Notiziario religioso  16-29  settembre  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       I Grandi della terra invitati dal Papa a sottoscrivere un Patto Educativo Globale  1

2.       Assemblea plenaria il 23-26 settembre dei vescovi tedeschi a Fulda  1

3.       Ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo che coinvolga tutti 1

4.       “Pellegrino di pace e di speranza”  2

5.       Il Papa sul volo di ritorno dall'Africa: "Non ho paura di uno scisma nella Chiesa"  2

6.       “Favorire l’incontro tra culture, civiltà e tradizioni religiose diverse nella promozione di una società giusta”  4

7.       Il Papa a Mauritius: «Basta precarietà dei giovani. Loro sono la nostra prima missione»  4

8.       Papa Francesco: "Accettate la sfida dell'accoglienza e della protezione dei migranti"  5

9.       Il Papa a Mauritius: «Il futuro incerto rende i giovani vulnerabili alle nuove forme di schiavitù»  5

10.   Don De Robertis: l’Italia ha una lunga storia di emigrazione  6

11.   Francesco in Madagascar: “La sofferenza non fa parte del piano di Dio. I cristiani non siano indifferenti”  6

12.   Madagascar, il Papa: “C’è gente priva di tutto, questo non è il piano di Dio”  6

13.   Francesco dal Madagascar ammonisce il mondo: “La deforestazione a vantaggio di pochi compromette il futuro del Paese”  7

14.   Là dove c’era la foresta ora c’è  7

15.   Il Papa in Mozambico parla ai giovani e cita come modello Eusebio, «la perla nera»  8

16.   “Vogliamo che la pace regni nei nostri cuori e nel palpito del nostro popolo”  8

17.   Fra Mozambico, Madagascar e Mauritius. Vaticano: papa Francesco ritrova la sua Africa  9

18.   Il neocardinale Zuppi: «La nostra identità? La gente inCalabria che salva i naufraghi»  9

19.   “Il coraggio della pace!”  9

20.   “È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato”  10

21.   Essere umili è riconoscere che siamo polvere di terra amata da Dio  11

 

 

1.       „Verantwortung für die Sendung der Kirche“  11

2.       Post aus dem Vatikan löst Debatte um „synodalen Weg“ aus  12

3.       Kardinal Marx erklärt „synodalen Weg” der deutschen Kirche im Vatikan  12

4.       Synodaler Weg der Kirche in Deutschland. Erklärung  12

5.       25 Jahre Bistum Erfurt: Ein- und Ausblicke  13

6.       Franziskus in Afrika: Mut zur Kritik  13

7.       Bischof Wilmer will Öffnung des „Synodalen Wegs“ auf Evangelisierung hin  14

8.       Ökumenischer Arbeitskreis empfiehlt wechselseitige Teilnahme am Abendmahl 14

9.       Papst Franziskus: „Der Weg eines Schismas ist nicht christlich“  14

10.   Herbstvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz vom 23. bis 26. September in Fulda  15

11.   Herbstvollversammlung der Bischöfe zu Reformen und Missbrauchsaufarbeitung  15

12.   Papst auf Mauritius: Der Jugend Platz in der Gesellschaft geben  15

13.   Erzbistum Köln will stärker auf Laien setzen  16

14.   Papst an Autoritäten von Madagaskar: Integrale Entwicklung fördern  17

15.   Bischof Kohlgraf verteidigt Reformprozess gegen Kritik  17

16.   Papst in Madagaskar: „Armut ist kein unabänderliches Schicksal“  17

17.   Frankfurter St. Bartholomäus-Dom Ort der Plenarversammlungen des Synodalen Weges  18

18.   Erzbischof Schick dankt den Franziskanern für ihre „integrale Mission“  18

19.   Papst bei Messe in Mosambik: „Nein zu Hass, Gewalt und Korruption"  18

20.   Bischof Fürst zum Welttag der sozialen Kommunikationsmittel 19

21.   Papst in Mosambik: „Frieden erfordert harte Arbeit“  19

22.   Ökumenischer Tag der Schöpfung am 6. September 2019  20

23.   Woelki sieht Spaltungsrisiko im synodalen Weg  20

24.   Landtagswahlen in Deutschland: „Christen sind in der Verantwortung“  20

25.   Ukrainisch griechisch-katholische Synode beginnt mit dem Papst 21

26.   Kolping-Exclusivvorstellung von „Bonifatius – Das Musical“ auf dem Domplatz in Fulda  21

27.   Maria 2.0 möchte sich nicht am „Synodalen Weg“ beteiligen  22

 

 

 

I Grandi della terra invitati dal Papa a sottoscrivere un Patto Educativo Globale

 

Per il 14 maggio 2020, il Santo Padre Papa Francesco invita i rappresentanti delle principali Religioni, gli esponenti degli organismi internazionali e delle diverse istituzioni umanitarie, del mondo accademico, economico, politico e culturale a sottoscrivere un’alleanza per ricostruire il patto educativo globale e consegnare alle giovani generazioni una casa comune solida e fraterna.

 

Papa Francesco, il 14 maggio 2020, invita in Vaticano i rappresentanti delle principali Religioni, gli esponenti degli organismi internazionali e delle istituzioni umanitarie, scienziati e pensatori, economisti, educatori, sociologi e politici, artisti e sportivi, a dialogare sul futuro del Pianeta e a sottoscrivere il «Global Compact on Education», un patto educativo in cui investire i talenti di tutti, per suscitare una presa di coscienza ed un’ondata di responsabilità per il bene comune dell’umanità, partendo dai giovani, per raggiungere tutti gli uomini di buona volontà: «Mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna1».

La scelta dell’educazione, come terreno su cui realizzare un patto globale, è un argomento prioritario nell’orizzonte degli scenari attuali e futuri. Nella Chiesa, esso costituisce il filo conduttore della sua azione nei confronti delle giovani generazioni e del dialogo con la società e con la cultura. La proposta di Papa Francesco riprende e rilancia i principi che hanno sempre guidato l’azione della comunità cristiana nel suo impegno a livello formativo nelle scuole, nelle università e in tutte le iniziative di educazione informale e nei percorsi di dialogo interreligioso e interculturale.

Inoltre, l’iniziativa promossa dal Pontefice, vuole valorizzare lo sforzo che gli organismi internazionali stanno compiendo per assicurare un futuro migliore alle giovani generazioni, intervenendo sui sistemi educativi per renderli più idonei ad affrontare le sfide di una società sempre più complessa ed in costante mutamento. Considerate le tematiche collegate con il “Patto educativo globale”, il coordinamento per la realizzazione dell’iniziativa è stato affidato dal Santo Padre alla Congregazione per l’Educazione Cattolica in collaborazione con gli altri Dicasteri competenti.

«L’evento a cui Papa Francesco invita i rappresentanti della società civile, religiosa, sociale e culturale – si legge nel comunicato della Congregazione per l’Educazione Cattolica – è un punto di arrivo per far conoscere e valorizzare quanto già tante persone e istituzioni stanno compiendo nel mondo, ma allo stesso tempo è un punto di partenza per fissare e condividere alcuni obiettivi irrinunciabili verso cui far confluire gli sforzi di tutti e aprire nuovi progetti e percorsi che favoriscano modelli di convivenza alternativi rispetto a quelli di una società massificata e individualista, e perciò povera di valori umani e di prospettive di speranza».

L’evento che si svolgerà a Roma il 14 maggio 2020, nel quinto anniversario dell’enciclica Laudato si’, verrà preceduto da una serie di seminari a carattere tematico, relativi all’area dei diritti umani e delle scienze della pace, all’area del dialogo tra le religioni, ai temi riguardanti il patto educativo tra giovani e adulti, il patto con la natura e con l’ambiente, i temi della democrazia, dell’economia, della cooperazione internazionale, gli aspetti dell’educazione informale e quelli concernenti i migranti e i rifugiati. Tutte le informazioni sull’evento e il cammino che lo precederà sono disponibili sul sito: www.educationglobalcompact.org.

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Assemblea plenaria il 23-26 settembre dei vescovi tedeschi a Fulda

 

La preparazione al cammino sinodale deciso dalla Conferenza episcopale tedesca (Dbk) sarà il tema al centro dei lavori della prossima assemblea plenaria dei vescovi (Fulda, 23-26 settembre). Secondo quanto reso noto dall’ufficio stampa della Dbk, il tradizionale appuntamento autunnale dei 69 vescovi, prenderà le mosse da un confronto sulla “lettera di Papa Francesco al popolo pellegrino di Dio in Germania”, dello scorso 29 giugno. A un anno dalla pubblicazione del documento sugli abusi sessuali da parte di esponenti della Chiesa cattolica in Germania, si tornerà a parlare del tema per fare il punto, in particolare, su denunce e risarcimenti materiali. Nell’agenda dei lavori di Fulda “gli sviluppi politici in Germania a seguito delle recenti elezioni” e “il clima e la prossima Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi per la regione panamazzonica”. Questo tema sarà oggetto di un incontro con la stampa il 25 settembre. Durante i lavori, il 24 settembre, sarà inoltre presentato il documento dei vescovi “Evangelizzazione e globalizzazione”, testo che guarda al mese straordinario della missione voluto da Papa Francesco (ottobre 2019). Come di consueto, al termine dei lavori il presidente dei vescovi, card. Reinhard Marx, incontrerà i giornalisti.

 

Nota dei vescovi su polemiche cammino sinodale

La “valutazione” del Pontificio Consiglio per i testi legislativi si basa “su una bozza del regolamento del cammino sinodale del giugno 2019 e non prende in considerazione la versione modificata a luglio e dopo l’incontro del consiglio permanente di agosto, che non contiene più alcuni passaggi a cui la valutazione si riferisce”. È un passaggio della nota a firma di Matthias Kopp, portavoce dei vescovi tedeschi, in merito alla polemica scoppiata in Germania relativamente a una lettera che il card. Reinhard Marx ha ricevuto il 4 settembre dal Vaticano in cui si sollevano diverse obiezioni allo Statuto predisposto in Germania per guidare il cammino sinodale che la Chiesa tedesca si accinge a cominciare. La lettera della Congregazione per i vescovi accompagna una missiva del Pontificio Consiglio per i testi legislativi in cui si elencano e spiegano le “molte domande aperte” che “la bozza dello statuto lascia”. “Al riguardo, il card. Marx ha già contattato il prefetto della Congregazione per i vescovi” (che si è fatta mediatrice della lettera), riferisce Kopp, e “la prossima settimana sarà a Roma per chiarire le incomprensioni”. L’assemblea plenaria che si svolgerà a Fulda dal 23 al 26 settembre, precisa ancora Kopp, “si occuperà dei documenti”. Oggi intanto, sempre a Fulda, si è aperto un incontro tra dieci rappresentanti del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK) e dieci vescovi, per portare avanti il lavoro di preparazione al sinodo. “Per motivi di trasparenza” le lettere giunte da Roma oggi sono state pubblicate sul sito della Conferenza episcopale tedesca. Sir/Dip 13

 

 

 

 

Ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo che coinvolga tutti

 

Pubblichiamo il Messaggio del Santo Padre Francesco per il lancio del Patto Educativo, evento mondiale che avrà luogo giovedì 14 maggio 2020, sul tema “Ricostruire il patto educativo globale”:

 

Carissimi, nell’Enciclica Laudato si’ ho invitato tutti a collaborare per custodire la nostra casa comune, affrontando insieme le sfide che ci interpellano. A distanza di qualche anno, rinnovo l’invito a dialogare sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta e sulla necessità di investire i talenti di tutti, perché ogni cambiamento ha bisogno di un cammino educativo per far maturare una nuova solidarietà universale e una società più accogliente. Per questo scopo desidero promuovere un evento mondiale nella giornata del 14 maggio 2020, che avrà per tema “Ricostruire il patto educativo globale”: un incontro per ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per un’educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione.

Mai come ora, c’è bisogno di unire gli sforzi in un’ampia alleanza educativa per formare persone mature, capaci di superare frammentazioni e contrapposizioni e ricostruire il tessuto di relazioni per un’umanità più fraterna. Il mondo contemporaneo è in continua trasformazione ed è attraversato da molteplici crisi. Viviamo un cambiamento epocale: una metamorfosi non solo culturale ma anche antropologica che genera nuovi linguaggi e scarta, senza discernimento, i paradigmi consegnatici dalla storia. L’educazione si scontra con la cosiddetta rapidación, che imprigiona l’esistenza nel vortice della velocità tecnologica e digitale, cambiando continuamente i punti di riferimento. In questo contesto, l’identità stessa perde consistenza e la struttura psicologica si disintegra di fronte a un mutamento incessante che «contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica» (Enc. Laudato si’, 18).

Ogni cambiamento, però, ha bisogno di un cammino educativo che coinvolga tutti. Per questo è necessario costruire un “villaggio dell’educazione” dove, nella diversità, si condivida l’impegno di generare una rete di relazioni umane e aperte. Un proverbio africano dice che “per educare un bambino serve un intero villaggio”. Ma dobbiamo costruirlo, questo villaggio, come condizione per educare. Il terreno va anzitutto bonificato dalle discriminazioni con l’immissione di fraternità, come ho sostenuto nel Documento che ho sottoscritto con il Grande Imam di Al-Azhar ad Abu Dhabi, il 4 febbraio scorso. In un simile villaggio è più facile trovare la convergenza globale per un’educazione che sappia farsi portatrice di un’alleanza tra tutte le componenti della persona: tra lo studio e la vita; tra le generazioni; tra i docenti, gli studenti, le famiglie e la società civile con le sue espressioni intellettuali, scientifiche, artistiche, sportive, politiche, imprenditoriali e solidali. Un’alleanza tra gli abitanti della Terra e la “casa comune”, alla quale dobbiamo cura e rispetto. Un’alleanza generatrice di pace, giustizia e accoglienza tra tutti i popoli della famiglia umana nonché di dialogo tra le religioni. Per raggiungere questi obiettivi globali, il cammino comune del “villaggio dell’educazione” deve muovere passi importanti. In primo luogo, avere il coraggio di mettere al centro la persona.

Per questo occorre siglare un patto per dare un’anima ai processi educativi formali ed informali, i quali non possono ignorare che tutto nel mondo è intimamente connesso ed è necessario trovare – secondo una sana antropologia – altri modi di intendere l’economia, la politica, la crescita e il progresso. In un percorso di ecologia integrale, viene messo al centro il valore proprio di ogni creatura, in relazione con le persone e con la realtà che la circonda, e si propone uno stile di vita che respinga la cultura dello scarto. Un altro passo è il coraggio di investire le migliori energie con creatività e responsabilità. L’azione propositiva e fiduciosa apre l’educazione a una progettualità di lunga durata, che non si arena nella staticità delle condizioni. In questo modo avremo persone aperte, responsabili, disponibili a trovare il tempo per l’ascolto, il dialogo e la riflessione, e capaci di costruire un tessuto di relazioni con le famiglie, tra le generazioni e con le varie espressioni della società civile, così da comporre un nuovo umanesimo.

Un ulteriore passo è il coraggio di formare persone disponibili a mettersi al servizio della comunità. Il servizio è un pilastro della cultura dell’incontro: «Significa chinarsi su chi ha bisogno e tendergli la mano, senza calcoli, senza timore, con tenerezza e comprensione, come Gesù si è chinato a lavare i piedi agli apostoli. Servire significa lavorare a fianco dei più bisognosi, stabilire con loro prima di tutto relazioni umane, di vicinanza, legami di solidarietà».1 Nel servizio sperimentiamo che c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr Atti degli Apostoli 20,35). In questa prospettiva, tutte le istituzioni devono lasciarsi interpellare sulle finalità e i metodi con cui svolgono la propria missione formativa. Per questo desidero incontrare a Roma tutti voi che, a vario titolo, operate nel campo dell’educazione a tutti i livelli disciplinari e della ricerca.

Vi invito a promuovere insieme e attivare, attraverso un comune patto educativo, quelle dinamiche che danno un senso alla storia e la trasformano in modo positivo. Insieme a voi, faccio appello a personalità pubbliche che a livello mondiale occupano posti di responsabilità e hanno a cuore il futuro delle nuove generazioni. Ho fiducia che accoglieranno il mio invito. E faccio appello anche a voi giovani a partecipare all’incontro e a sentire tutta la responsabilità nel costruire un mondo migliore. L’appuntamento è per il giorno 14 maggio 2020 a Roma, nell’Aula Paolo VI in Vaticano. Una serie di seminari tematici, in diverse istituzioni, accompagnerà la preparazione dell’evento. Cerchiamo insieme di trovare soluzioni, avviare processi di trasformazione senza paura e guardare al futuro con speranza. Invito ciascuno ad essere protagonista di questa alleanza, facendosi carico di un impegno personale e comunitario per coltivare insieme il sogno di un umanesimo solidale, rispondente alle attese dell’uomo e al disegno di Dio. Vi aspetto e fin d’ora vi saluto e benedico. Papa Francesco

 

 

 

 

“Pellegrino di pace e di speranza”

 

L’Udienza Generale dell’11 settembre con la Catechesi del Santo Padre

incentrata sul suo Viaggio Apostolico in Mozambico, Madagascar e Maurizio

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Ieri sera sono rientrato dal Viaggio apostolico in Mozambico, Madagascar e Mauritius. Ringrazio Dio che mi ha concesso di compiere questo itinerario come pellegrino di pace e di speranza, e rinnovo l’espressione della mia gratitudine alle rispettive Autorità di questi Stati, come pure agli Episcopati, che mi hanno invitato e accolto con tanto affetto e tanta premura, e i Nunzi Apostolici, che tanto hanno lavorato per questo viaggio.

La speranza del mondo è Cristo, e il suo Vangelo è il più potente lievito di fraternità, di libertà, di giustizia e di pace per tutti i popoli. Con la mia visita, sulle orme di santi evangelizzatori, ho cercato di portare questo lievito, il lievito di Gesù, alle popolazioni mozambicane, malgasce e mauriziane.

In Mozambico sono andato a spargere semi di speranza, pace e riconciliazione in una terra che ha sofferto tanto nel recente passato a causa di un lungo conflitto armato, e che nella scorsa primavera è stata colpita da due cicloni che hanno causato danni molto gravi. La Chiesa continua ad accompagnare il processo di pace, che ha fatto un passo avanti anche il 1° agosto scorso con un nuovo Accordo tra le parti. E qui vorrei soffermarmi per ringraziare la Comunità di Sant’Egidio che ha lavorato tanto, tanto in questo processo di pace.

Ho incoraggiato in tal senso le Autorità del Paese, esortandole a lavorare insieme per il bene comune. E ho incoraggiato i giovani, che si sono radunati dalle diverse appartenenze religiose, perché costruiscano il Paese, superando la rassegnazione e l’ansietà, diffondendo l’amicizia sociale e facendo tesoro delle tradizioni degli anziani. Ai vescovi, ai sacerdoti e alle persone consacrate, che ho incontrato nella Cattedrale di Maputo, intitolata alla Vergine Immacolata, ho proposto la via di Nazareth, la via del “sì” generoso a Dio, nella memoria grata della sua chiamata e delle proprie origini. Un segno forte di questa presenza evangelica è l’Ospedale di Zimpeto, alla periferia della capitale, realizzato con l’impegno della Comunità di Sant’Egidio. In quest’ospedale ho visto che la cosa più importante sono gli ammalati, e tutti lavorano per gli ammalati. Inoltre, non tutti hanno la stessa appartenenza religiosa. Il direttore di quell’ospedale è una donna, ricercatrice, una brava donna, ricercatrice sull’AIDS. È musulmana, ma è la direttrice e questo ospedale è un ospedale fatto dalla Comunità di Sant’Egidio. Ma tutti, tutti insieme per il popolo, uniti, come fratelli. La mia visita in Mozambico è culminata nella Messa, celebrata nello Stadio sotto la pioggia, ma tutti eravamo felici. I canti, le danze religiose… tanta felicità. Non importava la pioggia. E lì è risuonato l’appello del Signore Gesù: «Amate i vostri nemici» (Lc 6,27), il seme della vera rivoluzione, quella dell’amore, che spegne la violenza e genera fraternità.

Da Maputo mi sono trasferito ad Antananarivo, capitale del Madagascar. Un Paese ricco di bellezze e risorse naturali, ma segnato da tanta povertà. Ho auspicato che, animato dal suo tradizionale spirito di solidarietà, il popolo malgascio possa superare le avversità e costruire un futuro di sviluppo coniugando il rispetto dell’ambiente e la giustizia sociale. Come segno profetico in questa direzione, ho visitato la “Città dell’amicizia” – Akamasoa, fondata da un missionario lazzarista, padre Pedro Opeka: là si cerca di unire lavoro, dignità, cura dei più poveri, istruzione per i bambini. Tutto animato dal Vangelo. Ad Akamasoa, presso la cava di granito, ho elevato a Dio la Preghiera per i lavoratori.

Poi ho avuto un incontro con le monache contemplative di diverse congregazioni, nel monastero delle Carmelitane: in effetti, senza la fede e la preghiera non si costruisce una città degna dell’uomo. Con i Vescovi del Paese abbiamo rinnovato l’impegno di essere “seminatori di pace e di speranza”, prendendoci cura del popolo di Dio, specialmente dei poveri, e dei nostri presbiteri. Insieme abbiamo venerato la Beata Victoire Rasoamanarivo, prima malgascia elevata agli altari. Con i giovani, molto numerosi – tanti giovani in quella veglia, ma tanti, tanti –, ho vissuto una veglia ricca di testimonianze, di canti e di danze.

Ad Antananarivo i è celebrata l’Eucaristia domenicale nel grande “Campo diocesano”: grandi folle si sono radunate intorno al Signore Gesù. E infine, nell’Istituto Saint-Michel, ho incontrato i sacerdoti, le consacrate e i consacrati e i seminaristi del Madagascar. Un incontro nel segno della lode a Dio.

La giornata di lunedì è stata dedicata alla visita alla Repubblica di Mauritius, nota meta turistica, ma che ho scelto come luogo di integrazione tra diverse etnie e culture. Infatti, nel corso degli ultimi due secoli, a quell’arcipelago sono approdate diverse popolazioni, specialmente dall’India; e dopo l’indipendenza ha conosciuto un forte sviluppo economico e sociale. Lì è forte il dialogo interreligioso, e anche l’amicizia tra i capi delle diverse confessioni religiose. Una cosa che a noi sembrerebbe strana, ma loro vivono così l’amicizia che è naturale. Quando sono entrato in episcopio, ho trovato un bel mazzo di fiori, bellissimo: è stato inviato dal Grande Imam in segno di fratellanza.

La santa Messa a Mauritius è stata celebrata presso il Monumento di Maria Regina della Pace, in memoria del Beato Jacques-Désiré Laval, detto “apostolo dell’unità mauriziana”. Il Vangelo delle Beatitudini, carta d’identità dei discepoli di Cristo, in quel contesto è antidoto contro la tentazione di un benessere egoistico e discriminatorio. Il Vangelo e le Beatitudini sono l’antidoto per questo benessere egoistico e discriminatorio, e anche è il lievito di vera felicità, impregnata di misericordia, di giustizia e di pace. Sono stato colpito dal lavoro che i Vescovi fanno per l’evangelizzazione dei poveri. In seguito, nell’incontro con le Autorità di Mauritius, ho manifestato l’apprezzamento per l’impegno di armonizzare le differenze in un progetto comune, e ho incoraggiato a portare avanti anche nell’oggi la capacità di accoglienza, come pure lo sforzo di mantenere e sviluppare la vita democratica.

Così, sono arrivato ieri, in serata, in Vaticano. Prima di iniziare un viaggio e al rientro, vado sempre dalla Madonna, dalla Salus Populi Romani, perché sia lei ad accompagnarmi nel viaggio, come Madre, a dirmi cosa devo fare, a custodire le mie parole, i miei gesti. Con la Madonna, vado sicuro.

Cari fratelli e sorelle, rendiamo grazie a Dio e chiediamogli che i semi gettati in questo viaggio apostolico portino frutti abbondanti per i popoli di Mozambico, Madagascar e Mauritius. Grazie! Papa Francesco

 

 

 

 

Il Papa sul volo di ritorno dall'Africa: "Non ho paura di uno scisma nella Chiesa"

 

Bergoglio torna sulle critiche che gli rivolgono sul suo pontificato: "Prego che non ci siano divisioni". E sulla xenofobia: "È una malattia umana, ma chi costruisce muri rimane solo" – di Paolo Rodari

 

SUL VOLO PAPALE - "Prego che non ce ne siano, ma non ho paura di uno scisma nella Chiesa. È una delle azioni che il Signore lascia sempre alla libertà umana". Francesco sul volo di ritorno da Antananarivo verso Roma a conclusione del suo viaggio in Africa torna sulle critiche che alcuni settori, "anche all'interno della curia" rivolgono al suo pontificato - "sono pillole d'arsenico" che "ti pugnalano da dietro", afferma senza paura - e sulla possibilità che una parte dei fedeli si stacchino per fondare una loro Chiesa. Uno scisma, dice, è "una situazione elitaria, un'ideologia staccata dalla dottrina". Molte critiche sono scatenate dalle sue parole in materia sociale, ma, spiega, "quello che dico io lo diceva Giovanni Paolo II, io copio lui". Mentre, rivela, "oggi abbiamo tante scuole di rigidità dentro alla Chiesa, che non sono scisma, ma sono vie cristiane pseudo-scismatiche che finiranno male". E, in ogni caso, continua, quando si vedono "cristiani, vescovi, sacerdoti, rigidi", significa che "dietro ci sono dei problemi. Non c'è la sanità del Vangelo".

 

La conferenza stampa sul volo di ritorno dall'Africa è occasione per il Papa per tornare su tanti argomenti caldi. Fra questi le guerre che dilaniano l'Africa: "Tutto si perde con la guerra, tutto si guadagna con la pace", dice. E chiede: "Per favore, mai più la guerra". Spiega poi da che cosa è favorita la denatalità in Europa: "Il benessere è la radice dell'inverno demografico". E dice che la "xenofobia" è "una malattia umana, come il morbillo" che "tante volte cavalca i cosiddetti populismi politici. Ma chi costruisce i muri rimane solo". E ancora: "Sento in alcuni posti discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel '34. Si vede che c'è un ritornello in Europa".

 

E infine l'affondo sullo sfruttamento ambientale: "La lotta più grande è quella per la biodiversità", dice. Mentre "lo sfruttamento dell'ambiente è un'incoscienza collettiva".

 

Ci sono alcuni che criticano il suo pontificato, mentre alcune delle personalità a lei più vicine hanno parlato dell'esistenza di un complotto contro di lei. C'è qualcosa che questi critici non capiscono del suo pontificato, o c'è qualcosa che lei ha imparato dalle critiche?

"Le critiche sempre aiutano, quando uno riceve una critica subito deve fare autocritica, e dire questo è vero, questo non è vero. Delle critiche io vedo sempre i vantaggi. Delle volte ti arrabbi, ma i vantaggi ci sono. Nel viaggio di andata verso Maputo uno di voi mi ha dato il libro "Così l'America vuole cambiare Papa" - del giornalista de La Croix, Nicolas Seneze, ndr - . Le critiche non sono soltanto da parte degli americani, ma sono un po' dappertutto, anche in curia. Alcuni hanno l'onestà di dirle, e a me piace questo. A me non piace quando le critiche stanno sotto il tavolo, fanno un sorriso che ti fanno vedere i denti e poi ti danno una pugnalata da dietro. Questo non è leale, non è umano. La critica vera è un elemento di costruzione. Invece la critica delle pillole di arsenico è un po' come buttare la pietra e nascondere la mano. Questo non serve, questo non aiuta. Aiuta semmai i piccoli gruppetti chiusi che non vogliono sentire la risposta alla critica. Quando si dice: 'Questa cosa del Papa non mi piace'... significa che io faccio una critica e aspetto la risposta, vado da lui e parlo e scrivo un articolo e gli chiedo di rispondere. Questo è leale, questo è amare la Chiesa. Fare una critica, invece, senza voler sentire la risposta e senza fare il dialogo è non volere bene alla Chiesa, è andare dietro a un'idea fissa, cambiare Papa, cambiare stile, o fare uno scisma".

 

Lei ha paura di uno scisma nella Chiesa americana?

"Nella Chiesa ci sono stati tanti scismi. Dopo il Concilio Vaticano I, sull'ultima votazione, quella dell'infallibilità, è successo che un bel gruppo se ne è andato, si è staccato dalla Chiesa, ha fondato i vetero-cattolici per essere fedele alla tradizione della stessa Chiesa. Poi hanno trovato uno sviluppo differente e adesso fanno l'ordinazione delle donne. Ma allora erano rigidi, andavano dietro a un'ortodossia pensando che il Concilio avesse sbagliato. Anche il Concilio Vaticano II ha creato queste cose, forse lo stacco più conosciuto è quello di Marcel Lefebvre. Ma sempre c'è l'azione scismatica nella Chiesa. È una delle azioni che il Signore lascia sempre alla libertà umana. Io non ho paura degli scismi, prego perché non ce ne siano, perché c'è di mezzo la salute spirituale di tanta gente. Prego che ci sia il dialogo, che ci sia la correzione se c'è qualche sbaglio, ma il cammino nello scisma non è cristiano. Pensiamo all'inizio della Chiesa, come ha incominciato la Chiesa con tanti scismi, uno dietro l'altro, basta leggere la storia. È stato il popolo di Dio a salvare dagli scismi. Gli scismatici sempre hanno una cosa in comune, si staccano dal popolo, dalla fede del popolo, dalla fede del popolo di Dio. E quando al Concilio di Efeso ci fu una discussione sulla maternità di Maria, il popolo, questo è storico, stava all'entrata della cattedrale con i bastoni, faceva vedere loro i bastoni e gridava: 'Madre di Dio, Madre di Dio'. Come dicendo: se voi non fate questo, ecco cosa vi aspetta. Il popolo di Dio sempre aggiusta e aiuta. Uno scisma è sempre una situazione elitaria, un'ideologia staccata dalla dottrina. Per questo io prego che non ci siano gli scismi. Ma non ho paura. Comunque io parlo delle cose sociali e le cose che dico sono le stesse che ha detto Giovanni Paolo II, le stesse, io copio lui. 'Ma il Papa è troppo comunista', dicono, e così entrano delle ideologie nella dottrina, e quando la dottrina scivola sulla ideologia lì c'è la possibilità di uno scisma. L'ideologia è la primazia di una morale asettica sulla morale del popolo di Dio. Invece la morale dell'ideologia ti porta alla rigidità e oggi abbiamo tante, tante scuole di rigidità dentro alla Chiesa, che non sono scisma, ma sono vie cristiane pseudo-scismatiche che finiranno male. Quando vedete cristiani, vescovi, sacerdoti, rigidi, dietro di loro ci sono dei problemi, non c'è la sanità del Vangelo. Per questo dobbiamo essere miti, miti con le persone che sono tentate da questi attacchi, perché stanno passando un problema, e dobbiamo accompagnarle con mitezza".

 

Cosa pensa del problema della xenofobia in Africa?

"Non è un problema solo dell'Africa, è una malattia umana, come il morbillo. È una malattia, ti viene, entra in un Paese, entra in un continente. Per cui si dice: mettiamo muri, no? Ma i muri lasciano soli coloro che li fabbricano. Si lasciano fuori tante persone, ma coloro che rimangono dentro i muri rimangono soli, e alla fine della storia sconfitti perché le invasioni sono potenti. Le xenofobie tante volte cavalcano i cosiddetti populismi politici. Sento in alcuni posti discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel '34. Si vede che c'è un ritornello in Europa, ma anche in Africa. Anche voi in Africa avete un problema culturale che dovete risolvere. Ne ho parlato in Kenya: il tribalismo. Ci vuole un lavoro di educazione, di avvicinamento fra le diverse tribù per fare una nazione. Abbiamo commemorato il 25esimo della tragedia del Rwanda, poco tempo fa. Un effetto del tribalismo. Ricordo in Kenya, nello stadio, quando ho chiesto a tutti di alzarsi, di darsi la mano, e dire: 'No al tribalismo, no al tribalismo'. Dobbiamo dire no. Anche il tribalismo è una xenofobia, una xenofobia domestica, ma è pure una xenofobia".

 

Uno dei temi di questo viaggio è stato la protezione dell'ambiente naturale. Ne ha parlato in tutti i suoi discorsi, anche coi giovani. Ha parlato della protezione degli alberi, degli incendi, della deforestazione. La stessa cosa sta accadendo in questo momento in Amazzonia. Lei crede che i governi di queste aree amazzoniche stiano facendo di tutto per proteggere questo polmone del mondo?

"C'è un inconscio collettivo per cui l'Africa va sfruttata. È una cosa incosciente, noi non pensiamo: 'L'Europa va sfruttata'. Dobbiamo liberare l'umanità da questi inconsci collettivi. Il punto più forte di questo sfruttamento, non solamente in Africa ma dappertutto nel mondo, è l'ambiente naturale. La deforestazione, la distruzione della biodiversità. Un paio di mesi fa ho ricevuto i cappellani del mare. Nell'udienza c'erano sette ragazzi pescatori che pescavano in una barca che non era più lunga di questo aereo. Pescavano con mezzi meccanici. Un po' degli avventurieri. Mi hanno detto questo: 'Da alcuni mesi fino a oggi abbiamo recuperato quasi sei tonnellate di plastica.' Sei tonnellate di plastica, questa è una realtà. In Vaticano abbiamo abolito la plastica. Nelle intenzioni di preghiera di questo mese del Papa c'è proprio la protezione degli oceani che ci danno anche l'ossigeno. Difendere l'ecologia, la biodiversità che è la nostra vita, difendere l'ossigeno. La lotta più grande è quella per la biodiversità. La difesa dell'ambiente naturale la portano avanti i giovani che hanno una grande coscienza, perché dicono: 'Il futuro è nostro...'. La scorsa estate, quando ho visto la foto di quella nave che viaggiava nel Polo Nord come se niente fosse, ho sentito angoscia. Alcuni mesi fa abbiamo visto tutti la fotografia dell'atto funebre che hanno fatto credo in Groenlandia, dove qualche ghiacciaio è scomparso. Hanno fatto un atto simbolico per attirare l'attenzione. Sono rimasto commosso da un articolo di Franca Giansoldati del Messaggero che non ha risparmiato le parole a proposito dello sfruttamento ambientale. La parola brutta è la parola corruzione. Ho bisogno di fare questo, ma per fare questo debbo sforestare quello, quell'altro, quell'altro. Ho bisogno del permesso del governo, o dei governi, provinciale, nazionale... La domanda che molti si sentono dire per avere l'approvazione un progetto è: 'E per me quanto?'. Sfacciatamente. Questo succede in Africa, in America Latina, anche in Europa, dappertutto. Quando si prende la responsabilità socio-politica, come medaglia personale, si sfruttano i valori, si sfrutta la natura, si sfrutta tanta gente. Pensiamo anche a tanti operai sfruttati nelle nostre società. Il caporalato non lo hanno inventato gli africani! L'abbiamo in Europa: la domestica pagata un terzo di meno di quello che si deve non l'hanno inventata gli africani. Le donne ingannate e sfruttate per fare la prostituzione nel centro delle nostre città non è cosa inventata dagli africani. Anche da noi c'è questo sfruttamento non solo ambientale, ma anche umano. E questa è per corruzione".

 

Cosa pensa del problema dell'educazione dei giovani in Africa?

"L'africa è un continente giovane, ha vita giovane. Come ho detto a Strasburgo, invece, la madre Europa è quasi diventata la nonna Europa, è invecchiata. Stiamo vivendo un inverno demografico gravissimo in Europa. Secondo una statistica ufficiale di in un Paese europeo nell'anno 2050 ci saranno più pensionati che gente che lavora. È tragico. Qual è l'origine dell'invecchiamento dell'Europa? Ho un'opinione personale: penso che il benessere sia la radice, l'attaccarsi al benessere. Dicono: 'Stiamo bene, non facciamo figli perché dobbiamo comprare la villa, fare turismo, un figlio è un rischio, non si sa mai...'. È un benessere che ti porta a invecchiare. Invece l'Africa è vita. Qui, come in Colombia e a Cartagena, ho trovato persone che mi mostravano i bambini. Dicevano: 'Questo è il mio tesoro, questa è la mia vittoria'. Lo stesso gesto l'ho visto in Europa orientale, con una nonna che faceva vedere il bambino e diceva: 'Questo è il mio trionfo'. A voi la sfida di educare questi giovani. L'educazione in questo momento è prioritaria. Il primo ministro di Mauritius mi diceva che ha in mente di introdurre un sistema educativo gratuito per tutti. La gratuità del sistema educativo è importante, perché ci sono centri di educazione di alto livello, ma a pagamento. Ce ne sono, ma occorre moltiplicarli perché l'educazione arrivi a tutti. Le leggi su salute ed educazione sono oggi la chiave".

 

Lei ha potuto parlare col presidente del Mozambico. Quali aspettative ha in relazione al processo di pace avviato nel Paese?

"Mi auguro che il processo di pace vada avanti, prego per questo. Perché tutto si perde con la guerra, tutto si guadagna con la pace, come ha detto Benedetto XV prima di me. È stato un processo di pace molto lungo, che ha avuto varie tappe, con lo sforzo dei capi di partiti contrari, per non dire nemici, di incontrarsi anche rischiando la vita. L'inizio è stato in un caffè: c'era gente che parlava e c'era un sacerdote della Comunità di Sant'Egidio - sarà fatto cardinale il prossimo 5 ottobre - che lì ha iniziato il processo di pace. Poi con l'aiuto di tanta gente è arrivato a questo risultato. Non dobbiamo essere trionfalisti in queste cose. Il trionfo è la pace. Non abbiamo diritto a essere trionfalisti perché la pace è fragile in Mozambico e nel mondo, la si deve trattare con molta tenerezza, delicatezza, perdono, pazienza, affinché cresca e sia robusta. Ma è il trionfo del Paese, la pace è la vittoria del Paese. E questo vale per tutti i Paesi che si distruggono con la guerra: le guerre distruggono, fanno perdere tutto. Quando c'è stata, alcuni mesi fa, la celebrazione dello sbarco in Normandia ricordo che c'erano i capi dei governi a fare memoria dell'inizio della fine di una guerra crudele e di una dittatura anti umana come il nazismo e il fascismo: ma su quella spiaggia sono rimasti quarantaseimila soldati, eh! È il prezzo della guerra. Vi confesso: quando andai al sacrario di Redipuglia piansi: per favore mai più la guerra, le guerre non risolvono niente. Anzi fanno guadagnare le persone che non vogliono l'umanità".

 

Come la Chiesa può aiutare ad accompagnare i giovani nelle crisi familiari?

"La famiglia ha un ruolo chiave in questo. In Madagascar c'è il problema della famiglia, legato al problema della povertà. La mancanza di lavoro e anche lo sfruttamento. Penso a coloro che nella cava - di Antananarivo, ndr - , guadagnano un dollaro e mezzo al giorno. Sono fondamentali le leggi sul lavoro, le leggi che proteggono la famiglia. Ieri a Mauritius, dopo la messa, c'era un poliziotto che teneva per mano una bambina. Si era persa e piangeva perché non trovavano i genitori. La polizia ha dato l'annuncio che venissero a prenderla e intanto l'accarezzava... Lì ho visto il dramma di tanti bambini e giovani che perdono il legame familiare. Lo Stato deve prendersi cura della famiglia, dei giovani, è un dovere dello Stato! Poi è necessario che tutta la società abbia coscienza che avere un bambino è un tesoro perché fa crescere la patria, fa crescere i valori che daranno sovranità alla patria. Una cosa che mi ha colpito in tutti e tre i Paesi visitati è stato il fatto che la gente salutava quando passavo. E c'erano anche i bambini piccoli che salutavano. Così entravano nella gioia".

 

Una domanda sulle isole Chagos. Il primo ministro l'ha ringraziata per avere ricordato le sofferenze della popolazione chagos, le cui isole sono occupate dalla Gran Bretagna. Oggi c'è un'attiva base militare. Come si può aiutare il popolo chagos?

"Vorrei ripetere la dottrina della Chiesa per la quale esistono le organizzazioni internazionali che hanno la capacità di giudicare. Si deve obbedire alle istituzioni internazionali. Quando c'è qualche lotta interna tra i Paesi si va lì a risolvere come fratelli civilizzati. Poi c'è un altro fenomeno: quando arriva la liberazione di un popolo, ad esempio in Africa ci sono state tante liberazioni dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dal Belgio, dall'Italia, sempre c'è stata la tentazione da parte di questi Paesi di portarsi via qualcosa: 'Si, ti la liberazione, ma qualche briciola me la porto via'. Credo allora che le organizzazioni internazionali debbano fare anche un processo di accompagnamento, riconoscendo alle potenze dominanti ciò che hanno fatto per quel Paese e riconoscendo la buona volontà di andarsene, e aiutandoli, con libertà, con fratellanza. Ma è un lavoro culturale lento. Vorrei approfittare per dire che se oggi non ci sono colonizzazioni geografiche, almeno non tante, ci sono tuttavia colonizzazioni ideologiche che vogliono entrare nella cultura dei popoli e cambiare quella cultura e così omogeneizzare l'umanità. È l'immagine della globalizzazione come una sfera: tutti uguali, ogni punto equidistante dal centro. Mentre la vera globalizzazione non è una sfera, ma un poliedro, dove ogni popolo e nazione conserva la propria identità, ma si unisce a tutta l'umanità. Mentre la colonizzazione ideologica cerca di cancellare l'identità degli altri per farli uguali. Dobbiamo rispettare l'identità dei popoli, e questa è una premessa da rispettare sempre così da cacciare via tutte le colonizzazioni".

 

Mauritius ha un'importante tradizione di dialogo interreligioso, cosa pensa?

"Mi ha colpito molto la capacità di unità e di dialogo interreligioso. Non si cancella la differenza fra le religioni, ma si sottolinea che siamo tutti fratelli e tutti dobbiamo parlare. Mauritius in questo senso ha dato un segnale di maturità. La prima cosa che ho trovato ieri entrando in episcopio è stato un mazzo di fiori bellissimo. Chi me lo ha inviato? Il grande Imam. Essere fratelli. La fratellanza umana è la base. Per questo ai missionari dico di non fare proselitismo. Il proselitismo vale per la politica, per lo sport: "Vieni nella mia squadra". Ma non per la fede. Che cosa significa per te, Papa, evangelizzare. C'è una frase di san Francesco di Assisi che mi ha illuminato tanto: "Portate il Vangelo e se fosse necessario anche con le parole". Cioè evangelizzare è quello che noi leggiamo nel libro degli Atti degli apostoli, è testimonianza. È la testimonianza che provoca la domanda, ma tu perché vivi così? Perché fai questo? E lì spiego: per il Vangelo. L'annuncio viene dopo la testimonianza. La testimonianza è il primo passo dell'evangelizzazione. È lo Spirito Santo che porta i cristiani e i missionari a dare testimonianza. Le proposte religiose che prendono il cammino del proselitismo non sono cristiane. Cercano dei proseliti, non adoratori di Dio e della verità. L'esperienza interreligiosa di Mauritius è molto bella. Nell'incontro interreligioso non solo c'erano solo cattolici, ma anche musulmani e persone di altre religioni e tutti eravamo fratelli".

 

Durante la messa in Madagascar c'era un milione di persone...

"C'era il popolo autoconvocatosi. C'erano persone che danzavano sotto la pioggia ed erano felici. E così alla veglia notturna. Il dato ufficiale non lo so. Dico che ce n'erano un po' meno, facciamo 800mila. Ma il numero non interessa. Interessa il popolo, gente che era arrivata a piedi, dal pomeriggio prima, che è stata alla veglia e ha dormito lì. Ho pensato a Rio de Janeiro nel 2013, a quando tanti dormirono sulla spiaggia e volevano stare con il Papa. Mi sono sentito umiliato, piccolissimo, davanti a questa grandiosità della sovranità popolare. Qual è il segno che un gruppo di persone è popolo? La gioia. C'erano dei poveri, c'era gente che non aveva mangiato per stare lì. Erano gioiosi. Invece, quando i gruppi o le persone si staccano dal senso popolare della gioia, perdono la gioia. È uno dei primi segnali, la tristezza dei soli. La tristezza di coloro che hanno dimenticato le loro radici culturali. Avere coscienza di essere un popolo è avere coscienza di una identità".

 

Secondo lei come sarà la comunicazione del futuro? Verrà un giorno in Spagna?

"Prima di tutto, andrò in Spagna, spero, se vivo, ma la priorità dei viaggi in Europa è: i paesi piccoli. Poi quelli più grandi. Secondo, non so come sarà la comunicazione del futuro. Ma penso come era la comunicazione quando ero ragazzo, ancora senza tv, con la radio, col giornale, anche col giornale clandestino che era perseguitato dal governo di turno. Si vendeva di notte, con i volontari. Era una comunicazione precaria ma era comunicazione. In ogni caso ciò che rimane come costante nella comunicazione è la capacità di trasmettere un fatto, un avvenimento, e distinguerlo dall'interpretazione. Una cosa che danneggia la comunicazione è l'interpretazione. La comunicazione è sempre una cosa 'mobile', ma è facile passare dal fatto all'interpretazione. È importante che ci sia il fatto al centro. Vale anche per noi, nella curia: c'è un fatto, lo si racconta, ma viene abbellito, impreziosito, ognuno ci mette del suo. Non lo si fa con cattive intenzioni, ma è la prassi. Mentre l'essenza del comunicatore è sempre quella di riferire il fatto e distinguere il fatto dall'interpretazione. Spesso si scrive "si dice che...". Sì, si può dire, certo, ma poi bisogna avere l'onestà di verificare l'oggettività del "si dice che". L'oggettività è un altro dei valori che bisogna garantire nella comunicazione. Inoltre: la comunicazione deve essere umana, totalmente umana. Umana significa costruttiva, cioè deve essere per l'altro. La comunicazione non può essere usata come strumento di guerra, perché distrugge. L'altro giorno commentavo con padre Rueda un articolo sulla capacità distruttiva della lingua, è come l'arsenico. La comunicazione deve essere al servizio della costruzione e non della distruzione. Quando la comunicazione è al servizio della distruzione? Quando difende progetti non umani. Pensiamo per esempio alla propaganda nelle dittature del secolo passato. Le dittature erano molto abili nella comunicazione tutta costruita. Fomentavano guerre, divisioni, erano distruttive. Mentre ci vuole coerenza ai fatti".  LR 11

 

 

 

 

“Favorire l’incontro tra culture, civiltà e tradizioni religiose diverse nella promozione di una società giusta”

 

Viaggio Apostolico di Sua Santità Francesco in Mozambico, Madagascar e Maurizio (4-10 settembre 2019). Qui il discorso del Santo Padre tenuto il giorno 9 all’incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico nel Palazzo Presidenziale nella Repubblica di Maurizio

 

Signore e Signori,

Saluto cordialmente le Autorità dello Stato di Mauritius e le ringrazio per l’invito a visitare la vostra Repubblica. Ringrazio il Primo Ministro per le gentili parole che mi ha appena rivolto, nonché per il suo benvenuto e per quello del Signor Presidente. Saluto i membri del Governo, della società civile e del Corpo Diplomatico. Desidero anche salutare e ringraziare fraternamente per la loro presenza oggi i rappresentanti di altre confessioni cristiane e delle diverse religioni presenti sull’Isola Mauritius. Sono lieto, grazie a questa breve visita, di poter incontrare il vostro popolo, caratterizzato non solo da un volto multiforme sul piano culturale, etnico e religioso, ma soprattutto dalla bellezza che deriva dalla vostra capacità di riconoscere, rispettare e armonizzare le differenze in funzione di un progetto comune.

Così è tutta la storia del vostro popolo, che è nato con l’arrivo di migranti venuti da diversi orizzonti e continenti, portando le loro tradizioni, la loro cultura e la loro religione, e che hanno imparato, a poco a poco, ad arricchirsi con le differenze degli altri e a trovare il modo di vivere insieme cercando di costruire una fraternità attenta al bene comune. In questo senso avete una voce autorevole – perché fattasi vita –, in grado di ricordare che è possibile raggiungere una pace stabile a partire dalla convinzione che «la diversità è bella quando accetta di entrare costantemente in un processo di riconciliazione, fino a sigillare una specie di patto culturale che faccia emergere una “diversità riconciliata”» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 230). Questa è base e opportunità per la costruzione di una effettiva comunione all’interno della grande famiglia umana senza la necessità di emarginare, escludere o respingere. Il DNA del vostro popolo conserva la memoria di quei movimenti migratori che hanno portato i vostri antenati su questa isola e che li hanno anche condotti ad aprirsi alle differenze per integrarle e promuoverle in vista del bene di tutti. Ecco perché vi incoraggio, nella fedeltà alle vostre radici, ad accettare la sfida dell’accoglienza e della protezione dei migranti che oggi vengono qui per trovare lavoro e, per molti di loro, migliori condizioni di vita per le loro famiglie. Abbiate a cuore di accoglierli come i vostri antenati hanno saputo accogliersi a vicenda, quali protagonisti e difensori di una vera cultura dell’incontro che consente ai migranti (e a tutti) di essere riconosciuti nella loro dignità e nei loro diritti.

Nella storia recente del vostro popolo, merita apprezzamento la tradizione democratica instaurata a partire dall’indipendenza e che contribuisce a fare dell’Isola Mauritius un’oasi di pace. Auspico che questo stile di vita democratica possa essere coltivato e sviluppato, combattendo in particolare contro ogni forma di discriminazione. Poiché «la vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali» (Messaggio per la 52ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2019). Voi che siete impegnati nella vita politica della Repubblica di Mauritius, possiate essere un esempio per coloro che contano su di voi, specialmente per i giovani. Col vostro comportamento e la volontà di combattere tutte le forme di corruzione, possiate manifestare il valore dell’impegno al servizio del bene comune ed essere sempre degni della fiducia dei vostri connazionali.

Dalla sua indipendenza, il vostro Paese ha registrato un forte sviluppo economico, del quale, senza dubbio, dobbiamo rallegrarci, rimanendo al tempo stesso vigilanti. Nel contesto attuale, spesso risulta che la crescita economica non vada sempre a vantaggio di tutti e che lasci da parte – per certe strategie della sua dinamica – un certo numero di persone, specialmente i giovani. Perciò vorrei incoraggiarvi a sviluppare una politica economica orientata alle persone e che sappia privilegiare una migliore distribuzione delle entrate, la creazione di opportunità di lavoro e una promozione integrale dei più poveri (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 204). Incoraggiarvi a non cedere alla tentazione di un modello economico idolatrico che ha bisogno di sacrificare vite umane sull’altare della speculazione e della mera redditività, che tiene conto solo del beneficio immediato a scapito della protezione dei più poveri, dell’ambiente e delle sue risorse. Si tratta di andare avanti con quell’atteggiamento costruttivo che, come ha scritto il Card. Piat in occasione del 50° anniversario dell’indipendenza di Mauritius, spinge a incentivare una conversione ecologica integrale. Tale conversione mira non solo a evitare terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma cerca anche di promuovere un cambiamento negli stili di vita in modo che la crescita economica possa davvero giovare a tutti, senza correre il rischio di provocare catastrofi ecologiche o gravi crisi sociali.

Signore e Signori, desidero esprimere apprezzamento per il modo in cui a Mauritius le diverse religioni, con le loro rispettive identità, collaborano insieme per contribuire alla pace sociale e per ricordare il valore trascendente della vita contro ogni tipo di riduzionismo. E ribadisco la disponibilità dei cattolici di Mauritius di continuare a partecipare a questo fruttuoso dialogo che ha segnato così fortemente la storia del vostro popolo. Grazie per la vostra testimonianza. Grazie ancora per la vostra calorosa accoglienza. Auspico di cuore che Dio benedica il vostro popolo e tutti gli sforzi che fate per favorire l’incontro tra culture, civiltà e tradizioni religiose diverse nella promozione di una società giusta, che non dimentica i suoi figli, specialmente quelli più bisognosi. Che il suo amore e la sua misericordia continuino ad accompagnarvi e proteggervi!

Papa Francesco

 

 

 

 

Il Papa a Mauritius: «Basta precarietà dei giovani. Loro sono la nostra prima missione»

 

Terza e ultima tappa del viaggio africano di Francesco. I ragazzi sono i più «colpiti dalla disoccupazione». Possono portare «la freschezza della giovinezza, quando provocano la comunità cristiana a rinnovarsi» - di Domenico Agassio JR

 

MAURITIUS. «Non lasciamoci rubare il volto giovane della Chiesa e della società!». È l’appello che papa Francesco lancia durante la Messa che celebra sull’isola di Mauritius, terza e ultima tappa del suo viaggio africano, dopo le visite in Mozambico e Madagascar.  Il Pontefice esorta a lottare contro la precarietà dei ragazzi, ponendo una priorità chiarissima: «Loro sono la nostra prima missione». Loro che, «con la loro vitalità, possono apportare la bellezza e la freschezza tipica della giovinezza, quando provocano la comunità cristiana a rinnovarsi e ci invitano a partire verso nuovi orizzonti».

L'aereo del Vescovo di Roma, proveniente dal Madagascar, atterra all'aeroporto di Port Louis. Dopo una breve cerimonia di benvenuto, il Pontefice si dirige in auto verso il monumento di Maria Regina della Pace per la Messa. 

Inaugurato il 15 agosto 1940, il monumento è stato costruito in ringraziamento per la preservazione del Paese durante il primo conflitto mondiale. Realizzato in forma di ascendenti terrazze verdi, intervallato da macchie di fiori di tutti i colori, domina la città. Sulla sommità è collocato un altare con la statua della Madonna in marmo di Carrara, alta tre metri. Particolarmente vasta l'area del parco. Anche papa san Giovanni Paolo II vi celebrò la Messa durante il suo 44/o viaggio apostolico internazionale il 14 ottobre 1989.

Prima di arrivare al monumento, papa Francesco fa sosta alla cattedrale di Port Louis per salire sulla papamobile e percorrere l'ultimo tratto di strada dall'aeroporto salutando la folla, che lo accoglie sventolando foglie di palma. 

Gli organizzatori stimano che alla Messa siano presenti circa 100mila persone. 

Dice Bergoglio nell’omelia: lo slancio «missionario dev'essere conservato, perché può darsi che, come Chiesa di Cristo, cadiamo nella tentazione di perdere l'entusiasmo evangelizzatore rifugiandoci in sicurezze mondane che, a poco a poco, non solo condizionano la missione ma la rendono pesante e incapace di attirare la gente. Lo slancio missionario ha un volto giovane e capace di ringiovanire».

Ecco, sono proprio i giovani che, «con la loro vitalità e dedizione, possono apportare ad esso la bellezza e la freschezza tipica della giovinezza, quando provocano la comunità cristiana a rinnovarsi e ci invitano a partire verso nuovi orizzonti». Ma questo «non è sempre facile, perché richiede che impariamo a riconoscere e fornire ad essi un posto in seno alla nostra comunità e alla nostra società».

Il Papa lancia un monito: «Non lasciamoci rubare il volto giovane della Chiesa e della società! Non permettiamo ai mercanti di morte di rubare le primizie di questa terra! I nostri giovani sentono di non avere voce perché sono immersi nella precarietà».

Rileva e denuncia Francesco: «Ma com'è duro constatare che, nonostante la crescita economica che il vostro Paese ha avuto negli ultimi decenni, sono i giovani a soffrire di più, sono loro a risentire maggiormente della disoccupazione che non solo provoca un futuro incerto, ma inoltre toglie ad essi la possibilità di sentirsi protagonisti della loro storia comune».

Futuro incerto «che li spinge fuori strada e li costringe a scrivere la loro vita ai margini, lasciandoli vulnerabili e quasi senza punti di riferimento davanti alle nuove forme di schiavitù di questo secolo XXI. Loro, i nostri giovani, sono la nostra prima missione!».

Al termine della Messa, durante il saluto del vescovo locale, il cardinale Maurice Piat, papa Francesco riceve diversi doni, tra cui un cappello di paglia e una maglietta della squadra di calcio da lui tifata a Buenos Aires, il San Lorenzo de Almagro, con dietro il numero 9 e la scritta «Francisco». LS 9

 

 

 

 

Papa Francesco: "Accettate la sfida dell'accoglienza e della protezione dei migranti"

 

Il Pontefice sull'isola di Mauritius afferma che è "possibile raggiungere una pace stabile" senza "la necessità di emarginare, escludere o respingere". Ed elogia l'esempio dell'ex colonia del Regno Unito: un popolo che è stato capace "di riconoscere, rispettare e armonizzare le differenze in funzione di un progetto comune" – di Paolo Rodari

 

MAURITIUS. Francesco parla da Port Luis, capitale di Mauritius, il Paese nel mezzo dell'Oceano Indiano conosciuto per le spiagge, le lagune e le barriere coralline, ma si rivolge al mondo quando, incontrando le autorità nel palazzo presidenziale, invita "ad accettare la sfida dell'accoglienza e della protezione dei migranti che oggi vengono qui per trovare lavoro e, per molti di loro, migliori condizioni di vita per le loro famiglie". Dice: "Abbiate a cuore di accoglierli come i vostri antenati hanno saputo accogliersi a vicenda, quali protagonisti e difensori di una vera cultura dell'incontro che consente ai migranti (e a tutti) di essere riconosciuti nella loro dignità e nei loro diritti".

 

Mentre diversi governi sovranisti europei sono alle prese con la tentazione di chiudere le frontiere e adottare politiche identitarie ed esclusive, il Papa elogia l'ex colonia del Regno Unito, un popolo che è stato capace "di riconoscere, rispettare e armonizzare le differenze in funzione di un progetto comune". Per questo Mauritius ha "una voce autorevole" per tutto il mondo, perché in grado di ricordare che è "possibile raggiungere una pace stabile" senza "la necessità di emarginare, escludere o respingere".

È un tema cardine, nel pontificato di Bergoglio, quello dei migranti. Dal primo viaggio a Lampedusa, nel luglio del 2013, alla decisione di pochi giorni fa di creare cardinale padre Michael Czerny, sottosegretario della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, il fil rouge è il medesimo: non c'è giustizia senza accoglienza, non c'è futuro senza l'integrazione delle diversità.

 

È grande lo scarto fra Mozambico e Madagascar, i primi due Paesi visitati da Francesco in questo viaggio africano, e Mauritius. In Madagascar, in particolare, la grande isola che dista appena mille chilometri da Mauritius, poche famiglie detengono il potere a discapito di una moltitudine costretta a vivere di miseria e stenti. A Mauritius, invece, si respira un'aria di grandi aperture, la volontà di integrare, di accogliere, e anche di crescere sulla spinta di un turismo sul quale il Paese ha puntato. Da anni Mauritius registra oltre il 5 per cento di crescita media annua, mentre il Pil pro capite è passato da meno di mille a quasi 7mila dollari in poco più di un trentennio.

 

Francesco elogia in particolare la volontà - non così sembra avvenire negli altri Paesi della fascia subsahariana - di combattere "tutte le forme di corruzione". Certo, dice, dello sviluppo economico "dobbiamo rallegrarci, rimanendo al tempo stesso vigilanti". Anche, infatti, qui c'è il rischio che lo sviluppo lasci da parte un certo numero di persone, "specialmente i giovani". Per questo motivo occorre "non cedere alla tentazione di un modello economico idolatrico che ha bisogno di sacrificare vite umane sull'altare della speculazione e della mera redditività, che tiene conto solo del beneficio immediato a scapito della protezione dei più poveri, dell'ambiente e delle sue risorse".

 

Già in mattinata, durante la messa celebrata al Monumento di Maria Regina della Pace, il Papa aveva insistito sul futuro "incerto" dei giovani che "li spinge fuori strada e li costringe a scrivere la loro vita ai margini, lasciandoli vulnerabili e quasi senza punti di riferimento davanti alle nuove forme di schiavitù di questo secolo XXI". LR 9

 

 

 

 

Il Papa a Mauritius: «Il futuro incerto rende i giovani vulnerabili alle nuove forme di schiavitù»

 

Centomila persone alla messa a Port Louis del pontefice che nell’omelia, tratteggia un ritratto preoccupato: «Duro constatare che, nonostante la recente crescita economica del Paese, sono i ragazzi a soffrire di più per la disoccupazione» - di Gian Guido Vecchi

 

PORT LOUIS - La strada verso l’aeroporto, all’alba, è una teoria di fuochi accesi per terra nelle baracche lungo le risaie di Antananarivo, venditori di bevande calde con una cassetta da frutta e un thermos sui marciapiedi, ragazzini intirizziti che vagano nei vicoli, gente a sorseggiare un caffè da bicchieri di plastica in attesa di piccoli bus scalcinati che si aprono dal portello posteriore. Due ore di volo sull’Oceano indiano e lo scarto non porterebbe essere più netto, dal Madagascar il Papa vola a Mauritius, nell’ultima tappa del suo viaggio africano, tra quartieri residenziali e villette, porti turistici e palazzi delle multinazionali attirate dal paradiso fiscale. Eppure, di là dalle apparenze e dai dati statistici, i problemi non mancano, ci sono centomila persone nella messa del pontefice a Port Louis e Francesco, nell’omelia, tratteggia un ritratto preoccupato: «Com’è duro constatare che, nonostante la crescita economica che il vostro Paese ha avuto negli ultimi decenni, sono i giovani a soffrire di più, sono loro a risentire maggiormente della disoccupazione che non solo provoca un futuro incerto, ma toglie ad essi la possibilità di sentirsi protagonisti della loro storia comune».

Le piaghe sono la povertà e la droga

Francesco lo ripeterà più tardi, rivolto alle autorità nel palazzo presidenziale: «Non cedete alla tentazione di un modello economico idolatrico che ha bisogno di sacrificare vite umane sull’altare della speculazione e della mera redditività, che tiene conto solo del beneficio immediato a scapito della protezione dei più poveri, dell’ambiente e delle sue risorse». Le preoccupazioni dei vescovi locali, specie rispetto ai giovani, sono affini a quelle delle chiese occidentali: precarietà, droga, allontanamento dalla pratica religiosa, calo delle vocazioni. Qui la povertà assoluta è scesa sotto il 2 per cento, il 90 per cento dei bambini va a scuola, Il Pil pro capite è passato da meno di mille a quasi settemila dollari in trent’anni, una crescita costante del 5 per cento ogni anno da tre decenni: agricoltura, industria, turismo e finanza offshore. Dallo scandalo della miseria in Mozambico e in Madagascar, nelle parole del Papa, si passa tuttavia ai pericoli dell’economia ultraliberista: «Un futuro incerto spinge i giovani fuori strada e li costringe a scrivere la loro vita ai margini, lasciandoli vulnerabili e quasi senza punti di riferimento davanti alle nuove forme di schiavitù di questo secolo XXI», esclama Francesco. «Loro, i nostri giovani, sono la nostra prima missione! Non lasciamoci rubare il volto giovane della Chiesa e della società! Non permettiamo ai mercanti di morte di rubare le primizie di questa terra!»

La maggioranza è induista

Mauritius è l’unico Paese africano a maggioranza induista, la metà della popolazione discende dalla manodopera indiana attirata qui durante la dominazione britannica iniziata nell’Ottocento e ha come lingua principale l’inglese. La comunità cattolica arriva al 28 per cento ed è francofona, per lo più creoli discendenti dagli ex schiavi africani deportati nel Settecento sull’isola durante l’occupazione francese, la comunità della quale si occupò un secolo più tardi il missionario Jacques Désiré Laval, beatificato da Giovanni Paolo II nel ‘79: «Imparò la lingua degli schiavi appena liberati e annunciò loro in maniera semplice la Buona Notizia della salvezza. Ha saputo radunare i fedeli e li ha formati ad intraprendere la missione e creare piccole comunità cristiane in quartieri, città e villaggi vicini, piccole comunità molte delle quali sono all’origine delle attuali parrocchie. Era sollecito nel dare fiducia ai più poveri e agli scartati, in modo che fossero i primi a organizzarsi e trovare risposte alle loro sofferenze», racconta Francesco. Al Vangelo si leggono le Beatitudini e le parole del Papa, come di solito avviene nelle omelie pronunciate in Occidente, sono un invito a ritornare all’essenziale: «Per vivere il Vangelo, non possiamo aspettare che tutto intorno a noi sia favorevole, perché spesso le ambizioni del potere e gli interessi mondani giocano contro di noi. San Giovanni Paolo II ha affermato che “è alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione del dono di sé e il costituirsi della solidarietà interumana”. In una società così diventa difficile vivere le Beatitudini, può persino diventare qualcosa di malvisto, sospettato, ridicolizzato: è vero, ma non possiamo lasciarci vincere dallo scoraggiamento».

La questione delle Isole Chagos

È vero che a Londra hanno altri problemi, di questi tempi, però le parole dette da Francesco dopo la Messa a Port Louis non faranno certo piacere, a Downing Street e dintorni. Perché il Papa, nel salutare il «popolo di Dio» arrivato a Port Louis, si è rivolto «in particolare» ai fedeli di alcune isole dell’arcipelago e tra queste ha nominato le Chagos, controllate dai britannici e rivendicate da Mauritius: «Vi assicuro la mia preghiera e la mia vicinanza, il Signore continui a dare a tutti saggezza e forza per realizzare le legittime aspirazioni». Il saluto del Papa suona come un sostegno alla restituzione del piccolo e meraviglioso arcipelago nell’Oceano Indiano, un tema del quale lo stesso cardinale mauriziano, Maurice Piat, aveva parlato a Bergoglio. Proprio quest’anno, del resto, il Tribunale internazionale dell’Aja ha dato ragione alla Repubblica di Mauritius con una sentenza del 25 febbraio che parla di «negazione del diritto fondamentale di autodeterminazione di un popolo» e tre mesi più tardi, il 23 maggio, l’Assemblea dell’Onu ha approvato una risoluzione, peraltro non vincolante, che chiede al Regno Unito di lasciare l’arcipelago entro sei mesi. La vicenda risale alla fine del periodo coloniale, centocinquant’anni di dominazione britannica. Mauritius accusa Londra di essersi tenuta le Chagos in cambio dell’indipendenza ottenuta nel 1965. Storia triste: tremila abitanti furono costretti a lasciare le loro abitazioni e il loro piccolo eden, espulsi e deportati a Mauritius, famiglie che invocano da decenni il ritorno a casa: alcune erano presenti alla Messa. A complicare la faccenda c’è il fatto che il Regno Unito abbia concesso l’atollo Diego Garcia agli Usa, gli Stati Uniti vi hanno costruito una base militare e la concessione scade nel 2036.

«Accogliete i migranti che vengono per cercare una vita migliore»

Nel pomeriggio, prima di tornare in Madagascar, Francesco ha rivolto alle autorità civili un appello per i migranti che va oltre la situazione del Paese: «Vi incoraggio, nella fedeltà alle vostre radici, ad accettare la sfida dell’accoglienza e della protezione dei migranti che oggi vengono qui per trovare lavoro e migliori condizioni di vita per le loro famiglie. Abbiate a cuore di accoglierli come i vostri antenati hanno saputo accogliersi a vicenda, quali protagonisti e difensori di una vera cultura dell’incontro che consente ai migranti e a tutti di essere riconosciuti nella loro dignità e nei loro diritti». Parlando nel castello di Réduit, il palazzo presidenziale, è tornato a denunciare i guasti dell’economia, pur riconoscendo la crescita di Mauritius, definita «un’oasi di pace»: «Dalla sua indipendenza, il vostro Paese ha registrato un forte sviluppo economico, del quale, senza dubbio, dobbiamo rallegrarci, rimanendo al tempo stesso vigilanti. Nel contesto attuale, spesso risulta che la crescita economica non vada sempre a vantaggio di tutti e che lasci da parte – per certe strategie della sua dinamica – un certo numero di persone, specialmente i giovani». Di qui l’invito a «sviluppare una politica economica orientata alle persone e che sappia privilegiare una migliore distribuzione delle entrate, la creazione di opportunità di lavoro e una promozione integrale dei più poveri». Crisi sociale e crisi climatica sono collegate, per il pontefice, alla fine Francesco è tornato sui temi affrontati in Madagascar: «Bisogna incentivare una conversione ecologica integrale che mira non solo a evitare terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma cerca anche di promuovere un cambiamento negli stili di vita in modo che la crescita economica possa davvero giovare a tutti, senza correre il rischio di provocare catastrofi ecologiche o gravi crisi sociali». CdS 9

 

 

 

Don De Robertis: l’Italia ha una lunga storia di emigrazione

 

Roma – L’Italia ha una lunga storia di emigrazione, che ha portato a parlare degli italiani come “un popolo di emigranti”. Nei circa 160 anni di storia del nostro paese, si calcola che siano emigrati milioni di italiani. Verso le Americhe e l’Europa soprattutto, ma un po’ verso tutti i paesi del mondo. E “non solo a fine Ottocento quando interi paesi si svuotavano lasciando solo vecchi e bambini, o nel dopoguerra, ma anche in questi ultimi anni seppure in condizioni meno drammatiche”. Lo ha detto questa mattina il direttore generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis davanti ai 50 vescovi riuniti a Roma per i lavori del Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina. Per il direttore Migrantes la Chiesa italiana “non è rimasta a guardare, indifferente, ma si è presa cura di questi suoi figli. Dapprima ad opera di pastori come mons. Scalabrini, Vescovo di Piacenza, che ha fondato una congregazione di preti disposti a partire insieme ai migranti, o mons. Bonomelli, Vescovo di Cremona, o figure come Santa Francesca Saverio Cabrini, patrona dei migranti. Poi in modo più strutturato, attraverso un apposito organismo, l’UCEI (Ufficio Centrale Emigrazione Italiana) che a partire dal 1987 ha cambiato nome in Fondazione Migrantes, essendo diventato il nostro un paese non solo di emigrazione, ma anche di immigrazione”. Si è venuta così costituendo nel mondo una rete di missioni italiane – sono ancora oggi più di 300 – che costituiscono – ha aggiunto – un importante punto di riferimento per gli emigrati italiani non solo dal punto di vista religioso ma anche sociale e culturale. Questa lunga esperienza di emigrazione ha spinto la Chiesa italiana da subito a farsi vicina alle tante persone di diversa nazionalità presenti nel nostro paese”, circa 5 milioni e mezzo, di cui oltre la metà cristiani e circa 1 milione cattolici. E a sostenere le diverse Chiese nel costituire delle comunità dove i loro fedeli possano trovare non solo un aiuto materiale, ma anzitutto conservare la propria identità religiosa e linguistica.   Fra queste gli ucraini hanno un posto “importante”: sono il quinto gruppo più numeroso, dopo Romania, Albania, Marocco e Cina: 237.047 al 1 gennaio 2018 (numero abbondantemente per difetto, essendo in Italia alto il numero di coloro che sono privi di titolo di soggiorno e quindi invisibili), di cui il 78% donne. “Ci guida un pensiero più volte ripetuto da papa Francesco: le attuali migrazioni e il divenire delle nostre società sempre più cosmopolite, deve aiutarci a riscoprire e a vivere la nostra cattolicità. E cioè non solo a riconoscere e ad apprezzare le diversità, ma insieme a fare in modo che esse non restino giustapposte, ma entrino in dialogo fra loro, si sentano parte dell’unica Chiesa”, ha sottolineato il sacerdote che ha ricordato poi il ruolo delle donne ucraine nel servizio nelle case degli italiani soprattutto nella cura delle persone bisognose. “Quello che però è un beneficio per i nostri anziani, costituisce oggi –ha concluso – un grande dramma per il vostro paese, come anche per altri paesi dell’est-Europa (Romania, Georgia, Moldavia, ecc). Intere generazioni di bambini crescono lontani dalla loro madre, spesso da entrambi i genitori”. Mig.on. 6

 

 

 

Francesco in Madagascar: “La sofferenza non fa parte del piano di Dio. I cristiani non siano indifferenti”

 

"La peggiore schiavitù è vivere per stessi”. Un milione di persone alla messa di Francesco ad Antananarivo, la città dove il 56 per cento della popolazione vive con meno di 3 centesimi di euro al giorno. Domani la partenza per le Mauritius – di Paolo Rodari

 

ANTANANARIVO. La spianata di terra rossa del campo di Soamandrakizay è spazzata da un forte vento quando Francesco vi accede con la sua papamobile fatta arrivare appositamente ad Antananarivo da Roma. L’inverno in Madagascar può essere freddo e aspro. Lo sanno le persone arrivate ad accoglierlo, un milione in tutto, l’umanità di una città sofferente gli si accalca attorno gridando, cantando, ma anche mostrando tutta la propria fragilità: il 56 per cento degli abitanti vive al di sotto della soglia di povertà con l’equivalente di 3 centesimi di euro al giorno nonostante il Paese sia ricchissimo di risorse naturali, una biodiversità che non ha eguali al mondo.

 

E Francesco, che l’altro ieri al suo arrivo dal Mozambico (domani la partenza per le Isole Mauritius) aveva confidato ai suoi collaboratori, percorrendo in macchina le strade della città, che non avrebbe mai immaginato tanta miseria, parla nell’omelia per questa gente, mettendosi dalla loro parte: “Guardiamoci intorno – dice –. Quanti uomini e donne, giovani, bambini soffrono e sono totalmente privi di tutto! Questo non fa parte del piano di Dio”. Ma il cristiano, ammonisce citando una sua omelia dello scorso anno, “non può stare a braccia conserte, indifferente, o a braccia aperte, fatalista, no. Il credente tende la mano, come fa Gesù con lui”.

 

Sono tanti i poveri presenti nel campo di Soamandrakizay. Vivono in case di fortuna fra le risaie della città, senza servizi igienici né acqua potabile. Molti si lavano usando gli scoli delle fogne a cielo aperto che corrono lungo le strade dissestate. Non c’è odio nei loro occhi, spesso rassegnazione. Francesco ricorda l’esigenza alta di un cristianesimo autentico. La necessità di alzare lo sguardo e riconoscere che “chiunque non è in grado di vedere l’altro come un fratello, di commuoversi per la sua vita e la sua situazione, al di là della sua provenienza familiare, culturale, sociale”, non può essere discepolo del Maestro. E, anzi, chi agisce in questo modo trasforma la sua vita in una “scandalosa ingiustizia”, credendo che l’accesso al Regno dei Cieli possa limitarsi o ridursi solamente “ai legami di sangue, all’appartenenza a un determinato gruppo, a un clan o una cultura particolare”.

 

In questo modo si giustificano o addirittura si “consacrano” alcuni comportamenti “che portano alla cultura del privilegio e dell’esclusione (favoritismi, clientelismi, e quindi corruzione)”. Un tema, quest’ultimo dell’esclusione, su cui il Papa è tornato più volte durante il suo pontificato, denunciando una concezione settaria del cristianesimo aliena dal messaggio evangelico più autentico.

 

C’è sempre chi identifica il Regno dei Cieli con i propri interessi personali “o con il fascino di qualche ideologia che finisce per strumentalizzare il nome di Dio o la religione per giustificare atti di violenza, di segregazione e persino di omicidio, esilio, terrorismo ed emarginazione”. Ma il cristianesimo è altro, dice il Papa, denunciando coloro che manipolano il Vangelo “con tristi riduzionismi”. La “peggiore schiavitù”. dice ancora, “è vivere per sé stessi”.

 

Dopo il pranzo con il seguito in nunziatura, Francesco visita questo pomeriggio la “Città dell’Amicizia” ad Akamasoa, opera umanitaria fondata dal missionario argentino padre Pedro Opeka nei pressi della discarica di Antananarivo dove, incredibilmente, vivono centinaia di persone in condizioni intollerabili. Nel cantiere dell’attigua cava di Mahatazana, Francesco prega poi per il lavoro. Domani, invece, la partenza per l’ultima tappa del suo viaggio in Africa, l'Isola Mauritius. LR 8

 

 

 

 

Madagascar, il Papa: “C’è gente priva di tutto, questo non è il piano di Dio

 

Il monito di Francesco durante la Messa ad Antananarivo con un milione di persone. «Guardiamoci intorno: quanti uomini e donne, giovani, bimbi soffrono» - di Domenico Agassio JR

 

ANTANANARIVO. Invita a guardarsi «intorno», per vedere la straziante povertà che mette in ginocchio questo come tanti e troppi altri paesi nel mondo. C’è gente «priva di tutto, questo non è il piano di Dio», scandisce papa Francesco durante la Messa che celebra ad Antananarivo, capitale del Madagascar, di fronte a un milione di persone (dato della Sala stampa vaticana).

Oggi, 8 settembre 2019, tira un forte vento. Il Pontefice arriva con la papamobile al campo diocesano di Soamandrakizay, una grande spianata di proprietà della Chiesa locale. Il Papa fa il giro tra la folla che lo acclama a gran voce e sventola bandierine. Sul campo di circa 70 ettari complessivi, appositamente allestito per gli eventi della visita papale, ieri sera si è svolta la veglia in cui Francesco ha avuto l'abbraccio di circa 100mila giovani. 

Sull'altare sono esposte le reliquie del beato Rafael Luis Rafiringa (1856 - 1919), lasalliano malgascio, educatore, catechista e mediatore di pace, che ha retto le sorti della Chiesa locale nel difficile periodo della fine dell’800.

La vita «nuova che il Signore ci propone sembra scomoda e si trasforma in scandalosa ingiustizia per coloro che credono che l'accesso al Regno dei Cieli possa limitarsi o ridursi solamente ai legami di sangue, all'appartenenza a un determinato gruppo, a un clan o una cultura particolare», dice Francesco nell’omelia.

Quando «la “parentela” diventa la chiave decisiva e determinante di tutto ciò che è giusto e buono, si finisce per giustificare e persino “consacrare” alcuni comportamenti che portano alla cultura del privilegio e dell'esclusione (favoritismi, clientelismi, e quindi corruzione)».

L'esigenza «posta dal Maestro - spiega - ci porta ad alzare lo sguardo e ci dice: chiunque non è in grado di vedere l'altro come un fratello, di commuoversi per la sua vita e la sua situazione, al di là della sua provenienza familiare, culturale, sociale, “non può essere mio discepolo”. Il suo amore e la sua dedizione sono un dono gratuito a motivo di tutti e per tutti». 

Risulta «difficile seguire il Signore quando si vuole identificare il Regno dei Cieli con i propri interessi personali o con il fascino di qualche ideologia che finisce per strumentalizzare il nome di Dio o la religione per giustificare atti di violenza, di segregazione e persino di omicidio, esilio, terrorismo ed emarginazione».

Sottolinea Bergoglio, citando il «Documento sulla fratellanza umana» firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio: «L’esigenza del Maestro ci incoraggia a non manipolare il Vangelo con tristi riduzionismi, bensì a costruire la storia in fraternità e solidarietà, nel rispetto gratuito della terra e dei suoi doni contro qualsiasi forma di sfruttamento; con l'audacia di vivere il “dialogo come via; la collaborazione comune come condotta; la conoscenza reciproca come metodo e criterio"; non cedendo alla tentazione di certe dottrine incapaci di vedere crescere insieme grano e zizzania nell'attesa del padrone della messe».

Come può essere «difficile condividere la nuova vita che il Signore ci dona quando siamo continuamente spinti a giustificare noi stessi, credendo che tutto provenga esclusivamente dalle nostre forze e da ciò che possediamo -  quando la corsa ad accumulare diventa assillante e opprimente esacerbando l'egoismo e l'uso di mezzi immorali!».

Per il Vescovo di Roma, «il Signore vuole preparare i suoi discepoli alla festa dell'irruzione del Regno di Dio, liberandoli da quell'ostacolo rovinoso, in definitiva una delle peggiori schiavitù: il vivere per stessi». 

Si tratta della tentazione di chiudersi nel proprio piccolo mondo che finisce per lasciare poco spazio agli altri: i poveri non entrano più, la voce di Dio non è più ascoltata, non si gode più la dolce gioia del suo amore, non palpita più l'entusiasmo di fare il bene... Molti, in questo rinchiudersi, possono sentirsi apparentemente sicuri, ma alla fine diventano persone risentite, lamentose, senza vita». 

E questa non è «la scelta di un'esistenza dignitosa e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, non è la vita nello Spirito che scaturisce dal cuore di Cristo risorto». 

Poi, il suo invito: «Guardiamoci intorno: quanti uomini e donne, giovani, bambini soffrono e sono totalmente privi di tutto! Questo non fa parte del piano di Dio». Quanto è «urgente - è il suo appello - questo invito di Gesù a morire alle nostre chiusure, ai nostri orgogliosi individualismi per lasciare che lo spirito di fraternità - che promana dal costato aperto di Cristo, da dove nasciamo come famiglia di Dio - trionfi, e ciascuno possa sentirsi amato, perché compreso, accettato e apprezzato nella sua dignità».

Citando la sua omelia per la scorsa Giornata mondiale dei Poveri (18 novembre 2018), il Pontefice evidenzia che «davanti alla dignità umana calpestata spesso si rimane a braccia conserte oppure si aprono le braccia, impotenti di fronte all'oscura forza del male. Ma il cristiano non può stare a braccia conserte, indifferente, o a braccia aperte, fatalista, no. Il credente tende la mano, come fa Gesù con lui»

Il Papa esorta quindi «a riprendere il cammino, a osare questo salto di qualità e adottare questa saggezza del distacco personale come base per la giustizia e per la vita di ognuno di noi: perché insieme possiamo combattere tutte quelle idolatrie che ci portano a focalizzare la nostra attenzione sulle ingannevoli sicurezze del potere, della carriera e del denaro e sulla ricerca di glorie umane». LS 8

 

 

 

 

Francesco dal Madagascar ammonisce il mondo: “La deforestazione a vantaggio di pochi compromette il futuro del Paese

 

Nella seconda tappa del suo viaggio africano, il Pontefice tuona contro coloro che sfruttano la terra a discapito della popolazione: "Le foreste rimaste sono minacciate e non può esserci un vero approccio ecologico né una concreta azione di tutela senza una giustizia sociale"- di Paolo Rodari

 

ANTANANARIVO. Il "Va, pensiero" del Nabucco di Giuseppe Verdi risuona nel Ceremony Building di Antananarivo, mentre le autorità e il corpo diplomatico della Repubblica del Madagascar attendono Francesco per il suo primo discorso pubblico al Paese, seconda tappa del suo viaggio africano. Il coro cantato dagli ebrei prigionieri in Babilonia fa significativamente da entrée a una richiesta di liberazione evocata a gran voce dal Papa, la liberazione dal "contrabbando" e dalle "esportazioni illegali", da una "deforestazione eccessiva a vantaggio di pochi", da un degrado incipiente, ammonisce Francesco, che "compromette il futuro del Paese e della nostra casa comune".

 

È il cuore del discorso del vescovo di Roma nella capitale dell'isola sudafricana, che dalla firma della "Laudato si'" in poi non ha mai mancato di richiamare le autorità mondiali alle loro responsabilità rispetto all'ambiente e alla sua cura: "Le foreste rimaste sono minacciate dagli incendi, dal bracconaggio, dal taglio incontrollato di legname prezioso", dice, ma "non può esserci un vero approccio ecologico né una concreta azione di tutela dell'ambiente senza una giustizia sociale che garantisca il diritto alla destinazione comune dei beni della terra alle generazioni attuali, ma anche a quelle future".

 

L'isola di Madagascar accoglie Francesco con tutte le sue peculiarità: inclusa convenzionalmente nel continente africano, è in realtà terra a sé stante con le sue specie vegetali e animali uniche, popolata da genti venute dall'Asia monsonica che hanno introdotto elementi culturali propri. Situata sulle antiche rotte coloniali per l'Estremo Oriente, contesa nel secolo XIX da inglesi e francesi, dominata poi dai francesi, l'isola conquista l'indipendenza nel 1960.

 

La foresta pluviale si estende sul versante orientale diramandosi verso l'altopiano centrale dove il manto vegetale è stato estesamente compromesso dall'uomo con incendi appiccati per preparare terreni da coltivare. Sul versante occidentale si aprono estese praterie dove crescono i baobab. Dal punto di vista faunistico il Paese costituisce una regione zoogeografica a sé stante, con importanti divergenze rispetto alla fauna africana. Tuttavia, tutto questo straordinario ecosistema è minacciato dalla distruzione della foresta operata dall'uomo favorendo la scomparsa o il rischio di estinzione per moltissime specie.

 

Francesco dal Madagascar parla al mondo. Se è vero, infatti, che alcune attività che intervengono sull'ambiente "sono quelle che assicurano per il momento la loro sopravvivenza", è altrettanto palese che lo stesso ambiente necessita di "tutela". Eppure, lo sviluppo di una nazione, come diceva già Paolo VI, "non si riduce alla semplice crescita economica". Anzi, "per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l'uomo".

 

Nonostante le immense ricchezze il Madagascar continua a essere uno dei Paesi più poveri del mondo e il livello di vita dei suoi abitanti è inferiore a quello che si registra nell'Africa subsahariana. La stessa Antananarivo è un altopiano disseminato di villaggi o piccoli nuclei formati da capanne di fango rosso, con i tetti di paglia, che sorgono accanto alle risaie. In mezzo qualche quartiere più ricco. È per questa gente che il Papa chiede "mediazioni strutturali che possano assicurare una migliore distribuzione del reddito e una promozione integrale di tutti gli abitanti, in particolare dei più poveri". Tale promozione "non può limitarsi alla sola assistenza, ma chiede il riconoscimento di soggetti giuridici chiamati a partecipare pienamente alla costruzione del loro futuro". Perché, come aveva detto nella "Laudato si'", non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, "bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale".

 

Per Francesco e per la Chiesa la globalizzazione economica non è il male assoluto. Seppure abbia dei "limiti sempre più evidenti, in particolare quando provoca omogeneizzazione culturale". Per questo motivo la società civile locale va salvaguardata: "Sostenendo le sue iniziative e le sue azioni, la voce di coloro che non hanno voce sarà resa più udibile, così come le varie armonie, anche contrastanti, di una comunità nazionale che cerca la propria unità". Nessuno, insomma, chiosa il Papa, deve essere "messo da parte". LR 7

  

  

 

 

Là dove c’era la foresta ora c’è

  

L’Amazzonia brucia. Per interessi economici e politici di multinazionali. In ottobre un Sinodo speciale dei Vescovi voluto da Papa Francesco

 

  Premesso che l’Amazzonia si estende per più di 7 milioni di chilometri quadrati, il 65% dei quali si trovano in Brasile, ma anche in Colombia, Perù, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Suriname e le due Guyana, inglese e francese, i roghi che stanno distruggendo in questi giorni la foresta in Brasile ed in alcuni Stati vicini sarebbero prodotti per deforestare il territorio.

  Non sono, quindi, un effetto del riscaldamento globale, ma lo aggravano. Il clima nella regione non è anomalo, come ha precisato all’agenzia Reuters il ricercatore dell’INPE, Alberto Setzer: «La piovosità nella regione amazzonica quest’anno è solo lievemente sotto la media. La stagione secca crea le condizioni favorevoli per l’uso e la diffusione del fuoco, ma appiccare un fuoco, in modo deliberato o accidentale, è un’azione dell’uomo».

  Ciò comporta la riduzione del 20% la produzione di ossigeno del Pianeta, quindi degli ecosistemi (cioè l’insieme di organismi viventi e delle sostanze non viventi) necessari alla sopravvivenza dell’uomo. Un fatto catastrofico che procura danni ai polmoni dei locali, ma non solo, rischiando di farci sparire dal mondo per sempre. Anche perché, negli 8 mesi dell’’anno in corso, i 72.000 incendi registrati sono aumentati dell’84% rispetto allo stesso periodo del 2018.

  Certo, l’uso del fuoco per deforestare i territori facilita la creazione di terreni per produrre grano ed altri prodotti alimentari, frutta compresa, nonché miniere. Il che permette di alimentare gli umani ed il bestiame e di ottenere soldi per sopravvivere.

  Secondo il WWF ed altre organizzazioni, ad aggravare la situazione ha concorso il presidente Bolsonaro secondo il quale la deforestazione serve per migliorare l’economia nazionale. Fatto in teoria positivo, se non comportasse la perdita dei servizi fondamentali per l’umanità, tra i quali gli equilibri climatici, nonché le diverse biologie del Pianeta, la produzione di ossigeno, l’assorbimento dell’anidride carbonica e la produzione di acqua dolce.

  Per questi e altri motivi Papa Francesco già in ottobre 2017 ha annunciato un Sinodo speciale dei Vescovi sull’Amazzonia che si svolgerà da domenica 6 a domenica 27 ottobre, dopo due anni di consultazioni e di preparazione.

  Le linee guida dell’assemblea dei Vescovi sono contenute nell’Instrumentum laboris, che anticipa: “Questo Sinodo ruota attorno alla vita del territorio amazzonico e dei suoi popoli, la vita della Chiesa, la vita del pianeta”. Questa la sintesi di un documento che è frutto di ascolto iniziato con a visita di papa Francesco a Puerto Maldonado in Perù nel gennaio 2018 e proseguito con una consultazione in tutta la regione amazzonica.

  “Oggi la chiesa ha l’opportunità storica di differenziarsi nettamente dalle nuove potenze colonizzatrici ascoltando i popoli amazzonici per poter esercitare il suo ruolo profetico” si legge nell’introduzione al testo che si compone di tre parti. La prima è “la voce dell’Amazzonia” che ha lo scopo di presentare la realtà del territorio e la vita dei suoi popoli, delle sue culture e delle sue espressioni spirituali. Una vita minacciata però dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali dei popoli aborigeni, come il diritto al territorio, all’autodeterminazione. Minaccia che deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti, in particolare delle compagnie estrattive, provocando cambiamenti climatici dovuti alla deforestazione, con migrazioni forzate delle popolazioni e inquinamento che mettono a rischio l’intero ecosistema.

  E’ quanto si descrive nella seconda parte: “Ecologia integrale: il grido della terra e dei poveri” e poi si raccoglie nella terza ed ultima parte che mette a fuoco le sfide e le speranze per una Chiesa dal volto amazzonico.

  E’ necessario passare da “una Chiesa che visita” ad una “chiesa che rimane”, che accompagna ed è presente attraverso ministri, preferibilmente indigeni, rispettati ed accettati dalle loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile. Assicurare i sacramenti e la cura della casa comune infatti fanno parte della missione evangelizzatrice della Chiesa.

  Nella foresta amazzonica, di vitale importanza per il pianeta, si è scatenata una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina la “cultura dello scarto”. L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multietnica, pluriculturale e plurireligiosa, uno specchio quindi di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali, della Chiesa e degli Stati. Pertanto le riflessioni del Sinodo Speciale superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale ed anche verso il futuro di tutto il pianeta. Esso si pone sulla scia della enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Partiamo da un territorio specifico per gettare un ponte verso altri biomi essenziali al mondo: il bacino del Congo, i boschi tropicali del Pacifico, il bacino acquifero Guaranì, fra gli altri.

  Ascoltare i popoli indigeni e le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, è di vitale importanza per la Chiesa universale e per il mondo. Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

Il Papa in Mozambico parla ai giovani e cita come modello Eusebio, «la perla nera»

 

«Ricordo un grande giocatore di queste terre che ha imparato a non rassegnarsi» dice il Pontefice ricordando il calciatore degli anni Sessanta. «La sua passione per il calcio lo ha fatto sognare e andare avanti. Anche voi siete esempio di come dobbiamo agire» - di Gian Guido Vecchi, inviato a Maputo

 

Prima di Ronaldo c’era lui, Eusébio da Silva Ferreira, stella del Benfica e fuoriclasse assoluto degli anni Sessanta, un gigante della storia del calcio (pallone d’oro, scarpa d’oro, capocannoniere ai Mondiali del ’66, 733 gol in 745 partite) che un appassionato come Papa Francesco conosce bene, tanto da citarlo ad esempio ai giovani del Mozambico: «Ricordo un grande giocatore di queste terre che ha imparato a non rassegnarsi: Esuébio da Silva, la “pantera negra”!». Perché la «pantera» o la «perla nera» era nato proprio qui, lungo l’estuario del fiume Spirito Santo che si getta nell’Oceano Indiano, quando il Paese era una colonia portoghese e Maputo si chiamava ancora Lourenço Marques, il nome del primo navigatore che esplorò la baia nel Cinquecento. Figlio di madre mozambicana e padre angolano, quel ragazzino che giocava a piedi nudi per strada aveva passato l’infanzia nella miseria, come ricorda lo stesso Francesco, ma non si era dato per vinto: «La sua passione per il calcio lo ha fatto perseverare, sognare e andare avanti, arrivando a segnare 77 reti per la squadra di questa città, il club di Maxaquene!».

La metafora

E così la vicenda del campione leggendario diventa un modello e una metafora per le nuove generazioni di un Paese che dopo l’indipendenza del ’75 e i conflitti interni raggiunse l’accordo di pace nel ’92, con la mediazione della comunità di Sant’Egidio. Una pace fragile da consolidare ogni giorno, mentre alle difficoltà economiche e sociali si aggiunge la rapina delle risorse naturali e la crisi ambientale, tra deforestazione e cicloni. «Il suo sogno e la sua voglia di giocare lo hanno spinto avanti, ma è stato altrettanto importante trovare con chi giocare. Sapete bene che, in una squadra, non sono tutti uguali, non fanno tutti le stesse cose né pensano tutti allo stesso modo. Ogni giocatore ha le sue caratteristiche, come possiamo scoprire e godere in questo incontro: veniamo da tradizioni diverse e possiamo persino parlare lingue diverse, ma questo non ci ha impedito di incontrarci», spiega Francesco ai ragazzi. Ecco il punto: «Già molto si è sofferto e si continua a soffrire, perché alcuni si credono in diritto di decidere chi può giocare e chi invece deve restare fuori dal campo, alcuni che passano la vita a creare divisione e contrapposizione. Oggi voi, cari amici, siete un esempio e una testimonianza di come dobbiamo agire».

Un Paese giovane

Il Mozambico è un Paese giovane, oltre il 60 per cento degli abitanti ha meno di 25 anni. La metà dei fedeli segue i culti tradizionali, il 30 per cento sono cristiani, il 20 musulmani. L’incontro è interreligioso, ad ascoltare il Papa nel Pavillon Maxaquene ci sono migliaia di ragazzi di tutte le fedi. Un ragazzo ha chiesto: come impegnarsi per il Paese? E Francesco: «Proprio come state facendo ora, restando uniti, aldilà di qualsiasi cosa vi possa differenziare, cercando sempre l’opportunità per realizzare i sogni di un Paese migliore, ma insieme. È importante non dimenticare che l’inimicizia sociale distrugge. Una famiglia si distrugge per l’inimicizia. Un paese si distrugge per l’inimicizia. Il mondo si distrugge per l’inimicizia. E l’inimicizia più grande è la guerra. Oggigiorno vediamo che il mondo si sta distruggendo per la guerra. Perché sono incapaci di sedersi e parlare. Siate capaci di creare l’amicizia sociale».

La crisi climatica

Francesco, ai giovani, parla anche della crisi climatica: «Purtroppo, qualche mese fa avete subito la furia di due cicloni, avete visto le conseguenze dello sfacelo ecologico in cui viviamo. In molti, compresi tanti giovani, hanno già abbracciato la sfida improrogabile di proteggere la nostra casa. Abbiamo una sfida: proteggere la nostra casa comune. Ecco qui un bel sogno da coltivare insieme, come famiglia mozambicana, una bella lotta che può aiutarvi a rimanere uniti. Sono convinto che voi potete essere gli artigiani di questo cambiamento così necessario: proteggere la nostra casa comune, una casa che è di tutti e per tutti».

L’impegno per la pace

La pace, l’ambiente. Il Papa ne aveva parlato anche all’inizio della giornata, durante l’incontro nel palazzo presidenziale con le autorità civili del Mozambico: «Come sappiamo, la pace non è solo assenza di guerra, ma l’impegno instancabile – soprattutto di quanti occupiamo un ufficio di maggiore responsabilità – di riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei nostri fratelli, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione». Francesco sillaba ai leader politici: «Voi avete una coraggiosa e storica missione da compiere: non smettete di impegnarvi finché ci saranno bambini e adolescenti senza istruzione, famiglie senza casa, lavoratori senza occupazione, contadini senza terra... Queste sono le basi di un futuro di speranza, perché futuro di dignità! Queste sono le armi della pace». E insiste sulla «cura della casa comune», l’attenzione alla crisi climatica: «Il Mozambico è una nazione benedetta, e voi in modo speciale siete invitati a prendervi cura di questa benedizione. La difesa della terra è anche la difesa della vita, che richiede speciale attenzione quando si constata una tendenza a saccheggiare e depredare, spinta da una bramosia di accumulare che, in genere, non è neppure coltivata da persone che abitano queste terre, né viene motivata dal bene comune del vostro popolo». CdS 5

  

 

 

 

“Vogliamo che la pace regni nei nostri cuori e nel palpito del nostro popolo

 

Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Mozambico, Madagascar e Maurizio (4-10 settembre 2019) – Pubblichiamo l’omelia che il Santo Padre pronuncia nel corso della Celebrazione Eucaristica allo stadio Zimpeto e il saluto che rivolge ai presenti al termine della Messa prima di lasciare il Mozambico (6.9.)

 

Cari fratelli e sorelle!

Abbiamo ascoltato nel Vangelo di Luca un brano del cosiddetto “discorso della pianura”. Gesù, dopo aver scelto i suoi discepoli e aver proclamato le Beatitudini, aggiunge: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici» (Lc 6,27). Una parola rivolta oggi anche a noi, che Lo ascoltiamo in questo stadio.

E lo dice con chiarezza, semplicità e fermezza, tracciando un sentiero, una via stretta che richiede alcune virtù. Perché Gesù non è un idealista, che ignora la realtà; sta parlando del nemico concreto, del nemico reale, che aveva appena descritto nella Beatitudine precedente (6,22): colui che ci odia, ci mette al bando, ci insulta e disprezza il nostro nome come infame.

Molti di voi possono ancora raccontare in prima persona storie di violenza, odio e discordie; alcuni, nella loro stessa carne; altri, di qualche conoscente che non c’è più; e altri ancora per paura che le ferite del passato si ripetano e cerchino di cancellare il cammino di pace già percorso, come a Cabo Delgado.

Gesù non ci invita a un amore astratto, etereo o teorico, redatto su scrivanie per dei discorsi. La via che ci propone è quella che Lui stesso ha percorso per primo, la via che gli ha fatto amare quelli che lo tradivano, lo giudicavano ingiustamente, quelli che lo avrebbero ucciso.

È difficile parlare di riconciliazione quando sono ancora aperte le ferite procurate da tanti anni di discordia, oppure invitare a fare un passo di perdono che non significhi ignorare la sofferenza né chiedere che si cancelli la memoria o gli ideali (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 100). Nonostante ciò, Gesù invita ad amare e a fare il bene. E questo è molto di più che ignorare la persona che ci ha danneggiato o fare in modo che le nostre vite non si incrocino: è un mandato che mira a una benevolenza attiva, disinteressata e straordinaria verso coloro che ci hanno ferito. Gesù, però, non si ferma qui; ci chiede anche di benedirli e di pregare per loro, che cioè il nostro parlare di loro sia un dire-bene, generatore di vita e non di morte, che pronunciamo i loro nomi non per insulto o vendetta, ma per inaugurare un nuovo rapporto che conduca alla pace. Alta è la misura che il Maestro ci propone!

Con tale invito Gesù, lungi dall’essere un ostinato masochista, vuole chiudere per sempre la pratica tanto comune – ieri come oggi – di essere cristiani e vivere secondo la legge del taglione. Non si può pensare il futuro, costruire una nazione, una società basata sull’ “equità” della violenza. Non posso seguire Gesù se l’ordine che promuovo e vivo è questo: “occhio per occhio, dente per dente”.

Nessuna famiglia, nessun gruppo di vicini, nessuna etnia e tanto meno un Paese ha futuro, se il motore che li unisce, li raduna e copre le differenze è la vendetta e l’odio. Non possiamo metterci d’accordo e unirci per vendicarci, per fare a chi è stato violento la stessa cosa che lui ha fatto a noi, per pianificare occasioni di ritorsione sotto forme apparentemente legali. «Le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (ibid., 60). L’ “equità” della violenza è sempre una spirale senza uscita; e il suo costo, molto elevato. C’è un’altra strada possibile, perché è fondamentale non dimenticare che i nostri popoli hanno diritto alla pace. Voi avete diritto alla pace.

Per rendere il suo invito più concreto e applicabile nel quotidiano, Gesù propone una prima regola d’oro alla portata di tutti – «come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro» (Lc 6,31) – e ci aiuta a scoprire quello che è più importante in questa reciprocità di comportamento: amarci, aiutarci e prestare senza aspettare nulla in cambio.

“Amarci”, ci dice Gesù. E Paolo lo traduce come “rivestirci di sentimenti di misericordia e di bontà” (cfr Col 3,12). Il mondo ignorava – e continua a non conoscere – la virtù della misericordia, della compassione, uccidendo o abbandonando persone disabili e anziane, eliminando feriti e infermi, e divertendosi con le sofferenze inflitte agli animali. Allo stesso modo non praticava la bontà, la gentilezza, che ci spinge ad avere a cuore il bene del prossimo tanto quanto il proprio.

Superare i tempi di divisione e violenza implica non solo un atto di riconciliazione o la pace intesa come assenza di conflitto, implica l’impegno quotidiano di ognuno di noi ad avere uno sguardo attento e attivo che ci porta a trattare gli altri con quella misericordia e bontà con cui vogliamo essere trattati; misericordia e bontà soprattutto verso coloro che, per la loro condizione, vengono facilmente respinti ed esclusi. Si tratta di un atteggiamento non da deboli, ma da forti, un atteggiamento da uomini e donne che scoprono che non è necessario maltrattare, denigrare o schiacciare per sentirsi importanti; anzi, al contrario. E quest’atteggiamento è la forza profetica che lo stesso Gesù Cristo ci ha insegnato volendosi identificare con loro (cfr Mt 25,35-45) e mostrandoci che la via giusta è il servizio.

Il Mozambico possiede un territorio pieno di ricchezze naturali e culturali, ma paradossalmente con un’enorme quantità di popolazione al di sotto del livello di povertà. E a volte sembra che coloro che si avvicinano con il presunto desiderio di aiutare, abbiano altri interessi. Ed è triste quando ciò accade tra fratelli della stessa terra, che si lasciano corrompere; è molto pericoloso accettare che la corruzione sia il prezzo che dobbiamo pagare per gli aiuti esterni.

«Tra voi non sarà così» (Mt 20,26; cfr vv. 26-28). Con le sue parole, Gesù ci spinge ad essere protagonisti di un altro stile di vita, quello del suo Regno: qui e ora, semi di gioia e speranza, pace e riconciliazione. Ciò che lo Spirito viene a infondere non è un attivismo travolgente, ma, innanzitutto, un’attenzione rivolta all’altro, riconoscendolo e apprezzandolo come fratello fino a sentire la sua vita e il suo dolore come la nostra vita e il nostro dolore. Questo è il miglior termometro per scoprire le ideologie di ogni genere che cercano di manipolare i poveri e le situazioni di ingiustizia al servizio di interessi politici o personali (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 199). Solo così potremo essere, dovunque ci troveremo, semi e strumenti di pace e riconciliazione.

Vogliamo che la pace regni nei nostri cuori e nel palpito del nostro popolo. Vogliamo un futuro di pace. Vogliamo che «la pace di Cristo regni nei vostri cuori» (Col 3,15), come appunto diceva la Lettera di San Paolo. Egli usa un verbo che viene dal mondo dello sport e si riferisce all’arbitro che decide sulle cose discutibili: “possa la pace di Cristo essere l’arbitro nei vostri cuori”. Se la pace di Cristo è l’arbitro nei nostri cuori, allora quando i sentimenti sono in conflitto e ci troviamo indecisi tra due sensi opposti, “facciamo il gioco” di Cristo: la decisione di Cristo ci manterrà nella via dell’amore, nel sentiero della misericordia, nella scelta per i più poveri, nella difesa della natura. Nella via della pace. Se Gesù sarà l’arbitro tra le emozioni contrastanti del nostro cuore, tra le complesse decisioni del nostro Paese, allora il Mozambico ha assicurato un futuro di speranza; allora il vostro Paese potrà cantare a Dio, con gratitudine e di tutto cuore, salmi, inni e canti ispirati (cfr Col 3,16). Papa Francesco

 

 

 

 

Fra Mozambico, Madagascar e Mauritius. Vaticano: papa Francesco ritrova la sua Africa

 

Nella vastità territoriale di un impero, la differenza tra politica interna e politica estera è sfumata. Ancor di più lo è in un impero tanto particolare quanto quello della Santa Sede, dove alla dimensione terrena si associa, in posizione sovraordinata, quella spirituale. In quest’ottica occorre leggere – come in un combinato disposto – il viaggio in Africa australe di papa Francesco – che, partito il 4 settembre, visiterà in ordine Mozambico, Madagascar e Mauritius – e l’annuncio di qualche giorno fa su un nuovo concistoro – il sesto di Bergoglio – che porterà alla nomina di tredici cardinali, dieci dei quali elettori a pieno titolo per il prossimo conclave.

La geopolitica dello spirito soffia sul prossimo concistoro

Nel suo viaggio, Francesco porterà avanti la sua agenda internazionale. La “Chiesa in uscita” che guarda alle periferie del mondo farà tappa nella ex colonia portoghese del Mozambico, dove i cattolici sono poco più di 7 milioni, e nelle due isole di Madagascar e Mauritius, che insieme ne contano altrettanti. Numeri di per sé non imperiali, ma che fanno riflettere se osservati in prospettiva: nell’Africa subsahariana, dal 1900 al 2011, il numero dei cristiani è aumentato di circa settanta volte, passando da 7 a 470 milioni di credenti. Insieme all’Asia, dove la diplomazia pontificia e l’attività pastorale si sono mosse con grande decisione, l’Africa nera rappresenta, potenzialmente, uno dei bacini più fertili. Del resto, entro il 2050, il continente raddoppierà la propria popolazione, arrivando sino a due miliardi e mezzo di individui.

Anche per questo, considerare le nomine dei nuovi cardinali elettori come questione a parte sarebbe un errore sostanziale. Nel concistoro del prossimo 5 ottobre si assisterà, infatti, ad un’altra, significativa infornata di porporati provenienti “dalla fine del mondo”, come disse di sé lo stesso Bergoglio. Da Cuba, dall’Indonesia, dal Guatemala e dal Congo: le origini di alcuni dei futuri cardinali confermano il trend dei concistori di papa Francesco, funzionali al processo di riforma del conclave portato avanti dal pontefice argentino. Obiettivo è quello, finalmente, di far oltrepassare alla Chiesa cattolica il limes romano che, spesso, l’ha limitata nella sua missione universale, riducendola a mera appendice del sistema occidentale. Destino al quale papa Francesco non vuole assolutamente piegarsi.

La potenza simbolica del Mozambico

Bergoglio torna in Africa sulle orme di papa Giovanni Paolo II. Fu Karol Wojtyla, infatti, l’ultimo papa che visitò Mozambico, Madagascar e Mauritius, a cavallo tra il 1988 e il 1989. Un’altra epoca, soprattutto per il primo, in quegli anni ancora attanagliato dalla guerra civile cominciata subito dopo il raggiungimento dell’indipendenza dal Portogallo nel 1975. Per oltre quindici anni, il Frente de Libertaçao de Moçambique (Frelimo) di ispirazione socialista e la Resistência Nacional Moçambicana (Renamo), nata come coalizione anticomunista sostenuta dai Paesi segregazionisti (Sudafrica e Rhodesia del Sud), hanno combattuto per il predominio. A porre fine al conflitto furono gli Accordi di pace di Roma, siglati nel 1992 dalle due forze mozambicane dopo oltre due anni di mediazione, condotta prevalentemente dall’ex sottosegretario agli Esteri italiano, Mario Raffaelli, e dalla Comunità di Sant’Egidio, rappresentata da Andrea Riccardi e dall’attuale arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi. Che, guarda caso, sarà uno dei dieci cardinali elettori che si insedieranno ad ottobre.

Oggi, in Mozambico, Francesco trova una democrazia ancora fragile ed immatura. Alle soglie delle elezioni presidenziali che si terranno il mese prossimo, le ostilità tra Frelimo e Renamo – per la verità già riaffiorate in modo sparso dal 2012 – sono riprese, seppur a bassa intensità. Per questo, il messaggio di Bergoglio è quello di pace e riconciliazione: visto che la diplomazia vaticana, in Mozambico, gode di ampio favore, il pontefice spera di riaffermare i principi che ormai quasi trent’anni fa posero fine alla guerra civile. Ma non solo: anche la difesa dell’ambiente, tanto in Mozambico – colpito a maggio da un terribile ciclone – quanto in Madagascar, sarà al centro dei discorsi che Francesco pronuncerà durante il suo viaggio.

Una Chiesa universale e rappresentativa

Come detto, la particolare attenzione del pontefice verso il sud del mondo – di cui Mozambico, Madagascar e Mauritius fanno parte a pieno titolo – non si esaurisce nella sola politica estera vaticana. Se si considera la famosa Brandt Line, la linea che divide in due il mondo sulla base del Pil pro capite teorizzata negli anni Settanta dal cancelliere tedesco Willy Brandt, sui settanta cardinali elettori creati da Bergoglio, più di metà (38) provengono dal sud globale.

Il progetto di politica domestica di Francesco è chiaro: la riforma del conclave con l’inserimento di porporati che siano rappresentativi delle comunità cattoliche sparse per il mondo. Comprese quelle più piccole, come quella malgascia, che può contare sulla presenza di Désiré Tsarahazana, arcivescovo di Toamasina e presidente della Comunità episcopale del Madagascar. Anche lui sarà tra i porporati che voteranno per il prossimo pontefice.

Non solo, quindi, creare i collegamenti tra Roma e le periferie geografiche dell’impero, ma anche e soprattutto includere queste ultime nel circuito decisionale. Liberandolo così dall’asfittico romanocentrismo, che rischia di indurre il resto del mondo a considerare l’azione internazionale della Santa Sede come longa manus occidentale. Esser rinchiusi nel recinto euroatlantico, per la Santa Sede, significherebbe del resto perdere la propria irrinunciabile vocazione imperiale. Pietro Mattonai, AffInt 5

 

 

 

 

Il neocardinale Zuppi: «La nostra identità? La gente inCalabria che salva i naufraghi»

 

L’arcivescovo di Bologna: «La politica pensi a soluzioni. Prete di strada è un’espressione che mi fa ridere. Dove dovrebbe stare un prete, in salotto?»

di Gian Guido Vecchi

 

Roma- «Don Matteo», ripetono tutti, è un «prete di strada». L’espressione lo fa sorridere: «Per forza. Mi dica lei dove altro dovrebbe stare, un prete, in salotto?». Matteo Zuppi, 63 anni, arcivescovo di Bologna, è l’unico italiano tra i tredici nuovi cardinali che riceveranno la porpora nel concistoro convocato da Francesco il 5 ottobre. Quando il Papa lo ha annunciato all’Angelus, domenica, era in pellegrinaggio a Lourdes con i fedeli delle diocesi emiliane. Non se lo immaginava, Francesco non avverte. «All’inizio non mi sono accorto del cellulare che suonava. Poi ho visto le telefonate, i messaggi…».

La prima cosa a cui ha pensato?

«Guardavo le persone di fronte a me. La sofferenza che non si nasconde, la capacità di aiutarsi invece di scappare, una grande immagine della Chiesa come dev’essere, che nella fragilità ama e difende la vita come una madre. Quel giorno era Sant’Egidio. L’ho vissuto come un segno, al di là delle letture da geopolitica interessata, a libro paga oppure cieche, che vogliono creare schieramenti e contrapposizioni nella Chiesa replicando ciò che talvolta vediamo penosamente nella società civile».

C’è la tentazione di applicare alla Chiesa categorie politiche?

«C’è sempre stata e finisce per offenderla e indebolirla. La Chiesa è complicata, è fatta di uomini e ha sempre qualcosa di imprevedibile, lo Spirito. Francesco parla di poliedro: ha tante sfaccettature e questo ci deve far crescere nella comunione. Amare la Chiesa nella sua diversità: dobbiamo impararlo».

Parlava di Sant’Egidio, la sua vocazione è nata nella comunità?

«Sì, al liceo Virgilio di Roma, quand’ero in quinta ginnasio e ho conosciuto Andrea Riccardi. Là ho incontrato un Vangelo vivo e imparato ciò che un cristiano deve fare: voler bene a Dio e al prossimo, e così a se stessi. All’università decisi di diventare sacerdote. Mi laureai a Lettere e Filosofia in storia del cristianesimo, con una tesi sul cardinale Schuster. Padre Turoldo mi aiutò a capirlo. A Milano difese e accolse tanti partigiani e poi, giustamente, si scandalizzò della barbarie di piazzale Loreto, non perché fosse antifascista o fascista ma perché era un padre e un monaco».

Il Papa è in partenza per il Mozambico, 27 anni fa c’era anche lei nella delegazione di Sant’Egidio che mediò tra le fazioni in guerra.

«Ero viceparroco a Trastevere, celebravo nella borgata di Primavalle. La prima volta andammo in Mozambico nell’84. C’erano condizioni di vita incredibili. La siccità, la guerra. E i mercati vuoti, non c’era nulla. È proprio vero che l’attenzione per gli altri ci rende migliori: la necessità di fare qualcosa, di non rassegnarsi alla logica dell’impossibilità».

Francesco denuncia la «terza guerra mondiale a pezzi» e viaggia nelle periferie.

«Il Papa dice che ogni guerra in realtà è una guerra mondiale e quindi riguarda anche noi. Le conseguenze non sono circoscrivibili. E non possiamo tamponare: dobbiamo risolvere».

Lei è il secondo cardinale in famiglia dopo Carlo Confalonieri.

«Era lo zio di mia madre, di Seveso, già segretario di Pio XI. Ricordo il suo rigore ambrosiano, l’idea del servizio alla Chiesa, oneri e non onori. In questo senso era un vero cattolico romano: i cattolici romani obbediscono al Papa e non lo interpretano in modo malevolo per criticarlo».

Eppure le contestazioni a Francesco arrivano in nome della Tradizione.

«La forza della Chiesa è l’unità intorno a colui che presiede nella comunione. La preoccupazione di Francesco è pastorale. “Tradere” significa consegnare. Il problema non è adattare la verità o reinventarla, ma renderla vicina perché il Vangelo arrivi a tanti. Le sottoletture dettate da residui ideologici non lo capiscono. Il Papa ci aiuta a rivivere il Vangelo: la Galilea è periferia, l’uomo mezzo morto per strada è periferia. Lì troviamo il prossimo».

C’è un cristianesimo identitario e sovranista che lo avversa.

«La politica dovrebbe occuparsi di risolvere i problemi anziché condurre una campagna elettorale permanente. Trovi soluzioni, non faccia pagare il conto ai poveracci in mare. Sono passati 30 anni da quando Jerry Masslo, fuggito dall’apartheid, fu ucciso a Villa Literno. Quella manifestazione di odio, pregiudizio, arroganza, sfruttamento e camorra era l’inizio di qualcosa che dovevamo imparare a gestire: come affrontare un problema epocale? Ma siamo ancora in affanno. L’Europa dovrebbe attingere alla sua vera radice: l’umanesimo. La nostra identità vera è la gente che in Calabria si è tuffata in acqua per salvare i naufraghi». CdS 4

 

 

 

 

“Il coraggio della pace!”

 

Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Mozambico, Madagascar e Maurizio (4-10 settembre 2019). Pubblichiamo il discorso che Papa Francesco ha pronunciato in Mozambico  il 5 settembre nel corso dell’Incontro con le Autorità, con i Membri del Corpo Diplomatico e i Rappresentanti della Società Civile

 

Signore e Signori! Grazie, Signor Presidente, per le Sue parole di benvenuto nonché per il gentile invito a visitare la nazione. Sono contento di trovarmi di nuovo in Africa e iniziare questo viaggio apostolico da questo Paese, tanto benedetto per la sua bellezza naturale, come pure per la sua grande ricchezza culturale che aggiunge, alla ben nota gioia di vivere del vostro popolo, la speranza in un futuro migliore. Saluto cordialmente i membri del Governo e del Parlamento e i rappresentanti della società civile qui presenti.

Nelle vostre persone desidero incontrare e salutare con affetto l’intero popolo mozambicano che, dal fiume Rovuma fino a Maputo, ci apre le porte per favorire un rinnovato futuro di pace e riconciliazione. Voglio che le mie prime parole di vicinanza e di solidarietà siano rivolte a tutti coloro sui quali si sono abbattuti recentemente i cicloni Idai e Kenneth, le cui devastanti conseguenze continuano a pesare su tante famiglie, specialmente nei luoghi in cui la ricostruzione non è stata ancora possibile e richiede una speciale attenzione. Purtroppo non potrò recarmi personalmente da voi, ma voglio che sappiate che condivido la vostra angoscia, il vostro dolore e anche l’impegno della comunità cattolica nell’affrontare una così dura situazione. In mezzo alla catastrofe e alla desolazione, chiedo alla Provvidenza che non manchi la sollecitudine di tutti gli attori civili e sociali che, ponendo la persona al centro, siano in grado di promuovere la necessaria ricostruzione.

Desidero anche esprimere l’apprezzamento, mio e di gran parte della comunità internazionale, per gli sforzi che, da decenni, si vanno compiendo affinché la pace torni ad essere la norma, e la riconciliazione la via migliore per affrontare le difficoltà e le sfide che incontrate come nazione. In questo spirito e con questo proposito, circa un mese fa avete firmato nella Serra della Gorongosa l’accordo di cessazione definitiva delle ostilità militari tra fratelli mozambicani. Una pietra miliare, che salutiamo e speriamo come decisiva, fissata da persone coraggiose sulla via della pace, che parte da quell’Accordo Generale del 1992 a Roma. Quante cose sono passate dalla firma dello storico trattato che ha sigillato la pace e ha dato i suoi primi germogli! Sono questi germogli che sostengono la speranza e danno fiducia per non lasciare che il modo di scrivere la storia sia la lotta fratricida, bensì la capacità di riconoscersi come fratelli, figli di una stessa terra, amministratori di un destino comune.

Il coraggio della pace! Un coraggio di alta qualità: non quello della forza bruta e della violenza, ma quello che si attua nella ricerca instancabile del bene comune (cfr PAOLO VI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1973). Voi conoscete la sofferenza, il lutto e l’afflizione, ma non avete voluto che il criterio regolatore delle relazioni umane fosse la vendetta o la repressione, né che l’odio e la violenza avessero l’ultima parola. Come ricordava il mio predecessore San Giovanni Paolo II durante la sua visita nel vostro Paese nel 1988, con la guerra «molti uomini, donne e bambini soffrono perché non hanno una casa dove abitare, un’alimentazione sufficiente, delle scuole dove istruirsi, degli ospedali dove curarsi, delle chiese dove riunirsi a pregare e dei campi dove impiegare la manodopera. Molte migliaia di persone sono costrette a spostarsi alla ricerca di sicurezza e di mezzi di sopravvivenza; altre si rifugiano nei Paesi vicini. […] “No alla violenza e sì alla pace!”» (Discorso nella visita al Presidente della Repubblica, 16 settembre 1988, n. 3).

Durante tutti questi anni, avete sperimentato che la ricerca della pace duratura – una missione che coinvolge tutti – richiede un lavoro duro, costante e senza sosta, poiché la pace è «come un fiore fragile, che cerca di sbocciare tra le pietre della violenza» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 2019), e quindi richiede che si continui ad affermare con determinazione ma senza fanatismo, con coraggio ma senza esaltazione, con tenacia ma in maniera intelligente: no alla violenza che distrugge, sì alla pace e alla riconciliazione. Come sappiamo, la pace non è solo assenza di guerra, ma l’impegno instancabile – soprattutto di quanti occupiamo un ufficio di maggiore responsabilità – di riconoscere, garantire e ricostruire concretamente la dignità, spesso dimenticata o ignorata, dei nostri fratelli, perché possano sentirsi protagonisti del destino della propria nazione. Non possiamo perdere di vista che, «senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 59).

La pace ha reso possibile lo sviluppo del Mozambico in diversi settori. Promettenti sono i progressi compiuti nell’istruzione e nella salute. Vi incoraggio a portare avanti il lavoro di consolidamento delle strutture e delle istituzioni necessarie per far sì che nessuno si senta abbandonato, in particolare i vostri giovani, che costituiscono gran parte della popolazione. Essi sono non solo la speranza di questa terra, sono il presente che interpella, ricerca e ha bisogno di trovare strade dignitose che consentano loro di sviluppare tutti i loro talenti; sono un potenziale per seminare e far crescere la tanto desiderata amicizia sociale. Una cultura di pace richiede «un costante processo nel quale ogni nuova generazione si vede coinvolta» (ibid., 220). Perciò il percorso dev’essere tale da favorire la cultura dell’incontro e da esserne totalmente impregnato: riconoscere l’altro, stringere legami, gettare ponti. In questo senso, è essenziale mantenere viva la memoria, quale via che apre al futuro, quale sentiero che conduce a cercare obiettivi comuni, valori condivisi, idee che favoriscano il superamento di interessi settoriali, corporativi o di parte, affinché le ricchezze della vostra Nazione siano messe al servizio di tutti, specialmente dei più poveri. Voi avete una coraggiosa e storica missione da compiere: non smettete di impegnarvi finché ci saranno bambini e adolescenti senza istruzione, famiglie senza casa, lavoratori senza occupazione, contadini senza terra… Queste sono le basi di un futuro di speranza, perché futuro di dignità! Queste sono le armi della pace. La pace ci invita anche a curare la nostra casa comune. Da questo punto di vista, il Mozambico è una nazione benedetta, e voi in modo speciale siete invitati a prendervi cura di questa benedizione.

La difesa della terra è anche la difesa della vita, che richiede speciale attenzione quando si constata una tendenza a saccheggiare e depredare, spinta da una bramosia di accumulare che, in genere, non è neppure coltivata da persone che abitano queste terre, né viene motivata dal bene comune del vostro popolo. Una cultura di pace implica uno sviluppo produttivo, sostenibile e inclusivo, in cui ogni mozambicano possa sentire che questo Paese è suo, e in cui possa stabilire rapporti di fraternità ed equità con il proprio vicino e con tutto ciò che lo circonda.

Signor Presidente, distinte Autorità! Voi tutti siete i costruttori dell’opera più bella che si possa compiere: un futuro di pace e riconciliazione quali garanzie del diritto dei vostri figli al futuro. Chiedo a Dio che, nel periodo che trascorrerò in mezzo a voi, possa anch’io – in comunione con i miei fratelli vescovi e la Chiesa cattolica che pellegrina su questa terra – contribuire affinché la pace, la riconciliazione e la speranza regnino definitivamente tra di voi. Grazie.

Papa Francesco

 

 

 

 

“È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato

 

Messaggio del Santo Padre Francesco in occasione Giornata Mondiale di Preghiera del 2 settembre per la cura del creato

 

«Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,25). Lo sguardo di Dio, all’inizio della Bibbia, si posa dolcemente sulla creazione. Dalla terra da abitare alle acque che alimentano la vita, dagli alberi che portano frutto agli animali che popolano la casa comune, tutto è caro agli occhi di Dio, che offre all’uomo il creato come dono prezioso da custodire.

Tragicamente, la risposta umana al dono è stata segnata dal peccato, dalla chiusura nella propria autonomia, dalla cupidigia di possedere e di sfruttare. Egoismi e interessi hanno fatto del creato, luogo di incontro e di condivisione, un teatro di rivalità e di scontri. Così si è messo in pericolo lo stesso ambiente, cosa buona agli occhi di Dio divenuta cosa sfruttabile nelle mani dell’uomo. Il degrado si è accentuato negli ultimi decenni: l’inquinamento costante, l’uso incessante di combustibili fossili, lo sfruttamento agricolo intensivo, la pratica di radere al suolo le foreste stanno innalzando le temperature globali a livelli di guardia. L’aumento dell’intensità e della frequenza di fenomeni meteorologici estremi e la desertificazione del suolo stanno mettendo a dura prova i più vulnerabili tra noi. Lo scioglimento dei ghiacciai, la scarsità d’acqua, l’incuria dei bacini idrici e la considerevole presenza di plastica e microplastica negli oceani sono fatti altrettanto preoccupanti, che confermano l’urgenza di interventi non più rimandabili. Abbiamo creato un’emergenza climatica, che minaccia gravemente la natura e la vita, inclusa la nostra.

Alla radice, abbiamo dimenticato chi siamo: creature a immagine di Dio (cfr Gen 1,27), chiamate ad abitare come fratelli e sorelle la stessa casa comune. Non siamo stati creati per essere individui che spadroneggiano, siamo stati pensati e voluti al centro di una rete della vita costituita da milioni di specie per noi amorevolmente congiunte dal nostro Creatore. È l’ora di riscoprire la nostra vocazione di figli di Dio, di fratelli tra noi, di custodi del creato. È tempo di pentirsi e convertirsi, di tornare alle radici: siamo le creature predilette di Dio, che nella sua bontà ci chiama ad amare la vita e a viverla in comunione, connessi con il creato.

Perciò invito fortemente i fedeli a dedicarsi alla preghiera in questo tempo, che da un’opportuna iniziativa nata in ambito ecumenico si è configurato come Tempo del creato: un periodo di più intensa orazione e azione a beneficio della casa comune che si apre oggi, 1° settembre, Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del creato, e si concluderà il 4 ottobre, nel ricordo di San Francesco d’Assisi. È l’occasione per sentirci ancora più uniti ai fratelli e alle sorelle delle varie confessioni cristiane. Penso, in particolare, ai fedeli ortodossi che già da trent’anni celebrano la Giornata odierna. Sentiamoci anche in profonda sintonia con gli uomini e le donne di buona volontà, insieme chiamati a promuovere, nel contesto della crisi ecologica che riguarda ognuno, la custodia della rete della vita di cui facciamo parte.

È questo il tempo per riabituarci a pregare immersi nella natura, dove nasce spontanea la gratitudine a Dio creatore. San Bonaventura, cantore della sapienza francescana, diceva che il creato è il primo “libro” che Dio ha aperto davanti ai nostri occhi, perché ammirandone la varietà ordinata e bella fossimo ricondotti ad amare e lodare il Creatore (cfr Breviloquium, II,5.11). In questo libro, ogni creatura ci è stata donata come una “parola di Dio” (cfr Commentarius in librum Ecclesiastes, I,2). Nel silenzio e nella preghiera possiamo ascoltare la voce sinfonica del creato, che ci esorta ad uscire dalle nostre chiusure autoreferenziali per riscoprirci avvolti dalla tenerezza del Padre e lieti nel condividere i doni ricevuti. In questo senso possiamo dire che il creato, rete della vita, luogo di incontro col Signore e tra di noi, è «il social di Dio» (Udienza a guide e scout d’Europa, 3 agosto 2019). Esso ci porta a elevare un canto di lode cosmica al Creatore, come insegna la Scrittura: «Benedite, creature tutte che germinate sulla terra, il Signore; lodatelo ed esaltatelo nei secoli» (Dn 3,76).

È questo il tempo per riflettere sui nostri stili di vita e su come le nostre scelte quotidiane in fatto di cibo, consumi, spostamenti, utilizzo dell’acqua, dell’energia e di tanti beni materiali siano spesso sconsiderate e dannose. In troppi stiamo spadroneggiando sul creato. Scegliamo di cambiare, di assumere stili di vita più semplici e rispettosi! È ora di abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili e di intraprendere, in modo celere e deciso, transizioni verso forme di energia pulita e di economia sostenibile e circolare. E non dimentichiamo di ascoltare le popolazioni indigene, la cui saggezza secolare può insegnarci a vivere meglio il rapporto con l’ambiente.

È questo il tempo per intraprendere azioni profetiche. Molti giovani stanno alzando la voce in tutto il mondo, invocando scelte coraggiose. Sono delusi da troppe promesse disattese, da impegni presi e trascurati per interessi e convenienze di parte. I giovani ci ricordano che la Terra non è un bene da sciupare, ma un’eredità da trasmettere; che sperare nel domani non è un bel sentimento, ma un compito che richiede azioni concrete oggi. A loro dobbiamo risposte vere, non parole vuote; fatti, non illusioni.

Le nostre preghiere e i nostri appelli sono volti soprattutto a sensibilizzare i responsabili politici e civili. Penso in particolare ai Governi che nei prossimi mesi si riuniranno per rinnovare impegni decisivi a orientare il pianeta verso la vita anziché incontro alla morte. Vengono alla mente le parole che Mosè proclamò al popolo come una sorta di testamento spirituale prima dell’ingresso nella Terra promessa: «Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza» (Dt 30,19). Sono parole profetiche che potremmo adattare a noi e alla situazione della nostra Terra. Scegliamo dunque la vita! Diciamo no all’ingordigia dei consumi e alle pretese di onnipotenza, vie di morte; imbocchiamo percorsi lungimiranti, fatti di rinunce responsabili oggi per garantire prospettive di vita domani. Non cediamo alle logiche perverse dei guadagni facili, pensiamo al futuro di tutti!

In questo senso riveste speciale importanza l’imminente Vertice delle Nazioni Unite per l’azione sul clima, durante il quale i Governi avranno il compito di mostrare la volontà politica di accelerare drasticamente i provvedimenti per raggiungere quanto prima emissioni nette di gas serra pari a zero e di contenere l’aumento medio della temperatura globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Nel prossimo mese di ottobre, poi, l’Amazzonia, la cui integrità è gravemente minacciata, sarà al centro di un’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi. Cogliamo queste opportunità per rispondere al grido dei poveri e della Terra!

Ogni fedele cristiano, ogni membro della famiglia umana può contribuire a tessere, come un filo sottile, ma unico e indispensabile, la rete della vita che tutti abbraccia. Sentiamoci coinvolti e responsabili nel prendere a cuore, con la preghiera e con l’impegno, la cura del creato. Dio, «amante della vita» (Sap 11,26), ci dia il coraggio di operare il bene senza aspettare che siano altri a iniziare, senza aspettare che sia troppo tardi. Papa Francesco

 

 

 

Essere umili è riconoscere che siamo polvere di terra amata da Dio

 

XXII Domenica del Tempo Ordinario – Umile viene da “humus” parola latina che vuol dire terra. Essere umili è riconoscere che siamo polvere di terra amata da Dio.

 

1) L’umiltà: strada per la vera grandezza.

La frase di Papa Francesco: “Per essere grandi bisogna prima di tutto saper essere piccoli, umile, perché  l’umiltà è la base di ogni vera grandezza”, ci aiuta a capire bene la liturgia della Parola di questa domenica, che nella prima lettura presa dal libro del Siracide ci offre una raccomandazione paterna: assumere un atteggiamento di attenzione e di docilità, un atteggiamento da discepoli, di fronte a colui che ci parla come un padre.

Non solo riconoscerà in lui l’uomo ricco di esperienza, ma avrà fiducia nei suoi consigli dettati da paterna sollecitudine. La mitezza porta all’essere amato (v. 17), l’umiltà apre l’uomo ai doni di Dio (v. 18), lo colloca di fronte a Dio, di fronte alla grandezza della Sua potenza (v. 20) perché lo destina al posto che gli compete e ne fa un testimone di Dio e della Sua grazia. ??Insomma il Siracide  espone i vantaggi dell’umiltà e della mitezza sulla presunzione intellettuale e l’insipienza del superbo.

“Compi le tue opere con mitezza” ossia sii consapevole del tuo limite con sincerità, non ricercare un tenore di vita lussuoso né onori e privilegi sociali. La mitezza rende l’uomo amabile agli occhi di Dio più di quanto lo sia una persona molto generosa. E’ umile chi non è orgoglioso, presuntuoso, ambizioso o prepotente verso il fratello. “Quanto più sei grande, tanto più fatti umile”.

Passando ora al Vangelo di Luca, osserviamo innanzitutto che ci presenta un fatto capitato a Gesù. Arrivato a casa di un capo dei farisei che l’aveva invitato, il Messia osserva che gli ospiti fanno ressa per assicurarsi i primi posti. Sono persone convinte di avere diritto al posto d’onore. Allora il Redentore racconta una parabola, con la quale non intende ricordare una semplice regola di galateo, ma vuole offrire una regola religiosa sul come comportarsi con Dio e, di conseguenza, con gli uomini.

Per dare questo suo insegnamento religioso, il Redentore afferma: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: ‘Cedigli il posto!’. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: ‘Amico, vieni più avanti!’. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,7-14).

Ci sono due brani nel Nuovo Testamento che possono illuminare questa parabola:

Il primo è la lettera di San Paolo ai Filippesi  2,3-11 in cui la frase centrale è l’invito ad “avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù… il quale… umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce… Per questo Dio lo esaltò…”. ?La verità della parola di Gesù sull’umiltà appare nel fatto che egli stesso ha vissuto questa parola nella sua stessa persona a convalida della sua missione e della sua predicazione: abbandonare il primo posto per prendere l’ultimo è appunto il senso della sua incarnazione.

Il secondo brano è il Magnificat (Lc. 1,46-55 ): “Dio ha guardato[1] l’umiltà della sua serva…”; questi ultimi due termini (umiltà e serva)  indicano chiaramente che la straordinaria e unica missione affidata da Dio a Maria ha avuto l’origine nella sua stessa umiltà vissuta con semplicità e gioia, aperta e disponibile alla volontà di Dio.

Chiediamo alla Madonna di capire sempre meglio che il posto migliore nella vita non è il primo ma l’ultimo, dove si scende per servire e dove c’è Cristo, dove possiamo sperimentare il suo amore gratuito di Cristo. Che la Vergine Maria, umile serva del Signore, ci aiuti ad essere umili e abbandonarci con totale fiducia a Cristo e alla Chiesa. Il gran pericolo, il gran nemico è sempre l’orgoglio, e Gesù insiste sulla virtù dell’umiltà, perché davanti all’infinito non si può essere che umili; l’umiltà è verità ed è anche segno di intelligenza e fonte di serenità.

 

 2) A scuola dell’umiltà.

Andiamo a scuola da Maria, per imparare da questa Madre umile a seguire suo Figlio, per identificarci con lo stesso Signore Gesù (che, dalla sua condizione di Figlio di Dio, si è abbassato e umiliato fino ad assumere la nostra condizione umana, cfr. Fil 2, 3-11), per potere con Lui e in Lui giungere alla gloria della resurrezione.

Nella Madonna, ma ciò va detto di ogni cristiano, l’umiltà non riguarda la stima di se stessi, ma il rapporto con Dio, che guarda in giù, verso la serva prediletta, il cui amore è umile perché si mette a servizio dell’Amore e accetta di appartenere all’Amore, dandoGli carne.

Dunque l’umiltà[2] insegnata e pratica dalla Madre Dio è il punto focale dove Dio fissa il Suo sguardo, dove Egli può stabilire un rapporto profondo e chiamare l’umile  con il nome di “amico”. E l’amico non è il conoscente, il complice, è l’umile fedele alla Parola del Padre. Dunque, seguiamo Maria, per identificarci in lei che, come umile serva, ha accettato di diventare dimora della Sua Parola, di custodirla nel suo cuore e nel suo corpo, e di offrirla a tutta l’umanità.

Se la Madonna non fosse stata umile, “piccola”, non avrebbe potuto accogliere la “grandezza” di Dio. Quel piccolo che portò nel grembo è la cosa grande che noi, oggi e sempre possiamo e dobbiamo accogliere come bene più grande da condividere gratuitamente.

Dunque accostiamoci ogni giorno (o almeno il più frequentemente possibile) all’Eucaristia, con un cuore puro e umile, quindi completamente libero e disponibile ad accogliere in noi il Dio vivente, a concepirlo e a darGli la vita tramite la nostra fragile carne redenta da Lui. Cristo è l’avvenimento dove l’alleanza voluta da Dio con ciascuno di noi si compie. Dio con l’uomo. Dio nell’uomo e mediante l’uomo diventa un “personaggio” concreto della storia umana e la redime.

 

3) Gratuità senza frontiere.

Dopo la parola rivolta agli invitati, Gesù dice una parola anche al padrone di casa: “Quando vai a un pranzo, non invitare gli amici o i ricchi vicini, ma i poveri”.

Perché invitare sempre soltanto parenti ed amici? Siamo sempre all’interno di un amore interessato, all’interno di una concezione chiusa della vita: ci si invita fra amici, fra persone alla pari, oggi io invito te e domani tu inviti me. E i poveri restano sempre fuori, sempre esclusi.

Il Vangelo vuole, invece, una fraternità con due caratteristiche ben precise: la gratuità e l’universalità.

Devi dare anche a coloro dai quali non puoi sperare nulla in cambio. Gesù sta pensando alla sua futura comunità: la sogna come un luogo di ospitalità per tutti gli esclusi. Non si tratta certo di un insegnamento nuovo. Gesù l’ha già rivolto a tutti nel discorso della montagna (Lc 6.32-34): se amate soltanto coloro che vi amano, qual è il vostro merito? Anche i peccatori amano coloro che li amano. ?C’è la beatitudine per chi è povero (“beati voi poveri, perché vostro è il Regno di Dio”) e c’è anche la beatitudine per chi trasforma i propri beni in occasione di ospitalità, ma deve trattarsi di un’ospitalità anche verso gli esclusi (“sarai beato perché non hanno da ricambiarti”).

Ma questa ospitalità è possibile solamente se accogliamo l’altro, come la Madonna ha verginalmente accolto l’Altro con una fede e un amore così grandi, che i suoi occhi ed il suo cuore si sono aperti alla Carità di Dio e “il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi” (Gv 1, 14).

La vita cristiana, quindi, non è in primo luogo meditare e praticare le virtù, ma ospitare e vivere della presenza di Cristo, che ci ama di amore infinito. Se viviamo la realtà di questo mistero di carità, viviamo già in Paradiso. Le persone consacrate vivono già in Paradiso. Infatti, la vita religiosa nella teologia cattolica è stata sempre ritenuta come una anticipazione della vita del cielo.

Si dice che le suore di vita contemplativa vivono in clausura. Non è vero, perché una monaca che vive totalmente per Iddio vive la libertà pura di un’anima che spazia nell’immensità divina.

Anche per le appartenenti all’Ordo Virginum il loro luogo è l’immensità di Dio. Non sono chiuse in casa o nei luoghi di lavoro. Sono chiusi quelli che sono nomadi, vagabondi nel mondo e non vivono altro che la loro piccola vita nel piccolo mondo, granello minuscolo dell’Universo. La loro anima respira l’Infinito. Vivono in Dio e Dio è l’immenso, vivono nel Cristo e Cristo è l’Amore infinito fatto carne. “Dio è il Dio del cuore umano” (San Francesco di Sales[3], Filotea o Trattato dell’Amore di Dio, I, XV). mons. Follo

 

 

 

 

„Verantwortung für die Sendung der Kirche“

 

Erweiterte Gemeinsame Konferenz beendet Tagung zur Vorbereitung des Synodalen Weges in Fulda

 

Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz und Vertreter des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) haben heute (14. September 2019) in Fulda ihre zweitägige erweiterte Gemeinsame Konferenz beendet. Mit einem klaren Appell, den eingeschlagenen Synodalen Weg mutig und engagiert im Geist des Evangeliums fortzusetzen, hat die Konferenz weitere Vorarbeiten für den Synodalen Weg geleistet.

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, erinnerte zum Abschluss daran, dass die katholische Kirche eine zu allen Menschen gesandte Kirche sei. „Die Kirche ist nicht für sich selber da. Verantwortung für diese Sendung der Kirche zu den Menschen tragen in besonderer Weise die Bischöfe in der ihnen anvertrauten pastoralen Sorge und jeder Getaufte ist an der Sendung der Kirche durch die Taufe beteiligt. Jeder Getaufte ist eine ‚Mission‘ wie Papst Franziskus sagt. Dies gilt für alle Wesensvollzüge der Kirche.“ In diesem Licht seien auch die verschiedenen Dialog- und Strukturprozesse in den deutschen Ortskirchen zu verstehen. Hinter allem stehe die Frage, wie das Evangelium Jesu Christi in den verschiedenen kulturellen und regionalen Gegebenheiten am geeignetsten allen Menschen bezeugt und die Eucharistie als Einladung einer Begegnung mit dem dreieinen Gott gefeiert werden könne.

 

Der Präsident des ZdK, Prof. Dr. Thomas Sternberg, hob hervor, dass mit der im vergangenen Jahr veröffentlichten MHG-Studie Gewissheit erlangt sei, dass es systemische Probleme gebe, die Missbrauch fördern und die nicht nur eine glaubwürdige Verkündigung des Evangeliums, sondern deren gläubige Annahme häufig verdunkeln. „Gerade weil die Evangelisierung an erster Stelle steht, müssen wir diese Aspekte in gemeinsamer Verantwortung beraten. Es geht darum, Vertrauen wiederzugewinnen, um glaubwürdig von unserem Glauben zu sprechen. Das Ziel ist die Durchdringung von Kirche und Welt mit dem Geist des Evangeliums. Dieser Gedanke kommt nicht erst mit dem Papstbrief vom Juni 2019, sondern ist Ursache und Ausgangspunkt unserer Überlegungen, den Synodalen Weg zu gehen“, so Prof. Sternberg.

 

Kardinal Marx und Bischof Bode informierten über den jüngsten Brief der Kongregation für die Bischöfe aus Rom. Während der Tagung wurde schwerpunktmäßig an den Texten der vier Vorbereitungsforen zu den Themen „Macht, Partizipation und Gewaltenteilung“, „Sexualmoral“, „Priesterliche Lebensform“ und „Frauen in Diensten und Ämtern der Kirche“ gearbeitet. Diese Texte, die weiterentwickelt werden, sind Grundlage für die mit dem Synodalen Weg beginnenden Synodalforen. Die Arbeitspapiere sind dokumentiert auf www.dbk.de und www.zdk.de. Breiten Raum in der Debatte nahmen auch der Brief von Papst Franziskus an das pilgernde Volk Gottes in Deutschland und die Diskussion der Präambel für die Satzung des Synodalen Weges ein.

 

Die Teilnehmer der erweiterten Gemeinsamen Konferenz haben in Fulda einen Brief an Papst Franziskus verfasst, um ihm für seinen Brief vom Juni zu danken: „Wir haben uns genau angeschaut, wie Sie die Situation in Deutschland beschreiben; wir sind den Hinweisen nachgegangen, die Sie uns für unseren Weg gegeben haben; und wir haben überlegt, welche Konsequenzen wir zu ziehen haben. Es bestärkt uns, dass Sie unsere ‚Sorge um die Zukunft der Kirche in Deutschland teilen‘ und dass Sie uns zur ‚Suche nach einer freimütigen Antwort auf die gegenwärtige Situation ermuntern‘. Wir sehen wie Sie, dass wir unseren gesamten Weg vom ‚Primat der Evangelisierung‘ her angehen müssen. Wir sind entschlossen, den Synodalen Weg als einen ‚geistlichen Prozess‘ zu gestalten. Wir sind im ‚kirchlichen Sinn‘ mit Ihnen verbunden, weil wir sowohl die Einheit der ganzen Kirche als auch die Situation vor Ort im Blick haben und weil uns die Beteiligung des ganzen Volkes Gottes ein großes Anliegen ist“, heißt es in dem Brief.

 

Bereits heute Morgen hatte der stellvertretende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Franz-Josef Bode (Osnabrück), während der Eucharistiefeier in seiner Predigt daran erinnert, dass Evangelisierung im Sinne der ganzen Kirche nur gelingen könne, „indem wir synodal, was nicht dasselbe ist wie demokratisch, gemeinsam den Blick auf den Größeren richten, gemeinsam darum ringen, was Gott von uns will, und was nicht nur von Alleswissern und Besserwissern ausgedacht ist.“ Im Ringen, gemeinsam Kirche der Beteiligung zu sein, so Bischof Bode, „gemeinsam das Priesteramt verstehbarer und lebbarer zu erfahren, gemeinsam das Miteinander von Frau und Mann in der Kirche weiterzuentwickeln, wie Maria und Johannes unter dem Kreuz, und gemeinsam die Liebe als Grundprinzip aller menschlichen Beziehungen in Sexualität und Partnerschaft neu darzustellen zum Heile der Menschen.“

 

Hintergrund. Die Gemeinsame Konferenz wurde im Zuge der Würzburger Synode (1971–1975) als ständiges Organ errichtet, dem je zehn Vertreter des ZdK und Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz angehören. Zuletzt hat die Gemeinsame Konferenz am 5. Juli 2019 getagt und dort das geplante Statut des Synodalen Weges diskutiert. Für das jetzige Treffen in Fulda wurde die Gemeinsame Konferenz um einige Personen erweitert.

 

Die Texte der Vorbereitungsforen sind in mehreren Sitzungen entstanden, die von je einem Bischof und einem Vertreter des ZdK geleitet wurden. Der jetzige Stand der Arbeitspapiere, die ausdrücklich nicht abschließend sind, ist auf www.dbk.de und www.zdk.de dokumentiert. Die weitere inhaltliche Diskussion und tiefere Auseinandersetzung ist den einzurichtenden Synodalforen vorbehalten. Der Synodale Weg beginnt am 1. Advent 2019 (1. Dezember 2019). Die erste Synodalversammlung, die dann auch die Synodalforen einsetzen wird, soll vom 30. Januar bis 1. Februar 2020 im Frankfurter St.-Bartholomäus Dom stattfinden.

Die Diskussionen der erweiterten Gemeinsamen Konferenz fließen als nächste Schritte in die Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz (23. bis 26. September 2019, Fulda) und in die Beratungen der Vollversammlung des ZdK (22. bis 23. November 2019, Bonn) ein. Dbk 14

 

 

 

Post aus dem Vatikan löst Debatte um „synodalen Weg“ aus

 

Deutsche Kirchenvertreter reagieren mit Kritik auf die Einwände des Vatikan gegen die geplante Reformdebatte der deutschen katholischen Kirche.

 

 „Es ist erschreckend: Offenbar ist in Rom immer noch nicht verstanden worden, in welcher gewaltigen Krise die katholische Kirche nicht nur in Deutschland, sondern weltweit steckt.“ Das schreibt der Essener Generalvikar Klaus Pfeffer am Freitag in einem Facebook-Beitrag. „Wer heute immer noch glaubt, in der Kirche mit machtvollen Warnungen oder gar Drohungen Diskussionen im Keim zu ersticken, löst kein einziges Problem - im Gegenteil: Zerwürfnisse und Risse werden massiv verstärkt.“

Der Vatikan bekundete in einem am Freitag bekannt gewordenen Brief sowie in einem Gutachten Vorbehalte zu dem ab Dezember geplanten „synodalen Weg“ der deutschen Bischöfe und des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK). Die Themen beträfen auch die Weltkirche und könnten „mit wenigen Ausnahmen nicht Gegenstand von Beschlüssen und Entscheidungen einer Teilkirche sein“.

“ Vorbereitungen werden fortgesetzt ”

Bei dem „synodalen Weg“ soll in Folge des Missbrauchsskandals über die Themen Macht, Sexualmoral, priesterliche Lebensform sowie die Rolle von Frauen gesprochen werden. Eventuelle synodale Beschlüsse der Deutschen könnten erst nach Prüfung und Anerkennung durch den Papst Gültigkeit erlangen, so der Vatikan. Auf Kritik stößt auch die Gleichberechtigung von Bischöfen und Laien bei den Abstimmungen.

ZdK-Präsident Thomas Sternberg betonte, die Vorbereitungen zur Durchführung des „synodalen Wegs“ würden fortgesetzt. Die Deutsche Bischofskonferenz teilte mit, das Gutachten aus Rom beziehe sich auf eine inzwischen überholte Entwurfsfassung der Satzung für den „synodalen Weg“. Einige der kritisierten Textpassagen seien gestrichen worden. Der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, werde kommende Woche in Rom Gespräche führen, um „etwaige Missverständnisse“ auszuräumen. Sternberg erklärte, das ZdK unterstütze Marx in diesem Vorhaben. Und weiter: „Glaubt irgendjemand, man könne in einer solchen Krise der Kirche das freie Gespräch, das nach Ergebnissen und notwendigen Reformschritten sucht, unterdrücken?“ (kna 14)

 

 

 

Kardinal Marx erklärt „synodalen Weg” der deutschen Kirche im Vatikan

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, will nächste Woche im Vatikan klärende Gespräche über den „synodalen Weg“ führen. Anlass ist ein kritischer Brief der vatikanischen Bischofskongregation, teilte die Deutsche Bischofskonferenz an diesem Freitag mit.

Der „synodale Weg“ der deutschen Bischöfe und des Katholiken-Dachverbands ZdK müsse „im Einklang mit der Weltkirche beschritten werden", schreibt der Präfekt der Bischofskongregation, Kardinal Marc Ouellet, an den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz. Ouellet verweist auf den mahnenden Brief, den Papst Franziskus im Juni an die Katholiken in Deutschland gerichtet hatte; dieser Brief war unterschiedlich interpretiert worden.

Ouellets Brief liegt ein Gutachten des Päpstlichen Rates der Gesetzestexte bei. Dieses stellt die Verbindlichkeit des „synodalen Weges“ in Frage. Die verhandelten Themen beträfen die Weltkirche und könnten daher „nicht Gegenstand von Beschlüssen und Entscheidungen einer Teilkirche sein“, ohne gegen den Willen von Papst Franziskus zu verstoßen. Zudem habe eine Gleichberechtigung von Bischöfen und Laien bei den Abstimmungen kirchenrechtlich keinen Bestand. Die Synodalität, von der Papst Franziskus spreche, sei „kein Synonym für Demokratie oder Mehrheitsentscheidungen“, sondern verstehe sich „als andere Art der Teilnahme an Entscheidungsprozessen“.

Etwaige Missverständnisse ausräumen 

Die Bischofskonferenz teilte nun mit, das auf 1. August datierte Rechtsgutachten aus dem Vatikan beziehe sich auf einen inzwischen überarbeiteten Entwurf der Satzung des „synodalen Wegs“. In der aktuellen Fassung seien einige Textpassagen nicht mehr vorhanden, auf die das Gutachten sich beziehe. Kardinal Marx habe in der Sache bereits Kontakt mit Kardinal Ouellet aufgenommen. Der Vorsitzende der Bischofskonferenz werde „den Brief sowie das Gutachten nutzen und in der kommenden Woche in Rom Gespräche führen, in denen etwaige Missverständnisse ausgeräumt werden sollen“, heißt es in der Mitteilung.

Den Brief und das Gutachten veröffentlichte die Bischofskonferenz auf ihrer Webseite und schickte sie allen deutschen Bischöfen. Bei der nächsten Vollversammlung der Bischofskonferenz von 23. bis 26. September in Fulda stehen die beiden Schreiben aus dem Vatikan zur Beratung, hieß es weiter. Davor werde wie geplant an diesem Freitag und Samstag in Fulda ein Treffen von rund 50 Angehörigen des Zentralkomitees der deutschen Katholiken und der Bischofskonferenz zur Vorbereitung des „synodalen Weges" stattfinden. Dieser will die Themen Macht, Sexualmoral, priesterliche Lebensform sowie die Rolle von Frauen auf mögliche Reformen hin prüfen.  (vatican news 13)

 

 

 

 

Synodaler Weg der Kirche in Deutschland. Erklärung

 

Den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, hat mit Datum vom 4. September 2019 ein Schreiben der Kongregation für die Bischöfe aus Anlass des Synodalen Weges in Deutschland erreicht. Dazu erklärt der Pressesprecher der Deutschen Bischofskonferenz, Matthias Kopp:

 

„Vor einigen Tagen hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, einen Brief des Präfekten der Kongregation für die Bischöfe, Kardinal Marc Ouellet, mit Datum vom 4. September 2019 erhalten. Diesem beigefügt ist ein Gutachten des Päpstlichen Rats der Gesetzestexte vom 1. August 2019 zu einem Entwurf der Satzung für den Synodalen Weg.

 

Das Gutachten des Päpstlichen Rats thematisiert die Entwurfsfassung der Satzung mit Stand vom Juni 2019 und berücksichtigt noch nicht die im Juli und nach der Sitzung des Ständigen Rats im August fortgeschriebene Fassung, die bereits einige Textpassagen nicht mehr enthält, auf die sich das Gutachten bezieht. Kardinal Marx hat bereits in der Sache Kontakt mit dem Präfekten der Kongregation für die Bischöfe aufgenommen. Er wird den Brief sowie das Gutachten nutzen und in der kommenden Woche in Rom Gespräche führen, in denen etwaige Missverständnisse ausgeräumt werden sollen.

 

Der Brief und das Gutachten sind den deutschen Bischöfen inklusive einer im Sekretariat der Deutschen Bischofskonferenz angefertigten Arbeitsübersetzung zugeleitet worden. Außerdem wird sich die Herbst-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz auf ihrer Sitzung vom 23. bis 26. September 2019 in Fulda mit den Schreiben befassen.

 

Wie geplant wird am 13./14. September 2019 in Fulda eine Sitzung der um einige Personen erweiterten Gemeinsamen Konferenz stattfinden. Diese wurde im Zuge der Würzburger Synode (1971–1975) als ständiges Organ errichtet, der je zehn Vertreter des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) und Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz angehören. Das Treffen, an dem rund 50 Personen teilnehmen, ist noch nicht Teil des Synodalen Weges, sondern Teil seiner Vorbereitung.

Aus Gründen der Transparenz sind die beiden römischen Schreiben unter www.dbk.de auf der Themenseite Synodaler Weg verfügbar.“ Dbk/dip

 

 

 

 

25 Jahre Bistum Erfurt: Ein- und Ausblicke

 

Mitteldeutschland gilt als der Landstrich in Europa, in dem besonders viele Menschen keiner Religion angehören. Näher betrachtet, sind erfreuliche Aufbrüche zu sehen. An diesem Sonntag feiert das Bistum Erfurt mit seiner großen, traditionellen Bistumswallfahrt 25 Jahre seiner Neugründung. Wir sprachen mit einem Erfurter Priester.

Philipp Förter, 37, promoviert derzeit in Rom in Kirchenrecht und blickt danach einem neuen seelsorgerlichen Einsatz in seiner Heimat entgegen. Wir fragten ihn zunächst, wie er das Bistum Erfurt 25 Jahre nach seiner Neugründung heute charakterisieren würde.

Förter: „Von der Fläche ist es der größere Teil des Freistaats Thüringen. Also zwischen Eisenach, der Wartburg und Jena – also der alten Universitätsstadt. Mit einem besonderen Gebiet im Nordwesten Thüringens, dem Eichsfeld, wo 70 bis 80 Prozent der Menschen römisch-katholisch sind, und einer großen Fläche der Diaspora, wo zwischen drei oder vier Prozent der Menschen Katholiken sind. Christen sind ungefähr insgesamt ein Drittel dieses gesamten Gebietes, sodass das Bistum Erfurt 150.000 Katholiken hat, aber sehr viele Menschen hier tatsächlich überhaupt nicht dem Glauben verbunden sind oder gar nicht die Frage nach dem Glauben verstehen.“

Vatican News: So ein Befund ist oft ein Ergebnis des Gewordenen, inwiefern gilt das auch im Bistum Erfurt?

Förter: „Wir haben hier die Erfahrung, die einerseits geprägt ist von der Reformation. Dies ist das Kernland der Reformation, hier hat Martin Luther gelebt, hier hat er das Neue Testament übersetzt, hier hat er seine Erfahrungen von Kirche vorangetrieben, was zu dieser Kirchenspaltung führte. Das Gebiet ist dadurch sehr protestantisch geprägt auf der einen Seite. Und dann auch die Erfahrung der jüngeren Geschichte, die Zeit des Nationalsozialismus und vor allem der DDR, die dazu geführt haben, dass viele Flüchtlingsströme aus dem Osten gekommen sind nach dem Zweiten Weltkrieg, ihre Spiritualität eingebracht haben aus Ostpreußen, aus Schlesien, aus anderen Gebieten. Und das musste so zusammenschmelzen, dass plötzlich ein flächendeckendes katholisches Leben aufgebrochen ist in diesem ehemaligen protestantischen Gebiet. Und auf der anderen Seite der Staat, die DDR, versucht hat, dieses Glaubensleben möglichst zu erschweren und den Glauben als solchen zu eliminieren. Das prägt diese Situation der Menschen vor der Wiedervereinigung und nach der Wiedervereinigung mit den neuen Freiheitserfahrungen, Glaube weiterzugestalten in dieser Verantwortung und neu aufzubrechen, mit neuen Freiheiten umzugehen, aber auch ganz neue Herausforderungen sich zu stellen.“

Vatican News: Welche von diesen neuen Herausforderungen würden Sie besonders nennen?

Förter: „Wir haben hier nicht unbedingt die Menschen, die aktive Atheisten sind, sondern durch diese Zeit der DDR sind die Menschen einfach religiös unmusikalisch geworden, wie Max Weber das nennt. Der Gottesglaube ist für sie keine Dimension ihres Lebens oder ihres Alltags mehr. Sie verstehen überhaupt nicht die Gottesfrage. Und das ist eine ganz andere Herausforderung, der wir uns hier stellen. Wir müssen erstmal die Frage der Relevanz unseres Glaubens den Menschen erklären, bevor wir inhaltlich ihnen sagen können, was genau diesen Glauben beinhaltet. Insofern ist für die Menschen, die in Thüringen leben, häufig gar nicht die Frage, was die Unterschiede zwischen evangelisch und katholisch sind, sondern für viele erstmal, was Christen überhaupt sind, was Gottgläubige überhaupt sind. Ich glaube, das ist ein Spezifikum, dem wir uns hier gesellschaftlich besonders stellen müssen und das als Laboratorium sicherlich auch für andere Gebiete in Zukunft dient.“

Vatican News: Wo wenig Wissen über den Glauben ist, bestehen aber auch weniger Vorurteile, richtig?

Förter: „Ja. Ich habe Freunde, die zu meiner Priesterweihe gekommen sind, die überhaupt nichts mit Kirche und Glauben anfangen konnten. Ich habe viel mit den Studenten damals in der Mensa gesprochen, die überhaupt nichts von Kirche verstanden haben, die ein paar Schlagworte aus dem Geschichtsunterricht präsentierten, aber die nicht feindlich-aggressiv waren, sondern indifferent-neugierig. Das ist eine gewisse Neugier, die nicht unsere Kirchen füllt, aber wir können immer wieder einladen und erklären. Wir haben viele Erfahrungen auch gehabt nach der Wiedervereinigung, dass religiöse Orden oder Gemeinschaften aus anderen Gebieten gekommen sind und gesagt haben: „Wir werden euch jetzt missionieren, ihr wartet ja nur darauf.“ Und wo die Menschen dann gesagt haben: „Wir warten überhaupt nicht auf euch. Ihr könnt aber gerne auch hierbleiben, wir stehen euch nicht feindlich gegenüber.“ Und das ist eine ganz andere Herausforderung von christlichem Zeugnis.“

Vatican News: Sechs Prozent Katholiken gibt es in Erfurt. 2024 findet dort der Katholikentag statt. Was erhoffen Sie sich davon?

Förter: „Wir erhoffen uns tatsächlich einmal auch diese Erfahrung eines Laboratoriums, eines Versuchsortes für christliches Leben in der postmodernen Herausforderung des modernen Lebens anbieten zu können. Wir haben die Hoffnung, die Bedeutung des christlichen Glaubens den Menschen hier vor Ort anbieten zu können, aber auch unsere Antwortversuche unsere Erfahrung, die wir gemacht haben, Katholiken mitzugeben, die aus anderen Religionen kommen und sie zu ermutigen indem wir sagen, wir leben Glauben ganz anders, als ihr es vielleicht erfahrt oder noch erfahrt, aber wir sind nicht undankbar über die Situation oder klagen, sondern sind voller Hoffnung und  Freude, weil wir glauben, dass wir hier so ganz bewusst hingestellt sind, den Glauben zu leben.“

Vatican News: Erfurt wird, weil es so viele Kirche hat, auch als „thüringisches Rom“ bezeichnet. Sie sind nun schon seit einer Weile, wenn auch nur vorübergehend, in Rom am Tiber zu Hause, kennen beide Städte. Von römisch-katholischer Warte aus: Was könnte der Vatikan von Erfurt lernen?

Förter: „Was das Bistum Erfurt vielleicht einbringen könnte: Wir leben in einer Situation, die ich – so sehr ich sie auch beklage – wohl auch die Zukunft für andere Gebiete in Deutschland oder der Weltkirche ist. Und wir versuchen schon jetzt, einige dieser Erfahrungen so im Glauben zu durchdringen, zu durchbeten, aber auch zu gestalten, dass dieser Aufbruch im christlichen Glauben immer möglich bleibt. Das würde ich gerne auch aus dem Bistum Erfurt einbringen und eine Sprache, die wir hier in der Folge entwickelt haben, eine Sprache, die Glaubensfragen sehr einfach formuliert. Rom schreibt gerne längere Texte - und wir versuchen es mit ganz einfachen Begriffen. Papst Franziskus hat das einmal in seiner berühmten Predigt über Bitte, Danke und Entschuldigung getan. Wir haben es versucht, in den Werken der Barmherzigkeit – die modernen Werke der Barmherzigkeit damals zum Elisabeth-Jubiläum – zu sagen: Ich gehe mit dir. Ich höre dir zu. Ich teile mit dir. Ich besuche dich. Und auch das würde ich mir wünschen, dass in Rom ankommt: dass hier Menschen den Glauben bewusst leben und dass man nicht Sätze hört, wie ich im vergangenen Jahr, dass ihr das Geld habt und wir den Glauben. Das würde ich mir wünschen, dass man das auch wertschätzt in Rom.“ Die Fragen stellte Gudrun Sailer. (vn 12)

 

 

 

Franziskus in Afrika: Mut zur Kritik

 

Die katholische Kirche in Afrika wächst, anders als in Europa: 2025 wird ein Sechstel aller Katholiken weltweit auf dem afrikanischen Kontinent leben. Höchste Zeit, dass Papst Franziskus mehr Zeit dort verbringt. Mit seiner Reise nach Mosambik, Madagaskar und Mauritius hat er ein erstes Zeichen gesetzt. Doch der Papst muss vorsichtig sein, denn mit dem Heiligen Vater lässt sich auch Politik machen. Franziskus müsste daher klarer für Menschenrechte eintreten, sich politisch einmischen. von Felix Nau

Die 31. Auslandsreise des Papstes war erst seine vierte nach Afrika. Dabei waren zwei seiner Reiseziele, Ägypten und Marokko, nordafrikanische Staaten mit geringem katholischem Bevölkerungsanteil. Nach seinem Besuch in Kenia, Uganda und der Zentralafrikanischen Republik 2015 reiste Franziskus eigentlich erst zum zweiten Mal zu den Gläubigen in Afrika. Dieses Mal scheint der Papst sich seine Reiseziele sehr bewusst ausgesucht zu haben.

Klimawandel und Freiheit

Durch ihre exponierte Lage am bzw. im Indischen Ozean sind alle drei Staaten – Mosambik, Madagaskar und Mauritius – besonders vom Klimawandel betroffen. Eine besondere Gefahr zeigte sich dabei auch in diesem Jahr. Erstmals wurde Mosambik in einer Saison von zwei Zyklonen getroffen. „Idai“ und „Kenneth“ forderten im März und April über 600 Tote. Zudem verloren Hunderttausende Menschen zeitweise ihr Dach über dem Kopf und es entstanden Sachschäden in Milliardenhöhe. Eine humanitäre Katastrophe in einem der ärmsten Länder der Welt.

Alle drei Länder gelten zudem als verhältnismäßig frei und demokratisch, das kleine Mauritius gar als afrikanische Musterdemokratie. Doch in Madagaskar und Mosambik ist die Lage komplizierter. Zwar sind beide Staaten keine autoritären Regime, aber von einigen, im globalen Norden als selbstverständlich geltenden demokratischen Standards, sind sie noch weit entfernt. Die schwierige menschenrechtliche Situation zeigte sich vor allem in Mosambik.

Papst als Wahlkampfhelfer?

In dem südostafrikanischen Staat wurde Kritik laut, der amtierende Präsident, Filipe Nyusi könnte den Besuch des Papstes als Unterstützung im Wahlkampf nutzen. Das behauptete besonders die größte Oppositionspartei Mosambiks, RENAMO, die erst kürzlich einen bewaffneten Konflikt mit der Regierung unter Nyusis FRELIMO beigelegt hat. Der hochverschuldete Staat soll umgerechnet 300.000 Euro für den Empfang des Heiligen Vaters ausgegeben haben. Das dürfte der von Naturkatastrophen und politischer Gewalt betroffenen Bevölkerung im Norden des Landes nur schwer zu vermitteln sein.

Mit solchen politischen Problemen muss der Papst sich auseinandersetzen, bevor er Reisen antritt. Auf der einen Seite sollte er in christlicher Tradition Menschen in Not helfen. Das gilt nicht nur für Katholiken im Land, auch wenn sie – nachvollziehbar – oft im Zentrum der päpstlichen Worte stehen. In Mosambik etwa hat die katholische Kirche durch ihre Rolle als Vermittlerin im Bürgerkrieg Anfang der 1990er-Jahre auch ein hohes Ansehen unter Muslimen, Protestanten und Anhängern traditioneller Religionen. Auf der anderen Seite greift ein Papstbesuch auch, ob vom Papst beabsichtigt oder nicht, in das politische Gefüge ein.

Worte finden

Wenn der Papst auch die Ärmsten der Armen erreichen möchte, muss er lernen, mit diesen Situationen umzugehen. Die Demokratische Republik Kongo wartet seit 1980 auf einen Papstbesuch, Nigeria seit 1998. Beide Länder sind von politischer Gewalt und massiver Armut geprägt. In beiden Ländern leben starke katholische Gemeinden. Insbesondere die Bischofskonferenz im Kongo hat mit ihrem Einsatz bei den letzten Wahlen gezeigt, dass sie jede Hilfe gebrauchen kann und verdient. Gleichzeitig gab es sowohl in Kongo als auch in Nigeria bei den letzten Wahlen starke Unregelmäßigkeiten, vor denen man kaum die Augen verschließen kann. Soll der Papst also im schlimmsten Fall auch den Despoten die Hand schütteln?

Das wäre zumindest denkbar, allerdings nur, wenn der Papst gegenüber seinen Gastgebern kritische Worte findet. Wenn er solchen Herrschern klarmacht, dass er nicht wegen, sondern trotz ihnen und für die Bevölkerung in das Land kommt, ist ein Besuch sinnvoll. Eine solche Haltung bringt freilich neue Probleme mit sich. Könnten entsprechende päpstliche Ansprachen zu politischer Instabilität führen? Sind solche Worte nicht immer als zu politisch einzustufen? Menschenrechte sind aber nun einmal politisch. Wenn dem Papst etwas an ihrem Erhalt liegt, muss er wohl oder übel auch politische Entscheidungen treffen und politische Worte finden.

Um aber Situationen wie in Mosambik zu verhindern, sollte der Papst auch verstärkt Vertreter zivilgesellschaftlicher Gruppen treffen. Es muss schließlich nicht auf jedem Pressefoto nur der Präsident des Landes zu sehen sein. In Mosambik hat Franziskus nur die Hauptstadt Maputo besucht. Vielleicht wäre es sinnvoller gewesen, direkt in die Krisenregionen im Norden des Landes zu fahren. Das wäre sicherlich beschwerlicher und möglicherweise auch gefährlich gewesen. Wenn der Papst als Friedensstifter gelten will, sollte er Gefahren nicht scheuen. Die Bevölkerungen afrikanischer Staaten, nicht nur die katholische, können seine Hilfe gebrauchen. Kath.de 13

 

 

 

 

Bischof Wilmer will Öffnung des „Synodalen Wegs“ auf Evangelisierung hin

 

Bischof Heiner Wilmer hat sich dafür ausgesprochen, den in Deutschland geplanten „Synodalen Weg“ der katholischen Kirche auf die Frage der Mission hin auszuweiten. Im Gespräch mit Vatican News sagte der Hildesheimer Bischof, das Ringen um den Umgang mit Macht und Teilhabe, die Bewertung der Sexualität, die priesterliche Lebensform und die Rolle der Frau sei richtig und stehe für Wahrhaftigkeit, der eigentliche Auftrag der katholischen Kirche bleibe aber „davon unberührt". Gudrun Sailer - Vatikanstadt

 

Wilmer regte an, die Frage „Wie sind wir bei den Menschen?“ zu beantworten. Es gelte, auf die Menschen zuzugehen und zu sehen, was ihre Themen sind. Als Beispiel nannte er die Jugendbewegung „Fridays for future“, die viele Anknüpfungspunkte mit der Papstenzyklika „Laudato Si“ aufweise. „Man läuft nicht irgendwie dem Zeitgeist nach, diese Rede finde ich auch ein bisschen eigenartig, aber es ist voll anschlussfähig“, sagte der Hildesheimer Bischof.

Wilmer hält sich zur Zeit in Rom auf, wo er den jährlich organisierten Vatikan-Kurs für neue Bischöfe besucht. 105 Bischöfe aus Europa, Nord- und Südamerika sowie aus den mit Rom unierten Ostkirchen nehmen diesmal daran teil. An diesem Donnerstag empfängt Papst Franziskus sie zu einer Audienz im Vatikan. In unserem Gespräch resümiert Pater Wilmer, der frühere Ordensobere der Herz-Jesu-Priester, zunächst sein erstes Jahr als Bischof von Hildesheim.

Bischof Wilmer: „Überraschend gut läuft die Aufnahme im Bistum. Es ist eine sehr freundliche Aufgabe, ich habe wunderbare Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter, fühle mich sehr wohl, bin gut angekommen, ich habe alles – außer Langeweile. Es macht mir große Freude, durchs Bistum zu gehen und viele Menschen zu treffen. Das ist das eine. Was anders ist, als ich gedacht hatte: das Thema Missbrauch und sexualisierte Gewalt war mir vorher zwar schon bekannt, dass es auf mich zukommen würde, ich hatte nur nicht damit gerechnet, dass es so massiv sein würde, und dass es mich so sehr in Beschlag nehmen würde. In den ersten sechs, sieben Monaten habe ich von sieben Tagen in der Woche mich mindestens fünf bis sechs Tage mit dem Thema auseinandergesetzt. Es war ständig ein Thema, und mit dieser Wucht hatte ich so nicht gerechnet.“

Vatican News: Sie hatten schon zu Ihrem Amtsantritt gesagt, Sie haben das Gefühl, das Thema Missbrauch werde die Nagelprobe für Ihr Bischofsamt. Das hat sich also in diesem ersten Jahr bewahrheitet?

Bischof Wilmer: „Ich glaube, das ist so. Und ich hatte zwischendurch Angst und Sorge, dass ich auf das Thema festgelegt werden würde. Inzwischen bin ich aber guter Dinge, weil wir alles massiv umgestellt haben. Wir haben Leute von außen angeworben, wir haben den männerbündlerischen Kreis durchbrochen, wir haben Fachleute angeworben, wir haben dezentrale Kreise aufgestellt, wir arbeiten mit der Staatsanwaltschaft zusammen, wir arbeiten praktisch nur noch mit Leuten von außen zusammen, die nicht auf der Gehaltsliste des Bistums stehen.“

Vatican News: Der Missbrauch in der Kirche hat in Deutschland zum Anliegen des „Synodalen Weges“ geführt; Bischöfe und Laien gemeinsam für eine erneuerte Kirche. Ein Kritikpunkt daran ist, dass beim „Synodalen Weg“ ein Forum über die Erneuerung des Glaubens fehlt. Wie stehen Sie dazu?

Bischof Wilmer: „Dem Vorschlag kann ich viel abgewinnen. Ich bin der Meinung, dass wir die Themen, die jetzt auf dem Tisch liegen, angehen müssen: das Thema Umgang mit Macht, Partizipation, Bewertung der Sexualität, priesterliche Lebensform und die Rolle der Frau. Das ist richtig, und das sind inhaltliche Aspekte - aber von außen wahrgenommen sind das zunächst Themen, die die kirchliche Struktur und daher eher eine Binnensicht betreffen. Sie sind wichtig für die Wahrhaftigkeit, aber unser eigentlicher Auftrag bleibt davon unberührt. Und ich finde, die Botschaft Jesu steht im Zentrum. Wie gehen wir auf die Menschen zu, wie sind wir bei den Menschen, wie sind wir vor allem bei den Jungen Menschen, wo sind wir bei älteren und vereinsamten Menschen, wo sind wir bei Migranten, bei Menschen, die in Not sind, wo sind wir bei jenen, die sich sehnen nach Tiefe und Spiritualität? Das ist unser eigentlicher Auftrag.“

Vatican News: Das können Leitfragen für den Synodalen Weg sein. Aber lassen sich schon erste Antworten darauf finden?

Bischof Wilmer: „Es gibt wunderbare Anknüpfungspunkte, wenn wir einfach auf die Menschen zugehen und schauen, was ihre Themen sind. Etwa die junge Generation. Bei „Fridays for future“ geht es um die Bewahrung der Schöpfung, um Klima, Wasser, und vor allem darum, wie die Menschen heute und morgen gut leben können. Papst Franziskus hat ein wunderbares Dokument verfasst, Laudato Si, das – wie ich in diesen Tagen in Rom wieder gelernt habe - das Dokument ist, das außerhalb der Kirche am meisten gelesen wird. Man läuft nicht irgendwie dem Zeitgeist nach, diese Rede finde ich auch ein bisschen eigenartig, aber es ist voll anschlussfähig. Wir sind bei den Themen der Menschen. Diesem Dokument könnten und sollten wir deutlich mehr Aufmerksamkeit widmen.“

Vatican News: Sie sind in diesen Tagen in Rom zu einem Kurs für frisch geweihte Bischöfe und lernen den Vatikan aus einer neuen Warte kennen, mit dem Sie zuvor schon als Ordensoberer der Herz-Jesu-Priester zu tun hatten. Wie nehmen Sie den Vatikan aus dieser Warte wahr ?

Bischof Wilmer: „Das Treffen in diesen Tagen, es sind 12 Tage, ist sehr sympathisch, sehr mitbrüderlich. Was ich wirklich klasse finde, ist, dass die neuen Bischöfe aus Europa, aus Nord- und Südamerika, dass wir uns begegnen. Es gibt genug Zeit für Gespräche und zu Fragen, wie machst du das, welche Herausforderungen gibt es. Ich erlebe, dass die Bistümer sehr unterschiedlich sind. In einigen macht der Bischof die gesamte Arbeit mit fünf bis zehn Leuten. Andere haben einen Stab von 800 bis 1.000 Leuten im Generalvikariat und in den Behörden. Wir haben einen Einblick in die verschiedenen Kongregationen und Dikasterien, Kirchenrecht spielt schon auch eine Rolle. Ein großes Thema, das ständig auftaucht, ist das Wort Synodalität. Kein Vortrag ohne das Wort Synodalität! Das scheint eingeschlagen zu haben.“ (vatican news 11)

 

 

 

 

Ökumenischer Arbeitskreis empfiehlt wechselseitige Teilnahme am Abendmahl

 

Ein Plädoyer für die Abendmahlsgemeinschaft von Katholiken und Protestanten hat der Ökumenische Arbeitskreis ÖAK vorgelegt. Demnach ist die „wechselseitige Teilnahme an den Feiern von Abendmahl/Eucharistie in Achtung der je anderen liturgischen Traditionen (...) theologisch begründet“. Die Gruppe evangelischer und katholischer Theologen stellte das Papier am Mittwoch in Frankfurt vor.

Das Dokument trägt den Titel „Gemeinsam am Tisch des Herrn - Ökumenische Perspektiven bei der Feier von Abendmahl und Eucharistie“. Der ÖAK ist eine Gruppierung von Theologen, die seit 1946 durch das gemeinsame Erörtern von dogmatischer Streitfragen den ökumenischen Prozess in Deutschland unterstützen will. Der ÖAK arbeitet eigenständig, unterrichtet aber regelmäßig die katholische Deutsche Bischofskonferenz und den Rat der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) über die Beratungen. Vorsitzende sind die Bischöfe Martin Hein (Evangelische Kirche von Kurhessen-Waldeck) und der Limburger Bischof Georg Bätzing.

Im Gespräch mit dem Kölner Domradio betonte Bätzing, er sei zwar erst spät zum Beratungsprozess über eine wechselseitige Teilnahme am Abendmahl hinzugetreten und habe sich selbst gefragt, „ob er dem zustimmen kann oder nicht“:

“ Jetzt ist das Lehramt am Zug ”

„Aber ich muss sagen, die theologische Begründung in diesem Grundlagenpapier ist für mich so deutlich, dass ich mich nicht entziehen wollte und auch nicht konnte. Das heißt aber nicht, dass ich als Bischof Alleingänger bin, sondern die theologische Diskussion muss jetzt auf die Ebene einer lehramtlichen Rezeption, also einer Annahme durch das Lehramt der katholischen Kirche, gehoben werden. Und dieser Prozess steht aus.“

Er trage den Text jedoch „als Frucht des ökumenischen Dialogs vieler Jahre mit“ und schließe sich dem Votum voll und ganz an. Er sehe darin „einen wichtigen und gangbaren Schritt auf dem Weg hin zu einer sichtbaren Einheit unserer beiden Kirchen“, sagte er bei der Vorstellung des Dokuments. „Die Sehnsucht wächst und die Ungeduld wächst. Ich glaube, dass hier wirklich Entscheidungen anstehen und dass das Lehramt der Kirche auch den Blick auf die Gläubigen haben muss, sagte er unseren Kollegen vom Domradio. Zwar hoffe er, dass es nicht mehr allzu lange dauere, bis die Kirche Antworten finde, meinte er, schränkte allerdings ein: „Die Praxis kann nur verändert werden, wenn es auch eine Zustimmung des Lehramtes gibt,“.

“ Wer etwas gegen die Abendmahlsgemeinschaft sagen will, braucht sehr starke Gründe ”

Bätzing ist auf katholischer Seite Gastgeber des Ökumenischen Kirchentags 2021 in Frankfurt. Der Bischof äußerte bei der Vorstellung der Empfehlung auch die Hoffnung, dass der Text mit Blick auf den Kirchentag „zu einer solide begründeten und zugleich vorsichtig verantwortbaren Öffnung der bisherigen Praxis beiträgt“. Der Tübinger evangelische Theologe Volker Leppin hob hervor: „Unser Votum argumentiert auf einer so breiten biblischen und wissenschaftlichen Grundlage, dass sich die Argumentationslast gegenüber dem Gewohnten umkehrt: Wer etwas gegen die Abendmahlsgemeinschaft sagen will, braucht sehr starke Gründe.“ (kna/domradio 11)

 

 

 

 

Papst Franziskus: „Der Weg eines Schismas ist nicht christlich“

 

Bei seiner „Fliegenden Pressekonferenz“ auf dem Rückflug von seiner Afrikareise ist Papst Franziskus am Dienstag keinem Thema ausgewichen. Journalisten sprachen ihn u.a. darauf an, wie er mit Kritik umgehe und ob er ein Schisma fürchte. Weitere Themen: Klimawandel, Fremdenhass, ein alterndes Europa. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Nein, er fürchte sich nicht vor einem Schisma – allerdings bete er darum, dass es keines gebe, vertraute der Papst den mitreisenden Reportern auf die Frage eines US-Amerikaners hin an. Und Kritik, wie er sie „nicht nur von Amerikanern, sondern ein bisschen von überall her, auch in der Kurie“ höre, sei grundsätzlich „immer hilfreich, immer“, auch wenn sie einen manchmal „ärgerlich“ mache.

„Wenigstens haben die, die Kritik offen aussprechen, den Vorteil der Ehrlichkeit! Mir gefällt es nicht, wenn die Kritik unter dem Tisch erfolgt: Die lächeln dich an, dass du ihre Zähne siehst, und dann geben sie dir einen Stich in den Rücken… Das ist nicht loyal, es ist nicht menschlich.“ Eine „Giftpillen-Kritik“, die gar keine Antwort wissen wolle, helfe nicht. „Sie hilft nur kleinen Grüppchen… Kritik vorbringen, ohne in einen Dialog einzutreten, heißt, dass man die Kirche nicht liebt, sondern einer fixen Idee folgt. Den Papst auszuwechseln. Oder ein Schisma durchzuführen.“

Es habe in der Kirche „viele Schismen“ gegeben, fuhr Franziskus fort und verwies auf den Protest der Altkatholiken gegen das Erste Vatikanische Konzil („Mittlerweile weihen sie Frauen zu Priestern, aber damals waren sie streng“) sowie auf die Piusbruderschaft nach dem Zweiten Vatikanum. „Ich habe keine Angst vor den Schismen! Doch ich bete darum, dass es keine geben möge, denn da geht es um das geistliche Heil vieler Menschen… Der Weg des Schismas ist nicht christlich.“

Schismatiker lösten sich „vom Volk, vom Glauben des Volkes Gottes“, so der Papst. Sie dächten „elitär“ und „ideologisch“. Dass die Kirche in Bewegung sei, liege am Zweiten Vatikanischen Konzil, „nicht an diesem oder jenem Papst“. Mit seinen oft kritisierten Äußerungen zu sozialen Fragen liege er übrigens auf einer Linie mit dem heiligen Johannes Paul II.: „Ich kopiere ihn!“

Eindringlich warnte Franziskus „vor vielen Schulen der Strenge in der Kirche“; diese seien zwar keine Schismen, „aber pseudo-schismatische christliche Wege, die übel enden“. „Wenn ihr strenge Christen, Bischöfe, Priester seht, dann stecken dahinter Probleme, nicht die Heiligkeit des Evangeliums.“

Ein Lob für den Einsatz von Jugendlichen fürs Klima

Auch auf das Thema Umweltschutz und Klimawandel kam Franziskus, der 2015 als erster Papst eine eigene Enzyklika zu diesem Thema („Laudato si‘“) veröffentlicht hat, zu sprechen. Dabei sprang er allerdings nicht über das hingehaltene Stöckchen, was er denn von den Bränden im Amazonas-Regenwald halte. Mit Amazonien wird sich im Oktober eine Sonder-Bischofssynode im Vatikan beschäftigen.

Stattdessen äußerte der Papst: „Man muss die Umwelt verteidigen, die Biodiversität, die unser Leben ist. Den Sauerstoff, der unser Leben ist! Mich tröstet, dass es die jungen Leute sind, die diesen Kampf voranbringen. Sie sagen: Die Zukunft gehört uns… Es hat mich beängstigt, als ich letztes Jahr dieses Foto von einem Schiff gesehen habe, das am Nordpol herumfuhr, als wäre das normal… Tun die Regierenden wirklich alles? Die einen mehr, die anderen weniger.“

Fremdenfeindlichkeit? „Manchmal fühle ich mich an Hitler erinnert“

Obwohl seine 31. Auslandsreise Afrika und zwei Inseln im Indischen Ozean gegolten hatte, geizte der lateinamerikanische Papst nicht mit mahnenden Worten gen Europa. Etwa in Sachen Fremdenfeindlichkeit: Das sei „eine Krankheit des Menschen“, die ihn dazu bringe, Mauern hochzuziehen – Mauern, die ihn schließlich selbst einschlössen.

„Oft reitet die Fremdenfeindlichkeit auf der Welle des politischen Populismus. Ich habe vor kurzem gesagt, dass ich hin und wieder an einigen Orten Reden höre, die an die Reden Hitlers von 1934 erinnern. Als ob es in Europa den Gedanken gäbe, (in diese Zeiten) zurückzukehren…“

Auch was seine schüttere Demographie betrifft, bekam Europa bei der Fliegenden Pressekonferenz des Papstes sein Fett weg. „Die Mutter Europa ist fast schon zur Großmutter geworden, sie ist gealtert, wir erleben einen sehr schwerwiegenden demographischen Winter in Europa.“ Seiner Meinung nach habe das mit dem Wohlstand zu tun: „Uns geht’s gut, ich mache keine Kinder, weil ich mir ein Haus kaufen muss und Tourismus machen will, mir geht’s gut, Kinder sind ein Risiko, man weiß ja nie… Wohlstand und Ruhe, die dich altern lassen.“

Im Vergleich dazu sei Afrika „voller Leben“. „Ich habe in Afrika eine Geste gesehen, die ich schon von den Philippinen und aus Kolumbien kannte: Die Menschen heben ihre Kinder hoch, als ob sie sagen wollten, dass das ihr Schatz sei, ihr Sieg, ihr Stolz… Das Kind ist der Schatz der Armen – und der Schatz eines Landes.“

Ein Blumenstrauß vom Groß-Imam

Ausdrücklich würdigte der Papst dann den Beitrag der römischen Basisgemeinschaft Sant’Egidio zum Friedensprozess in Mosambik, dem ersten der von ihm auf dieser Reise besuchten Länder. Der Friede sei „ein Triumph“, und Kriege lösten niemals etwas, sie machten nur „diejenigen zu Gewinnern, die nicht den Frieden der Menschen wollen“. Weil der Frieden im Land derzeit gefährdet wirke, sei es ihm wichtig gewesen, trotz des einsetzenden Wahlkampfs nach Mosambik zu reisen: „Das Wichtige war, diesem Prozess zu helfen und ihn zu stärken… Wir sollte uns ein bisschen vom Wahlkampf lösen.“

Mit Verve warb Franziskus außerdem für den interreligiösen Dialog. Es habe ihn berührt, dass der Groß-Imam von Mauritius einen „wunderschönen Blumenstrauß“ in das Bischofshaus von Port-Louis geschickt habe. „Wir sind Geschwister! Die menschliche Geschwisterlichkeit ist die Basis… Friede, Geschwisterlichkeit, Zusammenleben der Religionen, keinen Proselytismus – das müssen wir um des Friedens willen lernen.“ „Dokument über die menschliche Geschwisterlichkeit“ heißt ein interreligiöser Text, den Franziskus im Februar beim ersten Besuch eines Papstes auf der arabischen Halbinsel zusammen mit einem bekannten Sunnitenführer aus Ägypten unterzeichnet hat.

Papstreise nach Spanien? Steht im Moment nicht auf dem Programm

Eher ausweichend antwortete der Papst auf die Frage einer spanischen Journalistin, ob er während seines Pontifikats auch nach Spanien reisen werde. Bei seinen Reisen in Europa wolle er „den kleinen, nicht den großen Ländern die Priorität geben“ – doch er werde nach Spanien reisen, „wenn ich (dann noch) lebe“. Immerhin hatte Franziskus noch einen Tipp für Journalisten und Kommunikatoren parat: „Kommunikation muss aufbauen, nicht zerstören. Wann zerstört Kommunikation? Wenn sie unmenschliche Projekte verteidigt. Auch die Diktaturen des letzten Jahrhunderts waren gute Kommunikatoren, aber sie förderten Krieg…“  (vatican news 10)

 

 

 

Herbstvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz vom 23. bis 26. September in Fulda

 

Fulda. Vom 23. bis 26. September findet in Fulda die Herbstvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz statt. An ihr nehmen 69 Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz unter Leitung des Vorsitzenden, Kardinal Reinhard Marx (München und Freising), teil. Ein Jahr nach der Veröffentlichung der MHG-Studie stehen im Mittelpunkt der Beratungen die Vorbereitungen des von der Deutschen Bischofskonferenz beschlossenen „Synodalen Weges“. In einem Studienhalbtag erörtern die Bischöfe inhaltliche Aspekte des Briefes von Papst Franziskus an das pilgernde Volk Gottes in Deutschland vom 29. Juni. In diesem Zusammenhang wird auch erneut über den Stand der Arbeiten von Aufklärung und Aufarbeitung berichtet. Dazu gehören auch Fragen einer Neuordnung der materiellen Anerkennung erlittenen Leids. Weitere Themen sind die politischen Entwicklungen in Deutschland nach den jüngsten Landtagswahlen, die Klimadebatte und die bevorstehende Sonderversammlung der Bischofssynode für die Pan-Amazonas-Region, die im Oktober in Rom stattfindet. Auch auf dieser Vollversammlung wird das Engagement der Kirche für Flüchtlinge ebenfalls eine Rolle spielen.

 

An der Eröffnungssitzung der Vollversammlung am Montag, 23. September, wird der Apostolische Nuntius in Deutschland, Erzbischof Dr. Nikola Eterovi? (Berlin), teilnehmen. Als Gast anderer Bischofskonferenzen wird unter anderem Bischof Didier Berthet (Saint-Dié/Frankreich) anwesend sein.

Seit 1867 kommen die deutschen Bischöfe regelmäßig „am Grab des heiligen Bonifatius“ zu Beratungen zusammen. Wie keine andere Stadt ist Fulda dadurch mit der Bischofskonferenz verbunden. Traditionsgemäß findet hier jedes Jahr die Herbstvollversammlung statt, während sich die Bischöfe zu ihrer Frühjahrsvollversammlung an jeweils wechselndem Ort treffen.

Dienstag Eröffnungsgottesdienst

Am Dienstag, 24. September, findet um 7.30 Uhr im Fuldaer Dom der feierliche Eröffnungsgottesdienst der Herbstvollversammlung statt. Die Predigt wird der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx (München und Freising), halten. Alle Gläubigen aus Fulda Stadt und Land sowie insbesondere die Schülerinnen und Schüler aus den regionalen Schulen sind zu dieser Messfeier herzlich eingeladen. Diese erhalten dafür auf Antrag auch Unterrichtsbefreiung.

Auch an den folgenden Tagen finden im Rahmen der Bischofskonferenz ebenfalls um 7.30 Uhr im Dom Pontifikalgottesdienste statt. Den Gottesdienst am Mittwoch, 25. September, wird Kardinal Rainer Maria Woelki (Köln) halten. Beim morgendlichen Gottesdienst am Donnerstag, 26. September, um 7.30 Uhr, bei dem in besonderer Weise der verstorbenen Bischöfe gedacht wird, ist Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg) Hauptzelebrant und Prediger.

Donnerstag Bonifatiusvesper

Alle Gläubigen sind insbesondere auch zur Bonifatiusvesper der Bischofskonferenz eingeladen, die am Donnerstag, 26. September, um 18 Uhr stattfindet. Der Dom ist ab 17 Uhr geöffnet. Die Predigt wird Bischof Dr. Stefan Oster SDB (Passau) halten. Den Segen mit der Bonifatiusreliquie erteilen Kardinal Marx und der Fuldaer Bischof Dr. Michael Gerber. Bpf 10

 

 

 

 

Herbstvollversammlung der Bischöfe zu Reformen und Missbrauchsaufarbeitung

 

Die Bischöfe beraten auch bei ihrer kommenden Herbstvollversammlung über die anstehenden Reformen in der Kirche und über die weitere Aufarbeitung des Missbrauchsskandals. Das gab die Deutsche Bischofskonferenz in ihrer Agenda für das Bischofstreffen bekannt, das vom 23. bis 26. September in Fulda stattfindet.

Außerdem diskutieren die Bischöfe laut Planungen auch über die politischen Entwicklungen nach den jüngsten Landtagswahlen, die Klimadebatte und das Engagement der Kirche für Flüchtlinge. An den Beratungen nehmen 69 Mitglieder der Bischofskonferenz teil, geleitet wird die Versammlung vom DBK-Vorsitzenden Kardinal Reinhard Marx.

Ein Jahr nach der Veröffentlichung der Studie „Sexueller Missbrauch an Minderjährigen durch katholische Priester, Diakone und männliche Ordensangehörige im Bereich der Deutschen Bischofskonferenz“ (MHG-Studie) soll es in Fulda um den aktuellen Stand bei Aufklärung und Aufarbeitung gehen, hieß es in der Mitteilung weiter. Dazu gehörten auch „Fragen einer Neuordnung der materiellen Anerkennung erlittenen Leids“.

Synodaler Weg soll Schwerpunktthema sein

Schwerpunkt der Beratungen bei der Vollversammlung sollen die Vorbereitungen des von den Bischöfen beschlossenen „synodalen Wegs“ sein. Bei dieser Reformdebatte soll es ab Dezember unter anderem um die Rolle der Frau in der Kirche gehen. Weitere zentrale Themen sind die Macht in der Kirche sowie Sexualmoral und priesterliche Lebensform.

In diesem Zusammenhang wollen die Bischöfe auch über den Brief von Papst Franziskus an das pilgernde Volk Gottes in Deutschland vom Juni diskutieren, hieß es weiter. Zudem werde es um die bevorstehende Amazonas-Synode im Oktober in Rom gehen. (kna 10)

 

 

 

Papst auf Mauritius: Der Jugend Platz in der Gesellschaft geben

 

Gemeinsam mit etwa 100.000 Menschen hat Papst Franziskus an diesem Montag auf Mauritius die Heilige Messe gefeiert. In seiner Predigt erinnerte er an das missionarische Wirken des Inselseligen Père Laval und rief dazu auf, jungen Menschen Möglichkeiten zu eröffnen, ihre Zukunft selbst zu gestalten.

Die Messe fand an einem symbolträchtigen Ort statt: Am Mariendenkmal über der Hauptstadt Port-Louis, das zum Dank für das Ende des I. Weltkrieges zu Ehren der Friedenskönigin erbaut wurde und vor dem auch Papst Johannes Paul II. am 14. Oktober 1989 eine Messe gefeiert hat. Am 9. September ist der Gedenktag des seligen Père Laval – und so zelebrierte auch Papst Franziskus seine Messe zu Ehren des Missionars, der auf Mauritius auch über ein Jahrhundert nach seinem Tod von Christen wie von Angehörigen anderer Religionen verehrt wird. Auf dem Altar waren Reliquien des Seligen ausgestellt, und auch Franziskus bezog sich in seiner Predigt auf den Missionar, der im Lauf seines Lebens auf Mauritius über 63.000 Menschen getauft hat. 

Keine Sicherheit in weltlichen Zufluchten suchen

Die Seligpreisungen, so Franziskus vor den bunt gemischten Gläubigen, seien der „Personalausweis“ eines Christen, der gerufen sei, das darin erscheinende Gesicht des Herrn im täglichen Leben „durchscheinen zu lassen“. Genau dies habe der selige Pere Laval getan, der in Mauritius sehr verehrt wird, betonte Franziskus. „Die Liebe zu Christus und zu den Armen kennzeichnete sein Leben so sehr, dass sie ihn vor der Illusion bewahrte, eine ,distanzierte und sterile‘ Evangelisierung durchzuführen,“ würdigte der Papst das Wirken des Missionars, der bei Eintreffen auf der Insel die Sprache Kreol gelernt hatte, um den kurz zuvor massenhaft freigelassenen Slaven das Evangelium in einfachen und verständlicher Weise näher zu bringen und sie ihrerseits zur Mission auszusenden.

„Durch seinen missionarischen Elan und seine Liebe hat Père Laval der ganzen mauritischen Kirche zu einer neuen Jugendlichkeit verholfen, zu einem neuen Atem. Wir sind heute eingeladen, dies unter den gegenwärtigen Umständen fortzusetzen“, forderte der Papst die Mitfeiernden auf. Dieser missionarische Elan müsse bewahrt werden, um nicht der Versuchung zu verfallen, „in weltlichen Sicherheiten Zuflucht zu suchen“. Denn dies mache die Mission nicht nur abhängig, sondern auch „schwerfällig und unfähig, die Menschen zu erreichen“:

„Der missionarische Elan hat ein junges Gesicht, und er macht auch andere jung. Es sind gerade die jungen Menschen, die mit ihrer Lebendigkeit und Hingabe die Schönheit und Frische der Jugend [in die Mission] einbringen können, wenn sie die christliche Gemeinschaft herausfordern, sich zu erneuern, und uns einladen, zu neuen Horizonten aufzubrechen (Apostolisches Schreiben Christus vivit, 37).“ 

Die Jugend im Fokus

Doch dies sei „nicht immer einfach“, fuhr Franziskus fort, weil es erfordere zu lernen, den jungen Menschen einen Platz in der Gesellschaft einzuräumen.

„Wie hart ist es jedoch festzustellen, dass trotz des wirtschaftlichen Wachstums, das euer Land in den vergangenen Jahrzehnten erlebt hat, die jungen Menschen am meisten leiden, dass vor allem sie von der Arbeitslosigkeit betroffen sind, was ihnen nicht nur eine ungewisse Zukunft beschert, sondern ihnen darüber hinaus die Möglichkeit nimmt, sich als die Hauptakteure ihrer gemeinsamen Geschichte zu fühlen. Diese ungewisse Zukunft wirft sie aus der Bahn und zwingt sie zu einer Randexistenz. So sind sie verwundbar und fast ohne Halt angesichts der neuen Formen der Sklaverei dieses 21. Jahrhunderts“, wandte sich der Papst eindringlich an die Gläubigen. Dem gelte es entgegenzusteuern, in dem Bewusstsein, dass die jungen Menschen das erste Ziel der Mission sein müssten, um sie spüren zu lassen, dass sie „von Gott gesegnet sind“, betonte Franziskus: „Lassen wir uns nicht das junge Angesicht der Kirche und der Gesellschaft rauben! Erlauben wir den Händlern des Todes nicht, die Erstlingsfrüchte dieser Erde zu rauben!“

Nicht von Anfeindungen ermutigen lassen

Machtstreben und weltliche Interessen seien oftmals Gegenspieler zu einer Umsetzung der Seligpreisungen in der Gesellschaft, betonte Franziskus. Dennoch dürfe man sich nicht von der Entmutigung überwältigen lassen. Franziskus äußerte sich in seiner Predigt auch zu den Schwierigkeiten des Glaubens in einer zunehmend säkularisierten Welt: 

„Wenn wir die bedrohliche Prognose hören, dass ,wir immer weniger werden‘, dann sollten wir uns weniger um das Schwinden dieser oder jener Form des gottgeweihten Lebens in der Kirche sorgen, als vielmehr um den Mangel an Männern und Frauen, die glücklich leben wollen, indem sie Wege der Heiligkeit einschlagen, Männer und Frauen, die ihr Herz von der schönsten und befreiendsten Verkündigung entflammen lassen“. 

Und genau in diesem freudigen Leben der Berufung liege die wahre Anziehungskraft, unterstrich Franziskus, der immer wieder davor warnt, den Glauben allzu sauertöpfisch, ernst und freudlos zu leben. „Wenn ein junger Mensch einen freudig verwirklichten Lebensentwurf sieht, begeistert und ermutigt ihn das, und er spürt einen Wunsch, den er vielleicht folgendermaßen zum Ausdruck bringen könnte: ,Ich will auf jenen Berg der Seligpreisungen steigen, ich will dem Blick Jesu begegnen, und ich wünsche mir, dass er mir sagt, welches der Weg des Glücks ist‘“. Der Papst rief zum Gebet für die Gemeinschaften auf und kam dann nochmals auf Père Laval zu sprechen.

Vertrauen trotz der Enttäuschungen

„Der selige Pater Laval, dessen Reliquien wir hier verehren, hat auch Augenblicke der Enttäuschung und Schwierigkeiten mit der christlichen Gemeinschaft durchlebt, aber am Ende hat der Herr in seinem Herzen gesiegt. Er hatte Vertrauen in die Stärke des Herrn.“

Es sei letztlich der Heilige Geist, der die Kirche aufbaue, bemerkte Franziskus abschließend mit einem Gedanken an die Gottesmutter Maria: 

„Sie, die den Schmerz erfahren hat als ein Schwert, das ihr Herz durchdrang, sie, die diesen schlimmsten Schmerz, den eigenen Sohn sterben zu sehen, durchlitten hat, bitten wir um die Gabe der Offenheit für den Heiligen Geist, jene immerwährende Freude, die sich nicht niederschlagen lässt und nicht zurückweicht, jene Freude, die uns erfahren und bekennen lässt, dass der Mächtige Großes tut und sein Name heilig ist.“

Am frühen Nachmittag wird der Papst nach einem Mittagessen mit den Bischöfen der Inseln des Indischen Ozeans in privater Form auch persönlich das Heiligtum von Père Laval aufsuchen, bevor er sich mit den höchsten Regierungsvertretern treffen und eine Ansprache vor den Autoritäten und Vertretern der Zivilgesellschaft sowie dem Diplomatischen Corps halten wird.

Im Anschluss an die Messe hatte sich der derzeit einzige Kardinal der Insel in einer Grußadresse an den Papst gewandt. Darin gab der Erzbischof von Port-Louis, Maurice Piat, bekannt, dass der Papstbesuch bei den Inselbewohnern auch in greifbarer Erinnerung bleiben werde: Die Kommission Gerechtigkeit und Frieden habe die Mauritier eingeladen, gemeinsam 100.000 Bäume zu pflanzen „und so Ihrem Ruf nach einer ganzheitlichen Ökologie zu folgen,“ so der Kardinal vor dem Papst. (vn 9)

 

 

 

 

Erzbistum Köln will stärker auf Laien setzen

 

Ideen und Vorschläge einer „Zielskizze 2030“ für den derzeit laufenden Pastoralen Zukunftsweg im Erzbistum Köln hat am Samstag der Diözesanpastoralrat unter Leitung von Erzbischof Rainer Maria Kardinal Woelki diskutiert.

Damit tritt die Neuaufstellung des Erzbistums in eine entscheidende Phase: Die Zielskizze ist die Zusammenfassung von Überlegungen, Ideen und Vorschlägen von fünf Teams, die sich in den vergangenen Monaten intensiv mit der Situation im Erzbistum Köln befasst hatten. Dazu zählen Ideen für zukunftsweisende Gemeindeformen und deren adäquate Leitung mit Beteiligung von Gefirmten, der erforderlichen Qualifizierung von Hauptberuflichen und Ehrenamtlichen, den erhöhten Stellenwert und die Verlebendigung von Gottesdiensten und Sakramentenspendung, eine Verbesserung der Kommunikation auf allen Ebenen und zukunftsfähige Strukturen.

Für die Umsetzung ist das kommende Jahrzehnt bis 2030 geplant. „Kirche muss bei uns zukünftig viel stärker von der Gemeinde her gedacht und gelebt werden“, so Generalvikar Markus Hofmann. „Entscheidend ist dabei, dass Gemeinde sich überall da zeigt und lebt, wo Menschen sich regelmäßig als Gemeinschaft im Geist Jesu zusammenfinden.“

Aufwertung der sonntäglichen Feier der Eucharistie

Alle diese Orte des gelebten Glaubens verstehen sich zugleich als Orte der Glaubensverkündigung. Sammlungs- und Sendungsort zugleich ist dabei die sonntägliche Feier der Eucharistie. Sie soll zu einem anziehenden und identitätsstiftenden Erlebnisraum für die örtliche Gemeinschaft der Glaubenden und darüber hinaus werden, attraktiv gestaltet mit einer im Wortsinn ansprechenden Predigt und qualitätvoller Musik. Eine Vielfalt weiterer Gottesdienstformen – Vespern, Wortgottesdienste, Evensongs, Taizé-Gebet und mehr – sollen das liturgische Angebot vor allem werktags ergänzen; hier sind Experimente erforderlich und erwünscht.

Wie die Eucharistiefeiern sollen auch die Sakramente, etwa die Beichte, zeitlich und örtlich verlässlich stattfinden. Die verlässliche Vielfalt soll den unterschiedlichen Bedürfnissen verschiedener Zielgruppen entsprechen. Gesellschaftlich zeigt sich die jeweilige Gemeinde auch in ihrem mitmenschlichen Engagement, das sich besonders jenen zuwendet, die von anderen Sozialnetzwerken nicht erreicht werden.

Wenn auch bislang oft im gleichen Wortsinn gebraucht, ist bei diesem Ansatz der Gemeinde sachlich die Pfarrei zu unterscheiden: Diese stellt die pastorale Einheit unter Leitung eines Pfarrers dar und ist zugleich Körperschaft öffentlichen Rechts; unter ihrem „Dach“ kann sich dann die Vielfalt der Gemeinden entfalten. Die Pfarreien sollen dazu der Zielskizze zufolge von wirtschaftlichen Risiken und Verwaltungsaufgaben entlastet werden, indem etwa Trägerschaften und Gebäudeverwaltung ausgelagert werden. Zugleich soll eine freiere Verwendung des Budgets die Eigenverantwortung der Pfarreien stärken und in die Lage versetzen, in Seelsorge und Engagement lokal angepasste Schwerpunkte zu setzen. Insgesamt sind namentlich die strukturellen Überlegungen der Zielskizze darauf angelegt, den Gemeinden und Pfarreien deutlich größere Gestaltungsspielräume zu eröffnen. Die Vernetzung unter den Pfarreien und eine insgesamt schlankere Struktur erleichtern das Zusammenwirken. Das Kölner Generalvikariat, die Verwaltung des Erzbistums, unterstützt als Dienstleister die Pastoral in der Fläche.

Transparente und wertschätzende Kommunikation

Erforderlich ist auch eine entsprechende Kommunikation: inhaltlich transparent und wertschätzend, technisch auf der Höhe der Zeit, auf allen aktuellen Kommunikationskanälen – einschließlich der Glaubensverkündigung. Entscheidend ist die jeweilige Zielgruppenorientierung, aber auch die Übernahme heute üblicher Standards. So könnte ein digitales „pfarrbüro24“ viele Informations- und Verwaltungsvorgänge unabhängig von Bürozeiten machen; für die Beantwortung von Anfragen gibt es verbindliche Reaktionszeiten; ein einheitliches Erscheinungsbild vom Schaukasten bis zum Briefkopf fördert die (Wieder-) Erkennbarkeit – dies als Beispiele für ganz unterschiedlich große oder kleine Schritte zu guter Kommunikation.

Vielfältige Bildungsangebote sollen allen Beteiligten die Möglichkeit bieten, sich umfassend für die anstehenden Aufgaben zu qualifizieren. Dazu gehört immer auch die Katechese als Einführung und Vertiefung im Glauben. Ein lebendiger Austausch unter allen Beteiligten und auf allen Ebenen soll dazu beitragen, aus den Erfahrungen zu lernen – einschließlich gemachter Fehler. Zielskizze und Diskussionsergebnisse werden nun auf den drei kommenden Regionalforen in Köln (21. September), Euskirchen (28. September) und Düsseldorf (5. Oktober) mit allen Interessierten, die sich dazu angemeldet haben, weiter vertieft. Kardinal Woelki lässt in Pilotprojekten erste Erfahrungen mit einigen Vorschlägen sammeln. „Das Feedback, das auf den Regionalforen zu den einzelnen Punkten der Zielskizze gegeben werden wird, ist ein wichtiger Beitrag, damit wir am Ende der Aktuellen Etappe ein klareres Zielbild für das Erzbistum Köln im Jahr 2030 haben“, so Generalvikar Hofmann.

Woelki: „Ein vorläufiges Bild mit Umrissen in groben Strichen“

32 Mitglieder des Diözesanpastoralrats antworteten auf die Frage, ob die Zielskizze grundsätzlich ein Schritt in die richtige Richtung sei, mit „Ja“, weitere 18 mit „teilweise“ und niemand mit „nein“. „Die Zielskizze ist selbstverständlich nur ein vorläufiges Bild mit Umrissen in groben Strichen“, so Kardinal Reiner Maria Woelki. „Sie kann und will keine endgültigen Antworten geben, sondern nur eine erste Kontur dessen, was wir miteinander jetzt als Zielbild für die Kirche im Erzbistum Köln entwickeln wollen. Daran werden wir miteinander weiter arbeiten. Die intensive Diskussion im Diözesanpastoralrat hat mich darin bestärkt und dafür bin ich sehr dankbar.“

Die Zielskizze ist ein entscheidender Zwischenschritt auf dem Pastoralen Zukunftsweg, der seit seit Herbst 2018 läuft. Sie ist im Internet einsehbar.

(erzbistum köln 8)

 

 

 

Papst an Autoritäten von Madagaskar: Integrale Entwicklung fördern

 

Erste öffentliche Etappe seiner Madagaskar-Reise an diesem Samstagmorgen war das Treffen des Papstes mit Vertretern der politischen Behörden und der Zivilgesellschaft. In seiner Rede forderte Franziskus ein entschiedenes Engagement für die ganzheitliche Entwicklung aller Einwohner, ohne jemanden auszuschließen. Dies sei wichtig im Hinblick auf das kulturelle Erbe des Volkes, das von einer kulturellen Verallgemeinerung in Bedrängnis gebracht werde.

Mario Galgano – Vatikanstadt

Es gehe darum, die ganzheitliche Förderung aller Einwohner Madagaskars zu gewährleisten, so der Papst in seiner Rede, bei der auch der Präsident Madagaskars, Andry Rajoelina, auf dem Podium saß. Ihm hatte Franziskus bereits am Morgen den protokollarischen Höflichkeitsbesuch im Präsidentenpalast abgestattet.

Franziskus rief in seiner Ansprache die Gastgeber auf, sich am Aufbau der Zukunft zu beteiligen. Der Papst sprach im „Ceremony Building“ vor Vertretern der Behörden, der Zivilgesellschaft und des diplomatischen Corps. Ohne soziale Gerechtigkeit könne es keinen konkreten Umweltschutz geben, auch sei es notwendig, die ursprünglichen Lebensstile zu respektieren, so der Papst vor den Gastgebern.

Der Grundtenor seiner Rede bestand in der Forderung nach einer „integralen Entwicklung“, die nicht nur wirtschaftlichen Fortschritt, sondern auch den ganzen Menschen - und vor allem jeden Menschen - im Blick behalten solle - ein Anliegen, das bereits der heilige Paul VI. stark vertreten hatte. In einem Land, das zu den zehn ärmsten der Welt gehört und in dem die chronische Unterernährung jedes zweite Kind betrifft, forderte der Papst daher ein starkes Engagement aller.

Um dies zu erreichen, könne man sich jedoch nicht auf die Hilfe allein beschränken; es brauche dafür vielmehr die Anerkennung von Einrichtungen, die berufen seien, sich voll an der Gestaltung der Zukunft zu beteiligen, betonte Franziskus. Der Papst sprach sich auch dafür aus, dass die Initiativen der lokalen Bevölkerung unterstützt werden, damit die Stimme derjenigen, die keine Stimme haben, „hörbarer gemacht wird, ebenso wie die verschiedenen, ja sogar widersprüchlichen Harmonien einer nationalen Gemeinschaft, die ihre Einheit sucht“. Dies sei ein Weg, auf dem niemand beiseitegeschoben werden oder verloren gehen dürfe. In diesem Sinne erinnerte der Papst in seiner Rede an das madagassische Wort „fihavanana“, das den Geist des Teilens und der Solidarität, des Wohlwollens unter den Menschen und gegenüber der Natur umschreibt. Dieser Gedanke wird in der Präambel der Verfassung als einer der Grundwerte der lokalen Kultur, der Seele des Volkes von Madagaskar, erwähnt. Eine Haltung, betont der Papst, die geholfen habe, Widrigkeiten zu überstehen.

Sorge um die Pflege des „gemeinsamen Hauses“

Auch in Madagaskar, wie in Mosambik, ging der Papst auf die Sorge um die Pflege des „gemeinsamen Hauses“ ein und stellte fest, dass auch in diesem Bereich ein integraler Ansatz erforderlich sei: „Die Wechselwirkungen der natürlichen Systeme untereinander und mit den sozialen Systemen“ sollten berücksichtigt werden, erinnerte er. Es gebe in der Tat nur eine einzige große „sozio-ökologische Krise“, bekräftigte der Papst unter Berufung auf seine Enzyklika Laudato si'. Auf der Roten Insel, wie Madagaskar wegen der Anwesenheit von Lateriten genannt wird, finden fünf Prozent aller bekannten Tier- und Pflanzenarten ihren Lebensraum, ein Reichtum, auf den der Papst mit besonderem Nachdruck hinwies. Durch „übermäßigen Entwaldung“ durch Brände und unkontrollierten Edelholzschlag hinwies. Die biologische Vielfalt sei auch durch Schmuggel und illegale Exporte gefährdet. Und auch hier forderte der Gast aus Rom einen ganzheitlichen Ansatz, der alle Facetten der Realität berücksichtige.

Ein Beispiel für die Liebe zu ihrem Land sei die Selige Victoire Rasoamanarivo, die vor dreißig Jahren von Johannes Paul II. bei seinem Besuch in Madagaskar selig gesprochen wurde. Sie war die erste einheimische Madagassin, der diese Ehre zuteilwurde. Am Samstagnachmittag wird der Papst das Grab dieser mutigen Frau aus einer der mächtigsten Familien des Landes besuchen. Sie lebte zwischen 1848 und 1894 und stellte während der Zeit der Vertreibung der Missionare und der Verfolgung katholischer Gemeinschaften (1883-1886) eine wichtige Stütze der katholischen Kirche dar. Sie setzte sich unermüdlich für die Rückkehr der Missionare und für deren Werke der Liebe gegenüber Armen und Aussätzigen ein.

Abschließend bekräftigte der Papst die Bereitschaft der katholischen Kirche, mit allen über „das Entstehen einer wahren Geschwisterlichkeit zu sprechen, die das fihavanana immer schätzt und eine integrale menschliche Entwicklung fördert, so dass niemand ausgeschlossen ist“. (vatican news 7)

 

 

 

 

Bischof Kohlgraf verteidigt Reformprozess gegen Kritik

 

Der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf hat den von den Bischöfen geplanten synodalen Weg für Reformen der Kirche in Deutschland gegen Kritik von konservativer Seite verteidigt. Bei einer Feier für neue Laienseelsorger des Bistums sagte Kohlgraf am Samstag im Mainzer Dom, die Entscheidung für den synodalen Weg sei „nicht aus Lust getroffen worden, sondern vor dem Hintergrund schlimmer Verbrechen" in den eigenen Reihen.

Ohne den Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki namentlich zu erwähnen, ging Kohlgraf auf Stimmen ein, die im synodalen Weg „das Potenzial der Spaltung erkennen". Spalterisch seien indes nicht „die Gespräche, sondern die Meinung, man könne Gespräche unterbinden. Das wird nicht mehr funktionieren."

Verbrechen, Vertuschung, unmögliches Machtgebaren und mangelnder Wille zur Wahrnehmung der Realität lauteten die Probleme. Die Kirche selbst sei „der Reinigung bedürftig", bevor sie meine, andere belehren zu sollen.

Kohlgraf räumte ein, dass die aktuellen innerkirchlichen „Suchbewegungen durchaus spannungsreich" seien. Es werde jedoch weder eine Nationalkirche noch eine neue Kirche des 21. Jahrhunderts erfunden, „aber eben auch kein Museum, in dem wir schöne Erinnerungsstücke der Vergangenheit aufbewahren wollen und nur ab und zu abstauben". Der Bischof nannte es „eine alte Irrlehre" zu glauben, dass geistliches Bemühen ohne konkrete Konsequenzen in den Lebensformen bleiben könne.

Evangelisierung ist nicht Belehrung

Woelki hatte die Befürchtung geäussert, dass der synodale Weg „grosse Gefahren in sich birgt – vor allem mit Blick auf eine Spaltung innerhalb der deutschen Kirche". Unter dem Eindruck des Missbrauchsskandals hatten die Bischöfe im Frühjahr einen „verbindlichen synodalen Weg" zur Erneuerung der Kirche beschlossen. Beraten werden sollen dabei ab Dezember die Themen Macht, Sexualmoral, priesterliche Lebensform und die Rolle der Frau in der Kirche.

Kohlgraf kritisierte in seiner Ansprache auch die Vorstellung, Evangelisierung mit Belehrung gleichzusetzen. Dahinter stecke ein Kirchenbild, nach dem die Kirche und eine bestimmte Gruppe von Katholiken im Besitz einer Wahrheit ist, die an andere weitergegeben werden müsse. Die Menschen müssten sich dann entscheiden, ob sie diese Wahrheit annähmen oder nicht. Dabei handle es sich um Kommunikation von oben nach unten. Von kirchlicher Selbstkritik sei dabei nicht vernehmbar die Rede, so der Mainzer Bischof.  (kna 7)

 

 

 

 

Papst in Madagaskar: „Armut ist kein unabänderliches Schicksal“

 

Es war eine Begegnung nach dem Geschmack von Papst Franziskus: In Madagaskar besuchte er am Sonntagnachmittag eine kleine Stadt für und von Menschen, die früher auf Mülldeponien lebten. „Armut ist kein unabänderliches Schicksal“, sagte der Papst vor den Menschen in Akamasoa, der „Stadt der Freundschaft“, die der slowenisch-argentinische Priester Pedro Opeka gegründet hatte.

 

Pater Opeka selbst war es, der als Moderator durch die Begegnung führte. 8.000 Menschen, die meisten jung, begrüßten das Kirchenoberhaupt in einer Versammlungshalle mit frenetischem Applaus und Gesängen. 

Ein „herrlicher Ort“ sei diese Stadt, sagte Franziskus, weil sie zeige, dass Gott den Schrei der Armen höre. In Akamasoa habe sich dieser Schrei der Armen in Lieder der Hoffnung verwandelt. „Jede Ecke in diesen Wohnvierteln, jede Schule oder Krankenstation ist ein Gesang der Hoffnung, der jedem Fatalismus entgegentritt“, so der Papst.

Pedro Opeka hatte Papst Franziskus mit einer Umarmung empfangen, fast wie einen alten Bekannten - und tatsächlich, wie der Papst in der „Stadt der Freundschaft" improvisiert auf Französisch verriet, war Opeka in Argentinien 1965 bis 1968 sein Schüler an der theologischen Fakultät gewesen. „Er studierte nicht so gern", erinnerte sich Franziskus humoristisch, „aber er eine Liebe für die Arbeit". 

Opeka war, so wie Jorge Mario Bergoglio, Sohn von Einwanderern in Argentinien. Er wurde Priester und kam 1975 nach Madagaskar. Dort sah er im Umkreis der Hauptstat Antananarivo die Verzweiflung und die Armut Tausender Menschen, die auf Deponien lebten. Opeka nahm diese Situation nicht hin. Er wurde zum „Apostel der Müllmenschen", wie man ihn heute auf Madagaskar nennt. Selbst gelernter Maurer, gründete und baute er zusammen mit immer mehr Familien die „Stadt der Freundschaft“. Heute leben in Akamasoa rund 23.000 Menschen, die früher zu den Ärmsten der Armen Madagaskars zählten, in Dörfern mit Schulen, Kindergärten, Grünflächen und medizinischer Versorgung. Eines der Dörfer ist mit Spenden aus Österreich entstanden, die der Kärntner Priester Josef Kopeinig organisiert hatte.

“ Ein Glaube, der es zuließ, Hoffnung zu sehen, wo man nur Schicksalsergebenheit vorfand ”

Akamasoa sei „aus der harten Arbeit vieler Jahre“ hervorgegangen - und aus einem „lebendigen Glauben“, lobte Papst Franziskus bei seinem Besuch. Ein Glaube, der sich „in konkreten Taten“ geäußert habe, „ein Glaube, der es zuließ, Hoffnung zu sehen, wo man nur Schicksalsergebenheit vorfand; ein Glaube, der es ermöglichte, Leben zu sehen, wo viele Tod und Zerstörung ankündigten“.

Die ersten Familien, die Akamasoa mit Pater Opeka aufbauten, hätten sich einen „riesigen Schatz an Einsatzbereitschaft, Disziplin, Rechtschaffenheit sowie Achtung vor sich selbst und den anderen“ aufgebaut, die sie den Jungen weitergeben konnten, sagte der Papst. Und er würdigte besonders die gemeinschaftliche Dimension dieses gelebten Glaubens: „Ihr habt verstanden, dass der Traum Gottes nicht nur der persönliche Fortschritt ist, sondern vor allem der gemeinschaftliche; dass es keine schlimmere Sklaverei gibt, – wie uns Pater Pedro in Erinnerung gerufen hat – als dass jeder nur für sich lebt.“

“ Ihr habt verstanden, dass der Traum Gottes nicht nur der persönliche Fortschritt ist, sondern vor allem der gemeinschaftliche ”

Die jungen Menschen rief der Papst dazu auf, „niemals der Versuchung eines leichten Lebens oder der Selbstbezogenheit“ nachzugeben und ihren Geschwistern zu dienen. Dann werde Akamasoa nicht nur Vorbild für die künftige Generation, sondern auch „Ausgangspunkt für ein von Gott inspiriertes Werk“.

Franziskus dankte Pater Opeka und den Freunden von Akamasoa für ihr „prophetisches und Hoffnung stiftendes Zeugnis". Den slowenisch-argentinischen Missionar hatte er auch schon in Rom getroffen, wo er ihn in Privataudienz empfing. Im November 2018 war im Vatikan ein Dokumentarfilm über Pedro Opeka und sein Werk zu sehen. (vatican news 8)

 

 

 

 

Frankfurter St. Bartholomäus-Dom Ort der Plenarversammlungen des Synodalen Weges

 

Die Plenarversammlungen des Synodalen Weges sollen 2020 und 2021 im Frankfurter Bartholomäus-Dom stattfinden. Das haben heute (6. September 2019) der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx, der Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Prof. Dr. Thomas Sternberg, und der Bischof von Limburg, Dr. Georg Bätzing, bekannt gegeben.

 

„Der Frankfurter Dom liegt im Herzen unseres Landes und der Stadt Frankfurt. Im pulsierenden Leben der modernen Gesellschaft sucht die Kirche ihren Ort, und zwar im Miteinander aller Getauften. Es muss so deutlich werden, dass die Kirche immer mitten in der Welt eine evangelisierende Kirche ist. Der Frankfurter Dom ist ein idealer Ort, um den Synodalen Weg einer Erneuerung der Kirche in Deutschland zu gehen. Mit der Wahl dieses Ortes unterstreichen wir unser Anliegen, den Synodalen Weg als geistliches Geschehen zu verstehen, das bewusst in einer Kirche und nicht in einem Konferenzzentrum stattfindet“, erklärte Kardinal Marx.

 

Prof. Dr. Thomas Sternberg hob hervor, dass mit dem Ort Frankfurt und dem St. Bartholomäus-Dom ein starkes Zeichen für die Ausrichtung des Synodalen Weges gesetzt werde. „Ich freue mich, dass wir diesen Ort wählen konnten, unmittelbar vor dem 3. Ökumenischen Kirchentag. Vor dem Altar dieser Kirche versammeln wir uns, um in ernsthafter Debatte auszumachen, was an Reformen nötig ist, um glaubwürdig von dem Zeugnis geben zu können, der unser Leben trägt.“

 

Bischof Georg Bätzing freut sich, gemeinsam mit der Frankfurter Stadtkirche Gastgeber für die Plenarversammlungen zu sein. „Wir wollen von hier einen kräftigen geistlichen und inhaltlichen Impuls setzen, um zu zeigen: Die Kirche in Deutschland geht im Sinne des Heiligen Vaters den Weg einer synodalen Kirche. Bereits 794 war der Vorgängerbau des Frankfurter Doms Ort einer Synode. So stehen wir auf gutem historischen Grund“, erklärte Bischof Bätzing.

 

Nach jetzigem Stand soll der Synodale Weg am 1. Advent 2019 beginnen. Die erste Plenarversammlung im Frankfurter Dom ist für den 30. Januar bis 2. Februar 2020 geplant.

 

Zu einer Zwischenbilanz der Arbeit in den zurückliegenden Monaten trifft sich am 13./14. September 2019 in Fulda – um einige Personen erweitert – die bestehende Gemeinsame Konferenz. Sie wurde im Zuge der Würzburger Synode (1971–1975) als ständiges Organ errichtet, dem je zehn Vertreter des ZdK und Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz angehören. Zuletzt hat die Gemeinsame Konferenz am 5. Juli 2019 getagt. Das Treffen der erweiterten Gemeinsamen Konferenz, an dem rund 50 Personen teilnehmen, ist noch nicht Teil des Synodalen Weges, sondern seiner Vorbereitung. Die Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz wird sich vom 23. bis 26. September 2019 mit dem Synodalen Weg befassen, die Vollversammlung des ZdK am 22./23. November 2019.

 

Hintergrund - Der Bartholomäus-Dom ging aus einer karolingischen Kaiserpfalz hervor. Im Mittelalter war er Sitz des kaiserlichen Domstiftes St. Bartholomäus, seit 1356 Wahlort der Deutschen Könige und ab 1562 Krönungsort der römischen Kaiser. Bereits im Juni 794 tagte im heutigen Vorgängerbau die Synode von Frankfurt, die von Karl dem Großen einberufen worden war und Bischöfe und Priester aus dem Frankenreich in Franconofurd (dem späteren Frankfurt am Main) zusammenführte. Damals ging es bei der Synode um verschiedene theologische und politische Fragen.

1239 wurde der Dom dem hl. Bartholomäus geweiht. Der heutige Bau wurde von 1415 bis 1514 nach Plänen des Baumeisters Madern Gerthener errichtet. Er ist eine dreischiffige Hallenkirche mit angesetztem Westturm und hat einen quadratischen Grundriss. Der Dom blieb auch nach der Reformation in Frankfurt katholisch. Ausnahme sind zwei kurze Epochen von 1533 bis 1548 und 1631 bis 1635. Vom Mittelalter bis 1917 war er die einzige katholische Pfarrkirche Frankfurts. Heute gilt der St. Bartholomäus-Dom, der auch die größte Kirche des Bistums Limburg ist, als das bedeutendste Baudenkmal der Stadt Frankfurt.

Dbk 6

 

 

 

 

Erzbischof Schick dankt den Franziskanern für ihre „integrale Mission“

 

Grußbotschaft zum 50-jährigen Bestehen der Missionszentrale der Franziskaner in Bonn

 

Vor 50 Jahren wurde die Missionszentrale der Franziskaner in Bonn gegründet, um die Hilfsprojekte der rund 500 franziskanischen Gemeinschaften von Schwestern und Brüdern in aller Welt zu koordinieren. Zum Gründungsjubiläum, das vom 6. bis 8. September 2019 in der Bad Godesberger Stadthalle begangen wird, hat der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Ludwig Schick (Bamberg), den Franziskanern eine Gratulationsadresse gesandt: „Die Missionszentrale hat seit fünf Jahrzehnten dabei mitgewirkt, dass das Gold des Evangeliums zu vielen Menschen in Not und Elend, Hunger und Krankheit, in Kriegsgebiete und Flüchtlingscamps gebracht wurde und wird. Das Gold des Evangeliums besteht im Glauben an Jesus Christus, der bei uns ist alle Tage bis zur Vollendung der Welt. Dieser Glaube wird in der Liebe sowohl zu den Nächsten als auch zu den Fernen tätig.“ Er trage gemäß dem Leitthema des Jubiläums zur „Würde des Menschen weltweit“ bei.

 

Das spezifische Charisma der franziskanischen Missionstätigkeit zeichne sich, so Erzbischof Schick, durch eine „Integrale Mission“ aus, die seit den Zeiten des Heiligen Franziskus den einzelnen Menschen mit Leib und Seele wahrnehme und sogleich immer die ganze Schöpfung im Blick habe. Die „Integrale Mission“ der Franziskaner helfe, dass Menschen nach dem Jesus-Wort „das Leben haben und es in Fülle haben“ (Joh 10,10). Der Erzbischof hebt in seiner Grußbotschaft insbesondere den Einsatz der franziskanischen Gemeinschaften für die Erfüllung menschlicher Grundbedürfnisse, für Frieden und Sicherheit, den Aufbau von sozialen und politischen Strukturen sowie für das Grundrecht der Bildung hervor. Durch das Sammeln von Spenden und ihren Informationsaustausch inspiriere die Missionszentrale den missionarischen Einsatz von Christen weltweit. Erzbischof Schick wünscht den Franziskanern für die Zukunft, dass ihre Missionszentrale „im Sinne des Urmissionars, Jesus Christus“ weiterhin dazu beitragen möge, dass „den Armen und Hilfsbedürftigen die Barmherzigkeit des göttlichen Heilandes erwiesen wird“.

 

Hintergrund. Weltweit leben schätzungsweise eine Million Schwestern und Brüder nach der franziskanischen Spiritualität. Die Missionszentrale der Franziskaner in Bonn ist in 78 Ländern tätig. Im Jahr 2018 konnten mit einem Spendenvolumen von knapp 12 Millionen Euro weltweit 650 Hilfsprojekte gefördert werden. Zentrale Schwerpunkte der Projektarbeit sind der Einsatz für Menschenrechte – insbesondere von Frauen und Kindern –, für Bildung, Gesundheit und Umweltschutz. Dbk 6

 

 

 

 

 

Papst bei Messe in Mosambik: „Nein zu Hass, Gewalt und Korruption"

 

Es ist eines der Leitmotive des Papstbesuches in Mosambik, und bei der Heiligen Messe in einem Vorort von Maputo hat Papst Franziskus die Sache sehr anschaulich gemacht: Nein zu Hass, Gewalt und Korruption, Ja zu Frieden und Versöhnung im Kleinen wie im Großen.

Mit einem neuen Kreuzstab zog Franziskus ins Stadion, dem Ort der Freiluftmesse, ein. Das Geschenk, handgefertigt aus recyceltem Holz und Blech, das die Wirbelstürme des vergangenen Jahres kurz und klein gehackt hatten, war dem Papst zuvor bei einem Besuch im nahegelegenen Krankenhaus von Zimpeto überreicht worden.

Mit Begeisterung empfingen die rund 60.000 Gottesdienstbesucher den Gast aus Rom. Der hielt eine eindringliche Predigt, in der er die Menschen in Mosambik, allen voran die Katholiken, zu Frieden anhielt. „Liebt eure Feinde“ (Lk 6,27), ein Gebot Jesu aus dem Evangelium nach Lukas, war der Ausgangspunkt seiner Überlegungen. „Dieses Wort ist heute auch an uns in diesem Stadion gerichtet”, stellte Franziskus klar.

“ Liebt eure Feinde ”

Jesus habe mit dem Gebot „Liebt eure Feinde“ einen Weg abgesteckt, „einen schmalen Pfad, der einige Tugenden verlangt“, sagte der Papst und wurde gleich konkret: „Viele von Euch können noch in erster Person Geschichten der Gewalt, des Hasses und der Zwietracht erzählen; einige haben sie am eigenen Leib erfahren, andere hatten Bekannte, die nicht mehr da sind, und wieder andere haben Angst, dass die Wunden der Vergangenheit sich wieder öffnen und den schon durchlaufenen Friedensprozess wie in Cabo Delgado zunichtemachen.“ Es sei schwer, mit offenen Wunden über Versöhnung zu reden, räumte der Papst ein. Was aber in einer solchen Lage helfe, sei der Blick auf Jesus und auf den Weg, den er vorausgegangen sei, „den Weg, der ihn dazu geführt hat, jene zu lieben, die ihn verrieten, ihn ungerechterweise verurteilten und jene, die ihn töteten“.

Jesus genüge es nicht, wenn seine Nachfolger ihren Feinden einfach aus dem Weg gehen. Nein, er verlangt „außergewöhnliches Wohlwollen gegenüber jenen, die uns verletzt haben“, und mehr noch, „er bittet uns auch, sie zu segnen und für sie zu beten“. Wenn wir über unsere Feinde sprechen, so der Papst, dann soll „unser Reden über sie ein ,Gutes-Sagen' sein, das Leben hervorruft, und nicht den Tod. Sprechen wir ihre Namen nicht zur Beschimpfung oder zur Vergeltung aus, sondern um eine neue Beziehung aufzubauen, die zum Frieden führt. Das ist ein hoher Maßstab, den der Meister uns vorgibt!”

“ Keine Familie und noch weniger ein Land haben Zukunft, wenn der Motor Vergeltung und der Hass sind ”

Christen könnten nicht nach dem Vergeltungsprinzip leben, fuhr Franziskus fort. Ein Gleichgewicht der Gewalt ermögliche niemals eine gute Entwicklung. „Ich kann nicht Jesus folgen, wenn die von mir propagierte und gelebte Ordnung lautet: Aug‘ um Auge, Zahn um Zahn“, verdeutlichte der Papst. „Keine Familie, keine Gruppe von Nachbarn, keine Ethnie und noch weniger ein Land haben Zukunft, wenn der Motor, der sie vereint, sie zusammenbringt und die Unterschiede zudeckt, die Vergeltung und der Hass sind.“

Deutlich wandte sich Franziskus gegen organisierte, gemeinschaftliche Formen von Gewalt, Gruppe gegen Gruppe; es war ein klarer Verweis auf Rebellengruppen, die noch im Land aktiv sind. „Wir dürfen uns nicht abstimmen und uns zusammentun, um Rache zu üben, um dem, der uns Gewalt angetan hat, das Gleiche zu tun und scheinbar legale Gelegenheiten der Vergeltung zu planen.“ Es gebe einen anderen Weg, schärfte Franziskus den Mosambikanern ein. Und: „Wir dürfen nicht vergessen, dass unsere Völker ein Recht auf Frieden haben. Ihr habt ein Recht auf Frieden.”

“ Und wie ihr wollt, dass euch die Menschen tun sollen, das tut auch ihr ihnen ”

Wie aber erreicht man Frieden in einem vom Krieg gezeichneten Land? Jesus habe da eine Goldene Regel vorgegeben: „Und wie ihr wollt, dass euch die Menschen tun sollen, das tut auch ihr ihnen“ (Lk 6,31). Darin stecke ein sehr kluger Ratschlag, unterstrich der Papst: Gutes zu tun, ohne eine Gegenleistung zu erwarten. Gutes zu tun und darauf hinzuarbeiten, dass mehr vorhanden ist als bloß die Abwesenheit von Konflikten. „Dazu gehört der tägliche Einsatz eines jeden von uns, mit einem aufmerksamen und aktiven Blick den anderen jene Barmherzigkeit und Güte zuteilwerden zu lassen, mit der wir behandelt werden möchten“, sagte der Papst.

Diese Barmherzigkeit und Güte solle besonders den Ausgeschlossenen, Armen, Benachteiligten zuteilwerden. Das sei nicht etwa ein schwaches, sondern im Gegenteil „ein starkes Verhalten, ein Verhalten von Männern und Frauen, die entdecken, dass man andere nicht schlecht behandeln, anschwärzen oder fertigmachen braucht, um sich wichtig zu fühlen; im Gegenteil! Dieses Verhalten ist die prophetische Kraft, die uns Jesus Christus selbst gelehrt hat, als er sich mit ihnen identifizierte. Auf diese Weise zeigte er uns, dass der rechte Weg der Dienst ist.”

Unumwunden verurteilte Franziskus in seiner Predigt auch das Übel der Korruption. Das Land sei voller Reichtümer, aber paradoxerweise seien viele Menschen arm. „Und zuweilen scheint es, dass die, welche sich mit einem vermeintlichen Wunsch zu helfen nähern, andere Interessen verfolgen. Es ist traurig, wenn es Geschwister des gleichen Landes sind, die sich dabei zur Korruption verleiten lassen. Es ist eine sehr gefährliche Sache, zu akzeptieren, dass dies der Preis sein soll, den wir für die Hilfen von außen bezahlen müssen.”

“ Das ist das beste Thermometer, um die Ideologien jeder Art zu messen ”

Aufmerksamkeit für den Nächsten, Wertschätzung, Einfühlung: Das solle die Haltung der Christen angesichts von Feindschaft und Hass sein. Und zwar bis hin zu dem Punkt, „dass wir das Leben und den Schmerz dieses Menschen als unser Leben und unseren Schmerz empfinden“, so der Papst. „Das ist das beste Thermometer, um die Ideologien jeder Art zu messen, welche die Armen und die ungerechten Verhältnisse zugunsten persönlicher oder politischer Interessen zu missbrauchen suchen.“

Nur Frieden bringe dem Land und seinen Menschen Zukunft, resümierte Franziskus. „Wenn der Friede Christi der Schiedsrichter in unseren Herzen ist und wenn dann ein Fall eintritt, dass verschiedene Meinungen in Konflikt geraten und wir uns zwischen zwei verschiedenen Auffassungen nicht entscheiden können, so lassen wir Christus ,an den Ball´: Die Entscheidung Christi wird uns auf dem Weg des Friedens und auf dem Pfad der Barmherzigkeit halten und lässt uns bei der Entscheidung für die Ärmsten und bei der Verteidigung der Natur bleiben. Auf dem Weg des Friedens.”

Der Abschiedsgruß

Zum Abschluss der Messe dankte der Papst seinen Gastgebern und allen, die bei der Vorbereitung seiner Visite mitgeholfen hatten. Er richtete einen Gruß an jene, die wegen der jüngsten Wirbelstürme nicht nach Maputo kommen konnten, und lud die Menschen in Mosambik dazu ein: „Bitte bewahrt euch die Hoffnung, lasst sie euch nicht rauben! Und es gibt keine bessere Art, um die Hoffnung zu bewahren, als einig zu bleiben.“ 

Nach der Messe brach der Papst zum Flughafen von Maputo auf. Von dort fliegt er zur nächsten Etappe seiner Afrikareise, nach Madagaskar. (vn 6)

 

 

 

 

Bischof Fürst zum Welttag der sozialen Kommunikationsmittel

 

Am 8. September 2019 begeht die katholische Kirche in Deutschland den 53. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel. Wie in den vergangenen Jahren hat Papst Franziskus dazu eine Botschaft veröffentlicht, die diesmal unter dem Titel steht: „‚Denn wir sind als Glieder miteinander verbunden‘ (Eph 4,25). Von den Social Network Communities zur menschlichen Gemeinschaft“. Zum Welttag der sozialen Kommunikationsmittel erklärt der Vorsitzende der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Gebhard Fürst (Rottenburg-Stuttgart):

 

Medien brauchen Zwischenmenschlichkeit! Darauf macht uns Papst Franziskus in seiner diesjährigen Botschaft zum Welttag der sozialen Kommunikationsmittel aufmerksam, den die Kirche am kommenden Wochenende begeht. Bei allem Informationsfluss, allen Fakten und leider manchen Fake News, darf die Zwischenmenschlichkeit nicht vergessen werden. Für diese Mahnung bin ich dem Papst dankbar, denn allzu oft wird dieser Aspekt im Miteinander-Kommunizieren vergessen.

 

„Es muss anerkannt werden, dass die sozialen Netzwerke, obwohl sie einerseits dazu dienen, uns mehr zu verbinden, uns zueinander zu bringen und einander zu helfen, andererseits aber auch eine manipulative Nutzung personenbezogener Daten ermöglichen, um politische oder wirtschaftliche Vorteile zu erlangen“, schreibt Papst Franziskus. Uns als Kirche kommt es genau darauf an: Den Wert und den Nutzen der Medien positiv zu würdigen, aber gleichzeitig Gefahren zu erkennen. Wir sind eingeladen, an diesem Mediensonntag genau hinzuhören auf das, was uns an Kommunikation und Netzwerken erreicht: Ist es zum Segen für uns und andere? Oder ist es eine Gefahr, die rasch der Einseitigkeit unterliegt? Der Mediensonntag erinnert daran, uns auf die Kunst der Unterscheidung einzulassen – in dem, was wir in Netzwerken wahrnehmen, in dem, was über die Kirche in Netzwerken geschrieben wird.

 

Papst Franziskus greift den Gedanken des Netzes bereits im Untertitel seiner Botschaft auf: „Von den Social Network Communities zur menschlichen Gemeinschaft“. „Die Stärke einer Gemeinschaft hängt davon ab, wie kohäsiv und solidarisch sie ist und davon, wie sehr in ihr ein Gefühl des Vertrauens herrscht und wie sehr sie gemeinsame Ziele verfolgt“, so der Papst.

 

Darum geht es unseren kirchlichen Medien: Vertrauen aufbauen und gemeinsame Ziele verfolgen. Wir sind dankbar – und das möchte ich am Mediensonntag gerne betonen –, dass wir mit vielfältigen Medienengagements in den Bistümern, Verbänden und auf Bundesebene Dialog und Zuhören ermöglichen, so wie es der Papst fordert: „Die Gemeinschaft als Netz der Solidarität erfordert gegenseitiges Zuhören und einen Dialog, der auf einem verantwortungsvollen Umgang mit der Sprache basiert.“ Hier denke ich an die Katholische Nachrichtenagentur, an das Internetportal katholisch.de, die Angebote für die Pfarrbriefarbeit unter www.pfarrbriefservice.de und an unsere Journalistenschule ifp (Institut zur Förderung publizistischen Nachwuchses).

 

Der Mediensonntag und die Botschaft von Papst Franziskus erinnern uns daran, dass wir – auch in den kirchlichen Medien – eine hohe Verantwortung haben, den Gefahren des Netzes zu begegnen. Der Papst spricht von der Gefahr der Selbstisolation und dem Phänomen „jugendlicher Sozialeremiten“. Als Kirche werden wir auch weiterhin dafür eintreten, dass es keine Risse im Beziehungsgefüge der Gesellschaft gibt und dass wir die positive Nutzung des Internets fördern.

 

Das betont auch Papst Franziskus, wenn er dazu auffordert, im Internet und durch das Internet „den zwischenmenschlichen Charakter unseres Menschseins zu bekräftigen“. Das Netz, so der Papst, solle nicht als Falle genutzt werden, „sondern der Freiheit und dem Schutz einer Gemeinschaft freier Menschen“ dienen.

 

Daran werden wir uns mit unseren Medien messen lassen. Kirchliche Medien sind auch künftig in einer sich rasant verändernden digitalen Welt unverzichtbar. Deshalb gilt mein Dank allen, die in den kirchlichen Medien aktiv sind. Und genauso danke ich allen, die kirchliche Medien nutzen. Am Mediensonntag vergewissern wir uns, dass dieses Engagement eine gute Investition ist. Eine Investition für das Netzwerk der Zwischenmenschlichkeit.

Hinweis: Die Botschaft von Papst Franziskus zum 53. Welttag der sozialen Kommunikationsmittel ist als pdf-Datei unter www.dbk.de auf der Themenseite Welttag der sozialen Kommunikationsmittel (Mediensonntag) verfügbar. Dbk5

 

 

 

 

Papst in Mosambik: „Frieden erfordert harte Arbeit“

 

Gleich bei seinem ersten öffentlichen Auftritt in Mosambik hat Papst Franziskus die Bevölkerung auf ihrem Weg zu Frieden und Versöhnung im Land bestärkt. Vor Vertretern der Regierung, des öffentlichen Lebens und Diplomaten würdigte er das jüngst erzielte Abkommen mit den Rebellen und betonte, Frieden, Umweltschutz und Lebensschutz gingen Hand in Hand.

Das Abkommen sei ein „Meilenstein“, er selbst und der „Großteil der internationalen Gemeinschaft habe hohe Wertschätzung dafür, sagte der Papst in seiner Begrüßungsansprache in Präsidentenpalast „Ponta Vermelha“ in Maputo. Bereits 1992 war eine erste Übereinkunft zustande gekommen, damals übrigens vermittelt von der katholischen Basisgemeinschaft Sant'Egidio. Die Entwicklungen seither seien erfreulich für Mosambik, resümierte der Papst. Er rief die Menschen in der früheren portugiesischen Kolonie dazu auf, mutig voranzugehen. „Der Mut zum Frieden! Das ist ein Mut hoher Qualität, nicht der der rohen Gewalt und der Nötigung, sondern jener, der sich in der unermüdlichen Suche des Gemeinwohls betätigt“, so Franziskus mit einem Zitat des heiligen Papstes Paul VI.

Die Menschen in Mosambik hätten zwar Leid und Trauer kennengelernt, „aber Sie wollten nicht Rache und Vergeltung zu dem Kriterium machen, das die menschlichen Beziehungen regelt, oder dem Hass und der Gewalt das letzte Wort geben“, lobte der Papst. Die Suche nach einem dauerhaften Frieden sei eine Aufgabe aller, und sie sei obendrein „ein hartes Stück Arbeit, das mit Beständigkeit und ohne Pause zu verrichten ist“. Die Menschen in Mosambik müssten das Nein zur Gewalt und das Ja zur Versöhnung mit einer bestimmten Haltung verkünden, die Franziskus so charakterisierte: „mit Entschiedenheit, doch ohne Fanatismus, mit Mut, doch ohne Hysterie, mit Beharrlichkeit, doch auf intelligente Weise“.

“ Ohne Chancengleichheit finden Aggression und Krieg einen fruchtbaren Boden”

Friede sei mehr als bloß die Abwesenheit von Krieg, fuhr der Papst fort. Er verlange den permanenten Einsatz für die Würde jedes Bruders und jeder Schwester, er setze Gerechtigkeit voraus. „Wir dürfen die Tatsache nicht aus dem Auge verlieren, dass ,ohne Chancengleichheit die verschiedenen Formen von Aggression und Krieg einen fruchtbaren Boden [finden], der früher oder später die Explosion verursacht.´“

Dabei habe der Frieden in Mosambik schon erfreuliche Entwicklungen des bitterarmen Land im Südosten Afrikas gezeitigt, so Franziskus. Er nannte Fortschritte in der Bildung und im Gesundheitswesen und mahnte, noch mehr Aufmerksamkeit den jungen Menschen zu widmen. Mosambik ist – wie die meisten armen Länder der Welt - voller hoffnungsvoller Kinder und Jugendlicher. Sie alle, sagte der Papst, verlangten danach, ihre Talente entwickeln zu können: „Sie sind ein Potential, um die so ersehnte soziale Freundschaft auszusäen und heranwachsen zu lassen.“ In der Frage der Gerechtigkeit habe Mosambik eine historische Aufgabe zu erfüllen, erklärte Franziskus. „Lassen Sie in Ihrem Einsatz nicht nach, solange es Kinder und Jugendliche ohne Schulbildung, obdachlose Familien, beschäftigungslose Arbeiter, Bauern ohne Land gibt … Das sind die Grundlagen für eine hoffnungsvolle Zukunft, eine Zukunft in Würde! Das sind die Waffen des Friedens!“

“ Schutz der Erde ist zugleich Schutz des Lebens ”

An dieser Stelle schlug der Papst einen Bogen zum Thema „Sorge für unser gemeinsames Haus“, also Ökologie. „Der Schutz der Erde ist zugleich Schutz des Lebens“, erklärte Franziskus. Das gelte besonders dort, wo „eine Neigung zum Rauben und Plündern“ bestehe. Eine Raffgier dieser Art gehe üblicherweise nicht von der örtlichen Bevölkerung aus, noch diene sie deren Wohl. „Eine Kultur des Friedens“, so der Papst, bringe „eine produktive, nachhaltige und inklusive Entwicklung mit sich, durch die jeder Einwohner Mosambiks erfahren kann, dass dieses Land sein ist“.

Präsident: „Allen Widrigkeiten trotzen" 

Mosambiks Präsident Filipe Nyusi sagte vor dem Papst, der Regierung und den Diplomaten, sein Besuch bei Franziskus im Vatikan vor genau einem Jahr habe letztlich zur Unterzeichnung des Friedensabkommens vom vergangenen 6. August geführt. „Der ermutigende Rat, den Sie uns bei meinem offiziellen Besuch im Vatikan gegeben haben – nämlich den, mit erhobenem Haupt voranzugehen und alle Mosambikaner als Brüder und Schwestern zu betrachten –, dient uns allen hier in Mosambik als Leitfaden für den Dialog, den wir nun eingeleitet haben“, so der Präsident, der seit fünf Jahren im Amt ist. Das Volk von Mosambik sei sich bewusst, welche Herausforderungen vor ihm liegen, hoffe aber, „allen Widrigkeiten trotzen zu können“.

In Mosambik sollen dem jüngsten Friedensabkommen zufolge rund 5.200 Milizen die Waffen abgeben. Mitte Oktober sind Wahlen, Nyusi hofft auf eine zweite Amtszeit.  (vatican news 5)

 

 

 

 

Ökumenischer Tag der Schöpfung am 6. September 2019

 

„Fühlen wir uns (...) dafür verantwortlich, uns mit dem Gebet und dem Einsatz die Sorge um die Schöpfung zu Herzen zu nehmen.“ In diesem Sinne ruft Papst Franziskus in seiner Botschaft zum Weltgebetstag für die Bewahrung der Schöpfung (1. September 2019) alle Menschen zur Umkehr angesichts der fortlaufenden Zerstörung der Schöpfung auf.

 

Die Zeit der Schöpfung, die vom 1. September bis 4. Oktober jährlich begonnen wird, biete, so der Papst, auch die Möglichkeit, „über unsere Lebensstile nachzudenken“. Er prangert insbesondere die ausbeuterischen Praktiken an, deren Wurzel das Vergessen um die Gottebenbildlichkeit und  den Auftrag Gottes zur Bewahrung seiner Schöpfung sei. Papst Franziskus weist auf die tiefe ökumenische Dimension der Schöpfungszeit hin, die alle Christen miteinander verbinde. Ursprünglich durch die orthodoxe Spiritualität angeregt, sei die Zeit der Schöpfung mittlerweile auch eine „Gelegenheit, uns noch stärker mit den Brüdern und Schwestern der verschiedenen christlichen Konfessionen vereint zu fühlen“. Das bringen insbesondere das gemeinsame Gebet und der gemeinsame Einsatz für die Bewahrung der Schöpfung zum Ausdruck, die zur Bildung eines „Lebensnetzes“ beitragen, das alle Menschen miteinander und mit Gottes Schöpfung verbindet.

 

Seit dem Zweiten Ökumenischen Kirchentag 2010 feiert die Arbeitsgemeinschaft Christlicher Kirchen (ACK) in Deutschland jährlich am ersten Freitag im September den ökumenischen Tag der Schöpfung. Das diesjährige Leitthema „Salz der Erde“ verweist auf die Rede Jesu und den Auftrag an seine Jünger, Salz der Erde zu sein. Bundesweit werden mithilfe der von der ACK erarbeiteten Materialien ökumenische Gottesdienste zu diesem Thema gefeiert. „Beim Tag der Schöpfung kann der christliche Schöpfungsglaube neu erfahren werden“, erklärt Erzpriester Radu Constantin Miron, Vorsitzender der ACK in Deutschland. Der Tag biete die Chance, „Augen, Ohren und alle Sinne für Gottes Schöpfung zu öffnen und so den Geheimnissen des Lebens neu auf die Spur zu kommen.“

 

Der ökumenische Tag der Schöpfung wird am 6. September 2019 auf dem Gelände der Bundesgartenschau in Heilbronn begangen. Um 13.00 Uhr eröffnet Ministerpräsident Winfried Kretschmann den Tag mit einer Festrede, es folgen verschiedene Aktionen und Führungen über das Gelände der Bundesgartenschau. Der Tag endet mit einem ökumenischen Festgottesdienst um 17.00 Uhr auf der Sparkassenbühne und einem anschließenden Empfang. Dbk 5

 

 

 

 

Woelki sieht Spaltungsrisiko im synodalen Weg

 

Der Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki sieht den geplanten „synodalen Weg“ zur Erneuerung der Kirche in Deutschland skeptisch. Der Erzbischof bekundete im Interview der Kölner „Kirchenzeitung“ (Freitag) die Befürchtung, dass dieser Weg „große Gefahren in sich birgt - vor allem mit Blick auf eine Spaltung innerhalb der deutschen Kirche“.

Papst Franziskus habe in seinem Brief an die deutschen Katholiken Ende Juni eindeutig darum gebeten, in der Einheit mit der Universalkirche und dem Glauben der Kirche zu bleiben. Unter dem Eindruck des Missbrauchsskandals hatten die deutschen katholischen Bischöfe im Frühjahr einen „verbindlichen synodalen Weg“ zur Erneuerung der Kirche mit großer Mehrheit beschlossen. Beraten werden sollen dabei ab Dezember die Themen Macht, Sexualmoral, priesterliche Lebensform und die Rolle der Frau in der Kirche.

Woelki äußerte sich nach einer USA-Reise. In vielen Begegnungen dort sei die Sorge vor einem deutschen Sonderweg zu spüren gewesen, „dass wir schlimmstenfalls sogar die Gemeinschaft mit der Universalkirche aufs Spiel setzen und zu einer deutschen Nationalkirche werden“, so der Kardinal. „Das kann niemand wollen, und wir sollten die Warnung sehr ernst nehmen.“ Viele seiner Gesprächspartner hätten den Kopf darüber geschüttelt, „dass wir in Deutschland bereit scheinen, das uns anvertraute Glaubensgut mutwillig zu verändern, weil es lautstark von uns gefordert wird“. In den vergangenen Monaten haben katholische Frauenverbände und die Protestbewegung „Maria 2.0“ für eine „geschlechtergerechte Kirche“ und den Zugang von Frauen zu den Weiheämtern demonstriert.

Kirchliche Aufbrüche auch in den USA

Mehrere Theologen und katholische Meinungsführer forderten eine Priesterweihe für verheiratete Männer und eine Segnung gleichgeschlechtlicher Paare. Die amerikanischen Ortskirchen seien nicht vor den Fragestellungen gefeit, die auch die Kirche in Deutschland bewegen, sagte der Erzbischof. Aber er habe den Eindruck gewonnen, dass dort Antworten „nicht in Form eines nationalen Alleingangs oder einer theologischen Selbstüberschätzung“ gegeben würden. Woelki berichtete von kirchlichen Aufbrüchen in den USA und Ordensgemeinschaften mit vielen jungen Menschen. Die „Herzmitte“ sei überall die Entscheidung, das Sakramentale ins Zentrum der Seelsorge und des Gemeindeaufbaus zu stellen. Messfeiern werktags und sonntags oder die eucharistische Anbetung seien „Essentials im Leben der Gemeinden, der Schulen und der Hochschulen“, sagte der Erzbischof.

Er traf auf seiner Reise unter anderen den New Yorker Kardinal Timothy Dolan, den Bostoner Kardinal Sean O'Malley und den von Papst Franziskus ernannten Washingtoner Erzbischof Wilton Gregory. In den USA ist die katholische Kirche mit rund 77 Millionen Mitgliedern und 197 Bistümern die größte Konfession. Viele amerikanische Bischöfe lehnen Kirchenreformen nach liberal-protestantischem Vorbild ab. (kna 5)

 

 

 

Landtagswahlen in Deutschland: „Christen sind in der Verantwortung“

 

Zwei wichtige Landtagswahlen hielten am Wochenende Deutschland in Atem: Sachsen und Brandenburg haben gewählt. Die AfD ist dabei zweitstärkste Kraft geworden - das ist eine Wahlschlappe für CDU und SPD. Aber - das ganz große Beben ist ausgeblieben.

Vor der Wahl haben sich die Kirchen engagiert, zum Wählen aufgerufen – der katholische Erzbischof Heiner Koch und der evangelische Bischof Markus Dröge haben sich zusammengetan und dafür geworben, zur Wahl zu gehen. Beide standen direkt am Montagmorgen unseren Kollegen vom Kölner Domradio Rede und Antwort.

Bischof Dröge, der geistliche Leiter der Evangelischen Kirche Berlin-Brandenburg - schlesische Oberlausitz, zeigte sich zufrieden mit der hohen Wahlbeteiligung. Er sieht gleichzeitig aber auch ein Problem:

„Es ist traurig, dass sie dann denjenigen glauben, die mit Parolen Stimmung machen, statt wirklich konkrete Lösungsmöglichkeiten zu diskutieren. Wir müssen ja auch bedenken, die Funktionäre der AfD kommen fast alle aus dem Westen – es sind also wieder einmal ,Wessis‘, die hier auf demagogische Weise tätig werden. Aber trotzdem, dass die Wahlbeteiligung angestiegen ist, ist ein Zeichen, dass es Probleme gibt, und die müssen nun angegangenen werden.“

Wahlbeteiligung höher als erwartet

Den katholischen Berliner Erzbischof Heiner Koch bewegt das gute Abschneiden der AfD bei der Wahl in Brandenburg – weil es die Polarisierung des Landes zeigt. Ein Großteil der Menschen glaubt den Politikern offensichtlich nicht, und zweifelt daran, dass die Zukunft Positives für sie bereit hält…

Allerdings sagt Erzbischof Koch auch:

„Ich habe es schlimmer erwartet. Vor 14 Tagen wäre das Ergebnis wohl deutlich kritischer gewesen. Ich habe in den vergangenen zwei Wochen eine deutliche Mobilisierung erlebt der Menschen, die sagen, so lassen wir uns unser Land nicht kaputt machen, wir kämpfen gegen Populismus, gegen Rechtspopulismus, gegen Extreme. Das hat wirklich nochmal zu einer Wählermobilisierung geführt, das war unübersehbar. Zu einer Aktivierung, zu einem Bewusstsein, wir sind das Volk, das lassen wir uns nicht von den Populisten wegnehmen. Die die Erwartungen übersteigende Wahlbeteiligung ist ein deutliches Zeichen, aber auch eine umschwingende Mentalität. Die gilt es jetzt zukunftsgerecht zu nutzen. Also nicht lamentieren, sondern mehr Zukunft bauen.“

Christen sind in der Verantwortung

Auch wenn er genauso wenig wie Bischof Dröge Politiker ist, sondern Kirchenmann: Beide hatten den Aufruf zur Wahl gestartet. Und zwar nicht, weil sie für eine bestimmte Partei Position beziehen wollen – sondern weil sie Grundfragen des menschlichen Zusammenlebens gefährdet sehen:

„Wir sind auch mit in der Verantwortung, genauso wie viele bürgerliche und gesellschaftliche Kreise, jetzt uns nicht wieder zurückziehen und zu sagen, sollen die Politiker doch machen. Wir haben als Christen eine Verantwortung, wir dürfen uns nicht in die Mauern der Kirche und der Sakristei zurückziehen - das müssen wir aktiv wahrnehmen, auch indem wir die, die die Verantwortung übernehmen und nicht von heute auf morgen alles lösen können, unterstützen.“

Durch das Wahlergebnis ergebe sich nun jedenfalls für alle Parteien und die einzelnen Abgeordneten die Notwendigkeit zu Dialog und Zusammenarbeit, um Lösungen für die drängenden Probleme zu finden, so der Appell des Berliner Erzbischofs, dessen Diözese auch weite Teile Brandenburgs umfasst.

Sowohl das ausführliche DOMRADIO-Interview mit Erzbischof Koch als auch mit dem evangelischen Bischof von Berlin-Brandenburg - schlesische Oberlausitz, Markus Dröge, finden Sie zum Nachlesen auf DOMRADIO.DE.

(domradio 2)

 

 

 

 

Ukrainisch griechisch-katholische Synode beginnt mit dem Papst

 

47 Bischöfe der katholischen Ostkirche der Ukraine sind seit diesem Montag in Rom versammelt, um über die synodale Dimension ihrer Mission nachzudenken. Sie wurden zu Beginn ihrer Synode von Papst Franziskus empfangen.

Mario Galgano - Vatikanstadt

 

Die Synode der ukrainisch griechisch-katholisch Kirche wurde am 1. September in Rom zum Thema „Gemeinschaft im Leben und Zeugnis der ukrainisch griechisch-katholischen Kirche“ eröffnet. In diesem Jahr ist diese Versammlung von besonderer Bedeutung, da die ukrainisch griechisch-katholische Synode ihren 90. Jahrestag feiert; gleichzeitig findet sie auch anlässlich des fünfzigsten Jahrestages der Weihe der Basilika der Heiligen Sophia in Rom statt. Das ist die bedeutendste Kathedrale der griechisch-katholischen Kirche der katholischen Kirche, da sie, wie ihr Oberhaupt Großerzbischof Swjatoslaw Schwetschuk am Sonntag bei der Eröffnungsliturgie sagte, die katholische Dimension aufzeige. Die Basilika der Heiligen Sophia, so der Großerzbischof, sei Sinnbild für „Urbi et Orbi“, also der Verbindung mit dem Bischof von Rom und der Weltkirche.

Einladung an den Papst: Wir erwarten Sie in der Ukraine

Die Mitglieder der Synode wurden am Montagmorgen von Papst Franziskus empfangen. Der Kiewer Großerzbischof Schewtschuk begrüßte den Papst und dankte ihm dafür, dass er im vergangenen Juli eine Exarchie für ukrainische katholische Gläubige des byzantinischen Ritus mit Wohnsitz in Italien errichtet hatte. Das Haupt der ukrainischen Kirche erinnerte auch daran, wie wichtig es für die byzantinische Kirche der Ukraine sei, den synodalen Weg fortzusetzen, dem sie sich verpflichtet habe.

„Heute haben wir uns um Sie versammelt und wollen Ihnen versichern, dass unsere Kirche eine pastorale Bekehrung lebt“, fuhr Großerzbischof Schewtschuk fort und betonte die Wichtigkeit, ein authentisches Zeugnis zu leben, nämlich eine persönliche Begegnung mit Christus. „Unsere Kirche, überall auf der Welt, betet für Sie, unterstützt Sie, hört Ihnen zu und erwartet Ihren Besuch in der Ukraine“, schloss der griechisch-katholische Primas der Ukraine die Einladung, die an Papst Franziskus gerichtet war.

Synode ist kein Parlament

In seiner Antwort an Bischof Schewtschuk kehrte der Papst zur Bedeutung des synodalen Ansatzes zurück und erklärte die wahre Bedeutung dieses Weges: „Es besteht die Gefahr zu glauben, dass ein synodaler Weg oder eine Haltung der Synodalität bedeute, eine Meinungsforschung durchzuführen und dann eine Versammlung zu organisieren, um eine Einigung zu erreichen. Nein, so ist es nicht. Die Synode ist kein Parlament“, warnte der Papst: „Wo der Heilige Geist fehlt, da kann es auch keine Synode geben.“

Franziskus lud die griechisch-katholischen ukrainischen Bischöfe ein, zum Heiligen Geist zu beten und erinnerte an das Konzil von Ephesus, wo die Teilnehmer viele Streitigkeiten hatten. „Aber es war letztlich der Heilige Geist, der sie dazu brachte, zu sagen: ,Maria, Mutter Gottes´“, sagte der Papst und ermutigte seine Gäste, „diesen Weg fortzusetzen“.

4,5 Millionen Gläubige weltweit

Das Leitungsorgan der mit weltweit rund 4,5 Millionen Christen größten katholischen Ostkirche berät bis 10. September über aktuelle Fragen. Nach Angaben des Sekretariats des Großerzbistums Kiew-Halytsch nehmen an dem Treffen auch Leiter von Auslandsgemeinden in den USA, Lateinamerika, Australien und dem Nahen Osten teil. 

Am Dienstag soll auch der vatikanische Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin an den Arbeiten teilnehmen. Am Mittwoch ist eine Rede von Kardinal Angelo De Donatis geplant; er ist päpstlicher Verwalter des im Juli errichteten Exarchats für die rund 70.000 Mitglieder der ukrainischen griechisch-katholischen Kirche in Italien.

Eine Kirche „sui iuris

Die ukrainisch griechisch-katholisch Kirche ist eine Kirche eigenen Rechts und zugleich mit Rom uniert, untersteht also dem Papst. Die Synode hat die Aufgabe, Gesetze für ihren Rechtsbereich zu erlassen, Bischöfe zu wählen und in letzter Instanz Recht zu sprechen. Die Verlegung des Hauptsitzes der Kirche von Lviv (Lemberg) nach Kiew 2005 und die Errichtung neuer Kirchenbezirke in der Ostukraine führte zu Spannungen mit der ukrainisch-orthodoxen Kirche des Moskauer Patriarchats.

Aus Union von Brest hervorgegangen

Historisch ist die griechisch-katholische Kirche hervorgegangen aus der 1596 geschlossenen sogenannten Union von Brest - einer Stadt an der heutigen Westgrenze Weißrusslands. Damals unterstellten sich die orthodoxen Bischöfe des polnisch-litauischen Staates, unter ihnen auch die Kiewer Metropolie, dem Papst. Ein Großteil der dortigen Kirchenhierarchie und der Gläubigen beharrte aber auf der Zugehörigkeit zum Patriarchat von Konstantinopel. So kam es 1620 zur Wiedererrichtung einer orthodoxen Metropolie. Den Namen der Kirche führte 1774 die österreichische Kaiserin Maria Theresia ein, zu deren Reich die Westukraine gehörte.

Die Gottesdienste zelebrieren die ukrainischen Unierten im sogenannten byzantinischen, also ostkirchlichen Ritus. Wie die orthodoxen Kirchen feiern sie Weihnachten und Ostern nach dem Julianischen Kalender. Ebenso weiht die griechisch-katholische Kirche auch verheiratete Männer zum Priester, nicht jedoch zum Bischof.

Die kommunistische sowjetische Führung verbot die griechisch-katholische Kirche 1946 und ordnete ihre Zwangsvereinigung mit der russisch-orthodoxen Kirche an. Zahlreiche Bischöfe und Geistliche wurden verhaftet und starben in sibirischen Gulags. Erst 1989 kam die Kirche wieder aus dem Untergrund.

(vn/kap 2)

 

 

 

Kolping-Exclusivvorstellung von „Bonifatius – Das Musical“ auf dem Domplatz in Fulda

 

Deutschlands größte Musical Open-Air Produktion mit attraktivem Rahmenprogramm, Highlight des Jubiläumsjahres 150 Jahre Kolpingwerk im Diözesanverband Fulda

 

Fulda. 1.500 Kolpingsfreunde aus ganz Deutschland, über 60 Banner, die beim bewegenden Bannereinzug vor barocker Kulisse Flagge zeigten, eine hochkarätige Talkrunde und ein Bonifatiusmusical, welches Kenner als europäische Spitzenklasse bezeichneten. Das sind nur einige Fakten eines Events, welches seinesgleichen suchte. Besucher hatten sich aus den Diözesanverbänden Speyer, Würzburg, Freiburg, Mainz, Rottenburg-Stuttgart, Limburg, Paderborn, Bamberg und Fulda zum Fuldaer Dom aufgemacht, wo Bonifatius, der „Apostel der Deutschen“, begraben liegt. Der Domplatz wurde zur Freilichtbühne des Historiendramas mit Live-Orchester und großem Konzertchor.

 

Im Vorfeld präsentierte das Kolpingwerk Fulda ein exklusives Rahmenprogramm für Kolpingsfreunde mit echtem Kolpingspirit. Bereits der Einzug der zahlreichen Banner mit Monumentalmusik hatte Gänsehautcharakter. Diözesangeschäftsführer Steffen Kempa und Verbandsreferentin Melanie Möller begrüßten die Gäste zu einer Talkrunde zum Thema „Kolping trifft Bonifatius“. Über die beiden Persönlichkeiten Adolph Kolping und Winfried Bonifatius sprachen sie mit dem Fuldaer Bischof Dr. Michael Gerber, dem Bundestagsabgeordneten Michael Brand (CDU), dem Komponisten Dennis Martin und dem Kolping-Diözesanvorsitzenden Josef Richter. Auf die Frage, was die Kirche heute tun könne, um Bonifatius Beispiel zu folgen, der fast einen ganzen Kontinent für den christlichen Glauben begeisterte, antwortete Bischof Gerber: „Wenn ich Feuer in anderen entzünden will, muss ich dorthin gehen, wo sie sind, so wie Bonifatius es getan hat.“ Die Verbände sieht Bischof Gerber heute als Fackeln und Leuchttürme in Kirche und Gesellschaft. Bonifatius sei zudem mutig gewesen, indem er in eine ihm fremde Kultur gegangen sei. Selbst im hohen Alter sei er immer wieder neu aufgebrochen. Beide, Bonifatius und Adolph Kolping gingen mutig ihren Weg, um gegen Missstände in ihrer Zeit vorzugehen auf der Basis des christlichen Glaubens.

 

Michael Brand zitierte Adolph Kolping mit den Worten: „Schön reden tut`s nicht, die Tat ziert den Mann“ und er fügte augenzwinkernd hinzu „und die Frau“. Diese Tatkraft verbindet Kolping mit Bonifatius und findet sich im Musical wieder im Lied: „Ein Mann, ein Wort, das den Glauben vermehrt…“ Besonders beeindruckt zeigte sich Brand von der Tatkraft des Kolpingwerks im Diözesanverband Fulda und nannte als Beispiel den neu eröffneten AzubiKampus pings, der deutschlandweit einzigartig ist und jungen Menschen Heimat bietet, so wie Kolping es bereits vor 150 Jahren getan hat. Dies sei ein tolles Beispiel, wie man das Vermächtnis und die Werte Kolpings in die heutige Zeit übertragen könne. Es sei ein wegweisendes und exzellentes Leuchtturmprojekt und zeige, wie eine Wertegemeinschaft in der heutigen Zeit hervorragend gelingen kann.

 

Diözesanvorsitzender Josef Richter bezeichnete Kolping als einen Schuster, der nicht bei seinen Leisten blieb und immer wieder neues geschaffen habe. Für ihn war Tradition nicht das Hüten der Asche, sondern die Weitergabe des Feuers. Dennis Martin erzählte, wie es im Jahr 2004, dem 1.250 Todestag von Bonifatius zur Premiere des Musicals über den Bistumspatron im Fuldaer Schlosstheater kam. Es wurde der Startschuss für viele weitere spotlight-Musicalproduktionen, unter anderem folgte „Kolpings Traum“.

 

Sichtlich berührt zeigten sich die Anwesenden beim bischöflichen Segen durch Bischof Gerber. Unter Leitung von Regionalkantor Christopher Löbens mit dem Jugendorchester aus Hünfeld wurde gemeinsam als Massenchor das Lied „Wir sind Kolping“ mit Live-Begleitung als Hymne der Gemeinschaft gesungen, bei dem bei allen Beteiligten echter Gänsehautcharakter entstand.

 

Das Bonifatiusmusical wurde bei bestem Spätsommerwetter zu einem Ereignis, welches die Besucher zutiefst berührte. Einer der Höhepunkte war das Lied „Wir sind das Salz der Erde und das Licht der Welt“, bei dem die gesamte Domfassade durch Lichtprojektionen mit einbezogen wurde. Das Leben und Sterben des Bonifatius im 8. Jahrhundert und sein Einsatz für die Verbreitung der christlichen Botschaft auch gegen Missstände in der eigenen Kirche wurden hochklassig dargestellt und gingen unter die Haut. Begleitet wurde das Musical von einem großen Sinfonieorchester und einem Chor mit zahlreichen Mitwirkenden, das Bühnenkonzept war spektakulär.

 

Bischof Michael Gerber zeigte sich in einem Beitrag in der Kirchenzeitung „Bonifatiusbote“ sehr bewegt von den zukunftsweisenden Botschaften, die das Musical enthalte: eine Kirche, die Verantwortung für die Verfehlungen in ihren Reihen übernimmt, eine heidnisch-germanische Religion, die auch im Musical keine wirkliche Alternative zum Christentum bietet, die befreiende Botschaft der christlichen Religion und das Schriftwort, aus dem Bonifatius lebt: „Wenn das Weizenkorn nicht in die Erde fällt und stirbt.“ Dies zeige auf, welchen Sendungsauftrag die Kirche heute habe.

 

Tief beeindruckt machten sich die Kolpingsfreunde auf den Heimweg nach einem unvergesslichen Abend und einem großartigen Gemeinschaftserlebnis anlässlich des 150-jährigen Jubiläums des Kolpingwerks im Bistum Fulda. Bpf 2

 

 

 

Maria 2.0 möchte sich nicht am „Synodalen Weg“ beteiligen

 

Die katholische Initiative Maria 2.0 will den „Synodalen Weg“ nicht mitgehen. Unter dem Eindruck des Missbrauchsskandals hatte die Deutsche Bischofskonferenz im Frühjahr einen „verbindlichen synodalen Weg“ für die katholische Kirche in Deutschland beschlossen. Eine diesbezügliche Anfrage der katholischen Bischöfe habe man abgelehnt, erklärten Vertreterinnen der Initiative.

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Vertreter der Kirchenleitung hätten bei Maria 2.0 angefragt, beim „Synodalen Weg“ als stimmberechtigte Mitglieder des Frauen-Forums mitzumachen, sagte Mitbegründerin Lisa Kötter dem Münsteraner Online-Magazin „Kirche und Leben“. Die Initiative habe sich jedoch gegen eine solche Beteiligung entschieden.

„Wir wollen frei bleiben, uns nicht vereinnahmen lassen und uns keine Struktur geben“, begründete Mitinitiatorin Andrea Voß-Frick die Entscheidung. Unter dem Eindruck des Missbrauchsskandals hatten die katholischen Bischöfe in Deutschland im Frühjahr einen „verbindlichen synodalen Weg“ zur Erneuerung der Kirche angestoßen. Mit ihm wollen sie und das Zentralkomitee der deutschen Katholiken Lehren aus dem Skandal ziehen und Vertrauen zurückgewinnen.

Zweite Aktionswoche geplant

Maria 2.0 plant, in einer zweiten Aktionswoche mit neuen Aktionen auf die Notwendigkeit von Reformen und der Gleichberechtigung von Männern und Frauen in der Kirche hinzuweisen. Vom 2. bis 8. Oktober wollen wieder hunderte Gruppen für eine geschlechtergerechte Kirche demonstrieren. Darin werde diesmal aber nicht zu einem „Kirchenstreik“ aufgerufen, hieß es; im Mittelpunkt stünden selbst organisierte Gottesdienste und Gespräche. Zur Vorbereitung trafen sich mehr als 50 Vertreterinnen von bundesweiten Maria 2.0-Gruppen in Münster. Aktivistinnen aus Kassel, Köln, Würzburg. Osnabrück und Paderborn nahmen teil.

Bei der ersten Aktionswoche im Mai hatte die Initiative Frauen aufgerufen, eine Woche lang weder eine Kirche zu betreten noch ehrenamtlich tätig zu werden. Dem Appell waren nach Angaben der Initiatorinnen über 1.000 Gruppen in ganz Deutschland gefolgt. Maria 2.0 setzt sich unter anderem für den Zugang von Frauen zu allen Ämtern in der Kirche ein. (KNA 3)