DE.IT.PRESS

    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 25 aprile - 8 maggio 2022

Inhaltsverzeichnis

1.     Divina Misericordia. La domanda del Papa: “Dove vivo sono tessitore di riconciliazione?". 1

2.     Lourdes, dopo la pandemia il santuario riprende a vivere. 1

3.     Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua | Vangelo. 1

4.     Wiesbaden. Deceduto don Fausto Urgu. 1

5.     Papa all’udienza: “Scartare i vecchi è un peccato grave”. 1

6.     Papa Francesco, “onoriamo chi ci ha preceduto, restituiamo amore con onore”. 1

7.     Papa Francesco, Urbi et Orbi di Pasqua: “Oggi più che mai abbiamo bisogno del Risorto”. 1

8.     Ucraina, il Papa a Pasqua: basta mostrare muscoli, si scelga la pace. 1

9.     Riproposta a Wuppertal la Passione Vivente. 1

10.  Via Crucis a Ulm e Neu-Ulm.. 1

11.  Via Crucis al Colosseo con Papa Francesco. Sono le famiglie a portare la croce. 1

12.  Un po’ di Vangelo, per favore! 1

13.  55 anni dalla «Fidei donum». 1

14.  La follia della croce. 1

15.  Il Papa. "La pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata". 1

16.  Papa all’udienza: “L’aggressione armata di questi giorni è un oltraggio a Dio”. 1

17.  I vescovi del mondo ai confratelli tedeschi, non finite in un vicolo cieco. 1

18.  Palme. Il Papa torna sul sagrato della Basilica: "Si ripongano le armi, inizi la tregua pasquale". 1

19.  Ucraina, il Papa: “Nella follia della guerra si torna a crocifiggere Cristo. Si inizi una tregua pasquale, ma non per ricaricare le armi”. 1

20.  Lavoro, CEI: "Serve un’assunzione di responsabilità collettiva". 1

21.  Vangelo Migrante: Domenica delle Palme e della Passione del Signore | Vangelo (Lc 22, 14-23,56) 1

22.  Ucraina, il Papa mostra una bandiera da Bucha: città martoriata, si smetta di seminare morte. “Assistiamo all’impotenza dell’Onu”. 1

23.  Il Papa ricorda il suo viaggio a Malta, "laboratorio di pace". 1

24.  Renovabis, dalla Germania una mano tesa all’Ucraina. 1

25.  Il cardinale Zuppi: credere nella Pasqua non ci fa arrendere al male. 1

26.  Kempten. Riunione del Consiglio Pastorale. 1

27.  Aperte le iscrizioni per CANTACIELO Festival della Canzone dell’Anima. 1

 

 

1.     Franziskus: Alle sind gerufen, Versöhnung zu fördern. 1

2.     Papst hält Kiew-Besuch für nicht friedensdienlich. 1

3.     Franziskus: Alte Menschen respektvoll behandeln. 1

4.     Vatikan aktualisiert Standardwerk zur katholischen Soziallehre. 1

5.     Sechster Katholischer Flüchtlingsgipfel am 3. Mai 2022 in Erfurt. 1

6.     Papst empfängt 100.000 italienische Jugendliche. 1

7.     Deutsche Bischöfe zu Ostern: Hoffnung ist ein Lebensmittel 1

8.     Papst zu Ostern: Frieden ist die vorrangige Verantwortung aller! 1

9.     Papstinterview: „Welt hat Schema Kains gewählt“. 1

10.  Via Crucis: Unter dem Kreuz der heutigen Tage und aller Zeiten. 1

11.  Offener Brief von Skeptikern des „Synodalen Wegs“. 1

12.  Papst: „Friede Jesu überwältigt andere nicht“. 1

13.  Mainzer Bischof begründet umfassende Pfarreienreform.. 1

14.  Generalaudienz: Papst beklagt Ohnmacht der UNO im Ukraine-Krieg. 1

15.  Papst Franziskus auf Malta: Eine Umarmung für Migranten. 1

 

 

Divina Misericordia. La domanda del Papa: “Dove vivo sono tessitore di riconciliazione?"

 

La Santa Messa nella Domenica della Divina Misericordia. Ecco l'omelia del Papa. Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Si celebra per la prima volta a San Pietro la Messa della Divina Misericordia. “Pace a voi! È il saluto del Risorto, che viene incontro a ogni debolezza e sbaglio umano. Seguiamo allora i tre pace a voi! di Gesù: vi scopriremo tre azioni della divina misericordia in noi. Essa anzitutto dà gioia; poi suscita il perdono; infine consola nella fatica.”, dice Francesco nell’omelia. Il Papa è presente alla celebrazione nella Basilica di San Pietro, legge e pronuncia la sua omelia, ma non celebra la Santa Messa. A farlo è Monsignor Rino Fisichella, Presidente del Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione.

La celebrazione della Divina Misericordia fu istituita da Giovanni Paolo II. Il luogo di culto è dedicato a Santa Suor Faustina Kowalska che ebbe il mandato di Gesù di istituire questa festa.

La misericordia di Dio dà gioia. “Una gioia speciale – commenta il Papa nell’omelia letta durante la Messa -  la gioia di sentirsi perdonati gratuitamente. Quando la sera di Pasqua i discepoli vedono Gesù e si sentono dire per la prima volta pace a voi, gioiscono. I discepoli avrebbero dovuto provare vergogna, e invece gioiscono. Perché? Perché quel volto, quel saluto, quelle parole spostano la loro attenzione da sé stessi a Gesù. Questa è la gioia di Gesù, la gioia che abbiamo provato anche noi sperimentando il suo perdono. Ci è capitato di assomigliare ai discepoli della sera di Pasqua: dopo una caduta, un peccato, un fallimento. In quei momenti sembra che non ci sia più nulla da fare. Ma proprio lì il Signore fa di tutto per donarci la sua pace: attraverso una Confessione, le parole di una persona che si fa vicina, una consolazione interiore dello Spirito, un avvenimento inaspettato e sorprendente... In vari modi Dio si premura di farci sentire l’abbraccio della sua misericordia”.

La misericordia di Dio suscita il perdono. Per il Papa i discepoli “non solo ricevono misericordia, ma diventano dispensatori di quella stessa misericordia che hanno ricevuto. Ricevono questo potere, ma non in base ai loro meriti, no: è un puro dono di grazia, che poggia però sulla loro esperienza di uomini perdonati. Tutta la Chiesa è stata resa da Gesù una comunità dispensatrice di misericordia, un segno e uno strumento di riconciliazione per l’umanità. E chiediamoci: io, qui dove vivo, in famiglia, al lavoro, nella mia comunità, promuovo la comunione, sono tessitore di riconciliazione?”.

Il Papa si rivolge anche ai Missionari della Misericordia presenti alla Messa. "Se ognuno di voi non si sente perdonato, si fermi. Non faccia il missionario della misericordia. Da quella misericordia ricevuta sarete capaci di donarla. Non torturare i fedeli che vengono con i peccati, Dio perdona tutto, non chiudere quella porta", dice a braccio il Pontefice.

La misericordia infine consola nella fatica. “In Tommaso c’è la storia di ogni credente: ci sono momenti difficili, in cui sembra che la vita smentisca la fede, in cui siamo in crisi e abbiamo bisogno di toccare e di vedere – sottolinea il Pontefice durante l’omelia in Basilica - Ma, come Tommaso, è proprio qui che riscopriamo il cuore del Signore, la sua misericordia. Ci consola con lo stesso stile del Vangelo odierno: offrendoci le sue piaghe. E ci fa scoprire anche le piaghe dei fratelli e delle sorelle. Sì, la misericordia di Dio, nelle nostre crisi e nelle nostre fatiche, ci mette spesso in contatto con le sofferenze del prossimo”.

"A me piace pensare alla presenza della Madonna tra gli apostoli lì, è come dopo Pentecoste, l'abbiamo pensata come Madre della Chiesa, a me piace tanto pensarla come Madre della Misericordia, che lei ci aiuti ad andare avanti nel nostro ministero così bello", conclude a braccio Papa Francesco facendo continuare la celebrazione della Messa a Monsignor Fisichella. Aci 24

 

 

 

 

Lourdes, dopo la pandemia il santuario riprende a vivere

 

L’11 febbraio di quest’anno, il santuario è stato restituito ai malati. È l’inizio della ripresa, caratterizzata anche dal musical su Bernadette. Di Andrea Gagliarducci

 

LOURDES. L’11 febbraio di quest’anno, festa della Madonna di Lourdes e anniversario della prima apparizione, il santuario di Lourdes è stato ufficialmente riaperto e restituito ai malati. La grotta dell’apparizione è ridiventata meta di pellegrinaggio, aperta alle visite, e sebbene le vasche siano ancora chiuse, è ripreso il via vai dei malati che vanno nella piccola cittadina francese sui Pirenei a cercare guarigione, ma anche supporto spirituale. Ed è ripartito anche un grande progetto che coinvolge la cittadina: il musical “Bernadette de Lourdes”, tutto centrato sulla giovane veggente, una ragazzina di 14 anni al tempo dei fatti, che vide Aquerò, quella cosa lì, e che rese una testimonianza così straordinaria, così precisa e allo stesso tempo così ingenua che, alla fine, tutti dovettero crederle.

Il musical era stato prodotto nel 2019, i protagonisti erano stati anche in udienza da Papa Francesco, e si stava già lavorando all’edizione italiana. Edizione il cui adattamento è ora pronto, e che dovrebbe arrivare in Italia nel 2023. Perlomeno, dovrà essere definito il cast. È stata scelta però la protagonista, Elena Manuele, giovanissima e già molto conosciuta nell’ambiente musicale, che ha colpito soprattutto per la sua personalità, oltre che per le innegabili doti canore.

Una personalità che dimostrò di avere anche Bernadette Soubirous, che a 14 anni, mentre andava con delle amiche alla grotta di Massabielle, incontrò per la prima volta Aquerò, quella cosa là, una signora bellissima che le parla nel suo dialetto e “come si parla ad una persona”, dato non di poco conto per Bernadette.

Perché è vero che la sua famiglia aveva una armonia fortissima, data da una fede incrollabile in Dio. Ma è anche vero che era una famiglia poverissima, andata a vivere in locali insalubri che erano parte una volta di un carcere, relegati in periferia di una cittadina che non era proprio quel villaggio che si pensa oggi, ma era piuttosto una piccola città con delle attività di tutto rispetto, come una fabbrica di cioccolato. Nessuno parlava come persona a Bernadette, il cui padre era stato anche incarcerato perché ingiustamente accusato di furto.

Il musical "Bernadette de Lourdes" racconta proprio del carattere di questa ragazzina. La sceneggiatura, spiega il regista Serge Denoncourt, “non è altro che la trasposizione fedele dei verbali dell’interrogatorio”, in cui viene fuori la “personalità di Bernadette, che mai abbassa la testa di fronte ai gendarmi, ma risponde, con precisione”. Bernadette non dirà mai di aver visto la Madonna, perché questa non le si è mai presentata. Ma descriverà sempre, e senza contraddizioni, quello che ha visto e sentito, cosa che ha convinto anche il regista, agnostico. “Non è che il mio rapporto con la fede sia cambiato dopo aver lavorato sull’opera – dice – ma di certo Bernadette ha visto qualcosa”.

Il musical, rappresentato di nuovo proprio a Lourdes e destinazione di diversi gruppi che arrivano nella cittadina, pone l’accento su quella che è la personalità reale di Bernadette, da cui forse oggi è giusto ripartire. Anche padre Nicola Ventriglia, Oblato di Maria, coordinatore dei cappellani italiani a Lourdes, ci tiene a ricordare che Bernadette non era nemmeno contenta di tutto quello che era nato intorno all’apparizione, e che in fondo nasce intorno ad ogni santuario. Bernadette – spiega – “non aveva mai chiesto di portare ceri. Lei aveva preso l’abitudine di andare con un cero”.

C’è un passaggio che va dalla casa dove sono i cappellani, in cima alla collina, fino alla grotta di Massabielle. Ed era da lì che i cappellani passavano per andare alla grotta, durante il lockdown, così “non violavamo nessuna legge. Eravamo diventati cappellani, sacrestani, giardinieri della grotta”. Il rosario, trasmesso ogni giorno da Lourdes in un clima surreale, era comunque diventato un punto di riferimento.

Oggi il santuario si sta di nuovo riempiendo. In generale, spiega padre Ventriglia , “i pellegrini italiani sono la maggioranza. Direi che dei pellegrini, il 35 per cento sono francesi, un altro 35 per cento sono italiani e il resto vengono da varie altre nazioni”.

Forte la presenza ucraina nel territorio, anche perché a Lourdes c’è anche una parrocchia greco-cattolica ucraina. Sono circa 900 gli ucraini accolti nella cittadina di Lourdes, alcuni anche in alberghi che, rimasti semivuoti per l’assenza di pellegrini, hanno messo a disposizione i loro locali. Altri ne arriveranno.

Il sindaco di Lourdes, Thierry Lavit, è molto orgoglioso dell’accoglienza che la sua città sta mettendo in campo. Proveniente dal proletariato cittadino, particolarmente dinamico, è stato in udienza da Papa Francesco lo scorso 18 marzo. “Ho reiterato l’invito a Papa Francesco a venire a Lourdes, perché è il luogo dove si tocca la sofferenza umana, ma anche la speranza. Gli ho detto che tutti i Papi sono venuti a Lourdes, dunque anche lui dovrebbe venire”, racconta.

E certo, c’è la speranza di un viaggio del Papa a marcare la fine della pandemia, a segnare il nuovo inizio di Lourdes. Nel giugno 2019, era stato nominato anche un delegato del Papa per meglio definire l’organizzazione interna, soprattutto a livello finanziario. Ed un vero miracolo è che, dopo la pandemia e la chiusura del santuario – che non era stato stato interdetto ai pellegrini nemmeno durante la terribile epidemia della spagnola dopo la fine della Prima Guerra Mondiale – nessuno dei 330 dipendenti del santuario sia stato licenziato.

Quella che è passata, dunque, è stata la prima Pasqua con i pellegrini dallo scoppio della pandemia. È una nuova vita per il santuario, che vive comunque di un afflusso ridotto. Almeno per ora. Spetterà al nuovo vescovo della diocesi di Tarbes-Lourdes, Jean Marc Micas, nominato il 30 marzo, portare avanti la rinascita del santuario dopo la pandemia.     Aci 22

 

 

 

Vangelo Migrante: II domenica di Pasqua | Vangelo

 

La Resurrezione per essere compresa ha bisogno di spazi. È necessario farle posto come fanno le donne al mattino presto al sepolcro: ricordano le parole che Lui aveva detto e credono. Gli fa posto il discepolo più giovane che corre con Pietro al sepolcro: non vede ciò che manca ma vede ciò che è dato, ovverosia una morte sconfitta e privata del suo trofeo più prezioso, e crede mentre Pietro non ha posto: è pieno di preoccupazioni e rimpianti; è agitato. Un posto glielo fanno anche i discepoli di Emmaus, lasciando che un forestiero si inserisca nei loro discorsi e dica la sua a riguardo: Gesù risorto è migrante! Mentre conversano con lui sono contenti e lo riconoscono allo spezzare del pane.  

Ma la Resurrezione non è solo per l’intuizione di alcuni o un lampo momentaneo. Gesù è risorto per tutti e per sempre. E trova il modo di farsi spazio nella vita di tutti.

Ce lo racconta il Vangelo di questa domenica: la sera di quello stesso giorno, nel Cenacolo dove si trovavano i discepoli a porte chiuse, per timore dei giudei, “venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi! (…) E i discepoli gioirono al vedere il Signore”.

Quella sera manca Tommaso. Otto giorni dopo accade la stessissima cosa: “venne Gesù, stette in mezzo e disse: Pace a voi!”

La presenza di Gesù lascia il segno. È pacifica come cosa, nel senso che è evidente. Nessuno dei presenti contesta nulla. Nemmeno Pietro. Gioisce pure lui: Gesù è lì!

Ma manca Tommaso e, allora, Gesù ripete l’operazione anche in sua presenza. Perchè? Non certo per dimostrare la Sua forza e umiliare il discepolo o per dire la sua sulla disputa ‘fede e ragione’. No. Gesù conferma che Lui è vivo e vive nel cuore di chi lo comprende (gli fa posto) e crede; ma se uno non ha posto, Lui l’appuntamento ‘pacifico’ per farsi vedere lo dà nel Cenacolo.

Quel luogo non è casuale o accessorio: è decisivo! È là che risiede un dono che è per tutti. Ed è da lì che può esser portato ovunque: “soffiò e disse: ricevete lo Spirito Santo …”.

Questa è detta anche domenica della Misericordia: perché all’indescrivibile prodigio della Resurrezione e agli inesprimibili effetti derivanti dalla vittoria sul male e sulla morte, Dio ha aggiunto quello della Sua presenza risorta, accessibile alle creature e liberatrice dalle paure e dai turbamenti.

Ogni Cenacolo è casa Sua e, in Lui, diventa casa di tutti e per tutti! P. Gaetano Saracino, Mig.on.21

 

 

 

Wiesbaden. Deceduto don Fausto Urgu

Nella mattinata del 13 aprile è deceduto nella sua abitazione a Wiesbaden don Fausto Urgu, per un improvviso malore mentre si preparava per essere accompagnato ad un controllo. Ma già da alcuni giorni non stava bene, e non solo a causa del diabete.

Nato il 9 agosto del 1946 a Montecatini (Pistoia), don Fausto è stato ordinato sacerdote il 3.12.1972 ad Alessandria. In diocesi ha svolto il suo primo lavoro pastorale, come vice parroco a Felizzano (1972-1977).

In Germania viene nel 1977, alla Missione di Wiesbaden, come collaboratore di p. Mario Salon dal 15 settembre fino al primo aprile del 1980, quando la diocesi di Limburg lo nomina rettore. Oltre alla pastorale ordinaria, ha curato molto quella negli ospedali con le visite ai malati e nelle carceri a tanti giovani.

La sua venuta in Germania non è stata per caso o per altri problemi, ma una scelta vocazionale. In una sua lettera del 1973 al Delegato di allora mons. Giuseppe Clara scriveva: “Sono un giovane sacerdote, di origine sarda, molto interessato ai problemi dell’emigrazione. Già da chierico più volte mi recai in Svizzera e Germania per rendermi conto personalmente della situazione in cui si trovano gli emigrati. Ora sto pensando seriamente, direi di più, sto quasi per decidermi a vivere il mio impegno sacerdotale a servizio degli emigrati”. E più avanti, dopo alcune domande per chiarimenti, scrive: “Vede, io vorrei partire con lo stesso stato d’animo del missionario che parte in Africa e desidera spendere tutta la sua vita nella terra dove va ad evangelizzare. Vorrei cioè che la mia missione eventuale tra gli emigrati fosse lunga finché le forze me lo permetteranno”.

E così è stato. Anche dopo il suo pensionamento, avvenuto nel 2014, è rimasto come “Subsidiar” a Wiesbaden, aiutando i sacerdoti (Pfr. Stephan, P. Vincenzo e don Giuseppe) che nel frattempo si sono succeduti.

Un duro colpo per lui era stata la perdita della madre Maria nel febbraio del 1999. Una perdita che lo ha segnato per parecchi anni. La mamma lo aveva raggiunto da subito in Germania, abitava con lui, lo sosteneva e accompagnava nel suo generoso impegno sacerdotale.

Nonostante i problemi di salute, don Fausto ha continuato a garantire la vicinanza ai parrocchiani, l’aiuto pastorale. Ha sempre avuto una ottima collaborazione con la parrocchia locale, curando personalmente i contatti con i colleghi non italiani ed entrando a far parte della Priestergemeinschaft locale.

Il funerale, presieduto da don Giuseppe Cagnazzo in una chiesa (St. Andreas) affollatissima, ha avuto luogo venerdì 22 aprile. Don Fausto verrà sepolto nei prossimi giorni nel cimitero di Wiesbaden, dove riposano anche altri sacerdoti della diocesi di Limburg. (T.B.), dip 24

 

 

 

 

Papa all’udienza: “Scartare i vecchi è un peccato grave”

 

Papa Francesco ha dedicato l'udienza di oggi, tornata in piazza San Pietro, alla vecchiaia, e in particolare al quarto comandamento. "Se disonoro gli anziani, disonoro me stesso". M.Michela Nicolais

 

 “Onore è una buona parola per inquadrare questo ambito di restituzione dell’amore che riguarda l’età anziana”. Lo ha detto il Papa, che nella catechesi dell’udienza di oggi, pronunciata in piazza San Pietro e infarcita di interventi a braccio, si è soffermato sul quarto comandamento – “Onora il padre e la madre” – sintetizzandolo così: “Noi abbiamo ricevuto l’amore dei genitori, dei nonni e adesso noi restituiamo questo amore a loro, agli anziani, ai nonni”. “Quante volte abbiamo sentito o pensato: ‘i vecchi danno fastidio!”, ha denunciato Francesco: “Non si tratta soltanto del proprio padre e della propria madre”, ha precisato: “Si tratta della generazione e delle generazioni che precedono, il cui congedo può anche essere lento e prolungato, creando un tempo e uno spazio di convivenza di lunga durata con le altre età della vita. In altre parole, si tratta della vecchiaia della vita”. “Noi oggi abbiamo riscoperto il termine dignità, per indicare il valore del rispetto e della cura della vita di chiunque”, ha sottolineato il Papa: “Dignità equivale sostanzialmente all’onore”.

“Onorare il padre e la madre, onorare gli anziani è riconoscere la dignità che hanno”, ha proseguito: “Pensiamo bene a questa bella declinazione dell’amore che è l’onore. La cura stessa del malato, il sostegno di chi non è autosufficiente, la garanzia del sostentamento, possono mancare di onore. L’onore viene a mancare quando l’eccesso di confidenza, invece di declinarsi come delicatezza e affetto, tenerezza e rispetto, si trasforma in ruvidezza e prevaricazione. Quando la debolezza è rimproverata, e addirittura punita, come fosse una colpa. Quando lo smarrimento e la confusione diventano un varco per l’irrisione e l’aggressività. Può accadere persino fra le pareti domestiche, nelle case di cura, come anche negli uffici o negli spazi aperti della città”.

“Incoraggiare nei giovani, anche indirettamente, un atteggiamento di sufficienza – e persino di disprezzo – nei confronti dell’età anziana, delle sue debolezze e della sua precarietà”, per Francesco, “produce cose orribili, apre la strada a eccessi inimmaginabili”.

“I ragazzi che danno fuoco alla coperta di un ‘barbone’ – lo abbiamo visto – perché lo vedono come uno scarto umano – l’esempio citato – sono la punta di un iceberg, cioè del disprezzo per una vita che, lontana dalle attrazioni e dalle pulsioni della giovinezza, appare già come una vita di scarto”. “Disprezzare i vescovi e scartarli dalla vita, metterli da parte: questo disprezzo, che disonora l’anziano, in realtà disonora tutti noi”, il monito:

“Se io disonoro l’anziano, disonoro me stesso”.

“Esiste un passo, nella storia di Noè, molto espressivo a questo riguardo, non so se voi l’avete in mente”, ha raccontato il Papa: “Il vecchio Noè, eroe del diluvio e ancora gran lavoratore, giace scomposto dopo aver bevuto qualche bicchiere di troppo. I figli, per non farlo svegliare nell’imbarazzo, lo coprono delicatamente, con lo sguardo abbassato, con grande rispetto. Questo testo è molto bello e dice tutto dell’onore dovuto all’anziano”.

 “Mi permetto di consigliare ai genitori”, l’appello finale: “per favore, avvicinare i figli, i bambini agli anziani, avvicinarli sempre! Per favore, non allontanare gli anziani, e dove non c’è un’altra possibilità che una casa di riposo andarli a trovare e portare i bambini a trovarli: sono l’onore della nostra civiltà, i vecchi, che hanno aperto le porte, e tante volte i figli si dimenticano di questo”.

“A me piaceva a Buenos Aires – ha raccontato ancora una volta Francesco – andare a visitare le case di riposo. E una volta ho chiesto a una signora: ‘Quanti figli ha?’. ‘Ne ho quattro, tutti sposati, con i nipotini’. ‘Loro vengono?’. ‘Sì, vengono sempre’. Quando sono uscito dalla camera l’infermiera mi ha detto che aveva detto una bugia per coprire i figli: ‘Non vengono da sei mesi’”. “Questo è scartare i vecchi e pensare che sono materiale di scarto”, il monito di Francesco: “Per favore, è un peccato grave! Il quarto comandamento è l’unico che dice il premio: ‘Onora il padre e la madre e avrai lunga vita sulla terra’. Questo comandamento di onorare i vecchi ci dà una benedizione”. “Per favore, custodire i vecchi, e se perdono la testa custodire i vecchi, perché sono la presenza della storia, la presenza della mia famiglia, e grazie a loro io sono qui”, l’altro appello del Papa: “Per favore, non lasciarli da soli!”.

“Non è una questione di cosmetici e di chirurgia plastica”, ha puntualizzato Francesco: “Piuttosto, è una questione di onore, che deve trasformare l’educazione dei giovani riguardo alla vita e alle sue fasi. L’amore per l’umano che ci è comune, inclusivo dell’onore per la vita vissuta, non è una faccenda per vecchi. Piuttosto è un’ambizione che renderà splendente la giovinezza che ne eredita le qualità migliori”. Sir 20

 

 

 

 

Papa Francesco, “onoriamo chi ci ha preceduto, restituiamo amore con onore”

 

Continua il ciclo di catechesi del Papa dedicato alla vecchiaia. Il Papa ribadisce il suo no alla cultura dello scarto. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Dare amore agli anziani è questione di onore, perché ci porta a restituire loro l’amore che ci hanno donato, senza considerarli uno scarto. Perché questo del considerare le persone uno scarto è un male della società, che comincia con la sufficienza e che porta al fenomeno di dare fuoco alla coperta di un barbone e arriva al disprezzo di ogni vita umana. Nella udienza generale del mercoledì, Papa Francesco punta di nuovo il dito contro la cultura dello scarto, e definisce la restituzione dell’amore agli anziani come una questione di onore.

Piazza San Pietro gremita, tornata alla vita con la fine dello stato di emergenza. I fiori olandesi che hanno decorato la piazza nel giorno di Pasqua non ci sono più, ma resta questo clima pasquale, in una giornata sembra avere un clima abbastanza mite, e Papa Francesco fa persino un breve passaggio in Papamobile a salutare la folla.

Nella catechesi, il Papa ricorda che l’età anziana è “segnata in modo speciale dalle esperienze dello smarrimento e dell’avvilimento, della perdita e dell’abbandona, della disillusione e del dubbio”. È vero, dice Papa Francesco, che questo può succedere in ogni fase nella vita, ma è altrettanto vero che questo “può suscitare meno impressione” nell’età anziana, portando negli altri “una sorta di assuefazione e persino di fastidio”. "Quante volte abbiamo detto che i vecchi danno fastidio?", chiosa il Papa

Papa Francesco nota che “le ferite più gravi dell’infanzia e della giovinezza provocano, giustamente, un senso di ingiustizia e di ribellione, una forza di reazione e di lotta”, ma questo non succede quando succede nell’età anziana, e così "i vecchi sono allontanati". 

Succede perché l’amore “è discendente: non ritorna sulla vita che sta dietro le spalle con la stessa forza con la quale si riversa sulla vita che ci sta ancora davanti”.

È questa la “gratuità dell’amore”, cui però la rivelazione apre un’altra via: quella – dice Papa Francesco di “onorare chi ci ha preceduto”. Si trova già nel comandamento “onora il padre e la madre”, primo comandamento della seconda tavola e invito a onorare “non solo il padre e la madre”, ma anche “la generazioni e le generazioni che precedono”, il cui congedo “può anche essere lento e prolungato, creando un tempo e uno spazio di convivenza di lunga durata con le altre età della vita”.

Papa Francesco spiega: "Noi abbiamo ricevuto l'amore dai genitori e i nonni, e ora restituiamo quell'amore ai genitori e ai nonni".

Onore equivale alla dignità, che indica “il valore del rispetto e della cura della vita di chiunque”. E non possono mancare di onore “la cura stessa del malato, il sostegno di chi non è autosufficiente, la garanzia del sostentamento”.

Manca invece l’onore quando “l’eccesso di confidenza, invece di declinarsi come delicatezza e affetto, tenerezza e rispetto, si trasforma in ruvidezza e prevaricazione”, oppure quando “la debolezza è rimproverata, e addirittura punita, come fosse una colpa”, e “lo smarrimento e la confusione diventano un varco per l’irrisione e l’aggressività”.

Può accadere, Papa Francesco ammonisce, ovunque, persino tra le pareti domestiche. Il Papa denuncia in particolare il fatto che “incoraggiare nei giovani, anche indirettamente, un atteggiamento di sufficienza – e persino di disprezzo – nei confronti dell’età anziana, delle sue debolezze e della sua precarietà, produce cose orribili. Apre la strada a eccessi inimmaginabili”.

Il Papa sottolinea che “i ragazzi che danno fuoco alla coperta di un ‘barbone’, perché lo vedono come uno scarto umano (e tante volte pensiamo che i vecchi sono uno scarto), sono la punta di un iceberg, cioè del disprezzo per una vita che, lontana dalle attrazioni e dalle pulsioni della giovinezza, appare già come una vita di scarto”. Aggiunge Papa Francesco: "Disprezzare i vecchi è scartarli dalla vita". 

È un disprezzo che “non solo disonora l’anziano, ma disonora tutti noi”. Papa Francesco ricorda che invece la Bibbia ha esempi di onore, come quando Noè giace scomposto perché ubriaco e i figli, “per non farlo svegliare nell’imbarazzo, lo coprono delicatamente, con lo sguardo abbassato, con grande rispetto”.

Secondo Papa Francesco, questo testo “dice tutto dell’onore dovuto all’anziano”. E nota: “Nonostante tutte le provvidenze materiali che le società più ricche e organizzate mettono a disposizione della vecchiaia – delle quali possiamo certamente essere orgogliosi –, la lotta per la restituzione di quella speciale forma dell’amore che è l’onore, mi pare ancora fragile e acerba”.

Papa Francesco esorta a offrire “migliore sostegno sociale e culturale a coloro che sono sensibili a questa decisiva forma di ‘civiltà dell’amore’." Il Papa consiglia ai genitori di "avvicinare i figli giovani, i bambini agli anziani... avvicinarli sempre... che sappiano che questa è la nostra carne, che sappiano che è la possibilità che siamo noi... e se non c'è un'altra possibilità che mandarli in una cosa di riposo, andateli a trovare, e mandate i bambini a trovarli... sono l'onore della nostra civiltà, i vecchi che hanno aperto le porte".

Papa Francesco ricora che "a Buenos Aires, mi piaceva visitare le case di riposo. E domandai ad una signora: quanti figli ha lei? E lei disse: ne ho quattro, tutti sposati, con nipotini. E disse che venivano sempre. Ma quando sono uscito, l'infermiera mi ha detto: padre, ha detto una bugia per coprire i figli. Da sei mesi non viene nessuno". 

Non visitare i vecchi "è un peccato grave", mentre il comandamento di onorare i vecchi "è l'unico con il premio", perché dice che si "vivrà a lungo". I vecchi - aggiunge Papa Francesco - "sono la presenza della storia, la presenza della mia figlia, e possiamo dire tutti noi: grazie a te, nonno e nonna, sono vivo. Per favore, non lasciateli da soli". 

Continua Papa Francesco che custodire i vecchi “non è una questione di cosmetici e di chirurgia plastica. Piuttosto, è una questione di onore, che deve trasformare l’educazione dei giovani riguardo alla vita e alle sue fasi”.

Insomma, “l’amore per l’umano che ci è comune, inclusivo dell’onore per la vita vissuta, non è una faccenda per vecchi. Piuttosto è un’ambizione che renderà splendente la giovinezza che ne eredita le qualità maggiori”. Aci 20

 

 

 

 

Papa Francesco, Urbi et Orbi di Pasqua: “Oggi più che mai abbiamo bisogno del Risorto”

 

Dall’Ucraina alla situazione in Medio Oriente, senza dimenticare il Myanmar e l’Afghanistan. Papa Francesco guarda alla “Quaresima che sembra non avere fine” del mondo. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. È una “Quaresima che sembra non avere fine” quella che ha colpito il mondo, dalla pandemia alla guerra scoppiata nel cuore dell’Europa, che si aggiunge ai conflitti in Medio Oriente, in Asia, in situazioni del mondo dove la Santa Sede è presene anche quando non c’è nessuno. E proprio per questo, oggi più che mai “abbiamo bisogno del Crocifisso Risorto”, sottolinea Papa Francesco nel tradizionale messaggio Urbi et Orbi di Pasqua. Una “Pasqua di guerra”, dice il Papa, di fronte alla quale “anche i nostri occhi sono increduli”.

Come sempre, il messaggio Urbi et Orbi del Papa – alla città e al mondo – è una occasione anche per guardare agli scenari difficili del mondo. Per la prima volta dall’inizio della pandemia, il Papa torna sulla loggia delle Benedizioni, con il corpo diplomatico sul sagrato e 50 mila persone in piazza (dati della Segreteria di Stato vaticana), le bande della Guardia Palatina e quella del Corpo dei Carabinieri che suonano l’inno pontificio e quello italiano, i fiori olandesi che hanno decorato la piazza. Non c’è stata, come di consueto, l’omelia del Papa alla Messa del mattino, ma c’è stato il passaggio in papamobile in piazza alla fine della celebrazione, fino a via della Conciliazione – Papamobile in cui è stata posta una sedia per permettere al Papa di non rimanere in piedi. Così, tutta l’attenzione è proprio sul messaggio. Anche questo il Papa lo proclama da seduto, per i ben noti problemi di gonalgia che gli hanno anche impedito di celebrare la Messa della Veglia Pasquale ieri. 

È una Pasqua che vediamo “con gli occhi increduli” come i discepoli di fronte al sudario, perché “è una Pasqua di guerra” – dice Papa Francesco – e abbiamo visto “troppo sangue, troppa violenza”, mentre i nostri cuori “si sono riempiti di paura e angoscia” e “tanti nostri fratelli e sorelle si sono dovuti chiudere dentro per difendersi dalle bombe”.

Una situazione in cui “facciamo fatica a credere che Gesù sia veramente risorto”. Eppure, sottolinea con forza Papa Francesco, la Resurrezione “non è una illusione”. E allora “oggi più che mai abbiamo bisogno di Lui, al termine di una Quaresima che sembra non voler finire”, perché dopo due anni di pandemia “stiamo dimostrando che in noi c’è ancora lo spirito di Caino, che guarda Abele non come un fratello, ma come un rivale, e pensa come eliminarlo”.

Papa Francesco afferma, allora che “abbiamo bisogno del Crocifisso Risorto per credere nella vittoria dell’amore, per sperare nella riconciliazione”, perché solo Gesù può “venire in mezzo a noi” a dire “pace a lui”, come solo lui ha il diritto di fare perché “porta le piaghe, le nostre piaghe”, ovvero “nostre perché procurate a Lui da noi, dai nostri peccati, dalla nostra durezza di cuore, dall’odio fratricida” e “perché Lui le porta per noi, non le ha cancellate dal suo Corpo glorioso, ha voluto tenerle, portarle in sé per sempre”.

Queste piaghe “sono un sigillo incancellabile del suo amore per noi”, e sono “il segno della lotta che Lui ha combattuto e vinto per noi, con le armi dell’amore, perché noi possiamo avere pace, essere in pace, vivere in pace”.

Papa Francesco chiede di “lasciare entrare la pace di Cristo nelle nostre vite, nelle nostre case, nei nostri Paesi”. E per la prima volta dopo tanti anni, non è più la Siria a cominciare la lista degli scenari di conflitto, ma “la martoriata Ucraina, così duramente provata dalla violenza e dalla distruzione della guerra crudele e insensata in cui è stata trascinata”.

Papa Francesco esclama: “Su questa terribile notte di sofferenza e di morte sorga presto una nuova alba di speranza! Si scelga la pace. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre”.

Il Papa chiede di “non abituarsi alla guerra”, esorta ad impegnarsi “a chiedere a gran voce la pace, dai balconi, per le strade”, invita “chi ha la responsabilità delle Nazioni” ad ascoltare “il grido di pace della gente,” e in particolare alla domanda scritta nel manifesto “Russel Einstein” del 9 luglio 1955”: “Metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?”.

Papa Francesco dice di portare nel cuore “tutte le numerose vittime ucraine, i milioni di rifugiati e di sfollati interni, le famiglie divise, gli anziani rimasti soli, le vite spezzate e le città rase al suolo”, afferma di avere “negli occhi lo sguardo dei bambini rimasti orfani e che fuggono dalla guerra”, e dice che in quei bambini c’è il grido di dolore di tanti bambini che soffrono nel mondo, per fame, assenze di cure, perché sono vittime di abusi o violenze o anche quelli cui è stato negato il diritto di nascere”.

Papa Francesco guarda però anche ai “segni incoraggianti, come le porte aperte di tante famiglie e comunità che in tutta Europa accolgono migranti e rifugiati”, atti di carità che devono diventare “una benedizione per le nostre società, talvolta degradate da tanto egoismo e individualismo” e contribuire “a renderle accoglienti per tutti”.

Se gli occhi sono al conflitto prossimo, per Papa Francesco non si devono dimenticare anche altre situazioni conflitto. Anzi, questo conflitto ci deve rendere “più solleciti anche davanti ad altre situazioni di tensione, sofferenza e dolore, che interessano troppe regioni del mondo e non possiamo né vogliamo dimenticare”.

Papa Francesco chiede “pace per il Medio Oriente, lacerato da anni di divisioni e conflitti”, auspicando che “israeliani, palestinesi e tutti gli abitanti della Città Santa, insieme con i pellegrini, sperimentare la bellezza della pace, vivere in fraternità e accedere con libertà ai Luoghi Santi nel rispetto reciproco dei diritti di ciascuno”.

E poi, il Papa chiede pace per Libano, Siria, Iraq e in particolare le comunità cristiane che vivono in Medio Oriente. Lo sguardo va alla Libia e allo Yemen, da sempre oggetto di appelli del Papa nell’indifferenza della comunità internazionale per una guerra che va avanti da troppo tempo. Un conflitto, quello nello Yemen, “ da tutti dimenticato, con continue vittime”, ma ora con una tregua siglata nei giorni scorsi che si spera “possa restituire speranza alla popolazione”.

Quindi, il continente asiatico. C’era molta speranza per il Myanmar, dopo il viaggio del Papa nel 2017, ma il colpo di Stato militare di due anni fa ha riportato il Paese nel caos, e anche recentemente sono state attaccate chiese. Il Papa parla di un perdurante e drammatico “scenario di odio e di violenza”.

C’è quindi l’Afghanistan, dove, dopo il ritorno dei talebani, non è rimasta nemmeno una chiesa. Lì – nota Papa Francesco – “non si allentano le pericolose tensioni sociali”, mentre “una drammatica crisi umanitaria sta martoriando la popolazione”.

Papa Francesco chiede anche pace per il continente africano (sarà in Repubblica Democratica del Congo e Sud Sudan il prossimo luglio), e fa appello affinché “cessino lo sfruttamento di cui è vittima e l’emorragia portata dagli attacchi terroristici – in particolare nella zona del Sahel – e incontri sostegno concreto nella fraternità dei popoli”.

Sia l’Etiopia, dove c’è ora una tregua, che la Repubblica Democratica del Congo sono menzionate dal Papa, così come le popolazioni del Sudafrica orientale, colpite da devastanti alluvioni.

Capitolo America Latina: Papa Francesco nota che nel subcontinente in alcuni casi sono persino peggiorate le condizioni sociali a causa della pandemia. Quindi, lo sguardo al Canada, anche questa destinazione di un viaggio di Papa Francesco – annunciato, non ufficializzato – a fine luglio: Papa Francesco prega perché il Signore accompagni “il cammino di riconciliazione che la Chiesa Cattolica canadese sta percorrendo con i popoli autoctoni”, affinché “lo Spirito di Cristo Risorto sani le ferite del passato e disponga i cuori alla ricerca della verità e della fraternità”.

Ma il pensiero finale non può che essere per la guerra, perché – dice Papa Francesco – “ogni guerra porta con sé strascichi che coinvolgono tutta l’umanità: dai lutti al dramma dei profughi, alla crisi economica e alimentare di cui si vedono già le avvisaglie”.

Ma – conclude il Papa – “davanti ai segni perduranti della guerra, come alle tante e dolorose sconfitte della vita, Cristo, vincitore del peccato, della paura e della morte, esorta a non arrendersi al male e alla violenza. Lasciamoci vincere dalla pace di Cristo! La pace è possibile, la pace è doverosa, la pace è primaria responsabilità di tutti!” aci 17

 

 

 

 

Ucraina, il Papa a Pasqua: basta mostrare muscoli, si scelga la pace

 

Francesco all’Urbi et Orbi: sia riconciliazione per Kiev, «così duramente provata dalla distruzione della guerra crudele e insensata in cui è stata trascinata». La fine delle violenze è «possibile e doverosa, responsabilità di tutti» - Domenico Agasso

 

CITTÀ DEL VATICANO. «Ho negli occhi lo sguardo dei bambini rimasti orfani e che fuggono dalla guerra. Guardandoli non possiamo non avvertire il loro grido di dolore, insieme a quello dei tanti altri bambini che soffrono in tutto il mondo. Sia pace per la martoriata Ucraina, così duramente provata dalla distruzione della guerra crudele e insensata in cui è stata trascinata. Si scelga la pace», che è «possibile e doverosa, responsabilità di tutti. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre». È l’appello che papa Francesco, prima di impartire la Benedizione Urbi et Orbi, lancia nel giorno di Pasqua dalla loggia centrale della basilica di San Pietro. Chi ha la responsabilità «delle Nazioni ascolti quella inquietante domanda posta dagli scienziati quasi settant'anni fa: “Metteremo fine al genere umano, o l'umanità saprà rinunciare alla guerra?”», dice citando il «Manifesto Russell-Einstein» del 1955.

Alle 10 il Pontefice presiede, sul sagrato della Basilica vaticana, la Solenne Celebrazione della Messa del giorno di Pasqua. Alla Celebrazione, che inizia con il rito del Resurrexit, prendono parte fedeli romani e pellegrini provenienti da ogni parte del mondo in occasione delle feste pasquali: sono circa 50mila i presenti, come riferiscono fonti vaticane. Nelle preghiere dei fedeli c'è anche un’invocazione in ucraino: Dio «conceda ai nostri fratelli e sorelle defunti di partecipare alla Pasqua eterna». Le preghiere sono state pronunciate anche in arabo, cinese, tedesco e inglese.

Al termine della Messa il Papa compie il giro tra i fedeli e i pellegrini con l'auto scoperta; piazza San Pietro è gremita dopo tanto tempo, come pure via della Conciliazione.

E poi alle ore 12 Francesco rivolge il «Messaggio Pasquale», davanti a 100mila persone.

Esordisce con gli auguri: «Cari fratelli e sorelle, buona Pasqua! Gesù, il Crocifisso, è risorto! Viene in mezzo a coloro che lo piangono, rinchiusi in casa, pieni di paura e di angoscia». Cristo giunge in mezzo «a loro e dice: “Pace a voi!”». Mostra le «piaghe nelle mani e nei piedi, la ferita nel costato: non è un fantasma, è proprio Lui, lo stesso Gesù che è morto sulla croce ed è stato nel sepolcro. Davanti agli sguardi increduli dei discepoli Egli ripete: “Pace a voi!”».

Anche i «nostri sguardi sono increduli, in questa Pasqua di guerra. Troppo sangue abbiamo visto, troppa violenza. Anche i nostri cuori si sono riempiti di paura e di angoscia, mentre tanti nostri fratelli e sorelle si sono dovuti chiudere dentro per difendersi dalle bombe. Facciamo fatica a credere che Gesù sia veramente risorto, che abbia veramente vinto la morte. Che sia forse un’illusione? Un frutto della nostra immaginazione?». Esclama il Vescovo di Roma: «No, non è un’illusione! Oggi più che mai risuona l’annuncio pasquale tanto caro all’Oriente cristiano: “Cristo è risorto! È veramente risorto!” Oggi più che mai abbiamo bisogno di Lui, al termine di una Quaresima che sembra non voler finire». Bergoglio ricorda e sottolinea: «Abbiamo alle spalle due anni di pandemia, che hanno lasciato segni pesanti. Era il momento di uscire insieme dal tunnel, mano nella mano, mettendo insieme le forze e le risorse...». E invece «stiamo dimostrando che in noi c’è ancora lo spirito di Caino, che guarda Abele non come un fratello, ma come un rivale, e pensa a come eliminarlo. Abbiamo bisogno del Crocifisso Risorto per credere nella vittoria dell’amore, per sperare nella riconciliazione. Oggi più che mai abbiamo bisogno di Lui, che venga in mezzo a noi e ci dica ancora: “Pace a voi!”».

Solo il Figlio Dio «può farlo. Solo Lui ha il diritto oggi di annunciarci la pace. Solo Gesù, perchè porta le piaghe, le nostre piaghe. Quelle sue piaghe sono nostre due volte: nostre perché procurate a Lui da noi, dai nostri peccati, dalla nostra durezza di cuore, dall’odio fratricida; e nostre perché Lui le porta per noi, non le ha cancellate dal suo Corpo glorioso, ha voluto tenerle, portarle in se? per sempre». Sono un «sigillo incancellabile del suo amore per noi, un’intercessione perenne perché il Padre celeste le veda e abbia misericordia di noi e del mondo intero. Le piaghe nel Corpo di Gesù risorto sono il segno della lotta che Lui ha combattuto e vinto per noi, con le armi dell’amore, perché noi possiamo avere pace, essere in pace, vivere in pace».

Guardando quelle «piaghe gloriose, i nostri occhi increduli si aprono, i nostri cuori induriti si schiudono e lasciano entrare l’annuncio pasquale: “Pace a voi!”».

Francesco esorta a lasciare «entrare la pace di Cristo nelle nostre vite, nelle nostre case, nei nostri Paesi!».

E poi invoca: «Sia pace per la martoriata Ucraina, cosi? duramente provata dalla violenza e dalla distruzione della guerra crudele e insensata in cui e? stata trascinata. Su questa terribile notte di sofferenza e di morte sorga presto una nuova alba di speranza! Si scelga la pace. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre». E incoraggia: «Per favore, per favore: non abituiamoci alla guerra, impegniamoci tutti a chiedere a gran voce la pace, dai balconi e per le strade! Pace! Chi ha la responsabilità delle Nazioni ascolti il grido di pace della gente. Ascolti quella inquietante domanda posta dagli scienziati quasi settant’anni fa: “Metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?” (Manifesto Russell- Einstein, 9 luglio 1955, ndr)».

Il Papa porta nel cuore tutte le «numerose vittime ucraine, i milioni di rifugiati e di sfollati interni, le famiglie divise, gli anziani rimasti soli, le vite spezzate e le città rase al suolo. Ho negli occhi lo sguardo dei bambini rimasti orfani e che fuggono dalla guerra. Guardandoli non possiamo non avvertire il loro grido di dolore, insieme a quello dei tanti altri bambini che soffrono in tutto il mondo: quelli che muoiono di fame o per assenze di cure, quelli che sono vittime di abusi e violenze e quelli a cui è stato negato il diritto di nascere».

Nel dolore della «guerra non mancano anche segni incoraggianti, come le porte aperte di tante famiglie e comunità che in tutta Europa accolgono migranti e rifugiati. Questi numerosi atti di carità diventino una benedizione per le nostre società, talvolta degradate da tanto egoismo e individualismo, e contribuiscano a renderle accoglienti per tutti».

Il conflitto in Europa «ci renda piu? solleciti anche davanti ad altre situazioni di tensione, sofferenza e dolore, che interessano troppe regioni del mondo e non possiamo né vogliamo dimenticare».

E così «sia pace per il Medio Oriente, lacerato da anni di divisioni e conflitti. In questo giorno glorioso domandiamo pace per Gerusalemme e pace per coloro che la amano, cristiani, ebrei e musulmani. Possano israeliani, palestinesi e tutti gli abitanti della Città Santa, insieme con i pellegrini, sperimentare la bellezza della pace, vivere in fraternità e accedere con libertà ai Luoghi Santi nel rispetto reciproco dei diritti di ciascuno».

E avvenga la riconciliazione «per i popoli del Libano, della Siria e dell’Iraq, e in particolare per tutte le comunità cristiane che vivono in Medio Oriente». E così «anche per la Libia, perché trovi stabilità dopo anni di tensioni, e per lo Yemen, che soffre per un conflitto da tutti dimenticato con continue vittime: la tregua siglata nei giorni scorsi possa restituire speranza alla popolazione».

Al Signore «risorto chiediamo il dono della riconciliazione per il Myanmar, dove perdura un drammatico scenario di odio e di violenza, e per l’Afghanistan, dove non si allentano le pericolose tensioni sociali e dove una drammatica crisi umanitaria sta martoriando la popolazione».

Papa Bergoglio domanda «pace per tutto il continente africano, affinchè cessino lo sfruttamento di cui è vittima e l’emorragia portata dagli attacchi terroristici – in particolare nella zona del Sahel – e incontri sostegno concreto nella fraternita? dei popoli». Ritrovi l’Etiopia, «afflitta da un grave crisi umanitaria, la via del dialogo e della riconciliazione, e cessino le violenze nella Repubblica Democratica del Congo. Non manchi la preghiera e la solidarietà per le popolazioni del Sudafrica orientale, colpite da devastanti alluvioni».

Francesco auspica che «Cristo risorto accompagni e assista le popolazioni dell’America Latina, che in alcuni casi hanno visto peggiorare, in questi tempi difficili di pandemia, le loro condizioni sociali, esacerbate anche da casi di criminalità, violenza, corruzione e narcotraffico».

E al «Signore Risorto domandiamo di accompagnare il cammino di riconciliazione che la Chiesa Cattolica canadese sta percorrendo con i popoli autoctoni. Lo Spirito di Cristo Risorto sani le ferite del passato e disponga i cuori alla ricerca della verità e della fraternita?».

Ogni guerra porta «con sé strascichi che coinvolgono tutta l’umanità – evidenzia - dai lutti al dramma dei profughi, alla crisi economica e alimentare di cui si vedono già le avvisaglie». Davanti ai segni «perduranti della guerra, come alle tante e dolorose sconfitte della vita, Cristo, vincitore del peccato, della paura e della morte, esorta a non arrendersi al male e alla violenza. Lasciamoci vincere dalla pace di Cristo! La pace è possibile, la pace è doverosa, la pace è primaria responsabilità di tutti!».

Dopo l’annuncio della concessione dell’indulgenza dato dal cardinale protodiacono Renato Raffaele Martino, il Papa ha impartito la Benedizione Urbi et Orbi. LS 17

 

 

 

Riproposta a Wuppertal la Passione Vivente

 

Wuppertal – Dopo due anni la Missione Cattolica Italiana di Wuppertal, in Germania, ha riproposto la rappresentazione della Passione Vivente. Una rievocazione della Passione e Morte di Gesù nata 40 anni fa su iniziativa dei tanti emigrati italiani che hanno voluto portare anche qui una tradizione molto sentita nei loro luoghi di origine.

Nata in sordina oggi la Passione Vivente di Wuppertal vede il coinvolgimento degli emigrati italiani ed è seguita da tanti cittadini di varie nazionalità in questo territorio di oltre 300mila abitanti nella Renania Settentrionale dove vivono oltre 11mila italiani.

Purtroppo in occasione dell’anniversario del quarantesimo – lo scorso anno – a causa della pandemia, la rappresentazione non si è svolta ma la Mci, guidata da don Angelo Ragosta, insieme con la comunità, ha deciso di farla «rivivere» ripubblicando, sui canali social, video delle edizioni trascorse. Quest’anno dal vivo anche se in forma ridotta – ci dice il sacerdote italiano  – evidenziando come la comunità italiana sente molto questo momento che «non è uno spettacolo, non è una recita» ma narra la fede di una comunità e ne è il «cuore pulsante». Raffaele Iaria, Mig.on. 20

 

 

 

 

Via Crucis a Ulm e Neu-Ulm

 

Il 15 Aprile scorso, dopo una forzata pausa biennale, dovuta alla terribile pandemia, che, peraltro, non accenna a fermarsi, la Missione Cattolica Italiana di Ulm e Neu-Ulm ha ripreso la tradizionale Commemorazione della Passione del Signore.

 

A questa sempre commovente e coinvolgente Via Crucis, svoltasi con un tempo piuttosto primaverile, animato da una leggera brezza,  hanno partecipato numerosi fedeli italiani,  tedeschi e di altre etnie,  provenienti da diverse città  –  anche distanti – della Baviera e del Baden-Württemberg.

 

Alcune decine i devoti, provenienti da Kempten e Memmingen, coordinati dal Dr. Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle Missioni di Augsburg e Kempten, dalla Segretaria, Signora Pina Baiano-Polverino e da altri Membri del Consiglio Pastorale.

 

Veramente meraviglioso il nuovo Stendardo con l'effige della Vergine, Regina della Pace, fatto allestire in Polonia e portato dal Signor Sabino Scarvaglieri e da qualche altro volontario durante il lungo tragitto della Rievocazione. Immagine della Madonna, Regina della Pace, impressa anche nei foulard di molti partecipanti.

 

Particolarmente calorosa l'accoglienza da parte del padrone di casa, Don Giampiero Fantastico, Rettore delle Missioni di Neu-Ulm e di Ulm, che ha presentato e introdotto la cerimonia, facendo gli onori di casa anche all’illustre ospite Dr. Bertram Meier, Vescovo di Augsburg.

 

Sul palco, allestito davanti al municipio di Neu-Ulm: Don Fantastico, Padre Zuchowski, altri sacerdoti, tra i quali un sacerdote ucraino, i Borgomastri di Neu-Ulm e Ulm, – e quest’anno –  anche Mons. Meier. Don Giampiero ha salutato anche una Pastora presente tra il pubblico, che è stata applaudita dai presenti.

 

Dopo il saluto e l'introduzione alla Rievocazione da parte di Don Fantastico, e dopo il saluto in tedesco della Borgomastra di Neu-Ulm, e di un breve intervento del sacerdote ucraino nella sua lingua, c'è stato il molto apprezzato saluto del Vescovo in lingua italiana.

Tra l'altro Mons. Meier ha anche ringraziato il parroco ospitante, e si è dichiarato lieto di avere nella sua Diocesi un sacerdote così fantastico, non solo di nome,

 

Durante il percorso e alle varie stazioni, si sono recitate preghiere e intonati canti, in italiano, in tedesco... e quest’anno anche alcuni in ucraino, croato, polacco...  e pure un bel canto alla Madonna, in spagnolo.

 

Sempre molta suggestiva soprattutto l’ultima stazione: la Crocifissione nel piazzale del Duomo di Ulm. Al termine del Rito Padre Fantastico, ringraziando gli organizzatori e i protagonisti della Rievocazione, ha invitato i presenti a concludere l'incontro con l’invocazione a Maria, Regina della Pace con le parole in latino: Maria, dona nobis pacem!

Invocazione che Mons. Meier ha tradotto anche per i tedeschi, chiedendo ai presenti di recitare, e intonare tre volte a voce alta l'invocazione.

 

Al termine della Commemorazione, la brezza primaverile, salita nel frattempo d'intensità, faceva sventolare i teli che pendevano dalla croce... e una luna piena, particolarmente luminosa, dall'alto... sembrava che guardasse la scena... e annuisse. Fernando A. Grasso

 

 

 

 

Via Crucis al Colosseo con Papa Francesco. Sono le famiglie a portare la croce

 

Venerdì della Settimana Santa. Le 14 stazioni della Via Crucis al Colosseo affidate alle famiglie. La preghiera del Papa: "Disarma la mano alzata del fratello contro il fratello". Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Papa Francesco torna al Colosseo per la Via Crucis. Dopo due anni di stop, a causa della pandemia da coronavirus, il Pontefice presiede la tradizionale processione del Venerdì Santo nel posto più suggestivo dell'antica Roma, l'Anfiteatro Flavio. Nell’Anno della Famiglia, che porta all’Incontro Mondiale delle Famiglie che si terrà a Roma il prossimo giugno, il Papa ha deciso che a scrivere le meditazioni sono le famiglie.

Papa Francesco affida in particolare la preparazione dei testi delle meditazioni e delle preghiere ad alcune famiglie legate a comunità ed associazioni cattoliche di volontariato ed assistenza. La Sala Stampa della Santa Sede conta 10.000 persone presenti al Colosseo.

Quello di oggi è senza dubbio un mondo provato. Come Gesù che soffre sulla croce. Provato dalla croce della guerra e della pandemia. E le famiglie ne portano il peso maggiore.

I testi in particolare delle 14 stazioni sono stati scritti da una coppia di giovani sposi , una famiglia in missione , da sposi anziani senza figli, una famiglia numerosa, una famiglia con un figlio con disabilità, una famiglia che gestisce una casa famiglia, una famiglia con un genitore malato , una coppia di nonni, una famiglia adottiva, una vedova con figli, una famiglia con un figlio consacrato, una famiglia che ha perso una figlia, una famiglia ucraina e una famiglia russa ( che ha suscitato qualche critica da parte dell'ambasciatore ucraino presso la Santa Sede e non solo ) e infine una famiglia di migranti. Tutte le tipologie di famiglie che caratterizzano il mondo intero.

In mondovisione vengono quindi rappresentate "le croci" di cui ogni giorno le famiglie sono costrette a farsi carico: malattie, scelte difficili, licenziamenti, disabilità, precarietà, lutti. "Eravamo in cinque in casa: io, mio marito e i nostri tre figli. Cinque anni fa la vita si è complicata. Una diagnosi difficile da accettare, una malattia oncologica scritta ogni istante sul volto della figlia più piccola. Una malattia che, pur non avendo mai spento il suo sorriso, ha reso lo stridore dell’ingiustizia che vivevamo ancora più doloroso. Malgrado le beffe di cui il dolore sembrava averci già ricoperto, dopo solo sei anni di matrimonio mio marito ci ha lasciato per una morte improvvisa, mettendoci su una strada di solitudine straziante, durante la quale in due anni abbiamo accompagnato la piccola di casa al suo ultimo saluto. Sono passati cinque anni dall’inizio di questa avventura che non abbiamo assolutamente compreso razionalmente, ma la certezza è che questa grande croce è stata abitata dal Signore e lo è ancora oggi. Dio non chiama chi è capace ma rende capace chi chiama: questo ci disse un giorno una suora, e queste parole ci hanno cambiato la prospettiva di vita negli ultimi anni", questo il racconto di una mamma nella XII stazione "Gesù dona la Madre al discepolo amato".

La XIII stazione è stata affidata ad una rappresentanza ucraina e una russa, insieme. Sono lì a portare tutte e due la stessa croce, due donne, due infermiere, durante il momento preciso nel quale Gesù spirò. "Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente delle parole. Sostiamo in un silenzio orante e ciascuno nel proprio cuore preghi per la pace nel mondo", questa la meditazione scelta per la tredicesima stazione. "Si tratta di un cambiamento previsto, che limita il testo al minimo per affidarsi al silenzio e alla preghiera", spiega la Sala Stampa della Santa Sede.

La Via Crucis in questi giorni è anche e soprattutto dell'Ucraina. "Ecco, con il nunzio stiamo tornando adesso a Kiev, da questi posti difficili per ogni persona del mondo, dove abbiamo trovato ancora tanti morti e una tomba di almeno 80 persone, sepolte senza nome e senza cognome. E mancano le lacrime, mancano le parole. (Mica) Menomale che c’è la fede, e che siamo nella Settimana Santa, Venerdì Santo, quando ci possiamo unire con la persona di Gesù e salire con Lui sulla Croce, perché dopo Venerdì Santo … lo so, lo so: ci sarà la Domenica di Resurrezione. E forse Lui ci spiegherà tutto con il Suo amore e cambierà tutto anche dentro di noi, questa amarezza e questa sofferenza che portiamo da alcuni giorni, ma particolarmente dalla giornata di oggi." Questo pomeriggio, di ritorno da Borodianka, a nord di Kiev, dove si è fermato a pregare di fronte alle fosse e ai corpi ritrovati, come in una Via Crucis, il Cardinale elemosiniere Konrad Krajewski ha affidato il suo dolore a questo messaggio.

I testi della Via Crucis 2022 sono illustrati da riproduzioni di miniature tratte da due manoscritti della Biblioteca Apostolica Vaticana: un libro di meditazioni sulla Passione e un libro d’Ore del sec. XV.

"Tieni accesa nelle nostre famiglie la lampada del Vangelo, che rischiara gioie e dolori, fatiche e speranze: ogni casa rifletta il volto della Chiesa, la cui legge suprema è l’amore. Per l’effusione del tuo Spirito, aiutaci a spogliarci dell’uomo vecchio, corrotto dalle passioni ingannatrici, e rivestici dell’uomo nuovo, creato secondo la giustizia e la santità. Tienici per mano, come un Padre, perché non ci allontaniamo da Te; converti al tuo cuore i nostri cuori ribelli, perché impariamo a seguire progetti di pace; porta gli avversari a stringersi la mano, perché gustino il perdono reciproco; disarma la mano alzata del fratello contro il fratello, perché dove c’è l’odio fiorisca la concordia.Fa’ che non ci comportiamo da nemici della croce di Cristo, per partecipare alla gloria della sua risurrezione.", questa la preghiera finale del Papa davanti a Gesù crocifisso. Aci 15

 

 

 

 

Un po’ di Vangelo, per favore!

 

Putin ha avuto la spudoratezza, e il papa ha il coraggio, di citare il Vangelo. Coraggio, perché tale è il clima che si è creato a proposito della guerra in Ucraina, promosso intenzionalmente dalla propaganda di ambedue le parti, che ci vuole del coraggio per citare il Vangelo. Sono rare le voci degli stessi cristiani, che osino portarlo in campo.

A voler giustificare, in qualche modo, la costante censura delle parole di Gesù sull’amore, si potrebbe dire che, effettivamente, non è corretto schiacciare su un detto evangelico privo di sfumature, come è in genere il linguaggio di Gesù e degli evangelisti, la complessità delle situazioni e dei valori in gioco. Le circostanze, inoltre, nelle quali quei detti sono stati proclamati, non sono le stesse sulle quali la coscienza cristiana è chiamata, oggi, a interrogarsi.

Non sull’aggressione all’Ucraina, decisa dal governo e dal parlamento della Russia, di cui è palese l’iniquità e doverosa la condanna, ma sì sulla risposta armata dell’Ucraina, sostenuta dalla fornitura di armamenti da parte dei paesi della NATO, sulla quale è doveroso tornare ad interrogarsi, ogni giorno di nuovo, man mano che la guerra continua. Sarebbe questione, infatti, di ordinaria politica, se non fosse che ne conseguono migliaia e diecine di migliaia di morti e che non c’è ancora nessuna prospettiva concreta (al di là delle menzogne ufficiali) sulla fine di questa tragedia.

«Perché fate così?»

In questa situazione non c’è una persona onesta, sia di fede cristiana, sia di altre o di nessuna fede, che sia esonerata dal porre la sua coscienza di fronte al comandamento «Non uccidere!», per domandarsi se le ragioni addotte per dispensarsi da questa fondamentale obbedienza siano valide in sé stesse e siano così robuste da resistere all’assalto delle lacrime delle vittime, dei morti e dei vivi, che ci interrogano: «Perché fate così?». Chi poi professa e vive la fede cristiana non può tralasciare di prendersi in mano i vangeli e gli scritti degli Apostoli e porre la propria coscienza di fede a confronto con quanto vi sta scritto.

Se di ogni singolo detto si può pensare che non sia applicabile alla situazione presente, sulla linea di fondo di Gesù, del suo insegnamento e della sua vita vissuta, non ci sono dubbi. San Paolo la sintetizza in pochissime parole: «Non rendete a nessuno male per male (…). Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene».

Gesù non è affatto un rassegnato di fronte alle immani ingiustizie che si perpetrano nel mondo: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada». È la spada della verità, dalla quale aveva cercato di mettere in guardia Pilato nel suo estremo dialogo con il governatore, e che secondo la fantastica visione dell’Apocalisse, esce dalla sua bocca a tagliare di netto la menzogna dalla verità: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Mt 10,34-35).

Saper distinguere

Mentre stavo scrivendo queste righe, ecco scoppiare la polemica sul progetto di papa Francesco di far portare la croce, insieme, a una famiglia ucraina e a una russa, durante la Via Crucis al Colosseo. A questo punto, veramente, non restano più vie alternative: Vangelo sì o Vangelo no!

Come sarebbe possibile, mettendosi davanti agli occhi la scena della cattura di Gesù, del processo, della condanna e del suo mettersi in cammino verso il Calvario, ciò che si fa nella Via Crucis, e distogliere la propria meditazione da quel suo: «Rimetti la tua spada al suo posto» (Mt 26,52), imposto da Gesù, mentre gli stavano legando le mani, a chi intendeva difenderlo. La spada dell’odio non dovrebbe essere riposta nel fodero neanche meditando la Via Crucis e pregando!?

Non giudico i cristiani ucraini schiacciati sotto le bombe dei russi, di cui capisco perfettamente il turbamento di fronte al precetto evangelico dell’amore, da sostituire al precetto antico: «Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico» (Mt 5,43). Ma pretendere che a Roma alcuni cristiani russi e alcuni cristiani ucraini, incolpevoli gli uni e gli altri, non debbano pregare insieme è un’ulteriore follia, che si aggiunge alla follia della guerra.

Ricordo il buon senso della gente che, durante la guerra mondiale, mentre si subivano le efferatezze dei tedeschi fanatici delle SS, educati alla violenza fin da bambini, che sapeva ben distinguere da loro i soldati regolari dell’esercito, costretti a combattere loro malgrado. Ricordo, a guerra finita, la mia meraviglia di ragazzino dodicenne quando vedevo la gente porgere, di soppiatto, la fetta di pane o una mela ai prigionieri tedeschi messi ai lavori forzati, a Fiume, nello sgombero delle strade dalle macerie dei bombardamenti. Anche allora, però, chi lo faceva correva il rischio di essere odiato come nazista.

La guerra, vista nel suo ripetersi, è anche noiosa: sempre le stesse cose! Ma la maggioranza della gente aveva sempre saputo ben distinguere fra nazisti e tedeschi. Evidentemente non lo sanno fare, oggi a Pisa, i compagni di una liceale russa, che i lunedì torna a scuola piena d’angoscia, perché teme di essere presa di mira, odiata e insultata.

Uno degli effetti più distruttivi di questa guerra insana è il montare dell’odio cieco, incapace di quel rispetto e compassione che anche i russi dissidenti e i soldatini mandati da Putin al massacro in Ucraina si meritano. L’odio, si sa, sfonda ogni logica ed è così che si pretenderebbe che il papa facesse il papa, ma non da cristiano e che i cristiani pregassero il loro Cristo, ma rinnegando il suo Vangelo. Severino Dianich, Sett.news 14

 

 

 

 

55 anni dalla «Fidei donum»

 

 

Il 21 aprile la Chiesa universale celebra il 55esimo anniversario della Fidei donum, Lettera enciclica di Pio XII. I doni e le sfide della missio ad gentes nella riflessione di sr. Maria Rosa Venturelli*, missionaria Comboniana.

Il 21 aprile 1957, giorno di Pasqua, veniva pubblicata l’enciclica Fidei donum che attirava l’attenzione della Chiesa cattolica sulle missioni. Il titolo di questa Enciclica è rimasto legato ai sacerdoti diocesani, chiamati appunto Fidei Donum, inviati dai loro vescovi in altre Chiese sorelle e che dopo un tempo più o meno lungo ritornano nelle diocesi “per contagiare” le loro chiese di origine con l’esperienza missionaria vissuta.

L’enciclica Fidei donum nasce dalla preoccupazione di Pio XII per lo stato del cattolicesimo in Africa. Senza trascurare «le regioni scristianizzate d’Europa», «le vaste contrade dell’America del Sud» e le «missioni di Asia e di Oceania», egli intendeva orientare lo sguardo «verso l’Africa, nell’ora in cui essa si apriva alla vita del mondo moderno ed attraversava gli anni forse più gravi del suo destino millenario». Di conseguenza, il documento indica come terra di missione soprattutto l’Africa, investita in quegli anni dalla ventata di indipendenza che portò, con sanguinose rivolte e guerre, alla fine del colonialismo e alla nascita di molti nuovi Stati africani in cerca della loro autonomia e libertà. E numerosi cristiani, religiosi e religiose divennero martiri.

Pio XII nel suo documento accennava ad un nuovo tipo di cooperazione missionaria, diverso da quelli tradizionali. Egli scriveva così: “Un’altra modalità di aiuto, certo più onerosa, è adottata da alcuni Vescovi, i quali, benché ne sentano il peso, autorizzano l’uno o l’altro dei loro sacerdoti a partire dalla diocesi e per un tempo determinato a collaborare con gli Ordinari del luogo in Africa. Questo infatti contribuisce moltissimo affinché là si stabiliscano, con saggezza e ponderazione, nuove e specifiche forme di esercizio del ministero sacerdotale, come pure a supplire al clero di dette diocesi nelle mansioni dell’insegnamento ecclesiastico e profano, cui esso non può far fronte” (AAS, cit., 245-6).

Questo documento ha gettato un seme che pochi anni dopo trovò terreno fertile e si sviluppò, grazie alla profonda riflessione ecclesiologica e missiologica del Concilio Vaticano II e del magistero missionario post-conciliare. Lo scambio vicendevole di persone, mezzi e metodologie apostoliche, i percorsi formativi per i missionari, la necessità di istituire a livello nazionale centri di formazione missionaria per i partenti e di coordinamento per rispondere adeguatamente alle richieste di personale e di mezzi. Ulteriore obiettivo era quello di mettere in condizione le giovani Chiese, che contavano sugli aiuti fino allora affidati solamente agli Istituti missionari esclusivamente ad gentes, sia maschili che femminili, di ricevere i sacerdoti Fidei Donum, formando così le antiche Chiese a vivere la missionarietà di tutta una diocesi, di tutto un popolo di Dio che inviava per l’annuncio ad extra. Quella missionarietà, che con il Concilio Vaticano II, diventerà la prerogativa prima che ogni diocesi del mondo dovrà vivere.

Benedetto XVI nel Messaggio per la Giornata missionaria mondiale 2007, ricordando i 50 anni di questa enciclica, sottolineava che: «Da questa cooperazione sono scaturiti abbondanti frutti apostolici sia per le giovani Chiese in terra di missione, che per le realtà ecclesiali da cui provenivano i missionari/e… e tra loro ci furono non pochi martiri che, alla testimonianza della parola e alla dedizione apostolica, hanno unito il sacrificio della vita. Né possiamo dimenticare i molti religiosi, religiose, laici volontari, famiglie che, insieme ai presbiteri, si sono prodigati per diffondere il Vangelo sino agli estremi confini del mondo».

Tale sottolineatura riguardante i laici e i martiri è molto attuale nell’oggi. Questo non esclude il contributo prezioso degli Istituti esclusivamente ad gentes, che vivono tale missione ad vitam, dando solidità e continuità alla collaborazione, allo scambio di persone tra le diocesi, alla formazione profonda della realtà ecclesiale locale.

Per il fatto che la nostra Enciclica sottolineava il valore dei laici, era anche perché potevano offrire alle nuove Chiese il contributo prezioso di una lunga esperienza formativa nelle diocesi di origine, nei vari Movimenti – esempio l’Azione Cattolica, la Legio Mariae, l’azione sociale, la lotta per la giustizia e la pace.

Alla fine il Papa sottolineava però che l’attenzione all’Africa non doveva far dimenticare gli altri campi della missione, soprattutto l’Estremo Oriente, di grande attualità nell’oggi.

Noi possiamo sicuramente affermare che, se la situazione ecclesiale in Africa è molto maturata, lo si deve anche all’enciclica di Pio XII, che ha risvegliato l’attenzione verso quel continente sconvolto dai fremiti dell’indipendenza e della libertà dei popoli africani, suscitando di conseguenza nelle diocesi del mondo, soprattutto in quelle europee e nordamericane, una nuova vitalità missionaria.

Il grido del Papa raccolto nell’enciclica, allargava davvero lo sguardo e invitava esplicitamente alla missione ad gentes: “La Chiesa in Africa, come negli altri territori di Missione, manca di apostoli”. E così nacquero o si fortificarono le mitiche zelatrici missionarie, che curarono con zelo veramente grande, gli abbonamenti alle riviste missionarie, la raccolta di offerte, lo stimolo alla preghiera, e anche l’offerta spirituale della sofferenza e della malattia, per il bene spirituale delle giovani Chiese.

Tutto questo movimento ecclesiale missionario, diocesano e intercontinentale, aiutò molto nell’approfondire la radice dell’ad gentes: la riscoperta della persona di Gesù di Nazaret per la vita personale del cristiano, dei sacerdoti e religiosi/e, cioè di tutto il popolo di Dio. Tale enciclica poneva l’attenzione sulla dimensione missionaria propria della Chiesa. E così la vita di fede diventa un dono per tutti, non solo interiorizzato, ma condiviso. Come aveva detto Benedetto XVI: “La Chiesa cresce nel mondo non per proselitismo per attrazione”. Terraemissione.it

 

 

 

 

La follia della croce

 

Questi nostri tempi dolciastri e ipocriti rifuggono da tutto ciò che è profondo e veramente impegnativo: va bene l’albero, va ancora bene il presepe, va bene il nordico Babbo Natale e la più mediterranea Befana che portano i doni, ma una gioia con le radici a forma di croce, quella che il vecchio Simeone annuncia a Maria già il giorno della presentazione al tempio del bimbo appena nato, quella proprio no, quella è scandalosa, in fondo non è stata mai di moda. Anzi il dolore e la morte dovranno essere banditi per sempre, non fanno parte della coreografia a reti unificate in onda da mattina a sera.

 

Per poco che ci fermiamo a riflettere sulle accattivanti iconografie di certe chiese, così compatibili con le luminarie e gli addobbi delle nostre città, sentiamo, per reazione, crescere dentro di noi il bisogno di un Cristo che si possa toccare con mano, che ci possa parlare ogni giorno, nel luogo di lavoro, in famiglia, e persino con gli amici: un Cristo virile, fuori delle rappresentazioni zuccherose e liriche che ci portiamo dietro dall’infanzia. Un Cristo non astratto, ma in carne e nervi, più fisico che metafisico, un Cristo integrale per uomini che lo vogliano prendere sul serio in ogni momento della loro vita.

 

Gesù di Nazareth, il figlio di Maria, non l’icona sdolcinata che ammiriamo nelle chiese, è il più grandioso paradosso della storia. Anche il non credente dovrà convenirne. Vive fino a trent’anni, cioè per quasi tutta la vita, in un oscuro villaggio di una remota regione dell’Impero romano, alieno da ogni contatto con il mondo e la società che conta, privo di ricchezze, di cultura accademica, di legami politici, forse anche di carisma estetico. Si circonda di povera gente: pescatori e contadini tra i quali sceglie i suoi seguaci. Va alla ricerca non di potenti che lo possano aiutare, ma dei reietti della società: odiati esattori delle tasse e donne di malaffare.

 

Nei suoi tre anni di vita pubblica predica una dottrina che non ha nulla a che fare né con la politica, né con la filosofia: armi dialettiche potenti per chiunque avesse voluto instaurare un nuovo ordine sociale. Parla solo di religione e di morale, fa appello ad un cambiamento interiore.

 

Tutta la storia, quella che conta, quella scritta nei libri di scuola, è la glorificazione della forza bruta, è la cronaca della sopraffazione dei forti contro i deboli, è volontà di potenza che si ammanta col vestito ipocrita della “missione da compiere”, “il prestigio da difendere”, “la minaccia da sventare”, come le tristi cronache di questi nostri giorni ci ripropongono. Che cosa è stato l’impero romano se non l’epopea della forza? Che cosa è L’Iliade se non il poema della forza? “Una feroce forza il mondo possiede, e fa nomarsi dritto”, ammonisce Alessandro Manzoni nell’Adelchi.

 

Al di là di ogni pur inevitabile gerarchia e forma terrena, sono gli ultimi, in senso sociale e in senso spirituale, i veri depositari della dottrina di Cristo. Il Vangelo è un guanto rigirato, una verità nascosta ai grandi e rivelata ai piccoli, una rivoluzione permanente, di quelle che attraversano i sotterranei della storia, e così sarà fino alla fine del mondo. È la dottrina dell’amore gratuito (la più grande rivoluzione che l’umanità abbia conosciuto, come riconosceva il “laico” Benedetto Croce). E’ “la follia della croce”, sapienza superiore ad ogni sapienza, come scriveva quell’uomo folgorato sulla via di Damasco.  La predicazione di Gesù è un’opposizione permanente allo spirito del mondo che nessun aggiornamento linguistico potrà mai cancellare: il nemico va amato, l’operaio dell’ultima ora riceve la stessa paga di quello della prima, e il padre accoglie con gioia, uccidendo in suo onore il vitello più grasso, il figlio ingrato che fa ritorno a casa pentito dopo aver sperperato con le prostitute la sua parte di eredità. Perché l’amore di Dio non conosce limite e misura umana: all’infinito non si può togliere o aggiungere nulla.

 

A partire da quella stalla di Betlemme e da quella croce di Gerusalemme, saranno i piccoli, i rifiutati, i reietti, i diseredati, i tribolati di ogni epoca, gli autentici maestri, i titolari della più alta cattedra di filosofia. I sapienti del mondo ne potranno essere tuttalpiù i portavoce. I santi, quando non erano piccoli in senso anagrafico, erano adulti che si sono fatti bambini. Bernadette, che al tempo delle apparizioni una era una ragazzina analfabeta che sapeva esprimersi solo nel dialetto del suo paese, a chi le chiedeva perché mai la Madonna fosse apparsa proprio a lei, rispondeva, con disarmante semplicità ma con evangelica saggezza, che se la Vergine avesse trovato una più ignorante di lei l’avrebbe scelta al posto suo.

 

Un cristiano del nostro tempo, Don Tonino Bello, soleva ripetere che l’unico paramento sacro che Gesù ha usato è il grembiule (“la parnanza”, come si dice in Abruzzo) indossato la sera del Giovedì Santo, nell’Ultima Cena, per lavare i piedi dei suoi discepoli, cioè per servire i fratelli.

 

La dottrina di Gesù è il rovesciamento della logica umana, la pietra dello scandalo. C’è mistero più grande di quello di un Dio che si fa uomo? E più incomprensibile in questo nostro tempo in cui ciascun uomo vuol sembrare Dio per l’altro? E c’è favola più bella di quella per cui una sola creatura, fosse anche l’ultima della terra, possa valere tutto il sangue di Dio? Il Dio di Gesù Cristo, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, sa contare fino ad uno.

 

Ma per farci amici del mistero dobbiamo camminare con lo sguardo rivolto in alto, come quegli strani personaggi, metà re metà filosofi, che, venuti dall’Oriente sulla scia di una stella più lucente delle altre, credevano di trovare un re e videro un bambino deposto in una mangiatoia.

 

Per quel bimbo, una volta fatto adulto, una sola vita di un appestato, come per quel figlio di un ricco mercante di Assisi, sarebbe valsa tutto il sangue versato sulla croce. La vera anima cristiana, dietro quel bambinello in fasce dalle guancette rosee che si bacia la sera del 6 gennaio (che non a caso il popolo chiamava “Pasquetta”) ha sempre visto l’ombra della croce.

 

Quella croce che preferiamo rimuovere ma che, paradossalmente, rimane, anche alle sole viste umane, la chiave di lettura più convincente della vicenda umana, collettiva e individuale: la sola luce in grado di fendere il buio fitto del dolore di cui, prima o poi, facciamo tutti esperienza. Per comprendere la lezione della Pasqua cristiana bisogna tornare al presepe, e farsi bambini come quel Bambino. Il Vangelo è la bella notizia, il programma della gioia, ma essa, finché camminiamo sui sentieri della vita terrena, avrà sempre le radici a forma di croce. Giuseppe Lalli, De.it.press 14

 

 

 

 

Il Papa. "La pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata"

 

Alla vigilia del Triduo Pasquale, il Papa incentra la sua riflessione sul tema: “La pace di Pasqua”. Il Pontefice spiega che "la pace che Gesù ci dà a Pasqua non è la pace che segue le strategie del mondo". Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Alla vigilia del Triduo Pasquale, il Papa incentra la sua riflessione sul tema: “La pace di Pasqua”. Nell'Udienza generale odierna, dall'Aula Paolo VI, il Pontefice spiega che "la pace che Gesù ci dà a Pasqua non è la pace che segue le strategie del mondo".

Per Francesco "la pace del Signore segue la via della mitezza e della croce: è farsi carico degli altri. Cristo, infatti, ha preso su di sé il nostro male, il nostro peccato e la nostra morte. Così ci ha liberati. La sua pace non è frutto di qualche compromesso, ma nasce dal dono di sé. Questa pace mite e coraggiosa, però, è difficile da accogliere. Infatti, la folla che osannava Gesù è la stessa che dopo pochi giorni grida Crocifiggilo e, impaurita e delusa, non muove un dito per Lui".

Il Papa poi racconta una storia di Dostoevskij, la cosiddetta Leggenda del Grande Inquisitore. "Si narra di Gesù che, dopo vari secoli, torna sulla Terra. Subito è accolto dalla folla festante, che lo riconosce e lo acclama. Ma poi viene arrestato dall’Inquisitore, che rappresenta la logica mondana. Questi lo interroga e lo critica ferocemente. Il motivo finale del rimprovero è che Cristo, pur potendo, non ha mai voluto diventare Cesare, il più grande re di questo mondo, preferendo lasciare libero l’uomo anziché soggiogarlo e risolverne i problemi con la forza. Avrebbe potuto stabilire la pace nel mondo, piegando il cuore libero ma precario dell’uomo in forza di un potere superiore, ma non ha voluto", dice Francesco.

"Alla fine, l’Inquisitore vorrebbe che Gesù gli dicesse qualche cosa, magari anche qualche cosa di amaro, di terribile - continua il racconto il Papa - Ma Cristo reagisce con un gesto dolce e concreto: gli si avvicina in silenzio, e lo bacia dolcemente sulle vecchie labbra esangui. La pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata. Le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo, a ogni prossimo. È così che si porta la pace di Dio nel mondo. Ecco perché l’aggressione armata di questi giorni, come ogni guerra, rappresenta un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua, un preferire al suo volto mite quello del falso dio di questo mondo".

"Sempre la guerra è un'azione umana per portare all'idolatria del potere", dice a braccio il Papa.

"Perché mentre il potere mondano lascia solo distruzione e morte, lo abbiamo visto in questi giorni, la sua pace edifica la storia, a partire dal cuore di ogni uomo che la accoglie. Pasqua è allora la vera festa di Dio e dell’uomo, perché la pace, che Cristo ha conquistato sulla croce nel dono di sé, viene distribuita a noi", conclude il Pontefice la catechesi di oggi. Aci 13

 

 

 

 

Papa all’udienza: “L’aggressione armata di questi giorni è un oltraggio a Dio”

 

Nella catechesi dell'udienza di oggi, dedicata alla Pasqua, Papa Francesco si è riferito a più riprese alla guerra in Ucraina, e ha citato una leggenda "sempre attuale": quella del Grande Inquisitore, inserita da Dostoevskij alla fine de "I fratelli Karamazov". M. Michela Nicolais

 

 “La pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata, mai!”. Lo ha esclamato il Papa, che nella catechesi dell’udienza di oggi, pronunciata in Aula Paolo VI e dedicata alla Pasqua, si è riferito ancora una volta, a più riprese, alla guerra in Ucraina. “L’aggressione armata di questi giorni, come ogni guerra, rappresenta un oltraggio a Dio, un tradimento blasfemo del Signore della Pasqua, un preferire al suo volto mite quello del falso dio di questo mondo”, il monito per il conflitto in atto: “Sempre la guerra è un’azione umana per portare all’idolatria del potere”, l’aggiunta a braccio. “Gesù, prima della sua ultima Pasqua, disse ai suoi: ‘Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore’”, ha ricordato il Papa: “Sì, perché mentre il potere mondano lascia solo distruzione e morte – lo abbiamo visto in questi giorni – la sua pace edifica la storia, a partire dal cuore di ogni uomo che la accoglie”.

“Ecco l’inganno che si ripete nella storia, la tentazione di una pace falsa, basata sul potere, che poi conduce all’odio e al tradimento di Dio”, il commento ad “un grande racconto di Dostoevskij”, la Leggenda del Grande Inquisitore, definita “sempre attuale”. “La pace che Gesù ci dà a Pasqua – ha spiegato Francesco – non è la pace che segue le strategie del mondo, il quale crede di ottenerla attraverso la forza, con le conquiste e con varie forme di imposizione”.

“Questa pace, in realtà, è solo un intervallo tra le guerre: lo sappiamo bene”, il riferimento all’oggi: “La pace del Signore segue la via della mitezza e della croce: è farsi carico degli altri”.

“Cristo, infatti, ha preso su di sé il nostro male, il nostro peccato e la nostra morte”, ha ricordato il Papa: “Così ci ha liberati. Lui ha pagato per noi. La sua pace non è frutto di qualche compromesso, ma nasce dal dono di sé. Questa pace mite e coraggiosa, però, è difficile da accogliere. La folla che osannava Gesù è la stessa che dopo pochi giorni grida ‘Crocifiggilo’ e, impaurita e delusa, non muove un dito per lui”. “Le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo, l’amore a ogni prossimo”, ha sottolineato Francesco: “È così che si porta la pace di Dio nel mondo”.

“Mentre il potere mondano lascia solo distruzione e morte – lo abbiamo visto in questi giorni – la sua pace edifica la storia, a partire dal cuore di ogni uomo che la accoglie”.

“C’è un modo come il mondo ci dà la pace e un modo come Dio ci dà la pace, sono due modalità diverse”, ha spiegato il Papa a braccio: quella di Gesù non è “una Pasqua trionfale. L’unica cosa a cui tiene per preparare il suo ingresso a Gerusalemme è cavalcare ‘un puledro legato, sul quale non è mai salito nessuno’. Ecco come Cristo porta la pace nel mondo: attraverso la mansuetudine e la mitezza, simboleggiate da quel puledro legato, su cui nessuno era salito. Nessuno, perché il modo di fare di Dio è diverso da quello del mondo”. Pasqua, allora, è “la vera festa di Dio e dell’uomo, perché la pace, che Cristo ha conquistato sulla croce nel dono di sé, viene distribuita a noi”, ha affermato Francesco: “Perciò il Risorto, il giorno di Pasqua, appare ai discepoli e ripete: ‘Pace a voi!’: questo è il saluto di Cristo vincitore, di Cristo risorto”. “Pasqua significa passaggio”, ha concluso: “È, soprattutto quest’anno, l’occasione benedetta per passare dal dio mondano al Dio cristiano, dall’avidità che ci portiamo dentro alla carità che ci fa liberi, dall’attesa di una pace portata con la forza all’impegno di testimoniare concretamente la pace di Gesù. Mettiamoci davanti al Crocifisso, sorgente della nostra pace, e chiediamogli la pace del cuore e la pace nel mondo”. Sir 13

 

 

 

 

I vescovi del mondo ai confratelli tedeschi, non finite in un vicolo cieco

 

Ancora una lettera - appello perché il Cammino sinodale della Chiesa in Germania non porti allo scisma. Di Angela Ambrogetti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Ancora una lettera- appello ai vescovi della Germania perché il “Cammino sinodale” in corso nella Chiesa cattolica di quel paese non porti lontano dalla dottrina. 

La lettera è stata già firmata da quattro cardinali Francis Arinze, Raymond Burke Wilfred Napier e George Pell, e da moltissimi vescovi soprattutto statunitensi e africani. Tra gli italiani Massimo Camisasca. 

La questione centrale è nell’avvertimento di San Paolo di “non conformarsi alla mentalità di questo mondo”.

E da questo il testo prende l’avvio. Si parla di “confusione che il “Cammino Sinodale” ha già causato e continua a causare, e dal potenziale per uno scisma che inevitabilmente ne deriverebbe nella vita della Chiesa”.

La necessità di una “riforma” si spiega nella lettera, non deve allontanare dal radicamento nella parola di Gesù. E non di deve ignorare, dicono i firmatari, “l’unità, l’esperienza e la sapienza accumulate dal Vangelo e dalla Chiesa”. Il rischio è di finire in un “vicolo cieco”.

Ecco allora le riflessioni dei vescovi spiegate in 7 punti.

Particolarmente significativo il terso punto: “Mentre mostrano una patina di idee religiose ed un vocabolario religioso, i documenti del Cammino Sinodale tedesco sembrano in gran parte ispirati non dalla Scrittura e dalla Tradizione – che, per il Concilio Vaticano II, costituiscono “un unico sacro deposito della Parola di Dio” – ma dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, incluse quelle del “gender”. Essi guardano alla Chiesa e alla sua missione attraverso la lente del mondo piuttosto che attraverso la lente delle verità rivelate nella Scrittura e nell’autorevole Tradizione della Chiesa”.

Ma si parla anche di libertà, e di obbedienza al mondo, di pesantezza della struttura del Cammino che porta ad una “ sclerosi ecclesiale” che mette in  modo del tutto ironico con “il suo esempio distruttivo, esso può portare alcuni vescovi, e porterà molti laici altrimenti fedeli, a diffidare della stessa idea di “Sinodalità”, così da ostacolare ulteriormente il necessario dialogo in seno alla Chiesa sul compimento della sua missione di convertire e di santificare il mondo”. 

Il Presidente dei vescovi tedeschi, ha risposto alle altre lettere, come quella dei vescovi polacchi e quella dei vescovi scandinavi. senza entrare nel dettaglio ma sostenendo solo che non c’è intenzione di creare uno “scisma” ma solo riformare e rispondere alle necessità dei fedeli.

Papa Francesco aveva già mandato una lettera chiara all’inizio del “Cammino Sinodale”, ma senza grande successo per ora. I temi discussi del resto sono quelli che da decenni alcuni vescovi in Germania hanno usato come bandiera anti romana.

Per chi volesse unirsi nella firma alla lettera basta una mail episcopimundi2022@gmail.com

Ecco il testo integrale della lettera, e le firme raccolte fino ad oggi. 

UNA LETTERA APERTA E FRATERNA AI NOSTRI CONFRATELLI VESCOVI IN GERMANIA 11 Aprile 2022 

In un’epoca di rapida comunicazione globale, gli eventi che accadono in una nazione hanno un impatto inevitabile sulla vita ecclesiale altrove. Così il processo del “Cammino Sinodale”, come attualmente intrapreso dai cattolici in Germania, comporta conseguenze per la Chiesa nel mondo. Ciò include le Chiese locali di cui noi siamo pastori e i tanti fedeli cattolici di cui siamo responsabili. Alla luce di ciò, gli eventi in Germania ci costringono ad esprimere la nostra crescente preoccupazione per la natura dell’intero processo del “Cammino Sinodale” tedesco e il contenuto dei suoi vari documenti. I nostri commenti qui presenti sono volutamente brevi. Essi richiedono, e noi lo incoraggiamo fortemente, maggiori riflessioni (come, ad esempio, An Open Letter to the Catholic Bishops of the World dell’Arcivescovo Samuel Aquila) da parte dei singoli vescovi. Tuttavia, l’urgenza delle nostre osservazioni qui contenute trovano il loro fondamento nella lettera ai Romani, capitolo 12, ed in particolare nell’avvertimento di San Paolo di «non conformarsi alla mentalità di questo mondo». La serietà di queste osservazioni scaturisce dalla confusione che il “Cammino Sinodale” ha già causato e continua a causare, e dal potenziale per uno scisma che inevitabilmente ne deriverebbe nella vita della Chiesa. La necessità di riforma e di rinnovamento è antica quanto la Chiesa stessa. Alla sua radice, questo impulso è lodevole e non dovrebbe mai essere temuto. Molti di coloro coinvolti nel processo del Cammino Sinodale sono senza dubbio persone dotate di un carattere eccezionale. Eppure, la storia cristiana è disseminata da sforzi animati da buone intenzioni che hanno però perso il loro radicamento nella Parola di Dio, in un incontro fedele con Gesù Cristo, in un vero ascolto dello Spirito Santo e nella sottomissione della nostra volontà alla volontà del Padre. Questi sforzi sono falliti perché hanno ignorato l’unità, l’esperienza e la sapienza accumulate dal Vangelo e dalla Chiesa. Dal momento che non hanno dato ascolto alle parole di Gesù: «senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5), tali sforzi sono rimasti infruttuosi e hanno danneggiato sia l’unità che la vitalità evangelica della Chiesa. Il cammino sinodale della Germania rischia di condurre ad un tale vicolo cieco.

Come vostri confratelli vescovi, le nostre preoccupazioni includono, ma non si limitano a quanto segue: 1. Non ascoltando lo Spirito Santo ed il Vangelo, le azioni del Cammino Sinodale minano: la credibilità dell’autorità della Chiesa, compresa quella di Papa Francesco; l’antropologia cristiana e la morale sessuale; e l’attendibilità delle Scritture. 2. Mentre mostrano una patina di idee religiose ed un vocabolario religioso, i documenti del Cammino Sinodale tedesco sembrano in gran parte ispirati non dalla Scrittura e dalla Tradizione – che, per il Concilio Vaticano II, costituiscono “un unico sacro deposito della Parola di Dio” – ma dall’analisi sociologica e dalle ideologie politiche contemporanee, incluse quelle del “gender”. Essi guardano alla Chiesa e alla sua missione attraverso la lente del mondo piuttosto che attraverso la lente delle verità rivelate nella Scrittura e nell’autorevole Tradizione della Chiesa. 3. Il contenuto del Cammino Sinodale sembra anche reinterpretare, e quindi sminuire, il significato della libertà cristiana. Per il cristiano, la libertà consiste nella conoscenza, nella volontà e nella libera capacità di fare ciò che è giusto. La libertà non è “autonomia”. La libertà autentica, come insegna la Chiesa, è legata alla verità ed è ordinata al bene e, in definitiva, alla beatitudine. La coscienza non crea la verità, né la coscienza è una questione di preferenze personali o di autoaffermazione. Una coscienza cristiana adeguatamente formata rimane soggetta alla verità sulla natura umana e alle norme di una vita retta rivelate da Dio e insegnate dalla Chiesa di Cristo. Gesù è la verità che ci rende liberi (Gv. 8). 4. La gioia del Vangelo – essenziale per la vita cristiana, come spesso sottolinea Papa Francesco – sembra essere del tutto assente dalle discussioni e dai testi del Cammino Sinodale. Come tale, questo è un difetto eloquente per uno sforzo che mira ad un rinnovamento personale ed ecclesiale. 5. Il processo del Cammino Sinodale, in quasi ogni sua fase, è opera di esperti e comitati, così da essere burocraticamente pesante, ossessivamente critico, e con lo sguardo volto all’interno. Esso quindi in sé stesso riflette una forma ampiamente diffusa di sclerosi ecclesiale e, ironicamente, assume un tono antievangelico. Nei suoi effetti, il Cammino Sinodale mostra più una sottomissione ed obbedienza al mondo e alle sue ideologie che a Gesù Cristo come Signore e Salvatore. 6. L’attenzione del Cammino Sinodale al “potere” nella Chiesa suggerisce uno spirito fondamentalmente in contrasto con la vera natura della vita cristiana. In fondo la Chiesa non è solo un’“istituzione” ma una comunità organica; non un sistema egualitario, ma familiare, complementare e gerarchico - un popolo sigillato nell’unità dall’amore di Gesù Cristo e dall’amore reciproco nel suo Nome. La riforma delle strutture non è affatto la stessa cosa che la conversione dei cuori. L’incontro con Gesù, come si vede nel Vangelo e nella vita dei santi nel corso della storia, cambia i cuori e le menti, porta guarigione, allontana da una vita di peccato e di infelicità e dimostra la forza del Vangelo. 7. L’ultimo e più immediato e angosciante problema del Cammino Sinodale in Germania risulta essere anche terribilmente ironico. Con il suo esempio distruttivo, esso può portare alcuni vescovi, e porterà molti laici altrimenti fedeli, a diffidare della stessa idea di “Sinodalità”, così da ostacolare ulteriormente il necessario dialogo in seno alla Chiesa sul compimento della sua missione di convertire e di santificare il mondo.

In questo tempo l’ultima cosa di cui la nostra comunità di fede ha bisogno è ricevere più confusione. Nel discernere la volontà del Signore per la Chiesa in Germania, siate certi delle nostre preghiere per voi.

Francis Cardinale Arinze (Onitsha, Nigeria) Raymond Cardinale Burke (Saint Louis, USA) Wilfred Cardinale Napier (Durban, Sudafrica) George Cardinale Pell (Sydney, Australia) Arcivescovo Samuel Aquila (Denver, USA) Arcivescovo Emerito Charles Chaput (Philadelphia, USA) Arcivescovo Paul Coakley (Oklahoma City, USA) Arcivescovo Salvatore Cordileone (San Francisco, USA) Arcivescovo Damian Dallu (Songea, Tanzania) Arcivescovo Emerito Joseph Kurtz (Louisville, USA) Arcivescovo J. Michael Miller (Vancouver, British Columbia, Canada) Arcivescovo Joseph Naumann (Kansas City in Kansas, USA) Arcivescovo Andrew Nkea (Bamenda, Cameroon) Arcivescovo Renatus Nkwande (Mwanza, Tanzania) Arcivescovo Gervas Nyaisonga (Mbeya, Tanzania) Arcivescovo Gabriel Palmer-Buckle (Cape Coast, Ghana) Arcivescovo Emerito Terrence Prendergast (Ottawa-Cornwall, Ontario, Canada) Arcivescovo Jude Thaddaeus Ruwaichi (Dar-es-Salaam, Tanzania) Arcivescovo Alexander Sample (Portland in Oregon, USA) Vescovo Joseph Afrifah-Agyekum (Koforidua, Ghana) Vescovo Michael Barber (Oakland, USA) Vescovo Emerito Herbert Bevard (Saint Thomas, Isole Vergini Americane) Vescovo Earl Boyea (Lansing, USA) Vescovo Neal Buckon (Ausiliare, Servizi Militari, USA) Vescovo William Callahan (La Crosse, USA) Vescovo Emerito Massimo Camisasca (Reggio Emilia-Guastalla, Italia) Vescovo Liam Cary (Baker, USA) Vescovo Peter Christensen (Boise City, USA) Vescovo Joseph Coffey (Ausiliare, Servizi Militari, USA) Vescovo James Conley (Lincoln, USA) Vescovo Thomas Daly (Spokane, USA) Vescovo John Doerfler (Marquette, USA) Vescovo Timothy Freyer (Ausiliare, Orange, USA) Vescovo Donald Hying (Madison, USA) Vescovo Emerito Daniel Jenky (Peoria, USA) Vescovo Stephen Jensen (Prince George, British Columbia, Canada) Vescovo William Joensen (Des Moines, USA) Vescovo James Johnston (Kansas City-St. Joseph, USA) Vescovo David Kagan (Bismarck, USA) Vescovo Flavian Kassala (Geita, Tanzania) Vescovo Carl Kemme (Wichita, USA) Vescovo Rogatus Kimaryo (Same, Tanzania) Vescovo Anthony Lagwen (Mbulu, Tanzania) Vescovo David Malloy (Rockford, USA) Vescovo Gregory Mansour (Eparchia di San Marone di Brooklyn, USA) Vescovo Simon Masondole (Bunda, Tanzania) Vescovo Robert McManus (Worcester, USA) Vescovo Bernadin Mfumbusa (Kondoa, Tanzania) Vescovo Filbert Mhasi (Tunduru-Masasi, Tanzania) Vescovo Lazarus Msimbe (Morogoro, Tanzania) Vescovo Daniel Mueggenborg (Reno, USA) Vescovo William Muhm (Ausiliare, Servizi Militari, USA) Vescovo Thanh Thai Nguyen (Ausiliare, Orange, USA) Vescovo Walker Nickless (Sioux City, USA) Vescovo Eusebius Nzigilwa (Mpanda, Tanzania) Vescovo Thomas Olmsted (Phoenix, USA) Vescovo Thomas Paprocki (Springfield, Illinois, USA) Vescovo Kevin Rhoades (Fort Wayne-South Bend, USA) Vescovo David Ricken (Green Bay, USA) Vescovo Almachius Rweyongeza (Kayanga, Tanzania) Vescovo James Scheuerman (Ausiliare, Milwaukee, USA) Vescovo Augustine Shao (Zanzibar, Tanzania) Vescovo Joseph Siegel (Evansville, USA) Vescovo Frank Spencer (Ausiliare, Servizi Militari, USA) Vescovo Joseph Strickland (Tyler, USA) Vescovo Paul Terrio (Saint Paul in Alberta, Canada) Vescovo Thomas Tobin (Providence, USA) Vescovo Kevin Vann (Orange, USA) Vescovo Robert Vasa (Santa Rosa, USA) Vescovo David Walkowiak (Grand Rapids, USA) Vescovo James Wall (Gallup, USA) Vescovo William Waltersheid (Ausiliare, Pittsburgh, USA) Vescovo Michael Warfel (Great Falls-Billings, USA) Vescovo Chad Zielinski (Fairbanks, USA) aci 12

 

 

 

 

Palme. Il Papa torna sul sagrato della Basilica: "Si ripongano le armi, inizi la tregua pasquale"

 

Dopo lo stop per Covid, la messa in piazza San Pietro per la Domenica delle Palme con 50mila fedeli

 

CITTA' DEL VATICANO - Papa Francesco è uscito in Piazza San Pietro, sul sagrato della Basilica, da dove presiede la messa per la folla dei fedeli in occasione della Domenica delle Palme: una scena che non si vedeva più nell'ovale berniniano dall'inizio della pandemia. La solenne celebrazione liturgica della Domenica delle Palme e della Passione del Signore, in una mattinata romana assolata ma molto ventosa, è stata concelebrata col Papa da 35 cardinali, 30 vescovi e 280 sacerdoti.

Francesco ha benedetto le palme e gli ulivi poi ha dato il via alla messa che apre la Settimana Santa. Come da tradizione, la piazza è colorata da composizioni floreali. Distribuiti ramoscelli di ulivo forniti dall'Associazione nazionale Città dell'Olio italiane, dai sindaci delle Città dell'Olio del Lazio e della Puglia, a cura della famiglia tarantina Caputo. La fornitura di palme fenix è curata dall'Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice.

Non mancano neanche i "palmureli", foglie di palma intrecciate in modo artistico e benedette, provenienti da Sanremo. Inoltre l'azienda vivaistica Flora Olanda di Roma ha reso possibile la sistemazione di grandi piante di ulivo in prossimità delle statue dei Santi Pietro e Paolo, sotto il sagrato.

Al termine della cerimonia - ed anche questo è un segno del post-Covid - il Papa ha fatto un giro della piazza tra i fedeli a bordo della 'papamobile'.

"Quando si usa violenza non si sa più nulla su Dio, che è Padre, e nemmeno sugli altri, che sono fratelli. Si dimentica perché si sta al mondo e si arriva a compiere crudeltà assurde. Lo vediamo oggi nella follia della guerra, dove si torna a crocifiggere Cristo". Così il Papa nella Domenica delle Palme. "Sì, Cristo è ancora una volta inchiodato alla croce nelle madri che piangono la morte ingiusta dei mariti e dei figli. È crocifisso nei profughi che fuggono dalle bombe con i bambini in braccio. È crocifisso negli anziani lasciati soli a morire, nei giovani privati di futuro, nei soldati mandati a uccidere i loro fratelli"

"Ci rivolgiamo alla Madonna nella preghiera dell'Angelus - ha detto papa Francesco dal sagrato di San Pietro al termine della messa della Domenica delle Palme -. Fu proprio l'Angelo del Signore che nell'Annunciazione disse a Maria: 'Nulla è impossibile a Dio'. Nulla è impossibile a Dio, anche far cessare una guerra di cui non si vede la fine, una guerra che ogni giorno ci pone davanti agli occhi stragi efferate e atroci crudeltà compiute contro civili inermi. Preghiamo su questo".

"Siamo nei giorni che precedono la Pasqua, ci stiamo preparando a celebrare la vittoria del Signore Gesù Cristo sul peccato e sulla morte, sul peccato e sulla morte, non su qualcuno e contro qualcun altro, ma oggi c'è la guerra perché si vuole vincere così, alla maniera del mondo perché così si perde soltanto - ha aggiunto il Pontefice -. Perché non lasciare che vinca Lui? Cristo ha portato la croce per liberarci dal dominio del male, è morto perché regnino la vita, l'amore, la pace".

"Si ripongano le armi, si inizi una tregua pasquale - ha detto il Pontefice - Ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere. No. Una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?". LR 10

 

 

 

Ucraina, il Papa: “Nella follia della guerra si torna a crocifiggere Cristo. Si inizi una tregua pasquale, ma non per ricaricare le armi”

 

Le parole del Pontefice nell’omelia e all’Angelus della Domenica delle Palme. «Che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?» domenico agasso

 

CITTÀ DEL VATICANO. «Quando si usa violenza non si sa più nulla su Dio, che è Padre, e nemmeno sugli altri, che sono fratelli. Si dimentica perchè si sta al mondo e si arriva a compiere crudeltà assurde. Lo vediamo nella follia della guerra, dove si torna a crocifiggere Cristo». Lo afferma papa Francesco durante l'omelia della messa della Domenica delle Palme e della Passione del Signore in San Pietro. «Sì - incalza il Pontefice - Cristo è ancora una volta inchiodato alla croce nelle madri che piangono la morte ingiusta dei mariti e dei figli. è crocifisso nei profughi che fuggono dalle bombe con i bambini in braccio. È crocifisso negli anziani lasciati soli a morire, nei giovani privati di futuro, nei soldati mandati a uccidere i loro fratelli». E poi, all’Angelus il Vescovo di Roma invoca «una tregua pasquale, ma non per ricaricare le armi. Che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?».

Ucraina, il Papa: "Tregua pasquale non per ricaricare le armi ma per la pace"

Sul Calvario «si scontrano due mentalità – esordisce il Papa nella predica - Nel Vangelo, infatti, le parole di Gesù crocifisso si contrappongono a quelle dei suoi crocifissori. Questi ripetono un ritornello: “Salva te stesso”. Lo dicono i capi: “Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto” (Lc 23,35). Lo ribadiscono i soldati: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso” (v. 37). E infine, anche uno dei malfattori, che ha ascoltato, ripete il concetto: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso!”». Salvare sé stessi, «badare a se stessi, pensare a se stessi; non ad altri, ma solo alla propria salute, al proprio successo, ai propri interessi; all’avere, al potere, all’apparire. Salva te stesso: e? il ritornello dell’umanità che ha crocifisso il Signore. Pensiamoci», esorta Francesco.

Ma alla «mentalita? dell’io si oppone quella di Dio; il salva te stesso si scontra con il Salvatore che offre se stesso». Nel Vangelo odierno sul Calvario anche Gesu? «prende la parola tre volte, come i suoi oppositori. Ma in nessun caso rivendica qualcosa per sé; anzi, nemmeno difende o giustifica se stesso. Prega il Padre e offre misericordia al buon ladrone. Una sua espressione, in particolare, marca la differenza rispetto al salva te stesso: “Padre, perdona loro”».

Il Pontefice invita a soffermarsi su queste parole: «Quando le dice il Signore? In un momento specifico: durante la crocifissione, quando sente i chiodi trafiggergli i polsi e i piedi. Proviamo a immaginare il dolore lancinante che ciò provocava. Lì, nel dolore fisico più acuto della passione, Cristo chiede perdono per chi lo sta trapassando». In quei momenti verrebbe «solo da gridare tutta la propria rabbia e sofferenza; invece Gesù dice: Padre, perdona loro. Diversamente da altri martiri, di cui racconta la Bibbia, non rimprovera i carnefici e non minaccia castighi in nome di Dio, ma prega per i malvagi. Affisso al patibolo dell’umiliazione, aumenta l’intensità del dono, che diventa per-dono».

Bergoglio richiede di pensare «che Dio fa cosi? anche con noi: quando gli provochiamo dolore con le nostre azioni, Egli soffre e ha un solo desiderio: poterci perdonare. Per renderci conto di questo, guardiamo il Crocifisso. E? dalle sue piaghe, da quei fori di dolore provocati dai nostri chiodi che scaturisce il perdono. Guardiamo Gesù in croce e pensiamo che non abbiamo mai ricevuto parole più buone: Padre, perdona. Guardiamo Gesù in croce e vediamo che non abbiamo mai ricevuto uno sguardo più tenero e compassionevole. Guardiamo Gesù in croce e capiamo che non abbiamo mai ricevuto un abbraccio più amorevole. Guardiamo il Crocifisso e diciamo: “Grazie Gesù: mi ami e mi perdoni sempre, anche quando faccio fatica ad amarmi e perdonarmi”».

Mentre viene crocifisso, nel momento «più difficile, Gesù vive il suo comandamento più difficile: l’amore per i nemici. Pensiamo a qualcuno che ci ha ferito, offeso, deluso; a qualcuno che ci ha fatto arrabbiare, che non ci ha compresi o non è stato di buon esempio. Quanto tempo ci soffermiamo a ripensare a chi ci ha fatto del male!». Cosi? come a «guardarci dentro e a leccarci le ferite che ci hanno inferto gli altri, la vita o la storia. Gesù oggi ci insegna a non restare lì, ma a reagire. A spezzare il circolo vizioso del male e del rimpianto». A reagire ai «chiodi della vita con l’amore, ai colpi dell’odio con la carezza del perdono». Si chiede Francesco: «Ma noi, discepoli di Gesù, seguiamo il Maestro o il nostro istinto rancoroso? È una domanda che dobbiamo farci: seguiamo il Maestro o seguiamo il nostro istinto rancoroso? Se vogliamo verificare la nostra appartenenza a Cristo, guardiamo a come ci comportiamo con chi ci ha feriti». Il Signore «ci chiede di rispondere non come ci viene o come fanno tutti, ma come fa Lui con noi. Ci chiede di spezzare la catena del “ti voglio bene se mi vuoi bene; ti sono amico se sei mio amico; ti aiuto se tu mi aiuti”. No, compassione e misericordia per tutti, perchè Dio vede in ciascuno un figlio». Cristo non divide in buoni e cattivi, in amici e nemici: «Siamo noi che lo facciamo, facendolo soffrire. Per Lui siamo tutti figli amati, che desidera abbracciare e perdonare. Ed è cosi? anche in quell’invito al banchetto di nozze del figlio, quel signore invia i suoi servi all’incrocio delle strade e dice: “Portate tutti, bianchi, neri, buoni e cattivi, tutti, sani, ammalati, tutti...”». L’amore del Figlio di Dio? è per tutti, «non ci sono privilegi in questo. Tutti. Il privilegio di ognuno di noi è essere amato, perdonato».

Evidenzia il Papa: «Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno. Il Vangelo sottolinea che Gesù “diceva” questo: non lo disse una volta per tutte al momento della crocifissione, ma trascorse le ore sulla croce con queste parole sulle labbra e nel cuore. Dio non si stanca di perdonare. Dobbiamo capire questo, ma capirlo non solo con la mente, capirlo con il cuore: Dio non si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono, ma Lui mai si stanca di perdonare. Lui non sopporta fino a un certo punto per poi cambiare idea, come siamo tentati di fare noi. Gesù – insegna il Vangelo di Luca – è venuto nel mondo a portarci il perdono dei nostri peccati e alla fine ci ha dato un’istruzione precisa: predicare a tutti, nel suo nome, il perdono dei peccati». Perciò, indica Jorge Mario Bergoglio, «fratelli e sorelle, non stanchiamoci del perdono di Dio: noi preti di amministrarlo, ogni cristiano di riceverlo e di testimoniarlo. Non stanchiamoci del perdono di Dio. Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno. Notiamo ancora una cosa. Gesù non solo implora il perdono, ma dice anche il motivo: perdonali perchè non sanno quello che fanno. Ma come? I suoi crocifissori avevano premeditato la sua uccisione, organizzato la sua cattura, i processi, e ora sono sul Calvario per assistere alla sua fine». Eppure Cristo giustifica «quei violenti perchè non sanno. Ecco come si comporta Gesù con noi: si fa nostro avvocato. Non si mette contro di noi, ma per noi contro il nostro peccato. Ed e? interessante l’argomento che utilizza: perchè non sanno, quell’ignoranza del cuore che abbiamo tutti noi peccatori». Quando si usa violenza «non si sa più nulla su Dio, che e? Padre, e nemmeno sugli altri, che sono fratelli. Si dimentica perchè si sta al mondo e si arriva a compiere crudeltà assurde. Lo vediamo nella follia della guerra, dove si torna a crocifiggere Cristo. Sì, Cristo è ancora una volta inchiodato alla croce nelle madri che piangono la morte ingiusta dei mariti e dei figli. È crocifisso nei profughi che fuggono dalle bombe con i bambini in braccio. È crocifisso negli anziani lasciati soli a morire, nei giovani privati di futuro, nei soldati mandati a uccidere i loro fratelli. Cristo è crocifisso lì, oggi».

Ribadisce il Pontefice argentino: «Padre, perdona loro perchè non sanno quello che fanno. Molti ascoltano questa frase inaudita; ma uno solo la accoglie. È un malfattore, crocifisso accanto a Gesù. Possiamo pensare che la misericordia di Cristo abbia suscitato in lui un’ultima speranza e l’abbia portato a pronunciare quelle parole: “Gesù, ricordati di me”. Come a dire: “Tutti si sono dimenticati di me, ma tu pensi pure a chi ti crocifigge. Con te, allora, c’è posto anche per me”. Il buon ladrone accoglie Dio mentre la vita sta per finire e così la sua vita inizia di nuovo; nell’inferno del mondo vede aprirsi il paradiso: “Oggi con me sarai nel paradiso”». Ecco il «prodigio del perdono di Dio, che trasforma l’ultima richiesta di un condannato a morte nella prima canonizzazione della storia».

Francesco consiglia, in questa Settimana Santa, di accogliere «la certezza che Dio puo? perdonare ogni peccato. Dio perdona tutti, può perdonare ogni distanza, mutare ogni pianto in danza; la certezza che con Cristo c’è sempre posto per ognuno; che con Gesù non è mai finita, non è mai troppo tardi. Con Dio si può sempre tornare a vivere. Coraggio, camminiamo verso la Pasqua con il suo perdono». Perchè Cristo continuamente intercede «presso il Padre per noi e, guardando il nostro mondo violento, il nostro mondo ferito, non si stanca di ripetere – e noi lo facciamo adesso con il nostro cuore, in silenzio – di ripetere: Padre, perdonali, perchè non sanno quello che fanno».

Al termine della Celebrazione della Domenica delle Palme e della Passione del Signore – secondo la Gendarmeria vaticana erano presenti in piazza San Pietro circa 65 mila fedeli - prima della benedizione apostolica, Francesco guidato la recita della Preghiera mariana. E introducendo l’Angelus dice: «Tra poco ci rivolgeremo alla Madonna nella preghiera dell’Angelus. Fu proprio l’Angelo del Signore che, nell’Annunciazione, disse a Maria: “Nulla è impossibile a Dio”. Nulla è impossibile a Dio. Anche far cessare una guerra di cui non si vede la fine. Una guerra che ogni giorno ci pone davanti agli occhi stragi efferate e atroci crudeltà compiute contro civili inermi. Preghiamo su questo. Siamo nei giorni che precedono la Pasqua. Ci stiamo preparando a celebrare la vittoria del Signore Gesù Cristo sul peccato e sulla morte. Sul peccato e sulla morte, non su qualcuno e contro qualcun altro». Ma oggi c’è «la guerra. Perchè si vuole vincere così, alla maniera del mondo? Così si perde soltanto. Perchè non lasciare che vinca Lui? Cristo ha portato la croce per liberarci dal dominio del male. È morto perchè regnino la vita, l’amore, la pace». Perciò «si depongano le armi! Si inizi una tregua pasquale; ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no!, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente». Infatti, che vittoria sarà «quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie? Nulla è impossibile a Dio. A Lui ci affidiamo, per intercessione della Vergine Maria». LS 10

 

 

 

 

Lavoro, CEI: "Serve un’assunzione di responsabilità collettiva"

 

Il messaggio dei Vescovi Italiani in vista del 1° maggio, Festa del Lavoro. Di Marco Mancini

 

ROMA. “Viviamo una stagione complessa, segnata ancora dagli effetti della pandemia e dalla guerra in Ucraina, in cui il lavoro continua a preoccupare la società civile e le famiglie, e impegna ad un discernimento che si traduca in proposte di solidarietà e di tutela delle situazioni di maggiore precarietà. Le conseguenze della crisi economica gravano sulle spalle dei giovani, delle donne, dei disoccupati, dei precari, in un contesto in cui alle difficoltà strutturali si aggiunge un peggioramento della qualità del lavoro. La Chiesa che è in Italia non può distogliere lo sguardo dai contesti di elevato rischio per la salute e per la stessa vita alle quali sono esposti tanti lavoratori. I tanti, troppi, morti sul lavoro ce lo ricordano ogni giorno. È in discussione il valore dell’umano, l’unico capitale che sia vera ricchezza”. Lo scrivono i Vescovi italiani nel messaggio in occasione del prossimo 1° maggio, festa del lavoro.

“Il nostro primo pensiero va, in particolare – si legge nel messaggio - a chi ha perso la vita nel compimento di una professione che costituiva il suo impegno quotidiano, l’espressione della sua dignità e della sua creatività, e anche alle famiglie che non hanno visto far ritorno a casa chi, con il proprio lavoro, le sosteneva amorevolmente. Così come non possono essere dimenticati tutti coloro che sono rimasti all’improvviso disoccupati e, schiacciati da un peso insopportabile, sono arrivati al punto di togliersi la vita. La nostra preghiera, la fiducia nel Signore amante della vita e la nostra solidarietà siano il segno di una comunità che sa piangere con chi piange e di una società che sa prendersi cura di chi, all’improvviso, è stato privato di affetti e di sicurezza economica”.

I Vescovi ricordano i 1221 morti sul lavoro nel 2021 e i lavoratori che hanno subito infortuni. Inoltre – scrive la CEI – “la nostra coscienza è interpellata anche da quanti sono impegnati in lavori irregolari o svolti in condizioni non dignitose, a causa di sfruttamento, discriminazioni, caporalato, mancati diritti, ineguaglianze. Il grido di questi nuovi poveri sale da un ampio scenario di umanità dove sussiste una violenza di natura economica, psicologica e fisica in cui le vittime sono soprattutto gli immigrati, lavoratori invisibili e privi di tutele, e le donne, ostaggi di un sistema che disincentiva la maternità e punisce la gravidanza col licenziamento. È ancora insufficiente e inadeguata la promozione della donna nell’ambito professionale”.

Occorre – prosegue il messaggio – “una cultura della cura, nutrita dalla Parola di Dio, che invita ad aprire il nostro cuore a chi nel lavoro vede messa a rischio la dignità e la propria vita”. E’ richiesto “un approccio integrale da parte di tutti i soggetti in campo: vanno realizzati interventi di sistema sia a carattere statale, sia a livello aziendale.”

“Solo se ogni attore della prevenzione, a diverso titolo – conclude la CEI - contribuisce al contrasto degli eventi infortunistici, si avrà una vera svolta. Per questo è necessario risvegliare le coscienze. Grazie a un’assunzione di responsabilità collettiva si può attuare quel cambiamento capace di riportare al centro del lavoro la persona, in ogni contesto produttivo”. Aci 9

 

 

 

 

Vangelo Migrante: Domenica delle Palme e della Passione del Signore | Vangelo (Lc 22, 14-23,56)

 

Con la Domenica delle Palme e della Passione del Signore, ha inizio la Settimana Santa. In questi giorni che chiamiamo ‘santi’ è nato il cristianesimo: dallo scandalo e dalla follia della croce. Lì si concentra e da lì emana tutto ciò che riguarda la fede dei cristiani. Per questo dalle Palme a Pasqua, improvvisamente, il tempo cambia ritmo: la liturgia rallenta e moltiplica i momenti nei quali accompagnare, quasi ora per ora, gli ultimi giorni di vita di Gesù dall’entrata in Gerusalemme alla lavanda dei piedi, dalle fasi del processo alla via dolorosa fino alle croce, per poi correre al sepolcro la mattina di Pasqua.

Questa domenica, in una liturgia articolata, che ha inizio con la benedizione delle Palme, vengono proclamati due brani dal Vangelo secondo Luca: l’ingresso di Gesù in Gerusalemme e il racconto della Passione. Ci soffermiamo su quello della Passione. Come per gli altri evangelisti, anche nel racconto di Luca ci sono alcune peculiarità. Proviamo a fare nostre quelle del momento più drammatico: la crocifissione. Luca la racconta mettendo in evidenza tre aspetti esclusivi a partire dalle parole di Gesù.

La prima. Siamo sul luogo del Cranio (Golgota). È un momento che dura tre ore, dalla crocifissione alla morte. Si legge, che mentre Gesù veniva crocifisso, “diceva: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Lo stanno crocifiggendo e Gesù “diceva …”. Non “disse” ma “diceva”. Non è un dettaglio per gli addetti. La forma verbale, non è casuale. Il verbo all’imperfetto mette in risalto la ripetitività delle parole, la continuità del gesto, la sua reiterazione. Come a dire che in tutto quello che stava accadendo, Gesù continuava a ripetere quelle parole come una litania… È la preghiera incessante che Gesù rivolge al Padre per l’uomo di ogni tempo: “perdonalo, Signore pietà!”. Satana ci accusa (cfr. Apocalisse) Gesù chiede perdono per noi!

Nulla a che vedere con il “non si rendono conto di chi sono io!” No! È una frase-gesto che meglio di altre rivela che noi uomini in fondo non abbiamo coscienza delle nostre azioni. Noi, che proprio per le convinzioni delle nostre ragioni, commettiamo i crimini più violenti. Quelle parole-gesto, denunciano che della stragrande maggioranza delle cose che facciamo, noi non ne conosciamo i motivi. E, quindi, ci salviamo solo se rientriamo in noi stessi (come il figliol prodigo) e imploriamo quel perdono che Gesù ci ottiene da Dio, incessantemente.

La seconda. C’è solo un personaggio che ammette di aver bisogno del perdono di Dio: il ladrone accanto a Gesù. È l’unico uomo che sa parlare con Lui: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. E Gesù: “In verità io ti dico, oggi con me sarai nel Paradiso”. Entra dalla porta giusta: ammette l’errore e chiede la salvezza. Nel dramma di quella condizione, svela il segreto del paradiso che non è un luogo ma una condizione: essere ricordato da Gesù. Il ladrone muore, forse rubando anche il paradiso; ma finalmente, partendo dalla sua sincerità e dalla sua preghiera, ha rubato la cosa giusta: un paradiso che non è dell’uomo ma si riceve da Dio che lo dà perché ci vuole bene e si ricorda di noi.

La terza. “Padre nelle tue mani consegno il mio spirito”. È l’abbandono al Padre che rivela innanzitutto come Gesù gli sia Figlio. Gesù emette questo grido dopo lo squarcio del velo del tempio. Il velo del tempio era la tenda che copriva la parte invisibile e del luogo santo. Lì abitava il nome di Dio che veniva proclamato dal sommo sacerdote solo un giorno all’anno. Era lì che aveva sede l’inaccessibile di Dio. Il velo squarciato dà l’accesso a quello che è nascosto. L’abbandono di Gesù rivela la vita interna di Dio: l’amore, la fiducia, l’abbandono, il donarsi di un Figlio che si fida del Padre anche nel momento in cui avrebbe motivi per non farlo. E il Padre si ricorda di Lui: risorgendolo, non lo abbandona.

In queste parole risiede l’atteggiamento per entrare e vivere con frutto la Settimana Santa: attingere ad un perdono donato per sempre, prendere parte ad un paradiso possibile per sempre, vivere un abbandono totale al Padre, anche quando avremmo motivi per non farlo, che ci fa Figli di Quel Padre.

È la via per la Resurrezione e la Vita eterna. (p. Gaetano Saracino) Mig.on.8

 

 

 

 

Ucraina, il Papa mostra una bandiera da Bucha: città martoriata, si smetta di seminare morte. “Assistiamo all’impotenza dell’Onu”

 

All’udienza generale Francesco denuncia «la logica dominante» imposta dagli «Stati più potenti» - Iacopo Scaramuzzi

 

CITTÀ DEL VATICANO. Il Papa ha mostrato una bandiera proveniente dalla «città martoriata» di Bucha, in Ucraina, all’udienza generale, denunciando le «crudeltà sempre più orrende» compiute dall’esercito russo in Ucraina, e facendo appello affinché «si smetta di seminare morte e distruzione». Sempre all’udienza, Francesco ha denunciato la «impotenza» dell’Onu.

«Le recenti notizie sulla guerra in Ucraina anziché portare sollievo e speranza attestano invece nuove atrocità come il massacro a Bucha», ha detto Jorge Mario Bergoglio al termine dell’udienza: «Crudeltà sempre più orrende, compiute anche contro civili, donne e bambini inermi. Sono vittime il cui sangue innocente grida fino al cielo e implora che si metta fine a questa guerra, si facciano tacere le armi, si smetta di seminare morte e distruzione. Preghiamo insieme su questo», ha proseguito il Pontefice argentino. «Ieri proprio da Bucha – ha proseguito – mi hanno portato questa bandiera: questa bandiera viene dalla guerra, proprio dalla città martoriata di Bucha e anche ci sono qui alcuni bambini ucraini che ci accompagnano: salutiamoli e preghiamo insieme con loro», ha proseguito il Papa, che si è alzato in piedi mostrando dapprima la bandiera con i colori giallo e blu dell'Ucraina, e poi ha invitato i bambini ucraini a raggiungerlo sul palco: «Questi bambini – ha spiegato Francesco ai fedeli presenti in aula Paolo VI – sono dovuti fuggire e arrivare a una terra strana: questa è uno dei frutti della guerra: non dimentichiamoli e non dimentichiamo il popolo ucraino. È duro – ha concluso Bergoglio – essere sradicato dalla propria terra per una guerra».

Papa Francesco mostra bandiera ucraina proveniente da Bucha

Sul volo di ritorno da Malta, domenica sera, un giornalista ha chiesto al Papa un giudizio sulla situazione attuale, dicendo tra l'altro che «oggi ci hanno colpito le immagini proveniente da Bucha, un paese vicino a Kiev, abbandonato dall'esercito russo dove gli ucraini hanno trovato decine di cadaveri buttati per strada, alcuni con le mani legate, come se fossero stati “giustiziati”». «Grazie per avermi detto questa notizia di oggi che non conoscevo ancora», aveva risposto il pPapa 85enne, al termine di un viaggio di due giorni a Malta dal programma molto intenso. «Sempre la guerra è una crudeltà, una cosa inumana, che va contro lo spirito umano, non dico cristiano, umano. È lo spirito di Caino, lo spirito “cainista”». Già lunedì, L'Osservatore Romano ha riportato la notizia di un «video diffuso dal ministero della Difesa ucraino» che «mostra mezzi militari nazionali che avanzano per le strade deserte ma disseminate di cadaveri. Cadaveri di civili. Alcuni hanno le mani legate dietro la schiena, segno di una vera e propria esecuzione da parte delle forze armate russe». Sulla prima pagina del quotidiano vaticano, poi, ieri è stata pubblicata una foto di Bucha.

Nel corso della catechesi, dedicata proprio al viaggio a Malta, il Papa ha parlato più volte dell’Ucraina: «Oggi – ha detto – si parla spesso di “geopolitica”, ma purtroppo la logica dominante è quella delle strategie degli Stati più potenti per affermare i propri interessi estendendo l’area di influenza economica, ideologica e militare: lo stiamo vedendo con la guerra», ha detto Jorge Mario Bergoglio all’udienza generale del mercoledì, incentrata sul recente viaggio a Malta lo scorso fine settimana. L’isola mediterranea, ha detto il Papa, rappresenta, in questo quadro, il diritto e la forza dei “piccoli”, delle Nazioni piccole ma ricche di storia e di civiltà, che dovrebbero portare avanti un’altra logica: quella del rispetto e della logica della libertà, della convivialità delle differenze, opposta alla colonizzazione dei più potenti: lo stiamo vedendo adesso e – ha puntualizzato il Pontefice argentino – non solo da una parte, anche da altre. Dopo la seconda guerra mondiale si è tentato di porre le basi di una nuova storia di pace, ma purtroppo non impariamo è andata avanti la vecchia storia di grandi potenze concorrenti. E, nell’attuale guerra in Ucraina, assistiamo – ha detto il Papa – all’impotenza delle Organizzazioni delle Nazioni Unite».

Francesco ha ripercorso alcuni momenti salienti del suo viaggio a Malta, «luogo-chiave», tra l’altro, «per quanto riguarda il fenomeno delle migrazioni. Nel Centro di accoglienza Giovanni XXIII – ha ricordato il Papa – ho incontrato numerosi migranti, che sono approdati sull’Isola dopo viaggi terribili. Non bisogna stancarsi di ascoltare le loro testimonianze, perché solo così si esce dalla visione distorta che spesso circola nei mass-media e si possono riconoscere i volti, le storie, le ferite, i sogni e le speranze. Ogni migrante è unico, come ognuno di noi, è una persona con la sua dignità, le sue radici, la sua cultura. Ognuno di essi è portatore di una ricchezza infinitamente più grande dei problemi che pure può comportare la sua accoglienza. Non dimentichiamo che l’Europa è stata fatta dalle migrazioni. Certo, l’accoglienza va organizzata, va governata, e prima, molto prima, va progettata insieme, a livello internazionale. Perché il fenomeno migratorio non può essere ridotto a un’emergenza, è un segno dei nostri tempi. Come tale va letto e interpretato. Può diventare un segno di conflitto, oppure un segno di pace. Dipende da noi. Chi a Malta ha dato vita al Centro Giovanni XXIII ha fatto la scelta cristiana e per questo lo ha chiamato “Peace Lab”: laboratorio di pace. Ma io – ha detto Francesco – vorrei dire che Malta nel suo insieme è un laboratorio di pace! Tutta la nazione col proprio atteggiamento è un laboratorio di pace. E può realizzare questa sua missione se, dalle sue radici, attinge la linfa della fraternità, della compassione, della solidarietà. Il popolo maltese ha ricevuto questi valori insieme con il Vangelo, e grazie al Vangelo potrà mantenerli vivi. Per questo, come Vescovo di Roma, sono andato a confermare quel popolo nella fede e nella comunione». Il frate francescano che porta avanti il centro per i migranti, ha sottolineato il Papa, «ha 91 anni e continua a lavorare così, con i collaboratori della diocesi: un esempio di zelo apostolico e amore ai migranti che oggi ci vuole tanto».

A fine catechesi, il Papa ha rivolto un pensiero particolare ai fedeli polacchi presenti: «Durante questo tempo di Quaresima, che ci prepara alla celebrazione della Resurrezione del Signore, avete dimostrato una generosità straordinaria ed esemplare verso i nostri fratelli ucraini, per i quali avete aperto i cuori e le porte delle vostre case. Grazie, grazie tanto per questo che avete fatto con gli ucraini. Il Signore benedica la vostra patria per questa vostra solidarietà e vi mostri il suo volto». LS 6

 

 

 

Il Papa ricorda il suo viaggio a Malta, "laboratorio di pace"

 

Nell'Udienza Generale del 6 aprile il Papa incentra la sua meditazione sul suo recente viaggio apostolico a Malta

 

CITTÀ DEL VATICANO. Nell'Udienza Generale di oggi il Papa incentra la sua meditazione sul suo recente viaggio apostolico a Malta. "Sabato e domenica scorsi mi sono recato a Malta: un Viaggio apostolico che era in programma da tempo. Non molti sanno che Malta, pur essendo un’isola in mezzo al Mediterraneo, ha ricevuto prestissimo il Vangelo, perché l’Apostolo Paolo fece naufragio vicino alle sue coste e prodigiosamente si salvò con tutti quelli che stavano sulla nave, più di duecentosettanta persone", dice il Pontefice.

Per il Papa Malta è "un luogo-chiave". "Lo è anzitutto geograficamente, per la sua posizione al centro del Mare che sta tra Europa e Africa, ma che bagna anche l’Asia. Malta è una specie di “rosa dei venti”, dove si incrociano popoli e culture; è un punto privilegiato per osservare a 360 gradi l’area mediterranea - commenta Papa Francesco - Malta rappresenta, in questo quadro, il diritto e la forza dei “piccoli”, delle Nazioni piccole ma ricche di storia e di civiltà, che dovrebbero portare avanti un’altra logica: quella del rispetto e della libertà, della convivialità delle differenze, opposta alla colonizzazione dei più potenti".

Francesco ricorda: "Nell’attuale guerra in Ucraina, assistiamo all’impotenza delle Nazioni Unite".

Secondo aspetto: "Malta è un luogo-chiave per quanto riguarda il fenomeno delle migrazioni. Nel Centro di accoglienza Giovanni XXIII ho incontrato numerosi migranti, che sono approdati sull’Isola dopo viaggi terribili. Non bisogna stancarsi di ascoltare le loro testimonianze, perché solo così si esce dalla visione distorta che spesso circola nei mass-media e si possono riconoscere i volti, le storie, le ferite, i sogni e le speranze. Ogni migrante è unico, è una persona con la sua dignità, le sue radici, la sua cultura. Ognuno di essi è portatore di una ricchezza infinitamente più grande dei problemi che pure può comportare la sua accoglienza", commenta ancora il Papa.

Per Francesco "Malta nel suo insieme è un laboratorio di pace! E può realizzare questa sua missione se, dalle sue radici, attinge la linfa della fraternità, della compassione, della solidarietà. Il popolo maltese ha ricevuto questi valori insieme con il Vangelo, e grazie al Vangelo potrà mantenerli vivi".

Terzo ed ultimo aspetto, "Malta è un luogo-chiave anche dal punto di vista dell’evangelizzazione. Da Malta e da Gozo, le due Diocesi del Paese, sono partiti tanti sacerdoti e religiosi, ma anche fedeli laici, che hanno portato in tutto il mondo la testimonianza cristiana, come se il passaggio di San Paolo avesse lasciato la missione nel DNA dei maltesi! Per questo la mia visita è stata anzitutto un atto di riconoscenza, riconoscenza a Dio e al suo santo popolo fedele che è a Malta e a Gozo".

Francesco conclude la catechesi ricordando il frate francescano di 91 anni che lavora al centro migranti di Malta, "un esempio di zelo apostolico e amore ai migranti che oggi ci vuole tanto. Noi con queste visite seminiamo, ma il Signore fa crescere".

Ucraina: vittime il cui sangue innocente grida fino al cielo

"Le recenti notizie sulla guerra in Ucraina anzichè portare sollievo e speranza attestano nuove atrocità, come il massacro di Bucha, crudeltà sempre più orrende compiute anche contro civili, donne e bambini inermi. Sono vittime il cui sangue innocente grida fino al cielo e implora, si metta fine a questa guerra, si facciano tacere le armi, si smetta di seminare morte e distruzione, preghiamo insieme su questo...".

Papa Francesco lancia l'ennesimo appello per dire basta alla guerra in Ucraina; continuano infatti nel paese massacri e atrocità, come quello di Bucha, regione di Kiev. I media locali riportano notizie di corpi di persone con le mani legate, uccise a colpi di arma da fuoco da soldati russi, questi corpi di donne e bambini giacciono per le strade.

Il Papa, nell'Aula Paolo VI durante i saluti in lingua italiana si alza e fa vedere a tutti una bandiera proveniente proprio da Bucha, Ucraina. "Ieri proprio da Bucha mi hanno portato questa bandiera, questa bandiera viene dalla guerra, ci sono qui bambini ucraini che ci accompagnano, salutiamoli e preghiamo insieme con loro", ripete con forza il Papa. I bambini consegnano al Papa dei disegni. Sono bimbi giunti proprio ieri dall'Ucraina.

"Questi bambini sono dovuti fuggire, questo è uno dei frutti della guerra, non dimentichiamo il popolo ucraino", ribadisce il Pontefice regalando loro anche delle uova di cioccolata. I bambini sono visibilmente emozionati.

Durante i saluti in lingua italiana il Papa fa anche un altro appello. "Ricorre oggi la Giornata Mondiale dello Sport e dello Sviluppo indetta dalle Nazioni Unite, con la loro attività siano testimoni operosi di fraternità e pace, lo sport con i suoi valori può svolgere un ruolo importante nel mondo aprendo strade di concordia tra i popoli, a patto che mai perda la sua capacità di gratuità, non deve essere commerciale", dice il Papa.

Infine il Pontefice saluta l’Associazione “Promozione relazione e famiglia”. "E' importante il catecumenato matrimoniale, per aiutare a sviluppare bellezza del matrimonio", conclude Francesco. Veronica Giacometti, Aci 6

 

 

 

 

Renovabis, dalla Germania una mano tesa all’Ucraina

 

L'impegno della organizzazione di soccorso per l’Europa orientale della Chiesa cattolica in Germania

 

ROMA. Tra tutte le organizzazioni caritative di ispirazione cristiana presenti in Germania, l’inizio della guerra in Ucraina, lo scorso 24 febbraio 2022 e l’emergenza umanitaria che ne è conseguita, hanno sollecitato in modo particolare l’intervento di Renovabis, che da quasi trent’anni fa dell’aiuto nell’Europa dell’Est, statutariamente, la sua missione.

In che modo l’organizzazione è intervenuta nella crisi ucraina lo spiega ad Acistampa, Thomas Schumann, addetto stampa e direttore della Comunicazione di Renovabis. 

Signor, Schumann, Rovabis è "l’organizzazione di soccorso per l’Europa orientale della Chiesa cattolica in Germania". Per favore, spieghi storicamente questo riferimento all’Europa dell’Est? Come è nato Renovabis e a quale scopo?

«Renovabis è stata fondata nel 1993 dalla Conferenza episcopale tedesca su suggerimento del Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK). Da allora, ogni anno, si svolge una campagna di Pentecoste a livello nazionale che dura diverse settimane. La campagna termina la domenica di Pentecoste con una colletta nelle parrocchie cattoliche in Germania. L’organizzazione, con sede a Frisinga, vicino a Monaco di Baviera, sostiene progetti per rinnovare la vita ecclesiale e sociale in 29 paesi ex comunisti dell’Europa orientale. Renovabis promuove partenariati e lavora affinché "le persone dell’Est e dell’Ovest imparino le une dalle altre, coltivino la loro fede insieme e creino così un vicinato di fiducia". Dalla sua fondazione Renovabis ha sostenuto circa 25.400 progetti partner con ben 820 milioni di euro».

Dunque avete sicuramente già una lunga esperienza di intervento anche in Ucraina…

«Solo in Ucraina, più di 4.000 progetti sono stati sostenuti dai partner già a partire dal 1993, con un finanziamento totale di più di 125 milioni di euro. Lo spettro degli interventi spazia dalla Chiesa e dalla cura pastorale, ai progetti sociali e caritatevoli, all’educazione e ai progetti di comunicazione. Il principio di aiutare le persone ad aiutarsi è sempre quello che ci ispira».

Come sta organizzando Renovabis l’aiuto all’Ucraina e ai rifugiati ucraini?

«Più di sette milioni di euro sono già stati stanziati per progetti di aiuto in Ucraina e un altro milione a favore dei paesi ospitanti dell’Europa orientale. La Chiesa cattolica ha raggiunto accordi per assicurare che i fondi di aiuto di Caritas International, Misereor e Renovabis siano coordinati e implementati sul terreno in Ucraina e nei vicini paesi dell’Europa orientale, che vengono raggiunti per primi dalle persone che fuggono dalla guerra. Questi rifugiati devono ricevere aiuto in modo pianificato ed efficiente per ciò che riguarda l’alloggio, il cibo, l’assistenza medica e sostegno. Da alcuni giorni, sotto la direzione congiunta di Caritas International e Renovabis, tutte le donazioni e i finanziamenti dei progetti sono stati registrati e coordinati dalle diocesi tedesche, dalle organizzazioni umanitarie e dalle grandi associazioni».

In che modo vengono spesi concretamente i fondi di queste donazioni? 

«Solo Renovabis ha investito più di 500.000 euro in 15 progetti gestiti dai suoi partner locali, che hanno usato il denaro per dare alle donne con bambini, in particolare, un tetto sicuro sulla testa e per fornire loro un sostegno psicologico dopo le loro esperienze traumatiche».

E poi ci sono i paesi vicini, direttamente coinvolti nel soccorso a chi scappa dalla guerra…

«Infatti Caritas International e Renovabis sostengono anche i paesi riceventi. Qui, la solidarietà di tutti i paesi dell’Unione europea deve distribuire il peso su molte spalle. In Polonia, Repubblica di Moldavia, Romania e Slovacchia, per esempio, il partner di cooperazione Caritas International ha collocato per il momento altri 800.000 euro nei centri di assistenza. Il direttore di Renovabis Schwartz ha detto che quello che serve è una vera cultura dell’accoglienza e della carità in tutti i paesi europei».

State già ricevendo feedback sull’efficacia dei vostri aiuti?

«Sì, certo. Un partner di lunga data del progetto Renovabis, Andrij Waskowycz, che attualmente dirige un nuovo ufficio per il coordinamento delle iniziative umanitarie del Congresso Mondiale degli Ucraini a Lviv e Varsavia con l’aiuto di Renovabis, ha confermato che l’aiuto iniziato dalla Chiesa tedesca nel suo paese natale sta arrivando a destinazione e allevierà molti bisogni».

Un’ultima domanda. In che modo si potrebbe dire che la fede cattolica ispiri le azioni di Renovabis?

«Il nome latino dell’organizzazione umanitaria risale al Salmo 104 e significa "Tu rinnoverai". Questo è ciò che significa letteralmente "renovabis". Più in dettaglio il Salmo recita: "Tu mandi il tuo spirito: Essi sono creati e tu rinnovi la faccia della terra". Quando l’azione di solidarietà dei cattolici tedeschi fu fondata al momento del declino dei sistemi di governo comunisti, alla fine degli anni ottanta e durante i primi anni novanta del XX secolo, fu vista l’opportunità di sostenere le Chiese e le società dell’Europa orientale nel loro rinnovamento. Si trattava di maggiori e nuove possibilità di cura pastorale e anche di portare l’immagine cristiana dell’uomo nella società civile e nelle sue forme di governo. Si trattava della partecipazione di tutti i gruppi di popolazione alla vita della comunità sociale». Aci 5

 

 

 

 

Il cardinale Zuppi: credere nella Pasqua non ci fa arrendere al male

 

La festa dei Panini di San Nicola celebrata dal cardinale a Tolentino - Di Simone Baroncia

 

TOLENTINO. Il santo non esitò a mangiare il pane ricevuto in carità da una donna di Tolentino, riacquistando così la salute. Da quel giorno san Nicola prese a distribuire il pane benedetto ai malati che visitava, esortandoli a confidare nella protezione della Vergine Maria per ottenere la guarigione dalla malattia e la liberazione dal peccato.

Quindi nella ‘domenica laetare’, che racconta la parabola del ‘Figlio prodigo’, facendo pregustare la gioia della Pasqua di Resurrezione, nella basilica di san Nicola da Tolentino si è celebrata la festa del pane con i sindaci della Comunità montana dei ‘Monti Azzurri’, che hanno preso parte alla messa officiata dall’arcivescovo di Bologna, card. Matteo Maria Zuppi: “Ecco, oggi è la festa della resurrezione di un figlio che era perduto ed è tornato in vita. E’ questo il senso della Quaresima: non meno vita, ma finalmente vita vera, incontro con sé, rientrare in sé, non uscire da sé!”

Al termine della concelebrazione eucaristica ho chiesto al card. Zuppi di spiegare il motivo per cui Pasqua non può esistere senza Resurrezione: “Pasqua è la Resurrezione. La bella notizia non consiste nelle parole importanti dette da Gesù; ma la notizia di Pasqua è la più incredibile di tutte: quell’uomo, morto in croce, è risorto e la vita non finisce. Ci aiuta a guardare con forza l’inevitabile scontro  con il limite della vita attraverso la croce, perché ci aiuta a vedere la luce della vittoria dell’amore sulla morte”.

In quale modo Gesù riaccende la speranza?

“Amando fino alla fine, abbassandosi fino all’umiliazione per innalzarsi sino alla gloria di Dio. Gesù vive fino in fondo quello che in realtà gli uomini e le donne vivono, cioè lo scontro con la propria fragilità, quando il male mette in croce i nostri sogni e le nostre attese. Il male mette in croce, l’amore vince la croce”.

Allora la Pasqua può essere un invito a superare la difficoltà del vivere?

“La Pasqua non rimuove tutte le nostre difficoltà. La vittoria di Gesù non è quella che ci permette di non avere più problemi, secondo una certa nostra idea di benessere. La Pasqua, per di più, non si afferma nemmeno immediatamente nel cuore dei discepoli. Essi devono combattere con la loro incredulità. La Pasqua è la vittoria, perché libera la morte dall’essere definitiva e rende definitivo l’amore di Gesù e la sua presenza viva”.

Per quale motivo nella Pasqua esplode la gioia?

“La Pasqua stessa è gioia, perché ci permette di combattere il male; ci affranca da esso e dalle sue intimidazioni, dal turbamento davanti alla sua forza e dalla sua capacità di seminare il dubbio sull’amore di Dio. Dobbiamo rafforzare l’uomo interiore per trasformare le esperienze in consapevolezza e non lasciarle solo emozioni da consumare”.  

E’ possibile credere nella Pasqua in tempi difficili?

“A maggior ragione! Credere nella Pasqua non ci fa arrendere al male. Qualche volta il male sembra definitivo e vincente; in realtà è la forza di Gesù che vince il male; la forza del perdono e della misericordia vince il male. Proprio nel buio della sofferenza crediamo nella luce della Resurrezione”.

Venerdì 25 marzo Papa Francesco ha consacrato al cuore immacolato di Maria la Russia, l’Ucraina e tutto il mondo. Quale forza ha la preghiera?

“La preghiera è la forza più grande per due motivi; la prima ragione è che la preghiera è la forza di Dio, che arriva dove noi non arriviamo; è una forza che non si vede, eppure è così efficace. Il secondo motivo è che la preghiera chiede a chi prega anche l’impegno. Non si accontenta della delega a Dio ‘pensaci tu’, ma Dio chiede di coinvolgerci nella lotta affinché il male venga sconfitto. La preghiera per la pace ci chiede di essere uomini di pace”.  Aci 5

 

 

 

 

Kempten. Riunione del Consiglio Pastorale

 

Particolarmente significativa l'omelia di Sabato, 2 Aprile 2022, del Rettore delle MCI di Augsburg e Kempten, Padre Bruno Zuchowski, a commento del brano evangelico sull'adultera, durante la S. Messa celebrata nella chiesa di St. Anton a Kempten, Immenstädter Str. 50. Un passo veramente adatto proprio in questi momenti in cui, oltre alla pandemia che non accenna a finire, ci troviamo sull'orlo di una terza guerra mondiale. Un conflitto che potrebbe venir provocato da chi pensa di essere esclusivamente dalla parte della ragione, dimenticando che, non essendo nessuna persona, nessuna autorità senza peccato, nessuna di esse potrà mai essere autorizzata a lanciare la prima pietra.

Subito dopo la Celebrazione Eucaristica, durante la quale sono stati ricordati alcuni defunti della nostra Comunità, nei locali dello stesso Centro Parrocchiale, si è svolta una riunione del Consiglio Pastorale della Missione, alla quale hanno preso parte diversi Consiglieri.

I lavori hanno avuto inizio alle 18:30, subito dopo il saluto ai convenuti da parte di Padre Bruno Zuchowski, la recita di una breve preghiera d'introduzione e il commento di alcune letture sui Vangeli Sinottici. Poi Padre Bruno, dopo aver comunicato le giustificazioni dei consiglieri assenti, pervenute o riferite da alcuni dei presenti, ha ricordato i punti all'ordine del giorno:

* Elezione / Conferma del Consiglio Pastorale per gli anni 2022/2026;

* Partecipazione alla Via Crucis Vivente a Neu-Ulm, Venerdì 15 Aprile 2022;

* Programmazioni delle prossime attività della Missione;

* Allestimento nel mese di Maggio di un Altare dedicato alla Madonna nei locali della Missione, dove, recentemente, sono state sistemate le rappresentazioni della Via Crucis per la devozione quaresimale;

* Varie ed eventuali.

Spedite e senza intoppi le operazioni di elezione / riconferma dell'attuale  Presidenza, dirette dal Rettore della Missione. È stato riconfermato come Presidente del Consiglio Parrocchiale il Signor Giampiero Trovato ed eletto come Vicepresidente il Rag. Paolo  Franco.

Passando al secondo punto sono state prospettate e commentate dai presenti varie opzioni per raggiungere Neu-Ulm, allo scopo di partecipare alla Via Crucis Vivente del prossimo 15 Aprile. Alcuni dei presenti, tra cui il Signor Sabino Scarvaglieri, il Comm. Antonino Tortorici e l'insegnante Federica Franzin,  si informeranno su possibili collegamenti. A questo proposito la Signora Gisella Trovato ha comunicato che il Membro del Consigllio - assente per motivi di salute - Signor Vincenzo Mattina, (Socio Onorario del Circolo ACLI di Kempten, come precisato dal suo Presidente Dr. Fernando A. Grasso), è disposto a finanziare il viaggio di chi non potesse permetterselo, essendo questa esperienza per lui e per tutti coloro che vi hanno partecipato un momento fondamentale nella vita di un cristiano.

Per ciò che riguarda eventuali altre attività si è pensato a particolari devozioni nel mese dedicato alla Vergine, tenendo conto, s'intende, dell'attuale situazione pandemica, che tarpa le ali un po' tutti, come commentato da alcuni presenti, tra i quali: Grasso, Tortorici e il nuovo Vicepresidente Franco.

La seduta si è sciolta poco prima delle 21:00. Fernando A. Grasso

 

 

 

 

Aperte le iscrizioni per CANTACIELO Festival della Canzone dell’Anima

 

Sono aperte le iscrizioni per partecipare a CANTACIELO, un nuovo festival musicale totalmente dedicato all’espressione spirituale interiore, che premierà la più bella “canzone dell’anima”. A concepirlo è stato uno staff di professionisti di lunga esperienza nel settore della discografia, della scrittura autoriale e dei concerti dal vivo, composto da Gianni Marsili, Romano Musumarra, Giorgio Flavio Pintus e Carlo Principini. L’iniziativa, in collaborazione con il Gruppo Editoriale San Paolo e il patrocinio della SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, e con la partnership di Maria Vision Italia e Christian Music, è stata ideata col proposito di far comunicare, attraverso una suggestiva combinazione di suoni, musica e parole, una dimensione interiore in grado di trasmettere un profondo coinvolgimento emotivo.  Alla base, visto il periodo storico segnato da tragedie umane legate al virus e alla guerra, c’è il desiderio di riportare lo sguardo verso atmosfere di serenità, pace, solidarietà, positività nei confronti della vita e degli altri esseri umani, aldilà di ogni ideologia o credo socio-politico, oltre ogni soggettivismo e verso un dialogo propositivo.

Per concorrere al festival si avrà tempo fino al 31 luglio; il regolamento è scaricabile sul sito https://cantacielo.it/regolamento/. Le candidature sono aperte a qualsiasi fascia di età, a singoli e a gruppi; le canzoni possono appartenere a qualsiasi genere musicale ma devono essere brani inediti, editorialmente liberi e in lingua italiana, con al massimo un 20% testuale di locuzioni o frasi in lingua straniera.

La composizione della Giuria e il calendario delle iniziative inerenti al Festival (semifinali e serata finale), saranno comunicati nelle settimane a seguire.

Sito ufficiale: https://cantacielo.it. Infoline: info@cantacielo.it. De.it.press

 

 

 

 

 

Franziskus: Alle sind gerufen, Versöhnung zu fördern

 

Nicht nur Priester im Beichtstuhl, sondern die ganze Kirche, alle Getauften, sind dazu berufen, Werkzeuge der Versöhnung zu sein. Das hat Papst Franziskus an diesem Sonntag der Barmherzigkeit bei einer Heiligen Messe im Petersdom unterstrichen.  Gudrun Sailer - Vatikanstadt

 

Hauptzelebrant war anstelle des Papstes Erzbischof Rino Fisichella, der Präsident des Päpstlichen Rates zur Förderung der Neuevangelisierung. Dieses Dikasterium ist für das derzeit in Rom tagende Welttreffen der „Missionare der Barmherzigkeit“ zuständig, das sind katholische Priester mit speziellen Vollmachten bei der Beichte, ein Dienst, den Papst Franziskus 2016 im Heiligen Jahr der Barmherzigkeit eingerichtet hatte. Die Priester feierten den Gottesdienst im Vatikan mit, unter den Konzelebranten am Altar war der deutsche Kurienbischof Franz-Peter Tebartz-van Elst, der im Neuevangelisierungsrat für Fragen der Katechese zuständig ist.

Der Sonntag der Barmherzigkeit, genannt auch „Weißer Sonntag“, ist der Sonntag nach Ostern, in vielen Gemeinden deutscher Sprache finden an diesem Tag Erstkommunion-Feiern statt. Das Evangelium (Joh 20, 19-31) spricht über den auferstandenen Herrn, der sich bei seinen verschreckten Jüngern mit dem dreifachen Gruß „Friede sei mit euch!” zurückmeldet. Dreifach ist das Wirken der göttlichen Barmherzigkeit, legte Franziskus bei der Predigt dieses Evangelium aus. Die Barmherzigkeit schenke Freude, führe zur Versöhnung und spende Trost in allen Mühen.

„Für diejenigen, die die Freude Gottes erfahren, wird nichts mehr so sein wie vorher!“

Die Freude der Jünger darüber, den Herrn zu sehen, befreit sie zunächst aus ihrem Gefühl des Versagens. „Christus macht ihnen keine Vorwürfe wegen der Vergangenheit, sondern begegnet ihnen wie immer mit Güte“, so der Papst. „Und das belebt sie neu, es erfüllt ihre Herzen mit dem Frieden, der ihnen abhandengekommen war, und macht sie zu neuen Menschen, welche von seiner Vergebung gereinigt sind.“ In der Tat sei die Freude Gottes eine Freude, „die aus der Vergebung stammt und Frieden hinterlässt, eine Freude, die wiederaufrichtet und nicht erniedrigt.“ Franziskus riet den Gläubigen, immer „an Gottes Umarmung und Zärtlichkeit und erst dann an unsere Fehler und Niederlagen“ zu denken. „Denn für diejenigen, die die Freude Gottes erfahren, wird nichts mehr so sein wie vorher!“

„Brüder und Schwestern, jeder von uns hat in der Taufe den Heiligen Geist empfangen, um ein Mann und eine Frau der Versöhnung zu sein“

Franziskus lenkte dann den Blick auf die Beichte, das Sakrament der Versöhnung, denn Christus schenkte nach seinem zweiten Friedensgruß den Jüngern den Heiligen Geist, um sie zu Werkzeugen der Versöhnung zu machen: „Denen ihr die Sünden erlasst, denen sind sie erlassen“. Diese Worte seien der Ursprung der Beichte – und mehr als das, sagte Franziskus: „Jesus machte die ganze Kirche zu einer Gemeinschaft im Dienst der Barmherzigkeit, zu einem Zeichen und Werkzeug der Versöhnung für die Menschheit. Brüder und Schwestern, jeder von uns hat in der Taufe den Heiligen Geist empfangen, um ein Mann und eine Frau der Versöhnung zu sein.“

Dazu sollten sich alle Getauften berufen fühlen, fuhr der Papst fort. „Fragen wir uns: Fördere ich dort, wo ich lebe, in meiner Familie, am Arbeitsplatz, in meiner Gemeinschaft, die Einheit, bin ich einer, der Bande der Versöhnung knüpft? Bemühe ich mich, Konflikte zu entschärfen, Vergebung zu bringen, wo man hasst, Frieden zu stiften, wo man Groll hegt? Jesus wünscht sich von uns, dass wir vor der Welt Zeugnis ablegen für diese seine Worte: Friede sei mit euch!“

Franziskus ging dann auf den sprichwörtlich gewordenen „ungläubigen Thomas“ ein, der seinen Finger in die Wunden Christi legen musste, um zu glauben, dass dieser wirklich lebte. In Thomas, so sagte der Papst, „begegnen wir der Geschichte aller Gläubigen: Es gibt schwierige Momente, wo das Leben den Glauben zu widerlegen scheint, wo wir in einer Krise stecken und etwas brauchen, das wir anfassen und sehen können.“ Und dafür hat Jesus Verständnis. Nicht mit triumphierenden Gesten versucht er zu überzeugen, nein, „er tröstet uns ganz im Stile des heutigen Evangeliums: indem er uns seine Wunden zeigt.“

Damit ist aber auch eine Öffnung für das Leid der anderen verbunden, hob der Papst hervor.  „Wir denken, wir würden das Schlimmste erleiden und befänden uns in einer besonders schwierigen Situation, und dann entdecken wir, dass andere in aller Stille noch schlimmere Zeiten durchmachen.“ Wer sich um Leidende kümmert, erfahre selbst Trost. „Fragen wir uns also, ob wir in letzter Zeit die Wunden eines physisch oder psychisch leidenden Menschen berührt haben; ob wir einem verwundeten Körper oder einem ermatteten Geist Frieden gebracht haben; ob wir uns die Zeit genommen haben, zuzuhören, zu begleiten oder zu trösten. Wenn wir dies tun, begegnen wir Jesus, der uns durch die Augen aller vom Leben Geprüften voller Barmherzigkeit ansieht und zu uns auch heute sagt: Friede sei mit euch!“

In den beiden vergangenen Jahren der Pandemie hatte Papst Franziskus am Sonntag der Barmherzigkeit jeweils privat in der römischen Kirche Santo Spirito in Sassia unweit des Vatikans gefeiert. Dieses Jahr fand die Messe zum ersten Mal im Petersdom statt. (vn 24)

 

 

 

 

Papst hält Kiew-Besuch für nicht friedensdienlich

 

Einen Papstbesuch in Kiew hält dieser selbst für aktuell nicht friedensdienlich. Das erklärte Franziskus in einem Interview mit der argentinischen Zeitung „La Nación“, das am Donnerstagabend veröffentlicht wurde. Anne Preckel – Vatikanstadt

 

Auf die Frage des argentinischen Journalisten Joaquín Morales Sol, warum er nicht nach Kiew reise, wo „die einfachen Leute sicher auf Sie warten“, antwortete Franziskus: „Ich kann nichts tun, was die höheren Ziele gefährden würde, nämlich ein Ende des Krieges, einen Waffenstillstand oder zumindest einen humanitären Korridor. Welchen Sinn hätte es, wenn der Papst nach Kiew reist und der Krieg am nächsten Tag weitergeht?“ Der Vatikan hatte zuletzt zu verstehen gegeben, dass Möglichkeiten eines Papstbesuches in Kiew ausgelotet würden.

„Es ist für jeden, der es genau sehen will, klar, dass ich der Regierung signalisiert habe, dass sie den Krieg im nächsten Augenblick beenden kann.“

Zugleich machte der Papst deutlich, dass er bereit sei, alles in seiner Macht Stehende zu tun, um den Krieg zu beenden: „Es ist für jeden, der es genau sehen will, klar, dass ich der Regierung signalisiert habe, dass sie den Krieg im nächsten Augenblick beenden kann“, so Franziskus mit Verweis auf sein selbst initiiertes Gespräch mit dem russischen Botschafter beim Heiligen Stuhl. „Um ehrlich zu sein, würde ich gerne etwas dafür tun, dass es in der Ukraine keinen einzigen Toten mehr gibt. Nicht eine mehr. Und ich bin bereit, alles zu tun“, versicherte der Papst.

Papst suchte Botschafter auf

Franziskus hatte am 25. Februar überraschend die russische Botschaft beim Heiligen Stuhl aufgesucht und dort eine halbe Stunde mit Botschafter Alexander Avdeev gesprochen. Franziskus‘ Aufsuchen des Botschafters kann als sehr ungewöhnlich eingestuft werden. Im Interview mit „La Nación“ erklärte dazu der Papst: „Ich war allein. Ich wollte nicht, dass mich jemand begleitet. Das war meine persönliche Verantwortung. Diese Entscheidung habe ich in einer Nacht des Nachdenkens über die Ukraine getroffen.“

„Ein Papst benennt niemals ein Staatsoberhaupt, geschweige denn ein Land, das seinem Staatsoberhaupt überlegen ist.“

Mit Blick auf Vermittlungsbemühungen des Vatikans für ein Ende des Krieges in der Ukraine sagte der Papst: „Es gibt immer Bemühungen. Der Vatikan ruht nie.“ Einzelheiten könne er aber nicht nennen, da es sich „dann nicht mehr um diplomatische Bemühungen handeln“ würde. „Aber die Versuche werden nie aufhören“, so Franziskus. Auf die Frage, warum er denn bei seinen Friedensappellen nie Putin oder Russland namentlich nenne, erklärte das katholische Kirchenoberhaupt: „Ein Papst benennt niemals ein Staatsoberhaupt, geschweige denn ein Land, das seinem Staatsoberhaupt überlegen ist.“

Sein Verhältnis zum russisch-orthodoxen Patriarchen Kyrill I., der den Ukraine-Krieg rechtfertigt, bezeichnete der Papst in dem Interview als „sehr gut“, ohne auf dessen Haltung zu Putins Krieg einzugehen. Er bedauere, dass der Vatikan ein zweites Treffen mit dem Patriarchen, das für Juni angesetzt war, habe absagen müssen: „Aber unsere Diplomatie war sich darüber im Klaren, dass ein Treffen zwischen den beiden zu diesem Zeitpunkt zu viel Verwirrung führen könnte.“

Verhältnis zur Orthodoxie: Papst setzt auf Dialog

Allgemeiner ergänzte dann Franziskus: „Ich habe mich immer für den interreligiösen Dialog eingesetzt. Als ich Erzbischof von Buenos Aires war, habe ich Christen, Juden und Muslime zu einem fruchtbaren Dialog zusammengebracht. Dies war eine der Initiativen, auf die ich besonders stolz bin. Es ist dieselbe Politik, die ich im Vatikan verfolge. Wie Sie schon oft von mir gehört haben, ist für mich Einigkeit besser als Konflikt.“  Der argentinische Papst war als erster Papst mit Patriarch Kyrill I. zusammengetroffen. Eine Begegnung mit Papst Johannes Paul II. und auch Benedikt XVI. hatte der Moskauer Patriarch noch abgelehnt.

Jeder Krieg sei „in dieser Welt und auf dieser Stufe der Zivilisation anachronistisch“, unterstrich Franziskus. Dass er bei einer seiner letzten Generalaudienzen öffentlich die ukrainische Flagge geküsst habe, sei „eine Geste der Solidarität mit ihren Toten, mit ihren Familien und mit denen, die unter der Emigration leiden“, gewesen, erklärte er weiter.

Journalismus und Argentinien

Weiter drehte sich das Interview um die Themen Journalismus und einen möglichen Argentinien-Besuch des Papstes. Unter den „Versuchungen des Journalismus“ sei Desinformation „die schwerwiegendste“, so Franziskus: „Journalismus ist ein edler Beruf, wenn er seine Aufgabe, zu informieren, erfüllt. Desinformation ist das Gegenteil von Information.“

Seine alte Heimat würde er gerne wiedersehen, denn er habe Argentinien „nie vergessen“, so der Papst. Für einen Besuch müssten allerdings „mehrere Umstände zusammenkommen“, fügte er an ohne konkreter zu werden.

 (la nacion/vn 22)

 

 

 

 

Franziskus: Alte Menschen respektvoll behandeln

 

Franziskus hat bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch dazu aufgerufen, ältere Menschen zu respektieren. Gerade Kinder und Jugendliche sollten dazu erzogen werden, ihre Großeltern zu ehren. Das sagte der Papst bei der ersten Generalaudienz seit Beginn der Covid-Pandemie, die wieder öffentlich auf dem Petersplatz stattfand. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Das katholische Kirchenoberhaupt ging in seiner Katechese auf die Zerbrechlichkeit des Alters ein. Besonders auf die Verlassenheit der älteren Menschen lenkte der Papst den Blick. In der heutigen Gesellschaft würden ältere Menschen „weggeschoben“, so Franziskus in seiner Katechese.

Der Papst verurteilte deutlich Gewalt und Aggressionen gegen ältere Menschen. Das könne zu Hause passieren, im Pflegeheim, im Berufsleben oder gar auf offener Straße, klagte der 85-Jährige. Als Beispiel nannte Franziskus hier Jugendliche, die die Decke eines älteren Obdachlosen angezündet hatten. Grundsätzlich sei es schlimm, wenn einer Person ihre Schwäche vorgeworfen und sie dafür bestraft werde - so als sei Schwäche ein Fehler, kritisierte der Papst.

Es geht um alle Generationen

Franziskus mahnte, dass ältere Menschen niemals als störend oder lästig betrachtet werden dürften. Dabei gehe es nicht nur um den eigenen Vater und die eigene Mutter, es gehe um alle Generationen. Der Papst ermunterte Eltern dazu, den Kontakt und Austausch der Generationen zu pflegen. 

„Die Alten sind die Ehre unserer Gesellschaft, das vergessen ihre Kinder oft.“

„Und hier möchte ich mich an alle Eltern wenden und ihnen raten: Bitte, bringt eure Kinder zu den Großeltern, bringt sie zusammen! Die Alten mögen ein wenig verrückt sein, doch das ist unser Fleisch, bitte, entfernt die Alten nicht. Und wenn es keine andere Möglichkeit als das Altenheim gibt, bringt bitte die Kinder hin! Die Alten sind die Ehre unserer Gesellschaft, das vergessen ihre Kinder oft.“

 

Damals in Buenos Aires

In Buenos Aires habe er gerne Altenheime besucht, oft sei er da hingegangen, fügte er abweichend vom Redemanuskript an:

„Eine alte Frau sagte mir dort einmal: ,Ich habe vier Kinder, alle verheiratet, und sie kommen mich immer besuchen.‘ Die Pflegerin sagte mir danach: ,Das stimmt gar nicht. Sie sagt das nur, um ihre Kinder in Schutz zu nehmen. Denn in Wirklichkeit war schon seit sechs Monaten niemand mehr von ihnen da!‘ – Genau das bedeutet, die Alten wegzuwerfen. Das ist eine große Sünde, denn das Gebot ,Ehre die Alten‘ bedeutet einen Segen für uns. Bitte, umsorgt die Alten, denn sie sind die Gegenwart der Geschichte, sie bedeuten doch unsere Familie, denn dank ihnen gibt es uns überhaupt! Bitte, lasst die älteren Menschen nicht allein.“

Generalaudienz wieder auf dem Petersplatz 

Es war die erste Generalaudienz auf dem Petersplatz seit mehr als zwei Jahren. Etwa 20.000 Gläubige versammelten sich laut Vatikanangaben auf der Piazza vor der Petersbasilika - fast wie vor Beginn der Pandemie. Franziskus begrüßte die Teilnehmer der wöchentlichen Pilgeraudienz zu Beginn auch wieder von seinem Papamobil aus, mit dem er über den Petersplatz gefahren wurde.

Zuletzt hatte es Ende Februar 2020 eine Generalaudienz mit Papst Franziskus auf dem Petersplatz gegeben. In der Folge fand monatelang nur eine wöchentliche Videoansprache von Franziskus ohne Gläubige vor Ort statt. Später wurde die wöchentliche Pilgeraudienz zunächst in kleinerem Rahmen im Damasushof des Apostolischen Palastes und seit August 2021 wieder in der großen Audienzhalle im Vatikan abgehalten.

Papst bittet um Gebet für Frieden

In seinen Grüßen an die deutschsprachigen Pilger bat der Papst um das Gebet für den Frieden „und um Trost für die Familien, die wegen der Kriege in der Welt viel Leid erfahren”. An die Audienz-Teilnehmer aus Polen gerichtet sagte er: „Ich bin Ihnen besonders dankbar für Ihre Barmherzigkeit gegenüber so vielen Flüchtlingen aus der Ukraine, die in Polen offene Türen und großzügige Herzen gefunden haben. Möge Gott Sie für Ihre Güte belohnen.” vn/kna 20

 

 

 

 

Vatikan aktualisiert Standardwerk zur katholischen Soziallehre

 

Im Vatikan ist eine aktualisierte Fassung der katholischen Soziallehre in Vorbereitung. Es geht darum, päpstliche Lehrinhalte der vergangenen 20 Jahre einzuarbeiten, also aus den Pontifikaten Benedikt XVI. und Franziskus. Eingebunden ist der deutsche Moraltheologe Peter Schallenberg. Gudrun Sailer – Vatikanstadt

Der Päpstliche Rat für Gerechtigkeit und Frieden hat 2004 das Kompendium der Soziallehre der Kirche herausgebracht. Das von Johannes Paul II. in Auftrag gegebene Werk ist die erste und einzige systematische Übersicht über die katholische Sozialethik, also über Antworten der Kirche auf die Grundsatzfragen menschlichen Zusammenlebens. Doch hat sich die Welt und infolgedessen auch die katholische Soziallehre seither fortentwickelt, namentlich mit den beiden Sozialenzykliken von Papst Franziskus „Laudato Si“ und „Fratelli tutti“.

Digitalisierung, Biotechnologie, Ökologie und Arbeitswelt, Lieferketten...

Seit gut einem Jahr ist deshalb im Auftrag des Staatssekretariats und der Glaubenskongregation eine Arbeitsgruppe am Dikasterium für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen damit beschäftigt, das Kompendium zu überarbeiten. „Es ist eine doppelte Aufgabe: die Weiterführung und Ergänzung des Kompendiums seit 2004, und zweitens festzustellen, wo neue Themen sind“, erklärt der Paderborner Sozialethiker Peter Schallenberg, der als Konsultor des Dikasteriums mit der Arbeit betraut ist. Als Beispiele für neue Themen, die in das Kompendium einfließen werden, nannte er Digitalisierung, Biotechnologie, Ökologie und Entwicklungen der Arbeitswelt, hier etwa die Vereinbarkeit von Beruf und Familie, die Rentenansprüche aus Care-Arbeit, die Frage der Lieferketten oder der Zulässigkeit von Kinderarbeit.

Quellen: Ansprachen ja, Interviews nein

Zu diesen sozialen Themen haben Päpste einiges gesagt und geschrieben. Die Hauptquellen für die Ergänzung des Kompendiums der Soziallehre sind Schallenberg zufolge die Enzykliken sowie auch andere Dokumente und Ansprachen der Päpste, aber keine Interviews, wie Papst Franziskus sie zahlreich gibt. Stellungnahmen von Bischöfen oder Bischofskonferenzen fließen nicht in die Neufassung ein, es sei denn, Päpste haben sie in schriftlicher Form übernommen und sie sich damit zu eigen gemacht.

Das Kompendium der Soziallehre besteht aus drei Teilen. Der erste verortet die katholischen Soziallehre in der Theologie insgesamt, der zweite Teil fasst die Prinzipien und Grundlagen zusammen. Der dritte Teil geht der Frage nach, wie die Soziallehre das Handeln der Gläubigen bestimmen soll. Von der Aktualisierung betroffen ist besonders der zweite Teil, sagte Schallenberg. „Der einführende Teil kann bis auf einige ergänzende Sätze bleiben. Der Schlussteil ist wichtig, aber auch da ist daran gedacht, dass man nicht zu zentralistisch vorgeht. Entscheidend ist, den mittleren Teil, die Materie, fortzuführen und zu ergänzen, was dort an Neuem ist.“

Soziallehre in Bewegung  

Einige Fragen der katholischen Soziallehre sind in Bewegung und haben sich deshalb noch kaum im päpstlichen Lehramt oder einzelnen Vatikandokumenten niedergeschlagen, sagte Schallenberg. „Etwa bei der Frage von Ehe und Familie: neue Formen des Zusammenlebens, staatlich geförderte Formen des Zusammenlebens, die nicht der sakramentalen Form des Zusammenlebens entsprechen, aber trotzdem in einer säkularen Gesellschaft ja legitim sein können. Oder die Frage der Transsexualität, der Biomedizin. Es ist, glaube ich, gut, dass man da einfach die Materie an die Hand gibt und sagt, jetzt kann sich jeder damit ein Bild machen und daran weiterarbeiten.“

„Wenn noch nichts gesagt worden ist zu einer Fragestellung, dann hat man Spielraum“

Keine Aufgabe des erweiterten Kompendiums ist es, im Fall solcher Lücken eigene neue Inhalte vorzulegen, also gleichsam ein weiteres lehramtliches Dokument zu erstellen. „Wenn der Befund ist, dazu gibt es bisher keine päpstliche oder vatikanische  Äußerung, also päpstliches Lehramtes im weiteren Sinn, dann ist auch das ein Befund“, so Schallenberg. „Wenn noch nichts gesagt worden ist zu einer Fragestellung, dann hat man Spielraum, um selber eine Anregung zu geben oder weiterzudenken.“

Franziskus hob Soziallehre auf neue Ebene

„Mut zur Konkretion und auch der Mut zur Korrektur.“

Während Papst Benedikt XVI. viel für die Begründungszusammenhänge der Soziallehre leistete, hat sein Nachfolger Franziskus die kirchliche Soziallehre in einem mehr praktischen Sinn auf eine neue Ebene gehoben, findet Schallenberg. Franziskus scheue sich nicht, mitunter auch vermintes Feld zu betreten und auf brandaktuelle gesellschaftliche Fragen einzugehen. „Ganz konkret: Ist die zivile Nutzung von Atomkraft unethisch oder nicht? Ja, das kann sein, dass das auf einmal in Zusammenhang der Fragen von Energie-Unabhängigkeit in einem anderen Licht erscheint.“ Die Kirche brauche dann auch den Mut, zuzugeben, dass sie sich geirrt habe oder die Wissenschaft zu neuen Erkenntnissen gelangt sei, was zu anderen Güterabwägungen führen könne. „Möglicherweise sagt man: Wir wollen Menschenrechtsverletzungen auf internationaler Ebene, etwa durch Russland, vermeiden - dafür stellen wir etwas von unseren Klimaforderungen hinten an. Es kann sein, dass die Güterabwägungen sich verändern. Das, würde ich sagen, ist durch das päpstliche Lehramt von Papst Franziskus sehr stark vorangetrieben worden, dieser Mut zur Konkretion und auch der Mut zur Korrektur.“

Parallel-Katechismus für Sozialfragen?

Als Johannes Paul II. das Kompendium der Soziallehre in Auftrag gab, stellte er sich etwas wie einen zweiten Katechismus vor: eine Zusammenfassung nicht der Glaubensinhalte, sondern der Antworten der Kirche auf die sozialen Fragen der Jetzt-Zeit. Hat das Standardwerk zur Soziallehre heute in der Weltkirche wirklich einen ähnlichen Stellenwert wie der Katechismus? Schallenberg will nicht „einer autosuggestiven Binnenbegeisterung“ erliegen, aber er bejaht die Frage klar. „Das Kompendium ist eine Fundgrube, insbesondere auch mit dem Stichwortverzeichnis, wenn man wissen will zum gerechten Krieg, zu Waffenlieferungen und zu allen relevanten Themen der Ethik – ich glaube schon: Die Rechnung ist aufgegangen.“

Die überarbeitete Fassung des Kompendiums der Soziallehre der Kirche soll spätestens 2024 erscheinen. (vn 20)

 

 

 

 

Sechster Katholischer Flüchtlingsgipfel am 3. Mai 2022 in Erfurt

 

Der sechste Katholische Flüchtlingsgipfel findet am Dienstag, 3. Mai 2022, in Erfurt statt. Erwartet werden rund 100 Praktiker, Experten und Ehrenamtliche aus ganz Deutschland. Das Leitthema des diesjährigen Flüchtlingsgipfels ist „Integration gemeinsam gestalten“ und er wird vom Arbeitsstab des Sonderbeauftragten der Deutschen Bischofskonferenz für Flüchtlingsfragen, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), vorbereitet.

Aus aktuellem Anlass beginnt der Flüchtlingsgipfel mit einem Gespräch zur Situation der Geflüchteten aus der Ukraine. Daran nehmen Weihbischof Krzysztof Zadarko (Bistum Köslin-Kolberg, Polen), Vorsitzender des Migrationsrats der Polnischen Bischofskonferenz, Andrij Waskowycz, Leiter des Büros für die Koordinierung humanitärer Initiativen des Weltkongresses der Ukrainer und von 2001 bis 2021 Präsident der Caritas Ukraine, sowie Dr. Andrea Schlenker, Leiterin des Referats Migration beim Deutschen Caritasverband e. V., teil.

Im zweiten Teil des Flüchtlingsgipfels wird die neue Arbeitshilfe der Deutschen Bischofskonferenz Anerkennung und Teilhabe – 16 Thesen zur Integration vorgestellt und diskutiert. Die Arbeitshilfe fasst Erfahrungen der kirchlichen Flüchtlingshilfe und Migrationsarbeit im Handlungsfeld Integration zusammen und stellt Überlegungen zur gesellschaftlichen Teilhabe und zum Zusammenleben in einem pluralen Umfeld an. Daran anknüpfend soll beim Katholischen Flüchtlingsgipfel eine Diskussion über Grundhaltungen der Integration angestoßen werden und mehrere Arbeitsgruppen widmen sich wichtigen Praxisfeldern der katholischen Integrationsarbeit. Zum Abschluss diskutieren unter dem Leitthema „Integration gemeinsam gestalten – Wo stehen wir in der Flüchtlingsarbeit heute und wo wollen wir hin?“ Reem Alabali-Radovan (Staatsministerin beim Bundeskanzler und Beauftragte der Bundesregierung für Migration, Flüchtlinge und Integration), Prof. Dr. Petra Bendel (Vorsitzende des Sachverständigenrats für Integration und Migration), Faisal Hamdo (flüchtete 2014 von Syrien über die Türkei nach Deutschland und veröffentlichte 2018 sein Buch Fern von Aleppo) und Erzbischof Dr. Stefan Heße.

Informationen rund um den Flüchtlingsgipfel und die Flüchtlingshilfe der katholischen Kirche sind auf der Internetseite www.fluechtlingshilfe-katholische-kirche.de verfügbar. Dbk 20

 

 

 

Papst empfängt 100.000 italienische Jugendliche

 

Es war ein Fest, wie der Vatikan es seit mindestens zwei Jahren nicht gesehen hat: Am Ostermontagabend, bei lauem römischen Frühlingswetter, traf Papst Franziskus auf dem Petersplatz 100.000 aufgekratzte italienische Jugendliche.

Wiederholt mit Maria, die im selben Alter wie ihr, als Jugendliche, ihr Ja zu Gott sagte, ihr „Hier bin ich": Darum bat der Papst die 100.000 jungen Menschen, die an dem Treffen auf dem Petersplatz teilnahmen. Er hörte sich ihre Erfahrungen an, betete mit ihnen, vertraute die Zukunft der Jungfrau Maria an und ermutigte sie, keine Angst vor dem Leben zu haben, sondern es anderen zu schenken und ihre Ängste mit Hilfe der Menschen in ihrer Umgebung zu erhellen.

Die Begegnung war von der italienischen Bischofskonferenz organisiert worden. Mehr als eine Stunde Dialog und Gebet mit dem Papst, Lieder, Erfahrungen und Zeugnisse des gelebten Lebens im Licht des Johannes-Evangeliums 21, 1-19. Wie die Jünger um Jesus in jener Nacht am See Tiberias, so waren die Jugendlichen an diesem Ostermontag um den Papst versammelt, um ihr „Ja" zu Gott zu erneuern – sogar mit einem eigenen Hashtag, #Follow Me. Die Wallfahrt junger Menschen aus allen italienischen Diözesen auf dem Petersplatz war von einer Begeisterung erfüllt, die seit über zwei Jahren mit Pandemie, Schließungen, Einsamkeit und mit den Schrecken des Krieges in der Ukraine abwesend gewesen war.

Der Papst erinnerte daran in seiner Ansprache: „Zwei Jahre sind vergangen mit einem leeren Platz", einem „Platz, der eine Fastenzeit durchgemacht hat" und nun voller Freude ist, auch wenn leider „dicke Wolken" nach wie vor „unsere Zeit" verdunkeln. Es ist die "Dunkelheit, die alle erschreckt", der "schreckliche Krieg", für den "viele eurer Altersgenossen" den höchsten Preis zahlen". Viele warten noch immer auf das Osterlicht, sagte der Papst.

„Wer hätte sich das vorstellen können?“

Der scheidende Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Gualtiero Bassetti, gab vor dem Papst und den Jugendlichen Einblicke in das Zustandekommen des Treffens. Nach den zwei Jahren der Corona-Pandemie sei keineswegs garantiert gewesen, ob diese Begegnung überhaupt würde stattfinden können, ob sich genug junge Menschen dafür begeistern würden oder ob die Kirche sie etwa verloren habe. „Und dieser Platz voller junger Menschen und voller Begeisterung, Heiliger Vater, ist ihre Antwort“, sagte Bassetti nicht ohne Rührung. „Wer hätte sich das vorstellen können? In den letzten Wochen haben uns ihre Priester und Lehrkräfte immer wieder gesagt, dass sie von der Begeisterung dieser Jugendlichen überwältigt waren. So viele Anrufe, um uns mitzuteilen, dass sie die Teilnehmerzahlen schon wieder nach oben korrigieren mussten!“

 

Kardinal Bassetti besucht Papst Franziskus

Bassetti dankte den Jugendlichen öffentlich. „Ein alter Mann von 80 Jahren wie ich murmelt vor einer Begegnung dieser Art mit Tränen in den Augen: „Nun lässt du, Herr, deinen Knecht, wie du gesagt hast, in Frieden scheiden“, zitierte der Kardinal den greisen Propheten Simeon. Bassetti wurde vor wenigen Tagen 80 Jahre alt. Im Mai tritt er als Vorsitzender der Bischofskonferenz ab, aus dem Kreis der Papstwähler ist er aufgrund des Alters ausgeschieden. Zweimal in diesen beiden Jahren infizierte Bassetti sich mit dem Corona-Virus und kam dem Tod nahe. Doch er genas. Papst Franziskus rief ihn an und scherzte: „In der Hölle war noch kein Platz für dich!“, wie Bassetti später in einem Interview zum Besten gab. Der Kardinal gilt als Vertrauter des Papstes. (vn 18)

 

 

 

 

Deutsche Bischöfe zu Ostern: Hoffnung ist ein Lebensmittel

 

Der Krieg in der Ukraine hat die Osterfeiern der Christen in Deutschland geprägt. Die katholischen Bischöfe riefen in ihren Predigten zum Einsatz für den Frieden auf; das könne auch persönlichen Verzicht bedeuten. Erstmals seit zwei Jahren konnten die Ostergottesdienste wieder fast ohne Corona-Einschränkungen stattfinden.

Nach Einschätzung des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Georg Bätzing, ist Hoffnung ein „Lebensmittel". Nur wer hoffe, könne sein Leben gut führen. Wer die Hoffnung verlerne, verlerne das Zutrauen zum Leben. Die Welt sei wahrhaftig kein Paradies, fügte Bätzing hinzu. Die Hoffnung, dass sich demokratische Bewegungen gegenüber autokratischen Systemen durchsetzen könnten, dass internationale Konflikte eher durch Dialog und diplomatisches Geschick zu lösen wären als durch Wettrüsten und Krieg, sei erneut ins Wanken geraten. Die Pandemie und der Klimawandel träfen viele Menschen hart, an der ökologischen Krise hätten die Deutschen mit ihrem Lebensstil Anteil. Doch dürfe man die Hoffnung nicht aufgeben, dass sich die Welt zum Guten verändern könne – „ja, dass wir alles daran setzen müssen, weil wir sonst keine Zukunft haben", so der Bischofskonferenz-Vorsitzende.

München-Freising

Der Münchner Kardinal Reinhard Marx sieht durch den Krieg in der Ukraine die Gefahr, in „alte Feindbilder" zurückzufallen. Damit würde einer „Logik des Kriegs" gefolgt, wodurch „menschliche Herzen, Köpfe und Seelen über Generationen durch Hass vergiftet" würden, sagte Marx im Münchner Liebfrauendom. Die Menschen hätten das Recht, ihr eigenes Leben und das ihrer Mitmenschen, der vielen Unschuldigen zu verteidigen und zu schützen. Dennoch stelle sich die Frage, wie das weiter gehe. Auch wenn es derzeit schwerfalle, die Osterbotschaft zu verkünden, sei dies „doch nötiger als je zuvor".

Köln

Der Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki erinnerte an die Rolle der Frauen in der Geschichte der Auferstehung Jesu. Es seien die Frauen gewesen, „die voll glaubenden Vertrauens in Worte fassen, was ihnen widerfährt", sagte er im Kölner Dom. „Auch von Unverständnis, Ablehnung und Spott lassen sie sich nicht irritieren." Wer für sich behalte, was ihm im Innersten wichtig sei, dem begegne weder Unverständnis noch Spott. „Aber ich kann dann auch nicht erfahren, was die Frauen am Ostermorgen erfahren: Dass es nicht beim Spott und der Ablehnung bleibt."

Osnabrück

Der Osnabrücker Bischof Franz-Josef Bode rief dazu auf, sich von der Corona-Pandemie und vom Krieg in der Ukraine nicht entmutigen zu lassen. Die Christen sollten sich für Leben und Frieden einsetzen. Dies könne sich etwa in der Zuwendung für die vielen Tausend Geflüchteten ausdrücken. Vom derzeitigen Engagement in der Migrations- und Flüchtlingshilfe zeigte sich der Bischof „erstaunt und berührt". Mit Blick auf die russisch-orthodoxe Kirche sagte Bode, er sei sicher, „dass auch in Russland ganz viele Menschen zutiefst diese Sehnsucht nach Leben und Frieden teilen, wenn sie in diesem Jahr das Halleluja anstimmen".

Bamberg

Der Bamberger Erzbischof Ludwig Schick rief die Menschen auf, für Sanktionen gegen Russland Einschränkungen zu akzeptieren, etwa Abstriche bei der Versorgung mit Lebensmitteln und Gebrauchsgütern sowie steigende Energiepreise. Außerdem müsse die Selbstverteidigung der Ukraine unterstützt werden. An die russisch-orthodoxe Kirche appellierte Schick, mit der Verkündung von Christi Friedensgruß dazu beizutragen, dass die russische Aggression gegen die Glaubensgeschwister in der Ukraine beendet werde.

Berlin

Der Berliner Erzbischof Heiner Koch erklärte, zur Osterbotschaft dieses Jahres gehöre auch, „die Ungerechtigkeit klar zu benennen, Verbrecher anzuklagen und zu verurteilen. Wir müssen unsere Botschaft des Lebens, des Friedens unüberhörbar machen, auch wenn uns gar nicht danach zumute ist." Koch rief dazu auf, „dass wir anerkennen, dass zu einem gerechten Frieden auch das Recht auf Verteidigung gehört, dass zu einem menschenwürdigen Leben auch das Verurteilen von Unrecht gehört."

Erfurt

Der Erfurter Bischof Ulrich Neymeyr sagte, es erschüttere ihn, dass „Christen auf Christen schießen und dass die Mächtigen dies in der Absicht tun, damit christliche Traditionen und Werte zu verteidigen". Der Bischof betonte: „In einem erschreckenden Ausmaß wird Gott vor den Karren menschlicher Machtinteressen gespannt. Das ist mit dem Gott und Vater Jesu Christi aber nicht zu machen."

Dresden

Der Dresdner Bischof Heinrich Timmerevers erklärte, der Friedenswunsch Jesu am Ostermorgen sei „keine Floskel, sondern ein drängender Maßstab". Er mahnte: „Wenn wir Sanktionen gegen Russland mittragen, dann nur, damit auf den Frieden gedrängt wird. Wenn der Abwehrkrieg unterstützt wird, dann nur, damit langfristig Frieden einziehen kann." In dem Krieg sei es wichtig, „dass wir als Menschen, die Frieden suchen, beieinander bleiben - mit den Menschen in der Ukraine, aber auch mit den Menschen in Russland". Timmerevers rief dazu auf: „Lassen wir uns nicht hinreißen, aus Empörung über das Verbrechen Russlands selbst zu Hassenden zu werden."

Görlitz

Der Görlitzer Bischof Wolfgang Ipolt wandte sich direkt an den russischen Präsidenten Wladimir Putin: „Wenn Sie am nächsten Sonntag, dem orthodoxen Osterfest, zu einem Gottesdienst gehen, dann hoffe ich, dann hoffen die Menschen in Europa und der ganzen Welt, dass der Gruß des Auferstandenen 'Friede sei mit euch' auch Ihr Herz verwandelt und Ihnen Gedanken des Friedens schenkt. Darum bete ich auch für Sie".

Magedburg

Der Magdeburger Bischof Gerhard Feige sagte mit Blick auf die Ukraine, es sei wohl zu keiner Zeit leicht gewesen, die Freude und Hoffnung, die die Botschaft des leeren Grabes bringen wolle, anzunehmen. Feige verwies zugleich auf die Flüchtlingstragödien auf dem Mittelmeer, die Zehntausenden Corona-Toten und die zahllosen Menschen, die tagtäglich Opfer der dramatischen Klimaveränderungen werden. Sie dürften nicht vergessen werden.

Hamburg

Der Hamburger Erzbischof Stefan Heße sieht Ostern auch als Fest der Bereitschaft zu Veränderungen. In der Begegnung mit Jesu Botschaft könnten sich Menschen weiterentwickeln und verändern. Auch in der Ukraine werde es ein Ende von Gewalt und Kriegsverbrechen nur geben, wenn alle Beteiligten sich veränderten - am besten in der Begegnung mit dem auferstandenen Herrn, „der vor uns hintritt und uns begrüßt mit den Worten: Der Friede sei mit dir!".

Hildesheim

Der Hildesheimer Bischof Heiner Wilmer rief zu Frieden und Versöhnung auf. „Ostern heißt: Bei Gott ist das Leben stärker als der Tod, Versöhnung stärker als Krieg, Liebe stärker als Hass." Die Auferstehung Jesu verändere die Kirche und die Welt grundlegend. „An Ostern siegt die Gerechtigkeit."

Freiburg

Das unsägliche Leiden von Menschen weltweit ist für den Freiburger Erzbischof Stephan Burger nur in der christlichen Hoffnung auf Gott auszuhalten. „Wenn das Leben mit all seinen Grausamkeiten einen Sinn haben soll, wenn der geschundene Mensch überhaupt jemals eine Chance gehabt hat, dann nur deshalb, weil wir an Ostern in das außergewöhnlichste Geheimnis des Lebens eintauchen dürfen", sagte Burger im Freiburger Münster. Er rief dazu auf, nicht die Freude am Glauben und an den biblischen Botschaften zu verlieren.

Rottenburg-Stuttgart

Der Rottenburg-Stuttgarter Bischof Gebhard Fürst sagte, Jesus habe für sich keine andere Macht als die der Liebe beansprucht. Damit „rüttelt er an den Grundfesten der Despoten, Kriegstreiber und aller, die ihre Macht missbrauchen". Der Bischof betonte, Gott bleibe Sieger über die Geschichte allen menschlichen Leids: „Er verlässt uns nicht, sondern ist vor allem denen nahe, die unendlich Leid und Schmerz ertragen müssen."

Speyr

Der Speyerer Bischof Karl-Heinz Wiesemann sagte mit Blick auf die Ukraine: „Wir können nicht tatenlos zusehen, wenn ein Volk brutal überfallen, wehrlose Zivilisten gezielt hingerichtet, Familien ermordet, Krankenhäuser zerstört werden - wenn bewusst alle Humanität mit Füßen getreten wird." Auferstehung könne vor diesem Hintergrund wie eine Utopie erscheinen. Doch die Osterbotschaft sei letztlich „der einzige Anker, um die fatalen Spiralen unserer Welt zu durchbrechen".

Mainz

Der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf sieht Ostern als Anlass, zu „hoffen gegen jede Hoffnung". Er sagte im Mainzer Dom: „Ängste überwinden, Zweifel nicht verschweigen - das ist Ostern." Christen sollten Menschen sein, „die so leben, dass andere sie nach ihrer Hoffnung fragen". In den biblischen Texten der Kar- und Ostertage seien die Jüngerinnen und Jünger Jesu ebenfalls "keine strahlenden Helden". Kohlgraf ergänzte: „Es macht die Evangelien umso glaubwürdiger, als sie kein Heldenepos erzählen, sondern die nackte Angst der Menschen damals benennen."

Fulda

Der Fuldaer Bischof Michael Gerber rief zu Solidarität mit Geflüchteten aus der Ukraine auf. Zugleich forderte er, aufmerksam dafür zu sein, wie die ankommenden Menschen „uns bereichern können, mit ihren Erfahrungen, mit ihrer Leidensgeschichte, aber auch mit ihrem beeindruckenden Durchhaltewillen und Zusammenhalt", sagte er im Fuldaer Dom. „Das Leben, das von Ostern ausgeht, ist stärker als alle Dynamik der Vernichtung."

Trier

Der Trierer Bischof Stephan Ackermann sieht in der Osterbotschaft ein großes Versprechen. „Gott bewahrt dich nicht vor allem, aber er rettet dich durch alles hindurch: Durch deine Niederlagen, deine Enttäuschungen, deine Schmerzen, ja selbst durch den Tod." Die biblischen Erzählungen der Osternacht täten den „aufgerauten Herzen" gut und seien dennoch „keine naiven Gutenachtgeschichten". Vielmehr halte man zwischendurch den Atem an, weil spürbar sei, wie gefährdet und zerbrechlich die Schöpfung und das menschliche Leben seien.

Aachen

Der Aachener Bischof Helmut Dieser rief dazu auf, auf die Ergebnisse aktueller kirchlicher Reformprozesse zu vertrauen. „Ich habe keine Angst vor Reformen, die aus geistlicher Haltung, Übung und Gemeinschaft miteinander erbetet und errungen werden", sagte er. „Viel schädlicher im Laufe der Kirchengeschichte war es, wenn Reformen aus Angst und Kleinglaube unterdrückt wurden." Die Auferstehung Jesu Christi zeige, dass seine Geschichte weitergehe. „Sie hört mit keiner Gestalt der Kirche auf, die sie in ihrer langen Geschichte immer wieder abstreifen musste wie eine Haut, die zu eng geworden war."

Paderborn

Der Paderborner Erzbischof Hans-Josef Becker wandte sich gegen Hass und Fanatismus. Dem "fanatischen Hass rücksichtsloser Menschenverächter" setze Ostern „ein entschiedenes Signal des uns von Gott erschlossenen Lebens entgegen". Nationalismus und Fanatismus auch in Europa schürten die Ängste vieler Menschen vor „unmenschlichen Zerstörern des Lebens und des Friedens". Becker äußerte die Hoffnung, dass die Osterbotschaft sich durchsetzen möge.

Essen

Für Ruhrbischof Franz-Josef Overbeck hat die katholische Kirche eine Zukunft, wenn sie am Rand der Gesellschaft Präsenz zeigt. „Wo wir Flüchtlingen helfen, wo wir ein Wort sprechen für die Rechte der Menschen, die sich um des Guten und des Friedens willen verteidigen müssen, da stehen wir oft am Rand." Die Kirche stehe immer weniger im Zentrum der Gesellschaft - auch, weil der Missbrauchsskandal sie an den Rand geschoben habe.

Münster

Der Münsteraner Bischof Felix Genn forderte, die Situation der Kirche nicht zu beschönigen. In Gesellschaft, Politik und Kirche gebe es „viel Lüge und Unaufrichtigkeit und vieles, was böse" sei. „Wir müssen uns dieser Wahrheit stellen, dass Menschen der Kirche den Rücken kehren, dass wir weniger werden, dass wir ratlos sind, weil wir nicht wissen, wie es weitergeht." Die Botschaft von Ostern könne hier Trost spenden - weil Christus den Menschen da begegnen wolle, wo sie weinten.

Passau

Der Passauer Bischof Stefan Oster griff das Bild der „Neugeburt" auf. Die Jünger Jesu hätten diese durch die Erfahrung erlebt, dass der Auferstandene wirklich lebe. Deshalb sage Ostern den Menschen gleichfalls heute: „Mitten in einer Welt, die von Krieg und Krisen bedroht ist - und in der auch so viele von uns persönliche Leiderfahrungen machen müssen, mitten darin gibt es die Möglichkeit eines Vertrauens, das tiefer ist und stärker als alles andere. Die Hoffnung lebt, die Liebe lebt - der Himmel ist offen und sein Licht strahlt auch in mein Leben hinein."

Würzburg

Der Würzburger Bischof Franz Jung rief die Menschen dazu auf, Wunden als Teil der Lebensgeschichte anzunehmen. „Wir sind verwundbar. Aber diese Verwundbarkeit macht den Kern unserer Menschlichkeit aus." Dadurch "werden wir zu mitfühlenden Menschen".

Eichstätt

Der Eichstätter Bischof Gregor Maria Hanke appellierte an die Christen, die österliche Botschaft auch zu den Menschen in die Ukraine und nach Russland zu tragen. Das könne durch Gebete und konkrete Solidarität erfolgen.

Regensburg

Der Regensburger Bischof Rudolf Voderholzer taufte vier Erwachsene im Dom mit neuem Osterwasser und betonte: „Es ist eine große Freude und eine unglaubliche Ermutigung, dass Sie sich als Erwachsene für den Weg mit Christus in der Gemeinschaft der Kirche entschieden haben."

Augsburg

Der Augsburger Bischof Bertram Meier erwartet deutliche Veränderungen im Leben vieler Menschen. „Ich wage die Prognose: Um des Lebens willen werden wir wohl den Gürtel enger schnallen müssen, wir werden ärmer. Wir müssen die Schöpfung schützen", sagte er. „Wir können die Krisen von heute nicht lösen mit unseren alten Schablonen." Der Bischof erinnerte daran, dass derzeit von einer Zeitenwende oder Transformationen im Lebensstil gesprochen werde. „Ich plädiere für eine 'Osterwende'. Bevor wir die Energiewende umsetzen, eine Verkehrswende und anderes mehr, brauchen wir eine Wende im Herzen."

(kna 18)

 

 

 

 

Papst zu Ostern: Frieden ist die vorrangige Verantwortung aller!

 

Nach zwei Jahren Corona-Zwangspause hat Papst Franziskus am Sonntagvormittag erstmals wieder die Ostermesse mit tausenden Gläubigen aus aller Welt auf dem Petersplatz gefeiert. In seiner anschließenden Osterbotschaft vor dem Segen „Urbi et Orbi" rief das Kirchenoberhaupt eindringlich zu Frieden auf. An erster Stelle nannte Franziskus die „leidgeprüfte Ukraine", bevor er auf weitere Kriege und Konflikte einging. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

 

Feierliche Gesänge, tausende Gläubige, der Papst im Papamobil und der Petersplatz in Blütenpracht: Die festliche Ostermesse mit Papst Franziskus war fast wie vor Corona-Zeiten. Fast, denn auch der strahlend blaue Himmel konnte an diesem Sonntagvormittag doch nicht vergessen lassen, dass es ein „Osterfest in Kriegszeiten" war. In seiner Osteransprache vor dem „Urbi et Orbi" ging Papst Franziskus dann auch als erstes auf den Krieg in der Ukraine ein. Er sprach von einem „grausamen und sinnlosen Krieg, in den sie hineingezogen wurde". Das Wort Russland kam dem Kirchenoberhaupt auch diesmal nicht über die Lippen. Dafür mahnte der Papst erneut: 

„Möge man sich für den Frieden entscheiden. Man höre auf, die Muskeln spielen zu lassen, während die Menschen leiden. Bitte, bitte, gewöhnen wir uns nicht an den Krieg, setzen wir uns alle dafür ein, von unseren Balkonen und auf den Straßen mit lauter Stimme den Frieden zu verlangen! Frieden! Diejenigen, die für die Nationen Verantwortung tragen, mögen auf den Schrei der Menschen nach Frieden hören. (...) In meinem Herzen trage ich all die vielen ukrainischen Opfer, die Millionen von Flüchtlingen und Binnenvertriebenen, die auseinandergerissenen Familien, die allein gelassenen alten Menschen, die zerstörten Leben und die dem Erdboden gleichgemachten Städte. "

„Möge man sich für den Frieden entscheiden. Man höre auf, die Muskeln spielen zu lassen, während die Menschen leiden. Bitte, bitte, gewöhnen wir uns nicht an den Krieg“

Im Unterschied zur Osternacht stand der 85-jährige Papst diesmal der Messe auch wieder persönlich vor. Eine Predigt hielt er jedoch nicht. Eindringlich erinnerte das Kirchenoberhaupt in seiner anschließenden Osterbotschaft an die weiteren Folgen von Kriegen:

„Liebe Brüder und Schwestern, jeder Krieg hat Auswirkungen, welche die ganze Menschheit betreffen: von den Todesfällen über das Flüchtlingsdrama bis hin zur Wirtschafts- und Ernährungskrise, deren Vorboten bereits erkennbar sind. Angesichts der anhaltenden Zeichen des Krieges wie auch der vielen schmerzhaften Niederlagen des Lebens ermutigt uns Christus, der Sieger über Sünde, Angst und Tod, nicht dem Bösen und der Gewalt nachzugeben. Brüder und Schwestern, lassen wir uns vom Frieden Christi überwältigen! Friede ist möglich, Friede ist eine Pflicht, der Friede ist die vorrangige Verantwortung aller!“

„Brüder und Schwestern, lassen wir uns vom Frieden Christi überwältigen! Der Frieden ist möglich, der Frieden ist eine Pflicht, der Frieden ist die vorrangige Verantwortung aller!“

Osterfest in Kriegszeiten

Das sagte Papst Franziskus nicht nur in Gedanken an die Ukraine. Das Leid des Krieges in Europa erinnere zugleich an „andere Situationen der Spannung, des Leids und des Schmerzes", die „allzu viele Regionen der Welt betreffen und die wir nicht vergessen können und wollen", hatte er gleich zu Beginn seiner Osterbotschaft klar gemacht. Konkret nannte das Kirchenoberhaupt zum Beispiel den Nahen Osten. Als Zeichen der Hoffnung erwähnte er hier den jüngst unterzeichneten Waffenstillstand in Libyen. Zugleich bat Franziskus auch um Versöhnung für Myanmar und erinnerte an die Lage in Afghanistan. Auch für Afrika wünschte sich der Papst Frieden. Konkret verwies er auf terroristische Anschläge, die das Land „ausbluten" ließen. Auch an die Not der Opfer der Überschwemmungen im Osten Südafrikas erinnerte Franziskus. Nachem er über Probleme der Völker Lateinamerikas gesprochen hatte, ging Franziskus explizit auf die Versöhnung der katholischen Kirche mit den „First Nations ein":

„Wir bitten den auferstandenen Herrn, den Weg der Versöhnung zu begleiten, den die katholische Kirche in Kanada mit den autochthonen Völkern eingeschlagen hat. Der Geist des auferstandenen Christus heile die Wunden der Vergangenheit und mache die Herzen bereit, die Wahrheit und die Geschwisterlichkeit zu suchen."

Versöhnung mit First Nations in Kanada

„Wir bitten den auferstandenen Herrn, den Weg der Versöhnung zu begleiten, den die katholische Kirche in Kanada mit den autochthonen Völkern eingeschlagen hat“

Papst Franziskus hatte erst Anfang des Monats einige Delegationen von Indigenen, Inuit, Métis und weitere Vertreter der autochthonen Völker im Vatikan Empfangen. Der Vatikan und die katholische Kirche arbeiten mit ihnen gerade gemeinsam eine erschütternde Vergangenheit auf: In so genannten „residential schools“ , die in Kanada auch unter krichlicher Trägerschaft betrieben worden waren, standen Umerziehung, Unterdrückung, Diskriminierung und Missachtung auf der Tagesordnung. Nicht selten kam es zu Gewalt und Missbrauch. Papst Franziskus kündigte auch eine Kanada-Reise an.

Franziskus erinnerte in seiner Osterbotschaft, ausgehend von der Not der Flüchtlinge, Migranten und Vertiebener, auch besonders an das Leid vieler Kinder weltweit:

„Ich habe den Blick der Waisenkinder, die vor dem Krieg fliehen, vor meinen Augen. Wenn wir sie betrachten, können wir nicht umhin, ihren Schmerzensschrei zu hören, ebenso wie den der vielen anderen Kinder, die überall auf der Welt leiden: derjenigen, die an Hunger oder mangelnder Versorgung sterben, derjenigen, die Opfer von Missbrauch und Gewalt sind, und derjenigen, denen das Recht verweigert wurde, geboren zu werden."

Glaube und Hoffnung in Kriegszeiten

Angesichts von so viel Schmerz und Leid auf aller Welt, falle es schwer, zu glauben, dass Jesus wirklich auferstanden sei, gestand das Kirchenoberhaupt:

„Unsere Blicke haben an diesem Osterfest in Kriegszeiten einen ungläubigen Ausdruck. Wir haben zu viel Blutvergießen, zu viel Gewalt gesehen. (...) Es fällt uns schwer zu glauben, dass Jesus wirklich auferstanden ist, dass er den Tod wirklich besiegt hat. Ist es vielleicht eine Illusion? Das Ergebnis unserer Einbildungskraft? (...) Wir brauchen den auferstandenen Gekreuzigten, um an den Sieg der Liebe zu glauben, um auf Versöhnung zu hoffen. Heute brauchen wir ihn mehr denn je, der zu uns kommt und uns erneut sagt: „Friede sei mit euch!“, stellte der Papst fest. 

Positiv erwähnte Franziskus hingegen, Aufnahmebereitschaft und Solidarität mit Flüchtlingen:

„Inmitten des Schmerzes des Krieges fehlt es auch nicht an ermutigenden Zeichen, wie die offenen Türen so vieler Familien und Gemeinschaften, die in ganz Europa Migranten und Flüchtlinge aufnehmen. Seien diese vielen Taten der Nächstenliebe ein Segen für unsere Gesellschaft, die durch so viel Egoismus und Individualismus zuweilen verkommen ist. Mögen diese Taten dazu beitragen, die Gesellschaft für alle aufnahmebereit zu machen."

„Inmitten des Schmerzes des Krieges fehlt es auch nicht an ermutigenden Zeichen, wie die offenen Türen so vieler Familien und Gemeinschaften, die in ganz Europa Migranten und Flüchtlinge aufnehmen“

Zwei Jahre Pandemie hätten „ihre Spuren hinterlassen" und die Menschen eigentlich lehren sollen, dass es nur gemeinsam, Hand in Hand, aus diesem „Tunnel" herausgehe, so Franziskus weiter. Stattdessen herrsche jedoch vielerorts immer noch „Herzenshärte" und „brüdermörerischer Hass" vor. 

 

Besondere Begleitung auf der Mittelloggia

Nach der Messe und dem Verlesen seiner Osterbotschaft stand Papst Franziskus dann wie vor Corona-Zeiten auf der Mittelloggia des Petersdoms um den Segen „Urbi et Orbi" (der Stadt und dem Erdkreis) zu spenden. Neben ihm stand jedoch nicht nur wie üblich der so genannte Kardinalprotodiakon Renato Martino, sondern auch der vatikanische Flüchtlingsbeauftragte, Kardinal Michael Czerny. Der Jesuit hatte im Auftrag des Papstes auch mehrere Male die Ukraine und angrenzende Länder besucht. Bei der Ostersonntagsmesse auf dem Petersplatz war zudem eine der Fürbitten - die zum Gedenken an die Verstorbenen - auf Ukrainisch vorgetragen worden.  (vatican news 17)

 

 

 

Papstinterview: „Welt hat Schema Kains gewählt“

 

Der Krieg in der Ukraine und die Kriege, die seit Jahren fast unbeachtet weltweit toben, die Rolle der Frauen und die Flüchtlingsfrage, die Pandemie und die Einsamkeit, aber auch die Weltlichkeit in der Kirche und die Einflüsterungen des Bösen: In einem langen Interview für das italienische Staatsfernsehen RAI hat Papst Franziskus seine Gedanken zu zahlreichen Themen mit den Zuschauern der religiösen Sendung „A Sua immagine“ („Nach seinem Bild“) geteilt.

Die Sondersendung wurde zu einer symbolträchtigen Zeit ausgestrahlt: Am Karfreitagnachmittag gegen 15 Uhr, der Todesstunde Jesu. „Die Hoffnung im Belagerungszustand“ war der Titel der Sondersendung, die im ersten Kanal des italienischen Staatsfernsehens lief. Im Gespräch mit der Moderatorin Lorena Bianchetti wies Franziskus deutlich darauf hin, dass nicht nur die Ukraine derzeit die Tragödie einer bewaffneten Auseinandersetzung erlebt – auch wenn sich die Welt von Tragödien in entwickelten Ländern stärker beeindrucken lasse.

Das Schema Kains

„Aber schauen wir doch einmal ein bisschen weiter weg. Die Welt ist im Krieg, die Welt ist im Krieg!“ Syrien, Jemen, die vertriebenen Rohingya, aber auch der Völkermord in Ruanda vor 25 Jahren sind nur einige der Konfliktherde, die Franziskus in diesem Zusammenhang nannte. Die Botschaft war klar: „Die Welt hat – es ist hart, das zu sagen – das Schema Kains gewählt, und der Krieg bedeutet, den Kainismus ins Werk zu setzen, das heißt, den Bruder zu töten.“

Mit dem Dämonen, dem absolut Bösen, dürfe man nicht in Dialog treten, das hat Papst Franziskus bereits des Öfteren angemahnt. Doch dies bedeute nicht, dass man nicht mit den Menschen sprechen solle, die vom Bösen infiziert seien, räumte der Papst ein. Dies habe auch Jesus getan, der mit vielen Sündern sprach, ebenso wie Gott stets bis zum Schluss versuche, uns zu retten, „denn in jedem von uns hat er das Gute gesät“.

Franziskus verwahrte sich in diesem Zusammenhang auch gegen den Vorwurf, zu viel vom Bösen zu sprechen, denn dieses sei „Realität“, keine „Legende“, davon sei er überzeugt. Gleichzeitig erscheine das Böse in seinen weltlichen Ausprägungen den Menschen auf den ersten Blick attraktiver als das Gute: „Das Böse ist verführerischer. (…) Wenn die Sünden hässlich wären, nicht etwas Schönes hätten, dann würde niemand sündigen“, bringt es Franziskus auf den Punkt.

Alltägliche Sünden

Sünden seien nicht nur die Kriegstreiberei, mit der Leben zerstört wird, sondern auch die alltäglichen, kleineren und größeren Vorteile, die man sich zu Lasten anderer ergaunere, gab der Papst mit Blick auf sklavenähnliche Verhältnisse in der Arbeitswelt zu bedenken. „Auch das ist ein Krieg, auch das heißt zerstören. Nicht nur die Panzer.. auch das ist eine Zerstörung.“

Doch warum versucht das Böse, uns zu zerstören? „Weil wir das Abbild Gottes sind.“ Doch ebenso habe jeder Mensch die Fähigkeit in sich, Zerstörung zu säen, so der Papst mit Blick auf das von der Interviewerin vorgeschlagene Dostojewski-Zitat, nach dem der Kampf zwischen Gott und dem Teufel im Herzen des Menschen stattfinde (vg. Die Brüder Karamasow): „Deshalb braucht des diese Sanftmut, diese Demut, zu Gott zu sagen: Ich bin ein Sünder, aber du rette mich, helfe mir!“ betont Franziskus.

Gnade des Weinens

„Schweige! Angesichts des Schmerzes: Schweigen. Und Weinen.“

Eines der Dinge, die er in seinem Leben gelernt habe, so der Papst im Verlauf des Gesprächs weiter, sei es, dass man angesichts des Leidens anderer, sei es wegen einer Krankheit oder anderer Tragödien, besser schweige. „Schweige! Angesichts des Schmerzes: Schweigen. Und Weinen.“ Denn Weinen sei eine „Gnade Gottes, angesichts unserer Schwächen, angesichts der Schwächen und der Tragödien der Welt“. Es gelte, Gott um diese Gnade zu bitten.

Das Interview wandte sich anschließend den Frauen zu, die, so Papst Franziskus, „stark“ seien. „Die Frauen sind in der Lage, auch einem Toten das Leben einzuhauchen“, zitierte der Papst ein ihm bekanntes Sprichwort, mit dem er ausdrücken wollte, dass die Frauen die innere Stärke besitzen, die es ihnen ermöglichte, auch unter dem Kreuz auszuharren.

Starke Mütter

Er selbst sei während seiner Zeit in Buenos Aires immer wieder mit dem Bus in ein Armenviertel gefahren und dabei an einem Gefängnis vorbeigekommen, vor dem die Frauen ungeachtet der verachtungsvollen Blicke der Passanten darauf warteten, ihre inhaftierten Söhne zu besuchen: „Und sie hielten die demütigsten Kontrollen aus, aber um ihre Söhne zu sehen. Die Kraft einer Frau, einer Mutter, die in der Lage ist, ihre Kinder bis zum Ende zu begleiten.“ Es seien die Frauen, die wüssten, was es bedeute, „Leben zu bereiten und was der Tod ist. (…) Sie sprechen diese Sprache.“

Zugleich seien es nur allzu oft die Frauen, die aus Rücksicht gegenüber ihrer Familie schlimmes Leid stumm ertrügen, erinnerte der Papst. „Die Ausbeutung von Frauen ist unser tägliches Brot. Die Gewalt gegen Frauen ist unser tägliches Brot.“

Doch aus das Schicksal der Menschen, die sich durch Kriege und Armut zur Flucht aus ihrer Heimat gezwungen sehen, wurde in dem Gespräch thematisiert. Es sei wahr, dass man die Flüchtlinge in zwei Kategorien teile, eine „erste Klasse“ und eine „zweite Klasse“ und auch nach Hauptfarben, klagte Franziskus ein. „Wir sind Rassisten. Und das ist hässlich“. Auch Jesus sei ein Flüchtling gewesen, gab der Papst zu bedenken, lenkte seine Gedanken dann aber auf den „Dritten Weltkrieg in Stücken“, der viele dieser Fluchtbewegungen erst verursache.

Selbstverteidigung

„Ich verstehe die Regierenden, die Waffen einkaufen“

„Der Krieg ist eine Scheußlichkeit!“, so der Papst, dem beim Gedanken an die vielen jungen Soldaten, die jungen Leben, die durch die Kriege ausgelöscht werden, nur „zum Weinen“ zumute sei. Er verstehe allerdings die Regierenden, die Waffen einkauften, räumte der Papst ein. „Ich rechtfertige sie nicht, aber ich verstehe sie. Denn wir müssen uns verteidigen, denn das ist das kainische Schema des Krieges. Wenn es ein Friedensschema wäre, wäre dies nicht nötig.“ Viele der Kriege fänden überhaupt weit weg von der Aufmerksamkeit der Weltgemeinschaft statt. Auch wenn die Anstrengungen für Frieden nicht fehlten, so hätten wir doch „die Sprache des Friedens“ vergessen, klagt Franziskus: „Man spricht von Frieden. Die Vereinten Nationen haben alles versucht, aber sie hatten keinen Erfolg.“

Vielleicht brauche es gerade die Frauen, die in dieser Logik des Krieges auf die Einflüsterungen der Macht nicht hereinfielen, so der Papst mit Blick auf eine der verborgenen Frauen der Bibel, in diesem Fall die Frau des Pilatus, die ihm rät, sich nicht mit Jesus anzulegen. „Aber Pilatus hört nicht auf sie.“ „Es braucht die Frauen, die Alarm schlagen.“

Einsamkeit, nicht nur in der Corona-Pandemie

In der Corona-Pandemie, und nicht nur während dieser Zeit, seien es vor allem die Alten, die unter Einsamkeit litten, sowie die jungen Leute, denen die Hoffnungen beschnitten würden, nahm das Gespräch eine weitere Wende. „Aber es sind die Jungen und die älteren Menschen, die in der Hand und im Herz die Möglichkeit haben, zu reagieren: deshalb dränge ich so sehr darauf, dass die Jungen und die Alten miteinander in Dialog treten.“ Auch einen der wohl eindrücklichsten Momente der Pandemie, das einsame Gebet auf dem Petersplatz am 27. März 2020, ließ der Papst in dem Interview Revue passieren: „Ich wusste nicht, dass der Platz leer sein würde. Ich bin dort angekommen und keiner war da. Ich wusste, dass mit dem Regen wenige Leute da sein würden, aber keiner… Es war eine Botschaft des Herrn, um die Einsamkeit recht zu verstehen. Die Einsamkeit der Alten, die Einsamkeit der Jungen, die wir alleine lassen…“ Jeder habe seine „kleinen Einsamkeiten“, in denen man die „Einsamkeit Jesu“, die „Einsamkeit des Kreuzes“ nachempfinden könne.

Weltlichkeit als Gefahr für die Kirche

Doch er selbst habe sich während der Ausübung seines Papstamtes nie wirklich allein gefühlt. Gott sei „sehr großzügig“ mit ihm gewesen, so ein sichtlich aufgeräumter Papst zu seiner Interviewerin. Immer, wenn er sich etwas „Häßlichem“ gegenübergesehen habe, habe er ihm Hilfe geschickt. „Vielleicht, weil er weiß, dass ich es allein nicht schaffe“, so Franziskus mit einem Lachen.

Die größte Gefahr für die Kirche heute sei die „Weltlichkeit“, so Franziskus. Auch am Gründonnerstag hatte er in der Chrisammesse die mitfeiernden Priester vor Verweltlichung gewarnt. Weltlichkeit, so bemerkte Franziskus, gehe immer mit Geld einher: „Denn die Weltlichkeit ist anziehend, und wenn die Kirche dem Geist der Weltlichkeit verfällt, ist sie besiegt.“ Es sei allerdings in Ordnung, Geld zu benutzen, um „Gutes zu tun“ oder die Familie dank der eigenen Arbeit zu ernähren. Jeden Morgen bete er zum Erzengel Michael, auf dass er ihm helfe, den Teufel zu überwinden. „Ich habe Angst vor ihm, deshalb muss ich mich sehr verteidigen. Der Teufel, der alles getan hat, damit Jesus am Kreuz endet.“

Kiew? „Nur Gebet und Weinen“ 

Anschließend kehrte das Gespräch wieder zum Krieg in der Ukraine zurück. Kiew sei nicht mehr nur ein geographischer Ort, sondern viel mehr, so die Journalistin, die gleichzeitig fragte, was die Stadt für Franziskus bedeute. „Einen Schmerz“, so die Antwort des Kirchenoberhauptes. Körperliche Schmerzen könne man betäuben, aber für moralische Schmerzen gebe es keine Schmerzmittel: „Nur das Gebet und das Weinen“. Man müsse Gott um die Gnade bitten, weinen zu können, nahm Franziskus einen Gedankengang von Beginn des Gesprächs wieder auf. „Wir haben vergessen zu weinen.“ Wie viele Menschen haben angesichts der Kriegsgräuel, nicht nur des aktuell in der Ukraine tobenden Krieges, Tränen vergossen?, fragte der Papst: „Einige ja, da bin ich sicher, aber vielen ist es nicht gelungen.“

An diesem Karfreitag wandte sich Franziskus an das Herz eines jeden Menschen: „Angesichts des Gekreuzigten, lass dein Herz berühren, lass zu, dass er mit seinem Schweigen und seinem Schmerz zu dir spricht.“

Doch wie könne man all den Menschen vergeben, die Böses tun, die Unschuldige töten und die nicht nur physisch, sondern auch psychisch Schmerzen zufügen? Die Vergebung entspringe einer göttlichen Wurzel, so die Antwort des Papstes. „Wenn ich nicht dieses Böse getan habe, dann nur, weil er mich mit seiner Hand, mit seiner Barmherzigkeit davon abgehalten hat. Deshalb kann ich niemanden verurteilen, der um Vergebung bittet. Ich muss immer vergeben. Das kann jeder von uns von sich selbst sagen.“

Die Hoffnung nicht verlieren

„Die Hoffnung enttäuscht nie, sondern sie lässt dich warten.“

Diejenigen, die im Zug der Pandemie ihre Arbeit verloren hätten, sollten nicht verzweifeln, so der Papst auf eine entsprechende Frage: „Das Schlüsselwort ist Hoffnung. Die Hoffnung enttäuscht nie, sondern sie lässt dich warten.“ Das Interview schließt mit den Osterwünschen des Papstes: „Mein Wunsch ist es, die Hoffnung nicht zu verlieren“. Die wahre Hoffnung, die nicht enttäusche, sei es, „um die Gnade zu bitten, zu weinen“, aber „Tränen der Freude, des Trostes, Tränen der Hoffnung“, so das Kirchenoberhaupt. Das Interview endete gegen 15 Uhr, mit der abschließenden Frage der Journalistin, wie diese Stunde zu leben sei. Die Antwort des Papstes: Beredtes Schweigen. (vn 15)

 

 

 

 

Via Crucis: Unter dem Kreuz der heutigen Tage und aller Zeiten

 

Papst Franziskus hat an diesem Karfreitagabend wieder die traditionelle Kreuzweg-Andacht am Kolosseum in Rom geleitet. Die Meditationen für die 14 Stationen stammten von Familien, die jeweils auch als Kreuzträger fungierten. Kurzfristig änderte der Vatikan den Text zur 13. Station, der von einer ukrainischen und einer russischen Familie stammte. Gudrun Sailer - Vatikanstadt

Fackeln, Kerzen, Passionsgesänge und an die 10.000 Mitbetende: Es war eine „Via Crucis“ fast wie vor der Corona-Pandemie, die an diesem Karfreitagabend am Kolosseum unter Vorsitz von Papst Franziskus gebetet wurde. Die erste in dieser Form seit 2019: In den vergangenen beiden Jahren fand die „Via Crucis“ wegen der Gegebenheiten der Corona-Pandemie auf dem Petersplatz und fast ohne Volk statt.

Im Jahr der Familie, das Franziskus für die Weltkirche ausgerufen hat, lud der Papst 15 Familien dazu ein, die 14 Kreuzwegmeditationen zu verfassen. Die Texte bildeten ein breites Spektrum ab. Zum Zug kamen – eine Station nach der anderen - ein junges Ehepaar, eine Familie in Mission, ein älteres Ehepaar ohne Kinder, eine Großfamilie, eine Familie mit einem behinderten Kind, eine andere, die eine Wohngruppe leitet, eine Familie mit einem kranken Elternteil, ein Großelternpaar, eine Familie mit adoptierten Kindern, eine Witwe mit Kindern, eine Familie mit einem Sohn, der Priester ist und eine andere, die eine Tochter verloren hat. Die 13. Station – Jesus stirbt am Kreuz – war zwei Familien anvertraut: einer aus der Ukraine und einer aus Russland. Die letzte Station schließlich übernahm eine Migrantenfamilie. Sie alle stellten ihre Ängste und ihre Hoffnungen unter das Kreuz der heutigen Tage und aller Zeiten.

Vatikan ersetzt Meditationstext der 13. Station

„Im Angesicht des Todes sagt Stille mehr als Worte. Halten wir also in betender Stille inne und beten wir alle in unserem Herzen für den Frieden in der Welt", hieß es kurz und bündig an der 13. Station, jener, die auf den Krieg gegen die Ukraine verweist. Der Vatikan hatte die ursprünglich hier vorgesehene Meditation kurz vor Beginn des Kreuzwegs durch den letztendlich verlesenen Kurztext ersetzt. Wie vorgesehen, trugen aber die beiden Frauen aus Russland und der Ukraine gemeinsam das Kreuz.

Dieser Sachverhalt sowie auch die ursprünglich vorgesehene Meditation waren in der Ukraine teils auf Unverständnis gestoßen, was wiederum im Vatikan für Bestürzung sorgte. Im Christentum steht das Kreuz für die Überwindung von Spaltung und Hass und für die gemeinsame Erlösung. Kiews Großerzbischof Swjatoslaw Schewtschuk hatte den Meditationstext als wenig religiös kritisiert, einige Stellen darin könnten für Menschen in der Ukraine sogar beleidigend klingen, so der griechisch-katholische Großerzbischof. 

Von Kindersitzen und Kreidetafeln

Hoffnung sprach aus allen 14 Kreuzweg-Meditationen. „Die Liebe wird real, weil wir in unseren Abgründen und unseren Schwierigkeiten nicht allein gelassen werden“, hieß es in der Meditation einer Familienmutter, die erst den Ehemann und dann die jüngste Tochter verloren hat. Das Großelternpaar, das vor zwei Jahren in den Ruhestand ging, den Schwiegersohn in die Corona-Arbeitslosigkeit und die Tochter in die Scheidung gehen sah und auf einmal fünf Enkelkinder im Haus hatte, schrieb in seiner Meditation auch ganz konkret vom neuen Kindersitz und der Kreidetafel, die angeschafft wurde, damit Oma und Opa keinen Termin vergessen. „Unser Schritt wird oft langsam und nachts, nach all dem Lächeln, weinen wir vor Mitleid. Aber ,Sauerstoff‘ für die Familien unserer Kinder zu sein, ist ein Geschenk, das uns an die Gefühle erinnert, die wir empfanden, als sie noch klein waren. Man hört nie auf, Mama und Papa zu sein.“

„Wir sind ein Funke und Du bist das Feuer“

Die Eltern mit dem Sohn, der Priester wurde, führten an der elften Station „Jesus verspricht dem guten Schächer das Himmelreich“ auf den Golgota. Sie waren anfangs nicht glücklich über die Berufung ihres Sohnes. „Wir waren gegen ihn. Wir haben ihn im Stich gelassen. Wir dachten, dass unsere Kälte ihn dazu bringen würde, seinen Schritt zu überdenken.“ Sie seien sich irgendwann vorgekommen wie die beiden Verbrecher auf den Kreuzen links und rechts von Jesus. „Aber wir haben verstanden, dass man nicht gegen Dich kämpfen kann“, hieß es in der Meditation weiter. „Wir sind ein Krug und Du bist das Meer. Wir sind ein Funke und Du bist das Feuer. Und so bitten wir dich, wie der gute Schächer, dass du an uns denkst, wenn du in dein Reich kommst.“

„Unterwegs haben wir Frauen und Kinder, Freunde, Brüder und Schwestern sterben gesehen. Wir sind hier als Überlebende“, hieß es in der Meditation der Migrantenfamilie für die letzte Station, die der Grablege Jesu. „Wir werden als Belastung empfunden. Doch wir sind Menschen", so das aus dem Kongo stammende Ehepaar, das zwei kleine Söhne hat. „Wir sind wegen unserer Kinder hier. Wir sterben jeden Tag für sie, damit sie hier versuchen können, ein normales Leben zu führen, ohne Bomben, ohne Blut, ohne Verfolgung… Wenn wir nicht resignieren, dann deshalb, weil wir wissen, dass der große Stein vor der Tür des Grabes eines Tages weggerollt werden wird."

„Wir werden als Belastung empfunden. Doch wir sind Menschen“

In der Weltkirche läuft derzeit das Jahr der Familie. Franziskus hat vergangenes Jahr auch den Welttag der Senioren und Großeltern in den kirchlichen Kalender eingefügt. Das nächste Weltfamilientreffen findet in Rom am von 22. bis 26. Juni statt, der zweite Welttag der Großeltern wird jeweils am vierten Sonntag im Juli gefeiert.

Der Kreuzweg als Andachtsform entstand in Jerusalem. Bereits die frühen Christen suchten die Orte der Passion Christi auf, um dort zu beten, sich das Leiden und Sterben des Herrn zu vergegenwärtigen und die Hoffnung auf die Auferstehung zu bezeugen. Die Andachtsform der „Via Crucis“ wurde von Franziskanern den ab dem 14. Jahrhundert nach und nach in der ganzen Welt verbreitet. Besonders in den Kartagen beten Gläubige auf aller Welt den Kreuzweg. (vn15)

 

 

 

 

Offener Brief von Skeptikern des „Synodalen Wegs“

 

74 Bischöfe aus mehreren Teilen der Welt kritisieren den Reformprozess der katholischen Kirche in Deutschland. In einem „brüderlichen Brief“, der in der „Neuen Zürcher Zeitung“ veröffentlicht wurde, äußern sie die Befürchtung, der „Synodale Weg“ könnte eine Spaltung der Kirche zur Folge haben.

 

Die meisten der Unterzeichner stammen aus den USA; unter ihnen sind der frühere Kurienkardinal Raymond Burke und Erzbischof Charles Chaput von Philadelphia. Aus Australien hat der frühere Kurienkardinal George Pell den Offenen Brief unterzeichnet; ein Gleiches taten auch viele Bischöfe aus afrikanischen Ländern, darunter der frühere Kurienkardinal Francis Arinze aus Nigeria und Kardinal Wilfried Napier aus Südafrika.

Die Autoren räumen ein, dass es „die Notwendigkeit von Reform und Erneuerung“ in der Kirche gebe: „Das Verlangen danach ist prinzipiell lobenswert und kein Grund zur Angst.“ Viele der am deutschen Reformprozess Beteiligten seien „zweifellos von den besten Absichten geleitet“. Doch drohe der „Synodale Weg“ in eine „Sackgasse zu führen“.

Sieben Kritikpunkte

Der Brief nennt sieben Kritikpunkte. Erstens überhöre der deutsche Reformprozess „die Stimme des Heiligen Geistes und des Evangeliums“. Zweitens seien seine Texte weniger „vom Wort Gottes und der Tradition“ und mehr „von soziologischen Analysen und zeitgenössischen politischen Ideologien, einschließlich der Genderideologie, inspiriert“. Drittens trete auf dem „Synodalen Weg“ ein fehlgedeutetes Verständnis christlicher Freiheit zutage; viertens fehle „die Freude des Evangeliums“, fünftens sei der Prozess zu „bürokratielastig“, „nach innen gerichtet“, sechstens gehe es zu sehr um „Macht“. Und siebtens drohe der Prozess die Idee der „Synodalität“ bei den Gläubigen in Misskredit zu bringen.

Die genannten Kritikpunkte decken sich teilweise mit den Vorbehalten der Bischofskonferenzen Polens und Nordeuropas, die schon zuvor den „Synodalen Weg“ kritisiert hatten. Die Reform führe „unweigerlich“ zu einem „drohenden Schisma im Leben der Kirche“.

Bätzing warnt vor „Weiter so“

Im „Synodalen Weg“ beraten deutsche Bischöfe und Laienvertreter seit 2019 über die Zukunft der katholischen Kirche. Ausgangspunkt ist eine jahrelange Kirchenkrise, die der Missbrauchsskandal verschärft hat. In der Debatte geht es vor allem um die Themen Macht, Priestertum und Sexualmoral sowie um die Rolle der Frauen in der Kirche. Für September ist die vierte Synodalversammlung geplant, die fünfte und letzte für März 2023.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, hat den Reformprozess in den vergangenen Monaten immer wieder auch gegen Kritik aus der Weltkirche verteidigt. Nach dem Missbrauchsskandal würde ein einfaches „Weiter so“ die katholische Kirche zerstören, schrieb er zuletzt in einem Antwortbrief auf ein Schreiben der Nordischen Bischofskonferenz. Zugleich wies der Limburger Bischof Sorgen vor einer Anpassung an den Zeitgeist und einem Ausscheren der deutschen Katholiken aus der Weltkirche zurück.  (nzz 13)

 

 

 

 

Papst: „Friede Jesu überwältigt andere nicht“

 

Jesu Friede überwältigt nicht und ist schon gar nicht bewaffnet. Darüber hat der Papst am Mittwoch bei der Generalaudienz gesprochen. Dabei geißelte er den Krieg als „Frevel an Gott“. Anne Preckel – Vatikanstadt

 

Jesus, der auf einem Esel-Fohlen feierlich in Jerusalem einreitet: Von diesem Bild ging Papst Franziskus in seiner Katechese aus, um über die Sanftmut und Milde dieses „Königs“ zu sprechen, an den große Erwartungen geknüpft wurden: Er möge Jerusalem vor der römischen Besatzung befreien, den sozialen Frieden wiederherstellen, die Massen mit Brot speisen und große Wunder vollbringen und mehr Gerechtigkeit in die Welt bringen, zählte der Papst auf. Allein in der vatikanischen Audienzhalle hörten ihm etwa 7000 Menschen zu.

„Aber Jesus spricht nie von so etwas. Er hat ein anderes Ostern vor sich“, entgegnete er dann. „Das Einzige, was ihn bei der Vorbereitung seines Einzugs in Jerusalem interessiert, ist ,ein Fohlen, auf dem noch nie ein Mensch gesessen hat‘ (V. 30). So bringt Christus den Frieden in die Welt: durch Sanftmut und Milde, symbolisiert durch das angebundene Fohlen, auf dem noch nie jemand geritten ist.“

Nicht allein eine Pause zwischen den Kriegen

„„Frieden hinterlasse ich euch, meinen Frieden gebe ich euch; nicht, wie die Welt ihn gibt, gebe ich ihn euch“ (Joh 14,27).“

Gottes Art, die Dinge zu tun, sei „anders als die der Welt“, machte Franziskus deutlich. Das habe Jesus seinen Jüngern versucht klarzumachen. „Der Friede, den Jesus uns an Ostern schenkt, ist nicht der Friede, der den Strategien der Welt folgt, die glaubt, ihn durch Gewalt, Eroberung und verschiedene Formen des Zwangs erreichen zu können“, führte der Papst aus: „Dieser Frieden ist in Wirklichkeit nur eine Pause zwischen den Kriegen. Der Friede des Herrn folgt dem Weg der Sanftmut und des Kreuzes.“

Dieser Friede sei nicht „Frucht irgendeines Kompromisses“, sondern entstehe aus Hingabe und Selbstopfer, so Franziskus. Es sei ein „sanfter und mutiger Friede“, den die Welt nicht verstand – denn die Menge, die Jesus erst feierte und lobte, rief ein paar Tage später schon zur Kreuzigung auf.

Mit einer weiteren Szene, diesmal aus dem Werk „Die Brüder Karamasow“ des russischen Schriftstellers Dostojewski, machte der Papst dann noch deutlicher, um was es hier geht: Frieden nicht aus Macht, sondern aus Hingabe.

Dostojewskis Legende vom Großinquisitor erzählte von der Rückkehr Jesu auf die Erde. Wieder wird er bejubelt, doch dann vom Inquisitor verhaftet, der die weltliche Logik vertritt. Er tadelt und verurteilt Jesus dafür, dass dieser „den Menschen lieber in Freiheit ließ, als ihn zu unterjochen und seine Probleme mit Gewalt zu lösen“, so Franziskus.

Friede Jesu ist niemals ein bewaffneter Friede

„Das ist die Täuschung, die sich in der Geschichte wiederholt: Die Versuchung eines falschen, auf Macht basierenden Friedens, der dann zu Hass und Verrat an Gott führt.“

Jesus hätte den Frieden in der Welt herstellen können, „indem er das freie, aber unsichere Herz des Menschen mit der Kraft einer höheren Macht beugt. - Aber er wollte es nicht“, so der Papst. Er sei gerade nicht der „Versuchung eines falschen, auf Macht basierenden Friedens, der dann zu Hass und Verrat an Gott führt“, verfallen.

Auch ließ sich Jesus vom Inquisitor nicht zu bitteren Worten verleiten, sondern küsste ihn sogar sanft auf seine Lippen. Dazu Franziskus:

„Der Friede Jesu überwältigt andere nicht, er ist niemals ein bewaffneter Friede. Die Waffen des Evangeliums sind das Gebet, die Zärtlichkeit, die Vergebung und die unentgeltliche Liebe zum Nächsten, zu jedem Nächsten. So bringen wir den Frieden Gottes in die Welt. Deshalb ist die bewaffnete Aggression dieser Tage, wie jeder Krieg, ein Frevel an Gott, ein gotteslästerlicher Verrat am Herrn von Ostern, der sein sanftmütiges Gesicht dem des falschen Gottes dieser Welt vorzieht.“

Mit Blick auf das Osterfest rief der Papst dann alle Christen dazu auf, „vom weltlichen Gott zum christlichen Gott überzugehen, von der Gier, die wir in uns tragen, zur Liebe, die uns befreit, von der Erwartung eines gewaltsam herbeigeführten Friedens zur Verpflichtung, den Frieden Jesu konkret zu bezeugen“:

„Stellen wir uns vor den Gekreuzigten, die Quelle unseres Friedens, und bitten wir ihn um Frieden im Herzen und Frieden in der Welt.“ (vn 13)

 

 

 

 

Mainzer Bischof begründet umfassende Pfarreienreform

 

Bischof Peter Kohlgraf hat die bevorstehende tiefgreifende Pfarreienreform im Bistum Mainz gerechtfertigt. Die nach Ostern beginnende Errichtung von 46 Pastoralräumen sei notwendig, „weil wir das in dieser Kleinteiligkeit, wie das Bistum Mainz derzeit unterwegs ist, auf Dauer nicht hätten bewältigen können“, sagte Kohlgraf am Dienstag im Interview der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) in Mainz.

Bisher existieren 134 „Pfarrgruppen“ und „Pfarreiräume“ im Bistum Mainz. Die Gründung der 46 Pastoralräume dient als Vorstufe zur Gründung von 46 größeren Pfarreien, die jeweils aus Netzwerken von Gemeinden und Kirchorten wie Caritas oder Kindertagesstätten gebildet werden sollen.

Am 28. April würden die 46 Pastoralräume offiziell errichtet, das werde der „Startschuss“, so der Bischof. Bis 2030 sollen die neuen Pfarreien gegründet sein. „In manchen Regionen ist der Prozess schon fortgeschritten, andere werden - auch emotional - länger brauchen“, so Kohlgraf. Die erste Neugründung einer solchen großen Pfarrei sei für das Jahr 2024 vorgesehen.

Die 46 Pastoralräume würden jeweils durch Teams geleitet - mit je einem Pfarrer an der Spitze. Bei einer „professionalisierten Form von Seelsorge“ könne man sich nur als Team aufstellen, sagte Kohlgraf. „Das Bild des Pfarrers als Einzelkämpfer ist passé.“

Künftig solle auch nicht jede Gemeinde alles machen müssen, sondern Schwerpunkte bilden können. „Man sollte immer fragen: Wie kann man den Geist jedes Kirchortes am besten nutzen?“, so Kohlgraf. Der Mainzer Dom könne zum Beispiel ein musikalischer Schwerpunkt und zentrale Beichtkirche mit seelsorglicher Begleitung werden. Andere Kirchen könnten einen Predigtschwerpunkt bekommen, wieder andere einen spirituellen oder liturgischen Fokus. (kna 12)

 

 

 

 

Generalaudienz: Papst beklagt Ohnmacht der UNO im Ukraine-Krieg

 

Bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch, die eigentlich einer Bilanz seiner Reise nach Malta gewidmet war, hat Franziskus erneut ein flammendes Plädoyer für den Frieden in der Ukraine gehalten. „Heute wird zwar oft von „Geopolitik“ gesprochen, doch dabei geht es leider meist nur um die Behauptung und Ausweitung des jeweils eigenen wirtschaftlichen, ideologischen und militärischen Einflussbereichs.“ Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

„Malta steht für das Recht und die Stärke der 'Kleinen': jene Nationen, die zwar klein sind, aber reich an Geschichte und Kultur; Nationen, die für Respekt und Freiheit, das Miteinander der Unterschiede eintreten sollten, im Gegensatz zur Kolonisierung durch die Mächtigen. Und genau das sehen wir jetzt,“ warnte Franziskus mit Blick auf den Krieg in der Ukraine. „Nach dem Zweiten Weltkrieg hat man zwar versucht, die Grundlagen für eine neue Geschichte des Friedens zu legen, doch wir lernen ja leider ja nie dazu, und dann hat sich leider doch die alte Geschichte der konkurrierenden Großmächte fortgesetzt. Und auch jetzt erleben wir mit, wie ohnmächtig die Organisation der Vereinten Nationen im aktuellen Krieg in der Ukraine ist.“

Eigentlich geht es bei seiner aktuellen Katechesenreihe ja um den Sinn und Wert des Alters, an diesem Mittwoch hielt der Papst aber - wie nach seinen Auslandsreisen üblich – einen Rückblick auf seinen zweitägigen Besuch in Malta am vergangenen Wochenende. Der Besuch des Papstes war besonders dem Thema Migration gewidmet. Der Inselstaat Malta ist ja wie Italien und Griechenland ein Hauptziel von Migranten, die über das Mittelmeer nach Europa wollen.

Der 90jährige Leiter des Migrantenzentrums...

Migranten seien keine Zahlen, sondern Menschen, Träger „eines Reichtums, der unendlich größer ist als die Probleme, die ihre Aufnahme mit sich bringen kann“, betonte Franziskus mit Verweis darauf, dass schließlich auch Europa aus Migration entstanden sei. Einen nachdrücklichen Eindruck hat bei Franziskus das Treffen mit Migranten im Migrantenzentrum „Johannes XXIII.“ hinterlassen, das von einem 90-jährigen Franziskanermönch geleitet wird. Den Ordensmann lobte der Papst als Beispiel für apostolischen Eifer und Liebe zu den Migranten. Auf Malta hatte der Papst erneut für eine solidarische Aufnahme von Mittelmeerflüchtlingen und eine geteilte Verantwortung Europas bei dieser Herausforderung geworben.

„Natürlich muss diese Aufnahme organisiert und geregelt werden - doch zuvor, als erster Schritt, muss sie auf internationaler Ebene gemeinsam geplant werden,“ präzisierte das Kirchenoberhaupt bei seiner Generalaudienz. „Da das Migrationsphänomen nicht auf einen Notfall reduziert werden kann, ist es ein Zeichen unserer Zeit, und als solches muss es auch betrachtet und interpretiert werden. Es kann ein Zeichen des Konflikts oder ein Zeichen des Friedens sein. Das hängt von uns ab. Jene Menschen, die das Zentrum Johannes XXIII. in Malta ins Leben gerufen haben, haben sich für das Christentum entschieden und es deshalb Peace Lab – Friedenslabor – genannt,“ so Franziskus.

Evangelisierung und christliche Freude

Ein weiteres wichtiges Thema des Papstbesuchs auf Malta war die Evangelisierung und die damit verbundene christliche Freude. An dieser Stelle erinnerte der Papst an seinen Besuch im Nationalheiligtum Ta' Pinu auf der Insel Gozo, an dem er „den Herzschlag des maltesischen Volkes“ gespürt habe, das so viel Vertrauen in seine heilige Mutter setze.

„Maria bringt uns immer wieder zum Wesentlichen zurück, zu Christus, der für uns - für uns! - gekreuzigt wurde und auferstanden ist, zu seiner barmherzigen Liebe. Maria hilft uns, die Flamme des Glaubens neu zu entfachen, indem sie aus dem Feuer des Heiligen Geistes schöpft, der von Generation zu Generation die freudige Verkündigung des Evangeliums belebt, weil es die Freude der Kirche ist, zu evangelisieren! Vergessen wir den Satz des hl. Papstes Pauls VI. nicht: Die Freude der Kirche ist die Evangelisierung. Das dürfen wir nicht vergessen,“ so der Wunsch des Heiligen Vaters.

Abschließend dankte Franziskus noch allen, die die Reise vorbereitet und zu ihrem Gelingen beigetragen haben: „Wir säen, der Herr aber lässt die Saat aufgehen. In seiner unendlichen Güte schenke er dem maltesischen Volk reiche Früchte des Friedens!“ (vaticannews 6)

 

 

 

 

Papst Franziskus auf Malta: Eine Umarmung für Migranten

 

„Ihr seid keine Zahlen, ihr seid Menschen aus Fleisch und Blut.“ Das sagte Papst Franziskus am Sonntagabend bei einem Treffen mit Migranten und Flüchtlingen auf Malta. „Hier müssen wir wieder ansetzen: bei den Menschen und ihrer Würde.“ Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Der letzte Termin des Papstes auf der Insel Malta war wohl auch der emotionalste: Franziskus, der selbst Nachfahre italienischer Auswanderer nach Argentinien ist, traf in einem Aufnahmezentrum Migranten und Flüchtlinge – die meisten von ihnen aus Somalia, Eritrea und dem Sudan. Dutzende von auf Malta Gestrandeten nahmen an der Begegnung unter freiem Himmel teil, viele schossen Fotos vom hohen Gast aus Rom.

Der mittlerweile 90-jährige Franziskaner, der das Zentrum in den Siebzigern gegründet hat (heute wird es von Freiwilligen betrieben), ließ sich vom Papst in aller Seelenruhe Zeitungen und ein weißes Käppchen signieren. Als Franziskus dann trotz deutlicher Schwierigkeiten beim Gehen, wie sie schon am Samstag offenkundig geworden waren, einzelne Migranten begrüßte, war im Gedränge nicht viel von Corona-Schutzmasken zu sehen - die Menschen hier haben schon ganz anderes durchgemacht.

„Ich habe meine Heimatstadt vor 5 Jahren verlassen“, erzählte dem Papst ein Nigerianer namens Daniel, mit Rastafrisur und gelbem Stirnband. „Nach 13 Tagen kamen wir in der Wüste an. Als wir die Wüste durchquerten, kamen wir an toten Menschen und Tieren, ausgebrannten Autos und leeren Wasserkanistern vorbei. Nach 8 traumatischen Tagen in der Wüste erreichten wir Libyen.“ Aber das Gelobte Land war das nicht – eher im Gegenteil. „Wer den Schlepperbanden noch Geld schuldete, wurde solange eingesperrt und gefoltert, bis sie ihre Schulden bezahlten. Einige verloren ihr Leben, andere ihren Verstand. Ich hatte das Glück, das mir das nicht passiert ist.“

Daniels Geschichte

Mehrmals versuchte Daniel vergeblich, Platz auf einem Schiff nach Europa zu bekommen. Dann gelang es ihm schließlich: „Ich stieg in ein 2x10 m breites Gummiboot; wir waren über 100 Personen. Wir segelten über 17 Stunden lang übers Meer, bis wir von einem italienischen Schiff gerettet wurden. Unsere Freude war groß! Die Menschen knieten nieder, um Gott zu danken - nur um zu erfahren, dass das Schiff wieder zurück nach Libyen fuhr. Wir wurden der libyschen Küstenwache übergeben und in das Gefangenenlager von Ain Zara gebracht. Der schlimmste Ort, den man sich vorstellen kann.“

Neun Monate später: ein neuer Anlauf. Bei der Überfahrt werden zwei Personen über Bord gespült und ertrinken. „Wir waren alle zu Tode erschrocken“, berichtet Daniel. „Damals hatte ich fast jede Hoffnung verloren. Ich schlief ein und wollte nur noch sterben.“ Diesmal landete er mit seinen Gefährten in Tunesien. Dort habe er mit Zahnpasta „Gib nicht auf“ an die Wand seines Zimmers geschrieben. Ein weiterer Versuch der Überfahrt gelang schließlich: Nach drei Tagen auf See sei er in Malta angekommen. „Es war das sechste Mal, dass ich Schlepper bezahlt hatte.“

 

„Ich bin fast verrückt geworden. ‚Warum?!‘, habe ich Gott in diesen Nächten immer wieder gefragt“

„Als uns die maltesische Küstenwache rettete, war meine Freude groß. Ich konnte es nicht glauben! Freudentränen flossen mir übers Gesicht. Mein Traum war endlich wahr geworden! Aber die Freude war nur von kurzer Dauer, denn noch in der Nacht, in der wir ankamen, wurden wir für 6 Monate in ein Internierungslager gesteckt. Ich bin fast verrückt geworden. ‚Warum?!‘, habe ich Gott in diesen Nächten immer wieder gefragt.“ Er denke heute noch oft an seine Brüder und Schwestern, die noch im Internierungslager seien, ganz hier in der Nähe. „Leider haben auch heute noch viele Menschen, die vor Krieg und Hunger fliehen, eine ähnliche Geschichte wie ich.“

Papst Franziskus hörte Daniels Schilderungen sichtlich bewegt zu. In seiner Rede wiederholte er dann Worte, die er im Dezember 2021 auf der griechischen Flüchtlingsinsel Lesbos gesagt hat: „Ich bin hier, um euch zu sagen, dass ich euch nahe bin… Ich bin hier, um eure Gesichter zu sehen und euch in die Augen zu schauen.“ Er hoffe, dass Malta für alle, die an seinen Küsten landen, wirklich „ein sicherer Hafen“ sei und dass die Ankömmlinge dort – wie vor 2.000 Jahren der hl. Paulus – mit „ungewöhnlicher Menschenfreundlichkeit“ behandelt würden.

 

„Wie können wir uns vor diesem Schiffbruch retten, der das Schiff unserer Zivilisation zu versenken droht?“

„Tausende von Männern, Frauen und Kindern haben in den letzten Jahren im Mittelmeer Schiffbruch erlitten. Und leider war es für viele von ihnen eine tragische Erfahrung... Aber es gibt noch einen anderen Schiffbruch, während diese Ereignisse stattfinden: Es ist der Schiffbruch der Zivilisation, der nicht nur die Flüchtlinge, sondern uns alle bedroht. Wie können wir uns vor diesem Schiffbruch retten, der das Schiff unserer Zivilisation zu versenken droht? Indem wir uns menschenfreundlich verhalten. Indem wir die Menschen nicht als Zahlen betrachten, sondern als das, was sie sind, nämlich Gesichter, Geschichten, einfach Männer und Frauen, Brüder und Schwestern. Und daran zu denken, dass an der Stelle der Person, die ich im Fernsehen oder auf einem Foto auf einem Boot oder im Meer sehe, ich sein könnte, oder mein Sohn oder meine Tochter...“

Der Traum des Papstes

Franziskus erinnerte „an die Abertausenden von Menschen, die in den letzten Tagen gezwungen waren, wegen dieses ungerechten und brutalen Krieges aus der Ukraine zu fliehen“, und an so viele andere Migranten in vielen Teilen der Welt. Und er sprach von seinem „Traum“, dass Migranten, die eine gute Aufnahme in ihrem Gastland erlebt hätten, ihrerseits „zu Zeugen und Förderern der Aufnahme und der Geschwisterlichkeit werden“. „Das ist der Traum, den ich mit euch teilen möchte und den ich in Gottes Hände lege.“

„Lasst uns auf die Herausforderung der Migranten und Flüchtlinge im Stil der Menschenfreundlichkeit antworten, lasst uns Feuer der Geschwisterlichkeit entzünden, an denen sich die Menschen wärmen, aufrichten und neue Hoffnung schöpfen können. Lasst uns die Netze der sozialen Freundschaft und die Kultur der Begegnung stärken, ausgehend von Orten wie diesem, die zwar nicht perfekt sind, aber ‚Laboratorien des Friedens‘ darstellen.“ (vn 3)