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    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 16-31 maggio 2024

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Udienza del 15 maggio. Papa Francesco: “Preghiamo per la pace definitiva”. 1

2.     "Dio non abbandona i suoi figli, mai. Nemmeno quando l’età avanza". 1

3.     L’arrivo in Francia della Fiamma Olimpica. Parrocchie e diocesi mobilitate. 1

4.     Giubileo 2025, ecco le norme per ottenere le indulgenze. 1

5.     La speranza non delude. Giubileo 2025. 1

6.     La nostra glorificazione. Ascensione del Signore. 1

7.     Dalle diocesi italiane, i vescovi e le indicazioni per affrontare le elezioni 1

8.     “Non abbiamo ancora imparato a vivere insieme come fratelli”. 1

9.     Missionari Oblati: annunciare il Vangelo con la mentalità digitale. 1

10.  MCI di Kempten. Pellegrinaggio alla Madonna che scioglie i nodi e Festa della Mamma. 1

11.  La Festa della Mamma l’11 maggio. 1

12.  A Castelgandolfo cambia tutto e arriva il Borgo Laudato sì 1

13.  Card. Zuppi e mons. Crociata: lettera alla “Cara Unione europea”. 1

14.  Il Papa: "La denatalità è un problema. Tutti hanno un cagnolino, ma non fanno figli". 1

15.  Giornata delle Comunicazioni Sociali, a colloquio con Don Cosimo Schena. 1

16.  Notre Dame de Paris, a Pasqua 2025 un incontro di tutti cristiani nella cattedrale riaperta. 1

17.  IA, Ferpi: Noi tecnottimisti, ok a documento Vaticano per approccio etico. 1

18.  Diplomazia pontificia, il “tutti per tutti” per la Pasqua orientale. 1

19.  Pace: l’appello delle associazioni cattoliche ai candidati eurodeputati 1

20.  Papa Francesco: “L’amicizia vera non viene meno neanche di fronte al tradimento”. 1

21.  Onore e onere del diaconato. 1

22.  “La famiglia cristiana sta attraversando una vera e propria tempesta”. 1

23.  “Ogni ferita può essere guarita, anche se è profonda”. 1

24.  Papa Francesco: "Oggi assistiamo a un degrado del senso del lavoro". 1

25.  Il cammino sinodale in Italia, si passa alla fase profetica. 1

26.  In Italia: Giornata Nazionale dell’8xmille alla Chiesa cattolica. 1

27.  Il mondo lacerato ha bisogno della manifestazione del Signore. 1

28.  "Il grande nemico della fede è la paura". 1

29.  Movimento Cristiano Lavoratori: "La priorità è un lavoro dignitoso". 1

30.  Azione Cattolica: gli abbracci cambiano la vita. I temi dell’Assemblea nazionale. 1

31.  "L'uniformità uccide, la diversità in armonia fa crescere". 1

32.  Papa Francesco: “Venezia sia terra per fare fratelli”. 1

33.  "La fede in Gesù non imprigiona la libertà". 1

34.  “Dignitas infinita”: meglio testimoni che maestri 1

35.  Rimanete in me. V Domenica di Pasqua. 1

36.  Papa Francesco, da mio nonno ho imparato che la guerra è una cosa orribile. 1

37.  Il teologo Coda: “Sinodalità e gerarchia non sono in competizione”. 1

38.  Don Pasqualetti (Ups): “La crescita di un Paese non è solo tecnologica”. 1

39.  Edith Stein dottore della Chiesa: la richiesta a Papa Francesco. 1

40.  Azione Cattolica, Papa Francesco suggerisce "la cultura dell'abbraccio". 1

41.  Cei, due assemblee definiranno il volto della Chiesa per annunciare il Vangelo. 1

42.  "Le virtù teologali sono il grande antidoto all’autosufficienza". 1

43.  Card. Pizzaballa: “Nulla sarà più come prima”. 1

44.  Belgio, proposta shock: eutanasia per chi è stanco della vita. 1

45.  Le sedi cardinalizie in Italia: la rivoluzione di Papa Francesco. 1

46.  Card. Zuppi (Cei): “Decisivo mettere insieme giustizia sociale e ambientale”. 1

47.  Rapporto 2024 sull’ospitalità religiosa: Italia davanti a tutti ma servono sostegni 1

48.  Offro la mia vita per le pecore. IV Domenica di Pasqua. 1

49.  Sinodo, verso la seconda Sessione. 1

50.  Il teologo che cerca risposta alla domanda perché Dio si è incarnato?. 1

51.  “Siate protagonisti e non spettatori del futuro”. 1

52.  La Bibbia, questa sconosciuta. 1

53.  8Xmille Chiesa Cattolica: parte la nuova campagna informativa. 1

54.  Vangelo Migrante: Domenica 21 aprile – IV di Pasqua (Gv 10,11-18) 1

55.  “Chi è temperante sa piangere e non se ne vergogna, ma non si piange addosso”. 1

56.  Aborto tra i diritti umani europei: l'Europarlamento dice sì, i vescovi protestano. 1

 

 

1.     „Füreinander Verantwortung übernehmen“. Gemeinsames Wort der Kirchen zur Interkulturellen Woche 2024. 1

2.     Papst Franziskus warnt vor Generationenkonflikt. 1

3.     Kardinal Marx: Populismus und Rassismus deutlich entgegentreten. 1

4.     Heiliges Jahr: Vollkommener Ablass durch Verzicht auf Ablenkung. 1

5.     Papst: Wir stehen vor epochalen kulturellen Herausforderungen. 1

6.     Papstbotschaft zum Weltmedientag. 1

7.     Papst und Söder sprachen darüber, „was Bayern für den Glauben tut“. 1

8.     Krieg ist eine Täuschung, politischer Friede braucht Friede des Herzens. 1

9.     Gemmingen warnt vor Arrangement mit dem Zeitgeist. 1

10.  „Das Leben ist kein Problem, sondern ein Geschenk“. 1

11.  „Die Hoffnung lässt nicht zugrunde gehen“. Papst Franziskus beruft offiziell das Heilige Jahr 2025 ein. 1

12.  Papst: Heiliges Jahr im Zeichen der Hoffnung begehen. 1

13.  Verkündigungsbulle „Spes non confundit“. 1

14.  Bischof Dieser ruft zu Widerstand gegen Antisemitismus auf 1

15.  Der Papst bricht eine Lanze für die Hoffnung. 1

16.  Europäische Rabbiner fordern Maßnahmen gegen Antisemitismus. 1

17.  Militärdekan Schaller: Interkulturelle Kompetenz ist ganz wichtig. 1

18.  UNO/Vatikan: Wälder sind für Millionen von Menschen wichtig. 1

19.  Ökumenischer Aufruf zur Europawahl am 9. Juni 2024. „Für unsere gemeinsame Zukunft in einem starken Europa“. 1

20.  Kirchen verurteilen physische Attacken auf Politiker. 1

21.  Das „Wort zum Sonntag“ feiert 70-jähriges Bestehen. 1

22.  Ukraine: „Drittes Ostern unter Bomben“. 1

23.  103. Deutscher Katholikentag in Erfurt. Aufruf zur Sonderkollekte in den Gottesdiensten. 1

24.  Osteuropa-Hilfswerk Renovabis startet große Spendenaktion. 1

25.  Franziskus: Das „Für immer“ der Liebe ist möglich. 1

26.  Erzbischof Bentz fordert Waffenruhe und Verhandlungen in Nahost 1

27.  Gema-Vertrag ausgelaufen: Aus für Musik in katholischer Kirche?. 1

28.  Evangelische Kirche: Fast 600.000 Mitglieder weniger 1

29.  Weder Technophobie noch Technokratie. 1

30.  Vatikan: Synode braucht Mut, um in Kirche etwas zu verändern. 1

31.  „Umfassende gesetzliche Regelungen dringend erforderlich“. 1

32.  Papst an Pfarrer: Seid Künstler einer missionarischen und synodalen Kirche. 1

33.  Gesellschaftliche Dimension der Kirche verstehen. Pastoralreise der Kommission für Ehe und Familie nach Stockholm.. 1

34.  „Muss gehen“. Diakonie will keine AfD-Mitglieder als Beschäftigte. 1

35.  Rabbinerkonferenz-Präsident für europäische Armee. 1

36.  Heiliges Jahr 2025: 32 Millionen Pilger erwartet, 900.000 Deutsche. 1

37.  Achter Katholischer Flüchtlingsgipfel diskutiert Flüchtlingsschutz in der EU.. 1

38.  Katholische Kirche berät zu Flüchtlingsfragen. 1

39.  Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Arbeitshilfe zur Situation der Christen in Zentralasien. 1

40.  Papst an Ordensleute: „Propheten der Vielfalt“ sein. 1

41.  Papst: „Großeltern sind das Gedächtnis einer Welt ohne Erinnerung“. 1

42.  Frankreich: Bischöfe warnen eindringlich vor Sterbehilfe. 1

43.  „Künstliche Intelligenz: Interkulturelle Reflexionen aus Wissenschaft und Kirche“. 1

44.  „Besser Verhandlungsfrieden als endloser Krieg“. 1

45.  Pessach in schwierigen Zeiten: "Wir denken auch an die Geiseln". 1

46.  „Göttliche Tugenden sind Gegengift gegen Selbstgenügsamkeit". 1

47.  106.000 Abtreibungen 2023. Höchststand seit 2012. 1

48.  Abschieben nach Ruanda: Caritas kritisiert britische Asylentscheidung. 1

49.  „Gott ist ein Freund des Lebens“. 1

50.  In 3 Tagen die Welt verbessern - Jugendliche zeigen, wie es geht 1

51.  „Für Jesus ist jeder Mensch unendlich wertvoll“. 1

52.  Bischof Ipolt: Manchmal geht Gremien der Geist verloren. 1

53.  (Katholische) Jugend: „Die Welt ein Stück besser machen“. 1

54.  Kirchenrechtler für klare Regeln zu Umgang mit AfD. 1

55.  Pfingstaktion Renovabis „Frieden muss auch von unten entstehen". 1

56.  Die Unverantwortlichen und die Verantwortung der Völker. 1

57.  Kardinal Koch vermisst in deutschem Ökumene-Papier Klarheit über Ziel 1

58.  Papst: Denken wir an die Kinder im Krieg. 1

59.  Starke ökumenische Initiative zur UEFA Euro 2024 gestartet. 1

60.  Liberalisierung von Abtreibungen? "Können wir nicht akzeptieren". 1

61.  AfD und Kirche unvereinbar. AfD-Politiker fliegt aus kirchlichem Gremium im Saarland. 1

62.  Deutschland-Vorsitzende des Lutherischen Weltbunds beim Papst. 1

63.  Erklärung zum völkischen Nationalismus ab sofort als Broschüre erhältlich. 1

64.  Das wahre Glück liegt im rechten Maß. 1

65.  Auflösung der „Katholischen Sozialwissenschaftlichen Zentralstelle e. V.“. 1

 

 

 

Udienza del 15 maggio. Papa Francesco: “Preghiamo per la pace definitiva”

 

Papa Francesco ha concluso l'udienza di oggi con due appelli: per l'Afghanistan, affinché riceva l'aiuto della comunità internazionale, e per una "pace definitiva", senza più guerre. Al centro della catechesi la carità, "culmine" di tutto l'itinerario di catechesi sulle virtù - M. Michela Nicolais

 

“Preghiamo perché ci sia la pace definitiva, e niente guerre”. E’ l’appello di Papa Francesco, durante i saluti ai fedeli di lingua italiana, che come di consueto concludono l’appuntamento del mercoledì in piazza San Pietro. “Preghiamo per la pace”, l’invito del Papa: “Non dimentichiamo la martoriata Ucraina, non dimentichiamo la Palestina, Israele, il Myanmar.

Preghiamo per la pace, preghiamo per tutti i popoli che soffrono la guerra. Tutti insieme, con cuore grande, preghiamo perché ci sia la pace definitiva. E niente guerre, niente! Perché la guerra sempre è una sconfitta, sempre”.

Subito prima, un appello alla comunità internazionale, affinché “fornisca subito gli aiuti e il sostegno necessari a proteggere i più vulnerabili” in Afghanistan, colpito da inondazioni che hanno provocato numerose vittime, tra cui bambini. Al centro della catechesi la carità, terza virtù teologale e “culmine di tutto l’itinerario che abbiamo compiuto con le catechesi sulle virtù”.

“I cristiani di Corinto erano piuttosto litigiosi, c’erano divisioni interne, c’è chi pretende di avere sempre ragione e non ascolta gli altri, ritenendoli inferiori”, ha ricordato Francesco: “A questi tali Paolo ricorda che la scienza gonfia, mentre la carità edifica”. L’apostolo, poi, “registra uno scandalo che tocca perfino il momento di massima unione di una comunità cristiana, vale a dire la cena del Signore, la celebrazione eucaristica: anche lì ci sono divisioni, e c’è chi ne approfitta per mangiare e bere escludendo chi non ha niente”. “Davanti a questo, Paolo dà un giudizio netto”, ha osservato il Papa: “Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Voi avete un altro rituale, che è pagano, non è la cena del Signore”. “Chissà, forse nella comunità di Corinto nessuno pensava di aver commesso peccato e quelle parole così dure dell’Apostolo suonavano un po’ incomprensibili”, ha ipotizzato Francesco: “Probabilmente tutti erano convinti di essere brave persone, e se interrogati sull’amore, avrebbero risposto che certo l’amore era per loro un valore importante, come pure l’amicizia e la famiglia”.

“Anche ai nostri giorni l’amore è sulla bocca di tutti, sulla bocca di tanti influencer e nei ritornelli di tante canzoni. Si parla tanto dell’amore, ma che cos’è l’amore?”, si è chiesto il Papa, sottolineando che nella Lettera ai Corinzi Paolo chiede ai cristiani “l’altro amore”: ”Non l’amore che sale, ma quello che scende; non quello che prende, ma quello che dona; non quello che appare, ma quello che si nasconde. Paolo è preoccupato che a Corinto – come anche oggi tra noi – si faccia confusione e che della virtù teologale, quella che ci viene solo da Dio, in realtà non ci sia alcuna traccia. E se anche a parole tutti assicurano di essere brave persone, di voler bene alla propria famiglia e ai propri amici, in realtà dell’amore di Dio sanno ben poco”.

“I cristiani sono capaci di tutti gli amori del mondo: anche loro si innamorano, più o meno come capita a tutti”, ha osservato Francesco soffermandosi sul significato del termine “agape”, che normalmente traduciamo con “carità”. “Anche loro sperimentano la benevolenza che si prova nell’amicizia”, ha proseguito: “Anche loro vivono l’amor di patria e l’amore universale per tutta l’umanità”. “Ma c’è un amore più grande di questo, un amore che proviene da Dio e si indirizza verso Dio, che ci abilita ad amare Dio, a diventare suoi amici, e ci abilita ad amare il prossimo come lo ama Dio, col desiderio di condividere l’amicizia con Dio, col desiderio di condividere l’amicizia con Dio”, ha spiegato il Papa: “Questo amore, a motivo di Cristo, ci spinge là dove umanamente non andremmo: è l’amore per il povero, per ciò che non è amabile, per chi non ci vuole bene e non è riconoscente. È l’amore per ciò che nessuno amerebbe; anche per il nemico. Questo è teologale, questo viene da Dio, è opera dello Spirito Santo in noi”.

“Noi siamo abituati a chiacchierare dei nemici. Noi siamo abituati, davanti a un insulto o maledizione, a rispondere con un altro insulto e un’altra maledizione”, le parole a braccio a commento del discorso della montagna. “Non dimentichiamo questo: amate i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperare nulla”, l’appello di Francesco. “Ci accorgiamo subito che è un amore difficile, anzi impossibile da praticare se non si vive in Dio”, ha ammesso il Papa: “La nostra natura umana ci fa amare spontaneamente ciò che è buono e bello. In nome di un ideale o di un grande affetto possiamo anche essere generosi e compiere atti eroici. Ma l’amore di Dio va oltre questi criteri. L’amore cristiano abbraccia ciò che non è amabile, offre il perdono – quanto è difficile perdonare, quanto ci vuole per perdonare! – benedice quelli che maledicono”. “È un amore così ardito da sembrare quasi impossibile, eppure è la sola cosa che resterà di noi”, ha assicurato Francesco: “L’amore è la porta stretta attraverso cui passare per entrare nel Regno di Dio. Perché alla sera della vita non saremo giudicati sull’amore generico, saremo giudicati proprio sulla carità, sull’amore che noi abbiamo avuto in concreto”.

“In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”, le parole di Gesù. “Questa è la cosa bella, la cosa grande dell’amore”, ha commentato il Papa: “Avanti e coraggio!”. Sir 15

 

 

 

"Dio non abbandona i suoi figli, mai. Nemmeno quando l’età avanza"

 

Papa Francesco ha pubblicato un Messaggio per la IV Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani che si celebra la quarta domenica di luglio - Di Veronica Giacometti

 

Città del Vaticano. "Dio non abbandona i suoi figli, mai. Nemmeno quando l’età avanza e le forze declinano, quando i capelli imbiancano e il ruolo sociale viene meno, quando la vita diventa meno produttiva e rischia di sembrare inutile". Papa Francesco ha pubblicato un Messaggio per la IV Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani che si celebra la quarta domenica di luglio – quest’anno il 28 luglio - sul tema “Nella vecchiaia non abbandonarmi”.

Per il Pontefice è importante capire che c'è una certezza: "Dio continua a mostrarci la sua misericordia, sempre, in ogni fase della vita, e in qualsiasi condizione ci troviamo, anche nei nostri tradimenti".

"Possiamo essere certi che ci starà vicino anche nella vecchiaia, tanto più perché nella Bibbia invecchiare è segno di benedizione", scrive il Papa nel suo messaggio.

Poi il Pontefice racconta l'esperienza della solitudine. "Tante volte, da vescovo di Buenos Aires, mi è capitato di visitare case di riposo e di rendermi conto di quanto raramente quelle persone ricevessero visite: alcune non vedevano i loro cari da molti mesi. Sono tante le cause di questa solitudine: in molti Paesi, soprattutto i più poveri, gli anziani si ritrovano soli perché i figli sono costretti a emigrare. Oppure, penso alle numerose situazioni di conflitto: quanti anziani rimangono soli perché gli uomini – giovani e adulti – sono chiamati a combattere e le donne, soprattutto le mamme con bambini piccoli, lasciano il Paese per dare sicurezza ai figli. Nelle città e nei villaggi devastati dalla guerra rimangono tanti vecchi e anziani soli, unici segni di vita in zone dove sembrano regnare l’abbandono e la morte. In altre parti del mondo, poi, esiste una falsa convinzione, molto radicata in alcune culture locali, che genera ostilità nei confronti degli anziani, sospettati di fare ricorso alla stregoneria per togliere energie vitali ai giovani; così che, in caso di morte prematura o di malattia o di sorte avversa che colpiscono un giovane, la colpa viene fatta ricadere su qualche anziano. Questa mentalità va combattuta ed estirpata", sottolinea Papa Francesco.

"È come se la sopravvivenza degli anziani mettesse a rischio quella dei giovani. Come se per favorire i giovani fosse necessario trascurare gli anziani o addirittura sopprimerli. La contrapposizione tra le generazioni è un inganno ed è un frutto avvelenato della cultura dello scontro", denuncia Papa Francesco.

"La solitudine e lo scarto sono diventati elementi ricorrenti nel contesto in cui siamo immersi. Essi hanno radici molteplici: in alcuni casi sono il frutto di una esclusione programmata, una sorte di triste “congiura sociale”; in altri casi si tratta purtroppo di una decisione propria", dice il Papa.

"In questa IV Giornata Mondiale dedicata a loro, non facciamo mancare la nostra tenerezza ai nonni e agli anziani delle nostre famiglie, visitiamo coloro che sono sfiduciati e non sperano più che un futuro diverso sia possibile. All’atteggiamento egoistico che porta allo scarto e alla solitudine contrapponiamo il cuore aperto e il volto lieto di chi ha il coraggio di dire “non ti abbandonerò!” e di intraprendere un cammino differente", conclude con questo invito Papa Francesco.

Contestualmente alla pubblicazione del messaggio, il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita,rende disponibile un kit pastorale che verrà inviato alle conferenze episcopali e che da oggi è disponibile sul sito www.laityfamilylife.va.

"Il kit – spiega il dott. Gleison De Paula Souza, Segretario del Dicastero – è uno strumento a disposizione di ogni comunità ecclesiale per aiutare a vivere una Giornata senza solitudine. Come di consueto, proponiamo di celebrare una messa con gli anziani della comunità e di rendere visita a quelli che vivono più in solitudine. Il nostro desiderio è che, a partire da essa, gli anziani divengano protagonisti in maniera non episodica della vita e della pastorale della Chiesa e che si dedichi loro attenzione ogni giorno dell'anno". Aci 14

 

 

 

 

L’arrivo in Francia della Fiamma Olimpica. Parrocchie e diocesi mobilitate

 

È arrivata in Francia, nella città di Marsiglia, l’8 maggio scorso la fiamma olimpica. Caricata a bordo del "Belem", un maestoso vascello a tre alberi del 1896, ha solcato dalla Grecia tutto il Mediterraneo. Fino al 26 luglio, la fiamma attraverserà tutta la Francia continentale e gran parte dei suoi territori d'oltremare. Sarà accolta in più di 400 città. Dalla chiesa di Francia, l’invito alle diverse diocesi di vivere questo “passaggio” come un messaggio di pace. Non è un caso – spiega al Sir Isabelle de Chattelus, direttrice di "Holy Games" – che la fiamma sia arrivata a Marsiglia nei giorni in cui l’Europa celebrava la fine della Seconda Guerra mondiale e la fondazione dell’Unione Europea. “Invitiamo tutte le parrocchie e le diocesi a pregare per la pace al passaggio della fiamma e per una tregua olimpica”. M. Chiara Biagioni

 

E’ arrivata in Francia, nella città di Marsiglia, l’8 maggio scorso la fiamma olimpica e ad accoglierla c’era anche la comunità cattolica locale che per l’occasione si è riunita nella Basilica Notre-Dame de la Garde dove si è celebrata una Messa solenne. “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!”. Nel prendere la parola, mons. Emmanuel Gobilliard, vescovo di Digne, Riez e Sisteron e delegato della Cef per i giochi olimpici, ha ricordato questa frase del Vangelo. “Questo fuoco – ha detto – è per noi l’Amore di Dio, l’Amore del Padre per ciascun uomo e ciascuna donna che compone l’umanità. Abbiamo la missione di essere anche noi oggi portatori nel mondo di questo Amore. È una fiamma che non si spegne mai”. La staffetta della torcia è una tradizione imperdibile dei Giochi. Accesa in Grecia, la fiamma è stata caricata a bordo del “Belem”, ultima delle grandi navi francesi del XIX secolo ancora in uso, un maestoso vascello a tre alberi del 1896. Ha solcato tutto il Mediterraneo per arrivare a Marsiglia l’8 maggio. Da qui, fino al 26 luglio, la fiamma attraverserà tutta la Francia continentale e gran parte dei suoi territori d’oltremare. Sarà accolta in più di 400 città. La Staffetta offrirà un tuffo nella storia della Francia. Creerà ponti tra le epoche. Viaggerà dalle grotte di Lascaux, al sito archeologico di Alésia, alle città medievali di Carcassonne, al Castello di Versailles… Illuminerà chiese e abbazie. Visiterà i luoghi simbolo delle sue battaglie per la libertà come il Memoriale di Verdun. Farà memoria di coloro che hanno scritto la Storia della Francia, come Giovanna d’Arco a Orléans, Robert Schuman a Scy-Chazelles, Charles de Gaulle a Colombey-les-Deux-Eglises. Dalla chiesa di Francia, l’invito alle diverse diocesi di vivere il passaggio della fiamma olimpica come un messaggio di pace. Non è un caso – spiega al Sir Isabelle de Chattelus, direttrice di Holy Games – che la fiamma sia arrivata a Marsiglia nei giorni in cui l’Europa celebrava la fine della Seconda Guerra mondiale e la fondazione dell’Unione Europea. “Invitiamo tutte le parrocchie e le diocesi a pregare per la pace e per una tregua olimpica al passaggio della fiamma”.

I vescovi francesi hanno deciso di “esserci” e hanno lanciato un articolato progetto che porta oggi il nome di “Holy Games”.  Incontrando papa Francesco in Vaticano, il presidente del Cio Thomas Bach ha detto: “Lo sport e la fede condividono molti valori comuni”. “Come la fede, lo sport può far emergere il meglio di noi. Come la fede, lo sport ci insegna l’importanza di vivere in solidarietà e pace con i nostri simili. Ma lo sport non può fornire tutte le risposte alle domande ultime sul senso della nostra esistenza. Solo la fede può dare risposte alle domande veramente esistenziali della vita, della morte e del divino”. Si costituisce un Comitato che ha lavorato ad un corposo programma di iniziative, secondo 4 linee direttrici: solidarietà, educazione, missione, spiritualità. Isabelle de Chattelus spiega: “I vescovi si sono detti che questi Giochi Olimpici possono offrire alla Chiesa una possibilità in più e straordinaria per abitare il mondo dello sport”.  “Il filo rosso delle diverse iniziative messe in campo trae ispirazione da una frase di Papa Francesco che dice che lo sport può essere strumento di incontro, formazione, missione e santificazione. È proprio questa frase che ci ha guidato e ci ha permesso di definire 4 poli di azione”. Solidarietà, per consentire attraverso cinque punti di accoglienza e fraternità l’accesso allo sport a quante più persone possibile e in particolare alle persone in situazioni di precarietà e con disabilità. Educazione, con un programma di eventi sportivi (percorsi running per le chiese più emblematiche di Parigi e maratone culturali) per scoprire i grandi valori dello sport. Missione, per fare degli eventi sportivi luoghi di incontro e di annuncio della buona notizia del Vangelo in vista dell’arrivo a Parigi di 2.000 giovani cattolici dal 25 luglio all’11 agosto, da tutte le diocesi di Francia. E infine, Spiritualità, per accompagnare con luoghi di preghiera i grandi eventi sortivi e le competizioni degli atleti.

Le date forti del programma sono il 18 luglio, con la cerimonia di apertura di una cappellania nel villaggio olimpico. Multireligiosa, la sua ambizione sarà quella di accogliere i 15 milioni di visitatori previsti, provenienti da 206 nazioni, e offrire messe in tutte le lingue. Il giorno dopo, il 19 luglio, sarà celebrata la “Messa di Apertura” in una delle chiese più emblematiche della capitale: la Madeleine di Parigi dove è stata benedetta per l’occasione una cappella dedicata a “Nostra Signora degli Sportivi”, nella quale gli atleti potranno trovare un luogo per meditare e trovare accoglienza spirituale.  A Saint-Denis, invece, alla vigilia dei Giochi, il 25 luglio, ci sarà una “veglia di benedizione” per gli atleti. Il 4 agosto, l’appuntamento sarà sul piazzale di Notre-Dame per un incontro interreligioso per arrivare poi all’8 settembre con la Messa di chiusura a Saint-Denis. Sir 15

 

 

 

 

Giubileo 2025, ecco le norme per ottenere le indulgenze

 

Tra pellegrinaggi, luoghi santi e opere di misericordia: ecco come ottenere l’indulgenza durante il Giubileo - Di Andrea Gagliarducci

 

Città del Vaticano. Il primo atto del Cardinale Angelo de Donatis da Penitenziere Maggiore è la firma delle norme sulla concessione dell’indulgenza durante il Giubileo 2025. Tra pellegrinaggi, basiliche romane, e opere di misericordia, il percorso per ottenere l’indulgenza plenaria è delineato in tutte le sue possibilità in un documento articolato, in cui si sottolinea che Papa Francesco dichiara “illimitata la misericordia di Dio”, tanto che una volta questo era scambiabile con il termine “indulgenza”, che è “una grazia giubilare”, in cui si chiede ai confessori di rendersi sempre disponibili e si danno anche speciali facoltà sul foro interno per favorire il perdono. E poi, si può avere l’indulgenza anche visitando gli ammalati, oppure compiendo opere di carità.

Restano in vigore le altre concessioni di indulgenza (dalla perdonanza celestiniana a quella francescana), durante l’Anno Santo. Tutti i fedeli veramente pentiti, “escludendo qualsia affetto al peccato e mossi da spirito di carità e che, nel corso dell’Anno Santo, purificati attraverso il sacramento della penitenza e ristorati dalla Santa Comunione, pregheranno secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, dal tesoro della Chiesa potranno conseguire pienissima Indulgenza, remissione e perdono dei loro peccati, da potersi applicare alle anime del Purgatorio in forma di suffragio”.

Questo avviene attraverso un pio pellegrinaggio verso qualsiasi luogo giubilare, partecipando alla Messa, o ad una Messa rituale per il conferimento dei sacramenti di iniziazione cristiana, alla Parola di Dio, alla liturgia delle Ore alla Via Crucis; al Rosario mariano; all’inno Akathistos; ad una celebrazione penitenziale, che termini con le confessioni individuali dei penitenti, come è stabilito nel rito della Penitenza (forma II); in Roma.

E poi, il pellegrinaggio deve avvenire “ad almeno una delle quattro Basiliche Papali Maggiori di San Pietro in Vaticano, del Santissimo Salvatore in Laterano, di Santa Maria Maggiore, di San Paolo fuori le Mura; in Terra Santa: ad almeno una delle tre basiliche: del Santo Sepolcro in Gerusalemme, della Natività in Betlemme, dell’Annunciazione in Nazareth; in altre circoscrizioni ecclesiastiche: alla chiesa cattedrale o altre chiese e luoghi sacri designati dall’Ordinario del luogo”.

Si potrà conseguire l’indulgenza giubilare anche se “individualmente, o in gruppo, visiteranno devotamente qualsiasi luogo giubilare e lì, per un congruo periodo di tempo, si intratterranno nell’adorazione eucaristica e nella meditazione, concludendo con il Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima e invocazioni a Maria, Madre di Dio”.

Tra i luoghi che si possono visitare anche in Roma: la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, la Basilica di San Lorenzo al Verano, la Basilica di San Sebastiano (si raccomanda vivamente la devota visita detta “delle sette Chiese”, tanto cara a San Filippo Neri), il Santuario del Divino Amore, la Chiesa di Santo Spirito in Sassia, la Chiesa di San Paolo alle Tre Fontane, luogo del Martirio dell’Apostolo, le Catacombe cristiane; le chiese dei cammini giubilari dedicati rispettivamente all’Iter Europaeum e le chiese dedicate alle Donne Patrone d’Europa e Dottori della Chiesa (Basilica di Santa Maria sopra Minerva, Santa Brigida a Campo de’ Fiori, Chiesa Santa Maria della Vittoria, Chiesa di Trinità dei Monti, Basilica di Santa Cecilia a Trastevere, Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio).

Ma vengono elencate come luoghi di indulgenza anche le due Basiliche Papali minori di Assisi, di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli; le Basiliche Pontificie della Madonna di Loreto, della Madonna di Pompei, di Sant’Antonio di Padova; qualsiasi Basilica minore, chiesa cattedrale, chiesa concattedrale, santuario mariano nonché, per l’utilità dei fedeli, qualsiasi insigne chiesa collegiata o santuario designato da ciascun Vescovo diocesano od eparchiale, come pure santuari nazionali o internazionali, “luoghi santi di accoglienza e spazi privilegiati per generare speranza” (Spes non confundit, 24), indicati dalle Conferenze Episcopali”.

Secondo le norme dell’indulgenza, possono ottenere l’indulgenza plenaria anche “i fedeli veramente pentiti che non potranno partecipare alle solenni celebrazioni, ai pellegrinaggi e alle pie visite per gravi motivi (come anzitutto tutte le monache e i monaci di clausura, gli anziani, gli infermi, i reclusi, come pure coloro che, in ospedale o in altri luoghi di cura, prestano servizio continuativo ai malati)”. Questo nel caso che “uniti in spirito ai fedeli in presenza, particolarmente nei momenti in cui le parole del Sommo Pontefice o dei Vescovi diocesani verranno trasmesse attraverso i mezzi di comunicazione, reciteranno nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene il Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima e altre preghiere conformi alle finalità dell’Anno Santo, offrendo le loro sofferenze o i disagi della propria vita”.

Infine, c’è indulgenza plenaria se i fedeli “con animo devoto, parteciperanno alle Missioni popolari, a esercizi spirituali o ad incontri di formazione sui testi del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica, da tenersi in una chiesa o altro luogo adatto, secondo la mente del Santo Padre”.

Inoltre, sebbene si può conseguire una sola indulgenza plenaria al giorno, le norme sottolineano che “i fedeli che avranno emesso l’atto di carità a favore delle anime del Purgatorio, se si accosteranno legittimamente al sacramento della Comunione una seconda volta nello stesso giorno, potranno conseguire due volte nel medesimo giorno l’Indulgenza plenaria, applicabile soltanto ai defunti”

In questo modo, “si compie un lodevole esercizio di carità soprannaturale, per quel vincolo al quale sono congiunti nel Corpo mistico di Cristo i fedeli che ancora peregrinano sulla terra, insieme a quelli che già hanno compiuto il loro cammino”.

L’indulgenza viene anche annessa “alle opere di misericordia e di penitenza, con le quali si testimonia la conversione intrapresa”.

Per questo, “i fedeli, seguendo l’esempio e il mandato di Cristo, siano stimolati a compiere più frequentemente opere di carità o misericordia, principalmente al servizio di quei fratelli che sono gravati da diverse necessità”.

La richiesta è di riscoprire le opere di misericordia corporale (dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti), ma anche quelle di misericordia spirituale (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti).

In più, si potrà conseguire indulgenza in caso ci si rechi a rendere visita per un congruo tempo ai fratelli che si trovino in necessità o difficoltà (infermi, carcerati, anziani in solitudine, diversamente abili... ), “quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro e ottemperando alle consuete condizioni spirituali, sacramentali e di preghiera”.

Infine, “l’Indulgenza plenaria giubilare potrà essere conseguita anche mediante iniziative che attuino in modo concreto e generoso lo spirito penitenziale che è come l’anima del Giubileo, riscoprendo in particolare il valore penitenziale del venerdì: astenendosi, in spirito di penitenza, almeno durante un giorno da futili distrazioni (reali ma anche virtuali, indotte ad esempio dai media e dai social network) e da consumi superflui (per esempio digiunando o praticando l’astinenza secondo le norme generali della Chiesa e le specificazioni dei Vescovi), nonché devolvendo una proporzionata somma in denaro ai poveri; sostenendo opere di carattere religioso o sociale, in specie a favore della difesa e protezione della vita in ogni sua fase e della qualità stessa della vita, dell’infanzia abbandonata, della gioventù in difficoltà, degli anziani bisognosi o soli, dei migranti dai vari Paesi”.

Vescovi ed eparchi potranno impartire sempre la Benedizione Papale con Indulgenza plenaria “in occasione della principale celebrazione in cattedrale e nelle singole chiese giubilari”. Inoltre “affinché l’accesso al sacramento della Penitenza e al conseguimento del perdono divino attraverso il potere delle Chiavi sia pastoralmente facilitato, gli Ordinari locali sono invitati a concedere ai canonici e ai sacerdoti, che nelle Cattedrali e nelle Chiese designate per l’Anno Santo potranno ascoltare le confessioni dei fedeli, le facoltà limitatamente al foro interno”.

La Penitenzieria infine “esorta tutti i sacerdoti ad offrire con generosa disponibilità e dedizione di sé la più ampia possibilità ai fedeli di usufruire dei mezzi della salvezza, adottando e pubblicando fasce d’orario per le confessioni, in accordo con i parroci o i rettori delle chiese limitrofe, facendosi trovare in confessionale, programmando celebrazioni penitenziali a cadenza fissa e frequente, offrendo anche la più ampia disponibilità di sacerdoti che, per raggiunti limiti di età, siano privi di incarichi pastorali definiti”. Aci 13

 

 

 

La speranza non delude. Giubileo 2025

 

“Spes non confundit”, «la speranza non delude» (Rm 5,5). Nel segno della speranza l’apostolo Paolo infonde coraggio alla comunità cristiana di Roma. La speranza è anche il messaggio centrale del prossimo Giubileo, che secondo antica tradizione il Papa indice ogni venticinque anni.

Penso a tutti i pellegrini di speranza che giungeranno a Roma per vivere l’Anno Santo e a quanti, non potendo raggiungere la città degli apostoli Pietro e Paolo, lo celebreranno nelle Chiese particolari. Per tutti, possa essere un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, «porta» di salvezza (cfr. Gv 10,7.9); con Lui, che la Chiesa ha la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti quale «nostra speranza» (1Tm 1,1).

Tutti sperano. Nel cuore di ogni persona è racchiusa la speranza come desiderio e attesa del bene, pur non sapendo che cosa il domani porterà con sé. L’imprevedibilità del futuro, tuttavia, fa sorgere sentimenti a volte contrapposti: dalla fiducia al timore, dalla serenità allo sconforto, dalla certezza al dubbio. Incontriamo spesso persone sfiduciate, che guardano all’avvenire con scetticismo e pessimismo, come se nulla potesse offrire loro felicità. Possa il Giubileo essere per tutti occasione di rianimare la speranza. La Parola di Dio ci aiuta a trovarne le ragioni. Lasciamoci condurre da quanto l’apostolo Paolo scrive proprio ai cristiani di Roma. 

Con le parole di papa Francesco, riportate sopra, si apre la Bolla di indizione del Giubileo Ordinario dell’Anno 2025. Il documento è scaricabile cliccando qui https://www.vatican.va/content/francesco/it/bulls/documents/20240509_spes-non-confundit_bolla-giubileo2025.pdf   Udep 13

 

 

 

 

La nostra glorificazione. Ascensione del Signore

 

Carpi. La Chiesa celebra oggi la solennità dell’Ascensione di Gesù al cielo. L’evangelista san Marco racconta l’evento con queste parole: Il Signore Gesù, dopo avere parlato con loro [gli apostoli], fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.

L’Ascensione testimonia in maniera definitiva che la resurrezione non rappresenta per Gesù un ritorno alla vita di prima - come avvenne, invece, per Lazzaro dopo che Cristo lo aveva richiamato in vita. Gesù, con la sua resurrezione-ascensione, è passato dalla condizione che è propria di ogni uomo, destinato alla morte a causa del peccato, alla condizione di una vita divina ed immortale. Ma questo evento che riguarda Cristo ha risvolti straordinari anche per noi. Grazie a Lui vero uomo, la nostra natura umana è portata dentro un’esistenza nuova. Per questo la Chiesa, all’inizio della santa Messa, ci fa pregare con queste parole: nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te .

Sant’Agostino scrive che l’Ascensione del Signore è la nostra glorificazione. Diventa allora evidente che il mistero che oggi celebriamo ci illumina sul destino finale della nostra vita. L’uomo e la creazione non sono destinati all’annientamento, ma ad una pienezza. Cristo è tornato al Padre anche per preparaci un posto nel suo Regno. Siamo così liberati dalla peggiore malattia che possa colpire l’uomo, cioè la mancanza di speranza. La celebrazione dell’Ascensione, infatti, ci svela che noi siamo fatti per il cielo, dove si trova Cristo nostro Capo. Possiamo dire che con l’Ascensione inizia la nostalgia del cielo.

Ma nel testo evangelico c’è un altro aspetto che merita di essere sottolineato. Il Signore pur assente, in realtà è presente: Il Signore agiva insieme con loro. Quante volte abbiamo detto: “Io non ce la farò mai”.  Oggi il Signore ci dice, invece, che c’è anche Lui che agisce con noi. Lui è la nostra forza, la nostra pace, la nostra gioia. La nostra vita, dunque, è una mescolanza di terra e di cielo. Siamo già, ma non ancora. Ci troviamo di fronte ad una rivelazione così straordinaria che non deve stupirci se facciamo fatica a crederci. Certo, la nostra glorificazione non è ancora pienamente realizzata, ma esiste già in virtù del sacramento del Battesimo, che ci ha resi figli di Dio, e dell’Eucarestia nella quale diventiamo partecipi della vita immortale di Cristo.

All’umanità che naviga ‘a vuoto’, senza una bussola che orienti il cammino, senza mete a cui approdare, in balia di un’illusoria speranza “che non vada peggio”, il cristianesimo annuncia la positività del nostro destino finale. All’uomo che si pone la domanda “ma che cosa ho il diritto di aspettarmi dalla vita”, Cristo risponde: “Hai diritto di sperare nella vita eterna”. L’uomo, cioè, è destinato non alla morte, ma alla vita. E il Signore è la via nuova e vivente che conduce a tanta pienezza. Cavina, Vescovo emerito di Carpi, Aci 12

 

 

 

Dalle diocesi italiane, i vescovi e le indicazioni per affrontare le elezioni

 

Dalle elezioni europee alle consultazioni locali - Di Cesare Bolla

 

Roma. Ci avviamo sempre più verso una competizione elettorale impegnativa e importante. L’8 e il 9 giugno si voterà per l’elezione del nuovo Parlamento europeo. Nei giorni scorsi una lettera all’Europa è stata scritta dal card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana e dal vescovo  Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali europee. In Italia si voterà anche per il rinnovo di tanti Consigli comunali e l’elezione di molti sindaci dal Nord al Sud del Paese.

Diversi vescovi hanno voluto dire la loro incontrando gli amministratori uscenti, i candidati oppure hanno rivolto alla popolazione messaggi raccomandando il voto responsabile dopo aver letto bene i programmi e le intenzioni dei vari candidati e delle loro liste. Dopo aver incontrato gli amministratori del territorio il vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, mons. Giuseppe Alberti ha scritto ai candidati alle elezioni amministrativi della Piana di Gioia Tauro una lettera pubblica nella quale l’invita esplicitamente a “dichiarare pubblicamente il rifiuto di voti e ogni altra forma di sostegno dalla ’ndrangheta” e dalla malavita organizzata. Il presule si è soffermato sulle piccole comunità del territorio che oggi hanno quantomai bisogno di “rappresentanti onesti e responsabili, lontani da ogni forma di interessi di parte, capaci di prendere le distanze da ogni forma di corruzione e di criminalità, con atteggiamenti di collaborazione inclusiva, appassionati alla costruzione di comunità vive e vivibili, disposti a mettere al centro gli ultimi e le persone che vivono varie forme di disagio, attenti ai nostri giovani che, spesso costretti a lasciare la loro terra e i loro affetti, da potenziale risorsa dei nostri paesi, corrono il rischio di diventare tra le fasce più penalizzate”. Mons. Alberti nella lettera evidenzia l’importanza del voto che ha “un peso specifico non indifferente nella costruzione di città a misura d’uomo in cui il bene più grande è la capacità di convivenza rispettosa e pacifica, aperta alla collaborazione e alla solidarietà”.

Di città che “ha bisogno di un sussulto di dignità e di vigore” ha parlato il vescovo di Civitavecchia, Gianrico Ruzza nell’omelia della festa di Santa Fermina, patrona della citta. “Per la nostra città – ha detto - è il momento di porre l’attenzione sul bene comune. Siamo alla vigilia di un’importantissima scadenza elettorale e la partecipazione a questo momento di vita comunitaria, oltre ad essere un alto esercizio dei propri diritti democratici, è il segno della rinnovata volontà di prenderci cura dell’interesse della collettività”. Per il presule “dovrebbe essere a cuore di ciascuno di noi sentire il desiderio di far crescere la comunità cittadina, dinanzi alle sfide posteci dalla contingenza nazionale ed internazionale”. La prima sfida indicata dal mons. Ruzza è quella dei giovani: “giovani isolati e non ascoltati; giovani dediti a dipendenze di ogni tipo, compresa quella della ludopatia, contro la quale è assente ogni segno di politica educativa che allontani le occasioni del pericolo dalla vita concreta e quotidiana dei ragazzi; giovani che non sono messi in condizione di scelte autonome e decise in vista dell’edificazione del proprio futuro; giovani che non ricevono stimoli e proposte inerenti alla gestione del tempo e all’impegno di vita”. E poi la povertà economica di “moltissime persone”, le “criticità lavorative” che sono “aumentate e la situazione potrebbe peggiorare per la cessazione delle attività della Centrale di Torrevaldaliga nord. A fronte di tutte le presenti difficoltà va lodata l’attività del terzo settore che si occupa instancabilmente della sofferenza sociale”, ha detto il vescovo di Civitavecchia.

La città – ha concluso – “può e deve crescere, ma ha bisogno di un sussulto di dignità e di vigore. Posso augurarmi che un sincero impegno da parte dei futuri eletti valorizzi quanto si è lodevolmente fatto negli anni della consiliatura uscente e incrementi il senso di responsabilità da parte di tutte le forze vive della realtà culturale ed umana di Civitavecchia per creare opportunità nuove e reali situazioni di ‘ripresa’ e di ‘nuova coscienza’ del valore sociale ed economico che una città strategica come la nostra può e deve avere”. Di bisogno di cristiani “che sappiano servire il bene comune non solo con rigore e competenza, ma soprattutto con passione e amore” parla il vescovo di Ascoli Piceno, mons. Gianpiero Palmieri in una lettera ai fedeli della diocesi. 

Palmieri sottolinea l’importanza che la Chiesa “non lasci mai soli e senza il sostegno di una profonda spiritualità coloro che ‘si buttano’ in politica: hanno bisogno non tanto di alleati, ma di amici fraterni con cui alimentare e condividere sogni e speranze”. Il vescovo prova “grande stima” per chi “con motivazioni autentiche si dedica ad amministrare la realtà pubblica. Ne ammiro il coraggio e l’abnegazione. Non è un’impresa facile! Richiede uno sguardo ampio che coglie gli orizzonti di fondo, ma anche la pazienza e la concretezza dei piccoli passi oggi possibili” e ricorda che “la Chiesa è una comunità di credenti che non ha mai pensato che la sua missione si dovesse svolgere unicamente nel perimetro limitato delle mura delle parrocchie. Dall’incontro con il Risorto e dalla fede nasce il compito di annunciare il Vangelo con le parole e con le azioni che cambiano la realtà. L’amore per la città è l’amore per tutti gli uomini e le donne che la abitano, ed è a sua volta un riflesso dell’amore con cui Dio ama ciascuno dei suoi figli”.

Lettera aperta ai candidati ad amministrare dei piccolo centri della diocesi anche da parte del vescovo di San Marco Argentano-Scalea, Stefano Rega, che li ha poi incontrati “per aprire un dialogo con voi”. “Carissimi candidati – scrive mons. Rega – penso che la tentazione di questo momento possa essere questa: pensare di andare ad occupare un posto di potere. In questo senso lasciamo riecheggiare nel cuore le parole di Cristo nell’ultima cena: ‘Tra voi non sia così’”. Dopo averi ringraziati pe essersi messo al servizio del territorio ha evidenziato che la campagna elettorale “può essere un’incredibile opportunità, la prima che vi si presenterà, per tentare di costruire insieme qualcosa di utile per il bene di tutti. Dovremmo sentirci tutti corresponsabili, tutti interessati a studiare il territorio con competenza per proporre progetti adeguati alla nostra realtà territoriale, ma anche con l’idea di generare entusiasmo e partecipazione alla vita della città, recuperando anche un sano orgoglio di appartenenza”. Aci 11

 

 

 

“Non abbiamo ancora imparato a vivere insieme come fratelli”

 

“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo ancora imparato la semplice arte di vivere insieme come fratelli”. Ricevendo in udienza i partecipanti al Meeting mondiale sulla fraternità umana organizzato dalla Fondazione Fratelli tutti, il Papa ha citato il discorso pronunciato da Martin Luther King in occasione del conferimento del Premio Nobel per la pace, l’11 dicembre 1964. “Compassione”: è questa, ha ribadito Francesco citando l’episodio del Buon Samaritano, la parola-chiave per “tornare a far crescere l’arte di una convivenza che sia davvero umana”. “Nel pomeriggio voi vi incontrerete in dodici punti della Città del Vaticano e di Roma, per esprimere il vostro intento di generare un movimento di fraternità in uscita”, ha ricordato il Papa a proposito dei 12 Tavoli di lavoro che “presenteranno alla società civile alcune proposte, centrate sulla dignità della persona umana, per costruire politiche buone, basate sul principio della fraternità”. “Ho apprezzato questa scelta e vi incoraggio ad andare avanti nel vostro lavoro di semina silenziosa”, l’omaggio del Santo Padre: “Da esso può nascere una Carta dell’umano, che includa, insieme ai diritti, anche i comportamenti e le ragioni pratiche di ciò che ci rende più umani nella vita”. “Far crescere questa spiritualità della fraternità e a promuovere, con la vostra azione diplomatica, il ruolo degli organismi multilaterali”, la consegna ai Premi Nobel presenti.

“La guerra è un inganno, la guerra sempre è una sconfitta. Così come l’idea di una sicurezza internazionale basata sul deterrente della paura è un altro inganno”. A ribadirlo è stato il Papa, al termine del suo discorso. “Per garantire una pace duratura occorre tornare a riconoscersi nella comune umanità e a porre al centro della vita dei popoli la fraternità”, l’appello di Francesco: “Solo così riusciremo a sviluppare un modello di convivenza in grado di dare un futuro alla famiglia umana. La pace politica ha bisogno della pace dei cuori, affinché le persone si incontrino nella fiducia che la vita vince sempre su ogni forma di morte”.  M. Michela Nicolais, Sir 11

 

 

 

Missionari Oblati: annunciare il Vangelo con la mentalità digitale

 

La scorsa settimana si è svolto un convegno sui missionari digitali degli Oblati di Maria Immacolata della Provincia Mediterranea - Di Simone Baroncia

 

Roma. Nella scorsa settimana si è svolto un convegno sui missionari digitali degli Oblati di Maria Immacolata della Provincia Mediterranea, una famiglia religiosa, fondata da Sant’Eugenio de Mazenod nel 1816, in quanto la predicazione delle missioni popolari è il primo ministero degli Oblati:

“L’evangelizzazione dei giovani è una delle nostre priorità e ci impegniamo a rispondere a bisogni e urgenze della Chiesa e dei poveri in vari altri campi. I poveri più poveri: carcerati, immigrati, tossicodipendenti, fin dall’inizio sono i nostri preferiti. Il ministero parrocchiale non ci è estraneo e ci permette di infondere lo spirito missionario alle comunità che serviamo. Promuoviamo progetti in tanti Paesi in via di sviluppo per l’educazione, la salute, la formazione dei giovani. Alcuni santuari mariani ci vedono impegnati ad accogliere i pellegrini per offrir loro l’esperienza della misericordia ‘materna’ di Dio. Siamo attenti alle culture e alle religioni dei popoli che incontriamo, con spirito di apertura e di dialogo”.

Una riflessione interessante è stata svolta dal superiore generale, p. Chicho Rois, che ha cercato di identificare i missionari digitali per definire il ministero degli Oblati, ricordando il carisma del fondatore, sant’ Eugenio de Mazenod: “State portando il Vangelo nel continente digitale e questo è il nostro carisma, annunciare il Vangelo ai più abbandonati, portare il Vangelo nei luoghi dove non è ancora stato annunciato o dove la Chiesa ci manda.

Vi vedo come il fondatore con i suoi primi compagni: volevano portare il Vangelo alla gente di Provenza parlando la loro lingua. E’ stato lo stesso quando i missionari sono stati inviati in terre nuove e sconosciute in America, Africa e Asia. Andavano in territori sconosciuti pronti ad annunciare il Vangelo ai più poveri parlando la loro lingua, stando vicino alla gente e servendola nella carità. E’ l’amore trasformato in zelo apostolico che li ha spinti, per amore di Gesù, a dare la vita in questi nuovi mondi”.

Quindi il digitale è un ‘mondo’ importante che attende l’annuncio del Vangelo, che ha bisogno di un linguaggio nuovo: “Come i primi missionari, dovete lasciarvi emozionare dall’amore che provate per Gesù e per gli uomini e le donne che incontrerete attraverso le reti per annunciare la Buona Novella. E bisogna farlo con questo nuovo linguaggio fatto di immagini, videoclip, fotografie, scritti, interviste”.

Questo è stato l’appello del superiore generale, in quanto il fondatore della congregazione insisteva sulla necessità di comunicare bene il Vangelo: “A tal proposito, il Fondatore ha insistito molto affinché i suoi missionari si preparassero ad annunciare bene il Vangelo. Li invitava a studiare molto, ad aggiornarsi e ad essere semplici e chiari nell’esprimersi per raggiungere il cuore di coloro che ascoltavano.

E voglio dirvi che anche voi dovete prepararvi bene per poter raggiungere i cuori delle persone che a volte hanno bisogno di messaggi chiari e diretti che diano loro motivi per nutrire la speranza. Vi prego di diffondere la buona notizia della nostra famiglia carismatica e di esplorare i sentieri missionari da percorrere per annunciare il Vangelo nel nuovo linguaggio e nella nuova mentalità digitale”. 

Quindi annunciare il Vangelo attraverso i nuovi media significa essere ‘nodi di comunione’: “Quando i missionari Oblati si diffusero ai quattro angoli del mondo, il fondatore insistette affinché gli scrivessero delle lettere per mantenere unita la famiglia Oblata. Eugenio chiese ai suoi missionari di scrivere tutto ciò che accadeva nella missione per farlo conoscere a tutti… Potete fare molto perché cresciamo nella comunione, nella carità. Potete fare molto perché viviamo la carità tra di noi.

Potete fare molto per tenerci uniti nello stesso carisma. Potete anche fare molto per incoraggiare le iniziative che stiamo prendendo oggi, per esempio, per realizzare il Capitolo generale e altre. Potete fare molto per aiutarci a diventare sempre più una famiglia carismatica sinodale che cammina in una Chiesa sinodale con i poveri”.

Nella conclusione il superiore generale ha invocato lo Spirito Santo per l’annuncio del Vangelo a tutti: “Dopo avervi ascoltato in questo primo incontro, sento che lo Spirito Santo ci sta invitando ad essere coraggiosi, a fare di tutto per essere migliori missionari in questo mondo digitale. E’ lo Spirito Santo che ci spinge e ci illumina, quindi non abbiamo paura. Come sant’Eugenio e i suoi primi compagni, lasciamo che Dio ci guidi e ci mostri come annunciare il Vangelo di Gesù attraverso l’amore e la vicinanza, attraverso la testimonianza della vita”.

Infine ha invocato la Madonna per lasciarsi trasformare dallo Spirito Santo: “Possiamo chiedere a Maria di aiutarci e ispirarci: lei si è lasciata trasformare dallo Spirito e si è fidata di Dio dando la sua vita per ricevere e donare Gesù. Lei ci accompagna in questa avventura, è in pellegrinaggio con noi. Ha saputo essere la Madre della comunione nella Chiesa nei suoi primi momenti missionari”.

Aci 10

 

 

 

 

MCI di Kempten. Pellegrinaggio alla Madonna che scioglie i nodi e Festa della Mamma

 

Il 1. Maggio scorso la Missione Cattolica Italiana di Kempten  e la Missione Cattolica di Ulm e Neu-Ulm hanno organizzato un pellegrinaggio  alla  Madonna che scioglie i nodi, ad  Augsburg.

I Fedeli delle due Missioni sono partiti in mattinata dalle due città per incontrarsi alla stazione di Augsburg. Insieme si sono recati poi nella chiesa St. Peter am Perlach in cui viene custodita l'immagine della Madonna che scioglie i nodi. Bella chiesa dove è stata celebrata una S. Messa in lingua italiana dal Rettore delle Missioni di Kempten ed Augsburg, Padre Bruno Zuckowski e dal Rettore delle Missioni di Ulm e Neu-Ulm, Don Giampiero Fantastico.

Dopo la Celebrazione tutti i pellegrini si sono riuniti per una pausa pranzo nei locali della Missione Cattolica Italiana di Augsburg; dove li attendevano alcuni membri della stessa Missione: la Signora Camilla Spieß, Segretaria della Missione; l'Insegnante Patrizia Mariotti, Presidente del Consiglio Pastorale, il Signor Francesco del Libano, Presidente del locale Circolo ACLI, e altri componenti della Missione di Augsburg.

Dopo il pranzo tutti gli intervenuti, sotto la guida di Padre Bruno, hanno fatto un giro della città, visitando alcune chiese, il centro storico e infine il duomo del capoluogo svevo: l'Augusta Vindelicum dei Romani.

Il pomeriggio si è concluso poi con lo scambio di saluti tra i connazionali presenti e il ritorno a Kempten della nostra comunità e a Ulm e Neu-Ulm dell'altro gruppo di pellegrini. Tutti i partecipanti sono rimasti entusiasti di questa esperienza di fraternità, comunione e fede.

Tra gli intervenuti, oltre alle persone già nominate: la Signora Pina Baiano Polverino, Segretaria della MCI di Kempten, il Presidente del  Consiglio Pastorale della MCI di Kempten, Signor Giampiero Trovato e Signora Gisella, il Signor Paolo Franco, la Signora Leanza, il Signor Romano, la Signora Mangano, e tanti altri... Pina Baiano Polverino.

 

La Festa della Mamma l’11 maggio

Un buon numero i connazionali sono intervenuti l'11 Maggio scorso alla Festa della Mamma, che ha avuto luogo nei locali della MCI di Kempten.  In questa vivace occasione i Soci del Circolo ACLI di Kempten hanno avuto modo di confermare la loro fedeltà alle ACLI, e, alcuni dei presenti, di conoscerle.

Il tradizionale incontro – organizzato dalla Missione – è iniziato alle 17:00 con la partecipazione alla S. Messa, celebrata nella chiesa di St. Anton dal Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten, Padre Bruno Zuchowski. La Celebrazione dell'Ascensione del Signore, è stata – come di consueto – allietata dai bei canti intonati all'occasione, accompagnati magistralmente alla chitarra dal Presidente del Consiglio Pastorale della Missione e Segretario per le Risorse del locale Circolo ACLI, Giampiero Trovato, assistito dalla Consorte, Signora Gisella.  Significative le Letture eseguite da alcuni dei fedeli presenti. Importante il brano evangelico sull'Ascensione al Cielo di Gesù: «Andate per tutto il mondo, predicate il vangelo a ogni creatura...». (Marco,16, 15-20) e significativa l'Omelia di padre Zuchowski, che ne è seguita. "Siamo pellegrini su questa terra. tesimoniamo Gesù a cominciare dalle persone a noi più vicine e seguiamo l'ammonimento: "Ut unum sind". Splendido l'angolo con l'effigie della Madre del Signore, posta a destra dell'Altare. E magnifico il canto  al termine della Funzione, veramente appropriato in questo mese di Maggio in cui si venera particolarmente la Vergine Maria, che  il 1° Maggio   scorso, è stata onorata con una pellegrinaggio ad Augsburg da parecchi fedeli delle Comunità Cattoliche di Kempten, Ulm, Neu-Ulm e Augsburg.

Al termine del Rito, Padre Bruno ha invitato i convenuti a recarsi nella Sala della Missione, sita a qualche centinaio di metri. La festa, moderata dalla Segretaria della Missione, Signora Pina Baiano-Polverino, nonché Segretaria Organizzativa del Circolo ACLI, coadiuvata da Gisella e Giampiero Trovato e da altri membri della Comunità, si è aperta dopo le 18:00 nella sala della Missione – professionalmente preparata dalle  Signore Trovato e Baiano-Polverino –  con una Preghiera di ringraziamento e il rinnovo dei saluti di benvenuto da parte di Padre Zuchowski, anche Assistente Spirituale,  Membro della Presidenza delle ACLI Baviera e del Circolo ACLI locale, che – nuovamente – si è dichiarato felice di incontrare i connazionali intervenuti.

Invitato dal Rettore, ha preso quindi la parola il Dr. Fernando A Grasso, nelle vesti di Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera e del Circolo ACLI locale, di Membro della Presidenza delle ACLI Germania, di Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, nonché Membro del Consiglio Pastorale della MCI di Kempten. Grasso, dopo aver salutato anche lui le Mamme e i presenti intervenuti, anche a nome del Console Generale di Monaco di Baviera e del Presidente Macaluso delle ACLI Baviera –  attualmente in Francia con il Gruppo Folcloristico ACLI, che vuole portare anche a Kempten –  e della Signora Erna Kathrein Groll, Terza Borgomastra di Kempten, ha dato alcune comunicazioni inerenti il disbrigo delle pratiche consolari; anche in seguito all'insediamento a Monaco di Baviera del nuovo Console Generale, Dr. Sergio Maffettone, con il quale egli, ha avuto già alcuni incontri: 1, 2, 3.

A questo proposito Grasso si è soffermato sulle nuove modalità di rilascio dei documenti, su alcuni problemi tecnici, legati ai collegamenti telematici, che il nuovo Diplomatico, nel frattempo ha appianato ampiamente, e, non per ultimo, ha confermato quanto già deciso dal suo predecessore: la corsia preferenziale per gli ultra settantenni e i neonati, data l'attesa piuttosto lunga alla quale si devono sobbarcare i connazionali prima di ricevere un appuntamento. 

Grasso, come più volte in passato, non ha tralasciato di specificare che  i Servizi Consolari e quelli di Patronato nel Circondario di Kempten vengono offerti da lui nell'Ufficio multifunzionale sito nella Freudental 5b – in forma assolutamente gratuita e a titolo onorario – almeno per cinque volte al mese; in presenza, ma, in realtà, durante tutto l'arco della giornata, grazie ai collegamenti telematici e alla deviazione delle chiamate telefoniche in arrivo all'ufficio ad una delle sue linee private; anche di domenica e nei giorni festivi.

Il Corrispondente ha ricordato anche ai presenti di provvedere per tempo alle richieste di appuntamento per il rilascio delle carte d'identità, dei passaporti e di documenti vari (certificato di capacità matrimoniale, iscrizione AIRE attraverso il Portale Fast It, Prenot@mi, fornendosi inoltre dell'identità digitale Spid, per poter accedere più facilmente ai servizi offerti dagli Enti pubblici. Grasso ha comunicato anche che, nel periodo delle vacanze estive il suo ufficio rimarrà chiuso, ma che egli   –  per casi urgenti  –  potrà essere raggiunto telematicamente consultando il link apposito nel suo sito principale.

Grasso ha parlato inoltre delle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo, specificando che i connazionali, che, in occasione delle ultime elezioni hanno optato  per votare per candidati tedeschi in seggi elettorali tedeschi, riceveranno l'invito dall'ufficio elettorale locale. Gli altri potranno iscriversi all'ufficio elettorale della città fino al 19 Maggio; aggiungendo che nei seggi tedeschi potranno votare anche i sedicenni. I connazionali che, invece, intenderanno esprimere il loro voto per candidati italiani, si potranno presentare al seggio elettorale italiano, posto nella Bodmannstraße 2, il 7 e l'8 Giugno. Seggio per il quale il Corrispondente  e la Signora Baiano-Polverino hanno proposto al Consolato Generale di Monaco di Baviera alcuni nostri connazionali. Il Consolato cerca ancora eventuali componenti di seggio in Baviera. Gli interessati potranno candidarsi sino al 24 Maggio prossimo, aprendo il relativo sito consolare o quello del Corrispondente.

Parlando inoltre delle pratiche svolte  dalla sede Patronato ACLI di Monaco, con presenza mensile a Kempten, Grasso ha comunicato che egli continuerà a inoltrare a Monaco le richieste di assistenza, dato che,  questa sede non è più in grado di inviare con regolarità un Operatore a Kempten. Dall'autunno in poi – in via sperimentale – coloro che vorranno contattare telematicamente l'ufficio del Patronato ACLI di Monaco potranno farlo dall'ufficio multifunzionale  di Kempten o da casa propria, dopo regolare prenotazione e relativa ricezione dell'invito per un collegamento tipo skype.

Infine Grasso ha continuato il suo intervento in qualità di Presidente del Circolo ACLI di Kempten, commentando gli ultimi avvenimenti inerenti alle ACLI, a cominciare dalla nuova modalità di tesseramento ACLI, annunciando che durante l'incontro avrebbe provveduto a ricevere, insieme al Tesoriere Trovato,  le conferme e le nuove adesioni alle ACLI, e distribuendo le tessere ACLI 2024, cominciando con il padrone di casa: Padre Bruno.

Dopo questi interventi è arrivato il momento tanto atteso, specie da parte delle Mamme: le esibizioni dei bambini e giovani della Missione, preparati e diretti dalla signorina Desiree, figlia dei Coniugi Trovato.

Durante questo spettacolo i piccoli hanno regalato ai presenti dei momenti veramente artistici ed esilaranti: la recita di un paio di poesie in vari dialetti,  e delle divertenti barzellette. Esibizioni, a cui ha partecipato simpaticamente anche la Signora Baiano-Polverino e qualcuno dei presenti e che hanno suscitato gli entusiastici  applausi del pubblico, e per le quali i giovani attori hanno ottenuto anche un piccolo dono da parte della Missione e la Segretaria dei fiori.

I Presenti, tra cui il Circolo ACLI, hanno sostenuto con un contributo le spese per la sala.

La festa è proseguita quindi con tanti altri momenti di gioia, e con la degustazione di svariati, deliziosi manicaretti preparati dalle Signore e dalle Mamme presenti e dai saporiti tranci di pizza, offerti dalla Missione insieme a bevande di vario tipo.

Altri momenti particolari sono stati una divertente dimostrazione di Decantazione da parte di due Membri del Consiglio Pastorale: il Signor Sabino Scarvaglieri e il Signor Paolo Franco che ha mostrato un esilarante – ma profondo – video di Benigni, che parla del Sì della Madonna.

Tra gli intervenuti, non ancora nominati, ricordiamo alcuni Membri del Circolo ACLI di Kempten: la Vicepresidente Signora Emma Marando, il Signor Mastrostefano e Signora, il Signor Caporale e Signora, i due Fratelli Campagna. Inoltre le connazionali Signore: Scarvaglieri, Mangano, Leanza, Alongi, Stimoli, Orlando, Gaggiano e Di Genova, il Signor Dattolie e l'Insegnante, Federica Franzin e tanti altri.

Molto lusinghieri i commenti degli intervenuti   e per la bella riuscita della festa, e per la magnifica preparazione dei tavoli, e per le decorazioni della sala, e per gli squisiti manicaretti, e  –  soprattutto  –  per la cordialissima conduzione del pomeriggio da parte della Signora Baiano Polverino e dei Trovato, che, in diversi momenti oltre a salutare personalmente i presenti si sono occupati in modo esemplare del coordinamento della serata supportanti da diversi altri volontari.

La festa è terminata alle 22:00 circa.

Fernando A. Grasso, de.it.press 13

 

 

 

A Castelgandolfo cambia tutto e arriva il Borgo Laudato sì

 

Sono iniziati i lavori nei giardini con cura e formazione e nella seconda parte dell'anno saranno riviste le Fattorie - Di Angela Ambrogetti

 

Città del Vaticano. Da qualche tempo i prodotti delle Fattorie Pontificie non sono più disponibili. Una mancanza che ha creato qualche malumore. Allora abbiamo cercato di capirne di più.

Tutto dipende dal Centro di Alta Formazione Laudato si’ (CeAF-LS). Sarà questa la nuova realtà delle Ville Pontificie? Eppure già da anni si lavorava per rendere ottimale il prodotto delle Ville Pontificie. 

A poco più di un anno dalla nascita del Centro voluto da Papa Francesco a febbraio del 2023 si comincia ad elaborare il progetto “Borgo Laudato sì”.

Un progetto "verde" che segue, dicono i responsabili, "tre direttrici principali del progetto "Borgo Laudato si’": l’educazione all’ecologia integrale, l’economia circolare e generativa e la sostenibilità ambientale. Il progetto interessa i 55 ettari di zona extraterritoriale a Castel Gandolfo, divisi in 35 ettari di meravigliosi giardini e 20 ettari di terreno agricolo e zootecnico, serre ed edifici di servizio".

L'inizio del lavoro è stato a metà gennaio, e il primo risultato è stata la scomparsa dei prodotti delle Fattorie. "Il personale prima impiegato nei 55 ettari è passato alle dipendenze del CeAF-LS. Il lavoro in tal senso si è svolto in collaborazione e dialogo con il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e con le Direzioni interessate". Due le fasi operative. Dapprima l’area dei giardini e la seconda l’area agricola e zootecnica.

Per la parte dei giardini il CeAF-LS, si è impegnato nella protezione e nello sviluppo per "custodire al meglio la ricchezza inestimabile del luogo e preservarne l’integrità per le generazioni future" Ci saranno anche delle attività formative per educare all'ecologia integrale. Aperture per le visite e "possibilità di coniugare in una sola esperienza secoli di storia, bellezze naturali e artistiche uniche e un percorso immersivo Laudato si’". Ci saranno accessi per le categorie più vulnerabili e saranno avviati corsi di formazione al lavoro, soprattutto per migranti, rifugiati, minori non accompagnati, donne sopravvissute a violenza, giovani e adulti disoccupati, persone con diverse abilità ed ex detenuti.

Infine le attività per i ragazzi sempre con visite guidate e momenti formativi, con la possibilità di svolgere attività e laboratori adatti alle diverse età. Infine verranno offerti corsi, seminari e ritiri sui temi fondamentali della Laudato si’ rivolti a imprenditori e tecnici di imprese.

Solo nel secondo semestre del 2024, ci si occuperà della zona agricola di circa 25 ettari dove "si stanno già realizzando alcune attività propedeutiche in vista di una riorganizzazione e sviluppo delle attività produttive, che da anni caratterizzano le fattorie pontificie di Albano". L'idea è qualla di un modello di "economia circolare fondato sulla condivisione, sul riutilizzo, sulla riparazione, sul ricondizionamento e sul riciclo. Fa parte del progetto la creazione di una comunità energetica fondata su fonti rinnovabili. In ogni attività verrà data grande importanza alla preservazione della biodiversità e alla armonica interazione tra essere umano e natura".

Sarà allora che forse a Castelgandolfo si potranno di nuovo trovare i prodotti delle Ville? 

Infine con lo sguardo al Giubileo dovrebbe essere pronto "un vero e proprio "Borgo Laudato si’", un luogo di totale immersione nell’ecologia integrale promossa da Papa Francesco, un luogo dove imparare e toccare con mano i rudimenti della custodia del creato".  Non resta che aspettare e vedere. Aci 9

 

 

 

Card. Zuppi e mons. Crociata: lettera alla “Cara Unione europea”

 

In occasione della Giornata dell’Europa del 9 maggio e in vista delle elezioni europee del prossimo 8 e 9 giugno il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, e mons. Mariano Crociata, presidente della Comece, hanno scritto questa Lettera all’Unione europea

 

Cara Unione europea,darti del tu è inusuale, ma ci viene naturale perché siamo cresciuti con te. Sei una, sei “l’Europa”, eppure abbracci ben 27 Paesi, con 450 milioni di abitanti, che hanno scelto liberamente di mettersi insieme per formare l’Unione che sei diventata. Che meraviglia! Invece di litigare o ignorarsi, conoscersi e andare d’accordo! Lo sappiamo: non sempre è facile, ma quanto è decisivo, invece di alzare barriere e difese, cancellarle e collaborare. Tu sei la nostra casa, prima casa comune. In questa impariamo a vivere da “Fratelli Tutti”, come ha scritto un tuo figlio i cui genitori andarono fino alla “fine del mondo” per cercare futuro.

Nel cuore un desiderio

Ti scriviamo perché abbiamo nel cuore un desiderio: che si rafforzi ciò che rappresenti e ciò che sei, che tutti impariamo a sentirti vicina, amica e non distante o sconosciuta. Ne hai bisogno perché spesso si parla male di te e tanti si scordano quante cose importanti fai! Durante il Covid lo abbiamo visto: solo insieme possiamo affrontare le pandemie. Purtroppo, lo capiamo solo quando siamo sopraffatti dalle necessità, per poi dimenticarlo facilmente! Così, quando pensiamo che possiamo farcela da soli finiamo tutti contro tutti.

Dagli inizi ad oggi

Non possiamo dimenticare come prima di te, per secoli, abbiamo combattuto guerre senza fine e milioni di persone sono state uccise. Tutti i sogni di pace si sono infranti sugli scogli di guerre, le ultime quelle mondiali, che hanno portato immense distruzioni e morte. Proprio dalla tragedia della Seconda guerra mondiale – che ha toccato il male assoluto con la Shoah e la minaccia alla sopravvivenza dell’umanità intera con la bomba atomica – è nato il germe della comunità di Paesi sovrani che oggi è l’Unione europea. C’è stato chi ha creduto che le nazioni non fossero destinate a combattersi, che dopo tanto odio si potesse imparare a vivere assieme. Tra quelli che ti hanno pensata e voluta non possiamo dimenticare Robert Schuman, francese, Konrad Adenauer, tedesco, e Alcide De Gasperi, italiano: animati dalla fede cristiana, essi hanno sentito la chiamata a creare qualcosa che rendesse impossibile il ritorno della guerra sul suolo europeo. Hanno pensato con intelligenza, ambizione e coraggio. Non sono mancati momenti difficili, ma la forza che viene dall’unità ha mostrato il valore del cammino intrapreso e la possibilità di correggere, aggiustare, intendersi.

La Comunità europea venne concepita nel 1951 attorno al carbone e all’acciaio, materie allora indispensabili per fare la guerra, per prevenire ogni velleità di farne uso ancora una volta l’uno contro l’altro. In realtà quei tre grandi uomini, e tanti altri con loro, hanno cercato di più, e cioè la riconciliazione tra i popoli e la cancellazione degli odi e delle vendette.

Trovare qualcosa su cui lavorare insieme, anche solo sul piano economico, come dimostrano i Trattati firmati a Roma nel 1957, è stato l’inizio di un cammino che ha visto poco alla volta nuovi popoli entrare nella Comunità e, dopo la caduta del muro di Berlino, nel 1989, il cambiamento del nome, nel 1992, in Unione europea, e l’allargamento, nel 2004, ai Paesi dell’allora Patto di Varsavia, ben dieci in una volta. I problemi non sono mancati, ma quanto sono stati importanti la moneta unica e l’abbattimento delle barriere nazionali per la libera circolazione delle persone e delle merci! Ultimo, l’accordo sulla riforma con il Trattato di Lisbona, entrato in vigore nel 2009.

Il senso dello stare insieme

Cara Unione europea, sei un organismo vivo, perciò forse viene il momento per nuove riforme istituzionali che ti rendano sempre più all’altezza delle sfide di oggi. Ma non puoi essere solo una burocrazia, pur necessaria per far funzionare organizzazioni così complesse come quella che sei diventata. Direttive e regolamenti da soli non fanno crescere la coesione. Serve un’anima! In questi anni abbiamo visto compiere passi avanti significativi, quando per esempio hai accompagnato alcuni Paesi a superare le crisi economiche, ma abbiamo anche dovuto registrare fasi di stallo e difficoltà. E queste crescono quando smarriamo il senso dello stare insieme, la visione del nostro futuro condiviso, o facciamo resistenza a capire che il destino è comune e che bisogna continuare a costruire un’Europa unita.

Il ritorno della guerra

Perciò, qualche volta ci chiediamo: Europa, dove sei? Che direzione vuoi prendere? Sono questi anche gli interrogativi del Papa: “Guardando con accorato affetto all’Europa, nello spirito di dialogo che la caratterizza, verrebbe da chiederle: verso dove navighi, se non offri percorsi di pace, vie creative per porre fine alla guerra in Ucraina e ai tanti conflitti che insanguinano il mondo? E ancora, allargando il campo: quale rotta segui, Occidente?” (Discorso, Lisbona, 2 agosto 2023).

In tutti questi anni siamo molto cambiati e facciamo fatica a capire e a tenere vivo lo spirito degli inizi. Dopo un così lungo periodo di pace abbiamo pensato che una guerra su territorio europeo sarebbe stata ormai impossibile. E invece gli ultimi due anni ci dicono che ciò che sembrava impensabile è tornato. Abbiamo bisogno di riprendere in mano il progetto dei padri fondatori e di costruire nuovi patti di pace se vogliamo che la guerra contro l’Ucraina finisca, e che finisca anche la guerra in corso in Medio Oriente, scoppiata a seguito dell’attacco terroristico del 7 ottobre scorso contro Israele, e con essa l’antisemitismo, mai sconfitto e ora riemergente. Lo dice così bene anche la nostra Costituzione italiana: è necessario combattere la guerra e ripudiarla per davvero!

Se non si ha cura della pace, rischia sempre di tornare la guerra. Lo diceva Robert Schuman nella sua Dichiarazione del 9 maggio 1950, che ha dato avvio al processo di integrazione europea: “L’Europa non è stata fatta: abbiamo avuto la guerra”. Egli si riferiva al passato, ma le sue parole valgono anche oggi. L’unità va cercata come un compito sempre nuovo e urgente. Non dobbiamo aspettare l’esplosione di un altro conflitto per capirlo!

Il ruolo internazionale e la tentazione dei nazionalismi

Che ruolo giochi, Europa, nel mondo? Vogliamo che tu incida e porti la tua volontà di pace, gli strumenti della tua diplomazia, i tuoi valori. Risveglia la tua forza così da far sentire la tua voce, così da stabilire nuovi equilibri e relazioni internazionali. Le tue divisioni interne non ti permettono di assumere quel ruolo che dalla tua statura storica e culturale ci si aspetterebbe. Non vedi il rischio che le tue contrapposizioni intestine indeboliscano non solo il tuo peso internazionale ma anche la capacità di far fronte alle attese dei tuoi popoli?

Tanti pensano di potere usufruire dei benefici che tu hai indubbiamente portato, come se fossero scontati e niente possa comprometterli. La pandemia o le periodiche proteste, ultima quella degli agricoltori, ci procurano uno sgradevole risveglio. Capiamo che tanti vantaggi acquisiti potrebbero svanire. Il senso della necessità però non basta a spingere sempre e tutti a superare le divisioni. Alcuni vogliono far credere che isolandosi si starebbe meglio, quando invece qualunque dei tuoi Paesi, anche grande, si ridurrebbe fatalmente al proverbiale vaso di coccio tra vasi di ferro. Per stare insieme abbiamo bisogno di motivazioni condivise, di ideali comuni, di valori apprezzati e coltivati. Non bastano convenienze economiche, poiché alla lunga devono essere percepite le ragioni dello stare insieme, le uniche capaci di far superare tensioni e contrasti che proprio gli interessi economici portano con sé nel loro fisiologico confrontarsi.

Ha detto Papa Francesco: “In questo frangente storico l’Europa è fondamentale. Perché essa, grazie alla sua storia, rappresenta la memoria dell’umanità ed è perciò chiamata a interpretare il ruolo che le corrisponde: quello di unire i distanti, di accogliere al suo interno i popoli e di non lasciare nessuno per sempre nemico. È dunque essenziale ritrovare l’anima europea” (Discorso, Budapest, 28 aprile 2023).

Vorremmo che tutti sentissimo l’orgoglio di appartenerti, Europa. Oggi appare distante, a volte estraneo, tutto ciò che sta oltre i confini del proprio Paese. Eppure, le due appartenenze, quella nazionale e quella europea, si implicano a vicenda. La tua è stata fin dall’inizio l’Unione di Paesi liberi e sovrani che rinunciavano a parte della loro sovranità a favore di una, comune, più forte. Perciò non si tratta di sminuire l’identità e la libertà di alcuno, ma di conservare l’autonomia propria di ciascuno in un rapporto organico e leale con tutti gli altri.

Valori europei e fede cristiana

Le nostre idee e i nostri valori definiscono il tuo volto, cara Europa. Anche in questo la fede cristiana ha svolto un ruolo importante, tanto più che dal suo sentire è uscito il progetto e il disegno originario della tua Unione. Come cristiani continuiamo a sentirne viva responsabilità; e del resto troviamo in te tanta attenzione alla dignità della persona, che il Vangelo di Cristo ha seminato nei cuori e nella tua cultura. Soffriamo non poco, perciò, nel vedere che hai paura della vita, non la sai difendere e accogliere dal suo inizio alla sua fine, e non sempre incoraggi la crescita demografica.

“Penso – dice il Papa – a un’Europa che non sia ostaggio delle parti, diventando preda di populismi autoreferenziali, ma che nemmeno si trasformi in una realtà fluida, se non gassosa, in una sorta di sovranazionalismo astratto, dimentico della vita dei popoli. […] Che bello invece costruire un’Europa centrata sulla persona e sui popoli, dove vi siano politiche effettive per la natalità e la famiglia […], dove nazioni diverse siano una famiglia in cui si custodiscono la crescita e la singolarità di ciascuno” (Discorso, Budapest, 28 aprile 2023).

Il tema dei migranti e le sue implicazioni

Cara Europa, tu non puoi guardare solo al tuo interno. Non si può vivere solo per stare bene, ma stare bene per aiutare il mondo, combattere l’ingiustizia, lottare contro le povertà. Ormai da decenni sei il punto di arrivo, il sogno di tante persone migranti che da diversi continenti cercano entro i tuoi confini una vita migliore. Tanti vogliono raggiungerti perché sono alla ricerca disperata di un futuro. E molti, con il loro lavoro, non ti aiutano forse già a prepararne uno migliore? Non si tratta di accogliere tutti, ma che nessuno perda la vita nei “viaggi della speranza” e tanti possano trovare ospitalità. Chi accoglie genera vita! L’Italia è spesso lasciata sola, come se fosse un problema solo suo o di alcuni, ma non per questo deve chiudersi. Prima o poi impareremo che le responsabilità, comprese quelle verso i migranti, vanno condivise, per affrontare e risolvere problemi che in realtà sono di tutti.

Tu rappresenti un punto di riferimento per i Paesi mediterranei e africani, un bacino immenso di popoli e di risorse nella prospettiva di un partenariato tra uguali. Compito essenziale perché in realtà un soggetto sovranazionale come l’Unione non può sussistere al di fuori di una reciprocità di relazioni internazionali che ne dicano il riconoscimento e il compito storico, e che promuovano il comune progresso sociale ed economico nel segno dell’amicizia e della fraternità.

Compiti e sfide

Cara Europa, è tempo di un nuovo grande rilancio del tuo cammino di Unione verso una integrazione sempre più piena, che guardi a un fisco europeo che sia il più possibile equo; a una politica estera autorevole; a una difesa comune che ti permetta di esercitare la tua responsabilità internazionale; a un processo di allargamento ai Paesi che ancora non ne fanno parte, garanzia di una forza sempre più proporzionata all’unità che raccogli ed esprimi. Le esigenze di innovazione economica e tecnica (pensiamo all’Intelligenza Artificiale), di sicurezza, di cura dell’ambiente e di custodia della “casa comune”, di salvaguardia del welfare e dei diritti individuali e sociali, sono alcune delle sfide che solo insieme potremo affrontare e superare. Non mancano purtroppo i pericoli, come quelli che vengono dalla disinformazione, che minaccia l’ordinato svolgimento della vita democratica e la stessa possibilità di una memoria e di una storia non falsate.

Insieme alle riforme istituzionali democraticamente adottate, c’è bisogno di far crescere un sentire comune, un apprezzamento condiviso dei valori che stanno alla base della nostra convivenza nell’Unione europea. Ci vuole un nuovo senso della cittadinanza, un senso civico di respiro europeo, la coscienza dei popoli del continente di essere un unico grande popolo. Ne siamo convinti: è innanzitutto questo senso di comunità di cittadini e di popoli che ci chiedi di fare nostro, cara Europa.

Le prossime elezioni

Le prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo e la nomina della Commissione europea sono l’occasione propizia e irripetibile, da cogliere senza esitazione. Purtroppo, a farsi valere spesso sono le paure e il senso di insicurezza di fronte alle difficoltà. Anche questo andrebbe raccolto e ascoltato per mostrare come proprio tu sia lo strumento e il luogo per affrontare e vincere paure e minacce.

Facciamo appello, perciò, a tutti, candidati e cittadini, a cominciare dai sedicenni che per la prima volta in alcuni Paesi andranno a votare, perché sentano quanto sia importante compiere questo gesto civico di partecipazione alla vita e alla crescita dell’Unione. Non andare a votare non equivale a restare neutrali, ma assumersi una precisa responsabilità, quella di dare ad altri il potere di agire senza, se non addirittura contro, la nostra libertà. L’assenteismo ha l’effetto di accrescere la sfiducia, la diffidenza degli uni nei confronti degli altri, la perdita della possibilità di dare il proprio contributo alla vita sociale, e quindi la rinuncia ad avere capacità e titolo per rendere migliore lo stare insieme nell’Unione europea.

L’augurio che ti facciamo, cara Unione europea, è che questa tornata elettorale diventi davvero un’occasione di rilancio, un risveglio di entusiasmo per un cammino comune che contiene già, in sé e nella visione che proietta, un senso vivo di speranza e di impegno motivato e convinto da parte dei tuoi cittadini.

Un nuovo umanesimo europeo

Sogniamo perciò ancora con Papa Francesco: “Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, ‘un costante cammino di umanizzazione’, cui servono ‘memoria, coraggio, sana e umana utopia’” (Discorso 6.5.2016).  de.it.press 9

 

 

 

Il Papa: "La denatalità è un problema. Tutti hanno un cagnolino, ma non fanno figli"

 

Papa Francesco ha ricevuto in Udienza i Partecipanti alla Consultazione “La cura è lavoro, il lavoro è cura” del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale - Di Veronica Giacometti

 

Città del Vaticano. Papa Francesco ha ricevuto in Udienza i Partecipanti alla Consultazione “La cura è lavoro, il lavoro è cura” del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. "Negli ultimi sei anni avete portato avanti riflessioni, dialoghi e ricerche, proponendo modelli d’azione innovativi per un lavoro equo, giusto, dignitoso per tutte le persone del mondo. E ringrazio i Superiori del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale per aver incoraggiato questo impegno", accoglie così il Papa i presenti.

Nel suo discorso il Papa elenca cinque tematiche che "rivestono un’importanza cruciale per l’intera società".

Il lavoro dignitoso e le industrie estrattive. Per Francesco "è fondamentale che le condizioni del lavoro siano connesse con gli impatti ambientali, prestando molta attenzione ai possibili effetti in termini di salute fisica e mentale delle persone coinvolte, nonché di sicurezza".

Il lavoro dignitoso e la sicurezza alimentare. "Più di 280 milioni di persone in 59 Paesi e in diversi territori hanno sofferto livelli elevati di insicurezza alimentare acuta, che richiedono un intervento assistenziale urgente; senza dimenticare che in zone come Gaza e il Sudan, devastate dalla guerra, si trova il maggior numero di persone che stanno affrontando la carestia. I disastri naturali e le condizioni meteorologiche estreme, ora intensificate dal cambiamento climatico, oltre agli shock economici, sono altri importanti fattori che determinano l’insicurezza alimentare, legati a loro volta ad alcune vulnerabilità strutturali quali la povertà, l’elevata dipendenza dalle importazioni di prodotti alimentari e le infrastrutture precarie", denuncia Papa Francesco.

Lavoro dignitoso e migrazione. Il Papa denuncia che "i Paesi ricchi non fanno figli: tutti hanno un cagnolino, un gatto, tutti, ma non fanno figli. La denatalità è un problema, e la migrazione viene ad aiutare la crisi che provoca la denatalità. Questo è un problema molto grave. Tuttavia, molti migranti e lavoratori vulnerabili non sono ancora pienamente integrati nella pienezza dei diritti, sono cittadini “di seconda”, restando esclusi dall’accesso ai servizi sanitari, alle cure, all’assistenza, ai piani di protezione finanziaria e ai servizi psicosociali".

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Lavoro dignitoso e giustizia sociale. "Un rischio che corriamo nelle nostre attuali società è quello di accettare passivamente quanto accade attorno a noi, con una certa indifferenza oppure perché non siamo nelle condizioni di inquadrare problematiche spesso complesse e di trovare ad esse risposte adeguate. Ma ciò significa lasciar crescere le disuguaglianze sociali e le ingiustizie anche per quanto riguarda i rapporti di lavoro e i diritti fondamentali dei lavoratori. E questo non va bene!", commenta il Pontefice.

Lavoro dignitoso connesso alla giusta transizione. "Tenendo conto dell’interdipendenza tra lavoro e ambiente, si tratta di ripensare i tipi di lavoro che conviene promuovere in ordine alla cura della casa comune, specialmente sulla base delle fonti di energia che essi richiedono", conclude il Papa. Aci 8

 

 

 

Giornata delle Comunicazioni Sociali, a colloquio con Don Cosimo Schena

 

Il 12 maggio ricorre la 58^ Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali - Di Simone Baroncia

Brindisi. “L’evoluzione dei sistemi della cosiddetta ‘intelligenza artificiale’, sulla quale ho già riflettuto nel recente Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, sta modificando in modo radicale anche l’informazione e la comunicazione e, attraverso di esse, alcune basi della convivenza civile. Si tratta di un cambiamento che coinvolge tutti, non solo i professionisti. L’accelerata diffusione di meravigliose invenzioni, il cui funzionamento e le cui potenzialità sono indecifrabili per la maggior parte di noi, suscita uno stupore che oscilla tra entusiasmo e disorientamento e ci pone inevitabilmente davanti a domande di fondo: cosa è dunque l’uomo, qual è la sua specificità e quale sarà il futuro di questa nostra specie chiamata homo sapiens nell’era delle intelligenze artificiali? Come possiamo rimanere pienamente umani e orientare verso il bene il cambiamento culturale in atto?” Quest’anno, in occasione della 58^ Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, in programma domenica 12 maggio, papa Francesco ha scritto il messaggio ‘Intelligenza artificiale e sapienza del cuore: per una comunicazione pienamente umana’ con l’invito a riflettere sul rapporto tra intelligenza artificiale e cuore con una citazione iniziale del filosofo cattolico Romano Guardini: “Solo dotandoci di uno sguardo spirituale, solo recuperando una sapienza del cuore, possiamo leggere e interpretare la novità del nostro tempo e riscoprire la via per una comunicazione pienamente umana. Il cuore, inteso biblicamente come sede della libertà e delle decisioni più importanti della vita, è simbolo di integrità, di unità, ma evoca anche gli affetti, i desideri, i sogni, ed è soprattutto luogo interiore dell’incontro con Dio. La sapienza del cuore è perciò quella virtù che ci permette di tessere insieme il tutto e le parti, le decisioni e le loro conseguenze, le altezze e le fragilità, il passato e il futuro, l’io e il noi”.

Per comprendere meglio il messaggio papale abbiamo chiesto a don Cosimo Schena, parroco nella parrocchia ‘San Francesco d’Assisi’ a Brindisi, con 180.000 follower su instagram, però anche attivo su facebook, youtube e spotify con lo scopo di raggiungere le persone, soprattutto i giovani, che si trovano lontane dalla Chiesa e dal Vangelo, e di offrire loro un messaggio di speranza e di vicinanza, condividendo le sue poesie, accompagnate da musiche e immagini, che raccontano la bellezza dell’amore di Dio e della vita.

Allora per tale occasione chiediamo di spiegarci quale rapporto ci può essere tra intelligenza artificiale e la sapienza del cuore: “L’interazione tra intelligenza artificiale e la profondità emotiva dell’essere umano è affascinante. Consideriamo l’Intelligenza Artificiale come un alleato potenziale nel nostro percorso verso il bene comune. Se guidata dalla saggezza intrinseca del cuore umano, l’Intelligenza Artificiale può diventare uno strumento per manifestare la compassione e l’empatia. Tuttavia, va ricordato che l’Intelligenza Artificiale non può replicare la complessità delle emozioni umane, ma può aiutarci a comprendere meglio noi stessi e gli altri”.

L’intelligenza artificiale permette di crescere in umanità?

“L’Intelligenza Artificiale offre promettenti opportunità per il progresso umano. Se utilizzata con discernimento e orientata verso valori etici e morali, può migliorare la nostra qualità di vita, rendendo l’apprendimento più accessibile e promuovendo una maggiore comprensione tra le persone. Tuttavia, è fondamentale che l’umanità mantenga il controllo su come l’Intelligenza Artificiale viene sviluppata e utilizzata, assicurandosi che gli aspetti umani e spirituali siano sempre al centro di ogni innovazione”.

E’ vero che la rivoluzione digitale rende più liberi?

“La rivoluzione digitale ci offre un universo di possibilità, consentendoci di accedere a un’enorme quantità di informazioni e di comunicare in modi che erano impensabili solo pochi decenni fa. Questo potenziale di liberazione è straordinario, ma richiede anche una profonda riflessione sul modo in cui utilizziamo queste tecnologie. La vera libertà non è solo l’accesso illimitato, ma anche la capacità di fare scelte consapevoli e responsabili, orientate al bene comune e al rispetto degli altri”.

‘Credo che la Chiesa abbia bisogno di esplorare nuove strade per essere più inclusiva e accogliente nei confronti di coloro che hanno bisogno di riscoprire o trovare la fede. Così questo libro è per me un nuovo tentativo di costruire un ponte di speranza, di portare Dio nella vita di tutti’: così scrive nel libro ‘Dio è il mio coach. Consigli evangelici su misura per te’ con la prefazione di mons. Lucio Adrián Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione, in cui interagisce con i giovani attraverso consigli evangelici pratici per superare le difficoltà e ricominciare ad apprezzare il presente, con le sue sfide ma anche con i momenti felici che spesso diamo per scontati. Per quale motivo Dio è un coach?

“La visione di Dio come un coach spirituale è affascinante e toccante. Immaginare Dio come colui che ci guida con amore e saggezza attraverso le sfide della vita, incoraggiandoci a realizzare il nostro pieno potenziale e ad abbracciare i valori spirituali, ci offre conforto e ispirazione. Questa prospettiva ci invita a vedere ogni esperienza come un’opportunità di crescita e di avvicinamento a Dio”.

Quali strade deve esplorare la Chiesa per comunicare il Vangelo?

“La Chiesa si trova di fronte a nuove sfide e opportunità nella comunicazione del Vangelo nell’era digitale. Esplorare piattaforme come i social media, le app e le piattaforme digitali può essere un modo efficace per raggiungere un pubblico più ampio e diversificato. Tuttavia, è essenziale che la Chiesa mantenga la sua autenticità e fedeltà al messaggio evangelico, adattando le sue modalità di comunicazione senza compromettere la sua identità e la sua missione spirituale”.

Come comunicare il messaggio evangelico attraverso la rete?

“Per comunicare il messaggio evangelico in modo efficace online, dobbiamo essere presenti nei luoghi virtuali dove le persone si riuniscono. Utilizzare un linguaggio chiaro e accessibile è importante, così come condividere storie ed esperienze che risuonino con le sfide e le gioie della vita quotidiana delle persone. In questo modo, possiamo trasmettere il messaggio evangelico in modo autentico e significativo, offrendo speranza e ispirazione a coloro che incontriamo online”.

Allora, è possibile coniugare la fede con il mondo digitale?

“Coniugare religione e digitale significa poter vivere la propria fede anche online e nei modi più diversi in un connubio che fa da propulsore per una maggiore partecipazione ed in un impegno profuso all’interno della comunità, che, in tal modo, si estende ben oltre i limiti fisici. Ho compreso che i nuovi media sono strumenti efficaci per diffondere la Parola di Dio, soprattutto in un momento storico che spinge fortemente verso l’individualismo e dove emerge sempre di più la drammaticità della solitudine, il bisogno di amare ed essere amati, ascoltare ed essere ascoltati. Non dobbiamo dimenticare che noi siamo stati creati dall’amore, di conseguenza non possiamo non amare. L’arte dell’ascolto crea ponti solidi ed invita a considerare e a rispettare ogni essere umano per la sua unicità e la preziosa testimonianza del vissuto di cui ciascuno è portatore”. Aci 7

 

 

 

 

Notre Dame de Paris, a Pasqua 2025 un incontro di tutti cristiani nella cattedrale riaperta

 

In un editoriale firmato dall’arcivescovo di Parigi Laurent Ulrich e dal metropolita ortodosso Dimitrios Ploumis, la prossima apertura di Notre Dame viene vista come una opportunità ecumenica. Di Andrea Gagliarducci

Parigi. La riapertura di Notre Dame, cattedrale di Francia, deve essere segno di unione, e di unione anche ecumenica. Ed è per questo che il fatto che la prima Pasqua celebrata nella cattedrale ricostruita sarà celebrata nello stesso giorno da cattolici latini e orientali e cristiani ortodossi è un dato simbolico da non sottovalutare, tanto che tutti i cristiani dell’Ile de France, qualunque sia la loro confessione, saranno chiamati a riunirsi a Notre Dame.

In occasione della Pasqua secondo il calendario giuliano, che quest’anno si è festeggiata il 5 maggio, l’arcivescovo di Parigi Laurent Ulrich di Parigi ha preso carta e penna e ha scritto insieme al metropolita ortodosso di Francia Demetrios Poulis un editoriale, pubblicato su Le Figaro.

Dopo l’incendio che la ha devastata il 15 aprile 2019, la cattedrale di Parigi riaprirà il prossimo dicembre. La prima Pasqua celebrata dunque nella cattedrale rinnovata sarà proprio quella del 2025, in cui la Pasqua secondo il calendario giuliano e la Pasqua secondo il calendario gregoriano coincidono.

Quello di Ulrich e Poulis è un appello all’unità. “L’anno prossimo – scrivono - Anno Giubilare e anniversario del 1700° anniversario del Concilio di Nicea (325 d.C.), la cui autorità è riconosciuta da tutte le Chiese cristiane, provvidenzialmente celebreremo la Pasqua nello stesso giorno: 20 aprile 2025”.

E in quel giorno, “su iniziativa di tutti i responsabili del dialogo ecumenico nelle nostre Chiese, tutti i cristiani dell'Île-de-France saranno invitati a ritrovarsi, nel pomeriggio della domenica di Pasqua, nella cattedrale Notre-Dame di Parigi, riportata al suo splendore e alla sua vitalità”.

Sarà così che la riapertura della cattedrale “troverà un ulteriore significato in questa celebrazione pasquale condivisa”, dimostrando “una parte significativa della sua vocazione di accoglienza in questo incontro di tutti i cristiani che lo desiderano”.

Con l’occasione, arcivescovo di Parigi e metropolita ortodosso di Francia rilanciano la richiesta di una data comune della Pasqua, un passo chiesto dall’assemblea del Sinodo di ottobre, dal Patriarca ecumenico Bartolomeo nella sua recente visita a Parigi, e poi anche da Papa Tawadros II, il patriarca copto ortodosso, che ha sottolineato l’importanza di una data comune per la Pasqua ai vescovi francesi in visita in Egitto alcune settimane fa.

Non si tratta – si legge nel testo pubblicato da Le Figaro – di un atto solo simbolico, ma “costituirebbe un passo molto significativo verso l'unità urgentemente richiesta da Gesù Cristo a tutti i suoi discepoli, in vista di una testimonianza missionaria più giusta e più fruttuosa”. E questo perché “l'urgenza di contribuire alla pace, di opporsi alla violenza e alla crudeltà distruttiva delle armi, si configura inoltre come un'esigenza e un'emergenza ecumenica”.

La lettera rappresenta un impegno a compiere ulteriori passi per l’unità, con la consapevolezza che “il nostro progresso nell'unità sarà proporzionale alla coscienza ecumenica di tutti i battezzati”.

E la questione dell’unità – scrivono ancora Ulrich e Poulis – “non è solo religiosa. Riguarda anche la pace nel mondo”, poiché “i conflitti che dilaniano tanti Paesi, in particolare Ucraina, Armenia e Terra Santa, sarebbero senza dubbio meno difficili da superare se tutte le Chiese cristiane fossero più unite, riunite nella stessa fede e nella stessa carità”.

Insomma, “l'urgenza di contribuire alla pace, di opporsi alla violenza e alla crudeltà distruttiva delle armi, si configura inoltre come un'esigenza e come un'emergenza ecumenica. Certamente non sarà subito facile coinvolgere tutte le Chiese e tutti i fedeli in una simile dinamica di unità”.

È una richiesta, quella di trovare una data unitaria per la Pasqua, avanzata con la consapevolezza che ci saranno delle resistenze, ma arcivescovo cattolico e metropolita ortodosso rimarcano che “non dobbiamo aver paura di un passo avanti coraggioso: se verrà aggiustato, si aggiungerà gradualmente alla dinamica dell’unità. Credere nel trionfo dell'unità è un modo di credere nella Risurrezione”. Aci 6

 

 

 

 

IA, Ferpi: Noi tecnottimisti, ok a documento Vaticano per approccio etico

 

Roma - Tecnottimisti e tecnopessimisti a confronto sull'intelligenza artificiale. La sede dell'agenzia Dire è stato il 'palcoscenico' del primo incontro in presenza di Ferpilab (il think tank della Federazione Relazioni Pubbliche Italiana) dedicato all'intelligenza artificiale, attraverso il dibattito 'Sfide - Gli umani e le loro macchine' (moderato dal direttore scientifico di Ferpilab, Vincenzo Manfredi) cui hanno partecipato don Andrea Ciucci, coordinatore della Pontificia Accademia per la Vita e segretario generale della Fondazione Vaticana RenAIssance per l'Etica dell'Intelligenza artificiale, la segretaria generale Ferpi, Daniela Bianchi, Elena Battaglini, direttore scientifico del progetto Pnrr GreenCommunities Csr-Alta Sabina, Massimo Morelli, fondatore di Pensativa, e Massimo Chiriatti, docente presso la Luiss Guido Carli.

 

"Se immaginiamo che possano esistere macchine capaci di prendere il sopravvento perché si autodeterminano ci sarebbe da avere paura. Ma io sono una tecnottimista- ha detto Bianchi- perché voglio essere stupita dalla possibilità che i buoni possano vincere sui cattivi e che in questa sfida noi possiamo restare al timone della proiezione delle scelte".

 

Bianchi ha anche annunciato a sorpresa l'adesione di Ferpi alla 'Rome call for Ai Etichs', un documento ideato e promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita, che vuole coinvolgere grandi aziende, istituzioni, associazioni e università nel condividere, con senso di responsabilità, rischi e opportunità offerti dai progressi tecnologici. "Riteniamo che quello dell'etica dietro questi sistemi relazionali sia un faro necessario- ha sottolineato- Noi non abbiamo una posizione cristallizzata sull'IA ma vogliamo stare dentro questo dibattito. Il tema relazionale pone con sè quello della collaborazione ma la 'sfida' non è solo tra macchine e umani, è anche immaginare un sistema relazionale".

 

Il presidente di Ferpi, Filippo Nani, ha rimarcato come "l'Intelligenza Artificiale è il tema del momento. Bill Gates ha detto che grazie all'IA lavoreremo solo 3 giorni a settimana e gli altri li dedicheremo a pensare. Noi comunicatori dovremo usare questo tempo a creare relazioni, cosa che l'IA non è in grado di fare".

 

Secondo don Ciucci "abbiamo sbagliato completamente la narrativa sull'IA, perché appena si affronta questo argomento si parla di problemi, rischi e regolamenti. Che sono questioni che esistono ma a mio avviso sono il punto numero due, perché il numero uno è siamo capaci di costruire cose che sanno fare cose che noi non sappiamo fare". Al tempo stesso però "l'innovazione tecnologica che stiamo sperimentando ci impone di riflettere seriamente sul futuro, contro la tentazione di sprecare le nostre energie in una custodia sterile del passato- ha proseguito don Ciucci- E il futuro è una questione di responsabilità che appartiene a noi, perché l'algoetica, ad esempio, è un'etica degli uomini che costruiscono le macchine e poi le usano. Non possiamo permetterci di demandare alle macchine la questione etica".

 

Per Elena Battaglini "l'IA non è una minaccia ma un'alleanza: umani e macchine devono imparare a coesistere superando mindset lineari, dicotomici e binari. Un'alleanza dove umani, macchine, natura e cultura possano imparare gli uni dagli altri. Abbiamo sbagliato il punto di vista con cui guardiamo il tema degli uomini e delle loro macchine. Se pensiamo alla frase 'Gli umani e le loro macchine' dal punto di vista dicotomico e binario che ancora pervade la nostra cultura, questa diventa 'Gli umani o le loro macchine' o peggio 'Gli umani versus le loro macchine'. Invece da un punto di vista sistemico e relazionale, che io sostengo, non ci si sofferma solo agli umani o alle loro macchine, all'intelligenza umana o artificiale, ma si guarda agli umani e alle loro macchine rispetto a ciò che entrambi producono. In questa situazione 1+1 non fa 2 ma 3".

 

Battaglini è il direttore scientifico del progetto Pnrr "Green Communities" nell'area dell'Alta Sabina nel Lazio che vede insieme i comuni di Rocca Sinibalda (capofila), Belmonte, Colle di Tora, Longone, Marcetelli, Torricella, Monteleone, Poggio Moiano, Poggio San Lorenzo e Varco Sabino per la realizzazione di 15 interventi di rigenerazione territoriale attraverso la progettazione di sistemi complessi multiscalari.

 

"Lo scopo del progetto- ha raccontato Battaglini- è facilitare e supportare l'innovazione e la sostenibilità integrale con soluzioni pensate non 'per', ma 'insieme' alle comunità, alle imprese, alle organizzazioni e agli enti locali. Quindici interventi di cui 4 di sistema che sostengono anche gli altri, un patto di comunità, un digital twin (cioè un gemello digitale territoriale), una piattaforma block chain e un wallet dove verranno 'tokenizzati' scambi comunitari, cioè pagamenti di servizi ecosistemici che trasformeranno dei servizi volontari in legami comunitari e strumenti per la sostenibiltà dell'intero territorio". Dire 6

 

 

Diplomazia pontificia, il “tutti per tutti” per la Pasqua orientale

 

È la Settimana Santa per le Chiese ortodosse e quelle di rito orientale che seguono il calendario giuliano. Sua Beatitudine Shevchuk rinnova l’appello dello scambio di prigionieri con la Russia - Di Andrea Gagliarducci

 

Kiev. Tutte le donne, tutti i medici, tutti i sacerdoti: sono le tre categorie di prigionieri di guerra che è prioritario liberare, secondo Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk, capo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina. La richiesta è stata reiterata nella lettera di Pasqua di Sua Beatitudine, diffusa lo scorso 29 aprile, e che fa riferimento all’appello “tutti per tutti” di Papa Francesco, il quale, nell’urbi et orbi del 31 marzo 2024, ha chiesto una liberazione di tutti i prigionieri di guerra da parte ucraina e da parte russa.

Il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha invece delineato il senso della “pastorale della pace” in una lectio magistralis che si è tenuta lo scorso 2 maggio presso la Pontificia Università Lateranense. Guardando alla sua esperienza in Terrasanta, e al conflitto che imperversa dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il Cardinale ha anche sottolineato la necessità di combinare al perdono, necessario per andare avanti, alla giustizia e alla verità, altrettanto necessari se si vuole creare una nuova comunità di persone che possano fidarsi le une delle altre.

FOCUS UCRAINA

L’appello “tutti per tutti” di Sua Beatitudine Sviatoslav Shevchuk

È costante l’interesse della Santa Sede nei confronti dell’Ucraina, e continua il meccanismo di “scambio” che si è creato con la visita del Cardinale Matteo Zuppi in Ucraina per il ritorno dei bambini che si trovano oggi nel confine russo, strappati dalle loro famiglie. In questo senso, si sa che la Segreteria di Stato è attiva con vari incontri, come dimostra anche l’interdicasteriale (cioè, un incontro con i rappresentanti vaticani dei dicasteri) che si è tenuto la scorsa settimana come seguito dell’interdicasteriale sulla situazione ucraina che Papa Francesco convocò per la prima volta nel 2019, e che ha avuto poi già un primo “aggiornamento” durante l’incontro del Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina nel settembre 2023.

Sua Beatitudine Shevchuk ha ripreso l’appello di Papa Francesco per una liberazione totale dei prigionieri di guerra tra Ucraina e Russia nel suo messaggio per la Pasqua di quest’anno. La Chiesa Greco Cattolica Ucraina, infatti, festeggia la Pasqua secondo il calendario giuliano. Sebbene una recente riforma abbia definito che le feste a “data fissa” come il Natale saranno invece celebrate dal calendario gregoriano, per la Pasqua la più grande delle Chiese sui iuris ha deciso per ora di mantenere la tradizione orientale, anche – ha spiegato Sua Beatitudine in una intervista due settimane fa – in segno di vicinanza verso i confratelli ortodossi.

Nel suo messaggio di Pasqua, Shevchuk ha sottolineato che “noi cristiani in Ucraina, riconosciamo che non possiamo veramente onorare appieno la passione del nostro Salvatore, i Suoi tormenti e le Sue piaghe, se non ricordiamo, non serviamo e non aiutiamo coloro che attualmente soffrono, patiscono e si trovano letteralmente nell'inferno della guerra”.

La Settimana Santa è stata dunque dedicata in particolare ai fratelli e sorelle che si trovano in prigionia in Russia. Sua Beatitudine ha detto l’appello allo scambio “tutti per tutti” di Papa Francesco devono diventare “un imperativo e un appello ad azioni concrete”.

In particolare, Sua Beatitudine chiede di liberare ogni donna. “Che sia detenuta in Ucraina o in Russia, adoperiamoci affinché, nel giorno di Pasqua, questa donna possa fare ritorno dalla sua famiglia, a casa sua”; ha scritto.

Quindi, ha chiesto il ritorno a casa di tutti gli operatori sanitari, i quali, “in base al diritto internazionale, non sono combattenti ma sono coloro che salvano vite umane”.

Quindi, ha chiesto di liberare tutti i sacerdoti catturati. Shevchuk ha sottolineato che “sono 10 i sacerdoti, di varie Chiese e denominazioni, che sono attualmente prigionieri in Russia. Ma, possibile che, oggi, il mondo intero non riesca a far sì che i 10 sacerdoti possano cantare ‘Cristo è risorto’ nelle loro chiese?”

Tra questi dieci prigionieri, due sacerdoti redentoristi greco cattolici, padre Bohdan Geleta e padre Ivan Levitskyi, che provengono da Berdyansk, nella regione di Zaphorizhzia, ormai detenuti illegalmente da quasi due anni e che, secondo alcune informazioni, sarebbero anche stati torturati.

Sua Beatitudine Shevchuk ha anche ricordato che “attualmente circa ottomila militari ucraini sono detenuti in Russia. E sono circa 1.600 civili a trovarsi in condizioni altrettanto infernali. Impegniamoci al massimo affinché, passo dopo passo, lo scambio "tutti per tutti" diventi una realtà pasquale.”.

Sua Beatitudine ha infine esortato: “Facciamo che, da entrambi i lati della linea del fronte, noi cristiani, possiamo essere quella mano di Cristo che libera i nostri fratelli e sorelle, donne, medici e membri del clero dall'inferno della prigionia”. Aci 5

 

 

 

Pace: l’appello delle associazioni cattoliche ai candidati eurodeputati

 

In occasione dell’incontro svoltosi in questi giorni a Trieste per riflettere sul tema della prossima Settimana Sociale, “Al cuore della democrazia”, le associazioni del mondo cattolico hanno firmato un appello accorato per la pace rivolto ai leader dei Governi, ai rappresentanti delle istituzioni e in particolare a coloro che si candidano a guidare l’Unione Europea. “Facciamo appello alle forze politiche e a chi si candida alle imminenti elezioni europee perché si assuma esplicitamente la responsabilità di porsi come interlocutore per la Pace, proponendo senza riserve la via diplomatica e della vera politica”. Si legge nel comunicato dei primi firmatari dell’appello: Acli, Agesci, Azione cattolica italiana, Comunione e liberazione, Comunità di Sant’Egidio, Movimento cristiano lavoratori, Movimento politico per l’unità e Rinnovamento nello spirito. “Non possiamo rassegnarci al fatto che la retorica bellicistica e la non-cultura dello scontro invada la nostra vita dalle relazioni personali alle relazioni sociali e politiche. Continueremo a impegnarci sul terreno educativo e formativo, nella solidarietà concreta verso i più deboli e le vittime delle ingiustizie, nel dialogo per il bene comune con le donne e gli uomini di buona volontà. Oggi più che mai, la politica è ‘la più alta forma di carità’ se persegue la Pace. Emerga con decisione un impegno condiviso per una Pace fondata sul riconoscimento dell’infinita e inalienabile dignità della persona”. Un’iniziativa che gli organizzatori comunicano essere mossa dai ripetuti inviti di Papa Francesco e da Sergio Mattarella contro la guerra, rivolgendosi a quell’Unione europea sognata sulle macerie della guerra, costruita sull’utopia della pace e che ha un ruolo decisivo, consapevoli di essere chiamati a una conversione profonda e a dare un giudizio comune e chiaro sul fatto che la Pace è il dovere della politica. Un ostinato e creativo dovere. Marco Calvarese, sir 5

 

 

 

 

Papa Francesco: “L’amicizia vera non viene meno neanche di fronte al tradimento”

 

Commentando il Vangelo del giorno, Papa Francesco riflette sul concetto di amicizia. Di Andrea Gagliarducci

 

Città del Vaticano. “Non servi, ma amici”. Nel Vangelo del giorno, Gesù chiama amici i suoi discepoli, sostiene che con loro ha condiviso tutto, aprendo la fede cristiana a tutti. E Papa Francesco riflette sul concetto di amicizia, sottolineando che “l’amicizia vera non viene meno neanche di fronte al tradimento” – cosa, tra l’altro, resa concreta proprio dal Vangelo, perché sarà Pietro, che tradì Gesù, a fondare la sua Chiesa.

Sesta domenica di Pasqua, in una Roma assolata. È anche il giorno della Pasqua per le Chiese di rito bizantino, ortodosse e cristiane, che festeggiano secondo il calendario giuliano, e Papa Francesco non manca di ricordarlo al termine del Regina Coeli, la preghiera che sostituisce l’Angelus durante il tempo pasquale.

Da servi ad amici, dunque: la rivoluzione di Gesù sta tutta qui, perché – nota Papa Francesco – se è vero che nella Bibbia i servi di Dio sono “persone speciali, a cui Egli affida missioni importanti”, come Mosè, Elia, persino la Vergine Maria, Gesù vuole “qualcosa di più grande, che va al di là dei beni e degli stessi progetti”, ed è proprio l’amicizia.

Chiosa il Papa: “Fin da bambini impariamo quanto è bella questa esperienza: agli amici offriamo i nostri giocattoli e i doni più belli; poi crescendo, da adolescenti, confidiamo loro i primi segreti; da giovani offriamo lealtà; da adulti condividiamo soddisfazioni e preoccupazioni; da vecchi i ricordi, le considerazioni e i silenzi di lunghe giornate”.

Papa Francesco sottolinea che “l’amicizia non è frutto di calcolo, e neanche di costrizione”, nasce “quando riconosciamo nell’altro qualcosa di noi”, e “se è vera, non viene meno neanche di fronte al tradimento”.

Perché – sottolinea il Papa – “un vero amico non ti abbandona, nemmeno quando sbagli: ti corregge, magari ti rimprovera, ma ti perdona e non ti abbandona”.

Così siamo noi per Gesù, ovvero “persone care al di là di ogni merito e di ogni attesa, alle quali tende la mano e offre il suo amore, la sua Grazia, la sua Parola”, arrivando fino “a farsi fragile per noi, a mettersi nelle nostre mani senza difese e senza pretese, perché ci vuole bene, vuole il nostro bene e ci vuole partecipi del suo”.

Dopo la preghiera del Regina Coeli, Papa Francesco invia gli auguri per la Pasqua celebrata dalle Chiese Ortodosse e di alcune Chiese Cattoliche Orientali, celebrata oggi secondo il calendario giuliano.

Il Papa poi assicura la preghiera per le popolazioni del Rio Grande do Sul in Brasile colpite da grandi inondazioni (che hanno provocato almeno 56 morti), e saluta anche le reclute delle Guardie Svizzere, in piazza con i loro famigliari per il giuramento di domani, e ringrazia l’Associazione Meter per l’impegno contro gli abusi sui minori.

Papa Francesco chiede di continuare a pregare per “la martoriata Ucraina, che soffre tanto”, e anche “per Palestina e Israele: che ci sia la pace e affinché il dialogo tra loro si rafforzi e porti frutti buoni. No alla guerra, sì al dialogo”. Aci 5

 

 

 

Onore e onere del diaconato

 

In un’intervista dell’ottobre 2023, il cardinale Robert McElroy di San Diego e il cardinale Blase Cupich di Chicago hanno affermato che l’Assemblea generale del Sinodo sulla sinodalità ha sollevato la questione del “re-immaginare” o della “revisione” del diaconato nel suo complesso. È proprio una “revisione” di questo tipo che molti storici e teologi del diaconato si sono impegnati a fare da molti anni, per cui è incoraggiante sentire due leader ecclesiastici di spicco esprimere questo punto di vista.

In particolare, i cardinali Cupich e McElroy hanno sollevato la questione se sia ancora necessario o addirittura auspicabile ordinare i seminaristi al diaconato prima dell’ordinazione al presbiterato. Questo suggerimento non è nuovo. Voglio offrire alcune motivazioni per cui l’eliminazione del diaconato per i futuri preti (quello che altrove ho definito un “modello di apprendistato” del diaconato) non solo è possibile, ma anche necessaria per immaginare un diaconato maturo e pienamente formato per il futuro.

A titolo introduttivo, va ricordato che nella Chiesa antica e altomedievale l’ordinazione diretta era comune, mentre l’ordinazione sequenziale secondo il modello del cursus honorum rappresenta uno sviluppo successivo a livello regionale. Questo sistema di “ascesa nei ranghi” è stato rinnovato e semplificato su richiesta dei vescovi durante il Concilio Vaticano II e attuato da papa Paolo VI nel 1972.

Va notato che questi cambiamenti riguardano il rito latino della Chiesa. Il rito della tonsura (che introduceva un candidato nello stato clericale e lo rendeva idoneo a ricevere la successiva ordinazione) fu soppresso, così come gli ordini minori dell’ostiario, lettore, esorcista e accolito. Papa Paolo mantenne le funzioni di lettore e accolito come ministeri laici che non richiedevano più l’ordinazione. Infine, rivolse la sua attenzione ai tre ordini maggiori di suddiacono, diacono e presbitero. Soppresse il suddiaconato e vincolò l’ingresso nello stato clericale all’ordinazione diaconale. Le azioni del papa hanno portato ai tre ordini che abbiamo attualmente: episcopato, diaconato e presbiterato.

Esperienza nel ministero

Lo scopo generale dell’ordinazione sequenziale era quello di garantire che i candidati agli ordini superiori avessero acquisito esperienza nel ministero prima di assumere maggiori responsabilità. Nel sistema del seminario, la tonsura, gli ordini minori, il suddiaconato e il diaconato erano tutti legati a diverse fasi della formazione seminaristica. I seminaristi che si avvicinavano alla fine del processo venivano ordinati diaconi e poi inviati in una parrocchia per un certo periodo di tempo prima dell’ordinazione presbiterale. Questo è stato sostituito da un anno pastorale che normalmente precede l’ordinazione diaconale.

Da un punto di vista pratico, ci si potrebbe chiedere quale sia lo scopo di richiedere l’ordinazione diaconale come prerequisito per l’ordinazione presbiterale. Certo, a volte si suggerisce che l’ordinazione diaconale sia essenziale per coloro che si avviano al presbiterato (e all’episcopato), perché li radica nel fondamento di ogni ministero: la diaconia della Chiesa. Sebbene ciò sembri ragionevole, sembra anche che tutto il ministero, laico, religioso e ordinato, debba essere fondato sulla diaconia e quindi sia più un effetto del battesimo che dell’ordine sacro.

La nuova edizione del Programma di Formazione Sacerdotale della Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti prevede una “Fase di Sintesi Vocazionale”, durante la quale un seminarista-diacono si reca “fuori dalle mura” del seminario in una parrocchia per un certo periodo di tempo, generalmente da sei a dodici mesi. Il testo si preoccupa di dichiarare che non si tratta di una fase in cui il seminarista sta seguendo un addestramento “sul posto di lavoro”, ma che si sta avvicinando a un apprezzamento più completo delle esigenze e delle benedizioni dello stato clericale. Tuttavia, la sensazione generata da questa sezione del programma di formazione è quella di un apprendistato, in quanto il seminarista-diacono è incorporato nella comunità del clero all’interno della diocesi, un’incorporazione che è ancora focalizzata sulla sua eventuale ordinazione nel presbiterato, non su un apprezzamento del diaconato nella sua identità sacramentale. Il “traguardo” sacramentale è davanti a lui.

Infine, vorrei sottolineare che la formazione di un seminarista, per quanto lunga, è focalizzata in una sola direzione: il presbiterato. In nessun momento il seminarista discerne la vocazione al diaconato, che serve solo come tappa della sua preparazione al presbiterato. Si tratta di un vero e proprio modello di apprendistato. Ma la vocazione a un ordine non presuppone e non deve presupporre la vocazione a un altro.

Le parole contano

Tenendo conto di questo, passiamo a due considerazioni importanti che emergono dal linguaggio spesso usato per descrivere il diaconato.

In primo luogo, dobbiamo immediatamente eliminare l’uso di aggettivi per descrivere un diacono come un diacono “permanente” o un diacono “transitorio”. Da decenni, studiosi e vescovi hanno sottolineato che esiste un solo ordine dei diaconi, così come esiste un solo ordine dei presbiteri e un solo ordine dei vescovi. Tutte le ordinazioni sono permanenti, quindi chiamare un diacono “permanente” è ridondante e chiamare un seminarista-diacono “transitorio” è sacramentalmente sbagliato. Tutti i diaconi sono permanenti. Non ci riferiamo a un presbitero che viene successivamente ordinato vescovo come a un sacerdote “transitorio”.

La Conferenza episcopale statunitense lo ha riconosciuto anni fa e ha rinominato il segretariato responsabile del diaconato. Il Segretariato per il Diaconato Permanente era conosciuto come Segreteria per il Diaconato Permanente, mentre il Comitato dei vescovi responsabile era conosciuto come Comitato per il Diaconato Permanente. A metà degli anni ’90, la parola “permanente” è stata rimossa sia dal nome della commissione che dal suo segretariato. Nonostante questa presa di coscienza sia avvenuta decenni fa, ancora oggi si parla di uomini ordinati nel diaconato permanente o nel diaconato transitorio, come se ci fossero due ordini di diaconi separati.

Perché è così importante? Perché le parole contano. Pensare al diaconato come a una tappa temporanea sulla strada che porta da qualche altra parte minimizza il significato sacramentale del ministero in cui ci si trova già. Quanti diaconi-seminaristi hanno sentito commentare il giorno della loro ordinazione diaconale: “Beh, ci sei quasi, no?”. E quanti cosiddetti diaconi permanenti si sono sentiti dire: “O.K., allora quando è la tua vera ordinazione?”, cioè: “Quando sarai ordinato presbitero?”. Un diacono appena ordinato ricorda che un familiare, dopo la sua ordinazione, ha commentato che la cerimonia “era quasi come una vera ordinazione”!

Un diacono è un diacono e basta. Il mantenimento di un modello di apprendistato in seminario diluisce e distorce tutto questo.

In secondo luogo, il modello dell’apprendistato perpetua un’immagine distorta del diaconato. Il diaconato, così come viene vissuto da un seminarista, è in gran parte liturgico, scolastico e, se il seminarista è fortunato, parrocchiale. Questo ha senso se il diaconato è visto come una sorta di “formazione sul lavoro” per il presbiterato. Ma non riflette le realtà, le sfide e l’impegno per tutta la vita nel diaconato che devono affrontare gli altri diaconi che non aspirano o si preparano al sacerdozio. I diaconi sono formati secondo le norme emanate dalla Santa Sede nel 1998 e, qui negli Stati Uniti, da due successive edizioni del Direttorio nazionale per la formazione, il ministero e la vita dei diaconi permanenti negli Stati Uniti.

Una visione storica

Fin dall’inizio, ai candidati diaconi si chiede di essere competenti nella triplice munera della Parola, del Sacramento e della Carità, e nessuno deve essere ordinato che non lo sia. Non c’è nulla di “transitorio” nella formazione diaconale. L’accento è posto sull’identità sacramentale del diacono-qua-diacono (in contrasto con il senso di diacono-qua-futuro sacerdote) e sulle responsabilità ministeriali che derivano dall’ordinazione diaconale.

Questa concezione non è nuova. Il 2 giugno 1563, al Concilio di Trento, il 41enne vescovo di Ostuni, Giovanni Carlo Bovio, fece il seguente intervento: «desidero che le funzioni di suddiacono e di diacono, diligentemente raccolte dai detti dei santi Padri e dai decreti conciliari, siano ripristinate, specialmente quelle dei diaconi. La Chiesa si è sempre avvalsa dei loro servizi, non solo nel ministero dell’altare, ma anche nel battesimo, nella cura dei malati, delle vedove e dei sofferenti. Infine, tutti i bisogni del popolo sono presentati al vescovo dai diaconi. Desidero inoltre… un periodo più lungo tra un ordine e l’altro, almeno tre o quattro anni, durante i quali il ministro possa svolgere il suo ministero e servire bene nel suo ufficio, per poi essere autorizzato a passare a un ordine superiore».

Trovo questa descrizione interessante e utile. In primo luogo, offre una visione del diaconato che è sia storica che orientata al futuro. Le antiche funzioni del diacono sono rimaste necessarie nel XVI secolo del vescovo Bovio e nel nostro XXI secolo. C’è il legame tradizionale del diacono con il vescovo, un aspetto del diaconato che dobbiamo urgentemente recuperare in modo più sostanziale, e c’è la preoccupazione che l’ordine dei diaconi non sia trattato come una funzione cerimoniale durante il percorso verso il presbiterato, ma sia apprezzato a pieno titolo. Purtroppo, l’intervento del vescovo non è stato inserito nei testi finali del Concilio di Trento.

Sono totalmente d’accordo con il cardinale McElroy e il cardinale Cupich sul fatto che questo è il momento ideale per rivedere il diaconato nel suo complesso. Anzi, direi che è già tempo di farlo. La prima cosa da fare è abbandonare il modello dell’apprendistato, insieme alla falsa distinzione linguistica tra “permanente” e “transitorio”. Se il diaconato potrà mai maturare e diventare adulto, conquistando l’immaginazione cattolica come un “ordine pieno e uguale”, dobbiamo eliminare le vestigia del cursus honorum e lasciarci alle spalle l’apprendistato. SettNews 2

 

 

 

“La famiglia cristiana sta attraversando una vera e propria tempesta”

 

In un discorso alle Equipes Notre Dame, movimento laicale di spiritualità coniugale, Papa Francesco sottolinea l’urgenza di mettere in luce la vocazione del matrimonio cristiano - Di Andrea Gagliarducci

 

Città del Vaticano. È un Papa preoccupato per la crisi della famiglia, che definisce al centro di una “vera e propria tempesta” in questo cambiamento di epoca, quello che accoglie le Équipes Notre-Dame. È, quello con i membri del movimento, ormai un appuntamento fisso di Papa Francesco, che sembra guardare con curiosità a questo movimento di famiglie. Ai quali dice che è urgente diffondere la “vocazione” del matrimonio cristiano”.  In fondo, che la famiglia sia al centro delle preoccupazioni del pontificato lo testimonia il fatto che Papa Francesco ha già fatto sapere che il prossimo 20 maggio parteciperà agli Stati Generali della Natalità, come già lo scorso anno.

Ma a chi ha parlato il Papa questa mattina? Le Équipes Notre-Dame (END) sono un movimento laicale di spiritualità coniugale, nato per rispondere all’esigenza delle coppie di sposi di vivere in pienezza il proprio sacramento, sorretto da una propria metodologia, aperto ad interrogarsi sulla complessa realtà della coppia di oggi. I gruppi nacquero in Francia nel 1938, su iniziative di alcune coppie che, insieme ad un sacerdote, Padre Henry Caffarel, presero l'abitudine di incontrarsi mensilmente per approfondire il significato del sacramento del matrimonio, per verificare il senso del loro essere coppie cristiane, per ricercare un modo coerente di inserirsi, come coppie e come famiglie, nella società.  La nascita del nuovo movimento fu formalizzata l’8 dicembre 1947.

Nel suo discorso, Papa Francesco sottolinea che “la famiglia cristiana sta attraversando in questo cambiamento d’epoca una vera e propria ‘tempesta culturale’ e si trova minacciata e tentata su vari fronti”, e per questo il lavoro delle équipes, che sono in espansione, è “prezioso per la Chiesa”, perché sono accompagnamento agli sposi ed espressione della Chiesa in uscita “che si va vicina alle situazioni e ai problemi della gente e si spende senza riserve per il bene delle famiglie di oggi e domani”.

Papa Francesco sottolinea che oggi è “una vera missione accompagnare gli sposi”, perché “custodire il matrimonio, infatti, significa custodire una famiglia intera, significa salvare tutte le relazioni che dal matrimonio sono generate: l’amore tra gli sposi, tra genitori e figli, tra nonni e nipoti; significa salvare quella testimonianza di un amore possibile e per sempre, nel quale i giovani faticano a credere”.

Papa Francesco rimarca la grande urgenza di “aiutare i giovani a scoprire che il matrimonio cristiano è una vocazione, una chiamata specifica che Dio rivolge a un uomo e a una donna perché possa realizzarsi in pienezza facendosi generativi, diventando padre e madre e portando la grazia del loro sacramento nel mondo”.

E la grazia – aggiunge Papa Francesco – è “l’amore di Cristo unito a quello degli sposi”, perché “è Lui che dà loro la forza di crescere insieme ogni giorno e rimanere uniti”, perché la buona riuscita di un matrimonio “non dipende solo dalla forza di volontà di due persone”, ma è piuttosto “un passo a tre, in cui la presenza di Cristo tra gli sposi rende possibile il cammino, e il giogo si trasforma in un gioco di sguardi”, tra gli sposi e Cristo.

Papa Francesco poi lascia due riflessioni, due indicazioni.

La prima: di avere cura delle coppie appena sposate, perché “tanti oggi si sposano senza capire cosa c’entri la fede con la loro vita coniugale, forse perché nessuno glielo ha testimoniato prima del matrimonio”. Papa Francesco invita ad aiutarli con un percorso “catecumenale”, lavorando accanto ai sacerdoti, ripartendo dalle nuove generazioni per generare “tante piccole Chiese domestiche in cui si vive uno stile di vita cristiano, dove ci si sente famigliari con Gesù”.

La seconda riflessione riguarda la corresponsabilità tra sposi e sacerdoti, due vocazioni che lavorano insieme nel movimento, e questo “aiuta a superare quel clericalismo che rende poco feconda la Chiesa – state attenti con il clericalismo! –; e questo aiuterà anche gli sposi a scoprire che, con il matrimonio, sono chiamati a una missione”.

Gli sposi, infatti, chiosa Papa Francesco, “hanno il dono e la responsabilità di costruire, insieme ai ministri ordinati, la comunità ecclesiale. Senza comunità cristiane, le famiglie si sentono sole e la solitudine fa tanto male!”

Papa Francesco esorta dunque “con il vostro carisma, potete farvi soccorritori attenti nei confronti di chi ha bisogno, di chi è solo, di chi ha problemi in famiglia e non sa con chi parlarne perché si vergogna o ha perso la speranza”. Aci 4

 

 

 

“Ogni ferita può essere guarita, anche se è profonda”

 

Papa Francesco riceve i Partecipanti al Convegno “Riparare l’irreparabile” - Di Veronica Giacometti

 

Città del Vaticano. "Riconoscersi colpevole e chiedere perdono”. Papa Francesco ha ricevuto in Udienza i Partecipanti al Convegno “Riparare l’irreparabile” nel 350° delle apparizioni di Gesù a Santa Margherita Maria in Paray-le-Monial.

“Cari amici, quante lacrime scendono ancora sulle guance di Dio, mentre il nostro mondo sperimenta tanti abusi contro la dignità della persona, anche all’interno del Popolo di Dio!

Il titolo del vostro convegno mette insieme due espressioni opposte: “Riparare l’irreparabile”. In questo modo ci invita a sperare che ogni ferita possa essere guarita, anche se è profonda. La riparazione completa a volte sembra impossibile, quando beni o persone care vengono persi definitivamente o quando certe situazioni sono diventate irreversibili. Ma l’intenzione di riparare e di farlo concretamente è essenziale per il processo di riconciliazione e il ritorno della pace nel cuore”, dice il Papa accogliendo i presenti.

“La riparazione, per essere cristiana, per toccare il cuore della persona offesa e non essere un semplice atto di giustizia commutativa, presuppone due atteggiamenti impegnativi: riconoscersi colpevole e chiedere perdono”, queste le parole che il Pontefice consegna ai presenti.

Riconoscersi colpevole. “Qualsiasi riparazione, umana o spirituale, inizia con il riconoscimento del proprio peccato. È da questo onesto riconoscimento del male arrecato al fratello, e dal sentimento profondo e sincero che l’amore è stato ferito, che nasce il desiderio di riparare”, così commenta il Papa il primo punto.

Chiedere perdono. “È la confessione del male commesso, sull’esempio del figlio prodigo che dice al Padre: «Ho peccato contro il cielo e contro di te». Chiedere perdono riapre il dialogo e manifesta la volontà di ristabilire il legame nella carità fraterna. E la riparazione – anche un inizio di riparazione o già semplicemente la volontà di riparare – garantisce l’autenticità della richiesta di perdono, manifesta la sua profondità, la sua sincerità, tocca il cuore del fratello, lo consola e suscita in lui l’accoglienza del perdono richiesto. Quindi, se l’irreparabile non può essere completamente riparato, l’amore può sempre rinascere, rendendo sopportabile la ferita”, commenta ancora Francesco.

“Gesù chiese a Santa Margherita Maria atti di riparazione per le offese causate dai peccati degli uomini. Se questi atti hanno consolato il suo cuore, ciò significa che la riparazione può consolare anche il cuore di ogni persona ferita. Possano i lavori del vostro convegno rinnovare e approfondire il significato di questa bella pratica della riparazione al Sacro Cuore di Gesù, pratica che oggi può essere un po’ dimenticata o a torto giudicata desueta. E possano anche contribuire a valorizzarne il giusto posto nel cammino penitenziale di ciascun battezzato nella Chiesa”, conclude Papa Francesco. Aci 4

 

 

 

Papa Francesco: "Oggi assistiamo a un degrado del senso del lavoro"

 

Alla CONFAP il Papa ribadisce che "il lavoro è un aspetto fondamentale della nostra vita e della nostra vocazione" - Di Marco Mancini

 

Città del Vaticano. “Siete espressione della ricca e variegata spiritualità di diversi Istituti Religiosi, che hanno nel loro carisma il servizio ai giovani attraverso la formazione professionale. Si tratta di percorsi formativi all’avanguardia, che vantano un’alta qualità di metodologie, esperienze di laboratorio e possibilità didattiche, tanto da costituire un fiore all’occhiello nel panorama della formazione al lavoro. E, cosa ancora più importante, la vostra proposta formativa è integrale, perché oltre alla qualità degli strumenti e della didattica, riservate una cura e un’attenzione speciali soprattutto verso i giovani che si trovano ai margini della vita sociale ed ecclesiale”. Lo ha detto il Papa, stamane, ricevendo in udienza i Membri della Confederazione Nazionale Formazione Aggiornamento Professionale (CONFAP).

Anche in questa occasione il Papa sceglie tre parole chiave: giovani, formazione, professione.

I giovani – ha osservato – “sono una delle categorie più fragili del nostro tempo. I giovani, sempre colmi di talenti e di potenzialità, sono anche particolarmente vulnerabili, sia per alcune condizioni antropologiche che per diversi aspetti culturali del tempo in cui viviamo. Molti giovani abbandonano i loro territori di origine per cercare occupazione altrove, spesso non trovando opportunità all’altezza  dei loro sogni; alcuni, poi, intendono lavorare ma si devono accontentare di contratti precari e sottopagati; altri ancora, in questo contesto di fragilità sociale e di sfruttamento, vivono nell’insoddisfazione e si dimettono dal lavoro. L’abbandono educativo e formativo è una tragedia!”.

Pertanto è necessario sia “promuovere una legislazione che favorisca il riconoscimento sociale dei giovani”, sia “ancora più importante è costruire un ricambio generazionale dove le competenze di chi è in uscita siano al servizio di chi entra nel mercato del lavoro. Gli adulti condividano i sogni e i desideri dei giovani, li introducano, li sostengano, li incoraggino senza giudicarli”.

“Chi si sente scartato – è il monito del Papa - può finire in forme di disagio sociale umanamente degradanti, e questo non dobbiamo accettarlo!”.

Per quanto riguarda la formazione Papa Francesco ha invitato “a respingere due tentazioni: da un lato la tecnofobia, cioè la paura della tecnologia che porta a rifiutarla; dall’altro lato la tecnocrazia, cioè l’illusione che la tecnologia possa risolvere tutti i problemi. Si tratta invece di investire risorse ed energie, perché la trasformazione del lavoro esige una formazione continua, creativa e sempre aggiornata. E nello stesso tempo occorre anche impegnarsi a ridare dignità ad alcuni lavori, soprattutto manuali, che sono ancora oggi socialmente poco riconosciuti. Una valida formazione professionale è un antidoto alla dispersione scolastica e una risposta alla domanda di lavoro in diversi settori dell’economia”.

Infine la parola professione. “La professione – ha sottolineato il Pontefice - ci definisce. Il lavoro è un aspetto fondamentale della nostra vita e della nostra vocazione. Eppure, oggi assistiamo a un degrado del senso del lavoro, che viene sempre più interpretato in relazione al guadagno piuttosto che come espressione della propria dignità e apporto al bene comune. Pertanto, è importante che i percorsi di formazione siano al servizio della crescita globale della persona, nelle sue dimensioni spirituale, culturale, lavorativa”. Aci 3

 

 

 

Il cammino sinodale in Italia, si passa alla fase profetica

 

Due appuntamenti per novembre del 2024 e per marzo 2025 - Di Angela Ambrogetti

 

Roma. Mentre si lavora alla prossima assemblea Sinodale della Chiesa Universale, anche con incontri come quello appena concluso con i parroci del mondo, in Italia si procede con le Assemblee sinodali della Chiesa locale.

La prima si svolge dal 15 al 17 novembre 2024 e la seconda dal 31 marzo al 4 aprile 2025.

Si conclude la "fase sapienziale" cioè il discernimento su quanto emerso nel biennio dedicato all’ascolto, si inizia a delineare quanto avverrà nella "fase profetica".

La CEI ha reso pubblico il regolamento che stabilisce la composizione delle Assemblee, le funzioni e il metodo di lavoro.

Dopo il dono dell'ascolto e dello scambio sono emerse alcune questioni sulle quali operare un discernimento capace di orientare verso la forma di una Chiesa sinodale e missionaria. La ricerca di un’ecclesiologia di comunione, di un "noi "ecclesiale del popolo di Dio è il "luogo in cui il mistero della comunione divina si rende presente in un soggetto collettivo che vive nella storia e nella trama delle sue relazioni".

Chi prenderà parte a queste Assemblee? "i Membri della CEI, i Referenti diocesani del Cammino sinodale e i componenti del Comitato del Cammino sinodale" che riflettono la composizione delle comunità ecclesiali, presiedute dai vescovi, al cui ministero sono associati i presbiteri e i diaconi, e arricchite dai carismi e dalle vocazioni degli altri battezzati e battezzate, tanto laici e laiche quanto consacrati e consacrate attraverso la professione dei consigli evangelici.

In pratica sono Assemblee sinodali nelle quali i membri insigniti del "munus episcopale" sono parte della collegialità di una Conferenza episcopale, ma a servizio dell’attuazione della sinodalità. Con loro gli altri membri convocati, testimoni dell’intero cammino sinodale e portatori di un carisma o di una competenza necessari al lavoro delle Assemblee stesse.

Il risultato dei lavori sarà prima la redazione dello Strumento di lavoro del Cammino sinodale e poi le Propositiones. Documenti per il discernimento dei Vescovi. Aci 3

 

 

 

In Italia: Giornata Nazionale dell’8xmille alla Chiesa cattolica

 

Domenica 5 maggio torna la Giornata Nazionale dell’8xmille alla Chiesa cattolica. Nelle circa 25.500 parrocchie del Paese, infatti, ai fedeli sarà ricordato che il sostegno economico della Chiesa è affidato a loro e che la firma per la destinazione dell’8xmille del gettito Irpef è uno degli strumenti essenziali.

Anche quest’anno la Conferenza Episcopale Italiana ripropone lo slogan lanciato lo scorso anno: “Una firma che fa bene”. Un’affermazione declinata su una serie di piccoli o grandi gesti di altruismo, che non fanno sentire bene solo chi li riceve, ma anche chi li compie.

“Una comunità cresce ed è viva quando può contare sul contributo di ciascuno – osserva Mons. Ivan Maffeis, Presidente del Comitato per la promozione del sostegno economico alla Chiesa Cattolica –: la corresponsabilità passa anche dalla firma sulla dichiarazione dei redditi, che esprime appartenenza, fraternità

effettiva e condivisione”. “Grazie ai fondi 8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica – aggiunge – i territori delle diocesi e delle parrocchie che sono in Italia possono far tesoro di risorse che vanno a beneficio di tutti, indistintamente. Gli interventi spaziano dalle iniziative di accoglienza e solidarietà delle Caritas alle strutture educative, sportive e formative dei nostri Oratori; dagli interventi di restauro e valorizzazione delle nostre chiese al sostegno della missione dei sacerdoti”.

Solamente nell’anno 2023 sono stati assegnati oltre 243 milioni di euro per interventi caritativi (di cui 150 destinati alle diocesi per la carità, 13 ad esigenze di rilievo nazionale di cui circa la metà destinati a Caritas Italiana e 80 ad interventi a favore dei Paesi più poveri). Accanto a queste voci figurano 403 milioni di euro per il sostentamento degli oltre 32 mila sacerdoti che si spendono a favore delle comunità e che sono spesso i primi motori delle opere a sostegno dei più fragili. E oltre 352 milioni di euro per esigenze di culto e pastorale, voce che comprende anche la tutela dei beni culturali ed ecclesiastici anche con interventi di restauro per continuare a tramandare arte e fede alle generazioni future oltreché sostenere l’indotto economico e turistico locale.

La firma non costa nulla al contribuente ed è un diritto di tutti coloro che percepiscono un reddito: chi presenta il 730, chi presenta il modello Redditi, ma anche chi possiede unicamente redditi di pensione, di lavoro dipendente o assimilati e non è obbligato a presentare alcuna dichiarazione. Anche questi ultimi, infatti, possono esprimere la propria preferenza per la destinazione dell’8xmille.

A breve, così come ogni anno, verrà pubblicato sui siti www.8xmille.it e

https://rendiconto8xmille.chiesacattolica.it/ il rendiconto dettagliato di tutto il denaro utilizzato nell’anno precedente. Firmare è dunque una scelta di responsabilità per ogni credente, ma spesso lo è anche da parte di chi non crede, perché sa che quelle risorse vengono utilizzate per il bene di tutta la comunità, cattolica e non, e poi rendicontate. Solamente nel 2022 (secondo gli ultimi dati disponibili) sono stati oltre 11 milioni e mezzo i cittadini che lo hanno fatto. Potranno essere ancora molti di più, nella misura in cui le comunità

cristiane faranno la propria parte attivamente affinché ciascuno eserciti responsabilmente questo diritto di scelta.

Per informazioni sulle modalità di firma: www.8xmille.it/come-firmare/  dip 3

 

 

 

Il mondo lacerato ha bisogno della manifestazione del Signore

 

Papa Francesco riceve i rappresentati della Comunione Anglicana -Di Angela Ambrogetti

 

Città del Vaticano. Le divergenze non diminuiscono la portata di ciò che ci accomuna”. Papa Francesco lo ha detto ai partecipanti all’Assemblea dei Primati della Comunione Anglicana ricevuti in udienza questa mattina. “Il mondo lacerato di oggi - ha detto il Papa- ha bisogno della manifestazione del Signore Gesù! Ha bisogno di conoscere Cristo! Alcuni di voi provengono da regioni in cui la guerra, la violenza e l’ingiustizia sono l’avariato pane quotidiano dei fedeli, ma anche nei Paesi ritenuti benestanti e pacifici non mancano sofferenze, come la povertà di tanti. Cosa possiamo proporre noi di fronte a tutto questo, se non Gesù, il Salvatore? Farlo conoscere è la nostra missione. Sulla scia di quanto disse Pietro allo storpio presso la porta del tempio, ciò che dobbiamo offrire al nostro tempo fragile e bisognoso non sono argento e oro, ma Cristo e il sorprendente annuncio del suo Regno”. Uno dei temi centrali del dialogo è quello del primato petrino e il Papa dice: “So che il ruolo del Vescovo di Roma rappresenta tra i cristiani una questione ancora controversa e divisiva. Ma secondo la bella espressione di Papa Gregorio Magno, che inviò Sant’Agostino come missionario in Inghilterra, il Vescovo di Roma è servus servorum Dei – servo dei servi di Dio. Come ha scritto Giovanni Paolo II, «tale definizione salvaguarda nel modo migliore dal rischio di separare la potestà (ed in particolare il primato) dal ministero, ciò che sarebbe in contraddizione con il significato di potestà secondo il Vangelo: “Io sto in mezzo a voi come colui che serve”. Occorre dunque impegnarsi in «un dialogo fraterno, paziente [...] lasciando alle spalle inutili controversie»al fine di comprendere come il ministero petrino possa svolgersi quale servizio d’amore per tutti. Grazie a Dio, nei vari dialoghi ecumenici sono stati conseguiti risultati positivi sulla questione del primato come «dono da condividere»”. Infine il Papa ha parlato del Sinodo ed ha concluso: “Sarebbe uno scandalo se, a causa delle divisioni, non realizzassimo la nostra comune vocazione di far conoscere Cristo. Invece, se al di là delle rispettive visioni saremo in grado di testimoniare Cristo con umiltà e amore, sarà Lui ad avvicinarci gli uni agli altri”. Aci 2

 

 

 

 

"Il grande nemico della fede è la paura"

 

"La grande nemica della fede: non l’intelligenza, non la ragione, come, ahimè, qualcuno continua ossessivamente a ripetere, ma il grande nemico della fede è la paura" - Di Veronica Giacometti

 

Città del Vaticano. Il Papa, continuando il ciclo di catechesi su “I vizi e le virtù”, incentra la sua riflessione sul tema "La fede". Insieme con la carità e la speranza, questa virtù è detta “teologale”, dice il Papa dall'Aula Paolo VI.

Fede, speranza e carità. "Senza di esse noi potremmo essere prudenti, giusti, forti e temperanti, ma non avremmo occhi che vedono anche nel buio, non avremmo un cuore che ama anche quando non è amato, non avremmo una speranza che osa contro ogni speranza", commenta Papa Francesco.

Per il Papa il primo grande uomo di fede è Abramo. "Abramo è stato il grande padre. Quando accettò di lasciare la terra dei suoi antenati per dirigersi verso la terra che Dio gli avrebbe indicato, probabilmente sarà stato giudicato folle: perché lasciare il noto per l’ignoto, il certo per l’incerto? E' pazzo, ma Abramo parte, come se vedesse l’invisibile, così dice la Bibbia, bello quello. La fede l'ha fatto fecondo".

Poi, Mosè. "Accolse la voce di Dio anche quando più di un dubbio poteva scuoterlo, continuò a restare saldo e a fidarsi del Signore, e persino a difendere il popolo che invece tante volte mancava di fede", sottolinea Francesco.

"Donna di fede sarà la Vergine Maria, la quale, ricevendo l’annuncio dell’Angelo, che molti avrebbero liquidato perché troppo impegnativa e rischiosa, risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola. Con il cuore pieno di fiducia in Dio, Maria parte per una strada di cui non conosce né il tracciato né i pericoli", continua il Papa.

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"La fede è la virtù che fa il cristiano", questo è il cuore dell'Udienza Generale di oggi.

"La grande nemica della fede: non l’intelligenza, non la ragione, come, ahimè, qualcuno continua ossessivamente a ripetere, ma il grande nemico della fede è la paura. Per questo motivo la fede è il primo dono da accogliere nella vita cristiana: un dono che va accolto e chiesto quotidianamente, perché si rinnovi in noi. E' un dono da poco, ma essenziale. Per un genitore cristiano, consapevole della grazia che gli è stata regalata, quello è il dono da chiedere anche per suo figlio: la fede. Con essa un genitore sa che, pur in mezzo alle prove della vita, suo figlio non annegherà nella paura. Sa anche che, quando cesserà di avere un genitore su questa terra, continuerà ad avere un Dio Padre nei cieli, che non lo abbandonerà mai. Il nostro amore è così fragile, solo l’amore di Dio vince la morte", conclude Papa Francesco.

"Signore aumenta la nostra fede!", la preghiera finale di Papa Francesco che chiede ai presenti di ripetere. Aci 1

 

 

 

 

Movimento Cristiano Lavoratori: "La priorità è un lavoro dignitoso"

 

Roma. La Festa del Lavoro venne istituita nel 1889 dal movimento socialista in ricordo di un comizio sindacale tenuto all’Haymarket Square di Chicago il 1 maggio 1886 funestato dallo scoppio di una bomba che costò la vita ad una decina di presenti e che portò all’impiccagione di quattro dirigenti sindacali.

Papa Pio XII, istituendo nel 1955 questa festa in onore di san Giuseppe lavoratore, ha offerto al lavoratore cristiano e a tutti i lavoratori un modello e un protettore; Cristo stesso ha voluto essere lavoratore, trascorrendo gran parte della vita nella bottega di Giuseppe, il santo dalle mani callose, il carpentiere di Nazaret.

E’ stato l’assistente ecclesiastico del MCL (Movimento Cristiano Lavoratori), don Francesco Poli, a ricordare il significato di questa festa dei lavoratori: “E’ urgente ridare priorità alla dignità del lavoro umano (personale e necessario), godendo anche con gioia della santificazione del riposo festivo, se possibile, oggi così sistematicamente oltraggiato; ridare priorità alla famiglia e alla sua fecondità, così come concepita da madre natura, perché non aiutando la famiglia non si aiuta affatto il lavoro umano… A parole, il lavoro viene difeso ma, nei fatti, viene ridotto o quasi completamente eliminato dalla robotica, dai nuovi totalitarismi, dalla concentrazione dei grandi capitali nelle mani di pochi, con

l’aumento esponenziale delle povertà”.

Mentre nel discorso di insediamento il nuovo presidente generale del Movimento Cristiano dei Lavoratori, Alfonso Luzzi, componente del CNEL e membro del cda di EZA (European Centre for Workers’ Question), ha messo al centro dell’attenzione alcune parole chiave quali trasparenza, merito, lavoro ‘povero’, territorio ed attenzione ai giovani ed alle donne.

Perché la priorità è il lavoro ‘povero’?

“Quando ho affermato che ‘la priorità è il lavoro povero’ nel mio intervento al Consiglio Generale del Movimento Cristiano dei Lavoratori (MCL), non ho fatto altro che prendere atto della situazione drammatica italiana, in cui oltre 3.000.000 di lavoratori guadagnano meno di € 1.000 al mese. E’ un fenomeno che riguarda tutte le economie, anche quelle avanzate, ma colpisce in maniera particolare il nostro Paese. Assistiamo al paradosso che aumenta l’occupazione, ma aumentano anche gli ‘in-work poor’ (poveri nel lavoro). La Dottrina Sociale della Chiesa al n^ 302 ci insegna che il semplice accordo tra lavoratore e datore di lavoro circa l'entità della remunerazione non basta per qualificare giusta la

remunerazione concordata, perché essa ‘non deve essere inferiore al sostentamento’ del lavoratore: la giustizia naturale è anteriore e superiore alla libertà del contratto”.

Si può morire per lavoro?

“Per un cristiano la difesa della vita è il primo dei valori non negoziabili. Morire per lavoro è quindi inammissibile. Sono 1.467 le persone che nel 2023 hanno perso la vita sul posto di lavoro in Italia e nel 2024 sono ancora in aumento. Ai morti per infortuni occorre poi aggiungere i decessi per malattie correlate al lavoro (malattie cardiovascolari, neoplasie maligne e respiratorie). Le morti per lavoro sono oramai una vera e propria strage, strage infinita e per di più silenziosa”.

Come garantire sicurezza nel lavoro?

“La sicurezza sul posto di lavoro è un problema che investe le istituzioni, i datori di lavoro ed i lavoratori. Fondamentali sono sia la formazione che la prevenzione. Formazione a partire dal lavoratore che deve conoscere i rischi a cui va incontro e deve essere conscio dei suoi diritti una prevenzione sempre più accurata. Non dimentichiamo che, comunque, è anche un problema di risorse economiche. Le imprese debbono sapere però che, oltre un obbligo di legge, investire in sicurezza conviene è anche un investimento sulla ‘salute dell’azienda’”.

‘Il lavoro per la partecipazione e la democrazia’ è il messaggio dei vescovi per il 1^ maggio: come si può realizzare?

“Il lavoro è strettamente connesso alla partecipazione ed alla democrazia. Papa Francesco nella lettera enciclica ‘Fratelli Tutti’ ci insegna che: ‘Il lavoro è una dimensione irrinunciabile nella vita sociale…. E’ un mezzo per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come

popolo’. (162). Ed in un discorso ha affermato: ‘Non c’è democrazia con la fame’. Questa visione, come sottolineato spesso dal santo Padre è in perfetta sintonia con la Costituzione italiana, laddove, nell’articolo 1 afferma che ‘L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo…’”.

Perché la Chiesa stimola i lavoratori alla partecipazione democratica?

“La parola chiave per ‘realizzare’ il messaggio dei vescovi per il Primo maggio è la partecipazione. ‘E’ necessario che tutti, ciascuno secondo il posto che occupa e il ruolo che ricopre, partecipino a promuovere il bene comune’ (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1913). Inoltre papa Francesco sempre nella lettera enciclica ‘Fratelli Tutti’: ‘Ognuno è pienamente persona quando appartiene a un popolo. Popolo e persona sono termini correlativi…La buona politica cerca vie di costruzione di comunità’. Costruire comunità avviene solo favorendo la partecipazione. (FT 182)”.

Per il MCL quali sono i punti fondamentali per tutelare un lavoro dignitoso?

“Anche qui ci soccorre il magistero della Chiesa che nel compendio della Dottrina Sociale della Chiesa al punto 301 elenca ‘i diritti dei lavoratori si basano sulla natura della persona umana e sulla sua trascende dignità’. Tra i tanti elencati mi preme però sottolinearne uno: ‘il diritto che venga salvaguardata la propria personalità sul luogo di lavoro’. Questo, forse, in una società come la nostra è il diritto più difficile da difendere”. Simone Baroncia, Aci 1

 

 

 

Azione Cattolica: gli abbracci cambiano la vita. I temi dell’Assemblea nazionale

 

Roma. “La bellezza è con noi, salva il mondo. La bellezza siamo noi, siete voi, sono i nostri ragazzi e i nostri giovani… Ci interessa la politica. Noi non dobbiamo pensare a una teoria della democrazia, ma pensiamo a una prassi della democrazia, perché la democrazia è lo stile e lo stile è la regola a servizio a tutela dei più deboli. Con la vita democratica noi pensiamo di tenere tutti insieme, cioè la comunità. Accettiamo questa dialettica democratica, accogliamola, e condividiamola come costruzione di vita democratica… Tanti grazie. Un grazie al Signore per le cose che sta facendo alla nostra associazione, a cominciare dalla canonizzazione di Pier Giorgio Frassati. Anche il riconoscimento del Presidente della Repubblica, dedicando il palazzo del Csm a Vittorio Bachelet, sono dei segni non scontati, non automatici”.

Questa è stata la conclusione del presidente nazionale, prof. Giuseppe Notarstefano alla XVIII Assemblea nazionale dell’Azione cattolica italiana, conclusasi domenica 28 aprile a Sacrofano, che ha eletto i membri del nuovo Consiglio nazionale dell’Associazione per il triennio 2024/2027 per il settore ‘adulti’: Paola Fratini. Dalila Ardito, Angela Paparella, Donatella Broccoli, Fabio Dovis, Enrico Michetti, Francesco Vedana; per il settore ‘giovani’: Emanuela Gitto, Silvia Orlandini, Sofia Livieri, Martina Sardo, Lorenzo Zardi, Giovanni Boriotti, Marco Pio D’Elia; e per l’ACR: Claudia D’Angelo, Valentina Fanella, Chiara Basei, Giuseppe Telesca, Alberto Macchiavello, Lorenzo Felici, Michele Romano.

Un’assemblea nazionale con una media di età dei delegati intorno ai 50 anni, che ha vissuto la notizia della canonizzazione del beato Pier Giorgio Frassati nel Giubileo del 2025, dato dal prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi, card. Marcello Semeraro: “Questa sera, da ultimo, vorrei ricordare in particolare il beato Piergiorgio Frassati, la cui canonizzazione ormai si profila per il prossimo anno giubilare. Nell’omelia per il rito della sua beatificazione, avvenuta il 20 maggio 1990, san Giovanni Paolo II lo chiamò uomo delle Beatitudini”.

Richiamando il ritratto del beato Frassati, tratteggiato da p. Antonio Maria Sicari, il prefetto del Dicastero delle Cause dei Santi lo ha additato quale ‘meraviglioso modello di vita cristiana’: “Nella sua santità, dice, c’è un valore di continuità con la tradizione della sua terra: egli, infatti, si è innestato nel lavoro di difesa della fede, attraverso la carità profusa nel campo dell’emarginazione, prodotta dall’allora nascente contesto industriale.

C’è pure, tuttavia, un elemento di novità ed è il fatto di avere cercato di confrontare il valore della fede con tutto l’arco dell’esperienza umana, operando caritatevolmente in ogni ambito: negli ambienti dell’università, del lavoro, della stampa (Pier Giorgio raccoglieva abbonamenti non per il quotidiano di suo padre, ma per quello cattolico), dell’impegno politico e partitico, e dovunque era necessario difendere le libertà sociali, cercando sempre di concepire e fomentare l’associazionismo, come amicizia cristiana destinata alla nascita di un cattolicesimo sociale”.

Praticamente un santo con le ‘braccia aperte’, come il presidente della Cei, card. Matteo Maria Zuppi, ha indicato agli associati di Azione Cattolica, che si lasciano al contempo anche abbracciare per diventare ‘lievito’: “L’identità non la troviamo o non la difendiamo ad intra ma sempre ad extra, la perdiamo smettendo di essere lievito, sale della terra, luce del mondo e mettendola sotto il moggio di un’affermazione chiusa, che ha paura di incontrare, di illuminare tutta la stanza e quindi chiunque entra. Cosa non è nostro? Tutto è nostro ma solo se noi siamo di Cristo.

Ecco il senso di ‘braccia aperte’ che si aprono se la mente e il cuore sono aperti. Attenzione: aperti perché li abbiamo e li abbiamo pieni dell’amore di Cristo. Se ci lasciamo abbracciare da Dio, pecore perdute che si devono sempre farsi sollevare dal pastore, o dal figlio che ritrova se stesso proprio perché abbracciato dal padre”.

Un abbraccio a ‘braccia aperte’ che rimanda all’incontro iniziale di giovedì 25 aprile con papa Francesco da parte degli 80.000 tesserati, ha sottolineato l’assistente nazionale, mons. Claudio Giuliodori, nella celebrazione eucaristica conclusiva: “Ma non eravamo soli. Come delegati, abbiamo portato nel cuore il ricordo vivo di tutti i nostri associati, con molti dei quali abbiamo vissuto un indimenticabile incontro con papa Francesco in piazza san Pietro giovedì scorso.

Quel grande abbraccio che abbiamo ricevuto e scambiato resterà impresso nei nostri cuori e nella storia dell’Associazione. Gli abbracci mancati che tanto feriscono la vita degli uomini, l’abbraccio salvifico del Padre misericordioso che ci viene donato in Gesù Cristo e gli abbracci che cambiano la vita sono anche la cifra di questa Assemblea e costituiscono il paradigma del cammino associativo che ci vedrà impegnati con le nostre comunità diocesane e parrocchiali. Abbiamo gli occhi e il cuore pieni di momenti belli e coinvolgenti che non possiamo però considerare solo una toccante esperienza umana ed ecclesiale”.

La ‘sfida’ che attende i tesserati di Azione Cattolica è quella della responsabilità di custodire la democrazia: “Custodire e praticare nella libertà e nella fraternità la vita democratica costituisce per tutti noi una sfida che abbiamo di fronte e che siamo incoraggiati ad affrontare guardando all’entusiasmo e alla serietà che ci mostrano i bambini, i ragazzi e gli adolescenti (giovanissimi e studenti)”.

Una democrazia, che deve partire da un abbraccio che ‘salva’, che è quello del Padre misericordioso, come ha detto papa Francesco agli aderenti festanti, che conduce alla pace; abbracci fisici testimoniati dai ragazzi, che hanno raccontato di amicizie di fraternità nelle zone di guerra, come in Ucraina ed in Terra Santa, secondo l’invito del patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa con un videomessaggio: “La prima cosa da fare è pregare, poi è importante parlare della Terra Santa, non lasciare cadere l’attenzione su questo conflitto che sta lacerando la vita di questi popoli, ma sta anche lacerando la vita della società in tante altre parti del mondo; perché quando il cuore, e noi siamo il cuore della vita del mondo, quando il cuore soffre tutto il corpo soffre”.

E’ stato un invito ad evitare polarizzazioni e semplificazioni, e vedere la realtà, senza dimenticare la ‘potenza’ della preghiera: “La realtà è così complicata e bisogna pregare per questa realtà, essere vicini, parlarne e cercare sempre di costruire relazioni. Quello che è ferito qui è la fiducia nell’altro, le relazioni, c’è invece bisogno di costruire relazioni, non erigere barriere. Ne abbiamo già abbastanza di barriere qui, abbiamo bisogno che ci aiutiate a costruire. E poi non avere paura, ma il coraggio di venire qui, magari dei pellegrinaggi diversi, alternativi, che possono aiutarci a comprendere che c’è una realtà fuori di qui e che abbiamo bisogno anche noi di alzare lo sguardo”. Aci 30

 

 

 

"L'uniformità uccide, la diversità in armonia fa crescere"

 

Papa Francesco stamane ha incontrato i partecipanti ai capitoli generali dei Figli della Carità “Canossiani” e dei Fratelli di San Gabriele. Di Marco Mancini

Città del Vaticano. Papa Francesco stamane ha incontrato i partecipanti ai capitoli generali dei Figli della Carità “Canossiani” e dei Fratelli di San Gabriele.

I Capitoli – ha ricordato – “che sono eventi sinodali fondamentali per ogni Congregazione religiosa. Si tratta di momenti di grazia – un Capitolo è un momento di grazia –, da vivere prima di tutto nella docilità all’azione dello Spirito Santo, facendo memoria grata del passato, ponendo attenzione al presente – nell’ascolto reciproco e nella lettura dei segni dei tempi – e guardando con cuore aperto e fiducioso al futuro, per una verifica e un rinnovamento personale e comunitario. Passato, presente e futuro entrano in un Capitolo, per ricordare, per valutare e per andare avanti nello sviluppo della Congregazione”.

“A me – ha aggiunto il Papa - dà tristezza quando vedo religiosi che sembrano più vigili del fuoco che uomini e donne con ardore per incendiare”.

Le difficoltà si superano – ha detto ancora Francesco – “con gli occhi rivolti al Crocifisso e le braccia aperte verso gli ultimi, i piccoli, i poveri e gli ammalati, per curare, educare e servire i fratelli con gioia e semplicità”.

Dal Papa poi l’invito ad avere coraggio, “quella parresia apostolica, il coraggio che noi leggiamo, per esempio, nel Libro degli Atti degli Apostoli. Quel coraggio. È lo Spirito a darci quel coraggio, e noi dobbiamo chiederlo. Sono due atteggiamenti – l’ascolto e il coraggio – che richiedono umiltà e fede”.

Infine uno sguardo sul carattere internazionale delle congregazioni religiosi, un elemento che “farà tanto bene alla vostra crescita e al vostro apostolato, se la saprete vivere accogliendo e condividendo costruttivamente, tra voi e con tutti, le diversità. Questo è un messaggio importante, specialmente nel nostro mondo, spesso diviso da egoismi e particolarismi: le diversità sono doni da condividere, le diversità sono doni preziosi! Siate profeti di questo, con la vostra vita. E Colui che fa l’armonia fra le diversità è lo Spirito Santo, che è il maestro dell’armonia. L’uniformità in un istituto religioso, in una diocesi, in un gruppo laicale, uccide! La diversità in armonia fa crescere. Non dimenticatevi di questo. Diversità in armonia”. Aci 29

 

 

 

Papa Francesco: “Venezia sia terra per fare fratelli”

 

Il Papa ha cominciato il suo viaggio a Venezia, primo Pontefice a visitare la Biennale, con il commovente incontro con le detenute alla Giudecca. Poi gli incontri con gli artisti e con i giovani, prima della Messa in piazza San Marco alla quale hanno partecipato quasi 11mila persone. M. Michela Nicolais

 

A Venezia, città della bellezza, Papa Francesco – il primo Pontefice a visitare una Biennale – ha voluto come prima cosa guardare con i suoi occhi, come esorta a fare il Padiglione della Santa Sede, i volti commossi e emozionati delle detenute del carcere femminile della Giudecca: “avete un posto speciale nel mio cuore”. Poi l’incontro con gli artisti, con l’invito a fare dell’arte una “città rifugio”. Dopo aver raggiunto in motovedetta la basilica di Santa Maria della Salute – la cui icona così cara ai veneziani è stata poi eccezionalmente trasportata in piazza San Marco – Bergoglio ha dialogato con i giovani, esortati ad alzarsi dal divano e ad essere generatori di novità, pensando ai padri e alle madri che saranno. L’invito finale dell’omelia ha richiamato la suggestiva immagine del ponte di barche attraversato da Francesco in golf-car per raggiungere una delle basiliche più suggestive al mondo: Venezia, città delle acque, sia “segno di bellezza accessibile a tutti, terra per fare fratelli”.

“Nessuno toglie la dignità di una persona, nessuno!”. È il monito, a braccio, del Papa, nel suo primo discorso a Venezia, rivolto alle detenute del carcere femminile della Giudecca. “Il carcere è una realtà dura, e problemi come il sovraffollamento, la carenza di strutture e di risorse, gli episodi di violenza, vi generano tanta sofferenza”, l’analisi di Francesco: “Però può anche diventare un luogo di rinascita, morale e materiale, in cui la dignità di donne e uomini non è messa in isolamento, ma promossa”. “Allora, paradossalmente, la permanenza in una casa di reclusione può segnare l’inizio di qualcosa di nuovo”, la proposta: “Può diventare come un cantiere di ricostruzione, in cui guardare e valutare con coraggio la propria vita, rimuoverne ciò che non serve, che è di ingombro, dannoso o pericoloso, elaborare un progetto, e poi ripartire scavando fondamenta e tornando, alla luce delle esperienze fatte, a mettere mattone su mattone, insieme, con determinazione”.

“Non isolare la dignità, ma dare nuove possibilità!”, l’invito di Francesco, secondo il quale è “fondamentale che anche il sistema carcerario offra ai detenuti e alle detenute strumenti e spazi di crescita umana, spirituale, culturale e professionale, creando le premesse per un loro sano reinserimento”.

“Il mondo ha bisogno di artisti”. Nella chiesa della Maddalena alla Giudecca, incontrando gli artisti, il Papa ha auspicato che “le varie pratiche artistiche potessero costituirsi ovunque come una sorta di rete di città rifugio, collaborando per liberare il mondo da antinomie insensate e ormai svuotate, ma che cercano di prendere il sopravvento nel razzismo, nella xenofobia, nella disuguaglianza, nello squilibrio ecologico e dell’aporofobia, questo terribile neologismo che significa fobia dei poveri”.

“Immaginate città che ancora non esistono sulla carta geografica: città in cui nessun essere umano è considerato un estraneo”, la consegna per gli artisti, insieme a quello a distinguere l’arte dal mercato e a valorizzare il contributo delle donne.

 “Il nostro Dio ci sorprende sempre, è molto importante essere preparate alle sorprese di Dio!”, l’esordio a braccio nel dialogo con i giovani alla Salute. “Alzarsi per stare in piedi di fronte alla vita, non seduti sul divano”, il primo invito. “Quando ti senti così, per favore, cambia inquadratura”, la ricetta per superare i momenti grigi: “non guardarti con i tuoi occhi, ma pensa allo sguardo di Dio. Dio sa che, oltre a essere belli, siamo fragili, e le due cose vanno insieme: un po’ come Venezia, che è splendida e delicata al tempo stesso, ha qualche fragilità che deve essere curata”. L’altro segreto, per Francesco, è la costanza, in un mondo in cui “si vive di emozioni veloci, di sensazioni momentanee, di istinti che durano istanti”.

“Usa il cellulare, ma incontra le persone”, l’indicazione di rotta: “Un giovane che non sente la capacità di innamorarsi o essere amorevole con gli altri ha qualcosa che gli manca. Quando sarete sposati e avrete un figlio o una figlia, avrete fatto qualcosa che prima non c’era. Pensate dentro di voi ai figli che avrete: non siate professionisti del digitale convulsivo, ma siate creatori di novità”.

“Venezia è un tutt’uno con le acque su cui sorge, e senza la cura e la salvaguardia di questo scenario naturale potrebbe perfino cessare di esistere”. E’ la fotografia del Papa, nell’omelia della Messa presieduta in piazza San Marco, davanti a quasi 11mila persone. “Se oggi guardiamo a questa città di Venezia, ammiriamo la sua incantevole bellezza, ma siamo anche preoccupati per le tante problematiche che la minacciano”, il grido d’allarme di Francesco:

“i cambiamenti climatici, che hanno un impatto sulle acque della Laguna e sul territorio; la fragilità delle costruzioni, dei beni culturali, ma anche quella delle persone; la difficoltà di creare un ambiente che sia a misura d’uomo attraverso un’adeguata gestione del turismo; e inoltre tutto ciò che queste realtà rischiano di generare in termini di relazioni sociali sfilacciate, di individualismo e solitudine”.

“Portare i frutti del Vangelo dentro la realtà che abitiamo”, il compito affidato ai cristiani: “frutti di giustizia e di pace, frutti di solidarietà e di cura vicendevole; scelte di attenzione per la salvaguardia del patrimonio ambientale ma anche di quello umano: abbiamo bisogno che le nostre comunità cristiane, i nostri quartieri, le città, diventino luoghi ospitali, accoglienti, inclusivi”. “E Venezia, che da sempre è luogo di incontro e di scambio culturale, è chiamata ad essere segno di bellezza accessibile a tutti, a partire dagli ultimi, segno di fraternità e di cura per la nostra casa comune”, la consegna finale: “terra che fa fratelli”.

Sir 28.4.

 

 

 

"La fede in Gesù non imprigiona la libertà"

 

Papa Francesco ha presieduto la Messa e poi recitato il Regina Coeli in Piazza San Marco - Di Marco Mancini

Venezia. “Solo chi rimane unito a Gesù porta frutto. Gesù stesso, riprendendo Isaia, racconta la drammatica parabola dei vignaioli omicidi, mettendo in risalto il contrasto tra il lavoro paziente di Dio e il rifiuto del suo popolo. La metafora della vite, mentre esprime la cura amorevole di Dio per noi, d’altra parte ci mette in guardia, perché, se spezziamo questo legame con il Signore, non possiamo generare frutti di vita buona e noi stessi rischiamo di diventare rami secchi, che vengono gettati via”. Lo ha detto Papa Francesco nell’omelia pronunciata durante la Messa presieduta in Piazza San Marco, a Venezia.

Il Papa invita a cogliere il “messaggio della parabola della vite e dei tralci: la fede in Gesù, il legame con Lui non imprigiona la nostra libertà ma, al contrario, ci apre ad accogliere la linfa dell’amore di Dio, il quale moltiplica la nostra gioia, si prende cura di noi con la premura di un bravo vignaiolo e fa nascere germogli anche quando il terreno della nostra vita diventa arido”.

“Ciò che conta è - ha sottolineato - rimanere nel Signore, dimorare in Lui. E questo verbo – rimanere – non va interpretato come qualcosa di statico, come se volesse dirci di stare fermi, parcheggiati nella passività; in realtà, ci invita a metterci in movimento, perché rimanere nel Signore significa crescere nella relazione con Lui”.

"Se oggi guardiamo a questa città di Venezia - ha concluso - ammiriamo la sua incantevole bellezza, ma siamo anche preoccupati per le tante problematiche che la minacciano: i cambiamenti climatici, che hanno un

impatto sulle acque della Laguna e sul territorio; la fragilità delle costruzioni, dei beni culturali, ma anche quella delle persone; la difficoltà di creare un ambiente che sia a misura d’uomo attraverso un’adeguata gestione del turismo; e inoltre tutto ciò che queste realtà rischiano di generare in termini di relazioni sociali sfilacciate, di individualismo e solitudine".

Prima della benedizione finale, Papa Francesco ha recitato il Regina Coeli in piazza. “Anche da qui – ha detto il Papa - invochiamo Maria per le situazioni di sofferenza nel mondo, penso ad Haiti e alla popolazione disperata. Affidiamo al Signore i lavori e le decisioni del consiglio di transizione di Port au Prince perché conduca il paese alla pace e alla stabilità. Penso alla martoriata Ucraina, alla Palestina, a Israele, alle popolazioni che soffrono per la guerra e la violenza”.

La visita del Papa si conclude in forma privata nella Basilica di San Marco. Qui il Pontefice si raccoglie in preghiera davanti alla tomba dell’Evangelista prima di rientrare in Vaticano. Aci 28.4.

 

 

 

“Dignitas infinita”: meglio testimoni che maestri

 

Ho letto con attenzione la dichiarazione Dignitas infinita, a firma del Prefetto per la dottrina della fede del 25 marzo 2024. Un testo che ha avuto un lungo iter di elaborazione (dal 2019 al 2024), passando per varie fasi di scrittura: fino alla stesura finale «resa necessaria per andare incontro ad una specifica richiesta del Santo Padre» (Dalla presentazione).

La dottrina e la realtà

Da apprezzare lo sguardo allargato alla dignità della persona, offesa negli ambiti personali, di gruppo e di popoli. Sono rimasto colpito dal linguaggio utilizzato e dai destinatari della dichiarazione. Il linguaggio – quasi a confermare lo specifico del Dicastero – è netto, preciso, dottrinale.

È sembrato che chi ha scritto non viva la cultura (soprattutto occidentale) nella quale siamo immersi. I cristiani devoti sono una minoranza: né sono disposti ad accogliere tutte le indicazioni che la dichiarazione ha proposto.

Invocare la dottrina non funziona, se non si riesce a tener conto dell’approccio alla morale, oramai personale. Per alcuni ambiti di condotta, si rischia di parlare a sé stessi.

Dall’esterno, è sembrata eccessiva la preoccupazione di essere in riga con gli insegnamenti pontifici, ampiamente citati in nota, quasi a voler confermare l’ortodossia della morale personale e sociale.

È importante ricordare i paletti della dottrina, tenendo però conto del clima sociale nel quale si è immersi.

Rivolgersi agli Stati nelle loro legislazioni è inutile: i vari parlamenti obbediscono a quanto gli elettori chiedono. Un tempo erano i re a scrivere le leggi; nel mondo della cristianità, i governanti con la Chiesa. Ora la Chiesa è unica nel seguire i dettami del Vangelo.

Tutti gli argomenti diventano occasione per la captazione dei consensi, spesso strumentale.

L’esempio lampante è la diversa condotta a seconda degli argomenti: i fedeli, pur dichiarandosi tali, non sono affatto d’accordo in ugual misura verso gli emigranti, la lotta alla povertà, l’aborto, la maternità surrogata, l’eutanasia, lo scarto dei diversamente abili. Ci sono argomenti che accomunano, quali la tratta degli esseri umani e la violenza; per il resto, ognuno viaggia con le proprie convinzioni.

Uscire dall’equivoco di essere “maestri” è urgente. Noi possiamo affermare i principi dichiarandoci obbedienti alla dottrina della Chiesa e dimostrando di essere coerenti.

La coerenza

La coerenza significa immergersi nei problemi di chi incontriamo, chiunque essi siano. Che fare con un ragazzo accolto in comunità che si veste da donna? Possiamo solo accompagnarlo perché trovi la sua dignità. D’altronde, la stessa morale classica esige per la colpa «la piena avvertenza e il deliberato consenso». Chi di noi può determinare le due condizioni?

Dobbiamo dichiararci cristiani, non cadendo nella tentazione – questa sì – di un approccio verbale ed esclusivamente cultuale.

Affrontando i problemi e offrendo soluzioni, alla nostra portata, rendiamo pratici i principi dottrinali. (nn. 64-66 della dichiarazione). Il papa lo ricorda di continuo.

Ci saremmo aspettati questa impostazione all’inizio e non alla conclusione della dichiarazione. Cristo è via, verità e vita. L’impostazione fattiva dell’evangelizzazione è l’unica strada che permetta oggi l’identità dei discepoli del Signore. Senza paura di sentirsi soli: anche le prime comunità cristiane erano piccoli gruppi di una nuova religione.

Vengono in mente le parole di san Vincenzo de’ Paoli «Il servizio dei poveri deve essere preferito a tutto. Non ci devono essere ritardi. Se, nell’ora dell’orazione, avete da portare una medicina o un soccorso a un povero, andatevi tranquillamente. Offrite a Dio la vostra azione, unendovi l’intenzione dell’orazione. Non dovete preoccuparvi e credere di aver mancato, se, per il servizio dei poveri, avete lasciato l’orazione. Non è lasciare Dio, quando si lascia Dio per Iddio, ossia un’opera di Dio per farne un’altra. Se lasciate l’orazione per assistere un povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve riferirsi ad essa. È una grande signora: bisogna fare ciò che comanda».

La speranza è che l’ultima fase dell’assemblea sinodale non si perda nei dettagli intra moenia, ma allarghi l’orizzonte al mondo intero. Lo Spirito del Signore illumini il Giubileo che viene. Vinicio Albanesi, SettNews 25.4.

 

 

 

Rimanete in me. V Domenica di Pasqua

 

Carpi. L’allegoria della vite e i tralci è una delle pagine più belle del Vangelo di Giovanni. Gesù racconta questa parabola per illustrare il tipo di relazione che siamo chiamati ad avere con Lui e le conseguenze che ne derivano. La relazione che il Signore vuole instaurare con noi è qualcosa di molto diverso da quella che si instaura, ad esempio, tra un maestro e i suoi alunni, tra un “sapiente” che educa ad una vita virtuosa i suoi seguaci. Infatti, nessuno dei grandi maestri dell’antichità, si chiami  Socrate o Budda, ha mai detto: Rimanete in me ed io in voi.

Nell’Antico Testamento, la vigna è un’immagine che viene usata per designare il popolo di Israele. Chi opera questa comparazione è soprattutto il profeta Geremia (2.21; 5.10; 48.32; 49.9). Qualche volta la vigna è un simbolo di fecondità (Is. 27.2-6), più spesso è messa sotto accusa perché improduttiva, sterile e quindi deludente per Dio: Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica (Is 5.2). E il Signore sconsolato e deluso esclama: che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? (Is. 5.4).

Anche Gesù si serve dell’immagine della vigna per raccontare il rifiuto del Messia da parte degli ebrei e la conseguente chiamata alla fede dei popoli pagani (cfr parabola dei vignaioli omicidi in Mc. 12.1-11). Tuttavia, nella parabola che Gesù racconta troviamo elementi assolutamente originali rispetto all’Antico Testamento, il più significativo dei quali è dato dall’affermazione: Io sono la vite vera. Cristo per presentarsi utilizza il nome con cui Dio si era presentato a Mosè nel roveto ardente. Ci troviamo davanti ad una pretesa inconcepibile. Gesù, conosciuto come il figlio del falegname e di Maria, che viene da uno sconosciuto villaggio di campagna, che morirà tra atroci sofferenze dopo essere stato tradito, rinnegato e abbandonato da tutti, si auto- proclama Dio.  L’originalità del cristianesimo sta tutta in questa pretesa. Cristo è figlio di Dio oppure no? Se non è Figlio di Dio noi siamo ancora nel peccato, lui si trova ancora in qualche tomba sconosciuta e noi siamo privi di speranza. Ma se Cristo è Dio, la morte non ha alcun potere su di Lui, è vivo e noi possiamo incontrarLo nei sacramenti, nella sua Parola, nei fratelli. 

Diventa, così, comprensibile la insistente necessità di dimorare in Cristo per portare frutto. Non si tratta di un consiglio che viene dato, ma dimorare in Gesù è una esigenza vitale per ogni uomo che viene al mondo. Infatti come il tralcio staccato dalla vite si secca, così la vita senza Cristo manca di pienezza. Dimorare allora significa rimanere uniti a Lui, vivere nella Sua amicizia, lasciare che Egli sia la guida della nostra vita. Ascoltando queste parole il nostro pensiero corre necessariamente all’Eucarestia, il sacramento per eccellenza della vita cristiana, dove Cristo, presente nel segno del pane e del vino, si dona a noi come cibo e bevanda per comunicarci la sua stessa vita divina, la quale è pegno di eternità.

Al contrario, “Chi non rimane in me viene gettato via come il talco e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. Parole provocanti queste di Gesù perché ci dicono che rifiutare Lui significa morire. Il Signore, dunque, ci invita a riconoscere e ad accettare la nostra “dipendenza” da Lui. Uniti a Lui potremo trionfare sul potere della morte ed entrare nella piena comunione con Dio, la meta finale della nostra esistenza e di tutta la creazione. Mons. Francesco Cavina,

aci 28.4.

 

 

 

Papa Francesco, da mio nonno ho imparato che la guerra è una cosa orribile

 

L'udienza del Papa alla Fondazione Età Grande - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Una mattinata all'insegna del rapporto tra generazioni in Aula Paolo VI. Il Papa ha incontrato i partecipanti all’Incontro "La carezza e il sorriso" promosso dalla Fondazione Età Grande ed ha riproposto il tema del rapporto tra giovani e anziani. Ha ricordato di avere ricevuto la sua fede dalla nonna, con i racconti sulla accettazione della vecchiaia, sull'amore. Poi parla di suo nonno da cui ha imparato che "la guerra è una cosa orribile, da non fare mai".

E mette in guardia dalla mancanza di condivisione che crea "la povertà della frammentazione e dell’egoismo". Perché non esiste" il “mondo dei giovani”, di “mondo dei vecchi”, di “mondo di questo e di quello” ... Il mondo è uno solo!"  Non si deve "polverizzare il diamante dell’amore, il tesoro più bello che Dio ci ha donato".

E anche "frasi come “pensa a te stesso!”, “non aver bisogno di nessuno!”. Sono frasi false, che ingannano le persone, facendo credere che sia bello non dipendere dagli altri, fare da sé, vivere come isole, mentre questi sono atteggiamenti che creano solo tanta solitudine".

No al rischio degli anziani lasciati soli. Allora serve costruire un mondo "coltivando progetti diversi di esistenza, in cui gli anni che passano non siano considerati una perdita che sminuisce qualcuno, ma un bene che cresce e arricchisce tutti: e come tali siano apprezzati e non temuti".

C'è una saggezza dell'amore che è memoria come quella di Simeone e Anna: "Solo loro si sono accorti, vedendo il piccolo Gesù, che era arrivato il Messia, il Salvatore che tutti aspettavano".

Ai nipoti dei loro nonni dice: "la saggezza dal loro amore forte, e anche dalla loro fragilità, che è un “magistero” capace di insegnare senza bisogno di parole, un vero antidoto contro l’indurimento del cuore".  E conclude "quando voi, nonni e nipoti, anziani e giovani, state insieme, quando vi vedete e vi sentite spesso, quando vi prendete cura gli uni degli altri, il vostro amore è un soffio di aria pulita che rinfresca il mondo e la società e ci rende tutti più forti, al di là dei legami di parentela". E ricorda che Gesù affida la madre a Giovanni e lui a Sua Madre: "Con quelle parole ci ha affidato un miracolo da realizzare: quello di amarci tutti come una grande famiglia". Aci 27

 

 

 

Il teologo Coda: “Sinodalità e gerarchia non sono in competizione”

 

Parla il teologo che ha relazionato sulla sinodalità all’ultimo Consiglio dei Cardinali. L’importanza dell’ascolto. L’atto sovversivo di mettersi in ascolto di Cristo - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. Mettersi in ascolto prima di tutto. Comprendere che sinodalità e gerarchia non sono in competizione, ma due realtà che in qualche modo si compensano e si aiutano. Lavorare sulla collaborazione e sul dialogo, e non sulla polarizzazione. Il teologo Piero Coda spiega così il senso della Chiesa sinodale voluta da Papa Francesco.

Coda è stato uno dei relatori dell’ultimo Consiglio dei Cardinali, che si è tenuto lo scorso 15-16 aprile, e in particolare ha curato la sessione in cui si è riflettuto sul sinodo in corso insieme al Cardinale Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi. Ma monsignor Coda era anche il membro della sottocommissione della Commissione Teologica Internazionale che ha lavorato all’importante documento sulla sinodalità licenziato nel 2018, i cui temi sono stati poi sviluppati nell’attuale sessione del Sinodo.

In questa intervista con ACI Stampa, Monsignor Coda ha affrontato alcuni dei temi di cui si è discusso al Consiglio dei Cardinali.

Quali sono le priorità di una Chiesa sinodale e in che modo le ha descritte al Consiglio dei Cardinali?

La priorità o meglio la “conditio sine qua non” è l’ascolto di ciò che lo Spirito Santo oggi dice alla Chiesa. Per testimoniare e annunciare il Vangelo di Gesù a tutti, in tutti i contesti e in tutte le situazioni, in questo momento drammatico e sfidante della storia. La promozione della figura e della dinamica sinodale della Chiesa ha lo scopo di manifestarne e promuoverne in modo credibile e incisivo la missione. Va privilegiato ciò che risulta più efficace in ordine all’annuncio del Vangelo, trovando il coraggio di abbandonare ciò che si rivela meno utile o persino di ostacolo.

In che modo questo meccanismo aiuta?

È questa spinta missionaria a garantire che il processo sinodale non si risolva in un esercizio attraverso cui la Chiesa si guarda allo specchio e si preoccupa dei propri equilibri, ma si proietta con slancio e amore verso l’umanità nella responsabilità per la casa comune, chiedendo a ciascun membro del Popolo di Dio di offrire il proprio insostituibile contributo. Tenendo conto – con maggiore consapevolezza e determinazione di quanto si è fatto nella prima sessione della XVI assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, lo scorso ottobre – che l’impegno culturale, sociale, economico e politico è dimensione irrinunciabile della missione del popolo di Dio, nella prospettiva disegnata nel Vaticano II dalla Gaudium et spes e nel magistero sociale. In fondo, si tratta di assumere l’impegno che San Giovanni Paolo II ci ha indicato come decisivo, per la Chiesa, nell’affrontare il mare aperto del terzo millennio: “duc in altum, prendi il largo”, impegno a cui Benedetto XVI c’invitava descrivendo il ruolo dei cristiani nel mondo come “minoranza creativa”.

Il documento della Commissione Teologica Internazionale del 2018 chiedeva anche una riforma delle strutture della Chiesa. In che modo questa riforma può essere applicata alla Curia romana?

Il documento della CTI è un documento importante: non solo perché è il primo che offre un quadro approfondito e articolato del “chi è?” e del “come va?” una Chiesa sinodale, ma anche perché costituisce un punto di riferimento autorevole per il processo sinodale in atto, come è emerso da più voci durante la celebrazione della prima sessione. Circa la specifica domanda che mi pone c’è da sottolineare che nel capitolo terzo, dedicato alla “attuazione della sinodalità”, dopo aver descritto “la vocazione sinodale del popolo di Dio”, il documento esamina l’esercizio della sinodalità rispettivamente nelle singole Chiese particolari, nelle Chiese particolari a livello regionale e nella Chiesa universale. E ciò in conformità alla tradizione maturata lungo i secoli sino a giungere al Vaticano II.

Cosa viene proposto?

In tal modo viene proposta una recezione creativa di “ciò che è attualmente previsto dall’ordinamento canonico per evidenziarne il significato e le potenzialità e darvi nuovo impulso, discernendo al contempo le prospettive teologiche di un suo pertinente sviluppo” (n. 71). L’assemblea del Sinodo dei Vescovi, la cui seconda sessione sarà celebrata l’ottobre prossimo, si muove in questa direzione. Tenendo conto del fatto che, nel frattempo, sono state promulgate la Costituzione apostolica sul Sinodo dei Vescovi Episcopalis communio, nel 2018, e la Costituzione apostolica sulla riforma della Curia Romana Praedicate evangelium, nel 2022.

Quali sono i frutti della prima sessione del Sinodo sulla sinodalità?

Un significativo frutto in merito della prima sessione – mi pare – è quello che si registra nel chirografo di Papa Francesco sulla collaborazione tra i Dicasteri della Curia Romana e la Segreteria Generale del Sinodo del 17 febbraio scorso. In esso infatti si dispone che “secondo quanto stabilito dall’art. 33 di Praedicate evangelium i Dicasteri della Curia Romana collaborino, ‘secondo le rispettive specifiche competenze, all’attività della Segreteria Generale del Sinodo’, costituendo dei gruppi di studio che avviino, con metodo sinodale, l’approfondimento di alcuni tra i temi emersi nella prima sessione”. Si tratta di promuovere una prassi più sinodale e attenta alla diversità dei contesti e alla legittima e auspicabile pluriformità nella fedeltà a ciò che è essenziale, permanente e universale nell’affronto dei temi in oggetto.  

Sinodalità significa compartecipazione nel governo e nelle decisioni della Chiesa o un cammino condiviso su alcuni temi? E in che modo si preserva l'autorità dei vescovi e quella del Papa in questo cammino condiviso?

Il documento della CTI già richiamato sottolinea con pertinenza, alla luce delle sue fonti normative e dei suoi fondamenti teologali, che la sinodalità in senso ampio designa il modo di vivere e di operare che qualifica la vita e la missione della Chiesa e che si esprime in quelle istituzioni e in quegli eventi “in cui la Chiesa è convocata dall’autorità competente e secondo specifiche procedure determinate dalla disciplina ecclesiastica, coinvolgendo in modi diversi, sul livello locale, regionale e universale, tutto il Popolo di Dio sotto la presidenza dei Vescovi in comunione collegiale e gerarchica con il Vescovo di Roma, per il discernimento del suo cammino e di particolari questioni, e per l’assunzione di decisioni e orientamenti al fine di adempiere alla sua missione evangelizzatrice” (n. 70).

Sinodalità e gerarchia sono dunque compatibili?

Dimensione sinodale e dimensione gerarchica non sono in competizione. La polarità che le correla struttura teologicamente e istituzionalmente la vita della Chiesa ed è la fonte del dinamismo missionario. In particolare, i processi sinodali di consultazione, di discernimento e di recezione sono il luogo in cui esercitarsi a vivere creativamente questa polarità, in modo che a ciascuno sia consentito esercitare la propria specifica responsabilità nell’armonia della comunione che è frutto dello Spirito Santo e che è garantita dal ministero dell’autorità. Aci 26.4.

 

 

 

Don Pasqualetti (Ups): “La crescita di un Paese non è solo tecnologica”

 

"C'è un divario che si sta ampliando tra un mondo tecnologico, che va sempre più avanti ed è sempre più strabiliante, e un mondo sociale che arranca nella sua umanità, nella capacità di comprendere i fenomeni, di capire dove vuole andare. E questo riguarda anche la politica. Non basta investire nell'intelligenza artificiale, se non sappiamo per quale fine stiamo investendo". Don Fabio Pasqualetti, decano della Facoltà di Scienze della comunicazione sociale dell'Università pontificia salesiana, sul ddl sull'intelligenza artificiale approvato dal Governo – di Riccardo Benotti

“La decisione di spendere fino a un miliardo di euro sull’intelligenza artificiale è stata confermata, nel tentativo di allinearsi all’Europa. Sarà interessante capire come le premesse saranno messe in pratica. Pensiamo all’AI Act europeo che è un documento interessante e apprezzato, ma assai difficile da applicare in uno scenario economico competitivo dove ogni restrizione viene malvista. È giusto applicare una normativa in settori come la sanità, il lavoro, la pubblica amministrazione, l’attività giudiziaria, la scuola. Ma che ricaduta avranno gli enunciati?”. Don Fabio Pasqualetti, decano della Facoltà di Scienze della comunicazione sociale dell’Università pontificia salesiana e consultore del Dicastero per la Comunicazione, commenta il disegno di legge sull’intelligenza artificiale approvato dal Consiglio dei ministri.

I cittadini saranno più tutelati?

Ci siamo resi conto, a distanza di anni, che i sistemi di intelligenza artificiale fanno parte ormai della vita quotidiana. Però sarebbe interessante chiarire cosa voglia dire tutelare i diritti della privacy, quando sappiamo che qualsiasi social media sa tutto di chi lo utilizza. Quali saranno gli ambiti in cui verranno tutelati i cittadini e come sapranno di esserlo?

L’Italia si mette al passo dell’Europa?

L’Italia, come il resto dell’Europa, non è all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale. Non possiamo competere, ad esempio, con gli Stati Uniti o la Cina. L’Europa deve certamente fare di più al suo interno e ogni Paese deve mettere a disposizione le migliori risorse.

Tuttavia non è sufficiente investire solamente nello sviluppo delle intelligenze artificiali. La crescita di un Paese non è solo tecnologica.

C’è un divario che si sta ampliando tra un mondo tecnologico, che va sempre più avanti ed è sempre più strabiliante, e un mondo sociale che arranca nella sua umanità, nella capacità di comprendere i fenomeni, di capire dove vuole andare. E questo riguarda anche la politica. Non basta investire nell’intelligenza artificiale, se non sappiamo per quale fine stiamo investendo. Quale sarà il beneficio per il Paese? Che Italia immaginiamo per il futuro?

Che spazio trova l’etica?

Siamo tutti preoccupati dei problemi etici, ma l’etica nasce da una visione e da valori condivisi. Non è un regolamento. Se pensiamo che l’etica si riduca a una serie di restrizioni, stiamo sbagliando: l’etica dovrebbe essere propositiva, dovrebbe favorire atteggiamenti positivi di rispetto e di dignità, di attenzione e di inclusione.

È giusto puntare sulla formazione dei giovani?

La formazione è fondamentale, a partire dalla scuola primaria. Non si deve insegnare a produrre intelligenza artificiale, ma sostenere un’educazione solida e robusta, che non sia funzionale soltanto all’inserimento degli studenti nel mondo del lavoro ma a saper vivere in un mondo sempre più tecnologico e interattivo, complesso e sofisticato. L’intelligenza artificiale è una parte della formazione che uno studente deve ricevere. Sir 26

 

 

 

Edith Stein dottore della Chiesa: la richiesta a Papa Francesco

 

Il 19 aprile il preposito generale dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi e il postulatore generale della stessa congregazione hanno sottoposto al Papa la petizione - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. Potrebbe essere Edith Stein la prima ebrea ad essere proclamata dottore della Chiesa. Il titolo, che finora è andato solo a 37 personalità della storia della Chiesa, è stato richiesto con una petizione consegnata personalmente nelle mani di Papa Francesco. Così Santa Teresa Benedetta della Croce, se tutto il procedimento andrà per il verso giusto, potrebbe diventare il 38esimo dottore della storia della Chiesa.

La petizione è stata consegnata al Papa lo scorso 19 aprile, in una udienza privata, da padre Miguel Márquez Calle, preposito generale dei Carmelitani Scalzi, e padre Marco Chiesa, postulatore generale. La petizione era necessaria perché partisse, nel Dicastero per le Cause dei Santi, la procedura per l’attribuzione del titolo.

Edith Stein è una personalità particolarissima. Nata a Breslavia (oggi in Polonia, al tempo Prussia) da famiglia ebreo-tedesca, cresciuta come ebrea e divenuta atea 14 anni, discepola di Edmund Husserl, si converte al cattolicesimo nel 1921, e viene battezzata nel 1922.

Dopo aver insegnato fino al 1932, quando la sua attività viene sospesa a causa delle leggi razziali, entra nel 1933 come postulante nel Carmelo di Colonia e assume il nome religioso di suor Teresa Benedetta della Croce.

Il 2 agosto 1942 viene prelevata dalla Gestapo e deportata nel campo di Auschwitz Birkenau, dove muore il 9 agosto uccisa nella camera a gas. Viene beatificata nel 1987 e canonizzata nel 1998, mentre nel 1999 viene dichiarata da Giovanni Paolo II compatrona di Europa insieme a Santa Brigida di Svezia e Santa Caterina da Siena.

L’iter perché fosse riconosciuta dottore della Chiesa è iniziato tempo fa, e c’era una commissione già al lavoro nel 2022, quando si celebrò l’ottantesimo anniversario del martirio di Edith Stein. Il titolo che è stato proposto per lei, almeno informalmente, è quello di Doctor Veritatis, perché il centro della sua ricerca è stata proprio la verità, che poi lei identificò definitivamente con Cristo. Scrisse Edith Stein: “Dio è la verità. Chi cerca la verità cerca Dio, lo sappia o no”.

Il titolo di dottore della Chiesa è concesso dal Papa stesso o da un Concilio. Può essere conferito solo postumo e dopo che c’è stato già un processo di canonizzazione.

Emerso per la prima volta nel corso dell’Alto Medioevo, il titolo viene conferito per aver mostrato tre qualità: essere una persona di eminente cultura (eminens doctrina); mostrare un marcato grado di santità nella vita (insignis vitae sanctitas); essere riconosciuta per tali qualità da una dichiarazione della Chiesa (ecclesiae declaratio).

Attualmente, ci sono 33 uomini e 4 donne dottori della Chiesa. Le donne sono state tutte proclamate dottori della Chiesa a partire dal 1970.

Dei 37 dottori della Chiesa riconosciuti, sette sono stati nominati dal 1970, e 20 dalla chiusura del Vaticano I nel 1870. 

Le Chiese cristiane d’Oriente tipicamente riconoscono ancora tutti coloro che sono stati onorati come dottori della Chiesa prima del Grande Scisma tra Oriente e Occidente nel 1053, anche se le Chiese orientali tendono a non usare il titolo; le singole Chiese talvolta hanno le loro proprie tradizioni moderne di tali figure.

Aci 25.4.

 

 

 

Azione Cattolica, Papa Francesco suggerisce "la cultura dell'abbraccio"

 

Udienza ai Membri dell’Azione Cattolica Italiana - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Più di 60.000 le persone presenti, 600 i pullman che sono arrivati nella capitale, 200 le diocesi presenti in piazza San Pietro oggi, il 25 aprile, con Papa Francesco. Protagonista l'Azione Cattolica.

L'incontro si chiama "A braccia aperte" e apre i lavori della XVIII Assemblea nazionale elettiva dell'AC dal titolo "Testimoni di tutte le cose da lui compiute" che si svolgerà a Sacrofano fino a domenica 28 aprile. Francesco arriva in Piazza e sottolinea che "l’abbraccio è una delle espressioni più spontanee dell’esperienza umana".

"La vita dell’uomo si apre con un abbraccio, quello dei genitori, primo gesto di accoglienza, a cui ne seguono tanti altri, che danno senso e valore ai giorni e agli anni, fino all’ultimo, quello del congedo dal cammino terreno - commenta il Pontefice - E soprattutto è avvolta dal grande abbraccio di Dio, che ci ama per primo e non smette mai di stringerci a sé, specialmente quando ritorniamo dopo esserci perduti".

Per il Papa ci sono ben tre tipi di abbraccio. L’abbraccio che manca, l’abbraccio che salva, l’abbraccio che cambia la vita.

L’abbraccio che manca. "Lo slancio che oggi esprimete in modo così festoso non è sempre accolto con favore nel nostro mondo: a volte incontra chiusure e resistenze, per cui le braccia si irrigidiscono e le mani si serrano minacciose, divenendo non più veicoli di fraternità, ma di rifiuto e contrapposizione, anche violenta, di diffidenza nei confronti degli altri, vicini e lontani, fino a portare al conflitto. Quando l'abbraccio si trasforma in un pugno è molto pericoloso. Sì, all’origine delle guerre ci sono spesso abbracci mancati o rifiutati, a cui seguono pregiudizi, incomprensioni e sospetti, fino a vedere nell’altro un nemico", dice Francesco.

Poi, l’abbraccio che salva. "Già umanamente abbracciarsi significa esprimere valori positivi e fondamentali come l’affetto, la stima, la fiducia, l’incoraggiamento, la riconciliazione. Ma diventa ancora più vitale quando lo si vive nella dimensione della fede. Non perdiamo mai di vista l’abbraccio del Padre che salva, paradigma della vita e cuore del Vangelo, modello di radicalità dell’amore. Lasciamoci abbracciare da Lui come bambini", questo il secondo abbraccio descritto dal Papa.

Poi, l’abbraccio che cambia la vita. "Sono molti i santi nella cui esistenza un abbraccio ha segnato una svolta decisiva, come San Francesco. Amici, voi sarete tanto più presenza di Cristo quanto più saprete stringere a voi e sorreggere ogni fratello bisognoso con braccia misericordiose e compassionevoli, da laici impegnati nelle vicende del mondo e della storia, ricchi di una grande tradizione, formati e competenti in ciò che riguarda le vostre responsabilità, e al tempo stesso umili e ferventi nella vita dello spirito", commenta il Pontefice.

Per Francesco tutto questo si racchiude nella "cultura dell'abbraccio".

"Vedervi qui tutti insieme – ragazzi, famiglie, uomini e donne, studenti, lavoratori, giovani, adulti e “adultissimi” (come chiamate quelli della mia generazione) – mi fa venire in mente il Sinodo. E penso al Sinodo in corso, che giunge alla sua terza tappa, la più impegnativa e importante, quella profetica. Ora si tratta di tradurre il lavoro delle fasi precedenti in scelte che diano slancio e vita nuova alla missione della Chiesa nel nostro tempo. Per questo c’è bisogno di gente forgiata dallo Spirito, di “pellegrini di speranza”, come dice il tema del Giubileo ormai vicino, capaci di tracciare e percorrere sentieri nuovi e impegnativi. Siate “atleti e portabandiera di sinodalità”", conclude infine Papa Francesco. Aci 25.4.

 

 

 

Cei, due assemblee definiranno il volto della Chiesa per annunciare il Vangelo

 

Il segretario del comitato, mons. Valentino Bulgarelli, al Sir: "Snodo molto importante per definire orientamenti per il futuro" - Filippo Passantino

Due assemblee sinodali si inseriscono come snodi fondamentali del cammino della Chiesa italiana. Il Consiglio episcopale permanente che si è svolto nel marzo scorso ha approvato “un passaggio molto importante e molto dedicato del cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia”. E questo lo ha esplicitato innanzitutto approvando le date dei due appuntamenti. La prima avverrà dal 15 al 17 novembre 2024, la seconda dal trenta marzo al quattro aprile del 2025. “Queste due assemblee sinodali vanno a codificare quello che è stato un percorso che è partito ormai nel 2021 con un biennio di ascolto con questo anno che stiamo vivendo del discernimento per cui c’è un processo che è in divenire – spiega il segretario del comitato, mons. Valentino Bulgarelli -. Il tutto però ribadisce l’importanza, la centralità per i vescovi italiani delle Chiese locali. Il loro protagonismo è quello che ha generato dalla fase di ascolto alcune attenzioni che sono state poi portate sempre a livello di Chiese locali e di discernimento su alcune possibili scelte. Quindi noi ci stiamo avviando verso la celebrazione di queste due assemblee”.

Definiti anche i partecipanti. Faranno parte dell’assemblea del Cammino sinodale i membri della Cei, i referenti diocesani e i componenti del comitato. Il numero dei deferenti diocesani per ogni diocesi andrà da un minimo di due ad un massimo di cinque, in proporzione al numero di abitanti della diocesi stessa, secondo quanto stabilito dalla presidenza della Cei. Sono invitati anche tutti i direttori degli uffici e servizi della Segreteria generale della Cei.

Come avverrà il lavoro?

In questo momento siamo proiettati a ricevere, come comitato del Cammino sinodale, che è quell’organismo voluto dai vescovi italiani per servire l’esperienza dello stesso Cammino, le proposte che arriveranno dalle Chiese locali, su quelli che sono i cinque temi che sono stati portati all’attenzione di questa stagione, di questa fase del discernimento: la missione in stile di prossimità; il linguaggio e la comunicazione, quindi legata anche, connessa con la cultura; il terzo macro-tema è la formazione, il quarto la corresponsabilità, la quinta le strutture. Quindi, siamo in attesa di ricevere dalle Chiese locali i loro lavori proprio per raccogliere queste proposte. Proposte che saranno lavorate dal comitato in modo da poterle presentare alla presidenza della Conferenza episcopale italiana che le porterà nell’assemblea generale del prossimo maggio.

Da lì cosa dovrebbe uscire?

Dovrebbero uscire delle indicazioni per costruire i ‘lineamenta’, quindi uno strumento che servirà alla prima assemblea sinodale per fare il punto per capire meglio quali sono gli orientamenti, gli orizzonti da praticare. Da questo lavoro della prima assemblea sinodale il comitato elaborerà uno strumento di lavoro che sarà riconsegnato alle Chiese locali, nei mesi da gennaio a febbraio, in modo che poi le delegazioni delle Chiese locali possano efficacemente lavorare in questa seconda assemblea sinodale.

Quindi siamo in uno snodo molto importante proprio per tentare di prendere decisioni, orientamenti per il futuro.

Qual è il leitmotiv di questo lavoro?

Il grande tema è il tentativo di capire quale volto deve darsi la Chiesa oggi per annunciare il Vangelo. Sempre di più pare che si configuri meglio questo grande orizzonte: ribadire che il fine è la missione forte della Chiesa, così come sottolinea anche Papa Francesco. Occorre andare a cogliere quegli strumenti che permettano alla Chiesa di rilanciare, consolidare questa azione di annuncio. Sir 24

 

 

 

 

"Le virtù teologali sono il grande antidoto all’autosufficienza"

 

Udienza generale di oggi: "Le virtù teologali" - Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano. Il Papa continua il ciclo di catechesi su “I vizi e le virtù” e incentra la sua riflessione sul tema "La vita di grazia secondo lo Spirito". "Nelle scorse settimane abbiamo riflettuto sulle virtù cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Come abbiamo sottolineato più volte, queste quattro virtù appartengono a una sapienza molto antica, che precede anche il cristianesimo", spiega subito Francesco in piazza San Pietro.

"Nel cammino verso la pienezza della vita, che appartiene al destino di ogni persona essere pieno di vita, il cristiano gode di una particolare assistenza dello Spirito Santo, di Gesù. Essa si attua con il dono di altre tre virtù, prettamente cristiane, che spesso vengono nominate insieme negli scritti del Nuovo Testamento. Questi atteggiamenti fondamentali, che caratterizzano la vita dei cristiani, sono la fede, la speranza e la carità", ed ecco il cuore della catechesi di oggi di Papa Francesco.

Il Pontefice chiede ai presenti in piazza di ripeterle insieme.

"Gli scrittori cristiani le hanno ben presto chiamate “teologali”, in quanto si ricevono e si vivono nella relazione con Dio, per differenziarle dalle altre chiamate cardinali, in quanto costituiscono il “cardine” di una vita buona", spiega Papa Francesco.

Ma qual è la differenza? "Mentre il rischio delle virtù cardinali è quello di generare uomini e donne eroici nel compiere il bene, ma tutto sommato soli, isolati, il grande dono delle virtù teologali è l’esistenza vissuta nello Spirito Santo",dice il Papa.

"Il cristiano non è mai solo. Compie il bene non per un titanico sforzo di impegno personale, ma perché, come umile discepolo, cammina dietro al Maestro Gesù. Lui va avanti nella via. Le virtù teologali sono il grande antidoto all’autosufficienza. Una persona può avere compiuto anche una montagna di opere benefiche, può aver mietuto riconoscimenti ed encomi, ma se tutto ciò l’ha fatto solo per sé, per esaltare sé stessa, può dirsi ancora una persona virtuosa? Il bene non è solo un fine, ma anche un modo. Il bene ha bisogno di tanta discrezione, di molta gentilezza. Il bene ha bisogno soprattutto di spogliarsi di quella presenza a volte troppo ingombrante che è il nostro io", continua il Pontefice.

Le virtù teologali sono di grande aiuto, per Francesco. Aci 24.4.

 

 

 

 

Card. Pizzaballa: “Nulla sarà più come prima”

 

“Quanto è successo ha mostrato in modo evidente l’ineluttabilità della soluzione dei Due Stati. Non c’è alternativa ai due stati che il permanere della guerra”: a 200 giorni di guerra tra Israele e Hamas a parlare ai media vaticani è il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa. Una lunga disamina che nasce dai 34 anni vissuti in Terra Santa e che gli fa dire che “questa è la prova più difficile che ci è toccato affrontare.

L’incertezza ora è su quanto durerà ancora questa guerra, e ancora più su cosa succederà dopo, perché una cosa è certa: nulla sarà più come prima. E non mi riferisco solo alla politica; penso a ciascuno di noi. Questa guerra ci cambierà tutti. Per metabolizzarla ci vorranno tempi lunghi. Ma è anche vero che qui i tempi lunghi sono l’ordinario, la pazienza nel bene e nel male non manca mai. Altrimenti non si spiegherebbe una guerra che in varie forme comunque dura da 76 anni”. Uscire da questo dramma, per il patriarca latino, si può: “in questa terra – spiega – nel passato qualcuno più coraggioso ha tentato la strada politica della pace. Ma sono sempre stati tentativi che procedevano dall’alto verso, il basso: accordi, negoziati, compromessi. Sono tutti miseramente falliti. Pensate ad Oslo per esempio. E allora ora è il momento di invertire la direzione e avviare un percorso che vada invece dal basso verso l’alto. Ripeto: sarà faticoso ma non vedo altra strada”. Insomma, “occorre mettere un punto alla storia e ricominciare tutto daccapo e su basi nuove e diverse dal passato. Intanto – aggiunge – penso che tutto quello che è successo in questi sei mesi abbia mostrato in modo evidente l’ineluttabilità della soluzione dei ‘due Stati’. Non c’è alternativa ai due Stati che il permanere della guerra. Ma i due Stati debbono cambiarsi dal di dentro, debbono ripensarsi. Le due società, che pure negli ultimi anni sono cambiate radicalmente e rapidamente, devono avere il coraggio di ripensare la propria società”.

Nell’intervista il card. Pizzaballa si sofferma anche sulla piccola comunità cristiana, circa 500 persone, sfollata nella parrocchia latina: “Sono arrivati due container carichi di cibo e finalmente possono mangiare qualcosa di più sostanzioso. La situazione rimane difficile per l’equilibrio psicologico, che ovviamente vacilla dopo sei mesi di cattività nei locali della Chiesa. Tutti devono essere coinvolti in un qualche lavoro per il bene di tutta la comunità, e questo è importante perché così sono distolti dal pensiero fisso sul loro stato attuale, sui pericoli che corrono, e sul ricordo di quelli che non ce l’hanno fatta. Che non sono solo quelli morti ammazzati dalle bombe e dai fucili ma anche quelli che non sono sopravvissuti alla mancanza di medicinali e cure. È commovente il coraggio e la dedizione, in modo particolare, delle tre suore di Madre Teresa che non hanno mai smesso di occuparsi dei bambini disabili. Spero – conclude – che presto ci sia consentito di raggiungere questi nostri fratelli e sorelle e portargli di persona gli aiuti che necessitano”. Daniele Rocchi, Sir 24

 

 

 

Belgio, proposta shock: eutanasia per chi è stanco della vita

 

Dura nota dei vescovi del Belgio contro il dibattito sul suicidio assistito del presidente della Mutualità Cristiana, la più grande cassa di assicurazione sanitaria belga. Di Andrea Gagliarducci

Bruxelles. Eutanasia per chi è stanco di vivere? Sì, grazie, ha detto Luc Van Gorp, presidente della Mutualità Cristiana (Christelijke Mutualiteit), la più grande cassa di assicurazione sanitaria del Belgio, di ispirazione cristiana. No, grazie, hanno detto i vescovi del Belgio, che hanno redatto una dura nota contro la proposta. La società civile si mobilita, intanto, e la Marcia per la Vita sarà dedicata proprio al tema.

Il Belgio ha una delle legislazioni più liberali sull’eutanasia, in vigore dal 2002. Luc Van Gorp ha basato la sua proposta di fornire eutanasia per chi è stanco di vivere su basi puramente economiche, andando a lamentare il peso che ha molta popolazione considerata inutile sulle casse dello Stato. Ma la sua proposta è l’ultima frontiera in un Belgio in cui persino un arcivescovo, Johan Bonny di Anversa, ha affermato che l’eutanasia non è necessariamente un male in quanto tale, e in cui i Fratelli della Carità si sono trovati a dover combattere (senza successo) per impedire che anche nei loro ospedali entrassero dei protocolli per applicare l’eutanasia in certe condizioni.

I vescovi del Belgio, però, non sono rimasti stavolta a guardare, e hanno risposto alle parole di Van Gorp con un comunicato diffuso lo scorso 11 aprile. Le parole del presidente della Mutualità Cristiana sono state ricevute “con stupore e delusione”, perché la proposta di rendere possibile l’eutanasia per le persone stanche di vivere “va contro ciò che è al centro stesso della società umana e della storia della civiltà umana, vale a dire il rispetto fondamentale per la vita umana e, prima di tutto, quella dei più vulnerabili”.

“Ancora più discutibile” è per i vescovi belgi il fatto che la proposta venga da una organizzazione sanitaria cristiana, perché “la dignità costituisce il pilastro essenziale di ogni società umana degna di questo nome”.

Luc Van Gorp, parlando con due giornali fiamminghi, aveva affermato che chi è stanco di vivere possa avere la possibilità di realizzare il proprio desiderio, perché “molti anziani sono stanchi per la vita, e, per quanto riguarda i budget, costano solo soldi al governo”.

E sì, rispondono i vescovi, ci sono “sfide considerevoli”, di fronte a “mezzi finanziari non illimitati”, eppure “in una società veramente umana, queste scelte non possono essere fatte a scapito di chi ha bisogno di cure, tanto meno includendo l’opzione dell’eutanasia proposta come soluzione”.

Le parole di Van Gorp avevano subito suscitato il consueto battage mediatico in favore dell’eutanasia, con messaggi chiari in favore dell’eutanasia dolce proposta dal presidente delle Mutualità Cristiane.

Il 21 aprile, CLARA Life, associazione belga per la difesa umana, ha annunciato che l’obiettivo della Marcia per la Vita di quest’anno sarà quello di “sensibilizzare l'opinione pubblica sulla promozione di una cultura della vita in Belgio”, a fronte della “recenti allarmanti proposte legislative che mirano ad estendere l'accesso all'aborto fino a 18 settimane, ad autorizzare l'eutanasia per le persone affette da demenza e a considerare l'eutanasia come un'opzione per risparmiare sulla previdenza sociale”.

Di fronte al crescente ricorso all'eutanasia (3.423 nel 2023), CLARA Life deplora che la stragrande maggioranza delle persone che richiedono l'eutanasia "affermino di non voler morire, ma semplicemente di non dover soffrire". 

“Purtroppo – aggiunge l’associazione -  è chiaro che il crescente ricorso all’eutanasia ne fa un’alternativa alle cure palliative, che rischiano di essere progressivamente emarginate ” .

Le proposte che prevedono l'estensione dell'eutanasia alle persone affette da demenza e la promozione dell'eutanasia come modo per risparmiare sulla previdenza sociale allarmano l'associazione belga, perché “dimostrano una china allarmante, deviando la medicina dalla sua vocazione curativa, per trasformare un intervento eccezionale in una soluzione banalizzata, se non addirittura economica”. Aci 23

 

 

 

Le sedi cardinalizie in Italia: la rivoluzione di Papa Francesco

 

Ad eccezione di Bologna e in attesa della nomina – non all’ordine del giorno – del nuovo Vicario Generale di Roma, le diocesi tradizionalmente cardinalizie in Italia – almeno negli ultimi 120 anni – sono tutte senza arcivescovi porporati - Di Marco Mancini

Bologna. Ad eccezione di Bologna e in attesa della nomina – non all’ordine del giorno – del nuovo Vicario Generale di Roma, le diocesi tradizionalmente cardinalizie in Italia – almeno negli ultimi 120 anni – sono tutte senza arcivescovi porporati.

Ovviamente si tratta di tradizione, non vi è nessuna legge canonica in materia e anche se vi fosse il Papa può tranquillamente derogarvi. Ma è oltremodo interessante sottolineare come, in poco più di 10 anni, Papa Francesco abbia cambiato la tradizione con le sue scelte – almeno nel primo periodo di pontificato – inaspettate.

Prendendo in esame dai primi del Novecento del secolo scorso, le diocesi tradizionalmente cardinalizie in Italia sono state Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma (con il Vicario Generale di Sua Santità), Napoli e Palermo.

Al momento dell’elezione di Papa Francesco, nel marzo 2013, Torino e Venezia erano in attesa di porpora, con l’Arcivescovo Nosiglia e il Patriarca Moraglia. E la porpora non è mai arrivata. Nel 2022 Monsignor Nosiglia ha lasciato Torino per raggiunti limiti di età e gli è succeduto Monsignor Roberto Repole, il cui nome non è stato inserito nei concistori del 2022 e del 2023. L’ultimo Arcivescovo di Torino a non essere cardinale fu Davide Riccardi tra il 1891 e il 1897. A Venezia – che peraltro ha dato alla Chiesa tre papi fra il 1903 e il 1978 – l’ultimo Patriarca non cardinale prima di Monsignor Francesco Moraglia fu Angelo Ramazzotti tra il 1858 e il 1861. Il presule morì tre giorni prima di ricevere la berretta rossa da parte di Pio IX.

Anche l’Arcidiocesi di Milano nel XX Secolo ha donato alla Chiesa dei papi, due: Pio XI nel 1922 e Paolo VI nel 1963. Ed ora Milano non ha un Arcivescovo cardinale, sebbene il Vescovo di Como – diocesi suffraganea di Milano – abbia ricevuto la porpora nel concistoro dell’agosto 2022. L’ultimo Arcivescovo di Milano non cardinale prima di Monsignor Mario Delpini – in carica dal 2017 al posto del Cardinale Angelo Scola – fu Luigi Nazari di Calabiana, tra il 1867 ed il 1893.

A Bologna Papa Francesco ha mantenuto la “tradizione cardinalizia”: con la rinuncia del Cardinale Carlo Caffarra nel 2015 ha chiamato a succedergli Monsignor Matteo Maria Zuppi, che quattro anni dopo ha ricevuto la berretta rossa.

Dal prossimo 24 giugno anche Firenze non sarà guidata da un Cardinale. Almeno fino a quando il Papa non deciderà di assegnare la porpora all’Arcivescovo eletto Gherardo Gambelli. Con l’uscita di scena del Cardinale Giuseppe Betori l’ultimo Arcivescovo di Firenze non porporato fu Eugenio Cecconi, tra il 1874 e il 1888.

Roma attende – dopo il trasferimento del Cardinale Angelo De Donatis alla Penitenzieria Apostolica – il nuovo Vicario Generale. Secondo la Costituzione Apostolica In Ecclesiarum Communione, firmata da Papa Francesco, il Vicario deve essere un Cardinale pertanto quando lo riterrà opportuno il Pontefice o sceglierà un porporato o nominerà un vescovo a cui successivamente assegnerà la berretta rossa. Sempre che il Papa non decida di derogare alla Costituzione Apostolica da lui stesso firmata.

Alla fine del 2020 Monsignor Domenico Battaglia è succeduto al Cardinale Crescenzio Sepe quale Arcivescovo di Napoli. Era dal 1923 che l’Arcivescovo di Napoli non era cardinale, con la brevissima esperienza di Monsignor Michele Zezza.

Infine l’Arcidiocesi di Palermo, guidata da ormai quasi nove anni dall’Arcivescovo Corrado Lorefice, succeduto al dimissionario Cardinale Paolo Romeo. Per ritrovare un Arcivescovo di Palermo non porporato bisognare tornare a Monsignor Giovanni Battista Naselli, che guidò l’Arcidiocesi siciliana tra il 1853 e il 1870.

Ad oggi Papa Francesco ha invece assegnato la berretta cardinalizia ai vescovi residenziali italiani Gualtiero Bassetti, ora Arcivescovo emerito di Perugia-Città della Pieve, ultraottantenne; Edoardo Menichelli, ora Arcivescovo emerito di Ancona-Osimo, ultraottantenne; Francesco Montenegro, ora Arcivescovo emerito di Agrigento; Angelo De Donatis, ora Penitenziere Maggiore e già Vicario Generale di Roma; Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna; Augusto Paolo Lojudice, Arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino; Oscar Cantoni, Vescovo di Como. Erano già ultraottantenni e quindi non elettori in un futuro conclave al momento della loro creazione cardinalizia Loris Francesco Capovilla, Prelato emerito di Loreto; Renato Corti, Vescovo emerito di Novara; Arrigo Miglio, Arcivescovo emerito di Cagliari. Aci 23

 

 

 

Card. Zuppi (Cei): “Decisivo mettere insieme giustizia sociale e ambientale”

 

“Mettere insieme giustizia sociale e ambientale è decisivo. Oggi facciamo un po’ fatica per la mancanza di dialogo, della capacità di completarsi, di pensare insieme. Negli anni sono cresciute l’ingiustizia e le disuguaglianze e questo dovrebbe metterci in allarme”. Lo ha detto il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza episcopale italiana, intervenendo al convegno “In dialogo: per costruire giustizia sociale e ambientale” svoltosi nella Sala Farnese di Palazzo D’Accursio a Bologna. L’evento è stato promosso da Forum disuguaglianze e diversità, Caritas Italiana e Ufficio nazionale per i Problemi sociali e il lavoro della Cei, con il sostegno dell’Alleanza per le transizioni giuste.

Negli anni, per il porporato, “non abbiamo fatto nessuna manutenzione, che abbiamo accettato che l’ascensore sociale era rotto. Dobbiamo renderci conto delle disuguaglianze e delle cause di queste che dipendono dal fatto che abbiamo accettato che alcuni meccanismi non venissero corretti. Dovrebbe diventare sistemica ma paradossalmente il sistema accetta di non funzionare”. Per il presidente della Cei è inoltre fondamentale “recuperare il termine universale che dipende anche dall’Europa e anche essa necessita di manutenzione”.

L’obiettivo dell’incontro, trasmesso in diretta streaming sul canale YouTube del Forum, è stato quello di mettere a confronto i nodi cruciali che la società italiana si trova ad affrontare, aggravati dalla crescita esponenziale delle disuguaglianze in molteplici forme e l’accelerazione preoccupante della crisi climatica. Al centro del dibattito, la necessità di una rapida transizione ecologica per contrastare le crescenti disuguaglianze sociali. Il Forum disuguaglianze e diversità “è certo che larga parte delle migliori esperienze in campo sociale vengano dal locale – ha dichiarato il co-cordinatore Fabrizio Barca – ma siamo anche convinti che tante esperienze importanti di riconnessione ambientale e sociale non ce la fanno da sole se non riescono a influenzare il sistema e a produrre indicazioni di sistema. I numeri ci dicono che un terzo delle aree dell’Europa oggi sono in una trappola ambientale sociale”.

“Ancora oggi il rischio che la giustizia sociale, che comprende anche diritto al lavoro, sia in contrasto con l’ambiente, la tutela della salute e l’ecologia, non è risolto. Pensiamo al caso Taranto dove abbiamo un disastro. È un laboratorio, un’esposizione di tutto quello che non bisognava fare, di previsioni non ascoltate”. Così il card. Matteo Zuppi, facendo riferimento all’Ilva della Città dei due Mari, l’acciaieria da anni al centro di in una grave vicenda ecologica per l’inquinamento atmosferico e delle zone circostanti. Il porporato ha sottolineato che “se la politica non sa prevedere, non svolge il proprio ruolo e vuol dire che sono altre le pressioni che determinano le scelte. Si sta molto poco attenti alle previsioni, quindi c’è molto opportunismo immediato. Sul caso Taranto è necessario fare una disamina seria di tutti gli errori compiuti in giustizia sociale e ambientale”.

 L’evento è stato promosso da Forum disuguaglianze e diversità, Caritas Italiana e Ufficio nazionale per i Problemi sociali e il lavoro della Cei, con il sostegno dell’Alleanza per le transizioni giuste, per approfondire i nodi cruciali che la società italiana si trova ad affrontare, aggravati dalla crescita esponenziale delle disuguaglianze in molteplici forme e dall’accelerazione preoccupante della crisi climatica. Fabrizio Barca, co-coordinatore del Forum disuguaglianze e diversità ha spiegato che la situazione di Taranto si poteva risolvere “dieci anni prima quando è stata privatizzata. Il caso doveva essere affrontato in modo diverso”.

“Il tema della pace non è facoltativo. Pensavamo che fosse garantita, abbiamo scoperto che non è così. Il passaggio a questa consapevolezza deve tradursi in scelte in un dialogo serio che deve prevedere risposte in un mondo che non può non preoccuparci”, ha affermarlo ancora il card. Matteo Zuppi. L’incontro è stato l’occasione per approfondire le criticità più urgenti del nostro tempo. Tra queste la pace nel mondo. Zuppi ha ricordato che “l’Europa nasce dalla tragedia della guerra e se non riesce ad avere gli strumenti della pace tradisce sè stessa e fa mancare qualcosa. Mi auguro che sappia scegliere la cultura della pace per far tesoro della propria storia e portare visione di pace indispensabile”. Al centro del dibattito, la necessità di una rapida transizione ecologica per contrastare le crescenti disuguaglianze sociali. Fabrizio Barca, co-coordinatore del Forum disuguaglianze e diversità ritiene che “se vogliamo superare lo scontro sociale ambientale anche con gli altri popoli del mondo” l’unica strada percorribile dall’Europa è quella di “investire nella ricerca “. Roberta Pumpo, sir 22

 

 

 

Rapporto 2024 sull’ospitalità religiosa: Italia davanti a tutti ma servono sostegni

 

ROMA - Tra i tanti primati che conserva saldamente il nostro Paese c’è anche quello della ricettività religiosa e no-profit, in un settore dell’accoglienza dedicato a spiritualità, turismo, lavoro e studio.

Una potenzialità unica al mondo che, secondo il Rapporto 2024 redatto dall’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, è rappresentato da quasi tremila strutture ricettive che mettono a disposizione ogni giorno 200.000 posti letto. Il 45% è gestito direttamente da religiosi/e, mentre il 38%, pur di proprietà religiosa, è di fatto gestito da laici impegnati.

Con 6 milioni di ospiti e 25 milioni di presenze, il 2023 si era chiuso in maniera molto positiva. E il trend di quest’anno continua con una moderata crescita, anche in vista del Giubileo.

In numeri assoluti Roma e il Lazio rappresentano da soli circa un sesto di tutta l’offerta ricettiva, con oltre 30.000 posti letto. Seguono ben distanziati, ma appaiati, Emilia Romagna e Veneto.

Ma è la Liguria che si distingue in rapporto al numero dei residenti, con 31 posti letto ogni 1.000 abitanti. Seguono il Lazio, l’Umbria, la Valle d’Aosta e le Marche. Segno evidente che i luoghi ameni sono davvero tanti e ancora da scoprire.

Tra i servizi più frequenti che queste particolari ed accoglienti strutture offrono la cappella o chiesa, il parcheggio, il giardino, la sala riunioni, il wi-fi. Diffusissima ancora la Sala TV, che riporta la memoria ad una condivisione televisiva ormai quasi scomparsa.

Un terzo delle strutture si trova in centro città, mentre il 40% fa della montagna la sua peculiarità.

Secondo il presidente dell’Associazione Ospitalità Religiosa Italiana, Fabio Rocchi “queste strutture ricettive, gestite in modalità no-profit e che alimentano con i loro introiti le attività benefiche in Italia e nel mondo, avrebbero bisogno di quei sostegni dai quali sono invece spesso tagliate fuori, non rispondendo ai canoni economici d’impresa richiesti quasi sempre per usufruirne”.

(aise/dip 20.4.) 

 

 

 

Offro la mia vita per le pecore. IV Domenica di Pasqua

 

Carpi, domenica. Gesù, in questa quarta domenica di Pasqua, si presenta con queste parole: “Io sono il buon Pastore”. Questa presentazione che Cristo fa di se stesso è una delle più commoventi e suggestive. Non a caso in una delle prime raffigurazione - in un affresco nelle catacombe romane - Cristo viene raffigurato come un Pastore che porta sulle spalle una pecora. Al mercenario, cioè al pastore prezzolato, le pecore non interessano poiché non sono sue e così quando si avvicina il lupo le abbandona al loro drammatico destino. Il Signore, utilizzando questa immagine, ci svela che il rapporto tra Lui e i suoi discepoli è di appartenenza. 

Ma in che cosa consiste quest’appartenenza? In primo luogo in un rapporto di reciproca conoscenza: “Io conosco le mie pecore- dice il Signore - e le mie pecore conoscono me". Una conoscenza che, da parte nostra, è propiziata dall’ascolto della Parola di Gesù - “ascolteranno la mia voce” - da cui nasce una relazione di vera e profonda amicizia con Lui. Per il Signore, invece, conoscere equivale ad amare. Pertanto, possiamo fidarci di Lui perché ci ha amati, non a parole o in maniera virtuale, ma con i fatti e nella verità. E con il suo amore vuole colmare l’abisso di nullità in cui noi siamo precipitati a causa del peccato. Il peccato, dunque, rappresenta il male più distruttivo che l’uomo possa auto infliggersi, perché lo separa dalla Vita. Dio avrebbe potuto abbandonarci al nostro tragico destino di morte e, invece, ci cerca, ci rincorre, quasi ci supplica di accoglierlo, perché non sopporta di “perdere” nemmeno una delle sue cento pecore (cfr Lc 15,3-7).

L’amore che il “buon pastore” porta per noi, lo spinge fino al punto di dare la sua vita per noi “e offro - dice Gesù - la mia vita per le pecore". Il Signore, poiché ci conosce e a Lui apparteniamo, non può permettere che altre forze ci rapiscano e ci disperdano. A questo scopo ha offerto la sua vita. Si è trattato di una scelta assolutamente libera. Potendo disporre completamente di se stesso, ha deciso di morire per la nostra salvezza. Queste le sue parole: "nessuno me la toglie [la vita], ma la offro da me stesso, poiché ho il poter di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo".

Il Cippo funerario di Abercio, un cristiano del II secolo, riporta questa iscrizione: “…io di nome Abercio, sono discepolo del santo Pastore che pascola greggi di pecore per monti e per valli, che ha occhi grandi, che dall’alto guardano per ogni dove”.

Abercio ci ricorda che il discepolo di Cristo non rimane in balia di forze oscure, di un destino inesorabile e crudele. Cristo ha grandi occhi capaci di scrutare il cuore di ogni uomo. Chi è da Lui “guardato” e accetta il suo amore non è abbandonato nella regione di morte, ma entra nella terra dei viventi.

Gesù, dunque, vede l’umanità come un gregge disperso e senza pastore, ne prova compassione e se ne prende cura. Accetta, in obbedienza alla volontà del Padre, di divenire “l’Agnello di Dio” che porta su di sé il peccato del mondo. Accetta, cioè, di mettere in gioco la sua stessa vita e di morire sulla croce per riparare la nostra miseria. Gesù è il buon pastore perché è anche l’Agnello di Dio. Contemplando il Cuore pieno di amore di Cristo e quanto Egli ha fatto per ciascuno di noi, non possiamo non fare nostre le parole di san Paolo: “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Mons. Francesco Cavina Aci 21.4.

 

 

 

Sinodo, verso la seconda Sessione

 

Nel corso della recente sessione del Consiglio dei cardinali (15-16 aprile) è stato affrontato il tema del ruolo della donna nella Chiesa con gli interventi di suor Regina da Costa Pedro e della professoressa Stella Morra. «La giornata del 16 è iniziata con una relazione del cardinale Mario Grech e di mons. Piero Coda sul sinodo in corso» (dal comunicato della Sala stampa vaticana). Pubblichiamo di seguito il testo della relazione di mons. Piero Coda.

La domanda centrale e le sue declinazioni

La domanda: «come essere Chiesa sinodale in missione?» precisa il focus della seconda sessione dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi. Domanda pertinente, esigente, concreta: perché riprende il tema proposto all’Assemblea – «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione» – invitando a concentrarsi sul “chi è?” (quale volto ha) e sul “come va?” (come si vive) – oggi, nei diversi e interdipendenti contesti – l’essere Popolo di Dio, comunità dei discepoli di Gesù che condivide il cammino con tutti, nel segno della grazia e dell’avventura della fraternità suscitata e alimentata dall’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Perché di questo amore la Chiesa è segno e strumento in Gesù: «localizzazione della Trinità» nella storia – come affermato da Papa Francesco in eco a Lumen gentium 1 –, e proprio per questo «Chiesa sinodale che è missione».

Com’è stato puntualizzato, a conclusione della prima sessione, «l’obiettivo di un “Sinodo sulla sinodalità”, che a uno sguardo puramente teorico poteva quasi sembrare un enigma difficile da sciogliere, si è sciolto adottandolo come esperienza spirituale dell’ascolto […]. A cose fatte, questo esito così evidente e così assestato della natura colloquiale della Chiesa ci sembra un guadagno inaspettato e irreversibile, che ci giunge come dono inestimabile già in questa fase, pur ancora interlocutoria, dell’evento sinodale. Dobbiamo subito, noi tutti, trovare il modo di capitalizzarlo, trasformandolo in un punto di svolta per la Chiesa che siamo, per la Chiesa che verrà» (P.A. Sequeri, «Il Sinodo fino alle vite comuni. Per cerchi concentrici», in Avvenire, 31 ottobre 2023).

In questa luce, la domanda: «Come essere Chiesa sinodale in missione» può ora essere articolata su tre livelli interdipendenti: la Chiesa in un luogo, i raggruppamenti di Chiese su base regionale, la Chiesa una e universale come convergenza poliedrica di tutte le Chiese. Si tratta d’interrogarsi con parresia, con visione, con determinazione su:

– come la Chiesa in un luogo (la diocesi, la cui vita pulsa attraverso le parrocchie, le realtà della vita consacrata, le aggregazioni laicali) organizza la partecipazione di tutti – nella distinzione dei ruoli e degli ambiti di competenza – in comunione col Vescovo, immaginando cammini praticabili, credibili, verificabili di evangelizzazione, di testimonianza, di servizio;

– come, su scala regionale, vanno valorizzate – oggi più che mai, con un salto di qualità e di immaginazione – le dinamiche e le strutture di comunione tra le Chiese sperimentate da sempre nella storia della Chiesa, rinnovate alla luce del Vaticano II in particolare grazie all’implementazione delle Conferenze Episcopali, sperimentandone con coraggio di nuove in aderenza alle nuove situazioni, ad esempio su base continentale;

– e infine come promuovere la comunione nella missione tra tutte le Chiese a livello universale, con l’esercizio del ministero di unità del Vescovo di Roma declinato in forma rinnovata (nel solco dell’ecclesiologia della communio Ecclesiarum riproposta dal Vaticano II e come auspicato da Giovanni Paolo II nella Ut unum sint), con una più effettiva e incisiva collegialità dei Vescovi e con la partecipazione attiva di tutto il Popolo di Dio nella sua variegata pluralità: tenendo conto – come felicemente evidenziato dall’esperienza vissuta nella prima sessione – della rilevanza ecumenica, in prospettiva forse persino decisiva, di tutto ciò.

La messa a fuoco di questi 3 livelli chiede a sua volta l’attenzione a due assi trasversali che li attraversano:

– quello del metodo con cui si esercita la sinodalità: in ascolto comunitario dello Spirito (dimensione pneumatica), attraverso gli organismi e gli eventi specifici che a ciò sono deputati e vanno messi a punto (dimensione istituzionale), mediante procedure precisate canonicamente e pastoralmente aperte, creative, snelle che ne esprimano l’efficacia sotto il profilo del discernimento, della presa di decisione, della verifica (dimensione procedurale);

– quello del rapporto tra l’inculturazione indispensabile e creativa del Vangelo nei diversi luoghi e contesti e il respiro sempre più grande della cattolicità, nella fedeltà all’unico Vangelo e nello scambio arricchente dei rispettivi doni tra le Chiese. Un discernimento, questo, nella performance della missione del Popolo di Dio oggi, in decisa controtendenza rispetto al panorama polarizzato e tragicamente conflittuale che sperimentiamo.

Si tratta di cinque prospettive di approfondimento che si sono stagliate nel processo sinodale come sin qui si è realizzato e che ora attendono l’ulteriore apporto che verrà dalle Chiese locali, in dialogo con la Relazione di sintesi su cui si è realizzata la convergenza a conclusione della prima sessione. Intanto, sono stati costituiti e hanno avviato il lavoro cinque gruppi di approfondimento, con esperti di diversa provenienza geografica, vocazione e ministero ecclesiale, donne e uomini, chiamati a lavorare con metodo sinodale. E ciò – accogliendo una esplicita istanza emersa nella prima sessione – per acquisire più esplicitamente ed efficacemente, a questo punto, l’apporto della teologia, del diritto canonico, delle scienze umane e sociali, delle diverse sensibilità culturali.

Le dieci commissioni di studio:

un primo frutto e la sua rilevanza ecclesiale

Sono state inoltre costituite dieci commissioni di studio su questioni emerse nella prima sessione dell’Assemblea Sinodale che non possono essere affrontate in modo diretto e puntuale nella seconda sessione per restare fedeli all’impegno di rispondere, innanzi tutto, alla domanda centrale attorno a cui si è convocati. Sottolineo appena tre cose in merito a questa significativa iniziativa che Papa Francesco ha disposto venga intrapresa, interpretando autorevolmente l’orientamento dell’Assemblea.

a) Innanzi tutto, ne va sottolineata la portata ecclesiologica. Si tratta di attuare – Papa Francesco lo precisa nel chirografo del 16 febbraio scorso – quanto previsto dalla Costituzione di riforma della curia romana, Praedicate Evangelium, nel solco del rinnovamento propiziato dal Vaticano II. È questo, a tutti gli effetti, un primo rilevante frutto del processo sinodale, che invita a promuovere una prassi più sinodale e attenta alla diversità dei contesti e alla legittima e auspicabile pluriformità nell’affronto dei temi in oggetto, in tandem tra i Dicasteri della curia romana interessati e la Segreteria del Sinodo.

b) In secondo luogo, è da registrare il fatto che questi temi sono connessi – in base a quanto emerso nel processo sinodale – all’implementazione di una figura apprezzabile e credibile di Chiesa sinodale in uscita. Si tratta di temi e prospettive a lunga gittata – e tuttavia con rilevanti ricadute anche a breve termine – che è essenziale cominciare a istruire per giungere (in tempi non biblici) a pertinenti proposte e a maturate decisioni operative in merito.

c) In terzo luogo, grazie al coinvolgimento di esperti (penso in particolare alla partecipazione della Commissione Teologica Internazionale, della Pontificia Commissione Biblica e di altri, sempre con respiro universale), ci si avvale dell’apporto specifico della teologia e del diritto canonico, in dialogo con gli altri saperi, nell’implementazione del processo sinodale. Dall’inizio ha operato, presso la Segreteria del Sinodo, una Commissione di teologi, così come una Commissione di spiritualità e metodologia. Dopo il servizio discreto che hanno reso attraverso l’ascolto e il discernimento nella fase di consultazione, è il momento di un robusto contributo prospettico da offrire all’elaborazione della valutazione e della proposta da parte della competente autorità.

I principi di riferimento

Nel documento di accompagnamento di questa fase predisposto dalla Segreteria Generale del Sinodo (14 marzo scorso) vengono evidenziati alcuni principi di riferimento che possono rilevarsi assai utili nel proseguire quest’opera di discernimento.

– Il primo principio è la missione di evangelizzazione come centro propulsivo e ragion d’essere della Chiesa. La promozione della figura e della dinamica sinodale della Chiesa ha lo scopo di manifestarne e sostenerne in modo credibile e incisivo la missione. Va privilegiato ciò che risulta più efficace in ordine all’annuncio del Vangelo, trovando il coraggio di abbandonare ciò che si rivela meno utile o addirittura di ostacolo. È questa spinta missionaria a garantire che il processo sinodale non si risolva in un esercizio attraverso cui la Chiesa si guarda allo specchio e si preoccupa dei propri equilibri, ma si proietta con slancio e amore verso l’umanità nella responsabilità per la storia e la casa comune, chiedendo a ciascun membro del Popolo di Dio di offrire il proprio insostituibile contributo. Tenendo conto – con maggiore consapevolezza e determinazione di quanto lo si è fatto nella prima sessione – che l’impegno culturale, sociale, economico e politico è dimensione intrinseca della missione del Popolo di Dio, nella prospettiva disegnata nel Vaticano II dalla Gaudium et spes e nel successivo magistero sociale.

– Il secondo principio è la promozione della partecipazione alla missione, che è dono e responsabilità di tutti i battezzati, nell’esercizio attivo del sensus fidei e dei rispettivi carismi, in sinergia con l’esercizio del ministero dell’autorità da parte dei Vescovi e del Papa. Dimensione sinodale e dimensione gerarchica non sono in competizione. La polarità che le correla è anzi la fonte del dinamismo missionario. In particolare, i processi decisionali sono il luogo in cui esercitarsi a vivere creativamente questa polarità, in modo che a ciascuno sia consentito esercitare la propria specifica responsabilità senza esserne espropriato, nell’armonia frutto dello Spirito Santo e garantita dal ministero dell’autorità.

– Il terzo principio è l’articolazione tra locale e universale, prendendo in attenta considerazione la pluralità e la consistenza dei livelli intermedi. La Chiesa una, santa, cattolica e apostolica esiste nelle e a partire dalle Chiese locali (cf. Lumen gentium, 23) in comunione tra loro e con la Chiesa di Roma. Ogni Chiesa è in Cristo e mediante lo Spirito Santo il soggetto comunitario, convocato dalla Parola ed edificato dai Sacramenti, in cui il Popolo di Dio vive e cammina in uno specifico contesto culturale e sociale in cui prende carne il dono di Dio: sempre «la grazia suppone la cultura» (Evangelii gaudium, 115). Al tempo stesso, ogni Chiesa è chiamata a condividere con le altre i doni di cui è ricca.

– Il quarto principio – quello forse più radicale ed esigente perché capace di imprimere speranza e generatività a tutto il processo – è il carattere pneumatico, e cioè di ascolto e di cammino nello Spirito Santo, del processo sinodale. Radunati da Dio Padre, in Cristo Gesù, nel soffio dello Spirito Santo, le sorelle e i fratelli nella fede si incontrano e si ascoltano, portando ciascuno la prospettiva e il contributo della propria vocazione, del proprio carisma, del proprio ministero. Questo incontro e questo ascolto non sono fini a se stessi: aprono lo spazio in cui si fa possibile, e si sperimenta con gioia e con frutto, la grazia di discernere la voce dello Spirito e accogliere responsabilmente la sua chiamata lungo i sentieri della missione.

In ascolto dello Spirito Santo:

il metodo e il luogo

In questa prospettiva, concretamente, prendono rilevanza la sfida del metodo e la sfida del luogo, cui ho accennato. Entrambe hanno a che fare con la presenza e l’azione dello Spirito Santo nella Chiesa: affinché – come scrive San Basilio nei testi che Papa Francesco ha suggerito in apertura dei lavori sinodali della prima sessione – «siamo uniti nella koinonia secondo lo Spirito» così da «accoglierci nell’armonia di un unico Corpo» (cf. Ep. 90,1,26-32). Lo Spirito Santo, infatti – scrive sempre San Basilio – «con un indissolubile legame di concordia strinse l’intero mondo, composto di parti dissimili, in un’unica koinonia e armonia, così che anche gli elementi collocati alla massima distanza fra loro apparissero uniti attraverso l’affinità» (cf. Hex. 2,2 49-61). Parole che oggi risuonano profetiche e interpellanti.

Si tratta di crescere, come Popolo di Dio, in questa pedagogia dello Spirito Santo che plasma in modo originale il ««come» del suo camminare nella fede, nell’amore, nella speranza. Un «come» che – in un contesto drammaticamente segnato dalla crisi delle democrazie, dal proliferare dei populismi e delle tentazioni totalitarie, dal prevalere della logica distruttiva del conflitto – è un invito forte e chiaro di conversione dei cuori e delle menti e al cambiamento di rotta delle pratiche sociali, economiche e politiche.

La sfida è quella di imparare insieme, dallo Spirito Santo, il metodo grazie al quale – nella consapevolezza del suo essere plasmata dall’amore di Gesù – la Chiesa possa dire con umile e forte confidenza nel suo Signore: «è parso bene allo Spirito Santo e a noi…» (cf. Atti 15,28). Attraverso il processo sinodale lo Spirito Santo ci suggerisce che matura il tempo in cui sono chiamate a convergere consapevolmente e responsabilmente, nella missione della Chiesa, le tre pratiche evangeliche che ne esprimono la natura sinodale e missionaria: la preghiera in ascolto della Parola, la conversazione nello Spirito e il discernimento comunitario, la celebrazione dell’Eucaristia in cui siamo fatti un cuor solo e un’anima sola (cf. Atti 4, 32) per diventare “pane spezzato” di Cristo per tutti. Il metodo, questo metodo pneumatico ed ecclesiale, in verità «è ben più di un metodo» (come ha rimarcato Ch. Theobald): è la Chiesa stessa che è missione, oggi qui per tutti.

Si tratta così di imparare ad abitare il «luogo» in cui vivono le donne e gli uomini di oggi (non di ieri), un «luogo» che è in concreto un «luogo fatto di tanti luoghi»: dove, realizzando nel soffio dello Spirito l’inculturazione del Vangelo e l’evangelizzazione delle culture, si cresce nell’accoglienza del Vangelo e ci si arricchisce reciprocamente attraverso lo scambio dei doni di ciò che lo Spirito Santo dice alle tante Chiese nella Chiesa una. Per costruire con tutti – nella speranza che «non delude perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5) – la giustizia, la fraternità, la pace.  Piero Coda, Sett.News 19.4.

 

 

 

Il teologo che cerca risposta alla domanda perché Dio si è incarnato?

 

Le opere teologiche di Sant’Anselmo d’Aosta - Di Antonio Tarallo

Roma, domenica. Monumento della fede, importante teologo, insigne Dottore della Chiesa: è Sant’Anselmo d’Aosta del quale oggi ricorre la memoria liturgica. Le sue pagine, parole scritte nella storia del pensiero cristiano; i suoi concetti teologici, enormi graniti di marmo che oltrepassano il tempo; la sua vita, una delle più grandi testimonianze palpabili di un Dio che fin dal principio è Verbo. Verbo inteso come Parola soprattutto: ed è da quest’ultima che nasceranno, per il santo teologo, veri e propri flutti di parole incastonate nei testi che compongono la sua vasta Opera teologica. Sant’Anselmo, infatti, rappresenta una delle figure di maggior rilievo del Medioevo europeo. In Italia ha come appellativo “d’Aosta”: dalla città in cui nacque. Ma nella storiografia internazionale è conosciuto prevalentemente con l’appellativo “di Canterbury”: dalla sede episcopale che ricoprì in Inghilterra. Il santo teologo è conosciuto anche con l’appellativo “Doctor Magnificus”: “Dottore Magnifico” che riesce a sintetizzare un’intera vita dedicata prevalentemente allo studio della Parola.

“Non tento, o Signore, di penetrare la tua profondità poiché in nessun modo posso metterle a pari il mio intelletto; ma desidero comprendere in qualche modo la tua verità, che il mio cuore crede e ama. Non cerco infatti di comprendere per credere, ma credo per comprendere. Poiché credo anche questo: che “se non avrò creduto non potrò comprendere”. In questo passaggio, tratto dal primo capitolo del suo Proslogion - saggio di teologia che il monaco scrisse tra il 1077 e il 1078 - vi è la sintesi perfetta della questione filosofica-teologica della ragione in rapporto a Dio: è famoso binomio “fides et ratio” che vive in quest’opera e, in fondo, in tutta la sua produzione teologica. Il Proslogion è la seconda grande opera di Anselmo. Prima di questa, troviamo il Monologion, del 1076, incentrato sull’analisi degli attributi divini e sul problema di dimostrare l’esistenza di Dio non con argomenti a priori, ma piuttosto con argomenti a posteriori cioè basati su molteplici evidenze tratte dal mondo sensibile e sviluppate con procedimenti razionali.

Nel De veritate (1080-1085) viene trattato, invece, il concetto della verità e delle sue diverse applicazioni nella lingua parlata: la verità stessa culmina poi nella somma Verità, Dio. Questo testo fa parte, insieme al De libertate arbitrii e al De casu diaboli, di una trilogia dedicata ai problemi della verità, della rettitudine, del male, dell’onnipotenza divina e del libero arbitrio.

Il mistero dell’incarnazione del Verbo di Dio e la redenzione del Verbo fatto carne sono affrontate da Sant’Anselmo in modo particolare in tre opere: l’Epistola De Incarnatione Verbi (1094), il Cur Deus homo (1098) e la Meditatio redemptionis humanae (1099-1100). Nella Epistola troviamo la risposta di Anselmo alle posizioni di Roscellino di Compiègne (1050-1125), canonico francese e filosofo, massimo esponente del nominalismo estremo. Per il canonico di Compiègne poiché in Dio vi sono tre persone ma costituiscono una sola cosa,  il Padre e lo Spirito Santo si è incarnato con il Figlio. Questa conclusione per Roscellino deriva dalla dialettica, ma Anselmo la confuta sia perchè la dialettica è stata utilizzata in un modo non corretto, sia perchè in questo modo la valenza semantica delle parole viene posta al di là della prospettiva della fede per cui le verba non sono fondate sulla fides ma, al contrario, la dominano.

Nel Cur Deus homo, il santo cerca di rispondere alla domanda: perché Dio si è incarnato assumendo la condizione di uomo per poi vivere la passione e morire in croce? Era davvero necessario questo sacrificio? Per rispondere a un così importante quesito, Sant’Anselmo parte dall’argomentazione secondo cui il peccato dell’uomo ha segnato inevitabilmente il rapporto con Dio. L’opera è divisa in due parti. Nella prima, Sant’Anselmo descrive l’incapacità dell’uomo di riscattarsi da solo dalla situazione di peccato nella quale si trova. Nella seconda, viene dimostrato che, per uscire da questo stato, l’aiuto di Dio era necessario a tutta l’umanità. Ed è per questa ragione che Dio si è incarnato, assumendo la natura umana. La redenzione è possibile solo grazie all’intervento del Dio fatto uomo: egli, che ha la capacità di agire, ma non ne ha assolutamente il dovere, si fa incontro all’uomo che ha il dovere di agire, ma non ne ha la capacità.

La Meditatio redemptionis humanae è divisa in due parti: la prima include una riflessione teologica speculativa e la seconda include una considerazione affettiva, utilizzando un linguaggio retorico. Qui Anselmo riflette pregando e prega riflettendo: “Ti prego, Signore, aiutami a gustare con amore ciò che gusto attraverso l’intelletto. Che io sperimenti con l’affetto quello che sperimento con l’intelletto”. In sintesi: la prima parte esprime la conoscenza speculativa del Mistero della Salvezza nel suo dinamismo fides et ratio; la seconda esprime l’amore del Salvatore.

Sant’Anselmo morì il 21 aprile 1109 a Canterbury e fu sepolto nella famosa cattedrale.    Papa Alessandro III, nel 1163, concesse all’arcivescovo Tommaso Becket, di procedere    all’ “elevazione” del suo corpo, atto che all’epoca corrispondeva a quella che oggi è chiamata canonizzazione. Venne proclamato Dottore della Chiesa nel 1720 da papa Clemente XI. Aci 21.4.

 

 

 

“Siate protagonisti e non spettatori del futuro”

 

“Siete chiamati ad essere protagonisti e non spettatori del futuro”. È l’invito del Papa ai 6.000 ragazzi che affollano oggi l’Aula Paolo VI, in rappresentanza di 137 “Scuole per la pace”, provenienti da 94 città di 18 diverse regioni italiani. “Grazie per questo cammino ricco di idee, di iniziative, di percorsi formativi e di attività, che intendono promuovere una nuova visione del mondo”, l’omaggio di Francesco: “Grazie per essere pieni di entusiasmo nell’inseguire obiettivi di bellezza e di bontà, in mezzo a situazioni drammatiche, ingiustizie e violenze che sfigurano la dignità umana. Grazie perché con passione e generosità vi impegnate a lavorare nel cantiere del futuro, vincendo la tentazione di una vita appiattita soltanto sull’oggi, che rischia di perdere la capacità di sognare in grande”. “Oggi più che mai c’è bisogno di vivere con responsabilità, allargando gli orizzonti, guardando avanti e seminando giorno per giorno quei semi di pace che domani potranno germogliare e portare frutto”, la tesi del Papa, che ha ricordato come nel prossimo mese di settembre si svolgerà a New York il Summit del Futuro, convocato dall’Onu per affrontare le grandi sfide globali di questo momento storico e firmare un “Patto per il Futuro” e una “Dichiarazione sulle generazioni future”. “Si tratta di un evento importante, e c’è bisogno anche del vostro contributo perché non rimanga soltanto sulla carta, ma diventi concreto e si realizzi attraverso percorsi e azioni di cambiamento”, l’appello di Francesco.

“Le sfide odierne, e soprattutto i rischi che, come nubi oscure, si addensano su di noi minacciando il nostro futuro, sono anch’essi diventati globali”. È l’analisi del Papa, nel discorso rivolto agli alunni e agli insegnanti della rete nazionale delle “Scuole per la pace”. “Ci riguardano tutti, interrogano l’intera comunità umana, richiedono il coraggio e la creatività di un sogno collettivo che animi un impegno costante, per affrontare insieme le crisi ambientali, economiche, politiche e sociali che il nostro pianeta sta attraversando”, ha proseguito Francesco: “Si tratta di un sogno che richiede di essere svegli e non addormentati! Sì, perché lo si porta avanti lavorando, non dormendo; camminando per le strade, non sdraiati sul divano; usando bene i mezzi informatici, non perdendo tempo sui social; e poi questo tipo di sogno si realizza pregando, cioè insieme con Dio, non con le nostre sole forze”. “Tutti siamo interpellati dalla costruzione di un avvenire migliore e, soprattutto, che dobbiamo costruirlo insieme!”, l’appello del Papa: “Non possiamo solo delegare le preoccupazioni per il mondo che verrà e per la risoluzione dei suoi problemi alle istituzioni deputate e a coloro che hanno particolari responsabilità sociali e politiche. È vero che queste sfide richiedono competenze specifiche, ma è altrettanto vero che esse ci riguardano da vicino, toccano la vita di tutti e chiedono a ciascuno di noi partecipazione attiva e impegno personale”. “In un mondo globalizzato, dove siamo tutti interdipendenti, non è possibile procedere come singoli individui che si prendono cura soltanto del proprio orto”, il monito: “Occorre invece mettersi in rete e fare rete, entrare in connessione, lavorare in sinergia e in armonia. Questo significa passare dall’io al noi: non ‘io lavoro per il mio bene’, ma ‘noi lavoriamo per il bene comune, per il bene di tutti’”.

“La pace non è soltanto silenzio delle armi e assenza di guerra; è un clima di benevolenza, di fiducia e di amore che può maturare in una società fondata su relazioni di cura, in cui l’individualismo, la distrazione e l’indifferenza cedono il passo alla capacità di prestare attenzione all’altro, di ascoltarlo nei suoi bisogni fondamentali, di curare le sue ferite, di essere per lui o lei strumenti di compassione e di guarigione”, ha spiegato ancora il Papa. “Questa è la cura che Gesù ha verso l’umanità, in particolare verso i più fragili, e di cui il Vangelo ci parla spesso”, ha proseguito Francesco, secondo il quale dal “prendersi cura” reciproco “nasce una società inclusiva, fondata sulla pace e sul dialogo”. “In questo tempo ancora segnato dalla guerra, vi chiedo di essere artigiani della pace”, l’invito finale: “In una società ancora prigioniera della cultura dello scarto, vi chiedo di essere protagonisti di inclusione; in un mondo attraversato da crisi globali, vi chiedo di essere costruttori di futuro, perché la nostra casa comune diventi luogo di fraternità, di solidarietà e di pace. Vi auguro di essere sempre appassionati di questo sogno!”. Poi il Papa ha preso in prestito il motto di don Lorenzo Milani, che “al ‘non mi importa’, tipico dell’indifferenza menefreghista, opponeva l”I care’, cioè il ‘mi sta a cuore’, ‘mi interessa’. Che anche a voi stia sempre a cuore la sorte del nostro pianeta e dei vostri simili; vi stia a cuore il futuro che si apre davanti a noi, perché possa essere davvero come Dio lo sogna per tutti: un futuro di pace e di bellezza per l’umanità intera”.

“Pensate ai bambini che sono in guerra!”. È l’invito, a braccio, del Papa, al termine del discorso. “Pensate ai bambini ucraini, che hanno dimenticato di sorridere”, ha proseguito Francesco sempre fuori testo: “Pregate per questi bambini, metteteli nel cuore, i bambini che sono in guerra. Pensate ai bambini di Gaza, mitragliati, che hanno fame. Pensate ai bambini”. Poi il Santo Padre ha esortato i presenti a fare “un piccolo momento di silenzio: ognuno di noi pensi ai bambini ucraini e ai bambini di Gaza”. “Vi  stiano a cure i bambini ucraini, che dimenticano di sorridere”, l’invito finale: “E i bambini di Gaza, che soffrono sotto le mitraglie”.   M. Michela Nicolais, Sir 19.4.

 

 

 

La Bibbia, questa sconosciuta

 

Per qualcuno l’esodo è solo il picco di traffico sulle autostrade quando si va in vacanza, si dice senza malevolenza ma fotografando la realtà di analfabetismo religioso, nella presentazione online di BET.Polo Biblico (https://www.betpolobiblico.it) , l’associazione laica, nata lo scorso novembre a Padova su iniziativa di un gruppo di biblisti e studiosi con lo scopo di studiare gli effetti che la Bibbia ha avuto nella storia, ma anche su di noi uomini e donne contemporanei. Bet è la seconda lettera dell’alfabeto ebraico e significa “in principio” ma anche casa perché l’associazione è aperta alla “collaborazione a tutti coloro che, singolarmente o come associazioni, sono interessati all’approfondimento del reciproco rapporto tra il testo biblico e la vita sociale e culturale”, si legge nello statuto. Quante cose non sappiamo sulla Bibbia, eppure ci si presentano sotto gli occhi, come la famosa lettera scarlatta di E. Allan Poe, quando leggiamo le strisce Peanuts di Charlie Brown o guardiamo i Simpson, pieni di citazioni dalla Bibbia, ci ricorda il politologo Paolo Naso. Molti esempi anche nella musica e non solo „sacra“: durante la settimana santa, BET ha proposto un video podcast ispirato all’opera “Buona Novella” di Fabrizio de André, con un’ introduzione teologia e musicologica. È visibile su youtube (https://www.youtube.com/@betpolobiblico).

Codice della cultura occidentale

Giriamo nelle nostre città, e case, chiese, piazze, monumenti, le pinacoteche, ci mostrano i racconti o simboli biblici. Eppure è un sistema di segni che conosciamo molto poco. L’analfabetismo in materia ha dimensioni “bibliche”. La Bibbia è un grande patrimonio culturale che ha fondato la cultura occidentale, la diamo per scontata e non la conosciamo. Certo non è tutta colpa nostra perché “l’esilio” della Bibbia è durato fino al Concilio Vaticano II. Era considerato un libro pericoloso. Brunetto Salvarani: “Fino alla costituzione Dei verbum (1965) in Italia è stato un libro assente ma anche paradossalmente molto presente. Come scrisse William Blake nel 1700 è il grande codice della cultura occidentale, della musica, dell’architettura, pittura. Per questo il problema dell’ignoranza della Bibbia non è un problema solo ecclesiale ma è anche una questione sociale su cui sarebbe importante riflettere e intervenire. Perché è un libro a cui siamo chiamati a confrontarci per capire chi siamo, per capire i segni del nostro territorio, per interpretare il mondo nel quale siamo inseriti”.

La storia degli effetti

BET. PoloBiblico si propone di aiutare a decodificare questo linguaggio. Diversamente da altre associazioni dedicate allo studio della Bibbia, anche per non specialistici, BET intende andare a vedere la storia degli effetti della Bibbia nella società. Marinella Perroni, biblista, membro del comitato promotore: “Significa che non basta una conoscenza degli scritti biblici in sé ma è necessario prendere in esame criticamente l’impatto, la ricaduta che la Bibbia ha avuto e continua ad avere sulla nostra società e sulla nostra cultura in modo diretto o indiretto, esplicito o implicito. La Bibbia è un patrimonio che viene sempre trasmesso però attraverso interpretazioni diverse, a volte persino attraverso manipolazioni. Ecco l’anello mancante, un’alta divulgazione della storia degli effetti che il grande patrimonio biblico continua ad avere sulla nostra società e la nostra cultura”. Un esempio? Durante la settimana santa, BET ha proposto un video podcast ispirato all’opera “Buona Novella” di Fabrizio de André, con un’ introduzione teologia e musicologica. È visibile su youtube.

Le associazioni bibliche in Italia

Biblia, associazione laica di cultura biblica (Firenze). Fondata da Agnese Cini nel 1984. Attività: seminari, corsi online, per le scuole, viaggi studio. 

ABI, associazione biblica italiana,  promuove la conoscenza della Sacra Scrittura secondo i criteri indicati nella costituzione del Vaticano II Dei Verbum. Ne fanno parte biblisti, studiosi ma anche interessati senza titoli accademici. Attività: pubblicazioni periodiche, settimane bibliche e convegni.

Esistono inoltre molte associazioni bibliche sul territorio di carattere regionale, promosse a livello locale da parrocchie e diocesi.

Comunicato stampa.

A Padova, giovedì 30 novembre nella Sala grande del centro universitario è stato presentato Bet. Polo biblico.

BET. Polo Biblico nasce in continuità con l’associazione padovana Bibbia Aperta, con l’intenzione di valorizzare l’esperienza delle varie associazioni bibliche che in questi ultimi decenni hanno perseguito una conoscenza sistematica della Bibbia e di arricchirla con altri campi di ricerca. Alle diverse modalità di riscoperta e diffusione della Bibbia che nel nostro Paese hanno accompagnato la recezione del Concilio Vaticano II e che hanno privilegiato lo studio della sua lingua, dei suoi habitat e della enorme ricchezza contenuta nei suoi 73 libri, se ne aggiunge così un’altra che vede il suo epicentro a Padova, ma vuole estendere il suo raggio d’azione anche fuori dal territorio padovano.

BET. Polo biblico intende valorizzare la domanda sui rapporti che intercorrono tra testo biblico, società e cultura, e aprire così una promettente interlocuzione con istituzioni di ricerca e di formazione quali università, scuole, comunità religiose, centri educativi, circuiti culturali più ampi, letterari, artistici, scientifici. Lo scopo è quello di favorire un’attitudine in grado di valutare le ricadute positive e negative del testo biblico sulla formazione della coscienza individuale e collettiva nel corso della storia. Ciò consente una conoscenza critica sempre più approfondita dell’immenso patrimonio veicolato dal testo biblico per l’elaborazione di memoria storica, prospettive per il presente e visioni di futuro.

Il Comitato Promotore

Antonio Autiero, Piero Capelli, Marzia Filipetto, Paolo Naso, Marinella Perroni, Brunetto Salvarani, Isabella Tiveron, Magda Viero, Silvia Zanconato.

Paola Colombo, Udep/CdI aprile

 

 

 

8Xmille Chiesa Cattolica: parte la nuova campagna informativa

 

Roma – Ai nastri di partenza la nuova campagna promozionale dell’8xmille, on air dal 14 aprile, che racconta una Chiesa in uscita costantemente al fianco dei più fragili. Condomini solidali, doposcuola, poliambulatori, case di accoglienza, dormitori, mense, restauri di beni culturali e artistici, stanziamenti per calamità naturali o emergenze umanitarie nel mondo: sono solo alcuni esempi dell’articolata rete di aiuto messa in campo ogni anno dalla Chiesa cattolica per rispondere alle nuove povertà e a fasce di popolazione con bisogni diversi e sempre più complessi.

Ad agire sono le mani e i cuori di professionisti e volontari grazie al supporto dell’8xmille alla Chiesa cattolica che dal 1990 realizza ogni anno migliaia di progetti, secondo tre direttrici fondamentali di spesa: culto e pastorale, sostentamento dei sacerdoti diocesani, carità in Italia e nei Paesi in via di

sviluppo.

Nel 2023 sono stati assegnati oltre 243 milioni di euro per interventi caritativi (di cui 150 destinati alle diocesi per la carità, 13 ad esigenze di rilievo nazionale di cui circa la metà destinati a Caritas Italiana e 80 ad interventi a favore dei Paesi più poveri). Accanto a queste voci figurano 403 milioni di euro per il sostentamento degli oltre 32 mila sacerdoti che si spendono a favore delle comunità e che sono spesso i primi motori delle opere a sostegno dei più fragili. E oltre 352 milioni di euro per esigenze di culto e pastorale, voce che comprende anche gli interventi a tutela dei beni culturali ed ecclesiastici anche con interventi di restauro per continuare a tramandare arte e fede alle generazioni future oltreché sostenere

l’indotto economico e turistico locale.

L’8xmille è quindi un vero e proprio moltiplicatore di risorse e servizi che ritornano sul territorio a beneficio di tutti. Un sostegno concreto per i più fragili che fugge le logiche del mero assistenzialismo ma anzi diventa un volano di percorsi di promozione umana. Basta guardare, nell’ambito della carità locale, alle opportunità derivanti dai tanti progetti promossi dalle diocesi nel solo 2023 dove troviamo, ad esempio, progetti a favore di famiglie disagiate e persone economicamente fragili, precari e disoccupati (53 milioni di euro), di anziani (oltre 4 milioni di euro), di persone senza fissa dimora (13 milioni di euro), di persone portatrici di handicap (quasi 3 milioni di euro), di formazione e prevenzione per

bambini e ragazzi a rischio devianza (oltre 2 milioni di euro), di sostegno e liberazione per chi è vittima di tratta, usura o dipendenze patologiche (circa 3 milioni e mezzo di euro) e molto altro. Oppure volgendo lo sguardo all’estero e alle tragedie umanitarie nel mondo come non ricordare lo stanziamento per le popolazioni turche e siriane colpite dal terremoto o per l’emergenza ucraina (in totale 1 milione di euro), per l’emergenza alluvione in Emilia Romagna (1 milione di euro) o l’emergenza in Marocco (300 mila euro). L’8xmille fornisce, dunque, carburante ad una macchina della carità immensa a beneficio di tutti, non

solo dei cattolici, e dove tanti, ogni giorno, trovano porte aperte e speranza restituita grazie a questo strumento di democrazia fiscale davvero straordinario. Ogni anno infatti la Chiesa si affida alla libertà e alla corresponsabilità dei contribuenti per rinnovare la firma che si trasforma in mezzi per la realizzazione di opere.

“Il welfare cattolico – afferma il responsabile del Servizio per la promozione del sostegno economico alla Chiesa cattolica, Massimo Monzio Compagnoni – si è evoluto nel corso degli ultimi decenni e ormai, oltre alla presenza fondamentale dei volontari, coinvolge anche diverse figure professionali per rispondere alla complessità delle esigenze e per spingersi oltre le forme assistenziali. Le nostre

parrocchie ed i nostri servizi aprono le porte per accogliere le molteplici sfide della povertà, senza dimenticare l’importanza di operare in rete con le altre risorse presenti sul territorio”. Tutto questo è reso possibile da una semplice firma, quella per l’8xmille, grazie alla quale la Chiesa non lascia indietro nessuno: poveri, immigrati, disoccupati, anziani, giovani, donne sole e famiglie vulnerabili. “Se non ci fosse la Chiesa e il lavoro straordinario svolto dalla macchina del volontariato – aggiunge Monzio Compagnoni – ci sarebbe un vuoto enorme”.

E questo lavoro incessante è al centro della campagna 2024 che racconta, attraverso sette storie di speranza e di coraggio, il valore della gratuità e gli sforzi di una Chiesa in uscita, che si prende costantemente cura dei più deboli. La campagna, on air dal 14 aprile, mette in luce la relazione tra la vita quotidiana di tutti noi e le opere della Chiesa, attraverso la metafora dei “gesti d’amore”: piccoli o grandi gesti di altruismo che capita di compiere nella vita e che non fanno sentire bene solo chi li riceve, ma anche chi li compie.

“L’obiettivo è far comprendere il valore di un gesto molto semplice come una firma – conclude il responsabile – abbinandolo a momenti della vita di tutti i giorni. Siamo partiti da questo concetto per mettere a punto una campagna valoriale che sottolinea il rilievo di una scelta, espressione del desiderio di diventare protagonisti di un cambiamento, offrendo sostegno a chi è in difficoltà”.

Nel sito www.8xmille.it sono disponibili i filmati di approfondimento sulle singole opere, al centro della campagna, mentre un’intera sezione è dedicata al rendiconto storico della ripartizione 8xmille, a livello nazionale e diocesano, nel segno della trasparenza.

I social 8xmille: https://www.8xmille.it/, https://www.facebook.com/8xmille.it,

https://www.youtube.com/8xmille, https://www.instagram.com/8xmilleit  

(migr. on. 23)

 

 

 

Vangelo Migrante: Domenica 21 aprile – IV di Pasqua (Gv 10,11-18)

 

Ci sono molti modi in cui il Gesù giovanneo parla di sé, molte metafore con le quali, attraverso la ricorrente formula ègo èimi (“io sono”), prova a farci a entrare nel suo modo di relazionarsi al mondo e ai suoi. Una di queste metafore è la celebre immagine del pastore buono (o “bello”) di Gv 10,11, dopo che Gesù si è già indentificato come la “porta delle pecore” in Gv 10,7. Il discorso è iniziato come sua risposta, anche molto polemica, ai farisei che lo interrogano dopo la guarigione del cieco nato (Gv 9,1-12) durante la festa dei Tabernacoli. Li condanna per la loro arroganza e pronuncia una parabola sul modo di entrare nell’ovile che essi non capiscono (cfr. Gv 10,1-6). Quindi si presenta, appunto, come porta dell’ovile e pastore a confronto con altre figure (ladri, banditi e mercenari), che non sembrano affatto disposte a mettere a rischio la propria vita per il bene del gregge a differenza sua, di lui che – a motivo della sua unione con il Padre (vv. 17-18) – dà la propria vita per le pecore (v. 15).

Il Primo Testamento, in particolare nei testi profetici, accusa frequentemente i capi infedeli d’Israele rappresentandoli come cattivi pastori che lasciano il gregge in balia dei lupi, mentre solo il Signore resta il pastore del suo popolo. Tuttavia, l’idea di autodonazione del pastore è una peculiarità delle parole di Gesù che non ha precedenza in altri testi messianici che pure usano la stessa immagine; è una particolarità di Gesù, radicata nella qualità e intensità del suo rapporto con il Padre (vv. 14-15. 17-18): proprio la reciprocità della conoscenza tra Gesù e il Padre suo fonda e rende stabile la corrispondenza di Gesù con il suo gregge, l’intimità, l’appartenenza.

Perché tutto, qui, si gioca sull’appartenenza. Ma sull’appartenenza buona e bella, non sulla volontà di possesso. La contrapposizione tra pastore e mercenario si misura proprio sulla distanza tra colui cui le pecore appartengono e chi non ha interessi personali in gioco, perché è, al più, un salariato (se non addirittura un ladro) e quindi non vuole rischiare nulla, tanto meno la propria vita, per chi gli è stato affidato.

Che differenza fa sentire, all’ingresso della casa/ovile, la voce nota e familiare di una guida sicura, di chi ci ha protetto e garantito la vita, oppure quella di un estraneo che prova a spingerci fuori solo per ingannarci e rapirci? Ce lo testimonierà Maria Maddalena quando, nel giardino della risurrezione, continuerà a vagare disperata in cerca del corpo del suo Signore fino a che proprio il suo maestro, scambiato per un giardiniere, la chiamerà per nome, “Maria!”, ed ella, sentitasi riconosciuta, lo riconoscerà finalmente, chiamandolo: “Maestro mio!” (cfr. Gv 20,16).

Ed è bello pensare che proprio questa conoscenza intima e familiare riguardi ogni pecora del gregge, ciascuna a suo modo, senza che questo generi alcuna rivalità interna, ma anzi permettendo che il gregge sia “uno” e addirittura preparando l’ingresso ad altri, di fuori, che il pastore ha già in cuore di cercare e guidare (v.16).

Quanta differenza fa, nella nostra vita personale e collettiva, individuale e pubblica, saperci nelle mani di un mercenario o di un pastore buono, sentirci alla stregua di bestie senza guida e condotte alla dispersione o alla morte oppure come un solo gregge condotto verso pascoli erbosi ed acque tranquille (Sal 23). Annalisa Guida, Migr.on 21

 

 

 

“Chi è temperante sa piangere e non se ne vergogna, ma non si piange addosso”

 

Quarta e ultima virtù cardinale affrontata da Papa Francesco nell’udienza generale del mercoledì 17 aprile 2024 - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. La temperanza è la virtù della giusta misura, di colui che è intelligente, che non fa della stima degli altri la misura di tutte le cose, che domina gli istinti e sa controllare comunque questa irascibilità. Papa Francesco conclude il ciclo delle catechesi sulle virtù cardinali affrontando la temperanza, e si produce in un grande elogio della persona temperante e delle sue caratteristiche, perché la persona temperante è "sempre affidabile" e quella che non lo è semplicemente no, e il temperante "riesce a tenere insieme gli estremi", perché sì, "rivendica i valori non negoziabili, ma sa anche comprendere le persone e dimostra empatia per esse”.

È un assolato mercoledì di aprile, quello che accoglie Papa francesco nel consueto giro in piazza San Pietro prima dell’udienza generale. Molti i pellegrini arrivati, che salutano il Papa mentre in Papamobile fende la folla.

Cosa è la temperanza dunque? È “la capacità di autodominio”, spiega il Papa, ovvero l’arte di “non farsi travolgere da passioni ribelli”, ovvero ancora “la virtù della giusta misura”, tanto che la persona temperante “in ogni situazione, si comporta con saggezza, perché le persone che agiscono mosse sempre dall’impeto e dall’esuberanza sono inaffidabili”.

Nota Papa Francesco: “In un mondo dove tanta gente si vanta di dire quello che pensa, la persona temperante preferisce invece pensare quello che dice. Non fa promesse a vanvera, ma assume impegni nella misura in cui li può soddisfare”.

Papa Francesco apprezza anche la ricerca della giusta misura nel vivere i piaceri, perché “il libero corso delle pulsioni e la totale licenza accordata ai piaceri, finiscono per ritorcersi contro noi stessi, facendoci precipitare in uno stato di noia”.

Non solo. La persona temperante “sa pesare e dosare bene le parole” e “non permette che un momento di rabbia rovini relazioni e amicizie che poi solo con fatica potranno essere ricostruite. Specialmente nella vita famigliare, dove le inibizioni si abbassano, tutti corriamo il rischio di non tenere a freno tensioni, irritazioni, arrabbiature”.

La giusta misura va applicata anche nel parlare e il tacere, perché “se la persona temperante sa controllare la propria irascibilità, non per questo la vedremo perennemente con il volto pacifico e sorridente”. Anzi, “qualche volta è necessario indignarsi, ma sempre nella giusta maniera”, in quanto “una parola di rimprovero a volte è più salutare rispetto a un silenzio acido e rancoroso”.

Insomma, “il temperante sa che nulla è più scomodo del correggere un altro, ma sa anche che è necessario: altrimenti si offrirebbe libero campo al male”.  

Papa Francesco sottolinea infine che “in certi casi, il temperante riesce a tenere insieme gli estremi: afferma i principi assoluti, rivendica i valori non negoziabili, ma sa anche comprendere le persone e dimostra empatia per esse”.

Insomma, il temperante ha il dono dell’equilibrio, qualità “rara”, dice Papa Francesco, perché “tutto, infatti, nel nostro mondo spinge all’eccesso. Invece la temperanza si sposa bene con atteggiamenti evangelici quali la piccolezza, la discrezione, il nascondimento, la mitezza”.

Infine, “chi è temperante apprezza la stima degli altri, ma non ne fa l’unico criterio di ogni azione e di ogni parola. È sensibile, sa piangere e non se ne vergogna, ma non si piange addosso. Sconfitto, si rialza; vincitore, è capace di tornare alla vita nascosta di sempre”. E “non cerca gli applausi, ma sa di avere bisogno degli altri”.

Conclude Papa Francesco: “Non è vero che la temperanza rende grigi e privi di gioie. Anzi, fa gustare meglio i beni della vita: lo stare insieme a tavola, la tenerezza di certe amicizie, la confidenza con le persone sagge, lo stupore per le bellezze del creato. La felicità con la temperanza è letizia che fiorisce nel cuore di chi riconosce e dà valore a ciò che più conta nella vita”. Aci 17.4.

 

 

 

 

Aborto tra i diritti umani europei: l'Europarlamento dice sì, i vescovi protestano

 

Dalla Pontificia Accademia per la Vita ai vescovi di Polonia, sconcerto per il voto nel Parlamento Europeo alla vigilia delle elezioni europee - Di Andrea Gagliarducci

Bruxelles. Sembra che l’Europa stia vivendo sempre più il piano inclinato della cultura della morte. Dopo la Francia, che ha incluso nella sua Costituzione la libertà di abortire (il diritto all’aborto tout court non aveva trovato consenso), il Parlamento Europeo lo scorso 11 aprile ha votato una risoluzione che chiede di inserire il diritto all’aborto nella Carta Europea dei Diritti dell’Uomo.

La risoluzione non è vincolante, ma è stato comunque un importante test per saggiare da quale parte vadano gli europarlamentari quando si tratta di difendere la vita. Sono stati 336 i voti a favore, 163 contrari e 39 astensioni, una maggioranza trasversale, che dimostra anche che, al momento di votare testi intermedi, gli europarlamentari mettono da parte tutte le questioni di principio. Non ci saranno conseguenze, perché questa mozione, per diventare esecutiva, ha bisogno dell’unanimità di tutti i 27 Paesi al momento della ratifica, e alcuni Paesi hanno già fatto sapere la loro contrarietà. Ma di certo è un segno da non sottovalutare.

Si tratta di una decisione che ha creato sconcerto in Europa. I vescovi francesi avevano già detto tutto quello che avevano da dire quando il presidente Emmanuel Macron, con fare deciso, aveva portato avanti il progetto di rendere, nelle sue parole, “il diritto all’aborto irreversibile”. I vescovi della Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea avevano già detto la loro in un comunicato prima del voto, e dopo non hanno mancato di rendere nota la loro tristezza per la votazione all’Europarlamento. Ma c’è stata anche la dura presa di posizione della Pontificia Accademia per la Vita, rappresentata dal suo presidente, l’arcivescovo Vincenzo Paglia. E anche l’episcopato polacco, in prima linea a Varsavia per ottenere il divieto totale di aborto eutanasico, non ha mancato di esprimere il proprio sconcerto con una nota della presidenza.

Prima di tutto, serve comprendere in cosa consiste la risoluzione. Come detto, non è vincolante. Si tratta di una sorta di parere, una modalità di fare pressione e rendere noto che un certo tema è considerato importante e prioritario dagli europarlamentari.

Il testo licenziato a Bruxelles lamenta “il regresso sui diritti delle donne”, i tentativi di “limitare o rimuovere gli ostacoli esistenti per la salute e i diritti sessuali e riproduttivi e la parità di genere a livello globale, anche negli Stati membri dell’UE”.

Gli europarlamentari chiedono una modifica dell’articolo 3 della Carta Europea dei Diritti dell’Uomo in cui si parli esplicitamente di una “autonomia decisionale sul proprio corpo” e all’accesso “libero, informato, completo e universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai relativi servizi sanitari”, e per questo si invitano gli Stati membri a “depenalizzare completamente l’aborto”.

Ma c’è di più: come nell’articolo della Costituzione francese la presunta libertà di abortire nega la libertà di coscienza, anche i deputati puntano il dito sull’obiezione di coscienza, e anzi chiede di rendere obbligatori “metodi e procedure per l’aborto” nel curriculum di medici e studenti di medicina”.

C’è poi il dato politico, la preoccupazione per il “significativo aumento dei finanziamenti per i gruppi anti-genere e anti-scelta in tutto il mondo, anche nell’Ue”, e la richiesta di non finanziare più questi gruppi.

Per l’arcivescovo Paglia, la scelta del Parlamento europeo è “totalmente ideologica”, e non contempla “i diritti del nascituro”, cosa “gravissima dal punto di vista culturale, oltre che sociale”, e che prova il fatto che si vada indietro, e non avanti, sul tema del rispetto dei diritti.

Paglia ha parlato di una “mentalità individualista che non tiene conto della realtà della vita”, ha parlato di una ideologia imposta, perché “misconoscere totalmente il diritto di chi deve nascere in favore dei diritti di un altro, soprattutto se poi non può decidere nulla, è chiaro che mi pare un arretramento culturale. Su questo io non ho nessun dubbio, dovrebbe crescere al contrario. E su questo mi pare interessante anche l'ultima dichiarazione della Dottrina della fede, Dignitas Infinita, che sottolinea che la dignità infinita appartiene a tutti, nessuno escluso. Ecco perché la Chiesa deve difendere la vita: siamo contro la pena di morte, contro la guerra, contro l'aborto, contro le ingiustizie, contro l'assenza di diritti sul lavoro, l'assenza della difesa della vita anche per chi lavora in condizioni terribili. È questo quello che dovremmo noi assolutamente promuovere: la difesa della vita a tutto campo e a tutto tondo partendo da quella dei più deboli”.

L’arcivescovo Tadeusz Wojyda, presidente della Conferenza Episcopale Polacca, ha pure fatto una dichiarazione molto forte, ricordando sia il magistero della Chiesa sia la dichiarazione Dignitas Infinita, e sottolineando l’abominio della pratica dell’aborto.

Il presidente dei vescovi polacchi nota che “la Costituzione polacca garantisce ad ogni persona la tutela giuridica della vita (articolo 38) e tutela anche la maternità, la genitorialità e la famiglia (articolo 18). Questo è un diritto fondamentale che nessuno dovrebbe violare”.

“I bambini non ancora nati – dice l’arcivescovo Wojda - sono i più indifesi e innocenti tra tutte le persone. L'aborto rappresenta anche una minaccia per le donne e le loro famiglie, nonché per la società nel suo insieme. Costituisce una seria minaccia per la salute delle donne, causando alle madri grandi e durature sofferenze in termini fisici, mentali e spirituali”.

L’arcivescovo Wojda sottolinea l’importanza di sostenere le donne che si trovano in situazione difficile, ed esorta “tutte le persone di buona volontà a prendersi cura della vita dei bambini non ancora nati e delle loro madri e a resistere alla cultura dell'esclusione che priva le persone più indifese e deboli del loro diritto fondamentale: il diritto alla vita”. Aci 16.4.

 

 

 

 

„Füreinander Verantwortung übernehmen“. Gemeinsames Wort der Kirchen zur Interkulturellen Woche 2024

 

In diesem Jahr findet vom 22. bis 29. September die 49. Interkulturelle Woche statt. Sie ist eine Initiative der Deutschen Bischofskonferenz, der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) und der Griechisch-Orthodoxen Metropolie. Der bundesweite Auftakt wird am 21. September 2024 in Saarbrücken begangen. Die Interkulturelle Woche steht wie im vergangenen Jahr unter dem Leitthema „Neue Räume“. Zu ihr laden der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, die amtierende Vorsitzende des Rates der EKD, Bischöfin Kirsten Fehrs, und der Vorsitzende der Orthodoxen Bischofskonferenz in Deutschland, Metropolit Augoustinos, in einem Gemeinsamen Wort ein, das heute (15. Mai 2024) veröffentlicht worden ist.

 

Im Mittelpunkt des Wortes erinnern die Kirchen an das 75-jährige Jubiläum des Grundgesetzes: „Die Mütter und Väter des Grundgesetzes haben die menschliche Würde allem anderen vorangestellt im Bewusstsein dessen, woher Deutschland kam: aus der Barbarei der nationalsozialistischen Herrschaft und aus dem verheerenden Krieg mit seinen dramatischen Folgen für Europa und die ganze Welt. Das Grundgesetz spannte den Rahmen für das Entstehen neuer Räume des Zusammenlebens in der Gesellschaft und als Teil der Völkergemeinschaft: in Achtung vor dem und der jeweils anderen, in einem demokratischen Staatswesen, als Solidargemeinschaft der vielen Verschiedenen“, schreiben die Vorsitzenden. 75 Jahre später gehe es darum, dass man wisse, wohin man nicht zurückkehren dürfe, was man niemals sein wolle: „ein Land, in dem eben diese Würde des Menschen für wertlos erklärt und ignoriert werden soll. Vielleicht haben wir unsere freiheitliche Demokratie und ihre Organe über einen zu langen Zeitraum für selbstverständlich und geradezu unerschütterlich gehalten.“ Ausdrücklich warnen die Kirchen vor dem Wiedererstarken rechtspopulistischer und rechtsextremer Positionen in Deutschland wie in vielen anderen Ländern. „Eine wachsende Zahl von Menschen ist bereit, sich Gruppen und Parteien anzuschließen, in denen ein völkischer Nationalismus zum Programm gehört, die freiheitliche Demokratie verachtet und eine Aushöhlung rechtsstaatlicher Strukturen angestrebt wird. Die unantastbare Würde jedes einzelnen Menschen wird dabei in Worten und Taten faktisch geleugnet.“

 

Angesichts dieser Entwicklungen und anstehender Wahlen wenden sich die Kirchen gegen jede Form von Rassismus und Antisemitismus und jede Form der gruppenbezogenen Menschenfeindlichkeit: „Mit der Interkulturellen Woche möchten wir ein Zeichen setzen für die Achtung der Menschenwürde und den Schutz von Menschenrechten. Wir wollen neue Räume der Begegnung, der Zusammenarbeit und des Vertrauens schaffen und erhalten. Räume, wo jene Haltung, für die so viele Menschen derzeit mit Engagement auf die Straßen gehen, im Miteinander sichtbar wird: die Achtung vor jedem anderen Menschen und die Wertschätzung der Vielfalt. In einer Zeit vieler Konflikte, Kriege und gewaltsamer Auseinandersetzungen an den Krisenherden der Welt schafft die Interkulturelle Woche neue Räume der Verbundenheit und der Ermutigung.“ Die Kirchenvertreter fügen hinzu: „Unser Gemeinwesen lebt davon, dass wir als Menschen zugleich Mitmenschen sind und dass wir füreinander Verantwortung übernehmen.“ Es sei die Pflicht von Christinnen und Christen, sich auf jede mögliche Weise schützend vor die Menschen zu stellen, die aufgrund ihrer Herkunft, ihrer Religion oder ihres gesellschaftlichen Engagements von rechtsextremen Gruppen und Parteien bedroht, verunglimpft, angegriffen und verfolgt werden. „Und es ist ebenso unsere Pflicht, nach wie vor Menschen bei uns aufzunehmen, die zu uns kommen, weil sie vor Krieg und Elend fliehen müssen. Ihre Würde ist genauso unantastbar wie die aller anderen. Sie brauchen Schutz und Unterstützung“, schreiben Bischof Bätzing, Bischöfin Fehrs und Metropolit Augoustinos.

 

Hintergrund. Die bundesweit jährlich stattfindende Interkulturelle Woche ist eine Initiative der Deutschen Bischofskonferenz, der EKD und der Griechisch-Orthodoxen Metropolie. Sie findet seit 1975 Ende September statt und wird von Kirchen, Kommunen, Wohlfahrtsverbänden, Gewerkschaften, Integrationsbeiräten und -beauftragten, Migrantinnen- und Migrantenorganisationen, Religionsgemeinschaften und Initiativgruppen unterstützt und mitgetragen. In fast 700 Städten und Gemeinden gibt es rund 5.000 Veranstaltungen. Der Zeitraum für die Interkulturelle Woche 2024 ist der 22. bis 29. September. Der nationale „Tag des Flüchtlings“, dieses Jahr am 27. September, ist Bestandteil der Interkulturellen Woche.

 

Hinweise: Das Gemeinsame Wort der Kirchen zur Interkulturellen Woche 2024 ist als PDF-Datei im Anhang sowie unter www.dbk.de verfügbar.  

Für die Vorbereitung der Interkulturellen Woche hat der Ökumenische Vorbereitungsausschuss eine Reihe von Materialien (Aktionsumschlag, Plakate, Postkarten und Flyer) erstellt, die unter www.interkulturellewoche.de bestellt werden können. Dort finden Sie auch weitere Informationen zu der Initiative.

Dbk 15

 

 

 

 

Papst Franziskus warnt vor Generationenkonflikt

 

Papst Franziskus hat die Tendenz kritisiert, ältere Menschen als Last für die jüngere Generation darzustellen. In seiner Botschaft zum 4. Welttag der Großeltern und älteren Menschen am 28. Juli warnte er vor der verbreiteten Überzeugung, wonach Pflegekosten für ältere Menschen die Ressourcen für die Entwicklung der Jugend mindern würden. Diese Sicht sei „eine Irreführung“, so der Papst wörtlich.

„Es ist, als würde das Überleben der Älteren das der Jungen gefährden“, schreibt Franziskus in der am Dienstag veröffentlichen Botschaft. Die Entgegensetzung der Generationen sei „eine vergiftete Frucht“ der Kultur der Konfrontation. „Die Jungen gegen die Alten auszuspielen ist eine inakzeptable Manipulation“, fügte der Papst hinzu und erinnerte an die Bedeutung der Einheit der Lebensabschnitte für das Verständnis und die Wertschätzung des menschlichen Lebens insgesamt.

Titel seiner Botschaft ist das Psalm-Zitat „Verlass mich nicht, wenn ich alt bin“ (vgl. Ps 71,9). In Wirklichkeit sei die Einsamkeit und Ausgrenzung, die Senioren heute erfahren, allgegenwärtig. Franziskus bezeichnete das Ausrangieren älterer Menschen als „weder zufällig noch unausweichlich“, es sei vielmehr das Ergebnis von Entscheidungen „politischer, wirtschaftlicher, sozialer und persönlicher Art“, die die unendliche Würde eines jeden Menschen in Abrede stellen. „Das geschieht, wenn die Wertschätzung für jeden Menschen verloren geht und Menschen nur noch als Kostenfaktor betrachtet werden“, stellte der Papst klar. Sogar ältere Menschen selbst hätten diese Einstellung verinnerlicht, empfänden sich als Last und würden „am liebsten selber verschwinden“.

„Das geschieht, wenn die Wertschätzung für jeden Menschen verloren geht und Menschen nur noch als Kostenfaktor betrachtet werden“

Als biblisches Gegenbeispiel verwies Franziskus in seiner Botschaft auf Rut, die ihre betagte Schwiegermutter entgegen deren eigenen Rat nicht verlässt. „Uns allen, die wir an die Vorstellung gewöhnt sind, dass Einsamkeit ein unausweichliches Schicksal ist, lehrt Rut, dass man auf die Aufforderung,Verlass mich nicht!´ mit ,Ich werde dich nicht verlassen!´ antworten kann“, schreibt Franziskus. Die Freiheit und der Mut von Rut lüden dazu ein, neue Wege zu gehen. „Machen wir uns mit dieser jungen Ausländerin und der alten Noemi auf den Weg, haben wir keine Angst, unsere Gewohnheiten zu ändern und uns eine andere Zukunft für unsere älteren Menschen vorzustellen.“ Franziskus dankte Menschen, „die trotz vieler Opfer dem Beispiel von Rut gefolgt sind und sich um einen älteren Menschen kümmern oder einfach täglich Verwandten oder Bekannten, die niemanden mehr haben, ihre Nähe zeigen.“

Die katholische Kirche begeht seit 2021 jährlich am vierten Sonntag im Juli den Welttag der Großeltern und Senioren, den Papst Franziskus (87) ins Leben gerufen hat. (vn 14)

 

 

 

Kardinal Marx: Populismus und Rassismus deutlich entgegentreten

 

Kardinal Reinhard Marx fordert in einer Reihe von Radiobeiträgen zum 75. Jahrestag des Grundgesetzes, sich für ein demokratisches Europa einzusetzen und „dem Populismus, Nationalismus und Rassismus unserer Tage deutlich entgegenzutreten“. Der Erzbischof von München und Freising äußert sich dazu laut Pressemitteilung in sechs „Morgenandachten“, die der Deutschlandfunk von Montag bis Samstag dieser Woche ausstrahlt.

Marx betont, dass das Grundgesetz individuelle Freiheitsrechte und den Schutz der Menschenwürde vor staatlicher Willkür garantiere. „Das ist die Grundlegung der freiheitlich-demokratischen Grundordnung, die unser Gemeinwesen prägt und die wir gegen alle demokratiefeindlichen Versuche stärken werden!“

Kardinal Marx widmet sich in den „Morgenandachten“ der Entstehung des Grundgesetzes im Kontext der Nachkriegsordnung, dem christlichen Menschenbild, der Freiheit, dem Vertrauen in Europa, der Gerechtigkeit und der freien Ausübung der Religion. Im Mittelpunkt stehe letztlich die Menschenwürde im Einklang mit dem biblischen Verständnis, „dass der Mensch Ebenbild Gottes ist und ihm deshalb unbedingte Würde zukommt“. Hinsichtlich der unbedingten Achtung der Menschenwürde sei entscheidend, dass unser Grundgesetz und unsere Demokratie nicht nur schöne Worte sind, sondern wehrhaft sind.“

Auch Kirche gefordert

Kardinal Marx sieht hier auch die Kirchen und ihre Mitglieder gerufen, die Verwurzelung des Grundgesetzes im jüdisch-christlichen Menschenbild der verantwortlichen Freiheit lebendig zu erhalten: „Wenn wir darüber nachdenken, dass wir auch in Zukunft eine moderne, freie, plurale, offene und globale Gesellschaft sein wollen, dann müssen wir auch über den Wurzelgrund nachdenken. Zu dieser Debatte sollten auch die Kirchen positiv und hoffnungsfroh beitragen! Freiheit bedeutet Fortschritt! Und wir sollten als Christinnen und Christen auf der Seite der Freiheit stehen!“, so der Appell des Kardinals.

„Wir sollten als Christinnen und Christen auf der Seite der Freiheit stehen!“

Eine freie Gesellschaft sei aber auch mit der Gefahr von Ungleichheit verbunden, warnt der Kardinal. Daher müsse sich der Gesetzgeber nach dem im Grundgesetz verankerten Sozialstaatsprinzip auch um die soziale Sicherheit und Gerechtigkeit kümmern. „Das begründet etwa auch, dass der Staat allen Hilfsbedürftigen ein Existenzminimum garantieren muss, und die existenziellen Lebensrisiken wie Alter, Krankheit und Arbeitslosigkeit solidarisch getragen werden.“ Im Hinblick auf die im Grundgesetz gewährleistete ungestörte Religionsausübung verweist Kardinal Marx darauf, dass Religion und Kirche auch die Gesellschaft brauchen. „Kirche existiert nicht neben der Gesellschaft, sondern mitten in ihr, sie ist keine Parallelgesellschaft.“ Religion öffne den Menschen über sich selbst hinaus, stifte Hoffnung und stärke Verantwortung. „Kirche, die auf der Höhe der Zeit den öffentlichen Diskurs pflegt, sich hinterfragt und weiterentwickelt, bietet dem Gemeinwesen darin auch die kritische Unterscheidung von Macht an und stärkt die Idee der Freiheit.“ 

Die Morgenandachten mit Kardinal Marx werden jeweils um 6.35 Uhr im Deutschlandfunk ausgestrahlt. Alle „Morgenandachten“ sind zudem unter www.deutschlandfunk.de/morgenandacht-100.html abrufbar. (pm 13)

 

 

 

Heiliges Jahr: Vollkommener Ablass durch Verzicht auf Ablenkung

 

Die katholische Kirche begeht 2025 ein Heiliges Jahr, in dessen Zentrum die Hoffnung steht. Dabei gibt es wie immer auch die Möglichkeit, einen vollkommenen Ablass, also den Nachlass zeitlicher Sündenstrafen, zu erhalten. Unter welchen Bedingungen, das gab der Vatikan diesen Montag bekannt.  Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

Die Apostolische Pönitentiarie betont im entsprechenden Dokument zunächst, dass auch während des Ordentlichen Heiligen Jahrs 2025 alle anderen Ablasskonzessionen in Kraft bleiben. Das heißt, es müssen „wahrhaft reuige" Gläubige sein, die „unter Ausschluss jeglicher Neigung zur Sünde (vgl. Enchiridion Indulgentiarum, IV. Aufl., Norm 20, § 1) und von einem Geist der Nächstenliebe bewegt" während dem Heiligen Jahr beichten, die Heilige Kommunion emfangen und gemäß den Intentionen des Papstes beten. Sie können einen „vollkommenen Ablass, den Erlass und die Vergebung ihrer Sünden erlangen, der den Seelen im Fegefeuer zukommt", wie es im Schreiben der Apostolischen Pönitentiarie heißt.

Wallfahrten und Verzicht - auch auf Socials

Der Erhalt des Heiligen-Jahr-Ablasses ist demnach möglich, wenn neben den genannten Grundvoraussetzungen erstens Wallfahrten oder zweitens „fromme Besuche heiliger Stätten" unternommen werden, oder drittens „Werke der Barmherzigkeit und der Buße" vollbracht werden. Zu letztem Punkt führt das Schreiben der Pönitentiarie unter anderem aus: 

„Im Geiste der Buße mindestens einen Tag lang auf sinnlose Ablenkungen (reale, aber auch virtuelle, die z.B. durch die Medien und die sozialen Netzwerke hervorgerufen werden) und auf überflüssigen Konsum verzichten“

„Der Jubiläumsablass kann auch durch Initiativen erreicht werden, die den Geist der Buße, der die Seele des Jubiläums ist, konkret und großzügig umsetzen, indem sie insbesondere den bußfertigen Wert des Freitags wiederentdecken: indem man im Geiste der Buße mindestens einen Tag lang auf sinnlose Ablenkungen (reale, aber auch virtuelle, die z.B. durch die Medien und die sozialen Netzwerke hervorgerufen werden) und auf überflüssigen Konsum verzichtet (z.B. durch Fasten oder Enthaltsamkeit gemäß den allgemeinen Normen der Kirche und den Vorgaben der Bischöfe), sowie durch eine anteilige Geldspende an die Armen durch die Unterstützung von Werken religiösen oder sozialen Charakters, insbesondere zugunsten der Verteidigung und des Schutzes des Lebens in jeder Phase und des Lebens selbst, der verlassenen Kinder, der Jugendlichen in Schwierigkeiten, der alten Menschen in Not oder allein, der Migranten aus verschiedenen Ländern, „die ihr Land auf der Suche nach einem besseren Leben für sich und ihre Familien verlassen“ (Spes non confundit, 13); durch die Widmung eines angemessenen Teils der Freizeit für freiwillige Tätigkeiten, die für die Gemeinschaft von Interesse sind, oder für andere ähnliche Formen des persönlichen Engagements."

Mehr Nächstenliebe und Barmherzigkeit

Die Gläubigen sollen zum im Heiligen Jahr auch ermutigt werden, häufiger Werke der Nächstenliebe oder der Barmherzigkeit zu verrichten, „vor allem im Dienst an den Brüdern und Schwestern, die durch verschiedene Nöte belastet sind". Daher ist ein Vollkommener Ablass zum Heiligen Jahr auch dann möglich, wenn neben den Grundvoraussetzungen„die leiblichen Werke der Barmherzigkeit" wiederentdeckt werden - also: die Hungrigen speisen, den Durstigen zu trinken geben, die Nackten bekleiden, die Fremden aufnehmen, die Kranken pflegen, die Gefangenen besuchen, die Toten begraben“ (Misericordiae vultus, 15). Außerdem sollen auch „die geistlichen Werke der Barmherzigkeit" wiederentdeckt werden: den Zweifelnden recht raten, die Unwissenden lehren, die Sünder zurechtweisen, die Betrübten trösten, Beleidigungen verzeihen, die Lästigen geduldig ertragen und für die Lebenden und Verstorbenen zu Gott beten“ (ebd. ).

Besuche bei Kranken und Einsamen

Wie bereits zu anderen Anlässen, etwa beim Heiligen Jahr der Barmherzigkeit 2016, kann ein vollkommener Ablass auch erlangt werden, wenn die Gläubigen neben Gebet, Beichte und Empfang der Eucharistie auch „Brüder und Schwestern in Not oder Schwierigkeiten (Kranke, Gefangene, alte Menschen in Einsamkeit, Behinderte...) über einen angemessenen Zeitraum besuchen", heißt es weiter im Dokument der Pönitentiarie. „Die Gläubigen werden zweifellos in der Lage sein, diese Besuche im Laufe des Heiligen Jahres zu wiederholen und bei jedem dieser Besuche einen vollkommenen Ablass zu erlangen, und zwar sogar auf täglicher Basis." 

„Die Gläubigen werden zweifellos in der Lage sein, diese Besuche im Laufe des Heiligen Jahres zu wiederholen und bei jedem dieser Besuche einen vollkommenen Ablass zu erlangen“

Ausnahmen für Kranke und Gefangene

Wer aus „schwerwiegenden Gründen nicht in der Lage" ist, an Wallfahrten, frommen Besuchen oder Feierlichkeiten des heiligen Jahrs teilzunehmen, kann den Ablass zum heiligen Jahr 2025 zu den gleichen Bedingungen auch erhalten, wenn er oder sie „im Geiste vereint" sind. Das Dokument nennt hier als Beispiele für diesen Personenkreis etwa Ordensfrauen und Mönche in Klausur, alte Menschen, Kranke, Gefangene sowie diejenigen, die in Krankenhäusern oder anderen Pflegeeinrichtungen einen ständigen Dienst an den Kranken leisten. 

Vollkommener Ablass auch zweimal am selben Tag

Im Heiligen Jahr 2025 wird es zudem auch möglich sein, dass „u ngeachtet der Norm, dass nur ein vollkommener Ablass pro Tag gewährt werden kann (vgl. Enchiridion Indulgentiarum, IV. ed, Norm 18, § 1)", die Gläubigen, „die den Akt der Nächstenliebe zugunsten der Seelen im Fegefeuer vollbracht haben, wenn sie sich rechtmäßig ein zweites Mal am selben Tag dem Sakrament der Kommunion nähern, den vollkommenen Ablass zweimal am selben Tag erlangen" können, der „nur für die Verstorbenen gilt".

Wallfahrtsorte und Heilige Stätten

Wallfahrtsorte und Heilige Stätten des Heiligen Jahrs 2025 sind laut der Pönitentiarie etwa die vier großen Papst-Basiliken in Rom. Das Dokument nennt jedoch auch weitere Kirchen in Rom, in Italien sowie auch im Heiligen Land. Außerdem können die Ortskirchen weitere Kirchen und Heilige Stätten bestimmen: „Die Bischöfe sollen die Bedürfnisse der Gläubigen berücksichtigen und darauf achten, dass der Sinn der Wallfahrt mit ihrer ganzen symbolischen Kraft, die das dringende Bedürfnis nach Umkehr und Versöhnung zum Ausdruck bringen kann, erhalten bleibt", heißt es dazu.

Mehr Beichtgelegenheiten

Das Dokument der Apostolischen Pönitentiarie betont mit Blick auf die Voraussetzungen zum Erhalt des Heiligen-Jahr-Ablasses auch, dass bestimmte Befugnisse von Priestern und Bischöfen für die Beichte erweitert werden sollen und dass auch durch flexible Beicht-Zeiten und zusätzliche Beichtgelegenheiten allen Gläubigen der zugamg zum Sakrament der Versöhnung erleichtert werden soll. Mit Blick auf die Beichtväter heißt es: 

„Mit pastoraler Liebe geeignete sakramentale Bußmaßnahmen festlegen, um so weit wie möglich zu einer stabilen Reue zu führen und je nach der Art des Falles zur Wiedergutmachung aufzufordern“

„Die Beichtväter werden, nachdem sie die Gläubigen liebevoll über die Schwere der Sünden belehrt haben, die mit einem Vorbehalt oder einem Tadel belegt sind, mit pastoraler Liebe geeignete sakramentale Bußmaßnahmen festlegen, um sie so weit wie möglich zu einer stabilen Reue zu führen und sie je nach der Art des Falles zur Wiedergutmachung aufzufordern."

Päpstlicher Segen mit vollkommenem Ablass

Die Ortskirchen haben zudem die Möglichkeit, während des Heiligen Jahrs „am günstigsten Tag dieser Jubiläumszeit anlässlich der Hauptfeier in der Kathedrale und in den einzelnen Jubiläumskirchen den Päpstlichen Segen mit angeschlossenem vollkommenen Ablass" zu erteilen, „der von allen Gläubigen, die diesen Segen unter den üblichen Bedingungen empfangen, erlangt werden kann."

Voraussetzungen zum Heilig-Jahr-Ablass erläutern

Die Apostolische Pönitentiarie lädt zudem die katholischen Bischöfe auf aller Welt ein, die von ihr „vorgeschlagenen Bestimmungen und Grundsätze für die Heiligung der Gläubigen unter besonderer Berücksichtigung der örtlichen, kulturellen und traditionellen Gegebenheiten zu erläutern". (vn 13) 

 

 

 

 

Papst: Wir stehen vor epochalen kulturellen Herausforderungen

 

Papst Franziskus hat angesichts zahlreicher und entscheidender kultureller Herausforderungen zu Dialog und besonderer Aufmerksamkeit für alle, die unter „kultureller wie spiritueller Armut" oder Ausgrenzung leiden, aufgerufen. Das katholische Kirchenoberhaupt empfing diesen Montag die Vatikanschulen für Bibliothekskunde und Archivwesen anlässlich ihres 90- beziehungsweise 140-jährigen Bestehens in Audienz. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

 

Franziskus würdigte die beiden Institutionen für ihre gute Ausbildung und Arbeit. Es sei sehr wichtig, dass Bibliothekare und Archivare der Kirche weltweit gut ausgebildet seien, denn es sei „besonders in Zeiten, in denen Nachrichten manchmal ohne Verifizierung und Recherche verbreitet werden", wichtig, Menschen bei „korrekten Recherchen unter allen Umständen" professionell zu unterstützen.  

„Gefahr der Verflachung und Entwertung des Wissens“

„Wir müssen uns allerdings auch bewusst sein, dass man sich nie mit dem Erreichten zufrieden geben darf: Wir stehen vor epochalen und entscheidenden kulturellen Herausforderungen. Erlauben Sie mir, auf einige hinzuweisen, die - davon bin ich überzeugt - auch diejenigen beschäftigen, die Sie auf der Bildungsebene anleiten. Ich denke zum Beispiel an die großen Fragen im Zusammenhang mit der Globalisierung, an die Gefahr der Verflachung und Entwertung des Wissens; ich denke an immer komplexere Beziehungen mit der Technologie; an Gedanken zum Umgang mit kulturellen Traditionen, die gepflegt und bedacht werden müssen, ohne gegenseitige Vorgaben; ich denke an die Notwendigkeit, keinen von den Quellen des Wissens auszuschließen und gleichzeitig alle vor dem Giftigen, Ungesunden und Gewalttätigen zu schützen, das in der Welt der sozialen Netzwerke und im technologischen Wissen lauern kann."

„Keinen von den Quellen des Wissens ausschließen“

Sowohl Auszubildende wie Lehrer und Lehrerinen im Bibliotheks- und Archivbereich rief Franziskus daher auf, stets offen für Dialog zu sein und sich besonders um all jene zu kümmern, die unter spiritueller, materieller oder kultureller Armut und Ausgrenzung leiden. Der Papst warb für Austausch auch mit anderen Ausbildungseinrichtungen und verurteilte Selbstbezogenheit und Ideologien:

„Ansporn zu geistiger und menschlicher Offenheit“

„Sie lehren und lernen, Verantwortliche in Archiven und Bibliotheken zu sein, und zwar nicht nur durch Ihr Studium, sondern auch durch die lebendige Erfahrung derjenigen, die diesen Beruf jetzt schon ausüben. Sie haben das Privileg, sich selbst zu bilden, indem Sie direkt aus dem jahrhundertealten Erbe schöpfen können, das in Archiven und Bibliotheken bewahrt wird, um es verantwortungsvoll an die heutigen und künftigen Generationen weiterzugeben. Diese Kontakte sind nicht nur eine Gelegenheit zu fachlicher Weiterbildung, sondern auch ein Ansporn zu geistiger und menschlicher Offenheit. Mögen diese konkrete Erfahrung und diese Offenheit die Leitsterne Ihres zukünftigen Weges und einer entscheidenden Wiederbelebung der beiden Vatikanschulen sein."

(vn 13) 

 

 

 

Papstbotschaft zum Weltmedientag

 

Hier der offizielle deutsche Wortlaut der Botschaft von Papst Franziskus zum 58. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel, den die Kirche jährlich am Sonntag nach Christi Himmelfahrt begeht. In Deutschland wird er am zweiten Sonntag im September begangen. Der 24. Januar, an dem die Botschaft veröffentlicht wurde, ist der Gedenktag des hl. Franz von Sales, des Patrons der Medienschaffenden.

Künstliche Intelligenz und Weisheit des Herzens: für eine wahrhaft menschliche Kommunikation

Liebe Brüder und Schwestern!

Die Entwicklung von Systemen sogenannter „künstlicher Intelligenz“, über die ich mich bereits in meiner jüngsten Botschaft zum Weltfriedenstag geäußert habe, verändert die Information und Kommunikation und damit einige der Grundlagen des zivilen Zusammenlebens in radikaler Weise. Es handelt sich um einen Wandel, der alle betrifft, nicht nur Fachleute. Die beschleunigte Verbreitung wunderbarer Erfindungen, deren Funktionsweisen und Potenziale den meisten von uns verschlossen bleiben, löst ein Erstaunen aus, das zwischen Begeisterung und Orientierungslosigkeit schwankt und uns unweigerlich mit grundlegenden Fragen konfrontiert: Was ist der Mensch, was ist seine Besonderheit, und wie sieht die Zukunft unserer Spezies homo sapiens im Zeitalter der künstlichen Intelligenz aus? Wie können wir wahrhaft Mensch bleiben und den stattfindenden kulturellen Wandel zum Guten lenken?

Vom Herzen ausgehen

Zunächst einmal lohnt es sich, das Terrain von schwarzmalerischen Lesarten und ihren lähmenden Auswirkungen zu räumen. Romano Guardini, der sich bereits vor hundert Jahren Gedanken über die Technik und den Menschen machte, rief dazu auf, sich nicht gegen das „Neue“ zu versteifen, in dem Bemühen, »eine schöne Welt zu bewahren […], die untergehen muss«. Zugleich warnte er aber auch eindringlich und prophetisch: »Unser Platz ist im Werdenden. Wir sollen uns hineinstellen, jeder an seinem Ort, [...] ehrlich unser Ja dazu sprechen; doch zugleich mit unbestechlichem Herzen fühlend bleiben für alles, was darin zerstörend, unmenschlich ist«. Und er schloss mit den Worten: »Wohl handelt es sich um technische, wissenschaftliche, politische Aufgaben; die aber sind nur vom Menschen her zu lösen. Ein neues Menschentum muss erwachen, von tieferer Geistigkeit, neuer Freiheit und Innerlichkeit«[1].

In diesem Zeitalter, das in der Gefahr steht, reich an Technik und arm an Menschlichkeit zu sein, muss unser Nachdenken vom menschlichen Herzen ausgehen[2]. Nur wenn wir eine geistliche Sichtweise einnehmen, nur wenn wir wieder eine Herzensweisheit erlangen, können wir die Neuerungen unserer Zeit deuten und interpretieren und den Weg zu einer wahrhaft menschlichen Kommunikation wiederentdecken. Das Herz, biblisch verstanden als Sitz der Freiheit und der wichtigsten Lebensentscheidungen, ist ein Symbol der Ganzheit, der Einheit, aber es hat auch mit Gefühlen, Wünschen und Träumen zu tun; vor allem ist es ein innerer Ort der Gottesbegegnung. Die Herzensweisheit ist also jene Tugend, die es uns ermöglicht, das Ganze und die Teile, die Entscheidungen und ihre Folgen, die Stärken und die Schwächen, die Vergangenheit und die Zukunft, das Ich und das Wir miteinander zu verbinden.

Diese Weisheit des Herzens lässt sich von denen finden, die sie suchen, und sie lässt sich von denen erblicken, die sie lieben; sie kommt denen zuvor, die nach ihr verlangen, und sie geht auf die Suche nach denen, die ihrer würdig sind (vgl. Weish 6,12-16). Sie ist bei denen, die sich beraten lassen (vgl. Spr 13,10), bei denen, die ein fügsames Herz, ein hörendes Herz haben (vgl. 1 Kön 3,9). Sie ist eine Gabe des Heiligen Geistes, die es ermöglicht, die Dinge mit den Augen Gottes zu sehen, die Zusammenhänge, Situationen, Ereignisse zu verstehen und ihre Bedeutung zu entdecken. Ohne diese Weisheit wird das Leben fade, denn es ist gerade die Weisheit – deren lateinische Wortwurzel sapere sie mit sapor (Geschmack) verbindet – die dem Leben Geschmack verleiht.

Chancen und Gefahren

Wir können diese Weisheit nicht von Maschinen erwarten. Auch wenn der Begriff künstliche Intelligenz inzwischen den korrekteren, in der wissenschaftlichen Literatur verwendeten Begriff maschinelles Lernen verdrängt hat, ist allein schon die Verwendung des Wortes „Intelligenz“ irreführend. Maschinen verfügen sicherlich über eine unermesslich größere Fähigkeit als der Mensch, Daten zu speichern und sie untereinander in Beziehung zu setzen, aber es ist kommt dem Menschen zu, und nur ihm, deren Sinn zu verstehen. Es geht also nicht darum von Maschinen zu verlangen, menschlich zu wirken. Es geht vielmehr darum, den Menschen aus der Hypnose zu wecken, in die er aufgrund seines Allmachtswahns verfällt, indem er sich für ein völlig autonomes und selbstbezügliches Subjekt hält, das von allen sozialen Bindungen losgelöst ist und seine Geschöpflichkeit vergessen hat.

In Wirklichkeit macht der Mensch seit jeher die Erfahrung, dass er sich selbst nicht genügt und er versucht, seine Verwundbarkeit mit allen Mitteln zu überwinden. Bei den frühesten prähistorischen Artefakten angefangen, die als Verlängerung der Arme benutzt wurden, über die Medien, die als Erweiterung des Sprechens eingesetzt werden, sind wir heute bei den ausgefeiltesten Maschinen angelangt, die als Hilfsmittel für das Denken dienen. Jede dieser Wirklichkeiten kann jedoch durch die Urversuchung vergiftet werden, ohne Gott wie Gott zu werden (vgl. Gen 3), d.h. aus eigener Kraft das erobern zu wollen, was eigentlich als Geschenk Gottes angenommen und in der Beziehung zu anderen gelebt werden sollte.

Je nach Ausrichtung des Herzens wird alles, was sich in den Händen des Menschen befindet, zur Chance oder zur Gefahr. Selbst sein Körper, der als Ort der Kommunikation und Gemeinschaft geschaffen wurde, kann zu einem Mittel der Aggression werden. Ebenso kann jede technische Erweiterung des Menschen ein Werkzeug liebevollen Dienstes oder feindlicher Beherrschung sein. Die Systeme künstlicher Intelligenz können zur Befreiung von der Unwissenheit beitragen und den Informationsaustausch zwischen verschiedenen Völkern und Generationen erleichtern. Sie können zum Beispiel eine enorme Fülle von Wissen, das in vergangenen Zeiten aufgeschrieben wurde, zugänglich und verständlich machen oder Menschen in ihnen unbekannten Sprachen kommunizieren lassen. Aber sie können zugleich auch Instrument „kognitiver Verschmutzung“ sein, einer Verzerrung der Wirklichkeit durch teilweise oder gänzlich falsche Narrative, die dennoch geglaubt – und verbreitet – werden, als ob sie wahr wären. Es genügt, an das Problem der Desinformation zu denken, mit der wir seit Jahren in Form von Fake News[3] zu tun haben und die sich heute des Deep Fake bedient, d.h. der Erstellung und Verbreitung von Bildern, die vollkommen echt wirken, aber falsch sind (auch ich war davon schon betroffen), oder auch von Audiobotschaften, die die Stimme einer Person verwenden, um Dinge zu sagen, die dieselbe niemals gesprochen hat. Die Simulation, die diesen Programmen zugrunde liegt, kann in einigen speziellen Bereichen nützlich sein, aber sie wird dort abartig, wo sie die Beziehung zu den anderen und zur Wirklichkeit verdreht.

Die erste Welle der künstlichen Intelligenz, die der sozialen Medien, haben wir bereits in ihrer Ambivalenz verstanden, indem wir neben ihren Chancen auch ihre Risiken und Pathologien hautnah erlebt haben. Die zweite Stufe generativer künstlicher Intelligenz markiert einen unbestreitbaren qualitativen Sprung. Es ist daher wichtig, die Möglichkeit zu haben, die Instrumente zu verstehen, zu begreifen und zu regulieren, die in den falschen Händen zu negativen Szenarien führen können. Wie alles andere, das aus dem Geist und den Händen des Menschen hervorgegangen ist, sind auch Algorithmen nicht neutral. Daher ist es notwendig, präventiv zu handeln und Möglichkeiten für eine ethische Regulierung vorzuschlagen, um die schädlichen und diskriminierenden oder sozial ungerechten Auswirkungen von Systemen künstlicher Intelligenz einzudämmen und um zu verhindern, dass sie zur Verringerung von Pluralismus, zur Polarisierung der öffentlichen Meinung oder zur Herausbildung eines Einheitsdenkens eingesetzt werden. Ich erneuere daher meinen Appell und fordere »die Völkergemeinschaft auf, gemeinsam daran zu arbeiten, einen verbindlichen internationalen Vertrag zu schließen, der die Entwicklung und den Einsatz von künstlicher Intelligenz in ihren vielfältigen Formen regelt«[4]. Doch wie in jedem Lebensbereich reicht eine Reglementierung nicht aus.

In der Menschlichkeit wachsen

Wir sind aufgerufen, gemeinsam zu wachsen, in der Menschlichkeit und als Menschheit. Die Herausforderung, vor der wir stehen, liegt darin, einen qualitativen Sprung zu machen, um einer komplexen, multiethnischen, pluralistischen, multireligiösen und multikulturellen Gesellschaft gerecht zu werden. Es ist unsere Aufgabe, uns über die theoretische Entwicklung und den praktischen Gebrauch dieser neuen Instrumente der Kommunikation und der Erkenntnis Gedanken zu machen. Große Chancen auf Gutes gehen mit dem Risiko einher, dass sich alles in ein abstraktes Kalkül verwandelt, das die Menschen auf Daten reduziert, das Denken auf ein Schema, die Erfahrung auf einen Einzelfall, das Gute auf den Profit und vor allem, dass am Ende die Einzigartigkeit eines jeden Menschen und seiner Geschichte geleugnet wird und sich die Konkretheit der Wirklichkeit in eine Reihe statistischer Daten auflöst.

Die digitale Revolution kann uns freier machen, aber sicher nicht, wenn sie uns in Modelle einsperrt, die heute als Echokammern bekannt sind. In solchen Fällen besteht die Gefahr, sich in einem anonymen Sumpf zu verlieren und die Interessen des Marktes oder der Macht zu bedienen, statt den Informationspluralismus zu steigern. Es ist nicht hinnehmbar, dass der Gebrauch künstlicher Intelligenz zu einem anonymen Denken, zu einer Zusammensetzung von unbestätigten Daten und zu einer kollektiven redaktionellen Verantwortungslosigkeit führt. Die Abbildung der Wirklichkeit in Big Data, so zweckmäßig sie für den Gebrauch von Maschinen auch sein mag, impliziert nämlich einen erheblichen Verlust hinsichtlich der Wahrheit der Dinge, was die zwischenmenschliche Kommunikation behindert und unsere Menschlichkeit selbst zu beeinträchtigen droht. Information kann nicht von lebendiger Beziehung getrennt werden: Sie umfasst den Körper, das Stehen in der Wirklichkeit; sie verlangt, nicht nur Daten, sondern auch Erfahrungen miteinander in Beziehung zu setzen; sie erfordert das Gesicht, den Blick, das Mitgefühl und den Austausch.

Ich denke an die Berichterstattung über Kriege und an jenen „Parallelkrieg“, der durch Desinformationskampagnen geführt wird. Und ich denke daran, wie viele Reporter vor Ort verletzt werden oder sterben, damit wir sehen können, was ihre Augen gesehen haben. Denn nur, wenn wir das Leiden von Kindern, Frauen und Männern hautnah erleben, können wir die Absurdität von Kriegen verstehen.

Die Nutzung künstlicher Intelligenz wird einen positiven Beitrag im Bereich der Kommunikation leisten können, wenn sie die Rolle des Journalismus vor Ort nicht beseitigt, sondern ihn unterstützt; wenn sie die Professionalität der Kommunikation zur Geltung kommen lässt und jeden Kommunikator in die Verantwortung nimmt; wenn sie jedem Menschen wieder die Rolle eines kritikfähigen Subjekts der Kommunikation zurückgibt.

Fragen für Heute und Morgen

Es stellen sich daher spontan einige Fragen: Wie können die Professionalität und die Würde der Beschäftigten im Bereich der Kommunikation und Information sowie die der Nutzer weltweit geschützt werden? Wie kann die Interoperabilität der Plattformen gewährleistet werden? Wie kann sichergestellt werden, dass die Unternehmen, die digitale Plattformen entwickeln, ebenso Verantwortung für das übernehmen, was sie verbreiten und wovon sie profitieren, wie die Anbieter von traditionellen Medien? Wie können die Kriterien transparenter gemacht werden, die hinter den Algorithmen zur Indizierung und De-Indizierung sowie für Suchmaschinen stehen, welche in der Lage sind, Menschen und Meinungen, Geschichten und Kulturen zu verherrlichen oder auszulöschen? Wie lässt sich die Transparenz von Informationsprozessen gewährleisten? Wie kann man die Urheberschaft von Schriften ersichtlich und die Quellen nachvollziehbar machen, um einen Schirm der Anonymität zu verhindern? Wie kann offenkundig werden, ob ein Bild oder ein Video ein Ereignis abbildet oder es simuliert? Wie kann man vermeiden, dass sich Quellen auf eine einzige reduzieren, auf ein einziges, algorithmisch erzeugtes Denken? Und wie kann stattdessen ein Umfeld gefördert werden, das geeignet ist, den Pluralismus zu wahren und die Komplexität der Wirklichkeit darzustellen? Wie können wir dieses leistungsstarke, teure und extrem energieintensive Instrument nachhaltig werden lassen? Wie können wir es auch für Entwicklungsländer zugänglich machen?

Anhand der Antworten auf diese und andere Fragen werden wir verstehen, ob künstliche Intelligenz am Ende neue, auf Informationsdominanz basierende Kasten hervorbringen wird und neue Formen der Ausbeutung und Ungleichheit schafft oder ob sie im Gegenteil mehr Gleichheit mit sich bringt, indem sie korrekte Information und ein größeres Bewusstsein für den Zeitenwandel, den wir durchlaufen, fördert sowie das Hören auf die vielfältigen Bedürfnisse von Menschen und Völkern in einem artikulierten und pluralistischen Informationssystem begünstigt. Auf der einen Seite zeichnet sich das Gespenst einer neuen Sklaverei ab, auf der anderen Seite ein Zugewinn an Freiheit; einerseits die Möglichkeit, dass einige wenige das Denken aller bestimmen, andererseits die Chance, dass alle an der Entwicklung des Denkens mitwirken.

Die Antwort steht nicht fest, sie hängt von uns ab. Es liegt am Menschen zu entscheiden, ob er zum Futter für Algorithmen wird oder ob er sein Herz mit Freiheit nährt, das Herz, ohne das wir nicht in der Weisheit wachsen können. Diese Weisheit reift, indem man aus der Geschichte lernt und die Verletzlichkeit akzeptiert. Sie wächst im Bündnis der Generationen, zwischen denen, die sich an das Vergangene erinnern und denen, die Zukunftsvisionen hegen. Nur in Gemeinschaft wächst die Fähigkeit, zu unterscheiden, wachsam zu sein und die Dinge von ihrer Erfüllung her zu sehen. Lasst uns – damit wir unsere Menschlichkeit nicht verlieren – die Weisheit suchen, die früher als alles erschaffen wurde (vgl. Sir 1,4), die Gottesfreunde und Propheten schafft, indem sie in reine Seelen eintritt (vgl. Weish 7,27): Sie wird uns helfen, auch die Systeme künstlicher Intelligenz auf eine wahrhaft menschliche Kommunikation hin auszurichten. FRANZISKUS

[1] Briefe vom Comer See, Berlin 1927, 93-96.

[2] Als Fortsetzung zu den Botschaften der vorangegangenen Welttage der sozialen Kommunikationsmittel, die sich den Aspekte widmeten, den Menschen zu begegnen, wo und wie sie sind (2021), mit dem Ohr des Herzens zu hören (2022) und mit dem Herzen zu sprechen (2023).

[3] Vgl »Die Wahrheit wird euch befreien« (Joh 8,32). Fake News und Journalismus für den Frieden. Botschaft zum 52. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel, 2018.

[4] Botschaft zum 57. Weltfriedenstag, 1. Januar 2024, 8.   De.it.press 12

 

 

 

 

Papst und Söder sprachen darüber, „was Bayern für den Glauben tut“

 

Der bayerische Ministerpräsident Markus Söder (CSU) war an diesem Samstag von Papst Franziskus im Vatikan in Privataudienz empfangen worden. Nach der etwa halbstündigen Begegnung am Morgen im Vatikan zeigte sich Söder vor Journalisten tief bewegt über die Begegnung, die er als außerordentlich herzlich schilderte. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Sie hätten sich während der Begegnung darüber unterhalten, „was Bayern für den Glauben tut“, so Söder im Anschluss an das Treffen gegenüber Journalisten im Vatikan. Der bayerische Ministerpräsident fügte an, dass er dem katholischen Kirchenoberhaupt gesagt habe, „dass wir bei uns Kreuze haben; dass die hängen bleiben; dass der Religionsunterricht bleibt; dass wir uns gegen eine Aufweichung des Paragraphen 218 (Verbot der Abtreibung, Anm. d. Red.) einsetzen in Deutschland; dass wir uns gegen eine komplette Trennung von Staat und Kirche wehren, mit einer sogenannten Abgeltung, die gemacht werden soll“.

Staatsleistungen für die Kirchen

Es sei also unter anderem auch um das Thema Staatsleistungen für die Kirchen in Deutschland gegangen. Das Thema einer Ablösung der Staatsleistungen in Deutschland sei „vom Tisch“, das sei auch unter den Bundesländern „so intoniert“. Die Staatsleistungen für die meisten katholischen Bistümer und die evangelischen Landeskirchen sind eine Art Entschädigung dafür, dass bei der sogenannten Säkularisation 1803 im Zuge der Neuordnung Deutschlands viel Kirchenbesitz verstaatlicht wurde. Für die beiden großen Kirchen machen sie derzeit jährlich mehr als 600 Millionen Euro aus; davon gehen rund 60 Prozent an die evangelischen Landeskirchen.

Dazu Söder: „All diese Punkte haben wir klar gesagt. Ich glaube, dass das auch auf große Unterstützung gestoßen ist und dass wir natürlich auch sehr dafür werben, dass die Kirche weiter ihren festen Platz behält.“ Dazu gehörten auch kirchliche Schulen und kirchliche Hochschulen:

„Beispielsweise haben wir in Bayern die katholische Universität Eichstätt. Die wollen wir weiter unterstützen, weil wir glauben, dass das für einen Staat, für eine Gemeinschaft jenseits der eigenen persönlichen Glaubensfragen, des eigenen Glaubensbekenntnisses, ein wichtiger Beitrag zu einer Stärkung der Gesellschaft ist.“

Kranzniederlegung am Grab von Benedikt XVI.

Im Anschluss an die Audienz bei Franziskus und den Gesprächen im Staatsekretariat mit Kardinal Pietro Parolin legte Söder dann noch einen Kranz am Grab von Benedikt XVI. nieder. Das war für den Ministerpräsidenten ein besonderes Gefühl:

„Der bayerische Papst hat mich persönlich ein Leben lang begleitet, schon als er noch Kardinal war, als ich ein junger Generalsekretär war, da hat es den ersten Kontakt gegeben. Er hat mir immer gesagt, obwohl ich evangelisch sei, obwohl ich evangelisch bin, sei das schon alles auf einem guten Weg. Und vielleicht bekäme ich mal eine Wildcard für den Himmel. Aber da müsse ich noch hart arbeiten dafür. Das war damals, vor vielen, vielen Jahren.“

Später habe es viele Gespräche gegeben, darunter auch zwei Privataudienzen und eine dritte Begegnung dann nicht mehr als amtierender Papst. „Das war das letzte Gespräch, vor fünf Jahren“, erinnert sich Söder. Zuletzt war er zum Begräbnis des aus Bayern stammenden Papstes Benedikt XVI. im Januar 2023 im Vatikan gewesen. Mit Papst Franziskus hatte er sich zum letzten Mal 2018 ausgetauscht. Bereits am Freitag führte Söder in Rom mit der italienischen Regierungschefin Giorgia Meloni politische Gespräche. Themen waren unter anderem die Energie- und die Flüchtlingspolitik.

Bayerisches Bier

Beim jetzigen Besuch im Vatikan habe es Bayerns Ministerpräsident auch noch zu einer „Wiedergutmachung“ geschafft: Er überreichte Papst Franziskus bei seiner Privataudienz am Samstag einen kulinarischen Präsentkorb, in dem es diesmal auch bayerisches Bier gab. Damit machte Söder einen Patzer aus dem Jahr 2018 wieder gut. Schon damals hatte er dem Papst beim Vatikanbesuch bayerische Spezialitäten mitgebracht. Allerdings ohne Gerstensaft, was der Papst laut Augenzeugen sinngemäß mit den Worten kommentierte: „Aus Bayern, aber ohne Bier?“

Als weiteres Geschenk übergab Söder dem Papst eine eigens für diesen Anlass angefertigte Nachbildung des Augsburger Gemäldes der „Maria Knotenlöserin“ in Form eines Amuletts. Das Bildnis, das die Muttergottes als Löserin komplexer Probleme zeigt, wird auch in Argentinien verehrt. Franziskus hat eine Kopie davon in seiner Wohnung im Vatikan. vn/kna 11

 

 

 

 

Krieg ist eine Täuschung, politischer Friede braucht Friede des Herzens

 

Angesichts eines „Planeten in Flammen“ ein deutliches „Nein“ zu Krieg und ein „Ja“ zu Frieden zu sprechen: Dieses Vorhaben würdigte Franziskus an diesem Samstag bei einer Audienz für die Teilnehmer an dem Welttreffen #BeHuman, das von der Stiftung „Fratelli tutti“ gefördert wird und dieser Tag in Rom stattfand. Unter ihnen waren auch in diesem Jahr wieder zahlreiche Friedensnobelpreisträger. Francesca Sabatinelli und Christine Seuss –

Vatikanstadt

„Krieg ist eine Täuschung“ und immer, unter allen Umständen, eine „Niederlage“: Darauf machte Franziskus an diesem Samstag einmal mehr aufmerksam, als er die Teilnehmer an dem von der Stiftung „Fratelli tutti“ geförderten Welttreffen zur menschlichen Geschwisterlichkeit mit dem Titel „#BeHuman“ empfing. Hochkarätige Persönlichkeiten waren dieser Tage in Rom versammelt, um mit einer „Charta des Menschen“ den Grundstein für eine Bewegung zu legen, die für ein definitives „Nein“ zum Krieg und ein „Ja“ zum Frieden stehe. Diese Absicht würdigte Franziskus angesichts eines „Planeten in Flammen“:

„Auf einem Planeten in Flammen habt ihr euch mit der Absicht versammelt, euer Nein zum Krieg und euer Ja zum Frieden zu wiederholen, indem ihr die Menschlichkeit bezeugt, die uns eint und uns als Geschwister erkennen lässt, in der gegenseitigen Gabe der jeweiligen kulturellen Unterschiede.“

„Krieg ist eine Täuschung, Krieg ist immer eine Niederlage“

Erneut erteilte Franziskus in diesem Zusammenhang der Kriegstreiberei und der Idee einer „Abschreckung durch Angst“ eine Absage:

„Krieg ist eine Täuschung, Krieg ist immer eine Niederlage, ebenso wie die Idee einer internationalen Sicherheit, die auf der Abschreckung durch Angst beruht. Das ist eine weitere Täuschung. Um einen dauerhaften Frieden zu sichern, müssen wir zur Anerkennung unserer gemeinsamen Menschlichkeit zurückkehren und die Geschwisterlichkeit in den Mittelpunkt des Lebens der Menschen stellen.“

Nur so werde es uns gelingen, „ein Modell des Zusammenlebens zu entwickeln, das der Menschheitsfamilie eine Zukunft gibt“, fuhr Franziskus vor seinen rund 350 Gästen fort, die dieser Tage über Wege und Möglichkeiten eines durch Geschwisterlichkeit getragenen Friedens diskutierten: „Der politische Frieden braucht den Frieden der Herzen, damit sich die Menschen in dem Vertrauen begegnen können, dass das Leben immer über alle Formen des Todes triumphiert.“

Die Menschlichkeit, die eint

Der Papst bezeichnete seine engagierten Besucher als Zeugen der Menschlichkeit, die vereine und sie „in der gegenseitigen Gabe ihrer jeweiligen kulturellen Unterschiede als Geschwister erkennen“ lasse. Es gelte, „die Kunst eines wahrhaft menschlichen Zusammenlebens“ wachsen zu lassen, was nur dank des Mitgefühls möglich sei, „der Schlüsselhaltung, die allen Geschwistern angeboten wird“ und die es, wie im Gleichnis vom barmherzigen Samariter, erlaube, „ein Bruder des anderen“ zu werden. Franziskus ermutigte in diesem Zusammenhang die Teilnehmer des Treffens, eine von ihnen avisierte „Bewegung der Geschwisterlichkeit“ ins Leben zu rufen, um der Zivilgesellschaft „einige Vorschläge zu unterbreiten, die sich auf die Würde der menschlichen Person stützen, um eine gute Politik auf der Grundlage des Prinzips der Geschwisterlichkeit aufzubauen“:

„Ich begrüße diese Entscheidung und ermutige Sie, mit Ihrer Arbeit der stillen Aussaat fortzufahren. Daraus kann eine ,Charta des Menschen‘ entstehen (…), die neben den Rechten auch das Verhalten und die praktischen Gründe dafür enthält, was uns im Leben menschlicher werden lässt.“

Prophetische Geste der Nächstenliebe 

Dabei sollten sie sich nicht entmutigen lassen, so Franziskus, der den anwesenden Friedensnobelpreisträgern, die im vergangenen Jahr, am 10. Juni, die „Erklärung über die menschliche Geschwisterlichkeit“ verfasst hatten, für ihr „Engagement für den Wiederaufbau einer ,Grammatik des Menschlichen‘“, dankte, „auf die sich Entscheidungen und Verhaltensweisen stützen können“. Es gelte in diesem Zusammenhang, die „Spiritualität der Geschwisterlichkeit“ voranzutreiben, „die Rolle der multilateralen Gremien“ zu fördern und auch die jungen Menschen zu beobachten und von ihnen zu lernen.

Im Rahmen und zum Abschluss des Welttreffens werden sich junge Menschen an diesem Samstagabend ab 21 Uhr in der Säulenhalle des Petersdoms versammeln, um – wie bereits im Vorjahr - eine „Umarmung des Friedens“ zu formen, die, so der Wunsch des Papstes, „eine Verpflichtung des Lebens und eine prophetische Geste der Nächstenliebe“ werden solle. Künstler von Weltrang werden den feierlichen Abschluss des Treffens gestalten.

Treffen mit Kindern

Franziskus selbst wird am Samstag ab 17 Uhr am Runden Tisch zu Kinderfragen in der Synodenaula teilnehmen. Vatican News überträgt die Veranstaltung mit italienischem Kommentar bereits ab 16 Uhr über Youtube und die italienischsprachige Homepage. Auch der Abschluss des Welttreffens kann über die italienische Webseite ab 21.30 Uhr verfolgt werden. (vn 11)

 

 

 

 

Gemmingen warnt vor Arrangement mit dem Zeitgeist

 

Der deutsche Jesuit Eberhard von Gemmingen rät Katholiken in Deutschland, keine Kompromisse mit dem Zeitgeist zu schließen. Das steht in einem Predigttext, den er an diesem Freitag veröffentlichte.

Das Zweite Vatikanische Konzil habe vor sechzig Jahren die Kirche zur Moderne geöffnet, so von Gemmingen. „Wir sind aber heute wohl ein gutes Stück weiter und sind in der Gefahr, uns mit dem, was die moderne Welt für richtig hält, zu arrangieren. Daher glaube ich, dass wir uns heute wieder stärker auf Konfrontation einstellen müssen.“ Der Jesuit schreibt weiter: „Ich will nicht zurück, sondern nach vorne. Wir müssen den Menschen vor vielen Gedanken der Moderne schützen.“

Drei konkrete Stichworte

Dann nennt der langjährige Leiter der deutschsprachigen Redaktion von Radio Vatikan (heute: Vatican News) drei konkrete Stichworte: Selbstbestimmung, Leihmutterschaft und Abtreibung. „Die derzeitige Regierung bereitet ein Gesetz vor, nach dem jeder Mensch selbst entscheiden soll, ob er ein Mann oder eine Frau ist. Er hat absolute Freiheit. Das ist nicht nur fragwürdig, sondern es ist eine Leugnung Gottes. Denn kein Mensch hat sich selbst ins Leben gerufen, sich selbst geschaffen. Er findet sich in der Welt vor und muss sich annehmen.“

Es gebe „eine winzige Minderzeit von Menschen, deren Geschlecht tatsächlich unklar ist“, so von Gemmingen. „Entscheidend aber ist, dass die heutige Moderne einfach leugnen will, dass der Mensch sich vorfindet und sich annehmen muss. Er kommt aus einem Geheimnis, hat sich nicht selbst gemacht.“

Zum Thema Leihmutterschaft kritisiert von Gemmingen, dass es nach Ampelplänen weiter erlaubt sein soll, wenn eine Frau ein Kind kostenlos austrägt. Das sei „Augenwischerei“. „Es wird immer um Ausbeutung von Armen gehen. Mutter und Kind leiden zudem unter der Trennung.“

„Es kann kein leichtfertiges Arrangement des Christen mit der Welt geben“

Beredt warnt Pater von Gemmingen die Ampelregierung auch davor, an den Abtreibungsparagraphen 218 zu rühren. „Deutschland hat eine der weltweit besten Lösungen mit der Pflicht, dass sich jede Frau vor einer Abtreibung beraten lassen muss. Nun soll das abgeschafft werden. Jede Frau soll ein Recht auf Abtreibung haben. Verschwiegen wird dabei auch, wie sehr Frauen darunter leiden, dass sie abgetrieben haben.“

Der Jesuitenpater betont, „dass es kein leichtfertiges Arrangement des Christen mit der Welt geben kann“. Wörtlich schreibt er in dem Predigttext: „Entweder ein aufgeklärtes Ja zu Jesus Christus oder Arrangement mit dem Zeitgeist“.

Pater von Gemmingen (88) war von 1982 bis 2009 Leiter des deutschsprachigen Programms von Radio Vatikan. Der Jesuit predigt regelmäßig in einer Münchner Kirche. (vn 10)

 

 

 

„Das Leben ist kein Problem, sondern ein Geschenk“

 

„Das Thema der Geburtenrate liegt mir sehr am Herzen.“ Das hat der Papst am Freitag bei einem Treffen zur Förderung des Nachwuchses in Familien bekräftigt, das derzeit in Rom im Auditorium der Via della Conciliazione stattfindet. Die Initiative, an der Politiker, Kirchenvertreter, junge Leute und andere Vertreter der Zivilgesellschaft teilnehmen, will ein Zeichen gegen den Geburtenrückgang in Italien setzen. Mario Galgano – Vatikanstadt

„Realismus, Weitsicht und Mut“ waren die Schlüsselworte seiner Rede: Der Papst betonte vor den Gästen unweit des Vatikans, dass es in der Vergangenheit „nicht an Studien und Theorien“ fehlte, die vor Überbevölkerung des Planeten warnten, „weil die Geburt zu vieler Kinder zu wirtschaftlichem Ungleichgewicht, Ressourcenmangel und Umweltverschmutzung führen würde“, so Franziskus und fügte an:

Zum Nachhören - was der Papst bei dem Treffen sagte

„Ich war immer erstaunt darüber, wie diese Thesen, die heute veraltet und längst überholt gelten, vom Menschen sprachen, als wären sie ein Problem. Aber das menschliche Leben ist kein Problem, sondern ein Geschenk“, betonte der Papst.

„Ungezügelter, blinder und zügelloser Materialismus und Konsumismus...“

Weiter erläuterte er vor hunderten jungen und älteren Menschen im großen Saal:

„Und die Wurzel der Umweltverschmutzung und des Hungers in der Welt sind nicht die Kinder, die geboren werden, sondern die Entscheidungen derer, die nur an sich selbst denken, das Delirium eines ungezügelten, blinden und zügellosen Materialismus, eines Konsumismus, der wie ein böser Virus die Existenz der Menschen und der Gesellschaft an der Wurzel aushöhlt.“

Jung und Alt - Mut und Gedächtnis

Die Zukunft werde nicht nur durch Kinder aufgebaut, sondern es fehle noch ein sehr wichtiger Teil: die Großeltern, erinnerte der Papst weiter. Mit diesen Worten schloss er seine Ansprache an die „Generalstaaten der Geburt“, wie sich die Initiative nennt:

„Heute gibt es eine Kultur, die Großeltern zu verstecken, sie ins Pflegeheim zu schicken. Jetzt hat sich das wegen der Bedeutung der Rentengelder ein wenig geändert, aber leider ist es so, die Tendenz ist so, dass man die Großeltern wegwirft“, klagte Franziskus, der „eine interessante Geschichte“ erzählte, die er schon bei anderen Gelegenheiten vorgebracht hat:

„Es gibt eine nette Familie, der Großvater lebte bei ihnen, aber er wurde alt, beim Essen wurde er schmutzig, und der Vater ließ einen Tisch in der Küche bauen, damit der Großvater dort essen konnte, und so konnten sie Gäste einladen. Eines Tages sah der Vater seinen Sohn mit dem Großvater in der Küche stehen“, fuhr Franziskus fort. „'Was machst du da?' - 'Einen kleinen Tisch'. - 'Für wen?' - 'Für dich, wenn du alt bist'.“

„Bitte vergesst die Großeltern nicht“, appellierte der Papst und erzählte dann eine weitere Anekdote, die er mag und auch oft erzählt:

„Wenn ich in der anderen Diözese Altenheime besuchte, fragte ich: 'Wie viele Kinder haben Sie? Kommen sie Sie besuchen? ' - 'Ja, sie kommen immer'. Und auf dem Weg nach draußen sagte mir eine Krankenschwester: 'Sie kommen nie'. Verlassene Großeltern, abgewiesene Großeltern: das ist kultureller Selbstmord“, warnte der Papst. „Die Zukunft wird von den Jungen und den Alten gemeinsam gemacht: Mut und Gedächtnis gemeinsam.“

Nachwuchs ist die Zukunft einer Gesellschaft

Wenn eine Gesellschaft über die Geburtenrate spreche, „die die Zukunft ist“, dann solle man auch über die Großeltern sprechen, die nicht die Vergangenheit seien, „sondern der Zukunft helfen“, so die Botschaft des Papstes an die Anwesenden.

„Lasst uns über Kinder sprechen, und zwar viel, aber lasst uns auch für die Großeltern sorgen: sie tun so viel. Betet für mich, für und nicht gegen mich“, so die letzte Aufforderung, die das katholische Kirchenoberhaupt bei seinen Audienzen oft verwendet. Und an diesem Freitagvormittag erklärte er, wieder abweichend vom Redemanuskript, woher diese Aufforderung komme.

„Einmal war ich am Ende einer Audienz, und 20 Meter entfernt stand eine kleine Frau, schöne Augen, nett. Sie bat mich: 'Kommen Sie zu mir.' - 'Wie heißen Sie? Wie alt sind Sie?', fragte ich sie. 'Was essen Sie, um so stark zu sein?', fuhr ich fort und sie antwortete: 'Ravioli', die sie selber macht. 'Bitte beten Sie für mich', sagte ich dann und sie antwortete, dass sie das jeden Tag tue. 'Bete für mich, nicht gegen mich.' Und sie sagte dann: 'Seien Sie vorsichtig, die beten da drin gegen Sie!' Clever war sie, nicht wahr? Vielleicht ein bisschen antiklerikal“, scherzte der Papst und verabschiedete sich von den Gästen.

Es gab viel Beifall für Papst Franziskus von den Teilnehmern der Initiative zur Förderung der Geburten. Viele junge Menschen waren anwesend, Gymnasiasten, aber auch viele Kinder. Mit ihnen machte Franziskus etliche Selfies, sowohl bei seiner Ankunft als auch nachdem er seinen Platz auf der Bühne verlassen hatte, um in Begleitung seiner Mitarbeiter den Hinterausgang zu betreten und zurückzukehren in den Vatikan. (vn 10)

 

 

 

„Die Hoffnung lässt nicht zugrunde gehen“. Papst Franziskus beruft offiziell das Heilige Jahr 2025 ein

 

Im Vatikan hat Papst Franziskus mit der heute (9. Mai 2024) veröffentlichten Bulle „Spes non confundit“ (Die Hoffnung lässt nicht zugrunde gehen) offiziell das Heilige Jahr 2025 einberufen. Der Beauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für das Heilige Jahr, Weihbischof Rolf Lohmann (Münster), erklärt dazu:

„Papst Franziskus hat bereits vor längerer Zeit das Heilige Jahr 2025 unter das Motto ‚Pilger der Hoffnung‘ gestellt. Mit der Einberufungsbulle zeichnet er die inhaltlichen Konturen für das Jahr auf und macht deutlich, wie dringend notwendig die Hoffnung in einer Welt von Gewalt, Hass und Kriegen ist. Einfühlsam und mit pastoraler Nähe beschreibt Franziskus den Zustand vieler Menschen, die von Pessimismus und Angst geprägt sind. ‚Möge das Heilige Jahr für alle eine Gelegenheit sein, die Hoffnung wieder aufleben zu lassen‘ (Nr. 1), heißt die Botschaft des Papstes.

In bemerkenswerter Weise verbindet der Heilige Vater in der Bulle das Motto des Heiligen Jahres, ‚Pilger der Hoffnung‘ zu sein, mit dem Anspruch, Hoffnung zu schenken. Pilgern bedeutet für ihn, sich auf die Suche nach dem Sinn des Lebens zu machen und Wege des Glaubens zu finden. Ich empfinde es als schönes Zeichen, wie er dazu ermutigt, die traditionellen Pilgerwege in Rom zu gehen, aber auch neue Routen der Hoffnung zu finden. Dabei lädt er ausdrücklich die Geschwister in der Ökumene ein, diesen Weg mitzugehen. Dieser Weg umfasst – gerade in Rom – den zentralen und zugleich symbolischen Bestandteil des Heiligen Jahres, die Heilige Pforte, die ‚wiederum weit geöffnet wird, um die lebendige Erfahrung der Liebe Gottes zu ermöglichen, die im Herzen die sichere Hoffnung auf Rettung in Christus weckt‘ (Nr. 6).

Umfangreich stellt Papst Franziskus in der Bulle dar, welche Zeichen der Hoffnung er sich für das Heilige Jahr wünscht. Ich begrüße das sehr und schließe mich seinem Wunsch an, dass wir – auch als Kirche in Deutschland – an diesen Zeichen mitwirken. ‚Wir müssen auf das viele Gute in der Welt achten, um nicht in die Versuchung zu geraten, das Böse und die Gewalt für übermächtig zu halten‘ (Nr. 7), schreibt Franziskus. Er nennt in diesem Zusammenhang als Zeichen der Hoffnung den Frieden für die Welt, die sich ‚wieder einmal inmitten der Tragödie des Krieges befindet‘ (Nr. 8). Als weitere Zeichen der Hoffnung ruft er zur Weitergabe des Lebens auf, er fordert ein soziales Bündnis für die Hoffnung und bittet um Fürsorge und Gnade für die Gefangenen. Die Achtung der Menschenrechte und die Abschaffung der Todesstrafe nennt er ebenso wie der Einsatz als Zeichen der Hoffnung für die Kranken und dankt all jenen, die sich um die Kranken kümmern. Ein besonderes Augenmerk legt Franziskus auf die jungen Menschen, ‚die selbst die Hoffnung versinnbildlichen … Nehmen wir uns mit neuer Leidenschaft der jungen Menschen an‘ (Nr. 12), schreibt der Papst. So wünscht er sich auch Hoffnungszeichen für die Migranten, für die älteren Menschen und für die Armen und fordert eine Öffnung der Türen der Gastfreundschaft. Gerade hier warnt der Papst angesichts ‚immer neuer Wellen der Verarmung vor der Gefahr der Gewöhnung und der Resignation‘ (Nr. 15). Den Zeichen der Hoffnung schließt Papst Franziskus ein Kapitel mit Appellen der Hoffnung an. So bezeichnet er den Hunger als ‚skandalöse Plage unserer Menschheit‘ (Nr. 16) und fordert eine internationale Kraftanstrengung, denjenigen Ländern die Schulden zu erlassen, die sie niemals zurückzahlen können.

Es ist wichtig, dass Papst Franziskus in der Bulle an das alle Christen einende Band der Taufe erinnert. Mit großer Dankbarkeit gelte es, das Geschenk des neuen Lebens wiederzuentdecken, um so in der Lage zu sein, das Dunkel in der Welt zu verwandeln. Der Papst fügt hinzu: ‚Alle Getauften, jeder mit seinem eigenen Charisma und Dienst, sind mitverantwortlich, dass vielfältige Zeichen der Hoffnung die Gegenwart Gottes in der Welt bezeugen.‘ (Nr. 17) Dazu kann nach seiner Auffassung auch die Verständigung auf ein gemeinsames Osterdatum der West- und Ostkirche beitragen.

Angesichts dieser umfangreichen Bestandsaufnahme von einer Zustandsbeschreibung der Gegenwart und der Hoffnung, die die Christen im Heiligen Jahr prägen soll, appelliert Franziskus eindringlich an die Mitmenschlichkeit. Das ist für ihn die Liebe, die er als ein Glück bezeichnet, das der Mensch brauche: ‚Ich bin geliebt, also bin ich; und ich werde für immer in jener Liebe existieren, die mich nicht enttäuscht und von der mich nichts und niemand jemals wird trennen können‘ (Nr. 21), lautet sein Wunsch. Zu dieser Liebe gehört für Papst Franziskus auch die Vergebung, weshalb er in der Bulle an das Sakrament der Buße erinnert. So schreibt er wörtlich: ‚Die sakramentale Vergebung ist nicht nur eine schöne geistliche Chance, sondern ein entscheidender, wesentlicher und unverzichtbarer Schritt für den Glaubensweg eines jeden Menschen. Dort erlauben wir dem Herrn, unsere Sünden zu vernichten, unsere Herzen zu erneuern, wieder aufzurichten und uns zu umarmen, und uns sein zärtliches und barmherziges Gesicht zu zeigen‘ (Nr. 23). Nutzen wir diese Einladung und Erinnerung des Papstes, uns als Kirche in Deutschland auf einen Weg der Vergebung zu machen. Denn, so sagt es Franziskus, das Vergeben verändere nicht die Vergangenheit, es könne nicht ändern, was bereits geschehen sei: ‚Und doch kann Vergebung es ermöglichen, die Zukunft zu verändern und anders zu leben, ohne Groll, Verbitterung und Rache. Die Zukunft, die durch Vergebung erhellt wird, erlaubtes, die Vergangenheit mit anderen, gelasseneren Augen zu sehen, auch wenn sie immer noch mit Tränen benetzt sind.‘ (Nr. 23)

Die Einberufungsbulle endet mit dem Aufruf des Papstes, die Hoffnung auf Gott nicht zu verlieren. ‚Das Heilige Jahr helfe uns, das nötige Vertrauen wiederzufinden, in der Kirche wie in der Gesellschaft, in den zwischenmenschlichen Beziehungen, in den internationalen Beziehungen, in der Förderung der Würde eines Menschen und in der Achtung der Schöpfung. Möge unser gläubiges Zeugnis in der Welt ein Sauerteig echter Hoffnung sein, die Verkündigung eines neuen Himmels und einer neuen Erde‘ (Nr. 25).

Der Papst benennt in seiner Bulle die vielfältigen Probleme in der Welt. Er macht deutlich, dass wir diese nur gemeinsam angehen und lösen können. Als eine einigende Kraft, die uns alle verbindet, stellt er die Hoffnung in den Mittelpunkt. Sie ist für alle die Kraft, aus der wir uns in dieser Welt engagieren können. Dazu gehört, dass wir im Modus der Hoffnung – in unseren jeweiligen Kontexten und Ortskirchen – zusammenwachsen und in dieser Art und Weise mit dem Herrn unterwegs sind. Wir können als Christinnen und Christen die Welt mitgestalten. Das ist umso wichtiger, je mehr Sorgen uns plagen in unserem eigenen Land wie auch auf der weiten Welt. Ganz besonders nennen möchte ich hier den Extremismus in jeder Form, gegen den wir uns unbedingt stellen müssen, wie auch die Fragen der Auf- und Annahme von Flüchtlingen in schwieriger Zeit. Gerade in Krisenzeiten ist das Evangelium für uns Christinnen und Christen der Maßstab unseres Handelns – dies gilt gerade im Hinblick auf die Solidarität. Wir sind aufgerufen, durch Gebet und Tat aus der Hoffnung des christlichen Glaubens zu leben und füreinander einzustehen. Der Herr steht dabei an unserer Seite und stärkt uns.

Ich lade alle Gläubigen ein, nach Rom zu kommen und den Pilgerweg der Hoffnung mitzugehen, um neu gestärkt in der Welt zu wirken und Zeugnis von Evangelium zu geben. Gleichzeitig ermutige ich die Diözesen in unserem Land, dem Aufruf des Papstes zu folgen, in den Kathedralkirchen am 29. Dezember 2024 das Heilige Jahr auf lokaler Ebene zu eröffnen und am 28. Dezember 2025 zu beschließen.“ 

Hinweise: Die Einberufungsbulle Spes non confundit ist als PDF-Datei im Anhang sowie auf der Themenseite Heiliges Jahr 2025 verfügbar. Dort finden Sie auch weitere Informationen. Dbk 9

 

 

 

Papst: Heiliges Jahr im Zeichen der Hoffnung begehen

 

Angesichts von Kriegen, Vereinzelung und Ungerechtigkeit in der Welt wirbt Papst Franziskus für Zeichen der Hoffnung - dies ist seine zentrale Botschaft für das bevorstehende Heilige Jahr 2025, das am 24. Dezember startet. In der Verkündigungsbulle „Spes non confundit“ mahnt er Frieden, einen Schuldenerlass für arme Länder, eine Kultur des Lebens, Solidarität mit Migranten und Menschen am Rande an. In einem Gefängnis will er erstmals eine Heilige Pforte öffnen. Anne Preckel - Vatikanstadt

 

„Spes non confundit“, „die Hoffnung lässt nicht zugrunde gehen“: dieser Vers aus dem Römerbrief (vgl. Röm 5,5) ist der Titel der Verkündigungsbulle für das Heilige Jahr 2025. Unter dem Motto „Pilger der Hoffnung“ machen sich Gläubige aus aller Welt für das Jubeljahr nach Rom auf oder begehen das Jubiläum in ihren Ortskirchen.

Im Zeichen der Hoffnung 

„Möge das Heilige Jahr für alle Gelegenheit sein, die Hoffnung wieder aufleben zu lassen“ - wünscht ihnen der Papst und erinnert an die Kraft aus dem Glauben - „das Wort Gottes hilft uns, Gründe dafür zu finden“. Diese Hoffnung sei unerschütterlich, nichts könne uns von der Liebe Gottes trennen, bekräftigt Franziskus (vgl. Röm 8,35.37-39). 

Eng mit Hoffnung verbunden ist eine weitere Tugend - Geduld, wie es in der Verkündigungsbulle weiter heißt. In der schnelllebigen Welt, in der alles nah und verfügbar scheint und gleichzeitig Vereinzelung herrscht, gelte es Geduld als „Frucht des Heiligen Geistes“ wiederzuentdecken, die Hoffnung „als Tugend und Lebensweise konsolidiert“.

Zeitraum 24. Dezember 2024 - 6. Januar 2026

Das Heilige Jahr startet – so ist der Bulle zu entnehmen – am 24. Dezember 2024 mit der Öffnung der Heiligen Pforte am Petersdom und endet am 6. Januar 2026 mit Schließung derselben durch Franziskus. Der Papst ist es auch, der die Heiligen Pforten der anderen Papstbasiliken in Rom öffnen wird: die Pforte der Lateranbasilika am 29. Dezember 2024, die von Santa Maria Maggiore am 1. Januar 2025 und die von Sankt Paul vor den Mauern am 5. Januar 2025. Geschlossen werden diese drei Pforten am 28. Dezember 2025, einige Tage vor Abschluss des Jubeljahrs.

Der Papst verfügt, dass Diözesanbischöfe am 29. Dezember 2024 in allen Kathedralen und Ko-Kathedralen die Heilige Eucharistie als feierliche Eröffnung des Jubiläumsjahres nach dem Ritual feiern, das für diesen Anlaß vorbereitet wird. Bei der Feier in der Kirche der Co-Kathedrale kann der Bischof durch einen von ihm bestimmten Delegierten vertreten werden. 

Ablass

In der Geschichte haben die Heiligen Jahre die christliche Hoffnung genährt. Das Heilige Jahr 2025 mit dem Motto „Pilger der Hoffnung“ knüpfe daran an, so Franziskus, der im Jahr 2016 bereits ein außerordentliches „Heiliges Jahr der Barmherzigkeit“ (8. Dezember 2015 bis 20. November 2016) durchführen ließ. Für das aktuelle Heilige Jahr werden rund 30 Millionen Besucher erwartet. Wer in dem Zeitraum nach Rom pilgert und dort die sogenannte Heilige Pforte durchschreitet, kann einen Nachlass zeitlicher Sündenstrafen erhalten. Weltweit finden in dieser Zeit besondere Gebete und Glaubensinitiativen statt; das erste Jubeljahr wurde 1300 von Papst Bonifatius VIII. (1294-1303) ausgerufen. 

Friedensappell

In der Verkündigungsbulle sind in 25 Punkten Bitten, Impulse und konkrete Appelle rund um das Thema Hoffnung formuliert. Franziskus richtet dabei den Blick auf Kranke und Migranten, Alte und Junge, Häftlinge und Menschen in Situationen des Krieges und Leids und wendet sich mit konkreten Aufrufen an Verantwortlichen der Staaten und Politik.  

Für die Welt, „die sich wieder einmal inmitten der Tragödie des Krieges befindet“, erbittet der Papst Frieden. Die geschichtsvergessene Menschheit werde „von einer neuen, schwierigen Prüfung heimgesucht, bei der viele Völker von der Brutalität der Gewalt getroffen werden“. Die Dringlichkeit des Friedens fordere alle heraus und verlange „konkrete Projekte“, so der Papst: „Die Diplomatie darf in ihrem Bemühen nicht nachlassen, mutig und kreativ Verhandlungsräume für einen dauerhaften Frieden zu schaffen“, betont er und fragt: „Ist es ein zu großer Traum, dass die Waffen schweigen und aufhören, Zerstörung und Tod zu bringen? Das Heilige Jahr möge uns daran erinnern, dass man diejenigen, die ,Frieden stiften‘, ,Kinder Gottes‘ wird nennen können (Mt 5,9).“

Offenheit für das Leben

Mit Sorge blickt der Papst auf den Rückgang der Geburtenraten in verschiedenen Ländern der Welt. Hektische Lebensrhythmen, Zukunftsängste, prekäre soziale und Arbeitsverhältnisse sowie Konsum- und Profitstreben seien dafür Gründe. Franziskus fordert mehr Anstrengungen der Staaten und Gesetzgeber, um dem Problem entgegenzuwirken. Auch müssten Glaubensgemeinschaften und Zivilgesellschaften zu einer Kultur des Lebens beitragen; statt „leere Wiegen“ brauche es das „Lächeln vieler Jungen und Mädchen“.

Papst öffnet Heilige Pforte im Gefängnis

Regierungen schlägt der Papst vor, im Heiligen Jahr Amnestien und Straferlässe für Häftlinge umzusetzen. Es gelte diesen Menschen zu helfen, „das Vertrauen in sich selbst und in die Gesellschaft zurückzugewinnen“ und „Wege der Wiedereingliederung“ zu beschreiten. Gläubige und Hirten sollten sich überall für diese Anliegen einsetzen und „mit vereinter Stimme mutig für menschenwürdige Bedingungen für Gefangene, die Achtung der Menschenrechte und vor allem die Abschaffung der Todesstrafe eintreten“, so der Papst, der ankündigt, selbst in einem Gefängnis eine Heilige Pforte öffnen zu wollen.

Solidarität mit Kranken

Nähe und Zuwendung durch andere Menschen erbittet der Papst für Kranke und Menschen mit Behinderungen, Dank richtet er an Wirkende im Gesundheitswesen, „die unter oftmals schwierigen Bedingungen ihren Dienst mit liebevoller Fürsorge für die Kranken und Schwächsten ausüben“. Für solche verletzlichen Menschen zu sorgen sei „wie ein Lobgesang auf die Menschenwürde, ein Lied der Hoffnung, das das Zusammenspiel der gesamten Gesellschaft erfordert“.

Bündnis der Generationen

Mit Blick auf Herausforderungen, die junge Menschen heute bewältigen müssen, ruft Franziskus zur Unterstützung dieser Generationen auf. Junge Menschen seien mit ihrer Energie und ihrem Tatendrang „Freude und Hoffnung für Kirche und Welt“, hätten aber nicht selten mit unsicheren Zukunftsperspektiven, Orientierungslosigkeit, Sinnleere und psychischen Problemen zu kämpfen, gibt er zu bedenken.

Alte Menschen litten oft unter Einsamkeit. Christen und die Zivilgesellschaft seien „verpflichtet, den Schatz, den sie darstellen, ihre Lebenserfahrung, die Weisheit, die sie besitzen, und den Beitrag, den sie leisten können, zur Geltung zu bringen und für ein Bündnis zwischen den Generationen zusammenzuarbeiten“.

Willkommenskultur pflegen

Einmal mehr spricht sich der Papst gegen Vorurteile und Abschottungstendenzen gegenüber Migranten aus: „Den vielen Exilanten, Flüchtlingen und Vertriebenen, die durch die internationalen Konflikte zur Flucht gezwungen sind, um Kriegen, Gewalt und Diskriminierung zu entgehen, mögen Sicherheit und ein Zugang zu Arbeitsplätzen und Bildung garantiert werden, was notwendig ist für ihre Eingliederung in das neue soziale Umfeld.“ Niemand dürfe die Hoffnung auf ein besseres Leben verlieren.

Ein gemeinsames Datum für Ostern

Papst Franziskus erinnert in der Bulle an zwei wichtige Jubiläen: die Feier des zweitausendsten Jahrestages der Erlösung durch Christus im Jahr 2033 und den 1700. Jahrestag des ersten großen ökumenischen Konzils von Nizäa, das sich unter anderem mit der Datierung von Ostern befasste. Bei diesem „Meilenstein der Kirchengeschichte“, dessen Jubiläum in das Jahr 2025 fällt, kamen auf Einladung von Kaiser Konstantin am 20. Mai 325 etwa dreihundert Bischöfe zusammen. Auch heute noch verhinderten „unterschiedliche Positionen“ ein gemeinsames Osterdatum, so Franziskus. Er ruft „alle Christen in Ost und West“ auf, „einen entscheidenden Schritt hin zu einer Einigung bezüglich eines gemeinsamen Osterdatums zu tun“.

Ökumenisches Märtyrer-Gedenken

In der Jubiläumsbulle lädt der Papst dazu ein, das Zeugnis der Märtyrer aus den verschiedenen christlichen Traditionen zu betrachten. Sie seien „Samen der Einheit“ und verkörperten die „Ökumene des Blutes“, hebt er hervor und formuliert den Wunsch, dass es während des Heiligen Jahres „auch eine ökumenische Feier geben wird, so dass der Reichtum des Zeugnisses dieser Märtyrer deutlich wird“.

Beichte und Missionare der Barmherzigkeit

Franziskus wirbt dafür, im Heiligen Jahr beichten zu gehen und die Schönheit des „Sakramentes der Heilung und Vergebung“ wiederzuentdecken. „Das Vergeben ändert nicht die Vergangenheit, es kann nicht ändern, was bereits geschehen ist; und doch kann Vergebung es ermöglichen, die Zukunft zu verändern und anders zu leben, ohne Groll, Verbitterung und Rache.“

Der Papst kündigt weiter an, dass der Dienst der Missionare der Barmherzigkeit, der während des Außerordentlichen Jubiläums eingeführt wurde, weitergeführt werden soll. Er bittet die Bischöfe, sie dorthin zu schicken, wo „Hoffnung auf eine harte Probe gestellt“ werde wie Gefängnissen, Krankenhäusern oder Orten verletzter Menschenwürde – um Vergebung und Trost zu spenden.

Einladungen zu Gebet – in Rom und weltweit

Eine besondere Einladung richtet Franziskus für das Heilige Jahr an die Gläubigen der Ostkirchen, „die so viel, oft bis zum Tod, für ihre Treue zu Christus und zur Kirche gelitten haben“, und an die „orthodoxen Brüder und Schwestern“, die aus ihren Herkunftsländern vor Gewalt und Instabilität flüchten. Alle Gläubigen lädt er dazu ein, an marianischen Heiligtümern in Rom und weltweit zu beten, um der Mutter Gottes „ihre Sorgen, ihren Kummer und ihre Wünsche“ anzuvertrauen. „Mögen die Wallfahrtsorte in diesem Jubiläumsjahr heilige Orte der Gastfreundschaft und besondere Orte der Hoffnung sein.“ Auch eine intensive Lektüre der Bibel empfiehlt der Papst. (vn 9)

 

 

 

Verkündigungsbulle „Spes non confundit“

 

Am Donnerstagabend, Hochfest Christi Himmelfahrt, hat Franziskus im Rahmen einer feierlichen Vesper im Petersdom in Rom das Heilige Jahr 2025 ausgerufen. Dabei wurden auch einige Passagen der Verkündigungsbulle „Spes non confundit“ verlesen, die schon im Titel auf ein Thema verweist, das dem Kirchenoberhaupt besonders am Herzen liegt: Die christliche Hoffnung. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Zu Beginn der Feier überreichte der Papst vor der verschlossenen Heiligen Pforte am Petersdom den Verantwortlichen der vier Papstbasiliken, Kanonikern und weiteren Kirchenvertretern die sogenannte Verkündigungsbulle. 

Teile der normalerweise auf Latein verfassten Urkunde, die das Siegel des Papstes trägt, wurden von Monsignor Leonardo Sapienza verlesen. Dessen Ernennung zum Protonotar hatte Papst Benedikt XVI. im Februar 2013 als eine seiner letzten Amtshandlungen vorgenommen.

Die Hoffnung, die nie enttäuscht...

Wie schon der Titel „Spes non confundit“ (Die Hoffnung lässt nicht zugrundgehen) verrät, enthält die Urkunde zahlreiche Überlegungen des Papstes zur christlichen Hoffnung. Ein Thema, das Franziskus auch in seiner Predigt im Petersdom in Rom aufgriff:

„Es ist diese im gestorbenen und auferstandenen Christus wurzelnde Hoffnung, die wir feiern, uns zu eigen machen und der ganzen Welt im bevorstehenden nächsten Heiligen Jahr verkünden wollen,“ so der Pontifex. „Es handelt sich dabei nicht um bloß menschlichen Optimismus oder um eine flüchtige Erwartung, die an eine irdische Sicherheit geknüpft ist, nein, es geht um etwas, das sich in Jesus bereits erfüllt hat und auch uns jeden Tag geschenkt ist, bis wir in der Umarmung seiner Liebe ganz eins sind.“

Die christliche Hoffnung gibt Halt im Leben

Die christliche Hoffnung gebe uns „auf dem Weg unseres Lebens Halt, auch wenn er verschlungen und mühsam ist; sie eröffnet uns Wege in die Zukunft, wenn Resignation und Pessimismus uns drohen gefangen zu halten; sie lässt uns das mögliche Gute sehen, wenn das Böse zu überwiegen scheint; sie erfüllt uns mit Heiterkeit, wenn das Herz durch Versagen und Sünde beschwert ist; sie lässt uns von einer neuen Menschheit träumen und ermutigt uns, eine geschwisterliche und friedliche Welt zu errichten, wenn es die Mühe nicht wert zu sein scheint,“ betonte Franziskus.

Als Vorbereitung auf das Heilige Jahr rief das Kirchenoberhaupt im Jahr des Gebets dazu auf, in unserer von Verzweiflung geprägten Welt die Herzen zu Gott zu erheben und so zu „Sängern der Hoffnung“ zu werden.

„Wir brauchen nämlich Hoffnung,“ gab Franziskus zu bedenken. „Ihrer bedarf die Gesellschaft, in der wir leben, und die oft in der bloßen Gegenwart versunken und unfähig ist, in die Zukunft zu blicken; ihrer bedarf unsere Zeit, die sich so manches Mal in der Freudlosigkeit des Individualismus und des „durchs Leben schlagen“ müde dahinschleppt; ihrer bedarf die Schöpfung, die durch menschlichen Egoismus schwer verwundet und verunstaltet ist; ihrer bedürfen die Völker und Nationen, die voller Sorgen und Ängste in die Zukunft blicken, während die Ungerechtigkeiten arrogant fortgesetzt werden, die Armen verworfen werden, Kriege Tod säen, die Letzten weiterhin ganz unten auf der Liste stehen bleiben und der Traum von einer geschwisterlichen Welt illusorisch erscheint. Ihrer bedürfen die jungen Menschen, die oft orientierungslos sind, sich aber danach sehnen, in Fülle zu leben; ihrer bedürfen die älteren Menschen, welche die Leistungs- und Wegwerfgesellschaft nicht mehr zu respektieren und anzuhören weiß; ihrer bedürfen die Kranken und all jene, die an Körper und Geist verwundet sind und durch unsere Nähe und unsere Fürsorge Linderung erfahren können.“

Alles in uns sucht die Nähe Gottes...

Gerade in unserer Zeit, die eine Zeit der Ferne von Gott zu sein scheine, in der sich die Welt mit Dingen fülle und das Wort des Herrn untergehe, sei es wichtiger denn je, die Hoffnung wiederzuentdecken, zu verkünden und aufzubauen, gab der Papst abschließend zu bedenken.

Wörtlich sagte Franziskus: „Wir alle, Brüder und Schwestern, brauchen Hoffnung: unsere manchmal mühseligen und verletzten Lebensgeschichten; unsere Herzen, die nach Wahrheit, Güte und Schönheit dürsten; unsere Träume, die keine Dunkelheit auslöschen kann. Alles, in uns und außerhalb von uns, ruft nach Hoffnung und sucht, auch ohne es zu wissen, die Nähe Gottes.“

Das Heilige Jahr 2025 steht unter dem Motto „Pilger der Hoffnung“. Diese beiden Begriffe -  „Pilger" und „Hoffnung“  - sind zentrale Themen des Pontifikats von Franziskus. Der offizielle Start des Heiligen Jahres ist am 24. Dezember 2024.

(vn 9)

 

 

 

 

Bischof Dieser ruft zu Widerstand gegen Antisemitismus auf

 

Angesichts besorgniserregender Anzeichen von Judenhass in Deutschland hat der Aachener Bischof Helmut Dieser entschiedenes Vorgehen angemahnt. Antisemitismus dürfe niemals unwidersprochen bleiben, mahnte er in seiner Predigt vor der diesjährigen Karlspreisverleihung im Aachener Dom. Der Preis wird diesen Donnerstag an den Präsidenten der Europäischen Rabbinerkonferenz, Pinchas Goldschmidt, verliehen.

Der frühere Oberrabbiner von Moskau wird gemeinsam mit den jüdischen Gemeinschaften in Europa ausgezeichnet. Weil er den Angriffskrieg Russlands gegen die Ukraine immer wieder verurteilte, verließ er 2022 die russische Hauptstadt. Der orthodoxe Rabbiner (60) bekommt den Preis als Würdigung seines „Wirkens für den Frieden, die Selbstbestimmung der Völker und die europäischen Werte". Auch wird sein Einsatz für den interreligiösen Dialog geehrt. Der Internationale Karlspreis sei ein unübersehbares Zeichen gegen den wachsenden Judenhass, betonte Bischof Dieser in seiner Predigt. 

 „Ermutigung in einer herausfordernden Zeit“

*Der Karlspreis für ihn und für alle jüdischen Gemeinschaften sei „eine Ermutigung in einer herausfordernden Zeit", sagte Goldschmidt bei seiner Dankrede in Aachen. Der Karlspreis sei eine Auszeichnung, die verpflichte, mahnte der Rabbiner. In der Begründung für die Preisverleihung heiße es, man wolle das Signal setzen, dass jüdisches Leben selbstverständlich zu Europa gehöre und dort kein Platz für Antisemitismus sein dürfe: „Das klingt märchenhaft. Leider ist das Gegenteil der Fall. Jüdisches Leben ist eben nicht selbstverständlich, und in Europa ist viel Platz für Antisemitismus." Judenhass sei nie tot gewesen: „Aber seit dem islamistischen Pogrom in Israel am 7. Oktober 2023 ist er in einer Art und Weise entfacht, die die Sicherheit und Freiheit jüdischen Lebens - gerade auch in Europa - ernsthaft bedroht." 

„Sicherheit und Freiheit jüdischen Lebens - gerade auch in Europa - ernsthaft bedroht“

Gemeinsame Geschichte

Bischof Dieser hatte in seiner Predigt auch an die jüdischen Wurzeln des Christentums erinnert. Er rief dazu auf, das Erbe des gemeinsamen Ursprungs anzuerkennen. Jesus von Nazareth und seine ersten Anhänger seien Juden gewesen, betonte er. Als Christ glaube er fest daran, dass die universale Berufung Israels in Jesus und seinem Wirken verwirklicht werde. Diese gemeinsame Geschichte und Hoffnung könne einen Beitrag dazu leisten, Bedrohungen für das Zusammenleben zu identifizieren und zu überwinden.  (kna 9)

 

 

 

 

Der Papst bricht eine Lanze für die Hoffnung

 

Die Hoffnung hat eine Zwillingsschwester, nämlich die Geduld. Beide Tugenden gingen „Hand in Hand“, sagte Franziskus an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz im Vatikan vor Tausenden Gläubigen und Besuchern. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Der Papst hielt bei bedecktem Himmel auf dem Petersplatz eine Katechese über die Hoffnung und nahm dabei kräftig Anleihen bei seinem Vorgänger Benedikt XVI.; der deutsche Papst hatte 2007 eine ganze Enzyklika über diese zweite der drei sogenannten theologischen Tugenden (Glaube, Hoffnung, Liebe) verfasst.

„Wenn die Reise des Lebens keinen Sinn hat“, so Franziskus, „wenn am Anfang und am Ende das Nichts steht, dann fragen wir uns, warum wir überhaupt vorwärtsgehen sollen: daher die menschliche Verzweiflung, das Gefühl der Sinnlosigkeit von allem. (…) Wenn die Hoffnung fehlt, drohen alle anderen Tugenden zu zerbröckeln und zu Asche zu werden. Wenn es kein verlässliches Morgen, keinen hellen Horizont gäbe, müsste man zu dem Schluss kommen, dass Tugend eine vergebliche Mühe ist.“

„Eine verlässliche Hoffnung, von der her wir unsere Gegenwart bewältigen können“

Und dann griff Franziskus zu einem Zitat aus Benedikts Enzyklika Spe salvi: ‚Erst wenn Zukunft als positive Realität gewiss ist, wird auch die Gegenwart lebbar‘. Christen könnten Hoffnung haben, weil Christus gestorben und auferstanden sei, so Franziskus weiter – um seinen Vorgänger dann erneut zu zitieren. „Erlösung ist uns in der Weise gegeben, dass uns Hoffnung geschenkt wurde, eine verlässliche Hoffnung, von der her wir unsere Gegenwart bewältigen können.“

Papst Franziskus zum Thema Hoffnung - Radio Vatikan

Um solche Hoffnung zu haben, sei es wichtig, dass Christen wirklich an die Auferstehung Christi glaubten, fuhr Papst Franziskus fort. Das habe Paulus gemeint, als er an die Korinther schrieb: ‚Wenn aber Christus nicht auferweckt worden ist, dann ist euer Glaube nutzlos und ihr seid immer noch in euren Sünden ‘. (1 Kor 15,17).

„Wenn du nicht an die Auferstehung Christi glaubst, dann wird alles leer“

„Es ist, als wollte man sagen: Wenn du an die Auferstehung Christi glaubst, dann weißt du mit Gewissheit, dass keine Niederlage und kein Tod für immer ist. Wenn du aber nicht an die Auferstehung Christi glaubst, dann wird alles leer, auch die Verkündigung der Apostel.“

Oft ließen Christen die Hoffnung sinken, überließen sich der „Melancholie“, verzagten wegen ihrer Sünden, rügte der Papst. Dabei verzeihe Gott uns „immer“ und „alles“.

„Die Welt braucht Hoffnung!“

„Die Welt braucht diese christliche Tugend heute so dringend! Die Welt braucht Hoffnung! Genauso dringend braucht sie Geduld, eine Tugend, die mit der Hoffnung Hand in Hand geht. Geduldige Menschen sind Wegbereiter des Guten. Sie sehnen sich hartnäckig nach Frieden, und obwohl manche es eilig haben und alles und jedes jetzt haben wollen, hat die Geduld die Fähigkeit zu warten. Selbst wenn viele um sie herum der Desillusionierung erlegen sind, ist derjenige, der von der Hoffnung beseelt und geduldig ist, in der Lage, auch die dunkelsten Nächte zu überstehen. Hoffnung und Geduld gehören zusammen.“ (vn 8)

 

 

 

Europäische Rabbiner fordern Maßnahmen gegen Antisemitismus

 

Die Konferenz Europäischer Rabbiner (CER) hat in einem kürzlich veröffentlichten Manifest die EU und europäische Regierungen aufgefordert, entschlossene Maßnahmen gegen den wachsenden Antisemitismus zu ergreifen. Die Forderungen der Rabbiner beziehen sich auf einen dramatischen Anstieg antisemitischer Vorfälle, der seit dem Hamas-Angriff auf Israel am 7. Oktober letzten Jahres in ganz Europa zu beobachten sei.

In dem Manifest, das am Dienstag veröffentlicht wurde, betonte die CER die dringende Notwendigkeit von Bildung, offener interreligiöser Arbeit und einer verschärften Gesetzgebung, um Antisemitismus einzudämmen. Insbesondere forderten sie ein stärkeres gesetzliches Schutz für jüdische Rituale wie das Schächten und die Beschneidung, die in vielen Mitgliedstaaten bedroht seien. Zusätzlich drängten sie darauf, die Gesetzgebung bezüglich Hassverbrechen zu verschärfen und religiöse Führer dazu zu ermutigen, „alle Formen von Hassreden, Einschüchterung, Indoktrination und Gewalt zu unterlassen".

Anstieg antisemitischer Vorfälle 

 „Seit dem Massaker der Hamas an der Südgrenze Israels am 7. Oktober und dem anschließenden Krieg Israels gegen die Hamas haben die jüdischen Gemeinden in ganz Europa einen alarmierenden Anstieg antisemitischer Vorfälle zu verzeichnen", so CER-Präsident Pinchas Goldschmidt. Er beschrieb eine Atmosphäre der Feindseligkeit und der Bedrohung durch physische Gewalt, die Synagogen, Gemeindezentren und öffentliche Versammlungen durchdringt. Der Erfolg des Angriffs habe  „viele Antisemiten darin bestärkt, eine neue Pogromstimmung gegen Juden zu organisieren, weil sie dachten, dass Juden doch nicht so stark und mächtig seien", sagte der Rabbiner im Interview der deutschen katholischen Nachrichtenagentur.

Aufruf zur Unterstützung und Solidarität

Goldschmidt beklagte im Interview eine zu geringe Unterstützung in der Zivilgesellschaft und von religiösen Organisationen. Er plädierte für eine Fortführung des interreligiösen Dialogs, der in Zeiten wie diesen von entscheidender Bedeutung sei. Darüber hinaus hob er die Bedeutung der Unterstützung durch die Europäische Union hervor und forderte eine verstärkte Zusammenarbeit aller gesellschaftlichen Akteure im Kampf gegen Antisemitismus.

Internationale Anerkennung für Präsident Goldschmidt

Die Europäische Rabbinerkonferenz vertritt rund 1.000 Mitglieder und 800 aktive Rabbiner und hat ihren Sitz in München. Goldschmidt wird am Donnerstag in Aachen zusammen mit den jüdischen Gemeinschaften Europas mit dem Internationalen Karlspreis ausgezeichnet. Diese Auszeichnung würdigt sein langjähriges Engagement für den Frieden, die Selbstbestimmung der Völker und die europäischen Werte sowie seinen unermüdlichen Einsatz gegen Antisemitismus und für interreligiösen Dialog. (kna 8)

 

 

 

Militärdekan Schaller: Interkulturelle Kompetenz ist ganz wichtig

 

Kriege und Krisen auf der Welt stellen die europäischen Armeen derzeit auf die Probe. Zwar sind keine Soldaten aus dem Westen direkt in Kriegshandlungen involviert, aber Debatten um mögliche Einsätze in der Ukraine oder im Nahen Osten beschäftigen die Soldatinnen und Soldaten allemal. Wir sprachen mit Bernd Schaller, dem deutschen Militärdekan (Militärseelsorge). Mario Galgano

Vatikanstadt - Schaller ist Priester der Diözese Augsburg und nach einigen Jahren in „zivilen“ Gemeinden übernahm er 2008 die Militärseelsorge und hat dort zunächst in Sigmaringen als Militärseelsorger gewirkt. Dann war er zehn Jahre lang in dieser Funktion in Berlin. Seit 2021 ist er Leiter des katholischen Militärdekanats Berlin.

Hier hören Sie das Interview mit Militärdekan Bernd Schaller

„Das muss man sich so vorstellen: Wir haben 13 Militär-Pfarrämter auf dem Gebiet der ehemaligen DDR, also die ganzen sechs neuen Bundesländer. Da bin ich also zuständig, als Vorgesetzter für die entsprechenden Pfarrämter, und habe zusätzlich noch die Aufgabe für die Auslandsdienststellen der katholischen Militärseelsorge“, erläutert Schaller.

Aktuelle Lage im Blick

Zu den aktuellen geopolitischen Herausforderungen und vor allem den Kriegsschauplätzen in Europa und im Nahen Osten sagt Schaller:

„Jeder hatte gedacht in Europa ein Krieg ist fast unmöglich - jetzt werden wir mit der Wirklichkeit konfrontiert“

„Bei uns ist es ja so, dass sich seitdem seit dem Kriegsbeginn durch Russland in der Ukraine unheimlich viel verschoben hat. Jeder hatte gedacht in Europa ein Krieg ist fast unmöglich und jetzt werden wir mit der Wirklichkeit konfrontiert. Und natürlich beschäftigt es unsere Soldatinnen und Soldaten sowie auch die Familienangehörigen sehr stark, weil immer die Frage da ist: Wie entwickelt sich das noch? Wo sind wir vielleicht irgendwann involviert?“

Ausbildung ukrainierscher Soldaten

In Deutschland gebe es deshalb die beiden Oberbegriffe Landes- und Bündnisverteidigung. Jetzt plötzlich wurde das wieder ein Thema, wenn man sehe, dass die Grenze zum Krieg „ja gar nicht mehr so weit entfernt ist“, fügt der Militärdekan an. Und so stelle sich jeder dann  auch die Frage „was passiert denn, wenn es wirklich eskaliert“ und dies alles die eigene Geschichte werde:

„Wir haben in Deutschland jetzt schon einige tausend ukrainische Soldaten ausgebildet“

„Es gibt aber auch ganz konkrete Bezugs- und Berührungspunkte. Wir haben in Deutschland jetzt schon einige tausend ukrainische Soldaten ausgebildet. Das ist natürlich auf der einen Seite sehr schwierig für die ukrainischen Soldaten, eine ganz neue Ausbildungsform kennenzulernen. Auf der anderen Seite treffen diejenigen, die diese Kameradinnen und Kameraden ausbilden, natürlich die ganz konkreten Menschen, von denen sie wissen, die kommen jetzt aus der Ukraine und gehen anschließend an die Front. Da bilden sich auch Beziehungen, Freundschaften. Das kann man nicht einfach nur so auf die dienstliche Ebene stellen.“

Wenn die Ausbildung in Deutschland vorbei ist...

Da sei es dann schon sehr schwierig, weil viele der Soldaten wüssten, wenn die Ausbildung vorbei ist, würden die Ukrainer an die Front gehen, führt Schaller weiter aus: „Und diejenigen, die in Deutschland als Ausbilder tätig waren, wissen, dass da ein nicht unerheblicher Teil wahrscheinlich an der Front dann fallen wird. Das berührt natürlich die Menschen auch und das ist für uns als Militärseelsorge eine große Herausforderung.“

„Das berührt natürlich die Menschen auch und das ist für uns als Militärseelsorge eine große Herausforderung“

Viele Gläubige

Ein zweiter Punkt betrifft die Religiosität: Sowohl die Ukrainer als auch viele deutsche Soldaten seien sehr gläubige Menschen. Deshalb habe die deutsche Militärseelsorge auch mit der ukrainischen Militärseelsorge „gute Verbindungslinien“ aufgebaut, so Schaller:

„Es ist für die Ukrainer natürlich schwierig, weg von der Heimat zu sein. Aber zu wissen, wir gehen wieder zurück und unter ganz anderen Voraussetzungen, gibt eine Stärke. Und auf der anderen Seite ist es auch eine Herausforderung für unsere Seelsorgerinnen und Seelsorger, dass sie eben auch merken, was da für menschliche Schicksale sich auch entwickeln.“

Internationale Zusammenarbeit

Die internationale Zusammenarbeit habe dazu geführt, dass auch die Militärseelsorge immer mehr interkulturelle Kompetenzen von den Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter verlange. „Das ist ganz wichtig“, so Schaller.

So seien die pastorale Unterstützung und die menschliche Begleitung nicht nur auf die Soldatinnen und Soldaten beschränkt, sondern auch auf die Familienangehörigen. Bei den deutschen Militärangehörigen, die im Ausland im Einsatz sind, sei die Militärseelsorge auch für „die Frauen, die Kinder, die sich in einem fremden Land eine Zeit lang aufhalten“, sehr wichtig, so Schaller.

Derweil hat Russland Großbritannien mit einem Angriff gedroht, sollte die Ukraine mit britischen Waffen russisches Gebiet angreifen. Präsident Wladimir Putin habe Übungen angeordnet, um die Bereitschaft der Atomstreitkräfte zu testen, berichteten russische Medien am Montag. (vn 7)

 

 

 

 

UNO/Vatikan: Wälder sind für Millionen von Menschen wichtig

 

Der ständige Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen in New York hat die von Papst Franziskus geforderte integrale Ökologie als den besten Weg beschrieben, um Ökosysteme und Gemeinschaften zu schützen. Mario Galgano – Vatikanstadt

Wälder seien sowohl lebenswichtige Ökosysteme, als auch Quellen des Lebensunterhalts und des Wohlbefindens sowie Reservoire der biologischen Vielfalt. Daran erinnerte Erzbischof Gabriele Caccia, ständiger Beobachter des Heiligen Stuhls bei den Vereinten Nationen, in seiner Erklärung anlässlich der 19. Sitzung des UN-Waldforums. Die Konferenz fand am Montag in New York statt. Unter Hinweis auf das Konzept der „integralen Ökologie“, das der Papst in seiner Enzyklika Laudato si' verkündet hat, betonte Erzbischof Caccia, dass die Wälder „Motoren der nachhaltigen Entwicklung sind, da sie für Millionen von Menschen auf der ganzen Welt Lebensgrundlagen, sauberes Wasser und Klimaregulierung bieten“.

Es sei daher wesentlich, dass alle diesbezüglichen Maßnahmen „auf die ganzheitliche Entwicklung der von ihnen abhängigen Bevölkerungen ausgerichtet sind“, betonte er.

Allzu oft, so der Erzbischof, „sehen wir Situationen, in denen, solange die Produktion gesteigert wird, wenig darüber nachgedacht wird, ob dies auf Kosten der künftigen Ressourcen, der Gesundheit der Umwelt oder des Wohlergehens der Menschen geschieht, wie im Fall der Abholzung“. Der beste Weg um die Welt zu schützen sei eben der eines „ganzheitlichen Ansatzes“, der die „Verflechtung“ ökologischer, sozialer und wirtschaftlicher Faktoren im Hinblick auf die Achtung von Ökosystemen und Gemeinschaften betone, erläuterte er abschließend. (vn 7)

 

 

 

 

Ökumenischer Aufruf zur Europawahl am 9. Juni 2024. „Für unsere gemeinsame Zukunft in einem starken Europa“

 

Heute (7. Mai 2024) wenden sich die Vorsitzenden der christlichen Kirchen in Deutschland mit einem ökumenischen Aufruf zur Wahl des Europäischen Parlamentes am 9. Juni 2024 an alle Wahlberechtigten: „Machen Sie bei der Wahl von Ihrer Stimme Gebrauch. Wählen Sie eine gemeinsame Zukunft in einem starken Europa!“ Die Kirchen betonen, wie wichtig es ist, „bei der Europawahl Parteien zu wählen, die den Geist Europas, die (…) Werte und Prinzipien, teilen und fördern“. Sie sehen sich in der „Mitverantwortung für die Demokratie als politische Lebensform der Freiheit und für die EU als erfolgreiches Modell für Multilateralismus, Frieden und Versöhnung“.

In dem Aufruf heben die amtierende Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischöfin Kirsten Fehrs, der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, und der Vorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen in Deutschland (ACK), Erzpriester Radu Constantin Miron, hervor: „Die EU basiert auf Werten und Prinzipien, die im Christentum vor- und mitgeprägt wurden. Als christliche Kirchen fordern und engagieren wir uns für eine EU, die sich zur unveräußerlichen, gleichen Würde aller Menschen bekennt. Dem Schutz dieser Würde dienen der Einsatz für Freiheit, Demokratie, Gleichberechtigung, Rechtsstaatlichkeit und die Wahrung der Menschenrechte.“ Eine europäische Politik für den weltweiten Schutz der Würde aller Menschen sei unverzichtbar –  im Bereich von Flucht, Migration und Asyl, im Einsatz zur Bewahrung der Schöpfung oder für den Klimaschutz sowie mit Blick auf globale Lieferketten, die Unterstützung von Entwicklungsländern und ganz besonders für den europäischen Friedensgedanken. Angesichts dieser und weiterer aktueller Herausforderungen brauche es eine starke und geeinte EU.

Die christlichen Kirchen in Deutschland treten entschieden jeder Form von Extremismus entgegen und schreiben: „Insbesondere widersprechen wir vehement dem Rechtsextremismus und völkischem Nationalismus sowie dem Antisemitismus. Ökumenisch setzen wir uns auf der Basis des christlichen Menschenbildes für den gesellschaftlichen und europäischen Zusammenhalt ein.“ Der Aufruf warnt „eindringlich vor politischen Kräften, die im Sinne eines völkischen Nationalismus das Zusammenleben von Menschen unterschiedlicher Nationalitäten oder Herkunft ablehnen und unverblümt die Abschaffung der EU anstreben“. Die christlichen Kirchen ermutigen stattdessen besonders die politisch Verantwortlichen, „sich für eine weltoffene, demokratische und solidarische EU einzusetzen“.

Hinweis: Der Gemeinsame Aufruf zur Wahl des Europäischen Parlaments 2024 ist als PDF-Datei in der Anlage sowie unter www.dbk.de, www.ekd.de und www.oekumene-ack.de verfügbar. Dbk 7

 

 

 

Kirchen verurteilen physische Attacken auf Politiker

 

Die Kirchen in Deutschland verurteilen die jüngsten Angriffe auf Politiker und Wahlkampfteams und rufen zum entschiedenen Einsatz für die Demokratie auf. Am Freitagabend hatten vier Unbekannte den sächsischen SPD-Spitzenkandidat für die Europawahl, Matthias Ecke, beim Plakatieren in Dresden angegriffen und schwer verletzt. Zuvor waren in Essen zwei Grünen-Politiker attackiert worden.

 „Diese offene Gewalt erschüttert uns persönlich und als Gesellschaft. Wir brauchen jetzt ein Bewusstsein dafür, wie stark die freiheitliche Demokratie von grundlegenden Werten lebt", heißt es in einem gemeinsamen Statement des evangelischen Landesbischofs von Sachsen, Tobias Bilz, und des Dresdner katholischen Bischofs Heinrich Timmerevers am Montag in Dresden.

Es gehe um Fairness im Meinungsstreit, Respekt vor Andersdenkenden und den Verzicht auf jede Form von persönlicher Herabwürdigung. „Lasst uns für einen Umgang miteinander einstehen, der Menschenwürde und Zusammenhalt in den Mittelpunkt stellt", so der Appell der beiden sächsischen Bischöfe. Es sei jetzt wichtig, dass Christinnen und Christen sich im privaten und öffentlichen Raum zu Wort meldeten, herabwürdigendes Reden nicht unwidersprochen ließen und sich an die Seite derjenigen stellten, die angegriffen würden.

„Wir sehen mit großer Sorge, dass sich radikales Denken verstärkt“

Die katholische Deutsche Bischofskonferenz verwies auf Anfrage auf ihre einstimmig verabschiedete Erklärung „Völkischer Nationalismus und Christentum sind unvereinbar" vom Februar. Darin hatten sich die Bischöfe nicht nur von der AfD abgegrenzt, sondern auch zum Einsatz gegen Extremismus und für die Demokratie aufgerufen. „Wir sehen mit großer Sorge, dass sich radikales Denken verstärkt und sogar zum Hass auf Mitmenschen wird", heißt es dort unter anderem. Auch die aktuellen Krisen dürften „nicht zum Nährboden für die Erosion des zivilen demokratischen Bewusstseins und für das Anschwellen extremistischer Positionen werden". (kna 6)

 

 

 

Das „Wort zum Sonntag“ feiert 70-jähriges Bestehen

 

Das Wort zum Sonntag ist das zweitälteste Format im deutschen Fernsehen. Jeden Samstag nach den „Tagesthemen“ sendet Das Erste den vierminütigen aktuellen Kommentar aus christlicher Sicht. Das Wort zum Sonntag will Gedanken aus dem Alltag der Zuschauenden aufnehmen und Möglichkeiten eröffnen, das, was uns beschäftigt, aus einem anderen Blickwinkel zu betrachten.

Das Wort zum Sonntag ist eine Verkündigungssendung, für deren Inhalt die Kirchen verantwortlich sind. Insgesamt acht Sprecherinnen und Sprecher der katholischen und evangelischen Kirche wechseln sich dabei regelmäßig ab. Mittlerweile sind 3.600 Worte zum Sonntag gesprochen worden. Seit dem 1. Januar 1996 gibt es zusätzlich „Das Wort zum Jahresbeginn“.

Seit der ersten Ausstrahlung am 8. Mai 1954 hat sich vieles weiterentwickelt. Die kleine „produktive Unterbrechung“ zum Nachdenken über Gott und die Welt hat einen Platz, an den höchst unterschiedliche Erwartungen gestellt werden. Die Sprecherinnen und Sprecher selbst reagieren auf aktuelle gesellschaftliche Ereignisse wie 1977 bei der Entführung der Lufthansa-Maschine Landshut, den Fall der Mauer 1989, den 11. September 2001, den Germanwings-Absturz 2015 oder die Corona-Pandemie.

Im Schnitt sahen 2023 das Wort zum Sonntag 1,24 Millionen Menschen, das entspricht einem Marktanteil von 8,4 Prozent. Mehr als 300 Sprecherinnen und Sprecher haben die Sendung bisher geprägt, darunter Isa Vermehren oder Jörg Zink. Gastsprecher waren die Päpste Johannes Paul II. (April 1987) und Benedikt XVI. (September 2011). Ostern 2020 standen während der Corona-Krise der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland und der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz gemeinsam vor der Kamera.

Björn Wilhelm, ARD-Koordinator Wissen, Bildung, Musik und Religion: „Das Wort zum Sonntag hat es geschafft, mit der Zeit zu gehen und seinen Kern zu bewahren. Und gerade jetzt, in Zeiten, in denen viele Menschen durch multiple Krisen verunsichert sind, ist dieser Kern sehr wichtig: Die Sprecherinnen und Sprecher greifen aktuelle Themen auf, öffnen den Horizont, leisten Lebenshilfe und geben Denkanstöße. Viele Menschen schätzen gerade die Überraschung, die jedes Wort zum Sonntag in sich birgt: Texte, mit denen man nicht unbedingt rechnet, bringen einen wirklich ins Nachdenken. Vielen Dank, Wort zum Sonntag, und lass Dich feiern!“

Dr. Volker Jung, Medienbischof, Kirchenpräsident der Evangelischen Kirche in Hessen und Nassau: „Mit dem Wort zum Sonntag hatten die Kirchen vor 70 Jahren eine großartige und nachhaltige Idee: Von Anfang an war es ökumenisch verantwortet und stets orientiert an den Menschen und ihren Lebenserfahrungen. Eine Stärke des Wortes zum Sonntag liegt darin, Gespräche zu eröffnen: Es liefert keine fertigen Antworten, sondern bietet christliche Deutungshorizonte für aktuelle gesellschaftliche Fragen an. So bleibt es wohltuend zeitnah und zeitlos, sicher auch für die nächsten Jahrzehnte.“

Kardinal Reinhard Marx, Vorsitzender der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz und Erzbischof von München und Freising: „Das Wort zum Sonntag ist aus dem Fernsehen nicht wegzudenken. In einer Zeit des rasanten Wandels der Medien findet es seit 70 Jahren ein Millionenpublikum – insbesondere durch das Engagement der Sprecherinnen und Sprecher und die engagierte Begleitung der kirchlichen Sendung durch die ARD. Das Wort zum Sonntag dient der Verkündigung des Evangeliums. Und es möchte der Gesellschaft insgesamt dienen. Es macht deutlich, dass die Rede von Gott auch für zentrale Fragen der Gegenwart wichtige Horizonte eröffnet. Und es gibt so aus einer christlichen Perspektive Halt und Hoffnung. Vielfach geht es im Wort zum Sonntag auch um ein wertorientiertes Sinnangebot zu den großen Fragen der Zeit. Das ist wichtig in einer Gegenwart der Krisen und Verunsicherungen. Das Wort zum Sonntag ist und bleibt eine bedeutsame Bereicherung der deutschen Medienlandschaft.“

Hinweise: Weitere Informationen zum Wort zum Sonntag finden sie unter www.daserste.de/wort.  Fotos sind über www.ard-foto.de  verfügbar. Dbk 6

 

 

 

 

Ukraine: „Drittes Ostern unter Bomben“

 

Für die Menschen in der Ukraine ist es in diesen Tagen ein bitteres Osterfest: Sie feiern es zum dritten Mal unter Bomben und Raketenbeschuss.

„Es wird immer schwieriger, den Menschen irgendwie Mut zuzusprechen“, sagt der griechisch-katholische Bischof Vasyl Tuchapets, Exarch von Charkiw, in einem Interview mit Radio Vatikan. „Auch wir selbst fühlen uns immer mutloser; wir sind ja normale Menschen und spüren diese Last wie alle anderen. Aber gleichzeitig merke ich auch, wie wichtig es ist, dass die Kirche hier präsent ist. Und dass sie weiterhin so gut wie möglich hilft.“

Erst vor drei Tagen hat ein russischer Großangriff auf die Millionenstadt Charkiw einen Menschen getötet und siebzehn Personen verletzt; ungefähr zeitgleich besuchte der russische Diktator Wladimir Putin in Moskau einen orthodoxen Ostergottesdienst. Danach gingen die nächtlichen Angriffe auf Charkiw mit Drohnen und Raketen weiter; am Sonntag wurden aus der Stadt mehrere Großbrände gemeldet.

Alles Geld geht für die Miete drauf

„Die bewohnten Orte, die näher an der Grenze zu Russland, näher an der Frontlinie liegen, leiden am meisten. Einige Menschen sind aus diesen Orten evakuiert worden, viele von ihnen ziehen nach Charkiw. Am letzten Donnerstag sprach ich, als wir in Charkiw humanitäre Hilfe verteilten, mit einem Mann, der aus Wowtschansk stammt, fünf Kilometer von der russischen Grenze entfernt. Der bat uns um Kleidung, Bettwäsche, Lebensmittel und Schuhe, weil er praktisch nichts hat. In Charkiw wohnt er in der Wohnung von Freunden, die die Stadt verlassen haben. Viele Menschen, die hierhergezogen sind, sind aber gezwungen, sich eine Mietwohnung zu nehmen und das wenige Geld, das sie vom Staat erhalten, für die Miete auszugeben. Sie haben dann nicht viel übrig, um Lebensmittel und Medikamente zu kaufen. Die humanitäre Lage ist also sehr schwierig.“

Jeden Donnerstag ist der Hof der griechisch-katholischen Kathedrale in Charkiw voll mit Menschen, die um Unterstützung bitten. Bischof Tuchapets sagt, dass das Exarchat leider selbst immer weniger Hilfe von außen erhält und daher den Menschen nicht mehr so viel bieten kann wie früher. „Wir geben ihnen alles, was wir haben. De facto bekommen wir nur Hilfe aus Italien: von der ukrainischen Pfarrei St. Sophia in Rom, vom päpstlichen Almosenverantwortlichen, Kardinal Konrad Krajewski, von der Caritas des Exarchats für die ukrainischen Katholiken des byzantinischen Ritus in Italien, und auch von der lateinischen Diözese Como. Und dafür sind wir ihnen allen sehr dankbar.“

Alle sind innerlich gestresst

Die russischen Angriffe richten sich, so erklärt der Bischof, hauptsächlich gegen die Infrastruktur. In letzter Zeit gab es darum immer wieder Probleme mit der Elektrizität in der Stadt; oft hatten die Menschen nur stundenweise Strom. Aber auch zivile Ziele werden oft getroffen, was zu Toten und Verletzten führt.

„Vor ein paar Tagen gingen zwei Raketen in der Nähe eines Krankenhauses nieder. Glücklicherweise wurde das Gebäude nicht getroffen, nur Fenster und Türen wurden beschädigt, und eine Person wurde durch eine zerberstende Glasscheibe verwundet. Jetzt ist das Klima ziemlich angespannt. Trotz des Osterfestes stehen wir alle unter Spannung, wir hören ständig Sirenen und Bombardierungen. Einige Menschen haben die Stadt verlassen, vor allem diejenigen mit Kindern, aber es handelt sich da nicht um ein Massenphänomen. Im Gegenteil, viele sind aus dem Ausland wieder zurückgekehrt, weil sie sagen, dass es zu Hause besser ist.“

Kleine Gesten der Nächstenliebe helfen

Der Exarch von Charkiw wirbt um Unterstützung für die Menschen in Charkiw. Rund um die zweitgrößte Stadt der Ukraine tobten zu Beginn der russischen Invasion besonders heftige Kämpfe; die Angreifer versuchten die Stadt zu besetzen, was ihnen allerdings nicht gelang. Dafür rächen sie sich seitdem mit häufigem Beschuss.

„Unsere Nachbarn sagen, dass sie sich ruhiger fühlen, wenn ein Priester in der Nähe ist. Ich glaube, dass die Präsenz der Kirche, der Priester, der Ordensleute an der Seite der Menschen in dieser schwierigen Zeit sehr wichtig ist. Selbst wenn wir gar nicht so viel tun können für sie. Aber die Menschen, die jede Woche kommen und um humanitäre Hilfe bitten, bringen so viel Dankbarkeit zum Ausdruck. Kürzlich haben wir sogenannte Ostertauben [Anm. d. Red.: eine Art Kuchen], die uns aus Italien geschickt wurden, an die Menschen verteilt, und sie waren alle sehr glücklich darüber. Es braucht nur so wenig, um sie aufzuheitern. Am wichtigsten ist es, Mitgefühl zu zeigen, denn die Menschen hier sind sehr gestresst; sie fragen uns oft, wann das aufhört. Deshalb halten wir die Türen unserer Kirche immer offen, damit die Menschen kommen, Fragen stellen und um Hilfe bitten können.“

 

Einen Segen für die Paska

Viele praktizierende Gläubige gibt es in Charkiw nicht. Wie anderswo in der Ukraine, mit Ausnahme des westlichen Landesteils, wurde hier die Weitergabe des Glaubens von einer Generation zur nächsten während des Sowjetregimes unterbrochen. Erst schrittweise lebte das Christentum nach dem Zerfall der Sowjetunion wieder auf. Ostern ist jedoch einer der wenigen Feiertage, an denen die Menschen in die Kirche gehen, zumindest um die Paska [Anm. d. Red.: Brot, das in der Ukraine zu Ostern gebacken wird] segnen zu lassen. Der Glaube der Menschen mag noch nicht richtig gefestigt sein, sagt Bischof Tuchapets dazu – doch umso wichtiger seien solche „Gesten der Menschlichkeit“.

„In dieser Situation des Krieges, des Leidens und des Schmerzes haben wir das Fest der Auferstehung Christi, das uns Hoffnung gibt. Das uns das Licht schenkt, das diese Dunkelheit durchdringt. Christus hat für uns gelitten, aber er ist auferstanden und schenkt uns die Freude der Auferstehung. Ich wünsche jedem von uns, dass wir auch in dieser schwierigen Zeit des Krieges diese Freude der Begegnung mit dem lebendigen, auferstandenen Christus erleben und diese Freude, diese Liebe und diese Barmherzigkeit mit anderen teilen. Mit denen, die unsere Unterstützung und unsere Hilfe brauchen.“ (Svitlana Dukhovych, vn 6)

 

 

 

 

103. Deutscher Katholikentag in Erfurt. Aufruf zur Sonderkollekte in den Gottesdiensten

 

Vom 29. Mai bis 2. Juni 2024 findet in Erfurt der 103. Deutsche Katholikentag statt. Das Treffen steht in diesem Jahr unter dem Leitwort „Zukunft hat der Mensch des Friedens“ (Ps 37,37). Anlässlich des Katholikentags rufen die deutschen Bischöfe zur Teilnahme und zu einer Sonderkollekte auf.

„Das Psalmwort scheint passender denn je. Konfrontiert mit den andauernden Kriegen in der Ukraine, im Nahen Osten und an vielen anderen Orten ist der Ruf nach einem friedlichen Miteinander  so drängend wie selten in der jüngeren Vergangenheit. Zugleich fordern uns die Krisen in unserem eigenen Land heraus. All dies lässt die Zukunft ungewiss erscheinen. Christinnen und Christen der mitteldeutschen Diaspora werden mit Gästen aus ganz Deutschland im gemeinsamen Diskutieren und Zuhören nach Wegen für eine gerechte und friedliche Zukunft suchen“, schreiben die deutschen Bischöfe in ihrem Aufruf. In der Feier der Gottesdienste, in der Begegnung und im Hören auf das Wort Gottes werde der Katholikentag auch in diesem Jahr ein Fest des Glaubens und der gegenseitigen Stärkung.

 

Weiter schreiben die Bischöfe: „Die Katholikinnen und Katholiken in Mitteldeutschland sind treue Zeugen des Evangeliums. Viele engagierten sich auch in Zeiten der Unterdrückung für eine gerechte Gesellschaft und verkündeten so die Frohe Botschaft. Schließlich hatten viele Christinnen und Christen maßgeblich Anteil an der Friedlichen Revolution vor fast genau 35 Jahren. Zwar leben die Katholikinnen und Katholiken im Bistum heute in der Diaspora, sie sind dennoch engagierte und frohe Botschafterinnen und Botschafter unseres Glaubens.“

 

Die Bischöfe ermutigen die Gläubigen zur Teilnahme am Katholikentag, der alle zwei Jahre vom Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) veranstaltet und mit dem jeweils gastgebenden Bistum koordiniert wird. Gleichzeitig bitten Sie um eine finanzielle Unterstützung mit einer Spende in den Gottesdiensten am 18./19. Mai 2024: „Der Katholikentag ist ein sichtbarer Ausdruck der Verantwortung aller Katholikinnen und Katholiken für Kirche und Gesellschaft. Durch Ihr Gebet und Ihre Spende helfen Sie, dass der Katholikentag weit über die Grenzen Thüringens ein Zeugnis für unseren Glauben werden kann.“

Hinweise: Der Aufruf der deutschen Bischöfe zum 103. Deutschen Katholikentag ist als PDF-Datei auf www.dbk.de unter Aufrufe der deutschen Bischöfe verfügbar. Er wird in den Gottesdiensten am 18./19. Mai 2024 verlesen. Weitere Informationen und Anmeldemöglichkeiten zum Katholikentag finden Sie unter www.katholikentag.de. Dbk 6

 

 

 

Osteuropa-Hilfswerk Renovabis startet große Spendenaktion

 

Mit Friedensgebeten und Friedensappellen hat das katholische Osteuropa-Hilfswerk Renovabis am Sonntag seine jährliche Pfingstaktion offiziell eröffnet. Die Aktion steht diesmal unter dem Motto: „Damit Frieden wächst. DU machst den Unterschied". Den Gottesdienst dazu feierte Münsters Bischof Felix Genn mit Gästen aus der Ukraine und Bosnien-Herzegowina.

Unter anderem war der Bischof von Odessa-Simferopol, Stanislaw Szyrokoradiuk, angereist. Die Aktion soll nach Aussage der Veranstalter deutlich machen, wie groß bei vielen Menschen die Sehnsucht nach Frieden ist. Bischof Felix Genn erklärte: „In dieser Zeit des Krieges hoffen Christen wider alle Hoffnung – damit Frieden wächst."

Vor der Eröffnung hatte sich Bischof Szyrokoradiuk auf einer Deutschlandreise für eine konsequente Verteidigung der Ukraine ausgesprochen. „Wenn wir unsere Heimat lieben, sollten wir sie gemeinsam verteidigen", sagte er der Katholischen Nachrichten-Agentur. Unter anderem rief der ukrainische Bischof wehrfähige Landsmänner im Ausland dazu auf, in die Heimat zurückzukehren.

Zum Start der Pfingstaktion in Münster gab es unter anderem eine öffentliche Präsentation von Renovabis-Akteuren vor dem Bischofshaus mit einem Auftritt eines ukrainischen Chores, ein multireligiöses Friedensgebet sowie ein Friedenspicknick. Renovabis wurde vor 31 Jahren von deutschen Katholiken als „Solidaritätsaktion mit den Menschen in Mittel- und Osteuropa" gegründet und ist in 29 ehemals kommunistischen Ländern aktiv. Nach eigenen Angaben hat das Werk seit 1993 über 26.000 Projekte mit mehr als 877 Millionen Euro unterstützt.

(kna 5)

 

 

 

Franziskus: Das „Für immer“ der Liebe ist möglich

 

Der Papst hat sich mit den internationalen Leitern der Bewegung Équipes Notre-Dame getroffen, deren Charisma sich in der Unterstützung von Ehepaaren und Familien verwirklicht. In einem sozialen Kontext der Krise der Ehen empfahl er an diesem Samstag im Vatikan die Nähe zu jungen Ehepaaren und die Mitverantwortung mit den Priestern in den Pfarreien, um „Gemeinschaften aufzubauen, in denen Christus in den Häusern und Familienbeziehungen 'wohnen' kann“. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

„Ihr seid eine wachsende Bewegung: Tausende von Teams, die über die ganze Welt verstreut sind, viele Familien, die die christliche Ehe als Geschenk leben wollen.“ Die ersten Worte, mit denen Franziskus die internationalen Verantwortlichen von Équipes Notre-Dame in Audienz begrüßte, waren eine Anerkennung für die Arbeit, die diese Bewegung für die Familie, die heute in einer Krise steckt, „wertvoll für die Kirche“ leistet. Wertvoll auch für die „Überwindung des Klerikalismus“, der der Kirche so sehr schadet. Der Papst bekräftigte dann:

„Ihr begleitet die Eheleute eng, damit sie sich in den Schwierigkeiten des Lebens und in ihrer ehelichen Beziehung nicht allein fühlen. Auf diese Weise seid ihr ein Ausdruck der Kirche im Herausgehen, die nahe an den Situationen und Problemen der Menschen ist und sich vorbehaltlos für das Wohl der Familien von heute und morgen einsetzt.“

Die christliche Ehe als Berufung

Die Ehe zu bewahren, so der Papst weiter, sei eine wahre Mission, die die ganze Familie einbeziehe, von den Eheleuten bis zu den Kindern, von den Großeltern bis zu den Enkeln, und bedeute vor allem, „jenes Zeugnis einer möglichen und ewigen Liebe zu bewahren, an das die jungen Menschen nur schwer glauben können“. Den jungen Menschen zu helfen, „zu entdecken, dass die christliche Ehe eine Berufung ist“, deren Grundlage die Gnade des Sakraments ist, d.h. „die Liebe Christi, die sich mit der Liebe der Eheleute vereint“, stellt für den Papst „eine große Dringlichkeit in der heutigen Welt“ dar. Oft werde gedacht, dass die Belastbarkeit der Ehe „nur vom Willen des Einzelnen abhängt“, aber „das ist nicht der Fall“. Und dann sagte er:

„Die Ehe ist vielmehr ein Dreischritt, bei dem die Gegenwart Christi zwischen den Eheleuten den Weg ermöglicht und das Joch in ein Spiel der Blicke verwandelt: Blick zwischen den beiden Eheleuten, Blick zwischen den Eheleuten und Christus. Es ist ein lebenslanges Spiel, bei dem man gemeinsam gewinnt, wenn man sich um seine Beziehung kümmert.“

Sich um die jungen Paare kümmern

Es gebe zwei Überlegungen, die der Papst den internationalen Leitern der Teams der Bewegung vorschlage: Die erste betreffe die jungen Ehepaare. „Kümmert euch um sie“, empfiehlt der Papst, sie müssten in ihrem Leben als Paar „den Glauben entdecken“:

„So viele Menschen heiraten heute, ohne zu verstehen, was der Glaube mit ihrem Eheleben zu tun hat, vielleicht weil ihnen niemand vor der Ehe ein Zeugnis gegeben hat. Ich lade Sie ein, ihnen auf einem - sagen wir - ´katechumenalen´ Weg der Wiederentdeckung des Glaubens zu helfen, sowohl persönlich als auch als Paar, damit sie von Anfang an lernen können, Jesus Raum zu geben und mit ihm ihre Ehe zu pflegen.“

Das Engagement der Équipes Notre-Dame und der Priester in den christlichen Gemeinschaften sei „kostbar“, betonte Franziskus, um „viele kleine Hauskirchen“ zu schaffen, die wie Flammen des Glaubens gerade bei den jüngsten Paaren entfacht werden. „Lasst nicht zu, dass sie in der Einsamkeit ihrer Häuser Leiden und Wunden anhäufen“, sagte er. „Helft ihnen, den Sauerstoff des Glaubens zu entdecken.“

Ehepaare und Priester gemeinsam zur Überwindung des Klerikalismus

Die zweite Überlegung betreffe die „Mitverantwortung zwischen Eheleuten und Priestern“ und ihre „Komplementarität“ innerhalb der Bewegung. Diese wechselseitige Ergänzung mache ,,den Reichtum und die Notwendigkeit der beiden Berufungen deutlich", so der Papst. 

„Das hilft, den Klerikalismus zu überwinden, der die Kirche nicht sehr fruchtbar macht - Vorsicht vor dem Klerikalismus! -; und es wird auch den Eheleuten helfen zu entdecken, dass sie durch die Ehe zu einer Mission berufen sind. Denn auch sie haben die Gabe und die Verantwortung, zusammen mit den geweihten Amtsträgern die kirchliche Gemeinschaft aufzubauen.“

Vernetzung der Familien zur Überwindung der Einsamkeit

Schließlich weist Franziskus darauf hin, was die Mitglieder der katholischen Bewegung für das Wohl der Familien tun können, die oft unter Einsamkeit leiden, und betont, wie wichtig es ist, „zu Hause gemeinsam zu beten“ und ihre Mission dem Schutz der Jungfrau Maria anzuvertrauen:

„Mit eurem Charisma könnt ihr euch zu aufmerksamen Helfern für diejenigen machen, die in Not sind, die allein sind, die Probleme in ihren Familien haben und nicht wissen, mit wem sie darüber sprechen sollen, weil sie sich schämen oder die Hoffnung verloren haben. In euren Diözesen könnt ihr den Familien verständlich machen, wie wichtig es ist, sich gegenseitig zu helfen und sich zu vernetzen; baut Gemeinschaften auf, in denen Christus in den Häusern und Familienbeziehungen ´wohnen´ kann.“

Hintergrund

Die Équipes Notre-Dame (END) sind eine 1938 in Frankreich gegründete geistliche Gemeinschaft von Ehepaaren in der katholischen Kirche. Seit 1958 gibt es END-Gruppen auch in Deutschland. Es handelt sich um Paare, die sich zusammen mit einem Geistlichen Seelsorger regelmäßig treffen und die sogenannte Cafarel-Methode anwenden (Zuhören, Teilen, Unterstützen).

(vn 4)

 

 

 

 

Erzbischof Bentz fordert Waffenruhe und Verhandlungen in Nahost

 

In der Nahostdebatte hat sich der Paderborner Erzbischof Udo Markus Bentz für eine Waffenruhe ausgesprochen. Diese sei „so schnell wie möglich" nötig, wegen der Geiseln wie auch wegen der humanitären Lage in Gaza, sagte Bentz der katholischen Wochenzeitung „Die Tagespost“.

„Es braucht eine Waffenruhe, um an den Verhandlungstisch zu kommen", so der Erzbischof wörtlich. Zuletzt zeichnete sich ein Einlenken der Hamas-Führung vor der nächsten Verhandlungsrunde um einen Waffenstillstand ab.

Bentz ist Vorsitzender der Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer Osten der Deutschen Bischofskonferenz und war vor einem Monat zuletzt in Israel. Im Interview bezeichnete er eine Zwei-Staaten-Lösung, bei der Israel und Palästina nebeneinander existieren, als alternativlos. Nur so könnten beide Existenzrechte gesichert sein und ein dauerhafter Frieden bestehen. Diese sei aber „fast in utopische Ferne gerückt".

Zugleich lobte Bentz „Initiativen, die vor Ort konkret am Dialog zwischen Juden und Arabern arbeiten und Begegnungs-, Gesprächs- und Bildungsformate anbieten". Diese seien ein Beitrag zur Versöhnung und langfristig auch zum Frieden. „Wer mehr voneinander weiß, kann den anderen tiefer und besser verstehen." Auch die Kirche leiste mit verschiedenen Einrichtungen und Organisationen gute und anerkannte Arbeit, etwa in Schulen und im Bereich der humanitären und karitativen Hilfe. Sie müsse die Stimme erheben, „wo die Würde des Menschen missachtet und ihm seine Rechte vorenthalten werden".

(kna/vn 4)

 

 

 

Gema-Vertrag ausgelaufen: Aus für Musik in katholischer Kirche?

 

Ein Rahmenvertrag zwischen dem Verband der Diözesen und der Verwertungsgesellschaft Gema ist ausgelaufen – ohne Verlängerung. Musik in Kirchenkonzerten, beim Pfarrfest oder am Seniorennachmittag stehen zur Disposition, es drohen Konzertabsagen. Von Eckhart Querner

Michael Lachenmayr wird seit diesem Jahr zu Kasse gebeten. Der Kantor an der katholischen Stadtpfarrkirche St. Stephan in Mindelheim muss seit Jahresbeginn Gema-Gebühren bezahlen. Und zwar immer dann, wenn er bei Kirchenkonzerten Musik von Komponisten spielt, die noch leben oder noch keine 70 Jahre tot sind.

"Der Betrag selbst ist vermutlich überschaubar hoch", sagt Lachenmayr. Bei rund 100 Euro liegt in seiner Kirche die Gema-Gebühr für ein Musikstück – abhängig von der Anzahl der Sitzplätze und ob Eintritt verlangt wird oder nicht. "Aber ich als Kulturschaffender in einer kleinen Stadt hab noch andere Ausgaben, muss mit dem Chor und dem Orchester hier in der Kirche was veranstalten."

Einzelabrechnung statt Pauschalvertrag

In großen Kirchen können dadurch die Gema-Gebühren schnell in die Tausende gehen. Raphael Baader vom Allgemeinen Cäcilienverband, dem Dachverband der katholischen Kirchenmusik, hält die neue Regelung für eine Katastrophe. "Die Kirche gehört zu den größten Kulturträgern in Deutschland", sagt Baader, dessen Verband deutschlandweit 300.000 Mitglieder in mehr als 14.000 Chören vertritt. "Und dieser Vertrag, der in den letzten Jahren erfolgreich bestanden hat, hat dafür gesorgt, dass überall in Deutschland Kirchengemeinden Konzerte ausrichten konnten, ohne dafür selbst Gema-Gebühren zu zahlen."

Die Gebühren wurden bislang vom Verband der deutschen Diözesen (VDD) durch den Vertrag abgegolten. Doch dieser Pauschalvertrag zwischen der Verwertungsgesellschaft Gema und den katholischen Bistümern ist abgelaufen. Nun rechnet die Gema nicht mehr pauschal, sondern jedes Musikstück einzeln ab. Für die Musik in liturgischen Feiern wie Gottesdiensten wird der Betrag zwar weiterhin pauschal vom Verband der Diözesen entrichtet. Doch für alle anderen Musikstücke muss die einzelne Kirchengemeinde bezahlen.

Bischofskonferenz weist Gema-Erklärung zurück

Vor allem kleine Gemeinden auf dem Land, die weniger Geld haben, müssten damit auf neuere Musik verzichten – in Kirchenkonzerten, beim Pfarrfest oder beim Seniorennachmittag. Auf Anfrage teilt die Gema mit: "Der Vertrag wurde einvernehmlich nicht verlängert und ist Ende 2023 ausgelaufen. Das Bedürfnis nach einer pauschalvertraglichen Lösung war nicht mehr in der Weise vorhanden wie in der Vergangenheit."

Die Deutsche Bischofskonferenz weist das zurück: "Die Gema war nicht bereit, auf den wiederholt – letztmals im Dezember 2023 – geäußerten Wunsch nach einer Vertragsverlängerung einzugehen."

"Menschen kommen wegen Musik in die Kirche"

Das Nachsehen haben die Kirchengemeinden, die zahlen müssen. Raphael Baader vom Allgemeinen Cäcilienverband findet, es braucht schleunigst eine neue Regelung im Sinne des alten Vertrags: "Kirchenmusik ist der Schlüssel Nummer eins, auch statistisch bewiesen, warum Menschen in Kirchen und Kirchengebäude kommen."

Für Kantor Michael Lachenmayr in Mindelheim bedeutet die neue Regelung deutlich mehr Arbeit. Die Zeit würde er lieber ins Üben von Musikstücken investieren. "Jetzt muss ich jede Veranstaltung im Vorfeld melden. Wenn ich's zu spät mache, kostet es mehr, und es ist ein deutlicher Mehraufwand, weil pfarreiintern andere Veranstaltungen gemeldet werden müssen." Zum Beispiel der Pfarreifasching oder Seniorennachmittag – eben überall, wo Gema-pflichtige Musik abgespielt wird oder selber produziert wird, muss Lachenmayr nun Meldung machen.

Nur Gema-freie Musik zu spielen, wäre aber auch keine Option für den Kantor – weil ihm dann der Kontrast und die Vielfalt im Programm fehlen würden.

BR.de 3

 

 

 

Evangelische Kirche: Fast 600.000 Mitglieder weniger

 

Viele Kirchenaustritte und Sterbefälle: Die evangelische Kirche in Deutschland verliert weiter deutlich an Mitgliedern. Ende 2023 gehörten ihr noch rund 18,6 Millionen Menschen an. Taufen und Wiedereintritte konnten den Trend nicht stoppen. Von Simon Berninger, Bettina Weiz, Friederike Weede

Die evangelische Kirche hat im vergangenen Jahr in Deutschland mehr als eine halbe Million Mitglieder verloren. Wie die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) in Hannover mitteilte, gehörten ihr zum Stichtag 31. Dezember 2023 rund 18,6 Millionen Menschen an. Das entspricht einem Rückgang von rund 593.000 im Vergleich zum Vorjahr – ein Verlust von 3,1 Prozent.

Evangelische Kirche: Rund jeder fünfte Mensch Mitglied

Rund 21,9 Prozent der deutschen Bevölkerung waren demnach Ende vergangenen Jahres Mitglied einer der 20 evangelischen Landeskirchen. Ende 2022 lag dieser Wert noch bei 22,7 Prozent.

Gründe für den Mitgliederschwund sind Kirchenaustritte und Sterbefälle. Im zweiten Jahr infolge lag hier die Zahl der Kirchenaustritte (380.000) über jener der Sterbefälle (340.000). Die Austrittsrate stieg erneut leicht auf 1,98 Prozent – ein neuer Rekordwert. Taufen und Wiedereintritte konnten den Trend nicht stoppen: 140.000 Menschen wurden den Angaben zufolge im Jahr 2023 getauft, 20.000 Menschen traten in die evangelische Kirche ein.

Fast sechs Milliarden Euro Kirchensteuer

Auch die Einnahmen aus der Kirchensteuer sanken im Jahr 2023 – und zwar um 5,3 Prozent auf gut 5,91 Milliarden Euro. Im Jahr 2022 hatte es bei der Kirchensteuer noch einen Anstieg von 4,1 Prozent gegeben.

EKD-Ratsvorsitzende: "Nach wie vor hohe Erwartungen an die Kirchen"

"Wir werden eine kleinere und ärmere Kirche", erklärte die amtierende Ratsvorsitzende der EKD, Bischöfin Kirsten Fehrs. "Auch mit weniger Mitgliedern bleibt es aber unsere Aufgabe, uns für Nächstenliebe, Menschlichkeit und die Weitergabe des christlichen Glaubens einzusetzen."

Viele Menschen hätten nach wie vor hohe Erwartungen an die Kirchen, betonte Fehrs. "Sie wünschen sich von uns den Einsatz für sozial benachteiligte Menschen, für Bildung und für den Zusammenhalt der Gesellschaft." Um diesen Erwartungen gerecht zu werden, müsse die Kirche immer wieder Handeln und Strukturen auf den Prüfstand stellen. "Das ist auch wichtig im Blick auf die Aufarbeitung sexualisierter Gewalt in Kirche und Diakonie."

Bayerische Landeskirche: Knapp drei Prozent weniger Mitglieder

Wie die bayerische Landeskirche zeitgleich mitteilte, gehörten ihren bayernweit 1.530 Kirchengemeinden zum 31. Dezember 2023 noch rund 2.084.000 Kirchenmitglieder an – das sind rund 58.800 Menschen beziehungsweise 2,8 Prozent weniger als Ende 2022. Einen Rückgang verzeichnet die evangelische Landeskirche auch bei der Zahl der Eintritte: Im Jahr 2023 sind 2.172 Personen in die Kirche eingetreten – bei noch 2.785 Eintritten im Jahr zuvor.

Laut der Mitteilung will sich der bayerische Landesbischof Christian Kopp davon nicht beirren lassen. In diesen unsicheren Zeiten mit Klimawandel und Kriegen sei der christliche Glaube eine starke Quelle der Hoffnung, so der bayerische Landesbischof. Er betonte, wie wichtig es gerade in diesen Zeiten sei, dass Kirche aktiv sei und den Menschen zeige, dass sie nicht allein seien.

Im Gespräch mit dem BR sagte Kopp, die Landeskirche versuche, bei möglichst vielen Themen "sehr, sehr nah dran zu sein" an ihren Mitgliedern. "Wir begleiten Kinder und Jugendliche, wir begleiten Menschen in Krisensituationen ihres Lebens. Wir kümmern uns ganz intensiv im Religionsunterricht darum, dass das ganze Thema: was hält dich im Leben, die Werte, für die diese Demokratie auch steht, dass die vermittelt werden."

Kontakt verloren, Kritik an der Institution Kirche, kein Interesse

Eine der fast 60.000 Menschen, die im vergangenen Jahr aus der evangelischen Landeskirche ausgetreten sind, ist die 45-jährige Vera aus Regensburg. Bei anderen habe sie gesehen, wie unkompliziert der Kirchenaustritt war, erzählt sie im Gespräch mit dem BR. Da tat sie es auch.

Dabei sei sie als Kind eigentlich gerne in die Kirche gegangen, erinnert sich Vera. "Das war tatsächlich damals auch sehr wichtig und sehr schön für mich, weil das einfach eine Zeit war, wo auch viel Krankheit in meiner Familie war und mir das eben einen Halt gegeben hat, den ich gebraucht habe."

Heute als Erwachsene sieht Vera die Kirche mit anderen Augen und sie hat viele kritische Anfragen. "Auseinandersetzung mit der Rolle im Dritten Reich, Auseinandersetzung mit den Missbrauchsvorfällen da finde ich sehr Vieles noch eher halbherzig", sagt sie. Vor allem aber habe sie letztlich ein Grund zum Austritt bewogen, so Vera: Sie glaubt nicht an Gott.

Religionssoziologe: Kirchen können Säkularisierung nicht aufhalten

Das sei typisch, so der Religionssoziologe Detlef Pollack von der Westfälischen Wilhelms-Universität in Münster. "Wir haben also in den letzten Jahren nicht nur einen Rückgang in im Vertrauen in die Kirche, sondern wir haben auch einen sehr starken Rückgang im Glauben an Gott." Dieser Trend falle sogar noch dramatischer aus als der Rückgang bei der Kirchenbindung.

Auch wenn die Kirchen in den vergangenen Jahren "viel dialogischer, viel menschenfreundlicher" geworden seien, könnten sie diesen allgemeinen Trend zur Säkularisierung nicht aufhalten, so der Religionssoziologe im Gespräch mit dem BR. "Das ist tragisch, weil man sieht, dass Kirchenmitgliedschaft und auch Glaube an Gott nicht allein vom Handeln der Kirchen abhängt." Mit Informationen von epd und KNA. BR.de 3

 

 

 

Weder Technophobie noch Technokratie

 

Angesichts der massiven Veränderungen, die die Künstliche Intelligenz in die Arbeitswelt und in unseren Alltag hineinträgt, rät Papst Franziskus dazu, Technik weder zu verteufeln noch zu überschätzen. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

„Die Veränderungen der Arbeitswelt werden immer komplexer, nicht zuletzt aufgrund der neuen Technologien und der Entwicklung der künstlichen Intelligenz.“ Das sagte Franziskus an diesem Freitag bei einer Audienz im Vatikan.

„Und hier sind wir aufgerufen, zwei Versuchungen zu widerstehen: zum einen der Technophobie, d.h. der Angst vor der Technik, die zu ihrer Ablehnung führt; zum anderen der Technokratie, d.h. der Illusion, dass die Technik alle Probleme lösen kann.“

Dem Handwerk die Würde zurückgeben

Das Schlüsselwort, um den radikalen Umbrüchen in der Arbeitswelt zu begegnen, heißt für den Papst: Aus- und Weiterbildung. Hierin gelte es zu investieren. „Gleichzeitig müssen Anstrengungen unternommen werden, um bestimmten Berufen, insbesondere den handwerklichen, die gesellschaftlich immer noch unterbewertet sind, ihre Würde zurückzugeben.“

„Eine Technik ohne Menschlichkeit wird zweideutig“

Der Papst äußerte sich bei einer Audienz für den italienischen Verband für Aus- und Weiterbildung. Eine gute Berufsausbildung sei auch „ein Gegenmittel gegen den Schulabbruch“, sagte er; damit nahm er ein in Italien weitverbreitetes Phänomen in den Blick. Vor allem aber unterstrich Franziskus, dass Aus- und Weiterbildung nicht nur die Weitergabe technischen Wissens, sondern auch „menschlicher Tugenden“ sei.

„Eine Technik ohne Menschlichkeit wird zweideutig, riskant und ist nicht wirklich menschlich, nicht wirklich bildend. Die Ausbildung muss den Jugendlichen Werkzeuge an die Hand geben, um zwischen Arbeitsangeboten und Formen der Ausbeutung unterscheiden zu können.“ (vn 3)

 

 

 

Vatikan: Synode braucht Mut, um in Kirche etwas zu verändern

 

Das Sekretariat der Synode hat die Überlegungen des tschechischen Theologen und Priesters Tomáš Halík veröffentlicht, der das dreitägige internationale Treffen von „Pfarrern für die Synode“ aus aller Welt in Sacrofano begleitet hat. Unter den Themen: die Krise der Glaubwürdigkeit der Kirche auch wegen des sexuellen Missbrauchs, Klerikalismus, schwindende Berufungen, Mission und der synodale Prozess. Mario Galgano - Vatikanstadt

Beim Priestertreffen vom 29. April bis 2. Mai war Tomáš Halík einer der 20 Experten, die gesprochen haben. „Auf dem Weg der synodalen Reform müssen wir den Mut haben, einige Dinge in der Kirche zu verändern - aber die notwendigen strukturellen Veränderungen müssen von einer geistlichen Vertiefung begleitet werden“, betonte der tschechische Theologe. „Wir müssen die Kunst der geistlichen Unterscheidung ständig verfeinern, den 'Zeitgeist' von den 'Zeichen der Zeit' unterscheiden“, so Tomáš Halík in seiner Ansprache beim Internationalen Treffen von Pfarrern aus aller Welt, das an diesem Donnerstag, 2. Mai, mit einer Audienz bei Papst Franziskus endete.

Halíks Überlegungen begleiteten das dreitägige Treffen, das als Vorbereitung für die zweite Sitzung der 16. ordentlichen Generalversammlung der Bischofssynode im kommenden Oktober gedacht ist. Im Mittelpunkt der Ausführungen des Theologen standen die Notwendigkeit der geistlichen Unterscheidung und die Verantwortung der Priester für die Sendung der Kirche und ihre Rolle bei der synodalen Erneuerung.

Die Krise als Chance

Zunächst betonte Halík, dass „wir uns auf dem synodalen Weg gegenseitig Mut zusprechen müssen, weil Gott - wie wir aus der Bibel und der Kirchengeschichte wissen - auch durch Krisen spricht, durch den Zerfall der Gewissheiten einer Zeit“. Wir würden derzeit eine solche Zeit der Prüfung erleben, stellte er fest. Krisen seien eine Einladung zur Veränderung. Sie zeigten, „dass wir mit unserer bisherigen Art zu denken, zu leben und zu arbeiten nicht mehr weitermachen können“. Deshalb, so der Theologe, „ist eine Krise ein Kairos, eine Gelegenheit, proaktiv auf die zentrale Lehre Jesu zu reagieren: 'Tut Buße'“.

Die Krise der Glaubwürdigkeit der Kirche und des Priestertums infolge der unerwarteten Zahl von Fällen sexuellen, psychologischen und spirituellen Missbrauchs deutete der Theologe als „nur einen der wichtigen Aspekte dieser Krise“. Papst Franziskus habe den Mut, öffentlich einzugestehen, dass diese Skandale nicht nur das Versagen Einzelner seien, sondern ein Symptom für das Unwohlsein des gesamten kirchlichen Systems. „Jesus nannte diese Krankheit ,den Sauerteig der Pharisäer' und Papst Franziskus nennt sie ,Klerikalismus', d.h. eine Auffassung von geistlicher Autorität und ihrer Ausübung, die von Weltlichkeit und Macht geprägt ist“, erläuterte der Tscheche. Eine Warnung des Papstes an alle Priester sei auch, sich nicht als „die ,herrschende Klasse' der Kirche“ zu fühlen, sondern „Diener aller“ zu sein.

Hintergrund

Der 1948 in Prag geborene Tomáš Halík ist ein tschechischer Soziologe, Religionsphilosoph und römisch-katholischer Priester. Einige seiner Aussagen standen im Widerspruch zum offiziellen Lehramt der katholischen Kirche. So unterstützt er die Zulassung von Frauen zur Priesterweihe. Halík kritisierte zudem die Haltung der Kirche zur Homosexualität und erklärte, sie solle Menschen mit gleichgeschlechtlicher Veranlagung nicht zu einem Leben in Keuschheit zwingen.

(vn 2)

 

 

 

„Umfassende gesetzliche Regelungen dringend erforderlich“

 

Statement von Prälat Jüsten zur nationalen Suizidpräventionsstrategie

Das Bundesgesundheitsministerium hat heute (2. Mai 2024) eine nationale Suizidpräventionsstrategie vorgestellt. Das Kommissariat der deutschen Bischöfe/Katholisches Büro in Berlin fordert mit Nachdruck ein verbindliches und umfassendes Suizidpräventionsgesetz noch in dieser Legislaturperiode und erinnert an den damaligen Auftrag des Deutschen Bundestages vom 5. Juli 2023 „Suizidprävention stärken“. Prälat Dr. Karl Jüsten, Leiter des Kommissariats der deutschen Bischöfe, erklärt:

 

„Die heute vorgestellte nationale Suizidpräventionsstrategie des Bundesgesundheitsministeriums reicht inhaltlich bei Weitem noch nicht aus. Es müssen umfassende gesetzliche Regelungen und verbindliche Finanzierungszusagen folgen.

 

Es ist zu begrüßen, dass die psychiatrische und psychotherapeutische Versorgung verbessert, Fort- und Ausbildungsmaßnahmen ergriffen und auch eine längerfristige suizidpräventive Betreuung nach einem Suizidversuch gestärkt werden sollen. Die Gewährleistung eines durchgehend erreichbaren Krisendienstes für Menschen in seelischer Not unter Einbindung der bestehenden Strukturen wie auch der TelefonSeelsorge ist wichtig. Zu einer Suizidpräventionsstrategie gehören gute Lösungen zu den Themen Einsamkeit, Depression und Angst vor Krankheit und Sterben. Dabei sind aber ausdrücklich vulnerable Personen in jedem Lebensalter – von Jung bis Alt und jeden Geschlechts – in den Blick zu nehmen und mit fachlich kompetenten Angeboten zu unterstützen. Es gilt, so sieht es auch der Deutsche Bundestag, Menschen frühzeitig zu erreichen, auch solche, die Suizidassistenzgedanken hegen. Wir müssen uns insgesamt darum bemühen, dass Menschen nicht in Situationen geraten und verbleiben, in denen sie den Tod als vermeintlich kleineres Übel dem Leben vorziehen.

 

Wesentlich sind dabei auch eine ausdrückliche Stärkung der Palliativmedizin und Hospizarbeit sowie eine qualitativ gute medizinische und vor allem auch pflegerische Versorgung, die sich den Menschen zuwendet und der sich die Menschen gerne anvertrauen.

 

Diese gesellschaftliche Verantwortung gilt es jetzt gemeinsam von Bund, Ländern, Kommunen und Zivilgesellschaft umzusetzen. Eine Suizidpräventionsstrategie sowie ein Suizidpräventionsgesetz, wie es auch der Deutsche Bundestag im Juli 2023 mit großer Mehrheit gefordert hat, müssen daher umfassend sein und die genannten Aspekte berücksichtigen. Auch die Länder müssen entsprechend ihren Zuständigkeiten zeitnah ihren Beitrag für eine gute Suizidpräventionsstrategie leisten und handeln.

Wir müssen in einer humanen Gesellschaft gewährleisten, dass wir Menschen in vulnerablen Lebenslagen möglichst frühzeitig erreichen und eine Kultur gegenseitiger Fürsorge und Lebensbejahung stärken. Als katholische Kirche leisten wir dazu gerne mit Seelsorge, kirchlichen Angeboten und Einrichtungen unseren Beitrag, damit kein Mensch den Suizid wählt, weil er ihn als die scheinbar einfache oder beste Lösung ansieht oder ihm nicht die notwendige Hilfe zuteilwurde, wie es der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, immer wieder formuliert.“

Hinweise: Das Statement des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, zur Abstimmung des Deutschen Bundestages über die Neuregelung der Suizidassistenz vom 6. Juli 2023 ist auf www.dbk.de unter Aktuelles verfügbar. Weitere Informationen und Stellungnahmen zum Thema finden Sie unter www.dbk.de auf der Themenseite Sterben in Würde. Dbk 2

 

 

 

Papst an Pfarrer: Seid Künstler einer missionarischen und synodalen Kirche

 

In einem Brief an die Priester, die jüngst am Treffen „Pfarrer für die Synode“ in der Nähe von Rom teilgenommen haben, empfiehlt Franziskus drei Wege: die Saat des Geistes in den Gläubigen erkennen, auf die Unterscheidung der Gemeinden zurückgreifen und die Gemeinschaft zwischen Priestern und Bischöfen stärken. Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Vatikan veröffentlichte den Brief des Papstes an die Pfarrer an diesem Donnerstag. Franziskus spornt die Geistlichen zum Wohl der Kirche und der Sendung an, zu der sie berufen seien. Mit diesen Worten wandte sich Franziskus an die rund 300 Teilnehmer, die aus der ganzen Welt angereist waren. Die Veranstaltung „Pfarrer für die Synode“ fand von 29. April bis 2. Mai in Sacrofano bei Rom statt. Ein Treffen, das vom Generalsekretariat der Synode und dem Dikasterium für den Klerus in Absprache mit den Dikasterien für Evangelisierung und für die Ostkirchen organisiert wurde. Die rund 300 Teilnehmer waren an diesem Donnerstagvormittag in der vatikanischen Synodenaula auch bei einer Audienz mit Papst Franziskus.

In seinem Brief drückt der Papst seine Dankbarkeit und Wertschätzung gegenüber denjenigen aus, die sich um ältere Gläubige oder solche in Randgebieten kümmern.

„Wenn die Pfarreien nicht synodal und missionarisch sind, wird es auch die Kirche nicht sein“

Franziskus erinnert an die Bedeutung einer synodalen Kirche, die ihre Pfarrer braucht. Die Gemeinschaft der Gläubigen werde nie eine missionarische synodale Kirche werden, heißt es in dem Schreiben, wenn die Pfarrgemeinden nicht die Teilnahme aller Getauften an der einen Sendung der Verkündigung des Evangeliums zum Kennzeichen ihres Lebens machen würden. „Wenn die Pfarreien nicht synodal und missionarisch sind, wird es auch die Kirche nicht sein“, schlussfolgert der Papst. Pfarreien sollten, so hofft er, mit missionarischen Jüngern sein, die ausziehen und voller Freude zurückkehren; Gemeinschaften müssten von Gebet, Unterscheidungskraft und apostolischem Eifer begleitet werden. Gestärkt durch die Gnade gelte es, auf den Heiligen Geist zu hören und in der Verkündigung des Wortes fortzufahren, die Gemeinschaft zusammenzuführen und „das Brot zu brechen“.

Eine Väterlichkeit, die sich nicht übertrifft

Es gibt drei Hinweise, die der Papst den Pfarrern mit auf den Weg gibt. Er empfiehlt, die Früchte zu ernten, die der Geist im Volk Gottes verstreue. „Ich bin überzeugt“, schreibt er, „dass ihr auf diese Weise so viele verborgene Schätze zum Vorschein bringen werdet, dass ihr euch bei der großen Aufgabe der Evangelisierung weniger allein gelassen fühlt und die Freude einer echten Väterlichkeit erlebt, die nicht übermächtig ist, sondern in den anderen, den Männern und Frauen, so viel wertvolles Potenzial zum Vorschein bringt.“

Gemeinschaftliche Unterscheidung

Franziskus lädt dazu ein, die Methode des „Gesprächs im Geist“ zu praktizieren, die auf dem synodalen Prozess der Kirche sehr hilfreich war. „Die Unterscheidung ist ein Schlüsselelement des pastoralen Handelns einer synodalen Kirche“, weil sie im pastoralen Bereich „die Konkretheit des kirchlichen Lebens“ erhellt, indem sie die Charismen anerkennt, „mit Weisheit Aufgaben und Dienste“ anvertraut und „im Licht des Geistes die pastoralen Wege plant, die über die einfache Planung von Aktivitäten hinausgehen“.

Die Bedeutung der Geschwisterlichkeit

Das andere Schlüsselwort des Papstbriefes ist die Geschwisterlichkeit, das Teilen mit den Mitbrüdern im Priester- und Bischofsamt. „Wir können keine echten Väter sein, wenn wir nicht vor allem Söhne und Brüder sind. Und wir sind nicht in der Lage, Gemeinschaft und Teilhabe an den uns anvertrauten Gemeinschaften zu wecken, wenn wir sie nicht zuallererst unter uns selbst leben“, so der Papst. Ein Weg, der beschwerlich aussehen könnte, schreibt das katholische Kirchenoberhaupt, aber das Gegenteil sei der Fall: „Nur so sind wir glaubwürdig und unser Handeln zerstreut nicht, was andere bereits aufgebaut haben.“

Missionare der Synodalität

Abschließend fordert Franziskus die Pfarrer mit Blick auf die zweite und abschließende Sitzung der XVI. Ordentlichen Generalversammlung der Bischofssynode, die im kommenden Oktober stattfinden wird, auf, auch in ihrem täglichen Dienst zu Missionaren der Synodalität zu werden. Die Stimme der Priester, so betont der Papst, müsse gehört werden, damit ihr Beitrag zur Synode immer entscheidender werde. (vn 2)

 

 

 

Gesellschaftliche Dimension der Kirche verstehen. Pastoralreise der Kommission für Ehe und Familie nach Stockholm

 

Vom 29. April bis 1. Mai 2024 hat eine Pastoralreise einer Delegation der Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz nach Stockholm stattgefunden. Unter der Leitung des Kommissionsvorsitzenden, Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), standen familienpolitische und familienpastorale Fragestellungen auf dem Programm. Der Delegation ging es auch um eine Information über die reproduktionsmedizinischen Regelungen in Schweden. Diese Fragen sind für die Bischöfe hochaktuell, hatte doch jüngst eine von der Bundesregierung eingesetzte Kommission für eine Erlaubtheit der Eizellspende und der altruistischen Leihmutterschaft unter bestimmten Bedingungen votiert. Beides ist bislang in Deutschland verboten.

 

Auf dem Programm standen außerdem ein Empfang beim Botschafter der Bundesrepublik Deutschland in Schweden, Dr. Joachim Bertele, Begegnungen mit dem Bischof von Stockholm, Kardinal Anders Arborelius OCD, dem Generalvikar sowie Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern des Pastoralteams, der Lebensschutzeinrichtung „Respekt“ des Bistums sowie des katechetischen Instituts.

 

Erzbischof Koch hielt zum Abschluss der Reise fest: „Wir haben erlebnisreiche und spannende Tage in Stockholm verbracht. Botschafter Dr. Joachim Bertele hat uns eine präzise Übersicht über die gesellschaftliche Situation gegeben. Die katholische Kirche in Schweden wurde uns als eine hoffnungsfrohe, glaubensstarke und sehr engagierte ‚Minderheit in der Minderheit‘ präsentiert. Wie uns der Bischof von Stockholm, Kardinal Anders Arborelius OCD, sehr eindrucksvoll schilderte, versteht die Kirche sich als Familie, die Heimat bieten will, da man sich als Katholik in Schweden oftmals sehr einsam fühle. Wir sind um einige Erfahrungen reicher nach Deutschland zurückgekehrt.“

 

Zur Delegation der Reise gehörten neben Erzbischof Koch weitere Mitglieder der Kommission für Ehe und Familie: Weihbischof Wilfried Theising (stellvertretender Kommissionsvorsitzender, Münster), Weihbischof Karl Borsch (Aachen), Bischof Dr. Bohdan Dzyurakh CSsR (Apostolischer Exarch für die Ukrainer des byzantinischen Ritus in Deutschland und Skandinavien), Erzbischof Herwig Gössl (Bamberg) und Bischof Dr. Stefan Oster SDB (Passau). Teilnehmer waren ebenfalls Beraterinnen und Berater der Kommission sowie Msgr. Georg Austen (Generalsekretär des Bonifatiuswerkes der deutschen Katholiken, Paderborn). Dbk 2

 

 

 

 

„Muss gehen“. Diakonie will keine AfD-Mitglieder als Beschäftigte

 

Diakonie-Präsident Rüdiger Schuch hat in einem Interview über Beschäftigte in diakonischen Einrichtungen gesagt: „Wer sich für die AfD einsetzt, muss gehen.“ Aber so einfach ist es nicht. Darüber gibt es nun eine Debatte. Auch Verdi hat eine klare Haltung.

Diakonie-Präsident Rüdiger Schuch hat versucht, einer Äußerung über die AfD Schärfe zu nehmen, zugleich aber deutlich gemacht, dass Extremismus bei Diakonie-Beschäftigten nicht geduldet wird. Damit reagierte er am Dienstag in Berlin auf Reaktionen nach einem Interview, das er den Zeitungen der Funke Mediengruppe gegeben hatte. Schuch hatte erklärt, AfD-Parteigänger, die sich menschenfeindlich äußern, sollten nicht bei Einrichtungen der evangelischen Wohlfahrt arbeiten: „Wer sich für die AfD einsetzt, muss gehen.“

Arbeitsrechtler erklärten, die Mitgliedschaft und das Engagement für eine Partei seien kein Kündigungsgrund. Es könne aber Fälle geben, in denen Beschäftigten mit arbeitsrechtlichen Konsequenzen rechnen müssten.

Kündigung, wenn reden nicht hilft

Der Diakonie-Präsident hatte erklärt, wer in die AfD eintrete oder für sie kandidiere, identifiziere sich mit der Partei. „Wer zum Beispiel Zuwanderer als bedrohliche Menschenmasse bezeichnet, hat bei der Diakonie keinen Platz. Oder: Wenn behinderte Menschen bei uns das Gefühl haben, die Mitarbeiter würden sie abwerten, dann muss man sich von solchen Beschäftigten trennen“, sagte er den Funke-Zeitungen. Bislang sei der Diakonie Deutschland jedoch kein Fall einer Entlassung in diesem Zusammenhang bekannt.

Den Beschäftigten müsse zunächst in Gesprächen deutlich gemacht werden, dass für menschenfeindliche Äußerungen in Diakonie-Einrichtungen kein Platz sei. „Aber wenn das nichts ändert, muss es arbeitsrechtliche Konsequenzen geben“, sagte der Diakonie-Präsident den Funke-Zeitungen. Er begründete seine Haltung mit dem Schutz der Menschen, die sich der Diakonie anvertrauen. Sie müssten sich sicher fühlen können, erläuterte Schuch im Verlauf des Tages auf Nachfrage. Viele kämen aus verletzlichen Gruppen, etwa Menschen mit Behinderungen, Pflegebedürftige oder Geflüchtete.

Arbeitsrechtler: Einzelfall entscheidend

Der Bochumer Arbeitsrechtler und Experte für kirchliches Arbeitsrecht, Jacob Joussen, sagte dem „Evangelischen Pressedienst“, allein aus einer Parteimitgliedschaft könnten keine arbeitsrechtlichen Konsequenzen folgen. „Weder darf der Arbeitgeber danach fragen, noch ist eine Parteimitgliedschaft ein Kündigungsgrund“, erklärte er. Es drohten auch keine arbeitsrechtlichen Konsequenzen, wenn der Beschäftigte für eine Partei zu einer Wahl antritt oder für sie wirbt, so Joussen. Eine Grenze werde aber möglicherweise überschritten, wenn ein Mitarbeiter, der eindeutig der Kirche zuzuordnen ist, etwa auf einer Veranstaltung gegen Ausländer hetze und damit die Grundwerte seines Dienstgebers und seine Loyalitätspflichten verletze. Dies sei im Einzelfall zu prüfen.

Der Verband der Diakonischen Dienstgeber (VdDD) erklärte, es gehe darum, ob Beschäftigte mit ihren Äußerungen oder Aktivitäten das christliche Menschenbild in Frage stellten oder verletzten. Ein Sprecher des Verbandes sagte dem epd, wenn dies der Fall sei, müsse nach dem kirchlichen Arbeitsrecht das Gespräch gesucht werden. Ändere die Person ihr Verhalten nicht, seien arbeitsrechtliche Schritte möglich.

Caritas berät über arbeitsrechtliche Fragen

Auf Anfrage erklärte der Deutsche Caritasverband, derzeit berate eine Arbeitsgruppe aus Vertreterinnen und Vertretern des Verbandes mit Verantwortlichen der deutschen Bistümer über konkrete arbeitsrechtliche Fragen, die sich aus extremistischen, rassistischen oder anderweitig menschenfeindlichen Positionen von Mitarbeitenden ergeben könnten.

Die Diakonie Deutschland ist der Bundesverband der Diakonischen Werke der evangelischen Landes- und Freikirchen sowie von Fachverbänden. Zur Diakonie gehören rund 33.000 Einrichtungen wie Pflegeheime, Krankenhäuser, Kindertagesstätten, Beratungsstellen und Sozialstationen mit rund 627.000 Beschäftigten und etwa 700.000 ehrenamtlichen Helferinnen und Helfern.

Verdi-Chef: Kein Platz für Menschen mit AfD-Positionen

Anders als kirchliche Arbeitgeber sind Gewerkschaften keine Tendenzbetriebe. Das macht eine Trennung von überzeugten AfD-Mitgliedern schwer. Verdi-Chef Frank Werneke sieht trotzdem keine Alternative. Ähnlich wie Diakonie-Präsident Schuch will er keine überzeugten AfD-Vertreter in den eigenen Reihen dulden. „Wer sich zu AfD-Positionen bekennt und die Programmatik vertritt, hat bei uns keinen Platz“, sagte Werneke dem Redaktionsnetzwerk Deutschland (RND). „Wir stehen für eine weltoffene und tolerante Gesellschaft. Die AfD tut das Gegenteil.“ Aus diesem Grund sei zum Beispiel auch ein Ausschlussverfahren gegen ein Mitglied eingeleitet worden, das in Hannover AfD-Stadtrat und zugleich Personalrat beim kommunalen Entsorgungsunternehmen sei.

„Die Rechten werden mutiger, sie versuchen, Mehrheiten bei Betriebs- und bei Personalratswahlen zu gewinnen. Das muss verhindert werden“, sagte Werneke. Er wies darauf hin, dass die rechtlichen Hürden für einen Ausschluss aus einer Gewerkschaft hoch seien, vergleichbar mit Parteiausschlussverfahren. Aber: „Wir wollen verhindern, dass sich die AfD in Betrieben etabliert. Da müssen alle Gewerkschaften noch stärker in die Auseinandersetzung gehen.“ (epd/dpa/mig 2)

 

 

 

Rabbinerkonferenz-Präsident für europäische Armee

 

Der designierte Karlspreisträger 2024 Pinchas Goldschmidt dringt angesichts weltweiter Krisen auf eine europäische Armee. Europa könne es sich „nicht leisten, ohne Verteidigungsmöglichkeit zu bleiben", sagte der Präsident der Konferenz der Europäischen Rabbiner (CER), im Interview der Zeitschrift „Herder Korrespondenz".

Trotz der deutschen Geschichte sollte es aus seiner Sicht „eine europäische Armee mit Deutschland zusammen" geben. „Aber eine solche kann es erst geben, wenn etwa ein Italiener bereit ist, sein Leben zu geben, um einen Deutschen oder einen Franzosen zu schützen."

Alle Europäer müssten verstehen, „dass wir ein Kontinent, ein Bündnis sind und dass wir dem Angriff einer Großmacht wie Russland widerstehen können müssen, auch ohne die Hilfe der Vereinigten Staaten." Europa müsse seine Identität stärken und sich auf mögliche Angriffe vorbereiten. „Denn wenn die Ukraine fällt, sind als nächstes Polen oder die baltischen Länder dran", prognostizierte Goldschmidt. „Dann kehren wir zurück zum Eisernen Vorhang."

Goldschmidt hatte Russland 2022 wegen seiner Verurteilung des Angriffskriegs gegen die Ukraine verlassen. In dem Interview kritisierte der Rabbiner Präsident Wladimir Putin und den russisch-orthodoxen Patriarchen Kyrill I.: „Wenn die Religion benutzt wird oder sie sich wie im Falle der Russisch-Orthodoxen Kirche der Politik unterwirft, hat sie ihre Daseinsberechtigung verloren."

Goldschmidt und die jüdischen Gemeinschaften Europas werden am 9. Mai in Aachen mit dem Karlspreis ausgezeichnet. (kap 1)

 

 

 

Heiliges Jahr 2025: 32 Millionen Pilger erwartet, 900.000 Deutsche

 

Das teilte der Pro-Präfekt des für die Organisation zuständigen Vatikandikasteriums für die Evangelisierung und Sonderbeauftragte für das Großereignis, Erzbischof Rino Fischella, bei einer Veranstaltung am Dienstagabend in Rom mit. Er hoffe, dass von Rom im Heiligen Jahr eine Botschaft des Friedens ausgehe, so Fisichella beim Adnkronos-Forum am Sitz der Agentur, wo er auch auf den Konflikt im Nahen Osten einging. Der Heilige Stuhl mit seiner Diplomatie stehe immer zur Verfügung.

Tausende Anmeldungen für das Heilige Jahr seien bereits eingegangen, während mit insgesamt rund 32 Millionen Pilgern gerechnet werde, die während des Heiligen Jahres 2025 nach Rom kommen werden. 2,5 Millionen davon seien aus den USA, 900.000 aus Deutschland und weitere zahlreiche Pilger aus Südamerika, so der Vatikan-Beauftragte beim Forum.

Spezielle Gesten des Papstes

Wie er weiter ankündigte, werde der Papst im Rahmen des Heiligen Jahres auch besondere Gesten gegenüber Häftlingen machen; außerdem werde es einen „konkreten Akt der Nächstenliebe“ für Syrien geben, das Land, in dem seit 13 Jahren ein von der Weltöffentlichkeit vergessener Krieg tobt. Diejenigen hingegen, die durch die Heilige Pforte schreiten wollten, müssten sich in das spezielle Pilgerregister eintragen, auch um sicherzustellen, dass es keine übermäßigen Menschenmengen oder Sicherheitsprobleme gebe, erläuterte der Erzbischof weiter. Am 24. Dezember wird Papst Franziskus die Heilige Pforte des Petersdoms öffnen und somit das Heilige Jahr einläuten.

Im Zeitplan

Was die Arbeiten zur Vorbereitung Roms auf das Heilige Jahr anbelangt, so ging der Pro-Präfekt des Dikasteriums für die Neuevangelisierung auf die Arbeiten ein, die die Piazza Pia am Anfang der Via della Conciliazione, nur einen Steinwurf von der Engelsburg entfernt, betreffen. Er zeigte sich zuversichtlich, dass sie innerhalb des vorgesehenen Zeitrahmens abgeschlossen werden. Als Termin für die Übergabe des neuen Platzes, der etwa 7.000 Quadratmeter groß sein wird, ist der 8. Dezember angepeilt.

Fisichella unterstrich in diesem Zusammenhang, dass die antike Engelsburg und der barocke Stil des Petersplatzes mit Berninis Kolonnade respektiert werden sollten und der Platz somit nicht für künstlerische Dissonanz sorgen werde. Die Arbeiten auf der Piazza Pia – wo auch der operative Sitz von Radio Vatikan liegt - seien die repräsentativsten Werke des Jubiläums und die komplexesten, die es zu realisieren gelte; der Aushub des Tunnels habe bereits begonnen, und die Baustelle sei ein ingenieurtechnisches Werk auf höchstem Niveau. Um den langen Tunnel für Autoverkehr zu schaffen, müssen auch zwei große Abwasserreservoirs verlegt und ein neues, wesentlich größeres, gebaut werden. Es handelt sich um eine der größten Baustellen, die in Vorbereitung auf das Heilige Jahr entstanden und den Autoverkehr rund um den Vatikan empfindlich beeinträchtigen.

Die Lage im Nahen Osten

Der Vatikanerzbischof Rino Fisichella sprach beim Adnkronos-Forum auch weitere Themen an, von der Krise im Nahen Osten bis zur Teilnahme von Papst Franziskus am G7-Gipfel, bis hin zur „Pop-Theologie“, also der Wiederbelebung des Evangeliums und seiner Botschaft durch die Sprache der jungen Menschen, der Popmusik, des Kinos, des Theaters und der Kunst.

Zum Thema Israel und Palästina erzählte Monsignore Fisichella, wie er vor kurzem vor dem Olivenbaum stand, den Papst Franziskus zusammen mit Abu Mazen und Shimon Peres 2014 in den Vatikanischen Gärten gepflanzt hatte. Dabei habe er festgestellt, wie sehr dieser gewachsen sei, während wir uns heute in einer Situation befänden, die dieser symbolischen Geste widerspreche. Dennoch könne die Diplomatie des Heiligen Stuhls immer sehr hilfreich sein, zeigte er sich überzeugt.

Papst Franziskus beim G7-Gipfel

Wie der Vatikan vor Kurzem bestätigt hatte, wird Papst Franziskus auch persönlich an der nächsten Sitzung des G7 in Apulien Mitte Juni teilnehmen. Dessen angekündigte Rede zum Thema Künstliche Intelligenz sieht der Erzbischof als „Provokation“, um den Regierungen verständlich zu machen, dass dieses Thema das Leben der Menschen immer stärker berühren werde und es somit auch Regeln brauche. Er sei überzeugt, dass nicht nur das Menschenbild auf dem Spiel stehe und dass die künstliche Intelligenz im breiteren Kontext der Digital- und Cyberkultur betrachtet werden müsse, sondern auch, dass sie große Auswirkungen auf das soziale und persönliche Leben habe, so dass die Anwesenheit des Papstes beim G7-Gipfel eine Provokation dafür darstelle, um die Würde des Menschen wieder in den Mittelpunkt zu stellen.

Eine ethische Wirtschaft

Unter Bezugnahme auf den Feiertag des 1. Mai betonte Erzbischof Fisichella, dass eine Wirtschaft ohne Ethik unweigerlich zu Gewalt führe, sowohl im Hinblick auf den Tod am Arbeitsplatz als auch auf die Würde des Arbeitnehmers selbst. Eine Wirtschaft, die die spezifischen beruflichen Qualitäten des Arbeiters und auch den Kunden nicht respektiere, und dabei der Maschine mehr Wert beimesse als dem Menschen, sei nicht ethisch, unterstrich er weiter.  

Ansprache junger Menschen

Was schließlich die „Pop-Theologie“ als neue Form der Evangelisierung betrifft, so vertrat der Pro-Präfekt des Dikasteriums für die Neuevangelisierung die Meinung, dass die Jugendlichen nicht durch Tricks angelockt werden dürften, sondern durch die Ernsthaftigkeit des Vorschlags, der in der Verkündigung Jesu Christi besteht, angezogen werden müssten. Dafür seien neue Kommunikationsformen notwendig, ohne in Lockmechanismen abzugleiten. Theologie sei vielmehr das Bemühen, das Geheimnis des Glaubens besser zu verstehen. Unter anderem, so schloss er, erkenne der Theologe an, dass es auch eine populäre Spiritualität gibt, die ebenfalls Intelligenz braucht. (vn 1)

 

 

 

 

Achter Katholischer Flüchtlingsgipfel diskutiert Flüchtlingsschutz in der EU

 

„Flüchtlingsschutz als gemeinsame europäische Verantwortung“ 

Auf Einladung des Sonderbeauftragten für Flüchtlingsfragen und Vorsitzenden der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), hat heute (30. April 2024) in Köln der achte Katholische Flüchtlingsgipfel stattgefunden. Rund 200 Fachleute der kirchlichen Flüchtlingsarbeit berieten über den Flüchtlingsschutz in der Europäischen Union (EU). Ein besonderer Fokus lag dabei auf dem Beitrag der Kirche für eine menschenwürdige Aufnahme und Versorgung von Geflüchteten.

 

„Das kirchliche Engagement für Schutzsuchende ist weiterhin lebendig“, betonte Erzbischof Heße zu Beginn des Gipfels. So hätten sich 2023 im Raum der katholischen Kirche 5.775 Hauptamtliche und rund 36.600 Ehrenamtliche für die Anliegen von Geflüchteten engagiert. „Allein in Deutschland konnten durch die kirchliche Flüchtlingshilfe über 525.000 Schutzsuchende erreicht werden“, so Erzbischof Heße weiter. Mit Blick auf die teils hitzige Migrationsdebatte stellte er fest: „Nicht Polemik und Polarisierung bringen uns weiter – gefragt sind vielmehr konkrete humanitäre Lösungsansätze – in Deutschland, Europa und weltweit. Dies gilt vor allem dann, wenn der Flüchtlingsschutz unter Druck gerät, wie es aktuell wieder der Fall ist.“ Eine deutliche Absage erteilte der Erzbischof der politischen Forderung, den Flüchtlingsschutz in Drittstaaten außerhalb der EU auszulagern: „Die überwiegende Mehrzahl aller Geflüchteten wird nach wie vor in Ländern des Globalen Südens aufgenommen. Angesichts dieser ohnehin bestehenden Schieflage erscheint der Ruf nach einer immer stärkeren Auslagerung des Flüchtlingsschutzes in ärmere Regionen dieser Welt geradezu grotesk.“ Mit Nachdruck plädierte er für eine gerechte Verantwortungsteilung in Europa und weltweit.

 

In zwei Vorträgen wurde der Flüchtlingsschutz in Europa aus Sicht der EU-Kommission und des Vatikans in den Blick genommen. Franz Lamplmair (Generaldirektion Migration und Inneres der Europäischen Kommission) sagte: „Die großen Herausforderungen der letzten Jahre an verschiedenen Außengrenzen der EU haben auch aufgezeigt, wie komplex die Bewältigung einer Situation ist, die die Mitgliedstaaten auf unterschiedliche Weise betrifft und in der die Maßnahmen eines Mitgliedstaats Auswirkungen auf die anderen Mitgliedstaaten haben. Migration ist eine europäische Herausforderung, die eine europäische Antwort erfordert.“ Pater Fabio Baggio CS (Dikasterium für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen) beleuchtete kirchliche Grundsätze des Flüchtlingsschutzes: „Die mittelfristige Strategie der Kirche wurde von Papst Franziskus in vier Verben zusammengefasst: aufnehmen, schützen, fördern und integrieren. Sie stehen für die vier Säulen eines koordinierten und wirksamen Handelns als Antwort auf die Herausforderungen der heutigen erzwungenen Migration, ein Handeln, das die Kirche in Zusammenarbeit mit allen politischen und gesellschaftlichen Akteuren entwickeln muss – mit dem Ziel einer zukunftsorientierten ‚Governance‘ von Migrationsbewegungen, die allen zugutekommt.“

 

In mehreren Arbeitsgruppen bestand die Möglichkeit zum praxisnahen Austausch über verschiedene Aspekte des Flüchtlingsschutzes in Europa. So schilderte beispielsweise eine Mitarbeiterin der Caritas Hellas, die im Flüchtlingslager auf der Insel Lesbos aktiv ist, eindrücklich die Lage von Geflüchteten an der EU-Außengrenze in der Ägäis und berichtete von kirchlichen Handlungsansätzen. Mit Mitarbeiterinnen des Jesuit Refugee Service Europe konnten sich die Teilnehmenden über ein Bildungsprojekt austauschen, das europäische Jugendliche gemeinsam mit Geflüchteten dazu ermutigt und befähigt, für einen starken Flüchtlingsschutz und eine weltoffene Gesellschaft einzustehen. In weiteren Arbeitsgruppen ging es um kirchliche Vorschläge für die Weiterentwicklung des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems (GEAS), Praxisbeispiele aus Polen, ein Projekt der Internationalen Katholischen Migrationskommission (ICMC) zur Stärkung komplementärer Zugangswege nach Europa, Fragen der Rückkehrberatung sowie Initiativen gegen Menschenhandel.

 

Die abschließende Podiumsdiskussion widmete sich aktuellen Herausforderungen des europäischen Flüchtlingsschutzes. Dabei warnte Prof. Dr. Beate Rudolf (Deutsches Institut für Menschenrechte) vor einer Gefährdung der Menschenrechte von Geflüchteten: „Das neue Gemeinsame Europäische Asylsystem (GEAS) darf nicht zur Legalisierung von Menschenrechtsverletzungen an den Außengrenzen führen. Deshalb ist es wichtig, dass zivilgesellschaftliche Organisationen die Umsetzung der GEAS-Reform genau beobachten und dass die gerichtliche Überprüfung wirksam ausgestaltet wird.“ Franz Lamplmair hingegen betonte die positiven Aspekte: „Die historische Einigung über das Migrations- und Asylpaket stellt einen Wendepunkt dar. Sie wird die EU mit einer soliden Rechtsgrundlage für ein umfassendes und integriertes Migrationsmanagement ausstatten.“ Staatssekretär Lorenz Bahr (Ministerium für Kinder, Jugend, Familie, Gleichstellung, Flucht und Integration des Landes Nordrhein-Westfalen) hob die Vielschichtigkeit der Thematik hervor: „Die Migrationspolitik ist eines der ganz zentralen Politikfelder unserer Zeit. Es ist deshalb besonders wichtig, dass sich alle politischen Ebenen und Akteure, von Europa bis zur Kommune, vom kirchlichen Träger bis zur zivilgesellschaftlichen Organisation, neuen Ansätzen einer humanitären und ambitionierten Politik widmen. Als Verantwortungsgemeinschaften stehen wir alle in dieser Aufgabe eng zusammen – gerade da die Herausforderungen in den vergangenen Jahren zugenommen haben.“ Steffen Feldmann (Mitglied des Executive Board von Caritas Europa) sprach sich für einen Perspektivwechsel aus: „Aus Sicht der Caritas darf die Deutungshoheit nicht länger denjenigen Kräften überlassen werden, die das Thema Asyl und Migration zur Erreichung kurzfristiger politischer Vorteile oder europa- und demokratiefeindlicher Ziele instrumentalisieren. Die EU und ihre Mitgliedstaaten benötigen eine neue Erzählweise, die Migration als Normalität begreift und den unverzichtbaren Beitrag von Migrantinnen und Migranten in den Vordergrund rückt.“

 

Erzbischof Heße stellte resümierend fest: „Der Flüchtlingsschutz ist eine gemeinsame europäische Verantwortung. Gerecht werden wir ihr nur mit mehr Solidarität zwischen den Mitgliedstaaten und einer klaren Orientierung an den Menschenrechten. Als Kirche stehen wir an der Seite der Vertriebenen und Schutzsuchenden auf jeder Etappe ihres Weges. Wir machen uns auch künftig dafür stark, dass der Flüchtlingsschutz in Europa nicht ausgehöhlt wird.“

 

Flüchtlingshilfe in Zahlen

Die heute veröffentlichte Statistik der Deutschen Bischofskonferenz zur katholischen Flüchtlingshilfe für das Jahr 2023 hat ergeben, dass die 27 (Erz-)Bistümer, die Militärseelsorge und die kirchlichen Hilfswerke mindestens 88 Millionen Euro für die Flüchtlingshilfe bereitgestellt haben, darunter 32,2 Millionen Euro für die Flüchtlingshilfe im Inland und 55,8 Millionen Euro für die Unterstützung der Flüchtlinge im Ausland. Im Jahr 2023 waren 5.775 hauptamtliche Mitarbeitende und rund 36.600 Ehrenamtliche in der Hilfe für Geflüchtete tätig. Mindestens 525.000 Schutzsuchende wurden durch die katholische Flüchtlingshilfe im Inland erreicht. Von 2014 bis 2023 hat die katholische Kirche insgesamt mehr als 1,1 Milliarden Euro an finanziellen Sondermitteln für die Flüchtlingshilfe im In- und Ausland aufgebracht.

Hinweise:

Die Statistik zur Flüchtlingshilfe 2023, die Eröffnungsansprache von Erzbischof Dr. Stefan Heße und der Vortrag von Pater Fabio Baggio CS (in englischer Sprache) sind als PDF-Dateien im Anhang sowie unter www.dbk.de verfügbar.

 

Weitere Informationen zum Katholischen Flüchtlingsgipfel oder den Zahlen finden Sie unter www.fluechtlingshilfe-katholische-kirche.de. Dbk 30

 

 

 

 

Katholische Kirche berät zu Flüchtlingsfragen

 

Um das Thema „Flüchtlingsschutz in der Europäischen Union (EU)“ dreht sich in diesem Europa-Wahl-Jahr der große katholische Flüchtlingsgipfel, zu dem mehr als 150 Praktiker, Experten und Ehrenamtliche aus ganz Deutschland in Köln erwartet wurden. Im Interview mit dem Kölner Domradio würdigt die Österreichische Theologin Regina Polack die Sensibilität, Ausgewogenheit und Professionalität, mit der die deutsche Kirche sich zum Thema Flüchtlingsschutz positioniert.

DOMRADIO.DE: Sie sagen, Migration und Flucht gehören zum Kern des christlichen Glaubens und können für Europa zum Weg in die Freiheit werden. Inwiefern?

Prof. Dr. Regina Polak (Professorin für Praktische Theologie und Leiterin des Instituts für Praktische Theologie der Katholisch-Theologischen Fakultät der Universität Wien): „Wenn Sie sich die biblischen Texte anschauen, dann werden Sie feststellen, dass im sogenannten Hintergrund all dieser Texte der Glaube, den die Bibel bezeugt, inmitten von Migrations- und Fluchterfahrungen entstanden ist. Ob es das Leben im Exil, der Exodus, das Leben in der Diaspora der christlichen Gemeinde oder die Ausbreitung des christlichen Glaubens ist. Zum Beispiel finden wir in der Apostelgeschichte viele Beispiele für Inkulturation (Anm. d. Red.: das Einbringen von Verhaltensmustern, Gedanken über Dinge oder Ansichten von einer Kultur in eine andere).

Das Christentum, die junge Kirche und der christliche Glaube sind zutiefst von einer Migrationsmatrix geprägt. Das heißt: das Migrations- und Fluchtthema ist ein ethisches, ein politisches, aber auch ganz zentral ein Glaubensthema. Das fordert uns als Kirche heraus, auf die zeitgenössischen Migrations- und Fluchtbewegungen achtsam zu reagieren, um für die Rechte von geflüchteten Menschen einzutreten.“

„Dabei ist die katholische Kirche in Deutschland, in Österreich und auch weltweit ein wichtiger Player, um den Menschen, die hier angekommen sind, ein Leben in Würde und mit den entsprechenden Rechten zu ermöglichen“

DOMRADIO.DE: Schauen wir konkret auf die Positionen der katholischen Kirche in Deutschland. Sie setzt sich für ein gemeinsames europäisches Asylsystem mit der Ergänzung menschenwürdig ein. Was heißt das?

Polack: „Das heißt, dass in Bezug auf den Umgang mit geflüchteten Menschen in Europa, insbesondere an den Außengrenzen, noch viel Luft nach oben ist. Wir haben es mit Refoulement (Anm. d. Red.: Ausweisung, Auslieferung oder Rückschiebung von Personen) und Pushbacks (Anm. d. Red.: staatliche Maßnahmen, mit der Flüchtlinge und andere Migranten meist unmittelbar nach Grenzübertritt zurückgeschoben werden) zu tun. 

Außerdem erfahren geflüchtete Menschen an den EU-Außengrenzen Gewalt. Das ist an sich kein Geheimnis, auch wenn es in den Medien viel zu wenig publiziert, diskutiert und sichtbar gemacht wird. Die katholische Kirche macht das Thema ganz eindeutig zum Thema. Auch bei der Frage der Migration oder der Integration gibt es noch Entwicklungsspielraum. Dabei ist die katholische Kirche in Deutschland, in Österreich und auch weltweit ein wichtiger Player, um den Menschen, die hier angekommen sind, ein Leben in Würde und mit den entsprechenden Rechten zu ermöglichen.

Das heißt im Wesentlichen die Schaffung von Möglichkeiten zur Teilhabe am kulturellen, gesellschaftlichen und auch am religiösen Leben. Viele Geflüchtete, Migrantinnen und Migranten sind katholisch und verändern unsere Gesellschaft. Die katholische Kirche ist in der Verantwortung, für ein gutes und halbwegs friedliches Zusammenleben in Vielfalt zu sorgen. Dafür setzt sich die katholische Kirche nicht nur in Deutschland und Österreich ein. Das ist auch eine Grundposition des Vatikans. Es gibt zahlreiche Dokumente, die zeigen, dass sich seit Jahren Päpste - auch schon vor Franziskus - für Migranten und Migrantinnen eingesetzt haben.“

Kirche in Europa uneins

DOMRADIO.DE: Ist sich die katholische Kirche in Europa einig, wie der Umgang mit Zuwanderung und Integration auszusehen hat und wie stark sie sich einbringen soll?

Polack: „Nein, das ist sie leider nicht. Zwischen dem, was vom Lehramt und vom biblischen Erbe her der Anspruch an die katholische Kirche in Europa wäre und der konkreten Praxis sind wir leider recht weit entfernt. Besonders in vielen osteuropäischen Ländern wird vonseiten mancher Bischöfe eine andere Politik gefahren und es wird eine andere Einstellung sichtbar. Das trifft nicht auf die gesamte katholische Kirche im osteuropäischen Raum zu.

Gerade aus der Basis, also auf der Ebene der gelebten Gemeinden, finden sich viele Menschen, die sich für Geflüchtete engagieren. In bestimmten Ländern Europas haben sie es nur deutlich schwerer als in anderen. Ich denke zum Beispiel an Ungarn, Polen und Tschechien. In diesen Ländern ist der Einsatz für geflüchtete Menschen für die katholischen Christinnen und Christen eine Herausforderung, weil sie sich manchmal gegen den Geist der Zeit wenden müssen.

Also nein, einig sind sich die Kirchen da leider nicht. Es kommt viel darauf an, wie sehr das Thema in den Predigten zum Thema gemacht wird und ob und wie Migrationstheologie oder Positionen zu den Rechten für Fremde überhaupt eine Rolle in der Pastoral spielen. Wenn das nicht der Fall ist und eine Politik propagiert wird, die implizit oder explizit der biblischen und lehramtlichen Tradition nicht entspricht, dann ist das ein Problem, weil die Katholikinnen und Katholiken dann falsch geprägt sind. 

Aus meiner Forschung, der Forschung zum Zusammenhang von religiösen Einstellungen und Werten sowie deren Einfluss und Wirkung auf politische Einstellungen und Werte weiß ich, dass sich eine katholische Religiosität in der Praxis sehr ambivalent auf demokratiepolitisch relevante Einstellungen auswirkt. Dabei spielt die Einstellung zu Migranten und Muslimen eine Schlüsselrolle.

Personen, die ein traditionelles religiöses Selbstverständnis haben, dazu keine religiöse Praxis haben und nicht aktiv einer Gemeinde angehören oder überhaupt katholisch praktizieren, lehnen mit höherer Wahrscheinlichkeit Muslime, Migrantinnen und Migranten ab. Umgekehrt gibt es positive Auswirkungen.

Personen, die sich als religiös verstehen, sich sozial engagieren und aktiv zugehörig sind, haben oft deutlich positivere Einstellungen zu Migrantinnen, Migranten und Muslimen. Das sind europaweit beobachtete Phänomene und die haben auch Einfluss auf Wahlentscheidungen. Daher kommt insbesondere den Leitungspersonen eine Schlüsselrolle zu. Was sie erzählen, lehren und welche Diskurse sie über das Thema Migration und Flucht in der Pastoral und der Aus-, Weiter und Bildung führen, bestimmt den Diskurs.“

„Ich glaube nicht, dass die katholische Kirche in Deutschland und Österreich jetzt schon eine Minderheit ist, aber sie ist auf dem Weg dorthin“

DOMRADIO.DE: Die katholische Kirche in Deutschland erlebt einen erdrutschartigen Bedeutungsverlust. Welchen Einfluss kann die Kirche überhaupt in politischen Fragen haben?

Polack: „Der Einfluss, den man hat, ist in einer Demokratie nicht unbedingt von der Quantität abhängig, sondern hängt von den Argumenten ab. Ich glaube nicht, dass die katholische Kirche in Deutschland und Österreich jetzt schon eine Minderheit ist, aber sie ist auf dem Weg dorthin.

Wenn man sich die Umfragedaten aus der EKD-Studie oder aus dem COVID-19-Panel für Österreich anschaut, sieht man, dass die katholische Kirche enorm an Vertrauen und Bedeutung verliert. Das hindert aber nicht daran, sich offensiv mit guten Argumenten in den öffentlichen Diskurs einzubringen.

Ich bin in der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz und nehme die Kirche bei dem Thema durchaus positiv wahr. Ich habe das Gefühl, die machen das schon sehr gut. Eine kirchliche Stellung mit weniger Macht heißt nicht, dass man sich nicht mit stichhaltigen und machtvollen Argumenten einbringen kann. In diesem Fall hat man es natürlich schwerer, weil die Argumente weniger mehrheitsfähig sind.

Vielleicht gerade, weil ich als Österreicherin die deutsche Kirche im Bereich Migration und Flucht aktiv von außen wahrnehme, bin ich von der Kirche sehr beeindruckt. Sie schaut professionell, ernsthaft und aufrichtig auf die Nöte, Leiden und Herausforderungen und hat gleichzeitig die Anliegen, Fragen und Nöte der Aufnahmegesellschaft im Blick. Ich nehme die Migrations- und Asylpolitik der deutschen Kirche als überaus differenziert wahr und möchte herausstellen, dass sie eine gute Sache ist.“

(Das Interview führte Heike Sicconi)

Hintergrund. Vor dem Hintergrund der diesjährigen Europa-Wahl berät die deutsche Kirche mit ihrem achten Flüchtlingsgipfel über die Aufnahme und der Schutz von Geflüchteten als gemeinsame europäische Aufgabe. Die Kirche trete für einen starken Flüchtlingsschutz ein, dessen Maßstab die Menschenrechte und die Menschenwürde seien – in Deutschland, aber auch auf europäischer Ebene, hieß es in einer Aussendung im Vorfeld des Gipfel.

Beim diesjährigen Gipfel stehen deshalb aktuelle Herausforderungen und konkrete kirchliche Handlungsansätze im Fokus. Maßgeblich vorbereitet wurde der Gipfel vom Arbeitsstab des Sonderbeauftragten der Deutschen Bischofskonferenz für Flüchtlingsfragen, Erzbischof Stefan Heße (Hamburg).

Impuls aus dem Vatikan

Dabei waren auch zwei einführende Impuls zum Thema Flüchtlingsschutz in der EU geplant. Zum Thema „Fluchtbewegungen nach Europa und die EU-Flüchtlingspolitik – aktuelle Entwicklungen“ war ein Vortrag von Franz Lamplmair (Generaldirektion Migration und Inneres der Europäischen Kommission, Brüssel) geplant, während Pater Fabio Baggio CS (Dikasterium für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen) zum Thema „Europa und der Flüchtlingsschutz – kirchliche Perspektiven" sprechen sollte. 

In mehreren Arbeitsgruppen sollten über den Tag dann verschiedene Aspekte des europäischen Flüchtlingsschutzes in den Blick genommen werden, darunter die Entwicklung des Gemeinsamen Europäischen Asylsystems, Praxisbeispiele aus anderen EU-Staaten, komplementäre Zugangswege, Rückkehrberatung sowie Initiativen gegen Menschenhandel. Der Gipfel endet mit einer abschließenden Podiumsdiskussion zu aktuellen Herausforderungen im europäischen Flüchtlingsschutz, an der sich Vertreterinnen und Vertreter aus Kirche und Politik beteiligen. (pm/domradio.de 30.4.)

 

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Arbeitshilfe zur Situation der Christen in Zentralasien

 

Die Deutsche Bischofskonferenz stellt am 8. Mai 2024 eine Arbeitshilfe zur Situation der Christen in den Ländern Zentralasiens vor. Die Veröffentlichung ist Teil der Initiative „Solidarität mit verfolgten und bedrängten Christen in unserer Zeit“. Die Arbeitshilfe erläutert aktuelle religionspolitische Entwicklungen in den Staaten Kasachstan, Kirgisistan, Tadschikistan, Turkmenistan und Usbekistan, analysiert die Hintergründe und lässt Mitglieder der Ortskirche zu Wort kommen.

Das Christentum ist in Zentralasien eine kleine Minderheit, die sich auf orthodoxe, katholische und protestantische Kirchen verteilt. Christen kamen – bis auf wenige, zahlenmäßig geringe Ausnahmen – erst im Laufe des 20. Jahrhunderts durch die Umsiedlungspolitik der Sowjetunion nach Zentralasien. Sie sind bis heute oft Mitglieder der kulturellen Minderheiten wie der deutsch- oder der polnischsprachigen Gruppen. Die Religionspolitik der fünf zentralasiatischen Republiken ist eng mit der nationalen Identitätsfindung verbunden. Die Arbeitshilfe beschreibt differenziert den Stand der Religionsfreiheit und die Situation der christlichen Minderheiten in diesen Staaten. Freiheitsrechte der Christen und pastorale Handlungsmöglichkeiten werden ebenso zur Sprache gebracht wie Restriktionen, denen die Kirchen unterliegen.

Die deutschen Bischöfe wollen durch ihre jährliche Initiative die Auseinandersetzung mit der Diskriminierung und Verfolgung von Christen, die in vielen Teilen der Welt weiter anhält, unter den deutschen Katholiken lebendig halten. Die Arbeitshilfe versteht sich als Beitrag zur politischen Diskussion und richtet sich darüber hinaus an Kirchengemeinden. Dbk 30

 

 

 

 

Papst an Ordensleute: „Propheten der Vielfalt“ sein

 

„Propheten der Vielfalt“ zu sein, sich um Arme zu sorgen und das „Feuer“ des Glaubens zu entfachen: dazu hat der Papst Ordensleute aufgerufen. Im Vatikan empfing Franziskus am Montag Canossianer- und Gabrielisten-Brüder, die sich derzeit in Rom zu ihren Ordenskapiteln treffen.

Der Papst würdigte in seiner Ansprache die heilige Magdalena von Canossa (1774–1835), auf die die Canossianer, auch „Söhne der Liebe“ genannt, zurückgehen. In einer Welt, „die nicht weniger schwierig war als die unsere“, habe die „mutige Heilige“ Christi Botschaft bekannt und „Zeugnis für den Herrn“ abgelegt, erinnerte der Papst. Die Canossianer, die heute in sieben Ländern vertreten sind und Mitglieder zehn verschiedener Nationalitäten umfassen, setzten dieses missionarische Werk fort, lobte er. Wesentlich dabei sei Leidenschaft, schärfte Franziskus ausgehend vom Motto des Ordenskapitels „Wer nicht brennt, brennt nicht“ ein.

Feuer entfachen

„Bitte, keine Feuerwehrleute! Davon haben wir schon so viele.“

„Es macht mich traurig, wenn ich Ordensleute sehe, die eher wie Feuerwehrmänner und -frauen aussehen, als Männer und Frauen mit dem Eifer, Feuer zu legen. Bitte, keine Feuerwehrleute! Davon haben wir schon so viele.“

Der Papst verwies hier auf die Zusammenarbeit der Männerkongregation mit den Canossa-Schwestern und auch mit engagierten Laien. Es sei „wichtig, dass die Laien in die Spiritualität eines Instituts einbezogen werden und an seiner apostolischen Arbeit mitwirken“, hob er hervor.

Einsatz für Arme und Ausgestoßene

Bei ihrem Wirken sollten sich die Ordensleute stets an Jesus orientieren und sich „mit Freude und Einfachheit“ vor allem um „die Letzten, Kleinen, Armen und Kranken“ kümmern, so der Papst weiter. Das gelte auch angesichts von Herausforderungen:

„Wenn der Weg schwierig wird, dann macht es wie sie: Schaut auf Jesus, den Gekreuzigten, und schaut auf die Augen und Wunden der Armen, und ihr werdet sehen, dass die Antworten langsam und mit immer größerer Klarheit in eure Herzen dringen werden.“

Zeugnis der Vielfalt

Der katholische Laienbrüderorden der Gabrielisten wurde 1715 durch den heiligen Louis-Marie Grignion de Montfort (1643–1716) gegründet. Mehr als 1.000 Brüder wirken heute in 34 verschiedenen Ländern; hauptsächlich im schulischen und erzieherischen Bereich. Die Ordensvertreter rief der Papst dazu auf, „Propheten der Vielfalt“ zu sein. Die „vielfältige Internationalität“ der Gemeinschaft sei in der heutigen, „durch Egoismus und Partikularismus gespaltenen Welt“ eine wichtige Botschaft, betonte er.

„Uniformität in einem Ordensinstitut, in einer Diözese, in einer Laiengruppe ist tödlich! Vielfalt in Harmonie lässt einen wachsen.“

„Vielfalt ist ein Geschenk, das man teilen muss, Vielfalt ist ein kostbares Geschenk! Seid mit eurem Leben Propheten dafür. Und derjenige, der die Harmonie zwischen den Verschiedenheiten herstellt, ist der Heilige Geist, der der Meister der Harmonie ist. Uniformität in einem Ordensinstitut, in einer Diözese, in einer Laiengruppe ist tödlich! Vielfalt in Harmonie lässt einen wachsen. Vergessen Sie das nicht. Vielfalt in Harmonie.“

Franziskus würdigte den Einsatz der Ordensvertreter insbesondere für Blinde und Taubstumme. Dieser Schwerpunkt geht auf den französischen Pater Gabriel Deshayes (1767-1841) zurück, der in Frankreich die erste katholische Taubstummenschule einrichtete und die Geschichte des Ordens entscheidend mitprägte. (vn 29.4.)

 

 

 

Papst: „Großeltern sind das Gedächtnis einer Welt ohne Erinnerung“

 

Die Liebe macht uns besser, reicher und weiser, in jedem Alter, denn „nur wenn wir mit Liebe zusammen sind und niemanden ausschließen, werden wir besser und menschlicher“. Das sagte Papst Franziskus, als er an diesem Samstagmittag Großeltern, ältere Menschen und die Enkelkinder, die an dem von der Stiftung „Età Grande“ geförderten Treffen „Zärtlichkeit und Lächeln“ teilnahmen, in Audienz empfing. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

In seiner Eigenschaft als „Großvater“ rief der Papst dazu auf, „einander nahe zu sein und niemanden auszugrenzen“, denn so „werden wir auch reicher“. Unsere Gesellschaft sei voll von Menschen, die auf viele Dinge spezialisiert seien, reich an Wissen und nützlichen Mitteln für alle. Wenn dies jedoch nicht geteilt werde und jeder nur an sich selbst denke, gehe der ganze Reichtum verloren, „ja es kommt zu einer Verarmung der Menschheit“, so der Papst. Und das sei eine große Gefahr für die heutige Zeit, denn dies führe die Armut der Zersplitterung und des Egoismus. Für den Papst „ist die Welt eins und besteht aus vielen Realitäten, die gerade deshalb unterschiedlich sind, um sich gegenseitig zu helfen und zu ergänzen: Generationen, Völker und alle Unterschiede können, wenn sie harmonisiert werden, die wunderbare Pracht des Menschen und der Schöpfung offenbaren“.

Keine Gräben schaffen

„Auch das ist es, was uns euer Zusammensein lehrt: nicht zuzulassen, dass Unterschiede zwischen uns Gräben schaffen“, so Papst Franziskus und griff dann ein Thema auf, das ihm sehr am Herzen liegt, nämlich die „Kultur des Wegwerfens“, die dazu führe, dass ältere Menschen „die letzten Jahre ihres Lebens allein verbringen, weit weg von ihrem Zuhause und ihren Lieben“. „Lasst uns eine Welt aufbauen“, wiederholte er, „in der niemand Angst haben muss, seine Tage allein zu beenden, nicht nur durch die Ausarbeitung von Betreuungsprogrammen, sondern durch die Pflege verschiedener Lebensentwürfe, in denen die vergehenden Jahre nicht als ein Verlust betrachtet werden, der jemanden herabsetzt, sondern als ein Reichtum, der wächst und alle bereichert: und als solcher werden sie geschätzt und nicht gefürchtet“.

Zum Abschluss der Audienz wandte sich der Papst direkt an die Enkelkinder und appellierte: „Eure Großeltern sind das Gedächtnis einer Welt ohne Gedächtnis. Hört auf sie, vor allem, wenn sie euch mit ihrer Liebe und ihrem Zeugnis lehren, die wichtigsten Zuneigungen zu kultivieren, die man nicht mit Gewalt erlangt, die nicht mit Erfolg erscheinen, sondern das Leben erfüllen. Die Älteren sehen weit, weil sie so viele Jahre gelebt haben und so viel zu lehren haben: zum Beispiel, wie hässlich der Krieg ist. Sucht eure Großeltern auf und grenzt sie nicht aus. Lernt Weisheit aus ihrer starken Liebe, aber auch aus ihrer Schwäche, die ein ´Lehramt´ ist, das ohne Worte lehren kann, ein wahres Gegenmittel gegen die Verhärtung des Herzens. Aber das ist noch nicht alles: Wenn ihr, Großeltern und Enkelkinder, alt und jung, zusammen seid, ist eure Liebe ein Hauch reiner Luft, der die Welt und die Gesellschaft erfrischt und uns alle stärker macht, über die Bande der Verwandtschaft hinaus. Das ist die Botschaft, die Jesus uns am Kreuz mit auf den Weg gegeben hat: uns alle wie eine große Familie zu lieben“.

(vn 27.4.)

 

 

 

Frankreich: Bischöfe warnen eindringlich vor Sterbehilfe

 

Die französische Regierung will unter bestimmten, klar geregelten Umständen aktive Sterbehilfe und Beihilfe zum Selbstmord erlauben. Zum Gesetzesvorhaben, das Präsident Emmanuel Macron auf den Weg gebracht hat, finden derzeit Anhörungen statt.

Und so kamen am Mittwoch auch Bischöfe vor der parlamentarischen Kommission zu Wort, die sich mit dem Gesetzesprojekt zur „fin de vie“ beschäftigt. Die Oberhirten haben gerade erst eine wichtige Schlacht verloren: Gegen ihren Widerstand ist ein Recht auf Abtreibung in der französischen Verfassung verankert worden. Jetzt kämpfen sie für den Wert des Lebens kranker und alter Menschen – gegen Sterbehilfe, für mehr Palliativmedizin.

„Zunächst haben wir vor den Abgeordneten darauf hingewiesen, dass wir es hier mit einer komplexen, schwierigen und heiklen Frage zu tun haben“. Das sagt Vincent Jordy, Erzbischof von Tours und Vizepräsident der französischen Bischofskonferenz, in einem Gespräch mit Radio Vatikan nach der Anhörung im Parlament.

‚Du sollst nicht töten‘

„Aber aus unserer Sicht ist das Wesentliche, dass dieses Gesetzesprojekt eine Art anthropologischen Umschwung versucht. Es gibt ein strukturierendes Verbot unserer Zivilisation, das ‚Du sollst nicht töten‘ lautet und das auch im Mittelpunkt des hippokratischen Eides steht. Im französischen System wird nun eine Art Ungleichgewicht im Umgang mit dem Tod geschaffen; darüber sind wir sehr besorgt, da uns dieses Gesetz doch als ein Gesetz des Ausgleichs präsentiert wird. Wir haben darauf hingewiesen, dass dieses Ungleichgewicht zu einer Reihe von mittel- und langfristigen Problemen führen kann, die heute schon in Ländern zu beobachten sind, die die Sterbehilfe legalisiert oder entkriminalisiert haben, wie Kanada, Belgien und Holland.“

Frankreich: Bischöfe kritisieren Gesetzesvorhaben zu aktiver Sterbehilfe - Radio Vatikan

Was die Bischöfe fürchten, ist ein „Abgleiten“, eine Rutschbahn in eine Gewöhnung an die Euthanasie, eine „Banalisierung“. Jordy fürchtet auch das, was seiner Beobachtung nach in Kanada eingetreten sei, nämlich ein „wirtschaftsliberales Abdriften, ein Herangehen an die Frage vor allem unter finanziellen Gesichtspunkten“. In der parlamentarischen Kommission habe man den Bischöfen versichert, „dass in Frankreich sehr strenge Kriterien gelten werden und dass es niemals zu Auswüchsen kommen wird“. Aber es macht die Bischöfe misstrauisch, dass im Gesetzentwurf nur, einigermaßen euphemistisch, von einer „Hilfe zum Sterben“ die Rede ist.

Unklare Redeweise - am Rand zur Manipulation

„Es wird nicht klar gesprochen. Es gibt sogar Wörter, bei denen man das Gefühl hat, dass ihre Bedeutung verändert wurde, damit sie Dinge sagen, die sie nicht sagen wollen. Zunächst einmal fehlen das Wort Euthanasie und der Ausdruck ‚assistierter Suizid‘ im Text. Pflegekräfte, Juristen, der Staatsrat, alle weisen darauf hin, dass da die entscheidenden Worte fehlen. Und dann gibt es da noch das berühmte Wort ‚Brüderlichkeit‘. Man spricht von Gesten, die Gesten der Brüderlichkeit sein sollen. Die Bedeutung dieses Wortes wird auf eine begrenzte, utilitaristische Sicht von Solidarität reduziert… Wir haben es hier wirklich mit einer Nebelwand zu tun, denn das, was man sagen will, sagt man nicht wirklich. Und das, was man sagen müsste, wird nicht gesagt: dass nämlich diese umgedeutete republikanische Brüderlichkeit das Recht auf Tötung erlauben würde. Da befinden wir uns manchmal, vielleicht, sogar am Rande der Manipulation.“

Aber was meinen die Bischöfe, was meint Erzbischof Jordy, wenn er durch das Gesetz zum Lebensende „eine Art Ungleichgewicht im Umgang mit dem Tod“ befürchtet? Um diese Frage zu beantworten, verweist er auf Länder, in denen Sterbehilfe und assistierter Suizid längst legal sind.

Rutschbahn zur Banalisierung von Euthanasie

„In Belgien ist man innerhalb von zehn Jahren von sehr strengen Kriterien - es handelte sich nur um volljährige Personen - zu minderjährigen Personen übergegangen. Inzwischen sind in Belgien sogar Kinder betroffen! Zweitens haben wir gesehen, dass die Überwachung, wie das Gesetz zum Lebensende in Belgien angewandt wird, sehr kompliziert ist; trotz des bestehenden, geregelten Verfahrens findet in Belgien etwa ein Drittel der Sterbehilfe heimlich statt, und der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte hat Belgien gerade wegen dieser mangelnden Kontrolle gerügt. In Kanada wiederum hat man einen Effekt beobachtet, den wir für äußerst problematisch halten: Je mehr für die Sterbehilfe geworben wird, desto mehr verschwindet die Palliativmedizin, und nach und nach wird sie ausgeblendet.“

Das Gesetz zum Lebensende werde in Frankreich vollmundig als ein „Gesetz der Freiheit“ bezeichnet. Doch das hält der Erzbischof für Getrickse; in Wirklichkeit werde man mit diesem Gesetz bald feststellen, dass es keine Freiheit mehr gebe.

„Ganz einfach, weil man dann nicht mehr die Wahl hat. Damit es Freiheit gibt, muss es eine Wahl geben. Wenn Sie nur noch die Euthanasie zur Auswahl haben, weil die palliativmedizinische Versorgung nach und nach mangelhaft geworden ist, haben Sie keine Wahl mehr! Außerdem wird die Freiheit zutiefst verletzt, wenn man die Euthanasie banalisiert und diese morbide Mentalität so sehr um sich greift, dass die Menschen das Gefühl haben, die einzige Lösung für sie bestehe darin, ja zur Euthanasie und zum assistierten Suizid zu sagen. Wir sollten sehr vorsichtig sein. Was wir derzeit mit Blick auf Kanada und in gewisser Weise auch Belgien auf uns zukommen sehen, beunruhigt uns sehr.“

Für einen Gewissensvorbehalt

Er habe die Parlamentarier auch auf die „wirtschaftsliberale Dimension des Themas“ angesprochen, berichtet der Erzbischof. Das habe die Abgeordneten ziemlich verärgert. Und er nehme ihnen ja auch ab, dass sie es nicht darauf abgesehen hätten. Aber nach einer Weile stelle sich nun mal in einem Land, in dem Euthanasie erlaubt sei, folgender Gedanke ein: Es ist so teuer, sterbenskranke Menschen am Leben zu halten, wie kann man diese Investitionen rechtfertigen? Da ist sie, die „Rutschbahn“, die „Banalisierung der Sterbehilfe“. Erzbischof Jordy erinnert demgegenüber an den hippokratischen Eid, den jeder Arzt ablegt.

„Ich kann mir gut vorstellen, dass es in der Ärzteschaft viel Unbehagen gegenüber diesem Gesetzesvorhaben gibt. Wir wollen eine Gewissensklausel für Pfleger und sogar eine institutionelle Gewissensklausel in bestimmten Krankenhäusern, in Altersheimen und in Pflegeheimen… Wir sind der Meinung, dass es unbedingt möglich sein muss, eine solche Gewissensklausel zu haben.“

Bischöfe wollen am Thema dranbleiben

Auf ihrer Frühjahrsvollversammlung in Lourdes hat die Bischofskonferenz vier Bischöfe beauftragt, eng an dem Thema dranzubleiben. „Wir treffen uns alle zwei Monate mit Akteuren, die mit der Frage des Lebensendes zu tun haben: Ärzten, Pflegeverbänden, Juristen, Bloggern und Ethikern. Dabei denken wir darüber nach, wie wir Einfluss auf diese Debatte nehmen können. Wir wollen auch einen Schulterschluss mit den anderen Kirchen und Religionen erreichen. Und wir wollen diese Debatte nicht nur kurz-, sondern längerfristig prägen. Darauf hinweisen, was in Ländern wie Kanada, Belgien, Holland oder auch der Schweiz passiert. Überlegen, wie Frankreich vor bestimmten Versuchungen und Verschiebungen oder vor vermeintlichen ‚Fortschritten‘ bewahrt werden kann. Es ist nicht klar, wie wir bestimmte Verschiebungen verhindern sollen, die äußerst dramatische Folgen haben könnten.“ (vn 27.4.)

 

 

 

 

„Künstliche Intelligenz: Interkulturelle Reflexionen aus Wissenschaft und Kirche“

 

Jahresakademie des Katholischen Akademischen Ausländer-Dienstes  

Gestern (25. April 2024) wurde in Bonn die 37. Jahresakademie des Katholischen Akademischen Ausländer-Dienstes (KAAD) eröffnet. Noch bis Sonntag versammeln sich rund 250 Teilnehmende aus 50 Ländern, um sich aus einer interdisziplinären und interkulturellen Perspektive mit der wachsenden Bedeutung von Künstlicher Intelligenz (KI) zu beschäftigen.

„Angesichts der neuen Technologien und der damit einhergehenden lernenden Maschine muss die Frage danach, was das Mensch-Sein eigentlich ausmacht und wie sich Mensch und Maschine zueinander verhalten, noch einmal neu gestellt werden“, reflektierte Weihbischof Dr. Dr. Anton Losinger (Augsburg), Bischöflicher Beauftragter für den KAAD. „Die Beschäftigung mit den Chancen und Herausforderungen einer derart weltbewegenden facettenreichen technischen Transformation, die so viele Lebensbereiche berührt“, obliege heutigen und zukünftigen Verantwortungsträgern in besonderer Weise. Für die Wissensgesellschaft ergebe sich ein „Gestaltungsauftrag“, der „unsere Verantwortung als Gesellschaft und Rechtsstaat fordert“, erläuterte er in seinem anschließenden Vortrag „Dilemmata in der neuen Form der Wissensgesellschaft: Ethische Reflexionen“.

 

Auf die vielfältigen Einsatzmöglichkeiten von KI mit Blick auf die Gesellschaften des Globalen Südens und die Verantwortung, die diesem Einsatz zugrunde liegt, ging Prof. Dr. Jerry John Kponyo ein. Der ehemalige KAAD-Stipendiat ist Mitbegründer des Responsible AI Network Africa (RAIN Africa) und Professor für Informations- und Kommunikationstechnologie an der Kwame Nkrumah University of Science and Technology in Ghana. Er nahm auf grundlegende ethische Fragestellungen Bezug – so müssten bei der Entwicklung von Algorithmen und der Erstellung von Datensätzen „gerechte und konkrete Vorhersagen und Lösungen“ gewährleistet werden, um zu verhindern, „dass bestehende soziale Vorurteile gegenüber bestimmten Gruppen von Menschen durch KI unwissentlich gefördert werden“, resümierte Prof. Kponyo.

„Zwischen den Ländern des Globalen Nordens und des Globalen Südens gibt es große Unterschiede in der Wahrnehmung von Risiken und potenziellem Nutzen der KI“, unterstrich KAAD-Generalsekretärin Dr. Nora Kalbarczyk. Diese Unterschiede sowie neue Perspektiven und Herangehensweisen im Diskurs über den Einsatz von KI herauszuarbeiten, sei eines der Ziele dieser Jahresakademie. KAAD-Präsident P. Dr. Hans Langendörfer SJ betonte, dass die „menschliche Wachheit, intellektuelle Ernsthaftigkeit und spirituelle Offenheit“, die er im weltweiten Netzwerk des KAAD und insbesondere bei der Jahresakademie erlebe, eine „besondere, nicht selbstverständliche Erfahrung von Kirche in der Welt“ sei. Auf dieser Grundlage ließe sich – mit Papst Franziskus gesprochen – gut fragen, wie KI „in den Dienst der Menschheit und des Schutzes unseres gemeinsamen Hauses gestellt werden kann“.

Am Freitag setzten sich insgesamt fünf thematische Foren mit verschiedenen Anwendungsbereichen von KI auseinander. In ihnen wurde erörtert, ob sie ein „Gamechanger“ für die Entwicklungszusammenarbeit sei, inwiefern KI-generierte Falschmeldungen eine Gefahr für die Demokratie darstellten, welche Möglichkeiten und Herausforderungen sie für Gesundheitssysteme im Globalen Süden bieten und was KI für menschliche Sprache und Kommunikation bedeute. Neben der Wissenschaftsjournalistin Dr. Manuela Lenzen und dem Leiter der Abteilung Neue Medien beim ZDF, Andreas Grün, brachten auch Dr. Theresa Züger, Leiterin der Forschungsgruppe Public Interest AI am Humboldt Institut für Internet und Gesellschaft, Dr. Christian Stein von der Humboldt-Universität Berlin sowie Phidelis Wamalwa vom Institute of Global Health der Universität Heidelberg ihre Expertise ein.

Bis zum Abschluss der Jahresakademie stehen unter anderem noch ein internationaler Festgottesdienst sowie die Verleihung des Preises der KAAD-Stiftung Peter Hünermann an den ukrainischen Kirchenhistoriker Prof. Dr. Oleh Turiy an. Während eines von KAAD-Stipendiatinnen und Stipendiaten getragenen musikalischen Festaktes wird Prof. Turiy am Freitagabend für sein wissenschaftliches und kirchliches Engagement, für seine Bemühungen in der ökumenischen Begegnung in seinem Heimatland und seinen Einsatz für eine demokratische Ukraine gewürdigt.

Hintergrund - Der KAAD e. V. (Katholischer Akademischer Ausländer-Dienst) ist das Stipendienwerk der katholischen Kirche in Deutschland für Postgraduierte, Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler aus Ländern Asiens, Afrikas, Lateinamerikas, des Nahen und Mittleren Ostens sowie Mittel- und Osteuropas.

Durch Stipendien, Bildungsveranstaltungen sowie persönliche und spirituelle Begleitung fördert der KAAD seine Stipendiatinnen und Stipendiaten mit Blick auf eine multiplikatorische Tätigkeit in ihren Heimatländern, sodass sie Führungsaufgaben bei der gesellschaftlichen und kulturellen Entwicklung aus sozialer Verantwortung und kirchlichem Engagement wahrnehmen können. Dies geschieht in Kooperation mit Partnergremien und Vereinen ehemaliger Stipendiatinnen und Stipendiaten in diesen Ländern mit dem Ziel einer (wissenschaftlichen) Netzwerkbildung und eines Beitrags zu einer ganzheitlichen Entwicklung, die die religiöse und interreligiöse Dimension einschließt.

Der KAAD ging aus einer Initiative des Katholikentags von Fulda 1954 hervor. 1958 wurde er als gemeinnütziger Verein mit Sitz in Bonn eingetragen. Seitdem wurden ca. 10.600 Stipendiatinnen und Stipendiaten aus siebzig Ländern gefördert. Weitere Informationen zum KAAD sind unter www.kaad.de verfügbar.  Dbk 26

 

 

 

„Besser Verhandlungsfrieden als endloser Krieg“

 

„Ein ausgehandelter Friede ist besser als endloser Krieg“. Das sagte Papst Franziskus am Mittwoch in einem Interview mit dem US-Sender CBS.

Er rufe alle kriegführenden Länder auf, sich um eine Beilegung der Feindseligkeiten zu bemühen, so der Appell des katholischen Kirchenoberhaupts: „Versucht zu verhandeln, sucht den Frieden“. Damit bezog Franziskus sich sowohl auf den Ukraine-Krieg als auch auf den Nahostkonflikt und weitere Krisenherde in aller Welt. Teile des Interviews wurden in der vergangenen Nacht ausgestrahlt, eine längere Fassung wird am kommenden Sonntag publiziert.

„Diese Kinder wissen nicht, wie man lächelt“

Besorgt zeigte sich der Papst erneut über die Folgen des Ukraine-Kriegs auf Kinder: „Diese Kinder wissen nicht, wie man lächelt. Ich sage ihnen etwas, aber sie haben vergessen, wie man lächelt. Und wenn ein Kind vergisst, zu lächeln, ist das sehr ernst.“ Der Papst ruft immer wieder zu Friedensverhandlungen für die Ukraine auf; als er vor Ostern in einem Interview erklärte, dass es den Mut brauche, „die weiße Fahne“ zu hissen, sorgte das international für eine heftige Kontroverse und brachte ihm viel Widerspruch ein. Der Vatikan stellte klar, dass der Papst keineswegs zu einer Kapitulation der Ukraine habe aufrufen wollen.

Papst in CBS-Interview: Besser Verhandlungsfrieden als endloser Krieg - Radio Vatikan

Papst betet für Waffenstillstand im Gazastreifen

Franziskus ließ wissen, dass er für einen Waffenstillstand im Gazastreifen bete und jeden Abend in der einzigen katholischen Pfarrei dort anrufe. Der Frage, ob man angesichts der Gaza-Offensive des israelischen Militärs von Völkermord sprechen könne, wich der Papst aus. Stattdessen versetzte er, die Lage im Gazastreifen sei „sehr hart, sehr hart"; die Menschen müssten um Nahrung kämpfen. In der Pfarrei in Gaza-Stadt im Norden des Gazastreifens harren mehrere hundert Katholiken aus. 

„Der Klimawandel existiert“

Zu seiner Gesundheit äußerte Franziskus, es gehe ihm gut. Er warnte davor, den Klimawandel für nichtexistent zu halten, und bekräftigte einmal mehr, dass in der Kirche Platz für alle sei: „Ich würde sagen, dass es immer einen Platz gibt. Wenn der Pfarrer in einer Pfarrei nicht einladend wirkt – na gut, dann suchen Sie woanders, es gibt immer einen Platz, immer. Laufen Sie nicht vor der Kirche weg. Die Kirche ist sehr groß.“ (vn 25)

 

 

 

Pessach in schwierigen Zeiten: "Wir denken auch an die Geiseln"

 

Gestern Abend hat für Jüdinnen und Juden das Pessach-Fest begonnen. Es erinnert an die Befreiung des Volkes Israel aus der ägyptischen Sklaverei. Dieses Jahr steht das Fest unter dem Eindruck des Terrorangriffs der Hamas auf Israel.

Von Astrid Uhr u. Felicia Klinger

In der Speisekammer stehen schon Salatschüsseln, Fischplatten und Gemüse bereit. Essen spielt eine wichtige Rolle beim jüdischen Pessach-Fest, das dem Auszug der Juden aus Ägypten gedenkt. Im Festsaal der Israelitischen Kultusgemeinde in Amberg sind die Tische für 90 Gäste gedeckt. Doch ein Tisch bleibt dieses Jahr leer. "Am Pessach-Fest denken wir auch an die Geiseln, die immer noch in der Gefangenschaft der Hamas sind", sagt Rabbiner Elias Dray.

Auf den vier Stühlen, die an dem leeren Tisch stehen, erinnern Fotos mit Namen an die noch vermissten Geiseln. Einer von ihnen ist der 34-jährige Yarden Bibas, 34 Jahre alt. Auf dem Foto aus guten Zeiten hält er sein Baby auf dem Arm. "Wir wünschen uns, dass sie frei sind, dass sie wieder mit ihren Familien feiern können und dass es wieder Frieden gibt", sagt Rabbiner Dray.

Auf der ganzen Welt bleibt ein Stuhl am Seder-Abend leer

Viele Juden aus der ganzen Welt haben am Seder-Abend, dem Auftakt des Pessach-Festes, in ihren Familien einen Stuhl leer gelassen, um die Abwesenheit der Geiseln und der mehr als 1.200 am 7. Oktober Ermordeten zu symbolisieren. Auch der israelische Ministerpräsident Netanjahu erinnerte in einer Botschaft zum Pessach-Fest an die festgehaltenen Geiseln. "Während wir uns um den Seder-Tisch versammeln, um an unseren Weg aus der Sklaverei in die Freiheit zu erinnern und ihn zu feiern, sind unsere Herzen schwer angesichts der Not der 133 Israelis, die in den Terrortunneln der Hamas gefangen bleiben", schrieb er auf der Plattform X.

Vor Netanjahus Haus protestierten unterdessen Hunderte Menschen gegen dessen zögerliche Haltung bei den Geiselverhandlungen und forderten ihn auf, für die Freilassung ihrer Angehörigen zu sorgen. "Es gibt keine Freiheit, solange die Entführten in den Händen der Hamas bleiben. Netanjahu, der es versäumt hat, den Krieg angemessen zu führen und die Gefangenen zurückzuholen, kann nicht weiter führen", hieß es in einer Erklärung.

Mit leeren Stühlen wird in der jüdischen Gemeinde in Amberg an die Geiseln erinnert, die sich noch in der Gefangenschaft der Hamas befinden.

Unter den Festgästen in Amberg ist auch Dorothea Woiczeckowski-Fried. Sie ist 83 Jahre alt und hat den Holocaust überlegt. Heute lebt sie in Tirschenreuth und ist extra zum Pessachfest nach Amberg gekommen. Auch sie denkt an die Geiseln und den Krieg. "Das Wichtigste ist Frieden. Frieden in der ganzen Welt", sagt sie.

Das ständige Ringen um Freiheit prägt die Geschichte des jüdischen Volkes. An die Flucht aus Ägypten sollen auch die vielen symbolischen Speisen beim Sedar-Abend erinnern, mit dem das Pessach-Fest beginnt. So lag etwa vor jedem Teller im Speisesaal der Jüdischen Gemeinde in Amberg gestern einfaches, ungesäuertes Matzen-Brot. Das Brot, das nur aus Mehl und Wasser besteht, wurde so auch vor 3.000 Jahren in der ägyptischen Gefangenschaft gegessen. "Als die Juden aus Ägypten ausgezogen sind, hatten sie keine Zeit", erklärt Rabbiner Elias Dray. Der Teig konnte nicht mehr gesäuert werden und wurde rasch fertig gebacken. So ist das Matzen-Brot entstanden.

"Dieses Jahr haben wir auch viel Bitterkeit erlebt"

Für die Gäste liegen zum Festbeginn auf dem sogenannten Seder-Teller noch weitere symbolische Speisen bereit. Es gibt etwa "Seroa", ein Stück Lammknochen. Es erinnert daran, dass Gott Moses angewiesen hatte, ein Lamm zu opfern. Mit dem Blut der Tiere markierten die jüdischen Familien ihre Türpfosten, damit ihre Erstgeborenen nicht getötet werden.

"Dann haben wir das Maror, das Bitterkraut. Dieses Jahr haben wir auch viel Bitteres erlebt", sagt Rabbiner Drey. Außerdem gibt es "Karpas". Karpas ist hebräisch und bezeichnet rotes Gemüse, in Amberg liegen deswegen Radieschen auf dem Teller. Elias Drey erklärt, dass es an Freiheit erinnert: "Man taucht das dann in Salzwasser ein. Das ist auch Traurigkeit, aber trotzdem: Wir sind freie Menschen geworden, nur freie Menschen tauchen in Wasser ein." Daneben liegt ein Ei zur Erinnerung an das Festtagsopfer. Doch vor dem Essen wird erst Gottesdienst gefeiert.

Gegen 20 Uhr gestern Abend füllt sich die Synagoge in Amberg immer mehr. Unter den Besuchern sind auch Verwandte, die extra aus Israel und Amerika angereist sind. Nun feiern alle zusammen acht Tage lang Pessach. Das in der Küche der Synagoge vorgekochte Festessen reicht auf jeden Fall für zwei Tage.

Mit Informationen der KNA. BR 25

 

 

 

„Göttliche Tugenden sind Gegengift gegen Selbstgenügsamkeit"

 

Die göttlichen Tugenden - Glaube, Hoffnung und Liebe – sind die Grundhaltungen, die das Leben der Christen kennzeichnen. Sie werden bei der Taufe empfangen und „in der Beziehung zu Gott gelebt”. So sei der Christ nie allein. Darauf hat Papst Franziskus in seiner Katechese an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz hingewiesen.

Zu Beginn seiner Katechese forderte Papst Franziskus die Gläubigen auf dem Petersplatz auf, gemeinsam mit ihm die drei göttlichen Tugenden zu sagen: „Glaube, Hoffnung und Liebe. Sagen wir gemeinsam: Glaube, Hoffnung… ach, ich kann nichts hören! Lauter: Glaube, Hoffnung und Liebe. Ja, das habt ihr gut gemacht!“, lobte der Papst die anwesenden Gläubigen. Diese drei göttlichen Tugenden, fuhr das Kirchenoberhaupt fort, ergänzten die vier Kardinaltugenden – Besonnenheit, Gerechtigkeit, Tapferkeit und Mäßigung –, die Teil einer vorchristlichen Weisheit sind.

Der Christ ist nie allein

Das Risiko der Kardinaltugenden bestehe allerdings darin, Männer und Frauen zu motivieren, heldenhaft Gutes zu tun und dabei jedoch „ganz allein und isoliert“ zu sein. Das Geschenk der christlichen Tugenden – Glaube, Hoffnung und Liebe – liege hingegen „in der erfahrbaren Existenz des Heiligen Geistes. Der Christ ist nie allein“. Auf dem Weg zur Fülle des Lebens, die zur Bestimmung eines jeden Menschen gehöre, „genießt der Christ den besonderen Beistand des Heiligen Geistes, des Geistes Jesu“, erklärte Franziskus.

Stolz ist „ein starkes Gift“

Die christlichen Tugenden bewahrten die Gläubigen davor, eingebildet und arrogant zu werden. Stolz sei ein „starkes Gift: Ein Tropfen davon reicht aus, um ein ganzes, auf Güte ausgerichtetes Leben zu verderben. Ein Mensch kann einen Berg von guten Taten vollbracht haben, er kann Anerkennung und Lob geerntet haben, aber wenn er all das nur für sich selbst getan hat, um sich selbst zu erhöhen, kann er sich dann noch tugendhaft nennen?“, fragte der Papst.

Nicht das Ego übernehmen lassen

Das Gute, erinnerte Franziskus, sei nicht nur ein Ziel, sondern auch ein Weg. „Das Gute braucht viel Diskretion, viel Freundlichkeit.“ Besonders aber müsse das Gute von der lästigen Präsenz des Egos befreit werden, denn wenn das „Ich“ im Mittelpunkt stehe, sei alles ruiniert. Die göttlichen Tugenden seien eine große Hilfe dabei, nicht das Ego übernehmen zu lassen.

„Alle irren im Leben“

„Alle irren im Leben: der Verstand ist nicht immer klar, der Wille nicht immer fest, die Leidenschaften sind nicht immer beherrscht, der Mut überwindet nicht immer die Angst.“ Doch wenn wir unsere Herzen dem Heiligen Geist öffnen, so der Papst, belebe er die göttlichen Tugenden in uns. Dann erweiche Gott unser verhärtetes Herz durch die Kraft des Geistes mit seiner Liebe.

Gebetsaufruf für Frieden in der Welt

Am Ende der Generalaudienz rief Papst Franziskus zum Gebet für den Frieden in der Ukraine, in Israel und Palästina und in Myanmar auf, sowie in allen Ländern, die sich im Krieg befinden. Er verwies zudem erneut auf die vom Heiligen Stuhl favorisierte Zweistaatenlösung für Palästina und Israel, damit beide Staaten „frei und mit guten Beziehungen leben“ können. (vn 24.4.)

 

 

 

 

106.000 Abtreibungen 2023. Höchststand seit 2012

 

Im vergangenen Jahr sind in Deutschland 106.000 Abtreibungen vorgenommen worden. Das waren rund 2,2 Prozent mehr gemeldete Fälle als im Vorjahr mit rund 104.000 Fällen und markiert einen Höchststand seit 2012 mit 107.000 Abtreibungen, wie das Statistische Bundesamt (Destatis) am Mittwoch mitteilte.

2022 hatte es bereits ein Plus von 9,9 Prozent gegenüber dem niedrigen Niveau des Jahres 2021 (rund 95.000 Fälle) gegeben. Demnach lag die Zahl der Abbrüche auch über dem Niveau der Jahre 2014 bis 2020, als stets zwischen rund 99.000 und 101.000 Fälle gemeldet wurden. Anhand der vorliegenden Daten lässt sich keine klare Ursache für die weitere Zunahme für 2023 erkennen, so die Statistiker.

Sieben von zehn Frauen (70 Prozent), die 2023 einen Schwangerschaftsabbruch durchführen ließen, waren zwischen 18 und 34 Jahren alt, 19 Prozent waren 35 bis 39. Acht Prozent der Frauen waren 40 Jahre und älter, drei Prozent jünger als 18 Jahre. 42 Prozent der Frauen hatten vor der Abtreibung noch kein Kind geboren, hieß es.

Nur wenige Fälle wegen Gewalt oder aus medizinischen Gründen

96 Prozent der 2023 gemeldeten Abbrüche wurden nach der sogenannten Beratungsregelung vorgenommen. Indikationen aus medizinischen Gründen und aufgrund von Sexualdelikten waren in vier Prozent der Fälle die Begründung. Die meisten Abtreibungen (48 Prozent) wurden mit der Absaugmethode (Vakuumaspiration) durchgeführt, bei 38 Prozent wurde das Mittel Mifegyne verwendet.

Bei den Altersgruppen zeigt sich eine unterschiedliche Entwicklung: Stark zurück ging die Zahl in den Altersgruppen 15 bis 17 Jahre (-23,8 Prozent, -800 Fälle), 18 bis 19 Jahre (-17,1 Prozent, -1.000 Fälle) und 20 bis 24 Jahre (-15,2 Prozent, -3.600 Fälle). Dagegen stiegen die Abbrüche in den Altersgruppen 30 bis 34 Jahre (+14,9 Prozent, +3.300 Fälle), 35 bis 39 Jahre (+32,7 Prozent, +5.000 Fälle) und 40 bis 44 Jahre (+15,6 Prozent, +1.100 Fälle) deutlich.

Teils sei diese Entwicklung darauf zurückzuführen, dass zeitgleich die Zahl der 15- bis 24-jährigen Frauen um 6,1 Prozent gesunken ist, so das Statistikamt. Demgegenüber nahm die Zahl der 30- bis 34-jährigen Frauen um 9,0 Prozent sowie der 35- bis 39-Jährigen um 15,4 Prozent zu.

Kirche steht gegen Abtreibung

Derzeit wird in Deutschland auch eine Liberalisierung der geltenden Abtreibungsregeln heiß diskutiert. Die Bischöfe haben sich mit Blick auf die Menschenwürde des ungeborenen Kindes entschieden gegen die von einer Experten-Kommission vorgebrachten Vorschläge ausgesprochen. Auch Papst Franziskus verurteilt Abtreibung immer wieder scharf. (kna/vn 24.4.)

 

 

 

 

Abschieben nach Ruanda: Caritas kritisiert britische Asylentscheidung

 

Caritas und Pro Asyl haben die Entscheidung des britischen Parlaments zur systematischen Abschiebung von Asylsuchenden nach Ruanda als unmenschlich kritisiert. Das „Ruanda-Modell" führe zu menschlichem Leid und spiele „Schmugglern und skrupellosen Mittelsmännern" in die Hände, kritisierte die Präsidentin des Deutschen Caritasverbandes, Eva Maria Welskop-Deffaa, am Dienstag in Berlin.

 „Die Verlagerung der Migrationsfrage in vermeintlich sichere Drittstaaten ist nicht die Antwort - weder im Vereinigten Königreich, noch in Deutschland", so die Caritaspräsidentin. Pro Asyl kritisierte den sogenannte Ruanda-Deal als „menschenrechtswidrig und dysfunktional".

Mit dem am Dienstag verabschiedeten Gesetz will die britische Regierung alle Menschen nach Ruanda abschieben, die ohne Genehmigung ins eigene Land kommen. In dem afrikanischen Staat sollen sie dann ihren Asylantrag stellen und gegebenenfalls dort bleiben. Eine Rückkehr nach Großbritannien ist nicht vorgesehen. Der Oberste Gerichtshof in London hatte die Pläne für rechtswidrig erklärt. Im Gegenzug nahm die konservative Parlamentsmehrheit nun Ruanda allerdings in die Liste der sicheren Drittstaaten auf.

Oliver Müller, Leiter von Caritas international, dem Hilfswerk des Deutschen Caritasverbandes, betonte: „Der Schutz des menschlichen Lebens muss immer wichtiger sein als der Grenzschutz oder gar eine Abschottung Europas". Pro Asyl sieht die britische Regierung mit dem Ruanda-Gesetz "auf gefährlichem Kollisionskurs mit Rechtsstaatlichkeit und Menschenrechten". Die Rechtsexpertin von Pro Asyl, Wiebke Judith, sprach von einem „dunklen Tag für den Flüchtlingsschutz und für den britischen Rechtsstaat".

Es sei erschreckend, dass auch deutsche Politiker „diesem zerstörerischen Plan nacheifern und die Illusion nähren, durch solche Modelle ließe sich Flucht verhindern", so Judith. Vorausschauender wäre es, sich stattdessen für eine effektive Unterstützung der Kommunen und für mehr sichere Fluchtwege einzusetzen. Mit dem Gesetz untergrabe die britische Regierung nicht nur den weltweiten Flüchtlingsschutz, sondern auch den europäischen Menschenrechtsschutz. Laut Pro Asyl führen derartige Vereinbarungen regelmäßig zu gravierenden Menschenrechtsverletzungen, wie etwa Abschiebungen trotz drohender Gefahren für Leib und Leben oder auch zu willkürlichen Inhaftierungen. (kna 23.4.)

 

 

 

„Gott ist ein Freund des Lebens“

 

Stellungnahme des Ständigen Rates der Deutschen Bischofskonferenz aus Anlass des Berichts der Kommission zur reproduktiven Selbstbestimmung und Fortpflanzungsmedizin

Der Ständige Rat der Deutschen Bischofskonferenz hat bei seiner gestrigen Sitzung (22. April 2024) die nachfolgende, einstimmig angenommene Stellungnahme zu aktuellen Fragen des Lebensschutzes verfasst.

 

In großer Sorge nehmen wir die aktuelle Debatte um Fragen des Lebensschutzes in unserem Land wahr. Konkreter Anlass unserer Überlegungen ist der am 15. April 2024 veröffentlichte Bericht der von der Bundesregierung beauftragten Kommission zur reproduktiven Selbstbestimmung und Fortpflanzungsmedizin. Das Leben des Menschen ist schutzwürdig von allem Anfang an bis zum natürlichen Tod. Dies gilt es zu beachten und zu bewahren, bei allem Respekt vor der Gewissensentscheidung jeder einzelnen Person. Deshalb ist es unsere Pflicht als Bürgerinnen und Bürger und auch die Pflicht der staatlichen Gemeinschaft, sich mit allem Nachdruck für den Schutz des menschlichen Lebens einzusetzen. Wenn hier die Grundprinzipien unserer Rechtsordnung verschoben werden, hat dies weitreichende und nicht absehbare Konsequenzen.

 

Das Recht auf Selbstbestimmung ist in der Grundordnung unserer Gesellschaft ein hohes Gut. Die Möglichkeit, gerade in schwierigen Lebenssituationen schwerwiegende und folgenreiche Entscheidungen im Einklang mit dem eigenen Gewissen treffen zu können, hat auch aus der Perspektive eines christlichen Menschenbildes einen besonderen Stellenwert, nicht zuletzt angesichts der unantastbaren Würde des Menschen. Deshalb ist es uns wichtig, die Frauen in ihrer individuellen Situation des Schwangerschaftskonflikts achtsam wahrzunehmen, der Würde der Frau mit Achtung zu begegnen und ihr Selbstbestimmungsrecht nicht in ungebührlicher Weise einzuschränken. Das Leben des Kindes kann ohne die Mutter nicht geschützt werden.

 

Es ist jedoch unverzichtbar, in diesem Zusammenhang auch