DE.IT.PRESS

    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 1-15 febbraio 2023

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Preparativi in corso allo stadio dei martiri di Kinshasa. Grande attesa per l’arrivo del Papa. 1

2.     Papa Francesco arrivato a Kinshasa. Una preghiera per il Sahara in volo. 1

3.     Don Nkunzi: Il Papa in Congo per incontrare vittime dimenticate. 1

4.     Il viaggio di Papa Francesco in Congo e Sud Sudan sui passi di Cesare Mazzolari 1

5.     Viaggio apostolico. L’attesa del Papa tra gioia e speranza. 1

6.     Il ruolo del vescovo nel processo sinodale. 1

7.     Il Papa: "La spirale di morte in Medio Oriente chiude gli spazi di fiducia tra i popoli". 1

8.     Diplomazia pontificia, verso Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan. 1

9.     La presidente del Kosovo da Papa Francesco. 1

10.  Il Cardinale Stella a Cuba. 1

11.  Il Papa torna sull’omosessualità: “Errato criminalizzarla”. 1

12.  Migrantes: Decreto flussi, “un segnale positivo ma ancora insufficiente”. 1

13.  Giornata della memoria. Dichiarazione del Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della CEI 1

14.  Giornata della Memoria: Auschwitz e l’importanza della scelta giusta. 1

15.  Cei: il fenomeno migratorio va compreso e trattato con responsabilità e umanesimo. 1

16.  Vangelo Migrante: IV domenica del tempo ordinario | Vangelo (Mt 5,1-12) 1

17.  Media cattolici a Lourdes. “Saper discernere la verità oltre l’apparenza”. 1

18.  La Santa Sede tenta ancora di riportare alla ortodossia il "Cammino Sinodale". 1

19.  Il Papa e gli attacchi da destra: "Le critiche sono un diritto umano, ma vanno fatte in faccia". 1

20.  Papa all’udienza: “Pregare ogni giorno per la pace definitiva in Ucraina”. 1

21.  Papa Francesco: "La comunicazione ecclesiale sappia lasciarsi guidare dallo Spirito Santo". 1

22.  GMCS 2023: il Messaggio di Papa Francesco. 1

23.  Card. Zuppi: fenomeno migratorio non va gestito con paura o come un’emergenza, ma come un’opportunità. 1

24.  “Dare voce al cuore”: il messaggio di mons. Savino ai giornalisti 1

25.  Papa Francesco: “La Parola di Dio rende annunciatori”. 1

26.  Ecumenismo: una panoramica. 1

27.  Papa Francesco, “per stare con Gesù ci vuole il coraggio di lasciare”. 1

28.  Ratzinger, il libro postumo: «Ogni mia parola scatena un vociare assassino». 1

29.  Dalle diocesi, l'unità dei cristiani al centro delle attività in Italia. 1

30.  Leggere la Bibbia con consapevolezza. 1

31.  Il cardinal Müller: «Intorno a Papa Francesco un cerchio magico che decide anche le nomine». 1

32.  Papa Francesco: "No alla calunnia: fa tanto male e distrugge". 1

33.  Viaggio del Papa in Congo e Sud Sudan. In Africa la più grave crisi alimentare al mondo. 1

34.  Papa Francesco, le omelie sono un disastro, in liturgia serve silenzio e discrezione. 1

35.  Vangelo Migrante: III domenica del tempo ordinario | Vangelo (Mt 4,12-23) 1

36.  Papa Francesco ai buddisti: “Dialogo tra le fedi per la conversione ecologica”. 1

37.  WeCa. La proclamazione del messaggio di Cristo nei mezzi di comunicazione. 1

38.  Papa Francesco: "Il cuore di Gesù è un cuore pastorale". 1

39.  (D)io allo specchio?. 1

40.  Ebraismo e Cristianesimo a scuola. Sedici schede per conoscerci meglio. 1

41.  Dialogo cattolici ed ebrei. Vescovi italiani: “Consolare oggi significa diventare testimoni di speranza per tutti”. 1

42.  Vaticano, dopo le polemiche su monsignor Georg: inizia ora il tempo di Papa Francesco?. 1

43.  Chi ha scritto l’Antico Testamento?. 1

44.  Papa Francesco alle Confraternite: "Annunciate il Vangelo e testimoniate la fede". 1

45.  La conversione sinodale della Chiesa. 1

 

 

1.     Widerspruchsrecht und Akteneinsicht im Verfahren zur Anerkennung des Leids. Bischof Dieser: „Wichtige Verfahrensänderung“. 1

2.     Gebetsmeinung Februar: „Pfarreien kein Club für einige wenige“. 1

3.     Pfingstkirchen: Das andere Christentum.. 1

4.     „Glaube für Mehrheit in Europa irrelevant“. 1

5.     „Kirche macht derzeit alles falsch“. 1

6.     Papst: Die Ehe nicht idealisieren, sondern stark machen. 1

7.     Pfarrer Konrad Bestle wird neuer Rektor am Campo Santo Teutonico im Vatikan. 1

8.     Papst über Synodalen Weg: „Eher elitär”. 1

9.     Deutsche Bischofskonferenz würdigt 125 Jahre Deutscher Caritasverband. 1

10.  Generalaudienz: „Wenn Freude fehlt, kommt das Evangelium nicht rüber“. 1

11.  Papst: Den Weg der Einheit gehen. 1

12.  "Habe einen Vater verloren": Papst Franziskus würdigt Rolle Benedikts XVI.2. 1

13.  Gedenktag für die Opfer des Nationalsozialismus am 27. Januar 2023. „Eigene Schuld bekennen, Homophobie bekämpfen“. 1

14.  Vatikan erteilt „Synodalem Rat“ eine Absage. 1

15.  Kommunikation mit dem Heiligen Stuhl nach dem Ad-limina-Besuch der deutschen Bischöfe. 1

16.  Kommunikations-Botschaft des Papstes: Mit dem Herzen sprechen. 1

17.  Heiliger Vater, retten Sie uns!“ – Die Bittschreiben verfolgter Juden an Papst Pius XII. 1

18.  „Jeder Mensch trägt das Bild Gottes in sich“. 1

19.  Papst zum Bibel-Sonntag: Wort Gottes ist Geschenk für alle. 1

20.  Papst in Buch mit Psychologe: Zu viel Angst ist nicht christlich. 1

21.  WJT. Bereits 400.000 Anmeldungen. 1

22.  Papst: „Eine Predigt ist fast ein Sakrament“. 1

23.  Neues Bistumsstatut in Limburg ändert Entscheidungswege. 1

24.  Papst ermuntert zu ökumenischer Leidenschaft. 1

25.  „Christen sind unverzichtbarer Bestandteil Jordaniens“. 1

26.  Berlin. Zahl der Kirchenasyle wieder angestiegen. 1

27.  Bistum Münster gibt Details für künftige Struktur bekannt. 1

28.  Kontinentale Phase des weltweiten synodalen Prozesses in Prag. 1

29.  Diözese Limburg mit zehn neuen Leitlinien zu Sexualität. 1

30.  Mariazell: Konferenz der Wallfahrtsrektoren. 1

31.  Renovabis: Spannungsfeld zwischen Weltsynode und Synodalem Weg. 1

32.  Ein Sonntag für die Bibel 1

33.  Erzbistum Freiburg bietet kostenfreie Online-Analyse für Paare. 1

34.  Papst mahnt Bruderschaften: „Nicht nur Folklore“. 1

 

 

 

Preparativi in corso allo stadio dei martiri di Kinshasa. Grande attesa per l’arrivo del Papa

 

Padre Gaspare Trasparano, missionario comboniano e direttore delle Pontificie opere missionarie della Repubblica Democratica del Congo, racconta la vita nel Paese, lo sfruttamento delle risorse, le violenze continue. Eppure la speranza non manca, e si augura che la visita apostolica possa essere l’inizio di un percorso di pacificazione – di Ilaria De Bonis, redazione Popoli e Missione

 

Fervono i preparativi nella capitale della Repubblica democratica del Congo (Rdc) per l’arrivo del Pontefice che atterrerà oggi pomeriggio alle 15.00 all’aeroporto di Kinshasa. Ad attenderlo con ansia sono soprattutto i giovani e i molti catechisti delle parrocchie che lo incontreranno il 2 febbraio allo Stadio dei martiri. “Vengo proprio da lì, dallo Stadio dei martiri. Ci sono passato stamani per vedere se è a posto: l’altra notte è crollata la tribuna per via del fortissimo vento e della pioggia battente. Adesso è stata rimessa in piedi e tutto sembra funzionare. Aspettiamo il Papa con una gioia immensa; non potete neanche immaginare cosa significhi la sua visita per noi!”. A parlarci da Kinshasa è padre Gaspare Trasparano, missionario comboniano e direttore delle Pontificie opere missionarie della Repubblica Democratica del Congo.

Evento per tutte le Chiese cristiane. “Da tre settimane i giovani sono in giro per i diversi quartieri della città a pubblicizzare la venuta del Papa – racconta a Popoli e Missione –. L’obiettivo è non lasciare fuori nessuno: tutti devono essere coinvolti ed accogliere sia Francesco che la sua delegazione. Anche i non cattolici qui stanno prendendo parte ai festeggiamenti, è un evento per tutte le Chiese cristiane, comprese quelle ‘del risveglio’ e le protestanti”. Il missionario per diversi anni ha vissuto ed operato a Butembo-Beni, nell’Est del Congo, denunciando il “carnage”, la carneficina, delle popolazioni del Kivu tutt’ora nel mirino delle milizie armate. In questa regione di confine, ricca di minerali, la posta in gioco è la terra e con essa le miniere di coltan, cobalto e terre rare.

L’“amico dei congolesi”. Il Papa, pur non andando a Goma (capoluogo della provincia del Kivu) per motivi di sicurezza, incontrerà comunque le vittime dell’Est e le loro famiglie il primo febbraio alle 16.30 presso la nunziatura di Kinshasa. “Quello che farò domattina, dopo la messa (che concelebro anche io con gli altri sacerdoti), è ringraziare personalmente il Santo Padre perché non ha mai dimenticato questo Paese e da quando ha denunciato il silenzio vergognoso dei massacri nel Kivu, non ha smesso di parlarne. Noi lo chiamiamo ‘amico dei congolesi’”.

“Qui si continua a morire”. Il missionario conferma che la situazione non è migliorata e le uccisioni non si sono fermate neanche in queste ultime settimane, “anzi le cose sono perfino peggiorate e i civili muoiono per gli attacchi dell’Adf e del movimento M23”, affiliati l’una all’Uganda e l’altra al Ruanda. Padre Gaspare si augura che “questa visita apostolica possa essere l’inizio di un percorso di pacificazione per far conoscere a tutto il mondo la realtà effettiva del Congo”. Quello che i missionari e la società civile chiedono è soprattutto l’istituzione di un Tribunale penale internazionale che possa giudicare i responsabili di crimini contro l’umanità del Kivu. Sir 31

 

 

 

Papa Francesco arrivato a Kinshasa. Una preghiera per il Sahara in volo

 

Papa Francesco arrivato in Repubblica Democratica del Congo per il suo viaggio numero 40. In volo, una preghiera per il Sahara - Di Andrea Gagliarducci

 

KINSHASA. Una preghiera per il Sahara, un momento di silenzio per tutti quelli che lo attraversano in cerca di benessere. Papa Francesco, in volo verso la Repubblica Democratica del Congo, ha chiesto ai giornalisti un minuto di silenzio. Non è una richiesta usuale, ma il Papa la aveva probabilmente pensata. Come già successo andando verso il Bahrein, il Papa non fa il giro dell’aereo, ma si fa salutare dai giornalisti.

Papa Francesco è arrivato in Repubblica Democratica del Congo, cominciando il suo 40esimo viaggio apostolico, che lo porterà anche in Sud Sudan. È un viaggio atteso, programmato per luglio e poi rinviato, e dunque la partecipazione popolare è altissima, tanto che, alla Messa di domani, si prevedono persino due milioni di persone.

Prima di partire, il Papa ha incontrato alcuni rifugiati congolesi e sud sudanesi ospitati dal Centro Astalli, e poi, arrivando all’aeroporto di Fiumicino, si è fermato brevemente nei pressi del Monumento ai Caduti di Kindu, i 13 aviatori italiani uccisi in Congo l’11 novembre 1961.

“Alle vittime di quel sanguinoso eccidio e a tutti coloro che hanno perso la vita partecipando a missioni umanitarie e di pace – nota la Sala Stampa della Santa Sede - Papa Francesco ha dedicato una preghiera, per poi procedere in direzione dell’aereo che lo porterà nella Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, per il prossimo Viaggio Apostolico.

Durante il volo, prima di salutare i giornalisti, Papa Francesco ha ricordato che il viaggio è in attesa da un anno. E poi ha detto :”È un viaggio bello, anch'io avrei voluto andare a Goma ma con la guerra non si può andare là. Soltanto sarà Kinshasa e Giuba. Lì faremo tutto. Grazie per stare qui con me e stare tutti insieme. Grazie per il vostro lavoro che è tanto buono, aiuta tanto perché fa arrivare alla gente che si interessa a quel viaggio le immagini anche i pensieri e le riflessioni vostre sul viaggio. Grazie tante”.

Poi, al momento del passaggio sul Sahara, Papa Francesco ha detto: “In questo momento stiamo attraversando il Sahara, facciamo un pensierino di silenzio, una preghiera, per tutte le persone che cercando un po' di benessere, un po' di libertà, hanno attraversato e non ce l'hanno fatta. Tanti sofferenti che arrivano al mediterraneo, dopo aver attraversato il deserto, sono presi nei lager e soffrono lì. Preghiamo per tutta quella gente”.

Ora l’accoglienza. Il Papa viene salutato dal Primo Ministro, che lo accompagna verso il Palais des Nations, dove terrà il primo discorso del suo viaggio, quello dedicato al Corpo Diplomatico e alle autorità. Aci 31

 

 

 

Don Nkunzi: Il Papa in Congo per incontrare vittime dimenticate

 

Roma - Nove donne, nove vittime, in viaggio per oltre 2mila chilometri dal Congo ostaggio della guerra fino alla sua capitale Kinshasa. Per incontrare Papa Francesco, domani, dopo la messa. E testimoniare quello che il mondo finora non ha visto o non ha voluto vedere: la rapina delle risorse minerarie, il tesoro delle multinazionali dell'elettronica, sulla pelle di chi nel cuore dell'Africa non ha difese.

 

Del viaggio, dall'est che confina con il Ruanda e l'Uganda fino alla capitale che guarda l'Oceano Atlantico, riferisce all'agenzia Dire don Justin Nkunzi. Questo religioso, che parla in perfetto italiano, risponde al telefono dalla città di Bukavu: qui, nella regione del Kivu, dove le incursioni di eserciti e gruppi ribelli non si sono fermate né durante né dopo la fine della Grande guerra africana nel 2003, dirige la Commissione giustizia e pace dell'arcidiocesi.

 

È stato lui, insieme con il vescovo e i suoi collaboratori, a organizzare il viaggio delle nove congolesi: loro sono giunte a Kinshasa venerdì scorso, in vista dell'arrivo di Francesco, insieme con altre 36 persone che portano sul proprio corpo i segni del conflitto.

 

"Alcune sono state mutilate, hanno perso i mariti, subito violenze terribili e contratto l'aids" dice don Nkunzi. "Erano arrivate a Bukavu dai villaggi al confine con il Ruanda: lì i ribelli bruciano tutto e usano anche il corpo delle donne come un campo di battaglia; noi, grazie ai servizi di aiuto delle nostre 43 parrocchie, le abbiamo accolte e assistite perché ritrovassero forza".

 

Secondo il direttore della Commissione giustizia e pace, all'origine del conflitto nell'est della Repubblica democratica del Congo ci sono interessi economici. "Formazioni come il Mouvement du 23 mars sono solo strumenti" denuncia don Nkunzi: "L'obiettivo è creare una zona esentasse al di fuori del controllo del governo di Kinshasa dove non valga nessuna legge e sia possibile estrarre, vendere o contrabbandare coltan, cobalto e altri minerali preziosi, attraverso una regione di fatto indipendente e collegata con il Ruanda, l'Uganda, la Tanzania e da lì con i mercati mondiali".

 

Quello di Francesco è allora un viaggio di speranza. "Che un Papa anziano e con problemi di salute si rechi in visita in Congo è una cosa bellissima" sottolinea don Nkunzi. "Francesco vuole vedere il viso delle persone e delle vittime, per testimoniare la sua vicinanza e, accompagnato da decine di giornalisti, far luce su questa situazione".

 

La conferma starebbe nel progetto iniziale di viaggio, rivisto poi anche per ragioni di sicurezza. "Avrebbe dovuto avere incontri in diverse località dell'est" ricorda il religioso: "A Uvira, con le vittime delle alluvioni; a Goma, con chi era stato costretto a lasciare la propria casa a causa dell'eruzione vulcanica del 2021; infine a Butembo e a Bunia, nelle aree del Kivu dove si trovano alcune delle comunità più colpite dal conflitto armato".

 

Domani, durante la messa, il Papa leggerà un brano del Vangelo di Giovanni. "Dirà 'vi porto la pace, vi do la mia pace' e, ancora, 'rimanete nella pace'" sottolinea don Nkunzi. "Il mondo potrà farsi delle domande, perché noi siamo un po' addolorati nel vedere come sembri che non tutte le persone e non tutti i popoli abbiano lo stesso valore: oggi tutti vogliono aiutare l'Ucraina ma noi l'Ucraina l'abbiamo nei villaggi da 20 anni, con la gente che muore ogni giorno e nessuno che ne parla o se ne preoccupa".

 

È un segno che dopo il Congo il Papa visiti il Sud Sudan, un Paese ricco di petrolio, divenuto indipendente nel 2011 e solo due anni più tardi travolto da una guerra civile. A Juba Francesco atterrerà venerdì. "Nel mondo le Ucraine sono tante", riprende don Nkunzi, "anche in Congo e in Sud Sudan". Agenzia Dire 31

 

 

 

 

Il viaggio di Papa Francesco in Congo e Sud Sudan sui passi di Cesare Mazzolari

 

Un viaggio rimandato che si realizza anche grazie al coraggio dei missionari - Di Angela Ambrogetti

 

CITTÀ DEL VATICANO. "Oggi, cari fratelli e sorelle, preghiamo per la pace e la riconciliazione nella vostra patria, nella Repubblica Democratica del Congo, tanto ferita e sfruttata. Ci uniamo alle Messe celebrate nel Paese secondo questa intenzione e preghiamo perché i cristiani siano testimoni di pace, capaci di superare ogni sentimento di astio, ogni sentimento di vendetta, superare la tentazione che la riconciliazione non sia possibile, ogni attaccamento malsano al proprio gruppo che porta a disprezzare gli altri". Era il 3 luglio del 2022 e Papa Francesco che aveva dovuto rinunciare al viaggio in Congo e Sud Sudan per motivi di salute certo, ma anche di sicurezza, celebrava una messa a San Pietro in rito congolese.

Il viaggio comprendeva inizialmente anche una tappa nella provincia del Nord Kivu, dove Francesco voleva per incontrare le vittime delle violenze. Ma quella tappa non c'è nel viaggio che inizia oggi, proprio per motivi di sicurezza.

Dal 2017 gli appelli per la pace sono stati tanti a cominciare dalla speciale veglia di preghiera per la pace in Congo e nel Sud Sudan da lui presieduta nella Basilica di San Pietro il 23 novembre, poi la Giornata di preghiera indetta il 23 febbraio del 2018 dopo il rinvio, anche in quel caso per motivi di sicurezza, del viaggio in Sud Sudan che il Papa voleva fare insieme al Primate anglicano inglese Justin Welby, che era stato annunciato per il 2017. In quelle occasioni il Pontefice aveva chiesto nuovamente sforzi adeguati, soprattutto da parte della comunità internazionale, nella ricerca della pace in questi due Paesi, attraverso il dialogo e il negoziato.

Oggi finalmente questo viaggio si svolgerà quasi come previsto.

C'è una immagine suggestiva della attenzione del Papa per il Sud Sudan durante il ritiro spirituale convocato in Vaticano il 10 aprile 2019 con i due leader sud-sudanesi rivali, è quella in cui Francesco mentre bacia i loro piedi.

Il 9 luglio 2021 Papa Francesco, l’arcivescovo Welby insieme all’allora moderatore dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia Jim Wallace ha scritto un messaggio congiunto ai leader sud sudanesi esprimendo soddisfazione per i progressi compiuti nel processo di pace, riaffermando la necessità di compiere “maggiori sforzi” affinché il popolo del Sud Sudan possa “godere pienamente dei frutti dell'indipendenza”.

Nell'estate del 2017  veniva lanciata la iniziativa “Il Papa per il Sud Sudan”, un contributo economico pari a circa mezzo milione di dollari a sostegno di interventi nel campo sanitario, educativo e agricolo, con il quale Francesco ha voluto esprimere concretamente carità e vicinanza alle popolazioni della nazione africana. Dopo il nuovo rinvio del suo Viaggio apostolico nei due Paesi previsto nell’estate 2022, in un videomessaggio diramato il 2 luglio, Papa Francesco aveva nuovamente ribadito la sua vicinanza e affetto per il popolo congolese e sud-sudanese esortandoli a non lasciarsi “rubare la speranza”.

E c'è un uomo speciale da ricordare in Sud Sudan: Cesare Mazzolari, .Un uomo mite e passionale il vescovo del Sud Sudan ha compiuto la missione: dal 9 luglio del 2011 il paese è indipendente e lui ha festeggiato con quello che è il suo popolo da quando decenni fa è arrivato come missionario comboniano. Pochi mesi dopo si è spento mentre celebrava la messa. L’ ho incontrato un pomeriggio di maggio di quell'anno. Veniva presentato un libro che racconta la sua vita. Eravamo pochissimi. Eppure era bello sentirlo raccontare tutto il processo che ha portato alla creazione del nuovo stato. C’era una serenità anche nel raccontare il dramma dei cristiani che vivono nel nord e subiscono la sharia, in modo decisamente poco consueto.

“Io prevedo che siamo all’inizio di un’epoca nuova- ci disse in quell’incontro-di consolidamento del cristianesimo nel Sud Sudan, sono convinto e lo dicono anche le parole dell’ inno nazionale che dice: Dio ti ringraziamo per averci dato la Grazia! E sono parole che vengono dal cristianesimo!”

Eppure si sparge ancora sangue innocente, i cristiani sono cittadini di serie B nel Sudan ma anche nel nuovissimo stato del Sud Sudan. Ma il sangue dei martiri non è mai sparso invano. Anche quando il martirio è l’offerta spontanea di tutta una vita come quella di Cesare Mazzolari il vescovo africano nato a Brescia che in Sudan ha creato una fondazione che porta il suo nome. Aci 31

 

 

 

 

Viaggio apostolico. L’attesa del Papa tra gioia e speranza

 

Domani, 31 gennaio, inizierà il 40° Viaggio apostolico di Bergoglio, secondo Pontefice a recarsi nello Stato dell’Africa centrale già visitato da San Giovanni Paolo II nel 1980 e nel 1985. Francesco soggiornerà fino al 3 febbraio a Kinshasa, capitale e città più grande della Repubblica Democratica del Congo, per poi proseguire il Viaggio in Sud Sudan, dove non è stato nessun altro Papa e dove rimarrà fino al 5 febbraio. Don Dieudonné Kambale Kasika, responsabile della pastorale universitaria e incaricato della comunicazione per l’arcidiocesi di Kisangani, racconta i preparativi per accogliere Francesco e il suo “messaggio di pace” -Roberta Pumpo

 

Gioia e speranza animano i congolesi alla vigilia dell’arrivo di Papa Francesco. Domani, 31 gennaio, inizierà il 40° Viaggio apostolico di Bergoglio, secondo Pontefice a recarsi nello Stato dell’Africa centrale già visitato da San Giovanni Paolo II nel 1980 e nel 1985. Francesco soggiornerà fino al 3 febbraio a Kinshasa, capitale e città più grande della Repubblica Democratica del Congo, per poi proseguire il Viaggio in Sud Sudan, dove non è stato nessun altro Papa e dove rimarrà fino al 5 febbraio.

In Congo non c’è fermento solo per le strade della Capitale, dove “tutti si danno un gran daffare per accogliere al meglio Francesco”. In tutte le 48 circoscrizioni ecclesiastiche del Paese ci si organizza per seguire, seppur da “remoto”, i momenti salienti della visita. Come a Kisangani, tra le città più popolose della Repubblica. Don Dieudonné Kambale Kasika, responsabile della pastorale universitaria, parroco della parrocchia universitaria Saint Esprit e incaricato della comunicazione per l’arcidiocesi di Kisangani – il cui arcivescovo, Marcel Utembi Tapa, è anche presidente della Conferenza episcopale del Congo -, spiega che da settimane c’è aria di festa. “Governanti, politici, cittadini comuni, fedeli cattolici e non, musulmani, non vedono l’ora che arrivi martedì – dice -. Tutti aspettano il Papa a braccia aperte. La gioia non è visibile solo sui volti delle persone, è nell’aria, nei discorsi che si fanno per strada”. Il sacerdote non nasconde che in qualcuno c’è anche il timore che “per qualche impedimento dell’ultimo momento la visita possa saltare nuovamente”. Il Viaggio apostolico, infatti, era previsto dal 2 al 7 luglio scorsi. Pochi giorni prima, per i problemi al ginocchio, Francesco “con rammarico” fu costretto a posticipare. Per don Dieudonné, i prossimi giorni saranno “importantissimi” per il Congo, da decenni teatro di disordini e violenze in varie parti del Paese. “Il Papa desiderava recarsi in Congo già nel 2017 quando il presidente era Joseph Kabila, ma non fu possibile” ricorda il sacerdote. Una visita, quindi, che i congolesi attendono da anni e dalla quale si aspettano “prima di tutto il conforto spirituale di un padre che viene a visitare un popolo verso il quale, in quasi dieci anni di pontificato, ha sempre dimostrato grande affetto e particolare attenzione rivolgendo decine di appelli per la pace”. Non solo. Don Kambale Kasika ricorda anche che due volte, il 1° dicembre 2019 e il 3 luglio scorso, Francesco ha celebrato nella basilica di San Pietro con il rito zairese, dall’ex nome della Repubblica democratica del Congo, con le comunità congolesi di Roma e d’Italia.

“Il suo arrivo nella nostra terra – rimarca don Dieudonné – significa che siamo davvero nel suo cuore. Ci aspettiamo anche un messaggio forte per la pace, un messaggio rivolto al governo e ai gruppi armati perché cessino le violenze. La nostra speranza è che la sua presenza qui possa finalmente portare la pace e la riconciliazione” proprio come recita il motto della visita “Tutti riconciliati in Cristo”. Un appello quanto mai urgente in questo momento dato che a dicembre ci saranno nuove elezioni presidenziali e “al momento – dice il parroco – si è concentrati solo sulle votazioni ma nella parte orientale del Paese la situazione diventa ogni giorno più preoccupante.

Da mesi ci sono forti tensioni e scontri tra Congo e Rwanda. I rispettivi presidenti hanno fatto discorsi che sembravano dichiarazioni di guerra tra le due nazioni. Solo pochi giorni fa un aereo dell’esercito del Congo è stato attaccato. Nella parte est del Paese c’è questo clima di guerra e violenza molto preoccupante con centinaia di profughi in fuga”. In preparazione della visita del Papa i congolesi hanno “pregato tanto” utilizzando anche una preghiera scritta e diffusa dai vescovi. “È stata recitata quotidianamente in ogni comunità parrocchiale, religiosa e nelle scuole – afferma don Dieudonné -. Sono state anche raccolte offerte speciali e preparati abiti con il ritratto del Papa e il motto della visita”. Mercoledì 1° febbraio, quando a Kinshasa è in programma la Messa all’Aeroporto di N’dolo, a Kisangani i giovani universitari e gli altri parrocchiani si ritroveranno in chiesa per “seguire la messa in diretta televisiva – conclude don Kambale Kasika -. Rimarremo in un clima di preghiera e di comunione con il Papa e con tutti i fedeli che potranno raggiungere Kinshasa”. Sir 30

 

 

 

 

 

Il ruolo del vescovo nel processo sinodale

 

Lettera dei cardinali Grech e Hollerich ai vescovi di tutto il mondo

 

Città del Vaticano. Alla vigilia della celebrazione delle Assemblee Continentali, è con una lettera indirizzata a tutti i vescovi eparchiali delle Chiese Orientali Cattoliche e ai vescovi diocesani in tutto il mondo, che il Segretario Generale del Sinodo, il cardinale Mario Grech, e il Relatore Generale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, il cardinale Jean-Claude Hollerich affrontano il tema del ruolo del vescovo nel processo sinodale in corso.

 

Ricordando il carattere processuale del Sinodo sulla Sinodalità convocato da Papa Francesco, i due cardinali intendono richiamare la responsabilità dei pastori “principio e fondamento di unità del Popolo santo di Dio” (LG 23) nei confronti del processo sinodale.

 

Di fatto, scrivono i due cardinali “…non si dà esercizio della sinodalità ecclesiale senza esercizio della collegialità episcopale”, a testimonianza di come queste due ‘dimensioni’ della vita della Chiesa non sono in contrapposizione, ma l’una non può sussistere senza l’altra.

 

Onde evitare qualsiasi fraintendimento, la lettera intende poi ribadire con forza il tema primario – quello della sinodalità – scelto da Papa Francesco per i lavori dell’assemblea sinodale dei vescovi del prossimo ottobre. “Vi sono infatti alcuni che presumono di sapere già ora quali saranno le conclusioni dell’Assemblea sinodale. Altri vorrebbero imporre al Sinodo un’agenda, con l’intento di orientare la discussione e condizionarne i risultati. Tuttavia il tema che il Papa ha assegnato alla XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi è chiaro: «Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione». Questo è dunque l’unico tema che siamo chiamati ad approfondire in ognuna delle fasi del processo. Le aspettative nei confronti del Sinodo 2021-2024 sono molte e diverse, ma non è compito della Assemblea affrontare tutte le questioni attorno a cui nella Chiesa si dibatte”.

 

Alla vigilia delle Assemblee sinodali continentali, la lettera si sofferma poi sull’obbiettivo primario di queste assemblee: crescere nello stile sinodale. “Più cresceremo in uno stile sinodale di Chiesa, più tutti noi membri del Popolo di Dio – fedeli e Pastori – impareremo a sentire cum Ecclesia, nella fedeltà alla Parola di Dio e alla Tradizione. D’altra parte, come potremmo affrontare questioni puntuali, spesso divisive, senza prima aver risposto alla grande questione che interroga la Chiesa a partire dal Concilio Vaticano II: «Chiesa, cosa dici di te stessa?».” De.it.press 30

 

 

 

Il Papa: "La spirale di morte in Medio Oriente chiude gli spazi di fiducia tra i popoli"

 

"Con grande dolore apprendo le notizie che giungono dalla Terra Santa, in particolare della morte di 10 palestinesi, tra cui una donna, uccisi durante azioni militari israeliane antiterrorismo in Palestina e di quanto accaduto vicino a Gerusalemme venerdì sera quando 7 ebrei israeliani sono stati uccisi da un palestinese e tre sono stati feriti all'uscita della sinagoga". Papa Francesco dopo l'Angelus, parla con preoccupazione di quanto sta accadendo a Gaza e a Gerusalemme, tra scontri militari e attentati.

"Si cerchi una via di pace"

"La spirale di morte - ha continuato Bergoglio - che aumenta di giorno in giorno non fa altro che chiudere i pochi spiragli di fiducia che ci sono tra i due popoli. Dall'inizio dell'anno - sottolinea il Pontefice - decine di palestinesi sono rimasti uccisi negli scontri a fuoco con l'esercito israeliano. Faccio appello ai due governi e alla comunità internazionale affinché si trovino subito e senza indugio altre strade che comprendano il dialogo e la ricerca sincera della pace"

"Basta sprechi di cibo"

Papa Francesco poi ha lanciato l'allarme su quanti muoiono di fame, specie in Africa.  "Risulta che nel mondo ogni anno - ha detto ancora Bergoglio dopo l'Angelus - vada sprecato circa un terzo della produzione alimentare totale. E questo mentre tanti muoiono di fame!". "Le risorse del creato non si possono usare così; i beni vanno custoditi e condivisi, in modo che a nessuno manchi il necessario. Non sprechiamo quello che abbiamo, ma diffondiamo un'ecologia della giustizia e della condivisione!", ha aggiunto il Pontefice. LR 29

 

 

 

 

Diplomazia pontificia, verso Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan

 

Il nunzio a Kinshasa racconta le sfide del viaggio del Papa nel Paese. La presidente del Kosovo in visita da Papa Francesco - Di Andrea Gagliarducci

 

KINSHASA. Si prepara il viaggio di Papa Francesco in Repubblica Democratica del Congo e in Sud Sudan, e vale la pena guardare a come queste due nazioni hanno gestito le relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Osservatore privilegiato è sicuramente il nunzio in Repubblica Democratica del Congo, l’arcivescovo Ettore Balestrero, che con ACI Stampa delinea quali sono le sfide del viaggio.

La scorsa settimana, il Papa ha incontrato la presidente del Kosovo. La Santa Sede guarda con attenzione alla situazione nei Balcani, ma non ha mai riconosciuto il Kosovo per via di uno status internazionale controverso. La visita della presidente puntava anche a cercare di portare le relazioni con la Santa Sede ad un altro livello.

Il nunzio Balestrero sul viaggio di Papa Francesco

Papa Francesco arriverà in Repubblica Democratica del Congo il prossimo 31 gennaio, per un viaggio che aveva già previsto a luglio e che ha dovuto rimandare per il suo stato di salute. Nel programma del viaggio di luglio, era previsa anche una tappa a Goma, nel Nord Kivu, per dire Messa lì dove l’ambasciatore Luca Attanasio era stato ucciso, ma questo non succederà perché la situazione di sicurezza non lo consente. Eppure, ci sarà un momento molto importante nel viaggio, che è quello dell’incontro con le vittime del conflitto

Secondo l’arcivescovo Ettore Balestrero, Papa Francesco visiterà prima di tutto il Paese come “un padre, ad invitare i Cattolici a dare più spazio a Dio, a testimoniare la fede con coerenza e con gioia, a bandire ogni dicotomia fra la fede professata e la vita vissuta”.

Ma viene anche come “amico di tutti i congolesi”, per invitare “tutti i congolesi a

voltare pagina”. Il Papa, inoltre, potrebbe – è il pensiero del nunzio – invitare “la comunità internazionale a non lasciare da soli i Congolesi, a non considerare questo Paese come un ‘problema’, ma piuttosto come un’’urgenza morale’, che non si può dimenticare e nemmeno trascurare”.

Il ruolo della Chiesa in Repubblica Democratica del Congo è importantissimo. L’“ambasciatore del Papa” a Kinshasa ricorda che l 40 per cento delle istituzioni sanitarie nel Paese sono gestite da personale e istituzioni cattoliche e le scuole pubbliche gestite da personale cattolico sono frequentate da almeno sette milioni di studenti.

“Storicamente – dice il nunzio - la Chiesa ho accompagnato il consolidamento della coscienza democratica del Paese. Credo, dunque, che il Papa ringrazierà la Chiesa per questo lavoro e per i rischi, talvolta molto grandi, che deve affrontare. Credo che inviterà pure la Chiesa, per essere efficace, ad agire sempre in linea con la propria identità, e per essere ‘credibile’, ad esser profondamente ‘credente’.”

Particolarmente complessa la situazione nel Kivu e nell’Ituri, dove ci sono più di 60 milizie armate. In particolare, ricorda il nunzio, “attorno a Goma adesso c’è il conflitto con il gruppo M 23 (23 marzo) che ha provocato 550.00 sfollati in tre mesi; la frontiera invisibile tra i territori conquistati dalle milizie e quelli controllati dall’esercito nazionale passa proprio dove il Santo Padre avrebbe dovuto celebrare la Messa a Goma, e questo fa immediatamente comprendere perché non si sia più potuto prevedere una tappa del viaggio in quella zona”.

Quindi, “più a nord, c’è il conflitto con le ADF, nel quale l’azione delle truppe ugandesi e di quelle congolesi, più che respingere tali milizie, le ha spinte all’interno del Congo. Le ADF sono il maggiore beneficiario del conflitto con l’M23, nel senso che per mesi l’attenzione è stata puntata altrove; intanto, esse hanno rafforzato pure i loro legami finanziari e di risorse umane con l’ISIS e hanno reso le metodologie dei loro attacchi sempre più omogenee a quelle dell’ISIS. Come si vede, non è una situazione facile!”

Allo stesso tempo, il nunzio sottolinea gli esempi straordinari nella Chiesa Cattolica. “Ho assistito – racconta - le Suore che gestiscono un ospedale proprio nel territorio del conflitto. Avevano ordinato loro di evacuarlo, ma non lo hanno fatto, perché non potevano lasciare i loro pazienti da soli – c’erano donne che avrebbero dovuto partorire, e che sarebbero rimaste senza assistenza”.

Queste suore – aggiunge – “sono una profezia per il Congo, l’esempio di quello che si dovrebbe fare: sono rwandesi e congolesi e lavorano insieme per il bene di tutti”, mentre “i Vescovi si sforzano d’inviare sacerdoti di un’etnia in località di etnia diversa, proprio per favorire questo stare insieme e questa comprensione reciproca”.

L’arcivescovo Balestrero nota che le autorità hanno messo in piedi la sicurezza necessaria per il viaggio in una situazione complessa, e dice che si aspettano addirittura “due milioni di persone che parteciperanno alla Messa, il che manifesta quanto sia grande l’attesa e la gioia. È un sogno che diventa realtà!”

Tuttavia, rimarca, “l’impatto della visita dipende anzitutto dai cuori delle persone, dalla disponibilità di ciascuno di lasciarsi interpellare sul serio. La presenza del Papa è uno sprone, ma poi sono i congolesi che devono prendere l’iniziativa, facendo partire il cambiamento da loro stessi e dalla loro vita”.

Repubblica Democratica del Congo e Santa Sede, quali sono i rapporti diplomatici

Nelle relazioni tra Repubblica Democratica del Congo e della Santa Sede, sembra ora ci sia la primavera dopo un inverno che sembrava particolarmente rigido. L’arrivo del nunzio Ettore Balestrero, i rapporti più distesi con la presidenza Tshisekedi hanno portato alla possibilità di un viaggio di Papa Francesco nel Paese. Il Papa ci pensava da tempo, a onore del vero.

I rapporti diplomatici sono comunque di lunga data. Già nel 1930 fu istituita la delegazione apostolica del Congo Belga, che cambiò poi nome in delegazione apostolica del Congo Belga e Ruanda-Urundi nel 1946; delegazione apostolica del Congo e Ruanda Urundi nel 1960; e delegazione apostolica del Congo e Ruanda nel 1962.

La nunziatura apostolica nel Congo fu stabilita il 16 febbraio 1963, e dunque quest’anno festeggia il suo sessantesimo anniversario. La nunziatura prese il nome di nunziatura in Zaire nel 1977 e di nunziatura presso la Repubblica Democratica del Congo nel 1997.

L’inverno nelle relazioni aveva avuto un culmine nel 2018, quando la Chiesa Congolese aveva avuto un ruolo nell’organizzazione delle elezioni presidenziali e provinciali. Le elezioni erano state contestate dalla Conferenza Episcopale del Congo, ma confermate dalla Commissione Elettorale Nazionale Indipendente e confermate dalla Corte Costituzionale.

Al culmine di quella situazione, la Santa Sede richiamò a Roma l’arcivescovo Mariano Montemayor, nunzio apostolico, con una mossa decisa appena dopo l’incontro del 19 gennaio 2018 tra l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, “ministro degli Esteri” vaticano, e il vice primo ministro e ministro degli Affari Esteri e dell’Integrazione Regionale Leonard She Okitundu.

Ma prima di quelle elezioni c’era stata la repressione sanguinosa della marcia dei cattolici del 31 dicembre 2017, che la nunziatura apostolica, con un comunicato del 2 gennaio 2018, aveva giustificato le azioni nel quadro degli appelli a manifestare lanciati dal Comitato Laico di Coordinamento, sottolineando che la legge fondamentale della Chiesa Cattolica “garantisce ad ogni battezzato cattolico di costituirsi in associazioni e promuovere le iniziative che sono in armonie con la missione della Chiesa”.

Ma la Chiesa Cattolica aveva sempre perseguito una strada di dialogo, tanto che Papa Francesco aveva ricevuto l’allora presidente Joseph Kabila il 26 settembre 2016, appena una settimana dopo le manifestazioni dei cattolici del 19 e 20 settembre 2016, anche quelle violentemente represse dalla polizia congolese. In occasione di quell’udienza, Papa Francesco aveva sottolineato l’importanza della collaborazione tra differenti attori politici e i rappresentanti della società civile, nonché le comunità religiose, includendo la Chiesa Cattolica nella Repubblica Democratica del Congo.

Da allora, le relazioni tra le istituzioni congolesi e la Chiesa Cattolica erano state molto tese. Il 7 marzo 2017, l’episcopato cattolico congolese aveva denunciato le manovre volte a far ritardare l’applicazione dell’accordo del 31 dicembre 2016. Al tempo, si pensava ad un viaggio del Papa in Repubblica Democratica del Congo nel 2017, da fare passando anche dal Congo Brazzaville, ma il Papa, in una intervista al quotidiano tedesco Die Zeit il 9 marzo 2017, aveva detto che “si prevedeva di andare nei due Congo, ma con Kabilla non si può, non credo si possa andare”.

Il cambio di rotta si può notare anche nel numero di visite dei presidenti. Papa Francesco ha ricevuto Kabila una sola volta, mentre il presidente Tshisekedi è stato due volte in visita dal Papa, il 5 ottobre 2019 e il 17 gennaio 2020. In quell’occasione, si ratificò anche l’accordo quadro tra Santa Sede e Repubblica Democratica del Congo.

Oggi, il nunzio è l’arcivescovo Ettore Balestrero, e i rapporti sono molto più distesi.

Dalla fine dello scorso anno, ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo presso la Santa Sede è Deogratias Ndagano Mangokube.

Le relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Sud Sudan

Santa Sede e Sud Sudan festeggiano quest’anno i dieci anni di relazioni diplomatiche, che sono state stabilite nel 2013. Va ricordato, però, che il Sudan del Sud fu stabilito come Stato indipendente solo nel 2011, e dunque si può dire che nella quasi interezza della sua storia ha avuto relazioni diplomatiche con la Santa Sede.

Inevitabile, considerando che il lavoro dei missionari fu cruciale nell’arrivare ad una indipendenza del Paese.

Furono soprattutto i missionari comboniani a lavorare sul territorio, cercando di evangelizzare il Sud Sudan lungo tutto il XX secolo nonostante fosse teatro della guerra con il Sudan. Una guerra che distrusse molte chiese, rendendo molo difficile una normale azione pastorale.

Con la pace del 2005, la Chiesa del Sud Sudan ha cominciato a riorganizzarsi e i vescovi sono riusciti a tornare nelle loro sedi, lavorando nel diffondere coraggio e vigilare sullo svolgimento del processo di pace che ha portato al referendum per l’indipendenza del 2011.

L’indipendenza ha dato un'altra spinta all’evangelizzazione nel Paese, e tra l’altro va segnalato il lavoro del Consiglio Ecumenico delle Chiese, molto presene sul territorio e molto attivo anche nel difendere il processo di pace.

I cattolici in Sud Sudan sono dal 38 al 40 per cento della popolazione di 11 milioni di abitanti, divisi in una grande varietà di gruppi etnici.

Secondo l’arcidiocesi di Giuba, 6,2 milioni di residenti appartengono alla Chiesa Cattolica.

I primi cristiani nell’attuale Sud Sudan erano presenti già nel V secolo, ma la diffusione dell’Islam nell’allora regno di Nubia li portò all’espulsione nel 640. Fino al XIX secolo, la Chiesa cattolica non si ristabilì nel territorio, quando arrivò Daniele Comboni con i suoi missionari..

Il Sud Sudan è diviso in sette diocesi; sono tutti incorporati nella provincia ecclesiastica di Giuba. Arcivescovo di Giuba è Stephen Ameyu Martin Mulla, 59 anni.

La Conferenza episcopale cattolica comprende ancora i vescovi delle diocesi di Sudan e Sud Sudan, ma c'è un sottosegretariato separato per il sud.

 

La presidente del Kosovo da Papa Francesco

Il 21 gennaio, Vjosa Osmani, presidentte del Kosovo, è stata ricevuta da Papa Francesco.

L’udienza non era nella lista di udienze ufficiali di Papa Francesco, anche perché la Santa Sede non riconosce il Kosovo, e non lo farà finché il suo status internazionale smetterà di essere controverso. Tuttavia, la Santa Sede ha mostrato molta attenzione per la regione, tano che il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, la ha visitata nel giugno 2019.

La visita della presidente kosovara è stata annunciata da un comunicato ufficiale del governo. Osmani ha fatto visita a Papa Francesco in compagnia del marito Prindon Sandriu e della vice premier Donika Gërvalla.

Secondo il comunicato, Osmani ha informato il Papa della determinazione del suo Paese a coltivare e promuovere ulteriormente la pace, l’armonia e la convivenza tra i popoli.

Osmani ha sottolineato di aver “ringraziato in particolare il Santo Padre per la premura che sta dimostrando nei confronti del Kosovo, e lo ho ringraziato per la sua decisione cinque anni fa di elevare l’amministrazione apostolica al livello di diocesi”.

Secondo la presidente, l’obiettivo comune di Kosovo e Santa Sede è “l’ulteriore approfondimento delle relazioni con il Vaticano e l’espansione della cooperazione in molti campi”. Il Kosovo, ha aggiunto la presidente, aspira ad essere riconosciuto dalla Santa Sede.

Trattandosi di visita privata, non c’è stato un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede. Nel 2016 e il 2017, il presidente Hashim Thaçi fece visita al Papa, nel 2018 fu la volta del Primo Ministro Ramush Haradinaj, e nel 2019 venne in Vaticano il ministro degli Esteri Behgjet Pacolli.

La Santa Sede non ha riconosciuto il Kosovo, il cui status è particolarmente controverso. La Santa Sede ha però nominato un delegato apostolico nella persona del nunzio in Slovenia.

Ucraina, una legge che mette al bando le confessioni religiose con legami con la Russia

Il 19 gennaio 2023, Denys Shmyhal, presidente del Consiglio Ucrainao, ha presenao alla Rada la proposta di legge 8371, che vuole bandire le organizzazioni religiose che fanno riferimento alla Russia.

La legge ha lo scopo di “assicurare indipendenza spirituale, evitare la divisione nella società in linee religiose, promuovere il consolidamento della società ucraina e proteggere gli interessi nazionali”.

Ci sono emendamenti alle leggi ucraine “Sulla libertà di coscienza e le organizzazioni religiose” e “Sulla registrazione presso lo Stato di entità legali, imprenditori individuali e organizzazioni pubbliche”.

Shmyhal si è detto sicuro che la legge sarebbe stata approvata. Secondo il parlamentare Fedir Venislavsky, che milita nel partito “Servitore del Popolo” di Volodymir Zelensky, questa legge “è una priorità per la sicurezza nazionale ucraina, e le questioni della sovranità statale e l’integrità territoriale prevalgono su una possibile valutazione negativa delle proibizioni delle organizzazioni religiose che hanno centri di governo nel Cremlino. Per questo, prevedo che la legge passerà in maniera abbastanza velocemente, credo prima della fine dell’inverno, e c’è ogni chance che questa legge sia approvata già in prima lettura”.

La legge si riferisce in particolare alla Chiesa Ortodossa Russa legatta al Patriarcato di Mosca. La legge infatti si formula come un “addendum” all’articolo 5 sulla “Separazione della Chiesa dallo Stato” della legge ucraina “Sulla libertà di coscienza delle organizzazioni religiose”, in modo da colpire: le organizzazioni religiose le cui attività non sono consentite; i centri di influenza delle organizzazioni religiose; e un centro di gestione che si trovi fuori dall’Ucraina in uno Stato che porti una aggressione contro l’Ucraina..

Quindi, la strategia del governo punta ad allargare i poteri dell’esecutivo centrale che implementa la politica di Stato nella regione.

Infine, si punta ad eliminare le violazioni, partendo dalle “relazioni canoniche” – e qui la legge diventa critica, perché considera una relazione di tipo religioso come una relazione politica.

Lo strumento è quello di appellarsi al tribunale con azioni amministrative perché siano terminate le attività delle organizzazioni religiose in caso falliscano di rispettare l’ordine di eliminare le violazioni.

Il rischio è comunque quello di una totale arbitrarietà burocratica. La legge non è un bando diretto della Chiesa Ortodossa Russa, ma il modo in cui questo può essere applicato e la larghezza dei termini, potrebbe in qualche modo dare spazio ad una vera e propria repressione.

In pratica, alla Chiesa Ortodossa sarà richiesto di dissociarsi dalla Chiesa Ortodossa Russa in questioni canoniche, legali, organizzative.

 

Il Cardinale Stella a Cuba

Il Cardinale Beniamino Stella, già nunzio apostolico a Cuba tra il 1993 e il 1999, ha visitato il Paese a partire dal 21 gennaio come inviato del Papa per la commemorazione del 25esimo anniversario della storica visita apostolica di Papa Giovanni Paolo II a Cuba.

Giovanni Paolo II, primo Papa a visitare la isla, fu a Cuba dal 21 al 25 gennaio 1998. Il Cardinale Stella era già stato a Cuba nel 2015, alcuni mesi prima del primo viaggio di Papa Francesco nel Paese, in cui si incontrò con i membri della Conferenza Episcopale locale e i sacerdoti, diaconi e seminaristi delle varie diocesi cubane. Ebbe anche incontri con le autorità del Paese e celebrò Messa nelle cattedrali di Santiago di Cuba, Camagüey e La Habana.

Benedetto XVI visitò Cuba nel marzo 2012, mentre Papa Francesco vi andò nel settembre 2015, e poi nel febbraio 2016, per una breve sosta per lo storico primo incontro tra un Papa e il Patriarca di Mosca.

Lo scorso dicembre, Papa Francesco inviò una lettera ai vescovi cubani per ricordare il viaggio di Giovanni Paolo II, e nella lettera ricordò che proprio il Cardinale Stella fu “testimone privilegiato di quell’evento”.

La Santa Sede all’OSCE nel giorno della memoria

Il 26 gennaio, durante il 1408esimo incontro del Consiglio Permanente dell’OSCE, monsignor Janusz Urbanczyk, rappresentante permanente della Santa Sede all’OSCE, ha risposto ad un discorso del presidente della International Holocaust Remembrance Alliance Ann Barnes.

Monsignor Urbanczyk ha sottolineato che, proprio in particolare nella Giornata della Memoria, si ricorda “l’indicibile crudeltà dell’Olocausto, la deportazione pianificata, l’annichilimento e lo sterminio del popolo ebreo”, e anche le “migliaia dopo miglia uccise dalla brutale macchina della persecuzione nazista, vittime dei più atroci crimini contro l’umanità, che hanno sofferto terribilmente a causa della totale mancanza di riguardo della loro inerente dignità di esseri umani dai loro persecutori nazisti.

Monsignor Urbanczyk ha ricordato che il Papa ha sottolineato che “non ci può essere impegno nel costruire la fraternità insieme senza prima distruggere le radici di odio e violenza che hanno alimentato l’orrore dell’Olocausto”, e che dunque è cruciale ricordare, lavorando, come ha detto il Papa, per per preparare un futuro “realmente umano”, per cui “non basta rigettare il male”, ma occorre “costruire insieme il bene comune”.

Il rappresentante della Santa Sede all’OSCE nota che “non è un compito semplice”, in società ancora colpite dalle cicatrici “dell’odio, della violenza e del rigetto dei diritti umani e dignità”. Quindi, sottolinea che si deve anche ricordare quanti hanno protetto i perseguitati a rischio delle loro vite, combattendo le orrende atrocità che li circondavano”.

La Santa Sede ha ribadito infine la sua “inequivocabile condanna di vecchie e nuove forme di antisemitismo, sottolineando che il ricordo e l’educazione riguardo questa calamità sono di estrema importanza”. Aci 29

 

 

 

 

Il Papa torna sull’omosessualità: “Errato criminalizzarla”

 

Il Pontefice: «Nell'esprimere una valutazione bisogna tenere conto delle circostanze che diminuiscono o annullano la colpa»

 

Papa Francesco precisa la sua posizione sull'omosessualità, spiegando che gli atti omosex, per la morale cattolica, sono peccato «come lo è ogni atto sessuale fuori dal matrimonio». E che comunque, nell'esprimere una valutazione, «bisogna tenere conto delle circostanze che diminuiscono o annullano la colpa», dal momento che c'è il peccato ma ci sono anche «la libertà» e «l'intenzione». «Mi sono riferito semplicemente all'insegnamento della morale cattolica, che dice che ogni atto sessuale al di fuori del matrimonio è peccato», scrive infatti il Pontefice rispondendo a una lettera di padre James Martin, il gesuita statunitense che svolge il suo apostolato tra le persone Lgbt, per chiarire il senso delle sue parole nella recente intervista all'Associated Press, che tanto hanno fatto discutere.

La risposta autografa del Papa, in spagnolo, è stata pubblicata sul sito di padre Martin "Outreach.faith". Già dal contesto dell'intervista con la Ap - sottolinea il sito della Santa Sede Vatican News rilanciando il contenuto della lettera - risultava evidente che Francesco aveva parlato di omosessualità intendendo in quel caso gli «atti omosessuali» e non la condizione omosessuale in sé. Con la sua risposta, il Papa ribadisce che la sua posizione, già ripetuta fin dal primo colloquio con i giornalisti nel volo di ritorno dal Brasile nel 2013 («Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?») è quella del Catechismo della Chiesa cattolica. Rispondendo a padre Martin, il Papa sottolinea inoltre, riguardo al peccato, che «bisogna considerare anche le circostanze, che diminuiscono o annullano la colpa», perché «sappiamo bene che la morale cattolica, oltre alla materia, valuta la libertà, l'intenzione; e questo, per ogni tipo di peccato».

Quindi, nella lettera ribadisce quanto detto alla Ap: «A chi vuole criminalizzare l'omosessualità vorrei dire che si sbaglia». Nell'intervista aveva sottolineato che «essere omosessuali non è un crimine», mentre ci sono oltre 50 Paesi che contemplano condanne legali per le persone omosessuali e alcuni di questi Paesi hanno addirittura la pena di morte. La lettera si conclude con il Papa che prega per il lavoro di padre Martin e per la comunità Lgbt da lui seguita. E aggiunge: «Vi prego di fare lo stesso per me». Padre James Martin, 62 anni, che tra le altre cose dal 2017 è consultore del Dicastero vaticano per la Comunicazione, è molto attivo a favore della piena accettazione delle persone Lgbtq nella Chiesa cattolica. E' autore del libro 'Building a Bridge: How the Catholic Church and the Lgbt Community Can Enter into a Relationship of Respect, Compassion, and Sensitivity' (Un ponte da costruire), relativo alla pastorale verso il mondo Lgbtq e, sempre sulla stessa tematica, nel 2021 ha realizzato un Dvd presentato al Tribeca Film Festival a New York. Nonostante le critiche per le sue iniziative, papa Francesco lo ha sostenuto più volte in questo suo lavoro. LS 28

 

 

 

 

Migrantes: Decreto flussi, “un segnale positivo ma ancora insufficiente”

 

Il Decreto flussi 2023 approvato recentemente dal Governo Italiano –  e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 26 gennaio u.s. -  fissa una quota massima di 82.705 lavoratori non comunitari che nei prossimi mesi potranno fare ingresso legalmente in Italia per lavorare. Si tratta di un segnale positivo, ma ancora non sufficiente. Da più parti, infatti, e soprattutto fra le associazioni di categoria e le organizzazioni professionali, da tempo si domanda di incrementare le quote di ingresso legali riservate ai lavoratori non comunitari. Si tratta di confrontarsi realisticamente con la grave mancanza di addetti in alcuni settori specifici, in particolare nell’agricoltura, nel turismo e nell'industria.

Già il Decreto flussi 2022 prevedeva una quota massima di 69.700 lavoratori non comunitari subordinati, stagionali e non stagionali, e di lavoratori autonomi. Una cifra ben più significativa rispetto alle poche migliaia degli anni precedenti.

In questa occasione si impone, però, un'ulteriore riflessione. Mentre da un lato si continuano a limitare oltre il necessario le opportunità di ingresso legali in Italia, dall’altro, in base al memorandum Italia-Libia, sono state respinte 100mila persone dal 2017 ad oggi.

Oltre all'evidente tragedia umana, si tratta di risorse umane preziose che rischiano di essere sprecate, che, unitamente alle decine di migliaia di lavoratori immigrati irregolari presenti sul territorio nazionale, con opportune misure di regolarizzazione (protezione sociale, incontro fra domanda e offerta, sanatoria…) crediamo potrebbero essere più e meglio valorizzate per costruire insieme il futuro sociale ed economico del Paese. Mons. Pierpaolo Felicolo, Direttore Generale Fondazione Migrantes

 

 

 

 

Giornata della memoria. Dichiarazione del Cardinale Matteo Zuppi, Presidente della CEI

 

Pubblichiamo il testo integrale della Dichiarazione del Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, in occasione della Giornata della memoria.

 

“Il ricordo di quello sterminio di milioni di persone ebree e di altre fedi – ha ricordato Papa Francesco – non può essere né dimenticato né negato”. Ecco perché la Giornata della memoria è un appuntamento che impone a tutti non solo di ricordare la brutalità compiuta, ma di contrastare ogni forma di razzismo, antisemitismo e discriminazione. Sono semi insidiosi, che riappaiono in maniera inquietante, che si nutrono di indifferenza e ignoranza, giustificano atteggiamenti e parole, sempre pericolose, come ad esempio il razzismo digitale.

Il 27 gennaio, dunque, onora la memoria di quelle vittime, ci aiuta a capire il nostro passato (perché sono nostri fratelli e sorelle), a raccoglierne la dolorosa eredità consegnata perché ci rendiamo conto e non accada più. Non si deve trasmettere soltanto un’informazione ma occorre toccare il cuore. In un momento così difficile, pieno di inquietanti semi di violenza, confrontandoci con la terribile logica della guerra frutto sempre della crescita di inimicizia e disprezzo della vita, la memoria delle vittime deve imporci un nuovo impegno per costruire un mondo di pace.

Etty Hillesum, uccisa in campo di concentramento, scrisse: “È proprio l’unica possibilità che abbiamo, Klaas, non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri. E convinciamoci che ogni atomo di odio che aggiungiamo al mondo lo rende ancor più inospitale”. Fratelli tutti, la grande visione riproposta da Papa Francesco, è possibile a tutti e necessaria per tutti, consapevoli che non può essere solo un auspicio ma un impegno. Cei 27

 

 

 

 

Giornata della Memoria: Auschwitz e l’importanza della scelta giusta

 

Spesso il male ci scoraggia con la sua potenza e appare invincibile, quasi avesse l’ultima parola su tutto sulle decisioni sugli eventi e sulle nostre scelte.  A volte ci affascina perché ci consegna nelle mani un potere che di norma non avremmo. Per questo di solito possono scattare in molti di noi forme di emulazione, imitandolo ed esacerbandolo, nelle nostre piccole e banali situazioni. – di Michele Illiceto

 

L’unica arma che abbiamo contro il male è la nostra ragione, la quale se usata bene, cioè in modo retto se secondo verità di coscienza, diventa, come diceva Aristotele, una buona guida per le scelte giuste ispirate all’equilibrio e al rispetto.

Il male, in tutte le sue forme, lo si combatte solo con l’educazione e la formazione. Per tale motivo per le nuove generazioni celebrare questa giornata della memoria è importante. Non per commuoverci ma per impegnarci e schierarci ogni giorno dalla parte del bene, seguendo l’esempio di quanti hanno lottato e resistito, anche morendo, all’urto devastante della follia umana. Una di queste è certamente Etty Hillesum, che ci ha insegnato a respirare il profumo dell’amore per la vita proprio nel cuore della notte del mondo. Ci ha insegnato che, in ogni circostanza, si può essere come un gelsomino che, nonostante la pioggia, ancora ha la forza di fiorire.

Etty ci insegna ad accettare il dolore senza tuttavia rassegnarsi. Sperimentare la potenza del male e continuare a credere nella forza del bene. Non però un bene astratto, ridotto a pura categoria etica e filosofica, ma un bene che si fa appello e che chiede alla tua coscienza, alla tua libertà e alla tua responsabilità da che parte stare. Un bene che prende la forma dei volti che, silenziosi, ti guardano nel mentre ti chiedono di non passare oltre. Perché, come dice il filosofo Levinas, sui volti sta scritto il più grande comandamento di sempre:“Non  uccidere!”

Nella sua esperienza tragica, vissuta prima a Westerbork e poi ad Auschwitz, dove ha trovato la morte, Etty ha compreso che il mondo e la storia passano attraverso le piccole scelte che ognuno di noi compie quotidianamente e che, sommate a quelle degli altri, decidono le sorti di un’epoca, di un paese, di una città, di una nazione intera. Siamo affidati a noi stessi e un frammento di tempo e di storia ci è consegnato per decidere che cosa farne, se schierarci dalla parte del bene o del male: “Sono affidata a me stessa e dovrò cavarmela da sola. L’unica norma che hai sei tu stessa, lo ripeto sempre. E l’unica responsabilità che puoi assumerti nella vita è la tua. Ma devi assumertela pienamente”.

Ognuno è l’insieme delle scelte che compie. Scelte che decidono sia di noi che degli altri. Etty ci insegna a non temere le contraddizioni. Anzi, sostiene che “la vita è composta di contraddizioni, che vanno accettate tutte come sue parti integranti, e che non si può accentuarne una a spese di un’altra”.

Etty non ha cercato di salvarsi. Sapeva che non avrebbe potuto farlo. E allora, piuttosto che salvare se stessa, e piangersi addosso per un destino crudele, da innocente ha deciso di salvare noi che dopo di lei saremmo venuti senza aver visto l’orrore che invece lei, insieme ad altri milioni di ebrei, ha visto.

Ha deciso si salvare quel pezzo di umanità che in lei ancora voleva elevarsi all’altezza della propria dignità, contro un nazismo che, al contrario, stava cercando di annientare e annichilire. E lo ha fatto consegnandoci un compito: non soccombere al male nelle piccole cose per impedire che poi cresca e si faccia imponente nelle grandi cose.

La forza più grande del male non è quando colpisce –  forse già troppo tardi – ma quando lentamente e silenziosamente, cresce, con la scusa della paura, sotto il manto della nostra indifferenza e della nostra apatia e nel segreto delle nostre piccole scelte sbagliate. Perché la forza del male è direttamente proporzionale al sonno in cui versano le coscienze degli uomini. Non per nulla qualcuno ha scritto che “Il sonno della ragione genera mostri”. E il male diventa la passione dominante quando le altre passioni diventano tristi.

Senza riparo, Etty si è fatta lei stessa riparo. E la sera, tra i fili spinati del campo che già puzzava di fumo e si copriva di ceneri umane, riusciva sempre a trovare un cantuccio in cui ritirarsi, per poter attingere la forza di continuare a credere ancora in quel bene che invece appariva debole, offeso e non creduto, calpestato e vilipeso. Deriso.

Questo cantuccio era il suo mondo interiore, spazio immenso e sacro, dove nessuna violenza sarebbe mai potuta entrare. È qui che ha posto gli argini al dilagare di una possibile rassegnazione. Era convinta che “bisogna ascoltare con pazienza la propria voce interiore…”. Non luogo verso cui scappare, lasciando che il mondo ci crolli addosso, ma luogo da cui ricominciare. Rialzarsi. Rinascere. Dove è possibile custodire un’altezza che ti permette di elevarti e una profondità che ti consente di fermarti e raccoglierti: “C’è sempre una camera silenziosa in qualche angoletto del nostro essere e potremo pur occuparla di tanto in tanto (…) Non potranno di certo privarci di quello spazio”. È qui che si possono riaccendere la luce della ragione e il calore del cuore, per tornare a pensare e lottare. E sentire nostalgia del bene proprio quando esso soccombe.

Anche se il mondo di fuori stava capitolando sotto la barbarie nazista, Etty capisce che c’è dentro di noi uno spazio che nessuno potrà mai oscurare. È lì che si decide la vera battaglia tra il bene e il male. Affrontare il crollo dell’esteriorità con la profonda forza della propria interiorità: “Spesso ci chiediamo che cosa spinge l’uomo a distruggere gli altri(…) Ricordati che sei uomo anche tu…Il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi, e non vedo nessun’altra soluzione se non quella di raccoglierci in noi stessi e strappar via il marciume”. E più avanti si legge: “E ora che non voglio più possedere nulla e che sono libera – ammette, risolta – ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa”.

E quando pregava Dio – nel quale stava diventando sempre difficile continuare a credere – non chiedeva di essere salvata, ma che fosse lei a salvare Lui, e salvarlo dal quel male che pareva provare che davvero, come aveva preconizzato Nietzsche, Dio era morto. “E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi”.

Non si tratta solo del Dio della religione. Salvare Dio, per Etty, è salvare il bene e il bello in noi, anche quando il male fuori di noi pare essere più forte e quasi invincibile. Scrive Etty: “…la coscienza del bene che c’è stato nella vita – anche nella mia vita – non è stata soppiantata da tutte queste altre cose, anzi diventa sempre più parte di me…Voglio stare in mezzo ai cosiddetti ‚orrori‘ e dire ugualmente che la vita è bella”.

E per quale ragione farlo? Forse perché il male non è così profondo quanto il bene. A tal proposito, ha avuto ragione la filosofa Hannah Arendt nel dire che “il male non è mai ‘radicale’, ma soltanto estremo, e che non possiede né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso “sfida” il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua ‘banalità’. Solo il bene è profondo e può essere radicale”.

La giornata della memoria non serve solo a ricordare la Shoah, ma serve anche a confrontarci con il possibile male che sempre, accovacciato, incombe come possibile scelta su di noi e dentro di noi. Siamo chiamati a vegliare e a tenere deste le coscienze sui quei piccoli germi che possono di nuovo sconvolgere il mondo.

Il filosofo italiano, L. Pareyson, diceva che è la libertà di ogni uomo – di ciascuno di noi – ad avere in mano il potere di risvegliare il male dormiente nel mondo.

Proprio come dice Etty: “Una volta ho scritto nei miei diari: vorrei tastare i contorni di questo tempo con la punta delle dita. Ero seduta alla mia scrivania, allora, e non sapevo bene come accostarmi alla vita, perché non l’avevo ancora toccata dentro di me. Ho imparato a farlo mentre ero seduta qui. Poi, d’un tratto, sono stata scaraventata in un centro di dolore umano, su uno dei tanti, piccoli fronti di cui è disseminata l’Europa. E là – sui volti delle persone, su migliaia di gesti, piccole espressioni, vite raccontate – su tutto ciò ho improvvisamente cominciato a leggere questo tempo come un insieme compiuto, e non solo questo tempo”.

Non si tratta di semplice resilienza, come la si chiama oggi. Qui c’è molto di più. Vi è la constatazione che, in fondo, non è il bene ad essere fragile, come ha paventato la filosofa Martha Nussbaum,in un suo famoso libro, ma ad esserlo è il male, anche se a prima vista pare vincente e onnipotente, invalicabile e inaggirabile.

Ce lo ricorda sempre la Hyllesum con un altro suo passo famoso: “La miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure alla sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non ci posso far niente, è così, è di una forza elementare – e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo.

A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà che avremo conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io una piccola parolina. (…) Voglio essere un cuore pensante„.

Oltre alle Lettere e ai Diari pubblicati da Adelphi, per avvicinarsi al pensiero della Hyillesum, si può leggere il bellissimo libro dal titolo Donna di parola. Etty Hillesum e la scrittura che dà origine al mondo (Apeiron, pp. 159, euro 12) di Antonella Fimiani, un interessante modo per fare ritorno al suo potente apprendistato. Sito della Delegazione MCI 27

 

 

 

Cei: il fenomeno migratorio va compreso e trattato con responsabilità e umanesimo

 

Roma – “Nel guardare alla situazione del Paese, accanto agli aspetti positivi di alcuni recenti provvedimenti legislativi”, i vescovi hanno evidenziato “la persistenza di vecchie e nuove povertà”. Riprendendo le parole del card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, i presuli dle Consiglio Permanente hanno sottolineato che “il fenomeno migratorio va compreso e trattato con responsabilità e umanesimo perché è una realtà del nostro mondo globale, da non gestire con paura e come un’emergenza, ma come un’opportunità”. E’ quanto si legge nel comunicato finale dei lavori del Consiglio Permanente della Cei  che si è concluso oggi a Roma. I vescovi, durente i lavori iniziati luned’ pomeriggio,  hanno rilevato che occorre rispondere alle istanze del tempo presente con creatività e con un impegno rinnovato di presenza nella società, senza paura di esprimersi, ma mostrando unità e favorendo la discussione sui temi cruciali per la vita delle persone, ispirati unicamente dal Vangelo. In quest’ottica, il Consiglio Permanente – spiega il comunicato – ha puntato l’attenzione su alcune sfide che il Paese è chiamato ad affrontare, a beneficio di tutti: le domande di senso, la sanità, la scuola, il Pnrr, la povertà e il fenomeno migratorio. “Consapevoli della necessità di un maggiore coinvolgimento del popolo di Dio nella Chiesa e nella società” i presuli hanno evidenziato “l’importanza del Cammino sinodale che dal prossimo settembre entrerà nella ‘fase sapienziale'”, su cui si focalizzerà la 77a Assemblea Generale (Roma, 22-25 maggio 2023). Allo stesso tempo, per favorire il confronto sulle nuove forme di partecipazione e la costruzione di alleanze, il Consiglio Permanente ha scelto di dedicare la 50a Settimana Sociale dei Cattolici in Italia al tema “Al cuore della democrazia”. L’iniziativa si svolgerà dal 3 al 7 luglio 2024 a Trieste.

In un’ottica di prossimità alle periferie, i vescovi hanno rinnovato “l’incoraggiamento a promuovere e a sensibilizzare l’attenzione verso il mondo delle carceri e hanno approvato il progetto di rilancio del Progetto Policoro, nato dall’intuizione di don Mario Operti, per accompagnare i giovani ad assumersi responsabilità in campo sociale e lavorativo”. Mig.on. 25

 

 

 

 

Vangelo Migrante: IV domenica del tempo ordinario | Vangelo (Mt 5,1-12)

 

Chi non vuol essere felice? Nel Vangelo di questa domenica Gesù ci offre addirittura la beatitudine, un di più di felicità.

A prima vista per come è strutturato il testo, l’attenzione può essere rapita da quelle condizioni di vita che umanamente non sono proprio un vantaggio o non sono la condizione accettata dai più: beati quelli che sono poveri in spirito, nel pianto, i miti, quelli che hanno fame e sete della giustizia, i puri di cuore, i misericordiosi, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia, gli insultati, i perseguitati e i calunniati. Sembra di assistere ad una benedizione delle sventure!

Non è così! Il testo annuncia la beatitudine partendo, sì, da una condizione di vita ma si allunga dicendo anche ‘perché’. Il punto di partenza non è tutto; il tutto viene annunciato nello snodo del ‘perché’: perché di essi è il regno dei cieli, perché saranno consolati; perché avranno in eredità la terra; perché saranno saziati; perché troveranno misericordia; perché vedranno Dio; perché saranno chiamati figli di Dio; perché di essi è il regno dei cieli, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Accolte così, le beatitudini diventano una provocazione perché costituiscono una domanda diretta e profonda: ti interessa il regno dei cieli, ti interessa vedere Dio, di essere consolato, di avere quella pienezza e sazietà di vita che solo Dio può dare e nessun altro può togliere?

Non è una sfida. È l’offerta più alta che sia mai stata fatta al cuore dell’uomo. Gandhi diceva che queste sono “le parole più alte del pensiero umano”. Chi non ha mai vissuto una di quelle condizioni ‘svantaggiose’? Ne siamo venuti fuori? Può darsi; ma, ahinoi, mai per sempre e mai per tutti. Al posto della lotta continua, comunque faticosa e sempre ìmpari, Gesù offre la pienezza di Dio e del Suo Regno disponibile per tutti gli uomini.

Non è utopia o nostalgia di un mondo fatto di bontà, sincerità, giustizia e non violenza ma è un tutt’altro modo di essere uomini.

Gesù pronuncia queste parole su una montagna, circondato dalla folla e dai suoi discepoli. In quella circostanza insegnerà anche il Padre nostro. Egli è il nuovo Mosè che promulga la legge della nuova alleanza. Per accoglierla è necessario ‘emigrare’, uscire, salire, per poterlo ascoltare e diventare davvero Suoi discepoli.

Nelle Beatitudini c’è un’attrazione perchè si avvertono come difficili eppure suonano amiche e necessarie per il cuore dell’uomo. Amiche perché non stabiliscono nuovi comandamenti, ma propongono la bella notizia che Dio regala vita a chi produce amore, necessarie perché quando uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua. (p. Gaetano Saracino) migr.on 26

 

 

 

Media cattolici a Lourdes. “Saper discernere la verità oltre l’apparenza”

 

Anche quest'anno al via la XXVI edizione delle Giornate Internazionali di San Francesco di Sales. A Lourdes - Di Veronica Giacometti

 

LOURDES. “Quando le crisi seguono le crisi, i profeti parlano. E in questi tempi tanti cattolici hanno testimoniato, alcuni rischiando la vita per denunciare l’oppressione, altri per farsi portatori di un primo annuncio, riuscendo a raggiungere circoli troppo spesso lasciati da parte”. Così Xavier Le Normand, giornalista di La Croix, ha introdotto la 26esima edizione della Giornate Internazionali dedicate San Francesco di Sales.

In una Lourdes fredda ma sempre molto suggestiva, le Giornate hanno preso il via con 230 comunicatori accreditati, di 25 nazionalità diverse.

Il via ai lavori è stato dato da una Messa celebrata nel santuario di Lourdes dal vescovo Jean-Marc Micas di Tarbes e Lourdes.

Nell’emiciclo dove si riuniscono abitualmente i vescovi francesi,, Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero delle Comunicazioni Vaticane, ha introdotto la discussione con una relazione su “come essere ascoltati”.

“È un momento di riflessione tra di noi in un tempo che ci sfida. Abbiamo bisogno di occasioni così, per non perdere il senso di quello che siamo”, ha sottolineato Ruffini.

"Come possiamo farci sentire?". “Una prima risposta è già essere qui – ha commentato il Prefetto - il tema di queste giornate è grande , uniamo il nostro frastuono al frastuono del mondo. La via del cuore sembrerebbe non riguardare i professionisti, ma l’unica regola per fare bene il nostro lavoro è essere bravi uomini”.

Per Ruffini ci vuole “ devozione alla verità”, perché si deve “tornare alla radice del giornalista, del cristiano, e occorre saper discernere la verità oltre l’apparenza. Ci vuole coraggio, il coraggio di chi crede ed è libero da pregiudizi”.

Secondo il prefetto, si deve  “imparare a costruire la pace tramite il lavoro dei media”..

Una cornice ideale può essere Lourdes, perché lì –spiega Padre Michel Daubanes, Rettore del Santuario– potete contare sull'intercessione di Santa Bernadette e naturalmente di San Francesco di Sales, vostro patrono. La grazia di questo santuario in questi tre giorni vi permetta di ricaricare le batterie e di rilanciarvi nel dinamismo proprio di ogni comunicazione",.

 Vincenzo Varagona, Presidente UCSI, si è invece chiesto come dare continuità a San Francesco di Sales?” . “Quando la gente non segue la Chiesa – ha argomentato -  occorre noi andarla a cercare. Voltare pagina, ritrovare l’empatia con il pubblico, ma soprattutto recuperare fiducia nella gente. Consumare la suola delle scarpe, imparare ad avviare un dibattito cattolico”. Aci 26

 

 

 

La Santa Sede tenta ancora di riportare alla ortodossia il "Cammino Sinodale"

 

Una risposta ad una lettera di alcuni vescovi alla Santa Sede e la reazione del vescovo Bätzing - Di A.C. Wimmer- Angela Ambrogetti

 

BONN. Gli ultimi richiami della Santa Sede al "Cammino sinodale" nasce dalla lettera che i vescovi di Colonia, Ratisbona, Passau, Eichstätt e Augusta hanno scritto al Vaticano il 21 dicembre 2022. La questione era se i vescovi potessero o no essere costretti a rispettare l'autorità del così detto Consiglio Sinodale.

La risposta della Santa Sede è arrivata il 16 gennaio, ovviamente in tedesco, e ricorda al vescovo Bätzing Presidente del Consiglio episcopale tedesco, che nella Lumen Gentium, il Concilio Vaticano II insegna “che la consacrazione episcopale, insieme all’ufficio di santificazione, conferisce anche l’ufficio di insegnamento e di governo, che, tuttavia, per sua stessa natura, può essere esercitata solo in comunione gerarchica con il capo e i membri del collegio (episcopale)".

Quattro pagine, con un testo approvato da Papa Francesco e firmato dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, dal prefetto del Dicastero della Dottrina della Fede, il Cardinale Luis Ladaria e dal prefetto del Dicastero dei Vescovi, il Cardinale Marc Ouellet.

Da più parti si parla del rischio di uno "scisma" tedesco e già a luglio scorso la Santa Sede è intervenuta a proposito del "Cammino Sinodale" della Chiesa cattolica in Germania.

Con l'ultima missiva, la Santa Sede informa Bätzing "che né il Cammino Sinodale, né alcun organismo da essa stabilito, né la conferenza dei vescovi hanno la competenza di stabilire il "concilio sinodale" a livello nazionale, diocesano o parrocchiale".

Nella sua dichiarazione pubblica di lunedì scorso il vescovo Bätzing ha detto che "l'ultimo documento di Roma avrà la conseguenza per noi in Germania che penseremo molto più intensamente alle forme e alle possibilità della consultazione sinodale e del processo decisionale al fine di sviluppare una cultura della sinodalità".

Bätzing ha detto che questo è stato "utile" in vista di come sarebbe stato realizzato il consiglio e che sarà un tema di dialogo con Roma.

I partecipanti alla Via Sinodale tedesca nel settembre 2022 hanno votato per creare un organismo di controllo che avrebbe supervisionato in modo permanente la Chiesa in Germania.

Secondo questo documento, un tale consiglio sinodale sarebbe eseguito dopo la formazione di un "comitato sinodale", che avrebbe poi deliberato sui dettagli del nuovo organo di governo nazionale.

Sebbene la lettera di Roma affermi esplicitamente che i vescovi non sono tenuti a partecipare a tale comitato, Bätzing ha osservato che il concetto di tale comitato stesso "non è messo in discussione dalla [ultima] lettera di Roma".

Secondo i piani del Cammino sinodale, il comitato sinodale sarebbe composto dai 27 vescovi diocesani, 27 membri eletti dall'organizzazione laica ZdK e 10 membri eletti congiuntamente da loro.

Il comitato sarebbe presieduto dal presidente della conferenza dei vescovi e dai "presidenti della ZdK".

Il consiglio sinodale permanente funzionerebbe "come organo consultivo e decisionale sugli sviluppi essenziali della Chiesa e della società", secondo la proposta tedesca.

Ancora più importante, "toccherebbe decisioni fondamentali di significato sovra-diocesano sulla pianificazione pastorale, le questioni del futuro e le questioni di bilancio della Chiesa che non sono decise a livello diocesano".

Il vescovo Georg Bätzing del Limburgo ha affermato che i vescovi diocesani tedeschi avevano discusso la lettera e avrebbero cercato di discutere ulteriormente la questione "nel prossimo futuro".

Allo stesso tempo, Bätzing ha respinto le preoccupazioni che un consiglio sinodale tedesco avrebbe avuto autorità sulla conferenza dei vescovi e minato l'autorità dei singoli vescovi come "infondata".

Nel giugno 2022, il cardinale Walter Kasper, un teologo considerato vicino a Papa Francesco, ha detto che non poteva esserci un "concilio sinodale", data la storia e la teologia della Chiesa: "I sinodi non possono essere resi istituzionali permanenti. La tradizione della Chiesa non conosce un governo sinodale della Chiesa. Un consiglio supremo sinodale, come è ora previsto, non ha alcuna base in tutta la storia della costituzione. Non sarebbe un rinnovamento, ma un'innovazione inaudita”.

Nel giugno 2019, Papa Francesco ha inviato una lettera di 19 pagine ai cattolici in Germania esortandoli a concentrarsi sull'evangelizzazione di fronte a una "crescente erosione e deterioramento della fede".

Il presidente della conferenza dei vescovi tedeschi, il vescovo Bätzing del Limburgo, ha ripetutamente respinto le preoccupazioni e ha invece espresso delusione in Papa Francesco nel maggio 2022.

Nel novembre dello scorso anno, a seguito di un incontro con Papa Francesco e la Curia romana, Bätzing ha detto che Roma potrebbe ancora una volta riassumere "le sue obiezioni, le sue preoccupazioni" del processo tedesco. Tuttavia, il Cammino Sinodale aveva preso le sue decisioni, anche riguardo a un consiglio sinodale permanente.

In un'intervista pubblicata un mese dopo, a giugno, Papa Francesco ha ribadito di aver detto a Bätzing che il paese aveva già "una ottima Chiesa evangelica [luterana]" e "non abbiamo bisogno di un'altra ".

Papa Francesco si è lamentato dell'"erosione" della fede in Germania durante la visita dei vescovi tedeschi a Roma nel 2015.

"L'eccessiva centralizzazione, invece di aiutare, può complicare la vita della Chiesa e della sua dinamica missionaria", aveva detto Papa Francesco ai prelati tedeschi nel novembre 2015. Aci 25

 

 

 

 

Il Papa e gli attacchi da destra: "Le critiche sono un diritto umano, ma vanno fatte in faccia"

 

In un'intervista all'Associated Press Bergoglio torna a parlare del proprio futuro: "Se rinunciassi sarei vescovo emerito di Roma, ma per la mia età sto in buona salute. Benedetto XVI era un gentiluomo"- di Iacopo Scaramuzzi

 

Le critiche possono essere fastidiose come "un'eruzione cutanea", ma "c'è libertà di parola", la critica è "un diritto umano", e le contestazioni, che dovrebbero però essere fatte "in faccia", possono aiutare a "crescere". Papa Francesco commenta così i recenti attacchi che gli sono stati indirizzati da esponenti della destra curiale.

Dopo la morte di Benedetto XVI il pontefice latino-americano è stato bersagliato dalle critiche, per mezzo di libri, articoli e interviste, del segretario particolare del Papa emerito, monsignor Georg Gaenswein, del cardinale Gerhard Ludwig Mueller, prefetto emerito della congregazione per la dottrina della fede e da quelle postume del cardinale George Pell, defunto a inizio gennaio. Il Papa, in un'intervista all'Associated press, spiega che non collegherebbe queste critiche alla scomparsa di Benedetto, "ma all'usura di dieci anni di governo". Quando egli fu eletto, Jorge Mario Bergoglio ricorda la "sorpresa" di alcuni, alla quale è seguita nel corso del tempo qualche disagio "quando hanno iniziato a vedere i miei difetti e non sono loro piaciuti".

"L'unica cosa che chiedo è che me lo dicano in faccia, perché è così che si cresce, no?", dice il Papa.

Pell? Era un grande

Il Papa non nasconde che le critiche non sono state gradevoli - sono state "come un'erezione cutanea che ti dà un po' fastidio" - ma prosegue: "Uno preferisce che non critichino per amore di tranquillità, ma io preferisco che lo facciano perché significa che c'è libertà di parola. Non è come se ci fosse una dittatura della distanza, come la chiamo, dove l'imperatore è lì e nessuno può dirgli nulla. No, lasciamo che parlino perché le critiche ti aiutano a crescere e a migliorare le cose". Quanto al cardinale Pell, ex ministro delle Finanze del Papa, dopo la sua morte è uscito un articolo di forte critica al sinodo voluto da Francesco ed è emerso che era il porporato australiano l'autore di un pamphlet che, sotto pseudonimo "Demos", bollava il pontificato di Bergoglio come "una catastrofe". "Sebbene dicano che mi ha criticato, bene, ne ha il diritto. La critica è un diritto umano". Ma Pell "era un grande".

Salute e status del "papa emerito"

Nell'intervista all'Ap, Papa Francesco, 86 anni, torna ad affrontare il tema del futuro del suo pontificato: "Sono in buona salute. Per la mia età, è normale". Il Pontefice ricorda l'operazione al colon del 2021, parla di una piccola frattura al ginocchio causato da una caduta, curato con la laserterapia e la magnetoterapia. "Potrei morire domani, questo non lo si controlla. Sono in buona salute".

Bergoglio torna a parlare di Benedetto XVI, morto lo scorso 31 dicembre, come "un gentiluomo": "Ho perso un papà", dice. "Per me era una sicurezza. Quando c'era un dubbio, chiedevo la macchina e andavo al monastero a domandargli. Ho perso un bravo compagno". Francesco ribadisce di non avere intenzione di regolamentare lo statuto del "Papa emerito": il Vaticano, afferma, ha bisogno di più esperienza prima di nuove regole sul tema. Joseph Ratzinger "ha aperto una porta", spiega il Papa, che torna a dire che anche lui, un giorno, potrebbe dimettersi: in tal caso, si farebbe chiamare vescovo emerito di Roma, non "Papa emerito" come Benedetto, e andrebbe a vivere in una casa per preti in pensione della diocesi di Roma. Quanto al luogo dove andare a vivere, la scelta di Benedetto di ritirarsi nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano è stata "una buona soluzione intermedia", ma "era comunque 'schiavo' come Papa, no? Schiavo nel senso buono della parola: non era completamente libero, come avrebbe voluto se fosse tornato nella sua Germania a studiare teologia". La morte di Benedetto, ad ogni modo, non ha cambiato i progetti del Papa: "Non mi è neanche venuto in mente di scrivere un testamento", spiega.

L'omosessualità non è un crimine

Sempre nell'intervista all'Associated Press, il Papa affronta anche il tema dei diritti delle persone lgbtq: le leggi che criminalizzano l'omosessualità sono "ingiuste", afferma il Papa: "Essere omosessuali non è un crimine". I vescovi "devono intraprendere un percorso di conversione" e dovrebbero assumere l'atteggiamento di "tenerezza, come è Dio con ognuno di noi". LR 25

 

 

 

Papa all’udienza: “Pregare ogni giorno per la pace definitiva in Ucraina”

 

Papa Francesco ha dedicato l'udienza di oggi a Gesù "maestro" dell'annuncio. Al termine, un appello a pregare, ogni giorno, per la "pace definitiva" in Ucraina e a non dimenticare l'orrore della Shoah. M.Michela Nicolais

 

“Un cristiano triste è un triste cristiano”. Lo ha detto, a braccio, il Papa, nella catechesi dell’udienza di oggi in Aula Paolo VI, dedicata ancora una volta alo zelo apostolico e al centro della quale c’è stata la figura di Gesù “maestro” dell’annuncio.  Al termine, un invito a non dimenticarsi di pregare, ogni giorno, per la “pace definitiva” in Ucraina e a non dimenticare l’orrore dell’Olocausto.

“Non si può parlare di Gesù senza gioia, perché la fede è una stupenda storia d’amore da condividere”, ha esordito Francesco: “Testimoniare Gesù, fare qualcosa per gli altri nel suo nome, è dire tra le righe della vita di aver ricevuto un dono così bello che nessuna parola basta a esprimerlo”.  “Un cristiano triste può parlare di cose bellissime ma è tutto vano se l’annuncio che trasmette non è lieto”, il monito del Papa:

“Chi annuncia Dio non può fare proselitismo, non può far pressione sugli altri, ma alleggerirli: non imporre pesi, ma sollevare da essi; portare pace, non sensi di colpa”. “Ci sarà capitato di raccontare a qualcuno un bel viaggio che abbiamo fatto”, l’esempio citato: “avremo parlato della bellezza dei luoghi, di quanto visto e vissuto, non del tempo per arrivarci e delle code in aeroporto! Così ogni annuncio degno del Redentore deve comunicare liberazione. Quella di Gesù”.

“La vita dipende dall’amore, dall’amore del Padre, che si prende cura di noi, suoi figli amati”, l’annuncio del Papa: “Avete pensato voi che la vita di ognuno di noi, la tua vita, la nostra vita, è un gesto di amore, è un invito all’amore? Questo è meraviglioso. Tante volte dimentichiamo questo davanti alle difficoltà, alle brutte notizie, anche davanti alla mondanità, al modo di vivere mondano”. Quale luce ci dona Gesù? “Ci porta la luce della figliolanza”, la risposta: “lui è il Figlio amato del Padre, vivente per sempre; con lui anche noi siamo figli di Dio amati per sempre, nonostante i nostri sbagli e difetti. Allora la vita non è più un cieco avanzare verso il nulla, non è questione di sorte o fortuna, non è qualcosa che dipende dal caso o dagli astri, e nemmeno dalla salute e dalle finanze”. Gesù, inoltre, dice di essere  venuto a rimettere in libertà gli oppressi:

“Oppresso è chi nella vita si sente schiacciato da qualcosa che succede: malattie, fatiche, pesi sul cuore, sensi di colpa, sbagli, vizi, peccati”, ha spiegato Francesco, che ha proseguito a braccio: “Pensiamo ad esempio ai sensi di colpa: quanti di noi hanno sofferto questo!

A opprimerci, soprattutto, è proprio quel male che nessuna medicina o rimedio umano possono risanare: il peccato”. “La buona notizia è che con Gesù questo male antico, che sembra invincibile, non ha più l’ultima parola”, ha garantito il Papa: “Io posso peccare perché sono debole, ma questa non è l’ultima parola: l’ultima parola è la mano di Gesù che rialza dal peccato, sempre. Ogni volta che tu stai male, il Signore ha sempre la mano tesa: soltanto ci vuole aggrapparsi, lasciarsi portare. Dal peccato Gesù ci guarisce sempre e gratuitamente”. “Accompagnare qualcuno all’incontro con Gesù è portare dal medico del cuore, che risolleva la vita”, ha osservato Francesco: “È dire: ‘Fratello, sorella, io non ho risposte a tanti tuoi problemi, ma Gesù ti conosce e ti ama, ti può guarire e rasserenare il cuore’. Andare e lasciare con Gesù”.

“Chi porta dei pesi ha bisogno di una carezza sul passato”, l’analisi del Papa: “Tante volte sentiamo dire: ‘avrei bisogno di guarire il mio passato, ho bisogno di una carezza su quel peccato che mi pesa tanto, ho bisogno di perdono’. E chi crede in Gesù ha proprio questo da donare agli altri: la forza del perdono di Dio, che libera l’anima da ogni debito”. “Non dimenticate”, l’invito sempre a braccio: “Dio dimentica tutto, tutti i nostri peccati, di questo non ha memoria.

Dio perdona tutto perché dimentica i nostri peccati: soltanto ci vuole che ci avviciniamo al Signore, e lui perdona tutto. Gesù ci aspetta per perdonarci, per risanarci, sempre. ‘Io faccio le stesse cose sempre’: e lui farà le stesse cose, sempre: perdonarci, abbracciarci. E’ questo che fa Gesù, liberarci da ogni debito.

Dio è un maestro delle sorprese, sempre ci sorprende, sempre ci aspetta”. Nella Bibbia, ha ricordato il Papa si parla di un anno in cui si era liberati dal peso dei debiti: il Giubileo, l’anno di grazia: “Non era un giubileo programmato, come quello che stiamo facendo adesso, che è tutto programmato – ha sottolineato Francesco – ma con Cristo la grazia che fa nuova la vita arriva e stupisce sempre”.

“Cristo è il Giubileo di ogni giorno, di ogni ora, che ti avvicina per accarezzarti, per perdonarti”, ha assicurato il Papa a braccio, che ha esortato infine a non dimenticare i poveri, “i prediletti di Dio”, destinatari privilegiati dell’annuncio: “Per accogliere il Signore, ciascuno di noi deve farsi povero dentro. Deve vincere, cioè, ogni pretesa di autosufficienza per comprendersi bisognoso di grazia, sempre bisognoso di lui. Se qualcuno mi dice padre qual è la via più breve per incontrare Gesù: ‘Fatti bisognoso di grazia, di perdono, di gioia, e lui si avvicinerà a te’”. Sir 25

 

 

 

 

Papa Francesco: "La comunicazione ecclesiale sappia lasciarsi guidare dallo Spirito Santo"

 

Papa Francesco: "L’impegno per una comunicazione dal cuore e dalle braccia aperte non riguarda esclusivamente gli operatori dell’informazione, ma è responsabilità di ciascuno" - Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. E’ “parlare con il cuore” il tema centrale del Messaggio di Papa Francesco, pubblicato stamane, per la LVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali.   

“Non dobbiamo temere di proclamare la verità, anche se a volte scomoda, ma di farlo senza carità, senza cuore. Perché il programma del cristiano – come scrisse Benedetto XVI – è un cuore che vede”, ha ricordato il Papa.

“Per poter comunicare secondo verità nella carità – ha proseguito Francesco - occorre purificare il proprio cuore. L’appello a parlare con il cuore interpella radicalmente il nostro tempo, così propenso all’indifferenza e all’indignazione, a volte anche sulla base della disinformazione, che falsifica e strumentalizza la verità. Comunicare cordialmente vuol dire che chi ci legge o ci ascolta viene portato a cogliere la nostra partecipazione alle gioie e alle paure, alle speranze e alle sofferenze delle donne e degli uomini del nostro tempo. Chi parla così vuole bene all’altro perché lo ha a cuore e ne custodisce la libertà, senza violarla”.

“In un periodo storico segnato da polarizzazioni e contrapposizioni da cui purtroppo anche la comunità ecclesiale non è immune, l’impegno – è la richiesta del Pontefice - per una comunicazione dal cuore e dalle braccia aperte non riguarda esclusivamente gli operatori dell’informazione, ma è responsabilità di ciascuno. Tutti siamo chiamati a cercare e a dire la verità e a farlo con carità. Noi cristiani, in particolare, siamo continuamente esortati a custodire la lingua dal male poiché con la stessa possiamo benedire il Signore e maledire gli uomini fatti a somiglianza di Dio. A volte il parlare amabile apre una breccia perfino nei cuori più induriti”.

Il Papa lancia un appello affinchè “la gentilezza” diventi “antidoto alla crudeltà, che purtroppo può avvelenare i cuori e intossicare le relazioni. Ne abbiamo bisogno nell’ambito dei media, perché la comunicazione non fomenti un livore che esaspera, genera rabbia e porta allo scontro, ma aiuti le persone a riflettere pacatamente, a decifrare, con spirito critico e sempre rispettoso, la realtà in cui vivono. La comunicazione da cuore a cuore”.

San Francesco di Sales – ha ricordato ancora il Pontefice -  “ci ricorda che siamo ciò che comunichiamo. Lezione oggi controcorrente in un tempo nel quale la comunicazione viene sovente strumentalizzata affinché il mondo ci veda come noi desidereremmo essere e non per quello che siamo”.

“Abbiamo un urgente bisogno nella Chiesa – ha aggiunto - di una comunicazione che accenda i cuori, che sia balsamo sulle ferite e faccia luce sul cammino dei fratelli e delle sorelle. Sogno una comunicazione ecclesiale che sappia lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, gentile e al contempo profetica, che sappia trovare nuove forme e modalità per il meraviglioso annuncio che è chiamata a portare nel terzo millennio. Una comunicazione che metta al centro la relazione con Dio e con il prossimo, specialmente il più bisognoso, e che sappia accendere il fuoco della fede piuttosto che preservare le ceneri di un’identità autoreferenziale. Una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità”.

Francesco accenna poi alla situazione internazionale. “Parlare con il cuore è oggi quanto mai necessario per promuovere una cultura di pace laddove c’è la guerra; nel drammatico contesto di conflitto globale che stiamo vivendo è urgente affermare una comunicazione non ostile. Abbiamo bisogno di comunicatori disponibili a dialogare, coinvolti nel favorire un disarmo integrale e impegnati a smontare la psicosi bellica che si annida nei nostri cuori”.

“Si rimane atterriti – ha concluso Papa Francesco - nell’ascoltare con quanta facilità vengono pronunciate parole che invocano la distruzione di popoli e territori. Parole che purtroppo si tramutano spesso in azioni belliche di efferata violenza. Ecco perché va rifiutata ogni retorica bellicistica, così come ogni forma propagandistica che manipola la verità, deturpandola per finalità ideologiche. Va invece promossa, a tutti i livelli, una comunicazione che aiuti a creare le condizioni per risolvere le controversie tra i popoli”. Aci 24

 

 

 

 

GMCS 2023: il Messaggio di Papa Francesco

 

«Parlare col cuore. “Secondo verità nella carità” (Ef 4,15)» è il tema della 57ª  Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che quest’anno si celebrerà il 21 maggio.  Pubblichiamo di seguito il Messaggio di Papa Francesco per la 57ª  Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali che quest’anno si celebra, in molti Paesi, il 21 maggio 2023 sul tema: «Parlare col cuore. “Secondo verità nella carità” (Ef 4,15)».

 

Cari fratelli e sorelle!

Dopo aver riflettuto, negli anni scorsi, sui verbi “andare e vedere” e “ascoltare” come condizione per una buona comunicazione, vorrei con questo Messaggio per la LVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali soffermarmi sul “parlare con il cuore”. È il cuore che ci ha mosso ad andare, vedere e ascoltare ed è il cuore che ci muove a una comunicazione aperta e accogliente. Dopo esserci allenati nell’ascolto, che richiede attesa e pazienza, nonché la rinuncia ad affermare in modo pregiudiziale il nostro punto di vista, possiamo entrare nella dinamica del dialogo e della condivisione, che è appunto quella del comunicare cordialmente. Una volta ascoltato l’altro con cuore puro, riusciremo anche a parlare seguendo la verità nell'amore (cfr Ef 4,15). Non dobbiamo temere di proclamare la verità, anche se a volte scomoda, ma di farlo senza carità, senza cuore. Perché «il programma del cristiano – come scrisse Benedetto XVI – è “un cuore che vede”»[1]. Un cuore che con il suo palpito rivela la verità del nostro essere e che per questo va ascoltato. Questo porta chi ascolta a sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda, al punto da arrivare a sentire nel proprio cuore anche il palpito dell’altro. Allora può avvenire il miracolo dell’incontro, che ci fa guardare gli uni gli altri con compassione, accogliendo le reciproche fragilità con rispetto, anziché giudicare per sentito dire e seminare discordia e divisioni.

Gesù ci avverte che ogni albero si riconosce dal suo frutto (cfr Lc 6,44): «L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (v. 45). Per questo, per poter comunicare secondo verità nella carità, occorre purificare il proprio cuore. Solo ascoltando e parlando con il cuore puro possiamo vedere oltre l’apparenza e superare il rumore indistinto che, anche nel campo dell’informazione, non ci aiuta a discernere nella complessità del mondo in cui viviamo. L’appello a parlare con il cuore interpella radicalmente il nostro tempo, così propenso all’indifferenza e all’indignazione, a volte anche sulla base della disinformazione, che falsifica e strumentalizza la verità.

Comunicare cordialmente

Comunicare cordialmente vuol dire che chi ci legge o ci ascolta viene portato a cogliere la nostra partecipazione alle gioie e alle paure, alle speranze e alle sofferenze delle donne e degli uomini del nostro tempo. Chi parla così vuole bene all’altro perché lo ha a cuore e ne custodisce la libertà, senza violarla. Possiamo vedere questo stile nel misterioso Viandante che dialoga con i discepoli diretti a Emmaus dopo la tragedia consumatasi sul Golgota. Ad essi Gesù risorto parla con il cuore, accompagnando con rispetto il cammino del loro dolore, proponendosi e non imponendosi, aprendo loro con amore la mente alla comprensione del senso più profondo dell’accaduto. Essi infatti possono esclamare con gioia che il cuore ardeva loro nel petto mentre Lui conversava lungo il cammino e spiegava loro le Scritture (cfr Lc 24,32).

In un periodo storico segnato da polarizzazioni e contrapposizioni – da cui purtroppo anche la comunità ecclesiale non è immune – l’impegno per una comunicazione “dal cuore e dalle braccia aperte” non riguarda esclusivamente gli operatori dell’informazione, ma è responsabilità di ciascuno. Tutti siamo chiamati a cercare e a dire la verità e a farlo con carità. Noi cristiani, in particolare, siamo continuamente esortati a custodire la lingua dal male (cfr Sal 34,14), poiché, come insegna la Scrittura, con la stessa possiamo benedire il Signore e maledire gli uomini fatti a somiglianza di Dio (cfr Gc 3,9). Dalla nostra bocca non dovrebbero uscire parole cattive, «ma piuttosto parole buone che possano servire per un’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano» (Ef 4,29).

A volte il parlare amabile apre una breccia perfino nei cuori più induriti. Ne abbiamo traccia anche nella letteratura. Penso a quella pagina memorabile del cap. XXI dei Promessi Sposi in cui Lucia parla con il cuore all’Innominato sino a che questi, disarmato e tormentato da una benefica crisi interiore, cede alla forza gentile dell’amore. Ne facciamo esperienza nella convivenza civica dove la gentilezza non è solo questione di “galateo”, ma un vero e proprio antidoto alla crudeltà, che purtroppo può avvelenare i cuori e intossicare le relazioni. Ne abbiamo bisogno nell’ambito dei media, perché la comunicazione non fomenti un livore che esaspera, genera rabbia e porta allo scontro, ma aiuti le persone a riflettere pacatamente, a decifrare, con spirito critico e sempre rispettoso, la realtà in cui vivono.

La comunicazione da cuore a cuore: “Basta amare bene per dire bene”

Uno degli esempi più luminosi e ancora oggi affascinanti del “parlare con il cuore” è rappresentato da San Francesco di Sales, Dottore della Chiesa, a cui ho recentemente dedicato la Lettera Apostolica Totum amoris est, a 400 anni dalla sua morte. Accanto a questo importante anniversario, mi piace ricordarne in tale circostanza un altro che ricorre in questo 2023: il centenario della sua proclamazione a patrono dei giornalisti cattolici da parte di Pio XI con l’Enciclica Rerum omnium perturbationem. Intelletto brillante, scrittore fecondo, teologo di grande spessore, Francesco di Sales fu vescovo di Ginevra all’inizio del XVII secolo, in anni difficili, contrassegnati da dispute accese con i calvinisti. Il suo atteggiamento mite, la sua umanità, la disposizione a dialogare pazientemente con tutti e specialmente con chi lo contrastava lo resero un testimone straordinario dell’amore misericordioso di Dio. Di lui si poteva dire che «una bocca amabile moltiplica gli amici, una lingua affabile le buone relazioni» (Sir 6,5). Del resto, una delle sue affermazioni più celebri, «il cuore parla al cuore», ha ispirato generazioni di fedeli, tra cui San John Henry Newman che la scelse come motto, Cor ad cor loquitur. «Basta amare bene per dire bene», era uno dei suoi convincimenti. Esso dimostra come per lui la comunicazione non dovesse mai ridursi a un artificio, a – diremmo oggi – una strategia di marketing, ma fosse il riflesso dell’animo, la superficie visibile di un nucleo d’amore invisibile agli occhi. Per San Francesco di Sales è proprio «nel cuore e attraverso il cuore che si compie quel sottile e intenso processo unitario in virtù del quale l’uomo riconosce Dio»[2]. “Amando bene” San Francesco riuscì a comunicare con il sordomuto Martino, diventandone amico; perciò viene ricordato anche come protettore delle persone con disabilità comunicative.

È a partire da questo “criterio dell’amore” che, attraverso i suoi scritti e la sua testimonianza di vita, il santo vescovo di Ginevra ci ricorda che “siamo ciò che comunichiamo”. Lezione oggi controcorrente in un tempo nel quale, come sperimentiamo in particolare nei social network, la comunicazione viene sovente strumentalizzata affinché il mondo ci veda come noi desidereremmo essere e non per quello che siamo. San Francesco di Sales disseminò numerose copie dei suoi scritti nella comunità ginevrina. Tale intuizione “giornalistica” gli valse una fama che superò rapidamente il perimetro della sua diocesi e perdura ancora ai nostri giorni. I suoi scritti, ha osservato San Paolo VI, suscitano una lettura «sommamente piacevole, istruttiva, stimolante»[3]. Se guardiamo oggi al panorama della comunicazione, non sono proprio queste le caratteristiche che un articolo, un reportage, un servizio radiotelevisivo o un post sui social dovrebbero soddisfare? Gli operatori della comunicazione possano sentirsi ispirati da questo santo della tenerezza, ricercando e raccontando la verità con coraggio e libertà, ma respingendo la tentazione di usare espressioni eclatanti e aggressive.

Parlare con il cuore nel processo sinodale

Come ho avuto modo di sottolineare, «anche nella Chiesa c’è tanto bisogno di ascoltare e di ascoltarci. È il dono più prezioso e generativo che possiamo offrire gli uni agli altri»[4]. Da un ascolto senza pregiudizi, attento e disponibile, nasce un parlare secondo lo stile di Dio, nutrito di vicinanza, compassione e tenerezza. Abbiamo un urgente bisogno nella Chiesa di una comunicazione che accenda i cuori, che sia balsamo sulle ferite e faccia luce sul cammino dei fratelli e delle sorelle. Sogno una comunicazione ecclesiale che sappia lasciarsi guidare dallo Spirito Santo, gentile e al contempo profetica, che sappia trovare nuove forme e modalità per il meraviglioso annuncio che è chiamata a portare nel terzo millennio. Una comunicazione che metta al centro la relazione con Dio e con il prossimo, specialmente il più bisognoso, e che sappia accendere il fuoco della fede piuttosto che preservare le ceneri di un’identità autoreferenziale. Una comunicazione le cui basi siano l’umiltà nell’ascoltare e la parresia nel parlare, che non separi mai la verità dalla carità.

Disarmare gli animi promuovendo un linguaggio di pace

«Una lingua dolce spezza le ossa» dice il libro dei Proverbi (25,15). Parlare con il cuore è oggi quanto mai necessario per promuovere una cultura di pace laddove c’è la guerra; per aprire sentieri che permettano il dialogo e la riconciliazione laddove imperversano l’odio e l’inimicizia. Nel drammatico contesto di conflitto globale che stiamo vivendo è urgente affermare una comunicazione non ostile. È necessario vincere «l’abitudine di screditare rapidamente l’avversario, attribuendogli epiteti umilianti, invece di affrontare un dialogo aperto e rispettoso»[5]. Abbiamo bisogno di comunicatori disponibili a dialogare, coinvolti nel favorire un disarmo integrale e impegnati a smontare la psicosi bellica che si annida nei nostri cuori, come profeticamente esortava San Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris: «La vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia» (n. 61). Una fiducia che ha bisogno di comunicatori non arroccati, ma audaci e creativi, pronti a rischiare per trovare un terreno comune dove incontrarsi. Come 60 anni fa, anche ora viviamo un’ora buia nella quale l’umanità teme un’escalation bellica che va frenata quanto prima anche a livello comunicativo. Si rimane atterriti nell’ascoltare con quanta facilità vengono pronunciate parole che invocano la distruzione di popoli e territori. Parole che purtroppo si tramutano spesso in azioni belliche di efferata violenza. Ecco perché va rifiutata ogni retorica bellicistica, così come ogni forma propagandistica che manipola la verità, deturpandola per finalità ideologiche. Va invece promossa, a tutti i livelli, una comunicazione che aiuti a creare le condizioni per risolvere le controversie tra i popoli.

In quanto cristiani, sappiamo che è proprio grazie alla conversione del cuore che si decide il destino della pace, poiché il virus della guerra proviene dall’interno del cuore umano[6]. Dal cuore scaturiscono le parole giuste per diradare le ombre di un mondo chiuso e diviso ed edificare una civiltà migliore di quella che abbiamo ricevuto. È uno sforzo richiesto a ciascuno di noi, ma che richiama in particolare il senso di responsabilità degli operatori della comunicazione, affinché svolgano la propria professione come una missione.

Il Signore Gesù, Parola pura che sgorga dal cuore del Padre, ci aiuti a rendere la nostra comunicazione libera, pulita e cordiale.

Il Signore Gesù, Parola che si è fatta carne, ci aiuti a metterci in ascolto del palpito dei cuori, per riscoprirci fratelli e sorelle, e disarmare l’ostilità che divide.

Il Signore Gesù, Parola di verità e di amore, ci aiuti a dire la verità nella carità, per sentirci custodi gli uni degli altri.

Roma, San Giovanni in Laterano, 24 gennaio 2023, memoria di San Francesco di Sales. 

[1] Lett. enc. Deus caritas est, 31.

[2] Lett. Ap. Totum amoris est (28 dicembre 2022).

[3] Epistola Apostolica Sabaudiae gemma, nel IV Centenario dalla nascita di San Francesco di Sales, dottore della Chiesa (29 gennaio 1967).

[4] Messaggio per la LVI Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (24 gennaio 2022).

[5] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 201.

[6] Cfr Messaggio per la 56ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2023.  Francesco

 

 

 

Card. Zuppi: fenomeno migratorio non va gestito con paura o come un’emergenza, ma come un’opportunità

 

Roma – Il fenomeno migratorio è un fenomeno che bisogna “comprendere con responsabilità e umanesimo”, una “realtà del nostro mondo globale da non gestire con paura e come un’emergenza, ma come un’opportunità”. Lo ha detto oggi pomeriggio il card. Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana aprendo i lavori della sessione invernale del Consiglio Permanente della Cei. Tale problematica richiama – ha aggiunto il card. Zuppi – “la centralità della scuola, spazio decisivo d’integrazione nella cultura e nella lingua italiana, ma anche la necessità di maggiori flussi regolari di ingresso, di corridoi umanitari e ricongiungimenti familiari. Soprattutto è importante come accogliamo: non facciamo vivere umiliazione, tempi lunghi di attesa, viaggi infiniti, anticamere senza senso, marginalizzazione. Siamo consapevoli come queste e tante altre problematiche italiane non possano essere affrontate senza guardare all’Europa”. Certamente una cosa ovvia ma va “sempre ricordato. La Chiesa, così radicata nella storia e nella cultura europea”, ricorda agli europei che “non possono vivere per sé stessi. L’accoglienza dei migranti lavoratori chiede di essere organizzata su incontro fra domanda e offerta di lavoro”. Il card. Zuppoi invita a non dimenicare anche i “500.000 persone, anche lavoratori non regolari in Italia”. (Raffaele Iaria, mig. on. 23)

 

 

 

“Dare voce al cuore”: il messaggio di mons. Savino ai giornalisti

 

"Il giornalismo che parla con il cuore - scrive il Vescovo - è un giornalismo nutrito di un uso responsabile delle parole". Pubblichiamo il messaggio che mons. Francesco Savino, Vescovo di Cassano all'Jonio, ha indirizzato agli operatori della comunicazione in occasione della festa di San Francesco di Sales.

 

Cari e care giornalisti e giornaliste,

scrivervi è sempre una prima volta e, per questo, vorrei vi giunga tutto il mio entusiasmo nell’essere qui oggi a condividere, con voi, questi pensieri che sono per me occasione privilegiata di riflessione e di approfondimento ma anche una possibilità concreta di raggiungervi tutti e tutte.

Ho scelto per voi una immagine che ritengo carica di significato, tratta da un libro dedicato “al bambino che quella persona grande è stata” e che tutti voi conoscete o avete almeno visto una volta nella vita. Rispetto a questa raffigurazione mi sono sempre chiesto quale istinto o quale raziocinio abbia spinto l’autore francese Saint- Exupéry a ritagliarsi una certa porzione di totalità nel deserto sconfinato dell’immaginazione, per farne un’icona, un messaggio che si costituisce di una certa presenza e splende e risplende, imponendoci delle domande di senso. Siamo capaci di vedere, nel disegno di un cappello, un boa che digerisce un elefante?

Trovo che questa immagine e l’intero libro aderiscano totalmente al tema scelto dal Santo Padre Francesco per la 57° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali il cui tema è appunto “Parlare con il cuore”. Lo scorso anno vi aveva consegnato un “ascoltare con le orecchie del cuore”, due anni fa quel “vieni e vedi” ed oggi, dopo aver udito e dopo aver visto, è tempo di far sentire la vostra voce. La voce è volontà di dire e quindi di esistere e quindi di resistere e quindi di tracciare un ponte sonoro che mi unisca all’altro o altra attraverso un canale che rende qualcosa di invisibile un’esperienza concreta e condivisa, una materia che porta dal “qui” al sempre più lontano, che si appropria del mondo, che allevia e smarrisce, seduce e uccide, accarezza o scortica, la voce (e quindi la parola) è qualcosa in cui vibra l’intelligenza e che riunisce tutti i sensi. Dalla voce inizia la vita, nella cavità orale, avviene il miracolo di una gestazione: la nostra bocca si svuota per dare alla luce la parola e spetta solo a noi rendere fecondo questo parto, dare un corpo al flatus vocis che è la sonorità della nostra anima. La vostra voce, amici e amiche giornalisti, è la parola, scritta, ricercata, amata odiata, sentita, insignificante e poliedrica. Quella stessa parola che rimbalza sui vostri articoli, che informa e deforma e trasforma, quella parola che, in un certo senso, può essere il riflesso della Parola se raccontata e narrata col cuore. Per questo, in occasione del Santo patrono dei giornalisti, San Francesco di Sales, ho deciso di regalarvi la raffigurazione dello scrittore francese perché il cuore vi porti sempre a vedere oltre, a parlare oltre senza sconfinare nello sproposito ma cogliendo “altro”, quell’altro che declinato nell’informazione, è il senso del servizio che offrite con il vostro lavoro. Il mio invito vuole essere proprio quello di ripensare al vostro servizio non come ad una tentazione di servitù (l’immagine suggerita da Indro Montanelli mi sembra di una pungente eloquenza) ma come ad un dono che elargite per le comunità che abitate.

Per parlare, scrivere e raccontare con il cuore, è necessario avere  infatti a cuore le sorti dell’uomo. Fu don Lorenzo Milani ad adottare il motto «I care», letteralmente «Mi importa, ho a cuore». Questa frase, scritta su un cartello all’ingresso della scuola di Barbiana, riassumeva le finalità educativa di una scuola orientata a promuovere una forma di sollecitudine per l’altro, attenta e rispettosa, per sollecitare una presa di coscienza civile e sociale. Sarebbe bello che questa frase campeggiasse come frontespizio sulle vostre redazioni, ma soprattutto nelle vostre menti e nei vostri cuori.

Nell’azione formativa di don Milani l’“I care” era un sinonimo di “per te ci sono”, “sono al tuo fianco”, “puoi contare su di me” cioè l’empatia e la creazione di un rapporto di fiducia. Scegliendo di fare i giornalisti voi avete deciso, e siete chiamati a deciderlo ogni giorno, di prendervi cura degli altri, di avere attenzione e interesse al mondo degli uomini e delle donne del vostro tempo. Questo richiede la capacità, la generosità e il coraggio di non essere centrati su sé stessi. Vuol dire incarnare il valore della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi così spesso prevalente.

Prendere a cuore la vita degli altri, significa assumersi la responsabilità di concorrere con i gesti e voi soprattutto con le parole, alla costruzione di una buona qualità della vita per tutti. Riferimento essenziale della pratica della cura è la ricerca di ciò che fa bene. Questa esigenza di sguardo misericordioso sui fratelli, di cura del prossimo nel cammino della vita, trova la sua più intensa espressione nella parabola del Buon Samaritano che invita a non occuparsi solo del proprio viaggio esistenziale, ma a fermarsi e prestare attenzione all’altro, capire ciò di cui ha bisogno e agire con prontezza.

Il buon giornalista deve essere come il Buon Samaritano, cioè la figura biblica del viaggiatore che si ferma a soccorrere il bisognoso. I giornalisti di un tempo, per trovare le notizie, consumavano le scarpe sulla strada, oggi si consumano gli occhi davanti ai monitor dei computer e per questo Papa Francesco vi ha esortato a tornare nelle strade, ormai sempre più ignorate per le ragioni più varie come la pigrizia, l’indifferenza e l’intolleranza, per tornare invece a narrazioni più vere, più aderenti alla realtà, dei suoi protagonisti e dei loro bisogni.

La chiave della buona comunicazione è l’attitudine del giornalista ad essere e farsi “prossimo”. Il poveraccio mezzo morto a terra, derubato e malmenato dai briganti, è la nostra/vostra notizia. Il giornalista guarda, si ferma e soprattutto, si fa carico della notizia, cioè la verifica e la approfondisce: si fa tante domande sull’accaduto, si dà anche qualche risposta probabilmente, ma non si preoccupa che la notizia sia gradita, problematica o scandalosa. Se è una notizia, senza show o morbosità, semplicemente la offre ai suoi lettori. Chi comunica si fa prossimo.

Nella parabola del buon samaritano e quindi del buon comunicatore, Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani: il potere della comunicazione è la prossimità. Quando la comunicazione non parla e non scrive con il cuore e ha invece il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta, come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza.

Davvero possiamo dire che in questa pagina evangelica troviamo un “vademecum” per il buon giornalista, perché contiene i tre verbi che deve incarnare chi vuole farsi prossimo agli altri: vedere, fermarsi e toccare. Il buon giornalista deve vedere, guardare da vicino le situazioni di sofferenza, rendersi conto di chi gli sta accanto, deve vedere da vicino. Ed è un vedere non fine a sé stesso, ma un vedere che va a fondo, che va a comprendere i perché. Dietro ogni sofferenza, dietro ogni lacrima ci sono molti perché: il giornalista cerca di scoprire le cause di un malessere sociale.

Ma per vedere, osservare e cercare di capire bisogna fermarsi. Questo vuol dire sottrarsi alla dittatura della fretta e abitare invece il tempo e lo spazio della riflessione, fare domande, perché il giornalista deve essere il custode delle notizie, al cui centro non ci sono la velocità nel darle e l’impatto sull’audience, ma le persone. Un giornalismo che scrive con il cuore si pone alla ricerca delle cause reali dei conflitti, una responsabilità che chiede di educarci continuamente al discernimento, alla verifica, all’approfondimento. E infine il giornalista, deve toccare e per toccare deve sporcarsi le mani, cioè scrivere con coraggio, anche o soprattutto, andando controcorrente. Non è facile, ma quello che dovrebbe guidarci sempre è la paziente anche se scomoda ricerca della verità che alla fine sempre viene alla luce. Ci sono tanti giornalisti che con umiltà e perseveranza non fanno una informazione di Palazzo.

Tutti, in ogni singolo momento della nostra vita e quindi voi nel nostro lavoro, siamo chiamati a scegliere se accontentaci di una mezza verità o cercare la verità tutta intera.

Le virtù del giornalista/buon samaritano sono particolarmente necessarie sulle strade virtuali del nostro tempo, per non cedere alla disumanizzazione. Oggi c’è una sfida in più, che si afferma con forza per quelli che fanno informazione: la custodia dell’umanità. Oggi camminiamo sul crinale difficile del transumano, del disumano, nei rapporti sociali, nei rapporti con i diversi da noi.  È una sfida che va a toccare la radici stesse della vita, della comunicazione della vita e di ciò che genera i rapporti sociali, che costruisce la comunità. L’informazione ben fatta, al servizio delle persone, popolare nel senso che serve alla gente, che serve al popolo e non se ne serve per altri fini, è un pane che dobbiamo sempre spezzare e dare a tutti.

Oggi percorriamo soprattutto le “strade” digitali, siamo costantemente connessi, ma occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, non dunque una rete di fili ma di persone umane.

Nel tempo della interconnessione, dei social, del passaggio della società della comunicazione alla società della conversazione, dobbiamo stare attenti a non trasformare la rete in un luogo dove più ci si addentra più si perde la propria unicità e la propria identità personale e anche l’orientamento. Il rischio è quello di smarrire la capacità di distinguere fra vero e falso, tra coerente e incoerente, rimanendo intrappolati in un gioco in cui finisce ogni relazione vera.

Le reti sociali sono diventate giornalismo sociale, dove appunto si fondano anche le nostre identità, le nostre conoscenze, le nostre memorie, le nostre scelte; da un lato ci permettono di essere in ogni luogo e in ogni tempo, e dall’altro il modo in cui ci avvolgono, virtuale, disincarnato, rischia di ridurre tutto ad un dualismo feroce, a quel dualismo amico-nemico che non costruisce un giornalismo di pace, ma costruisce un giornalismo di rancori, una identità fondata sulla negazione dell’altro.

La rete da un lato riscatta le periferie dalla loro marginalità, dall’altro rischiano di distruggere il mondo reale per sostituirlo con un luogo dove lo spazio e il tempo sono annullati, dove la radicalizzazione violenta diventa una tentazione facile, strumento potente e terribile, capace di produrre maggioranze feroci e minoranze fanatiche, capace di unire ma anche di scavare divisioni profonde, trasparente ma anche opaco, custode della verità ma anche della menzogna.

La sfida del giornalismo che parla con il cuore e si fa costruttore di pace è dunque nella capacità di essere misura, metro, parametro, di fronte a tutto questo, di recuperare capacità di visione e di condivisione. Il giornalismo che parla con il cuore è un giornalismo nutrito di un uso responsabile delle parole. Che uso facciamo delle parole nel racconto di quel che siamo, di quel che facciamo, di come viviamo, nella costruzione cioè della nostra storia? Le parole sono alla base della nostra comunicazione, per questo è bene che siano quelle e quelle giuste, quelle che aiutano a capire. Le parole possono essere pietre scagliate da una massa di persone coperte dall’anonimato del web, possono essere muri che bloccano ogni tipo di scambio o dialogo gli individui. Ma le parole possono, anzi devono, essere pietre che costruiscono le basi di una società informata e ponti che consentono di far incontrare persone per condividere e confrontare idee e opinioni superando difficoltà e ostacoli di qualsiasi natura. Le parole, che esprimono i pensieri e spesso precedono le azioni, devono chiamarci a rinnovare le responsabilità sia come singole persone sia come collettività.

Domandiamoci che genere di parole utilizziamo: parole che esprimono attenzione, rispetto, comprensione, vicinanza, compassione, oppure parole che spargono veleni? In un momento di crisi e di tensione, di paura e di squilibri internazionali, la pace si costruisce a cominciare dal linguaggio. Le parole creano legami, suggestioni, colori, paesaggi. Le parole contengono un senso e danno un senso, traducono il senso dell’esistere. Le parole viaggiano dentro di noi e ci fanno viaggiare, trasformano, narrano e creano ascolto. Per questo le parole vanno scelte con cura perché, a loro volta, possono curare, possono salvare. Nella Bibbia ebraica il termine adoperato per definire la parola arca vuole dire tutt’altro: ciò che Dio consigliava a Noè di costruire era, in ebraico antico, una “tebah”, che voleva dire “parola”.

Bisogna dotarsi di parole, costruirsi un linguaggio, per sottrarsi al diluvio.

L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, vi sia, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per la condivisione. La nostra testimonianza al servizio dei fratelli con il dono della parola non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo, con amore e tenerezza, di chi incontriamo ferito lungo il cammino della vita.

Vi auguro di vedere sempre oltre, di ricercare in voi quella specialità che vi abita, di attraversare il deserto della vostra e dell’altrui invisibilità per dare un corpo a pensieri di senso, per ricercare sempre quell’essenziale… invisibile agli occhi. Ucs 24

 

 

 

Papa Francesco: “La Parola di Dio rende annunciatori”

 

Con una Messa in Basilica Vaticana, il Papa celebra la domenica della Parola di Dio da lui stabilita nel 2019. Parola che è per tutti, apre alla conversione, rende annunciatori - Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. La Parola di Dio è per tutti, invita alla conversione, rende annunciatori. Papa Francesco, come sempre, struttura l’omelia su tre parole chiave, celebrando la quarta domenica della Parola di Dio da lui istituita con il Motu Proprio “Aperuit Illis” del 2019. E ammonisce: “Non ci succeda di professare un Dio dal cuore largo ed essere una Chiesa dal cuore stretto”, perché questa è una "maledizione".  

La domenica della Parola di Dio si tiene la Terza Domenica del Tempo Ordinario perché così cade nella Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, e invita a riscoprire il valore della Parola di Dio per esserne annunciatori. È in questa giornata che Papa Francesco accoglie i candidati al ministero del Lettorato, al Ministero dei Catechisti.

Il Vangelo è quello che racconta che Gesù si trasferisce a Cafarnao, città lungo il Mare di Galilea e luogo di “passaggio, un crocevia di popoli e culture diverse”, proprio con l’urgenza di annunciare la parola di Dio.

La Parola – dice Papa Francesco – “è per tutti, la Parola chiama alla conversione, la parola rende annunciatori”. Sono le tre linee su cui il Papa articola il suo commento al Vangelo.

Primo punto: la destinazione universale della Parola di Dio. Gesù “è sempre in movimento, in cammino”, che va nella Galilea, luogo di passaggio, dove c’era “un popolo immerso nelle tenebre: stranieri, pagani, donne e uomini di varie regioni e culture”, che ora possono vedere la luce, perché Gesù “allarga i confini”, e non destina la sua predicazione solo ai “giusti di Israele”, ma a tutti, con la volontà di “raggiungere i lontani, guarire gli ammalati, salvare i peccatori, raccogliere le pecore perdute e sollevare quanti hanno il cuore affaticato e oppresso”.

Papa Francesco sottolinea che, con il suo dinamismo, ci ricorda che “la Parola è un dono rivolto a ciascuno, e che perciò non possiamo mai restringere il campo di azione perché essa, al di là di tutti i nostri calcoli, germoglia in modo spontaneo, imprevisto e imprevedibile, nei modi e nei tempi che lo Spirito conosce”.

Per Papa Francesco, “se la salvezza è destinata a tutti, anche ai più lontani e perduti, allora l’annuncio della Parola deve diventare la principale urgenza della comunità ecclesiale, come fu per Gesù”.

Ammonisce il Papa: “Non ci succeda di professare un Dio dal cuore largo ed essere una Chiesa dal cuore stretto; di predicare la salvezza per tutti e rendere impraticabile la strada per accoglierla; di saperci chiamati a portare l’annuncio del Regno e trascurare la Parola, disperdendoci in tante attività secondarie”.

La Parola di Dio va messa al centro e – ed è questo il secondo punto – “chiama alla conversione”, perché “la vicinanza di Dio non è neutra, la sua presenza non lascia le cose come stanno, non difende il quieto vivere”, ma piuttosto “ci scuote, ci scomoda, ci provoca al cambiamento, alla conversione” e ci mette in crisi, trasforma “il cuore e la mente, ci cambia, ci porta a orientare la vita al Signore”.

Papa Francesco invita così a mettere la propria vita “sotto la parola di Dio”, secondo la strada che ha indicato il Concilio, che non chiede di mettere la parola di Dio “sotto i nostri gusti, le nostre tendenze e preferenze, ma sotto l’unica parola di Dio che ci plasma, ci converte e ci chiede di essere uniti nell’unica Chiesa di Cristo”.

Papa Francesco infine mette in luce come la naturale conseguenza di questo movimento è diventare annunciatori della Parola di Dio.

Lo dice Gesù, chiamando Simone e Andrea e dicendo loro che li farà “pescatori di uomini”, vale a dire non più solo “esperti di barche, di reti e di pesci, ma esperti nel cercare gli altri”. Così i discepoli, “come per la navigazione e la pesca avevano imparato a lasciare la riva e a gettare le reti al largo, allo stesso modo diventeranno apostoli capaci di navigare nel mare aperto del mondo, di andare incontro ai fratelli e di annunciare la gioia del Vangelo”.

Papa Francesco nota che il dinamismo della Parola “ci attira nella ‘rete’ dell’amore del Padre e ci rende apostoli che avvertono il desiderio irrefrenabile di far salire sulla barca del Regno quanti incontrano”, e questo "non è proselitismo, perché quella che chiama è la Parola di Dio, non è la nostra Parola". 

È rivolto anche a noi – continua il pontefice – “l’invito a essere pescatori di uomini: sentiamoci chiamati da Gesù in persona ad annunciare la sua Parola, a testimoniarla nelle situazioni di ogni giorno, a viverla nella giustizia e nella carità, a ‘darle carne’ accarezzando la carne di chi soffre”.

Perché “questa è la nostra missione: diventare cercatori di chi è perduto, di chi è oppresso e sfiduciato, per portare loro non noi stessi, ma la consolazione della Parola, l’annuncio dirompente di Dio che trasforma la vita, la gioia di sapere che Egli è Padre e si rivolge a ciascuno”.

Papa Francesco infine ringrazia chi “si dà da fare perché la Parola di Dio sia rimessa al centro, condivisa e annunciata”, a chi “la studia e ne approfondisce la ricchezza”, agli operatori pastorali, a quanti hanno accolto l’invito di “portare il Vangelo con sé ovunque e leggerlo ogni giorno”, e ai diaconi e ai sacerdoti che non fanno “mancare al Popolo santo di Dio il nutrimento della parola”, e perché la meditano e la annunciano. Aci 23

 

 

 

Ecumenismo: una panoramica

 

Qual è lo stato di salute dell’ecumenismo, alla vigilia della tradizionale Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (SPUC), durante la quale rifletteremo – aiutati dai materiali elaborati da un gruppo locale degli Stati Uniti d’America convocato dal Consiglio delle Chiese del Minnesota – attorno a Imparate a fare il bene, cercate la giustizia (Isaia, 1,17)?

Difficile rispondere in maniera precisa: non mancano i segnali contraddittori, che spingono i commentatori, di volta in volta, a ripristinare la classica immagine dell’inverno ahinoi seguito alla primavera conciliare, o a lanciarsi in lusinghiere previsioni sul suo domani, in una Chiesa futura che, in prospettiva, sarà ecumenica o non sarà.

Ecumenismo in tempo di guerra

Certo, scrutando l’orizzonte europeo, e segnatamente la situazione in casa ortodossa, non si può stare allegri. Fra Mosca e Costantinopoli, la Terza Roma e il Patriarcato ecumenico, l’annosa crisi legata all’invasione dell’Ucraina sta provocando una rottura drammatica le cui radici – in realtà – vengono da lontano, presentando il sapore amaro dello scisma interno: la tempesta avviatasi con il riconoscimento dell’autocefalia ucraina nel 2019 da parte di Bartolomeo I, patriarca ecumenico, si è ormai trasformata in un autentico uragano che sembra avere – almeno agli occhi della Chiesa russa – la gravità dell’antica frattura fra Oriente e Occidente del 1054.

Mentre a quanti si occupano di ecumenismo appare lampante la distanza siderale da un’epoca invero abbastanza vicina cronologicamente, quella delle Assemblee ecumeniche europee di Basilea, Graz e Sibiu (1989-2007). Il cambio d’epoca – come lo chiama papa Francesco – si sta verificando anche qui, e la sensazione diffusa è che, al di là della spinta impressa indubbiamente dallo stesso Bergoglio, occorrerebbero linguaggi nuovi, e nuovi contesti, soprattutto in vista di un maggiore coinvolgimento delle giovani generazioni (problema che peraltro, notoriamente, non riguarda solo il movimento ecumenico).

Sta di fatto che, paradossalmente, ben di rado come negli ultimi dodici mesi si è discusso pubblicamente così tanto di ecumenismo. Lo si fa, ovviamente, sull’onda della catastrofe ucraina: prese di posizione da più parti, articoli sui quotidiani, molti interventi in rete, in genere per denunciarne la profonda crisi.

Talvolta, persino la conclamata inutilità o addirittura la dannosità, sullo sfondo del traumatico palcoscenico bellico. Su Repubblica, ad esempio, è comparso un titolo definitivo (“La fine dell’ecumenismo”, il 27 aprile scorso, secondo il quale ne uscirebbe letteralmente in macerie “quel desiderio di unità visibile che aveva  percorso il cristianesimo da fine Ottocento”).

Ma non sono mancate le tonalità ironiche, al limite del sarcasmo, quando ci si è avventurati a tratteggiare le trasparenti contraddizioni delle posizioni sostenute dal patriarca di Mosca, Kirill, con l’ideologia etnico-religiosa del Russkii mir (il mondo russo). In primo luogo si può notare che la cosa appare curiosa, in quanto va ricordato che l’ecumenismo è solitamente il parente povero delle discipline teologiche, come è facile verificare nei curricula di facoltà teologiche e istituti di scienze religiose.

Ecumenismo e identità della Chiesa

Ma anche nell’investimento rarefatto al riguardo, da parte di Chiese locali e diocesi, salvo felici eccezioni. Lo si scrive – sia chiaro – non per accusare chicchessia di lesa maestà nei confronti del dialogo fra le Chiese cristiane, ma per corroborare la seguente tesi: dovremmo semmai ripartire proprio dagli eventi di questi mesi, dai mancati incontri già annunciati fra Kirill e Bergoglio, ma anche e soprattutto dalle ragioni lontane della clamorosa rottura fra le Chiese sorelle di Mosca e Costantinopoli, per riflettere sulla necessità – agli occhi degli addetti ai lavori, sempre più evidente – di un nuovo, maggiore e diverso slancio ecumenico. A oltre sessant’anni dall’avvio del Vaticano II, che per la Chiesa cattolica rappresentò l’inizio di uno sguardo aperto verso gli altri mondi cristiani, con il decreto del 1964 Unitatis redintegratio.

Per intendere la portata della questione, in occasione della SPUC 2023, è necessario una volta di più sottolineare che si tratta di un tema cruciale per l’identità stessa della Chiesa.

L’unità dei credenti in Cristo non è soltanto una delle fondamentali notae Ecclesiae nel primo credo cristiano stilato al concilio di Nicea nel 325 (“Credo la Chiesa, una santa cattolica e apostolica”), ma anche il requisito decisivo in vista di una testimonianza credibile del vangelo nel tempo attuale che registra l’es-culturazione del cristianesimo dagli scenari culturali europei (come ammette il teologo Christoph Theobald).

Come possiamo essere fratelli tutti – sulla linea dell’enciclica del 2020 di papa Francesco – se non ci sentiamo e non viviamo, noi cristiani delle varie confessioni, da fratelli e sorelle, pur essendo fondati sullo stesso battesimo e sullo stesso credo, nonché fiduciosi nella stessa parola di Gesù contenuta nelle stesse Scritture?

Ecco perché l’ecumenismo dovrebbe finalmente uscire dagli scaffali degli specialisti per entrare stabilmente negli ordini del giorno dei consigli parrocchiali, dei movimenti ecclesiali, dell’attuale Cammino sinodale, di quella che si chiama(va) la pastorale ordinaria, e così via. Vasto programma, certo, ma anche indilazionabile.

Ne è convinto il papa, che per l’ennesima volta il 6 maggio scorso – parlando al Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani – si è espresso nel merito in termini perentori: “Nel secolo scorso, la consapevolezza che lo scandalo della divisione dei cristiani avesse un peso storico nel generare il male che ha avvelenato il mondo di lutti e ingiustizie aveva mosso le comunità credenti, sotto la guida dello Spirito Santo, a desiderare l’unità per cui il Signore ha pregato e ha dato la vita”.

E ancora: “Oggi, di fronte alla barbarie della guerra, questo anelito all’unità va nuovamente alimentato. L’annuncio del vangelo della pace, quel vangelo che disarma i cuori prima ancora che gli eserciti sarà più credibile solo se annunciato da cristiani finalmente riconciliati in Gesù, Principe della pace; cristiani animati dal suo messaggio di amore e fraternità universale, che travalica i confini della propria comunità e della propria nazione”.

A proposito della temperatura dell’ecumenismo, è da tempo invalso l’uso di ricorrere alle immagini meteorologiche, per cui si è a lungo riferito dell’inverno ecumenico, o almeno di un autunno quanto mai grigio, seguito alla primavera densa di speranze (anzi, alla vera e propria euforia ecumenica) che caratterizzò la stagione conciliare e i suoi immediati dintorni.

Quando diversi fattori incisero nelle coscienze di tanti cristiani, singoli o riuniti in gruppo, delle varie confessioni, fino a far pensare come imminente il momento in cui la Chiesa sarebbe tornata (meglio che diventata!) una: la pressione di base di numerose comunità ecclesiali, una buona elaborazione teologica in progress, ma anche il clima culturale generale degli anni Sessanta e Settanta, ben disposto, nonostante mille contraddizioni, al dialogare, alla ricerca della pace e della giustizia su scala planetaria, al superamento delle discriminazioni fra i popoli e all’interno delle singole nazioni.

Non andò così. Anzi, i successivi e impetuosi processi di globalizzazione, resi obsoleti i classici strumenti di analisi sociopolitica, avrebbero concorso a rendere il pianeta ancor più squilibrato, preda di reciproche paure e diffidenze, incapace di guardare positivamente al futuro e – soprattutto a partire dalla tragedia dell’11 settembre 2001 – convinto in tante sue componenti di stare vivendo un autentico scontro di civiltà. In cui anche i nuovi protagonismi sociali e politici delle compagini religiose (la rivincita di Dio constatata da Gilles Kepel nel 1991), più che favorire dinamiche di vicendevole accoglienza e d’incontro pacificato, hanno alimentato il proliferare di chiusure identitarie e fondamentalismi violenti. Da più parti, così, si è cominciato a parlare di un’epoca post-ecumenica… Fino all’oggi.

Attori ecumenici

Quando, a monte, si continua coraggiosamente a ripetere che, in un mondo globalizzato e in crisi su più fronti ivi compreso quello pandemico, così come gli italiani, crocianamente, non possono non dirsi cristiani, non possiamo non dirci ecumenici; ma a valle si stenta a trovare, da parte degli attori coinvolti, un linguaggio comune e una traiettoria condivisa per tradurre nel concreto le spinte (in calo, ma ancora presenti, come testimonia fra l’altro l’instancabile lavoro di base del SAE, Segretariato Attività Ecumeniche) provenienti dal basso.

Il teologo evangelico Oscar Cullmann, peraltro, già decenni or sono sosteneva che l’impazienza ecumenica – “le cose non progrediscono abbastanza celermente” – potrebbe rivelarsi persino nociva alla causa dell’unità, rischiando di sottovalutare i progressi vissuti, “sorprendenti e irreversibili dopo una separazione di molti secoli”. Per questo, si potrebbe dire che tutto (o almeno molto!) dipende dal punto di riferimento che assumiamo per valutare la fase odierna.

In ogni caso, e a dispetto di ogni comprensibile lamento sulle sue innegabili battute d’arresto, non si può non tener conto del fatto che parecchio di quanto si è riusciti a conseguire con tanta fatica nel convivere dei cristiani è divenuto ovvio, naturale. Ad esempio, i leader delle Chiese si esprimono non di rado insieme su questioni sociopolitiche ed etiche, si celebrano a una sola voce le giornate del dialogo con ebrei e musulmani, le comunità si riuniscono per funzioni ecumeniche, e coppie di sposi di confessione mista pronunciano il fatidico sì in liturgie comuni e sempre meno sorprendenti.

Il suo successo maggiore – alla fine – sta nel fatto che l’idea ecumenica non è rimasta solo un’idea, ma ha assunto forme di vita. Anche l’ecumenismo istituzionalizzato, che pure risulta affaticato ed è talora messo in discussione, è in grado, nonostante tutto, di esibire una storia di discreti successi. Nel complesso, perciò, il bilancio, senza dimenticare tante questioni ancora inevase e altrettanti problemi irrisolti, a cominciare dall’intercomunione, è senz’altro positivo.

Del resto, se l’ecumenismo, inteso come processo di riunificazione delle Chiese cristiane dopo le tante fratture interne avvenute nel corso della storia, sta attraversando oggi una complessa fase di transizione, contrassegnata ora da chiusure identitarie, ora da aperture insperate, in occasione di ogni SPUC annuale siamo chiamati a ricordarci a vicenda che le lentezze e la precarietà di tale cammino mettono in discussione la stessa azione missionaria del cristianesimo.

E dunque, allargando l’ottica, il suo senso nel mondo attuale. Va detto che il fatto la SPUC si sia radicata come appuntamento fisso, e che si tenga con la presenza determinante delle diocesi e delle chiese locali, resta un dato positivo, che nessuno potrebbe sognarsi di sottostimare. Permane peraltro la sensazione, soprattutto in chi da anni vi partecipa convintamente, di un’opportunità non sfruttata appieno, e talvolta un po’ rituale: in particolare quando, e capita, a essa non segua un cammino congruente durante il resto dell’anno, con un’attenzione non solo episodica alle dinamiche ecumeniche e ai rapporti con le altre Chiese.

Come argomentava tempo fa sul settimanale Riforma il pastore Luca Negro, fino all’anno scorso presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, riferendosi appunto alla SPUC: “Ne abbiamo fatto una riserva, un ghetto, non in senso spaziale ma temporale. Per una volta all’anno, diventiamo tutti fratelli e sorelle, riscopriamo la nostra vocazione all’unità. Nel resto dell’anno, fondamentalmente, ogni Chiesa continua a farsi i fatti suoi”.

In ogni caso, a differenza di quanto commentano i soliti siti tradizionalisti e antibergogliani, quanto sta accadendo sul fronte ecclesiale richiama semmai la necessità di lavorare, sempre più e sempre meglio, nel sostegno al dialogo ecumenico. Rifiutando i toni da crociata e la prospettiva di qualsiasi guerra di religione. Nella consapevolezza che esistono naturalmente sensibilità diverse, con un peso della storia che grava soprattutto sull’ortodossia, ma anche che all’ecumenismo non possiamo rinunciare, per la clamorosa testimonianza antievangelica che deriva dai conflitti che intercorrono tra le Chiese cristiane.

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Tornando alla SPUC, com’è noto nell’emisfero settentrionale essa si svolge dal 18 al 25 gennaio. Fu avviata ufficialmente dal reverendo episcopaliano Paul Wattson a Graymoor (New York) nel 1908 come Ottavario per l’unità della Chiesa, auspicando che divenisse pratica comune, con un trasparente significato simbolico: apertura in coincidenza con la memoria della cattedra di san Pietro, mentre la chiusura si collega alla memoria della (cosiddetta) conversione di san Paolo.

Il contesto in cui sono stati redatti i testi di accompagnamento per la SPUC 2023 incentrati, come dicevamo, sul versetto isaiano Imparate a fare il bene, cercate la giustizia, è quello dell’uccisione di George Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 a Minneapolis. I membri del gruppo locale del Minnesota, si legge nel Sussidio appositamente predisposto, sperano che la loro esperienza personale di razzismo e denigrazione come esseri umani possa servire quale testimonianza della disumanità di cui possono mostrarsi capaci i figli di Dio, nei confronti del proprio prossimo.

Ma c’è anche un profondo desiderio interiore che, come cristiani che incarnano il dono di Dio dell’unità, si indirizzino e sradichino le divisioni che impediscono di comprendere e sperimentare la verità che tutti apparteniamo a Cristo. “Per anni – si legge nel documento da loro stilato – il Minnesota ha patito alcune delle peggiori discriminazioni razziali della nazione: nel 1862 fu teatro, ad esempio, della più grande esecuzione di massa nella storia degli Stati Uniti, quando trentotto indigeni Dakota furono impiccati a Mankato, il giorno dopo Natale, dopo la guerra USA–Dakota.

Mentre si preparavano a morire, i trentotto Dakota cantarono l’inno Wakantanka taku nitawa (Molti e grandi), una versione del quale (anche italiana) è inclusa nel Sussidio per la celebrazione della Settimana. Più recentemente, il Minnesota è stato l’epicentro della resa dei conti razziale.

Quando il Covid–19 ha chiuso il mondo nel marzo del 2020, l’omicidio di un giovane afro–americano, George Floyd, per mano di un agente di polizia di Minneapolis, Derek Chauvin, ha fatto scendere in piazza gente in ogni parte del mondo, uniti nel sentimento di giusta indignazione, per protestare contro l’ingiustizia di cui erano stati testimoni in televisione. Chauvin, licenziato subito dopo l’assalto, è diventato il primo agente di polizia nella storia moderna condannato, in primo grado, per l’omicidio di un afro–americano in Minnesota”.

La storia del maltrattamento delle comunità di colore negli Stati Uniti, continua il documento, “ha creato disuguaglianze di lunga data e fratture relazionali tra le comunità. Di conseguenza, la storia delle Chiese negli Stati Uniti include le questioni razziali come un importante fattore di divisione ecclesiale; in altre parti del mondo, questo stesso ruolo è svolto da altre questioni non dottrinali”.

Ecco perché il lavoro teologico sull’unità portato avanti dalla Commissione Fede e costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) ha cercato di tenere insieme la ricerca dell’unità delle Chiese e la ricerca del superamento dei muri di separazione, come il razzismo, all’interno della famiglia umana. Ed ecco perché pregare insieme oggi, e specialmente pregare insieme per l’unità dei cristiani, assume un significato ancor più importante quando lo si mette al cuore delle lotte contro ciò che ci separa come esseri umani creati con pari dignità a immagine e somiglianza di Dio. Brunetto Salvarani, Sett.news

 

 

 

 

Papa Francesco, “per stare con Gesù ci vuole il coraggio di lasciare”

 

Il Papa commenta il Vangelo di oggi, in cui Gesù chiama i discepoli per farne pescatori di uomini. Il tema è il coraggio di lasciare - Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Per seguire Gesù ci vuole il coraggio di lasciare. Di lasciare gli egoismi, i calcoli, ma anche di lasciare il quieto vivere, per abbandonarsi a Gesù. Papa Francesco ripercorre il passo del Vangelo in cui Gesù chiama i primi discepoli, che lasciano le reti e lo seguono. E ribadisce che la necessità di lasciare è la prima caratteristica di un buon discepolo. Dopo l'Angelus, appelli per Myanmar, Perù, Camerun, Ucraina. 

È la Terza Domenica del Tempo Ordinario, ed è la Domenica che il Papa ha voluto dedicata alla Parola di Dio. Nella mattina, in San Pietro, il Papa ha dato il mandato a nuovi lettori e catechisti, delineando ancora una volta nell’omelia il profilo di Chiesa missionaria che desidera.

Ora, di fronte a una piccola folla radunata in una piazza San Pietro un po’ nuvolosa e fredda, il Papa riprende il concetto, commentando in particolare il momento in cui i discepoli lasciano le reti e lo seguono, che è il “momento dell’incontro decisivo con Gesù, quello che ricorderanno per tutta la vita e che entra nel Vangelo”.

Commenta Papa Francesco: “Lasciare per seguire. Con Gesù è sempre così. Si può cominciare in qualche modo ad avvertire il suo fascino, magari grazie ad altri. Poi la conoscenza può diventare più personale e accendere una luce nel cuore”.

Ma “prima o poi arriva il momento in cui è necessario lasciare per seguirlo”, che porta ad un bivio nella vita, se lasciare tutto e rimanere nella propria zona di conforto, un “momento decisivo” – spiega Papa Francesco – perché “se non si trova il coraggio di mettersi in cammino, c’è il rischio di restare spettatori della propria esistenza e di vivere la fede a metà”.

Cosa si deve lasciare per seguire Gesù? Certamente, risponde il Papa, “i nostri vizi e i nostri peccati, che sono come ancore che ci bloccano a riva e ci impediscono di prendere il largo". E - aggiunge Papa Francesco -  "per lasciare occore cominciare chiedendo perdono”. Ma anche “ciò che ci trattiene dal vivere pienamente, come le paure, i calcoli egoistici, le garanzie per restare al sicuro vivendo al ribasso”.

Inoltre, bisogna “rinunciare al tempo che si spreca dietro a tante cose inutili”.

Per Papa Francesco, è “bello lasciare tutto questo per vivere, ad esempio, il rischio faticoso ma appagante del servizio, o per dedicare tempo alla preghiera, così da crescere nell’amicizia con il Signore”.

E fa l’esempio di “una giovane famiglia, che lascia il quieto vivere per aprirsi all’imprevedibile e bellissima avventura della maternità e della paternità”. Oppure, quello di “certe professioni, ad esempio a un medico o a un operatore sanitario che hanno rinunciato a tanto tempo libero per studiare e prepararsi, e ora fanno del bene dedicando molte ore del giorno e della notte, molte energie fisiche e mentali per i malati”.

Insomma – chiosa Papa Francesco – “per realizzare la vita occorre accettare la sfida di lasciare. A questo Gesù invita ciascuno di noi oggi”. E così, il Papa conclude invitando tutti a chiedersi se c’è stato un momento forte in cui abbiamo incontrato Gesù, e se oggi c’è qualcosa cui Gesù ci chiede di rinunciare.

Dopo l’Angelus, Papa Francesco ricorda che questa è la domenica della Parola di Dio, invita a riscoprire “con stupore il fatto che Dio ci parla in particolare attraverso le Sacra Scrittura”, e invita ancora una volta a portare sempre con sé un Vangelo.

Poi, gli auguri per il Capodanno lunare che si celebra in Estremo Oriente, esprimendo in particolare “vicinanza spirituale a quanti sperimentano momenti di prova”, tra cui anche la recrudescenza della pandemia”.

Il Papa guarda poi al panorama mondiale: un pensiero per il Myanmar, dove è stata incendiata e distrutta la chiesa dell’Assunzione a Chan Tar, uno dei luoghi di culto più antichi del Paese. “Voglia Dio – dice il Papa - che finisca presto questo conflitto e si apra un tempo nuovo di pace”.

Quindi, l’appello perché “cessino gli atti di violenza in Perù”, dove le proteste antigovernative hanno portato a diversi scontri. “La violenza – afferma Papa Francesco - spegne la speranza di una giusta soluzione dei problemi. Incoraggio a intraprendere la via del dialogo tra fratelli nella stessa nazione, nel pieno rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto. No Mas Muertes”.

Africa, uno sguardo al Camerun e al conflitto nelle Regioni anglofone, dove sembra si stia per arrivare ad una soluzione. Papa Francesco incoraggia “a perseverare nella via del dialogo e della comprensione reciproca”.

Infine, il Papa chiede di “invocare la pace per la martoriata ucraina. Il Signore conforti quel popolo che soffre tanto”. Aci 22

 

 

 

 

 

Ratzinger, il libro postumo: «Ogni mia parola scatena un vociare assassino»

 

Da venerdì 20 gennaio in libreria Che cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale raccolta di scritti postumi di Benedetto curata da Elio Guerriero e monsignor Georg Gänswein

Lo aveva chiesto ai curatori lo stesso Papa emerito, Joseph Ratzinger: il volume sarebbe dovuto uscire soltanto «dopo la mia morte». Così è stato. Che cos’è il cristianesimo. Quasi un testamento spirituale, al quale hanno lavorato Elio Guerriero e monsignor Georg Gänswein, è stato mandato in libreria da Mondadori ieri 20 gennaio (il «Corriere» ne ha anticipato un brano martedì 17). E ora si comprende la cautela di Benedetto XVI nei confronti delle proprie pagine postume: «Da parte mia, in vita, non voglio più pubblicare nulla. La furia dei circoli a me contrari in Germania — aveva esplicitato Ratzinger in una lettera a Elio Guerriero — è talmente forte che l’apparizione di ogni mia parola subito provoca da parte loro un vociare assassino. Voglio risparmiare questo a me stesso e alla cristianità».

Lo si legge in Che cos’è il cristianesimo, e non è il solo passaggio duro che il predecessore di Francesco riserva ai propri lettori. Severo, ad esempio, il giudizio riservato a certi ambienti del cattolicesimo progressista, in particolare nordamericano. «Vi furono singoli vescovi, e non solo negli Stati Uniti, che rifiutarono la tradizione cattolica nel suo complesso mirando nelle loro diocesi a sviluppare una specie di nuova, moderna cattolicità. Forse vale la pena accennare al fatto che, in non pochi seminari, studenti sorpresi a leggere i miei libri venivano considerati non idonei al sacerdozio. I miei libri venivano celati come letteratura dannosa e venivano per così dire letti solo di nascosto», riporta il volume.

In un altro passaggio del libro, sottolineato dall’agenzia «Ansa», Benedetto XVI parla dell’omosessualità e del fatto che in diversi seminari esistano quelli che definisce dei «club» di gay. Parlando dell’incontro che Papa Francesco aveva convocato con i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo sul tema degli abusi sessuali commessi in ambito ecclesiale, Ratzinger aggiunge che «nell’ambito dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo con Papa Francesco, sta a cuore soprattutto la questione della vita sacerdotale e inoltre quella dei seminari». Nello specifico, «riguardo al problema della preparazione al ministero sacerdotale nei seminari, si constata in effetti un ampio collasso della forma vigente di questa preparazione». È qui che Benedetto XVI spiega che «in diversi seminari si formarono “club” omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari».

Il bavarese Ratzinger racconta poi che «in un seminario nella Germania meridionale i candidati al sacerdozio e i candidati all’ufficio laicale di referente pastorale vivevano insieme. Durante i pasti comuni, i seminaristi stavano insieme ai referenti pastorali coniugati in parte accompagnati da moglie e figli e in qualche caso dalle loro fidanzate. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale». Poi riferisce addirittura che «un vescovo, che in precedenza era stato rettore, aveva permesso di mostrare ai seminaristi dei film pornografici, presumibilmente con l’intento di renderli in tal modo capaci di resistere contro un comportamento contrario alla fede».

A proposito delle sue clamorose dimissioni nel febbraio di 10 anni fa Benedetto XVI spiega che in quel momento era ormai allo stremo delle forze. Si legge nel libro: «Quando l’11 febbraio 2013 annunciai le mie dimissioni dal ministero del successore di Pietro, non avevo piano alcuno per ciò che avrei fatto nella nuova situazione. Ero troppo esausto per poter pianificare altri lavori. Inoltre, la pubblicazione dell’Infanzia di Gesù sembrava una conclusione logica dei miei scritti teologici». ma l’attività di riflessione e di elaborazione teologica in realtà non si concluse. «Dopo l’elezione di Papa Francesco ho ripreso lentamente il mio lavoro teologico. Così, nel corso degli anni, hanno preso forma una serie di piccoli e medi contributi». Quelli, appunto, raccolti nel volume ora in libreria. CdS 21

 

 

 

Dalle diocesi, l'unità dei cristiani al centro delle attività in Italia

 

Le iniziative promosse dalle diocesi da Nord al Sud - Di Cesare Bolla

 

ROMA- Una settimana intensa quella che stiamo vivendo. In tante diocesi, parrocchie, movimenti, sono tanti i momenti di preghiera e confronto nella Settimana dedicata all’Unità dei Cristiani che si concluderà il prossimo 25 gennaio. Prima di parlare di alcune iniziative promosse dal Nord al Sud registriamo la gioia di diverse diocesi italiane per la promulgazione, giovedì, di alcuni decreti di venerabilità. Quattro, in particolare – su sei – riguardano italiani: don Gaetano Francesco Mauro, in Calabria, fondatore della Congregazione dei Pii operai catechisti rurali o meglio conosciuti come “ardorini”, nato a Rogliano e morto a Montalto Uffugo.

L’Amministratore Apostolico di Cosenza-Bisignano, Giuseppe Piemontese e l’intera comunità diocesana “gioisce, ringraziando Dio e il Santo Padre Francesco, per questo ulteriore dono alla Chiesa cosentina”, spiega una nota della diocesi: “la Chiesa con questo atto ci assicura che un suo figlio sacerdote, ha esercitato le virtù cristiane in maniera eroica”. E poi Maria Margherita Diomira del Verbo Incarnato della Congregazione delle Stabilite nella Carità del Buon Pastore, originaria di Firenzuola dove era nata nel 1651 e morta a Firenze dopo una vita di preghiera fino ricevere le stimmate. “Gioiamo con le Suore Stabilite nella Carità e accogliamo con gratitudine questo ulteriore dono che riceviamo dal Santo Padre e che arricchisce la schiera di testimoni del Vangelo fiorentini riconosciuti dalla Chiesa universale”, ha detto il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, evidenziando che “quello di suor Diomira è stato un esempio di vita spesa nel servizio di Dio e dei fratelli” e ancora oggi la sua storia “invita a fidarsi del Signore e della sua misericordia senza limiti e il suo anelito missionario ci ricorda che ogni cristiano, in virtù del Battesimo è un testimone ovunque si trovi”.

Piemontese è don Giovanni Barra nato il 13 gennaio 1914 a Riva di Pinerolo e morto a Torino il 28 gennaio 1975 dove ricoprì vari incarichi. E poi ancora Bertilla Antoniazzi, nata il 10 novembre 1944 a San Pietro Mussolino e morta il 22 ottobre 1964 a Vicenza dopo una breve vita fatta di sofferenze. 

Ma ritorniamo al tema della Settimana dedicata alla preghiera per l’Unità dei Cristiani che si è aperta lo scorso 18 gennaio. Una data proposta nel 1908 da padre Paul Wattson, perché compresa tra la festa della cattedra di san Pietro e quella della conversione di san Paolo. Proprio in questa data il Papa celebra ogni anno nella Basilica dedicata all’Apostolo delle Genti a Roma i Vespri. Dal Nord al Sud, come dicevamo diverse iniziative a partire dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei che ha messo a disposizione un video per raccontare il senso e le prospettive della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, anche attraverso i social media e che vuole collocare questo appuntamento all’interno del Cammino sinodale.

Nelle diocesi partiamo dall’Eparchia di rito cattolico bizantino di Lungro, in Calabria, che dal 23 gennaio promuove un ciclo di incontri, in collaborazione con il Centro studi per l’Ecumenismo in Italia, sul tema “Concilio Vaticano II: a 60 anni dall’apertura. Chiese in dialogo per l’unità. Spunti per una formazione continua”.  Un’iniziativa che “vuole proporsi come momento formativo, offerto e aperto a tutti, ed è da leggere nell’orizzonte di una maggiore formazione del popolo di Dio al dialogo teologico, al dialogo ecumenico e ad una presa di coscienza maggiore della continua recezione del Concilio Vaticano II, che ha segnato un ripensamento nelle forme e nei contenuti della partecipazione della Chiesa cattolica al Movimento ecumenico”.

Diversi gli appuntamenti che si concluderanno il 5 giugno e che saranno introdotti dall’eparca Donato Oliverio e moderati da papàs Alex Talarico e da don Mauro Lucchesi.  Nella diocesi la settimana è stata avviata nella chiesa cattolica di rito orientale di Cosenza “S. S. Salvatore” dove Oliverio ha presieduto un momento di preghiera che ha visto coinvolte, oltre all’eparchia, anche la diocesi di Cosenza-Bisignano, la chiesa valdese di Dipignano, la parrocchia Ortodossa Rumena San Daniele e i tre fanciulli e la comunità pentecostale Bethel.

A Bologna l’arcivescovo, il card. Matteo Zuppi, presidente della Cei, presiederà il Vespro il 25 gennaio alle 18 in San Paolo Maggiore. In diocesi diversi gli appuntamenti. A Padova l’Ufficio di Pastorale dell’Ecumenismo e del dialogo interreligioso e il Consiglio delle Chiese di Padova promuovono una serie di appuntamenti: giovedì 19 gennaio nella cripta della basilica di Santa Giustina a Padova, si è tenuta una veglia ecumenica con la partecipazione del vescovo Claudio Cipolla, e con i rappresentanti del Consiglio delle Chiese cristiane di Padova mentre per tutta la Settimana, nel santuario di San Leopoldo, si celebrerà l’Eucaristia per l’unità dei cristiani. Tante anche le iniziative nella diocesi di Vercelli che ha aperto la Settimana nella sala capitolare della basilica di Sant’Andrea con una preghiera ecumenica alla quale hanno partecipato l’arcivescovo Marco Arnolfo, Pier Luigi Ranghino, presidente del Consiglio di Chiesa della Chiesa evangelica metodista, e padre Iulian Paun, della Chiesa ortodossa rumena. Per tutta la settima momenti vari e oggi il convegno “Fratellanza: nuova frontiera dell’umanità e delle Chiese” organizzato da Meic e Pax Christi di Vercelli mentre a conclusione, sempre nella sala capitolare della basilica di Sant’Andrea, la “Conversazione fraterna sulla esperienza di sinodalità nelle tre famiglie cristiane”.

Tante le iniziative organizzate dalla diocesi di Roma. Ieri sera nella Basilica di Santa Maria in Trastevere la preghiera guidata dal patriarca greco-ortodosso di Alessandria, Teodoro II mentre martedì 24, la preghiera della Comunità di Sant’Egidio sarà guidata dal pastore valdese Paolo Ricca. Ad Avezzano l’Ufficio di Pastorale dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso promuove due appuntamenti ai quali interverranno il vescovo Giovanni Massaro, il parroco della Chiesa ortodossa romena, Daniel Mititelu, e la pastora della Chiesa evangelica valdese, Hiltrud Stahlberger-Vogel. Ad Assisi il vescovo Domenico Sorrentino ha aperto la Settimana nel Santuario della Spogliazione e mercoledì 25 nella Cattedrale di San Rufino una preghiera ecumenica. Due le iniziative diocesane a Nardò-Gallipoli: la prima lo scorso 18 gennaio nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù a Galatone con la partevcipazione del vescovo Fernando Filograna, Giovanni Giannoccolo, protopresbitero greco-ortodosso di Lecce, Tommaso Carpino, pastore pentecostale della Chiesa evangelica internazionale mentre il 26 nella parrocchia San Gerardo Maiella a Nardò tavola rotonda ecumenica sul tema “La verità di Cristo nell’esistenza umana.

Vite esemplari (Nektarios da Egina, Madre Teresa di Calcutta, Martin Luther King)” con i saluti di Filograna e gli interventi di Isabelle Bernardini, direttrice della Biblioteca della Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta “Kallinikos Lystron”; Salvatore Cipressa, direttore dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso; Gabriele Bertin, pastore valdese. Nella diocesi di Rossano-Cariati, apertura nella parrocchia di Maria Madre della Chiesa in Rossano con un incontro di preghiera alla presenza dell’arcivescovo Maurizio Aloise, padre Ioan Manea della Chiesa ortodossa romena di Cosenza, il pastore Stefano Rugna della Chiesa pentecostale Bethel di Rossano e il pastore Adelmo Pereira della Chiesa pentecostale missione cristiana. A Torre Annunziata lunedì 23 gennaio presso la Comunità evangelica luterana celebrazione ecumenica con la partecipazione del vescovo di Nola, Francesco Marino e il pastore Alberto Rocchini.

In Sardegna, a Nuoro, celebrazioni e incontri nel segno di suor Maria Gabriella Sagheddu, di cui quest’anno ricorre il 40° anniversario della beatificazione. Centro degli appuntamenti le comunità parrocchiali di Beata Maria Gabriella di Nuoro e Santa Caterina d’Alessandria in Dorgali. La prima celebrazione lo scorso 19 gennaio con il vescovo Antonello Mura che ha presieduto la veglia ecumenica con la consegna delle reliquie della beata. Oggi il presule celebrerà messa a Dorgali. Ma in tutte le diocesi tanti i momenti di incontro e preghiera. Aci 21

 

 

 

Leggere la Bibbia con consapevolezza

 

Leggere bene la Bibbia è la sfida per questo tempo in cui il testo sacro – sia a livello individuale che comunitario – gode di grande popolarità. L’interesse per la sacra Scrittura è infatti oggi massicciamente diffuso, come testimoniano le numerose e partecipate proposte di percorsi biblici, lectio divina e settimane bibliche, nonché la frequentata e apprezzata esperienza del Festival biblico.

A livello personale, spesso si rincorre la ricerca del senso spirituale del passo biblico, solitamente a prescindere da un confronto serio con il dato letterario, che viene estromesso dal processo di confronto con il testo.

Come si legge “bene” la Bibbia?

A questa domanda intende rispondere, senza pretesa di esaustività, il libro Leggere con sapienza la Bibbia. Un percorso di consapevolezza, curato da Andrea Albertin e pubblicato nella collana Sophia della Facoltà teologica del Triveneto in coedizione con Edizioni Messaggero.

«La sacra Scrittura chiede non semplicemente di essere compresa o capita, ma intende favorire un intreccio sempre più stretto e fecondo fra i testi biblici e la vita del credente» spiega Andrea Albertin, che stigmatizza l’uso funzionale delle pagine bibliche, quando cioè «ci si serve della Bibbia anziché lasciarsi servire da essa per mettersi poi a suo servizio».

E, sul costume di adattare il brano biblico a un messaggio pre-confezionato, cita un monito di papa Francesco in Evangelii gaudium, n. 147: «Se un testo è stato scritto per consolare, non dovrebbe essere utilizzato per correggere errori; se è stato scritto per esortare, non dovrebbe essere utilizzato per istruire; se è stato scritto per insegnare qualcosa su Dio, non dovrebbe essere utilizzato per spiegare diverse idee teologiche; se è stato scritto per motivare la lode o il compito missionario, non utilizziamolo per informare circa le ultime notizie».

La tesi unitaria proposta nei cinque saggi che compongono il libro – firmati dai biblisti Andrea Albertin, Gastone Boscolo, Carlo Broccardo, Marcello Milani e Maurizio Rigato, tutti docenti della Facoltà teologica del Triveneto – è che la Scrittura si lascia servire dalla Scrittura stessa, anziché servirsi di essa. «Ciò significa che i testi sacri nascono e maturano all’interno di una mentalità biblica, capace di rileggere in modo sapienziale gli avvenimenti di ogni epoca alla luce della Scrittura, allo scopo di cogliere come si stiano realizzando le promesse e i doni salvifici di Dio in essa annunciati – spiega Albertin.

Lasciarsi servire dalla Scrittura è riconoscere che essa si mette a nostra disposizione per darci la forma di Cristo, per accompagnarci a un “di più” che Dio opera attraverso Gesù Cristo non tanto ripetendo in fotocopia eventi passati e raccontati nei libri biblici, ma per educare il popolo di Dio a riconoscere lo stile con cui egli opera è presente e agisce per fare alleanza con noi».

Criteri

Sapienza, cambiamento e personalizzazione sono i tre criteri suggeriti dai biblisti per accostare le pagine bibliche e mediarle nella prassi pastorale con l’atteggiamento di chi si pone in ascolto, si lascia educare e servire da esse, sia nel cammino personale di fede sia nei percorsi di gruppo e comunitari.

Il primo punto implica una lettura sapienziale dei testi, cioè di rivivere il patrimonio di fede e di salvezza annunciato nella Bibbia e renderlo attuale attraverso nuove domande, culture e sensibilità.

Il secondo passo è entrare in un universo simbolico imparando a fare propria la mentalità della Bibbia, ossia a farsi ispirare e modellare dai suoi insegnamenti.

Infine, il terzo criterio per lasciarsi servire dalla Scrittura riguarda il cammino di personalizzazione degli eventi biblici; occorre cioè imparare a rileggere la propria biografia, personale o comunitaria, alla luce della Scrittura. «Questo processo – conclude Albertin – favorisce una progressiva conformazione a Cristo, dapprima conosciuto lì dove si rivela, ossia nella Scrittura, e poi vissuto sulla propria storia personale e comunitaria».

Il libro si conclude con i profili di due biblisti padovani, Giovanni Leonardi e Giuseppe Segalla che, con la loro attività di ricerca, di insegnamento e di servizio pastorale, hanno contribuito a formare un’intera generazione di presbiteri (fra i quali gli stessi autori dei saggi raccolti nel volume) e di laici corresponsabili nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Stt.News 28

 

 

 

 

Il cardinal Müller: «Intorno a Papa Francesco un cerchio magico che decide anche le nomine»

 

In un libro in uscita per Solferino il cardinal Gerhard Müller, ex Prefetto della Dottrina della Fede, critica «il cerchio magico» che ci sarebbe «a Santa Marta», dove risiede il Papa: «Sono persone non preparate da un punto di vista teologico»

 

A lanciare quello che sembra a tutti gli effetti un nuovo, duro atto di accusa nei confronti di Papa Francesco, dopo quelli giunti da padre Georg Ganswein nelle ore che seguirono la morte di benedetto XVI, è il cardinal Gerhard Müller, ex Prefetto per la Dottrina della Fede, nel libro «In buona fede» con Franca Giansoldati (Solferino) in uscita a giorni.

Il «cerchio magico»

«Vi è una sorta di cerchio magico che gravita attorno a Santa Marta», dice Müller, riferendosi alla residenza del Papa in Vaticano, «formato da persone che, a mio parere, non sono preparate dal punto di vista teologico. In Vaticano sembra che ormai le informazioni circolino in modo parallelo, da una parte sono attivi i canali istituzionali purtroppo sempre meno consultati dal pontefice, e dall’altra quelli personali utilizzati persino per le nomine dei vescovi o dei cardinali».

«Disparità di trattamento sugli abusi

Müller — che aveva già criticato il pontefice, spiegando che molte «persone ferite da Francesco» andavano «a curarsi al Monastero» dove risiedeva il Papa emerito, Ratzinger — ha dichiarato anche che sulla questione degli abusi non tutti nella Chiesa vengono trattati allo stesso modo. Parlando in particolare del caso di monsignor Gustavo Zanchetta, Müller ha spiegato che «ha potuto godere di uno status privilegiato in quanto amico del Papa. Di norma le amicizie non possono influenzare il procedere della giustizia, tutti devono essere trattati in modo uguale». E ancora: «don Mauro Inzoli, un sacerdote vicino a Comunione e Liberazione»: l tribunale vaticano «avviò un processo su di lui alla fine del quale si decise di ridurlo allo stato laicale perché fu riconosciuto colpevole di crimini. Purtroppo però vi fu un cardinale di curia che andò a bussare a Santa Marta, chiedendo clemenza. Davanti a questo interventismo il Papa si convinse e scelse di modificare la sentenza aggiustando la pena a Inzoli, stabilendo che rimanesse sacerdote ma con il divieto di indossare in pubblico l’abito sacerdotale o il clergyman e senza presentarsi alle comunità come consacrato. Rimaneva consacrato ma non poteva mostrarsi agli estranei come tale. Questo è solo un esempio».

La stretta sulla messa in latino «fu uno schiaffo»

Müller torna poi sulla questione della stretta sulla messa in latino, decisa da Papa Francesco e che — secondo Ganswein — «spezzò il cuore» di Ratzinger. Quella decisione, per Müller, fu «uno schiaffo» per i tradizionalisti, che «ha scavato fossati e ha causato dolore»: «Agendo in questa direzione Papa Francesco sembra abbia dato ascolto a un gruppo di consiglieri senza tenere conto che quel provvedimento avrebbe assunto i contorni di una mera dimostrazione di potere».

Il caso Becciu

L’ex Prefetto per la Dottrina della Fede torna poi anche sul caso del cardinal Becciu, criticando le decisioni del Papa: «Francesco ha deciso di punirlo severamente dopo che qualcuno era andato da lui, a Santa Marta, per mostrargli un articolo de L’Espresso, un settimanale italiano che riportava un’inchiesta sul cardinale. Ma come si fa ad agire in base a un articolo di stampa? Non si può punire qualcuno senza avere in mano le prove della sua colpa. Questo modo di agire è capitato di frequente in Vaticano e non riguarda solo il singolare caso Becciu, ma è accaduto persino dentro la Congregazione per la Dottrina della Fede quando furono mandati via alcuni sacerdoti senza ragioni, dall’oggi al domani. Per il cardinale Becciu la questione è macroscopica anche perché amplificata dai mass media: è stato umiliato e punito di fronte al mondo senza che gli sia stata data alcuna possibilità di difesa. Ora si aspetta la fine del processo in corso al tribunale vaticano. Eppure dovrebbe valere per chiunque la presunzione di innocenza, un diritto sacrosanto dai tempi degli antichi romani». CdS 21

 

 

 

 

Papa Francesco: "No alla calunnia: fa tanto male e distrugge"

a cura della redazione Cronaca

 

Bergoglio, ricevendo i membri dell'Unione Nazionale Mutilati per Servizio, condanna ancora una volta il "chiacchiericcio" e il pettegolezzo, dopo le accuse del cardinal Müller – red. cronaca

 

"Di fronte a una guerra che sembra un mostro invincibile, che cosa possiamo fare, oltre alla preghiera? Possiamo cercare, nella vita di tutti i giorni, di affrontare i conflitti evitando ogni violenza e sopraffazione. E non è facile! Perchè a volte basta una parola per ferire o uccidere un fratello o una sorella. Pensiamo alla calunnia". Così Papa Francesco ricevendo i membri dell'Unione Nazionale Mutilati per Servizio, torna ancora una volta a condannare il pettegolezzo e le dicerie, all'indomani delle accuse del cardinal Müller sui trattamenti privilegiati riservati al cerchio magico del Pontefice. "Pensiamo al chiacchiericcio - ha aggiunto a braccio -, che è così usuale, non tra voi, tra voi sicuro no ma in altre parti, il chiacchiericcio che è pane di ogni giorno, e fa tanto male, distrugge! Allora l'associazione può e deve diventare una forza di pace nella società, aiutando a risolvere i conflitti in modo pacifico, ricercando il bene comune e richiamando l'attenzione su chi è meno tutelato".

Le accuse di Müller

Il cardinale Gerhard Ludwig Müller ha attaccato il Papa in un libro-intervista che esce dopo le memorie del segretario particolare di Benedetto XVI, monsignor Georg Gänswein. Il porporato tedesco, 75 anni, fedelissimo di Joseph Ratzinger, nel libro "In buona fede" (Solferino), intervistato dalla vaticanista Franca Giansoldati, critica l'entourage del pontefice: "Vi è una sorta di cerchio magico che gravita attorno a Santa Marta formato da persone che, a mio parere, non sono preparate dal punto di vista teologico", dice il porporato tedesco, secondo il quale "in Vaticano sembra che ormai le informazioni circolino in modo parallelo, da una parte sono attivi i canali istituzionali purtroppo sempre meno consultati dal Pontefice, e dall'altra quelli personali utilizzati persino per le nomine dei vescovi o dei cardinali".

Non adorare Dio come idolo

"La vita di fede è un continuo 'esodo', un'uscita dai nostri schemi mentali, dal recinto delle nostre paure, dalle piccole certezze che ci rassicurano. Altrimenti rischiamo di adorare un Dio che è solo una proiezione dei nostri bisogni, e quindi un 'idolo', e di non vivere incontri autentici nemmeno con gli altri" ha inoltre sottolineato Francesco ricevendo in udienza la Comunità del Pontificio Collegio "de Propaganda Fide" in occasione del IV centenario della sua fondazione.

"Ci fa bene accettare il rischio di uscire da noi stessi, come hanno fatto Abramo, Mosè e i pescatori di Galilea chiamati a seguire il Maestro", ha aggiunto il Pontefice. "E voi avete l'opportunità di farlo in questo momento nella vita di comunità, specialmente in una comunità formativa ricca e variegata come la vostra, con tante culture, lingue e sensibilità. E' un dono grande, questo, da cui potete essere arricchiti nella misura in cui ciascuno riesce a uscire dal proprio recinto per aprirsi agli altri, al loro mondo e alla loro cultura", ha aggiunto. LR 21

 

 

 

Viaggio del Papa in Congo e Sud Sudan. In Africa la più grave crisi alimentare al mondo

 

In vista della visita apostolica di Papa Francesco in R.D. Congo e Sud Sudan dal 31 gennaio al 5 febbraio prossimo Caritas italiana ha organizzato un webinar sulla crisi alimentare e le sue cause in Africa e ha lanciato la campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione “Africa, fame di giustizia”, che durerà fino alla Quaresima. Ecco un focus su Sud Sudan e Somalia - Patrizia Caiffa

 

In Africa si muore di fame a causa dei cambiamenti climatici, dei conflitti, del Covid-19 e dell’impennata dei prezzi di cereali a causa della guerra in Ucraina. Sono le famigerate 4 C, ossia le cause scatenanti della grave crisi alimentare in corso nel mondo. E mentre si spendono miliardi di dollari per fare le guerre i piani di aiuto umanitari delle grandi agenzie internazionali, delle Ong e delle realtà cattoliche rimangono sottofinanziati. ”Questo riguarda tutte le crisi tranne l’Ucraina”, spiega Fabrizio Cavalletti, responsabile dell’ufficio Africa di Caritas italiana. In risposta alla crisi alimentare Caritas italiana ha lanciato la campagna “Africa, fame di giustizia”, che durerà fino alla Quaresima. Oltre alla raccolta fondi nelle diocesi per sostenere i progetti nei Paesi africani più colpiti, intende sensibilizzare su questi temi e stimolare al cambiamento degli stili di vita.

La crisi alimentare più grave al mondo è nell’Africa orientale, a causa dell’alta dipendenza dall’estero del fabbisogno di cereali, soprattutto da Russia e Ucraina, dell’aumento dei prezzi, della severa siccità in Etiopia, Kenya e Somalia, delle alluvioni in Sud Sudan, dei conflitti e della fragilità politica in Etiopia, Somalia e Sud Sudan. I numeri sono da capogiro: 20,4 milioni di persone in insicurezza alimentare e 4 milioni di animali morti in Etiopia – cita Federico Mazzarella, operatore di Caritas italiana a Nairobi, in Kenya -; 4,4 milioni in crisi acuta in Kenya, con l’85% del territorio colpito da siccità; 6,6 milioni di persone in crisi alimentare severa in Sud Sudan; 6,7 milioni di persone in insicurezza alimentare in Somalia; nella Repubblica democratica del Congo ben 25,4 milioni di persone in crisi alimentare.

“Il Sud Sudan sta aspettando Papa Francesco e l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby. Troveranno un Paese che si è sentito abbandonato, che ha sofferto molto a causa del conflitto e che attira l’attenzione mondiale solo in alcune occasioni”, dice monsignor Christian Carlassare, vescovo di Rumbek in Sud Sudan. Due anni fa monsignor Carlassare, missionario comboniano, era stato ferito con colpi d’arma da fuoco nella sua abitazione a Rumbek, prima di insediarsi come vescovo in diocesi. Dopo gli accordi di pace nel 2019 ora c’è un governo di unità nazionale e di transizione, si dovrà andare ad elezioni nel 2024. “Gli accordi di pace spesso producono conflitti – osserva il vescovo -. C’è una tendenza nei vari gruppi a creare disordine per avere più voce e forza al tavolo delle trattative, in modo di ottenere maggiori posizioni e risorse, a costo di destabilizzare il Paese”. “Ma come si può parlare di elezione democratiche quando la gente segue il proprio gruppo etnico e un terzo della popolazione, pari a 4 milioni di sfollati e rifugiati, non potrà esprimere un voto?”, si è chiesto.

Il Sud Sudan è un Paese ricco di risorse ma la cui ricchezza “è fonte di divisione, mal spartita e mal utilizzata – afferma -. Alcuni gruppi riescono ad avere accesso alle risorse ma non danno vita ad una economia autoctona, mentre la popolazione vive sotto la soglia della povertà”. Inoltre i cambiamenti climatici stanno provocando irregolarità nelle precipitazioni, “scarse durante la semina o troppo abbondanti, distruggendo le coltivazioni”. “Nella diocesi di Malakal – dice – due parrocchie non avranno cibo da marzo a maggio. A Rumbek c’è poco cibo a causa della scarsità delle piogge”.

La diocesi, in collaborazione con agenzie umanitarie tedesche e austriache, inizierà a distribuire cibo e aiuti di emergenza ai gruppi più vulnerabili di 16 parrocchie. Un altro progetto che la Caritas di Rumbek porta avanti da tre anni è destinato ai territori lungo il fiume Nilo che soffrono a causa delle alluvioni, per promuovere la resilienza delle comunità in vari ambiti.

La Somalia è uno dei Paesi africani più colpiti dalla siccità, con la metà della popolazione che soffre la fame e un terzo di abitanti (6,7 milioni di persone) in insicurezza alimentare. 7,8 milioni di persone hanno bisogni umanitari, di cui 5 milioni sono bambini. Vi sono 3 milioni di sfollati e 1 milione di rifugiati nei Paesi limitrofi. Nel 2022 oltre 800 mila persone sono state costrette ad emigrare per ragioni alimentari. Nel 2021 sono morti oltre 3 milioni di capi di bestiame. “C’è una fame di giustizia tra i somali. A volte abbiamo usato questi Paesi come una discarica, anche con il coinvolgimento italiano nello scarico di materiali tossici. Il ruolo della comunità internazionale deve essere quello di accompagnamento, per una giustizia interna e internazionale”, afferma mons. Giorgio Bertin, vescovo di Djibouti e amministratore apostolico di Mogadiscio.

“La Somalia è un Paese estremamente povero e in balia dell’insicurezza da oltre 30 anni dovuta a conflitti tra clan, ai cambiamenti climatici e alla presenza dei ribelli islamisti di al-Shabaab.

Si sono create situazioni veramente disastrose”, spiega. La violenza di al-Shabaab, che vuole imporre un islam di tipo talebano, ha provocato tanti sfollati. Inoltre “in questi 30 anni c’è stato un disboscamento eccessivo a causa dell’esportazione di carbonella per cucinare verso i Paesi del Golfo, che favorisce la mancanza di pioggia – ha raccontato -. L’altro fattore che ha accelerato i cambiamenti climatici è l’overgrazing, il pascolo eccessivo. Gli animali che prima venivano venduti solo nel mercato locale ora vengono esportati verso la penisola arabica per maggiori guadagni”. Altro elemento problematico sono le alluvioni causate dal “non utilizzo appropriato dei fiumi”, con l’acqua che si riversa nei campi e distrugge le coltivazioni. Per tutte queste ragioni la fame è aumentata. “E’ importante per la Somalia la rinascita di uno Stato funzionale e veramente a servizio della popolazione”.

La Caritas, in collaborazione con Centro missionario di Roma, ha distribuito tende e zanzariere agli sfollati a Mogadiscio. Grazie a tre progetti finanziati dall’8 per mille Cei sono stati costruiti servizi igienici e distribuito cibo. Ora è stato lanciato un appello attraverso Caritas internationalis e la Caritas irlandese per aiutare gli sfollati in una zona del sud difficile da raggiungere ma è pervenuto solo il 20% dei fondi richiesti. Sir 20

 

 

 

Papa Francesco, le omelie sono un disastro, in liturgia serve silenzio e discrezione

 

Il discorso del Papa ai partecipanti al corso del Pontificio Istituto Sant'Anselmo - Di Angela Ambrogetti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Discrezione, silenzio e omelie corte perché sono dei "sacramentali" e non delle conferenze. Così Papa Francesco bacchetta i liturgisti ricordando che il "Maestro" delle cerimonie deve esserci ma non vedersi e che il chiasso in sagrestia prima delle celebrazioni distrae dalla realtà liturgica. Poi a braccio parlando ai partecipanti al Corso internazionale di formazione per responsabili diocesani delle celebrazioni liturgiche sul tema “Vivere in pienezza l’azione liturgica”, in corso di svolgimento presso il Pontificio Istituto S. Anselmo dal 16 al 20 gennaio, dice che le omelie sono un disastro.

"La liturgia - dice Francesco- non si possiede mai pienamente, non si impara come le nozioni, i mestieri, le competenze umane. Essa è l’arte prima della Chiesa, quella che la costituisce e la caratterizza".

Il ministero del maestro è una diaconia, spiega il Papa e aggiunge: "dobbiamo avere sempre davanti agli occhi il bene delle comunità" non con una bella ritualità ma con forza e sapore per "condurre il popolo a Cristo e Cristo al popolo"

Il maestro dice il Papa insegna celebrando: "Il decoro, la semplicità e l’ordine si raggiungono quando tutti pian piano nel corso degli anni, frequentando il rito, celebrandolo, vivendolo, comprendono ciò che devono fare".  E quando il vescovo si reca in una parrocchia: "non serve fare una bella “parata” quando c’è il vescovo e poi tutto torna come prima. Il vostro compito non è disporre il rito di un giorno, ma proporre una liturgia che sia imitabile, con quegli adattamenti che la comunità può recepire per crescere nella vita liturgica. Così, pian piano, lo stile celebrativo della diocesi cresce".

E aggiunge: "andare nelle parrocchie e non dire nulla di fronte a liturgie un po’ sciatte, trascurate, mal preparate, significa non aiutare le comunità, non accompagnarle. Invece con delicatezza, con spirito di fraternità, è bene aiutare i pastori a riflettere sulla liturgia, a prepararla con i fedeli".

E qui il Papa aggiunge il problema delle omelie. E conclude con il silenzio: "è bella la fraternità, il salutarsi, ma è l’incontro con Gesù che dà senso al nostro incontrarci, al nostro ritrovarci. Dobbiamo riscoprire e valorizzare il silenzio!"

Infine il grazie del Papa all' Istituto "per ciò che fate al servizio dell’attuazione della riforma, che i Padri conciliari ci hanno affidato. Impegniamoci tutti per proseguire l’opera buona che è stata avviata". Aci 20

 

 

 

 

Vangelo Migrante: III domenica del tempo ordinario | Vangelo (Mt 4,12-23)

 

Con il Motu proprio ‘Aperuit illis’, Papa Francesco ha stabilito che “la III Domenica del Tempo ordinario sia dedicata alla celebrazione, riflessione e divulgazione della Parola di Dio”.

Non a caso la Parola di questa domenica ci offre il messaggio generativo del Vangelo: “il regno dei cieli è vicino!”

Giovanni è stato arrestato, la voce del Giordano tace ma poco più in là sulle rive di un lago si alza una voce libera: esce allo scoperto, e senza paura, un giovane rabbi che da solo va ad affrontare i confini nella meticcia Galilea, crogiolo di genti, regione quasi perduta per la fede, e dice: “convertitevi perché il regno dei cieli è vicino”.

Dio è vicino, è qui, e non al di là delle stelle. Quel regno di giustizia, di pace, d’amore, desiderato da ogni uomo di buona volontà, finalmente non è più solo una bella ma irrealizzabile utopia: è vicino. Non si tratta di un regno completamente presente ma in via di costruzione: quanto più gli uomini accolgono Gesù e il suo messaggio, tanto più i segni della presenza del regno dei cieli diventano riconoscibili.

“Convertitevi”, allora, significa ‘accorgetevene’, ‘sapevatelo’, si direbbe oggi; giratevi verso la luce, perché la luce è già qui. La notizia bellissima è questa: Dio è all’opera per guarire la tristezza e il disamore del mondo e ogni strada del mondo è Galilea. La conversione non nasce dalla paura di essere condannati dal giudizio di Dio, ma dalla bellezza del progetto finalmente realizzabile.

La gioia nel cuore del discepolo è la naturale conseguenza: la vita ha finalmente un senso compiuto e l’uomo può dedicare tutta la sua vita per collaborare alla costruzione del regno dei cieli. L’esito felice del progetto è assicurato da Gesù. La prima e fondamentale conversione consiste proprio nel fidarsi di Lui e della Sua lieta novella. Chi non crede alla vicinanza del regno di Dio inevitabilmente si rassegna ad una vita mediocre e senza senso.

Se l’invito alla conversione per vedere il regno dei cieli, e farne parte, è rivolto a tutti, non tutti però hanno lo stesso compito. Alcune persone sono chiamate a seguire Gesù più da vicino: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini”. I dodici apostoli dopo la morte e la risurrezione di Gesù, avranno il compito di guidare le comunità cristiane nella custodia e nella diffusione del Vangelo. Non si tratta di un compito più importante degli altri, ma di un servizio indispensabile perché tutti possano essere discepoli.

Quel rabbi ci mette a disposizione un tesoro di vita e di amore, un tesoro che non inganna, che non delude. Ascoltarlo è sentire che la felicità non è una chimera, è possibile, anzi è vicina. (p. Gaetano Saracino) Mig.on. 19

 

 

 

Papa Francesco ai buddisti: “Dialogo tra le fedi per la conversione ecologica”

 

Il Papa, incontrando una delegazione di monaci buddisti provenienti dalla Cambogia e incentra il suo discorso sul tema della conversione ecologica - Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Incontrando un gruppo di monaci buddisti proveniente dalla Cambogia, Papa Francesco ha sottolineato l’importanza della “Conversione ecologica” come possibile punto di incontro nel dialogo interreligioso. Un tema quasi obbligato, dato che i monaci, accompagnati dal vescovo Olivier Schmitthaeusler, vicario apostolico di Phnom-Pehn, avevano proprio scelto come tema dell’incontro “la conversione ecologica”.

Il Papa sottolinea gli importanti contributi che i monaci possono dare al loro Paese “nel suo percorso di guarigione sociale e ricostruzione economica, dopo le crisi socio-politiche degli ultimi decenni”, considerando che “la povertà e la mancanza di rispetto per la dignità degli emarginati causano molta sofferenza e scoraggiamento nel nostro tempo”.

Sono fenomeni che, secondo il Papa, “vanno contrastate con processi concertati che la consapevolezza della radicale fragilità dei nostri contesti ambientali. È urgente cercare, attraverso il dialogo a tutti i livelli, soluzioni integrate basate sul rispetto della fondamentale interdipendenza tra la famiglia umana e la natura”.

Papa Francesco ricorda che la cura della casa comune è pare di un percorso cominciato già con i suoi predecessori, e sottolinea che “la conversione ecologica avviene quando si riconoscono le radici umane dell’attuale crisi ambientale” e quando “il vero pentimento porta a rallentare o ad arrestare tendenze, ideologie e pratiche lesive e irrispettose del creato e quando le persone si impegnano a promuovere modelli di sviluppo che curino le ferite inferte dall’avidità, dall’eccessiva ricerca di profitti finanziari, dalla mancanza di solidarietà con i vicini e dal mancato rispetto dell’ambiente”.

Con il dialogo, aggiunge Papa Francesco, si comprende “la profonda ricchezza che le nostre rispettive tradizioni religiose offrono a sostegno degli sforzi per coltivare la responsabilità ecologica”.

Per esempio, i buddisti, seguendo i principi lasciati in eredità del Buddha, possono “acquisire un atteggiamento compassionevole verso tutti gli esseri, compresa la terra, il loro habitat”. I cristiani invece sono chiamati a proteggere il creato, “l’opera che Dio ha affidato all’uomo perché la coltivasse e la custodisse”.

Papa Francesco si dice infine certo che “l’incontro con gli officiali del Dicastero per il Dialogo Interreligioso offrirà l’opportunità di esplorare ulteriori modi per promuovere la conversione ecologica attraverso le iniziative intraprese dal dialogo Buddista-Cristiano sia in Cambogia sia nell’intera regione”. Aci 19

 

 

 

WeCa. La proclamazione del messaggio di Cristo nei mezzi di comunicazione

 

 “La proclamazione del messaggio di Cristo nei mezzi di comunicazione. Il Messaggio per la GMCS del 1992” è il titolo del tutorial WeCa disponibile sul sito www.webcattolici.it, su Youtube e su www.facebook.com/webcattolici. Scritto e condotto dal presidente WeCa Fabio Bolzetta, con questo episodio si riprende il viaggio alla riscoperta dei Messaggi per le Giornate mondiali delle comunicazioni sociali.

Il Messaggio del 1992, il ventiseiesimo dal primo inaugurato da san Paolo VI dopo il Concilio Vaticano II, celebra nella Giornata i mezzi di comunicazione, “un dono che ha enorme significato per il periodo della storia umana che stiamo vivendo, il dono di tutti quei mezzi tecnologici che facilitano, intensificano e arricchiscono le comunicazioni fra gli esseri umani”. La potenza dei mezzi suscita però il bisogno, tra i credenti, “sia di una speciale attitudine, sia di uno speciale addestramento”, per fare in modo che anche in questi strumenti possa passare la “buona novella” da annunciare, “il messaggio di Cristo; e la loro gioia è di condividerlo, questo messaggio, con ogni uomo o donna di buona volontà che sia preparato ad ascoltare”.

I tutorial WeCa sono una proposta dell'Associazione WebCattolici Italiani (WeCa) in sinergia con l’Ufficio nazionale per le Comunicazioni Sociali della Cei e il Centro di Ricerca sull’Educazione ai Media all’Informazione e alla Tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica di Milano. Oltre alla diffusione tramite i social network e sul sito www.weca.it, i tutorial vengono trasmessi sulle televisioni del circuito CoralloSat, sono in podcast su Spotify e possono essere ascoltati anche, attraverso comando vocale, sui dispositivi compatibili con ‘Amazon Alexa’ grazie alla skill ‘WebCattolici’.

Nella quinta stagione dei Tutorial WeCa prosegue la collaborazione con il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, con tutorial mensili dedicati a comunicazione e tematiche sociali, economiche e ambientali. Ucs 18

 

 

 

Papa Francesco: "Il cuore di Gesù è un cuore pastorale"

 

Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il nuovo ciclo di catechesi "La passione per l’evangelizzazione: lo zelo apostolico del credente", incentra la sua meditazione sul tema: “Gesù modello dell’annuncio” - Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il nuovo ciclo di catechesi "La passione per l’evangelizzazione: lo zelo apostolico del credente", incentra la sua meditazione sul tema: “Gesù modello dell’annuncio”. "Oggi guardiamo al modello insuperabile dell’annuncio: Gesù", dice subito il Pontefice in Aula Paolo VI.

"Così è Gesù, Parola eterna del Padre protesa a noi. Cristo non solo ha parole di vita, ma fa della sua vita una Parola: vive, cioè, sempre rivolto verso il Padre e verso di noi", dice Francesco.

"Se infatti guardiamo alle sue giornate, descritte nei Vangeli, vediamo che al primo posto c’è l’intimità con il Padre, la preghiera, per cui Gesù si alza presto, quand’è ancora buio, e si reca in zone deserte a pregare - racconta il Papa - Tutte le decisioni e le scelte più importanti le prende dopo aver pregato".

"Fare il pastore non era solo un lavoro, che richiedeva del tempo e molto impegno; era un vero e proprio modo di vivere: ventiquattrore al giorno, vivendo con il gregge, accompagnandolo al pascolo, dormendo tra le pecore, prendendosi cura di quelle più deboli. Gesù, in altre parole, non fa qualcosa per noi, ma dà la vita per noi. Il suo è un cuore pastorale", dice Francesco.

Poi, un consiglio del Papa. "Nel capitolo 15 del Vangelo di Luca Gesù parla anche della moneta perduta e del figlio prodigo. Se vogliamo allenare lo zelo apostolico, il capitolo 15 di Luca è da avere sempre sotto gli occhi. Leggetelo spesso. Lì scopriamo che Dio non sta a contemplare il recinto delle sue pecore e nemmeno le minaccia perché non se ne vadano. Piuttosto, se una esce e si perde, non la abbandona, ma la cerca. Il cuore pastorale reagisce in altro modo: soffre e rischia. Soffre: sì, Dio soffre per chi se ne va e, mentre lo piange, lo ama ancora di più.", commenta il Papa.

"E noi, abbiamo sentimenti simili? Magari vediamo come avversari o nemici quelli che hanno lasciato il gregge. Incontrandoli a scuola, al lavoro, nelle vie della città, perché non pensare invece che abbiamo una bella occasione di testimoniare loro la gioia di un Padre che li ama e che non li ha mai dimenticati? Non per fare proselitismo, ma camminare insieme. C’è una parola buona per quella gente che se ne è andata e a portarla abbiamo l’onore e l’onere di essere noi. Perché la Parola, Gesù, questo ci chiede", con questa domanda e richiesta il Papa conclude la catechesi di oggi.

Nei saluti in lingua inglese il Papa fa una preghiera speciale. "Chiedo a tutti voi di pregare con me per Padr Isaac Achi, della Diocesi di Minna, nel nord della Nigeria, ucciso domenica scorsa nella casa parrochiale. Quanti cristiani soffrono sulla propria pelle la violenza: preghiamo per loro! Su tutti voi e sulle vostre famiglie invoco la pace del Signore Gesù", commenta il Pontefice.

Infine il pensiero del Papa per l'Ucraina. "E non dimentichiamo di pregare per la martoriata Ucraina, tanto bisognosa di vicinanza, di conforto e soprattutto di pace. Sabato scorso un nuovo attacco missilistico ha causato molte vittime civili, tra cui bambini. Faccio mio il dolore straziante dei familiari. Le immagini e le testimonianze di questo tragico episodio sono un forte appello a tutte le coscienze. Non si può rimanere indifferenti!". Aci 18

 

 

 

(D)io allo specchio?

 

Tra le recenti fatiche dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo vi è un’indagine sulla spiritualità dei giovani, che si è protratta per quasi tre anni e che è stata condotta con metodi basati principalmente sull’ascolto diretto: blog e focus group, soprattutto. Su questa ricerca l’Osservatorio giovani ha fatto un investimento di interesse e di energie particolari, nella consapevolezza che le nuove generazioni, sempre meno religiose, sono alla ricerca di risposte alle grandi domande della vita, che non possono eludere. La pandemia e le limitazioni che essa ha imposto hanno accentuato in loro interrogativi importanti e l’esigenza di entrare in sé stessi per cogliere nella profondità del loro io una presenza, una vita, un senso.

L’indagine non è partita da una definizione di spiritualità; piuttosto si è cercata la descrizione dei modi con cui i giovani interpretano la loro vita, le loro aspirazioni, i loro desideri profondi; che cosa sono per loro felicità e sofferenza, realizzazione di sé ed esperienza spirituale...

I risultati non hanno deluso i ricercatori e hanno fatto intravedere una straordinaria e inedita vitalità interiore. Il vocabolario che i giovani utilizzano per rappresentare il loro mondo intimo è quanto mai ricco, pieno di sfumature: lo si direbbe frutto di un ascolto di sé raffinato e continuo; vi compaiono soprattutto parole che fanno riferimento ai loro stati interiori, e poi alle relazioni, alla natura. Le immagini che si affacciano in loro pensando a che cos’è spirituale sono cammino, salita, luce, scoperta, centro, sogno... e tutte dentro una tensione verso il proprio autentico sé e verso l’altro/Altro, che si intrecciano, si rincorrono, dialogano continuamente... Le parole della felicità sono sole, sogno, viaggio, benessere, relazioni e soprattutto amore... E quelle della sofferenza? Solitudine, tradimento, conflitto, paura, vuoto... 

Sono solo alcuni dei termini che i giovani citano per rappresentare il loro modo di intendere ciò che è spirituale. Spiritualità per i giovani è un ambito in cui farsi delle domande, ascoltarsi in profondità, incontrare sé stessi e le proprie aspirazioni più vere. Tutto ciò che allontana da questa ricerca interiore non è spirituale: lo stress della vita quotidiana, ciò che distoglie dai propri desideri, il non avere mai tempo, la superficialità, il non riuscire a fermarsi...

Qualcuno potrà osservare che in questo elenco di parole non compare Dio, né termini che appartengono al lessico religioso. Le nuove generazioni, sempre più estranee e lontane dalla religione tradizionale e, soprattutto, istituzionale, sono sensibili a una ricerca interiore che percorre i sentieri dell’intimità e della soggettività, in cui il trascendente, la natura, la propria armonia interiore si fondono in un’esperienza di benessere che spesso appare come lo scopo della ricerca stessa. 

Se un tempo era naturale che la spiritualità fosse l’espressione più matura e impegnata della fede, oggi sembra di intuire che occorre percorrere un cammino opposto: dalla spiritualità (forse) alla fede. La spiritualità delle nuove generazioni prescinde da Dio: è un’esperienza tutta umana che raggiunge anche profondità notevoli e che si ferma sulla soglia della trascendenza, cui non sbarra la strada, spesso senza decidersi a percorrerla; se i giovani si decidono a farlo, essa deve porre le sue radici dentro questo mondo interiore in cui Dio e l’io tendono a mescolarsi. Se vi è oggi una possibilità che le nuove generazioni si incontrino con Dio, questo difficilmente potrà avvenire a prescindere dalla ricerca che è già aperta dentro di loro, come domanda di autenticità, armonia interiore, pienezza, realizzazione di sé.

Sembra che al centro dell’esperienza spirituale dei giovani d’oggi vi sia una ricerca di sé che viene talvolta interpretata come espressione di individualismo egoistico. Certamente questa è una deriva possibile, ma in effetti è, molto prima, la presa di coscienza di sé, il bisogno di riconoscere e veder riconosciuta la propria identità e insieme la propria dignità; è la ricerca della possibilità di un centro interiore in cui abitare, possibilmente in armonia con sé stessi e il mondo circostante. La ricerca di sé sembra originare più dalla percezione della propria fragilità che dalla propria volontà e possibilità di affermazione egocentrica. È la percezione della propria confusa identità ciò che esaspera una ricerca sempre più difficile in un contesto sociale nel quale mancano modelli interessanti e riferimenti credibili. Ciò che colpisce è il fatto che i percorsi spirituali dei giovani sono solitari; non hanno punti di riferimento che possano guidare una ricerca che, per il fatto d’essere così intima, rende difficile la comunicazione e l’accompagnamento; la solitudine da una parte è difesa quasi a proteggere il proprio io, e dall’altra è una delle fonti di sofferenza più forte. L’esuberanza delle relazioni che i giovani vivono e sperimentano quasi mai raggiunge quei livelli di profondità in cui la ricerca spirituale è condivisione di un percorso.

Si aprono qui orizzonti appassionanti di studio, di ricerca e di esperienza per quanti hanno a cuore l’educazione delle nuove generazioni. Una vera proposta del Vangelo troverebbe in loro un terreno adatto e recettivo se non fosse ostacolata dall’idea che si sono fatti – l’educazione ricevuta e l’esperienza vissuta li confermano in questo – di una religione che non è alleata della vita e della sua domanda di pienezza, e di un cristianesimo che, nell’attivismo delle comunità cristiane, non fa loro percepire un orizzonte spirituale.

Paola Bignardi, Vita Past. gennaio

 

 

 

Ebraismo e Cristianesimo a scuola. Sedici schede per conoscerci meglio

 

Si terrà a Ferrara il 15 e il 16 marzo l’evento “Ebraismo e Cristianesimo a Scuola. 16 Schede per conoscerci meglio”, promosso congiuntamente dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). L’annuncio dell’iniziativa arriva in una data simbolica, ovvero nel giorno in cui si celebra la 34ª Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei, che ha proprio l’obiettivo di sensibilizzare i cattolici verso il rispetto, il dialogo e la conoscenza della tradizione ebraica.

Al centro del Convegno, che si svolgerà presso il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah – MEIS, ci sarà infatti la presentazione di alcune schede sull’ebraismo destinate alla redazione dei libri di testo per l’insegnamento della religione cattolica (IRC) nelle scuole, predisposte da un gruppo misto di redattori ebrei e cattolici. In tal modo, CEI e UCEI intendono confermare l’impegno a operare insieme per una corretta conoscenza e trasmissione della tradizione e della storia ebraica alle nuove generazioni. Luogo privilegiato perché ciò avvenga è l’insegnamento scolastico della religione cattolica, all’interno del quale le 16 schede costituiscono un capitale di cultura e di conoscenza che si rivela importante in un contesto storico come l’attuale dove rigurgiti di antisemitismo sembrano mostrare ancora una forte capacità di condizionare e deformare il linguaggio, le azioni, la cultura e la storia.

L’evento di Ferrara è articolato in due momenti. Nel pomeriggio del 15 marzo è previsto il momento istituzionale, con gli interventi delle autorità locali e dei rappresentanti della CEI e dell’UCEI. Seguiranno la consegna delle schede agli editori e la visita delle mostre permanenti del MEIS. La sessione del 16 marzo, invece, ospiterà alcuni laboratori didattici rivolti agli insegnanti dei diversi ordini di scuola su temi quali la storia dell’ebraismo italiano, “Gesù ebreo”, aspetti inerenti la terminologia e il linguaggio.

Con la presentazione delle schede giunge a compimento un progetto avviato tre anni fa e condotto, per la Segreteria Generale della CEI, dall’Ufficio Nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dall’Ufficio Nazionale per l’educazione, la scuola e l’università e dal Servizio Nazionale per l’insegnamento della religione cattolica. Un percorso che aveva già visto tappe significative nel giugno 2019 e nel dicembre 2021 con un seminario per insegnanti e un incontro presso il Monastero di Camaldoli. Cei 17

 

 

 

Dialogo cattolici ed ebrei. Vescovi italiani: “Consolare oggi significa diventare testimoni di speranza per tutti”

 

Si celebra come ogni anno il 17 gennaio – alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani – la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Come “nucleo ispiratore” è stato scelto quest’anno il passo del profeta Isaia “Consolate, consolate il mio popolo”. Mons. Olivero, presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo, al Sir: “Oltre ad essere feriti, siamo anche delusi e impauriti del futuro. Credo che il compito del cristianesimo oggi sia quello di essere capaci di dare motivi di speranza. Consola chi guarda avanti e vede un futuro possibile che si apre”. M. Chiara Biagioni

 

“Diventare gioiosi testimoni di speranza per tutti”, “annunciatori di possibilità” per gli uomini e le donne del nostro tempo. “Esploratori alla ricerca di strade inedite, con lo sguardo attento a discernere il nuovo che emerge”. E’ quanto propongono i vescovi italiani nel messaggio a firma della Commissione per l’ecumenismo e il dialogo che apre il sussidio dedicato alla XXXIV Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che si celebra il 17 gennaio. Il testo contiene anche un messaggio dell’assemblea dei Rabbini d’Italia; spunti di riflessione e indicazioni per la celebrazione della Parola e le intenzioni di preghiera. Nella sezione dedicata a proposte e strumenti per alimentare la conoscenza del mondo ebraico, vengono offerti quest’anno materiali riguardanti il museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, le sinagoghe italiane e la musica klezmer.

Come “nucleo ispiratore” della Giornata è stato scelto quest’anno il passo del profeta Isaia “Consolate, consolate il mio popolo” (Is 40,1). “La stagione che stiamo vivendo – scrivono i vescovi -, segnata dall’auspicata uscita dalla pandemia che per lungo tempo ha fiaccato la vita del Paese, comprese le comunità di fede, ci spinge a interrogarci a fondo sulla nostra presenza nella società come uomini e donne credenti nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”. In questo contesto, il passo del profeta Isaia è un annuncio di consolazione per il popolo, chiamato a stare saldo nella fiducia che “il suo Signore non lo abbandonerà”. Nel sussidio si legge: “Questi anni di pandemia, il dramma della guerra, la crisi energetica, ecologica ed economica, hanno messo a nudo le crepe delle organizzazioni sociali, economiche e anche religiose, aprendo a potenziali inquietanti scenari di complessa interpretazione. Ci hanno fatto toccare con mano la nostra debolezza e ci hanno messo di fronte all’incostanza nel rispondere alla Parola di speranza che Dio rivolge alla vita”. “Apriamo gli occhi!”, è l’invito dei vescovi. “Dio agisce oltre noi, oltre le nostre comunità”. “Si muove oltre i nostri ristretti confini!”. Nel sussidio la Commissione si rivolge poi ai “fratelli e alle sorelle delle Comunità ebraiche in Italia” ribadendo l’impegno a “costruire insieme un futuro di speranza, portando il nostro servizio di ebrei e cristiani nella società e nelle città. “In questo modo ci impegniamo a curare il nostro sguardo: da uno sguardo pauroso, sospettoso e stanco, a uno sguardo coraggioso, fiducioso, vitale, capace di vedere che Dio ‘non si affatica e non si stanca’”.

“Come comunità cristiane – spiega mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione Cei per l’ecumenismo e il dialogo – credo che la grande sfida, in questo tempo dove tanti conflitti stanno venendo fuori, sia quella di essere maestri di dialogo. Ne abbiamo un profondo bisogno. La Giornata è una grande occasione per tirare fuori questa vocazione che è nel dna del nostro essere cristiani”. Riflettendo quindi sul tema scelto quest’anno per la Giornata, il vescovo dice: “In questo tempo, si consola soprattutto dando speranza. Il fatto è che oltre ad essere feriti, siamo anche delusi e impauriti del futuro. Credo che il compito del cristianesimo oggi sia quello di essere capaci di dare motivi di speranza. Consola chi guarda avanti e vede un futuro possibile che si apre. C’era un pensatore che diceva che la mancanza di passione genera pieghe nell’anima. Credo che più ancora che la pandemia, la crisi, l’aumento del costo delle bollette, sia la mancanza di un motivo per essere appassionati della vita, che sta generando tutte queste pieghe nell’anima di tanti. Consolare vuol dire rendersi conto che ci sono queste ferite ma anche risuscitare questa passione per la vita. Significa dire che nonostante tutto, vale la pena essere vivi e fare insieme qualcosa”. Sir 17

 

 

 

Vaticano, dopo le polemiche su monsignor Georg: inizia ora il tempo di Papa Francesco?

 

Con la scomparsa del papa emerito si aprono molti dubbi sul futuro del pontificato di Bergoglio: rinuncerà anche lui? Potrebbe ma non è detto lo farà. Comunque sia Ratzinger ha inaugurato qualcosa che somiglia a una prassi di Massimo Franco

Di colpo, il Monastero è diventato un guscio vuoto. E con la morte del papa emerito Benedetto XVI, è evaporata anche l’aura di mistero e di segreto che lo avvolgeva da quando si era trasferito in quell’eremo, nel maggio del 2013, insieme con il Prefetto della casa pontificia, George Gänswein, e quattro «laiche consacrate», le Memores di Comunione e liberazione. All’inizio aveva pensato all’abbazia di Montecassino, nel basso Lazio, o al palazzo pontificio sul lago di Castelgandolfo. Ma alla fine Joseph Ratzinger aveva optato per questo ex convento di clausura incastonato tra roseti, altari e viali immacolati. Difficilmente, almeno in tempi brevi, il Monastero avrà un nuovo inquilino. Se pure decidesse alla fine di continuare sulla strada aperta dal predecessore, rinunciando come lui, Jorge Mario Bergoglio ha già fatto sapere che non rimarrebbe in Vaticano. Non si chiamerebbe «papa emerito» ma «vescovo emerito di Roma». E si trasferirebbe nella basilica di San Giovanni in Laterano, continuando a aiutare la povera gente.

Le turbolenze

La sua disponibilità almeno di principio a farsi da parte ha messo in agitazione da mesi i palazzi vaticani e gli episcopati del mondo. E promette di accentuare le manovre e le turbolenze che accompagneranno la coda del suo pontificato verso l’ultimo Conclave. Il solo fatto di non escludere per la seconda volta una decisione traumatica che ha sconvolto la Chiesa in questi quasi dieci anni, rischia di essere di per sé destabilizzante. Fa capire che quello di Ratzinger non è stato un unicum: una parentesi eccezionale che si chiude con la sua morte. Ha invece inaugurato qualcosa che somiglia a una prassi, sebbene non ancora codificata da nessuna legge, perché in un decennio il vuoto di regole non è stato riempito: al punto che perfino i funerali del papa emerito hanno dovuto seguire un cerimoniale costruito all’impronta.

Anche quello è stato fonte di mugugni e larvata disapprovazione. Sarebbe stato celebrato con toni eccessivamente bassi, secondo i critici: una via di mezzo tra le esequie di un papa e di un principe della Chiesa. In più, i cardinali che rendevano omaggio al corpo di Benedetto sarebbero stati ripresi senza dare troppa enfasi al loro omaggio. Eppure, il flusso ininterrotto di migliaia di persone nella basilica di San Pietro, attirate da un pontefice sparito dalla scena dal 2013, ha sorpreso tutti, compresi gli organizzatori. «Si è avuta l’impressione», annota un diplomatico vaticano, «che qualcuno fosse preoccupato di una cerimonia tale da esaltare la figura del papa emerito, mettendolo quasi sullo stesso piano di Francesco. Invece di appropriarsene ne hanno come preso un po’ le distanze: un errore anche comunicativo. Evidentemente, si è creato un blocco non ideologico ma psicologico: a Casa Santa Marta hanno sofferto più di quanto si pensi la presenza di Benedetto al Monastero». Ma la cosa riguarda più la cerchia bergogliana che Bergoglio. E comunque appare comprensibile: è la coda quasi inevitabile di una vicenda eccezionale.

Il momento di lasciare

Ormai è chiaro che al pontefice argentino la prospettiva di ritirarsi non fa paura: anche se non è detto che voglia avvicinarla nel tempo. «Arriverà il momento quando vedrò che non ce la faccio. Questo è stato il grande esempio di papa Benedetto. È stata una cosa tanto buona per la Chiesa. La porta è aperta, è un’opzione normale», ha dichiarato Francesco in un’intervista rilasciata alla fine del 2022. Ma nessuno si è sorpreso più di tanto, a parte forse per il lessico così diretto. Da tempo «le dimissioni del papa» sono oggetto di congetture e manovre: da parte di chi spera in un suo abbandono, e di chi vuole scongiurarlo. Ormai se ne parla perfino con una certa disinvoltura. Nel luglio dell’anno scorso, in occasione della presentazione di un libro alla Stampa estera a Roma, monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, cassaforte immobiliare e finanziaria del Vaticano, è stato esplicito. «Per me, se diventa una prassi non mi sconvolge più di tanto», ha detto Galantino. «Il problema serio è che si tratta di una prassi nuova, di grande importanza ma che va sicuramente regolamentata. Bisogna capire che ruolo deve essere riconosciuto o no a chi si dimette. Il fatto che un papa come Benedetto, professore di teologia e per me soprattutto sant’uomo, abbia ritenuto di poterlo fare, è sufficiente. Se lui l’ha fatto, sa bene che si può fare».

Ragionamento ineccepibile. Se quello che per anni è stato il custode dell’ortodossia cattolica ha rinunciato, sul piano teologico è difficile contestare la legittimità del suo gesto e di altri simili nel futuro. Ineccepibile ma ugualmente spinoso, tuttavia. Il successore di Ratzinger come «guardiano» della fede, il cardinale Gerhard Muller, sostituito da Francesco nel 2017, pur essendo curatore di tutte le opere di Benedetto non ha mai approvato la rinuncia. E continua a sostenere che un pontefice «non deve» dimettersi. La posizione di Muller non è isolata. E probabilmente è destinata a emergere prima del prossimo Conclave, e anche dopo nelle file del tradizionalismo cattolico. Lo storico Amedeo Faniello e il giornalista del TgUno Mario Prignano hanno organizzato nel dicembre del 2021 a L’Aquila, la città del «dimissionario» Celestino V, mezzo millennio fa, un convegno sulla «rinuncia pontificia nella storia del diritto canonico»; e pubblicato gli atti in un libro intitolato Papa, non più papa. È la dotta vivisezione di un tema che rimane tabù e del quale la Chiesa e i teologhi non riescono a venire a capo; né è detto che ci riescano a farlo nel futuro prossimo.

La rinuncia a discrezione, «un nervo scoperto»

Don Roberto Regoli, storico dell’Università Gregoriana e apprezzato biografo italiano di Benedetto XVI, ha fatto notare in tempi non sospetti che la rinuncia lasciata alla discrezione di chi la decide rimane «un nervo scoperto. Sia Benedetto XVI prima della rinuncia, sia Francesco dopo, non hanno regolamentato questo atto. È una lacuna di non poco conto, soprattutto quando dalla teoria della dottrina canonistica si è passati a un caso concreto. Non riesco a trovare ragioni per una tale omissione, che sarebbe da colmare». E pazienza se molti ritengono improbabile un’uscita di scena a breve di Francesco. Qualcuno, a Casa Santa Marta, fino a qualche mese fa profetizzava che «quando il Signore chiamerà a sé Benedetto, dopo qualche mese Bergoglio dirà che la Provvidenza è pronta a mettere la Chiesa nelle mani di un altro, saluterà e se ne andrà a Buenos Aires, ritirandosi per sempre». Ma di recente si è capito che l’Argentina è un altro dei misteri dolorosi di questo pontificato, che fa escludere un «ritorno a casa» di Bergoglio.

«Malato di potere»

Per motivi diversi, sia i fedelissimi che temono la sua uscita di scena, sia alcuni avversari tetragoni che lo descrivono come «enfermo de poder», malato di potere, tendono a escludere «dimissioni» in tempi brevi. Ma ormai il tema non è quello, quanto le implicazioni che la possibilità anche solo astratta di una rinuncia può comportare. L’idea in sé è destinata non solo a far ritenere che una successione si avvicina. Potrebbe anche aumentare le pressioni e i conflitti dentro la Chiesa per accelerarla. Non è raro, in questi primi giorni seguiti alla scomparsa di Benedetto il 31 dicembre del 2022, sentire dire a qualche cardinale che «a questo punto bisogna preparare il prossimo Conclave»: quasi che il pontificato di Francesco fosse agli sgoccioli. In realtà, fare previsioni è azzardato, se non impossibile. Al momento, l’unica vera incognita è come Casa Santa Marta rimodulerà la strategia e l’immagine di un papa finalmente emancipato dall’ombra del Monastero e di Benedetto: operazione facile solo in apparenza. Perché in realtà l’anomalia dei cosiddetti «due papi» ha accompagnato Francesco per i quasi dieci anni del suo pontificato.

Una nuova strada

Di fatto è diventata «normalità», al riparo della quale la Chiesa ha trovato un equilibrio, per quanto patologico e controverso. Oggi quell’equilibrio appare sconvolto. E la domanda è come e con quali nuovi compromessi se ne costruirà uno nuovo. Di certo, sarà difficile non ricordare che sopra Casa Santa Marta, sull’altura che domina i Giardini vaticani, rimane, ormai deserto ma incombente, il Monastero dove ha vissuto per quasi dieci anni un Papa «emerito»: un grande teologo, custode dell’ortodossia eppure autore del gesto più eterodosso dell’ultimo mezzo millennio di storia della Chiesa. CdS on. 17

 

 

 

 

Chi ha scritto l’Antico Testamento?

 

„Noi lettori moderni della Bibbia possiamo sperimentare con fiducia come le risposte messe per iscritto nei testi biblici mantengano anche oggi validità“.

Nel 1906 la Pontificia Commissione Biblica su invito della Santa Sede, che si trovava in pieno scontro con le posizioni evoluzioniste chiamate allora “il modernismo”, si pronunciò su alcune questioni relative agli autori della Bibbia. In una serie di tesi che non lasciavano alcun spazio a un’ulteriore discussione definì Mosè come l’autore dei primi cinque libri della Bibbia, il cosidetto Pentateuco, e dichiarò che il libro di Isaia fosse da attribuire interamente all’omonimo profeta vissuto nell’VIII secolo a.C. Una decisione di carattere dogmatico sembrava mettere così a tacere, per lo meno in ambito cattolico, gli sviluppi della cosidetta esegesi storico-critica, che nei decenni precedenti soprattutto all’interno dell’esegesi protestante aveva iniziato a mettere in discussione le posizioni tradizionali.

Nonostante la decisione del magistero la ricerca scientifica non si è fermata e ha prodotto nel corso dell’ultimo secolo numerose ipotesi sugli autori degli scritti dell’Antico Testamento. Ufficialmente dal 1943, dopo un’enciclica di Papa Pio XII, anche in ambito cattolico la paternità dei testi biblici non viene più trattata come una questione di fede da definire dogmaticamente. Da allora esegeti e storici hanno formulato complesse teorie, che spesso purtroppo invece che risolvere, hanno complicato la questione.

Così, mentre nell’immaginario collettivo si pensa ancora spesso a un vecchio con la lunga barba bianca, seduto nella sua tenda sotto il sole cocente della terra di Canaan, che incide segno per segno su pergamene o tavolette di argilla le parole che una divinità gli ha ispirato, in ambito accademico si distingue tra tradizione orale e tradizione scritta e soprattutto tra autori, compilatori e redattori dei testi. I primi hanno messo per iscritto – o molto più spesso tramandato oralmente – una prima versione dei racconti e dei testi. I compilatori hanno raggruppato queste tradizioni in raccolte più ampie e i redattori infine hanno formato in diverse fasi i testi che ancora oggi fanno parte della nostra Bibbia.

È così oggi chiaro che Mosè non ha scritto il Pentateuco, Davide non è l’autore del libro dei Salmi e Isaia – a meno che non abbia vissuto almeno 300 anni – non è l’autore dell’omonimo libro.

A differenza di moderni testi letterari nessun libro biblico è davvero l’opera di un singolo autore. Oggi si pensa piuttosto che siano stati composti all’interno di circoli di persone erudite appartenenti molto spesso alla classe sacerdotale esclusivamente maschile. Questo vale soprattutto per i testi liturgici, per quelli legislativi e anche per quelli storici. In altri gruppi – soprattutto quelli responsabili degli scritti profetici e sapienziali – hanno agito anche donne. Il loro interesse si rivolse prevalentemente alla vita e alle caratteristiche paradigmatiche di importanti figure femminili all’interno della storia d’Israele (Ester, Rut, Giuditta). In maniera più sottile si può riconoscere la loro opera anche in testi dove immagini femminili – ad esempio nel libro di Isaia sia Gerusalemme che Dio vengono spesso identificate con figure femminili – costituiscono un contrasto arricchente nei confronti della teologia “maschile” e “patriarcale” del resto dell’Antico Testamento.

La Bibbia, questa è un primo dato di fatto assodato, non è stata dettata direttamente da Dio e non è nemmeno stata messa per iscritto da un qualche autore particolarmente ispirato. Si tratta piuttosto di una collezione di testi, che sono stati elaborati, discussi e infine messi per iscritto all’interno di una comunità di stampo religioso. Questo coincide a prima vista con una perdita di autorità, ed è quindi evidente che all’interno della chiesa cattolica per molto tempo la ricerca storico-critica sul testo biblico fu decisamente osteggiata. Tuttavia in questa “perdita di autorità” si cela un enorme potenziale identificativo. Infatti se l’esperienza di Dio descritta nella Bibbia è opera di un gran numero di uomini e donne differenti, che nella loro insicurezza e speranza, coi loro dubbi e desideri si sono rivolti a un “Tu” divino, allora anche i lettori moderni della Bibbia possono sperimentare con fiducia come le risposte messe per iscritto nei testi biblici mantengano anche per loro oggi validità. Simone Paganini, CdI gennaio

 

 

 

 

 

Papa Francesco alle Confraternite: "Annunciate il Vangelo e testimoniate la fede"

 

Papa Francesco ha incontrato la Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia ricordando la preparazione del Giubileo 2025. Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. “Ci stiamo preparando” al Giubileo 2025, “momento forte della vita della Chiesa, e voi siete una realtà molto significativa per questa preparazione e poi per la celebrazione”. E’ quanto ha detto il Papa, stamane, salutando la Confederazione delle Confraternite delle Diocesi d’Italia.

Francesco ha immediatamente richiamato il Concilio Vaticano II sul tema della presenza dei laici nella Chiesa “chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo”.

“Nel contesto della nuova evangelizzazione – ha aggiunto il Papa - la pietà popolare costituisce infatti una potente forza di annuncio, che ha molto da dare agli uomini e alle donne del nostro tempo. Vi incoraggio a coltivare con impegno creativo e dinamico la vostra vita associativa e la vostra presenza caritativa, che si fondano sul dono del Battesimo e che comportano un cammino di crescita sotto la guida dello Spirito Santo. Lasciatevi animare dallo Spirito e camminate”.

Reinvestite – è stato l’appello del Pontefice – “il vostro patrimonio spirituale, umano, economico, artistico, storico e anche folkloristico, aperti ai segni dei tempi e alle sorprese di Dio. È con questa fede e con questa apertura che chi vi ha preceduto ha dato origine un tempo alle vostre fraternità”.

Francesco, anche in questo caso, ha suggerito tre modalità per proseguire: “camminare sulle orme di Cristo; camminare insieme; camminare annunciando il Vangelo”.

Bisogna mantenere “la vicinanza al Vangelo” coltivando “la centralità di Cristo. La storia delle Confraternite offre alla Chiesa un’esperienza secolare di sinodalità. I vostri consigli e le vostre assemblee – come vi chiese l’amato Papa Benedetto XVI – non si riducano mai a incontri puramente amministrativi o particolaristici: siano sempre e prima di tutto luoghi di ascolto di Dio e della Chiesa, di dialogo fraterno, caratterizzato da un clima di preghiera e di carità sincera”.

Camminate – ha concluso – “annunciando il Vangelo, testimoniando la vostra fede e prendendovi cura dei fratelli, specialmente delle nuove povertà del nostro tempo, come molti di voi hanno dimostrato in questo tempo di pandemia”.

Papa Francesco ha ricevuto in Udienza anche i rappresentanti della Federazione Nazionale degli Ordini dei Tecnici sanitari di radiologia medica e delle Professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione. "Voi rappresentate migliaia di professionisti sanitari: questo incontro, dunque, mi offre l’occasione d rinnovare la mia vicinanza e gratitudine per quanto fate quotidianamente", dice subito il Pontefice.

"I professionisti sanitari, negli ultimi tre anni, hanno vissuto un’esperienza molto particolare, difficilmente immaginabile quella della pandemia. È stato detto altre volte ma non bisogna dimenticarlo: senza il vostro impegno e le vostre fatiche molti malati non sarebbero stati curati", ribadisce il Papa.

Il Pontefice poi ricorda un appuntamento. "Tra meno di un mese, l’11 febbraio, ricorrerà la Giornata Mondiale del Malato, che sempre invita anche a una riflessione sull’esperienza della malattia. Per la fragilità non c’è spazio. E così il male, quando irrompe e ci assale, ci lascia a terra tramortiti", dice Papa Francesco.

"Cari amici, la vostra professione nasce da una scelta valoriale. Con il vostro servizi contribuite a “rialzare e riabilitare” i vostri assistiti, ricordando che prima di tutto sono persone. Al centro infatti dev’esserci sempre la persona, in tutte le sue componenti, compresa quella spirituale: una totalità unificata, in cui si armonizzano le dimensioni biologiche e spirituali, culturali e relazionali, progettuali e ambientali dell’essere umano nel percorso della vita. I malati sono persone che chiedono di essere curate e di sentirsi curate, e per questo è importante relazionarsi a loro con umanità ed empatia. La salute non è un lusso! Un mondo che scarta gli ammalati, che non assiste chi non può permettersi le cure, è cinico e non ha futuro.", conclude Papa Francesco. Aci 16

 

 

 

La conversione sinodale della Chiesa

 

Il 2023 sarà un anno ricco e particolarmente importante per la conversione sinodale della Chiesa. Nell’ottobre prossimo si svolgerà infatti la prima sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (4-29 ottobre 2023). Nel dopo Angelus di domenica scorsa, Papa Francesco ha voluto ricordarci il carattere eminentemente spirituale di questa assiste, annunciando la Veglia Ecumenica di Preghiera alla quale invita ognuno di noi ad associarci. Anzi, allorché ci apprestiamo a celebrare la X Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani sul tema “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia”, (Isaia 1,17), il Santo Padre ci ricorda che “Il cammino della sinodalità … è e dev’essere ecumenico, così come il cammino ecumenico è sinodale” (Udienza a Sua Santità Mar Awa III, 19.11.2022).

 

Ma non andiamo troppo in fretta. In questa seconda tappa del processo sinodale – quella “Continentale” relativa al dialogo tra le Chiese di uno stesso territorio, siamo tutti chiamati a continuare l’esercizio di ascolto e di discernimento con l’ausilio del Documento di Lavoro per la Tappa Continentale che trovare in diverse lingue sul nostro sito synod.va

Per tenervi aggiornata sulle assemblee continentali, vi invito a visitare periodicamente i nostri siti synod.va e synodresources.org. Alcuni giornalisti di Vatican Media si stanno preparando per coprire e informarvi riguardo a questi incontri. Potrete seguirli anche attraverso vaticannews.va

Ma non è tutto. Esistono tutta una serie di iniziative in corso volte alla vostra formazione quale il corso dell’Istituto Universitario Sophia e il Mooc organizzato da una serie di teologi della Commissione Teologia della Segreteria Generale del Sinodo, o ancora una Conferenza Stampa per sapere un po’ di più sul processo sinodale in Africa, il prossimo 17 gennaio.

 

Tuttavia, il nuovo anno si è aperto con la triste notizia della morte del Papa Emerito Benedetto XVI, già Presidente della Segreteria Generale del Sinodo, il quale, da teologo, aveva anche affrontato il tema della Sinodalità. Vogliamo ricordare questo uomo di Dio con l’omelia nella messa in suffragio che il Cardinale Grech ha voluto indirizzare ai fedeli radunati nella cattedrale di Gozo.

Mi sto dilungando…. Lascia a voi scoprire il resto.

Buon cammino. dip

 

 

 

 

Widerspruchsrecht und Akteneinsicht im Verfahren zur Anerkennung des Leids. Bischof Dieser: „Wichtige Verfahrensänderung“

 

Betroffene sexualisierter Gewalt können ab dem 1. März 2023 Widerspruch gegen die Entscheidungen der Unabhängigen Kommission für Anerkennungsleistungen (UKA) zur Leistungshöhe einlegen. Der Betroffenenbeirat bei der Deutschen Bischofskonferenz, die UKA, die Deutsche Ordensobernkonferenz und die Deutsche Bischofskonferenz haben sich einvernehmlich auf eine Ergänzung der Verfahrensordnung zur Anerkennung des Leids geeinigt, wonach Betroffene ihren einmaligen Widerspruch formlos über die unabhängigen Ansprechpersonen oder die für sie zuständige kirchliche Institution einlegen können. Um das Verfahren für die Betroffenen niederschwellig zu halten, bedarf der Widerspruch keiner Begründung. Auf Antrag erhalten die Betroffenen zudem das Recht auf Einsicht in ihre Verfahrensakten bei der UKA.

Betroffene sexualisierter Gewalt, deren Anträge seit Beginn des UKA-Verfahrens am 1. Januar 2021 bis zum 28. Februar 2023 entschieden sind, können bis zum 31. März 2024 Widerspruch einlegen. Betroffene, deren Anträge ab dem 1. März 2023 entschieden werden, können ihren Widerspruch innerhalb einer Frist von zwölf Monaten ab Bekanntgabe der Leistungsentscheidung durch die Geschäftsstelle der UKA geltend machen.

„Ich danke dem Betroffenenbeirat bei der Deutschen Bischofskonferenz für seine konstruktive Mitarbeit an dieser wichtigen Verfahrensänderung. Die Betroffenen haben jetzt die Gelegenheit, ihre Unterlagen bei der UKA zu prüfen. Diese Akteneinsicht war eine zentrale Forderung des Betroffenenbeirats an die deutschen Bischöfe“, sagt Bischof Dr. Helmut Dieser (Aachen), Vorsitzender der bischöflichen Fachgruppe für Fragen des sexuellen Missbrauchs und von Gewalterfahrungen. Auf der Grundlage dieses Antrags, zu dem wesentlich die Tatschilderung zählt, entscheidet die UKA über die Leistungshöhe.

Der Betroffenenbeirat bei der Deutschen Bischofskonferenz geht davon aus, dass mit der Einführung des einmaligen Widerspruchs zahlreiche Betroffene eine Überprüfung der Leistungsbescheide beantragen. „Das Recht auf Widerspruch und Akteneinsicht muss für die Betroffenen in überschaubaren Bearbeitungszeiten umgesetzt werden. Der Betroffenenbeirat erwartet, dass die Deutsche Bischofskonferenz die notwendigen Kapazitäten für das Verfahren und die Akteneinsicht zur Verfügung stellt, um Antragsstaus wie zu Beginn des UKA-Verfahrens zu vermeiden“, betont Johannes Norpoth, Sprecher des Betroffenenbeirates.

Bischof Dieser hebt hervor, der Betroffenenbeirat habe insbesondere mit der von ihm eingebrachten Widerspruchsfrist bis zum 31. März 2024 das Verfahren gestärkt. „Mit dieser Widerspruchsfrist wird den Betroffenen ausreichend Zeit gegeben, auch rückwirkend ihren Widerspruch anstoßen zu können.“

Hintergrund: Informationen zum Verfahren zur Anerkennung des Leids

Das seit dem 1. Januar 2021 in Kraft getretene Verfahren zur Anerkennung des Leids wurde für die Betroffenen bewusst in Ergänzung des Rechtsweges zu den ordentlichen Gerichten eingeführt: Betroffene können ihre Forderungen gegen die Beschuldigten häufig nicht mehr gerichtlich durchsetzen, etwa weil diese verstorben oder die Taten verjährt sind. Diesen und allen Betroffenen sexuellen Missbrauchs bietet das Verfahren die Möglichkeit, einfach und ohne die Belastungen eines Gerichtsverfahrens Geldleistungen zu erhalten. Anders als vor staatlichen Gerichten müssen Betroffene keinerlei Beweise, weder für den sexuellen Missbrauch noch für seine Folgen, erbringen. Es genügt, dass die Schilderung der Betroffenen plausibel ist. Unabhängige Ansprechpersonen in den (Erz-)Bistümern bieten den Betroffenen in Gesprächen Hilfestellung bei der Antragstellung und der Tatschilderung

Die Festsetzung der materiellen Leistungen erfolgt bundesweit einheitlich durch die UKA. Die interdisziplinär zusammengesetzte Kommission, deren Mitglieder von einem mehrheitlich nicht kirchlichen Gremium vorgeschlagen und von der Deutschen Bischofskonferenz berufen wurden, sind in ihren Entscheidungen frei. In der UKA sind weder Betroffene noch Personen vertreten, die in einem Arbeits- oder Berufsverhältnis zu einem kirchlichen Rechtsträger stehen oder standen.

Die Leistungshöhe orientiert sich am oberen Bereich der durch staatliche Gerichte in vergleichbaren Fällen zugesprochenen Schmerzensgelder. Damit wird ein außerkirchlicher Bezugsrahmen herangezogen, der gesellschaftlich und der Höhe nach in der Rechtsprechung der deutschen Gerichte verortet ist sowie eine fortlaufende Weiterentwicklung erfährt.

Das Verfahren zur Anerkennung des Leids kennt keine Höchstgrenze von Leistungen. In etwa acht Prozent der Fälle gehen die Leistungsfestsetzungen über 50.000 Euro hinaus und dies zum Teil sehr deutlich. Die Ordnung sieht vor, dass bei Beträgen oberhalb von 50.000 Euro die kirchliche Institution zustimmt; diese Zustimmung ist in allen Fällen erfolgt. 

Das Verfahren zur Anerkennung des Leids schneidet den Betroffenen den Weg zu den staatlichen Gerichten nicht ab: Jedem/jeder Betroffenen steht der Rechtsweg zu den ordentlichen Gerichten offen.

Hinweise: Den Wortlaut der Veränderung in der Verfahrensordnung finden Sie als PDF-Datei in der Anlage dieser Pressemitteilung sowie unter www.dbk.de. Die „Ordnung für das Verfahren zur Anerkennung des Leids“ wird in der neuen Fassung am 1. März 2023 auf der Themenseite Sexualisierte Gewalt und Prävention unter Verfahren zur Anerkennung des Leids bereitgestellt.

Über ihre Arbeit informiert die UKA am kommenden Freitag, 3. Februar 2023 (10.00 Uhr), in einem Online-Pressegespräch bei der Vorstellung des Tätigkeitsberichts 2022, der an diesem Tag unter www.anerkennung-kirche.de bereitgestellt wird. Dbk 31

 

 

 

Gebetsmeinung Februar: „Pfarreien kein Club für einige wenige“

 

„Eintritt frei“: mit einem Lächeln erklärt Papst Franziskus in seinem neuen Gebetsvideo, was ihm für den Monat Februar am Herzen liegt: Nämlich Pfarreien, die echte Gemeinschaften darstellen und in denen die Menschen das Geschenk der Sakramente empfangen können.

An diesem Montag, kurz vor der Papstreise in den Kongo und in den Südsudan, wurde das neue Video zur Gebetsintention des Papstes veröffentlicht. Für den Monat Februar bittet Franziskus um Gebet für die Pfarreien, Orte der gemeinsamen Glaubenserfahrung.

Orte der gemeinsamen Glaubenserfahrung

„Manchmal denke ich, dass wir ein Schild mit der Aufschrift ,Eintritt frei‘ an die Tür der Pfarreien hängen sollten“

Zunächst sieht man in dem Video die Fassade einer hübschen, aber leeren Pfarrkirche; kurz darauf dieselbe Kirche, diesmal aber voller Menschen, so dass sie ihre wahre Schönheit zeigt. Eine Erinnerung daran, dass der Reichtum der Kirche nicht in ihren prunkvollen Gebäuden liegt, sondern in den Menschen, die sie besuchen und die sich dort willkommen fühlen.

 „Manchmal denke ich, dass wir ein Schild mit der Aufschrift ,Eintritt frei‘ an die Tür der Pfarreien hängen sollten“, leitet Franziskus seine Überlegungen zu dieser Gebetsmeinung ein – und erläutert anschließend, was genau er damit meint:

„Die Pfarreien müssen den Menschen nahe, unbürokratische Gemeinschaften sein, in deren Mittelpunkt die Personen stehen und in denen das Geschenk der Sakramente empfangen werden kann.“

Die Bilder, die aus Pfarreien auf der ganzen Welt stammen, zeigen Zusammenkünfte, Gespräche, die Verteilung von Hilfsgütern an die Bedürftigsten, Besuche bei alten und kranken Menschen, Umzüge und Veranstaltungen verschiedenster Art. Ein Abbild der vielfältigen Tätigkeiten, die eine Pfarrei ganz nach dem Geschmack des Papstes beleben.

Schule des Dienens mit offenen Türen

„Wir alle sollten den Stil unserer Pfarrgemeinden neu überdenken“

Oft betont Franziskus auch, dass Pfarrer, die ihren Dienst „nach Vorschrift“ erledigen und für ihre Gemeindemitglieder nicht ansprechbar sind, ihren Verpflichtungen nicht in der Form nachkommen, die man sich von einem Priester, der für seine Gemeinde verantwortlich ist, erwarten könnte. Vielmehr müssten die Pfarreien „wieder zu Schulen des Dienens und der Großherzigkeit werden, deren Türen immer offen sind für die Ausgeschlossenen und für die Mitglieder - für alle“, unterstreicht Franziskus. Ihm ist es wichtig zu betonen, dass es sich bei den Kirchengemeinden nicht um einen „Club für wenige“ handelt, der vielleicht sogar eine „gewisse soziale Zugehörigkeit“ vermittelt, sondern um Orte, in denen Menschen, deren Beziehungen sich immer mehr im abgeschotteten und virtuellen Raum abspielen, den Reichtum der persönlichen Begegnung erfahren können:

„Bitte lasset uns mutig sein!“, so die Aufforderung des Kirchenoberhaupts. „Wir alle sollten den Stil unserer Pfarrgemeinden neu überdenken.“

Dabei kann man insbesondere in diesem Monat Februar auch mit dem Gebet in der Intention des Papstes helfen: „Beten wir, dass die Pfarreien das Verbindende miteinander, mit der Kirche und mit Gott in den Mittelpunkt stellen und so immer mehr von Glauben, Geschwisterlichkeit und Offenheit gegenüber denen, die es am meisten brauchen, erfüllt werden.“ (vn 30)

 

 

 

Pfingstkirchen: Das andere Christentum

 

Vertreter der katholischen Kirche sehen das Gebaren von Pfingstkirchen in vielen Teilen der Welt mit Sorge. Das ergab eine Videokonferenz von Bischöfen und Kirchenvertretern aus Afrika, Lateinamerika und Asien.

Die Deutsche Bischofskonferenz informierte an diesem Wochenende über die Konferenz, bei der es am vergangenen Donnerstag und Freitag um das politische Engagement pentekostaler Gruppen im Globalen Süden ging. Organisiert wurde die Konferenz vom Institut für Weltkirche und Mission in Frankfurt.

„Während sich die klassische Pfingstbewegung durch ein weitgehend unpolitisches Selbstverständnis auszeichnet, gab es von Seiten pentekostaler Gemeinschaften in den zurückliegenden Jahrzehnten – weltweit in sehr unterschiedlichen Formen – ein zunehmendes Engagement in öffentlichen, gesellschaftlichen und politischen Fragen“, so ein Statement der Deutschen Bischofskonferenz.

Jeder vierte Christ weltweit gehört einer Pfingstkirche an

Obwohl diese Entwicklung zunächst einmal positiv zu bewerten sei, korrespondiere sie doch in einer Reihe von Ländern mit rechtsgerichteten, antidemokratischen Strömungen, die häufig eine tiefe gesellschaftliche Spaltung bedeuteten. „Vor allem die Haltung einiger pentekostaler Akteure und sogenannter ‚Megachurches‘ wirft Fragen auf, zumal wenn politische Anführer die Religion mit Blick auf partikulare Ziele instrumentalisieren oder eine aggressive Rhetorik zu einer Spaltung der Gesellschaft beiträgt. Diese Phänomene werden nicht nur punktuell beobachtet. Sie sind jedoch kein allgemeines Kennzeichen des pentekostalen Christentums.“

Weltweit gehören 615 Millionen Menschen – das ist jeder vierte Christ – der pentekostalen Tradition an, die in sich sehr vielfältig ist. In den letzten Jahrzehnten ist das pentekostale Christentum stark gewachsen. Eine neue Studie, die bei der Konferenz vorgestellt wurde, hat ergeben, dass pentekostale Gläubige und Gemeinschaften mit Blick auf die religiösen und politischen Transformationen in vielen Regionen inzwischen zu bedeutenden Akteuren geworden sind.

Es gibt auch progressive Pfingstler...

Die Studie widerspricht der verbreiteten Auffassung, dass pentekostale Gruppen aufgrund ihres Weltbildes per se autoritären und antidemokratischen Positionen zuneigten. Pfingstkirchliche Theologie vertrete generell konservative moralische Positionen. Das Spektrum des pfingstkirchlichen politischen Engagements erweise sich jedoch als sehr breit. Es umfasse, wenngleich in geringerem Maße, auch progressivere Prägungen.

Als Epizentren der neuen religiösen Entwicklung identifiziert das Forschungsprojekt die „Megachurches“. Sie bildeten ein weltweites Netzwerk, dass von pastoralen Eliten getragen werde. „Damit wird eine wesentliche Veränderung zum klassischen Pentekostalismus sichtbar. Das Bild ist nicht mehr wie in den Anfangszeiten der pentekostalen Bewegung vorrangig geprägt von armen Gläubigen aus der Peripherie, die sich in Garagenkirchen versammeln, sondern von gut ausgebildeten und wohlhabenden Angehörigen der oberen Gesellschaftsschichten, die ihre Gottesdienste in repräsentativen Gebäuden feiern.“

Sehr heterogenes Phänomen

Aus diesen Kreisen rekrutierten sich auch die politisch relevanten Akteure des Pentekostalismus. Das Engagement erstrecke sich dabei nicht nur auf direkte politische Betätigung, sondern ziele auch auf gesellschaftliche Transformation durch Einflussnahme auf Bereiche wie Kultur, Bildung, Sport, Kommunikation und Ökonomie.

„In der Konferenz wurde deutlich, dass es in der Beurteilung des pfingstkirchlichen politischen Engagements durch die katholischen Ortskirchen und hinsichtlich der Qualität der ökumenischen Beziehungen ein breites Spektrum gibt“, so das Statement der Deutschen Bischofskonferenz. „Die Reaktionen reichen von Skepsis und Abgrenzung über eine geräuschlose Koexistenz bis hin zu gutem ökumenischem Miteinander. Dabei ist zu beachten, dass die pfingstkirchlichen Gemeinschaften aufgrund ihrer stark dezentralen Organisationsform sehr heterogen sind.“ (dbk 29)

 

 

 

„Glaube für Mehrheit in Europa irrelevant“

 

Die Kirche ist nicht mehr die Mutter, die Menschen zum Leben im Geist befähigt; der Glaube ist „für die Mehrheit in Europa irrelevant geworden“.

Das sagte Éric de Moulins-Beaufort, Erzbischof von Reims, am Samstagabend beim traditionsreichen „Karlsamt“ im Frankfurter Dom. Der Vorsitzende der französischen Bischofskonferenz war Gastzelebrant des diesjährigen Pontifikalamts.

„Die Kirche bietet den Staaten nicht mehr die Ressourcen der Sinngebung, des Trostes und des Engagements, die ihre eigenen Unzulänglichkeiten ausgleichen“, so der Erzbischof. „Vielen erscheint sie als Relikt der Vergangenheit, die eher lästig ist als nützlich und heute, vor allem was die katholische Kirche betrifft, sogar als eine beunruhigende Kraft, deren gesellschaftlicher Nutzen durch die bisher vertuschten Verbrechen, die in ihrem Inneren begangen wurden, weitgehend geschmälert wird.“

Traditionsreicher Gottesdienst

Erstmals konnte das Karlsamt, zu dem mittelalterliche lateinische Gesänge gehören, wieder ohne Pandemie-Einschränkungen gefeiert werden. Die einzigartige Karlsamt-Liturgie mit mittelalterlichen Gesängen wird seit alters her nur in der Karlsstadt Aachen und in Frankfurt gefeiert, wo im Mittelalter die deutschen Kaiser gewählt wurden.

Inhaltlich fand Gastbischof de Moulins-Beaufort sowohl in der Predigt als auch beim Domgespräch am Nachmittag kritische und demütige Worte. Auch die katholische Kirche in Frankreich wird seit 2021 von Enthüllungen sexuellen Missbrauchs erschüttert – und ist seitdem auf einem ähnlichen Weg der Aufarbeitung wie Deutschland.

„In unserer Kirche wurde Missbrauch in sehr hoher Zahl entdeckt, und viel Gewalt“, sagte de Moulins-Beaufort am Nachmittag bei einem Podiumsgespräch. „Wahrscheinlich ist das einzig mögliche Zeichen, das wir als Kirche Christi geben können, in Demut unseren Weg fortzusetzen. Wir müssen uns um Betroffene kümmern und ihnen ihre Rechte wiedergeben, wo es möglich ist. Für das Geschehene gibt es keine Entschuldigung.“

„Jetzt wissen wir, dass Autorität Menschen verderben kann“

Alles, was zu ändern sei, gelte es nun zu ändern, um zu verhindern, dass Missbrauch nicht mehr stattfinden könne, so der Bischof. „Jetzt wissen wir, dass Autorität Menschen verderben kann – das ist wahr für die Kirche und die Gesellschaft und die ganze Menschheit. Wir wollen die Kirche von Christus sein und keine Kirche der Macht!“

Daneben klang auch immer wieder das Thema Versöhnung an, vor allem zwischen den ehemaligen Kriegsparteien Frankreich und Deutschland. Erst vor wenigen Tagen wurde das 60. Jubiläum des Élysée-Vertrages gefeiert: Am 22. Januar 1963 unterzeichneten Bundeskanzler Konrad Adenauer und der französische Staatspräsident Charles de Gaulle jenes Dokument, das 18 Jahre nach dem Ende des Zweiten Weltkriegs die Partnerschaft zwischen den beiden einst so verfeindeten Nachbarstaaten besiegelte und seither als Meilenstein in der Geschichte der deutsch-französischen Beziehungen gilt.

Kirche als Kraft der Versöhnung

Doch auch an anderer Stelle gibt es nach Einschätzung des französischen Kirchenmanns Raum für Versöhnung: „Es scheint mir, dass es unsere Rolle als katholische Kirche sein könnte, Frankreich mit seiner Geschichte zu versöhnen, vor allem mit Algerien.“ Algerien war ab 1830 Frankreichs älteste und größte Kolonie und ist seit 1962 eigenständig.

Im Erzbistum Reims im Nordosten Frankreichs sind die Katholiken in großer Überzahl. Eine luxuriöse Situation, die allerdings auch große Verantwortung mit sich bringt. „Wir arbeiten in Reims an unserer guten Beziehung mit Juden, Muslimen und Buddhisten“, berichtete der Erzbischof. Auf der Ebene der Verantwortlichen funktioniere das sehr gut, es gebe mehrere Treffen pro Jahr und tiefe Beziehungen.

„Beziehungen zur Politik sind schwieriger geworden“

Auf politischer Ebene seien die Beziehungen allerdings schwieriger geworden, auch aufgrund eines neuen Gesetzes, das im August 2020 in Kraft getreten sei und das die Religionen stärker kontrolliere – aus Angst vor Radikalismus. Vor zehn Jahren habe der damalige Präsident Nicolas Sarkozy versucht, einen Rat der Muslime in Frankreich zu schaffen – doch aufgrund von Konflikten stellte der Rat die Arbeit ein. „Das ist eine große Herausforderung“, so de Moulins-Beaufort.

(Bistum Limburg 29)

 

 

 

 

„Kirche macht derzeit alles falsch“

 

Die katholische Kirche macht nach Einschätzung des Religionssoziologen Michael N. Ebertz „derzeit alles falsch, was man eigentlich falsch machen kann“.

Immer größer klaffe eine Kluft „zwischen dem, was die Menschen eigentlich von ihr erwarten und was man auch an Erwartungen und an Hoffnungen erzeugt hat in den letzten Jahren“, sagte der frühere Freiburger Professor im Interview des Kölner Domradios am Samstag.

Hintergrund ist eine Forsa-Umfrage zum Vertrauen in Institutionen, in der die katholische Kirche einen neuen Tiefstand erreicht hat. „Es wurde jetzt zunächst einmal nach Vertrauen gefragt, ohne dass man genau weiß, was Vertrauen heißen soll oder wie die Menschen das jeweils aufgefasst haben.“ Unter den Befragten sei sicher auch die gestiegene Zahl an Konfessionslosen gewesen. „Ich lege dieses Ergebnis nicht auf die Goldwaage, aber es zeigt ein Stimmungsbild, was wir durch andere Untersuchungen belegt haben“, so Ebertz. Die evangelische Kirche schneide in den vergangenen 20 Jahren deutlich besser ab, wenngleich auch sie aktuell einen Tiefpunkt beim Vertrauen erreicht habe.

„Kirche enttäuscht permanent Erwartungen“

Auch im Umgang mit Frauen in der katholischen Kirche sieht Ebertz ein Problem. Zudem enttäusche die Kirche „permanent“ Erwartungen. So würden etwa Pfarreien größer, Personal sei schlechter erreichbar, die Anonymität wachse. Hinzu komme, dass sich deutsche Bischöfe öffentlich stritten. „Sie tricksen sich regelrecht aus. Es gibt auch keine gute Verständigung, keine vernünftige Verständigung zwischen den deutschen Bischöfen und Rom.“ Auch bekomme die Kirche das Missbrauchsthema nicht in den Griff. Ebertz bilanzierte: „Es ist ein Chaosbild, was die Kirche von sich selbst erzeugt.“

Um Vertrauen zurückzugewinnen, müsste vernünftiger miteinander umgegangen werden. Aus Sicht von Ebertz braucht es einen „gepflegten Ort der Verständigung“, etwa zwischen Tätern und Betroffenen beim Thema Missbrauch. Nötig seien darüber hinaus Strukturen für verbindliche Entscheidungen. Und: „Es vergeht kein Tag, wo nicht in irgendeiner Weise irgendwas Negatives über die katholische Kirche zu lesen oder zu hören ist“. Daher brauche es auch eine bessere Medienarbeit. (kna 28)

 

 

 

Papst: Die Ehe nicht idealisieren, sondern stark machen

 

Die Ehe nicht idealisieren, sondern die Bindung der Eheleute stärken und sie durch Krisen begleiten – dazu hat Papst Franziskus an diesem Freitag in einer Rede vor Kirchenrichtern der Rota Romana aufgerufen.

Franziskus empfing die Richter, die hauptsächlich mit Ehenichtigkeitsverfahren befasst sind, anlässlich der Eröffnung des neuen Gerichtsjahres im Vatikan. Die Rota Romana ist eines der höchsten Kirchengerichte.

Der Papst rief vor den Prälaten zu einem tieferen Verständnis der Ehe auf. Die Ehe sei weder ein Ideal noch eine Formalität, weder eine Zeremonie noch ein gesellschaftliches Ereignis. „Jede echte Ehe, auch die nicht-sakramentale, ist ein Geschenk Gottes an die Eheleute“, betonte Franziskus. Im Bund von Mann und Frau treffe die „zerbrechliche menschliche Liebe“ auf die „göttliche, immer treue und barmherzige Liebe“, formulierte er. Dass heute viele Familien in der Krise seien, habe mit einer „praktischen Unkenntnis über die Ehe“ zu tun.

Tausende konkrete Gesten

„Die Ehe sollte nicht idealisiert werden, also ob es sie nur dort gäbe, wo es keine Probleme gibt“, schärfte der Papst ein. Es gehe schließlich um reale, konkrete Familien „mit all ihren Leiden, Kämpfen, Freuden und ihrem täglichen Ringen“, so Franziskus mit einem Zitat aus seinem Apostolischen Schreiben Amoris laetitia (2016).

„Wenn man in der Familie lebt, ist es schwierig zu heucheln und zu lügen; wir können keine Maske aufsetzen. Wenn die Liebe diese Echtheit beseelt, dann herrscht der Herr dort mit seiner Freude und seinem Frieden. Die Spiritualität der familiären Liebe besteht aus Tausenden von realen und konkreten Gesten. In dieser Mannigfaltigkeit von Gaben und Begegnungen, die das innige Miteinander reifen lassen, hat Gott seine Wohnung“ (Amoris laetitia, 315).

Dauerhafte Ehe keine „Fessel“

Keine Idealisierung also - und doch betone Franziskus die Notwendigkeit, bei der Ehe auf die Dauer der Verbindung zu zielen. Diese Dauer stehe übrigens nicht automatisch im Gegensatz zur Echtheit und Freiheit der Liebe, so der Papst. Die Ehe als „Bindung der Liebe“ sei ein „göttliches Geschenk“ und „Quelle der wahren Freiheit“, die das Eheleben schütze. Das müsse auch das Anliegen der Ehepastoral sein:

„In diesem Sinne muss die Seelsorge in der Vorbereitung auf die Ehe und die Ehepastoral vor allem eine Seelsorge des Ehebandes sein, wo Elemente vermittelt werden, die helfen, sowohl die Liebe reifen zu lassen als auch die schweren Zeiten zu überstehen“, so der Papst.

Praktische Hilfe bei Krisen

Es gehe dabei nicht allein um „doktrinelle Überzeugungen“ oder „spirituelle Ressourcen“, sondern auch um praktische Hilfen und „psychologische Orientierungen“ (vgl. Amoris Laetitia, 211), präzisierte Franziskus. Vor allem bei der Begleitung von Ehepaaren in der Krise sei manchmal eine Zusammenarbeit der Kirche mit den Humanwissenschaften erforderlich. Wesentlich in der Ehepastoral sei, „das Bewusstsein für das im Sakrament der Ehe empfangene Geschenk (der Ehe, Anm.) zu erneuern“.

„In der Komplexität konkreter Situationen (…) ist dieses Licht auf die eigene Ehe ein wesentlicher Bestandteil des Versöhnungsweges. So wird die Zerbrechlichkeit, die immer bleibt und auch das eheliche Leben begleitet, dank der Kraft des Heiligen Geistes nicht zum Bruch führen.“

Die Liebe zwischen Mann und Frau bedürfe „ständiger Läuterung und Reifung“, hielt der Papst fest. Verborgene Krisen würden dabei nicht durch Verschweigen gelöst, sondern letztlich durch gegenseitiges Verzeihen. (vn 27)

 

 

 

 

Pfarrer Konrad Bestle wird neuer Rektor am Campo Santo Teutonico im Vatikan

 

Neuer Rektor am Campo Santo Teutonico im Vatikan wird der Augsburger Priester und bisherige Kurat der deutschsprachigen römischen Pfarrgemeinde Santa Maria dell’Anima, Konrad Bestle. Er folgt auf Prälat Dr. Hans-Peter Fischer, dessen Mandat nach zwei Amtszeiten am 8. Dezember 2022 endete. Konrad Bestle ist in seinem Amt künftig Rektor der Erzbruderschaft zur schmerzhaften Muttergottes und somit auch des am Campo Santo Teutonico bestehenden Päpstlichen Priesterkollegs.

 

Konrad Bestle wurde 1984 in Krumbach geboren. Er studierte katholische Theologie in Augsburg und Rom. Nach der Priesterweihe 2011 im Augsburger Dom folgten Stellen als Kaplan in Marktoberdorf und Memmingen. Von 2014 bis 2016 leitete er die Berufungspastoral im Bistum Augsburg. Nach einer Auslandserfahrung im Erzbistum Westminster in London ist Konrad Bestle seit 2018 Kurat an der deutschsprachigen National- und Pfarreikirche Santa Maria dell’Anima, wo er für seelsorgliche Fragen und den Religionsunterricht an der Deutschen Schule Rom verantwortlich ist. Konrad Bestle erklärt zur heutigen Ernennung, die zum 1. Februar 2023 gilt: „Der Campo Santo Teutonico ist ein faszinierender Ort mit besonderer Ausstrahlung, dem ich als Mitglied der Erzbruderschaft bereits seit Jahren verbunden bin. Ich danke den Verantwortlichen, die mir diese Aufgabe zu- und anvertrauen.“

 

Die Erzbruderschaft des Campo Santo Teutonico begrüßt die Ernennung Bestles. Ihr Camerlengo, Franco Reale, erklärt: „Vor Konrad Bestle gab es in der Geschichte bereits mit dem ersten und sehr erfolgreichen Rektor unseres Kollegs, Anton de Waal, ein prominentes Beispiel eines jungen Kaplans, der von der Anima zum Campo Santo Teutonico gewechselt ist. Mit Konrad Bestle haben wir einen jungen, dynamischen Rektor gewonnen, mit dem es uns nicht schwerfallen wird, die unmittelbar anstehenden und weitreichenden Aufgaben zu bewältigen, die auf den künftigen Campo Santo Teutonico warten. Durch seine pastorale Erfahrung wird der Spiritualität unseres Ortes und insbesondere unserer Gemeinschaft Rechnung getragen. Seine offene und kommunikative Art und sein bisheriger Schwerpunkt auf die Jugendarbeit werden uns helfen, unseren Ort jung und lebendig zu halten und zusammen mit der Erzbruderschaft in eine gute Zukunft zu führen.“

 

Vonseiten der Deutschen Bischofskonferenz ist Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg) für den Campo Santo Teutonico als Beauftragter verantwortlich. Er freut sich, dass ein Augsburger Diözesanpriester mit internationaler Erfahrung die neue Aufgabe übernimmt: „Mit Konrad Bestle konnte ein Priester gewonnen werden, der sich durch Nähe zu den Menschen ebenso auszeichnet wie durch seine tiefe Verwurzelung im katholischen Glauben. Ich bin zuversichtlich, dass der neue Rektor die Vielfalt der Herausforderungen stemmen kann, mit denen sich der Campo Santo aufgrund seiner reichen Geschichte unter veränderten Bedingungen im Blick auf eine sinnvolle Zukunft konfrontiert sieht, um diesem historisch starken Ort auf dem Territorium des Vatikans ein nachhaltiges Profil zu geben. Die Chance der Kirche in Deutschland, so nah am Grab des Apostelfürsten Petrus aktiv zu werden, sehe ich auch als Verpflichtung, dieses spirituell, pastoral und kulturell kostbare Potential zu nützen und wechselseitig Brücken zu bauen zwischen Römern und Germanen. Meine Hoffnung ist, dass Rektor Bestle von vielen Menschen unterstützt wird, die diese Ziele mittragen, begleiten und fördern.“

 

Hintergrund. Der Campo Santo Teutonico liegt auf dem Territorium der frühmittelalterlichen Schola Francorum auf extraterritorialem Gebiet des heutigen Vatikanstaats. Bereits seit dem späten 8. Jahrhundert wird dort ein Friedhof bezeugt, auf dem vor allem Pilger deutscher Sprache bestattet wurden. Papst Leo III. schenkte das Gelände 800 n. Chr. Karl dem Großen anlässlich seiner Kaiserkrönung in Rom. Heute gehört das Gelände der 1454 gegründeten Erzbruderschaft zur Schmerzhaften Muttergottes, deren Camerlengo seit dem 13. November 2021 Franco Reale ist. Im 19. Jahrhundert wurde in den Gebäuden um den Friedhof herum ein Priesterkolleg gegründet. Dessen Gründungsrektor wurde 1876 Prälat Anton de Waal, der das Kolleg zu einem Zentrum der kirchengeschichtlichen Forschung und der frühchristlichen Archäologie machte. Heute beherbergt der Campo Santo Teutonico eine umfassende Bibliothek, die zu den bedeutendsten Forschungseinrichtungen in Rom gehört, sowie das Römische Institut der Görres-Gesellschaft. Im Collegio Teutonico wohnen Priester und einige Laien, die sich in Rom auf ihre Promotion vorbereiten oder an der vatikanischen Kurie tätig sind.

 

Der Rektor des Campo Santo Teutonico wird auf Vorschlag des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz nach Absprache mit dem Vorsitzenden der Österreichischen Bischofskonferenz und dem Vorstand der Erzbruderschaft ernannt. Die Ernennung erfolgt durch den Generalvikar der Vatikanstadt im Einvernehmen mit dem vatikanischen Dikasterium für den Klerus, dem alle Päpstlichen Kollegien zugeordnet sind. dbk

 

 

 

 

Papst über Synodalen Weg: „Eher elitär”

 

Papst Franziskus hat in einem Interview einige seiner Bedenken über den Synodalen Weg der katholischen Kirche in Deutschland wiederholt. Unter anderem kritisierte er das Reformvorhaben als „eher elitär” und ideologiegefährdet. Zugleich bescheinigte er den Bischöfen, mit denen er sprach, guten Willen.

Franziskus äußerte im Gespräch mit der Agentur Associated Press (AP) die Sorge, der Synodale Weg in Deutschland („ein sogenannter synodaler Weg”, sagte der Papst wörtlich) sei „von Eliten gemacht” und nicht vom ganzen Volk Gottes. Die deutsche synodale Erfahrung sei von den Bistümern ausgegangen und habe „nicht den verfahrenstechnischen Konsens einer Synode als solche”, bemängelte Franziskus. „Wie auch immer, es gibt einen Dialog, und man sollte nie den Dialog unterbrechen, um zu helfen, nicht wahr?”, fuhr der Papst fort.

Jedenfalls bestehe die Gefahr, dass „etwas sehr, sehr Ideologisches” in den synodalen Prozess eindringe. Wenn das geschehe, „geht der Heilige Geist nach Hause, weil die Ideologie den Heiligen Geist besiegt.” Abermals warnte der Papst davor, soziologische Daten zur Grundlage einer Erneuerung der Kirche zu machen. Um kirchliche Herausforderungen wie den Umgang mit Homosexuellen und die Rolle der Frau voranzubringen, könnten einzig kirchliche Erfahrungen eine Rolle spielen, „indem Sie von der Tradition der Apostel ausgehen und sie auf die heutige Zeit übertragen”, so der Papst.

Franziskus hatte sich im vergangenen November intensiv mit den deutschen Bischöfen auf Ad limina-Besuch ausgetauscht. Den Verdacht, dass reformorientierte deutsche Bischöfe die Absicht zu spalten hätten, teilt Franziskus offenbar nicht: „Jedenfalls haben sie (die Bischöfe, Anm.) dort, wo ich Dialoge führe, einen guten Willen und keinen bösen Willen. Das ist vielleicht sogar eine sehr effiziente Methode. Das ist ganz interessant.”

Associated Press veröffentlichte das Interview mit Papst Franziskus an diesem Mittwoch. Geführt hatte es die Rom-Korrespondentin von AP, Nicole Winfield, am Dienstag. In dem Gespräch geht es um eine Vielzahl von Themen, unter anderem um das Verhältnis des Papstes zu seinem Vorgänger Benedikt XVI., um die China-Politik des Heiligen Stuhles und um Homosexualität.

Kritik aus dem Vatikan am deutschen Reformprozess gab es mehrfach. Zuletzt hatte ein Brief aus Rom dem geplanten Synodalen Rat in Deutschland eine Absage erteilt. Die deutschen Bischöfe wollen jedoch mehrheitlich an ihrem Vorhaben festhalten. 

Synodaler Prozess ist „keine Volksbefragung“

 „Dieser Weg ist kein Prozess der Volksbefragung, um – wie in einem Parlament – zu entscheiden, was nach menschlichen Vorlieben geglaubt und praktiziert werden soll oder nicht“, fährt der Papst fort. „Es geht vielmehr darum, wie die Emmausjünger aufzubrechen…, damit wir seine Sendung in der Welt mit der Kraft des Heiligen Geistes weiterführen können.“

Der Text, der dem 97. Weltmissionssonntag im Oktober 2023 gilt, erwähnt auch die Notwendigkeit einer „immer engeren Zusammenarbeit aller Mitglieder der Kirche auf allen Ebenen“; diese müsse allerdings „missionarisch“ sein. Das sei auch das „wesentliche Ziel“ des von ihm auf den Weg gebrachten weltweiten synodalen Prozesses, so Franziskus.

Kein ausdrückliches Eingehen auf deutschen Synodalen Weg

Auf das kirchliche Reformprojekt „Synodaler Weg“ in Deutschland geht der Papst in seiner Botschaft nicht ausdrücklich ein. Erst am Tag zuvor ist ein Brief von drei Kurienkardinälen an die deutschen Bischöfe bekanntgeworden, der ihnen mit ausdrücklicher Rückendeckung durch den Papst die Kompetenz abspricht, einen „Synodalen Rat“ zu gründen. Mit dem „Synodalen Rat“ wollten die Organisatoren des „Synodalen Wegs“ die Reformen auf Dauer stellen.

Der 97. Weltmissionssonntag wird am 22. Oktober 2023 begangen; er steht unter dem Motto „Brennende Herzen und bewegte Schritte“, was auf die biblische Erzählung von den Emmausjüngern (Lk 24) zielt. Franziskus arbeitet in seiner Botschaft heraus, dass die Kenntnis der Bibel „für das Leben eines Christen wichtig“ und für die Verkündigung ganz zentral sei. „Was gibt man ansonsten an andere weiter…? Und wird ein kaltes Herz jemals das eines anderen zum Brennen bringen können?“

„Alle haben das Recht, das Evangelium zu empfangen“

Der Papst lädt Missionierende außerdem zu häufigem Gebet und zur Eucharistie ein: „Indem er die Gemeinschaft mit Christus liebevoll pflegt, kann der missionarische Jünger zu einem Mystiker in Aktion werden“. Der Auftrag Jesu, das Evangelium „jedem Menschen und jedem Volk bis an die Enden der Erde“ zu verkünden, sei von „immerwährender Gültigkeit“.

„Heute braucht die Menschheit, die durch so viel Ungerechtigkeit, Spaltung und Krieg verwundet ist, mehr denn je die Frohe Botschaft des Friedens und der Erlösung in Christus… Alle haben das Recht, das Evangelium zu empfangen. Die Christen haben die Pflicht, es ausnahmslos allen zu verkünden.“ (vn 25) 

 

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz würdigt 125 Jahre Deutscher Caritasverband

 

Der Deutsche Caritasverband (DCV) begeht mit dem 6. Caritas-Kongress sein 125-jähriges Jubiläum. Die zweitägige Veranstaltung endet heute (26. Januar 2023) in Berlin. Bereits gestern würdigte der Vorsitzende der Kommission für caritative Fragen der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Stephan Burger (Freiburg), in einem Impuls das Wirken des DCV: „125 Jahre Caritas heißt, 125 Jahre sich dem anderen zum Nächsten machen – ohne Vorbehalte, zu jeder Zeit. Tag für Tag helfen die Mitarbeitenden der Caritas den Armen, den Notleidenden, den Ausgegrenzten.“ In seinem Auftaktimpuls hob Erzbischof Burger die Angst von Menschen in Not hervor, die sich oft allein fühlten: „Doch sie sind es niemals. Viele helfende Menschen sind bei ihnen. Und auch Gott ist bei uns alle Tage. Selbst wenn dies manchmal und in Katastrophenfällen nicht immer leicht zu glauben ist.“

 

Als konkretes Beispiel erinnerte Erzbischof Burger an die Flutkatastrophe im Ahrtal. „Ohne Zögern haben die Caritas und viele andere damals Hilfe geleistet, wie schon so oft in den letzten 125 Jahren. Und sie leistet sie im Ahrtal auch weiterhin, nachdem sich die große Aufmerksamkeit schon auf die nächste Krise gerichtet hat, von denen es leider nur allzu viele gibt in Deutschland und der Welt.“

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, verwies in seiner Predigt auf das Verbindende, eine Mentalität des „Entweder-oder“ führt nicht weiter: „Ich glaube wirklich, der Kirche Jesu und mithin auch der Caritas ist das Und als Markenzeichen zugewiesen. Dieses kleine Wort, mit dem eins sich mit einem anderen verbindet, ist Brücke – auch Gedankenbrücke, um sich wieder und wieder des besonderen Auftrags als Caritasorganisation zu vergewissern. Wir denken, planen und handeln nicht vornehmlich in Alternativen nach dem Motto ‚Entweder-oder‘. Das ist übrigens zu Zeiten wachsender Polarisierungen in Gesellschaft und Kirche ziemlich beliebt: Entweder, du entscheidest dich für dies oder das, du tust dieses oder jenes, … oder du gehörst nicht mehr dazu, du bist nicht mehr katholisch“, so Bischof Bätzing. Er fügte hinzu, dass auch nicht der Komparativ maßgeblich die Arbeit im Sinne des „Mehr-als“ bestimmen sollte: „Das ist nicht einfach unter den Konkurrenz- und Drucksituationen auf dem Markt der sozialen Anbieter. Aber gerade in den letzten Jahren haben wir doch deutlich die Grenzen des ,Besser-höher-weiter‘, die Grenzen der Fortschrittsgläubigkeit erfahren und gelernt, dass die Zukunft sozioökonomischer Entwicklung uns das Sich-Bescheiden im ,Weniger-ist-mehr‘ als erstrebenswerte Perspektive aufzeigt.“

 

Bischof Bätzing warb in seiner Predigt dafür, inklusiv zu denken und zu handeln, die eine und die andere Erfahrung in die Schlussfolgerung mit einzubeziehen, ein „Sowohl-als-auch“ einzuüben und stark zu machen, was so die Wirklichkeit in ihrer Komplexität gut abbilde. Der Caritasverband verwirkliche dies tagtäglich: „Not sehen und handeln. Im Kontakt mit den Klienten deren Situation verändern und zugleich Stimme für sie sein in der politischen Debatte. Professionell unterwegs sein in allen Sparten der Caritasarbeit und persönlich brennen für den Dienst. Sich ganz auf das Leben einzelner Menschen einlassen und die Strukturen verändern wollen, die die wachsende Kluft zwischen Armen und Reichen vergrößern und gesellschaftliche Ungleichheit zementieren. Für das Lebensrecht der Ungeborenen leidenschaftlich eintreten und anerkennen, dass dies nur gemeinsam mit den schwangeren Frauen gelingen kann. Palliative Hilfen breit verankern und dableiben, dranbleiben, wenn einen Menschen in extremer Leiderfahrung der Gedanke an einen Suizid überkommt. In Liebe und Zuwendung wirksam sein und gleichzeitig den Glauben und die Hoffnung nicht verschweigen, die mich tragen“, so Bischof Bätzing.

Weitere Informationen zum Deutschen Caritasverband und zum 125-jährigen Jubiläum sind unter www.caritas.de verfügbar. Dbk 26

 

 

 

 

Generalaudienz: „Wenn Freude fehlt, kommt das Evangelium nicht rüber“

 

Über fünf wesentliche Elemente einer gelungenen Verkündigung sprach Papst Franziskus bei seiner Generalaudienz an diesem Mittwoch. Vor allem müsse die Frohe Botschaft, die nicht belastet, sondern befreit, wirklich „mit Freude“ verkündet werden, betonte der Papst vor den Pilgern in der Audienzhalle. Christine Seuss – Vatikanstadt

 

In seiner dritten Katechese der Katechesenreihe zum Thema „Eifer für die Evangelisierung“ identifizierte Papst Franziskus mit „Freude“, „Befreiung“, „Licht“, „Heilung“ und „Staunen“ fünf Elemente, die er als wesentlich für eine gelungene Verkündigung vorstellte. Ausgangspunkt seiner Gedanken war der eingangs verlesene Passus aus dem Lukasevangelium (Lk 4, 17-21), in dem Jesus in der Synagoge von Nazareth einen Abschnitt aus dem Propheten Jesaja vorliest und diesen zur Überraschung der zuhörenden Menschen mit einem einzigen Satz kommentiert: „Heute hat sich das Schriftwort, das ihr eben gehört habt, erfüllt“.

Dieser „prophetische Abschnitt“ aus Jesaja enthalte für Jesus also die „Essenz“ dessen, was er von sich selbst sagen wolle, so der Papst, der die fünf identifizierten Elemente im Folgenden einzeln anführte. Zunächst sei dies die Freude, wenn er sagt, dass der „Geist des Herrn“ auf ihm Ruhe und dass er gesandt worden sei, um den Armen „eine frohe Botschaft“ zu bringen:

„Frohe Botschaft: Man kann nicht ohne Freude von Jesus sprechen, denn der Glaube ist eine wunderbare Liebesgeschichte, die es zu erzählen gilt. Jesus zu bezeugen, in seinem Namen etwas für andere zu tun – damit danken wir durch unser Leben dafür, ein so schönes Geschenk erhalten zu haben, dass keine Worte ausreichen, um es auszudrücken.“

„Ein trauriger Christ kann von schönen Dingen sprechen, aber es ist alles umsonst, wenn die Verkündigung, die er leistet, nicht freudig ist“

Doch wenn die Freude fehle, komme „das Evangelium nicht rüber“, unterstrich Franziskus weiter: „Ein trauriger Christ kann von schönen Dingen sprechen, aber es ist alles umsonst, wenn die Verkündigung, die er leistet, nicht freudig ist. Ein Denker sagte mal: Ein Christ, der traurig ist, ist ein trauriger Christ. Vergessen wir das nicht!“

Der zweite Aspekt sei die „Befreiung“, die von Jesus verkündete „Entlassung“ der Gefangenen. Dies bedeute, dass die Evangelisierung nicht mit Druck verbunden sein dürfe, wie ihn beispielsweise Proselytismus verursache, oder mit der Erzeugung von Schuldgefühlen: „Natürlich bringt die Nachfolge Jesu Askese und Opfer mit sich, denn wenn jede gute Sache dies erfordert, wie viel mehr die entscheidende Realität des Lebens! Aber diejenigen, die von Christus Zeugnis ablegen, zeigen die Schönheit des Ziels und nicht so sehr die Härte des Weges.“ Dies werde deutlich, wenn man anderen von einer schönen Reise erzähle: während man in diesem Fall die besuchten Sehenswürdigkeiten und Schönheiten beschreibe, hätten die Strapazen des Weges, wie die „Warteschlangen am Flughafen“, dort keinen Platz: „Jede Verkündigung, die des Erlösers würdig ist, muss also Befreiung vermitteln,“ betonte Franziskus.

„Wie wunderbar, dieses Licht mit anderen zu teilen!“

Einen weiteren Aspekt, den der Papst identifizierte, stellte „das Licht“ dar. Dabei handele es sich nicht nur um das physische Licht, das Jesus den Blinden schenkt, die er heilt, sondern auch um das Licht, „das einen das Leben auf eine neue Weise sehen lässt“:

„Und welches Licht schenkt uns Jesus? Er bringt uns das Licht der Kindschaft: Er ist der geliebte Sohn des Vaters, der ewig lebt; mit ihm sind auch wir Kinder Gottes, die ewig geliebt werden, trotz unserer Fehler und Mängel. (…) Wie wunderbar, dieses Licht mit anderen zu teilen!“

Das Leben eines jeden von uns stelle eine „Geste der Liebe“ dar, auch wenn wir dies wegen unserer Probleme und manchmal auch der „Weltlichkeit“ wegen oft vergäßen, fügte Franziskus einen spontanen Gedanken ein. Dies sei „besonders hässlich“, unterstrich er mit hochgezogenen Augenbrauen.

Jesus als der Arzt des Herzens

Der vierte Aspekt sei die „Heilung“, fuhr der Papst weiter fort. Jesus sei gekommen, um die „Zerschlagenen in Freiheit“ zu setzen, wobei die Zerschlagenen die seien, die sich von etwas in ihrem Leben „erdrückt“ fühlten, erläuterte Franziskus. Dies könnten nicht nur Krankheiten oder eigene Fehler sein, sondern vor allem ein Übel, für das es keine menschliche Medizin gebe, nämlich „die Sünde“. Aber mit Jesus, der uns „immer und unentgeltlich“ heile, habe „das Böse, das unbesiegbar schien, nicht mehr das letzte Wort“: „Jemanden zur Begegnung mit Jesus zu führen, bedeutet also, ihn zum Arzt des Herzens zu bringen, der sein Leben wiederaufrichtet. Es geht darum, zu sagen: ‚Bruder, Schwester, ich habe keine Antworten auf so viele deiner Probleme, aber Jesus kennt dich und liebt dich, er kann dich heilen und dein Herz erleichtern‘.“

Das schlechte Gedächtnis Gottes

Wer an Jesus glaube, könne anderen genau das geben: die „Kraft der Vergebung, die die Seele von aller Schuld befreit“, fuhr Franziskus fort. Gott habe ein fürchterlich schlechtes Gedächtnis, wenn es darum gehe, sich an unsere Sünden zu erinnern, deshalb vergebe er uns immer und unter allen Umständen – das einzige, was man tun müsse, sei, sich ihm mit der Bitte um Hilfe anzunähern. Die Gnade des Herrn, wie sie von Jesus verkündet wird, versetze uns immer in Erstaunen und sorge für Überraschungen:

„Denn nicht wir sind es, die Großes tun, sondern die Gnade des Herrn, die auch durch uns unvorhersehbare Dinge vollbringt. Und das sind die Überraschungen Gottes. (…) Das Evangelium wird von einem Gefühl des Staunens und der Neuheit begleitet, das einen Namen hat: Jesus.“

Doch die Frohe Botschaft, die Jesus bringe, sei vor allem an die Armen gerichtet, die „die Lieblinge Gottes“ sind, gab Franziskus abschließend zu bedenken. Dies bedeute für jeden von uns, sich innerlich „arm“ zu machen und den „Anspruch auf Selbstgenügsamkeit“ fahren zu lassen. Dies sei der „kürzeste Weg“, um Jesus zu treffen. (vatican news 25)

 

 

 

Papst: Den Weg der Einheit gehen

 

Auch dieses Jahr hat Franziskus die Gebetswoche für die Einheit der Christen mit einer Vesper in der Basilika St. Paul vor den Mauern ausklingen lassen. Bei der ökumenischen Feier am Fest der Bekehrung des Apostels Paulus gab das Kirchenoberhaupt dem Wunsch Ausdruck, man möge „im Gebet, im Dienst, im Dialog und in der Zusammenarbeit auf jene volle Einheit hin wachsen, die Christus wünscht.“ Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Zu Beginn der Vesper am Fest der Bekehrung des Apostels Paulus stiegen einige Religionsvertreter, darunter Metropolit Polykarpos und Ian Ernest, persönlicher Vertreter des Erzbischofs von Canterbury, zum Paulusgrab hinunter, um dort zu beten. Wegen seines anhaltenden Knieleidens konnte Papst Franziskus sie dieses Mal nicht begleiten.

 

Das Motto der diesjährigen Gebetswoche für die Einheit der Christen ist einem Vers aus dem ersten Kapitel des Buches Jesaja entnommen: „Lernt, Gutes zu tun! Sucht das Recht“ (1,17). Jesaja lehrte, dass Gott Recht und Gerechtigkeit von uns allen verlangt, und zwar zu jeder Zeit und in allen Bereichen des Lebens.

Die „starken“ Worte des Jesaja...

Von diesen „starken Worten“ ausgehend, stellte Franziskus in seiner Predigt fest:

„Wenn wir auf die Befürchtungen der Zeit, in der wir leben, achten, haben wir umso mehr Grund, uns für das zu interessieren, was den Herrn leiden lässt, für den wir leben. Und wenn wir uns in seinem Namen versammelt haben, können wir nicht umhin, sein Wort in den Mittelpunkt zu stellen. Es ist prophetisch: Gott ermahnt uns nämlich mit der Stimme Jesajas und fordert uns zur Veränderung auf.“

Den Herrn nicht missverstehen

Zur Zeit des Propheten Jesaja sei die – leider immer noch aktuelle – Neigung verbreitet gewesen, die Reichen als von Gott gesegnet zu betrachten und die Armen zu verachten. Doch so würde man den Herrn vollkommen missverstehen.

„Jesus nennt die Armen selig, und im Gleichnis vom Jüngsten Gericht identifiziert er sich mit den Hungrigen, den Durstigen, den Fremden, den Bedürftigen, den Kranken und den Gefangenen,“ präzisierte Franziskus. „Gott leidet, wenn wir, die wir behaupten, seine Gläubigen zu sein, unserer eigenen Sichtweise gegenüber der seinen den Vorzug geben, den Urteilen der Erde statt denen des Himmels folgen… Gott ist also, so könnten wir sagen, über unser gleichgültiges Missverstehen betrübt.“

Und noch mehr betrübe Gott die gotteslästerliche Gewalt. Wir könnten uns sicher vorstellen, mit welchem Schmerz er auf die Kriege und Gewalttaten blicke, die auf das Konto von Menschen gehen, die sich Christen nennen, beklagte der Papst:

„Trotzdem gibt es immer noch jene, die meinen, ihr Glaube würde sie ermutigen oder es ihnen zumindest erlauben, verschiedene Formen von engstirnigen und gewalttätigen Nationalismen zu unterstützen, von fremdenfeindlichen Einstellungen, von Verachtung und sogar Misshandlungen von Menschen, die anders sind.“

Nicht nur anklagen, sondern statt Bösem Gutes tun

Nicht umsonst sei das Thema dieser Gebetswoche von einer Gruppe von Gläubigen aus Minnesota gewählt worden, „die sich des an den indigenen Völkern in der Vergangenheit und an den Afroamerikanern in unseren Tagen begangenen Unrechts bewusst ist,“ so Franziskus weiter. Man dürfe also nicht nur anklagen, sondern müsse vom Bösen zum Guten übergehen. Und dazu bräuchten wir die Hilfe Gottes.

„Von unserem Missverstehen Gottes und von der Gewalt, die in uns schwelt, können wir uns nicht alleine befreien. Ohne Gott, ohne seine Gnade, genesen wir nicht von unserer Sünde. Seine Gnade ist der Ursprung unserer Verwandlung. Daran erinnert uns das Leben des Apostels Paulus, dessen wir heute gedenken. Alleine schaffen wir es nicht, aber mit Gott ist alles möglich. Alleine schaffen wir es nicht, aber gemeinsam ist es möglich. Der Herr fordert die Seinen nämlich auf, sich gemeinsam zu bekehren.“

Und diese Bekehrung habe eine gemeinschaftliche, kirchliche Dynamik.

„Glauben wir also daran, dass auch unsere ökumenische Bekehrung in dem Maße voranschreitet, in dem wir uns als der Gnade bedürftig, ja als der Barmherzigkeit bedürftig erkennen: Indem wir uns alle als in allem von Gott abhängig erkennen, werden wir uns mit seiner Hilfe »eins« fühlen und tatsächlich »eins« sein (Joh 17,21)“, betonte der Papst und gab abschließend folgenden Denkanstoß:

„Aber vergessen wir nicht, dass gemeinsam unterwegs zu sein und zu erkennen, dass wir miteinander im Heiligen Geist in Gemeinschaft stehen, eine Veränderung, ein Wachstum mit sich bringt, das –  wie Benedikt XVI. schrieb –, »nur möglich [ist] aus der inneren Begegnung mit Gott heraus, die Willensgemeinschaft geworden ist und bis ins Gefühl hineinreicht. Dann lerne ich, diesen anderen nicht mehr bloß mit meinen Augen und Gefühlen anzusehen, sondern aus der Perspektive Jesu Christi heraus. Sein Freund ist mein Freund« (Enzyklika Deus caritas est, 18).“

Hintergrund

Von 18. bis 25. Januar findet jeweils die internationale "Gebetswoche für die Einheit der Christen" statt. Dabei kommen Christen aus unterschiedlichen Konfessionen zusammen, um gemeinsam für die Einheit der Christenheit zu beten. Dieses Jahr hat eine vom Rat  der  Kirchen  in  Minnesota  eingesetzte  Arbeitsgruppe das Thema für die Gebetswoche ausgewählt.  (vn 25)

 

 

 

 

"Habe einen Vater verloren": Papst Franziskus würdigt Rolle Benedikts XVI.2

 

VATIKANSTADT. In einem neuen Interview, das am Mittwoch veröffentlicht wurde, hat Papst Franziskus erklärt, dass er mit dem Tod des emeritierten Papstes Benedikt XVI. einen "guten Begleiter" und eine Vaterfigur verloren habe.

"Ich habe einen Vater verloren", sagte Papst Franziskus der Nachrichtenagentur Associated Press und lobte seinen Vorgänger, der am 31. Dezember im Alter von 95 Jahren starb, als "Gentleman".

Franziskus beschrieb seine Angewohnheit, Benedikt im umgewandelten Kloster Mater Ecclesiae in den Vatikanischen Gärten zu besuchen — wo der emeritierte Papst residierte — um diesen um Rat zu fragen.

"Für mich war er eine Sicherheit. Im Zweifelsfall ließ ich den Wagen vorfahren und mich zum Kloster bringen um [ihn zu] fragen."

Der 86-jährige Pontifex nannte Benedikts Entscheidung, in Mater Ecclesiae zu leben, eine "gute Zwischenlösung", in dem weitreichenden Interview, das auch Themen wie die Haltung der Kirche zur Homosexualität, den deutschen Synodalen Weg sowie seine Gesundheit streifte.

Papst Franziskus hat seinen Vorgänger wiederholt gelobt. Im April des vergangenen Jahres bezeichnete er Benedikt als "Propheten" für die Zukunft der Kirche, und im November würdigte er seine Führungsrolle bei der Aufarbeitung des sexuellen Missbrauchs. Am 4. Januar 2023 sagte er, Benedikt habe die Katholiken zu einer "Begegnung mit Jesus" geführt.

Franziskus, der einen eigenen Rücktritt nicht ausgeschlossen hat, sagte, Benedikts Entscheidung, in einem umgebauten Kloster in den Vatikanischen Gärten zu leben, sei eine "gute Zwischenlösung" gewesen, aber dass künftige Päpste im Ruhestand die Dinge vielleicht anders angehen wollten.

Ein versklavter Benedikt?

"Er war als Papst immer noch 'versklavt', oder?" sagte Franziskus, und erklärte:  "Von der Vision eines Papstes, von einem System. Sklave' im guten Sinne des Wortes: In dem Sinne, dass er nicht ganz frei war, denn er wäre gerne in sein Deutschland zurückgekehrt und hätte weiter Theologie studiert."

Benedikt habe "die Tür geöffnet" für zukünftige Rücktritte, sagte Papst Franziskus. Der Papst bestätigte auch, was er vor sechs Monaten gesagt hatte: Sollte er in den Ruhestand treten, würde er den Titel "emeritierter Bischof von Rom" — nicht "emeritierter Papst" — wählen und weder in seiner Heimat Argentinien noch im Vatikan leben, sondern in Rom.

Auf die Frage, ob er in der Lateranbasilika residieren könnte, sagte Franziskus in einem am 12. Juli 2022 ausgestrahlten Fernsehinterview: "Das könnte sein". Er würde sich gerne zurückziehen, "um in einer Kirche Beichte zu hören." Kna 25

 

 

 

 

Gedenktag für die Opfer des Nationalsozialismus am 27. Januar 2023. „Eigene Schuld bekennen, Homophobie bekämpfen“

 

Am kommenden Freitag (27. Januar 2023), dem Jahrestag der Befreiung des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz, wird bundesweit der Tag des Gedenkens an die Opfer des Nationalsozialismus begangen. Die NS-Terrorherrschaft zielte auf die Ermordung der europäischen Juden, auch gegen die Sinti und Roma wurde ein Vernichtungskrieg geführt. Darüber hinaus wurden politische Gegner und nicht zuletzt auch Homosexuelle systematisch verfolgt. Diese Opfergruppe steht in diesem Jahr im Mittelpunkt des Gedenkens im Deutschen Bundestag. Dabei wird zur Sprache gebracht, dass es auch in den ersten Jahrzehnten nach der Gründung der Bundesrepublik Deutschland eine fortdauernde Diskriminierung und Verfolgung von Homosexuellen aufgrund des von den Nationalsozialisten verschärften § 175 StGB gab.

In diesem Jahr legt auch die Deutsche Bischofskonferenz den Fokus des Gedenkens auf die queeren Opfer des Nationalsozialismus, also homo- und bisexuelle Menschen sowie trans- und intergeschlechtliche Personen. Der von der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz Beauftragte für die LGBTQ*-Pastoral, Weihbischof Ludger Schepers (Essen), erklärt dazu: „Dieser Tag ist Anlass für die katholische Kirche, sich zu ihrer eigenen Geschichte der Unterstützung homophoben Verhaltens während des Nationalsozialismus und auch danach zu bekennen.“ Die eigene Einstellung habe mit dazu beigetragen, dass homosexuelle und andere Menschen mit queerer Identität gedemütigt, verraten und ermordet wurden“, so Weihbischof Schepers. In der Nazi-Zeit habe es zu wenig Widerstand auch unter den Bischöfen gegeben, was es den Nazis erleichtert habe, brutal gegen queere Menschen vorzugehen.

„Die Kirche hat in den zurückliegenden Jahren eine Lerngeschichte durchlebt. Zuletzt hat der Synodale Weg die Notwendigkeit unterstrichen, anzuerkennen, dass Menschen unabhängig von ihrer sexuellen Orientierung und geschlechtlichen Identität uneingeschränkt Gottes Schöpfung sind.“ Weihbischof Schepers betont aber auch, dass die lange Geschichte der Homophobie innerhalb der Kirche weder aufgearbeitet, noch überwunden sei. Auch deshalb erlebten viele queere Menschen bis heute noch Verletzungen in der Kirche.

„Im Wissen um die eigene Schuld gegen queere Menschen unterstützen wir ausdrücklich die Entscheidung des Deutschen Bundestages, dieser Opfer-Gruppe des nationalsozialistischen Terrors in diesem Jahr in besonderer Weise zu gedenken.“ Denn genauso wie der Antisemitismus in der Gesellschaft nicht überwunden sei, so fände immer noch Diskriminierung von homo-, trans- und intergeschlechtlichen Menschen statt. „Es kommt immer wieder zu Angriffen, die durch Hass motiviert sind. Homophobe, antisemitische und antizigane Vorurteile sind nicht überwunden. Daher ist es auch Aufgabe der Kirche, sich aktiv gegen diese Vorurteile einzusetzen“, so Weihbischof Schepers. „Wir bemühen uns mit aller Kraft, innerhalb der Kirche ein inklusives Klima zu etablieren, damit bei uns ein sicherer Ort auch für queere Menschen ist.“ Dbk 25

 

 

 

 

Vatikan erteilt „Synodalem Rat“ eine Absage

 

Der Vatikan hat der Einrichtung eines „Synodalen Rates“ in der deutschen Kirche eine Absage erteilt. Das steht in einem Brief des Vatikans an die Deutsche Bischofskonferenz, den diese am Montagabend im Internet veröffentlichte.

In dem Brief stellt der Vatikan klar, „dass weder der Synodale Weg noch ein von ihm eingesetztes Organ noch eine Bischofskonferenz die Kompetenz haben, den ,Synodalen Rat‘ auf nationaler, diözesaner oder pfarrlicher Ebene einzurichten“. Das Vatikanschreiben, das auf den 16. Januar datiert ist, wurde von Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin, dem Präfekten des Dikasteriums für die Glaubenslehre, Luis Ladaria, und dem Präfekten des Dikasteriums für die Bischöfe, Marc Ouellet, unterzeichnet. Der Papst habe es „in forma specifica“ approbiert und seine Übermittlung angeordnet, ist dort zu lesen.

Der „Synodale Rat“ ist eines der Reformvorhaben des bereits mehrere Jahre laufenden Synodalen Weges, den Bischöfe und Laien in Deutschland gemeinsam gestalten. Das Gremium ist als gemeinsames bundesweites Beratungs- und Leitungsorgan geplant und soll sich mit „wesentlichen Entwicklungen in Kirche und Gesellschaft“ befassen. Vorbereitet wird es in einem „Synodalen Ausschuss“, dem die 27 Diözesanbischöfe und weitere Mitglieder angehören sollen.

Antwort auf Brief einiger deutscher Bischöfe

In dem Brief aus dem Vatikan wird weiters hervorgehoben, dass deutsche Bischöfe „nicht verpflichtet“ seien, an dem „Synodalen Ausschuss“ mitzuarbeiten, der den „Synodalen Rat“ bis 2026 vorbereiten soll. Bereits 2021 habe der Vatikan daran erinnert, dass der Synodale Weg „nicht befugt“ sei, „die Bischöfe und die Gläubigen zur Annahme neuer Formen der Leitung und neuer Ausrichtungen der Lehre und der Moral zu verpflichten“, wird in dem Brief aus einem Schreiben des Heiligen Stuhls vom 21. Juli 2022 zitiert, das sich auf den Synodalen Weg bezog.

Mit der Präzisierung, dass deutsche Bischöfe „nicht verpflichtet“ seien, an dem „Synodalen Ausschuss“ mitzuarbeiten, antwortet der Vatikan auf einen Brief verschiedener deutscher Bischöfe. Die Bischöfe von Köln (Woelki), Eichstätt (Hanke), Augsburg (Meier), Passau (Oster) und Regensburg (Voderholzer) wollten vom Vatikan wissen, ob sie zur Teilnahme am „Synodalen Ausschuss“ verpflichtet werden könnten oder ob dies optional sei. Ihre Anfrage war kurz vor Weihnachten brieflich an den Vatikan gerichtet worden, wie aus dem jetzt veröffentlichten Vatikanschreiben zu entnehmen ist.

In dem vierseitigen Vatikanschreiben danken die Kurienvertreter den deutschen Bischöfen erneut für ihre „großen Anstrengungen“, die sie im Kontext der Aufarbeitung von Missbrauchsverbrechen und der „oft unzulänglichen Vorgehensweise einiger Hirten der Kirche“ unternommen haben. Sie ermutigen die Bischofskonferenz, diese Arbeit im Sinne der von Papst Franziskus vorgegebenen Leitlinien fortzusetzen. Auch beim Ad limina-Besuch der deutschen Bischofskonferenz im vergangenen November hatte der Vatikan den Einsatz der deutschen Kirche bei der Missbrauchsaufarbeitung gewürdigt.  

Eine Reihe von Einwürfen

Papst Franziskus und der Vatikan haben sich bereits mehrfach zum „Synodalen Weg“ geäußert. Der Vatikanbrief vom 16. Januar 2023 nimmt auf einige dieser Wortmeldungen Bezug.

Papst Franziskus verfasste im Juni 2019 einen Brief an die deutsche Kirche zum Synodalen Weg, der an Bischöfe wie Laien gerichtet war. In dem Schreiben, das der Papst immer wieder als Orientierung für den Synodalen Weg in Deutschland genannt hat, ermutigt er die deutsche Kirche zu einem gemeinsamen Weg der Unterscheidung und des Zuhörens, warnt aber auch vor Sonderwegen.

Mit Blick auf Kirchenreformen hat Franziskus mehrfach betont, Synoden seien kein Parlament und dürften auch nicht als Meinungsumfrage mit anschließenden Kompromissen missverstanden werden. Der deutschen Kirche speziell empfahl er jüngst, sich nicht in Diskussionen zu verlieren, sondern zum religiösen Glaubensinn des Volkes zurückzukehren. 

Im September 2019 meldete der Präfekt der (damaligen) Bischofskongregation Marc Ouellet, als die Satzung des Synodalen Weges noch in Arbeit war, Zweifel an der Vereinbarung des Synodalen Weges mit dem Kirchenrecht an. In einem Brief, dem auch ein Rechtsgutachten beilag, betonte er zudem, die endgültige Satzung müsse dem Papst zur Bestätigung vorgelegt werden.

Im Juli 2021 machte der Heilige Stuhl in einer knappen Erklärung deutlich, dass der Synodale Weg in Deutschland „nicht befugt“ sei, „die Bischöfe und die Gläubigen zur Annahme neuer Formen der Leitung und neuer Ausrichtungen der Lehre und der Moral zu verpflichten“. Neue amtliche Strukturen oder Lehren müssten auf Ebene der Universalkriche abgestimmt sein, die Einheit der Kirche müssten gewahrt und die deutschen Vorschläge sich in den Synodalen Prozess der Weltkirche einspeisen. Das Schreiben war nicht näher namentlich gezeichnet, sondern allgemein als Erklärung des Heiligen Stuhls ausgewiesen.

Beim Ad limina-Besuch der deutschen Bischöfe im Vatikan im November 2022 brachten die Kardinäle Luis Ladaria und Marc Ouellet unterschiedliche Bedenken gegenüber dem Synodalen Weg vor, die in ihren im Volltext veröffentlichten Ansprachen nachzulesen sind. Der Präfekt des Bischofs-Dikasteriums Ouellet sprach sich für ein „Moratorium“ des „Synodalen Wegs“ und eine „grundlegende Überprüfung“ seiner Forderungen im Licht der Ergebnisse des derzeit laufenden, weltweiten synodalen Prozesses aus. Ihm ginge es vor allem um einen korrigierten, „weniger parlamentarischen“ Synodalen Weg, ließ Ouellet durchblicken. 

In dem jetzt bekannt gewordenen Vatikan-Schreiben vom 16. Januar 2023, das sich Papst Franziskus ausdrücklich zueigen gemacht hat, erinnern die Verfasser an die Sendung des Bischofs, wie sie in der Dogmatischen Konstitution ,Lumen Gentium' gefasst wird. Auch verweisen sie auf den Papstbrief von 2019 zum Synodalen Weg und bekräftigen die Vatikan-Weisung von 2021, dass neue Formen der Leitung und Lehre ohne Vatikangenehmigung nicht eingerichtet werden können. (vatican news 24)

 

 

 

 

Kommunikation mit dem Heiligen Stuhl nach dem Ad-limina-Besuch der deutschen Bischöfe

 

Erklärung des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz zu Fragen eines „Synodalen Ausschusses“ und eines „Synodalen Rates“

Anlässlich der heutigen (23. Januar 2023) Beratungen des Ständigen Rates der Deutschen Bischofskonferenz in Würzburg erklärt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing:

„Vom 14. bis 18. November 2022 hat der Ad-limina-Besuch der deutschen Bischöfe in Rom stattgefunden. Ein wichtiger Bestandteil war das interdikasterielle Treffen am letzten Tag zu einigen Fragen des Synodalen Weges. Im abschließenden, gemeinsam mit dem Heiligen Stuhl herausgegebenen Pressekommuniqué heißt es: ‚Man war sich einig, dass das Zuhören und der gegenseitige Dialog in den kommenden Monaten fortgesetzt werden soll.‘

Der nächste Schritt in diesem ‚Dialog‘ ist ein am 20. Januar 2023 eingegangener Brief von Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin sowie weiteren Mitzeichnern, dessen Auslöser ein Schreiben der (Erz-)Bischöfe von Köln, Augsburg, Passau, Regensburg und Eichstätt vom 21. Dezember 2022 an den Heiligen Stuhl ist, in dem berechtigte und notwendige Fragen zum Synodalen Ausschuss gestellt werden.

Im Ständigen Rat haben wir über den Brief beraten, insbesondere über die darin gemachte Feststellung, dass es keine verpflichtende Teilnahme an der Arbeit des Synodalen Ausschusses für Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz geben kann. Diese Rückmeldung bestätigt die Einschätzung des Ständigen Rates während dessen Beratungen im November 2022. Die darüber hinausgehenden Hinweise zum Synodalen Rat, wie er im von der Synodalversammlung mit großer Mehrheit angenommenen Handlungstext „Synodalität nachhaltig stärken: Ein Synodaler Rat für die katholische Kirche in Deutschland“ grundgelegt ist, betreffen zentrale Punkte. Der Beschlusstext verweist auf das geltende Kirchenrecht. Er hält fest, dass die Beschlüsse dieses Gremiums dieselbe rechtliche Wirkung haben wie die Beschlüsse der Synodalversalversammlung. Damit wird deutlich, dass die in dem Brief zum Ausdruck gebrachte Sorge, dass ein neues Gremium über der Bischofskonferenz stehen oder die Autorität der einzelnen Bischöfe aushebeln könnte, nicht begründet ist. Der Synodale Rat, der durch den Synodalen Ausschuss vorbereitet werden soll, wird sich daher entsprechend dem in der Beschlussfassung enthaltenen Auftrag innerhalb des geltenden Kirchenrechts bewegen.

Außerdem merke ich an – auch aus den Beratungen im Ständigen Rat –, dass wir über Inhalte und Zielsetzung synodaler Beratung auf allen Ebenen in der Kirche unseres Landes mit Rom noch überhaupt nicht haben sprechen können. Der Heilige Stuhl sieht die Gefahr einer Schwächung des bischöflichen Amtes – ich erlebe synodale Beratung geradezu als eine Stärkung dieses Amtes. Angesichts von Synodalität geht es nicht vorrangig um dogmatische Fragen, sondern um Fragen gelebter synodaler Kultur im gemeinsamen Beraten und Entscheiden. Niemand stellt die Autorität des Bischofsamtes infrage. Das Dokument aus Rom wird für uns in Deutschland zur Folge haben, dass wir noch viel intensiver über die Formen und Möglichkeiten von synodaler Beratung und Entscheidung nachdenken werden, um eine Kultur der Synodalität zu entwickeln. Das halte ich im Aufgabenportfolio des Synodalen Ausschusses für hilfreich und leistbar, und zwar unter Wahrung der kirchenrechtlich gegebenen Grenzen und Möglichkeiten. Der Synodale Ausschuss ist durch das römische Schreiben nicht infrage gestellt.

Wir werden die im Brief ausgesprochene Einladung zum Gespräch mit Rom zeitnah aufgreifen – und zwar auch als Präsidium des Synodalen Weges. Das gilt ebenso für unser Bemühen, die Erfahrungen des Synodalen Weges der Kirche in Deutschland in den gesamtkirchlichen synodalen Prozess mit einzubringen. Der jetzige Vorgang stärkt in mir das Bewusstsein, dass das auf dem Synodalen Weg begonnene Miteinander fortgesetzt werden muss, um Erfahrungen von gemeinsam getragener Verantwortung zu machen. Diese Erfahrungen können wir nicht wegdelegieren. Deshalb bin ich dankbar, dass ein großer Teil des Ständigen Rates erneut den Willen bekräftigt hat, den Beschluss der Synodalversammlung zum Synodalen Ausschuss umzusetzen und die Beratungen aufzunehmen.

Hinweis: Der Brief des Heiligen Stuhls vom 16. Januar 2023, der am 20. Januar 2023 eingegangen ist und im Ständigen Rat am 23. Januar 2023 beraten wurde, ist als PDF-Datei unter www.dbk.de zu finden. Dbk 24

 

 

 

 

Kommunikations-Botschaft des Papstes: Mit dem Herzen sprechen

 

„Mit dem Herzen sprechen“ ist der Titel der Botschaft von Papst Franziskus zum 57. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel. Darin betont das Kirchenoberhaupt, wie eine wahrhaftige und durch Zuneigung gelenkte Kommunikation dabei helfen kann, dem Gegenüber tatsächlich zu „begegnen“, anstatt „Zwietracht und Spaltungen zu säen“.

In einer Kommunikation, die mit dem Herzen geschieht, könne auch die manchmal unbequeme Wahrheit gesagt und jeder Desinformation entgegengetreten werden, zeigt sich Franziskus in seiner Botschaft überzeugt. Gleichzeitig mit der Botschaft hat der Vatikan ein Video veröffentlicht, in dem die Botschaft in Gebärdensprache dargestellt wird.

Nach Ansicht des Papstes liegt die Verantwortung für eine Kommunikation „mit offenem Herzen und offenen Armen“ nicht nur bei denjenigen, die im Informationssektor arbeiten, sondern bei jedem einzelnen: „Manchmal öffnet ein liebevolles Wort selbst in den verhärtetsten Herzen eine Bresche“, so seine Hoffnung.

Franz von Sales als Vorbild

Ein besonders faszinierendes Beispiel für diese Art von „Sprechen mit dem Herzen“ sei der heilige Kirchenlehrer Franz von Sales, so der Papst, der in diesem Zusammenhang darauf hinweist, dass sich in diesem Jahr dessen Proklamation zum Patron der katholischen Journalisten durch Pius XI. mit der Enzyklika Rerum omnium perturbationem zum hundertsten Mal jährt. Auch das Motto des diesjährigen Welttages orientiert sich an den Schriften des Kirchenlehrers. Jedes Jahr wird die Kommunikations-Botschaft des Papstes am Gedenktag des heiligen Genfer Bischofs veröffentlicht.

Dessen ausgiebiges Schaffen sollte auch in der aktuellen Kommunikationslandschaft als Vorbild dienen, betont Franziskus. Dabei gehe es einerseits darum, „mutig und frei“ die Wahrheit zu suchen und zu sagen, aber auch, der Versuchung zu widerstehen, „plakative und aggressive Ausdrücke zu verwenden“, so der Papst mit einem Seitenblick auf die aktuelle Kommunikation in sozialen Medien.

„Bestürzt, wie leichtfertig zur Zerstörung von Völkern aufgerufen wird“

Doch auch innerhalb der Kirche selbst sei eine einfühlsame, freie und gegenseitige Kommunikation nötig, gibt der Papst mit ausdrücklichem Bezug auf den Synodalen Prozess zu bedenken.

Eine entscheidende Rolle komme dieser Form der Kommunikation auch im Prozess des Friedensstiftens zu, betont Franziskus. Es brauche den Mut zum Risiko, um eine „gemeinsame Basis“ zu finden, auf der man einander begegnen könne: „Wie vor sechzig Jahren leben wir heute in einer dunklen Stunde, in der die Menschheit eine Eskalation des Krieges befürchtet, welche so schnell wie möglich eingedämmt werden muss, auch im Bereich der Kommunikation“. Man könne „nur bestürzt“ darüber sein, „wie leichtfertig zur Zerstörung von Völkern und Gebieten aufgerufen wird“, so der Papst mit Blick auf die aktuellen weltpolitischen Entwicklungen.  

Jeder ist gefordert - besonders die Kommunikatoren

Weil der Virus des Krieges aus dem Inneren des Herzens komme, wüssten die Christen, dass zunächst die Bekehrung des Herzens entscheidend sei, betont Franziskus.  Diese Anstrengung obliege zwar jedem Einzelnen, doch sie erfordere insbesondere das „Verantwortungsbewusstsein der im Bereich der Kommunikation Tätigen“, damit sie ihren Beruf als „Sendung“ verstünden.

Der Welttag

Der Welttag der sozialen Kommunikationsmittel wurde 1967 von Papst Paul VI. als Welttag der Massenmedien eingeführt. Er findet immer am Sonntag vor dem Pfingstfest statt, also am 7. Sonntag der Osterzeit. In Deutschland wird der Welttag der sozialen Kommunikationsmittel als „Mediensonntag“ am 2. Sonntag im September begangen.

Die Botschaft

Jedes Jahr am 24. Januar veröffentlicht der Papst eine Botschaft zum kommenden Welttag der sozialen Kommunikationsmittel. Der 24. Januar ist der Festtag des heiligen Franz von Sales, der 1922 zum Patron der Journalisten ernannt wurde. Im Fokus steht immer ein bestimmtes Medienthema, das einen Denkanstoß geben soll. Das Thema des 57. Welttags der sozialen Kommunikationsmittel lautet: „Mit dem Herzen sprechen.“ (vn 24)

 

 

 

 

 

Heiliger Vater, retten Sie uns!“ – Die Bittschreiben verfolgter Juden an Papst Pius XII.

 

Weihbischof Peters: „Wichtiger Teil des gegenwärtigen Kampfes gegen Antisemitismus“

Rund 15.000 jüdische Menschen aus ganz Europa baten während des NS-Regimes Papst Pius XII. und den Vatikan um Hilfe. Emotional schildern sie Gräuel, Verfolgung und Todesangst. Im Forschungsprojekt Asking the Pope for Help erfassen der Kirchenhistoriker Prof. Dr. Hubert Wolf und sein Team der Universität Münster diese Bittschreiben, die in den vatikanischen Archiven lagern, und bereiten sie in einer kommentierten digitalen Edition für die Öffentlichkeit auf.

Zum Auftakt des Projektes hat heute (23. Januar 2023) in der Katholischen Akademie in Bayern in Zusammenarbeit mit der Deutschen Bischofskonferenz bewusst im Vorfeld des Gedenktags an die Opfer des Nationalsozialismus (27. Januar 2023) eine öffentliche Debatte stattgefunden. „Wir sind froh, nach einem Jahr der Einrichtung den Auftakt unseres Projekts Asking the Pope for Help sowohl mit Vertretern der katholischen Kirche als auch der jüdischen Community begehen zu können. Gemeinsam mit meinem erfahrenen Team haben wir uns als Historikerinnen und Historiker lange auf die Öffnung der vatikanischen Archive zu Papst Pius XII. vorbereitet“, erklärt Projektleiter Prof. Dr. Hubert Wolf, Direktor des Seminars für Mittlere und Neuere Kirchengeschichte der Universität Münster, das Anliegen. „Obwohl wir bereits jahrelang mit den vatikanischen Akten vertraut sind und arbeiten, haben die Bittschreiben, die wir dort fanden, unseren Blick auf die Rolle der katholischen Kirche im Zweiten Weltkrieg noch einmal erweitert. Mit unserer Entscheidung, nicht den Papst und sein Handeln, sondern die jüdischen Bittsteller in den Fokus unseres auf zehn Jahre angelegten Projekts zu rücken, nehmen wir einen Paradigmenwechsel vor“, so Prof. Wolf. Er fügte hinzu: „Neben dem Ziel, jüdischen Menschen, deren Andenken die Nationalsozialisten auslöschen wollten, wieder eine Stimme zu geben und ihr Schicksal öffentlich sichtbar zu machen, werden wir dank akribischer Auswertung dieser Einzelfälle Rückschlüsse zu übergeordneten Fragestellungen ziehen können, wie etwa: Welche Schreiben wurden dem Papst vorgelegt und welche nicht? In wie vielen Fällen konnte der Heilige Stuhl helfen? Gab es einen Unterschied zwischen getauften und nicht getauften Juden?“

Botschafterin a. D. Annette Schavan würdigte den Einsatz für eine Erinnerungskultur, die aufkläre und Illusionen zerstörte. Eine Erinnerungskultur „ruft Fakten in Erinnerung, die vergessen waren – weil das einfacher schien und weil es erlaubte, die Geschichte nach dem je eigenen Geschmack und Interesse zu erzählen. Vergessen verklärt die Vergangenheit und macht Gesellschaften hilflos bei dem Versuch, sich selbst auf die Spur zu kommen und aus der Vergangenheit zu lernen“, so Annette Schavan, die in der Akademie in ihrer Eigenschaft als Kuratoriumsvorsitzende der Stiftung „Erinnerung, Verantwortung und Zukunft“ sprach. In der Zeit nach den Zeitzeugen werde mehr und mehr die Aufgabe deutlich, Weichen für eine Erinnerungskultur in Zukunft zu stellen: „Dies ist umso bedeutsamer, als offenkundig der Antisemitismus zunimmt und neue Nationalismen in Europa die Europäische Union als großes Friedenswerk gefährden. Zum Frieden in den Gesellschaften Europas und zwischen ihnen gehört, Antisemitismus und jedweder Form von Rassismus auf die Spur zu kommen und sie zu bekämpfen – auch mit der Kraft der Erinnerung als einer der großen kulturellen Aufgaben jeder Gesellschaft“, so Annette Schavan. Das dürfe sich nicht in Rhetorik erschöpfen und könne nicht nur irgendwie allgemein gelingen. Dazu brauche die Stiftung Partner in der Gesellschaft und könnten deren konkrete Geschichten aufklärend wirken und deren Initiativen zu einer künftigen überzeugenden Erinnerungskultur beitragen. Annette Schavan fügte hinzu: „Erinnerung klärt auf und fordert in diesem und in anderen Projekten, uns mit den Menschen, die Opfer wurden, mit ihren Biographien und mit ihrem Leiden zu beschäftigen und Verantwortung wahrzunehmen für das, was heute zu tun ist, damit die Würde eines jeden Menschen unantastbar bleibt.“

Weihbischof Jörg Michael Peters (Trier), der die Deutsche Bischofskonferenz und deren Unterkommission für die religiösen Beziehungen zum Judentum der Ökumenekommission vertrat, hob hervor, dass aus den Briefen der Juden die Verzweiflung von Menschen spreche, die über Monate vieles unternommen hätten, um der Verfolgung und der Deportation zu entgehen, und nun feststellen müssten, dass die Fluchtwege verbaut seien. „Sie befinden sich in einer im Wortsinn ausweglosen Lage. Man spürt förmlich, wie ihr Lebensraum sich immer mehr zusammenzieht. Da sind die Briefe an den Papst die letzte Möglichkeit, die letzte Hoffnung, doch noch dem Tod zu entkommen“, so Weihbischof Peters. Die Bittgesuche ließen spüren, was es für die Einzelnen mit ihren so unterschiedlichen Biographien bedeutete, ausgeschlossen und verfolgt zu werden. Weihbischof Peters fügte hinzu: „Als biographische Zeugnisse können die Bittgesuche aus den Archiven des Vatikans ein wichtiger Teil unserer Erinnerungskultur werden … Sie werden uns und den kommenden Generationen zumindest eine Ahnung von dem geben, was es für die Einzelnen bedeutete, sozial geächtet und verfolgt zu werden, was es bedeutete, um das Leben von Familienangehörigen und von engen Freunden zu bangen und mit dem Wissen um ihre Ermordung weiterzuleben.“ Die historische Erforschung von Strukturen der geleisteten oder verweigerten Hilfe und die Perspektive der verfolgten Juden seien für das Geschichtsverständnis gleich wichtig. Weihbischof Peters: „Das gilt nicht nur für unser Verständnis der Vergangenheit, sondern auch für die gegenwärtige Auseinandersetzung mit einem leider noch immer nicht überwundenen Antisemitismus. Die historisch informierte Erinnerung daran, was der Antisemitismus in der Vergangenheit angerichtet hat, wie er das Leben von Jüdinnen und Juden belastet, eingeschränkt und schließlich zerstört hat, ist ein wichtiger Teil des gegenwärtigen Kampfes gegen Antisemitismus.“

Hintergrund zum Projekt „Asking the Pope for Help“

Rund 15.000 jüdische Menschen aus ganz Europa baten während des NS-Regimes Papst Pius XII. und den Vatikan um Hilfe. Emotional schildern sie Gräuel, Verfolgung und Todesangst. Im Forschungsprojekt Asking the Pope for Help erfassen der Kirchenhistoriker Prof. Dr. Hubert Wolf und sein Team der Universität Münster diese Bittschreiben. Sie bieten in einer Zeit, in der es immer weniger Überlebende des Holocaust gibt, einmalige Möglichkeiten im Sinne einer Anti-Antisemitismus-Bildung in Kirche und Gesellschaft. Zugleich können sie wichtige Impulse für den jüdisch-christlichen Dialog und die Versöhnung zwischen den Religionen geben. Die Stiftung „Erinnerung, Verantwortung und Zukunft“ fördert das Projekt nach einer Anschubfinanzierung durch die Krupp-Stiftung, gemeinsam mit dem Auswärtigen Amt, der Bayer-Stiftung und SAP. Details zum Projekt stehen im Internet unter: https://www.uni-muenster.de/FB2/aph/index.html zur Verfügung. Dbk 23

 

 

 

„Jeder Mensch trägt das Bild Gottes in sich“

 

Geistliche verschiedener Kirchen haben am Sonntagabend in Frankfurt am Main zu Selbstkritik aufgerufen. Beim zentralen Gottesdienst der Gebetswoche für die Einheit der Christen mahnten sie, jede Tradition könne auch verknöchern.

Die Gebetswoche für die Einheit der Christen wird weltweit ökumenisch gefeiert, in der nördlichen Hemisphäre zwischen dem 18. und 25. Januar, in der südlichen Hemisphäre zwischen Himmelfahrt und Pfingsten. „In jeder Tradition, auch der heiligen, steckt neben den Chancen, die sie uns bietet, auch immer eine Gefahr, die Gefahr: nämlich, sich zu verselbstständigen, zu verknöchern oder zu einer sinnentleerten Form zu verkümmern“, sagte der Vorsitzende der Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen (ACK), der griechisch-orthodoxe Erzpriester Radu Constantin Miron.

Zum Nachhören - die ökumenische Feier in Frankfurt am Main

Zu dem Gottesdienst in der Freien Evangelischen Gemeinde Frankfurt hatte die ACK Deutschland gemeinsam mit der ACK Hessen-Rheinhessen und der ACK Frankfurt eingeladen.

Geschichte der Kirchen hinterfragen

Miron rief zum Hinterfragen der Geschichte der Kirchen auf: „Und es sind nicht immer Ruhmesblätter, die sich bei der historischen Rückschau auftun:“ Mit Bezug auf die Bibel sagte er, die „Rezeptur zur Beseitigung jeder Feindseligkeit und Voreingenommenheit“ liege auf dem Tisch: „Jeder Mensch - unabhängig von Hautfarbe, Religion, Herkunft, Nationalität und Sprache - trägt das Bild Gottes in sich und ist unser Bruder oder unsere Schwester und gleichberechtigt in der menschlichen Familie.“

Die Kirchen müssten immer wieder neu lernen, dieses Rezept mit Leben zu erfüllen. Dies bedeute, hinter die Fassaden zu schauen, gegen Unterdrückung einzuschreiten, für Diskriminierte und Bedürftige zu streiten, Zeuge der Wahrheit zu sein.

Kirche muss Denkmuster verändern

Die Frankfurter evangelische Pfarrerin Stefanie Bohn sagte, auch die Kirchen seien „kein rassismus- und diskrimierungsfreier Raum“. „Die Kirche muss ihre Denkmuster, Strukturen und ihre Organisationsweise verändern“, forderte sie. Die Aufforderung des alttestamentlichen Propheten Jesaja, das Recht zu suchen, sei auch eine selbstkritische ökumenische Aufgabe und Richtschnur, ergänzte die Ökumenereferentin des katholischen Bistums Limburg, Brigitte Görgen-Grether.

Die jährlich von der ACK ausgerichtete Gebetswoche für die Einheit der Christen dauert vom 18. bis 25. Januar. Der ACK Deutschland gehören nach eigenen Angaben 18 Kirchen mit rund 50 Millionen Mitgliedern an, weitere sieben Kirchen sind Gastmitglieder. Schwerpunkte der 1948 gegründeten ACK sind die theologische Reflexion, das gemeinsame Gebet und das Engagement für Gerechtigkeit, Frieden und Bewahrung der Schöpfung. Die Geschäftsstelle hat ihren Sitz in Frankfurt am Main. (domradio/youtube 23)

 

 

 

Papst zum Bibel-Sonntag: Wort Gottes ist Geschenk für alle

 

Papst Franziskus hat die katholische Kirche dazu aufgerufen, die Verkündigung des Wortes Gottes ins Zentrum zu stellen. Das Kirchenoberhaupt rief in seiner Predigt zum Bibelsonntag dazu auf, „die Verkündigung des Wortes zum vordringlichen Anliegen der kirchlichen Gemeinschaft" zu machen, „so wie es bei Jesus war". Außerdem erläuterte Franziskus, worauf bei der Verkündigung zu achten sei. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

 

„Es darf uns nicht passieren, dass wir einen Gott mit weitem Herzen bekennen und eine Kirche mit engem Herzen sind; dass wir das Heil für alle predigen und den Weg, es zu empfangen, unzugänglich machen; dass wir uns berufen fühlen, das Reich Gottes zu verkünden, und dann das Wort vernachlässigen, indem wir uns in so vielen Nebentätigkeiten verzetteln oder in zweitrangigen Diskussionen", mahnte Franziskus. Das Wort Gottes sei „nicht in abstrakten und statischen Formeln kristallisiert", sondern habe eine „dynamische Geschichte", zu der „Personen und Ereignisse, Worte und Taten, Entwicklungen und Spannungen" gehörten.

Vor rund 5.000 Gläubigen im Petersdom betonte der Papst weiter, dass Gottes Barmherzigkeit allen gelte - und dies ein ganz entscheidender Aspekt sei:

„Er erinnert uns daran, dass das Wort ein Geschenk ist, das sich an alle Menschen richtet, und dass wir deshalb seinen Wirkungskreis niemals einschränken können, weil es jenseits all unserer Berechnungen auf plötzliche, unvorhergesehene und unvorhersehbare Weise aufkeimt (vgl. Mk 4,26-28), auf Wegen und zu Zeiten, die der Heilige Geist kennt."

Aufforderung zur Umkehr

Das Wort Gottes gelte jedoch nicht nur allen, sondern es sei auch eine Aufforderung an alle - zur Umkehr nämlich. Ein zweiter wichtiger Aspekt, den Papst Franziskus in seiner Predigt zum Wort-Gottes-Sonntag betonte:

„Das Wort verwandelt, wenn es in uns eindringt, unsere Herzen und unseren Verstand; es verändert uns und bringt uns dazu, unser Leben auf den Herrn auszurichten. Das ist Jesu Einladung: Gott ist dir nahegekommen, werde dir also seiner Gegenwart bewusst, schaffe Platz für sein Wort und du wirst eine andere Sicht auf dein Leben bekommen. Ich möchte es auch so sagen: Stelle dein Leben unter das Wort Gottes. Stelle dein Leben unter das Wort Gottes. Das ist der Weg, den uns die Kirche gewiesen hat: Wir alle, auch die Hirten der Kirche, stehen unter der Autorität des Wortes Gottes. Nicht unter unserem eigenen Geschmack, unseren Neigungen und Vorlieben, sondern unter dem einen Wort Gottes, das uns formt, uns bekehrt und dazu einlädt, in der einen Kirche Christi vereint zu sein."

„Das was die Menschen anzieht ist das Wort Gottes und nicht unser Wort“

Dass das Wort Gottes, alle Menschen zu Verkündigern mache, war der dritte Aspekt, den Papst Franziskus in seiner Predigt genauer ausführte. Es gelte zu „Menschenfischern" zu werden, wie es schon die Bibel sagt. In diesem Zusammenhang mahnte das Kirchenoberhaupt erneut: „Das ist kein Proselytismus, denn das was die Menschen anzieht ist das Wort Gottes und nicht unser Wort."

Während der feierlichen Messe im Petersdom berief Papst Franziskus auch mehrere Frauen und Männer aus unterschiedlichen Ländern zu Lektoren und Katechisten. Das kirchliche Amt der Katechisten, die als Laien das Wort Gottes verkünden, hatte der Papst im Mai 2021 neu geschaffen. Den Wort-Gottes-Sonntag hatte Franziskus im Jahr 2019 eingeführt. Dieser eigene Bibelsonntag soll der Feier, dem Nachdenken und der Verbreitung des Wortes Gottes gewidmet sein. Auf das Thema Verkündigung und die Leidenschaft der Neuevangelisierung geht Papst Franziskus übrigens auch gerade in seiner Katechesereihe bei seinen mittwöchlichen Generalaudienzen genauer ein. (vn 22)

 

 

 

 

Papst in Buch mit Psychologe: Zu viel Angst ist nicht christlich

 

Papst Franziskus hat sich mit einem italienischen Psychotherapeuten über das Thema Angst unterhalten. Daraus ist ein Buch geworden, das am 25. Januar auf Italienisch erscheint. Das Kirchenoberhaupt gesteht: „Auch ich fürchte manchmal, Fehler zu machen. Übermäßige Angst ist aber nicht christlich." - Salvatore Cernuzio und Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

 

Das Gespräch mit Papst Franziskus steht am Anfang des Buchs „La Paura come Dono" (zu Deutsch in etwa „Angst als Geschenk“).  Franziskus berichtet dort über seine Gedanken und Gefühle seit seiner Wahl zum Oberhaupt der katholischen Kirche im Jahr 2013. Thematisiert werden auch Migration und Homosexualität, Missbrauch und Möglichkeiten der Prävention - etwa bei der Ausbildung in Priesterseminaren. 

Franziskus über den Moment nach der Papstwahl

Nach dem Konklave und seiner Wahl habe er zunächst etwas Furcht verspürt, berichtet Papst Franziskus. Darauf sei aber Ruhe gefolgt. Er habe nicht damit gerechnet, gewählt zu werden, aber seinen inneren Frieden nie verloren. Es habe ihm auch geholfen, dass Kardinal Claudio Hummes ihn an die armen Menschen erinnert habe und an das Wirken des Heiligen Geistes: „Da habe ich Frieden und Ruhe gespürt, auch in meinen folgenden Entscheidungen...", so der Papst.

Nähe hilft 

Generell empfiehlt er in dem Gespräch mit dem Psychologen auch, Menschen, die Angst haben, nahe zu sein: „Menschen beistehen, sich mit ihnen austauschen, gemeinsam etwas unternehmen ist ein wahres Medikament gegen Angst." Isolation und Einsamkeit gelte es zu vermeiden: „Allein sein, sich selbst falsch und schlecht fühlen, Probleme haben ohne Hilfe zu finden, kann zu Krisen führen, die zu mentalen Problemen werden", so Franziskus. „Einsamkeit ist ein wahrer Notstand unserer Gesellschaft. Alle sind supervernetzt mit ihren Handys - aber nicht mehr mit der Realität."

„Menschen beistehen, sich mit ihnen austauschen, gemeinsam etwas unternehmen ist ein wahres Medikament gegen Angst“

In dem Gespräch mit dem Psychologen berichtet das Kirchenoberhaupt auch, dass Angst ihm bei Entscheidungen oftmals helfe: „Es kommt vor, wenn ich eine Entscheidung zu fällen habe, dass ich mir sage:, Wenn ich das jetzt so mache...?` Und da habe ich ein bisschen Angst, Fehler zu begehen, nicht?! Diese Angst hilft mir in diesem Fall, denn sie sorgt dafür, die Entscheidung, die ich zu treffen habe, gut abzuwägen, wie ich sie umsetze und der ganze Rest. Es ist keine Angst, die mich aufreibt, nein,nein. Es ist ein Gefühl, das mich wachsam sein lässt: Eine Angst, die wie eine Mutter ist, die dich warnt." 

Übermäßige Angst gelte es jedoch zu vermeiden. Sie tue den Menschen nicht gut und könne lähmen, erklärt das Kirchenoberhaupt: „Menschen die Sklaven ihrer Angst sind, werden oft handlungsunfähig. Sie wissen nicht, was sie tun sollen. Sie sind ängstlich, auf sich selbst konzentriert und warten nur darauf, dass etwas Schlimmes passiert. So führt Angst dazu, gelähmt zu sein." Übertriebene Angst sei daher auch kein christliches Verhalten, da die Menschen nicht mehr frei seien, zu denken, „nach Vorne zu schauen, etwas Gutes zu tun". 

Missbrauchsfälle und Psychologie bei der Priesterausbildung

Papst Franziskus geht in dem Dialog mit dem Psychologen auch auf das Thema Missbrauch und Prävention ein - etwa bei der Priesterausbildung. Das Kirchenoberhaupt betont hier erneut, dass bei einer Berufung stets der ganze Mensch und sein Lebensweg gesehen werden müssten. Bei Zweifeln sei es besser, einen Kandidaten weniger zu haben, als etwas zu riskieren. Psychologie in die Priesterausbildung einzubeziehen, hält der Papst für eine gute Sache: „All das was passiert ist, sexuelle Gewalt durch Kleriker an Minderjährigen hat hier auf dramatische Weise Licht auf Probleme geworfen ... Es muss vor einer Priesterweihe gemerkt werden, ob es Neigungen zu Missbrauch gibt." 

 

„Es muss vor einer Priesterweihe gemerkt werden, ob es Neigungen zu Missbrauch gibt“

Dabei könnten Spezialisten, gut ausgebildete Psychologen, helfen. „Wenn solche Probleme nicht erkannt werden, können sie verheerende Auswirkungen haben", so Papst Franziskus. „Die Priesterausbildung muss Priester und geweihte hervorbringen, die reif sind, Experten in der Nächstenliebe, und nicht ,Funktionäre des Heiligen'. Die Leute müssen Zeugen des Glaubens treffen mit denen sie sich austauschen können und die ihnen guten, menschlichen Beistand und Nähe geben können." Das Kirchenoberhaupt mahnt in dem Gespräch Kirchenleute auch noch einmal, sich von Weltlichkeit und Karrierstreben nicht ablenken zu lassen oder diesen zu verfallen. Ebenso verurteilt Papst Franziskus erneut Scheinheiligkeit:

„Die Gläubigen müssen sehen, dass wir wie sie sind, dass wir die gleichen Ängste haben und wie sie in Gottes Gnaden leben möchten. Gläubigen wie Nichtgläubigen müssen wir mit offenem Herzen begegenen und mit offenem Herzen zu ihnen sprechen. Das müssen wir alle tun", so Papst Franziskus.

Mit Blick auf das Thema Homosexualität wiederholt der Papst ebenfalls bereits geäußerte Aussagen: Gott sei Vater und verstoße keines seiner Kinder. „Der Stil Gottes ist Nähe, Barmherzigkeitund Zärtlichkeit. Nicht Urteil und Ausgrenzung. Gott nähert sich liebevoll jedem seiner Kinder. Sein Herz steht jedem offen. Er ist Vater. Liebe spaltet nicht, sondern eint."

Migration nicht für Angstmache missbrauchen

Zum Thema Migration und Flüchtlinge bekräftigt das Kirchenoberhaupt seine Mahnung, das Thema dürfe nicht instrumentalisiert werden, „ um dem Volk Angst zu machen, es glauben zu machen, unsere probleme hingen von ihnen ab". Dies sei nämlich nicht der Fall: „Unsere Probleme entstehen aufgrund eines Mangels an Werten, der chaotischen Weise, wie unser Leben und unsere Städte organisiert sind, aufgrund einer Leerstelle des Glaubens, die uns voneinander entfernt und keine Geschwisterlichkeit zulässt", so die Analyse des Papstes.  

Humor im Haus - Lachen mit Schweizergardisten

Franziskus ruft in dem Gespräch mit dem Psychologen auch erneut zu  Respekt für die Schöpfung und zu Umweltschutz auf. Der Papst berichtet auch noch einmal, dass er sich lieber freier bewegen würde, ohne Sicherheitsprotokolle, diese gelte es aber einzuhalten, da sie berechtigt seien. 

Weil Isolation wie gesagt nicht gut tue, habe er es auch vorgezogen, nicht im Apostolischen Palast zu leben, sondern im Vatikan-Gästehaus Casa Santa Marta, berichtet Franziskus. „Ich habe mir gedacht, gut ich kann nicht mehr ohne Sicherheitsleute rausgehen aus dem Vatikan. Aber hier möchte ich doch ein paar Leute um mich haben. Also habe ich die Casa Santa Marta gewählt. Ich wollte diese Isolation des Papstes umgehen. Ich hole mir hier manchmal einen Kaffee am Kaffeeautomaten, esse in der Mensa mit den anderen, ich feiere jeden Tag die Messe und ich scherze mit den Schweizergardisten." Dazu erzählt der Papst eine Anekdote: „Auf meiner Etage steht immer ein Schweizergardist. Einmal habe ich ihm eine Kleinigkeit zu essen angeboten. Er wollte das nicht annehmen, er habe entsprechenden Befehl seines Kommandanten. Da habe ich ihm gesagt: ,Der Kommandant bin ich!`" 

Hintergrund

Der Psychologe und Psychotherapeut Salvo Noé kennt Papst Franziskus schon länger und bat ihn um einen Beitrag für ein Buchprojekt zum Thema Angst. Franziskus sagte zu und so trafen sich die beiden zu einem langen Gespärch, in dem nicht nur der Psychotherapeut den Papst befragte: „Er hat auch mir einige Fragen gestellt zum Thema Angst und so ist ein Dialog entstanden, der viele Denkanstöße bietet", berichtet der Autor.  Das Buch „La Paura come Dono", für das Salvo Noé  auch Papst Franziskus interviewt hat, erscheint auf Italienisch im San Paolo-Verlag am 25. Januar. (vn 21)  

 

 

 

WJT. Bereits 400.000 Anmeldungen

 

Papst Franziskus ruft mit Blick auf den nächsten Weltjugendtag in Portugal junge Menschen dazu auf, ihre Herzen für andere Menschen und Kulturen zu öffnen statt sich im eigenen Leben „einzumauern“. Das sagte er in einer Videobotschaft, die an diesem Freitag veröffentlicht wurde. Anne Preckel - Vatikanstadt

Darin zeigt sich der Papst „überrascht und froh“ darüber, dass sich bereits 400.000 junge Leute für die Veranstaltung angemeldet haben. Der nächste Weltjugendtag mit Papst Franziskus findet vom 1.-6. August 2023 erstmals im portugiesischen Lissabon statt.

Gemeinsam einen neuen Horizont erfahren

Auch wenn einige der Teilnehmer vielleicht „Urlaub“ in Portugal machen wollten, sei es doch das tiefe Bedürfnis der Jugendlichen, „neue Horizonte“ in Gemeinschaft zu erfahren, so Papst Franziskus. Er ermutigte die jungen Leute in seiner Videobotschaft, sich voll und ganz auf diese Erfahrung einzulassen – mit einer Haltung der Neugier und Offenheit.

„Ihr jungen Menschen, von denen sich bereits 400.000 angemeldet haben, dürstet nach neuen Horizonten. Lernt bei dieser Begegnung, immer den Horizont zu sehen, immer darüber hinaus zu schauen. Baut keine Mauern in eurem Leben. Mauern schließen dich ein, der Horizont lässt dich wachsen! Schaut immer auf den Horizont, mit den Augen, aber vor allem mit dem Herzen! Öffne dein Herz! - für andere Kulturen, für andere Jungen und Mädchen, die ebenfalls zum Weltjugendtag kommen. Bereitet euch vor: Öffnet euren Horizont und euer Herz!“

Bereits 400.000 Anmeldungen

Franziskus dankte allen Jugendlichen, die sich bereits zum nächsten Weltjugendtag angemeldet haben. Die Teilnehmerzahl hat sich in den letzten sieben Wochen verdoppelt und stieg auf 400.000; Ende November, einen Monat nach Anmeldestart, waren es bereits 200.000 Anmeldungen gewesen.

„Wir hoffen, dass auch andere eurem Beispiel folgen werden!“, so Papst Franziskus in seiner Videobotschaft weiter: „Möge Gott euch segnen und die Gottesmutter euch beschützen. Betet für mich, ich bete für euch. Und vergesst nicht: Mauern nein, Horizonte ja! Ich danke euch.“

Wegen Pandemie verschoben

Der internationale Weltjugendtag findet vom 1. bis 6. August 2023 erstmals in Portugal statt. Die Veranstaltung hätte ursprünglich 2022 stattfinden sollen, wurde dann jedoch wegen der Corona-Pandemie verschoben.

Papst Franziskus hat bereits an den Weltjugendtagen in Rio de Janeiro (2013), Krakau (2016) und Panama (2019) teilgenommen. Bei der Ausrichtung des Weltjugendtages in Portugal will die Ortskirche eng mit dem Marienwallfahrtsort Fatima zusammenarbeiten, der bereits Erfahrung im Umgang mit großen Menschenmassen besitzt. Papst Franziskus hat Fatima im Jahr 2017, zum 100. Jahrestag der dortigen Erscheinungen, besucht.

Die Weltjugendtage gehen auf eine Initiative von Papst Johannes Paul II. (1978-2005) zurück. Das jeweilige katholische Kirchenoberhaupt lädt jährlich junge Christen aller Erdteile zu einem Treffen unter einem bestimmten Motto ein. Im Wechsel werden die Weltjugendtage in kleinerem Rahmen in den Diözesen vor Ort sowie rund alle drei Jahre als weltweites Großtreffen organisiert. (vn 20)

 

 

 

Papst: „Eine Predigt ist fast ein Sakrament“

 

Franziskus hat zu lange und ausschweifende Predigten kritisiert. Dies dürfe nicht vorkommen, so der Papst bei einer Audienz für die Teilnehmer eines Kurses des Päpstlichen Instituts S. Anselmo für Diözesanleiter für liturgische Feiern. In seiner Ansprache ging der Papst auf die Umsetzung der Liturgiereform nach dem Zweiten Vatikanum ein. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Eine Feier, die nicht evangelisiert, ist nicht authentisch, so der Papst. Das sei höchstens „ein schönes Ballett, ästhetisch, schön, aber keine authentische Feier“, fügte er abweichend vom Redemanuskript an. Nur die Begegnung mit dem Herrn gebe den Menschen Ehrfurcht, mahnte er weiter. Einer der komplexesten Aspekte der Liturgiereform sei ihre praktische Umsetzung, also die Frage, wie das, was die Konzilsväter festgelegt hätten, im Alltag umgesetzt werden sollte.

„Und schließlich fordere ich Sie auf, die Stille zu schätzen“, so der Papst. Man lebe zwar im Zeitalter der Kommunikation, so Franziskus... „Aber wir reden und reden... es fehlt die Stille und Ehrfurcht. Vor allem vor Feiern, die manchmal als geselliges Beisammensein verstanden werden, da spricht man: ,Ah, wie geht's?' und beginnt dann lange Gespräche.“

Das gelte aber auch für die Priester. Er solle der Gemeinde und den Konzelebranten vor allem dabei helfen, sich auf das zu konzentrieren, was zu tun sei.

Laute Sakristeien

„Oft ist es in den Sakristeien vor und nach den Feiern laut, aber die Stille öffnet und bereitet auf das Geheimnis vor: Die Stille ist es, die auf das Geheimnis vorbereitet, die eine Annäherung ermöglicht und das Echo des gehörten Wortes Gottes erklingen lässt. Geselligkeit ist schön, sich gegenseitig zu begrüßen ist schön, aber es ist die Begegnung mit Jesus, die unserer Begegnung, unserem Zusammenkommen einen Sinn gibt. Wir müssen die Stille wiederentdecken und schätzen!“

Andererseits gebe einen Moment, in dem gesprochen werden müsse. Das sei der Moment der Predigt, erläuterte der Papst:

„Und das möchte ich ganz besonders betonen! Und hier sage ich etwas, das mit dem Schweigen zu tun hat, aber für die Priester: Bitte, gute Predigten... ansonsten ist das eine Katastrophe... manchmal höre ich jemanden sagen: ,Ja, ich bin in dieser Gemeinde zur Messe gegangen, aber... das war eine gute Philosophiestunde´ oder ,ach, vierzig, fünfundvierzig Minuten Predigt... Liebe Priester, bitte acht, zehn Minuten und nicht mehr, verstanden? Es soll immer ein Gedanke, eine Zuneigung und ein Bild mitgegeben werden und die Gemeinde nimmt etwas mit nach Hause. In Evangelii gaudium wollte ich dies unterstreichen.“

Die Predigt sei kein Vortrag, sie sei wie ein Sakrament. „Aber die Predigt ist wie ein Sakrament, es ist keine Vorlesung. Sie bereiten es im Gebet vor, sie bereiten es in einem apostolischen Geist vor. Bitte, gute Predigten... das ist generell eine Katastrophe“, wiederholte der Papst eindringlich seine Bitte. (vn 20)

 

 

 

Neues Bistumsstatut in Limburg ändert Entscheidungswege

 

Das Bistum Limburg ändert seine Entscheidungsstrukturen und will damit einen Kulturwandel in der Kirche vorantreiben. Seit Jahresbeginn gelte ein von Bischof Georg Bätzing in Kraft gesetztes Bistumsstatut, das „neue Beratungs- und Entscheidungswege“ vorsehe, teilte das Bistum auf seiner Homepage mit.

Als erstes neues Gremium habe bereits ein Bistumsteam als höchstes Leitungsgremium in der Diözese unter Vorsitz des Bischofs die Arbeit aufgenommen. Zudem werde dem Generalvikar künftig - ähnlich wie im Bistum Mainz - eine Bevollmächtigte oder ein Bevollmächtigter zur Seite stehen, der mit ihm die bischöfliche Verwaltung leiten und „auf Augenhöhe Leitungsaufgaben vom Generalvikar übernehmen“ werde.

Das Bistumsteam solle den Bischof bei der Leitung des Bistums und bei „Fragen von grundsätzlicher Bedeutung“ etwa zu Strategien unterstützen. Die Rechte des Diözesansynodalrates blieben davon unberührt.

Kulturwandel angestrebt

Zu den weiteren Neuerungen gehört, dass sie bisherigen Dezernate des Bischöflichen Ordinariats aufgelöst und von fünf Bereichen abgelöst werden: „Pastoral und Bildung“, „Ressourcen und Infrastruktur“, „Personalmanagement und Einsatz“, „Strategie und Entwicklung“ sowie „Kommunikation und Öffentlichkeitsarbeit“. Der zusätzliche Stabsbereich „Aufsicht und Recht“ sei direkt dem Generalvikar zugeordnet.

Der Transformationsprozess ist laut Bistum „kein Reorganisations- oder Sparprozess“. Auf allen Ebenen der Diözese werde vielmehr ein Kulturwandel angestrebt - auf Basis der Erkenntnisse der MHG-Studie zum sexuellen Missbrauch in der katholischen Kirche. Dazu gehöre es, „Leitung geteilt und auf Zeit wahrzunehmen, Machtmissbrauch zu verhindern und mehr Geschlechtergerechtigkeit zu realisieren“. (kna 19)

 

 

 

Papst ermuntert zu ökumenischer Leidenschaft

 

Die unter den Christen erreichte Einheit ist jetzt schon „groß“. Das hat Papst Franziskus an diesem Donnerstag gegenüber Gästen aus Finnland festgestellt.

Es sei „wichtig, gemeinsam zu beten“ und „intensiv daran zu arbeiten, dass die Spaltungen überwunden werden“, so der Papst. Es gelte, den Wunsch Jesu zu erfüllen, nämlich dass alle seine Jünger „eins seien, damit die Welt glaube“ (vgl. Joh 17.21).

„Wir sind uns dessen natürlich bewusst, aber dieses Bewusstsein reicht nicht! Wir sollten eine richtiggehende Leidenschaft entwickeln – eine Leidenschaft, die aus der Liebe zur Gemeinschaft kommt, aus der Sehnsucht, das Gegenzeugnis zu überwinden, das sich aus den historischen Verwerfungen unter den Christen ergibt. Diese haben die Einheit des Leibes Christi so sehr verletzt… Und es braucht, vor allem heute, einen brennenden Eifer für das Evangelisieren, weil man beim gemeinsamen Verkünden wiederentdeckt, dass wir Brüder und Schwestern sind.“

Versöhnte Kinder

Die Geschwisterlichkeit der Christen untereinander, ungeachtet ihrer Konfession und einer spalterischen Geschichte, leitete der Papst aus der gemeinsamen Taufe her.

„Wir sind in Christus getauft; durch reine Gnade wurden wir in ihn eingetaucht; darum nennen wir uns, darum sind wir Kinder Gottes nach seinem Bild, Brüder und Schwestern untereinander. Da wir die eine Taufe empfangen haben, sind wir Glaubende vor allem zum Dank dafür aufgerufen, dass unsere Existenz mit Gott, mit den anderen, mit der Schöpfung versöhnt worden ist. Wir sind versöhnte Kinder, und darum sollten wir uns auch untereinander immer mehr versöhnen, sollten wir Handelnde der Versöhnung in der Welt sein.“

Christen aus Finnland schicken jedes Jahr zur Weltgebetswoche für die Einheit der Christen eine ökumenische Delegation in den Vatikan. Die Ansprache, die der Papst jedes Mal bei dieser Gelegenheit hält, ist so etwas wie ein Wasserstandsanzeiger im ökumenischen Miteinander. (vn 19)

 

 

 

„Christen sind unverzichtbarer Bestandteil Jordaniens“

 

Weihbischof Bentz zum Abschluss des 23. Internationalen Bischofstreffens im Heiligen Land

 

Das 23. Internationale Bischofstreffen im Heiligen Land ist heute (19. Januar 2023) zu Ende gegangen. Fünf Tage lang haben sich Vertreter von 15 Bischofskonferenzen, darunter 13 Bischöfe, über die Situation der Kirche und der Christen in Jordanien informiert. Als Vertreter der Deutschen Bischofskonferenz nahm Weihbischof Dr. Udo Bentz (Mainz), Vorsitzender der Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer Osten der Kommission Weltkirche, an der Begegnung teil.

Weihbischof Bentz zeigte sich beeindruckt von der positiven Lebenseinstellung vieler jordanischer Christen. „Wir haben erleben dürfen, wie die Christen voller Energie die Kirche und ihr Land mitprägen“, so Weihbischof Bentz. „In Begegnungen mit Jugendlichen, aber auch mit anderen Gemeindemitgliedern, haben wir uns auch über die schwierige wirtschaftliche Lage ausgetauscht. Trotz aller Probleme wie hohe Jugendarbeitslosigkeit und steigende Lebenshaltungskosten, blicken unsere Gesprächspartner grundsätzlich optimistisch auf ihre Lebenswelt. Viele sehen ihre Zukunft in der Heimat. Allerdings gibt es auch manche, die vor allem aus wirtschaftlichen Gründen in westliche Länder abwandern.“

„Immer wieder habe ich von unseren Gesprächspartnern gehört, wie wichtig die Heiligen Stätten in Jordanien für ihre christliche Identität sind“, so Weihbischof Bentz weiter. „Die Christen Jordaniens sind stolz darauf, mit dem Berg Nebo oder der Taufstelle Jesu am Ostufer des Jordans markante biblische Orte in ihrem Land zu wissen. Und nicht nur die Christen blicken mit Stolz auf dieses bedeutende religiöse und kulturelle Erbe. Uns wurde versichert, dass diese Stätten in Jordanien von großen Teilen der Bevölkerung als gemeinsamer Schatz anerkannt werden.“

Die politische Stabilität des Landes wird von der großen Mehrheit auf das kluge Agieren des Königs und der königlichen Familie zurückgeführt. Angesicht der politischen Krisen und Bürgerkriege in den Nachbarländern werde dies als eine herausragende Leistung verstanden, wie Weihbischof Bentz berichtet. Besonders für die Christen (ca. drei Prozent der Bevölkerung) seien politische und gesellschaftliche Stabilität von höchster Bedeutung. „Der Status der Christen hierzulande ist nicht prekär. Sie können weitgehend ihr Leben als anerkannte Staatsbürger gestalten. Christen wollen und können ihren Beitrag zum Aufbau der Gesellschaft leisten. Sie sind unverzichtbarer Bestandteil Jordaniens“, so der Weihbischof. „Darüber hinaus haben Staat und Kirche ein gemeinsames Interesse: Man will mehr christliche Pilger im Land begrüßen.“ Im Gespräch mit der Delegation formulierte der in Amman lebende Patriarchalvikar Weihbischof Jamal Daibes (Lateinisches Patriarchat) das  Selbstbild der jordanischen Christen prägnant: „Die Christen in Jordanien sind Zeugen des Glaubens, Hüter der Heiligen Stätten und Gastgeber der christlichen Pilger.“

Im sozialen Bereich engagiert sich die Kirche vor allem in der Flüchtlingsarbeit. Aus den Nachbarländern Irak und Syrien ist der Zustrom in den vergangenen Jahren, vor allem seit 2012, enorm gewesen. Die jordanische Regierung schätzt, dass sich ca. 1,4 Millionen syrische Flüchtlinge im Land aufhalten, davon sind ca. 650.000 beim Flüchtlingswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) registriert. Außerdem geht man von 200.000 bis 300.000 Irakern im Land aus, deren Zahl vor allem mit dem Vordringen des „Islamischen Staats“ seit 2014 angestiegen ist. Je nach Herkunft und der Zeit ihrer Ankunft haben die Geflüchteten einen unterschiedlichen Rechtsstatus. Vor allem die irregulär im Land lebenden Iraker sind auf Unterstützung angewiesen. Oft befinden sie sich über lange Jahre hinweg in prekären Situationen und hoffen auf die Ausreise nach Europa, in die USA oder nach Australien.

„Beim Besuch von Projekten der Caritas Jordanien und im Gespräch mit dem UNHCR konnten wir erfahren, welchen wichtigen Beitrag die katholische Ortskirche mit ihren Organisationen dafür leistet, dass die Menschen in Würde leben können. Sie gliedert die Kinder in ihre Schulen ein, bietet kostenlose Gesundheitsversorgung für die Bedürftigsten an, sorgt sich um die Ausbildung der Jugendlichen und verhilft den Menschen zu Arbeit, damit sie selbst ihren Lebensunterhalt verdienen können“, fasst Weihbischof Bentz die Begegnungen zusammen. Die Kirche leiste einen unverzichtbaren Beitrag für die Versorgung dieser Menschen. Aber: „Auch die internationale Gemeinschaft darf in der Sorge für die Geflüchteten in Jordanien nicht nachlassen.“

Auch wenn das diesjährige Bischofstreffen im Heiligen Land erstmals seit 2016 wieder in Jordanien stattfand, kamen ausführlich die Befürchtungen zur Sprache, die mit der Bildung der neuen Regierung in Israel einhergehen. Die Beziehungen zum Nachbarland sind für Jordanien von größter Bedeutung. „Die neue israelische Regierung steht politisch weiter rechts als alle Vorgängerregierungen. In ihr sind teilweise beunruhigende nationalistische Tendenzen wahrnehmbar, sogar rassistische Anklänge. Offenbar will das Kabinett ausschließlich im Sinne israelisch-jüdischer Interessen handeln. Das gefährdet ein gutes Zusammenleben auch dort, wo es bisher noch möglich war. Eine Friedenslösung ist weiter entfernt denn je. Die wiederkehrenden Provokationen sind ein Spiel mit dem Feuer. Das könnte zu neuen Ausbrüchen von Gewalt führen“, so Weihbischof Bentz, der – auf der Linie von Papst Franziskus und der vatikanischen Diplomatie – forderte, „dass der Respekt vor den Heiligen Stätten aller Religionen auch durch diese Regierung garantiert werden muss. Der Besuch von Minister Itamar Ben-Gvir auf dem Tempelberg zielte darauf ab, den Status quo infrage zu stellen. Das darf nicht passieren“.

Hinweise:  Zum Abschluss des 23. Heilig-Land-Treffens haben die Bischöfe eine gemeinsame Erklärung unterzeichnet. Der Wortlaut der Erklärung ist als PDF-Datei im Anhang sowie unter www.dbk.de zu finden. Dbk 19

 

 

 

Berlin. Zahl der Kirchenasyle wieder angestiegen

 

Nach einem zwischenzeitlichen Rückgang ist die Zahl der Kirchenasyle in Berlin wieder angestiegen. Bundesweit befinden sich rund 500 Personen in Kirchenasyl, darunter viele Kinder. In den meisten Fällen werden sie vor einer Abschiebung aufgrund der Dublin-Regelung geschützt.

Die Zahl der Kirchenasyle in Berlin ist zum Ende des vergangenen Jahres wieder gestiegen. Ende Dezember wurden 37 Kirchenasyle mit 63 Personen in Berliner Gemeinden registriert, wie der Verein Asyl in der Kirche Berlin-Brandenburg am Mittwoch zu seinem Jahresempfang am Abend mitteilte. Unter den Betroffenen waren 17 Kinder.

Zwischenzeitlich war die Zahl der Kirchenasyle in der Hauptstadt von 36 im Januar 2021 (73 Personen) auf 17 (21 Personen) im Juni vergangenen Jahres zurückgegangen. In allen Fällen handelte es sich um sogenannte Dublin-Fälle. Das bedeutet, den Betroffenen droht die Abschiebung in das EU-Land, in dem sie zuerst einen Asylantrag gestellt haben oder zumindest registriert wurden.

Bundesweit 320 Fälle von Kirchenasyl

In Brandenburg gab es demnach Ende 2022 zwölf Kirchenasyle mit 17 Personen, davon drei Kinder. Ende Januar 2021 waren es noch 23 Kirchenasyle mit 42 Personen, davon 15 Kinder.

Bundesweit wurden laut Ökumenischer Bundesarbeitsgemeinschaft Kirchenasyl Anfang Dezember 320 Fälle von Kirchenasyl gezählt. Diese umfassten insgesamt 516 Menschen, unter ihnen 115 Kinder.

Erstes Kirchenasyl 1983

Beim Kirchenasyl werden Flüchtlinge ohne legalen Aufenthaltsstatus zeitlich befristet in Kirchengemeinden beherbergt. In Härtefällen soll damit eine unmittelbar drohende Abschiebung in eine gefährliche oder sozial unzumutbare Situation verhindert und der Fall erneut geprüft werden.

Das erste Kirchenasyl in der Bundesrepublik fand im Herbst 1983 statt. Eine von Abschiebung bedrohte palästinensische Familie fand damals in West-Berlin Unterschlupf in der evangelischen Kirchengemeinde Heilig Kreuz im Stadtteil Kreuzberg. (epd/mig 19)

 

 

 

Bistum Münster gibt Details für künftige Struktur bekannt

 

Ein Seelsorgeteam für mehrere Pfarreien, Fachpersonal für Verwaltungsaufgaben und Laien in Leitungspositionen - das Bistum Münster hat weitere Details zu der bevorstehenden Neustrukturierung bekannt gegeben. Die künftigen 50 Pastoralen Räume sollen ab dem 1. Januar 2024 als Kirchengemeindeverbände errichtet werden, wie die Diözese am Mittwoch mitteilte.

Diese öffentlich-rechtlichen Körperschaften sollen „insbesondere Pfarrer von Verwaltungsaufgaben entlasten, die Zusammenarbeit der Kirchengemeinden bei administrativen Aufgaben fördern und als mögliche Anstellungsträger kirchlichen Personals einen flexibleren Personaleinsatz gewährleisten“.

Den Plänen zufolge wird das Seelsorgepersonal, das weiterhin beim Bistum angestellt bleibt, künftig innerhalb eines Pastoralen Raums eingesetzt. Einen Vorschlag für die Grenzziehung der 50 Räume, die jeweils mehrere Pfarreien umfassen, stellte das Bistum bereits im Herbst 2021 vor. Es handle sich dabei nicht um Zusammenlegungen oder Fusionen der derzeit 208 Pfarreien, betonte die Diözese nun erneut. Stattdessen soll es innerhalb der Pastoralen Räume mehr Zusammenarbeit zwischen den Pfarreien sowie den Haupt- und Ehrenamtlichen geben.

Gebetseinheiten

Die Gebietseinheiten können auch von Laien geleitet werden und sollen über Fachpersonal verfügen, das die Seelsorgerinnen und Seelsorger von Verwaltungsaufgaben entlastet. Ende April will Bischof Felix Genn die neue Struktur veröffentlichen.

Bei einem sogenannten Zwischenhearing in der vergangenen Woche berieten laut Bistum rund 110 Haupt- und Ehrenamtliche über die Pläne. Ein weiteres Hearing ist für dieses Jahr geplant.

Das Bistum Münster ist mit rund 1,76 Millionen Katholikinnen und Katholiken die zweitgrößte Diözese Deutschlands. Es umfasst Gebiete in Nordrhein-Westfalen und Niedersachsen. Auch andere Diözesen haben wegen sinkender Mitglieder- und Seelsorgendenzahlen Strukturreformen eingeleitet. Genn setzte schon 2013 einen „Pastoralplan“ für sein Bistum in Kraft, der einen verbindlichen Rahmen für die Seelsorge vorgab. Auch wurden Pfarreien zusammengelegt, was teilweise mit Unmut aufgenommen wurde. (pm/kna 18)

 

 

 

 

Kontinentale Phase des weltweiten synodalen Prozesses in Prag

 

Anlässlich des von Papst Franziskus ausgerufenen weltweiten synodalen Prozesses der Weltsynode, die sich in mehrere Phasen gliedert, findet vom 5. bis 12. Februar 2023 in Prag die kontinentale europäische Vorbereitung statt. Das entsprechende Vorbereitungsdokument „Mach den Raum deines Zeltes weit“ (Jes 54,2) wurde Ende Oktober 2022 veröffentlicht. Die Konferenz in Prag, die in der Verantwortung des Rates der Europäischen Bischofskonferenzen (CCEE) liegt, teilt sich in zwei Phasen:

* 5.–9. Februar 2023: Konferenz mit 200 Personen in Prag sowie 390 online zugeschalteten Teilnehmern. Die 200 Personen in Prag sind 156 Delegierte von jeder Bischofskonferenz in Europa sowie 44 zusätzliche, von der CCEE eingeladene Teilnehmer. Die 390 zugeschalteten Teilnehmer sind je zehn Personen, die von den Bischofskonferenzen benannt wurden.

* 10.–12. Februar 2023: Fortsetzung der Konferenz mit den 39 Vorsitzenden aller Bischofskonferenzen in Europa.

Für den ersten Teil nehmen aus Deutschland Bischof Dr. Georg Bätzing, Dr. Irme Stetter-Karp und Prof. Dr. Thomas Söding in ihrer Funktion als Mitglieder des Synodalpräsidiums des Synodalen Weges sowie Dr. Beate Gilles, Generalsekretärin der Deutschen Bischofskonferenz, teil.

Die weiteren zehn Personen, die als Delegierte aus Deutschland an der Konferenz digital teilnehmen werden, sind: Marc Frings, Generalsekretär des Zentralkomitees der deutschen Katholiken; Kerstin Fuchs, Geschäftsführerin Jugendhilfezentrum Johannesstift GmbH; Sr. Dr. Katharina Ganz OSF, Generaloberin der Oberzeller Franziskanerinnen; Hendrik Johannemann, Berater im Forum „Leben in gelingenden Beziehungen“ des Synodalen Weges; Bischof Dr. Peter Kohlgraf, Bischof von Mainz und Vorsitzender der Pastoralkommission der Deutschen Bischofskonferenz; Prof. Dr. Charlotte Kreuter-Kirchhof, Mitglied im Vatikanischen Wirtschaftsrat; Br. Andreas Murk OFMConv, Vorsitzender der Deutschen Ordensobernkonferenz; Dr. Ralph Poirel, Bereichsleiter Pastoral im Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz; Prof. Dr. Johanna Rahner, Vorsitzende des Katholisch-Theologischen Fakultätentages e. V. Eine weitere Person wird zu einem späteren Zeitpunkt feststehen.

Auftakt der Versammlung in Prag ist ein Gottesdienst im Veitsdom am 5. Februar 2023 um 19.00 Uhr mit dem Erzbischof von Prag, Erzbischof Jan Graubner. Die Konferenz vom 5.–9. Februar 2023 wird in einem Livestream über die Internetseite der CCEE übertragen (www.ccee.eu). Das Programm beider Konferenzteile ist unter www.dbk.de verfügbar. Die Veranstalter bezeichnen es bewusst als Entwurf, da noch weitere Ergänzungen zu erwarten sind.

Hinweise: Das Vorbereitungsdokument für die kontinentale Phase der Synode „Mach den Raum deines Zeltes weit“ (Jes 54,2) – Arbeitsdokument für die kontinentale Etappe der Synode vom 27. Oktober 2022 ist als PDF-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de auf der Themenseite Bischofssynode Synodale Kirche 2021–2024 verfügbar. Dort sind auch weitere Informationen zur weltweiten Synode zu finden. dbk

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

Diözese Limburg mit zehn neuen Leitlinien zu Sexualität

 

Die vom deutschen Bischofskonferenz-Vorsitzenden Georg Bätzing geleitete Diözese Limburg positioniert sich mit zehn Leitlinien neu zum Thema Sexualität und will das Risiko für sexuellen Missbrauch minimieren.

Die Referentin für Familienbildung in der Diözese, Katharina Döring, sagte laut Katholischer Nachrichten-Agentur (KNA) am Dienstagabend bei einer Online-Veranstaltung, zentral sei in den Leitlinien „Sexualpädagogische Kompetenz“ die Aussage: „Es gibt eine Vielfalt in der sexuellen Identität und Orientierung.“ Ein wertschätzender Umgang mit diesen Unterschiedlichkeiten und mit Diversität solle „in den Pfarreien und Einrichtungen des Bistums aktiv gefördert werden“.

Zudem sei die Wahl der Lebensform von Menschen als Ergebnis einer persönlichen Entscheidung zu respektieren. Es sei „anzuerkennen, wenn Partnerinnen und Partner in gegenseitiger Treue und Fürsorge Verantwortung füreinander übernehmen“. Döring zitierte weiter aus den Leitlinien: „Darüber hinaus begrüßen wir es, wenn Paare ihre Partnerschaft unter den Segen Gottes zu stellen wünschen.“

Die vatikanische Glaubenskongregation (heute: Dikasterium für die Glaubenslehre) hat im März 2021 klargestellt, dass Paaren aus Personen des gleichen Geschlechts kein offizieller kirchlicher Segen erteilt werden dürfe. Das sei keine ungerechte Diskriminierung und „kein Urteil über die Person". Eine Segnung homosexueller Paare sei „unerlaubt".

„Gewaltiger Unterschied“

Die neuen Leitlinien markierten einen „gewaltigen Unterschied“ zur bisher vielfach praktizierten kirchlichen Haltung zur Sexualität, sagte Döring. Jeder solle damit offen umgehen können und sich in den Gemeinden damit angenommen und aufgehoben fühlen. „Wir wollen dahin kommen, dass es eine Selbstverständlichkeit wird, über seine sexuelle Orientierung zu sprechen, ohne irgendwelche Sorgen haben zu müssen“, sagte Döring. „Man soll bei uns auf Menschen treffen, die sagen: Es ist gut, wie du bist.“

Döring setzt die Leitlinien in der Diözese um. „Die Leitlinien sind offiziell - sie sollen in Einrichtungen und Pfarreien des Bistums umgesetzt werden“, sagte sie. Es handele sich um ein Arbeitspapier etwa für Familienbildungsstätten, die eigene Angebote angesichts der Leitlinien anpassen könnten.

Bedenken aus Rom

Im 2020 vorgestellten Limburger Missbrauchsgutachten wie auch in der deutschlandweiten MHG-Studie von 2018 war die klassische katholische Sexualmoral als ein Risikofaktor für sexualisierte Gewalt durch Kleriker bezeichnet worden. Die zehn Leitlinien sollen in der Diözese Limburg „sexualpädagogische Kompetenz stärken und Risikofaktoren für sexualisierte Gewalt und Grenzverletzungen minimieren“, so die Diözese.

Der Präfekt des vatikanischen Dikasteriums für die Glaubenslehre, Kardinal Luis Ladaria, hatte im November letzten Jahres bei einem Treffen mit deutschen Bischöfen ausdrücklich davor gewarnt, „das Geheimnis der Kirche auf eine bloße Machtinstitution zu reduzieren oder die Kirche von vornherein als eine strukturell Missbrauch hervorbringende Organisation zu betrachten, die so schnell wie möglich unter die Kontrolle von Oberaufsehern gebracht werden muss“. Ladaria mahnte außerdem, die Sexuallehre der Kirche dürfe nicht einfach als überholt dargestellt werden.  

„Der allgemeine Eindruck, der sich aus der Lektüre der Texte des Synodalen Wegs in dieser Hinsicht ergeben könnte, ist, dass es auf diesem Gebiet der kirchlichen Lehre fast nichts zu retten gebe. Alles müsse geändert werden. Wie kann man da nicht an den Eindruck denken, den all dies auf so viele Gläubige hat, die auf die Stimme der Kirche hören und sich bemühen, ihre Leitlinien für ihr Leben zu befolgen? Sollen sie vielleicht denken, dass sie bisher alles falsch gemacht haben?“  (kap/kna/vn 18)

 

 

 

Mariazell: Konferenz der Wallfahrtsrektoren

 

Die Rektoren der vier großen deutschsprachigen Wallfahrtsorte Altötting, Einsiedeln, Kevelaer und Mariazell sind in diesen Tagen in Mariazell zu ihrer jährlichen Konferenz zusammengekommen.

Themen des Erfahrungsaustauschs waren die Rolle der Wallfahrtsorte in Zeiten der Kirchenentwicklung mit großen Seelsorgeräumen, in Bezug auf den synodalen Prozess und im Engagement für den Frieden in Europa. Das teilte der Rektor von Mariazell, P. Michael Staberl, am Dienstag mit.

„Leuchttürme“

Trotz der Kirchenkrise erfreuten sich die deutschsprachigen Wallfahrtsorte nach wie vor großer Beliebtheit, berichtete Staberl. Sie seien weiterhin „Leuchttürme“ der Neuevangelisierung und der gelebten Volksfrömmigkeit. „Die ganze Vielfalt der katholischen Kirche ist in den großen Wallfahrtsheiligtümer spürbar, und die Tore stehen allen Menschen offen. Begegnung ereignet sich dort sowohl von Gott zum Menschen als auch von Mensch zu Mensch.“

Ziel des Zusammentreffens sei nicht nur der Austausch zu aktuellen Themen, sondern auch das gemeinsame Gebet und die gegenseitige Stärkung in schwierigen Zeiten. Neben den Verantwortlichen der Pilgerorte waren auch der Münsteraner Weihbischof Rolf Lohmann, der in der deutschen Bischofskonferenz für das Wallfahrtswesen zuständig ist, und Abt Benedikt Plank vom Mariazeller Gründungskloster St. Lambrecht bei dem Treffen mit dabei. (kap 17)

 

 

 

 

Renovabis: Spannungsfeld zwischen Weltsynode und Synodalem Weg

 

Es sei in der Tat ein Spannungsfeld, das zwischen dem synodalen Prozess der Weltkirche und dem Synodalen Weg in Deutschland besteht. Darauf weist der Hauptgeschäftsführer des katholischen Hilfswerkes Renovabis, Pfarrer Thomas Schwartz, im Gespräch mit Radio Vatikan hin. Mario Galgano - Vatikanstadt

Pfarrer Schwartz erinnert zunächst daran, dass man „im Grunde zunächst einmal auch verstehen muss“, wie es in Deutschland zum Synodalen Weg gekommen sei. Dieser deutsche Prozess sei „ein Reflex auf den Missbrauch im Blick auf sexualisierte Gewalt, den wir in Deutschland in den letzten Jahren seit 2010 aufzuarbeiten versuchen“, erläutert er. Das Projekt habe dementsprechend einen ganz anderen Hintergrund als das, „was der Heilige Vater, Papst Franziskus mit dem synodalen Prozess in der Weltkirche eigentlich bezwecken will“: „Es geht dem Papst darum, das Volk Gottes zu einem Miteinander, zu einem Gespräch einzuladen, um die Zukunft miteinander zu gestalten“, sagt Pfarrer Schwartz.

Beim deutschen Synodalen Weg gehe es zunächst einmal um die Gründe, wie es denn überhaupt zu einer solchen Spirale des Schweigens hinsichtlich sexualisierter Gewalt kommen konnte und welche auch strukturellen Veränderungen es innerhalb der Kirche brauche, „damit so etwas nie wieder passieren wird“. Der Renovabis-Geschäftsführer ergänzt: „Es geht auch darum, auf diese Weise an einem Punkt ansetzend, dass die Zukunft der Kirche, namentlich in Deutschland, eine neue solche Spannkraft gewinnt, dass man darüber reichlich streiten kann - das sehen wir immer wieder auch in den Berichterstattungen über diesen Synodalen Weg.“

Gleichsetzung mit Parlamentarismus

„aber eben in einem nicht streitenden, sondern betenden und gemeinsam suchenden Weg“

Genau das mache auch den Vertretern vieler Bischofskonferenzen und kirchlicher Gruppierungen und Diözesen in Osteuropa „natürlich auch ein bisschen Angst, weil sie dieses Moment des Streitens mit Parlamentarismus gleichsetzen“, erläutert Pfarrer Schwartz.

„Und das ist eben alles andere, als was Synodalität im bisherigen Verständnis auch der Kirche und auch der dortigen kirchlichen Gemeinschaften eigentlich bedeutet“, sagt er. „Dort ist das synodale Prinzip eher ein Suchen nach Konsens, ein Suchen nach der Wahrheit Gottes für den Weg der Kirche in die Zukunft, aber eben in einem nicht streitenden, sondern betenden und gemeinsam suchenden Weg“, fügt er an. Und das sei genau der Spannungsbogen, „der im Moment durchaus auch für Unverständnis, zum Teil auch für Kritik zwischen den jeweiligen Kirchen im Westen, Deutschland und in Osteuropa sorgt“.

Auf die Frage, wie da ein Hilfswerk wie Renovabis helfen könnte, vielleicht auch vermittelnd oder im Sinne von informativ vermittelnd wirken könne, meint Schwartz:

„Also, wir haben zunächst einmal im letzten Jahr den Synodalen Weg zusammen mit einigen anderen Partnern versucht zu begleiten, indem wir ein Onlineformat gegründet haben, in dem auch Vertreter des Synodalen Weges über die Beratungen auch gegenüber Vertretern osteuropäischer Kirchen berichten konnten. Zweitens haben wir immer wieder auf unseren Projektbesuchen und auch auf meinen Reisen nach Osteuropa ganz viele Gespräche mit den Bischöfen geführt, in denen ich ihnen zunächst mal zuhöre, ihre Besorgnis, ihre Konsternierung zum Teil auch wahrnehme und dann versuche einfach auch noch einmal zu erklären, was der Hintergrund eigentlich da ist, was wir in Deutschland im Moment denn auch gehen als Weg miteinander.“

Verständigung ermöglichen

„auch vielleicht mal angstfrei streiten“

Umgekehrt sei Renovabis auch da, um in Deutschland auf die Bedenken und Befürchtungen aus dem Osten hinzuweisen: „Und das ist ja die wichtige Basis neben der Hilfstätigkeit, die Renovabis seit 30 Jahren mit großem Erfolg dann auch in Osteuropa und Mittelosteuropa leistet, nämlich Dialogfähigkeit zu gewährleisten. Und wir haben da in den letzten Jahren schon ein bisschen Ermüdungsprozesse auch wahrnehmen können“, gibt Schwartz zu.

Das liege auch daran, dass die Bischöfe sich nicht mehr so oft treffen konnten wegen der Pandemie. „Und wir wollen jetzt daran arbeiten, dass das wieder möglich ist. Und zwar nicht nur Bischöfe, sondern auch Vertreter der Orden und der Laienorganisationen. Einfach weil wir merken, wie notwendig es für das gegenseitige Verständnis ist, sich wieder auch wirklich physisch zu treffen und miteinander zu beten.“

Dann könne man auch miteinander ins Gespräch kommen „und auch vielleicht mal angstfrei streiten“. Das sei nämlich etwas, was wieder neu gelernt werden müsse, „auch bei uns in der Kirche“, so Schwartz. (vn 17)

 

 

 

Ein Sonntag für die Bibel

 

Seit über 40 Jahren begehen katholische, evangelische und orthodoxe christliche Gemeinden in Deutschland jeweils am letzten Sonntag im Januar den ökumenischen Bibelsonntag. Er stellt die Bibel als das alle Christinnen und Christen verbindende Buch ins Zentrum und wird häufig als Abschluss oder Eröffnung der ökumenischen Bibelwoche gefeiert.

 

Der Bibelsonntag wird in den katholischen Gemeinden in Deutschland zusammen mit dem „Sonntag des Wortes Gottes“ gefeiert, zu dem Papst Franziskus 2019 weltweit aufgerufen hat. Die Bibelsonntage (der ökumenische wie der katholische) werden in diesem Jahr am 29. Januar begangen. Der „Sonntag des Wortes Gottes“ soll die zahlreichen biblischen Initiativen der Ortskirchen hin zu einem tieferen Zugang zur Heiligen Schrift ergänzen.

 

Die Gemeinden können neben den Texten zum 4. Sonntag im Jahreskreis zusätzlich den Bibeltext des ökumenischen Bibelsonntags (Apg 27,13–35) im Gottesdienst verwenden. Ein ökumenischer Gottesdienstvorschlag enthält neben Fürbitten, Einführungen, Gebeten, Liedvorschlägen und kreativen Gestaltungsideen auch Predigtimpulse.

 

Als Motto des Gottesdienstes wurde für 2023 gewählt: „Zwischen Schiffbruch und Aufbruch“. Es bezieht sich auf die Erzählung in der Apostelgeschichte (Apg 27). Paulus ist als Gefangener auf einem Schiff, das im Mittelmeer in einem heftigen Orkan Schiffbruch erleidet. Gegen jede Erfahrung der Experten auf See ruft der Apostel Paulus den Verängstigten zu: „Verliert nicht den Mut!“ Vierzehn Tage treibt das Schiff auf dem Meer, bis alle gerettet werden. „Droht das Schiff Kirche in den tobenden Stürmen der Zeit zu scheitern? Diese Frage beschäftigte wohl die ersten Verkündigerinnen und Verkündiger des Evangeliums ebenso wie Christinnen und Christen späterer Zeiten“, erläutert Wolfgang Baur, Beauftragter für Ökumene und stellvertretender Direktor im Katholischen Bibelwerk e. V. Die Erzählung „ist symbolisch für Nöte, in denen Menschen sich heute befinden. Gott kann retten und tut es auch. Die Glaubenserfahrung will Mut machen, zu handeln und nicht aufzugeben, damals wie heute“.

 

Papst Franziskus betont im Motu Proprio Aperuit illis: „Ohne die Heilige Schrift sind die Ereignisse der Sendung Jesu und seiner Kirche in der Welt nicht zu verstehen.“ Zudem stellt er die ökumenische Bedeutung der Feier des Sonntags des Wortes Gottes heraus, „denn die Heilige Schrift zeigt denen, die auf sie hören, den Weg (…) zu einer authentischen und soliden Einheit.“ Für die praktische Umsetzung des Bibelsonntags erinnert der Papst daran, dass die biblische Predigt einer intensiven exegetischen und meditierenden Vorbereitung bedarf, damit die Anwesenden den Bezug der Heiligen Schriften zu ihrem täglichen Leben erkennen. Der Tag soll für Beauftragungen zum Lektorat und zu ähnlichen Diensten genutzt werden. Franziskus ermutigt gleichzeitig, den Gläubigen der Gottesdienstgemeinde eine Bibel zu übergeben, um hervorzuheben, wie wichtig es ist, die Bibel im Alltag zu lesen, zu vertiefen und auch das Beten mit ihr fortzusetzen.

Hintergrund. Der ökumenische Bibelsonntag wurde 1982 eingerichtet. 2019 führte Papst Franziskus den „Sonntag des Wortes Gottes“ am dritten Sonntag im Kirchenjahr ein. Die Deutsche Bischofskonferenz hat aufgrund der besonderen ökumenischen Situation in Deutschland und der langjährigen Praxis des ökumenischen Bibelsonntags beschlossen, den „Sonntag des Wortes Gottes“ zusammen mit dem ökumenischen Bibelsonntag zu feiern. Dieser findet am letzten Sonntag im Januar statt. Dbk 17

 

 

 

 

Erzbistum Freiburg bietet kostenfreie Online-Analyse für Paare

 

Das Angebot richte sich an alle Personen, die ihre Paarbeziehung verbessern oder bestehende Krisen gemeinsam meistern wollten, heißt es in einer Pressemitteilung des Erzbistums vom Montag. Eine extra eingerichtete Internetseite mit wissenschaftlich ausgearbeitetem Fragebogen soll passende Beziehungstrainings bieten. Es sei das erste kostenfreie Online-Trainingsportal für Paare in Deutschland.

Das Erzbistum wolle so „Paaren eine frei zugängliche, jederzeit erreichbare Möglichkeit bieten, die eigene Beziehung einzuschätzen und zu verbessern“, erklärt Bettina Zenner. Die Diözesanbeauftragte für Ehe-, Familien- und Lebensberatung der Erzdiözese Freiburg hat das Projekt inhaltlich gestaltet. „Durch den sehr niedrigschwelligen Zugang über das Internet, ohne Anmeldung und ohne Beraterin und Berater, hoffen wir, Hemmungen und Barrieren abzubauen und mehr Menschen unterstützen zu können. Das Portal versammelt eine Reihe von Trainings, die Paare nutzen können, bevor es zu spät ist.“

Das Angebot ist über die Internetseite lotsenportal.de erreichbar und richtet sich laut dortiger Information an „alle Paare. Ob Sie verheiratet sind, in einer Partnerschaft ohne Trauschein leben, ob Sie als Mann und Frau, Mann und Mann, Frau und Frau oder divers gemeinsam durchs Leben gehen", und biete eine „neutrale Einschätzung" zur Partnerschaft.

Wissenschaftliche Auswertung und Tipps

In Zusammenarbeit mit der Katholischen Hochschule Freiburg wurde für das digitale Angebot ein Fragebogen entwickelt, anhand dessen Paare eine Einschätzung erhalten, wie gut ihre Beziehung funktioniert und wo sie noch Entwicklungspotenzial haben. Prof. Dr. Christian Roesler erstellte diese Fragen auf Basis seiner bisherigen Paarstudien. Er erklärte zu seinem Vorgehen: „Unsere Fragen fußen auf langjährigen Studien und Erfahrungswerten. Wer den Fragebogen ausfüllt, erhält ein Ergebnis, wie die Beziehung im Vergleich zu allen anderen steht, z.B. ob die Beziehung relativ unbelastet ist und gut läuft, es an einigen Stellen schwierig ist oder eine individuelle Beratung dringend angeraten ist.“

„Programme und praktische Tipps speziell auf die Bedürfnisse der Paare ausgerichtet und vielfach in der Praxis getestet“

Mit dem Ergebnis erhalten die Nutzerinnen und Nutzer automatisch Hinweise, wie sie ihre Beziehung verbessern können – oder dass eine Paarberatung sinnvoll sein könnte. Eine Erfolgsgarantie gibt es nicht. 

Kontakt für persönliche Beratung

Daran angeschlossen ist eine Hotline, die den direkten Kontakt zur Beratung ermöglicht. „Die hinterlegten Programme und praktischen Tipps sind speziell auf die Bedürfnisse der Paare ausgerichtet und wurden vielfach in der Praxis getestet“, erklärt Zenner. „Wir können nicht nur eigene Programme zur Beziehungspflege anbieten, sondern auch Programme, die in der Paarberatung den aktuellen Wissensstand widerspiegeln.“ 

Die Ehe-, Familien- und Lebensberatung der Erzdiözese Freiburg ist ein psychologischer Fachdienst der Pastoral, der unter anderem in schwierigen Lebenslagen unterstützend tätig ist. Mit insgesamt 15 über die Erzdiözese Freiburg verteilten Beratungsstellen werden jährlich um die 40.000 Stunden Beratungsgespräche geführt.

Anonymisierte Nutzung für Forschung

Geben die Nutzerinnen und Nutzern des Lotsenportals ihr Einverständnis, werden die Ergebnisse ihres Fragebogens laut der Pressemitteilung anonymisiert an die Katholische Hochschule Freiburg weitergegeben. „Die ausgewerteten Ergebnisse werden wieder in die Forschung zurückfließen und unsere bisherigen Erkenntnisse präzisieren können“, erläutert Roesler dazu. (pm 16)

 

 

 

Papst mahnt Bruderschaften: „Nicht nur Folklore“

 

Weit über dreitausend Bruderschaften (lateinisch: confraternitas) gibt es in ganz Italien, mit zwei Millionen Mitgliedern – und das sind nur die, die dem offiziellen nationalen Bruderschaften-Verband angehören, die wirkliche Zahl liegt wohl noch viel höher.

Diese Bruderschaften, die sich über Jahrhunderte entwickelt haben, sind der Ort, an dem sich viele katholische Laien engagieren; Papst Franziskus sprach deshalb, als er ihren Nationalverband an diesem Montag in Audienz empfing, von einem „bunten“ Panorama, einem „beeindruckenden Bild“. Er hatte aber auch eine Mahnung für sie parat:

„Der Reichtum und das Gedächtnis eurer Geschichte dürfen für euch kein Grund sein, euch nur mit euch selbst zu beschäftigen, nostalgisch zu sein, euch der Gegenwart gegenüber zu verschließen und pessimistisch in die Zukunft zu schauen. Vielmehr sollte sie ein starker Antrieb sein, euer geistliches, menschliches, künstlerisches (und auch folkloristisches) Erbe offenzuhalten für die Zeichen der Zeit und die Überraschungen Gottes. Es sind dieser Glaube und diese Offenheit bei euren Vorfahren, die zur Gründung eurer Bruderschaften geführt haben; sonst wären wir heute nicht hier…“

Ursprünglich entstanden die Bruderschaften in Italien im Mittelalter als Gebets- und Wallfahrtsgruppen; später ging es auch um gegenseitigen Beistand und Wohltätigkeit. Auch Michelangelo war Mitglied einer Bruderschaft. Das Brauchtum vieler Orte Italiens ist stark von den Bruderschaften geprägt. Bei der Folklore sollten sie aber nicht stehenbleiben, so Franziskus.

„Eure alten liturgischen und Frömmigkeits-Traditionen sollten von einem echten geistlichen Leben und von konkreten Werken der Nächstenliebe genährt werden. Habt keine Angst, eure Traditionen neu auszurichten, damit sie für alle zugänglich und verständlich bleiben und auch für Entfernte ein Anreiz werden, sich dem Glauben zu nähern.“ (vn16)