Notiziario religioso  5-18   novembre  2018

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Inhaltsverzeichnis

1.       Papa al Cimitero laurentino: memoria, speranza e il “navigatore” delle Beatitudini 1

2.       Papa Francesco: “Come accogliere uno straniero”  1

3.       Sinodo: i migranti come paradigma del nostro tempo  2

4.       Annuncio del Governo- Editoria, azzeramento Fondo per il pluralismo. 3

5.       Appello dei vescovi: “Un contributo cruciale alla giustizia climatica”  3

6.       Sinodo 18. “Accogliere il migrante è un mandato biblico”. Incontro dei giovani e degli anziani con il Papa  4

7.       Scalabriniani: p. Chiarello nuovo Superiore generale  6

8.       Dall’Oriente giungono venti di Pace  6

 

 

1.       Misereor ruft zum Totengedenken für Mittelmeer-Flüchtlinge auf 6

2.       Nach der Jugendsynode: Jetzt geht’s in der Ortskirche weiter 7

3.       10 Jahre Institut Papst Benedikt XVI. in Regensburg  7

4.       „Zum Umgang mit geistlichem Missbrauch“. Fachtagung der Deutschen Bischofskonferenz in Mainz  7

5.       Papst: „Anhören, was Migranten zu erzählen haben“  8

6.       Bischofssynode in Rom beendet. Positive Bilanz der deutschen Synodenteilnehmer 8

7.       Synode: Jugend schreibt dem Papst 9

8.       Frère Alois: Die Strukturen in der Kirche müssen verändert werden  9

9.       D: Neuer Gedenktag für Opfer von sexuellem Missbrauch  9

10.   „Zuhören ist mehr als gut hören zu können!“. Treffen der deutschen Synodenväter mit den jugendlichen Vorsynodalen  10

11.   Polnischer Film "Klerus" kommt nun auch in deutsche Kinos Zündstoff für Debatte über Kirche und Missbrauch  10

12.   Vatikan: Deutsche Synodenväter trafen jugendliche Vorsynodalen  10

13.   Ab 1. Advent: Neues Messlektionar für deutschen Sprachraum   11

14.   14. Talk am Dom im Café Ideal 11

15.   Katholikenrat zu verändertem Missionsverständnis. Ermutigung schöpfen aus missionarischen Erfahrungen  12

16.   Aufarbeitung sexuellen Missbrauchs. Projektskizze für den Ständigen Rat im November 2018 geplant 12

17.   D: Priesterweihe für zwei verheiratete Männer 12

 

 

 

Papa al Cimitero laurentino: memoria, speranza e il “navigatore” delle Beatitudini

 

E' cominciata con un momento privato al Giardino degli angeli" dei bambini non nati la prima visita del Papa al  Cimitero Laurentino di Roma, seguita dalla Messa in suffragio dei fedeli defunti. Memoria, speranza, e il "navigatore" delle Beatitudine i temi dell'omelia pronunciata interamente a braccio. M. Michela Nicolais

 

Una passeggiata silenziosa tra le piccole tombe, omaggiate con mazzi di rose bianche. A fare da eco, intorno, il silenzio raccolto dei 2.000 fedeli che lo hanno atteso nell’area attrezzata per la Messa. È cominciata con la visita privata al “Giardino degli angeli”, dove sono sepolti i bambini non nati, la prima visita del Papa al Cimitero Laurentino di Roma, per il tradizionale omaggio ai defunti del 2 novembre. Francesco è arrivato al Km 13, 500 di Via Laurentina poco dopo le 15,30, e subito si è recato a piedi, per una passeggiata silenziosa e la deposizione di due mazzi di rose bianche, nella prima fila e nella seconda fila delle tombe dei piccoli che non hanno potuto vedere la luce, sepolti nella terra, con piccole croci bianche adornate di girandole, peluche, orsacchiotti ed altri oggetti personali. Dopo essersi raccolto in preghiera qualche minuto, al riparo dalle telecamere, Francesco ha attraversato la strada e, dall’altro lato, ha deposto un altro mazzo di rose bianche, simbolicamente, su una delle tombe dalle croci e lapidi un po’ più grandi, per segnalare il luogo del terzo cimitero romano per grandezza – sugli undici della Capitale – dove sono sepolti i bambini venuti alla luce, che hanno potuto trascorrere almeno un po’ di tempo su questa terra.

Il Papa è stato accolto dal cardinale vicario Angelo De Donatis, dal vescovo ausiliare per il settore Sud Paolo Lojudice e dal cappellano della cappella cimiteriale Gesù Risorto, mons. Claudio Palma. Presente anche la sindaca di Roma, Virginia Raggi. Il cimitero Laurentino, che si trova a Trigoria, è stato consacrato il 9 marzo 2002 dall’allora cardinale vicario Camillo Ruini. Quella del Papa è la sesta visita ad un cimitero romano, che ha visitato tre volte il Verano e una volta Primaporta. Il 2 novembre scorso ha scelto il cimitero militare di Nettuno. Al ritorno in Vaticano, Papa Francesco si è recato nelle Grotte della basilica di S. Pietro per un momento di preghiera, in privato, per i Pontefici defunti.

“Memoria, speranza”, e le Beatitudini come “luci” e “navigatore” per “non sbagliare il cammino”.

Su queste tre “dimensioni della vita” si è incentrata l’omelia della messa, pronunciata interamente a braccio, quasi sussurrata, e durata circa 7 minuti.  “La liturgia di oggi è realistica e concreta”, ha esordito Francesco:  “Ci inquadra nelle tre dimensioni della vita, che anche i bambini capiscono: il passato, il futuro, il presente”. “Oggi è un giorno di memoria – passato – un giorno per ricordare coloro che hanno camminato prima di noi, che ci hanno accompagnato, ci hanno dato la vita”, ha spiegato il Papa a proposito della festività del 2 novembre: “Ricordare, fare memoria. E la memoria è quello che fa forte un popolo, perché si sente radicato in un cammino, in una storia, in un popolo. La memoria ci fa capire che non siamo soli: siamo un popolo, un popolo che ha una storia, che ha un passato, che ha un futuro. Memoria di tanti che hanno condiviso con noi un cammino”.

“Non è facile fare memoria”, ha ammesso Francesco: “Tante volte siamo affaticati nel tornare indietro e pensare a cosa è successo nella mia vita, nella mia famiglia, nel mio popolo. Oggi è giorno di memoria che ci porta alle radici, alle mie radici, alle radici della mia famiglia, del mio popolo. Oggi è un giorno di speranza”.

“Ci aspetta la bellezza”,

ha esclamato sulla scorta della seconda lettura, che ci parla di “cielo nuovo, terra nuova”, della “santa città Gerusalemme”, che con una “bella immagine” si vede “scendere dal cielo, pronta come una sposa adorna per il suo sposo”. “Memoria e speranza”, ha proseguito il Papa: “Speranza di incontrarci, di arrivare dove c’è l’amore che ci ha creato, che ci aspetta, l’amore di Padre”. “E fra memoria e speranza c’è la terza dimensione: quella della strada che dobbiamo fare e che facciamo”, ha detto Francesco per introdurre la terza dimensione:

“E come fare strada senza sbagliare, quali sono le luci che mi aiuteranno a non sbagliare strada, qual è il navigatore che lo stesso Dio ci ha dato per non sbagliare strada? Sono le beatitudini, che nel Vangelo Gesù ci ha insegnato. Queste beatitudini – mitezza, povertà di spirito, giustizia, misericordia, purezza di cuore – sono le luci che ci accompagnano per non sbagliare strada. Questo è il nostro presente”.

“Questo cimitero sono le tre dimensioni della vita”, ha concluso il Papa: “Chiediamo oggi al Signore che ci dia la grazia di mai perdere la memoria, mai nascondere la memoria – di persone, famiglie, popolo – e ci dia la grazia della speranza: saper sperare, guardare l’orizzonte, non rimanere chiusi davanti a un muro – e ci dia la grazia di capire quali sono le luci che ci accompagneranno sulla strada, per non sbagliare e così arrivare dove ci aspettano con tanto amore”. Sir 2

 

 

 

 

Papa Francesco: “Come accogliere uno straniero”

 

Udienza il 30 ottobre ai partecipanti al XV Capitolo Generale della Congregazione dei Missionari di San Carlo (Scalabriniani). Discorso consegnato del Santo Padre e il discorso a braccio

 

Cari fratelli, sono lieto di incontrarvi in occasione del vostro Capitolo Generale e di rivolgere a ciascuno il mio cordiale saluto, ad iniziare dal nuovo Superiore Generale, che ringrazio per le sue parole e al quale auguro ogni bene per il suo ministero. Al centro della vostra riflessione di questi giorni avete posto il tema Incontro e cammino. «Gesù camminava con loro» (cfr Lc 24,15). Il riferimento è al racconto dei discepoli di Emmaus, che incontrano Gesù risorto lungo la strada. Egli si avvicina per camminare con loro e per spiegare ad essi le Scritture.

Il Capitolo rappresenta un momento privilegiato di grazia per la vostra Famiglia religiosa, chiamata ad assumere questo duplice atteggiamento del divino Maestro nei confronti di quanti sono oggetto delle vostre cure pastorali: annunciare loro la Parola e camminare con loro. Si tratta di trovare strade sempre nuove di evangelizzazione e di prossimità, al fine di realizzare con fedeltà dinamica il vostro carisma, che vi pone al servizio dei migranti. Di fronte all’odierno fenomeno migratorio, molto vasto e complesso, la vostra Congregazione attinge le risorse spirituali necessarie dalla testimonianza profetica del Fondatore, quanto mai attuale, e dall’esperienza di tanti confratelli che hanno operato con grande generosità dalle origini, 131 anni fa, fino a oggi.

Oggi come ieri, la vostra missione si svolge in contesti difficili, a volte caratterizzati da atteggiamenti di sospetto e di pregiudizio, se non addirittura di rifiuto verso la persona straniera. Ciò vi sprona ancora di più a un coraggioso e perseverante entusiasmo apostolico, per portare l’amore di Cristo a quanti, lontani dalla patria e dalla famiglia, rischiano di sentirsi lontani anche da Dio. L’icona biblica dei discepoli di Emmaus fa vedere che Gesù spiega le Scritture mentre cammina con loro. L’evangelizzazione si fa camminando con la gente.

Prima di tutto bisogna ascoltare le persone, ascoltare la storia delle comunità; soprattutto le speranze deluse, le attese dei cuori, le prove della fede… Prima di tutto ascoltare, e farlo in atteggiamento di con-passione, di vicinanza sincera. Quante storie ci sono nei cuori dei migranti! Storie belle e brutte. Il pericolo è che vengano rimosse: quelle brutte, è ovvio; ma anche quelle belle, perché ricordarle fa soffrire. E così il rischio è che il migrante diventi una persona sradicata, senza volto, senza identità. Ma questa è una perdita gravissima, che si può evitare con l’ascolto, camminando accanto alle persone e alle comunità migranti. Poterlo fare è una grazia, ed è anche una risorsa per la Chiesa e per il mondo.

Dopo aver ascoltato, come Gesù, bisogna dare la Parola e il segno del Pane spezzato. E’ affascinante far conoscere Gesù attraverso le Scritture a persone di diverse culture; raccontare loro il suo mistero di Amore: incarnazione, passione, morte e risurrezione. Condividere con i migranti lo stupore di una salvezza che è storica, è situata, eppure è universale, è per tutti! Gustare insieme la gioia di leggere la Bibbia, di accogliere in essa la Parola di Dio per noi oggi; scoprire che attraverso le Scritture Dio vuole donare a questi uomini e queste donne concreti la sua Parola di salvezza, di speranza, di liberazione, di pace.

E poi, invitare alla Mensa dell’Eucaristia, dove le parole vengono meno e rimane il Segno del Pane spezzato: Sacramento in cui tutto si riassume, in cui il Figlio di Dio offre il suo Corpo e il suo Sangue per la vita di quei viandanti, di quegli uomini e quelle donne che rischiano di perdere la speranza e per non soffrire preferiscono cancellare il passato. Cristo Risorto manda anche voi, oggi, nella Chiesa, a camminare insieme a tanti fratelli e sorelle che percorrono come migranti la loro strada da Gerusalemme a Emmaus. Missione antica e sempre nuova; faticosa, e a volte dolorosa, ma capace anche di far piangere di gioia.

Vi incoraggio a portarla avanti col vostro proprio stile, maturato nell’incontro fecondo tra il carisma del beato Scalabrini e le circostanze storiche. Di questo stile fa parte l’attenzione che voi ponete alla dignità della persona umana, specialmente là dove essa è maggiormente ferita e minacciata. Ne fanno parte l’impegno educativo con le nuove generazioni, la catechesi e la pastorale familiare.

Cari fratelli, non dimentichiamo che la condizione di ogni missione nella Chiesa è che siamo uniti a Cristo Risorto come i tralci alla vite (cfr Gv 15,1-9). Altrimenti facciamo attivismo sociale. Per questo ripeto anche a voi l’esortazione a rimanere in Lui. Noi per primi abbiamo bisogno di lasciarci rinnovare nella fede e nella speranza da Gesù vivo nella Parola e nell’Eucaristia, ma anche nel Perdono sacramentale. Abbiamo bisogno di stare con Lui nell’adorazione silenziosa, nella lectio divina, nel Rosario della Vergine Maria. E abbiamo bisogno di una sana vita comunitaria, semplice ma non banale, non mediocre. Ho apprezzato quando il Superiore Generale ha detto che lo Spirito vi chiama a vivere tra di voi la comunione nella diversità. Sì, come testimonianza ma prima di tutto come gioia per voi, come ricchezza umana e cristiana, ecclesiale. Vi incoraggio anche a proseguire il cammino di condivisione con i laici, affrontando insieme le sfide dell’oggi; come pure a curare gli itinerari di formazione permanente. Fratelli, vi ringrazio per questo incontro. Prego per il vostro Capitolo, che porti tanti buoni frutti! Lo chiediamo per intercessione di Maria nostra Madre, di San Carlo Borromeo e del Beato Giovanni Battista Scalabrini. Benedico di cuore voi e tutti i Missionari Scalabriniani. E anche voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

 

Discorso a braccio del Santo Padre Papa Francesco

Ho preparato alcune parole da dirvi, ma le consegno al Padre generale e preferisco parlare un po’ dal cuore, e se c’è tempo dare l’opportunità di fare qualche domanda. Vorrei prima di tutto ringraziarvi per quello che fate. Io ho avuto la grazia di conoscervi da prima di essere Arcivescovo di Buenos Aires, perché i vostri studenti studiavano nella nostra facoltà. Sono stati bravi! Poi, come Arcivescovo, ho avuto il vostro aiuto in quella città che tanti problemi aveva di immigrazione. Grazie tante! E adesso grazie per averci dato uno dei due Sotto-Segretari per i migranti. Lavorano tanto bene tutti e due.

“Ero straniero”. Questa parola mi ha fatto “rumore” quando Lei l’ha detta… È più facile accogliere uno straniero che essere accolto, e voi dovete fare ambedue le cose. Voi dovete insegnare, aiutare ad accogliere lo straniero, e dare tutte le possibilità alle nazioni che hanno di tutto o il sufficiente per usare queste quattro parole che Lei ha detto. Come accogliere uno straniero. Mi colpisce tanto la Parola di Dio: già nell’Antico Testamento sottolinea questo: accogliere lo straniero, “perché ricordati che tu sei stato straniero”.

È vero che oggi c’è un’ondata di chiusura verso lo straniero, e ci sono anche tante situazioni di tratta delle persone straniere: si sfrutta lo straniero. Io sono figlio di migranti, e ricordo nel dopoguerra – ero un ragazzino di 10/12 anni – quando, dove lavorava papà, sono arrivati i polacchi a lavorare, tutti migranti; e come erano accolti bene. L’Argentina ha questa esperienza di accogliere, perché c’era lavoro e c’era anche bisogno. E l’Argentina – per la mia esperienza – è un cocktail di ondate migratorie, voi lo sapete meglio di me. Perché i migranti costruiscono un Paese; come hanno costruito l’Europa. Perché l’Europa non è nata così, l’Europa è stata fatta da tante ondate migratorie durante i secoli.

Una volta Lei ha usato una parola brutta: il “benessere”. Ma il benessere è suicida, perché ti porta a due cose. A chiudere le porte, perché non ti disturbino: soltanto quelle persone che servono per il mio benessere possono entrare. E da un’altra parte, per il benessere, non essere fecondi. E noi abbiamo oggi questo dramma: di un inverno demografico e di una chiusura delle porte. Questo deve aiutarci a capire un po’ questo problema di ricevere lo straniero: sì, è un estraneo, non è dei nostri, è uno che viene da fuori.

Ma come si accoglie uno che è estraneo? E questo è il lavoro che voi fate e aiutate a fare: a formare le coscienze per farlo bene. E di questo vi ringrazio. Ma c’è l’altra dimensione. Noi non siamo i padroni che diciamo: “Ah, voi, se siete stranieri, venite”. No. Anche noi siamo stranieri. E se noi non cerchiamo di essere accolti dalla gente, da quelli che sono migranti e da quelli che non lo sono, manca un’altra parte nella nostra coscienza: diventeremo i “padroni”, i padroni dell’immigrazione, quelli che sanno di più delle migrazioni. No. Occorre avere, nella vostra esperienza religiosa, questa esperienza: di essere anche voi migranti, almeno migranti culturali. Per questo a me è sempre piaciuto, nel vostro itinerario di formazione, il fatto di far girare gli studenti: fare la teologia qui, la filosofia là…, perché possano conoscere diverse culture.

Essere straniero. E questo è molto importante. Dalla propria esperienza di essere stato straniero, per gli studi o per le destinazioni, cresce la conoscenza di come si accoglie uno straniero. Queste due cose, queste due direzioni sono molto importanti, e voi dovete farle bene. Questa è la prima cosa che volevo dire.

Lei ha anche usato un’altra parola: pregare. Il migrante prega. Prega perché ha necessità di tante cose. E prega a modo suo, ma prega. Un pericolo per tutti noi, uomini e donne di Chiesa, ma per voi di più, per la vostra vocazione, sarebbe non avere bisogno di preghiera. “Sì, sì, io penso, io studio, io faccio, ma non so mendicare, non so chiedere di essere accolto dal Signore essendo anch’io migrante verso il Signore”. Per questo mi è piaciuto quando ha parlato di preghiera: preghiera che tante volte è noiosa, o ti porta l’angoscia. Ma stare davanti al Signore e bussare alla porta, come fa il migrante, che bussa alla porta. Come ha fatto quella “migrante” in Israele – la donna siro-fenicia – che è riuscita pure a discutere col Signore (cfr Mt 15,21-28). Bussare alla porta della preghiera. Essere migranti nell’esperienza della migrazione, come voi fate nelle destinazioni, ed essere migranti nella preghiera, bussare alla porta per essere ricevuto dal Signore: questo è un aiuto molto importante.

E un altro fenomeno dei migranti – pensiamo alla carovana che va dall’Honduras agli Stati Uniti – è l’ammucchiarsi. Il migrante di solito cerca di andare in gruppo. A volte deve andare solo, ma è normale ammucchiarsi, perché ci sentiamo più forti nella migrazione. E lì c’è la comunità. Nel calcio c’è la possibilità di un “libero”, che possa muoversi secondo le opportunità, ma da voi non c’è possibilità, i “liberi” da voi falliscono. Sempre la comunità. Sempre in comunità, perché la vostra vocazione è proprio per i migranti che si ammucchiano. Sentitevi migranti. Sentitevi, sì, migranti davanti ai bisogni, migranti davanti al Signore, migranti fra voi. E per questo il bisogno di ammucchiarsi.

Queste tre cose mi sono venute in mente mentre Lei parlava. Queste idee che forse possono aiutarvi. Vi ringrazio per tutto quello che fate. Voi siete un esempio. E siete anche coraggiosi, perché spesso voi andate oltre i limiti, rischiate. E rischiare è pure una caratteristica del migrante. Rischia. Rischia anche la vita a volte. E questa è una cosa che aiuta: coraggiosi, sanno rischiare. La prudenza in voi ha un’altra tonalità rispetto alla prudenza di un monaco di clausura: sono prudenze diverse.

Ambedue virtù, ma con coloriture diverse. Rischiare. C’è ancora un po’ di tempo. Non so se qualcuno vuol fare qualche domanda per arricchire l’incontro. Dai!

Prima domanda di uno Scalabriniano [in italiano]:

 

Santo Padre, vorrei prima di tutto ringraziarLa per questo incontro – anche se il Superiore Generale lo ha già fatto –, ringraziarLa a nome di tanti migranti che mi hanno chiesto oggi di dirLe che Le vogliono molto bene. Vogliamo ringraziarLa per tutti gli insegnamenti, ringraziarla specialmente per quello che fa – il Superiore lo ha ricordato oggi – e chiederLe anche di non stancarsi mai di chiedere alla Chiesa e a noi Scalabriniani, oggi specialmente, di essere “evangelizzatori con Spirito”, come Lei ha detto molto bene nella Evangelii gaudium e nella Gaudete et exsultate. Grazie e ci chieda sempre questo!

Papa Francesco: Grazie a te! Un altro coraggioso?

Domanda di uno Scalabriniano [in italiano]: Santità, dalla Sua prospettiva, che è universale, dove dovremmo andare?

Papa Francesco: Non siete così numerosi per andare dove c’è bisogno: oggi c’è bisogno dappertutto. La scelta dei posti si fa con il discernimento, il discernimento davanti al Signore e davanti alle necessità che ci sono nel mondo. E non è facile, non è facile scegliere questo. Ci sono due parole che forse mi aiuteranno a risponderti.

Una è sempre il magis: sempre di più, sempre di più, perché Dio ti attrae così. Andare di più. Andare senza stancarsi di andare oltre, oltre, verso nuove frontiere. Questa è una dimensione di una buona scelta.

E l’altra è una frase che nella prima parte della Summa Teologica. San Tommaso dice, un “motto”, in latino è: “Non coerceri a maximo, contineri tamen a minimo divinum est”. “Non essere soggetto alle cose grandi, e tuttavia tenere conto delle più piccole, questo è divino”. E non è facile, scegliere in questa tensione: “Non coerceri a maximo” no, avere l’orizzonte, senza spaventarsi, ma “contineri tamen a minimo”: “questo è divino”.

E Dio fa così, perché Dio è Dio dell’universo, della storia della salvezza, è il Maximus. È il Dio del sacrificio della croce: il massimo di amore. Ed è anche il Dio che ha cura di ogni persona, del “minimo”: è capace di aprire la porta del Paradiso a un ladro. Con questi due criteri: il magis, e anche questa tensione, credo che voi potete fare delle scelte buone. E una scelta buona è la capacità di congedarsi. Questo succede non solo a voi, a tutti.

Arrivato il momento che Dio chiede per l’obbedienza a Lui, o l’obbedienza tramite i superiori, di congedarsi, farlo. Congedarsi non è facile. Ci sono dei congedi buoni: Lei è felice di congedarsi dal posto di superiore generale, oggi! È felice. Ma congedarsi è difficile, perché uno si abitua al lavoro, si abitua alla comunità, si abitua al popolo, si abitua… E dire di no e andare indietro, ci vuole coraggio, e ci vuole santità per farlo bene. Capacità di congedarsi quando è la volontà di Dio, sia per l’obbedienza, sia per altri motivi, sia per l’ispirazione, che ti dice: “basta”. Questo aiuta a fare delle buone scelte. Non so se ho risposto, ma quei due principi aiuteranno abbastanza.

Domanda di uno Scalabriniano [in spagnolo]:

Yo soy de aquí, crecí en los Estados Unidos desde cuando tenía 16 años y ahora trabajo con los migrantes latinos especialmente los mexicanos. El dolor más grande es cuando ellos no pueden regresar a enterrar a sus papás, después de 20 años en los Estados Unidos. Me gustaría un mensaje para ellos…

Papa Francesco

Probablemente es la obra de misericordia que menos se entiende. Y la que, me permito la palabra, menospreciamos más: enterrar a los muertos. La menospreciamos porque generalmente mueren viejos y uno dice, bueno, por fin dejó de sufrir y por fin dejó de ser una preocupación para mí. Y todos los egoísmos que se juntan ahí. Scusate, sto parlando in spagnolo…

Ma quando ci troviamo davanti a questa gente che soffre per non poter andare a seppellire i genitori, ci troviamo davanti alla grandezza del nostro popolo fedele, perché dietro di questo non c’è soltanto l’opera di misericordia, c’è il quarto comandamento, e il popolo fedele di Dio ama il quarto comandamento. Ha il fiuto di sapere che lì c’è anche una benedizione. I cattolici non tanto fedeli, quelli a cui piace guardare avanti, possono avere la tentazione di dimenticarsi dei genitori, e non portarli.

Una volta, spiegando i comandamenti – io ero bambino – mia nonna mi raccontò una storia: c’era una famiglia molto cattolica, molto buona… Il nonno vedovo abitava con loro, ma alla fine il nonno si invecchiò troppo e a tavola si sporcava i vestiti, cadeva il brodo o anche la pappa. E a un certo punto il papà ha deciso, e ha spiegato ai figli che, per poter invitare degli amici, il nonno avrebbe mangiato in cucina, da solo. E ha comprato il tavolo per il nonno: fatto bene, di buona qualità, ma da solo. Così la famiglia poteva mangiare senza questa cosa che non era tanto bella. Alcuni giorni dopo, tornando dal lavoro, il papà trovò il figlio più piccolo con un martello, dei chiodi, e dei pezzi di legno, che stava lavorando. “Cosa stai facendo?” – “Sto facendo un tavolo” – “Ma perché un tavolo?” – “Per te, per poterlo usare quando diventi vecchio”. Mai mi sono dimenticato questa cosa. Una storia, una storia che tocca quello che tu hai detto: l’amore per i genitori. E il popolo fedele di Dio ama i genitori, ama i vecchi.

La società di oggi, in generale, questa cultura, corre il pericolo di considerare i vecchi come materiale di scarto. Quando non li lascia andare verso tante forme di eutanasia mascherata, come sono quelle di non dare le medicine giuste, o darne di meno perché sono costose, e così muoiono prima. Tutti noi abbiamo anche nonni spirituali, padri spirituali, anche in congregazione. La tua domanda mi suggerisce: i vostri genitori spirituali, in congregazione, sono ben curati? Fate di tutto perché loro vivano in comunità fino a che sia possibile, o siete troppo preoccupati di mandarli alla casa di riposo al più presto? Scusatemi, ma sei stato tu a toccare il tasto!

Domanda di uno Scalabriniano [in spagnolo] Desde Centroamérica unas palabras nada más. Estando en misión en Guatemala. En este momento Centroamérica llora, Centroamérica clama. Y encontramos muestras de acogida, muestras de cerrazón, muchas de estas muestras de los mismos laicos comprometidos. La Iglesia comienza a abrir sus puertas más, algunos en sus obispos, gracias a Sus palabras y al empuje que está dando. La nuestra mayor tentación es no sentirnos escuchados por Dios ante tanto sufrimiento y tanto clamor, y traerle este clamor a Usted aquí que sé que lo sabe, que lo siente. Y un agradecimiento desde Centroamérica por sus palabras de aliento, sus palabras de fuerza. Gracias, Su Santidad.

Papa Francesco. Grazie a te. Io capisco quella tentazione, capisco. È una tentazione, ma bisogna bussare, bussare, bussare senza stancarsi. Ma in comunità, tutti, tutti insieme. Farlo insieme. Ciascuno, ma sapendo che tutta la comunità prega per questo popolo che soffre tanto.

Domanda di uno Scalabriniano [in spagnolo] Muchas gracias Santidad. Soy un colombiano por allá perdido en servicio de liderazgo en Australia y Asia donde el Señor nos está bendiciendo con los números de vocaciones. Una gran bendición para nuestra congregación. Un mensaje para nuestros seminaristas, no sólo asiáticos sino toda la congregación y a ese pueblo de Oriente.

Papa Francesco [in spagnolo] Bueno, un poco diría resumiendo lo que les dije, que sean migrantes primero para poder trabajar con los migrantes. Migrantes de Dios, migrantes con la comunidad, migrantes de un pueblo, que se sientan en camino, en camino. Y con lo de ser migrantes de Dios que lleven a la oración cosas concretas: que la oración es para pelear, para pelear con Dios! Y si uno pelea, saca las cosas. Deciles eso: que tengan coraje.

Adesso, preghiamo la Madonna: “Ave, o Maria…”[Benedizione] Zenit/de.it.press

 

 

 

Sinodo: i migranti come paradigma del nostro tempo   

 

Città del Vaticano - I migranti come paradigma del nostro tempo: è questo uno dei paragrafi del documento finale del Sinodo dei Vescovi che si è concluso ieri a Roma e che ha avuto al centro il tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.

Secondo i padri sinodali i fenomeni migratori rappresentano a livello mondiale “un fenomeno strutturale e non una emergenza transitoria”. La Chiesa è preoccupata soprattutto per “coloro che fuggono dalla guerra, dalla violenza, dalla persecuzione politica o religiosa, dai disastri naturali dovuti anche ai cambiamenti climatici e dalla povertà estrema: molti di loro sono giovani. In genere sono alla ricerca di opportunità per sé e per la propria famiglia.  Sognano un futuro migliore e desiderano creare le condizioni perché si realizzi”.

Durante i lavori stati molti i padri sinodali che hanno sottolineato che i migranti sono un “paradigma capace di illuminare il  nostro tempo e in particolare la condizione giovanile, e ci  ricordano la condizione originaria della fede, ovvero quella di  essere stranieri e pellegrini sulla terra”.  Purtroppo però il movimento migratorio è contrassegnato  oggi da fenomeni di “violenza” e caratterizzato dalla  “vulnerabilità” dei migranti che spesso “partono attirati  dalla cultura occidentale, nutrendo talvolta aspettative  irrealistiche che li espongono a pesanti delusioni”. Il documento sinodale cita i trafficanti “senza scrupolo, spesso legati ai cartelli della droga e delle armi” che “sfruttano la debolezza dei migranti”.

“Va segnalata – si legge nel testo - la particolare vulnerabilità dei migranti minori  non accompagnati, e la situazione di coloro che sono costretti  a passare molti anni nei campi profughi o che rimangono  bloccati a lungo nei Paesi di transito, senza poter proseguire  il corso di studi né esprimere i propri talenti”. 

I giovani che migrano “sperimentano la separazione dal proprio contesto di  origine e spesso anche uno sradicamento culturale e religioso.  La frattura riguarda anche le comunità di origine, che perdono gli elementi più vigorosi e intraprendenti, e le famiglie, in  particolare quando migra uno o entrambi i genitori, lasciando i figli nel Paese di origine”.

In questo la Chiesa – si legge nel Documento finale approvato dai 267 padri sinodali - ha “un ruolo importante  come riferimento per i giovani di queste famiglie spezzate.  Ma quelle dei migranti sono anche  storie di incontro tra persone e tra culture: per le comunità  e le società in cui arrivano sono una opportunità di  arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti. Le  iniziative di accoglienza che fanno riferimento alla Chiesa  hanno un ruolo importante da questo punto di vista, e possono  rivitalizzare le comunità capaci di realizzarle”. 

In tutto questo la Chiesa è chiamata ad assumere un “ruolo  profetico”. “Grazie alla diversa provenienza dei Padri,  rispetto al tema dei migranti, il Sinodo - infatti - ha visto  l’incontro di molte prospettive, in particolare tra Paesi di  partenza e Paesi di arrivo. Inoltre è risuonato il grido di  allarme di quelle Chiese i cui membri sono costretti a scappare  dalla guerra e dalla persecuzione e che vedono in queste  migrazioni forzate una minaccia per la loro stessa esistenza.  Proprio il fatto di includere al suo interno tutte queste  diverse prospettive mette la Chiesa in condizione di esercitare un ruolo profetico nei confronti della societa’ sul tema delle migrazioni”. (Raffaele Iaria)

 

 

 

 

Annuncio del Governo- Editoria, azzeramento Fondo per il pluralismo.

 

Don Bianchi (Fisc): “Non toccherà i grandi giornali, ma spariranno le voci dal territorio”

 

Per don Adriano Bianchi, presidente della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), "l’impatto sarebbe gravissimo. Le realtà editoriali più grandi e storicamente radicate, subirebbero un danno molto serio. Molte realtà non sopravviveranno". E sottolinea: "Il Fondo per il pluralismo garantisce che nel Paese ci siano voci diverse, anche quelle che esprimono i territori, le minoranze, le realtà più piccole. Fonti di informazione veramente legate ai cittadini, che raccontano quell’Italia che le persone vivono quotidianamente" -Riccardo Benotti

 

“Sono fiducioso che ci possa essere ancora un dialogo con il Governo. Mi rifiuto di credere che sia serio da parte della politica agire in maniera emotiva, senza entrare nel merito delle questioni. Mi auguro si tratti soltanto di annunci. L’azzeramento del Fondo per il pluralismo non toccherà i grandi giornali, ma quelli piccoli. È più facile fare la battaglia parlando di taglio all’editoria, ma in realtà verranno tagliati soltanto i giornali del territorio”. Così don Adriano Bianchi, direttore della “Voce del Popolo” di Brescia e presidente della Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), all’indomani della conferma pubblica da parte di Vito Crimi, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’informazione e all’editoria, che durante la festa del Movimento 5 Stelle al Circo Massimo ha ribadito che “con la prossima legge di bilancio partirà la progressiva abolizione del finanziamento pubblico a giornali”.

Qual è la situazione dei settimanali diocesani?

Parliamo di circa 180 testate con caratteristiche, storie e dimensioni diverse. Ci sono giornali che hanno la consistenza di aziende editoriali, e sono quelli che in questi anni hanno ricevuto i contributi da parte dello Stato. Per adeguarsi alla legge sulla riforma dell’editoria queste testate si sono attrezzate con l’assunzione di giornalisti a tempo indeterminato e strutture adeguate. Altre, soprattutto al centro e al sud, fanno invece più affidamento sul volontariato pur mantenendo l’ispirazione dei valori cattolici al servizio del territorio.

Chi soffrirà maggiormente l’annunciato azzeramento dei contributi?

L’impatto sarebbe gravissimo. Le realtà editoriali più grandi e storicamente radicate, subirebbero un danno molto serio.

Come Fisc abbiamo seguito un percorso di trasparenza per ricevere i contributi, con una rendicontazione estremamente precisa e una trasformazione a livello aziendale secondo i parametri previsti dalla legge.

Lo scorso anno abbiamo chiuso anche un accordo con l’Fnsi che estende alcune tutele del contratto Aeranti-Corallo anche ai giornalisti delle realtà diocesane. La legge ci ha spinto in questa direzione. La mancanza del sostegno, in un contesto di crisi della carta stampata, impatterà in maniera importante. Molte realtà non sopravviveranno.

Anche i settimanali diocesani stanno risentendo della crisi dell’editoria?

Certamente, anche se forse meno rispetto alle grandi testate. I giornali del territorio raccontano le cose del territorio che altri non dicono. La crisi della carta stampata la si avverte, ma in misura ridotta. Inoltre, quasi tutti i nostri settimanali hanno una presenza online e sui social network. Stanno vivendo la trasformazione anche dal punto di vista della digitalizzazione. L’erosione sulla carta è innegabile, anche se meno evidente. Le difficoltà economiche ci sono soprattutto dove le realtà editoriali hanno una certa consistenza.

La sopravvivenza dei giornali è però sulle spalle della carta stampata,

che è ancora l’unica fonte di reddito grazie alla pubblicità e alle copie vendute. L’online non offre risorse sufficienti per mantenere una informazione di qualità.

Perché andrebbero tutelate queste realtà editoriali?

Il Fondo per il pluralismo garantisce che nel Paese ci siano voci diverse, anche quelle che esprimono i territori, le minoranze, le realtà più piccole. Fonti di informazione veramente legate ai cittadini, che raccontano quell’Italia che le persone vivono quotidianamente.

Eppure il disegno del Governo sembra chiaro.

Si è scatenata una tempesta. Capisco la necessità politica di esprimere una posizione che rispecchi il programma elettorale, ma

mi auguro che nel merito della questione ci sia buon senso ed equità al fine di non disperdere un patrimonio del genere.

Può essere legittimo che si abbia una idea differente rispetto al Governo precedente, ma non si aprano le porte a un impoverimento del dibattito e del pluralismo nel Paese. Sir 23

 

 

 

 

Appello dei vescovi: “Un contributo cruciale alla giustizia climatica”

 

Comunicato stampa congiunto di CIDSE, Caritas Internationalis e Movimento Cattolico Mondiale per il Clima

 

La Chiesa a livello globale richiede un’azione climatica ambiziosa e urgente Con un forte appello firmato da cinque Presidenti delle conferenze episcopali, i vescovi della Chiesa cattolica invitano i governi a intraprendere azioni ambiziose e immediate per affrontare e superare gli effetti devastanti della crisi climatica. Poco dopo la pubblicazione di un rapporto dell’IPCCC sull’urgenza di sviluppare politiche che limitino il riscaldamento del pianeta a 1,5 gradi, la Chiesa invita i politici ad adoperarsi in favore di un’attuazione ambiziosa dell’Accordo di Parigi per le persone e per il pianeta. Chiedono che la prossima conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (COP24, Katowice, Polonia, dicembre 2018) si dimostri una pietra miliare nel percorso indicato a Parigi nel 2015.

L’appello è stato presentato oggi a Roma e firmato da: Cardinal Angelo Bagnasco, Presidente, CCEE, Arcivescovo di Genova; Cardinal Oswald Gracias, Presidente, FABC, Arcivescovo di Bombay; Arcivescovo Peter Loy Chong, President, FCBCO, Arcivescovo di Suva; Arcivescovo Jean-Claude Hollerich, Presidente, COMECE, Arcivescovo di Lussemburgo; Arcivescovo Gabriel Mbilingi, Presidente, SECAM, Arcivescovo di Lubango. I firmatari sono motivati dal lavoro svolto sul campo dai tanti coraggiosi attori che, dentro e fuori le comunità cattoliche, diffondono il messaggio del Papa nella Laudato Si’.

Nell’appello, chiedono cambiamenti rapidi e radicali, resistendo alla tentazione di cercare espedienti tecnologici a breve termine. I responsabili ecclesiali di Asia, Africa, Oceania ed Europa chiedono congiuntamente ai governi di adottare misure concrete per andare verso una ripartizione giusta delle risorse e responsabilità, in cui “i grandi inquinatori assumano le loro responsabilità politiche e rispettino i loro impegni finanziari in favore del clima.”

L’appello si basa sui principi dell’urgenza, della giustizia intergenerazionale, della dignità e dei diritti umani. È basato su alcuni punti centrali: mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C; passare a stili di vita sostenibili; rispettare la conoscenza delle comunità indigene; implementare un cambiamento paradigmatico delle finanze in linea con gli accordi globali sul clima; trasformare il settore energetico ponendo fine all’era dei combustibili fossili e passando alle energie rinnovabili; ripensare il settore agricolo per garantire che fornisca cibo sano e accessibile a tutti, con particolare attenzione alla promozione dell’agroecologia.

Attraverso questa dichiarazione, i vescovi ribadiscono anche il proprio impegno a compiere passi coraggiosi verso la sostenibilità, un contributo cruciale alla giustizia climatica. In tutto il mondo, la Chiesa è impegnata in iniziative concrete verso e stili di vita più sostenibili, tra le quali un movimento mondiale per il disinvestimento dai combustibili fossili e un crescente impegno nel Tempo del Creato.

La dichiarazione è sostenuta dalle reti cattoliche CIDSE, Caritas Internationalis e dal Movimento Cattolico Mondiale per il Clima. “Siamo incoraggiati da questo appello della Chiesa che riconosce molti degli sforzi che le organizzazioni cattoliche stanno portando avanti per raggiungere la giustizia climatica, la giustizia energetica e l’accesso al cibo. Ci sentiamo anche sostenuti nella nostra richiesta di un profondo cambiamento del sistema sociale e siamo grati di far parte di un movimento mondiale che ha questo scopo. Riteniamo che ciò possa accadere davvero solo passando a un’economia post-crescita”, ha dichiarato Josianne Gauthier, Segretaria generale della CIDSE.

“Questa dichiarazione indica con forza che la Chiesa cattolica globale è impegnata ad accelerare l’azione per la giustizia climatica. I responsabili ecclesiastici fanno eco alle parole di Papa Francesco che mette l’accento sull’urgenza della crisi climatica. Ogni tacca nel termometro globale è una tragedia per i più vulnerabili, e non possiamo perdere neanche un momento, dobbiamo trovare soluzioni per loro e per le generazioni a venire. La domanda è: quando i responsabili politici raccoglieranno la sfida?”, ha dichiarato Tomás Insua, Direttore esecutivo del Movimento mondiale per il clima cattolico.

“È necessario e urgente un profondo cambiamento di direzione nelle questioni climatiche. Dobbiamo vedere una trasformazione alla conferenza sul clima a Katowice. Possiamo salvare il pianeta e chi è a maggior rischio d’impatto delle condizioni meteorologiche estreme, ma per fare ciò abbiamo bisogno della volontà politica”, ha affermato Michel Roy, Segretario generale di Caritas Internationalis. Zenit 26

 

 

 

 

 

Sinodo 18. “Accogliere il migrante è un mandato biblico”. Incontro dei giovani e degli anziani con il Papa

 

Mercoledì 24 ottobre  presso l’Istituto Patristico Augustinianum, ha avuto luogo “La saggezza del tempo” – Incontro dei giovani e degli anziani con il Santo Padre Francesco, evento speciale nell’ambito della XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema: I giovani, la fede e il discernimento vocazionale. (3-28 ottobre 2018).

Dopo gli interventi di mons. José DomingoPresidente del Comitato Organizzatore della Giornata Mondiale della Gioventù 2019, e di padre Antonio Spadaro, Direttore de “La Civiltà Cattolica”, il Santo Padre Francesco ha risposto a braccio alle domande di un gruppo di giovani e anziani. Ne riportiamo il testo

Federica Ancona — Italia, 26 anni

Papa Francesco, oggi noi giovani siamo sempre esposti a modelli di vita che esprimono una visione “usa e getta”, quella che Lei chiama “cultura dello scarto”. Mi sembra che la società oggi ci spinge a vivere una forma di individualismo che poi finisce nella competizione. Non mi chiedono di dare il meglio di me, ma di essere sempre migliore degli altri. Ma ho l’impressione che chi cade in questo meccanismo alla fine finisce per sentirsi un fallito. Qual è invece la strada per la felicità? Come faccio a vivere una vita felice? Come possiamo noi giovani guardarci dentro e capire che cosa è davvero importante? Come possiamo noi giovani creare rapporti veri e autentici quando tutto attorno a noi sembra finto, di plastica? Grazie, Santo Padre.

Papa Francesco:

“Finto e di plastica”: è la cultura del trucco, quello che conta sono le apparenze; quello che conta è il successo personale anche a prezzo di calpestare la testa altrui, andare avanti con questa competizione che tu dici – io ho qui le domande scritte, per non perdermi. E la tua domanda è: come essere felici in questo mercato della competizione, in questo mercato dell’apparenza? Tu non hai detto la parola ma mi permetto di dirla io: in questo mercato dell’ipocrisia; lo dico non in senso morale, ma in senso psicologico-umano: apparire qualcosa che non c’è dentro, si appare in un modo ma dentro c’è il vuoto, per esempio, o c’è l’affanno per arrivare, non è vero?

Su questo mi viene di dirti un gesto, un gesto per spiegare quello che voglio dirti con la mia risposta. Il gesto è questo: la mano tesa e aperta. La mano della competizione è chiusa e prende: sempre prendere, accumulare, tante volte a caro prezzo, a costo di annientare gli altri, per esempio, a costo del disprezzo altrui ma… questa è la competizione! Il gesto dell’anti-competizione è questo: aprirsi. E aprirsi in cammino. La competizione generalmente è ferma: fa i suoi calcoli, tante volte incoscientemente, ma è ferma, non si mette in gioco; fa dei calcoli, ma non si mette in gioco. Invece, la maturazione della personalità avviene sempre in cammino, si mette in gioco.

Per dirlo con un’espressione comune: si sporca le mani. Perché? Perché ha la mano tesa per salutare, per abbracciare, per ricevere. E questo mi fa pensare a quello che dicono i santi, anche Gesù: “C’è più gioia nel dare che nel ricevere”. Contro questa cultura che annienta i sentimenti, c’è il servizio, servire. E tu vedrai che la gente più matura, i giovani più maturi – maturi nel senso di sviluppati, sicuri di sé stessi, sorridenti, con senso dell’umorismo – sono quelli con le mani aperte, in cammino, con il servizio.

E l’altra parola: che rischiano. Se tu nella vita non rischi, mai, mai sarai matura, mai dirai una profezia, avrai soltanto l’illusione di accumulare per essere sicura. E’ una cultura dello scarto, ma per coloro che non si sentono scartati è la cultura dell’assicurazione: avere tutte le assicurazioni possibili per essere a posto. E mi viene in mente quella parabola di Gesù: l’uomo ricco che aveva avuto un raccolto così grande che non sapeva dove mettere il grano. E disse: “Farò dei magazzini più grandi e così sarò sicuro”. L’assicurazione per tutta la vita. E Gesù dice che questa storia finisce così: “Stolto: questa sera morirai” (cfr Lc 12,16-21).

La cultura della competizione non guarda mai la fine; guarda il fine che si è proposto nel suo cuore: arrivare, arrampicando, in ogni modo, ma sempre calpestando teste. Invece la cultura del convivere, della fraternità è una cultura del servizio, una cultura che si apre e si sporca le mani. Questo è il gesto. Non so, non voglio ripetermi ma credo che questa sia la risposta essenziale alla tua domanda.

Vuoi salvarti da questa cultura che ti fa sentire una fallita, dalla cultura della competizione, dalla cultura dello scarto, vivere una vita felice? Apri: il gesto della mano sempre tesa così, il sorriso, in cammino, mai seduta, in cammino sempre, sporcati le mani. E sarai felice. Non so, mi viene di dirti questo.

Delia Gallagher:

La prossima domanda, Santo Padre, viene da Malta. E’ una coppia – Tony e Grace Naudi, sono nonni e sono sposati da 43 anni.

Tony and Grace Naudi — Malta, 71 e 65 anni [in inglese] Santo Padre, mi chiamo Tony. Mia moglie Grace ed io abbiamo cresciuto una famiglia di quattro figli, un figlio e tre figlie, e abbiamo cinque nipoti e un altro in arrivo. Come molte famiglie, abbiamo dato ai nostri figli un’educazione cattolica, e abbiamo fatto di tutto per aiutarli a vivere la parola di Dio nella loro vita quotidiana. Eppure, nonostante i nostri sforzi come genitori di trasmettere la fede, i figli qualche volta sono molto critici, ci contestano, sembrano respingere la loro educazione cattolica. Che cosa dobbiamo dire loro? Per noi la fede è importante. È doloroso per noi vedere i nostri figli e i nostri nipoti lontani dalla fede o molto presi dalle cose più mondane o superficiali. Ci dia una parola di incoraggiamento e di aiuto. Che cosa possiamo fare come genitori e nonni per condividere la fede con i nostri figli e i nostri nipoti?

Papa Francesco: C’è una cosa che ho detto una volta, perché mi è venuta spontanea, sulla trasmissione della fede: la fede va trasmessa “in dialetto”. Sempre. Il dialetto familiare, il dialetto… Pensate alla mamma di quei sette giovani di cui leggiamo nel Libro dei Maccabei: per due volte il racconto biblico dice che la mamma li incoraggiava “in dialetto”, nella lingua materna, perché la fede era stata trasmessa così, la fede si trasmette a casa. Sempre. Sono proprio i nonni, nei momenti più difficili della storia, coloro che hanno trasmesso la fede. Pensiamo alle persecuzioni religiose del secolo scorso, nelle dittature genocide che tutti abbiamo conosciuto: erano i nonni che di nascosto insegnavano ai nipotini a pregare, la fede, e anche di nascosto li portavano al battesimo.

Perché non i genitori? Perché i genitori erano coinvolti nella filosofia del partito, di ambedue i partiti [nazista e comunista] e, se si fosse saputo che facevano battezzare i figli, avrebbero perso il lavoro, per esempio, o sarebbero diventati vittime di persecuzioni. Mi raccontava una maestra, una insegnante di uno di questi Paesi, che il lunedì dopo Pasqua dovevano domandare ai bambini: “Cosa avete mangiato ieri a casa?”, semplicemente, e di quelli che dicevano “uova, uova”, passare l’informazione per punire i genitori. Così loro [i genitori] non potevano fare la trasmissione della fede: erano i nonni a farla. E hanno avuto, in questi momenti di persecuzione, una grande responsabilità per questo, assunta da loro stessi, e la portavano avanti, di nascosto, con i metodi più elementari.

Riprendo: la fede va trasmessa sempre in dialetto: il dialetto di casa. E anche il dialetto dell’amicizia, della vicinanza, ma sempre in dialetto. Lei non può trasmettere la fede con il Catechismo: “leggi il Catechismo e avrai la fede”. No. Perché la fede non sono soltanto i contenuti, c’è il modo di vivere, di valutare, di gioire, di rattristarsi, di piangere…: è tutta una vita che porta lì.

E la Sua domanda è un po’ – mi permetto –, sembra un po’ esprimere un senso di colpa: “Forse abbiamo fallito nella trasmissione della fede?”. No. Non si può dire questo. La vita è così. All’inizio voi avete trasmesso la fede, ma poi si vive, e il mondo fa delle proposte che entusiasmano i figli nella loro crescita, e tanti si allontanano dalla fede perché fanno una scelta, non sempre cattiva, ma tante volte inconsapevole, tra i valori, sentono delle ideologie più moderne e si allontanano. Ho voluto soffermarmi su questa descrizione della trasmissione della fede per dire il mio parere. La prima cosa è non spaventarsi, non perdere la pace. La pace, sempre parlando con il Signore: “Noi abbiamo trasmesso la fede e adesso…”. Tranquilli. Mai cercare di convincere, perché la fede, come la Chiesa, non cresce per proselitismo, cresce per attrazione – questa è una frase di Benedetto XVI – cioè per testimonianza. Ascoltarli, accoglierli bene, i nipotini, i figli, accompagnarli in silenzio.

Mi viene in mente un aneddoto di un sindacalista – un dirigente, un sindacalista che ho conosciuto –, che a 20/21 anni era caduto nella dipendenza dall’alcol. Viveva da solo con la mamma, perché la mamma lo aveva avuto da ragazza. Lui si ubriacava. E al mattino vedeva che la mamma usciva per andare a lavorare: lavorava lavando le tovaglie, le camicie, come si lavava in quel tempo, con l’asse di legno. Lavorava tutta la giornata, e il figlio lì… E lui vedeva la mamma, ma faceva finta di dormire – non aveva lavoro in un tempo in cui c’era tanto lavoro – e guardava come la mamma si fermava, lo guardava con tenerezza e se ne andava a lavorare. Questo lo ha fatto crollare: quel silenzio, quella tenerezza della mamma ha fatto crollare tutte le resistenze e lui un giorno ha detto: “No, non può essere così”, si è dato da fare, è maturato e ha fatto una buona famiglia, una buona carriera… Silenzio, tenerezza… Silenzio che accompagna, non il silenzio dell’accusa, no, quello che accompagna. E’ una delle virtù dei nonni.

Abbiamo visto tante cose nella vita che tante volte soltanto il silenzio buono, quello caldo, può aiutare. Poi, se uno si domanda quali sono le cause di questo allontanamento, c’è sempre una sola causa che apre le porte alle ideologie: le testimonianze negative. Non sempre in famiglia, no, la maggior parte sono le testimonianze negative di gente di Chiesa: preti nevrotici, o gente che dice di essere cattolica e fa la doppia vita, incoerenze, per il fatto di cercare dentro le comunità cristiane cose che non sono valori cristiani… Sono sempre le testimonianze negative che allontanano dalla vita [di fede]. E poi, le persone che ricevono questi esempi negativi, accusano. Dicono: “Io ho perso la fede perché ho visto questo e questo…”. E hanno ragione. E ci vuole soltanto un’altra testimonianza, quella della bontà, della mitezza, della pazienza, la testimonianza che ha dato Gesù nella sua passione, quando Lui soffriva ed era capace di toccare il cuore.

Ai genitori e ai nonni che hanno questa esperienza, consiglio molto amore, molta tenerezza, comprensione, testimonianza e pazienza. E preghiera, preghiera. Pensate a Santa Monica: ha vinto con le lacrime. Era brava. Ma mai discutere, mai, perché questo è un tranello: i figli vogliono portare i genitori alla discussione. No. Meglio dire: “Non so rispondere a questo, cerca da un’altra parte, ma cerca, cerca…”. Sempre evitare la discussione diretta, perché questo allontana. E sempre la testimonianza “in dialetto”, cioè con quelle carezze che loro capiscono. Questo.

Delia Gallagher:

Grazie, Santo Padre. La terza domanda viene dagli Stati Uniti, da Rosemary Lane. Rosemary lavora per Loyola Press e quindi è stato fatto grazie a lei, in parte, questo libro per il quale lei ha raccolto alcune storie di anziani per realizzare il libro.

Rosemary Lane — Stati Uniti d’America, 30 anni [in inglese] Santo Padre, ho avuto il privilegio di trascorrere un anno raccogliendo la saggezza dagli anziani di tutto il mondo per il libro La saggezza del tempo. Mi è accaduto di chiedere ad alcuni anziani come affrontano le loro fragilità, le loro incertezze per il futuro. Una donna saggia, Conny Caruso, mi ha detto che io non devo mai darmi per vinta. Devo darmi da fare, lottare, avere fiducia nella vita. Ma oggi la fiducia non la si può dare per scontata. Anche da Lei io avverto personalmente questo messaggio di fiducia. Mi fa riflettere che la fiducia mi venga da persone che hanno vissuto già a lungo. Noi giovani viviamo una vita difficile, viviamo in un mondo instabile e pieno di sfide. Che cosa direbbe Lei, da nonno, a giovani che vogliono avere fiducia nella vita, che desiderano costruirsi un futuro all’altezza dei loro sogni?

Papa Francesco:

“Che cosa direbbe Lei, da nonno, a giovani che vogliono avere fiducia nella vita, che desiderano costruirsi un futuro all’altezza dei loro sogni?”. Questa è la domanda. Un bel lavoro hai fatto, con queste interviste! E’ una bella esperienza che non dimenticherai mai, mai! Una bella esperienza. Prendo l’ultima parola: “all’altezza dei loro sogni”. Sogni è l’ultima parola. E la risposta è: incomincia a sognare. Sogna tutto. Mi viene in mente quella bella canzone: “Nel blu dipinto di blu, felice di stare lassù”. Sognare così, sfacciatamente, senza vergogna. Sognare. Sognare è la parola. E difendere i sogni come si difendono i figli.

Questo è difficile da capire ma è facile da sentire: quando tu hai un sogno, una cosa che non sai come dirla, ma la custodisci e la difendi perché l’abitudine quotidiana non te la tolga. Aprirsi a orizzonti che sono contro le chiusure. Le chiusure non conoscono gli orizzonti, i sogni sì! Sognare, e prendere i sogni dagli anziani. Portare su di sé gli anziani e i loro sogni. Portare addosso questi anziani, i loro sogni; non ascoltarli, registrarli, e poi dire “adesso andiamo a divertirci”. No. Portarli addosso. Il sogno che noi riceviamo da un anziano è un peso, costa portarlo avanti. E’ una responsabilità: dobbiamo portarli avanti.

C’è un’icona che viene dal Monastero di Bose, che si chiama “la Santa Comunione”, e cioè un monaco giovane che porta avanti un anziano, porta avanti i sogni di un anziano, e non è facile, si vede che fa fatica in questo. In questa immaginetta tanto bella si vede un giovane che è stato capace di prendere su di sé i sogni degli anziani e li porta avanti, per farli fruttificare. Questo forse sarà di ispirazione. Tu non puoi portarti tutti gli anziani addosso, ma i loro sogni sì, e questi portali avanti, portali, che ti farà bene. Non solo ascoltarli, scriverli, no: prenderli e portarli avanti. E questo ti cambia il cuore, questo ti fa crescere, questo ti fa maturare. E’ la maturazione propria di un anziano. Loro, nei sogni, ti diranno anche cosa hanno fatto nella vita; ti racconteranno gli sbagli, i fallimenti, i successi, ti diranno questo. Prendilo. Prendi tutta questa esperienza di vita e vai avanti. Questo è il punto di partenza. “Cosa direbbe Lei ai giovani che vogliono avere fiducia nella vita?”: prendi su di te i sogni degli anziani e portali avanti. Questo ti farà maturare. Grazie.

Delia Gallagher:

Grazie. La prossima domanda viene dall’Italia, dalla signora Fiorella Bacherini, che è moglie, mamma, nonna nonché insegnante di italiano per i migranti e i rifugiati a Firenze.

Fiorella Bacherini — Italia, 83 anni

Papa Francesco, sono preoccupata. Ho tre figli. Uno è gesuita come lei. Hanno scelto la loro vita e vanno avanti per la loro strada. Ma guardo anche attorno a me, guardo al mio Paese, al mondo. Vedo crescere le divisioni e la violenza. Ad esempio, sono rimasta molto colpita dalla durezza e dalla crudeltà di cui siamo stati testimoni nel trattamento dei rifugiati. Non voglio discutere di politica, parlo dell’umanità. Com’è facile far crescere l’odio tra la gente! E mi vengono in mente i momenti e i ricordi di guerra che ho vissuto da bambina. Con quali sentimenti Lei sta affrontando questo momento difficile della storia del mondo?

Papa Francesco:

Grazie. Mi è piaciuto quel “non parlo di politica, ma parlo di umanità”. Questo è saggio. I giovani non hanno l’esperienza delle due guerre. Io ho imparato da mio nonno che ha fatto la prima, sul Piave, ho imparato tante cose, dal suo racconto. Anche le canzoni un po’ ironiche contro il re e la regina, tutto questo ho imparato. I dolori, i dolori della guerra…

Cosa lascia una guerra? Milioni di morti, nella grande strage. Poi è venuta la seconda, e questa l’ho conosciuta a Buenos Aires con tanti migranti che sono arrivati: tanti, tanti, tanti, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Italiani, polacchi, tedeschi… tanti, tanti. E ascoltando loro ho capito, tutti capivamo cos’era una guerra, che da noi non si conosceva. Credo che sia importante che i giovani conoscano gli effetti delle due guerre del secolo scorso: è un tesoro, negativo, ma un tesoro per trasmettere, per creare delle coscienze. Un tesoro che ha fatto anche crescere l’arte italiana: il cinema del dopoguerra è una scuola di umanesimo. Che loro conoscano questo è importante, per non cadere nello stesso errore. Che loro conoscano come cresce un populismo: per esempio, pensiamo al ‘32- ‘33 di Hitler, quel giovanotto che aveva promesso lo sviluppo della Germania dopo un governo che aveva fallito. Che sappiano come incominciano, i populismi.

Lei ha detto una parola molto brutta ma molto vera: “seminare odio”. E non si può vivere seminando odio. Noi, nell’esperienza religiosa della storia della religione, pensiamo alla Riforma: abbiamo seminato odio, tanto, da ambedue le parti, protestanti e cattolici. Questo l’ho detto esplicitamente a Lund [in Svezia, nell’incontro ecumenico], e adesso da 50 anni lentamente ci siamo accorti che non era quella la strada e stiamo cercando di seminare gesti di amicizia e non di divisione. Seminare odio è facile, e non solo sulla scena internazionale, anche nel quartiere. Uno va, sparla di una vicina, di un vicino, semina odio e quando si semina odio c’è la divisione, c’è cattiveria, nella vita quotidiana. Seminare odio con i commenti, con le chiacchiere… Dalla grande guerra scendo alle chiacchiere, ma sono della stessa specie. Seminare odio anche con le chiacchiere in famiglia, nel quartiere, è uccidere: uccidere la fama altrui, uccidere la pace e la concordia in famiglia, nel quartiere, nel posto di lavoro, far crescere le gelosie, le competizioni di cui parlava la prima ragazza.

Cosa faccio io – era la sua domanda – quando vedo che il Mediterraneo è un cimitero? Io, Le dico la verità, soffro, prego, parlo. Non dobbiamo accettare questa sofferenza. Non dire “ma, si soffre dappertutto, andiamo avanti…”. No, questo non va. Oggi c’è la terza guerra mondiale a pezzetti: un pezzetto qua, un pezzetto là, e là, e là… Guardate i luoghi di conflitto. Mancanza di umanità, aggressione, odio fra culture, fra tribù, anche una deformazione della religione per poter odiare meglio. Questa non è una strada: questa è la strada del suicidio dell’umanità. Seminare odio, preparare la terza guerra mondiale, che è in corso a pezzetti. E credo di non esagerare in questo. Mi viene in mente – e questo va detto ai giovani – quella profezia di Einstein: “La quarta guerra mondiale sarà fatta con le pietre e i bastoni”, perché la terza avrà distrutto tutto.

Seminare odio e far crescere l’odio, creare violenza e divisione è un cammino di distruzione, di suicidio, di altre distruzioni. Questo si può coprire [giustificare] con la libertà, si può coprire con tanti motivi! Quel giovanotto del secolo scorso, negli anni ’30, lo copriva con la purezza della razza; e qui, i migranti. Accogliere il migrante è un mandato biblico, perché “tu stesso sei stato migrante in Egitto” (cfr Lv 19,34). Poi pensiamo: l’Europa è stata fatta dai migranti, tante correnti migratorie nei secoli hanno fatto l’Europa di oggi, le culture si sono mischiate. E l’Europa sa bene che nei momenti brutti altri Paesi, dell’America, per esempio, sia del Nord che del Sud, hanno accolto i migranti europei, sa cosa significa questo. Noi dobbiamo riprendere, prima di esprimere un giudizio sul problema delle migrazioni, riprendere la nostra storia europea.

Io sono figlio di un migrante che è andato in Argentina, e tanti, in America, tanti hanno un cognome italiano, sono migranti. Accolti con il cuore e con le porte aperte. Ma la chiusura è l’inizio del suicidio. E’ vero che si devono accogliere i migranti, si devono accompagnare, ma soprattutto si devono integrare. Se noi accogliamo “così” [come capita, senza un piano], non facciamo un bel servizio: c’è il lavoro dell’integrazione. La Svezia è stata un esempio da più di 40 anni, in questo. Io l’ho vissuto da vicino: quanti argentini e uruguayani, al tempo delle nostre dittature militari, sono stati rifugiati in Svezia. E subito li hanno integrati, subito. Scuola, lavoro… Integrati nella società. E quando l’anno scorso sono stato a Lund, mi ha ricevuto all’aeroporto il Primo Ministro, e poi, siccome non poteva venire lui a congedarsi, ha inviato una Ministro, credo della cultura… In Svezia, dove sono tutti biondi, questa era un po’ bruna: una Ministra della cultura così… Poi ho saputo che era figlia di una svedese e di un migrante dell’Africa. Così integrata che è arrivata a essere Ministra del Paese. Così si integrano le cose.

Invece, la tragedia che tutti ricordiamo di Zaventem [in Belgio], non era stata fatta da stranieri: l’hanno fatta giovani belgi! Ma giovani belgi che erano stati ghettizzati in un quartiere. Sì, sono stati ricevuti ma non integrati. E questa non è la strada. Un governo deve avere – questi sono i criteri – il cuore aperto per ricevere, le strutture buone per fare la strada dell’integrazione e anche la prudenza di dire: fino a questo punto, posso, oltre non posso. E per questo è importante che tutta l’Europa si metta d’accordo su questo problema. Al contrario, il peso più forte lo portano l’Italia, la Grecia, la Spagna, Cipro un po’, questi tre-quattro Paesi… E’ importante. Ma, per favore, non seminare odio. E oggi, io chiederei per favore a tutti di guardare il nuovo cimitero europeo: si chiama Mediterraneo, si chiama Egeo. Questo che mi viene di dire a Lei. E grazie per avere fatto questa domanda, non per politica, ma per umanità. Grazie!

Delia Gallagher:

Grazie. Santo Padre, la prossima domanda viene dalla Colombia, da una giovane donna che si chiama Jennifer Tatiana Valencia Morales, e lei lavora per “Unbound” e quindi viaggia nei villaggi della montagna della Colombia per aiutare anziani e giovani, e si sposta con la motocicletta.

Jennifer Tatiana Valencia Morales — Colombia, 20 anni [in spagnolo] Papa Francesco, raccogliendo le storie di questo libro io sono rimasta profondamente colpita dalla vita degli anziani. Lei di storie ne avrà già ascoltate tante nella Sua vita. Che cosa L’ha spinta ad accettare questo progetto e ad ascoltare le storie di vita delle persone anziane presenti in questo libro? In questo libro molte storie sono di anziani che vivono situazioni di grande povertà, gente non rilevante agli occhi del mondo, della società. Nessuno starebbe ad ascoltarle. Dopo aver ascoltato storie di vita Lei si sente toccato, cambiato? Le piace ascoltare le storie di vita? La aiuta nel suo mestiere di Papa?

Papa Francesco:

L’ultima domanda: “Le piace ascoltare le storie di vita, L’aiuta nel Suo mestiere di Papa?” Sì, e mi piace anche. Mi piace. Quando sono nelle udienze, il mercoledì, incomincio a salutare la gente, mi fermo dove ci sono i bambini e gli anziani. E ho tante esperienze, tante esperienze nell’ascoltare gli anziani. Ve ne dirò una soltanto, che riguarda la famiglia.

Una volta c’era una coppia che faceva il 60° di matrimonio, ma erano giovani, perché a quei tempi si sposavano giovani. Oggi per sposare un figlio, la mamma deve smettere di stirare le camicie, perché altrimenti non se ne va di casa! Ma a quei tempi si sposavano giovani. Io ho fatto loro la domanda: “Valeva la pena di fare questa strada?”, e loro, che mi guardavano, si sono guardati tra loro, e poi sono tornati a guardarmi e avevano gli occhi bagnati, e allora mi hanno risposto: “Siamo innamorati!”. Io mai, mai pensavo a una risposta così “moderna” da una coppia che faceva 60 anni di matrimonio.

Sempre tu incontri cose nuove, cose nuove che ti aiutano ad andare avanti. Poi, un’altra cosa: ho avuto un’esperienza di dialogo con gli anziani, per caso, da ragazzo. Mi piaceva ascoltarli. Una nostra vicina era amante dell’opera, e io da adolescente, 16/17 anni, la accompagnavo all’opera, sì, nel “pollaio” [il loggione], dove era meno costoso… Poi, le mie due nonne, io parlavo tanto con loro: ero curioso della loro vita, mi colpivano. Una cosa che ricordo tanto degli anziani è una signora che veniva a casa ad aiutare mamma a lavare: era una siciliana, immigrata, che aveva due figli; aveva vissuto la guerra, la seconda guerra, e poi se n’era andata con i figli; e lei raccontava storie di guerra, e ho imparato tanto dal dolore di quella gente, cosa significa lasciare il Paese, al punto che questa donna io l’ho accompagnata fino alla morte, a 90 anni. E una volta che c’è stato un distacco, per un atto mio di egoismo l’ho persa di vista, ho sofferto tanto per non trovarla. E’ stata una bella esperienza, con gli anziani, non mi spaventavano. Stavo sempre con i giovani, ma… E con queste esperienze ho capito la capacità di sognare che hanno gli anziani, perché c’è sempre un consiglio: “Vai così, fai questo…, ti racconto questo, non dimenticarti di questo…”. Un consiglio non imperativo, ma aperto, e con tenerezza. E questi consigli mi davano un po’ il senso della storia e dell’appartenenza.

La nostra identità non è la carta d’identità che abbiamo: la nostra identità ha delle radici, e ascoltando gli anziani noi troviamo le nostre radici, come l’albero, che ha le proprie radici per crescere, fiorire, dare frutto. Se tu tagli le radici all’albero, non crescerà, non darà dei frutti, morirà, forse. C’è una poesia – l’ho detto tante volte – una poesia argentina di uno dei nostri grandi poeti, Bernardez, che dice: “Quello che l’albero ha di fiorito, viene da quello che ha di sotterrato”. Ma non un andare alle radici per chiudersi lì, come un conservatore chiuso, no. E’ fare – e questo l’ho sentito nell’Aula del Sinodo, uno di questi vescovi saggi lo ha detto – è fare come il tartufo – è costoso, il tartufo! –: nasce vicino alla radice, assimila tutto e poi, guarda che gioiello, il tartufo! E come fa male alle tasche, per averne uno! Prendere la linfa dalle radici, le storie, e questo ti dà l’appartenenza a un popolo. E poi questa appartenenza è quello che ti dà l’identità. Se mi dici: perché oggi ci sono tanti giovani “liquidi”?, in questa liquidità culturale che è alla moda, che tu non sai se sono “liquidi” o “gassosi”… Non è colpa loro! E’ colpa di questo staccarsi dalle radici della storia. Ma non si tratta di essere come loro [gli anziani], ma di prendere il succo, come il tartufo, e crescere e andare avanti con la storia. Identità, appartenenza a un popolo.

E un’altra esperienza che ho avuto, già come prete e come vescovo, è quella che fanno i giovani quando vanno a fare visita in una casa di riposo. A Buenos Aires, una piccola esperienza. [I ragazzi dicevano:] “Andiamo là? Ma è noioso, con i vecchi!”. Questa era la prima reazione. Poi vanno, con la chitarra, incominciano… e gli anziani incominciano a svegliarsi, e alla fine sono i giovani che non vogliono più uscire! Continuano a suonare e a suonare perché si crea questo legame.

E infine, la figura biblica: quando Maria e Giuseppe portano il Bambino al Tempio, sono due anziani a riceverli. Quell’uomo saggio [Simeone] che ha sognato tutta la vita di incontrare, di vedere il Liberatore, il Salvatore. E canta quella liturgia, inventa una liturgia di lode a Dio. E quell’anziana [Anna] che stava nel Tempio, con la stessa speranza, e fa la chiacchierona e va dappertutto a dire: “E’ questo, è questo…”, sa trasmettere quello che ha scoperto nell’incontro con Gesù. Quell’immagine dei due vecchi. La Bibbia ripete che sono spinti dallo Spirito. E dice che i giovani, Maria e Giuseppe, con Gesù, vogliono osservare la Legge del Signore. E’ un’immagine molto bella del dialogo e della ricchezza che si dà in questo, che è ricchezza di appartenenza e di identità. Non so se ti ho risposto…

Delia Gallagher:

Bene. Santo Padre, l’ultima domanda viene dagli Stati Uniti, dal signor Martin Scorsese, noto regista, produttore, sceneggiatore; il suo film più recente è Silence, che è la storia di un gesuita missionario in Giappone.

Martin Scorsese — Stati Uniti, 75 anni [in inglese] Santo Padre, è da molto che faccio film, ma sono cresciuto nella classe lavoratrice, nei quartieri periferici di New York. Lì c’è una chiesa, la cattedrale di San Patrizio: è la prima cattedrale cattolica di New York. Ho passato tanto tempo in quella chiesa. Ma fuori da quella chiesa, le cose erano molto diverse: c’era la povertà, la violenza… Da bambino ho capito che le sofferenze che vedevo non erano in televisione o nei film: erano proprio lì, davanti ai miei occhi, erano reali. Ho capito che nella strada c’era una verità e che in chiesa c’era un’altra verità che veniva presentata e che non erano, o non sembravano essere uguali. E’ stato molto, veramente molto difficile metterle insieme, riconciliare questi due mondi. L’amore di Gesù sembrava essere una cosa completamente “a parte”, estranea, aliena, spesso, rispetto a quello che vedevo accadere in strada.

Sono stato fortunato perché ho avuto genitori buoni che mi hanno amato e un sacerdote giovane, straordinario, che è diventato una specie di mentore per me e per altri, negli anni della formazione. Però, anche oggi, guardandoci intorno – giornali, televisione – sembra che il mondo sia segnato dal male. Oggi le persone fanno tanta fatica a cambiare, a credere nel futuro. Non si crede più nel bene. Assistiamo anche ai penosi fallimenti umani nella stessa istituzione della Chiesa.

Come possiamo noi persone anziane rafforzare e guidare i giovani nelle esperienze che loro dovranno affrontare nella vita? Come, Santo Padre, può sopravvivere la fede di un giovane uomo o di una giovane donna in questo uragano? Come possiamo aiutare la Chiesa in questo sforzo? In che modo oggi un essere umano può vivere una vita buona e giusta in una società dove ciò che spinge ad agire sono avidità e vanità, dove il potere si esprime con violenza? Come faccio a vivere bene quando faccio esperienza del male?

Papa Francesco:

“Come, in che modo la fede di una giovane donna o di un giovane uomo può sopravvivere a questo uragano? Come possiamo aiutare la Chiesa in questo sforzo?”. E’ la domanda. E’ un uragano, davvero. Anche quando noi eravamo bambini si manifestava un fenomeno che sempre c’è stato, ma non così forte… Oggi si vede più chiaramente quello che la crudeltà può fare in un bambino… Il problema della crudeltà: come si agisce rispetto alla crudeltà? Crudeltà dappertutto. Crudeltà fredda nei calcoli per rovinare l’altro…

E una delle forme di crudeltà che mi colpisce, in questo mondo dei diritti umani, è la tortura. In questo mondo, la tortura è pane quotidiano, e sembra normale, e nessuno parla. La tortura è la distruzione della dignità umana. Una volta, seguivo i genitori giovani, e ho parlato di come correggere i bambini, come punirli: a volte serve la “filosofia pratica” dello schiaffo, uno schiaffetto, ma mai in faccia, mai, perché questo toglie la dignità. Voi sapete dove darlo – dicevo ai genitori –, ma mai in faccia. E la tortura è come uno schiaffo in faccia, è giocare con la dignità delle persone. La violenza. La violenza per sopravvivere, la violenza in certi quartieri dove se tu non rubi non mangi. E questo è parte della nostra cultura, che noi non possiamo negare, perché è la verità e dobbiamo riconoscerla.

Ma lascio la domanda: come agire rispetto alla crudeltà? La grande crudeltà – ho parlato della tortura – e la piccola crudeltà che c’è tra noi? Come insegnare, come trasmettere ai giovani che la crudeltà è una strada sbagliata, una strada che uccide, non solo la persona, anche l’umanità, il senso di appartenenza, la comunità? E qui, c’è una parola che dobbiamo dire: la saggezza del piangere, il dono del piangere. Davanti a queste violenze, a questa crudeltà, a questa distruzione della dignità umana, il pianto è umano e cristiano. Chiedere la grazia delle lacrime, perché il pianto ammorbidisce il cuore, apre il cuore. E’ fonte di ispirazione, piangere.

Gesù, nei momenti più sentiti della sua vita, ha pianto. Nel momento in cui Lui ha visto il fallimento del suo popolo, ha pianto su Gerusalemme. Piangere. Non abbiate paura di piangere per queste cose: siamo umani. Poi, condividere l’esperienza, e torno a parlare del dialetto e dell’empatia. Condividere l’esperienza con empatia, con i giovani: non si può avere una conversazione con un giovane senza empatia. Dove trovo questa empatia? Non condannare i giovani, come i giovani non devono condannare gli anziani, ma avere l’empatia: l’empatia umana.

Io me ne vado perché sono vecchio, ma tu rimarrai, e questa è l’empatia della trasmissione dei valori. E poi, la vicinanza. La vicinanza fa miracoli. La nonviolenza, la mitezza, la tenerezza: queste virtù umane che sembrano piccole ma sono capaci di superare i conflitti più difficili, più brutti. Vicinanza, come Lei forse da bambino si è avvicinato a questa gente con tante sofferenze, e forse da lì ha incominciato a prendere la saggezza che oggi ci fa vedere nei Suoi film. Vicinanza a coloro che soffrono. Non avere paura. Vicinanza ai problemi. E vicinanza tra giovani e anziani. Sono poche cose: mitezza, tenerezza, vicinanza. E così si trasmette un’esperienza e si fa maturare. I giovani, noi stessi e l’umanità. Ringrazio per tutte queste domande e per questa vostra riflessione, che mi ha fatto parlare un po’ troppo! Grazie per il vostro lavoro, grazie a voi giovani sinodali e grazie a voi anziani. Vi chiedo di pregare per me. Grazie.

Francesco, de.it.press 25

 

 

 

Scalabriniani: p. Chiarello nuovo Superiore generale   

 

Roma - Il XV° Capitolo generale degli scalabriniani, riuniti a Rocca di Papa, hanno eletto P. Chiarello Leonir Mario nuovo superiore generale.  “Ringraziamo p. Leonir per aver accolto questo nuovo servizio, gli assicuriamo la nostra preghiera e gli formuliamo i nostri auguri per un fecondo ministero”, si legge in una nota.

P. Leonir Chiarello è stato finora il direttore esecutivo del SIMN (Scalabrini International Migration Network) e il suo rappresentante permanente presso le Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali. Ha conseguito la laurea in Filosofia presso l'Università di Caxias do Sul, Brasile, una laurea e un master in Teologia dogmatica presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, e un master in Scienze Sociali e Politiche presso l'Università Alberto Hurtado di Santiago, Cile.

Prima di dirigere il SIMN, p. Leonir ha lavorato in America Latina: dall'ottobre 1996 all'agosto 1997, con comunità di migranti a Bahia Blanca, in Argentina; dal settembre 1997 al giugno 2006, in Cile, come consigliere (1998-2001) e vicepresidente esecutivo (2001-2006) della Commissione episcopale per le migrazioni del Cile (INCAMI).

È stato fondatore e direttore del Centro Integrado de Atencion al Migrante (CIAMI) di Santiago (2000), fondatore e primo presidente della Fondazione Scalabrini e la ONG Scalabrini del Cile (2003-2006), e Consigliere della Sezione di Mobilità Umana del Consiglio Episcopale Latinoamericano - CELAM (2003-2006).

Per il suo impegno nei confronti dei migranti peruviani a rischio in Cile, p. Chiarello ha ricevuto un Commendation Order of Merit per Distinguished Alan García Pérez, il 12 luglio 2007.

A p. Leonir gli auguri di un proficuo lavoro da parte della Migrantes. Mi.on.25

 

 

 

 

Dall’Oriente giungono venti di Pace

 

Violenze e scontri armati sono presenti in più parti del mondo. In alcune regioni (Siria, Venezuela, Ucraina…) gli scontri sono causati dalle dispute tra le potenze mondiali. Ma vi sono altre aree del pianeta dove si sta passando dai conflitti agli accordi di pace. In questo contesto è incredibile quanto sta accadendo in Corea. Nel 1953, a seguito di un confronto armato che aveva visto coinvolti gli Stati Uniti e la Cina, la penisola coreana venne divisa fra Nord e Sud. Un conflitto che sembrava insanabile e che, nel settembre 2017, aveva visto un nuovo pericoloso rigurgito con la Corea del Nord che lanciava missili dimostrativi fin sopra i cieli del Giappone. Poi però è accaduto qualcosa di straordinario. Alle Olimpiadi invernali 2018 le due Coree si sono presentate sotto un’unica bandiera. Il leader nordcoreano Kim Jong-un e il presidente sudcoreano Moon Jae-in hanno iniziato ad incontrarsi sul confine e insieme hanno attraversato in pace l’una e l’altra frontiera. Nel corso dei colloqui che si sono svolti a settembre, è stato ribadito l’impegno a smantellare le armi nucleari. Le famiglie che erano state divise dalla guerra saranno ora riunite. Saranno costruite due linee ferroviarie per unire le due aree della penisola. Dalle minacce con i militari schierati e i missili in volo, si è passati ai sorrisi, agli abbracci e alle prospettive di disarmo, pace e sviluppo. È poi di questi giorni la notizia che Kim Jong-un ha fatto pervenire a Papa Francesco un invito a recarsi a Pyongyang, capitale della Corea del Nord. Il Pontefice ha dichiarato: «Se un invito ufficiale arrivasse dal governo della Corea del Nord, darei una risposta affermativa…». E Kim ha ribadito che «accoglierà il Papa con calore». Questo invito avviene in un contesto in cui anche altri Paesi asiatici mostrano interesse per una visita del Papa. In un’intervista concessa ad “Avvenire”, il vescovo cinese mons. Guo Jincai, che si trova a Roma per partecipare al Sinodo, ha dichiarato: «Abbiamo invitato Papa Francesco a venire in Cina. Noi preghiamo per questo, recitiamo il rosario perché venga presto questo momento, che verrà. Come la nostra presenza qui, che da impossibile è diventata possibile». È stata poi la volta del Vietnam, il cui Vice primo ministro, Truong Hoa Binh, è stato accolto in visita ufficiale in Vaticano ed ha incontrato Papa Francesco e il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin. L’alto esponente politico vietnamita ha manifestato apprezzamento per gli insegnamenti del Pontefice ed ha espresso la disponibilità del suo Paese per rafforzare i legami bilaterali con la Santa Sede. In tale contesto si è svolta a Bologna una conferenza internazionale a cui hanno partecipato oltre 300 leader di tutte le religioni ed esponenti della società civile per guardare a un futuro costellato da “Ponti di Pace”. Si è trattato della 32ma tappa dello “Spirito d’Assisi”, inaugurato nel 1986 da Giovanni Paolo II e portato avanti dalla Comunità di Sant’Egidio. All’incontro hanno partecipato tra gli altri: Bernice King, pastore battista e figlia di Martin Luther King; il grande imam Ahmad Muhammad Al-Tayyeb; il rabbino capo di Francia Haim Korsia; la senatrice Liliana Segre; il sociologo Manuel Castells; il cardinale filippino Orlando Beltran Quevedo. Ha dichiarato mons. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, a conclusione dell’incontro: «Vogliamo superare i muri andando più in alto con la passione che nasce dalla fede e con l’intelligenza dell’amore che trasforma il nemico in amico e rende vicino chi è lontano, rende possibile quello che sembrava troppo difficile…». (Editoriale di Antonio Gaspari)

 

 

 

Misereor ruft zum Totengedenken für Mittelmeer-Flüchtlinge auf

 

Zum Allerseelen-Tag am Freitag ruft das katholische Entwicklungshilfswerk Misereor zum Totengedenken für die ertrunkenen Flüchtlinge im Mittelmeer auf. Bis Juli seien in diesem Jahr offiziell bereits über 1.400 Flüchtlinge im Mittelmeer gestorben, erklärte das Bischöfliche Hilfswerk am Mittwoch in Aachen.

Nicht gezählt seien diejenigen Mischen, die bereits vorher in der Sahara verdurstet, vergewaltigt, ausgeraubt und ermordet worden seien. „Wir möchten an Allerseelen der Tausenden Toten gedenken, darunter viele Kinder, die in der Hoffnung auf ein besseres Leben und Sicherheit in Europa Zuflucht suchen und aufgrund der Abschottungs- und Abschreckungspolitik der Europäischen Union ums Leben gekommen sind“, erklärte der für Misereor zuständige Freiburger Erzbischof Stephan Burger. „Es ist ein menschliches Gebot, dass wir diesem tausendfachen Tod nicht länger gleichgültig zusehen dürfen und bitten daher die Regierungen in Europa, dem Sterben ein Ende zu bereiten.“

Eine der tödlichsten Grenzen der Welt

„Wir dürfen uns nicht damit abfinden, dass die Europäische Grenze eine der tödlichsten Grenzen der Welt ist“, fügte Burger hinzu. Stattdessen müssten Such- und Rettungsmissionen im Mittelmeer wieder ernsthaft betrieben werden. Die Bundesregierung werde im Dezember zwei UN-Vereinbarungen, den Global Compact für Flucht und für Migration, unterzeichnen, in denen diese Rettungsmissionen allen Staaten als Aufgabe genannt werde, „allerdings unverbindlich“. Deutschland und die europäischen Staaten müssten jetzt selbst handeln oder nicht-staatlichen Rettern Zugänge ermöglichen. „Europa darf diese Arbeit nicht der libyschen Küstenwache zuschanzen, die Menschen in ein unsicheres und nicht befriedetes Land zurückbringt, in dem ihnen Menschenrechtsverletzungen drohen.“ Zudem seien legale Möglichkeiten für Geflüchtete und Migranten notwendig, um nach Europa zu kommen, so der Erzbischof. Auch Konzepte und Strukturen für eine Integration müssten entwickelt werden. (kna 31)

 

 

 

Nach der Jugendsynode: Jetzt geht’s in der Ortskirche weiter

 

Fast vier Wochen lang prägte die Jugendsynode „das Tagesgeschäft“ im Vatikan. Einer, der die Bischofssynode in der Aula neben der Audienzhalle hautnah miterlebte, war Pater Bernd Hagenkord, Koordinator bei Vatican News. Wir sprachen mit ihm über die Nachwehen der Synode.

Vatican News: Die Jugendsynode bestand ja aus vielen Diskussionen und Debatten. Waren sich die Synodenväter immer einig?

P. Hagenkord: Selbstverständlich waren sie nicht immer einig. Das wäre doch auch langweilig. Wenn sich alle einig gewesen wären, dann bräuchte man auch keine Synode. Es war ein lebendiges Ringen. Und es wurde durchaus manchmal lebhaft diskutiert. Mir persönlich hat es gefallen – und ich war bei einigen Kleingruppen dabei – dass letztlich die Bemühung da war, ein Thema konkret anzugehen. Es ging also nicht um Personen, sondern um das entsprechende Thema, das mit Jugend zu tun hat. Deshalb war es in Ordnung, dass auch manchmal gestritten wurde. Dass sich nicht alle einig waren, sahen wir bei der letzten Abstimmung. Es gab zwar für jeden Punkt jeweils klare Mehrheiten, aber es gab auch immer wieder Synodenväter, die zu den einzelnen Punkten etwas beifügen wollten. Also einstimmigen Konsens gab es nicht, aber ich finde, das gehört zu einer lebendigen Kirche dazu.

Vatican News: An wen richtet sich eigentlich das Abschlussdokument der Synode?

P. Hagenkord: Zum einen ist es an dem Papst gerichtet, wie es in der Synodenordnung drin steht. Das Papier liegt jetzt also auf dem Schreibtisch des Papstes. Nun muss er sich überlegen, wie er damit umgeht. Er könnte, wie beispielsweise nach der Familiensynode mit Amoris Laetitia, ein Postsynodales Schreiben veröffentlichen. Zum anderen richtet sich das Dokument auch an die Weltkirche. Der Papst hat ja entschieden, dass das Abschlussdokument sofort veröffentlicht werden soll. Wir haben es ja am selben Abend der Abschlussabstimmung veröffentlicht, auch wenn es bisher nur auf Italienisch abrufbar ist. Es soll auf jeden Fall eine postsynodale Phase geben und in die Ortskirche gehen. Nicht alles gilt für alle Regionen und es geht um die Frage, was man für die jeweilige Region übernehmen kann. Es geht auch um das Nachvollziehen der Gedankengänge. All das muss dort ankommen, wo Kirche gelebt wird, nämlich vor Ort.

Vatican News: Wie ist es in der Bischofssynode bei all den Debatten gelungen, geistlich zu bleiben?

P. Hagenkord: Da gab es mehrere Momente, zum einen das Gebet am Anfang und am Schluss einer Sitzung. Das hat die Atmosphäre geprägt und auch deutlich gemacht, dass es sich um ein geistliches Geschehen handelt. Und dann waren auch die mittlerweile berühmten drei Minuten Stille. Das sind Momente, die der Papst eingeführt hat, um nach jeweils fünf Redebeiträgen ein Moment der Stille und Besinnung einzufügen. Das tut einfach mal gut. Es ist nicht nur ein intellektuelles Pausieren, sondern eben auch ein geistliches, und das hat mehr geprägt, als zu erwarten war.

Vatican News: Die Struktur der Synode war ja geprägt von der Emmaus-Passage in der Bibel. Worin findet sich das eigentlich in der Jugendsynode konkret wieder?

P. Hagenkord: Emmaus ist deshalb wichtig, weil es einen geistlichen Erkenntnisprozess beinhaltet. Jesus geht mit, und daraus folgt, dass damit Verkünden einhergeht. Dieser grundmissionarische Impetus kann also daraus nachvollzogen werden. Das hat man passend zur Jugendsynode empfunden. Ich kann das gut nachvollziehen und haben diesen Prozess selber hier erlebt, weil es ja immer mit Jesus zu tun hatte.

Vatican News: Was nehmen Sie ganz persönlich von dieser Synode mit?

P. Hagenkord: Wie immer bei solchen Treffen sind es die persönlichen Begegnungen. Das ist immer toll. Das haben mir auch viele Erstteilnehmer einer Synode gesagt. Für mich ist es die sechste Synode. Es ist für alle schön, hier die Weltkirche zu treffen. Das andere ist, dass tatsächlich an das Thema gearbeitet wurde. Das gehört auch zur synodalen Tätigkeit dazu. Der Papst will, dass man sich zusammensetzt und mal die Köpfe rauchen lässt, dass man mal verschiedene Meinungen haben darf, aber dass es immer ums Thema geht. Das war mein Mitbringsel aus dieser Synode. (vatican news 30)

 

 

 

 

10 Jahre Institut Papst Benedikt XVI. in Regensburg

 

Das Institut Papst Benedikt XVI. in Regensburg wird zehn Jahre alt. Joseph Ratzinger hatte nach seiner Wahl zum katholischen Kirchenoberhaupt den damaligen Regensburger Bischof Gerhard Ludwig Müller 2007 mit der Herausgabe seiner gesamten theologischen Werke beauftragt. Zu diesem Zweck gründete Müller das Institut.

Direktor der am 30. Oktober 2008 eröffneten Einrichtung ist seither Rudolf Voderholzer, der 2012 als Nachfolger von Müller zum Bischof von Regensburg ernannt wurde. Das Jubiläum wird am 2. Dezember mit einer Pontifikalvesper in Sankt Jakob in Regensburg gefeiert. Zum anschließenden Festakt haben sich Kardinal Müller und Bischof Voderholzer angekündigt. Der Trierer Kirchenrechtler Christoph Ohly wird über „Die Faszination einer symphonischen Theologie“ sprechen.

Die Forschungseinrichtung ist im Regensburger Priesterseminar untergebracht. Eine umfangreiche Spezialbibliothek mit Quellen und Sekundärliteratur sowie ein Archiv sind für den wissenschaftlichen Auftrag, die Theologie Ratzingers für die Fachdiskussion zur Verfügung zu stellen, eingerichtet. Genutzt werden diese Möglichkeiten laut Institut von Forschenden und Studierenden aus der ganzen Welt.

Mit flankierenden Publikationen beteiligt sich das Institut an Fachdebatten. So sind in den „Ratzinger-Studien“, die im Regensburger Verlag Pustet verlegt werden, Dissertationen, Monografien und Tagungsbände veröffentlicht. In der Reihe der Gesamtedition sind im Verlag Herder mittlerweile 11 von geplanten 16 Bänden erschienen. Seit 2012 wird außerdem das ehemalige Wohnhaus von Ratzinger in Pentling vom Institut verwaltet. Von 1969 bis 1977 lehrte Ratzinger als Professor für Dogmatik an der Universität Regensburg und wohnte im Vorort Pentling. In dem Haus finden Führungen, Lektüreseminare und Besprechungen statt.  (kna 2)

 

 

 

„Zum Umgang mit geistlichem Missbrauch“. Fachtagung der Deutschen Bischofskonferenz in Mainz

 

Erstmals hat sich eine Fachtagung von drei bischöflichen Kommissionen der Deutschen Bischofskonferenz mit dem Thema „Zum Umgang mit geistlichem Missbrauch“ auseinandergesetzt. Bei der internen Zusammenkunft in Mainz berieten sich heute (31. Oktober 2018) die Pastoralkommission, die Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste und die Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz. Weitere Teilnehmer kamen aus dem Bereich der Orden und der „Konferenz der bischöflich Beauftragten für die Kirchlichen Bewegungen und neuen Geistlichen Gemeinschaften“.

 

Bischof Dr. Felix Genn (Münster), Vorsitzender der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste, hob in seinem Beitrag hervor, dass im Zusammenhang mit den Diskussionen um den sexuellen Missbrauch in der Kirche Bischöfe und die Arbeitsgruppe „Kirchliche Bewegungen und neue geistliche Gemeinschaften“ auf das Phänomen des geistlichen Missbrauchs aufmerksam geworden seien. „Allzu oft, so die Befürchtung, geht psychischer und geistlicher Missbrauch dem sexuellen Missbrauch voraus. Opfer sexuellen Missbrauchs werden durch eine falsche geistliche Begleitung in Abhängigkeiten vom Begleiter gebracht und gefügig gemacht“, so Bischof Genn. Mit der Fachtagung werde ein Schritt zur Beschreibung der Problematik und der theologisch-spirituellen Beurteilung des Phänomens gemacht, von dem zunehmend mehr Betroffene berichteten. „Indem wir Bischöfe das Phänomen des geistlichen Missbrauchs aufgreifen, signalisieren wir unsere Bereitschaft, unser seelsorgliches Handeln jederzeit neu an der Norm des Handelns Jesu Christi auszurichten. Seelsorge und geistliche Begleitung, die nicht zur Freiheit und zum Selbstbewusstsein der Kinder Gottes beitragen, können kein Handeln im Geiste Jesu sein.“ Ihm sei es wichtig darauf hinzuwiesen, dass es geistlichen Missbrauch in der Form gebe, „dem anderen meine Entscheidung, die ich bei ihm für richtig halte, aufzuzwingen, statt ihm die Freiheit zu lassen. Eine Neuorientierung vor allem der Seelsorge, in der es ums Ganze geht, nämlich um das Verhältnis von Menschen zu Gott, muss auch bedeuten, mit Formen des Missbrauchs umzugehen und Maßnahmen zu ergreifen, sie möglichst zu beseitigen – auch wenn es schmerzliche Eingriffe erforderlich macht“, so Bischof Genn.

 

Äbtissin M. Petra Articus OCist (Landshut) brachte aus ihren Erfahrungen die Opferperspektive ins Gespräch. Die Grundsätze von Gemeinschaften böten auch Gefahren, wenn Macht-, Prestige- und Karriere-Denken in der Gemeinschaft herrschten oder der Obere davon beseelt sei, Vollkommenheit bei den einzelnen Mitgliedern zu erreichen. „Hat der oder die Obere bewusst oder unbewusst ein falsches Gottesbild, großen Ehrgeiz, ein starkes Machtbedürfnis, den Wunsch, alles unter Kontrolle zu haben, will er/sie eine vorbildliche, erfolgreiche, Vorzeige-Gemeinschaft oder ist das Streben nach einem höheren Amt vorhanden, nach absoluter Anerkennung ohne hinterfragt oder kritisiert zu werden, tut das keiner Gemeinschaft gut, aber starke Persönlichkeiten können sich in ihr trotzdem behaupten. Außer der Druck, Zwang, die Dominanz oder Kontrolle der Autorität werden zu groß“, so Äbtissin Articus. „Treffen aber so eine Autoritätsperson und ein Ordensmitglied mit dem Streben gottgefällig zu leben, in allem dem Willen Gottes gerecht zu werden, sich von jemand Höheren führen zu lassen, oder nach Anerkennung strebend, sich leicht in Abhängigkeit begebend, mit überzogenen Idealen, und sich und seine Kräfte selbst nicht einschätzen könnend, dabei unsicher, kontakt oder konfliktscheu, einfach noch unreif zusammen, kann geistlicher Missbrauch vorprogrammiert sein.“

 

Die Vorsitzende der Deutschen Ordensobernkonferenz, Sr. Katharina Kluitmann OSF (Bonn), erläuterte die Gefahr geistlichen Missbrauchs aus psychologischer Sicht. Sie skizzierte mögliche Schritte aus der Abhängigkeit heraus. Dabei gehe es um das aufmerksame Wahrnehmen und Reden, aber auch den Mut, sich bei Missbrauch an kirchliche Autoritäten zu wenden. „Wir brauchen eine Kultur, die Menschen hilft, einen behutsamen Neuanfang zu wagen. Dazu muss – psychologisch gesprochen – eine Spannung reifen lernen, die sich gegen die Überbewertung des Ideals ausspricht auf Kosten menschlicher Realitäten und Bedürfnisse“, so Sr. Katharina.

 

P. Klaus Mertes SJ, Rektor des Kollegs von St. Blasien, zeigte in seinen ethischen und theologischen Bewertungen auf, dass geistlicher Missbrauch die Kirche zu einer theologischen Unterscheidung der Geister herausfordere. Der geistliche Missbrauch bestünde im Kern darin, dass sich Personen und Gemeinschaften anmaßen, den Willen Gottes für andere Menschen erkennen zu können. Um die pseudo-theologischen Strategien zu verstehen und die Wirkungen solcher Ansprüche auf Menschen zu begreifen, sei es unumgänglich, die Opfer geistlichen Missbrauchs anzuhören.

 

Der Leiter des Exerzitienwerks im Bistum Speyer, Dr. Peter Hundertmark, betonte, dass Maßnahmen der Prävention Hand in Hand mit Aufarbeitung und Qualitätsanstrengungen gehen müssten. Dabei seien Maßnahmen, die kurzfristige Verbesserungen schafften – Ansprechpersonen benennen und Beschwerdewege definieren –, von dauerhaften Anstrengungen wie der Verbesserung der Ausbildung der Priester, pastoralen Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter und insbesondere der Ausbilder in Orden, Bewegungen und Diözesen zu unterscheiden. Dbk 31

 

 

 

 

Papst: „Anhören, was Migranten zu erzählen haben“

 

Papst Franziskus ruft Ordensleute dazu auf, sich um Migranten zu kümmern und dabei mit „apostolischem Enthusiasmus“ auch auf ihre Suche nach Gott einzugehen. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

„Viele Migranten laufen fern der Heimat und der Familie Gefahr, sich auch fern von Gott zu fühlen“, sagte der Papst bei einer Audienz für den Skalabrinianer-Orden im Vatikan. Das „Migrations-Phänomen“ nannte er „sehr weit und komplex“; „Haltungen des Misstrauens und des Vorurteils, ja der Ablehnung von Fremden“ schüfen manchmal ein „schwieriges Umfeld“.

„Damit die Geschichten nicht ungehört bleiben“

Franziskus rief die Ordensleute dazu auf, sich zu Weggefährten der Migranten zu machen. „Vor allem zuhören! Und zwar in einer Haltung des Mitgefühls, der ehrlichen Nähe. Wieviel haben Migranten zu erzählen! Schönes und weniger Schönes. Die Gefahr besteht darin, dass diese Geschichten ungehört bleiben – nicht nur die hässlichen, sondern auch die schönen. Und so wird dann der Migrant zu einem Menschen ohne Wurzeln, ohne Gesicht, ohne Identität. Aber das ist ein sehr schwerer Verlust, den man durch Zuhören verhindern kann…“

Franziskus lud dazu ein, mit Migranten zusammen in der Bibel zu lesen: Gott wolle auch „diese konkreten Männer und Frauen“ mit seinem „Wort der Hoffnung und der Befreiung“ erreichen. Auch für diese Menschen unterwegs, „die die Hoffnung zu verlieren drohen und die, um nicht mehr zu leiden, ihre Vergangenheit loswerden wollen“, sei Christus gestorben.

„Eine alte, immer neue Mission“

„Ihr habt eine alte, aber immer neue Mission – mühsam, manchmal auch schmerzhaft, aber auch dazu imstande, einen manchmal vor Freude weinen zu lassen. Ich ermutige euch dazu, sie in eurem Stil weiter voranzubringen… Zu diesem Stil gehört die Aufmerksamkeit für die Würde des Menschen, vor allem da, wo sie am meisten verletzt und bedroht wird.“

Die Skalabrinianer entstanden Ende des 19. Jahrhunderts ursprünglich, um italienischen Emigranten beizustehen, die massenweise nach Amerika auswanderten. Mit der Zeit weitete sich ihre Mission auf die Arbeit für Migranten generell aus. Weltweit gibt es heute etwa 700 Skalabrinianer; sie gehören zu etwa 40 Nationalitäten und arbeiten in 34 Ländern. (vn 29)

 

 

 

 

Bischofssynode in Rom beendet. Positive Bilanz der deutschen Synodenteilnehmer

 

Mit einem Gottesdienst im Petersdom ist heute (28. Oktober 2018) die XV. Ordentliche Generalversammlung der Bischofssynode in Rom von Papst Franziskus beendet worden. Seit dem 3. Oktober 2018 haben Bischöfe und Jugendvertreter aus der ganzen Welt zum Thema „Die Jugendlichen, der Glaube und die Berufungsunterscheidung“ beraten und dazu gestern das Abschlussdokument veröffentlicht.

 

Auf einer Pressekonferenz am Samstagabend in Rom zogen die deutschen Synodenteilnehmer eine positive Bilanz der Bischofssynode. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, sieht in den Ergebnissen eine Ermutigung für den Weg der Kirche, weltweit und in Deutschland: „Ich fahre mit einem positiven Gefühl nach Hause, dass hier – in den Diskussionen und dem Austausch auf weltkirchlicher Ebene – etwas in Gang gekommen ist. Die Synode und das Synodendokument sind ein Anstoß, dass die Kirche anders werden, sich weiterentwickeln muss, dass wir ein neues Miteinander brauchen, um auf die Nöte der Welt und die Sorgen der Jugendlichen Antworten zu finden. Papst Franziskus und die Synode haben gezeigt, dass der Weg der Synodalität der Kirche weitergeht. Das ist kein Schlusspunkt, sondern wir gehen diesen Weg mit den jungen Menschen“, so Kardinal Marx. Das Abschlussdokument verstehe er als klaren Appell, „ein Appell gegen Machtstrukturen und Klerikalismus, gegen Missbrauch und kirchliche Arroganz. Wir haben über ein Dokument abgestimmt, dass die Frauenfrage ebenso klar thematisiert wie den Kampf gegen sexuellen Missbrauch im kirchlichen Bereich. Ich hoffe, dass wir durch die Synode lernen, transparenter zu handeln und dialogbereiter diesen Weg der Kirche zu gehen.“

 

Der Vorsitzende der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Stefan Oster SDB (Passau), charakterisierte die zurückliegenden Wochen als Erfahrung einer synodalen Kirche. „Wir waren als Bischöfe mit den jungen Menschen und den Experten und Expertinnen auf dem Weg. Und am Ende steht ein gemeinsames Ergebnis, der finale Text, der wirklich neu ist im Vergleich zum Arbeitstext am Anfang“, so Bischof Oster. Für ihn sei auch das Wort bedeutsam, dass das Zuhören nicht nur eine pädagogische, sondern eine theologische Bedeutung habe: „Gott hört sein Volk – und wir lernen miteinander Ihn kennen und hören und verstehen untereinander. Das ist es auch, was ich mir im Blick auf unsere Kirche in Deutschland erhoffe: dass wir mehr aufeinander hören und miteinander weitergehen. Alle zusammen und vor allem mit den jungen Menschen – und dass wir dabei miteinander auf den Herrn und sein Wort hören.“ Das schließe, so Bischof Oster, auch das Sprechen über die sogenannten Reizthemen ausdrücklich ein und nicht aus, „denn das gegenseitige Verstehen im Wohlwollen ist ja auch schon eine Form des Weitergehens“.

 

Bischof Dr. Felix Genn (Münster), Vorsitzender der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste der Deutschen Bischofskonferenz, hob als wichtigste Erfahrung die des synodalen Prozesses hervor, der etwas anderes als eine demokratische Entscheidung sei: „Es geht um einen Weg, bei dem ich am Anfang nicht weiß, was sich am Ende zeigt. Dabei fühle ich mich bestätigt und herausgefordert zugleich: In der Kirche wachsen Entscheidungen zur Erkenntnis dadurch, was der Geist uns heute sagt, durch den gemeinsamen Prozess von Wahrnehmen der Situation, Deuten im Licht des Glaubens durch Unterscheidung, wählen, was sich gezeigt hat zu tun. Grundbedingung ist ein Hören, das aus sich herausgeht und mit Empathie den Anderen aufnimmt“, so Bischof Genn. Eine zweite Erfahrung sei die weltkirchliche gewesen, einerseits die Unterschiede – auch in den Nöten junger Menschen – zu erleben, andererseits die Gemeinsamkeiten im Glauben zu erfahren.

 

Weihbischof Johannes Wübbe (Osnabrück), Mitglied der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz, erläuterte: „An diesem Wochenende hält unser BDKJ-Verband in Osnabrück mit seinen Mitgliedsverbänden die Diözesanversammlung ab. Sie meinten, ruf doch mal am Sonntag kurz durch und sag in einem Satz, was ihr verabschiedet habt. Das ist natürlich nicht ganz so einfach. Was ich ihnen sagen werde, ist, dass sie mit ihren Schwerpunkten richtig liegen zum Synodenpapier, zum Beispiel mit ihrem Engagement um junge Migranten“, so Weihbischof Wübbe. „Ihr Tun zeigt nun, dass sie damit Mauern einreißen und Brücken aufbauen, so wie es auch das Synodenpapier an einer Stelle nennt.“ Gleichzeitig, so Weihbischof Wübbe, müsse der Blick auf das Handeln gerichtet bleiben für jene, die am Rande der Gesellschaft lebten. Auch dazu habe die Synode Hinweise gegeben. „Als Kirche sind wir in unserem Tun gut beraten, auf alle einladend zuzugehen und nicht zu geschlossen zu wirken und zu sein. Das wird uns gelingen, wenn wir mit den jungen Menschen synodal und dialogisch unterwegs sind.“

 

Der Vorsitzende des Bundes der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ), Thomas Andonie (Düsseldorf), zeigte sich dankbar und froh, als Vertreter junger Menschen die Möglichkeit gehabt zu haben, die Anliegen von Jugendlichen und jungen Erwachsenen in die Synode einbringen zu können. „In den Themen, die junge Menschen in Deutschland und darüber hinaus bewegt, haben die Bischöfe guten Willen gezeigt und die Kirche aus der Perspektive junger Menschen betrachtet. Es zeigte sich, dass alle Angelegenheiten von Kirche junge Menschen betreffen. Ihre Teilhabe in der Kirche müssen die Bischöfe jetzt mit ihnen umsetzen, um eine Kirche in Zukunft zu sein. Leiten wir die Kirche gemeinsam: jung und alt, Frauen und Männer, Laien und Geweihte“, so Thomas Andonie, der als Auditor einer von insgesamt 35 jugendlichen Teilnehmern der Synode war.

 

Pater Clemens Blattert SJ (Frankfurt am Main), der als Experte an der Synode mitwirkte, vertrat die Auffassung bei einer großen Synode dabei gewesen zu sein, weil sie eine Revolution des Zuhörens gewesen sei. „Eine Revolution, die den Stil von Leitung in Kirche verändern kann. Sie wiederum wird die Bekehrung in Bischöfen, Priestern, Leitungspersonen aber auch bei den Gläubigen erfordern, damit eine neue Offenheit füreinander entsteht.“ Ihm sei von neuem bewusst geworden, welche große Chance aber auch Herausforderung das Alter zwischen 20 und 30 Jahren sei: „Die Kirche hat hier zwei Alleinstellungsmerkmale anzubieten: Zweckfreie Räume, in denen junge Menschen sich ausprobieren und entfalten können. Aber noch ein weiteres Merkmal, ja Wesensmerkmal: Die Gestalt Jesus Christi ist ein Gegenüber, das zum Wachsen herausfordert – und genau das wollen junge Menschen. Es gibt kein besseres Gegenüber. Als Jesuit sehe ich einen besonderen Auftrag, das Handwerkszeug für einen synodalen Weg, die Kunst der Unterscheidung einzelnen und Gemeinschaften bekannt zu machen“, so Pater Blattert.

 

Hinweise - Das Dokument und die Abstimmungsergebnisse sind in italienischer Sprache (eine deutsche Übersetzung wird in nächster Zeit bereitgestellt) auf der Internetseite des Vatikans sowie auf der Themenseite Bischofssynode Jugend 2018 unter www.dbk.de verfügbar. Dort finden Sie ebenfalls die Predigt von Papst Franziskus im Abschlussgottesdienst.

Auf der Themenseite sind auch Fotos aller deutschen Synodenteilnehmer sowie der deutschsprachigen Gruppe zu finden, die für die Berichterstattung unter Nennung des Copyrights kostenfrei verfügbar sind. Dort sind sämtliche Informationen und Materialen eingestellt, wie die Wortbeiträge der deutschen Synodenteilnehmer und die Relationes der deutschsprachigen Gruppe. Dbk 28

 

 

 

 

Synode: Jugend schreibt dem Papst

 

Während alle auf das Abschlussdokument der Jugendsynode warten und dann auf ein postsynodales Schreiben des Papstes hoffen, haben die jungen Teilnehmer der Synode selber den Stift gezückt und einen gemeinsamen Brief an den Papst verfasst. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

„Wir teilen deinen Traum“, schreiben die jungen Auditoren der Jugendsynode an dem Papst. Sie bedanken sich bei Franziskus dafür, ihren Altersgenossen die Möglichkeit gegeben zu haben, für einmal im absoluten Mittelpunkt der Kirche zu sein. Sie hätten neue Ideen einbringen können und gleichzeitig versichern sie dem Papst, ihn „voll zu unterstützen“.

“ Neue Ideen brauchen Raum, und du hast ihn uns gegeben. ” 

Es sei auch spannend gewesen, neue Erfahrungen im Vatikan gemacht zu haben. In dem kurzen Brief schreiben sie wörtlich: „Neue Ideen brauchen Raum, und du hast ihn uns gegeben.“ Die heutige Welt halte den Jugendlichen „nie dagewesene Möglichkeiten“ und gleichzeitig auch „unzählige Leiden“. „Neue Antworten und neue Energien von Liebe“ seien deshalb notwendig, so die jungen Verfasser weiter. Den Traum des Papstes von „einer Kirche auf dem Weg nach draußen, offen für alle, vor allem die Schwachen, eine Kirche als Feldlazarett“ sei auch ihr Traum, heißt es weiter. Sie stehen nicht nur auf der Seite des Papstes, sondern „aller Bischöfe unserer Kirche“ und auch „in schweren Zeiten“. „Wir bitten dich, den eingeschlagenen Weg weiter zu gehen und versprechen dir unsere volle Unterstützung und unser tägliches Gebet“, endet der Brief.

Das Schreiben wurde am Freitagabend bei einem Treffen aller Synodenteilnehmer überreicht. Nach einer Anbetung in einem Jugendzentrum wenige Meter vom Petersplatz entfernt und einem anschließenden gemeinsamen Pizza-Essen feierten alle gemeinsam den Abschluss der dreiwöchigen Synodenarbeit. Bei den rund zwei Dutzend jungen Synodenteilnehmer aus der ganzen Welt handelt es sich um die Auditoren, die an der Debatte der Bischofssynode teilnahmen, jedoch nicht über das Schlussdokument am Samstag abstimmen dürfen. (vn 27)

 

 

 

Frère Alois: Die Strukturen in der Kirche müssen verändert werden

 

Dies sei im Lauf der Bischofssynode noch deutlicher geworden, meinte der Prior von Taize, Frère Alois, am Freitag im Gespräch mit Vatican News. Der Deutsche hat an den Beratungen in der Synodenaula als „Sondergast“ teilgenommen; Papst Franziskus hatte ihn eigens eingeladen, damit er seinen Beitrag zum Gelingen des Bischofstreffens leisten konnte.  - Christine Seuss - Vatikanstadt

 

„Ich glaube, dass im Laufe dieses Weges deutlicher geworden ist, dass Strukturen in der Kirche verändert werden müssen, um wirklich das umzusetzen, was die Bischöfe wollen, nämlich den Jugendlichen nahe zu sein,“ betonte der Synodengast zum Ende der Bischofssynode im Vatikan. Dabei müsse ganz klar auf die größere Beteiligung von Laien gesetzt werden.

 „Ein Bischof sagte zum Beispiel: Helft mir! Ich habe so viele Verwaltungsaufgaben, ich würde gerne einfach einen Tag in der Woche mit Jugendlichen verbringen, aber ich schaffe es nicht wegen zu vieler Verwaltungsarbeit. Also mehr Beteiligung von Laien. Auch mehr Verantwortung an Jugendliche. Wie kann das umgesetzt werden? Ich spürte und ich glaube, das ist wirklich ein gemeinsamer Weg, und dass der Wille dazu in der Synode gestärkt wurde.“

“ Es gibt Beispiele für die Beteiligung von Laien in der Kirche ”

Ein solcher Wandel sei realistisch betrachtet kaum kurzfristig zu erreichen, meint der Prior der ökumenischen Taizé-Gemeinschaft aus dem französischen Burgund. Dennoch gebe es schon viele positive Beispiele aus den einzelnen Ortskirchen. „Ein vietnamesischer Bischof sagte, wir haben 400 jugendliche Katecheten, und die gehen in die Dörfer und beten mit den Leuten. Ein Bischof aus Burundi sagte: Die kleinen Basisgemeinschaften bei uns, die werden von Frauen geleitet, denn die Priester können das gar nicht alles leisten. Und es sind meistens Frauen, die diese Gebets- und Solidaritätsgruppen animieren. Also, es gibt Beispiele für die Beteiligung von Laien in der Kirche. Wie das jetzt umgesetzt wird - das wird sicher Zeit brauchen, aber der Weg ist begonnen.“

“ Was heißt eigentlich Weihesakrament und Leitung von Gemeinden? ”

Auch die Frage nach mehr Frauen in Leitungspositionen der Kirche wurde im Zusammenhang mit dem Thema Laienbeteiligung zwangsläufig mehrfach in die Diskussionen eingebracht. Hier lädt Frère Alois jedoch zu einer sorgfältigen Unterscheidung ein:

„Ich sehe dann auch zuallererst die Frage, wie das Weihesakrament zusammengehen kann mit Leitungsverantwortung für Laien. Ich glaube, die Frage können wir nicht ganz schnell beantworten, denn sie ist noch ziemlich neu. Und wenn wir von Frauenpriesteramt sprechen, dann denken wir zu wenig über die Frage nach, was heißt eigentlich Weihesakrament und Leitung von Gemeinden? Sind das nicht Fragen, die wirklich aufgeteilt werden könnten auf verschiedene Menschen und verschiedene Verantwortungen?“

“ Es braucht ein Dienstamt des Zuhörens in der Kirche ”

Grundsätzlich bestehe aber Konsens darüber, dass Jugendliche und Laien größere Verantwortung bei der Gestaltung von Kirche zukommen müsse. „Warum jetzt nicht auch ganz konkret nach der Synode in den Bischofskonferenzen sich einfach Zeit nehmen, um Jugendliche einzuladen und gemeinsam zu überlegen, was von dieser Synode in diesem Kontext übersetzt werden kann und muss“, so der Vorschlag des Taizé-Priors. Von ihm stammte in diesem Zusammenhang auch die Forderung nach einen „Dienstamt des Zuhörens“.

Jugendliche suchen ein offenes Ohr

„Ich will einfach unsere Erfahrung rüberbringen, dass Jugendliche nicht nur bei kirchlichen Treffen die Gemeinschaftserfahrung suchen – das auch, Erfahrungen von Freundschaft, Gemeinschaft, Kirche. Aber sie suchen auch ein offenes Ohr, sie suchen jemanden, dem sie etwas anvertrauen können, auch etwas ältere Menschen. Dieses Zuhören von älteren und alten Menschen... Wie oft kommen Jugendliche in Taizé ganz traurig in die Kirche und erzählen, dass ihre Oma oder Opa verstorben sind. Dieses Zuhören von älteren Menschen. Frère Roger war ein Vater und Großvater für viele Menschen. Und die Jugendlichen spüren das. Wenn ältere Leute mehr in der Kirche sein könnten und signalisieren könnten, wir haben Zeit für dich. Das ist ein Dienst und ein Dienstamt in der Kirche, das nicht nur von Priestern ausgeführt werden kann, sondern auch von Laien.“

“ Es war nicht leicht, den Brief zu verfassen ”

Der Mann, der in seinem Alltag stets von jungen Menschen auf der Suche nach ihrer Spiritualität umgeben ist, wurde durch die Teilnehmer der Bischofssynode auch dazu bestimmt, einen Brief der Synode an die Jugend der Welt mitzuverfassen; die Arbeit an diesem Schreiben sei „nicht leicht“ gewesen, vertraut uns Frère Alois an.

„Natürlich, einen Brief zu schreiben, der sehr kurz sein soll und nicht viele komplementäre Aspekte nennen kann, sondern wirklich nur eine Sache ausdrücken soll, das war nicht leicht, eher schwierig in dieser Gruppe...“ Vier katholische Bischöfe und Kardinäle von verschiedenen Kontinenten, Frère Alois selbst und drei weitere Mitglieder, je ein Vertreter der Auditoren, der Experten und des Synodensekretariats haben an dem Schreiben gefeilt. Noch ist der genaue Text des Briefes allerdings geheim – und die letzte Redaktion obliege sowieso dem Synodensekretariat, erzählt uns der ökumenische Vertreter in der Redaktionskommission. Am Sonntag dürfte das Dokument dann veröffentlicht werden.

“ Ohne euch Jugendliche finden wir nicht den Weg, wie wir gemeinsam als Kirche neue Hoffnung in der Welt schaffen können ”

Seine ganz persönliche Botschaft an die Jugendlichen in aller Welt verrät uns Frère Alois jedoch ohne Zögern. „Vor allem das, was in der Synode gesagt worden ist: Wir wollen euch begleiten, wir wollen im Dialog sein. Wir haben ein Wort, das wir euch sagen können, aber ohne euch Jugendliche finden wir nicht den Weg, wie wir gemeinsam als Kirche neue Hoffnung in der Welt schaffen können.“ (vatican news 26)

 

 

 

 

D: Neuer Gedenktag für Opfer von sexuellem Missbrauch

 

Nach Anregung von Papst Franziskus möchte die Deutsche Bischofskonferenz einen jährlichen Gedenktag für Opfer sexuellen Missbrauchs einführen. Er soll im zeitlichen Umfeld des durch den Europarat initiierten „Europäischen Tages zum Schutz von Kindern vor sexueller Ausbeutung und sexuellem Missbrauch“ am 18. November begangen werden.

Mit dem Gedenktag unterstützen die deutschen Bischöfe das Anliegen von Papst Franziskus, der den nationalen Bischofskonferenzen seine Bitte zur Einrichtung eines „Tages des Gebetes und der Buße für die Opfer sexuellen Missbrauchs“ übermittelt hatte. Erstmals würden in diesem Jahr dazu ein Gebet sowie Fürbittenvorschläge zur Verfügung gestellt, die im Rahmen der um das Datum des 18. November stattfindenden Gottesdienste genutzt werden können, teilte die Deutsche Bischofskonferenz am Dienstag mit.

 

Solidarität zum Ausdruck bringen 

Der Trierer Bischof Dr. Stephan Ackermann, Beauftragter der Deutschen Bischofskonferenz für Fragen sexuellen Missbrauchs Minderjähriger im kirchlichen Bereich und für Fragen des Kinder- und Jugendschutzes, ruft dazu auf, für die Opfer sexuellen Missbrauchs zu beten. „Indem wir öffentlich für die Opfer beten, wollen wir unsere Solidarität mit ihnen zum Ausdruck bringen. Zugleich soll dadurch die Sensibilität für die Thematik wachgehalten und die Kultur der Achtsamkeit gefördert werden.“

Bereits seit 2015 findet jährlich am 18. November der „Europäische Tag zum Schutz von Kindern vor sexueller Ausbeutung und sexuellem Missbrauch“ statt. Mit dem Gedenktag sollen Impulse für einen verbesserten Kinderschutz gegeben werden. Außerdem solle die Gesellschaft weiterhin für die Thematik des sexuellen Kindesmissbrauchs sensibilisiert werden.  (pm 30)

 

 

 

 

„Zuhören ist mehr als gut hören zu können!“. Treffen der deutschen Synodenväter mit den jugendlichen Vorsynodalen

 

„Die Erfahrungen einer gemeinsamen Synode und von Weltkirche haben uns positiv geprägt.“ Dieser Auffassung waren zum Abschluss eines gemeinsamen Treffens sowohl die deutschen Synodenväter der derzeit im Vatikan tagenden Weltbischofssynode als auch die deutschen Teilnehmenden der Vorsynode vom März 2018. Ziel des am vergangenen Wochenende von der Arbeitsstelle für Jugendseelsorge der Deutschen Bischofskonferenz (afj) organisierten Austausches war es, ein direktes Gespräch zwischen Vorsynodalen und Synodalen zu ermöglichen und auch Konkretisierungen für Deutschland in den Blick zu nehmen.

 

„Kirche ist nicht präsent, wenn sie nicht digital präsent ist“, waren sich die Teilnehmer ebenso einig wie über die notwendige Förderung der Rolle der Frau in der Kirche und den Ausbau von geistlicher Begleitung für junge Menschen. Zudem diskutierten die jugendlichen Vertreter mit den Bischöfen auch die Frage des Zueinanders von Religionsunterricht und Katechese. Der Religionsunterricht sei dabei oft der einzige Ort, an dem junge Menschen heute noch in Kontakt mit dem christlichen Glauben kämen, hob Maximilian Gigl, Theologe und Mitglied in der Gemeinschaft Pietre Vive, hervor und fragte: „Wie viel investieren wir heute in die Ausbildung von Religionslehrern? Welchen geistlichen Weg bieten wir ihnen an?“

 

Bischof Dr. Felix Genn (Münster), Vorsitzender der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste der Deutschen Bischofskonferenz, resümierte seine bisherigen Eindrücke der Synode, dass die „Unterscheidung“ zum neuen Stil der Pastoral der Kirche werden müsse und fragte auch: „Ändert sich also wirklich unser Stil nach der Synode?“ Weihbischof Johannes Wübbe (Osnabrück) hob die Wichtigkeit einer hörenden Kirche hervor: „Zuhören ist mehr als gut hören zu können! Das Hören auf junge Menschen ist nicht nur eine pädagogische, sondern eine theologische Kategorie der Kirche.“ Das sei auf der Synode und auch beim Treffen mit den Vorsynodalen deutlich geworden.

 

Alina Oehler, Journalistin und Mitglied bei Voices of Faith, hob hervor, dass manche junge Menschen sich auch traditionelle Formen der Liturgie wünschen. Kirche müsse Jugendlichen eine große Palette an verschiedenen Spiritualitätsformen anbieten, um ihnen vielfältige Wege zu Christus zu öffnen. Bischof Dr. Stefan Oster SDB (Passau), Vorsitzender der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz, ergänzte, dass Christus als verbindendes Ziel für die Bandbreite an Wegen stehen müsse.

 

„Für mich ist es ein Geschenk, dass wir mit den Bischöfen gemeinsam überlegen können, wie wir unsere Kirche in Deutschland gestalten können. Dabei helfen einerseits die vielseitigen Erfahrungen der Vorsynode, aber auch die konkreten Erlebnisse aus der Jugendarbeit, um möglichst realistisch weiter zu denken und zu planen“, fasste Magdalena Häffner (geb. Hartmann), Mitglied in der Schönstattjugend, die drei Tage zusammen. Alle Teilnehmenden fragten auch, wie der begonnene synodale Prozess fortgesetzt werden könnte. „Vielleicht gibt es zur konkreten Umsetzung ja auch eine Jugendsynode in Deutschland“, schlug Daniela Ordowski, Vorstand im MIJARC (Mouvement International de la Jeunesse Agricole et Rurale Catholique), zum Abschluss vor. Neben den Beratungen über die aktuellen Entwicklungen der Synode, dort diskutierte Themen und mögliche Konkretisierungen in Deutschland besuchte die Gruppe gemeinsam Einrichtungen im Vatikan. Paul Metzlaff, Referent für Glaubensbildung bei der afj, zeigte sich sehr zufrieden mit dem Treffen: „Unsere Teilnehmenden der Vorsynode bilden eine große Vielfalt unserer Jugendpastoral in Deutschland ab und sind doch ganz eins. Sie ringen wirklich um Christus und seine Kirche und das Gespräch mit den Synodenvätern war für beide Seiten sehr bereichernd.“

 

Hintergrund. Zur Vorbereitung auf die Weltbischofssynode im Vatikan hatte das Generalsekretariat der Bischofssynode vom 19. bis 24. März 2018 zu einer Vorsynode mit mehr als 300 Jugendlichen nach Rom eingeladen. Am jetzigen Treffen der deutschen Synodalen mit den Vertretern der Vorsynode nahmen teil: Bischof Dr. Stefan Oster SDB, Bischof Dr. Felix Genn, Weihbischof Johannes Wübbe, Magdalena Häffner (geb. Hartmann; Mitglied in der Schönstattjugend), Maximilian Gigl (Theologe und Mitglied der Gemeinschaft Pietre Vive), Daniela Ordowski (Vorstand im MIJARC – Mouvement International de la Jeunesse Agricole et Rurale Catholique), Alina Oehler (Journalistin und Mitglied bei Voices of Faith), Thomas Andonie (Bundesvorsitzender des Bundes der Deutschen Katholischen Jugend – BDKJ), Jonathan Veith und Maria Muther (beide Studenten an der Katholischen Universität Eichstätt) sowie Robert Daiser (Seminarist im Erzbistum München und Freising). Dbk 22

 

 

 

 

Polnischer Film "Klerus" kommt nun auch in deutsche Kinos Zündstoff für Debatte über Kirche und Missbrauch

 

Bereits 3,5 Millionen Polen haben ihn gesehen: den Film "Klerus" über die Vergehen von Priestern. Nun läuft er auch in Deutschland. In Polen stellt sich die Kirche derweil den Vorwürfen.

Noch nie hat in Polen ein Spielfilm so erfolgreich Verfehlungen in der katholischen Kirche angeklagt wie "Klerus" (polnisch: Kler). Der Streifen von Wojciech Smarzowski (55) ist im Nachbarland ein Kinohit. 3,5 Millionen Menschen lockte er in den ersten 16 Tagen bereits vor die Leinwand. Damit liegt er schon jetzt auf Platz fünf der meistgesehenen Filme in Polen seit 1989.

Regisseur Smarzowski zeigt selbstherrliche, sündigende Priester, die von einer Karriere im Vatikan träumen, eine riesige Kirche bauen, den Zölibat brechen oder Kinder missbrauchen. Er ruft die Kirche mit dem hochkarätig besetzten Film auf, sich zu bessern. "In keinem Land hat sich die Kirche selbst gereinigt", kritisiert er. Dabei geht es ihm auch um die Mitverantwortung der Gesellschaft, die den Machtmissbrauch der Kirche zulasse. Für die Schauspielerin Grazyna Szapolowska ist daher die wichtigste Botschaft des Films die "völlige Gleichgültigkeit der Gesellschaft gegenüber den Dramen, die uns angehen".

Heftige Debatte in Polen

Nun kommt "Klerus" auch in anderen Ländern in die Kinos. In Großbritannien und Irland spielte er am vergangenen Premieren-Wochenende 1,3 Millionen US-Dollar Gewinn ein. In deutschen Kinos läuft er am Sonntag als Sondervorstellung im Original mit englischen Untertiteln.

In Polen hat der Film eine teils heftige Debatte über die Kirche ausgelöst. Der katholische Journalistenverband des Landes bezeichnete Smarzowskis Werk als "antikatholisch" und "antipolnisch". Er demütige Katholiken und entwürdige Priester. Man dürfe der Behauptung nicht auf dem Leim gehen, "dass der Film zum Wohl der polnischen Kirche gedreht worden sei". Der Sprecher der Polnischen Bischofskonferenz wollte den Film hingegen nicht kommentieren.

Eine Entschuldigung 

In die Offensive ging hingegen der Bischof der schlesischen Stadt Oppeln (Opole), Andrzej Czaja. Er schrieb über die Missbrauchsfälle eigens einen langen Hirtenbrief an die Gläubigen seiner Diözese und lies ihn in den Gottesdiensten verlesen: "Bisher wurde die Schuld von sechs Priestern der Diözese Oppeln festgestellt, die mindestens einmal eine minderjährige Person sexuell ausgenutzt haben." Czaja bat um "Gottes Schutz für alle, die wegen uns gelitten haben". Und er fügte hinzu: "Wir entschuldigen uns bei Euch und bitten um die Vergebung unserer schweren Sünden."

Andere Ortsbischöfe legten ebenfalls Zahlen für ihre Diözese vor. Die Kirche nimmt das Thema immer ernster. Sie bietet landesweit Schulungen an, um Kinder besser zu schützen. In schlechter Erinnerung ist noch ein Eklat aus dem Jahr 2013 um den damaligen Bischofskonferenz-Vorsitzenden Jozef Michalik. Der Erzbischof machte vor Journalisten kaputte Beziehungen zwischen den Eltern dafür mitverantwortlich, dass deren Kinder Opfer sexueller Gewalt würden.

Kriegen Opfer in Polen eine Entschädigung?

Solch ein Kind suche Liebe, "es lehnt sich an, es sucht. Und es verliert sich selbst und zieht noch einen anderen Menschen da hinein", so Michalik damals. Sechs Stunden später nahm er die Äußerung bei einer kurzfristig einberufenen Pressekonferenz zurück: "Ich entschuldige mich für das Missverständnis. Ein Kind ist unschuldig und darf nicht zum Opfer werden."

Bis heute umstritten ist, wie Polens Kirche die Missbrauchsopfer entschädigt. Lange sahen die Bischöfe dazu nur die Täter in der Pflicht, nicht jedoch die Kirche. Schließlich müssten Lehrer auch selbst für sexuelle Übergriffe Wiedergutmachung leisten und nicht die Schulen, argumentierte etwa der Anwalt einer katholischen Ordensgemeinschaft, die von einer jungen Frau verklagt worden war.

Jeder Fall soll vor Gericht

Ein Ordensmann hatte das damals 13 Jahre alte Mädchen von 2006 bis 2007 mehrfach vergewaltigt. Nun überwies ihr der Orden "Gesellschaft Christi für Emigrantenseelsorge" 233.000 Euro, wie es das Berufungsgericht im westpolnischen Posen (Poznan) Anfang Oktober entschieden hatte.

Aber der Orden lässt das Urteil vom Obersten Gerichtshof überprüfen und will so offenbar einer Klagewelle gegen die Kirche vorbeugen. Das Urteil stelle keine Grundlage für Entschädigungsansprüche von Missbrauchsopfern gegen die Kirche dar, betonte der Anwalt des Ordens, Krzysztof Wyrwa. "Jeder Fall muss immer individuell vom Gericht bewertet werden", sagte er. Oliver Hinz, KNA 22

 

 

 

Vatikan: Deutsche Synodenväter trafen jugendliche Vorsynodalen

 

Die deutschen Synodenväter sind am Wochenende mit jugendlichen Teilnehmern der Vorsynode vom März zum Erfahrungsaustausch zusammengetroffen. Ziel war es, Konkretisierungen der Synode für Deutschland in den Blick zu nehmen, informierte die Deutsche Bischofskonferenz in einer Aussendung vom Montag.

Die Teilnehmer seien sich einig über die die notwendige Förderung der Rolle der Frau in der Kirche und den Ausbau von geistlicher Begleitung für junge Menschen gewesen. Auch müsse die Kirche stärker ins Netz gehen: „Kirche ist nicht präsent, wenn sie nicht digital präsent ist“, hieß es in der Mitteilung.

Der Bischof von Münster Felix Genn, Vorsitzender der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste der Deutschen Bischofskonferenz, resümierte seine bisherigen Eindrücke der Synode, dass die „Unterscheidung“ zum neuen Stil der Pastoral der Kirche werden müsse und fragte auch: „Ändert sich also wirklich unser Stil nach der Synode?“

“ Ändert sich wirklich unser Stil nach der Synode? ”

Alina Oehler, Journalistin und Mitglied bei „Voices of Faith“, hob hervor, manche junge Menschen wünschten sich auch traditionelle Formen der Liturgie. Kirche müsse Jugendlichen eine große Palette an verschiedenen Spiritualitätsformen anbieten, um ihnen vielfältige Wege zu Christus zu öffnen. Der Passauer Bischof Stefan Oster SDB, Vorsitzender der Jugendkommission der Deutschen Bischofskonferenz, ergänzte, dass Christus als verbindendes Ziel für die Bandbreite an Wegen stehen müsse.

Vorschlag: Eine Jugendsynode in Deutschland

„Für mich ist es ein Geschenk, dass wir mit den Bischöfen gemeinsam überlegen können, wie wir unsere Kirche in Deutschland gestalten können. Dabei helfen einerseits die vielseitigen Erfahrungen der Vorsynode, aber auch die konkreten Erlebnisse aus der Jugendarbeit, um möglichst realistisch weiter zu denken und zu planen“, fasste Magdalena Häffner, Mitglied in der Schönstattjugend, die drei Tage zusammen.

Alle Teilnehmenden fragten auch, wie der begonnene synodale Prozess fortgesetzt werden könnte. „Vielleicht gibt es zur konkreten Umsetzung ja auch eine Jugendsynode in Deutschland“, schlug Daniela Ordowski, Vorstand im MIJARC (Mouvement International de la Jeunesse Agricole et Rurale Catholique), zum Abschluss vor.

 

Hintergrund. Zur Vorbereitung auf die Weltbischofssynode im Vatikan hatte das Generalsekretariat der Bischofssynode vom 19. bis 24. März 2018 zu einer Vorsynode mit mehr als 300 Jugendlichen nach Rom eingeladen.

Die Bischofssynode geht an diesem Montag in ihre letzte Sitzungswoche. Am Samstag hatten die 14 Sprachgruppen ihre Berichte vorgestellt, das deutsche Papier wurde gemeinhin als das konkreteste wahrgenommen. (pm/vn 22)

 

 

 

 

Ab 1. Advent: Neues Messlektionar für deutschen Sprachraum

 

Die neue deutsche Bibelübersetzung findet Eingang in die Liturgie: Zum ersten Advent erhält der deutsche Sprachraum ein neues Messlektionar. Es wird am 2. Dezember in allen (Erz-)Bistümern deutscher Sprache eingeführt, wie die Deutsche Bischofskonferenz an diesem Dienstag bekannt gab.

In das Lektionar findet so unter anderem die neue Einheitsübersetzung Eingang, die die Bischöfe des deutschen Sprachraumes Ende 2016 vorgelegt hatten. Als maßgebliches liturgisches Buch neben dem Messbuch enthält das Lektionar die biblischen Lesungen und Evangelientexte im Ablauf des Kirchenjahres.

Acht Bände

Das künftige Lektionar ist auf insgesamt acht Bände angelegt: Für die biblischen Lesungen an den Sonntagen sind insgesamt drei Bände vorgesehen – entsprechend den drei Lesejahren A, B und C. Die übrigen fünf Bände enthalten die biblischen Texte für die sogenannten geprägten Zeiten (Weihnachts- und Osterfestkreis), für die gewöhnlichen Wochentage und die Heiligenfeste, für die Feier der Sakramente, Sakramentalien sowie von Begräbnissen und schließlich für die verschiedenen Votivmessen (mit Marienmessen).

Ungewohnter Wortklang

Wie die Bischofskonferenz weiter mitteilt, präsentiert sich auch die Buchgestaltung selbst mit einem besser lesbaren Schriftbild. Zwar könne es sein, dass „mit dem neuen Lektionar ein in Teilen ungewohnter Wortklang der Heiligen Schrift in die gefeierte Liturgie“ einziehe, so die Anmerkung der Verantwortlichen. Doch gleichzeitig eröffne sich auf diese Weise die besondere Gelegenheit, „das Wort Gottes wieder intensiver zu hören und neu sich darauf einzulassen – ob als Liturgen, Prediger oder mitfeiernde Gläubige“.

Die Liturgischen Institute Deutschlands, Österreichs und der Schweiz, das Katholische Bibelwerk, kirchliche Medienangebote und verschiedene Verlage werden den Angaben nach die Einführung der künftigen Teilbände begleiten und Anregungen zum vertieften Verständnis von Bibel und Liturgie bereitstellen.

 

Hintergrund. Ende 2016 konnten die Bischöfe im deutschen Sprachgebiet der Öffentlichkeit nach zehnjähriger Arbeit die neue Einheitsübersetzung der Bibel übergeben. Sie löste die Vorgängerfassung aus dem Jahr 1979 ab und ist heute die offizielle katholische Übersetzung in deutscher Sprache. Eine ihrer Besonderheiten ist die konsequente Nähe zum Urtext. Sie greift den biblischen Originalton auf, ebenso die typisch biblische Sprach- und Bilderwelt, ohne zu reduzieren oder hinzuzufügen. Die Einheitsübersetzung von 2016 gilt als offizieller deutschsprachiger Bibeltext. Das bedeutet, dass sie auch Eingang in die liturgischen Bücher finden muss. (pm 30)

 

 

 

14. Talk am Dom im Café Ideal

 

Bischof Bätzing, Pathologin Professor Köhler, Kirchenfunkmoderator Heinze, Wunscherfüllerin Weyand und Weltenbummler Schacht zu Gast bei Klaus Depta

 

Fulda. Fünf Personen und fünf fesselnde Geschichten – bei der 14. Auflage von „Talk am Dom“ konnte Moderator Dr. Klaus Depta im bis auf den letzten Platz besetzten „Café Ideal“ interessante Gäste willkommen heißen. Auf dem Podium hatten Platz genommen der Limburger Bischof Dr. Georg Bätzing, die Fuldaer Pathologin Professor Dr. Gabriele Köhler, der sächsische Kirchenfunk-Moderator Daniel Heinze, der auch musikalisch unterhielt, der Buchautor und Weltenbummler Christopher Schacht und die Wunscherfüllerin Mareike Weyand.

Bereits lange vor dem Beginn der Aufzeichnung des 14. „Talks am Dom“ war das „Café Ideal“ voll besetzt. Schilder mussten weitere Interessenten darüber informieren, dass niemand mehr hineinkonnte. Über das große Interesse freute sich nicht nur Moderator Depta, sondern auch seine Talk-Gäste, die wieder interessante Geschichten aus ihrem Leben und ihren Tätigkeiten erzählten.

Heinze: Wir mussten Demokratie erst lernen

Den Anfang machte der Kirchenfunk-Moderator und Musiker Daniel Heinze. Die erste Frage Deptas an den Sachsen zielte auf die rechtsradikalen Umtriebe im Freistaat ab. Heinze sagte, dass man „als Sachse immer darauf angesprochen wird, das ist schlecht für das Image“. Aber dagegen versuche man konsequent anzukämpfen. „Die sächsische Gesellschaft ist bunt, Sachsen ist weltoffen“, betonte er. Nach der friedlichen Revolution von 1989 hatte der Katholik Heinze einen Jugendclub aufgemacht. „In Sachsen gibt es etwa drei bis vier Prozent Katholiken, da bin ich als Katholik schon sowas wie der schräge Vogel“, erzählte er augenzwinkernd. Dennoch: Die Kirche führe in Sachsen die gleichen politischen Diskussionen, wie diese in der Gesellschaft geführt würden. Heinze: „Wir stellen genauso Fragen danach, warum der politische Extremismus in Sachsen kulminiert.“ Die ehemaligen Bürger der DDR hätten nach der Wiedervereinigung Deutschlands „Demokratie erst lernen“ müssen, so Heinze. „Wir mussten erst lernen, wie man eine Gesellschaft mitgestaltet, wie man sich dabei einbringt und mitdiskutiert“, sagte er. Der Grund: „In der DDR hat der Staat ja alles gemacht. Man musste sich um nichts selbst kümmern“, erklärte er, um zugleich darauf hinzuweisen: „Ich bin aber kein Osterklärer!“

Als eine herausfordernde Aufgabe für die Kirche bezeichnete er es, den Glauben an die Menschen zu bringen. Darin sieht er auch seine Aufgabe als Kirchenfunk-Moderator, wobei er dazu auch sehr originelle Wege und Formate in seinen Sendungen nutzt. Seine Absicht: „Den Menschen in ihrer Lebenswirklichkeit ein Dialogangebot machen und dabei die Inhalte und Botschaft von Kirche vorstellen“, so Heinze. Dabei betonte er, dass Kirche im Alltag stattfinde und immer mitschwinge, egal, was die Menschen machen würden. „diese Selbstverständlichkeit ist ein Wert, den man nicht aufgeben oder verlieren darf“, betonte der Moderator und Musiker.

Köhler: Respekt vor dem Leben haben

Tod und Leben – für niemanden wird dieser untrennbare Zusammenhang mehr zur täglichen Begegnung als für eine Pathologin wie Professorin Dr. Gabriele Köhler. Die Fuldaer Medizinerin und Hochschullehrerin machte gleich zu Beginn des Gesprächs deutlich: „Die Pathologie wird oft mit der Rechtsmedizin verwechselt.“ Den Unterschied erklärt Köhler auch sogleich: Während der Rechtsmediziner vor allem in der Leichenschau und Obduktion von Toten tätig ist, ist das Aufgabengebiet der Pathologen vor allem die Diagnostik. Als Beispiel nannte sie, wenn während einer Operation einen Schnellschnitt oder bei diagnostischen Gewebeentnahmen zu untersuchen ist, wie diese beschaffen sind und ob sie gut- oder bösartig sind. Köhler betonte, dass die Arbeit des Pathologen „verantwortungsvolle Arbeit am und für den Patienten ist“. Immerhin würden Diagnosen erheblichen Einfluss auf das Leben der Patienten nehmen. „Daher ist die Verantwortung in unserem Beruf sehr groß“, sagte die Medizinerin. Dies werde auch durch die Ausbildungsdauer dokumentiert: Jeweils sechs Jahre Medizinstudium und Facharztausbildung sind eine lange Zeit, aber auch notwendig, wie sie betont. Als wichtigste Voraussetzung – neben Wissen und Können – für den Beruf des Pathologen nannte Professorin Köhler den „Respekt vor dem Leben“, denn nur der befähige auch dazu, die Verantwortung tragen zu können.

Köhler konnte ihr Wissen und Kenntnisse in ihrem Fachgebiet auch als Beraterin am Filmset von „Tatort: Münster“ entfalten. Ein spontaner Zwischenruf (So geht das aber nicht!“) am Filmset brachte ihr nach Aufforderung des Regisseurs die Aufgabe ein, den Serien-Pathologen zu coachen. Für die Medizinerin eine spannende Zeit, die sie in mehrfacher Hinsicht beeindruckte. „Zum einen war es die Hierarchie am Set. Auch die gute, fachliche Informiertheit der Schauspieler über das, was sie in ihren Rollen zu tun hatten, hinterließ bei ihr einen nachhaltigen Eindruck. Professorin Köhler wünschte sich eine intensivere Auseinandersetzung der Gesellschaft mit den Thema Leben und Tod. Schon in ihrer Ausbildung habe sie den Satz verinnerlicht, dass die Toten die Lebenden lehren. Gerade in ihrem Beruf als Pathologin werde dies besonders deutlich, vor allem wenn es darum geht, durch die Untersuchungen Weg zu finden, Leben zu bewahren. Gefragt nach psychischer Hygiene im Beruf des Pathologen sagte, Köhler, dass ein persönlicher Abstand durchaus wichtig sei. Der Beruf des Pathologen lehre Demut und Respekt. Dazu gehöre auch Mitgefühl mit den Menschen zu haben, jedoch nicht mitzuleiden.

Bätzing: Kostbare Amt des Priesters für Verbrechen missbraucht

„Also, die berühmte Badewanne, die gibt es nicht.“ Das machte Bischof Dr. Georg Bätzing gleich zu Beginn des Gesprächs mit Depta klar. Der Limburger Oberhirte, seit zwei Jahren als Nachfolger von Franz-Peter Tebartz-van Elst im Amt, gestand ein, dass die ersten beiden Bischofsjahre nicht immer leicht gewesen seien. Immerhin sei es ja zuvor nicht gut gelaufen zwischen Bischof und Gläubigen, so Bätzing. Er habe gemerkt, dass die Diözesanen mit ihrem Bischof sein wollen, und er wolle als Bischof zeigen, dass er auch mit ihnen sein wolle. Das umstrittene Bischofshaus auf dem Limburger Domberg war ebenfalls Thema. Bätzing sagte: „Es steht Bischofshaus dran, also muss auch ein Bischof drin sein.“ Allerdings arbeite er darin nur, seine Wohnung ist woanders. Die Nutzung des Hauses, wie sie jetzt sei, habe zudem die Atmosphäre deutlich verändert.

Doch als neuer Bischof erfahre er nicht nur Zustimmung. Häufig sei die zum Teil massive Kritik und Gegnerschaft auch Ausfluss von Missverständnissen oder auch Nicht-verstehen-Wollens, wie der Oberhirte deutlich machte. So würden militante Abtreibungsgegner Bätzing als „Komplizen der Abtreibungsindustrie“ verunglimpfen, weil er sich für die würdige Bestattung von abgetriebenen Föten einsetze. „Wer sich dafür einsetzt, der macht sich mit Abtreibern nicht gemein“, bekräftigte Bätzing. Beim Thema „Missbrauch von Minderjährigen durch Kleriker“ merkte man dem Oberhirten persönliche Betroffenheit an. „Man bleibt als Bischof davon nie unberührt, weil das kostbare Amt des Priesters für Verbrechen an Kindern und Jugendlichen missbraucht worden ist und so junge Seelen verletzt wurden“, so Bätzing. Die Begegnung mit den Opfern ist ihm dabei wichtig, denn „was uns diese Menschen sagen, erschüttert bis ins Mark“. Er sprach von den „schrecklichen Folgen für die Opfer“. Bischof Bätzing: „Die Tätergeschichten beschämen.“

Weyand: Letzten Wunsch erfüllen ist erfüllend

Seit 2014 gibt es den „Wünschewagen“, seit 2017 auch in Hessen. Über dieses ehrenamtliche Projekt des Arbeiter-Samariter-Bundes (ASB), das Sterbenskranke ihren letzten Wunsch erfüllt, sprach Depta mit Mareike Weyand. Sie ist ehrenamtliche „Wunscherfüllerin“. Entstanden ist die Idee in den Niederlanden und ist inzwischen auch in fast allen bundesdeutschen Bundesländern präsent. „Unterwegs sind wir in einem ehemaligen Krankenwagen, der aber nicht wie ein solcher aussieht“, so Weyand. Er ist aber so ausgestattet, dass schwerstkranke Menschen transportiert werden können und wenn nötig auch Hilfe erhalten können. Mit ihren Touren wollen die Wunscherfüller ihre Fahrgäste noch einmal einen schönen Tag erleben lassen. „Die Fahrgäste sind dafür sehr dankbar“, beschreibt Weyand ihre Erfahrung. Aber: „Auch es sind auch Erlebnisse für die Wunscherfüller.“ Es sei erfüllend, andere Menschen einen letzten schönen Tag im Leben zu machen. Denn man sei sich auch immer bewusst: Man hat es hier mit Menschen zu tun, die an der Schwelle des Todes stehen. Doch am Tag der Wunschfahrt stehe nicht der Tod, sondern das Leben und die Wunscherfüllung im Mittelpunkt. Diese bündle häufig die letzte Kraft der Fahrgäste. Häufig laute der Wunsch, nochmal dort sein zu können, wo man immer gerne gewesen oder wo man hergekommen ist. Doch so unterschiedlich die letzten Wünsche sind, so unterschiedlich sind auch die Fahrgäste. „Manche binden die Wunscherfüller richtig in ihr Leben und ihre Familien ein, andere wieder sind eher reserviert und still“, so die Erfahrung von Weyand.

Um Wunscherfüller werden zu können, ist eine Ehrenamtsschulung Voraussetzung. Nicht nur Betroffenen, sondern auch Familienangehörige, Betreuer oder Mitarbeiter von Hospizen oder Pflegediensten können über die Internetseite des ASB den Wünschewagen anfordern. Der brauche dann nur wenige Tage Vorlauf, jedoch könne nur Fahrgast sein, wer dann noch transportfähig sei. Für den Fahrgast und eine Begleitperson ist die Fahrt kostenlos. Finanziert wird der Wünschewagen über Spenden.

Schacht: Kriegsgebiete sind kein Disneyland

Die einen reisen in 80 Tagen und finanziell gut ausgestattet um die Welt. Christopher Schacht brach mit 19 Jahren mit nur 50 Euro in der Tasche zu einer vierjährigen Weltreise auf. „Neugier und Freiheitsgefühl“, so fasste er kurz gegenüber Depta zusammen, das war es, was ihn zu diesem Abenteuer bewog. Dabei fiel die Entscheidung Knall auf Fall. Es wurde die Reise seines Lebens, bei der er viele Jobs („über 30“) hatte und noch mehr Menschen auf der ganzen Welt kennen lernte. Darüber hatte er ein Buch verfasst („Mit 50 Euro um die Welt: Wie ich mit wenig in der Tasche loszog und als reicher Mensch zurückkam“, adeo, 20 Euro). Auf seiner Reise hatte er schöne, aber auch weniger schöne Erlebnisse. „Ich habe gesehen, wie Drogen Menschen zerstören“, war seine Erfahrung in Lateinamerika, wo er bei Mitgliedern eines Drogenkartells lebte. Dass Kriegsgebiete in Afghanistan und Pakistan „kein Disneyland“ sind, wurde ihm angesichts der erlebten Gefahren und Gewalt ebenso schnell deutlich. Allerdings war die vierjährige Reise für den jungen Mann nicht nur eine Erlebnistour, sondern auch ein Weg zum Glauben und zu Gott. „Der Glaube hat mir geholfen, schwere Situationen zu bestehen“, erzählte er im Café Ideal.

Nie habe er um mehr gebeten als um etwas Wasser oder um eine Mitfahrgelegenheit, erzählte Schacht. Vorwürfe, er habe dabei anderen Menschen auf der Tasche gelegen, widersprach er: „Ich habe gearbeitet, und ich hatte immer mein eigenes Budget gehabt.“ Bei den über 30 Jobs sei es auch oft vorgekommen, dass er massiv ausgebeutet worden sei, aber das war für ihn auch wiederum erträglich. „Ich wollte auf diese Weise, dass ich gearbeitet habe, auch etwas von dem Segen weitergeben, den ich empfangen habe“, so Schacht. Dabei habe er auch verschiedene Wertevorstellung kennen und verstehen gelernt, vor allem, dass das Materielle eben nicht das wichtigste im Leben ist. Gelernt habe er auch, dass es viele Möglichkeiten gebe, mit Gott in Kontakt zu kommen. „Ich habe die Erfahrung gemacht, dass Gott einen hört in den verschiedensten Situationen, und so habe ich immer wieder versucht, mit Gott im Gebet in Dialog zu treten.“ Und so habe er schließlich durch diese Reise, bei der er auch seine heutige Ehefrau kennen gelernt habe, mehr über den Glauben gelernt, „mehr als ich davor gewusst habe“, sagte Schacht.  Günter Wolf

 

 

 

Katholikenrat zu verändertem Missionsverständnis. Ermutigung schöpfen aus missionarischen Erfahrungen

 

Fulda, Geisa, Hanau, Kassel, Marburg - „An pastoralen Orten missi-onarisch handeln“ war das Thema, zu dem der Fuldaer Katholikenrat auf seiner Herbst-Vollversammlung tagte. Interviews von Verantwortlichen aus pastoralen Initiativen gestalteten das Programm.

„Es ging uns darum, von den Erfahrungen missionarischer Projekte zu profi-tieren. Wenn in Zukunft die pastoralen Räume auch im Bistum Fulda immer größer werden, muss erst recht möglich sein, dass Menschen auch weiterhin begeistert von ihrem Glauben erzählen“, so Katholikenratsvorsitzender Stef-fen Flicker.

Anja Petrick, Referentin für muttersprachliche Gemeinden und pastorale Verantwortungsgremien, Essen, erläuterte, dass das Christentum in abseh-barer Zeit in Deutschland zu einer Minderheit werde. In dieser Situation sei es wichtig, dass Menschen Ermutigung schöpfen aus missionarischen Erfah-rungen, grade auch aus dem Ausland. Missionarisch zu handeln, so Frau Petrick, bedeute heute, Christsein von den Menschen her zu entdecken, mit denen man gemeinsam lebt. Voraussetzung sei, sein Gegenüber, sein Spre-chen, Fragen und sein Dasein kennenzulernen.

„Das ist ein verändertes Missionsverständnis und hat nichts mehr mit Missi-onierungsbegriff früherer Zeiten zu tun“, sagte Steffen Flicker. Mission be-deute ‚Sendung zum anderen‘ und sei deshalb tägliches Handeln eines jeden Christen.

Die an den Vortrag anschließenden Caféhaus-Gespräche wurden moderiert von Anja Petrick und Bettina Faber-Ruffing. Stadtpfarrer Stefan Buß, City-Pastoral Fulda, Pater Heinz Steegmann, ehemaliger Namibia-Missionar, Clara Braungart, fid-Referentin aus Köln, Michael Schmitt, KAB-Vorstand und ver-antwortlich für die Guatemalapartnerschaft der KAB, Karl-Heinz Höflich und Barbara Weber, Flüchtlingshilfe Rückers waren Gesprächspartner.

Aus ihren unterschiedlichen Erfahrungsberichten wurde deutlich, wie prak-tisch und gemeinschaftsorientiert Christsein heute ist und wie engagierte Christen Kirche und Gesellschaft gestalten.

Zum Abschluss der Veranstaltung dankte Steffen Flicker der Arbeitsgruppe „Eine Welt“, die die Tagung vorbereitet hat und die Ergebnisse auch auswer-ten wird. Den Gottesdienst zu Beginn der Vollversammlung hatten Pfr. Uche Ugwueze und Pfr. Thomas Renze, beide Fulda, zelebriert. Mz 31

 

 

 

 

Aufarbeitung sexuellen Missbrauchs. Projektskizze für den Ständigen Rat im November 2018 geplant

 

Die Generalvikare der 27 deutschen (Erz-)Diözesen haben sich in der vergangenen Woche in Würzburg mit den Konsequenzen der Beratungen der Herbst-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz aus der Studie „Sexueller Missbrauch an Minderjährigen durch katholische Priester, Diakone und männliche Ordensangehörige im Bereich der Deutschen Bischofskonferenz“ (MHG-Studie) befasst. Der Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für Fragen des sexuellen Missbrauchs im kirchlichen Bereich und für Fragen des Kinder- und Jugendschutzes, Bischof Dr. Stephan Ackermann (Trier), und der Sekretär der Deutschen Bischofskonferenz, P. Dr. Hans Langendörfer SJ (Bonn) berieten mit den Generalvikaren über die Erklärung der Bischöfe zu den Ergebnissen der Studie.

 

Übereinstimmend betonte die Konferenz, dass es nicht nur gelte, die Maßnahmen zu Intervention und Prävention weiterzuentwickeln, sondern auch das institutionelle Versagen aufzuarbeiten. Dazu gehörten auch das Thema der innerkirchlichen Machtstrukturen sowie Fragen der Sexualmoral. Bis zur nächsten Sitzung des Ständigen Rates Mitte November 2018 wird eine Projektskizze vorgelegt, die aus mehreren Teilprojekten besteht und die Selbstverpflichtungen von Fulda kontinuierlich umsetzt.

 

Bischof Ackermann informierte außerdem die Jahreskonferenz der deutschsprachigen Offizialate in Bensberg über die Inhalte der MHG-Studie sowie über den aktuellen Stand der Überprüfung der Leitlinien bei Verdachtsfällen von sexuellem Missbrauch. Zusammen mit Bischof Ackermann sowie Pfarrer Dr. Manfred Bauer von der vatikanischen Kongregation für die Glaubenslehre diskutierten die Offiziale Fragen zur Vorgehensweise bei Verfahren in Fällen sexuellen Missbrauchs durch Kleriker, darunter auch die Frage der Einrichtung von interdiözesanen/ bistumsübergreifenden Sondergerichten. Dbk 22

 

 

 

 

D: Priesterweihe für zwei verheiratete Männer

 

Zum ersten Mal seit 20 Jahren werden im Bistum Augsburg verheiratete Familienväter zu Priestern geweiht.

 

Bischof Konrad Zdarsa spendet das Sakrament am kommenden Sonntag den beiden Diakonen Andre Schneider (44) und Andreas Theurer (51), wie die Diözese am Montag mitteilte. Die Weihekandidaten waren jahrelang evangelische Pfarrer. Schneider wirkte in der Selbständigen Evangelisch-Lutherischen Kirche (SELK) in Thüringen, Theurer in der Evangelischen Landeskirche in Württemberg. Beide sind verheiratet; Schneider hat vier, Theurer zwei Kinder. Sie erhielten von Papst Franziskus eine sogenannte Dispens vom Zölibat.

Nach ihrer Weihe sollen die beiden dann katholischen Priester in Augsburg als Kapläne in der Pfarrseelsorge eingesetzt werden. Theurer bleibt zudem Referent am Institut für Neuevangelisierung. In der Vergangenheit wurden Konvertiten wie sie meist in der sogenannten Kategorialseelsorge eingesetzt, also etwa in Altenheimen und Krankenhäusern.

“ Mein größter Wunsch wurde sehr schnell, Gott und seiner Kirche am Altar, dem Herzen der Kirche selbst, dienen zu dürfen ”

Schneider erklärte seine Konversion zum Katholizismus so: „Obwohl getauft und konfirmiert, habe ich erst mit 16 Jahren durch Freunde zu Glaube und Kirche zurückgefunden. Meine geistliche Heimat war seitdem ein - wenn man so will - sehr 'katholisches', liturgisch-sakramentales Luthertum, und mein größter Wunsch wurde sehr schnell, Gott und seiner Kirche am Altar, dem Herzen der Kirche selbst, dienen zu dürfen.“

Mit der Zeit sei ihm immer klarer geworden, dass man nicht allein für sich und seine Gemeinde katholisch sein könne, sondern dass es dafür die volle, lebendige Gemeinschaft mit der katholischen Kirche und ihrem Oberhaupt brauche. Theurer ergänzte, als evangelischer Pfarrer sei in ihm die Einsicht gereift, „dass zur vollmächtigen Spendung der Sakramente vom biblischen und altkirchlichen Zeugnis her tatsächlich eine Priesterweihe nötig ist". (kna 22)