DE.IT.PRESS

    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 4 luglio – 31 agosto 2022

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Lettera apostolica. “Desiderio Desideravi”: la celebrazione è un reale coinvolgimento esistenziale con Gesù. 1

2.     Sinodo, dopo il terremoto tedesco, la possibile tempesta francese. 1

3.     Papa Francesco: alle popolazioni di Congo e Sud Sudan, “non lasciatevi rubare la speranza”. “Nutriamo la speranza di incontrarci presto”. 1

4.     Lettera apostolica sulla liturgia: "Sia curata, non sciatta. No all'estetismo". 1

5.     Vangelo Migrante: XIV Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo (Lc 10,1-12.17-20) 1

6.     L’aborto non è più un diritto: è questa la rivoluzione culturale. 1

7.     Nasce L’Osservatore di Strada, il giornale vaticano fatto con i senzatetto e i poveri 1

8.     Cristiani e musulmani a Lampedusa, dove la migrazione deve diventare “un’accoglienza carica di umanità”. 1

9.     Ecumenismo, quali le sfide in Europa?. 1

10.  Riunione del KAB. Circoscrizione di Kempten-Allgäu. 1

11.  Vangelo Migrante:XIII Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo (Lc 9,51-62) 1

12.  Il cardinale Kasper ai vescovi tedeschi, se non ascoltate le critiche vi romperete il collo. 1

13.  Pedofilia, media tedeschi: vittima di abusi denuncia il papa emerito Ratzinger perché “era a conoscenza della situazione”. 1

14.  Suicidio assistito, il cardinale Matteo Zuppi su Famiglia Cristiana: «La vita è dono anche se si riduce a un soffio». 1

15.  Papa Francesco: "L'uso delle armi nucleari e il loro semplice possesso è immorale". 1

16.  X Incontro mondiale delle famiglie. 1

 

 

1.     Pastorale Orientierungen des Vatikan für interkulturelle Migrantenseelsorge. 1

2.     Ordensobernkonferenz: Für mehr Dialog auf Augenhöhe. 1

3.     Papst an Peter und Paul: „Klerikalismus ist Perversion“. 1

4.     „Papst-Schreiben zur Liturgie bahnbrechend“. 1

5.     Papst-Schreiben zur Liturgie: „Lassen wir die Streitereien hinter uns“. 1

6.     Ein Gebet per QR-Code. Spirituelles Angebot „Rast für die Seele“ geht online. 1

7.     Köln. „Austrittswelle macht betroffen“. 1

8.     „Grenzen nicht durch Missachtung der Rechte schützen“. 1

9.     Austritte sorgen für neuen Schock in katholischer Kirche. 1

10.  Kirchenstatistik 2021. Bischof Bätzing: Erzählen von dem, was Kirche ist. 1

11.  Missbrauch: „Vademecum“ auf neuestem Stand. 1

12.  „Seid Familien mit einem großen Herzen!“. 1

13.  X. Weltfamilientreffen beendet. Erzbischof Koch: „Ehe und Familie als Berufung verstehen“. 1

14.  Papst: Entschlossen den Weg der Familienliebe einschlagen. 1

15.  Sorge über Abtreibungs-Votum.. 1

16.  Papst: Mafia gewinnt, wenn Angst sich des Lebens bemächtigt. 1

17.  Papst Franziskus feiert in Rom Festival der Familien. 1

18.  X. Weltfamilientreffen in Rom eröffnet. Erzbischof Koch: „Verständnis einer christlichen Ehe diskutieren“. 1

19.  Generalaudienz: „Lernen, Glauben auch im Alter zu bezeugen“. 1

20.  Bundestagsdebatte zur gesetzlichen Neuregelung der Suizidassistenz. 1

21.  Papst betont „Nein“ zu Atomwaffen: Gefährlich und unmoralisch. 1

22.  Ernannter Kardinal bedauert „Grabenkämpfe“ in der Liturgie-Debatte. 1

23.  „Flucht und Vertreibung bedeuten immer Entwurzelung“. Weihbischof Hauke zum Gedenktag für die Opfer von Flucht und Vertreibung. 1

24.  Papst würdigt afrikanischen Messritus. 1

 

 

Pausa estiva. Per le informazioni quotidiane:

-https://www.delegazione-mci.de/

- http://www.migrantesonline.it/

- http://www.avvenire.it/

- http://www.agensir.it/

- http://www.kath.de/

- http://www.oecumene.radiovaticana.org/ted/index.asp

- http://www.kna.de/ 

-http://www.epd.de/

 

 

 

Lettera apostolica. “Desiderio Desideravi”: la celebrazione è un reale coinvolgimento esistenziale con Gesù

 

La Lettera "Desiderio Desideravi" chiarisce bene cosa significa nella Chiesa di oggi formazione liturgica: uno studio della liturgia, che - fuori del contesto esclusivamente accademico - guidi ogni fedele alla conoscenza dello sviluppo del celebrare cristiano, perché tutti siano capaci di comprendere i testi delle preghiere, i dinamismi rituali, la loro valenza antropologica (35). Tutto questo non si conquista una volta per sempre, ma occorre una formazione permanente, caratterizzata "dall’umiltà dei piccoli, atteggiamento che apre allo stupore" (38) – di Giuseppe Midili, direttore dell’Ufficio liturgico della diocesi di Roma e docente di Liturgia pastorale presso il Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo

 

Prosegue la riflessione di Papa Francesco sull’attuazione della riforma liturgica. Dopo “Traditionis Custodes”, nella nuova Lettera apostolica “Desiderio Desideravi” egli consegna alla Chiesa un testo sulla formazione del popolo di Dio. Non un’istruzione pratica o un direttorio, ma piuttosto una meditazione che aiuta a comprendere la bellezza della verità della celebrazione liturgica (n. 21). Un invito a riscoprire, custodire e vivere la verità e la forza del rito, perché – scrive Francesco – la liturgia non ha nulla a che vedere con il moralismo ascetico. L’incontro con Dio non è il frutto di una ricerca interiore individuale del Cristo, ma è evento donato, che appartiene e coinvolge tutta la totalità dei fedeli riuniti in Lui. La comunità ecclesiale entra nel Cenacolo per la forza di attrazione del desiderio di Gesù che vuole mangiare la Pasqua con noi (Lc 22,15).

Il documento, suddiviso in sessantacinque paragrafi, propone una serie di spunti sulla teologia della liturgia, come fondamento dell’itinerario di formazione. La celebrazione, spiega il Papa, non si può ridurre a una assimilazione mentale di una idea, ma è un reale coinvolgimento esistenziale con la persona di Cristo Gesù.

I ministri ordinati sono chiamati a prendere per mano i fedeli battezzati e iniziarli all’esperienza ripetuta della Pasqua. Il presbitero è una particolare presenza del Signore risorto, che è l’unico protagonista dell’azione celebrativa: “non lo sono di certo le nostre immaturità che cercano, assumendo un ruolo e un atteggiamento, una presentabilità che non possono avere” (57). È la celebrazione stessa, insieme con l’esercizio del ministero, che educa i sacerdoti a una qualità della presidenza, li forma con le parole e i gesti che la liturgia mette sulle loro labbra e nelle loro mani.

La Lettera “Desiderio Desideravi” chiarisce bene cosa significa nella Chiesa di oggi formazione liturgica: uno studio della liturgia, che – fuori del contesto esclusivamente accademico – guidi ogni fedele alla conoscenza dello sviluppo del celebrare cristiano, perché tutti siano capaci di comprendere i testi delle preghiere, i dinamismi rituali, la loro valenza antropologica (35). Tutto questo non si conquista una volta per sempre, ma occorre una formazione permanente, caratterizzata “dall’umiltà dei piccoli, atteggiamento che apre allo stupore” (38).

L’aver perso la capacità di comprendere il valore simbolico del corpo e di ogni creatura – chiarisce Papa Bergoglio – rende il linguaggio simbolico della liturgia quasi inaccessibile all’umanità di questo tempo. C’è la tentazione di rinunciarvi, di scadere nel didascalico. L’umanità contemporanea – per citare Guardini – deve diventare nuovamente capace di simboli e questo recupero avviene solo riacquistando fiducia nei confronti della creazione. “Se le cose create sono parte irrinunciabile dell’agire sacramentale che opera la nostra salvezza, dobbiamo predisporci nei loro confronti con uno sguardo nuovo, non superficiale, rispettoso, grato” (46). sir 2

 

 

 

 

Sinodo, dopo il terremoto tedesco, la possibile tempesta francese

 

La Conferenza Episcopale Francese ha reso noto il 15 giugno le proposte per il cammino sinodale sulla sinodalità. Nel testo, la richiesta di sacerdoti sposati, donne diacono, e l’importanza della meditazione della Bibbia. Di Andrea Gagliarducci

 

LIONE. Dopo il terremoto del Synodaler Weg tedesco, che ha messo in allarme persino un riformatore come il Cardinale Walter Kasper, arriva la tempesta della Chiesa di Francia. Nel documento di proposte dei gruppi di lavoro per il cammino sinodale voluto da Papa Francesco, ci sono proposte che puntano ad una rivoluzione nella Chiesa, dal matrimonio dei sacerdoti alla possibilità data alle donne di predicare a messa e anche di essere ordinate diaconi e preti, e persino sul governo della Chiesa.

Il testo è stato pubblicato il 15 giugno a Lione, al termine di una assemblea plenaria di due giorni convocata dai vescovi proprio per discutere delle proposte arrivate dalle tavole rotonde organizzate in Francia in vista del cammino sinodale.

Non che ci si sorprenda della richiesta di maggiore apertura e meno gerarchia. L’appello per una Chiesa inclusiva era avvenuto anche con la pubblicazione dei risultati della prima fase sinodale di Olanda, in cui si parlava anche di avere meno gerarchia e più coinvolgimento dei laici nella gestione delle cose di Chiesa, fossero uomini o donne, consacrati o meno. La Chiesa di Francia però è andata oltre, di fatto prendendo una deriva che era già cominciata con i vescovi di Germania e con il loro Cammino Sinodale che Papa Francesco segue con attenzione.

Anche questo asse teologico franco – tedesco non può essere considerato una novità. I teologi di Francia, Germania e Svizzera si incontrano regolarmente, e uno di questi incontri, una giornata di studio che si era tenuta all’Università Gregoriana alla vigilia delle sessioni del Sinodo 2015 sulla famiglia, era stato persino soprannominato dalla stampa come “sinodo ombra”.

Espressione colorita, forse non esatta, ma che testimoniava anche il timore per questo cambio di rotta promosso dai teologi ma anche dai vescovi presenti, a partire dal Cardinale Reinhard Marx e dall’arcivescovo Georges Pontier, al tempo presidenti delle loro Conferenze Episcopali.

Al di là delle richieste ormai “tipiche” dei gruppi di lavoro francesi (il matrimonio dei preti, la possibilità alle donne di predicare a Messa ma anche di essere ordinate diaconi e preti, la discussione dell’autorità del vescovo), ce n’è uno potenzialmente dirompente.

I documenti, infatti, insistono sull’importanza della meditazione della Bibbia durante le Messe. L’Eucarestia viene in qualche modo minimizzata, e considerata segno di esclusione, considerando che non vi possono accedere divorziati risposati o coppie omosessuali.

Il documento è stato preparato dalla Commissione sul Sinodo, composta da una decina di persone, in maggioranza laici, scelte dal vescovo Alexandre Joly di Troyes, che è stato incaricato del dossier sinodale.

Il testo cui si è arrivati è il frutto di due testi, e di una discussione massiccia.

Il primo testo è intitolato Chiamate missionarie, discernimento sinodale della Conferenza Episcopale di Francia. Il testo è stato redatto con l’aiuto di padre François Odonet e Isabelle Morel: il primo si è occupato dei poveri, la seconda di catechismo, anche perché Morel, dell’Istituto Cattolico di Parigi, è autrice di uno dei testi di riferimento sul tema in Francia. Si tratta di due teologi stimati, che fanno parte del Centre Sèvres di Parigi, la facoltà dei Gesuiti. Eppure, il loro testo è stato massicciamente rifiutato dai vescovi francesi, che nemmeno lo hanno voluto votare perché – hanno detto – “non si parla di Cristo”.

Il testo era stato presentato il 14 giugno, e dunque durante la notte è stato riscritto, in gruppi di lavoro cui hanno partecipato anche dei vescovi insieme ai laici delle commissioni, guidati dalla Nexus, una società di consulenza privata esterna. La presenza di una società di consulenza privata sarebbe un dato da approfondire, ma andiamo oltre.

Il nuovo testo è stato chiamato Documento di accompagnamento per la raccolta delle sintesi sinodali, e, su richiesta dei vescovi, è stato abbinato anche alla controversa raccolta delle sintesi sinodali.

Anche questo ha creato una battuta d’arresto, perché, se da una parte è stato riconosciuto che le sintesi erano lo specchio di una generazione, altri hanno detto che votare un testo abbinato alle sintesi ne avrebbe, di fatto, certificato l’approvazione. Si è deciso, alla fine, di votare solo sulla decisione di “trasmettere il testo al Vaticano”, e non sul testo stesso. E solo questo ha portato ad un consenso generale, tra l’altro su una cosa ovvia, perché l’assemblea era stata riunita proprio per adottare il testo da inviare alla Santa Sede.

Per ora, dunque, la tempesta francese resta in un bicchiere di acqua, perché prudentemente i vescovi hanno deciso di non avallare, ma solo di rispettare, il testo. Tuttavia, ci vuole poco perché questo si trasformi in una tempesta perfetta, con vari documenti di questo tipo presentati senza alcun filtro e una pressione dei media che sicuramente andrà verso una cambiamento della dottrina della Chiesa. Basterà, allora, il fatto che Papa Francesco abbia fatto sapere che “in Germania c’è già una Chiesa evangelica”, e che “non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa”? aci 1

 

 

 

 

Papa Francesco: alle popolazioni di Congo e Sud Sudan, “non lasciatevi rubare la speranza”. “Nutriamo la speranza di incontrarci presto”

 

“Cari fratelli e sorelle della Repubblica Democratica del Congo e della Repubblica del Sud Sudan, buongiorno! Come sapete, oggi sarei dovuto partire per un pellegrinaggio di pace e riconciliazione nelle vostre terre. Il Signore sa quanto è grande il mio rammarico per essere stato costretto a rinviare questa visita tanto desiderata e attesa. Ma non perdiamo la fiducia e nutriamo la speranza di incontrarci al più presto, appena sarà possibile”. Inizia così il videomessaggio che Papa Francesco indirizza oggi alle popolazioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sud Sudan. “Vorrei dirvi intanto che, specialmente in queste settimane, vi porto nel cuore più che mai. Porto dentro di me, nella preghiera, le sofferenze che provate da tanto, troppo tempo. Penso alla Repubblica Democratica del Congo, allo sfruttamento, alla violenza e all’insicurezza che patisce, in particolare nell’est del Paese, dove gli scontri armati si protraggono, causando sofferenze innumerevoli e drammatiche, acuite dall’indifferenza e dalla convenienza di tanti. E penso al Sud Sudan, al grido di pace della sua gente che, sfinita dalla violenza e dalla povertà, attende fatti concreti dal processo di riconciliazione nazionale, al quale desidero contribuire non da solo, ma peregrinando ecumenicamente insieme a due cari fratelli: l’arcivescovo di Canterbury e il moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia”.

Bergoglio afferma: “cari amici congolesi e sud sudanesi, le parole in questo momento non bastano a trasmettervi la vicinanza che vorrei esprimervi e l’affetto che provo per voi. Vorrei dirvi: non lasciatevi rubare la speranza! Non lasciatevi rubare la speranza! Pensate, voi che siete tanto cari a me, quanto più siete preziosi e amati agli occhi di Dio, che non delude mai quanti ripongono speranza in Lui! Avete una grande missione, tutti, a partire dai responsabili politici: quella di voltare pagina per aprire strade nuove, strade di riconciliazione, strade di perdono, strade di serena convivenza e di sviluppo. È una missione da assumere guardando insieme al futuro, a tanti giovani che popolano le vostre terre rigogliose e ferite, riempiendole di luce e di avvenire. Essi sognano e meritano di veder realizzati questi sogni, di vedere giorni di pace: per loro, in particolare, occorre deporre le armi, superare i rancori, scrivere pagine nuove di fraternità”.

Infine: “vorrei dirvi ancora una cosa: le lacrime che versate in terra e le preghiere che elevate al Cielo non sono inutili. La consolazione di Dio verrà, perché Egli ha ‘progetti di pace e non di sventura’ (Ger 29,11). Già da ora, in attesa di incontrarvi, chiedo che la sua pace scenda nei vostri cuori. E mentre cresce di giorno in giorno l’attesa di vedere i vostri volti, di sentirmi a casa nelle vostre vivaci comunità cristiane, di abbracciarvi tutti con la mia presenza e di benedire le vostre terre, la mia preghiera si intensifica, così come l’affetto per voi e per i vostri popoli. Di cuore vi benedico e chiedo anche a voi di continuare a pregare per me. Grazie di questo”. G.B. Sir 2

 

 

 

 

Lettera apostolica sulla liturgia: "Sia curata, non sciatta. No all'estetismo"

 

Si chiama “Desiderio desideravi” la lettera apostolica con cui Papa Francesco si rivolge ai vescovi del mondo perché curino la liturgia. La continuità con Traditiones Custodes. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Una lettera apostolica al popolo di Dio, chiamata Desiderio desideravi nel giorno dei Santi Pietro e Paolo, per ribadire che la forma liturgica voluta dal Concilio è l’unica forma liturgica della Chiesa. Ma soprattutto per sottolineare l’importanza di una liturgia non sciatta, carica di simboli, centrata sul mistero di Cristo. Una celebrazione, dunque, che non può che venire da una formazione curata e attenta, sia alla presidenza della celebrazione che alla partecipazione.

Papa Francesco riprende il tema della liturgia, in una lettera che è la naturale prosecuzione di quella inviata ai vescovi per la pubblicazione della Traditionis Custodes, con la quale il Papa aveva abolito la liberalizzazione concessa alla celebrazione del rito con forma antica. Ora, il Papa riprende quei temi, facendo leva sulle proposizioni della Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti del febbraio 2019, ma lo fa con un documento che è più una riflessione personale che un direttorio, scritto in prima persona, che rispecchia l’opinione stessa del Papa. Che sceglie come titolo il brano del Vangelo in cui Gesù dice di aver voluto tanto celebrare la Pasqua con i discepoli.

“Con questa lettera – scrive Papa Francesco - vorrei semplicemente invitare tutta la Chiesa a riscoprire, custodire e vivere la verità e la forza della celebrazione cristiana. Vorrei che la bellezza del celebrare cristiano e delle sue necessarie conseguenze nella vita della Chiesa, non venisse deturpata da una superficiale e riduttiva comprensione del suo valore o, ancor peggio, da una sua strumentalizzazione a servizio di una qualche visione ideologica, qualunque essa sia”.

I nemici della liturgia, per il Papa, sono quelli di sempre, ovvero lo gnosticismo e il neopelagianesimo, frutto della mondanità spirituale, di cui ha parlato nella Gaudete et Exsulate. È il rischio di rimanere chiusi, con l’idea di avere la verità in tasca.

Cosa si legge nel documento? Papa Francesco sottolinea che “la continua riscoperta della bellezza della Liturgia non è la ricerca di un estetismo rituale che si compiace solo nella cura della formalità esteriore di un rito o si appaga di una scrupolosa osservanza rubricale”. Ma questo, aggiunte il Papa, “non vuole in nessun modo approvare l’atteggiamento opposto che confonde la semplicità con una sciatta banalità, l’essenzialità con una ignorante superficialità, la concretezza dell’agire rituale con un esasperato funzionalismo pratico”.

Papa Francesco nota che “la post-modernità – nella quale l’uomo si sente ancor più smarrito, senza riferimenti di nessun tipo, privo di valori perché divenuti indifferenti, orfano di tutto, in una frammentazione nella quale sembra impossibile un orizzonte di senso – è ancora gravata dalla pesante eredità che l’epoca precedente ci ha lasciato, fatta di individualismo e soggettivismo (che ancora una volta richiamano pelagianesimo e gnosticismo) come pure di uno spiritualismo astratto che contraddice la natura stessa dell’uomo, spirito incarnato e, quindi, in se stesso capace di azione e di comprensione simbolica”.

Ma il problema è prima di tutto ecclesiologico. Per il Papa, se si accetta il Concilio, non se ne può non accettare la liturgia, e per questo ha detto stop alle celebrazioni di rito antico, trattandole alla stregua di un biritualismo, di un doppio rito.

Per il Papa, è ora “necessario trovare i canali per una formazione come studio della liturgia: a partire dal movimento liturgico molto in tal senso è stato fatto, con contributi preziosi di molti studiosi ed istituzioni accademiche”. Ma si devono anche “diffondere queste conoscenze al di fuori dell’ambito accademico, in modo accessibile, perché ogni fedele cresca in una conoscenza del senso teologico della Liturgia – è la questione decisiva e fondante ogni conoscenza e ogni pratica liturgica – come pure dello sviluppo del celebrare cristiano, acquisendo la capacità di comprendere i testi eucologici, i dinamismi rituali e la loro valenza antropologica”.

Papa Francesco chiede che i seminari offrano anche “la possibilità di sperimentare una celebrazione non solo esemplare dal punto di vista rituale, ma autentica, vitale, che permetta di vivere quella vera comunione con Dio alla quale anche il sapere teologico deve tendere. Solo l’azione dello Spirito può perfezionare la nostra conoscenza del mistero di Dio, che non è questione di comprensione mentale ma di relazione che tocca la vita. Tale esperienza è fondamentale perché una volta divenuti ministri ordinati, possano accompagnare le comunità nello stesso percorso di conoscenza del mistero di Dio, che è mistero d’amore”.

Questo è importante, per Papa Francesco, perché “l’aver perso la capacità di comprendere il valore simbolico del corpo e di ogni creatura rende il linguaggio simbolico della Liturgia quasi inaccessibile all’uomo moderno. Non si tratta, tuttavia, di rinunciare a tale linguaggio: non è possibile rinunciarvi perché è ciò che la Santissima Trinità ha scelto per raggiungerci nella carne del Verbo. Si tratta, piuttosto, di recuperare la capacità di porre e di comprendere i simboli della Liturgia”.

Ma non c’è da disperarsi. La capacità di comprendere i simboli è “costitutiva dell’essere umano”, e per questo, “nonostante i mali del materialismo e dello spiritualismo – entrambi negazione dell’unità corpo e anima – è sempre pronta a riemergere, come ogni verità”.

Papa Francesco sottolinea che è importante prima di tutto abitare il mistero, perché “non si impara l’arte del celebrare perché si frequenta un corso di public speaking o di tecniche di comunicazione persuasiva (non giudico le intenzioni, vedo gli effetti). Ogni strumento può essere utile ma deve sempre essere sottomesso alla natura della Liturgia e all’azione dello Spirito. Occorre una diligente dedizione alla celebrazione lasciando che sia la celebrazione stessa a trasmetterci la sua arte”.

Papa Francesco parla anche dell’importanza della presidenza della celebrazione. “Se è vero – scrive - che l’ars celebrandi riguarda tutta l’assemblea che celebra, è altrettanto vero che i ministri ordinati devono avere per essa una particolare cura. Nel visitare le comunità cristiane ho spesso notato che il loro modo di vivere la celebrazione è condizionato – nel bene e, purtroppo, anche nel male – da come il loro parroco presiede l’assemblea. Potremmo dire che vi sono diversi ‘modelli’ di presidenza”.

Papa Francesco fa l’elenco di quelli inadeguati: “rigidità austera o creatività esasperata; misticismo spiritualizzante o funzionalismo pratico; sbrigatività frettolosa o lentezza enfatizzata; sciatta trascuratezza o eccessiva ricercatezza; sovrabbondante affabilità o impassibilità ieratica”.

Spiega il Papa che “pur nell’ampiezza di questa gamma, penso che l’inadeguatezza di questi modelli abbia una comune radice: un esasperato personalismo dello stile celebrativo che, a volte, esprime una mal celata mania di protagonismo. Spesso ciò acquista maggior evidenza quando le nostre celebrazioni vengono trasmesse in rete, cosa non sempre opportuna e sulla quale dovremmo riflettere. Intendiamoci, non sono questi gli atteggiamenti più diffusi, ma non di rado le assemblee subiscono questi ‘maltrattamenti’.”

Chiosa Papa Francesco: “Perché questo servizio venga fatto bene – con arte, appunto – è di fondamentale importanza che il presbitero abbia anzitutto una viva coscienza di essere, per misericordia, una particolare presenza del Risorto”. 

Aci 29

 

 

 

Vangelo Migrante: XIV Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo (Lc 10,1-12.17-20)

 

Continua il viaggio alla sequela di Gesù, iniziato domenica scorsa. Il rapporto con Gesù è quello di un discepolo che si lascia guidare ad una vita che non ha e non può darsi da solo.

Come arriva questa vita? è necessario qualcuno che la porti, qualcuno che la annunci e qualcuno che la accolga.

A portarla è Gesù. Nel Vangelo di questa domenica Egli dà le istruzioni ad altri 72 discepoli inviati “davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. In esse sono contenute le condizioni dell’annuncio che, a loro volta, sono anche le caratteristiche di chi annuncia.

Gli operai chiamati, sono mandati come agnelli in mezzo ai lupi, sono istruiti a non portare con sé né borsa, né sacca, né sandali e a non fermarsi a salutare nessuno lungo la strada. Il loro ingresso in ogni casa sia fatta solo con il saluto della ‘pace’…

E i discepoli partono. Vivono questa esperienza e tornano entusiasti perché hanno visto l’efficacia di questa parola. Ma Gesù sembra smontare il loro ‘successo’ perché non è quello il punto. Come a dire: “anche se avete dovuto combattere contro il demonio e avete vinto, non è questa la cosa più importante che avete fatto. Il punto è che voi siete per il cielo: il vostro nome è scritto nei cieli”.

È lì la fonte della missione ed è da lì che si riceve la grazia necessaria per compierla. Si è mandati. La trasparenza del discepolo è necessaria perché si possa riconoscere, attraverso di lui, ovunque, la persona di Gesù.

Questo è quello che vede e che serve a chi riceve l’annuncio, la vita da Gesù: il discepolo non è un lupo ma un agnello; non è un vincente ma un fragile. Non è un comunicatore che si impone rispondendo all’impulso del fascino delle cose terrene. Quell’annuncio non lo prevede. I discepoli sono addirittura persone ‘rifiutabili’. La loro forza non sono le cose materiali: non hanno soldi (la borsa) non hanno pane (sacca) ed hanno una sola strada da compiere (non hanno sandali). Sono persone che rinunciano ai propri progetti e non portano progetti alternativi.

Stupisce il fatto che Gesù non raccomanda gesti d’amore. Perché? Perché non serve essere uomini di Cristo per farlo. Aiutare è lo specifico di tutti gli uomini e non ‘solo’ dei discepoli. Ogni uomo sa a priori, comunque, di doversi occupare dei problemi materiali e dei bisogni degli altri. Il problema è che questo non basta. L’uomo ha bisogno di qualcosa che è oltre i soldi e il pane; qualcosa che è prioritario. La semplicità, l’essenzialità e l’unitarietà dell’annuncio sono il segno che chi porta il Vangelo non viene per le futilità.

Una sola è la parola che Gesù mette sulla loro bocca, all’ingresso in una casa: “pace!”

Il loro saluto non è un convenevole ma la ‘pace’. Parola usata e abusata: la si chiede a chi non ce l’ha o la si intende come un insieme di accordi e compromessi, una ‘non guerra; e, invece la pace è di Dio, viene dal cielo e solo Lui può darla.

Ed è tutto quello di cui gli uomini hanno bisogno.

Se il Vangelo ci semplifica su quello che conta veramente, il primo frutto è la pace.

Per chi la offre e per chi la riceve! (P. Gaetano Saracino), Mig.on. 30

 

 

 

 

L’aborto non è più un diritto: è questa la rivoluzione culturale

 

Finalmente lo sguardo della giustizia si posa non solo sulla madre, ma anche sul figlio che ha in grembo

 

«Una rivoluzione culturale di straordinaria importanza per tutto il mondo» così Marina Casini Bandini presidente del Movimento per la vita, commenta, sul numero di Famiglia Cristiana di giovedì 30 giugno, la scelta della Corte Suprema degli Usa di abolire la storica sentenza “Roe vs Wade”, del 22 gennaio 1973, che introduceva l’aborto legale. Sentenza che ai tempi aveva avuto «tanta responsabilità anche per il diffondersi della legalizzazione dell’aborto oltreoceano».

Inizia così a cedere il muro che proibisce di riconoscere all’embrione di essere parte della comunità degli uomini: «Finalmente lo sguardo è stato posto sul figlio nel grembo della mamma. L’aborto non è un diritto, non ha fondamento costituzionale». E si riconosce, finalmente, che i piccoli appena concepiti «non sono grumi di cellule, vite potenziali, opinioni, questioni etiche, religiose o partitiche: sono esseri umani come noi».

Secondo Casini Bandini «la recente sentenza americana incoraggia quanti in tutto il mondo non si sono rassegnati e non si rassegnano alla distruzione di massa, culturalmente accettata, dei più poveri tra gli esseri umani». Ci vorrà tempo e pazienza ammette: «Ci saranno ostacoli e reazioni scomposte, ma continueremo a lavorare, testimoniare, mostrare la bellezza della vita che inizia nel concepimento e la meraviglia dell’abbraccio che per nove mesi unisce la mamma e il suo bambino».

Riporta, infine, l’intervento profetico del padre Carlo Casini, al 10° Congresso nazionale del Movimento americano per il diritto alla vita nel 1982. L’America era accusata di essere la patria di elezione e la principale esportatrice del consumismo materialista da cui deriva l’abortismo: «Mio padre allora disse ai congressisti: “Il vostro compito è perciò quello di provare al mondo intero che progresso civile e libertà possono andare d’accordo con il rispetto della vita e che, anzi, si fondano e si rinnovano soltanto rispettando la vita dell’uomo”». Fam. Cr. Dip 30

 

 

 

Nasce L’Osservatore di Strada, il giornale vaticano fatto con i senzatetto e i poveri

 

Da domenica, l’edizione “di strada” del giornale del Papa sarà distribuito in piazza San Pietro. Tutto il ricavato va ai poveri. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Da questa domenica, e per una volta al mese, sarà distribuito in piazza San Pietro L’Osservatore di Strada, la versione “di strada” dell’Osservatore Romano. Un giornale pensato, spiega Andrea Tornielli, direttore editoriale del dicastero della comunicazione, “con i senzatetto e con i poveri”.

L’esperienza è sicuramente nuova per il giornale della Santa Sede, ma si va ad inserire in quella rete di giornali di strada da sempre presenti sul nostro territorio. Lo stesso Papa Francesco lo ha valorizzato dando una intervista a Scarp’ de Tenis, mensile di strada di Milano, alla vigilia del suo viaggio nel capoluogo meneghino del 2017.

L’Osservatore di Strada viene finanziato da benefattori, che si prendono anche i costi della stampa, e arricchito da lavoro volontario di coloro che già lavorano nel dicastero della comunicazione. L’intento è quello di dare voce alle persone che sono sulla strada, che saranno chiamate a scrivere anche se il loro italiano è incerto, o le capacità espressive minime, perché dare quelle capacità sarà proprio compito del team del dicastero della Comunicazione.

Un impegno che fa esclamare ad Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano: “È stato un bel lavoro di squadra”. Per Monda, L’Osservatore di Strada è “un mensile in qualche modo rivoluzionario, innovativo. Se i media vaticani devono comunicare la voce della Chiesa, la voce del Papa, dobbiamo offrire le chiavi di lettura di questo pontificato e di questo tempo, che camminano insieme”.

A coordinare L’Osservatore Di Strada è stato chiamato Piero Di Domicantonio, esperienza lunghissima nel giornale del Papa, che spesso ha affrontato nei suoi articoli il tema degli ultimi. Questi ha raccontato che l’idea è nata prima della pandemia, mentre veniva portata a termine la riforma dei media della Santa Sede, e che per svilupparla ha parlato con varie realtà romane che si occupano appunto delle persone di strada, da Sant’Egidio alla Caritas, dai Vincenziani al Centro Astalli, fino al Circolo di San Pietro. Con loro, ha detto, abbiamo ragionato “come questo sogno potesse essere utile non solo per chi vive l’esperienza della povertà, ma anche a livello ecclesiale”.

La diffusione è sostenuta dall’Elemosineria Pontificia, ora dicastero della carità. Aci 28

 

 

 

Cristiani e musulmani a Lampedusa, dove la migrazione deve diventare “un’accoglienza carica di umanità”

 

Un pellegrinaggio a piedi lungo l’isola di Lampedusa. “Sulla stessa barca”, è il titolo di questo incontro promosso dall’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, insieme ai leader delle principali Comunità islamiche. Partiti ieri sera dal porto di Trapani, questa mattina all’alba i partecipanti sono sbarcati sull’isola con in mano una gerbera, per rendere omaggio nel cimitero dell'isola ai migranti che hanno perso la vita sulla rotta di questo mare. “Siamo qui per dire che siamo tutti sulla stessa barca e per dire, come ci ricorda sempre papa Francesco, che o ci salviamo tutti o purtroppo non si salva nessuno”, dice Izzedin Elzir, imam di Firenze. E l’arcivescovo di Agrigento, mons. Damiano, aggiunge: “Ho visto gli occhi dei bambini che arrivano qui e a cui si dà una bottiglietta di acqua in attesa che si facciano i primi accertamenti. Sono occhi impauriti. Fare in questi momenti gesti anche piccoli di umanità, come una carezza o il tepore di un tè caldo, possono fare la differenza” M. Chiara Biagioni

 

Un pellegrinaggio a piedi lungo l’isola di Lampedusa, sostando in silenzio e preghiera, nei luoghi simbolo della lotta della vita contro la morte. Cristiani e musulmani sono arrivati qui solcando il Mar Mediterraneo. Ad accompagnarli nelle varie tappe brani tratti dal Libro di Giona, il profeta riconosciuto da cattolici e musulmani, presente nella Bibbia e nel Corano e che secondo la narrazione biblica si trovò anche lui su una nave investita da un temporale con il rischio di colare a picco dalla violenza delle onde. “Sulla stessa barca”, è il titolo di questo incontro promosso dall’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, insieme ai leader delle principali Comunità islamiche. Partiti ieri sera dal porto di Trapani, questa mattina all’alba i partecipanti sono sbarcati sull’isola con in mano una gerbera, simbolo di vita e relazione, ma anche un omaggio in memoria di tutti i migranti che hanno perso la vita sulla rotta di questo mare.

Lungo il percorso, cristiani e musulmani hanno continuato a confrontarsi e raccontarsi esperienze di dialogo promosse sul territorio. Come il Cadr, storico consultorio per famiglie inter-etniche o l’associazione “Portofranco” di Milano, un centro di aiuto allo studio rivolto con più di 1.400 studenti iscritti, 300 dei quali sono stranieri o ancora il “Centro Fernandes” di Castel Volturno, un’opera di accoglienza e integrazione promossa dall’arcidiocesi di Capua, che punta non solo ad assistere i migranti ma anche a costruire “percorsi di integrazione e pacifica convivenza”. “Siamo qui per dire che siamo tutti sulla stessa barca e per dire, come ci ricorda sempre papa Francesco, che o ci salviamo tutti o purtroppo non si salva nessuno”, dice Izzedin Elzir, imam di Firenze. La prima tappa su Lampedusa è stata il Portale di Mimmo Paladino, la “Porta d’Europa” o anche la “Porta dell’Africa”, a seconda del lato dal quale si vede. “E’ il segno che il mondo è aperto”, dice l’imam. “Abbiamo quindi solo bisogno di aprire la nostra mente per accogliere l’altro e comprendere che le diversità sono una ricchezza e una risorsa per l’umanità e non un motivo di scontro”.

Ad accogliere i partecipanti della parrocchia di san Gerlando, c’è il parroco don Carmelo Rizzi. E’ qui a Lampedusa solo da 7 mesi. Ma i racconti sono già tanti. Il più drammatico è sicuramente il ritrovamento quest’inverno di 7 ragazzi giovanissimi morti assiderati su un barcone. O anche quello dei due fratelli partiti dalla Tunisia su due gommoni diversi, perché così si era raccomandata la madre preoccupata di non perdere entrambi i figli durante l’attraversata. Con una certa commozione, don Carmelo apre una scatola e mostra pagine rovinate dall’acqua di libri sacri, scritti in lingua araba e tigrino, che sono stati ritrovati sulle barche dei migranti. Ci sono anche dei fogli ingialliti dove sono scritte preghiere e invocazioni a Dio perché protegga il viaggiatore lungo l’attraversamento in mare. Molto probabilmente – spiega – si tratta di lettere che le madri consegnano ai figli in partenza per l’Europa.

“L’accoglienza – dice il sacerdote – fa parte della nostra cultura, è un atteggiamento naturale. Si vive puntando sulla umanità, al di là della razza, della cultura, della religione”. Gli arrivi sono continui. Il neo-sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, fa sapere che solo nella giornata di ieri ci sono stati tre arrivi per un totale circa di un centinaio di migranti. Stamattina invece è arrivato un barchino con 10 tunisini. Al centro di accoglienza ad oggi si contano 590 persone che saranno tutte trasferite nelle prossime ore. Il fenomeno degli sbarchi, aggiunge, “si ripete ormai dal 1988, poi con l’arrivo della bella stagione, il mare calmo necessariamente, aumentano come numero. Parlare di emergenza serve solo a chi se ne approfitta”. “L’importante – aggiunge – è che non si inceppi la macchina dell’accoglienza e dei trasferimenti. Siamo un piccolo territorio di 20 chilometri quadrati e questo problema non deve essere fatto pesare né sul territorio né si turisti che arrivano in vacanza. Se la macchina funziona, stiamo bene tutti”.

L’itinerario sull’isola è proseguito con una visita al Santuario della Madonna di Porto Salvo e si è concluso al cimitero dell’isola dove lapidi senza nomi raccontano le storie di chi non ce l’ha fatta e dove cristiani e musulmani hanno posto in loro memoria un fiore. “Lampedusa ha da dire tante cose. Certamente ha da dire due parole: giustizia e verità. La verità è che non si può più parlare di emergenza”. E’ mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, a sintetizzare il sentire di quest’isola. “L’emergenza sbarchi – spiega – non è una emergenza. Chiamarla così significa etichettarla come una cosa che accade all’improvviso e non si sa perché, come o quando. Ma qui il perché si sa. Le rotte dei migranti hanno tante ragioni che sono politiche, economiche, climatiche. Una verità semplice da affermare è che non siamo di fronte ad una emergenza ma di fronte ad un fenomeno che deve essere affrontato e gestito”. Rivolgendosi poi ai partecipanti nella parrocchia-simbolo di San Gelardo nel centro della città di Lampedusa, l’arcivescovo ha detto: “Siamo in questa porta che è diventata suo malgrado centro del Mediterraneo e sotto i riflettori costantemente. La posizione geografica dell’isola ha in qualche modo orientato Lampedusa a farsi luogo di prossimità. Abbiamo accolto uomini, donne e bambini, abbiamo dato loro da mangiare, da vestirsi. Poi i flussi sono aumentati e in qualche modo la prossimità è diventata conflittualità. Ma ripeto, l’emergenza è quando qualcosa accade all’improvviso ma se accade in modo sistematico non può più chiamarsi così”. La seconda parola che emerge da Lampedusa è “giustizia”. “Richiama – dice mons. Damiano – un’accoglienza che sia carica di umanità”. “Ho visto gli occhi dei bambini che arrivano qui e a cui si dà una bottiglietta di acqua in attesa che si facciano i primi accertamenti. Sono occhi impauriti. Fare in questi momenti gesti anche piccoli di umanità, come una carezza o il tepore di un tè caldo, possono fare la differenza”. Sir 25

 

 

 

 

Ecumenismo, quali le sfide in Europa?

 

Il Cardinale Kurt Koch, in una conferenza alla vecchia università dei Gesuiti a Graz, spiega le grandi sfide dell’ecumenismo oggi. Di Andrea Gagliarducci

GRAZ. Le Chiese cristiane non possono più presentare l’immagine di un cristianesimo litigioso, altrimenti saranno cancellate. Piuttosto, sono chiamate ad operare una vera riconciliazione, e così potranno dare il loro vero contributo all’Europa. È questo il senso dell’articolata relazione tenuta dal Cardinale Kurt Koch, prefetto del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, su “Sfide ecumeniche in Europa. A un quarto di secolo dalla Seconda Assemblea Ecumenica Europea”.

La conferenza si è tenuta a Graz lo scorso 10 giugno, e la relazione del Cardinale Koch ha non solo affrontato il tema della divisione delle Chiese cristiane, ma anche quello delle prospettive ecumeniche, fino a toccare la questione dell’alleanza tra trono e altare che ha portato all’appoggio del Patriarca di Mosca Kirill alla guerra in Ucraina.

Il Cardinale ha prima di tutto delineato la panoramica storica della divisione dei cristiani. Martin Lutero, ha spiegato, non voleva creare uno scisma, ma piuttosto riformare la Chiesa. Invece, la situazione che ne nacque ebbe “conseguenze fatali”, con le “sanguinose guerre di religione che seguirono nei secoli XVI e XVII nell’ambiente sociale europeo”, tanto che “il cristianesimo storicamente era tangibile solo nella forma delle varie denominazioni che si combattevano fino alla morte”.

“La conseguenza inevitabile di questa costellazione storica – ha detto il Cardinale Koch - fu che la pace confessionale doveva essere acquistata a caro prezzo, che le differenze confessionali e, alla lunga, il cristianesimo in generale furono ignorate per dare una nuova base alla pace sociale”. E questa base sociale ha dato luogo alla “moderna secolarizzazione”, che ha a sua volta ha spogliato la stessa fede cristiana della sua missione di pace sociale, nel senso di gettare le basi, mantenere e rinnovare l'ordine di vita sociale e la sua conseguente privatizzazione devono essere giudicate”

Il Cardinale Koch osserva che “questa diagnosi deve implicare una consapevolezza ecumenicamente sensibile che il recupero di una missione pubblica del cristianesimo nelle società secolarizzate dell'Europa oggi presuppone il superamento delle divisioni ereditate in una ritrovata unità dei cristiani”.

Secondo il capo del dicastero ecumenico vaticano, “il movimento ecumenico non può quindi essere privo di conseguenze per il rapporto tra la cultura secolare moderna e il tema della religione in generale e il cristianesimo in particolare conseguenze storiche della reciproca alienazione in costante progresso nella Chiesa tra Oriente e Occidente, che è stata una delle ragioni principali per cui il cristianesimo latino si sviluppò in modo alquanto unilaterale e provocò quella grave crisi della Chiesa nel tardo medioevo, che portò infine alla tragica scissione dell'Occidente che portò il cristianesimo”.

La questione dello scisma di oriente è ancora differente. Koch nota che “non vi fu scisma nel vero senso della parola e nessuna condanna formale definitiva”, ma piuttosto un allontanamento, una “alienazione reciproca” che ha “ricevuto un nuova attualità nel presente”.

“Il fatto – dice il Cardinale Koch - che il patriarca russo-ortodosso Kirill abbia persino osato legittimare religiosamente la terribile e assurda guerra russa in Ucraina provoca soprattutto un'ulteriore memoria storica che le diverse concezioni del rapporto tra Chiesa e Stato si sono sviluppate nella Chiesa in Oriente e in Occidente”.

Mentre, in una storia “estremamente complicata”, la Chiesa in Occidente “ha dovuto imparare ed ha imparato la separazione tra Chiesa e Stato”, nella Chiesa d’Oriente c’è “una stretta connessione tra il governo statale e la gerarchia ecclesiastica”, in quella definita come una “sinfonia di Stato e Chiesa”, che però è sempre “più gravata da ipoteche, come mostra l’atteggiamento problematico del patriarca Kirill nei confronti della guerra di Putin in Ucraina”.

Anzi, “viene giustamente sollevata la questione se questo modello tradizionale possa forse giungere alla sua fine storica con la guerra in Ucraina”. Anche perché la questione del rapporto Chiesa e Stato è stata finora “meno curata” nel dialogo, ma in futuro “necessiterà di una speciale attenzione ecumenica, cioè nel senso di un ecumenismo culturale”.

È anche qui che si gioca il futuro dell’ecumenismo, perché ci si deve impegnare “a fare in modo che le differenze culturali non rappresentino più ostacoli alla comprensione e alla riconciliazione, ma possano essere viste come arricchimenti”.

Il Cardinale Koch nota che c’è bisogno di “prendere coscienza dell’importanza fondamentale del movimento ecumenico per il cristianesimo nell’Europa moderna”, perché questo movimento “ha brillato come un faro nel Mar Rosso dell’Europa intrisa di sangue”.

A questo proposito, Koch ricorda che la seconda assemblea a Graz nel 1997 è stata celebrata con l'importante tema "Riconciliazione - dono di Dio e sorgente di vita nuova", mentre il terzo incontro a Sibiu nel 2007 è stato celebrato con il bellissimo tema "La luce di Cristo risplende su tutti". Eppure, il mondo in questi venti anni non è diventato un posto migliore, si è fatta strada la questione ecologica, ma anche il mancato rispetto dei diritti umani, che pure “possono essere identificati come i frutti preziosi della fede cristiana in Dio”.

In fondo, l’Europa è culla dell’umanesimo, ma può rimanere tale solo “se continua a considerarsi fondata sulla fede cristiana”, perché “”la fede in Dio e l'umanità sono inseparabilmente unite”.

“Già l'affermazione storica che dalla fede cristiana nel Dio Creatore e dalla sua incarnazione in Gesù Cristo, il riconoscimento dell'inviolabilità della dignità umana, che Dio eredita da ogni singolo essere umano – dice il Cardinale Koch - sviluppa il principio guida dell'uguaglianza di tutti gli esseri umani davanti la legge e l'idea dei diritti umani sono stati documentati che la fede in Dio giova all'uomo, al riconoscimento della sua dignità e alla protezione della sua vita”.

Oggi, però, dopo anni di riavvicinamento, sono oggi emerse “differenze significative nelle questioni etiche, principalmente nelle questioni etiche del matrimonio, della famiglia e della sessualità, in particolare nell'orizzonte del gender mainstream di oggi e nelle questioni bioetiche all'inizio e alla fine della vita umana, questo sviluppo pone una sfida particolare all'ecumenismo cristiano di oggi”.

Sottolinea il Cardinale Koch: “Se le Chiese cristiane non possono parlare con una sola voce delle grandi questioni etiche della vita umana e della convivenza sociale, ciò non solo danneggia l'ecumenismo, ma anche la voce cristiana nelle società secolarizzate d'Europa diventa sempre più debole”.

Il cardinale sottolinea poi i metodi dell’ecumenismo, da quello della preghiera a quello dei martiri, ma mette anche in luce come “la ricerca ecumenica dell'unità della Chiesa è esposta a un forte vento contrario nello zeitgeist pluralistico e relativistico che è diventato in gran parte una cosa ovvia oggi”, dove “ogni ricerca dell'unità appare premoderna e antiquata”, e che ha preso anche il pensiero ecumenico, in un momento in cui “sembra che le persone non solo abbiano fatto i conti con il pluralismo storico delle chiese e delle comunità ecclesiali, ma lo abbiano anche accolto in linea di principio, così che la ricerca ecumenica dell'unità visibile della Chiesa appare irrealistica e valutata come indesiderabile”.

Allora, esorta il Cardinale, “i cristiani devono quindi avere il coraggio e allo stesso tempo l'umiltà di affrontare lo scandalo ancora esistente di un cristianesimo diviso e di mantenere viva la questione dell'unità con gentile persistenza”, e questo si può fare anche alla luce dei prossimi anniversari, perché “nel 2025 celebreremo il 1700° anniversario del primo Concilio ecumenico nella storia della Chiesa, avvenuto a Nicea nel 325 ha preso posto”, Concilio che “ha il grande merito di aver formulato la sua confessione di Gesù Cristo come base della comune fede cristiana”.

Dunque, poiché “il recupero ecumenico dell'unità della Chiesa richiede l'accordo sul contenuto essenziale della fede, non solo tra le Chiese e le comunità ecclesiali di oggi, ma anche con la Chiesa del passato e, soprattutto, con la sua origine apostolica”. Aci 25

 

 

 

 

Riunione del KAB. Circoscrizione di Kempten-Allgäu

 

Il 2 giugno scorso ha avuto luogo nei locali dell'Hotel & Ristorante Waldhorn di Kempten una riunione circoscrizionale del KAB, con inizio alle18:30. Ha aperto i lavori Il Presidente Circoscrizionale Manfred Stick, che ha accolto e salutato calorosamente gli intervenuti, in particolare Chris Halbich, segretario del CAJ.

Sono seguiti poi l'approvazione dell'ordine del giorno e un momento di raccoglimento diretto da Stick, non essendo presente il Preside Gajewski, impegnato altrove.

Subito dopo il Segretario Circoscrizionale Wolfgang Seidler ha distribuito il Verbale dell'ultima riunione circoscrizionale del 2017, che i partecipanti hanno avuto il tempo di leggere e commentare.

Successivamente Franz Rieger ha riferito in particolare sui rapporti della Direzione Circoscrizionale con i 60 e più, comunicando che il gruppo da lui presieduto ha compiuto e continua a compiere escursioni ogni ultimo martedì del mese, con qualche pausa a causa del Covid. A questo proposito è intervenuta anche Gisela Rieger nel corso della serata con precise domande, come sarà detto più avanti.

Il Dr. Fernando Grasso, Vicepresidente e Webmaster delle ACLI Baviera (con pagine dedicate alla MCI di Kempten e al KAB) e Presidente del Circolo ACLI di Kempten,  non potendo partecipare all'incontro per impegni istituzionali (partecipazione al Ricevimento del Consolato Generale per la Festa della Repubblica a Monaco di Baviera, nelle vesti di Corrispondente Consolare per la Circoscrizione di Kempten), ha inviato un videomessaggio, che è stato mostrato da Seidler ai partecipanti.

Nel suo messaggio Grasso ha parlato delle attività che si svolgono nel suo ufficio multifunzionale in favore dei suoi connazionali e non; dei legami che legano le ACLI ai Consigli Pastorali, delle recenti elezioni nei Circoli ACLI e dei prossimi Congressi ACLI a livello regionale e nazionale. Ha accennato pure a una recente conferenza in presenza a Stoccarda, in occasione della quale l'incaricato per i rapporti delle ACLI con il KAB è stato incaricato di aggiornare i rapporti tra le due istituzioni. E, prima di concludere il suo messaggio con l'auspicio che le ACLI e il KAB continuino la loro comune strada in modo proficuo, non ha mancato di accennare alla sua recente partecipazione alla manifestazione del 1° Maggio a Kempten al fianco di Manfred Stick e Consorte.

Anche l'Assistente pastorale Dorothee Schindler, dovendo partecipare alla conferenza nazionale BSS non ha potuto  prendere parte alla riunione.

Per il CAJ ha preso la parola poi Chris Halbich, da 2 anni dipendente a tempo pieno, specificando che la divisione nord-sud delle aree di attività è stata abbandonata e che la divisione funzionale è nuova. Ha aggiunto che l'Amministrazione organizzativa e associativa ha sede ad Augsburg;  l'istruzione scolastica a Weißenhorn, la formazione professionale e il tirocinio a Weilheim. Al momento Halbich ha aggiunto di essere l'unico combattente, che si cercano nuovi dipendenti e che il CAJ ha il pieno appoggio della diocesi. Terminando il suo intervento Halbich ha comunicato che la formazione di qualificazione sta andando molto bene, attualmente a Weilheim e Vöhringen e che è in programma il campo estivo al Tapfheimer See.

Quindi è stata di nuovo la volta di Manfred Stick che ha fornito poi il resoconto degli ultimi cinque anni. Ha sottolineato la buona e armoniosa cooperazione nella gestione dell'associazione, e per la varietà dei temi e per gli eventi. E ha riferito che il numero dei membri è sceso sensibilmente, e che il rapporto annuale dettagliato è disponibile presso l'ufficio KAB; e potrà essere inoltrato a chi ne farà richiesta.

Poi la Signora Marion Liebmann, tesoriere circoscrizionale, ha presentato il rendiconto di cassa, verificato  da Monika Trinkl e  da Monika Schwarz.   Il tutto è stato approvato all'unanimità dopo alcune domande e relative risposte e spiegazioni.

Poi c'é stata una colazione di lavoro, che ha chiuso, la prima parte della riunione.

Al termine di essa, si è insediata quindi la Commissione Elettorale con a capo Ewald Lorenz-Haggenmüller, coadiuvato spontaneamente da Marion Liebmann e Wolfgang Seidler.

Con voto segreto da parte dei dodici elettori sono risultati eletti come Presidenti: Gisela Dopfer-Schmitt e Manfred Stick e, come Vicepresidente, Martin Haertle.

Per acclamazione sono state confermate Marion Liebman come Cassiera e Gisela Schwarz come Verbalista; Franz Rieger come Responsabile del Gruppo 60 e più;  Uschi Enderle e Brigitte Schulz-John nel ruolo di Revisore. Inoltre: Martin Haertle, Marion Liebmann, Brigitte Schulz-John e Ewald Lorenz-Haggenmüller come Delegati al Congresso Diocesano; come Delegati di Riserva: Franz Rieger e Bärbel Haggenmüller.

È stato anche comunicato che il 14 Luglio prossimo il Riconoscimento  Hans-Adlhoch sarà consegnato quest'anno  a Manfred Stick nei locali della Parrocchia di St. Anton di Kempten.

Seidler ha ricordato inoltre i prossimi eventi, tra cui: una visita all'Acquedotto di Augsburg; la Conferenza 'Impegnati per la vita' a Rorschach; un giro in barca sull'Iller con Chris Halbich.

Il Segretario ha comunicato inoltre che: Stefan Hanft è il nuovo Segretario Diocesano per un periodo limitato e che, al momento, non è ancora chiaro chi sarà il nuovo Preside dell'Associazione Diocesana; Bernadette Goldberger è esaurita e probabilmente non tornerà in servizio prima di settembre; Seidler è il responsabile informatico diocesano.

La riunione è terminata infine alle 21:45 con i saluti e i ringraziamenti a tutti i partecipanti da parte di Manfred Stick.

Ringrazio particolarmente la cara Signora Monika Schwarz per il materiale messomi a disposizione e i cari Amici Wolfgang Seidler e Manfred Stick per il prezioso supporto. Fernando Grasso, Acli

 

 

 

 

Vangelo Migrante:XIII Domenica del Tempo Ordinario. Vangelo (Lc 9,51-62)

 

Dopo le Solennità che scaturiscono direttamente dalla Pasqua torna il tempo ordinario, quello illuminato dalla domenica, la Pasqua della settimana.

E, subito, il Vangelo riparte dalla sequela di Gesù.

Non è banale far notare che Gesù si muove. Cosa vuol dire? Vuol dire che Gesù va anche seguito oltre che ascoltato, compreso, analizzato, … riflettuto. La relazione con Gesù, quella iniziale e quella postuma, richiede una mobilità di cuore, di anima, di mente e… di corpo, tutt’altro che scontata.

Nel Vangelo si dice che Gesù (sceso dal Tabor, il luogo dell’ascolto) “prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme”. Gesù non è un errante vagabondo, ha una meta. La meta di cui ci parla l’evangelista, coincide con il tempo in cui si compirà l’atto d’amore più grande della storia: “mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto.”

Eppure alcuni non lo accettano in modo esplicito: come i Samaritani che si rifiutano di accoglierlo. Dinanzi alla faccenda, i discepoli chiedono a Gesù il permesso di risolvere la questione con un atto di potenza. Gesù rifiuta ogni atto che suppone violenza, e per questo li rimprovera, e, senza nemmeno commentare la faccenda né mostrare una qualche preoccupazione, prosegue il suo cammino. Se uno va verso qualcosa che è grande, non si volta al piccolo e sa accogliere anche un rifiuto, un no. Dinanzi a quell’Amore grande, quel rifiuto mette ancora di più in evidenza che l’amore noi si impone. Mai. Gesù non si perde appresso a cose seconde; e lo stesso chiede a tutti coloro che vogliono o sono chiamati a seguirlo.

Ad un tale che gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”, Gesù si preoccupa di far comprendere che con Lui non c’è posto per quel ‘dovunque’. Gesù non ha spazi. Seguire Gesù è qualcosa di così grande che è persino destabilizzante: chi segue Gesù lo segue fino al cielo e non avrà mai su questa terra una residenza stabile. Con Gesù, come con l’amore, i conti non tornano. Il suo amore non ha una mira su questa terra ma va oltre la morte. Così per il discepolo: solo il Padre è la meta.

Quel Padre che viene prima anche dei padri terreni: “A un altro disse: seguimi. E costui rispose: Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre!” Gesù non si riferisce all’atto della sepoltura, che resta un atto di misericordia, ma alla relazione con la propria storia, famiglia, passato. Il bisogno di mettere dapprima a posto questi conti e poi seguire il Signore, è un desiderio che non troverà mai la sua definitività. Il passato è lì con le sue irrisolutezze. E tale resterà. Il Signore non chiede un taglio fine a se stesso ma fa presente che non esiste una condizione migliore di un’altra per volgersi al bene. Il bene può essere fatto sempre: “lascia che i morti seppelliscano i loro morti: tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”.

Lo stesso varrà anche per l’altro giovane che si propone di seguirlo, ma solo dopo essersi congedato dai parenti. Non è adatto per il Regno di Dio chi si volge indietro.

Stare con Gesù vuol dire stare con Lui e vivere fino in fondo la relazione con Lui. L’unica condizione è: rispondere! (p. Gaetano Saracino) mig.on.23

 

 

 

Il cardinale Kasper ai vescovi tedeschi, se non ascoltate le critiche vi romperete il collo

 

In un intervento pubblicato su neueranfang.online il cardinale spiega gli errori del "Cammino Sinodale"

 

BERLINO. Un influente teologo considerato vicino a Papa Francesco mette in guardia il "Cammino sinodale" della Chiesa cattolica in Germania: rischiate di "rompervi il collo" se non ascoltate le obiezioni sollevate da un numero crescente di vescovi in tutto il mondo.

Il cardinale Walter Kasper, come riferisce CNA Deutsch, ha detto che gli organizzatori stanno usando un "trucco pigro" che in effetti costituisce un "colpo di stato" che potrebbe comportare dimissioni collettive.

L'89enne cardinale tedesco è presidente emerito del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani ed ex vescovo di Rottenburg-Stoccarda nel sud-ovest della Germania.

Ha parlato in una giornata di studio online domenica 19 giugno, dell'iniziativa "New Beginning" (Neuer Anfang), un movimento di riforma critico nei confronti del "Cammino Sinodale"

Kasper ha avvertito che la Chiesa non è una sostanza da "modellare e rimodellare per adattarsi alla situazione".

Lo scorso aprile più di 100 cardinali e vescovi di tutto il mondo hanno firmato una "lettera aperta fraterna" ai vescovi tedeschi, avvertendo che cambiamenti radicali nell'insegnamento della Chiesa sostenuti dal processo potrebbero portare ad un nuovo scisma che nasce dalla Germania.

A marzo, una lettera aperta dei vescovi scandinavi ha espresso preoccupazione per il processo tedesco e, a febbraio, una lettera fortemente formulata dal presidente della conferenza episcopale polacca ha sollevato serie preoccupazioni.

Tali preoccupazioni "saranno ripetute e riaffermate e, se non le ascoltiamo, spezzeranno il collo del Cammino Sinodale", ha avvertito Kasper nel suo discorso.

È stato "il peccato originale del Cammino sinodale" che non si è basato sulla lettera del Papa alla Chiesa in Germania con la sua "proposta di essere guidati dal Vangelo e dalla missione fondamentale dell'evangelizzazione".

Invece, il processo tedesco, avviato dal cardinale Reinhard Marx, "ha intrapreso la propria strada con criteri parzialmente diversi", ha detto Kasper.

Nel giugno 2019, Papa Francesco ha inviato una lettera di 19 pagine ai cattolici tedeschi esortandoli a concentrarsi sull'evangelizzazione di fronte a una "crescente erosione e deterioramento della fede".

Il presidente della conferenza episcopale tedesca, il vescovo Georg Bätzing, ha ripetutamente respinto tutte le preoccupazioni, esprimendo invece delusione per Papa Francesco nel maggio 2022.

In un'intervista pubblicata all'inizio di giugno, Papa Francesco ha ribadito di aver detto al leader dei vescovi cattolici tedeschi che il paese aveva già "un'ottima Chiesa evangelica" e "non ne abbiamo bisogno di due".

"Il problema sorge quando la via sinodale proviene dalle élite intellettuali e teologiche ed è molto influenzata dalle pressioni esterne", ha detto il papa.

Bätzing, presidente del " Cammino sinodale" sinodale", è anche firmatario della "Dichiarazione di Francoforte". Questa petizione richiede ai vescovi tedeschi di dichiarare il loro impegno ad attuare le risoluzioni approvate dal processo.

Domenica, Kasper ha denunciato questa spinta per "impegno", dicendo che era "un trucco e, inoltre, un trucco pigro".

"Immaginiamo un funzionario pubblico che si lascia nominare, poi rinuncia all'esercizio dei suoi obblighi legali", ha detto il cardinale. "Sarebbe sicuro di affrontare procedimenti ai sensi della legge sulla funzione pubblica. In definitiva, un tale impegno personale equivarrebbe a una rassegnazione collettiva dei vescovi. Costituzionalmente, il tutto poteva essere definito solo un colpo di stato, cioè un tentativo di colpo di stato".

La Chiesa non può mai essere governata sinodalmente, ha sottolineato Kasper: "I sinodi non possono essere resi istituzionalmente permanenti". Invece, ha detto, un sinodo costituiva "un'interruzione straordinaria" dei procedimenti ordinari.

La "Il Cammino sinodale " si descrive come un processo che riunisce i vescovi tedeschi e i laici selezionati per discutere e approvare risoluzioni sul modo in cui il potere viene esercitato nella Chiesa, la morale sessuale, il sacerdozio e il ruolo delle donne.

I partecipanti hanno votato a favore di bozze di documenti che chiedono l'ordinazione sacerdotale delle donne, le benedizioni omosessuali e le modifiche all'insegnamento della Chiesa sugli atti omosessuali, suscitando accuse di eresia e timori di scisma.

Il cardinale Kasper ha ripetutamente espresso preoccupazione per l'evento pluriennale, ma il presidente della conferenza episcopale, il vescovo Georg Bätzing, lo ha difeso vigorosamente.

Domenica Kasper ha usato le parole tedesche dal suono stretto Neuerung ("rinnovamento") ed Erneuerung ("innovazione") per dire che si potrebbe "non reinventare la Chiesa", ma piuttosto si dovrebbe contribuire a rinnovarla nello Spirito Santo: "il rinnovamento non è innovazione. Non significa solo provare qualcosa di nuovo e inventare una nuova Chiesa".

Invece, ha continuato Kasper, la vera riforma riguardava "lasciare che lo Spirito di Dio ci renda nuovi e ci dia un cuore nuovo". Analogamente, ha detto, il termine "riforma" si applica a riportare la chiesa "in forma", "vale a dire nella forma che Gesù Cristo voleva e che ha dato alla Chiesa. Gesù Cristo è il fondamento, nessuno può deporre un altro (1 Cor 3,10 f); è allo stesso tempo la pietra angolare che tiene tutto insieme (Ef 2,20). Lui è lo standard, l'Alfa e l'Omega di ogni rinnovamento". Aci 23

 

 

 

Pedofilia, media tedeschi: vittima di abusi denuncia il papa emerito Ratzinger perché “era a conoscenza della situazione”

 

Lo riportano Correctiv, Die Zeit e la Beyrische Rundfunk – di domenico agasso

 

CITTÀ DEL VATICANO. Benedetto XVI torna sotto accusa per le presunte negligenze nella gestione di casi di violenze sessuali commesse dal clero. Una vittima degli abusi del prete pedofilo Peter H., ha sporto denuncia contro il Papa emerito Joseph Ratzinger. Lo riportano Correctiv, Die Zeit e la Beyrische Rundfunk. Benedetto XVI «aveva conoscenza della situazione e ha perlomeno preso in considerazione alla leggera che questo sacerdote potesse ripetere i suoi reati», si legge nella denuncia.

L'autore della denuncia, che colpisce Ratzinger e altri alti rappresentanti della Chiesa, punta il dito contro Benedetto XVI affermando che, negli anni ‘80, in qualità di arcivescovo, avesse accolto Peter H. nella sua arcidiocesi di Monaco e Frisinga, nonostante gli abusi sessuali precedentemente compiuti dal prete. E in Baviera, il sacerdote avrebbe continuato ad abusare.

I reati sono in gran parte prescritti, ma l'avvocato della vittima che ha sporto denuncia e che si è costituita parte civile, ha intentato un’azione per ottenere una sentenza di colpa della Chiesa. Se il tribunale riconoscesse i reati del sacerdote, «la Chiesa potrebbe essere costretta a risarcirgli il danno», scrivono i media tedeschi. La causa è stata depositata presso il tribunale regionale di Traunstein. Nei mesi scorsi Ratzinger ha ammesso a nome di tutta la Chiesa «la grandissima colpa» di avere trascurato il grande male che da anni dissesta la Chiesa cattolica.

A gennaio, dal Monastero Mater Ecclesiae nei Giardini vaticani sono arrivate le prime parole del Papa emerito dopo il report sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco, di cui il futuro Benedetto XVI è stato arcivescovo dal 1977 al 1982. Sono state una correzione rispetto a una dichiarazione cruciale rilasciata relativamente al dossier (che ha individuato 497 vittime dal 1945 al 2019 e 235 responsabili): il Pontefice emerito, contrariamente al suo precedente resoconto, ha riconosciuto di avere partecipato alla riunione dell'Ordinariato il 15 gennaio 1980, durante la quale si parlò di un sacerdote della diocesi di Essen che aveva abusato di alcuni ragazzi ed era giunto a Monaco per una terapia. «L’affermazione contraria era quindi oggettivamente errata», ammette per conto di Ratzinger il suo segretario monsignor Georg Gaenswein. In quell’incontro si diede il via libera al trasferimento nella diocesi di Monaco e Frisinga di padre Peter H.. Ratzinger sostiene che lo sbaglio «non è stato commesso in malafede» ma fu «il risultato di una svista nella stesura della dichiarazione». Si è detto «molto dispiaciuto», si è scusato e ha ribadito «vergogna e dolore» per gli abusi. E ha precisato che sul pedofilo di Essen «non è stata presa alcuna decisione circa un incarico pastorale»; piuttosto, la richiesta è stata approvata solo per «consentire una sistemazione per l'uomo durante il trattamento terapeutico a Monaco». Resta in piedi, però, la questione che Ratzinger era a conoscenza delle accuse di pedofilia al prete.

Poi a febbraio giunge il mea culpa storico di Ratzinger dopo le accuse di silenzio sui preti pedofili in Germania. Una lettera che diventa anche una sorta di testamento umano e spirituale. Rivela di provare «vergogna e dolore» per gli abusi sessuali commessi dai preti. E chiede perdono, parlando di «grandissima colpa» per chi li commette ma anche per chi non li affronta. Usa il «noi», assumendosi le proprie responsabilità. Quella del Papa emerito è «una confessione personale dal profondo del cuore», titola la Santa Sede sul sito Vatican News. Benedetto verga una missiva dal tono penitenziale. Manifesta sofferenza «per gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi». Ma sulle coperture specifiche di cui è accusato assicura di non essere un «bugiardo», e affida ai suoi periti esperti la smentita articolata del suo coinvolgimento. E poi entra nel dettaglio delle contestazioni che gli sono state rivolte. Nel lavoro «gigantesco di quei giorni – l’elaborazione della presa di posizione – è avvenuta una svista riguardo alla mia partecipazione alla riunione dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980». Questo sbaglio «non è stato intenzionalmente voluto e spero sia scusabile». Durante quell’assemblea si parlò di un sacerdote, padre Peter H., che aveva abusato di alcuni ragazzi ed era giunto a Monaco per una terapia: si diede il via libera al suo trasferimento nella diocesi. Ma i periti garantiscono che «Ratzinger non era a conoscenza nè del fatto che il sacerdote fosse un abusatore, nè che fosse inserito nell’attività pastorale». Benedetto XVI è rimasto affranto dopo avere appreso «che la svista sia stata utilizzata per dubitare della mia veridicità, e addirittura per presentarmi come bugiardo». Ricorda che in tutti i «miei incontri, soprattutto durante i tanti Viaggi apostolici, con le vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti, ho guardato negli occhi le conseguenze di una grandissima colpa e ho imparato a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità, come troppo spesso è accaduto e accade». Come in quei colloqui, «ancora una volta posso solo esprimere nei confronti di tutte le vittime di abusi la mia profonda vergogna, il mio grande dolore e la mia sincera domanda di perdono». Sottolinea che «ho avuto grandi responsabilità nella Chiesa cattolica. Tanto più grande è il mio dolore per gli abusi e gli errori che si sono verificati durante il tempo del mio mandato nei rispettivi luoghi». E scandisce: «Ogni singolo caso di abuso sessuale è terribile e irreparabile. Alle vittime va la mia profonda compassione». E poi, c’è la consapevolezza che «ben presto mi troverò di fronte al giudice ultimo della mia vita. Anche se nel guardare indietro alla mia lunga vita posso avere tanto motivo di spavento, sono comunque con l’animo lieto perché confido fermamente che il Signore non è solo il giudice giusto, ma al contempo l’amico e il fratello che ha già patito egli stesso le mie insufficienze e perciò, in quanto giudice, è al contempo mio avvocato». In vista dell’ora «del giudizio mi diviene così chiara la grazia dell’essere cristiano: mi consente di attraversare con fiducia la porta oscura della morte». LS 22

 

 

 

Suicidio assistito, il cardinale Matteo Zuppi su Famiglia Cristiana: «La vita è dono anche se si riduce a un soffio»

 

«La Chiesa è una madre che non sopporta la sofferenza dei figli. Una madre non vuole alcun accanimento. Una madre accompagna con amore, togliendo la sofferenza, non la vita». Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) riflette sul suicidio assistito in un editoriale che Famiglia Cristiana pubblica nel numero di giovedì 23 giugno. Zuppi comincia ricordando Fabio e Federico. «Due lutti in pochi giorni», scrive il cardinale. «Pregando per loro mi sono sforzato di sentirli come sono, compagni di viaggio. Ne immaginavo le voci, cercavo i volti per capire qualcosa di quel gomitolo di tanti fili di vita che è il nostro cuore. Ci hanno lasciato due persone, ognuna mio prossimo, cioè il più caro. Non due “casi”. La discussione purtroppo estremizza le differenze, contrappone le sensibilità, molto più vicine quando (con rettitudine) si cerca il bene della persona, e di quella persona, e non la difesa di una ideologia. Il Parlamento sta discutendo una nuova legge in materia di fine vita (il testo approvato dalla Camera il 10 marzo scorso è ora all’esame del Senato)».

«Quando c’è da fare ancora perché siano garantite dignità di accompagnamento e di terapie palliative efficaci, tempestive», prosegue Zuppi. «Quanti Fabio, quanti Federico giacciono ignorati dai media nelle nostre case, nelle corsie di ospedale, nelle Rsa, negli hospice? La Chiesa è, deve essere sempre madre, che non abbandona mai i suoi figli. Lottare? Sì, per vivere. Lottare? Sì, per lenire il più possibile il dolore. Lottare? Sì, contro il tarlo maligno della solitudine che accompagna la morte e ne è terribile alleata. Perché è vero che “quando si muore, si muore soli”, ma la protezione di strutture efficaci e dei propri cari, cioè del prossimo, non lascia solo nessuno. Una cosa, infine. Non devo, non dobbiamo avere paura di affermare che la nostra fragilità può diventare una forza umanissima e che l’amore è amore fino alla fine, anche sotto la croce». Fam. Cr. Dip 24

 

 

 

 

Papa Francesco: "L'uso delle armi nucleari e il loro semplice possesso è immorale"

 

Nuovo monito di Papa Francesco nel messaggio inviato in occasione della prima Riunione degli Stati Parte al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari - Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. “In questo particolare momento storico in cui il mondo sembra essere a un bivio, appare sempre più attuale la visione coraggiosa di questo strumento giuridico, fortemente ispirata da argomenti etici e morali. In effetti, questo incontro si svolge in un momento che richiede inevitabilmente una riflessione più profonda sulla sicurezza e la pace. Nel contesto attuale, parlare o sostenere il disarmo può sembrare paradossale a molti. Tuttavia, dobbiamo essere consapevoli dei pericoli di approcci miopi alla sicurezza nazionale e internazionale e dei rischi di proliferazione” Così il Papa nel messaggio inviato in occasione della prima Riunione degli Stati Parte al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

“Rinnovo con forza – ha aggiunto Francesco - il mio appello a mettere a tacere tutte le armi e ad eliminare le cause dei conflitti attraverso l'instancabile ricorso ai negoziati. La Santa Sede non ha dubbi sul fatto che un mondo libero dalle armi nucleari sia necessario e possibile. In un sistema di sicurezza collettiva, non c'è posto per le armi nucleari e altre armi di distruzione di massa”.

“Le armi nucleari – ha ribadito con fermezza il Papa - sono una responsabilità costosa e pericolosa. Rappresentano un moltiplicatore di rischi che fornisce solo l'illusione di una sorta di pace. Qui, desidero riaffermare che l'uso delle armi nucleari, così come il loro semplice possesso, è immorale. Cercare di difendere e assicurare stabilità e pace attraverso un falso senso di sicurezza e un equilibrio del terrore, sostenuto da una mentalità di paura e sfiducia finisce inevitabilmente per avvelenare i rapporti tra i popoli e ostacolare ogni possibile forma di vero dialogo. Il possesso porta facilmente a minacce del loro uso, diventando una sorta di ricatto che dovrebbe essere ripugnante per le coscienze dell'umanità”.

Secondo il Pontefice “l'adesione e il rispetto degli accordi internazionali sul disarmo e del diritto internazionale non sono una forma di debolezza. Al contrario, è una fonte di forza e responsabilità poiché aumenta la fiducia e la stabilità”.

“La Chiesa Cattolica – ha concluso - rimane irrevocabilmente impegnata a promuovere la pace tra i popoli e le nazioni e a promuovere l'educazione alla pace in tutte le sue istituzioni. Questo è un dovere al quale la Chiesa si sente legata davanti a Dio e ad ogni uomo e donna del nostro mondo”. Aci 21

 

 

 

 

X Incontro mondiale delle famiglie

 

La famiglia unisce giovani e anziani per costruire insieme il futuro

Il XXV Anniversario della Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa (Fafce) coincide con l’anno per la famiglia Amoris Laetitia, nel corso del quale celebreremo il X Incontro mondiale delle famiglie. Una serie di coincidenze a dir poco provvidenziali, anche perché ci hanno permesso di realizzare, con la partecipazione del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita – il 10 giugno scorso – un piccolo incontro europeo delle famiglie, in un contesto decisamente nuovo come quello di un’Europa al momento con una guerra in corso ed alle prese con una crisi economica e sociale frutto di due anni di pandemia. Vincenzo Bassi, presidente della Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa (Fafce)

 

Il XXV Anniversario della Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa (Fafce) coincide con l’anno per la famiglia Amoris Laetitia, nel corso del quale celebreremo il X Incontro mondiale delle famiglie (#Wmof22).

Una serie di coincidenze a dir poco provvidenziali, anche perché ci hanno permesso di realizzare, con la partecipazione del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita – il 10 giugno scorso – un piccolo incontro europeo delle famiglie, in un contesto decisamente nuovo come quello di un’Europa al momento con una guerra in corso ed alle prese con una crisi economica e sociale frutto di due anni di pandemia.

Un’occasione unica e privilegiata che ci ha permesso di essere ricevuti in udienza privata da Papa Francesco. Un incontro unico nel corso del quale il successore di Pietro non ha mancato di incoraggiarci, invitandoci a continuare nella nostra azione. Tanto più che il Santo Padre ha fatto sue molte delle nostre prese di posizione degli ultimi anni, confermandoci nella doppia missione che vive la nostra realtà: portare la voce delle famiglie alle istituzioni europee e ispirare la nascita e il consolidamento delle famiglie.

C’è più che mai bisogno di unire le nostre forze con quelle di altre realtà dentro e fuori la Chiesa. Le sfide evocate da papa Francesco nel suo discorso del 10 giugno riguardano tutti. A cominciare dalla pandemia della solitudine, perché “forse questa è la sfida che sta dietro a tutte le altre”, come ha affermato il Santo Padre. Per continuare in tutto questo lavoro, è urgente sviluppare e sostenere le reti familiari. In questo senso, l’Incontro mondiale delle famiglie resta un’occasione unica e un momento molto importante.

Insieme a mia moglie, Carla, interverremo nel corso del convegno sulla questione “Giovani e vecchi insieme per la Chiesa di domani”, con un focus sulla pastorale degli anziani. Un tema questo di grande attualità in Europa, visto l’inverno demografico vissuto dal nostro continente.

Come abbiamo affermato in un documento pubblicato insieme alla Comece su “Anziani e futuro d’Europa”, in cui si afferma chiaramente che il problema non è tanto il crescente numero di anziani (questa è piuttosto una buona notizia!), ma il calo delle nascite ed il fatto che i nostri parchi giochi si svuotino di bambini! La Commissione europea sta dedicando sempre maggiore attenzione al tema demografico, anche se fatica a riconoscere la funzione fondamentale della famiglia e delle reti di famiglie nel rompere il circolo di solitudine nel quale spesso si trovano imprigionati sia gli anziani sia le famiglie stesse, con una conseguente chiusura che impedisce la generatività di cui ci ha parlato Papa Francesco: “Un’Europa che invecchia, che non è generativa è un’Europa che non può permettersi di parlare di sostenibilità e fa sempre più fatica a essere solidale (…). Gli Stati hanno il compito di eliminare gli ostacoli alla generatività delle famiglie e di riconoscere che la famiglia costituisce un bene comune da premiare, con delle naturali conseguenze positive per tutti”. In primis per gli anziani. Essi hanno bisogno di essere considerati, anche dalla Chiesa stessa e dalle parrocchie non come una categoria a sé stante, ma come parte integrante della famiglia.

Sir 20.6.

 

 

 

 

Pastorale Orientierungen des Vatikan für interkulturelle Migrantenseelsorge

 

Die Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht heute (1. Juli 2022) die deutsche Übersetzung der Pastoralen Orientierungen für die interkulturelle Migrantenseelsorge, die der Vatikan am 3. März 2022 vorgelegt hat. Das Dokument richtet sich an alle katholischen Gemeinden und fordert sie auf, verstärkt zu lebendigen Gemeinschaften aus Gläubigen unterschiedlicher Herkunft, Sprachen und Kulturen zu werden.

 

Der Vorsitzende der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), begrüßt die Veröffentlichung als wichtigen Beitrag zur künftigen Ausrichtung der Seelsorge für Katholiken anderer Muttersprachen und Riten: „Wir befinden uns dazu auf der Ebene der Deutschen Bischofskonferenz derzeit in einem Prozess der Reflexion und Perspektiventwicklung. Unsere Leitlinien zur Seelsorge für Katholiken anderer Muttersprachen und Riten sollen aktualisiert werden. Dabei leitet uns vor allem die Vision einer lebendigen kirchlichen Gemeinschaft in kultureller Diversität. Das jetzt veröffentlichte Dokument aus dem Vatikan macht dazu klare Aussagen und gibt wertvolle Orientierungen, für die ich sehr dankbar bin.“

 

In sieben Kapiteln benennt das Dokument die besonderen Herausforderungen, die das interkulturelle Zusammenleben mit sich bringt, und gibt jeweils konkrete Anregungen zum Umgang mit ihnen. Es ermutigt, Ängste anzuerkennen und sie zu überwinden, Begegnung zu fördern, einander zuzuhören und empathisch zu sein. Migrantinnen und Migranten seien als ein Segen zu verstehen, der die Gemeinschaft vor Ort bereichert. Immer mehr müsse die Kirche lernen, ihre Katholizität zu leben, die in der Vielfalt der Kulturen, Traditionen und Riten zum Ausdruck komme. Letztlich gehe es darum, dass die Kirche ihren Evangelisierungsauftrag erfülle, indem sie allen Menschen ohne Unterschied die Frohe Botschaft verkünde.

 

Papst Franziskus bekräftigt in einem Vorwort das Leitbild einer Kirche, „die keinen Unterschied macht zwischen Einheimischen und Fremden, zwischen Ortsansässigen und Gästen, denn wir sind alle Pilger auf dieser Erde“. Die vorliegenden Pastoralen Orientierungen versteht der Papst als eine Einladung, „die Art und Weise, wie wir unser Kirche-Sein erleben, auszuweiten. Sie fordern uns auf, die Tragödie dauerhafter Entwurzelung zu sehen, unsere Brüder und Schwestern aufzunehmen, zu schützen, zu integrieren und zu fördern und Möglichkeiten zu schaffen, miteinander auf Gemeinschaft hinzuarbeiten. Sie geben uns die Chance, ein neues Pfingsten in unserem Umfeld und unseren Gemeinden in dem Maß zu erleben, wie wir den Reichtum ihrer Spiritualität und ihrer lebendigen liturgischen Traditionen erkennen.“

 

Hintergrund. Pastorale Orientierungen für die interkulturelle Migrantenseelsorge ist das fünfte Dokument in einer Reihe von Veröffentlichungen der römischen Abteilung für Migranten und Flüchtlinge, die alle auch auf Deutsch erschienen sind: Pastorale Orientierungen zu Klimavertriebenen (2021), Pastorale Orientierungen zu Binnenvertriebenen (2020), Pastorale Orientierungen zum Menschenhandel (2018) und 20 Pastorale Handlungsschwerpunkte für die Globalen Pakte zu Migration und Flucht (2017).

 

Hinweis: Die Broschüre Pastorale Orientierungen für die interkulturelle Migrantenseelsorge erscheint als Online-Veröffentlichung in der Reihe „Verlautbarungen des Apostolischen Stuhls“ (Nr. 232) des Sekretariates der Deutschen Bischofskonferenz und kann unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen als Datei heruntergeladen werden. dbk 1

 

 

 

 

Ordensobernkonferenz: Für mehr Dialog auf Augenhöhe

 

Die Deutsche Ordensobernkonferenz (DOK) ist der Einladung von Papst Franziskus gefolgt und hat sich an der von ihm initiierten Umfrage des weltweiten synodalen Prozesses beteiligt.

Im Juni wurde die Eingabe der DOK der vatikanischen Ordenskongregation zugeleitet, wie die Ordensoberen an diesem Freitag mitteilten. Der DOK-Vorstand hatte die Ordensleute in Deutschland im Vorfeld zur Beteiligung an dem Prozess eingeladen; eine Vielzahl von Ordensfrauen und -männern hat daraufhin an Online-Treffen und Gruppenarbeiten teilgenommen.

Die Eingabe wurde in voller Länge auch im Internet veröffentlicht. Die Ordensleute sehen, wie sich daraus ergibt, den vatikanischen synodalen Prozess im engen Zusammenhang mit dem „Synodalen Weg“, der derzeit in Deutschland beschritten wird. Sie sehen sich dabei als Weggefährtinnen und Weggefährten aller Getauften: Gemeinsam mit ihnen gestalten „wir Ordenschristen Kirche aus unseren jeweiligen Charismen heraus aktiv mit“.

Eine Heimat auch für Enttäuschte

Der Text erinnert daran, dass Ordensfrauen und -männer mit vielfältigen Menschen in Kontakt stehen und in ihrem Engagement – etwa für Frieden, Gerechtigkeit und die Bewahrung der Schöpfung – mit ihnen verbunden sind. Wo sich Menschen enttäuscht von der Kirche abwenden, fänden manche von ihnen in den Ordensgemeinschaften, bei den Ordensleuten und in ihren Gottesdiensten eine Heimat, die die Kirche ihnen sonst oft nicht mehr biete. Daraus ergibt sich für die Ordensfrauen und -männer beim Synodalen Weg, dass sie „nicht nur für sich selbst sprechen, sondern anderen eine Stimme geben, aus Liebe und Nähe zu Gott und den Menschen“.

Die Eingabe geht unter anderem auch auf die Erfahrungen aufgrund des Priestermangels und in der Pandemie ein, dass Eucharistiefeiern häufig nicht möglich waren und sind. Erfahrungen mit Formen von Wortgottesdiensten seien in dieser Situation positiv gewesen. Der Dialog zu unterschiedlichen Formen, Liturgie zu feiern, sei eines der Felder, auf dem „Synodalität manchmal schon gelingt, und oft noch gelernt werden muss“.

„Für eine deutliche Öffnung“

Viele Ordensleute wünschten sich in diesem Zusammenhang „eine deutliche Öffnung; viele von uns – darunter auch eine große Anzahl von Männern – bis hin zur Weihe von Frauen“. Mit Blick auf andere christliche Konfessionen erinnern die Ordensfrauen und -männer an die Sehnsucht nach der Einheit der Kirche auch in der Eucharistiefrage.

Dass die Kirche „dringend der Erneuerung bedarf“ steht für die große Mehrheit der deutschen Ordensleute außer Frage, auch wenn über Details und konkrete Wege „nicht immer Einigkeit“ herrsche. Nicht zuletzt deshalb äußert der Text die Hoffnung, dass „das gesamte Volk Gottes auch 2023 repräsentativ an der Entscheidungsfindung in der Bischofssynode beteiligt wird“. Es sei notwendig, dass sich im kirchlichen Miteinander ein synodaleres Verfahren durchsetze, „auch gegenüber Ordensleuten, besonders den Ordensfrauen“.

Angstfrei auf dem Weg

Der Einsatz der Ordensleute gelte einer Kirche, die gemeinsam „als Lehrende und Lernende auf dem Weg“ ist, um ihrem Auftrag gerecht zu werden. Diesen Weg könne man angstfrei gehen, wenn man auf die göttliche Zusage baue: „Ich bin bei euch alle Tage bis zum Ende der Welt.“

Die Deutsche Ordensobernkonferenz (DOK) vertritt die Interessen der Ordensgemeinschaften in Deutschland mit rund 11.800 Ordensfrauen und rund 3.400 Ordensmännern, die in etwa 1400 klösterlichen Niederlassungen leben.

(pm 1)

 

 

 

Papst an Peter und Paul: „Klerikalismus ist Perversion“

 

Katholiken sollen sich nicht in kirchlichen Kreisen verschließen oder „in sterilen Diskussionen verschanzen“. „Hüten wir uns davor, dem Klerikalismus zu verfallen, denn er ist eine Perversion“, sagte Papst Franziskus in seiner Predigt bei der Eucharistiefeier am Hochfest der heiligen Apostel Petrus und Paulus.  Mario Galgano – Vatikanstadt

 

„Der Geistliche, der zum Kleriker wird, hat einen falschen Weg eingeschlagen“, mahnte der Papst in seiner Predigt im Petersdom. Noch schlimmer seien aber die „klerikalisierten“ Laien: „Hüten wir uns vor der Perversion des Klerikalismus“, wiederholte das Kirchenoberhaupt. Die Einladung von Papst Franziskus an die Gläubigen lautet: „Helft uns, Sauerteig im Teig der Welt zu sein“. Gemeinsam könnten und müssten die Gläubigen Gesten der Fürsorge für das menschliche Leben, für die Bewahrung der Schöpfung, für die Würde der Arbeit, für die Probleme der Familien, für die Not der Alten und der Verlassenen, der Abgelehnten und Verachteten setzen, zählte er auf.

„Wir erleben immer noch eine Menge innerer Widerstände, die es uns nicht ermöglichen, uns auf den Weg zu machen“, gab der Papst zu bedenken. „Manchmal werden wir als Kirche von Faulheit überwältigt und ziehen es vor, uns auf die wenigen sicheren Dinge, die wir besitzen, zu besinnen, anstatt aufzustehen und den Blick auf neue Horizonte, auf das offene Meer zu richten. Wir sind oft wie Petrus im Gefängnis der Gewohnheit gefangen, haben Angst vor Veränderungen und sind an die Kette unserer Gewohnheiten gebunden. Aber auf diese Weise rutschen wir in die geistliche Mittelmäßigkeit ab, wir laufen Gefahr, auch im pastoralen Leben ,mit den Füßen zu treten', der Enthusiasmus für die Mission lässt nach und statt eines Zeichens von Vitalität und Kreativität zu sein, erwecken wir den Eindruck von Lauheit und Trägheit“, mahnte der Papst.

Dann folgte eine weitere Warnung des Papstes: so werde der große „Strom der Neuheit und des Lebens“, der - wie Pater Henri de Lubac schrieb - das Evangelium ist, „in unseren Händen zu einem Glauben, der in ,Formalismus und Gewohnheit verfällt, zu einer Religion der Zeremonien und der Andachten, der Ornamente und der vulgären Tröstungen. Klerikales Christentum, formalistisches Christentum, erstarrtes, erloschenes Christentum“, zitierte Franziskus Lubac.

Missionarische Jünger sein

In der Kirche sei jeder Mensch dazu berufen, ein missionarischer Jünger zu sein und seinen eigenen Beitrag zu leisten, sagte der Papst. „Und hier kommen mir zwei Fragen in den Sinn“, fuhr er fort: „Die erste ist: Was kann ich für die Kirche tun? Beschweren Sie sich nicht über die Kirche, sondern engagieren Sie sich für die Kirche. Beteiligen Sie sich mit Leidenschaft und Bescheidenheit: mit Leidenschaft, weil wir keine passiven Zuschauer bleiben dürfen; mit Bescheidenheit, weil das Engagement für die Gemeinschaft niemals bedeuten darf, sich in den Mittelpunkt zu stellen, sich besser zu fühlen und andere daran zu hindern, sich zu nähern.“

Der Pontifex erläuterte auch, was er mit einer ,Kirche im Synodalen Prozess' meine: alle sollen und dürfen daran teilnehmen, niemand steht an der Stelle der anderen oder über den anderen. Es gebe keine Christen erster und zweiter Klasse. Jeder sei dazu aufgerufen, Teil des Ganzen zu sein. „Mitmachen heißt aber auch, den ,guten Kampf' zu führen, von dem Paulus spricht“, erläuterte das Kirchenoberhaupt.

„Es ist in der Tat ein ,Kampf'“, erklärte er, „denn die Verkündigung des Evangeliums ist nicht neutral. Bitte, möge der Herr uns davon befreien, das Evangelium zu destillieren, um es neutral zu machen, das Evangelium ist kein destilliertes Wasser. Es lässt die Dinge nicht so, wie sie sind, es akzeptiert keine Kompromisse mit der Logik der Welt, sondern entzündet im Gegenteil das Feuer des Reiches Gottes, in dem stattdessen die menschlichen Mechanismen der Macht, des Bösen, der Gewalt, der Korruption, der Ungerechtigkeit und der Ausgrenzung herrschen.“

„Wir dürfen uns gewiss nicht in unseren kirchlichen Kreisen verschließen und uns auf bestimmte sterile Diskussionen festnageln.“

Die zweite Frage laute daher: „Was können wir als Kirche gemeinsam tun, um die Welt, in der wir leben, menschlicher, gerechter, solidarischer und offener für Gott und die Geschwisterlichkeit unter den Menschen zu machen?“, fragte der Papst. „Wir dürfen uns gewiss nicht in unseren kirchlichen Kreisen verschließen und uns auf bestimmte sterile Diskussionen festnageln, sondern müssen dazu beitragen, Sauerteig im Teig der Welt zu sein“, mahnte Franziskus.

Kurz gesagt, es gehe darum, „eine Kirche zu sein, die eine Kultur der Fürsorge, des Mitgefühls für die Schwachen und des Kampfes gegen alle Formen der Erniedrigung fördert, auch in unseren Städten und an den Orten, an denen wir uns aufhalten, damit die Freude des Evangeliums im Leben aller Menschen aufleuchtet: Das ist unser ,guter Kampf'“, betonte er.

Seid vorsichtig!

Abweichend vom Predigtmanuskript rief der Papst dann dazu auf, „vorsichtig zu sein und nicht in Klerikalismus zu verfallen“. Klerikalismus sei eine Perversion. Der Geistliche, der sich selbst klerikalisiert, mit einer klerikalen Haltung, habe einen falschen Weg eingeschlagen. Noch schlimmer seien die klerikalisierten Laien. „Wir sollten uns vor dieser Perversion des Klerikalismus hüten.“ Und auch, um „Nostalgie“ für die Dinge der Vergangenheit zu vermeiden und „nicht in die ,Rückwärtsgewandtheit´ zu verfallen, die heute in Mode ist“, so der Papst.

„Wir sollten uns vor dieser Perversion des Klerikalismus hüten.“

Franziskus erinnerte an die „schöne Tradition“ der Segnung der Pallien für die neu ernannten Metropolitan-Erzbischöfe, von denen viele an der Feier von diesem Mittwoch teilgenommen hatten. In Gemeinschaft mit Petrus seien sie aufgerufen, ,schnell aufzustehen', um wachsame Wächter der Herde zu sein und ,den guten Kampf zu kämpfen', niemals allein, sondern mit dem ganzen heiligen, treuen Volk Gottes.

Und am Schluss grüßte er „von Herzen“ die Delegation des Ökumenischen Patriarchats von Seiten des geliebten Bruders Bartholomaios, fügte er hinzu: „Danke für Ihre Anwesenheit hier! Lasst uns gemeinsam gehen, denn nur gemeinsam können wir Samen des Evangeliums und Zeugen der Geschwisterlichkeit sein. Petrus und Paulus mögen für uns, für die Stadt Rom und für die Menschen in der Welt Fürsprache einlegen, für die Kirche und für die ganze Welt.“ (vn 29)

 

 

 

„Papst-Schreiben zur Liturgie bahnbrechend“

 

Ein „bahnbrechendes“ Dokument, das Liturgie als Ausgangspunkt kirchlicher Erneuerung sieht: So würdigt der Rektor der Päpstlichen Benediktiner-Hochschule Sant'Anselmo in Rom, P. Bernhard Eckerstorfer, das neue Papstschreiben „Desiderio desideravi“.

Franziskus liege die missionarische Erneuerung von Glaube und Kirche am Herzen, und dafür setze er wesentlich bei der Liturgie als Hauptquelle christlicher Spiritualität an. Das erklärte Eckerstorfer, der auch Berater im vatikanischen Gottesdienst-Dikasterium ist, im Interview mit der Nachrichtenagentur Kathpress. In diesem Sinn ziele das am Mittwoch veröffentlichte Apostolische Schreiben „ganz ins Zentrum“ der Kirche. Der Papst rufe dazu auf, bei der Erneuerung der Kirche aus dem Glaubensschatz zu schöpfen.

Der Papst sagt nicht ‚Wo muss sich die Kirche ändern, damit sie den Leuten bedeutender wird‘, sondern er sagt: Gehen wir von der Schönheit und Spannung der Liturgie aus“, so Eckerstorfer. Ausdrücklich richte Franziskus sein Schreiben zudem nicht nur an Bischöfe oder Priester, sondern an alle Gläubigen. „Es geht um die Erneuerung der Kirche - und die betrifft alle.“

Keine andere Liturgie, sondern ein tieferes Erleben

Der Papst leide darunter, dass die Tiefe der Liturgie verloren gegangen sei, Symbole nicht mehr verstanden würden und der Reichtum der Gottesdienstfeier bei vielen Menschen nicht mehr ankomme, so der Ordensmann weiter. Hier brauche es einen neuen Anfang und liturgische Bildung. Franziskus wolle dabei keine andere Liturgie, als sie vorgesehen ist, „sondern ein tieferes Erleben“ und eine Liturgie, die schön sei, Gläubige das Mysterium wiederentdecken lasse und sie dadurch forme.

Dafür gebe der Papst in „Desiderio desideravi“ konkrete Anregungen und spreche auch von der Kraft einfacher liturgischer Gesten und Symbolik. So beschreibt Franziskus etwa, wie ein Kind zusammen mit einem Erwachsenen das erste Mal ein Kreuzzeichen macht. „Es macht dieses Kreuzzeichen, versteht noch nicht ganz, was damit verbunden ist, aber wächst in etwas hinein“, so Eckerstorfer.

Die konziliare Erneuerung habe nicht damit gerechnet, dass der Verlust des Glaubens und von Glaubenswissen derartig abnehmen würde, sagte der Theologe und Hochschul-Rektor. „Man hat irgendwie geglaubt, mit der Erneuerung des Ritus ist die Erneuerung der Kirche schon getan.“ Jetzt brauche es eine „neue liturgische Bewegung“, und der Papst setze dafür beim Zweiten Vatikanischen Konzil an. „Es ist nicht damit getan, einen nachkonziliaren Ritus zu haben und das läuft dann schon von selber, sondern es braucht liturgische Bildung, die wieder ganz tief angreift und das alles aufgreift.“

Franziskus wolle eine „Erneuerung aus den eigenen Kräften, von Gott her“, betonte Eckerstorfer. „Das heißt, er will nicht eine Zeitanpassung, er redet ja immer wieder von Weltlichkeit, er will aber auch nicht, dass sich die Kirche abschottet und nur das konserviert, was bisher gemacht wurde, sondern sie soll im wachen Bewusstsein der heutigen Zeit sich aus den eigenen Quellen erneuern.“

Liturgie soll nicht Spielfeld von Polarisierung sein

In dem neuen Schreiben mahnt der Papst auch zu Einheit in der Liturgie der Kirche. Man könne nicht zu jener rituellen Form zurückkehren, die die Konzilsväter für reformbedürftig gehalten hätten, hält Franziskus fest. Allerdings wolle der Papst mit dem neuen Dokument gerade nicht zu den „Scharmützeln“ um den alten Ritus beitragen, so Eckerstorfer. Ein solcher Blick auf das Papstschreiben wäre „schade“, ist der Sant'Anselmo-Rektor überzeugt.

„‘Desiderio desideravi‘ versucht, die Liturgie eben nicht zum Spielfeld von Polarisierung werden zu lassen. Und wie schafft das der Papst? Indem er fundamental ansetzt: Was ist Liturgie, wie kann sie vermittelt werden und dass das ein großartiges Geschehen ist.“

„Es ist ein Dokument für die ganze Kirche“

Der Papst knüpfe an der Dynamik des Zweiten Vatikanischen Konzils an und wolle, dass die geltenden liturgischen Texte nach dem Zweiten Vaticanum Ausgangspunkt der Erneuerung der Kirche sind. Gleichzeitig sei das Apostolische Schreiben ein „Mittelweg“, so Eckerstorfer. „Es ist ein Dokument für die ganze Kirche, wo man sieht, der Papst versucht, Extreme zu vermeiden. Und Extreme wären eben ein Rubrizismus, wo es nur darum geht, alles genau richtig zu machen, oder aber auch eine manchmal wilde Kreativität ohne Regeln. Das zerstört auch die Liturgie.” (kap 1)

 

 

 

Papst-Schreiben zur Liturgie: „Lassen wir die Streitereien hinter uns“

 

„Desiderio desideravi“: So heißt ein Apostolisches Schreiben zur Liturgie, das Papst Franziskus an diesem Mittwoch veröffentlicht hat. Es lädt dazu ein, Liturgie weder als einen Kult der reinen Form zu begreifen noch als Spielwiese für Improvisationen. „Eine Feier, die nicht evangelisiert, ist nicht authentisch.“

Das Schreiben würdigt in seinen 65 Absätzen die Liturgie, wie sie aus dem Zweiten Vatikanischen Konzil hervorgegangen ist, und ruft zu mehr liturgischer Bildung auf. „Desiderio desideravi“ folgt auf das päpstliche Motu proprio „Traditiones custodes“, das die Feier der Messe nach dem überlieferten Ritus deutlich eingeschränkt hatte, doch ist der Tenor des neuen Schreibens ein anderer: keine Normen oder Anweisungen, stattdessen eine Meditation über die Schönheit der liturgischen Feier und ihre Rolle bei der Evangelisierung.

Wichtig ist der abschließende Appell des Schreibens: „Lassen wir die Streitereien hinter uns, um gemeinsam auf das zu hören, was der Geist der Kirche sagt, pflegen wir die Gemeinschaft, staunen wir weiterhin über die Schönheit der Liturgie.“

 „Pflegen wir die Gemeinschaft“

Franziskus schildert die Liturgie als Raum, um dem lebendigen Jesus Christus zu begegnen. „Wir brauchen keine vage Erinnerung an das letzte Abendmahl: Wir müssen bei diesem Abendmahl anwesend sein, seine Stimme hören, seinen Leib essen und sein Blut trinken können“ (Nr. 11), schreibt der Papst vielleicht auch mit Blick auf die vielen nur online übertragenen Feiern während der Corona-Pandemie. Es gehe ihm darum, „dass die Schönheit des christlichen Feierns und ihre notwendigen Konsequenzen für das Leben der Kirche nicht durch ein oberflächliches und verkürztes Verständnis ihres Wertes oder, was noch schlimmer ist, durch ihre Instrumentalisierung im Dienste einer ideologischen Vision, wie immer sie aussieht, entstellt wird“ (Nr. 16).

Franziskus weist darauf hin, dass die Teilnahme am eucharistischen Opfer „nicht unsere Leistung“ sei, „mit der wir uns vor Gott und unseren Brüdern und Schwestern brüsten könnten“, und dass die Liturgie „nichts mit asketischem Moralismus zu tun“ habe. „Sie ist das Geschenk des Paschas des Herrn, das, wenn wir es mit Fügsamkeit annehmen, unser Leben neu macht. Man betritt den Abendmahlssaal nur, wenn man seinen Wunsch verspürt, das Pascha mit uns zu essen…“ (Nr. 20).

Staunen über das Pascha-Mysterium

So sehr der Papst auch dafür wirbt, die Schönheit der Liturgie wiederzuentdecken, so klar macht er auch, dass er „das Streben nach einem rituellen Ästhetizismus, der sich nur an der Pflege der äußeren Formalität eines Ritus erfreut oder sich mit einer skrupulösen Einhaltung der Rubriken zufrieden gibt“, verurteilt (Nr. 22). Er fährt fort: „Mit dieser Aussage soll natürlich keineswegs die gegenteilige Haltung gebilligt werden, die Einfachheit mit nachlässiger Banalität, die Wesentlichkeit mit ignoranter Oberflächlichkeit, die Konkretheit der rituellen Handlung mit übertriebenem praktischen Funktionalismus verwechselt.“

Jeder Aspekt des Feierns müsse gepflegt, jede Rubrik beachtet werden, so der Papst: Die Gemeinde habe einen Anspruch darauf, dass das Pascha-Mysterim „in der von der Kirche festgelegten rituellen Form gefeiert wird“ (Nr. 23). Doch etwas Entscheidendes müsse hinzutreten: das „Staunen“ über das Geheimnis von gebrochenem Brot und Auferstehung. „Wenn uns das Staunen über das Pascha-Mysterium, das in der Konkretheit der sakramentalen Zeichen gegenwärtig wird, fehlen würde, könnten wir wirklich Gefahr laufen, für den Ozean der Gnade, der jede Feier überflutet, unempfänglich zu sein.“ (Nr. 24)

 „Liturgie als Höhepunkt im Tun der Kirche“

Franziskus stellt klar, das Staunen, von dem er spreche, habe nichts zu tun mit dem „nebulösen Ausdruck ‚Sinn für das Geheimnis‘“ (Nr. 25). „Das Staunen, von dem ich spreche, ist nicht eine Art Verwunderung angesichts einer obskuren Realität oder eines rätselhaften Ritus, sondern im Gegenteil das Staunen darüber, dass sich uns der Heilsplan Gottes im Pascha Jesu offenbart hat, dessen Wirksamkeit uns in der Feier der ‚Geheimnisse‘, d.h. der Sakramente, weiterhin erreicht.“

Wie können wir nun die Fähigkeit zurückgewinnen, das liturgische Geschehen in vollem Umfang zu leben? Angesichts der Irrungen und Wirrungen der Postmoderne oder des Individualismus lädt uns der Papst ein, zu den großen Konzilstexten zurückzukehren. „Wenn die Liturgie ‚der Höhepunkt [ist], dem das Tun der Kirche zustrebt, und zugleich die Quelle, aus der all ihre Kraft strömt‘ (Sacrosanctum Concilium, Nr. 10), dann verstehen wir gut, was in der Frage der Liturgie auf dem Spiel steht.“ (Nr. 31)

 „Ich verstehe nicht, wie man sagen kann, dass man die Gültigkeit des Konzils anerkennt, und nicht die Liturgiereform akzeptieren kann“

Damit kommt Franziskus zu den teils heftigen Streitigkeiten über Ritus und Liturgie. „Es wäre banal, die Spannungen, die es leider rund um die Feier gibt, als einfache Unterschiede zwischen verschiedenen Empfindungen gegenüber einer rituellen Form zu deuten. Die Problematik ist in erster Linie ekklesiologischer Natur. Ich verstehe nicht, wie man sagen kann, dass man die Gültigkeit des Konzils anerkennt – obwohl ich mich ein wenig wundere, dass ein Katholik sich anmaßen kann, dies nicht zu tun – und nicht die Liturgiereform akzeptieren kann, die aus Sacrosanctum Concilium hervorgegangen ist.” (Nr. 31) Hinter den Auseinandersetzungen um den Ritus verbergen sich also unterschiedliche Auffassungen von der Kirche.

Viele Zitate von Romano Guardini

Mit einem Zitat des deutschen Theologen Romano Guardini (der überhaupt in diesem Apostolischen Schreiben sehr präsent ist) erklärt Franziskus, dass ohne liturgische Bildung „Reformen in Ritus und Text nicht viel (helfen)“ (Nr. 34). Er betont die Bedeutung der Ausbildung, vor allem in den Seminaren, und rät dazu, den Sinn für Symbole zu schärfen, so schwer das den Menschen von heute auch fallen möge. „Eine Möglichkeit, das lebendige Verständnis der Symbole der Liturgie zu pflegen und zu vertiefen, besteht sicherlich darin, die Kunst des Feierns (ars celebrandi) zu pflegen. (…) (Sie) kann nicht auf die bloße Einhaltung eines rubrizistischen Apparats reduziert werden, noch kann sie als eine phantasievolle – manchmal wilde – Kreativität ohne Regeln betrachtet werden. Der Ritus ist in sich selbst eine Norm, und die Norm ist nie Selbstzweck, sondern steht immer im Dienst der höheren Wirklichkeit, die sie schützen will.“ (Nr. 48)

 

 „Der Auferstandene ist der Protagonist, und nicht unsere Unreife“

Die Kunst des Feierns könne man nicht lernen, „indem man einen Kurs in public speaking (öffentliches Reden) oder überzeugenden Kommunikationstechniken besucht“ (Nr. 50) – das ist ziemlich scharfzüngig für ein Apostolisches Schreiben. Franziskus geht es um "eine gewissenhafte Hinwendung zur Feier, damit die Feier selbst ihre Kunst auf uns übertragen kann“. Das betrifft aus seiner Sicht die ganze Gemeinde, aber natürlich den zelebrierenden Priester ganz besonders. Er solle sich vor einem „übertriebenen Personalismus des Feierstils“ (Nr. 54) hüten, wie er sich oft bei Liturgiefeiern, die im Internet übertragen werden, besonders unangenehm bemerkbar mache. „Der Auferstandene ist der Protagonist, und sicher nicht unsere Unreife, die nach einer Darstellbarkeit einer Rolle und eine Haltung strebt, die sie nicht haben kann.“ (Nr. 57)

„Keine Rückkehr zu jener rituellen Form, die die Konzilsväter cum Petro und sub Petro für reformbedürftig hielten“

Abschließend bittet der Papst alle Verantwortlichen in der Kirche darum, „dem heiligen Volk Gottes zu helfen, aus dem zu schöpfen, was seit jeher die Hauptquelle der christlichen Spiritualität ist“ (Nr. 61), nämlich die Feier der heiligen Geheimnisse. Und er wird noch einmal sehr deutlich: Das Konzil habe sich schon in seiner ersten Konstitution mit der Liturgie beschäftigt, und dieser Text stehe in „enger Verbindung“ mit den übrigen Konstitutionen des Konzils. „Deshalb können wir nicht zu jener rituellen Form zurückkehren, die die Konzilsväter cum Petro und sub Petro für reformbedürftig hielten, indem sie unter der Führung des Geistes und nach ihrem Gewissen als Hirten die Grundsätze billigten, aus denen die Reform hervorging.“

 

Die Einheit im Ritus wiederherstellen

Er habe in „Traditiones custodes“ dafür sorgen wollen, dass „die Kirche in der Vielfalt der Sprachen ein und dasselbe Gebet erhebt, das ihre Einheit zum Ausdruck bringt. Diese Einheit möchte ich, wie ich bereits geschrieben habe, in der gesamten Kirche des Römischen Ritus wiederhergestellt sehen“ (Nr. 61). Im übrigen hätten ja auch die heiligen Päpste Paul VI. und Johannes Paul II. die revidierten liturgischen Bücher „genehmigt und damit die Treue der (Liturgie-) Reform zum Konzil garantiert“. Vn 29

 

 

 

 

Ein Gebet per QR-Code. Spirituelles Angebot „Rast für die Seele“ geht online

 

Seit vielen Jahrzehnten laden Autobahnkirchen in ganz Deutschland Reisende dazu ein, zur Ruhe zu kommen, sich zu erholen und zu besinnen. Dem Gebets- und Andachtsheft Rast für die Seele, das in allen Autobahn-, Radwege-, und Citykirchen ausliegt, ist jetzt ein digitales Angebot zur Seite gestellt worden, das unter www.rast-fuer-die-seele.de mit Gebeten, Liedern und Texten zum persönlichen Besinnen und Nachdenken einlädt. Den Nutzer erwartet eine Fülle von spirituellen Texten zum Anhören und Mitbeten. Eingebunden sind beispielsweise Angebote der evangelischen und katholischen Hörfunkarbeit, segen.jetzt und Vorschläge weiterer Partner. Außerdem wird auf verschiedene Hilfs- und Serviceangebote für Menschen unterwegs hingewiesen. Das Gebets- und Andachtsheft Rast für die Seele wird um das digitale Angebot erweitert und durch die Rubriken Gebete und Segenstexte, Andachten, Lieder sowie Hilfe und Service vervollständigt. Die neue Internetseite ist über einen QR-Code in den teilnehmenden Kirchen abrufbar.

„Durch die neue Internetseite können mit unseren in den Autobahn- und Radwegekirchen ausliegenden Gebets- und Andachtsheften die Vorteile der analogen und der digitalen Welt verbunden werden“, so Dr. Georg Hofmeister, Geschäftsführer der Akademie des Versicherers im Raum der Kirchen und Mitinitiator des neuen Angebotes. „Die spirituellen Angebote der Autobahn- und Radwegekirchen können nun von überallher mit dem Smartphone benutzerfreundlich verwendet werden.“

Rast für die Seele ist ein Kooperationsprojekt der Deutschen Bischofskonferenz, der Evangelischen Kirche in Deutschland und der Akademie des Versicherers im Raum der Kirchen. Plaketten, Poster oder Postkarten weisen in den Autobahn- und Radwegekirchen sowie in den Citykirchen auf die neue Internetseite hin. Entsprechendes Material kann über die Akademie des Versicherers im Raum der Kirchen per E-Mail an akademie@vrk.de bestellt werden. dbk 29

 

 

 

 

Köln. „Austrittswelle macht betroffen“

 

Hohe Austrittszahlen aus der Katholischen Kirche machen den Kölner Generalvikar Markus Hofmann traurig und erschüttern ihn. Wie lässt sich jetzt das Vertrauen der Menschen zurückgewinnen? Kontinuierlich neu, unaufgeregt, aber überzeugend, meint er im Interview mit dem Kölner Domradio.

 

DOMRADIO.DE: Wie ist Ihre erste Reaktion auf die heute veröffentlichten Austrittszahlen?

Dr. Markus Hofmann (Generalvikar des Erzbischofs von Köln): Mich persönlich machen diese Zahlen wirklich traurig und sie erschüttern mich, auch wenn sie nicht überraschend gekommen sind. Wir müssen leider klar feststellen, dass die Kirchenaustrittszahlen enorm gestiegen sind. Das hat sicherlich nicht nur mit dem Nachholeffekt von Corona zu tun, sondern zeigt, dass viele Menschen sich von der Institution Kirche enttäuscht abwenden. Und es führt uns bei den vielen krisenhaften Momenten, die es gibt – Aufarbeitung von sexuellem Missbrauch und anderes –, vor Augen, dass es derzeit nicht gelingt, breit das Vertrauen der Menschen zu erwerben oder wiederzugewinnen. Aber umso wichtiger ist es, dass wir das ernsthaft versuchen.

„Wir können nicht einfach zur Tagesordnung übergehen“

DOMRADIO.DE: Auf welche Herausforderungen muss die Kirche jetzt reagieren?

Hofmann: Wir können nicht einfach zur Tagesordnung übergehen, das wäre auf jeden Fall falsch. Wir müssen Vertrauen zurückgewinnen. Das geht zuallererst durch Taten an erster Stelle, durch konkrete Verhaltensweisen und dann eben auch durch Worte. Wir müssen die Botschaft Jesu Christi so verkünden, dass die Menschen sie heute verstehen. Denn diese Botschaft ist nach wie vor hochaktuell und wichtig.

Durch unser Verhalten in den Pfarrgemeinden vor Ort, durch die konkrete Begegnung mit den Engagierten, mit den im Seelsorgeteam Tätigen, durch gute, glaubwürdige geistliche Gottesdienste, durch konkrete Hilfen, wie wir es zurzeit tun, etwa bei den Ukraine-Flüchtlingen und bei anderen Notleidenden. Ich glaube, dass viele gute Seiten der Kirche da sind, die wir kontinuierlich neu, unaufgeregt, aber überzeugend zeigen sollten.

DOMRADIO.DE: Was sagen Sie denn den Menschen, die beklagen, sie gäben jeden Monat so viel Geld für die katholische Kirche aus und sähen nicht, dass das Geld richtig angewandt wird?

Hofmann: Ich glaube, hier hilft es genauer hinzuschauen. Das eine ist, dass wir natürlich mit dem Geld Dinge tun, die für viele Menschen selbstverständlich erscheinen, aber so selbstverständlich nicht sind. Im Erzbistum Köln betreiben wir 33 Schulen, die großen Zulauf finden, wo offenbar nach wie vor großes Vertrauen in die Kirche gesetzt wird. In die Seelsorge geht der größte Posten richtigerweise in die Kirchengemeinden. Wir haben in der Corona-Zeit viele Gottesdienste streamen können. Darauf habe ich viel positive Resonanz erhalten. Immer wieder sagten Menschen: „Gott sei Dank, dass ihr das tut, dass wir wenigstens auf diese Weise teilnehmen können".

Und jetzt sind viele glücklich, auch wieder in die geöffneten Kirchen gehen zu können. Im caritativ-sozialen Bereich gibt es viele Angebote, die auch Personen nutzen können, die nicht zur Kirche gehören. Ja, wir bekommen dafür anteilig vom Staat finanzielle Vergütung. Das ist auch in Ordnung, da wir hier staatliche Aufgaben übernehmen.  Und die Menschen, die sagen „was macht die Kirche mit meinem Geld“, möchte ich auf unsere Information verweisen „Kirchensteuer im Erzbistum Köln". Viele wichtige Dinge können wir damit finanzieren, die sonst nicht nur der Kirche, sondern auch der Gesellschaft fehlen würden: Beratungsangebote, Flüchtlingshilfe, Kindertageseinrichtungen, Familienzentren, offene Kirchen als Orte der Besinnung und des Gebetes.

„Was soll denn das Ganze, was wir erleben mit Krieg, mit Pandemie, wenn das alles überhaupt keinen Sinn hat, da kann man ja am Ende fast nur noch verzweifeln“

DOMRADIO.DE: Wenn die Kirche immer mehr an Bedeutung verliert – was fehlt der Gesellschaft, das die Kirche der Gesellschaft geben kann?

Hofmann: Mich hat mal Gregor Gysi nachdenklich gemacht, jemand, der selbst sagt, er glaube gar nicht an Gott. Er sagt: „Ich fürchte eine Gesellschaft ohne Kirche, ohne gläubige Menschen“. Auch andere kluge Menschen weisen darauf hin, wie wichtig es ist, die Sinnfrage unserer ganzen Existenz immer wieder in Erinnerung zu rufen. Was soll denn das Ganze, was wir erleben mit Krieg, mit Pandemie, wenn das alles überhaupt keinen Sinn hat, da kann man ja am Ende fast nur noch verzweifeln. Und von Jesus Christus zu hören, dass all dies von Gott aufgefangen wird, dass es nicht einfach das Nichts am Ende des Lebens gibt, sondern dass mein und unser Leben trotz aller Beschwernis eine Zukunft hat. Das ist, glaube ich, eminent wichtig.

DOMRADIO.DE: Und was macht Ihnen auch ganz praktisch Hoffnung? Hoffnung für die Zukunft der Kirche?

Hofmann: Hoffnung macht mir das, was nicht unbedingt immer in den Zahlen, die heute veröffentlicht wurden, sichtbar wird. Ich war vor einiger Zeit bei einem Jugendfestival bei uns im Erzbistum. Mehr als 300 junge Leute, die ein ganzes Wochenende begeistert zusammengekommen sind, ganz spontan in ihrer konkreten Weise aufzutreten: frohgestimmt, natürlich, nicht naiv, nicht kindisch. Sondern auch sie hatten wesentliche Fragen und haben sie untereinander ausgetauscht. Doch sie strahlten eine tiefe, überzeugende Hoffnung aus, die auch Generationen, die etwas älter waren, positiv berührt hat.

Das Interview führte Johannes Schröer. (domradio.de 28)

 

 

 

„Grenzen nicht durch Missachtung der Rechte schützen“

 

Die Kommission der Europäischen Bischofskonferenzen COMECE hat sich bestürzt über die Tragödie an der marokkanisch-spanischen Grenze gezeigt. Offiziellen Angaben zufolge kamen am Freitagabend 23 Menschen bei dem Versuch, in die spanische Exklave Melilla zu gelangen, ums Leben; Nichtregierungsorganisationen sprechen von 37 Opfern.

Die COMECE-Bischöfe äußerten sich in einem Statement von Montagabend. Darin drücken sie ihr Beileid mit den Familien der Opfer – darunter auch zwei Sicherheitsbeamte - aus, fordern aber auch eine Identifizierung der Opfer und die Rückgabe ihrer sterblichen Überreste an ihre Familien. Die Geschehnisse müssten auf unabhängige und vertrauenswürdige Weise untersucht werden, so die Mitteilung, die durch COMECE-Generalsekretär Barrios Prieto unterzeichnet ist. Es dürfe nicht sein, dass die Europäische Union ihre Außengrenzen durch Gewaltanwendung und Missachtung der Menschenrechte sichere, appellieren die Bischöfe. Eine sorgfältige Überprüfung des Asylanspruchs müsse gewährleistet sein.

Am Freitag hatten marokkanische Sicherheitskräfte brutal auf den Versuch Hunderter Migranten – darunter viele Sudanesen - reagiert, die Grenze zur spanischen Exklave Mellila zu überwinden und so nach Europa einreisen zu können. Der Sonderbeauftragte der algerischen Regierung für die Sahara spricht von „schockierenden Bildern eines Massakers“ und der „unverhältnismäßigen Anwendung von Gewalt, die an echte Hinrichtungen im Schnellverfahren erinnert“. Videos, die von Aktivisten und Medien veröffentlicht wurden, zeigen Menschen, die unter der Aufsicht marokkanischer Wachen auf dem Boden kauern, darunter einige wehrlose und möglicherweise bereits leblose Körper. Andere Bilder zeigen marokkanische Polizisten, die am Boden liegende Migranten treten und schlagen.

Algerien klagt an

Algerien hat den UN-Flüchtlingskommissar gebeten, eine „unabhängige und transparente“ Untersuchung einzuleiten, die „die systematische Verletzung der Menschenrechte durch einen Staat belegen, der sich entschieden hat, gegen Bezahlung die Rolle der Polizei bei der ,ausgelagerten‘ Verwaltung der EU-Außengrenzen zu spielen“.

Auch der Vorsitzende der Kommission der Afrikanischen Union, der aus dem Tschad stammende Moussa Faki Mahamat, verurteilte „die gewaltsame und entwürdigende Behandlung afrikanischer Migranten“ und forderte eine Untersuchung der Tragödie. Der spanische Ministerpräsident Pedro Sánchez hingegen bezeichnete die Tragödie als Folge eines „gewalttätigen und organisierten Angriffs von Mafias, die sich dem Menschenhandel verschrieben haben, gegen die territoriale Integrität unseres Landes“. Der spanische Premierminister drückte auch sein Beileid für die Opfer aus. 

Die Grenze zwischen Marokko und den beiden spanischen Exklaven Ceuta und Melilla war am 17. Mai nach mehr als zwei Jahren Unterbrechung wieder geöffnet worden. Zuvor war die Grenze unter anderem wegen der Corona-Pandemie geschlossen geblieben. Bereits Anfang März hatten rund 2.500 Migranten versucht, die Grenze gewaltsam zu stürmen. Rund 500 waren bei dem Versuch auf die andere Seite des Zauns gelangt. Spanien und Marokko hatten sich jüngst wieder einander angenähert, als Spanien zu verstehen gab, dass es ein Autonomiegebiet in der von Marokko besetzten Westsahara anzeptieren würde.

Beileidsbekundung der spanischen Bischöfe

Derweil fordern die Bischöfe der Unterkommission für Migration und menschliche Mobilität der spanischen Bischofskonferenz „humanisierende Schritte“, um diese neue Migrationskrise zu bewältigen. Angesichts der ernsten Vorfälle, die sich in der Vergangenheit sowohl in Ceuta als auch in Melilla ereignet haben, bringen die Bischöfe ihr Bedauern über den Verlust von Menschenleben zum Ausdruck und hoffen auf die baldige Genesung aller Verletzten. Verständnis äußern die Bischöfe jedoch auch für die Besorgnis der Bewohner der Grenzstädte. Sie hofften, dass die zuständigen Behörden zur Aufklärung der Vorfälle beitragen und geeignete Maßnahmen ergreifen würden, damit sie sich nicht wiederholen, so die spanischen Bischöfe.

Anschuldigungen gegen Marokko mit Vorsicht genießen

Marino D'Amore ist Professor für den Masterstudiengang Migrationsströme an der Universität Nicolò Cusano in Rom. Er erklärt im Interview mit Radio Vatikan die jüngsten dramatischen Ereignisse in Melilla vor dem Hintergrund der neuen Einigung zwischen Spanien und Marokko, die im Wesentlichen auf der Anerkennung der Rechtmäßigkeit der marokkanischen Besetzung der Westsahara durch Madrid beruht.

Spanien sieht nämlich neuerdings in dem 2007 vorgelegten marokkanischen Autonomieplan die ernsthafteste Grundlage für eine Lösung der Westsahara-Frage. Wegen dieser Kehrtwende der spanischen Politik arbeitet Rabat nun bei der Sicherheit und der Kontrolle des Migrationsdrucks enger mit Madrid zusammen. Im Vergleich zu einem ähnlichen Sturm auf Grenzanlangen in Ceuta vor ein paar Monaten habe die marokkanische Armee nun „energischer eingegriffen“, meint D'Amore.

„In diesem Fall steht die offizielle Version in einem gewissen Gegensatz zu Berichten von Augenzeugen und NGOs, die die Sache beobachtet haben. Auch die Zahlen der Verletzten und Toten sind sehr unterschiedlich.“

Vorwürfe wurden laut, Marokkos Sicherheitskräfte hätten Migranten bewusst zu Tode geprügelt. Die unbestreitbar harte Reaktion auf den versuchten Grenzdurchbruch sei jedoch im Licht des Abkommens zur Westsahara zu sehen, unterstreicht D’Amore.

„Eine solche Reaktion der Armee in Rabat ist auch das Ergebnis dieser Einigung - auch wenn auch Premierminister Sanchez sich gegen die Kritik internationaler Beobachter verteidigen muss, nach der auch die Guardia Civíl zu energisch eingegriffen habe. Aber paradoxerweise hat der Premier nicht von dieser Frage gesprochen und auch nicht auf den ständigen Druck durch die Migranten hingewiesen. Vielmehr hat er von einem gezielten Angriff durch die Mafiabanden gesprochen, die Menschenhandel betreiben, was meiner bescheidenen Ansicht nach etwas aus dem Zusammenhang gerissen ist.“

Algerien als Akteur in der Region

Besonders harte Anschuldigungen gegen Marokko kommen aus Algerien, ein Land, das allerdings selbst als Akteur mit gewichtigen Interessen im Westsahara-Konflikt einzuordnen sei, unterstreicht D’Amore. „Marokko als Ausführer schrecklicher Taten darzustellen, ist eine gute Gelegenheit, um seine Interessen vor der internationalen Gemeinschaft zu verteidigen, auch wenn wir sehr gut wissen, dass derart heikle geopolitische Fragen auf völlig andere Weisen gelöst werden müssten.“ Auch die Medien sollten sich bei der Darstellung dieses Konfliktes an die eigene Nase packen, meint der internationale Beobachter allerdings auch.

Ob wir solche Bilder wie die aus Melilla in Zukunft wohl nicht mehr sehen müssen? Da zeigt sich D’Amore skeptisch: „Wir müssen leider mit dem Üblichen rechnen. Wir dürfen nicht davon ausgehen, dass solche Vorfälle fremdgesteuert sind oder durch graue Eminenzen im Hintergrund hervorgerufen werden. Nein, es handelt sich um Fragen, die mit dem Selbsterhaltungstrieb zusammenhängen.“

Erklärungsmuster wie diejenige von Sanchez, der sich auf Menschenhändler berief, oder auch Elemente wie Terrorismus und ähnliches griffen einfach zu kurz, mahnt D’Amore: „Ich glaube leider, auch wenn ich das Gegenteil hoffe, dass wir uns wieder solchen Situationen gegenübersehen werden, denn wer dort war, wer das mit eigenen Augen gesehen hat, weiß sehr genau, dass derartige Aktionen aus der Verzweiflung geboren sind, aus dem Wunsch, sein eigenes Dasein zu verbessern – ein Dasein, das meistens durch Entbehrungen gezeichnet ist, durch Kriege, durch Flucht, durch Ungerechtigkeiten, durch schreckliche Gewalt… Und solange die Internationale Gemeinschaft nicht versteht, dass das vielleicht nicht der Hauptgrund, aber einer der Hauptgründe ist, solange wird es keine Lösung geben.“ (vn 28)

 

 

 

 

Austritte sorgen für neuen Schock in katholischer Kirche

 

Erstmals in der Geschichte der Bundesrepublik gehört weniger als die Hälfte der Bundesbürger einer der beiden großen Kirchen an. Die katholische Kirche zählte im vergangenen Jahr 21.645.875 Mitglieder, wie aus der am Montag veröffentlichten Statistik der Deutschen Bischofskonferenz hervorgeht. Das entspricht rund 26 Prozent der Bevölkerung.

Die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) hatte bereits im März ihre Statistik veröffentlicht. Demnach zählte sie 19,72 Millionen Mitglieder, was einem Anteil von 23,5 Prozent entspricht.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, sagte mit Blick auf die katholische Kirche, die Zahlen zeugten von einer tiefgreifenden Krise. „Es ist nichts schönzureden, und ich bin (...) zutiefst erschüttert über die extrem hohe Zahl von Kirchenaustritten.“ Mittlerweile vollzögen nicht nur Menschen den Austritt, die zu ihrer Pfarrei schon länger kaum Kontakt gehabt hätten: „Es mehren sich Rückmeldungen, dass Menschen diesen Schritt gehen, die bisher in den Pfarreien sehr engagiert waren.“

Im vergangenen Jahr kehrten 359.338 Katholiken ihrer Kirche den Rücken. Damit wurde der bisherige Höchstwert aus dem Jahr 2019 deutlich übertroffen, als knapp 273.000 Katholiken austraten. Auch die EKD hatte Rekordwerte gemeldet. Im vergangenen Jahr traten demnach 280.000 Protestanten aus der Kirche aus. Die Zahl ihrer Mitglieder sank erstmals unter die 20-Millionen-Grenze auf 19,72 Millionen.

Christen bilden in Deutschland weiterhin die mit Abstand größte Religionsgemeinschaft. Knapp die Hälfte der Bevölkerung gehört einer der beiden großen Kirchen an. (kna/diözesen 27)

 

 

 

 

Kirchenstatistik 2021. Bischof Bätzing: Erzählen von dem, was Kirche ist

 

Die Deutsche Bischofskonferenz und die 27 (Erz-)Diözesen der katholischen Kirche in Deutschland haben heute (27. Juni 2022) die jährliche Kirchenstatistik für das vergangene Jahr 2021 veröffentlicht. In Deutschland machen die Katholiken 26 Prozent der Gesamtbevölkerung aus (21.645.875 Kirchenmitglieder).

 

Auch im Jahr 2021 ist die Statistik erheblich von den Auswirkungen der Corona-Pandemie geprägt, da diese sich vielfach auf das kirchliche Leben ausgewirkt hat. Durch die notwendigen Schutz- und Hygienemaßnahmen konnten manche Gottesdienste nicht so gefeiert werden wie geplant. Gegenüber 2020 waren jedoch mehr Sakramentenspendungen möglich. Durch die laufenden Strukturmaßnahmen in Bistümern hat sich die Zahl der Pfarreien auf 9.790 (2020: 9.858) verringert. Insgesamt gibt es 10.313 Priester (2020: 12.565), davon sind 6.215 Pfarrseelsorger (2020: 6.303). In den weiteren pastoralen Diensten weist die Statistik für 2021 insgesamt 3.253 Ständige Diakone (2020: 3.245), 3.198 Pastoralassistenten/-referenten (weiblich: 1.532, männlich: 1.666) und 4.318 Gemeindeassistenten/-referenten (weiblich: 3.400, männlich: 918) aus. Die Zahl der Priesterweihen lag 2021 bei 62 (davon 48 Welt- und 14 Ordenspriester).

 

Der Gottesdienstbesuch ist – coronabedingt – in 2021 mit 4,3 Prozent erneut zurückgegangen (2020: 5,9 Prozent). Die Zahlen beim Sakramentenempfang sind dagegen teilweise deutlich gestiegen: So lag die Zahl der kirchlichen Trauungen bei 20.140 (2020: 11.018), die Zahl der Taufen bei 141.992 (2020: 104.610) und die Zahl der Erstkommunionen bei 156.574 (2021: 139.752). Die Bestattungen sind mit 240.040 ebenfalls leicht gestiegen (2020: 236.546). Im Jahr 2021 sind 1.465 Menschen in die katholische Kirche eingetreten (2020:  1.578), es wurden 4.116 Menschen wieder aufgenommen (2020: 4.358). Die Zahl der Kirchenaustritte ist in 2021 erneut massiv gestiegen: 359.338 Menschen haben die Kirche verlassen (2020: 221.390; 2019: 272.771).

 

Zur Statistik 2021 erklärt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing: „Die Zahlen des Jahres 2021 zeigen die tiefgreifende Krise, in der wir uns als katholische Kirche in Deutschland befinden. Es ist nichts schönzureden, und ich bin – trotz der gestiegenen Zahlen der Sakramentenspendung – zutiefst erschüttert über die extrem hohe Zahl von Kirchenaustritten. Und zu diesen Zahlen müssen wir die Erkenntnis hinzulegen, dass mittlerweile nicht nur die Menschen austreten, die zu ihrer Pfarrei schon über einen längeren Zeitraum wenig oder sogar keinen Kontakt hatten, sondern es mehren sich Rückmeldungen, dass Menschen diesen Schritt gehen, die bisher in den Pfarreien sehr engagiert waren. Der Aufbruch, den wir mit dem Synodalen Weg gehen, ist hier im Kontakt mit Gläubigen offenbar noch nicht angekommen. Insgesamt zeigt diese dramatische Zahl: Es gibt keine Selbstverständlichkeiten mehr für uns als katholische Kirche. Wir müssen uns neu erklären, erläutern was wir tun und warum wir es machen. Zur Kirche zu gehören ist ebenso wenig eine Selbstverständlichkeit wie aktiv in ihr mitzuwirken. Die Skandale, die wir innerkirchlich zu beklagen und in erheblichem Maße selbst zu verantworten haben, zeigen sich in der Austrittszahl als Spiegelbild. Dieses dürfen wir nicht verzerren, wir müssen uns von der Vorstellung verabschieden, dass die Kirchen wieder voller werden oder die Zahl der Gläubigen wieder steigt. Und dennoch bin ich überzeugt: Die Botschaft des Evangeliums hat Kraft, die wir mit allen, die der Kirche angehören, zur Entfaltung bringen und ins Leben übersetzen können. Das ist nicht einfach, aber ich bin zuversichtlich, dass wir mit dem Synodalen Weg als Impuls zur inneren Reform und Erneuerung wichtige Schritte in die richtige Richtung machen.

 

Deshalb sind die Zahlen 2021 für mich auch ein Auftrag: den eingeschlagenen Weg der Kirche mutig weiterzugehen und von dem zu erzählen, was wir in unseren Pfarrgemeinden, in Verbänden und Vereinen, im Bildungsbereich und in der Caritas, in anderen Feldern wie zum Beispiel der Notfallseelsorge und mit unserem weltkirchlichen Engagement leisten. Ich möchte damit die drastische Austrittszahl nicht schönreden, keineswegs. Aber ich möchte dafür werben, das Mehr, den Gewinn, das Plus von Kirche zu sehen. Ohne die vielen Angebote von Gottesdiensten und Glaubensvermittlung würde unser menschliches Miteinander an Tiefe verlieren. Ohne unsere Caritas wäre die Gesellschaft ärmer. Ohne unsere tausenden von Bildungsangeboten wäre unser Land ärmer, ohne das große Engagement für die Menschen an den Rändern, besonders die Geflüchteten und die vom Krieg Betroffenen, wäre die Welt noch trauriger. Deshalb sind die vielen haupt- und ehrenamtlichen Seelsorgerinnen und Seelsorger für mich eine Ermutigung, dass es den Weg einer Kirche an der Seite der Menschen zu gehen lohnt. Unendlich viele Ehrenamtliche tragen letztlich dieses Engagement. Ihnen gilt mein besonderer Dank an diesem Tag.

 

Auch im zweiten Jahr der Pandemie zeigen die Zahlen, dass Kirche bei den Menschen präsent war. Ich hoffe sehr, dass die Zahl der Gottesdienstbesucher wieder ansteigt, sobald wir die Pandemie gänzlich überwunden haben. Es ist gut, dass wir ein Millionenpublikum durch Online-Angebote mit gestreamten Gottesdiensten und den Übertragungen von Gottesdiensten im öffentlich-rechtlichen und privaten Rundfunk erreicht haben – diese Zahlen sind in unserer Statistik bisher nicht berücksichtigt. Auch wenn dies einen in Präsenz miteinander gefeierten und erlebten Gottesdienst nicht ersetzen kann, sind auch künftig solche Angebote wichtig.

 

Wenn man auf unsere katholischen Schulen, Kindergärten und theologischen Fakultäten schaut, wenn man auf die Seelsorge und Beratungsangebote in allen Lebensbereichen blickt, und wenn man das Engagement von Ordensleuten und – um ein anderes Beispiel zu nennen – die Jugendarbeit nicht aus den Augen verliert, zeigt sich: Es gibt viele gute Gründe, in der Kirche zu bleiben und sie mitzugestalten. Kirche vermittelt Hoffnung, besonders in bedrängenden Krisenzeiten. Kirche schenkt Menschlichkeit, besonders da, wo andere entrechtet oder verarmt sind. Kirche stärkt den Glauben da, wo Menschen die Frage nach Gott stellen und religiöse Orientierung suchen. Kirche nahe bei den Menschen sein heißt, die Türen der Häuser und der Herzen weit zu öffnen. Wo aus gelebtem Glauben Gemeinschaft entsteht, da ist Kirche nach wie vor überzeugend und anziehend.“

Hinweise: Der Flyer mit den Eckdaten des Jahres 2021 ist als pdf-Datei in der Anlage sowie unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen verfügbar und kann dort auch bestellt werden. Weitere statistische Angaben finden Sie in der Rubrik Kirche in Zahlen.

Die Arbeitshilfe Katholische Kirche in Deutschland. Zahlen und Fakten 2021/2022 (Arbeitshilfen Nr. 332) erscheint Anfang August 2022 und kann bereits unter Publikationen vorbestellt werden. dbk 27

 

 

 

Missbrauch: „Vademecum“ auf neuestem Stand

 

Das vatikanische Glaubensdikasterium (das bis vor kurzem noch „Glaubenskongregation“ hieß) hat sein Handbuch für den Umgang mit Missbrauchsfällen auf den neuesten Stand gebracht. An diesem Montag wurde die neue Fassung veröffentlicht. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Der Titel ist ein bisschen sperrig: „Vademecum zu einigen Fragen in den Verfahren zur Behandlung von Fällen sexuellen Missbrauchs Minderjähriger durch Kleriker“. Gemeint ist die Version 2.0 des Handbuchs, dessen erste Ausgabe vor zwei Jahren erschien. Es soll den kirchlichen Verantwortlichen bei der korrekten kirchenrechtlichen Bearbeitung von Fällen helfen, in denen ein Kleriker wegen einer Straftat gegen das sechste Gebot mit Minderjährigen beschuldigt wird.

Der Text hat nicht Gesetzeskraft; er ist eine Handreichung für Entscheider im kirchlichen Bereich. Bei seiner Kurienreform, die am Pfingstsonntag in Kraft getreten ist, hat Papst Franziskus die Bereiche im Glaubensdikasterium, bei denen es um Fragen der Lehre und um Missbrauchsfälle geht, deutlicher voneinander getrennt.

Ausdrückliche Bitte um Rückmeldungen

Die Macher des Handbuchs aus dem Vatikan haben den Eindruck, dass schon die erste Ausgabe des Vademecums „dazu beigetragen hat, die Praxis zu vereinheitlichen“, was den Umgang mit Missbrauchsfällen im kirchlichen Bereich betrifft. Erforderlich wurde die Aktualisierung des Handbuchs vor allem, weil in der Zwischenzeit einige Bewegung ins Kirchenrecht gekommen ist. Vor allem sind im letzten Dezember Reformen im Strafrecht in Kraft getreten.

Eher selten ist es bei einem Text aus dem Vatikan, dass seine Autoren ausdrücklich um Rückmeldungen und Verbesserungsvorschläge bitten. Das Handbuch soll auch künftig immer wieder aktualisiert werden. (vn 27)

 

 

 

 

„Seid Familien mit einem großen Herzen!“

 

Mit dem Angelusgebet von Papst Franziskus ist an diesem Sonntag auch das X. Welttreffen der Familien in Rom zu Ende gegangen. Tausende von Delegierten aus aller Welt haben in den letzten Tagen über Würde und Gefährdungen von Ehe und Familie gesprochen, aber auch zusammen gefeiert und gebetet.

Franziskus ließ unter den Teilnehmern seines Mittagsgebets auf dem Petersplatz einen Gebetszettel verteilen: Auf ihm ist ein Aussendungs-Gebet für die Familien abgedruckt, das der Papst auch selbst vortrug.

 

Liebe Familien, ich lade euch ein, eure Reise fortzusetzen und auf den Vater zu hören, der euch zuruft:

Macht euch zu Missionaren auf den Wegen der Welt! Geht nicht allein!

Ihr, junge Familien, lasst euch führen von denen, die den Weg kennen;

ihr, die ihr vorausgeht, seid Wegbegleiter für die anderen.

Ihr, die ihr euch in den Schwierigkeiten verirrt habt,

Lasst euch nicht von Traurigkeit übermannen, vertraut auf die Liebe, die Gott in euch gelegt hat,

fleht den Geist jeden Tag an, sie neu zu beleben.

„Verkündet mit Freude die Schönheit des Familienlebens!“

Verkündet mit Freude die Schönheit des Familienlebens!

Verkündet den Kindern und Jugendlichen die Gnade der christlichen Ehe.

Gebt jenen Hoffnung, die keine haben.

Handelt so, als hinge alles von euch ab,

in dem Wissen, dass alles Gott anvertraut werden muss.

Seid ihr es, die das Gewebe der Gesellschaft und einer synodalen Kirche „flechten“, die, Beziehungen schafft, Liebe und Leben vermehrend.

Seid ein Zeichen für den lebendigen Christus,

habt keine Angst vor dem, was der Herr von euch verlangt,

und fürchtet euch auch nicht, ihm gegenüber großzügig zu sein.

Öffnet euch für Christus, hört auf ihn in der Stille des Gebets.

Begleitet die Schwachen,

nehmt euch derer an, die allein, auf der Flucht, verlassen sind.

„Seid der Same einer geschwisterlicheren Welt!“

Seid der Same einer geschwisterlicheren Welt!

Seid Familien mit einem großen Herzen!

Seid das einladende Gesicht der Kirche!

Und bitte betet, hört nie auf zu beten!

Maria, unsere Mutter, stehe euch bei, wenn es keinen Wein mehr gibt,

sie begleite euch in der Zeit der Stille und der Prüfung,

sie helfe euch, gemeinsam mit ihrem auferstandenen Sohn zu gehen.

(vatican news 26)

 

 

 

X. Weltfamilientreffen beendet. Erzbischof Koch: „Ehe und Familie als Berufung verstehen“

 

Das X. Weltfamilientreffen hat heute (26. Juni 2022) seinen Abschluss in Rom und weltweit gefunden. Seit vergangenen Mittwoch hatte sich aus Deutschland eine 24-köpfige Delegation unter der Leitung von Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), Vorsitzender der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz, in Rom aufgehalten.

 

Erzbischof Koch zog ein positives Fazit des Weltfamilientreffens: „Es war für mich bewegend, wie klar viele Paare ihre Ehe und Familie bei diesem Weltfamilientreffen als Berufung verstehen, der sie sich im Glauben ein Leben lang auch in schwierigen Phasen stellen wollen.“ Besonders habe ihn die weltkirchliche Erfahrung beeindruckt. „,Haben bei Eurem Synodalen Weg Familien wie bei uns ein eigenes Stimmrecht?‘, fragte mich eine junge vietnamesische Mutter. Sie fügte hinzu: ‚Oder kommen bei Euch alle Delegierten alleine zu Euren Treffen ohne ihre Familien?‘“, so Erzbischof Koch. Er fügte hinzu: „Manchmal kommen mir bei uns die Worte von der Sakramentalität der Ehe wie pflichtbewusst geäußerte, oftmals leblose theologische Standardformeln vor. Hier in Rom merkte ich in manchen Statements, wie lebendig und herausfordernd für viele das bei ihrer Trauung empfangene Geschenk der Gegenwart Gottes in ihrer Ehe ist, und wie tragend und bedeutend es für ihre Ehe ist, sich immer wieder ganz konkret auf Gott einzulassen.“ Erzbischof Koch ergänzte die Formulierung einer Delegierten während des das Familientreffen begleitenden Pastoralkongresses: „Das ist doch das wesentliche Plus unserer kirchlichen Ehe und unsere Verheißung.“ Mit Blick auf die weitere Familie- und Ehepastoral der Kirche in Deutschland stellte Erzbischof Koch Fragen für die Zukunft: „Wie können wir verhindern, dass das Besondere einer christlichen Ehe diskriminierend wirkt gegenüber anderen Lebensformen? Das ist eine Frage, die mir in Deutschland öfters begegnet. Wie können wir das Besondere einer christlichen Ehe stärker ins Bewusstsein und zur Entfaltung bringen - lautete in Rom die öfters gestellte Frage und Aufforderung.“

 

Der größte Teil der Delegation aus Deutschland waren Ehepaare und Familien. Angelika Glaß-Hofmann und Dr. Gerald Hofmann aus Landshut zogen ebenfalls eine positive Bilanz: „Das Weltfamilientreffen war für uns ein besonderes Erlebnis. Paare und Familien auf der ganzen Welt sind ja mit ähnlichen Herausforderungen konfrontiert. Zu erfahren, wie vielfältig und auch kreativ hier die pastoralen Antworten sind und sich darüber, auch über Ländergrenzen hinweg, austauschen zu können, war sehr bereichernd.“ Das Ehepaar Claudia und Jürgen Leide aus Dresden hob hervor: „Die Begegnungen mit Menschen aus einer Pfarrei in Ostia Antica, ihre herzliche und großzügige Gastfreundschaft waren sehr beeindruckend. In den Gesprächen wurde deutlich, dass das Engagement für Familien gerade auch nach der Corona-Pandemie vergleichbare Herausforderungen mit sich bringt wie bei uns in Deutschland: es braucht neue Perspektiven und Wege, um als Kirche mit den Menschen heute in Kontakt zu kommen.“ Vielen Beiträgen der Konferenz seien sie als persönliche Zeugnisse mit großem Respekt begegnet: „Zugleich wurde genau durch sie für uns deutlich, dass wir in der Familienpastoral nicht ‚nur für die Eliten‘ da sein dürfen, wie es Papst Franziskus formuliert. Menschen, Paare, Familien leben in komplexen Situationen, es braucht dafür eine anthropologisch ‚geerdete‘ Pastoral und Spiritualität. Wir nehmen viel Inspiration mit für unsere Auseinandersetzung und Suche nach solchen Wegen“, so Claudia und Jürgen Leide.

 

Neben den Feierlichkeiten in Rom waren gleichzeitig die Diözesen in der Welt aufgerufen, das Treffen vor Ort mitzufeiern. In Deutschland fand das Weltfamilientreffen heute mit einem Open-Air-Gottesdienst durch den stellvertretenden Vorsitzenden der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz, Weihbischof Wilfried Theising, in Vechta seinen Abschluss. Bis gestern hatte er an dem Treffen in Rom teilgenommen. In seiner Predigt hob Weihbischof Theising hervor: „Das X. Weltfamilientreffen in Rom war ein tolles Erlebnis. Familien aus verschiedenen Ländern haben Glaubenszeugnisse gegeben, die tief beeindruckt haben.“ Papst Franziskus habe die Zeugnisse wunderbar gedeutet und das Motto „Die Liebe in der Familie: Berufung und Weg zur Heiligkeit“ damit verknüpft. „In Vechta verbinden wir uns heute weltweit mit allen, die zuhause das Weltfamilientreffen begehen. Als lebendige Familien vor Ort, die aus der Christusliebe leben, bilden wir die große Menschheitsfamilie Gottes, die die Welt umspannt“, so Weihbischof Theising.

 

Hintergrund. Das X. Weltfamilientreffen an dem rund 2.000 Delegierte aus 120 Ländern unter dem Leitwort „Die Liebe in der Familie: Berufung und Weg zur Heiligkeit“ teilgenommen haben, ist zugleich der Abschluss des von Papst Franziskus ausgerufenen „Jahres der Familie Amoris laetitia“. Fünf Jahre nach der Veröffentlichung seines Schreibens Amoris laetitia hatte der Papst am Fest der Heiligen Familie im Jahr 2020 (27. Dezember) das „Jahr der Familie Amoris laetitia“ angekündigt. Es hat am Gedenktag des hl. Josef (19. März 2021), dem fünften Jahrestag der Unterzeichnung von Amoris laetitia, begonnen. Das Jahr der Familie sollte den Inhalt von Amoris laetitia verbreiten helfen, das katholische Verständnis von Ehe als ein Sakrament neu betonen sowie junge Menschen für die Bedeutung einer christlich verstandenen Ehe und Familie sensibilisieren.

Weitere Informationen zum Weltfamilientreffen und dem „Jahr der Familie“ finden Sie unter www.dbk.de auf der Themenseite X. Weltfamilientreffen. Dip 26

 

 

 

 

Papst: Entschlossen den Weg der Familienliebe einschlagen

 

Am Sonntag klingt das zehnte Weltfamilientreffen in Rom aus. Bei der feierlichen Abschlussmesse am Samstagabend unter Vorsitz von Kardinal Kevin Farrell hat Franziskus erneut die Schönheit der Familie betont. „Wir dürfen nicht zulassen, dass sie durch die Gifte des Egoismus, des Individualismus und der Kultur der Gleichgültigkeit verunreinigt wird“, so der Wunsch des Kirchenoberhaupts auf dem Petersplatz. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Das zehnte Welttreffen der Familien in Rom geht zuende. Den Auftakt hatte am Mittwoch ein buntes Festival der Familien mit dem Papst in der Audienzhalle gebildet. An den folgenden Tagen gab es im Vatikan viele Moment der Reflexion und des Austausches mit den Delegierten des Weltfamilientreffens sowie ein Klassik-Konzert vor der suggestiven Kulisse des Innenhofs des Lateranpalasts. Die Botschaft war ein klares "Ja" zur Familie.

Höhepunkt der Veranstaltungen rund um das Großereignis war die Abschlussmesse, die am Samstagabend in festlicher Atmosphäre auf dem Petersplatz gefeiert wurde. Stellvertretend für Papst Franziskus, der noch immer in seiner Mobilität stark eingeschränkt ist, stand Kardinal Kevin Farrell, Präfekt des Dikasteriums für Laien, Familie und Leben, in Anwesenheit des Papstes der Messe vor. Zuvor hatte Franziskus auf dem Petersplatz noch eine Runde im Papamobil gedreht - sehr zur Freude einer Gruppe von Kindern, die mit ihm mitfahren durften.

In der von ihm selbst verlesenen Predigt ging Franziskus von den Lesungen aus, die die Tagesliturgie vorgelegt hat. Das Pauluswort von der Freiheit, „eines der am meisten geschätzten und begehrten Güter des modernen zeitgenössischen Menschen“, legte Franziskus wie folgt auf die Familien um:

„Ihr Eheleute habt bei der Gründung eurer Familien alle mit der Gnade Christi diese mutige Entscheidung getroffen, eure Freiheit nicht für euch selbst zu nutzen, sondern die Menschen zu lieben, die Gott euch an die Seite gestellt hat. Anstatt als „Inseln“ zu leben, habt ihr euch „in einen gegenseitigen Dienst“ gestellt. So lebt man Freiheit in der Familie! Da gibt es keine „Planeten“ oder „Satelliten“, die jeweils auf ihrer eigenen Umlaufbahn unterwegs sind. Die Familie ist der Ort der Begegnung, wo man teilt und aus sich heraustritt, um den anderen anzunehmen und ihm/ihr nahe zu sein. Sie ist der erste Ort, an dem man lernt zu lieben.“

Die Familie, Ort der Begegnung

Doch gerade in der heutigen Zeit habe man immer mehr das Gefühl, die Schönheit der Familie verteidigen zu müssen, gab der Papst zu bedenken und forderte: „Wir dürfen nicht zulassen, dass sie durch die Gifte des Egoismus, des Individualismus, der Kultur der Gleichgültigkeit sowie der Wegwerfmentalität verunreinigt wird und so ihre „DNS“, nämlich die Bereitschaft einander anzunehmen und den Geist des Dienens, verliert.“

Auch die Beziehung zwischen den Generationen sei oft nicht einfach, führte Franziskus weiter aus. Viele Eltern hätten Angst, dass sich ihre Kinder „in der Unübersichtlichkeit unserer Gesellschaften, in denen alles chaotisch und unsicher erscheint, nicht zurechtfinden und schließlich die Orientierung verlieren werden.“ Und diese Angst mache manche Eltern unruhig, andere überfürsorglich, ja manchmal blockiere sie sogar den Wunsch, neues Leben in die Welt zu setzen. Doch hier brauche es Vertrauen:

 „Gott liebt die jungen Menschen, aber das bedeutet nicht, dass er sie vor jedem Risiko, jeder Herausforderung und jedem Leid bewahrt. Er ist nicht ängstlich und überfürsorglich; im Gegenteil, er vertraut ihnen und beruft einen jeden zu einem anspruchsvollen Leben und zu einem großen Dienst,“ betonte Franziskus und gab den Eltern folgenden Rat:

 

„Liebe Eltern, das Wort Gottes weist uns den Weg: Ihr sollt eure Kinder nicht vor jeder Art von Schwierigkeiten und Leiden bewahren, sondern versuchen, ihnen die Leidenschaft für das Leben zu vermitteln, in ihnen den Wunsch zu wecken, ihre Berufung zu finden und den großen Auftrag anzunehmen, den Gott für sie vorgesehen hat… Wenn ihr euren Kindern helft, ihre Berufung zu entdecken und anzunehmen, werdet ihr sehen, dass sie von dieser Sendung „ergriffen“ werden und die Kraft haben werden, die Schwierigkeiten des Lebens zu meistern.“

Danach ging der Papst noch einmal auf das Motto des zehnten Weltfamilientreffens ein: „Familienliebe: Berufung und Weg zur Heiligkeit“.

 

„Mit der Kraft dieses Wortes des Lebens ermutige ich euch, entschlossen den Weg der Familienliebe einzuschlagen und mit allen Familienmitgliedern die Freude über diese Berufung zu teilen. Möge die Liebe, die ihr untereinander lebt, stets offen und nach außen gerichtet sein, fähig, die Schwachen und die Verwundeten zu „berühren“, denen ihr auf eurem Weg begegnet: allen, die unter körperlichen und seelischen Gebrechen leiden. Die Liebe, auch die Liebe in der Familie, wird geläutert und gestärkt, wenn sie weitergegeben wird…. Möge der Herr euch jeden Tag helfen, in Einheit, Frieden und Freude zu leben und allen zu zeigen, dass Gott Liebe und Lebensgemeinschaft ist.“

Am Ende der Messe verlas Papst Franziskus folgendes Gebet zur Aussendung der Familien: 

Liebe Familien,

Ich lade euch ein, eure Reise fortzusetzen

Und auf den Vater zu hören, der euch zuruft:

Macht euch zu Missionaren auf den Wegen der Welt!

Geht nicht allein!

Ihr, junge Familien, lasst euch führen von denen, die den Weg kennen;

ihr, die ihr vorausgeht, seid Wegbegleiter für die anderen.

Ihr, die ihr euch in den Schwierigkeiten verirrt habt,

Lasst euch nicht von Traurigkeit übermannen,

vertraut auf die Liebe, die Gott in euch gelegt hat,

fleht den Geist jeden Tag an, sie neu zu beleben.

Verkündet mit Freude die Schönheit des Familienlebens!

Verkündet den Kindern und Jugendlichen die Gnade der christlichen Ehe.

Gebt jenen Hoffnung, die keine haben.

Handelt so, als hinge alles von euch ab,

in dem Wissen, dass alles Gott anvertraut werden muss.

Seid ihr es, die das Gewebe der Gesellschaft und einer synodalen Kirche "flechten",

die Beziehungen schafft und Liebe und Leben vermehrt.

Seid ein Zeichen für den lebendigen Christus,

Habt keine Angst vor dem, was der Herr von euch verlangt,

und fürchtet euch nicht, ihm gegenüber großzügig zu sein.

Öffnet euch Christus, hört auf ihn in der Stille des Gebets.

Begleitet die Schwachen,

nehmt euch derer an, die allein, auf der Flucht, verlassen sind.

Seid der Same einer geschwisterlicheren Welt

Seid Familien mit einem großen Herzen!

Seid das einladende Gesicht der Kirche!

Und bitte – hört nie auf zu beten!

Maria, unsere Mutter, stehe euch bei, wenn es keinen Wein mehr gibt,

sie begleite euch in der Zeit der Stille und der Prüfung, sie helfe euch, gemeinsam mit ihrem auferstandenen Sohn zu gehen. (vaticannews 25)

 

 

 

 

Sorge über Abtreibungs-Votum

 

Der Deutsche Bundestag hat am Freitag mit links-grüner Mehrheit beschlossen, das Werbeverbot für Abtreibungen abzuschaffen. Die Entscheidung fiel nach einer teilweise hitzigen Debatte. Katholische Lebensschützer sehen die Streichung von Paragraph 219a mit Sorge.

Bisher war das Anbieten, Ankündigen oder Anpreisen von Abtreibungen im Wesentlichen verboten. Die neue Regierung hatte sich schon in ihrem Koalitionsvertrag Ende letzten Jahres auf eine Streichung des Werbeverbots für Abtreibungen verständigt.

Die Deutsche Bischofskonferenz bedauerte die Entscheidung aus Berlin. Die Kirche habe sich für den Erhalt des Paragraphen und für eine Überarbeitung der Informationslage eingesetzt, sagte ihr Sprecher Matthias Kopp. Jetzt werde sie auch weiter für den Schutz der Ungeborenen und für Frauen in Bedrängnis eintreten.

„Erster Schritt zur Aufhebung eines gesellschaftlichen Konsenses“

Die Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (kfd) spricht vom „ersten Schritt zur Aufhebung eines gesellschaftlichen Konsenses“. Sie fürchtet, „dass nun auch §218 gekippt wird“, also der Abtreibungs-Paragraph.

„Nach dem Wegfall von § 219a ist es nun umso dringlicher, dass die verpflichtende Beratung für die Frau in einem Schwangerschaftskonflikt als Recht erhalten wird“, so die kfd. Eine solche Pflichtberatung, wie sie im Paragraphen 218 vorgeschrieben ist, sei ein „Schutzraum, den die Frau für eine informierte und individuelle Entscheidung in ihrer Situation benötigt“.

Pflichtberatung für die Frau als „Schutzraum“

Zudem müsse gewährleistet werden, dass nach den jetzt erweiterten Möglichkeiten ärztlicher Beratung Frauen im Schwangerschaftskonflikt „tatsächlich sachliche Informationen“ erhalten, so Deutschlands größter katholischer Frauenverband, der zugleich einer der größten Frauenverbände des Landes ist.

Ähnlich äußern sich an diesem Freitag die „Christdemokraten für das Leben“ (CDL). Sie sprechen von einem „weiteren Meilenstein in der deutschen Politik, das Lebensrecht für die Ungeborene auszuhöhlen“. Die Ampelkoalition habe sich damit als „eine Koalition der ‚Kultur des Todes‘“ erwiesen.

Hoffnung auf Normenkontrollverfahren

„Die Wortmeldungen aus den links-grünen Parteien zeigen nicht nur deutlich eine fehlende Empathie für Frauen im Konflikt und deren ungeborene Kinder, sondern auch dass grundlegende Aspekte in der Diskussion um die Abtreibung von ihren Vertretern nicht verstanden wurden.“ Es sei bezeichnend, dass „in keiner Wortmeldung aus den Ampel-Parteien die Rede vom Kind und dessen Recht auf Leben“ war.

Erst vor wenigen Tagen hat das Statistische Bundesamt mitgeteilt, dass die Abtreibungszahlen für das 1. Quartal 2022 im Vergleich zum Vorjahr um fast 5 Prozent gestiegen sind. „Dies zeigt deutlich, dass wir nicht eine Streichung der strafrechtlichen Regelungen sowie ungehinderte und schönfärberische Werbung für Abtreibung brauchen, sondern eine großangelegte Kampagne für das Lebensrecht des Kindes“, so die CDL. Der Verband hofft darauf, dass die Unionsparteien im Bundestag ein Normenkontrollverfahren anstrengen.

Schwangere müssen Möglichkeit auf Beratung und Information haben 

Der Deutsche Caritasverband und sein Fachverband Sozialdienst katholischer Frauen äußern sich anlässlich des heutigen Bundestagsbeschlusses zur Aufhebung des § 219a StGB. Frauen in der Schwangerschaft, gerade wenn diese ungeplant oder Anlass für Sorgen und Ängste ist, müssen die Möglichkeit einer umfassenden Beratung und Information haben. Dafür tritt die Caritas mit Nachdruck ein. Selbstverständlich brauchen Ärztinnen und Ärzte Rechtssicherheit. Wir erwarten aber ausgewogene Regelungen, die auch grundsätzliche Aspekte des Lebensschutzes ausreichend berücksichtigen. Das gewährleistet die heutige Reform nicht. Wir erwarten, dass Exekutive und Legislative weiter alles tun, damit die gesellschaftliche Verantwortung für Frauen im Schwangerschaftskonflikt und in schwangerschaftsbedingten Notlagen nicht nur erhalten, sondern gestärkt wird. Die staatliche Schutzpflicht für das ungeborene Leben muss durch ein verpflichtendes Beratungsangebot erhalten bleiben. (vn 24)

 

 

 

Papst: Mafia gewinnt, wenn Angst sich des Lebens bemächtigt

 

Es sind vor allem die Letzten, am Rand der Gesellschaft stehenden Menschen, die in die Fänge der Mafia geraten und als „moderne Sklaven“ für mafiöse wirtschaftliche Strukturen ausgebeutet werden. Das betonte Franziskus gegenüber den Teilnehmern an einer Tagung, die die Internationale Päpstliche Marianische Akademie aus Anlass des 30-jährigen Bestehens des italienischen Anti-Mafia-Kriminalamtes DIA organisiert hat.

Franziskus sprach vor den rund 350 Teilnehmern an der Audienz die Mechanismen an, die zu einem Aufblühen mafiöser Strukturen führen – und dankte seinen Gästen für ihren delikaten und teils auch gefährlichen Einsatz im Kampf gegen die Mafia. Sie arbeiteten dafür, eine geschwisterliche und gerechte Gesellschaft zu fördern, in der eine Kultur der Legalität und Rücksicht auf Menschen und Umwelt herrschten, würdigte das Kirchenoberhaupt. Gegen die organisierte Kriminalität helfe nur, Strukturen zu schaffen, in denen der „Pakt unter den Generationen“ hochgehalten werde und der Wille bestehe, Gleichheit und Gerechtigkeit für alle walten zu lassen, so Franziskus.

Einzelinteressen, Korruption, Gier und Gewalt bildeten hingegen die „DNA“ mafiöser Organisationen: „Die Mafia gewinnt, wenn die Angst sich des Lebens bemächtigt. Dies ist der Grund dafür, dass sie (die Mafia) sich des Geistes und des Herzens bemächtigt und die Menschen von innen heraus ihrer Würde und Freiheit beraubt.“

Auch Kirche ist nicht gefeit

In dieser Gemengelage stellten sie einen „Lichtschimmer” dar, der für Wandel und ein Zeugnis der Freiheit stehe, hob der Papst die Anstrengungen seiner Gäste hervor, ohne Mängel auch der eigenen Organisation zu verschweigen. Auch hier gebe es, wie in der Gesellschaft, „Schattenbereiche“, in denen es an einer klaren Distanzierung von überholten und teils sogar unmoralischen Verhaltensweisen mangele.

Mafia bereichert sich dank der Ausgesonderten

Doch wenn es an Sicherheit und Legalität fehle, seien die ersten Opfer oft die Zerbrechlichsten, die „Letzten“ der Gesellschaft. Sie seien die „modernen Sklaven, auf denen die mafiöse Wirtschaft aufbaut; sie sind die Ausgesonderten, die sie benötigen, um das soziale Leben und die Umwelt zu verschmutzen,“ betonte Franziskus mit der Bitte an seine Besucher, diesen Menschen nahezustehen und so der Kriminalität entgegenzuwirken.

Es gelte, dem „kulturellen mafiösen Kolonialismus“ durch Bildung und Forschung entgegenzutreten, denn Fortschritt in den verschiedenen Bereichen der Gesellschaft, wie auch im Umweltbereich entstünden nicht durch „Korruption und Privilegien“, sondern in einem Umfeld, das durch „Freiheit, Ehrlichkeit und Solidarität“ geprägt sei. Denn das mafiöse Gedankengut schleiche sich nach Art einer kulturellen Kolonialisierung ein, bis es praktisch Teil der eigenen Kultur werde und unausweichlich scheine. Allerdings sei dies eine „Straße des Sklaventums“, während die Arbeit seiner Gäste gerade darin bestehe, eine solche zu verhindern, dankte Franziskus den Audienzteilnehmern noch einmal. 

Die Anti-Mafia-Direktion DIA ist am italienischen Innenministerium angesiedelt und bündelt Kräfte aus verschiedenen Polizeiorganisationen, um den Kampf gegen das organisierte Verbrechen im Land voranzutreiben. Sie wurde 1992 eingerichtet. Die Internationale Päpstliche Marianische Akademie hat aus Anlass des Jahrestages eine Tagung organisiert. (vn 23)

 

 

 

 

Papst Franziskus feiert in Rom Festival der Familien

 

Mit einem bunten Glaubensfest hat der Papst am Mittwochabend das zehnte Welttreffen der Familien eingeläutet. Das fünftägige Treffen, das zum zweiten Mal seit 1994 wieder in Rom stattfindet, steht unter dem Motto „Die Liebe in der Familie: Berufung und Weg zur Heiligkeit“. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

„The beauty of family“: so lautete das Thema des Festivals zum Auftakt des Weltfamilientreffens. Es war eine Feier mit vielen Musikeinlagen und bewegenden Zeugnissen von Familien aus aller Welt. Darunter die Witwe des in der Demokratischen Republik Kongo ermordeten italienischen Botschafters Luca Attanasio, eine Muslima, die unter Tränen erzählte, wie sie mit ihrem christlichen Ehemann den Geist der Geschwisterlichkeit gelebt hat; eine Mutter, die mit ihrer Tochter aus der Ukraine fliehen musste und von einer römischen Familie mit sechs Kindern aufgenommen wurde - und der Enkel der Patrone des zehnten Weltfamilientreffens, Francesco Quattrochi. Auch Familien aus Kiew, die von der dramatischen Erfahrung des Krieges in der Ukraine berichteten, wurden zugeschaltet.

Musikalisch begleitet wurde die Feier von den Tenören der Gruppe „Il Volo“. Die drei jungen Männer waren mit ihren Eltern, Großeltern und Geschwistern gekommen und tauschten sich am Anfang des Festivals mit den Moderatoren über den Wert der Familie aus. Papst Franziskus, der ab 18.45 Uhr -  im Rollstuhl sitzend - mit dabei war, wurde von den anwesenden Familien mit Begeisterung empfangen.

Keine „perfekten, sondern ganz normale Familien“

Der Organisator des Großereignisses, Kardinal Kevin Farrell - Präfekt des Dikasteriums für Laien, Familie und Leben – stellte in seinem Grußwort an Papst Franziskus heraus, dass die vorgestellten Familien „nicht perfekt“ seien. „Es sind ganz normale Familien, die die typischen Schwierigkeiten und Leiden unserer Zeit durchleben: die Angst vor der Heirat in einer Gesellschaft, die sie davon abhält, sich "für immer" zu binden; die Schwierigkeit, einander zu verzeihen in einer Welt, die zum Individualismus drängt; Krieg und der plötzliche Verlust eines geliebten Menschen,“ brachte der Kardinal einige der Probleme auf den Punkt, vor denen heute viele Familien stehen.

Die Ehe, ein wunderbares Geschenk, das die Macht der göttlichen Liebe in sich trägt

Die Zeugnisse der anwesenden Familien aufgreifend, zeigte ihnen Papst Franziskus in seiner Ansprache verschiedene Schritte auf, die sie auf dem Weg ihres Glaubenslebens als Familie gehen sollten.

Die Ehe sei „ein wunderbares Geschenk, das die Macht der göttlichen Liebe in sich trägt: stark, dauerhaft, treu, fähig, sich nach jedem Scheitern oder jeder Schwäche zu erholen,“ so Franziskus. Man heirate nicht, weil es die Kirche so sage, sondern „weil man die Ehe auf die Liebe Christi gründen will, die felsenfest ist. In der Ehe schenkt Christus sich euch, damit ihr die Kraft habt, euch einander zu schenken. Also nur Mut, das Familienleben ist keine unmögliche Aufgabe!“, so sein Rat an ein Paar, das von den Schwierigkeiten auf dem Weg zum "Jawort" berichtet hatte.

Teil des Lebens eines jeden Menschen und einer jeden Familie sei aber auch das Kreuz, so Franziskus weiter. Und hier könne beispielsweise die Prüfung der Krankheit helfen, „nach oben zu schauen und nicht Gefangene des Schmerzes zu bleiben, sondern sich für etwas Größeres zu öffnen: die geheimnisvollen Ratschlüsse Gottes, die Ewigkeit, den Himmel.“

Die Bedeutung der Vergebung

Dem Paar, das von der Krise in seiner Ehe berichtet hatte, riet Franziskus, „einen Schritt weiter hin zur Vergebung zu tun“: „Niemand wünscht sich eine „kurzlebige“ oder „befristete“ Liebe. Und ist es ein großes Leiden, wenn menschliche Fehler, Nachlässigkeiten und Sünden das Scheitern einer Ehe hervorrufen. Aber selbst inmitten des Sturms sieht Gott, was in unserem Herzen vorgeht,“ betonte der Papst und stellte fest: „Die Vergebung heilt jede Wunde, sie ist ein Geschenk, das aus der Gnade fließt, mit der Christus das Paar und die ganze Familie erfüllt, wenn man ihn handeln lässt, wenn man sich ihm zuwendet.“

Die Dynamik der Aufnahme

Als weiteren wichtiger Aspekt der Familie ging Franziskus auf die Aufnahme ein: „In der Familie gibt es eine Dynamik der Aufnahme, denn zuallererst haben sich die Ehepartner gegenseitig angenommen, indem sie an ihrem Hochzeitstag zueinander sagten: „Ich nehme dich an“. Und als sie dann Kinder zur Welt gebracht haben, haben sie das Leben neuer Geschöpfe angenommen. Und während in anonymen Umfeldern die Schwächeren oft verschmäht werden, ist es in der Familie hingegen selbstverständlich, sie aufzunehmen: ein behindertes Kind, ein pflegebedürftiger älterer Mensch, ein Verwandter in Schwierigkeiten, der niemanden hat ... Eine Gesellschaft ohne aufnahmewillige Familien würde kalt und unerträglich werden!“

Abschließend bat Papst Franziskus die Anwesenden noch, sich folgende Frage zu stellen:

„Welches ist das Wort, das der Herr durch unser Leben zu den Menschen sprechen will, denen wir begegnen? Welchen „Schritt weiter“ verlangt er heute von unserer Familie? Hört auf ihn. Lasst euch von ihm umgestalten, damit auch ihr die Welt umgestalten und sie zu einem „Zuhause“ für diejenigen machen könnt, die der Aufnahme bedürfen, für diejenigen, die es nötig haben, Christus zu begegnen und geliebt zu werden. Wir müssen mit dem Blick zum Himmel leben: wie die seligen Maria und Luigi Beltrame Quattrocchi zu ihren Kindern zu sagen pflegten, den Mühen und Freuden des Lebens „immer vom Dach aus mit dem Blick nach oben“ zu begegnen. (vn 23)

 

 

 

 

X. Weltfamilientreffen in Rom eröffnet. Erzbischof Koch: „Verständnis einer christlichen Ehe diskutieren“

 

Das X. Weltfamilientreffen wird heute (22. Juni 2022) in Rom eröffnet. Rund 2.000 Delegierte aus 120 Ländern sind zu den bis Sonntag dauernden zentralen Veranstaltungen eingeladen, die unter dem Leitwort „Die Liebe in der Familie: Berufung und Weg zur Heiligkeit“ stehen. Neben einem Familienfestival und einem pastoralen Kongress wird es auch eine Abschlussmesse mit Papst Franziskus geben. Die 24-köpfige Delegation aus Deutschland unter Leitung von Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), Vorsitzender der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz, ist heute in Rom eingetroffen.

 

Fünf Jahre nach der Veröffentlichung seines Schreibens Amoris laetitia hat Papst Franziskus am Fest der Heiligen Familie im Jahr 2020 (27. Dezember) ein „Jahr der Familie Amoris laetitia“ angekündigt. Es hat am Gedenktag des Heiligen Josef (19. März 2021), dem fünften Jahrestag der Unterzeichnung von Amoris laetitia, begonnen. Das Jahr der Familie sollte den Inhalt von Amoris laetitia verbreiten helfen, das katholische Verständnis von Ehe als ein Sakrament neu betonen sowie junge Menschen für die Bedeutung einer christlich verstandenen Ehe und Familie sensibilisieren. Mit dem X. Weltfamilientreffen in Rom und weltweit findet das Jahr Amoris laetitia seinen Abschluss.

 

„Ich freue mich auf die Teilnahme mit unserer Delegation beim X. Weltfamilientreffen“, betont Erzbischof Koch. „Nach zwei Jahren, in denen solche Begegnungen gar nicht stattfinden konnten, treffen wir jetzt Delegierte aus aller Welt. Es wird uns guttun, Weltkirche hautnah zu erfahren und gemeinsam über unser Verständnis einer christlichen Ehe und Familie in heutiger Zeit zu diskutieren. Vor allem müssen wir darüber nachdenken, wie die Sakramentalität von Ehe heutzutage jungen Menschen verständlich gemacht und für ihr Leben relevant beschrieben werden kann.“ Erzbischof Koch fügte hinzu, dass die auf katholischer Seite mit dem Sakrament verbundene Unauflöslichkeit der Ehe als dauerhafte Zusage der göttlichen Begleitung verstanden werden kann. Es helfe, sich dieser göttlichen Zusage noch einmal im weltkirchlichen Rahmen, mit Familien, Priestern und Bischöfen gemeinsam zu vergewissern. Aber auch soziale Herausforderungen wie Armut in den Familien, schwierige Lebenssituationen, etwa bei schwerkranken und dauerhaft pflegebedürftigen Familienmitgliedern, bei Sucht und Gewalt oder bei Notlagen durch erzwungene Migration stehen auf dem Programm des Weltfamilientreffens, so Erzbischof Koch weiter. Es sei unabdingbar, darüber zu reden, wenn man von und mit Familien spreche: „Wir kommen, um von den Erfahrungen der anderen Länder zu lernen, aber auch, um unsere eigenen einzubringen.“

 

Neben den Feierlichkeiten in Rom sind gleichzeitig alle Diözesen in der Welt aufgerufen, das Treffen vor Ort mitzufeiern. Auf Bundesebene wird daher das Weltfamilientreffen am kommenden Sonntag, 26. Juni 2022, mit einem Open-Air-Gottesdienst durch den stellvertretenden Vorsitzenden der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz, Weihbischof Wilfried Theising, abgeschlossen. Um 11.00 Uhr findet dieser Gottesdienst im Garten des Bischofshauses von Vechta statt. Dazu und zum sich anschließenden Begegnungsfest sind alle Interessierten, vor allem Familien, eingeladen.

 Hinweise: Für die weltweite Feier des Weltfamilientreffens sind verschiedene Materialien in Rom vorbereitet worden, darunter Katechesen und Bausteine für Gottesdienste. Die Materialien stehen in deutscher Sprache unter www.dbk.de auf der Themenseite X. Weltfamilientreffen zur Verfügung.

Durch das Jahr der Familie hindurch hat die Deutsche Bischofskonferenz auf einer Themenseite Impulse zu Festtagen im Kirchenjahr bereitgestellt, zuletzt die Impulse von Diakon Prof. Dr. Robert Scheule zu Christi Himmelfahrt (26. Mai 2022) und von Erzbischof Dr. Heiner Koch zum Dreifaltigkeitssonntag (12. Juni 2022). Weitere Informationen auf der Themenseite zum Jahr der Familie. Dbk 22

 

 

 

 

Generalaudienz: „Lernen, Glauben auch im Alter zu bezeugen“

 

In seiner letzten Generalaudienz vor der Sommerpause sprach Franziskus mit vielen freien Einschüben über den Abschied vom Leben, ohne sich aus der Nachfolge Christi zu verabschieden - und die Gewissheit, dass die eigene Aussaat von den jungen Generationen weitergetragen werde.

Der Papst holte weit aus in seiner Katechese an diesem Mittwoch, sprach den schwierigen Abschied vom selbstbestimmten Leben an, aber auch die Notwendigkeit, in jeder Lebensphase den Glauben zu bewahren. Das Vertrauen darauf, dass die jungen Generationen die Nachfolge übernehmen werden, heiße aber lange nicht, dass dieser Übergang völlig konfliktlos geschehen müsse, deutete Franziskus mit Blick auf die von inniger Liebe geprägte, aber nicht spannungsfreie Beziehung zwischen Jesus und Petrus an, wie sie in deren Dialog am Ende des Johannesevangeliums aufscheint (Joh 21, 15-23): „Eine Beziehung zwischen Männern in der Wahrheit“, nannte es der Papst.

Evangelium nicht in ,Kokon einer verzuckerten Offenbarung' einschließen

„Wir können uns fragen: Sind wir in der Lage, den Tenor dieser Beziehung Jesu zu den Jüngern beizubehalten – seinem Stil zu entsprechen, der so offen, so freimütig, so direkt, so menschlich real ist? (…) Sind wir nicht stattdessen sehr oft versucht, das Zeugnis des Evangeliums in den Kokon einer ‚verzuckerten‘ Offenbarung einzuschließen, der wir unter Bedingungen unsere Verehrung zollen? Diese Haltung, die wie Respekt aussieht, entfernt uns in Wirklichkeit von dem wirklichen Jesus und wird sogar zum Anlass für einen sehr abstrakten, sehr selbstbezogenen, sehr weltlichen Glaubensweg, der nicht der Weg Jesu ist.“

„Jesus immer folgen, zu Fuß, rennend, langsam, im Rollstuhl, immer“

In dem Gespräch gebe Jesus Petrus die Mahnung auf den Weg, dass er zu einem bestimmten Zeitpunkt sein Leben nicht mehr selbst in der Hand haben werde. Eine Anspielung auf das Martyrium und den Tod, wie der Evangelist im weiteren Verlauf erläutert. Doch den Sinn dieser Ermahnung könne man auch allgemeiner verstehen, so der Papst, der in diesem Zusammenhang scherzhaft auf sein eigenes Rollstuhldasein hinwies. Auch bei der eigenen Nachfolge müsse man lernen, sich von der „Gebrechlichkeit, Hilflosigkeit, Abhängigkeit von anderen leiten und formen zu lassen, selbst beim Ankleiden, beim Gehen.“ Du aber ‚folge mir nach‘ (V. 19), sagt Jesus zu Petrus: „Die Nachfolge Jesu geht immer weiter, in guter Gesundheit, bei schlechterer Gesundheit, selbstständig, physisch gesehen unselbstständig, aber die Nachfolge Jesu ist wichtig. Jesus immer folgen, zu Fuß, rennend, langsam, im Rollstuhl, immer.“

Die „Weisheit der Nachfolge“ müsse einen Weg finden, um im Glaubensbekenntnis verankert zu bleiben, auch unter den eingeschränkten Bedingungen von Schwäche und Alter, so Franziskus mit Blick auf das im Evangelium geschilderte Liebesbekenntnis des Petrus gegenüber Jesus.

„Wir lernen aus unserer Gebrechlichkeit, die Beständigkeit unseres Lebenszeugnisses unter den Bedingungen eines Lebens auszudrücken, das weitgehend auf andere angewiesen ist“

„Dieses Gespräch zwischen Jesus und Petrus enthält wertvolle Lehren für alle Jünger, für alle Gläubigen. Und auch für alle älteren Menschen. Wir lernen aus unserer Gebrechlichkeit, die Beständigkeit unseres Lebenszeugnisses unter den Bedingungen eines Lebens auszudrücken, das weitgehend auf andere angewiesen ist, das weitgehend von der Initiative anderer abhängt. Mit der Krankheit und dem Alter steigt die Abhängigkeit und wir sind nicht mehr selbständig wie früher; das nimmt zu und auch dort reift der Glaube, auch dort ist Jesus mit uns, auch dort sprudelt dieser Reichtum des auf dem Lebensweg gut gelebten Glaubens.“

Doch dieser Lebensabschnitt bringe die spirituelle Herausforderung mit sich, die altersbedingten Schwächen zu akzeptieren und damit umzugehen. Man müsse Abschied davon nehmen, als Protagonisten aufzutreten, und lernen, auf neue Weise am Leben der anderen teilzuhaben. Dazu gehöre auch, die Tatsache anzunehmen, dass nach uns jemand anderer komme, verdeutlichte der Papst anhand des Wortwechsels zwischen Petrus und Jesus, in dem es um das weitere Schicksal dessen Lieblingsjüngers ging. „Muss der wirklich in ‚meiner‘ Nachfolge mitmachen? Muss er ‚meinen‘ Platz besetzen? Wird das mein Nachfolger sein? Das sind Fragen, die nicht helfen. (...) Die Antwort Jesu ist offen und sogar grob: ‚Was kümmert dich das? Du kümmere dich um dein eigenes Leben, um deine aktuelle Situation und steck nicht die Nase in die Angelegenheiten anderer.“

„Ich habe das Leben gelebt, ich habe meinen Glauben bewahrt. Es ist schön, wenn ein älterer Mensch das sagen kann“

„Folge mir nach“, so die Antwort Jesu an Petrus, aber gleichzeitig eine Absage daran, sich ins Leben der anderen einzumischen. „Wunderschön“, unterstrich der Papst, der damit eine Mahnung an die älteren Menschen verband, keinen Neid auf die Jugend zu spüren, die nach und nach ihren Platz einnehmen werde. Denn das Alter und der Abschied vom Leben brächten im Gegenzug die Bewunderung der jungen Generationen für die Liebe und Glaubenstreue der Älteren, ebenso wie die „dankbare Anerkennung durch den Herrn“ mit sich: „Das Leben der älteren Menschen ist ein Abschied, langsam, langsam, aber ein freudiger Abschied: ich habe das Leben gelebt, ich habe meinen Glauben bewahrt. Es ist schön, wenn ein älterer Mensch das sagen kann: ,Ich habe das Leben gelebt, ich war ein Sünder, aber ich habe auch Gutes getan‘. Und dieser Friede, der kommt, das ist der Abschied der älteren Menschen.“

Jugend wird Saat aufgehen lassen - und das säen, was wir nicht säen konnten

Genau diese zunächst zwangsweise „untätige Nachfolge“, die jedoch wie bei Maria, der Schwester des Lazarus aus „tiefgefühlter Kontemplation und genauem Hören auf das Wort des Herrn“ bestehe, könne jedoch zum „besten Teil“ des Lebens werden, der einem von niemandem mehr genommen werden könne, so der Papst, der sich ausdrücklich dabei einschloss: „Schauen wir auf die älteren Menschen, schauen wir sie an, und helfen wir ihnen, auf dass sie ihre Lebensweisheit leben und ausdrücken können, dass sie uns geben können, was sie an Schönem und Gutem haben. (…) Und wir älteren Menschen, schauen wir auf die jungen Menschen und (schenken wir ihnen, Einf.) immer ein Lächeln (…): Sie werden ihren Weg gehen, sie werden das voranbringen, was wir gesät haben, auch das, was wir nicht gesät haben, weil wir nicht den Mut oder die Gelegenheit dazu hatten: sie werden es voranbringen.“

Ebenso wie ein älterer Mensch zum Glücklichsein die jungen Menschen ansehen müsse, könnten die jungen Menschen im Leben „nicht vorwärts gehen, ohne auf die Älteren zu schauen“, unterstrich Franziskus zum Abschluss die enge wechselseitige Beziehung der Generationen, die ihm seit jeher ein Anliegen ist.

Am kommenden Mittwoch findet keine Generalaudienz statt, da der Papst am Hochfest Peter und Paul eine Messe auf dem Petersplatz feiert. Im Juli werden die Generalaudienzen wie üblich ausgesetzt, bevor sie ab dem 6. August wieder aufgenommen werden. (vn 22)

 

 

 

 

Bundestagsdebatte zur gesetzlichen Neuregelung der Suizidassistenz

 

Erzbischof Burger und Bischof Overbeck: „Das Leben gestalten und vor Gott verantworten“

 

Die Mitglieder des Deutschen Bundestages werden am kommenden Freitag (24. Juni 2022) in 1. Lesung über drei überfraktionelle Gruppenanträge zur gesetzlichen Neuregelung der Suizidassistenz beraten.  Aus diesem aktuellen Anlass erklären der Vorsitzende der Glaubenskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Franz-Josef Overbeck (Essen), und der Vorsitzende der Kommission für caritative Fragen der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Stephan Burger (Freiburg):

 

„Anlass für die 1. Lesung über drei überfraktionelle Gruppenanträge zur gesetzlichen Neuregelung der Suizidassistenz gibt die Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts vom 26. Februar 2020. In diesem Urteil hat das Bundesverfassungsgericht nicht nur ein Recht auf selbstbestimmtes Sterben betont, das auch die Freiheit einschließt, sich selbst das Leben zu nehmen und hierfür die angebotene Assistenz Dritter in Anspruch zu nehmen. Es hat gleichzeitig die Bedeutung des verfassungsrechtlich gebotenen Lebensschutzes hervorgehoben und unterstrichen, dass näher zu bestimmende Mindestanforderungen einzuhalten sind, damit von einem Suizidentschluss ausgegangen werden kann, der auf einem autonom gebildeten, freien Willen beruht. Es hat zudem ausgeführt, dass der Gesetzgeber Vorkehrungen treffen kann, damit Personen nicht in schweren Lebenslagen in die Situation gebracht werden, sich mit solchen Angeboten auch nur näher befassen oder sich hierzu explizit verhalten zu müssen.

 

Nach christlicher Auffassung bedeutet Selbstbestimmung, das Leben selbst zu gestalten und es zugleich vor sich, vor anderen und vor Gott zu verantworten. Der Mensch als Geschöpf Gottes steht nicht nur in Beziehung zu Gott, sondern auch zu sich selbst und zu anderen. Dieses christliche Verständnis von Selbstbestimmung ist mit dem Rechtsverständnis von Autonomie und Selbstbestimmung, das dem Urteil des Bundesverfassungsgerichts zugrunde liegt, nicht in jeder Hinsicht vereinbar. In der Praxis müssen wir als Kirche mit diesem Spannungsverhältnis leben.

 

Die engagierten Mitarbeitenden in den Einrichtungen und Diensten unserer Caritas und in der Seelsorge begleiten Menschen in den unterschiedlichsten Lebens- und Krisensituationen. Pflegekräfte und Seelsorgende in Einrichtungen in katholischer Trägerschaft werden dabei auch mit Suizidwünschen von Bewohnern und Patienten konfrontiert. Wir wissen aus der Suizidforschung, dass diese Wünsche sehr volatil sind und in fast allen Fällen Ausdruck des Wunsches sind, nicht mehr ‚so‘ weiterzuleben.

 

Die pastorale Praxis im Umgang mit Menschen, die Suizidwünsche in sich tragen oder sich das Leben genommen haben, hat sich, auch angesichts neuerer Erkenntnisse der Suizidforschung, im Vergleich zu früheren Jahren deutlich verändert. Der Suizid wurde enttabuisiert, der Wunsch zu sterben bzw. ‚so‘ nicht weiter leben zu wollen, wird sehr ernst genommen. Gesprächs- und Hilfsangebote im Bereich der Seelsorge und Caritas können Grundlage für eine selbstbestimmte Entscheidung für das Leben sein. Sowohl in der Forschung als auch in der Praxis erweist sich, welch große Rolle hier eine gute Suizidprävention und ein dem Leben zugewandtes Gesamtklima spielen. Wir werben daher aus Anlass der derzeitigen Beratungen der Gruppenanträge im Deutschen Bundestag dafür, mindestens gleichzeitig, besser vorrangig Angebote der Suizidprävention sowie der Hospiz- und Palliativarbeit gesetzlich zu stärken. Die Menschen in unserem Land müssen sich in unserem Gesundheits- und Pflegesystem gut aufgehoben wissen. Suizid darf nicht zu einer Option neben anderen am Lebensende werden. Auch in diesem Zusammenhang zeigt sich die Notwendigkeit, dass wir als Gesellschaft nicht darin nachlassen dürfen, die Bedingungen in der ambulanten und stationären Pflege weiter und nachhaltig zu verbessern. Gerade in Lebensphasen, in denen Menschen besondere Belastungen verspüren, müssen wir ihnen Zeit und Zuwendung schenken. Eine Situation, in der ein älterer oder kranker Mensch eher einen assistierten Suizid wählt und dafür eine gute Infrastruktur vorfindet, als sich vertrauensvoll in qualifizierte Pflege zu begeben und wirkungsvolle Unterstützung anzunehmen, ist für die Kirche und ihre Caritas nicht tragbar und kann auch gesellschaftlich nicht gewollt sein.

 

Wir halten es daher auch für sehr wichtig, Einrichtungen und Diensten des Gesundheits- und Sozialwesens ausdrücklich die Möglichkeit einzuräumen, die Duldung von assistiertem Suizid in ihren Räumlichkeiten auszuschließen und dies ihren Bewohnenden von vorneherein zusagen zu können. Bewohnende, die sich bewusst für die Behandlung in diesen Einrichtungen entschieden haben, dürfen dann auch davon ausgehen, nicht mit einem assistierten Suizidangebot konfrontiert zu werden oder assistierte Suizide in der unmittelbaren Umgebung mitbekommen zu müssen.

 

Im Hinblick auf den assistierten Suizid besteht zudem immer die große Gefahr, dass die Entscheidung dafür auf situativer Verzweiflung, Überredung, oder gar subtilem Zwang beruht. Ein Gesetz zur Suizidassistenz, die wir vor dem Hintergrund unseres christlichen Menschenbildes weiterhin nicht gutheißen können, muss zumindest soweit wie möglich sicherstellen, dass der Suizidwillige den Entschluss freiverantwortlich und in Kenntnis von möglichen Auswegen aus der aktuellen Problem- und Krisensituation getroffen hat. Einer Normalisierung der Suizidassistenz darf keinesfalls Vorschub geleistet werden. Angesichts der großen Relevanz dieses Themas ist eine breite gesellschaftliche Debatte wichtig, die das Gesetzgebungsverfahren begleitet. Wir werden uns in diese Debatte auch weiterhin einbringen.“ Dbk 21

 

 

 

Papst betont „Nein“ zu Atomwaffen: Gefährlich und unmoralisch

 

Franziskus hat seinen Appell zu einer weltweiten Abrüstung erneut bekräftigt. „Der Heilige Stuhl hat keine Zweifel, dass eine Welt frei von nuklearen Waffen nötig und möglich ist“, schreibt Franziskus in einem Brief an die Teilnehmer der Internationalen Anti-Atomwaffen-Konferenz, die am Dienstag in Wien begonnen hat.

In einem System der gemeinsamen Sicherheit gebe es keinen Platz für Nuklear- oder Massenvernichtungswaffen, so der Papst weiter. Sie seien „unmoralisch, kostspielig und gefährlich“. Sie würden für ein falsches Verständnis von Sicherheit genutzt und schafften eine Atmosphäre der Angst und des Terrors.

Die dreitägige UN-Konferenz in Wien ist das erste Treffen der Mitgliedsstaaten des Atomwaffenverbotsvertrags (TPNW) seit dessen Inkrafttreten vor eineinhalb Jahren. Unter österreichischem Vorsitz geht es um für die Umsetzung des Vertrags erforderliche Entscheidungen, etwa zu Finanzierung und Geschäftsordnung. Delegierte aus mehr als 80 Staaten sind versammelt.

Das Treffen finde zu einem Zeitpunkt statt, der unvermeidbar ein tieferes Nachdenken über Sicherheit und Frieden erfordere, führte der Papst in seiner in Wien vom vatikanischen Außengesandten Erzbischof Paul Richard Gallagher verlesenen Brief weiter aus. „Im Augenblick über Abrüstung zu sprechen, mag manchen paradox erscheinen. Aber wir müssen uns der Gefahr eines kurzsichtigen Zugangs zu nationaler und internationaler Sicherheit und dem Risiko der Aufrüstung stets bewusst sein.“ Letztlich müssten Unschuldige den Preis zahlen. Es sei daher trügerisches und selbstzerstörerisches Denken, dass Sicherheit und Frieden einiger getrennt seien von der Sicherheit und dem Frieden anderer.

Komplette Ächtung von Atomwaffen

Der TPNW gehört zum Völkerrecht und sieht eine komplette Ächtung von Atomwaffen nach dem Beispiel biologischer oder chemischer Kampfstoffe vor. Der Vertrag gilt jedoch nur für die unterzeichnenden Staaten. Die neun bekannten Atommächte, darunter die fünf UN-Vetomächte USA, Russland, China, Großbritannien und Frankreich, sowie auch die NATO-Mitgliedsländer lehnen das Abkommen ab.

65 Staaten haben den Atomwaffenverbotsvertrag bereits ratifiziert, 23 weitere unterzeichnet. Allein in den vergangenen Tagen hätten vier Staaten ihre Ratifikationsurkunden bei der UNO hinterlegt, bestätigen der österreichische Außenminister Alexander Schallenberg. „Wir müssen Atomwaffen abschaffen, bevor sie uns abschaffen“, unterstrich der Außenminister. „Das Damoklesschwert, das über unserem Kopf hängt, ist eine zu große Bedrohung.“

Abschaffung „moralische und humanitäre Pflicht“

Wie Österreich gehörte auch der Heilige Stuhl zu den ersten Unterzeichnern des Atomwaffenverbotsvertrags und setzt sich mit Nachdruck seit geraumer Zeit auf internationaler Ebene für nukleare Abrüstung ein. Papst Franziskus ruft in seiner Enzyklika „Fratelli tutti“ (2020) dazu auf, die vollkommene Abschaffung von Atomwaffen als „moralische und humanitäre Pflicht“ zu betrachten.

Schon 2017 hatte der Papst bei einem Vatikan-Symposium nukleare Abschreckung als ethisch nicht mehr vertretbar bezeichnet und damit die katholische Lehre gegenüber Positionen aus dem Kalten Krieg verschärft. Auch bei einem Besuch im japanischen Hiroshima im November 2019 verurteilte der Papst schon den Besitz von Kernwaffen als „unmoralisch“. (kap 21)

 

 

 

Ernannter Kardinal bedauert „Grabenkämpfe“ in der Liturgie-Debatte

 

Es kann keine Evangelisierung ohne die Bedeutung der Eucharistiefeier geben. Davon ist der von Papst Franziskus ernannte zukünftige Kardinal Arthur Roche überzeugt. Im Interview mit Radio Vatikan ruft der Leiter des Dikasteriums für den Gottesdienst und die Sakramentenordnung dazu auf, den „sakralen Sinn“ des Sonntags wiederzuentdecken. Mario Galgano und Deborah Castellano Lubov – Vatikanstadt

 

Eigentlich sollte die Debatte über die Liturgie vereinen - doch das Thema wird sehr kontrovers diskutiert. Dazu erklärt der Vatikan-Verantwortliche für den Gottesdienst und die Sakramentenordnung gegenüber Radio Vatikan:

„Es wurden schon immer Meinungen zu bestimmten Anliegen geäußert, die zu Streitpunkten wurden. Zum Beispiel gab es, kurz nachdem der Kelch für alle Messbesucher aus der Heiligen Kommunion entfernt wurde, eine Kontroverse darüber. Doch es gab nie eine Kontroverse über die Liturgie in der Art und Weise, wie wir sie heute erleben. Zum Teil, weil es nie zuvor zwei Versionen des Römischen Messbuchs gab - das Römische Messbuch von 1962 und dann das Römische Messbuch von 1970, das mit der vollen Kraft des Zweiten Vatikanischen Konzils im Rücken erstellt und von Papst Paul VI. verkündet wurde.“

Es sei seiner Meinung nach eine Tragödie, dass es heute diese Kontroverse gebe, bedauert Roche. Er spricht von „Grabenkämpfen“ um die Liturgie, obwohl die Eucharistie ihrem Wesen nach ein Sakrament sei, „das die ganze Kirche eint“.

„Und wie der Heilige Vater in seiner Schrift Traditionis custodes hervorgehoben hat, gibt es ein liturgisches Gesetz, das uns in unserem Glauben hilft, die Lehre der Kirche weiterzugeben. Die Reform der Liturgie ist also heute wirklich eine sehr wichtige Angelegenheit und auch nichts, was man als Option betrachten sollte.“

Doch eines der Probleme, „eine Herausforderung unserer Zeit“, sei die Zunahme des Individualismus und des Relativismus, so der künftige Kardinal weiter. Und fügt an:

„Nun, die Feier der Messe ist keine Angelegenheit der persönlichen Wahl. Wir feiern als Gemeinschaft, als die gesamte Kirche, und die Kirche hat im Laufe der Jahrhunderte immer die Form der Liturgie geregelt, die sie für eine bestimmte Zeit für angemessener hielt.“

Was bereits der Jesuit Jungmann sagte...

Dann zitiert er einen österreichischen Jesuiten: Pater Josef Andreas Jungmann, der 1975 gestorben ist. Er gilt als Vertreter einer kerygmatischen Theologie, das heißt, er war jemand, der in seinen Studien gezeigt hatte, wie die Messe im Laufe der Jahrhunderte verändert wurde, um den Bedürfnissen der Zeit zu entsprechen.

„Und der Widerstand dagegen ist eine ziemlich ernste Angelegenheit, worauf der Papst in seinem Dokument zur Liturgie, Traditionis custodes, hingewiesen hat. Alles, was stattfindet, ist also die Regulierung der früheren Liturgie des Missales von 1962, indem die Förderung dieser Liturgie gestoppt wird. Denn es war klar, dass das Konzil, die Bischöfe des Konzils, unter der Inspiration des Heiligen Geistes, eine neue Liturgie für das vitale Leben der Kirche, für ihre Vitalität, vorschlugen. Und das ist wirklich sehr wichtig. Sich dem zu widersetzen, ist etwas, das wirklich sehr ernst ist.“

Was nach der Synode über das Amazonasgebiet den Zugang zu den Sakramenten betrifft, so hätten einige sich enttäuscht gezeigt und meinten, dass es nicht gelungen sei, die so genannte Sakramentenkrise für Missionskirchen mit großen Gebieten und wenigen Priestern zu lösen. Dazu Roche:

„Nun, da gibt es zwei Aspekte. Der eine ist die Frage des Priestermangels. Und ich denke, das war schon immer eine Realität in der Geschichte der Kirche, dass unser Herr selbst im Evangelium voraussah, dass die Ernte groß ist, aber die Arbeiter wenige sind. Die zweite Frage bezieht sich auf die Verwendung des Römischen Ritus in Amazonien. Mit anderen Worten, die Inkulturation des römischen Messbuchs in die amazonische Kultur. Nun, das ist etwas, woran gearbeitet wird. Aber zunächst einmal müssen die so genannten Amazonas-Bischöfe in Brasilien und Peru usw. daran arbeiten. Sie haben also eine Kommission eingesetzt, die sich damit befasst. Und diese Arbeit wird einige Zeit in Anspruch nehmen, denke ich.“

Vater der Gemeinschaft

Und Roche fährt fort: „Die andere Frage, die die Berufungen betrifft, ist etwas, das immer im Vordergrund stehen muss, denn der Vater jeder Gemeinschaft ist derjenige, der dafür verantwortlich ist, für seine spirituellen Kinder da zu sein. Die Eucharistie ist also ein wesentlicher Bestandteil davon. Das ist also eine weitere Überlegung, die von den Bischöfen und auch vom Heiligen Vater selbst berücksichtigt werden muss. Es gibt Bestrebungen, dass Diakone auch andere Sakramente spenden können, zum Beispiel die Krankensalbung. Das ist aber nicht möglich, weil mit der Krankensalbung auch die Vergebung der Sünden einhergeht, wofür persönlich der Priester zuständig ist. Es ist also noch nicht lange her, dass wir das Konzil hatten, und viele dieser Dinge brauchen Zeit, um sich zu regeln. Und ich denke, dass die Rolle des Diakons im Allgemeinen gut verstanden wird. Sie ist gut akzeptiert. Sie ist ein Segen für sehr viele Teile der Welt.“

Es sei seiner Meinung nach falsch, darin ein Mittel gegen den Rückgang der Priesterberufe zu sehen, wenn man Priester durch den Diakon ersetzen würde. Da werde die Kirche zu einer diakonischen und nicht zu einer priesterlichen Kirche werden, so der britische Kuriengeistliche. „Aber unsere Identität als Getaufte ist eine priesterliche Identität“, fügt er an. Denn das geweihte Priestertum sei der Schlüssel zur Vollendung dessen, was das Herzstück der Kirche sei, nämlich die Eucharistie. „Ich sehe das so und ich sehe auch, dass die Diakone in vielen, vielen Teilen der Welt eine enorme pastorale Bedeutung und Unterstützung für Priester und Bischöfe haben“, sagt Roche. (vn 20)

 

 

 

„Flucht und Vertreibung bedeuten immer Entwurzelung“. Weihbischof Hauke zum Gedenktag für die Opfer von Flucht und Vertreibung

 

Zum Gedenktag für die Opfer von Flucht und Vertreibung am heutigen Montag (20. Juni 2022) erklärt der Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für die Vertriebenen- und Aussiedlerseelsorge, Weihbischof Dr. Reinhard Hauke (Erfurt):

 

„Der heutige Gedenktag für die Opfer von Flucht und Vertreibung, der im Jahr 2015 erstmalig durch die deutsche Bundesregierung festgeschrieben wurde, hat in diesem Jahr für uns hier in Deutschland und Europa eine neue und traurige Aktualität erhalten. In den Nachrichten war gestern von einer 70-jährigen Frau aus einem Ort in der Ukraine zu hören: ‚Wir müssen nun flüchten und alles, was wir in 70 Jahren aufgebaut haben, zurücklassen.‘ Vor über 75 Jahren haben Deutsche aus den ehemaligen deutschen Gebieten solche Sätze sagen müssen. Der heutige Gedenktag soll allen Bürgerinnen und Bürgern Deutschlands helfen, die Schicksale nicht zu vergessen, auch wenn sie schon fast drei Generationen zurückliegen.

 

Flucht und Vertreibung bedeuten immer Entwurzelung. Wenn jemand neue Wurzeln schlagen kann, ist das eine besondere Freude. Nicht immer gelingt es und traumatische Erfahrungen wirken in den nachfolgenden Generationen nach. Unsere Aufgabe als Kirche und Staat muss es sein, solches Unrecht zu verhindern. Dazu helfen auch schon das Gedenken an früheres Leid durch Gedenkorte wie das neueröffnete ‚Dokumentationszentrum Flucht, Vertreibung, Versöhnung‘ in Berlin und Gespräche mit nun schon hochbetagten Betroffenen von damals und mit Betroffenen der Gegenwart. Ihnen allen gilt unser stilles Gedenken und unser Gebet.“ Dbk 20

 

 

 

 

Papst würdigt afrikanischen Messritus

 

Der zairische Ritus der katholischen Messfeier ist „ein Modell für andere Kirchen“. Das schreibt Papst Franziskus im Vorwort zum Buch einer kongolesischen Ordensfrau.

Am zairischen Ritus könnten sich nach Vorstellung des Papstes alle Kirchen orientieren, die „eine angemessene liturgische Ausdrucksform suchen, um die Früchte der Missionsarbeit, der Evangelisierung der Kulturen und der Inkulturation des Evangeliums zur Reife zu bringen“. Das Buch mit dem Vorwort des Papstes wurde an diesem Montag in französischer Sprache veröffentlicht.

Der zairische Messritus sei sowohl „dem Glauben und der apostolischen Tradition treu“ als auch der „Natur der katholischen Liturgie“ und dem „religiösen Genius Afrikas und des Kongo“, schreibt der Papst. „Er erlaubt einem Kongolesen, in seiner Sprache zu beten, mit seinem Körper und seiner Seele, und dabei Symbole zu benutzen, die ihm vertraut sind.“

Johannes Paul II. genehmigte Ritus 1988 offiziell

Der „römische Ritus der Messfeier für die Diözesen von Zaire“, also für den heutigen Kongo, ist der erste und einzige lateinische Ritus, der nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil approbiert wurde. Papst Johannes Paul II., der auf einer seiner ersten Auslandsreisen das damalige Zaire besucht hatte, genehmigte ihn 1988 offiziell.

Der Ritus stützt sich auf Vorarbeiten der Bischöfe des Landes seit den sechziger Jahren des letzten Jahrhunderts. Von seiner Struktur her entspricht er weitgehend dem normalen Ablauf einer katholischen Messfeier. Allerdings spielen der Lektor sowie Tanz und Gesang eine wichtigere Rolle. Kennzeichnend ist die Anrufung der Heiligen und der Vorfahren im ersten Teil der Messfeier.

Inspiration für Amazonien?

Franziskus hat den zairischen Ritus schon mehrfach gewürdigt und auch schon in ihm zelebriert. In diesem Juli wollte er eigentlich den Kongo besuchen; die Reise musste aber wegen seiner Knieprobleme verschoben werden.

Die Amazonas-Bischofssynode, die Ende 2019 im Vatikan über pastorale Herausforderungen in der grünen Lunge des Planeten beriet, hat unter anderem einen eigenen Messritus für Amazonien vorgeschlagen, damit die Menschen dort, vor allem die Eingeborenen, den katholischen Glauben nicht als etwas Fremdes, Importiertes wahrnehmen. Vorbild für eine solche Riten-Anpassung an eine konkrete Ortskirche ist der Ritus aus dem Kongo. (vn 20)