DE.IT.PRESS
Notiziario Religioso della comunità italiana in
Germania - redazione: T. Bassanelli - Webmaster: A. Caponegro IMPRESSUM
Notiziario religioso, febbraio 2026
Il ricordo delle vite spezzate in strada
In Italia migliaia di persone senza dimora affrontano
ogni giorno gelo, precarietà e isolamento sociale. Nel 2025 sono morte 414
persone, soprattutto uomini e stranieri provenienti da Paesi extraeuropei. La
Comunità di Sant’Egidio ricorda ogni anno Modesta Valenti, morta nel 1983 alla
stazione Termini, simbolo delle vittime invisibili – di Raffaele Iaria
Sono migliaia le persone senza dimora che ogni giorno
affrontano il gelo delle strade e una serie di difficoltà che mettono a rischio
la loro salute e, spesso, la loro stessa vita. A queste condizioni estreme si
aggiungono problemi materiali, precarietà e un profondo isolamento sociale, che
rendono ancora più fragile la loro quotidianità.
Nel corso del 2025 sono morte 414 persone senza dimora,
secondo l’ultimo report La strage invisibile della Fio.PSD, la Federazione
Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora. Le morti in strada riguardano
soprattutto uomini (91,5%) e persone di nazionalità straniera (56,5%), con una
significativa prevalenza di cittadini provenienti da Paesi extraeuropei (45%),
in particolare Marocco e Tunisia. Quest’anno la Fio.PSD ne ha già registrate
31. La Federazione ha inoltre ricevuto da Istat l’incarico per la “Rilevazione
sulle persone senza dimora”, svolta questa settimana nei 14 comuni delle aree
metropolitane italiane: un’occasione preziosa per aggiornare i dati e
migliorare la capacità di intervento sui territori.
In questi giorni la Comunità di Sant’Egidio ricorda, con
preghiere e momenti di incontro, queste persone. Ogni anno, infatti, il 31
gennaio viene commemorata Modesta Valenti, la donna che nel 1983 morì alla
stazione Termini dopo che un’ambulanza rifiutò di soccorrerla perché era
sporca. Aveva 71 anni. Nata a Trieste nel 1912, visse gli ultimi anni per
strada a Roma. Fu incontrata nel 1982 da alcuni giovani di Sant’Egidio vicino a
Santa Maria Maggiore: chiedeva l’elemosina con timidezza e parlava in friulano.
Con il tempo raccontò frammenti della sua vita, il “quartin” lasciato a Trieste
e il doloroso ricovero in manicomio. Diceva di essere venuta a Roma per vedere
il Papa e amava camminare fino a San Pietro. Il 31 gennaio 1983, dopo una notte
al freddo alla stazione Termini, si sentì male. Un’ambulanza rifiutò di
soccorrerla perché aveva i pidocchi. Rimase a terra, senza aiuto, finché morì
prima che arrivasse un ultimo mezzo di soccorso.
Il suo nome, insieme a quello di molti altri senza dimora
morti negli anni nelle strade della capitale, viene letto pubblicamente durante
una celebrazione che si terrà domenica mattina nella Basilica di Santa Maria in
Trastevere, per ricordare che le morti per freddo, stenti, malattie non curate
o violenze non devono essere dimenticate. Ieri, 29 gennaio, una delegazione di
Sant’Egidio, insieme a rappresentanti della diocesi, della Caritas e delle
Ferrovie dello Stato, si è recata nel luogo della morte di Modesta per una
commemorazione simbolica, a testimoniare che il ricordo non si è affievolito,
ma è diventato generativo di un impegno che da Roma si è esteso all’Italia e
oltre. Il presidente di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha definito questo
impegno “una forma di protesta civile e una responsabilità umana e sociale,
quella di chi si prende cura della propria città”. Modesta Valenti, ha
ricordato, era una persona e una cittadina “prima isolata, poi invisibile,
infine rifiutata”, invitando a vigilare perché “i diritti della persona umana,
come quelli dei popoli, sono sempre più soggetti a limitazioni”. Anche Giustino
Trincia, direttore della Caritas di Roma, ha richiamato la responsabilità
collettiva e l’importanza della sinergia sviluppata con la Comunità e le
istituzioni cittadine: “La straordinaria vocazione di Roma, capitale universale
di storia, bellezza, arte, cultura e religione – ha detto – si misura da come
sa farsi prossima a chi è più esposto, a chi vive ai margini, a chi rischia di
restare invisibile”.
Quello di domenica nella Basilica di Santa Maria in
Trastevere è il primo degli appuntamenti promossi da Sant’Egidio. Sempre a
Roma, nella stessa giornata, si terranno celebrazioni a Laurentino (San Mauro
Abate), Primavalle (San Francesco), San Giovanni (Preziosissimo Sangue) e
Tuscolano (Casa della Comunità). Altre commemorazioni sono previste a
Barcellona (Basilica dels Sants Just i Pastor), Milano (San Bernardino), Novara
(Ognissanti) e Padova (Immacolata). Domenica 8, momenti di preghiera a Roma nei
quartieri Flaminio (Santa Croce), Torrenova (San Gaudenzio) e Trullo (Gesù
Maestro). Sabato 14 febbraio ad Aversa e Savona. Nelle settimane successive, il
ricordo dei senza dimora proseguirà in molte città: Pozna, Torino, Trieste,
Treviso, Catania e altre. Sir 30
Sesta assemblea del sinodo tedesco. Una Chiesa più
sinodale e missionaria
Si è aperta a Stoccarda la sesta assemblea del Synodaler
Weg (29-31 gennaio). Sono trascorsi quasi tre anni (marzo 2023) dalla
precedente, conclusa con molti testi approvati ma molto era rimasto ancora
aperto. Allora si era anche nel pieno del sinodo universale sulla sinodalità,
un incrocio di percorsi che ha portato frutti, tant’è vero che la novità più
evidente è che questa sesta assemblea ha accolto il metodo della conversazione
nello spirito, praticato nelle assemblee del sinodo a Roma. di Paola Colombo
In questo momento mentre scrivo da cronista sul posto, i
sinodali fanno conversazione nello spirito, siedono in gruppi di sette-otto
persone, una di loro fa da facilitatore, valutano questi ultimi tre anni,
ascoltano chi sta parlando, cercando di comprendere le ragioni di ciò che
ascolta. Si vuole evitare il dibattito e crea empatia.
Questa sesta assemblea ha ricordato la presidente del
Comitato centrale dei cattolici tedeschi (Zentralkomitee der deutschen
Katholiken, ZdK), Imre Stetter-Karp nella conferenza stampa di apertura, ha due
obiettivi, fare una valutazione se e come sono state implementate le delibere
del Synodaler Weg e dare un’impostazione duratura e permanente alla sinodalità.
Georg Bätzing, presidente uscente della DBK, guarda al
Synodaler Weg come un processo nato con coraggio: „Der Mut, wir machen das!“
ricordando la responsabilità che grava sulla Chiesa cattolica tedesca, per
scandalo degli abusi sessuali, fattore determinante che ha dato inizio al
cammino sinodale tedesco per dare risposte di riforme alle cause sistematiche
degli abusi che sono state individuate dallo MHG-Studie del 2018 (commissionato
dalla conferenza episcopale). Affrontare questa crisi ha portato a un cambio
culturale nella Chiesa, ha aggiunto.
A Stoccarda sono riuniti 177 sinodali, sette osservatori,
undici ospiti stranieri e 15 consulenti. C’è il nunzio apostolico a Berlino,
arcivescovo Nikola Eterovi?, sempre molto critico nei confronti del Synodaler
Weg, caldamente salutato da Bätzing. Mancano un paio di vescovi: il cardinale
Woelki, i suoi vescovi ausiliari, p.e. Dominikus Schwaderlapp, il vescovo di
Regensburg Rudolf Voderholzer.
Uno dei nodi controversi è la creazione di un Consiglio
sinodale (Synodalrat). In questi ultimi tre anni una commissione Synodaler
Ausschuss ha lavorato per dare una forma a una permanente struttura sinodale
sovra diocesana, a fine novembre la commissione ha rilasciato lo statuto che il
Comitato centrale dei cattolici tedeschi ha subito approvato. Nella prossima
Conferenza episcopale di fine febbraio toccherà ai vescovi votare lo statuto.
Se verrà approvato, come c’è da aspettarsi, il passaggio successivo sarà
l’invio a Roma del testo.
Fin qui una sintesi per capire a che punto si è con
questa sesta assemblea. Le cause, le strutture da cambiare, ma c’è dell’altro.
Se la cristianità non esiste più, nel senso che non è la
cifra del contesto sociale, né in Germania, ma neanche in Italia e in molti
altri paesi occidentali, il cristianesimo è missione in questa realtà che,
guardandoci intorno, spaventa un po’ tutti. Questo è il clima con cui è aperta
questa assemblea.
Una chiesa missionaria per il futuro
„Cinque anni di dibattiti appassionati hanno portato a un
cambio di cultura, a un diverso modo di essere insieme fra vescovi e laici. Una
chiesa missionaria e di diaconia in una società secolarizzata ha bisogno di
risolutezza e coraggio e uno sguardo aperto in avanti“. (Imre Stetter-Karp).
Di fronte all’emorragia della Chiesa cattolica,
(registrabile in numeri in Germania, 300.000-500.000 all’anno, per mezzo della
tassa di culto n.d.r.), i servizi caritatevoli sono richiesti più che mai, ha
detto Imre Stetter- Karp alla conferenza stampa di apertura “la nostra voce e
la nostra energia sono richieste nell’impegno per la democrazia, la giustizia e
la dignità umana. Essere cristiani è un marchio di fabbrica per una vita
solidale, per l’attenzione, l’umanità, la speranza nel futuro”. Essere
davvero una chiesa solidale per essere una chiesa più incisiva, più
missionaria. “Siamo cambiati. Dobbiamo cambiare. Andremo avanti”.
Trovare soluzioni per la situazione della Chiesa in
Germania
Il presidente, vescovo di Limburg Georg Bätzing: «Stiamo
entrando in una nuova fase del Cammino sinodale. Dobbiamo vedere come vengono
attuate le decisioni prese finora. C’è ancora molto da fare. Allo stesso tempo,
la prevista Conferenza sinodale (Synodalkonferenz) fornirà uno strumento con
cui noi, vescovi e laici, potremo affrontare insieme le sfide fondamentali
della Chiesa in Germania, per dar forma a soluzioni sostenibili per il futuro.
Con la futura Conferenza sinodale ci mettiamo in armonia con quanto stabilito
nel documento finale del Sinodo universale. Iniziamo così una nuova
tappa proprio come hanno chiesto Papa Francesco e Papa Leone XIV alla
Chiesa universale”.
A proposito di sinodo universale ha proseguito Thomas
Söding, teologo e numero due del ZdK.
Che cosa ha portato il sinodo universale
Thomas Söding ha partecipato alle assemblee del sinodo a
Roma e riconosciuto che i problemi affrontati dal Cammino sinodale tedesco sono
le questioni globali della Chiesa cattolica: “troppo poco controllo sul potere,
troppo clericalismo, troppo pochi diritti delle donne, troppa esclusione a
causa dell’orientamento sessuale. Il Sinodo universale ha anche dimostrato che
non c’è una via d’uscita senza una maggiore partecipazione e trasparenza, senza
maggiore controllo e responsabilità. Il Sinodo universale ha stabilito che il
diritto canonico deve essere modificato. I laici non sono lì solo per
consigliare il clero, ma devono essere parte attiva quando si tratta di
prendere decisioni“. Nella relazione con le altre chiese locali ha aggiunto:
„Siamo in stretto contatto, impariamo e trasmettiamo le nostre esperienze.
Riceviamo molto sostegno dalla base e sempre più rispetto anche dalla
gerarchia”. Sulle critiche che il Synodaler Weg ha avuto fuori dalla Germania
Söding è convinto che “il Cammino sinodale ha le carte in regola per
contribuire alla riconciliazione.
Empatia, cambio di prospettive e conversazione nello
spirito
Il vescovo di Fulda Michael Gerber, vice presidente della
DBK ha sottolineato come questi anni lo abbiano aiutato a mettere in
discussione in maniera critica alcuni atteggiamenti e approcci su diversi temi:
«Molti degli eventi che abbiamo vissuto negli ultimi mesi nella politica
mondiale dimostrano che si stanno affermando nuove strategie caratterizzate
esplicitamente dalla mancanza di empatia. Come vescovo, ho vissuto
personalmente il percorso sinodale degli ultimi sei anni come una scuola di
empatia“ riconoscendo l’opportunità nel dialogo aperto „con le vittime di
violenza sessuale o con le persone queer“.
Sul metodo della conversazione nello spirito ha aggiunto
che sono state le esperienze di empatia „a incoraggiarci a integrare il
‘dialogo nello spirito’ nel processo dell’attuale assemblea sinodale e nel
futuro lavoro sinodale“. Infine, ha concluso: “Credo in Dio, che si rivela a
noi nelle Sacre Scritture e nella tradizione della Chiesa, ma che allo stesso
tempo mi viene incontro nella percezione del mio interlocutore e in particolare
nella storia dolorosa, nelle lacrime, nel grido e nel silenzio di coloro che
hanno subito grandi sofferenze nella nostra Chiesa“.
Il ZdK, Comitato centrale dei cattolici tedeschi e la
conferenza episcopale tedesca (DBK) sono entrambi promotori del Synodaler Weg.
Il Synodaler Weg ha una presidenza bicefala composta dal
presidente della DBK, il vescovo Georg Bätzing, e dalla presidente del ZdK,
Imre Stetter-Karp e da una vicepresidenza, con il vescovo di Fulda, Michael
Gerber, e il vice del ZdK, il teologo prof. Thomas Söding. Come anche per le
assemblee precedenti, anche questa di Stoccarda è in livestream, non nella fase
della conversazione nello spirito, ovviamente. Deleg.-mci.de 29
San Giovanni Bosco invita ancora a ‘servire’ i
giovani
Don Cesare Orfini ci illustra la Strenna Salesiana 2026
-Di Simone Baroncia
Roma. “La strenna che ci ha accompagnato l’anno scorso,
costruita attorno al tema giubilare della speranza, ha offerto a tutti noi
l’opportunità di guardare al mistero di Cristo come fonte di luce che ci aiuta
a contemplare le meraviglie di Dio nel momento presente. Abbiamo vissuto
momenti che ci hanno rafforzato nella fede in quello che il Signore ha ancora
da rivelarci, e abbiamo percepito la speranza come forza del ‘già’ e come
coraggio del ‘non ancora’. Abbiamo anche contemplato come per don Bosco la forza
della speranza lo abbia aiutato e sostenuto nel suo cammino di scoperta e di
messa in pratica del progetto di Dio”: questo è l’inizio della Strenna 2026,
‘Fate quello che vi dirà’, titolo preso dal vangelo giovanneo, scritto dal
Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, che ha come sottotitolo
‘Credenti, liberi per servire’, in occasione del 150^ anniversario della prima
spedizione missionaria salesiana.
In questa Strenna, divisa in sei capitoli, il
Rettor Maggiore invita a farsi guidare da questa frase: “Quest’anno vi propongo
di assumere l’invito di Maria, con lo stesso atteggiamento di disponibilità e
libertà che vediamo nei servi… Qualsiasi cosa Gesù ci dica, bisogna
semplicemente accoglierla, assumerla e viverla, senza se e senza ma. Invito
tutti, carissimi sorelle e fratelli, dopo aver vissuto la forza della speranza,
quella ‘speranza che non delude’, a permettere che al nostro cuore giungano le
parole di Maria, e a prestare il nostro sguardo e il nostro ascolto a Gesù, a
quello che ci dirà, nella consapevolezza e nella gioia di essere servi”.
Al direttore dell’oratorio ‘Don Bosco’ de L’Aquila, don
Cesare Orfini, chiediamo di raccontare il motivo per cui la Strenna salesiana
parte dall’invito della Madre di Dio: ‘Fate tutto quello che vi dirà’?
“Il tempo presente ha bisogno di educatori e pastori di
fede solida, al servizio e con disponibilità, come quella dei servi delle nozze
a Cana. Don Fabio, successore di don Bosco, autore della strenna 2026, invita a
prevenire il ‘fallimento’, cioè la perdita di identità innanzitutto dei gruppi
della Famiglia Salesiana ai quali la Strenna è rivolta, sollecitandoli
all’ascolto, come quello che chiede Maria ai servi: ‘Fate (ascoltate) quello
che Lui vi dirà’. L’ascolto e la fede ci sorregge nel riempire le giare fino
all’orlo, per portare l’acqua cambiata in vino alla vita ordinaria, alla realtà
che viviamo e condividiamo tutti”.
‘In quella che doveva essere una bella festa di nozze,
emerge una difficoltà: manca il vino. Di fronte alla possibilità che una festa
si tramuti in un fallimento, troviamo la reazione che esce dal cuore di Maria:
bisogna intervenire. E ciò che Maria fa è semplicemente presentare a Gesù la
reale situazione’. Perché occorre essere liberi per servire da credenti?
“Dalla fede
scaturisce la vera libertà, e la libertà cristiana è innanzitutto libertà
dall’individualismo per poi diventare libertà e capacità di donarsi agli altri,
rimanendo sempre in ascolto di Cristo. Si chiama servizio, proprio come quello
dei servi a Cana, che con la loro fede forte hanno distribuito in abbondanza il
‘il vino buono’. E’ il dono che noi oggi dobbiamo portare ai giovani e ai
bisognosi. La missione deve intrecciarsi con il Vangelo per dare compiutezza
all’azione verso i giovani”.
‘Una prima chiamata che vi invito ad accogliere e
su cui riflettere è circa l’atteggiamento di Maria: la donna attenta a ciò che
stava capitando attorno a lei. Il vangelo ci dice semplicemente che ‘il terzo
giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù’. Il
vangelo non dà altre informazioni. Ma quando ascoltiamo queste poche parole e
le colleghiamo con la sua reazione, cominciamo ad intravedere alcuni elementi
significativi del cuore di Maria’. Allora in quale modo è possibile accogliere
i ‘segni dei tempi’?
“I farisei e gli scribi non sono stati in grado di
cogliere i segni che il Regno di Dio era già presente in mezzo a loro. Lo
rifiutarono semplicemente perché le loro sicurezze e rigidità non permettevano
loro di essere ‘ in ascolto ’. Il segno di Cana è la novità che entra nella
storia dell’uomo, nella quotidiana esistenza, che la libera e la rigenera. Ma
deve cambiare l’atteggiamento”.
‘Il suo centro e la sua sintesi è la carità pastorale,
caratterizzata da quel dinamismo giovanile che si rivelava così forte nel
nostro Fondatore e alle origini della nostra Società: è uno slancio apostolico
che ci fa cercare le anime e servire solo Dio’. I salesiani come sono chiamati
a ‘servire i giovani’?
“Fate quello che vi dirà , così come presentato da don
Fabio Attard, è diventato un manifesto per l’azione pastorale ed educativa dei
salesiani. Maria non invita a un’obbedienza passiva, ma a dare fiducia,
che poi genera libertà vera e apre al servizio. E’ una dinamica progressione,
come nella migliore tradizione salesiana: riconoscere, interpretare,
discernere. Così, dice don Fabio, si evita ‘l’attivismo cieco e ugualmente la
spiritualità intimistica’: in questa dinamica si inserisce il sottotitolo della
Strenna, che traccia una traiettoria chiara: dalla fede nasce la libertà, dalla
libertà scaturisce il servizio, a favore soprattutto dei giovani e di quanti
oggi faticano a trovare il ‘vino’ della speranza”.
‘E qui riconosciamo l’invito a non soccombere al pericolo
di una fede che si adegua alla cultura dominante. La dimensione profetica della
nostra missione deve fare i conti con un contesto come quello attuale che ‘tira
verso il basso’, l’immediato, l’utile e vantaggioso, quello che gratifica qui e
ora, quando non il più comodo’. In quale modo la fede non si adegua alla
‘cultura dominante’?
“Siamo nella
storia e siamo anche chiamati a rigenerarla. La cultura in cui il cristiano
opera non è allineata sempre sui valori cristiani. Per essere efficaci nella
pastorale è necessario essere in ascolto.
Maria era presenza attenta a tutto ciò che le capitava
attorno. Don Fabio dice che Maria ‘ha abbracciato il tempo e la storia’, non è
rimasta indifferente. Ha intuito i bisogni, non è rimasta distante. Di fronte
alla sfide della cultura odierna non possiamo rimanere indifferenti, dobbiamo
farci interpellare personalmente. Dove si preferisce l’anonimato e
l’indifferenza, noi, in ascolto di Cristo, accettiamo il rischio e ‘l’audacia
della fede’ per portare vino nuovo”.
Dopo 150 anni come continua il sogno profetico di san
Giovanni Bosco?
“Rendere protagonisti i giovani, soggetti attivi, non
solo destinatari della pastorale. E’ necessario che i giovani trovino spazi
dove possano esercitare un cristianesimo coraggioso, vivere una proposta di
vita credibile. Fede matura e azione, guidate dalla Parola di Dio, sono il
segno di una spiritualità ‘integrale’. La missione di don Bosco spinge verso la
collaborazione, la realizzazione di reti, famiglie, comunità, scuole,
associazioni, per creare una alleanza pastorale efficace”. Aci 30
"La Chiesa annuncia Cristo, senza
protagonismi, né particolarismi"
Il Papa ha incontrato i partecipanti alla Plenaria del
Dicastero per la Dottrina della Fede - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. “Vostro compito è offrire chiarimenti
circa la dottrina della Chiesa, mediante indicazioni pastorali e teologiche in
merito a questioni spesso assai delicate”. Lo ha ricordato stamane Papa Leone
XIV ricevendo in udienza la plenaria del Dicastero per la Dottrina della Fede.
Dopo aver ripercorso gli ultimi documenti pubblicati dal
Dicastero il Papa ha aggiunto che “tanto lavoro gioverà certamente molto alla
crescita spirituale del santo e fedele Popolo di Dio. Nel contesto di
cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, esso offre infatti ai fedeli una parola
pronta e chiara da parte della Chiesa, specialmente in merito ai molti nuovi
fenomeni che si affacciano sulla scena della storia. Dà inoltre preziosi
orientamenti ai Vescovi per l’esercizio della loro azione pastorale, come pure
ai teologi, nel loro servizio di studio e di evangelizzazione”
Leone XIV ha anche apprezzato il tema della plenaria,
sulla “trasmissione della fede, argomento di grande urgenza nel nostro tempo.
Noi vogliamo essere una Chiesa che non guarda solo a sé stessa, che è
missionaria, che guarda più in là, gli altri; una Chiesa che annuncia il
Vangelo, soprattutto attraverso la forza dell’attrazione. Fondamento della vita
del Corpo di Cristo è l’amore del Padre, rivelatoci nel Figlio fatto uomo,
presente e operante in noi per il dono dello Spirito: perciò non è la Chiesa che
attrae ma Cristo, e se un cristiano o una comunità ecclesiale attrae è perché
attraverso quel “canale” arriva la linfa vitale della Carità che sgorga dal
Cuore del Salvatore. La Chiesa annuncia Cristo, senza protagonismi, né
particolarismi, e in essa ciascuno è e deve riconoscersi sempre e solamente –
citando Benedetto XVI - un semplice e umile lavoratore nella vigna del
Signore”.
Concludendo, Leone XIV ha ricordato ai membri del
Dicastero un loro compito fondamentale: “quello di accogliere e accompagnare,
con ogni benevolenza e giudizio, i Vescovi e i Superiori Generali chiamati a
trattare casi di delitti riservati al Dicastero. È un ambito di ministero molto
delicato, in cui è fondamentale fare in modo che vengano sempre onorate e
rispettate le esigenze della giustizia, della verità e della carità. Rinnovo il
mio ringraziamento a ciascuno di voi, per il prezioso apporto che reca alla
vita e all’opera del Dicastero e della Chiesa intera, specialmente quando tale
apporto è offerto in modo umile e non appariscente”. Aci 29
Udienza. Leone XIV: “l’orrore del genocidio non si
abbatta più su alcun popolo”
Il Papa ha concluso l'udienza di oggi con un auspicio per
"un mondo senza più antisemitismo". Al centro della catechesi, la Dei
Verbum, e in particolare il rapporto tra la Sacra Scrittura e la tradizione. di
M. Michela Nicolais
Un appello alla comunità delle nazioni, “affinché sia
sempre vigilante, cosicché l’orrore del genocidio non si abbatta più su alcun
popolo e si costruisca una società fondata su rispetto reciproco e sul
bene comune”. A rivolgerlo è stato Leone XIV, al termine dell’udienza di oggi,
durante i saluti ai fedeli di lingua italiana. “Ieri ricorreva la Giornata
internazionale di commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto, che
ha dato la morte a milioni di ebrei e a numerose altre persone”, ha ricordato
il Papa: “In questa annuale occasione di doloroso ricordo – ha proseguito –
chiedo all’Onnipotente il dono di un mondo senza più antisemitismo e senza più
pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana”.
Al centro della catechesi, ancora una volta, la
costituzione conciliare Dei Verbum, e in particolare il rapporto tra la Sacra
Scrittura e la tradizione, a partire dal “nesso intimo”, sancito dal Concilio,
“tra la parola pronunciata da Cristo e la sua diffusione lungo i secoli”.
“La tradizione ecclesiale si dirama lungo il percorso
della storia attraverso la Chiesa che custodisce, interpreta, incarna la Parola
di Dio”, ha esordito il Pontefice. Di qui l’attualità di un motto dei
Padri della Chiesa: “La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima
che su strumenti materiali”, cioè nel testo sacro. “La Chiesa nella sua
dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le
generazioni tutto ciò che essa crede”, si legge nella Dei Verbum. Secondo San
Gregorio Magno, ha ricordato Leone XIV, “la Sacra Scrittura cresce con coloro
che la leggono”. Come aveva già affermato Sant’Agostino, “uno solo è il
discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che
risuona sulla bocca di tanti santi”.
“La Parola di Dio non è fossilizzata ma è una realtà
vivente e organica che si sviluppa e cresce nella tradizione”, il monito
di Leone: “Quest’ultima, grazie allo Spirito Santo, la comprende nella
ricchezza della sua verità e la incarna nelle coordinate mutevoli della
storia”, ha osservato il Papa citando John Henry Newman, dottore della Chiesa,
il quale, nella sua opera “Lo sviluppo della dottrina cristiana” affermava che
“il cristianesimo, sia come esperienza comunitaria, sia come dottrina, è una
realtà dinamica, nel modo indicato da Gesù stesso con le parabole del seme: una
realtà viva che si sviluppa grazie a una forza vitale interiore”.
“Il deposito della Parola di Dio è anche oggi nelle mani
della Chiesa e noi tutti, nei diversi ministeri ecclesiali, dobbiamo
continuare a custodirlo nella sua integrità, come una stella polare per il
nostro cammino nella complessità della storia e dell’esistenza”, l’invito
finale. Sacra Scrittura e tradizione, come recita la costituzione
conciliare, “sono talmente connesse e congiunte tra loro da non poter
sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto
l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza
delle anime”. “La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo
deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa, interpretato dal magistero
vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo”,
afferma la Dei Verbum: “Deposito – ha commentato Leone XIV – è un termine
che, nella sua matrice originaria, è di natura giuridica e impone al
depositario il dovere di conservare il contenuto, che in questo caso è la fede,
e di trasmetterlo intatto”. Sir 28
Cei. Card. Zuppi: “Ogni comunità diventi casa
della pace, della fraternità e della speranza”
Speranza, comunità e responsabilità politica tra i temi
dell'introduzione del card. Zuppi al Consiglio permanente della Cei.
"Andare a votare", l'invito per il referendum. "Forte
preoccupazione" per il fine vita e per i fenomeni di antisemitismo. Di M.
Michela Nicolais
“Il mondo è segnato da un’incertezza profonda, che
suscita un senso di instabilità”: siamo in quella che Giorgio La Pira chiamava
“l’età della forza”, in cui “la guerra è tornata di moda e un fervore bellico
sta dilagando”. È cominciata con questa immagine l’introduzione del card.
Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, al Consiglio
permanente dei vescovi italiani, in corso a Roma fino al 28 gennaio. In
un’Italia, secondo il Censis, “nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco”, il
clima è quello del conflitto, “con il corteo di antagonismi, polarizzazioni,
odio manipolato da campagne interessate che inquinano nel profondo le relazioni
e le menti”, ha denunciato Zuppi: “Cresce così il disprezzo della vita, dal suo
inizio alla sua fine”, il grido d’allarme del presidente della Cei, secondo il
quale è però possibile contrastare questa deriva facendo di ogni nostra
comunità una “casa della pace”, della fraternità e della speranza.
“La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e
giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità
ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti”.
Tra i temi politici, il presidente della Cei ha fatto
riferimento al referendum costituzionale sulla giustizia, sul quale gli
italiani saranno chiamati ad esprimersi il 22 e il 23 marzo. “C’è un
equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato
come preziosa eredità e che è dovere preservare”, l’appello del cardinale,
insieme a quello ad andare a votare: “Autonomia e indipendenza sono connotati
essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti,
pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e
orientamenti”. “Forte preoccupazione” anche per il dibattito sul fine vita, con
l’auspicio è che “nell’attuale assetto giuridico-normativo si scelgano e si
rafforzino, a livello nazionale, interventi che tutelino nel miglior modo
possibile la vita, favoriscano l’accompagnamento e la cura nella malattia,
sostengano le famiglie nelle situazioni di sofferenza”.
Le cure palliative vanno garantite a tutti, “senza
distinzioni sociali e geografiche”, perché rappresentano un vero antidoto alle
“logiche di morte” che contemplano il suicidio assistito o l’eutanasia. Bene
l’attenzione del governo alle scuole paritarie, con misure come il “buono
scuola”. Allarme, infine, per “lo sviluppo di fenomeni di antisemitismo che non
ha giustificazione per i pur drammatici problemi della inaccettabile violenza a
Gaza e in Cisgiordania”. Alla vigilia della Giornata della Memoria, la Chiesa
italiana “condanna profondamente la recrudescenza di fatti ignobili, mentre
ribadisce la propria vicinanza a tutte le comunità ebraiche del Paese e rinnova
il proprio contributo per contrastare tali fenomeni”.
Non sono mancati i riferimenti puntuali ai fatti di
cronaca, prima di tutto a quanto è avvenuto a La Spezia, “dove la vita di Abu è
stata spezzata in modo tragico e incomprensibile per mano di un coetaneo”.
Per Zuppi, “questo dramma ci interpella come comunità
civile ed educativa”: “Ci ricorda quanto sia urgente accompagnare i giovani,
ascoltarli davvero, non lasciarli soli nelle loro fragilità, nelle loro paure e
nelle loro rabbie”. Discorso, questo, che vale anche per i “gesti tragici
compiuti all’interno della famiglia, tra marito e moglie, ma anche tra
adolescenti a scuola o nei luoghi di ritrovo”, oltre che per i “casi
martellanti di femminicidio” o le violenze legate alle dipendenze e ai problemi
psichiatrici, in crescita esponenziale. Di fronte a fenomeni preoccupanti come
l’aumento del possesso di armi improprie da parte dei minori, “dobbiamo tutti
fare di più e compiere scelte coraggiose”.
“Non possiamo rassegnarci alla logica della morte in cui
la speranza prende forma della disperazione con le conseguenze tragiche che ben
conosciamo e alle quali non potremo mai abituarci”, le parole sull’ennesimo
naufragio nel Mediterraneo. Anche se “non siamo più in un clima di cristianità,
esiste una diffusa Italia cattolica” – come è emerso dal Giubileo – che “non si
misura con gli indicatori mondani e non si contrappone a un’Italia non
cattolica o acattolica”.
“Il nostro è un mondo, popolato di tante case diverse, in
cui si prega, si fa pace, si servono i poveri, si vive la fraternità. Questo
mondo è una ricchezza per il Paese, per i credenti e non credenti, evita lo
smottamento del terreno umano e sociale”. “Alle immagini delle armi, manuali o
supertecnologiche che siano, che continuano a provocare morte e distruzione, si
contrappongono le Porte sante, che hanno visto il passaggio di milioni di
pellegrini a Roma e nel mondo”, ha osservato Zuppi. Come la porta della casa
circondariale di Rebibbia, aperta nel Giubileo per continuare a chiedere
“dignità, opportunità, speranza” per i carcerati, anche grazie alla proposta di
“indulto differenziato” maturata – e da rilanciare – proprio in un gruppo di
lavoro all’interno del Giubileo dei detenuti.
“La Chiesa è segno credibile che è possibile vivere in
pace”, ha assicurato il cardinale: “Ogni parrocchia, ogni comunità, deve
interrogarsi su come divenire casa di pace”, l’invito sulla scorta del
magistero del Papa: “Va riaccesa la passione di far comunità, di pensarsi
insieme”.
Sul piano pastorale, dobbiamo “dare spazio a ciò che
nasce e non comprimere tutto nelle strutture che già esistono”. Il Documento di
sintesi del Cammino sinodale “non è solo un punto d’arrivo, ma un punto di
partenza”: “È tempo che anzitutto noi vescovi, a livello di diocesi, di regioni
ecclesiastiche e di Cei, raccogliamo i frutti di quanto emerso dal 2021 ad oggi
e prendiamo con determinazione le decisioni opportune”, l’invito sulla base di
alcune priorità: “La fede vissuta, testimoniata e celebrata; la comunità;
l’impegno sociale e caritativo”. Sir 26
«In un mondo che corre indifferente, che divora il tempo
e consuma tutto – anche le tragedie umane e le proprie responsabilità su di
esse –, fermarsi, far memoria, fare il punto di una storia è diventato una
scelta radicale, di resistenza». Così mons. Pierpaolo Felicolo, direttore
generale della Fondazione Migrantes, riflette sul significato particolare che
quest’anno assume il “Giorno della memoria”, che si celebra il 27 gennaio.
L’orrore della Shoah, lo sterminio sistematico del popolo
ebraico, e l’uccisione di tutti coloro che si sono opposti al progetto nazista,
ha segnato e formato le coscienze di tanti. La Fondazione Migrantes, avendo
questo nel cuore, invita a ricordare che l’ideologia che ha concepito
quell’orrore – e che usava la paura come esca e la sicurezza fondata sull’odio
come orizzonte –, quella valanga di odio ha travolto tanti: persone, gruppi e
popoli considerati minacce o scarti della società. Tra questi anche rom e
sinti, che sono al centro di particolare cura pastorale da parte della
Migrantes. Il loro genocidio è stato denominato Porrajmos, ovvero
“divoramento”, e viene ricordato in special modo il 2 agosto di ogni anno.
«Trovo importante che nel Giorno della Memoria si
ricordino anche la sofferenza, il dolore, le fatiche dei popoli rom e sinti»,
spiega mons. Felicolo. «Ricordare non può essere solo un momentaneo palliativo
della coscienza, ma deve servire ad attualizzare: vedere oggi quanta fragilità
e quanto pregiudizio sussistano. Fermarsi e vedere quello che succede oggi
serve per superare i pregiudizi e andare avanti: quali problemi possiamo
risolvere insieme a rom e sinti? Su quali strade possiamo camminare insieme a loro,
prendendoci per mano? Senza pietismo, né assistenzialismo, ma coltivando
l’autonomia».
Proprio alla rielaborazione e all’attualizzazione della
memoria – “La speranza è itinerante. Mio padre e mia madre erano aramei
erranti” – è stato dedicato il Convegno nazionale degli operatori della
pastorale rom, sinti e caminanti del settembre 2025 a Napoli, che ha tracciato
anche il percorso della Fondazione Migrantes in questo ambito per il 2026.
«Il cristiano è un uomo in cammino – conclude mons.
Felicolo –, ma non consuma tempo e persone: si ferma, si fa accanto, ricorda.
Ecco perché fermarsi ogni anno per ricordare. E chi fa memoria del passato ha
la possibilità di non ripeterne gli errori». Migr. 26
Leone XIV, la sinodalità per l'ecumenismo, il
pensiero a Nicea
Il Papa celebra i Secondi Vespri della festa della
Conversione di San Paolo - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. La missione dell'Apostolo Paolo
"è anche la missione di tutti i cristiani di oggi: annunciare Cristo e
invitare tutti ad avere fiducia in Lui". E' la riflessione di Papa Leone
XIV che oggi ha celebrato i Secondi Vespri nella festa della Conversione di San
Paolo nella basilica che ne custodisce la tomba.
Vespri ecumenici come è tradizione che chiudono la
settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. Con il Papa i rappresentanti
delle altre confessioni cristiane.
Il Papa ha richiamato il Concilio Vaticano II, e
"l’ardente desiderio di annunciare il Vangelo ad ogni creatura" e
questo è il "compito comune di tutti i cristiani dire al mondo, con umiltà
e gioia: «Guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua parola che
illumina e consola!»".
Il Papa rende grazie a Dio "per il fatto che tante
tradizioni cristiane siano state rappresentate in quella commemorazione, due
mesi fa" a Nicea: "Recitare insieme il Credo niceno nel luogo stesso
della sua redazione è stata una testimonianza preziosa e indimenticabile della
nostra unità in Cristo" e chiede che "lo Spirito Santo possa trovare
in noi l’intelligenza docile per comunicare a una voce sola la fede agli uomini
e alle donne del nostro tempo!".
Un riferimento anche alla sinodalità indicata come
"strada per crescere insieme nella reciproca conoscenza delle rispettive
strutture e tradizioni sinodali" tra Chiese Cristiane.
Poi lo sguardo al futuro "al 2000° anniversario
della Passione, Morte e Risurrezione del Signore Gesù nel 2033" con un
impegno "a sviluppare ulteriormente le pratiche sinodali ecumeniche e a
comunicare reciprocamente ciò che siamo, ciò che facciamo e ciò che
insegniamo".
Il Papa ringrazia per la presenza oltre al Cardinale Kurt
Koch, il Metropolita Polykarpos, per il Patriarcato Ecumenico, l’Arcivescovo
Khajag Barsamian, per la Chiesa Apostolica Armena, e il Vescovo Anthony Ball,
per la Comunione Anglicana, e gli studenti borsisti del Comitato per la
collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali del
Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, gli studenti
dell’Istituto ecumenico di Bossey del Consiglio Ecumenico delle Chiese".
Ma il grazie del Papa va alle Chiese in Armenia che hanno
preparato i sussidi del 2026 e alla "coraggiosa testimonianza cristiana
del popolo armeno nel corso della storia, una storia in cui il martirio è stato
una caratteristica costante". Leone XIV ricorda il santo Catholicos San
Nersès Šnorhali “il Grazioso”, che lavorò per l’unità della Chiesa nel XII
secolo e aggiunge: "la tradizione ci consegna la testimonianza
dell’Armenia quale prima nazione cristiana, con il battesimo del Re Tiridate
nel 301 da parte di San Gregorio l’Illuminatore. Rendiamo grazie per come, ad
opera di intrepidi annunciatori della Parola che salva, i popoli dell’Europa
orientale e occidentale accolsero la fede in Gesù Cristo; e preghiamo affinché
i semi del Vangelo continuino a produrre in questo Continente frutti di unità,
di giustizia e di santità, anche a beneficio della pace fra i popoli e le
nazioni del mondo intero". Aci 25
Il birrificio monastico più antico del mondo
compie mille anni
Si trova nella Bassa Baviera e risente anch’esso della
crisi economica, e anche di quella delle vocazioni. La storia del birrificio
monastico più antico del mondo - Di Andrea Gagliarducci
Vienna. Resterà un piccolo birrificio, vestigia di una
storia millenaria. Ma è notizia della scorsa settimana che il birrificio
monastico più antico del mondo, situato a Weltenburg, nella Bassa Baviera, sarà
venduto a privati.
Così, dopo la crisi della produzione della birra
trappista, che cala anche perché calano le vocazioni mettendo alcuni marchi
storici in serio rischio di scomparsa, c’è anche la notizia che il birrificio
monastico più antico del mondo rischia di scomparire. O, perlomeno, di non
essere più proprietà di un monastero.
Sarà, infatti, la Schneider Weisse, una azienda
famigliare che ha sede a Kalheim, ad acquisire i diritti sui marchi Bischofshof
e Weltenburger a partire dal 2027. E questo perché Il birrificio Bischofshof di
Ratisbona, che attualmente impiega 56 persone e include Weltenburger, chiuderà
alla fine del 2026. Tuttavia, il piccolo birrificio dell'abbazia di Weltenburg,
un monastero benedettino, verrà mantenuto. Nella gola del Danubio si produce
birra fin dal 1050.
La diocesi di Ratisbona, in qualità di proprietaria di
Bischofshof e Weltenburger, ha raggiunto un accordo con Schneider Weisse per la
ristrutturazione, secondo quanto riportato. Non sono state fornite informazioni
sul prezzo di acquisto. Il Mediengruppe Bayern ha riferito che il birrificio
opera in perdita da anni. La diocesi di Ratisbona ha dovuto fornire sostegno
finanziario per stabilizzare il birrificio.
Il vescovo di Ratisbona Rudolf Voderholzer ha
sottolineato che “oltre all'aspetto tradizionale, per noi è fondamentale che,
preservando il birrificio dell'Abbazia di Weltenburg e il reparto logistico di
Bischofshof, possiamo almeno mantenere alcuni posti di lavoro direttamente
nella regione. Certo, tutti noi preferiremmo continuare a gestire anche la sede
di Ratisbona. Tuttavia, non ci sono le basi economiche per farlo".
Ha tuttavia aggiunto di avere "grande fiducia nel
fatto che troveremo comunque soluzioni valide e socialmente responsabili per i
dipendenti, insieme al comitato aziendale". Riguardo all'acquisizione da
parte di Schneider Weisse, Voderholzer ha affermato che "la soluzione ora
trovata si avvicina di più al nostro ideale".
Il "Frankfurter Allgemeine Zeitung", che per
primo ha riportato la notizia, ha citato l'abate Thomas Maria Freihart
dell'Abbazia di Weltenburg, il quale ha affermato che “con la 'soluzione
bavarese' ora trovata, la continuità operativa del più antico birrificio
monastico del mondo sia garantita per il futuro".
Secondo il quotidiano, in Germania sono rimasti solo una
decina di veri e propri birrifici monastici. Il rapporto afferma che la crisi
del mercato della birra sta mettendo sempre più in difficoltà i piccoli
birrifici tradizionali. Il mercato tedesco della birra ha perso circa un quarto
delle sue vendite in 15 anni.
Le radici del birrificio Bischofshof risalgono al
Medioevo. Gli storici presumono che originariamente servisse a rifornire di
cibo gli operai impegnati nella costruzione del Duomo di Ratisbona.
È certo che il principe vescovo Wilhelm Conte von
Wartenberg fondò formalmente il birrificio con il nome di Bischofshof nel 1649.
Nel 1973, il birrificio dell'Abbazia di Weltenburg entrò a far parte
dell'azienda. Nel 2000, per ottimizzare la gestione, il birrificio cambiò la
sua forma giuridica da ditta individuale a società in accomandita semplice
(GmbH & Co. KG). Il vescovo di Ratisbona, tuttavia, rimase proprietario del
birrificio. Aci 26
Leone e il potere invisibile delle piattaforme IA:
il giornalismo come argine?
L’allarme di Leone XIV sulla concentrazione del potere
digitale richiama i media alla loro responsabilità: non farsi guidare dagli
algoritmi, ma custodire la verità con trasparenza e discernimento. In un
ecosistema dominato da pochi attori privati, il giornalismo resta un argine
necessario per difendere volti, voci e la qualità della democrazia – di
Riccardo Benotti
Non sappiamo chi decide cosa leggeremo domani. Non è un
segreto di Stato: è un vuoto. Dietro il flusso di notizie che ogni giorno ci
raggiunge non c’è un volto, non c’è una firma, non c’è nessuno a cui chiedere
conto. Il potere non è più diffuso, ma concentrato. Leone XIV, nel messaggio
per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, nomina questo
vuoto: “una manciata di aziende” che può “riscrivere la storia umana – compresa
la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente
conto”. Non è linguaggio diplomatico. È una diagnosi politica, e insieme un
richiamo a non confondere l’innovazione con il progresso.
È raro che un documento magisteriale parli con tale
franchezza della concentrazione del potere. Eppure è proprio questo il cuore
del messaggio: non una riflessione astratta sui rischi della tecnologia, ma
l’indicazione precisa di un problema politico. Pochi soggetti privati, non
eletti e non trasparenti, controllano le infrastrutture attraverso cui passa
gran parte dell’informazione mondiale. E lo fanno secondo logiche che premiano
l’emozione rapida, penalizzano la riflessione, chiudono le persone in bolle di
facile consenso. Il Papa non usa giri di parole: parla di “architetti” capaci
di modellare la percezione della realtà in modo invisibile.
C’è qualcosa di nuovo in questa denuncia. Per anni il
dibattito pubblico ha trattato le piattaforme digitali come spazi neutrali,
semplici contenitori. La Silicon Valley ha coltivato con cura questa
narrazione: noi forniamo strumenti, l’uso dipende da voi. Leone rovescia la
prospettiva. Gli strumenti non sono mai innocenti. Chi progetta un algoritmo
compie scelte che hanno conseguenze su milioni di vite. Chi decide quali
contenuti amplificare e quali silenziare esercita un potere che un tempo
apparteneva agli Stati, alle Chiese, alle istituzioni culturali. La differenza
è che oggi questo potere non risponde a nessuno, se non ai propri azionisti.
Il passaggio più significativo, per chi lavora
nell’informazione, riguarda i media. Il Papa scrive che le imprese della
comunicazione “non possono permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni
costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla
fedeltà ai loro valori professionali”. È un richiamo che mette il giornalismo
di fronte a una scelta: diventare argine o complice. Argine, se resiste alla
tentazione di inseguire l’algoritmo e continua a fare ciò che nessuna macchina
può fare – stare nei luoghi, verificare, distinguere il vero dal verosimile.
Complice, se cede alle logiche della viralità, se rinuncia alla fatica del
racconto per il conforto della compilazione automatica.
Non è un manifesto luddista. Leone chiede un’alleanza tra
soggetti diversi – industria, legislatori, educatori, giornalisti – per
costruire una cittadinanza digitale consapevole. Responsabilità, cooperazione,
alfabetizzazione: sono i tre pilastri che indica. Ma resta, sullo sfondo, una
domanda: chi custodirà i custodi? Chi vigilerà su quella manciata di aziende
che può riscrivere la storia senza renderne conto a nessuno?
La risposta non può venire solo dalle istituzioni. Passa
per la coscienza di chi produce informazione, di chi la consuma, di chi la
regola. È una responsabilità diffusa, che non ammette deleghe. Perché custodire
volti e voci umane significa, alla fine, custodire la possibilità stessa di una
società libera e informata. Sir 26
Minneapolis prega per Alex Pretti: appelli alla
pace e al dialogo
Minneapolis si è riunita nella basilica di Santa Maria
per ricordare Alex Pretti, infermiere ucciso da un agente ICE. Preghiera,
proteste e appelli al dialogo hanno unito la comunità sotto zero. Padre
Griffith, Coakley e Hebda invitano alla riflessione, mentre aumentano le
tensioni sulle deportazioni. Trump promette verifiche e possibili cambiamenti
nelle operazioni dell’ICE- di Maddalena Maltese, da New York
Hanno sfidato il gelo, quello che taglia il respiro e
indurisce le mani, pur di esserci. Domenica sera, con il termometro fermo a
meno dodici gradi, centinaia di cittadini di Minneapolis hanno riempito la
basilica di Santa Maria, la prima basilica degli Stati Uniti, per una messa e
un momento di preghiera in memoria di Alex Jeffrey Pretti, infermiere
trentasettenne ucciso da colpi d’arma da fuoco esplosi, senza precisa ragione,
da un agente della polizia di frontiera Usa. Sciarpe strette al collo, cappelli
calati sugli occhi, stivali da neve ancora bianchi di ghiaccio: così i fedeli
si sono seduti nei banchi, brandendo l’arma fragile della preghiera per
invocare consolazione per la famiglia di Alex e pace per una città attraversata
da paura e tensioni a causa delle operazioni di deportazione messe in atto
proprio dagli agenti dell’immigrazione.
È una città ferita, quella riunita a Santa Maria, mentre
in questo stesso mese, poco prima di Alex, ha perso la vita anche una giovane
madre: entrambi cittadini americani, entrambi uccisi durante interventi delle
forze per l’immigrazione. Queste morti sono ferite nel tessuto sociale e hanno
acceso proteste diffuse in tutte le Twin Cities, con arresti durante le
manifestazioni contro le azioni di deportazione e migliaia di persone scese in
strada nonostante le temperature polari.
“Siamo qui per cercare un po’ di calore in mezzo al
freddo, non solo del clima ma anche di ciò che stiamo vivendo come comunità”,
ha detto nell’omelia padre Daniel Griffith, parroco e rettore della basilica.
Un freddo che, ha spiegato, genera paura nei cuori non soltanto di chi si sente
perseguitato, ma dell’intera città. Senza ignorare rabbia e disaccordi sulle
politiche migratorie, il sacerdote ha invitato a non restare insensibili al
dolore e a continuare ad agire come persone di pace e di legalità. Raccontando
di quartieri della città attraversati nei giorni scorsi, il sacerdote ha
ricordato le persone riunite attorno a falò improvvisati, con in mano candele
accese agli angoli delle strade, mentre cantano “Questa piccola luce che è in
me brilla”, nel bisogno di essere luce in mezzo all’oscurità.
Un appello alla moderazione e al dialogo è arrivato anche
dal presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, l’arcivescovo
Paul Coakley, che, richiamando le parole del Papa sul Vangelo come lievito di
fraternità e pace, ha sottolineato la responsabilità delle autorità pubbliche
nel tutelare la vita umana e l’urgenza di un confronto che rifiuti ogni forma
di disumanizzazione.
Anche l’arcivescovo di Minneapolis-St. Paul, Bernard A.
Hebda, è intervenuto invitando alla preghiera per Alex Pretti e per i suoi
familiari, e a una riflessione profonda sulle tensioni che attraversano la
comunità, ricordando che la pace non potrà essere ristabilita senza liberare i
cuori da odio e pregiudizi. Il vescovo, nei giorni scorsi, aveva pubblicato un
editoriale sul “Wall Street Journal” dove chiedeva a gran voce una seria
riforma dell’immigrazione. Il presidente americano Trump, in una telefonata di domenica
sera al giornale finanziario, ha assicurato che la sua amministrazione
esaminerà la dinamica dell’incidente, già ampiamente travisato, e ha fatto
intendere che presto gli agenti dell’ICE potrebbero lasciare la città.
Nel silenzio raccolto della basilica, mentre fuori il
gelo stringeva la città, Minneapolis ha provato a fermarsi, a piangere e a
pregare. Un gesto semplice e ostinato, come accendere una candela nel freddo,
per non lasciare che la paura abbia l’ultima parola anche verso gli stessi
agenti dell’immigrazione. Sir 26
Leone XIV, volto e voce sono sacri
Il Messaggio del Papa per la LX Giornata Mondiale delle
Comunicazioni Sociali sul tema: Custodire voci e volti umani - Di Angela
Ambrogetti
Città del Vaticano. Una analisi profondo dei rischi
dell'Intelligenza digitale, un invito a difendere voce e volto di ogni persone
che "sono sacri", e un appello a responsabilità ed educazione,
formazione al digitale per renderlo mezzo utile e non modo di condizionare i
vulnerabili e fare soldi.
Il primo messaggio di Leone XIV per la LX Giornata
Mondiale delle Comunicazioni Sociali sul tema: Custodire voci e volti umani,
mette bene in evidenza i rischi della Intelligenza Artificiale e del suo
utilizzo indiscriminato.
E inizia con il riferimento biblico alla unicità della
persona umana, voce e volto.
Per il Papa è chiaro che c'è "bisogno che il volto e
la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della
comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche
ogni innovazione tecnologica."
Mai sottrarsi allo sforzo di pensare. Per il Papa
"va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei
giornalisti e degli altri creatori di contenuto". E "sebbene
l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti
comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di
una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le
nostre capacità cognitive, emotive e comunicative".
Il Papa descrive molte situazioni di pericolo me ricorda
che si tratta di una vera questione antropologica e "la sfida che ci
aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla,
nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi
alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano
veramente essere da noi integrati come alleati. Questa alleanza è possibile, ma
ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilità, cooperazione e educazione"
perché l'educazione mira a "rendere effettiva una cittadinanza digitale
consapevole e responsabile".
E l'appello alla responsabilità è per l'industria e la
politica. "Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo,
affinché le persone, soprattutto i giovani, acquisiscano la capacità di
pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa
alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di
educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati
della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi
cambiamenti tecnologici".
Per Leone XIV è chiaro che "come la rivoluzione
industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone
di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede
un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale)
per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà,
come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono
la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed),
quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici
dell’economia della IA".
E quindi, distorsioni, manipolazioni, notizie false,
inesattezze, finti rapporti con esseri inesistenti si combattono con la verità
della Persona creata unica da Dio: "Volto e voce sono sacri. Ci sono stati
donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla
vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata
attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella
pienezza dei tempi".
Un testo di magistero che sarebbe utilissimo leggere
nelle parrocchie, nelle scuole e soprattutto nelle redazioni. Aci 24
Ecumenismo, le Chiese cristiane in Italia firmano
un Patto
L'evento nella cerimonia di apertura del 1° Simposio
delle Chiese Cristiane in Italia che si chiude oggi a Bari - Di Angela
Ambrogetti
Bari. "Ci impegniamo ad assumere una presenza
pubblica della Chiesa rispettosa della laicità e in dialogo con la
società". E' uno degli impegni che le Chiese cristiane in Italia hanno
firmato in un "Patto" che nasce dal Simposio di Bari dedicato all'
ecumenismo.
Rispetto reciproco, coesione sociale, e testimonianza,
preghiera e lavoro comune nella certezza della preghiera allo Spirito Santo
"affinché ci rinnovi nel cuore e ci conduca verso quella piena comunione
che solo Lui può realizzare: “perché tutti siano una cosa sola” (Gv
17,21)".
La firma dei leader di tutte le confessione cristiane in
Italia si aggiunge alle dichiarazione del Cardinale Zuppi, che pone la
questione: "Cosa significa affrontare assieme le grandi sfide di una
cultura secolarizzata, che non crede più all’umanesimo evangelico che non sa
parlare di pace, che diffida dell’umanitario, pervasa dall’idolatria
dell’individualismo personale e di gruppo che riempie di paure e giustifica la
forza e la chiusura?".
E Polykarpos, Metropolita d’Italia ed Esarca dell’Europa
Meridionale sottolinea come "nel solco della tradizione patristica,
ricordiamo che la vera unità non annulla le differenze, ma le trasfigura nella
comunione. Come le molte corde di una cetra producono un’unica armonia, così le
Chiese, nella fedeltà alla propria identità, sono chiamate a rendere visibile
l’unico Corpo di Cristo.
Questa sinfonia ecclesiale non nasce dal silenzio delle
differenze, ma dalla loro trasfigurazione nell’amore, secondo l’esperienza viva
della Chiesa indivisa del primo millennio".
Dal canto suo il Pastore Daniele Garrone, Presidente
della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia ha spiegato che "la
sottoscrizione di un “Patto per un cammino comune di testimonianza”, sarà
insieme il sigillo di ciò che abbiamo costruito in questi ultimi anni, ma anche
e soprattutto preludio al proseguimento della strada imboccata, che abbiamo
definito “via italiana al dialogo”. L’attesa è dunque di essere rafforzati e
motivati a camminare ancora insieme".
Nel suo saluto Giuseppe Satriano, Arcivescovo di
Bari-Bitonto ha detto che "in questi giorni si rinnova la profezia di
Nicea: l’unità della fede nel Dio di Gesù Cristo, vissuta non in una melodia
monocorde, ma nella polifonia armoniosa delle nostre tradizioni. «Uno solo è il
corpo e uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete
stati chiamati» (Ef 4,4), ci ricorda l’apostolo Paolo".
Aci 24
Le sfide di papa Leone nel colloquio con
l'agostiniano p. Gabriele Pedicino
L'intervista a padre Gabriele Pedicino, priore della
Provincia agostiniana d’Italia, ad otto mesi dall’elezione di papa Leone XIV -
Di Simone Baroncia
Roma. “Viviamo in un ambiente educativo complesso,
frammentato, digitalizzato. Proprio per questo è saggio fermarsi e recuperare
lo sguardo sulla ‘cosmologia della paideia cristiana’: una visione che, lungo i
secoli, ha saputo rinnovare sé stessa e ispirare positivamente tutte le
poliedriche sfaccettature dell’educazione. Fin dalle origini, il Vangelo ha
generato “costellazioni educative”: esperienze umili e forti insieme, capaci di
leggere i tempi, di custodire l’unità tra fede e ragione, tra pensiero e vita,
tra conoscenza e giustizia. Esse sono state, in tempesta, àncora di salvezza; e
in bonaccia, vela spiegata. Faro nella notte per guidare la
navigazione”. Iniziamo dalla lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di
speranza’, che papa Leone XIV ha scritto nello scorso ottobre in occasione del
60^ anniversario della dichiarazione conciliare ‘Gravissimum Educationis’, per
un colloquio con padre Gabriele Pedicino, priore della Provincia
agostiniana d’Italia, ad otto mesi dall’elezione di papa Leone XIV: “Il rimando
a papa Leone XIII è stato confermato da papa Leone XIV. Vincenzo Gioacchino
Pecci è stato il pontefice dell’enciclica ‘Rerum novarum’ e quindi della
questione sociale, dei poveri, degli emarginati: tutti temi che si intrecciano
con la biografia di padre Prevost che è stato anche missionario.
Ma appena ho sentito come si sarebbe chiamato, ho subito
pensato al legame che papa Leone XIII aveva con gli agostiniani. Non soltanto
era nato e cresciuto a Carpineto Romano dove la nostra presenza era
significativa, ma è stato vicino alla famiglia agostiniana in molti modi: non
ultimo, proclamando sante Rita da Cascia e Chiara da Montefalco o beatificando
Angelo da Furci, ma anche ripristinando a Pavia la basilica di san Pietro in
Ciel d’Oro dove si trova l’arca con il reliquiario di sant’Agostino”.
‘Fin dalla sera della mia elezione a Vescovo di Roma, ho
voluto inserire il mio saluto in questo corale annuncio. E desidero ribadirlo:
questa è la pace del Cristo risorto, una pace disarmata e una pace disarmante,
umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti
incondizionatamente’ Nel messaggio per la Giornata mondiale per la pace ha
invocato una pace ‘disarmata e disarmante’: “Infatti le sue prime parole sono
state quelle di Gesù Cristo risorto: ‘La pace sia con voi’. In quasi ogni
discorso che fa ritorna la parola pace. Ed oggi parlare di pace è ancora più
importante di prima visto come è la situazione mondiale”.
Un altro ‘fronte’ molto interessante per il papa è lo
sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, capace di ‘rivoluzionare’ il mondo,
come scrive sempre nella stessa lettera apostolica (‘Il punto decisivo non è la
tecnologia, ma l’uso che ne facciamo. L’intelligenza artificiale e gli ambienti
digitali vanno orientati alla tutela della dignità, della giustizia e del
lavoro; vanno governati con criteri di etica pubblica e partecipazione; vanno
accompagnati da una riflessione teologica e filosofica all’altezza’).
Per quale motivo pone attenzione a questa ‘rivoluzione’,
che è l’Intelligenza Artificiale?
“Perché l’Intelligenza Artificiale sta cambiando il mondo
a una velocità impressionante, e la Chiesa si interessa a tutto ciò che tocca
concretamente la vita delle persone. Le trasformazioni tecnologiche non sono
mai neutre: generano opportunità straordinarie, ma anche rischi profondi,
soprattutto per i più fragili. Come papa Leone XIII, con l’enciclica ‘Rerum
Novarum’, offrì una lettura profetica della prima rivoluzione industriale, oggi
papa Leone XIV con la lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’
raccoglie quell’eredità per interrogarsi sul senso umano e spirituale della
rivoluzione digitale. Infatti l’Intelligenza Artificiale interroga i
fondamenti del vivere insieme: lavoro, giustizia, dignità, relazioni. Il papa
desidera orientare questo cambiamento epocale verso il bene comune, offrendo
parole e strumenti di discernimento in un tempo che rischia di essere dominato
solo da logiche di efficienza e profitto. Potrei affermare che papa Leone XIV
prosegua il cammino di papa Francesco e, per certi aspetti, recuperi anche
intuizioni di papa Benedetto XVI e di papa san Paolo VI, da cui emerge
un’antropologia cristologica capace di un incontro con il mondo”.
Nel XX secolo la Dottrina sociale della Chiesa aiutò i
cattolici ad una nuova visione del mondo; in quale modo essa può aiutare i
cattolici a capire le sfide del XXI secolo?
“La Dottrina sociale della Chiesa è viva, come ha detto
ai membri della Fondazione ‘Centesimus Annus’ papa Leone XIV sulla scia di papa
Francesco: ‘L’obiettivo è imparare ad affrontare i problemi, che sono sempre
diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove
domande’. In un tempo segnato dalla precarietà, dall’automazione e da nuove
forme di disuguaglianza, i principi della dottrina sociale (la dignità del
lavoro, la centralità della persona, il primato del bene comune) tornano ad
essere fondamentali. Ed indicano una direzione chiara: dare voce agli ultimi,
ascoltare gli scartati, guardare il mondo con gli occhi di chi ne resta ai
margini”.
Quindi per il papa è possibile ‘governare’ l’Intelligenza
Artificiale?
“Riprendendo il pensiero di papa Francesco papa Leone XIV
ha chiesto una governance multilivello dell’Intelligenza Artificiale, ispirata
ai principi della dottrina sociale della Chiesa ma traducibile in termini
laici, condivisibili. In tal senso, il papa si richiama al concetto della
‘tranquillità dell’ordine’ proposto da sant’Agostino in ‘De Civitate Dei’. Non
basta infatti regolare l’Intelligenza Artificiale, ma occorre regolare anche le
sue finalità. La macchina non può essere lasciata sola a dettare l’agenda”.
E da agostiniano nell’esortazione apostolica ‘Dilexi Te’
dedica un paragrafo a sant’Agostino: “L’inclusione di sant’Agostino nella
riflessione sulla storia dell’impegno della Chiesa nei confronti dei poveri è
chiaramente inserita qui grazie alla conoscenza che il papa ha di questo
dottore della Chiesa. La maggior parte degli esperti di patristica si concentra
sulle principali opere teologiche di questo Dottore della Chiesa
africano. Quindi, conoscono e insegnano Agostino basandosi sui suoi
scritti principali, come le ‘Confessioni’, ‘La città di Dio’, ‘Sulla Trinità’…
In questi documenti, Agostino non mostra chiaramente l’opzione per i
poveri. Tuttavia sant’Agostino è prima di tutto un pastore, quindi il
‘segreto’ per comprendere la sua prassi vissuta si trova nelle sue omelie e
nelle sue lettere. Papa Leone XIV conosce bene questo aspetto del pensiero
agostiniano, ed è proprio questa prospettiva che mette in luce il punto di
vista di sant’Agostino sul mandato evangelico nei confronti dei poveri. E’ interessante
notare che il testo biblico che sant’Agostino cita più di ogni altro nelle sue
omelie è il capitolo 25 di san Matteo, che contiene l’insegnamento di Gesù sul
giudizio universale, dove dice: ‘Quello che avete fatto al più piccolo dei miei
fratelli e sorelle, lo avete fatto a me’. Per Agostino, questo è il criterio
principale per seguire Cristo”.
‘Ascolto, umiltà e unità, ecco tre suggerimenti, spero
utili, che la liturgia vi dona per questi prossimi giorni’. Nell’apertura del
Capitolo generale dello scorso settembre il papa aveva ha richiamato l’ordine
agostiniano a non abbandonare queste indicazioni: in quale modo attuarle?
“Ha richiamato la nostra attenzione all’ascolto, che
quando diventa autentico inevitabilmente ci porta all’esperienza della
comunione e dell’amore, perché quando ascoltiamo non possiamo che obbedire ad
una parola, che è quello del maestro interiore, come lo chiamava sant’Agostino,
ch ci istruisce nella via della tenerezza praticata con
umiltà”.
Allora cosa significa ‘scoprirsi amati da Dio’?
“Scoprirsi amati da Dio significa avere ogni giorno un
buon motivo per vivere; un motore che ci spinge a ricominciare sempre ed anche
a diventare dono, perché viviamo di quello che abbiamo ricevuto generosamente;
quindi generosamente dobbiamo dare”.
Il 188° Capitolo Generale Ordinario dell’Ordine di
Sant’Agostino ha eletto priore generale p. Joseph Lawrence Farrell: in quale
modo porterà la spiritualità agostiniana nel mondo?
“P. Farrell, negli anni precedenti a questa elezione, ha
curato l’istituto di spiritualità agostiniana e penso che sia una persona che
potrà comunicare il messaggio di sant’Agostino e farne risplendere tutta la sua
attualità”.
A quali sfide è chiamato l’ordine agostiniano?
“Sicuramente una sfida è quella sempre più far emergere
l’urgenza della comunione e dell’amicizia. I capisaldi della spiritualità
agostiniana, esperienze che sant’Agostino ha vissuto nella carne, per cui ha
combattuto e lottato. Noi dobbiamo cercare di essere strumenti di comunione,
non avendo paura della diversità, ma sono ricchezza quando è vissuta in
Cristo”. Aci 22
Papa Leone XIV: “Grazie a Gesù conosciamo Dio come
siamo da Lui conosciuti”
“I Documenti del Concilio Vaticano II”. Il Papa spiega la
Costituzione dogmatica "Dei Verbum" - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. Anche questo mercoledì un po' grigio
a Roma, il Papa riprende il ciclo di catechesi che racconta “I Documenti del
Concilio Vaticano II” e oggi incentra la sua meditazione sul tema:
“Costituzione dogmatica Dei Verbum. Gesù Cristo rivelatore del Padre”.
Dall’Aula Paolo VI il Pontefice spiega subito: “Abbiamo visto che Dio si rivela
in un dialogo di alleanza, nel quale si rivolge a noi come ad amici. Si tratta
dunque di una conoscenza relazionale, che non comunica solo idee, ma condivide
una storia e chiama alla comunione nella reciprocità. Il compimento di questa
rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso
si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra
verità più profonda. È ciò che è accaduto in Gesù Cristo”.
La Dei Verbum (in lingua italiana Parola di Dio) è una
costituzione dogmatica emanata dal Concilio Vaticano II riguardante la «Divina
Rivelazione» e la Sacra Scrittura. È uno dei principali documenti del Concilio
Vaticano II; La costituzione fu promulgata da papa Paolo VI il 18 novembre
1965, in seguito all'approvazione dei vescovi riuniti in assemblea con 2.344
voti favorevoli e 6 contrari.
“Grazie a Gesù conosciamo Dio come siamo da Lui
conosciuti. Infatti, in Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso
tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine
del Verbo… Gesù Cristo è il luogo in cui riconosciamo la verità di Dio Padre
mentre ci scopriamo conosciuti da Lui come figli nel Figlio, chiamati allo
stesso destino di vita piena”, spiega ancora il Papa nella sua catechesi.
"Infine, Gesù Cristo è rivelatore del Padre con la
propria umanità. Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua umanità
integrale: la verità di Dio non si rivela pienamente dove si toglie qualcosa
all’umano, così come l’integrità dell’umanità di Gesù non diminuisce la
pienezza del dono divino. È l’umano integrale di Gesù che ci racconta la verità
del Padre", dice ancora il Pontefice.
“A salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e
la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore che s’incarna,
nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per
onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come
il canale di trasmissione di verità intellettuali. Se Gesù ha un corpo reale,
la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo
proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di
attraversarlo. Grazie a Gesù, il cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con
fiducia a Lui”, conclude infine Papa Leone. Aci 21
Chiesa in Germania, a febbraio i vescovi eleggono
il loro nuovo presidente
L’attuale guida dei presuli tedeschi, monsignor Bätzing,
ha annunciato che non si candiderà per il secondo mandato - Di Giacomo König
Francoforte. A fine febbraio la Conferenza episcopale
tedesca (CET) avrà un nuovo presidente. Dopo sei anni di mandato, l’attuale
guida dei presuli della Germania, il vescovo di Limburgo, monsignor Georg
Bätzing, ha infatti annunciato che non si ricandiderà per una seconda volta.
Sebbene lo Statuto della CET consenta che il mandato standard di sei anni sia
rinnovabile per, al massimo, altri sei. La decisione deve essere maturata nelle
ultimissime settimane, poiché ancora in dicembre il presule non escludeva la
candidatura ad un secondo mandato. Quando dunque i vescovi tedeschi si
riuniranno nella città di Würzburg, dal 23 al 26 febbraio, per la plenaria di
inizio anno, dovranno necessariamente eleggere un nuovo presidente.
Monsignor Bätzing ha informato i vescovi della sua
decisione tramite una lettera, citata in un comunicato della CET diffuso lunedì
19 gennaio. Ai fratelli nell’Episcopato, il presule chiarisce di aver preso
questa decisione meditatamente, «dopo averci riflettuto a lungo e aver
consultato altre persone». Ammette di essere “onorato” per aver svolto questo
servizio «in tempi davvero difficili», che al contempo, però, «aprono nuovi
spazi di manovra.
Il vescovo di Limburgo, che nel marzo 2020 era succeduto
al cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, ringrazia tutti
coloro che lo «hanno sostenuto con stima e critiche costruttive negli ultimi
sei anni» e prega per il buon esito delle prossime elezioni, augurando alla
«comunità della Conferenza di continuare ad avere il coraggio di parlare
apertamente, di confrontarsi in modo costruttivo e la disponibilità ad
avvicinarsi gli uni agli altri, per testimoniare insieme ai fedeli del nostro
Paese, e a molti altri, la gioia della fede».
Poi uno sguardo all’indietro, verso il lavoro compiuto e,
in avanti, verso ciò che ancora c’è da realizzare: «Sono stati sei anni intensi
– scrive ancora Bätzing nella lettera ai presuli tedeschi - durante i quali noi
vescovi, insieme a molti altri membri del popolo di Dio, abbiamo potuto
realizzare qualcosa e dare forma a un futuro sostenibile per la Chiesa nel
nostro Paese. Ora è tempo di affidare ad altri questo importante compito per il
lavoro della Conferenza episcopale. E sono sicuro – ha concluso - che tutto
continuerà per il meglio».
Lo scorso dicembre, in un’intervista radiofonica con la
Deutschlandfunk, si era detto rammaricato che i vescovi tedeschi «non parlino
all'unisono su ogni questione». In effetti, il Cammino sinodale e la
maggioranza “progressista” dei vescovi tedeschi hanno dovuto in questi anni
fare i conti con il fronte dell’opposizione, costituito dal vescovo di Passau,
monsignor Stefan Oster; dal vescovo di Ratisbona, monsignor Rudolf Voderholzer;
dal cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, e dall'ex vescovo di
Eichstätt, monsignor Gregor Maria Hanke.
Il quotidiano Il Giornale ha rivelato lo scorso sabato 17
gennaio, che lo stesso Papa Benedetto XVI, già nel 2021, scrisse al suo
successore, come arcivescovo di Monaco e Frisinga, il cardinale Reinhard Marx,
per esprimergli la sua «grande preoccupazione» sul processo sinodale in
Germania. Papa Ratzinger era convinto che «questo Cammino farà male e finirà
male se non viene fermato».
Non esistono candidature ufficiali per la presidenza. I
vescovi, che probabilmente voteranno il 24 febbraio, si incontreranno prima,
per una specie di conclave, per discutere e proporre i profili più adatti al
ruolo. Lo Statuto della CET stabilisce che per l'esito positivo delle votazioni
è necessaria una «maggioranza dei due terzi dei membri presenti aventi diritto
di voto» dell'assemblea plenaria. Se nei primi due scrutini non si dovesse
raggiungere la maggioranza, dal terzo è sufficiente la maggioranza semplice dei
membri della CET presenti.
Elegibili sono solo i vescovi diocesani. I vescovi
ausiliari hanno solo diritto di voto, ma non possono essere votati per la
presidenza. Nell’attuale assemblea plenaria figurano 59 membri, dei quali solo
27 - il numero delle diocesi tedesche - sono vescovi diocesani e possono
candidarsi ed essere votati per la presidenza. Tuttavia il numero dei candidati
si riduce praticamente a 24. In primo luogo, poiché le diocesi di Eichstätt e
Münster sono attualmente vacanti (la prima dal giugno del 2025, la seconda dal
2024). In secondo luogo, poiché il vescovo di Magdeburgo, monsignor Gerhard
Feige, compie 75 anni il prossimo 19 novembre, e quel giorno dovrà offrire le
proprie dimissioni al Papa: la sua età lo esclude dunque di fatto dalla
candidabilità alla presidenza. Aci 21
Cristiani perseguitati, sono quasi 400 milioni nel
mondo
Il rapporto dell’Ong Cristiana Open Doors mette in luce
la crescita dei cristiani perseguitati nel mondo. Ecco dove la situazione è
peggiore - Di Andrea Gagliarducci
Roma. Sono 388 milioni i cristiani perseguitati nel
mondo, 8 milioni in più rispetto allo scorso anno. Lo sottolinea il rapporto
annuale dell’Ong cristiana Open Doors, il World Watch List. Insieme al rapporto
sulla libertà religiosa di Aiuto alla Chiesa che Soffre, i cui numeri sono
stati citati da Leone XIV nel suo discorso al corpo diplomatico accreditato
presso la Santa Sede lo scorso 9 gennaio, il World Watch List è una fotografia
puntuale e necessaria della situazione dei cristiani nel mondo. Certifica una
situazione che il Papa non ha mancato di definire “crisi umanitaria”. E
permette anche di guardare ai territori dove la crisi è peggiore.
Il World Watch List non si concentra solo sul mondo
cattolico, ma su tutto il mondo cristiano. Ed è questo che lo rende importante
e attuale. Una decina di anni fa, si parlava addirittura di “Cristo-fobia”,
invece di “cristiano-fobia”, perché era evidente che l’obiettivo degli attacchi
non erano i cristiani, ma proprio la loro fede incrollabile in Cristo.
Prima di tutto, serve guardare i numeri. Secondo il
rapporto, di 388 milioni di cristiani perseguitati, 201 milioni sono donne e
bambine, mentre 110 milioni sono minori di 15 anni. Il numero di Paesi con
livello “estremo” di persecuzione anti-cristiana sale da 13 a 15, con la Corea
del Nord che si conferma “maglia nera”, anche per la difficoltà reale di
comprendere chi e quanti siano i cristiani nel Paese. Dopo il regime di
Pyongyang, si riscontra persecuzione estrema anche in Somalia, Eritrea, Libia,
Afghanistan, Yemen, Sudan, Mali, Nigeria, Pakistan, Iran, India, Arabia
Saudita, Myanmar e Siria.
La Siria, in particolare, è passata da un livello “grave”
ad “estremo”, con buona pace di chi vedeva nel sovvertimento del regime di
Assad una speranza, e questo perché, ha sottolineato Cristian Nani, direttore
di Open Doors Italia, a Damasco e dintorni il potere politico è ancora
“frammentato”, e in Siria sono rimasti “appena 300 mila cristiani, ovvero
centinaia di miglia in meno rispetto a dieci anni fa”.
Il Rapporto 2025 aveva segnalato un calo delle uccisioni
di cristiani. Ma era un fuoco di paglia. Il Rapporto 2026 segnala di nuovo un
incremento: da 4.476 a 4.849, pari a 13 al giorno. In Nigeria sono stati uccisi
3.490 cristiani, pari al 70 per cento del totale mondiale.
I cristiani arrestati per la loro fede sono stati 4.712
nel 2025, contro 4.744 nel 2024. I cristiani rapiti sono stati 3.302, ben 4.744
in meno rispetto a quelli registrati nel 2024. Drastica diminuzione degli
attacchi contro le chiese (da 7.679 a 3.632) e contro le abitazioni o i negozi
(da 28.368 a 25.794); mentre aumentano le vittime di abusi, stupri e matrimoni
forzati (da 3.944 a 5.202).
L’Africa Sub-Sahariana è la regione “osservato speciale”
del rapporto, perché ha governi fragili che lasciano i cristiani esposti agli
attacchi. E in particolare, c’è una situazione critica in Sudan per la guerra
civile, ma anche in Nigeria, Mali, Niger, Burkina Faso, Repubblica Democratica
del Congo e Mozambico, dove la matrice religiosa si combina a situazioni
economiche e sociali molto complesse.
La Nigeria è uno dei Paesi più sotto osservazione. Lo
scorso 29 dicembre, lo Stato Islamico ha attaccato cristiani nello stato di
Adamawa, causando 14 vittime, mentre il 4 gennaio un gruppo di uomini armati ha
assaltato di Demo, nello Stato di Niger, causando un numero non definito di
morti.
Ma gli episodi dello scorso anno che hanno toccato le
cronache sono moltissimi. In Siria, il 22 giugno 2025, un attacco suicida nella
chiesa di Mar Elias ha ucciso almeno 22 cristiani e ne ha feriti almeno altri
60. Sono numeri che hanno portato la Siria al sesto posto tra i Paesi a
rischio, dal 18esimo posto del rapporto precedente, mentre nel 2024 gli omicidi
di cristiani erano pari a zero a Damasco e dintorni e nel 2025 hanno toccato
almeno 27 persone.
La situazione è peggiorata perché, dopo la caduta di
Assad, Ahmad al-Sharaa si è autoproclamato presidente e ha applicato la legge
islamica, che in un potere ancora fragile lascia molto spazio agli abusi contro
i cristiani.
Se si scorporano le cifre per continente, si nota che i
cristiani perseguitati sono 1 ogni 7 nel mondo. In Africa, la proporzione è uno
a cinque, in Asia 2 a cinque, in America Latina 1 a 12.
Negli ultimi cinque anni, cinque delle nazioni
subsahariane sotto osservazione nella World Watch List hanno ripudiato i propri
governi e due hanno sospeso le proprie costituzioni, mentre la situazione in
Nigeria ed Etiopia è quella di nazioni democratiche in cui però i gruppi
jihadisti e ribelli evitano allo Stato di estendere la sicurezza e la stabilità
sui territori da loro controllati”.
Il rapporto di Open Doors segna “l’oppressione islamica”
e “il crimine e la corruzione organizzata” con due dei tre fattori maggior id
persecuzione in 10 delle 14 nazioni considerate sotto “persecuzione estrema”.
In particolare, l’Africa subsahariana ha visto la
crescita di livelli di rischio in maniera esponenziale: in dieci anni, erano
solo sei le nazioni subsahariane considerate pericolose per i cristiani, mentre
ora ce ne sono 12 tra le venti più pericolose.
La persecuzione non viene solo da fonti islamiche, In
Etiopia, la Chiesa Ortodossa ha posto pressione sulle comunità protestanti che
spesso affrontano ostilità a livello locale, e, nonostante una tregua firmata
nel 2022 con il governo, gruppi armati nella regione di Amhara e Oromia hanno
distrutto, demolito e saccheggiato 25 chiese.
Capitolo Cina. Il punteggio è il più alto di sempre nel
rapporto, ma la pressione contro la Chiesa è cresciuta a causa della
pubblicazione e la messa in pratica dei nuovi regolamenti di utilizzo di
internet e dei social media, parte di un percorso di regolamentazioni crescenti
che sono cominciate nel 2018.
Un altro dato sensibile riguarda i matrimoni forzati di
cristiani con non cristiani. Secondo il World Watch List, sono passati da 821 a
1.147 nel corso del 2025. Le nazioni dove la pratica è più diffusa sono
Nigeria, Cina e Niger.
Non tutto, comunque, va male. Ci sono trend di
miglioramento in Bangladesh, in Malesia, che è appena uscita dalle prime 50
nazioni a rischio, mentre la situazione a Cuba, Messico, Nicaragua e Colombia
non è migliorata, ma nemmeno peggiorata nell’ultimo anno, e le chiese in questi
contesti “mostrano notevole resilienza e creatività” secondo il rapporto. Aci
21
Udienza. Leone XIV: “preghiamo per la pace, la
guerra è tornata di moda”
Il Papa ha concluso l'udienza di oggi, dedicata ancora
una volta alla Dei Verbum con un nuovo appello a pregare per la pace. I
cristiani "si allontanino dalla divisione" e trovino l'unità,
l'appello per la Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani – di
M.Michela Nicolais
“Preghiamo per la pace, in un momento della storia che
sembra segnato da una crescente perdita del valore della dignità umana e in cui
la guerra è tornata di moda”. E’ l’appello di Leone XIV, al termine
dell’udienza di oggi, durante i saluti ai pellegrini portoghesi. “L’umanità di
Gesù, che rivela il Padre, ci aiuti a trovare cammini di giustizia e di
riconciliazione”, l’auspicio del Papa, che ha dedicato ancora una volta la
catechesi – pronunciata in Aula Paolo VI – alla costituzione conciliare Dei Verbum
sulla Rivelazione divina. Durante i saluti, il riferimento alla Settimana di
preghiera per l’unità dei cristiani. “Chiediamo al Signore di elargire il dono
del suo Spirito a tutte Chiese sparse nel mondo perché, attraverso di esso, i
cristiani allontanino la divisione per comporre saldi legami di unità”,
l’invito ai fedeli di lingua italiana. Anche salutando i pellegrini tedeschi,
poco prima, Leone XIV aveva esortato a pregare affinché “tutti i suoi discepoli
trovino l’unità, perché il mondo creda in lui e nella sua rivelazione”.
Reciprocità e comunione. “Gesù Cristo è rivelatore del
Padre con la propria umanità”, il fulcro della catechesi, al centro della quale
c’è stata la parola “reciprocità”, come segreto della relazione tra il Figlio e
il Padre e tra noi e Dio, attraverso il Figlio. “Proprio perché è il Verbo
incarnato che abita tra gli uomini, Gesù ci rivela di Dio con la propria vera e
integra umanità”, ha spiegato Leone XIV: “Perciò egli – dice il Concilio –,
vedendo il quale si vede il Padre, con tutta la sua presenza e manifestazione,
con le parole e le opere, con i segni e i miracoli, e soprattutto con la sua
morte e gloriosa risurrezione dai morti, e infine con l’invio dello Spirito di
verità, completa, compiendola, la rivelazione”.
“Per conoscere Dio in Cristo dobbiamo accogliere la sua
umanità integrale”, l’invito del Papa: “la verità di Dio non si rivela
pienamente dove si toglie qualcosa all’umano, così come l’integrità
dell’umanità di Gesù non diminuisce la pienezza del dono divino. È l’umano
integrale di Gesù che ci racconta la verità del Padre”.
Gesù ha un corpo. “A salvarci e a convocarci non sono
soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il
Signore che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane
fra noi”, il monito del Pontefice.
“Per onorare la grandezza dell’incarnazione, non è
sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità
intellettuali”, ha osservato il Papa: “Se Gesù ha un corpo reale, la
comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo
proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di
attraversarlo”. “Gesù ci rivela il Padre coinvolgendoci nella propria relazione
con lui”, ha ricordato Leone: “Nel Figlio inviato da Dio Padre gli uomini
possono presentarsi al Padre nello Spirito Santo e sono fatti partecipi della
natura divina”, ha proseguito citando il testo conciliare: “Giungiamo alla
piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in
virtù dell’azione dello Spirito.
Figli nel Figlio. “Grazie a Gesù conosciamo Dio come
siamo da lui conosciuti”, le parole dedicate alla centralità della mediazione
del Figlio: “In Cristo, Dio ci ha comunicato sé stesso e, allo stesso
tempo, ci ha manifestato la nostra vera identità di figli, creati a immagine
del Verbo. Questo Verbo eterno illumina tutti gli uomini, svelando la loro
verità nello sguardo del Padre”. “Il Padre tuo, che vede nel segreto, ti
ricompenserà”, dice infatti Gesù, secondo quanto riporta il Vangelo di Matteo,
e aggiunge che “il Padre conosce le nostre necessità”. “Gesù Cristo è il luogo
in cui riconosciamo la verità di Dio Padre mentre ci scopriamo conosciuti da
lui come figli nel Figlio, chiamati allo stesso destino di vita piena”, ha
commentato il Pontefice, citando San Paolo: “Quando venne la pienezza del
tempo, Dio mandò il suo Figlio, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che
voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del
suo Figlio, il quale grida: ‘Abbà! Padre!’”. E’ Gesù stesso, in altre parole,
che “ci invita a condividere il suo sguardo sulla realtà: ‘Guardate gli uccelli
del cielo – dice –: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai;
eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro?’”. “Seguendo
fino in fondo il cammino di Gesù, giungiamo alla certezza che nulla ci potrà
separare dall’amore di Dio”, ha concluso il Pontefice: “Grazie a Gesù, il
cristiano conosce Dio Padre e si abbandona con fiducia a lui”. sir 21
Bätzing non sarà più presidente della Conferenza
episcopale tedesca
«Sono stati sei anni intensi, durante i quali noi
vescovi, insieme a molti altri membri del popolo di Dio, abbiamo potuto
realizzare qualcosa e dare forma a un futuro sostenibile per la Chiesa nel
nostro Paese. Ora è giunto il momento di affidare ad altri questo importante
compito per il lavoro della Conferenza episcopale. E sono certo che tutto
continuerà per il meglio».
Con una lettera ai confratelli, ieri il vescovo Georg
Bätzing, presidente della DBK (Deutsche Bischofskonferenz) ha annunciato che
non si candiderà per un secondo mandato alla guida della Conferenza episcopale:
„Per rendere possibili con anticipo riflessioni sulla questione, desidero
comunicarvi, che non sono a disposizione per una nuova elezione. Ho preso
questa decisione dopo essermi consultato e averci riflettuto a lungo”.
La prossima assemblea episcopale di fine febbraio (23-26
febbraio) a Würzburg avrà in programma l’elezione del presidente della DBK,
essendo giunti ormai a termine i sei anni di mandato del vescovo di Limburg.
Bätzing ha guidato questi sei anni in una fase
impegnativa e avvincente della Chiesa cattolica in Germania, la quale ha
affrontato apertamente e con coraggio lo scandalo degli abusi su minori e si è
avviata verso una maggiore sinodalità sia con il lavoro di riforme
dell’assemblea sinodale (Synodaler Weg, 2020-2023, insieme a presbiteri,
religiose e religiosi, e laiche e laici del Comitato centrale dei cattolici
tedeschi), sia, a partire dal 2021, con il sinodo universale sulla sinodalità.
Per Bätzing è «un grande onore e una grande gioia
svolgere questo servizio in tempi davvero impegnativi, che allo stesso tempo
aprono nuovi spazi di manovra» e ringrazia tutti coloro «che negli ultimi sei
anni mi hanno sostenuto con stima e critiche costruttive».
Per le imminenti elezioni, prega affinché Dio conceda il
Suo spirito benevolo e augura alla «conferenza di continuare ad avere il
coraggio di parlare apertamente, di lottare in modo costruttivo e la
disponibilità ad avvicinarsi gli uni agli altri, per testimoniare insieme ai
fedeli del nostro Paese e a molti altri la gioia della fede».
Irme Stetter‑Karp, presidente del Comitato centrale
dei cattolici tedeschi (ZdK) ha espresso rammarico per la decisione di Bätzing
di non ricandidarsi, pur rispettandola pienamente. Nei suoi anni alla guida
della DBK, ha aggiunto, è stato un interlocutore autentico, collegiale e molto
impegnato per la Chiesa in Germania.
Georg Bätzing ha sempre sostenuto e difeso la linea
riformista della Chiesa in Germania. Venne eletto all’inizio del 2020
all’indomani della prima assemblea del Synodaler Weg. Nelle prossime settimane
ci saranno appuntamenti importanti per la Chiesa cattolica in Germania. Nella
Conferenza episcopale a Würzburg di fine febbraio che eleggerà il prossimo
presidente, uno dei temi „caldi“ sul tavolo sarà la discussione degli step
successivi per la costituzione di un Consiglio sinodale (Synodalrat o Synodalkonferenz).
Questo Consiglio sinodale è un nodo di conflitto con Roma perché in essa il
Vaticano vede una sottrazione, un indebolimento del magistero episcopale.
Prima dell’appuntamento di febbraio avrà luogo un altro
incontro importante per la Chiesa in Germania: la sesta assemblea sinodale del
Synodaler Weg (Stoccarda, 29-31 gennaio). Sappiamo che il Synodaler Weg si era
concluso a marzo del 2023 con la quinta assemblea dove erano state prese
decisioni/delibere che riguardavano la Chiesa locale e redatto dei testi che la
delegazione tedesca del Sinodo universale sulla sinodalità (2021-2024) ha
portato a Roma.
Con la chiusura del Synodaler Weg alcuni temi erano
rimasti aperti, forse il più importante è stato la creazione di un comitato
sinodale per la costituzione di un futuro consiglio sinodale (Synodalrat o
Synodalkonferenz). Cosa che, peraltro, è avvenuta in questi tre anni non senza
scontri e spaccature all’interno della stessa Conferenza episcopale per la
contrarietà di alcuni vescovi più vicini a Roma.
La prossima assemblea sinodale di Stoccarda farà quindi
il punto della situazione sul Consiglio sinodale e farà un monitoraggio e una
valutazione circa l’attuazione delle delibere votate nelle assemblee sinodali
precedenti. Inoltre si rifletterà sulla sinodalità nell’ambito della Chiesa
universale. Quest’ultimo è uno degli importanti guadagni del sinodo
universale per la Chiesa cattolica in Germania: lo scambio e il dialogo
con altre Chiese locali. Una novità della sesta assemblea sinodale a Stoccarda
sarà l’introduzione del metodo della Conversazione dello spirito, il metodo del
sinodo universale.
Vedremo allora fra poche settimane chi sarà il prossimo
presidente della Conferenza episcopale tedesca; potrebbe venir scelto un
vescovo dal profilo più moderato che possa ricucire la frattura interna; forse
un vescovo più vicino a Roma o più conosciuto nella curia romana.
Georg Bätzing è succeduto al cardinale Reinhard Marx,
arcivescovo di Monaco e Frisinga, che aveva guidato la conferenza episcopale
nel burrascoso periodo degli scandali di abusi nella Chiesa, dando l’incarico a
tre istituti indipendenti di fare uno studio sugli abusi e sulle cause
sistemiche nella Chiesa cattolica che li favoriscono (MHG-Studie) e dato
l’avvio in seguito ai risultati della ricerca, insieme al Zentralkomitee der
Deutschen Katholiken al sinodo delle riforme, il Synodaler Weg. Del-mci, 20
Leone XIV: “dalla compassione si misura lo stato
di salute della società”
Il Papa dedica il messaggio per la prossima Giornata
mondiale del malato alla compassione, mettendo in guarda dalla retorica e
sollecitando all'azione concreta verso chi ha bisogno. Le celebrazioni solenni
a Chiclayo – di M.Michela Nicolais
“Viviamo immersi nella cultura della rapidità,
dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che
ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni
e le sofferenze che ci circondano”. Lo scrive Leone XIV, nel messaggio per la
Giornata mondiale del malato, che quest’anno si celebra solennemente a
Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio prossimo, sul tema: “La compassione del
Samaritano: amare portando il dolore dell’altro”. Nel testo, il Papa ripropone
il passo biblico del Buon Samaritano, “chiave ermeneutica dell’enciclica
Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione
e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo
individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con
quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.
“Gesù non insegna chi è il prossimo, ma come diventare prossimo, cioè come
diventare noi stessi vicini”, il commento di Sant’Agostino alla parabola, che
per Leone XIV insegna che “l’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere
prossimo non dipende dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di
amare. Per questo il cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio
di Cristo, il vero Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita”.
“Non si tratta di semplici gesti di filantropia”,
puntualizza il Papa: “San Francesco lo spiegava molto bene quando, parlando del
suo incontro con i lebbrosi, diceva: ‘Il Signore stesso mi condusse tra loro’,
perché attraverso di loro aveva scoperto la dolce gioia di amare”.
“No” alla retorica. La compassione “non è teorica né
sentimentale, si traduce in gesti concreti”, l’identikit dello stile del
cristiano, a partire dal riferimento alla sua esperienza pastorale di
missionario e vescovo in Perù: “Ho constatato come molte persone condividono la
misericordia e la compassione alla maniera del samaritano e dell’albergatore. I
familiari, i vicini, gli operatori sanitari, le persone impegnate nella
pastorale sanitaria e tanti altri che si fermano, si avvicinano, curano,
portano, accompagnano e offrono ciò che hanno, danno alla compassione una
dimensione sociale. Questa esperienza, che si realizza in un intreccio di
relazioni, supera il mero impegno individuale”. In questa prospettiva, come
Leone XIV ha osservato nell’esortazione apostolica Dilexi te, la cura dei
malati non è solo una “parte importante” della missione della Chiesa, ma
un’autentica “azione ecclesiale” tramite la quale “possiamo verificare la
salute della nostra società”.
“Il dolore che ci commuove non è un dolore estraneo, è il
dolore di un membro del nostro stesso corpo del quale il nostro Capo ci comanda
di prenderci cura per il bene di tutti”, scrive ancora il Pontefice: “In questo
senso si identifica con il dolore di Cristo e, offerto cristianamente, affretta
il compimento della preghiera del Salvatore stesso per l’unità di tutti”.
Dalla compassione all’etica individuale. “Allontanare da
noi l’interesse di fondare la nostra autostima o il senso della nostra dignità
su stereotipi di successo, carriera, posizione o discendenza e recuperare la
nostra collocazione davanti a Dio e al fratello”, l’appello del Papa, secondo
il quale “il primato dell’amore divino implica che l’azione dell’uomo sia
compiuta senza interesse personale né ricompensa, bensì come manifestazione di
un amore che trascende le norme rituali e si traduce in un culto autentico:
servire il prossimo e amare Dio nei fatti”. Benedetto XVI diceva che “la
creatura umana, in quanto di natura spirituale, si realizza nelle relazioni
interpersonali”, ricorda Leone XIV: “Più le vive in modo autentico, più matura
anche la propria identità personale. Non è isolandosi che l’uomo valorizza se
stesso, ma ponendosi in relazione con gli altri e con Dio”.
“Il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di
vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio”,
ribadisce il Pontefice sulla scorta di Papa Francesco: “Desidero vivamente che
nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna,
‘samaritana’, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice
più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati
da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i
sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti”. Sir
20
Messaggio del Papa per la Giornata del Malato.
“L’amore non è passivo, va incontro all’altro”
“La compassione del samaritano: amare portando il dolore
dell’altro” – Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. “La compassione del samaritano: amare
portando il dolore dell’altro”, è questo il tema per la XXXIV Giornata Mondiale
del Malato 2026 firmato da Papa Leone XIV. “La XXXIV Giornata Mondiale del
Malato sarà celebrata solennemente a Chiclayo, in Perù, l’11 febbraio 2026. Per
questa circostanza ho voluto riproporre l’immagine del buon samaritano, sempre
attuale e necessaria per riscoprire la bellezza della carità e la dimensione
sociale della compassione, per porre l’attenzione sui bisognosi e sui
sofferenti, come sono i malati. Tutti abbiamo ascoltato e letto questo
commovente testo di San Luca”, scrive subito il Pontefice nell’incipit del
Messaggio.
Sulla compassione il Papa dice: “Ho voluto proporre la
riflessione su questo passo biblico, con la chiave ermeneutica dell’Enciclica
Fratelli tutti, del mio amato predecessore Papa Francesco, dove la compassione
e la misericordia verso il bisognoso non si riducono a un mero sforzo
individuale, ma si realizzano nella relazione: con il fratello bisognoso, con
quanti se ne prendono cura e, alla base, con Dio che ci dona il suo amore”.
“Viviamo immersi nella cultura della rapidità,
dell’immediatezza, della fretta, ma anche dello scarto e dell’indifferenza, che
ci impedisce di avvicinarci e fermarci lungo il cammino per guardare i bisogni
e le sofferenze che ci circondano. La parabola racconta che il samaritano,
vedendo il ferito, non è “passato oltre”, ma ha avuto per lui uno sguardo
aperto e attento, lo sguardo di Gesù, che lo ha portato a una vicinanza umana e
solidale. L’amore non è passivo, va incontro all’altro; essere prossimo non dipende
dalla vicinanza fisica o sociale, ma dalla decisione di amare. Per questo il
cristiano si fa prossimo di chi soffre, seguendo l’esempio di Cristo, il vero
Samaritano divino che si è avvicinato all’umanità ferita”, continua il Papa.
“Il dono dell’incontro nasce dal legame con Gesù Cristo,
che identifichiamo come il buon samaritano che ci ha portato la salute eterna e
che rendiamo presente quando ci chiniamo davanti al fratello ferito. San Luca
prosegue dicendo che il samaritano “sentì compassione”. Avere compassione
implica un’emozione profonda, che spinge all’azione. È un sentimento che sgorga
da dentro e porta all’impegno verso la sofferenza altrui. In questa parabola,
la compassione è il tratto distintivo dell’amore attivo. Non è teorica né
sentimentale, si traduce in gesti concreti: il samaritano si avvicina, medica
le ferite, si fa carico e si prende cura. Questa esperienza, che si realizza in
un intreccio di relazioni, supera il mero impegno individuale.”, sottolinea
ancora il Pontefice.
“Desidero vivamente che nel nostro stile di vita
cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva,
coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra
unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino,
potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei
nostri fratelli malati, anziani e afflitti”, conclude il Papa nel Messaggio.
Il Cardinale Michael Czerny S.J., Prefetto del Dicastero
per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, è intervenuto presso la Sala
Stampa della Santa Sede per presentare il Messaggio. “Curare è compito della
medicina, di cui si parla sempre molto nei notiziari. Ma il Messaggio di Papa
Leone XIV per la Giornata Mondiale del Malato 2026 parla di guarigione, che è
qualcosa di più ampio e più profondo del semplice curare le malattie. Ci vuole
coraggio per leggere questo Messaggio con attenzione e prenderlo sul serio, con
mente aperta e cuore aperto. Non ti lascia come eri prima. Ogni messaggio
papale ci riporta alle basi, ma penso che questo Messaggio sia davvero per
tutti. È per i cristiani e allo stesso modo per tutti gli altri.”, dice il
Cardinale Michael Czerny davanti ai giornalisti.
“Il Messaggio è suddiviso in tre parti: la prima parla
dell’incontro, che si rivela così importante non solo per i malati, ma per
tutti. La seconda parla della compassione, senza la quale non c’è guarigione. E
la terza parla del vero amore”, spiega ancora il Prefetto.
“Sono fortunato a rappresentare Papa Leone nella
presentazione di questo Messaggio nella sua diocesi d’origine, Chiclayo, in
Perù, l’11 febbraio, festa di Nostra Signora di Lourdes e 34a Giornata Mondiale
del Malato. Spero che questo Messaggio non solo venga ascoltato in quel giorno,
ma continui a ispirare gesti di incontro, compassione e amore ovunque si
trovino malattia e sofferenza”, conclude Cardinale Michael Czerny.
Il Prefetto risponde ad ACI Prensa anche sul perchè di
questa scelta, Chiclayo. "La scelta di Chiclayo non è dovuta
principalmente al Papa, ma a una ragione pratica. ", ha chiarito il
Cardinale Prefetto in Vaticano durante la presentazione del messaggio del Papa
per questa giornata.
“Avevamo bisogno di un luogo dove, dato il clima di
febbraio, fosse meno probabile che la celebrazione fosse compromessa dal
maltempo”, ha affermato il cardinale. Ha poi definito questa decisione una
“felice coincidenza”. Il cardinale ha inoltre sottolineato la reazione di
Papa Leone XIV, che, ha detto, era "molto felice della scelta" fatta
dal Vaticano nel novembre dello scorso anno. Aci 20
Usa. tre cardinali contro la politica estera di
Trump: “Assalto catastrofico alla pace”
Dura presa di posizione di tre cardinali statunitensi
contro la linea di politica estera dell’amministrazione Trump. In un documento
diffuso da New York, i cardinali Blase J. Cupich, Robert McElroy e Joseph W.
Tobin richiamano i principi indicati da Papa Leone XIV nel discorso al corpo
diplomatico e denunciano il rischio di una politica fondata su interessi
nazionali ristretti, sull’uso disinvolto della forza militare e
sull’indebolimento del multilateralismo. Di Maddalena Maltese
(da New York) È uno statement che non lascia spazio a
interpretazioni quello diffuso, domenica, dai cardinali Blase J. Cupich,
arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e Joseph W.
Tobin, arcivescovo di Newark. Una condanna netta della politica estera
dell’amministrazione Trump, misurata sui principi enunciati da Papa Leone XIV
nel suo recente discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Le parole dei tre porporati arrivano in una settimana che
ha segnato un punto di svolta nelle relazioni internazionali degli Stati Uniti.
Trump ha minacciato un intervento militare in Iran, poi ritirato sotto la
pressione degli alleati del Golfo e di Israele. Ha ribadito l’intenzione di
“impossessarsi” della Groenlandia, costringendo i paesi europei a una
mobilitazione militare in difesa di un territorio minacciato da quello che
credevano fosse un alleato NATO. E ancora: la crisi venezuelana, con l’accusa di
aver “rapito” il presidente e imposto un cambio di governo, la guerra dei dazi
con la Cina, il blocco dei visti per circa 75 paesi.
“Come pastori responsabili dell’insegnamento del nostro
popolo, non possiamo restare in silenzio mentre vengono prese decisioni che
condannano milioni di persone a vite intrappolate permanentemente ai margini
dell’esistenza”, ha dichiarato il cardinale Cupich. “Papa Leone ci ha dato una
direzione chiara e dobbiamo applicare il suo insegnamento alla condotta della
nostra nazione e dei suoi leader”.
Il documento dei tre cardinali, intitolato “Tracciare una
visione morale della politica estera americana“, parte da una constatazione:
nel 2026 gli Stati Uniti sono entrati nel dibattito più lacerante sul
fondamento morale delle azioni statunitensi nel mondo dalla fine della Guerra
Fredda. Venezuela, Ucraina, Groenlandia hanno sollevato questioni fondamentali
sull’uso della forza militare e sul significato della pace.
“La dottrina sociale cattolica testimonia che quando
l’interesse nazionale, concepito in modo ristretto, esclude l’imperativo morale
della solidarietà tra le nazioni e la dignità della persona umana, porta
immense sofferenze nel mondo e un assalto catastrofico alla pace giusta che va
a beneficio di ogni nazione ed è volontà di Dio”, ha sottolineato il cardinale
McElroy. “Nel dibattito nazionale sui contorni fondamentali della politica
estera americana, ignorare questa realtà costa gli interessi più veri del
nostro paese e le migliori tradizioni di questa terra che amiamo”.
I cardinali richiamano con forza le parole di Papa Leone
al corpo diplomatico sulla “debolezza del multilateralismo” e sulle evoluzioni
della diplomazia, da promotrice di dialogo a luogo di prova di forza
muscolare. Nel documento si cita l’analisi del papa americano sulla
guerra “tornata di moda”, mentre “si sta diffondendo uno zelo per la guerra” e
“il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle
nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente
minato”
Il papa, continuano i porporati, ha anche ricordato che
“la protezione del diritto alla vita costituisce il fondamento indispensabile
per ogni altro diritto umano” e ha denunciato la tendenza delle nazioni ricche
a ridurre o eliminare i contributi ai programmi di assistenza umanitaria
estera, così come le crescenti violazioni della coscienza e della libertà
religiosa.
La partecipazione al Concistoro ha convinto il
cardinal Tobin a sottolineare la visione del Papa sull’avere “relazioni
giuste e pacifiche tra le nazioni. Altrimenti, minacce crescenti e conflitti
armati rischiano di distruggere le relazioni internazionali e di far
precipitare il mondo in sofferenze incalcolabili”.
Come pastori e cittadini, scrivono i tre cardinali,
“abbracciamo questa visione per l’instaurazione di una politica estera
autenticamente morale per la nostra nazione” e “rinunciamo alla guerra come
strumento per interessi nazionali ristretti e proclamiamo che l’azione militare
deve essere vista solo come ultima risorsa in situazioni estreme, non come
normale strumento di politica nazionale”. Il documento si chiude con un
impegno preciso: “Nei prossimi mesi predicheremo, insegneremo e ci faremo
portavoce per rendere possibile questo livello più alto” di dibattito sulla
politica estera americana, superando polarizzazione, partigianeria e interessi
economici e sociali ristretti.
Una presa di posizione che segna un momento di svolta nei
rapporti tra Chiesa cattolica americana e amministrazione Trump, e che potrebbe
aprire la strada a ulteriori pronunciamenti di vescovi e cardinali USA. Sir 19
I vescovi di Francia contro il suicidio assistito.
“La vita non si cura dando la morte”
Lo scorso 15 gennaio, la Conferenza Episcopale Francese
ha pubblicato una lettera in occasione dell’apertura dell’esame della legge sul
diritto al suicidio assistito - Di Andrea Gagliarducci
Parigi. Dopo il diritto all’aborto, il diritto al
suicidio assistito. In Francia è cominciato il dibattito su un disegno di legge
che definisce la pratica eutanasica come diritto, in un crinale sempre più a
capofitto verso la “cultura della morte”. E, com’è già successo per il
dibattito sull’aborto, i vescovi di Francia scendono in campo con forza, con
una dichiarazione pubblica, una “tribuna” in cui sottolineano che “la vita non
si cura dando la morte”.
Il testo è stato pubblicato lo scorso 15 gennaio, e
rappresenta una delle reazioni più avanzate alla questione dell’eutanasia. È un
testo che affronta il tema con delicatezza, e con il “profondo rispetto per
coloro che affrontano la fine della vita”, non fosse altro perché “la Chiesa ha
una lunga storia di accompagnamento dei malati e delle persone con disabilità,
dei caregiver, degli operatori sanitari, dei cappellani di ospedali e case di
cura”.
È una Chiesa che ascolta l’angoscia, e che per questo
conosce il dramma di chi lo vive. I vescovi notano che, per oltre venticinque
anni, “la Francia ha compiuto una scelta unica e preziosa: rifiutare sia i
trattamenti aggressivi irragionevoli che la morte indotta, affermando sia il
diritto a non soffrire sia il dovere di accompagnare la vita fino alla fine”.
C’è, si legge nel testo, un “approccio francese” coerente
e riconosciuto che è “basato sullo sviluppo di una cultura delle cure
palliative, sulla considerazione dei desideri del paziente, sulle direttive
anticipate e sulla possibilità di una sedazione profonda e continua, non per
causare la morte ma per alleviare il dolore”.
Perché, aggiungono i vescovi, “le cure palliative sono
l'unica risposta veramente efficace alle situazioni angoscianti delle cure di
fine vita”, e per questo il disegno di legge che prevede la parità di accesso a
queste cure ha il plauso dei vescovi, perché “molti operatori sanitari
impegnati in questo approccio attestano che considerare il malato terminale o
il morente nella sua dimensione fisica, ma anche psicologica, relazionale e,
ove applicabile, spirituale, come offerto dalle cure palliative, porta quasi
sempre alla scomparsa delle richieste di morte tra i malati terminali”.
I vescovi sottolineano che “dietro la richiesta di morte,
spesso si esprime una richiesta di vivere”, e per questo non si capacitano
della nuova legge, dato che il problema non è tanto l’assenza di una
possibilità eutanasica, ma piuttosto il fatto che “la legge vigente non è
sufficientemente applicata e l'accesso alle cure palliative rimane fortemente
diseguale in tutto il Paese. Ancora oggi, quasi un quarto del fabbisogno di
cure palliative non viene soddisfatto”.
Secondo la Conferenza Episcopale Francese, la
legalizzazione dell’eutanasia “cambierebbe profondamente la natura del
contratto sociale”, denunciando le parole che “tendono a nascondere” altri
concetti, poiché “presentare l'eutanasia e il suicidio assistito come atti di
cura offusca seriamente i confini etici. Le parole vengono distorte dal loro
vero significato per meglio intorpidire le coscienze: questo offuscamento non è
mai neutrale. La vita non si cura togliendo una vita”.
I vescovi rifiutano “la strumentalizzazione di concetti
essenziali come dignità, libertà e fraternità”, e ribadiscono che “la dignità
di un essere umano non varia in base al suo stato di salute, alla sua autonomia
o alla sua utilità sociale; è insita nella sua umanità, fino alla fine. È
inalienabile”.
Inoltre, i vescovi di Francia notano che “la libertà non
può essere considerata in astratto”, poiché “la libertà di ogni individuo deve
essere considerata anche nella sua dimensione relazionale: siamo
interdipendenti e le scelte di alcuni influenzano gli altri”, e quindi
“attribuire il peso della scelta della morte a un paziente, a una famiglia o a
un'équipe medica formata per curare, non per uccidere, significa negare il
mistero di comunione che ci lega gli uni agli altri”.
Ma i vescovi francesi denunciano anche l’invocazione
della “legge di fraternità” quando si tratta di causare la morte, perché la
fraternità “non consiste nell'affrettare la morte di chi soffre o
nell'obbligare chi si prende cura di qualcuno a causarla, ma nel non
abbandonare mai chi sta vivendo questi momenti difficili e dolorosi. La
fraternità ci chiama a respingere definitivamente la tentazione di togliere la
vita e, allo stesso tempo, a impegnarci con determinazione per sviluppare
efficacemente le cure palliative in tutto il Paese, rafforzando la formazione
degli operatori sanitari, supportando chi si prende cura di loro, combattendo
l'isolamento e riconoscendo che la vulnerabilità è parte della condizione
umana”.
I vescovi invitano i leader politici a considerare tutte
le implicazioni del dibattito in corso, sottolineando come non siano stati
stimolati da una motivazione “primariamente ed esclusivamente religiosa”, ma
piuttosto vogliono dare voce “alla profonda preoccupazione espressa da tanti
malati, persone con disabilità, dalle loro famiglie e da chi si prende cura di
loro”, poiché “con questa proposta di legge, questi ultimi si troverebbero
ancora una volta in prima linea e costretti a compiere azioni contrarie all'etica
della cura e al patto di fiducia che li lega ai pazienti e alle loro famiglie o
ai loro cari. Esiste un rischio significativo di minare il rapporto di fiducia
tra caregiver, pazienti e la loro cerchia ristretta”.
È un voto cruciale, aggiungono i presuli, perché pone di
fronte al significato stesso della vita, della sofferenza e della morte. I
vescovi, d’altronde, lo dicono con chiarezza: “Crediamo che una società cresca
non quando offre la morte come soluzione, ma quando si mobilita per sostenere
la vulnerabilità e proteggere la vita, fino alla fine. Il cammino è esigente,
certo, ma è l'unico veramente umano, dignitoso e fraterno”. Aci 20
L’Accademia Ecclesiastica compie 325 anni
Nella festa di Sant’Antonio Abate, patrono
dell’Accademia, un convegno in Sala Regia in Vaticano per celebrare il Giubileo
della “scuola degli ambasciatori” vaticani - Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano. È il momento di “concorrere allo
sviluppo di una nuova dottrina”, che risponda all’attuale assetto mondiale e
anche alle esigenze della pace. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di
Stato vaticano, fa di questa affermazione il centro di una sua densa lecio
magistralis per i 325 anni della Pontificia Accademia Ecclesiastica, la scuola
degli “ambasciatori del Papa”.
Una giornata a suo modo storica, celebrata nel giorno di
Sant’Antonio Abate, patrono dell’Accademia, che capita in maniera quasi
provvidenziale anche del giorno del compleanno del Segretario di Stato, che con
la riforma dell’Accademia voluta da Papa Francesco nel 2024 è diventato non
solo protettore, ma anche Gran Cancelliere.
E, certo, il Giubileo per i tre secoli e un quarto di
storia prevede celebrazioni eccezionali. Leone XIV ha inviato una lettera, e
tutto il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede è stato invitato al
simposio, mentre il decano, Georges Poulides, ambasciatore di Cipro presso la
Santa Sede che fu accreditato da Giovanni Paolo II nell’ormai lontano 2003, è
stato chiamato a una breve allocuzione di risposta alle lectio del cardinale
Parolin. La riforma dell’Accademia è stata delineata da Vincenzo Buonomo,
direttore scientifico dell’Accademia, mentre l’introduzione è stata ad opera
dell’arcivescovo Salvatore Pennacchio, presidente dell’Accademia.
Pennacchio, in particolare, ha ricordato la finalità
originaria dell’Accademia, che era appunto “la formazione di sacerdoti chiamati
a servire il Ministero Petrino nell’ambito delle relazioni internazionali,
attraverso un’azione diplomatica orientata alla pace, al dialogo e alla
promozione della dignità della persona umana”.
La lecio magistralis del Cardinale Parolin, intitolata
“Pace e Giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle
nuove sfide”, è stata molto densa. Il centro è proprio in quella richiesta di
sviluppare un nuovo pensiero, una dottrina che sia aggiornata ai tempi. Ma
questa richiesta deriva da una consapevolezza, che si può notare nei toni a
volte crudi della sua lectio.
Il cardinale chiede “un percorso di conversione anche per
coloro che agiscono sulla scena internazionale”, perché nonostante i vari segni
di guerra “da diverse regioni del pianeta continuano a levarsi voci che
reclamano pace e giustizia”, e questo chiede di “instaurare un nuovo stile”.
Il cardinale Parolin non esita a definire il contesto
attuale “critico”, e delinea un cahiers de doleances riguardo “decisioni
politiche che trovano sostegno solo sulla forza delle armi o alla volontà di
potenza che ispira il linguaggio e le manifestazioni sullo scenario
internazionale”, notando che oggi l’ordine internazionale è cambiato, lasciando
intendere che le Nazioni Unite fondate 80 anni fa ormai è stato superato, e “di
questo dobbiamo prendere atto, e non solo come spettatori, magari con qualche
nostalgia del mondo che fu, ma per essere pronti ad operare come protagonisti”.
Parolin parla di assetti mondiali “fragili”, in cui le
tensioni “crescono anche dove le situazioni sembravano riconciliate”, mentre
gli squilibri mondiali aumentano. “Paradossalmente – afferma il Segretario di
Stato vaticano - la stessa dimensione della sicurezza, ormai invocata per ogni
azione che va dalla prevenzione al riarmo, necessita di un approccio non più
limitato alla sola questione militare e del terrorismo, ma aperto a garantire
la sicurezza alimentare, sanitaria, educativa, ambientale, energetica. E questo
senza dimenticare la sicurezza in materia religiosa che va assicurata di fronte
alla violenza esercitata verso chi crede con l’utilizzo delle armi, della
discriminazione, dell’isolamento; o con la strumentalizzazione della fede, la
privatizzazione della pratica religiosa e finanche l’indifferenza verso ogni
dimensione trascendente”.
E ancora, il cardinale denuncia la messa in discussione
di “principi come l’autodeterminazione dei popoli, la sovranità territoriale, l
regole che disciplinano la stessa guerra”, al punto che viene relativizzato
“tutto l’apparato costruito dal diritto internazionale per ambiti come il
disarmo, la cooperazione allo sviluppo, il rispetto dei diritti fondamentali,
la proprietà intellettuale, gli scambi e i transiti commerciali”.
Ed è per questo che ci vuole una dottrina nuova, perché
“se di fronte al nuovo ordine internazionale determinatosi nel XVI secolo, la
Scuola di Salamanca da cui nasce il moderno diritto internazionale, aggiornava
la visione della “guerra” sistematizzata da Tommaso d’Aquino – da Agostino
d’Ippona in poi era uno degli ambiti su cui la Chiesa rifletteva – così oggi
appaiono necessarie argomentazioni capaci di superare i limiti e le barriere
che, prima di essere materiali, sono spesso quelli dell’animo”.
Il cardinale Parolin ha guardato agli appelli di pace dei
Papi dell’ultimo secolo, da Benedetto XV a Papa Francesco, e ha sottolineato
che la diplomazia “non può limitarsi a tutelare il singolo vantaggio o
l’esigenza individuale, ma è chiamata a concorrere nell’edificare il bene
comune, che resta obiettivo primario del vivere sociale in ogni comunità,
quella statale e quella internazionale. Non si tratta di sommare il benessere
dei singoli, ma di raggiungere «quelle condizioni della vita sociale che permettono
sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria
perfezione più pienamente e più celermente»”.
Il cardinale Parolin ha affermato che “di fronte alla
violazione dei principi cogenti del diritto internazionale e delle regole base
del vivere comune nella società degli Stati, della conflittualità proposta
quale unico metodo per governare le relazioni internazionali, va superato quel
senso di impotenza che si trasforma in angoscia di fronte ad un uso della forza
che distrugge le aspirazioni di popoli, rende più gravi le disparità e
pianifica equilibri ingiusti”.
E per questo, ha aggiunto, coscienza e ragione “non
potranno ancora tollerare le violazioni della sovranità nelle forme più
diverse, lo spostamento forzato di interi popoli, il cambiamento della
composizione etnica di territori, la sottrazione dei mezzi necessari per lo
svolgimento di attività economica o la limitazione della libertà”.
Il capo della diplomazia vaticana lamenta che “sembra
ormai dimenticato il diritto degli Stati a garantire la loro sicurezza”, e
persino quel sistema legale che si era costruito e che aveva dato una
stabilità, perché le regole sono disattese o disapplicate, e questo “non è
soltanto un modo di condurre le ostilità o il desiderio di chiudere i
conflitti, quanto piuttosto la realizzazione di quel principio del fait
accompli che si manifesta nella volontà di governanti e governati”.
Insomma, “lo svolgersi dei rapporti internazionali è
sottoposto a continui mutamenti e quanti in essi operano sanno bene che la
riuscita dei processi per determinare una pace vera, come pure la costruzione
di Istituzioni in grado di governare le situazioni per prevenire e risolvere i
conflitti, sono frutto di una leale collaborazione realizzata in buona fede e
nel rispetto reciproco”.
Il compito dei nuovi accademici ecclesiastici, dunque, è
quello di trovare una nuova forma di pensiero per superare i drammi
internazionali. Ma quale è la storia di questa istituzione?
Fondata nel 1701, durante il pontificato di Pio VI, la
Pontificia Accademia Ecclesiastica era inizialmente destinata alla formazione
di nobili ecclesiastici che erano a Roma per perfezionarsi in studi teologici e
giuridici.
Con il tempo, l’Accademia è diventata la fucina dei
diplomatici pontifici, anche se questa non era l’intenzione originaria. Fu Pio
IX nel 1850 a definire questo cambiamento, ispirandosi ad analoghe istituzioni
francesi e inglesi, anche se all’inizio era più una scuola di pubblica
amministrazione. Ma la pubblica amministrazione venne a mancare con la caduta
degli Stati pontifici nel 1870, e così resto solo la carriera diplomatica.
Il programma di studi interni del 1876 toccava anche temi
come produzioe, lavoro, commercio, credito, sistemi fiscali ed economia
finanziaria, e anticipava in qualche modo i contenuti della Rerum Novarum di
Leone XIII, che è dal 1891.
Fu proprio Leone XIII ad apportare le novità più
significative, con un regolamento del 1899 che dispose un concorso per
l’accesso alla carriera diplomatica, e un altro che si occupava della
formazione teologica.
Dal 1898 al 1903 fu presidente Rafael Merry del Val, che
definì il nuovo programma accademico, che da una parte modernizzò la
preparazione dei diplomatici e dall’altra non trascurava la formazione
sacerdotale.
Nel 1919, il Papa decise che i giovani diplomatici non
sarebbero andati in pensione se non avessero passato un periodo di uno o due
anni a Roma prima.
Nel 1969, Paolo VI pubblicò il motu proprio Sollicitudo
omnium ecclesiarum, che ribadiva il dovere del Papa di essere adeguatamente
presente in tutte le regioni della terra e che, per questo, dovesse avere degli
“ambasciatori”.
Con la Praedicate Evangelium del 1922, Papa Francesco ha
confermato l’Accademia come organismo interno alla Segreteria di Stato, in
stretta collaborazione con la Terza Sezione per il personale di ruolo
diplomatico. Quindi, con il chirografo Il Ministero Petrino del 25 marzo 2025,
Papa Francesco ha qualificato l’accademia come Istituto ad instar Facultatis
per lo studio delle Scienze diplomatiche, nell’intento di assicurare che la
formazione intellettuale degli alunni sia all’altezza della complessità delle relazioni
internazionali contemporanee, nei loro aspetti giuridico, politico, economico,
ambientale e culturale, mantenendo al centro la dimensione spirituale e
pastorale del ministero diplomatico.
Il professor Buonomo ha sottolineato che l’accademia “si
pone attraverso «le finalità dei suoi programmi di istruzione e ricerca» come
«parte integrante della Segreteria di Stato, nel cui ambito essa opera e al cui
controllo è sottoposta a titolo speciale»”.
Da parte sua, l’ambasciatore Poulides ha rimarcato: “Noi,
diplomatici laici guardiamo con ammirazione alla natura della vostra missione.
Mentre il nostro impegno tutela soprattutto gli interessi delle nostre nazioni,
la vostra vocazione attinge a quella sintesi tra fede e ragione che Papa
Benedetto XVI ha indicato come via maestra, ricordando che «non agire secondo
ragione è contrario alla natura di Dio». È questa fedeltà al Logos, alla
razionalità del bene, che vi permette di muovervi con una libertà che trascende
le contingenze politiche e vi pone come interlocutori inter partes, al servizio
di un'armonia autenticamente universale”.
Secondo il decano del corpo diplomatico accreditato
presso la Santa Sede, l’impulso verso le periferie del mondo è una vera e
propria missione perché la diplomazia è chiamata a farsi voce di chi non ha
voce. Guardando agli ambasciatori di pace: il venerabile servo di Dio Pio XII,
san Giovanni XXIII e san Paolo VI che operarono in in situazioni di conflitto,
Poulides ha evidenziato che la Santa Sede fu sempre “voce di pace”, di dialogo
con tutti. Aci 19
II Domenica del Tempo Ordinario
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Il Vangelo di questa domenica ci presenta
l’incontro tra Gesù e Giovanni Battista. La prima immagine che il testo sacro
ci consegna di Gesù è quella di un Dio che si fa vicino, che viene
incontro all’uomo. In quel momento, la Sua vera identità è ancora sconosciuta.
Eppure Giovanni, illuminato dallo Spirito Santo, lo indica come “l’ Agnello di
Dio che toglie i peccati del mondo”. E’ un annuncio folgorante che ha
raggiunto, poi, ogni angolo della terra e che continua a risuonare in ogni
chiesa durante la celebrazione della Santa Messa. In queste parole è racchiusa
una verità decisiva della nostra fede: il Figlio di Dio si è fatto carne
per “portare sulle proprie spalle” il peccato del mondo e liberare l’umanità
dall’opprimente presenza del male. Questa liberazione spalanca all'uomo non
soltanto le porte del cielo, ma consente già ora, nella vita quotidiana di
assaporare una felicità altrimenti irraggiungibile. È la gioia profonda che
nasce quando scopriamo di essere amati da Dio, custoditi dal suo sguardo,
accompagnati dalla Sua presenza che si prende cura del nostro destino nel tempo
e nell’eternità.
Ma cosa è il peccato? Sant’Agostino, nelle “Confessioni”
lo descrive come un’ “aversio a Deo et conversio ad creaturas”, ovvero un
allontanamento da Dio che è il Bene supremo, per cercare la felicità nelle cose
create. Quando questo accade le conseguenze sulla persona sono profonde e
dolorose. Lontano da Dio l’uomo scivola dalla verità alla menzogna,
dall’amore all’odio, dalla bontà alla malizia, dalla purezza alla lussuria,
dalla solidarietà all’egoismo, dalla luce alle tenebre, dalla bellezza alla
difformità, perchè il riferimento alla propria origine, l’immagine di Dio
impressa in lui viene deturpata. Il peccato, spegnendo questa immagine che è
Vita, Luce e Amore, conduce inevitabilmente verso l’infelicità, la solitudine e
la morte.
E così, per liberarsene, si ricorre non all’Agnello di
Dio, ma ad altre forme di aiuto, come la psicoanalisi, che resta una
professione nobile e preziosa nel suo ambito. Tuttavia, il peccato è qualcosa
di più profondo, perché riguarda il rapporto stesso dell’uomo con Dio. Per
questa malattia dell’anima, la Scrittura ci indica un solo medico: Gesù Cristo,
morto per amore sulla croce e risorto per la nostra salvezza. Come ogni buon
medico, Gesù non si limita a diagnosticare il male, ma lo cura alla radice. La
sua terapia non è fatta di parole consolatorie o di tecniche psicologiche. La
sua cura è il dono totale di sé: il suo sangue versato, il suo corpo offerto,
il suo amore incondizionato.
Gesù è l'unico medico che può davvero guarirci perché è
l'unico che ha affrontato il male fino in fondo, scendendo negli abissi della
morte per poi risorgere vittorioso. È l'unico che può dire: "Io ho vinto
la morte”. La sua medicina è il perdono che riconcilia, la grazia che
trasforma, l'amore che rigenera. Questa potenza guaritrice diventa esperienza
concreta ogni volta che ci affidiamo a Lui nel sacramento della
Riconciliazione, ogni volta che lo accogliamo nell’Eucaristia, ogni volta che
invochiamo il suo nome nella preghiera. Aci 18
“Trovare possibilmente ogni giorno un momento per
incontrare il Signore”
L'Angelus di Papa Leone XIV- Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. “Oggi il Vangelo ci parla di Giovanni
il Battista, che riconosce in Gesù l’Agnello di Dio, il Messia. Giovanni
riconosce in Gesù il Salvatore, ne proclama la divinità e la missione al popolo
d’Israele e poi si fa da parte, esaurito il proprio compito, come attestano
queste sue parole: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era
prima di me”. L’Angelus di oggi di Papa Leone XIV in Piazza San Pietro parte
dal Vangelo odierno che racconta la storia del Battista.
“Il Battista è un uomo molto amato dalle folle, al punto
da essere temuto dalle autorità di Gerusalemme. Sarebbe stato facile per lui
sfruttare questa fama, invece non cede per nulla alla tentazione del successo e
della popolarità. Davanti a Gesù, riconosce la propria piccolezza e fa spazio
alla grandezza di Lui. Sa di essere stato mandato a preparare la via al
Signore, e quando il Signore viene, con gioia e umiltà ne riconosce la presenza
e si ritira dalla scena.”, continua il Pontefice.
“Quanto è importante per noi, oggi, la sua testimonianza!
Infatti all’approvazione, al consenso, alla visibilità viene data spesso
un’importanza eccessiva, tale da condizionare le idee, i comportamenti e gli
stati d’animo delle persone, da causare sofferenze e divisioni, da produrre
stili di vita e di relazione effimeri, deludenti, imprigionanti. In realtà, non
abbiamo bisogno di questi “surrogati di felicità”, sottolinea il Papa prima
della preghiera mariana.
“La nostra gioia e la nostra grandezza non si fondano su
illusioni passeggere di successo e di fama, ma sul saperci amati e voluti dal
nostro Padre che è nei cieli. È l’amore di cui ci parla Gesù: quello di un Dio
che ancora oggi viene tra noi non a stupirci con effetti speciali, ma a
condividere la nostra fatica e a prendere su di sé i nostri pesi, rivelandoci
chi siamo realmente e quanto valiamo ai suoi occhi”, dice ancora il Pontefice.
“Carissimi, non lasciamoci trovare distratti al suo
passaggio. Non sprechiamo tempo ed energie inseguendo ciò che è solo apparenza.
Impariamo da Giovanni il Battista a mantenere vigile lo spirito, amando le cose
semplici e le parole sincere, vivendo con sobrietà e profondità di mente e di
cuore, accontentandoci del necessario e trovando possibilmente ogni giorno un
momento speciale, in cui fermarci in silenzio a pregare, riflettere, ascoltare,
insomma a “fare deserto”, per incontrare il Signore e stare con Lui”, conclude
il Papa prima di recitare l’Angelus.
Papa Leone XIV poi passa ai consueti saluti. “Inizia oggi
la Settimana per la preghiera dell’unità dei cristiani, le origini di questa
iniziativa risalgono a due secoli fa”. “Invito pertanto tutte le comunità
cattoliche a rafforzare la preghiera per la piena unità visibile di tutti i
cristiani” e poi l’auspicio che l’impegno per l’unità sia anche “quello per la
pace e la giustizia nel mondo”.
Per questo poi cita le sofferenze della popolazione
dell’Est della Repubblica Democratica del Congo, “costretta a fuggire dal
proprio paese e ad affrontare una grave crisi umanitaria”. “Preghiamo affinchè
prevalga il dialogo per la riconciliazione e la pace”, dice il Pontefice.
Infine il ricordo per le vittime colpite inondazioni che
hanno colpito Africa meridionale.
La settimana di preghiera per l'unità dei
cristiani: dal 18 al 25 gennaio
In programma dal 18 al 25, verrà conclusa con i Vespri
celebrati da Papa Leone XIV a San Paolo fuori le Mura. Giovedì 22 alle 18.30 la
veglia diocesana a Santa Lucia
Roma. “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come
una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Efesini 4, 4). È un
invito alla comunione il tema che accompagnerà la Settimana di preghiera per
l’unità dei cristiani, da domenica 18 a domenica 25 gennaio. In quest’ultima
data, solennità della Conversione di san Paolo, alle ore 17.30, nella basilica
di San Paolo fuori le Mura, papa Leone XIV concluderà la Settimana con la
celebrazione dei Vespri.
Tanti gli eventi in programma. Fra questi, centrale
sarà la veglia ecumenica diocesana, giovedì 22 gennaio alle 18.30, nella
parrocchia di Santa Lucia (circonvallazione Clodia, 135). Al momento di
preghiera interverranno i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane
presenti a Roma; sarà presieduto dal cardinale vicario Reina, mentre l’omelia
sarà offerta dall’arcivescovo ortodosso Barsamian, rappresentante della Chiesa
Armena Apostolica presso la Santa Sede.
Lunedì si terranno due veglie, una alle 18.30 nella
parrocchia di Dio Padre Misericordioso, l’altra alle 19.15 a Santa Maria delle
Grazie al Trionfale. Martedì, alle 19, un momento di preghiera ecumenico è in
programma a Santa Maria degli Angeli e dei Martiri; mentre venerdì, sempre alle
ore 19, a San Gioacchino in Prati e ai Santi Mario e Compagni Martiri, alla
stessa ora.
Nel comunicato diramato dalla Diocesi di Roma, si legge:
“Per quest’anno, le preghiere e le riflessioni che verranno utilizzate nella
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani sono state preparate dai
fedeli armeni ortodossi, in collaborazione con i loro fratelli e le loro
sorelle delle Chiese armene cattoliche ed evangeliche. Il materiale è stato
preparato, redatto e discusso nella sede storica spirituale e amministrativa
della Chiesa apostolica armena, Surp Etchmiadzin a Yerevan, nei giorni, forieri
di grande ispirazione, della benedizione del Muron (olio santo) e della
riconsacrazione della Cattedrale Madre, avvenuta tra il 28 e il 29 settembre
2024 a seguito di un esteso lavoro di ristrutturazione, durato dieci anni”. Aci
17
Anno di San Francesco, decreto per ottenere
l'indulgenza plenaria
Il decreto, per volere di Papa Leone XIV, è firmato dal
Cardinale Penitenziere Maggiore Angelo De Donatis - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. La Penitenzieria Apostolica ha
comunicato che Papa Leone XIV ha stabilito che, dal 10 gennaio 2026, fino al 10
gennaio 2027, sia indetto uno speciale Anno di San Francesco, - in occasione
degli 800 anni della morte del Santo di Assisi - in cui ogni fedele cristiano
sull'esempio del Santo di Assisi si faccia egli stesso modello di santità di
vita e testimone costante di pace.
La Penitenzieria attraverso uno speciale decreto “emesso
in conformità al volere del Sommo Pontefice, in occasione dell'Anno di San
Francesco concede l'Indulgenza plenaria alle consuete condizioni (confessione
sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo
Padre), applicabile anche in forma di suffragio per le anime del Purgatorio: ai
membri- delle Famiglie Francescane del Primo, del Secondo e del Terz'Ordine
Regolare e Secolare; - degli Istituti di vita consacrata, delle Società di vita
apostolica e delle Associazioni pubbliche o private di fedeli, maschili e
femminili, che osservino la Regola di San Francesco o siano ispirati alla sua
spiritualità o in qualsiasi forma ne perpetuino il carisma; a tutti i
fedeli indistintamente che, con l'animo distaccato dal peccato, parteciperanno
all'Anno di San Francesco visitando in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa
conventuale francescana, o luogo di culto in ogni parte Francesco
d'Assisi, del mondo intitolato a San Francesco o ad esso collegato per
qualsivoglia motivo, e lì seguiranno devotamente i riti giubilari o
trascorreranno almeno un congruo periodo di tempo in pie meditazioni e
innalzeranno a Dio preghiere affinché, sull'esempio di San Francesco, nei cuori
scaturiscano sentimenti di carità cristiana verso il prossimo e autentici voti
di concordia e pace tra i popoli, concludendo con il Padre Nostro, il Credo ed
invocazioni alla Beata Vergine Maria, a San Francesco d'Assisi, a Santa Chiara
e a tutti i Santi della Famiglia Francescana”.
“Gli anziani, gli infermi e quanti se ne prendono cura e
tutti coloro che per grave motivo siano impossibilitati a uscire di casa – si
legge nel decreto - potranno ugualmente conseguire l’Indulgenza Plenaria,
premesso il distaccamento da qualsiasi peccato e l'intenzione di adempiere
appena possibile le tre consuete condizioni, se si uniranno spiritualmente alle
celebrazioni giubilari dell'Anno di San Francesco, offrendo a Dio
Misericordioso le loro preghiere, i dolori o le sofferenze della propria vita”.
Nel decreto – firmato dal Cardinale Angelo De Donatis,
Penitenziere Maggiore, si chiede “a tutti i sacerdoti, regolari e
secolari, muniti delle opportune facoltà, di rendersi disponibili, con spirito
pronto, generoso e misericordioso, alla celebrazione del Sacramento della
Riconciliazione. aci 16
Stemmi, bandiere, simboli: quale è il senso
dell’araldica cattolica
Fabio Cassani Pironti, esperto di araldica, spiega il
senso dei simboli e degli stemmi dell’araldica vaticana - Di Andrea
Gagliarducci
Città del Vaticano. Dallo stemma di un vescovo, si
capisce molto della sua storia e di cosa vuole comunicare al mondo. E, in
effetti, lo stemma di Leone XIV ha, in sé, tutte le caratteristiche del Papa:
la campitura azzura che ricorda Maria, l’emblema dell’Ordine Agostiniano, il
moto In Illo Uno Unum, nell’unico Cristo siamo uni, che riprende proprio
Sant’Agostino.
Lo stemma del Papa e la sua comprensione è parte
dell’araldica ecclesiastica cattolica non tocca solo gli stemmi episcopali.
Fabio Cassani Pironti, esperto di araldica ecclesiastica, ha spiegato il
significato di questi simboli in un convegno a Vilnius lo scorso luglio,
intitolato “Capi di Stato: antenati, stemmi e bandiere”.
Ad ACI Stampa spiega che la Chiesa “possedeva già i
propri simboli religiosi nel periodo pre-araldico, come figure sacre, strumenti
di crocifissione, figure di animali ed icone di santi”, e che è solo nel XIII
secolo che questi simboli entrano a far parte di stemmi e sigilli.
Ovviamente, nota, l’araldica ecclesiastica è diversa da
quella generale. Nell’araldica ecclesiastica non si trova la legge di
primogenitura, e quindi un vescovo che viene creato cardinale può adottare uno
stemma diverso, e può farlo anche un cardinale che diventa Papa.
Nella Chiesa cattolica non esiste alcun ufficio che si
occupi specificamente di araldica. E tuttavia, l’araldica ecclesiastica ha
regole precise.
Per esempio, sottolinea Cassani Pironti, “il Papa è il
capo della Chiesa cattolica e il sovrano dello Stato di città del Vaticano”, e
questo doppio ruolo viene costituito nei tre simboli dell’emblema della Santa
Sede, l’emblema dello Stato della Città del Vaticano e lo stemma personale del
Papa a cui si aggiunge la bandiera dello Stato.
Lo stemma del Papa, nota l’esperto, ha il “bend sinistro
d’azzurro e di argento. Nel primo, un giglio d'argento, nel secondo, un cuore
infiammato trafitto da una freccia bendato sinistro, tutto di rosso, sopra un
libro proprio”.
Cassani Pironti sottolinea anche che “lo stemma comprende
i simboli papali tradizionali: la mitra tribanda, il copricapo liturgico e le
due chiavi incrociate, d'oro e d'argento, dietro lo scudo”.
Come si caratterizza, allora, lo stemma di Leone XIV? Si
“erge in campo azzurro, che richiama l’altezza del cielo” e contiene il giglio
riferito alla Beata Vergine Maria, mentre nel campo bianco “spicca l'emblema
dell'Ordine Agostiniano, un cuore ardente trafitto da una freccia”, che ricorda
le Confessioni di Sant’Agostino, il passo che dice: “Sagittaveras tu cor meum
charitate tua”, “Hai ferito il mio cuore con amore”. Dal XVI secolo, gli
agostiniani inseriscono questo elemento nel loro emblema, con diverse varianti.
Si è detto del motto, anche questo proveniente dai testi
di Sant’Agostino, che riflettono – nota Cassani Pironti – “un ideale di Chiesa
unita, nonostante le differenze e le tensioni che inevitabilmente la
attraversano”.
Nello stemma papale si trova poi la tiara con le due
chiavi incrociate e in forma di croce di Sant’Andrea, una d’oro e una
d’argento, dalle cui impugnature pendono due cordoni solitamente rossi. “Il
simbolismo – dice Cassani Pironti - è tratto dal Vangelo ed è rappresentato
dalle chiavi consegnate da Cristo all'apostolo Pietro. Trova riferimento anche
in Matteo 19:16: ‘A te darò le chiavi del regno dei cieli; tutto ciò che
legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla
terra sarà sciolto nei cieli’.”
Le due chiavi incrociate sono l’insegna ufficiale della
Santa Sede fin dal XIV secolo. Quella d’oro allude al potere nel regno dei
cieli, quella d’argento indica l’autorità spirituale del Papato sulla terra.
C’è poi lo stemma dello Stato di Città del Vaticano, che
fu creato nel 1929. Il blasone dello Stato di Città del Vaticano vede le chiavi
in croce di Sant’Andrea in argento ed oro, sotto una tiara di argento coronata
d’oro, poste su uno scudo russo. Cassani Pironti sottolinea che “le chiavi sono
invertite rispetto allo stemma della Santa Sede. Quella d'argento si trova
sulla destra araldica e quella d'oro sulla sinistra. Questa inversione può
essere interpretata in relazione al potere terreno, nel caso dello Stato,
rispetto a quello spirituale della Santa Sede”.
La bandiera vaticana è invece uno stendardo diviso in
giallo verso l’asta i bianco, con la parte bianca centrata dalle chiavi
incrociate sormontate dalla tiara, invertite come negli stemmi vaticani.
L’esperto mette in luce come “nel caso della bandiera, il problema sorge quando
le chiavi non vengono riprodotte su entrambi i lati della partizione bianca”.
Le chiavi appariranno in una posizione sul lato principale e poi invertite
sull'altro lato”.
Cassani Pironti passa anche in rassegna una serie di
stemmi attuali di prelati e istituzioni ecclesiastiche. Non c’è un ufficio che
controlli l’assunzione del proprio stemma, e così succede anche che in alcuni
Paesi, lontani dalla tradizione araldica europea, viene creata un'immagine
anziché uno stemma.
Un prelato, ricorda Cassani Pironti, assume uno
stemma al momento della sua elevazione all’episcopato, mentre gli stemmi scelti
dai prelati minori non hanno alcun valore formale, secondo le norme del 1969 (
Ut sive sollicite , Acta Apostolicae Sedis n. 61). Aci 16
Nel mondo sono 388 milioni i cristiani
perseguitati
Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani
che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a
causa della propria fede (1 cristiano ogni 7); di questi 201 milioni sono donne
o bambine. È quanto emerge dalla World Watch List 2026 (Wwl), la lista dei
primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo, presentata oggi a
Roma da Porte aperte/Open doors. Nani, direttore Porte Aperte: "La Chiesa
nascosta è forse quella più in crescita nel mondo”. Appello al Governo
italiano: "promuovere la libertà religiosa come priorità diplomatica"
– di Daniele Rocchi
Salgono da 380 a oltre 388 milioni nel mondo i cristiani
che sperimentano almeno un livello alto di persecuzione e discriminazione a
causa della propria fede (1 cristiano ogni 7); di cui 201 milioni sono donne o
bambine. Parlando di minori di 15 anni, di questi 388 almeno 110 milioni sono
bambini e ragazzi. È quanto emerge dalla World Watch List 2026 (Wwl), la lista
dei primi 50 paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo, presentata
oggi a Roma da Porte aperte/Open doors l’agenzia che da 70 anni è impegnata a
sostenere i cristiani dei Paesi dove esiste la persecuzione anticristiana. La
Wwl è riferita al periodo che va dal 1° ottobre 2024 al 30 settembre 2025.
Alcuni dati. Tra i circa 100 Paesi monitorati, si legge
nel Rapporto, “si conferma l’impressionante accelerazione degli ultimi 15 anni
e salgono da 13 a 15 paesi con un livello estremo; la Corea del Nord da 24 anni
(eccetto nella Wwl 2022) stabile al 1° posto. Il rapporto denuncia l’aumento
delle uccisioni di cristiani che passano da 4.476 a 4.849 con la Nigeria che
“rimane epicentro di massacri con 3.490 vittime”. Salgono anche le vittime di
abusi, stupri e matrimoni forzati (da 3.944 a 5.202) mentre diminuiscono gli
attacchi contro chiese (da 7.679 a 3.632) e contro le case e i negozi (da
28.368 a 25.794). I cristiani arrestati sono 4712, quelli rapiti 3302. Questo
contesto di instabilità, violenze, minacce e abusi alimenta esodi e il fenomeno
di una Chiesa profuga. La Wwl riporta in almeno 1.250mila i cristiani costretti
a fuggire dalle proprie case per ragioni legate alla fede.
I 15 Paesi più pericolosi per i cristiani. La Corea del
Nord rimane stabile al primo posto: la tolleranza zero del regime verso i
cristiani (tra i 50 e i 70 mila rinchiusi nei campi di lavori forzati),
li obbliga a vivere la fede nel segreto, alimentando il fenomeno della Chiesa
nascosta. Nelle prime 5 posizioni ci sono 3 nazioni “fortemente islamiche”,
prova del fatto che “l’oppressione islamica resta una delle fonti principali di
intolleranza anticristiana: Somalia (2°), Yemen (3°) e Sudan (4°). Qui le fonti
di persecuzione sono connesse a una società islamica tribale, all’estremismo
attivo e all’instabilità endemica di questi paesi: se scoperti, i cristiani
(specie se ex-musulmani) rischiano anche la morte. L’Eritrea risale al 5°
posto, governata da un regime che equipara l’indipendenza religiosa al dissenso
politico, confermando quindi la propria nomea di “Corea del Nord dell’Africa”.
La Siria è la vera sorpresa di quest’anno, passando dal
18° al 6° posto, unico nuovo ingresso nella Top 10. La violenza è aumentata,
con 27 cristiani uccisi in un anno e numerosi attacchi e atti vandalici contro
le chiese.
Il potere politico è frammentato e il disordine lascia
spazio ad attori radicali che prendono di mira i cristiani. La costituzione
provvisoria del marzo 2025, inoltre, stabilisce la giurisprudenza islamica come
fonte principale della legislazione. Si stima rimangano oggi appena 300.000
cristiani (centinaia di migliaia in meno rispetto a 10 anni fa). Cresce ancora
il punteggio della Nigeria, stabile al 7° posto, confermandosi la nazione dove
si uccidono più cristiani al mondo (3.490): dal 2020 a oggi oltre 25.200
vittime (dati conservativi), con milioni di sfollati e un paese di fatto
spezzato a metà tra un sud a maggioranza cristiana più stabile e un nord a
maggioranza islamica da anni scosso da violenze, divisi dalla cosiddetta Middle
Belt in forte destabilizzazione. Il Pakistan all’8° posto è stabile nella top
10 da molti anni, con almeno 24 cristiani uccisi per ragioni legate alla loro
fede. La Libia scende al 9° posto: sebbene la pressione sia a livelli estremi
in tutte le sfere della vita dei cristiani, la violenza è diminuita nel periodo
in esame. L’Iran vede peggiorare leggermente la situazione (sebbene scenda al
10° posto), a causa di un leggero aumento della violenza anticristiana. Il
governo considera i convertiti iraniani al cristianesimo come una minaccia
occidentale tesa a minare l’islam e il regime islamico dell’Iran. In
Afghanistan peggiora ancora la situazione e si situa all’11° posto: dopo
l’avvento dei Talebani nel 2021, molti cristiani sono stati uccisi, una grossa
fetta è fuggita all’estero, mentre una piccola parte è riuscita a nascondersi e
tuttora vive la fede nel segreto. Stabile tra le nazioni con una persecuzione
anticristiana definibile estrema troviamo al 12° posto l’India, di cui il
Rapporto denuncia da anni il declino delle libertà fondamentali della minoranza
cristiana. Nel periodo in esame sono 16 i cristiani uccisi e 2.192 i cristiani
detenuti senza processo, in carcere od ospedali psichiatrici per ragioni legate
alle loro fede. Al 13° posto troviamo l’Arabia Saudita, leggermente in
peggioramento. Ci sono stati alcuni sviluppi positivi nella libertà religiosa,
ma permangono restrizioni significative, nonché una serie di deportazioni di
cristiani stranieri nel periodo in esame. Stabilmente negativa la situazione in
Myanmar (14°), da poco entrata tra le nazioni con una persecuzione estrema. Si
è registrato un aumento dei cristiani uccisi (ben 99) e del numero di persone
detenute (129), mentre sono diminuiti gli attacchi alle chiese. Infine, il Mali
al 15° posto, è uno dei 3 paesi con il punteggio massimo nella violenza (16,7),
assieme a Nigeria e Sudan. I cristiani fuori Bamako affrontano intimidazioni,
sfollamenti forzati, estorsioni e ripetuti attacchi alle chiese e alla vita
della comunità. Completano, in ordine sparso, questa triste classifica la Cina
(17°), l’Iraq (18°), Cuba (24°), Messico (30°), Nicaragua (32°), Turchia (41°),
Egitto (42°), Qatar (44°), Colombia (47°), Giordania (49°).
“Chiesa profuga che grida aiuto”. “Dal 2020 a oggi, non
solo i massacri e i rapimenti, ma le oltre 47.000 chiese, ospedali e scuole
cristiane attaccate o chiuse, più di 108.000 case e attività economiche
saccheggiate o distrutte, costringono alla fuga famiglie ed intere comunità
cristiane, dando vita a esodi inumani e a una ‘Chiesa profuga’ che grida
aiuto!” commenta Cristian Nani, Direttore di Porte Aperte/Open Doors.
“201 milioni di donne e bambine cristiane sperimentano l’odio e l’intolleranza a
causa della loro libera scelta di fede. Crescono gli abusi, le segregazioni
domestiche, come arma per piegare la loro volontà.
388 milioni di cristiani nel mondo non godono del diritto
umano fondamentale di credere in ciò che vogliono.
Quanti altri cristiani uccisi, sfollati, abusati e
incarcerati dobbiamo contare prima di porre al centro del dibattito politico la
libertà religiosa?” domanda il direttore che ricorda che ci sono nazioni come
“Corea del Nord, Somalia, Eritrea, Libia, Afghanistan, in cui l’unico modo per
vivere la fede cristiana è clandestinamente. Il governo algerino chiude tutte
le chiese protestanti, mentre quello cinese vessa quelle che osano rivendicare
la libertà di credo e quello iraniano va a caccia di cristiani che si
riuniscono nelle case”.
“La Chiesa nascosta è forse quella più in crescita nel
mondo”.
“In 33 anni di ricerca – conclude – registriamo un
costante aumento della persecuzione anticristiana in termini assoluti. Il 2025
è di nuovo anno record dell’intolleranza: 1 cristiano su 7 patisce
discriminazione o persecuzione a causa della sua fede: è cruciale tornare a
parlare di libertà religiosa nel dibattito pubblico”.
Appello al Governo. Da qui l’appello di “Porte
Aperte/Open doors” al Governo “di promuovere la libertà religiosa come priorità
diplomatica, integrandola nei negoziati commerciali; l’alfabetizzazione
religiosa dei propri funzionari a vari livelli; la collaborazione con attori
religiosi locali, soprattutto in aree sensibili come il Sahel, per garantire
equità nella distribuzione degli aiuti, prevenendo discriminazioni”. Sir 14
"Tutti contano a Firenze": la
rilevazione delle persone senza dimora per l’anno 2026
Istat ha promosso in collaborazione con la fio.Psd
(Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora)
Firenze. Istat ha promosso in collaborazione con la
fio.Psd (Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora) che
coordina a livello nazionale, la rilevazione delle persone senza dimora per
l’anno 2026. A dare notizia è la Fondazione Solidarietà Caritas Ets
partecipa come socia di fio.Psd e coordina nel capoluogo toscano “Tutti
contano” la rilevazione Istat-fio.Psd delle persone senza dimora in
collaborazione con altre realtà del terzo settore esperte sul tema.
Una “fotografia notturna” - come la definiscono sul
sito - per conoscere meglio il fenomeno della grave emarginazione adulta,
raccogliere dati utili, aggiornati e condivisi, per poter migliorare le
politiche e i servizi dedicati a chi vive in strada o in sistemazioni precarie.
"Il censimento verrà realizzato in collaborazione
con le amministrazioni comunali, il terzo settore e i servizi sociali. La notte
di lunedì 26 gennaio 2026 centinaia di volontari perlustreranno i quartieri, le
strade e i giardini di Firenze per censire gli invisibili, così come avverrà in
contemporanea in altre 14 grandi città italiane. La Fondazione Solidarietà
Caritas Ets lancia quindi un appello per coinvolgere almeno 220 volontari che
riceveranno una formazione specifica da operatori esperti per poi contribuire a
questa importante iniziativa sociale", riporta la nota.
La Fondazione Solidarietà Caritas Ets lancia quindi un
appello per coinvolgere almeno 220 volontari che riceveranno una formazione
specifica da operatori esperti per poi contribuire a questa importante
iniziativa sociale. Tutti sono invitati a partecipare.
Ogni volontario la notte del 26 gennaio sarà inserito in
una squadra di 3 persone che monitorerà a piedi o con mezzi propri (bici,
scooter, auto) una zona specifica della città. Ogni squadra sarà guidata da
operatori formati, con esperienza diretta sul campo. Ogni volontario sarà
assicurato e riceverà un attestato di partecipazione.
Per partecipare è necessario essere maggiorenne,
compilare il form di candidatura su www.tutticontano.fiopsd.org aci 15
“Non può mancare il tempo dedicato alla preghiera”
Il pontefice continua il suo ciclo di catechesi
approfondendo e meditando sulla Costituzione dogmatica "Dei Verbum" -
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Aula Nervi in ??Vaticano, mercoledì,
giorno d'udienza: colma di pellegrini e fedeli provenienti dall'Italia e da
ogni parte del mondo che giungono qui per ascoltare le parole del pontefice.
Papa Leone XIV, continua la sua riflessione (avviata mercoledì scorso) sul tema
“I Documenti del Concilio Vaticano II”. Questa volta si concentra sulla
Costituzione dogmatica “Dei Verbum” , del 1965, “uno dei documenti più
belli e più importanti dell'assise conciliare” così la sintetizza papa Leone XIV.
Fa riferimento alle parole di Gesù del Vangelo di
Giovanni: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa
il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal
Padre mio l'ho fatto conoscere a voi". Parla dell'amicizia con Dio:
un'amicizia possibile per ogni uomo. E dichiara con fermezza che “l'unica
condizione della nuova alleanza è l'amore”.
Poi un riferimento a sant'Agostino che nel commentare
questo passaggio “insiste sulla prospettiva della grazia, che sola può renderci
amici di Dio nel suo Figlio”. E fa allussione, in merito, a un antico
motto che recitava: “Amicitia aut pares invenit, aut facit”, “l'amicizia o
nasce tra pari, o rende tali”. E, allora, papà Leone tiene a precisare: “Non
siamo uguali a Dio, ma Dio stesso ci rende simili a Lui nel suo Figlio”. E
continua: “La nostra somiglianza con Dio, allora, non si raggiunge attraverso la
trasgressione e il peccato, come suggerisce il serpente a Eva ma nella
relazione con il Figlio fattosi uomo”.
Ed è proprio il tema dell'amicizia con Dio che viene
ricordato nella “Dei Verbum” che afferma: “Con questa Rivelazione, infatti, Dio
invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si
intrattiene con essi , per invitarli e ammetterli alla comunione con sé”.
Papa Leone XIV, allora, sottolinea che "nella Rivelazione cristiana,
quando cioè Dio per venire a cercarci si fa carne nel suo Figlio, il dialogo
che si era interrotto viene ripristinato in maniera definitiva: l'Alleanza è
nuova ed eterna, niente ci può separare dal suo amore. La Rivelazione di Dio,
dunque, ha il carattere dialogico dell'amicizia e, come accade nell'esperienza
dell'amicizia umana, non sopporta il mutismo, ma si alimenta dello scambio di
parole vere".
“Dio ci parla”, sottolinea il pontefice. Ma - tiene a
precisare il pontefice - c'è una “differenza tra la parola e la chiacchierata”:
quest'ultima si ferma “alla superficie e non realizza una comunione fra le
persone”, mentre nelle relazioni autentiche, “la parola non serve solo a
scambiarsi informazioni e notizie, ma a rivelare chi siamo”. Ed è proprio la
parola a possedere una dimensione "rivelativa che crea una relazione con
l'altro. Così, parlando a noi, Dio ci rivela sé stesso come Alleato che ci
invita all'amicizia con Lui". Da ciò, allora, l'importanza dell'ascolto
affinché “la Parola divina possa penetrare nelle nostre menti e nei nostri
cuori; allo stesso tempo, siamo chiamati a parlare con Dio, non per
comunicargli ciò che Egli già conosce, ma per rivelare noi a noi stessi”. E
passa, allora, papa Leone XIV al secondo passo: dopo l'ascolto giunge la
preghiera, “nella quale siamo chiamati a vivere e coltivare l'amicizia con il
Signore”. Preghiera, in primo luogo “liturgica e comunitaria”, poi “orazione
personale, che avviene nell'interiorità del cuore e della mente”.
Per questo è necessario che ogni cristiano dia importanza
alla preghiera perché “quando parliamo con Dio, possiamo anche parlare di Lui”.
E, concludono, sempre sul tema dell'amicizia: "Se Gesù ci chiama ad essere
amici, cerchiamo di non lasciare inascoltato questo appello. Accogliamolo,
prendiamoci cura di questa relazione e scopriremo che proprio l'amicizia con
Dio è la nostra salvezza".
Aci 14
Anno di celebrazioni per gli 800 anni del transito
di San Francesco
Si è ufficialmente aperto il Centenario del Transito di
San Francesco - Di Veronica Giacometti
Assisi. Si è ufficialmente aperto il Centenario della
morte di San Francesco. Grande festa in Umbria, in Italia, in ogni parte. Dalla
Cappella del Transito ad Assisi, luogo degli ultimi istanti terreni di
Francesco, inizia così un tempo di grazia per la Chiesa e per il mondo. Tanti
gli eventi in programma per questo 2026 che da sabato 10 gennaio 2026 alla
Porziuncola di Assisi ha preso il via.
“L’avvio del Centenario in questo luogo altamente
simbolico segna l’inizio di un tempo di grazia ecclesiale, che invita la
Chiesa intera a tornare alle sorgenti della testimonianza francescana, là dove
la vita di Francesco si è compiuta nella piena conformità a Cristo povero e
crocifisso e dove Francesco – ha voluto sottolineare fra Massimo Travascio
OFM, Custode della Porziuncola nel suo saluto iniziale – ha consegnato alla
Chiesa un’eredità di pace, riconciliazione e canto”.
Cuore pulsante del rito è stato il cammino unitario
delle sei grandi famiglie francescane, che hanno trovato in questa
celebrazione “una voce sola e un passo comune”.
Fra Massimo Fusarelli OFM, Ministro generale
dei Frati Minori, fra Carlos Alberto Trovarelli OFM Conv, Ministro
generale dei Frati Minori Conventuali, fra Roberto Genuin OFM Cap,
Ministro generale dei Frati Minori Cappuccini, Tibor Kauser OFS, Ministro
generale dell’Ordine Francescano Secolare, fra Amando Trujillo Cano TOR,
Ministro generale del Terzo Ordine Regolare, sr Daisy Kalamparamban
CFI-TOR, Presidente della Conferenza Francescana Internazionale dei
Fratelli e delle Sorelle del Terz’Ordine Regolare hanno attraversato insieme le
navate della Basilica, inaugurando simbolicamente il pellegrinaggio di
tutto il mondo francescano.
Al termine della celebrazione è stata letta la Lettera
che Papa Leone XIV ha voluto indirizzare alla Famiglia francescana e
alla Chiesa tutta per l’apertura del Centenario del Transito di san Francesco,
“segno della partecipazione del Santo Padre a questo evento di rilevanza
universale e della sua vicinanza spirituale al cammino che da Assisi si
apre per l’intera comunità ecclesiale”.
Per l’occasione nella Basilica è stato esposto il più
antico dipinto raffigurante san Francesco di Assisi, conservato presso il Museo
della Porziuncola: opera del cosiddetto Maestro di San Francesco (metà del XIII
secolo), raffigura il Santo con le stigmate chiaramente visibili, espressione
della sua piena e definitiva conformatio Christi.
È stato inoltre annunciata una grande novità: il Decreto
della Penitenzieria Apostolica con cui, “nell’ottavo centenario della morte di
San Francesco d’Assisi, si indice uno speciale Anno giubilare con annesse
indulgenze plenarie”. Rivediamolo nel dettaglio: “Dal 10 gennaio 2026, in
concomitanza con la chiusura del Giubileo Ordinario, fino al 10 gennaio 2027,
sia indetto uno speciale Anno di San Francesco”, durante il quale i fedeli
potranno ottenere l’indulgenza plenaria “alle consuete condizioni (confessione
sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo
Padre)”, visitando in forma di pellegrinaggio chiese e santuari francescani e
unendosi spiritualmente al cammino della Famiglia francescana in questo tempo
di grazia.
Tante saranno le iniziative che accompagneranno questo
speciale anno francescano:
“Francesco ha gli occhi tuoi”: un itinerario di 12
appuntamenti mensili organizzata dalla Provincia Serafica dei Frati Minori di
Umbria e Sardegna per (ri)trovare nello sguardo nel Santo la chiave per
orientarci nella complessità del nostro tempo. Per info clicca qui
https://centenarifrancescaniassisi.org/evento/francesco-ha-gli-occhi-tuoi/.
Esposizione dei resti mortali di Francesco dal 22 febbraio al 22 marzo 2026
nella Basilica di Assisi. Prenotazione gratuita sul sito
ufficiale Capitolo delle Stuoie dei giovani europei dal 3 al 6 agosto
2026. Novena di san Francesco, con iniziative varie. Domenica dei Poveri
(novembre 2026), con il tema “Francesco e i poveri”. Aci 14
Essere coppia – Stare nella coppia. Corso
prematrimoniale online
Tra febbraio e marzo si svolgerà la quinta edizione del
corso online in preparazione al matrimonio cristiano: „Essere coppia – Stare
nella coppia”.
Il corso in preparazione al matrimonio cristiano è
destinato innanzitutto alle coppie delle comunità cattoliche italiane in
Germania le quali, per motivi di lavoro, distanza, famiglia, non possono
seguire il corso presso la loro comunità. La partecipazione avviene su
indicazione della comunità stessa.
Il modulo di iscrizione può essere richiesto in comunità
o scrivendo a segreteria@delegazione-mci.de
Il corso prevede cinque incontri online sulla piattaforma
zoom
https://www.delegazione-mci.de/essere-coppia-stare-nella-coppia-5-corso-prematrimoniale-online/
dalle 19:30 alle 20:45.
Mercoledì 18 febbraio 2026, ore 19:30 Comunicare nella
coppia, i conflitti e l’alfabeto dell’affettività con Claudio e Fulvia Messale,
catechisti di corsi prematrimoniali, MCI di Colonia.
Giovedì, 26 febbraio 2026 – ore 19:30 Di quale amore amo?
con Michele Illiceto, filosofo e formatore, Bari
Giovedì, 05 marzo 2026 – ore 19:30 Il matrimonio
cristiano: il bene reciproco dei coniugi, con Andrea Grillo, teologo e
liturgista, Roma/Padova
Giovedì, 19 marzo 2026 – ore 19:30, Gesù e il matrimonio
nelle prime comunità cristiane, con Marinella Perroni, biblista
neotestamentaria, Roma
Giovedì, 25 marzo 2026 – ore 19:30, La coppia tra ideale
e reale, con Antonio Autiero, teologo morale, Münster
Il percorso dei cinque incontri parte dalla dimensione
esperienziale del vivere in coppia, in particolare da quella comunicativa e
dialogica, per poi approfondire l’aspetto antropologico e filosofico del
desiderio di condividere una vita con la persona che si ama. Con questo
perveniamo all’orizzonte teologico del matrimonio, la promessa e l’impegno di
custodire e far fiorire il bene reciproco. Il ciclo prosegue con un
orientamento nelle Sacre Scritture, in particolare con il Nuovo Testamento.
Questo passaggio di esegesi biblica è importante per contestualizzare i testi e
comprenderli nel loro significato oggi per noi. Infine, si chiude il cerchio,
iniziato con gli esempi concreti della comunicazione nella coppia, ampliato
oltre la quotidianità nel discorso filosofico e teologico e di fede, sempre
però radicato nella concretezza delle nostre vite vissute e incarnate, per poi
estenderlo entro un orizzonte di etica dell’affettività che, per estensione,
abbraccia tutte le relazioni umane e che nient’altro significa che avere a
cuore la fioritura della vita.
A fine corso verrà rilasciato un attestato di
partecipazione che le coppie dovranno presentare al parroco della loro
comunità. Questi poi rilascerà il documento ufficiale e necessario per il
matrimonio cristiano in un’altra parrocchia.
„Essere coppia – Stare nella coppia” è organizzato
dall’Ufficio di documentazione e pastorale (UDEP) della Delegazione delle
comunità cattoliche italiane in Germania. Delegazione-mci.de
A Catania grande festa per il Giubileo Agatino, le
reliquie della Santa “in cammino” per la città
Il ricordo del nono centenario della traslazione delle
Reliquie di Sant’Agata da Costantinopoli a Catania - Di Veronica Giacometti
Catania. Grande festa in tutta l’Arcidiocesi di Catania
che domenica ha dato inizio al “Giubileo agatino”, in ricordo del nono
centenario della traslazione delle Reliquie di Sant’Agata da Costantinopoli a
Catania. Sant’Agata ricordiamo che è la Patrona della città di Catania.
È iniziata così la “Peregrinatio del Velo di Sant’Agata”,
con Monsignor Luigi Renna, Arcivescovo di Catania. Il Sacro Velo è stato
accolto dal clero del vicariato e dalla comunità parrocchiale dinanzi al
monumento che ricorda il ritorno a Catania delle Reliquie della Martire
catanese.
Nei giorni successivi le Sacre Reliquie faranno visita
a scuole, parrocchie della città ed istituti penitenziari, la Santa sarà
cosi “in cammino per la sua città”.
Per fare un esempio Lunedì 12 gennai alle ore 09,00:
Visita del Velo di Sant'Agata presso il Liceo classico “Nicola Spedalieri” ed
incontro con gli studenti. Visita delle reliquie di Sant’Agata presso
l’oratorio San Filippo Neri e la parrocchia Santi Cosma e Damiano. Martedì 13
gennaio: ore 09,00: Visita del Velo di Sant'Agata presso il Liceo artistico
“Emilio Greco” ed incontro con gli studenti. Poi Visita delle reliquie di
Sant’Agata presso le parrocchie Spirito Santo e San Pio X a Nesima.
Sabato 17 gennaio Ore 18,00: In piazza Duomo accoglienza
delle insigni reliquie di Santa Lucia provenienti da Siracusa in occasione del
pellegrinaggio al sepolcro di Sant’Agata delle delegazioni di Santa Lucia di
Siracusa, Carlentini, Belpasso, Santa Lucia al Fortino, Santa Lucia in Ognina:
ingresso in Catedrale e celebrazione della Santa Messa presieduta da S. E. R.
Mons. Francesco Lomanto, Arcivescovo di Siracusa.
Monsignor Renna ha così dichiarato su questo speciale
Giubileo: “Novecento anni di presenza del corpo di Sant’Agata, che è qui
venerato e custodito da quando fu riportato da Costantinopoli, per segnare
un’epoca di rinascita e di presenza di fede. Già prima di allora Catania era
legata a Sant’Agata: il suo nome è unito in maniera indelebile alla nostra
città e al nostro territorio, ma la presenza del corpo di un santo in un luogo
è il segno tangibile di un legame soprannaturale e identitario. Il suo non è semplicemente
il corpo di un defunto: per i cristiani il corpo è destinato alla risurrezione,
le reliquie sono i resti di una persona che vive in una profonda comunione con
noi, sono i resti di chi ha subito il martirio, che è quel configurarsi
all’immagine che per cristiani e non cristiani è segno universale di sacrificio
e di amore: la croce di Cristo. Alla luce di questo anniversario siamo chiamati
a rivedere il nostro legame con sant’Agata, che va al di là della festa, ma che
in essa ha il suo momento più alto”.
Martedì 20 gennaio 2026, alle ore 16,
presso l’Istituto Ardizzone Gioeni , si terrà anche un
Incontro–Seminario di formazione promosso dalla UCSI – Unione Cattolica Stampa
Italiana, Sezione provinciale di Catania, dal titolo: “Giubileo agatino. Le
Reliquie, la Devozione e la Fede”.
L’iniziativa “si inserisce nel cammino giubilare dedicato
a Sant’Agata, patrona della città, con l’obiettivo di approfondire il valore
delle reliquie, la forza della devozione popolare e il ruolo della
comunicazione nel raccontare la fede oggi”.
Ad aprire il ciclo degli interventi sarà mons. Luigi
Renna, Arcivescovo Metropolita di Catania, con una riflessione dal titolo
“Sui passi di Sant’Agata per rendere ragione della nostra speranza”.
La festa di Sant'Agata a Catania, che si svolge dal
3 al 5 febbraio, è una delle celebrazioni religiose più seguite al mondo. Aci
13
Dio torna a rivelarsi all’umanità. Battesimo di
Gesù
Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons.
Francesco Cavina
Carpi. Celebriamo in questa domenica la solennità del
Battesimo di Gesù. La Liturgia ci conduce sulle rive del fiume Giordano, dove
non siamo invitati a contemplare uno dei tanti episodi della vita di
Cristo, ma a essere testimoni di una delle grandi manifestazioni del Signore.
Per questo la festa odierna è intimamente legata all’Epifania, che abbiamo
appena celebrato e, allo stesso tempo, ci prepara ad accogliere il Vangelo che
ascolteremo domenica prossima, quando Giovanni Battista indicherà Gesù come l’Agnello
di Dio (Gv 1,29-34). Epifania, Battesimo del Signore e testimonianza del
Battista non sono eventi isolati, ma tappe successive di un unico cammino:
annunciano che Dio è venuto sulla terra e ha vissuto con gli uomini per portare
loro il dono della salvezza.
Il Vangelo di oggi, dunque, ci presenta Gesù che si reca
al Giordano e si mette in fila con i peccatori. Scende nelle acque come se
fosse uno di noi. Con questo gesto si fa solidale con l’umanità segnata dal
peccato. Entrando nell’acqua prende su di sè ciò che non gli appartiene e
anticipa l’immersione nella sua morte. Uscendo da quelle acque, prefigura la
gloria della resurrezione. Sarà, infatti, in virtù del mistero Pasquale che
l’umanità sarà risanata dal male antico del peccato e le verrà offerta la possibilità,
a chi accoglie Cristo, di tornare a vivere. E’ la richiesta che facciamo nella
preghiera iniziale della Santa Messa quando chiediamo al Padre di essere
interiormente rinnovati a immagine del suo Figlio.
Questo gesto di profonda umiltà suscita lo stupore di
Giovanni Battista, che esclama: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da
te». Gesù, però, accetta di essere annoverato tra i peccatori, per potere
condividere in tutto la nostra condizione e renderci partecipi della sua stessa
vita divina. E come avviene sempre nella vita di Cristo, è proprio nel momento
di maggiore abbassamento che avviene la Sua più grande esaltazione.
Quando Gesù esce dall’acqua, il cielo, chiuso a causa dal peccato dell’uomo, si
riapre e Dio torna a rivelarsi all’umanità. Lo Spirito Santo discende su di Lui
in forma di colomba e la voce del Padre risuona dal cielo: «Questi è il Figlio
mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento».
In questo momento non viene rivelata soltanto la vera
identità di Gesù come Figlio di Dio, ma si manifesta in modo chiaro e solenne
il mistero della Santissima Trinità. Dio non è una solitudine, ma una comunione
di persone: il Padre che genera, il Figlio che si dona, lo Spirito che unisce.
Tutte e tre le divine Persone sono impegnate in nostro favore per favorire la
nostra rinascita spirituale e permetterci di riscoprire la ragione
vera della nostra esistenza: siamo stati voluti per diventare in Cristo, figli
di Dio. Seguendo Cristo, il Figlio amato, impariamo a vivere da figli di Dio
perchè in Lui abbiamo davanti agli occhi l’esempio da seguire. Lo ha
ricordato Papa Leone XIV ai seminaristi durante il loro giubileo (giugno
2025): Come Cristo ha amato con cuore di uomo, voi siete chiamati ad amare con
il cuore di Cristo.
Questa è la strada che ci è posta davanti: non una vetta
da scalare, ma un cuore da ricevere. E’ il cuore stesso di Cristo, che siamo
chiamati ad accogliere coltivando con Lui un’amicizia vera, sincera e profonda.
In questa relazione apprendiamo che non siamo il risultato di forze
cieche o di combinazioni casuali, né il frutto del caos o di un’evoluzione
priva di senso. La nostra vita nasce, invece, da uno sguardo d’amore che viene
da Dio. Lui ci pensati, Lui ci ha voluti, Lui ci custodisce e ci accompagna
lungo il cammino della nostra storia. È un mistero che ci supera e allo stesso
tempo ci coinvolge profondamente, perchè sentirsi scelti e amati è una delle
esperienze umane più gioiose e liberanti che una persona possa vivere. E’ ciò
che ci restituisce la verità più profonda della vita. Aci 11
“Quanto bene c’è nel mondo, voi ne siete la
prova”: Papa Leone ai volontari del Giubileo
Papa Leone XIV, stamane, ha ricevuto in Aula Paolo VI i
rappresentanti degli Enti che hanno collaborato per il Giubileo e ai volontari
- Di Marco Mancini
Città del Vaticano. “Quanto bene c’è nel mondo, voi siete
la prova”. Lo ha detto Papa Leone XIV, stamane, ricevendo in Aula Paolo VI i
rappresentanti degli Enti che hanno collaborato per il Giubileo e ai volontari.
“A tutti voi esprimo la mia sentita riconoscenza per quanto operato, sia nelle
impegnative fasi preparatorie che nel corso di tutto l’Anno giubilare. Avete
dato un apporto multiforme, spesso nascosto, sempre impegnativo e carico di
responsabilità, grazie al quale oltre trenta milioni di pellegrini hanno potuto
compiere il cammino giubilare e partecipare alle celebrazioni e agli eventi, in
un clima di festa e al tempo stesso di compostezza, raccoglimento, ordine e
organizzazione”.
“Grazie a voi Roma – ha aggiunto il Papa - ha offerto a
tutti il suo volto di casa accogliente, di comunità aperta, gioviale e al tempo
stesso discreta e rispettosa, aiutando ciascuno a vivere con frutto questo
grande momento di fede. La visita alle tombe di Pietro e Paolo, degli altri
Apostoli e dei Martiri, il cammino verso la Porta Santa, l’esperienza del
perdono e della misericordia di Dio, sono stati per tante persone momenti di
incontro fecondo con il Signore Gesù, in cui toccare con mano che la speranza
non delude”.
“Con il vostro lavoro – ha detto ancora Leone XIV - avete
aiutato molti a trovare e ritrovare speranza, e a riprendere il viaggio della
vita con fede rinnovata e propositi di carità. Vorrei richiamare, in
particolare, la presenza a Roma, in occasione del Giubileo, di tanti giovani e
adolescenti di ogni nazione. È stato bello toccare con mano il loro entusiasmo,
essere testimoni della loro gioia, vedere la serietà con cui hanno pregato,
meditato e celebrato, osservarli, così numerosi e diversi tra loro, eppure
uniti, ordinati, desiderosi di conoscersi e di vivere insieme momenti di
grazia, di fraternità, di pace”.
“Tutti, a vari livelli, - ha concluso Papa Leone - siamo
responsabili del loro futuro, in cui c’è il futuro del mondo. Chiediamoci,
allora, alla luce di ciò che abbiamo visto: di che cosa hanno realmente
bisogno? I giovani hanno bisogno di modelli sani, che li indirizzino al bene,
all’amore, alla santità, come ci hanno mostrato le figure di San Carlo Acutis e
di San Piergiorgio Frassati, canonizzati lo scorso settembre. Teniamo davanti a
noi i loro occhi limpidi e vivi, pieni di energia e al tempo stesso tanto
fragili: ci potranno essere di grande aiuto per discernere con saggezza e
prudenza nelle gravi responsabilità che ci attendono nei loro confronti”. Aci
10
Incontro distrettuale KAB Kempten-Allgäu
Kempten. Il 7 gennaio 2026 scorso, all'indomani della
Festa dei Re Magi, il Movimento dei Lavoratori Cattolici (KAB)
dell'Associazione Distrettuale di Kempten-Allgäu si è riunito al
Ristorante La Bruschetta di Kempten per ringraziare l'Ufficio Regionale, i suoi
collaboratori e la Presidenza Distrettuale, nonché le ACLI di Kempten per
l'ottima collaborazione.
Oltre a ciò c'era anche un altro motivo per l'incontro. A
causa dei cambiamenti strutturali a livello diocesano del KAB, era necessario
eleggere i rappresentanti dell'Associazione Distrettuale. L'esito delle
elezioni è stato il seguente: Rappresentante nel Comitato Diocesano allargato
(E-DV) è risultata eletta la Signora Marion Liebmann. Come
Rappresentanti in seno all'Assemblea dei membri a livello diocesano
(precedentemente Comitato Diocesano) sono risultati eletti i Signori: Martin
Haertle e Manfred Stick. Tutti sono stati eletti all'unanimità, per cui
meritano il nostro rispetto.
Erano presenti per il Distretto di Kempten: il Presule
Aleksander Gajewski, il Sig. Martin Haertle, le Signore: Marion Liebmann,
Brigitte Herta Schulz-John, Monika Schwarz, il Preasidnte Distrettuale, Signor
Manfred Stick e il Segretario Distrettuale, Signor Wolfgang
Sedler; nonché gli ospiti: il Dr. Fernando A. Grasso delle Associazioni
Cristiane dei Lavoratori Italiani, (ACLI Baviera), il Signor Josef Haberkorn
(Referente nella BSS) e le Signore: Anna-Maria Maul (BSS) e Barbara Stückl-Slepitschka
(Amministrazione).
Particolarmente gustosi - come da tradizione della casa -
i piatti scelti dai commensali, che hanno avuto modo, durante le due ore
dell'incontro, di scambiarsi tra di loro notizie personali e gli auguri per il
nuovo anno, purtroppo, carico di insidie a livello mondiale. Prima di
accomiatarsi il personale di sala e i cuochi hanno ricevuto gli elogi per
l'ottima cucina e l'impeccabile servizio.
Un grazie particolare va alla Presidenza Distrettuale,
che ha offerto la cena.
Non per ultimo: un grazie di cuore al caro Amico
Wolfgang Seidler, per il suo resoconto in tedesco, da me tradotto in italiano.
Fernando A. Grasso, dip 9
Papa Leone ai francescani: "La pace è la
somma di tutti i beni di Dio"
Lettera del Papa in occasione dell'apertura dell'VIII
Centenario della morte di San Francesco d'Assisi
Città del Vaticano. “Sono trascorsi otto secoli dalla
morte del Poverello d’Assisi che ha scritto a caratteri incisivi la parola di
salvezza di Cristo nei cuori degli uomini del suo tempo. Nel ricordare la
significativa ricorrenza dell’VIII Centenario del suo Transito, desidero unirmi
spiritualmente all’intera Famiglia Francescana e a quanti prenderanno parte
alle manifestazioni commemorative, auspicando che il messaggio di pace possa
trovare eco profonda nell’oggi della Chiesa e della società”. Lo scrive Papa
Leone XIV nella lettera inviata ai Ministri Generali della Conferenza della
Famiglia Francescana in occasione dell'apertura dell' VIII Centenario della
morte di San Francesco d'Assisi.
Con il saluto “Il Signore ti dia pace”, San Francesco –
sottolinea il Papa – “consegna ai suoi Frati e a ogni credente lo stupore
interiore che il Vangelo aveva portato nella sua esistenza: la pace è la somma
di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe
pensare di costruirla con le sole forze umane! E tuttavia è un dono attivo, da
accogliere e vivere ogni giorno”.
Il “Pace a voi” di Gesù “non è una formula di cortesia,
ma l’annuncio certo della vittoria di Cristo sulla morte. In quest’epoca,
segnata da tante guerre che sembrano interminabili, da divisioni interiori e
sociali che creano sfiducia e paura, egli continua a parlare. Non perché offra
soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della
pace”.
“La visione francescana della pace – conclude Papa Leone
XIV - non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero
creato. Francesco, che chiama il sole «fratello» e la luna «sorella», che
riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina, ci ricorda che la
pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato. Tale intuizione risuona
con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e
geme sotto lo sfruttamento. La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il
Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione
universale. Possa l’esempio e l’eredità spirituale di questo Santo, suscitare
in tutti l’importanza di confidare nel Signore, di spendersi in una esistenza
fedele al Vangelo, di accettare e illuminare con la fede e con la preghiera
ogni circostanza e azione della vita”
Il Papa, infine, consegna ai Ministri Generali una
preghiera:
San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or
sono
andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato,
intercedi per noi presso il Signore.
Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace
vera,
insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni
riconciliazione
che abbatte ogni muro.
Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra
e di incomprensione,
donaci il coraggio di costruire ponti
dove il mondo erige confini,
In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni,
intercedi perché diventiamo operatori di pace:
testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da
Cristo.
Amen (aci 10)
Leone XIV: “La guerra è tornata di moda, ma la
pace è sempre possibile”
Nel suo primo discorso di inizio d’anno al Corpo
diplomatico, il Papa attualizza la lezione di sant’Agostino nel “De Civitate
Dei” e mette in guardia da un “corto circuito dei diritti umani”, in un’epoca
in cui la guerra è tornata di moda e anche le parole sono armi. “La tutela del
diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro
fondamento umano” - di M.Michela Nicolais
Un’opera che, “come tutti i classici, parla agli uomini
di ogni tempo”. Per il suo primo discorso di inizio d’anno al Corpo diplomatico
– durato circa un’ora e pronunciato nell’Aula della benedizione in inglese, da
lui eletto per la prima volta a lingua diplomatica – Leone XIV sceglie come
fulcro il “De civitate Dei” di sant’Agostino, dove le due città, quella terrena
e quella di Dio, coesistono fino alla fine dei tempi, al contrario di quanto
avviene nella nostra epoca, in cui la città celeste è oscurata dalla guerra
“tornata di moda” e da un vero e proprio “corto circuito dei diritti umani” che
oscura il primato della vita e della persona a favore di una corsa agli
armamenti alimentati anche grazie al ricorso dell’intelligenza artificiale. “La
guerra si accontenta di distruggere, la pace, invece, richiede uno sforzo
continuo e paziente di costruzione e una continua vigilanza”, osserva il Papa
sulla scorta di sant’Agostino. “Nonostante il quadro drammatico che abbiamo di
fronte ai nostri occhi, la pace rimane un bene arduo ma possibile”, conclude
Leone, che cita come modello San Francesco d’Assisi, “un uomo di pace e di
dialogo, universalmente riconosciuto anche da chi non appartiene alla Chiesa
cattolica”, del quale ad ottobre ricorrerà l’ottavo centenario della morte.
Nella seconda parte del suo discorso, il Pontefice rinnova la richiesta di un
“cessate il fuoco immediato” in Ucraina e la soluzione dei “due Stati” per la
Terra Santa. Per il Venezuela chiede di “rispettare la volontà del popolo”,
mentre esprime “viva preoccupazione” per l’acuirsi delle tensioni nel Mar dei
Caraibi e lungo le coste americane del Pacifico, con “un pressante appello a
cercare soluzioni politiche pacifiche”.
Le due città. “Il nostro tempo sembra incline a negare
diritto di cittadinanza alla citta di Dio”, la tesi di fondo del Papa: “Sembra
esistere solo la citta terrena racchiusa esclusivamente all’interno dei suoi
confini”. L’opera agostiniana “non propone un programma politico”, ma “mette in
guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false
rappresentazioni della storia, dall’eccessivo nazionalismo e dalla distorsione
dell’ideale dello statista”. Anche oggi, come nel V secolo, “siamo in un’epoca
di profondi movimenti migratori; come allora siamo in un tempo di profondo
riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come allora
siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di
cambiamento ma in un cambiamento d’epoca”.
La guerra è tornata di moda. “La guerra e tornata di moda
e un fervore bellico sta dilagando”, il grido d’allarme: Ciò compromette
gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza
civile”. Il diritto umanitario internazionale “deve sempre prevalere sulle
velleità dei belligeranti” e la tutela del principio dell’inviolabilità della
dignità umana e della sacralità della vita deve contare “sempre di più di
qualsiasi mero interesse nazionale”. Di fronte alla crisi del multilateralismo,
occorre rilanciare il ruolo delle Nazioni Unite “per favorire il dialogo e il
sostegno umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto”.
Le parole sono armi. “Riscoprire il significato delle
parole e forse una delle prime sfide del nostro tempo”, osserva a questo
proposito il Papa, denunciando come oggi “il linguaggio oggi diviene sempre più
un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari”.
“Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in
modo inequivoco realtà certe”, l’appello: “Solo cosi può riprendere un dialogo
autentico e senza fraintendimenti. Ciò deve avvenire nelle nostre case e
piazze, nella politica, sui mezzi di comunicazione e sui social media e nel
contesto dei rapporti internazionali e del multilateralismo”, in modo da
prevenire i conflitti e far sì che “nessuno sia tentato di prevaricare l’altro
con la logica della forza, sia essa verbale, fisica o militare”. In nome di una
presunta ma falsa “libertà di espressione”, oggi domina in Occidente “un
linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre
più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che
lo animano”. L’obiezione di coscienza e la libertà religiosa vengono così messe
in discussione dagli Stati, con il rischio di “derive autoritarie”. La
persecuzione dei cristiani, in particolare, “rimane una delle crisi dei diritti
umani più diffuse al giorno d’oggi”, e si aggrava a causa dei conflitti in
corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso.
Prima la vita. “Ogni migrante è una persona e in quanto
tale possiede dei diritti inalienabili, che vanno rispettati in ogni
contesto”, ricorda il Papa, rinnovando l’auspicio della Santa Sede affinché “le
azioni che gli Stati intraprendono contro l’illegalità e il traffico di esseri
umani, non diventino il pretesto per ledere la dignità di migranti e
rifugiati”. “Mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi
cura pienamente della vita nascente”, l’appello per i Paesi in calo di natalità,
in un contesto in cui la famiglia viene sottovalutata e marginalizzata. No alla
maternità surrogata e al “diritto all’aborto sicuro”. Sì alle cure palliative,
no a “forme di illusoria compassione come l’eutanasia”. La lotta alla droga, di
cui sono vittima soprattutto i giovani, va contrastata “attraverso adeguate
politiche di recupero e maggiori investimenti nella promozione umana,
nell’istruzione e nella creazione di opportunità di lavoro”.
“La tutela del diritto alla vita costituisce il
fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano”, sostiene Leone. Nel
contesto attuale, invece, si sta verificando “un vero e proprio corto circuito
dei diritti umani”, che in nome di presunti “nuovi diritti” lascia spazio “alla
forza e alla sopraffazione”. Sir 9
Leone XIV: “A giugno il prossimo Concistoro”
"Un grande atto di amore: a Dio, alla Chiesa e a
tutto il mondo", affamato "di bene e di pace". Così il Papa ha
definito il suo primo Concistoro straordinario, celebrato in Vaticano alla
presenza di 170 cardinali. Una "due giorni" che non resterà un fatto
isolato, ma diventerà un metodo di lavoro: il prossimo Concistoro, ha
annunciato infatti Papa Leone, si svolgerà "nella prossimità della festa
dei Santi Pietro e Paolo", e poi si continuerà con una cadenza annuale,
per una durata di tre-quattro giorni. di M.Michela Nicolais
Un “momento di grazia in cui si esprime il nostro essere
uniti al servizio della Chiesa”. Così Leone XIV ha definito il suo primo
Concistoro straordinario, nell’omelia della messa presieduta nella basilica di
San Pietro all’inizio della seconda e ultima giornata dell’incontro con 170
porporati giunti a Roma da tutto il mondo. Nelle parole pronunciate a braccio
al termine della prima sessione di lavoro, la rivelazione che il Concistoro
straordinario non sarà un evento isolato, ma al contrario rivelatore dello
stile del pontificato:
“Continueremo questo processo di dialogo e
discernimento”, ha assicurato infatti il Papa, annunciando al termine dei
lavori che il prossimo Concistoro si svolgerà “nella prossimità della festa dei
Santi Pietro e Paolo”, e poi si continuerà con una cadenza annuale, per una
durata di tre o quattro giorni, ha riferito il direttore della Sala Stampa
della Santa Sede, Matteo Bruni, nel briefing di questa sera. Al termine degli
interventi di questo pomeriggio, ha riferito inoltre il portavoce vaticano, “ha
ringraziato i cardinali per la loro presenza e partecipazione, per il loro
sostegno, in particolare i cardinali più anziani, per lo sforzo di venire”. “La
vostra testimonianza è veramente preziosa”, ha detto loro. “Siamo con voi e vi
sentiamo vicini”, le parole del Pontefice dirette ai porporati che non sono
potuti venire. Il cammino del Concistoro, ha annunciato Papa Leone, “continuerà
con quanto chiesto nelle riunioni dei cardinali prima e successivamente al
Conclave, e la metodologia è stata scelta per aiutare a incontrarsi e a
conoscersi meglio”. Quanto al clima del Concistoro, il Papa ha
parlato di “profonda sintonia” e di “sinodalità non tecnica ma affettiva, in
continuità con il Concilio, base della conversione e del rinnovamento di tutta
la Chiesa”. La liturgia e la Predicate evangelium – altri temi indicati dal
Papa oltre alla sinodalità e alla missionarietà, scelti poi dai cardinali come
tema di questi giorni “sono connessi a questi temi e al Concilio e non saranno
dimenticati”, ha assicurato il Pontefice. Infine il Santo Padre si è soffermato
sulla “situazione del mondo, che rende tanto più urgente la risposta di tutta
la Chiesa, di fronte alle situazioni di sofferenza e di guerra, che affliggono
tante chiese locali”.
Né agende, né team di esperti. Alla radice della parola
Concistoro c’è il verbo “fermarsi”, l’esordio dell’omelia. “Noi non siamo qui a
promuovere agende – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e
le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che ci supera ‘quanto il
cielo sovrasta la terra’ e che può venire solo dal Signore”, la precisazione
che dice molto dello stile additato da Papa Pervost per gli incontri con i suoi
confratelli: “Il nostro Collegio, pur ricco di tante competenze e doti
notevoli, non è chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una
comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e da Lui
restituiti, producano, secondo la sua Provvidenza, il massimo frutto”.
“Il nostro fermarci è anzitutto un grande atto d’amore –
a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo –, con cui
lasciarci plasmare dallo Spirito: prima di tutto nella preghiera e nel
silenzio, ma poi anche nel guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda e nel
farci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il Signore ha
affidato alla nostra sollecitudine di Pastori, nelle più svariate parti del
mondo. Un atto da vivere con cuore umile e generoso, nella consapevolezza che è
per grazia che siamo qui, e che non c’è nulla, di ciò che portiamo, che non
abbiamo ricevuto, come dono e talento da non lasciar andare sprecato, ma da
investire con accortezza e coraggio”.
“Lo spirito con cui vogliamo lavorare insieme – ha
spiegato il Papa parafrasando le parole di San Leone Magno – è quello di chi
desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al
bene di tutti, svolgendo con dignità e in pienezza il suo ministero sotto la
guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio
lavoro, come di ricevere e veder crescere quelli dell’opera altrui”.
“Da due millenni la Chiesa incarna questo mistero nella
sua poliedrica bellezza”, ha ricordato Leone XIV: “Questa stessa assemblea ne è
testimonianza, nella varietà delle provenienze e delle età e nell’unità di
grazia e di fede che ci raccoglie e affratella”.
L’umanità affamata. Quella di oggi, nelle parole di
Leone, è una “grande folla di una umanità affamata di bene e di pace, in un
mondo in cui sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e
disperato vuoto esistenziale continuano a dividere e ferire le persone, le
nazioni e le comunità”. Di fronte ad essa, ha spiegato, “possiamo sentirci come
i discepoli: inadeguati e privi di mezzi”: “Gesù, però, torna a ripeterci:
‘Quanti pani avete? Andate a vedere’, e questo possiamo farlo insieme”. “Non
sempre riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo
affrontare”, ha ammesso il Papa: “Sempre, però, in ogni luogo e circostanza,
potremo aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare
i cinque pani e due pesci che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi
figli chiedono aiuto; e ad accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli,
arricchiti della benedizione di Dio e della fede e dell’amore di tutti, così
che a nessuno manchi il necessario”. Sir 8
“La persecuzione dei cristiani, una delle più
grandi crisi di diritti umani”
Ampio discorso del Papa al Corpo Diplomatico. La
prospettiva agostiniana. La citazione di territori di conflitto dimenticati,
come la Nigeria. Il rilancio del multilateralismo. La denuncia del
cortocircuito dei diritti umani - Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano. È un discorso, quello di inizio anno
del Papa al corpo diplomatico che prende le mosse dalla “Città di Dio” di
Sant’Agostino, e non potrebbe essere altrimenti. Perché il Papa agostiniano
vede nella risposta alla crisi dell’Impero di Sant’Agostino una possibile
risposta alla crisi di oggi, con tutte le analogie del caso. Ma Leone XIV va
anche oltre. Denuncia la persecuzione dei cristiani come “una delle crisi dei
diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce 380 milioni di credenti
in tutto il mondo”. Nota la debolezza del multilateralismo. Chiede il rispetto
del diritto umanitario internazionale, e denuncia come i conflitti recenti (e
non si può non pensare alla situazione in Terrasanta) abbiano colpito anche
ospedali, scuole, infrastrutture. Denuncia la violazione del principio che
proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui (e il pensiero
va all’aggressione russa in Ucraina, ma anche alla recente operazione speciale
degli Stati Uniti in Venezuela). Sottolinea un “cortocircuito dei diritti
umani”, e denuncia anche la violenza jihadista.
È un discorso denso, del quale sono interessanti le
citazioni, quasi tutte provenienti da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. È
importante l’accenno alla libertà religiosa. E, ovviamente, c’è la panoramica
dei conflitti del mondo, con una citazione doverosa della dimenticata Nigeria
che non può non colpire, cui si aggiunge la fortissima condanna
sull’antisemitismo.
Leone XIV parla inglese – con una parentesi in italiano
quando parla del Giubileo - e questo già è una novità. Il discorso ai membri
del corpo diplomatico era tenuto in francese, la lingua della diplomazia, fino
a Papa Francesco, che usava l’italiano. Leone XIV usa il suo inglese natio. E,
dopo i convenevoli di rito – il ringraziamento alle autorità italiane per il
Giubileo e il ricordo degli accordi su assistenza spirituale delle forze armate
e sul centro di Santa Galeria, il benvenuto ai nuovi ambasciatori residenti di
Belarus, Burundi, Kazakhstan, il saluto alle autorità che hanno permesso il suo
primo viaggio internazionale in Turchia e Libano, il Papa entra nel vivo della
questione guardando all’amato Sant’Agostino.
“Nel nostro tempo – nota il Papa - preoccupa in
modo particolare, sul piano internazionale, la debolezza del multilateralismo.
A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va
sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La
guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando. È stato infranto
il principio, stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva ai Paesi
di ricorrere alla forza per violare i confini altrui. Non si ricerca più la
pace in quanto dono e bene desiderabile in sé «nel perseguimento di un ordine
voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini», ma la
si ricerca mediante le armi, quale condizione per l’affermazione di un proprio
dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di
ogni pacifica convivenza civile”
Il Papa guarda alla Città di Dio a Sant’Agostino, che “è
eterna ed è caratterizzata dall’amore incondizionato di Dio (amor Dei), a cui è
unito l’amore per il prossimo, specialmente per i poveri”, e “la città terrena,
che è un luogo di dimora temporaneo in cui gli esseri umani vivono fino alla
morte”, che oggi “comprende tutte le istituzioni sociali e politiche, dalla
famiglia allo Stato nazionale e alle organizzazioni internazionali”, e che al
tempo era l’Impero Romano.
Agostino considera le due città coesistenti fino alla
fine dei tempi, e per questo “ciascuno di noi è protagonista e dunque
responsabile della storia”, e i cristiani vivono questa dimensione, in una
sfida che viviamo ancora oggi, perché “come allora siamo in un tempo di
profondo riassetto degli equilibri geopolitici e dei paradigmi culturali; come
allora siamo, secondo la nota espressione di Papa Francesco, non in un’epoca di
cambiamento ma in un cambiamento d’epoca”.
Quali sono i temi cui guardare oggi? Prima di tutto, il
rispetto del “diritto umanitario internazionale”, che – denuncia Leone XIV –
“non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici”.
Si tratta di un “impegno che gli Stati hanno preso”, e per questo deve “sempre
prevalere sulle velleità dei belligeranti”. Sottolinea Leone XIV: “Non si può
tacere che la distruzione di ospedali, di infrastrutture energetiche, di
abitazioni e di luoghi essenziali alla vita quotidiana costituisce una grave
violazione del diritto umanitario internazionale. La Santa Sede ribadisce con
fermezza la propria condanna di ogni forma di coinvolgimento dei civili nelle
operazioni militari e auspica che la Comunità internazionale ricordi che la
tutela del principio dell’inviolabilità della dignità umana e della sacralità
della vita conti sempre di più di qualsiasi mero interesse nazionale”.
Leone XIV affronta la crisi del multilateralismo,
sottolinea l’importanza delle Nazioni Unite – che hanno celebrato l’80esimo
anniversario – che oggi, “in un mondo attraversato da sfide complesse come le
tensioni geopolitiche, le disuguaglianze e le crisi climatiche”, dovrebbero
“svolgere un ruolo fondamentale per favorire il dialogo e il sostegno
umanitario, contribuendo a costruire un futuro più giusto”. Nella richiesta di
sforzi “affinché le Nazioni Unite non solo rispecchino la situazione del mondo odierno
e non quello del dopoguerra, ma anche affinché siano più orientate ed
efficienti nel perseguire non ideologie ma politiche volte all’unità della
famiglia dei popoli”, si legge anche il lavoro della Santa Sede per la riforma
dell’organizzazione, in modo più rappresentativo, perché in fondo “lo scopo del
multilateralismo è offrire un luogo perché le persone possano incontrarsi e
parlare”.
È necessario il dialogo, che presuppone una reciproca
comprensione, ed è un tema centrale per la Santa Sede, che da sempre sottolinea
come anche nei documenti internazionali i concetti devono essere chiari e
condivisi – e lo fa in particolare nel momento in cui vengono riaffermati
presunti diritti all’aborto o viene riaffermata l’ideologia gender con
formulazioni che non hanno consenso generale.
Nota Leone XIV: “Nei nostri giorni il significato delle
parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più
ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per
conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene
sempre più un’arma con cui ingannare, colpire e offendere gli avversari.
Abbiamo bisogno che le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà
certe. Solo così può riprendere un dialogo autentico e senza fraintendimenti”.
L’invito del Papa è tornare ad un linguaggio chiaro.
Perché, nota, “il paradosso di questo indebolimento della parola è sovente
rivendicato in nome della stessa libertà di espressione”. È il tema dell’hate
speech, del discorso di odio, spesso usato per reprimere alcuni temi nel
dibattito pubblico.
Nota il Papa che “è vero il contrario: la libertà
di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e
dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità”, mentre denuncia che
“specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per
l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio
nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più
inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo
animano”.
Il Papa denuncia che questo mondo orwelliano arriva a
“comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di
coscienza”, ribadisce l’importanza del diritto della libertà di coscienza che
porta a non compiere atti contro il proprio credo “che si tratti del rifiuto
del servizio militare in nome della non violenza o del diniego di pratiche come
l’aborto o l’eutanasia per medici e operatori sanitari”.
“L’obiezione di coscienza – afferma Leone XIV - non è una
ribellione, ma un atto di fedeltà a sé stessi. In questo particolare momento
storico, la libertà di coscienza sembra essere oggetto di un’accresciuta messa
in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati
sulla democrazia e i diritti umani. Tale libertà stabilisce, invece, un
equilibrio tra l’interesse collettivo e la dignità individuale, sottolineando
che una società autenticamente libera non impone uniformità, ma protegge la
diversità delle coscienze, prevenendo derive autoritarie e promuovendo un
dialogo etico che arricchisce il tessuto sociale”.
Il Papa denuncia anche il rischio di una compressione
della libertà religiosa, e denuncia – utilizzando le cifre dell’ultimo rapporto
di Aiuto alla Chiesa che Soffre sulla Libertà Religiosa - che “la persecuzione
dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno
d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali
subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione
a causa della loro fede.”
I dati parlano di un cristiano su sette, a livello
globale, vittima di perscuzione, dati che – nota Leone XIV – “mostrano,
purtroppo, come la libertà religiosa sia ritenuta in molti contesti più come un
“privilegio” o una concessione, piuttosto che un diritto umano fondamentale”.
In particolare, il Papa ricorda le violenze religiose in
Bangladesh, nel Sahel, in Nigeria, l’attentato nella parrocchia Sant’ Elia di
Damasco dello scorso anno, ma anche le vittime della violenza jihadista a Cabo
Delgado in Mozambico, senza trascurare la “sottile forma di discriminazione
religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi
dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe,
dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità
evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono
la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o
promuovono la famiglia”.
Leone XIV pone la Santa Sede a “difesa della dignità
inalienabile di ogni persona”, che si applica a tutti, a partire dai migranti.
Non tutti loro, infatti – dice il Papa – “si spostano per scelta, ma molti sono
costretti a fuggire a causa di violenze, persecuzioni, conflitti e persino per
l’effetto dei cambiamenti climatici, come in diverse parti dell’Africa e
dell’Asia”.
Il Papa auspica che “le azioni che gli Stati
intraprendono contro l’illegalità e il traffico di esseri umani, non diventino
il pretesto per ledere la dignità di migranti e rifugiati”, e fa le stesse
considerazioni per i detenuti che “non possono essere mai ridotti alla stregua
dei crimini hanno commesso” – e questa è l’occasione di ringraziare i governi
per le amnistie concesse in risposta all’appello giubilare, senza dimenticare
“la sofferenza di tanti detenuti per motivi politici, presenti in molti Stati”.
Tema famiglia: Leone XIV sottolinea che questa si trova
di fronte a due sfide. Una è la “tendenza preoccupante nel sistema
internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale,
portando a una sua progressiva marginalizzazione istituzionale”. L’altra è la
situazione delle famiglie “fragili, disgregate e sofferenti”, motivo per cui il
Papa ribadisce l’imperativo etico di “mettere le famiglie nelle condizioni di
accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente”, cosa prioritaria
“specialmente in quei Paesi che stanno vivendo un drammatico calo del tasso di
natalità”, perché “la vita, infatti, è un dono inestimabile che si
sviluppa all’interno di un progetto di relazionalità basato sulla reciprocità e
sul servizio”.
Leone XIV sottolinea che il “rifiuto categorico di
pratiche che negano o strumentalizzano l’origine della vita e il suo sviluppo”,
a partire dall’aborto. La Santa Sede – afferma il Papa - è preoccupata anche
della mobilità transfrontaliera in nome dell’aborto sicuro e ritiene
deplorevole che “risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della
vita, anziché essere investite nel sostegno alle madri e alle famiglie”.
Leone XIV ribadisce il no alla maternità surrogata che “trasformando
la gestazione in un servizio negoziabile, viola la dignità sia del bambino
ridotto a ‘prodotto’, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il
processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della
famiglia”.
Ma lo sguardo del Papa va anche a “malati e persone
anziane e sole”, che “faticano a trovare una ragione per continuare a vivere”,
e chiede a società civile e Stati di “rispondere concretamente alle situazioni
di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure
palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché
incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia”.
Leone XIV affronta anche il tema della tossicodipendenza,
sottolinea che “occorre uno sforzo congiunto di tutti per debellare questa
piaga dell’umanità e il narcotraffico che la alimenta, al fine di evitare che
milioni di giovani in tutto il mondo finiscano vittime del consumo di droga”,
così anche per stablire politiche di recupero dalle dipendenze, partendo dal
presupposto che “la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento
imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita
solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per
promuoverla”.
Leone XIV denuncia un “corto circuito” dei diritti umani,
dove “il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla
libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri
cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti
umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione”, un
problema che ha luogo quando “ciascun diritto diventa autoreferenziale”.
Leone XIV sottolinea che il nostro tempo è “incline a
negare diritto di cittadinanza alla Città di Dio”, mentre “sembra esistere solo
la città terrena”.
E comincia poi la panoramica mondiale. Prima di tutto, la
guerra in Ucraina, “con il carico di sofferenze inflitte alla popolazione
civile”. Leone XIV chiede con forza un cessate il fuoco immediato e una ricerca
della pace, e rivolge alla comunità internazionale “un pressante appello
affinché non venga meno l’impegno nel perseguire soluzioni giuste e durature a
tutela dei più fragili e per ridare speranza alle popolazioni colpite,
rinnovando la piena disponibilità della Santa Sede ad accompagnare ogni iniziativa
che favorisca la pace e la concordia”.
Quindi, la Terra Santa, dove c’è “una grave crisi
umanitaria”. La Santa Sede – dice il Papa – “guarda con particolare attenzione
ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della
Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature nella propria terra,
così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano”. Il
Papa ribadisce il sostegno alla soluzione dei due Stati e denuncia l’aumento
delle violenze in Cisgiordania.
Quindi, il Papa mostra preoccupazione per “l’acuirsi
delle tensioni nel Mar dei Caraibi e lungo le coste americane del Pacifico”, e
cita in particolare la situazione in Veneuzela, rinnovando “l’appello a
rispettare la volontà del popolo venezuelano e ad impegnarsi per la tutela dei
diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità
e di concordia”.
Ma la panoramica tocca la situazione di Haiti, quella
della regione dei Grandi Laghi, quella in Sudan “trasformato in esteso campo di
battaglia”, e quella in Sud Sudan, “il Paese più giovane in seno alla famiglia
delle nazioni, sorto in seguito al referendum di quindici anni fa”.
E poi, la situazione in Asia Orientale, con la grave
situazione in Myanmar.
Leone XIV sottolinea che “i percorsi democratici, per
essere autentici, devono accompagnarsi alla volontà politica di perseguire il
bene comune, di rafforzare la coesione sociale e di promuovere lo sviluppo
integrale di ogni persona”.
Il Papa tocca anche la questione disarmo e, in
particolare, parla del Trattato New START sulla riduzione delle armi nucleari,
che scade a febbraio, e cui si deve dare seguito, perché “il pericolo è che ci
si sogna, invece, nella corsa a produrre nuove armi sempre più sofisticate,
anche mediante il ricorso all’intelligenza artificiale”.
L’intelligenza artificiale, in particolare, “è uno
strumento che necessita di una gestione adeguata ed etica, nonché di quadri
normativi incentrati sulla tutela della libertà e sulla responsabilità umana”.
Leone XIV considera però la pace come “un bene arduo, ma
possibile”, che esige “l’umiltà della verità e il coraggio del perdono”, che
“nella vita cristiana essi sono rappresentati dal Natale, in cui la Verità, il
Verbo eterno di Dio, si fa umile carne, e dalla Pasqua, in cui il Giusto
condannato perdona i suoi persecutori, donando loro la Sua vita di Risorto”.
Tra i segni di speranza, il Papa guarda agli accordi di
Dayton, “che trent’anni fa posero fine alla sanguinosa guerra in Bosnia ed
Erzegovina”, ma anche “alla Dichiarazione congiunta di pace tra l’Armenia e
l’Azerbaigian, siglata nell’agosto scorso, che si spera possa spianare la
strada a una pace giusta e duratura nel Caucaso meridionale, risolvendo i
problemi ancora aperti con soddisfazione di entrambe le Parti”, e poi
“all’impegno profuso in questi anni dalle Autorità vietnamite nel migliorare le
relazioni con la Santa Sede e le condizioni in cui opera la Chiesa nel Paese”.
Ricordando infine l’ottavo centenario della morte di San
Francesco, che si celebra il prossimo ottobre, il Papa augura a tutti “un cuore
umile e costruttore di pace”. aci 9
Concistoro. "Non siamo qui a promuovere
agende, personali o di gruppo"
Il Papa: Il Sacro Collegio "pur ricco di tante
competenze e doti notevoli, non è chiamato ad essere un team di esperti, ma una
comunità di fede" - Di Marco Mancini
Città del Vaticano. Il secondo e ultimo giorno del
concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV si è aperto con la
celebrazione della Messa presieduta dal Pontefice e concelebrata, presso
l’Altare della Cattedra, dai cardinali.
“La parola Concistoro può essere letta alla luce della
radice del verbo consistere, cioè fermarsi. E in effetti – ha osservato il Papa
nell’omelia - tutti noi ci siamo fermati per essere qui: abbiamo sospeso per un
certo tempo le nostre attività e rinunciato a impegni anche importanti, per
ritrovarci insieme a discernere ciò che il Signore ci chiede per il bene del
suo Popolo. Questo è già in sé un gesto molto significativo, profetico,
particolarmente nel contesto della società frenetica in cui viviamo. Ricorda
infatti l’importanza, in ogni percorso di vita, di sostare, per pregare,
ascoltare, riflettere e così tornare a focalizzare sempre meglio lo sguardo
sulla meta, indirizzando ad essa ogni sforzo e risorsa
Il Papa poi ha ribadito: “Noi non siamo infatti qui a
promuovere agende – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e
le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che può venire solo dal
Signore. Per questo è importante che ora, nell’Eucaristia, poniamo ogni nostro
desiderio e pensiero sull’Altare, assieme al dono della nostra vita, offrendolo
al Padre in unione al Sacrificio di Cristo, per riaverlo purificato,
illuminato, fuso e trasformato, per grazia, in un unico Pane. Solo così, infatti,
sapremo davvero ascoltare la sua voce, accogliendola nel dono che siamo gli uni
per gli altri: motivo per cui ci siamo riuniti”.
Il Sacro Collegio – ha aggiunto Leone XIV – “pur ricco di
tante competenze e doti notevoli, non è infatti chiamato ad essere, in primo
luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno
porta, offerti al Signore e da Lui restituiti, producano, secondo la sua
Provvidenza, il massimo frutto. L’Amore di Dio di cui siamo discepoli e
apostoli è Amore trinitario, relazionale, fonte di quella spiritualità di
comunione di cui la Sposa di Cristo vive e vuol essere casa e scuola”.
“Il nostro fermarci – ha detto ancora - è anzitutto un
grande atto d’amore – a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il
mondo –, con cui lasciarci plasmare dallo Spirito: prima di tutto nella
preghiera e nel silenzio, ma poi anche nel guardarci in volto, nell’ascoltarci
a vicenda e nel farci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il
Signore ha affidato alla nostra sollecitudine di Pastori, nelle più svariate
parti del mondo. Un atto da vivere con cuore umile e generoso, nella consapevolezza
che è per grazia che siamo qui, e che non c’è nulla, di ciò che portiamo, che
non abbiamo ricevuto, come dono e talento da non lasciar andare sprecato, ma da
investire con accortezza e coraggio”.
Il Papa ha poi indicato lo spirito “con cui vogliamo
lavorare insieme: quello di chi desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni
membro cooperi ordinatamente al bene di tutti, svolgendo con dignità e in
pienezza il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e
veder maturare i frutti del proprio lavoro, come di ricevere e veder crescere
quelli dell’opera altrui”
“Non sempre – ha concluso - riusciremo a trovare
soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare. Sempre, però, in ogni
luogo e circostanza, potremo aiutarci reciprocamente – e in
particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la
Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto; e ad
accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli, arricchiti della
benedizione di Dio e della fede e dell’amore di tutti, così che a nessuno
manchi il necessario”.
Infine il ringraziamento a tutti i Cardinali. “Ciò che
offrite alla Chiesa nel vostro servizio, a tutti i livelli, è qualcosa di
grande e di estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso
per tutti; e la responsabilità che condividete con il Successore di Pietro è
grave e onerosa”. Aci 8
Riscoprire la profezia e l’attualità del Concilio
Vaticano II
All'udienza generale del mercoledì in aula Nervi - Di
Antonio Tarallo
Città del Vaticano. Aula Paolo VI, ore 10. Fuori, un
grande freddo è sceso su Roma. Qui, invece, il calore dei fedeli riscalda
l'aula, riscalda il cuore del pontefice che arriva accolto da un fragoroso
scrosciare di applausi. Sono circa 7000 i fedeli presenti nell'aula
Nervi.
Il tema dell'udienza generale di oggi è “Il Concilio
Vaticano II attraverso i suoi Documenti”: un tema storico e importante che -
annucia il pontefice - sarà il tema per il nuovo ciclo di catechesi che si apre
oggi. Un ciclo che diverrà “un'occasione preziosa per riscoprire la bellezza e
l'importanza di questo evento ecclesiale”. Cita san Giovanni Paolo II che alla
fine del Giubileo del 2000, affermava: “Sento più che mai il dovere di additare
il Concilio, come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo
XX”.
E sono trascorsi 60 anni dall'assise conciliare. Quindi,
ancora più importante, rileggere i suoi Documenti e riflettere sul loro
contenuto: "Si tratta infatti del Magistero che costituisce ancora oggi la
stella polare del cammino della Chiesa. Come insegnava Benedetto XVI, «con il
passare degli anni i documenti non hanno perso di attualità; i loro
insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove
istanze della Chiesa e della presente società globalizzata»", ricorda il pontefice.
“Dopo una ricca riflessione biblica, teologica e
liturgica che aveva attraversato il Novecento, il Concilio Vaticano II ha
riscoperto il volto di Dio come Padre che, in Cristo, ci chiama a essere suoi
figli; ha guardato alla Chiesa alla luce del Cristo, luce delle genti, come
mistero di comunione e sacramento di unità tra Dio e il suo popolo; ha avviato
un'importante riforma liturgica portando al centro il mistero della salvezza e
la partecipazione attiva e consapevole di tutto il Popolo di Dio. Al tempo stesso,
ci ha aiutato ad aprirci al mondo ea cogliere i cambiamenti e le sfide
dell'epoca moderna nel dialogo e nella corresponsabilità, come una Chiesa che
desidera aprire le braccia verso l'umanità continuata, farsi eco delle speranze
e delle angosce dei popoli e collaborare alla costruzione di una società
più giusta e più fraterna” ha papa Leone XIV.
E ripercorre allora i temi del Concilio come la
ricerca della verità “attraverso la via dell'ecumenismo, del dialogo
interreligioso e del dialogo con le persone di buona volontà”. Questo spirito -
secondo papa Leone XIV - “deve caratterizzare la nostra vita spirituale e
l'azione pastorale della Chiesa, perché dobbiamo ancora realizzare più
pienamente la riforma ecclesiale in chiave ministeriale e, dinanzi alle sfide
odierne, siamo chiamati a rimanere attenti interpreti dei segni dei tempi,
gioiosi annunciatori del Vangelo, coraggiosi testimoni di giustizia e di
pace”.
Fa ricordo anche di san Paolo VI, il papa che
concluse i lavori del Concilio, che ai Padri conciliari al termine dei lavori,
disse che “era giunta l'ora della partenza, di lasciare l'assemblea conciliare
per andare incontro all'umanità e portarle la buona novella del Vangelo, nella
consapevolezza di aver vissuto un tempo di grazia in cui si condensavano
passato, presente e futuro”. E papa Leone XIV ricorda ai fedeli che anche “per
noi è così”. Accostandoci ai Documenti del Concilio Vaticano II e riscoprendone
“la profezia e l'attualità” - continua il pontefice - “accogliamo la ricca
tradizione della vita della Chiesa e, allo stesso tempo, ci interroghiamo sul
presente e rinnoviamo la gioia di correre incontro al mondo per portarvi il
Vangelo del regno di Dio, regno di amore, di giustizia e di pace”. aci 7
Si chiude il Giubileo 2025: la Chiesa celebra la
fine dell’Anno Santo della Speranza
Ieri, 6 gennaio 2026, Roma ha vissuto l’atto conclusivo
del Giubileo 2025, l’Anno Santo dedicato alla virtù teologale della speranza
Nella Basilica di San Pietro, Papa Leone XIV ha
presieduto la cerimonia di chiusura della Porta Santa, il gesto simbolico che
segna la fine di un periodo straordinario di pellegrinaggi, preghiera e
riconciliazione.
Il Giubileo del 2025, intitolato “Pellegrini di
speranza”, era iniziato il 24 dicembre 2024 con l’apertura della Porta Santa da
parte di Papa Francesco, scomparso pochi mesi dopo. Per oltre un anno, milioni
di pellegrini da ogni angolo del mondo hanno percorso le strade di Roma e
visitato le principali basiliche, in un cammino spirituale segnato dal
desiderio di rinnovamento e dalla ricerca della pace interiore.
Il Giubileo, o Anno Santo, è un evento religioso
straordinario della Chiesa cattolica che si celebra generalmente ogni 25 anni.
Le sue origini si collegano alla tradizione ebraica, dove ogni cinquanta anni
si proclamava un anno di liberazione e restituzione, annunciato dal suono dello
yobel, il corno rituale. Nel cristianesimo, il primo Giubileo fu indetto nel
1300 da Papa Bonifacio VIII, con una cadenza che si è evoluta fino a quella
attuale: ogni 25 anni.
Durante il Giubileo, i fedeli possono ottenere
l’indulgenza plenaria, cioè la remissione completa dei peccati, attraverso
confessione, comunione e preghiera secondo le intenzioni del Papa. Le Porte
Sante delle quattro basiliche principali di Roma — San Pietro, San Giovanni in
Laterano, Santa Maria Maggiore e San Paolo fuori le Mura — simboleggiano la
misericordia e la riconciliazione che il Giubileo vuole portare nel mondo.
La mattina del 6 gennaio, nel corso della Solennità
dell’Epifania del Signore, Papa Leone XIV ha celebrato la Santa Messa e
pronunciato l’omelia che ha invitato i fedeli a riflettere sul significato
profondo del Giubileo: «La Porta Santa di questa Basilica ha conosciuto il
flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso
la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova», ha detto il
Pontefice, sottolineando come la ricerca spirituale dei nostri contemporanei
sia più ricca e complessa di quanto si possa immaginare.
Il Papa ha ricordato la storia dei Magi, simbolo dei
pellegrini di ogni tempo: «Sono persone che accettano la sfida di rischiare
ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro sentono
l’esigenza di andare, di cercare». E ha invitato la Chiesa a non temere questo
dinamismo, ma a valorizzarlo, riconoscendo il divino nelle vite in cammino: «È
un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli
idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante».
L’omelia di Leone XIV ha ribadito il messaggio centrale
del Giubileo: la speranza non è solo personale, ma comunitaria, capace di
trasformare la società e la vita quotidiana. «Diventare pellegrini di speranza
significa amare e annunciare un Dio che rimette in cammino, che sorprende e
offre opportunità di rinascita», ha concluso il Papa, evocando una Chiesa che
sia casa e non monumento, comunità e non semplice custode di tradizioni.
Dopo il Giubileo 2025, il prossimo Anno Santo ordinario è
previsto nel 2050. Tuttavia, la Chiesa può istituire Anni Santi straordinari in
occasione di eventi particolari: uno di questi potrebbe verificarsi nel 2033,
per celebrare i duemila anni dalla morte di Gesù Cristo.
Con la chiusura della Porta Santa, Roma e la Chiesa
cattolica salutano un periodo di intensità spirituale, ma lasciano aperto il
cammino dei pellegrini, con la speranza che la luce della fede continui a
guidare i passi di tutti coloro che cercano. L.L.D, CdI 7
300mila bambini in marcia per aiutare i coetanei
più poveri del mondo
Decine di migliaia di bambini vestiti da Re Magi
percorrono le strade per la tradizionale Aktion Dreikönigssingen. Un rito che
unisce benedizione, canto e impegno solidale: nel 2026 i fondi raccolti
sosterranno progetti per la sicurezza alimentare e i diritti di donne e bambini
in Tanzania, oltre a iniziative contro il lavoro minorile in Bangladesh. I
piccoli Sternsinger sono stati accolti anche in Vaticano da Papa Leone XIV – di
Massimo Lavena
Nei giorni tra Natale e l’Epifania, decine di migliaia di
bambini vestiti da Re Magi sciamano per le strade delle città e paesi
dell’Austria e della Germania (ma anche in Svizzera, Slovacchia, Ungheria e
Alto Adige): passano di casa in casa, cantando le melodie natalizie e
raccogliendo offerte, che saranno destinate a progetti umanitari in tutto il
mondo. Alla fine della visita, i bambini salutano benedicendo e augurando la
pace a quella casa per il nuovo anno: lasciano la firma del loro passaggio con
la sigla 20*C+M+B+26, che campeggerà per tutto il 2026 sugli stipiti delle
porte delle case e delle strutture pubbliche (ospedali, uffici comunali,
palazzi presidenziali) che apriranno loro le porte. Questo è il rituale,
immutato da oltre mezzo secolo che guida la Campagna dei Re Magi Cantanti, gli
Sternsinger (Cantori della Stella) tedeschi e austriaci: è la Aktion
Dreikönigssingen 2026, che sotto diversi patrocini identifica le più importanti
raccolte fondi caritatevoli fatte da bambini nel Mondo, portando il messaggio
natalizio di pace e la benedizione per il nuovo anno, nel nome di Caspar,
Melchior e Balthazahar.
Per la ventunesima volta, dal 2001, i piccoli Re Magi
Cantori hanno assistito alla Messa di Capodanno in Vaticano, dopo aver
partecipato all’udienza generale di mercoledì 31 dicembre. Papa Leone XIV ha
accolto una delegazione di una trentina di Sternsinger – di cui 4 provenienti
dalla diocesi di Münster per la Germania e 4 dalla diocesi di Eisenstadt per
l’Austria -. Il Papa ha ricevuto in dono una foto che recava la tradizionale
benedizione che i Cantori della Stella lasciano a chi li accoglie nella propria
casa: “Christus mansionem benedicat” (Cristo benedica questa casa).
Circa 85.000 bambini in quasi 3.000 parrocchie in tutta
l’Austria stanno attualmente partecipando alla campagna 2026 nei panni dei Re
Magi, accompagnati da circa 30.000 giovani e adulti. Dai suoi inizi, oltre 70
anni fa, generazioni di cantori di canti natalizi in Austria hanno raccolto
circa 560 milioni di euro per le persone bisognose. La colletta è organizzata
dalla Hilfsprojekte der Dreikönigsaktion (Campagna umanitaria dei Re Magi
-Dka), che fa riferimento al Movimento giovanile cattolico austriaco (Kj).
Con i fondi donati, la campagna è in grado di finanziare circa 500
progetti all’anno in 19 paesi in Africa, Asia e America Latina: nel 2025 la
raccolta ha superato per la prima volta la soglia dei 20 milioni di euro di
donazioni.
Nel 2026, i fondi raccolti dai piccoli magi austriaci
verranno destinati a beneficio di progetti incentrati sulla sicurezza
alimentare, sulla promozione dell’agricoltura sostenibile e sul rafforzamento
dei diritti delle donne e dei bambini in Tanzania.
Lì fame, scarsità d’acqua e povertà sono all’ordine del
giorno; circa un terzo della popolazione è al di sotto della soglia di povertà;
la malnutrizione infantile è una piaga cronica e la crisi climatica ha
drasticamente aggravato le condizioni di vita della popolazione tanzaniana. Le
organizzazioni partner di Dka, il Pastoral Women’s Council (PWC) nella Tanzania
settentrionale e il Human Life Defense Department (HLDD) nell’ovest, gestiscono
corsi di formazione per adattare le coltivazioni delle aree rurali al rapido
cambiamento del clima, distribuiscono prestiti controllati e sementi per
assicurare un reddito familiare adeguato, operano per la creazione di lavoro
per le donne così da assicurarne l’indipendenza economica e organizzano
programmi di inculturazione e sensibilizzazione sui diritti delle donne e dei
bambini.
L’azione dei gruppi di risparmio e prestito è
fondamentale per le popolazioni che risiedono in zone rurali remote, senza
possibilità di ottenere prestiti o contributi finanziari pubblici. Uno degli
scopi perseguiti dai progetti dei Cantori della Stella austriaci per il 2026 è
proprio quello di permettere alle comunità e ai singoli beneficiari dei fondi,
di creare pratiche virtuose per la reciproca assistenza economica, con la
gestione comune per le spese più gravose e i partecipanti possono risparmiare
denaro, prestarsi a vicenda, gestire congiuntamente spese più consistenti ed
espandere le proprie attività economiche. In una intervista rilasciata
all’agenzia di stampa cattolica austriaca Kathpress, l’arcivescovo eletto di
Vienna, mons. Josef Grünwidlha rivelato di sentire un forte legame con la
tradizione dei canti natalizi degli Sternsinger: “Da bambino, ho cantato per
molto tempo, poi come accompagnatore adulto, e poi, da quasi 30 anni, come
cappellano e parroco, partecipo naturalmente ogni anno alla campagna dei canti
natalizi.”
In Germania gli Sternisnger sono una organizzazione
partner delle Pontificie Opere Missionarie e della Bdkj, la Federazione della
gioventù cattolica tedesca, e agiscono anche loro attraverso progetti in tutto
il mondo per liberare i bambini dallo sfruttamento lavorativo, per consentirgli
di tornare a scuola e avere opportunità di vita rispettose della loro infanzia.
L’azione è organizzata con la stretta collaborazione dei genitori, delle
comunità locali e delle autorità pubbliche che vengono preventivamente
informati della specifica destinazione dei fondi per l’anno in corso.
La campagna dei Cantori della Stella è, secondo report
annuali diffusi dagli organizzatori, la più grande campagna di raccolta fondi
al mondo realizzata da bambini per i bambini. Dal suo inizio nel 1959, si
calcola che in Germania gli Sternsinger abbiano raccolto 1,4 miliardi di euro
per i bambini di Africa, America Latina, Asia, Oceania ed Europa orientale: nel
2025 sono stati raccoltio circa 48,1 milioni di euro.
“Scuola invece di fabbrica: canti natalizi contro il
lavoro minorile” è il motto che guiderà fino all’Epifania, il 6 gennaio, circa
300.000 i Re Magi bambini e ragazzi, che in Germania andranno di porta in
porta, portando la benedizione del nuovo anno e chiedendo donazioni per
progetti di aiuto all’infanzia in tutto il mondo.
Quest’anno le canzoni natalizie dei piccoli Re Magi
tedeschi sono dedicate a due progetti in Bangladesh, uno dei paesi con il più
alto tasso di lavoro minorile al mondo: con molte famiglie che vivono in
povertà spesso i bambini, devono lavorare per contribuire al reddito familiare,
e a volte entrano in una spirale di costrizione e sfruttamento. Sono circa 1,8
milioni i bambini i bambini in Bangladesh costretti a lavorare, e secondo le
stime ufficiali almeno 1,1 milioni sfruttati e sottopagati. Due progetti dimostrano
come sia possibile ottenere un cambiamento: Caritas Bangladesh sostiene i
bambini delle comunità indigene attraverso campagne di istruzione e
sensibilizzazione. La Fondazione Abdur Rashid Khan Thakur (ARKTF) aiuta i
bambini del Bangladesh occidentale a sottrarsi ai lavori pericolosi e consente
loro di frequentare la scuola o ricevere una formazione professionale. Entrambi
i partner rafforzano il diritto dei bambini alla protezione e all’istruzione, e
quindi a una vita migliore. Sir 6
Nel 2033 ci sarà un altro Anno Santo?
I precendenti di Pio XI e Giovanni Paolo II -Di Angela
Ambrogetti
Città del Vaticano. Nel 2033 ci sarà un altro Anno Santo?
L'arcivescovo Fisichella ai giornalisti dice di andare piano, che nulla è
deciso e che tutto è nelle mani del Papa ovviamente. Certo sono i 2000 anni
della Redenzione e Leone XIV ha già espresso l'intenzione di celebrare la
ricorrenza in chiave ecumenica.
Ma per ora gli unici a guardare al 2033 sono i politici
che pensano a progetti per Roma, sulla cui opportunità si potrebbe discutere a
lungo.
Allora torniamo indietro nella storia e vediamo da quando
nasce l'idea di celebrare l'anniversario della Redenzione con un Anno Santo.
L'idea è abbastanza recente. E' stato Papa Pio XI ha
volerlo per la prima volta. Era il 6 gennaio del 1933 quando il
Papa pubblica la bolla di indizione "Quod Nuper".
Il Papa ricorda di averlo annunciato ai cardinali negli
auguri di Natale, ma l'apertura e la chiusure si sono celebrate nei giorni di
Pasqua.
La richiesta del Papa era soprattutto rivolta al
Sacramento della Confessione non solo nel periodo Pasquale ma in tutto l'anno.
All'epoca l'indulgenza giubilare si otteneva solo a Roma, è stato Paolo VI nel
post Concilio nel 1975 a volere che si potesse lucrare anche nella Chiesa
locali.
Il Papa invitava poi i Romani a visitare la Cappella
delle Reliquie nella Basilica di Santa Croce a Gerusalemme.
Nel 1983 Giovanni Paolo II indice di nuovo il Giubileo
della Redenzione e apre la Porta Santa di San Pietro nella solennità
dell'Annunciazione del Signore, il 25 marzo del 1983 appunto.
E' un giubileo che porta a Roma centinaia di migliaia di
giovani e proprio da li nasce l'idea del Papa di una Giornata Mondiale della
Gioventù. Il 14 aprile del 1984 sono circa 300.000 le persone provenienti da
tutto il mondo, che si ritrovarono in mattinata nella piazza antistante
la Basilica di San Giovanni in Laterano per la messa, poi un lungo
corteo si spostò verso Piazza San Pietro dove avvenne l'incontro con
il Papa che, per l'occasione, fu accompagnato sul palco realizzato
sulla gradinata della Basilica di San Pietro da Madre Teresa di Calcutta.
La Bolla di indizione è del 6 gennaio 1983: "Aperite
Portas Redemptori". Una riflessione sulla Redenzione non solo un invito
alla penitenza. Una "riscoperta dell'amore di Dio che si dona". Un
testo che vale la pena rileggere e che il Papa firma: "Io Giovanni Paolo,
vescovo della Chisa cattolica".
Ci sarà allora un Anno Santo nel 2033? Lo deciderà il
Papa, ma intanto abbiamo tutto gli elementi per prepararci spiritualmente a
questo anniversario, senza pensare ai progetti urbanistici dei politici. aci 6
Giubileo 2025, oltre 33 milioni di pellegrini a
Roma
Giubileo 2025, bilancio positivo in Vaticano: oltre 33
milioni di pellegrini a Roma, forte dimensione spirituale, opere pubbliche
realizzate e collaborazione tra istituzioni. Fisichella, Mantovano e Gualtieri
sottolineano il successo del “metodo Giubileo” come modello per il futuro.
Sguardo già proiettato al Giubileo del 2033 - Riccardo Benotti
“La presenza dei pellegrini non ha tolto nulla a
nessuno”. Si può sintetizzare così il bilancio del Giubileo 2025, tracciato
questa mattina in Sala Stampa vaticana da mons. Rino Fisichella, pro-prefetto
del Dicastero per l’evangelizzazione, insieme al sottosegretario alla
Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, al sindaco di Roma Roberto
Gualtieri, al presidente della Regione Lazio Francesco Rocca e al prefetto
Lamberto Giannini. Tra i 33,4 e i 33,8 milioni di pellegrini avranno
attraversato le Porte Sante entro il 6 gennaio, con una media giornaliera di
90.400 presenze nei 358 giorni dell’Anno Santo. “Il temuto pericolo paventato
da alcuni che la presenza dei pellegrini avrebbe fatto diminuire i turisti o
cancellato altri importanti eventi è stata pienamente smentita dai risultati
ottenuti su tutti i fronti”, ha sottolineato mons. Fisichella.
I numeri e la dimensione spirituale
A guidare i flussi è l’Europa con il 62,63%, seguita
dall’America del Nord (16,54%) e dall’America del Sud (9,44%). Tra le singole
nazioni, l’Italia si colloca al primo posto con il 36,34%, seguita da Stati
Uniti (12,57%), Spagna (6,23%), Brasile (4,67%) e Polonia (3,69%). Due i picchi
di affluenza che hanno segnato l’anno: il periodo della morte di Papa Francesco
e del Conclave, dal 21 aprile all’8 maggio, con 3,9 milioni di pellegrini, e il
Giubileo dei giovani, dal 28 luglio al 3 agosto, con oltre 13 milioni. “Il
Giubileo non è stato un investimento a perdere – ha aggiunto il presule -, è
stato piuttosto un volano che ha incrementato e svilupperà nel futuro una
crescita generale, aggiungendo valore alle infrastrutture che rimangono a
beneficio della città di Roma e dell’Italia”.
Al di là dei numeri, mons. Fisichella ha evidenziato “la
dimensione spirituale che è a fondamento del Giubileo”, che “ha permesso di
verificare un popolo in cammino con tanto desiderio di preghiera e
conversione”.
“Le basiliche papali, altri centri di preghiera, ad
esempio la Scala Santa, hanno registrato presenze mai viste in precedenza. Le
confessioni sono state incrementate e la celebrazione giubilare del perdono
pieno dell’indulgenza è giunta a tutti. Il Giubileo è stato realmente un anno
di grazia”. Tra le immagini destinate a restare nella memoria, il presule ha
citato “la gioia dei giovani a Tor Vergata”, “la processione delle
confraternite con le loro statue storiche attraverso il Foro romano” e “la
canonizzazione di due giovani santi come icona di speranza”. Una parola
specifica è andata ai 5.000 volontari in servizio durante l’anno, affiancati
dai 2.000 dell’Ordine di Malta.
I NUMERI
• Pellegrini complessivi: 33,4 – 33,8 milioni
• Media giornaliera: 90.400 presenze (358 giorni)
• Provenienza: Europa 62,63%; America del Nord 16,54%;
America del Sud 9,44%
• Principali Paesi: Italia 36,34%; Stati Uniti 12,57%;
Spagna 6,23%; Brasile 4,67%; Polonia 3,69%
• Picchi di affluenza: 3,9 milioni (aprile–maggio); oltre
13 milioni (Giubileo dei giovani)
• Volontari: 7.000 complessivi
• Interventi: 332 totali, 204 conclusi o parzialmente
conclusi
Il “metodo Giubileo”
Sul piano organizzativo, il sottosegretario Alfredo
Mantovano ha illustrato quello che ha definito “il metodo Giubileo”, un modello
di collaborazione interistituzionale che il governo intende “non confinare al
2025”. La cabina di regia ha coinvolto stabilmente oltre cento enti.
“L’amministrazione statale deve il più possibile coordinare piuttosto che
dirigere”, ha spiegato Mantovano, ricordando tra gli esempi virtuosi il tunnel
sotto Piazza Pia, completato nonostante il rinvenimento di vestigia romane, e
la riqualificazione della Vela di Tor Vergata, “un’opera che era diventata
l’immagine del fallimento delle istituzioni”. Il presidente Francesco Rocca ha
sottolineato che “l’elemento centrale è stata la serenità con cui questo gruppo
di lavoro ha saputo lavorare per obiettivi”, senza ricorrere a poteri
straordinari.
“Il metodo Giubileo non è un metodo di poteri
straordinari – ha precisato –, è un metodo dove la pubblica amministrazione
finalmente dimostra buon senso”.
Il sindaco Roberto Gualtieri ha presentato il bilancio
degli interventi: su 332 complessivi, 204 risultano conclusi o parzialmente
conclusi. Per quelli “essenziali indifferibili” la percentuale sale al 90%.
“Piazza Pia ha ottenuto il primo posto nel The Plan Award 2025; il percorso
ciclopedonale Monte Ciocci è stato premiato con un European Green Award”, ha
ricordato. “Forse l’eredità principale è quella della fiducia nella possibilità
di migliorare e trasformare la città”, ha osservato il sindaco. Il prefetto
Lamberto Giannini ha sottolineato i 70 comitati per l’ordine e la sicurezza
tenuti durante l’anno e ha ringraziato i romani “perché hanno dato un esempio
straordinario di accoglienza”.
Lo sguardo al 2033
Mons. Fisichella ha chiuso il bilancio con lo sguardo
rivolto al futuro. “Questo Anno Santo orienta il cammino verso un’altra
ricorrenza fondamentale per tutti i cristiani – ha affermato citando la bolla
Spes non confundit -. Nel 2033, infatti, si celebreranno i 2000 anni della
Redenzione compiuta attraverso la passione, morte e risurrezione del Signore
Gesù”. Per il presule, “il cammino non è terminato. Si è trattato solo di una
tappa significativa, ma propedeutica ad un altro evento di grazia che dovrà essere
preparato con lungimiranza”. I 35 grandi eventi e il pellegrinaggio quotidiano
“hanno permesso di verificare una Chiesa dinamica che sa guardare con realismo
alle sfide che le si pongono, ma sempre fiduciosa di essere guidata dalla forza
dello Spirito che la accompagna”. In sintesi, “è stato un Giubileo che ha
seminato e i frutti verranno nel futuro”. Sir 6
Papa Leone XIV: “Il Bambino che i Magi adorano è
un Bene senza prezzo”
"Non ci attende nelle location prestigiose, ma nelle
realtà umili" - Di Veronica Giacometti
Città del Vaticano. “Celebriamo oggi l’Epifania del
Signore, consapevoli che in sua presenza nulla rimane come prima. Questo è
l’inizio della speranza. Dio si rivela e nulla può restare fermo”. Il Papa
presiede il rito di Chiusura della Porta Santa e la Santa Messa nella Solennità
dell’Epifania del Signore nella Basilica Vaticana.
“La Porta Santa di questa Basilica, che, ultima, oggi è
stata chiusa, ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne,
pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la
Gerusalemme nuova. Chi erano e che cosa li muoveva? Ci interroga con
particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei
nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere.
Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali
cuori, quale attenzione, quale corrispondenza? Sì, i Magi esistono ancora. Sono
persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in
un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e
pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”, commenta il Pontefice
nell’omelia.
“Homo viator, dicevano gli antichi. Siamo vite in
cammino. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad
apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita. È un Dio che ci può
turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e
d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le
braccia e i Magi adorarono. Luoghi santi come le Cattedrali, le Basiliche, i
Santuari, divenuti meta di pellegrinaggio giubilare, devono diffondere il profumo
della vita, l’impressione incancellabile che un altro mondo è iniziato.
Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo
e annunciamo un Dio che rimette in cammino?”, queste le domande di Papa Leone
XIV nell’omelia dell’Epifania.
“Il Giubileo è venuto a ricordarci che si può
ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere
fra di noi, vuol’essere il Dio-con-noi. Sì, Dio mette in questione l’ordine
esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a
riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e
ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia,
nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia
già ovunque nel mondo”, dice Leone XIV.
“Quante epifanie ci sono donate o stanno per esserci
donate!”, ne è convinto il Papa che poi aggiunge: “Amare la pace, cercare la
pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente:
piccolo, delicato, fragile come un bambino. Attorno a noi, un’economia distorta
prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari
anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci
ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a
prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di
riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel
lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”, continua il Papa.
“Il Bambino che i Magi adorano è un Bene senza prezzo e
senza misura. È l’Epifania della gratuità. Non ci attende nelle “location”
prestigiose, ma nelle realtà umili. Quante città, quante comunità hanno bisogno
di sentirsi dire: “Non sei davvero l’ultima”. Sì, il Signore ci sorprende
ancora! Si fa trovare. Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non
riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle. Di qui la gioia
grandissima dei Magi che si lasciano alle spalle la reggia e il tempio ed
escono verso Betlemme: è allora che rivedono la stella!”, conclude infine Papa
Leone XIV.
Oggi è anche il giorno dell'annuncio del calendario
liturgico. Il 18 febbraio sarà il giorno delle Ceneri. “Il 5 aprile celebrerete
con gioia la Santa Pasqua del Nostro Signore. Il 14 maggio l’Ascensione del
Signore. Il 24 maggio la Festa di Pentecoste. Il 4 giugno la Festa del
Santissimo Corpo e Sangue di cristo, il 29 novembre sarà la prima Domenica
dell’Avvento”. Aci 6
Migrantes. I “grazie” per il 2025. E la sfida per
il 2026
Siamo nel tempo di Natale. E in quello dei bilanci. Il
2025, dal punto di vista ecclesiale, è stato innanzi tutto all’insegna
della gratitudine.
Siamo grati per la vita di papa Francesco, da cui ci
siamo congedati nella notte tra la Pasqua e il Lunedì dell’Angelo; per
l’elezione di papa Leone; per aver potuto attraversare quest’anno giubilare.
In particolare, è stato bellissimo vivere il Giubileo dei
migranti, in concomitanza eccezionale con la Giornata mondiale del migrante e
del rifugiato. Il passaggio di testimone tra Francesco e Leone qui è stato sul
territorio italiano, con i 96 pastorale fatta alla base e nell’esplicito: papa
Bergoglio aveva indicato il tema della Giornata – “Migranti, missionari di
speranza” – e papa Prevost ci ha regalato un Messaggio che ci consegna
un’immagine-guida, quella della missio migrantium.
Siamo certamente soddisfatti anche del lavoro della
Fondazione nel corso dell’anno, a livello nazionale e soprattutto sul
territorio italiano, con i 96 progetti specifici e 10 di ricerca sostenuti e
animati.
La realizzazione dei nostri tre Rapporti annuali –
Rapporto Immigrazione, con Caritas Italiana; Rapporto Italiani nel Mondo;
Report “Il diritto d’asilo” – è poi l’espressione più istituzionale ed evidente
di un’azione di ricerca, informazione, formazione e accompagnamento pastorale
fatta alla base e nel quotidiano da tanti piccoli tasselli.
La mobilità umana, dall’Italia e verso l’Italia, è un
fenomeno complesso e intrecciato, con diverse criticità, ma anche ricco di
opportunità.
Fin qui, le cose belle e comunque importanti nella nostra
missione pastorale.
Ovviamente, i “ma” sono tanti e preoccupanti, in un
contesto internazionale in cui la logica della guerra, l’ossessione per la
“sicurezza armata” e per la costruzione del nemico, sembrano guadagnare ogni
giorno un metro in più.
Mi soffermo su due aspetti per arrivare a una domanda
sincera e aperta. Da un lato, i dati preliminari sul 2025 diffusi da Frontex,
l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ci dicono che c’è un
forte calo degli ingressi irregolari nell’Unione Europea. Ma, come ha
commentato su Avvenire Paolo Lambruschi, “resta grave il bilancio di perdite di
vite umane, con oltre 1.700 morti sulle rotte migratorie mediterranee che
partono dal continente africano in direzione della Fortezza Europa”.
Dall’altro lato, politica e media, in Italia come
altrove, continuano a soffiare strumentalmente sulle paure della cittadinanza
rispetto ai fenomeni migratori e alle loro presunte implicazioni.
Mi sembra che dobbiamo fare i conti col fatto che
produrre ricerche, informazioni e dati o confutare scientificamente dei
preconcetti sia necessario, ma non basti – anche nelle nostre parrocchie – a
riportare l’opinione pubblica dentro i binari dell’obiettività e a restituire
alle persone, di cui parliamo e di cui ci occupiamo tutti i giorni, la loro
dignità.
Cosa possiamo fare?
In questo senso, penso anche alle occasioni in cui nel
corso dell’anno ci siamo dovuti chiedere se fosse necessario emanare l’ennesimo
comunicato per commentare l’ennesimo naufragio, macabra e inaccettabile
ricorrenza di morti evitabili.
Non corriamo forse il rischio di assuefarci alla
ritualità del pianto, delle parole, dei commenti? Con le nostre parole
accendiamo davvero un riflettore? Cominciamo a chiedercelo. Altrimenti le
morti, che la statistica e la spettacolarizzazione del dolore lasciano senza
volto e senza storia, saranno inutili.
Come Fondazione Migrantes vogliamo raccogliere questa
sfida per il 2026 insieme a te che leggi: aiutaci a trovare le parole, le
proposte, le scelte opportune. Alla luce del Vangelo. (mons. Pierpaolo Felicolo
| “Migranti Press” 11-12 2025)
Cosa ha concluso Papa Leone del pontificato di
Papa Francesco?
Dal Giubileo al Sinodo - Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano. L'eredità più ovvia che Leone XIV ha
ricevuto da Francesco è stato il Giubileo. Una eredità pesante per quantità e
qualità di impegni. Certo nulla di simile al Grande Giubileo del 2000 che aveva
in calendario eventi molto più densi di significato. Il Giubileo che si chiude
il 6 gennaio di fatto è stato segnato dall'overtourism del pellegrinaggio, da
misure di sicurezza esagerate che hanno reso tutto difficile, e dal poco
significativo impatto religioso. Leone XIV ha preso tutto così come era e l'ha
portato a compimento con discrezione e semplicità, ma con lo sguardo già verso
il 2033 per un nuovo Giubileo della Redenzione che abbia un respiro ecumenico.
C'è poi il retaggio della Laudato sì. Non solo il borgo
di Castelgandolfo, con gli eventi connessi, ma soprattutto lo sguardo alla
custodia del Creato. Leone XIV ha un metodo suo, che è quello di vivere la
natura proprio a Castelgandolfo dove va ogni settimana, alcuni dicono anche a
controllare come la Fattoria posso riprendere vita dopo lo smantellamento e la
cementificazione di una parte della vigna. Certo servono metodi nuovi di
coltivazione, ma le Ville non dovrebbero diventare un "centro congressi".
E poi c'è il lavoro dei documenti il cui studio era
iniziato anni fa e ora arrivano a compimento. Come quelli del Dicastero per la
Dottrina della Fede. Ne mancherebbe ancora una dedicato alla trasmissione della
fede. Ma è stato pubblicato quello che confermava che Maria non è
"corredentrice". Non c'è nulla di nuovo nel testo in effetti, ed è
insolito che si faccia un testo del genere. Ma era previsto.
Ovviamente tra i documenti c'è la Dilexi te. Un testo di
Francesco che Leone XIV ha rivisto pochissimo.
E c'è ancora una grande questione aperta: il Sinodo sulla
Sinodalità. Si attendono le relazioni finali delle Commissioni delle assemblee
2021- 2024. Pubblicati i Rapporti intermedi, ora si attendono quelli finali. Ma
che ne sarà davvero di tanti testi piuttosto confusi e che confondono? Il
Sinodo sulla Sinodalità è stato più una assemblea ecclesiale che un sinodo dei
vescovi.
Lo sguardo poi va al Diritto Canonico, un po' trascurato
dal pontificato di Francesco, ma che è invece fondamentale per Leone XIV.
Il Dicastero per i Testi legislativi intanto ha prodotto
un volume di 1.300 pagine con la preparazione alle revisione della “Legge
fondamentale della Chiesa” e con la canonistica contemporanea. "Lex
Ecclesiae Fundamentalis". Un libro che presenta il lavoro svolto, un
accesso a tutti gli interessati un lavoro che ha impegnato questo Dicastero per
più di vent’anni.
Ma poi? Anche questa è una eredità sospesa.
Leone XVI ha scelto di mettere subito mano alle questioni
amministrative che erano poco chiare e toglie allo IOR l’esclusiva sugli
investimenti e introduce una “responsabilità condivisa” con l’APSA.
Poi alcune, poche, per ora, nomine Filippo Iannone,
canonista, diventa prefetto del Dicastero per i Vescovi. E cambia i
suoi più stretti collaboratori chiamando l’agostiniano padre Edward
Daniang Daleng, come vice reggente della Prefettura della Casa pontificia.
Anche in questo caso l'eredità di Francesco era una struttura zoppa, senza
Prefetto. Come sarà la riforma di Leone XIV ?
Alcune nomine necessarie come l'arrivo di monsignor
Anthony Onyemuche Ekpo, assessore della Segreteria di Stato, e e le nomine
degli arcivescovi di New York, Ronald Hicks, e di
Westminster, Charles Phillip Richard Moth, sono dovute all raggiungimento
dell'età o alla necessità di uno stile diverso in Segreteria di Stato. Perché
Leone XIV crede nel lavoro dei Dicasteri e della "sua" Segreteria. A
cominciare dai segretari personali.
Anche nella Diocesi di Roma Leone XIV mette in ordine una
situazione confusa e ripristina il Settore Centro della Diocesi di
Roma.
In eredità anche il regolamento della Curia Romana, che
viene aggiornato dopo più di 25 anni.
Lo stile personale del Pontefice ricorda un po' quello di
Giovanni Paolo II. Il rispetto del ruolo con sobrietà.
E in questo senso va visto il ritorno all' Appartamento
nel Palazzo Apostolico, appena sarà possibile, e il recupero di certi paramenti
come la mozzetta, le croci pettorali con le reliquie, e negli ultimi tempi
anche lo stemma sulla fascia.
Non per nulla Papa Leone XIV viene inserito nella
classifica delle personalità meglio vestite dell'anno per il 2025, secondo
la rivista Vogue America.
Il programma del pontificato però lo vedremo forse dopo
il primo Concistoro del 7 e 8 gennaio. La sua omelia dell'8 mattina sarà
interessante. Come è già interessante che abbia ripreso l'abitudine a
consultare tutti i cardinali e non solo un piccolissimo gruppo. Del resto a
questo servono i cardinali. Aci 5
Il prossimo volo potrebbe essere in Africa, ha detto il
Papa. Intanto, i vescovi spagnoli sono venuti in Vaticano per studiare un
itinerario per il viaggio di Leone nel Paese a giugno. E altri appuntamenti
sono in vista - Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano. Il primo viaggio, Leone XIV lo
avrebbe voluto fare simbolicamente in Algeria, sulle orme di Sant’Agostino. E
l’idea iniziale sembra fosse quella di attaccare una tappa di tre giorni, o
poco più, al primo grande viaggio internazionale, che ha portato il Papa in
Turchia e in Libano. Turchia e Libano erano sull’agenda di Papa Francesco: il
primo già definito, anche se in forma più breve di quella che poi è stata
(Francesco era già comunque malato), il secondo sogno mai realizzato almeno dal
2021. L’Algeria, invece, era un desiderio tutto di Leone.
Tornando dal viaggio in Turchia e in Libano, Leone XIV ha
detto che il prossimo viaggio potrebbe essere in Africa, in particolare in
Algeria. E, in effetti, da quando è arrivato ha “sistemato” anche ciò che c’era
da sistemare nella Chiesa del Paese: ha dato un vescovo ad Annaba, l’antica
diocesi di Agostino, ha nominato un nunzio apostolico, che era vacante dal
marzo 2025, e ha ricevuto lo scorso 25 luglio 202 il presidente algerino
Tebboune. A seguito di quell’udienza, non è stato comunicato che il Papa è stato
invitato nel Paese, come succede a volte, ma il viaggio sembra essere allo
studio.
Un grande sogno di Papa Francesco era quello di un ultimo
viaggio in Africa, con destinazione Capo Verde. Sarebbe stato un viaggio del
cuore. Il Papa che in dodici anni di pontificato non è mai tornato nella sua
natia argentina sarebbe andato sulle tracce del Negro Manuel, lo schiavo
capoverdiano che, arrivato in Argentina, ebbe l’incarico di trasportare quella
che sarebbe diventata la Virgen de Lujan, il santuario argentino più seguito.
Capo Verde potrebbe non essere la destinazione di una
tappa in Africa. Lo scorso settembre si sono celebrati i trenta anni della
firma dell’esortazione post-sinodale di San Giovanni Paolo II Ecclesia In
Africa, che avvenne in Camerun. E il Camerun è stato destinazione anche di un
altro viaggio del Papa polacco e di uno di Benedetto XVI. Si dice che “le
probabilità di un altro viaggio del Papa nel Paese sono alte”, e,
nell’occasione, Leone XIV potrebbe anche prolungare il suo soggiorno toccando
il Senegal e, addirittura, arrivando in Nigeria per dare sollievo ai cristiani
perseguitati. L’arcivescovo Paul Richard Gallagher, ministro vaticano per i
Rapporti con gli Stati, era previsto in un viaggio in Nigeria prima di unirsi
al seguito papale in Turchia e Libano, ma il viaggio è stato posticipato. Il
“ministro degli Esteri” vaticano avrebbe potuto, nell’occasione, verificare le
condizioni di fattibilità del viaggio.
C’è poi l’idea di un grande viaggio in Spagna del Papa,
che sembra la possibilità più concreta. Quest’anno, infatti, sarà inaugurata la
Sagrada Família, la grande opera di Andoni Gaudì che è ormai in costruzione da
più di un secolo. Non c’è ancora una data (ma si parla del 10 giugno), ma si sa
che il Papa, oltre a Barcellona, dovrebbe andare a Madrid e a Santiago di
Compostela.
Il settimanale spagnolo Vida Nueva ha diffuso
l’informazione che lo scorso venerdì la presidenza della Conferenza Episcopale
spagnola è stata in Segreteria di Stato su richiesta vaticana proprio per
definire l’agenda della prossima visita. Erano presenti in delegazione il
Cardinale Juan José Omella, arcivescovo di Barcellona (che compirà 80 anni
quest’anno), il Cardinale José Cobo Cano, arcivescovo di Madrid, e
l’arcivescovo di Valladolid, Luis Argüello, presidente della Conferenza
Episcopale.
Leone XIV ha ricevuto un invito, al termine della Messa
di inizio pontificato, il 18 maggio, dal re Felipe in persona ad andare in
Spagna. Leone XIV è stato invitato concretamente a benedire la Sagrada Familia,
che sarà completata quando la Torre di Gesù, alta 172,5 metri, sarà terminata.
Ma il 10 giugno, la data che si pensa per la visita, è anche il giorno in cui
cadono cento anni dalla morte di Gaudì, che oggi è in processo di
beatificazione.
Tra le altre destinazioni possibili del viaggio, una
tappa a Ávila o Segovia, dove si celebrano i 300 anni dalla canonizzazione di
San Giovanni della Croce o i 100 anni della sua nomina come dottore della
Chiesa, oppure a Toledo per l’ottavo centenario della cattedrale, e persino
includendo – in un viaggio che sarebbe inevitabilmente lungo – anche tappe a
Valladolid e Santiago di Compostela, per ricordare i tre secoli della
canonizzazione di Santo Toribio di Mogrovejo, evangelizzatore del Perù, o
indirizzare un discorso all’Europa da Finisterre, oppure a Valencia per
ricordare il santo agostiniano Tommaso di Villanueva, o a Granada dove Leone
XIII nominò patrona la Vergine delle Angustie.
Si vedrà quanto sarà possibile inserire nel programma
papale. Quello che si comprende è che, con un Papa giovane e in forze, il
programma può essere denso, aprendo a possibilità che si erano precluse con
l’avanzare dell’età e delle malattie di Papa Francesco.
Se Papa Francesco non è mai tornato in patria, si pensa
che Leone XIV tornerà negli Stati Uniti già quest’anno. C’è un’occasione
mancata, gli 80 anni delle Nazioni Unite, celebrati lo scorso anno. I Papi sono
sempre stati all’Assemblea Generale per i decennali dell’organizzazione (Paolo
VI addirittura fece un viaggio di un solo giorno), ma lo scorso anno Leone XIV
non ce l’avrebbe fatta, per ragioni organizzative. Quest’anno può essere
l’anno, anche perché gli Stati Uniti celebrano il quarto di millennio, ovvero i
250 anni dalla fondazione. Questo rende il viaggio del Papa profondamente
simbolico.
Oltre alla tappa istituzionale a Washington, DC, e quella
inevitabile a New York, Leone XIV potrebbe arrivare a Baltimora, per i 250 anni
della prima diocesi degli Stati Uniti, e poi tornare a casa sua a Chicago, per
poi concludere il viaggio sulla Costa Est, tra Los Angeles e un posto di
confine come San Diego.
Questo viaggio potrebbe avvenire a settembre. Mentre il
ritorno in Perù, l’altra patria di Leone XIV, potrebbe avvenire già nella prima
metà dell’anno. Leone XIV vorrà probabilmente tornare a Chiclayo, la diocesi di
cui è stato vescovo, dovrà passare da Lima, dalla capitale, ma si parla di un
viaggio ancora più grande in Sudamerica. Un passaggio in Argentina, per
compiere quel viaggio che Papa Francesco non ha mai compiuto, e uno in Uruguay,
uno dei pochi Paesi sudamericani non toccati da Francesco nei suoi viaggi, dove
si vive una secolarizzazione feroce.
C’è anche un invito al Papa per il Kazakistan, per dare
nuova linfa al dialogo interreligioso che il Paese si sforza di promuovere, ma
il 2026 non sembra l’anno di un ritorno del Papa nel Paese, dopo il viaggio di
Francesco nel 2022. Mentre, se ci sarà opportunità, l’agenda del Papa potrebbe
anche vedere una tappa in Ucraina. Leone XIV ha fatto sapere che sarebbe
disposto ad andare, e sarà da vedere se ci saranno le condizioni perché questo
accada. Aci 5
Kempten. Pellegrinaggio alla Regina dell’Amore
(Schio)
Kempten / Schio. Lo scorso Sabato, 27 Dicembre, con
quattro amici e conoscenti, ho preso parte a un singolare pellegrinaggio a
Schio, una ridente cittadina in provincia di Vicenza. Dico
"singolare" per il fatto che lo scopo del nostro viaggio non era
soltanto quello di andare a pregare la Regina dell'Amore, ma quello di
portare circa 3500 lattine e 6 sacchi di cibo secco, per un totale di una
tonnellata e mezza, per le decine di gatti di quella zona.
Walter, il capo comitiva, la nostra "guida",
infattti, che –anni fa, travandosi da quelle parti– si era potuto rendere conto
della necessità di sfamare, con scatolette di cibo, i molti randagi della zona,
in questi ultimi mesi, ne aveva preparato una grande quantità –insieme
con sua moglie Claudia e suo figlio Christian– e, quindi ha invitato a
partecipare a questo viaggio natalizio i suoi (e miei) amici Wolfgang e Ingrid,
che –a loro volta– hanno coinvolto anche me.
Sabato, di buon mattino, quindi, siamo partiti in cinque
da Kempten e –via Brennero, con un paio di soste in Austria e in Italia– siamo
arrivati a Schio –precisamente– in contrada S. Martino, poco dopo le
tredici.
Lì ci attendevano Francesca "la Gattara",
direbbero a Roma e il suo collaboratore principale: Isidoro, i quali ci hanno
consigliato di andare a pranzo, prima di scaricare il cibo e prima di
andare a venerare la Vergine. Per questo siamo andati a mangiare in un
ristorante a conduzione familiare distante qualche metro del nostro
parcheggio e, sia noi "tedeschi", sia di due "italiani"
siamo rimasti più che soddisfatti: io –addirittura– ho dato una parte del mio
galletto allo spiedo a uno dei commensali e Francesca, che aveva preso insieme
con Isidoro due "Fiornetine", piuttosto grandi ne ha approfittato per
confezionare immediatamente con i resti di tutti del cibo fresco per gli amati
felini. Dopo un calice di vino generoso del posto e una paio di caffè corretti,
non mancando di complimentarci con le due deliziose Chiara e Sophie, figlie dei
proprietari, con le quali ho voluto fare una foto ricordo, siamo andati a
raggiungere le due cappelle della Madonna dell'Amore. Walter, non solo ha regalato
tutto il cibo per i gatti; ha voluto pagare anche il pranzo di tutti!
Nella cappella aperta abbiamo trovato gente assorta in
preghiera e io non ho mancato di scrivere nel libro dei visitatori una
preghiera alla nostra Madre, chiedendoLe di aiutarmi quando mi presenterò
nell'altro mondo al cospetto del nostro Creatore; un mondo eterno in cui
sono certo di incontrare tutti gli amici, conoscenti, parenti e soprattutto la
mia adorata Sposa Enza, "la mia forza, la mia vita".
Dopo questa parentesi, debbo dire: "mistica",
anche perché tutta la comitiva è credente, siamo passati alla "consegna
della merce". Walter ha parcheggiato il furgone con rimorchio davanti al
garage di Isidoro e tutti ci siamo messi a scaricare le centinaia di
scatolette di cibo e diversi sacchi di altro mangime, aiutati anche da una
gentile signora, vigile del fuoco.
Poi è venuto il momento dei saluti e affettuosi abbracci
con Isidoro e Francesca, che, come Isidoro, nel corso dell'incontro, mi ha
raccontato della sua vita, dopo che essi si erano informati sulla mia.
Infine, dopo una brevissima sosta in un grande
supermercato della cittadina, in cui abbiamo comprato alimenti piuttosto
rari in Germania, abbiamo ripreso il viaggio con solo un paio di soste e, dopo
cinque ore abbonanti, eravamo di nuovo a Kempten, dove Walter e Erika ci hanno
lasciato ognuno a casa nostra. Prima di lasciarci Erika mi domanda:
"Conosci Contina? È la mia collega di lavoro". E io, rispondendole:
"Ma è la sorella di una delle mie figliocce: Kathrin!". Come è
piccolo il mondo!
Che dire? In conclusione: nei miei ottandue anni di vita,
raramente avevo trascorso una giornata così intensa, spirituale, generosa,
fraterna, altruista, anche verso gli animali!
La mia ammirazione più sincera va a Walter, Erica,
Francesco e Isidoro, per la generosità e la dedizione che essi hanno per
questi gatti "veneti! Anch'io, a Randazzo, fino all'età di undici anni, ho
badato con amore ai nostri gatti di famiglia: Pitrinu (Pietrino, dal mnatello
bianco pezzato di nero) e Maria (dal mantello grigio) e, dopo qualche anno, a
Catania, passavo ore intere a giocare con Agostino, dal mantello fulvo, che, in
realtà, si chiamava Faustino 8per il suo padrone) ed era cieco da un occhio...
Terminando, ringrazio immensamente per l'invito i miei
cari Wolfgang e Ingrid, che, peraltro, non compaiono spesso nelle foto, dato
che sono stati loro i fotografi ufficiali. Grazie, miei carissimi Parenti di
elezione!
Fernando A. Grasso, dip 5
Cerco un centro di gravità (provvisorio)
“Cerco un centro di gravità permanente che non mi faccia
mai cambiare idea sulle cose sulla gente avrei bisogno di…Cerco un centro di
gravità permanente che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente
over and over again” (Franco Battiato)
Il testo famoso di Battiato si riferisce ad una
permanenza, l’ho ristretta alla provvisorietà. Non è una licenza poetica la
mia, bensì la constatazione storica che i Cattolici italiani hanno nel tempo
abbandonato il concetto di appartenenza ad un presunto “centro politico” per
rivolgersi e appartenere al mondo della solidarietà e della carità, avendo con
la Chiesa un rapporto di riferimento. Con questa Chiesa di Leone XIV in
particolare. Il voto va dove ognuno di noi decide che vada, lontano certamente dai
professionisti del “buonismo politico” collocati qua e là in ogni partito e
partitino e persino nelle Istituzioni. Buonisti interessati anche fra Cattolici
di comunità, con pregresse aspirazioni governative, e comunque lontani da
quanto ci si aspetta da loro, di fatto inconcludenti.
L’ossessione dei partiti di parlare di Centro cattolico
come riferimento della loro azione è quanto mai velleitaria e non veritiera.
L’ammiccare da parte di “disinvolti chierichetti” al Cattolicesimo è una
pratica ormai in disuso almeno dagli anni 90, gli anni dell’inchiesta di Mani
pulite, inchiesta che nel tempo ha generato i tempi attuali colmi di
contraddizioni e risvolti pesanti antistorici anche tra gli stessi magistrati
protagonisti e partiti inginocchiati pur collusi, ad applaudire “i capitani
coraggiosi” delle procure e di vari manettari.
Alla base di tutto, la politica ormai è vittima di una
comunicazione univoca, manovrata e allora via con la propaganda…La voglia della
destra meloniana di contrastare spasmodicamente una languente sinistra nella
cultura soprattutto (per sostituirsi e lo si capisce) è il tema della polemica
quotidiana, così come lo è stata quella della sinistra sulla provenienza dal
fascismo del partito del Presidente del Consiglio.
Poi il ricercare sempre un nemico politico da battere
tramite ogni mezzo disponibile è diventato una sorta di meme della
conseguente aggressività di parte. Si va dalla demonizzazione, al ridicolizzare
fino a scippare ideologicamente personaggi della cultura progressista,
allestendo così un pantheon di comodo, con lo sfondo delle passarelle della
kermesse di Atreju come cassa di risonanza mediatica. L’operazione politica e
culturale di Meloni per appropriarsi del “monopolio della memoria” è perfino antistorica!
Anche perché da quando la sinistra si è innamorata dei proPal ha dimenticato
l’Ucraina. Questo succede quando non ci sono personaggi di rilievo in grado di
interpretare quello che succede con intelligenza senza aggettivi e la sinistra
non li ha.
A destra eccetto Giorgia Meloni si vede poco
all’orizzonte; condivido quanto ha scritto Veneziani. I cattolici non possono
ancora stare a guardare stropicciandosi gli occhi sbalorditi per quanto accade
e non è sufficiente il Presepio della Meloni per rassicurarsi e mettersi la
coscienza a posto. Certe reazioni scomposte e strumentali alla tragedia delle
guerre, la deresponsabilizzazione del Governo che scarica tutto sulle colpe dei
precedenti governanti e dell’Europa, specie in tema dei migranti, vissuto essenzialmente
come problema di polizia e di chiusura dei porti, l’inadeguatezza dell’azione
politica prevalentemente muscolare e rivendicativa, con atteggiamenti
addirittura imperiosi nei confronti dell’UE, già notevolmente in confusione,
tutto questo rischia di provocare una crisi non solo politica, ma anche
istituzionale nei rapporti con le altre Istituzioni.
Ormai non si tratta di misurarsi, con ragionamenti
binari, con un cambio di maggioranza, ma ad un mutamento se non stravolgimento
del nostro sistema politico parlamentare e il complessivo funzionamento nella
cooperazione e collaborazione tra le diverse istituzioni. In più la
decomposizione di Rai e Mediaset è sempre più visibile. In particolare lo
smarrimento della Rai, in quanto azienda pubblica di informazione, cultura e
spettacolo, sta perdendo le capacità di autonomia e indipendenza, di
pluralismo, di rispetto sostanziale di tutte le posizioni ideali e civili
presenti nella società.
Le grandi difficoltà del funzionamento delle democrazie
pluraliste e liberali non riguardano solamente l’Italia né possono essere
genericamente liquidate come sopravvento dei populismi. La tensione sovranista
appare vincente nella stessa storia degli Stati Uniti con la presidenza Trump,
lanciato in una guerra di arroccamento senza precedenti e sfociata nella guerra
commerciale dei dazi, destinata a conseguenze drammatiche per il mondo intero.
Noi Cattolici siamo pellegrini alla ricerca di senso,
bisognosi di una sosta religiosa e culturale per comprendere meglio le sfide
del proprio tempo e meditare risposte. In comunione con tutti gli altri uomini
in ricerca, vicini e lontani, bisognosi di speranza e di valori di vita. La
presente stagione è fin troppo occupata da paura e da angosce, da
preoccupazioni severe per il futuro anche della Chiesa e di tante comunità ed
esperienze diffuse, talvolta forse smarrite e prive di un collegamento significativo
che costruisce la Chiesa, vera “Ecclesia”, comunità orante e operante per il
bene comune.
Lo ripete di continuo Papa Leone XIV, ricordando Paolo
VI, che dal Concilio Vaticano II espresse anche preoccupazione per una
incompiutezza e insufficienza sempre da colmare e conquistare. Prima fra tutte:
affrontare la multiculturalità irrobustendo l’identità cristiana per instaurare
un rapporto paritario, per evitare (purtroppo in atto) che per dimostrare di
essere aperti rinunciamo alle tradizioni e rimaniamo sotto mira di integralisti
religiosi assassini.
Come trasmettere il concetto della centralità di valori
ai nostri giovani se noi stessi ci adagiamo sul consueto dell’andazzo?
Urge un’azione culturale di formazione e non
indottrinamento verso le generazioni future. Certo vanno coltivate e non fatte
scappare all’estero o farle rifugiare in modelli oltranzisti. La condizione
dell’umanità insieme a non pochi elementi di miglioramento e di speranza offre
tuttavia ferite profonde nel suo tessuto di popoli in guerra e alle prese con
il dramma della fame e della sete, del mancato rispetto della dignità delle
persone, tutte cause e conseguenze della tragedia migratoria, segno misterioso e
drammatico di una umanità dolorosamente in cammino, che testimonia l’urgenza di
un bisogno d’incontro e di accoglienza fraterno e disponibile al dialogo con
l’altro per preparare un mondo più giusto e consapevole.
Per ora solo Papa Leone è il rifugio sicuro (centro di
gravità) di noi cattolici non assuefatti alle chimere delle propagande.
Dobbiamo partire da questo punto fermo e laicamente promuovere con urgenza
un’adunanza di uomini di buona volontà con fede e bagaglio di tradizioni
condivisibili, senza i paramenti della demagogia e della volgare propaganda.
Luciano Tommaso Gerace, dip 5
L' Epifania in Italia secondo le diverse culture
etniche cattoliche
La Festa dei Popoli nelle diverse diocesi - Di Cesare
Bolla
Roma. Il tempo natalizio tra qualche giorno, con
l’Epifania si conclude. In vista di questa festa tante le iniziative nelle
diocesi italiane. In molte proprio la festa dell’Epifania diventa l’occasione
per celebrare la festa dei Popoli con il coinvolgimento delle comunità
cattoliche etniche. In molte cattedrali celebrazioni presieduta dai vescovi
come a Torino dove, nella Chiesa del Santo Volto, presiederà il card. Roberto
Repole. Anche a Bologna martedì 6 gennaio alle ore 17.30 in Cattedrale, il
card. Matteo Zuppi celebra la Messa dei Popoli. A Firenze con il card. Gherardo
Gambelli e su iniziativa dell’Ufficio Migranti nella parrocchia di S. Pio X al
Sodo. Domani in cattedrale a Genova S. Messa per la Festa dei Popoli a cura
dell’Ufficio Comunità etniche mentre lunedì a Santa Maria del Cedro, nella
diocesi di San Marco Argentano-Scalea la festa promossa dall’Ufficio Ecumenismo
e Dialogo Interreligioso della diocesi in collaborazione con la
pastorale missionaria e migratoria su tema “Insieme per sperare” con la
partecipazione del vescovo Stefano Rega.
A Bologna, inoltre, si rinnova una delle sue tradizioni
più sentite con la Befana solidale per la Casa dei Risvegli Luca De Nigris.
L’edizione 2026 assume un particolare valore simbolico e istituzionale grazie
alla guida congiunta del sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e dell’arcivescovo,
il card. Zuppi, a testimonianza di un’alleanza condivisa tra istituzioni civili
e Chiesa locale.
Oggi, invece, a Lucca, giornata di studio su santi e
pellegrini organizzata dalla Confraternita di San Jacopo di Compostella e
dedicata ai santi pellegrini e ai segni del pellegrinaggio in Lucca, come dice
l’arcivescovo Paolo Giulietti. Una iniziativa che si colloca all’indomani di un
Giubileo che ha dato “nuova importanza ai cammini della fede e ha riportato
numerose persone sulla Via Francigena”. “Il pellegrinaggio – ha aggiunto il
presule – è senza dubbio una dimensione dell’identità Lucchese, per la presenza
della Francigena e del flusso di viaggiatori della fede che la percorre da
oltre quindici secoli verso Roma o verso Santiago di Compostella; per il Volto
Santo e i suoi devoti provenienti da diverse parti d’Europa; per i tanti
hospitales che costellavano il tessuto urbano; per i numerosi ‘corpi santi’ di
pellegrini che si venerano nelle chiese della città”.
Iniziativa di solidarietà nella diocesi di Mileto
Nicotera Tropea dove il vescovo, Attilio Nostro, ha voluta inviare una somma di
denaro “come concreto segno di pace e di solidarietà”, a conclusione del
Giubileo della Speranza, al card. Pierbattista Pizzaballa e destinata ai bambini
e alle famiglie della Holy Family Parish di Gaza, duramente colpiti dalle
conseguenze del conflitto in corso.
In questi giorni anche alcune ordinazioni presbiterali
nelle nostre diocesi. Oggi nella diocesi di Acerenza il vescovo, Francesco
Sirufo consacrerà sacerdote don Giorgio Carmelo Maio nella cattedrale di Santa
Maria Assunta Vergine e San Canio vescovo e martire mentre lunedì nella diocesi
di Ales-Terralba il vescovo Roberto Carboni, arcivescovo anche di Oristano,
presiederà nella cattedrale di Ales, la consacrazione presbiterale
del diacono don Andrea Scanu, della parrocchia di San Nicolò Vescovo in
Guspini.
E da oggi il convegno “Aspirate alla santità”, promosso
dall’Ufficio Nazionale Vocazioni della Cei a Roma fino a lunedì con la
partecipazione di 350 persone in presenza e altrettante online, tra cui
presbiteri, consacrate, laici e seminaristi oltre che comunità di monasteri di
vita contemplativa. Giunto alla sua 49ª edizione, come di consueto
l’appuntamento prepara la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni in
programma il prossimo 26 aprile. “Nella loro disarmante semplicità e chiarezza
le parole di papa Leone XIV suggeriscono una trasparente proposta vocazionale.
Il desiderio di trovare un senso alla vita e la passione per rendere il mondo
un posto migliore sono corde che risuonano con particolare intensità nel cuore
e nelle parole di tanti giovani e non solo. Di questo abbiamo da occuparci”,
sottolinea don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale per la
pastorale delle vocazioni. Il 7 gennaio, poi, prenderanno il via le prime
richieste di prenotazione vacanze nelle strutture per ferie della Caritas
diocesana di Bolzano-Bressanone. Si comincia con i soggiorni per persone
anziane e famiglie a Caorle, seguiti dai turni di colonia per minori alla Kollo
di Caorle e alla 12Stelle di Cesenatico, dove vi sono anche altre proposte per
adulti, gruppi e famiglie. Le prenotazioni sono possibili attraverso il sito
della Caritas. Aci 3
In Germania 300 mila piccoli Magi benedicono le
case
Fino al 6 gennaio l’iniziativa di solidarietà dei
“cantori della stella” - Di Giacomo König
Francoforte. Dalla città tedesca di Friburgo di
Brisgovia, nel Land del Baden-Württemberg, parte la 68.esima edizione della
missione degli Sternsinger (cantori della stella). Circa 300 mila bambini
vestiti da Magi busseranno, fino al 6 gennaio, alle porte di tutte le città
della Germania. In primo luogo per portare la benedizione sulle case visitate.
Lo faranno scrivendo sullo stipite alto della porta d’ingresso la tradizionale
formula: “Christus benedicat mansionem” - Cristo benedica questa casa - abbreviata
in 20 C + B + M +26. Ma lo scopo della loro visita è anche quello di
raccogliere fondi per bambini più sfortunati in tutte le parti del mondo.
Quest’anno, con il motto “A scuola invece che in fabbrica”, i cantori della
stella concentreranno le loro energie sul tema lavoro e la povertà minorile.
L’iniziativa di quest’anno è partita con una festa per le
strade della città all’estremità sud occidentale della Germania e con una Messa
solenne nella cattedrale di Friburgo, durante la quale l’arcivescovo Stephan
Burger, ha incaricato i cantori della stella a portare la benedizione nelle
case e negli appartamenti: “Con le vostre azioni e il vostro operato date agli
altri speranza e futuro per la loro vita! Non devono essere gli affari, il
business ad avere la priorità, ma il benessere del prossimo. Contribuite a
rendere il mondo più vivibile e a diffondere il messaggio di Gesù nel mondo. In
questo modo dimostrate di appartenere a Gesù Cristo”, ha concluso il presule.
"Diventerete voi stessi la benedizione che augurate
agli altri e che scrivete sulle porte delle case. Regalate gioia e felicità a
coloro che vi aprono le porte e a coloro che ricevono aiuto!", è stato il
viatico del presidente dei cantori della stella, Dirk Bingener. “In questi
tempi non proprio facili, voi portate luce nella società. Il nostro mondo non
ha solo bisogno di un messaggio positivo, ma soprattutto di messaggeri che si
impegnino a diffonderlo”, ha affermato il sindaco di Friburgo Martin Horn dal
palco dei cantori della stella nella piazza della vecchia sinagoga. “È
divertente cambiare un po’ il mondo in meglio insieme ai cantori della stella.
Semplicemente raccogliendo donazioni per i bambini che stanno male”, ha detto
il dodicenne Benjamin di Küssaberg, dal circondario di Waldshut.
Per quattro delle migliaia di cantori della stella la
missione si prolungherà fino alla Città Eterna. Le quattro cantanti Mia (14
anni), Pia (10 anni), Theresa (13 anni) e Anna (13 anni) della parrocchia di
San Francesco nella città di Marl, nella Diocesi di Münster, parteciperanno
infatti giovedì 1° gennaio alle ore 10 alla Messa per la LIX Giornata mondiale
della Pace con Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro, a Roma.
L’iniziativa di quest’anno dei “cantori della stella”
mostra quanto siano importanti i diritti di ogni bambini alla protezione e
all’istruzione. Il Canto dei Tre Magi 2026 (Dreikönigssingen) incoraggia i
cantori della stella e i loro accompagnatori a impegnarsi contro il lavoro
minorile e a creare un mondo più giusto. Ancora oggi, infatti, 138 milioni di
bambini tra i cinque e i 17 anni lavorano, 54 milioni dei quali in condizioni
particolarmente dannose per la salute e di sfruttamento. Persino in Germania vengono
commercializzati prodotti realizzati con il lavoro minorile.
Dal lancio dell’iniziativa nel 1959, il Canto dei Tre
Magi ha raccolto complessivamente oltre 1,4 miliardi di euro, che sono stati
utilizzati per finanziare progetti a favore dei bambini svantaggiati e
bisognosi in Africa, America Latina, Asia, Oceania ed Europa orientale. I fondi
raccolti in tutta la Germania grazie all’iniziativa “Canto dei Tre Magi” – la
più grande azione di solidarietà del mondo, fatta da bambini a favore di
bambini - vengono utilizzati per sostenere progetti nei settori dell’istruzione,
dell’alimentazione, della salute, della protezione dell’infanzia, degli aiuti
di emergenza, delle attività pastorali e dell’integrazione sociale.
Gli enti promotori a livello nazionale dell’iniziativa
sono l’organizzazione missionaria per bambini Die Sternsinger e l’Unione della
Gioventù Cattolica Tedesca. Aci 2
Ende
einer Etappe: Synodaler Weg verabschiedet Reform-Botschaft
Nach
sechs Jahren intensiver und oft kontroverser Debatten ist der Synodale Weg zur
Zukunft der katholischen Kirche in Deutschland an diesem Samstag in Stuttgart
zu Ende gegangen. Mit der Verabschiedung einer abschließenden Botschaft, dem
sogenannten „WegWort“, bekräftigten Bischöfe und Laienvertreter ihren Willen,
den eingeschlagenen Reformkurs trotz aller Widerstände fortzusetzen. Das Ende
des Projekts wurde als Übergang in eine neue, dauerhafte Form der
Zusammenarbeit gefeiert. Mario Galgano - Vatikanstadt
Kurz
nach 11 Uhr stellte die Präsidiums-Gruppe der Versammlung das Dokument vor, das
den programmatischen Titel trägt: „Für eine Welt, die Zukunft hat – mit einer
Kirche, die Hoffnung macht.“ Der Text, der in einer Nachtsitzung von beratenden
Theologen noch einmal grundlegend überarbeitet worden war, versteht sich als
Bilanz und Selbstverpflichtung zugleich.
„Nichts
mehr verschleiern“: Bilanz mit Licht und Schatten
In
der Erklärung hält die Versammlung fest, dass der Synodale Weg von einer
„Grundhaltung der Hoffnung“ getragen gewesen sei. Man blicke auf eine Kirche,
die „nichts mehr verschleiert und sich erneuert“, um wirksamer für die Welt
eintreten zu können. Dabei sparten die Synodalen nicht mit Selbstkritik: Es sei
notwendig gewesen, missbrauchsbegünstigende Strukturen und eigene
Schuldverstrickungen offenzulegen.
Schwester
Katharina Kluitmann betonte bei der Vorstellung des Textes, dass man nichts
„schönreden“ wolle: „Es gab Spannungen, Pannen und Krisen auf diesem Weg,
Bemühungen wurden zunichte gemacht, Menschen verletzt.“ Dennoch stehe am Ende
in vielerlei Hinsicht das Gelingen eines neuen Miteinanders und neuer Formen
der Transparenz.
Die
Entscheidung: Kurze Debatte, klares Votum
Die
Verabschiedung des „WegWortes“ verlief nicht ohne letzte Diskussionen. Während
einige Teilnehmer, wie Pfarrer Werner Otto, konkrete Verweise auf erreichte
Meilensteine – etwa beim Thema Homosexualität – vermissten, mahnte Bischof
Stephan Ackermann an, die Kirche dürfe nicht zu stark nach innen gerichtet und
kontrollorientiert wirken.
Um
den Zeitplan einzuhalten, beantragte das Präsidium nach kurzer Aussprache das
Ende der Debatte. Mit 108 Ja-Stimmen gegen 20 Nein-Stimmen bei 14 Enthaltungen
wurde das „WegWort“ schließlich offiziell angenommen. Die Versammlung
quittierte das Ergebnis und den Dank an die Gründerväter des Projekts, Kardinal
Reinhard Marx und Thomas Sternberg, mit stehenden Ovationen.
Ausblick:
Die Synodalkonferenz als neues Instrument
Der
Synodale Weg gilt den Akteuren ausdrücklich als „alles andere als ein
abgeschlossenes Projekt“. Das nächste Ziel ist die Einrichtung einer
permanenten „Synodalkonferenz“. Dieses neue nationale Beratungs- und
Beschlussgremium soll dauerhaft die systemischen Dimensionen von
Machtmissbrauch bekämpfen und Geschlechtergerechtigkeit sowie Partizipation
sichern.
Die
Weichenstellungen dafür erfolgen in den kommenden Wochen. Auf der eine Seite
steht die Rom-Reise: Der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck reist in Kürze zu
abschließenden Klärungsgesprächen in den Vatikan. Er zeigte sich an diesem
Samstag zuversichtlich, ein positives Signal für die Satzung des neuen Gremiums
zu erhalten. Und andererseits wird das Thema bei der
nächsten Vollversammlung der Bischöfe behandelt. Ab dem 23. Februar
wird die Deutsche Bischofskonferenz in Würzburg über das Zustandekommen der
Synodalkonferenz entscheiden.
Bischof
Georg Bätzing dankte zum Abschluss allen Mitwirkenden für ihren Mut.
ZdK-Präsidentin Irme Stetter-Karp betonte das neu gewachsene „Wir“-Gefühl, das
trotz aller inhaltlichen Differenzen das Fundament für die Zukunft bilde. Mit
einem Gottesdienst in der Kirche St. Fidelis endete die Versammlung an diesem
Samstagmittag und besiegelte damit das Ende einer historischen Etappe der
katholischen Kirche in Deutschland.
Die
Synodalkonferenz soll, vorbehaltlich der Zustimmung der Bischöfe und aus dem
Vatikan, im November an den Start gehen. (vn 31)
Papst
fordert globale Solidarität: Ein Gott, eine Menschheit, ein Planet
Papst
Leo XIV. hat an diesem Samstag junge Politikerinnen und Politiker aus aller
Welt dazu aufgerufen, die Politik als ein Werkzeug des Friedens und der
Gerechtigkeit neu zu beleben. Vor den Teilnehmern der Konferenz „One Humanity,
One Planet“ betonte der Pontifex, dass eine wahre Geschwisterlichkeit nur dort
entstehen könne, wo die Schwächsten der Gesellschaft – vom Ungeborenen bis zum
Geflüchteten – geschützt werden. Von Mario Galgano
Vom
26. Januar bis zum 1. Februar nehmen rund hundert Jugendliche aus der ganzen
Welt in Rom an der abschließenden Woche des zweijährigen Ausbildungsprogramms
für politisches Handeln teil, das von der NGO New Humanity der Fokolar-Bewegung
in Zusammenarbeit mit der Päpstlichen Kommission für Lateinamerika und mit
Unterstützung der Stiftung Porticus gefördert wird.
Der
Papst begrüßte die Jugendlichen in der Sala Clementina und wechselte zwischen
Italienisch, Spanisch und Englisch. Er lobte das Engagement der jungen
Generation, die Vielfalt der Nationen und Kulturen nicht als Grund für
Rivalität, sondern als Chance zur Zusammenarbeit nach „synodalem Stil“ zu
begreifen.
Synodalität
als „Linse“ der Politik
Für
den Papst ist die Synodalität – das gemeinsame Hören und Unterscheiden – nicht
nur ein innerkirchliches Prinzip, sondern eine Methode für die Weltpolitik, hob
er hervor. „Dieser Weg macht uns aufmerksam für den Blick desjenigen, der neben
uns steht“, so der Papst an diesem Samstag. Es gehe darum, Visionen zu
entwickeln, die Komplexität respektieren, ohne in Verwirrung zu stürzen.
Besonders
würdigte er das Projekt „Vier Träume“, eine Initiative der Päpstlichen
Kommission für Lateinamerika, die auf die Impulse von Papst Franziskus
zurückgeht. In Zeiten, die von Krieg und Ungerechtigkeit gezeichnet seien,
müssten junge Politikerinnen und Politiker Verantwortung für den Frieden
übernehmen – und zwar dort, „wo ihr jeden Tag lebt, studiert und arbeitet“.
Der
Dreiklang des Friedens: Geschenk, Bündnis, Versprechen
Papst
Leo XIV. definierte den Frieden in seiner Ansprache als dreifache Realität. Es
sei ein Geschenk, ein Gut, das wir aus der Geschichte empfangen und für
das wir danken müssen. Es sei aber auch ein Bündnis, eine gemeinsame
Verpflichtung, den Frieden dort zu schaffen, wo er fehlt und schliesslich auch
ein Versprechen, ein Anker für die Hoffnung auf eine bessere Welt.
„Es
wird keinen Frieden geben, ohne dem Krieg ein Ende zu setzen, den die
Menschheit gegen sich selbst führt...“
„Es
wird keinen Frieden geben, ohne dem Krieg ein Ende zu setzen, den die
Menschheit gegen sich selbst führt, wenn sie die Schwachen wegwirft, die Armen
ausschließt und gegenüber Geflüchteten gleichgültig bleibt“, mahnte der
Pontifex.
Prophetische
Mahnung: Lebensschutz als Friedensgrundlage
In
einem zentralen Teil seiner Rede griff der Papst ein Zitat von Mutter Teresa
von Kalkutta auf. Mit Bezug auf ihre Nobelpreisrede erinnerte er daran, dass
die „Abtreibung der größte Zerstörer des Friedens“ sei. Keine Politik könne im
Dienst der Völker stehen, wenn sie diejenigen vom Leben ausschließe, die im
Begriff sind, auf die Welt zu kommen. „Nur wer sich um die Kleinsten kümmert,
kann wirklich große Dinge tun“, betonte er.
Ergänzung
des Konferenztitels
Zum
Abschluss schlug der Papst vor, den Titel der Konferenz „One Humanity, One
Planet“ (Eine Menschheit, ein Planet) um ein drittes Element zu ergänzen: „One
God“ (Ein Gott). Die Anerkennung Gottes als gütiger Schöpfer rufe alle
Religionen dazu auf, zum sozialen Fortschritt beizutragen und das Gemeinwohl
auf dem Fundament von Gerechtigkeit und Frieden zu suchen.
Mit
den besten Wünschen für den weiteren Weg und dem apostolischen Segen entließ
der Papst die jungen Delegierten in ihre abschließenden Beratungen.
(vn
31)
„Für
eine Welt, die Zukunft hat – mit einer Kirche, die Hoffnung macht“
Sechste
Synodalversammlung in Stuttgart beendet
Mit
großer Mehrheit hat die sechste Synodalversammlung der katholischen Kirche in
Deutschland heute eine gemeinsame Erklärung verabschiedet. Unter dem Leitwort
„Für eine Welt, die Zukunft hat – mit einer Kirche, die Hoffnung macht“
bekräftigten die Synodalen die Notwendigkeit fortgesetzter Aufarbeitung
sexualisierter Gewalt in der Kirche. Entscheidend sei die Überwindung der
systemischen Ursachen. „Eine hoffnungsfrohe Kirche, die nichts mehr
verschleiert und sich erneuert“, könne eine wirksamere Kirche in der Welt sein.
„Mit
der Synodalkonferenz wird die katholische Kirche in Deutschland ein Instrument
gewinnen, um dauerhaft die systemischen Dimensionen des Machtmissbrauchs zu
bekämpfen“, heißt es in der Erklärung weiter. „Das Ziel der Synodalkonferenz
ist es, Partizipation, Transparenz und Rechenschaft zu sichern, Diskriminierung
zu bekämpfen und Geschlechtergerechtigkeit zu fördern.“ Gemeinsame Beratungen
und gemeinsame Beschlüsse von Bischöfen und Laien gäben Entscheidungen
Nachdruck: „Denn unsere Kirche hat die Aufgabe, in unserer zerrissenen Welt die
Frohe Botschaft sichtbar zu machen.“
Zuvor
hatte sich die Synodalversammlung mit Evaluation und Monitoring der seit 2021
gefassten Beschlüsse beschäftigt. Das gemeinsame Beratungsgremium haben die
Mitglieder der Versammlung als Erfahrung der Selbstwirksamkeit begrüßt, das
ergaben Fragen an die Mitglieder der Versammlung und an die zuarbeitenden
Beratungsforen. Zur Frage, wie die Beschlüsse der Synodalversammlung Umsetzung
in den Bistümern gefunden haben, wurden offene Aufgaben markiert und eine
größere Geschwindigkeit als notwendig angesehen.
Die
Synodalversammlung einigte sich auch auf eine Anpassung der anstehenden
Wahlordnung für die noch zu wählenden Mitglieder einer dritten Gruppe in der
künftigen Synodalkonferenz. Neben Bischöfen und ZdK-Delegierten – jeweils 27 –
besteht die dritte Gruppe ebenfalls aus 27 Personen. Bereits beschlossen wurde
die Präsenz zweier Mitglieder des Beirats der Betroffenen von sexualisierter
Gewalt sowie zweier Mitglieder der Ordensobernkonferenz. Mindestens 13
Mitglieder sollen Frauen sein, mindestens fünf Mitglieder unter 30 sein und
mindestens drei Mitglieder den muttersprachlichen Gemeinden angehören.
Der
Präsident der Synodalversammlung und Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing sagte: „Synodalität ist das
Zukunftsmerkmal der Kirche – weltweit und in Deutschland. Ich bin froh und
dankbar, dass die beiden synodalen Prozesse – der römische Weg und unser Weg –
mittlerweile gut ineinandergreifen. Es gibt kein Gegenüber mehr, Kirche ist ein
Miteinander, und Synodalität ist die Zukunft des Miteinanders der Kirche. Daran
müssen wir uns messen lassen.“ Er erinnerte daran, dass neben allem
innerkirchlichen Arbeiten die Kirche auch die Sorgen in der Welt ernstnehme:
„Wir kreisen mit dem Synodalen Weg nicht um unseren eigenen Kirchturm. Die
künftige Synodalkonferenz will und soll ja gerade zu gesellschaftspolitischen
Themen Stellung beziehen – Laien und Bischöfe gemeinsam. Das ist eine
kraftvolle Allianz, mit der wir in der Öffentlichkeit wahrnehmbar sein können.
Und dabei geht es dann auch darum, die Frohe Botschaft zu verkünden. Das
Evangelium ist Richtschnur unseres Handelns. Gehen wir voran. Haben wir Mut.
Zeigen wir Hoffnung. Geben wir Zeugnis von unserem Glauben in einer Zeit, die
das Zeugnis der Christinnen und Christen braucht.“
Bätzings
Co-Präsidentin und Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken,
Dr. Irme Stetter-Karp, ist voller Zuversicht: „Wir haben es geschafft! Die
sechste Synodalversammlung markiert den Übergang zur Synodalkonferenz der
katholischen Kirche in Deutschland. Wir haben eine Aufgabe in unserem
Miteinander, für die Kirche auf dem Weg ins 21. Jahrhundert. Zugleich haben wir
eine Aufgabe in der Gesellschaft. Demokratie und Menschenwürde sind weltweit
unter massivem Druck von Autokraten und Anti-Demokraten. Wir müssen als
Christen aufstehen gegen diese Entwicklung. Wir teilen diese Aufgabe mit der
Weltkirche. Von daher ist es ein Zeichen der Zeit, dass wir Katholikinnen und
Katholiken in Deutschland mehr Demokratie in unserer Kirche etablieren wollen.
Gerade jetzt sagen wir damit: Menschenwürde und Teilhabe, Solidarität und die
Verlässlichkeit des Rechts dürfen nicht auf dem Altar der Macht geopfert
werden. Wir brauchen ein Gegengewicht zu dieser Entwicklung! Mit dem Synodalen
Weg sind wir ein solch lebendiges Gegengewicht.“
Bischof
Dr. Michael Gerber, Vizepräsident der Synodalversammlung, erinnerte an die
gesellschaftliche Dimension der Aufgabe der Kirche: „Wir stehen ein für die
Würde des Menschen, für Solidarität in der Gesellschaft. Die aktuellen
Herausforderungen verbinden uns mit vielen Gruppen in der Gesellschaft, die
sich für eine freiheitliche Grundordnung einsetzen. Der hl. Johannes Don Bosco,
dessen Gedenktag heute gefeiert wird, steht für eine Kirche, die sich hat
berühren lassen vom Schicksal junger, marginalisierter und oft verletzter
Menschen und für das Engagement, dass diese Menschen sich als Subjekt, als
wirksam erfahren. In dieser Spur müssen wir auch heute unterwegs sein.“ Er
betonte, dass die Mitglieder der Synodalkonferenz aus unterschiedlichen
Kontexten kommen. Sie alle hätten die Aufgabe, das große Ganze im Blick zu
haben: Die drängenden Fragen unserer Kirche und unserer Gesellschaft heute.
Thomas
Söding, ebenfalls Vizepräsident der Synodalversammlung, erklärte: „Die
katholische Kirche braucht den Synodalen Weg. Er schafft die dichten Momente
einer freien Aussprache, die wir in diesen Tagen erlebt haben. Er hält
Spannungen aus und erzeugt Energie. Er findet zur Stille im Gebet. Er ist eine
Schule des Hinhörens. Und er ist ein Ort, an dem Vertrauen wachsen kann. Weil
er ein Ort ist, an dem Ideen, Erwartungen, Kritiken, Sorgen, Hoffnungen geteilt
werden. Jetzt wird ein neues Kapitel aufgeschlagen. Die Schlusserklärung
bilanziert ehrlich und offen die Erfahrungen, die wir gesammelt haben. Sie
markiert den Auftrag, den unsere Kirche hat: in der Welt von heute Hoffnung zu
machen.“
Mit
der sechsten Synodalversammlung ist die erste Phase des Synodalen Weges
abgeschlossen. In einem nächsten Schritt soll als bundesweites Gremium für
Synodalität eine Synodalkonferenz eingerichtet werden. Dazu wird demnächst die
Deutsche Bischofskonferenz über das Statut abstimmen, das bereits vom ZdK
angenommen worden ist. Anschließend wird die Anerkennung (Recognitio) in Rom
erbeten. Dbk 31
Emotionale
Debatten bei Synodalversammlung in Stuttgart
Nach
rund sechs Jahren intensiver Beratungen biegt der Synodale Weg auf seine
Zielgerade ein. Bei der abschließenden Vollversammlung in Stuttgart betonten
die Verantwortlichen der katholischen Kirche in Deutschland am Freitag, dass
der Reformprozess trotz des Etappenendes dauerhaft fortgesetzt werden soll. Im
Fokus stand neben der Missbrauchsaufarbeitung vor allem die Verstetigung des
Dialogs zwischen Bischöfen und Laien. Mario Galgano
Mit
einer inhaltlichen Bestandsaufnahme begann der zweite Tag der Versammlung.
Beate Gilles, Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz (DBK), stellte
klar, dass das Treffen in Stuttgart kein „Finale“ des Reformdialogs sei.
Vielmehr handle es sich um den Abschluss einer wichtigen Etappe auf einem
längeren Weg. Zuvor hatten die 177 anwesenden Synodalen Bilanz über jenes
Projekt gezogen, das 2019 gemeinsam von den Bischöfen und dem Zentralkomitee
der deutschen Katholiken (ZdK) initiiert worden war.
Fortschritte
und Mahnungen bei der Aufarbeitung
Der
Vormittag war dem sensiblen Thema der Missbrauchsaufarbeitung gewidmet. Aachens
Bischof Helmut Dieser und Johannes Norpoth vom Betroffenenbeirat informierten
über den aktuellen Stand. Norpoth hob hervor, dass die Kirche im Bereich der
Prävention sichtbare Fortschritte erzielt habe. Dennoch bleibe die
Herausforderung bestehen, eine „wirklich betroffenenorientierte innere Haltung“
vollständig zu verankern. Auch das System der Anerkennungsleistungen wurde
kritisch hinterfragt, um Retraumatisierungen künftig besser zu vermeiden.
Perspektiven
für die Zusammenarbeit
Ein
zentraler Punkt der Versammlung war die Frage, wie die bisherigen Beschlüsse –
etwa zur Rolle der Frau oder zum Umgang mit Vielfalt – in den Bistümern
umgesetzt werden können. Der Würzburger Bischof Franz Jung und Birgit Mock
(ZdK) führten in die Diskussion über die Verstetigung der Ergebnisse ein.
In
diesem Zusammenhang wurde auch die künftige „Synodalkonferenz“ thematisiert,
die ab Herbst die Beratungen fortführen soll. Der Essener Bischof Franz-Josef
Overbeck zeigte sich optimistisch, dass eine entsprechende Satzung bald in Rom
abgestimmt werden kann: „Ich bin zuversichtlich, dass Rom die Satzung der
künftigen Synodalkonferenz für die Kirche in Deutschland genehmigen wird.“ Er
kündigte an, in Kürze zu abschließenden Klärungsgesprächen in den Vatikan zu
reisen.
Herausforderungen
in der Kommunikation
In
den vertiefenden Gesprächen am Rande der Versammlung kamen auch
Herausforderungen zur Sprache. DBK-Vorsitzender Georg Bätzing berichtete von
den Bemühungen, den Gesprächsprozess mit der römischen Kurie konstruktiv zu
gestalten. Er wertete die jüngsten Treffen mit Vertretern des Vatikans als
„respektvoll, vertrauensvoll und zielorientiert“.
Gleichzeitig
gab es von Seiten der Laienvertreter auch Hinweise auf kommunikative Hürden.
Birgit Mock thematisierte in einer Wortmeldung die Schwierigkeit, auf
offizielle Schreiben aus Deutschland direkte Antworten zu erhalten. Bischof
Bätzing ergänzte, dass er mit Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin auch über
den nötigen gegenseitigen Respekt zwischen dem Synodalen Weg und Rom gesprochen
habe.
Die
Weltsynode als Rahmen
Generalsekretärin
Gilles unterstrich abschließend, dass sich der deutsche Weg und die von Papst
Franziskus angestoßene Weltsynode keineswegs widersprächen, sondern sich
gegenseitig ergänzten. Die mitunter auftretenden Spannungen zwischen
verschiedenen Ebenen bezeichnete sie als „produktiv“.
Am
Samstag soll die Versammlung mit einer abschließenden Erklärung enden, die den
Rahmen für die kommenden Jahre der kirchlichen Erneuerung in Deutschland
absteckt. (vn 30)
Gemischte
Bilanz zu Missbrauchsaufarbeitung
Fortschritte,
Defizite, offene Fragen prägen die Debatte: Die Teilnehmer der letzten
Vollversammlung des Synodalen Wegs blicken unterschiedlich auf die
Missbrauchsaufarbeitung in der katholischen Kirche.
Teilnehmer
des Synodalen Wegs zur Zukunft der katholischen Kirche in Deutschland zogen bei
der Abschlusssitzung des Reformprojekts am Freitag in Stuttgart zu dem Thema
eine gemischte Bilanz. Der Missbrauchskandal zählte zu den Auslösern für den
Synodalen Weg; die systemischen Faktoren, die Missbrauch in der Kirche
begünstigt haben, waren in den vergangenen rund sechs Jahren immer wieder Thema
in den Debatten.
Johannes
Norpoth, Mitglied im Betroffenenbeirat bei der Deutschen Bischofskonferenz,
beklagte teils weiterhin bestehende massive Defizite. Es gebe aber auch einige
positive Effekte: „Dass wir heute hier sitzen und offen über Macht und
Gewaltenteilung, über Geschlechtergerechtigkeit, über die Sexuallehre dieser
Kirche und über die Lebensform des Klerus sprechen, ist keine
Selbstverständlichkeit.“
Fortschritte
bei der Prävention
Auch
im Bereich der Prävention habe sich einiges getan, tausende Menschen seien
geschult und sensibilisiert worden, so Norpoth, der weiter anmerkte: „Der Weg
zu einer wirklich betroffenenorientierten inneren Haltung ist trotz aller Mühen
immer noch ein sehr weiter.“ Kritisch äußerte er sich etwa über das von der
Kirche verantwortete System der Anerkennungsleistungen. Es sei unzureichend und
berge die Gefahr einer Retraumatisierung der Betroffenen.
Am
Vorabend war bei der letzten Synodalversammlung eine Evaluation der
Katholischen Universität Eichstätt vorgestellt worden, in der die Effekte des
Synodalen Wegs aus Sicht der Teilnehmer untersucht wurden. Etwa die Hälfte der
Synodalen hatte sich daran beteiligt. Demnach hatten diese mehrheitlich den
Eindruck, dass der Synodale Weg nur „einen geringen Beitrag zur Behebung
systemischer Ursachen sexualisierter Gewalt oder im Wiedergewinnen verloren
gegangenen Vertrauens in der Kirche“ erbracht habe. Einen „großen Beitrag"
habe der Synodale Weg hingegen zur Enttabuisierung von Themen und zur
Anerkennung diskriminierter Gruppen geleistet.
Jährliche
Tiefenbohrungen
Der
Aachener Bischof Helmut Dieser zeigte am Freitag noch einmal die Entwicklungen
zur Aufarbeitungsarbeit der vergangenen Jahre auf. Seit 2020 bildet ein
Betroffenenbeirat bei der Deutschen Bischofskonferenz ein Beratungsgremium.
Ende 2024 nahm ein Sachverständigenrat seine Arbeit auf, dessen Mitglieder
durch eine unabhängige Auswahlkommission ohne kirchliche Beteiligung bestimmt
werden. Aufgabe ist ein Monitoring der bestehenden Maßnahmen in den Bistümern
zum Schutz vor sexuellem Missbrauch und Gewalterfahrungen. Dazu gehören eine
jährliche Datenerhebung und sogenannte Tiefenbohrungen, wie Dieser es nannte,
in drei Bistümern pro Jahr.
In
nahezu allen Bistümern sind inzwischen unabhängige Aufarbeitungskommissionen
installiert. Bischof Dieser erklärte: „Es wird wichtig bleiben, dass wir uns
immer wieder Expertise von außen holen.“ Die Beteiligung der Betroffenen sei
inzwischen fest verankert. „Wir verstehen uns in diesem Feld als lernende
Organisation.“ (kna 30)
Papst
an Olympische Winterspiele: Brücken bauen
Anlässlich
der Ankunft des Sportlerkreuzes am Donnerstagabend in der Kirche San Babila in
Mailand hat Papst Leo XIV. ein Grußtelegramm an die Olympischen Winterspiele
gesendet.
In
dem Telegramm vom 29. Januar bringt der Papst seine Hoffnung zum Ausdruck, dass
die Winterspiele Freundschaft und Brüderlichkeit fördern und das Bewusstsein
für den „Wert des Sports im Dienst der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung“
stärken mögen. Die Olympischen und Paralympischen Spiele Mailand-Cortina
starten am 6. und enden am 22. Februar 2026.
„Möge
dieses wichtige Ereignis Gefühle der Freundschaft und Brüderlichkeit wecken und
das Bewusstsein für den Wert des Sports im Dienste der ganzheitlichen
menschlichen Entwicklung stärken.“
Brücken
bauen zwischen Völkern und Kulturen
Im
Telegramm des Papstes heißt es weiter:
„Mögen
diese Tage des gesunden Wettkampfs dazu beitragen, Brücken zwischen Kulturen
und Völkern zu bauen und Akzeptanz, Solidarität und Frieden zu fördern.“
Das
von Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin unterzeichnete Telegramm war an den
Erzbischof Mario Delpini von Mailand gerichtet. Dieser leitete am Donnerstag
eine Auftaktmesse in der Kirche San Babila, bei der das Sportlerkreuz offiziell
entgegengenommen wurde. Die Messe eröffnete offiziell die Veranstaltungen,
die das Bistum während der gesamten Dauer der Spiele unter dem Motto
„Füreinander“ organisiert.
Zu
den Konzelebranten gehörten Paul Tighe, der Sekretär des Dikasteriums für
Kultur und Bildung, und Pater Michele Gianola, der Untersekretär der
Italienischen Bischofskonferenz (CEI) und kommissarische Direktor des
Nationalen Amtes für die Seelsorge in den Bereichen Freizeit, Tourismus und
Sport. Der Sekretär des vatikanischen Dikasteriums für Kultur und Bildung
dankte der Ortskirche „für die enorme Anstrengung, die Sie unternommen haben,
um die Athleten zu begleiten“, und verwies auf geteilte Werte sowie „die
universelle Sprache des Sports“. Während der Zeremonie, der eine Prozession
vorausging, wurde zudem ein eigens für dieses Ereignis von Papst Delpini
verfasstes Gebet verlesen.
Spirituelle
Anlaufstelle für Sportler und Sportlerinnen
Die
Basilika San Babila soll während der gesamten Spiele die Kirche der Athleten in
Mailand sein. Sie beherbergt das Sportlerkreuz und zeigt Tafeln, die den Werten
des Sports mit pädagogischen und kulturellen Bezügen gewidmet sind. Sie soll
auch Startpunkt der „Tour der sportlichen Werte“ sein, einer Reise, an der
Tausende von Mädchen und Jungen aus Schulen, Jugendzentren und Sportvereinen
teilnehmen wollen. Dabei steht der Sport als menschliches, pädagogisches und
gemeinschaftliches Erlebnis im Mittelpunkt. (vn/sir 30)
Synodaler
Weg: Schweigen aus Rom bremst Reformen aus
Vor
drei Jahren endete der Synodale Weg, der Reformprozess der katholischen Kirche
in Deutschland, mit Beschlüssen zu Macht, Sexualmoral, Zölibat und Rolle der
Frau. In Stuttgart wird drei Tage bilanziert: Was davon ist tatsächlich
umgesetzt worden? Von Johannes Reichart
Rund
50 Demonstranten stehen vor dem Eingang des Tagungshotels in Stuttgart. Die
Mitglieder verschiedener katholischer Reformgruppen haben symbolisch eine
"lange Bank" aufgebaut. Darauf zu lesen ist "Priesterin &
Diakonin" "Aufklärung des Missbrauchs" und "Erneuerung der
Liturgie". Nichts von diesen Themen solle mehr auf die "lange
Bank" geschoben werden, sagt Martin Schockenhoff, Sprecher der kirchlichen
Reformgruppe Pro Consilio.
Wird
es de facto aber. Das wissen auch die offiziellen Teilnehmerinnen und
Teilnehmer der 6. Synodalversammlung, dem bilanzierenden Abschlusstreffen des
Synodalen Wegs. Nicht alles liegt in ihrer Hand, vieles braucht Zustimmung aus
Rom.
Synodaler
Weg: Beschlüsse sind nun drei Jahre alt
Von
2019 bis 2023 hatte der Reformprozess der katholischen Kirche in fünf Runden
getagt, beraten und schließlich umfassende Reformen für Deutschland
beschlossen. Es geht um Reformen in den vier Bereichen "Macht und
Gewaltenteilung", "Sexualmoral", "Priestersein heute"
und "Frauen in Diensten und Ämtern". Neu daran war: Laien und
Bischöfe gemeinsam stimmten über die Themen und Vorschläge ab. Jedes Bistum
kann aber eigene Wege einschlagen, nichts davon ist bindend. In Stuttgart nun,
bei der Evaluation, kommt heraus: Kein Bistum hat bislang alle Beschlüsse
umgesetzt.
Im
Prozess bis 2023 beschlossen die Synodalen eine ganze Reihe von
Reformvorschlägen: Etwa die Öffnung der Kirche für queere Personen oder die
Beteiligung von Laien bei Vorschlägen für die Bestellung von neuen Bischöfen.
Die Mehrheit des Synodalen Weges, der aus den deutschen Bischöfen,
Ordensleuten, Pastoralreferenten und Laienvertretern bestand, stimmte auch
dafür, dass es ein Frauendiakonat geben sollte und mehr Frauen in
Führungsposition der Kirche gehörten.
Leiter
des Synodalen Weges ziehen vorsichtig ein positives Fazit
Die
beiden Leiter des Synodalen Wegs, der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz Georg Bätzing und die Präsidentin des Zentralkomitees der
Katholiken Irme Stetter-Karp, ziehen vorsichtig ein positives Fazit: "Ich
bin froh, um alles was wir erreicht haben. Wir haben einen Kulturwandel im
Miteinander", sagt Irme Stetter-Karp. "Wir nehmen queere Personen
nach den Handlungsbeschlüssen des Synodalen Weges ganz anders war in der
katholischen Kirche und das spüren viele Menschen als ein Aufatmen. Das ist
noch nicht das Ende der Fahnenstange, aber es ist der Beginn eines Weges",
sagt Bischof Georg Bätzing.
Trotzdem
stellt Bätzing mit Blick auf den ursprünglichen Auftrag des Synodalen Wegs,
nämlich die Konsequenzen aus dem Missbrauchsskandal zu ziehen und diesen
selbstkritisch aufzuarbeiten, kritisch in Frage, ob die systemischen Faktoren
für Missbrauch vom Synodalen Weg wirklich angegangen wurden.
Drei
bayerische Bistümer übernehmen Beschlüsse nicht
Vier
Bistümer in Deutschland haben die Übernahme der Beschlüsse des Synodalen Wegs
rundweg abgelehnt, darunter mit Regensburg, Passau und Eichstätt drei aus
Bayern. Und in einigen Punkten habe der Synodalen Weg auch kaum Veränderungen
gebracht, beklagt die Vorsitzende des Zentralkomitees der Katholiken
Stetter-Karp. Trotzdem soll der Synodale Weg künftig mit der sogenannten
Synodalkonferenz verstetigt werden. Eine Satzung gibt es, noch braucht es aber
eine Zustimmung durch die Bischofskonferenz und durch den Vatikan.
Der
Vatikan hatte den deutschen Sonderweg zu Reformen stets kritisch verfolgt und
musste mehrfach beruhigt werden. Denn parallel zum Synodalen Weg in Deutschland
initiierte der damalige Papst Franziskus die "Weltsynode", ein
vergleichbares Format, nur auf die ganze Welt bezogen.
Schweigen
aus Rom
Im
Augenblick schaut man seitens des "Synodalen Wegs" ungeduldig auf
Papst Leo XIV.. Damit in Deutschland ein beratendes Folgegremium - wieder aus
Laien und Bischöfen - endlich seine Arbeit beginnen kann, braucht es die
Zustimmung aus Rom.
Die
beiden Leiter des Synodalen Weges, Irme Stetter-Karp und Bischof Gerog Bätzing,
kritisieren in Stuttgart auch das lange Schweigen aus Rom, dass bisher
erschwert, die Arbeit fortzusetzen. "In der Regel bekommt jeder Gläubige,
der an den Heiligen Vater schreibt, eine Eingangsbestätigung. Wenn man also
keine bekommt, liegt die Vermutung nahe, dass ein Politikum dahintersteckt.
Deshalb habe ich bei jedem Treffen angemahnt: Wir haben geschrieben, wir haben
keine Antwort bekommen", kritisiert Georg Bätzing, Vorsitzender der
Bischofskonferenz. Br.de 30
Italien: Erzdiözese Mailand startet Initiative
„For Each Other“
Wenn
im Februar die Olympischen Winterspiele in die italienischen Alpen
zurückkehren, wird die katholische Kirche nicht nur am Spielfeldrand stehen. An
diesem Donnerstag gibt die Erzdiözese Mailand den Startschuss für die
Initiative „For Each Other“. Das Programm soll Athleten, Delegationen und Fans
einen Raum für Stille, Gebet und interkulturelle Begegnung bieten.
Die
Olympischen Winterspiele in Mailand und Cortina d’Ampezzo finden vom 6. bis zum
22. Februar statt, gefolgt von den Paralympics vom 6. bis zum 15. März.
Begleitend dazu hat die Mailänder Kirche ein umfangreiches Programm entwickelt,
das bis Mitte März reicht und den Sportgeist mit christlichen Werten verknüpfen
möchte.
Das
„Kreuz der Sportler“ erreicht die Metropole
Ein
zentrales Symbol der Initiative ist das „Kreuz der Sportler“. Das Holzkreuz
wurde bereits 2013 von Papst Franziskus gesegnet und wandert seitdem von
Austragungsort zu Austragungsort. An diesem Donnerstag wird es in einem
feierlichen Gottesdienst an die Erzdiözese Mailand übergeben.
Den
Eröffnungsgottesdienst in der Basilika San Babila leitet der Mailänder
Erzbischof Mario Delpini. Die geschichtsträchtige Kirche aus dem 11.
Jahrhundert im Herzen der norditalienischen Metropole wird während der gesamten
Dauer der Spiele als offizielle „Kirche der Athleten“ fungieren.
Geistliche
Heimat für internationale Gäste
Das
Angebot von „For Each Other“ ist vielseitig und international ausgerichtet. Es
soll mehrsprachige Gottesdienste geben und zwar in verschiedenen Sprachen.
Damit soll der internationale Charakter der Spiele widerspiegelt werden. Ein
wichtiger Beitrag ist der Werte-Dialog: In zahlreichen Pfarreien sind
Ausstellungen und Podiumsgespräche mit Sportlern geplant, die sich mit den
olympischen Grundwerten wie Freundschaft, Respekt und Fairplay
auseinandersetzen. Es sollen auch thematische Rundgänge geben. Ehrenamtliche
Begleiter führen Besucher auf speziellen Pfaden zu den bedeutendsten
Gotteshäusern im historischen Zentrum Mailands.
Was Jugendprojekte betrifft, so sollen besondere Bildungsangebote
junge Menschen dazu anregen, Sport als Werkzeug für den gesellschaftlichen
Zusammenhalt zu begreifen.
Sport
für das Gemeinwohl
Unterstützt
wird das Projekt maßgeblich von der vatikanischen Bildungs- und Kulturbehörde.
Deren Präfekt, Kardinal José Tolentino de Mendonça, betonte die
gesellschaftliche Relevanz des Projekts. Die Kirche wolle den sportlichen
Wettbewerb keinesfalls infrage stellen, sehe sich aber in der Pflicht, einen
„verantwortungsvollen Sport“ zu fördern.
„Die
Kirche möchte dazu beitragen, dass der Wettbewerb nicht von Individualismus
geprägt ist, sondern auf das Gemeinwohl hin ausgerichtet bleibt“, so der
Kardinal. Ziel sei es, den Sport als Brücke zwischen den Kulturen zu stärken
und den Fokus über den rein physischen Erfolg hinaus auf die menschliche
Begegnung zu lenken. (kna 29)
Geweihtes
Leben: Samen des Friedens
Das
Dikasterium für die Institute des geweihten Lebens und die Gesellschaften des
Apostolischen Lebens hat kurz vor dem 30. Welttag des geweihten Lebens am
Montag (2. Februar) einen Brief an alle „Brüder und Schwestern des geweihten
Lebens" geschickt. Der Vatikan informierte am Mittwochabend über das
Schreiben mit dem Titel „Prophetische Präsenz: Geweihtes Leben dort, wo die
Würde verletzt und der Glaube geprüft wird."
Lorena
Leonardi – Vatikanstadt
Als
„Prophetische Präsenz der Gegenwart und Samen des Friedens“ in der Geschichte
sind die Gottgeweihten aus aller Welt die Adressaten des Briefes, der am
Mittwoch (28. Januar) von der Präfektin des Dikasteriums, Schwester Simona
Brambilla M.C., dem Pro-Präfekten, Salesianerkardinal Ángel Fernández Artime,
und Sekretärin Tiziana Merletti S.F.P unterzeichnet wurde. Das Schreiben wurde
wenige Tage vor dem 30. Welttag des geweihten Lebens veröffentlicht, der am 2.
Februar, Fest der Darstellung des Herrn, gefeiert wird und dessen Höhepunkt die
Messe mit Papst Leo XIV. um 17 Uhr im Petersdom ist.
Eine
Präsenz, die bleibt
Die
Spitzenvertreter des Dikasteriums schreiben, dass sie im Laufe des Vorjahres
während ihrer Reisen und Pastoralbesuche das Leben vieler Geweihter
kennenlernen durften. Dabei hätten sie zahlreiche Menschen getroffen, die
berufen sind, „komplexe Situationen“ auszuhalten: Kontexte, die geprägt sind
von „Konflikten, sozialer und politischer Instabilität, Armut, Ausgrenzung,
Zwangsmigration, religiösen Minderheiten, Gewalt und Spannungen” - allesamt
Elemente, die „die Würde der Menschen, ihre Freiheit und mitunter sogar den
Glauben selbst auf die Probe stellen”. Aber - so wird in besagtem Brief betont
- diese Erfahrungen offenbarten zugleich, wie „stark“ die „prophetische
Dimension des Ordenslebens als eine bleibende Gegenwart“ sei, an der Seite
„verwundeter Völker und Personen, an Orten, an denen das Evangelium oft unter
Bedingungen von Zerbrechlichkeit und Bewährung“ gelebt werde.
Zeichen
eines Gottes, der sein Volk nicht verlässt
Dieses
„Ausharren“, das „unterschiedliche Gesichter und Formen annimmt“, so wie auch
die Komplexität der Gesellschaften unterschiedlich ist, je nachdem, ob das
tägliche Leben von „institutioneller Fragilität und Unsicherheit“ geprägt ist
oder ob religiöse Minderheiten „Druck und Einschränkungen“ erfahren. Aber auch
dort, wo Wohlstand mit „Einsamkeit, Polarisierung, neuen Formen von Armut und
Gleichgültigkeit“ einhergeht; und dort, „wo Migration, Ungleichheiten und
verbreitete Gewalt das zivile Zusammenleben herausfordern." In vielen
Teilen der Welt „stellt die politische und soziale Lage das Vertrauen auf die
Probe und zermürbt die Hoffnung“, heißt es in dem Brief. Deshalb sei die
„treue und demütige, kreative und diskrete“ Präsenz der Gottgeweihten ein
„Zeichen dafür, dass Gott sein Volk nicht verlässt“.
„Ausharren”
gemäß dem Evangelium
Darüber
hinaus enthält das Dokument eine Reflexion über das Konzept des „Ausharrens” im
Sinne des Evangeliums, das niemals „Stillstand oder Resignation” sei, sondern
„tätige Hoffnung“, die „Haltungen und Gesten des Friedens“
hervorbringe: „Worte, die entwaffnen, gerade dort, wo die Wunden der
Konflikte die Geschwisterlichkeit auszulöschen scheinen; Beziehungen, die den
Wunsch nach Dialog zwischen Kulturen und Religionen bezeugen“. Dies geschieht
durch „Entscheidungen, die die Kleinen schützen“, auch wenn „es einen Preis
kostet, an ihrer Seite zu stehen“. Es brauche, „Geduld in Prozessen, auch
innerhalb der kirchlichen Gemeinschaft; Beharrlichkeit in der Suche nach Wegen
der Versöhnung“ - und „Mut zur Benennung von Situationen und Strukturen, die
die Würde der Menschen und die Gerechtigkeit verleugnen.“ Angesichts all dieser
Elemente sei dieses „Ausharren“ nicht nur eine persönliche oder
gemeinschaftliche Entscheidung, sondern werde zu einem „prophetischen Wort für
die ganze Kirche und für die Welt“.
Viele
Ausdrucksformen einer einzigen Prophezeiung
Wie
bei dem „Samen, der bereit ist in die Erde zu fallen und zu sterben, damit
Leben aufblühen kann“, kommt in diesem Ausharren die Prophetie des gesamten
geweihten Lebens zum Ausdruck, in all seinen unterschiedlichen und sich
ergänzenden Formen: So mache das apostolische Leben beispielsweise eine „tätige
Nähe“ „sichtbar“, die die verletzte Würde stützt; das kontemplative Leben
„bewahrt in Fürbitte und Treue die Hoffnung, wenn der Glaube auf geprüft wird.“
Weiterhin zählt der Brief die Lebensformen auf: Die Säkularinstitute „bezeugen
das Evangelium als stilles Sauerteigwirken in der sozialen und beruflichen
Welt“; der Ordo virginum offenbart die Kraft der Unentgeltlichkeit und der
Treue, die „Zukunft eröffnet“; das eremitische Leben erinnert an „den Vorrang
Gottes und das Wesentliche in Erinnerung, das das Herz entwaffnet”. In der
Vielfalt all dieser Formen, so wird in dem Brief betont, „nimmt eine einzige
Prophetie Gestalt an: mit Liebe zu bleiben, nicht zu fliehen, nicht zu
schweigen, und das eigene Leben ins Wort für diese Zeit und diese Geschichte zu
bringen.”
Aufblühen
wie Samen des Friedens
Innerhalb
dieser „Prophetie des Ausharrens” reife ein Zeugnis des Friedens, das – so das
Schreiben weiter – als „ein anspruchsvoller und alltäglicher Weg” verstanden
werde, der „Hören, Dialog, Geduld, Umkehr des Denkens und des Herzens sowie die
Absage an die Logik der Macht des Stärkeren” verlange. Aus diesem Grund, so
wird erklärt, wird das gottgeweihte Leben, „wenn es an den Wunden der
Menschheit bleibt, ohne der Logik der Konfrontation zu verfallen, aber ohne
darauf zu verzichten, die Wahrheit Gottes über den Menschen und die Geschichte
auszusprechen”, zum „Handwerker des Friedens”.
Das
Dokument schließt mit einem Dank an die Ordensleute für ihre Beharrlichkeit,
der Aufforderung, im Geiste des ihnen gewidmeten Jubiläums am 10. Oktober
Pilger der Hoffnung auf dem Weg des Friedens zu bleiben, und der Bitte an den
Herrn, dass er sie „festige in der Hoffnung und sanftmütig im Herzen mache,
fähig auszuharren, zu trösten und neu zu beginnen: und so in Kirche und
Welt prophetische Präsenz zu leben und Same des Friedens zu sein.“ (vn 29)
Kohlgraf
zieht gemischtes Fazit des Synodalen Wegs
Der
Mainzer Bischof Peter Kohlgraf hat eine gemischte Bilanz des Synodalen Weges
der Kirche in Deutschland gezogen. „Die Einheit der Bischöfe ist nicht gestärkt
worden, wenn ich es freundlich sagen soll“, sagte er im Interview mit dem
„Kölner Stadt-Anzeiger“ am Donnerstag.
Mit
Blick auf die Bischöfe aus Köln, Passau und Regensburg, die sich aus den
Vorbereitungen der künftigen Synodalkonferenz zurückgezogen haben, betonte
Kohlgraf deren Bedeutung: „Die Stimme der drei ist im Konzert der deutschen
Kirche eine wichtige.“ Zugleich sagte er: „Ich würde es bedauern, wenn sie in
der künftigen Synodalkonferenz fehlte.“ Synodalität bedeute, „nicht nur die
eigene Meinung zu bestätigen“. Entscheidend sei nun die Frage: „Wie schaffen
wir es, in Fragen von Synodalität wieder gemeinsam auf dem Weg zu sein?“
Mitbestimmung
in der Kirche
Kohlgraf
fügte hinzu: „Ein Bischof ist gut beraten, wenn er nicht dauerhaft Bischof
gegen die Gläubigen ist.“ Es helfe zu sagen, „ich höre nicht nur auf die
Stimmen der Gläubigen, sondern binde mich an diese Stimmen, sofern das nicht
völlig gegen mein Gewissen geht“. Das führe automatisch zu Mitbestimmung der
Gläubigen. Die neue Synodalkonferenz müsse nach Kohlgrafs Worten „die Weite
theologischer Positionen abbilden“, um den Katholizismus in seiner Breite zu
repräsentieren. Er räumte ein, dass Stimmen aus diesem Spektrum im bisherigen
Synodalen Weg weniger wahrnehmbar gewesen seien, auch weil Synodale die
Versammlung verlassen und mehrere Bischöfe die Mitarbeit an einem Folgegremium
verweigert hätten. Sollte der Vatikan die entworfenen Statuten bestätigen, gäbe
es laut Kohlgraf „keinen Grund mehr, dort nicht mitzuwirken.“
„Als
positives Ergebnis des Synodalen Weges nenne ich die Segensfeiern "für
Menschen, die sich lieben'“, sagte Kohlgraf. Diese seien „gewissermaßen ein
Kompromiss“ zwischen den vatikanischen Vorgaben in „Fiducia supplicans“ und dem
entsprechenden Handlungstext des Synodalen Weges. „Es geht uns auch nicht um
die Etablierung eines festen Rituals, sondern um die Grundhaltung“, sagte
Kohlgraf. In vielen Diözesen, auch im Bistum Mainz, sei diese Praxis bereits
pastoraler Alltag. Positiv bewertete Kohlgraf zudem, „dass das Bewusstsein für
die Ursachen und Gefahren des Missbrauchs gestärkt wurde“ und dass Bischöfe und
Laien „zu einem besseren, konstruktiveren Stil des Miteinanders gefunden
haben“, der künftig in der Synodalkonferenz weiter gepflegt werden solle.
Hintergrund
Der
Synodale Weg wurde 2019 unter dem Eindruck des Missbrauchsskandals ins Leben
gerufen. Deutsche Bischöfe und Laienvertreter beraten in dem Reformprozess über
die Zukunft der katholischen Kirche. In der Debatte ging es vor allem um die
Themen Macht, Priestertum und Sexualmoral sowie um die Rolle der Frauen in der
Kirche. Vom 29. bis 31. Januar zieht nun die sechste und letzte
Synodalversammlung in Stuttgart Bilanz. Im Fokus steht eine Evaluation des
Reformprojekts. kna 29
Leo
XIV.: Missbrauchsfälle mit Gerechtigkeit, Wahrheit und Liebe untersuchen
Der
Papst hat die Mitarbeitenden und Mitglieder des Dikasteriums für die
Glaubenslehre dazu aufgerufen, die Untersuchung von Missbrauchsfällen
konsequent an den Maßstäben von Gerechtigkeit, Wahrheit und Nächstenliebe
auszurichten. Leo XIV. äußerte sich bei einer Audienz für die Vollversammlung
des Dikasteriums für die Glaubenslehre an diesem Donnerstag im Vatikan.
Leo,
der vor seiner Wahl zum Papst als Präfekt der vatikanischen Bischofsbehörde
täglich mit den Belangen von Bischöfen befasst war, bat darum, die Bischöfe und
Generaloberen „mit Wohlwollen und Urteilskraft aufzunehmen und zu begleiten“,
wenn sie mit Fällen sexualisierter Gewalt in den ihnen anvertrauten Diözesen
und Ordensgemeinschaften konfrontiert sind. Es handle sich „um einen sehr
heiklen Bereich des Dienstes“, fuhr der Papst fort. Man müsse sicherstellen,
„dass die Erfordernisse der Gerechtigkeit, der Wahrheit und der Nächstenliebe
stets gewahrt und respektiert werden“.
Bereits
seit 25 Jahren liegt die Zuständigkeit bei besonders schweren Straftaten
innerhalb der Kirche, darunter sexueller Missbrauch Minderjähriger durch
Kleriker, bei der Glaubensbehörde in Rom. Angeordnet hatte dies Papst Johannes
Paul II. in seinem Motu proprio „Sacramentorum sanctitatis tutela” von 2001.
Präfekt der Behörde war damals Kardinal Joseph Ratzinger, der spätere Papst
Benedikt XVI.
Bei
der Audienz an diesem Donnerstag dankte Papst Leo den Kardinälen, Bischöfen und
Mitarbeitenden der Behörde für ihren Dienst und sprach von der vorrangigen
Aufgabe, „die Integrität der katholischen Lehre über den Glauben und die Moral
zu fördern und zu schützen“. Dazu gehöre auch der Auftrag, „Klärungen zur Lehre
der Kirche anzubieten, durch pastorale und theologische Hinweise zu oft sehr
heiklen Fragen“, so der Papst. In den vergangenen zwei Jahren habe die Behörde
eine Reihe zentraler Dokumente vorgelegt, die Orientierung geben sollten. Diese
Arbeit trage dazu bei, dem Gottesvolk „eine klare und bereite Antwort der
Kirche“ zu geben, gerade angesichts neuer Phänomene der Gegenwart.
Leo
nannte eine Reihe von Dokumenten, die die Glaubensbehörde – seit Juli 2023
unter Leitung des argentinischen Kardinals Víctor Manuel Fernández – ab 2024
veröffentlichte. Darunter waren die Note Die Königin des Friedens über den
Wallfahrtsort Medjugorje, das gemeinsam mit dem Dikasterium für Kultur und
Bildung erarbeitete Dokument Antiqua et nova über Künstliche Intelligenz, die
Note Mater Populi fidelis, die den Marientitel „Miterlöserin“ für unzulässig
erklärte, und zuletzt die Note Una caro. Lob der Monogamie über die Einheit der
Ehe zwischen Mann und Frau als exklusive Lebensgemeinschaft.
Weitergabe
des Glaubens: Dringliches Thema
Besonders
würdigte Leo XIV. die Beratungen der Vollversammlung zur Weitergabe des
Glaubens. Dieses Thema sei von „großer Dringlichkeit“ in einer Zeit, in der es
zu einem Bruch in der Weitergabe des christlichen Glaubens zwischen den
Generationen gekommen sei. Vor allem in Regionen mit langer christlicher
Tradition wachse die Zahl jener, „die das Evangelium nicht mehr als
grundlegende Ressource für ihre Existenz wahrnehmen“, erklärte der Papst. Viele
junge Männer und Frauen lebten ohne Bezug zu Gott und zur Kirche. Das
verursache Schmerz, müsse die Kirche aber zugleich dazu führen, die „süße und
tröstliche Freude des Evangelisierens“ neu zu entdecken.
Die
Kirche wolle missionarisch sein und über sich selbst hinausblicken, sagte Leo
XIV. Das Evangelium werde nicht durch Selbstdarstellung verkündet, sondern
durch Anziehungskraft. „Nicht die Kirche zieht an, sondern Christus“, erklärte
der Papst. Wo Christen oder kirchliche Gemeinschaften anziehend wirkten,
geschehe dies, weil durch sie „die lebensspendende Kraft der Liebe fließt, die
aus dem Herzen des Erlösers hervorströmt“.
Leo
legt der Glaubensbehörde Demut ans Herz
Zugleich
mahnte Leo XIV. die Mitarbeitenden und die Mitglieder der Glaubensbehörde zu
Demut. In der Kirche müsse sich jeder „immer und ausschließlich als einfacher
und demütiger Arbeiter im Weinberg des Herrn“ verstehen, so der Papst mit einem
Zitat von Benedikt XVI, der sich mit diesen Worten 2005 als Papst der Welt
vorgestellt hatte.
Zu
den Mitgliedern der Behörde zählen unter anderem der Schweizer Kurienkardinal
Kurt Koch, Präfekt des Ökumene-Dikasteriums, sowie der Regensburger Bischof
Josef Voderholzer. Er kann aufgrund der Vollversammlung in Rom nicht an der
letzten Sitzung des „Synodalen Wegs“ in Deutschland teilnehmen. Beigeordneter
Sekretär der Glaubensbehörde ist der maltesische Erzbischof Charles Scicluna,
der als ausgewiesener Experte in der Missbrauchsaufarbeitung und -Prävention
gilt. (vn 29)
Sechste
Synodalversammlung des Synodalen Weges in Stuttgart eröffnet
In
Stuttgart ist heute (29. Januar 2026) die sechste Synodalversammlung des
Synodalen Weges der Kirche in Deutschland eröffnet worden. Die letzte
Zusammenkunft dieser Art fand 2023 statt, seitdem hat der Synodale Ausschuss
gearbeitet. An der jetzigen Synodalversammlung nehmen 177 Synodale, 15
Beraterinnen und Berater sowie sieben Beobachterinnen und Beobachter und elf
Gäste teil. Bis Samstag (31. Januar 2026) wird die Versammlung den bisherigen
Synodalen Weg und die Umsetzung seiner Beschlüsse evaluieren und
Zukunftsperspektiven beraten.
Die
Präsidentin des Synodalen Weges und des Zentralkomitees der deutschen
Katholiken (ZdK), Dr. Irme Stetter-Karp, hob zu Beginn vor Journalisten hervor,
sie sei „froh um alles, was wir erreicht haben“. Dazu gehöre ein neues, gutes
Miteinander zwischen Bischöfen und Laien. „Wir haben ehrliche Debatten erlebt
in den zurückliegenden fünf Jahren, ein leidenschaftliches Ringen um den
richtigen Weg. Wir haben einen Kulturwandel im Miteinander. Das halte ich für
entscheidend. Es ist die Grundlage für alles, was jetzt noch vor uns liegt.“
Eine missionarische und diakonische Kirche brauche in einer säkularen
Gesellschaft „Entschiedenheit und Mut und einen offenen Blick nach vorne. Nur
so kann sie den großen Veränderungen begegnen. Nur so kann sie die Zukunft
gewinnen! Wenn die Synodalkonferenz einmal da ist – und ich hoffe auf ihre
erste Sitzung im Herbst –, wird sie auf der Grundlage unserer Beschlüsse fragen
müssen: Wie wollen wir heute Kirche sein? Jährlich treten in Deutschland
300.000 bis 500.000 Menschen aus der Kirche aus. Zugleich werden caritative
Dienstleistungen nachgefragt wie nie, sind unsere Stimme und unsere Tatkraft
gefragt im Engagement für Demokratie, Gerechtigkeit und Menschenwürde.
Christsein ist ein Markenzeichen für ein solidarisches Leben, für Zuwendung,
Mitmenschlichkeit, Hoffnung auf die Zukunft. Ich glaube fest daran, dass wir
Christinnen und Christen etwas Wertvolles beizutragen haben zu Frieden und
Freiheit, zu Gemeinsinn und Geschwisterlichkeit in dieser Welt. Deshalb wollen
und müssen wir synodal Kirche sein. Wir haben uns verändert. Wir müssen uns
verändern. Wir werden weitergehen.“
Bischof
Dr. Georg Bätzing, Präsident des Synodalen Weges und Vorsitzender der Deutschen
Bischofskonferenz, erinnerte an die Ursprünge des Prozesses, der 2019 gestartet
sei, „um die systemischen Ursachen für den Missbrauch in der katholischen
Kirche und seine Vertuschung in den Blick zu nehmen und Maßnahmen für ihre
Überwindung zu entwickeln. Es war ein sehr langer Weg, ein Marathon, der nicht
im Sprint zu erledigen ist.“ In den zurückliegenden Jahren seien zahlreiche
Texte verabschiedet worden, die wichtige Impulse zu verschiedenen kirchlichen
Handlungsfeldern bieten, von der Frage der Macht über das Wirken des Priesters
bis hin zur Rolle der Frau in der Kirche, so Bischof Bätzing. Mit Blick auf die
Zukunft gerichtet, sagte er: „Wir gehen nun auf eine neue Etappe des Synodalen
Weges. Wir müssen schauen, wie die Beschlüsse, die bisher getroffen wurden,
umgesetzt werden. Hier ist noch viel Engagement nötig. Gleichzeitig gibt die
geplante Synodalkonferenz ein Instrument an die Hand, mit dem wir, Bischöfe und
Laien, gemeinsam die wesentlichen Herausforderungen der Kirche in Deutschland
angehen, um zukunftsfähige Lösungen entwickeln zu können. Mit der künftigen
Synodalkonferenz stellen wir uns dem, was im Abschlussdokument der Weltsynode
grundgelegt ist. So brechen wir auf die nächste Etappe auf, um miteinander
synodal unterwegs zu sein – ganz in dem Sinne, wie es Papst Franziskus und
Papst Leo XIV. von der Gesamtkirche eingefordert haben.“
Prof.
Dr. Thomas Söding, Vizepräsident des ZdK und des Synodalen Weges, sagte, die
Weltsynode habe gezeigt, „dass die Probleme, die der Synodale Weg bearbeitet,
weltweite Probleme der katholischen Kirche sind. Nämlich zu wenig
Machtkontrolle, zu viel Klerikalismus, zu wenig Frauenrechte, zu viel Exklusion
aufgrund der sexuellen Orientierung. Die Weltsynode hat auch gezeigt, dass es
keine Lösung ohne mehr Partizipation und Transparenz, ohne mehr Kontrolle und
Rechenschaftspflichten gibt. Die Weltsynode hat sich festgelegt, dass das
Kirchenrecht geändert werden muss. Laien sind nicht nur dazu da, die Kleriker
zu beraten – sie sollen ein aktiver Teil sein, wenn es um Entscheidungen geht.“
Was der weltweite Aufbruch für die Universalkirche und für die vielen Ortskirchen
in allen Kontinenten heiße, werde sich herausstellen. „Wir stehen in engem
Austausch, wir lernen – und wir geben unsere Erfahrungen weiter. Wir erhalten
sehr viel Zuspruch von der Basis – und immer mehr Respekt auch in der
Hierarchie. Wir wissen, dass der Synodale Weg von einigen Wenigen
schlechtgeredet werden soll, bis in die letzten Tage hinein. Unsere Hand bleibt
ausgestreckt: Der Synodale Weg hat das Zeug, zur Versöhnung beizutragen.“
Bischof
Dr. Michael Gerber, Vizepräsident des Synodalen Weges und stellvertretender
Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz, rückte den Synodalen Weg noch
einmal in einen internationalen und persönlichen Kontext: „Vieles, was wir in
den vergangenen Monaten in der Weltpolitik erleben müssen, zeigt, dass sich neu
Strategien etablieren, die explizit von Empathielosigkeit geprägt sind. Als
Bischof habe ich persönlich den Synodalen Weg der vergangenen sechs Jahre als
eine Schule der Empathie erlebt. Mehr und mehr habe ich die Chance erkannt, die
darin steckt, mit Betroffenen sexualisierter Gewalt oder mit queeren Menschen
über Jahre hinweg wiederholt intensiv im Gespräch zu sein.“ Ihm habe sich
besonders eingeprägt, wo eine Erstbegegnung zunächst sehr konfrontativ war und
dann im Laufe der Zeit ein tieferes Verständnis füreinander gewachsen sei. „Für
mich hat dies bedeutet, kritisch auch eigene Haltungen und Zugänge zu manchen
Themenfeldern zu hinterfragen. Gerade diese unsere Erfahrungen haben uns ermutigt,
das ‚Gespräch im Geist‘ in den Prozess der jetzigen Synodalversammlung und die
künftige synodale Arbeit zu integrieren. Diese Art von Gespräch fördert
explizit die Empathiefähigkeit und weitet unseren Horizont. Ich glaube an Gott,
der sich uns in der Heiligen Schrift und der Tradition der Kirche zeigt, der
mir aber zugleich auch entgegentritt in der Wahrnehmung meines Gegenübers und
insbesondere in der schmerzvollen Geschichte, in den Tränen, im Schrei und im
Verstummen derer, die in unserer Kirche großes Leid erfahren haben“, so Bischof
Gerber.
Neben
der Evaluation des bisherigen Prozessgeschehens werden auch weltkirchliche
Erfahrungen der Synodenarbeit in die Beratungen einfließen, insbesondere von
der durch Papst Franziskus einberufenen Weltsynode 2023 und 2024. Dafür wurde
Diakon Geert de Cubber (Belgien), Mitglied der Weltsynode, eingeladen. Mit der
sechsten Synodalkonferenz endet die Arbeit dieses Gremiums. Künftig soll mit
einer Synodalkonferenz an den durch den Synodalen Weg aufgezeigten Themen
weitergearbeitet werden. dbk 29
6.
März: Weltgebetstag der Frauen blickt nach Nigeria
Der
ökumenische „Weltgebetstag der Frauen" (WGT) nimmt dieses Jahr die
vielfältigen, oft gefahrvollen Lebensrealitäten von Frauen in Nigeria in den
Blick.
In
diesem Jahr wird der Weltgebetstag rund um die Welt am 6. März unter dem Titel
„Kommt, lasst euch stärken" gefeiert - einer Kurzfassung des bekannten
Bibelwortes Jesu „Kommt her zu mir, alle, die ihr mühselig und beladen seid;
ich will euch erquicken" (Mt 11,28). Am Weltgebetstag ruft die Initiative
zum Gebet für eine bessere Zukunft der Frauen auf. Gleichzeitig soll laut
Initiatorinnen auch die Stärke und Widerstandsfähigkeit der nigerianischen
Frauen gewürdigt werden.
Älteste
ökumenische Basisbewegung christlicher Frauen
Der
Weltgebetstag ist die weltweit größte und älteste ökumenische Basisbewegung
christlicher Frauen. Er wird als internationale Bewegung
seit 1927 gefeiert, seit 1969 findet er offiziell am ersten Freitag
im März statt. Die Liturgie kommt jedes Jahr von Frauen aus einem anderen Land
und wird am ersten Freitag im März in 170 Ländern der Erde in von Frauen
vorbereiteten und durchgeführten ökumenischen Gottesdiensten gefeiert.
Die
Kollekte, die dabei gesammelt wird, kommt 14 Frauen- und Mädchenprojekten in
acht verschiedenen Ländern zugute, wie die Initiative mitteilte. Drei Projekte
werden in Nigeria umgesetzt, unter anderem das Projekt „Gerechtigkeit und
Heilung" der bekannten nigerianischen Friedensaktivistin Rebecca Dali. Das
Projekt wird in einer Region umgesetzt, in der Mädchen und junge Frauen Opfer
von Gewalt durch die Terrorgruppe Boko Haram wurden. Umgesetzt wird es durch
das Center for Caring, Empowerment and Peace Initiative (CCEPI), das von Dali
gegründet und geleitet wird.
Vielfalt
zeigen
Das
heurige WGT-Titelbild der Kampagne mit dem deutschsprachigen Titel „Erholung
für die Erschöpften" soll für die Vielfalt Nigerias stehen, zeige aber
auch, welchen Herausforderungen und Gefahren die dort lebenden Frauen
ausgesetzt sind, hieß es. Auf dem Bild der jungen nigerianischen Künstlerin
Gift Amarachi Ottah sind Frauen aus ländlichen Gegenden auf dem Weg zu ihren
Farmen zu sehen, die häufig Übergriffe und Hindernisse befürchten müssen. Im
Vordergrund werden drei Frauen in traditionellen Trachten abgebildet, die die
kulturelle Vielfalt Nigerias zeigen, wo 250 ethnische Gruppen, Sprachen und
Traditionen aufeinandertreffen.
Nigeria,
mit über 230 Millionen Einwohnerinnen und Einwohnern das bevölkerungsreichste
Land Afrikas, steht trotz reicher Naturschätze wie Öl, Erdgas und Gold vor
massiven wirtschaftlichen und sozialen Herausforderungen. Hohe Inflation, stark
steigende Lebenshaltungskosten und große soziale Ungleichheit prägen den
Alltag, insbesondere für Frauen und junge Menschen, von denen viele keine
Zukunftsperspektiven sehen. (kap 28)
Leo
bei Generalaudienz: Schrift und Tradition gehen zusammen
Papst
Leo XIV. hat bei der Generalaudienz am Mittwoch die enge Verflechtung von
Heiliger Schrift und kirchlicher Tradition betont. Beide bildeten nach seinen
Worten eine unauflösliche Einheit und könnten nur gemeinsam richtig verstanden
werden. Der Papst setzte damit seine Auslegung der Konzilskonstitution Dei
Verbum über die göttliche Offenbarung fort.
Ausgangspunkt
seiner Katechese bildeten zwei biblische Szenen. Im Abendmahlssaal verspreche
Jesus den Jüngern den Heiligen Geist, der sie lehren und an seine Worte
erinnern werde. Zugleich sichere Christus zu, der Geist der Wahrheit werde sie
„in die ganze Wahrheit führen“. Die zweite Szene spiele in Galiläa, wo der
auferstandene Jesus den Jüngern den Auftrag erteile, alle Völker zu Jüngern zu
machen und sie zu lehren, alles zu befolgen, was er geboten habe. In beiden
Fällen werde deutlich, wie das Wort Christi weitergegeben werde, so Leo XIV.
Offenbarung
kann nicht auf einzigen Text reduziert werden
Das
Zweite Vatikanische Konzil fasse diesen Zusammenhang prägnant zusammen. Wie der
Papst erinnerte, halte Dei Verbum fest: „Die Heilige Schrift und die Heilige
Tradition sind eng miteinander verbunden und stehen in gegenseitiger Beziehung.
Da beide aus derselben göttlichen Quelle stammen, bilden sie in gewisser Weise
eine Einheit und streben dasselbe Ziel an.“ Damit mache das Konzil deutlich,
dass Offenbarung nicht auf einen einzelnen Text reduziert werden könne.
„Da
beide aus derselben göttlichen Quelle stammen, bilden sie in gewisser Weise
eine Einheit und streben dasselbe Ziel an“
Die
kirchliche Tradition entwickle sich im Lauf der Geschichte durch die Kirche,
die das Wort Gottes bewahre, auslege und lebe. Der Katechismus der Katholischen
Kirche greife in diesem Zusammenhang ein Wort der Kirchenväter auf: „Die
Heilige Schrift ist eher im Herzen der Kirche geschrieben als in materiellen
Instrumenten.“ Tradition sei daher kein statisches Weiterreichen, sondern ein
lebendiger Vorgang.
Tradition
wird lebendig fortgeschrieben
In
Anlehnung an die Worte Christi betone das Konzil, „dass die Tradition
apostolischen Ursprungs in der Kirche mit Hilfe des Heiligen Geistes
weiterlebt“. Leo XIV. zitierte ausführlich, wie dieses Weiterleben konkret
geschehe: „Dies geschieht durch das volle Verständnis mittels der Reflexion und
des Studiums der Gläubigen, durch die Erfahrung, die aus einem tieferen
Verständnis der geistlichen Dinge entsteht, und vor allem durch die
Verkündigung der Nachfolger der Apostel, die ein sicheres Charisma der Wahrheit
empfangen haben.“
„Die
Heilige Schrift wächst mit denen, die sie lesen“
Zusammenfassend
bewahre die Kirche, so Dei Verbum, „in ihrer Lehre, in ihrem Leben und in ihrem
Gottesdienst alles, was sie glaubt, und gibt es an alle Generationen weiter“.
In diesem Zusammenhang erinnerte der Papst an Gregor den Großen, der gesagt
habe: „Die Heilige Schrift wächst mit denen, die sie lesen.“ Auch Augustinus
habe hervorgehoben, „dass es nur eine einzige Botschaft Gottes gibt, die sich
in der gesamten Schrift entfaltet“.
Ein
Leitstern
Das
Wort Gottes sei daher keine erstarrte Größe, sondern eine lebendige und
organische Wirklichkeit, die sich in der Tradition entfalte. Heilige Schrift
und Tradition seien „so eng miteinander verbunden und verflochten, dass sie
nicht unabhängig voneinander bestehen können“, sagte Leo XIV. Dei Verbum
spreche hier von einem einzigen „Vermächtnis des Wortes Gottes“, das der Kirche
anvertraut sei: „Das ,Depot‘ des Wortes Gottes befindet sich auch heute noch in
den Händen der Kirche, und wir alle müssen es in den verschiedenen kirchlichen
Diensten weiterhin in seiner Unversehrtheit bewahren, als Leitstern für unseren
Weg in der Komplexität der Geschichte und der Existenz.“ (vn 28)
Gemeinsamer
Aufruf zu den Betriebsratswahlen 2026
„Gute
und sichere Arbeit gehört zur personalen Würde des Menschen“
Heute
(28. Januar 2026) veröffentlichen die katholische und die evangelische Kirche
in Deutschland einen Gemeinsamen Aufruf zu den Betriebsratswahlen, die vom 1.
März bis 31. Mai 2026 stattfinden. Darin rufen sie die Arbeitnehmerinnen und
Arbeitnehmer in Deutschland auf, sich aktiv an den Betriebsratswahlen zu
beteiligen.
„Das
Engagement in der Arbeitnehmervertretung ist gelebte Solidarität und Dienst an
der Gemeinschaft im Unternehmen“, schreiben der Vorsitzende der Deutschen
Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, und die Ratsvorsitzende der
Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischöfin Kirsten Fehrs. Sie stellen
die ethische Perspektive von Arbeit ins Zentrum. Angesichts der vielen
Herausforderungen und Veränderungen in der Arbeitswelt stifte Arbeit
Gemeinschaft und sei auch eine Schule der Demokratie: „Im Betrieb lernen
Menschen, andere Meinungen auszuhalten, Regeln auszuhandeln, sich einzubringen
und Verantwortung zu übernehmen.“ Mit Verweis auf die aktuell „wirtschaftlich
unruhige und politisch angespannte Zeit“ betonen sie weiter: „Sich in einer der
vielen Arbeitnehmervertretungen zu engagieren, ist ein deutliches Zeichen,
Themen wie Arbeit, gerechte Entlohnung und angemessene Rente nicht
polarisierenden Kräften zu überlassen.“ Diese Perspektive sei über die
Betriebsratswahlen hinaus wichtig, „auch bei den vielen politischen Wahlen, die
dieses Jahr anstehen“.
Arbeit
als „Feld nicht nur ökonomischer, sondern ebenso ethischer Fragen“ hätten
sowohl die Deutsche Bischofskonferenz als auch der Rat der EKD im letzten Jahr
herausgestellt – etwa beim EKD-Wirtschaftsforum im Dezember 2025 oder in dem
Impulspapier Die versöhnende Kraft der Arbeit, das im April 2025 die Kommission
für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz
veröffentlicht hat. Dbk 28
Neuer
UN-Flüchtlingskommissar zu Besuch im Vatikan
Papst
Leo XIV. hat am Montag den neuen Hohen Flüchtlingskommissar der Vereinten
Nationen, Barham Salih, zu einer Privataudienz im Vatikan empfangen. Im Zentrum
des Gesprächs standen die Rekordzahlen von über 117 Millionen Vertriebenen
weltweit und die moralische Pflicht zu dauerhaften Lösungen. Isabella H. de
Carvalho und Mario Galgano
Barham
Salih, der das Amt des UNHCR-Chefs erst am 1. Januar 2026 antrat, ist kein
Unbekannter auf der politischen Bühne. Der ehemalige irakische Präsident
(2018–2022) bringt eine besondere Perspektive in sein neues Amt ein: Er war in
seinem Leben selbst bereits Flüchtling. Am Montag betonte er gegenüber Vatican
News die enorme Bedeutung der „moralischen Autorität“ des Papstes, die ein
unverzichtbares „Asset“ für die Arbeit seiner Organisation darstelle.
„Keine
bloßen Zahlen“: Ein Plädoyer für Würde
„Es
war mir eine große Ehre, den Heiligen Vater so früh in meiner Amtszeit zu
treffen“, erklärte Salih. Er dankte dem Papst für dessen „unermüdliche
Unterstützung“ der Flüchtlinge weltweit. Besonders hob Salih die Notwendigkeit
hervor, die Zusammenarbeit mit der Kirche und glaubensbasierten Organisationen
zu intensivieren. „Wir betonen die Notwendigkeit unserer Partnerschaft mit der
Kirche beim Versuch, unser Mandat zur Hilfe für Flüchtlinge weltweit zu
erfüllen.“
Die
Lage ist ernst: Laut UNHCR-Berichten von Mitte 2025 sind weltweit fast 120
Millionen Menschen vor Konflikten, Gewalt und Verfolgung auf der Flucht. Salih
kritisierte scharf, dass Millionen von ihnen zu einem Leben in „langwieriger
Vertreibung“ verdammt seien – oft für ein Jahrzehnt oder länger. „Das ist nicht
akzeptabel. Wir müssen über die Abhängigkeit von humanitärer Hilfe hinausgehen
und zu inklusiven, dauerhaften Lösungen gelangen“, forderte er. Länder wie
Kenia, Äthiopien und Tschad zeigten bereits, wie Flüchtlinge in nationale
Gesundheits- und Bildungssysteme integriert werden können, anstatt sie
dauerhaft in Lagern zu isolieren.
Finanzierungslücken
und globale Verantwortung
Besorgt
ist er über die prekäre finanzielle Lage der Hilfsorganisationen. Trotz einer
jüngsten Zuweisung von 2 Milliarden US-Dollar durch die Vereinigten Staaten an
den UN-Poolfonds bleibt die Ressourcenknappheit angesichts der Krisen im Sudan,
der Demokratischen Republik Kongo oder in Venezuela dramatisch.
„Die
Welt ist aufgerufen, mehr zu tun, um die Eskalation von Konflikten zu
verhindern.“
Salih
warnte, dass der Mangel an Ressourcen die Handlungsfähigkeit einschränke,
während gleichzeitig immer neue Krisen aufflammten. „Die Welt ist aufgerufen,
mehr zu tun, um die Eskalation von Konflikten zu verhindern“, mahnte er. Die
einzige fundamentale Lösung der Flüchtlingskrise bleibe der Frieden – damit
Menschen die Wahl hätten, „in Sicherheit und Würde in ihre Heimat
zurückzukehren“.
Die
Rolle religiöser Akteure
Für
Salih ist die Unterstützung durch religiöse Einrichtungen mehr als eine
Ergänzung zur staatlichen Hilfe. Er rief zu einer „interreligiösen
Philanthropie“ auf, die sich auf die Kernwerte der Menschlichkeit besinnt. Sein
Appell an die Weltgemeinschaft: Der Schutz von Menschen in Not sei eine
rechtliche Verantwortung, eine moralische Verpflichtung und ein Ausdruck
unserer gemeinsamen Menschlichkeit. „Das ist das Moralische, was zu tun ist,
und es ist auch das Richtige.“
Hintergrund
Der
UNHCR (United Nations High Commissioner for Refugees) ist das
Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen mit Sitz in Genf. Die 1950
gegründete Organisation hat das Mandat, internationale Maßnahmen zum Schutz von
Flüchtlingen weltweit zu leiten und zu koordinieren. Zu den Hauptaufgaben
gehören die Sicherstellung der Einhaltung von Menschenrechten für Vertriebene,
die Bereitstellung von Nothilfe (wie Wasser, Nahrung und medizinische
Versorgung) sowie die Suche nach dauerhaften Lösungen wie der freiwilligen
Rückkehr, der Integration im Gastland oder der Neuansiedlung in Drittstaaten.
(vn 27)
Holocaust-Gedenktag:
Für selbstkritisches Erinnern
Zu
einem verantwortlichen und selbstkritischen Erinnern an die Shoah hat der
Linzer Bischof Manfred Scheuer aufgerufen.
Gedenken
dürfe nicht in Neutralität oder historischer Distanz erstarren, sondern müsse
in ein moralisches Verhältnis zu den Opfern treten und sich mit ihnen
solidarisch erklären, betonte Scheuer in einer am Montag veröffentlichten
Stellungnahme anlässlich des Holocaust-Gedenktags am 27. Januar.
Scheuer
verwies auf den Theologen Johann Baptist Metz, der eine Theologie „nach
Auschwitz“ gefordert habe. Tradition könne nur dann Orientierung geben, wenn
sie sich der „katastrophischen Dimension der Geschichte“ stelle. Erinnerung
bedeute daher, die Perspektive bloßer Objektivität zu überschreiten.
Das
Gedenken an die Shoah sei untrennbar mit Fragen persönlicher Verantwortung
verbunden, so der Bischof weiter. „Beim Gedenken können wir nicht flüchten in
ein allgemeines 'Man' oder unpersönliches 'Wir'.“ Jeder müsse selbst fragen,
welche Rolle er einnehme: „Opfer, Richter, Täter, Angeklagter, Verstrickter,
Schuldiger, Zuschauer, Beschämter, Anwalt, Flüchtling?“, schrieb Scheuer. Eine
vorschnelle Identifikation mit den „Guten der Geschichte“ ohne Umkehr und
Selbstprüfung sei ebenso problematisch wie eine rein statistische Betrachtung
der Verbrechen.
Ehrliches
Gedenken
Kritisch
äußerte sich Scheuer zu Versuchen, die nationalsozialistischen Verbrechen zu
relativieren oder für „bewältigt“ zu erklären. Vernichtungsorte wie Auschwitz,
Gusen oder Hartheim ließen sich nicht „bewältigen“, die Opfer nicht
„aufarbeiten“, etwa „indem man aufrechnet und beweist, dass es auf der anderen
Seite auch viele gegeben hat“. Zahlen könnten zur Gleichgültigkeit verleiten,
während die einzelnen Menschen mit ihren Namen und Geschichten im Zentrum der
Erinnerung stehen müssten.
„Trauer,
Scham, Reue und Klage zulassen“
Entschuldigungs-
und Verdrängungsmechanismen seien weit verbreitet, doch ein ehrliches Gedenken
müsse Trauer, Scham, Reue und Klage zulassen. Erinnerung sei zudem stets in
soziale, politische und religiöse Kontexte eingebettet, „sie braucht die
Aufmerksamkeit gegenüber Formen materieller und sozialer Armut, gegenüber
Entwurzelung, gegenüber Ängsten, gegenüber Potentialen von Verachtung und Hass,
von Ressentiment und Revanchismus“, betonte der Bischof.
Scheuer
verwies auch auf das Geschichtsbild des Philosophen Walter Benjamin, der die
Vergangenheit als unaufgearbeitete Katastrophe beschrieb. Solidarität mit den
Leidenden dürfe nicht aufgekündigt werden, forderte der Bischof. Hoffnung im
Gedenken sei schließlich nur möglich, wenn die Opfer nicht dem Vergessen
überlassen werden. (kap 26)
„Christentum
ist keine nationale Ideologie“
Das
Christentum verliert seine bürgerlich-europäische Gestalt und globalisiert sich
zunehmend. Hans Joas findet diese Entwicklung aufregend, auch weil sie statt
völkischem Nationalismus einen moralischen Universalismus fördert. Johannes
Schröer vom Kölner Domradio hat mit dem Soziologen gesprochen.
„Die fortschreitende Globalisierung des
Christentums ist eine der aufregendsten Entwicklungen der letzten Jahrzehnte”,
sagt der Soziologe Hans Joas. Das Christentum verliere zurzeit seine
bürgerlich-europäische Gestalt, wie sie im 19. Jahrhundert entstanden sei, und
entwickle sich in eine neue globale Richtung, die nicht hauptsächlich
europäisch und auch nicht bürgerlich sei. Dabei spielt Joas auf die
expandierende Kirche, zum Beispiel in Afrika und Ostasien, an.
Moralischer
Universalismus statt Machstreben einzelner Imperien
Die
Bedeutung, die das Christentum als globale Organisation bekommt, hält Joas für
eine Entwicklung, die er begrüßt, weil sie dem Machtstreben einzelner Imperien
einen moralischen Universalismus entgegensetzen kann. Dabei beschreibt Joas den
Universalismus als eine moralische Orientierung, die uns verpflichtet, unsere
Entscheidungen nicht nur am Wohl der eigenen Familie, der eigenen Nation und
der eigenen Religionsgemeinschaft auszurichten, sondern auch am Wohl aller
anderer Menschen.
In
seinem Buch weist Joas nach, dass die Idee des moralischen Universalismus
keine Erfindung des jüdisch-christlichen Abendlandes ist, sondern viel älter
als Christi Geburt und auch in anderen Kulturen zu finden. Gerade die
historische Globalität mache den moralischen Universalismus als Handlungsmaxime
so bedeutsam.
„Universalismus.
Weltherrschaft und Menschheitsethos" heißt sein Buch, das Joas jüngst in
der Kölner Karl-Rahner-Akademie bei einem Fest zum Jahresauftakt vorgestellt
hat. Dabei nahm er auch Bezug auf die aktuelle politische Situation in den USA.
„Es ist erstaunlich, dass der Konvertit und Vizepräsident JD Vance theologische
Positionen vertritt, denen Papst Leo vehement widerspricht". Der Begriff
„Christian nationalism" sei ein Widerspruch in sich, erklärt Joas: „Denn
die zentralen Botschaften des Christentums beinhalten eine Überschreitung des
eigenen nationalen Kollektivs."
Balance
Natürlich
müsse es Kriterien für eine Balance zwischen der Verpflichtung gegenüber den
eigenen Staatsbürgern und gegenüber denen geben, die von außen kommen. Aber die
Einstellung, wenn nix übrig bleibt, dann sei man auch gar nicht mehr
verpflichtet, den anderen Menschen zu helfen, sei zutiefst unchristlich. „Es
ist ganz schrecklich, wenn aus dem Christentum, nicht zum ersten Mal in der
Geschichte natürlich, jetzt in den USA wieder eine nationalistische Ideologie
geformt wird", fürchtet Joas.
Für
den Soziologen ist die Auseinandersetzung zwischen Demokratie und Autokratie
nicht der zentrale Konflikt der Zukunft. Er hält den Machtkampf der Imperien
USA und China für viel prägender. Die beiden Imperien würden ihr politisches
Streben nach diesem Machtkampf ausrichten, sagt Joas.
Sein
Buch „Universalismus" hat Joas seinen Enkelkindern gewidmet. Klar, taucht
da die Frage auf, ob er optimistisch in die Zukunft blicke. Wirklich
optimistisch sei er nicht, aber als Christ habe er doch Hoffnung. Und diese
Hoffnung stützt er auch auf die mögliche Rolle global aufgestellter, moralisch
universalistischer, religiöser Organisationen, wie es die katholische Kirche
ist. „Dabei meine ich nicht einfach nur die auf Rom zentrierte
Kirchenhierarchie", sagt Joas, „sondern zum Beispiel gerade auch die Rolle
der Orden". Die Jesuiten sieht er hier zum Beispiel als wichtige
Bündnispartner für einen moralischen Universalismus. Johannes Schröer,
Domradio. 25
Leo
XIV.: „Neues missionarisches Zeitalter“
Papst
Leo XIV. hofft, dass „die geistliche und geschwisterliche Einheit“ in der
Kirche stärker wird. Das schreibt er in einer Botschaft zum Thema Mission, die
an diesem Sonntag veröffentlicht wurde.
Stefan von Kempis – Vatikanstadt
„In
vielen Situationen erleben wir Konflikte, Polarisierungen, Missverständnisse
und gegenseitiges Misstrauen“, so Leo. „Wenn dies auch in unseren
Gemeinschaften geschieht, schwächt es ihr Zeugnis.“ Der Missionsauftrag, den
Jesus nach seiner Auferstehung den Jüngern erteilte, sei nur mit „versöhnten
Herzen, die nach Gemeinschaft streben“, zu erfüllen. Dazu gehöre auch ein
verstärktes ökumenisches Engagement.
„Eins
in Christus, vereint in der Mission“
Die
Botschaft gilt dem 100. Weltmissions-Sonntag, der in diesem Jahr am 18. Oktober
begangen wird. Als Thema hat Papst Leo, der selbst jahrzehntelang als
Missionar, zuletzt als Bischof, in Peru gewirkt hat, „Eins in Christus, vereint
in der Mission“ vorgegeben. Der Papst ruft die ganze Kirche dazu auf, „mit
Freude und Eifer im Heiligen Geist den missionarischen Weg fortzusetzen“. Wie
schon in einer Predigt im Oktober letzten Jahres spricht er von „einem neuen
missionarischen Zeitalter in der Geschichte der Kirche“.
„Das
Christsein ist nicht in erster Linie eine Reihe von Praktiken oder Ideen“
Die
Botschaft benennt Einheit als eines der wichtigsten Wesensmerkmale der Kirche.
„Das Christsein ist nicht in erster Linie eine Reihe von Praktiken oder Ideen:
Es ist ein Leben in der Einheit mit Christus“, schreibt der Papst. „Aus dieser
Einheit entspringt die Gemeinschaft unter den Gläubigen und jede missionarische
Fruchtbarkeit.“ Entscheidend sei, dass Christus „wirklich im Zentrum unseres
persönlichen und gemeinschaftlichen Lebens, jedes Wortes, jeder Handlung und
jeder zwischenmenschlichen Beziehung steht“.
Konzil
und Franziskus als Richtschnur
Wie
schon mehrfach in seinen Katechesen und Ansprachen erklärt Leo XIV. das letzte
Konzil und die Lehren seines Vorgängers Franziskus (2013-25) zur Richtschnur
für die Kirche. Sie sei aufgerufen, „die Grundanliegen des Zweiten
Vatikanischen Konzils und des nachfolgenden päpstlichen Lehramtes, insbesondere
das von Papst Franziskus, aufzugreifen“.
Die
Mission – die in dem Text nicht genauer definiert, aber mit dem Begriff
Evangelisierung in eins gesetzt wird – sei die Aufgabe jedes Getauften. Eine
„Zersplitterung der Bemühungen und spaltende Gruppenbildungen“ gelte es
unbedingt zu vermeiden. „Einheit ist die Voraussetzung für die Mission, die
Liebe ist ihr Inhalt. Die Frohe Botschaft, die wir der Welt verkünden sollen,
ist kein abstraktes Ideal: Es ist das Evangelium der treuen Liebe Gottes, die
im Antlitz und im Leben Jesu Christi Gestalt angenommen hat.“ (vn 25)
Papst
Leo: „Wir sind eins – wir sind es bereits!“
Leo
XIV. ruft die christlichen Kirchen zu gemeinsamen Anstrengungen im Bereich der
Evangelisierung auf. Stefan von Kempis – Vatikanstadt
Noch
bestehende Trennungen und Unverständnis sollten die verschiedenen Konfessionen
an dieser Gemeinsamkeit nicht hindern. „Wir teilen nämlich den Glauben an den
einen und einzigen Gott, den Vater aller Menschen, und wir bekennen gemeinsam
den einen Herrn und wahren Sohn Gottes Jesus Christus und den einen Heiligen
Geist, der uns beseelt und zur vollen Einheit und zum gemeinsamen Zeugnis für
das Evangelium drängt.“
Das
sagte der Papst an diesem Sonntagabend in Rom. Und er fuhr fort: „Wir sind
eins! Wir sind es bereits! Erkennen wir es an, erleben wir es, bekunden wir
es!“
Hochrangige
ökumenische Vertreter
Resonanzraum
dieser Worte war die römische Basilika Sankt Paul vor den Mauern. Hier, am Grab
des Völkerapostels, nahm Papst Leo zum Fest der Bekehrung des Paulus an einer
feierlichen Zweiten Vesper teil. Der Termin markierte auch den Abschluss der
„Weltgebetswoche für die Einheit der Christen“. Dazu waren, wie üblich,
hochrangige Gäste aus anderen christlichen Konfessionen angereist; Leo begrüßte
namentlich den griechisch-orthodoxen Metropoliten Polykarpos für das
Ökumenische Patriarchat von Konstantinopel, den armenisch-apostolischen
Erzbischof Khajag Barsamian und den anglikanischen Bischof Anthony Ball. Vor
Beginn des Gottesdienstes betete der Papst mit seinen Gästen vor der letzten
Ruhestätte des Paulus.
An
der Liturgie nahmen auch Kurienkardinal Kurt Koch, Abtprimas Jeremias Schröder
und Pfarrer Michael Jonas teil. Der Schweizer Koch leitet das
Vatikan-Dikasterium für Ökumene; Schröder leitet vom römischen Aventin-Hügel
aus die Benediktinische Konföderation, und Jonas ist Pfarrer der deutschen
evangelisch-lutherischen Gemeinde in Rom.
„Ein
Moment der Verwandlung“
In
seiner Predigt ging der Papst von der Bekehrung des Paulus aus. Jede echte
Begegnung mit dem Herrn, so wie Saulus-Paulus sie damals erlebt habe, sei „ein
Moment der Verwandlung, der eine neue Sichtweise und eine neue Ausrichtung
schenkt“. Das gelte auch für die Christen heute; sie sollten sich von der
Begegnung mit Christus verwandeln lassen, um gemeinsam das Evangelium zu
verbreiten.
„Es
ist die gemeinsame Aufgabe aller Christen, der Welt mit Demut und Freude zu
sagen: Schaut auf Christus! Kommt zu ihm! Nehmt sein Wort an, das erleuchtet
und tröstet! Meine Lieben, die Gebetswoche für die Einheit der Christen ruft
uns jedes Jahr dazu auf, unser gemeinsames Engagement für diese wichtige
Sendung zu erneuern, in dem Bewusstsein, dass die Spaltungen unter uns zwar das
Licht Christi nicht daran hindern zu leuchten, aber dennoch das Antlitz trüben,
das es gegenüber der Welt widerspiegeln soll.“
„Synodaler
Prozess muss auch ökumenisch sein“
Der
Papst erinnerte an den 1700. Jahrestag des Konzils von Nizäa, den er zusammen
mit anderen Christenführern im letzten Herbst bei seiner ersten Auslandsreise
in der Türkei begangen hat. Es gelte, wie die Väter von Nizäa auch heute „den
Männern und Frauen unserer Zeit mit einer Stimme den Glauben zu verkünden“.
Dabei helfe das Bewusstsein, jetzt schon in den wesentlichen Punkten geeint zu
sein.
Leo
kam auch auf den synodalen Erneuerungsprozess in der katholischen Kirche zu
sprechen. Dieser Prozess müsse, so sagte er mit einem Zitat seines Vorgängers
Franziskus (2013-25), auch ökumenisch sein. Auch an den beiden
Vollversammlungen der katholischen Weltsynode im Vatikan 2023 und 2024 hätten
„brüderliche Delegierte“ aus anderen christlichen Kirchen teilgenommen, und sei
ein „tiefer ökumenischer Eifer“ spürbar gewesen.
Hinweis
auf 2033
„Ich
glaube, dass dies ein Weg ist, um gemeinsam im gegenseitigen Verständnis der
jeweiligen synodalen Strukturen und Traditionen zu wachsen. Während wir auf das
2.000-jährige Jubiläum des Leidens, des Todes und der Auferstehung des Herrn
Jesus im Jahr 2033 blicken, wollen wir uns bemühen, die ökumenischen synodalen
Praktiken weiterzuentwickeln und einander mitzuteilen, wer wir sind, was wir
tun und was wir lehren.“
Der
Papst führte nicht genauer aus, wie er sich diesen gegenseitigen synodalen
Lernprozess vorstellt. Interessant war sein Hinweis auf das Jahr 2033, für das
die katholische Kirchenführung ein außerordentliches Heiliges Jahr angedacht
hat. Bei seinem Besuch in der Türkei hat Leo XIV. über die Möglichkeit einer
gemeinsamen, christlichen Pilgerfahrt nach Jerusalem gesprochen, um dort am
originalen Schauplatz an Jesu Tod und Auferstehung vor 2.000 Jahren zu
erinnern.
„Einheit
ist grundlegend – nicht wegen eines strategischen Vorteils, sondern zur
Verkündigung des Evangeliums“
Der
Papst fand in St. Paul vor den Mauern auch einige Worte für die Christen in
Armenien, die dieses Jahr die Texte der Einheits-Gebetswoche erstellt hatten.
Er bete darum, „dass die Samen des Evangeliums auf diesem Kontinent weiterhin
Früchte der Einheit, der Gerechtigkeit und der Heiligkeit hervorbringen, auch
zum Wohl des Friedens zwischen den Völkern und Nationen der ganzen Welt“. Und
Leo zitierte auch seinen Vorgänger Johannes Paul II. (1978-2005), mit einer
Mahnung: „dass die Christen tief davon überzeugt sein müssen, dass die Einheit
grundlegend ist, nicht wegen eines strategischen Vorteils oder politischen
Verdienstes, sondern im Interesse der Verkündigung des Evangeliums“.
Die
Basilika St. Paul vor den Mauern ist eine der vier päpstlichen Basiliken von
Rom. Sie steht an der Stelle, an der der Apostel Paulus nach seiner Hinrichtung
beigesetzt worden ist. Bekannt ist die Basilika unter anderem durch die
Mosaikporträts der Päpste, die im Langhaus angebracht sind. Diese Tradition
soll auf das 5. Jahrhundert n.Chr. zurückgehen. Seit kurzem ist auch das
sogenannte Tondo mit dem Porträt von Leo XIV. in der Reihe zu sehen; es wurde
an diesem Sonntagabend angestrahlt. (vn 25)
Medienbotschaft:
KI ist keine „allwissende Freundin"
Verantwortung,
Zusammenarbeit und digitale Alphabetisierung durch Bildung: Diese fordert Papst
Leo von allen Akteuren ein, damit die technischen Errungenschaften der modernen
Kommunikationsmittel, in Verbund mit den Fortschritten auf dem Feld der Künstlichen
Intelligenz, vernünftig angewendet werden können. Der Papst äußert sich in
seiner Botschaft zum diesjährigen Welttag der Sozialen Kommunikationsmittel,
die am Samstag veröffentlicht wurde.
Den
Welttag begeht die Kirche jeweils am Sonntag vor Pfingsten (dieses Jahr am 17.
Mai; in Deutschland fällt der „Mediensonntag“ allerdings immer auf den 2.
Sonntag im September), während am 24. Januar, dem Gedenktag des heiligen Franz
von Sales, des Schutzpatrons der Journalisten, traditionell die Botschaft zu
diesem Anlass veröffentlicht wird.
Und
der Papst aus den USA setzt zum diesjährigen 60. Welttag der sozialen
Kommunikationsmittel einen klaren Schwerpunkt: Die Künstliche Intelligenz und
ihre Auswirkungen auf die moderne Kommunikation. Dabei warnt Leo eindringlich
vor den Risiken KI-gesteuerter Inhalte, wie die Fiktion einer quasi
menschlichen Beziehung durch immer menschenähnlichere Chatbots, die
gewinnorientierte Steuerung von Inhalten durch Algorithmen, denen keine
ethischen Erwägungen zugrundeliegen, oder die Erosion unseres kritischen Denkvermögens
durch das Anzeigen einseitiger Informationen und des nur allzu menschlichen
Drangs, komplexe Arbeiten dem neuen technologischen Tool zu überlassen.
Angesichts dieser Entwicklung ruft der Papst zu einer gemeinschaftlichen
Anstrengung aller Akteure - darunter an vorderster Front Katholiken - auf, um
menschliche Beziehungen zu bewahren. „Wir müssen die Gabe der Kommunikation als
die tiefste Wahrheit des Menschen bewahren, an der sich auch jede
technologische Neuerung orientieren muss“, so die Mahnung des
Kirchenoberhauptes. Der Welttag steht in diesem Jahr unter dem Motto:
„Menschliche Stimmen und Gesichter bewahren”.
„Menschliche
Stimmen und Gesichter bewahren“
Der
Mensch habe sein Angesicht und seine Stimme als unverwechselbare Merkmale von
Gott erhalten, führt Papst Leo in seine Überlegungen ein. Diese müssten
insofern als untrennbar vom Menschsein angesehen und – noch mehr – dringend
erhalten werden, um eine persönliche und authentisch menschliche Kommunikation
zu gewährleisten, so die Überlegung des Kirchenoberhauptes.
Angesicht
und Wort für echte Kommunikation unabdingbar
Keinesfalls
handele es sich beim Menschen um eine Spezies, die durch „biochemische
Algorithmen“ vorprogrammiert sei, sondern jeder Einzelne habe eine
„unersetzliche und unnachahmliche“ Berufung, die erst im Lauf des Lebens
wirklich zum Vorschein komme und sich gerade in der Kommunikation mit dem
anderen zeige, so der Papst.
„Die
digitale Technologie läuft, wenn wir diese Schutzverantwortung vernachlässigen,
vielmehr Gefahr, einige der grundlegenden Pfeiler der menschlichen
Zivilisation, die wir bisweilen als selbstverständlich ansehen, radikal zu
verändern”, warnt Leo in diesem Zusammenhang. Indem sie nicht nur menschliche
Stimmen und Gesichter simuliere, sondern auch menschliches Wissen, Bewusstsein
und Verantwortung, ja sogar Empathie und Freundschaft, seien die Auswirkungen
tiefgreifend, weit über die Vermittlung von Informationen hinaus, sondern bis
in die „tiefste Ebene der Kommunikation“ – nämlich die der zwischenmenschlichen
Beziehungen.
„Die
Herausforderung ist daher nicht technischer, sondern anthropologischer Natur“,
analysiert der Papst. Die „Gesichter und Stimmen zu bewahren“ bedeute also
letztlich, „uns selbst zu bewahren“, so das Kirchenoberhaupt. Die Chancen, die
die digitale Technologie und die Künstliche Intelligenz böten, „mit Mut,
Entschlossenheit und Unterscheidungsvermögen anzunehmen“, heiße jedoch
keinesfalls, die Augen vor den damit verbundenen Risiken und Intransparenzen zu
verschließen.
Es
gelte also, die eigene Denkfähigkeit nicht aufzugeben, mahnt Papst Leo XIV.,
der schon sehr früh in seinem Pontifikat den Themenkomplex der Künstlichen
Intelligenz als Schwerpunkt erkannt und klar benannt hat. Mehr als vierzig Mal
hat er sich bereits in verschiedenen Formen dazu geäußert.
Algorithmen
sind auf Maximierung der Verweildauer und Profit ausgelegt
Mittlerweile
sei es „offensichtlich“, dass die Algorithmen – welche darauf ausgelegt seien,
die Interaktion in den sozialen Medien zu maximieren und somit Profite für die
Plattformen zu generieren – „schnelle Emotionen belohnen und menschliche
Äußerungen, deren Verständnis und Reflexion mehr Zeit erfordern,
benachteiligen“, analysiert Papst Leo weiter: „Indem sie Menschengruppen in
Blasen einfacher Zustimmung und einfacher Indignation einkapseln, schwächen
diese Algorithmen die Fähigkeit zum Zuhören und zum kritischen Denken und
verstärken die Polarisierung in der Gesellschaft“, so Leo, in dessen Heimat USA
nicht nur die Tech-Konzerne eine große Machtfülle auf sich vereinen, sondern
die Spaltung in der Gesellschaft in jüngster Zeit besonders ausgeprägt zu sein
scheint.
Hinzu
komme die unkritische Akzeptanz der Ergebnisse von Künstlicher Intelligenz, die
als „Art allwissende ,Freundin‘“ wahrgenommen werde und die scheinbar auf jede
Frage und jeden Zweifel eine Antwort habe – eine Haltung, die letztlich unsere
Fähigkeit untergrabe, kritisch, eigenständig und kreativ zu denken, warnt der
Papst, der hier auch darauf hinweist, dass in den letzten Jahren eine immer
größere Produktion von Inhalten eben durch Instrumente geleistet werde, denen
Künstliche Intelligenz zugrunde liegt: Dies betreffe Texte ebenso wie Videos
oder Musik, „indem sie Menschen zu bloßen passiven Konsumenten nicht selbst
gedachter Gedanken, anonymer Produkte ohne Urheberschaft und ohne Liebe machen,
während zugleich die Meisterwerke des menschlichen Genies in den Bereichen
Musik, Kunst und Literatur auf ein bloßes Trainingsfeld für Maschinen reduziert
werden“, so die bittere Bestandsaufnahme des Kirchenoberhauptes, das hier zu
einer Art Gretchenfrage einlädt: „Es geht nicht so sehr um die Frage, was die Maschine
leisten kann oder leisten wird, sondern darum, was wir leisten können und
könnten, wenn wir an Menschlichkeit und Erkenntnis zunehmen und diese mächtigen
Werkzeuge, die uns zur Verfügung stehen, klug einsetzen.“
Risiken
für das eigenständige Schaffen
Schon
immer sei der Mensch versucht, seine Arbeit durch die ihm zur Verfügung
stehenden Mittel zu erleichtern, doch in diesem Fall bedeute dies, „die Talente
zu begraben, die wie empfangen haben, um als Personen in Beziehung zu Gott und
den anderen zu wachsen. Es bedeutet, unser Antlitz zu verbergen und unsere
Stimme zum Schweigen zu bringen.“
Besonders
eindringlich warnt der Papst vor den Pervertierungen menschlicher
Kommunikation, die sich durch „virtuelle Influencer“ oder „Bot“ auftue. Der
Einsatz dieser Mittel sei nicht immer transparent, doch seien sie „überraschend
effektiv“ darin, Menschen zu beeinflussen, indem sie die Interaktion ständig
personalisierten und auf den Einzelnen zuschnitten, bis hin zur Fiktion einer
echten Beziehung. Dies sei eine Gefahr gerade für verletzliche Nutzer dieser
Art von Kommunikation, unterstreicht Leo, bis hin zu einer Schädigung des
sozialen, politischen und kulturellen Gefüges der Gesellschaft. Damit ließen
wir uns – mehr oder weniger wissentlich – auch der Möglichkeit berauben, wahre
Beziehungen mit anderen einzugehen, was auch die Fähigkeit beeinflusse, mit dem
„Anderssein“ der anderen umzugehen – die wahre Voraussetzung für Beziehung und
Freundschaft, erinnert Leo.
Bias,
Deep Fake und Desinformation
Eine
weitere Gefahr, die der Papst hier nennt, ist der durch KI geförderte so
genannte Bias, also die Übermittlung einer verzerrten Wahrnehmung der
Wirklichkeit, da sich die mit Künstlicher Intelligenz betriebenen Systeme
urteilslos von den Daten nähren, die ihm verfügbar sind. Auf diese Weise würden
Stereotypen und Vorurteile aufgesogen, die ungefiltert weitergereicht werden -
so dass die Nutzer Gefahr liefen, in diesen Netzen oder Blasen gefangen zu
werden, welche auch unsere Gedanken und Handlungen manipulierten, so der Papst
in seiner Botschaft.
In
diesem Zusammenhang verortet er auch das Problem des Deep Fake, der parallelen
Realität, in der unsere Stimmen und Gesichter vereinnahmt werden so dass es in
der multidimensionalen Welt, in der wir uns bewegen, immer schwieriger wird,
zwischen Realität und Fiktion zu unterscheiden.
Doch
auch die Tatsache, dass in von Künstlicher Intelligenz geförderten
Interaktionen mit großer Selbstverständlichkeit eine falsche Tatsache als wahr
dargestellt werde, listet Papst Leo in seinen Überlegungen auf. Damit werde ein
immer fruchtbareres Terrain für Desinformation geschaffen, die letztlich zu
Unsicherheit und Misstrauen führe.
Macht
in der Hand weniger
Doch
hinter dieser „enormen unsichtbaren Macht, die uns alle betrifft“, zögen nur
einige wenige Firmen die Fäden, erinnert Leo mit Blick auf die „Schaffer
Künstlicher Intelligenz“, die das Times Magazin 2025 zu den einflussreichsten
Personen des Jahres gekürt hatte.
Dies
errege tiefe Sorge, so der Papst, der hier die Gefahr verortet, dass sogar die
Menschheitsgeschichte durch ein System, in dem nur wenige herrschen, neu
geschrieben werden könnte – eingeschlossen die Geschichte der Kirche – ohne
dass die Menschheit dies wirklich wahrnehme.
„Die
Herausforderung, die uns erwartet, bedeutet nicht, die technologische
Innovation zu stoppen, sondern, uns ihres ambivalenten Charakters bewusst zu
sein“, unterstreicht Leo XIV, der jeden Einzelnen aufruft, seine „Stimme zur
Verteidigung der menschlichen Person zu erheben, damit diese Mittel von uns
wirklich als Verbündete integriert werden können.“ Ein solcher Einsatz müsse
durch alle getragen werden und auf den Säulen von Verantwortung, Zusammenarbeit
und Bildung ruhen: „Keiner kann sich angesichts der Zukunft, die wir aufbauen,
der eigenen Verantwortung entziehen“, so der Appell des Kirchenoberhauptes.
Verantwortung,
Zusammenarbeit, Bildung - eine Allianz schaffen
Verantwortung
sei dabei nicht nur von den Online-Plattformen und Entwicklern gefragt, sondern
auch von den Gesetzgebern und überstaatlichen Regulierungsbehörden ebenso wie
den einzelnen Kommunikationsunternehmen. So legt der Papst den Betreibern der
Plattformen, die mit Algorithmen die Verweildauer maximieren wollen, ans Herz,
nicht nur den Profit, sondern auch das Gemeinwohl und die Zukunft ihrer eigenen
Kinder im Blick zu haben. Den Entwicklern schreibt er Transparenz ins
Stammbuch, um einen informierten Nutzen ihrer Produkte zu ermöglichen. Die
Gesetzgeber und Regulierungsbehörden müssten über die Wahrung der Menschenwürde
auch in diesem spezifischen Bereich wachen, so Leo XIV. mit besonderem Blick
auf Chatbots, aber auch mit Blick auf die Verbreitung irreführender und sogar
falscher Inhalte.
Medienunternehmen
sollten hingegen nicht zulassen, dass das Buhlen um einige Sekunden mehr
Verweildauer, das ausdrückliche Ziel der Algorithmen, ihre Berichterstattung
bestimme und somit ihre Professionalität und beruflichen Werte untergrabe. Die
mit Hilfe von KI erstellten Inhalte müssen als solche gekennzeichnet werden und
die Urheberrechte gewahrt bleiben. Dieser öffentliche Dienst müsse auf der
Transparenz von Quellen und der Einbeziehung von Betroffenen basieren, mahnt
der Papst, der hier auch einen hohen Qualitätsstandard einfordert.
Zusammenarbeit
sei bei einem sektorenübergreifenden Thema wie der digitalen Innovation und den
mit Künstlicher Intelligenz verbundenen Herausforderungen unerlässlich, so
Papst Leo weiter, der in diesem Zusammenhang zur Schaffung von
„Schutzmechanismen“ und der „Förderung einer mündigen und
verantwortungsbewussten digitalisierten Gesellschaft“ aufruft. Dabei müssten
alle Beteiligten, darunter auch Künstler, Journalisten und Pädagogen,
einbezogen werden.
In
diesem Zusammenhang brauche es aber auch eine adäquate Bildung, um kritisch zu
denken und zu verstehen, ob Informationen auf verlässlichen Quellen beruhen –
eine besonders nötige Kompetenz angesichts der personalisierten und nicht
verifizierten Informationen, die uns täglich erreichen. Zu hinterfragen gelte
es auch, wieso gerade diese Informationen gerade uns erreichten, so die
Aufforderung des Kirchenoberhauptes angesichts der Blasen, in denen wir uns
dank der durch Algorithmen gesteuerten Nachrichten mehr oder weniger bewusst
bewegen.
Neben
einer Förderung der mittlerweile weitflächig gelehrten Medienkompetenz sei es
deshalb nützlich, auch Kompetenzen im Bereich der Künstlichen Intelligenz zu
stärken: „Es ist wichtig, sich selbst und andere zu einem bewussten und
verantwortungsvollen Umgang mit der KI zu erziehen und in diesem Zusammenhang
das eigene Bild (Foto und Audio), das eigene Angesicht und die eigene Stimme zu
bewahren, um schädliche Anwendungen wie digitalen Betrug, Cybermobbing
oder Deepfakes zu verhindern, die die Privatsphäre und Würde der
Menschen verletzen“, so die Schlussfolgerung des Papstes.
„Gesicht
und Stimme müssen wieder die Person zum Ausdruck bringen. Wir müssen die Gabe
der Kommunikation als die tiefste Wahrheit des Menschen bewahren, an der sich
auch jede technologische Neuerung orientieren muss“
Ebenso
wie die industrielle Revolution eine „grundlegende Alphabetisierung”
erforderte, um den Menschen zu ermöglichen, auf die Neuerung zu reagieren, so
erfordere auch die digitale Revolution eine „digitale Alphabetisierung",
die gemeinsam mit einer humanistischen und kulturellen Bildung geleistet werden
müsse, um zu verstehen, „wie Algorithmen unsere Wahrnehmung der Realität
formen, wie Vorurteile der KI funktionieren, welche Mechanismen das Auftauchen
bestimmter Inhalte in unseren Informationsströmen (Feeds) bestimmen und welche
Voraussetzungen und wirtschaftlichen Modelle der KI-Ökonomie bestehen und wie
sie sich verändern können“, so der Papst, der seinen Appell folgend
zusammenfasst:
„Gesicht
und Stimme müssen wieder die Person zum Ausdruck bringen. Wir müssen die Gabe
der Kommunikation als die tiefste Wahrheit des Menschen bewahren, an der sich
auch jede technologische Neuerung orientieren muss."
Er
danke all jenen, die mit den Kommunikationsmitteln für das Gemeinwohl
arbeiteten, so der Papst abschließend, der erst vor wenigen Tagen
eine Botschaft an katholische Medienvertreter geschrieben hatte, in
der er dazu einlud, inmitten der „Welle der Künstlichen Intelligenz“ die
Menschlichkeit und die Nähe zum Nächsten nicht zu verlieren. (vn 24)
Gebetswoche
für die Einheit der Christen: Gruppe aus Bossey in Rom
Zur
Gebetswoche für die Einheit der Christen, die am Sonntag endet, besucht eine
Gruppe des Ökumenischen Instituts Bossey in der Schweiz Rom. Die jungen
Angehörigen verschiedener Kirchen nahmen an Begegnungen, Gebeten und Gesprächen
auch im Vatikan teil. Wir baten zwei von ihnen vors Mikrofon und sprachen über
Ökumene heute.
Das
Material der Gebetswoche für die Einheit der Christen wurde in diesem Jahr von
der Armenisch-Apostolischen Kirche in Zusammenarbeit mit den lokalen Kirchen
des Landes erstellt. Der Leiter der ökumenischen Abteilung der
Armenisch-Apostolischen Kirche, der Priester Garegin Hambardzumyan, beschrieb
die Gebetswoche im Gespräch mit uns als Zeit, „zu dem zurückzukehren, was
wesentlich ist“. Ziel sei, „gemeinsam zu beten und gemeinsam auf das Wort
Gottes zu hören und sich daran zu erinnern, dass wir zu einem Leib Christi
gehören“.
„Einheit
heißt, einander zu unterstützen“
Einheit
bedeute dabei keine Gleichmacherei. „Einheit heißt, einander zu unterstützen,
und es gibt kein Gefühl der Unterordnung. Es gibt kein Gefühl der
Minderwertigkeit“, sagte Hambardzumyan. Christliche Einheit könne nur unter
gleichberechtigten Partnern entstehen, die einander stärken. Allerdings könne
diese Art von Einheit nur durch eine kompromisslose Selbstverpflichtung
entstehen.
Der
junge armenische Priester verwies auf das Beispiel seiner eigenen Gemeinschaft.
„Tatsächlich lehrt uns die armenische Geschichte, dass Einheit durch Prüfungen
gestärkt wird und dass die Treue zu Christus tiefer ist als unsere Spaltungen.
Diese Art von Treue, diese Art von Beharrlichkeit ist etwas, das zur weltweiten
Gemeinschaft der Christen beitragen kann.“ Ein gemeinsames Zeugnis der Christen
hält Hambardzumyan für unverzichtbar „in einer Welt, die von Konflikten,
Ungerechtigkeit und dem Verlust von Sinn im Leben so vieler Menschen geprägt
ist“.
Ökumene
braucht nach Hambardzumyans Worten theologischen Dialog, gemeinsames Gebet,
pastorale Zusammenarbeit und gemeinsames Zeugnis in der Welt. Priorität habe
„eine liebende, geschwisterliche Zusammenarbeit“ mit Organisationen wie dem
Ökumenischen Rat der Kirchen, der römisch-katholischen Kirche und weiteren
christlichen Traditionen. Ziel sei nicht „eine Art von Uniformität“, sondern
das Bewahren der eigenen Identität bei gleichzeitiger Offenheit für die Gaben
anderer Kirchen.
Eine
zweite Perspektive brachte die junge Italienerin Sofia Lanza ein. Sie sprach
für die ganze Gruppe aus Bossey, als sie sagte, sie erlebe die Gebetswoche für
die Einheit der Christen in Rom „sehr positiv“. Als einzige römisch-katholische
Studentin in ihrer Klasse habe sie ihren Kommilitoninnen und Kommilitonen viel
über den Vatikan und Rom erzählt. „Ich fühle mich sehr gesegnet, dass ich meine
Freunde zu einer Woche über Einheit mitbringen kann, die von meiner Kirche
ausgerichtet wird.“
Die
Begegnung verschiedener Konfessionen erlebe sie als Lernprozess, sagte uns
Lanza. Viele Studierende kämen aus unterschiedlichen Hintergründen, begleitet
von Stereotypen über andere Kirchen. „In diesen sechs Monaten sind wir in
Geduld, Verständnis und im Zuhören gewachsen“, sagte Lanza. Der Besuch in Rom
habe gezeigt, „wie die katholische Kirche für die Einheit arbeitet und wie
wichtig auch andere Kirchen für die ökumenische Bewegung sind“.
„Jede
Konfession hat besondere Gaben“
Die
Vielfalt christlicher Traditionen bereichere das geistliche Leben. „Jede
Konfession hat besondere Gaben, wir nennen sie Gaben des Heiligen Geistes“,
erklärte Lanza. Musik, Gebet, Stille oder Missionsgeist könnten voneinander
gelernt werden. Christinnen und Christen seien „ein Leib mit sehr
unterschiedlichen Eigenschaften“.
Lanza
registriert aber auch Entwicklungen, die ihr und vielen anderen jungen
Getauften Sorgen machen. „Ich glaube, wir entwickeln uns zu einem neuen
Christentum, das leider manchmal sehr radikalisiert ist, und ich möchte nicht,
dass Jugendgemeinden vergessen, dass wir Ökumene brauchen und dass wir nicht
alleine Christen sind, sondern dass es auch andere Christen anderer
Konfessionen gibt und wir miteinander reden müssen“, sagte sie. Lanza wirbt für
eine „Offenheit, verschiedene Konfessionen in den Dialog einzubeziehen und die
Jugend dazu zu bringen, die ökumenische Bewegung anzuführen, die nicht
unbedingt den Theologen überlassen bleiben muss, sondern dass wir in Mission
und Dienst mit anderen Christen im täglichen Leben vereint sein können.“
„Wir
streben in der Ökumene nach Einheit und im interreligiösen Dialog nach Frieden,
und für beides müssen wir in der Lage sein, einander wertzuschätzen“
Höhepunkte
der Reise seien Treffen mit vatikanischen Dikasterien gewesen, die ihre
ökumenische Arbeit vorstellten. Insbesondere Begegnungen mit dem Dikasterium
für den interreligiösen Dialog und dem Dikasterium zur Förderung der Einheit
der Christen hätten den Austausch vertieft. Sie selbst habe einen Hintergrund
im interreligiösen Dialog, erklärte Sofia Lanza. „Ökumene ist für mich etwas
ganz Neues, aber gleichzeitig sind beide Bereiche untrennbar miteinander
verbunden. Wir streben in der Ökumene nach Einheit und im interreligiösen
Dialog nach Frieden, und für beides müssen wir in der Lage sein, einander
wertzuschätzen.“
Als
besonderen Moment nannte Lanza die Begegnung mit Papst Leo XIV. nach der
Generalaudienz. „Er war sehr glücklich, als er hörte, dass wir von einem
ökumenischen Institut kommen, und er wünschte uns viel Glück im ökumenischen
Bereich“, berichtete sie. Alle ihre Mitstudierenden des ökumenischen Instituts
Bossey seien ebenfalls begeistert gewesen über die Gelegenheit, den Papst zu
treffen.
Ökumene
lernen
Bossey
ist ein Institut in der Westschweiz, das jungen Ökumenikern durch einen
mindestens sechsmonatigen Spezialisierungskurs die Möglichkeit bietet, mehr
über die ökumenische Bewegung, ihre Geschichte und ihre Zukunft zu erfahren.
Die Gebetswoche für die Einheit der Christen („Oktave der Einheit der Kirche”)
entstand 1908 auf Initiative des anglikanischen Priesters Paul Wattson. Ein
Jahr später segnete Papst Pius X. die Initiative. Seit 1966 wird die
ökumenische Gebetswoche offiziell gemeinsam von katholischer Kirche und
Weltkirchenrat vorbereitet. (vn 23)
Katholische
Soziallehre als Weg zu friedlicher Koexistenz
Papst
Leo XIV. hat daran erinnert, dass die Soziallehre der Kirche den Gesellschaften
einen Weg zu authentischem Respekt und friedlicher Koexistenz aufzeige. Er
äußerte sich anlässlich einer von der Stiftung Centesimus Annus Pro Pontifice
in Luxemburg organisierten Konferenz zum Thema „Peace Building in Europe".
Von Devin Watkins
Der
vollständige Titel der Konferenz diesen Freitag lautet: „Peace Building in
Europe: What Role for Catholic Social Thought and Universal Values?”
(Friedensstiftung in Europa: Welche Rolle spielen die katholische Soziallehre
und universelle Werte?).
In
der Botschaft an die Konferenz-Teilnehmer betont das katholische
Kirchenoberhaupt, das Thema sei in der heutigen Welt besonders relevant,
in welcher Gesellschaften sich weigerten, über die von der Religion
vorgeschlagenen universellen Werte und ihren Beitrag zum Gemeinwohl zu
diskutieren. „Dieser Widerstand hat zwar verschiedene Gründe, aber die zugrunde
liegende Krise ist die Verbreitung des Relativismus und die Reduzierung der
Wahrheit auf Meinung“, heißt es in der päpstlichen Botschaft, die
Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin unterzeichnete. Kein Kontinent und
keine Gemeinschaft könne „in Frieden leben und gedeihen ohne gemeinsame
Wahrheiten, die ihre Normen und Werte prägen“, ist ebenfalls zu lesen.
„Aufbau
eines friedlicheren und gerechteren europäischen Kontinents“
Papst
Leo äußert die Hoffnung, dass die Konferenz in Luxemburg dazu beitragen werde,
Europa an seine tiefen christlichen Wurzeln zu erinnern und die Rolle der
katholischen Werte „beim Aufbau eines friedlicheren und gerechteren
europäischen Kontinents“ zu stärken.
Lob
der Soziallehre
Die
katholische Soziallehre, so Papst Leo XIV. an die Konferenz-Teilnehmer, sei in
den Worten und Taten Jesu Christi verwurzelt, der sich als der Weg, die
Wahrheit und das Leben offenbart habe. Die Soziallehre der katholischen Kirche
„hat viel zu bieten, da sie Grenzen überschreitet und eine Plattform für
kollektive Interessen und Lebensweisen bietet und so ein friedliches
Zusammenleben ermöglicht“.
Papst
Leo erinnert auch daran, dass der Mensch nach dem Bild und Gleichnis Gottes
geschaffen sei. Er verweist zudem auf die Worte von Papst Johannes Paul II. in
seiner Enzyklika „Centesimus Annus", in der es heißt: „Ohne die Achtung
des natürlichen Grundrechtes, die Wahrheit zu erkennen und nach ihr zu leben,
gibt es keinen echten Fortschritt.“
Die
Konferenz in Luxemburg veranstaltet die Centesimus Annus Pro Pontifice
Foundation (FCAPP) in Zusammenarbeit mit der Kommission der Europäischen
Bischofskonferenzen (Comece) und der Luxembourg School of Religion &
Society (LSRS) diesen Freitag (23.1.) in Luxemburg. (vn 21)
Internationales
Bischofstreffen im Heiligen Land beendet
Erzbischof
Bentz: „Keine Geste der Versöhnung ist umsonst“
Mit
einem Appell, der Hoffnung auf friedliche Perspektiven im Nahen Osten eine
Chance zu geben, ist gestern (21. Januar 2026) das 25. Internationale
Bischofstreffen für Solidarität mit den Christen im Heiligen Land zu Ende
gegangen. Seit vergangenen Samstag haben sich 13 Bischöfe aus zehn Ländern
Europas und Nordamerikas mit Vertretern der Ortskirche in Israel und Palästina
getroffen, um ein Bild zur aktuellen Lage – gerade angesichts des
Waffenstillstands zwischen der Terrororganisation Hamas und Israel – zu
erhalten. Als Vertreter der Deutschen Bischofskonferenz nahm Erzbischof Dr. Udo
Markus Bentz (Paderborn), Vorsitzender der Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer
Osten der Kommission Weltkirche und Vorsitzender der Deutschen Kommission
Justitia et Pax, an dem Treffen teil.
Unter
dem Leitwort „Land der Verheißung: Begegnung mit Menschen der Hoffnung“ konnte
sich die Delegation ein Bild vom Alltag der Christinnen und Christen in der
Westbank machen. Erzbischof Bentz fasste zusammen: „Der Krieg scheint vorbei,
der Konflikt sicherlich noch lange nicht.“ Bei einem Besuch in Taybeh erhielten
die Bischöfe Informationen über die teilweise schwierigen Herausforderungen.
Erzbischof Bentz zeigte sich erschüttert vom Graffiti am Ortseingang, auf dem
radikale Siedler geschrieben hatten: „Ihr habt hier keine Zukunft“. Er betonte:
„Im direkten Kontakt mit den Menschen vor Ort zeigt sich, wie sehr die
Einschüchterungsversuche und direkten Attacken in den vergangenen Monaten
zugenommen haben, ohne dass die israelischen Sicherheitskräfte wirksam
eingreifen. Immer mehr Menschen denken an Auswanderung. Der hohe
Wohnungsleerstand, von dem uns zum Beispiel in Taybeh berichtet wurde, ist ein
Alarmzeichen, dass die Menschen gehen. Deshalb muss gehandelt werden. Politik,
zivilgesellschaftliche Initiativen und die Kirchen haben die Verpflichtung,
Rahmenbedingungen zu stabilisieren, damit Menschen bleiben.“ Erzbischof Bentz
betonte, dass ihn die Verunsicherung und Wut der Menschen sehr betroffen
gemacht habe: „Da ist im Schatten von Gaza eine Dynamik im Gang, die bei uns
oft übersehen wird, die aber auf keinen Fall hingenommen werden darf.
Siedlergewalt und Siedlungsbau müssen sofort ein Ende haben. Das Existenzrecht
des palästinensischen Volkes darf nicht infrage gestellt werden. Dafür treten
wir genauso ein wie für das Existenzrecht Israels und seine Sicherheit.
Allerdings sind Muster erkennbar, die darauf abzielen, eine stabile Zukunft der
palästinensischen Bewohner zu verunmöglichen. Aus dem Bruch des Völkerrechts
wird nie ein gerechter Friede erwachsen.“
Ein
weiterer Fokus der Reise war, israelische Organisationen kennenzulernen, die
sich für Dialog und Versöhnung zwischen Israelis und Palästinensern sowie
zwischen Juden, Christen und Muslimen einsetzen. Hier konnten die Bischöfe eine
Sensibilität wahrnehmen, die Konfliktlage nach dem 7. Oktober 2023 nicht nur in
einem „Schwarz-Weiß-Muster“ anzuschauen. Für die Vertreter des „Rossing Center
for Education and Dialogue“, der „Rabbis for Human Rights“ und des „Parents
Circle“ geht es in erster Linie um die Bewältigung erlittener Traumata und
damit um realistische Wege zur Versöhnung. Rache und Vergeltung lehnen sie klar
ab: „Das ist vielleicht nur ein Tropfen auf den heißen Stein, aber es ist ein
Zeichen der Hoffnung, dass Vergebung keine leere Floskel bleibt. Hier wird das
biblische Bild vom ‚Salz der Erde‘ konkret: Keine Geste der Versöhnung, sei sie
noch so unscheinbar, ist umsonst“, so Erzbischof Bentz.
Für
ihn sei die zentrale Frage, wie ein Friedensprozess zum Erfolg führen kann.
Auch wenn von der örtlichen Bevölkerung kaum eine Hoffnung in die
Zwei-Staaten-Lösung gesetzt werde, brauche es einen Impuls, an dieser Lösung
perspektivisch festzuhalten: „Im Nahen Osten sehnen sich die Menschen nach
nichts mehr als Frieden. Und trotzdem sind Ermüdung, Frustration und
Ernüchterung festzustellen, weil beide Seiten – Israelis wie Palästinenser –
kaum greifbare Entwicklungen erkennen können. Deshalb wünsche ich mir sehr,
dass die Europäische Union hier eine stärkere Rolle einnimmt. Wir sind da als
Europa in den zurückliegenden Jahren zu leise gewesen“, so Erzbischof Bentz.
„Ich habe große Sorge, wie es in Israel weitergeht, angesichts des bald
beginnenden Wahlkampfes. Meine Gesprächspartner vor Ort befürchten, dass es zu
weiteren Radikalisierungen in der israelischen Gesellschaft kommen kann.“
Bei
den Begegnungen wurde auch die zunehmende Alltagsfeindlichkeit gegen Christen
ebenso thematisiert wie der gesellschaftliche Beitrag der christlichen
Bevölkerung zum Aufbau der Zivilgesellschaft. „Hier hat mich besonders
beeindruckt, wie in den christlichen Gemeinden Jugendarbeit organisiert wird.
Das Bekenntnis zur christlichen Identität ist für das Überleben und die
Akzeptanz in der Gesellschaft ebenso notwendig wie das Lernen des
Zusammenlebens“, so Erzbischof Bentz.
Die
Delegation der Bischöfe aus Europa und Nordamerika konnte sich aus erster Hand
über die Lage im Gazastreifen informieren. Von dort war der Pfarrer der
katholischen Gemeinde in Gaza-Stadt, Gabriel Romanelli, zugeschaltet. Für
Erzbischof Bentz sind die Christen im Gazastreifen, aber ebenso in den
palästinensischen Autonomiegebieten und in Israel, eindrucksvolle Zeugen des
Glaubens: „Die Arbeit von Pfarrer Romanelli und die Präsenz der Christen in
Gaza sind ein lebendiges Zeugnis für die Berufung der Kirche, nämlich nah und
treu bei denen zu sein, die besonders leiden. Durch seine Berichte erlebt man,
wie sehr die Pfarrei ein Ort der Zuflucht für Hunderte von Menschen ist. Das
ist gelebte Solidarität und Verantwortung für den Nächsten.“ Er fügte hinzu: „Das
Christentum gehört zum kulturellen Erbe dieser Region. Christen sind nicht als
Fremdkörper, sondern als Teil ihrer Geschichte vor Ort. Die Kirche steht vor
einer ungeheuren, ja doppelten Herausforderung: wirksame humanitäre Hilfe zu
leisten und gleichzeitig die zahlreichen Aufgaben zu stemmen, die die Präsenz
der Kirche sichern. In solchen Situationen braucht es nicht nur Menschen, die
für das Evangelium brennen, sondern auch verlässliche Strukturen und
Organisationen, um dem Ganzen Wirksamkeit zu verleihen. Die Delegationsreise
haben wir als Einladung verstanden: ‚Komm und sieh‘. Jetzt haben wir den
Auftrag erhalten: ‚Geh und sprich darüber‘.“ Dbk 22
Generalaudienz:
Wir sind Gottes geliebte Kinder
Die
göttliche Offenbarung ist kein abstraktes Lehrsystem, sondern ein Dialog, in
dem Gott „zu uns spricht wie zu Freunden.“ In seiner fortlaufenden Katechese
zur Konzilskonstitution "Dei Verbum" betonte Papst Leo an diesem
Mittwoch, dass Gott in Jesus Christus sich selbst schenkt – und die Menschen
als seine Kinder erkennt. Silvia Kritzenberger
„Wir
haben gesehen, dass Gott sich offenbart in einem Dialog des Bundes, in dem er
zu uns spricht wie zu Freunden,“ betonte der Papst bei der Generalaudienz in
der vatikanischen Audienzhalle. „Es handelt sich also um eine auf Vertrautheit
beruhende Beziehung, die nicht nur Ideen vermittelt, sondern eine Geschichte
teilt und zur Gemeinschaft in der Gegenseitigkeit aufruft. Die Erfüllung dieser
Offenbarung vollzieht sich in einer historischen und persönlichen Begegnung, in
der Gott sich uns schenkt, indem er sich gegenwärtig macht, und wir entdecken,
dass wir in unserer tiefsten Wahrheit erkannt werden.“
Jesus
offenbare uns den Vater, indem er die Menschen in seine eigene Beziehung zu
Gott hineinnehme, führte der Pontifex weiter aus. Durch den Heiligen Geist
erhielten sie Zugang zum Vater und Anteil an der göttlichen Natur. Wahre
Gotteserkenntnis vollziehe sich also nicht außerhalb, sondern innerhalb dieser
gegenseitigen Beziehung.
„In
Christus hat sich Gott uns mitgeteilt und uns unsere wahre Identität als Kinder
offenbart, die nach dem Bild des Wortes geschaffen sind“
„Dank
Jesus erkennen wir Gott so, wie er uns erkannt hat. Denn in Christus hat sich
Gott uns mitgeteilt und uns zugleich unsere wahre Identität als Kinder
offenbart, die nach dem Bild des Wortes geschaffen sind. Dieses „ewige Wort ist
das Licht aller Menschen“ (DV, 4) und offenbart ihnen ihre Wahrheit im Blick
des Vaters… Jesus Christus ist der Ort, an dem wir die Wahrheit Gottes, des
Vaters, erkennen, während wir entdecken, dass wir von ihm als Kinder im Sohn
erkannt werden und zu einem Leben in Fülle berufen sind.“
Christus
sei also nicht nur Übermittler, sondern selbst Mitte und Vollendung dessen, was
Gott den Menschen über sich und ihr Heil mitteilen wolle. Wer Christus begegne,
erkenne sich selbst im liebenden Blick des Vaters wieder und sei zu einem Leben
in Fülle berufen.
Jesus
offenbart den Vater durch sein ganzes Leben
„Gerade
weil er das fleischgewordene Wort ist, das unter den Menschen wohnt, offenbart
uns Jesus Gott durch sein eigenes, ganzes und wahres Menschsein. So sagt uns
das Konzil: „Wer ihn sieht, sieht auch den Vater. Er ist es, der durch sein
ganzes Dasein und seine ganze Erscheinung, durch Worte und Werke, durch Zeichen
und Wunder, vor allem aber durch seinen Tod und seine herrliche Auferstehung
von den Toten, schließlich durch die Sendung des Geistes der Wahrheit die
Offenbarung erfüllt und abschließt“, zitierte Papst Leo aus dem Konzilsdokument
über die göttliche Offenbarung (DV, 4).
Die
Offenbarung Gottes dürfe daher nicht auf einzelne Ereignisse reduziert werden.
Was rette, sei nicht nur der Tod und die Auferstehung Jesu, sondern seine
Person selbst – der menschgewordene Sohn Gottes, der in der Welt wirkt und in
der Mitte der Gläubigen bleibt.
Wörtlich
sagte der Papst: „Um die Größe der Menschwerdung zu würdigen, reicht es daher
nicht aus, Jesus als Übermittler intellektueller Wahrheiten zu betrachten. Wenn
Jesus einen wahren Leib hat, dann geschieht die Übermittlung der Wahrheit
Gottes in diesem Leib, mit seiner Art und Weise, die Wirklichkeit wahrzunehmen
und zu empfinden, mit seiner Art, in der Welt zu sein und in ihr zu wirken.
Jesus selbst lädt uns ein, die Wirklichkeit mit seinen Augen zu sehen: „Seht
euch die Vögel des Himmels an“, sagt er, „sie säen nicht, sie ernten nicht und
sammeln keine Vorräte in Scheunen; euer himmlischer Vater ernährt sie. Seid ihr
nicht viel mehr wert als sie?“ (Mt 6,26).“
Abschließend
betonte das katholische Kirchenoberhaupt die daraus erwachsende Gewissheit des
christlichen Glaubens: Wer dem Weg Jesu folge, könne darauf vertrauen, dass
nichts den Menschen von der Liebe Gottes trennen kann. „Dank Jesus erkennt der
Christ Gott, den Vater, und gibt sich voller Zuversicht in seine Hand,“ schloss
Papst Leo seine Katechese an diesem Mittwoch. (vn 21)
WEF:
Kirchen in Davos öffnen ihre Räume und hoffen auf Dialog
Auf
dem Schweizer Bergdorf Davos ruhen an diesem Mittwoch die Augen der Welt.
Während US-Präsident Donald Trump am Nachmittag seine mit Spannung erwartete
Rede angekündigt hat, formiert sich abseits der großen Konferenzsäle ein
geistlicher Gegenpol. Beim Weltwirtschaftsforum (WEF) versucht die Kirche, den
„Geist des Dialogs“ zu beschwören – auch wenn die Vorzeichen schwierig sind.
Mario Galgano - Vatikanstadt
In
Davos stehen an diesem Mittwoch Innovation, globales Wachstum und KI auf der
Agenda. Doch das beherrschende Thema ist die Präsenz von US-Präsident Donald
Trump. Trotz einer kleinen Verzögerung durch eine Flugzeugpanne gilt sein
Auftritt vor dem Hintergrund drohender US-Zölle und internationaler Spannungen
als bestimmender Moment des Gipfels.
Das
„USA House“ in der Kirche
Für
besonderes Aufsehen sorgt in diesem Jahr die Wahl des US-Hauptquartiers: Die
amerikanische Delegation hat sich in einer Kirche der Freien Evangelischen
Gemeinde eingemietet. Das nun als „USA House“ fungierende Gotteshaus ist mit
Bannern wie „250 Jahre Frieden“ geschmückt, in offensichtlicher Anspielung auf
250 Jahre USA, die nächsten Juli gefeiert werden.
Kurt
Susak, katholischer Priester und Dekan in Davos, beobachtet diese Entwicklung
mit einer Mischung aus Realismus und religiöser Distanz. „Wir als Katholiken
würden von unserem religiösen Empfinden her nie ein Gottesdienstgebäude für so
einen Anlass vermieten“, erklärt Susak im Interview mit DOMRADIO.DE. Er
verweist jedoch auf die andere Feierkultur freikirchlicher Gemeinden. Die
mediale Fokussierung auf die Kirche als „USA House“ sei dem „Spezialgast Donald
Trump“ geschuldet, der dem Forum eine besondere Gewichtung verleihe.
Der
Vatikan in Davos: Dialog statt offizieller Botschaft
Interessante
Akzente setzt in diesem Jahr der Vatikan. Anders als sein Vorgänger hat Papst
Leo XIV. keine offizielle Botschaft an das WEF geschickt. Dennoch ist eine
hochrangige Delegation unter der Leitung von Kardinal Peter Turkson vor Ort.
„Papst Leo hat keine offizielle Botschaft an das WEF geschickt, aber Kardinal
Turkson entsendet, um dem Thema 'Dialog mit der Kirche' gerecht zu werden“, so
Dekan Susak.
Die
Kirche bietet während des Gipfels zahlreiche Zusatzgottesdienste an, darunter
das „ökumenische Schweigen und Beten“. Besonders beliebt sind die Frühmessen
für WEF-Teilnehmer, an denen regelmäßig 40 bis 50 „hohe Tiere“ teilnehmen, um
beim anschließenden Frühstück in den Austausch zu kommen. Sogar das katholische
Pfarrzentrum ist eingebunden: Jeden Tag essen dort 600 WEF-Mitarbeiter.
Kritik
an fehlender Veränderungskraft
Trotz
des Dialogangebots bleibt Susak skeptisch, was die reale Wirkung auf das
Weltwirtschaftssystem betrifft. Angesichts des aktuellen Oxfam-Berichts, der
eine Rekordzahl von 3.000 Milliardären ausweist, fehle es oft an „ernsthaften
Mut“, die soziale Schere zu schließen.
„Da
die politische Lage aber momentan – auch durch Donald Trump – sehr stark in
Richtung Eigeninteressen kippt, ist der Wille zur Veränderung wenig im
Mittelpunkt“, beklagt der Dekan. Er mahnt eine Rückbesinnung an: „Eine
Weltwirtschaft muss dem Wohl des Menschen dienen und nicht der Mensch einer
Wirtschaft, bei der die Armen ärmer und die Reichen immer reicher werden.“
An
diesem Mittwochabend wird in Davos weiter gebetet – für Gerechtigkeit, Frieden
und dafür, dass der Geist des Dialogs vielleicht doch noch die Herzen der
Verantwortlichen berührt. (vn/domradio 21)
Bedauern
über Bätzings Rückzug
Die
Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Irme
Stetter-Karp, bedauert die geplante Abgabe des Vorsitzes der Deutschen
Bischofskonferenz durch Bischof Georg Bätzing. „Zugleich hat dieser Schritt
meinen vollen Respekt“, sagte sie am Montag auf Anfrage der Katholischen
Nachrichten-Agentur (KNA).
Bätzing
habe als Vorsitzender für die katholische Kirche in Deutschland in sechs Jahren
viel geleistet. „Dem ZdK war er ein kollegiales, wahrhaftiges und
hochengagiertes Gegenüber“, so Stetter-Karp.
Gute
Zusammenarbeit
Den
Limburger Bischof zeichne eine integre, herzliche Persönlichkeit aus, meinte
die Präsidentin des höchsten katholischen Laiengremiums in Deutschland.
„Insbesondere auf dem Synodalen Weg war Georg Bätzing ein mit Augenmaß
agierender, zugleich zukunftsorientiert vorangehender Vorsitzender, mit dem ich
im Co-Vorsitz der Synodalversammlungen und im Synodalen Ausschuss sehr gern
zusammengearbeitet habe“, sagte Stetter-Karp mit Blick auf den Reformprozess in
der katholischen Kirche in Deutschland. Sie hoffe zugleich, dass sein
Nachfolger in ähnlicher Weise zukunftsorientiert sein werde.
Laienverbände
würdigen Bätzings Einsatz
Die
katholische Reformbewegung „Wir sind Kirche“ zeigte sich enttäuscht über
den angekündigten Rückzug. Dieser sei ein „herber Rückschlag für alle
anstehenden Reformen in der katholischen Kirche in Deutschland", wird
Christian Weisner in der Augsburger Allgemeinen Zeitung zitiert.
Auch
die Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (kfd) bedauerte die
Entscheidung Bätzings. „Wir danken ihm für seinen engagierten
Einsatz, vor allem im Synodalen Weg", so die stellvertretende Vorsitzende
des Bundesverbandes, Ulrike Göken-Huismann, die selbst Synodalin ist: In „einer
Zeit tiefgreifender Krisen und großer Herausforderungen", die nicht nur
die Katholische Kirche beträfen, habe er den „Synodalen
Weg maßgeblich geprägt und mit großer persönlicher Verantwortung
begleitet", so die Frauenvertreterin. Dabei habe er sich gegen
„erheblichen Gegenwind" gestemmt, der „teils aus den eigenen Reihen wie
auch aus Rom" gekommen sei.
Große
Erwartungen
Von
Bätzings Nachfolger erwarte man sich eine konsequente Weiterführung des
Synodalen Prozesses, so die Vertreterin des Frauenverbandes, der sich eigener
Aussage nach für die Zulassung von Frauen „zu allen Diensten und
Ämtern" einsetzt.
Bischof
Georg Bätzing hatte sich mehrfach dafür ausgesprochen, es zu ermöglichen, dass
Frauen die Diakoninnenweihe gespendt werden könne - beim Amt des Diakons
handelt es sich um eine Vorstufe zum Priesteramt. Um das Thema fachlich zu
vertiefen, hatte Papst Franziskus eine eigene Kommission eingerichtet, die zwar
die Möglichkeit einer Diakoninnenweihe verneint hatte, aber zu keinem
abschließenden Ergebnis gekommen war und weitere Beschäftigung mit der Frage
empfohlen hatte.
Zur
Frage nach der Zulassung von Frauen zu Weiheämtern zum Priesteramt hatte
Johannes Paul II. in seinem Apostolischen Schreiben Ordinatio
Sacerdotalis hingegen erklärt, dass die Kirche „keinerlei Vollmacht hat,
Frauen die Priesterweihe zu spenden, und dass sich alle Gläubigen der Kirche
endgültig an diese Entscheidung zu halten haben“.
Ökumenische
Würdigung
Auch
die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Kirsten
Fehrs, bedauert Bätzings Verzicht auf eine erneute Kandidatur als Vorsitzender
der katholischen Bischofskonferenz. „Die Entscheidung von Bischof Bätzing,
nicht erneut zur Wiederwahl anzutreten, bedaure ich persönlich“, erklärte Fehrs
am Dienstag. Zugleich würdigte die Hamburger Bischöfin die gemeinsame Arbeit:
„Uns verbindet eine lange, vertrauensvolle Zusammenarbeit, in der wir gemeinsam
an unterschiedlichen Orten Verantwortung getragen und wichtige Fragen von
Kirche und Gesellschaft im guten ökumenischen Miteinander beraten haben. Für
diese Zusammenarbeit bin ich sehr dankbar.“
In
einem Schreiben an die deutschen Bischöfe hatte Georg Bätzing im Vorfeld der
kommenden Frühjahrsvollversammlung, bei der turnusmäßig die Wahl zum neuen
Vorsitzenden stattfindet, darüber informiert, dass er für eine zweite Amtszeit
nicht zur Verfügung stehen werde. Bereits seit mehreren Tagen mehrten sich die
Anzeichen auf einen Rückzug Bätzings. Die nächste Vollversammlung der deutschen
Bischöfe findet vom 23. bis 26. Februar in Würzburg statt.
(kna/aa
20)
Pfarrer
widerspricht Vorwurf der Symbolpolitik in deutschem Reformprojekt
Der
Frankfurter Pfarrer und Synodale Werner Otto hat den Gesprächsprozess
„Synodaler Weg“ der Kirche in Deutschland gegen kirchenrechtliche Kritik
verteidigt. Es „stand von vornherein fest, dass die Beschlüsse dieses Gremiums
- wie die der Synodalversammlung - von sich aus keine Rechtswirkung entfalten
und die Vollmacht der Diözesanbischöfe nicht antasten“, schreibt Otto in einem
Beitrag für feinschwarz.net.
Beim
Synodalen Weg berieten deutsche Bischöfe und Laienvertreter ab 2019 über die
Zukunft der katholischen Kirche. Ausgangspunkt war die jahrelange Kirchenkrise,
die der Missbrauchsskandal verschärft hat. In der Debatte ging es vor allem um
die Themen Macht, Priestertum und Sexualmoral sowie um die Rolle der Frauen in
der Kirche. Ende Januar trifft sich das Gremium erneut, um seine Arbeit zu
evaluieren.
Kirchenrechtliche
Kritik
Ende
Dezember hatte der Tübinger Kirchenrechtler Bernhard Sven Anuth kritisiert,
katholische Laien in Deutschland seien einer bischöflichen „Gesprächs- oder
Beschäftigungstherapie“ auf den Leim gegangen. Die Begeisterung über die
beschlossene Satzung der geplanten Synodalkonferenz sei für ihn nicht
nachvollziehbar. Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) verkaufe als
Mitentscheidung, was rechtlich nur unverbindliche Ratschläge seien, so Anuth.
Otto
hält nun dagegen: „Wer Partizipation ausschließlich an unmittelbarer
Rechtsdurchgriffsmacht misst, verkennt, wie kirchliche Verbindlichkeit in der
Praxis häufig entsteht: durch Selbstbindung, Rechenschaft und eingeübte
Verfahren gemeinsamen Entscheidens." Entscheidend sei daher weniger die
juristische Stärke synodaler Gremien als ihre pastorale Wirksamkeit, so der
Geistliche.
Otto:
Prozess hat Empfinden der Menschen geändert
Künftig
würden Bischöfe und gewählte Mandatsträger zu überdiözesanen Fragen gemeinsam
beraten und entscheiden. „Zwar entfalten die Beschlüsse keine unmittelbare
Rechtswirkung, sie erzeugen jedoch Selbstbindung und
Rechenschaftspflichten." Wer ihnen nicht folge, müsse dies begründen und
den Entscheidungsprozess transparent machen, schreibt Otto.
Zudem
habe der Synodale Weg im Empfinden vieler Menschen bereits Veränderungen
bewirkt, so Otto. Betroffene sexueller Gewalt würden nicht länger als
Störfaktor wahrgenommen und auch der Umgang mit Paaren, die kirchlich nicht
heiraten können, habe sich verändert. „Der Handlungstext zu den Segensfeiern
schafft erstmals eine verlässliche Grundlage dafür, dass ihre Beziehungen nicht
länger moralisch abgewertet, sondern ausdrücklich als segenswürdig anerkannt
werden." Gespräche mit Betroffenen zeigten, dass dies "sehr positiv
aufgenommen wird", schreibt Otto.
Grenzen
des Prozesses
Zugleich
benennt Otto Grenzen des Prozesses: „In manchen Anliegen ist der Synodale Weg
hinter den Erwartungen zurückgeblieben." Das Scheitern eines Textes zur
kirchlichen Sexualmoral zeige, dass Machtmissbrauch für Bischöfe auch darin
bestehen könne, Loyalität zum eigenen Amtsstand über die Loyalität gegenüber
den Gläubigen zu stellen. Auch das Papier zur Rolle der Frau sei deutlich
abgeschwächt worden.
Sein
Fazit: „Zusammenfassend zeigt sich, dass der Synodale Weg zwar nicht in jeder
Hinsicht gelungen ist, jedoch in zentralen Fragen nachhaltige Reformimpulse
gesetzt hat, die auch von vielen Gläubigen als relevante Veränderung erfahren
werden." Ohne kirchenrechtliche Reformen habe der Prozess bestehende
Strukturen performativ transformiert. (kap 20)
Leo:
Mehr Aufmerksamkeit für Bedürftige, Leidende, Kranke
Papst
Leo XIV. hat zum 34. Welttag der Kranken, den die katholische Kirche am 11.
Februar 2026 begeht, dazu aufgerufen, „die Schönheit der Liebe und die soziale
Dimension des Mitgefühls wiederzuentdecken und unsere Aufmerksamkeit auf die
Bedürftigen und die Leidenden, wie etwa die Kranken, zu richten." Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt
Die
katholische Kirche begeht den 34. Welttag der Kranken am 11. Februar 2026
feierlich in Chiclayo, Peru - dort war Leo XIV. bevor er Papst wurde, lange als
Missionar. Die Papst-Botschaft zum Welttag veröffentlichte der Vatikan
vorab diesen Dienstag. Sie trägt den Titel: „Das Mitgefühl des
Samariters: Lieben, indem man das Leid des anderen mitträgt." Dazu
führt das katholische Kirchenoberhaupt aus: „In diesem Gleichnis ist Mitgefühl
das charakteristische Merkmal aktiver Liebe. Es ist weder theoretisch noch
sentimental, sondern äußert sich in konkreten Gesten: Der Samariter nähert
sich, er behandelt die Wunden, er kümmert sich und nimmt sich an. Aber Achtung,
er tut dies nicht allein, als Einzelperson: Der Samariter suchte einen
Gastgeber, der sich um jenen Mann kümmern konnte; genauso sind auch wir
gerufen, andere einzuladen und uns in einem „Wir“ zu begegnen, das stärker ist
als die Summe der kleinen Einzelpersonen."
„Genauso
sind auch wir gerufen, andere einzuladen und uns in einem „Wir“ zu begegnen,
das stärker ist als die Summe der kleinen Einzelpersonen“
Krankenpflege
ist gemeinsame Aufgabe aller
Der
Papst betont in seiner Botschaft also als einen wichtigen Punkt, dass
Krankenpflege auch gemeinsame Aufgabe aller sei. Er berichtet in der Botschaft
auch von seiner eigenen Erfahrung in Peru:
„Ich
selbst habe in meiner Erfahrung als Missionar und Bischof in Peru festgestellt,
dass viele Menschen Barmherzigkeit und Mitgefühl im Stil des Samariters und des
Wirtes teilen. Die Familienangehörigen, die Nachbarn, das Personal wie auch die
Seelsorger im Gesundheitswesen und viele andere, die innehalten, sich nähern,
pflegen, Lasten tragen, begleiten und von ihrem Besitz geben, verleihen dem
Mitgefühl eine soziale Dimension. Diese Erfahrung, die sich in einem
Beziehungsgeflecht verwirklicht, geht über das rein individuelle Engagement
hinaus." Und Leo XIV. erinnert daran, dass er in seinem ersten
Lehrschreiben, in der Apostolischen Exhortation „Dilexi te" die
Pflege der Kranken nicht nur als „wichtigen Teil” der Sendung der Kirche
bezeichnet, sondern als echte „kirchliche Handlung" (Nr. 49).
„Ich
wünsche mir von ganzem Herzen, dass diese geschwisterliche, „samaritanische“,
integrative, mutige, engagierte und solidarische Dimension, die ihre tiefste
Wurzel in unserer Vereinigung mit Gott im Glauben an Jesus Christus hat, in
unserer christlichen Lebensweise niemals fehlen möge“
„Ich
wünsche mir von ganzem Herzen, dass diese geschwisterliche, ,samaritanische`,
integrative, mutige, engagierte und solidarische Dimension, die ihre tiefste
Wurzel in unserer Vereinigung mit Gott im Glauben an Jesus Christus hat, in
unserer christlichen Lebensweise niemals fehlen möge. Entflammt von dieser
göttlichen Liebe können wir uns wirklich für alle Leidenden einsetzen,
insbesondere für unsere kranken, alten und leidgeprüften Brüder und
Schwestern."
„Eins
zu sein in dem Einen setzt voraus, dass wir uns wirklich als Glieder eines
Leibes fühlen, in dem wir gemäß unserer jeweiligen Berufung das Mitgefühl des
Herrn für das Leiden aller Menschen weitergeben“
Leo
XIV. führt in seiner Botschaft auch aus, dass die gemeinsame Sorge
um Kranke und Bedürftige auch für die Ökumene wichtig sei: „Eins zu sein in dem
Einen setzt voraus, dass wir uns wirklich als Glieder eines Leibes fühlen, in
dem wir gemäß unserer jeweiligen Berufung das Mitgefühl des Herrn für das
Leiden aller Menschen weitergeben. Mehr noch, der Schmerz, der uns bewegt, ist
kein fremder Schmerz, sondern der Schmerz eines Gliedes unseres eigenen Leibes,
zu dem uns unser Haupt zum Wohl aller sendet. In diesem Sinne vereint er sich
mit dem Schmerz Christi und trägt, sofern er im christlichen Sinne aufgeopfert
wird, zur Erfüllung des Gebets des Erlösers für die Einheit aller bei."
Begegnung
und Freude, für andere da zu sein
In
seiner Botschaft zum Welttag der Kranken hebt der Papst als weiteren wichtigen
Punkt auch die Freude hervor, die aus der Begegnung und Hilfe anderer
entspringt. Leo XIV. bezieht sich mit Blick auf die Geschwisterlichkeit aller
auch besonders auf die Enzyklika „Fratelli tutti" seines Vorgängers
im Amt, Papst Franziskus, Untertitel: Über die Geschwisterlichkeit und die
soziale Freundschaft. Papst Leo betont in seiner Krankenbotschaft
dementsprechend, es gehe darum, Mitgefühl und Erbarmen gegenüber Bedürftigen
nicht auf ein rein individuelles Bemühen zu beschränken, sondern „sich in einer
Beziehung zu verwirklichen: zum bedürftigen Bruder und zur bedürftigen
Schwester, zu denen, die sich ihrer annehmen und – als Grundlage – zu Gott, der
uns seine Liebe schenkt." In Anlehnung an Papst Franziskus kritisiert auch
Papst Leo eine oftmals vorherrschende „Wegwerfmentalität und
Gleichgültigkeit" in der heutigen Zeit:
„Wir
leben in einer Kultur, die von Schnelligkeit, Unmittelbarkeit und Eile geprägt
ist, aber auch von einer Wegwerfmentalität und Gleichgültigkeit, was uns daran
hindert, aufeinander zuzugehen und innezuhalten, um die Nöte und das Leid um
uns herum wahrzunehmen“
„Wir
leben in einer Kultur, die von Schnelligkeit, Unmittelbarkeit und Eile geprägt
ist, aber auch von einer Wegwerfmentalität und Gleichgültigkeit, was uns daran
hindert, aufeinander zuzugehen und innezuhalten, um die Nöte und das Leid um
uns herum wahrzunehmen." Der Samariter gehe jedoch nicht vorüber, als er
den Verletzten sah, sondern habe einen offenen und aufmerksamen Blick für
ihn gehabt - „den Blick Jesu, der ihn zu menschlicher Nähe und Solidarität
bewegte", erläutert Leo XIV. mit Blick auf das Gleichnis in der
Bibel.
Mit
Blick auf Barmherzigkeit und Nächstenliebe lehnt sich Leo XIV. an weitere
Vorgänger-Päpste an, nämlich Benedikt XIV. und Johannes Paul II.,:
„Die
Liebe ist nicht passiv, sie geht auf den anderen zu. Ob man zum Nächsten wird,
hängt nicht von physischer oder sozialer Nähe ab, sondern von der Entscheidung
zu lieben. Deshalb macht sich der Christ zum Nächsten des Leidenden und folgt
damit dem Beispiel Christi, dem wahren göttlichen Samariter, der für die
verwundete Menschheit zum Nächsten wurde. Es handelt sich nicht um bloße Gesten
der Menschenfreundlichkeit, sondern um Zeichen, an denen man erkennen kann,
dass die persönliche Anteilnahme am Leiden der anderen Selbsthingabe bedeutet,
dass es darum geht, über das Stillen von Bedürfnissen hinauszugehen, sodass wir
selbst Teil der Gabe werden."
„Es
handelt sich nicht um bloße Gesten der Menschenfreundlichkeit, sondern um
Zeichen, an denen man erkennen kann, dass die persönliche Anteilnahme am Leiden
der anderen Selbsthingabe bedeutet“
Liebe
zu Gott, um uns selbst und unseren Mitmenschen zu begegnen
Als
dritten wichtigen Punkt geht Papst Leo in seiner Botschaft zum Welttag der
Kranken ausführlicher auf die Liebe zu Gott und sich selbst so wie den Nächsten
ein. Auch wenn diese Liebe unterschiedliche Adressaten habe – Gott, den
Nächsten und sich selbst – sei sie „doch immer untrennbar miteinander
verbunden." Das Handeln der Menschen müsse stets ohne Eigeninteresse oder
Belohnung erfolgen, als „Ausdruck einer Liebe, die über rituelle Normen
hinausgeht und zu einem wahren Gottesdienst wird: Dem Nächsten zu dienen
bedeutet, Gott im konkreten Handeln zu lieben", so das katholische
Kirchenoberhaupt. Der Papst mahnt mit Blick auf die Selbstliebe, das
Selbstwertgefühl oder das Bewusstsein der eigenen Würde nicht auf „Stereotypen
wie Erfolg, Karriere, gesellschaftliche Stellung oder Abstammung zu
gründen".
Abschließend
vertraut Leo XIV. in seiner Botschaft zum 34. Welttag der Kranken
alle Leidenden der Fürsprache der Gottesmutter Maria an. Er segnet zudem
alle Kranken, ihre Familien, alle die pflegen, Mitarbeiter im
Gesundheitswesen, in der Krankenpastoral Tätige und alle, die am Welttag der
Kranken teilnehmen.
(vn
20)
Journalismus
lernen mit Haltung und Handwerk
Volontariat
an der katholischen Journalistenschule – Bewerbungsschluss: 1. März 2026
Wie
man gründlich recherchiert, Themen verantwortungsvoll einordnet und Geschichten
verständlich erzählt, lernen Nachwuchsjournalistinnen und -journalisten am
Institut für publizistische Ausbildung e. V. (ifp) in München. Für das
zweijährige Volontariat in christlichen Medien läuft die Bewerbungsphase noch
bis zum 1. März 2026.
Der
Ausbildungsstart ist für den Herbst 2026 vorgesehen. Der Fokus liegt auf der
journalistischen Praxis: In Seminaren am ifp stehen unter anderem
Interviewtechniken, Recherchemethoden, Reportageformen, Medienethik und
Faktenprüfung auf dem Programm. Auch Künstliche Intelligenz, Audio- und
Videojournalismus sowie multimediales Arbeiten gehören fest zur Ausbildung. Ein
zentrales Element ist das Digitalprojekt, das jeder Jahrgang von der Konzeption
bis zur Veröffentlichung eigenständig umsetzt.
Ergänzend
zur fachlichen Qualifikation bietet das ifp ein breites Angebot: Mentoring,
Spezialseminare zu aktuellen politischen und religiösen Fragestellungen sowie
Auszeit-Wochenenden schaffen Raum für Vertiefung und Austausch. Zur Ausbildung
gehört auch eine geistliche Begleitung, die Raum für persönliche Fragen
eröffnet.
Die
praktische Ausbildung findet in Kooperation mit Redaktionen in ganz Deutschland
statt, darunter domradio.de, der Sankt Michaelsbund, die Verlagsgruppe
Bistumspresse sowie die Katholische Nachrichten-Agentur. Die Einsatzorte decken
unterschiedliche Medienformate ab – von Magazin und Nachrichtenagentur über
Social Media bis hin zu Video, Radio und Podcast. Inhaltlich stehen Themen aus
Kirche, Religion und Gesellschaft im Mittelpunkt.
„Wer
lässt sich schon gern ins kalte Wasser werfen“, sagt die journalistische
Direktorin Isolde Fugunt. „Im ifp lernen Nachwuchsjournalisten von Profis –
damit sie auch dann oben bleiben, wenn es mal stürmisch wird.“ Studienleiter
Burkhard Schäfers ergänzt: „In herausfordernden Zeiten brauchen angehende
Journalistinnen und Journalisten Handwerk, Selbstsicherheit und einen inneren
Kompass. Wir begleiten unsere Volos fachlich und persönlich in den Beruf.“
„Werte
werden umso wichtiger, je mehr sich der Journalismus mit Vertrauensverlust
einerseits und der Fixierung auf Clicks und Conversions andererseits
konfrontiert sieht“, sagt Katja Auer, Redakteurin der Süddeutschen Zeitung und
Referentin an der katholischen Journalistenschule ifp. „Am ifp lernen die
Absolventinnen und Absolventen, was guten Journalismus ausmacht.“
Hintergrund.
Das Institut für publizistische Ausbildung (ifp) ist die katholische
Journalistenschule für alle. Das ifp bildet entlang christlicher Werte aus und
weiter: mit Lehrenden aus der Praxis, durchdachten Lernkonzepten und an einem
außergewöhnlichen Ort. Das ifp verbindet den Beruf mit Sinnfragen, arbeitet
konstruktiv-kritisch, begleitet persönlich – und bietet für den gemeinsamen Weg
ein langjährig gewachsenes Netzwerk. Die Journalistenschule liegt in der
Münchner Innenstadt im ehemaligen Kapuzinerkloster St. Anton und verfügt über
Seminarräume, Studios und Gästezimmer (www.journalistenschule-ifp.de).
Dbk
20
Bischof
Bätzing gibt Vorsitz der Deutschen Bischofskonferenz ab
Der
Limburger Bischof Georg Bätzing (64) wird den Vorsitz der katholischen
Deutschen Bischofskonferenz abgeben. Wie die Bischofskonferenz am Montag in
Bonn mitteilte, wird er für eine zweite Amtszeit nicht zur Verfügung stehen.
Bei
der Vollversammlung vom 23. bis 26. Februar in Würzburg wird ein
Nachfolger für die kommenden sechs Jahre gewählt.
In
einem Brief an alle Mitglieder der Bischofskonferenz schrieb Bätzing unter
anderem mit Blick auf die anstehende Wahl: „Um im Vorfeld gute diesbezügliche
Überlegungen zu ermöglichen, möchte ich Euch mitteilen, dass ich für eine
erneute Wahl nicht zur Verfügung stehe. Ich habe mich dazu nach Beratung und
reiflicher Überlegung entschieden." Für die anstehende Wahl wünsche er dem
"Miteinander in der Konferenz weiterhin den Mut zum offenen Wort, zu
konstruktivem Ringen und die Bereitschaft, aufeinander zuzugehen - um
miteinander den Gläubigen in unserem Land und vielen mehr die Freude des
Glaubens zu bezeugen".
Sechs
intensive Jahre
Der
Limburger Bischof, der als Konferenz-Vorsitzender im März 2020 auf
den Münchner Erzbischof Kardinal Reinhard Marx gefolgt war, betonte weiter: „Es
waren sechs intensive Jahre, in denen wir Bischöfe gemeinsam mit vielen anderen
aus dem Volk Gottes einiges bewegen und für eine tragfähige Zukunftsgestalt von
Kirche in unserem Land realisieren konnten. Jetzt ist es Zeit, diese für die
Arbeit der Bischofskonferenz wichtige Aufgabe in andere Hände zu legen. Und ich
bin mir sicher, es wird gut weitergehen."
Reaktionen
Die
Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Irme
Stetter-Karp, bedauert die geplante Abgabe des Vorsitzes der Deutschen
Bischofskonferenz durch Bischof Georg Bätzing. „Zugleich hat dieser Schritt
meinen vollen Respekt", sagte sie am Montag auf Anfrage der Katholischen
Nachrichten-Agentur (KNA). Bätzing habe als Vorsitzender für die katholische
Kirche in Deutschland in sechs Jahren viel geleistet. „Dem ZdK war er ein
kollegiales, wahrhaftiges und hochengagiertes Gegenüber", so Stetter-Karp.
Den
Limburger Bischof zeichne eine integre, herzliche Persönlichkeit aus, meinte
die Präsidentin des höchsten katholischen Laiengremiums in Deutschland.
„Insbesondere auf dem Synodalen Weg war Georg Bätzing ein mit Augenmaß
agierender, zugleich zukunftsorientiert vorangehender Vorsitzender, mit dem ich
im Co-Vorsitz der Synodalversammlungen und im Synodalen Ausschuss sehr gern
zusammengearbeitet habe", sagte Stetter-Karp mit Blick auf den
Reformprozess in der katholischen Kirche in Deutschland. Sie hoffe zugleich,
dass sein Nachfolger in ähnlicher Weise zukunftsorientiert sein werde.
Auch
die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Kirsten
Fehrs, hat den Verzicht des Limburger Bischofs Georg Bätzing auf eine erneute
Kandidatur als Vorsitzender der katholischen Deutschen Bischofskonferenz
bedauert. „Die Entscheidung von Bischof Bätzing, nicht erneut zur Wiederwahl
anzutreten, bedaure ich persönlich", erklärte Fehrs am Dienstag auf
Anfrage der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA). Zugleich würdigte die
Hamburger Bischöfin die gemeinsame Arbeit: „Uns verbindet eine lange,
vertrauensvolle Zusammenarbeit, in der wir gemeinsam an unterschiedlichen Orten
Verantwortung getragen und wichtige Fragen von Kirche und Gesellschaft im guten
ökumenischen Miteinander beraten haben", so Fehrs weiter. „Für diese
Zusammenarbeit bin ich sehr dankbar."
(kna 19)
Kardinal
Koch: „Ökumene ist ein Friedenswerkzeug für die Welt“
An
diesem Montag äußerte sich Kardinal Kurt Koch, Präfekt des Dikasteriums zur
Förderung der Einheit der Christen, gegenüber den vatikanischen Medien
anlässlich der laufenden Gebetswoche für die Einheit der Christen. Im Zentrum
des Gesprächs standen die Impulse von Papst Leo XIV., das Erbe der Reformation
und der ökumenische Weg zum Jubiläumsjahr 2030. Mario Galgano
Angesprochen
auf die Forderung von Papst Leo XIV., wonach das Streben nach Einheit und der
Einsatz für den Weltfrieden „Hand in Hand“ gehen müssen, betonte Koch die
Vorbildfunktion der Kirchen. „Die Ökumene kann dann eine Hilfe für die
Gesellschaft sein, wenn sie nicht die Zerstrittenheit der Gesellschaft
widerspiegelt, sondern selber ein Zeichen der Einheit ist“, erklärte der
Kardinal.
In
einer Welt voller gegensätzlicher Strömungen bestehe die Herausforderung darin,
in der Vielfalt trotzdem „in einem Geist“ zu leben. Koch mahnte: „Wenn die
Christenheit selber ein zerstrittener Haufen ist, dann kann sie der
Gesellschaft nicht viel bieten.“
Der
leidenschaftliche Appell aus dem Osten
Die
diesjährigen Texte der Gebetswoche, die von der Armenisch-Apostolischen Kirche
vorbereitet wurden, basieren auf dem Epheserbrief („Ein Leib und ein Geist“).
Für Koch ist die Wahl dieses Textes hochsymbolisch: „Es ist ein
leidenschaftlicher Appell des heiligen Paulus zur Einheit. Wenn man bedenkt,
dass Paulus diesen Brief aus dem Gefängnis schreibt, sieht man, wie ernst es
ihm ist. Im Gefängnis gibt man sich nicht mit Belanglosigkeiten ab.“
„Im
Gefängnis gibt man sich nicht mit Belanglosigkeiten ab.“
2030:
Kein Termin, sondern ein Besinnungspunkt
Mit
Blick auf das 500-jährige Jubiläum der Confessio Augustana im Jahr 2030 räumte
der Kardinal mit Erwartungen an fixe Zeitpläne auf. „In der Ökumene benenne ich
keine Termine. Die Termine gibt der Heilige Geist vor, nicht wir“, stellte er
klar. Das Jahr 2030 sei jedoch ein wichtiger „Besinnungspunkt“, um die
Überwindung der Trennung neu zu denken.
Koch
zitierte den Theologen Wolfhart Pannenberg, für den die Kirchenspaltung ein
„Scheitern“ der Reformation darstellte, da Martin Luther die Erneuerung der
ganzen Christenheit wollte. „Jesus hat eine Kirche gewünscht, nicht eine
Vielfalt von Kirchen“, so Koch.
Die
„katholische“ Confessio Augustana und das Hindernis der Anerkennung
Bezüglich
der Idee von Joseph Ratzinger, das Augsburger Bekenntnis als „katholisch“
anzuerkennen, zeigte sich Koch offen, benannte aber kirchenpolitische Hürden.
Die Confessio Augustana sei im Kern ein gemeinsames, katholisches Dokument,
auch wenn man heutige Passagen über Krieg oder das Mönchtum nicht mehr teile.
Das
Problem liege jedoch in der Akzeptanz auf evangelischer Seite: „Kardinal
Ratzinger hat damals gesagt: Die Voraussetzung für eine katholische Anerkennung
ist die evangelische Anerkennung.“ Während etwa die lutherische Kirche (VLKD)
ganz auf diesem Boden stehe, sei dies bei der EKD als Ganzes nicht der Fall.
Man könne nur anerkennen, was in der anderen Gemeinschaft auch zweifelsfrei als
Bekenntnisgrundlage gilt.
„Die
Herausforderung von Nizäa bleibt aktuell.“
Ausblick:
Von Nizäa nach Jerusalem
Zum
Abschluss hob der Kardinal die bleibende Relevanz des Konzils von Nizäa hervor,
dessen 1.700-jähriges Jubiläum kürzlich begangen wurde. Die Einheit könne nur
im gemeinsamen Glauben gefunden werden. „Die Herausforderung von Nizäa bleibt
aktuell“, sagte Koch und fügte mit einer Prise theologischer Schärfe hinzu:
„Viele Christen, auch Katholiken, sind im Grunde genommen Arianer – oder wären
es zumindest gerne. Viele sind nicht einmal das.“
Für
das geplante Pilgerjahr 2033 in Jerusalem wünscht sich Koch, dass „Augsburg ein
gutes Zeichen setzen kann“, betonte aber, dass die Klärung der Augsburger
Fragen keine formale Voraussetzung für das Treffen im Heiligen Land sei. (vn
19)
Papst
empfängt „Neokatechumenalen Weg“
Papst
Leo XIV. ruft den „Neokatechumenalen Weg“ dazu auf, eng mit Bistümern und
Pfarreien zusammenzuarbeiten und sich seelsorglich einzufügen, statt sich
abseits zu halten. Stefan v. Kempis – Vatikanstadt
„Als
Hüter der Einheit im Heiligen Geist ermahne ich euch, eure Spiritualität zu
leben, ohne euch jemals vom Rest des kirchlichen Leibes zu trennen, als
lebendiger Teil der gewöhnlichen Seelsorge der Pfarreien und ihrer
verschiedenen Realitäten, in voller Gemeinschaft mit den Geschwistern und
insbesondere mit den Priestern und Bischöfen.“ Das sagte der Papst zu
Vertretern der Bewegung bei einer Audienz im Vatikan an diesem Montag.
„Eure
Mission ist besonders, aber nicht exklusiv; euer Charisma ist spezifisch, aber
es trägt seine Früchte in Gemeinschaft mit den anderen Gaben im Leben der
Kirche. Ihr tut viel Gutes, aber euer Ziel muss es bleiben, den Menschen
Christus näherzubringen, wobei ihr stets den Lebensweg und das Gewissen jedes
Einzelnen respektiert… Geht mit Freude und Demut voran, ohne euch zu
verschließen, als Baumeister und Zeugen der Gemeinschaft.“
„Eure
Mission ist besonders, aber nicht exklusiv“
Der
„Neokatechumenale Weg“ entstand nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil. Er will
das urchristliche „Katechumenat“ wiederbeleben, also die stufenweise,
geistliche Hinführung von Menschen zur Taufe. Außerdem geht er auf Menschen zu,
die der Kirche fernstehen. Neokatechumenale Gemeinschaften sind heute mit 1,5
Millionen Mitgliedern in 134 Ländern auf allen Kontinenten vertreteten; die
Gemeinschaft unterhält auch mehr als 120 eigene Priesterseminare.
Bei
der Audienz an diesem Montag sparte Papst Leo nicht mit Lob für seine Besucher.
„Dass alle Menschen Christus kennenlernen: Dieser Wunsch hat immer das Leben
des ‚Neokatechumenalen Wegs‘ inspiriert, sein Charisma, die Werke der
Evangelisierung und Katechesen. Das ist ein wertvoller Beitrag zum Leben der
Kirche… Ihr habt in diesem Geist das Feuer des Evangeliums dort neu entzündet,
wo es zu erlöschen drohte, und habt viele Personen und christliche
Gemeinschaften begleitet, um in ihnen wieder die Freude des Glaubens zu
wecken…“
„Wo
der Geist des Herrn ist, da ist Freiheit“
Speziell
würdigte Leo XIV. das Interesse seiner Gäste an einer „Wiederentdeckung“ der
Taufe. Das machte er zum Ausgangspunkt seines Aufrufs zur Einheit.
„Dieses
Sakrament verbindet uns, wie wir wissen, mit Christus und macht uns zu
lebendigen Gliedern seines Leibes, zu seinem einzigen Volk, zu seiner einzigen
Familie. Wir müssen uns immer daran erinnern, dass wir Kirche sind und dass der
Heilige Geist jedem eine besondere Gabe schenkt, ‚damit sie anderen nützt‘, wie
uns der Apostel Paulus mahnt (1 Kor 12,7)... Die Charismen müssen immer in den
Dienst des Reiches Gottes und der einen Kirche Christi gestellt werden. In ihr
ist keine Gabe Gottes wichtiger als andere, … und kein Dienst darf zum Grund
werden, sich besser als die Geschwister zu fühlen und diejenigen
auszuschließen, die anders denken.“
Einigermaßen
deutlich insistierte Papst Leo auf einem anderen Wort des Apostels Paulus: „Wo
der Geist des Herrn ist, da ist Freiheit“ (2 Kor 3,17). „Deshalb müssen die
Verkündigung des Evangeliums, die Katechese und die verschiedenen Formen der
Seelsorge stets frei von Zwang, Strenge und Moralismus sein, damit sie nicht
Schuldgefühle und Ängste hervorrufen, anstatt innere Befreiung zu bewirken.“
(vn 19)
Frühjahrs-Vollversammlung
der Deutschen Bischofskonferenz. Wahl des Vorsitzenden
Die
Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz findet vom 23. bis
26. Februar 2026 in Würzburg statt. Dabei ist nach sechs Jahren auch die Wahl
des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz gemäß dem Statut vorgesehen.
Der
amtierende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg
Bätzing, hat jetzt aus diesem Anlass einen Brief an die Mitglieder der
Bischofskonferenz geschrieben. Mit Blick auf die Wahl des Vorsitzenden heißt es
darin wörtlich: „Um im Vorfeld gute diesbezügliche Überlegungen zu ermöglichen,
möchte ich Euch mitteilen, dass ich für eine erneute Wahl nicht zur Verfügung
stehe. Ich habe mich dazu nach Beratung und reiflicher Überlegung entschieden.“
Bischof Bätzing empfindet es „als eine große Ehre und Freude, diesen Dienst in
wahrlich anspruchsvollen Zeiten zu tun, die zugleich neue Gestaltungsspielräume
eröffnen“. In seinem Brief spricht er einen vielfachen Dank aus und zwar an
alle, „die mich in den zurückliegenden sechs Jahren wertschätzend und
konstruktiv-kritisch unterstützt haben“. Für die anstehende Wahl bete er um
Gottes guten Geist und wünscht dem „Miteinander in der Konferenz weiterhin den
Mut zum offenen Wort, zu konstruktivem Ringen und die Bereitschaft, aufeinander
zuzugehen – um miteinander den Gläubigen in unserem Land und vielen mehr die
Freude des Glaubens zu bezeugen“.
Anlässlich
des Briefes fügt Bischof Bätzing hinzu: „Es waren sechs intensive Jahre, in
denen wir Bischöfe gemeinsam mit vielen anderen aus dem Volk Gottes einiges
bewegen und für eine tragfähige Zukunftsgestalt von Kirche in unserem Land
realisieren konnten. Jetzt ist es Zeit, diese für die Arbeit der
Bischofskonferenz wichtige Aufgabe in andere Hände zu legen. Und ich bin mir
sicher, es wird gut weitergehen.“ Dbk 19
Papst
Leo lädt zum Gebet für die Einheit der Christen ein
Die
Wurzeln der alljährlich begangenen Gebetswoche für die Einheit der Christen,
die an diesem Sonntag wieder beginnt, reichen zwei Jahrhunderte zurück. Daran
hat Papst Leo XIV. beim Angelus an diesem Sonntag erinnert. Er lud „alle
katholischen Gemeinschaften ein, in diesen Tagen das Gebet für die volle
sichtbare Einheit aller Christen zu verstärken.“
Sein
Vorgänger Papst Leo XIII. habe die Initiative sehr gefördert, so das
Kirchenoberhaupt. Überdies seien vor genau hundert Jahren erstmals „Vorschläge
für die Gebetsoktav für die Einheit der Christen” veröffentlicht worden. „Unser
Engagement für die Einheit muss Hand in Hand gehen mit unserem Engagement für
Frieden und Gerechtigkeit in der Welt", erklärte der Papst.
In
diesem Jahr stammt das Thema der inzwischen 59. Gebetswoche für die Einheit der
Christen aus dem Brief an die Epheser: „Ein Leib und ein Geist, wie ihr auch
berufen seid zu einer Hoffnung“ (Eph 4,4). Die Gebete und Reflexionen wurden
von einer ökumenischen Gruppe unter der Leitung der Abteilung für
interreligiöse Beziehungen der Armenisch-Apostolischen Kirche vorbereitet, so
der Papst. So wie seine Vorgänger feiert Leo XIV. am kommenden Sonntag zum
Abschluss der Gebetswoche für die Einheit der Christen eine Ökumenische Vesper
in der Papstbasilika St. Paul vor den Mauern.
Wurzeln
im Schottland des 18. Jahrhunderts
Die
Vorgeschichte der Gebetswoche für die Einheit der Christen begann nach Angaben
des Dikasteriums für die Einheit der Christen sogar bereits im 18.
Jahrhundert in Schottland, wo erste ökumenisch geprägte Gebetsbewegungen
entstanden. Eine feste Form erhielten sie 1908 mit der erstmals begangenen
„Church Unity Octave“. Die protestantische Ökumenebewegung „Faith
and Order" veröffentlichte ab 1926 regelmäßig „Suggestions for an Octave
of Prayer for Christian Unity“.
Einen
starken Impuls erhielt die ökumenische Bewegung 1964 in Jerusalem: Dort beteten
Paul VI. und Athenagoras I., der Ökumenische Patriarch von Konstantinopel,
gemeinsam Jesu Gebet „dass alle eins seien“ (Joh 17). Dies markierte einen
historischen Wendepunkt nach Jahrhunderten der Trennung.
Im
selben Jahr unterstrich das Zweites Vatikanisches Konzil mit seinem
Ökumenismusdekret Unitatis redintegratio die zentrale Rolle des Gebets als
„Seele der ökumenischen Bewegung“ und stärkte damit die Feier der
Gebetswoche für die Einheit der Christen weiter. Seit 1966 wird sie offiziell
gemeinsam von katholischer Kirche und Weltkirchenrat vorbereitet und
entwickelte sich zu einem weltweit getragenen ökumenischen Zeichen. (vn 18)
„Wasser
ist keine Ware“: Hilfswerke fordern gerechten Zugang
Während
in Berlin die Internationale Agrarministerkonferenz tagt, schlägt ein Bündnis
namhafter Hilfswerke und Agrarorganisationen Alarm. In einer an diesem Samstag
veröffentlichten Mitteilung fordern sie einen ungehinderten Zugang zu Wasser
und eine grundlegende Reform der Agrarpolitik, um die globale
Ernährungssicherheit nicht zu gefährden.
Seit
Mittwoch beraten Agrarminister aus aller Welt in Berlin über die Zukunft der
Landwirtschaft. Für das Bündnis, dem unter anderem die kirchlichen Hilfswerke
Brot für die Welt und Misereor sowie die Organisationen Fian, Inkota und die
Arbeitsgemeinschaft bäuerliche Landwirtschaft (AbL) angehören, steht fest: Das
Recht auf angemessene Nahrung und Wasser muss als zentrales Ziel in der
nationalen und internationalen Politik verankert werden.
Wasserknappheit
als existenzielle Bedrohung
Wasser
sei zwar die wichtigste Ressource für das Leben, werde jedoch durch die
Klimakrise und die industrielle Landwirtschaft immer knapper – sowohl im
Globalen Süden als auch in Europa. Das Bündnis warnt eindringlich davor, den
Zugang zu dieser Lebensgrundlage den Marktmechanismen zu überlassen.
„Wenn
Wasser zur Ware wird, verlieren wir unsere Lebensgrundlagen“, warnte Lucia
Birkmeir von der jungen AbL. Sie betonte die Notwendigkeit klarer Regeln: „Ohne
klare Regeln und gezielte Förderprogramme verlieren wir Böden, Höfe und am Ende
unsere Ernährungssicherheit.“
Agrarsubventionen
an Bedingungen knüpfen
Ein
konkreter Hebel für Veränderungen liegt aus Sicht der Unterzeichner in der
Gemeinsamen Agrarpolitik (GAP) der Europäischen Union. Sie fordern die
EU-Agrarminister auf, staatliche Gelder künftig konsequent an soziale und
ökologische Leistungen der Landwirte zu binden.
Dazu
zählen insbesondere Maßnahmen, die das Klima schützen und die Biodiversität
fördern. Nur durch eine solche Neuausrichtung der Förderströme könne
sichergestellt werden, dass die Landwirtschaft nachhaltig agiert und die
kostbare Ressource Wasser schont.
Ein
breites internationales Bündnis
Der
Appell wird von einer vielfältigen Koalition getragen, die über die deutschen
Grenzen hinausreicht. Neben den großen kirchlichen Werken und deutschen
Bauernvertretern gehört auch die kenianische Organisation Inkota zu den
Initiatoren. Gemeinsam unterstreichen sie, dass der Kampf um das Wasser eine
globale Herausforderung ist, die auf dem Berliner Gipfel nicht länger ignoriert
werden darf. (pm/kna 17)
Papst
an Diplomatenakademie: „Keine Taktik, sondern denkende Nächstenliebe“
Die
Päpstliche Kirchliche Akademie, die Kaderschmiede der vatikanischen Diplomaten,
feiert ihr 325-jähriges Bestehen. In einem Brief, den der Vatikan an diesem
Samstag veröffentlichte, würdigt Papst Leo XIV. die „lange und fruchtbare
Geschichte“ dieser 1701 gegründeten Institution und schärft das Profil der
künftigen Nuntien: Diplomatie im Namen des Papstes sei kein technisches
Handwerk, sondern ein geistlicher Dienst am Frieden. Mario Galgano
In
seinem Schreiben blickt der Pontifex auf die Ursprünge unter Papst Clemens XI.
zurück und betont, dass sich die Ausbildung stets an den Erfordernissen der
Kirche und der Welt angepasst habe. Besonders hob der Bischof von Rom die
Reformen seines Vorgängers Papst Franziskus hervor, der die Akademie enger an
das Staatssekretariat angebunden und sie als Zentrum für Spitzenforschung in
den Diplomatiewissenschaften qualifiziert hatte.
Integration
von Fachwissen und Priestertum
Leo
XIV. dankte den Vorgesetzten und Studenten für den eingeschlagenen Weg der
Erneuerung, „ohne die Wurzeln zu vergessen“. Das Ziel der Ausbildung sei es,
eine solide wissenschaftliche Basis – von Jura über Politik bis hin zu Sprachen
– mit der menschlichen und priesterlichen Reife der jungen Geistlichen zu
verbinden.
„Ich
wünsche mir, dass dieser glückliche Anlass bei den Studenten ein erneuertes
Engagement weckt“, schreibt das Oberhaupt der katholischen Kirche. Er erinnert
eindringlich daran: „Der diplomatische Dienst ist kein Beruf, sondern eine
pastorale Berufung: Er ist die evangeliale Kunst der Begegnung, die Wege der
Versöhnung sucht, wo Menschen Mauern und Misstrauen errichten.“
Diplomatie
als „denkende Nächstenliebe“
Deutlich
grenzt der Papst das vatikanische Wirken von rein säkularer Machtpolitik ab.
Die Diplomatie des Heiligen Stuhls entspringe direkt dem Evangelium. „Sie ist
keine Taktik, sondern denkende Nächstenliebe; sie sucht weder Sieger noch
Besiegte, sie baut keine Barrieren auf, sondern stellt authentische Bindungen
wieder her.“
Um
diese Gemeinschaft aufzubauen, sei eine Tugend unerlässlich: das Zuhören.
„Bevor ein Wort gesprochen wird, muss das Zuhören kommen: das Hören auf Gott
und das Hören auf die Kleinen, auf jene, deren Stimme oft nicht gehört wird.“
Die Diplomaten des Vatikans seien gerufen, „Brücken“ zu sein – „unsichtbare
Brücken zur Unterstützung, feste Brücken in schwierigen Zeiten und Brücken der
Hoffnung, wenn das Gute wankt.“
Der
Schutzpatron als Vorbild
Zum
Abschluss des Briefes verweist Leo XIV. auf den heiligen Antonius den Großen
(Antonius Abbas), den Patron der Akademie. Wie dieser die Stille der Wüste in
einen fruchtbaren Dialog mit Gott verwandelte, so sollen auch die künftigen
Diplomaten Priester von „tiefer Spiritualität“ sein. Nur aus dem Gebet könne
die Kraft fließen, anderen Menschen wahrhaft zu begegnen.
Der
Brief, der offiziell auf den 21. November 2025 datiert ist, schließt mit dem
Apostolischen Segen für die gesamte Gemeinschaft der Akademie. Er setzt ein
klares Zeichen für die Fortführung des Kurses einer „aktiven Neutralität“ und
des unermüdlichen Einsatzes für den Dialog in einer zunehmend fragmentierten
Weltordnung. (vn 17)
Aktionstag
„Zusammenhalt in Vielfalt“ am 21. Mai 2026
Bündnis
ruft zum Engagement für gesellschaftlichen Zusammenhalt auf
Heute
(16. Januar 2026) ist der offizielle Startschuss für den Aktionstag
„Zusammenhalt in Vielfalt“ (www.aktionstag-zusammenhalt-in-vielfalt.de) der
Initiative kulturelle Integration – eines Bündnisses von 28 Vertreterinnen und
Vertretern der Sozialpartner, Religionsgemeinschaften, Medien, Politik,
Verwaltung und Zivilgesellschaft – gefallen. Bei einer Pressekonferenz haben
Mitglieder der Initiative kulturelle Integration stellvertretend für alle
Beteiligten den Aktionstag „Zusammenhalt in Vielfalt“ am 21. Mai 2026 sowie
dazu bereits geplante Aktivitäten vorgestellt und bundesweit zum Mitmachen
aufgerufen.
Im
Umfeld des UNESCO-Welttags der kulturellen Vielfalt sollen zahlreiche Aktionen
von unterschiedlichen Organisationen, Bündnissen oder auch Einzelpersonen
durchgeführt und so vielfältige Zeichen für den Zusammenhalt in der freien und
vielfältigen deutschen Gesellschaft gesetzt werden. Alle bereits angemeldeten
Aktionen sind im Veranstaltungskalender vermerkt. Den Hintergrund für den
Aktionstag bilden die 15 Thesen „Zusammenhalt in Vielfalt“ der Initiative
kulturelle Integration, die sowohl das gemeinsam erarbeitete Verständnis von
kultureller Integration wie ihr Bekenntnis dazu wiedergeben.
Bischöfin
Kirsten Fehrs, Vorsitzende des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland
(EKD), sagte während einer Pressekonferenz: „Unsere Gesellschaft lebt von
kultureller Vielfalt, sie braucht aber auch gemeinsame Werte. Kultur und
Religion können beides leisten: Sie eröffnen Freiräume für Unterschiedlichkeit
und stiften zugleich Zusammenhalt. Wo Religionsgemeinschaften sichtbar und
dialogisch am öffentlichen Leben teilnehmen, stärken sie Integration. Sie
können Räume öffnen, in denen Menschen einander begegnen, Unterschiede
aushalten und Gemeinsames entdecken.“ Daniela Schneckenburger, Beigeordnete für
Kultur beim Deutschen Städtetag, fügte hinzu: „Städte leben Vielfalt. Sie sind
ein Abbild der Menschen, die in den Städten leben und dort ihren kulturellen
Hintergrund einbringen. Das wollen wir mit einem gemeinsamen Aktionstag
deutlich machen und auch feiern. Die offenen und liberalen Stadtgesellschaften
brauchen diesen gemeinsamen Auftritt, um sich einander gegen die zu stärken,
die auf Spaltung setzen.“
Robert
Skuppin, Programmdirektor des Rundfunk Berlin-Brandenburg (rbb), hob hervor:
„Nie war es wichtiger als heute, Zusammenhalt und Vielfalt sichtbar zu machen.
Als öffentlich-rechtlicher Sender in der Hauptstadtregion begleitet der rbb den
bundesweiten Aktionstag ‚Zusammenhalt in Vielfalt‘ als Medienpartner. In Radio,
Fernsehen und auf unseren digitalen Plattformen zeigen wir, wie vielfältig
unsere Gesellschaft ist und wie sehr sie vom respektvollen Miteinander lebt.
Die Initiative kulturelle Integration vereint Akteurinnen und Akteure aus
nahezu allen Bereichen des gesellschaftlichen Lebens – ganz im Sinne unseres
Auftrags, Orientierung zu geben und Dialog zu fördern.“ Der Staatsminister für
Kultur und Medien, Wolfram Weimer, sagte bei der Pressekonferenz: „Kulturelle
Vielfalt gehört zum Selbstverständnis unseres Landes und ist eine tragende
Säule unserer Demokratie. Sie lebt von Freiheit, Verantwortung und einer
gemeinsamen Wertebasis. Der Aktionstag ‚Zusammenhalt in Vielfalt‘ zeigt, dass
unterschiedliche kulturelle Prägungen und Ausdrucksformen unser Zusammenleben
bereichern – fest auf dem Boden unseres Grundgesetzes und einer offenen,
wehrhaften Demokratie. Gerade jetzt kommt es darauf an, Vielfalt und
Zusammenhalt nicht gegeneinander auszuspielen, sondern beides zu stärken.
Deshalb lade ich alle Bürgerinnen und Bürger ein, sich am bundesweiten
Aktionstag zu beteiligen und ein sichtbares Zeichen für kulturelle Vielfalt,
Respekt und gesellschaftlichen Zusammenhalt zu setzen. Diese freiheitliche
Kultur verteidigen wir gegen alle Extremisten, die sie von rechts, von links
oder aus religiösem Fanatismus angreifen. Kultur braucht Vielfalt und klare
gemeinsame Werte.“
Olaf
Zimmermann, Sprecher der Initiative kulturelle Integration und Geschäftsführer
des Deutschen Kulturrats: „In Deutschland leben seit Jahrhunderten Menschen
unterschiedlicher Herkunft zusammen. Unterschiedliche biografische Erfahrungen
und regionale Traditionen prägen unser Land und sind Teil unserer kulturellen
Identität. Die aktuellen gesellschaftlichen Auseinandersetzungen verlangen von
uns allen ein noch stärkeres Zusammenrücken, ein wertschätzendes und
respektvolles Miteinander sowie die Anerkennung von Vielfalt als Grundlage für
das friedliche Zusammenleben aller Menschen in unserer freiheitlichen
Demokratie. Zehn Jahre nach der Gründung der Initiative kulturelle Integration,
eines Bündnisses, das sich von Beginn an für das Thema Zusammenhalt in Vielfalt
engagiert hat, laden wir alle Menschen in Deutschland dazu ein, sich aktiv für
den gesellschaftlichen Zusammenhalt in unserem Land stark zu machen.“
Hintergrund.
Der Initiative kulturelle Integration gehören an: ARD,
Bundesarbeitsgemeinschaft der Freien Wohlfahrtspflege,
Bundesarbeitsgemeinschaft der Immigrantenverbände in Deutschland,
Bundesministerium des Innern, Bundesministerium für Arbeit und Soziales,
Bundesverband Digitalpublisher und Zeitungsverleger, Bundesvereinigung der
Deutschen Arbeitgeberverbände, Deutsche Bischofskonferenz, dbb beamtenbund und
tarifunion, Deutscher Gewerkschaftsbund, Deutscher Journalisten-Verband,
Deutscher Kulturrat, Deutscher Landkreistag, Deutscher Naturschutzring,
Deutscher Olympischer Sportbund, Deutscher Städte- und Gemeindebund, Deutscher
Städtetag, Der Beauftragte der Bundesregierung für Kultur und Medien, Die
Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration,
zugleich Beauftragte für Antirassismus, Evangelische Kirche in Deutschland,
Forum der Migrantinnen und Migranten im Paritätischen, Koordinationsrat der
Muslime, Kulturministerkonferenz, MVFP Medienverband der freien Presse, neue deutsche
organisationen – das postmigrantische Netzwerk, VAUNET – Verband Privater
Medien, ZDF, Zentralrat der Juden in Deutschland. Dbk 17
Vatikan
veröffentlicht Dekret zum Franziskus-Jahr: Keine geistliche Abkürzung
Mit
der Veröffentlichung des offiziellen Dekrets an diesem Freitag hat die
Apostolische Pönitentiarie den Weg für die vollkommenen Ablässe im besonderen
Franziskus-Jahr geebnet. Das Jubiläum, das Papst Leo XIV. rund um den 800.
Todestag des Heiligen aus Assisi ausgerufen hat, dauert vom 10. Januar 2026 bis
zum 10. Januar 2027. Der Regent der Pönitentiarie Krzysztof Nykiel mahnt
jedoch: Der Ablass sei kein „Gnadenautomat“.
Pfarrer Marek
Weresa - Vatikanstadt
Nach
den intensiven Erfahrungen des Heiligen Jahres 2025 stellt sich für viele
Gläubige die Frage nach einer gewissen „spirituellen Müdigkeit“. Monsignore
Nykiel warnt in diesem Zusammenhang vor einer „Inflation der Heiligkeit“. Im
Interview mit den Vatikan-Medien betont er, dass es im Glauben nicht um ein
ständiges „Mehr“ an Veranstaltungen gehe, sondern um ein „Tiefer“.
Vom
Spektakel zur täglichen Nachfolge
„Das
Franziskus-Jahr darf nicht einfach nur ein weiteres Kapitel mit spirituellen
Sondereffekten sein“, erklärt Nykiel. Vielmehr gehe es um einen „stillen
Übergang vom Enthusiasmus zur tiefen Reife“. Der Heilige Franziskus schlage
keine komplizierten Praktiken vor, sondern Einfachheit und Authentizität: die
Rückkehr zum Evangelium, die Freude an kleinen Dingen und eine gelebte
Beziehungsfähigkeit.
Das
nun veröffentlichte Dekret legt fest, unter welchen Bedingungen der vollkommene
Ablass gewährt wird. Dazu gehören die sakramentale Beichte, die eucharistische
Kommunion, Gebete in den Meinung des Papstes sowie der Besuch einer
franziskanischen Kirche. Besonders hervorgehoben wird im Dokument die Sorge um
Kranke und Alte: Wer das Haus nicht verlassen kann, kann sich geistig mit den
Feiern verbinden und seine Leiden aufopfern.
Der
Ablass als Begegnung, nicht als Magie
Ein
zentraler Punkt des Interviews ist die Klärung des Begriffs „Ablass“. Nykiel
tritt der Vorstellung entgegen, es handele sich um eine Art „geistliche
Abkürzung“. „Der Ablass ist in erster Linie eine Begegnung mit Gott“, so der
Monsignore. Er befreit das Herz von der Last der Sündenstrafen, damit der
Gläubige in voller Freiheit Wiedergutmachung leisten kann.
Kritisch
setzt sich Nykiel mit der Voraussetzung der „Abkehr von jeder Sünde“
auseinander. Dies sei kein unerreichbares Ideal für wenige Auserwählte, sondern
eine Herzenseinstellung. „Es geht nicht um die Abwesenheit von Schwäche,
sondern um die Entscheidung des Willens“, erklärt er. Wer aufrichtig sagt:
‚Herr, ich will keine Sünde, ich verabscheue sie, auch wenn ich schwach bin‘,
der erfülle die Bedingung der inneren Freiheit.
Die
Botschaft für den modernen Menschen
Was
kann der „Poverello“ von Assisi den Menschen von heute noch sagen? Laut Nykiel
ist Franziskus ein Korrektiv zum modernen Konsumismus. In einer Welt, in der
das Virtuelle oft über der Realität steht und Beziehungen verflachen, lehre
Franziskus das „Sein“ über das „Haben“.
„Seine
Freiheit entsprang der Loslösung von materiellen Gütern“, so Nykiel. Dies sei
eine hochaktuelle Einladung zu maßvollem Handeln und verantwortungsvollem
Umgang mit Ressourcen. Zudem sei der Frieden, den Franziskus verkündete, kein
Ergebnis von interessengeleiteten Kompromissen, sondern entspringe einem
bekehrten Herzen.
Das
Ziel des Jubiläumsjahres sei es daher, den Gläubigen zu helfen, den Ablass als
Etappe auf dem Weg der Umkehr zu begreifen. Wenn die Hirten dies vermitteln, so
Nykiel abschließend, werde das Jahr zu einem echten Instrument der Reifung im
Glauben. (vn 16)
EU
lobt Sternsinger: Ihr bringt die Botschaft der Hoffnung
Sternsinger
aus Deutschland, Österreich und weiteren EU-Ländern haben vor Ort in Brüssel
das EU-Parlament aufgerufen, den Kampf gegen schwere Kinderarbeit nicht
Lobbyinteressen unterzuordnen, sondern deutlich zu verstärken.
EU-Vize-Parlamentspräsidentin Sabine Verheyen lobte die Kinder: „In eurem
Engagement zeigt ihr, wie wichtig es ist, sich füreinander einzusetzen,
unabhängig von der Herkunft, von Sprache oder auch von der Religion."
Die
Sternsinger brächten eine „Botschaft von Hoffnung, Solidarität und
Mitmenschlichkeit" und setzten sich auch ganz besonders für die Interessen
von Kindern in aller Welt ein. „Die Sternsingeraktion ist ein starkes Zeichen
dafür, wie wir in Europa auch gemeinsam etwas bewegen können. Mit eurem Einsatz
verkörpert ihr die Werte, die uns als europäische Union verbinden:
Nächstenliebe, Respekt und der Glaube an eine bessere Zukunft. Ihr seid aus
sechs verschiedenen Mitgliedsstaaten angereist. Ihr zeigt damit, dass
Solidarität und Zusammenhalt eben nicht an den Grenzen halt machen, sondern
auch über die Grenzen hinweg möglich sind“, so Verheyen beim Treffen am
Mittwoch (14.1.2026).
„Ausbeuterische
Kinderarbeit muss endlich gestoppt werden und die europäischen Firmen und
Konzerne in die Pflicht genommen werden“
Die
Sternsingeraktion 2026 steht unter dem Motto „Schule statt Fabrik – Sternsingen
gegen Kinderarbeit“. Rund 138 Millionen Kinder müssen weltweit arbeiten, damit
ihre Familien das Nötigste zum Überleben haben. Die Kinder arbeiten oft viele
Stunden am Tag, gehen nicht in die Schule und haben keine Zeit für Freunde oder
zum Spielen. Sie bekommen für ihre harte Arbeit nur wenig Lohn: Viele
Arbeitgeber nutzen sie aus und behandeln sie wie Sklaven. Angesichts dessen
forderten die Sternsinger die EU laut der Pressemitteilung
der Katholischen Jungschar auf: „Diese ausbeuterische Kinderarbeit muss
endlich gestoppt werden und die europäischen Firmen und Konzerne in die Pflicht
genommen werden."
Sternsinger
aus Oberösterreich dabei
Empfangen
wurden die als „Heilige Drei Könige" verkleideten Kinder aus Österreich,
Deutschland, Italien, Ungarn, Belgien und Rumänien am Mittwoch unter
anderem von Parlamentspräsidentin Roberta Metsola. Unter ihnen waren mit Hanna,
Theresa, Marie und Valerie auch vier Mädchen aus der Pfarre Waizenkirchen in
Oberösterreich, teilte die Dreikönigsaktion der Katholischen Jungschar
mit.
Nach
dem offiziellen Termin mit der Vizepräsidentin und der Präsidentin des
Europäischen Parlaments traf die Gruppe aus Waizenkirchen auch mehrere
EU-Abgeordnete aus Österreich persönlich.
Die
11-jährige Hanna Mair berichtet: „Die Abgeordneten haben sich sehr
über unseren Besuch gefreut. Es war spannend zu erfahren, dass auch Menschen
aus Oberösterreich im Europäischen Parlament vertreten sind. Wir haben nicht
nur Spenden erhalten, sondern auch ein paar Geschenke.“ Ein besonderes
Erinnerungsstück ist eine Kappe des Europäischen Parlaments, die die
Sternsingerinnen aus Waizenkirchen in den kommenden Tagen bei ihren
Erkundungstouren durch Brüssel tragen werden.
Wer
die Sternsinger nicht persönlich angetroffen hat, kann online auf
www.sternsingen.at/spenden oder über das Spendenkonto der Dreikönigsaktion für
die Armutsregionen dieser Welt spenden. Auf Wunsch kann auch ein
CMB-Segenskleber bestellt werden: https://www.dka.at/segenskleber. (pm 15)
Weltindex:
388 Mio. Christen verfolgt - Verschärfte Lage in Syrien
Weltweit
sind 388 Millionen Christen wegen ihres Glaubens mindestens in hohem Maß von
Verfolgung und Diskriminierung betroffen. Das geht aus dem Weltverfolgungsindex
2026 des internationalen Hilfswerks Open Doors hervor. Besonders dramatisch hat
sich zuletzt die Lage für Christen in Syrien verschlechtert. Nach dem Sturz des
Assad-Regimes rückte das Land in dem jährlich erhobenen Index von Platz 18 auf
6 vor.
Auf
Rang 1 liegt erneut Nordkorea vor Somalia, Jemen, Sudan und Eritrea. Nigeria
auf Rang 7 ist laut der evangelikalen Freikirchen nahestehenden Organisation
das „globale Epizentrum tödlicher Gewalt gegen Christen“: Von den mindestens
4.849 Christen, die weltweit im Berichtszeitraum von Oktober
2024 bis September 2025 wegen ihres Glaubens getötet wurden,
stammen 3.490 aus Nigeria.
Hauptgrund
für die dramatische Verschlechterung der Lage in Syrien ist ein massiver
Anstieg der Gewalt. Im Berichtszeitraum wurden laut dem Hilfswerk mindestens 27
Christen in Syrien wegen ihres Glaubens getötet, im Jahr davor waren es keine.
Besonders folgenschwer war ein Selbstmordanschlag auf die griechisch-orthodoxe
Mar-Elias-Kirche in Damaskus im Juni 2025. Dabei kamen 22 Christen ums
Leben. In mehreren Regionen des Landes wurden Kirchen und kirchliche Gebäude
attackiert und christliche Schulen geschlossen. Viele Christen gingen aus Angst
nicht mehr in die Kirche.
„Als
das Assad-Regime im Dezember 2024 fiel, gab es vorsichtigen
Optimismus, dass die Christen in Syrien unter der neuen Führung von Hay'at
Tahrir al-Sham eine Atempause finden könnten. Stattdessen haben wir eine
verheerende Kehrtwende erlebt“, erklärt Kurt Igler, Geschäftsführer von Open
Doors Österreich. „Wenn der Schutz durch den Staat zusammenbricht und
extremistische Ideologien die Lücke füllen, zahlen religiöse Minderheiten den
Preis dafür. Die Welt darf nicht wieder wegsehen“, mahnte der Menschenrechtsexperte.
Nach
Schätzungen leben derzeit nur noch rund 300.000 Christen in Syrien.
Hunderttausende haben das Land bereits verlassen. Eine ähnliche Entwicklung
habe zuvor im Irak stattgefunden und sei im gesamten Nahen Osten zu beobachten.
388
Millionen Christen in hohem Maß verfolgt
Der
Weltverfolgungsindex wird seit 1993 jährlich erstellt und listet jene 50 Länder
auf, in denen es für Christen am gefährlichsten ist, ihren Glauben zu leben und
zu bekennen. Mit zuletzt 388 Millionen hat die Zahl von Christen, die einem
hohen bis extremen Maß an Verfolgung ausgesetzt sind, laut Open Doors einen
erneuten Höchststand erreicht. Vor einem Jahr nannte der Index noch rund 380
Millionen Betroffene.
Der
Index ordnet die Länder anhand einer Punktzahl den Kategorien „hoch“, „sehr
hoch“ und „extrem“ zu. Rund 315 Millionen Christen sind den Angaben zufolge
einem „sehr hohen“ bis „extremen“ Maß an Verfolgung und Diskriminierung
ausgesetzt. Unter den zehn Ländern mit der meisten Christenverfolgung befinden
sich abgesehen von Nordkorea vorrangig islamisch geprägte Staaten.
Weltweit
wurden laut Index mindestens 4.849 Christen im Zusammenhang mit der Ausübung
ihres Glaubens getötet, nach 4.476 im Vorjahr. Die Dunkelziffer dürfte höher
liegen. Die Zahl sexualisierter Übergriffe, Zwangsehen und Vergewaltigungen
nahm deutlich zu. Dokumentierte Angriffe auf Kirchen und kirchliche
Einrichtungen gingen hingegen zurück.
Verschärfte
Lage in Subsahara-Afrika
Neben
Syrien zählt Subsahara-Afrika weiterhin zu den Regionen mit der höchsten
Gewalt. 14 Länder dieser Region stehen auf dem Weltverfolgungsindex 2026. Ein
Höchstmaß an Gewalt in ihren Ländern verzeichnet der Index aktuell für Christen
im Sudan, in Mali und Nigeria. Im Sudan würden Christen von beiden
Kriegsparteien, also sowohl von der Armee als auch von den Rapid Support
Forces, ins Visier genommen. In Nigeria verüben islamistische Radikale
insbesondere in den nördlichen Landesteilen immer wieder schwere Anschläge und
Massaker.
Das
Muster, wonach schwache Regierungen ein Machtvakuum schaffen, das von
militanten Islamisten ausgefüllt wird, setzte sich in der gesamten Region fort,
so Open Doors. Weitgehend ungehindert operierten diese etwa in Teilen von
Burkina Faso, Mali, der Demokratischen Republik Kongo, der Zentralafrikanischen
Republik, Somalia, Niger und Mosambik.
Christen
in Algerien in Isolation
Jenseits
physischer Gewalt werde die Religionsfreiheit von Christen auch durch
Überwachung und strenge Regulierung bedroht und Gläubige in den Untergrund
getrieben. Dies gilt laut Open Doors etwa für Algerien (Platz 20 im Index), wo
die Regierung verstärkt die Online-Aktivitäten christlicher Gemeinschaften
einschränke und - auch durch die Schließung aller protestantischen Kirchen -
mehr als drei Viertel der Christen den Kontakt zu ihrer Kirchengemeinde
verloren hätten.
Auch
in China (Platz 17) habe der Staat den Druck weiter verstärkt. Neue
Vorschriften regulierten jegliche Online-Aktivitäten von Geistlichen.
Bibel-Apps, Spendensammlungen und Jugendarbeit seien verboten, so Open Doors:
„Unabhängige Hauskirchen, die sich einst in großen Einkaufszentren trafen,
haben sich in geheime Gruppen von 10 bis 20 Personen in Privathäusern
aufgespalten.“
Open
Doors unterstützt nach eigenen Angaben verfolgte Christen in rund 60 Ländern.
In Österreich widmet sich das Hilfswerk vorwiegend der Berichterstattung über
ihre Unterdrückung.
Hier
die Website von Open Doors mit Details zum Weltverfolgungsindex:
www.opendoors.at (kap 14)
Bonifatius-Werk
stellt 2026 Förderbudget von 11 Millionen Euro bereit
Mit
einem Förderbudget von elf Millionen Euro geht das Bonifatiuswerk ins Jahr
2026. Mit dem Geld unterstützt das internationale Hilfswerk Projekte in den
Diaspora-Regionen in Deutschland, Nordeuropa und im Baltikum. Das meldete das
Hilfswerk am Mittwoch.
Demnach
sei der Etat gegenüber 2025 leicht gewachsen. Der Bonifatiusrat hat das Budget
in seiner jüngsten Sitzung freigegeben. Bonifatiuswerk-Generalsekretär Georg
Austen dankte in der Aussendung ausdrücklich den Spendern, die diese
Fördersumme „trotz der schwierigen wirtschaftlichen Rahmenbedingungen in
Deutschland” möglich gemacht haben.
Erstmals
legt das Spendenhilfswerk 2026 zusätzlich zur bisherigen Unterstützung eine
Sonderförderung für katholische Frauenorden auf. Profitieren sollen
Ordensgemeinschaften in Nordeuropa, die selbst über keine oder nur geringe
Einnahmen verfügen. 100.000 Euro stehen für diesen Zweck zur Verfügung.
1,6
Millionen Euro stellt das Hilfswerk für Projekte der Kinder- und Jugendhilfe
bereit. Die Glaubenshilfe nimmt Projekte mit missionarischem Charakter in den
Blick. Hier können Initiativen Förderanträgestellen, die Kirche als offenen,
einladenden Ort erlebbar machen – analog wie digital. Bei mehr als einer
Million Euro liegt das Glaubenshilfe-Budget in diesem Jahr.
BONI-Busse
als Glaubenshelfer
Außerdem
sind knapp 600 BONI-Busse aktuell im In- und Ausland unterwegs. Die
markant-gelben mobilen Glaubenshelfer ermöglichen kirchliches Leben dort, wo
große Entfernungen Gemeinschaft erschweren – sei es auf dem Weg zum
Gottesdienst, zum Religionsunterricht oder zu Angeboten für Seniorinnen und
Senioren. 2026 unterstützt das Bonifatiuswerk den Kauf von BONI-Bussen mit
600.000 Euro (ein Plus von 70.000 Euro gegenüber 2025).
Die
vor wenigen Jahren neu eingeführten flexiblen Förderinstrumente kommen auch
2026 zum Tragen: So können besonders innovative Bauprojekte unterjährig mit
400.000 Euro gefördert werden. Zusätzlich sollen erneut Modellprojekte, die
beispielgebend für Innovationen in der pastoralen Arbeit sind, mit einem
Fördervolumen von 500.000 Euro bedacht werden.
Auch
Baumaßnahmen werden gefördert
Im
Bereich Bauhilfe liegt das Budget bei 2,3 Millionen Euro. Mit diesen Mitteln
unterstützt das Bonifatiuswerk Gemeinden und kirchliche Einrichtungen in der
Diaspora, die den Neubau oder die Instandhaltung von Gebäuden nicht komplett
aus eigener Kraft nicht stemmen können.
Einen
nennenswerten Beitrag zum gesamten Förderetat steuert das Diaspora-Kommissariat
der deutschen Bischöfe bei. Priester aus Deutschland geben als Zeichen der
Solidarität ein Prozent ihres Gehaltes an das Diaspora-Kommissariat ab. Mit
diesem Geld werden Priester und hauptamtliche Diakone in Nord-, Mittel- und
Osteuropa unterstützt. Aufgrund fehlender Eigenmittel und mangels staatlicher
Unterstützung können die Bistümer in diesen Regionen ohne diese Zuschüsse die
Ausgaben für die Seelsorge vor Ort nicht ausreichend finanzieren. 5,4 Millionen
Euro hat der Vergabeausschuss des Diaspora-Kommissariates für 2026 bewilligt.
Das Bonifatiuswerk verwaltet die Mittel und gibt sie zweckgebunden weiter. (pm
14)
800.
Todestag Heiliger Franziskus: Tipps für Assisi-Pilger
Im
umbrischen Wallfahrtsort Assisi ist am Wochenende das Jubiläumsjahr aus Anlass
des Todes des heiligen Franziskus vor 800 Jahren eröffnet worden. Was die
Pilger dort erwartet, haben wir Bruder Thomas Freidel OFM Conv. gefragt. Der
Franziskaner-Minorit ist Leiter des Museums der Basilika und deutschsprachiger
Pilgerseelsorger in Assisi. Stefanie Stahlhofen
„Der
Höhepunkt wird natürlich das Franziskusfest sein, am 3. und 4. Oktober, mit dem
Gedenken an den 800. Todestag. Aber es beginnt schon früher. Es
wird gleich im Frühjahr einen besonderen Höhepunkt geben: Es wird das Grab
des Franziskus geöffnet und die Reliquien zur öffentlichen Verehrung sichtbar
gemacht werden. Und das zum allerersten Mal in der Geschichte wirklich für die
Allgemeinheit. Das wird vom 1. bis zum 5. Fastensonntag, also Ende
Februar bis Ende März, geschehen - und es sind schon mehr als 300.000 Personen
angemeldet, die in der Zeit kommen wollen."
Einen
Monat lang, vom 22. Februar bis zum 22. März 2026, werden in der
Franziskus-Basilika in Assisi so zum ersten Mal die sterblichen Überreste des
Heiligen Franziskus der breiten Öffentlichkeit zugänglich gemacht.
Heiliger
Franziskus: Jubiläum 2026 in Assisi - Bruder Thomas Freidel OFM Conv. hat
Hintergründe, Tipps und Infos für Pilger (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)
Es
kommen mehr als 30 Mitbrüder der Franziskaner aus der ganzen Welt zum Helfen
nach Assisi, und es gibt bisher auch bereits mehr als 70 freiwillige Helfer,
berichtet Bruder Thomas. Der Zugang zur gesamten Basilika ist in diesem
Zeitraum übrigens nur nach vorheriger Reservierung möglich. Zum Anmelden gibt
es eine extra Internetseite, bisher auf Italienisch und
Englisch:www.sanfrancescovive.org.
„Es
wird gleich im Frühjahr einen besonderen Höhepunkt geben: Es wird das Grab des
Franziskus geöffnet und die Reliquien zur öffentlichen Verehrung sichtbar
gemacht werden. Und das zum allerersten Mal in der Geschichte“
Verehrung
der Reliquien bewusst vor Ostern
„Uns
war wichtig, dass wir diese Ostensione, wie es auf Italienisch heißt, diese
öffentliche Verehrung der Reliquien einbinden in ein theologisch-spirituell
fundiertes Programm. Die Gruppen, die kommen und die sich anmelden, bekommen
eine geistliche Einführung und noch mal einen eigenen Moment des Gebetes. Die
Begegnung mit Franziskus - auch eben sichtbar in seinen sterblichen Überresten
- soll die Menschen zu einer vertieften Erfahrung führen, zum eigenen
Christsein im Geiste des Franziskus - und das Ganze gerade in der Fastenzeit,
in der Vorbereitung auf Ostern", erklärt Bruder Thomas.
„Uns war wichtig, dass wir diese Ostensione,
wie es auf Italienisch heißt, diese öffentliche Verehrung der Reliquien
einbinden in ein theologisch spirituell fundiertes Programm. Gruppen bekommen
eine geistliche Einführung und einen eigenen Moment des Gebetes“
Papst
Leo XIV. würdigt Franziskus als Friedensstifter
Papst
Leo hat zur Eröffnung der Feierlichkeiten in Assisi, die bis zum 10. Januar
2027 dauern, am Wochenende einen Brief geschickt, in dem er den heiligen
Franziskus als Friedensstifter würdigt - darüber haben sich die Franziskaner in
Assisi natürlich besonders gefreut. Bruder Thomas erinnert daran,
dass Papst Leo XIV. im November 2025 schon zu einem kurzen Besuch in
Assisi war. Und er meint: „Es wird sicherlich noch einen größeren offiziellen
Besuch des Papstes in diesem Jahr irgendwann geben. Wann? Das ist noch nicht
bekannt. Aber natürlich, dass er diesen Akzent setzt und dieses Anliegen des
Friedens betont, ist natürlich ganz in unserem Sinne und letztendlich im Sinne
natürlich des heiligen Franziskus“
„Es
wird sicherlich noch einen größeren offiziellen Besuch des Papstes in diesem
Jahr irgendwann geben. Wann? Das ist noch nicht bekannt. Aber dass er diesen
Akzent setzt und dieses Anliegen des Friedens betont, ist natürlich ganz
in unserem Sinne... und letztendlich im Sinne des heiligen Franziskus, der sich
als Friedensstifter verstanden hat, der Frieden gestiftet hat zwischen
Menschen. Und der ins Heilige Land gereist ist in der Zeit der Kreuzzüge, um
dort Frieden und Versöhnung zu verkünden. Also, es passt ganz genau in die
Lebensbotschaft des Franziskus, und wir freuen uns, dass Papst Leo diesen
Gedanken aufgreift."
Der
Augustinerorden, dem Papst Leo XIV. angehört, stehe dem Franziskanerorden
übrigens nahe: „Das ist ja ein Orden, der unserem recht ähnlich und der
zur selben Zeit entstanden ist. Wir sind mit den Augustinern vielerorts gut
bekannt in der Welt, wo wir tätig sind. Es gibt da also ohnehin schon eine
gemeinsame Ebene, und wir freuen uns, dass er diese Anliegen aufgreift. Wir
werden sehen, was dann in diesem Jahr noch kommen wird."
Ablass
im Jubiläumsjahr
Die
zuständige Bußbehörde im Vatikan hat aus Anlass des
Franziskus-Todes-Jubiläumsjahres einen vollkommenen Nachlass der Sündenstrafen
(Ablass) gewährt. Er kann außer in Assisi gemäß den üblichen
Bedingungen weltweit in jeder Franziskus geweihten Kirche erlangt werden.
Bruder Thomas erinnert daran, dass es diese Möglichkeit schon immer gibt, in
Assisi in der Basilika San Francesco und in der Portiuncula - so heißt das
kleine Kirchlein innerhalb der Basilika Santa Maria degli Angeli in Assisi.
„Das
ist ein besonderes Privileg, dass die Päpste Assisi verliehen haben. Aber das
wird natürlich in diesem Jahr noch mal besonders betont und hervorgehoben
- weil es ja gerade Franziskus war, der für die Kapelle in
der Ebene hier unten dieses Privileg des Papstes bekommen hatte. Er wollte
gerne allen die Möglichkeit geben, auch ohne ins Heilige Land oder sonst
wohin zu pilgern, die Schuld und ihre Folgen (was ja beim Ablass das Thema
ist) aufzuarbeiten und zu heilen."
Neuer
Bischof für Assisi - ein Zeichen
Dieses
Wochenende, pünktlich zum Beginn der Franziskus-Feierlichkeiten in Assisi, hat
Papst Leo XIV. einen neuen Bischof für das Bistum Assisi-Nocera Umbra-Gualdo
Tadino ernannt. Er hat den Rücktritt von Erzbischof Domenico Sorrentino, der
mit 77 schon zwei Jahre über der Altersgrenze ist, angenommen. Zum neuen
Bischof ernannte Papst Leo XIV. den bisherigen Erzbischof des süditalienischen
Erzbistums Benevent, Felice Accrocca:
„Dass
die Ernennung jetzt am Samstag bekanntgegeben wurde, war natürlich noch mal ein
besonderer Akzent bei dieser Feierlichkeit zur Eröffnung des Jubiläumsjahres.
Für uns ist es eine große Freude, denn Felice Accrocca ist sehr gut bekannt mit
der ganzen franziskanischen Familie. Er ist einer der ausgewiesenen Kenner
der franziskanischen Ordensgeschichte und Spiritualität und ist schon oft bei
uns gewesen, auch als Referent bei Tagungen. Wir freuen uns sehr, dass er jetzt
als Erzbischof hierher kommt."
Höflichkeitsbesuch
einer Delegation aus Assisi am Montag, 12. Januar, im Erzbistum Benevento, beim
künftigen neuen Erzbischof Assisis, Felice Accrocca
„Für
uns ist es natürlich eine große Freude, denn Felice Accrocca ist sehr gut
bekannt mit der ganzen franziskanischen Familie. Er ist einer der ausgewiesenen
Kenner der franziskanischen Ordensgeschichte und Spiritualität“
Sein
Amt als neuer Bischof von Assisi wird Felice Accrocca im März antreten.
Domenico Sorrentino, der bisherige Bischof Assisis, der noch bis Amtsantritt
seines Nachfolgers als apostolischer Administrator im Amt bleibt, wird am 19.
März mit einer Messe in der Basilika Santa Maria degli Angeli verbaschiedet. Er
war mehr als 20 Jahre Bischof der Diözese Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino
und später auch des Nachbarbistums Foligno, das inzwischen vom Bischof Assisis
mitbetreut wird. Zusammen zählen die Bistümer rund 150.000 Katholiken in
etwa 100 Pfarreien.
Wichtige
Informationen für Pilger
Der
Leichnam des heiligen Franziskus wird zum Jubiläum aus seinem Grab in der
Krypta geborgen und zu Füßen des Papstaltars in der Unterkirche der Basilika
aufgebahrt. Anlässlich der Öffnung des Grabes und der Verehrung der sterblichen
Überreste des Heiligen werden die Führungen durch die Unter- und Oberkirche mit
Brüdern und Reiseleitern vom 15. Februar 2026 bis zum 6. April 2026, also bis
einschließlich Ostermontag, ausgesetzt werden. Dieser verlängerte Zeitraum
ergibt sich aus den erforderlichen Umbauarbeiten in der Basilika und im
gesamten Konvent vor und nach der öffentlichen Verehrung der Reliquien, die vom
22. Februar bis zum 22. März dauert.
Der
Zugang zur gesamten Basilika ist nur nach vorheriger Reservierung und gemäß den
auf der Website der Veranstaltung angegebenen Modalitäten möglich. Weitere
Informationen unter:www.sanfrancescovive.org
Vom
22. Februar bis zum 22. März 2026 werden auch die privaten Messen
(Gruppenmessen oder Gebetszeiten) in den Kapellen des Sacro Convento
ausgesetzt. Gottesdienste sind nur in Form von Konzelebrationen oder durch
Teilnahme an den mehrsprachigen Messen, die alle in der Oberkirche stattfinden,
zu folgenden Zeiten möglich: Montag bis Freitag um
07:30/09:00/11:00/15:00/17:00 Uhr - Samstags und sonntags um
7:00/9:00/11:00/13:00/15:00/17:00 Uhr.
Ab
Palmsonntag ist der Besuch der Basilika wieder möglich, wenn auch ohne
Führungen am 30.3., am 31.3., sowie am 1. April und - wie seit jeher üblich-
finden ebenfalls ab Gründonnerstag bis Karsamstag keine Führungen statt. Die
Gottesdienste werden, beginnend ab Palmsonntag, wieder wie gewohnt gefeiert.
Führungen
mit Bruder Thomas
Auch
im Jubiläumsjahr gibt es Führungen mit Bruder Thomas Freidel OFM Conv. in
Assisi. Den Brüdern ist es nicht möglich, Führungen oder Gottesdienste an
anderen franziskanischen Stätten in Assisi oder ausserhalb zu halten. Bei der
Anmeldung sind vollständige Angaben bzgl. Datum, gewünschte Uhrzeit und
Personenzahl nötig. Sonst ist keine Planung und Reservierung möglich. Auch die
Adresse des Quartiers und die Dauer des Aufenthalts sind hilfreich. Führungen
sind üblicherweise möglich um 9 oder 16 Uhr (auch 11 oder 14 Uhr), ja nach
Vereinbarung. Die Führung dauert ca. eine Stunde. Für interessierte Gruppen ist
auch ein erweiterter Rundgang durch die Kirche möglich, oder eine Führung durch
das Museum der Basilika.
Der
Treffpunkt ist immer vor dem Informationsbüro unter den Arkaden auf dem Platz
vor dem Eingang zur Unterkirche von San Francesco. Wir holen dann gemeinsam im
Büro die Kopfhörer zum Preis von 3,00 Euro pro Person. Gruppen mit eigenem
Kopfhörersystem bitten wir um einen Beitrag von 2,50 Euro p.P. Diese Beträge
sind keine Eintrittsgebühr, sondern dienen zur Unterhaltung und Restaurierung
der Kirche. Die Führung selbst verstehen wir als einen seelsorglichen Dienst,
für den wir am Ende des Rundgangs eine Spende erbitten.
Sonntags,
sowie an weiteren Feiertagen ist der Besuch der Basilika möglich, aber es sind
keine Führungen erlaubt. Alternativ bietet Bruder Thomas eine Begegnung an, bei
der die wichtigsten Inhalte vermittelt werden.
Eucharistiefeiern
in Assisi
Für
Eucharistiefeiern stehen zur Verfügung: Der Grabaltar in der Krypta (nur
werktags um 8 und 9 Uhr), sowie täglich von 8-18 Uhr immer zur vollen Stunde:
die Kapelle frate Leone (bis 190 Pers.) und die Kapelle San Bonaventura (bis 60
Pers.). Diese liegen im Innenbereich des Klosters, Zugang über die Pforte neben
dem Eingang zur Unterkirche. In den Kapellen können auch Wortgottesdienste ohne
Kommunionfeier gehalten werden. Für grosse Pilgergruppen ist mit
Sondererlaubnis die Zelebration in der Basilica möglich. Herzlich laden wir
zudem ein, zum Besuch der Sonntagsmesse um 10.30 Uhr (in Ital.) oder um 9 Uhr
(in Englisch), beides während der Sommerzeit in der Oberkirche, sowie zum
Besuch der Konventmesse, werktags um 7.15 Uhr in der Unterkirche.
Assisi-Führungen
in Buchform
Aus
Bruder Thomas` Führungen sind zwei Bücher entstanden: „…und verkündet aller
Kreatur…“, und „San Francesco in Assisi - Die Botschaft des heiligen Franziskus
in Bildern“. Sie sind im Klosterladen im Innenhof hinter der Basilika
erhältlich. (pm/vn 14)
Vatikan
und Italien fordern weltweites Verbot der Leihmutterschaft
Die
Leihmutterschaft stellt nach Ansicht des Vatikans eine moderne Form der
Ausbeutung dar, die menschliche Beziehungen entwertet und Kinder zu bloßen
Vertragsobjekten herabwürdigt. Bei einer Dialogveranstaltung am Dienstag in der
italienischen Botschaft beim Heiligen Stuhl forderten Vertreter der Kirche und
der Politik ein entschlossenes internationales Vorgehen gegen die
„Kommerzialisierung des weiblichen Körpers“. Edoardo Giribaldi
Unter
dem Titel „Eine gemeinsame Front für die Menschenwürde“ trafen am
Dienstagnachmittag Erzbischof Paul Richard Gallagher, der vatikanische
Außenbeauftragte, und die italienische Ministerin für Familie und
Chancengleichheit, Eugenia Maria Roccella, im Palazzo Borromeo in Rom
zusammen. Im Zentrum der Debatte stand die Praxis der Leihmutterschaft, die
bereits von Papst Franziskus als „verwerflich“ bezeichnet wurde – eine Linie,
die Papst Leo XIV. jüngst bekräftigte.
Das
Kind ist kein „Produkt“
In
seinem Plädoyer betonte Erzbischof Gallagher, dass die Frage der
Leihmutterschaft die gesamte Menschheit betreffe. Er bezog sich dabei auf die
Neujahrsrede des Kirchenoberhauptes vor dem diplomatischen Korps vom 9. Januar.
Die Verwandlung der Schwangerschaft in eine „verhandelbare Dienstleistung“
verletze die Würde des Kindes, das zum „Produkt“ degradiert werde, sowie die
der Mutter, deren Körper instrumentalisiert werde.
Gallagher
bezeichnete die Praxis als eine „neue Form des Kolonialismus“, die oft die
materielle Not von Frauen in ärmeren Ländern ausnutze. „Die Person kann nicht
Gegenstand einer Transaktion sein, selbst wenn die Praxis als Geste der
Großzügigkeit präsentiert wird“, erklärte der Erzbischof. Hinter juristischen
Formulierungen verberge sich oft der schlichte Verkauf eines Kindes, wobei die
Interessen der Erwachsenen über das Wohl der Kleinsten gestellt würden. Ein
Kind, so Gallagher weiter, bleibe immer ein „Geschenk Gottes“ und dürfe niemals
aus einem vermeintlichen ökonomischen Recht heraus eingefordert werden.
Widerstand
gegen internationale Regulierung
Kritisch
äußerte sich der vatikanische Außenbeauftragte zu Bestrebungen auf
internationaler Ebene, die Leihmutterschaft lediglich zu regulieren, statt sie
zu verbieten. Er warnte davor, dass eine rechtliche Rahmung die Nachfrage nur
weiter anheizen würde. „Das Angebot wird durch den Markt bedingt: Einfachere
und sicherere Verfahren würden mehr Menschen dazu verleiten, auf
Leihmutterschaft zurückzugreifen und somit mehr Kinder zu produzieren, die für
den Verkauf bestimmt sind“, gab Gallagher zu bedenken. Die einzige kohärente
Antwort bleibe daher die vollständige Abschaffung.
Schwangerschaft
ist nicht „vertraglich regelbar“
Die
italienische Ministerin Eugenia Roccella unterstrich die harte Haltung der
italienischen Regierung, die die Leihmutterschaft seit 2024 unter Strafe stellt
– auch wenn diese im Ausland in Anspruch genommen wird. Sie wies den Vorwurf
zurück, dadurch Rechte von Kindern zu beschneiden. Vielmehr gehe es darum, die
„Vertraglichmachung“ von Elternschaft zu verhindern.
Roccella
betonte, dass man bei der Leihmutterschaft niemals von einer „Spende“ sprechen
könne, wie es etwa bei Blut- oder Organspenden der Fall ist. Es gebe nichts
Altruistisches an einer Praxis, die auf kommerziellen Verträgen basiere. Sie
forderte eine stärkere internationale Zusammenarbeit, insbesondere im Rahmen
der Vereinten Nationen, um ein Bewusstsein für die fortschreitende Vermarktung
der Mutterschaft zu schaffen.
Die
Veranstaltung endete mit dem Appell an die diplomatische Gemeinschaft, dem Ruf
des Papstes zu folgen und einen Weg des Respekts vor der menschlichen Person
unter allen Umständen einzuschlagen. Die Kirche, so Gallagher abschließend,
werde sich weiterhin weltweit für die Rechte der Kinder und gegen den
Missbrauch vulnerabler Frauen einsetzen. (vn 14)
Generalaudienz:
Leo XIV. über die revolutionäre Kraft der Offenbarung
Das
Verhältnis zwischen Schöpfer und Geschöpf ist keine Herrschaftsbeziehung,
sondern eine Einladung zur Freundschaft. Dies war die Kernbotschaft, die Papst
Leo XIV. an diesem Mittwochvormittag in der vatikanischen Audienzhalle
verkündete. Im Rahmen seiner neuen Katechesenreihe zum Zweiten Vatikanischen
Konzil widmete er sich der Dogmatischen Konstitution „Dei Verbum - über die
göttliche Offenbarung". Mario Galgano
Vor
tausenden Pilgern erläuterte das Kirchenoberhaupt, dass Jesus Christus die
Beziehung des Menschen zu Gott radikal verändert habe. Unter Berufung auf das
Johannesevangelium („Ich nenne euch Freunde“) machte der Pontifex deutlich,
dass die einzige Bedingung für diesen neuen Bund die Liebe sei. „Gott ist Gott
und wir sind Geschöpfe“, räumte er ein, doch in seinem Sohn habe Gott die
asymmetrische Distanz überbrückt, um uns ihm ähnlich zu machen.
Wort
statt „Geschwätz“
Besonders
eindringlich sprach der Papst über die Natur der Kommunikation. Er zog eine
scharfe Trennlinie zwischen dem authentischen Wort und dem, was er als bloßes
„Geschwätz“ bezeichnete. Während Letzteres an der Oberfläche bleibe und keine
Gemeinschaft stifte, diene das echte Wort dazu, das eigene Wesen zu offenbaren.
In
der Offenbarung rede der unsichtbare Gott aus „überströmender Liebe“ die
Menschen wie Freunde an. Dieser göttliche Dialog vertrage kein Schweigen,
sondern lebe vom Austausch wahrhaftiger Worte. „Gott spricht zu uns als
Verbündeter“, so das katholische Kirchenoberhaupt. Damit dieser Dialog gelinge,
sei die erste notwendige Haltung das aufmerksame Zuhören.
Gebet
als Pflege der Freundschaft
Um
diese göttliche Freundschaft lebendig zu halten, sei das Gebet unverzichtbar.
Der Papst unterschied hierbei zwischen der liturgischen Gemeinschaft und dem
persönlichen Zwiegespräch im Herzen. Er mahnte die Gläubigen, Gott im Gebet
nicht Dinge mitzuteilen, die dieser ohnehin wisse, sondern sich selbst vor ihm
zu offenbaren.
„Nur
wer im Dialog mit Gott steht, kann auch glaubwürdig über ihn sprechen.“
„Im
Tages- und Wochenablauf eines Christen darf die Zeit für das Gebet, die
Meditation und die Besinnung nicht fehlen“, forderte das Oberhaupt der
katholischen Kirche. Nur wer im Dialog mit Gott stehe, könne auch glaubwürdig
über ihn sprechen.
Warnung
vor der „Unaufmerksamkeit“
Zum
Abschluss seiner Vertiefung der Dogmatischen Konstitution „Dei
Verbum - über die göttliche Offenbarung" zog der Pontifex einen
Vergleich zu menschlichen Beziehungen. Erfahrungen lehrten, dass Freundschaften
nicht nur durch dramatische Trennungen, sondern oft durch eine „Reihe von
täglichen Unaufmerksamkeiten“ zerbrechen würden. Er rief die Anwesenden dazu
auf, den Ruf Jesu zur Freundschaft nicht ungehört zu lassen: „Pflegen wir diese
Beziehung, und wir werden entdecken, dass gerade die Freundschaft mit Gott
unser Heil ist.“ (vn 14)
„7
Wochen WERTvoll“. Fastenzeitaktion 2026 für Paare und Familien
Zeit
zu entdecken, was wertvoll ist im Leben: Die Fastenaktion „7 Wochen WERTvoll“
lädt Paare und Familien ein, gemeinsame Werte zu entdecken, zu erleben und zu
feiern. Ab Mitte Februar bis Ostern 2026 erscheint dazu jeweils freitags ein
Brief mit vielfältigen Gesprächsanregungen, Ideen für gemeinsame Aktivitäten,
kleinen Meditationen und Gebeten sowie Gottesdienstvorlagen. Dazu gibt es
jeweils passende Musik- bzw. Videotipps. Initiatorin ist die
Arbeitsgemeinschaft für katholische Familienbildung e. V. (AKF).
„Wir
wünschen uns, dass viele Paare und Familien in den Fastenbriefen eine Quelle
der Ermutigung und Freude finden, die sie in ihrem Alltag stärkt und trägt“,
sagt Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin), Vorsitzender der Kommission für Ehe
und Familie der Deutschen Bischofskonferenz. „Es ist gut, wenn es Zeiten gibt,
die Aus-Zeiten vom Alltag sind. Gerade die Fastenzeit ist eine Chance, nach
innen zu hören und sich von Gott neu ansprechen zu lassen. Deshalb laden wir
Paare, Familien, aber auch alle darüber hinaus Interessierten ein, die
Fastenaktion zu entdecken“, so Erzbischof Koch.
„Werte
geben Halt, besonders in unsicheren Zeiten. Unsere Fastenaktion 2026 regt an,
die sieben Wochen zwischen Aschermittwoch und Ostern als Chance für mehr
Miteinander zu nutzen“, erläutern Lisa Mattern und Franziska Feil,
Koordinatorinnen der 7-Wochen-Aktion bei der AKF.
Die
Briefe gibt es in zwei Varianten: Für Familien mit Kindern im Alter zwischen
fünf und zehn Jahren und für Paare. Interessierte können sich ab sofort online
anmelden:
*
Anmeldung für Familien: www.elternbriefe.de/7Wochen
*
Anmeldung für Paare: www.7wochenaktion.de
Während
der Fastenzeit 2026 bekommen alle Teilnehmenden dann sieben Mal kostenfrei
wöchentlich einen Brief – wahlweise per E-Mail, per SMS oder per Post.
Anmeldeschluss für die Briefe per Postversand ist der 8. Februar 2026. Die
Anmeldung für die digitale Teilnahme ist auch noch bis kurz vor Ostern
möglich.Hintergrund. Die Fastenzeitaktion „7 Wochen WERTvoll“ wird durch die
beteiligten (Erz-)Bistümer und die Arbeitsgemeinschaft für katholische
Familienbildung e. V. (AKF) finanziert und umgesetzt. Ein Team von
Mitarbeiterinnen und Mitarbeitern aus den Ehe- und Familienreferaten der
deutschen Bistümer und der Redaktion der AKF Elternbriefe du+wir hat die Texte
erstellt. Ursprünglich entstand die 7-Wochen-Aktion für Paare im Erzbistum
Köln, die Variante für Familien im Bistum Augsburg. Ein Medienkit sowie
Informationen zur Aktion 2026, zum Redaktionsteam und zu früheren Aktionen sind
unter www.7wochenaktion.de verfügbar.
Herausgeberin
der jährlichen „Fastenbrief-Aktion 7 Wochen“ ist die Arbeitsgemeinschaft für
katholische Familienbildung e. V. (AKF), In der Sürst 1, 53111 Bonn. Unter
www.akf-bonn.de sind weitere Informationen sowie Kontakte zu Ansprechpartnern
zu finden. Dbk 14
„Kirche
in Not“ an Bundeskanzler Merz: Bei Abkommen mit Indien Menschenrechte wahren
Das
weltweite päpstliche Hilfswerk „Kirche in Not“ (ACN) erinnert den deutschen
Bundeskanzler Friedrich Merz daran, die geplanten Kooperationsabkommen mit
Indien mit der Forderung nach der Einhaltung grundlegender Menschenrechte zu
verknüpfen.
„In
Indien ist mit der BJP eine nationalistische Hindu-Partei an der Macht, die
erhebliche Einschränkungen der Religionsfreiheit im Land durchgesetzt hat“,
sagte der Geschäftsführer von „Kirche in Not“ Deutschland, Florian Ripka,
anlässlich des jüngsten Besuchs von Bundeskanzler Merz in Indien. „So gelten in
zwölf indischen Bundesstaaten ‚Anti-Konversionsgesetze‘, die eine freie
Religionswahl de facto unmöglich machen.“ Zudem würde das „Gesetz zur
Regulierung ausländischer Zuwendungen“ dazu missbraucht, die Zulassung
nicht-hinduistischer religiöser Nichtregierungsorganisationen zu unterbinden.
„Indien ist ein Beispiel für die ‚hybride Verfolgung‘ Andersgläubiger durch
staatliche Repressionen und die faktische Tolerierung gewalttätiger Mobs“,
betonte Ripka. Da die Wahrung grundlegender Menschenrechte oberster Anspruch
der deutschen Bundesregierung sei, müsse dieser Anspruch auch bei der geplanten
vertieften Zusammenarbeit zwischen Deutschland und Indien gewahrt bleiben.
„Kirche
in Not“ (ACN) ist ein weltweites päpstliches Hilfswerk, das jährlich über 5000
Hilfsprojekte in Afrika, Asien, Lateinamerika und Osteuropa umsetzt. Alle zwei
Jahre gibt es einen umfassenden Bericht über die Lage der Religionsfreiheit
weltweit heraus. Der aktuelle Bericht von 2025 stuft Indien als Land ein, in
dem teilweise religiöse Verfolgung herrscht. Die Ergebnisse des Berichts
„Religionsfreiheit weltweit“ 2025 sind online unter
www.religionsfreiheit-weltweit.de offen zugänglich. Kin 14
Das
neue Heft des vatikanischen Magazins „Piazza San Pietro“, herausgegeben von
Pater Enzo Fortunato, widmet sich in seiner Januar-Ausgabe der drängendsten
Notwendigkeit der Gegenwart: dem Frieden. Neben einem Gastbeitrag von
UN-Generalsekretär António Guterres sorgt vor allem die Antwort des Pontifex
auf den Brief einer entmutigten Schweizer Katechetin für Aufsehen. Mario
Galgano
In
Großbuchstaben prangt das Wort „FRIEDE“ auf dem neuen Cover des vatikanischen
Monatsmagazins. Es sei als ein Schrei aus dem Herzen der Christenheit zu
verstehen, so die Redaktionsverantwortlichen. Unterstrichen werde es durch
prominente Stimmen, die in der Ausgabe vorkommen. UN-Generalsekretär António
Guterres bezeichnet den Frieden in seinem Leitartikel als den „Imperativ
unserer Zeit“. Ergänzt wird die Ausgabe durch Reflexionen über den Abschluss
des Heiligen Jahres der Hoffnung und einen Essay des italienischen
Schriftstellers Gianrico Carofiglio, der die Krise als Chance für neue
„Klarheit und Verantwortung“ deutet.
„Die
Pflänzchen wachsen nur schwer“
Wie
in den bisherigen Ausgaben eröffnet das Heft mit einem Dialog zwischen dem
Kirchenoberhaupt und der Leserschaft. In dieser Ausgabe antwortet Papst Leo
XIV. der 50-jährigen Nunzia, einer Katechetin aus der Schweizer Gemeinde
Laufenburg. Mit viel Herzblut berichtet sie von ihrem jahrzehntelangen
Engagement, schildert aber auch eine ernüchternde Realität: „Ich säe, aber die
Pflänzchen wachsen nur schwer. Kinder und Familien bevorzugen Sport und Feste.“
Nunzia
beschreibt ein Bild, das viele engagierte Christen in Europa kennen: Das
Vertrauen in Gott scheint zu schwinden, Eltern sind oft gleichgültig gegenüber
der religiösen Praxis, und die Kirchenbänke am Sonntag füllen sich fast nur
noch mit Senioren. In ihrem Brief bittet sie den Nachfolger Petri um ein Gebet
für die ihr anvertrauten Jugendlichen und um den Mut, trotz des „dürren Bodens“
nicht aufzugeben.
Die
Antwort des Pontifex: Qualität vor Quantität
In
seiner Antwort greift Leo XIV. die Sorgen der Schweizerin auf und stellt sie in
den größeren Kontext der „alten Christenheit“ in Europa. Er betont, dass die
Stunden, die der Glaubensunterweisung gewidmet sind, niemals verschwendet seien
– auch wenn die Teilnehmerzahl verschwindend gering sei.
„Das
Problem sind nicht die Zahlen – die uns natürlich zum Nachdenken bringen –,
sondern das immer offensichtlicher werdende Fehlen eines Bewusstseins, sich als
Kirche zu fühlen“, schreibt der Pontifex. Er warnt davor, die Kirche lediglich
als Dienstleister für das „Sakrale“ oder die Sakramente aus bloßer Gewohnheit
zu betrachten. Stattdessen seien alle Gläubigen gerufen, sich als lebendige
Glieder am Leib Christi zu begreifen.
Ein
Zeugnis der Freude
Der
Pontifex weist Nunzia und allen, die unter ähnlichen Schwierigkeiten leiden,
einen Weg der Hoffnung: „Als Christen brauchen wir immer die Bekehrung. Und wir
müssen sie gemeinsam suchen“. Er erinnert daran, dass die Tür zum Glauben – das
Herz Christi – immer weit offen stehe.
Abschließend
ruft er dazu auf, die „Freude des Evangeliums“ und die Hoffnung der
Auferstehung zu bezeugen. In einer Zeit der schwindenden Zahlen sei es die
authentische Ausstrahlung des Einzelnen, die den Unterschied mache. (vn 13)
Kardinal
Marx sieht Demokratie in Gefahr
Der
Münchner Kardinal Reinhard Marx blickt mit Sorge auf den Zustand der
Gesellschaft.
„Die Demokratie ist in schweren Gewässern“,
sagte Marx am Montag in Bonn. Wie zerbrechlich diese Demokratie sei, hätten
viele allzu lange unterschätzt. Dabei zeige ein Blick auf die Anfänge des
NS-Regimes, wie schnell die Verhältnisse kippen könnten. „Man wird unruhig“, so
Marx.
Eindringlich
rief der Kardinal zur Verteidigung der Menschenwürde auf. In diesem
Zusammenhang sei auch die Kirche gefragt: „Kirche muss den Mund aufmachen“. Von
vielen Seiten würden die Errungenschaften der Moderne inzwischen infrage
gestellt, beklagte der Erzbischof von München und Freising. Er habe sich zu
Beginn seiner beruflichen Laufbahn nicht träumen lassen, dass Kirche einmal zur
Verteidigerin von Freiheit und Aufklärung werden müsse.
Für
eine freie und offene Gesellschaft
Gerade
mit ihrem Engagement im Medienbereich wolle Kirche in die Gesellschaft
hineinwirken, fügte der Vorsitzende der Publizistischen Kommission der
Deutschen Bischofskonferenz hinzu. Eine Kirche, die sich zurückziehe oder die
Welt als einen Unglücksfall betrachte – „das wollen wir nicht“, so Marx: „Wir
wollen eine freie, offene Gesellschaft“.
Mit
Vorsicht kommentierte Marx eine Äußerung von Papst Leo zum Thema
Meinungsfreiheit. Er hätte sich gewünscht, dass der Papst hier konkreter
geworden wäre, sagte Marx. In seiner ersten Neujahrsansprache an die beim
Vatikan akkreditierten Diplomaten hatte Leo XIV. eine zunehmende Einschränkung
der Meinungs- und Gewissensfreiheit in der westlichen Welt beklagt. Aus seiner
Sicht, so Marx, wäre es besser gewesen, der Papst hätte hier konkretere
Beispiele genannt.
Marx
äußerte sich bei einem Fest des Medienunternehmens PubliKath . Die PubliKath
GmbH ist aus der Umstrukturierung des Katholischen Medienhauses hervorgegangen.
Zu ihr gehören die Katholische Nachrichten-Agentur (KNA), die
Internetplattformen katholisch.de und filmdienst.de sowie mehrere
Partnerportale. (kna 12)
Parolin
in Brüssel: Appell zu christlicher Kühnheit in fragilem Europa
Zur
800-Jahr-Feier der Brüsseler Kathedrale St. Michael und St. Gudula hat
Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin am Sonntag am Fest der Taufe des Herrn
die Heilige Messe gefeiert. Vor Vertretern aus Kirche und Politik spannte der
päpstliche Legat den Bogen von der Geschichte des Bauwerks zur spirituellen
Zukunft eines krisengeschüttelten Europas. Mario Galgano - Vatikanstadt
Kardinalstaatssekretär
Pietro Parolin nutzte das 800-jährige Jubiläum der Brüsseler Kathedrale für
eine Standortbestimmung. Seine Botschaft im „politischen Labor“ Europas war
deutlich: Die Kirche darf nicht in der Bedeutungslosigkeit versinken – und Europa
darf seine Wurzeln nicht aus Angst kappen. Parolin spannte den Bogen von
der Architektur zur Ideologie. Wer heute auf den Hügel der Kathedrale blickt,
sehe nicht nur ein Denkmal, sondern laut Parolin das Ergebnis einer „langsamen
Reifung“. Sein Argument: So wie dieses Bauwerk acht Jahrhunderte lang Kriege,
Revolutionen und den Wandel der Zeit überdauerte, so müsse auch der Glaube
heute als stabilisierende Kraft in einer volatilen Welt verstanden werden.
In
einer Stadt, die wie keine andere für das moderne, säkulare Europa stehe,
sprach er von einer „tiefen Zerbrechlichkeit“. Er diagnostizierte eine
europäische Gesellschaft, die von inneren Brüchen und kollektiven Ängsten
geplagt sei.
Zurück
zu Schuman und Adenauer
Besonders
bemerkenswert war Parolins Rekurs auf die Gründerväter der europäischen
Einigung. Indem er Robert Schuman, Konrad Adenauer und Alcide De Gasperi
explizit nannte, erinnerte er die heutigen Entscheidungsträger in den
nahegelegenen EU-Institutionen daran, dass das Projekt Europa ursprünglich auf
einem christlich-humanistischen Fundament stand.
Parolins
Kernthese: Europa braucht keine rein „technischen Lösungen“. Er positionierte
die Kirche als Anbieterin von Werten, die jedem politischen Kalkül vorausgehen
müssten – allen voran die unantastbare Würde der Person. In Zeiten, in denen
Abschottung und geopolitische Spannungen zunehmen, klang sein Appell für einen
Frieden, der nicht auf dem „Gleichgewicht der Angst“ fußt, wie ein direkter
Kommentar zur aktuellen Weltlage.
Die
Angst vor der Irrelevanz
Ebenso
selbstkritisch wie strategisch zeigte sich der Kardinal beim Blick auf die
eigene Institution. Er sprach ein Problem an, das die Kirche in Westeuropa seit
Jahrzehnten umtreibt: die drohende Bedeutungslosigkeit. Parolin drehte das
Argument jedoch um. Nicht die schrumpfende Zahl der Gläubigen sei das Problem,
sondern der Verlust an „evangelialer Kühnheit“.
Die
Kirche, so das Bild des Kardinalstaatssekretärs, solle keine
Parallelgesellschaft bilden, aber auch nicht in der Weltlichkeit aufgehen. Sie
müsse eine „begleitende Präsenz“ sein, die den Mut hat, unbequeme Wahrheiten
auszusprechen. (vn 12)
25.
Internationales Bischofstreffen im Heiligen Land
Erzbischof
Bentz: „Trotz aller Verletzungen nach Frieden suchen“
Vom
17. bis 21. Januar 2026 findet das 25. Internationale Bischofstreffen im
Heiligen Land statt. 13 Bischöfe aus zehn Ländern Europas und Nordamerikas
kommen in Jerusalem zusammen, um ihre Verbundenheit mit den dort lebenden
Christinnen und Christen zum Ausdruck zu bringen und rund drei Monate nach
Beginn des Waffenstillstands zwischen Israel und der Terrororganisation Hamas
Menschen und Projekte zu besuchen, die sich vor Ort für Dialog und Versöhnung
einsetzen. Die Deutsche Bischofskonferenz wird durch den Vorsitzenden der
Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer Osten, Erzbischof Dr. Udo Markus Bentz
(Paderborn), vertreten. Das Treffen steht unter dem Leitwort „Land der
Verheißung: Begegnung mit Menschen der Hoffnung“.
„Terror
und Krieg haben in den zurückliegenden beiden Jahren das Leben im Heiligen Land
bestimmt. So ist es kein Wunder, dass Verlusterfahrungen, Resignation und
Sorgen angesichts einer ungewissen Zukunft immer noch den Alltag vieler
Menschen in Israel und Palästina prägen. An jedem Tag stellt sich die Frage, ob
die fragile Waffenruhe hält oder erneut Gewalt ausbricht. In dieser Atmosphäre
von Ungewissheit und Angst bleibt die Hoffnung auf echte Versöhnung und
nachhaltigen Frieden schwer greifbar. Vor diesem Hintergrund kommen wir Bischöfe
nach Jerusalem, um uns mit den Menschen und insbesondere den Christen in der
Region zu solidarisieren, gemeinsam zu beten und zu erfahren, wo trotz aller
Verletzungen Hoffnung für ein neues, friedliches Miteinander von Israelis und
Palästinensern wachsen kann. Die richtigen politischen Rahmenbedingungen für
einen nachhaltigen Frieden sind von größter Bedeutung. Der Frieden hängt
aber auch von den Menschen vor Ort ab – von ihrem Willen und Mut, trotz Gewalt
und Traumatisierungen Brücken zu bauen“, so Erzbischof Bentz mit Blick auf das
anstehende Treffen.
Geplant
sind Gespräche mit dem Lateinischen Patriarchen von Jerusalem, Kardinal
Pierbattista Pizzaballa, und dem Pfarrer der Pfarrei Heilige Familie in
Gaza-Stadt, Gabriel Romanelli, der in Jerusalem sein bzw. aus Gaza zugeschaltet
wird. Zudem sind Begegnungen mit Vertretern von Organisationen vorgesehen, die
sich für Dialog und Versöhnung zwischen Israelis und Palästinensern sowie
zwischen Juden, Christen und Muslimen einsetzen. Dazu zählen unter anderem das
„Rossing Center for Education and Dialogue“ und die „Rabbis for Human Rights“.
Neben Jerusalem sind Besuche in den palästinensischen Orten Bethlehem und
Taybeh geplant.
An
dem diesjährigen Bischofstreffen werden neben Erzbischof Bentz teilnehmen: Aus
der Bischofskonferenz von England und Wales Bischof Nicholas Hudson,
Vorsitzender der Holy Land Coordination (Plymouth) und Weihbischof James Curry
(London), aus der Französischen Bischofskonferenz Bischof em. Michel Dubost CIM
(Evry-Corbeil-Essonnes) und Erzbischof Antoine Hérouard (Dijon), aus der
Irischen Bischofskonferenz Weihbischof Paul Dempsey (Dublin), aus der
Italienischen Bischofskonferenz Bischof Nicolò Anselmi (Rimini), aus der
Schottischen Bischofskonferenz Erzbischof William Nolan (Glasgow), für die
Skandinavische Bischofskonferenz Bischof em. Pierre Bürcher (Rejkjavik), aus
der Spanischen Bischofskonferenz Erzbischof em. Joan Enric Vives Sicília
(Urgell), aus der Kanadischen Bischofskonferenz Bischof Christian Rodembourg
MSA (Saint-Hyacinthe) und aus der US-Amerikanischen Bischofskonferenz Bischof
Joseph Kopacz (Jackson) sowie für die maronitische Eparchie Bischof Abdallah
Elias Zaidan (Los Angeles).
Hintergrund.
Das Internationale Bischofstreffen verfolgt das Ziel, Christen und Kirchen im
Heiligen Land in ihrem Einsatz für Gerechtigkeit, Frieden und Verständigung
zwischen den Völkern und Religionsgemeinschaften zu unterstützen und die
Verbindung der Weltkirche mit ihnen zu festigen. Die Bischöfe besuchen während
ihres Treffens als Pilger die Heiligen Stätten im Land und feiern dort
Gottesdienste. Dbk 12
Papst
zur Taufe des Herrn: Mit Gott findet das Leben Erlösung
Papst
Leo XIV. hat diesen Sonntag in der Sixtinischen Kapelle im Vatikan 20 Kinder
getauft und sie damit in die katholische Kirche aufgenommen. In seiner Predigt
unter den berühmten Fresken Michelangelos warb das katholische Kirchenoberhaupt
für die Kindstaufe. Und er betonte: „Das ist das Sakrament, das wir heute für
eure Kinder feiern: Weil Gott sie liebt, werden sie Christen, unsere Schwestern
und Brüder." Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt
Es
ist gute Tradition, dass Päpste zum Fest Taufe des Herrn Kinder taufen - für
den neuen Papst Leo XIV. war es diesen Sonntag das erste Mal. In der
sixtinischen Kapelle war er am 8. Mai 2025 zum neuen Papst gewählt worden. Nun
spendete Papst Leo an eben diesem Ort bei der feierlichen Messe das
Taufsakrament dem Nachwuchs von Vatikanangestellten - acht Mädchen und zwölf
Jungen waren es. In seiner Predigt warb der Papst auch explizit für die
Kindstaufe: „Die Kinder, die ihr jetzt in den Armen haltet, sind zu neuen
Geschöpfen geworden. So wie sie von euch Eltern das Leben empfangen haben, so
empfangen sie nun auch den Sinn, es zu leben: den Glauben. Wenn wir wissen,
dass etwas gut und wichtig ist, suchen wir es sofort für diejenigen, die wir
lieben. Wer von uns würde Neugeborene ohne Kleidung oder Nahrung zurücklassen,
in der Hoffnung, dass sie als Erwachsene selbst entscheiden, wie sie sich
kleiden und was sie essen wollen? Meine Lieben, wenn Nahrung und Kleidung zum
Leben notwendig sind, dann ist der Glaube mehr als notwendig, denn mit Gott
findet das Leben Erlösung."
Zum
Hören: Papst Leo XIV. tauft 20 Kinder zum Fest Taufe des Herrn - Mit Gott
findet das Leben Erlösung (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)
„Wenn
wir wissen, dass etwas gut und wichtig ist, suchen wir es sofort für
diejenigen, die wir lieben. Wer von uns würde Neugeborene ohne Kleidung oder
Nahrung zurücklassen, in der Hoffnung, dass sie als Erwachsene selbst
entscheiden, wie sie sich kleiden und was sie essen wollen?“
Video:
Highlights der Messe mit Papst Leo XIV., der auch 20 Kinder in der Sixtinischen
Kapelle im Vatikan tauft, 11.1.2026
Gott
ist da, wo wir ihn nicht erwarten
Die
Bibel beschreibt die Taufe Jesu im Matthäusevangelium so: Jesus ging zu
Johannes, um sich im Jordan taufen zu lassen, was Johannes zunächst ablehnt,
weil er meint, Jesus müsse ihn taufen und nicht umgekehrt, worauf Jesus sagt:
„Lass es nur zu! Denn so können wir die Gerechtigkeit ganz erfüllen. Da gab
Johannes nach. Dazu erklärte Papst Leo in seiner Predigt:
„Wie
ein Licht in der Finsternis lässt sich der Herr dort finden, wo wir ihn nicht
erwarten: Er ist der Heilige unter den Sündern, der unter uns wohnen will, ohne
Abstand zu halten, sondern im Gegenteil alles Menschliche bis zum Äußersten auf
sich nimmt. „Lass es zu“, antwortet Jesus Johannes, „denn so gebührt es uns,
alle Gerechtigkeit zu erfüllen“ (V. 15). Welche Gerechtigkeit? Die
Gerechtigkeit Gottes, der in der Taufe Jesu unsere Rechtfertigung vollbringt:
In seiner unendlichen Barmherzigkeit macht uns der Vater durch seinen Christus,
den einzigen Erlöser aller, gerecht. Wie geschieht das? Derjenige, der von
Johannes im Jordan getauft wird, macht diese Geste zu einem neuen Zeichen des
Todes und der Auferstehung, der Vergebung und der Gemeinschaft. Das ist das
Sakrament, das wir heute für eure Kinder feiern: Weil Gott sie liebt, werden
sie Christen, unsere Schwestern und Brüder."
„Das
ist das Sakrament, das wir heute für eure Kinder feiern: Weil Gott sie liebt,
werden sie Christen, unsere Schwestern und Brüder“
An
die Eltern der Täuflinge richtete der Papst in seiner Predigt die Worte:
„Sicherlich wird der Tag kommen, an dem sie zu schwer werden, um sie auf den
Armen zu halten; und es wird auch der Tag kommen, an dem sie euch stützen
werden. Die Taufe, die uns in der einen Familie der Kirche vereint, heilige zu
jeder Zeit alle eure Familien und schenke der Liebe, die euch verbindet, Kraft
und Beständigkeit." Das katholische Kirchenoberhaupt hatte später auch
noch ein Geschenk für die Eltern: Eine Medaille mit der Gottesmutter
Maria.
„Die
Taufe, die uns in der einen Familie der Kirche vereint, heilige zu jeder Zeit
alle eure Familien und schenke der Liebe, die euch verbindet, Kraft und
Beständigkeit“
Beim
Taufakt goss der Papst den Kindern persönlich Weihwasser über den Kopf, sprach
die Taufformel mit jeweiligem Namen und taufte die Babys im Namen des
dreifaltigen Gottes. Zu diesem und den weiteren Taufriten führte Leo in seiner
Predigt zuvor aus:
„Das
Wasser aus dem Taufbecken ist die Waschung im Heiligen Geist, die von allen
Sünden reinigt; das weiße Gewand ist das neue Kleid, das Gott Vater uns für das
ewige Fest seines Reiches schenkt; die am Osterkerzenleuchter entzündete Kerze
ist das Licht des auferstandenen Christus, das unseren Weg erleuchtet. Ich
wünsche Ihnen, dass Sie diesen Weg mit Freude im gerade begonnenen Jahr und Ihr
ganzes Leben lang fortsetzen können, in der Gewissheit, dass der Herr Sie immer
begleiten wird."
Musikalisch
passend umrahmt wurde die feierliche Papst-Messe mit den Kindstaufen in der
Sixtina vom berühmten dort angesiedelten Päpstlichen Chor der Sixtinischen
Kapelle. (vn 11)
Papst
beim Konsistorium: „Synodalität ist keine Organisationstechnik“
Mit
einem eindringlichen Appell zur missionarischen Kreativität und einer klaren
Absage an kirchliche Selbstbezogenheit hat Papst Leo XIV. am Donnerstagabend
das Außerordentliche Konsistorium im Vatikan abgeschlossen. In der Ansprache,
die an diesem Samstag offiziell vom vatikanischen Pressesaal veröffentlicht
wurde, betonte der Pontifex, dass die Kirche keinen Stillstand kenne: „Gott
offenbart sich, und nichts kann unbeweglich bleiben.“ Mario Galgano
Zwei
Tage lang berieten die anwesenden Kardinäle aus aller Welt hinter
verschlossenen Türen über die Implementierung der Synodalität und die Reform
der Römischen Kurie. Nachdem die Beratungen am Donnerstagabend in privatem
Rahmen endeten, veröffentlichte das Presseamt des Heiligen Stuhls den
vollständigen Wortlaut der päpstlichen Schlussworte an diesem Samstagmorgen.
Leo XIV. kündigte darin an, dass dieser neue Stil der kollegialen Beratung
verstetigt werden soll – das nächste Treffen ist rund um die Tage des römischen
Patronatsfestes von Peter und Paul im Juni dieses Jahres angesetzt.
Synodalität
als geistliches Werkzeug
Leo
XIV. stellte klar, dass der synodale Prozess, den die Kirche derzeit
beschreitet, weit über bürokratische Strukturen hinausgehe. „Wir haben eine
Erfahrung von Synodalität gemacht, die nicht als Organisationstechnik gelebt
wurde, sondern als Instrument, um im Zuhören und in den Beziehungen zu
wachsen“, so der Papst. Er ermutigte die Kardinäle, das Zweite Vatikanische
Konzil weiterhin als „Kompass“ zu nutzen. Dieser Weg der Erneuerung sei ein
„lebendiger Prozess der Bekehrung“.
Offene
Worte zur Missbrauchskrise
Obwohl
es kein expliziter Schwerpunkt der Tagesordnung war, griff der Papst ein Thema
auf, das er als „offene Wunde im Leben der Kirche“ bezeichnete: die Krise des
sexuellen Missbrauchs. In einer Passage mahnte er die Kardinäle, die Opfer
niemals abzuweisen. „Oft war der Schmerz der Opfer deshalb stärker, weil sie
nicht aufgenommen und angehört wurden“, klagte der Pontifex laut dem nun
veröffentlichten Text. Der Skandal in der Kirche entstehe oft dann, wenn „die
Tür geschlossen bleibt“. Zuhören sei hier eine fundamentale geistliche Pflicht
der Hirten.
Reform
der Kurie und Ausblick auf 2028
Ein
weiteres zentrales Thema war die Umsetzung der Kurienreform Praedicate
Evangelium. Der Papst bekräftigte sein Engagement, die vatikanischen Behörden
so umzugestalten, dass sie den Ortskirchen wirksam dienen können, anstatt sie
zu bevormunden. Er verwies zudem auf die nächste große Etappe des synodalen
Weges: die für das Jahr 2028 geplante große Kirchenversammlung.
Abschließend
schlug Leo XIV. die Brücke zum gerade beendeten Heiligen Jahr. Auch wenn die
Heilige Pforte nun geschlossen sei, bleibe die „Tür der Liebe Christi“ für alle
Menschen, insbesondere für die Leidenden in den Kriegsgebieten der Welt, stets
weit offen. (vn 10)
Papst
Leo XIV. an Jugend Roms: Wir können eine Welt des Friedens schaffen
Diesen
Samstagabend hat Papst Leo XIV., der auch Bischof von Rom ist, sich Zeit für
die Jugend seiner Diözese genommen. Zahlreiche Kinder, Jugendliche und junge
Erwachsene waren dabei. In der rappelvollen vatikanischen Audienzhalle hörte
das katholische Kirchenoberhaupt Erfahrungsberichte und gab Tipps - etwa gegen
Einsamkeit und Krieg. Oft sprach Leo auch frei - zum Beispiel, als er erneut
seine Trauer angesichts der vielen toten jungen Leute beim Neujahrsunglück in
der Schweiz bekundete. Von Stefanie Stahlhofen
„Wir
alle haben wahrhaftig diese Trauer und diesen Schmerz gespürt angesichts der 40
jungen Leute, die in Crans-Montana ihr Leben verloren haben. So
müssen auch wir uns daran erinnern, dass das Leben so wertvoll ist, dass wir
nie all jene vergessen dürfen, die leiden. Leider sind diese Familien noch im
Schmerz, sie müssen nun Wege suchen, diesen Schmerz zu überwinden. Auch deshalb
ist unser Gebet wichtig, unsere Einheit: Mögen wir immer geeint sein, als
Freunde, als Geschwister", lautete der spontane emotionale Appell des
Papstes. Im Skiort Crans-Montana in der Schweiz war bei einer Neujahrsfeier ein
Brand ausgebrochen und 40 junge Leute gestorben; zahlreiche weitere wurden
verletzt.
„Leider
sind diese Familien noch im Schmerz, sie müssen nun Wege suchen, diesen Schmerz
zu überwinden. Auch deshalb ist unser Gebet wichtig, unsere Einheit: Mögen wir
immer geeint sein, als Freunde, als Geschwister“
Das
Gedenken an die Opfer war nicht der einzige Exkurs des Papstes an diesem
Samstagabend. Oft unterbrach der 70-jährige seine vorbereitete Rede und sprach
frei. Die Atmosphäre in der prall geüllten Audienzhalle war von Beginn an
herzlich - „Papst Leo" rufe und Applaus schon zu Beginn, als der Papst,
der zuvor spontan noch weitere Jugendliche auf dem Petersplatz begrüßt hatte,
in der Audienzhalle zahlreiche junge Hände schüttelte, bevor er seinen Platz
einnahm. Der 25-jährige Matteo war sichtlich emotional, als er stellvertretend
für die Jugend Roms zu ihrem Bischof sprach: „Lieber Papst Leo, wir haben dich
lieb, du bist nicht allein".
„Lieber
Papst Leo, wir haben dich lieb, du bist nicht allein“
Er
umarmte den Papst am Ende auch feste. Zuvor berichtete Matteo jedoch von der
Einsamkeit vieler junger Leute - von Depressionen, Selbstverletzungen,
fehlender Liebe in der Familie und falschen Freunden.
Papst
Leo und seine Nichte
Papst
Leo ging darauf in seiner Rede ein und berichtete, abweichend vom vorbereiteten
Text, einer Nichte von ihm gehe es oft ähnlich:
„Kurz
bevor ich hier her kam, habe ich eine Nachricht einer Nichte bekommen, auch
eine Jugendliche, sie sagte mir: Onkel, wie machst du das, mit all den
Problemen auf der Welt, all den Sorgen? Und die gleiche Frage wie ihr: Fühlst
du dich nicht alleine? Wie schaffst du es, weiterzumachen? Und die Antwort - in
großen Teilen: Seid ihr! Denn wir sind nicht alleine!". Dann kehrte Leo
zum vorbereiteten Text zurück und führte aus:
„Ein
Leben aus ,Links` ohne echte Verbindung, oder aus ,Likes` ohne echte Gefühle
enttäuscht uns, denn wir sind für die Wahrheit gemacht: Wenn sie fehlt, leiden
wir. Wir sind für das Gute gemacht“
„Ein
Leben aus ,Links`ohne echte Verbindung, oder aus ,Likes`ohne echte Gefühle
enttäuscht uns, denn wir sind für die Wahrheit gemacht: Wenn sie fehlt, leiden
wir. Wir sind für das Gute gemacht, aber falsche Freuden einer
Wegwerfgesellschaft trügen diesen Wunsch, der in uns ist."
Gott
lässt einen nie alleine
Der
Papst riet, sich auf den Glauben an Gott zu besinnen und auf andere Menschen
zuzugehen:
„Dieser
Glaube, der uns im inneren unseres Herzens wirklich wissen lässt, auch in
schwierigen Momenten, wenn wir uns einsam fühlen, wenn wir nicht wissen, was
wir tun sollen, wenn wir uns an die Schönheit des Glaubens erinnern, die
Schönheut der Freude, jung zu sein, zusammen zu sein, gemeinsam zu suchen - so
wissen wir, dass wir nie alleine sind, denn Jesus ist bei uns! "
„So
wissen wir, dass wir nie alleine sind, denn Jesus ist bei uns!“
Der
Papst lud alle ein, die Hoffnung, die Jesus in ihr Leben bringe, mit anderen zu
teilen und gemeinsam zu „Konstukteuren der Gemeinschaft und
Geschwisterlichkeit" zu werden.
Wir
können eine Welt des Frieden schaffen
Zwei
Zwillinge, Francesca und Michela, wollten von Papst Leo wissen, wie es in einer
Welt voller Gewalt, Konflikte und Kriege wohl möglich sein könnte, dem etwas
entgegenzusetzen und durch den Glauben und das eigene Leben nach dem Evangelium
die Welt zu verwandeln. Papst Leo sagte ihnen und allen, aus der Begegnung mit
Jesu komme die Kraft, das eigene Leben und die Gesellschaft zu verändern. Unter
Applaus sagte Papst Leo in freier Rede:
„Der
Friede ist die Frucht der Liebe die Gott in uns sät“
„Der
Friede ist die Frucht der Liebe die Gott in uns sät: Indem wir sie spüren,
können wir sie teilen und uns hingeben für jene, die sich nicht geliebt fühlen,
für all die Kleinen, die besondere Aufmerksamkeit brauchen, für all jene,
die sich von uns eine Geste der Vergebung erwarten. Liebe junge Leute, möge
euer Einsatz in der Gesellschaft, in der Politik, in Familie und Schule und in
der Kirche, von Herzen kommen - so wird er Frucht bringen. Möge euer Einsatz
von Gott ausgehen, so wird er heilig sein. "
„Ihr
habt mir schon gezeigt, dass ihr euch selbst ändern könnt und Beziehungen der
Freundschaft aufbauen. So können wir die Welt ändern, so können wir eine Welt
des Friedens schaffen.“
Der
Papst machte auch allen Mut, ihren Glauben zu leben und zu verbreiten und sich
nicht entmutigen zu lassen: „Erwartet euch nicht, dass die Welt euch mit
offenen Armen aufnimmt, Werbung für Konsumprodukte hat mehr Publikum als ein
Glaubenszeugnis, das wirkliche Freundschaft schaffen will. Handelt also mit
Freude und Durchhaltevermögen, in dem Wissen: Um die Welt zu verändern, müssen
wir zuerst uns selbst verändern. Und ihr habt mir schon gezeigt, dass ihr euch
selbst ändern könnt und Beziehungen der Freundschaft aufbauen. So können wir
die Welt ändern, so können wir eine Welt des Friedens schaffen."
„Werbung
für Konsumprodukte hat mehr Publikum als ein Glaubenszeugnis, das wirkliche
Freundschaft schaffen will. Handelt also mit Freude und Durchhaltevermögen, in
dem Wissen: Um die Welt zu verändern, müssen wir zuerst uns selbst verändern“
Was
Papst Leo der Jugend wünscht
Was
er selbst scih von der Jugend wünsche? Auf diese Frage antwortete Leo ebenfalls
auch in freier Rede: „In meinen Gebeten erbitte ich für jeden von euch ein
gutes und wahres Leben, gemäß dem Willen Gottes. Kurz gesagt: Ich hoffe auf ein
heiligmäßiges Leben für euch. (...) Und wenn wir wirklich Heilige sein
wollen, müssen wir mit einem gesunden Lebensstil anfangen und uns gegenseitig
helfen, auch dabei, wie wir Dinge vermeiden können ... Abhängigkeiten, viele
Situationen, die junge Leute leider erleben." Hier gelte es, den Glauben
zu bezeugen und zu leben und echte Freunde zu sein und sich auch nicht vor
Verantwortung zu scheuen.
„Wenn
wir wirklich Heilige sein wollen, müssen wir mit einem gesunden Lebensstil
anfangen und uns gegenseitig helfen, auch dabei, wie wir Dinge vermeiden können
... Abhängigkeiten, viele Situationen, die junge Leute leider erleben“
Der
20-jährige Francesco berichtete dem Papst von der Suche nach dem Sinn vieler
junger Leute, die sich in der Welt oft verloren fühlten, antriebslos und
verängstigt seien. Auch diesbezüglich empfahl Papst Leo, zu beten und sich an
der Gottesmutter Maria und den Heiligen zu orientieren.
Weltjugendtag
im Kleinen - Dank fürs Heilige Jahr
Gute
Stimmung, Musik, viele junge Leute - dieser Samstagabend war ein bisschen ein
Weltjugendtag im Kleinen - auch Papst leo XIV. erinnerte in seiner Rede in der
vatikanischen Audienzhalle an die große Jugend-Begegnung zum Heiligen Jahr im
August 2025 in Rom.
„Wie
ihr die jungen Leute aus aller Welt während des Heiligen Jahrs empfangen habt -
das ist wirklich großartig gewesen!"“
„Ich
möchte auch unterstreichen, dass es so ein schöner Empfang war, den ihr, als
Kirche von Rom bereitet habt, wie ihr die jungen Leute aus aller Welt während
des Heiligen Jahrs empfangen habt - das ist wirklich großartig
gewesen!" (vn 10)
Papst
beklagt: „Krieg ist wieder in Mode gekommen“
Leo
XIV. ist besorgt über die „Schwäche des Multilateralismus auf internationaler
Ebene“. Das war einer der Punkte, die er in seiner großen politischen
Grundsatzrede vor Diplomaten vom Freitag ansprach. Stefan von Kempis
„Eine
Diplomatie, die den Dialog fördert und den Konsens aller sucht, wird durch eine
Diplomatie der Stärke, durch einzelne Staaten oder Gruppen von Verbündeten
ersetzt. Krieg ist wieder in Mode gekommen, und eine kriegerische Stimmung
breitet sich aus. Das nach dem Zweiten Weltkrieg festgelegte Prinzip, das es
Ländern verbot, Gewalt anzuwenden, um die Grenzen anderer zu verletzen, ist
gebrochen worden.“
Der
Papst aus den USA führte nicht weiter aus, welche Staaten oder Mächte ihm da im
Einzelnen vorschwebten. Er unterstrich aber sehr deutlich, dass Friede nicht
„mit Waffen als Voraussetzung für die Durchsetzung der eigenen Herrschaft“
hergestellt werden dürfe, sondern als „an sich erstrebenswertes Gut“ gesucht
werden müsse. Und er mahnte, die Einhaltung des humanitären Völkerrechts dürfe
„nicht von militärischen und strategischen Umständen und Interessen abhängig“
gemacht werden.
Plädoyer
für die Einhaltung des humanitären Völkerrechts
„Das
humanitäre Völkerrecht garantiert nicht bloß ein Mindestmaß an Menschlichkeit
inmitten der Plagen des Krieges, sondern ist auch eine Verpflichtung, die die
Staaten eingegangen sind. Es muss stets Vorrang vor den Ambitionen der
Kriegführenden haben... Es darf nicht verschwiegen werden, dass die Zerstörung
von Krankenhäusern, Energieinfrastruktur, Wohnhäusern und Orten, die für das
tägliche Leben unerlässlich sind, einen schweren Verstoß gegen das humanitäre
Völkerrecht darstellt.“ Ähnlich sei „jede Form von Einbeziehung der
Zivilbevölkerung in militärische Operationen“ zu werten.
Die
UNO werde in einer Welt der „komplexen Herausforderungen“ dringend gebraucht
und müsse gestärkt werden, befand der Papst. Das Ziel sei, sie „zielgerichteter
und effizienter“ zu machen, damit sie wirklich ein Ort sein könne, an dem
Menschen wie auf dem römischen Forum oder einem mittelalterlichen Marktplatz
„zusammenkommen und miteinander sprechen“.
Die
Entkräftung des Wortes
Nicht
nur bei den Vereinten Nationen, sondern generell wünschte sich Leo XIV.
außerdem eine Entwaffnung der Sprache. Worte würden heute in vielen Bereichen –
z.B. in sozialen Netzwerken oder in der internationalen Politik – verdreht, als
Waffen eingesetzt, absichtlich mehrdeutig gemünzt. „Die Bedeutung der Worte
wiederzuentdecken, ist möglicherweise eine der wichtigsten Herausforderungen
unserer Zeit… Wir müssen dafür sorgen, dass Worte wieder unzweideutig klare und
deutliche Wirklichkeiten ausdrücken. Nur so kann ein authentischer Dialog ohne
Missverständnisse wiederaufgenommen werden.“ Andernfalls werde das nichts mit
einem gestärkten Multilateralismus.
„Es
muss auch angemerkt werden, dass das Paradox dieser Entkräftung des Wortes oft
im Namen der Meinungsfreiheit selbst befördert wird. Bei genauerer Betrachtung
gilt jedoch das Gegenteil: Die Rede- und Meinungsfreiheit wird gerade durch die
Gewissheit der Sprache und die Tatsache garantiert, dass jeder Begriff in der
Wahrheit wurzelt. Es ist daher bedauerlich festzustellen, dass insbesondere im
Westen der Raum für echte Meinungsfreiheit immer mehr eingeschränkt wird,
während sich eine neue Sprache mit orwellschem Beigeschmack entwickelt, die in
ihrem Bestreben, immer inklusiver zu sein, darin mündet, diejenigen
auszuschließen, die sich nicht den Ideologien anpassen, von denen sie beseelt
ist.“
„Verweigerung
aus Gewissensgründen ist keine Rebellion“
Leo
warnte in diesem Zusammenhang vor drohenden Einschränkungen bei der
Gewissensfreiheit sogar in Staaten, „die sich auf Demokratie und Menschenrechte
zu gründen bekunden“, und nannte als Beispiele die Verweigerung des
Militärdienstes oder die Ablehnung einer Mitwirkung an Abtreibung durch Ärzte
oder Pflegekräfte. Verweigerung aus Gewissensgründen sei „keine Rebellion,
sondern ein Akt der Treue zu sich selbst“.
Beunruhigt
zeigte sich Leo XIV. über Einschränkungen der Religionsfreiheit in vielen
Teilen der Welt. „Wenn der Heilige Stuhl die uneingeschränkte Achtung der
Religions- und Kultfreiheit für Christen fordert, dann tut er dies auch für
alle anderen Religionsgemeinschaften.“ Dabei dürfe jedoch nicht übersehen
werden, dass die Verfolgung von Christen nach wie vor „eine der größten
menschenrechtlichen Krisen unserer Zeit“ sei. „Dieses Phänomen betrifft etwa
jeden siebten Christen weltweit und hat sich 2025 aufgrund der anhaltenden
Konflikte, der autoritären Regime und des religiösen Extremismus verschärft.“
Der Papst verurteilte Antisemitismus sowie die „auch religiös motivierte
Gewalt“ in Bangladesch, in der Sahelzone und in Nigeria.
Subtile
Form der Diskriminierung von Christen auch in Europa
„Es
darf aber ebenso nicht eine subtile Form der religiösen Diskriminierung
gegenüber Christen vergessen werden, die sich auch in Ländern ausbreitet, in
denen sie zahlenmäßig in der Mehrheit sind, wie in Europa oder Nord- und
Südamerika, wo ihnen manchmal aus politischen oder ideologischen Gründen die
Möglichkeit beschnitten wird, die Wahrheit des Evangeliums zu verkünden,
insbesondere wenn sie sich für die Würde der Schwächsten, der Ungeborenen oder
der Flüchtlinge und Migranten einsetzen oder die Familie fördern.“ (vn 9)
Treffen
Kreisverband KAB Kempten-Allgäu
Kempten.
Die Katholische Arbeitnehmer-Bewegung (KAB) im Kreisverband Kempten-Allgäu traf
sich am 07. Januar 2026 im Ristorante La Bruschetta um sich für die gute
Zusammenarbeit zwischen Regionalbüro mit seinen Mitarbeitenden und der
Kreisverbandsleitung, sowie der ACLI in Kempten zu bedanken.
Darüber
hinaus gab es noch einen weiteren Anlass. Für die veränderten Strukturen auf
KAB Diözesanebene mussten noch Vertreter aus dem Kreisverband gewählt werden.
Die Wahl fiel wie folgt aus: Vertreterin im Erweiterten Diözesanvorstand
(E-DV): Marion Liebmann. Vertreter für die Mitgliederversammlung auf
Diözesanebene (früher Diözesanausschuss): Martin Haertle und Manfred Stick
Alle
wurden einstimmig gewählt, wofür Ihnen Respekt gebührt.
Anwesende
Personen: KVL - Präses Alexander Gajewski, Martin Haertle, Marion Liebmann,
Brigitte Herta Schulz-John, Monika Schwarz, Wolfgang Seidler, Manfred Stick;
sowie die Gäste Dr. Fernando Grasso (ACLI), Josef Haberkorn (Referent in
der BSS), Anna-Maria Maul (BSS) und Barbara Stückl-Slepitschka (Verwaltung).
Wolfgang Seidler, dip 9
Papst
zur Weltlage: „Kurzschluss“ der Menschenrechte
Aus
Sicht von Papst Leo XIV. ist der „Schutz des Rechts auf Leben die
unverzichtbare Grundlage für alle anderen Menschenrechte". Das hat das
katholische Kirchenoberhaupt diesen Freitag in seiner Neujahrsansprache an die
beim Heiligen Stuhl akkreditierten Diplomaten betont. Angesichts zahlreicher
Menschenrechtsverletzungen, Kriege und Krisen auf der Welt sprach Leo von einem
regelrechten „Kurzschluss“ der Menschenrechte und forderte eindringlich eine
Achtung dieser sowie Frieden und Dialog. Stefanie Stahlhofen
„Die
von mir dargelegten Überlegungen lassen vermuten, dass es im gegenwärtigen
Kontext zu einem regelrechten ,Kurzschluss` der Menschenrechte kommt. Das Recht
auf Meinungsfreiheit, auf Gewissensfreiheit, auf Religionsfreiheit und sogar
auf Leben wird im Namen anderer sogenannter neuer Rechte eingeschränkt, was
dazu führt, dass das System der Menschenrechte selbst an Kraft verliert und
Raum für Gewalt und Unterdrückung öffnet. Dies geschieht dann, wenn jedes
einzelne Recht selbstreferenziell wird und insbesondere dann, wenn es seine
Verbindung mit der Wirklichkeit der Dinge, mit deren Natur und mit der Wahrheit
verliert", sagte Papst Leo wörtlich in seiner in der deutschen Übersetzung
knapp 20-seitigen Rede, die er überwiegend auf englisch; stellenweise jedoch
auch auf Italienisch hielt.
„Das
Recht auf Meinungsfreiheit, auf Gewissensfreiheit, auf Religionsfreiheit und
sogar auf Leben wird im Namen anderer sogenannter neuer Rechte eingeschränkt,
was dazu führt, dass das System der Menschenrechte selbst an Kraft verliert und
Raum für Gewalt und Unterdrückung öffnet“
Venezuela,
Heiliges Land, Ukraine
Vor
rund 420 Zuhörerinnen und Zuhörern in der Benediktionsaula ging Papst Leo XIV.
auch auf einige aktuelle Krisen, Konflikte und Kriege konkreter ein: Mit Blick
auf Venezuela sagte er: „In diesem Zusammenhang erneuere ich meinen
Appell, den Willen des venezolanischen Volkes zu respektieren und sich für den
Schutz der Menschen- und Bürgerrechte aller einzusetzen sowie für den Aufbau
einer Zukunft in Stabilität und Eintracht." Den Angriff der USA und die
Entführung von Präsident Nicolas Maduro erwähnte Papst Leo nicht explizit. Er
warb generell mit Blick auf Venezuela für den Aufbau einer Gesellschaft, die
auf „Gerechtigkeit, Wahrheit, Freiheit und Geschwisterlichkeit" gründe, um
die Krise im Land zu überwinden. Das katholische Kirchenoberhaupt äußerte zudem
„große Besorgnis" angesichts der „Verschärfung der Spannungen in der
Karibik und entlang der amerikanischen Pazifikküste" und erneuerte seinen
„eindringlichen Appell, nach friedlichen politischen Lösungen für die
gegenwärtige Situation zu suchen, wobei das Gemeinwohl der Bevölkerung im
Vordergrund stehen muss und nicht die Verteidigung von
Partikularinteressen."
„Nach
friedlichen politischen Lösungen für die gegenwärtige Situation suchen, wobei
das Gemeinwohl der Bevölkerung im Vordergrund stehen muss und nicht die
Verteidigung von Partikularinteressen“
Mit
Blick auf das Heilige Land prangerte der Papst die „schwere humanitäre
Krise" an, die trotz des Waffenstillstands andauere, und warb erneut für
eine Zwei-Staaten-Lösung: „Der Heilige Stuhl beobachtet mit besonderer
Aufmerksamkeit jede diplomatische Initiative, die den Palästinensern im
Gazastreifen eine Zukunft in dauerhaftem Frieden und Gerechtigkeit in ihrem
Land garantiert, ebenso wie dem gesamten palästinensischen Volk und dem
gesamten israelischen Volk. Insbesondere bleibt die Zwei-Staaten-Lösung die
institutionelle Perspektive, die den legitimen Bestrebungen beider Völker
entgegenkommt." Papst Leo beklagte eine Zunahme der Gewalt gegenüber der
palästinensischen Zivilbevölkerung im Westjordanland und betonte, dass sie „das
Recht hat, in Frieden im eigenen Land zu leben".
Mit
Blick auf den Ukraine-Krieg erinnerte der Papst ebenfalls an das große Leid der
Zivilbevölkerung. Er forderte erneut einen Waffenstillstand, Dialog und
Frieden: „Ich richte einen eindringlichen Appell an die internationale
Gemeinschaft, damit das Engagement für gerechte und dauerhafte Lösungen zum
Schutz der Schwächsten und zur Wiederherstellung der Hoffnung bei der
betroffenen Bevölkerung nicht erlischt." Der Heilige Stuhl, das
bekräftigte das Kirchenoberhaupt einmal mehr, sei uneingeschränkt bereit, „jede
Initiative zu unterstützen, die Frieden und Eintracht fördert."
„Appell
an die internationale Gemeinschaft, damit das Engagement für gerechte und
dauerhafte Lösungen zum Schutz der Schwächsten und zur Wiederherstellung der
Hoffnung bei der betroffenen Bevölkerung nicht erlischt“
Haiti,
Afrika, Ostasien
Für
das von Gewalt und Menschenhandel sowie Zangsvertreibungen geplagte Haiti
forderte Papst Leo XIV. konkrete Unterstützung der internationalen
Gemeinschaft, damit „so schnell wie möglich (...) die demokratische
Ordnung" wiederhergestellt werde, Gewalt ende und Versöhnung und Frieden
erreicht würden. Für ein Ende von Gewalt, Dialog, Friede und Versöhnung warb er
auch angesichts der jahrzehntelangen Gewalt in der Region der Großen Seen
in Afrika sowie der „anhaltenden politischen Instabilität im
Südsudan" und zunehmender Spannungen in Ostasien: Konkret ging er hier auf
die „schwere und humanitäre und sicherheitspolitische Krise" in
Myanmar ein: „Mit erneuter Dringlichkeit appelliere ich, mutig den Weg des
Friedens und des inklusiven Dialogs zu beschreiten und allen einen gerechten
und zeitnahen Zugang zu humanitärer Hilfe zu gewährleisten. Damit demokratische
Prozesse authentisch sind, müssen sie mit dem politischen Willen einhergehen,
das Gemeinwohl zu verfolgen, den sozialen Zusammenhalt zu stärken und die
ganzheitliche Entwicklung eines jeden zu fördern."
„Damit
demokratische Prozesse authentisch sind, müssen sie mit dem politischen Willen
einhergehen, das Gemeinwohl zu verfolgen, den sozialen Zusammenhalt zu stärken
und die ganzheitliche Entwicklung eines jeden zu fördern“
Friede,
Abrüstung und Dialog sind möglich
Papst
Leo, der dem Augustinerorden angehört, zitierte in seiner Neujahrsansprache für
die Diplomaten auch mehrfach den heiligen Augustinus. Schon er habe bemerkt,
dass „stets die Vorstellung im Mittelpunkt steht, dass Friede nur durch
Gewalt und Abschreckung möglich ist" - ein Trugschluss. Friede
brauche vielmehr „kontinuierliche und geduldige Aufbauarbeit und ständige
Wachsamkeit." In diesem Zusammenhang warb Papst Leo für Abrüstung.
„Die
Gefahr besteht, dass der Wettlauf wieder aufgenommen wird, um immer
ausgefeiltere neue Waffen zu produzieren, auch unter Einsatz von künstlicher
Intelligenz“
„Eine
solche Anstrengung betrifft alle, angefangen bei den Staaten, die über
Atomwaffenarsenale verfügen. Ich denke dabei insbesondere an die wichtige
Fortsetzung, die der im Februar nächsten Jahres auslaufende New-START-Vertrag
erfahren muss. Die Gefahr besteht, dass der Wettlauf wieder aufgenommen wird,
um immer ausgefeiltere neue Waffen zu produzieren, auch unter Einsatz von
künstlicher Intelligenz. Letztgenannte ist ein Instrument, das einer
angemessenen und ethischen Handhabung sowie eines rechtlichen Rahmens bedarf,
die auf den Schutz der Freiheit und auf die Verantwortlichkeit des Menschen
ausgerichtet sind."
Mit
Worten von Augustinus machte Papst Leo auch allen Hoffnung angesichst der
vielen Krisen und Kriege: Friede sei zwar schwer zu erreichen, aber
möglich: „ Er ist, wie Augustinus sagt, unser ,Endgut' (Hl.
Augustinus, Zweiundzwanzig Bücher über den Gottesstaat, XIX, 11), weil er
das eigentliche Ziel der Stadt Gottes ist, nach dem wir, wenn auch unbewusst,
streben und dessen Vorgeschmack wir in der irdischen Stadt kosten können."
„Keime
des Friedens, die es zu pflegen gilt“
Das
katholische Kirchenoberhaupt führte zum Ende seine Rede so auch einige positive
Entwicklungen an: Konkret erwähnte er hier etwa „die Dayton-Abkommen, die vor
dreißig Jahren den blutigen Krieg in Bosnien und Herzegowina
beendeten", „die gemeinsame Friedenserklärung zwischen Armenien und
Aserbaidschan, die im vergangenen August unterzeichnet wurde", und die
„Bemühungen der vietnamesischen Behörden in den letzten Jahren, die Beziehungen
zum Heiligen Stuhl und die Bedingungen zu verbessern, unter denen die Kirche in
dem Land tätig ist. All dies sind Keime des Friedens, die es zu pflegen
gilt", so Papst Leo XIV.
Unveräußerliche
Menschenwürde aller
Leo
erinnerte in seiner Rede auch an die unveräußerliche Menschenwürde aller: „Der
Heilige Stuhl vertritt im Rahmen seiner internationalen Beziehungen und
Aktivitäten beständig die Position, dass die Würde jedes Menschen
unveräußerlich ist". Konkret nannte das katholische Kirchenoberhaupt hier
etwa Migranten und Flüchtlinge, und betonte, die Maßnahmen, die die Staaten
gegen Illegalität und Menschenhandel ergreifen, dürften „nicht zu einem Vorwand
werden, um die Würde von Migranten und Flüchtlingen zu verletzen".
Häftlingen, inklusive politischen Gefangenen, müssten menschenwürdige
Haftbedingungen garantiert werden.
Der
Papst forderte zudem erneut eine Abschaffung der Todesstrafe; er bekräftigte
die Ablehnung der katholischen Kirche und des Heiligen Stuhls von Abtreibung,
Leihmutterschaft und Sterbehilfe und rief zur Stärkung von Familien, Bekämpfung
von Sucht und Förderung von Bildung und Arbeitsplätzen auf: „Eine
Gesellschaft ist nur dann gesund und fortgeschritten, wenn sie die Heiligkeit
des menschlichen Lebens schützt und sich aktiv für dessen Förderung
einsetzt."
„Eine
Gesellschaft ist nur dann gesund und fortgeschritten, wenn sie die Heiligkeit
des menschlichen Lebens schützt und sich aktiv für dessen Förderung einsetzt“
Was
der Papst allen wünscht
Zum
Abschluss seiner Rede erinnerte Papst Leo an den heiligen Franz von Assisi,
dessen Todestag sich im Oktober 2026 zum 800. Mal jährt. Er sei ein Mann des
Friedens und des Dialogs gewesen, „der weltweit auch von Menschen
anerkannt wird, die nicht zur katholischen Kirche gehören". Ganz in diesem
Sinne schloss Papst Leo XIV. seine Rede an die beim Heiligen Stuhl
akkreditierten Diplomaten mit dem Wunsch:
„Ein
demütiges und friedensstiftendes Herz, das ist es, was ich jedem von uns und
allen Einwohnern unserer Länder zu Beginn dieses neuen Jahres wünsche."
(vn 9)
Leo
an Kardinäle: „Die anderen Themen gehen nicht verloren”
Leo
XVI. hat den Kardinälen beim Konsistorium für die Auswahl ihrer Themen gedankt.
Sie hatten bei einer Abstimmung am Mittwoch für Synodalität und Evangelisierung
votiert. „Die anderen Themen gehen nicht verloren“, sagte der Papst am
Mittwochabend zum Ende des ersten von zwei Arbeitstagen.
„Es
gibt noch sehr konkrete, spezifische Fragen, die wir klären müssen“, sagte Leo
vor den Kardinälen. „Ich hoffe, dass sich jeder von euch wirklich frei fühlt,
mit mir oder anderen zu kommunizieren, und wir werden diesen Prozess des
Dialogs und der Entscheidungsfindung fortsetzen.“
Leo
hatte den etwa 170 versammelten Kardinälen vier Themen zur Auswahl für die
Erörterungen beim außerordentlichen Konsistorium vorgelegt: Evangelisierung,
Synodalität, Kurienreform und Liturgie. „Die Wahl aller Tische ist ziemlich
klar“, hielt der Papst fest, es gehe aber aus den anderen Wortmeldungen hervor,
„dass man die Themen nicht voneinander trennen“ könne.
Für
ihn sei das Treffen mit den Kardinälen im großen Rahmen „sehr wichtig“,
erklärte der Papst, der den Anwesenden mehrfach dankte: „Ich spüre und erlebe
das Bedürfnis, auf euch zählen zu können.“ Leo sagte den Kardinälen, er halte
es für wichtig, „dass wir zusammenarbeiten, dass wir gemeinsam unterscheiden,
dass wir suchen, was der Heilige Geist von uns verlangt.“
Für
Leo XIV. ist es das erste außerordentliche Konsistorium seines Pontifikats. An
dieser Form des Kardinalstreffens, das der Papst einberuft, können alle
Kardinäle der Weltkirche teilnehmen, ungeachtet ihres Alters. Leos Vorgänger
Franziskus hatte selten außerordentliche Konsistorien einberufen. Er setzte für
Beratungen hauptsächlich auf einen kleinen Kreis von Kardinälen, dem
sogenannten K9-Rat, der sich regelmäßig mit dem Papst im Vatikan traf. (vn 8)
Papst:
„Konzil ist Leitstern für Kirche heute“
Pünktlich
zum neuen Jahr hat Leo XIV. bei der Generalaudienz in der vatikanischen
Audienzhalle eine neue Katechesenreihe gestartet. Sechzig Jahre nach dem
Zweiten Vatikanischen Konzil lädt der Papst dazu ein, die Dokumente dieser
Bischofsversammlung wiederzuentdecken, die als das bedeutendste
kirchenpolitische Ereignis des 20. Jahrhunderts gilt und als prophetischer
Wegweiser für die Kirche in einer globalisierten Welt zeitlose Bedeutung hat.
Silvia Kritzenberger
„Während
wir also den Ruf verspüren, seine Prophetie nicht verstummen zu lassen und auch
weiter nach Wegen und Mitteln zu suchen, die von diesem Konzil erlangten
Einsichten umzusetzen, ist es heute umso wichtiger, es erneut aus nächster Nähe
kennenzulernen – und zwar nicht durch Hörensagen oder bereits erfolgte
Interpretationen, sondern durch erneutes Lesen seiner Dokumente und ein
Nachdenken über deren Inhalt,“ leitete Papst Leo die Katechese bei seiner
ersten Generalaudienz im neuen Jahr ein. „Es handelt sich dabei nämlich um das
Lehramt, das auch heute noch der Leitstern auf dem Weg der Kirche ist. Wie
Benedikt XVI. lehrte, 'haben die Konzilsdokumente im Laufe der Jahre nicht an
Aktualität verloren; ihre Lehren erweisen sich sogar als besonders nützlich im
Bezug auf die neuen Anliegen der Kirche und der jetzigen globalisierten
Gesellschaft'.“
Kirche:
Gemeinschaft und Sakrament der Einheit zwischen Gott und seinem Volk
Das
Konzil habe das Verständnis von Gott als liebendem Vater erneuert und die
Kirche als Gemeinschaft und Sakrament der Einheit zwischen Gott und seinem Volk
beschrieben, würdigte der Papst die Bischofsversammlung, die 1962 von Johannes
XXIII. einberufen wurde und die unter der Führung seines Nachfolgers Paul VI.
bis zum 8. Dezember 1965 im Petersdom in Rom tagte.
„Das
Konzil hat auch eine wichtige liturgische Erneuerung eingeleitet, indem es das
Heilsgeheimnis und die aktive und bewusste Teilnahme des gesamten Volkes Gottes
in den Mittelpunkt gestellt hat. Gleichzeitig hat es uns auch geholfen, uns der
Welt zu öffnen und die Veränderungen und Herausforderungen der modernen Zeit im
Dialog und in der Mitverantwortung anzunehmen – als eine Kirche, die den Wunsch
hat, der Menschheit ihre Arme entgegenzustrecken, den Hoffnungen und Nöten der
Völker eine Stimme zu geben und am Aufbau einer gerechteren und
geschwisterlicheren Gesellschaft mitzuwirken.“
Das
Konzil habe die Kirche also zum Dialog mit der Welt ermutigt, dazu aufgerufen,
am Aufbau einer gerechteren und brüderlicheren Gesellschaft mitzuwirken und
unsere Verantwortung für Gerechtigkeit und Frieden angemahnt, beschrieb Papst
Leo dieses denkwürdige kirchliche Ereignis weiter, an dem 2.850 Konzilsväter
teilnahmen und bei dem 16 Dokumente verabschiedet wurden.
Wachsame
Deuter der Zeichen der Zeit, freudige Verkünder des Evangeliums und mutige
Zeugen der Gerechtigkeit und des Friedens
„Dieser
Geist, diese innere Haltung muss unser geistliches Leben und das pastorale
Wirken der Kirche prägen, denn wir müssen die kirchliche Reform noch
umfassender in ihrer dienenden Dimension umsetzen – und sind angesichts der
heutigen Herausforderungen gerufen, wachsame Deuter der Zeichen der Zeit zu
sein, freudige Verkünder des Evangeliums und mutige Zeugen der Gerechtigkeit
und des Friedens,“ brachte der Papst die Berufung eines Christen auf den Punkt.
Päpste
von Johannes XXIII. bis Franziskus hätten die bleibende Aktualität des Konzils
hervorgehoben, betonte Papst Leo - und stellte abschließend fest:
„Brüder
und Schwestern, was Papst Paul VI. am Ende der Arbeiten zu den Konzilsvätern
sagte, bleibt auch für uns heute ein wegweisender Maßstab. Er erklärte, dass
die Stunde des Aufbruchs gekommen sei; die Zeit, die Konzilsversammlung zu
verlassen, um der Menschheit entgegenzugehen und ihr die frohe Botschaft des
Evangeliums zu bringen – in dem Bewusstsein, eine Zeit der Gnade erlebt zu
haben, in der Vergangenheit, Gegenwart und Zukunft miteinander verschmelzen.“
Vn 7
Papst
beim Konsistorium: „Nicht die Kirche zieht an, sondern Christus“
An
diesem Mittwochnachmittag hat Papst Leo XIV. sein erstes außerordentliches
Konsistorium im Vatikan eröffnet. Vor den versammelten Kardinälen aus aller
Welt legte er sein Programm für die kommenden Jahre dar: Eine missionarische
Kirche, die nicht durch Abwerbung, sondern durch die „Kraft der göttlichen
Liebe“ überzeugen soll. Mario Galgano - Vatikanstadt
In
seiner Eröffnungsansprache knüpfte er an das Hochfest der Erscheinung des Herrn
an und definierte das Wesen der Kirche über das Licht Christi, das auf ihrem
Antlitz widerscheinen müsse. Leo XIV. griff dabei ein Konzept auf, das bereits
seine Vorgänger Benedikt XVI. und Franziskus geprägt hatten: Die Kirche wachse
nicht durch „Proselytismus“ (Abwerbung), sondern durch „Anziehung“. Er
präzisierte diesen Gedanken jedoch mit einem deutlichen theologischen Akzent:
„Tatsächlich ist es nicht die Kirche, die anzieht, sondern Christus.“ Wenn eine
kirchliche Gemeinschaft anziehend wirke, dann nur, weil durch sie die
„Lebenskraft der göttlichen Liebe“ aus dem Herzen des Erlösers fließe.
„Tatsächlich
ist es nicht die Kirche, die anzieht, sondern Christus.“
Einheit
als Voraussetzung für Glaubwürdigkeit
In
einer Zeit globaler Zerrissenheit mahnte der Papst die Einheit des
Kardinalskollegiums an. „Einheit zieht an, Spaltung zerstreut“, so der
Pontifex. Er verglich dieses Prinzip sogar mit physikalischen Gesetzen im
Mikro- und Makrokosmos. Für eine missionarische Kirche sei das Gebot der
gegenseitigen Liebe die einzige Basis: „Nur die Liebe ist glaubwürdig und
vertrauenswürdig.“
Das
Konsistorium, das sich aus einer „sehr vielfältigen Gruppe“ verschiedenster
Kulturen und Traditionen zusammensetzt, solle ein Modell der Kollegialität
vorleben. Der Papst forderte die Kardinäle auf, sich kennenzulernen und im
Dialog zu wachsen, um ihn in seiner „schweren Verantwortung der Leitung der
Weltkirche“ zu unterstützen.
Strategische
Schwerpunkte: Mission, Kurie und Synodalität
Das
Konsistorium werde sich intensiv mit vier zentralen Themen beschäftigen und
zwar mit Evangelii gaudium. Da gehe es um die Mission der Kirche in der
modernen Welt. Es gehe auch um Praedicate Evangelium: Die Reform und der
Dienst des Heiligen Stuhls an den Teilkirchen. Ein weiterer Bereich sei
die Synodalität. Da gehe es um den neuen Stil der Zusammenarbeit
innerhalb der Kirche. Und schliesslich geht es um die Liturgie, die Quelle
des christlichen Lebens.
Der
Papst betonte, dass er vor allem gekommen sei, um zuzuhören. Die synodale
Dynamik, die bereits in den Weltbischofssynoden 2023 und 2024 eingeübt wurde,
solle nun auch das Handeln des Kardinalskollegiums bestimmen.
„Non
multa, sed multum“
Für
die Arbeitsweise gab Leo XIV. eine klare Devise aus: „Non multa, sed multum“ –
nicht viele Dinge, sondern das Wesentliche solle mit Tiefgang behandelt werden.
Er bat die Kardinäle, kurz und prägnant nur die wichtigsten Prioritäten für die
kommenden zwei Jahre zu benennen. Ziel sei kein fertiger Text, sondern ein
offener Austausch, der dem Petrusdienst Orientierung gibt.
„Auch
aus der Art und Weise, wie wir lernen, in Brüderlichkeit und aufrichtiger
Freundschaft zusammenzuarbeiten, kann etwas Neues entstehen“, schloss das
katholische Kirchenoberhaupt seine Ansprache, bevor die Kardinäle in die
geschlossenen Beratungen gingen.
Klare
thematische Schwerpunktsetzung
Die
rund 170 Kardinäle aus aller Welt einigten sich in einer Abstimmung darauf, die
kommenden Sitzungen den Themen „Synode und Synodalität“ sowie „Evangelisierung
und Mission im Lichte von Evangelii gaudium“ zu widmen.
Damit
setzten sich diese Schwerpunkte gegen die ebenfalls zur Auswahl stehenden
Themen „Liturgie“ und die Kurienreform „Praedicate Evangelium“ durch.
Vatikansprecher Matteo Bruni stellte gegenüber Journalisten am Mittwochabend
jedoch klar, dass die nicht gewählten Themen dadurch nicht ignoriert würden:
„Der Papst hat die Dringlichkeit einiger Themen wahrgenommen; man wird Wege
finden, sie innerhalb der gewählten Schwerpunkte zu behandeln“, so Bruni.
Methodik
des Dialogs
Bemerkenswert
sei die Arbeitsweise des Konsistoriums, so Bruni: Die Kardinäle arbeiten nach
der „synodalen Methode“, die bereits bei den letzten Weltbischofssynoden
angewandt wurde. In 20 sprachlich gegliederten Kleingruppen saßen die
Teilnehmer an runden Tischen in der vatikanischen Audienzhalle, um im direkten
Austausch – mit Redebeiträgen von maximal drei Minuten – Prioritäten zu setzen.
Papst
Leo XIV., der die Sitzung mit den Worten „Ich bin hier, um zuzuhören“
eröffnete, nahm zwar nicht an den Gruppendiskussionen teil, kehrte aber am
späten Nachmittag zurück, um die Berichte der ersten neun Gruppenvertreter
entgegenzunehmen. (vn 7)
Papst
zum Dreikönigsfest: „Kriegsindustrie stoppen“
Zum
Hochfest der Erscheinung des Herrn (Epiphanie) hat Papst Leo XIV. eine
„realistische Hoffnung“ für die Welt angemahnt. Nach dem Angelusgebet an diesem
Dienstag rief er dazu auf, das gesellschaftliche Zusammenleben nach dem Vorbild
der Sterndeuter neu zu gestalten und dem „Handwerk des Friedens“ den Vorzug vor
der Rüstung zu geben. Mario Galgano
Trotz
des Regens versammelten sich 20.000 Gläubige auf dem Petersplatz, um mit Papst
Leo XIV. das Hochfest der Erscheinung des Herrn zu feiern. In seiner Katechese
schlug das Kirchenoberhaupt eine Brücke von den biblischen Gaben der
Sterndeuter hin zu brennenden sozialen Fragen der Gegenwart. Zuvor feierte der
Papst im Petersdom eine Messe und schloss zum Abschluss des Heiligen Jahres der
Hoffnung die letzte Heilige Pforte, nämlich jene beim Petersdom.
Die
Dynamik der Befreiung
Das
Wort „Epiphanie“ bedeute Erscheinung, so der Papst, und diese Erscheinung
Gottes in Jesus sei die Quelle einer Freude, die auch in schwierigen Zeiten
Bestand habe. „Gott rettet – er hat keine anderen Absichten, er hat keinen
anderen Namen“, betonte Leo XIV.. Das göttliche Leben sei in Reichweite
gekommen, um Ängste aufzulösen und eine „befreiende Dynamik“ in Gang zu setzen,
die den Menschen helfe, einander in Frieden zu begegnen.
Politische
Forderungen am Ende des Jubiläumsjahres
Besonders
eindringlich sprach der Papst, als er die Geschenke der Sterndeuter – Gold,
Weihrauch und Myrrhe – interpretierte. Diese Gaben seien ein Symbol für die
Bereitschaft, alles, was man sei und habe, Gott zu übereignen.
„Möge
sich anstelle der Kriegsindustrie das Handwerk des Friedens etablieren.“
Mit
Blick auf das gerade zu Ende gegangene Heilige Jahr forderte er eine „auf
Selbstlosigkeit basierende Gerechtigkeit“. Das Jubiläum enthalte den klaren
Aufruf, „das Zusammenleben neu zu gestalten, das Land und die Ressourcen wieder
neu zuzuteilen“. Leo XIV. wurde auch noch konkreter: Die Hoffnung müsse
realistisch sein und auf Erden Neues entstehen lassen. „Möge anstelle von
Ungleichheit Gerechtigkeit herrschen, möge sich anstelle der Kriegsindustrie
das Handwerk des Friedens etablieren“, so sein Appell an die Weltgemeinschaft.
Grüße
an den Osten und die Kinder
Nach
dem Gebet des Angelus wandte sich der Papst mit herzlichen Grüßen an
verschiedene Gruppen. Ein besonderer Gruß galt den christlichen Gemeinschaften
des Ostens (Orthodoxe), die am Mittwoch nach dem julianischen Kalender das
Weihnachtsfest feiern. Er wünschte ihnen und ihren Familien „Gelassenheit und
Frieden“.
Zudem
würdigte er den „Kindermissionstag“. Er dankte allen Kindern weltweit, die für
Missionare beten und benachteiligten Altersgenossen helfen: „Danke, liebe
Freunde!“
Folklore
und Tradition auf dem Petersplatz
Der
Papst grüßte zudem die Teilnehmer des traditionellen
historisch-folkloristischen Umzugs, der in diesem Jahr die Kultur Siziliens in
den Mittelpunkt stellte, sowie die Teilnehmer des „Zugs der Heiligen Drei
Könige“, der zeitgleich in Warschau, vielen polnischen Städten und in Rom
stattfand.
Mit
einem Segenswunsch für das neue Jahr verabschiedete der Papst die Pilger:
„Allen wünsche ich alles Gute für das neue Jahr im Licht des auferstandenen
Christus. Alles Gute für alle, ein frohes Fest!“ (vn 6)
Kardinal
Müller: Kirche ist einzig glaubwürdige Moral-Instanz
Der
frühere Glaubenspräfekt Kardinal Gerhard Ludwig Müller sieht den Papst und die
katholische Kirche als letzte glaubwürdige moralische Autorität in der Welt.
In
einem Interview mit der deutschen Zeitung „Welt“ (Montag) betont Müller, dass
allein die Kirche moralische Prinzipien „um ihrer selbst willen“ vertrete und
sie nicht mit Machtinteressen oder politischem Einfluss vermenge. Sie sei damit
die einzige Instanz, die ethische Maßstäbe glaubwürdig setze.
Müller
warnt zugleich vor einer Verengung des Christentums auf elitäre Zirkel. Der
Glaube dürfe nicht zur Sache von „Superchristen“ werden oder sich in
abgeschotteten Minikreisen organisieren. Entscheidend sei, dass das Christentum
in der Breite der Gesellschaft präsent bleibe, auch wenn die Zahl der Gläubigen
schrumpfe. Kritik übte Müller an staatlicher Einmischung in ethischen und
religiösen Fragen. Ein Staat, der sich als weltanschaulich neutral verstehe,
habe weder das Recht noch die Kompetenz, moralische Maßstäbe vorzugeben. Aus
seiner Sicht überschreite die Politik diese Grenze zunehmend.
„Wenn
zwei Männer zusammenleben wollen...“
Explizit
sprach Müller über die staatliche Ehegesetzgebung: „Ein demokratischer
Rechtsstaat, der weltanschaulich neutral sein will, hat sich auch nicht
einzumischen, wenn beispielsweise zwei Männer zusammenleben wollen, als ob sie
Mann und Frau wären“, so der Kirchenmann. „Er darf aber auch den anderen nicht
auferlegen, sich einer Ehedefinition zu unterstellen, die vom Staat kommt.“
Mit
Blick auf aktuelle technologische und wirtschaftliche Entwicklung zeigte sich
der deutsche Kurienkardinal besorgt. Er warnte vor einer „Klassentheorie“, nach
der Reiche und Mächtige ein höheres Lebensrecht beanspruchten als andere
Menschen. Effizienz und Profit würden zunehmend über die Würde des Menschen
gestellt, so Müller. Technik müsse jedoch dem Menschen dienen, nicht umgekehrt.
Dafür brauche es ethische Leitplanken. Diese sehe er bei Menschen wie dem
US-Techunternehmer und Trump-Vertrauten Peter Thiel „gewiss nicht“.
Kardinal
nimmt Staat in die Pflicht
Auch
staatspolitisch mahnt Müller zu mehr Verantwortung. Wohlstand dürfe nicht
rücksichtslos verbraucht werden, Schuldenpolitik zulasten künftiger
Generationen sei unethisch. Der Staat habe die Pflicht, vorausschauend zu
handeln und Rahmenbedingungen zu schaffen, die Gerechtigkeit über Generationen
hinweg sichern.
Gerhard
Ludwig Müller war von 2012 bis 2017 Leiter (Präfekt) der Glaubenskongregation
und damit der ältesten zentralen Kurienbehörde im Vatikan. Der aus Mainz
stammende Theologe war von 2002 bis 2012 Bischof von Regensburg. Benedikt XVI.
holte den Dogmatiker 2012 nach Rom; 2014 machte Papst Franziskus ihn zum
Kardinal, als einzigen Deutschen seiner Amtszeit. (kap/kna 5)
Vatikan
und Stadt Rom ziehen Bilanz des Heiligen Jahres
Am
vorletzten Tag des Heiligen Jahres wird im Vatikan Bilanz gezogen. Mit über
33,4 Millionen Pilgern sind die Erwartungen nahezu punktgenau erfüllt worden.
Vor allem aber hat das Jubiläum nach Ansicht der Verantwortlichen Rom
infrastrukturell und spirituell verändert. Mario Galgano - Vatikanstadt
Zwischen
dem 24. Dezember 2024 und diesem Montag, dem 5. Januar 2026, haben genau
33.475.369 Pilger aus aller Welt die Ewige Stadt besucht, um eine der Heiligen
Pforten zu durchschreiten. Dies gab Erzbischof Rino Fisichella, der Beauftragte
des Vatikans für das Jubiläum, an diesem Montag auf einer Pressekonferenz
bekannt. Damit blieb die Zahl nur knapp unter der ursprünglich prognostizierten
Marke von 35 Millionen Besuchern.
Die
Statistik des Glaubens
Erzbischof
Fisichella legte eine detaillierte Analyse der Pilgerströme vor. Mit über 36
Prozent stellten die Italiener die größte Gruppe. Pilger aus Deutschland
belegten mit einem Anteil von 3,16 Prozent den sechsten Platz im
internationalen Ranking. Europa war mit insgesamt 63 Prozent der
Haupt-Herkunftskontinent, gefolgt von Nord- (16,54 Prozent) und Südamerika
(9,44 Prozent).
Die
Zählung erfolgte laut Fisichella mit modernster Technik: „Wir wissen
tagesgenau, wie viele Menschen die Heilige Pforte im Petersdom durchschritten
haben, da dort eine Kamera jeden Pilger erfasst hat“. Für die anderen drei
Papstbasiliken ohne Kamerasysteme stützte man sich auf manuelle Zählungen durch
die zahlreichen Freiwilligen.
Das
„Metodo Giubileo“: Eine neue Ära für Rom
Roms
Bürgermeister Roberto Gualtieri zog ebenfalls eine positive Bilanz,
insbesondere im Hinblick auf die Stadtentwicklung. Von den 332 geplanten
Bauprojekten wurden 204 bereits ganz oder teilweise abgeschlossen. Besonders
stolz zeigte sich Gualtieri auf das „Metodo Giubileo“ (die Jubiläums-Methode):
Ein engmaschiger, täglicher Dialog zwischen den Institutionen, um Probleme in
Echtzeit zu lösen.
„Wir
haben gezeigt, dass wir komplexe Projekte in festen Zeiträumen realisieren
können.“
„Das
wichtigste Erbe ist das wiedergewonnene Vertrauen der Römer in ihre Stadt“,
betonte Gualtieri. „Wir haben gezeigt, dass wir komplexe Projekte in festen
Zeiträumen realisieren können.“ Als Beispiel nannte er die Fertigstellung der
Piazza Pia, die nun eine völlig neue Fußgängerzone zwischen der Engelsburg und
dem Vatikan schafft. (An der Piazza Pia liegt auch das Gebäude unserer
Redaktion.)
Erzbischof
Fisichella, Regierungschefin Meloni und Roms Bürgermeister Gualteri bei der
Eröffnung der Piazza Pia vor einem Jahr
Zwischenmenschliches
und kleine Reibereien
Trotz
der hohen Arbeitsbelastung – Gualtieri erließ allein hundert Sonderverordnungen
– blieb die Atmosphäre zwischen den Beteiligten herzlich. „Wir haben es nicht
geschafft, uns zu streiten“, scherzte der Unterstaatssekretär der italienischen
Regierung, Alfredo Mantovano. Dennoch gab es kleine ästhetische Differenzen:
Erzbischof Fisichella gestand lächelnd, dass er anfangs kein Fan der neuen
Brunnen auf der Piazza Pia war. „Aber man gewöhnt sich daran, und jetzt fangen
sie an, mir zu gefallen“, fügte er hinzu.
Auf
die Frage, was er am meisten vermissen werde, antwortete Fisichella sichtlich
bewegt: „Die fast täglichen Telefonate und die Freundschaften, die über die
strukturelle Verantwortung hinaus entstanden sind. Das hat uns ermöglicht, gut
zusammenzuarbeiten.“
Ausblick:
Das Erlösungsjahr 2033
Bereits
jetzt richten sich die Blicke auf das Jahr 2033, das 2000. Jubiläum der
Erlösung. Bürgermeister Gualtieri deutete an, dass man für dieses Ereignis
bereits über eine weitere Untertunnelung der Via della Conciliazione nachdenke,
um die gesamte Zone zur Fußgängerzone zu machen. Erzbischof Fisichella blieb
jedoch vorsichtig: „Dass es ein Jubiläum 2033 geben wird, ist eine Vision,
erfordert aber noch eine formelle Entscheidung des Heiligen Vaters.“
„Dass
es ein Jubiläum 2033 geben wird, ist eine Vision, erfordert aber noch eine
formelle Entscheidung des Heiligen Vaters.“
An
diesem Montagabend um 17:00 Uhr wird die letzte offizielle Pilgergruppe die
Heilige Pforte durchschreiten, bevor Papst Leo XIV. das Heilige Jahr am
Dienstag feierlich beendet. Für Rom bleibt eine Erwartung weiteren Wachstums:
Experten gehen davon aus, dass 2026 ein noch stärkeres Tourismusjahr wird,
getragen vom „Schaufenster-Effekt“ des Jubiläums. (vn 5)