Notiziario religioso  25  novembre  8 dicembre  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Un mondo in pace, libero da armi nucleari, è l’aspirazione di milioni di uomini e donne in ogni luogo”  1

2.       “Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?”  1

3.       Francesco a Hiroshima e Nagasaki: “Mai più la guerra, mai più il boato delle armi”  2

4.       Papa in Giappone. Ai vescovi: “Siete una Chiesa viva, che si è conservata in mezzo alla persecuzione”  2

5.       Il viaggio in Giappone del Papa: «Farò appello al disarmo nucleare»  2

6.       “Assumerci il dovere di difendere la dignità umana e di rispettare i diritti di coscienza e di libertà religiosa”  3

7.       Papa in Thailandia. “Discepolo missionario non è mercenario della fede né procacciatore di proseliti”  3

8.       “Tutti siamo discepoli missionari quando ci decidiamo ad essere parte viva della famiglia del Signore”  3

9.       Bangkok, il Papa: "I bambini esposti alla prostituzione sono sfigurati nella loro dignità"  4

10.   Assemblea Fisc 2019. Settimanali cattolici: un manifesto per cavalcare l’innovazione  4

11.   Finisce l’anno liturgico. La festa di Cristo Re  4

12.   Chiese sempre più vuote. Due inchieste choc negli Stati Uniti e in Italia  5

13.   Papa Francesco arriva in Thailandia. «Proteggere donne e bambini dagli abusi»  6

14.   Fisc: valorizzare la delegazione dei giornali in lingua italiana editi all’estero  6

15.   Migranti e religioni. L’invito alle Chiese cristiane: “Baluardo contro le paure”  6

16.   Il 30 novembre proiezione a Basilea de “Il Vangelo secondo Matteo”  6

17.   Riunione del KAB a Kempten  7

18.   “Gli ebrei sono fratelli nostri!”  7

19.   “È necessario e urgente un sistema economico giusto, affidabile”  7

20.   Per un mondo senza più muri 8

21.   La vita nuova: dono del Dio dei vivi. XXXII Domenica del Tempo Ordinario  8

 

 

1.       Papst in Japan: „Habe seit meiner Jugend für dieses Land Sympathie"  9

2.       ZdK-Vollversammlung gibt grünes Licht für Synodalen Weg  9

3.       Vatikan setzt Pfarreien-Zusammenlegung in Trier aus  10

4.       Bischof Genn räumt Fehler im Umgang mit Missbrauch ein  10

5.       Treffen der Kommission für Ehe und Familie mit Vertretern der Orthodoxen Bischofskonferenz in Deutschland  10

6.       Katholische Laien rufen zum Widerstand gegen AfD auf 10

7.       Bistum Limburg gesteht Vertuschung von Missbrauch  10

8.       Franziskus an Jugend Thailands: „Bleibt nie am Boden liegen“  11

9.       Stabile Wahlbeteiligung. Bischof Kohlgraf gratulierte neu gewählten Pfarrgemeinderäten  11

10.   Positive Resonanz zu Kommunionfrage  11

11.   Papst steuert Vorwort zu Buch über Migranten bei 12

12.   Bistum Fulda. Kirche gemeinsam gestalten. Ergebnisse der Pfarrgemeinderatswahl 12

13.   Ökumene-Treffen in Ottmaring: Ein dreifaches Jubiläum   12

14.   Welttag der Armen. Bischof Dr. Franz-Josef Bode (Osnabrück) zu Altersarmutsrisiken von Frauen  13

 

 

 

 

Un mondo in pace, libero da armi nucleari, è l’aspirazione di milioni di uomini e donne in ogni luogo

 

Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Thailandia e Giappone (19-26 novembre 2019) – Messaggio del Papa sulle Armi Nucleari presso l’Atomic Bomb Hypocenter Park di Nagasaki il 24 novembre

 

Cari fratelli e sorelle! Questo luogo ci rende più consapevoli del dolore e dell’orrore che come esseri umani siamo in grado di infliggerci. La croce bombardata e la statua della Madonna, recentemente scoperta nella Cattedrale di Nagasaki, ci ricordano ancora una volta l’orrore indicibile subito nella propria carne dalle vittime e dalle loro famiglie.

Uno dei desideri più profondi del cuore umano è il desiderio di pace e stabilità. Il possesso di armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta a questo desiderio; anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova. Il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo.

La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani.

Qui, in questa città, che è testimone delle catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali di un attacco nucleare, non saranno mai abbastanza i tentativi di alzare la voce contro la corsa agli armamenti. Questa infatti spreca risorse preziose che potrebbero invece essere utilizzate a vantaggio dello sviluppo integrale dei popoli e per la protezione dell’ambiente naturale. Nel mondo di oggi, dove milioni di bambini e famiglie vivono in condizioni disumane, i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo.

Un mondo in pace, libero da armi nucleari, è l’aspirazione di milioni di uomini e donne in ogni luogo. Trasformare questo ideale in realtà richiede la partecipazione di tutti: le persone, le comunità religiose, le società civili, gli Stati che possiedono armi nucleari e quelli che non le possiedono, i settori militari e privati e le organizzazioni internazionali. La nostra risposta alla minaccia delle armi nucleari dev’essere collettiva e concertata, basata sull’ardua ma costante costruzione di una fiducia reciproca che spezzi la dinamica di diffidenza attualmente prevalente. Nel 1963, il Papa San Giovanni XXIII nell’Enciclica Pacem in terris, chiedendo pure la proibizione delle armi atomiche (cfr n. 60), affermò che una vera e duratura pace internazionale non può poggiare sull’equilibrio delle forze militari, ma solo sulla fiducia reciproca (cfr n. 61).

È necessario rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti. Stiamo assistendo a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi; questo approccio sembra piuttosto incoerente nell’attuale contesto segnato dall’interconnessione e costituisce una situazione che richiede urgente attenzione e anche dedizione da parte di tutti i leader.

La Chiesa Cattolica, da parte sua, è irrevocabilmente impegnata nella decisione di promuovere la pace tra i popoli e le nazioni: è un dovere per il quale si sente obbligata davanti a Dio e davanti a tutti gli uomini e le donne di questa terra. Non possiamo mai stancarci di lavorare e di insistere senza indugi a sostegno dei principali strumenti giuridici internazionali di disarmo e non proliferazione nucleare, compreso il Trattato sul divieto delle armi nucleari. Nel luglio scorso, i vescovi del Giappone hanno lanciato un appello per l’abolizione delle armi nucleari, e in ogni mese di agosto la Chiesa giapponese celebra un incontro di preghiera di dieci giorni per la pace. Possano la preghiera, la ricerca instancabile per la promozione di accordi, l’insistenza sul dialogo essere le “armi” in cui riponiamo la nostra fiducia e anche la fonte di ispirazione degli sforzi per costruire un mondo di giustizia e solidarietà che fornisca reali garanzie per la pace.

Nella convinzione che un mondo senza armi nucleari è possibile e necessario, chiedo ai leader politici di non dimenticare che queste non ci difendono dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale del nostro tempo. Occorre considerare l’impatto catastrofico del loro uso dal punto di vista umanitario e ambientale, rinunciando a rafforzare un clima di paura, diffidenza e ostilità, fomentato dalle dottrine nucleari. Lo stato attuale del nostro pianeta richiede, a sua volta, una seria riflessione su come tutte queste risorse potrebbero essere utilizzate, con riferimento alla complessa e difficile attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, e quindi raggiungere obiettivi come lo sviluppo umano integrale. È quanto già suggerì, nel 1964, il Papa San Paolo VI, quando propose di aiutare i più diseredati attraverso un Fondo Mondiale, alimentato con una parte delle spese militari (cfr Discorso ai giornalisti, Mumbai, 4 dicembre 1964; Enc. Populorum progressio, 26 marzo 1967, 51).

Per tutto questo, risulta cruciale creare strumenti che garantiscano la fiducia e lo sviluppo reciproco e poter contare su leader che siano all’altezza delle circostanze. Compito che, a sua volta, ci coinvolge e ci interpella tutti. Nessuno può essere indifferente davanti al dolore di milioni di uomini e donne che ancor oggi continua a colpire le nostre coscienze; nessuno può essere sordo al grido del fratello che chiama dalla sua ferita; nessuno può essere cieco davanti alle rovine di una cultura incapace di dialogare.

Vi chiedo di unirci in preghiera ogni giorno per la conversione delle coscienze e per il trionfo di una cultura della vita, della riconciliazione e della fraternità. Una fraternità che sappia riconoscere e garantire le differenze nella ricerca di un destino comune.

So che alcuni dei presenti qui non sono cattolici, ma sono sicuro che tutti possiamo fare nostra la preghiera per la pace attribuita a San Francesco d’Assisi:

Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace:

dov’è odio, ch’io porti l’amore;

dov’è offesa, ch’io porti il perdono;

dov’è dubbio, ch’io porti la fede;

dov’è disperazione, ch’io porti la speranza;

dove sono le tenebre, ch’io porti la luce;

dov’è tristezza, ch’io porti la gioia.

In questo luogo di memoria, che ci impressiona e non può lasciarci indifferenti, è ancora più significativo confidare in Dio, perché ci insegni ad essere strumenti efficaci di pace e a lavorare per non commettere gli stessi errori del passato.

Che voi e le vostre famiglie, e l’intera Nazione, possiate sperimentare le benedizioni della prosperità e dell’armonia sociale! Papa Francesco

 

 

 

 

“Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra?”

 

Incontro per la Pace presso il Memoriale della Pace di Hiroshima domenica 24 novembre. Il discorso del Papa

 

«Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”» (Sal 122,8).

Dio di misericordia e Signore della storia, a te leviamo i nostri occhi da questo luogo, crocevia di morte e vita, di sconfitta e rinascita, di sofferenza e pietà.

Qui, di tanti uomini e donne, dei loro sogni e speranze, in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco, non è rimasto altro che ombra e silenzio. Appena un istante, tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e morte. Da quell’abisso di silenzio, ancora oggi si continua ad ascoltare il forte grido di coloro che non sono più. Provenivano da luoghi diversi, avevano nomi diversi, alcuni di loro parlavano diverse lingue. Sono rimasti tutti uniti da uno stesso destino, in un’ora tremenda che segnò per sempre non solo la storia di questo Paese, ma il volto dell’umanità.

Faccio memoria qui di tutte le vittime e mi inchino davanti alla forza e alla dignità di coloro che, essendo sopravvissuti a quei primi momenti, hanno sopportato nei propri corpi per molti anni le sofferenze più acute e, nelle loro menti, i germi della morte che hanno continuato a consumare la loro energia vitale.

Ho sentito il dovere di venire in questo luogo come pellegrino di pace, per rimanere in preghiera, ricordando le vittime innocenti di tanta violenza, portando nel cuore anche le suppliche e le aspirazioni degli uomini e delle donne del nostro tempo, specialmente dei giovani, che desiderano la pace, lavorano per la pace, si sacrificano per la pace. Sono venuto in questo luogo pieno di memoria e di futuro portando con me il grido dei poveri, che sono sempre le vittime più indifese dell’odio e dei conflitti.

Desidererei umilmente essere la voce di coloro la cui voce non viene ascoltata e che guardano con inquietudine e con angoscia le crescenti tensioni che attraversano il nostro tempo, le inaccettabili disuguaglianze e ingiustizie che minacciano la convivenza umana, la grave incapacità di aver cura della nostra casa comune, il ricorso continuo e spasmodico alle armi, come se queste potessero garantire un futuro di pace.

Con convinzione desidero ribadire che l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune. L’uso dell’energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche, come ho già detto due anni fa. Saremo giudicati per questo. Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta se abbiamo parlato di pace ma non l’abbiamo realizzata con le nostre azioni tra i popoli della terra. Come possiamo parlare di pace mentre costruiamo nuove e formidabili armi di guerra? Come possiamo parlare di pace mentre giustifichiamo determinate azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio?

Sono convinto che la pace non è più di un “suono di parole” se non si fonda sulla verità, se non si costruisce secondo la giustizia, se non è vivificata e completata dalla carità e se non si realizza nella libertà (cfr S. Giovanni XXIII, Enc. Pacem in terris, 18).

La costruzione della pace nella verità e nella giustizia significa riconoscere che «molto spesso sussistono differenze, anche spiccate, nel sapere, nella virtù, nelle capacità inventive, nel possesso di beni materiali» (ibid., 49), però ciò non potrà mai giustificare l’intento di imporre agli altri i propri interessi particolari. Al contrario, tutto questo può costituire un motivo di maggiore responsabilità e rispetto. Parimenti, le comunità politiche, che legittimamente possono differire tra loro nel grado di cultura o di sviluppo economico, sono chiamate a impegnarsi a lavorare «per la comune ascesa», per il bene di tutti (cfr ibid., 49-50).

Di fatto, se realmente vogliamo costruire una società più giusta e sicura, dobbiamo lasciare che le armi cadano dalle nostre mani: «non si può amare con armi offensive in pugno» (S. Paolo VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, 5). Quando ci consegniamo alla logica delle armi e ci allontaniamo dall’esercizio del dialogo, ci dimentichiamo tragicamente che le armi, ancor prima di causare vittime e distruzione, hanno la capacità di generare cattivi sogni, «esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli» (ibid., 5). Come possiamo proporre la pace se usiamo continuamente l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti? Che questo abisso di dolore richiami i limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare. La vera pace può essere solo una pace disarmata. Inoltre, «la pace non è la semplice assenza di guerra […]; ma è un edificio da costruirsi continuamente» (Conc. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 78). È frutto della giustizia, dello sviluppo, della solidarietà, dell’attenzione per la nostra casa comune e della promozione del bene comune, imparando dagli insegnamenti della storia.

Ricordare, camminare insieme, proteggere. Questi sono tre imperativi morali che, proprio qui a Hiroshima, acquistano un significato ancora più forte e universale e hanno la capacità di aprire un cammino di pace. Di conseguenza, non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno; un ricordo che si diffonde, per risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne, specialmente di coloro che oggi svolgono un ruolo speciale per il destino delle nazioni; una memoria viva che aiuti a dire di generazione in generazione: mai più!

Proprio per questo siamo chiamati a camminare uniti, con uno sguardo di comprensione e di perdono, aprendo l’orizzonte alla speranza e portando un raggio di luce in mezzo alle numerose nubi che oggi oscurano il cielo. Apriamoci alla speranza, diventando strumenti di riconciliazione e di pace. Questo sarà sempre possibile se saremo capaci di proteggerci e riconoscerci come fratelli in un destino comune. Il nostro mondo, interconnesso non solo a causa della globalizzazione ma, da sempre, a motivo della terra comune, reclama più che in altre epoche che siano posposti gli interessi esclusivi di determinati gruppi o settori, per raggiungere la grandezza di coloro che lottano corresponsabilmente per garantire un futuro comune.

In un’unica supplica, aperta a Dio e a tutti gli uomini e donne di buona volontà, a nome di tutte le vittime dei bombardamenti, degli esperimenti atomici e di tutti i conflitti, dal cuore eleviamo insieme un grido: Mai più la guerra, ma più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza! Venga la pace nei nostri giorni, in questo nostro mondo. O Dio, tu ce l’hai promesso: «Amore e verità s’incontreranno. Giustizia e pace si baceranno. Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 84,11-12).

Vieni, Signore, che si fa sera, e dove abbondò la distruzione possa oggi sovrabbondare la speranza che è possibile scrivere e realizzare una storia diversa. Vieni Signore, Principe della pace, rendici strumenti e riflessi della tua pace!

«Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su te sia pace!”» (Sal 122,8).

Papa Francesco

 

 

 

Francesco a Hiroshima e Nagasaki: “Mai più la guerra, mai più il boato delle armi”

 

Nei luoghi dell’apocalisse nucleare, il Papa chiamato dai giapponesi in segno di rispetto “Kyo-o”, e cioè “Imperatore”, s’inchina davanti ai morti e a coloro che, sopravvissuti, hanno sopportato nei propri corpi per molti anni le sofferenze più acute – di Paolo Rodari 

 

HIROSHIMA E NAGASAKI. Invoca “mai più la guerra, mai più il boato delle armi, mai più tanta sofferenza!” E ricorda che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra, e anche il suo possesso, è immorale”. “Saremo giudicati per questo”, dice. E ancora: “Le nuove generazioni si alzeranno come giudici della nostra disfatta”.

 

È una serata fresca con qualche nuvola, a Hiroshima, seconda tappa, questo pomeriggio, del soggiorno in Giappone di Francesco dopo Nagasaki visitata questa mattina. Nel Parco del Memoriale della Pace, due vittime offrono dei fiori al Papa che li depone ai piedi del monumento. Una piccola candela viene accesa. Suona una campana. Tutti pregano per qualche minuto in silenzio. Nella città che il 6 agosto 1945, durante la seconda guerra mondiale, fu bersaglio della bomba atomica al plutonio Little Boy, la prima mai fatta esplodere su un’area popolata – tre giorni dopo, il 9 agosto, Fat Man fu sganciata su Nagasaki – il vescovo di Roma che come i suoi predecessori conosce la sofferenza provocata dagli armamenti nucleari ricorda che “l’uso dell’energia atomica per fini di guerra è, oggi più che mai, un crimine, non solo contro l’uomo e la sua dignità, ma contro ogni possibilità di futuro nella nostra casa comune”. E chiede che l’orrore non abbia più luogo, evocando quel “jamais plus la guerre” pronunciato da Paolo VI, nella lingua del corpo diplomatico, il 4 ottobre del 1965 davanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite.

 

Ottantamila persone morirono sul colpo a Hiroshima. Molte altre sono morte successivamente per effetto delle radiazioni. A circa 580 metri dal suolo esplose una grande luce, poi fu il buio più nero. Circa il 90 per cento degli edifici fu completamente raso al suolo e tutti i cinquantuno templi della città andarono distrutti. Dal Parco del Memoriale della Pace – dal 1996 patrimonio dell’Unesco come simbolo della forza più distruttiva mai creata – le parole di Francesco sono come un lamento funebre, un’invocazione al “Dio di misericordia e Signore della storia” da questo luogo “crocevia di morte e di vita, di sconfitta e di rinascita, di sofferenza e di pietà”.

 

Sul monumento Cenotafio sono incisi i nomi di quanti persero la vita. Di loro parla il Papa, dei “loro sogni e speranze” spezzatisi d’improvviso “in mezzo a un bagliore di folgore e fuoco”. Di loro, dice, “non è rimasto altro che ombra e silenzio. Appena un istante, e tutto venne divorato da un buco nero di distruzione e morte. Da quell’abisso di silenzio, ancora oggi si continua ad ascoltare il forte grido di coloro che non sono più. Provenivano da luoghi diversi, avevano nomi diversi, alcuni di loro parlavano diverse lingue. Sono rimasti tutti uniti da uno stesso destino, in un’ora tremenda che segnò per sempre non solo la storia di questo Paese, ma il volto dell’umanità”.

 

Non è un mero esercizio retorico per Bergoglio fare memoria. È piuttosto ricordare affinché mai più l’orrore si ripeta. Lui che in Giappone è chiamato “Kyo-o”, e cioè “imperatore” in segno di massimo rispetto e onore, chiede un “inchino” davanti “alla forza e alla dignità di coloro che, essendo sopravvissuti a quei primi momenti, hanno sopportato nei propri corpi per molti anni le sofferenze più acute e, nelle loro menti, i germi della morte che hanno continuato a consumare la loro energia vitale”. E si domanda come si possa parlare di pace mentre si costruiscono armi di guerra, mentre si giustificano azioni illegittime con discorsi di discriminazione e di odio, mentre si usa l’intimidazione bellica nucleare come ricorso legittimo per la risoluzione dei conflitti. Hiroshima apre nella mente e nei cuori di tutti un “abisso di dolore”, dice, che deve far richiamare “i limiti che non si dovrebbero mai oltrepassare”. Perché “la vera pace può essere solo una pace disarmata”.

 

Come Hiroshima così Nagasaki, la prima città visitata dal Papa dopo l’arrivo a Tokyo da Bangkok. Qui morirono quarantamila persone. Più di un terzo della città fu raso al suolo. L’ipocentro dell’esplosione si ebbe in quello che è oggi il Parco della Pace, il memoriale dove Francesco ha fortemente desiderato arrivare e dove questa mattina, sotto nuvole basse e grigie, un temporale si è sfogato con forti tuoni. Poco meno di due anni fa, mentre il mondo assisteva alle trattative tra Usa e Corea del Nord e alle minacce di nuovi attacchi, Bergoglio regalò ai giornalisti che lo accompagnavano in Cile e Perù una foto scattata qui nel ’45 dal fotografo statunitense Joseph Roger O’Donnell: un ragazzo con in spalla il fratellino morto nel bombardamento atomico attende il suo turno per far cremare il corpicino senza vita. Francesco volle riprodurre quella foto su un cartoncino, accompagnandola con un commento eloquente, “il frutto della guerra”, seguito dalla sua firma autografa. Oggi quella stessa foto è stata riprodotta e installata a pochi metri da dove legge il suo discorso.

 

Anche a Nagasaki, Francesco parla con compostezza di un “dolore” e un “orrore indicibile”. E chiede, dopo aver deposto una corona di fiori bianchi a ricordo di chi non c’è più ed essersi fermato per più di un minuto in silenzio a pregare, di dare fine alla corsa agli armamenti. Perché il “possesso delle armi nucleari e di altre armi di distruzione di massa non è la migliore risposta” al desiderio di pace e stabilità: “Questo desiderio, anzi, sembrano metterlo continuamente alla prova”. E ricorda come “i soldi spesi e le fortune guadagnate per fabbricare, ammodernare, mantenere e vendere le armi, sempre più distruttive, sono un attentato continuo che grida al cielo”.

 

Arriva nel Parco contornato da cinquecento ciliegi simbolo di rinascita e bellezza, Francesco, e si ferma davanti a una stele di marmo nero con i nomi delle vittime. La stele, come il Parco, ricorda gli orrori della guerra, ma vuole anche diffondere un messaggio di speranza e di pace. Non a caso, la Statua della Preghiera della Pace, alta dieci metri ed opera dello scultore Seibo Kitamura, indica sì con la mano destra il cielo per ricordare la minaccia delle armi nucleari, ma con il braccio sinistro esteso simboleggia anche il desiderio di pace nel mondo.

 

L’arrivo di Bergoglio è per non dimenticare “l’orrore indicibile subito nella propria carne dalle vittime e dalle loro famiglie”. E anche per denunciare la “dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo”. È qui che Bergoglio dice di non ritenere mai sufficienti “i tentativi di alzare la voce contro la corsa agli armamenti. Qui, in questa città, “che è testimone delle catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali di un attacco nucleare”.

 

Per il magistero dei Pontefici la risposta alla minaccia delle armi nucleari dev’essere collettiva e concertata, “basata sull’ardua ma costante costruzione di una fiducia reciproca che spezzi la dinamica di diffidenza attualmente prevalente”. Già nel ’63 Giovanni XXIII, poco dopo la crisi missilistica di Cuba, chiese nella “Pacem in terris” la proibizione delle armi atomiche, e affermò come una vera e duratura pace internazionale non può poggiare sull’equilibrio delle forze militari, ma solo sulla fiducia reciproca. Francesco fa suo questo auspicio, chiedendo di “rompere la dinamica della diffidenza che attualmente prevale e che fa correre il rischio di arrivare allo smantellamento dell’architettura internazionale di controllo degli armamenti”. “Stiamo assistendo – continua – a un’erosione del multilateralismo, ancora più grave di fronte allo sviluppo delle nuove tecnologie delle armi”.

 

Per la Chiesa Cattolica la strada per un futuro di pace passa oggi dal sostegno ai principali strumenti giuridici internazionali di disarmo e non proliferazione nucleare, fra questi il Trattato sul divieto delle armi nucleari a cui diversi Paesi importanti ancora non aderiscono. Più leader politici sembrano non riconoscere come le armi nucleari non difendano dalle minacce alla sicurezza nazionale e internazionale e, nello stesso tempo, faticano a riconoscere “l’impatto catastrofico del loro uso dal punto di vista umanitario e ambientale”, andando così a rafforzare “un clima di paura, diffidenza e ostilità”. 

 

Molte risorse potrebbero invece essere utilizzate per lo sviluppo sostenibile. Lo suggerì già, nel ’64, Paolo VI, quando propose di aiutare i più diseredati attraverso un Fondo Mondiale, alimentato con una parte delle spese militari. Lo propone questa mattina Francesco che a Nagasaki chiude il suo intervento chiedendo a tutti, credenti e non credenti, di recitare insieme la preghiera per la pace attribuita a Francesco d’Assisi, il santo di cui il 13 marzo del 2013, la sera dell’elezione, decise di prendere il nome.  LR 24

 

 

 

Papa in Giappone. Ai vescovi: “Siete una Chiesa viva, che si è conservata in mezzo alla persecuzione”

 

“La vostra presenza si gioca nella vita quotidiana del popolo fedele”. A ribadirlo è stato il Papa, che incontrando i vescovi del Giappone ha ricordato che “il Dna delle vostre comunità è segnato da questa testimonianza, antidoto contro ogni disperazione, che ci indica la strada alla quale orientarsi”. “Voi siete una Chiesa viva, che si è conservata pronunciando il Nome del Signore e contemplando come Lui vi guidava in mezzo alla persecuzione”, l’omaggio di Francesco alla piccola comunità cattolica, che rappresenta lo 0,42% di una popolazione di 127 milioni di abitanti. “La semina fiduciosa, la testimonianza dei martiri e l’attesa paziente dei frutti che il Signore dona a suo tempo, hanno caratterizzato la modalità apostolica con cui avete saputo accompagnare la cultura giapponese”, ha detto il Papa: “Di conseguenza, avete plasmato nel corso degli anni un volto ecclesiale generalmente molto apprezzato dalla società giapponese, grazie ai vostri molteplici contributi al bene comune”. “Questo importante capitolo della storia del Paese e della Chiesa universale è stato ora riconosciuto con la designazione delle chiese e dei villaggi di Nagasaki e Amakusa come luoghi del Patrimonio Culturale Mondiale”, ha proseguito Francesco: “ma, soprattutto, come memoria viva dell’anima delle vostre comunità, speranza feconda di ogni evangelizzazione”. Sir 23

 

 

 

 

Il viaggio in Giappone del Papa: «Farò appello al disarmo nucleare»

 

Incontrerà i sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki e dei recenti terremoti; sorvolando Hong Kong invia solo un messaggio di preghiere per Carrie Lam

di Gian Guido Vecchi

 

Francesco è arrivato in Giappone, in una serata di vento e pioggia, domattina raggiungerà Hiroshima e Nagasaki e parlerà dagli epicentri dell’apocalisse, i luoghi dove esplosero le bombe atomiche americane del 6 e 9 agosto 1945, due discorsi attesissimi per chiedere ancora una volta l’eliminazione degli arsenali nucleari: «Una Chiesa di martiri può parlare con maggiore libertà, specialmente nell’affrontare questioni urgenti di pace e giustizia nel nostro mondo», ha detto appena arrivato, incontrando i vescovi nella nunziatura di Tokyo. «A Nagasaki e Hiroshima pregherò per le vittime del catastrofico bombardamento di queste due città e mi farò eco dei vostri appelli profetici al disarmo nucleare».

L’aereo che lo portava da Bangkok a Tokyo ha sorvolato sia il territorio della Cina sia Hong Kong. Francesco non si è ancora pronunciato sulla questione e oggi non ha parlato ai giornalisti che viaggiano con lui sull’aereo. Dal volo sono stati inviati dei telegrammi, come di consueto, ai Paesi sorvolati: «Invocando benedizioni divine, prego che Dio Onnipotente possa garantirvi benessere e pace», si legge nel testo al capo dell’amministrazione di Hong Kong, Carrie Lam; peraltro, nel telegramma al presidente cinese Xi Jinping, il Papa scrive: «Assicuro le mie preghiere per la nazione il suo popolo, invocando su tutti voi abbondanti benedizioni di pace e gioia».

Un linguaggio diplomatico, analogo a quello rivolto agli altri Paesi sorvolati, e del resto la situazione è delicatissima. Negli ultimi tempi, specie dagli Usa, sono cresciute le pressioni perché il Vaticano prendesse una posizione netta in favore delle proteste a Hong Kong e contro la repressione di Pechino. D’altra parte, fin dall’inizio, l’amministrazione degli Stati Uniti ha guardato con sospetto e ostilità al dialogo tra Vaticano e Pechino e allo storico accordo provvisorio sulla nomina dei vescovi, sottoscritto da Santa Sede e governo cinese il 22 settembre 2018, dopo decenni di trattative faticose. Da una accettazione condizionata della logica della deterrenza, ancora negli anni Ottanta, la Chiesa è passata al rifiuto degli anni Duemila ed invoca il disarmo.

All’inizio dell’anno scorso, sul volo che lo portava in Cile, il Papa aveva distribuito ai giornalisti la foto di un bimbo a Nagasaki con il fratellino morto legato dietro le spalle, in fila al crematorio: «Sì, ho davvero paura di una guerra nucleare e penso che siamo al limite. Bisogna eliminare le armi nucleari, adoperarci per il disarmo». Il 10 novembre 2017, nel discorso a un convegno in Vaticano «Per un mondo libero dalle armi nucleari», ha parlato di «immoralità» della logica della deterrenza: «È da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano».

Ai vescovi giapponesi, nella nunziatura di Tokyo, Francesco ha spiegato che vedrà i sopravvissuti alle bombe nucleari e anche al «triplice disastro» dell’11 marzo 2011, il terremoto di magnitudo 9, lo tsunami, il disastro nucleare di Fukushima: «Desidero incontrare coloro che ancora patiscono le ferite di quel tragico episodio della storia umana; come pure le vittime del “triplice disastro”. La loro prolungata sofferenza è un eloquente avvertimento al nostro dovere umano e cristiano di aiutare quanti soffrono nel corpo e nello spirito e di offrire a tutti il messaggio evangelico di speranza, guarigione e riconciliazione», ha spiegato.

Il motto del viaggio in Giappone è «proteggere ogni vita», il Papa ha concluso: «Il male non fa preferenze di persone e non si informa sulle appartenenze; semplicemente irrompe con la sua forza distruttiva, come è accaduto anche di recente con il devastante tifone che ha causato tante vittime e danni materiali. Affidiamo alla misericordia del Signore coloro che sono morti, i loro familiari e tutti coloro che hanno perso la casa e i beni materiali. Non abbiamo paura di portare avanti sempre, qui e in tutto il mondo, una missione capace di alzare la voce e difendere ogni vita come dono prezioso del Signore». CdS 23

 

 

 

 

“Assumerci il dovere di difendere la dignità umana e di rispettare i diritti di coscienza e di libertà religiosa

 

Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Thailandia e Giappone (19-26 novembre 2019) – Incontro con i Leader Cristiani e di altre Religioni nella Chulalongkorn University di Bangkok il 22 novembre.  Ecco il suo discorso con i leader religiosi

 

Cari amici! Grazie per il vostro cordiale benvenuto. Sono grato al Vescovo Sirisut e al Dr. Bundit Eua-arporn per le loro gentili parole. Apprezzo anche l’invito a visitare questa famosa Università, gli studenti, i docenti e il personale che danno vita a questa casa di studi, come pure per l’opportunità che mi offrite di incontrarmi con i rappresentanti delle diverse Comunità cristiane e con i responsabili delle altre religioni che ci onorano con la loro presenza. Vi esprimo la mia gratitudine per la vostra presenza qui, con speciale stima e riconoscimento per la preziosa eredità culturale e le tradizioni spirituali di cui siete figli e testimoni.

Centoventidue anni fa, nel 1897, il re Chulalongkorn, da cui prende il nome questa prima Università, visitò Roma ed ebbe un’Udienza con il Papa Leone XIII: era la prima volta che un Capo di Stato non cristiano veniva ricevuto in Vaticano. Il ricordo di quell’importante incontro, come pure del suo periodo di regno, caratterizzato tra i tanti meriti dall’abolizione della schiavitù, ci interpella e ci incoraggia ad assumere un protagonismo deciso sulla via del dialogo e della mutua comprensione. E questo si dovrebbe fare in uno spirito di coinvolgimento fraterno, che aiuti a porre fine a tante schiavitù che persistono ai nostri giorni, penso specialmente al flagello del traffico e della tratta di persone.

La necessità di riconoscimento e di stima reciproca, così come la cooperazione tra le religioni, è ancora più urgente per l’umanità contemporanea; il mondo di oggi si trova di fronte a problematiche complesse, come la globalizzazione economico-finanziaria e le sue gravi conseguenze nello sviluppo delle società locali; i rapidi progressi – che apparentemente promuovono un mondo migliore – convivono con la tragica persistenza di conflitti civili: conflitti sui migranti, sui rifugiati, per le carestie e conflitti bellici; e convivono con il degrado e la distruzione della nostra casa comune.

Tutte queste situazioni ci mettono in guardia e ci ricordano che nessuna regione né settore della nostra famiglia umana può pensarsi o realizzarsi estranea o immune rispetto alle altre. Sono tutte situazioni che, a loro volta, esigono che ci avventuriamo ad intessere nuovi modi di costruire la storia presente senza dover denigrare o mancare di rispetto agli altri. Sono finiti i tempi in cui la logica dell’insularità poteva predominare come concezione del tempo e dello spazio e imporsi come strumento valido per la risoluzione dei conflitti. Oggi è tempo di immaginare, con coraggio, la logica dell’incontro e del dialogo vicendevole come via, la collaborazione comune come condotta e la conoscenza reciproca come metodo e criterio; e, in questa maniera, offrire un nuovo paradigma per la risoluzione dei conflitti, contribuire all’intesa tra le persone e alla salvaguardia del creato. Credo che in questo campo le religioni, così come le università, senza bisogno di rinunciare alle proprie caratteristiche peculiari e ai propri doni particolari, hanno molto da apportare e da offrire; tutto ciò che facciamo in questo senso è un passo significativo per garantire alle generazioni più giovani il loro diritto al futuro, e sarà anche un servizio alla giustizia e alla pace. Solo così forniremo loro gli strumenti necessari, perché siano essi i protagonisti nel modo di generare stili di vita sostenibili e inclusivi.

Questi tempi esigono da noi che costruiamo basi solide, ancorate sul rispetto e sul riconoscimento della dignità delle persone, sulla promozione di un umanesimo integrale capace di riconoscere e pretendere la difesa della nostra casa comune; su un’amministrazione responsabile che tuteli la bellezza e l’esuberanza della natura come un diritto fondamentale all’esistenza. Le grandi tradizioni religiose del mondo danno testimonianza di un patrimonio spirituale, trascendente e ampiamente condiviso, che può offrire solidi contributi in tal senso, se siamo capaci di arrischiarci ad incontrarci senza paura.

Tutti noi siamo chiamati non solo a fare attenzione alla voce dei poveri intorno a noi: gli emarginati, gli oppressi, i popoli indigeni e le minoranze religiose, ma anche a non aver paura di generare istanze, come già timidamente iniziano a svilupparsi, dove poterci unire e lavorare insieme. Nel contempo, ci è richiesto di assumerci il dovere di difendere la dignità umana e di rispettare i diritti di coscienza e di libertà religiosa, di creare spazi dove offrire un po’ di aria fresca nella certezza che «non tutto è perduto, perché gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto» (Enc. Laudato si, 205).

Qui in Tailandia, Paese di grande bellezza naturale, desidererei sottolineare una nota distintiva che considero essenziale, e in certa misura, parte delle ricchezze da “esportare” e da condividere con le altre regioni della nostra famiglia umana. Voi apprezzate e avete cura dei vostri anziani – è una grande ricchezza! –, li rispettate e date loro un posto preferenziale, perché vi assicurino le radici necessarie e così il vostro popolo non si corrompa seguendo certi slogan, che finiscono per svuotare e ipotecare l’anima delle nuove generazioni. Con la tendenza crescente a screditare i valori e le culture locali, per imposizione di un modello unico, «assistiamo a una tendenza ad “omogeneizzare” i giovani, a dissolvere le differenze proprie del loro luogo di origine, a trasformarli in soggetti manipolabili fatti in serie. Così si produce una distruzione culturale, che è tanto grave quanto l’estinzione delle specie animali e vegetali» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 186). Continuate a far conoscere ai più giovani il bagaglio culturale della società in cui vivono. Aiutare i giovani a scoprire la ricchezza viva del passato, a incontrarsi con le proprie radici facendo memoria, a incontrarsi con gli anziani, è un vero atto di amore verso di loro, in vista della loro crescita e delle decisioni che dovranno prendere (cfr ibid., 187).

Tutta questa prospettiva coinvolge necessariamente il ruolo delle istituzioni educative come questa Università. La ricerca, la conoscenza aiutano ad aprire nuove strade per ridurre la disuguaglianza tra le persone, rafforzare la giustizia sociale, difendere la dignità umana, cercare le forme di risoluzione pacifica dei conflitti e preservare le risorse che danno vita alla nostra terra. La mia gratitudine si dirige, in modo particolare, agli educatori e agli accademici di questo Paese, che lavorano per assicurare alle generazioni presenti e future le capacità e, soprattutto, la sapienza di radice ancestrale, che permetterà loro di partecipare alla promozione del bene comune della società.

Cari fratelli, tutti siamo membri della famiglia umana e ognuno, nel posto che occupa, è chiamato ad essere attore e corresponsabile diretto nella costruzione di una cultura basata sui valori condivisi, che conducano all’unità, al mutuo rispetto e alla convivenza armoniosa.

Una volta ancora vi ringrazio per il vostro invito e la vostra attenzione. Offro la mia preghiera e i miei migliori auguri per i vostri sforzi, orientati a servire lo sviluppo della Tailandia nella prosperità e nella pace. Su di voi qui presenti, sulle vostre famiglie e su quanti godono del vostro servizio, invoco la benedizione divina. E vi chiedo, per favore, di farlo per me. Grazie! Papa Francesco

 

 

 

 

Papa in Thailandia. “Discepolo missionario non è mercenario della fede né procacciatore di proseliti

 

“Il discepolo missionario non è un mercenario della fede né un procacciatore di proseliti, ma un mendicante che riconosce che gli mancano i fratelli, le sorelle e le madri, con cui celebrare e festeggiare il dono irrevocabile della riconciliazione che Gesù dona a tutti noi”. È il ritratto dell’evangelizzatore tracciato dal Papa, che nel ricapitolare la storia del Paese – durante l’omelia della messa nello stadio di Bangkok – ha messo in primo piano l’azione dei missionari. “Sono passati 350 anni dalla creazione del Vicariato Apostolico del Siam (1669-2019), segno dell’abbraccio familiare prodotto in queste terre”, ha ricordato Bergoglio: “Due soli missionari seppero trovare il coraggio di gettare i semi che, fin da quel tempo lontano, stanno crescendo e germogliando in una varietà di iniziative apostoliche, che hanno contribuito alla vita della nazione”. “Questo anniversario non significa nostalgia del passato, ma fuoco di speranza perché, nel presente, anche noi possiamo rispondere con la stessa determinazione, forza e fiducia”, l’invito di Francesco: “È memoria festosa e grata, che ci aiuta ad uscire con gioia per condividere la vita nuova che viene dal Vangelo con tutti i membri della nostra famiglia che ancora non conosciamo”. Sir 21

 

 

 

 

“Tutti siamo discepoli missionari quando ci decidiamo ad essere parte viva della famiglia del Signore”

 

Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Thailandia e Giappone (19-26 novembre 2019) – Il 21 novembre visita privata a Sua Maestà il Re della Thailandia e Santa Messa nello Stadio Nazionale di Bangkok. Ecco l’omelia

 

«Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Mt 12,48). Con questa domanda Gesù provocò tutta quella folla che lo ascoltava a interrogarsi su qualcosa che potrebbe sembrare tanto ovvio quanto certo: chi sono i membri della nostra famiglia, quelli che ci appartengono e ai quali noi apparteniamo? Lasciando che la domanda risuonasse in loro in modo chiaro e nuovo, risponde: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). In questo modo rompe non solo i determinismi religiosi e legali dell’epoca, ma anche ogni pretesa eccessiva di chi ritenesse di poter vantare diritti preferenziali su di Lui.

Il Vangelo è un invito e un diritto gratuito per tutti quelli che vogliono ascoltare. È sorprendente notare come il Vangelo sia intessuto di domande che cercano di mettere in crisi, di scuotere e di invitare i discepoli a mettersi in cammino, per scoprire quella verità capace di dare e di generare vita; domande che cercano di aprire il cuore e l’orizzonte all’incontro con una novità molto più bella di quanto si possa immaginare. Le domande del Maestro vogliono sempre rinnovare la nostra vita e quella della nostra comunità con una gioia senza pari (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 11). Così è successo ai primi missionari che si misero in cammino e arrivarono in queste terre; ascoltando la Parola del Signore, cercando di rispondere alle sue richieste, poterono vedere che appartenevano a una famiglia molto più grande di quella generata dai legami di sangue, di cultura, di regione o di appartenenza a un determinato gruppo. Spinti dalla forza dello Spirito e riempite le loro sacche con la speranza che nasce dalla buona novella del Vangelo, si misero in cammino per cercare i membri di questa loro famiglia che ancora non conoscevano. Uscirono a cercare i loro volti. Era necessario aprire il cuore a una nuova misura, capace di superare tutti gli aggettivi che sempre dividono, per scoprire tante madri e fratelli thai che mancavano alla loro mensa domenicale. Non solo per quanto avrebbero potuto offrire ad essi, ma anche per tutto ciò che da loro avevano bisogno di ricevere per crescere nella fede e nella comprensione delle Scritture (cfr Conc. Vat. II, Cost. Dei Verbum, 8).

Senza quell’incontro, al Cristianesimo sarebbe mancato il vostro volto; sarebbero mancati i canti, le danze che rappresentano il sorriso thai, così tipico delle vostre terre. Così hanno intravisto meglio il disegno amorevole del Padre, che è molto più grande di tutti i nostri calcoli e previsioni e non si riduce ad un pugno di persone o a un determinato contesto culturale. Il discepolo missionario non è un mercenario della fede né un procacciatore di proseliti, ma un mendicante che riconosce che gli mancano i fratelli, le sorelle e le madri, con cui celebrare e festeggiare il dono irrevocabile della riconciliazione che Gesù dona a tutti noi: il banchetto è pronto, uscite a cercare tutti quelli che incontrate per la strada (cfr Mt 22,4.9). Questo invio è fonte di gioia, gratitudine e felicità piena, perché «permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 8).

Sono passati 350 anni dalla creazione del Vicariato Apostolico del Siam (1669-2019), segno dell’abbraccio familiare prodotto in queste terre. Due soli missionari seppero trovare il coraggio di gettare i semi che, fin da quel tempo lontano, stanno crescendo e germogliando in una varietà di iniziative apostoliche, che hanno contribuito alla vita della nazione. Questo anniversario non significa nostalgia del passato, ma fuoco di speranza perché, nel presente, anche noi possiamo rispondere con la stessa determinazione, forza e fiducia. È memoria festosa e grata, che ci aiuta ad uscire con gioia per condividere la vita nuova che viene dal Vangelo con tutti i membri della nostra famiglia che ancora non conosciamo. Tutti siamo discepoli missionari quando ci decidiamo ad essere parte viva della famiglia del Signore e lo facciamo condividendo come Lui lo ha fatto: non ha avuto paura di sedersi a tavola con i peccatori, per assicurare loro che alla tavola del Padre e del creato c’era un posto riservato anche per loro; ha toccato coloro che si consideravano impuri e, lasciandosi toccare da loro, li ha aiutati a comprendere la vicinanza di Dio, anzi, a comprendere che loro erano i beati (cfr S. Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsin. Ecclesia in Asia, 11).

Penso in particolar modo a quei bambini, bambine e donne esposti alla prostituzione e alla tratta, sfigurati nella loro dignità più autentica; a quei giovani schiavi della droga e del non-senso che finisce per oscurare il loro sguardo e bruciare i loro sogni; penso ai migranti spogliati delle loro case e delle loro famiglie, come pure tanti altri che, come loro, possono sentirsi dimenticati, orfani, abbandonati, «senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita» (Esort. ap. Evangelii Gaudium, 49).

Penso ai pescatori sfruttati, ai mendicanti ignorati. Essi fanno parte della nostra famiglia, sono nostre madri e nostri fratelli; non priviamo le nostre comunità dei loro volti, delle loro piaghe, dei loro sorrisi, delle loro vite; e non priviamo le loro piaghe e le loro ferite dell’unzione misericordiosa dell’amore di Dio. Il discepolo missionario sa che l’evangelizzazione non è accumulare adesioni né apparire potenti, ma aprire porte per vivere e condividere l’abbraccio misericordioso e risanante di Dio Padre che ci rende famiglia.

Cara comunità tailandese: andiamo avanti nel cammino, sulle orme dei primi missionari, per incontrare, scoprire e riconoscere con gioia tutti i volti di madri, padri e fratelli che il Signore ci vuole regalare e mancano al nostro banchetto domenicale. Papa Francesco

 

 

 

 

Bangkok, il Papa: "I bambini esposti alla prostituzione sono sfigurati nella loro dignità"

 

BANGKOK - Il secondo affondo nello stesso giorno. Dopo le parole di stamattina davanti alle autorità della Thailandia, papa Francesco torna una seconda volta a parlare della piaga della prostituzione, anche minorile, legata al turismo sessuale.

 

Lo fa durante una Messa a cui partecipano circa 60mila fedeli allo Stadio nazionale di Bangkok, la città meta di molti “turisti del sesso” che nonostante la condanna di esponenti della Chiesa cattolica, di leader di altre religioni e di associazioni umanitarie continuano ad arrivare non soltanto dall’Europa (Italia compresa), ma anche dai Paesi asiatici relativamente vicini, fra questi la Corea e il Giappone.

Dice il Papa: “Penso in particolar modo a quei bambini, bambine e donne esposti alla prostituzione e alla tratta, sfigurati nella loro dignità più autentica; a quei giovani schiavi della droga e del non-senso che finisce per oscurare il loro sguardo e bruciare i loro sogni; penso ai migranti spogliati delle loro case e delle loro famiglie, come pure tanti altri che, come loro, possono sentirsi dimenticati, orfani, abbandonati, senza la forza, la luce e la consolazione dell'amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita”.

 

Secondo i dati forniti dalla Commissione nazionale per le donne (la Thai National Commission for Women) il numero totale di prostitute al di sotto dei 18 anni di età in Thailandia è stimabile fra le 30mila e le 35mila unità. Contro questa piaga i buddisti in Thailandia si stanno muovendo assieme alla piccola comunità cattolica, ma è evidente che senza la volontà di chi guida il Pese poco si può fare. Paolo Rodari, LR 21

 

 

 

 

Assemblea Fisc 2019. Settimanali cattolici: un manifesto per cavalcare l’innovazione

 

I giornali diocesani sono “Valori” e non “costi” come purtroppo talvolta si è portati a pensare. Certamente i settimanali cattolici devono far quadrare i conti e soprattutto “stare sul mercato” confrontandosi con le altre realtà, ma una diocesi, senza la propria voce, resta afona, si condanna all’irrilevanza, e si perdono occasioni di testimonianza di Verità in un mondo sempre più popolato da strumentalizzazioni e Fake news. Nel mondo di oggi, infatti, oltre alla carità spirituale e materiale, è più che mai necessaria una “carità culturale” – di  Marco Gervino e Davide Imeneo

 

Inizia oggi a Roma la XIX assemblea elettiva della Federazione italiana settimanali cattolici. Fin dal titolo scelto per l’assise “Libertà di stampa e presidi di libertà” è chiaro che si tratta di un momento decisivo per le 183 testate che rappresentano diocesi di ogni regione nonché comunità italiane all’estero. Un mondo variegato, ma anche per questo ricchissimo, che oggi deve interrogarsi sul suo futuro per proseguire nella sua preziosa opera di testimonianza e di radicamento sul territorio che dura, in alcuni casi, da oltre un secolo. “Utili strumenti di evangelizzazione, uno spazio nel quale la vita diocesana può validamente esprimersi e le varie componenti ecclesiali possono facilmente dialogare e comunicare. Lavorare nel settimanale diocesano significa sentire in modo particolare con la Chiesa locale, vivere la prossimità alla gente della città e dei paesi, e soprattutto leggere gli avvenimenti alla luce del Vangelo e del magistero della Chiesa”. Le parole di Papa Francesco, pronunciate durante l’udienza concessa alla Fisc il 16 dicembre 2017, sono uno stimolo, ma soprattutto sottolineano come i Settimanali cattolici rappresentino concretamente la sua idea “Chiesa in uscita”. I giornali diocesani sono “Valori” e non “costi” come purtroppo talvolta si è portati a pensare. Certamente i settimanali cattolici devono far quadrare i conti e soprattutto “stare sul mercato” confrontandosi con le altre realtà, ma una diocesi, senza la propria voce, resta afona, si condanna all’irrilevanza, e si perdono occasioni di testimonianza di Verità in un mondo sempre più popolato da strumentalizzazioni e Fake news. Nel mondo di oggi, infatti, oltre alla carità spirituale e materiale, è più che mai necessaria una “carità culturale”.

Eventi “in uscita” di richiamo nazionale

Anche per queste ragioni, una delle prime proposte concrete che si auspica diventino priorità per il prossimo quadriennio della Fisc, è quella di organizzare eventi culturali di richiamo nazionale. Giornate aperte a tutti in luoghi diversi del nostro Paese, fra le sue bellezze e le sue fragilità – nel già citato stile della Chiesa in uscita e che abita le periferie – dove grandi personalità, esperti di diversi campi, del giornalismo, ma non solo, possano confrontarsi su temi di attualità. Momenti di festa, di inclusione, di coinvolgimento giovanile, di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale, materiale e immateriale. Una rete di quasi duecento testate radicate da decenni sul territorio ha in questo senso un potenziale illimitato.

Formazione per cavalcare l’innovazione

Al tempo stesso l’aggiornamento e la formazione sono essenziali per restare al passo coi tempi, intercettare nuovi lettori e confezionare un prodotto editoriale sempre attuale e interessante. Infatti, in un mondo comunicativo in continuo mutamento, chi resta fermo arretra inesorabilmente. Per questo sarà indispensabile proporre a tutti gli operatori dei settimanali diocesani (giornalisti, grafici, social media manager…) corsi di formazione con i migliori esperti del settore. Oggi è impensabile che un giornalista, scrivendo un pezzo per il web, non tenga conto della visibilità sui motori di ricerca e della sua fruibilità sui Social Media.

Abitare con forza i social e aprirsi ai giovani

Altrettanto superficiale è considerare i Social come semplici luoghi di condivisione dei link degli articoli: essi sono strumenti che possono generare community. Un settimanale diocesano deve usarli per innescare dibattiti, raccontare esperienze, insomma generare comunità. La ricerca dell’innovazione assicura ai Settimanali diocesani un vivaio di futuri lettori. Sarebbe bello se le redazioni distribuite in modo così capillare sui territori, diventassero dei laboratori di ricerca e sperimentazione di nuove forme di comunicazione attraverso le tecnologie più avanzate. Le frontiere digitali non devono farci paura: anche Tik Tok è un luogo da abitare per entrare in contatto con gli adolescenti, usando il loro linguaggio e dialogando con il loro mondo. Tutti i giornali, anche i più piccoli, vanno aiutati a stabilire la loro presenza on-line e sui Social. Le redazioni meno strutturate o in difficoltà, devono trovare nella Federazione strumenti e servizi di rilancio e assistenza che almeno prevedano pacchetti pronti per la gestione di Siti e Social e soluzioni adeguate a riprogettare integralmente il proprio giornale, al fine di rilanciarlo con dignità e professionalità.

Strategie web comuni e ri-conversione su carta

Un’adeguata spinta innovativa potrà anche permettere un’integrazione Social e Web di tutte le testate sparse sul territorio che, se accompagnata ad una sinergia redazionale, potrà garantire una diffusione dei temi più cari ai giornali diocesani in modo capillare, innescando un meccanismo di engagement reciproco sui singoli profili Social di ogni realtà, valorizzando le singole voci all’interno di un unico e massiccio impianto comunicativo. Tale innovazione permetterà ad ogni singolo giornale di comunicare con la forza di 183 giornali: quando si tratterà di fare fronte comune sui temi condivisi questa struttura si rivelerà essenziale. Ancora, grazie all’integrazione Social, è possibile pensare a un progetto innovativo: quello della conversione dalla comunicazione digitale alla carta stampata. La Federazione potrebbe diventare pioniera nel tentativo di “trasformare” gli utenti in lettori e, perché no, in abbonati.

Comunità all’estero e dimensione europea

Altrettanto cruciale per la vita della Federazione è la delegazione estera. Dovranno essere valorizzati meglio i giornali italiani radicati in altri Paesi per lo più in Europa. Essi rappresentano la frontiera – non solo geografica – della Federazione. Garantiscono, ad esempio, la possibilità di sperimentare forme comunicative diocesane in contesti in cui il grado di secolarizzazione è più avanzato rispetto a quello italiano. Di fatto, i giornali esteri, ci offrono la possibilità di prepararci al futuro. È il momento di dare alla vita della Federazione un orizzonte Europeo. A tal proposito, anche al fine di alimentare il business senza sminuire lo spirito editoriale ed ecclesiale, è fondamentale che la Federazione inizi a partecipare ai bandi di euro progettazione, valorizzando le società editrici che compongono la famiglia dei settimanali cattolici, per lo più appartenenti al Terzo Settore.

Distribuzione postale e (non solo) in edicola

Infine un grave problema che accomuna tutte realtà editoriali diocesane, dal sud al nord, è quello legato ai ritardi e ai disservizi postali. Una criticità che penalizza gravemente le nostre testate che spesso contano su centinaia di abbonati fidelizzati. Riteniamo necessario intensificare le già avviate trattative con Poste italiane per cercare di ovviare a queste difficoltà, tornando a garantire un servizio efficace. Ogni soluzione deve comunque essere presa in esame perché sarebbe paradossale che nell’epoca in cui tutto può essere consegnato a domicilio – dai vestiti al cibo – proprio i periodici avessero difficoltà a giungere nelle case degli abbonati. A chi invece preferisce acquistare i giornali va comunque garantita una distribuzione efficiente, nonostante la chiusura di numerose edicole sul territorio. Anche in questo caso vanno migliorati i canali esistenti, esplorando al contempo altre soluzioni: dal tagliando comune per le testate Fisc alla vendita anche in altri esercizi dai minimarket ai centri commerciali. Sir 21

 

 

 

 

 

Finisce l’anno liturgico. La festa di Cristo Re

  

Per noi i “re” sono rimasti quelli delle favole che ci raccontavano da bambini per farci dormire. Nella vita di ogni girono di re ne sono rimasti pochi e non ci dicono più di tanto. Gesù si è dichiarato “re” in un momento drammatico della sua vita, quando alla domanda del procuratore romano Pilato “Tu sei re? ”Gesù ha risposto: «Tu l’hai detto, io sono re; per questo sono venuto nel mondo per dare testimonianza alla verità». In quel momento era ammanettato e sottoposto a processo. Quindi era re in un altro modo. Cosa intende dichiarandosi “re”? Nel Battesimo anche noi siamo stati consacrati re, partecipi della regalità di Cristo. Cosa significa? Seguiamo il percorso che ci offrono i testi della liturgia.

Davide è stato il sogno più bello di Israele. Ha unificato le tribù prima divise da tanti motivi. Ha realizzato un regno rispettato e ammirato. Un periodo di pace e di prosperità per Israele. Un sogno durato troppo poco, perché già dopo la sua morte ci fu una faida sanguinosa tra i suoi figli per successione. Ne uscì vincitore Salomone, ma subito dopo di lui in quel giovane regno avvenne una spaccatura che non si ricompose più. E gli Israeliti, delusi da una successione di re incapaci e ingordi, sono rimasti in attesa di un nuovo re, cominciarono a sognare un re diverso, in grado di instaurare un nuovo e duraturo periodo di benessere e di pace … non più esposto agli imprevisti dei giochi di capi politici ingordi e disonesti.

Gli Israeliti alimentarono con la preghiera e l’ascolto delle parole dei profeti quel sogno; ma quando Dio, nel tempo opportuno, mantenne la sua promessa e mandò l’atteso “re”, che realizzasse le attese, non fu capito.

 

Gli Israeliti da secoli attendevano l’arrivo del grande re, che Dio aveva promesso. Si aspettavano da un momento all’altro di vederlo comparire. Lo sognavano ricco, vestito con abiti preziosi, forte, seduto su un trono d'oro. Volevano vederlo dominare su tutti i popoli e umiliare i nemici, costringendoli a prostrarsi ai suoi piedi ed a lambire la polvere. Nutrivano la speranza che il suo regno sarebbe stato eterno ed universale; ma soprattutto speravano di averne dei vantaggi politici ed economici.

Quando Gesù comparve sulla scena religiosa ci fu una ventata di entusiasmo, che durò poco. Ben presto cominciarono a prendere le distanze da lui, delusi dalle sue parole e dai suoi comportamenti. Una volta tentarono di acclamarlo re, ma egli si sottrasse, perché sotto c’era un malinteso.

Nel brano di oggi viene presentata l’incoronazione di Gesù. L’evangelista la chiama theorema, cioè spettacolo. Uno spettacolo offerto anche a tutti noi. L’idea di re che aveva Gesù ha deluso gli Israeliti del suo tempo e delude anche tanti di noi oggi. Rileggiamo questo episodio cercandone le suggestioni forti che ci offre.

«Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Il «popolo» non è la gente ma «il popolo di Dio» chiamato a vedere ciò che occhio umano mai vide. «Vedere … guardare … contemplare …» sono i termini che ritornano frequenti in questo brano. Di fronte alla croce noi possiamo vedere la nudità di Dio e ci rendiamo conto del rischio a cui si è esposto per noi.

… i capi invece lo schernivano … Sono i capi religiosi per i quali la crocifissione è cosa immonda. Se Gesù è lì appeso è perché Dio lo ha maledetto (Dt 21,23; Gal 3,13). Quello che egli ha rivelato su Dio è stato giudicato una bestemmia. Lo «schernivano» cioè arricciavano il naso. Per la loro sensibilità religiosa un Dio «nudo» è uno spettacolo indecente, osceno.

… Ha salvato gli altri, salvi se stesso … Salvare se stesso è il desiderio fondamentale dell’uomo che da sempre sa di essere condannato a morire. Gesù salva gli altri ma non se stesso; anzi li salva perdendo se stesso. Noi invece crediamo di salvare noi stessi perdendo gli altri.

   Un Dio «crocifisso» ci salva innanzitutto da Dio: dal Dio che risponde alla violenza con la violenza, che dispone di tutto e di tutti e non è disponibile per nessuno, che salva se stesso e lascia andare alla rovina gli altri. Un Dio così va negato. La croce ci mostra invece un Dio che si mette nelle mani di tutti, serve tutti con umiltà e mitezza, che «lava i piedi» di ciascuno dei suoi figli e delle sue figlie, che «dona» la sua vita a coloro che gliela tolgono.

   La «croce» toglie a Dio quella maschera che stravolge il suo vero volto. Adamo era fuggito e si era nascosto da questo Dio. La religione ha sempre insegnato all’uomo che, per tenere buono questo Dio, doveva offrirgli dei sacrifici. Qui è Dio che si offre per salvare l’uomo. Con un Dio così l’unico rapporto possibile è quello dell’amore. Il Dio crocifisso ci salva dal Dio delle fantasie religiose.

  

«Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano: Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». I soldati sono uomini asserviti al potere nella sua forma più brutale. … lo schernivano … Se per un uomo di religione «un Dio crocifisso» è ripugnante e immondo, per un uomo del potere politico «un Dio crocifisso» è patetico e ridicolo.  … gli si accostavano per porgergli dell'aceto … Il vino è gioia e amore, l’aceto è vino andato a male. Al Dio che è pazzo di amore per noi non sappiamo offrirgli altro che l’aceto delle nostri progetti falliti, delle nostre feste chiassose e tristi.

   … Se tu sei il re dei Giudei … Il re è l’immagine di Dio in terra: è libero di fare quello che vuole, è il sogno di ogni uomo. Per i Giudei il loro re, essendo «Messia» sarebbe stato superiore ad ogni altro. Gesù in croce è «il re dei Giudei», cioè colui che restituisce all’uomo la sua vera immagine. I re di questo mondo sono solo fonte di asservimento: «Voi sapete che i capi delle nazioni le spadroneggiano e i loro grandi le tiranneggiano …». Gesù è la vera immagine della regalità di Dio perché sta in mezzo a noi «come colui che serve». … salva te stesso … Il re è colui che salva se stesso, mettendo in campo dodici legioni; è un tiranno: non ci se ne libera più.

«C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei».  Gesù è re, icona di Dio, tanto libero da dare la propria vita per gli altri. È l’uomo nuovo, secondo il cuore di Dio. È  «nudo», rivestito solo della gloria, che il Padre gli ha dato. Ogni altro re è buffo, è un «re nudo».

    All’origine di tutti i nostri mali ci sono i nostri deliri di potere, che spengono in noi «il figlio» ed eliminano gli altri come «fratelli». La «croce» capovolge, raddrizzandola, la vera immagine di Dio e di uomo. Questa rivelazione, che ci è stata offerta come superamento del sistema di violenza che da sempre regola i nostri rapporti. Anche la storia ci ha dimostrato infinite volte e ci dimostra quotidianamente che la logica della forza non garantisce più nemmeno chi la usa.

 «Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».  I due malfattori rappresentano tutti noi che facciamo il male. Finché siamo forti, pagano gli altri; quando siamo deboli è il nostro turno di pagare.

   … Salva te stesso e anche noi!» Tutti vogliono un Dio che salvi se stesso, perché poi salvi anche noi. Pretendere che Dio ci salvi dalla morte, salvando se stesso, è lontano dalla sua logica: egli ci salva non dalla morte, bensì nella morte; non salvando ma perdendo se stesso. La croce restituisce a Dio il suo vero volto e umanizza anche noi, ridandoci la nostra condizione filiale.

«E aggiunse: Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».  Lo chiama per nome (è l’unico nel Vangelo di Luca), segno di confidenza e amicizia. Sulla croce tutti possiamo chiamare Dio per nome, perché lì egli si è fatto prossimo a tutti.

… ricordati di me quando entrerai nel tuo regno … La salvezza dell’uomo è che Dio lo ricordi (ri-cordare, cioè portare nel cuore). Nel libro di Isaia è scritto: «Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani …» (49,16). Il regno è dove Dio e l’uomo si abbracciano e realizzano ciascuno il proprio sogno. P. Giuseppe Moretti

 

 

 

Chiese sempre più vuote. Due inchieste choc negli Stati Uniti e in Italia

 

In Giappone, dove papa Francesco atterrerà domani, i battezzati nella Chiesa cattolica sono appena lo 0,4 per cento della popolazione. Senza alcun segnale di crescita numerica. Ma anche in due paesi dell’Occidente di consolidata presenza cattolica le statistiche piegano decisamente al ribasso. Questi due paesi sono gli Stati Uniti e l’Italia.

NEGLI STATI UNITI

Negli Stati Uniti fa testo l’ultima indagine del Pew Research Center di Washington, alla quale il 13 novembre anche “L’Osservatore Romano” ha dedicato un servizio.

Nell’insieme, i cristiani di tutte le confessioni sono calati dal 78 per cento della popolazione nel 2007 al 65 per cento nel 2019, mentre negli stessi anni coloro che si dichiarano atei, agnostici o senza religione – i cosiddetti “none” – sono cresciuti dal 16 per cento al 26 per cento.

Scomponendo i cristiani tra protestanti e cattolici, i primi sono calati negli ultimi dodici anni dal 51 al 43 per cento, e i cattolici dal 24 al 20 per cento.

I cristiani che hanno detto d’aver assistito in chiesa alla messa o a un altro rito almeno una volta al mese sono calati dal 54 per cento al 45 per cento. Mentre quelli che hanno detto d’averlo fatto solo poche volte in un anno o mai, esclusi i matrimoni o i funerali, sono cresciuti dal 45 al 54 per cento.

Questo calo nella pratica religiosa coinvolge quasi alla pari sia uomini che donne, sia bianchi che neri o ispanici, sia laureati che poco istruiti. A marcare una forte differenza sono soprattutto l’età e la tendenza politica. I “millennial”, cioè i nati negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, assieme a quelli che votano per il Partito democratico, sono i cittadini americani che registrano il calo più forte nella pratica religiosa e la crescita più decisa dei “none”.

Tra i “millennial” oggi i cristiani sono il 49 per cento e i “none” il 40 per cento. Vanno in chiesa almeno una volta al mese il 35 per cento e mai o quasi mai il 42 per cento.

Tra i cittadini americani di origine ispanica i cattolici erano dieci anni fa la maggioranza, il 57 per cento. Oggi sono meno della metà, il 47 per cento, con i “none” saliti nel frattempo al 23 per cento.

L’area in cui il calo dei cattolici è più pronunciato è il Nordest, dove negli ultimi dieci anni sono scesi dal 36 al 27 per cento della popolazione. Quasi stazionaria è invece la loro bassa presenza nel Sud, dove erano il 17 per cento dieci anni fa e sono il 16 per cento oggi. Nel Sud c’è invece il calo più marcato dei protestanti, scesi in dieci anni dal 64 al 53 per cento della popolazione.

Tra i protestanti, l’unico indice in crescita è quello dei “born-againedevangelical”, passati dal 56 al 59 per cento del totale, negli ultimi dieci anni.

Mentre tra gli elettori del Partito democratico la variazione più vistosa è la crescita dei “none”, balzati negli ultimi dieci anni dal 20 al 34 per cento.

IN ITALIA

Anche in Italia i cattolici sono in declino. Lo prova l’ultima delle periodiche ricerche dell’IPSOS, il cui presidente Nando Pagnoncelli ne riferisce sull’ultimo numero di “Vita e Pensiero”, la rivista dell’Università Cattolica di Milano.

Rispetto a dieci anni fa, i cattolici impegnati, che frequentano almeno settimanalmente le funzioni religiose e prestano attività volontaria, sono calati di 2 punti e sono oggi il 9 per cento della popolazione.

I cattolici assidui, che frequentano le funzioni almeno una volta alla settimana ma non fanno volontariato, sono precipitati dal 21 al 14 per cento.

I cattolici tiepidi, che frequentano saltuariamente le funzioni religiose, sono diminuiti dal 39 al 34 per cento.

I cattolici non praticanti sono stabili, intorno al 12 per cento.

Mentre sono quasi raddoppiati coloro che si definiscono non credenti, dal 14 al 27 per cento degli italiani, con i picchi più alti tra i giovani – il 46 per cento tra i 18 e i 24 anni e il 39 per cento tra i 25 e i 34 anni – e tra i ceti più dinamici e istruiti, specie del Nord. I non credenti sono quindi oggi in Italia decisamente più numerosi dei cattolici che vanno a messa la domenica.

Quanto agli orientamenti politici, nelle elezioni europee della primavera del 2019 la Lega è stata il partito più votato dai cattolici praticanti, sia assidui, col 32,7 per cento dei voti, che saltuari, col 38,4 per cento.

Seguono il Partito democratico, col 26,9 per cento dei voti tra i praticanti assidui e col 20 per cento tra i saltuari, e il Movimento 5 Stelle, col 14,3 per cento tra gli assidui e il 18,9 per cento tra i non credenti.

Se si sommano i voti dati alla Lega, a Forza Italia e a Fratelli d’Italia, tra i cattolici il centrodestra è decisamente in testa, col 48,2 per cento tra i praticanti assidui e il 55,9 per cento tra i saltuari.

L’elevato gradimento espresso dai cattolici per il leader della Lega, Matteo Salvini, risulta legato prevalentemente ai temi dei migranti e della sicurezza. Scrive Pagnoncelli:

“Per quanto la Chiesa e il papa si siano esplicitamente e con fervore espressi per una politica di accoglienza sia purtemperata’, anche tra i cattolici più assidui prevale un atteggiamento di condivisione delle politiche più restrittive. Nei momenti di intransigente chiusura dei porti praticata da Salvini, la maggioranza relativa dei cattolici impegnati, il 44 per cento, sposava la linea intransigente di impedire qualunque sbarco, consenso che arrivava alla maggioranza assoluta tra i cattolici assidui, col 51 per cento”.

Va notato che il fenomeno migratorio è influenzato da una percezione largamente distorta. Basti pensare che in media gli italiani ritengono che gli stranieri rappresentino il 30 per cento della popolazione residente, contro il 10 per cento reale, e che i musulmani siano il 20 per cento dei residenti, contro il 4 per cento effettivo.

In ogni caso, alla chiusura nei confronti dei nuovi arrivi si accompagnano rapporti sereni e civili con gli stranieri già presenti in Italia. “Questa ambivalenza di fondo – commenta Pagnoncelli – è ben rappresentata dalle mamme di una parrocchia del Nord Italia che sono solite trascorrere la domenica pomeriggio a cucire i vestitini per i bambini di famiglie straniere poco abbienti ma si dichiarano favorevoli alla linea della fermezza e alla chiusura dei porti e si esprimono con entusiasmo nei confronti di Salvini. Oppure all’attivista della Lega che si prodiga per cercare una camicia da notte e una vestaglia per una donna nigeriana sola e in procinto di partorire”.

In Italia, dunque, tra la Chiesa, il papa e i cattolici le opinioni non sono allineate, anche nei segmenti più praticanti. È un fenomeno che riguarda l’intero mondo occidentale, dove conta sempre di più l’opinione individuale. Anche quando si ascolta che cosa dice la Chiesa, la decisione la si prende da soli. Conclude Pagnoncelli:

“Fede e politica sono due frammenti di un’identità individuale multipla, frammenti che conformano sempre meno le opinioni e gli atteggiamenti dei credenti, che paiono essere lontani da una visione unica e coerente di se stessi. Questo passaggio, e la necessità di rapportarsi ad esso, è centrale anche per la Chiesa. E i cattolici sono parte di questa mutevole società”. Sandro Magister, Settimo Cielo 22

 

 

 

 

Papa Francesco arriva in Thailandia. «Proteggere donne e bambini dagli abusi»

 

La cugina farà da traduttrice al Pontefice durante la visita. E che racconta: «I buddisti mi dicono: è come uno di noi» - di Gian Guido Vecchi, inviato a Bangkok

 

«Sappiamo che oggi i problemi che il nostro mondo affronta sono, di fatto, globali, coinvolgono tutta la famiglia umana ed esigono di sviluppare un deciso sforzo per la giustizia internazionale e la solidarietà tra i popoli».

Le prime parole del Papa sono sul flagello degli abusi

Francesco comincia la sua visita in Thailandia con un discorso rivolto alle autorità civili, parla del «flagello» dello sfruttamenti minorile e del turismo sessuale nel Paese ma in tema di migrazioni, «uno dei principali problemi morali da affrontare per nostra generazione», sillaba considerazioni rivolte al mondo intero: «La crisi migratoria non può essere ignorata. La stessa Tailandia, nota per l’accoglienza che ha concesso ai migranti e ai rifugiati, si è trovata di fronte a questa crisi dovuta alla tragica fuga di rifugiati dai Paesi vicini. Auspico, ancora una volta, che la comunità internazionale agisca con responsabilità e lungimiranza, possa risolvere i problemi che portano a questo tragico esodo e promuova una migrazione sicura, ordinata e regolata». Del resto «non si tratta solo di migranti, si tratta anche del volto che vogliamo dare alle nostre società» e «oggi più che mai le nostre società hanno bisogno di artigiani dell’ospitalità», aggiunge: «Possa ogni nazione approntare dispositivi efficaci allo scopo di proteggere la dignità e i diritti dei migranti e dei rifugiati, i quali affrontano pericoli, incertezze e sfruttamento nella ricerca della libertà e di una vita degna per le proprie famiglie».

La giornata inizia con una scossa di terremoto

La giornata è iniziata alle 6,50 del mattino con una scossa di terremoto che si è avvertita, seppure in modo lieve, anche a Bangkok, effetto di un sisma di magnitudo 6.1 nel nord-est del Laos, vicino al confine con la Thailandia. Francesco è stato ricevuto nella «Governmental House», sede del primo ministro, progettata nel 1923 dall’architetto italiano Annibale Rigotti come un richiamo al gotico veneziano e in particolare alla Ca’ d’Oro.

Prima delle autorità, parla in privato col Premier

Prima del discorso alle autorità, ha parlato in privato con il premier Prayuth Chan-ocha, il generale a capo dell’esercito che ha guidato il colpo di Stato nel 2014, è stato eletto nello stesso anno con votazioni invalidate dalla Corte costituzionale e poi rieletto a marzo di quest’anno. «In questa occasione non posso mancare di manifestare i miei migliori auguri dopo le recenti elezioni, che hanno rappresentato un ritorno al normale processo democratico», ha esordito diplomatico Francesco. Il Papa ha espresso «riconoscenza» al governo thailandese per gli «sforzi visti a estirpare» il «flagello» che ha fatto della Thailandia una delle mete del turismo sessuale. Rispetto ai decenni scorsi, la situazione è migliorata, ma il «male» resta: «Penso a quelle donne e a quei bambini del nostro tempo che sono particolarmente feriti, violentati ed esposti ad ogni forma di sfruttamento, schiavitù, violenza e abuso.

Trentesimo anniversario delle Convenzioni sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza

Quest’anno, in cui si celebra il trentesimo anniversario della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, siamo invitati a riflettere e a operare con decisione, costanza e celerità sulla necessità di proteggere il benessere dei nostri bambini, sul loro sviluppo sociale e intellettuale, sull’accesso all’educazione, così come sulla loro crescita fisica, psicologica e spirituale. Il futuro dei nostri popoli è legato, in larga misura, al modo in cui garantiremo ai nostri figli un futuro nella dignità». Nel pomeriggio, prima della messa allo stadio per la piccola comunità cristiana del Paese (poco più dell’1 per cento di una popolazione al 90 per cento buddista), Francesco incontrerà il re Rama X.

Nel tempio dei buddisti

Al mattino è stato ricevuto nel tempio dei buddisti dal patriarca Somdej Phra Maha Muneewong: «Non solo nelle nostre comunità, ma anche nel nostro mondo, tanto sollecitato a propagare e generare divisioni e esclusioni, la cultura dell’incontro è possibile», ha spiegato Francesco. Il dialogo fra le religioni, per il Papa, è essenziale «come servizio all’armonia sociale e alla costruzione di società giuste, sensibili e inclusive».

«Questa terra ha per nome “libertà”»

Si tratta di «affrontare tutto ciò che ignori il grido di tanti nostri fratelli e sorelle, i quali anelano ad essere liberati dal giogo della povertà, della violenza e dell’ingiustizia», ha chiarito a beneficio delle autorità: «Questa terra ha per nome “libertà”. Sappiamo che questa è possibile solo se siamo capaci di sentirci corresponsabili gli uni degli altri e di superare qualsiasi forma di disuguaglianza. Occorre dunque lavorare perché le persone e le comunità possano avere accesso all’educazione, al lavoro degno, all’assistenza sanitaria, e in tal modo raggiungere i livelli minimi indispensabili di sostenibilità che rendano possibile uno sviluppo umano integrale».  CdS 21

 

 

 

Fisc: valorizzare la delegazione dei giornali in lingua italiana editi all’estero

 

Roma – “Cruciale” per la Fisc è “valorizzare la delegazione estera”. Lo scrivono oggi alcuni componenti del Consiglio Nazionale della Federazione sul quotidiano “Avvenire”. I giornali italiani radicati in altri Paesi, per lo più in Europa – si legge nel giorno in cui la Fisc apre la XIX assemblea elettiva a Roma – sono “la frontiera, non solo geografica, della Federazione. Garantiscono la possibilità di sperimentare forme comunicative diocesane in contesti in cui il grado di secolarizzazione è più avanzato rispetto a quello italiano. Va dato un orizzonte europeo e a tal proposito è fondamentale che la Fisc inizi a partecipare ai bandi di euro-progettazione”.

Alla Federazione aderiscono sette periodici: tra questi due settimanali editi  in Svizzera e Romania, un mensile in Germania-Scandinavia e uno in Lussemburgo,  un giornale online,  un trimestrale che copre l’area Francia-Belgio-Lussemburgo  e il mensile della Fondazione Migrantes.  Anche questi sono “presidi di libertà”  a servizio dell’Italia che vive all’estero, dice il loro delegato nella Federazione Raffaele Iaria:  un impegno questo che sarà ribadito in Assemblea a per sottolineare che anche quest giornali , insieme a tutte i 183 che aderiscono alla Federazione, “raccontano la vita di tanti italiani che per varie ragioni risiedono fuori dai nostri confini nazionali”. Lo scorso anno hanno registrato la loro residenza fuori dei confini nazionali per espatrio 128.583 italiani, ha detto lo scorso mese di ottobre la Fondazione Migrantes nel Rapporto Italiani nel Mondo. Mig.on 21

 

 

 

Migranti e religioni. L’invito alle Chiese cristiane: “Baluardo contro le paure”

 

Le Chiese cristiane possono camminare fianco a fianco per affrontare i pericoli dell'odio e della xenofobia nei confronti dei migranti. Riflessioni di alto profilo e testimonianze di chi accoglie e viene accolto si sono alternate al convegno "Migranti e religioni" promosso a Roma dall'Ufficio nazionale per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso – di Patrizia Caiffa

 

Prima due famiglie dalla Siria. Poi alcune donne dall’Eritrea e dall’Etiopia. Ancora dopo una madre e una figlia dal Sud Sudan. “Ora stiamo aspettando una famiglia afgana, padre e madre e cinque figli, che vengono dall’isola di Lesbo tramite i corridoi umanitari. Siamo contente di accoglierli”. Suor Eleonora e la comunità delle Suore Missionarie Serve dello Spirito Santo sono abituate ad aprire le porte della loro casa romana ai rifugiati. Dal 2016, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, vivono in prima persona l’esperienza di accoglienza di chi arriva tramite corridoi umanitari. “In questo modo apriamo il nostro cuore ai bisogni di chi fugge da guerre e persecuzioni”, ha raccontato oggi suor Eleonora durante il convegno “Migranti e religioni” organizzato a Roma dall’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso e dall’omonima Commissione episcopale della Cei. “I rifugiati ci permettono di essere un canale di umanità – ha detto –. Sarebbe bello che altre congregazioni religiose si aprissero all’accoglienza, perché porta gioia e belle sorprese”. Le testimonianze di chi accoglie e di chi è accolto si sono alternate a riflessioni di alto profilo durante la tre giorni di convegno che ha riunito dal 18 al 20 novembre centinaia di delegati da tutte le diocesi italiane per riflettere su un tema tanto delicato e attuale. Presenti anche rappresentanti di altre confessioni cristiane e religioni. Il pluralismo religioso portato dalla presenza dei migranti in Italia propone di ripensare la vita delle comunità, di farsi interrogare ed affrontare nuove sfide con uno sguardo più aperto.

 “Chiese cristiane camminino fianco a fianco”. “Migranti e religioni è un tema di grande attualità ma bisogna uscire fuori da una lettura demagogica della realtà”.

“I fatti di questi ultimi tempi chiedono alle Chiese cristiane di rendere ragione del Vangelo e camminare fianco a fianco”,

aveva detto in apertura di convegno mons. Stefano Russo, segretario generale della Cei, citando l’esperienza del “gruppo di lavoro delle Chiese cristiane in Italia”, che ha definito “un luogo importante e promettente pensato per contribuire alla promozione del dialogo e alla collaborazione”, sia “per la mutua conoscenza, sia per condividere possibili percorsi e progetti”.

Un invito alle comunità cristiane. Nel tracciare le conclusioni mons. Ambrogio Spreafico, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei, ha invitato “ad interrogarci se le manifestazioni dei cristiani nei confronti dei migranti siano in sintonia con il Vangelo dell’amore nei confronti dei poveri e degli scartati”. “L’odio verso chi è considerato diverso – ha affermato – può diventare eliminazione e morte. Gli ebrei erano cittadini italiani non diversi da noi, eppure le colpe della situazione sociale furono addebitate a loro e vennero sterminati”.

“È un pericolo da cui ci dobbiamo guardare anche oggi, perché nessuna fase storica ne è immune”.

E ancora: “Solo l’assenza di un pensiero può far pensare che noi possiamo essere esenti dalle migrazioni, che sono parte della storia e contribuiscono alla costruzione della cultura, recependola e influenzandola. Ogni cultura è per sua natura meticcia”.

 “Se noi riconoscessimo nell’altro l’impronta divina – ha chiesto – saremmo ancora capaci di scartare chi è diverso da noi?”. Mons. Spreafico ha quindi esortato tutte le comunità cristiane ad “essere baluardo contro le paure e testimoni di Gesù, che includeva tutti nel suo amore gratuito, cominciando dagli esclusi. Solo questo e non altro è il Vangelo”.

Fcei, “la xenofobia non è un peccato veniale”. Il pastore Luca Maria Negro, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia ha invitato a “dialogare con le paure della gente ma anche ricordare che la xenofobia non è un peccato veniale perché porta maledizioni e morte”. “È stata proprio l’accoglienza ai migranti a dare ampia visibilità al nostro cammino ecumenico”, ha ricordato, facendo riferimento all’esperienza dei corridoi umanitari. “Questo percorso mostra che siamo maturi per fare un salto di qualità nel nostro cammino ecumenico”. Il vicario generale delle parrocchie del Patriarcato di Mosca in Italia Ambrogio Matsegora ha usato invece alcune metafore, tra cui quella del viaggio di Ulisse nell’Odissea, per “una nuova dimensione e forma per discutere di migranti”.

Luoghi di culto, sovranismi e dialogo sulla giustizia. Sul fronte del dialogo mons. Luca Bressan, vicario episcopale della diocesi di Milano, ha raccontato l’esperienza ambrosiana, con 45 chiese cattoliche che ospitano altrettante comunità ortodosse e una consistente presenza della Chiesa copta. Più luoghi di preghiera per tutte le confessioni e religioni “permetterebbero a tutti di conoscere le tradizioni reciproche”, ha affermato mons. Bressan:

“Se non c’è un luogo di preghiera non c’è libertà di culto”.

Nei giorni precedenti il fondatore della Comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi aveva ricordato che “la scelta sovranista di una parte del popolo contraddice la visione cristiana. Il primato degli italiani sugli ‘altri’ confligge con la cultura cristiana”. Paolo Naso, coordinatore del programma Mediterranean Hope della Federazione Chiese evangeliche in Italia (Fcei), aveva invece invitato ad “aprire un laboratorio di dialogo interreligioso sulla carità e la giustizia”. Sir 20

 

 

 

 

Il 30 novembre proiezione a Basilea de “Il Vangelo secondo Matteo”

 

Basilea – Nell’ambito degli eventi organizzati per la  mostra “Lo sguardo di Pasolini attraverso gli occhi di Notarangelo”, ospitata dal Comites di Basilea fino al prossimo 1 dicembre, i Comites di Basilea e Zurigo in collaborazione con il gruppo Gir e l’Associazione Pasolini a Matera,invitano alla proiezione del film  “Il Vangelo secondo Matteo”. L’appuntamento è per il  30 novembre, ore  19.30, nella sala teatro della Parrocchia San Pio X di Basilea (Rümelinbachweg 14). “La comunità tutta è invitata a partecipare numerosa” all’evento, che sarà ad ingresso libero.  L’iniziativa gode dell’alto patrocinio e del sostegno dell’Ambasciata d’Italia in Svizzera, del Consolato d’Italia in Basilea, dell’Istituto Italiano di Cultura di Zurigo, del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, della Società Dante Alighieri, della Fondazione Ecap, del Forum per l’italiano in Svizzera, dell’Associazione Svizzera per i rapporti culturali ed economici con l’Italia (Asri) di Basilea, di Italiani in Movimento/Svizzera e di Parini’s.

“Nel 1964 vedeva la luce uno dei film – si evidenzia nel testo di presentazione dell’iniziativa - più rivoluzionari e intensi di Pier Paolo Pasolini. Nato per caso, frutto di una vera e propria folgorazione non solo spirituale, ma anche intellettuale ed estetica, “Il Vangelo” per cui Pasolini scelse Matera come set per ambientare la sua Palestina. Il tempo della folgorazione biblica fu, per Pier Paolo Pasolini, ateo e marxista, il tempo di una rivelazione spirituale iscritta nel corpo del cinema. Era l’autunno del 1962 quando, relatore ad un convegno dal titolo Il cinema come forza spirituale del momento presente, Pasolini si trovò ad Assisi, ospite della Cittadella di Don Giovanni Rossi. Nonostante il suo ateismo dichiarato, furono la forte coscienza delle proprie radici cristiane, l’amore per la tradizione contadina e la concezione profondamente umana dell’esistenza, a spingerlo sempre incontro al tema della trascendenza. Ad Assisi avrebbe dovuto parlare del suo “Accattone”. Il 4 di ottobre, tuttavia, i lavori si interruppero per via della straordinaria decisione di, Papa Giovanni XXIII, in visita a Loreto, di concludere la sua giornata proprio nella cittadina francescana. Pasolini fu invitato a prendere parte alla delegazione che avrebbe reso omaggio a Roncalli, ma rifiutò. Si chiuse nella sua camera, in foresteria, e attese. Accanto al letto giaceva, come in ognuna delle stanze, un’edizione del Vangelo di San Matteo: lo prese in mano, cominciò a sfogliarlo, e nel giro di poche ore lo divorò. D’un fiato. Quell’ ”incidente” letterario – avrebbe raccontato dopo – fu per lui “una furiosa ondata, un trauma, un impulso che in quel momento lì era assolutamente oscuro, una forma di esaltazione, quella che Bernard Berenson chiama ‘l’aumento di vitalità’ che dà la lettura di un grande testo, la visione di un grande quadro”. Non aveva voluto incontrare il Papa, Pasolini, forse per timidezza, forse per inquietudine o diffidenza. Ma in qualche modo fu la parola di Dio a raggiungere lui. Quella sera stessa si confidò con Don Rossi: “Farò un film sul Vangelo di Matteo. L’ho deciso dopo aver letto, sdraiato sulla branda, il libretto che ho trovato sul comodino. Però dovete aiutarmi, io non sono un credente. E sono anche marxista”. E lo aiutarono, alcuni illuminati uomini di Chiesa, nonostante i preconcetti di certi ambienti borghesi conservatori, che non vedevano di buon occhio la sua cinematografia, provocatoria e non ortodossa, tantomeno la sua omosessualità. Lo stesso Papa incoraggiò la produzione. “Alla cara, lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII”: con questa dedica Pasolini siglò il suo film, uscito nel 1964 e premiato con il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia e che resta tutt’oggi uno tra i film più monumentali e rivoluzionari mai girati sulla vita di Gesù”. (Inform/dip 22)

 

 

 

 

Riunione del KAB a Kempten

 

Kempten. Martedì 19 novembre 2019, nella Sala Conferenze della Parrocchia Mariä Himmelfahrt a Kempten St. Mang, ha avuto luogo una riunione della Commissione delle Associazioni Circoscrizionali della KAB di Kempten-Allgäu,  perfettamente preparata – come sempre – dal Segretario Circoscrizionale Wolfgang Seidler, che, dopo aver dato il benvenuto ai partecipanti (11) ha dichiarato aperto l'incontro.

Dopo aver verificato l'elenco dei presenti e letto le giustificazioni pervenute, Seidler ha iniziato con il primo punto dell'Ordine del Giorno, che è stato letto e approvato dai presenti. È stato ratificato anche il verbale dell'ultima riunione del Comitato Circoscrizionale del 7 Maggio 2019.

Ha poi preso la parola la Signora Ursula Kasten, Responsabile della Circoscrizione della KAB di Memmingen-Unterallgäu. La signora Kasten ha esposto una lunga e dettagliata descrizione della situazione del Movimento in relazione all'attuale numero dei membri. Ha esposto poi – con molto materiale e una presentazione con il supporto di Seidler – una serie di possibili strategie nella campagna in corso per attrarre nuovi aderenti, comprese le nuove generazioni; e rispondendo, al termine del suo intervento, esaustivamente alle numerose domande postele dai presenti.

Subito dopo, il Segretario della Circoscrizione ha fornito alcune informazioni numerose attività da lui svolte nel suo ruolo di segretario e ha distribuito ai presenti: pieghevoli, calendari, tabelle, poster e altro abbondante materiale.

Il Responsabile Circoscrizionale locale Manfred Stick,  ha inoltre condiviso e integrato alcune informazioni già presentate da Seidler e ha riferito sulle sue ultime attività.

Lo stesso ha fatto il Consigliere Spirituale Ewald Lorenz-Haggenmüller. riferendo in merito ad attività e contatti con alcune aziende e loro dipendenti dell'Algovia.

Anche i Responsabili dei gruppi KAB di S. Anton e S. Lorenz di Kempten hanno dato alcune informazioni sulle loro attività passate e future, avanzando, inoltre,  qualche proposta.

Subito dopo il Dr. Fernando A. Grasso, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera e ACLI Kempten ha riferito in merito all'ultima Riunione del Consiglio Regionale, svoltasi a Karlsfeld, nei pressi di  Monaco,  il 1° novembre 2019. In occasione di questa importante conferenza alcuni presidenti dei circoli locali hanno potuto riferire sulla situazione delle loro strutture e discutere con il Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso, possibili vie comuni per il Movimento e il Patronato ACLI.

Grasso, Macaluso e  altri membri del Consiglio Direttivo – ha continuato il Vicepresidente –  nella stessa mattinata avevano  partecipato alla Commemorazione di tutti i Santi, dei Defunti  e dei caduti al Waldfriedhof di Monaco di Baviera insieme alla Missione Cattolica Italiana di Monaco, al Consolato Generale Italiano di Monaco e ad alcune centinaia di connazionali.

Il Circolo ACLI di Kempten  ha continuato Grasso, che ha anche scusato per la loro assenza gli altri due Membri del Direttivo ACLI di Kempten - è integrata nel Consiglio Parrocchiale della Missione Cattolica Italiana di Kempten e viceversa e partecipa attivamente a tutte le attività della Comunità.

Le ACLI e il Consiglio Pastorale tengono diverse riunioni annuali e partecipano attivamente, tra l'altro, alla Processione del Corpus Domini della Parrocchia di St. Lorenz. Grasso, inoltre, in qualità di membro supplente del Consiglio Parrocchiale di St. Lorenz, continuerà ad occuparsi di questioni sociali anche in futuro, come fa attualmente nelle vesti di Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten.

Il Circolo ACLI di Kempten e le ACLI Baviera hanno anche partecipato attivamente alla Festa delle Castagne della Missione Cattolica Italiana di Kempten e prenderanno parte anche al Pranzo di Natale della Missione il 15 dicembre 2019, nella Sala Parrocchiale di St. Anton, alle 13:30, a cui Grasso ha pure  invitato i partecipanti. E in questo contesto ha presentato e distribuito il Calendario con le attività e gli orari di ricevimento della Mssione e suoi.

Poi è seguito il rendiconto di cassa da parte della Segretaria per l'Amministrazione Marion Liebmann.

Alla fine, dopo qualche altro contributo e alcuni scambi di informazioni tra i partecipanti e una breve pausa con un piccolo spuntino e qualche altro breve intervento  di Seidler, c'è stata poi la Celebrazione Eucaristica, officiata dal  Parroco della Comunità Parrocchiale di Kempten-Est, Aleksander Gajewski Consigliere Spirituale della KAB, che, tra le altre cose, ha parlato della vita della Santa del Giorno, Elisabetta di Turingia e ha commentato magnificamente le parole del Vangelo (Luca 6,29) "Porgi l'altra guancia". Le letture sono state eseguite da Manfred Stick e Wolfgang Seidler. Ewald Lorenz-Haggenmüller ha diretto e accompagnato i canti liturgici alla chitarra.

Tra coloro non ancora menzionati: La signora Monika Schwarz, che ha redatto il verbale. L'incontro si è concluso poco prima delle 20:00. Fernando A. Grasso

 

 

 

“Gli ebrei sono fratelli nostri!”

 

L’Udienza Generale del 13 novembre e la Catechesi del Santo Padre sugli Atti degli Apostoli, incentrata sul tema: «Priscilla e Aquila lo presero con sé» (At 18,26)

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Questa udienza si fa in due gruppi: gli ammalati sono nell’Aula Paolo VI – io sono stato con loro, li ho salutati e benedetti; saranno 250 circa. Lì saranno più comodi per la pioggia – e noi qui. Ma loro ci guardano dal maxischermo. Salutiamoci tutti e due i gruppi con un applauso.

Gli Atti degli Apostoli narrano che Paolo, da evangelizzatore infaticabile quale è, dopo il soggiorno ad Atene porta avanti la corsa del Vangelo nel mondo. Nuova tappa del suo viaggio missionario è Corinto, capitale della provincia romana dell’Acaia, una città commerciale e cosmopolita, grazie alla presenza di due porti importanti. Come leggiamo nel capitolo 18 degli Atti, Paolo trova ospitalità presso una coppia di sposi, Aquila e Priscilla (o Prisca), costretti a trasferirsi da Roma a Corinto dopo che l’imperatore Claudio aveva ordinato l’espulsione dei giudei (cfr At 18,2).

Io vorrei fare una parentesi. Il popolo ebraico ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato … E, nel secolo scorso, abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto al popolo ebraico e tutti eravamo convinti che questo fosse finito. Ma oggi, incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è né umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri! E non vanno perseguitati. Capito?

Questi coniugi dimostrano di avere un cuore pieno di fede in Dio e generoso verso gli altri, capace di fare spazio a chi, come loro, sperimenta la condizione di forestiero. Questa loro sensibilità li porta a decentrarsi da sé per praticare l’arte cristiana dell’ospitalità (cfr Rm 12,13; Eb 13,2) e aprire le porte della loro casa per accogliere l’apostolo Paolo. Così essi accolgono non solo l’evangelizzatore, ma anche l’annuncio che egli porta con sé: il Vangelo di Cristo che è «potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede» (Rm 1,16). E da quel momento la loro casa s’impregna del profumo della Parola «viva» (Eb 4,12) che vivifica i cuori. Aquila e Priscilla condividono con Paolo anche l’attività professionale, cioè la costruzione di tende. Paolo infatti stimava molto il lavoro manuale e lo riteneva uno spazio privilegiato di testimonianza cristiana (cfr 1Cor 4,12), oltre che un giusto modo per mantenersi senza essere di peso agli altri (cfr 1Ts 2,9; 2Ts 3,8) o alla comunità.

La casa di Aquila e Priscilla a Corinto apre le porte non solo all’Apostolo ma anche ai fratelli e alle sorelle in Cristo. Paolo infatti può parlare della «comunità che si raduna nella loro casa» (1Cor 16,19), la quale diventa una “casa della Chiesa”, una “domus ecclesiae”, un luogo di ascolto della Parola di Dio e di celebrazione dell’Eucaristia. Anche oggi in alcuni Paesi dove non c’è la libertà religiosa e non c’è la libertà dei cristiani, i cristiani si radunano in una casa, un po’ nascosti, per pregare e celebrare l’Eucaristia. Anche oggi ci sono queste case, queste famiglie che diventano un tempio per l’Eucaristia.

Dopo un anno e mezzo di permanenza a Corinto, Paolo lascia quella città insieme ad Aquila e Priscilla, che si fermano ad Efeso. Anche lì la loro casa diventa luogo di catechesi (cfr At 18,26). Infine, i due sposi rientreranno a Roma e saranno destinatari di uno splendido elogio che l’Apostolo inserisce nella lettera ai Romani. Aveva il cuore grato, e così scrisse Paolo su questi due sposi nella lettera ai Romani. Ascoltate: «Salutate Prisca e Aquila, miei collaboratori in Cristo Gesù. Essi per salvarmi la vita hanno rischiato la loro testa, e a loro non io soltanto sono grato, ma tutte le Chiese del mondo pagano» (16,4). Quante famiglie in tempo di persecuzione rischiano la testa per mantenere nascosti i perseguitati! Questo è il primo esempio: l’accoglienza famigliare, anche nei momenti brutti.

Tra i numerosi collaboratori di Paolo, Aquila e Priscilla emergono come «modelli di una vita coniugale responsabilmente impegnata a servizio di tutta la comunità cristiana» e ci ricordano che, grazie alla fede e all’impegno nell’evangelizzazione di tanti laici come loro, il cristianesimo è giunto fino a noi. Infatti «per radicarsi nella terra del popolo, per svilupparsi vivamente, era necessario l’impegno di queste famiglie. Ma pensate che il cristianesimo dall’inizio è stato predicato dai laici. Pure voi laici siete responsabili, per il vostro Battesimo, di portare avanti la fede. Era l’impegno di tante famiglie, di questi sposi, di queste comunità cristiane, di fedeli laici che hanno offerto l’“humus” alla crescita della fede» (Benedetto XVI, Catechesi, 7 febbraio 2007). È bella questa frase di Papa Benedetto XVI: i laici danno l’humus alla crescita della fede. Chiediamo al Padre, che ha scelto di fare degli sposi la sua «vera “scultura” vivente» (Esort. ap. Amoris laetitia, 11) – Credo che qui ci siano i nuovi sposi: ascoltate voi la vostra vocazione, dovete essere la vera scultura vivente – di effondere il suo Spirito su tutte le coppie cristiane perché, sull’esempio di Aquila e Priscilla, sappiano aprire le porte dei loro cuori a Cristo e ai fratelli e trasformino le loro case in chiese domestiche. Bella parola: una casa è una chiesa domestica, dove vivere la comunione e offrire il culto della vita vissuta con fede, speranza e carità. Dobbiamo pregare questi due santi Aquila e Prisca, perché insegnino alle nostre famiglie ad essere come loro: una chiesa domestica dove c’è l’humus, perché la fede cresca. Papa Francesco

 

 

 

 

“È necessario e urgente un sistema economico giusto, affidabile

 

Discorso del Santo Padre in occasione dell’udienza ai Membri del Consiglio per un Capitalismo Inclusivo il 12 di novembre

 

Eminenza, Cari fratelli e sorelle! Porgo un cordiale benvenuto a ciascuno di voi riuniti per questo incontro dei Membri del Consiglio per un Capitalismo Inclusivo. Ringrazio il Cardinale Peter Turkson per le sue gentili parole rivolte a vostro nome.

Incontrando, tre anni fa, i partecipanti al Fortune-Time Global Forum, ho sottolineato la necessità di modelli economici più inclusivi ed equi che consentano ad ogni persona di aver parte delle risorse di questo mondo e di poter realizzare le proprie potenzialità. Il Forum 2016 consentì uno scambio di idee e informazioni volte a creare un’economia più umana e contribuire all’eliminazione della povertà a livello globale.

Il vostro Consiglio è uno dei risultati del Forum 2016. Avete raccolto la sfida di realizzare la visione del Forum cercando modi per rendere il capitalismo uno strumento più inclusivo per il benessere umano integrale. Ciò comporta il superamento di un’economia di esclusione e la riduzione del divario che separa la maggior parte delle persone dalla prosperità di cui godono pochi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53-55). L’aumento dei livelli di povertà su scala globale testimonia che la disuguaglianza prevale su un’integrazione armoniosa di persone e nazioni. È necessario e urgente un sistema economico giusto, affidabile e in grado di rispondere alle sfide più radicali che l’umanità e il pianeta si trovano ad affrontare. Vi incoraggio a perseverare lungo il cammino della generosa solidarietà e a lavorare per il ritorno dell’economia e della finanza a un approccio etico che favorisca gli esseri umani (cfr ibid., 58).

Uno sguardo alla storia recente, in particolare alla crisi finanziaria del 2008, ci mostra che un sistema economico sano non può essere basato su profitti a breve termine a spese di uno sviluppo e di investimenti produttivi, sostenibili e socialmente responsabili a lungo termine.

È vero che l’attività imprenditoriale «è una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti», e «può essere un modo molto fecondo per promuovere la regione in cui colloca le sue attività, soprattutto se comprende che la creazione di posti di lavoro è parte imprescindibile del suo servizio al bene comune» (Enc. Laudato si’, 129). Tuttavia, come ha ricordato San Paolo VI, il vero sviluppo non può limitarsi alla sola crescita economica, ma deve favorire la promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo (cfr Enc. Populorum progressio, 14). Ciò significa molto di più che far quadrare i bilanci, migliorare le infrastrutture o offrire una più ampia varietà di beni di consumo. Comporta piuttosto un rinnovamento, una purificazione e un rafforzamento di validi modelli economici basati sulla nostra personale conversione e generosità nei confronti dei bisognosi. Un sistema economico privo di preoccupazioni etiche non conduce a un ordine sociale più giusto, ma porta invece a una cultura “usa e getta” dei consumi e dei rifiuti. Al contrario, quando riconosciamo la dimensione morale della vita economica, che è uno dei tanti aspetti della dottrina sociale della Chiesa che dev’essere pienamente rispettata, siamo in grado di agire con carità fraterna, desiderando, ricercando e proteggendo il bene degli altri e il loro sviluppo integrale.

Cari amici, vi siete posti l’obiettivo di estendere a tutti le opportunità e i benefici del nostro sistema economico. I vostri sforzi ci ricordano che coloro che si impegnano nella vita economica e commerciale sono chiamati servire il bene comune cercando di aumentare i beni di questo mondo e renderli più accessibili a tutti (cfr Evangelii gaudium, 203). In definitiva, non si tratta semplicemente di “avere di più”, ma di “essere di più”. Ciò che occorre è un profondo rinnovamento dei cuori e delle menti così che la persona umana possa essere sempre posta al centro della vita sociale, culturale ed economica.

La vostra presenza qui è quindi un segno di speranza, perché avete riconosciuto le questioni che il nostro mondo è chiamato ad affrontare e l’imperativo di agire con decisione per costruire un mondo migliore. Vi esprimo la mia gratitudine per il vostro impegno nel promuovere un’economia più giusta e umana, in linea con i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa e tenendo conto dell’intera persona, nonché della generazione presente e delle future. Un capitalismo inclusivo, che non lascia indietro nessuno, che non scarta nessuno dei nostri fratelli e sorelle, è una nobile aspirazione, degna dei vostri migliori sforzi.

Vi ringrazio per questo incontro e vi accompagno con le mie preghiere. Su tutti voi, sulle vostre famiglie e i vostri colleghi, invoco la benedizione di Dio, fonte di saggezza, di fortezza e di pace. E vi chiedo, per favore, di pregare per me. Grazie. Papa Francesco, dip 12

 

 

 

 

Per un mondo senza più muri

 

Il 9 novembre di trent’anni fa è caduto il Muro di Berlino. Una barriera fortificata che separava in due blocchi la città di Berlino e che segnava i confini della “Cortina di ferro”, espressione della “Guerra Fredda”, la quale divideva il mondo tra gli schieramenti militari dell’Alleanza Atlantica (NATO) e del Patto di Varsavia. Sebbene gli Stati Uniti d’America (USA) e l’allora Unione Sovietica (URSS) fossero stati alleati nel combattere e sconfiggere il regime nazista, nel dopoguerra le due grandi potenze militari divennero acerrime nemiche. Prima del crollo del Muro, in più occasioni USA e URSS furono sul punto di scatenare una guerra nucleare a livello planetario. Per questo motivo quando la DDR (l’acronimo tedesco di Repubblica Democratica Tedesca, o Germania Est) aprì le frontiere e permise alla popolazione di attraversare il Muro, ci fu una reazione popolare con migliaia di persone che cominciarono ad aprire varchi verso la libertà per ricongiungersi con i parenti e gli amici della Germania Ovest. Fu un evento epocale, la fine di un regime dittatoriale, il ricongiungimento di popoli e famiglie, il superamento della Guerra Fredda, l’inizio di un’epoca di disarmo e di pace e la sconfitta delle lobby della guerra ad Est e ad Ovest. Tantissime e diverse le ragioni che portarono alla caduta del Muro, e, tra queste, rilevante e decisiva fu la figura di Papa Giovanni Paolo II. Tant’è che, quando il Muro crollò, tutti guardarono a Karol Wojtyla come a un profeta, un uomo che era stato capace di prevedere il futuro. Nel Conclave del 1978 nessuno avrebbe mai immaginato l’elezione al Soglio di Pietro di un cardinale nativo della Polonia. Un amico polacco mi ha raccontato di suo padre, il quale, quando Wojtyla fu eletto, disse: “Evviva, non morirò sotto la dittatura sovietica!”. Per una parte del mondo, l’elezione di un Papa polacco (il primo della storia) fu considerata una dichiarazione di guerra, perché erano anni in cui il popolo della Polonia si stava ribellando alla dittatura dell’Unione Sovietica, e la nomina di un Pontefice polacco significava spostare tutto il peso morale, politico e religioso a sostegno di quel popolo. Con un Papa polacco era evidente che per i sovietici sarebbe stato impossibile schiacciare la rivolta popolare, come avevano fatto nel 1956 in Ungheria e nel 1968 in Cecoslovacchia. Era altresì evidente che, se i sovietici non fossero riusciti a schiacciare la rivolta popolare della Polonia, l’intero patto di Varsavia avrebbe rischiato di crollare. Come appunto è avvenuto. Fu in questo contesto che qualcuno pensò di attentare alla vita del Papa. Se l’attentato fosse riuscito, il mondo avrebbe rischiato una nuova guerra mondiale. Per questo motivo Papa Wojtyla attribuì all’intervento di Maria la sua sopravvivenza all’attentato. L’intercessione di Maria salvò Giovanni Paolo II e il mondo. A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, ci sono ancora persone che pensano a costruire nuovi muri per discriminare e creare conflitti sul piano economico e commerciale. Ma è anche il tempo per apprezzare oltremodo un evento – di eccezionale importanza sotto il profilo simbolico – come la caduta del Muro del Berlino: un segno del futuro che indica un mondo senza barriere, aperto a popoli e culture per costruire pace e sviluppo.

Antonio Gaspari, direttore orbisphera, dip 13

 

 

 

La vita nuova: dono del Dio dei vivi. XXXII Domenica del Tempo Ordinario

 

1)La morte è una nuova nascita, la possiamo paragonare al parto che dà alla luce

Oggi la liturgia della parola di Dio ci mette di fronte alla verità di fede della risurrezione. Come recitiamo nel Credo: “Aspettiamo la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. A questa verità molti non credono e al tempo di Gesù erano proprio i Sadducei a non credere nella risurrezione finale e ironizzano su questo argomento con Gesù, il quale dà a loro una risposta chiara, che vedremo nel secondo paragrafo. In questo primo punto propongo alcune riflessioni previe.

Papa Francesco in un’Udienza ci ha ricordato che credere nella resurrezione della carne non cambia solo il momento della nostra morte, ma ci cambia tutta la vita: “Se riuscissimo ad avere più presente questa realtà, saremmo meno affaticati dal quotidiano, meno prigionieri dell’effimero e più disposti a camminare con cuore misericordioso sulla via della salvezza”. E alla domanda, che tutti ci poniamo, su cosa significhi resuscitare, il Santo Padre insiste sul fatto che veramente Dio «restituirà la vita al nostro corpo riunendolo all’anima… I nostri corpi saranno trasfigurati in corpi gloriosi. Questa non è una bugia! Noi crediamo che Gesù è risorto, che Gesù è vivo in questo momento. E se Gesù è vivo, voi pensate che ci lascerà morire e non ci risusciterà? No! Lui ci aspetta, e perché Lui è risorto, la forza della sua risurrezione risusciterà tutti noi”. E ha aggiunto: “La trasfigurazione del nostro corpo viene preparata in questa vita dal rapporto con Gesù, nei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia. Noi che in questa vita ci siamo nutriti del suo Corpo e del suo Sangue risusciteremo come Lui, con Lui e per mezzo di Lui». E bellezza ultima: «mediante il Battesimo… già partecipiamo alla vita nuova, che è la sua vita…. Abbiamo in noi stessi un seme di risurrezione, quale anticipo della risurrezione piena che riceveremo in eredità… Il corpo di ciascuno di noi è risonanza di eternità, quindi va sempre rispettato». Queste considerazioni ci richiamano alla responsabilità, ma insieme ci danno speranza: «Siamo in cammino verso la risurrezione. Vedere Gesù, incontrare Gesù: questa è la nostra gioia! Saremo tutti insieme – non qui in piazza, da un’altra parte – ma gioiosi con Gesù. Questo è il nostro destino!”. E’ un destino di vita, donatoci da Dio. Nel Vangelo di oggi, ma anche in quello di Matteo e di Marco  Gesù prova il fatto della Risurrezione dicendo: Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (cfr Mt 22,31-32; Mc 12,26-27; Lc 20,37-38) che Dio ci dona. Lui non è Dio dei morti. Se Dio è Dio di questi, sono vivi. Chi è scritto nel nome di Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e così un entrare nella vita. Eleviamo a Cristo la preghiera perché questo succeda e perché realmente, con la nostra vita, conosciamo Dio, perché il nostro nome entri nel nome di Dio e la nostra  esistenza diventi vera vita: vita eterna, amore e verità.

 La vita non ci è tolta, ma trasformata.

Alcuni sadducei[1] vanno da Gesù (Lc 20,27-38) per metterLo contro le Scritture Sacre e, forse, perché anche il loro cuore è attratto da Gesù. A Lui si accostano tutti, pur con intenzioni diverse. Oggi sono gli appartenenti a questa corrente politico-religiosa, che -a partire dalle loro teorie- fanno una domanda importante circa la risurrezione dei morti, per difendere la loro interpretazione delle Scritture. Il caso che sottopongono riguarda una donna che è stata moglie di sette fratelli. Uno dopo l’altro essi sono morti senza figli[2]  e questa vedova, presa e lasciata 7 volte, non solo è sterile ma è condannata ad una vita incerta e infeconda. La conclusione dei sadducei è ironica e tremenda: “Voi dite che c’è la risurrezione. E come la mettiamo con questa donna? Ha avuto sette mariti. Di chi sarà moglie nell’aldilà? Spetta a tutti e sette?”.

Con la pazienza tipica di chi ama, Gesù risponde allargando la prospettiva e portando pian piano alla logica della Vita. I criteri della vita attuale non si possono applicare alla vita futura, perché la differenza è sostanziale: “non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (cfr Rm 14,17), per sempre:   Cambia completamente la dimensione dove “su ogni istante gravita l’eterno” (Ada Negri), “La grandezza dell’uomo, la sua gloria e la sua maestà consistono nel  conoscere ciò che è veramente grande, nell’attaccarsi ad esso e nel chiedere la gloria dal Signore della gloria” (San Basilio, Omelia 20 sull’umiltà, cap.3).

Infatti rispondendo, Gesù cita la Scrittura ma sorprendentemente fa riferimento ad Esodo3,6 che è un testo su Dio e non sulla risurrezione: “Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. Dove sta in ciò la prova che i morti risorgono? Se Dio si definisce “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” ed è un Dio dei vivi, non dei morti, allora vuol dire che Abramo, Isacco e Giacobbe vivono da qualche parte, anche se, al momento in cui Dio parla a Mosè, essi sono morti da secoli.

Rispondendo ai sadducei, Gesù ne approfitta anche per correggere le idee di quei farisei, che concepivano la risurrezione in termini materiali, prestandosi in tal modo all’ironia degli spiriti più liberali, ironia di cui il brano evangelico di oggi parla: Una donna ebbe sette mariti, nella risurrezione di chi sarà moglie? Gesù afferma che la vita dei morti sfugge agli schemi di questo mondo presente: è una vita diversa perché divina ed eterna: verrebbe da somigliarla a quella degli angeli (cfr Lc 20,36).

Gli angeli[3] non sono le creature gentili e un po’ evanescenti del nostro immaginario. Nella Bibbia gli angeli hanno la potenza di Dio, un dinamismo che trapassa, sale, penetra, che vola nella luce, nell’amore, nella bellezza. Il loro compito è di custodire, illuminare, reggere, rendere bello l’amore. Gli angeli, che contemplano incessantemente Dio, sono gli stessi a cui la pietà celeste ci ha affidati in custodia, che illuminano, ci proteggono costantemente nella vita e ci conducono nelle vie del Signore verso la dimora definitiva. Noi siamo chiamati ad una vita angelica qui e ora, e per l’eternità. L’effimero[4] diventa eterno. Con la Croce Cristo non si è liberato dall’effimero, per “fuggire” verso l’eternità, ma ha seminato il seme dell’eternità nel cielo del mondo, per far germogliare il Regno di Dio e introdurre nel mondo una vita angelica.

La vita angelica della vita consacrata.

Prima di accennare a come la vita consacrata è vita angelica e trasforma l’effimero in eterno vorrei precisare che quelli che sostengono che il matrimonio non ha alcun seguito in cielo interpretano in modo errato la risposta che Gesù da ai Sadducei. Con l’affermazione: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio” (Lc 20, 34-35) Gesù rigetta l’idea caricaturale che i sadducei presentano dell’al di là, come fosse un semplice proseguimento dei rapporti terreni tra i coniugi; non esclude che essi possano ritrovare, in Dio, il vincolo li ha uniti sulla terra[5].

Oltre alla famiglia, c’è un altro “luogo” che è scuola dell’amore: è la vita consacrata che “educa” trasformando l’esistenza delle persone in un canto di pura lode al Signore: come la vita degli angeli, come la vita dei santi. Ma perché tutto questo avvenga bisogna accordare l’arpa, bisogna acquistare la purezza di cuore e le persone consacrate lo fanno con il voto e la pratica della verginità. La natura pretende dall’uomo che scriva qualcosa di definitivo sulla superficie di un materiale effimero. Mediante l’Eucaristia l’effimero del pane e del vino diventa eterno.

Analogamente accade nella consacrazione verginale. Quando le vergini si consacrano il loro ideale “in se stesso veramente alto, non esige tuttavia alcun particolare cambiamento esteriore. Normalmente ciascuna consacrata rimane nel proprio contesto di vita. È una via che sembra priva delle caratteristiche specifiche della vita religiosa, soprattutto dell’obbedienza. Ma per voi l’amore si fa sequela: il vostro carisma comporta una donazione totale a Cristo, una assimilazione allo Sposo che richiede implicitamente l’osservanza dei consigli evangelici, per custodire integra la fedeltà a Lui (cfr RCV, 47)… Vi esorto ad andare oltre il modo di apparire, cogliendo il mistero della tenerezza di Dio che ciascuna porta in sé e riconoscendovi sorelle, pur nella vostra diversità” (Benedetto XVI, Discorso alle Partecipanti al Congresso dell’”Ordo Virginum”, 15 maggio 2008).

In questo modo testimoniano con la loro esistenza che la tenera grazia di Dio vale più della vita (cfr Sal. 62/63, 4).

NOTE

[1] I Sadducei costituirono un’importante corrente spirituale del giudaismo ed anche un preciso gruppo politico, composto dall’aristocrazia delle antiche famiglie, nell’ambito delle quali venivano reclutati i sacerdoti dei ranghi più alti, come anche, in particolare, il Sommo Sacerdote. Cercavano di vivere un giudaismo illuminato, e quindi di trovare un compromesso anche con il potere romano.

Non conosciamo molto dei sadducei e della loro spiritualità, perché la loro fazione, ritenuta colpevole di collaborazionismo nei confronti dei Romani, fu letteralmente sterminata, durante la rivolta giudaica del I secolo dopo Cristo. Sul piano dottrinale, si ritiene, in base alle scarse informazioni pervenuteci, che i sadducei, a differenza dei farisei, considerassero vincolante solamente la cosiddetta Legge scritta, ossia quanto tramandato nei primi cinque libri (Pentateuco) della Bibbia o Torah. Al contrario, i farisei sostenevano che avesse pari importanza, la Legge orale ossia la tradizione interpretativa della Torah, trasmessa in maniera verbale.

Al contrario dei farisei, i sadducei non credevano alla resurrezione dei morti. Tuttavia, è lecito dubitare che avessero, al riguardo, una posizione di netta preclusione, sia perché ciò non si concilierebbe con il contenuto della stessa Legge scritta, sia perché l’evidenza archeologica delle modalità di sepoltura seguite dai sadducei attesta, in ogni caso, una fede nella esistenza di un mondo ultraterreno del quale il defunto, alla morte, entra a far parte.

[2] L’essere senza figli per gli Ebrei era considerato come una vergogna grande (cfr, per es,Lc 1, 25) e come un castigo di Dio (cfr, per es., Os 9, 14)

[3] Il Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) afferma l’esistenza degli Angeli, come “verità di fede”, testimoniata dalla Scrittura e dalla Tradizione (CCC n.328). La loro creazione avvenne dal nulla, secondo il pronunciamento del Concilio Lateranense IV del 1215 (CCC n.327).

Sempre il CCC specifica inoltre l’identità degli Angeli: sono creature spirituali, dotate di intelligenza e volontà e sono superiori alle creature visibili (CCC n.330). La missione degli Angeli consiste nell’essere servitori e messaggeri di Dio e potenti esecutori dei suoi comandi (CCC n.329).

Non va dimenticata la relazione degli Angeli con il mistero di Cristo: “Cristo è il centro del mondo angelico” (CCC n.331). Gli Angeli, insieme all’intera creazione, sono stati creati per mezzo di Lui e in vista di Lui, e inoltre, essi sono messaggeri del suo disegno di salvezza (CCC n.331).

Il CCC delinea una catechesi biblica sugli angeli e sulla loro missione nell’AT e nel NT. Gli episodi scelti dall’AT (CCC n.332) nominano i Cherubini che, dopo la cacciata dell’uomo, custodiscono il giardino dell’Eden e l’albero della vita (Gn 3,24); gli Angeli che proteggono Lot (Gn 19); l’Angelo che salva Agar e il suo bambino assetati e smarriti nel deserto (Gn 21,17); quello che ferma la mano di Abramo in procinto di immolare Isacco (Gn 22,11-12); l’Angelo che guida il popolo nel deserto (Es 23,20-23); quello che annuncia la nascita di Sansone (Gdc 13); l’Angelo che annunzia la vocazione di Gedeone (Gdc 6,11-24); l’Angelo che assiste Elia in fuga e impaurito, con una focaccia e un orcio d’acqua (1Re 19,5-7).

Gli episodi scelti dal NT menzionano, anzitutto, Gabriele che annuncia la nascita del Battista e di Gesù (CCC n332). Si ricordano poi gli interventi degli Angeli che cantano l’inno di lode per la nascita del Salvatore, ne proteggono l’infanzia, lo servono nel deserto, lo confortano nell’agonia, annunciano la buona novella della resurrezione, lo serviranno nell’ultimo giudizio (CCC n.333).

Per una buona e sintetica presentazione si veda la voce Angeli nel Dizionario critico di Teologia (Roma 2006 – [Paris 2007 3ème édition]) pubblicato sotto la direzione di Jean-Yves Lacoste.

[4effìmero (o efìmero) è un aggettivo [dal latino tardo ephemyrus], che indica ciò che dura un solo giorno e, per estensione, ciò che ha breve durata: fama, gloria, grandezza effimera; illusioni, speranze effimere le ricchezze materiali sono effimere.

[5] A questo riguardo P. Raniero Cantalamessa, OFM Capp., Predicatore della Casa Pontificia scrive: “È possibile che due sposi, dopo una vita che li ha associati a Dio nel miracolo della creazione, nella vita eterna non abbiamo più niente in comune, come se tutto fosse dimenticato, perduto? Non sarebbe questo in contrasto con la parola di Cristo che non si deve dividere ciò che Dio ha unito? Se Dio li ha uniti sulla terra, come potrebbe dividerli in cielo? Può tutta una vita insieme finire nel nulla senza che si smentisca il senso stesso della vita di quaggiù che è di preparare l’avvento del regno, i cieli nuovi e la terra nuova?”. È la Scrittura stessa – non solo il naturale desiderio degli sposi -, ad appoggiare questa speranza. Il matrimonio, dice la Scrittura, è “un grande sacramento” perché simboleggia l’unione tra Cristo e la Chiesa (Ef 5, 32). Possibile dunque che esso sia cancellato proprio nella Gerusalemme celeste, dove si celebra l’eterno banchetto nuziale tra Cristo e la Chiesa, di cui esso è immagine?

Secondo questa visione, il matrimonio non finisce del tutto con la morte, ma viene trasfigurato, spiritualizzato, sottratto a tutti quei limiti che segnano la vita sulla terra, come, del resto, non sono dimenticati i vincoli esistenti tra genitori e figli o tra amici. Nel prefazio della Messa dei defunti la liturgia dice che con la morte “la vita è mutata, non è tolta”; lo stesso si deve dire del matrimonio che è parte integrante della vita.”  mons. Follo

 

 

 

 

 

Papst in Japan: „Habe seit meiner Jugend für dieses Land Sympathie"

 

Papst Franziskus hat seine langjährige Zuneigung für Japan gleich bei seiner ersten Rede auf japanischem Boden hervorgehoben. „Seit meiner Jugend“ habe er „für diese Land Sympathie gehegt“, sagte er den Bischöfen Japans.

Die Umsetzung dieser „missionarischen Regung“ habe allerdings „auf sich warten lassen“, heute gebe ihm „der Herr die Gelegenheit, als missionarischer Pilger auf den Spuren der großen Zeugen des Glaubens“ in Japan zu sein. Franziskus war seinerzeit in den Jesuitenorden mit dem Gedanken eingetreten, in die Mission nach Japan entsandt zu werden, allerdings entschieden seine Oberen anders, weil die Gesundheit des jungen Artentiniers nach einer Lungenoperation als angegriffen galt. 

Den Bischöfen Japans dankte der Papst an diesem Samstag in Tokio für ihren Einsatz im Lebensschutz. Mit Blick auf das Motto der Japanreise, „Jedes Leben schützen“, sagte der Papst, dies bestimme „das Szenarium, auf das wir abzielen müssen“. Lebensschutz und Verkündigung des Evangeliums seien „nicht zwei getrennte oder entgegengesetzte Dinge“, unterstrich Franziskus in seiner Rede. Japan hat eine hohe kulturelle Toleranz für die Todesstrafe und führt auch Hinrichtungen durch. Die Bischöfe werben hingegen deutlich für die christliche Auffassung von Vergebung und Barmherzigkeit. Franziskus hatte das unbedingte Nein zur Todesstrafe 2018 verbindlich im Katechismus der katholischen Kirche verankert.

Prophetische Appelle der Bischöfe zur Abrüstung

Mit Blick auf die Atom- und Naturkatrastrophen, die Japan wiederholt schwer erschüttern, verwies Franziskus auf seinen bevorstehenden Besuch in Hiroshima und Nagasaki. Dort werde die „prophetischen Appelle" der japanischen Bischöfe zur nuklearen Abrüstung wiederholen, kündigte der Papst an. Auch Opfer der „dreifachen Katastrophe" von Fukushima werde er treffen; im Nordosten Japans hatte 2011 ein Seebeben einen Tsunami ausgelöst, der wiederum zu einem Reaktorunfall führte. Alle drei Desaster zusammen töteten an die 16.000 Menschen. „Das Böse bevorzugt keine bestimmten Menschen und informiert sich nicht über die Zugehörigkeiten; es bricht einfach mit seiner zerstörerischen Kraft ein, wie es auch kürzlich mit dem verheerenden Taifun geschehen ist, der viele Opfer und materielle Schäden gefordert hat", sagte der Papst. Umso mehr müssten katholische Gläubige  und Bischöfe „jedes Leben als kostbare Gabe des Herrn verteidigen". 

Einsatz für Arbeitsmigranten

Ebenfalls im Zeichen des Lebensschutzes würdigte der Papst den Einsatz der japanischen Bischöfe für Arbeitsmigranten, die nach den Worten des Kirchenoberhauptes „mehr als die Hälfte der Katholiken in Japan bilden“. „Die Gastfreundschaft und die Sorge, die ihr den zahlreichen ausländischen Arbeitern erweist“, sei ausgesprochen katholisch und bezeuge auch die Universalität der Kirche, weil so deutlich werde, „dass unsere Vereinigung mit Christus stärker ist als jede andere Bindung oder Identität und imstande ist, alle Wirklichkeiten zu erreichen“.

Franziskus rief die Bischöfe dazu auf, vor allem den Jugendlichen mehr Aufmerksamkeit zu widmen. Als Rahmen benannte er die steigende Zahl von Suiziden in den Städten, Mobbing und Selbstüberforderung. Da müsse es der Kirche in Japan gelingen, Räume zu schaffen, in der nicht nur Effizienz, Leistung und Erfolg zählten. Nur so könnten die Menschen „sich für die Kultur einer unentgeltlichen und uneigennützigen Liebe öffnen“, die allen ein glückliches Leben ermögliche „und nicht nur denen, die es geschafft haben“, so der Papst wörtlich.

Die Bischofskonferenz Japans setzt sich aus drei Erzdiözesen und 13 Diözesen zusammen. Präsident des Zusammenschlusses ist Kardinal Thomas Aquino Manyo Maeda, Erzbischof von Osaka. 

Nach der Begegnung mit den Bischöfen und dem Abendessen zog sich Papst Franziskus zur Nachtruhe zurück. Am Sonntag bricht er zunächst nach Nagasaki und von da aus nach Hiroshima auf.  (vatican news 23)

 

 

 

ZdK-Vollversammlung gibt grünes Licht für Synodalen Weg

 

Mit überwältigender Mehrheit hat die Vollversammlung des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) am Freitag, dem 22. November 2019, beschlossen, den Synodalen Weg gemeinsam mit der Deutschen Bischofskonferenz zu gehen.

Nach ausführlicher Debatte stimmte die Vollversammlung bei 17 Neinstimmen und 5 Enthaltungen mit großer Mehrheit der von der Deutschen Bischofskonferenz und dem ZdK-Hauptausschuss erarbeiteten Fassung der Satzung des Synodalen Weges zu.

Bei der Vorbereitung des Synodalen Weges ist nach Einschätzung der Vizepräsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Karin Kortmann, ein lange ungekanntes, hohes Maß an Einigkeit in der katholischen Kirche in Deutschland erreicht worden.

Dies gelte, bis auf wenige aber lautstarke Stimmen, insbesondere zwischen der Deutschen Bischofskonferenz und dem ZdK. Nur auf diesem Fundament des gegenseitigen Vertrauens und der Einigkeit seien die Fortschritte des letzten halben Jahres zu erreichen gewesen. Vor dem Hintergrund dieser Erfahrungen warb Karin Kortmann vor der Vollversammlung für eine starke Unterstützung des Synodalen Weges.

Sie erinnerte daran, dass unter anderem mit der Aufnahme des Forums „Frauen in Diensten und Ämtern in der Kirche“ und durch die nachholende Bildung von Doppelspitzen in der Leitung der Foren wichtige Fortschritte durch den Einsatz des ZdK erzielt werden konnten. In den vorbereitenden Foren habe man ein hohes Maß an Transparenz und Augenhöhe der Partner erreicht, das zu sehr guten und fundierten Vorbereitungspapieren geführt habe.

Ausdrücklich wies Kortmann Kritik an der angeblichen Unverbindlichkeit der Beschlussmöglichkeiten des Synodalen Weges zurück. Nicht die Satzung greife hier zu kurz, sie bilde lediglich ab, was das Kirchenrecht vorgebe. Sie versprach: „Wir werden alles tun, um zu verbindlichen Beschlüssen und Voten in der Synodalversammlung zu kommen.“

Die ZdK-Vizepräsidentin erinnerte daran, dass am Ausgangspunkt des Synodalen Wegs der Glaubwürdigkeitsverlust der katholischen Kirche und die Erkenntnis systemischer Ursachen von Machtmissbrauch und sexualisierter Gewalt standen. „Unsere zentrale Aufgabe ist, die Voraussetzungen dafür zu schaffen, dass die katholische Kirche in unserem Land verlorenes und gefährdetes Vertrauen zurückgewinnen und rechtfertigen kann. Nur unter dieser Voraussetzung kann die Kirche, können wir evangelisieren und unseren Auftrag, die evangeliumsgemäße Umgestaltung von Kirche und Welt, mit Gottes Hilfe erfüllen. Lassen wir uns nicht einen vermeintlich unvereinbaren Gegensatz von strukturellen Reformen und geistlicher Vertiefung einreden!“

„Wir sind nach allen Gesprächen mit Bischöfen gewiss, dass es einen entschiedenen politischen Willen gibt, den erreichten Grad der Einigkeit zwischen den meisten Bischöfen und den meisten Laien nicht wieder aufzugeben und den Worten und gemeinsam verantworteten Beschlüssen auch Taten folgen zu lassen. Mit der Satzung haben wir eine Grundlage, auf die sich alle Beteiligten einlassen können und die den Rahmen für die kommenden zwei Jahre setzt“, betonte Kortmann. ZdK 23

 

 

 

 

Vatikan setzt Pfarreien-Zusammenlegung in Trier aus

 

Der Vatikan hat die geplante Pfarreien-Zusammenlegung im deutschen Bistum Trier vorerst ausgesetzt und den Trierer Bischof Stephan Ackermann um eine Stellungnahme gebeten.

 

Wie das Bistum am Donnerstagabend bestätigte, hat die Römische Kleruskongregation entschieden, den Vollzug des „Gesetzes zur Umsetzung der Ergebnisse der Diözesansynode 2013-2016“ auszusetzen. Zuvor hatte die Lokalzeitung „Trierischer Volksfreund“ über die römische Entscheidung berichtet. Der Päpstliche Rat für die Interpretation der Gesetzestexte soll durch diesen Schritt Zeit bekommen, das Gesetz sorgfältig zu prüfen.

Unklar, wie es weitergeht

Geplant war, dass zum 1. Januar die ersten 15 neuen Großpfarreien im Bistum an den Start gehen. Ob die Zusammenlegung nach der Prüfung genehmigt oder verboten wird, ist derzeit nicht absehbar, schreibt die katholische deutsche Nachrichtenangeut KNA. Die Kleruskongregation, die von Kardinal Beniamino Stella geleitet wird, erklärte in ihrem Bescheid zur Aussetzung des Trierer Gesetzes, dass „die geplante Reform erhebliche Konsequenzen für das kirchliche Leben“ haben werde und mahnte an, dass „das Heil der Seelen keinen Schaden leiden“ solle.

Anlass für die Prüfung war die Beschwerde einer Priestergemeinschaft aus dem Bistum bei der Kleruskongregation unter dem Vorsitz des Pfarrers von Sankt Paulin in Trier, Joachim Waldorf. Zudem waren in Rom Beschwerden von katholischen Laien aus dem Bistum eingegangen. Sie forderten eine Prüfung, ob das Gesetz mit dem universalen Kirchenrecht übereinstimmt. Diese Bedenken hatte der Päpstliche Rat für die Interpretation der Gesetzestexte als „legitim“ anerkannt.

Ackermann kündigt Stellungnahme an

Bischof Ackermann kündigte an, nun bei der Kleruskongregation zu der Beschwerde der Priestergemeinschaft Unio Apostolica Stellung zu nehmen. Die in Trier im Anschluss an eine Bistumssynode geplante Reform zielt auf neue Strukturen und inhaltliche Schwerpunkte von Seelsorge und religiösem Leben.

Ackermann hatte im Oktober ein Gesetz erlassen, das die Basis für die Neugliederung der Pfarreien legt. Ursprünglich gab es im Bistum Trier 887 kleine Pfarreien, die heute 172 Gemeinschaften bilden. Die Reform sieht eine weitere Zusammenlegung auf künftig nur noch 35 Großpfarreien vor. In einem ersten Schritt sollten zum 1. Januar 2020 zunächst 15 Großpfarreien starten. Die anderen 20 „Pfarreien der Zukunft“ sollten ein Jahr später, zum 1. Januar 2021, errichtet werden. (kna 22)

 

 

 

 

Bischof Genn räumt Fehler im Umgang mit Missbrauch ein

 

Fehler im Umgang mit Missbrauchsfällen hat Münsters Bischof Felix Genn eingeräumt. Zugleich bat er in einem offenen Brief um Entschuldigung, der am Freitag in Münster veröffentlicht wurde.

Verurteilter Priester im Seelsorgedienst  „verheerender Fehler“

Darin bezeichnet er es als „verheerenden Fehler“, dass unter seiner Verantwortung als Bischof von Essen ein zweimal verurteilter Priester in Bochum-Wattenscheid Seelsorgedienste versehen habe. Zudem habe er als Bischof von Münster einem anderen beschuldigten Geistlichen nicht deutlich genug priesterliche Dienste untersagt.

Beide Fälle waren im November bekanntgeworden. Der zweimal verurteilte Priester aus dem Erzbistum Köln war 1972 wegen „fortgesetzter Unzucht mit Kindern und Abhängigen“ zu einer Haftstrafe verurteilt worden. Ein Jahr später wechselte er ins Bistum Münster. 1988 erhielt er wegen sexueller Handlungen an Minderjährigen eine Bewährungsstrafe und kehrte als Altenheimseelsorger nach Köln zurück. Im Ruhestand war er von 2002 bis 2015 in Bochum-Wattenscheid tätig.

“ Ich bin verärgert darüber. ”

Von diesem Fall habe er erst im Mai erfahren, erläuterte Genn, der vor seiner Zeit in Münster von 2003 bis 2009 an der Spitze des Ruhrbistums stand. Er frage sich heute, warum er den Fall nicht wahrgenommen habe. In der WDR-Lokalzeit vom Donnerstag kritisierte der Bischof den „Apparat“, ihn nicht informiert zu haben. „Ich bin verärgert darüber.“

Missbrauchsfälle in Kevelaer

In Bezug auf den zweiten Fall sagte Genn: „Ich habe Fehler gemacht.“ Dabei geht es um einen Geistlichen, der in den 1980er Jahren als Kaplan in Kevelaer über einen längeren Zeitraum in der Beichte ein Mädchen sexuell missbraucht haben soll. Die Betroffene setzte das Bistum 2010 darüber in Kenntnis, verlangte aber, dass der Sachverhalt nicht öffentlich gemacht und die Staatsanwaltschaft nicht eingeschaltet werde. Vor rund drei Jahren meldete sich die Frau erneut beim Bistum, weil der Geistliche entgegen den Auflagen weiter öffentlich Gottesdienste feierte.

Genn nannte es einen Fehler, dass er dem später nach Wadersloh-Bad Waldliesborn gewechselten Geistlichen nur „Gottesdienste ohne große Öffentlichkeit“ untersagt habe. Das sei unpräzise gewesen. Zudem hätte er mit dem Opfer einen Weg finden müssen, den Verantwortlichen Pfarrer vor Ort, das Seelsorgeteam und die Gremien über die Hintergründe umfassend zu informieren. Ernstzunehmenden Hinweisen, dass sich der Priester nicht an das Verbot hält, hätte er konsequenter nachgehen müssen, so Genn.

Genn will nach eigenen Worten weitergehende Strafen wie Gehaltskürzungen oder andere Auflagen prüfen. Nachdem die Betroffene ihren Fall Anfang November öffentlich gemacht hatte, meldete sich eine weitere Frau. Auch sie warf dem Geistlichen vor, sie in den 1980er Jahren als Mädchen missbraucht zu haben. (pm/kna 22)

 

 

 

 

Treffen der Kommission für Ehe und Familie mit Vertretern der Orthodoxen Bischofskonferenz in Deutschland

 

In einem Abendgespräch (20. November 2019) hat sich die Kommission für Ehe und Familie der Deutschen Bischofskonferenz unter der Leitung ihres Vorsitzenden Erzbischof Dr. Heiner Koch (Berlin) in Köln mit Vertretern der Orthodoxen Bischofskonferenz in Deutschland (OBKD) über das jeweilige Verständnis von Ehe und Familie ausgetauscht. Die Orthodoxe Bischofskonferenz in Deutschland wurde vertreten durch den Bischof von Aristi, Vasilios Tsiopanas, Vikarbischof der Griechisch-Orthodoxen Metropolie von Deutschland und Vorsitzender der theologischen Kommission der OBKD, den Beauftragten der OBKD für innerchristliche Zusammenarbeit, Erzpriester Constantin Miron, sowie deren Sekretär, Dr. Konstantinos Vliagkoftis.

 

Das Gespräch fand in einer vertrauensvollen und wertschätzenden Atmosphäre statt. Bischof Vasilios Tsiopanas erläuterte das in der Orthodoxie sehr bedeutsame Prinzip der Ökonomie (Oikonomia), das es erlaube, die buchstabengetreue Auslegung eines kirchlichen Gesetzes (Akribie) zugunsten einer pastoral notwendigen Lösung zurückzustellen. Er betonte, das Prinzip der Ökonomie sei eine „heilsame Nachsicht, die den Sünder rettet“. Auch das jüngste Dokument der Orthodoxen Bischofskonferenz zu Ehe und Familie, ein „Brief der Bischöfe der orthodoxen Kirche in Deutschland an die Jugend über Liebe – Sexualität – Ehe“ aus dem Jahr 2017 stellt sich in pastoraler Absicht den Herausforderungen, denen junge Gläubige in Deutschland heutzutage begegnen. Der lebhafte Austausch zu den jeweiligen pastoralen Lösungen, etwa zu Ehevorbereitung und Ehebegleitung, aber auch zum Kommunionempfang bei konfessionsverbindenden Ehen oder zu vorehelicher Sexualität zeigte die Ähnlichkeit der Fragestellungen.

 

Erzbischof Koch betonte, „dass das Ringen um eine gute Vorbereitung von jungen Menschen auf die Ehe, die Sorge um den Fortbestand der Ehen und den Zusammenhalt der Familien wie auch die Bereitschaft, sich hierbei den drängenden Fragen pastoral zu stellen, beiden Konfessionen gemeinsam am Herzen liegt.“ Es zeuge von der hohen Wertschätzung der Ehe auch als Sakrament bzw. Mysterion und fußt auf einer gemeinsamen Überzeugung, die der Brief der Orthodoxen Bischofskonferenz in Deutschland mit den Worten beschreibt: „Für uns Christen hat die Ehe mit jener Liebe Gottes zu tun, die Jesus Christus durch seine Menschwerdung, Kreuzigung und Auferstehung gezeigt hat. Deshalb ist die Ehe für einen Menschen, der an Jesus Christus als den Sohn Gottes glaubt, mehr als eine weltliche Angelegenheit“. Dbk 21

 

 

 

 

Katholische Laien rufen zum Widerstand gegen AfD auf

 

Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) ruft zum „Widerstand“ gegen die AfD auf. Die Partei spreche von Bürgerlichkeit, praktiziere jedoch „das Gegenteil von bürgerlicher Verantwortung und Gemeinsinn", erklärten Angehörige des Laiengremiums am Freitag in Bonn.

Die rechtspopulistische „Alternative für Deutschland“ sei nicht „aus Versehen" und nicht „aus einer reinen Proteststimmung heraus" gewählt worden, hieß es beim Auftakt der ZdK-Herbstvollversammlung. Bei den jüngsten Landtagswahlen in Thüringen, Sachsen und Brandenburg war die Partei jeweils zweitstärkste Kraft mit über 20 Prozent der Stimmen geworden.

Hohes Wahlergebnis „kein Ausweis von Seriosität“

Ein hohes Wahlergebnis sei „kein Ausweis von Seriosität", gab das Laiengremium zu bedenken. Um „den gesellschaftlichen Zusammenhalt zersetzenden Stimmen" nicht die Bühne in öffentlichen Debatten zu überlassen, brauche es mehr politische Bildungsangebote. (kna 22)

 

 

 

 

Bistum Limburg gesteht Vertuschung von Missbrauch

 

Sexueller Missbrauch wurde im Bistum Limburg vertuscht. Das ist das Ergebnis einer externen Aufklärung des Juristen Ralph Gatzka. Der frühere Limburger Landgerichtspräsident hat im Auftrag des amtierenden Bischofs den Vorwurf der Vertuschung eines Betroffenen geprüft. Dieser hatte sich im vergangenen Jahr an das Erzbistum Bamberg gewandt und den Missbrauch durch einen Priester des Bistums Limburg öffentlich gemacht.

Die Ergebnisse der juristischen Untersuchung hat Gatzka nun in einem Bericht zusammengefasst, der auf der Internetseite des Bistums Limburg dokumentiert ist. Dort finden sich auch die Stellungnahmen des Altbischofs Kamphaus sowie des damals zuständigen Personaldezernenten des Bistums, Helmut Wanka.

Den Erkenntnissen des Juristen zufolge hatte die Diözese erstmals 1997 von dem noch nicht verjährten Missbrauchsfall Kenntnis erhalten und mit dem Angebot von Therapien für Opfer und Täter reagiert. Außerdem habe der Personalverantwortliche auf das Opfer eingewirkt, um eine Strafanzeige zu verhindern. Seinerzeit habe es noch keine kirchliche Selbstverpflichtung zur Weitergabe von Informationen an die Strafverfolgungsbehörden gegeben, doch auch eine „kirchenstrafrechtliche Wertung“ der Handlungen des Priesters sei mit diesem Verhalten letztlich vereitelt worden, so der Bericht, der mit dem ehemaligen Personaldezernenten hart ins Gericht geht. Denn das völlige Fehlen von Vermerken in der Personalakte des Beschuldigten lege nahe, „dass der Personaldezernent agiert hat, ohne seine Vorgesetzten zu unterrichten, und das Geschehen bistumsintern nicht publiziert wurde“, schreibt Gatzka.

Nach einer mehrmonatigen Therapie sei der Priester wieder an seiner alten Wirkungsstätte eingesetzt worden, „ohne dass Vorkehrungen getroffen wurden, um der Wiederholung von Missbrauchstaten entgegenzuwirken“, heißt es in der erläuternden Pressemeldung des Bistums Limburg. Der Priester habe keinerlei Auflagen erhalten, und es habe keine Hinweise über die Missbrauchsvorfälle an seine direkten Vorgesetzten gegeben. Die Vorwürfe seien auch beim Wohnortswechsel und bei der Versetzung in eine andere Diözese unerwähnt geblieben.

Personaldezernent Wanka: „Ich bedauere zutiefst“

In einer persönlichen Erklärung bedauert der langjährige und damals verantwortliche Personaldezernent Helmut Wanka seine schwerwiegenden Fehler und bittet bei dem Betroffenen um Entschuldigung. Er schreibt: „Ich bedauere zutiefst, dass ich schwerwiegende Fehler in der Wahrnehmung und anschließenden Einschätzung eines nun feststehenden schweren sexuellen Missbrauchs an Herrn Moritz durch seinen Pflegevater Pfarrer B. gemacht habe. Ich bitte vorrangig und an erster Stelle das Opfer und dann auch die Gläubigen des Bistums Limburg um Verzeihung.“ Heute sei ihm klar, dass er entschiedener, hartnäckiger und präziser hätte nachfragen müssen, als der Betroffene sich an ihn gewandt hatte und heute habe er einen anderen Wissensstand, der dazu führe, dass er den erlittenen sexuellen Missbrauch anders bewerte und zu anderen Einschätzungen komme.

Hintergrund

Das Erzbistum Bamberg hatte Ende Dezember 2018 Strafanzeige gegen einen Priester des Bistums Limburg bei der Staatsanwaltschaft Marburg gestellt. Der Beschuldigte soll von 1986 bis 1993 einen minderjährigen Jungen mehrfach sexuell missbraucht haben. Die Taten sollen im Bistum Limburg verübt worden sein. Im Zuge der Berichterstattung zur MHG-Studie zum sexuellen Missbrauch durch Kleriker in der katholischen Kirche hatte sich das Opfer bei der Missbrauchsbeauftragten des Erzbistums Bamberg gemeldet. Während der Untersuchung der Vorfälle sei dem Priester die Ausübung jeglichen priesterlichen Dienstes untersagt worden. Nun liege der Fall bei der Glaubenskongregation, die über das weitere Verfahren gegen den Priester entscheiden müsse, so das Bistum Limburg in seiner Presseerklärung von diesem Mittwoch.

Die Aufklärung von Fällen sexuellen Missbrauchs im Bistum Limburg sei mit dem Bericht des externen Juristen jedoch nicht beendet, unterstreicht die Diözese mit Blick auf das im September gestartete Aufarbeitungsprojekt „Betroffene hören – Missbrauch verhindern. Konsequenzen aus der MHG-Studie“.

Neun Teilprojekte, um künftigen Missbrauch zu verhindern

In neun Teilprojekten, die grundsätzlich von Experten außerhalb des Bistums geleitet werden und je zur Hälfte mit Mitarbeitern und Externen aus unterschiedlichen gesellschaftlichen Gruppen besetzt sind, soll systemischen Problemen auf den Grund gegangen werden, die Missbrauch bisher begünstigt haben.

Dabei gehe es beispielsweise um die Überarbeitung der Aus- und Weiterbildung oder um die Weiterentwicklung von Konzepten zur Personalführung, aber auch um die katholische Sexualmoral und eine Neubewertung von Homosexualität, um die Rolle der Frau in der Kirche, um Klerikalismus und Machtmissbrauch, Kommunikation und Information oder kirchenrechtliche Konsequenzen im Sinne einer Gewaltenunterscheidung. Teilprojekt I. widmet sich der Aufarbeitung bisheriger Fälle sexualisierter Gewalt und nimmt umfassende Akteneinsicht. Ein weiteres Teilprojekt soll schon während des Prozesses für die Nachhaltigkeit der vorgeschlagenen Maßnahmen sorgen, indem rasch umzusetzende Ideen direkt eingeführt werden, erklärt das Bistum. (pm 20)

 

 

 

 

Franziskus an Jugend Thailands: „Bleibt nie am Boden liegen“

 

Beten, einen Weg gehen und nach einem Ausrutscher wieder aufstehen: das hat Papst Franziskus Jugendlichen in Thailand in einer Videobotschaft ans Herz gelegt, die in der Nuntiatur in Bangkok entstanden ist. Er sprach zu den Jungen und Mädchen, die sich zu einer Gebetsvigil in der thailändischen Hauptstadt versammelten.

 „Liebe junge Leute, ich weiß, dass ihr heute Abend hier eine Gebetsvigil habt, dass ihr betet. Und ich weiß, dass andere noch unterwegs sind, dass sie hierher kommen. Das sind beides schöne Dinge: Betet und geht“, sagte der Papst, der am Mittwochmittag Ortszeit in Thailand angekommen war.

Wie schon bei anderen Gelegenheiten lud er die jungen Menschen dazu ein, im Leben nicht stillzustehen. „Ein junger Mensch kann nicht im Alter von 20 Jahren in Rente gehen, er muss gehen! Immer weiter, immer voran.“ Dabei spielt es keine Rolle, wenn man einmal hinfällt, so der Papst weiter. Es käme nicht darauf an, nicht hinzufallen, sehr wohl aber darauf, nachher wieder aufzustehen.

„Ich empfehle dir diese beiden Dinge: Bleib nie auf dem Boden liegen, steh sofort auf… Zweitens, verbringe nicht dein Leben damit, auf der Couch zu sitzen, das Leben zu planen. Geh weiter die Straße entlang. Gib dir Mühe, und du wirst großes Glück empfinden“, sagte der Papst. Am Ende segnete er die jungen Thai und lud sie dazu ein, für ihn zu beten, so wie er für sie bete.  (vn 20)

 

 

 

Stabile Wahlbeteiligung. Bischof Kohlgraf gratulierte neu gewählten Pfarrgemeinderäten

 

Mainz. Der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf hat den neu gewählten Mitgliedern der Pfarrgemeinderäte im Bistum Mainz gratuliert.

„Wir befinden uns im Bistum Mainz auf dem Pastoralen Weg: Gemeinsam wollen wir darüber beraten, wie wir zukünftig Kirche in der Welt und Kirche bei den Menschen sein können. Auf diesem Pastoralen Weg werden insbesondere die Pfarrgemeinderäte eine wichtige Rolle spielen: Ich gratuliere den neu gewählten Mitgliedern der Pfarrgemeinderäte ganz herzlich und wünsche ihnen für ihre Arbeit Gottes Segen. Ich freue mich, dass Sie nicht nur das Gemeindeleben aktiv gestalten wollen, sondern auch Verantwortung für die Zukunft unserer Kirche im Bistum Mainz übernehmen“, sagte er am Sonntagabend, 10. November, in Mainz.

Kohlgraf dankte auch allen, die sich zu einer Kandidatur bereit erklärt hatten: „Dies ist für mich ein wichtiges Zeugnis aktiven Christ-Seins. Ich danke außerdem den Wahlleiterinnen und -leitern in den Pfarreien unseres Bistums und den Verantwortlichen auf überdiözesaner Ebene für die Vorbereitung und Durchführung der Wahl.“

Rund 95.000 Katholikinnen und Katholiken gingen zur Wahl

Die Wahlbeteiligung bei den Pfarrgemeinderatswahlen im Bistum Mainz ist gegenüber den Wahlen von vor vier Jahren stabil geblieben. Nach Auszählung der Stimmen lag sie bei 15,67 Prozent gegenüber 15,97 Prozent vor vier Jahren (Stand: 11. November, 12.00 Uhr mittags). Insgesamt sind im Bistum Mainz rund 95.000 Katholikinnen und Katholiken zur Wahl gegangen. Die Wahlen am 9. und 10. November fanden in rund 330 Pfarreien und Filialen sowie Gemeinden anderer Muttersprache statt. Von den rund 2.800 Kandidaten wurden 1.710 Frauen und Männer in die Gremien gewählt.

Ordinariatsdirektor Hans Jürgen Dörr, Leiter des Dezernates Seelsorge, in dessen Zuständigkeitsbereich die Pastoralen Räte im Bistum Mainz fallen, zeigte sich erfreut über die stabile Wahlbeteiligung. „Ich bin über die Wahlbeteiligung angenehm überrascht. Wir brauchen dieses Zeichen der Stabilität, damit wir nun gute Gremien bilden können. Das ist auch wichtig hinsichtlich der nächsten Phasen des Pastoralen Weges.“

Dörr äußerte sich am Sonntagabend, 10. November, im Bischöflichen Ordinariat in Mainz. Gemeinsam mit dem Mainzer Bischof Peter Kohlgraf informierte er sich noch am Wahlabend im Rechenzentrum des Bischöflichen Ordinariates über die eingehenden Ergebnisse. Auch Ulrich Janson, der die Ergebnisse der PGR-Wahlen seit dem Sonntagnachmittag verfolgt hatte, freute sich über die gute Wahlbeteiligung. „Die Stimmung im Vorfeld war erstaunlich gut. Gut ist jetzt auch die Beteiligung“, sagte er. Janson ist Referent für Pfarrgemeinde-, Seelsorge- und Dekanatsräte im Bischöflichen Ordinariat Mainz.

In der Wahlzentrale des Bistums Mainz liefen im Laufe des Abends über Telefon, Fax und E-Mail die Ergebnisse aus den Pfarrgemeinden der Diözese ein. Während die Wahlbeteiligung gegen 18.45 Uhr noch unter 15 Prozent lag, machte sich aufgrund der stetig steigenden Werte im Laufe des Abends Zufriedenheit breit. Um 20.30 Uhr lag der Wert erstmals bei 15,5 Prozent. Die Mitarbeiter der EDV-Abteilung sorgten zusammen mit Mitarbeitern der Diözesanstelle für Pfarrgemeinde-, Seelsorge- und Dekanatsräte um Monika Dörr und Ulrich Janson dafür, dass immer die aktuellsten Zahlen im Internet abrufbar waren.

In acht Dekanaten stieg die Wahlbeteiligung

In acht der 20 Dekanate im Bistum Mainz hat die Wahlbeteiligung leicht zugenommen. Die höchste Wahlbeteiligung bei den Dekanaten wurde mit 21,5 Prozent im Mainz-Süd verzeichnet; die stärkste Steigerung der Wahlbeteiligung gab es im Dekanat Bingen mit 1,6 Prozent. Die niedrigste Wahlbeteiligung gab es mit 9,7 Prozent im Dekanat Darmstadt. Rund 82 Prozent der Stimmen wurden in diesem Jahr per Briefwahl abgegeben. Auch in diesem Jahr wurden wieder mehr Frauen (973) als Männer in die Gremien gewählt (737). Die größte Gruppe machen nach wie vor die 46- bis 55-Jährigen aus (506); die Zahl der 16- bis 25-Jährigen in den Pfarrgemeinderäten liegt bei 162.

Erstmals gab es im Bistum Mainz die Möglichkeit, dass Jugendvertreterinnen und Jugendvertreter durch eine eigene Jugendversammlung direkt in den Pfarrgemeinderat gewählt werden können. In rund fünfzehn Pfarreien konnte zum jetzigen Termin nicht gewählt werden. Gründe waren unter anderem aktuelle Pfarrerwechsel und dass nicht genügend Kandidaten für den Pfarrgemeinderat gefunden wurden. Für diese Gemeinden findet im am 29. Februar/1. März 2020 ein Nachwahltermin statt.

Bei den Wahlen am Samstag, 9., und Sonntag, 10. November, waren etwa 650.000 Katholiken zum vierzehnten Mal aufgerufen, die Mitglieder für die Pfarrgemeinderäte (PGR) im Bistum Mainz zu wählen. Insgesamt wurden 60 Gesamtpfarrgemeinderäte gewählt, die sich aus etwa 150 Pfarreien und ihren Filialgemeinden zusammensetzen. Mit 60 Prozent haben die Frauen wieder die Mehrheit der rund 2.700 Kandidaten gestellt. Wie bereits in den vergangenen Jahren fand die Wahl an einem gemeinsamen Termin mit den benachbarten Diözesen Fulda und Limburg statt. Das gemeinsame Motto lautete: „Kirche gemeinsam gestalten“.

Entstanden ist der Pfarrgemeinderat als Gremium der Laien nach dem Zweiten Vatikanischen Konzil (1962-1965). Die Mitverantwortung aller Gemeindemitglieder für die Sendung der Kirche ist Leitidee des Gremiums. Die Räte sollen das Leben in den Gemeinden mitgestalten und Sorge für die Gemeindemitglieder tragen. Eine weitere wichtige Aufgabe ist die Beratung des Pfarrers in pastoralen Fragen.

Hinweise:

    • Die Ergebnisse in den einzelnen Pfarreien ausführlich im Internet unter www.pfarrgemeinderatswahlen.de

    • Diözesanstelle für Pfarrgemeinde-, Seelsorge- und Dekanatsräte, Bischöfliches Ordinariat Mainz, Postfach 1560, 55005 Mainz, Tel: 06131/253-201, Fax: 06131/253-204, E-Mail: pgr@bistum-mainz.de, Internet: www.pfarrgemeinderatswahlen.de.   BM 12

 

 

 

 

Positive Resonanz zu Kommunionfrage

 

Die wechselseitige Teilnahme am Abendmahl, wie sie vom Ökumenischen Arbeitskreis evangelischer und katholischer Theologen in seinem jüngsten Votum vorgeschlagen werde, stößt auf durchwegs positive Resonanz. Er habe „noch keine Fundamentalkritik“ dazu vernommen, sagte der pfälzische Kirchenpräsident Christian Schad bei der Synode der Evangelischen Kirche Deutschlands (EKD) am Dienstag. Nun liege der Ball bei der Deutschen Bischofskonferenz, wie sie mit dem Vorschlag umgehe.

Er selbst, so Schad, fände es „wichtig, Konsequenzen aus dem Papier zu ziehen", das sich für eine Öffnung der konfessionellen Mahlfeiern für Christen aus der jeweils anderen Tradition ausspricht. Eine vom „Kontaktgesprächskreis" des Rates der EKD und der Deutschen Bischofskonferenz eingerichtete Arbeitsgruppe solle bis zum Ökumenischen Kirchentag 2021 grundlegende Perspektiven zur Zukunft der Ökumene in Deutschland entwickeln und beschreiben, welche Freiräume ökumenischer Praxis sich daraus ergäben.

Protestanten begleiten Synodalen Weg „mit Respekt und Fürbitten“

Rückhalt für den Synodalen Weg der katholischen Kirche in Deutschland gab es von Landesbischof Karl-Hinrich Manzke. „Aus evangelischer Sicht wird man mit großem Respekt sagen dürfen, dass dieser Synodale Weg in jeder Hinsicht ein fordernder und außerordentlich anspruchsvoller Aufbruch ist“, erklärte der Catholica-Beauftragte der Vereinigten Evangelisch-Lutherischen Kirche Deutschlands (VELKD). Er sicherte zu, dass die Evangelischen diesen Weg „mit großem Respekt und mit unseren Fürbitten aufmerksam verfolgen und begleiten“ werden, so Manzke.

Missbrauch: Keine Entschädigungszahlen, aber Betroffenenbeirat

Weiters wurde auf der Synode der EDK in Dresden die Aufarbeitung von sexuellem Missbrauch thematisiert. Im Unterschied zur katholischen Kirche sprach sich die EKD gegen Entschädigungszahlungen für Missbrauchsopfer aus. „Entschädigung ist genau nicht, was wir als Institution leisten können", sagte das Mitglied des EKD-Beauftragtenrates, Nikolaus Blum, am Dienstag vor der Synode der EKD. Die Forderungen nach Zahlungen führten zwangsläufig zu Auseinandersetzungen über die Beweisbarkeit von Sachverhalten und damit zu den Verfahren, die Betroffene lange Zeit stark belasten und retraumatisieren würden.

Zur Aufarbeitung von sexuellem Missbrauch werde aber ein Betroffenenbeirat eingerichtet, kündigte die Hamburger Bischöfin Kirsten Fehrs an. Dieser solle als kritisches Gegenüber zur EKD die Betroffenenperspektive in den Aufarbeitungsprozess einbringen und eigene Positionen formulieren. Betroffene können sich ab sofort für diesen Beirat bewerben, so Fehrs. (kna 13)

 

 

 

 

Papst steuert Vorwort zu Buch über Migranten bei

 

„Prima gli Ultimi“, die Letzten zuerst. So lautet der bezeichnende Titel eines Buches, in dem der italienische Journalist Rino Canzoneri die Geschichten von Menschen erzählt, die sich mit konkreten Gesten der Menschlichkeit und Solidarität für Migranten einsetzen. Papst Franziskus hat das Vorwort dazu beigesteuert. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

Schon in der Widmung stellt der Autor heraus, dass es ihm um die Menschen geht, „die in der Wüste und im Mittelmeer gestorben sind; die in libyschen Gefangenenlagern und Gefängnissen Gewalt erlitten haben und noch erleiden. Niemand wird uns je verzeihen können, dass wir euch nicht gerettet haben, dass wir euch nicht geholfen haben, ein Leben in Würde zu leben,“ heißt es dort.

Entgegen der weit verbreiteten Überzeugung, nach der die Mächtigen und Reichen an erster Stelle kämen, habe er die Idee des Evangeliums aufgreifen wollen, erklärt Rino Canzoneri: zuerst kommt, wer leidet, wer am meisten der Hilfe bedarf – und dazu gehörten heute ganz sicher auch die Migranten.

Ein Buch, das von Aufnahme und Menschlichkeit erzählt...

Dass nun kein Geringerer als Papst Franziskus höchstpersönlich seine „Mitarbeit“ zu dem vom italienischen Verlag Paoline herausgegebenen Buch beigesteuert hat, hat den Autor selbst wohl am meisten überrascht. Zwar habe er dem Papst von seinem Projekt berichtet; ihm erklärt, dass es von Aufnahme und Menschlichkeit erzähle – mit einer Antwort habe er jedoch nicht gerechnet. Doch schon eine Woche später habe er von Papst Franziskus den Brief erhalten, der nun als Vorwort in das Buch einführt.

Die Menschlichkeit, die keine Schlagzeilen macht

Auf einer Linie mit dem Autor stellt der Papst darin heraus, dass es „viel verborgene Menschlichkeit gibt, eine Menschlichkeit, die keine Schlagzeilen macht, sondern jeden Tag die Freude erfährt, die im Geben liegt; darin, sich in den Dienst der anderen zu stellen, anderen Herz und Haus zu öffnen.“ Der Papst betont, dass es lobenswert sei, wenn der Autor „jenem Teil der Realität eine Stimme geben will“, der dankenswerterweise immer noch weit verbreitet sei: der Wirklichkeit derer, die sich der Gleichgültigkeit nicht beugen wollten. Und das werde in einer „Zeit wie der unseren, die geprägt ist von Polarisierung, von effektheischerischen Schlagzeilen und Slogans, die die Realität verzerren können, und von – leider – so vielen schlechten Nachrichten, einen Hauch frischer Luft bringen: Es wird uns gut tun!“, hofft Franziskus.

Die Worte Jesu in die Tat umsetzen

Es sei schön und beruhigend zu wissen, dass so viele Menschen die Worte Jesu, die wir in Kapitel 25 des Matthäusevangeliums lesen, in die Tat umsetzten, führt der Papst in seinem Schreiben weiter aus: „Die Worte, die ich gerne als ‚das Protokoll‘ bezeichne, anhand dessen wir alle dereinst gerichtet werden: ‚Ich war hungrig und du hast mir Essen gegeben, ich war durstig und ihr habt mir zu trinken gegeben; ich war fremd und obdachlos und ihr habt mich aufgenommen; ich war nackt und ihr habt mir Kleidung gegeben; ich war krank und im Gefängnis und ihr habt mich besucht‘.“

Canzoneri, der selbst freiwilliger Vormund von Zwillingen aus Elfenbeinküste ist, gibt in seinem Buch auch konkrete Tipps, wie man Menschen in Not helfen kann. Beispielsweise durch die „Adoption von Kindern, die erst wenige Monate alt und allein sind, weil ihre Mütter auf See gestorben sind oder die Frucht einer Vergewaltigung sind und von ihren Müttern weggeben wurden.“

Hintergrund

Der Journalist Rino Canzoneri, Aktivist von „Refugees Welcome“, ist Gründer des Verlags „Edizioni Arbor“, der sich mit sozialen Themen beschäftigt. (vn 11)

 

 

 

Bistum Fulda. Kirche gemeinsam gestalten. Ergebnisse der Pfarrgemeinderatswahl

 

Fulda, Geisa, Hanau, Kassel, Marburg - Unter dem Motto ‚Kirche gemeinsam gestalten‘ stand die Pfarrgemeinderatswahl im Bistum Fulda. Dankbar für das Engagement der Pfarrgemeinderäte zeigten sich Bischof Dr. Michael Gerber und Katholikenratsvorsitzender Steffen Flicker nach der Wahl am vergangenen Wochenende.

 

„Zu Ihrer Wahl gratuliere ich Ihnen von ganzem Herzen. Die kommenden Jahre werden ein hohes Maß an Veränderung mit sich bringen. So freue ich mich auf die Zusammenarbeit mit Ihnen. Entdecken wir gemeinsam, was Gott mit uns heute in dieser Welt anfangen möchte, wie die Botschaft Jesu Christi heute neu zum Klingen kommt“, sagte Bischof Dr. Gerber bei der Veröffentlichung der Wahlergebnisse.

Bei der Pfarrgemeinderatswahl ist nach Rückmeldung von 147 von 188 Pfarreien eine Wahlbeteiligung von 10,3 % erzielt worden.

„In nahezu allen Pfarreien unseres Bistums prägen Pfarrgemeinderäte das kirchliche Leben. Dies stellt eine Bestätigung der ehrenamtlichen Mitarbeit der pfarrlich Engagierten dar“, so Steffen Flicker, der Vorsitzende des Katholikenrates. „Von ganzem Herzen danke ich allen Frauen und Männern, die in der vergangenen Amtsperiode Verantwortung im Pfarrgemeinderat getragen haben. Im Dienst an Ihrer Pfarrgemeinde haben Sie Energie und Lebenszeit eingesetzt. Möge auf dem, was Sie miteinander in den vergangenen Jahren gestaltet haben, viel Segen liegen und mögen die Erfahrungen aus dieser Zeit auch für Ihr eigenes Leben fruchtbar werden“, so Bischof Gerber.

Die Wahl wurde am Wochenende in 188 Pfarreien und Pfarrkuratien durchgeführt. Das Bistum hatte vorab in einer Briefaktion circa 305 100 Wählerinnen und Wähler über 16 Jahren benachrichtigt. „Wir liegen mit diesem Ergebnis im Trend der letzten Wahlen“, so Steffen Flicker. Betrachtet man die Wahlergebnisse einzelner Pfarreien, fallen diese unterschiedlich aus. Einige Pfarreien konnten eine sehr hohe Wahlbeteiligung erzielen (z.B. Bremen bei Geisa mit 49 %). Einige, vor allem städtische Pfarreien registrieren eine geringere Wahlbeteiligung (z.B. Hanau, Mariae Namen mit 6 %). Im Bistum Fulda gilt das Familienwahlrecht, so dass neben 317.473 Erwachsenen auch 37.153 Kinder und Jugendliche unter 16 Jahren zur Wahl eingeladen waren. Die Wahlbeteiligung beim Familienwahlrecht liegt nach derzeitigem Auszählungsstand nach Auskunft der Geschäftsstelle des Katholikenrates bei 9 Prozent.

Für die neu gewählten Pfarrgemeinderäte bietet der Katholikenrat einen Starttag im Fuldaer Bonifatiushaus an am 8. Februar 2020. Die Ergebnisse der Pfarrgemeinderatswahl sind veröffentlicht unter www.pfarrgemeinderatswahlen.de > Bistum Fulda. mz 11

 

 

 

 

Ökumene-Treffen in Ottmaring: Ein dreifaches Jubiläum

 

Ein besonderes Jubiläum feierte das Ökumene-Netzwerk „Miteinander für Europa“ an diesem Wochenende in Augsburg. An dem Ort, an dem vor 20 Jahren Vertreter des Lutherischen Weltbundes und der Katholischen Kirche die Gemeinsame Erklärung zur Rechtfertigungslehre unterzeichnet haben, kamen rund 300 Vertreter aus 55 christlichen Gemeinschaften und Bewegungen verschiedener Kirchen aus 25 Ländern Europas zusammen.

https://www.vaticannews.va/de/kirche/news/2019-11/oesterreich-schoenborn-auszeichnung-ukrainische-katholische-kirc.htmlAm Nachmittag desselben Tages im Jahr 1999 kam in Ottmaring bei Augsburg die erste Gruppe von Verantwortlichen verschiedener katholischer, evangelischer und freikirchlicher Gruppierungen zusammen – die Geburtsstunde des Netzwerkes „Miteinander für Europa“. Und keinesfalls aus Zufall fand das Treffen auch am 30. Jahrestag des Falls der Berliner Mauer statt, erläutert gegenüber Radio Vatikan Beatriz Lauenroth, die Medienverantwortliche des ökumenischen Netzwerkes:

„Die drei Ereignisse waren für die Anwesenden eng miteinander verknüpft und prägen den ,Gründergeist‘ der Initiative. ,Ihr seid Botschafter der Versöhnung‘, ermutigte bei der Feier der evangelische Bischof Christian Krause die Anwesenden. Er hatte 1999 als damaliger Präsident des Lutherischen Weltbundes die ,Gemeinsame Erklärung‘ mit unterzeichnet und erinnerte als einer der Zeitzeugen an die vielen ermutigenden Schritte, die in der Ökumene dadurch und seitdem getan wurden.“

“ Ihr seid Botschafter der Versöhnung ”

Im aktuellen Klima zunehmender Europa-Skepsis und politischer Polarisierung, so mahnte der Bischof die Anwesenden, brauche es gerade die Erfahrung der Bewegungen und geistlichen Gemeinschaften von versöhnter Verschiedenheit. Zahlreiche Initiativen stellten sich in kurzen Beiträgen vor, um die Vielfalt der Beziehungen deutlich zu machen, die das gemeinsame Ökumene-Netzwerk prägen, betont Lauenroth:

„In Ungarn bewegt sie Christen verschiedener Konfessionen dazu, sich miteinander Menschen in Not und Isolation zuzuwenden, auch in den Transitlagern für Geflüchtete. In Österreich drängt es Mitglieder verschiedener Gemeinschaften dazu, ihre eigenen Grenzen zu überschreiten, die Kontakt zu Christen in Slowenien und Italien zu suchen und sich miteinander für die aktuellen Bedürfnisse in ihren Regionen einzusetzen. Ein Blick in die Schweiz zeigte, wie regionale Gruppen des Miteinander-Netzwerkes gemeinsam für eine neue Leidenschaft für ein aktives Engagement in Europa werben.“

“ Ein prophetisches Zeichen für ein glaubwürdiges Miteinander in Europa sein ”

Der Moderator des Ökumene-Netzwerkes, Gerhard Proß, hatte während des Treffens allerdings nicht nur Erreichtes gewürdigt, sondern auch Perspektiven für die Zukunft skizziert: Es gelte, der Versuchung zu widerstehen, neue organisatorische Strukturen zu entwickeln. Stattdessen müsse das Thema Versöhnung vertieft werden, unterstrich Proß. Im derzeitigen „Klima der Enttäuschung, des Verlusts an Glaubwürdigkeit der Kirchen und der ausbleibenden Aufbruchsstimmung“ liege eine große Chance darin, die positiven Erfahrungen zwischen Amt und Charisma, zwischen Kirchenleitung und charismatisch geprägten Ausdrucksformen von Glaubensleben in den Bewegungen zu bezeugen: „In Zeiten des Auseinanderdriftens und der Tendenzen zur Abgrenzung wollen wir ein prophetisches Zeichen für ein glaubwürdiges Miteinander in Europa sein“.

Am Abend machte sich die Gruppe aus dem Rathaus auf den Weg in die evangelische Kirche St. Anna, in der 1999 die Gemeinsame Erklärung zur Rechtfertigungslehre unterzeichnet worden war. Dort endete der Tag mit einem ökumenischen Gebet und einer Lichterprozession. Auf dem Platz vor der Kirche fand das Jubiläum mit Gesängen und einem Segen seinen feierlichen Abschluss.

(pm 11)

 

 

 

 

 

Welttag der Armen. Bischof Dr. Franz-Josef Bode (Osnabrück) zu Altersarmutsrisiken von Frauen

 

Der Welttag der Armen, den Papst Franziskus für die Kirche erstmals 2017 ausgerufen hat, wird in diesem Jahr am Sonntag, 17. November 2019, begangen. Die Botschaft von Papst Franziskus steht unter dem Psalmwort: „Der Elenden Hoffnung ist nicht für immer verloren“ (Ps 9,19). Anlässlich des Welttags der Armen erklärt der Vorsitzende der Pastoralkommission und der Unterkommission Frauen in Kirche und Gesellschaft der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Franz-Josef Bode (Osnabrück):

 

„Papst Franziskus dankt in seiner Botschaft allen, die sich weltweit mit den Armen solidarisieren und für die Bekämpfung von Armut und ihrer Ursachen einsetzen. Als Vorsitzender der Unterkommission Frauen in Kirche und Gesellschaft danke ich in diesem Zusammenhang ausdrücklich den Frauen. Denn es sind vor allem Frauen, die sich bei uns in den verschiedenen Bereichen der Caritas und diakonischen Pastoral mit Menschen in Not solidarisieren. Glaubwürdigkeit und Realitätsnähe des christlichen Glaubens, so der Papst, zeige sich in diesem persönlichen Engagement für die Armen im eigenen sozialen Umfeld. Armut hat viele Gesichter: die existenzielle Armut ist eine der schrecklichsten Formen. Aber auch Ausgrenzung von der gesellschaftlichen Teilhabe und Vereinsamung sind aktuelle Formen der Armut.

 

Ich möchte heute besonders an Altersarmutsrisiken von Frauen in unserem Land erinnern. Mehr als jede vierte alleinstehende Neurentnerin wird – wie neuere Untersuchungen zeigen – in den kommenden Jahren die staatliche Grundsicherung nötig haben. Alleinstehende Frauen haben ein rund viermal höheres Armutsrisiko als der Durchschnitt. Die Gründe sind vielfältig: Tätigkeit in typischen Frauenberufen beziehungsweise in geringer entlohnten Dienstleitungsberufen, Brüche in der Erwerbsbiografie, Teilzeitarbeit usw. Verstärkt wird das Armutsrisiko bei Frauen, die lange alleinerziehend waren, die kein Wohneigentum besitzen, bei Spätaussiedlerinnen, die in Deutschland keine entsprechende Anstellung fanden, und überhaupt bei Migrantinnen. Die Folgen von Altersarmut in Deutschland sind vor allem sozialer Natur. Die eigene kleine Rente und die Grundsicherung ermöglichen Wohnen, Essen und Kleidung. Aber für das Ausgehen mit Freunden, den Ausflug, die Mitgliedschaft in Vereinen, die Teilnahme an Bildungs- oder Freizeitveranstaltungen, den Besuch von Konzerten, Museen, Kinos oder gar einen Urlaub reicht das Geld nicht mehr. Die schwindende gesellschaftliche Teilhabe führt zur Vereinsamung mit all ihren Folgen für soziale Beziehungen, für die physische und psychische Gesundheit.

 

Innerhalb des Synodalen Weges bemühen wir uns in der Kirche in Deutschland aktuell darum, den Ausschluss beziehungsweise die unzureichende Teilhabe von Frauen an der Macht in der Kirche zu überwinden. Auch das ist eine Ungerechtigkeit, unter der viele Menschen, Frauen wie auch Männer, in der Kirche leiden. Der Welttag der Armen weitet unseren Blick für weitere Notsituationen, die ebenfalls nach Geschlechtergerechtigkeit rufen. Gerechtigkeit und so auch Geschlechtergerechtigkeit kann es immer nur für alle geben. Der Mentalitätswandel, den Papst Franziskus in seiner diesjährigen Botschaft fordert, ruft die Kirche in Deutschland dazu auf, aus geschlossenen Milieus auch der Gemeinden aufzubrechen und sowohl kreativ wie aktiv Armutsrisiken im eigenen Umfeld zu bekämpfen. Dazu gehören unter Berücksichtigung der besonders hohen Altersarmutsrisiken von Frauen hierzulande zum Beispiel:

 

·         die Überprüfung von Frauen- und Familienbildern, die Armutsrisiken befördern;

·         politische Bemühungen um eine angemessene Würdigung von Sorgearbeit innerhalb und außerhalb der Familie;

·         die Förderung einer Kirchenentwicklung, in der vielfältige Lebensformen und damit auch Alleinstehende ihren Platz finden, und die die Solidarität untereinander stärkt;

·         der Einsatz für bezahlbaren Wohnraum gerade für alleinstehende ältere Frauen in der örtlichen Gemeinde;

·         und die sensible Weiterentwicklung einer Seniorinnenpastoral und neuer Engagementformen für von Armut betroffene Frauen.

 

Dabei geht es um den Kern unseres Glaubens, wie Papst Franziskus schreibt: ‚Damit die Jünger des Herrn glaubwürdige Verkünder des Evangeliums sein können, ist es notwendig, dass sie konkrete Zeichen der Hoffnung aussäen. Ich bitte alle christlichen Gemeinschaften…, sich dafür einzusetzen, dass dieser Welttag in vielen den Wunsch nach einer tätigen Mithilfe stärke, damit es niemand an Nähe und Solidarität fehlt.‘dbk 12