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    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Buone Feste Pasquali

 

Notiziario religioso 16 marzo – 15 aprile 2024

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Sinodo, il Cardinale Grech: "Lo Spirito Santo è attivo nella Chiesa di oggi". 1

2.     Il Card. Cantalamessa: "La speranza è la grande taumaturga". 1

3.     L’autobiografia di papa Francesco.. 1

4.     Parigi per le Olimpiadi presenta la cattedrale Des Invalides senza croce. 1

5.     La chiesa Addolorata Madre di Dio a Lispenhausen in vendita su Ebay. 1

6.     La Chiesa in campo contro le mafie. Un convegno e un libro. 1

7.     Università Cattolica del Sacro Cuore. Giovani tra disincanto e desiderio. 1

8.     Preparazione al Giubileo 2025 “Pellegrini della speranza” in Germania. 1

9.     Presentato il padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia. 1

10.  Il cuore di Dio batte anche per i peccatori. IV Domenica di Quaresima. 1

11.  “In dialogo”. Il “bilancio di comunione” del Movimento dei Focolari 1

12.  “La teologia aiuta la fede, ma credere non è semplicemente una scelta”. 1

13.  Il Cardinale Fernandez: "Ad aprile un documento sulla dignità umana". 1

14.  Otto marzo. 8xmille. Cei: in 10 anni 307 i progetti in favore delle donne. 1

15.  L' Atto di Dolore è importante e sempre valido.. 1

16.  “Chiesa Nostra”, dalla negazione all’antimafia. Così sono cambiati i rapporti tra preti e boss. 1

17.  Il Cardinale Cantalamessa: "Il solvente di ogni paura è Cristo". 1

18.  Smaschilizzare la Chiesa. 1

19.  “Non venga meno vostro impegno nella lotta ad abusi, Chiesa sia luogo sempre più sicuro”. 1

20.  Papa Francesco: "La violenza contro le donne è scandalosa". 1

21.  Madonna di Trevignano, il vescovo boccia le apparizioni: “Nulla di soprannaturale”. 1

22.  “Cos’è la preghiera?” Come bisogna pregare?. 1

23.  La reazione della Conferenza episcopale tedesca alla lettera da Roma. 1

24.  Il nazionalismo etnico è incompatibile con il cristianesimo. 1

25.  Ad limina Emilia-Romagna, l'Arcivescovo Perego racconta la visita. 1

26.  Don Marcello nuovo missionario ad Hanau e Fulda. 1

27.  Aborto nella Costituzione in Francia? “Non esiste un diritto a sopprimere una vita umana”. 1

28.  La croce e la logica della deponenza. 1

29.  I vescovi delle Marche visita “ad limina”. 1

30.  L’Aborto entra nella Costituzione francese. Intervista al vescovo Hérouard. 1

31.  Kantiere Kairos, è online l’e-book ‘Diario di Quaresima' 1

32.  Giornata mondiale dei bambini. Presentato l’incontro di maggio. 1

33.  Suicidio assistito, il netto no dei Vescovi dell'Emilia-Romagna. 1

34.  Il vescovo Wilmer. Insieme a Francesco, per una Chiesa sinodale. 1

35.  Cosa ha da dire la Chiesa sull’Intelligenza Artificiale. 1

36.  Il Corpo di Cristo è tempio di Dio. III Domenica di Quaresima. 1

37.  Anno giudiziario: “il compito di giudicare richiede le virtù della fortezza e del coraggio”. 1

38.  Papa Francesco, "fare più casa e meno mercato". 1

39.  Fine Vita: vescovi Emilia-Romagna su decreto suicidio assistito, “proposta che sconcerta”. 1

40.  Un motu proprio per armonizzare la legge della Segnatura. 1

41.  Papa Francesco e il Cancelliere di Germania Scholz, 35 minuti di conversazione. 1

42.  Spunta un nuovo testo anti-Bergoglio: “Il Vaticano di domani”. 1

43.  Papa Francesco, oggi il pericolo più brutto è l’ideologia del gender. 1

44.  Il card. Cantalamessa: "Gesù il rivelatore è Lui stesso la rivelazione". 1

 

 

1.     XVIII. Jahrestagung Illegalität in Berlin beendet. „Ohne Papiere, aber nicht ohne Rechte!“. 1

2.     Insolvenzen: Kirchliche Wohlfahrtsverbände in der Krise. 1

3.     Viele neue Details: Eine Autobiografie von Papst Franziskus. 1

4.     Kritik an Papst-Aussagen zum Krieg in der Ukraine reißt nicht ab.. 1

5.     Papst bestimmt Studiengruppen zu Themen der Weltsynode. 1

6.     Ökumenisches Miteinander schätzen und bestärken. 1

7.     Mit Petrus, immer. 1

8.     Papst: Tugenden in „dramatischen Zeiten“ wiederentdecken. 1

9.     Schluss mit dem Irrsinn des Krieges!. 1

10.  Palmsonntagskollekte am 24. März 2024.. 1

11.  Parolin: „Für den Papst ist Verhandeln keine Kapitulation“. 1

12.  Der Erzbischof Heße verurteilt antimuslimischen Rassismus. 1

13.  Kinderschutzkommission beendet Vollversammlung. 1

14.  Riccardi verteidigt Papstworte zur Ukraine. 1

15.  Themenseite zum Heiligen Jahr gestartet. Informationen aus Deutschland und Rom unter www.heiligesjahr2025.de. 1

16.  Bruni: „Der Papst ruft zum Mut zu Verhandlungen für die Ukraine auf“. 1

17.  Neuer Paderborner Erzbischof hat sein Amt angetreten.. 1

18.  Erzbischof Dr. Udo Bentz als Erzbischof von Paderborn eingeführt. Bischof Bätzing: „Die vielen Quellen kennenlernen“. 1

19.  Bischof Meier wirbt für Solidarität von Christen mit Juden und Muslimen.. 1

20.  Kardinal O'Malley: „Wir wollen, dass Kinder sicher sind“. 1

21.  Grußbotschaft zum Beginn des Fastenmonats Ramadan. Bischof Bätzing: „Weg der Geschwisterlichkeit!“. 1

22.  Italien: Bischofs-Dekret gegen angebliche Marienerscheinungen.. 1

23.  Papst: „Gott wird nicht müde zu vergeben“. 1

24.  Empfang der DBK für die Partner im christlich-islamischen Dialog „Keine Gerechtigkeit ohne Geschlechtergerechtigkeit“. 1

25.  Ramadan. Drei Gründe, warum wir den Fastenmonat schätzen können.. 1

26.  Eine bedeutsame und lobenswerte Geste während des Ramadan. 1

27.  Mainz. Bischof Peter Kohlgraf Gegen Atomwaffen und „Kriegstauglichkeit“. 1

28.  Papst: Missbrauchsopfer müssen angehört werden. 1

29.  Verband der Diözesen Deutschlands und GEMA vereinbaren Vergütung über Musiknutzungen in Gottesdiensten. 1

30.  Heiliges Land: Pilgerzahl dramatisch gesunken. 1

31.  Gegen den Stolz kämpfen. 1

32.  Papst empfiehlt journalistische W-Fragen beim Thema Teilen. 1

33.  Frankreich: Ein schwarzer Tag für den Lebensschutz. 1

34.  Christen und Rechtsextreme: „Der Kontrast könnte nicht größer sein“. 1

35.  Weltkindertag im Mai: Details zum Programm vorgestellt 1

36.  Papst: „Mehr Heimat statt Markt“. 1

37.  Weitere Missbrauchsfälle in Mainz. 1

38.  Neuer Bamberger Erzbischof eingeführt. 1

39.  Papst an Kinder: Jeder von euch „größtes Geschenk“. 1

40.  Erzbischof Herwig Gössl als Erzbischof von Bamberg eingeführt. 1

41.  Der Bischof Wilmer: „Demonstrieren allein ist zu wenig“. 1

42.  Fastenpredigt: Geist der Weltlichkeit dringt ein wie ein Virus. 1

43.  Nach katholischen Bischöfen: Auch EKD warnt vor AfD.. 1

44.  Papst: Gender-Ideologie „löscht Menschlichkeit aus“. 1

45.  Ausschreibung Katholischer Medienpreis 2024. Einsendeschluss am 16. April 2024. 1

46.  Retten Reformen die Kirche? Stimmung an der katholischen Basis. 1

 

 

 

Sinodo, il Cardinale Grech: "Lo Spirito Santo è attivo nella Chiesa di oggi"

 

Il Papa ha disposto che le questioni affrontate nella Relazione di Sintesi della Prima Sessione della XVI Assemblea del Sinodo siano oggetto di studio approfondito da parte di gruppi ad hoc - Marco Mancini

 

Città del Vaticano. In una lettera inviata al Cardinale Grech, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, Papa Francesco ha disposto che le questioni affrontate nella Relazione di Sintesi della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, approvata il 28 ottobre 2023 siano oggetto di studio approfondito.

“Non essendo possibile svolgere questo studio nel tempo della Seconda Sessione - scrive il Papa - dispongo che esse vengano assegnate a specifici Gruppi di Studio, affinché si proceda a un loro adeguato esame. È importante che i suddetti Gruppi di Studio lavorino secondo un metodo autenticamente sinodale, di cui ti chiedo farti garante”.

“I Gruppi di Studio - prosegue il Pontefice - offriranno un primo resoconto della loro attività in occasione della Seconda Sessione e, possibilmente, concluderanno il loro mandato entro il mese di giugno 2025”.

Tali Gruppi si occuperanno di alcuni aspetti delle relazioni tra Chiese orientali cattoliche e Chiesa latina; ascolto del grido dei poveri; missione nell’ambiente digitale; revisione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria; questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali; revisione, in prospettiva sinodale e missionaria, dei documenti che disciplinano le relazioni fra Vescovi, Vita consacrata, Aggregazioni ecclesiali;  aspetti della figura e del ministero del Vescovo, in particolare criteri di selezione dei candidati all’Episcopato, funzione giudiziale del Vescovo, natura e svolgimento delle visite ad limina Apostolorum in prospettiva sinodale missionaria; ruolo dei Rappresentanti Pontifici in prospettiva sinodale missionaria; criteri teologici e metodologie sinodali per un discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse; recezione dei frutti del cammino ecumenico nelle prassi ecclesiali.

“Sarà compito della Segreteria Generale del Sinodo - conclude il Papa - predisporre la traccia di lavoro che precisi il mandato dei gruppi alla luce delle mie indicazioni”.

Sempre questa mattina sono stati presentati due documenti dal titolo “Come essere Chiesa sinodale in missione? Cinque prospettive da approfondire teologicamente in vista della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi” e “Gruppi di studio su questioni emerse nella Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi da approfondire in collaborazione con i Dicasteri della Curia romana”.

“Siamo qui - ha esordito in conferenza stampa il Cardinale Mario Grech - per condividere i frutti di questo processo sinodale, ringraziamo il Signore per la bontà che c’è nel popolo di Dio. Ho imparato quanto amore c’è nel popolo di Dio verso la Chiesa e il mondo. Frutto di questo amore possiamo condividere la strada da fare, ma anche cogliere i frutti di questo albero che ha le radici nella Parola di Dio, nella tradizione, nel magistero e nell’esperienza vissuta. Lo Spirito Santo è attivo nella Chiesa di oggi. Il tema per la prossima sessione sarà guidato dalla domanda come essere Chiesa sinodale in missione”.

Saranno affrontati - ha aggiunto il porporato - diversi aspetti a partire da quello “teologico. L’aspetto canonistico, vi è una commissione all’interno della Segreteria Generale del Sinodo e il coordinamento è affidato al Dicastero per i Testi legislativi. Abbiamo chiesto alle conferenze episcopali di coinvolgere esperti presenti sui singoli territori, il Papa ha rinnovato il gruppo dei consultori”. Particolare importanza poi al ruolo del parroco. “Con il Dicastero per il Clero si è organizzato un incontro dei rappresentati dei parroci, con l’obiettivo di ascoltare e valorizzare il ruolo dei parroci. Solo chi fa esperienza della sinodalità capisce cosa essa significhi. L’incontro sarà tra 29 aprile e 2 maggio e sarà concluso dal Papa. Per accompagnare i vescovi la Segreteria ha partecipato a incontri con conferenze episcopali e convegni nel mondo. Si stanno costituendo gruppi di studio tra la segreteria del Sinodo e la curia romana a cui è affidato il coordinamento, le materie sono state decise dal Papa nella lettera pubblicata stamane”.

Nel suo intervento il Cardinale Hollerich,Relatore Generale, ha parlato delle “direttrici di lavoro individuate dalla relazione di sintesi: la prima consiste nel mantenere viva la dinamica sinodale nelle chiese locali. Il tempo è limitato e si dovrà fare quello che è possibile. La seconda consiste nell’approfondire la questione centrale del Sinodo, come essere chiesa sinodale in missione con la partecipazione di tutti nella varietà dei carismi nell’unica missione di annunciare Cristo al mondo. Le sintesi delle consultazioni a cura delle conferenze episcopali dovranno pervenire a Roma entro il 15 maggio. La terza è approfondire con modalità sinodale temi rilevanti che richiedono di essere trattati a livello della Chiesa intera insieme ai dicasteri della Curia Romana”.

Il Papa - ha osservato Suor Simona Brambilla, Segretaria del Dicastero per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica - ha ricordato che «il Sinodo è sulla sinodalità e non su questo o quel tema... L’importante è come si fa la riflessione, cioè in modo sinodale». “Come Chiesa, a vari livelli, abbiamo bisogno di approfondire questo come, ossia i modi concreti, le vie, i processi attraverso i quali si realizza di fatto la sinodalità, il camminare insieme. E questa attenzione si applica a tutti i temi e le questioni che la Relazione di sintesi ha raccolto: come trattarli, rifletterli, approfondirli, elaborarli, viverli in modo sinodale? Appunto, il sinodo non è su questo o quel tema: è sulla sinodalità, diceva il Santo Padre. Proprio per questo, il percorso che ci conduce all’ottobre 2024 mira a favorire e sviluppare processi, movimenti sinodali ai vari livelli di Chiesa. Anche nella Curia Romana, nelle e tra le varie Istituzioni della stessa”.

“La Commissione - ha spiegato invece l’Arcivescovo Filippo Iannone, Prefetto del Dicastero per i Testi Legislativi - è stata voluta dal Papa e ha il compito di elaborare proposte di revisione dei due codici di diritto canonico alla luce degli sviluppi del cammino sinodale, ogni riforma ha bisogna di norme per diventare operativa e non restare una pia esortazione. La Commissione offre la propria assistenza alla Segreteria del Sinodo per il lavoro che è chiamata a fare. Abbiamo già iniziato il lavoro di studio e di approfondimento, una nuova riunione è prevista a fine aprile per offrire indicazioni più concrete per l’Instrumentum Laboris. La Commissione riflette sul tema della partecipazione dei fedeli all’unica missione di annunciare Gesù Cristo al mondo. Questo comporta norme che regolino il funzionamento degli organismi di partecipazione a ogni livello, a partire dalle parrocchie, prestando attenzione tra il momento consultivo e quello deliberativo nei processi decisionali per garantire che il contributo di tutti i partecipanti sia valorizzato”. Aci 14

 

 

 

 

Il Card. Cantalamessa: "La speranza è la grande taumaturga"

 

Nella predica di Quaresima il porporato ricorda che "ciò che è straordinario rispetto alla speranza è che la sua presenza cambia tutto anche quando esteriormente non cambia nulla" - Di Marco Mancini

 

Città del Vaticano. “La resurrezione di Lazzaro provoca la morte di Gesù, la morte di Gesù provoca la resurrezione di chiunque crede in Lui”. Lo ha detto stamane il Cardinale Raniero Cantalamessa, Predicatore della Casa Pontificia, nella predica di Quaresima offerta al Papa e alla Curia Romana nell’Aula Paolo VI.

“Gesù – afferma il porporato - può dire io sono la resurrezione perché Lui è risorto. E’ stato l'apostolo Paolo ad affermare l'inscindibile legame tra la fede cristiana e la resurrezione di Cristo”.

“Ho parlato in un'altra meditazione – ha ribadito il Cardinale Cantalamessa - del pregiudizio presente nei non credenti nei confronti della fede. Essi rimproverano ai credenti, a noi, di non poter essere obiettivi dal momento che la fede impone in partenza la conclusione a cui devono giungere, senza accorgersi che altrettanto avviene tra di essi se si parte dal presupposto che Dio non esiste. il soprannaturale non esiste, i miracoli non sono possibili. La conclusione a cui si giungerà è anch'essa data in partenza e perciò è alla lettera un pregiudizio e la resurrezione di Cristo costituisce il caso più esemplare di ciò”.

Il Cardinale Cantalamessa osserva che vi sono “due resurrezioni, due tipi di resurrezione: c'è una resurrezione del corpo che avverrà nell'ultimo giorno e una del cuore che deve avvenire ogni giorno”.

Gesù parla spesso di fede e carità, ma non di speranza. “Stranamente la parola speranza è assente nella predicazione di Gesù. I Vangeli riportano molti detti di Gesù sulla fede, sulla carità nessuno sulla speranza, anche se tutta il suo  messaggio, il suo Vangelo parla di una vita che non muore. Al contrario dopo la Pasqua vediamo esplodere letteralmente l'idea del sentimento della speranza nella predicazione degli apostoli . L'assenza di detti di Gesù sulla speranza è semplice: doveva prima morire e risorgere, aprendo la fonte della speranza”.

Ricordando l’episodio della guarigione dello storpio il porporato francescano spiega che quanto accaduto ”potrebbe accadere anche a noi grazie alla speranza: spesso ci troviamo anche noi spiritualmente nella posizione dello storpio sulla soglia del tempio. La speranza dice anche a noi alzati e cammina e noi ci alziamo e entriamo finalmente nel cuore nel tempio, cioè della Chiesa, pronti ad assumere di nuovo e con gioia i compiti e le responsabilità che la provvidenza o l'obbedienza ci assegnano. Questi sono i miracoli quotidiani della speranza, che è davvero una grande taumaturga operatrice di miracoli. Rimette in piedi migliaia di storpi e paralitici spirituali migliaia di volte. Ciò che è straordinario rispetto alla speranza è che la sua presenza cambia tutto anche quando esteriormente non cambia nulla”. Aci 15

 

 

 

 

L’autobiografia di papa Francesco

 

Fra pochi giorni (19 marzo) sarà in libreria l’autobiografia di papa Francesco „Life. La mia storia nella Storia” (HarperCollins) scritto con il giornalista vaticanista e amico del papa, Fabio Marchese Ragona. L’autobiografia di papa Francesco uscirà in America e in Europa in diverse lingue. Un titolo significativo sulla consapevolezza del Papa, di essere, di agire e di interagire nella Storia di uomini e donne, nella Storia del mondo. Il quotidiano Corriere della Sera ha pubblicato oggi (14 marzo) alcuni passaggi in esclusiva. Ne riportiamo alcuni passaggi.

L’eco della dichiarazione Fiducia Supplicans e delle reazioni critiche che ha suscitato presso alcune diocesi, soprattutto in Africa, è ancora ben presente. Il papa non teme lo scisma:

Una Chiesa madre, accogliente: «Immagino una Chiesa madre, che abbracci e accolga tutti, anche chi si sente sbagliato e chi in passato è stato giudicato da noi. Penso alle persone omosessuali o transessuali che cercano il Signore e che invece sono state respinte o cacciate». Il Papa conferma «le benedizioni alle coppie irregolari: voglio soltanto dire che Dio ama tutti, soprattutto i peccatori. E se dei fratelli vescovi decidono di non seguire questa strada, non significa che questa sia l’anticamera di uno scisma, perché la dottrina della Chiesa non viene messa in discussione».

Non pensa a una rinuncia: Solo se subentrasse un grave impedimento fisico allora ci sarebbe una rinuncia, come aveva scritto in una lettera depositata nella Segreteria di Stato, all’inizio del suo pontificato. „Qualcuno negli anni forse ha sperato che prima o poi, magari dopo un ricovero, facessi un annuncio del genere, ma non c’è questo rischio: grazie al Signore, godo di buona salute e, a Dio piacendo, ci sono molti progetti ancora da realizzare”.

Il Vaticano, ultima monarchia assoluta: „Scrive il Papa che, se fosse andato dietro a tutte le cose dette e scritte su di lui, sarebbe dovuto andare dallo psicologo una volta la settimana. Ma l’ha ferito chi ha scritto che «Francesco sta distruggendo il papato». «Cosa posso dire? Che la mia vocazione è quella sacerdotale: prima di tutto sono un prete, sono un pastore, e i pastori devono stare in mezzo alle persone… È vero che quella del Vaticano è l’ultima monarchia assoluta d’Europa, e che spesso qui dentro si fanno ragionamenti e manovre di corte, ma questi schemi vanno definitivamente abbandonati». Nel conclave del 2013 «c’era una gran voglia di cambiare le cose, di abbandonare certi atteggiamenti che purtroppo ancora oggi fanno fatica a sparire. C’è sempre chi cerca di frenare la riforma, chi vorrebbe rimanere fermo ai tempi del Papa-re“.

Il rapporto con Ratzinger, „Mi ha invece addolorato vedere, negli anni, come la sua figura di Papa emerito sia stata strumentalizzata con scopi ideologici e politici da gente senza scrupoli“.

E poi sull’Europa, sull’ambiente da salvare e salvaguardare, sulle sue origini e la sua famiglia, in particolare con la nonna paterna Rosa Margherita. udep, delegazione-mci.de 15

 

 

 

 

Parigi per le Olimpiadi presenta la cattedrale Des Invalides senza croce

 

L’artista francese che ha pensato al manifesto garantisce di averlo fatto “senza secondi fini”. Ma la cancellazione della croce è simbolo di una cultura che arretra - Di Andrea Gagliarducci

 

Parigi. Forse non è l’ennesimo segno di una cultura “woke” che vuole cancellare il passato, a partire dalla cultura cristiana. Certo, però, è che fa effetto vedere, nel manifesto presentato per i Giochi Olimpici di Parigi 2024, la cattedrale di Des Invalides senza la croce cristiana posta sopra la cupola, sostituita da una barra dritta dall’artista francese Ugo Gattoni.

L’artista ha detto di non aver fatto la scelta con “secondi fini”, ma la scelta ha destato polemica in Francia. La cattedrale di San Luigi degli Invalidi, costruita nel XVII secolo su impulso di Luigi XIV e diventata poi sede dell’Ordinariato Militare di Francia, è un simbolo di Parigi, come lo è la cattedrale di Notre Dame. Eppure, come dopo la rivoluzione si voleva persino distruggere Notre Dame (paradossalmente salvata e rivalutata dall’ampia diffusione del romanzo Notre Dame de Paris di Victor Hugo), e come dopo l’incendio si pensava di trasformare Nostre Dame in un Museo, così ora un altro simbolo cattolico di Francia viene trattato alla stregua di un edificio civile.

La questione, in Francia, non è passata inosservata. Marion Maréchal, nipote di Marine Le Pen ed esponente della formazione conservatrice Reoncquête, si chiede “che senso ha organizzare i Giochi Olimpici in Francia se è per nascondere ciò che siamo”. François-Xavier Bellamy, repubblicano, ha denunciato coloro che “sono pronti a negare la Francia fino a distorcerne in realtà la storia. Ed Eric Ciotti, presidente del Partito Repubblicano, ha sottolineato che il manifesto “nega l’identità stessa di questo edificio così come la storia francese”.

In una dichiarazione all’AFP, Gattoni ha provato a giustificarsi, sottolineando che la sua v isione artistica “non cerca di rappresentare oggetti o edifici in maniera conforme”, ma piuttosto “come appaiono nella loro mente. E il Comitato Organizzatore dei Giochi Olimpici ha dato sostegno a questa “interpretazione artistica gioiosa e leggera di una città stadio-reinventa”, mentre la portavoce del governo Prisca Thevenot ha detto che “non è una foto, ma un disegno”, e che si tratta di “polemiche inutili”.

Ma non è la prima volta che i simboli religiosi vengono estirpati da stemmi, edifici e loghi storici. Fece scalpore la decisione del Real Madrid di eliminare la croce dal suo stemma per la distribuzione del suo materiale di merchandising nella penisola arabica, dopo un ingente accordo commerciale.

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Il Barcellona aveva già tolto la croce di San Jordi dal suo scudo allo scopo di vendere più magliette nei Paesi musulmani. Anche il Paris Saint Germain – di proprietà della famiglia reale del Qatar – ha cambiato il suo stemma, cancellando la culla del Santo, elemento ritenuto offensivo nel mondo arabo perché associato a una dinastia che ha preso parte alle crociate e simbolo della città di Saint-Germain.

Così, tra mercato globale, ideali artistici e negazione della cultura, c’è un mondo cristiano che scompare e una storia che viene riscritta. Forse è superficialità, forse non è cancel culture. Ma fa riflettere, specialmente nella Francia che ha indicato nella riapertura di Notre Dame una delle priorità dell’anno. Aci 14

 

 

 

La chiesa Addolorata Madre di Dio a Lispenhausen in vendita su Ebay

 

Solo una donna partecipa ormai alla messa mensile all’Addolorata Madre di Dio a Lispenhausen - Di Giacomo König

 

Francoforte. «Vendesi chiesa con canonica e monastero a Lispenhausen. 395.000 € Prezzo trattabile». Dallo scorso 9 febbraio, insieme a racchette da tennis e biciclette, tra gli annunci locali e gratuiti di Ebay, che in Germania si chiamano Kleinanzeigen (piccoli annunci) compare anche l’annuncio di vendita di una chiesa, con tanto di casa parrocchiale e monastero. La chiesa si chiama Addolorata Madre di Dio e appartiene alla parrocchia di San Francesco a Lispenhausen, vicino Rotenburg, nella Diocesi di Fulda. L’annuncio è stato già visualizzato da 5.507 persone ed ha già ricevuto diverse visite di interessati all’acquisto e oltre venti offerte concrete di acquisto. Tre quelle veramente serie, come spiega il parroco Andreas Schweimer.

L’annuncio descrive nei dettagli il lotto, fino all’arredo sacro, e ne sottolinea la posizione paesaggistica vantaggiosa. «La proprietà in vendita è la chiesa cattolica costruita nel 1963, la canonica, l'ala intermedia di collegamento aggiunta nel 1980 con 8 celle del monastero, la strada di accesso e i posti auto nel quartiere Lispenhausen di Rotenburg. La proprietà è situata su una collina nel centro del paese e offre una splendida vista sulla valle del Fulda. Gli edifici possono essere utilizzati sia per scopi spirituali che residenziali. La chiesa, che ha un seminterrato parziale e un campanile, è completamente attrezzata con un altare e banchi per 70 persone. Nel seminterrato si trova una sala riunioni. Nell'ala di collegamento tra la chiesa e la canonica si trovano 8 celle conventuali con 2 bagni comuni. La canonica è composta da 6 stanze, cucina, bagno e cantina. Le linee di alimentazione e smaltimento sono state rinnovate nel 2019».

Ma perché vendere una chiesa? «Dei 155 cattolici di Lispenhausen, solo una donna frequenta ancora la messa mensile. Anche fedeli da altri paesi come Bebra e Rotenburg, partecipano alla celebrazione, ma loro hanno già le loro chiese», spiega il parrocoo Schweimer che definisce «doloroso» il processo di vendita. Comprensibile, nel monastero hanno vissuto e pregato le suore per oltre quarant’anni.

Ma la cruda realtà ha il suo peso e la chiesa deve essere venduta per inutilizzo. Anche se il parroco sarebbe naturalmente «lieto se la chiesa potesse continuare a essere utilizzata come luogo di culto». Il vicepresidente del consiglio parrocchiale, Reinhold Kempf, ha giustificato la vendita attraverso la famosa piattaforma con le esperienze positive fatte da altre parrocchie nel vendere i propri edifici e ha ammesso: «Vorremmo anche risparmiare sulle spese dell'agenzia immobiliare».

Passino casa parrocchiale e monastero, facilmente ristrutturabili e riconvertibili in condomini e appartamenti, ma cosa farsene di un edificio di culto? Tra gli interessati, c’è chi vorrebbe realizzare uno studio medico di fisioterapia e certamente la creazione di spazi abitativi. Il vicario e il presidente del consiglio di amministrazione suggeriscono di riutilizzare la chiesa come galleria d’arte o studio di artisti. «Tuttavia, non abbiamo deliberatamente specificato alcun requisito o restrizione. Siamo curiosi di vedere le idee che le parti interessate proporranno», hanno dichiarato i due. Ovviamente i protocolli della Diocesi di Fulda escludono un utilizzo “immorale” dell’edificio. «Non siamo però autorizzati a vendere la proprietà a comunità religiose e ideologiche non cristiane», specifica ulteriormente il parroco Schweimer. Anche perché alla fine sarà la Diocesi di Fulda ad autorizzare la vendita.

Di più difficile ricollocazione sul mercato sembrano gli oggetti sacri contenuti nella chiesa. Potrebbero rimanere nella chiesa, passare all'archivio della Diocesi o essere distribuiti ad altre parrocchie. «Forse anche gli oggetti finiranno negli annunci», ha concluso il parroco.  Aci 14

 

 

 

La Chiesa in campo contro le mafie. Un convegno e un libro

 

In arrivo un volume di Don Marcello Cozzi, prete e docente impegnato in prima linea contro le mafie e l’usura. Poi anche un convegno su Don Peppe Diana

Napoli. In arrivo un volume di Don Marcello Cozzi, prete e docente impegnato in prima linea contro le mafie e l’usura. Poi anche un convegno su Don Peppe Diana.

La Chiesa contro le mafie. Martedì, 12 marzo 2024, a partire dalle ore 09.30, presso la sezione San Tommaso della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, in viale Colli Aminei 2 a Napoli, nell’ambito del convegno “Don Peppe Diana: per amore del mio popolo. Il contesto, l’impegno e l’eredità pastorale di un martire”, sarà presentato il libro "La Chiesa ai tempi della corruzione sistemica" di Don Marcello Cozzi.

A dare notizia è un comunicato ufficiale della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Il testo, pubblicato da Editoriale Scientifica, "è frutto dell’impegno di ricerca della sezione San Tommaso d’Aquino e raccoglie in modo organico appunti e riflessioni destinati a quanti, soprattutto in ambito ecclesiale, intendono approfondire il fenomeno grave e complesso della corruzione per rispondere fondamentalmente ad una domanda: «in che modo la Chiesa deve occuparsene?".

"Al convegno, nel corso del quale si discuterà del volume alla presenza dell’autore, interverranno tra gli altri l’arcivescovo di Napoli, monsignor Domenico Battaglia, il vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana, monsignor Francesco Savino, il vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo, il sindaco di Napoli, professor Gaetano Manfredi, l’onorevole Federico Cafiero De Raho, già procuratore aggiunto di Napoli, il Decano della sezione San Tommaso della PFTIM, monsignor Antonio Foderaro, il sindaco di Casal di Principe, Renato Natale", riporta la stessa nota.

Queste le domade da porsi: "Come deve porsi la Chiesa nei confronti della corruzione? Da quali presupposti teologici partire perché il suo impegno possa incidere in modo efficace nella costruzione di percorsi di giustizia e legalità? In quale idea di Chiesa affondare un impegno così complesso e delicato? Quale tipo di pastorale attuare concretamente nelle comunità parrocchiali e diocesane?".

Don Marcello Cozzi è un sacerdote lucano impegnato da decenni nell’educazione alla legalità e alla giustizia, nel contrasto alle mafie e nell’accompagnamento ai pentiti di mafia e ai testimoni di giustizia. Aci 12

 

 

 

Università Cattolica del Sacro Cuore. Giovani tra disincanto e desiderio

 

È’ stato diffuso il Messaggio della Presidenza della CEI per la 100ª Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebrerà domenica 14 aprile 2024

Roma.

È stato diffuso il Messaggio della Presidenza della CEI per la 100ª Giornata per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebrerà domenica 14 aprile 2024 sul tema: “Domanda di futuro. I giovani tra disincanto e desiderio”.

“Guardando in particolare al mondo giovanile si registra una situazione di grande incertezza che oscilla tra paure e slanci, smarrimento e ricerca di sicurezze, senso di solitudine e rincorsa ad abitare i social media. Il tema “Domanda di futuro. I giovani tra disincanto e desiderio” scelto per celebrare, domenica 14 aprile, la centesima giornata dedicata all’Università Cattolica del Sacro Cuore, coglie bene questa situazione e ci offre la possibilità di sviluppare alcune considerazioni utili a comprendere la missione dell’Ateneo dei cattolici italiani in un contesto di cambiamenti che si rivelano sempre più epocali”, spiegano i vescovi italiani.

“Ci troviamo ad affrontare scenari imprevedibili, determinati dai cambiamenti climatici, dai devastanti conflitti in corso, dai precari equilibri internazionali, dalle criticità economiche. A questi macro-fattori si aggiungono le situazioni personali e contingenti percepite in modo più diretto dai giovani come la mancanza dilavoro, la fragilità dei legami affettivi, i rapidi cambiamenti sociali determinati dalle innovazioni tecnologiche, la crisi demografica che fa dell’Italia un Paese in progressivo e rapido invecchiamento”, specificano dalla CEI.

“Tra disincanto e desiderio è l’orizzonte entro cui si muove la vita dei giovani oggi. C’è tutta la disillusione rispetto a un futuro che non offre certezze e finisce per scoraggiare e demotivare. Nello stesso tempo, però, resta forte la ricerca del senso da dare alla propria esistenza, del posto da assumere nel mondo e delle strade da percorrere per non sentirsi vecchi prima del tempo. I giovani sono il termometro di una società in deficit di speranza e incapace di vivere il presente come piattaforma reale e concreta per costruire il futuro”, si legge ancora nel Messaggio.

“Sono però necessarie alcune condizioni per non rendere evanescente il futuro e per radicarlo piuttosto in un vissuto ricco di senso e di solide prospettive umane e spirituali - dicono dalla Presidenza CEI - La prima condizione è legata alla natura ecclesiale dell’Ateneo che, lungi dall’essere un mero fattore nominale, esprime il convergere di una comunità ben più ampia di quella tipicamente accademica. L’Università Cattolica è nata e cresciuta grazie al contributo materiale e spirituale dei cattolici italiani”.

“La seconda dimensione è legata alle sfide poste dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche. Gli sviluppi dell’intelligenza artificiale interpellano la comunità scientifica e la società civile sotto diversi profili. È certamente doveroso valorizzare le tante opportunità offerte sapendo, allo stesso tempo, valutare le implicazioni etiche, culturali, sociali ed economiche. Ricerca scientifica, valutazione etica, processi formativi, implicazioni socioculturali richiedono, pertanto, una visione d’insieme e un approccio transdisciplinare. Sono le caratteristiche proprie di una comunità accademica plasmata da un approccio davvero unitario e universale”, continua il Messaggio.

“Compito di un Ateneo cattolico, alla luce delle indicazioni offerte dal Magistero di Papa Francesco, è quello di aiutare i giovani: a essere artefici di uno sviluppo davvero sostenibile e attento alle necessità di tutti, soprattutto i più poveri ed emarginati; a essere protagonisti di una cultura della fratellanza che sappia valorizzare le differenze e disarmare con la solidarietà la violenza che sta distruggendo relazioni e convivenze tra popoli; a ridisegnare il volto dell’umano sfigurato da visioni e modelli che snaturano il senso degli affetti, la dimensione trascendente della vita umana, la domanda di verità e di bene che abita il cuore di ogni donna e di ogni uomo”, conclude il Messaggio. Aci 11

 

 

 

Preparazione al Giubileo 2025 “Pellegrini della speranza” in Germania

 

La conferenza episcopale tedesca ha pubblicato una pagina web sull’Anno Santo 2025 (Heiliges Jahr 2025) che raccoglie suggerimenti di preghiere, informazioni sull’anno Santo ma anche informazioni per il pellegrinaggio a Roma e un glossario per conoscere il significato del giubileo ordinario che ricorre ogni 25 anni. “Pellegrini della speranza” è il motto dell’Giubileo 2025 della Chiesa. In preparazione ad esso, il 2024 è l’anno della preghiera e papa Francesco ha fatto pubblicare un sussidio dal titolo “Insegnaci a pregare” ed esorta a rileggere i testi del Concilio vaticano II.

Il vescovo ausiliare Rolf Lohmann (Münster), incaricato dalla conferenza episcopale tedesca per l’Anno Santo 2025 nella sua lettera scrive: “Papa Francesco ha scelto il motto Pellegrini della speranza non solo perché il pellegrinaggio è di moda. Il pellegrinaggio caratterizza la Chiesa stessa. Per sua natura, la Chiesa è pellegrina, non è statica e perfetta, ma in cammino verso il suo obiettivo di essere completamente rinnovata in Cristo”.

Prosegue il vescovo ausiliare Lohmann: “Come Chiesa, siamo attualmente impegnati in un viaggio sinodale mondiale che si protrarrà per diversi anni in cui Papa Francesco sta interrogando la Chiesa su vari punti. Consapevolmente vuole ascoltare le voci delle molte chiese locali. Sinodo non significa altro che “camminare insieme”, essere in cammino insieme. È così che il popolo di Dio pellegrino si esperisce nella moltitudine delle chiese locali come contemporaneo del rispettivo popolo. Precisamente è proprio questo l’atteggiamento con cui anche noi in Germania percorriamo insieme il cammino sinodale con tutto il popolo di Dio e ascoltando tutte le persone di buona volontà per cercare il modo di parlare della ragione della nostra speranza. In questo processo sono state scoperte in Germania e a livello universale molte cose nuove. Vedo l’avvicinarsi dell’Anno Santo come una grande opportunità, che tutti noi possiamo portare le preoccupazioni del Sinodo mondiale e del Cammino sinodale a Roma nella preghiera”. Lohmann invita i credenti in Germania a prepararsi all’Anno Santo, a festeggiarlo nelle comunità, nelle diocesi e anche con il pellegrinaggio a Roma per farsi pellegrini delle speranza, ricordando con san Paolo che ciò che dovrebbe contraddistinguere cristiani e cristiane è l’attitudine alla speranza. Delegazione-mci.de 11

 

 

 

Presentato il padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia

 

Città del Vaticano. Il Cardinale José Tolentino de Mendonça, Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ha presentato stamane in conferenza stampa il Padiglione della Santa Sede alla prossima Biennale di Venezia, sul tema “Con i miei occhi”, visitabile dal 20 aprile al 24 novembre 2024.

Il porporato portoghese ha ricordato che il Padiglione sarà visitato il 28 aprile dal Papa. "Sarà un momento storico poiché sarà il primo Papa a visitare la Biennale di Venezia, il che dimostra chiaramente la volontà della Chiesa di consolidare un dialogo fecondo e ravvicinato con il mondo delle arti e della cultura".

"Non è un caso - ha spiegato - che la Santa Sede abbia scelto di presentare il suo padiglione alla Biennale di Venezia in un luogo apparentemente inaspettato, come lo può essere il Carcere femminile dell’Isola della Giudecca. E non è certo un caso che il titolo del padiglione, “Con i miei occhi”, voglia focalizzare la nostra attenzione sull’importanza di come, responsabilmente, concepiamo, esprimiamo e costruiamo il nostro convivere sociale, culturale e spirituale".

"Viviamo in un’epoca, marcata dal predominio del digitale e dal trionfo delle tecnologie di comunicazione a distanza, che propongono - ha aggiunto il porporato - uno sguardo umano sempre più differito e indiretto, correndo il rischio che esso rimanga distaccato dalla realtà stessa. La contemporaneità preferisce metaforizzare lo sguardo; vedere con i propri occhi conferisce alla visione uno statuto unico, poiché ci coinvolge direttamente nella realtà e ci rende non spettatori, ma testimoni. Questo è ciò che accomuna l’esperienza religiosa con l’esperienza artistica: nessuna delle due smette di valorizzare l’implicazione totale del soggetto".

"Riacquistare la capacità di guardare la realtà, come punto di partenza per ridisegnarla, coreografando nuove possibilità: questo ha ricordato Papa Francesco agli artisti quando li ha ricevuti nello storico incontro dello scorso giugno, nella Cappella Sistina", ha concluso il Cardinale Tolentino. Marco Mancini, Aci 11

 

 

 

 

 

Il cuore di Dio batte anche per i peccatori. IV Domenica di Quaresima

 

Carpi. Il brano di vangelo di questa domenica di Quaresima appartiene al dialogo tra Gesù e Nicodemo che ci viene riportato nel capitolo 3 del Vangelo di Giovanni. In esso troviamo questa rivelazione: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Siamo chiamati, dunque, a confrontarci con l’amore di Dio per l’umanità, per ognuno di noi.

Queste parole ci dicono che il cuore di Dio non batte solo per il Figlio suo, ma anche per noi peccatori. Cristo è il Figlio eternamente amato dal Padre tuttavia, le sue parole ci rivelano che l’amore di Dio non ha limiti, è senza barriere e confini. Si estende a tutte le sue creature e all'universo intero. Che Dio ami le sue creature è comprensibile, tuttavia le parole di Gesù ci permettono quasi di ascoltare il battito del cuore di Dio per noi. Egli nutre un amore così grande per l’umanità che nonostante la disobbedienza di Adamo ed Eva, ha continuato ad amarci. E non potendo accettare che coloro che aveva scelto come suoi figli cadessero in rovina, il suo amore si è trasformato in una volontà di misericordia, che trova la sua espressione più alta nel “mistero pasquale” nel quale il Figlio di Dio, fatto carne, dona la sua vita per la salvezza dell’uomo. “Cristo immolato -dice san Paolo - è la nostra Pasqua”, ossia è il nostro liberatore, il nostro Salvatore.

Salviano (400- 451), scrittore cristiano del V secolo nato nella Gallia settentrionale, probabilmente a Treviri, contemplando l’opera di Dio in favore dell’uomo, non esita a dichiarare: Dio ama noi, suoi figli, più del suo unico Figlio…i suoi figli colpevoli più del suo Figlio, Dio come Lui. La prova? Egli ha dato questo per salvare quelli (Il governo di Dio, Città nuova 1994). Per salvarci dalla rovina e dalla morte a causa del peccato, dona ciò che ha di più caro. Dio, nel suo ardore di carità, tra il Suo Figlio Unigenito e gli uomini ribelli, preferisce questi ultimi che pur lo offendono, lo negano, lo disprezzano.  Si tratta di una scelta che sconcerta la nostra intelligenza, ma che ci fa comprendere che Dio è veramente amore ed il suo amore per noi lo porta a compiere follie. Dio ci ama in modo possibile solo a Lui: non soltanto è per noi, vive per noi, ma “per noi e per la nostra salvezza - come diciamo nel Credo - è disceso dal cielo e si è fatto uomo”.

Noi, attraverso le parole, i gesti, i miracoli, la morte e la resurrezione di Cristo veniamo a conoscere come Dio si prende cura di noi, come opera la nostra salvezza, come ci chiama alla comunione con lui e alla vita eterna. E’ questa la grande notizia che cambia la vita e che libera dalla solitudine esistenziale: io sono amato da Dio, qualunque sia l’oscurità e l’insignificanza della mia situazione. Anche quando mi sento abbandonato e disperso in un mondo senza senso, nel quale sembrano dominare il caos e la violenza, io sono amato da Dio. L’amore di Dio mi raggiunge e diventa storia per me attraverso i sacramenti, in particolare l’Eucarestia, e la condivisione della vita con fratelli, che come me si riconoscono salvati da Cristo.

A fronte di tanto amore sta la mia libertà! E questo ci porta a dire che, pur salvati, rimaniamo in pericolo. Dio, infatti, non ci salva senza di noi, né contro la nostra volontà. Egli attende da noi l’apertura del cuore perché l’amore non si può imporre a nessuno, l’amore va semplicemente accolto con gratitudine. Il testo evangelico ci pone davanti un duplice messaggio: Dio vuole salvare tutti perché ama tutti, ma l’uomo se rifiuta ostinatamente l’amore di Dio, corre il rischio di cadere in una rovina senza possibilità di appello. Mons. Francesco Cavina

 

 

 

“In dialogo”. Il “bilancio di comunione” del Movimento dei Focolari

 

Roma. Si chiama “In dialogo”, e in cinquanta pagine dettaglia le attività e la filosofia dell’Opera di Maria, conosciuta nel mondo come Movimento dei Focolari, in quello che è il bilancio della loro missione e che viene però chiamato, in maniera particolarmente felice, “bilancio di comunione”. Perché tutto il rapporto, alla fine, vuole raccontare di come, nel biennio 2022-2023, è stato vissuto il carisma originario del movimento, quello dell’unità scaturito dalle parole di Gesù: “Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sarò con loro”.  

Essere in dialogo, dunque, tra le religioni, tra le culture, nelle sfide globali, nelle istituzioni è il carisma del movimento, strutturato nel bilancio in capitoli a tema e con una parte finale che mette in luce la rete di stakeholder e partner istituzionali.

Ovviamente, un bilancio va letto prima di tutto dai numeri. Il Centro Internazionale del Movimento ha avuto uscite per 10.672.388 euro. Il 20 per cento di queste risorse è impiegato per gestione e servizi, mentre il 12,5 per cento riguarda la gestione degli immobili e l’11, 6 per cento le spese su media e traduzioni. Seguono le spese per le opere sociali e culturali (quasi 1 milione 200 mila euro l’anno) e gli oltre un milione e 100 mila euro spesi per il Centro e per il progetto giovani.

Il 49,1 per cento delle entrate, che ammonta ad oltre 4 milioni di euro, è dato da donazioni straordinarie dei membri del movimento (inclusi donazioni e lasciti), e poi da entrate ordinarie di oltre 2 milioni e 900 mila euro.

C’è un disavanzo, che il Movimento intende affidare alla Provvidenza senza fermare progetti e iniziative o ridurre le opere finanziate con il bilancio del Centro dell’Opera, perché le voci inserite nel bilancio preventivo del 2022 erano ritenute essenziali per la vita e la testimonianza del Movimento nel mondo.

Margaret Karram, presidente del Movimento, nella sua introduzione all’opuscolo sottolinea come la sua pubblicazione avvenga "in un tempo difficile e molto doloroso per l’umanità", ma che "allo stesso tempo sono tanti - anche se spesso sconosciuti e nascosti - gli avvenimenti e le azioni di solidarietà che avvicinano persone di fedi, culture e tradizioni diverse". Andrea Gagliarducci, Aci 9

 

 

 

 

“La teologia aiuta la fede, ma credere non è semplicemente una scelta”

 

“La teologia aiuta la fede a sviluppare la sua dimensione di conoscenza e di razionalità. Inoltre, la missione, se privata del supporto teologico rischia di degenerare nel proselitismo”. Mons. Giuseppe Lorizio, ordinario di teologia fondamentale alla Lateranense (Pul) riassume per il Sir il XII Forum internazionale della Pontificia accademia di teologia (Path) di cui, recentemente, è stato nominato membro ordinario. Due giornate di confronto sul tema “Quale razionalità per i credenti del XXI secolo?" cui hanno partecipato accademici, teologi e personalità del mondo delle scienze e della cultura – di Amerigo Vecchiarelli

 

“La teologia aiuta la fede a sviluppare la sua dimensione di conoscenza e di razionalità. Credere infatti non può essere considerato semplicemente frutto dell’emotività o della scelta dell’individuo, ma, proprio perché coinvolge tutta la persona, possiede una profonda e costitutiva dimensione razionale. Inoltre, la missione, se privata del supporto teologico rischia di degenerare nel proselitismo”. Mons. Giuseppe Lorizio, ordinario di teologia fondamentale alla Lateranense (Pul) riassume per il Sir il XII Forum Internazionale della Pontificia accademia di teologia (Path) di cui, recentemente, è stato nominato membro ordinario. Due giornate di confronto sul tema “Quale razionalità per i credenti del XXI secolo?” cui hanno partecipato accademici, teologi e personalità del mondo delle scienze e della cultura.

Professore, come coniugare oggi razionalità e annuncio del Vangelo per raggiungere ogni ambito della vita umana e sociale degli uomini e delle donne del nostro tempo?

Fin dagli albori del Cristianesimo si è avvertita la necessità di rilevare il carattere razionale della rivelazione e della fede che da essa è generata. Il grande apologista Giustino martire, in questo contesto, affermava che “per noi [cristiani] la razionalità nella sua interezza si è manifestata in Cristo”. Se la rivelazione cristiana contiene la razionalità nella sua interezza, tuttavia al di fuori di essa sono rinvenibili frammenti di razionalità, che non di rado assumono la forma di veri e propri brandelli, ma che comunque rimandano al Logos. Pertanto, la logica interna di qualsiasi sistema e forma di pensiero è direttamente proporzionale al suo rapporto col Logos. Non si tratta, tuttavia, di una razionalità o logica astratta e impersonale, ma, poiché essa si manifesta nel Verbo incarnato, di un pensiero concreto e vissuto.

La fede cristiana vive dentro le condizioni storico-culturali di ogni tempo. In che modo, oggi, la teologia e deve operare affinché i cristiani siano pronti a “rendere ragione” di una speranza che non muore?

La teologia aiuta la fede a sviluppare la sua dimensione di conoscenza e di razionalità, per il fatto che l’atto del credere non può essere considerato semplicemente frutto dell’emotività o della scelta dell’individuo, ma, proprio perché coinvolge tutta la persona, possiede una profonda e costitutiva dimensione razionale. È opinione tanto diffusa quanto falsa che la fede sia cieca, come la vecchietta di una famosa poesia di Trilussa, e che in questo sia paragonabile all’amore, ma né il credere né l’amare, perché atti costitutivamente umani, possono prescindere dal sapere. Il teologo accompagna la propria fede e quella dei credenti e della Chiesa con riflessioni che, pur non dimenticando l’aspetto misterico di Dio e della stessa realtà umana, ne mostrano la credibilità con percorsi e argomentazioni. San Tommaso, maestro di tutti noi, di cui ricordiamo i 750 anni dalla morte, parlava di vie che conducono la mente all’affermazione e aiutano la percezione dell’esistenza di Dio.

Teologia e missione, quanto la prima può sostenere e guidare l’altra e viceversa?

La missione priva del supporto del pensiero teologico rischia di degenerare nel proselitismo, dal quale continuamente papa Francesco ci mette in guardia, e di generare atteggiamenti fondamentalisti, da cui il credente nel Dio di Gesù Cristo deve sempre guardarsi, onde allontanare ogni forma di violenza, anche verbale, nell’annuncio della parola di salvezza che il Vangelo ci dona.

Due giornate di confronto alla Lumsa e alla Lateranense con accademici, teologi, personalità del mondo delle scienze e della cultura riuntiti a Roma per il XII Forum internazionale della Pontificia accademia di teologia (Path). Cosa è emerso dall’incontro?

La Pontificia accademia di teologia ha voluto molto opportunamente attuare un incontro-forum a partire dalla domanda: quale razionalità per i credenti del XXI secolo?, mettendo a confronto specialisti di diverse discipline, dalla teologia all’economia, dalla fisica quantistica alla sociologia, nella convinzione che il credente non può ignorare la presenza, nella cultura, sia accademica che diffusa, del nostro tempo, di una sorta di “politeismo” delle forme di razionalità o di polimorfismo della ragione, risultante dalla frammentazione del sapere (relazione della sociologa Cecilia Costa). Piuttosto che ad una ragione univocamente rappresentantesi (e come tale onnicomprensiva e totalizzante) l’intellettuale (occidentale) contemporaneo si trova di fronte alla pluralità delle razionalità, supposta dai differenti ambiti del sapere: abbiamo così (solo per fare qualche esempio) una razionalità scientifica, una razionalità tecnica, una razionalità matematica, una razionalità informatica, una razionalità filosofica, una razionalità teologica ecc. La possibilità di superare la frammentazione, attraverso un fecondo dialogo interdisciplinare, passa attraverso il reciproco riconoscimento delle diverse forme di razionalità e dalla loro interazione. La compresenza di approcci disciplinari tanto diversi quanto anche distanti e la partecipazione attiva al forum di un fisico, dichiaratosi non credente, ma di altissimo livello, quale il professor Antonio Emeritato, ha consentito di attuare e attualizzare quanto richiesto da papa Francesco nel motu proprio Ad theologiam promovendam, nonché all’auspicio della interdisciplinarietà e transdisciplinarietà contenuto nella Veritatis Gaudium.

Un’ultima questione: Il confronto con l’Intelligenza artificiale! Cosa può e deve dire la teologia guardando a questa realtà che sta velocemente occupando spazi di vita sempre più grandi?

All’interno del forum la magistrale lezione dell’amico Paolo Benanti ha lucidamente posto a tema l’emergenza di quella che si continua, impropriamente a mio parere, a chiamare “intelligenza artificiale”. Si tratta, infatti, piuttosto di una “memoria”, che eccede di gran lunga quella di una singola persona e di una “ragione calcolante”, che riesce a consegnare in tempi rapidissimi risultati che richiederebbero tante energie e tanto dispendio di tempo da parte del singolo. In ogni caso, come Benanti va sempre ripetendo, abbiamo bisogno di un orizzonte etico nel quale innestare il nostro rapporto con questo importante momento del progresso tecnico-scientifico, che se da un lato alimenta dei motivati timori, dall’altro sta ad esprimere la capacità dell’uomo di realizzarsi come immagine del Dio creatore, fonte della sua intelligenza e libertà. In tal senso anche da parte teologica – mi riferisco ad esempio all’importante relazione di Giuseppe Tanzella Nitti – si è evidenziato come, in quanto credenti, non siamo nemici del progresso, e neppure la Chiesa lo è – come mostrano ad esempio le odierne nomine di illustri scienziati di discipline diverse alla Pontificia Accademia delle Scienze – piuttosto siamo chiamati a vigilare sulle modalità in cui si esprime, onde evitare che venga a deteriorare o annientare l’umano e la sua peculiarità. Sir 9

 

 

 

Il Cardinale Fernandez: "Ad aprile un documento sulla dignità umana"

 

Lo ha confermato il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede al National Catholic Register - Di Edward Pentin

 

Città del Vaticano. Il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, cardinale Fernandez, ha confermato che un documento vaticano sulla "dignità umana" è quasi completo e sarà pubblicato all'inizio del prossimo mese.

Il cardinale argentino Victor Manuel Fernandez, che sta supervisionando la stesura del testo, ha dichiarato al National Catholic Register il 7 marzo che il documento ha avuto "diverse versioni" ma "è quasi finito e la pubblicazione avverrà all'inizio di aprile".

Il cardinale, che ha iniziato il suo lavoro come prefetto del dicastero a settembre, ha detto che un "nuovo testo" è stato preparato "negli ultimi mesi" ed "è già stato discusso dai cardinali e vescovi” in una riunione periodica del mercoledì.

"Al momento stiamo incorporando alcuni suggerimenti proposti", ha aggiunto.

I suoi commenti arrivano dopo che, in un'intervista del 12 gennaio, aveva rivelato che il suo dicastero stava preparando "un documento molto importante sulla dignità umana che contiene "una forte critica alle tendenze immorali della società contemporanea".

Il cardinale ha dichiarato all'agenzia di stampa EFE che il nuovo documento "non include solo questioni sociali, ma anche una forte critica a questioni morali come il cambiamento di sesso, la maternità surrogata, le ideologie di genere ".

Il corrispondente di La Croix, Loup Besmond, ha osservato in un articolo del 5 marzo che i teologi hanno lavorato al documento negli ultimi cinque anni e che il cardinale Fernandez lo ha "completamente rivisto e che il Papa gli ha dato istruzioni "specifiche per farlo"".

"Si dice che il prossimo documento si concentrerà su questioni centrali per il pontificato di Francesco, come le migrazioni e l'ambiente, mentre la prima versione si limitava a questioni bioetiche", ha scritto Besmond, prevedendo che il nuovo testo potrebbe "provocare maggiore agitazione in tutta la Chiesa".

Il cardinale Fernandez ha assistito a lungo Papa Francesco nella stesura di documenti, a partire dalla Conferenza di Aparecida del 2007 dei vescovi dell'America Latina e dei Caraibi, quando aiutò l'allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a redigere il documento finale dell'assemblea.

Da quando è succeduto al cardinale Luis Ladaria Ferrer come prefetto a settembre, il cardinale Fernández ha emesso quattro risposte formali del Dicastero a varie questioni dottrinali, oltre alla controversa dichiarazione Fiducia Supplicans sulla benedizione delle coppie omosessuali e irregolari, che ha portato a un documento successivo destinato a contribuire a chiarire la dichiarazione.

Nell'intervista rilasciata a gennaio a EFE, il cardinale Fernández ha dichiarato di non prevedere altri documenti controversi: "Non credo che in futuro sarò al centro delle cronache perché non prevediamo che il dicastero abbia questioni che potrebbero essere molto controverse, come le ultime". Aci 9

 

 

 

Otto marzo. 8xmille. Cei: in 10 anni 307 i progetti in favore delle donne

 

Negli ultimi 10 anni sono stati 307 i progetti in favore delle donne in più di 40 Paesi per quasi 33 milioni di euro. Dalla formazione al supporto alle donne vittime di violenza, dall’avvio di attività generatrici di reddito alla promozione di un’agricoltura sostenibile, la Chiesa italiana – grazie ai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica – continua a favorire partecipazione e opportunità - Ferruccio Ferrante

 

Negli ultimi 10 anni sono stati 307 i progetti in favore delle donne in più di 40 Paesi per quasi 33 milioni di euro. Dalla formazione al supporto alle donne vittime di violenza, dall’avvio di attività generatrici di reddito alla promozione di un’agricoltura sostenibile, la Chiesa italiana – grazie ai fondi dell’8xmille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica – continua a favorire partecipazione e opportunità. “Lavorare insieme aiuta a rafforzare i legami, a ridarci speranza. Finalmente qualcuno ci è stato accanto, ci ha dato ascolto, ha capito i nostri bisogni. Ci sentiamo anche noi protagoniste”, sottolinea Jeanine che a Ruyigi, in Burundi, ha beneficiato di un programma per l’accesso all’acqua potabile. Un desiderio di riscatto e di riprendere in mano la propria vita che emerge nelle testimonianze di tante altre donne, dal Madagascar al Congo, dall’India alla Colombia, dal Kosovo alla Terra Santa, che hanno trovato nell’aiuto della Chiesa cattolica un seme da cui far nascere il futuro. Come accade in Costa Rica dove un gruppo di donne ha generato partecipazione e cooperazione in un territorio impervio. “Tempesta e calma. Dopo la tempesta c’è la calma che fa venir fuori dalla terra l’aroma di caffè e come lo senti inizi a sognare e si rafforza il legame con questi campi e la soddisfazione per ciò che siamo riuscite a realizzare”, racconta Margot, che a La Legua de Aserrí, nell’arcidiocesi di San José, ha fondato Asiprofe, un’associazione di donne imprenditrici che producono e commercializzano “Aromas de La Legua”, un caffè puro al 100%. Tutto è iniziato con un piccolo contributo che nel 2016 ha permesso l’acquisto di una macchina per tostare i chicchi di caffè e un mulino. Da lì ha preso il via un cambiamento duraturo che continua ancora oggi, grazie a Margot, a Lorena, a Maria e a tante altre donne. “In Costa Rica – aggiunge Margot – le donne coltivatrici di caffè guadagnano il 40% in meno rispetto agli uomini e devono affrontare notevoli difficoltà nell’accedere a una formazione e a informazioni adeguate che aiutino a migliorare la produttività, la qualità e il reddito dei loro raccolti. Nonostante tutto questo noi abbiamo dimostrato che insieme possiamo farcela”.

Mai come oggi il mondo ha bisogno della mente, del cuore, delle mani delle donne. Della loro creatività e delle loro competenze. Fondamentale è dunque il loro sostegno verso una prospettiva di pari dignità e opportunità. Papa Francesco ricorda infatti che “l’organizzazione delle società in tutto il mondo è ancora lontana dal rispecchiare con chiarezza che le donne hanno esattamente la stessa dignità e identici diritti degli uomini. A parole si affermano certe cose, ma le decisioni e la realtà gridano un altro messaggio” (Fratelli tutti, 23). A livello mondiale, l’uguaglianza di genere è tornata ai livelli pre-Covid19, ma il cambiamento segna il passo a causa delle crisi sociali, economiche ed energetiche che continuano a susseguirsi in un contesto segnato dai conflitti. Secondo il Rapporto globale sulla disparità di genere 2023 del World Economic Forum le donne continuano a sostenere il maggior peso di queste crisi, sotto tutti i profili. Sul fronte della salute, perché più esposte nei servizi di cura e quindi a contagi, sul piano occupazionale e finanziario, anche perché spesso hanno contratti atipici, in relazione alla divisione dei compiti familiari, alla fruizione di strumenti digitali e all’accesso ed esercizio di discipline Stem vale a dire le discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche che svolgono un ruolo cruciale nella società odierna. Con gli interventi finanziati, la Chiesa cattolica sostiene le donne, i bambini e i più poveri. Tra gli ambiti più significativi, infatti, figurano l’accompagnamento dei giovani in situazione di marginalità, l’accesso alle cure sanitarie, il dialogo intercomunitario e interreligioso, la formazione e l’istruzione. Specifica attenzione viene data alla sostenibilità dei progetti, con l’obiettivo di un sempre maggiore coinvolgimento della popolazione locale.

Negli ultimi 10 anni la Conferenza episcopale italiana, attraverso il Comitato per gli interventi caritativi per lo sviluppo dei popoli e il quotidiano impegno del Servizio, e grazie ai fondi dell’8xmille, ha sostenuto 4138 progetti in 108 Paesi, per 708.8 milioni di euro. Dietro ai numeri ci sono persone, comunità, relazioni. Come dice il nome è un Servizio, che chiede di essere sensibili, attenti, pronti a raccogliere tutti gli stimoli, le richieste di aiuto e le opportunità che il contesto nel quale viviamo è capace di offrire, con un atteggiamento di umiltà e gratitudine. È per gli interventi di carità, una carità che è reciprocità e opportunità per riconoscere le proprie povertà. È per lo sviluppo, uno sviluppo integrale, reale, sostenibile che prende forma attraverso progetti concreti e processi aperti alla partecipazione di ogni persona e di tutti i popoli. A partire dalle nostre comunità, si promuovono così stili di vita e azioni che aiutano a pensare globalmente e a riconoscersi parte dello stesso mondo, fratelli tutti. Sir 8

 

 

 

L' Atto di Dolore è importante e sempre valido

 

L'udienza ai partecipanti al XXXIV Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica - Di Angela Ambrogetti

 

Città del Vaticano. L'atto di dolore? Una preghiera conserva tutta la sua validità, sia pastorale che teologica.Lo dice Papa Francesco, quasi in risposta ad attacchi insensati degli ultimi periodi sul senso del peccato e del pentimento. Nel discorso ai partecipanti al XXXIV Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica, il Papa cita Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, autore del testo che pure se in un linguaggio antico era "maestro della teologia morale, pastore vicino alla gente e uomo di grande equilibrio, lontano sia dal rigorismo sia dal lassismo".

E poi spiega tre atteggiamenti espressi nell’Atto di dolore: "pentimento davanti a Dio, fiducia in Lui e proposito di non ricadere".

Il Pentimento, non è "’autoanalisi" o "senso psichico di colpa" ma "sgorga tutto dalla consapevolezza della nostra miseria di fronte all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia senza limiti". Perché "nella persona, il senso del peccato è proporzionale proprio alla percezione dell’infinito amore di Dio" che "non si stanca mai di perdonarci, e da parte nostra non stanchiamoci mai di chiedergli perdono!"

Poi la fiducia in Dio "infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa" che "significa infatti mettere Dio al centro di tutto, come luce nel cammino e fondamento di ogni ordine di valori, affidandogli ogni cosa".

Poi il proposito, cioè la volontà di "non ricadere più nel peccato commesso, e permette l’importante passaggio dall’attrizione alla contrizione, dal dolore imperfetto a quello perfetto". Certo "un proposito, non una promessa. Infatti, nessuno di noi può promettere a Dio di non peccare più, e ciò che è richiesto per ricevere il perdono non è una garanzia di impeccabilità, ma un proposito attuale, fatto con retta intenzione nel momento della confessione". E il Papa cita San Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars: "Dio ci perdona anche se sa che peccheremo di nuovo». Infine la richiesta di misericordia perché "Dio è misericordia, la misericordia è il suo nome, il suo volto. Ci fa bene ricordarlo, sempre: in ogni atto di misericordia, in ogni atto d’amore, traspare il volto di Dio".

E ai confessori il Papa chiede di "vivere ogni confessione come un unico e irripetibile momento di grazia, e a donare generosamente il perdono del Signore, con affabilità, paternità e oserei dire anche con tenerezza materna".

I tre giorni di lavori del Corso sul Foro Interno sono stati aperti dalla lectio del Penitenziere maggiore il Cardinale Mauro Piacenza.

Tra le altre note dedicata a riconciliazione e speranza nella Chiesa il cardinale ha sottolineato: 

"Uno dei fondamentali errori del nostro tempo, tipico dell’ideologia del progresso, è quello di essere convinti che le generazioni passate, fino ad ora, non abbiano compreso cosa sia davvero la Chiesa; oppure che siano state troppo timorose e poco “illuminate” nella sua riforma. Noi però, ora, abbiamo finalmente, capito e, nello stesso tempo, abbiamo sia il coraggio sia l’intelligenza per cambiare le cose! Questa illusoria convinzione, oltre a non avere alcun fondamento nella realtà, è profondamente irrispettosa di duemila anni di cristianesimo e di santità, di dottrina e teologia, di storia e di carità". Per il cardinale è chiaro che la Riforma non è cosa umana ma divina e la Chiesa deve essere "capace, attraverso i suoi membri, sempre rinnovati dalla grazia, di far risplendere la luce di Dio nell’umano di ogni giorno. Allora quale sarà il pellegrinaggio della “vera riforma” della Chiesa? Il pellegrinaggio capace di donare autentica speranza? Ancora una volta dobbiamo rispondere: ripartire dalla confessione, dalla misericordia, per essere pellegrini di speranza!". Aci 8

 

 

 

 

“Chiesa Nostra”, dalla negazione all’antimafia. Così sono cambiati i rapporti tra preti e boss

 

Un docufilm racconta l’evoluzione del confronto tra potere mafioso e religioso in Sicilia. Ci sono stati sacerdoti collusi, ma anche eroi di strada come Padre Puglisi e don Ciotti - Francesco La Licata

Come tutti i poteri che hanno frequentato la Sicilia nel corso degli anni, anche la Chiesa cattolica (ma sarebbe più giusto dire il Vaticano) ha dovuto fare i conti con un altro potere, il potere di Cosa nostra, tanto forte da costringere la “casa di Dio” ad una convivenza molto stretta all’inizio e poi sempre più blanda, dopo la stagione delle grandi stragi. Fino ai nostri giorni, traguardo di liberazione certificato dalla lucida scomunica inflitta da Papa Francesco agli “uomini del disonore” finalmente messi al posto che meritano: fuori cioè dai confini di Santa Madre Chiesa.

E il docufilm Chiesa nostra di Antonio Bellia, con cui ho collaborato per la scrittura, dato ieri in anteprima a Palermo rappresenta un resoconto di questo percorso, lungo e niente affatto facile, verso quella che oggi, grazie ai tanti “preti di frontiera”, a qualche vescovo e soprattutto ai papi Giovanni Paolo II e Francesco, possiamo definire la “Chiesa liberata”.

È impressionante la fotografia che gli autori del doc offrono agli spettatori. Questo perché, per una volta, fatti e misfatti contenuti nella storia hanno trovato sistemazione organica e sono stati strappati alla provvisorietà dei singoli avvenimenti di cronaca.

Certo ne è passata acqua sotto i ponti da quando il cardinal Ruffini negava l’esistenza della mafia e spiegava al Pontefice Paolo VI che si trattava di una “invenzione dei socialcomunisti” usata per combattere la Chiesa e, ovviamente, la Democrazia Cristiana dell’epoca. Erano gli anni ’50 e lo stesso alto prelato non trovava disdicevole recarsi a casa del boss Michele Greco, a Croceverde Giardini, seppure accompagnato dal Procuratore generale, trasformato all’occorrenza in un vero e proprio scudo umano. Ma quello era il periodo di massima asprezza anticomunista e, dunque, Ruffini non faceva altro che impedire che i “cosacchi andassero ad abbeverarsi alla fontana di San Pietro”. Stesso meccanismo che porterà Andreotti a prediligere certi rapporti pericolosi pur di apparire garante della democrazia e della cristianità nei confronti del Pentagono e del Vaticano.

Per fortuna col tempo, e soprattutto col sacrificio di tanti uomini e donne rimasti vittime di una pluridecennale “mattanza”, le cose sono cambiate. Si sono scoperti preti e monaci discutibili (padre Giacinto ucciso come un boss, frate Mario Frittitta “beccato” a dir messa nel rifugio di un latitante), ma sono venuti alla luce veri e propri preti eroi della strada: su tutti padre Puglisi, ucciso per impedirgli di strappare all’influenza dei mafiosi Graviano i bambini palermitani di Brancaccio e don Luigi Ciotti, che oggi porta i dolenti familiari delle vittime al cospetto del “padre” Francesco. Un traguardo perfetto, preceduto dall’anatema di Wojtyla sulla piana di Agrigento e, prima ancora, dallo sdegno del cardinal Pappalardo che di fronte al cadavere del generale dalla Chiesa grida in faccia al governo schierato nelle prime file della basilica: «Mentre a Roma si discute Sagunto viene espugnata». E Sagunto era Palermo. Povera Palermo. LS 6

 

 

 

Il Cardinale Cantalamessa: "Il solvente di ogni paura è Cristo"

 

Il porporato ha dedicato la terza predica di Quaresima all'immagine del Buon Pastore - Di Marco Mancini

 

Città del Vaticano. Io sono il buon pastore. E’ questo il filo conduttore della terza predica di Quaresima, offerta dal Cardinale Raniero Cantalamessa, Predicatore della Casa Pontificia, al Papa e alla Curia Romana.

“Diciamocelo pure: l'immagine buon pastore e quelle connesse di pecora e di gregge – ha spiegato il Cardinale - non sono più di moda, non teme Gesù chiamandoci sue pecore di urtare la nostra sensibilità e di offendere la nostra dignità di uomini liberi. L'uomo d'oggi rifiuta sdegnosamente il ruolo di pecora e l'idea di gregge: non si accorge però di come nella realtà viva esattamente la situazione che deplora in teoria. Uno dei fenomeni più evidenti della nostra società è la massificazione. I mezzi di comunicazione di massa, i mass media si chiamano così non solo perché informano le masse, ma perché le formano, le massificano. Senza accorgersene ci si lascia guidare da ogni sorta di manipolazione e persuasione occulta”.

“Accanto all'immagine di buon pastore fa la sua comparsa quella del cattivo pastore. Nel profeta Ezechiele – ha aggiunto il porporato - troviamo una terribile requisitoria contro i cattivi pastori che trattano le pecore con crudeltà e violenza, ma a questa requisitoria contro i cattivi pastori segue una promessa: Dio un giorno si prenderà cura personalmente del suo gregge”.

Gesù – ha ricordato il Cardinale Cantalamessa - dice “Io dice sono il buon pastore: la promessa di Dio è divenuta realtà superando ogni attesa”.

Sant’Agostino diceva ai fedeli – ha proseguito il Predicatore della Casa Pontificia – “per voi io sono vescovo, con voi sono un cristiano, nei vostri confronti siamo come pastori ma rispetto al sommo pastore siamo delle pecore. Dimentichiamo dunque il nostro ruolo - chi di pastori, chi di predicatore – e sentiamoci per una volta soltanto unicamente pecorelle del gregge.  Il pastore della Chiesa è anche lui un malato che deve curare, aiutare gli altri a guarire. Cerchiamo di vedere qual è la principale malattia di cui dobbiamo curarci per curare gli altri”.

Gesù – ha concluso - “ha pronunciate il suo noli timere - non temere - e questa non è una parola vuota, impotente, come quella che ci rivolgiamo noi quando diciamo fatti coraggio.  Questa è una parola efficace - quasi sacramentale - che opera quello che significa. La liberazione non è qui in una idea o in una tecnica, ma in una persona: il solvente di ogni paura è Cristo, il quale ha detto non abbiate paura, Io ho vinto il mondo”. Aci 8

 

 

 

 

Smaschilizzare la Chiesa

 

Donne e Chiesa. Su invito del Papa due teologhe e un teologo parlano davanti al Consiglio dei cardinali. È diventato un libro – di Paola Colombo

 

Smaschilizzare la Chiesa. Confronto critico sui “principi” di H.U. von Balthasar (Paoline Editoriale Libri, 2024, prefazione di papa Francesco) è il libro nato da un evento: papa Francesco lo scorso 4 dicembre aveva invitato due teologhe, Lucia Vantini e Linda Pocher e un teologo, Luca Castiglioni, a parlare davanti al Consiglio dei cardinali (C9) sul principio mariano-petrino che da circa un cinquantennio connota il mondo maschile e femminile nella Chiesa. Smaschilizzare la Chiesa, disse il Papa lo scorso 30 novembre quando contò solo cinque donne presenti all’incontro con la Commissione teologica internazionale. Nella prefazione al libro il Papa ammette: “Ci siamo accorti, specialmente durante la celebrazione del Sinodo, che non abbiamo ascoltato abbastanza la voce delle donne nella Chiesa e che la Chiesa da esse ha molto da imparare”. È un segno notevole allora che questo incontro sia diventato un libro che raccoglie gli interventi di Vantini, Castiglioni e Pocher davanti al Papa e al C9. In quell’incontro si è creato uno spazio importante di parola e di ascolto.

Il contributo di Luca Castiglioni (1981, Legnano), teologo, presbitero, muove dal meno conosciuto principio giovanneo per articolare diversamente il principio mariano e petrino. Linda Pocher (1980, Udine), teologa e Figlia di Maria Ausiliatrice, si concentra su due scene che hanno Maria per protagonista alla ricerca di tracce nelle prime comunità cristiane di come si incarnasse l’annuncio paolino “non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo” (Gal 3, 28). Lucia Vantini (1972, Verona), laica, sposata e madre di due figlie e un figlio, è filosofa, teologa, presidente del Coordinamento teologhe italiane, va al cuore della questione. Il suo contributo critico sul principio mariano e petrino, dischiude una prospettiva che non è più eludibile e con cui la Chiesa deve fare i conti senza facili o fumose scappatoie. Esso ha la potenza che viene dalla competenza e dalla verità dell’esperienza oltre ad avere alle spalle decenni di teologia di genere che purtroppo si conosce ancora poco nella Chiesa. In Italia infatti molte teologhe, e Vantini le cita, hanno messo in discussione sul piano biblico, storico ed ecclesiologico il principio mariano-petrino perché “applicato riduttivamente (…) e in chiave rigidamente ministeriale”. Il principio mariano-petrino, prosegue la teologa veronese, non regge “la complessità del presente e non potrà traghettare la Chiesa verso il domani” perché “compromette la buona alleanza fra noi, affatica i legami di giustizia e rischia di funzionare come fragile motivo per ribadire la riserva alla ministerialità ordinata e per aggravare l’esclusione delle donne dai processi decisionali delle comunità”. Il principio mariano-petrino genera sofferenze e insofferenze che sono “indicatori di squilibrio che in questa Chiesa grida con voci di donna, rivelando ferite e conflitti aperti”. Il Papa stesso, ricorda Vantini, ha in due circostanze aperto lo spazio per parlarne. Rifuggendo ogni forma di vittimismo, occorre “nominare le ferite” per rendere possibile la trasformazione che apra un orizzonte nuovo per la casa comune che è la Chiesa. Le insofferenze, prosegue, sono poi “intese come energia per aprire un conflitto necessario e fecondo”. E cita Evangelii Gaudium laddove “la discussione conflittuale è a suo modo una forma di investimento nelle relazioni, un modo per scommettere sulla forza e sulla tenuta dei nostri legami”. Da qui l’importanza della lingua che non riproduca schieramenti ma “che sia plurale, ospitale, creativa e impossibile da addomesticare sul già detto”. E ancora sul principio di von Balthasar “le teologie di genere rifiutano questo modello perché ne hanno smascherato il gioco truccato: il principio mariano-petrino cancella o neutralizza le donne attraverso definizioni buone e immagini esaltanti” condannando “all’impossibilità di essere ciò che si è, con i pregi e difetti della propria singolarità”. E per far capire che cosa questo significa, Vantini riporta quanto il Papa disse in una intervista al Corriere della Sera “che in ogni idealizzazione c’è una aggressione”. Papa Francesco rifiuta l’idealizzazione della sua figura, dice Vantini, perché “ne avvertiva l’ombra minacciosa verso la libertà di essere papa nella storia”. Il principio mariano-petrino è una formulazione vuota “con tristi e ingiusti effetti collaterali” e la teologa mostra quanto il principio sia problematico anche per il mondo maschile. Chiedere alle donne nella Chiesa di essere ispiratrici è il meccanismo che, prosegue Vantini, in sociologa si chiama scogliera di cristallo, ossia chiedere aiuto alle donne quando c’è crisi per poi marginalizzarle nuovamente. Questo accade in politica, nelle aziende e anche nella Chiesa. Allora “decostruire il principio mariano-petrino non conduce alla negazione della differenza sessuale come tratto di parzialità e di finitezza che segna ogni vita. Il gesto, piuttosto, la rende libera di significare senza cadere in formule gerarchiche antievangeliche”. CdI marzo

 

 

 

“Non venga meno vostro impegno nella lotta ad abusi, Chiesa sia luogo sempre più sicuro”

 

“Prendersi cura delle vittime di abusi” è “una vocazione coraggiosa, che nasce dal cuore della Chiesa a la aiuta a purificarsi e a crescere”. Lo scrive Papa Francesco nel discorso letto da un collaboratore, per motivi di salute del Pontefice, ai membri della Pontificia Commissione per la tutela dei minori ricevuti questa mattina in udienza, nel Palazzo Apostolico Vaticano, in occasione dell’Assemblea Plenaria. “Negli ultimi dieci anni il vostro compito di offrire ‘consiglio e consulenza e altresì proporre le più opportune iniziative per la salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili’ (Praedicate Evangelium, art. 78) si è notevolmente allargato -, ha osservato il Pontefice -. Esso ha assunto una fisionomia più definita, dal momento che vi ho chiesto di concentrarvi nell’aiutare a rendere la Chiesa un luogo sempre più sicuro per i minori e gli adulti più fragili”. Di qui l’esortazione a “continuare in questo servizio, con spirito di squadra: costruendo ponti e collaborazioni che possano rendere più efficace la vostra cura per gli altri”.

Nel richiamare il Rapporto annuale sulle politiche e le procedure di tutela nella Chiesa preparato dalla Commissione su richiesta del Papa, Francesco ha spiegato: “Esso non dovrebbe essere semplicemente un documento in più, ma aiutarci a capire meglio il lavoro che ancora ci attende. Di fronte allo scandalo degli abusi e alla sofferenza delle vittime potremmo scoraggiarci, perché la sfida di ricostruire il tessuto di vite infrante e di guarire il dolore è grande e complessa. Ma non deve venire meno il nostro impegno; anzi, vi incoraggio ad andare avanti, perché la Chiesa sia sempre e dappertutto un luogo dove ciascuno possa sentirsi a casa e ogni persona sia ritenuta sacra”.

“La vicinanza alle vittime di abuso non è un concetto astratto: è una realtà molto concreta, fatta di ascolto, di interventi, di prevenzione, di aiuto. Siamo chiamati tutti – in particolare le autorità ecclesiastiche – a conoscere direttamente l’impatto degli abusi e a lasciarci scuotere dalla sofferenza delle vittime, ascoltando direttamente la loro voce e praticando quella prossimità che, attraverso scelte concrete, le sollevi, le aiuti e prepari un futuro diverso per tutti”, ha continuato il Papa.

“La risposta a coloro che hanno subito abusi nasce da questo sguardo del cuore, da questa vicinanza”, ha spiegato Francesco lanciando un monito: “Non deve accadere che questi fratelli e sorelle non vengano accolti e ascoltati, perché questo può aggravare moltissimo la loro sofferenza. C’è bisogno di prendersene cura con un impegno personale, così come è necessario che ciò sia portato avanti con l’aiuto di collaboratori competenti”. “Ringrazio voi per tutto quello che fate per accompagnare le vittime e i sopravvissuti. Gran parte di questo servizio viene svolto in modo riservato, come è giusto che sia per rispetto delle persone. Ma, nello stesso tempo – ha precisato il Papa – suoi frutti dovrebbero diventare visibili: si dovrebbe sapere e vedere il lavoro che fate accompagnando il ministero di tutela delle Chiese locali. La vostra vicinanza alle autorità delle Chiese locali le rafforzerà nella condivisione di buone pratiche e nella verifica dell’adeguatezza delle misure che sono state poste in atto. Vi ho già chiesto di assicurare la conformità con Vos estis lux mundi, in modo che ci siano mezzi affidabili per accogliere e prendersi cura di vittime e sopravvissuti, come anche per assicurare che l’esperienza e la testimonianza di queste comunità sostenga il lavoro di protezione e prevenzione”, la conclusione di Francesco. Giovanna Pasqualin Traversa, sir 7

 

 

 

Papa Francesco: "La violenza contro le donne è scandalosa"

 

Il Pontefice: la via per società migliori passa proprio attraverso l’istruzione delle bambine, delle ragazze e delle giovani, di cui beneficia lo sviluppo umano - Di Marco Mancini

 

Città del Vaticano. A causa del persistere del raffreddore anche stamane il Papa ha delegato a Mons. Giroli la lettura del discorso preparato per i partecipanti al Congresso Internazionale Interuniversitario “Donne nella Chiesa: artefici dell’umano” che si svolge presso la Pontificia Università della Santa Croce, a Roma, dal 7 all’8 marzo 2024.

Questo convegno "valorizza in particolare la testimonianza di santità di dieci donne: Giuseppina Bakhita, Magdeleine di Gesù, Elizabeth Ann Seton, Maria MacKillop, Laura Montoya, Kateri Tekakwitha, Teresa di Calcutta, Rafqa Pietra Choboq Ar-Rayès, Maria Beltrame Quattrocchi e Daphrose Mukasanga. Tutte loro, in differenti tempi e culture, con stili propri e diversi, e con iniziative di carità, di educazione e di preghiera, hanno dato prova di come il genio femminile sappia riflettere in modo unico la santità di Dio nel mondo".

Francesco ha ribadito ancora che "la Chiesa è donna: figlia, sposa e madre. Le donne “Artefici dell’umano” richiamano ancora più chiaramente la natura della loro vocazione: quella di essere artigiane, collaboratrici del Creatore a servizio della vita, del bene comune, della pace. E vorrei sottolineare due aspetti di questa missione, riguardanti lo stile e la formazione".

Per quanto riguarda lo stile, il Papa ha osservato che il "nostro è un tempo lacerato dall’odio, in cui l’umanità, bisognosa di sentirsi amata, è invece spesso sfregiata dalla violenza, dalla guerra e da ideologie che affogano i sentimenti più belli del cuore. E proprio in questo contesto, il contributo femminile è più che mai indispensabile: la donna, infatti, sa unire con la tenerezza. La donna infatti, con la sua capacità unica di compassione, con la sua intuitività e con la sua connaturale propensione a prendersi cura, sa in modo eminente essere, per la società, intelligenza e cuore che ama e che unisce".

Sulla formazione invece il Pontefice ha auspicato che gli ambienti da cui si proviene "oltre ad essere luoghi di studio, di ricerca e di apprendimento, luoghi informativi, siano anche contesti formativi, dove si aiuta ad aprire la mente e il cuore all’azione dello Spirito Santo. Perciò è importante far conoscere i santi, e specialmente le sante, in tutto lo spessore e in tutta la concretezza della loro umanità: così la formazione sarà ancora più capace di toccare ogni persona nella sua integralità e nella sua unicità. Nel mondo, dove le donne soffrono ancora tante violenze, disparità, ingiustizie e maltrattamenti – e ciò è scandaloso, ancor più per chi professa la fede nel Dio nato da donna – c’è una forma grave di discriminazione, che è proprio legata alla formazione della donna. Essa è infatti temuta in molti contesti, ma la via per società migliori passa proprio attraverso l’istruzione delle bambine, delle ragazze e delle giovani, di cui beneficia lo sviluppo umano. Preghiamo e impegniamoci per questo". Aci 7

 

 

 

Madonna di Trevignano, il vescovo boccia le apparizioni: “Nulla di soprannaturale”

 

Gli accertamenti erano partiti nell'aprile 2023, una Commissione aveva consegnato a maggio una prima relazione - Edoardo Izzo

 

ROMA. Per la Chiesa quelli della veggente di Trevignano Gisella Cardia non sono miracoli. A comunicarlo il vescovo Marco Salvi che, in una nota sul sito della Diocesi, spiega che la Commissione di Civita Castellana è arrivata al verdetto di «Constat de non supernaturalitate». Ovvero le presunte apparizioni non sono soprannaturali.

«Dopo un congruo periodo di attento discernimento, ascoltate le testimonianze provenienti dal territorio e avvalendosi di una Commissione di esperti - formata da un mariologo, un teologo, un canonista, uno psicologo e della consulenza esterna di alcuni specialisti, considerata la figura di Maria nella Tradizione della Chiesa e nella viva fede de popolo di Dio», si legge nel provvedimento.

Dopo «fervida preghiera», la diocesi ha decretato la non soprannaturalità dei fatti in questione («Constat de non supernaturalitate»).

La relazione finale dei lavori della Commissione è arrivata nelle mani del vescovo Salvi a gennaio 2024 ed oggi è stata divulgata. Gli accertamenti erano partiti nell'aprile del 2023 e una Commissione già il 30 maggio del 2023 aveva consegnato a Salvi una prima relazione di «non soprannaturalità del fenomeno», ma si trattava di una prima valutazione, dovendo fare altri accertamenti. Oggi a distanza di quasi un anno è arrivato il verdetto definitivo: non c'è nulla di soprannaturale nei fatti di Trevignano. LS 6

 

 

 

“Cos’è la preghiera?” Come bisogna pregare?

 

ACI Stampa ha intervistato l'autore del libro "Cos'è la preghiera?", un cammino alla scoperta del valore della preghiera - Di Veronica Giacometti

 

Roma, mercoledì. Questo libro è un cammino alla scoperta della preghiera. Come un sentiero di montagna che, irto di difficoltà e inciampi, alla fine ci conduce alla meta, allo stesso modo possiamo paragonare l’ascolto della Parola e del volere di Dio. È questo l’intento del nuovo testo di Don Ricardo Reyes Castillo, edito da Cantagalli. Dopo il libro su “Cosa è la Messa?”, l’autore riflette ora su un’altra domanda (con altrettante risposte): “Cosa è la preghiera?”. Al giorno d’oggi è fondamentale comprendere l’importanza della preghiera. Perché pregare è relazionarsi con Dio. Tuttavia il tempo e lo spazio in cui viviamo non ci permettono di comprenderne appieno il significato. ACI Stampa ha parlato di questo con l’autore del volume “Cosa è la preghiera?” di Cantagalli, don Ricardo Reyes Castillo, presbitero della diocesi di Roma.

 

Come è nata l’idea di questo libro?

Cito Sant’Agostino, “ci hai fatti per te o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”. Il libro nasce da un grande desiderio, cioè quello di trasmettere ciò che io per primo sto sperimentando. Sono delle note personali, un taccuino sulla mia ricerca di senso nella vita, sul mio desiderio di incontrarmi con Dio, con quell’amore che tutto copre e tutto perdona. Un progetto guidato dallo Spirito Santo, in cui non c’è stata una vera e propria strutturazione perché tutto nasce dalla preghiera, dal desiderio.

 

Pregare. Come si può spiegare ai fedeli e ad ognuno di noi l’importanza della preghiera e il suo immenso valore per un cristiano?

Pregare non è ripetere formule o compiere doveri, è innanzitutto dialogare. Noi abbiamo bisogno di essere ascoltati. Dio è una relazione perfetta d'amore. Dio ci ha creato per restare in relazione e sperimentare la bellezza di quella relazione con Lui, che è ciò che ci permette anche una relazione autentica con gli altri. Noi abbiamo bisogno di parlare, ascoltare. Siamo cristiani perché in relazione con gli altri e Dio. I fedeli devono capire che è fondamentale pregare, non solo necessario. Mentre noi riempiamo la nostra vita di vuoto ci sentiamo ancora di più nel vuoto, solo quando noi sperimentiamo Dio sentiamo che siamo finalmente qualcosa.

 

La preghiera è anche ascolto di Dio. Come ci si riesce? Cosa consigli?

Questo è difficile. Perché noi ascoltiamo mille voci, mille pensieri, siamo distratti, siamo trascinati dal cellulare, dai rumori, dalle tante cose da fare. Dobbiamo imparare a fare silenzio. La vita spirituale è come la vita sportiva, non è facile. Ci vuole allenamento, un allenamento dello Spirito. La preghiera è una salita, un percorso intervallato da inciampi, ma che alla fine conduce alla vita finale che desideriamo: riuscire ad ascoltare la vita di Dio.

 

La domanda che più mi ha colpito nel tuo libro è stata “come faccio ad avvertire la presenza di Dio nella preghiera?”

Pregare è qualcosa di più profondo, non è una formula magica, è dialogare, è relazione, tutta la mia vita è una relazione con Dio e il Creato. Come vivo il lavoro, le relazioni, come vivo una bella cena? Se io vivo tutto questo nella consapevolezza del dono di Dio, vivo veramente questo istante. Sperimentare che tutto può diventare preghiera. La preghiera ci deve portare alla libertà. Tutto può diventare preghiera. Rompiamo i nostri schemi, lasciamoci illuminare dalla Parola, ci sono tanti strumenti che ci aiutano in questo percorso, nel libro li illustro e ci possono aiutare.

 

Nel libro precedente hai spiegato il valore della Messa, questa volta della preghiera. Hai in mente altri progetti e altre pubblicazioni?

Io mi lascio molto guidare dallo Spirito Santo. Il Signore ci conduce in tutto. Nella preghiera il Signore mi ha suggerito di disegnare queste tracce verso di Lui. Mi piacerebbe continuare, cercare un linguaggio semplice per le persone di oggi, per spiegare le cose basilari della nostra fede... Per esempio sull’Anno Liturgico. Come è diviso? Cosa significa concretamente per noi? A volte non sappiamo nemmeno come vivere il Tempo di Avvento e Quaresima.

 

Anche questa volta nel libro ci sono illustrazioni bellissime di Suor Eleonora Maria Calvo...

Sì, perché c’è il desiderio di veicolare un significato più profondo attraverso il linguaggio delle immagini. Abbiamo bisogno di risposte alle domande più comuni. Nei testi ci sono più di 60 domande e risposte, che sono le domande tipiche che un ragazzo o una persona curiosa potrebbe fare. Le immagini addolciscono la nostra fragilità e ci aiutano ad approfondire e comprendere l’argomento trattato. Aci 6

 

 

 

La reazione della Conferenza episcopale tedesca alla lettera da Roma

 

Il no del Vaticano alla costituzione di un Consiglio sinodale (Synodaler Rat) frena la commissione sinodale (Synodaler Ausschuss)

Poco prima dell’inizio della conferenza episcopale di Augsburg (19-22 febbraio), i vescovi hanno rimosso dall’ordine del giorno un punto, e non per mancanza di tempo, sebbene i temi da discutere fossero tanti e importanti. La votazione dello statuto della Commissione sinodale è volata fuori dall’odg, come reazione a una lettera da Roma, firmata dal Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, dal prefetto del Dicastero per la dottrina della fede, card. Victor Manuel Fernandez e dal capo dell’ufficio episcopale, card. Robert Prevost.

Nella lettera, approvata dal Papa, si legge: “Se lo statuto della Commissione sinodale dovesse essere approvato prima di questa riunione, si porrebbe la questione del significato di questa riunione e, più in generale, del processo di dialogo in corso” (Fonte: KNA). L’incontro a cui si riferisce la lettera è quello prefissato per discutere sul Consiglio sinodale (Synodaler Rat) che i vescovi tedeschi e i laici intendono costituire a proseguimento del Synodaler Weg. Lo statuto della Commissione sinodale metterebbe nero su bianco che il suo compito sarà quello di istituire il Consiglio sinodale. Un tale consiglio è osteggiato da Roma (lettera gennaio 2023) che vi vede un indebolimento dell’autorità del vescovo. Se molti dei tredici documenti approvati del Synodaler Weg sono a Roma perché richiedono l’approvazione del Papa, e quindi per ora sono in uno stato di sospensione, anche perché è in corso il Sinodo universale, il nodo critico fra il Vaticano e la DBK è il Consiglio sinodale, ovvero modo di intendere la sinodalità.

Il punto è che Roma vede in esso un indebolimento dell’ufficio del vescovo perché un organismo di laici e clero si porrebbe al di sopra della Conferenza episcopale. La maggior parte dell’episcopato tedesco (quattro di loro non fanno parte, l’arcivescovo Rainer Maria Woelki, Colonia, i vescovi Gregor Maria Hanke, Eichstätt, Stefan Oster, Passau e Rudolf Voderholzer, Ratisbona, si sono distanziati e non prendono parte alla Commissione sinodale né la finanziano) vede invece in questo consiglio un organismo che rafforza la posizione dei vescovi perché non lasciati soli a prendere decisioni.

Con la cancellazione del punto dall’odg l’episcopato frena, si muove prudentemente con il Vaticano anche se resta fermo nell’intenzione di arrivare al Consiglio sinodale, rassicurando tuttavia Roma di muoversi all’interno del diritto canonico.

Affermano poi che non sarebbe un novum perché un simile organismo c’è in America Latina. Da almeno un anno c’è stato nel processo di riforme Synodaler Weg un atteggiamento più cauto, evidentemente e positivamente condizionato dal Sinodo universale e dall’opportunità che questo offre di dialogare sui temi sensibili della Chiesa, di „crare spazi“, come i vescovi delegati al Sinodo a Roma hanno scritto (cfr. Un Sinodo che crea spazi)  Sinodo tedesco e sinodo universale si muovono nella stessa direzione, “wir gehen diesselbe Richtung” ha detto il presidente della DBK, il vescovo Georg Bätzing, e la direzione è quella dello sviluppo della Chiesa anche se con stile, tempi e accenti diversi e poi perché tutti i temi del SW sono presenti nel sinodo universale. Udep, CdI marzo

 

 

 

Il nazionalismo etnico è incompatibile con il cristianesimo

 

Dichiarazione unanime dell’episcopato tedesco alla conferenza di Augsburg 19-22 febbraio: Il nazionalismo etnico è incompatibile con il cristianesimo

Nella recente assemblea della conferenza episcopale tedesca, Augsburg 19-22 febbraio, l’episcopato tedesco ha nuovamente preso distanza da quei partiti, movimenti politici che si basano su un nazionalismo etnico (ancorato all’idea esclusiva di appartenenza a un popolo, un’etnia e un territorio) in quanto non compatibili con il messaggio evangelico e la sua concezione dell’essere umano. Il 2024 è un anno di elezioni, quella del rinnovo del parlamento europeo, ci sono molte elezioni comunali in Germania e anche elezioni dei Landtag di Brandeburgo, Sassonia e Turingia. Nella dichiarazione Völkische Nationalismus und Christentum sind unvereinbar approvata all’unanimità si legge quanto segue:

“Gli atteggiamenti e i concetti dell’estremismo di destra sono fondamentalmente orientati all’isolamento e all’esclusione. Ne consegue che la pari dignità di tutte le persone viene negata o relativizzata. Questa ideologia è palesemente in netto contrasto con la visione cristiana dell’umanità, per la quale la dignità umana è il punto di partenza e l’obiettivo”.

Dopo aver chiarito in che cosa consista la visione ideologica dell’estremismo di destra, la dichiarazione dei vescovi evidenzia le ricadute pericolose per la democrazia e per il principio di solidarietà: “la restrizione del principio di solidarietà – vale a dire l’attenzione esclusiva ai membri del proprio popolo, etnicamente omogeneo – è del tutto incompatibile con i fondamenti dell’etica sociale cristiana. Anche il principio della democrazia, che si basa sull’idea della parità di diritti per tutti, viene messo in discussione”.

Come non vedere in questo una presa di posizione in riferimento anche alla riunione della destra radicale a Postdam lo scorso gennaio e al piano di reimmigrazione?

I vescovi proseguono con un distinguo fondamentale: il confronto con l’estremismo di destra non riguarda idee politiche diverse ma il modo fondamentale di considerare l’essere umano (Mensch) e ne traggono le conseguenze: “il nazionalismo etnico è incompatibile con la visione cristiana di Dio e dell’umanità. I partiti estremisti di destra e quelli che proliferano ai margini di questa ideologia non possono quindi essere un luogo in cui i cristiani possano impegnarsi in attività politica e non sono partiti votabili. La diffusione di slogan estremisti di destra – tra cui in particolare il razzismo e l’antisemitismo – è incompatibile anche con il servizio a tempo pieno o volontario nella chiesa”.

Una “linea rossa” sull’impegno politico legittimo, ha ricordato ad Augsburg il vescovo Georg Bätzing, che il suo predecessore, cardinale Reinhard Marx, aveva già nettamente marcato nel 2017. Nella dichiarazione dei vescovi si legge ancora che nel partito Alternative für Deutschland domina un orientamento etnico-nazionalista e che: “votare un tale partito significa andare contro i valori fondamentali della convivenza umana e della democrazia nel nostro Paese”.

Detto questo, i vescovi comprendono l’attrazione che esercita questo partito e “concordano anche sul fatto che la Chiesa non deve evitare il dialogo con persone che sono ricettive a tali messaggi estremisti ma anche disposte a dialogare”.

Concludono che “ovviamente devono essere affrontati i problemi reali della nostra società strumentalizzati dall’estremismo di destra: dalle questioni di giustizia alla necessità di una buona integrazione di tutti i migranti.”

Non è la prima volta che l’episcopato tedesco si esprime nettamente contro ogni forma di estremismo e di populismo che contrasta la visione cristiana dell’uomo (Menschenbild), che svuota il principio fondamentale dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani e mina fondamento costituzionale della società democratica quello dell’intoccabilità della dignità di tutti gli esseri umani. Già nella conferenza episcopale dell’autunno scorso la DBK aveva già trattato ampiamente il tema della posizione della Chiesa nei confronti dell’estremismo di destra affidandosi a uno studio di esperti. Dopo Potsdam, i vescovi del nord est (19 gennaio), dove i Länder sono fortemente orientati verso partiti di estrema destra, hanno dichiarato pubblicamente che “in coscienza non possiamo accettare le posizioni di partiti estremisti come Dritter Weg, Heimat o AfD”.

Nel 2019 la conferenza episcopale tedesca aveva pubblicato Dem Populismus wiederstehen (Opporsi al populismo), una guida su come la Chiesa affronta le tendenze populiste di destra (la pubblicazione è scaricabile gratuitamente da Publikationen nel sito della dbk); nello stesso anno insieme alla chiesa evangelica (EDK), i vescovi cattolici avevano pubblicato Vertrauen in die Demokratie stärken (Rafforzare la fiducia nella democrazia, scaricabile dal sito della DBK). Udep, CdI marzo

 

 

 

Ad limina Emilia-Romagna, l'Arcivescovo Perego racconta la visita

 

ACI Stampa ha intervistato Monsignor Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio - Di Marco Mancini

 

Ferrara. La settimana scorsa i Vescovi della Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna hanno compiuto la loro visita ad limina a Roma. Di questa esperienza ACI Stampa ha parlato con uno di loro, Monsignor Gian Carlo Perego, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio.

Un incontro, una visita fraterna al Successore di Pietro, Papa Francesco, per confermare la nostra fede e per consegnare a Lui e ai suoi collaboratori più stretti l’esperienza di fede e il cammino delle nostre Chiese in questi dieci anni, dall’ultima visita ad limina. Dall’incontro con il Papa e con i suoi collaboratori nei diversi Dicasteri abbiamo respirato e compreso soprattutto le note della Chiesa: della santità, dell’unità, dell’apostolicità, della cattolicità della Chiesa.

Si può definire questa una "esperienza sinodale"?

Certamente, perché è stato vissuto nella narrazione della vita delle nostre Chiese, nel dialogo e nel confronto sulle esperienze e sui problemi delle nostre Chiese emiliano-romagnole, nella preghiera e celebrazione comune nelle quattro basiliche, per un cammino ecclesiale rinnovato. L’incontro poi con la segreteria del Sinodo generale è stato particolarmente importante per comprendere la sintonia tra il cammino sinodale della Chiesa in Italia e il Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità e per avviare i nuovi passi futuri che avranno una rilevanza nelle Chiese locali, nella Chiesa in Italia e nella Chiesa universale.

Nei vari incontri con i Dicasteri, quali sono stati i punti, gli argomenti, o anche le criticità – se ve ne sono – che sono emersi come priorità per la vostra regione ecclesiastica?

In ognuno dei diversi Dicasteri visitati si sono affrontati molti temi e problemi, tutti importanti delle nostre Chiese dell’Emilia Romagna e si è compreso anche il lavoro importante dei Dicasteri a servizio del Papa e delle Chiese locali. Nel Dicastero dei Vescovi tra gli argomenti toccati c’è stato quello della revisione delle Diocesi, del rapporto del vescovo con il suo presbiterio. Nel Dicastero dei Santi abbiamo scoperto insieme il cammino di santità delle nostre Chiese, con 106 cause aperte di giovani, presbiteri martiri del fascismo e del comunismo, religiosi e religiose: una grazia che ci fa comprendere come la fede cammina. Nel Dicastero del Clero abbiamo approfondito le tematiche dei presbiteri e presbìteri, sempre più anziani (l’età media in Emilia Romagna è di 68 anni), la fatica amministrativa nelle unità pastorali che vedono affidate più parrocchie a un presbitero, la passibilità della vita comune, il ruolo dei diaconi. Si è parlato della scarsità delle vocazioni al ministero presbiterale (50 in tutta l’Emilia Romagna, compresa la Propedeutica). Di vocazioni e di chiusura di comunità religiose sempre più frequenti nelle nostre Chiese si è parlato anche al Dicastero della vita consacrata. Nel Dicastero per la fede si è trattato del tema centrale oggi: l’annuncio della fede, tema ripreso anche nel Dicastero per l’evangelizzazione, dove è stata sottolineata l’importanza del linguaggio: i giovani soprattutto rischiano di non capirci. A questo proposito in più Dicasteri – Evangelizzazione, Culto divino – si è parlato dei ministeri, in particolare del nuovo ministero del catechista, di cui ogni Chiesa è chiamata a costruire il profilo a partire dalla propria storia. Nel Dicastero per il culto, alla luce della lettera apostolica Desiderio desideravi, si è sottolineata l’importanza di una formazione liturgica di tutto il popolo di Dio. Interessante l’incontro con la Segreteria di Stato, dove sono stati affrontati alcuni temi inerenti il rapporto tra le amministrazioni pubbliche e le nostre Chiese: dall’IMU, alle chiese di proprietà del demanio, ma anche l’accoglienza dei migranti e rifugiati, in particolare dei minori, la formazione sociale e politica. Questi ultimi temi - migranti e formazione sociale e politica -sono stati oggetto anche dell’Incontro con il Dicastero dello Sviluppo umano, unitamente alla ricchezza di esperienze di carità, di cura delle persone, di attenzione alla salvaguardia del creato presenti nelle nostre Chiese emiliano-romagnole. Ogni incontro con i Dicasteri ha visto una grande disponibilità del Prefetto, dei Segretari e officiali all’ascolto e al confronto.

Cosa può raccontarci dell’incontro con il Papa?

E’ stato un incontro di due ore familiare, fraterno, nonostante i postumi influenzali del Papa, che aveva costretto il Papa a spostare l’incontro dal lunedì al giovedì. Papa Francesco ci ha invitato a porre con chiarezza questioni e problemi delle nostre Chiese. Si sono toccati molti aspetti della vita delle nostre Chiese, tra i quali: la vita dei presbiteri, la scarsità delle vocazioni, il nuovo ministero del catechista, la sofferenza per gli abusi, l’accoglienza dei migranti. Il Papa alla fine ci ha consegnato l’importanza di quattro relazioni nel nostro ministero episcopale: con Dio, nella preghiera, con gli altri Vescovi, per vivere la collegialità, con i presbiteri, nello stesso presbiterio, con il popolo di Dio.

Questa visita ad limina cosa darà alla sua diocesi?

Regalerà alla nostra Chiesa un respiro universale; confermerà la nostra fede e la fedeltà a Pietro, oggi Papa Francesco; favorirà l’ultima tappa del cammino sinodale; preparerà il giubileo, tempo di perdono e di condivisione. Lo specifico incontro con i Dicasteri ha confermato la loro disponibilità ad accompagnare e servire le nostre Chiese in questo tempo di “cambiamento d’epoca” e di rinnovamento ecclesiale.

Con che slancio si riparte dopo questa esperienza?

La visita ad limina, con l’incontro con il Papa, personale e con i fedeli che ci hanno accompagnato all’udienza del mercoledì, l’incontro con i Dicasteri hanno dato volto alle parole comunione e missione che caratterizzano anche il cammino sinodale in Italia e il Sinodo generale. Ritorno in Diocesi con la consapevolezza che siamo tutti ‘servi’ dell’annuncio del Vangelo della gioia, carico di incontri e d parole importanti per il mio ministero episcopale.

Al termine della visita ad limina, vi siete riuniti e avete diffuso una nota sul valore della vita umana, in riferimento alla proposta regionale sul suicidio medicalmente assistito. Avevate parlato con il Papa anche di questo argomento?

Non è stato oggetto specifico del dialogo con il Papa, anche se il tema del rispetto della vita, della sua tutela in ogni fase, dell’accoglienza dei migranti ha attraversato vari passaggi delle sue parole. La nota è nata come preoccupazione pastorale di tutti noi pastori difronte a un atto della Regione, uscito senza dibattitto in Consiglio regionale e  senza confronto con le realtà sociali, che rischia di avviare azioni di cura che anziché rafforzare le cure palliative vanno verso il suicidio assistito.  Ogni atto e attacco alla vita non può non vedere alzare la nostra voce. Anche in questa occasione le nostre Chiese hanno riproposto con forza il collegamento tra etica della vita e etica sociale nella consapevolezza che non può “avere solide basi una società che — mentre afferma valori quali la dignità della persona, la giustizia e la pace — si contraddice radicalmente accettando e tollerando le più diverse forme di disistima e violazione della vita umana, soprattutto se debole ed emarginata”, come già scriveva  San Giovanni Paolo II nell’ enciclica Evangelium vitae(cfr. n.101).

Quanto è importante oggi riaffermare il valore e la dignità di ogni vita umana?

La dignità della persona e il suo valore, quale creatura ‘immagine e somiglianza di Dio’ è al centro dell’annuncio e dell’agire della Chiesa.  Ogni fase della vita, dal suo generarsi al suo tramonto, in ogni luogo, in terra e in mare, non può che avere la nostra attenzione che nasce dalla comune condizione di fratelli, nella stessa famiglia che è il mondo. L’indebolimento del Welfare State, la mancanza di risorse economiche rischia di indebolire le cure, di piegarle alle prestazioni standardizzate dal mercato. La Chiesa ha fatto nascere ieri gli Ospedali per vedere al centro della città, dei nostri interessi, anzitutto le persone deboli e sofferenti. Oggi la Chiesa continua in maniera rinnovata il suo impegno, anche favorendo un Welfare community, perchè la vita umana e la sua tutela debba continuare ad essere al centro della polis, della comunità. Aci 5

 

 

 

 

Don Marcello nuovo missionario ad Hanau e Fulda

 

Domenica 4 febbraio 2024 la comunità italiana di Hanau ha accolto con grande gioia l’arrivo di don Marcello Panarella, responsabile dal 1° febbraio della comunità cattolica italiana di Hanau e Fulda.

È un momento di festa perché dopo diciassette lunghi mesi possiamo finalmente gioire della presenza di don Marcello.

Il suo arrivo ha portato fresca vitalità e una ritrovata spiritualità tra i fedeli italiani di Hanau e dintorni, pronti a iniziare insieme un nuovo cammino e a collaborare fiduciosi al suo fianco.

La Messa di benvenuto è stata celebrata nella chiesa Mariae Namen con la partecipazione di Pfarrer Hans-Paul Dehm (don Gianpaolo) che per mesi ci ha seguito spiritualmente, dandoci coraggio e forza, partecipando ai nostri bisogni e adattandosi con molta facilità alla nostra cultura. Presente era anche il delegato per le Missioni e le Comunità cattoliche italiane in Germania e in Scandinavia, don Gregorio Milone, che ha concelebrato e dato lettura del decreto di nomina di don Marcello a parroco.

Dopo la celebrazione eucaristica la comunità si è ritrovata nella sala parrocchiale dove i fedeli avevano preparato un piccolo ricevimento di accoglienza, e mangiando e bevendo insieme la comunità ha avuto l’opportunità di condividere brevi momenti di conoscenza con don Marcello. Al benvenuto per don Marcello hanno partecipato alcuni fedeli della comunità di Darmstadt e Limburg che lo avevano conosciuto in passato.

Noi della comunità di Hanau ringraziamo tutti coloro che hanno lavorato in silenzio e con coraggio per l’arrivo del nostro nuovo parroco. Il presidente del consiglio pastorale Rocco Turco ha ringraziato a nome del C.P.P. e di tutta la comunità don Gianpaolo, per averci accolti cosí come siamo e per averci guidato con affetto, pazienza e perseveranza durante il periodo di attesa del nuovo parroco.

Non nascondiamo però la nostalgia di dover salutare Pfr. Dehm con il quale abbiamo percorso un breve ma importante cammino per tutti noi, lo salutiamo augurandogli di non perdere mai ciò per cui lo abbiamo apprezzato: la semplicità, l’umiltà e la discrezione.

Un ringraziamento particolare va a don Gregorio Milone per la sua costanza, data la carenza all’estero di preti, soprattutto di madrelingua.

Ci sentiamo privilegiati e onorati per la presenza di don Marcello, in un momento importante per la nostra comunità e ringraziamo il Signore. L’amore di Dio si manifesta a noi oggi attraverso il dono di un nuovo pastore. L’arrivo di un prete è sempre motivo di riconoscenza verso Dio e l’inizio di un nuovo percorso.

A te don Marcello chiediamo di aiutarci a vivere in comunione tra di noi, sostienici nella fede, aiutaci a essere una comunità unita e solidale. Don Marcello, noi tutti ti saremo vicini e percorreremo insieme, con speranza, questo nuovo viaggio, sicuri dell’amore che Dio ha per tutti noi.

Rita Paletta, comunità di Hanau, con un membro del C.P.P ha scritto il testo di ringraziamento e augurio

Nella diocesi di Fulda ci sono quattro comunità cattoliche italiane, due, Hanau e Fulda, sono affidate per decreto del vescovo Michael Gerber a don Marcello Panarella, le altre due, Kassel e Stadtallendorf, sono guidate dal francescano minore, padre Giuseppe Tomiri.

Pfr Hans-Paul Dehm, che ama essere chiamato don Gianpaolo, è responsabile per le comunità di altra madrelingua nella diocesi, parla fluentemente italiano ed è stato presente nelle comunità in questi lunghi mesi di attesa. Lui e il delegato, don Gregorio, si sono adoperati con ripetuti incontri e colloqui in diocesi per far arrivare di don Marcello. Così don Gianpaolo: “Abbiamo aspettato a lungo, 17 mesi, quasi il doppio che per la nascita di un bambino. Quando una cosa comincia con difficoltà poi diventa gloriosa”. E a don Marcello: “questa gente ti ha cercato”. Parole di ringraziamento a don Gianpaolo Dehm sono venute da don Gregorio: “Potevamo contare sulla tua presenza e sulla tua sensibilità, eravamo tranquilli”. È un tedesco italianizzato, ha aggiunto, raccogliendo l’assenso della comunità. “Il mio compito è incoraggiare i nostri missionari, quando ci sono dubbi, insicurezze e sconforto”, ha aggiunto don Gregorio, ben sapendo che arrivare in una realtà altra, con una lingua non facile come il tedesco, richiede forza e coraggio.

Ma lasciamo la parola a don Marcello Panarella, 50 anni, ultimo di otto figli, viene da Aversa. Durante la pandemia è stato missionario in Olanda.

Hai iniziato la sua formazione al centro Pime, viene da lì il senso missionario?

Circa trent’anni fa quando ho cominciato il percorso formativo, ho iniziato proprio nel seminario dei missionari, il Pime. Un po’ di vocazione missionaria e di non aver paura ad uscire viene anche da lì. Ho chiesto di fare un’esperienza fuori dalla mia diocesi per arricchire la mia esperienza umana, culturale e spirituale di sacerdote.

Ecco come sei arrivato nella diocesi di Fulda?

È un progetto che sta prendendo forma. Quando ho incontrato per la prima volta Pierpaolo Felicolo (direttore generale della Migrantes) mi ha dato subito piena fiducia, poi mi ha presentato don Gregorio, era il 29 maggio, il giorno dopo Pentecoste, il giorno della beata Vergine Maria, Madre della Chiesa. Padre Felicolo mi chiede “che ne dici se ti mandiamo in Germania?” – E gli rispondo: “Le do la mia piena disponibilità. Dove mi mandate, lì significa che il buon Dio mi vuole”. Poi don Gregorio e pfr. Dehm hanno pensato ad Hanau e Fulda ed è giunto questo giorno dove questo progetto prende forma. È il progetto di Dio che si è concretizzato attraverso il loro lavoro. E hanno lavorato veramente molto, soprattutto per la questione della lingua perché non parlo il tedesco. La diocesi di Fulda mi ha dato due anni per imparare la lingua. Se ci riesco dopo mi potranno confermare per altri cinque anni. Sono molto contento e ringrazio il buon Dio perché il nostro cammino ha inizio. Da oggi cominciamo a costruire insieme, come comunità.

Durante l’omelia ad Hanau hai detto che due anni possono sembrare pochi e hai esortato a viverli senza farsi prendere dal senso di rassegnazione del “tanto poi se ne va”.

Li dobbiamo vivere gli anni. Non dobbiamo pensare che dopo due anni, chissà se resta o se ne va. Dobbiamo fare in modo che questi due anni siano eterni, sempre qui. Dobbiamo costruirci nel cammino, non costruire, ma costruirci, perché siamo parte di questo lavoro.

Un momento importante per conoscere le comunità cattoliche italiane è stato il Convegno nazionale della Delegazione a Palermo lo scorso ottobre. Perché, che cosa è successo?

Tutto ha preso concretezza da là. Susanna Caroli, la segretaria della comunità di Darmstadt, mi fece la proposta di andare per tre mesi a Darmstadt. Don Gregorio era d’accordo. Era un punto per iniziare a conoscere un po’ l’ambiente tedesco delle comunità cattoliche italiane. Anche padre Felicolo era molto d’accordo sulla proposta dei tre mesi. L’esperienza a Darmstadt è stata feconda, buona, ricca e significativa. La comunità è dispiaciuta e hanno detto che ho portato un po’ di vita nella comunità, che sono stato la freschezza di questa primavera nuova. Speriamo che anche per loro ci sia una continuità.

Tre mesi, due anni suscitano un senso di instabilità nelle comunità ma le diocesi tedesche richiedono un livello di conoscenza del tedesco che varia da diocesi a diocesi. Quella di Mainz è particolarmente esigente con la conoscenza della lingua.

Un’ultima domanda, don Marcello. So che sei molto legato alla tua diocesi di Aversa. Ce la fai conoscere in poche battute?

La diocesi di Aversa è sede episcopale molto antica, di origine normanna, veniamo subito dopo Napoli e Salerno. È una diocesi ricca di preti e di figure episcopali. Anche numerosi nunzi apostolici vengono dalla diocesi di Aversa, Siamo più di duecento sacerdoti, diversi sono in giro per il mondo con incarichi ed esperienze di missionarietà. Sto bene nella mia diocesi, voglio bene al mio vescovo e a i miei confratelli e ho chiesto di fare un’esperienza fuori dalla mia diocesi per arricchire il mio bagaglio umano, culturale e spirituale e penso che in queste realtà si possa fare. Paola Colombo, CdI marzo

 

 

 

Aborto nella Costituzione in Francia? “Non esiste un diritto a sopprimere una vita umana”

 

La Pontificia Accademia per la Vita dirama una dichiarazione dopo l’inclusione della garanzia della libertà per le donne di ricorrere all’aborto. I vescovi di Francia convocano digiuno e preghiera - Di Andrea Gagliarducci

 

Parigi. I vescovi francesi si sono detti “rattristati” dalla decisione del Senato, e poi hanno lanciato una iniziativa di digiuno e preghiera. La Pontificia Accademia per la Vita ha sottolineato che “non esiste un diritto a sopprimere una vita umana”. Ma le parole più forti sull’inserimento nella Costituzione francese della garanzia della libertà per le donne di ricorrere all’aborto le ha dette un arcivescovo francese che ora non fa più l’arcivescovo, costretto a dimettersi a causa di una campagna stampa malevola che poi si è dimostrata, alla prova dei fatti e del tribunale, priva di fondamento. Perché l’arcivescovo Michel Aupetit, emerito di Parigi, non ha usato mezzi termini: “La Francia è diventato Stato totalitario”.

Aupetit ha parlato dall’alto della sua esperienza di medico e di bioeticista, ma soprattutto andando a leggere l’ambigua formulazione passata nelle due Camere francesi, un testo di mediazione alla fine. Vi è scritto che “la legge determina le condizioni nelle quali si esercita la libertà garantita alla donna”. La prima stesura, nel 2022, parlava di diritto all’aborto, mentre poi al Senato si era parlato di una libertà di abortire.

Ha notato l’arcivescovo Aupetit in un post su X: “Aborto in Costituzione. Respinta la clausola di coscienza per il personale ospedaliero. La legge prevale sulla coscienza e costringe le persone a morire. La Francia ha toccato il fondo. È diventata uno Stato totalitario”.

La Pontificia Accademia per la Vita, in una dichiarazione diramata il 4 marzo, ha sostenuto la posizione della Conferenza Episcopale Francese, la quale, in una dichiarazione del 29 febbraio, aveva ribadito che "l'aborto, che rimane un attentato alla vita fin dall'inizio, non può essere visto esclusivamente nella prospettiva dei diritti delle donne. Si rammarica che il dibattito avviato non abbia menzionato le misure di sostegno per coloro che vorrebbero tenere il proprio figlio".

L’Accademia ha affermato che “proprio nell'epoca dei diritti umani universali, non può esserci un ‘diritto’ a sopprimere una vita umana”, e si è rivolta “a tutti i governi e a tutte le tradizioni religiose, a dare il meglio affinché in questa fase della Storia, la tutela della vita diventi una priorità assoluta, con passi concreti a favore della pace e della giustizia sociale, con misure effettive per un universale accesso alle risorse, all'educazione, alla salute”.

Insomma, ha concluso l’Accademia, “le particolari situazioni di vita e i contesti difficili e drammatici del nostro tempo, vanno affrontate con gli strumenti di una civiltà giuridica che guarda prima di tutto alla tutela dei più deboli e vulnerabili”, mentre “la tutela della vita umana è il primo obiettivo dell'umanità e può svilupparsi soltanto in un mondo privo di conflitti e lacerazioni, con una scienza, una tecnologia, un'industria a servizio della persona umana e della fraternità”.

Dopo la dichiarazione del 29 febbraio, il 4 marzo, giorno in cui l’aborto in Costituzione è ufficialmente entrato in vigore in Francia, i vescovi hanno voluto rilanciare l’appello alla preghiera e al digiuno lanciato da diversi movimenti cattolici.

Di fatto, l’inclusione di un presunto diritto all’aborto in Costituzione non serve tanto a consentire l’aborto, cosa che può fare la legge, quanto a tagliare ogni possibile obiezione di coscienza, ma soprattutto a dimostrare che la Costituzione è modificabile con i giusti gruppi di pressione. Non ci sono più diritti universali per tutti, solo i diritti voluti dallo Stato. Aci 5

 

 

 

La croce e la logica della deponenza

 

Quaresima 2024: Riflessione filosofico-teologica intorno alla croce in preparazione alla Pasqua di resurrezione – di Michele Illiceto

 

La croce non è solo il simbolo religioso più importante del cristianesimo, ma è anche una sfida al pensiero che si trova a dover pensare l’impensabile, il negativo, il dolore, la lacerazione, l’assoluto negativo come la “morte di Dio”. La croce deve fare i conti col peccato che ha inchiodato l’uomo alla propria colpa, alla propria fragilità, alla sua incapacità di fare il bene, a causa del fatto che non solo si è separato da Dio ma anche da se stesso.

Essa tenta di unire, in modo paradossale, il finito con l’infinito, l’immutabile e la storia, il relativo e l’Assoluto, l’umano e il divino, il tempo e l’eterno, la libertà e la grazia, l’amore col dolore, superando la forza del male che, dividendo e lacerando, provoca nella libertà un cortocircuito che la pone contro se medesima.

Sulla croce, chi si ferma solo al dolore e non vede, dietro esso e in esso, l’amore che lo motiva e lo giustifica, non ha capito niente né della croce né del cristianesimo. E il perché dell’amore si perde nella notte delle domande non poste, come anche Platone ci ha dimostrato nel suo Simposio.

Gesù rivela un amore più grande del dolore che gli è stato arrecato. “Un amore più grande della colpa” (H. Urs von Balthasar), perfino del male ricevuto. E il male più grande, che Egli sperimenta, è il non poter usufruire dell’onnipotenza divina. Infatti, sulla croce Cristo è abbandonato dal Padre. Ma Egli, al Padre che lo abbandona, risponde con un gesto ancora più grande: quello di abbandonarsi al Padre per amore di tutti coloro ai quali il Padre lo ha inviato.

Egli vince l’abbandono con un altro tipo di abbandono. Si lascia abbandonare, senza tuttavia abbandonare. Non abbandona il Padre che lo abbandona, ma si abbandona al Padre, consegnandosi a Lui, con quell’amore che lo unisce a Lui in una comunione che il male non ha il potere di lacerare. Infatti, se il male ha diviso l’uomo da Dio e da se stesso, tuttavia non ha il potere di dividere Dio da Dio, Dio in Dio. Sulla croce, il male è stato già vinto, perché ora il perdono non è più impossibile!

Ma non si vince il male evitandolo, ma solo assumendolo, fino a subirlo, facendosi carico di esso. E il male più grande, per Cristo sulla croce, è stato provare l’assenza di Dio. Come dice il filosofo Hegel, Cristo sperimenta la durezza dell’assenza di Dio solo per amore dell’uomo. Egli si cala nella separazione che l’uomo ha provocato tra sé e Dio, e per questo rinuncia, per un attimo, al sentimento filiale di sentirsi gioiosamente amato dal Padre. È questa la sua angoscia maggiore descritta dai vangeli, il suo tormento, che tuttavia non gli fa smettere né di amare né di credere.

E questo perché, l’amore in cui Egli crede è più grande del dolore che Egli prova. Per questo, pur nella debolezza del suo morire, Egli riesce a leggere la potenza di un amore che, anche se non sentito, viene comunque creduto.

Sentirsi abbandonato non significa, infatti, credere di esserlo davvero.

Sulla croce, la fede non supera solo la ragione, ma anche il sentimento e il cuore, attraversando il terreno arido del deserto delle emozioni, fino a diventare una profonda esperienza spirituale.

Ecco la lezione del crocifisso: credere all’amore anche se non lo provi. Anche quando non senti di essere amato! Don Tonino Bello soleva dire:

“Amare, voce del verbo morire, significa decentrarsi. Uscire da sé. Dare senza chiedere. Essere discreti al limite del silenzio. Soffrire per far cadere le squame dell’egoismo. Togliersi di mezzo quando si rischia di compromettere la pace di una casa. Desiderare la felicità dell’altro, e scomparire, quando ci si accorge di turbare la sua missione”.

Ma sulla croce Gesù cambia anche il modo di intendere il potere. L’onnipotenza della croce non è quella della forza e del dominio che con la violenza cambia il corso della storia, facendo pagare agli altri il prezzo del cambiamento che si vuole apportare. Egli è il Giusto che con la mitezza vince la stupidità dei violenti, nella consapevolezza che, come dice don Primo Mazzolari:

“Chi uccide un giusto, perché contrario alle sue opere, feconda il bene che non può sopportare”.

L’unica onnipotenza della croce è solo quella dell’amore, che patisce i tempi lunghi del bene, il quale, per crescere, ha bisogno di lunghe stagioni di seminagione e di gestazione, secondo la logica del chicco di grano che, caduto in terra, non porta frutto se prima non muore (Gv 12,24). Una onnipotenza che, spoglia di se stessa, disarma, con la debolezza di un amore incompreso, l’ottusa presunzione di chi invece pensa di aver capito tutto. Quando si parla della croce non si tratta di im-potenza né di onni-potenza, ma solo di de-ponenza.

Insomma, la croce, filosoficamente parlando, ci consegna un Assoluto che non è al riparo dal dolore e dalla lacerazione. Non è un Assoluto indifferente alla fragile condizione dell’essere umano, sempre esposto al fluire del tempo e alla caducità della fine e della morte.

Come ha insegnato Hegel, l’Assoluto, per essere vero, deve superare ciò che lo nega. Ma per essere tale, l’Assoluto si deve dare nella forma dell’Amore, in quanto solo esso è in grado di disarmare il male, proprio nel mentre lo subisce. Si, perché l’amore è già resurrezione. Tutto ciò lo troviamo nelle ultime parole che Gesù dice sulla croce, parole di infinito e incommensurabile amore: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Solo allora può dire che “Tutto è compiuto”.

Pertanto, nell’ora nona del Gòlgota, la più buia e dolorosa della storia, l’ultima parola che ci viene consegnata, non è una parola di odio e di violenza, ma di rappacificazione, che sa unire, in un mistero pasquale insondabile, dolore e amore e che, oltre al dono, sa farsi ancor più perdono.

Non una parola di morte ma una parola che libera la vita dalla cappa dell’angoscia e della disperazione. Una parola di speranza che sa di futuro, come quello di chi, dalla propria morte, dopo essere rinato, è pronto a far rinascere tutto ciò che è intorno a lui, nella convinzione che, come diceva don Tonino Bello, “il dolore alimenta l’economia sommersa della grazia […] la sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo”.

La Chiesa, che nasce dalla croce e sulla croce, dal canto suo è chiamata a vivere questa logica di deponenza, che è logica di servizio e di donazione. Logica di spoliazione, per disarmare, da disarmati, ogni forma di prevaricazione e di sopraffazione, e porsi accanto a chi, ancora oggi, viene crocifisso ogni volta che è calpestato nella sua irrinunciabile dignità di uomo e di donna. Chiesa del grembiule che non tende a vincere, ma a perdere, non a conquistare ma a liberare. “Lavorare in perdita; soffrire in perdita; morire in perdita: stupidità che il nostro mondo non capisce, né scusa, né tollera” (don Primo Mazzolari).

Profeticamente, scriveva don Tonino Bello: “Il Cristianesimo è la religione dei nomi propri, non delle essenze. Dei volti concreti, non degli ectoplasmi. Del prossimo in carne ed ossa con cui confrontarsi, e non delle astrazioni volontaristiche con cui crogiolarsi”.

Aveva ragione, allora, il teologo protestante J. Moltmann, che, nella sua opera degli inizi degli anni Settanta, dal titolo Il Dio crocifisso, sosteneva che “La teologia cristiana non può non confrontarsi con il grido del proprio tempo e contemporaneamente ululare con i lupi che detengono il potere. Essa deve sintonizzarsi con il grido che i miseri, dal profondo della sofferenza di questo tempo, innalzano verso Dio e verso la libertà. La teologia cristiana sarà vera teologia contemporanea quando si assocerà alla passione della nostra epoca” (ediz. Queriniana, 1973, p. 181). CdI marzo 2024

 

 

 

I vescovi delle Marche visita “ad limina”

 

     Dall’11 al 15 marzo 2024 gli Ecc.mi Arcivescovi e Vescovi delle Marche svolgeranno la Visita “ad Limina Apostolorum”, cioè “sulle soglie delle tombe degli Apostoli” per dialogare direttamente con il Pontefice e con i Dicasteri della Chiesa. Il Santo Padre ha iniziato ad incontrare le Regioni Ecclesiastiche della Conferenza Episcopale Italiana a gennaio di quest’anno. Sono passati circa 10 anni dall’ultima Visita compiuta dai Vescovi Italiani. La Visita è un tempo di riflessione e di preghiera per tutta la Chiesa marchigiana per favorire l’unità, la carità, la solidarietà nella fede e nell’apostolato. Essa rappresenta anche il rafforzamento della responsabilità dei successori degli Apostoli e della comunione gerarchica con il Successore di Pietro. Per questo motivo ogni Vescovo ha preparato la Visita con la redazione di una ampia relazione sulla situazione, le problematiche le prospettive della propria Diocesi.

     La mattina di lunedì 11 marzo i Presuli marchigiani incontreranno papa Francesco, sarà l’occasione per rinsaldare l’unità nella stessa fede, speranza e carità e far conoscere ed apprezzare l’immenso patrimonio di valori spirituali, morali e umani della Chiesa marchigiana.

     Nei giorni successivi i Vescovi visiteranno alcuni Dicasteri e Organi della Curia Romana, per la prima volta, i Presuli faranno visita anche alla Segreteria Generale del Sinodo. Per ogni incontro è stato designato un Vescovo che presenterà la situazione generale della Regione Marchigiana al competente Dicastero. Si rifletterà così sulla catechesi, sul lavoro pastorale di clero e laici, sulla carità, sulle situazioni complesse generate dal terremoto del 2016, dall’alluvione del 2022 e dalla pandemia. Sui problemi del lavoro, della scuola, dei giovani, della vita quotidiana delle nostre famiglie. Particolare rilievo avranno anche le Solenni Concelebrazioni alle tombe dei SS. Pietro e Paolo, pastori e colonne della Chiesa Romana, dove i presenti rinnoveranno la loro professione di fede. Inoltre celebreranno l’Eucaristia nelle altre due Basiliche Papali: San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore. La Conferenza Episcopale Marchigiana, dip 5

 

 

 

 

L’Aborto entra nella Costituzione francese. Intervista al vescovo Hérouard

 

Giorno "storico" per la Francia che con il voto del Parlamento si prepara a diventare il primo Paese al mondo a includere esplicitamente nella sua Costituzione l'interruzione volontaria di gravidanza (aborto). La modifica costituzionale prevede l’inserimento di un nuovo comma nell’articolo 34 della Costituzione. Mons. Antoine Hérouard, arcivescovo di Digione e vice presidente della Comece: "Nessuno, nessun partito, oggi rimette in causa la libertà di scegliere. Non c'è un pericolo su questo punto. Si tratta piuttosto di vedere perché tante donne hanno ricorso e ricorrono all'aborto. Questo costituisce un atto grave che ha delle conseguenze, anche psicologiche, profonde su tante donne" - M. Chiara Biagioni

 

 “Si perde il senso del valore della vita. E si perde quando per certe situazioni e per alcune persone, diventa un problema. Ma la vita non è un problema. Sono la morte e la negazione della vita che creano un problema. Dobbiamo allora aiutare la vita a crescere, ad essere accolta e accompagnata”. A parlare è mons. Antoine Hérouard, arcivescovo di Digione, e vice presidente della Comece. Il Sir lo ha contattato nel giorno in cui la Francia con il voto del Parlamento si prepara a diventare il primo Paese al mondo a includere esplicitamente nella sua Costituzione l’interruzione volontaria di gravidanza (aborto). La modifica costituzionale prevede l’inserimento di un nuovo comma nell’articolo 34 della Costituzione, così formulato: “La legge determina le condizioni nelle quali si esercita la libertà della donna, che le è garantita, di ricorrere alla interruzione volontaria della gravidanza”. Nei giorni scorsi in una nota, i vescovi francesi ribadivano la loro convinzione secondo cui l’aborto “rimane un attentato alla vita fin dall’inizio” e “non può essere visto esclusivamente nella prospettiva dei diritti delle donne”.

 

Eccellenza, perché i vescovi dicono di no?

Perché siamo in favore della vita. Il problema non è tanto la legge sull’aborto in sé stessa quanto il fatto che non vengono affrontati i problemi di fondo. Quando all’inizio la legge presentata da Simone Veil nel ’74 è stata votata, si affermava che la legge era pensata per mettere fine ad una situazione di grande pericolo. E invece vediamo che il numero degli aborti aumenta e oggi ha raggiunto la cifra più alta di sempre. In Francia siamo a 235.000 aborti l’anno. Si tratta di una cifra enorme.

Cosa intende per “problemi di fondo”?

Nessuno, nessun partito, oggi rimette in causa la libertà di scegliere. Non c’è un pericolo su questo punto. Si tratta piuttosto di vedere perché tante donne hanno ricorso e ricorrono all’aborto. Questo costituisce un atto grave che ha delle conseguenze, anche psicologiche, profonde su tante donne.

Con la decisione oggi del Parlamento, l’aborto entra in una Carta costituzionale. È una decisione storica per la Francia. A voi cosa non convince?

Il fatto di mettere questa libertà nella Costituzione, perché la Costituzione è piuttosto il quadro giuridico di funzionamento dello Stato della democrazia. Non si tratta di mettere tutte le leggi dentro la Costituzione. Anche per questo i vescovi non sono favorevoli.

Voi vescovi avete osservato che l’aborto “non può essere visto esclusivamente nella prospettiva dei diritti delle donne”.

Sì. Noi abbiamo detto che la questione non può essere dibattuta partendo solo dal diritto delle donne, che è una cosa evidentemente molto importante, ma c’è anche una vita che inizia e di cui non si parla.

Lei è il vescovo francese delegato alla Comece. Secondo lei, quale messaggio la Francia lancia all’Europa con questa decisione?

Questa iniziativa si inserisce a livello europeo nel desiderio di introdurre nella Carta dei diritti fondamentali dell’Europa questa libertà sull’aborto. Ma vediamo che fra i paesi dell’Unione europea la situazione è molto diversa. Sappiamo per esempio che a Malta l’aborto è addirittura vietato. Non è neanche una questione di diritto europeo in sé, perché le questioni che rimandano ai problemi etici e familiari, dipendono soltanto dalle legislazioni nazionali. C’è però questo sforzo da parte del governo francese e del presidente Macron di fare volate in avanti come un segnale anche a livello internazionale.

Voi come vescovi parlate in Europa a società sempre più laicista e scristianizzate. E spesso le vostre parole vengono giudicate come conservatrici e tradizionaliste. Come rispondete a queste osservazioni?

Non si tratta di giudicare le donne che chiedono un aborto, perché sappiamo che spesso dietro ci sono situazioni difficili e varie. Ciò che vogliamo dire è che l’aborto non può essere un mezzo semplicemente di contraccezione. L’aborto rimane sempre un atto grave che ha delle conseguenze nella vita della donna. E lo vediamo spesso nelle donne che hanno avuto un’interruzione volontaria di gravidanza anche 20 o 30 anni fa e che poi si rivolgono ad un sacerdote per dire che per loro quella esperienza è rimasta come una ferita profonda. Quello che vogliamo quindi dire è che non si può trattare questa dimensione dell’aborto soltanto come un diritto. È una cosa intima che riguarda la donna, e anche l’uomo.

Cosa vi preoccupa di più come chiesa in Europa di fronte a progetti politici che riguardano le sfere più intime della vita umana?

Quello che vediamo oggi nelle società europee, è questa richiesta quasi infinita di diritti individuali volti a garantire ciò che voglio fare, quando lo voglio fare e come lo voglio fare, senza però considerare una dimensione sociale e collettiva del mio agire e le sue conseguenze sugli altri. Se rivendichiamo, per esempio, la possibilità di dare la morte a qualcuno con l’eutanasia, che conseguenze ha questa scelta sulle persone più fragili che stanno male? Cosa possono pensare? Che la loro vita non vale più niente e sono anzi un peso? Si tratta quindi di capire se l’attenzione alle persone più deboli e indifese, siano esse all’inizio o alla fine della vita, abbia ancora una parte nella nostra comprensione della vita umana.

Vi sentite come vescovi oggi un più soli e isolati?

Nel concreto non cambierà quasi nulla. Quello che ci sta più a cuore è vedere cosa la società fa concretamente per aiutare le donne a non trovarsi in questa situazione difficile e vedere fino a che punto si permette l’aborto. All’inizio in Francia erano 10 settimane, poi siamo passati a 12 e adesso a 14 e nel frattempo il numero dei medici disposti a farlo, non sta crescendo, perché vedono che diventa una cosa sempre più difficile e complicata anche a livello tecnico. Tutto ciò pone loro anche un problema grave di comprensione della loro missione che è una missione per l’aiuto delle persone, non per distruggere la vita. Sir 4

 

 

 

Kantiere Kairos, è online l’e-book ‘Diario di Quaresima'

 

Una band di musica cristiana per "attraversare il deserto" - Di Simone Baroncia

 

Roma. “Il popolo sa bene di quale esodo Dio parli: l’esperienza della schiavitù è ancora impressa nella sua carne. Riceve le dieci parole nel deserto come via di libertà. Noi li chiamiamo “comandamenti”, accentuando la forza d’amore con cui Dio educa il suo popolo. E’ infatti una chiamata vigorosa, quella alla libertà. Non si esaurisce in un singolo evento, perché matura in un cammino”.

Dal messaggio di Papa Francesco per la quaresima per la pop-rock band di musica cristiana Kantiere Kairòs, si apre una straordinaria sinergia: è online l’e-book ‘Diario di Quaresima (in cammino fra la polvere)’, uno straordinario mix di parole, illustrazioni e musica, che contiene le meditazioni del frate cappuccino p. Onofrio Farinola, le illustrazioni e la grafica di Alumera, la play list del gruppo insieme all’inedito ‘te o Me’ ‘che nasce da una domanda: scegli di guardare il male o scegli di guardare Me?’

Presentando questo cammino quaresimale Jo e Gabriele Di Nardo, fondatori della band calabrese, hanno spiegato il motivo di questa pubblicazione: “Un cammino che trova il senso solo se metti insieme i sensi: una Parola da gustare, una musica da ascoltare, un miracolo da vedere, polvere da toccare. Il deserto è il tempo per ritrovarsi e ritrovare. Ed è in questo tempo che si riscopre la bellezza dell’amore: l’amore nasce sempre nel deserto. Noi in questi giorni lo abbiamo sperimentato sulla nostra carne. Ci credevamo solitari erranti nel deserto e ci siamo ritrovati fratelli in cammino. Ed è proprio vero che ‘dove due o tre sono riuniti in Lui, Lui ci sarà’.

‘Kantiere Kairòs’è una pop/rock band di musica cristiana, fondata nel 2008 dai fratelli Jo e Gabriele Di Nardo e composta anche da Antonello Armieri, voce e chitarra acustica, e dal bassista Davide Capitano, per raccontare il loro cammino di fede, l’amore per la Santa Trinità, la piena fiducia in quell’unica Madre e Vergine che indica la strada verso il Figlio Salvatore, Maria.

Quindi da Antonello Armieri, autore dei brani di’Kantiere Kairòs’ ci facciamo raccontare la genesi di questo e-book: “Da un’idea di Alumera. Per una bellissima coincidenza, Alumera ha ascoltato il nostro nuovo brano, appunto ‘te o Me’, e ci ha proposto di associare alle meditazioni di p. Onofrio Farinola le nostre canzoni, fino a stilare una vera e propria playlist inserita poi nel suo bellissimo Diario di Quaresima”.

Perché la scelta tra ‘te o Me’?

“Soprattutto nel tempo di Quaresima siamo portati a mettere in discussione il rapporto che abbiamo (o non abbiamo) con Dio. Di che natura è la nostra relazione con Lui? Siamo certi di abbandonarci al Suo amore nonostante la nostra sporcizia, nonostante la nostra umanità inquinata, nonostante le nostre ipocrisie? Quale voce ascoltiamo in questo deserto, la nostra o la Sua? Abbiamo trascritto il Suo richiamo in prima persona, per ricordarci che la Sua voce è sempre in noi”.

Cosa è il deserto?

“Il mio personale concetto di deserto è quello espresso qualche giorno fa alla stessa Alumera. Deserto per me è essere abitato dalla sensazione di assenza: assenza di stupore, di interesse, di gioia, in qualche modo anche assenza di sete, quasi apatia e rassegnazione. Convincermi che Dio si sia allontanato da me e che io non sia stato abbastanza in gamba per fare quello che mi aveva chiesto al primo incontro. Deserto è dubitare, è assenza di fiducia nel Signore che mi aveva promesso la sua vicinanza, sempre”.

In quale modo Dio guida alla libertà attraverso il deserto?

“Sulla base delle parole bibliche commentate da Papa Francesco, sappiamo che è Dio a liberare Israele, a commuoversi, e non è Israele a chiederlo. Così anche noi, se crediamo nell’amore protettivo e sanificante del Signore, non dobbiamo temere i deserti che la vita ci chiama ad attraversare. Siamo certi che Lui provvederà e ci porterà alla libertà, se glielo permetteremo, fidandoci e affidandoci”.

In quale modo è possibile riconoscere Gesù?

“Nelle mie scelte personali, e quindi nel mio personale discernimento, riconosco Gesù nella pace, nella libertà che una determinata scelta regala al mio cuore. Rispondere semplicemente alla domanda ‘in questo caso, cosa avrebbe fatto Gesù?’ è già una strada essenziale per riconoscerLo, in modo molto pratico. ‘Nel deserto delle voci’ invece, quando regna la confusione e sono stanco e demoralizzato, mi affido al Rosario, perché Maria mi riporta amorevolmente a riconoscere Suo Figlio, sempre”.

Come è il cammino tra la polvere?

“Se parliamo di concretezza, in questo tempo quaresimale è fatto di creazione di più spazi per Dio nella mia vita. Avere più tempo per Lui, meditare la Parola, provare a non farmi distrarre troppo da ciò che fa rumore nel mondo e offrire qualche digiuno in più a pane e acqua, perché, nonostante possa sembrare arcaico per qualcuno, sono fermamente convinto che il digiuno alimentare è quello più efficace e pratico. Oltretutto ho l'impressione che anche nell’ambito ecclesiale si tenda un po’ a raggirarlo per preferirgli altri tipi di digiuni (assolutamente leciti e sani). Ma a mio avviso toccare l’uomo nei suoi punti vitali ed essenziali è qualcosa che smuove concretamente il cammino interiore”. Aci 4

 

 

 

 

Giornata mondiale dei bambini. Presentato l’incontro di maggio

 

Si è aperto con un ringraziamento a Papa Francesco l'incontro di presentazione per la Giornata mondiale dei bambini promossa dal Dicastero per la cultura e l'educazione e dal coordinatore della stessa Gmb, padre Enzo Fortunato che si terrà il 25 e 26 maggio. Ed è stato il Papa con la sua lettera pubblicata lo stesso giorno a 'dettare i termini' dell'evento: “Così tutti voi, bambine e bambini, gioia dei vostri genitori e delle vostre famiglie, siete anche gioia dell’umanità e della Chiesa, in cui ciascuno è come un anello di una lunghissima catena, che va dal passato al futuro e che copre tutta la terra” - Lucandrea Massaro

 

Si è aperto con un ringraziamento a Papa Francesco l’incontro di presentazione per la Giornata mondiale dei bambini promossa dal Dicastero per la cultura e l’educazione e dal coordinatore della stessa Gmb, padre Enzo Fortunato che si terrà il 25 e 26 maggio. Ed è stato il Papa con la sua lettera pubblicata lo stesso giorno a ‘dettare i termini’ dell’evento: “Così tutti voi, bambine e bambini, gioia dei vostri genitori e delle vostre famiglie, siete anche gioia dell’umanità e della Chiesa, in cui ciascuno è come un anello di una lunghissima catena, che va dal passato al futuro e che copre tutta la terra” e ancora “Con Gesù possiamo sognare un’umanità nuova e impegnarci per una società più fraterna e attenta alla nostra casa comune, cominciando dalle cose semplici, come salutare gli altri, chiedere permesso, chiedere scusa, dire grazie. Il mondo si trasforma prima di tutto attraverso le cose piccole, senza vergognarsi di fare solo piccoli passi”.

Parole fatte proprie dagli organizzatori. “I bambini rappresentano il cuore pulsante dello spirito di speranza che la Chiesa cerca di risvegliare nel contesto dello sport. Essi sono il futuro e la promessa di un mondo migliore e, attraverso l’attività sportiva possono imparare valori fondamentali come il rispetto, la lealtà e la collaborazione” dicono insieme padre Fortunato e Aldo Cagnoli, vice coordinatore di questa iniziativa.

“Aiutare i bambini ad arrivare preparati all’incontro col Santo Padre, ma non sia un evento chiuso, ma una tappa della Chiesa in uscita volta da Papa Francesco”, così Marco Impagliazzo della Comunità di Sant’Egidio che ha voluto ricordare l’impegno della Comunità verso i più piccoli e la volontà di essere a “fianco dell’intuizione di padre Enzo Fortunato” in questo progetto, insieme alla Cooperativa Auxilium il cui fondatore, Angelo Chiorazzo, ha assicurato la presenza e l’ausilio delle persone che la animano per la due giorni che si terrà a maggio.

Al tavolo degli organizzatori anche la Figc, nella persona dell’ex campione della Nazionale, Gigi Buffon: “La nostra società matura sta naufragando se diciamo che i ‘bambini salveranno il mondo’, li carichiamo di una responsabilità che invece è tutta sulle nostre spalle – ha spiegato -. Speriamo che sia così davvero e che loro ci mostrino, un domani, cosa avremmo dovuto fare noi oggi”.

Presentato anche l’inno, composto da monsignor Marco Frisina e cantato davanti agli organizzatori e alla stampa dal titolo “Siamo noi la speranza”. Monsignore ha anche detto “I bambini sono ‘la novità del mondo’, la speranza e la gioia, sono loro i protagonisti del futuro con cui gli adulti sono chiamati a dialogare per costruire un mondo nuovo e far rifiorire la gioia per tutti”.

A “dare i numeri” è Stella Cervogli, dell’organizzazione dell’evento, che spiega che “Abbiamo già bambini che verranno da oltre 60 paesi, ma saranno sicuramente molti di più alla fine. Ci sono conferme dalla Terra Santa, sia Israele che Palestina, ci saranno delegazioni di bambini musulmani e buddhisti, come messaggio di pace e fratellanza”. Già ora erano oltre 58 mila gli aderenti e si attendono oltre 100mila bambini nei due giorni di Roma che si svolgeranno tra le strutture sportive dello Stadio Olimpico e del Foro Italico, messe a disposizione per l’occasione dalla società di Stato “Sport e Salute” per il villaggio dei bambini il 25 maggio (prevista la presenza di Papa Francesco il pomeriggio) e poi la celebrazione domenica 26 maggio in Piazza San Pietro e via della Conciliazione. sir 4

 

 

 

Suicidio assistito, il netto no dei Vescovi dell'Emilia-Romagna

 

"Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona"- Di Marco Mancini

Reggio Emilia. Al termine della visita ad limina i Vescovi dell’Emilia Romagna hanno preso posizione sulla proposta della Regione che legittima – si legge nella nota diffusa dalla Conferenza episcopale emiliano-romagnola - “con un decreto amministrativo il suicidio medicalmente assistito, con una tempistica precisa per la sua realizzazione, presumendo di attuare la sentenza della Corte Costituzionale 242/2019”.

Secondo i Vescovi la posizione assunta dalla Regione Emilia-Romagna “sconcerta quanti riconoscono l’assoluto valore della persona umana e della comunità civile volta a promuoverla e tutelarla”.

I Vescovi vogliono “offrire un contributo, sulla base della condivisa dignità della persona e del valore della vita umana, rivolgendoci non solo ai credenti ma a tutte le donne e gli uomini” esprimendo “con chiarezza la preoccupazione e il netto rifiuto verso questa scelta di eutanasia, ben consapevoli delle dolorose condizioni delle persone ammalate e sofferenti e di quanti sono loro legati da sincero affetto. Ma la soluzione non è l’eutanasia, quanto la premurosa vicinanza, la continuazione delle cure ordinarie e proporzionate, la palliazione, e ogni altra cosa che non procuri abbandono, senso di inutilità o di peso a quanti soffrono”.

“Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente – sottolinea ancora la nota - con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica”.

“Nella fragilità della vecchiaia e della malattia - ricordano ancora i Vescovi - la società è chiamata ad esprimersi al meglio, nel curare, nel sostenere le famiglie e chi è prossimo ai malati, nell’operare scelte di politiche sanitarie che salvaguardino le persone fragili e indifese, e attuando quanto già è normato circa le cure palliative. Impegno, questo, che qualifica come giusta e democratica la società”. Aci 4

 

 

 

Il vescovo Wilmer. Insieme a Francesco, per una Chiesa sinodale

 

Dopo la lettera vaticana ai vescovi tedeschi (cf. SettimanaNews), dopo gli interventi più o meno garbati e opportuni dei cardinali Kasper e Schönborn sul rapporto tra la Chiesa cattolica tedesca e la Santa Sede, mons. Heiner Wilmer (vescovo di Hildesheim) prende la parola per favorire un processo di reciproca e onesta comprensione tra Roma e la Germania. La Chiesa tedesca, come popolo di Dio e come vescovi, vuole camminare insieme a Francesco sulla via di una Chiesa cattolica realmente sinodale. Una sinodalità concreta e visibile, non solo affermata a parole; una sinodalità che possa essere sentita come tale da tutti i fedeli; una sinodalità che sappia bilanciare equamente dimensione universale e locale. Quando il sospetto lascerà il posto alla fiducia, allora si potrà vedere che si è molto più vicini di quello che si crede – e si vuol far credere (la versione tedesca di questo articolo è pubblicata sul sito dell’edizione tedesca della rivista Communio).

Ci troviamo di fronte a uno scisma in Germania? Ci sarà uno frattura nella Chiesa cattolica a nord delle Alpi? Una seconda Riforma? Questo fantasma sta circolando da alcuni anni in giro per il mondo cattolico. Finora in Germania non siamo riusciti a dissipare questo spettro, soprattutto per quanto riguarda la percezione all’estero, ma non solo.

Per essere subito chiari: non ci sarà nessun scisma e nessuno dei vescovi in Germania lo ha mai voluto.

La settimana scorsa, noi vescovi tedeschi ci siamo riuniti per l’Assemblea plenaria di primavera ad Augsburg. Poco prima abbiamo ricevuto una lettera da Roma che ci chiedeva di non approvare gli statuti della Commissione sinodale durante questa riunione.

I cardinali Pietro Parolin (Segreteria di stato), Victor M. Fernández (Dicastero per la dottrina della fede) e Robert F. Prevost (Dicastero per i vescovi) ci hanno ricordato l’accordo di «approfondire congiuntamente le questioni ecclesiologiche trattate dal Cammino Sinodale, compreso il tema di un organo consultivo e decisionale sovra-diocesano, nel prossimo incontro tra i rappresentanti della Curia romana e della Conferenza episcopale tedesca».

È stata una decisione giusta quella di non procedere con la votazione degli statuti della Commissione sinodale. È stato giusto prendere sul serio le preoccupazioni dei tre cardinali e quindi anche quelle del santo padre.

Ed era la cosa giusta da fare riflettere insieme su come annunciare il Vangelo nella nostra Chiesa, su come stare con le persone nel nome di Gesù Cristo, su come accompagnarle nella vita – soprattutto quelle che sono emarginate e che, proprio per questo, sono al centro del Vangelo. Abbiamo capito.

Come si può andare avanti? Com’è possibile prendere sul serio le preoccupazioni del santo padre sull’unità della fede, come ha chiesto recentemente il cardinale Christoph Schönborn?

Come interpretare il ministero del papa non in chiave di di potere, sul modello di «Roma contro la Germania»? Ma anche come non alimentare il discorso su un sentimento anti-romano del tipo «Germania contro Roma»?

E, naturalmente, com’è possibile per noi vescovi, nel nome di Gesù Cristo, rimanere al fianco dei fedeli, comprendere le loro sofferenze e preoccupazioni, non solo quelle della loro vita quotidiana e della società, ma anche in relazione alla nostra Chiesa?

Vorrei cercare una risposta a queste domande toccando dieci temi. Li considero un contributo alla discussione senza alcuna pretesa di completezza. Possono essere un aiuto per un’intesa condivisa, per capirsi reciprocamente.

Lo sfondo delle mie riflessioni non è la questione di come far valere certe opinioni politiche, ma di come far crescere la fede, l’amore e la speranza tra le persone «affinché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).

Primo: la sinodalità è necessaria

«Il cammino della sinodalità è ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Papa Francesco ha già pronunciato questa frase nell’ottobre 2015 nel suo discorso in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi. Si trova anche nel testo della Commissione teologica internazionale La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa del 2018.

Anche i fedeli attribuiscono grande importanza a una Chiesa sinodale. Ma cosa significa sinodale? La risposta a questa domanda sarà il risultato del processo sinodale stesso.

Ciò che è tuttavia chiaro è che l’azione sinodale significa ascolto: ascolto dello Spirito Santo, ascolto reciproco, ascolto di come lo Spirito di Dio si manifesta nella storia, nel popolo credente, nel presente.

Secondo: riconoscere l’infallibilità del popolo di Dio

Papa Francesco richiama ripetutamente l’insegnamento del Concilio Vaticano II sull’infallibilità del popolo di Dio in materia di fede (cf. LG 12).

Tuttavia, questo «sensus fidei» non può essere accertato attraverso indagini sociologiche religiose basate sui big data. Il senso della fede del popolo di Dio è incastonato nella grande rete spirituale che viene intessuta dalla meditazione della sacra Scrittura, dalla tradizione, dal magistero, dalla competenza dei teologi e delle teologhe, e dai segni dei tempi.

Insieme al santo padre, è compito dei vescovi essere fautori di questa dinamica. Questo fa parte della loro responsabilità, che non possono delegare a gruppi di lavoro o a consigli specifici.

Terzo: siamo una Chiesa sacramentalmente costituita

La Chiesa non è semplicemente il risultato delle nostre idee, ma è una comunità data da Dio, una comunità edificata dallo Spirito. In quanto comunità, essa vive dell’essere insieme gli uni con gli altri, di uno stile di reciprocità e di fraternità.

In questo modo, la presenza di Dio può essere sperimentata e vissuta anche in mezzo a noi. È un dono per noi e per il mondo. È, come dice il Concilio, un’icona della Trinità (cf. LG 4), segno e strumento dell’amore di Dio per gli uomini, e dell’unità e della coappartenenza di tutta l’umanità (cf. LG 1).

Quando parliamo del mistero della sacramentalità della Chiesa, ci troviamo oggi in una situazione che rappresenta anche una sfida: la diversità delle posizioni porta alla polarizzazione, all’indurimento dei fronti, all’esclusione reciproca – e, in definitiva, a una contro-testimonianza dell’unità che è la Chiesa.

Abbiamo bisogno di una spiritualità che sappia vivere il dissenso e la comunità senza dissolvere ciò che ci lega gli uni agli altri. Questa è la nostra vocazione e il nostro essere.

Quarto: una Chiesa che vede il mondo come dono e compito

In vista della nostra missione di proclamare la buona novella di Gesù Cristo, siamo profondamente grati, nello spirito del Vaticano II, per le conoscenze acquisite dalle scienze – come ad esempio quelle della filosofia e psicologia, e quelle che vengono apportate dalle diverse culture.

Siamo grati per la storia dello sviluppo della nostra società. Questo include anche le nostre conoscenze sull’essere umano, che ci aiutano oggi a riconsiderare le idee tradizionali sulla natura dell’essere umano e sul suo essere enigmatico.

Perché è così che si impara, come dice il Concilio. «È dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta» (GS 44).

Non possiamo comprendere il messaggio del Vangelo senza questo processo di apprendimento. Si tratta poi di come annunciare il Vangelo in modo tale che possa essere un fermento anche nella nostra società di oggi (cf. GS 44).

Si tratta di non rimanere chiusi in sacrestia e nei nostri ambiti interni, ma di uscire per le strade del mondo.

Non possiamo fermarci a essere una Chiesa autoreferenziale, come ammonisce ripetutamente papa Francesco. Non dobbiamo farci guidare dalla paura dello spirito del tempo, ma dalla fiducia di poter scoprire lo Spirito nel tempo.

Quinto: una Chiesa popolo pellegrinante di Dio

Come Chiesa siamo il popolo di Dio. Siamo pellegrini, non siamo una società perfetta. Lo dice anche papa Francesco nella sua lettera Al popolo di Dio pellegrinante in Germania del 29 giugno 2019 – quando sottolinea che la Chiesa non sarà mai perfetta in questo mondo, ma che «la sua vitalità e la sua bellezza si fondano in quel tesoro che è stata incaricata di custodire fin dall’inizio» (n. 3).

Noi custodiamo questo tesoro in vasi fragili. Con questo tesoro, come i discepoli, siamo in cammino da Gerusalemme a Emmaus, ai margini, insieme, fianco a fianco, in dialogo con il Signore – soprattutto quando lo riconosciamo nei momenti chiave di fragilità.

Sesto: la conversione necessaria

Siamo peccatori. La conversione non è solo un precetto della Quaresima. Però la Quaresima ci ricorda che dobbiamo camminare lungo questa via.

La conversione nella Chiesa è essenziale per garantire che la terribile storia della violenza sessualizzata non si ripeta mai più. Non possiamo celebrare l’eucaristia nella casa di Dio e perdere di vista le vittime della strada che abbiamo percorso.

La storia delle vittime non deve essere spiritualizzata, ma deve trafiggere i nostri cuori. Le persone colpite dalla violenza, a cui è stata chiusa la bocca, devono essere ascoltate. Sono necessarie misure adeguate, controlli e attribuzioni di responsabilità per porre fine alla violenza demoniaca contro gli altri.

Settimo: la necessaria riconciliazione

È necessaria la riconciliazione tra noi vescovi. È necessaria la riconciliazione tra coloro che vivono e agiscono nella Chiesa, la riconciliazione tra le posizioni estreme. È necessaria la riconciliazione nella e con la Chiesa universale.

In Germania sono necessari segni chiari che dimostrino che nessuno vuole uno scisma, nessuno vuole una rottura con Roma.

Abbiamo bisogno di segni che dimostrino che apprezziamo le diverse culture e i diversi modi di fede nella nostra Chiesa. Questa riconciliazione è al servizio di quell’unità a cui Gesù stesso ci ha chiamati quando ha detto ai discepoli nel suo discorso di addio: «Che tutti siano uno» (Gv 17,21).

Ottavo: è necessaria un’ermeneutica della fiducia

È cosa buona e necessaria che i vescovi Georg Bätzing, Michael Gerber, Stephan Ackermann, Peter Kohlgraf, Bertram Meier e Franz-Josef Overbeck continuino i colloqui iniziati con i rappresentanti della Curia a Roma.

Inoltre, vi è anche bisogno di una dialogo approfondito con i paesi vicini per porci la domanda specifica su come possiamo testimoniare e annunciare il Vangelo insieme nello stesso spazio geopolitico.

Ma il dialogo da solo non basta. Gli incontri da soli non bastano. Abbiamo bisogno di una fiducia di fondo. Abbiamo bisogno del calore dei cuori. Ci vuole fiducia, ossia l’accettazione di fondo del fatto che l’altro ha buone intenzioni.

Per questa ermeneutica della fiducia sarebbe opportuno ricordare non solo i testi del Vaticano II, ma anche l’«atmosfera» – anzi, meglio ancora, il suo stile: per questo, durante il Concilio erano stati allestiti due caffè nella basilica di San Pietro, uno chiamato «Abba», l’altro «Giona». Lì si poteva bere un cappuccino in compagnia tra una sessione e l’altra, e certamente c’erano anche dei buoni cantucci.

Chissà quali affinità si scoprivano allora nel gustare insieme le prelibatezze italiane…

Nono: siamo un sinodo mondiale

Molti cattolici sono rimasti sorpresi e si sono rallegrati per l’ampiezza e la profondità dei temi trattati dal Sinodo mondiale. Quasi tutti i temi del Cammino sinodale della Chiesa tedesca si trovano anche sul tavolo del processo sinodale che coinvolge tutta la Chiesa cattolica.

Abbiamo certo bisogno di intese condivise, ma forse in questo Sinodo impareremo tutti di nuovo cosa significhi effettivamente unità. Già sant’Agostino diceva: «Nell’essenziale l’unità, nel dubbio la libertà, in tutto l’amore».

Se siamo tutti la Chiesa, la Chiesa universale, possiamo imparare di nuovo in questo Sinodo quali sono gli elementi essenziali e dove sono invece necessarie forme particolari per una determinata Chiesa locale.

Decimo: rimanere in dialogo

È ora importante riflettere con coloro che sono attivi nella nostra Chiesa locale (i vescovi, il Comitato centrale dei cattolici tedeschi, le donne e gli uomini battezzati che esercitano ministeri di responsabilità nella comunità) su come procedere concretamente nei prossimi mesi.

Si tratterà anche di continuare a praticare la sinodalità, stando accanto ai fedeli con una fiducia di fondo, apprezzando e integrando i loro carismi e ascoltando con cuore aperto come Dio vuole guidarci nel nostro pellegrinaggio nella storia.

Percorriamo questo cammino insieme al santo padre e alla Chiesa universale – in questo mondo, in cui tutti siamo stati posti da Dio.

Heiner Wilmer, SettNews 28.2.

 

 

 

Cosa ha da dire la Chiesa sull’Intelligenza Artificiale

 

L’attualità delle riflessioni sull’Intelligenza Artificiale non esula dall’indagare quale visione dell’uomo scaturisca dall’insegnamento della Chiesa Cattolica e quale approccio questa abbia maturato – Giovanni Tridente

 

  L’attualità delle riflessioni sull’Intelligenza Artificiale non esula dall’indagare quale visione dell’uomo scaturisca dall’insegnamento della Chiesa Cattolica e quale approccio questa abbia maturato lungo gli ultimi decenni rispetto alla tecnologia e alle sue innovazioni più sofisticate.

A tale riguardo propongo una riflessione sintetica di questo “percorso” in due parti, la prossima nella successiva settimana, secondo questo schema che è tratto dal mio libro Anima digitale. La Chiesa alla prova dell’Intelligenza Artificiale:

1.     Introduzione

Ogni disamina sull’Intelligenza artificiale parte inevitabilmente da un riferimento pioneristico legato al famoso «test» di Alan Turing, il matematico inglese che nel 1950 propose un metodo per valutare l’intelligenza di macchine computazionali messe a confronto con l’intelligenza umana.

Il test prevede che un esaminatore ponga domande attraverso una telescrivente a un uomo e a un computer, situati in due stanze chiuse e distinte, senza sapere se le risposte che riceve vengano dall’uno o dall’altro. Se l’esaminatore non è in grado di identificare sulla base delle risposte ricevute quale sia l’uomo e quale sia il computer, le capacità di interazione linguistica del computer dovranno essere considerate come non distinguibili da quelle umane, e il computer dovrà dunque essere considerato intelligente. (Turing, 1959). L’altro padre dell’intelligenza artificiale è il matematico e informatico Marvin Minsky, a cui è attribuita la prima definizione della disciplina (Horgan, 2016).

Sette decenni fa, dunque, i dibattiti sulle interazioni tra macchine ed essere umano tentavano già di rispondere alla domanda se le prime fossero in grado di «pensare», di avere dunque una «intelligenza» propria, che si sarebbe messa in competizione con quella dell’uomo. E l’interrogativo veniva posto soprattutto rispetto all’intelligenza di tipo linguistico.

2.     Le macchine sono in grado di pensare?

Le successive riflessioni e gli studi anche nel settore della sociologia hanno riguardato le previsioni su come sarebbero evoluti i processi interattivi uomo-macchina, fino a desiderare di affidare alla tecnologia evoluta un’ampia gamma di processi diagnostici, valutativi o decisionali che la stessa persona deve svolgere (Achille Ardigò, in Ardigò & Mazzoli, 1986, p. 13).

Non si può dire che una simile previsione non si sia avverata, certamente il percorso con cui si è arrivati a questi risultati ha impiegato diversi decenni. Gli scienziati computazionali dei primi anni 80 del secolo scorso, infatti, erano interessati a scoprire «come lavora il cervello umano, come memorizza e come richiama i ricordi, come collega le sensazioni, come cataloga le immagini» (Ibidem, p. 19), tutto ciò finalizzato alla creazione di potenti apparati tecnologici che potessero creare dei «sosia della mente di un uomo ed esporli a determinate sfide e rischi, in processi di controllo e di decisione» (Ibidem).

Già in quelle riflessioni era evidentemente presente anche tutto il tema della «coscienza» e la domanda molto concreta se un calcolatore o un robot potesse essere veramente cosciente (Hofstadter & Dennel, 1985, pp. 19-20).

Gli sforzi degli scienziati sono andati ovviamente nella direzione di ridurre il divario tra le simulazioni di IA e l’intenzionalità soggettiva e cognitiva di ogni soggetto umano e hanno dovuto prevedere anche successive implicazioni riguardanti ad esempio l’empatia, un elemento fondamentalmente umano e personale, e da sempre tallone d’Achille di ogni evoluzione tecnologica avanzata, che proprio per questo rischia di non diventare mai completa, almeno nel senso in cui si vuole interpretare l’IA.

Roger C. Schank, capo del laboratorio di Intelligenza Artificiale dell’Università di Yale, già nel 1984 affermava senza mezzi termini che il livello di completa empatia della comprensione «sembra essere del tutto fuori tiro del computer per la semplice ragione che il computer non è una persona» (Shanck (1984) citato in Ardigò & Mazzoli, 1986, p. 22). Successivamente anche un altro studioso, John Searle, sostenne che le macchine non possono pensare poiché sono incapaci di recepire i significati e sono prive di intenzionalità (Searle, 1986).

Tutte le ricerche successive hanno cercato di smentire queste considerazioni puntando a quella che è stata poi definita in gergo come IA di tipo «forte»: ci vorrà del tempo ed energie adeguate ma un giorno secondo alcuni sarà possibile riprodurre le attività intelligenti che caratterizzano il comportamento umano in tutte le sue svariate forme (Graziella Tonfoni, in Ardigò & Mazzoli, 1986, p. 66). Per un percorso più completo e dettagliato si veda in particolare Taulli (2019).

3.     Quale impatto delle tecnologie sull’individuo

Se guardiamo alle discussioni tra studiosi dell’ultimo ventennio del 1900 sui temi dell’IA ci si rende conto che erano già presenti – alcune in fase embrionale, altre più sviluppate – le tematiche principali dell’impatto delle tecnologie evolute sull’uomo e sulla società in generale. Proprio su quest’ultimo aspetto, Ardigò tematizzava nel 1986 la necessità di riflettere sulle implicazioni di ciò che la sociologia denomina come «controllo sociale», avanzando tre ipotesi su questo legame.

Innanzitutto, l’IA sarebbe (stata) «causa di controllo sociale», il cui aumento sarebbe l’effetto dei progressi tecnologici; ma anche «effetto di accresciute necessità di controllo sociale» generando investimenti pubblici e privati per rispondere a nuove esigenze sia in ambito civile, di mercato o militare; e «correlata (in tutto o in parte) al controllo sociale e viceversa». Per avvalorare queste ipotesi, lo studioso cita alcuni «fatti», tra cui i finanziamenti pubblici negli Stati Uniti da parte del Pentagono o incentivazioni da parte di agenzie NATO, o ancora investimenti per la diffusione di sistemi di IA nell’ambito dei controlli fiscali, senza tralasciare il settore medico-sanitario e quello della rappresentanza democratica (elezioni, propaganda, ecc.). Tutti «supporti indiziari molto consistenti», li definisce l’autore (Achille Ardigò, Ivi, pp. 100-110).

Altri temi delle speculazioni di quegli anni, al di là dell’organizzazione strutturale e di funzionamento dei cosiddetti «sistemi esperti», affrontano già il loro utilizzo nel campo della «salute» (sia socio-sanitario che di ausili medici strumentali e di diagnostica) e anche sul piano della «generatività», intesa come capacità di questi sistemi di ristrutturarsi internamente, propensi a produrre nuove «organizzazioni» di sé stessi (Giovan Francesco Lanzara, Ivi, pp. 175-204). Anima digitale 4

 

 

 

Il Corpo di Cristo è tempio di Dio. III Domenica di Quaresima

 

Carpi. Gesù si reca al tempio di Gerusalemme e trova che è stato trasformato in un “luogo di mercato” e “perde la pazienza”. La ragione profonda di questa ira che si accende nel cuore di Cristo va ricercata nel fatto che Egli riconosce nel tempio la casa del “Padre suo”. Chiamando Dio suo Padre rivela, ancora una volta, la sua identità di Figlio di Dio. Già all’età di dodici anni egli aveva dichiarato a Giuseppe e Maria: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma nessuno, allora, aveva compreso il significato di quelle parole (Lc 2, 49-50).

Gesù, assumendo questo comportamento, porta a compimento la parola del salmo: Lo zelo per la tua casa mi divora. San Tommaso d’Aquino precisa che la parola zelo viene utilizzata per indicare un amore intenso, per cui chi ama intensamente non tollera nulla che contrasti con il suo amore”.  Questo termine applicato a Cristo serve per porre in evidenza il suo amore per il Padre. Esso è simile ad un fuoco che arde nel suo cuore e che divampa quando è messo in discussione l’onore dovuto a Dio.

I giudei considerano il gesto di Gesù e la sua rivendicazione di essere Figlio di Dio inconcepibile e dunque gli chiedono altre “prove” oltre a quelle che Egli aveva già dato con i miracoli compiuti. La prova che offre li scandalizza ancor di più: “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Queste parole suonano alle orecchie dei suoi ascoltatori come una bestemmia. Il tempio era l’orgoglio della Nazione, un luogo di preghiera e meta di pellegrinaggio di migliaia di ebrei. Era l’unico luogo di culto di Israele. Pertanto, l’affermazione di Gesù ha dell’incredibile. Per comprendere l’impatto emotivo che le parole di Gesù dovevano avere avuto sulle persone, proviamo ad immaginare la reazione che susciterebbe se qualcuno dichiarasse: “Distruggerò la Basilica di San Pietro, o il Santuario di Lourdes…”.

Gesù in realtà parlava del suo corpo perché esso è il luogo della presenza di Dio. Anzi è il suo corpo il nuovo tempio.  Dio si rende presente non più in un luogo e neppure in un edificio, per quanto solenne e grandioso possa essere, ma in una persona, la persona di Cristo. Commenta, ancora, san Tommaso: “Nel Corpo di Cristo inabita la Divinità, il Corpo di Cristo è tempio di Dio”. Il tempio di cui parla Gesù, dunque, è il suo corpo che, distrutto dalla morte in croce, verrà  ricostruito glorioso nella resurrezione.

Pertanto, non è possibile conoscere Dio se non si accoglie la parola e l’insegnamento di Gesù e non si accetta di fare parte, con il sacramento del Battesimo, della Chiesa che, come insegna san Paolo è il Corpo di Cristo nel tempo e nella storia. Egli, infatti, scrive ai cristiani di Corinto: “Voi siete il corpo di Cristo” (ICor. 12.27). Così non solo il corpo di Cristo è il “nuovo Tempio” ma lo è anche ogni battezzato. Scrive l’Apostolo: “Santo è il tempio di Dio, che siete voi” (1Cor 3,16.17). S. Agostino commenta questa affermazione legandola al momento della comunione eucaristica: “Quando il sacerdote vi dice: ‘il Corpo di Cristo’, voi rispondete Amen a ciò che voi siete nel Cristo”. Da questa consapevolezza sgorga l’impegno del cristiano di glorificare Dio nella propria vita (1Cor 6,20) con una condotta degna della propria dignità di figlio di Dio.

Mons. Francesco Cavina, Aci 3

 

 

 

Anno giudiziario: “il compito di giudicare richiede le virtù della fortezza e del coraggio”

 

“Il compito di giudicare richiede le virtù della fortezza e del coraggio, senza le quali la sapienza rischia di rimanere sterile”. Lo ha detto Papa Francesco, presiedendo questa mattina nell’Aula delle Benedizioni l’inaugurazione del 95° Anno Giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. Nel discorso letto anche oggi da mons. Ciampanelli – Francesco si è scusato spiegando che la bronchite gli impedisce ancora di leggere – il Papa spiega che “per i cristiani questa virtù, che nelle difficoltà, unita alla fortezza, assicura la costanza nella ricerca del bene e rende capaci di affrontare la prova, non rappresenta solo una particolare qualità d’animo caratteristica di alcune persone eroiche. È piuttosto un tratto che viene donato e potenziato nell’incontro con Cristo, come frutto dell’azione dello Spirito Santo che chiunque può ricevere, se lo invoca”. Essa contiene “una forza umile, che si appoggia sulla fede e sulla vicinanza di Dio e si esprime in modo particolare nella capacità di agire con pazienza e perseveranza, respingendo i condizionamenti interni ed esterni che ostacolano il compimento del bene. Il coraggio disorienta i corrotti e li mette, per così dire, in un angolo, perché hanno il cuore chiuso e indurito”. Anche nelle società ben organizzate, prosegue Francesco, ” sempre rimane necessario il coraggio personale per affrontare le diverse situazioni, con discernimento e con fiducia nel Signore. Senza questa sana audacia, si rischia di cedere alla rassegnazione e si finisce per trascurare tanti piccoli e grandi soprusi”. Un coraggio, osserva il Papa, che vediamo “con ammirazione in tanti uomini e donne che vivono prove durissime: pensiamo alle vittime delle guerre, o a quanti sono sottoposti a continue violazioni dei diritti umani, tra i quali i numerosi cristiani perseguitati. Davanti a queste ingiustizie, lo Spirito ci dà la forza di non rassegnarci, suscita in noi lo sdegno e il coraggio: lo sdegno di fronte a queste realtà inaccettabili e il coraggio per cercare di cambiarle”.

“Occorre coraggio per andare fino in fondo nell’accertamento rigoroso della verità, ricordando che fare giustizia è sempre un atto di carità, un’occasione di correzione fraterna che intende aiutare l’altro a riconoscere il suo errore”. Così il Papa, presiedendo questa mattina nell’Aula delle Benedizioni l’inaugurazione del 95° Anno Giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. “Questo vale in special modo – ha sottolineato Francesco nel suo discorso letto anche oggi da mons. Filippo Ciampanelli – quando emergono e devono essere sanzionati comportamenti che sono particolarmente gravi e scandalosi, tanto più quando avvengono nell’ambito della comunità cristiana”.

“Bisogna avere coraggio mentre si è impegnati per assicurare il giusto svolgimento dei processi e si è sottoposti a critiche – l’esortazione del Pontefice -. La robustezza delle istituzioni e la fermezza nell’amministrazione della giustizia sono dimostrate dalla serenità di giudizio, dall’indipendenza e dall’imparzialità di quanti sono chiamati, nelle varie tappe del processo, a giudicare”. Per il Papa, “la miglior risposta sono il silenzio operoso e la serietà dell’impegno nel lavoro, che consentono ai nostri Tribunali di amministrare la giustizia con autorevolezza e imparzialità, garantendo il giusto processo, nel rispetto delle peculiarità dell’ordinamento vaticano”.

“Occorre coraggio” per “implorare nella preghiera che la luce dello Spirito Santo illumini sempre il discernimento necessario per arrivare all’esito di una sentenza giusta. Anche in questo contesto vorrei ricordare che il discernimento si fa ‘in ginocchio’, implorando il dono dello Spirito Santo, in modo da poter giungere a decisioni che vanno nella direzione del bene delle persone e dell’intera comunità ecclesiale”. Lo ha detto Papa Francesco, presiedendo questa mattina nell’Aula delle Benedizioni l’inaugurazione del 95° Anno giudiziario del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano. “In realtà”, osserva il Papa citando la Legge CCCLI sull’ordinamento dello Stato, nel suo discorso letto anche oggi da mons. Filippo Ciampanelli, “amministrare la giustizia non è soltanto una necessità di ordine temporale. La virtù cardinale della giustizia, infatti, illumina e sintetizza la finalità stessa del potere giudiziario proprio di ogni Stato, per coltivare la quale è essenziale anzitutto l’impegno personale, generoso e responsabile, di quanti sono investiti della funzione giurisdizionale”. Tale impegno “chiede di essere sostenuto dalla preghiera – spiega il Pontefice -. Non si deve temere di perdere tempo dedicandone ad essa in abbondanza. E anche per questo ci vuole coraggio e fortezza d’animo”. “Cari Magistrati del Tribunale e dell’Ufficio del Promotore, vi auguro che nel vostro servizio alla giustizia possiate mantenere sempre, insieme alla prudenza, il coraggio cristiano. Prego il Signore affinché rafforzi in voi questa virtù”, conclude Francesco. Giovanna Pasqualin Traversa, sir 2

 

 

 

Papa Francesco, "fare più casa e meno mercato"

 

Nella meditazione che precede la preghiera dell’Angelus, il Papa si sofferma sull’episodio della cacciata dei mercanti dal tempio. Appello per la pace in Terrasanta. L’imperativo morale del disarmo per le nazioni - Di Andrea Gagliarducci

 

Città del Vaticano. Nel Vangelo del giorno, si vede Gesù che scaccia i mercanti dal tempio. E Papa Francesco lo vede come un monito, come la necessità di non rendere la casa di Dio mercato, perché al mercato “si gioca sul prezzo” o “si cercano i propri interessi”, mentre “a casa si dà gratuitamente”. “Oggi – nota Papa Francesco – Gesù è duro perché non accetta che il tempio mercato si sostituisca al tempio casa, che la relazione con Dio sia distante e commerciale anziché vicina e fiduciosa”. Ma il Papa fa di più: dopo la preghiera dell’Angelus, il Papa fa una potente richiesta per fermare il conflitto in Israele, sottolinea che non si può davvero pensare che si possa raggiungere la pace in questo modo, chiede una pronta liberazione degli ostaggi. E non manca il ricordo per la “martoriata ucraina”, nonché la sottolineatura che il "disarmo è un imperativo morale". 

Seconda domenica di Quaresima, in una giornata a Roma che è già primaverile dopo due giorni di pioggia. Da qualche giorno, Papa Francesco fa leggere i testi preparati da monsignor Davide Ciampanelli, per non affaticare la voce e per curarsi di un raffreddore che lo ha portato lo scorso lunedì ad annullare tutte le udienze. Non ci sono stati ricoveri, finora, solo un controllo all’ospedale.

Commentando il Vangelo del giorno, Papa Francesco nota che “nel tempio inteso come mercato, per essere a posto con Dio bastava comprare un agnello, pagarlo e consumarlo sulle braci dell’altare. Comprare, pagare, consumare, e poi ciascuno a casa sua”. Invece, “nel tempio inteso invece come casa succede il contrario: si va per incontrare il Signore, per stare uniti a Lui e ai fratelli, per condividere gioie e dolori”.

Per quello Gesù non accetta “che il tempio-mercato si sostituisca al tempio-casa, che la relazione con Dio sia distante e commerciale anziché vicina e fiduciosa, che i banchi di vendita prendano il posto della mensa familiare, i prezzi quello degli abbracci e le monete quello delle carezze”.

È così, chiosa Papa Francesco, che “si crea una barriera tra Dio e l’uomo e tra fratello e fratello, mentre Cristo è venuto a portare comunione, misericordia e vicinanza”.

Quello di Gesù è un invito anche per il nostro tempo di Quaresima, per fare intorno a noi “più casa e meno mercato”, prima di tutto nei confronti di Dio, “pregando tanto, come figli che senza stancarsi bussano fiduciosi alla porta del Padre, non come mercanti avari e diffidenti”, ma anche “diffondendo fraternità”.

Papa Francesco invita a pensare “al silenzio imbarazzante, isolante, talvolta addirittura ostile che si incontra in tanti luoghi”, come sui mezzi di trasporto, in cui siamo “chiusi nei propri mestieri, soli coi propri guai, con gli orecchi tappati dagli auricolari e gli occhi affondati nei telefonini”, al punto che “non si dona gratis nemmeno un sorriso e una battuta di spirito”.

Il Papa invita a fare il primo passo, a salutare, cedere il posto, dire qualcosa di gentile, perché “anche se non avremo risposta e qualcuno ci guarderà male, avremo fatto casa. E questo può valere per tante altre circostanze della vita quotidiana”.

Infine, Papa Francesco invita a guardarsi dentro e chiedersi se la propria preghiera è “un prezzo da pagare o è il momento dell’abbandono fiducioso, dove non guardo all’orologio”.

Dopo l’Angelus, un appello per la pace in Terrasanta. “Porto quotidianamente nel cuore con dolore -dice Papa Francesco - la sofferenza delle popolazioni in Palestina e in Israele dovuto alle ostilità in corso”. Il Papa ricorda le “migliaia di morti” e le “immani distruzioni” che “causano dolore e questo con conseguenze tremende sui piccoli e gli indifesi che vedono compromesso il loro futuro”.

“Davvero – chiede Papa Francesco -  si pensa di costruire un mondo migliore in questo modo? Davvero si pensa di raggiungere la pace? Basta per favore, diciamo tutti noi. Fermatevi!”

Il Papa incoraggia poi “a continuare i negoziati per un immediato cessate il fuoco a Gaza e in tutta la regione affinché gli ostaggi siano subito liberati e la popolazione civile possa avere accesso sicuro agli aiuti umanitari”.

Papa Francesco poi ricorda la “martoriata Ucraina”, mettendo in luce che il 5 marzo “ricorre la seconda giornata internazionale per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione”. Nota Papa Francesco: “Quante risorse vengono sprecate per le spese militari – auspico che la comunità internazionale comprenda che il disarmo è un dovere morale. Mettiamo questo in testa, e questo richiede coraggio da parte di tutti i membri della grande famiglia delle nazioni di passare dall’equilibrio della paura all’equilibrio della fiducia.” Aci 3

 

 

 

Fine Vita: vescovi Emilia-Romagna su decreto suicidio assistito, “proposta che sconcerta”

 

“La proposta della Regione Emilia-Romagna di legittimare con un decreto amministrativo il suicidio medicalmente assistito, con una tempistica precisa per la sua realizzazione, presumendo di attuare la sentenza della Corte Costituzionale 242/2019, sconcerta quanti riconoscono l’assoluto valore della persona umana e della comunità civile volta a promuoverla e tutelarla”. E’ quanto scrivono in una Dichiarazione dedicata al fine vita e diffusa oggi i vescovi dell’Emilia-Romagna riuniti a Roma per la Visita ad Limina. “Il valore della vita umana si impone da sé in ogni sua fase, specialmente nella fragilità della vecchiaia e della malattia”, scrivono i vescovi. “Proprio lì la società è chiamata ad esprimersi al meglio, nel curare, nel sostenere le famiglie e chi è prossimo ai malati, nell’operare scelte di politiche sanitarie che salvaguardino le persone fragili e indifese, e attuando quanto già è normato circa le cure palliative. Impegno, questo, che qualifica come giusta e democratica la società. Procurare la morte, in forma diretta o tramite il suicidio medicalmente assistito, contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica”. Con la Dichiarazione, i vescovi intendono “offrire” un contributo, “sulla base della condivisa dignità della persona e del valore della vita umana, rivolgendoci non solo ai credenti ma a tutte le donne e gli uomini”. Esprimiamo con chiarezza la nostra preoccupazione – afferma l’episcopato regionale – e il nostro netto rifiuto verso questa scelta di eutanasia, ben consapevoli delle dolorose condizioni delle persone ammalate e sofferenti e di quanti sono loro legati da sincero affetto. Ma la soluzione – incalzano i vescovi – non è l’eutanasia, quanto la premurosa vicinanza, la continuazione delle cure ordinarie e proporzionate, la palliazione, e ogni altra cosa che non procuri abbandono, senso di inutilità o di peso a quanti soffrono. Tale prossimità e le ragioni che la generano hanno radici nell’umanità condivisa, nel valore unico della vita, nella dignità della persona”.

“Nascere, vivere, morire: tre verbi che disegnano la traiettoria dell’esistenza”, si legge nella dichiarazione. “La persona li attraversa, forte della sua dignità che l’accompagna per tutta la vita: quando nasce, cresce, come quando invecchia e si ammala”. I vescovi osservano come “gli sviluppi della medicina e del benessere consentono oggi cure nuove e un significativo prolungamento dell’esistenza”. “Si profila così la necessità di modalità di accompagnamento e di assistenza permanente verso le persone anziane e ammalate, anche quando non c’è più la possibilità di guarigione, continuando e incrementando l’ampio orizzonte delle ‘cure’, cioè di forme di prossimità relazionale e mediche. Alla base di questa esigenza – scrivono i vescovi – ci sono il valore della vita umana, condizione per usufruire di ogni altro valore, che costruisce la storia e si apre al mistero che la abita, e la dignità della persona, in intrinseca relazione con gli altri e con il mondo che la circonda”. i M. Chiara Biagioni, sir 1

 

 

 

Un motu proprio per armonizzare la legge della Segnatura

 

Non si usa più dicastero, ma Tribunale o Istituzione Curiale. È una conseguenza della Praedicate Evangelium. Di Andrea Gagliarducci

 

Città del Vaticano. Prima della Praedicate Evangelium, dicastero era un sostantivo di uso comune. Tutti gli uffici di Curia erano genericamente dicasteri, divisi in Congregazioni (guidate da un cardinale) o Pontifici Consigli (che potevano anche essere guidate da un arcivescovo). Ma ora tutti i “ministeri” della Curia sono Dicasteri, e dunque si devono adeguare le normative. Succede anche per il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e per la sua legge propria, nella quale a volte ci si riferisce alla Segnatura come dicastero.

La legge della Segnatura, promulgata da Benedetto XVI nel giugno 2008, si rifà dunque il trucco. E visto che l’articolo 198 della Praedicate Evangelium, che regola le funzioni della Curia, sottolinea che alla Segnatura “spetta di  concedere l’approvazione del Tribunale di appello, come pure, se riservata alla Santa Sede, l’approvazione dell’erezione di Tribunali interdiocesani/intereparchiali/interrituali, regionali, nazionali e, se necessario, anche sovranazionali”, allora cambia anche la legge propria, dove l’espressione “promuovere e approvare l’istituzione dei tribunali interdiocesani” si sostituisce con l’espressione “approvare l’erezione di tribunali di ogni genere costituiti dai Vescovi di più Diocesi”. Una conseguenza, in fondo, anche del ruolo di primo giudice attribuito da Papa Francesco ai vescovi.

“Nell’esercizio della funzione di Supremo Tribunale della Chiesa – scrive Francesco nella premessa - la Segnatura Apostolica si pone al servizio del supremo ufficio pastorale del Romano Pontefice e della sua missione universale nel mondo. In questo modo, dirimendo le contese sorte per un atto di potestà amministrativa ecclesiastica, il Supremo Tribunale provvede al giudizio di legittimità sulle decisioni emanate dalle istituzioni curiali nel loro servizio al Successore di Pietro e alla Chiesa universale”.

I cambiamenti riguardano la sostituzione del termine “chierici” con “presbiteri” all’art. 1 della legge propria; la sostituzione della parola “Dicastero” con la parola “Tribunale” all’art. 3 e con la parola “Segnatura Ap. Aci 2

 

 

 

Papa Francesco e il Cancelliere di Germania Scholz, 35 minuti di conversazione

 

Olaf Scholz per la prima volta in visita in Vaticano. Oggi partecipa a un Congresso di socialdemocratici

 

Città del Vaticano. Due giorni in Italia per il Cancelliere tedesco Olaf Scholz, aconfessionale, che per la prima volta visita Papa Francesco. Trentacinque minuti di conversazione, scambio di doni simbolico per una udienza particolarmente attesa, dato che i due si erano già incontrati lo scorso anno in occasione dei funerali del Papa emerito Benedetto XVI, ma non aveva mai avuto una vera e propria udienza con personale con Papa Francesco.

Il Papa ha donato al Cancelliere tedesco un’opera in bronzo dal titolo “Amore sociale”, raffigurante un bimbo che aiuta un altro a rialzarsi, con la scritta “Amare Aiutare”, e come di consueto i volumi dei documenti papali, il Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, e il libro della Statio Orbis del 27 marzo 2020.

Il Cancelliere, da parte sua, ha donato il pallone ufficiale di UEFA Euro 2024, e una figura di orso in porcellana con lo stemma della Repubblica Federale di Germania.

Nel successivo bilaterale in Segreteria di Stato, si legge in un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede, "è stato espresso compiacimento per le buone relazioni e la fruttuosa collaborazione che intercorrono tra la Santa Sede e la Germania, rilevando l’importanza della fede cristiana nella società tedesca. Ci si è soffermati, quindi, su alcune questioni di interesse comune, come il fenomeno delle migrazioni. Si è fatto, poi, speciale riferimento ai conflitti in Ucraina e in Israele e Palestina, e al conseguente impegno per la pace, nella ricerca instancabile di una soluzione diplomatica che porti quanto prima alla cessazione delle ostilità".

Scholz si professa aconfessionale, pur essendo stato battezzato e cresimato luterano. Ha però lasciato la fede da tempo, ha prestato giuramento senza formula divina, ma sostiene di trarre i suoi valori dalle radici protestanti, e in particolare dall’etica cristiana del lavoro, e dà valore alla cooperazione delle comunità religiose”.

Sebbene Scholz e Papa Francesco hanno avuto l’incontro al funerale di Benedetto XVI e poi una conversazione telefonica intorno al marzo 2022, dopo l’inizio dell’aggressione su larga scala della Russia contro l’Ucraina.

Il predecessore di Scholz, Angela Merkel, ha fatto visita a Papa Francesco in Vaticano cinque volte tra il 2013 - quando è entrato in carica - e il 2021 - quando si è congedata. Andrea Gagliarducci, Aci 2

 

 

 

Spunta un nuovo testo anti-Bergoglio: “Il Vaticano di domani”

 

È una lettera anonima che sarebbe stata scritta da un porporato, rilanciata anche dal cardinale Zen – di Domenico Agasso

 

CITTÀ DEL VATICANO. Si registra un altro attacco al pontificato di Francesco. Spunta in rete un documento, intitolato «Il Vaticano di domani», contro Papa Bergoglio. A pubblicarlo è il sito La nuova Bussola Quotidiana, ma è rilanciato anche sui social da esponenti della Chiesa, come il cardinale Joseph Zen. A due anni dal testo firmato «Demos» (si è poi rivelato essere il cardinale George Pell) il nuovo scritto che a quello si ricollega definisce le sette priorità del prossimo conclave «per riparare alla confusione e alla crisi creata da questo Pontificato». La lettera sarebbe stata scritta da un porporato, ma di fatto è anonima perché «la franchezza non è ben accetta e le sue conseguenze possono essere spiacevoli», si legge nella missiva.

Se da un lato «il punto di forza del Pontificato» di Bergoglio è «l’accresciuta enfasi che ha dato alla compassione verso i deboli, alla solidarietà verso i poveri e gli emarginati, alla preoccupazione per la dignità del creato e per le questioni ambientali che ne derivano, e agli sforzi per accompagnare i sofferenti e gli alienati nei loro pesi», allo stesso tempo il pontificato di Francesco è accusato di «stile di governo autocratico, a volte apparentemente vendicativo; una certa noncuranza nelle questioni di legge; un'intolleranza per il disaccordo, anche solo rispettoso; e, cosa più grave, un modello di ambiguità nelle questioni di fede e di morale che causa confusione tra i fedeli. La confusione genera divisione e conflitto. Mina la fiducia nella Parola di Dio. Indebolisce la testimonianza evangelica. E il risultato oggi è una Chiesa più fratturata che in qualsiasi altro momento della sua storia recente». Di qui le indicazioni del cardinale anonimo. Il documento, oltre che in italiano, è pubblicato in inglese, francese, spagnolo, tedesco e polacco, ed è «destinato a circolare tra i cardinali in vista del prossimo conclave e tra i fedeli come spunto di riflessione sulle priorità della Chiesa».

Il compito «del prossimo pontificato dovrà essere quello di recuperare e ristabilire le verità che sono state lentamente oscurate o perdute tra molti cristiani». LS 1

 

 

 

Papa Francesco, oggi il pericolo più brutto è l’ideologia del gender

 

Il Papa riceve in udienza i partecipanti al convegno “Uomo-Donna immagine di Dio. Per una antropologia delle vocazioni” - Di Angela Ambrogetti

 

Città del Vaticano. "Oggi il pericolo più brutto è l’ideologia del gender, che annulla le differenze. Ho chiesto di fare studi a proposito di questa brutta ideologia del nostro tempo, che cancella le differenze e rende tutto uguale; cancellare la differenza è cancellare l’umanità. Uomo e donna, invece, stanno in una feconda “tensione”". Papa Francesco ci tiene a dirlo nonostante sia ancora un po' raffreddato e non legga tutto il discorso preparato. L'occasione è ai partecipanti al Convegno

Internazionale “Uomo-Donna immagine di Dio. Per una antropologia delle vocazioni” promosso dal Centro di Ricerca e Antropologia delle Vocazioni (CRAV), che ha luogo in Vaticano, presso l’Aula del Sinodo, oggi e domani.

Aggiunge anche: "ricordo di aver letto un romanzo dell’inizio del Novecento, scritto dal figlio dell’Arcivescovo di Canterbury: The Lord of the World. Il romanzo parla del futuribile ed è profetico, perché fa vedere questa tendenza di cancellare tutte le differenze. È interessante leggerlo, se avete tempo leggetelo, perché lì ci sono questi problemi di oggi; è stato un profeta quell’uomo".

Nel testo letto da Mons. Filippo Ciampanelli, perché, dice Francesco, "ho ancora il raffreddore e mi affatica leggere per un po’" si parla di antropologia di ogni vocazione: "la vita dell’essere umano è vocazione" perché "ciascuno di noi, sia nelle grandi scelte che riguardano uno stato

di vita, sia nelle numerose occasioni e situazioni in cui esse si incarnano e prendono forma, scopre ed esprime sé stesso come chiamato, come chiamata, come persona che si realizza nell’ascolto e nella risposta, condividendo il proprio essere e i propri doni con gli altri per il bene comune".

Relazione quindi per evitare di "ridurre l’essere umano ai suoi soli bisogni materiali o alle sue esigenze primarie" ad un "ingranaggio meccanico. E invece l’uomo e la donna sono creati da Dio e sono immagine del Creatore" e "in noi abita una sana tensione interiore che

mai dobbiamo soffocare: siamo chiamati alla felicità, alla pienezza della vita, a qualcosa di grande a cui Dio ci ha destinato". Ognuno ha una missione "per migliorare il mondo e forgiare la società, a me piace sempre ricordare che non si tratta di un compito esterno affidato alla nostra vita, ma di una dimensione che coinvolge la nostra stessa natura, la struttura del nostro essere uomo-donna a immagine e somiglianza di Dio".

Cita il Cardinale Newman dicendo che Dio "non ha creato me inutilmente. Io farò del bene, farò il suo lavoro".

Occorre interrogarsi "sulle sfide odierne, sulla crisi antropologica in atto e sulla necessaria

promozione delle vocazioni umane e cristiane" per "generare la speranza in un mondo sul quale incombono pesanti esperienze di morte". Finita la lettura il Papa prende di nuovo la parola: "non abbiate paura in questi momenti così ricchi nella vita della Chiesa. Lo Spirito Santo ci chiede una cosa importante: fedeltà. Ma la fedeltà è in cammino e la fedeltà ci porta spesso a rischiare. La “fedeltà da museo” non è fedeltà. Andare avanti con il coraggio di discernere e rischiare cercando la volontà di Dio. Vi auguro il meglio. Coraggio e avanti, senza perdere il senso dell’umorismo!". Aci 1

 

 

 

Il card. Cantalamessa: "Gesù il rivelatore è Lui stesso la rivelazione"

 

Nella seconda predica di Quaresima il porporato ricorda che "la luce che è Cristo ha sempre avuto un agguerrito concorrente: la ragione umana" - Di Marco Mancini

 

Città del Vaticano. “Ci poniamo subito la domanda che significa per noi ora è qui quella parola di Gesù Io sono la luce del mondo. L'espressione luce del mondo ha due significati fondamentali: il primo significato è che Gesù è la luce del mondo in quanto la sua è la Suprema e definitiva rivelazione di Dio all'umanità.  La novità consiste ed è nel fatto unico e irripetibile che il rivelatore è Lui stesso la rivelazione: io sono la luce del mondo, i profeti dicevano così parla il Signore mentre Gesù dice io vi dico”. Lo ha detto il Cardinale Raniero Cantalamessa, Predicatore della Casa Pontificia, in occasione della seconda predica di Quaresima alla quale stamane il Papa non ha partecipato a causa del persistente raffreddore che lo ha colpito negli ultimi giorni.

“Il mezzo con cui viene trasmesso un messaggio – ha aggiunto il porporato - condiziona il messaggio stesso e questo detto si applica in maniera unica e trascendente a Cristo, in Lui il mezzo di trasmissione è davvero il messaggio, il messaggero è il messaggio”.

“Il secondo significato – ha detto ancora il Predicatore della Casa Pontificia - è che Gesù è la luce del mondo in quanto fa luce sul mondo, cioè rivela il mondo a se stesso, fa vedere ogni cosa nella giusta luce per quello che è davanti a Dio”.

“La luce che è Cristo – ha sottolineato il Cardinale Cantalamessa - ha sempre avuto un agguerrito concorrente: la ragione umana. Ne parliamo per confermare noi stessi nella fede: i dibattiti su fede e ragione  - sarebbe più esatto dire su ragione e rivelazione - sono affetti da una dissimmetria radicale. Il credente condivide la ragione con l'ateo, l'ateo non condivide la fede nella rivelazione con il credente; il credente parla il linguaggio dell'interlocutore ateo, l'ateo non parla la lingua della controparte credente. Per questo motivo il dibattito più giusto su fede e ragione è quello che avviene nella stessa persona tra la propria fede e la propria ragione. Abbiamo casi famosi nella storia del pensiero umano di persona nelle quali non si può dubitare di un'identica passione per l'una e per l'altra cosa: Agostino di Ippona, Tommaso d’Aquino, Pascal, John Henry Newman, Giovanni Paolo II,  Benedetto XVI”.

“C'è un altro malinteso da chiarire riguardo al dialogo tra fede e ragione – ha concluso il Cardinale francescano - ovvero la critica comune rivolta ai credenti che essi non possono essere obiettivi dal momento che la loro fede impone fin dall'inizio la conclusione a cui devono giungere. In altre parole agisce come una precomprensione e un pregiudizio e non si presta attenzione al fatto che lo stesso pregiudizio agisce in senso opposto anche nello scienziato o nel filosofo non credente, e in modo assai più radicale se si da per scontato che Dio non esiste, che il soprannaturale non esiste, che i miracoli sono impossibili, anche la conclusione è predeterminata fin dall'inizio”. Aci 1

 

 

 

 

XVIII. Jahrestagung Illegalität in Berlin beendet. „Ohne Papiere, aber nicht ohne Rechte!“ 

 

In Berlin ist heute (15. März 2024) die XVIII. Jahrestagung Illegalität, die vom Katholischen Forum Leben in der Illegalität, der Katholischen Akademie in Berlin und dem Rat für Migration ausgerichtet wurde, zu Ende gegangen. Unter dem Motto „Ohne Papiere, aber nicht ohne Rechte!“ lag der Schwerpunkt auf den Menschen- und Grundrechten von Personen ohne regulären Status in Zeiten restriktiver Migrationspolitik. Angesichts der aufgeheizten gesellschaftlichen und politischen Migrationsdebatte wollte die Veranstaltung einen Beitrag zur faktenbasierten Diskussion leisten.

 

Der Vorsitzende des Katholischen Forums Leben in der Illegalität, Weihbischof Ansgar Puff (Köln), unterstrich: „Auch Menschen in der aufenthaltsrechtlichen Illegalität haben Rechte. Diese sind durch internationale Verträge und nationale Gesetze garantiert.“ Er zitierte in diesem Zusammenhang Papst Johannes Paul II.: „Der Status der Ungesetzlichkeit rechtfertigt keine Abstriche bei der Würde des Migranten, der mit unveräußerlichen Rechten versehen ist, die weder verletzt noch unbeachtet gelassen werden dürfen.“ Außerdem erinnerte der Weihbischof an die im Koalitionsvertrag der Ampel-Parteien angekündigte Einschränkung der Übermittlungspflicht: „Es gibt viele Argumente, die dafür sprechen, die Übermittlungspflicht im Gesundheitsbereich einzuschränken. Trotz Versprechungen der Bundesregierung und der gemeinsamen konstruktiven Arbeit vieler Organisationen und Verbände ist die Neuregelung noch immer nicht im parlamentarischen Verfahren und noch lange nicht umgesetzt. Das Katholische Forum Leben in der Illegalität hat dazu bereits 2022 relevanten Akteuren in Politik und Verwaltung einen konkreten Vorschlag vorgelegt. Wir bleiben an dem Thema weiter dran.“

Hinsichtlich der menschenrechtlichen Dimension der Thematik formulierte Prof. Dr. Jürgen Bast (Justus-Liebig-Universität Gießen) in seinem Vortrag die These: „Undokumentierte Migranten und ihre Unterstützer sind Pioniere des Menschenrechtsschutzes. Sie haben unseren Blick auf Migration grundlegend verändert.“ Die Jahrestagung bot erneut rund 100 Expertinnen und Experten aus Kirche, Nichtregierungsorganisationen, Politik, Verwaltung und Wissenschaft die Gelegenheit zum Austausch und zu kritischer Reflexion. In einem Video des Jesuiten-Flüchtlingsdienstes (JRS) wurde anschaulich der Werdegang eines von aufenthaltsrechtlicher Illegalität Betroffenen geschildert. In einem anschließenden Podiumsgespräch mit den Bundestagsabgeordneten Hakan Demir (SPD) und Gökay Akbulut (Die Linke) sowie Stefan Keßler (Jesuiten-Flüchtlingsdienst) und Dr. Andrea Schlenker (Deutscher Caritasverband) vonseiten des Katholischen Forums wurden die Situation von Menschen „ohne Papiere“ und die Notwendigkeit politischer Antworten beleuchtet.

 

In unterschiedlichen Foren wurden einzelne Aspekte des Lebens in der aufenthaltsrechtlichen Illegalität vertieft und Lösungsansätze erörtert. Von den Teilnehmenden stark nachgefragte Themen waren unter anderem das Recht auf eine Geburtsurkunde, das Recht auf psychische und körperliche Gesundheit, der Zugang zu Bildung und der Schutz vor Arbeitsausbeutung. Sophie Funke und Anna Suerhoff vom Deutschen Institut für Menschenrechte erläuterten die bürokratischen und rechtlichen Hürden auf dem Weg zu einer Geburtsurkunde. Diese Barrieren seien vor allem deshalb problematisch, weil die Geburtsurkunde wesentliche Voraussetzung für den Erhalt sozialer Leistungen und die Wahrnehmung weiterer Rechte ist. Felix Wiese und Dorothea Herlemann von der Open-Med Ambulanz betonten, wie bedeutsam es ist, der betroffenen Personengruppe auch psychologische Unterstützung zukommen zu lassen: Traumatisierungen auf der Migrationsroute oder schlicht die Angst vor der Aufdeckung des illegalen Status haben erhebliche Auswirkungen auf die Gesundheit. Vorgestellt wurde zudem das von der EU-Kommission finanzierte Forschungsprojekt „I-CLAIM“, das die Lebens- und Arbeitsbedingungen von Migranten „ohne Papiere“ in sechs europäischen Ländern untersucht und an dem sich das Katholische Forum beteiligt.

 

Jenseits der bundespolitischen Gesetzgebung zum Thema Migration lag ein weiterer Schwerpunkt der Tagung auf kommunalpolitischen Handlungsmöglichkeiten. Konzepte aus München, Berlin und Wiesbaden zeigten die Ideen unterschiedlicher deutscher Großstädte. Anhand aktueller Vorhaben in Utrecht (Niederlande), Bern und Zürich (Schweiz) wurden auch die Aktivitäten anderer europäischer Städte in den Blick genommen.

 

Hintergrund. Das Katholische Forum Leben in der Illegalität wurde 2004 auf Initiative der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz gegründet. Es setzt sich dafür ein, dass Menschen in der aufenthaltsrechtlichen Illegalität in Deutschland ihre grundlegenden sozialen Rechte in Anspruch nehmen können, ohne deshalb die Abschiebung befürchten zu müssen. Neben der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz sind der Deutsche Caritasverband, die Katholische Arbeitsgemeinschaft Migration, der Malteser-Hilfsdienst und der Jesuiten-Flüchtlingsdienst Träger des Forums. Weitere Informationen zum Katholischen Forum sind unter www.forum-illegalitaet.de zu finden. Dbk 15

 

 

 

 

Insolvenzen: Kirchliche Wohlfahrtsverbände in der Krise

 

Eine Insolvenz nach der anderen meldete die Diakonie in den vergangenen Monaten. Nun schlägt der kirchliche Wohlfahrtsverband Alarm: Es drohe ein Massensterben sozialer Einrichtungen, wenn Staat und Sozialkassen nicht mehr zahlen. Von Jasper Riemann

 

Seit vergangenen Herbst melden kirchliche Wohlfahrtsverbände immer wieder, zahlungsunfähig zu sein: Am 6. September 2023 teilte die Diakoneo-Klinik in Neuendettelsau mit, bald keine stationären Patienten mehr aufnehmen zu können. Zwei Monate später ist die Diakonie Passau insolvent. Anfang Dezember ist auch das Diakoniewerk Maxvorstadt in München zahlungsunfähig. Am 23. Februar 2024 meldet der Diakonieverein Amberg in der Oberpfalz Insolvenz an, ein Seniorenheim muss daraufhin schließen.

Eine bundesweite Umfrage von Arbeiterwohlfahrt, Paritätischem Wohlfahrtsverband und der Diakonie, an der sich im Herbst vergangenen Jahres mehr als 2.700 gemeinnützige Organisationen beteiligt haben, zeigt: 40 Prozent der befragten Einrichtungen mussten bereits Angebote und Leistungen aus finanziellen Gründen einschränken oder ganz einstellen. Besonders der Pflegebranche steht vor großen Herausforderungen. Laut einer Umfrage der Diakonie Deutschland vom November 2023 schätzten 72,7 Prozent der befragten ambulanten Pflegedienste der Diakonie ihre wirtschaftliche Situation als angespannt ein. Fast zwei Drittel der ambulanten Pflegedienste machen finanzielle Verluste. Jeder zehnte Anbieter fürchtet in den kommenden beiden Jahren das Aus.

Wohlfahrtsverbände: Eine Insolvenz nach der anderen

Institutionen, die Bedürftige unterstützen, Menschen in Krisensituationen auffangen und ihnen durch schwierige Lebensphasen helfen, stecken nun selbst in der Krise. Sabine Weingärtner, Präsidentin der Diakonie Bayern, sagt: Die Ursachen seien überall ähnlich. Das Grundproblem sei der Fachkräftemangel. "Weil dadurch Betten nicht belegt werden können, Stockwerke in Seniorenheimen leer stehen, oder die Kita nicht mehr die Öffnungszeiten anbieten kann, die sie anbieten könnte, wenn alle Arbeitsplätze besetzt wären."

Wenn ein Seniorenheim weniger Menschen beherbergt, oder ein Kindergarten weniger Stunden Betreuung anbieten kann, generiert der Träger weniger Umsatz. Auf der einen Seite fehlt also Geld und auf der anderen Seite müssen gestiegene Kosten gestemmt werden – für Energie, für höhere Löhne, in Zeiten der Inflation. Dazu kommt: Gemeinnützige Träger können nicht wie private Unternehmen Gewinne auf die hohe Kante legen. Es gibt also keine Rücklagen, auf die nun zurückgegriffen werden könnte.

Bayernweites Problem: Alle Bereiche sind betroffen

Weingärtner spricht von einem bayernweiten Problem, das auch Caritas, die Arbeiterwohlfahrt und das Rote Kreuz berühre. Bei der Diakonie selbst seien alle Bereiche betroffen: "Von der Kita über Einrichtungen der Behindertenhilfe, Kinder-, Jugendhilfe, Senioreneinrichtungen bis zu den vielen Beratungsstellen", sagt die Präsidentin der Diakonie Bayern.

Angespannt klingt die Lage auch bei der Caritas Bayern, dem katholischen Wohlfahrtsverband, wenn auch weniger dramatisch. Direktor Andreas Magg sagt, von drohenden Insolvenzen sei ihm derzeit nichts bekannt. Aber: "Was mir bekannt ist, ist natürlich die extrem schlechte finanzielle Ausstattung und dass es Sozialbereiche gibt, die sehr kämpfen, zum Beispiel der Asyl-Beratungsbereich. All diese Dinge, bei denen wir mit dem Freistaat kooperieren, sind nicht ausreichend finanziert." Dort werde es bald zu einem reduzierten Angebot kommen, würden Stellen entfallen und das Angebot stark eingeschränkt werden müssen.

Beratungsstellen fangen höhere Folgekosten auf

Wie wichtig gerade diese Beratungen sind, erklärt Eva-Maria Euchner, Professorin für Sozialpolitik an der Fliedner-Fachhochschule Düsseldorf. "Die Beratungsstellen sind wirklich essenziell. Weil sie diesen wahnsinnig starken präventiven Charakter haben. Da kann ich Familien in Konfliktsituationen früh abfangen und somit soziale Folgekosten stark reduzieren. Das ist eigentlich der Weg, den ich für die Zukunft des Sozialstaats in Deutschland sehe."

Das bayerische Innenministerium, dass auch für den Bereich Integration zuständig ist, weist die Vorwürfe zurück: Der Freistaat investiere in mehr Stellen und eine bessere Förderung der Migrationsberatungen. Auch seien Hilfen in Höhe von einer Million Euro wegen der Energiekrise bereitgestellt worden – doch die Träger hätten das Geld nicht beantragt.

Schwierige Situation auch in gemeinnützigen Kliniken

Beratungsstellen sind aber freilich nur eine Baustelle. Besonders die Situation der Kliniken macht Sabine Weingärtner von der Diakonie Sorgen. "Meine große Sorge ist, dass wir in absehbarer Zeit, vielleicht in zwei Jahren, keine frei gemeinnützige Kliniken mehr haben werden." Denn die Krankenhäuser der Diakonie, der Caritas und vom Roten Kreuz können bei Verlusten nicht so einfach Gelder von der Stadt, dem Landkreis oder dem Land bekommen, wie das bei kommunalen oder Uni-Kliniken möglich ist. "Wenn eine große Klinik wie beispielsweise die Hallerwiese in Nürnberg, mit eine der größten Geburtenkliniken Deutschlands, schließt, dann ist die Frage, wo über 3.000 Frauen hingehen, wenn sie ihr Kind bekommen. Diese Frage muss beantwortet werden, und zwar von der Politik", fordert Weingärtner. Deshalb nimmt die Diakonie-Präsidentin alle staatlichen Stellen in die Pflicht und fordert schnellere Entscheidungen und vor allem mehr Geld.

Komplizierte Förderung

Dabei wird deutlich, wie kompliziert die Finanzierung der Wohlfahrtsverbände ist. Von den Kirchen kommt dabei nur ein geringer Anteil. Das meiste Geld bekommen die Sozialverbände von der öffentlichen Hand, also von Sozialversicherungen wie Pflege- und Krankenkassen sowie von der Bundesebene, der Landesebene und den Kommunen.

"Daher ist der Hilfeschrei an den Staat nachvollziehbar", meint Josef Schmid, Politikwissenschaftler von der Universität Tübingen. Er erklärt: Innerhalb von Diakonie und Caritas verhandeln die Träger ständig mit verschiedenen Akteuren, wie viel Geld sie für ihre Leistungen bekommen. "Sie verhandeln mal über Gesundheit, dann über Altersheime, dann über Beratungsdienstleistungen, und dann noch regional differenziert. Manchmal sind die Verhandlungen auch auf Landkreisebene, je nachdem, wie die Einrichtungen strukturiert sind und wer der Verhandlungspartner ist." Diese komplizierte Struktur mache es für einzelne Geldgeber einfach, mit dem Finger auf andere zu zeigen, sagt der Politikwissenschaftler.

Forderung: Inflation in Zukunft stärker berücksichtigen

"Es ist eine, komplexe Finanzierungsstruktur, bei denen wie immer der Schwarze Peter hin und hergeschoben wird", beklagt Schmid. Da heiße es oft: "Ja, soll doch die der andere mehr zahlen." Tatsache sei aber auch, sagt Schmid: Die Wohlfahrtsverbände seien stark vom Staat abhängig und momentan strukturell unterfinanziert. Er schlägt vor, eine Regel einzuführen, dass bei allen Verhandlungen die Inflation stärker berücksichtigt wird, also die Wohlfahrtsverbände automatisch mehr Geld bekommen, wenn die Inflation steigt. Aber er vermutet auch, dass gerade die öffentlichen Stellen wenig Interesse zeigten, an der Situation der Wohlfahrtsverbände etwas zu ändern. Schließlich sparten sie Geld, wenn sie langfristig abgeschlossene Verträge nicht neu bei gestiegener Inflation verhandelten.

Die Sorgen der sozialen Träger nehme sie sehr ernst, teilte die bayerische Sozialministerin Ulrike Scharf auf Anfrage mit. Der Sozialhaushalt steige auf ein Rekord-Niveau von mehr als acht Milliarden Euro. "Für mich ist aber klar, dass wir die Höhe der Sozialausgaben in Deutschland insgesamt auf den Prüfstand stellen und zielgenau ausrichten müssen." BR 15

 

 

 

Viele neue Details: Eine Autobiografie von Papst Franziskus

 

„Leben – meine Geschichte in der Geschichte“. So heißt eine Autobiografie von Papst Franziskus, die nächste Woche in mehreren Sprachen, darunter auch auf Deutsch, im Verlag Harper Collins erscheint.

Die italienische Tageszeitung „Corriere della Sera“ druckt in ihrer Donnerstagsausgabe exklusiv einige Vorab-Auszüge aus dem Text ab, den der Papst zusammen mit dem Journalisten Fabio Marchese Ragona verfasst hat. Darin lässt Franziskus seine 87 Lebensjahre Revue passieren; den Leser erwarten offenbar viele bislang unbekannte Details aus der Vita von Jorge Mario Bergoglio. Er erfährt etwa, dass der heutige Papst als Kind oft im Kino war und den italienischen Ohrwurm „O sole mio“ liebte.

Bei der Hochzeit des Onkels...

Franziskus bestätigt, dass er in seiner Jugend eine Freundin gehabt habe („Sie arbeitete in der Welt des Kinos und hat später geheiratet und Kinder bekommen“). Sogar in seiner Zeit im Priesterseminar von Buenos Aires habe ihm eine junge Frau, die er während der Hochzeit eines Onkels gesehen habe, den Kopf verdreht („Eine Woche lang hatte ich ihr Bild ständig vor Augen und hatte Mühe, zu beten! Zum Glück ging das vorbei, und ich konnte Seele und Leib meiner Berufung widmen“).

„Die Rache einiger Linker“

Ausführlich geht der Papst auf die Zeit der Militärdiktatur in Argentinien ein. Für die Freilassung der zwei vom Militär verschleppten Jesuiten Yorio und Jalics habe er sich sehr eingesetzt, außerdem habe er etwa zwanzig junge Leute, die vom Regime gesucht wurden, versteckt. „Die Anschuldigungen gegen mich hielten bis vor kurzem an. Es war die Rache einiger Linker, die wussten, wie sehr ich mich gegen diese Gräueltaten gewehrt hatte.“ Im November 2010 sei er während eines Prozesses ausführlich zu seiner Haltung in der damaligen Zeit verhört worden. „Danach vertrauten mir einige Leute an, dass die damalige argentinische Regierung mit allen Mitteln versucht hatte, mir die Schlinge um den Hals zu legen, aber dass sie am Ende keine Beweise gefunden hatten, weil ich sauber war.“

„Emeritierter Papst wurde instrumentalisiert“

Interessant sind die Ausführungen von Franziskus zu seinem Vorgänger, dem Ende 2022 verstorbenen Benedikt XVI. Der deutsche Papst war 2013 nach acht Jahren Pontifikat vom Papstamt zurückgetreten und hatte bis zu seinem Tod in den Vatikanischen Gärten gelebt. „Ich habe mit Bedauern gesehen, wie seine Figur als emeritierter Papst im Laufe der Jahre von skrupellosen Leuten für ideologische und politische Zwecke instrumentalisiert wurde, die, nachdem sie seinen Rücktritt nicht akzeptiert hatten, auf ihren eigenen Vorteil … bedacht waren und die dramatische Möglichkeit eines Bruchs innerhalb der Kirche unterschätzten.“

„Wir haben gemeinsam beschlossen, dass es für ihn besser wäre, nicht im Verborgenen zu leben“

Franziskus hatte wenige Tage nach seiner Wahl zum Papst 2013 seinen Vorgänger aufgesucht. In dem neuen Buch sagt er dazu: „Wir haben gemeinsam beschlossen, dass es für ihn besser wäre, nicht im Verborgenen zu leben, wie er zunächst angenommen hatte, sondern die Menschen zu sehen und am Leben der Kirche teilzunehmen. Leider hat es wenig genützt, denn die Polemik in den letzten zehn Jahren ist nicht ausgeblieben und hat uns beiden geschadet“.

Auch aus dem Konklave, das ihn zum Nachfolger Petri wählte, verrät Papst Franziskus einige Details. So habe er von Anfang an viele Stimmen bekommen: „Bei der ersten Abstimmung wäre ich fast gewählt worden, da kam der brasilianische Kardinal Claudio Hummes auf mich zu und sagte: Hab keine Angst; das ist es, was der Heilige Geist tut“.

Kein Vorzimmer zum Schisma

Der Papst lässt wissen, dass er zu einer Reise in seine argentinische Heimat noch nicht wirklich entschlossen sei; und er verurteilt Abtreibung und Atomwaffen. Der Europäischen Union wirft er vor, „anscheinend alles vereinheitlichen zu wollen“, statt in den unterschiedlichen Kulturen einen „Reichtum“ zu sehen. Zum innerkirchlichen Widerstand gegen die Segenserlaubnis für homosexuelle Paare erklärt er: „Ich möchte nur sagen, dass Gott alle Menschen liebt, besonders die Sünder. Und wenn Mitbrüder im Bischofsamt beschließen, diesen Weg nicht zu gehen, bedeutet das nicht, dass dies das Vorzimmer zu einem Schisma wäre, denn die Lehre der Kirche wird nicht in Frage gestellt“.

„In erster Linie bin ich Priester, ich bin Hirte“

Wenn er all den Dingen nachgegangen wäre, die über ihn gesagt und geschrieben würden, dann müsste er sicher einmal in der Woche zum Psychologen gehen, äußert Franziskus weiter. Verletzt reagiert er auf Kritiken, dass er das Papsttum zerstöre. „Was soll ich sagen? Dass meine Berufung eine priesterliche ist: In erster Linie bin ich Priester, ich bin Hirte, und Hirten müssen mitten unter den Menschen sein... Es stimmt, dass der Vatikan die letzte absolute Monarchie in Europa ist und dass hier oft Argumente und Hofmanöver im Spiel sind, aber diese Schemata müssen endgültig aufgegeben werden.“ 

„Nie an Rücktritt gedacht“

Auch in „schwierigen Momenten“ hat Papst Franziskus nach eigenen Angaben „nie an Rücktritt gedacht“, wie er in dem neuen Buch bekräftigt. „Ich denke, dass das Petrusamt ad vitam ist, deshalb sehe ich keine Bedingungen für einen Verzicht.“ Anders sähe das jedoch aus, „wenn eine schwerwiegende körperliche Behinderung eintreten würde“, so der Papst: „Für diesen Fall habe ich bereits zu Beginn meines Pontifikats den Brief mit dem Verzicht unterzeichnet, der im Staatssekretariat hinterlegt ist. In diesem Fall würde ich mich nicht Papst Emeritus nennen, sondern einfach Bischof Emeritus von Rom, und ich würde nach Santa Maria Maggiore ziehen, um wieder Beichtvater zu sein und Kranken die Kommunion zu bringen.“

„Noch viele Projekte zu verwirklichen“

Aber das sei „eine weit hergeholte Hypothese“, so der Papst bündig. „Vielleicht hat jemand im Laufe der Jahre gehofft, dass ich früher oder später, vielleicht nach einem Krankenhausaufenthalt, eine solche Ankündigung machen würde, aber dieses Risiko besteht nicht: Gott sei Dank erfreue ich mich guter Gesundheit, und so Gott will, gibt es noch viele Projekte zu verwirklichen.“ (vn 14)

 

 

 

Kritik an Papst-Aussagen zum Krieg in der Ukraine reißt nicht ab

 

Regierungs- und Oppositionspolitiker in Deutschland reagieren weiter mit Unverständnis auf jüngste Äußerungen von Papst Franziskus zum Krieg in der Ukraine. Nur von politischen Rändern gibt es Zuspruch. Der Vatikan betreibt Schadensbegrenzung.

Aktuell ist die Aufregung wegen einer Äußerung von Papst Franziskus zum Ukraine-Krieg groß. In einem Interview hatte das Oberhaupt der katholischen Kirche der Ukraine den "Mut zur Weißen Fahne" und zu Verhandlungen unter internationaler Vermittlung nahegelegt. Die "Weiße Fahne" wird von vielen Menschen allerdings als Symbol der Kapitulation verstanden. Vatikansprecher Matteo Bruni erklärte später, der Papst habe "vor allem zu einem Waffenstillstand aufrufen und den Mut zu Verhandlungen wiederbeleben" wollen.

Bundesregierung auf Distanz zu Papst Franziskus

Bundeskanzler Olaf Scholz (SPD) sei in dieser Sache nicht der Meinung des Papstes, erklärte Regierungssprecher Steffen Hebestreit am Montag in Berlin. Man habe zur Kenntnis genommen, wie der Sprecher des Vatikans versucht habe, die Worte des Kirchenoberhaupts einzuordnen. Grundsätzlich sei die Haltung des Papstes in der Frage des Ukraine-Kriegs "relativ linear", so Hebestreit.

Außenministerin Annalena Baerbock (Grüne) erklärte, der Vorstoß des Kirchenoberhaupts sei nicht nachvollziehbar für Menschen, die selbst das Kriegsgebiet im Osten des Landes besucht und die Folgen des Angriffs gesehen hätten. "Da frage ich mich: Wo ist da der Papst? Der Papst muss davon wissen", sagte Baerbock am Sonntagabend in der ARD-Sendung "Caren Miosga".

Merz: "Katholische Kirche nicht frei von Irrtum"

Auch der CDU-Vorsitzende Friedrich Merz widersprach den Aussagen von Franziskus: "Ich teile sie nicht, ich halte sie für grundfalsch." Er sage dies auch als Mitglied der katholischen Kirche. Die Geschichte zeige: "Auch die katholische Kirche ist nicht frei von Irrtum." Zugleich forderte Merz, alles zu tun, "um der Ukraine zu helfen, um diesen Krieg zu gewinnen".

Franziskus hatte in einem Interview zu dem inzwischen mehr als zwei Jahre laufenden Krieg in der Ukraine gesagt: "Wenn man sieht, dass man besiegt ist, dass es nicht gut läuft, muss man den Mut haben, zu verhandeln." Franziskus wurde auch zu Forderungen nach "Mut zur Kapitulation, zur weißen Fahne" gefragt. Darauf antwortete er: "Das ist eine Frage der Sichtweise. Aber ich denke, dass derjenige stärker ist, der die Situation erkennt, der an das Volk denkt, der den Mut der weißen Fahne hat, zu verhandeln." Vatikan-Sprecher Matteo Bruni widersprach später Darstellungen, der Papst habe die Ukraine zur Kapitulation aufgefordert.

Gysi und Wagenknecht stützen Papst-Aussagen ...

Unterstützung erhielt Franziskus hingegen vom linken und rechten Rand der Opposition. Der Papst habe "völlig recht, dass zwischen Russland und der Ukraine die weiße Fahne gehisst werden muss, um Friedensverhandlungen beginnen zu können", erklärte der Linken-Bundestagsabgeordnete Gregor Gysi über die Plattform X.

Die ehemalige Linken-Politikerin und jetzige Co-Vorsitzende vom BSW, Sahra Wagenknecht, nannte den Aufruf des Papstes "mutig und klug", die Kritik daran respektlos. Franziskus nehme "die Friedensbotschaft des Christentums ernst", sagte Wagenknecht den Zeitungen der Funke Mediengruppe.

... Chrupalla auch

Der AfD-Fraktionsvorsitzende Tino Chrupalla begrüßte auf X die Papst-Aussage. "Jeder Amtsträger mit Einfluss auf Weltpolitik sollte sich der Botschaft anschließen: Friede für Ukraine und Europa."

Deutsche Kirchenvertreter unzufrieden mit Wortwahl

Ein Sprecher der Deutschen Bischofskonferenz nannte die Wortwahl des Papstes zwar "unglücklich", Irritationen darüber seien nachvollziehbar. "Gleichwohl bleibt für uns selbstverständlich und vielfach belegt, dass der Papst - ebenso wie die Deutsche Bischofskonferenz - für einen gerechten und dauerhaften Frieden in der Ukraine eintritt."

Das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) wünschte sich indessen einen Appell des Papstes an Russland. "Eine entschlossene, schnelle und eindeutige Intervention des Vatikans in diesem Sinne wäre ausdrücklich zu begrüßen", erklärte ZdK-Präsidentin Irme Stetter-Karp auf Anfrage. Mit Informationen von KNA und dpa BR 14

 

 

 

Papst bestimmt Studiengruppen zu Themen der Weltsynode

 

Papst Franziskus hat Studiengruppen eingerichtet, mit denen zehn Themen eingehender untersucht werden sollen, die bei der jüngst im Vatikan stattgefundenen ersten Synodenrunde zur Synodalität besonders eindringlich diskutiert worden sind. Darunter finden sich Überlegungen zur Priesterausbildung, zur Rolle des Bischofs, zur Ökumene und grundlegende Fragen der Ämter in der Kirche. Die Synodenversammlung soll über diese Themen allerdings nicht eigens abstimmen.

Im Synthese-Dokument zur ersten Sitzung der XVI. Generalversammlung der Synode seien „zahlreiche und wichtige theologische Fragen“ aufgetaucht, die alle „in unterschiedlichem Maße im Zusammenhang mit der synodalen Erneuerung der Kirche“ stünden und sowohl rechtliche als auch pastorale Auswirkungen hätten, bemerkt Franziskus in einem Brief an den Generalsekretär des Synodensekretariats, Kardinal Mario Grech, der zeitgleich mit weiteren Synodendokumenten an diesem Donnerstag veröffentlicht worden ist. 

„Diese Fragen", so der Papst „erfordern naturgemäß eine eingehende Untersuchung. Da es nicht möglich ist, diese Untersuchung in der Zeit der zweiten Tagung (2.-27. Oktober 2024) durchzuführen, ordne ich an, dass sie speziellen Studiengruppen zugewiesen werden, damit sie angemessen untersucht werden können. Dies wird eines der Ergebnisse des am 9. Oktober 2021 eingeleiteten Synodenprozesses sein."

Die Studiengruppen zu den zehn genannten Themen (letztlich sind es insgesamt elf Studiengruppen, da ein Thema zweigeteilt wurde) sollten mithilfe einer „authentisch synodalen Methode“ vorgehen, legt Franziskus in seinem Schreiben Kardinal Grech besonders ans Herz. Deren Arbeit werde es der Synodenversammlung ermöglichen, sich bei ihrer zweiten Versammlung im kommenden Oktober besser auf die ihr aufgetragene grundlegende Fragestellung „Wie kann man eine synodale Kirche sein, die herausgeht?“ zu konzentrieren, so Franziskus. Die Studiengruppen sollten bereits bei der Synode einen ersten Ergebnisbericht für die Diskussion im Plenum abliefern und ihr Mandat „möglichst“ bis zum Juni 2025 beenden. Damit werden die Studien zu den genannten Themen auch nach Abschluss der Zweiten Sitzungsrunde weitergehen.

Die zweite Sitzungsperiode der Weltsynode findet offiziell vom 2. bis 27. Oktober statt; ihr gehen zwei Tage der Einkehr vom 30. September bis 1. Oktober voraus. Wie Franziskus in seiner handschriftlichen Verfügung vom vergangenen 16. Februar bestimmt hatte, sollten in den Studiengruppen unter Leitung des Generalsekretariats auch Mitglieder der betroffenen Dikasterien neben anderen Experten involviert werden.

Die Studiengruppen im Einzelnen

Im Einzelnen gehen die Studiengruppen auf bestimmte Punkte ein, die im Synthesedokument (RdS) besonderes Gewicht gefunden haben:

1. Einige Aspekte der Beziehungen zwischen den katholischen Ostkirchen und der lateinischen Kirche (RdS 6)

Wie in dem begleitenden und am Donnerstag ebenfalls veröffentlichten Dokument „Studiengruppen zu Themen, die in der ersten Sitzung der XVI. Ordentlichen Generalversammlung der Bischofssynode aufgetaucht sind und die in Zusammenarbeit mit den Dikasterien der römischen Kurie vertieft werden sollen“ genauer ausgeführt wird, geht es dabei vor allem um eine bessere Kenntnis und einen besseren Dialog zwischen ihren jeweiligen Mitgliedern - auch vor dem Hintergrund der zunehmenden Migration und Diaspora der christlichen Ostgemeinschaften. Die Studiengruppe wird sich aus östlichen und lateinischen Theologen und Kanonisten zusammensetzen, die vom Generalsekretariat der Synode und dem Dikasterium für die Ostkirchen koordiniert werden. Zu ihren Aufgaben könnte auch gehören, ein „Dossier für die Einrichtung eines Rates der Patriarchen und Großerzbischöfe der katholischen Ostkirchen beim Heiligen Vater" vorzubereiten und die „angemessene Vertretung" der katholischen Ostkirchen in der römischen Kurie zu untersuchen - alles Themen,  für die im Synthesedokument eine weitere Untersuchung angeregt worden war.

2. Das Hören auf den Schrei der Armen (RdS 4 und 16)

Auch in diesem Fall - wie in allen anderen - geht der Einrichtung der Studiengruppe eine konkrete Benennung im Synthesedokument voraus. Diese Arbeitsgruppe soll durch das Synodensekretariat wie auch durch das Dikasterium für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen geleitet werden - doch auch das von Kardinal Krajewski geleitete Dikasterium für Nächstenliebe soll mitwirken, ebenso wie Menschen, Projekte, Organisationen und Netzwerke, die für die behandelten Bereiche relevant sind.

Dabei geht es vor allem um Menschen, die Opfer von Marginalisierung, Ausgrenzung, Missbrauch oder Unterdrückung sind, „sogar in der christlichen Gemeinschaft". Für diese Menschen sei ein offenes Ohr „eine zutiefst transformative Erfahrung der Bestätigung und Anerkennung ihrer Würde", heißt es in dem Dokument. Aufgabe der Studiengruppe wird es sein, zu vertiefen, „wie die Fähigkeit der Kirche gestärkt werden kann, auf verschiedenen Ebenen und besonders auf lokaler Ebene den verschiedenen Formen von Armut und Marginalität zuzuhören".

3. Die Mission in der digitalen Welt (RdS 17)

Zwar sei das digitale ein Umfeld, das nicht ohne Risiken ist, aber eine „entscheidende Dimension" des kirchlichen Zeugnisses in der heutigen Kultur darstelle, heißt es weiter. Aus diesem Grund wurde auch für dieses Thema eine Studiengruppe eingerichtet, deren Ziel es ist, die „Auswirkungen auf theologischer, spiritueller und kirchenrechtlicher Ebene zu bewerten und die Anforderungen auf struktureller, organisatorischer und institutioneller Ebene für die Durchführung der digitalen Mission zu ermitteln". Die Studiengruppe wird vom Dikasterium für Kommunikation und vom Generalsekretariat der Synode koordiniert; auch die Dikasterien für Kultur und Bildung und das Dikasterium für Evangelisierung sollen beteiligt sein. Die Menschen, die an der Initiative „Die Kirche hört dir zu" beteiligt sind. werden ebenfalls einen Beitrag leisten.

4. Die Revision der Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in einer missionarischen synodalen Perspektive (RdS 11)

Viertes Thema ist die Überarbeitung der Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, des Dokuments der damaligen Kongregation für den Klerus über die Gabe des Priesterberufs aus dem Jahr 2016, das auch auf Deutsch erhältlich ist, „in einer missionarischen synodalen Perspektive". Koordiniert wird die Studiengruppe vom Dikasterium für den Klerus, weiters sind die Dikasterien für Evangelisierung, für die Ostkirchen, für Laien, Familie und Leben, für die Institute des geweihten Lebens und für Kultur und Bildung beteiligt. In Anbetracht der Bedeutung des Themas wird „eine gemeinsame Reflexion auf interdikasterieller Ebene" gefordert.

Dabei soll über die Seminare und die Ausbildungswege, die Verbindung der Priester zum täglichen Leben, das liturgische, theologische, spirituelle und disziplinäre Erbe nachgedacht werden, ebenso wie über Notwendigkeiten in der ständigen Fortbildung für Priester.

5. Einige theologische und kirchenrechtliche Fragen im Zusammenhang mit bestimmten Formen des Dienstes (RdS 8 und 9)

Unter diesen Diensten wird ausdrücklich auch die Aufgabe gezählt, die „theologische und pastorale Forschung über den Zugang von Frauen zum Diakonat" fortzusetzen und dabei die Ergebnisse einzubeziehen, die die von Franziskus ins Leben gerufenen Kommissionen zu einer Untersuchung des historischen Diakonats erzielt haben. Generell soll sich die Gruppe mit einigen theologischen und kirchenrechtlichen Fragen im Zusammenhang mit bestimmten Amtsformen befassen. Im Mittelpunkt stehen dabei Überlegungen zur wirklichen Beteiligung der Laien, zu den Beziehungen zwischen den verschiedenen Formen des kirchlichen Dienstes, zu den kirchlichen Funktionen und Diensten, die nicht das Weihesakrament erfordern, sowie zu den Problemen, die sich aus einer falschen Auffassung der kirchlichen Autorität ergeben.

Dabei würden auch Überlegungen über den „Platz der Frauen in der Kirche und ihre Beteiligung an Entscheidungsprozessen und an der Leitung der Gemeinschaft" angestellt, heißt es in dem einordnenden Dokument weiter. Die Arbeit wird auch darauf abzielen, dem Wunsch der Synodenversammlung nach „einer größeren Anerkennung und Wertschätzung des Beitrags der Frauen und einer Ausweitung der ihnen anvertrauten pastoralen Verantwortung in allen Bereichen des Lebens und der Sendung der Kirche" zu entsprechen. Mit der Untersuchung dieser Fragen ist das Dikasterium für die Glaubenslehre im Dialog mit den verschiedenen zuständigen Dikasterien - die nicht einzeln genannt werden - betraut worden.

6. Die Revision der Dokumente, die die Beziehungen zwischen den Bischöfen, dem gottgeweihten Leben und den kirchlichen Gemeinschaften regeln, in einer synodalen und missionarischen Perspektive (RdS 10)

Bei der ersten Synodenversammlung im Oktober war die Anerkennung des Beitrags des geweihten Lebens zur Entwicklung des synodalen Lebens der Kirche Thema. Deren Mitglieder baten im Synthesedokument um eine eingehende Prüfung der Frage, wie die Beziehungen zwischen den Priestern, den Personen des geweihten Lebens, den Mitgliedern religiöser Bewegungen und den neuen Gemeinschaften „besser artikuliert und in den Dienst der Gemeinschaft und der Mission gestellt werden können". Die Arbeit der Studiengruppe ist den Dikasterien für die Bischöfe, für die Ordensleute, für die Evangelisierung und für die Laien, die Familie und das Leben anvertraut. Internationale Gremien wie die UISG und die USG sowie verschiedene kirchliche Zusammenschlüsse werden ebenfalls beteiligt sein.

7. Einige Aspekte der Gestalt und des Dienstes des Bischofs (insbesondere: Kriterien für die Auswahl der Kandidaten für das Bischofsamt, die richterliche Funktion des Bischofs, die Art und Durchführung der Ad limina-Besuche) in einer synodalen und missionarischen Perspektive (RdS 12 und 13)

Die Gestalt und der Dienst des Bischofs waren zentrale Themen der Synode, die bereits im Instrumentum laboris eingehend behandelt wurden. Gerade wegen ihres Gewichts sollen sich nun innerhalb des siebten Untersuchungspunktes gleich zwei eigene Studiengruppen mit verschiedenen Aspekten des Themas befassen. Die erste, die vom Dikasterium für Bischöfe und vom Generalsekretariat der Synode koordiniert wird, wird sich unter Beteiligung der Dikasterien für Evangelisierung und für die Ostkirchen mit Fragen wie den Kriterien für die Auswahl der Kandidaten für das Bischofsamt, der Einbeziehung der Ortskirchen und des Gottesvolkes in die Auswahlprozesse, dem Dienst der Nuntien sowie der Art und Durchführung der Ad limina-Besuche befassen. Die zweite Gruppe, die vom Dikasterium für Gesetzestexte koordiniert wird und an der die Dikasterien für die Bischöfe und für die Evangelisierung beteiligt sind, wird sich eingehend mit der gerichtlichen Funktion des Bischofs befassen, die bereits im Motu proprio Vos estis lux mundi über den Umgang mit Missbrauchsfällen angesprochen wurde, und auch das Problem betrachten, wie in einigen Fällen „die Rolle des Vaters mit der des Richters zu vereinbaren" sei.

8. Die Rolle der Päpstlichen Beauftragten (Nuntien und Ständige Beobachter, Anm.) in einer missionarischen synodalen Perspektive (RdS 13)

Die Rolle der Päpstlichen Vertreter wird in der siebten Arbeitsgruppe auf dem Prüfstand stehen. Nicht nur sei die Arbeit der Nuntien grundlegend bei der Auswahl neuer Bischöfe auf Ortskirchenebene, sondern sie sind auch ein wichtiges Bindeglied zwischen der Ortskirche und der Universalkirche. Doch das Umfeld, in dem die Apostolischen Nuntien sich bewegten, verändere sich mit dem stärkeren Fokus auf Synodalität und einer größeren Fülle von Zwischeninstanzen. Dies verlange ein besseres Verständnis dafür, wie deren Dienst dazu beitragen könne, die Bande der Gemeinschaft zwischen den Ortskirchen und dem Papst zu festigen, „damit er ihre Bedürfnisse und Bestrebungen besser kennenlernen kann“: Unter besonderer „Koordinierung“ des Staatssekretariats und des Generalsekretariats der Synode steht diese Studiengruppe, wobei auch die Dikasterien für Bischöfe und für Evangelisierung sowie Vertreter der Ortskirchen beteiligt sein werden.

9. Theologische Kriterien und synodale Methoden für eine gemeinsame Unterscheidung von kontroversen lehrmäßigen, pastoralen und ethischen Fragen (RdS 15)

Eine weitere Studiengruppe wird sich mit den theologischen Kriterien und den synodalen Methoden befassen, um eine gemeinsame Unterscheidung kontroverser lehrmäßiger, pastoraler und ethischer Fragen zu ermöglichen. In dieser Gruppe werde es darum gehen, „die traditionellen Kategorien der Anthropologie, der Soteriologie und der theologischen Ethik neu zu lesen, um die Beziehungen zwischen Nächstenliebe und Wahrheit in Treue zum Leben und zur Lehre Jesu und folglich auch zwischen Pastoral und (moralischer) Lehre besser zu klären“, heißt es in dem erläuternden Dokument. Dies seien jedoch Themen, bei deren Behandlung besondere „Autorität“ nötig sei, weshalb die „Regie“ der Gruppe in diesem einzigen Fall nicht auch dem Synodensekretariat, sondern in erster Linie dem Präfekten des Dikasteriums für die Glaubenslehre und dem Sekretär der Internationalen Theologischen Kommission, Kardinal Victor Manuel Fernández und Mons. Antonio Staglianò, anvertraut ist. Das Synodensekretariat soll unterstützen, während Die Päpstliche Akademie für das Leben eingeladen ist, einen eigenen Beitrag zu leisten.

Wie in dem Dokument weiter unterstrichen wird, sei es in „diesem Bereich es vielleicht noch dringender als in anderen, zu einer stärkeren Zusammenarbeit zwischen den Gremien zu gelangen, die, wenn auch in unterschiedlichen Funktionen, im Namen des Heiligen Stuhls sprechen, um eine größere Einstimmigkeit in ihren Positionen zu erreichen. Dissonanzen und noch mehr Gegensätze bergen nämlich die Gefahr, dass sie eher zu Spaltung und Desorientierung als zu Konfrontation und Reflexion führen. Ein synodaler Ansatz zielt nicht auf Homogenität, sondern auf Harmonie.“

10. Die Rezeption der Früchte des ökumenischen Weges in der kirchlichen Praxis (RdS 7)

Als letzten Punkt nennt Papst Franziskus in seinem Brief an Kardinal Grech die „Aufnahme der Früchte des ökumenischen Weges in die kirchliche Praxis“. Auch dies ein Anliegen aus der ersten Synodalen Sitzung, wird die Studiengruppe die Frage der eucharistischen Gastfreundschaft auf theologischer, kirchenrechtlicher und pastoraler Ebene untersuchen, ebenso wie die Erfahrungen gemischtkonfessioneller Paare und Familien, das Phänomen der „nichtkonfessionellen" Gemeinschaften und der charismatischen/pfingstlichen „Erweckungsbewegungen“. Bereits in der ersten Synodenphase hätte der ökumenische Dialog mit Initiativen wie „Together“ und der intensiven Teilnahme von „brüderlichen Delegierten“ neuen Schwung aufgenommen, so das erläuternde Dokument weiter. Es gelte nun, die Chancen zu ergreifen, die sich aus der Fülle der „erzielten Konvergenzen“ und der präzisen Angabe von Fragestellungen im Synthesedokument ergäben. Gemeinsam federführend sind in diesem Fall das Generalsekretariat der Bischofssynode und das Dikasterium zur Förderung der Einheit der Christen.

Aufgabe des Generalsekretariates der Synode sei es, die Arbeit der Arbeitsgruppen seinen Anweisungen entsprechend vorzubereiten und zu leiten, so der Papst abschließend. (vatican news 14)

 

 

 

Ökumenisches Miteinander schätzen und bestärken

 

Deutsche Bischofskonferenz und EKD stellen neues gemeinsames Wort mit dem Titel: „Mehr Sichtbarkeit in der Einheit und mehr Versöhnung in der Verschiedenheit“ vor

 

Die Deutsche Bischofskonferenz und die Evangelische Kirche in Deutschland (EKD) haben heute in einer digitalen Pressekonferenz das Gemeinsame Wort Mehr Sichtbarkeit in der Einheit und mehr Versöhnung in der Verschiedenheit – Zu den Chancen einer prozessorientierten Ökumene vorgestellt. Der Text nimmt den Faden des Dokuments Erinnerung heilen – Jesus Christus bezeugen. Ein gemeinsames Wort zum Jahr 2017 auf. Er entstand im Kontext eines konstruktiven Austausches innerhalb des von der Deutschen Bischofskonferenz und der Evangelischen Kirche in Deutschland verantworteten Kontaktgesprächskreises.

 

„Wir erleben als Kirchen derzeit eine Umbruchphase: Kirchliches Leben ist in beiden Konfessionen geprägt vom raschen Wandel. Neben dem Verlust alter Gewissheiten und vertrauter Strukturen stehen neue Aufbrüche und veränderte Prioritätensetzungen“, sagte EKD-Ratsmitglied Volker Jung. Der Kirchenpräsident der Evangelischen Kirche in Hessen und Nassau (EKHN) fügte hinzu: „Unser Anliegen ist, dass in den anstehenden Transformationen das gelebte ökumenische Miteinander nicht unter die Räder gerät, sondern geschätzt und gestärkt wird. Das Gemeinsame Wort bekräftigt, dass wir inzwischen nicht nur im alltäglichen Umgang vor Ort oft viele gelingende und beglückende ökumenische Erfahrungen erleben. Und, dass wir mittlerweile ganz deutlich auf der Basis des biblischen Zeugnisses gemeinsame theologische Zugänge dazu finden, was Kirche ist und wofür sie in der Welt da sein soll – auch wenn manche Fragen gerade im gottesdienstlichen Miteinander schmerzhaft ungelöst bleiben.“

 

Bischof Dr. Gerhard Feige, Vorsitzender der Ökumenekommission der Deutschen Bischofskonferenz, sieht in dem neuen Dokument ein „klares Bekenntnis zur Ökumene. Die Ökumene lebt“, so Bischof Feige. Dabei werde die Einheit der Kirche als dynamische Größe wahrgenommen: „Wir sind nicht am Ziel, noch nicht. Aber wir nehmen froh und dankbar wahr, dass im ökumenischen Miteinander schon viel erreicht ist. Manches davon ist so selbstverständlich, dass es uns zumeist gar nicht mehr auffällt. Da ist es gut, dass der Text unsere Aufmerksamkeit darauf lenkt und dazu antreibt, auf dem Weg zu mehr Sichtbarkeit in der Einheit und mehr Versöhnung in der Verschiedenheit weiter voranzukommen. Wechselseitige Zusagen geben der künftigen Weggemeinschaft Verbindlichkeit.“ Die jüngste Kirchenmitgliedschaftsuntersuchung habe gezeigt, dass die beiden großen Kirchen in Deutschland in hohem Maße Mitglieder verlieren: „Die Probleme und Herausforderungen dürfen aber nicht zur Selbstbeschränkung zu Lasten der Ökumene führen. Im Gegenteil: Sie sind ein Weckruf zu mehr Gemeinsamkeit“, betonte Bischof Feige.

 

Bei der Vorstellung des Dokumentes hob Prof. Dr. Thomas Söding (Bochum) hervor: „Die Gesellschaft driftet auseinander, die Polarisierung nimmt zu: Es entstehen immer mehr ziemlich geschlossene Identitätszirkel, die sich immer schwerer tun, miteinander zu kommunizieren. Die Kirchen sind von diesem Trend nicht ausgenommen. Aber sie können – teils aus leidvoller Erfahrung, teils aus besserer Einsicht – Modelle entwickeln, die nicht nur ein friedliches Neben- und Miteinander verschiedener Konfessionen begründen, sondern auch die innere Vielfalt als Ressource entdecken, um Gottes- und Nächstenliebe zu verbinden: katechetisch, liturgisch, diakonisch – auch politisch.“ Diese Chance nutze das neue Dokument. „Es scheut sich nicht, von Einheit zu sprechen, auch von sichtbarer – fügen wir hinzu: von hörbarer, fühlbarer, wirksamer – Einheit; aber wir sehen in der internen und externen Vielfalt der Kirchen kein Problem, das es zu lösen, sondern ein Pfund, mit dem es zu wuchern gilt“, so Prof. Söding. Die Kirchen formulieren in dem neuen Dokument gemeinsam: „Die Einheit soll sichtbarer und die Versöhnung erfahrbarer werden. Dieser Komparativ ist programmatisch. Er verweist auf das Konstruktionsprinzip des gesamten Papieres: Ziel und Weg gehören zusammen.“

 

Prof. Dr. Miriam Rose (Jena) beschreibt den Text als „eine andere, eine neue, eine zukunftsorientierte Perspektive sowohl auf das gegenwärtig Erreichte, auf aktuelle Infragestellungen und auf künftige Schritte, wie auch immer sie aussehen mögen. So ist es einerseits besonders praxisorientiert und konkret, andererseits auch besonders prinzipiell, weil es die dynamische Praxis in der Ökumene theologisch aufwertet und neu bewertet.“ Das Dokument ermutige zu einem gelassen-hoffnungsvollen Blick auf die ökumenischen Beziehungen, „der sich mit den Irritationen auseinandersetzt und mit kreativen Neuaufbrüchen rechnet an unvermuteter anderer Stelle, der sich und die anderen nicht überfordert, der aber zutiefst interessiert und betroffen solidarisch bleibt mit der jeweils anderen Kirche“.

 

Hinweise: Das Dokument Mehr Sichtbarkeit in der Einheit und mehr Versöhnung in der Verschiedenheit – Zu den Chancen einer prozessorientierten Ökumene ist als PDF-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen verfügbar. Dort kann das Dokument auch als Broschüre (Gemeinsame Texte Nr. 30) bestellt werden.

Die Statements von Kirchenpräsident Dr. Dr. Volker Jung, Bischof Dr. Gerhard Feige, Prof. Dr. Thomas Söding und Prof. Dr. Miriam Rose finden Sie als PDF-Dateien in der Anlage sowie unter www.dbk.de. Dbk 14

 

 

 

Mit Petrus, immer

 

Elf Jahre Pontifikat von Franziskus: Ein Weg der Barmherzigkeit und des Friedens - ANDREA TORNIELLI

 

Ohrenbetäubende Stille der Diplomatie. Ein Panorama, in dem politische Initiative fehlt und Führung, die auf den Frieden setzt. Ein wahnsinniger Rüstungswettlauf, bei dem für hochentwickelte Instrumente des Todes Summen aufgewendet werden, die doppelt ausreichen würden, um jedem Erdbewohner eine medizinische Grundversorgung zu bieten und die Treibhausgas-Emissionen deutlich zu reduzieren. Das ist das Szenario, in dem die einsame Stimme von Papst Franziskus dafür plädiert, die Waffen zum Schweigen zu bringen und Mut zum Frieden zu sammeln.

Er ruft zu einem Waffenstillstand im Heiligen Land auf, wo auf das grausige Massaker der Hamas-Terroristen vom 7. Oktober das tragische Blutbad im Gazastreifen folgte und immer noch folgt. Er ruft zu einem Schweigen der Waffen in dem tragischen Konflikt auf, der im Herzen des christlichen Europas ausgebrochen ist, in der von den russischen Aggressoren zerstörten und verwüsteten Ukraine. Er ruft zum Frieden in anderen Teilen der Welt auf, wo vergessene Konflikte mit unsäglicher Gewalt ausgetragen werden.

„Amtsjubiläum des Papstes fällt in eine dunkle Stunde“

Der Bischof von Rom tritt in das zwölfte Jahr seines Pontifikats in einer dunklen Stunde ein, in der das Schicksal der Menschheit in der Hand von Machthabern liegt, die unfähig sind, die Folgen ihrer Entscheidungen abzuschätzen und die sich in die vermeintliche Unvermeidlichkeit des Krieges schicken. Mit Klarheit und Realismus sagt er, dass „derjenige stärker ist, der die Situation sieht, der an die Menschen denkt“, das heißt, „der den Mut hat zu verhandeln“, denn „verhandeln ist ein mutiges Wort“, dessen man sich nicht schämen muss. Papst Franziskus stellt trotz aller Missverständnisse nah und fern weiterhin die Heiligkeit des Lebens in den Mittelpunkt, ist den unschuldigen Opfern nahe und prangert die schmutzigen Wirtschaftsinteressen an, die bei den Kriegen die Fäden ziehen.

Prophetische Stimme

Ein kurzer Blick auf die letzten elf Jahre lässt den prophetischen Wert der Stimme des heutigen Petrus erkennen. Der Alarm über den dritten Weltkrieg in Stücken. Die Sozialenzyklika Laudato si' (2015), die aufzeigte, dass Klimawandel, Migration, Kriege und eine Wirtschaft, die tötet, miteinander verknüpfte Phänomene sind und nur global, umfassend angegangen werden können. Die große Enzyklika über die Geschwisterlichkeit unter den Menschen (Fratelli tutti, 2020), die den Weg zum Aufbau einer neuen Welt auf der Grundlage der Geschwisterlichkeit aufzeigt. Und dann der ständige Hinweis in seinem Lehramt auf die Barmherzigkeit.

Barmherzigkeit in der flüssigen Gesellschaft

In säkularisierten und „flüssigen“ Gesellschaften, in denen es keine Gewissheiten mehr gibt, muss die Evangelisierung - so lehrt Franziskus - wieder mit dem Wesentlichen beginnen, wie wir in seiner Programmschrift Evangelii gaudium (2013) lesen. Das Zeugnis der Barmherzigkeit ist ein grundlegendes Element der rettenden Liebe Gottes; wer noch nicht mit dem christlichen Faktum in Berührung gekommen ist, der wird sich – wie Benedikt XVI. im Mai 2010 treffend festgestellt hat – von der Bekräftigung moralischer Normen und Pflichten, dem Beharren auf Verboten, akribischen Sündenlisten, Verurteilungen oder nostalgischen Appellen an die Werte von einst kaum beeindrucken und faszinieren lassen.

Am Ursprung des Willkommens, der Nähe, der Zärtlichkeit, der Begleitung, am Ursprung einer christlichen Gemeinschaft, die fähig ist, zu umarmen und zuzuhören, steht die Barmherzigkeit, die man selbst erfahren hat und die man trotz aller Einschränkungen und Fehler anderen weitergeben will. Wenn man die Gesten des Papstes durch diese Brille betrachtet (selbst jene Gesten, die bei einigen die gleichen empörten Reaktionen hervorrufen wie die Gesten Jesu vor zweitausend Jahren), dann entdeckt man ihre tiefe evangelisierende und missionarische Kraft. (vn 13)

 

 

 

 

Papst: Tugenden in „dramatischen Zeiten“ wiederentdecken

 

Während Laster im Zentrum der vorangehenden Katechesen standen, wandte sich der Papst an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz dem „erfreulichen Universum“ der menschlichen Tugenden zu. Die seien heute dringlicher denn je, ließ er durchblicken. Anne Preckel - Vatikanstadt

 

Wegen einer Verkühlung entschied Franziskus, seine Katechese von einem Vatikanmitarbeiter verlesen zu lassen.

Tugenden zu kultivieren ist anspruchsvoll, doch es lohnt sich, machte der Papst deutlich, der an diesem Mittwoch sein elftes Pontifikatsjubiläum feiert: sie sind entscheidend für das menschliche Glück, überhaupt sei der Mensch „für das Gute geschaffen“, bekräftigte er.

Tugenden kultivieren

Die Rückbesinnung auf Tugenden und ihr Kultivieren sei freilich angesichts des aktuell „dramatischen“ Zeitkontextes, in dem „oft das Schlimmste der Menschheit“ sichtbar sei, dringlich geboten, ließ der Papst durchblicken.

„Aus diesem Grund sollte das Kapitel über tugendhaftes Handeln in unseren dramatischen Zeiten, in denen wir es oft mit dem Schlimmsten der Menschheit zu tun haben, von jedem wiederentdeckt und praktiziert werden.“

„Was für eine glückliche Welt wäre es, in der Gerechtigkeit, Respekt, gegenseitiges Wohlwollen, Aufgeschlossenheit und Hoffnung die gemeinsame Normalität wären und nicht stattdessen eine seltene Anomalie! (…) In einer deformierten Welt müssen wir uns an die Form erinnern, mit der wir geformt wurden, an das Bild Gottes, das für immer in uns eingeprägt ist.“

Es braucht Ausdauer und Gottvertrauen

Tugendhaftigkeit habe mit Stärke und Mut, Disziplin und Askese zu tun, sie sei etwas, das hervortrete und Bewunderung auslöse, umschrieb der Papst den Begriff und ging dabei von antiken Definitionen der Tugend aus, vom römischen „virtus“ und griechischen „aretè“.

Tugend habe mit Konstanz zu tun, sie sei kein Zufall und falle auch nicht vom Himmel, fuhr er fort. Tugendhaftes Sein sei vielmehr „Frucht einer langen Reifung, die Anstrengung und sogar Leiden erfordert“. „Es ist ein Gut, das aus einer langsamen Reifung der Person entsteht, bis es zu einem inneren Merkmal wird.“ Das gelte auch für die Heiligen, betonte er. Letztlich sei „der tugendhafte Mensch (…) derjenige, der sich nicht verstellt, sondern seiner Berufung treu bleibt und sich selbst voll verwirklicht“.

Die Freiheit, zu widerstehen

Tugend sei zudem „ein Habitus der Freiheit“, fuhr der Papst fort: „Wenn wir in jeder Handlung frei sind. Und jedes Mal, wenn wir aufgefordert werden, zwischen Gut und Böse zu wählen, ist es die Tugend, die es uns ermöglicht, die richtige Wahl zur Gewohnheit zu machen.“

Für Christen seien Gottes Gnade und der Heilige Geist „die erste Hilfe“, ein tugendhaftes Leben zu verwirklichen. Denn manchmal stoße der Mensch auch an Grenzen bei dem Bemühen um Tugendhaftigkeit und könne bestimmte Schwächen nicht allein überwinden. Hier komme die Gnade Gottes ins Spiel, so Franziskus: „Gnade geht unserer moralischen Verpflichtung immer voraus.“

Wir können es schaffen

„Eine unschätzbare Gabe, die wir besitzen, ist Aufgeschlossenheit, es ist die Weisheit, die aus Fehlern zu lernen weiß, um das Leben gut zu gestalten.“

Zugleich helfe das Wissen darum, „dass Tugend wächst und kultiviert werden kann“, diese „Weisheit“ gelte es nie zu vergessen: „Der Mensch ist kein freies Territorium für die Eroberung von Freuden, Emotionen, Instinkten und Leidenschaften, ohne etwas gegen diese manchmal chaotischen Kräfte, die ihn bewohnen, tun zu können. Eine unschätzbare Gabe, die wir besitzen, ist Aufgeschlossenheit, es ist die Weisheit, die aus Fehlern zu lernen weiß, um das Leben gut zu gestalten. Dann brauchen wir den guten Willen: die Fähigkeit, das Gute zu wählen, uns durch asketische Übungen zu formen und Exzesse zu vermeiden“, so Papst Franziskus laut Redetext bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz. (vn 13)

 

 

 

Schluss mit dem Irrsinn des Krieges!

 

Papst Franziskus hat dazu aufgerufen, dem „Irrsinn des Krieges“ ein Ende zu machen. Das sagte er an diesem Mittwoch bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

„Bitte: Fahren wir fort im Gebet für alle, die unter den furchtbaren Folgen des Krieges leiden! Man hat mir heute einen Rosenkranz und ein kleines Evangelium gebracht; sie gehörten einem jungen Soldaten, der an der Front gestorben ist. Er hat damit gebetet…“

„So viele junge Menschen, so viele junge Menschen gehen in den Tod...“

Eine argentinische Ordensfrau erklärte inzwischen auf Facebook, sie habe dem Papst den Rosenkranz und das Evangelienbuch am Mittwochmorgen überreicht. Sie gehörten einem gefallenen ukrainischen Soldaten. Franziskus habe das Geschenk geküsst und sei sehr berührt gewesen.

 

Die argentinische Ordensfrau Lucia Caram am Mittwochmorgen beim Papst

Bei der Generalaudienz auf dem Petersplatz ging der Papst nicht direkt auf die Kontroverse um seine Äußerungen zum Ukraine-Krieg ein. In einem Interview, das am Samstag veröffentlicht wurde, hatte Franziskus mit Blick auf die Ukraine vom „Mut“ gesprochen, „die weiße Fahne zu hissen“ und auf Friedensverhandlungen zu setzen. Das hatte international zum Teil heftigen Widerspruch ausgelöst.

Papst ruft dazu auf, den Irrsinn des Krieges zu stoppen - Radio Vatikan berichtet

An diesem Mittwoch sagte Franziskus lediglich: „So viele junge Menschen, so viele junge Menschen gehen in den Tod! Bitten wir den Herrn, dass er uns die Gnade schenke, diesen Irrsinn des Krieges zu überwinden! Er ist immer eine Niederlage.“ (vn 13)

 

 

 

Palmsonntagskollekte am 24. März 2024

 

„Jede Spende hilft, Brücken der Verständigung und des Friedens zu bauen“

In einer Zeit, die durch die jüngsten Gewalteskalationen im Nahen Osten und durch soziale Barrieren geprägt ist, rufen die deutschen Bischöfe am Palmsonntag (24. März 2024) zur Unterstützung der Christen im Heiligen Land auf. Die diesjährige Palmsonntagskollekte steht unter dem Motto „Mittendrin – Barrieren überwinden“. Herausforderungen, denen Menschen mit körperlichen und geistigen Behinderungen sowie benachteiligte Arbeitsmigranten in einer von Mauern durchzogenen Region begegnen, stehen im Mittelpunkt.

Die christlichen Kirchen im Heiligen Land setzen sich nachhaltig für die Integration dieser Menschen ein, indem sie ihnen Zugänge zu Bildung, sozialer Teilhabe und einem selbstbestimmten Leben eröffnen. Die Einrichtung von christlichen Begegnungsstätten, Schulen und sozialen Diensten schafft dort Räume der Hoffnung und des Miteinanders. „Durch Ihre Spende ermöglichen Sie dem Deutschen Verein vom Heiligen Lande und dem Kommissariat des Heiligen Landes der Franziskaner die Fortsetzung ihrer Arbeit zugunsten von Menschen mit Behinderung. Kirchliche Einrichtungen im Heiligen Land können so ganz konkret Barrieren überwinden helfen“, schreiben die deutschen Bischöfe in ihrem Aufruf. 

Bischof Dr. Bertram Meier, Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz, betont: „Die jüngsten Ereignisse im Heiligen Land erinnern uns schmerzlich an die vielen unüberwindbaren Barrieren, die nicht nur räumlich, sondern auch in den Herzen existieren. Mit unserer Unterstützung möchten wir ein Zeichen der Hoffnung setzen und dazu beitragen, diese Barrieren zu überwinden. Jede Spende hilft, Brücken der Verständigung und des Friedens zu bauen.“

Die Kollekte am Palmsonntag, die in allen Gottesdiensten (auch am Vorabend) gehalten wird, ist eine wichtige Säule der Hilfe für die Christen im Heiligen Land. Sie ist für den Deutschen Verein vom Heiligen Lande und die Deutsche Franziskanerprovinz bestimmt, die damit christliche Einrichtungen und Projekte im Heiligen Land unterstützen.

Hinweise:

Der Aufruf zur Palmsonntagskollekte ist als PDF-Datei auf www.dbk.de unter Aufrufe der deutschen Bischöfe verfügbar.

Die Bischöfe bitten darum, dem Deutschen Verein vom Heiligen Lande und dem Kommissariat des Heiligen Landes der Deutschen Franziskanerprovinz neben der Kollektengabe auch Spenden zukommen zu lassen. Weitere Informationen dazu finden Sie auf der Internetseite www.palmsonntagskollekte.de, die von beiden Einrichtungen gemeinsam unterhalten wird. Dbk 13

 

 

 

 

Parolin: „Für den Papst ist Verhandeln keine Kapitulation“

 

Der Vatikan bemüht sich weiterhin, die Kontroverse um Äußerungen des Papstes zum Ukraine-Krieg zu dämpfen. Jetzt hat sich auch Franziskus‘ Chefdiplomat eingeschaltet.

 

Im Interview mit der italienischen Tageszeitung „Corriere della Sera“ wies Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin den Eindruck zurück, dass der Papst einseitig nur die Ukraine aufgerufen habe, sich um einen Verhandlungsfrieden zu bemühen. Franziskus habe davon gesprochen, dass „die Bedingungen für eine diplomatische Lösung auf der Suche nach einem gerechten und dauerhaften Frieden“ geschaffen werden müssten, und es sei doch „offensichtlich, dass die Schaffung solcher Bedingungen nicht nur in der Verantwortung einer der beiden Parteien liegt, sondern in der beider“. Der Kardinal wörtlich: „Die erste Bedingung scheint mir gerade die Beendigung der Aggression zu sein“.

„Die erste Bedingung scheint mir gerade die Beendigung der Aggression zu sein“

Der Papst hatte in einem Interview vom Februar, dessen Text am Samstagabend bekanntwurde, gesagt: „Wenn man sieht, dass man besiegt ist, dass es nicht gut läuft, muss man den Mut haben, zu verhandeln“. Auf die Frage des Interviewers, ob das den „Mut zur Kapitulation, Mut zur weißen Fahne“ bedeute, hatte Franziskus erwidert: „Das ist eine Frage der Sichtweise. Aber ich denke, dass derjenige stärker ist, der die Situation erkennt, der an das Volk denkt, der den Mut der weißen Fahne hat, zu verhandeln“.

Diese Papstworte haben international für teilweise heftige Reaktionen gesorgt. Die Ukraine bestellte den päpstlichen Nuntius in Kyiv ins Außenministerium ein; Außenminister Dmytro Kuleba erklärte, man werde nur die blau-gelbe Fahne der Ukraine hissen, und der Vatikan solle seine „Fehler des 20. Jahrhunderts“ nicht wiederholen. Auch von der griechisch-katholischen Kirche der Ukraine, die mit Rom verbunden ist, kam deutlicher Widerspruch.

 „Papst hat vom Mut zu Verhandlungen gesprochen“

Im Gespräch mit dem „Corriere della Sera“ von diesem Dienstag insistiert der Kardinalstaatssekretär nun, Franziskus habe „von Verhandlungen und vor allem vom Mut zu Verhandlungen“ gesprochen: „Das ist niemals eine Kapitulation“. Auf die Papstworte von der „weißen Fahne“ ging Parolin nicht ausdrücklich ein. Um Franziskus‘ Äußerungen zu beurteilen, müsse man den Kontext des Interviews berücksichtigen, bemerkte er lediglich. „Der Heilige Stuhl ruft weiterhin zu einem ‚Waffenstillstand‘ auf - wobei die Aggressoren zuerst das Feuer einstellen sollten - und dann zur Aufnahme von Verhandlungen.“ Franziskus betone, „dass Verhandlungen keine Schwäche, sondern Stärke sind“, „keine Kapitulation, sondern Mut“.

Weiter auf „diplomatische Lösung“ setzen

Kurz nach dem russischen Überfall auf das Nachbarland hatte Parolin ein neues Format für Friedensverhandlungen nach dem Minsker Modell ins Gespräch gebracht. Jetzt lässt er wissen, er glaube weiter an die Möglichkeit „einer diplomatischen Lösung“. „Der Krieg gegen die Ukraine ist nicht das Ergebnis einer unkontrollierbaren Naturkatastrophe.“ Derselbe menschliche Wille, der das Drama in der Ukraine verursacht habe, habe auch „die Möglichkeit und die Verantwortung, Schritte zu unternehmen, um den Weg für eine diplomatische Lösung zu öffnen“.

Sorge über drohende Ausweitung des Krieges

Parolin spricht auch von seiner Sorge über eine drohende Ausweitung des Krieges. Sie würde „neues Leid, neue Trauer, neue Opfer, neue Zerstörungen“ bedeuten. Beunruhigt ist er speziell über russische Andeutungen, man könne auch zu Nuklearwaffen greifen. Der Kardinal spricht von der „Gefahr eines fatalen nuklearen ‚Abdriftens‘“ – man müsse nur „die Regelmäßigkeit sehen, mit der bestimmte Regierungsvertreter auf eine solche Drohung zurückgreifen“. Er könne „nur hoffen, dass es sich um strategische Propaganda handelt und nicht um eine ‚Warnung‘ vor etwas wirklich Möglichem.“ Die „verschiedenen Akteure in dieser tragischen Situation“ sollten sich nicht „noch mehr auf ihre eigenen Interessen versteifen“, sondern stattdessen „alles tun, was sie können, um einen gerechten und stabilen Frieden zu erreichen“. (vn 12)

 

 

 

Der Erzbischof Heße verurteilt antimuslimischen Rassismus

 

Der Hamburger Erzbischof Stefan Heße hat den islamischen Gemeinschaften in Hamburg und Schleswig-Holstein seine guten Wünsche zum Beginn des Fastenmonats Ramadan übermittelt.

Angesichts der aktuellen Krisen betont Heße in seinem Schreiben die Verantwortung, „die uns als Religionsgemeinschaften für ein gutes, respektvolles Miteinander und für die friedliche Weiterentwicklung unserer Gesellschaft zukommt“. Heßes Schreiben wurde am Montag auf der Internetseite des Erzbistums veröffentlicht.

Seit dem Terrorangriff der Hamas am 7. Oktober hätten nicht nur antisemitische Vorfälle, sondern auch der antimuslimische Rassismus in Deutschland drastisch zugenommen. „Sowohl das eine wie das andere verurteilen wir aufs Schärfste“, schreibt der Erzbischof und erinnert an die Stellungnahme der katholischen Bischöfe gegen „einen rechtspopulistischen oder sogar rechtsextremen Ungeist des völkischen Denkens“.

„Sind wir nicht alle Kinder Gottes?“

„Mir scheint es in dieser Zeit umso wichtiger, dass wir nicht allein an unserer Religion Freude haben, sondern dafür Sorge tragen, dass diese nicht dazu genutzt wird, Menschen gegeneinander aufzustacheln, sondern zusammenzuführen. Sind wir nicht alle Kinder Gottes, und wer, wenn nicht wir, müssen das immer wieder in Erinnerung rufen?“ (erzbistum hamburg 12)

 

 

 

Kinderschutzkommission beendet Vollversammlung

 

Vom 5. bis 8. März tagte die Kinderschutzkommission zu ihrer Frühjahrsvollversammlung. Dabei verabschiedete sie nicht nur ihren Jahresbericht zu Schutzmaßnahmen und -verfahren in der Kirche, sondern überarbeitete auch den Entwurf der Universellen Leitlinien für Schutzmaßnahmen und unterstrich die Notwenigkeit, bei disziplinarischen Maßnahmen gegen Bischöfe mehr Transparenz walten zu lassen.

Wie aus einer Pressemitteilung im Anschluss an die Vollversammlung hervorgeht, trafen die Mitglieder der Kommission auch mit Mitarbeitern und dem Präfekten des Dikasteriums für die Bischöfe, Kardinal Robert Prevost, zusammen. Demnach bot das Treffen die Gelegenheit, Entscheidungen über die operativen Elemente von Vos estis lux mundi zu erörtern, dem Motu proprio des Papstes aus dem Jahr 2019, das neue Verfahrensregeln gegen Missbrauch festlegt und das Konzept der Rechenschaftspflicht einführt. Damit sollte sichergestellt werden, dass Bischöfe und Ordensobere für ihre Handlungen zur Verantwortung gezogen werden. Was diesen Punkt betreffe, so sei insbesondere die Notwendigkeit betont worden, „mehr Transparenz zu zeigen, wenn Entscheidungen, die sich aus Vos estis lux mundi ergeben, in bestimmten Fällen umgesetzt werden“, hieß es in der anschließenden Mitteilung.

Pilot-Jahresbericht vor der Veröffentlichung

Während der Vollversammlung verwandte die Kinderschutzkommission eigener Aussage nach viel Zeit darauf, den Pilot-Jahresbericht über Richtlinien und Verfahren zum Schutz von Kindern und schutzbedürftigen Erwachsenen in der Kirche fertigzustellen und die anschließende Vorlage beim Papst zu genehmigen. Fertiggestellt wurde auch das Rahmenwerk der Universellen Richtlinien (UGF), welches als Maßstab dienen soll, anhand dessen die Kirche Schwächen in Bezug auf Schutzmaßnahmen messen und Ziele für Verbesserungen setzen kann.

Darüber hinaus wurde auch die Memorare-Initiative fortgesetzt, ein Projekt, das darauf abzielt, Ortskirchen auf der ganzen Welt bei der Ausbildung und dem Aufbau von Kapazitäten für die Prävention und den Schutz von Kindern und schutzbedürftigen Erwachsenen zu unterstützen und dabei mit ihnen zusammenzuarbeiten. Auch Papst Franziskus hatte die Initiative in einer Audienz für die Kommissionsmitglieder für die „großen Früchte" gewürdigt, die sie bisher gezeitigt hat.

 

Bisher konnten - auch dank der Großzügigkeit der Geldgeber - neun Memoranda (Absichtserklärungen zur Zusammenarbeit) mit ebenso vielen Ortskirchen abgeschlossen werden, geht aus dem Statement weiter hervor: Paraguay, Panama, Costa Rica, Venezuela, Mexiko, Ruanda, Zentralafrikanische Republik, Amecea (Vereinigung der Mitglieder der Bischofskonferenzen Ostafrikas), Mombasa, Kenia. Demnächst solle auch ein Abkommen mit Lesotho unterzeichnet werden; ein Protokoll zur Gründung von Memorare in Patagonien (Argentinien) wurde kürzlich von Roberto Pio Alvarez, Bischof von Rawson, unterzeichnet.

Eine weitere Neuerung der jüngsten Vollversammlung ist die Einrichtung einer hochrangigen Studiengruppe zum Thema gefährdete Erwachsene und deren Schutz in den kirchlichen Einrichtungen. (vn 11)

 

 

 

 

Riccardi verteidigt Papstworte zur Ukraine

 

Der Gründer der Gemeinschaft Sant'Egidio, Andrea Riccardi, verteidigt die Worte von Papst Franziskus zur Ukraine. „Der Papst hat nicht von Kapitulation gesprochen, sondern von Mut zu Verhandlungen, was etwas ganz anderes ist.“

Das sagte der Historiker und Träger des Aachener Karlspreises in einem Interview mit der italienischen Tageszeitung „Corriere della Sera“ von diesem Montag. Ihm sei bewusst, dass „sogar ukrainische Katholiken negativ reagiert“ hätten auf die Äußerungen des Papstes in einem Interview. Doch das seien „Worte, die Franziskus schon seit einiger Zeit in sich trägt: über die Sinnlosigkeit dieses Krieges und über die Tatsache, dass der Preis dieses Konflikts in Form von Toten, Flüchtlingen und Zerstörung von der Ukraine bezahlt wird. Deshalb müssen wir verhandeln“.

Am Scheideweg

Nach Riccardis Eindruck steht der Ukraine-Krieg an einem „Scheideweg“; die Alternativen seien „die Niederlage der Ukraine oder ihr allmähliches Ausbluten in einem noch größeren Krieg“. Papst Franziskus sei, wie Riccardi beteuert, weit von einer pro-russischen Haltung entfernt. „Die Sensibilität des Papstes für die Ukraine ist groß, mehrmals hat er von einem gemarterten Volk gesprochen.“ Die „Wut des Zusammenstoßes“ sorge leider dafür, dass die Debatte über die Haltung von Franziskus „zu oberflächlich“ verlaufe.

„Franziskus ist kein Politiker und benutzt keine politische Sprache“

„Papst Franziskus ist kein Politiker und benutzt keine politische Sprache, aber er erinnert uns an eine wichtige Sache: nämlich, dass der Frieden heute völlig vom Horizont verschwunden ist. Das Primat des Friedens. Es ist schwer zu sagen, welcher Weg dorthin führt, aber solange wir uns nicht an einen Tisch setzen, können wir es uns nicht einmal vorstellen.“

In Wirklichkeit habe Franziskus mit seinen jüngsten Äußerungen „die Messlatte höher gelegt“, so der Gründer von Sant’Egidio. „Sein großes Ziel ist es, dem ukrainischen Volk endlich Frieden zu geben, und man muss sagen, dass er mit seiner Rede von der ‚weißen Fahne‘ ein wenig mit der müden und konformistischen Sprache der letzten Zeit in Bezug auf den russisch-ukrainischen Krieg gebrochen hat.“

Wenn die „Phantasie für den Frieden“ erlischt...

Die „traurige Wahrheit“ nach zwei Jahren Ukraine-Krieg sei doch, dass „die Phantasie für den Frieden erloschen“ sei, erklärte Riccardi. „Was will der Papst? Sicherlich nicht, die Ukrainer ihrem Schicksal zu überlassen, sondern ihnen zu helfen, Widerstand zu leisten und sich aus dem Griff dieses Krieges zu befreien.“

In einem Interview, das am Wochenende veröffentlicht wurde, hatte Papst Franziskus der Ukraine den „Mut zur weißen Fahne“ und zu Friedensverhandlungen nahegelegt. Vatikansprecher Matteo Bruni präzisierte später, der Papst habe „vor allem zu einem Waffenstillstand aufrufen und den Mut zu Verhandlungen wiederbeleben“ wollen. Die Worte des Papstes sind international auf Kritik gestoßen, darunter bei Regierungen in Osteuropa und beim ukrainischen Präsidenten Wolodymyr Selenskyj.

Nuntius: Verhandeln ist niemals eine Kapitulation

Auch der päpstliche Nuntius in Kyiv, Erzbischof Visvaldas Kulbokas, verteidigte die Worte des Papstes zum Ukraine-Krieg. Franziskus habe deutlich machen wollen, dass Verhandeln „niemals eine Kapitulation ist“, sagte er der italienischen Tageszeitung „La Repubblica“ von diesem Montag. Franziskus gehe es um Dialog, nicht um eine „Unterwerfung“ der Ukraine. Auch in der ukrainischen Gesellschaft werde durchaus darüber diskutiert, ob jetzt nicht der geeignete Moment gekommen sei, um Fühler für Verhandlungen auszustrecken. (vn11)

 

 

 

 

Themenseite zum Heiligen Jahr gestartet. Informationen aus Deutschland und Rom unter www.heiligesjahr2025.de

 

Das Jahr 2025 ist für die katholische Kirche ein Heiliges Jahr, für das Papst Franziskus das Motto „Pilger der Hoffnung“ verkündet hat. Ein solches sogenanntes ordentliches Heiliges Jahr (oder auch „Jubeljahr“) findet alle 25 Jahre statt. Aus aller Welt werden Katholikinnen und Katholiken nach Rom pilgern, die Stadt rechnet mit rund 45 Millionen Besuchern. Ab heute (11. März 2024) informiert die Deutsche Bischofskonferenz auf einer eigenen Internetseite unter www.heiligesjahr2025.de über das Heilige Jahr – unter anderem mit Gebetsanregungen, Informationen zur Wallfahrt nach Rom und einem Glossar sowie Hinweisen zum Logo des Heiligen Jahres und weiteren Hintergründen.

 

Weihbischof Rolf Lohmann (Münster), Beauftragter der Deutschen Bischofskonferenz für das Heilige Jahr 2025, koordiniert auf bundesweiter Ebene die inhaltlichen und organisatorischen Fragen, die mit dem Heiligen Jahr verbunden sind. In einem Brief an die katholischen Kirchengemeinden in Deutschland schreibt er: „Papst Franziskus wählte das Leitwort ‚Pilger der Hoffnung‘ aber nicht nur, weil Pilgern im Trend ist. Das Pilgern kennzeichnet die Kirche selbst. Sie ist ihrem Wesen nach eine pilgernde Kirche, die nicht statisch und vollkommen, sondern unterwegs ist zu ihrem Ziel, in Christus vollkommen erneuert zu werden.“ Derzeit befinde sich die Kirche auf „einem weltweiten, sich über mehrere Jahre erstreckenden synodalen Weg, auf dem Papst Franziskus die Kirche zu verschiedenen Punkten befragt. Bewusst möchte er die Stimmen aus den vielen Ortskirchen hören. Synode bedeutet nichts anderes als ‚gemeinsamer Weg‘, gemeinsam auf dem Weg zu sein. So erlebt sich das pilgernde Volk Gottes in der Vielzahl der Ortskirchen als Zeitgenosse der jeweiligen Menschen. In genau dieser Haltung gehen wir auch in Deutschland den Synodalen Weg miteinander. Es gilt, mit dem ganzen Volk Gottes und im Hören auf alle Menschen guten Willens nach Wegen zu suchen, vom Grund unserer Hoffnung zu sprechen. In diesem Prozess ist weltweit und in Deutschland viel Neues entdeckt worden. Ich sehe im Zugehen auf das Heilige Jahr die große Chance, dass wir alle gemeinsam die Anliegen der weltweiten Synode und des Synodalen Weges betend nach Rom tragen.“

 

Weihbischof Lohmann lädt dazu ein, den Pilgerweg nach Rom mit vielen anderen Menschen zu gehen: „In Rom erwartet sie ein vielfältiges Programm. Es wird viele Möglichkeiten geben, mit dem christlichen Glauben – in aller Pluralität – in Kontakt zu kommen. (…) Lassen Sie uns gemeinsam auf das Heilige Jahr vorbereiten und es gemeinsam feiern – in Rom, in unseren Diözesen und Gemeinden. Machen Sie sich auf Ihren persönlichen Pilgerweg. Seien Sie Pilger und Zeugen der Hoffnung!“ Darüber hinaus betont Weihbischof Lohmann, dass Papst Franziskus zur Vorbereitung auf das Heilige Jahr schon jetzt dazu einlade, „die Texte des Zweiten Vatikanischen Konzils ‚neu‘ zu entdecken und in eine ‚Schule des Betens‘ einzusteigen. Gemeinsam wollen wir im Jahr 2024 die Praxis des individuellen und gemeinschaftlichen Gebets entdecken und vertiefen“. Daher finden sich auch auf der Internetseite zum Heiligen Jahr Anregungen zum Beten, die fortlaufend erweitert werden.

 

Der Vatikan wird am 9. Mai 2024 die Eröffnungsbulle von Papst Franziskus zum Heiligen Jahr veröffentlichen. Dieses offizielle Dokument wird Details zum genauen Ablauf des Jubeljahres enthalten.

 

Neben dem heute freigeschalteten Internetauftritt und dem Brief von Weihbischof Rolf Lohmann ist über die Internetseite auch die offizielle deutsche Version der Hymne des Heiligen Jahres verfügbar. Der italienische Originaltext wurde ins Deutsche übertragen und für einen Notensatz in Chor- und Solofassung aufbereitet.

Hinweis: Der Brief von Weihbischof Rolf Lohmann zum Heiligen Jahr 2025 ist unter www.dbk.de  und www.heiligesjahr2025.de  verfügbar.  Dbk 11

 

 

 

 

Bruni: „Der Papst ruft zum Mut zu Verhandlungen für die Ukraine auf“

 

Wie der Direktor des vatikanischen Presseamtes, Matteo Bruni, auf Nachfrage gegenüber Journalisten präzisierte, wollte der Papst mit seinen jüngst veröffentlichten Worten zur Ukraine vor allem zu einem Waffenstillstand aufrufen und den Mut zu Verhandlungen wiederbeleben.

In einem an diesem Samstag bekannt gewordenen Interview mit dem Schweizer Fernsehen RSI hatte Franziskus laut der Mitschrift mit Blick auf die Ukraine gesagt, es gelte den Mut zur weißen Fahne und zu Verhandlungen zu haben, bevor die Situation noch weiter eskaliere.

„Der Papst greift das Bild der weißen Fahne auf, das der Interviewer vorschlägt, um die Einstellung der Feindseligkeiten, den mit dem Mut zur Verhandlung erreichten Waffenstillstand zu bezeichnen“, so Bruni zu den Journalisten. Franziskus wünsche sich vor allem eine „diplomatische Lösung für einen gerechten und dauerhaften Frieden“. Seine „sehr tiefe Zuneigung“ für die Bevölkerung des Landes, dessen schwierige Situation er praktisch bei jedem öffentlichen Auftritt anspricht, und sein Wunsch nach einem dauerhaften Frieden sei jüngst auch erst wieder in den Worten deutlich geworden, die er beim Angelus am 25. Februar, dem Tag nach dem traurigen zweiten Jahrestag des Kriegsausbruchs, geäußert habe: „An anderer Stelle des Interviews, in dem er von einer anderen Konfliktsituation spricht, sich aber auf jede Kriegssituation bezieht, stellt der Papst weiter klar, dass eine Verhandlung ,niemals eine Kapitulation‘ ist“, unterstreicht Bruni weiter.

In dem fraglichen Interview fragte der Interviewer Lorenzo Buccella den Papst: „In der Ukraine gibt es diejenigen, die den Mut zur Kapitulation, zur weißen Fahne, fordern. Aber andere sagen, dass dies die Stärksten legitimieren würde. Was sagen Sie dazu?“ Eine Frage, auf die Franziskus mit demselben Bild antwortet: „Das ist eine Interpretationsweise. Aber ich denke, dass der stärker ist, der die Situation erkennt, der an das Volk denkt und den Mut hat, die weiße Flagge zu schwenken und zu verhandeln. Und heute kann man mit Hilfe der internationalen Mächte verhandeln. Das Wort ,verhandeln‘ ist ein mutiges Wort. Wenn du siehst, dass du besiegt wirst, dass die Dinge nicht gut laufen, habt den Mut, zu verhandeln. Du schämst dich, aber wenn du so weitermachst, wie viele Tote wird es dann geben? Verhandele rechtzeitig, suche ein Land, das vermittelt. Heute, zum Beispiel im Krieg in der Ukraine, gibt es viele, die vermitteln wollen. Die Türkei zum Beispiel... Schämt euch nicht, zu verhandeln, bevor es noch schlimmer wird.“

Bitte um ein wenig Menschlichkeit

Seine Auffassung, dass nur der Dialog für einen dauerhaften und gerechten Frieden und gegen den „Wahnsinn des Krieges“ (ebenfalls ein Zitat in genanntem Interview) helfen könne, hat Papst Franziskus in zwei Jahren kontinuierlicher Appelle und öffentlicher Verlautbarungen bereits mehr als deutlich gemacht, ebenso wie die vorrangige Sorge um das Schicksal der Zivilbevölkerung. „Der Wunsch des Papstes“, so der Vatikansprecher weiter, „ist und bleibt derselbe, den er in den letzten Jahren immer wieder geäußert und kürzlich anlässlich des zweiten Jahrestages des Konflikts wiederholt hat: ,Während ich meine tiefe Zuneigung für das gefallene ukrainische Volk erneuere und für alle bete, insbesondere für die zahllosen unschuldigen Opfer, bitte ich darum, dass ein wenig Menschlichkeit gefunden wird, die es erlaubt, die Bedingungen für eine diplomatische Lösung auf der Suche nach einem gerechten und dauerhaften Frieden zu schaffen.“ (vn 10)

 

 

 

Neuer Paderborner Erzbischof hat sein Amt angetreten

 

Paderborns neuer Erzbischof Udo Markus Bentz (57) hat offiziell sein Amt angetreten. Beim Festgottesdienst am Sonntagnachmittag im Paderborner Dom nahm Bentz erstmals auf dem Bischofsstuhl, der Kathedra, Platz und ist damit neuer Oberhirte der Erzdiözese. Zuvor war die päpstliche Ernennungsurkunde verlesen worden.

Nach der Wahl durch das Paderborner Domkapitel ernannte der Papst den bisherigen Mainzer Weihbischof am 9. Dezember zum Nachfolger von Erzbischof von Hans-Josef Becker (75), der im Oktober 2022 zurückgetreten war.

In seiner sehr persönlich gehaltenen Predigt sagte Bentz: „Der Blick zurück auf das bisherige Leben sagt mir: Das Vertrauen in Gott ersetzt keinesfalls die eigene Anstrengung! Und umgekehrt: Von der eigenen Anstrengung hängt längst nicht alles ab." Allerdings gebe es beim Thema Gott „große Sprachlosigkeit". Für Kirche und Gläubige sei daher die eigentliche Herausforderung der kommenden Jahre, „inmitten dieser Gesellschaft Gott wachzuhalten", ihm „so die Ehre zu geben, dass es dem Frieden der Menschen dient", sagte Bentz.

„Unser Dienst als Kirche muss ein Dienst der Versöhnung sein“

„Unser Dienst als Kirche muss ein Dienst der Versöhnung sein“, so der Erzbischof weiter. Dafür besäßen christliche Botschaft und Kirchen „ein unverzichtbares Potenzial“. Leider erlebten sich viele Mitarbeiter, Engagierte und Gläubige oft als nutzlos. „Darüber werden wir reden - und darum ringen. Wir werden ausprobieren und verwerfen. Wir werden bewahren, aber auch erneuern“, kündigte Bentz an. Die gut zweistündige Feier wurde in die benachbarte Kaiserpfalz und Gaukirche sowie live in WDR, HR und online übertragen.

Am Festgottesdienst nahmen mehrere Hundert Gläubige teil, zahlreiche Bischöfe aus Deutschland sowie Vertreter der Bundesländer Nordrhein-Westfalen, Hessen und Niedersachsen. Unter ihnen Nathanael Liminski, Minister für Bundes- und Europaangelegenheiten und Chef der Düsseldorfer Staatskanzlei, der Bischof der französischen Partnerdiözese Le Mans, Jean-Pierre Vuillemin, der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf, der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Georg Bätzing aus Limburg sowie der neue Bamberger Erzbischof Herwig Gössl.

Im Erzbistum Paderborn leben rund 4,8 Millionen Menschen, davon rund 1,4 Millionen Katholiken. In seinen Einrichtungen sind annähernd 3.000 Mitarbeiter tätig. Die Erzdiözese erstreckt sich von Minden im Norden bis nach Siegen im Süden und von Höxter im Osten bis nach Herne im westlichen Ruhrgebiet. Zusätzlich zu den Gebieten in Westfalen zählen Teile des hessischen Kreises Waldeck-Frankenberg und die niedersächsische Stadt Bad Pyrmont zum Erzbistum Paderborn. (kna 10)

 

 

 

 

Erzbischof Dr. Udo Bentz als Erzbischof von Paderborn eingeführt. Bischof Bätzing: „Die vielen Quellen kennenlernen“

 

Der bisherige Weihbischof im Bistum Mainz, Dr. Udo Bentz, ist heute (10. März 2024) in sein Amt als neuer Erzbischof von Paderborn eingeführt worden. Er tritt damit die Nachfolge von Erzbischof Hans-Josef Becker an, dessen Amtsverzicht Papst Franziskus am 1. Oktober 2022 angenommen hatte. Im Festgottesdienst gratulierte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, dem neuen Erzbischof und erinnerte an die frühen Glaubensboten in Deutschland, die ungeahnte Wegstrecken zurücklegen und aufbrechen mussten, um unbekannte Gegenden zu erkunden: „So erschien es mir, als Deine Ernennung bekannt gegeben wurde und der Pfälzer nach Ostwestfalen entsandt wurde. Aber manchmal können Distanzen erstaunlich schnell überwunden werden.“

Bischof Bätzing dankte Erzbischof Bentz für dessen Dienst in der Deutschen Bischofskonferenz, wo er in der Jugendkommission, in der Kommission Weltkirche sowie der Unterkommission für Lateinamerika mitwirkt und Vorsitzender der Arbeitsgruppe Naher und Mittlerer Osten ist. Gerade diese Arbeit zeige, dass sich Erzbischof Bentz für Solidarität einsetze: „Solidarität mit jenen, die am Rand stehen und Solidarität mit denen, die ihren Glauben nicht frei ausüben können. Ich bin mir sicher, dass das Erzbistum Paderborn viel Arbeit für Dich bringt, aber wer Dich kennt, weiß, dass Du über den Rand des eigenen Kirchturms hinausschaust in die Welt. Und die Weltkirche ist Dein Metier.“

Ausdrücklich dankte Bischof Bätzing dem neuen Erzbischof für dessen Weggemeinschaft beim Synodalen Weg der Kirche in Deutschland: „Du bist diesen Weg von Anfang an engagiert mitgegangen, hast ihn unterstützt, wo es nur ging, und bist auch weiterhin davon überzeugt, dass wir nur als synodale Kirche die Herausforderungen der Gegenwart bewältigen und auf offene Fragen Antworten geben können.“ Für die Kirche nutzte Bischof Bätzing das Bild von der wenige Meter vom Dom entfernt entspringenden Pader: „Nicht eine Quelle sprudelt hier, sondern es sind viele. Du wirst die vielen Quellen, die das Bistum nähren, kennenlernen, und vielleicht brauchen wir auch in der Bischofskonferenz das Vertrauen auf eine Vielzahl von Quellen. Ich freue mich sehr für die Gläubigen und die Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter im Erzbistum Paderborn, dass sie einen Erzbischof haben, der das Ohr am Puls der Zeit ebenso hat wie bei den Sorgen und Hoffnungen der Menschen.“

Bischof Bätzing dankte auch dem Diözesanadministrator des Erzbistums Paderborn, Msgr. Dr. Michael Bredeck, der das Bistum seit dem Rücktritt von Erzbischof Becker geleitet hatte: „In den 18 Monaten seiner Verantwortung hat er mit diplomatischem Geschick, visionärer Kraft und notwendigen Entscheidungen das Erzbistum geleitet. Und man hat gemerkt: Es hat ihm Freude gemacht.“ Bischof Bätzing fügte hinzu: „Bei allem Handeln als Diözesanadministrator war es Dir wichtig, zu fragen: Was brauchen die Menschen und was braucht die Kirche? Du hast Antworten gegeben, die nachhaltig sind, und deshalb sind wir Dir aus tiefstem Herzen dankbar für Deinen Dienst.“ Dbk 10

 

 

 

 

Bischof Meier wirbt für Solidarität von Christen mit Juden und Muslimen

 

Der Augsburger Bischof Meier betont bei Empfang der Deutschen Bischofskonferenz für Partner im christlich-islamischen Dialog: „Wann immer Juden und Muslime in Deutschland um ihre Sicherheit fürchten, dürfen Christen nicht schweigen“.

Der für den interreligiösen Dialog in der katholischen Deutschen Bischofskonferenz zuständige Bischof Bertram Meier dringt angesichts von Polarisierung und Radikalisierung auf die Solidarität der Religionen. „Wann immer Juden und Muslime in Deutschland um ihre Sicherheit fürchten, dürfen Christen nicht schweigen. Wann immer Menschen jüdischen oder muslimischen Glaubens Gewalt angetan wird, wann immer Synagogen oder Moscheen geschändet werden, steht die Kirche solidarisch an der Seite der Opfer", sagte Meier laut Mitteilung der Deutschen Bischofskonferenz am Freitagabend in Essen. Die Gesellschaft dürfe sich niemals an „solche verabscheuungswürdigen Taten" gewöhnen.

Bischof Meier unterstreicht Gerechtigkeit und Zusammenhalt

Bischof Meier betonte die Notwendigkeit interreligiöser Solidarität angesichts von Tendenzen der Polarisierung und Radikalisierung: „Wann immer Juden und Muslime in Deutschland um ihre Sicherheit fürchten, dürfen Christen nicht schweigen. Wann immer Menschen jüdischen oder muslimischen Glaubens Gewalt angetan wird, wann immer Synagogen oder Moscheen geschändet werden, steht die Kirche solidarisch an der Seite der Opfer. Niemals darf sich unsere Gesellschaft an solche verabscheuungswürdigen Taten gewöhnen.“ Zugleich erinnerte er daran, dass eine Haltung der Geschwisterlichkeit aus katholischer Sicht die Richtschnur für den Aufbau einer gerechteren Welt sei: „Das Bewusstsein, dass wir als Kinder des einen Schöpfers geschwisterlich verbunden sind, bildet die Grundlage der Soziallehre von Papst Franziskus." Bischof Meier erklärte, dass es ganz konkret darum geht, Verhältnisse der Unterdrückung und Ausgrenzung zu überwinden, sowohl innerhalb der eigenen Glaubensgemeinschaft, als auch zwischen den verschiedenen Religionen und auch zwischen Frauen und Männern. Mit Blick auf den Internationalen Frauentag unterstrich er: „Wirkliche Gerechtigkeit herrscht nur dort, wo auch Geschlechtergerechtigkeit gewährleistet ist.“

Expertinnen fordern mehr Engagement

Inhaltlicher Schwerpunkt des Abends war ein Gespräch zwischen der katholischen Theologin Prof.in Dr. Marianne Heimbach-Steins und der muslimischen Theologin Professorin Dr. Asmaa El Maaroufi. Dabei stellte Prof.in Heimbach-Steins klar, dass die Verteidigung der gleichen Würde und Rechte von Frauen und Männern für die Theologie eine Frage der Glaubwürdigkeit darstelle: „Genau deshalb ist Geschlechtergerechtigkeit ein Thema, für das ich mich als Theologin und Ethikerin engagiere.

Professorin El Maaroufi wiederum verwies darauf, dass die Theologie auch die Überschneidungen zwischen verschiedenen Formen der Ungerechtigkeit ernst nehmen und sichtbar machen müsse: „Es geht darum, sich im Sinne der Intersektionalität mit den Vielschichtigkeiten von Diskriminierung und den je eigenen Einflussmöglichkeiten auseinanderzusetzen, etwa anhand der Kategorien ‚Rasse‘, Klasse, Religion und Geschlecht. Angesichts der Verflechtungen ökologischer, ökonomischer und sozialer Krisen ist der Diskurs um Geschlechtergerechtigkeit – in intergenerationaler wie in globaler Perspektive – für die Gewährleistung einer lebenswerten Zukunft von immenser Bedeutung. Die Theologien müssen sich mit großer Bestimmtheit dafür einsetzen, dass jeder Mensch in seiner Einzigartigkeit die Chance auf umfassende gesellschaftliche und politische Teilhabe hat, auf ein Leben in Sicherheit, Frieden und Würde.“ (pm 9)

 

 

 

Kardinal O'Malley: „Wir wollen, dass Kinder sicher sind“

 

Damit die Kirche bei der Evangelisierung Erfolg haben kann, ist das Vertrauen der Menschen nötig. Das unterstreicht der Präsident der Päpstlichen Kinderschutzkommission, Kardinal Seán O'Malley, im Interview mit den Vatikanmedien. Am Donnerstag waren die Kommissionsmitglieder aus Anlass ihrer Vollversammlung bei Papst Franziskus in Audienz. Christopher Wells und Christine Seuss - Vatikanstadt

 

In den zehn Jahren seit ihrer Gründung durch Papst Franziskus ist die Päpstliche Kommission für den Schutz von Minderjährigen (PCPM) beträchtlich gewachsen, von einer kleinen Gruppe engagierter Freiwilliger und Mitarbeiter zu einer Gruppe hoch qualifizierter Männer und Frauen, die sich für eine Kultur des Schutzes in der Kirche einsetzen.

„Wir sind sehr gesegnet durch das außergewöhnliche Engagement der Mitglieder der Kommission“, sagte der Präsident der Kommission, Kardinal Seán O'Malley, nach der Audienz der Kommission beim Papst am Donnerstag in einem Interview mit Vatican News. Dabei seien der Einsatz der Laienmitglieder der Kommission, insbesondere der Frauen, sowie die Beiträge der Überlebenden und ihrer Angehörigen enorm wichtig, unterstrich der Bostoner Erzbischof, der von Anbeginn die Kommission leitet.

Viel erreicht

Diese habe in den vergangenen zehn Jahren viel erreicht, zeigte sich O'Malley überzeugt. Unter den wichtigsten Errungenschaften hob er die von der Kommission organisierten Treffen zwischen Papst Franziskus und Missbrauchsopfern, die Empfehlungen zur Rechenschaftspflicht der Bischöfe, die zu Gesetzen wie Come una madre amorevole und Vos estis lux mundi führten, und den Gipfel der Vorsitzenden der Bischofskonferenzen zum Thema Missbrauch in der Kirche hervor.

Darüber hinaus nannte er die laufende Memorare-Initiative, mit der Länder unterstützt werden sollen, die nicht über die für einen wirksamen Schutz erforderlichen personellen und materiellen Ressourcen verfügen. Im Rahmen der Initiative erhalten diese Länder Mittel für die Schutzarbeit, ebenso wie Unterstützung dabei, Personal für die Überprüfung und Ausbildung von Seelsorgern sowie für die Opferpastoral sicherzustellen. Memorare und ähnliche Initiativen zielen darauf ab, Beziehungen zu Bischöfen und Bischofskonferenzen aufzubauen, so dass die Kommission als Partner und nicht als Gegner bei der Förderung einer „Kultur des Schutzes innerhalb der Kirche“ gesehen werden könne, so O’Malley.

Wir wollen, dass Kinder sicher sind

Kardinal O'Malley wies darauf hin, dass sich die Kommission derzeit vor allem auf den globalen Süden konzentriere, um sicherzustellen, dass die Kirchen vor Ort über die notwendigen Ressourcen und Schulungen zur Bekämpfung von Missbrauch verfügen. Dazu gehöre auch die Entwicklung von Strategien und Richtlinien, um eine kirchenweit einheitliche Reaktion zu gewährleisten, die die Bedürfnisse und Rechte der Opfer, der Beschuldigten, der Gemeinschaft, der Kirche und der Zivilgesellschaft respektiert.

Der Kardinal betonte in diesem Zusammenhang die Bedeutung einer großen Aufklärungskampagne, „die sich überall mit Fragen des Schutzes“ befasst und sich auf die Prävention von Missbrauch konzentriert. „Wir wollen, dass die Kinder sicher sind“, so O'Malley. „Wir wollen, dass die Kinder und die Eltern darauf vertrauen können, dass ihre Kinder in einer katholischen Schule oder in einer katholischen Gemeinde sicher sind.“

Auf den des Öfteren gehörten Einwand, dass der Schutz der Kinder und Schutzbedürftigen von der eigentlichen Mission der Kirche ablenke, antwortete der PCPM-Präsident mit Nachdruck: „Wir werden in unserer Mission der Evangelisierung nicht erfolgreich sein können, wenn wir nicht das Vertrauen der Menschen haben, wenn wir ihnen nicht beweisen können, dass sie uns wichtig sind und die Sicherheit ihrer Kinder für uns Priorität hat.“

Die Aufgabe der Kommission

Auf die Kritik an der Kommission angesprochen, räumte Kardinal O'Malley ein, dass einige Menschen ungeduldig seien, weil die Kirche so langsam auf die Missbrauchskrise in der Kirche reagiere. Einige Mitglieder haben die Kommission im Lauf der Zeit verlassen, weil sie mit deren Vorgehensweise nicht einverstanden waren, darunter auch der deutsche Kinderschutz-Experte P. Hans Zollner. Mit Bezug auf den Auftrag der Kommission betonte Kardinal O’Malley jedoch, dass teils überhöhte Erwartungen diese „ins Fadenkreuz gebracht haben“. Denn letztlich sei die Kommission nicht eingerichtet worden, um sich mit einzelnen Fällen von Missbrauch zu befassen: „Das war nie unsere Kompetenz.“ Stattdessen sei die Kommission damit beauftragt worden, Empfehlungen zu geben, wie die Reaktion der Kirche auf sexuellen Missbrauch verbessert werden könne.

Dessen ungeachtet habe sich die Kommission stets dafür eingesetzt, die Überlebenden zu unterstützen, indem sie Kontakt mit denjenigen hergestellt habe, die ihnen helfen können: „Die Stimme der Opfer zu hören, ist ein sehr wichtiger Teil unseres Auftrags“, betonte Kardinal O'Malley.

Unterstützung der lokalen Kirchen

Gleichzeitig bestehe ein wichtiger Teil des PCPM-Mandats darin, die Ortskirchen bei der Hilfe für die Opfer zu unterstützen und ihnen bei der Prävention und Ausbildung zu helfen.

Der Sekretär des PCPM, P. Andrew Small (OMI), verwies in diesem Zusammenhang auf die zahlreichen „Memoranda of Understanding“, die bisher zwischen der Kommission und den nationalen Bischofskonferenzen unterzeichnet wurden. Mit diesen solle sichergestellt werden, eine kohärente Reaktion zu fördern und sicherzustellen, dass in den Ortskirchen Ressourcen für die Begleitung der Opfer vorhanden seien. P. Small nannte dies eine „One-Church“-Reaktion:

„Das ist natürlich schwierig für diejenigen [Kirchen], die über wenig Ressourcen verfügen und nicht alle Experten haben, die für die Aufnahme von Opfern notwendig sind. Wir helfen dabei, das zu ändern. Das wird nicht über Nacht geschehen, aber wir machen große Fortschritte.“

„Das Vertrauen kann nicht wiederhergestellt werden, wenn wir nicht auf allen Ebenen der Kirche Transparenz haben“

Es würden große Anstrengungen dafür gemacht, in der Kirche mehr Transparenz im Umgang mit Missbrauchsfällen zu schaffen, unterstrich  Kardinal O'Malley, der auch auf frühere Empfehlungen hinwies, Änderungen am so genannten „päpstlichen Geheimnis“ vorzunehmen, sowie an die laufenden Bemühungen, Klarheit zu schaffen, wenn Bischöfe ihres Amtes enthoben werden.

„Ja, Transparenz ist sehr, sehr wichtig“, betonte der Kardinal und fügte hinzu: „Das Vertrauen kann nicht wiederhergestellt werden, wenn wir nicht auf allen Ebenen der Kirche Transparenz haben.“

Es sei es sei klar geworden, dass „die Menschen vor allem die Wahrheit wissen wollen“, pflichtete dem auch der Sekretär der Kommission bei.

„Ich denke, die Menschen haben ein Recht darauf, dass ihnen die Wahrheit gesagt wird“, fuhr P. Small fort. „Und manchmal haben wir als Führungskräfte Angst davor, den Menschen die Wahrheit anzuvertrauen - aber das dürfen wir nicht. Wenn wir den Menschen nicht die Wahrheit anvertrauen, werden sie uns nicht vertrauen. Und ich denke, das ist die Grenze zwischen Transparenz, Ehrlichkeit und Offenheit, an der wir noch viel mehr arbeiten müssen.“

„Der wichtigste Teil unserer Mission ist es, eine Stimme für die Opfer zu sein und hart daran zu arbeiten, dass dies überall in der Kirche eine Priorität ist“

Zum Abschluss des Interviews betonte Kardinal O'Malley: „Der wichtigste Teil unserer Mission ist es, eine Stimme für die Opfer zu sein und hart daran zu arbeiten, dass dies überall in der Kirche eine Priorität ist.“

Evangelisierung, so wiederholte er, „wird eine unmögliche Aufgabe sein, wenn wir das Vertrauen der Menschen in uns nicht wiederherstellen können, indem wir ihnen zeigen, dass ihre Kinder unsere Priorität sind und ihre Sicherheit unser höchstes Ziel ist.“ (vn 9)

 

 

 

Grußbotschaft zum Beginn des Fastenmonats Ramadan. Bischof Bätzing: „Weg der Geschwisterlichkeit!“

 

Anlässlich des jetzt beginnenden muslimischen Fastenmonats Ramadan sendet der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, im Namen der katholischen Gläubigen in Deutschland herzliche Segenswünsche an die muslimische Gemeinschaft. In seiner Grußbotschaft hebt Bischof Bätzing die Bedeutung des Fastens, des Gebets und der Wohltätigkeit hervor und unterstreicht die tiefe Verbundenheit zwischen den religiösen Traditionen.

„In diesem Jahr gibt es wieder eine terminliche Überschneidung zwischen dem muslimischen Fastenmonat und der christlichen Fastenzeit. Es ist schön, dass wir – ungeachtet aller Unterschiede – zur gleichen Zeit im Fasten, Beten und Almosengeben Gottes Gnade erbitten“, erklärt Bischof Bätzing. Er betont die gemeinsame spirituelle Praxis des Fastens, die Christen, Juden und Muslime teilen, und sieht darin eine Quelle der Annäherung und des gegenseitigen Verständnisses.

In seiner Grußbotschaft nimmt Bischof Bätzing auch Bezug auf aktuelle Krisen und Konflikte und betont die Bedeutung religiöser Werte für den gesellschaftlichen Zusammenhalt: „Alle Versuche extremistischer Kräfte, die Krisen unserer Zeit für eine Agenda der Menschenverachtung zu nutzen, müssen wir als religiöse Menschen mit großer Entschlossenheit zurückweisen.“ Deshalb haben die deutschen Bischöfe in ihrer gemeinsamen Erklärung Völkischer Nationalismus und Christentum sind unvereinbar ein klares Signal gegen Rechtsextremismus und Rassismus in Deutschland ausgesandt. „Diese Erklärung soll auch als Ermutigung für ein verstärktes interreligiöses Engagement gegen jede Form der Menschenfeindlichkeit verstanden werden“, erklärt Bischof Bätzing.

 

Auch die Ereignisse im Nahen Osten belasten das Miteinander der Religionsgemeinschaften in Deutschland, stellt Bischof Bätzing fest. Umso wichtiger sei es, „dass wir im Dialog bleiben, das Leid des Anderen wahrnehmen, die Hoffnung auf Frieden nicht aufgeben“. In diesem Zusammenhang erinnert er an das Treffen zwischen der Deutschen Bischofskonferenz und den muslimischen Verbänden im November 2023, bei dem beide Seiten gemeinsam feststellten: „Das Existenzrecht Israels steht für uns ebenso außer Frage wie das Recht der Palästinenser auf ihren eigenen Staat. Die humanitäre Lage in Gaza schreit zum Himmel. Das Blut unschuldiger Zivilisten darf nicht länger vergossen werden. Wir treten für einen Friedensprozess ein, der diesen Namen verdient. Ein dauerhaftes Ende der Gewalteskalation im Nahen Osten wird es nur durch einen gerechten Frieden zwischen Israelis und Palästinensern geben.“

Mit Blick auf Deutschland betont Bischof Bätzing, dass der interreligiöse Appell gegen Antisemitismus und Islamfeindlichkeit weiterhin von hoher Aktualität sei. „Lassen Sie uns gemeinsam dafür sorgen, dass Juden in Deutschland auf die Solidarität von Christen und Muslimen zählen können, wann immer sie bedroht und angegriffen werden. Lassen Sie uns ebenso dafür eintreten, dass auch Muslime die Solidarität der Anderen erfahren, wann immer ihnen Hass und Hetze entgegenschlagen“, schreibt Bischof Bätzing weiter und appelliert: „Begeben wir uns gemeinsam auf einen Weg der Geschwisterlichkeit!“ dbk 9

 

 

 

 

Italien: Bischofs-Dekret gegen angebliche Marienerscheinungen

 

In Trevignano Romano unweit von Rom hatten angebliche Marienerscheinungen für Aufsehen gesorgt. Die katholische Kirche veranlasste eine Untersuchung. Der zuständige Bischof Marco Salvi erklärte nun, die Erscheinungen seien „nicht übernatürlichen Charakters" (non constat de supernaturalitate). Öffentlicher Kult oder andere Formen der Verehrung durch Gläubige wurden untersagt und die angebliche Seherin zu einem „Weg der Läuterung" aufgerufen.

Auf der Internetseite der zuständigen Diözese Civita Castellana wird erklärt, dass die Entscheidung nach einem angemessenen Prozess sorgfältiger Unterscheidung getroffen wurde, bei dem Zeugen gehört wurden und an dem eine Experten-Kommission aus verschiedenen Bereichen (systematische Theologie, Kirchenrecht, spirituelle Theologie, Psychologie) beteiligt gewesen sei. Die Entscheidung sei auch in Anbetracht der Gestalt Mariens in der Tradition der Kirche und des Volksglaubens sowie „nach inständigem Gebet" getroffen worden. 

Hintergrund

Im Jahr 2016 hatte die Italienerin Gisella Cardia erstmals von angeblichen Marienerscheinungen berichtetet, die angeblich in Verbindung mit Tränen aus Wasser und Blut bei einer Marienstatue erfolgten. Die „Seherin" berichtete seitdem immer wieder sowohl von Marien- als auch Jesus- und Gott-Vater-Erscheinungen mit Botschaften und dem Auftrag, diese zu verbreiten. Es gab Versammlungen zunächst in der Privatwohnung; später aus Platzgründen auch auf einem Hügel in Trevignano. Es wurde eine als gemeinnützig deklarierte Vereinigung gegründet und von einer „Madonna von Trevignano" gesprochen. 

In dem Dekret stellt der Bischof klar, dass der Titel „Unsere Liebe Frau von Trevignano"  keinen „kirchlichen Wert" habe und auch „im zivilen Bereich nicht so verwendet werden kann, als ob er einen hätte". Gisella Cardia und ihr Ehemann sowie alle Anhänger wurden aufgerufen, „die Entscheidungen des Diözesanbischofs zu respektieren und zu befolgen sowie die Bereitschaft zu zeigen, einen Weg der Läuterung und Unterscheidung zu beschreiten, der die kirchliche Einheit fördert und bewahrt". (vn 8)

 

 

 

 

Papst: „Gott wird nicht müde zu vergeben“

 

„Lasst uns die Vergebung Gottes wieder in den Mittelpunkt der Kirche stellen!“ Dies mahnte der Papst an diesem Freitagnachmittag, als er der Bußliturgie zur Versöhnung in der römischen Pfarrei St. Pius V., anlässlich der vom Dikasterium für Evangelisierung geförderten Fasteninitiative „24 Stunden für den Herrn“ vorstand. Franziskus, der sich von seiner Erkältung erholt zu haben scheint, bekräftigte in seiner Predigt: „Gott wird nicht müde zu vergeben. Er vergibt alles.“ Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Eine große Menschenmenge – etwa 900 Gläubige – empfing den Gast aus dem Vatikan: Wenige hundert Meter von den vatikanischen Mauern befindet sich die Pfarrei St. Pius V., wo Franziskus an diesem Freitagnachmittag der Bußfeier vorstand. Zahlreiche Familien, Pfadfinder und Gläubige waren vor der Kirche und grüßten den Papst. In der Kirche waren etwa 600 Pfarreimitglieder, die mit dem katholischen Kirchenoberhaupt die Bußliturgie feierten, einige durften dann zum Papst zur Beichte gehen.

In seiner Predigt ging der Papst auf die Bedeutung der göttlichen Vergebung ein: „Brüder und Schwestern, was ist der Weg, um das neue Leben wieder aufzunehmen? Es ist der Weg der Vergebung Gottes. Denn die göttliche Vergebung tut genau das: Sie macht uns wieder neu. Sie reinigt uns innerlich und bringt uns in den Zustand der Wiedergeburt in der Taufe zurück.“ Daraus folge eine Ermahnung, die er vor allem den Priestern ans Herz legte:

„Gehen wir also hin, um die Vergebung Gottes zu empfangen...“

„Verzichten wir nicht auf die Vergebung Gottes, auf das Sakrament der Versöhnung: Es ist keine Andachtsübung, sondern die Grundlage der christlichen Existenz; es geht nicht darum, unsere Sünden gut zu heißen, sondern darum, uns als Sünder zu erkennen und uns in die Arme des gekreuzigten Jesus zu werfen, um befreit zu werden; es ist nicht Moralismus, sondern die Auferstehung des Herzens. Gehen wir also hin, um die Vergebung Gottes zu empfangen, und spüren wir, die wir sie austeilen, dass wir Spender der Freude des Vaters sind, der seinen verlorenen Sohn wiederfindet; spüren wir, dass unsere Hände, die wir auf die Häupter der Gläubigen legen, von der Barmherzigkeit Jesu durchdrungen sind, der die Wunden der Sünde in Kanäle der Barmherzigkeit verwandelt; spüren wir, dass 'Vergebung und Frieden', die wir verkünden, die Streicheleinheiten des Heiligen Geistes auf den Herzen der Gläubigen sind.“

„Lasst uns die Vergebung wieder in den Mittelpunkt der Kirche stellen“

„Lasst uns vergeben, liebe Mitbrüder im Priesteramt, und zu uns selbst zurückfinden; lasst uns denen, die darum bitten, stets Vergebung gewähren und denen, die Angst haben, helfen, sich dem Sakrament der Heilung und der Freude vertrauensvoll zu nähern. Lasst uns die Vergebung Gottes wieder in den Mittelpunkt der Kirche stellen. Und ihr, liebe Mitbrüder im Priesteramt, verlangt nicht zu viel!“, sagte Papst Franziskus in seiner Predigt während der Bußfeier in der römischen Pfarrei St. Pius V. „Wenn jemand meint, diese Sünde sei zu schlimm, dann wiederholt sie mit mir: der Herr wird nicht müde zu vergeben“, sagte er den Gläubigen.

Der Papst spendete am Ende der Versöhnungsfeier einigen Gemeindemitgliedern von St. Pius V. wie ein „normaler Priester“ das Sakrament der Versöhnung (Beichte). Auf einem Stuhl sitzend, hörte der Papst die Beichte von etwa zehn Gläubigen. (vn 8)

 

 

 

 

Empfang der DBK für die Partner im christlich-islamischen Dialog „Keine Gerechtigkeit ohne Geschlechtergerechtigkeit“

 

Auf Einladung der Deutschen Bischofskonferenz hat heute (8. März 2024) in Essen zum fünften Mal der Jahresempfang für die Partnerinnen und Partner im christlich-islamischen Dialog stattgefunden. Aus Anlass des Internationalen Frauentags stand dabei das Thema „Interreligiöser Dialog und Geschlechtergerechtigkeit“ besonders im Fokus.

Nach einem Abendgebet im Essener Dom begrüßte der Vorsitzende der Unterkommission für den Interreligiösen Dialog der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), die Gäste. Dabei betonte er die Notwendigkeit interreligiöser Solidarität angesichts von Tendenzen der Polarisierung und Radikalisierung: „Wann immer Juden und Muslime in Deutschland um ihre Sicherheit fürchten, dürfen Christen nicht schweigen. Wann immer Menschen jüdischen oder muslimischen Glaubens Gewalt angetan wird, wann immer Synagogen oder Moscheen geschändet werden, steht die Kirche solidarisch an der Seite der Opfer. Niemals darf sich unsere Gesellschaft an solche verabscheuungswürdigen Taten gewöhnen.“ Zugleich erinnerte er daran, dass eine Haltung der Geschwisterlichkeit aus katholischer Sicht die Richtschnur für den Aufbau einer gerechteren Welt sei: „Das Bewusstsein, dass wir als Kinder des einen Schöpfers geschwisterlich verbunden sind, bildet die Grundlage der Soziallehre von Papst Franziskus. ... Es geht ganz konkret darum, Verhältnisse der Unterdrückung und Ausgrenzung zu überwinden: innerhalb der eigenen Glaubensgemeinschaft, zwischen den verschiedenen Religionen und ganz gewiss auch zwischen Frauen und Männern.“ Mit Blick auf den Internationalen Frauentag unterstrich Bischof Meier: „Wirkliche Gerechtigkeit herrscht nur dort, wo auch Geschlechtergerechtigkeit gewährleistet ist.“

Die Bundestagsabgeordnete und Islamwissenschaftlerin Lamya Kaddor (innenpolitische Sprecherin der Bundestagsfraktion Bündnis 90/Die Grünen) ging in ihrem Grußwort darauf ein, dass der Glaube sich weiterentwickeln kann und Religionen die Verantwortung obliegt, sich gesellschaftlichen Entwicklungen zu stellen: „Es geht im Glauben nicht darum, Geboten starr zu folgen, sondern vielmehr  mit Wenn und Aber zu glauben, denn Glaube ist dynamisch. Daher müssen Religionen drängende Fragen wie die der Geschlechtergerechtigkeit authentisch beantworten und sich den Herausforderungen stellen, die eine moderne Gesellschaft mit sich bringt.“

Inhaltlicher Schwerpunkt des Abends war ein Gespräch zwischen der katholischen Theologin Prof.in Dr. Marianne Heimbach-Steins und der muslimischen Theologin Prof.in Dr. Asmaa El Maaroufi. Dabei stellte Prof.in Heimbach-Steins klar, dass die Verteidigung der gleichen Würde und Rechte von Frauen und Männern für die Theologie eine Frage der Glaubwürdigkeit darstelle: „Genau deshalb ist Geschlechtergerechtigkeit ein Thema, für das ich mich als Theologin und Ethikerin engagiere. In meiner eigenen theologischen ‚Stimmbildung‘ war es mir sehr wichtig, von klangvollen Frauenstimmen aus der biblischen und christlichen Tradition lernen zu können, angefangen von Maria, der Mutter Jesu, bis zu Pionierinnen der modernen theologischen Frauen- und Geschlechterforschung. Sie haben in Kirche und Wissenschaft nur selten Gehör und Anerkennung gefunden. Ich habe immer wieder die Erfahrung gemacht, wie bereichernd es ist, den Stimmführerinnen einer nicht nur für Frauen befreienden Theologie zuzuhören und in ihren vielstimmigen Chor einzustimmen.“ Prof.in El Maaroufi wiederum verwies darauf, dass die Theologie auch die Überschneidungen zwischen verschiedenen Formen der Ungerechtigkeit ernst nehmen und sichtbar machen müsse: „Es geht darum, sich im Sinne der Intersektionalität mit den Vielschichtigkeiten von Diskriminierung und den je eigenen Einflussmöglichkeiten auseinanderzusetzen, etwa anhand der Kategorien ‚Rasse‘, Klasse, Religion und Geschlecht. Angesichts der Verflechtungen ökologischer, ökonomischer und sozialer Krisen ist der Diskurs um Geschlechtergerechtigkeit – in intergenerationaler wie in globaler Perspektive – für die Gewährleistung einer lebenswerten Zukunft von immenser Bedeutung. Die Theologien müssen sich mit großer Bestimmtheit dafür einsetzen, dass jeder Mensch in seiner Einzigartigkeit die Chance auf umfassende gesellschaftliche und politische Teilhabe hat, auf ein Leben in Sicherheit, Frieden und Würde.“

Neben der inhaltlichen Debatte war der Abend auch durch die geistliche Dimension des Dialogs geprägt: So begegneten sich beim Gebet Texte und Musikstücke aus der christlichen und muslimischen Tradition. Zudem brachte das Duo Murat Çakmaz und Zainab Lax im Rahmen des Empfangs islamisch-sufische und jüdisch-sephardische Stücke zum Klingen.

Hintergrund. Im Jahr 2018 hat die Deutsche Bischofskonferenz zusammen mit ihrer Fachstelle Christlich- Islamische Begegnungs- und Dokumentationsstelle (CIBEDO) erstmals zu einem bundesweiten Empfang für die Partner im christlich-islamischen Dialog eingeladen. Ziel ist es, unterschiedliche Dialog-Akteure zusammenzubringen, geistliche und theologische Perspektiven der christlich-islamischen Begegnung zu stärken und ein Zeichen des geschwisterlichen Miteinanders zu setzen. Die Begegnung findet jeweils in zeitlicher Nähe zum Hochfest „Mariä Verkündigung“ statt, das neun Monate vor Weihnachten gefeiert wird

(25. März). Maria erfährt als Mutter Jesu sowohl unter Christen als auch unter Muslimen große Wertschätzung und kann deshalb als verbindende Figur zwischen beiden Religionen gelten. Dbk 8

 

 

 

Ramadan. Drei Gründe, warum wir den Fastenmonat schätzen können

 

Ramadan ist der schönste Monat für Muslime auf der ganzen Welt. Aber warum? Ist es nur der Verzicht oder steckt mehr dahinter? Und was hat das mit Freiheit zu tun? Von Dr. Zeyneb Saylgan

 

Ramadan – der schönste Monat für etwa zwei Milliarden Muslime auf der ganzen Welt – steht vor der Tür. Der 10. März signalisiert den Beginn des Fastenmonats, in dem Muslime beginnen, dreißig Tage lang jeden Tag von Sonnenaufgang bis Sonnenuntergang zu fasten. Bevor Sie fragen: Ja! Noch nicht einmal ein Tropfen Wasser ist erlaubt! Und hier ist ein hilfreicher Leitfaden zum Erlernen einiger Grundlagen.

Als eine besondere Zeit der Selbstreflexion lädt der Ramadan Muslime ein, zu ihrem spirituellen Kern zurückzukehren. Man lebt im Schnellmodus und alles wetteifert um unsere Aufmerksamkeit. Der Ramadan ist ein Moment der inneren Einkehr, indem man seinem geistigen Leben mehr als sonst Beachtung schenkt. Es ist eine Zeit tiefer Selbstwahrnehmung und eine Neubewertung unserer Beziehung zu Gott und unseren Mitmenschen.

Es erscheint widersprüchlich, einen Monat zu feiern, der die Menschen dazu motiviert, auf existenzielle Bedürfnisse wie Nahrung und Wasser zu verzichten. Aber weil der Ramadan uns dazu ermutigt, unsere beste Version zu entdecken, ist er ein freudiger Moment tiefer Selbstfindung. Es gibt viele Gründe, warum wir als religiös vielfältige Gesellschaft den Monat Ramadan schätzen können. Lassen Sie mich nur drei nennen.

Innere Freiheit

„Sind wir wirklich frei, wenn wir ständig den Dingen nachjagen, die uns die Konsumkultur vorschreibt?“

Freiheit – ein Wert, den wir alle schätzen. Aber sind wir wirklich frei, wenn wir ständig den Dingen nachjagen, die uns die Konsumkultur vorschreibt? Dann fühlen wir uns durch zu viel Unnütz in unseren Häusern und ungesunde Nahrung in unserem Körper überfordert. Verglichen mit anderen Lebewesen, hat nur der Mensch den freien Willen, sogar zu seinen existenziellen Bedürfnissen wie Nahrung und Wasser NEIN zu sagen. Im Ramadan entdeckt der Mensch seine Fähigkeit wieder, sich von allem Unwesentlichen zu befreien. Wenn jemand selbst bei seinen Grundbedürfnissen Selbstbeherrschung zeigen kann, ist er in der Lage, viel mehr zu erreichen. Das ist eine tiefgreifende Erfahrung. Das Potenzial zur wahren menschlichen Befreiung zu entdecken bedeutet, alles zu negieren, was den Geist und die Seele belastet.

Im Ramadan streben die Menschen im höchsten Maß nach spiritueller Selbstdisziplin, indem sie die sieben Tore des Herzens bewusster einsetzen: Augen, Ohren, Mund, Magen, Füße, Hände und Genitalien werden mehr denn je in einer Weise beansprucht, die sie als ein heiliges Vertrauen des Schöpfers anerkennt. Der Mensch wird aufgefordert, all seine Sinne in Einklang zu bringen und sich besonders auf diese innere Dimension des Fastens zu konzentrieren. Deshalb sagte der Prophet Muhammad sinngemäß: „Wer beim Fasten schlechte Worte und Taten nicht unterlässt, von dem braucht auch Gott nicht, dass er auf Essen und Trinken verzichtet.“ Jedem Drang nachzugeben, ist kein Akt der Freiheit. Um gesunde, einheitliche und lang anhaltende Freude, Frieden und Freiheit zu erlangen, distanzieren wir uns stattdessen von niedrigen Wünschen. Dabei entdeckt man die befreienden Elemente der Abstinenz, der Geduld und der Mäßigung wieder – Werte, die der Koran besonders preist.

Dankbarkeit

„Genügsamkeit ist ein unerschöpflicher Reichtum.“

Oftmals ist es die Abwesenheit von Dingen, die uns dazu bringt, ihren wahren Wert zu erkennen und sie mehr zu schätzen. Am Ende eines langen Fastentages kann ein Stück trockenes Brot so gut schmecken. Wie kostbar empfindet man das Wasser, wenn der erste Tropfen durch den Körper fließt. Wir brauchen nicht viel, um zufrieden zu sein, wie diese prophetische Überlieferung es zum Ausdruck bringt: „Genügsamkeit ist ein unerschöpflicher Reichtum.“

Dankbarkeit auszudrücken ist nicht nur gesund, sondern auch Teil der spirituellen DNA. Existenzielle Dankbarkeit ist die Erkenntnis, dass wir ohne einen barmherzigen und weisen Schöpfer am Werk nicht existieren können. Ohne diese höhere Macht, die das Universum so fein abgestimmt hat, ist die Menschheit nicht in der Lage, sich zu ernähren.

Bescheidenheit

Dieses Bewusstsein lädt einen Menschen zu echter Demut und Bescheidenheit ein. Alle Nahrung auf dem Tisch kann nur durch die vielen Hände genossen werden, die sie berührt haben. In meiner eigenen Familie lesen wir oft die Etiketten auf den Produkten, um ihren Ursprungsort herauszufinden: Bananen aus Guatemala, Gurken aus Indien, Kaffee aus Äthiopien, Schokolade aus Belgien – der Mensch ist Teil eines voneinander abhängigen, komplexen Lebensnetzes. Wir können nicht ohne einander sein.

Im Ramadan würdigen die Menschen diese sozialen Verbindungen mehr denn je, indem sie sich aktiver in die Gemeinschaftsarbeit einbringen, in Empathie wachsen, diejenigen versorgen, denen es weniger gut geht, indem sie sich versöhnen und um Vergebung bitten. MiGazin 8

 

 

 

Eine bedeutsame und lobenswerte Geste während des Ramadan

 

Frankfurt/M. Die KAV begrüßt die Initiative, über 100.000 Frankfurter Musliminnen und Muslime mit einer Ramadan-Beleuchtung zu gratulieren. Gerade in der heutigen Zeit ist es wichtig, Kulturen, Religionen und Ethnien nicht zu verbergen, sondern sie im Alltag deutlich zu zeigen.

Der Islam ist mittlerweile fest in Frankfurt verankert, genauso wie das Christentum, das Judentum und viele andere Religionen.

Die Mehrheit der Musliminnen und Muslime in Frankfurt besitzt die deutsche

Staatsangehörigkeit und lebt gemäß dem Grundgesetz, ist gesellschaftlich integriert und spricht deutsch. Diejenigen, die Frankfurter Musliminnen und Muslime angreifen, zeigen damit, dass sie weder die freiheitlich-demokratische Grundordnung Deutschlands respektieren noch ein Verständnis für das Leben derjenigen haben, die sie angreifen.

Es ist daher für die internationale Stadt Frankfurt am Main wichtig, Flagge zu zeigen. Die

Anerkennung des Ramadans ist nicht nur ein Zeichen dafür, sondern zeigt auch, dass Frankfurt die Realität anerkennt. Dies ist ein bedeutender Schritt in die richtige Richtung und ein starkes Signal für alle Minderheiten in diesen herausfordernden Zeiten.

Es ist höchste Zeit, die religiöse und kulturelle Vielfalt als Normalität in unserer Gesellschaft zu betrachten. Mehr Sichtbarkeit für eine liberale und diverse Stadtgesellschaft im öffentlichen Raum ist von entscheidender Bedeutung.

Jumas Medoff (Vorsitzender der KAV) dip 8

 

 

 

 

Mainz. Bischof Peter Kohlgraf Gegen Atomwaffen und „Kriegstauglichkeit“

 

Nukleare Aufrüstung ohne gleichzeitige aktive Friedensbemühungen sind kein möglicher Weg zu einem echten und dauerhaften Frieden. Das schreibt der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf in einem Beitrag für die Internetseite „Communio“.

Kohlgraf ist bischöflicher Verantwortlicher der katholischen Friedensbewegung „pax christi“. In seinem Aufsatz räumt er ein, eine „Welt ohne Waffen“ sei derzeit „mehr denn je in weite Ferne gerückt“. Dennoch könne nukleare Aufrüstung jetzt nicht „zur Grundlage des Friedens erklärt werden“, erst recht nicht, wenn man kirchliche Lehrtexte in den Blick nehme.

„Der Besitz von Atomwaffen wurde in päpstlichen Dokumenten immer als tolerierte Übergangslösung betrachtet“, so Kohlgraf. „Es wurde betont, dass dieser Besitz nur solange tolerabel sei, wie er Verhandlungen zu einer gerechten Welt ohne diese Waffensysteme beflügelt. Diese Phase ist nun offenbar vorerst vorbei, so dass der katholische Grund ihrer vorläufigen Akzeptanz weggefallen ist.“

„Nicht ohne weitere Friedensbemühungen aufrüsten“

Zur Debatte darüber, ob die Europäische Union einen eigenen nuklearen Schutzschirm brauche, mahnt Bischof Kohlgraf, „nicht ohne weitere Friedensbemühungen aufzurüsten“. Das scheine ihm „ein legitimer christlicher Beitrag im Konzert der demokratischen Prozesse zu sein“. Ausgesprochen skeptisch äußert er sich zum Konzept nuklearer Abschreckung. Er glaube nicht, dass Friede allein dadurch entstehe, „den anderen in Schrecken zu versetzen“.

„Verbrechen gegen Gott und die Menschheit“

Eindringlich warnt der Mainzer Bischof unter Verweis auf ähnlich gelagerte Äußerungen von Papst Franziskus vor der Zerstörungskraft nuklearer Waffen. „Es ist nicht zu erkennen, wie im Falle eines Einsatzes dieser Waffen eine angemessene Verteidigung und Schutz der Zivilbevölkerung gewährleistet werden kann.“ Dabei werde man sich „nicht auf die Lehre vom ‚gerechten Krieg‘ berufen können“. Auch der ‚Katechismus der Katholischen Kirche‘ nenne jede Kriegshandlung, die auf die Zerstörung ganzer Städte zielt, ein Verbrechen gegen Gott und die Menschheit (KKK 2314). „Wie dies im Falle eines nuklearen Waffeneinsatzes nicht gegeben sein sollte, erschließt sich mir nicht.“

„Es bleibt für mich als Christ und Theologe dabei: Ohne weitere Friedensbemühungen, Suche nach einer gerechten Ordnung, nach dauerhaften Friedenslösungen und Dialog wird eine nukleare Abschreckung kein Weg zum Frieden sein. Als Christ und Bischof kann ich den Weg, Menschen ‚kriegstauglich‘ zu machen, nicht mitgehen. Obwohl dieser Begriff in aktuellen Debatten oft genannt wird, darf der Dienst der Kirche nicht darin bestehen, Menschen auf einen Krieg vorzubereiten.“ (communio 7)

 

 

 

Papst: Missbrauchsopfer müssen angehört werden

 

Franziskus hat zu konkreten Antworten auf das Leiden von Missbrauchsbetroffenen im Raum der Kirche aufgerufen. „Es darf nicht passieren, dass diese Brüder und Schwestern nicht aufgenommen und angehört werden, denn das kann ihr Leiden sehr verschlimmern“, so der Papst bei einem Treffen mit der Päpstlichen Kinderschutzkommission am Donnerstag im Vatikan.

Aufgrund einer Erkältung ließ Franziskus seine Rede an die Plenarversammlung der Kommission von einem Mitarbeiter des Staatssekretariates verlesen. Darin forderte er ein konkretes Engagement aller kirchlichen Verantwortlichen beim Umgang mit Missbrauchsopfern ein: „Wir alle, besonders die kirchlichen Autoritäten, sind aufgerufen, die Auswirkungen des Missbrauchs unmittelbar zu erfahren und uns vom Leid der Opfer erschüttern zu lassen, indem wir direkt auf ihre Stimme hören und jene Nähe praktizieren, die sie durch konkrete Entscheidungen aufrichtet, ihnen hilft und eine andere Zukunft für alle vorbereitet.“

Empathie und praktizierte Nähe seien wesentlich, unterstrich der Papst und rief zu opfersensiblen Maßnahmen auf: „Aus diesem Blick des Herzens, aus dieser Nähe erwächst die Antwort auf diejenigen, die missbraucht worden sind. Es darf nicht passieren, dass diese Brüder und Schwestern nicht aufgenommen und angehört werden, denn das kann ihr Leiden sehr verschlimmern. Es ist notwendig, sich mit persönlichem Engagement um sie zu kümmern, ebenso wie es notwendig ist, dies mit Hilfe von kompetenten Mitarbeitern zu tun.“

Nähe ist kein abstraktes Konzept

Hilfe für Betroffene bedeute, deren Lasten mitzutragen, betonte der Papst. Bei der kirchlichen Schutzarbeit sei „die Nähe zu den Missbrauchsopfern kein abstraktes Konzept“, so Franziskus, „sie ist eine sehr konkrete Realität, die aus Zuhören, Einschreiten, Prävention und Helfen besteht.“ 

Der Papst erinnerte daran, dass Vatikanmaßgaben eingehalten werden müssten. Er verwies auf sein apostolisches Schreiben „Vos estis lux mundi“; die Päpstliche Kinderschutzkommission habe die Aufgabe, für die Einhaltung dieser Richtlinien zu sorgen, erinnerte er. Mit dem Motu proprio vom Mai 2019 hatte der Papst unter anderem die Einrichtung von Missbrauchsmeldestellen in allen Diözesen weltweit verlangt und die Rechenschaftspflicht kirchlicher Verantwortlicher betont, die Missbrauch aufdecken und nach Rom melden müssen.

„Ich fordere Sie auf, diesen Dienst mit Teamgeist fortzusetzen.“

Franziskus dankte der Päpstlichen Kinderschutzkommission für ihre Arbeit, die in den vergangenen zehn Jahren konkreter geworden und sich ausgeweitet habe, wie er anmerkte. Dabei sei Zusammenareit wichtig, betonte er: „Ich fordere Sie auf, diesen Dienst mit Teamgeist fortzusetzen: Brücken zu bauen und zusammenzuarbeiten, um Ihre Fürsorge für andere effektiver zu gestalten.“

Unterstützung von Prävention in ärmeren Ländern

Der Papst zeigte sich überzeugt, dass das Wirken der Kinderschutzkommission in den Ortskirchen „bereits große Früchte“ trage. Als „ermutigend“ bezeichnete er in diesem Zusammenhang die so genannte „Memorare-Initiative“. Das Förderprojekt der Kinderschutzkommission stärkt die Präventionsarbeit gezielt in Ländern des globalen Südens. Das 2023 eingerichtete Projekt sei ein „konkreter Weg“ der Nähe, so Franziskus. Es könne mit der Zeit „ein Netz der Solidarität“ mit Opfern und denjenigen knüpfen, die sich für ihre Rechte einsetzen, „insbesondere dort, wo es an Ressourcen und Erfahrung mangelt“.

Teil des Projektes ist ein Fonds, den hauptsächlich die italienische Bischofskonferenz verwaltet. Zu den Maßnahmen der „Memorare-Initiative“ sollen die Begleitung von Betroffenen, die Stärkung von Ausbildung und Beratung sowie die Entwicklung von Richtlinien und Protokollen zur Meldung von Missbrauch in ärmeren Ländern gehören. Wie die Kinderschutzkommission im Dezember bekanntgab, sind dabei Projekte für Panama, Paraguay, Mauritius und Ostafrika geplant.

„Unser Engagement darf nicht nachlassen!“

„Angesichts des Skandals des Missbrauchs und des Leidens der Opfer könnten wir entmutigt werden, denn die Herausforderung, das Gefüge zerbrochener Leben wieder aufzubauen und den Schmerz zu heilen, ist groß und komplex. Aber unser Engagement darf nicht nachlassen; ich ermutige Sie vielmehr, weiterzumachen, damit die Kirche immer und überall ein Ort sein kann, an dem sich jeder zu Hause fühlen kann und jeder Mensch heilig ist.“ (vn 7)

 

 

 

 

Verband der Diözesen Deutschlands und GEMA vereinbaren Vergütung über Musiknutzungen in Gottesdiensten

 

Kirchenmusik ist ein zentrales Element und ein fester Bestandteil der Liturgie. Seit einigen Jahrzehnten war es katholischen Kirchengemeinden aufgrund einer Pauschalvereinbarung zwischen dem Verband der Diözesen Deutschlands (VDD) und der Verwertungsgesellschaft Gesellschaft für musikalische Aufführungs- und mechanische Vervielfältigungsrechte (GEMA) möglich, Musikwerke, die zum Repertoire der GEMA gehören, im Rahmen von liturgischen Feiern (Gottesdienste, Fronleichnamsprozessionen, Martinsumzüge etc.) öffentlich wiederzugeben.

Die Vereinbarung war aufgrund infrage stehender Themen über die Grundlage der Vergütung zum Jahresende 2023 ausgelaufen und nicht mehr verlängert worden. Inzwischen konnte allerdings ein neuer Vertrag mit Laufzeit bis zum 31. Dezember 2026 geschlossen werden, sodass auch weiterhin Musikwerke aus dem GEMA-Repertoire während der Gottesdienste oder gottesdienstähnlicher Veranstaltungen wiedergegeben werden können.

In diesem Zusammenhang werden die Parteien ein rechtliches Verfahren über die Vergütungspflichtigkeit des Gemeindegesangs in Gottesdiensten und die dem Vertrag zugrunde liegende Berechnungsgrundlage des angewendeten Tarifs führen. Nach der Klärung dieser Themen können entsprechend GEMA-Vergütungen entweder nachberechnet oder rückerstattet werden.

Kirchengemeinden müssen die Musikwerke, die dem Gottesdienstvertrag unterfallen, weder melden noch gesondert vergüten. Dbk 7

 

 

 

 

Heiliges Land: Pilgerzahl dramatisch gesunken

 

Für Christen ist das Heilige Land normalerweise ein beliebtes Reiseziel, doch in der aktuellen Lage scheint die Angst größer als die Frömmigkeit. Der Krieg im Heiligen Land wirkt sich deutlich auf die Anzahl der Pilger aus. Fast 80 Prozent weniger ausländische Pilger wollen in der anstehenden Osterzeit an Heiligen Stätten Gottesdienst feiern. Das ist eine düstere Prognose für die Menschen, die auf den Tourismus finanziell angewiesen sind.

Zur Frühjahrshochsaison, in die Fasten- und Osterzeit fallen, seien bisher nur knapp 300 Reservierungen für Gottesdienste an Heiligen Stätten erfolgt, teilte das Christian Information Center (CIC) mit. In den Vorjahresmonaten März, April und Mai lag die Zahl der Buchungen bei insgesamt knapp 4.500.

Amerikaner reisen immer noch

Die ersten neun Monate des Jahres 2023 hatten laut Naomi Zimmermann vom Pilgerbüro des Franziskanerordens einen neuen Rekord erwarten lassen. „Ohne den Krieg hätten wir den Rekord von 2019 gebrochen“, so die Franziskanerin. Demnach buchten 2019 insgesamt 16.341 Gruppen (613.300 Personen) einen Gottesdienstort. Im Vergleich dazu lagen die Buchungszahlen bis Ende September 2023 bereits bei 13.000 (rund 500.900 Personen).

Bei vielen Reservierungen seit Kriegsbeginn handelt es sich laut Zimmermann wahrscheinlich um Buchungen von Menschen, die im Heiligen Land leben. Aus dem Ausland kämen derzeit vor allem Gruppen aus den USA und Indonesien. Auch Gruppen aus Polen kehren demnach langsam zurück. Die Zahlen beziehen sich auf katholische Pilger.

Drohendes finanzielles Desaster

Auch das älteste nationale Pilgerhaus im Heiligen Land, das Österreichische Pilger-Hospiz in der Jerusalemer Altstadt, kämpft angesichts der ausbleibenden Heilig-Land-Pilger mit großen Sorgen, wie Hospiz-Rektor Markus Bugnyar in den vergangenen Wochen erklärte. Der Präsident des Freundeskreises des Pilger-Hospizes, Georg Habsburg-Lothringen, teilte jüngst mit, dass das erste Halbjahr 2024 angesichts wegbrechender Reservierungen für das traditionsreiche Haus „finanziell ein Desaster“ zu werden drohe. (kna 6)

 

 

 

Gegen den Stolz kämpfen

 

Papst Franziskus ruft die Christen dazu auf, gegen den Stolz zu kämpfen. Stolz sei „die radikale Sünde, der absurde Anspruch, wie Gott zu sein“. Stefan von Kempis

 

Vatikanstadt. Das steht im Text seiner Katechese zu seiner Generalaudienz, die an diesem Mittwoch auf dem Petersplatz stattfand. Der Papst kämpft immer noch zwar nicht mit dem Stolz, aber dafür mit einer hartnäckigen Grippe; darum war es ein Mitarbeiter aus dem Staatssekretariat, der an seiner Stelle die vorbereitete Ansprache vortrug. Die letzte übrigens aus einer Katechesen-Reihe über Laster.

Stolz sei „Selbsterhöhung, Anmaßung, Eitelkeit“, so der verlesene Papst-Text. Der Begriff tauche auch in der Reihe von Lastern auf, die Jesus auflistet, um zu erklären, dass das Böse immer aus dem Herzen des Menschen kommt (siehe Markus 7,22).

„Selbsterhöhung, Anmaßung, Eitelkeit“

„Der stolze Mensch ist jemand, der denkt, er sei viel mehr, als er tatsächlich ist; jemand, der danach strebt, als größer anerkannt zu werden als andere, der immer möchte, dass seine Verdienste anerkannt werden, und der andere verachtet, weil er sie für minderwertig hält.“

Klingt so ähnlich wie Prahlerei – dem Laster, mit dem sich der Papst vor einer Woche beschäftigt hat. Doch sei Prahlerei im Vergleich zum Stolz nur so eine Art „Kinderkrankheit“.

Dante, Adam und Eva

„Von allen Lastern ist der Stolz die große Königin. Es ist kein Zufall, dass Dante ihn in der Göttlichen Komödie direkt im ersten Kreis des Fegefeuers platziert: Wer diesem Laster nachgibt, ist weit von Gott entfernt, und die Beseitigung dieses Übels erfordert Zeit und Mühe, mehr als jeder andere Kampf, zu dem der Christ aufgerufen ist.“

Stolz, das sei „die radikale Sünde“, nämlich der Gedanke, man könne ebenbürtig sein mit Gott. Die Sünde von Adam und Eva, so wie sie die ersten Seiten der Bibel beschreiben.

„Der Stolz geht zu Pferd weg und kommt zu Fuß zurück“

„Mit einer Person, die am Stolz erkrankt ist, kann man wenig anfangen. Es ist unmöglich, mit ihr zu reden, geschweige denn sie zu korrigieren, weil sie letztlich nicht mehr bei sich selbst ist. Man muss einfach Geduld haben, denn eines Tages wird das Gebäude einstürzen. Ein italienisches Sprichwort besagt: ‚Der Stolz geht zu Pferd weg und kommt zu Fuß zurück‘.“

In den Evangelien sei es ausgerechnet Petrus, der einen absurden Stolz zu erkennen gebe, wenn er sage: „Selbst, wenn alle dich verlassen würden, würde ich es nicht tun!“ (siehe Mt 26,33). Erst nach der bitteren Erfahrung der Verleugnung Jesu nach dessen Gefangennahme habe Petrus diesen Stolz verloren und sei „endlich in der Lage gewesen, die Last der Kirche zu tragen“. Interessante Bemerkungen von Seiten des Papstes, der ja als römischer Bischof Nachfolger des hl. Petrus ist.

Erste Audienz des Jahres auf dem Petersplatz

„Die Erlösung erfolgt durch Demut, das wahre Heilmittel gegen jeden Akt des Stolzes. Im Magnifikat besingt Maria den Gott, der mit seiner Macht die Stolzen zerstreut… Deshalb, liebe Brüder und Schwestern, lasst uns diese Fastenzeit nutzen, um gegen unseren Stolz zu kämpfen!“

Es war die erste Generalaudienz des Jahres, die nicht mehr in der Audienzhalle stattfand, sondern draußen auf dem Petersplatz. Die Piazza war nur zur Hälfte voll; dies ist einer der wenigen Momente im Jahr, in dem Rom nicht von Touristen und Pilgern überlaufen ist. Seine Grüße an die italienischen Besucher - das sind naturgemäß immer die zahlreichsten - trug der Papst trotz seiner Erkältung selbst vor. „Bleibt in diesen Tagen der Fastenzeit mutig in eurer Verpflichtung, euch von allem zu befreien, was euer Leben sozusagen maskiert, um mit ganzem Herzen zu Gott zurückzukehren, der uns mit ewiger Liebe liebt.“

Appell zum Gebet für Menschen im Krieg

Wie üblich nutzte der Papst die Gelegenheit auch, um ein weiteres Mal zum Gebet für Menschen im Krieg aufzurufen. „Noch einmal, Brüder und Schwestern, erneuere ich meine Einladung, für die Völker zu beten, die unter den Schrecken des Krieges in der Ukraine und im Heiligen Land, aber auch in anderen Teilen der Welt leiden. Lasst uns für den Frieden beten! Bitten wir den Herrn um die Gabe des Friedens!“ (vn 6)

 

 

 

Papst empfiehlt journalistische W-Fragen beim Thema Teilen

 

Wer gibt? Was wird gegeben, wo, wie und wann? Warum und wozu geben wir? Diese Fragen – Medienleute kennen sie als die „journalistischen W-Fragen“ – hat Papst Franziskus Hilfswerken empfohlen, um den Sinn des Teilens aus christlicher Perspektive besser zu verstehen.

Wer sich engagiert und anderen hilft, wünsche sich oft „ein Resultat”, so der Papst in einer Botschaft an Teilnehmende eines Treffens kirchlicher Hilfswerke in Lateinamerika, die der Vatikan diesen Dienstag veröffentlichte. Andererseits sei christliche Solidarität grundsätzlich „unentgeltlich”, das Evangelium definiere sie “als Geben ohne Erwartung einer Gegenleistung”. Bei der Auflösung dieses Widerspruchs helfen die „W-Fragen”, so der Papst.

Zunächst sei es Gott selbst, der „gibt”, und jene, die in seinem Namen geben, seien „nur Verwalter der empfangenen Güter”. Die Frage, „was” gegeben wird, sei mit Blick auf Gott einfach, so der Papst weiter: alles. „Er hat uns das Leben, die Schöpfung, die Intelligenz und den Willen gegeben, unser Schicksal selbst in die Hand zu nehmen” und darüber hinaus „sich selbst” in der Hingabe am Kreuz. Gegeben werde also alles, und gehe dieses Bewusstsein beim Geben und beim Empfangen verloren, „verdrehen wir das Wesen der Gabe und unser eigenes”, warnte der Papst. Dann würden Helfende zu „Sklaven des Geldes” und falscher Vorstellungen von wirtschaftlicher Sicherheit und Effizienz.

Die Frage nach dem „Wo” des Gebens beantwortete Franziskus mit „inmitten seines – also Gottes - Volkes”. Da dürften Helfer keine Scheuklappen aufhaben, so der Papst. Bei jenen, „die vom Weg abgekommen” oder mit Elend bedeckt sind, solle man dafür beten, erkennen zu können, „was sie daran hindert, sich ihren eigenen Schwierigkeiten zu stellen”, empfahl der Papst.

„Die Liebe hat keine Agenda, sie kolonialisiert nicht“

Die Frage, „wie” und „wann” sich der Herr seinem Volk hingibt, ist Franziskus zufolge ebenfalls einfach: „immer und vollständig. Gott setzt keine Grenzen, tausendmal sündigen wir, tausendmal vergibt er uns.” Dieses Beispiel der Unentgeltlichkeit sei richtungsweisend für katholische Helfer. „Die Liebe hat keine Agenda, sie kolonialisiert nicht”, sagte der Papst in Anlehnung an die Stelle im 1. Korintherbrief, wonach die Liebe alles erträgt, alles glaubt, alles hofft und allem standhält.

Deshalb, so der Papst in seinem Grußwort an die Tagung der Hilfswerke, „ist die Mühe nicht umsonst, denn es gibt ein Ziel”. Man schließe sich der Sendung Jesu an, den Armen die Frohe Botschaft zu bringen und die Wunden des Bruders und der Schwester zu berühren.

Die Tagung der in Lateinamerika aktiven katholischen Hilfswerke in Bogotá wird von der Lateinamerika-Kommission organisiert, die dem vatikanischen Bischofsdikasterium angegliedert ist. (vn 5)

 

 

 

 

Frankreich: Ein schwarzer Tag für den Lebensschutz

 

Als erstes Land der Welt hat Frankreich am Montagabend ein Recht auf Abtreibung in seiner Verfassung verankert. Während der Pariser Eiffelturm speziell angestrahlt wurde, um das Votum zu feiern, reagiert die Kirche mit Trauer. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Es war das erste Mal in der Geschichte, dass der Kongress aus beiden Kammern des französischen Parlaments von einer Frau geleitet wurde. Yael Braun-Pivet, Präsidentin der „Assemblé Nationale“, verlas am Ende der Sondersitzung in Versailles das Abstimmungsergebnis: 780 Ja- gegen nur 72 Nein-Stimmen, das war eine deutliche Mehrheit quer durch die Fraktionen.

„Unsere Gegenwart muss heute auf die Geschichte antworten“, mit diesem Satz hatte der junge Premierminister Gabriel Attal die Debatte eröffnet. Alle Redebeiträge an diesem Abend boten das menschenrechtliche Pathos auf, das für die französische Politik kennzeichnend ist.

„Akt von beispielloser rechtlicher und politischer Tragweite“

„Noch letzte Woche dachten viele, dass dieser Kongress nicht stattfinden, dass die konservative Richtung stärker sein würde“, sagte Mélanie Vogel, Senatorin des „Groupe Ecologiste“. „Und doch sind wir hier! Mit diesem Akt von beispielloser rechtlicher und politischer Tragweite erkennt die Französische Republik heute feierlich an, dass das Recht auf Abtreibung nicht länger eine Option ist. Es ist eine Voraussetzung für unsere Demokratie! Es gibt keine vollständig demokratische, freie und gleichberechtigte Gesellschaft, wenn sie Frauen die Kontrolle über ihr Schicksal verwehrt oder das Recht der Frauen, über ihren Körper zu bestimmen, nicht garantiert. Möge die Französische Republik von nun an nie mehr eine Republik ohne das Recht auf Abtreibung sein!“

Nach Umfragen unterstützen achtzig Prozent der Franzosen das Festschreiben einer „Freiheit zur Abtreibung“ in der Verfassung. An die Spitze dieser Bewegung hat sich Präsident Emmanuel Macron gesetzt; er feierte das Votum auf X mit „französischem Stolz“ als „universelle Botschaft“. Bestürzung hingegen beim Bischof von Nanterre, Matthieu Rougé, der zum Ständigen Rat der Bischofskonferenz gehört.

Starker Druck auf die Parlamentarier

„Ich habe mit vielen Parlamentariern gesprochen, die dieser Verfassungsreform grundsätzlich ablehnend gegenüberstehen, entweder aus inhaltlichen Gründen oder weil, wie der Präsident des Senats zum Beispiel sagte, die Verfassung ihrer Meinung nach etwas anderes sein sollte als ein Katalog gesellschaftlicher Rechte.“ Das sagte Rougé kurz vor der Abstimmung im Interview des katholischen Senders kto. „Ich habe jedoch festgestellt, dass sie von einer Art globaler Medienlogik erfasst wurden, in der jede Person, die gegen die Reform vorgehen wollte, als ‚altmodisch‘ abgetan wurde. Das machte es ihnen schwer… Ich finde es auffallend, wenn ich höre, wie mir einige Parlamentarier sagen, dass sie sozusagen unter Druck von außen gestanden haben. Nicht unbedingt unter unmittelbarem, konkretem Druck, sondern unter dem Druck einer Art globaler Atmosphäre. Das hat sie letztendlich davon abgehalten, in Freiheit zu dem zu stehen, was sie in sich tragen.“

Tatsächlich waren die Töne in der Versailler Debatte ausgesprochen kämpferisch für das Ja zur Verfassungsänderung. Auch wenn draußen vor den Toren Abtreibungsgegner demonstrierten. Elsa Faucillon, Abgeordnete der linken Allianz Nupes: „Denjenigen, die uns Plastikföten und Broschüren geschickt haben, in denen Abtreibung mit Mord verglichen wird, sei gesagt: Sie haben damit die Kraft der Feministinnen verzehnfacht! Machen Sie sich klar, dass Sie verloren haben!“

 „Feministinnen werden jetzt nicht in Urlaub fahren“

Laurence Rossignol, sozialistische Senatorin: „Was werden wir jetzt tun? Werden die Feministinnen jetzt endlich in Urlaub fahren? Träumen Sie nicht davon! Nein, wir werden weitermachen. In erster Linie werden wir für alle Frauen weitermachen, die Hunderte von Millionen auf der Welt, die nicht so viel Glück haben wie wir und die keinen Zugang zu Abtreibung haben. Wir werden weitermachen für diejenigen, die sich Trump, Bolsonaro, Orbán, Milei, Putin und Meloni widersetzen.“ Dafür gab es von den meisten Anwesenden stehenden Applaus. Man konnte nachgerade froh sein, dass die linke Politikerin nicht auch Papst Franziskus in ihre Liste aufgenommen hatte. Der Vatikan hat noch am Montag mit Bestürzung auf das Votum von Versailles reagiert.

Es war ein Gesetz von 1975, das Abtreibung in Frankreich straffrei gemacht hat – vier Jahre nach einem aufsehenerregenden Appell von über 300 Frauen, unter ihnen die Autorin Simone de Beauvoir und die Schauspielerin Catherine Deneuve. „Das Gesetz von 1975 war der Ausdruck einer Möglichkeit in einer Notsituation“, sagt Bischof Rougé. „Natürlich kann man über dieses Gesetz diskutieren, aber heute ist man dazu übergegangen, den freiwilligen Schwangerschaftsabbruch zu einem Grundrecht, ja sogar zu dem Grundrecht schlechthin zu machen. Es gibt eine Art Umkehrung der Werte, und die Aufnahme dieses Rechts in die Verfassung verstärkt diese Umkehrung der Werte nur noch mehr.“

„Da dürfen wir uns nicht über die Gewalt in unserer Gesellschaft wundern“

Der Bischof von Nanterre macht sich Sorgen darüber, dass die Fliehkräfte in der französischen Gesellschaft immer stärker werden und das gesellschaftliche Gewebe unter Druck setzen. „Wissen Sie – ich bin, wie alle anderen auch, frappiert angesichts der zunehmenden Gewalt in unserer Gesellschaft. Die Zahl der Morde vervielfacht sich, das haben die letzten Wochen gezeigt; wir wechseln von einer sogenannten gesellschaftlichen Reform zur nächsten, aber das das Leben wird nicht mehr geehrt und respektiert! Da dürfen wir uns nicht über die Gewalt in unserer Gesellschaft wundern. Sie geht einher mit den Gewalttätigkeiten, den aufeinanderfolgenden ethischen Überschreitungen, die in unserem Gesetz im Allgemeinen und jetzt auch in unserer Verfassung verankert sind.“

Weiße Rosen

Ein Recht auf Abtreibung in die Verfassung aufzunehmen, ist nach Ansicht von Bischof Rougé „rein ideologisch“. „Ich erinnere mich an eine parlamentarische Debatte, in der eine Ministerin sagte: ‚Hören Sie auf zu wiederholen, dass Abtreibung ein Drama ist – damit machen Sie den Frauen Schuldgefühle. Sie ist ein Grundrecht!‘ Nun stelle ich aber auch als Seelsorger fest, dass viele Frauen, die aus dem einen oder anderen Grund eine Abtreibung vorgenommen haben, sehr wohl ein Leiden mit sich herumtragen und danach streben, dass man ihnen zuhört und ihr Leiden anerkennt. Und eine Gesellschaft, die nicht anerkennt, was an so einer Episode im Leben einer Frau dramatisch und verletzend sein kann – eine solche Gesellschaft respektiert die Rechte der Frauen nicht wirklich.“

In Versailles legten am Montagabend Abtreibungsgegner weiße Rosen vor ausgedruckten Bildern von Embryonen nieder. Am Pariser Trocadéro feierten derweil Befürworter der Verfassungsänderung; die Debatte ließ sich dort auf einem Riesenbildschirm mitverfolgen. Etwa 29 Prozent der Franzosen sind katholisch; zweitstärkste religiöse Gruppe ist mit zehn Prozent der Islam.

(vatican news 5)

 

 

 

 

Christen und Rechtsextreme: „Der Kontrast könnte nicht größer sein“

 

Markus Dröge fordert von der Evangelischen Kirche, sich aktiv gegen Rechtsextremismus zu wenden. Sie müsse einen „bedeutsamen und wirksamen Beitrag“ zur Stärkung der Demokratie leisten, sagte der EKD-Altbischof im Gespräch. Menschenverachtende Haltungen seien mit den Grundsätzen des christlichen Glaubens unvereinbar. Die AfD sei nicht wählbar. Von Julia Pennigsdorf

 

Der Protest gegen rassistische, antisemitische und minderheitenfeindliche Einstellungen wächst – ebenso wie das Bewusstsein, dass Demokratie und Menschenrechte geschützt werden müssen. Markus Dröge, Vorstandssprecher der in Berlin ansässigen Stiftung Zukunft, fordert von der evangelischen Kirche, sich aktiv gegen Rechtsextremismus zu wenden. Sie müsse einen „bedeutsamen und wirksamen Beitrag“ zur Stärkung der Demokratie zu leisten, sagte der einstige Bischof der Evangelischen Kirche Berlin-Brandenburg-schlesische Oberlausitz im Gespräch.

Herr Dröge, was muss Kirche tun, um in diesen Zeiten Haltung zu zeigen?

Markus Dröge: Sich klar, eindeutig, mutig positionieren. Das gilt für Kirchenleitende ebenso wie für die Basis. Ich begrüße in diesem Zusammenhang ausdrücklich die Erklärung der katholischen Deutschen Bischofskonferenz und die Ausführungen der EKD-Ratsvorsitzenden, Kirsten Fehrs, die unmissverständlich gesagt haben, dass völkisch-nationale Gesinnungen und menschenverachtende Haltungen mit den Grundsätzen des christlichen Glaubens unvereinbar und rechtsextreme Parteien wie die AfD nicht wählbar sind.

Wie würden Sie diese Haltung begründen?

Für Christen steht das Evangelium im Zentrum, die Tugenden „Glaube, Liebe, Hoffnung“. Es geht um Vertrauen, Solidarität, Gerechtigkeit, darum Schwächeren zu helfen, konstruktiv zu sein, im sachlichen, respektvollen Diskurs Lösungen zu finden. Rechtspopulisten setzen dagegen auf Misstrauen, Egoismus, Ausgrenzung. Sie appellieren an niedrigste Instinkte. Der Kontrast könnte größer nicht sein.

Der respektvolle Austausch unterschiedlicher gesellschaftlicher Positionen gelingt immer seltener. Welchen Beitrag kann die Kirche für einen toleranten, lösungsorientierten Umgang miteinander leisten?

„Kirche darf menschenverachtenden, diskriminierenden Positionen niemals ein Forum bieten.“

Ich kann Kirchengemeinden nur ermutigen, Debatten zu kontroversen Themen anzubieten. Es sollte den Initiatoren dieser Dialogformate aber klar sein, dass diese Diskussionen gut durchdacht und vorbereitet sein müssen. Das gilt insbesondere für den Diskurs mit Rechtspopulisten. Kirche darf menschenverachtenden, diskriminierenden Positionen niemals ein Forum bieten. Hat sich jemand bereits entsprechend geäußert, so darf er nicht eingeladen werden.

Eine stringente Gesprächsführung muss gewährleisten, dass konkret und sachlich debattiert wird. Ziel muss es sein, Widersprüche aufzudecken, populistische Aussagen und Fake News zu entlarven. Nehmen Sie etwa die Agrardiesel-Subventionen. In ihrem Programm schreibt die AfD, dass sie Subventionen generell ablehnt, das hindert sie aber nicht, öffentliche Gelder für die Landwirtschaft zu fordern. Oder die Rentenpolitik der AfD: Fachleute haben ausgerechnet, dass dann 40 Prozent der Menschen über ein Alter von 70 Jahren hinaus arbeiten müssten. Diese Gegensätze und Widersprüche müssen aufgedeckt werden.

Ich hoffe auch sehr, dass sich der Kirchentag im kommenden Jahr in Hannover den Themen Rechtsextremismus und wehrhafte Demokratie annimmt und die Frage stellt: „Wie positionieren sich die Christen?“

Es gibt immer wieder Vorwürfe von Menschen, die meinen, Kirche sei zu politisch geworden, es gehöre nicht zu ihrer Aufgabe, sich politisch einzumischen. Was entgegnen Sie?

Ich begründe es mit unserem Auftrag und unserem Bekenntnis – konkret mit der Barmer Theologischen Erklärung, jenem Bekenntnistext der bekennenden Kirche der 1930er Jahre, mit dem die bekenntnistreuen Christen sich im Jahr 1934 gegen die Vereinnahmung durch den Nationalsozialismus und damit auch gegen die sogenannten „Deutschen Christen“ gewehrt haben. In These fünf der Barmer Erklärung heißt es, es sei die Pflicht der Kirche „die Regierenden und Regierten“ an „Gottes Reich, an Gottes Gebot und Gerechtigkeit“ zu erinnern. Wenn eine Partei die Menschenwürde und die Werte des Grundgesetzes nicht achtet, sich anschickt, unsere Demokratie zu unterwandern, dann muss Kirche das anmahnen. Kirche soll keine Politik machen, aber sie muss menschenwürdige Politik möglich machen. (epd/mig 4)

 

 

 

Weltkindertag im Mai: Details zum Programm vorgestellt

 

Details zum Weltkindertag, den Papst Franziskus für Ende Mai angekündigt hat, wurden am Samstagabend in Rom vorgestellt. Die Anmeldungen boomen schon jetzt, bis zu 100.000 Teilnehmer werden erwartet.

Der Papst wird bei dem Kindertreffen an beiden Tagen anwesend sein und mit den Kindern eine Heilige Messe auf dem Petersplatz feiern, wie die Veranstalter am Samstagabend auf einer Pressekonferenz in Rom bekanntgaben. Organisiert wird der erste Weltkindertag vom Dikasterium für die Kultur und die Bildung, der Gemeinschaft Sant’Egidio und der italienischen Sozialgenossenschaft Auxilium.

Das Programm am 25. und 26. Mai

Demnach tragen am Samstag, 25. Mai, Kinder aus verschiedenen Ländern im römischen Olympiastadion Zeugnisse aus ihrem Leben vor. Zudem gibt es Darbietungen von bekannten Künstlern, darunter etwa dem italienischen Sänger Gianni Morandi und dem Rapper Mr. Rain. Dieses Ereignis am ersten Veranstaltungstag findet zwischen 15:00 und 18:00 statt.

Unter den Gästen sind etwa Priester aus Buenos Aires und Ibrahima Balde, der Migrantenjunge, Autor des vom Papst oft erwähnten Buches „Kleiner Bruder“.

Am zweiten Veranstaltungstag, Sonntag 26. Mai, findet ab 10:30 Uhr eine Papstmesse auf dem Petersplatz statt, zu der viele Kinder erwartet werden. Für den ersten vom Vatikan veranstalteten Weltkindertag seien drei Wochen nach Freischaltung der offiziellen Webseite bereits mehr als 57.000 Anmeldungen eingegangen, berichtete Pater Enzo Fortunato, Koordinator der Veranstaltung, am Samstag. Fortunato rechnet mit insgesamt 100.000 Teilnehmern.

Die Teilnehmer kämen bislang aus 60 Ländern, gaben die Veranstalter weiter bekannt. Dazu gehörten Afghanistan, die Demokratische Republik Kongo, Äthiopien, Eritrea, Uganda und Syrien. Eine Delegation werde aus dem Norden Mosambiks kommen, der von dschihadistischen Gruppen heimgesucht wird. Auch aus dem Heiligen Land, aus der Ukraine und Russland nähmen Kinder teil. Sie alle reisten als Botschafter des Friedens und des Dialoges an, hieß es. Unter den Teilnehmern seien verschiedene Religionen vertreten.

Papstbotschaft

Der Vatikan veröffentlichte am Samstag, dem Tag der Pressekonferenz mit Details zum Weltkindertag, eine Papstbotschaft in verschiedenen Sprachen zu dem internationalen Treffen mit Franziskus am 25. und 26. Mai in Rom. Franziskus empfing das Organisationskomitee am Samstagnachmittag im Vatikan. Dabei verwies er auf das Leid von Kindern weltweit, die unter Konflikten leiden und ausgebeutet werden, und gab seiner Hoffnung Ausdruck, dass der Weltkindertag dazu beitragen könne, diese Probleme stärker ins öffentliche Bewusstsein zu heben. (vn – michele raviart/pr 3)

 

 

 

Papst: „Mehr Heimat statt Markt“

 

Zu mehr Gebet und Geschwisterlichkeit in der Fastenzeit hat Franziskus am Sonntag aufgerufen. Es gehe darum, „in uns und um uns herum mehr Heimat und weniger Markt zu schaffen“, formulierte er in seiner Katechese beim Angelus.

Franziskus ging dabei von Jesu Vertreibung der Händler aus dem Tempel aus, von der das Johannesevangelium erzählt (Joh 2, 13-25). Jesus vertrieb die Verkäufer, stieß die Stände der Geldwechsler um und ermahnte alle mit den Worten: „Macht das Haus meines Vaters nicht zu einem Marktplatz“ (V. 16).

Tempel als Markt?

Papst Franziskus ging auf den Gegensatz zwischen Haus und Markt ein, auf „zwei verschiedene Arten, vor dem Herrn zu stehen“. Im als Markt verstandenen Tempel kaufe man ein Lamm und verzehre es, im als Heim verstandenen Gotteshaus passiere das Gegenteil: Man suche Gott, die Einheit mit dem Herrn und den Brüdern, „um Freud und Leid zu teilen“, formulierte der Papst: „Auf dem Markt spielt man mit dem Preis, zu Hause rechnet man nicht; auf dem Markt sucht man seine eigenen Interessen, zu Hause gibt man umsonst“.

Gemeinschaft, Nähe

Jesus habe nicht akzeptiert, dass der Markt im Tempel das Heim im Tempel ersetze, fuhr Franziskus fort: „Er akzeptiert nicht, dass die Beziehung zu Gott distanziert und kommerziell statt eng und vertraut ist. Er akzeptiert nicht, dass Verkaufsschalter den Platz des Familientisches einnehmen, Preise den der Umarmungen und Münzen den der Zärtlichkeiten.“ Denn dies schaffe eine „Barriere zwischen Gott und Mensch und zwischen Bruder und Bruder“. Christus sei hingegen Christus gekommen, um Gemeinschaft, Barmherzigkeit, Vergebung und Nähe zu bringen.

Davon ausgehend rief der Papst seine Zuhörer dazu auf, „in uns und um uns herum mehr Heimat und weniger Markt“ zu schaffen: „Zuallererst Gott gegenüber. - Indem wir viel beten, wie Kinder, die unermüdlich und vertrauensvoll an die Tür des Vaters klopfen, und nicht als geizige und misstrauische Kaufleute. Und dann, indem wir die Brüderlichkeit verbreiten - wir brauchen viel Geschwisterlichkeit!“ Allzu oft herrschten dagegen Kälte, Vereinzelung und Schweigen vor, klagte Franziskus.

„Wie sieht mein Gebet aus? Ist es ein Preis, der zu zahlen ist, oder ist es eine Zeit der zuversichtlichen Hingabe, in der ich nicht auf die Uhr schaue? Und wie sind meine Beziehungen zu anderen? Kann ich geben, ohne eine Gegenleistung zu erwarten? Weiß ich, wie ich den ersten Schritt tun kann, um die Mauern des Schweigens und die Leeren der Distanz zu überwinden?“

Es gelte uns selbst zu fragen, wie wir beten, wie unsere Beziehungen zu anderen Menschen aussähen, ob wir bereit wären, unentgeltlich zu geben, zu verzeihen und geschwisterlich aufzutreten: „Diese Fragen müssen wir uns selbst stellen“, so der Papst: „Möge Maria uns helfen, bei Gott ,heimisch‘ zu werden, bei uns selbst und um uns herum.“ (vn 3)

 

 

 

Weitere Missbrauchsfälle in Mainz

 

Im Bistum Mainz sind weitere Fälle von sexuellem Missbrauch durch Angehörige der katholischen Kirche bekanntgeworden. Von insgesamt 43 bei der Koordinationsstelle Intervention und Aufarbeitung im Jahr 2023 eingegangenen Meldungen betreffen 32 Vorwürfe sexualisierter Gewalt durch Kleriker und Mitarbeitende, wie das Bistum am Freitag bestätigte.

Zuvor hatte der SWR berichtet. Auch zwei vermeintliche Täter hätten sich zu erkennen gegeben. Hintergrund ist der Jahrestag der Vorstellung einer Missbrauchsstudie am 3. März 2023. Für „hoch plausibel“ hielten die Studienautoren vor einem Jahr, dass es 181 Beschuldigte und 401 Betroffene gebe.

17 der nun neu gemeldeten 43 Vorfälle liegen nach Bistumsangaben mindestens 30 Jahre zurück. Grundsätzlich alle Meldungen, bei denen die beschuldigte Person nicht gestorben ist, werden an Ermittlungsbehörden weitergeleitet. Seit fast zwei Jahren gibt es mit Ordinariatsdirektorin Stephanie Rieth eine Bevollmächtigte für Aufarbeitung, Intervention und Prävention im Bistum.

Kein innerklerikaler Schutzraum mehr

„Für den Bereich des Umgangs mit sexualisierter Gewalt besteht ein wesentlicher Gewinn darin, dass mit diesem Amt klerikale Zirkel aufgebrochen werden“, betonte Bischof Peter Kohlgraf. „Im Prozess der Intervention etwa ist fest vorgegeben, dass grundsätzlich die Bevollmächtigte für die Gespräche mit Beschuldigten zuständig ist und es für Beschuldigte keinen innerklerikalen Schutzraum mehr geben darf.“ Im Bistum Mainz seien im Jahr 2023 rund 300 institutionelle Schutzkonzepte für Einrichtungen erarbeitet worden.

Das Bistum habe zudem Ansprechpersonen für Missbrauchsbetroffene benannt. Annetraud Jung, Ute Leonhardt und Volker Braun stünden demnach für Betroffene von sexualisierter Gewalt zur Verfügung. Sie handelten unabhängig von der Bistumsleitung und seien für die Aufnahme wie Weitergabe von Meldungen sexualisierter Gewalt zuständig. Zuletzt sei das Verfahren für einen neuen Betroffenenbeirat abgeschlossen worden. Der Beirat wurde von einem unabhängigen Gremium unter Koordination des Rechtsanwalts Ulrich Weber (Regensburg) zusammengestellt; Betroffene, interne sowie externe Sachverständige wurden beteiligt, hieß es in der Erklärung am Freitag. Die unabhängige Aufarbeitungskommission, 2019 gegründet, bleibe bestehen. Ziel sei, Lösungen für die Fragen und Bedürfnisse von Betroffenen, Mitarbeitenden und Gemeindemitgliedern zu finden. (kna 2)

 

 

 

Neuer Bamberger Erzbischof eingeführt

 

In einem feierlichen Gottesdienst ist der neue Bamberger Erzbischof Herwig Gössl am Samstag ins Amt eingeführt worden. Was ihm dabei wichtig ist, sagte er in seiner Predigt.

Das Erzbistum Bamberg hat nach 16 Monaten wieder einen Erzbischof: Der 57-jährige Herwig Gössl wurde am Samstagvormittag im Bamberger Heinrichsdom offiziell in sein neues Amt eingeführt. Damit ist er nun Oberhaupt von rund 600.000 Katholiken in Oberfranken, Mittelfranken und einem kleinen Teil Unterfrankens.

In einem feierlichen Gottesdienst übergab der Apostolische Botschafter in Deutschland, Erzbischof Nikola Eterovic, die päpstliche Ernennungsurkunde. Nach ihrer Verlesung nahm Gössl auf dem Bischofsstuhl Platz und trat damit sein Amt an. Den Bischofsstab übernahm Gössl von seinem Vorgänger Ludwig Schick.

Im Dienst an der Einheit in Kirche und Gesellschaft

In seiner Predigt betonte Gössl, er wolle sich in den Dienst an der Einheit in Kirche und Gesellschaft stellen. Wo Menschen Gott verloren hätten, seien Gerechtigkeit und Friede nicht mehr gewachsen, sagte er unter Verweis auf Spaltungstendenzen in der Gesellschaft. „Wo aber wirklich Gott die Herrschaft hat, dort werden Menschen zueinander geführt und nicht gegeneinander in Stellung gebracht.“ Dort wachse die Einheit auch bei unterschiedlichen Ansichten.

Der Erzbischof dankte den Menschen im Erzbistum auf allen Ebenen, die an dieser Einheit mitwirkten. Um die Zukunft der Kirche sei ihm nicht bang, weil ihr Schatz nicht aus Kirchensteuereinnahmen bestehe, sondern aus einer Zusage Gottes. An dem Gottesdienst nahmen viele Gäste aus Kirche und Politik teil, darunter mehrere deutsche Bischöfe und der bayerische Ministerpräsident Markus Söder (CSU). (pm/kna 2)

 

 

 

 

Papst an Kinder: Jeder von euch „größtes Geschenk“

 

Teilen und Freundschaft, Gebet und Solidarität – über diese Themen spricht Papst Franziskus in einer Botschaft an Kinder, die der Vatikan an diesem Samstag veröffentlichte. Anlass ist der erste vom Papst ausgerufene Weltkindertag am 25.-26. Mai in Rom.

Als Vorbereitung auf das internationale Treffen empfahl der Papst den kleinen Pilgern das Gebet des Vaterunsers. „Betet es jeden Morgen und jeden Abend, und dann auch in der Familie, mit euren Eltern, Brüdern, Schwestern und Großeltern. Aber nicht formelhaft, nein! Sondern indem ihr über die Worte nachdenkt, die Jesus uns gelehrt hat“, wandte sich Franziskus vor allem an Kommunionskinder. „Jesus ruft uns und will, dass wir mit ihm zusammen Hauptpersonen dieses Welttags sind, die sich mit ihm für eine neue, menschlichere, gerechtere und friedlichere Welt einsetzen“, heißt es in seiner Botschaft von diesem Samstag weiter. Sie wurde auf Englisch, Deutsch, Italienisch, Portugiesisch und Arabisch veröffentlicht.

Kinder seien „die Freude der Menschheit und der Kirche“, hob der Papst hervor, sie stünden für den „Wunsch eines jeden von uns, zu wachsen und erneuert zu werden“ und seien Teil einer Kette der Generationen, „die von der Vergangenheit bis in die Zukunft reicht und die ganze Welt umspannt“, weitete er den Blick. „Deshalb empfehle ich euch, den Erzählungen der Erwachsenen immer aufmerksam zuzuhören: euren Müttern, Vätern, Großeltern und Urgroßeltern!“ Der Vers „Siehe, ich mache alles neu“ (Offb 21,5) ist Thema des ersten vom Papst ausgerufenen Weltkindertages im Mai 2024 in Rom.

Solidarität mit Kranken, Armen, Gewaltopfern

Franziskus rief in seiner Botschaft zu Solidarität mit Bedürftigen, Kranken, Armen und Kriegs- und Gewaltopfern auf. Er erinnerte dabei an leidende Kinder weltweit: „Vergesst (…) nicht diejenigen unter euch, die, obwohl sie noch so klein sind, schon mit Krankheiten und Schwierigkeiten zu kämpfen haben, im Krankenhaus oder zu Hause; die Opfer von Krieg und Gewalt sind, die Hunger und Durst leiden, die auf der Straße leben; die gezwungen werden, Soldaten zu sein oder als Vertriebene zu fliehen, getrennt von den eigenen Eltern; die nicht zur Schule gehen können, die Opfer sind von kriminellen Banden, von Drogen oder von anderen Formen der Sklaverei, von Missbrauch."

Weiter erinnerte der Papst die Kinder an die Werte echter Freundschaft: „Freundschaft ist etwas Wunderschönes und sie wächst nur so: im Teilen und Verzeihen, mit Geduld, Mut, Kreativität und Phantasie, ohne Angst und ohne Vorurteile". Die Kinder dürften nicht vergessen, dass „wir selbst füreinander das größte Geschenk sind“. Dass sie Kinder und „klein“ seien, bedeute keinesfalls, dass sie nichts verändern könnten, fügte er hinzu: „Die Welt verändern wir vor allem durch kleine Dinge, ohne dass wir uns dafür schämen, nur kleine Schritte zu machen. Im Gegenteil, unser Kleinsein erinnert uns daran, dass wir schwach sind und dass wir einander brauchen, als Glieder eines einzigen Leibes (vgl. Röm 12,5; 1 Kor 12,26).“

„Komm, Heiliger Geist, zeige uns deine Schönheit die sich in den Gesichtern der Mädchen und Jungen der Erde widerspiegelt. Komm, Jesus, der du alle Dinge neu machst, der du der Weg bist, der uns zum Vater führt, komm und bleibe bei uns. Amen.“

Belange der Kinder weisen in die Zukunft

Papst Franziskus hatte den Weltkindertag im vergangenen Dezember angekündigt. Die vom Dikasterium für Kultur und Bildung geförderte Initiative stellt Träume und Sorgen von Kindern in den Mittelpunkt und stellt die Frage nach der Zukunftsfähigkeit der Gesellschaften. (vn 2)

 

 

 

Erzbischof Herwig Gössl als Erzbischof von Bamberg eingeführt

 

Der bisherige Weihbischof und Diözesanadministrator des Erzbistums Bamberg, Herwig Gössl, ist heute (2. März 2024) in sein Amt als neuer Erzbischof von Bamberg eingeführt worden. Er tritt damit die Nachfolge von Erzbischof Dr. Ludwig Schick an, dessen Amtsverzicht Papst Franziskus am 1. November 2022 angenommen hatte.

Im Anschluss an den Festgottesdienst gratulierte der stellvertretende Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Michael Gerber, dem Erzbistum zum neuen Erzbischof und hieß diesen in seinem neuen Amt in der Deutschen Bischofskonferenz herzlich willkommen. Er wünschte ihm „Gottes Segen und mutige Visionen, klare Positionen und einen unerschütterlichen Glauben“. Bischof Gerber betonte in seinem Grußwort: „Du bist ein Mensch, der den kurzen Weg zu den Menschen bevorzugt, anstatt bürokratische Hürden aufzubauen. Du bist als Weihbischof auf vielen Firmreisen zu den Gläubigen hingegangen und hast nicht gewartet, bis man zu Dir kommt.“

Auch persönlich dankte Bischof Gerber ihm für seinen besonnenen Umgang mit allen Fragen, die die Bischöfe derzeit im Kontext des Synodalen Weges der Kirche in Deutschland prägten: „Du trägst diesen Weg mit und weißt um die Herausforderungen, vor denen wir als Kirche in unserem Land im Ringen um die Fragen und im Ringen um die Einheit der Kirche stehen. Denn es sind Fragen, die die gesamte Kirche betreffen, und zugleich Fragen, die das Erzbistum Bamberg angehen. Dabei geht es nicht nur um strukturelle Probleme, sondern gerade auch um den Gedanken, wie wir heute von Gott sprechen können, wie sich der Glaube glaubwürdig verkündigen lässt und wie wir als Christen in dieser Zeit Zeugnis in der Gesellschaft und Öffentlichkeit abgeben können.“

Wer Erzbischof Gössl kenne, wisse, dass er kein Freund von Patentrezepten sei. Ganz im Gegenteil: Er schaue auf die je individuelle Situation, um dann eine Lösung und eine Antwort zu finden. Allgemeinplätze und Generallösungen seien ihm ebenso fremd wie Oberflächlichkeit und ein dem Zeitgeist Hinterherlaufen. Und gleichzeitig sei ihm klar, dass die Kirche ihren Platz in der heutigen Zeit haben müsse. „Die Zeichen der Zeit erkennen und die missionarische Kraft des Evangeliums zu entdecken, werden für Dich in den kommenden Jahren prägend sein“, so Bischof Gerber.

Hinweis: Das Grußwort von Bischof Dr. Michael Gerber zur Amtseinführung von Erzbischof Herwig Gössl ist als PDF-Datei in der Anlage sowie unter www.dbk.de verfügbar.

 

 

 

Der Bischof Wilmer: „Demonstrieren allein ist zu wenig“

 

Im Kampf gegen Rechtsextremismus reicht nach Ansicht des katholischen Hildesheimer Bischofs Heiner Wilmer Demonstrieren allein nicht aus. „Es ist gut, dass Leute aufstehen und sich wehren. Es ist gut, dass sie auf die Straße gehen. Aber das ist zu wenig“.

Dies sagte er im Interview des Portals katholisch.de am Freitag in Bonn. „Wir brauchen ein verschärftes Bewusstsein mit Blick auf die kommenden Wahlen, vor allem in diesem Super-Wahljahr", so Wilmer. „Als Christinnen und Christen müssen wir unsere klare Haltung in Bezug auf das Fundament, auf dem wir stehen, zeigen: Völkischer Nationalismus ist mit dem Christentum nicht vereinbar."

In den vergangenen Wochen hatten bundesweit Hunderttausende gegen Rechtsextremismus demonstriert. Ein Anlass für die Kundgebungen waren Recherchen des Netzwerks Correctiv zu einem Treffen Rechtsextremer im November in Potsdam, an dem auch Mitglieder von AfD und Werteunion teilnahmen. Dabei soll es unter dem Schlagwort Remigration (Rückwanderung) um eine Strategie für eine massenhafte Umsiedlung von Migranten gegangen sein. Wilmer sagte: „Ich halte es für wichtig, dass Politikerinnen und Politiker mit Blick auf national-völkische Parolen stärker in die Offensive gehen und ganz klar sagen, dass beispielsweise die Rede von 'deutschem Boden' und 'deutschem Blut' keinen Platz in unserer Gesellschaft hat. Solche Reden erinnern mich an die dunkelsten Zeiten unserer Geschichte."

Kirche positioniert sich klar gegen AfD

Nach Einschätzung des Bischofs kann es sein, dass die Demonstrationen politische Auseinandersetzungen im öffentlichen Raum verschärfen. „Das halte ich aber nicht für schlecht. Wir müssen miteinander reden, auch streiten. Wir brauchen eine Vergewisserung und Verständigung über unsere Grundwerte. Auf eine Frage zur gesellschaftlichen Bedeutung der Kirche antwortete Wilmer: „Ich würde die Rolle der Kirchen in Deutschland nicht unterschätzen, selbst wenn die Mitgliederzahlen zurückgehen." Immerhin sei knapp die Hälfte der Gesamtbevölkerung Mitglied in einer der beiden großen christlichen Gemeinschaften. „Kirchen können daher durchaus pointiert sagen, dass bestimmte Positionen einfach nicht gehen."

Kirchenleute seien aber keine Politiker. „Wir haben eine Botschaft aus der Bibel", betonte Wilmer. „Für uns wäre es gut, uns auf diese zu besinnen, was auch bedeutet, für die Menschenrechte einzustehen. Die katholischen deutschen Bischöfe hatten vergangene Woche eine Erklärung mit dem Titel „Völkischer Nationalismus und Christentum sind unvereinbar" verabschiedet. Darin grenzen sie sich deutlich von der AfD ab und bezeichnen diese als für Christen nicht wählbar. (kna 1)

 

 

 

Fastenpredigt: Geist der Weltlichkeit dringt ein wie ein Virus

 

Glaube und Vernunft: Mit diesem theologischen Herzensthema des verstorbenen Papstes Benedikt XVI.' hat sich der Prediger des Päpstlichen Hauses, der Kapuziner Kardinal Raniero Cantalamessa, an diesem Freitag in seiner zweiten Fastenpredigt im Vatikan beschäftigt. Mario Galgano - Vatikanstadt

 

Die Debatten über „Glaube und Vernunft“, genauer gesagt „über Vernunft und Offenbarung“, seien von einer „radikalen Dissymmetrie“ geprägt: Der Gläubige teile die Vernunft mit dem Atheisten; der Atheist aber teile „den Glauben an die Offenbarung nicht mit dem Gläubigen“. Dies erläuterte Kardinal Raniero Cantalamessa, Prediger des Päpstlichen Hauses, während der zweiten Fastenpredigt, die an diesem Freitagmorgen, 1. März, in der Audienzhalle im Vatikan stattfand.

Indem er das Thema seiner Überlegungen aus dem Johannesevangelium – „Ich bin das Licht der Welt“ - vertiefte, stellte Cantalamessa fest, dass der Gläubige zwar „die Sprache des atheistischen Gesprächspartners spricht“, dieser aber „nicht die Sprache der anderen Partei“. Aus diesem Grund, so Cantalamessa, „ist die fairste Debatte über Glauben und Vernunft diejenige, die in ein und derselben Person stattfindet, zwischen dem eigenen Glauben und der eigenen Vernunft“.

Berühmte Fälle

Er erinnerte daran, dass es „in der Geschichte des menschlichen Denkens berühmte Fälle von Menschen gibt, bei denen eine identische Leidenschaft für die Vernunft und den Glauben nicht zu bezweifeln ist“: Augustinus, Thomas von Aquin, Blaise Pascal, Søren Kierkegaard oder John Henry Newman.

Sie alle seien zu dem Schluss gekommen, dass „der höchste Akt der menschlichen Vernunft darin besteht, zu erkennen, dass es etwas gibt, das über ihr steht“. Es sei auch das, was die Vernunft am meisten adele, weil es ihre Fähigkeit zeige, „über sich selbst hinauszuwachsen“. Der Glaube „widersetzt sich nicht der Vernunft, sondern setzt die Vernunft voraus“, so wie „die Gnade die Natur voraussetzt“.

Was Jesus von einem Propheten unterscheidet

In Bezug auf den Ausdruck „Licht der Welt“ wies der Kardinal darauf hin, dass er zwei grundlegende Bedeutungen habe. Die erste sei, dass Christus „das Licht der Welt ist, insofern er die höchste und endgültige Offenbarung Gottes an die Menschheit ist“. Die Neuheit bestehe in der „einzigartigen und unwiederholbaren Tatsache, dass er selbst die Offenbarung ist“. Cantalamessa erinnerte daran, dass die Propheten in der dritten Person sprachen: „So spricht der Herr!“, während Jesus in der ersten Person sprach: „Ich sage euch!“ In Christus „ist das Medium der Übermittlung wirklich die Botschaft; der Bote ist die Botschaft“.

Die zweite Bedeutung sei, dass Jesus das Licht der Welt ist, insofern er „die Welt erleuchtet, das heißt, er offenbart die Welt sich selbst; er lässt alles in seinem richtigen Licht sehen“. Unter diesem Gesichtspunkt habe das Licht, das Christus ist, „immer einen erbitterten Konkurrenten gehabt: die menschliche Vernunft“.

Missverständnis beim Dialog zwischen Glaube und Vernunft

Indem er das allgemeine Thema der diesjährigen Fastenpredigten - die der Meditation über das große „Ich bin“ (Ego eimi) gewidmet sind, das Jesus im Johannesevangelium ausspricht - weiterentwickelte, wies der Kardinal auf ein weiteres Missverständnis hin, das in Bezug auf den Dialog zwischen Glaube und Vernunft zu klären sei. „Die gängige Kritik an den Gläubigen“, sagte Cantalamessa, „lautet, dass sie nicht objektiv sein können, da der Glaube ihnen von vornherein die zu erreichende Schlussfolgerung auferlegt“. Mit anderen Worten: „Er wirkt wie ein Vorverständnis und ein Vorurteil“. Es werde jedoch nicht beachtet, dass „dasselbe Vorurteil im umgekehrten Sinne auch beim ungläubigen Wissenschaftler oder Philosophen wirkt, und zwar in noch stärkerem Maße“. Wenn man davon ausgehe, dass es Gott nicht gebe, dass „das Übernatürliche nicht existiert und dass Wunder unmöglich sind, ist die Schlussfolgerung ebenfalls von vornherein vorgegeben“.

„Er wirkt wie ein Vorverständnis und ein Vorurteil.“

Es gebe, so stellte der Kardinal klar, nur zwei mögliche Lösungen für die Spannung zwischen Glaube und Vernunft: entweder den Glauben „innerhalb der Grenzen der reinen Vernunft“ zu reduzieren, oder die Grenzen der reinen Vernunft zu sprengen und „abzuheben“. Nach Ansicht des Kardinals müsse dieser Diskurs, „bevor er zu einer Debatte zwischen 'uns und ihnen', zwischen Gläubigen und Nicht-Gläubigen wird, eine Debatte unter den Gläubigen selbst sein“. Die schlimmste Form des Rationalismus sei nämlich „nicht die äußere, sondern die innere Theologie“, also jene Theologie, die das eigene Ich bevorzuge und sich nicht von der Begegnung mit dem Herrn leiten lasse.

„Instrumentelle“ Bedeutung

Bevor er seine Überlegungen schloss, kam der Kardinal noch einmal auf die zweite Bedeutung des Ausdrucks „Licht der Welt“ zurück und hob dessen „instrumentelle“ Bedeutung hervor, wonach Jesus das Licht der Welt ist, da er „alle Dinge erhellt; er macht mit der Welt, was die Sonne mit der Erde macht“. Auch in dieser Bedeutung haben Christus und sein Evangelium aus Cantalamessas Sicht einen Konkurrenten, der der „gefährlichste von allen“ ist: die Weltlichkeit. Die Gefahr, sich ihr anzupassen, sei „im religiösen und geistlichen Bereich das Äquivalent dessen, was wir im sozialen Bereich Säkularisierung nennen“.

Der Ursprung der Verweltlichung, so der Prediger, „hat viele Ursachen, aber die Hauptursache ist die Krise des Glaubens“. In diesem Zusammenhang verwies der Kardinal auf den „Geist der Welt“, den der Apostel Paulus als direkten Gegenspieler des „Geistes Gottes“ bezeichnet. Eine entscheidende Rolle spiele dabei „die öffentliche Meinung“: Heute könne man sie als „Geist, der in der Luft liegt“, bezeichnen, denn er verbreite sich vor allem „über den Äther, über die Mittel der virtuellen Kommunikation“. Die Versuchung bestehe darin, sich „dem Zeitgeist“ anzupassen. Und um „die zersetzende Wirkung des Weltgeistes“ zu beschreiben, verglich Cantalamessa ihn mit einem Computervirus. Er dringe „durch tausend Kanäle ein, wie die Luft, die wir atmen, und wenn er erst einmal in uns ist, verändert er unsere Funktionsmodelle: das Modell 'Christus' wird durch das Modell 'Welt' ersetzt“, warnte er. (vn 1)

 

 

Nach katholischen Bischöfen: Auch EKD warnt vor AfD

 

Nach der Erklärung der katholischen Bischöfe, die AfD sei für Christen nicht wählbar, zieht nun auch die Evangelische Kirche in Deutschland nach: Die Ratsvorsitzende Kirsten Fehrs warnt ausdrücklich vor der Wahl der AfD. Von Redaktion Religion und Orientierung

Nachdem sich die katholischen Bischöfe bei ihrer Vollversammlung vergangene Woche in Augsburg mit einer Grundsatzerklärung von der AfD abgegrenzt haben, zieht nun auch die Evangelische Kirche in Deutschland nach.

Rechtsextremisten stellten die "Grundwerte unseres Zusammenlebens" in Frage, erklärte die amtierende EKD-Ratsvorsitzende Kirsten Fehrs am Montag. Völkisch-nationale Gesinnungen sowie menschenverachtende Haltungen und Äußerungen aber seien nicht mit den Grundsätzen des christlichen Glaubens vereinbar.

Ratsvorsitzende Fehrs warnt vor Wahl der AfD

"Wir ziehen daraus die gemeinsame Konsequenz, vor der Wahl rechtsextremer Parteien einschließlich der AfD zu warnen, weil sie Minderheiten ausgrenzen und die Demokratie gefährden", so die Hamburger Bischöfin, die nach dem Rücktritt von Annette Kurschus im November an der Spitze der Evangelischen Kirche in Deutschland steht.

Im Zusammenhang mit ihrer Warnung vor der AfD verwies Fehrs auf einen Beschluss der EKD-Synode von Anfang Dezember. Damals hatte das evangelische Kirchenparlament dazu aufgerufen, "ausschließlich Parteien aus dem demokratischen Spektrum zu wählen, die sich für eine offene Gesellschaft der Vielfalt und ein gerechtes, demokratisches Gemeinwesen einsetzen".

Bischöfin fordert mehr Interesse für die Motive, AfD zu wählen

Ähnlich wie die katholischen Bischöfe betont auch die amtierende EKD-Ratsvorsitzende, wie wichtig es sei, mit denjenigen im Gespräch zu bleiben, die mit Rechtsaußen-Parteien sympathisierten. "Wir müssen uns deutlich mehr dafür interessieren, was die Gründe dafür sind", so Kirsten Fehrs.

Die zahlreichen Demonstrationen der vergangenen Wochen gegen rechtsextremes Gedankengut begrüßt die Bischöfin. Das Engagement der Menschen mache sie zuversichtlich, "dass unsere Demokratie dieser Herausforderung gewachsen sein wird."

Auch Bayerns Protestanten wollen sich abgrenzen

Auch der evangelische Landesbischof Christian Kopp hatte am Freitag im Gespräch mit dem BR angekündigt, die bayerische Landeskirche wolle sich von der AfD abgrenzen. Dabei gehe es nicht darum, Wählerinnen und Wähler der AfD vorzuführen, betonte Kopp. Er halte es aber für wichtig zu zeigen, was aus der AfD geworden sei. Von einer Wirtschaftspartei habe sich die AfD entwickelt zu einer Partei, "die ganz klar rechtsextremistische Positionen vertritt".

Mit Material von epd. Br.de 1

 

 

 

Papst: Gender-Ideologie „löscht Menschlichkeit aus“

 

Papst Franziskus hat die „Gender-Ideologie“ verurteilt. Das Forum dazu bot ihm eine Konferenz mit dem Titel „Mann-Frau-Gottesbild. Für eine Anthropologie der Berufungen“ an diesem Freitag.

„Es ist sehr wichtig, dass es diese Begegnung, diese Begegnung zwischen Männern und Frauen, gibt, denn die hässlichste Gefahr ist heute die Gender-Ideologie, die die Unterschiede aufhebt“, mahnte der Papst. Franziskus erzählte, er habe um Studien über „diese hässliche Ideologie unserer Zeit gebeten, die Unterschiede auslöscht und alles gleichmacht; Unterschiede auslöschen heißt, die Menschlichkeit auslöschen“.

Buch-Tipp des Papstes

Das Kirchenoberhaupt lud die Anwesenden ein, den Roman „Lord of the World“ aus dem Jahr 1907 des katholischen Priesters Robert Hugh Benson, Sohn des anglikanischen Erzbischofs von Canterbury, zu lesen. „Der Roman spricht von der Zukunft und ist prophetisch, denn er zeigt diese Tendenz, alle Unterschiede auszulöschen“, so der Papst.

Akademische Auseinandersetzung mit Berufungen wichtig

In seinem vorbereiteten Text an die Anwesenden, der wegen der Grippe des Papstes von einem Mitarbeiter des Staatssekretariats verlesen wurde, betonte Franziskus die Wichtigkeit, auf akademischer Ebene eine Reflexion über Berufungen in Kirche und Gesellschaft anzustoßen. Dabei solle die anthropologische Dimension der Berufungen hervorgehoben werden, die von der „elementaren und grundlegenden Wahrheit“ ausgeht, dass das gesamte „Leben des Menschen eine Berufung“ ist.

Diese Entdeckung führe uns aus der Isolation eines selbstbezogenen Ichs heraus und lasse uns uns selbst als eine Identität in Beziehung betrachten. „Ich existiere und lebe in Beziehung zu dem, der mich hervorgebracht hat, zu der Realität, die mich übersteigt, zu den anderen und zur Welt um mich herum, in Bezug auf die ich aufgerufen bin, eine spezifische und persönliche Mission mit Freude und Verantwortung zu übernehmen“, so der Papst-Text.

Papst: „Gesunde innere Spannung nicht unterdrücken“

Im heutigen kulturellen Kontext bestehe manchmal die Tendenz, diese Realität zu vergessen oder zu verdunkeln, „mit dem Risiko, den Menschen allein auf seine materiellen Bedürfnisse oder seine primären Anforderungen zu reduzieren, als wäre er ein Objekt ohne Gewissen und Willen, das vom Leben einfach als Teil eines mechanischen Getriebes mitgerissen wird“. In diesem Sinne empfiehlt der Papst in seinem Text, die „gesunde innere Spannung“, die jeder in sich trage, nicht zu unterdrücken, sondern dem Ruf „nach Glück, nach der Fülle des Lebens, nach etwas Großem, für das Gott uns bestimmt hat“, zu folgen.

„Diese Hoffnung zu wecken und sich in den Dienst des Reiches Gottes zu stellen, um eine offene und brüderliche Welt aufzubauen, ist eine Aufgabe, die jeder Frau und jedem Mann unserer Zeit anvertraut ist“, endete der Papst-Text. (vn 1)

 

 

 

 

Ausschreibung Katholischer Medienpreis 2024. Einsendeschluss am 16. April 2024

 

Zum 22. Mail sind Journalistinnen und Journalisten aus Fernsehen, Hörfunk, Print- und Onlinemedien eingeladen, sich um den 22. Katholischen Medienpreis zu bewerben. Noch bis zum 16. April 2024 steht dafür eine neue Onlineplattform auf der Internetseite www.dbk.de/themen/auszeichnungen-der-deutschen-bischofskonferenz/katholischer-medienpreis zur Verfügung.

Seit 2003 schreibt die Deutsche Bischofskonferenz in Kooperation mit der Gesellschaft Katholischer Publizistinnen und Publizisten Deutschlands e. V. (GKP) und dem Katholischen Medienverband (KM.) den Katholischen Medienpreis aus. Ausgezeichnet werden Beiträge, die die Orientierung an christlichen Werten sowie das Verständnis für Menschen und gesellschaftliche Zusammenhänge fördern, das humanitäre und soziale Verantwortungsbewusstsein stärken und zum Zusammenleben unterschiedlicher Gemeinschaften, Religionen, Kulturen und Einzelpersonen beitragen. Journalisten sollen durch den Preis zu einer qualitäts- und wertorientierten Berichterstattung motiviert werden.

Der Katholische Medienpreis wird in den Kategorien „Print“, „Hörfunk“, „Fernsehen“ und „Internet“ verliehen und ist mit insgesamt 12.500 Euro dotiert. Aus allen Kategorien wird eine Hauptpreisträgerin oder ein Hauptpreisträger bestimmt und die Preissumme wird auf die Kategorien aufgeteilt. Zusätzlich kann der „Sonderpreis der Jury“ verliehen werden.

Die Preisträger werden von einer Fachjury unter dem Vorsitz von Weihbischof Matthäus Karrer (Rottenburg-Stuttgart) ausgewählt. Die Jury setzt sich aus neun Personen zusammen, die auf Vorschlag der GKP, des KM. und der Deutschen Bischofskonferenz berufen werden.

Die Ausschreibung umfasst Arbeiten, die zwischen dem 17. April 2023 und dem 16. April 2024 in einem journalistischen Medium des deutschen Sprachraums veröffentlicht wurden.

Weitere Informationen zur Jury und zu den bisherigen Preisträgern sowie den Preisverleihungen finden Sie ebenfalls unter www.dbk.de auf der Themenseite Katholischer Medienpreis. Dbk 1

 

 

 

Retten Reformen die Kirche? Stimmung an der katholischen Basis

 

Viele Bischöfe setzen auf Reformen und den Synodalen Weg. Der Vatikan ist aber skeptisch. Was wünschen sich die katholischen Gläubigen? Ein Stimmungsbild von der Kirchenbasis. Von Jasper Riemann u. Redaktion Religion und Orientierung

Reaktion auf den Missbrauchsskandal hat die katholische Kirche mit dem Synodalen Weg versucht, Reformen einzuleiten: zur katholischen Sexuallehre, zur Stellung der Frau, zum Zölibat oder zur Haltung der Kirche bezüglich Homosexualität. Der Vatikan ist skeptisch gegenüber dem deutschen Reformweg, Bayerns Bischöfe sind gespalten und auch nicht alle Katholikinnen und Katholiken finden, die Reformen gehen in die richtige Richtung.

Traditionsbewusst, reformfreudig, kritisch

Nachgefragt an der Kirchenbasis im traditionellen katholischen Herzen Bayerns, im oberbayerischen Wallfahrtsort Altötting. Susanna Hagen fährt jeden Monat hierher. Sie geht dann immer in denselben Laden. Die Regale sind voll mit heiligen Figuren, Medaillen, Kreuzen – und Kerzen. Grabkerzen kauft sie hier regelmäßig - zum Verschenken oder auch einfach so für die eigene Wohnung.

Wie Susanna Hagen zieht es jährlich Tausende Menschen zum bekanntesten Wallfahrtsort Bayerns. Nach Altötting kommen Gläubige und Pilger, denen die Kirche noch etwas bedeutet und die Tradition. Trotzdem sei sie dafür, dass der Zölibat abgeschafft wird, sagt Susanna Hagen. "Wenn sie Priester heiraten lassen würden, dann gäbe es die schlimmen Fälle von Kindesmissbrauch vielleicht mehr."

Die 71-jährige Katholikin wünscht sich, dass sich die Kirche überhaupt mehr öffnet. Und zum bayerischen Papst Benedikt XVI. hat sie auch eine klare Meinung. "Der war auch nicht immer ein Engel", sagt die alte Dame mit Bezug auf den Zivilprozess eines Missbrauchsbetroffenen vor dem Landgericht Traunstein, bei dem auch der einstige Erzbischof von München und Freising und spätere Papst angeklagt ist, weil er möglicherweise eine Mitschuld trug am Missbrauch, den der Kläger als kleiner Bub erlitt.

96 Prozent der Katholiken wünschen sich Veränderung

Mit ihrem kritischen Blick auf die katholische Kirche ist Susanna Hagen in Altötting nicht alleine. Schnell zeigt sich: Im katholischen Herzen Bayerns sind eigentlich die allermeisten für Reformen. Das war auch zu erwarten. Im November vergangenen Jahres wurde die sogenannte Kirchenmitgliedschaftsuntersuchung (KMU 6) veröffentlicht: eine groß angelegte Studie dazu, wie die Bevölkerung zur Kirche steht. Sie hat ergeben: 96 Prozent der Katholikinnen und Katholiken finden, ihre Kirche müsse sich grundlegend verändern, wenn sie eine Zukunft haben will. Nur, was heißt das genau?

Sympathie für Frauen in Weiheämtern

Neben der Gnadenkapelle zündet eine Frau in einem kleinen Häuschen eine Kerze an. Rita Poller trägt einen beigen Mantel und eine schwarze runde Brille. Sie hätte da schon eine Idee, was man verändern könnte, zum Beispiel Frauen zu Priesterinnen weihen - da wäre sie dafür, sagt sie. "Bei uns gibt's sehr viele theologisch gut gebildete Frauen."

Die Weihe zu öffnen für Frauen, deren Ausschluss vom Priesteramt hinterfragen, das ist nur einer von vielen Punkten, die der Synodale Weg beschlossen hat, die viel diskutierte Reformbewegung von katholischen Laien und Bischöfen.

Skepsis gegenüber "alten Männern" im Vatikan

Rita Poller hat den synodalen Weg beobachtet und auch mitbekommen, wie kurz vor der Vollversammlung der deutschen Bischöfe in Augsburg erneut der Vatikan intervenierte und wieder einmal ein Stoppschild für die deutschen Reformbemühungen aufstellte. Dafür bringt sie kein Verständnis auf: "Ich finde das schon etwas idiotisch und hierarchisch, wie die Kirche halt immer ist." Die Katholikin beklagt, dass in der Kirche der Vatikan und alte Männer das Sagen hätten.

Ihren Kindern könne sie es nicht verübeln, sollten diese austreten, sagt sie. Für sie geht Rita Poller sonntags in die Messe. Irgendjemand müsse ja für die Jungen beten, findet die alte Dame. "Ich hab Gottseidank einen direkten Draht nach oben und nicht über Rom oder München oder übern Bischof." In ihrer eigenen Jugend habe die Kirche noch für Gemeinschaft gestanden, sei ein Erlebnis gewesen, aber heute: "Die katholische Kirche, was macht die für Jugendliche, für Kinder?"

Verständnis für Junge, die austreten

Ein paar Meter weiter läuft gerade ein Mädchen von der Schule in den Ort. Die 18-Jährige mit dunklen Haaren, die ihren Namen nicht nennen möchte, findet die katholische Kirche ziemlich altmodisch. Das erkenne man vor allem an den Gottesdiensten, findet sie. "Würde man die anders gestalten und das Publikum mehr einbeziehen, so eine Erneuerung würde nicht schaden", glaubt sie.

Aber ein bisschen traditionell dürfe sie schon sein, die Kirche, meint die Jugendliche. Verheiratete Priester kann sie sich durchaus vorstellen. "Aber dass Homosexuelle jetzt schon heiraten, ist vielleicht einen Schritt zu früh." Zölibat abschaffen okay, gleichgeschlechtliche Ehe – lieber nicht. Diese geht auch einem Mann zu weit, der zum Weihrauch-Kaufen nach Altötting gekommen ist. Und eine Schwester, die nebenan in einer Ordensgemeinschaft lebt, findet, die Homo-Ehe verstoße gegen die Menschenwürde. Und dann ist da noch ein Priester, der heute mit seiner Mutter Altötting besucht.

Für geistliche Erneuerung statt Kirchenreformen

Auch er findet, die Kirche muss sich reformieren. Aber er denkt dabei eher an eine geistliche Erneuerung: "Wir müssen zurück zum Evangelium. Wir müssen zurück, den Glauben wirklich zu praktizieren", ist er überzeugt. Der Pfarrer heißt Thomas Renftle und stammt vom Staffelsee.

Den Reformkurs des Synodalen Wegs sieht er skeptisch, an der katholischen Lehre will er nicht rütteln: Der Zölibat sei ein Geschenk, eine Ehe für gleichgeschlechtliche Paare sei nicht möglich, und dass Frauen von der Weihe ausgeschlossen sind, sei nicht per se Diskriminierung, so findet er. Schon gar nicht, wenn Bischöfe ihr Amt als Dienst am Menschen verstehen, nicht als Machtinstrument.

Was die Kirche retten kann? Das Hören auf Gott, so glaubt Renftle. "Und ich erlebe es so, dass das eigentlich die große Not unserer Gemeinden ist, dass das die Leute nicht mehr versammelt." Mit dieser konservativen Haltung ist Renftle klar in der Minderheit, zumindest legt das die aktuelle Kirchenmitgliedschaftsuntersuchung nahe.

Statistik zeigt Wunsch nach demokratischer Kirche

Demnach sind neunzehn von zwanzig Katholikinnen und Katholiken offen dafür, dass Priester heiraten dürfen – also für die Abschaffung des Zölibats. 85 Prozent stimmen voll oder eher zu, dass Kirchenmitglieder über Führungspersonen der Kirche demokratisch abstimmen dürfen, also zum Beispiel über Bischöfe, die bislang ohne Laien-Beteiligung ausgewählt werden. Und die meisten katholischen Menschen wollen, dass Priester homosexuelle Paare segnen – was Papst Franziskus ja vor Kurzem auch offiziell erlaubt hat.

Gleichzeitig mahnt in Deutschland eine kleine Gruppe Bischöfe, die Kirche dürfe sich nicht dem Zeitgeist anpassen, die reine katholische Lehre müsse bewahrt werden. Dazu gehören etwa der Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki und bayerische Bischöfe wie Gregor Maria Hanke in Eichstätt, Stefan Oster in Passau – und Rudolf Voderholzer in Regensburg. Die Skepsis der Bischöfe spiegelt nicht die Meinung der Kirchengemeinden in ihren Diözesen wider, zum Beispiel die von Gläubigen aus der Pfarrei St. Anton, mitten in Regensburg.

Katholiken in Regensburg: Voderholzer "Bremsklotz" für Demokratie

Knapp zwei Dutzend Kinder und Jugendliche sind am Sonntag zur Familienmesse gekommen. Danach, bei Kaffee und Kuchen, erzählen die Eltern, was sie von ihrer Kirche erwarten: Dass auf die Wünsche der Basis eingegangen werde zum Beispiel, sagt eine Mutter, dass Kirche nicht die Augen verschließe vor der Realität etwa der von gleichgeschlechtlichen Paaren. "Zwei Männer oder zwei Frauen - das sind ja auch Christen", findet sie.

Auch den Zölibat könne man überdenken, ergänzt die Frau. "Vielleicht haben sie dann auch weniger Probleme mit dem Nachwuchs." Und ein Mann aus der Gemeinde wirft ein, man müsse als Kirche auch neuere wissenschaftliche Erkenntnisse umsetzen, aber die Kirche hinke hinterher. Der Grund ist für ihn klar: "Für mich ist unser Bischof Voderholzer ein Bremsklotz der Demokratie."

Pfarrer wünscht sich mehr Offenheit für Kritik

Selbst der Pfarrer der Gemeinde, Martin Müller, kritisiert seinen Bischof. Rudolf Voderholzer beharre auf die geltenden Regeln, weil er glaube, die Kirche würde sonst auseinanderfallen. Pfarrer Müller wünscht sich eine veränderte Kultur der Kritik. "Dass über Leute, die sich die Zukunft der Kirche anders vorstellen, nicht so abwertend gesprochen wird." Mit Bischof Voderholzer habe er darüber am Ende sogar ein gutes und offenes Gespräch gehabt, erzählt der Pfarrer.

Demnächst Gespräche über Synodalen Weg in Rom

Doch ob die kritischen Stimmen von der Basis bei den Bischöfen und im Vatikan immer ankommen und was sie bewirken, weiß niemand. Aus Rom kamen immer wieder Verbote, die Reformbeschlüsse des Synodalen Wegs auch umzusetzen. Zuletzt Ende Februar vor der Bischofskonferenz in Augsburg, als den deutschen Bischöfen untersagt wurde, über die Einrichtung eines neuen Gremiums abzustimmen, des Synodalen Rates. Für den 22. März sind die deutschen Bischöfe zu Gesprächen nach Rom geladen - auch über den deutschen Reformkurs. Doch bereits jetzt steht fest: Von den Reformwünschen der Katholiken in Altötting oder Regensburg wird das Besprochene meilenweit entfernt sein. Br.de 1