gerade dabei, sich „an die Gewalt zu gewöhnen“, sich damit
abzufinden und gleichgültig zu werden, klagte der Papst: „Gleichgültig
gegenüber dem Tod Tausender Menschen. Gleichgültig gegenüber den Folgen von
Hass und Spaltung, welche die Konflikte nach sich ziehen. Gleichgültig
gegenüber den wirtschaftlichen und sozialen Folgen, die sie verursachen und die
wir doch alle spüren.“
Es
gebe tatsächlich eine immer ausgeprägtere „Globalisierung der Gleichgültigkeit“
zu beobachten, zitierte Papst Leo XIV. seinen Vorgänger Franziskus, ebenso wie
dessen letzte Worte an die Weltöffentlichkeit am vergangenen Ostersonntag, dem
Tag vor seinem Tod: „Wie viel Todeswillen sehen wir jeden Tag in den vielen
Konflikten in verschiedenen Teilen der Welt!“ (aus der Botschaft zum Urbi et
orbi am 20. April 2025).
„Wir
dürfen nicht länger gleichgültig bleiben! Und wir dürfen uns nicht mit dem
Bösen abfinden!“
Doch
das Kreuz Christi erinnere stets an das Leid und den Schmerz, die mit dem Tod
einhergehen, ebenso wie an die Qualen, die er mit sich bringe, so Papst Leo
weiter: „Wir alle fürchten uns vor dem Tod, und aus Angst wenden wir uns ab;
wir ziehen es vor, nicht hinzuschauen. Wir dürfen nicht länger gleichgültig
bleiben! Und wir dürfen uns nicht mit dem Bösen abfinden!“
Jesus
sei durch den Tod hindurchgegangen, um uns Leben und Frieden zu schenken, ein
Friede, der sich nicht darauf beschränke, die Waffen zum Schweigen zu bringen,
sondern der „das Herz eines jeden von uns“ berühre und verwandele.
In
diesem Zusammenhang lud Papst Leo alle ein, an einer Gebetsvigil für den
Frieden teilzunehmen. Diese wolle er gemeinsam mit den Gläubigen am kommenden
Samstag, 11. April, im Petersdom feiern, kündigte das Kirchenoberhaupt an. Eine
ähnliche Initiative gab es bereits im vergangenen Oktober: Da hatte Papst Leo
im Rahmen der Heilig-Jahr-Feier der Marianischen Spiritualität zu einer
Gebetsvigil für den Frieden mit Rosenkranzgebet geladen – tausende
Menschen aus aller Welt waren gekommen.
„Nur
er macht alles neu! Frohe Ostern!“
„Dem
Herrn empfehlen wir alle Herzen, die leiden und auf den wahren Frieden warten,
den nur er geben kann. Vertrauen wir uns ihm an und öffnen wir ihm unser Herz!
Nur er macht alles neu (vgl. Offb 21,5)! Frohe Ostern!”, so die abschließenden
Worte des Papstes, der vor dem Segen auch noch einige Grüße in verschiedenen
Sprachen – darunter auch Deutsch – verlas.
Ein
Zeuge der Verfolgung
Auf
dem Balkon wurde Papst Leo begleitet durch den 97-jährigen albanischen Kardinal
Ernest Simoni, der während der Zeit des Kommunismus schwerer Verfolgung
ausgesetzt war, und Kardinal Dominique Mamberti, den dienstältesten Kardinal
aus dem Rang der Kardinaldiakone (Kardinalprotodiakon). Letzterer spricht neben
dem Habemus Papam nach einer Papstwahl die einleitenden Worte vor dem
Ostersegen, der allen, die ihn persönlich oder über die modernen
Kommunikationsmittel empfangen, bei Erfüllung der nötigen Voraussetzungen einen
vollkommenen Ablass gewährt. Feierliches und ausdauerndes Glockengeläute
erklang nach dem Segen und begleitete die Gläubigen, die unter dem erneuten
Klang der Hymnen auf dem sonnenbestrahlten Platz darauf warteten, dass der
Papst - wieder ganz in Weiß - in seinem Papamobil eine ausgbiebige Runde
über den Platz - und weit darüber hinaus - drehen würde. (vn 5)
Vom Leiden, Sterben und
Auferstehen: Die „Heiligen Drei Tage“
Die
„Heiligen Drei Tage“ (Triduum sacrum) vom Leiden, Sterben und der Auferstehung
Jesu Christi sind das Herzstück des Kirchenjahres. Die österreichische Diözese
Gurk hatte vergangenes Jahr stets aktuell bleibende Fragen und Antworten
veröffentlicht und erklärt, warum in den nächsten Tagen Orgeln und Glocken
verstummen, Altäre in den Kirchen abgeräumt werden und wieso die beliebte
Fleischweihe eigentlich eine Speisensegnung ist.
1)
Was sind die „Heiligen Drei Tage“?
Mit
der Messe vom Letzten Abendmahl am Gründonnerstagabend beginnen die „Heiligen
Drei Tage“ („Triduum sacrum“). Ihr Zielpunkt ist die Feier der Osternacht. Das
österliche Triduum steht in der alten kirchlichen Tradition, die diese drei
Tage des gekreuzigten, begrabenen und auferstandenen Jesus als liturgische
Einheit betrachtet.
2)
Woher stammt der Name Gründonnerstag?
Der
Name Gründonnerstag geht vermutlich auf das mittelhochdeutsche Wort „Greinen“
oder „Grienen“ zurück, was so viel wie „wehklagen“ bedeutet. Volkstümlich wird
die Bezeichnung „grün“ jedoch auf die grüne Farbe von vegetarischen
Fastenspeisen wie Spinat zurückgeführt.
3)
Was wird am Gründonnerstag gefeiert?
Am
Gründonnerstagabend gedenken Christinnen und Christen des Letzten Abendmahles
und der Gefangennahme Jesu im Garten Getsemani. Am Ende der Liturgie wird das
eucharistische Brot, die hl. Hostie, als Zeichen der Gegenwart Jesu Christi an
einen dafür vorgesehenen Aufbewahrungsort (Seitenaltar oder Sakramentskapelle)
getragen, wo es bis zur Osternacht bleibt. Während der Abendmesse verstummen
Orgel und Glocke und schweigen bis zur Osternacht. Der Volksmund sagt, dass die
„Glocken nach Rom fliegen“. Außerdem wird in Erinnerung an den Beginn des
Leidensweges Jesu sämtlicher Altarschmuck entfernt.
4)
Was hat es mit der „Fußwaschung“ auf sich?
Der
Brauch der Fußwaschung, der heuer coronabedingt entfällt, wird traditionell am
Gründonnerstag durch den Priester vollzogen und erinnert an das Letzte
Abendmahl Jesu, bei dem dieser seinen zwölf Jüngern als Zeichen der Demut und
Liebe die Füße wusch.
5)
Welche Bedeutung hat der Karfreitag?
Der
Karfreitag ist der Tag der Kreuzigung und des Todes Jesu und gilt in der
Katholischen Kirche neben dem Aschermittwoch als strenger Fasttag. Bereits die
ältesten Karfreitagsliturgien beginnen mit der neunten Stunde, was nach
heutiger Zeitrechnung um 15 Uhr ist. Diese Stunde war nach den Evangelien die
Todesstunde Jesu. Heute wird daher in vielen Pfarren um 15 Uhr eine
Kreuzwegandacht gehalten und abends die Karfreitagsliturgie gefeiert.
6) Was
steht im Mittelpunkt der Karfreitagsliturgie?
Die
Katholische Kirche feiert am Karfreitag eine besondere, eigenständige und
traditionsreiche Liturgie, die sich von allen anderen Feiern während des Jahres
unterscheidet: Der Altar ist abgeräumt, die Glocken schweigen, der Tabernakel
ist leer. Im Mittelpunkt der Liturgie stehen die Verkündigung der
Johannespassion, die Kreuzverehrung sowie das Fürbittgebet für die Kirche und
die ganze Welt. Der Karfreitag und der Karsamstag sind die einzigen Tage, an
denen weltweit in der katholischen Kirche keine Eucharistiefeier gehalten wird.
Anlässlich der Pandemie wird am Karfreitag österreichweit wie bereits auch im
Vorjahr eine eigene Fürbitte für all jene Menschen gesprochen, die schwer an
Corona erkrankt sind sowie für alle, die sich für diese Menschen einsetzen und
sich in den verschiedensten Lebensbereichen für die Überwindung der Pandemie
engagieren.
7) Woher
kommt der Brauch der Osterratschen?
Hölzerne
Ratschen wurden seit dem 13. Jahrhundert als Ersatz für die verstummten Glocken
und die Schellen der Messdiener verwendet. An vielen Orten gehen
auch heute noch Kinder damit durch die Straßen und rufen die
Gläubigen am Karfreitag zum Gebet und zur Feier der Karfreitagsliturgie auf.
8)
Welche Bedeutung hat der Karsamstag?
Der
Karsamstag ist der Tag der Grabesruhe Christi. Zwischen der Feier des Todes
Jesu am Karfreitag und der Feier seiner Auferstehung in der Osternacht verweilt
die Kirche am Grab des Herrn, betrachtet seinen Abstieg in das Reich des Todes
und erwartet seine Auferstehung. Somit deutet der Karsamstag das
„Hinabgestiegen in das Reich des Todes“, wie es im Apostolischen
Glaubensbekenntnis heißt.
9)
Warum werden am Karsamstag die Speisen gesegnet?
Der
Brauch der Speisensegnung ist vor allem in Kärnten, Südtirol und Bayern weit
verbreitet und für viele ein fixer Termin im Kirchenjahr. Speisensegnungen
lassen sich bis in die ausgehende Antike zurückverfolgen. Speisen wie Eier und
Fleisch, deren Genuss in der strengen mittelalterlichen Fastenordnung verboten
war, gewannen durch diese österliche Segnung im Volksglauben besondere
Bedeutung und Kräfte. Heute will dieser Brauch vor allem die Brücke schlagen
zwischen dem Altar und dem häuslichen Tisch, zwischen dem Sakralen und dem
Profanen.
10)
Wieso heißt es Speisensegnung und nicht
„Fleischweihe“?
Sachen,
Gegenstände und Tiere werden nicht „geweiht“, wie es im Volksmund oft heißt,
sondern „gesegnet“. Es gibt keine „Autoweihen“, „Pferdeweihen“ oder
„Fleischweihen“, sondern nur entsprechende Segnungen. Daher spricht man auch
von „Speisensegnung“. „Geweiht“ werden Personen, die in den Dienst Gottes
gestellt werden. Auch Kirchenbauten und Dinge, die für den dauernden
liturgischen Gebrauch bestimmt sind, also ausschließlich für den heiligen und
heiligenden Dienst bestimmt sind, wie z. B. Glocken, Kelche, Öle u. dgl. werden
geweiht. Deutlich wird dies in der Altarweihe, in der ein Altar zu einem
besonderen heiligen Ort und Symbol für Jesus Christus selbst wird.
11)
Was bedeutet die Osternachtfeier?
Am
Karsamstag werden während des Tages keine Gottesdienste gefeiert. Mit der Feier
der Osternacht, meist in den Abendstunden des Karsamstags oder in den frühen
Morgenstunden des Ostersonntags, endet die Karwoche („kar“ = mittelhochdeutsch
für „Klage“), die mit dem Palmsonntag begonnen hat. In dieser Osternachtsfeier
feiern ChristInnen die Auferstehung Jesu und mit ihr die Zusage, „dass am Ende
das Leben über den Tod, die Wahrheit über die Lüge, die Gerechtigkeit über das
Unrecht, die Liebe über den Hass und selbst den Tod siegen wird“, wie es im
deutschen Erwachsenen-Katechismus heißt. Die Osternachtliturgie beginnt
traditionell mit einer Lichtfeier, anschließend werden Lesungen aus dem Alten
Testament vorgetragen. Das festliche Gloria, das Halleluja, das erstmals nach
der Fastenzeit wieder erklingt, und die Tauffeier bzw. das Taufgedächtnis sind
weitere Elemente. Höhepunkt ist die Eucharistie – die sakramentale Begegnung
mit dem gekreuzigten und auferstandenen Herrn.
(diözese
gurk 3)