Notiziario religioso  20  maggio – 2 giugno  2019

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Udienza Generale del 15 maggio. “Ecco che cos’è l’uomo: un essere votato alla vita, che sogna l’amore e il bene”  1

2.       Conoscere, amare e seguire il Pastore amico, forte e buono  1

3.       Il Papa dice sì ai pellegrinaggi a Medjugorje  2

4.       l Papa ai giovani: incontriamoci ad Assisi per un nuovo patto sull’economia nel nome di san Francesco  2

5.       Pedofilia, il Motu proprio di Papa Francesco: obbligo di segnalare abusi 2

6.       Motu proprio del Papa contro gli abusi sessuali commessi dai preti: "Affinché non avvengano più!"  3

7.       Il terribile incendio di Notre Dame  4

8.       Papa all’incontro di preghiera con il popolo rom: «Soffro per voi»  4

9.       “Rispettarci in ciò che ci separa e incoraggiarci a guardare il futuro come spazio di opportunità e di dignità”  5

10.   “Dare speranza a un mondo stanco, insieme agli altri, cristiani e musulmani”  5

11.   Il Papa nel centro profughi a Sofia: «Il mondo dei migranti è croce dell’umanità»  6

12.   Intervista a Mons. Hristo Projkov, presidente della Conferenza episcopale della Bulgaria  6

13.   Riunione a Kempten del Consiglio Circoscrizionale del KAB  7

14.   Chiese vuote, santuari pieni 8

15.   Christos vozkrese! Lui vive e ti vuole vivo! 8

 

 

1.       Generalaudienz von Papst Franziskus: „Das Böse ist wie ein brüllender Löwe“  9

2.       Bischöfe sehen mit gemischten Gefühlen auf streikende Katholikinnen  9

3.       Italien: Mailands Erzbischof kritisiert Wahlkampfslogans zu Migration  9

4.       Papst Franziskus erlaubt offizielle Pilgerreisen nach Medjugorje  9

5.       Deutsche Katholikinnen treten in Streik  10

6.       7 Millionen Euro. Bund zahlt Moscheen Geld für mehr Unabhängigkeit 10

7.       Franziskus an Jungunternehmer: Gegenwärtige Wirtschaft verändern  10

8.       „Wir sind Kirche" lobt neue Normen des Papstes zu Missbrauch  11

9.       Konkret und wirksam gegen sexuellen Missbrauch vorgehen  11

10.   Unchristliche CDU?  12

11.   Vatikan: Botschaft zum islamischen Fastenmonat 12

12.   „Licht der Welt“: Neue Regeln zum Umgang mit Missbrauch  12

13.   Papst bei Generalaudienz: Danke Bulgarien und Nordmazedonien! 13

14.   Wortlaut: Predigt von Papst Franziskus in Skopje  13

15.   Katholischer Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus 2019  14

16.   Im Wortlaut: Papst Franziskus beim Friedenstreffen in Sofia  15

17.   Europa zur gemeinsamen Sache machen! Aufruf der Kirchen zur Teilnahme an der Europawahl 15

18.   Papst an Bulgariens Katholiken: Gemeinden sollen „Baustellen der Hoffnung" sein  15

 

 

 

 

Udienza Generale del 15 maggio. “Ecco che cos’è l’uomo: un essere votato alla vita, che sogna l’amore e il bene

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Eccoci infine arrivati alla settima domanda del “Padre nostro”: «Ma liberaci dal male» (Mt 6,13b). Con questa espressione, chi prega non solo chiede di non essere abbandonato nel tempo della tentazione, ma supplica anche di essere liberato dal male. Il verbo greco originale è molto forte: evoca la presenza del maligno che tende ad afferrarci e a morderci (cfr 1 Pt 5,8) e dal quale si chiede a Dio la liberazione. L’apostolo Pietro dice anche che il maligno, il diavolo, è intorno a noi come un leone furioso, per divorarci, e noi chiediamo a Dio di liberarci.

Con questa duplice supplica: “non abbandonarci” e “liberaci”, emerge una caratteristica essenziale della preghiera cristiana. Gesù insegna ai suoi amici a mettere l’invocazione del Padre davanti a tutto, anche e specialmente nei momenti in cui il maligno fa sentire la sua presenza minacciosa. Infatti, la preghiera cristiana non chiude gli occhi sulla vita. È una preghiera filiale e non una preghiera infantile. Non è così infatuata della paternità di Dio, da dimenticare che il cammino dell’uomo è irto di difficoltà. Se non ci fossero gli ultimi versetti del “Padre nostro” come potrebbero pregare i peccatori, i perseguitati, i disperati, i morenti?

L’ultima petizione è proprio la petizione di noi quando saremo nel limite, sempre. C’è un male nella nostra vita, che è una presenza inoppugnabile. I libri di storia sono il desolante catalogo di quanto la nostra esistenza in questo mondo sia stata un’avventura spesso fallimentare. C’è un male misterioso, che sicuramente non è opera di Dio ma che penetra silenzioso tra le pieghe della storia. Silenzioso come il serpente che porta il veleno silenziosamente. In qualche momento pare prendere il sopravvento: in certi giorni la sua presenza sembra perfino più nitida di quella della misericordia di Dio.

L’orante non è cieco, e vede limpido davanti agli occhi questo male così ingombrante, e così in contraddizione con il mistero stesso di Dio. Lo scorge nella natura, nella storia, perfino nel suo stesso cuore. Perché non c’è nessuno in mezzo a noi che possa dire di essere esente dal male, o di non esserne almeno tentato. Tutti noi sappiamo cosa è il male; tutti noi sappiamo cosa è la tentazione; tutti noi abbiamo sperimentato sulla nostra carne la tentazione, di qualsiasi peccato. Ma il tentatore che ci muove e ci spinge al male, dicendoci: “fa’ questo, pensa questo, va per quella strada”.

L’ultimo grido del “Padre nostro” è scagliato contro questo male “dalle larghe falde”, che tiene sotto il suo ombrello le esperienze più diverse: i lutti dell’uomo, il dolore innocente, la schiavitù, la strumentalizzazione dell’altro, il pianto dei bambini innocenti. Tutti questi eventi protestano nel cuore dell’uomo e diventano voce nell’ultima parola della preghiera di Gesù.

È proprio nei racconti della Passione che alcune espressioni del “Padre nostro” trovano la loro eco più impressionante. Dice Gesù: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). Gesù sperimenta per intero la trafittura del male. Non solo la morte, ma la morte di croce. Non solo la solitudine, ma anche il disprezzo, l’umiliazione. Non solo il malanimo, ma anche la crudeltà, l’accanimento contro di Lui. Ecco che cos’è l’uomo: un essere votato alla vita, che sogna l’amore e il bene, ma che poi espone continuamente al male stesso e i suoi simili, al punto che possiamo essere tentati di disperare dell’uomo.

Cari fratelli e sorelle, così il “Padre nostro” assomiglia a una sinfonia che chiede di compiersi in ciascuno di noi. Il cristiano sa quanto soggiogante sia il potere del male, e nello stesso tempo fa esperienza di quanto Gesù, che mai ha ceduto alle sue lusinghe, sia dalla nostra parte e venga in nostro aiuto. Così la preghiera di Gesù ci lascia la più preziosa delle eredità: la presenza del Figlio di Dio che ci ha liberato dal male, lottando per convertirlo. Nell’ora del combattimento finale, a Pietro intima di riporre la spada nel fodero, al ladrone pentito assicura il paradiso, a tutti gli uomini che erano intorno, inconsapevoli della tragedia che si stava consumando, offre una parola di pace: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Dal perdono di Gesù sulla croce scaturisce la pace, la vera pace viene dalla croce: è dono del Risorto, un dono che ci dà Gesù. Pensate che il primo saluto di Gesù risorto è “pace a voi”, pace alle vostre anime, ai vostri cuori, alle vostre vite. Il Signore ci dà la pace, ci dà il perdono ma noi dobbiamo chiedere: “liberaci dal male”, per non cadere nel male. Questa è la nostra speranza, la forza che ci dà Gesù risorto, che è qui, in mezzo a noi: è qui. È qui con quella forza che ci dà per andare avanti, e ci promette di liberarci dal male. Francesco

 

 

 

Conoscere, amare e seguire il Pastore amico, forte e buono

 

1) Il Pastore buono e forte.

Nel Vangelo della IV Domenica di Pasqua Gesù dice: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10, 27-30). Il Risorto usa tre verbi importanti: ascoltare, conoscere e seguire. Quindi anche oggi noi siamo invitati ad ascoltare la voce del Signore, che ci conosce – quindi ci ama – e a seguirlo sulla strada dell’umiltà come ci ricorda la preghiera d’inizio della Messa di oggi, grazie alla quale il Celebrante prega così : “Onnipotente e sempre vivente Dio, guidaci alla comunità delle gioie celesti, così che l’umiltà del gregge possa raggiungere Colui, dal Quale procede la forza del Pastore ( è una mia traduzione di “Omnípotens sempitérne Deus, deduc nos ad societátem cæléstium gaudiórum, ut eo pervéniat humílitas gregis, quo procéssit fortitúdo pastóris”.

E’ Cristo risorto il Pastore buono e forte che  ci guida verso la gioia “di pascoli di erbe fresche. Lui ci indica la via giusta. Lui ci dà il senso vero della vita e ci aiuta a costruirla e realizzarla in pienezza. E’ il Signore, è la sua Parola. Noi possiamo sentire l’amore profondo e concreto di Gesù: Lui ci conosce, ci conosce con amore, “conosce i pensieri e i dubbi del nostro cuore, Lui ci viene a cercare, sempre. Gesù mi conosce, ci cura, ci guarisce, ci porta al sicuro, nella comunità dei credenti su questa terra, nella beatitudine dei figli di Dio nell’eternità. Gesù ripone in noi tanta fiducia, sempre la rinnova e con la sua fiducia possiamo fare tante  cose. L’importante è seguirlo. Lui è la via, la verità, la vita. Come seguirlo? Nella fede, nell’amore, nell’ascolto della sua parola, nel costruire ogni giorno la risposta alla vocazione che ci ha dato, nell’amore al prossimo e ai bisognosi, nel corpo e nello spirito, perché è nel prossimo che Gesù è presente, ci parla, ci  spinge a seguir Lui, il buon Pastore.

Nella nostra cultura attuale la figura del pastore è quasi sconosciuta e definire qualcuno pecora è un’offesa. ?Nella Bibbia, invece, la pastorizia è ben nota ed ha un significato positivo e profondo. Infatti nella Sacra Scrittura Dio stesso viene rappresentato come pastore del suo popolo. “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla” (Sal 23,1). “Egli è il nostro Dio e noi il popolo che egli pasce” (Sal 95,7). Il futuro Messia è anch’esso descritto con l’immagine del pastore: “Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri” (Is 40,11). Questa immagine ideale di pastore trova la sua piena realizzazione in Cristo. Egli è il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; si impietosisce del popolo perché lo vede “come pecore senza pastore” (Mt 9,36); chiama i suoi discepoli “il piccolo gregge” (Lc 12, 32). Pietro chiama Gesù “il pastore delle nostre anime” (1 Pt 2, 25) e la Lettera agli Ebrei “il grande pastore delle pecore” (Eb 13,20).

Dunque Gesù è il Pastore vero, perché è colui che guida con amore il suo gregge, provvede perché rimanga unito, difende le sue pecore dai pericoli. Il buon pastore conosce le pecore ad una ad una (non sono anonime) e si preoccupa per ciascuna di esse, le conta quando ritornano all’ovile perché nessuna vada perduta e se ne manca una, lascia le altre per cercare quella perduta.

Definendo pecore i propri seguaci e amici, Cristo sottolinea la relazione vitale che li unisce a lui. Questa relazione di salvezza viene poi ulteriormente definita dai seguenti verbi: “ascoltano e seguono” riferiti a noi credenti, “conosco” riferito a Gesù.

 

2) Il Pastore buono, appassionato e provvidente.

Gesù conosce e ama ciascuno dei suoi seguaci. E non deve sembrare così strano che ci chiami pecore se lui stesso si è lasciato definire “agnello”, anche perché il suo compito di “togliere i peccati del mondo” diventi la nostra missione di portare il suo perdono a tutti i popoli.

Nel vangelo di oggi, Lui parla di noi come sue pecore e di se stesso come di pastore buono, che la vita per le sue pecore… Pecore a cui egli non rinuncia mai e che ama fino a donare la vita per loro: mosso dalla passione per noi non ha esitato e affrontare la passione della Croce. Lui è il pastore buono e innamorato la vita perché noi abbiamo la vita eterna. Viene spontaneo chiedersi come facciamo, noi pecore così fortunate a lasciare questa Via per smarrirci su strade che portano a dei burroni… fortunatamente lui, il Pastore immensamente buono ci cerca, ci chiama per nome e, trovatici ci mette sulle sue spalle e, in quanto divino Pastore buono, misericordioso e fedelmente innamorato ci conduce ai pascoli eterni del cielo (cfr 1 Pt 2,25).

Siamo nelle mani del Buon Pastore, che ci conduce amorevolmente ad uno ad uno e ci introduce nella vita vera, nella vita di amici, come il Vangelo ambrosiano ricorda. Da parte nostra però non basterà che di dichiariamo “amici” di Cristo. La vera amicizia con Gesù si esprime nel modo di seguirlo: con la bontà del cuore, con l’umiltà, con la mitezza e la misericordia.

Seguire Gesù è impegnare la nostra volontà e muovere i nostri i passi dietro Colui la cui Parola di Vita abbiamo ascoltato e amato. Dietro a lui i nostri passi non vacillano, Egli ci porterà ai verdi pascoli, anche se dovessimo attraversare una valle oscura… non temeremmo perché lui è con noi (cfr. Sal 23).

Ma per seguire occorre?ascoltare, impegnando la mente ed il cuore. Il vero ascolto è obbedienza (etimologicamente obbedire viene da ob-audire= prestare ascolto), come hanno fatto gli apostoli che cosi divennero pescatori di uomini e pastori di anime. L’obbedienza vera è, dunque, dare ascolto e mettere in pratica la parola d’amore che Cristo ci dice. L’obbedienza va vissuta non solo eseguendo dei gesti ma con il desiderio di imparare da Lui il criterio della propria vita, mettendoci alla sequela della verità dell’amore, lasciandoci guidare dall’amore di un Pastore buono, di un Amico vero.

 

3) La vocazione: “spazio” di libertà.

Se i due verbi “seguire” e “ascoltare”, usati nel vangelo romano di oggi, sono verbi che indicano un dialogo profondo, una comunione nell’esistenza, non soltanto nelle idee, il terzo verbo “conoscere” fonda la vocazione degli Apostoli e di ciascuno di noi. Essa è chiamata ad un rapporto di comunione fra Gesù e i suoi discepoli  e coinvolge la persona intera: idee, amore, comportamento. Una chiamata per ricevere la vita (“Io do loro la vita eterna”), e per condividerla con l’umanità intera.

Se due sono le note che caratterizzano, come dice Gesù, le sue pecore: ascoltare e seguire, con una precisazione: ascoltare la sua voce e percorrere la strada che Egli stesso percorre, il sapersi conosciuti e amati da Cristo vuol dire non tenere questo dono per se stessi. Con questa conoscenza di Cristo siamo chiamati ad essere sale e luce per il mondo. E’ vero poi che questo è un mondo che cambia, come oggi si è soliti dire, ma questa non è una ragione per affannarsi in ricerche e progetti diversi: la voce di Gesù è già risuonata e la direzione del suo cammino è già tracciata. Alla comunità cristiana è richiesta anzitutto la fedeltà della memoria, non anzitutto la genialità dell’invenzione di programmi pastorali nuovi.

Un amico che ci conosce e ci fa capire che è impegnato il cuore. Non si conosce veramente se non ciò che si ama. E’ l’amore che è capace di andare oltre ad ogni evidenza. E’ un conoscere dal di dentro, dall’intimo. E’ un conoscere l’Essere, la Vita, la Verità seguendone la Via. E’ una conoscenza nell’Amore, che libera.

Gesù ha più volte detto che la sua libertà non sta nel prendere le distanze dal Padre, ma nel fare in tutto al sua volontà. Libertà e obbedienza al Padre (che è sempre l’obbedienza al dono di sé) coincidono. Lo spazio vero della libertà è l’amore, a cui Cristo ci chiama. La vocazione è un dono da accogliere con stupore: “Lo stupore per il dono che Dio ci ha fatto in Cristo, imprime alla nostra esistenza un dinamismo nuovo, impegnandoci a essere testimoni del Suo amore. E diveniamo testimoni, quando, attraverso le nostre azioni, parole, modo di essere, un ALTRO appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell’amore di Dio raggiunge l’uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell’uomo”. (Benedetto XVI, Sacramentum veritatis, n. 85).

Oggi, è la domenica del Buon Pastore, che dedicata alle vocazioni sacerdotali, ma non dobbiamo dimenticare quelle religiose, perché chi si impegna a seguire Cristo nella povertà obbedienza e castità ricorda a tutto il Popolo di Dio che :“La povertà, la castità, l’obbedienza, non valgono nulla fintanto che non sono espressioni dell’amore, fintanto che non è l’amore, insomma, che ci spoglia nella povertà, non è l’amore che ci purifica nella castità, non è l’amore che ci immola nell’obbedienza.” (Divo Barsotti). Le Vergini Consacrate in particolare vivono ciò conformandosi ogni giorno di più alla preghiera che il Vescovo ha fatto su di loro il giorno della consacrazione: “Conducile nella via della salvezza, perché esse desiderino ciò che ti piace e siano sempre vigilanti per compierlo. Per Gesù Cristo, nostro Signore” (RCV, n21)

In questo modo, le Vergini consacrate vivono quello che Papa Francesco chiama  “l’essenza dei «tre sguardi» del Signore su Pietro: «Il primo, lo sguardo della scelta, con l’entusiasmo di seguire Gesù; il secondo, lo sguardo del pentimento nel momento di quel peccato tanto grave di avere rinnegato Gesù; il terzo sguardo è lo sguardo della missione: “Pasci i miei agnelli, pascola le mie pecore, pasci le mie pecore”».

Nei loro occhi  verginali si riflette le sguardo di Cristo: uno sguardo puro, uno sguardo che penetra ma non giudica, uno sguardo che vede oltre le apparenze, oltre i comportamenti, oltre gli atteggiamenti e va dritto al cuore della persona, nel senso che riesce a vederne la bellezza originaria, riesce e vedere ciò che la costituisce. Gesù riesce a leggere nelle persone la nostalgia per il bene e per il bello, riesce a superare la coltre nera del peccato che avvolge l’interlocutore e vede la bellezza della creatura, del vertice della creazione, di colui che è fatto ad immagine a somiglianza di Dio, dell’Amore. Mons. Follo

 

 

 

 

Il Papa dice sì ai pellegrinaggi a Medjugorje

 

La svolta del Vaticano. Non è ancora un riconoscimento dell'autenticità dei miracoli delle apparizioni. Ma dei "frutti di grazia" scaturiti dalla gran folla di fedeli al santuario

 

CITTA' DEL VATICANO - I pellegrinaggi al santuario mariano di Medjugorje in Bosnia possono riprendere, ma ciò non vuol dire che da parte della Chiesa si sia autenticato l'evento miracoloso che pure attira tanti fedeli. E' quanto ha disposto Papa Francesco, come annunciato congiuntamente da monsignor Henryk Hoser visitatore apostolico a carattere speciale per la parrocchia di Medjugorje e dalla nunziatura apostolica di Sarajevo.

 

Il portavoce vaticano Alessandro Gisotti spiega che "il Santo Padre ha disposto che sia possibile organizzare i pellegrinaggi a Medjugorje.Ciò sempre avendo cura di evitare che questi pellegrinaggi siano interpretati come una autenticazione dei noti avvenimenti, che richiedono ancora un esame da parte della Chiesa".

 

Dunque, si sottolinea, "va evitato che tali pellegrinaggi creino confusione o ambiguità sotto l'aspetto dottrinale. Ciò riguarda anche i Pastori di ogni ordine e grado che intendono recarsi a Medjugorje e lì celebrare o concelebrare anche in modo solenne"

 

"Considerati il notevole flusso di persone che si recano a Medjugorje e gli abbondanti frutti di grazia che ne sono scaturiti", questa disposizione di Papa Francesco, "rientra nella peculiare attenzione pastorale che il Santo Padre ha inteso dare a quella realtà, rivolta a favorire e promuovere i frutti di bene", afferma ancora il portavoce del Vaticano.

In tal modo, "il visitatore apostolico avrà maggiore facilità a stabilire, d'intesa con gli ordinari dei luoghi, rapporti con i sacerdoti incaricati di organizzare pellegrinaggi a Medjugorje, come persone sicure e ben preparate, offrendo loro informazioni e indicazioni per poter condurre fruttuosamente tali pellegrinaggi".

 

Da più parti in Vaticano hanno provato a stoppare il pronunciamento papale, ma Francesco si è fidato della relazione fatta dalla Commissione guidata da Camillo Ruini che aveva sostanzialmente espresso parere positivo almeno sulle prime apparizioni. Contro le apparizioni, soltanto pochi mesi fa, si era espresso il vescovo di Mostar che aveva detto: “Sono opera di Satana”. Francesco, tuttavia, che non ama particolarmente i veggenti e soprattutto i veggenti di Medjugorje quando convocano i fedeli a degli appuntamenti con tanto di apparizioni, ha voluto riconoscere che "ci sono frutti buoni" concedendo a preti e vescovi di organizzare quel pellegrinaggio finora vietato.

 

Dopo anni di titubanza è la prima grande apertura verso un santuario che è diventato anche un luogo di grande business: si parla di un giro d'affari di undici miliardi di euro che secondo uno studio della facoltà di Scienze sociali dell'Università di Erzegovina è per il 70 per cento in nero e quindi non assicura ritorni alle casse dello Stato. LR 12

 

 

 

 

l Papa ai giovani: incontriamoci ad Assisi per un nuovo patto sull’economia nel nome di san Francesco

 

L’evento «Economy of Francesco», dal 26 al 28 marzo 2020 - di Padre Enzo Fortunato

 

Il Papa invita giovani economisti e imprenditori di tutto il mondo a «un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda», dice nel messaggio per l’evento «Economy of Francesco», ad Assisi dal 26 al 28 marzo 2020, che «ci conduca a fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani».

Incontriamoci ad Assisi per costruire un modello economico nuovo, sostenibile e giusto nel nome di san Francesco. È questo il “patto” che Papa Bergoglio vuole sottoscrivere con i giovani di tutto il mondo, credenti e non credenti dinanzi alla gravità dei problemi che affliggono il pianeta.

«Un incontro destinato a dare il via ad una nuova economia nel nome di san Francesco», queste le prime parole del nostro custode padre Mauro Gambetti che con la comunità francescana del Sacro Convento ha accolto con gioia e trepidazione l’annuncio del Papa argentino inviato al nostro Vescovo Domenico Sorrentino.

I quattro verbi che il successore di Pietro ci consegna ‘Ri-animare’,Rivedere’, ‘Rispondere’ e ‘Riparare’ saranno fin d’ora la strada che percorreremo insieme a tutti coloro che sono chiamati a vivere l’«economia di Francesco». Siamo convinti che le giornate di marzo rappresenteranno un nuovo inizio per la società di domani.

Il Papa ci chiama ad umanizzare l’economia e a far si che essa includa e non escluda, che dia vita e non uccida l’uomo. Questo è stato il sogno del Santo di Assisi, il sogno di una nuova fraternità che corregga i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto per l’ambiente e l’equità sociale. Recandosi nella città del Poverello, per la quarta volta, il Papa ci invita a prendere coscienza che San Francesco rappresenta la risposta e la soluzione ai problemi economici che non rispettano la dignità degli esseri umani.

Hanno ragione gli studiosi Stefano Zamagni e Luigino Bruni affermando che nel 1789, i rivoluzionari francesi avevano scritto sulla loro bandiera liberté, égalité e fraternité, indicando che libertà e uguaglianza non possono stare assieme senza il principio di fraternità. Senza fraternità libertà e eguaglianza sono in rotta di collisione. Né il neoliberismo né il neostatalismo sono la soluzione ai nostri problemi. Oggi occorre trovare declinazioni concrete per tradurre nella pratica economica e sociale il principio di fraternità. CdS 11

 

 

 

 

 

Pedofilia, il Motu proprio di Papa Francesco: obbligo di segnalare abusi

 

Nel documento del Pontefice una svolta importante: nuove norme e procedure vincolanti per tutta la Chiesa nei casi di violenze, in particolare quelle sui minori. Ogni diocesi dovrà aprire uno sportello - di Gian Guido Vecchi

 

Nuove norme e procedure vincolanti per tutta la Chiesa: tra l’altro, c’è l’obbligo di aprire sportelli pubblici per raccogliere le denunce di abusi sessuali in ogni diocesi del mondo, entro giugno 2020, e l’obbligo per preti, religiosi e religiose di «segnalare tempestivamente» ogni crimine alle autorità ecclesiastiche. Ma non si tratta solo di questo. Segna una svolta importante, il Motu proprio Vos estis lux mundi, «Voi siete la luce del mondo», firmato da Papa Francesco contro i crimini pedofili e gli abusi sessuali - compresi quelli contro le donne, a cominciare dalle religiose - commessi dai preti e contro i relativi insabbiamenti, azioni ed omissioni dei vescovi e dei superiori religiosi «dirette a interferire o eludere» le indagini: «Anche se tanto già è stato fatto, dobbiamo continuare ad imparare dalle amare lezioni del passato, per guardare con speranza verso il futuro».

Protezione dei minori

Il testo è la conseguenza dell’incontro planetario sulla protezione dei minori che si è riunito in Vaticano nel febbraio 2019. E la prima conseguenza è che vescovi e superiori religiosi debbano rendere conto conto del loro operato più di quanto non sia accaduto finora: e senza farsi scudo, com’è accaduto spesso, del Vaticano. Questo era un problema che padre Hans Zollner, gesuita tedesco, presidente del Centro di protezione dei minori dell’Università Gregoriana e membro del comitato organizzatore, aveva spiegato con chiarezza alla vigilia dell’incontro: «Oggi un vescovo rende conto direttamente al Papa e soltanto al Papa. Questo significa che il Papa dovrebbe supervisionare e controllare 5.100 vescovi, il che di fatto non è possibile».

Il metropolita

Una delle novità più importanti del testo è il ruolo rafforzato dell’arcivescovo metropolita, ovvero l’arcivescovo che presiede una provincia ecclesiastica che comprende più diocesi e vescovi, insomma le grandi arcidiocesi come Milano: sarà il metropolita a ricevere dalla Santa Sede il mandato per investigare nel caso la denuncia riguardi un vescovo. In generale, scrive Francesco, la responsabilità di affrontare gli abusi «ricade, anzitutto, sui successori degli apostoli, preposti da Dio alla guida pastorale del Suo Popolo, ed esige da loro l’impegno nel seguire da vicino le tracce del Divino Maestro». Il tono del pontefice è solenne: «I crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli. Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa, così che la santità personale e l’impegno morale possano concorrere a promuovere la piena credibilità dell’annuncio evangelico e l’efficacia della missione della Chiesa».

Sportello per le denunce

Tutte le diocesi del mondo, «entro un anno dall’entrata in vigore delle presenti norme» hanno l’obbligo di dotarsi «di uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni, anche attraverso l’istituzione di un apposito ufficio ecclesiastico». Il senso degli sportelli è che le vittime di abusi possano rivolgersi alla chiesa locale con la garanzia pubblica che le loro segnalazioni saranno controllate senza insabbiamenti o ritorsioni di sorta. Esperienze simili esistono già. Da anni, in Italia, uno sportello per le denunce è aperto ad esempio nella diocesi di Bolzano.

Obbligo di segnalazione

È un obbligo giuridico, non più riferito alla coscienza individuale delle persone: tutti i preti, i religiosi e le religiose dovranno «segnalare tempestivamente» ogni notizia di abusi della quale siano venuti a conoscenza ed eventuali omissioni o coperture: «La segnalazione contiene gli elementi più circostanziati possibili, come indicazioni di tempo e di luogo dei fatti, delle persone coinvolte o informate, nonché ogni altra circostanza che possa essere utile al fine di assicurare un’accurata valutazione dei fatti».

Non solo abusi pedofili

Il testo non riguarda solo gli abusi su minori o «persone vulnerabili» ma anche le violenze sessuali e le molestie che derivano dall’abuso di autorità: i casi di violenza di preti e vescovi sulle suore, ad esempio, oppure le molestie ai seminaristi, anche se maggiorenni.

Insabbiamenti

Il testo definisce le coperture come categoria specifica di crimine sul quale si applicano le norme: «Azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso in merito ai delitti». Riguarda coloro che hanno autorità, come i vescovi o i superiori, e proteggono il presunto colpevole anziché tutelare le vittime.

Persone vulnerabili

La categoria di «persona vulnerabile» viene ampliata: oltre a chi non ha «l’uso abituale» della ragione, comprende i casi occasionali e transitori di incapacità di intendere e di volere, ad esempio l’effetto degli alcolici, e le disabilità fisiche.

Rispetto delle leggi degli Stati

L’obbligo di segnalazione dei crimini alle autorità ecclesiastiche si aggiunge e non cambia gli obblighi previsti dalle leggi dello Stato: nei paesi dove c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili, non cambia nulla. Resta, peraltro, il problema dei Paesi come l’Italia dove un tale obbligo non esiste: la Cei ne discuterà nella prossima assemblea generale.

Tutela di chi denuncia e delle vittime

Chi denuncia non può essere sottoposto a «pregiudizi, ritorsioni o discriminazioni». Né si può, com’è accaduto in passato, imporre il silenzio alle vittime: le norme universali prevedono che «non può essere» loro «imposto alcun vincolo di silenzio riguardo al contenuto». Resta, com’è ovvio, il segreto confessionale. Le vittime devono essere trattate con «dignità e rispetto» e hanno diritto ad «accoglienza, ascolto e accompagnamento, anche tramite specifici servizi».

Ruolo dei laici, Il Motu proprio prevede che il metropolita, durante le indagini, possa avvalersi dell’aiuto di «persone qualificate», secondo «la necessità del caso e, in particolare, tenendo conto della cooperazione che può essere offerta dai laici». CdS 9

 

 

 

 

Motu proprio del Papa contro gli abusi sessuali commessi dai preti: "Affinché non avvengano più!"

 

Una svolta che per la prima volta inserisce l’obbligo per chierici e religiosi di segnalare gli abusi alle autorità religiose - di PAOLO RODARI

 

CITTÀ DEL VATICANO. Due mesi dopo il summit sugli abusi sessuali commessi dai preti, che in Vaticano ha radunato i capi delle conferenze episcopali del mondo, Francesco pubblica nuove norme per tutta la Chiesa contro chi abusa o copre. Una svolta che per la prima volta inserisce l’obbligo per chierici e religiosi di segnalare gli abusi alle autorità religiose, l’indicazione affinché ogni diocesi del mondo si doti di un sistema facilmente accessibile al pubblico per ricevere le segnalazioni, la disciplina affinché anche l’operato dei vescovi – in passato alcuni di loro hanno “insabbiato” i casi – venga messo sotto osservazione.

 

Le nuove procedure sono contenute in Motu proprio papale. Si chiama “Vos estis lux mundi”, ed è stato pensato per far sì che tutte le molestie e le violenze del clero siano segnalate internamente e, insieme, assicurare che vescovi e superiori religiosi rendano conto del loro operato.

 

Spiega il prefetto della Congregazione dei vescovi, il cardinale Marc Ouellet, che con la pubblicazione del Motu proprio i vescovi non si dovranno sentire sotto osservazione o sospettati: “Innanzitutto va - dice -  ricordato che con questo documento non stiamo chiedendo di più rispetto a ciò che già da anni è stato chiesto ai nostri sacerdoti e questo fatto tocca un tema che sta molto a cuore al Papa: non solo non ci deve essere il clericalismo, ma nemmeno un ‘elitismo’ tra di noi. Abbiamo detto per anni che i sacerdoti devono adeguarsi a certe regole strette e perché i vescovi e altri nella gerarchia ecclesiastica non dovrebbero farlo? Si tratta non solo di una legge, ma di una profonda responsabilità. Noi sappiamo che grazie a Dio la quasi totalità dei vescovi, come i sacerdoti e i religiosi, sono uomini che cercano di seguire l’esempio di Gesù Cristo nella vita di ogni giorno, testimoniando il suo Vangelo. Ma dove c’è una difficoltà, dobbiamo affrontarla, specialmente se coinvolge un vescovo. I successori degli apostoli come pure i superiori religiosi hanno una responsabilità particolare nel custodire il gregge che è stato loro affidato e se qualcuno non agisce secondo verità e giustizia mettendo al primo posto la salvaguardia dei minori e della loro fede, ne deve rendere conto”.

 

Vos estis lux mundi, Voi siete la luce del mondo... Nostro Signore Gesù Cristo chiama ogni fedele ad essere esempio luminoso di virtù, integrità e santità”. Prese dal Vangelo di Matteo sono il titolo e le prime parole del nuovo Motu proprio che, come scrive su l’Osservatore Romano il direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione, Andrea Tornielli, vuole contrastare le azioni “dirette a interferire o eludere le indagini sugli abusi”. “Il Papa ricorda che i “crimini di abuso sessuale offendono Nostro Signore, causano danni fisici, psicologici e spirituali alle vittime e ledono la comunità dei fedeli’, e menziona la particolare responsabilità che hanno i successori degli apostoli nel prevenire questi reati. Il documento rappresenta un ulteriore frutto dell’incontro sulla protezione dei minori tenutosi in Vaticano nel febbraio 2019. Stabilisce nuove norme procedurali per combattere gli abusi sessuali e assicurare che vescovi e superiori religiosi rendano conto del loro operato. È una normativa universale, che si applica all’intera Chiesa cattolica”.

 

Uno “sportello” per le denunce in ogni diocesi

Tra le novità previste c’è l’obbligo, per tutte le diocesi del mondo di dotarsi entro giugno 2020 di “uno o più sistemi stabili e facilmente accessibili al pubblico per presentare segnalazioni” riguardanti gli abusi sessuali commessi da chierici e religiosi, l’uso di materiale pedopornografico e la copertura degli stessi abusi. La normativa non specifica in che cosa consistano questi “sistemi”, per lasciare alle diocesi la scelta operativa, che potrà essere diversa a seconda delle diverse culture e condizioni locali. Ciò che si vuole è che le persone che hanno sofferto abusi possano ricorrere alla Chiesa locale sicure di essere ben accolte, certe che saranno protette da ritorsioni e che le loro segnalazioni saranno trattate con la massima serietà”.

 

L’obbligo di segnalazione

Un’altra novità riguarda l’obbligo per tutti i chierici, i religiosi e le religiose di “segnalare tempestivamente” all’autorità ecclesiastica tutte le notizie di abusi di cui vengano a conoscenza come pure le eventuali omissioni e coperture nella gestione dei casi di abusi. Se fino ad oggi quest’obbligo riguardava, in un certo senso, soltanto la coscienza individuale, d’ora in poi diviene un precetto legale stabilito universalmente. L’obbligo in quanto tale viene sancito soltanto per i chierici e i religiosi, ma anche tutti i laici possono, e sono incoraggiati a utilizzare il sistema per segnalare abusi e molestie alla competente autorità ecclesiastica.

 

Non solo abusi su minori

Il documento comprende non soltanto le molestie e le violenze sui minori e degli adulti vulnerabili ma riguarda anche la violenza sessuale e le molestie conseguenti all’abuso di autorità. Questo obbligo include anche qualsiasi caso di violenza sulle religiose da parte di chierici, come pure il caso delle molestie a seminaristi o novizi maggiorenni.

 

Le “coperture”

Tra gli elementi di maggiore rilievo c’è poi l’individuazione, come categoria specifica, della cosiddetta condotta di copertura, consistente “in azioni od omissioni dirette a interferire o ad eludere le indagini civili o le indagini canoniche, amministrative o penali, nei confronti di un chierico o di un religioso in merito ai delitti” di abuso sessuale. Si tratta di coloro che, investiti di posizioni di particolare responsabilità nella Chiesa, invece di perseguire gli abusi commessi da altri, li hanno nascosti, proteggendo il presunto reo invece di tutelare le vittime.

 

La tutela delle persone vulnerabili

Vos estis lux mundi pone l’accento sull’importanza di tutelare i minori (persone con meno di 18 anni) e le persone vulnerabili. Viene infatti ampliata la nozione di “persona vulnerabile”, non più ristretta alle sole persone che non hanno “l’uso abituale” della ragione, fino a comprendere anche i casi occasionali e transitori di incapacità di intendere e di volere, nonché le disabilità di ordine fisico.

 

Il rispetto delle leggi degli Stati

L’obbligo di segnalazione all’ordinario del luogo o al superiore religioso, non interferisce né modifica qualsiasi altro obbligo di denuncia eventualmente esistente nelle leggi dei rispettivi Paesi: le norme infatti “si applicano senza pregiudizio dei diritti e degli obblighi stabiliti in ogni luogo dalle leggi statali, particolarmente quelli riguardanti obblighi di segnalazione alle autorità civili competenti”.

 

Tutela di chi denuncia e per le vittime

Alcuni paragrafi sono dedicati a tutelare chi si fa avanti per fare la segnalazione. Coloro che riferiscono notizie di abusi, secondo quanto previsto dal Motu proprio, non possono infatti essere sottoposti a “pregiudizi, ritorsioni o discriminazioni” a motivo di quanto hanno segnalato. Un’attenzione anche al problema delle vittime che in passato sono state ridotte al silenzio: queste norme universali prevedono che “non può essere” loro “imposto alcun vincolo di silenzio riguardo al contenuto” della segnalazione. Ovviamente il segreto confessionale rimane assoluto e inviolabile e dunque non viene in alcun modo toccato da questa normativa. Vos estis lux mundi stabilisce inoltre che le vittime e le loro famiglie devono essere trattate con dignità e rispetto e devono ricevere un’appropriata assistenza spirituale, medica e psicologica.

 

Le indagini a carico dei vescovi

Il Motu proprio disciplina le indagini a carico dei vescovi, dei cardinali, dei superiori religiosi e di quanti abbiano a vario titolo e anche solo temporaneamente, la guida di una diocesi o di un’altra Chiesa particolare. Questa disciplina sarà da osservare non solo se queste persone sono indagate per abusi sessuali compiuti direttamente, ma anche quando vengono denunciati di avere “coperto” o di non avere voluto perseguire abusi di cui sono venuti a conoscenza, e che spettava loro contrastare.

 

Il ruolo del metropolita

C’è poi una norma riguardante il coinvolgimento nell’investigazione previa dell’arcivescovo metropolita, che riceve dalla Santa Sede il mandato per investigare nel caso che la persona denunciata sia un vescovo. Il suo ruolo, tradizionale nella Chiesa, ne esce rafforzato e attesta la volontà di valorizzare le risorse locali anche per le questioni riguardanti le indagini sui vescovi. Colui che è incaricato di investigare dopo trenta giorni trasmette alla Santa Sede “un’informativa sullo stato delle indagini”, che “devono essere concluse entro il termine di novanta giorni” (sono possibili proroghe per “giusti motivi”). Ciò stabilisce tempi certi e per la prima volta viene richiesto che i Dicasteri interessati agiscano con tempestività.

 

Coinvolgimento dei laici

Citando l’articolo del Codice canonico che sottolinea il prezioso contributo dei laici, le norme del Motu proprio prevedono che il metropolita, nel condurre le indagini, possa avvalersi dell’aiuto di “persone qualificate”, secondo “la necessità del caso e, in particolare, tenendo conto della cooperazione che può essere offerta dai laici”. Il Papa ha affermato più volte che le specializzazioni e le capacità professionali dei laici rappresentano una risorsa importante per la Chiesa. Le norme prevedono ora che le conferenze episcopali e le diocesi possano preparare liste di persone qualificate disponibili a collaborare, ma la responsabilità ultima sulle indagini rimane affidata al metropolita.

 

Presunzione di innocenza

Viene ribadito il principio della presunzione di innocenza della persona indagata, che sarà avvisata dell’esistenza dell’investigazione stessa quando ciò sia richiesto dal Dicastero competente. L’accusa deve infatti essere notificata obbligatoriamente solo in presenza dell’apertura di un procedimento formale e, se ritenuto opportuno per assicurare l’integrità dell’indagine o delle prove, può essere omessa nella fase preliminare.

 

Conclusione dell’indagine

Il Motu proprio non apporta modifiche alle pene previste per i delitti ma stabilisce la procedura per fare la segnalazione e svolgere l’indagine previa. A conclusione dell’indagine il metropolita (o in determinati casi il vescovo della diocesi suffraganea con maggiore anzianità di nomina) inoltra le risultanze al Dicastero vaticano competente e cessa così il suo compito. Il Dicastero competente procede quindi “a norma del diritto secondo quanto previsto per il caso specifico”, agendo dunque sulla base delle norme canoniche già esistenti. Sulla base delle risultanze dell’investigazione previa, la Santa Sede può immediatamente imporre delle misure preventive e restrittive alla persona indagata.

 

Impegno concreto

Con questo nuovo strumento giuridico voluto da Francesco, la Chiesa cattolica compie un nuovo e incisivo passo nella prevenzione e contrasto degli abusi che mette l’enfasi sulle azioni concrete. Come scrive il Papa all’inizio del documento: “Affinché tali fenomeni, in tutte le loro forme, non avvengano più, serve una conversione continua e profonda dei cuori, attestata da azioni concrete ed efficaci che coinvolgano tutti nella Chiesa”. Lr 9

 

 

 

 

 

Il terribile incendio di Notre Dame

 

Ha sconvolto i Francesi e gli abitanti di tutto il mondo. In arrivo ingenti offerte di denaro. Ma non sempre tanta solidarietà per altre catastrofi

 

   L’incendio della cattedrale di Parigi, avvenuto nei giorni della Settimana Santa, ha suscitato tanto dolore da spingere privati e Stati a fare abbondanti donazione onde permetterne subito la ricostruzione.

   Siamo tutti convinti che la capitale francese sarebbe più povera, senza quella chiesa gotica, la più bella della città e soprattutto un “patrimonio dell'umanità”, la costruzione più famosa del mondo ed il monumento più visitato d'Europa.

    Terminata nel 1344, ha una pianta a croce latina e due torri campanarie sulle quali si saliva per ammirare la città. Quella arsa dalle fiamme era alta ben 45 metri ed era stata eretta nel 1860. L’anno scorso la locale Chiesa aveva invitato i cattolici a dare denaro per poter eseguire i necessari restauri della struttura che presentava seri problemi, dovuti ai secoli trascorsi dalla fabbricazione e, soprattutto, a fattori climatici. Sono gli stessi che hanno provocato danni nel Nord-Est d’Italia dove neve, crollo delle temperature, piogge torrenziali e venti hanno causato danni per oltre un milione di euro. O come il ciclone in Mozambico che, nella sola Beira, seconda città del Paese, ha distrutto il 90% di case, scuole e ospedali.

  A tali distruzioni nel mondo si aggiungono quelle dovute a terremoti che, in molti Stati, hanno annientato chiese, palazzi e monumenti. Altri sono dovuti alla deforestazione, produzione di sostanze chimiche ed energia nucleare, all’estrazione petrolifera e a test militari. Altre ancora, purtroppo, provocate dall’insipienza degli uomini e anche da violenze effettuate da Musulmani. Che hanno ritenuto l’incendio di Notre Dame una “vendetta di Allah”

  In Francia, soltanto nel 2018, ci sono stati molti incendi che hanno semidistrutto diverse chiese, più di mille è affermato dal Gatestone Institute, 47 solo a febbraio di quest’anno. Tra questi, l’incendio che, il 17 marzo, ha danneggiato la chiesa barocca di St. Sulpice, la seconda chiesa di Parigi per grandezza e sede della Compagnia di San Sulpizio.

  Le fiamme della cattedrale di Notre Dame, in tarda serata già quasi spente, non avevano distrutto l’impianto della cattedrale né, per fortuna, le reliquie preziose tra le quali la corona di spine di Cristo, né la facciata, le due torri, il rosone della facciata sud e le dodici statue monumentali che ornavano il tetto, che invece per due terzi è crollato. Tanto da far dire al presidente Macron che “Il peggio è stato evitato, ricostruiremo”. Per i restauri non mancheranno i fondi. In effetti, le grandi industrie francesi e mondiali, tanti donatori privati e stranieri hanno già inviato un miliardo di euro, il che sta a testimoniare l'attaccamento del mondo a quel simbolo di cultura e religione.

  Da qualcuno però ciò è stato visto come uno “schiaffo alla miseria”, alla povertà, ai bisognosi. Tra questi, anche i cittadini colpiti dal sisma delle Marche e da altri guai e distruzioni avvenuti in Italia e nel mondo, i quali, benché impoveriti dalle distruzioni e perdite subite, devono spesso pagare gli avvocati per ottenere i fondi raccolti a loro favore. O vivere accampati sotto tende o, peggio, su strade o campi. Perché non sempre arriva subito l’aiuto internazionale. Come è avvenuto nel Bangladesh, frequentemente colpito da alluvioni, cicloni o siccità. Non cambia la situazione in altre parti del mondo: l’Africa ribadisce il suo primato tra i Paesi più poveri del mondo; in Asia gli affamati sono  oltre 500 milioni. Gente a cui sarebbe meglio inviare una parte dei soldi dati per ripristinare Notre Dame.

   L’incendio di Notre Dame colpisce in quanto quella cattedrale è uno dei simboli della nostra civiltà ed identità di Europei. Ma dimenticare chi muore di fame o non ha una casa è solo un esempio di “due pesi e due misure”, reazioni diverse a disgrazie diverse. Non è giusto chiudere gli occhi di fronte alle tragedie di Paesi abbandonati. Egidio Todeschini, de.it.press

  

  

 

 

Papa all’incontro di preghiera con il popolo rom: «Soffro per voi»

 

Il Pontefice si riferiva agli episodi dei giorni scorsi a Casal Bruciato a Roma, dove CasaPound ha manifestato contro l’assegnazione di una casa del Comune a un nucleo familiare di nomadi di 14 persone. Conte: «La legge va applicata». Salvini: chiudere tutti i campi

«Quando leggo sui giornali qualcosa brutta vi dico la verità: soffro. Oggi ho letto qualcosa brutta e soffro perché questa non è civiltà, non è civiltà». Così il Papa, in trasparente riferimento alla famiglia rom assegnataria di una casa popolare a Casal Bruciato e minacciata da militanti di estrema destra, in un incontro con rom e sinti in Vaticano. «L’amore è la civiltà, sì avanti con l’amore», ha aggiunto.

L’incontro con 500 tra rom e sinti

Il Pontefice, entrato nella Sala Regia, è stato accolto dagli applausi dei presenti (circa 500 tra rom e sinti, insieme agli operatori pastorali). L’incontro è promosso dalla fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei.

Salvini: «Chiudere tutti i campi»

«Mi fa piacere che il Papa abbia incontrato i bambini rom e sinti in Vaticano: proprio per tutelarli, il mio obiettivo è chiudere tutti i campi, identificando prima chi ci vive, assicurandomi che i bimbi vadano a scuola e che non siano educati al furto o che non siano costretti a vivere in situazioni di degrado, sporcizia, violenza o illegalità». Ha commentato il ministro dell’Interno Matteo Salvini. Oggi, nei campi spontanei o autorizzati vivono meno di 30mila persone. Anche il premier Giuseppe Conte, a margine del vertice Ue a Sibiu, in Romania, ha parlato delle proteste di Casal Bruciato. «Per quanto mi riguarda la legge va applicata».

«Pregheremo insieme»

«Giovedì pomeriggio pregheremo insieme al Papa, per me siamo tutti uguali». Ha detto Imer Omerovic, il capofamiglia rom, dalla sua casa al secondo piano di una palazzina popolare di via Satta, a Casal Bruciato. «Mercoledì è venuto il vescovo ausiliare e anche per questo ringraziamo Papa Francesco», ha affermato l’uomo che ha aggiunto: «Mia figlia di 3 anni sono 4 giorni che non dorme». «L’altro giorno hanno insultato e minacciato mia moglie, ma oggi per fortuna sono andato al bar e nessuno mi ha aggredito», ha aggiunto l’uomo. Accanto a lui ci sono la moglie e alcuni dei figli. I materassi sono sul pavimento e i mobili ancora non ci sono, ma «già domani spero di portare le prime cose nella mia nuova casa». 

CdS 9

 

 

 

“Rispettarci in ciò che ci separa e incoraggiarci a guardare il futuro come spazio di opportunità e di dignità

 

Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Bulgaria e nella Macedonia del Nord – Incontro per Pace alla presenza degli Esponenti delle varie Confessioni Religiose in Bulgaria, nella Piazza Nezavisimost di Sofia. Saluto del Santo Padre

 

Cari fratelli e sorelle, abbiamo pregato per la pace con parole ispirate a San Francesco di Assisi, grande innamorato di Dio Creatore e Padre di tutti. Amore che egli ha testimoniato con la stessa passione e sincero rispetto verso il creato ed ogni persona che incontrava sul suo cammino. Amore che ha trasformato il suo sguardo dandogli la consapevolezza che in ognuno esiste «uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 6). Amore che lo portò ad essere un autentico costruttore di pace.

Anche ciascuno di noi, sulle sue orme, è chiamato a diventare un costruttore, un “artigiano” di pace. Pace che dobbiamo implorare e per la quale dobbiamo lavorare, dono e compito, regalo e sforzo costante e quotidiano per costruire una cultura in cui anche la pace sia un diritto fondamentale. Pace attiva e “fortificata” contro tutte le forme di egoismo e di indifferenza che ci fanno anteporre gli interessi meschini di alcuni alla dignità inviolabile di ogni persona. La pace esige e chiede che facciamo del dialogo una via, della collaborazione comune la nostra condotta, della conoscenza reciproca il metodo e il criterio (cfr Documento della fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019) per incontrarci in ciò che ci unisce, rispettarci in ciò che ci separa e incoraggiarci a guardare il futuro come spazio di opportunità e di dignità, specialmente per le generazioni che verranno.

Noi questa sera siamo qui a pregare davanti a queste fiaccole portate dai nostri bambini. Esse simboleggiano il fuoco dell’amore che è acceso in noi e che deve diventare un faro di misericordia, di amore e di pace negli ambienti in cui viviamo. Un faro che vorremmo illuminasse il mondo intero. Con il fuoco dell’amore noi vogliamo sciogliere il gelo delle guerre. Stiamo vivendo questo evento per la pace sulle rovine dell’antica Serdika, a Sofia, cuore della Bulgaria. Noi possiamo vedere da qui i luoghi di culto di diverse Chiese e Confessioni religiose: Santa Nedelia dei nostri fratelli ortodossi, San Giuseppe di noi cattolici, la sinagoga dei nostri fratelli maggiori gli ebrei, la moschea dei nostri fratelli musulmani e, vicino, la chiesa degli armeni. In questo luogo, per secoli, convergevano i Bulgari di Sofia appartenenti a vari gruppi culturali e religiosi, per incontrarsi e discutere. Possa questo luogo simbolico rappresentare una testimonianza di pace. In questo momento, le nostre voci si fondono e all’unisono esprimono l’ardente desiderio della pace: la pace si diffonda in tutta la terra!

Nelle nostre famiglie, in ognuno di noi, e specialmente in quei luoghi dove tante voci sono state fatte tacere dalla guerra, soffocate dall’indifferenza e ignorate per la complicità schiacciante di gruppi di interesse. Tutti cooperino alla realizzazione di questa aspirazione: gli esponenti delle religioni, della politica, della cultura. Ciascuno là dove si trova, svolgendo il compito che gli spetta può dire: “Fa’ di me uno strumento della tua pace”. È l’auspicio che si realizzi il sogno del Papa San Giovanni XXIII, di una terra dove la pace sia di casa. Seguiamo il suo desiderio e con la nostra vita diciamo: Pacem in terris! Pace sulla terra a tutti gli uomini amati dal Signore. Francesco

 

 

 

 

“Dare speranza a un mondo stanco, insieme agli altri, cristiani e musulmani

 

Incontro Ecumenico e Interreligioso del Papa con i Giovani nel Centro Pastorale di Skopje il 7 maggio. Il discorso del Santo Padre

 

Cari amici, è sempre motivo di gioia e di speranza poter avere questi incontri. Grazie di averlo reso possibile e di regalarmi questa opportunità. Grazie di cuore per la vostra danza, tanto bella, e le vostre domande. Io conoscevo le domande: le avevo ricevute e le conoscevo, e ho preparato alcuni punti per riflettere con voi su queste domande.

Comincio dall’ultima (come diceva il Signore, gli ultimi saranno i primi). Liridona, dopo aver condiviso con noi le tue aspirazioni, mi chiedevi: «Sogno troppo?». Una domanda molto bella, a cui mi piacerebbe poter rispondere insieme. Per voi, Liridona sogna troppo?

Vorrei dirvi: sognare non è mai troppo. Uno dei principali problemi di oggi e di tanti giovani è che hanno perso la capacità di sognare. Né molto né poco, non sognano. E quando una persona non sogna, quando un giovane non sogna questo spazio viene occupato dal lamento e dalla rassegnazione o dalla tristezza. «Questi li lasciamo a quelli che seguono la “dea lamentela”! […] È un inganno: ti fa prendere la strada sbagliata. Quando tutto sembra fermo e stagnante, quando i problemi personali ci inquietano, i disagi sociali non trovano le dovute risposte, non è bene darsi per vinti» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 141). Per questo, cara Liridona, cari amici, mai e poi mai si sogna troppo. Provate a pensare ai vostri sogni più grandi, a quelli come il sogno di Liridona – ve lo ricordate? –: dare speranza a un mondo stanco, insieme agli altri, cristiani e musulmani. Senza dubbio è un sogno molto bello. Lei non ha pensato a cose piccole, a cose “rasoterra”, ma ha sognato alla grande. E voi giovani dovete sognare alla grande!

Qualche mese fa, con un amico, il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, avevamo anche noi un sogno molto simile al tuo che ci ha portato a volerci impegnare e a firmare insieme un documento che dice che la fede deve portare noi credenti a vedere negli altri dei fratelli che dobbiamo sostenere e amare senza lasciarci manipolare da interessi meschini (cfr Documento sulla fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019). Noi siamo grandi, non è un’età per sognare. Ma sognate, e sognate in grande!

E questo mi fa pensare a quello che ci diceva Bozanka: che a voi giovani piacciono le avventure. E sono contento che sia così, perché è il modo bello di essere giovani: vivere un’avventura, una buona avventura. Il giovane non ha paura di fare della sua vita una buona avventura. E vi chiedo: quale avventura richiede più coraggio di quel sogno che ci ha condiviso Liridona, dare speranza a un mondo stanco? Il mondo è stanco, è invecchiato; il mondo è diviso e sembra vantaggioso dividerlo e dividerci ancora di più. Ci sono tanti grandi che vogliono dividerci tra noi. State attenti! Come risuonano forti le parole del Signore: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9)! Quale maggior adrenalina che impegnarsi tutti i giorni, con dedizione, ad essere artigiani di sogni, artigiani di speranza? I sogni ci aiutano a mantenere viva la certezza di sapere che un altro mondo è possibile e che siamo chiamati a coinvolgerci in esso e a farne parte col nostro lavoro, col nostro impegno e la nostra azione.

In questo Paese c’è una bella tradizione, quella degli artigiani scalpellini, abili nel tagliare la pietra e lavorarla. Ecco, bisogna fare come quegli artisti e diventare bravi scalpellini dei propri sogni. Dobbiamo lavorare sui nostri sogni. Uno scalpellino prende la pietra nelle sue mani e lentamente comincia a darle forma e trasformarla, con applicazione e sforzo, e specialmente con una gran voglia di vedere come quella pietra, per la quale nessuno avrebbe dato nulla, diventa un’opera d’arte.

«I sogni più belli si conquistano con speranza, pazienza e impegno, rinunciando alla fretta – come quegli artisti –. Nello stesso tempo, non bisogna bloccarsi per insicurezza, non bisogna avere paura di rischiare e di commettere errori – no, non avere paura! –. Piuttosto dobbiamo avere paura di vivere paralizzati, come morti viventi, ridotti a soggetti che non vivono perché non vogliono rischiare – e un giovane che non rischia è un morto – perché non portano avanti i loro impegni o hanno paura di sbagliare. Anche se sbagli potrai sempre rialzare la testa e ricominciare, perché nessuno ha il diritto di rubarti la speranza» (Esort. ap. postsin. Christus vivit, 142). Non lasciatevi rubare la speranza!

Cari giovani, non abbiate paura di diventare artigiani di sogni e artigiani di speranza. D’accordo? [rispondono con un applauso]

«È vero che noi membri della Chiesa non dobbiamo essere tipi strani. Tutti devono poterci sentire fratelli e vicini, come gli Apostoli, che godevano “il favore di tutto il popolo” (At 2,47; cfr 4,21.33; 5,13). Allo stesso tempo, però, dobbiamo avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale» (ibid., 36).

Pensate a Madre Teresa: quando viveva qui non poteva immaginare come sarebbe stata la sua vita, ma non smise di sognare e di darsi da fare per cercare sempre di scoprire il volto del suo grande amore, che era Gesù, scoprirlo in tutti coloro che stavano al margine della strada. Lei ha sognato in grande e per questo ha anche amato in grande. Aveva i piedi ben piantati qui, nella sua terra, ma non stava con le mani in mano. Voleva essere “una matita nelle mani di Dio”. Ecco il suo sogno artigianale. L’ha offerto a Dio, ci ha creduto, ci ha sofferto, non ci ha mai rinunciato. E Dio ha cominciato a scrivere con quella matita pagine inedite e stupende. Una ragazza del vostro popolo, una donna del vostro popolo, sognando, ha scritto cose grandi. È Dio che le ha scritte, ma lei ha sognato e si è lasciata guidare da Dio.

Ciascuno di voi, come Madre Teresa, è chiamato a lavorare con le proprie mani, a prendere la vita sul serio, per fare di essa qualcosa di bello. Non permettiamo che ci rubino i sogni (cfr ibid., 17), no, state attenti! Non priviamoci della novità che il Signore ci vuole regalare. Troverete molti imprevisti, molti…, ma è importante che possiate affrontarli e cercare creativamente come trasformarli in opportunità. Ma mai da soli; nessuno può combattere da solo. Come ci hanno testimoniato Dragan e Marija: “la nostra comunione ci dà la forza per affrontare le sfide della società odierna”.

Riprendo quello che hanno detto Dragan e Marija: “La nostra comunione ci dà la forza per affrontare le sfide della società odierna”. Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato, non si può vivere la fede, i sogni senza comunità, solo nel proprio cuore o a casa, chiusi e isolati tra quattro mura, c’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti.

Com’è importante sognare insieme! Come fate oggi: qui, tutti uniti, senza barriere. Per favore, sognate insieme, non da soli; sognate con gli altri, mai contro gli altri! Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; insieme si costruiscono i sogni.

Pochi minuti fa abbiamo visto due bambini che giocavano qui. Volevano giocare, giocare insieme. Non sono andati a giocare sullo schermo del computer, volevano giocare sul concreto! Li abbiamo visti: erano felici, contenti. Perché sognavano di giocare insieme, l’uno con l’altro. L’avete visto? Ma a un certo punto, uno si è accordo che era più forte dell’altro, e invece di sognare con l’altro, ha incominciato a sognare contro l’altro, e ha cercato di vincerlo. E quella gioia si è trasformata nel pianto di quel poverino che è finito per terra. Avete visto come si può passare dal sognare con l’altro a sognare contro l’altro. Mai dominare l’altro! Fare comunità con l’altro: questa è la gioia di andare avanti. È molto importante.

Dragan e Marija ci hanno detto come questo risulta difficile quando tutto sembra isolarci e privarci dell’opportunità di incontrarci – di questo “sognare con l’altro” –. Negli anni che ho (e non sono pochi), sapete qual è la miglior lezione che ho visto e conosciuto in tutta la mia vita? Il “faccia a faccia”. Siamo entrati nell’era delle connessioni, ma sappiamo poco di comunicazioni. Troppi contatti, ma si comunica poco. Molto connessi e poco coinvolti gli uni con gli altri. Perché coinvolgersi chiede la vita, esige di esserci e condividere momenti belli… e altri meno belli. Al Sinodo dedicato ai giovani lo scorso anno, abbiamo potuto vivere l’esperienza di incontrarci faccia a faccia, giovani e meno giovani, e ascoltarci, sognare insieme, guardare avanti con speranza e gratitudine. Quello è stato il miglior antidoto contro lo scoraggiamento, contro la manipolazione, contro la cultura dell’effimero, dei troppi contatti senza comunicazione, contro la cultura dei falsi profeti che annunciano solo sventure e distruzione. L’antidoto è ascoltare e ascoltarci. E adesso, permettetemi di dirvi qualcosa che sento proprio nel cuore: concedetevi l’opportunità di condividere e godervi un buon “faccia a faccia” con tutti, ma soprattutto con i vostri nonni, con gli anziani della vostra comunità. Qualcuno forse me lo ha già sentito dire, ma penso che è un antidoto contro tutti quelli che vogliono rinchiudervi nel presente affogandovi e soffocandovi con pressioni ed esigenze di una presunta felicità, dove sembra che il mondo finisca e bisogna fare e vivere tutto subito. Ciò genera con il tempo molta ansia, insoddisfazione, rassegnazione. Per un cuore malato di rassegnazione, non c’è rimedio migliore che ascoltare le esperienze degli anziani.

Amici, prendete tempo con i vostri vecchi, con i vostri anziani, ascoltate i loro lunghi racconti, che a volte sembrano fantasiosi, ma, in realtà, sono pieni di un’esperienza preziosa, pieni di simboli eloquenti e di saggezza nascosta da scoprire e valorizzare. Sono racconti che richiedono tempo (cfr Esort. ap. postsin. Christus vivit, 195). Non dimentichiamo un detto: un nano può vedere più lontano stando sulle spalle di un gigante. In questo modo acquisterete una visione finora mai raggiunta. Entrate nella saggezza del vostro popolo, della vostra gente, entrate senza vergogna né complessi, e troverete una sorgente di creatività insospettata che riempirà tutto, vi permetterà di vedere strade dove gli altri vedono muri, possibilità dove altri vedono pericolo, risurrezione dove tanti annunciano solo morte.

Per questo, cari giovani, vi dico di parlare con i vostri nonni e con i vostri vecchi. Loro sono le radici, le radici della vostra storia, le radici del vostro popolo, le radici delle vostre famiglie. Voi dovete aggrapparvi alle radici per prendere il succo che farà crescere l’albero e darà fiori e frutti, ma sempre dalle radici. Non dico che voi dovete sotterrarvi con le radici: no, questo no. Ma voi dovete andare ad ascoltare le radici e prendere da lì la forza per crescere, per andare avanti. Se a un albero si tagliano le radici, quell’albero muore. Se a voi giovani tagliano le vostre radici, che sono la storia del vostro popolo, voi morirete. Sì, vivrete, ma senza frutto: la vostra patria, il vostro popolo non potranno dare frutto perché voi vi siete staccati dalle radici.

Quando io ero bambino, ci dicevano, a scuola, che quando gli europei sono andati a scoprire l’America portavano dei vetri colorati: li facevano vedere agli indiani, agli indigeni e questi si entusiasmavano con i vetri colorati, che non conoscevano. E questi indiani dimenticavano le loro radici e acquistavano i vetri colorati e in cambio davano l’oro. Con i vetri colorati, rubavano l’oro. Era la novità, e davano tutto per avere questa novità che non valeva niente. Voi giovani, state attenti, perché anche oggi ci sono i conquistatori, i colonizzatori che ci porteranno i vetri colorati: sono le colonizzazioni ideologiche. Verranno da voi e vi diranno: “No, voi dovete essere un popolo più moderno, più avanti, andare avanti, voi prendete queste cose, fate questa strada, dimenticate le cose vecchie: andate avanti!”. Cosa dovete fare? Discernere. Ciò che questa persona mi porta, è una cosa buona, che è in armonia con la storia del mio popolo? O sono “vetri colorati”? E per non ingannarci è importante parlare con i vecchi, parlare con gli anziani che vi trasmetteranno la storia del vostro popolo, le radici del vostro popolo. Parlare con i vecchi, per crescere. Parlare con la nostra storia per portarla più avanti ancora. Parlare con le nostre radici per dare fiori e frutti.

E adesso devo finire, perché il tempo corre. Ma vi confesso una cosa: dall’inizio di questo intervento con voi, la mia attenzione è stata attratta da una situazione. Guardavo questa donna, qui davanti: aspetta un bimbo. Aspetta un bimbo, e qualcuno di voi penserà: “Oh! Che calamità, povera donna, come dovrà faticare!”. Qualcuno pensa questo? No. Nessuno pensa: “Oh, passerà tante notti senza dormire per il bimbo che piange…”. No. Quel bimbo è una promessa, guarda avanti! Questa donna ha rischiato per portare un bimbo al mondo perché guarda avanti, guarda la storia. Perché lei si sente con la forza delle radici per portare avanti la vita, per portare avanti la patria, per portare avanti il popolo.

E finiamo tutti insieme con un applauso a tutte le giovani, a tutte le donne coraggiose che portano avanti la storia.

E grazie al traduttore che è stato tanto bravo! Zenit 7

 

 

 

Il Papa nel centro profughi a Sofia: «Il mondo dei migranti è croce dell’umanità»

 

Nel secondo giorno di viaggio, Francesco ha visitato la struttura d’accoglienza di Vrazhdebna, nella periferia della capitale, che ospita 60 persone di cui 38 bambini

di Gian Guido Vecchi, inviato a Sofia

 

Nel refettorio, sulla parete alle spalle del Papa, i disegni dei bambini mostrano una moschea colorata immersa nel verde, una spiaggia con le conchiglie e gli ombrelloni, una madre che regge il figlio sulle spalle, un uccellino in gabbia. «Oggi il mondo dei migranti e rifugiati è un po’ una croce, una croce dell’umanità, è la croce che tanta gente soffre», dice Francesco. Il centro profughi di Vrazhdebna è una vecchia scuola alla periferia di Sofia, tre piani intonacati in giallo e rosa, il campo giochi nel cortile con gli scivoli e i tavoli da ping-pong, una cancellata rugginosa in mezzo alla campagna. Nel secondo giorno di viaggio in Bulgaria, Francesco è arrivato qui a incontrare bambini come Lina, dodici anni, un sorriso disarmante e la maglietta con il logo del viaggio papale, due mani che sorreggono il pianeta e la scritta «pacem in terris».

 

Lina, 12 anni: «Perché siamo arrivati qui?»

Anche lei ha cantato nel coro per Francesco, «cicogna con le gambe lunghe, schiamazzi il tuo trak trak. E perché non resti qui, come noi facciamo a casa?». Con i genitori, la sorella e due fratelli più piccoli è arrivata in Bulgaria tre anni fa, un lungo viaggio iniziato in Algeria e poi «a piedi dalla Turchia», attraverso il confine che ora è sbarrato da 270 chilometri di filo spinato, torrette e telecamere a infrarossi fino al Mar Nero, uno dei tanti muri che segnano il continente. «Perché siamo arrivati qui? Non lo so», dice, e guarda la madre che resta in silenzio e abbassa lo sguardo. Domenica, Bergoglio ha parlato di coloro che «fuggono da guerre, confitti o miseria» e invitato i bulgari e tutti gli europei a «non chiudere gli occhi, il cuore e la mano a chi bussa alle vostre porte». Da quando la barriera di confine è stata completata dal governo di destra, l’anno scorso, gli ingressi dei migranti in Bulgaria si sono ridotti dell’85 per cento. Plamen Penov, direttore dei tre centri di Sofia dell’agenzia statale per i rifugiati, spiega che la ex scuola «ha una capacità di 370 posti ma oggi ospita 60 persone, di cui 38 bambini, per lo più arrivati da Siria ed Iraq».

 

Il Papa: «C’è sempre la speranza»

Venticinque di loro, assieme ai genitori, hanno partecipato all’incontro con il Papa nella sala al piano terra. I bambini studiano nelle scuole pubbliche della città, spiega un’operatrice della Caritas, escono liberamente con le famiglie e se vogliono vanno a pregare, il venerdì, nella moschea del centro. Bastano sei mesi perché imparino la lingua bulgara. Francesco parla a braccio in italiano e un sacerdote traduce in bulgaro a beneficio dei piccoli. «Grazie per la vostra accoglienza. Grazie ai bambini, per il loro canto tanto bello. Loro portano gioia nel vostro cammino. Il vostro cammino è non sempre bello, e poi c’è il dolore di lasciare la patria e cercare di inserirsi in un’altra patria. C’è sempre la speranza», dice il Papa. «Io ringrazio voi, la vostra buona volontà, e auguro il meglio a voi che avete lasciato nella vostra patria, ai vostri concittadini. Che Dio vi benedica e pregate per me». Più tardi Francesco è volato a Rakovsky, una cittadina a 160 chilometri dalla capitale dove vivono molti fedeli della piccola comunità cattolica (l’1 per cento della popolazione) e dato personalmente la prima comunione a 245 bambini e bambine arrivati da tutta la Bulgaria. CdS 6

 

 

 

 

Intervista a Mons. Hristo Projkov, presidente della Conferenza episcopale della Bulgaria

 

Viaggio Apostolico in Bulgaria e Macedonia del Nord (5-7 maggio 2019)

Deborah Castellano Lubov

 

Eccellenza, come descriverebbe l’accoglienza che è stata preparata in Bulgaria per Francesco, anche da parte della maggioranza non cattolica dei bulgari?

Siamo felici di accogliere papa Francesco! In più di mille anni di storia cristiana della Bulgaria, questa è la seconda volta in meno di 20 anni che riceviamo la visita del Papa. San Giovanni Paolo II venne nel 2002, adesso Francesco ha accolto il nostro invito e ne siamo contenti. Nel 2013, quando Bergoglio fu eletto Papa, subito inviammo un invito. Era chiaro che non potevamo ricevere subito una risposta, ma già l’anno dopo, nel 2014, durante la nostra visita ad limina in Vaticano, abbiamo rinnovato l’invito. Poi, secondo il protocollo, occorre anche un invito da parte del Presidente della Bulgaria. Anche questo invito è stato fatto, e il Papa ha accettato! Ne siamo molto felici!

Chi sono i cattolici bulgari?

Noi siamo cattolici e siamo bulgari, e questo è bello, perché in Bulgaria, dove la maggioranza della popolazione è ortodossa, c’è anche chi pensa che siamo stranieri. E invece siamo bulgari veri, figli di questa nazione, nata secondo la storia nel 681 dopo Cristo. La presenza dei cattolici risale al XV secolo, con l’arrivo dei missionari francescani da Dubrovnik, in Croazia, insieme ai minatori stranieri che a quell’epoca si insediarono in Bulgaria.

Oltre ai cattolici di rito latino ci sono anche quelli di rito greco, da quando un gruppo di bulgari fu ricevuto in Vaticano da Papa Pio IX, nel 1860, e consacrò il primo vescovo della Chiesa greco-cattolica Bulgara, di cui io sono il decimo successore.

Come cattolici siamo pochi, circa l’1% della popolazione. La maggioranza è ortodossa, poi ci sono circa un milione di musulmani, su circa 7-8 milioni di abitanti. Sono bulgari convertiti forzatamente durante l’epoca dell’impero Ottomano, durata cinque secoli, conosciuti con il nome di Pomacchi (INGLESE Pomak NB).

Quali sono i settori in cui la chiesa cattolica bulgara è più attiva nella società?

Anzitutto dobbiamo dire che durante l’epoca del comunismo tutte le attività della Chiesa erano vietate. Solo le chiese erano aperte, invece scuole e seminari erano chiusi, gli ospedali confiscati, fino al 1989, quando la Chiesa ha iniziato a inserirsi di nuovo normalmente nella vita della società. C’è la Caritas, molto attiva, abbiamo diversi progetti avviati per i poveri, i migranti, i disabili, le donne madri, anche l’avviamento al lavoro. Ci sono anche i salesiani, arrivati dopo il comunismo, che si occupano soprattutto dei Rom. A livello sociale la Chiesa cattolica è molto attiva, dovremmo essere altrettanto attivi a livello pastorale, ma non abbiamo ancora recuperato gli edifici che erano adibiti a seminari. Grazie a Dio ci sono vocazioni al sacerdozio, non tante ma sufficienti per le nostre comunità, giovani che inviamo all’estero a studiare. E tutte le attività sociali della Chiesa cattolica, per concludere, sono molto ben viste nel nostro paese.

Anche nel campo dell’istruzione?

Non abbiamo ancora scuole cattoliche, perché non abbiamo personale preparato per gestirle. Il numero dei sacerdoti, circa 60 in tutto nelle tre diocesi bulgare (due latine ed una greco-cattolica), è sufficiente solo per le attività pastorali nelle parrocchie. I religiosi e religionse invece sono circa 120, tra cui in particolare le Missionarie della Carità di di santa Teresa di Calcutta, nelle principali città del paese, arrivate dopo il comunismo.

E i giovani?

Abbiamo giovani che crescono nella fede con entusiasmo e buona volontà, speriamo rimangano in Bulgaria, anziché emigrare all’estero, perché possono essere di grande aiuto per la Chiesa, come catechisti ad esempio, dato che non abbiamo molti religiosi per l’insegnamento del catechismo e al momento se ne occupano soprattutto madri di famiglia. Mi piace ricordare la partecipazione molto attiva dei giovani bulgari alle Giornate mondiali della Gioventù, istituite da san Giovanni Paolo II. A Cracovia nel 2016 eravamo 300, che per noi è un numero grande!

Lei ha citato il fenomeno dell’emigrazione, specie dei giovani. Come incide questo fenomeno sulla Chiesa.

Il fenomeno c’è, purtroppo, e il numero dei cattolici è diminuito anche a causa dell’emigrazione. Ma il fatto nuovo è che molte famiglie giovani tornano in Bulgaria dall’estero, dai paesi dell’Europa occidentale, forse a causa anche della crisi economica globale, per dare il loro contributo al futuro della Bulgaria, e questo è un fatto positivo. Aggiungo tra parentesi che c’è anche chi torna provvisoriamente proprio in questi giorni, per la visita del Papa!

Che ricordo ha invece la gente della visita di Giovanni Paolo II nel 2002?

Sono felice di conservare un bel ricordo della visita di san Giovanni Paolo II nel 2002. Ero già vescovo, ordinato proprio da Giovanni Paolo II nel 1994, fu un avvenimento memorabile accogliere il Papa nella mia cattedrale. Poi ricordo l’entusiasmo della gente! Anche i bambini che ora vedranno il Papa la prima volta e ne sono tanto felici mi fanno ricordare l’entusiasmo del 2002. Saranno 250 quelli che riceveranno la prima comunione durante la messa del Papa. Siamo meravigliati inoltre, come vescovi e sacerdoti, che anche tanti ortodossi e protestanti, musulmani e persino non credenti, o indifferenti, hanno fatto richiesta di partecipare agli eventi del viaggio papale.

Ma chi è per i bulgari – che sono in maggioranza ortodossi  – Papa Francesco? Quali sono i tratti più conosciuti e apprezzati di lui?

Francesco gode di grande simpatia tra la gente. Quasi ogni giorno nei notiziari TV si parla di lui, e non solo adesso che si prepara il suo arrivo in Bulgaria. Francesco ha attirato attenzioni fin dall’inizio del pontificato, molta gente è sorpresa il positivo del suo modo di fare, di essere, quando rompe i protocolli, la gente è entusiasta! E grazie a lui questa simpatia generalizzata si trasmette anche alla comunità cattolica locale!

Per molti il fatto che Papa Francesco abbia deciso di visitare il vostro paese sembra quasi strano. La Chiesa cattolica locale è molto piccola e la Bulgaria un paese della periferia dell’Europa…

Per me non è strano! Io penso che la famosa frase, quando ha detto che dobbiamo guardare alla periferia del mondo, corrisponde al suo stesso modo di osservare il mondo. Anche lui in un certo senso proviene dalla periferia del mondo! Ha già visitato paesi come Bosnia-Erzegovina, Albania, Georgia, adesso Bulgaria, da dove poi e andrà in Macedonia del Nord. Oltretutto noi non siamo proprio periferia. La Bulgaria è la porta dell’Europa, proveniendo dalla Turchia e dall’Asia. In Bulgaria però c’è anche tanta povertà, ci fa bene sentirci sotto lo sguardo del Papa.

Francesco seguirà le orme di un predecessore, papa Giovanni XXIII, che prima di essere eletto Papa visse in Bulgaria 10 anni…

Il motto della visita di Francesco è appunto “Pacem in terris”, il titolo della famosa enciclica di Papa Giovanni XXIII. E’ evidente l’intento di Francesco di mettersi sulle orme di Giovanni XXIII, venendo in Bulgaria. Siamo un paese che grazie a Dio ha attraversato in modo pacifico la transizione dal comunismo ateo alla democrazia, senza spargimenti di sangue. Possiamo essere un modello di pace per tutta la regione dei Balcani. Ecco perché il Papa ha scelto di venire qui. Il logo del viaggio raffigura la terra nelle mani di Dio, con il tricolore della bandiera bulgara che avvolge il mondo intero. Vuol dire che dalla Bulgaria il Papa farà appello a tutto il mondo per la pace.

Il tema in evidenza del viaggio papale in Bulgaria sarà certamente l’ecumenismo. Come descriverebbe i rapporti ecumenici quotidiani con gli ortodossi?

Qui tocchiamo una questione delicata, perché l’ecumenismo, sia nella teoria che nella pratica, era una realtà viva durante l’epoca del comunismo. Ogni anno, per la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ci incontravamo con la chiesa ortodossa, pregavamo insieme. Poi dopo il 1989 qualcosa è cambiato, spesso ora si dice che la parola ecumenismo significa qualcosa di non giusto, non vero. È un peccato! In passato non era così, e io credo che anche in futuro non sarà più così. Ma almeno per adesso questa è la realtà, anche se più a livello di gerarchie che di semplici fedeli. Anzi, tra loro ci sono molte attività promosse e realizzate insieme, oltre alla preghiera insieme.

La Chiesa ortodossa bulgara ha fatto sapere che non ci saranno preghiere comuni durante la visita del Papa. Sembra un segnale di freddezza… lei come lo interpreta?

E’ da 1,000 anni che è così. La chiesa ortodossa non prega insieme alla chiesa cattolica. E’ anche vero però che negli ultimi anni siamo stati testimoni di incontri importanti, tra il Papa e gerarchi dell’Ortodossia: penso a Kirill di Mosca, a Cuba, a Bartolomeo di Costantinopoli, con cui il Papa si incontra davvero spesso. Questo è un incoraggiamento importante per il futuro, come quando nel 1964 a Gerusalemme Paolo VI e Atenagora si incontrarono e cancellarono i reciproci anatemi. Quel fatto fu motivo di gioia enorme qui in Bulgaria.

Adesso Francesco a Sofia avrà anche un incontro con il Patriarca di Bulgaria Neofit. Lo conosco da quando siamo giovani, dato che abbiam quasi la stessa età. E’ un uomo molto cordiale, sincero, con lui parlo sempre amichevolmente quando lo incontro. E l’incontro che avrà con Francesco già per noi è già abbastanza per trasmetterci coraggio e fiducia per il futuro.

Il resto, la decisione che non ci saranno preghiere insieme, noi cattolici lo prendiamo con rispetto, così come accettammo con rispetto la decisione della Chiesa ortodossa bulgara di non andare al concilio panortodosso di Creta, nel 2016.

Ma di preciso quali sono le attività che lei citava che cattolici, ortodossi e protestanti realizzano insieme?

I laici delle diverse Chiese lavorano molto insieme a livello sociale. Nelle nostre caritas ad esempio lavorano anche ortodossi. Nel progetto che ho citato prima per le ragazze madri non c’è nessuna ragazza madre cattolica, tutte sono musulmane, o ortodosse, o protestanti. Mi piace anche sottolineare che quando ci sono decisioni da prendere sotto la spinta dell’Occidente, su questioni come diritti dei bambini, aborto, eutanasia, allora tutti noi tutti cattolici protestanti e ortodossi parliamo ad una voce sola. Il parlamento bulgaro non ha votato l’eutanasia proprio perché ci siamo opposti insieme come cattolici, ortodossi e protestanti. La convenzione di Istanbul non è stata ratificata qui in Bulgaria dal Parlamento perché tutti noi ci siamo espressi contro. Dunque anche se non si parla di pregare insieme, c’è un vasto campo di azione nel quale già operiamo insieme.

Quali frutti potrà portare in definitiva il Papa in Bulgaria? lei ha una speranza in particolare?

Da quando abbiamo saputo che il Papa aveva accettato il nostro invito, abbiamo preparato una preghiera per la pace che recitiamo ogni giorno, in tutta la Bulgaria, anche dopo la messa, che dice in conclusione: “Dio della pace, dacci la pace nelle nostre anime, per mostrare con la nostra vita che la pace è possibile nel mondo”. Io credo che come frutto della benedizione del Papa, non solo in noi cattolici ma in tutti i bulgari rimarrà uno spirito di pace. Così potremo mostrare davvero che la pace è possibile nelle nostre anime, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nel nostro paese! Zenit 5

 

 

 

Riunione a Kempten del Consiglio Circoscrizionale del KAB

 

Kmpten. Lo scorso 7 Maggio 2019 ha avuto luogo la Riunione del Consiglio Circoscrizionale del KAB nella Sala Conferenze della Parrocchia Mariä Immelfahrt di St. Mang (Kempten).

Al loro arrivo i Consiglieri sono stati accolti dal Parroco, nonché Direttore Spirituale del KAB, Padre Aleksander Gajewski,  dal Presidente Circoscrizionale Manfred Stick e dal Segretario Circoscrizionale Wolfgang Seidler, che, all'inizio dei lavori della Conferenza, hanno brevemente salutato i convenuti e presentato il Diacono Georg Steinmetz, nuovo Direttore Spirituale Diocesano.

Subito dopo – come da programma –  ha avuto inizio la S. Messa celebrata da Padre Gajewski, assistito dal Diacono Steinmetz. Durante la Liturgia sono stati eseguiti numerosi canti, accompagnati alla chitarra dall'Assistente Spirituale Ewald Lorenz-Haggemmüller.

Le Letture sono state fatte dal Segretario Seidler e dal Diacono Steinmetz, il Commento al Brano Evangelico da Padre Gajewski, che ha proposto ai presenti degli stimolanti paralleli tra il racconto evangelico e la situazione della nostra attuale società. L'Eucaristia è stata distribuita nelle due specie, con l'intinzione dell'Ostia.

Subito dopo la Messa e l'esecuzione del Canto Mariano: Freu dich, du Himmelskönigin..., veramente intonato in questo mese di Maggio – dedicato, appunto, alla Madonna  –   sono iniziati i lavori della Conferenza, moderata dal Presidente Stick, che, per prima cosa, e  – in modo più dettagliato –  ha presentato ai convenuti il nuovo Direttore Spirituale Diocesano.

Interessante l'intervento del Diacono Steinmetz, che, dopo aver accennato brevemente alla storia del KAB, ha parlato un po' della sua vita, a cominciare dalla sua fanciullezza nella Germania del Nord e continuando con le esperienze di apprendistato e, in seguito,  di lavoro (meccanico, organaro...); che sono sfociate, poi, nello studio teologico, nella sua ordinazione a Diacono Permanente e, alla fine, alla decisione di accettare il suo attuale incarico di Direttore Spirituale Diocesano nel Vescovado di Augsburg. Incarico  che, già in questi mesi scorsi, gli ha riservato tante soddisfazioni.

Corposo il resoconto del Segretario Circoscrizionale Seidler, corredato da molte immagini fotografiche. sulle sue ultime attività (Bergmesse 2018, 1° Maggio 2019 a Lindau, Lavoro Domenicale e diversi Seminari ed eventi); e cosi pure quello del Presidente Stick, che, tra tante altre cose, ha parlato anche di alcune eventi in collaborazione con le ACLI, come la partecipazione ad una Conferenza sulla Mafia, promossa dalla Presidenza ACLI e dalla Missione Cattolica Italiana di Kempten e della preparazione di un importante evento musicale delle ACLI del Nord Italia, saltato per motivi non ascrivibili alle ACLI o al KAB bavaresi.  E ricordando infine ai presenti i pericoli insiti nelle imminenti Elezioni per il Rinnovo del Parlamento Europeo, in occasione delle quali, in base alle ultime previsioni, si fa avanti l'ipotesi di un massiccio avanzamento di partiti sovranisti e populisti, che distruggerebbero l'Europa, la nostra Casa Comune.

È stato quindi presentato e approvato il verbale del 2.7.2018, redatto dalla Signora Monika Schwarz, come in occasione di questa odierna Conferenza.

Si è passati poi  alla presentazione e approvazione del rendiconto di cassa, illustrato dettagliatamente  dalla Signora Marion Liebmann.

È stata quindi la volta dei vari Gruppi KAB della città, tra cui le ACLI. Per i KAB locali hanno fatto dei brevi resoconti delle loro attività, tra gli altri,  alcuni dei presenti delle Parrocchie di St. Lorenz e di St. Anton.

Per le ACLI ha preso la parola il Dr. Fernando A. Grasso, Consigliere Nazionale e Vicepresidente Vicario Regionale e Locale delle ACLI. Grasso ha parlato, in analogia a quanto appena fatto dai rappresentanti degli altri Gruppi, delle attività acliste: assistenza in vari campi ai Connazionali, partecipazione alle attività della Missione Cattolica Italiana e alla Parrocchia di St. Lorenz (Processione Corpus Domini) e, nelle sue vesti di Corrispondente Consolare, nel lavoro di supporto al Consolato Generale d'Italia di Monaco di Baviera, in favore della Comunità Italiana. Non dimenticando, infine di invitare i presenti a partecipare alla Festa della Mamma, che avrà luogo l'11 Maggio prossimo nei locali della Parrocchia di St. Anton. Grasso ha partecipato anche alla Manifestazione del 1° Maggio scorso, in occasione della quale si è pure incontrato con i Consiglieri Comunali Siegfried Oberdörfer e Erna-Kathrein Groll. Responsabile Regionale del KAB.

Si è passati quindi agli ultimi punti tra cui quello riguardante l'aiuto ai Paesi più poveri attraverso l'organismo preposto: Erlassjahr.de, di cui i presenti avevano già ricevuto un volantino insieme all'invito alla Conferenza e all'ultimo Verbale. Aiuto che è stato approvato.

Al termine della riunione, protrattasi sino alle venti,  prima di accomiatarsi e darsi appuntamento al prossimo incontro,  Stick e Seidler hanno invitato gli intervenuti a portare con sé – in base alla proprie esigenze –  alcuni  dei numerosi volantini messi a disposizione per varie manifestazioni ed eventi.

Fernando A. Grasso

 

 

 

 

Chiese vuote, santuari pieni

 

Recentemente mi sono recato a Lourdes. Ho girato in lungo e in largo il santuario e la cittadina che lo circonda rimanendo impressionato dalle migliaia di pellegrini che da tutto il mondo vengono in questo luogo ogni giorno con qualsiasi tempo in silenzio a pregare.

Si parla di almeno 10 milioni di fedeli ogni anno, come del resto a Fatima, solo per citare quelli più famosi.

Qui, dove la gente accorre, c’è solo la Grotta delle apparizione, insieme alle tre chiese del santuario e dove l’unica cosa che si può fare è pregare, meditare, cercare il conforto di Maria e parlare con Dio in un colloquio dell’anima.

Regole semplici che esistono fin dalla nascita della stessa Chiesa.

Senza alcuna polemica, mi domandavo, guardando queste folle di fedeli, se tornati al loro Paese avrebbero trovato dove pregare come qui.

Purtroppo, questo è un luogo di grazia, mentre la crisi che attraversa da tempo l’attuale Chiesa si fa sentire sempre più forte tra scandali, edifici religiosi che chiudono (si contano più di 10 al giorno in Europa. Ndr) e una crisi vocazionale ormai cronica insieme ad una pastorale che rimette in discussione tutti gli insegnamenti dogmatici e con una realtà ecclesiastica sempre più laicizzata all’inseguimento dello spirito del mondo.

Di esempi, in questi ultimi anni di questo rivoluzionario pontificato bergogliano, ne potremmo fare tantissimi, ma riportiamo solo alcuni per riflettere su ciò che sta accadendo in merito alla disaffezione dei fedeli non verso la religione, ancora molto sentita, ma verso tutte queste novità che la Chiesa di oggi propone senza farle neanche digerire.

Voglio cominciare con qualcosa di recente, apparentemente secondario, ma che dovrebbero essere un piccolo campanello d’allarme.

La recente Via Crucis al Colosseo, appuntamento televisivo per eccellenza del periodo pasquale, ha sempre avuto da anni un forte incremento di spettatori, ma solo recentemente si è notato un sensibile calo.

La telecronaca di quest’anno è stata vista, secondo i dati Auditel, da 3.696.000 spettatori pari al 16.7% di share, mentre ancora appena lo scorso anno erano più di un milione.

Non parliamo poi degli anni passati con Ratzinger o Giovanni Paolo II, perché sarebbero dati impietosi per l’attuale establishment del Vaticano.

 Lo stesso riguarda l’affluenza domenicale all’Angelus in piazza San Pietro per la benedizione papale, dove troviamo sempre meno gente rispetto agli anni precedenti.

Si dirà, e forse è anche vero, che la gente non vede più la televisione, non ama la domenica uscire di casa e di scuse se ne possono trovare sempre tante, infondo sono cifre che prese da sole non dicono nulla.

Sarà anche vero, purtroppo, però, questo calo è coerente anche con il crollo forse ancora più evidente della dichiarazione dell’8 per mille per il sostentamento della Chiesa ed anche il segno dell’affezione dei fedeli verso di essa.

Se con Giovanni Paolo II le firme a favore della Chiesa cattolica erano state una maggioranza schiacciante sfiorando la cifra del 90%, nel 2017, sotto il pontificato di Papa Francesco sono crollate a meno del 79% e si prevede per quest’anno un ulteriore calo.

Cifre che lasciano attoniti, ma diventano più gravi se si pensa che una parte significativa dell’8 per mille è andata verso altre confessioni cristiane con un aumento del 12%, assai superiore all’effettivo numero dei loro fedeli e lo stesso incremento vale anche per l’Unione buddiste italiane.

Secondo gli analisti questo significa che parte dei cattolici hanno preferito sostenere altre religioni alla propria probabilmente dopo tanti scandali e la confusione che regna nei ‘Sacri Palazzi’.

Un sondaggio commissionato quest’anno dall’associazione Uaar (Unione degli Atei, Agnostici e Razionalisti) non fa altro che confermare questa tendenza.

Per correttezza, se la fonte potrebbe essere sospetta, bisogna dire che è stato scelto uno dei più prestigiosi istituti di rilevazione statistica come la Doxa che ha analizzato in pratica il quinquennio di Bergoglio.

Il dato più evidente che emerge è ancora una volta, come già accennato, il calo drastico del numero di credenti, crollati di quasi otto punti percentuali in soli cinque anni di pontificato, facendo però salire in maniera rilevante il numero di coloro che si definiscono atei o agnostici che passano dal 10% al 15 % degli intervistati.

Purtroppo le risposte che vengono date, davanti ad un simile scenario, non sono di riflessione su come si è arrivati a questa situazione, ma di una maggiore spinta verso la laicizzazione della dottrina, dimenticando che la Chiesa ha solo una missione spirituale e non può essere soggetta in alcun modo alle mode del mondo come invece si continua ad insistere.

Essa deve mantenere salda la sua vocazione indicata da Gesù: portare i fedeli alla salvezza dell’anima attraverso il Nuovo Testamento con i dogmi e i sacramenti.

Questa in estrema sintesi la fede della Chiesa cattolica nella sua grandiosa semplicità, ma per l’attuale Chiesa sembra che lo scopo non sia più questo.

 Tutto va discusso ed inserito in un contesto attuale e, ascoltando le sirene del mondo, contestando pure i dogmi della dottrina, volendo così spogliare la Chiesa del dono del mistero che, nonostante la volontà degli uomini, rimane intatto.

Per frenare questa disaffezione, per non dire fuga dei fedeli dalle chiese, si organizzano sinodi, convegni, incontri tra esperti, ma ciò che alla fine emerge che la colpa di tanta crisi non è della nuova pastorale che detta legge da molti anni o le varie riforme liturgiche che tante diocesi fanno ormai per conto loro, ma del problema climatico, degli immigrati, di Salvini e quant’altro, ma quando si parla dei terribili scandali che hanno offeso prima di tutto Dio e poi i credenti, il problema è visto come un accidente esterno, dove i colpevoli sono i singoli e non le politiche spesso lassiste di chi doveva vigilare.

A questo punto, e lo diciamo con profondo rammarico, se la Chiesa fosse una società con profitti e ricavi e con un trend in costante perdita, un serio CdA dovrebbe rassegnare subito le dimissioni, ma per nostra fortuna la Chiesa non è una azienda.

Anche se ormai dimenticate, esistono nella dottrina cattolica la Chiesa militante che attraverso quella purificante ci conduce alla meta finale, quella trionfante alla quale dovremmo tendere tutti ed quella, per intenderci, dove le porte infere non prevarranno.

Intanto, l’attuale Chiesa militante vuole costruire ponti per attraversare non si sa bene quale fiume? È in uscita dalle sacrestie in un continuo cammino, ma per andare dove e soprattutto per cosa fare?

Visti i recenti risultati non vorremmo ritrovarci tutti noi cattolici in un profondo baratro a causa di ciechi che guidano altri ciechi, per questo dobbiamo affidarci a Maria e sperare per il meglio. Antonello Cannarozzo, Italiani 15

 

 

 

Christos vozkrese! Lui vive e ti vuole vivo!

 

Viaggio Apostolico di Papa Francesco in Bulgaria e nella Macedonia del Nord – Preghiera davanti al Trono dei Santi Cirillo e Metodio e Recita del Regina Caeli nella Piazza di San Alexander Nevsky. Pubblichiamo di seguito le parole del Santo Padre prima del Regina Caeli

 

Cari fratelli e sorelle, “Cristo è risorto!” Con queste parole, dai tempi antichi, in queste terre di Bulgaria i cristiani – ortodossi e cattolici – si scambiano gli auguri nel tempo di Pasqua: Christos vozkrese! [la folla risponde] Esse esprimono la grande gioia per la vittoria di Gesù Cristo sul male, sulla morte. Sono un’affermazione e una testimonianza del cuore della nostra fede: Cristo vive. Egli è la nostra speranza e la più bella giovinezza di questo mondo. Tutto ciò che Lui tocca diventa nuovo, si riempie di vita. Perciò, le prime parole che voglio rivolgere a ciascuno di voi sono: Lui vive e ti vuole vivo!

Lui è in te, Lui è con te e non ti lascia mai. Lui cammina con te. Per quanto tu ti possa allontanare, accanto a te c’è il Risorto, che continuamente ti chiama, ti aspetta per ricominciare. Lui non ha mai paura di ricominciare: sempre ci dà la mano per rincominciare, per alzarci e rincominciare. Quando ti senti vecchio per la tristezza – la tristezza invecchia –, i rancori, le paure, i dubbi e i fallimenti, Lui sarà lì per ridarti forza e speranza (cfr Esort. ap. postsin. Christus vivit, 1-2). Lui vive, ti vuole vivo e cammina con te.

Questa fede in Cristo risorto viene proclamata da duemila anni in ogni angolo della terra, attraverso la missione generosa di tanti credenti, che sono chiamati a dare tutto per l’annuncio evangelico, senza tenere nulla per sé. Nella storia della Chiesa, anche qui in Bulgaria, ci sono stati Pastori che si sono distinti per santità della vita. Tra essi mi piace ricordare il mio predecessore, che voi chiamate “il santo bulgaro”, San Giovanni XXIII, un santo pastore, la cui memoria è particolarmente viva in questa terra, dove egli ha vissuto dal 1925 al 1934. Qui ha imparato ad apprezzare la tradizione della Chiesa Orientale, instaurando rapporti di amicizia con le altre Confessioni religiose. La sua esperienza diplomatica e pastorale in Bulgaria lasciò un’impronta così forte nel suo cuore di pastore da condurlo a favorire nella Chiesa la prospettiva del dialogo ecumenico, che ebbe un notevole impulso nel Concilio Vaticano II, voluto proprio da Papa Roncalli. In un certo senso, dobbiamo ringraziare questa terra per l’intuizione saggia e ispiratrice del “Papa buono”.

Nel solco di questo cammino ecumenico, fra poco avrò la gioia di salutare gli esponenti delle varie Confessioni religiose della Bulgaria, che, pur essendo un Paese ortodosso, è un crocevia in cui si incontrano e dialogano varie espressioni religiose. La gradita presenza a questo incontro dei Rappresentanti di queste diverse Comunità indica il desiderio di tutti di percorrere il cammino, ogni giorno più necessario, «di adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e criterio» (Documento sulla fratellanza umana, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019).

Ci troviamo vicino all’antica chiesa di Santa Sofia, e accanto alla chiesa Patriarcale di San Aleksander Nevskij, dove, in precedenza, ho pregato nel ricordo dei Santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi. Nel desiderio di manifestare stima e affetto a questa venerata Chiesa ortodossa di Bulgaria, ho avuto la gioia di salutare e abbracciare, in precedenza, il mio Fratello Sua Santità Neofit, Patriarca, come pure i Metropoliti del Santo Sinodo.

Ci rivolgiamo ora alla Beata Vergine Maria, Regina del cielo e della terra, perché interceda presso il Signore Risorto, affinché doni a questa amata terra l’impulso sempre necessario di essere terra di incontro, nella quale, al di là delle differenze culturali, religiose o etniche, possiate continuare a riconoscervi e stimarvi come figli di uno stesso Padre. La nostra invocazione si esprime con il canto dell’antica preghiera del Regina Caeli. Lo facciamo qui, a Sofia, davanti all’icona della Madonna di Nesebar, che significa “Porta del cielo”, tanto cara al mio predecessore San Giovanni XXIII, che ha cominciato a venerarla qui, in Bulgaria, e l’ha portata con sé fino alla morte.

[Canto del Regina Caeli] Gaude et laetare, Virgo Maria, alleluia.

[Quia surrexit Dominus vere, alleluia] Oremus.

Deus, qui per resurrectionem Filii tui Domini nostri Iesu Christi mundum laetificare dignatus es, praesta, qu?sumus, ut per eius Genetricem Virginem Mariam perpetuae capiamus gaudia vitae. Per Christum Dominum nostrum. Amen. Francesco

 

 

 

 

Generalaudienz von Papst Franziskus: „Das Böse ist wie ein brüllender Löwe“

 

Trotz der starken Präsenz des Bösen in der Welt erleben die Christen, dass Jesus „auf unserer Seite“ ist. Das hob Papst Franziskus bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch auf dem Petersplatz hervor. Er ging in seiner Katechese vor Tausenden von Besuchern auf die letzte Bitte im „Vaterunser“ ein.

Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Zu Beginn der Audienz durften acht Flüchtlingskinder, die durch einen humanitären Korridor aus Libyen nach Italien gekommen sind, auf dem Papamobil mit Franziskus eine Runde drehen. Die Kinder sind seit dem 29. April in Italien, wie Vatikansprecher Alessandro Gisotti mitteilte. Sie kommen aus verschiedenen Ländern, etwa Syrien, Nigeria und dem Kongo, und sind derzeit mit ihren Familien im Aufnahmezentrum „Mondo Migliore“ in Rocca di Papa in der Nähe von Castelgandolfo untergebracht. Der Papst grüßte am Schluss der Audienz die Helfer.

In seiner Katechese ging der Papst einmal mehr auf das Vaterunser ein. Es ging um die siebte und letzte Bitte, die in dem Jesus-Gebet zu finden ist: „Erlöse uns von dem Bösen“ (Mt 6,13). Der Nachfolger Petri zitierte dazu, was Petrus (oder jemand, der sich auf die Autorität des Apostelfürsten beruft) in einem Brief des Neuen Testaments über den Teufel sagt: Er gehe „wie ein brüllender Löwe“ herum, der uns zu verschlingen versuche (vgl. 1 Petr 5,8). Darum wendeten sich die Christen an Gott und bäten ihn, „uns zu befreien“. 

Wenn wir am Limit sind

Aus Franziskus' Sicht sind in der Vaterunserbitte zwei Elemente wichtig: Einerseits die Bitte, dass Gott die Menschen nicht „im Stich lassen“ möge, und andererseits das Element der „Befreiung“, so der Papst auf dem Petersplatz. Unter dem bewölkten Himmel führte Franziskus weiter aus:

„Die letzte Bitte im Vaterunser entspricht genau unserer Bitte, wenn wir am Limit sind. Es gibt etwas Böses in unserem Leben, das uns immer begleitet. Die Geschichtsbücher bezeugen diesen düsteren Katalog, so wie auch unsere Existenz in dieser Welt ein oft gescheitertes Abenteuer sein kann. Es gibt ein geheimnisvolles Übel, das sicherlich nicht das Werk Gottes ist und das aber schweigend in die Geschichte eindringt. Stumm wie die Schlange, die das Gift schweigend in sich trägt. Manchmal scheint es die Oberhand zu gewinnen: An manchen Tagen scheint seine Gegenwart noch mächtiger zu sein als die der Barmherzigkeit Gottes. In Momenten der Verzweiflung ist sie mächtiger!“

Jeder weiß, was das Böse ist

Alle wüssten, was das Böse sei, und alle wüssten, was Versuchung sei, so der Papst weiter. Jeder habe doch schon am eigenen Leib die Versuchung, die Sünde erlebt. Das Böse bringe die Menschen durch die Versuchung auf Abwege.

„Der letzte Schrei im ,Vaterunser' wird aus der Tiefe gegen dieses Übel geschleudert. Das Böse vereint unter seinem Dach die unterschiedlichsten Erfahrungen: die Trauer des Menschen, den unschuldigen Schmerz, die Sklaverei, die Ausbeutung des anderen, das Weinen unschuldiger Kinder. Alle diese Ereignisse schreien im Herzen des Menschen auf - und erhalten im letzten Wort des Gebets Jesu eine Stimme.“

Der Mensch sei deshalb „ein dem Leben hingegebenes Wesen, das von Liebe und Güte träumt und sich selbst und seine Mitmenschen aber ständig dem Bösen aussetzt“, fasste Franziskus zusammen. Woher komme nun Rettung für die Menschen? Von der Vergebung.

“ Er ist hier, und er ist diese Kraft... ”

„Der Friede fließt aus der Vergebung Jesu am Kreuz, der wahre Friede kommt von dort: Das Geschenk des Auferstandenen ist der Friede, ein Geschenk, das Jesus uns gibt. Denkt daran, dass der erste Gruß des auferstandenen Jesus so lautet: ,Friede sei mit euch´, also Friede für eure Seelen, für eure Herzen, für euer Leben. Der Herr gibt uns Frieden, gibt uns Vergebung, aber wir müssen um ,die Freiheit vom Bösen' bitten, damit wir nicht ins Böse fallen. Das ist unsere Hoffnung - die Kraft, die Jesus uns gibt, der auferstandene Jesus, der hier ist, in unserer Mitte: Er ist hier, und er ist diese Kraft, die uns vorwärts bringt und verspricht, uns vom Bösen zu befreien.“  (vatican news 15)

 

 

 

Bischöfe sehen mit gemischten Gefühlen auf streikende Katholikinnen

 

Die deutschen Bistümer reagieren unterschiedlich auf die Proteste der katholischen Fraueninitiative, die unter dem Namen „Maria 2.0" noch bis Samstag laufen. Viele zeigen sich zurückhaltend oder ablehnend, einige wenige begrüßen den Kirchenstreik ausdrücklich.

Das ergab eine Umfrage des Evangelischen Pressedienstes (epd) unter den 27 deutschen Diözesen, die zur Deutschen Bischofskonferenz gehören. 24 Bistümer haben auf die Anfrage geantwortet. Seit vergangenem Samstag streiken katholische Frauen in ganz Deutschland, um Reformen innerhalb der Kirche anzustoßen. Eine Woche lang wollen sie keine Kirche betreten und ihre Ehrenämter ruhen lassen.

Einige äußern Verständnis für die Anliegen

Rund ein halbes Dutzend der befragten Diözesen, darunter Essen, Würzburg, Mainz und Hamburg, äußerten Verständnis für die Anliegen der Frauen. Die Initiatorinnen von „Maria 2.0" aus Münster treten für den Zugang von Frauen zu allen Ämtern der Kirche, die Aufhebung des Pflichtzölibats und die umfassende Aufklärung von sexuellem Missbrauch durch Priester ein

„Das Anliegen der Frauen ist für mich verständlich", sagte der Essener Generalvikar Klaus Pfeffer. „Die Aktion verdeutlicht den enormen Veränderungsbedarf in der katholischen Kirche und führt uns buchstäblich vor Augen, was ohne das große Engagement der Frauen in unserer Kirche nicht möglich wäre."

Der Osnabrücker Bischof Franz-Josef Bode begrüßte die Aktion ausdrücklich, ebenso wie sein niedersächsischer Amtskollege aus Hildesheim, Heiner Wilmer. Bode sagte: „Dahinter steckt eine ganz tiefe Verletzung, dass sie sich in der Kirche nicht so angenommen fühlen, wie es ihrem Einsatz entspricht."

Form des Protests führe zu Polarisierung

Auf Ablehnung trifft die Aktion beim Aachener Bischof Helmut Dieser. Er könne das Format „geistlich und theologisch" nicht nachvollziehen. Diese Form des Protests führe zu einer Polarisierung, sagte der Bischof.

Auch im Bistum Dresden-Meißen stößt der Streik auf Unverständnis. Der Forderung nach der Weihe von Frauen zu Diakoninnen, Priesterinnen und Bischöfinnen stünden „die Tradition und Lehre unserer Kirche" entgegen, sagte ein Sprecher. Der Regensburger Bischof Rudolf Vorderholzer hatte den Forderungen der Frauen ebenfalls eine Absage erteilt.

Einige Bistümer, darunter Münster, Trier und Limburg, wollten sich nicht zu der Initiative äußern. Stattdessen verwiesen sie darauf, dass die Vollversammlung der Bischöfe im Frühjahr in Lingen den „synodalen Weg" beschlossen habe, der alle Themen der Initiative aufgreife. (domradio/epd 16)

 

 

 

Italien: Mailands Erzbischof kritisiert Wahlkampfslogans zu Migration

 

Vor der Europawahl hat der Erzbischof von Mailand, Mario Delpini, eine Ausnutzung des Themas Migration zu Wahlkampfzwecken kritisiert. Auf die Frage, welche Rolle der Umgang mit Einwanderung bei der Interessenlosigkeit vieler Bürger gegenüber europäischen Einrichtungen spiele, sagte er: „Dieses Problem ist sicher schlecht angegangen und geregelt und zudem auf ein Sammelsurium von Slogans zu Wahlzwecken reduziert worden."

Der 67-Jährige äußerte sich in einem Interview mit der vielgelesenen katholischen Zeitschrift „Famiglia Christiana" (Mittwoch). Als Erzbischof des größten italienischen Bistums betonte er, Migration sei ein sehr komplexes Phänomen, das zwar Schwierigkeiten, aber auch positive Aspekte mit sich bringe. Diesbezügliche Aussagen von Papst Franziskus würden oft aus dem Kontext gerissen und für eigene politische Zwecke instrumentalisiert.

„Wenn die Aufnahme von Migranten von einigen politischen Vertretern als Gefahr für die Gesellschaft gezeichnet wird, unterstellen diese schnell, dass der Papst nicht das Wohl Italiens und Europas im Sinne habe", so Delpini.

“ Stimmt für Leute, die ein Europa der Völker schaffen wollen ”

Der Erzbischof rief zur Beteiligung an der Europa-Wahl (23.-26.Mai) auf: „Stimmt für Leute, die ein Europa der Völker schaffen wollen und nicht für solche, die es auflösen oder auf ein Geschäftskomitee reduzieren wollen", so Delpini.  (kna 16)

 

 

 

Papst Franziskus erlaubt offizielle Pilgerreisen nach Medjugorje

 

Das kündigten an diesem Sonntag der Apostolische Visitator für Medjugorje, Erzbischof Henryk Hoser, und der Apostolische Nuntius in Bosnien-Herzegowina, Erzbischof Luigi Pezzuto, bei der Heiligen Messe in Medjugorje an. Wie der vatikanische Pressesaal in diesem Zusammenhang betonte, handele es sich dabei nicht um eine Anerkennung der angeblichen Marienerscheinungen.

Christine Seuss und Massimiliano Menichetti - Vatikanstadt

Mit der Entscheidung des Papstes ist es in Zukunft Diözesen und Pfarreien möglich, offizielle Pilgerfahrten nach Medjugorje zu organisieren. Bisher konnten diese nur in „privater Form“ stattfinden. Der kleine Ort in Bosnien-Herzegowina hat seit den ersten Berichten von Marienerscheinungen im Jahr 1981 auch trotz der fehlenden offiziellen Anerkennung als Wallfahrtsort durch den Vatikan bereits Millionen von Pilgern angezogen.

Wie auch der Interims-Pressesprecher des Vatikans, Alessandro Gisotti, an diesem Sonntag unterstrich, dürfe diese päpstliche Erlaubnis nicht missverstanden werden als „Anerkennung der bekannten Ereignisse, die noch einer Untersuchung durch die Kirche bedürfen.“ Dies bedeute auch, dass künftige Wallfahrten „keine Verwirrung oder Zweideutigkeit hinsichtlich der kirchlichen Lehre“ schaffen dürften. Dies gelte auch für Geistliche jeden Ranges, die in Medjugorie die Messe feiern wollten, so Gisotti weiter.

Keine Anerkennung der Echtheit der Marienerscheinungen

Die Entscheidung des Papstes sei seelsorglich motiviert angesichts des „beträchtlichen Zustroms nach Medjugorje und der reichen Früchte der Gnade, die daraus entstanden sind“.

Auch dem Apostolischen Visitator Henryk Hoser werde es auf diese Weise leichter fallen, in Zusammenarbeit mit den Verantwortlichen vor Ort den Priestern und Gläubigen dabei zu helfen, ihre Pilgerreisen nach Medjugorje vorzubereiten und sie mit „Informationen und Hinweisen“ zu versehen, damit sie ihre Wallfahrten „fruchtbringend durchführen können,“ heißt es in dem Vatikanstatement.

Vor einem Jahr hatte Papst Franziskus den emeritierten Bischof von Warschau-Praga, Erzbischof Henryk Hoser, zum Apostolischen Visitator für Medjugorje ernannt. Bereits ein Jahr zuvor hatte er ihn zum „Sonderbeauftragten“ für die Diözese Medjugorje bestellt, um die „seelsorgerliche Lage“ in jener Pfarrei zu vertiefen.

Kirchenlehre ändert sich nicht

Doch weder die Entscheidung, Hoser nach Medjugorje zu entsenden, noch die jetzige Entscheidung, Pilgerfahrten dorthin zuzulassen, stellen eine Änderung der Lehre der Kirche dar, die die angeblichen Marienerscheinungen nach wie vor nicht als authentisch anerkannt hat. Im Juni 1981 hatten erstmals sechs Kinder berichtet, ihnen sei die Muttergottes erschienen. Drei der mittlerweile erwachsenen sechs Seher versichern, noch heute täglich zur gleichen Stunde und unabhängig von ihrem Aufenthaltsort Erscheinungen der „Friedenskönigin“ zu erleben. Die übrigen drei berichten von selteneren, aber nach wie vor zuverlässig erfolgenden Erscheinungen.

“ Ich glaube, dass in Medjugorje Gnade ist ”

Andrea Tornielli, redaktioneller Verantwortlicher der Vatikan-Medien, verwies unterdessen auf die positive Bewertung der Volksfrömmigkeit durch Franziskus in seinem Schreiben „Evangelii gaudium“ (2013). Weiter zitierte er in einem Leitartikel für die italienischsprachige Ausgabe von Vatican News eine frühere Interwiew-Aussage des Papstes: „Ich glaube, dass in Medjugorje Gnade ist. Das lässt sich nicht leugnen. Es gibt Menschen, die sich bekehren.“ Ohne sich zur Echtheit der Erscheinungen zu äußern, wolle Franziskus sich um die Pilger dort kümmern, so Tornielli.  vn/kna 12

 

 

 

Deutsche Katholikinnen treten in Streik

 

An hunderten Orten Deutschlands haben katholische Frauen an diesem Wochenende einen Kirchenstreik begonnen. Bis Samstag protestiert die Bewegung „Maria 2.0“ gegen eine männerdominierte Kirche und für den Zugang von Frauen zu den Weiheämtern in der katholischen Kirche.

Die Initiative von fünf Münsteranerinnen hat sich zu einer bundesweiten Protestwelle entwickelt. Auch die beiden großen katholischen Frauenverbände kfd und KDFB unterstützen die Aktionswoche. Bis kommenden Samstag sollen Frauen kein Gotteshaus betreten und keine ehrenamtlichen Dienste verrichten. Am Sonntag fanden vielerorts Gottesdienste in Eigenregie vor den Kirchentüren statt - ein Statement für eine Erneuerung der Kirche angesichts des Missbrauchsskandals, für veränderte Machtstrukturen und die Aufhebung der Zölibatspflicht für Priester.

“ Unsere Geduld ist am Ende ”

Eine genaue Zahl, wie viele Teilnehmerinnen und teilnehmende Gruppen es gibt, können die Initiatorinnen nicht nennen. Schätzungsweise nähmen an der „Graswurzelaktion“ aber mehrere hundert Initiativen teil, so Lisa Kötter aus Münster. Dort hat es am Sonntag eine zentrale Mahnwache auf dem Domplatz gegeben. Auch in Freiburg hat eine Gruppe von Katholikinnen zu einer Demo für mehr Gleichberechtigung aufgerufen - parallel zur Priesterweihe im dortigen Münster. „Unsere Geduld ist am Ende“, sagte die frühere KDFB-Vizepräsidentin und heutige stellvertretende Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Claudia Lücking-Michel, dem ZDF. „Wir haben nicht mehr viel Zeit.“ Ihre Kinder und Freunde fragten sie, wie sie einer Organisation angehören könne, die Frauen ausschließe. Die Deutsche Bischofskonferenz zeigte sich gesprächsbereit, lehnte aber den Kirchenstreik ab.

“ Die deutschen Bischöfe verstehen die Unruhe und sehen Änderungsbedarf ”

 

„Die deutschen Bischöfe verstehen die Unruhe und sehen Änderungsbedarf“, sagte Pressesprecher Matthias Kopp dem ZDF. Dies werde auch im Vatikan so wahrgenommen. Reformen könne es aber nur „Stück für Stück“ geben. „Wir brauchen einen Dialog“, sagte Kopp. Streik sei nicht das richtige Mittel. Konservative Gruppierungen und Internetportale wie das Forum Deutscher Katholiken übten massive Kritik an dem Streik. Die Forderung von „Maria 2.0“ widerspreche dem Schreiben „Ordinatio sacerdotalis“ von Papst Johannes Paul II. Dort sei endgültig festgelegt, dass die Kirche keine Vollmacht habe, Frauen zu Priestern zu weihen.

Das Forum rief Frauen auf, aus dem Katholischen Deutschen Frauenbund auszutreten und eine neue glaubenstreue Organisation für Frauen zu gründen. Nach den Worten des Freiburger Erzbischof Stephan Burger stellt sich die Frage nach der Letztverbindlichkeit dieser Aussage des früheren Papstes. Dies werde „kontrovers diskutiert“. Er setze sich derweil sehr dafür ein, dass Frauen in der Kirche Zugang zu mehr Führungspositionen erhielten. (kna 12)

 

 

 

 

7 Millionen Euro. Bund zahlt Moscheen Geld für mehr Unabhängigkeit

 

Moscheen, die ihre Abhängigkeiten vom Ausland und den Verbänden vermindern, sollen finanzielle Unterstützung vom Bund bekommen. Grünen-Politikerin Polat wirft der Bundesregierung ein gespaltenes Verhältnis zur Moscheelandschaft in Deutschland vor.

Mit bis zu 2,5 Millionen Euro jährlich will die Bundesregierung ab der zweiten Jahreshälfte Moscheen in Deutschland unterstützen. Das Geld sollen Moscheegemeinden bekommen, die öfter Deutsch reden und ihre „Abhängigkeiten“ vermindern. Das geht aus einer Antwort des Bundesinnenministeriums an die Grünen-Abgeordnete Filiz Polat hervor, das dem MiGAZIN vorliegt. Weitere Voraussetzungen sind dem Papier zufolge die Verfassungstreue der Moscheegemeinden sowie eine Selbstverpflichtung zur stärkeren Kooperation mit Kommunalverwaltungen und zu mehr Transparenz.

Das Förderprogramm wurde bereits im Rahmen der Deutschen Islam Konferenz angekündigt und läuft unter dem Titel „Moscheen für Integration – Öffnung, Vernetzung, Kooperation“. Dem Ministerium zufolge befindet es sich noch in der Vorbereitung durch das Bundesamt für Migration und Flüchtlinge. Der Modellzeitraum für das Projekt umfasst drei Jahre. Für das laufende Jahr sind 2 Millionen Euro, für 2020 und 2021 jeweils 2,5 Millionen Euro vorgesehen. An dem Projekt können sich „sowohl verbandsunabhängige als auch verbandsgebundene muslimische Gemeinden teilnehmen“, erklärt das Ministerium.

Die migrationspolitische Sprecherin der Grünen im Bundestag, Filiz Polat, wirft der Bundesregierung ein „gespaltenes Verhältnis zu der Moscheelandschaft in Deutschland“ vor. Seit gut einem Jahrzehnt stecke die Bundesregierung in einem Dilemma. Zwei Drittel aller Moscheen in Deutschland sind innerhalb der vier großen islamischen Dachverbände organisiert. Allein die DITB vertritt rund 900 lokalen Moscheegemeinden.

Polat: Regierung verkennt Realität

Die Bundesregierung starte nun den Versuch, „die Unabhängigkeit der Moscheegemeinden von den Verbänden zu stärken – aber verkennt dabei die Realität“, erklärte Polat dem MiGAZIN. Das Förderprogramm und die damit verbundenen Projektziele „reichen kaum aus, um die strukturelle und finanzielle Einflussnahme aus dem Ausland zu verringern“, so die Grünen-Politikerin.

„Im Jahr 2017 konnten 350 Imame für die DITIB einreisen, deren Arbeit in den Moscheegemeinden die türkische Religionsbehörde Diyanet bezahlt. Eine klare Ansage über mögliche Alternativen bleibt die Bundesregierung weiterhin schuldig. Die Etablierung einer Imam-Ausbildung in Deutschland ist ein wichtiger Baustein für eine von den Herkunftsstaaten unabhängige Religionsausübung. Bislang fehlt es dafür offensichtlich am Willen der Beteiligten – und auch an konkreten Ideen zur Finanzierung“, so Polat abschließend. (mig 15)

 

 

 

Franziskus an Jungunternehmer: Gegenwärtige Wirtschaft verändern

 

Mit einem Brief lädt Papst Franziskus junge Ökonomen, Unternehmerinnen und Unternehmer aus aller Welt zur Veranstaltung „Economy of Francesco“ ein. Dabei soll durch einen „gemeinsamen Bund“ ein Prozess des globalen Wandels eingeleitet werden. Mario Galgano und Silvia Kritzenberger – Vatikanstadt

 

Das Treffen in Assisi ist auf den 26. bis 28. März 2020 anberaumt. Ziel der Zusammenkunft: jungen Männern und Frauen zu begegnen, die Wirtschaftswissenschaften studieren und eine andere Art von Wirtschaft umsetzen möchten. So das Anliegen des Papstes, das er in einem Schreiben an junge Ökonomen und Unternehmer zum Ausdruck bringt. Das Treffen soll  helfen, an einem Strang zu ziehen und „einen ,Bund´ zu schließen, der uns die Verpflichtung eingehen lässt, die Wirtschaft von heute zu verändern und der Wirtschaft von morgen eine Seele zu geben“.

Schreiben Seiner Heiligkeit Papst Franziskus an junge Ökonome und Unternehmer der ganzen Welt

Liebe Freunde,

            mit diesem Schreiben möchte ich euch einladen, an einer Initiative teilzunehmen, die mir sehr am Herzen liegt. Einer Initiative, die es mir ermöglicht, jungen Männern und Frauen zu begegnen, die Wirtschaftswissenschaften studieren und eine andere Art von Wirtschaft umsetzen möchten: eine, die Leben bringt, und nicht Tod; die inklusiv ist und nicht exklusiv; menschlich und nicht entmenschlichend; eine, die für die Umwelt Sorge trägt und sie nicht ausbeutet. Eine Initiative, die dazu beitragen wird, einander besser kennenzulernen und einen „Bund“ zu schließen, der uns die Verpflichtung eingehen lässt, die Wirtschaft von heute zu verändern und der Wirtschaft von morgen eine Seele zu geben.

            Die Wirtschaft muss „wiederbelebt“ werden! Und welche Stadt ist dafür besser geeignet als Assisi, das seit Jahrhunderten für einen Humanismus der Geschwisterlichkeit steht? Johannes Paul II. machte Assisi zum Sinnbild für eine Kultur des Friedens. Für mich ist es auch ein Ort, der Inspiration für eine neue Wirtschaft sein kann. Dort hat Franz von Assisi alles Weltliche abgelegt und Gott zum Kompass seines Lebens gemacht, indem er mit den Armen arm wurde, ein Bruder aller Menschen. Seine Entscheidung, die Armut anzunehmen, hat eine Vision der Wirtschaft entstehen lassen, die auch heute nichts von ihrer Aktualität eingebüßt hat. Eine Vision, die uns hoffnungsvoll in die Zukunft blicken lässt und nicht nur den Ärmsten der Armen zugutekommt, sondern der ganzen Menschheitsfamilie. Eine Vision, die auch für das Schicksal unseres Planeten, unseres gemeinsamen Hauses – „unserer Schwester Mutter Erde“, wie der heilige Franz in seinem Sonnengesang sagt –  notwendig ist.

            In meiner Enzyklika Laudato habe ich betont, dass heute mehr denn je alles eng miteinander vernetzt ist und der Schutz der Umwelt nicht davon getrennt werden darf, den Armen  Gerechtigkeit widerfahren zu lassen und Antworten auf die strukturellen Probleme der Weltwirtschaft zu finden. Wir müssen Wachstumsmodelle korrigieren, die nicht in der Lage sind, den Schutz der Umwelt, die Offenheit für das Leben, die Sorge um die Familie, die soziale Gleichstellung, die Würde der Arbeitnehmer und die Rechte künftiger Generationen zu gewährleisten. Leider hat der Appell, den Ernst der Lage zu erkennen und ein neues Wirtschaftsmodell zu schaffen, das Ergebnis einer Kultur der Gemeinschaft ist, die auf Brüderlichkeit und Gleichheit beruht, nur bei wenigen Gehör gefunden.

            Niemand ist ein besseres Vorbild für die Sorge um die Schwächsten und eine ganzheitliche Ökologie als Franz von Assisi. Ich denke an den Auftrag, den er vor dem Kreuz in der kleinen Kirche San Damiano vernahm: „Geh, Franziskus, repariere mein Haus, das, wie du siehst, in Trümmer liegt.“ Diese Haus, das  repariert werden muss, betrifft uns alle. Es betrifft die Kirche, die Gesellschaft, das Herz jedes einzelnen von uns. Und es betrifft auch zunehmend die Umwelt, die dringend einer gesunden Wirtschaft und einer nachhaltige Entwicklung bedarf, damit ihre Wunden geheilt und eine würdige Zukunft für uns alle gewährleistet werden kann.

            Angesichts dieser dringenden Notwendigkeit ist jeder von uns gerufen, seine geistigen und moralischen Prioritäten zu überdenken, damit sie den Geboten Gottes und den Anforderungen des Gemeinwohls besser entsprechen. Ganz besonders aber wollte ich euch, liebe junge Menschen, ansprechen, denn euer Wunsch nach einer besseren und glücklicheren Zukunft macht euch schon jetzt zu einem prophetischen Zeichen, das auf eine Wirtschaft verweist, die den Menschen und die Umwelt in den Mittelpunkt stellt.        

            Liebe junge Freunde, ich weiß, dass ihr in euren Herzen den immer lauter werdenden Hilferuf der Erde und ihrer Armen hören könnt, der um Menschen fleht, die Verantwortung übernehmen und Antworten geben, statt sich abzuwenden. Wenn ihr auf euer Herz hört, werdet ihr euch als Teil einer neuen und mutigen Kultur fühlen; und dann werdet ihr auch bereit sein, Risiken einzugehen und am Aufbau einer neuen Gesellschaft mitzuwirken. Der auferstandene Jesus ist unsere Stärke! Wie ich in Panama gesagt und auch in meinem Nachsynodalen Apostolischen Schreiben Christus vivit geschrieben habe: „Ich bitte euch, lasst nicht zu, dass andere die Hauptdarsteller der Veränderung sind! Ihr seid die, denen die Zukunft gehört! Durch euch tritt die Zukunft in die Welt ein. Ich bitte euch auch, die Hauptdarsteller dieser Veränderung zu sein… Ich bitte euch, Konstrukteure der Welt zu sein und euch an die Arbeit für eine bessere Welt zu machen“ (Nr. 174).   

            Eure Universitäten, Unternehmen und Organisationen sind „Baustellen der Hoffnung“ für die Schaffung eines neuen Verständnisses von Wirtschaft und Fortschritt und für die Bekämpfung der „Wegwerfkultur“, damit jenen eine Stimme gegeben wird, die keine haben, und neue Lebensstile angeboten werden. Erst wenn unser Wirtschafts- und Sozialsystem kein einziges Opfer mehr fordert und niemanden mehr ausgrenzt, werden wir das Fest der universellen Geschwisterlichkeit feiern können.       

            Deshalb möchte ich euch in Assisi treffen: damit wir durch einen gemeinsamen „Bund“ einen Prozess des globalen Wandels fördern können. Einen, an dem nicht nur Gläubige, sondern alle Männer und Frauen guten Willens teilhaben können – ungeachtet aller Unterschiede in Glauben und Nationalität, inspiriert von einem Ideal der Geschwisterlichkeit, das vor allem die Armen und Ausgegrenzten im Blick hat. Ich lade euch ein, für diesen Bund zu arbeiten und euch einzeln und in Gruppen zu verpflichten, den Traum von einem neuen Humanismus, der den Erwartungen der Männer und Frauen und dem Plan Gottes entspricht, gemeinsam zu verwirklichen.

           Der Name dieses Events  – Economy of Francesco – erinnert an den Heiligen aus Assisi und das Evangelium, dass er so konsequent gelebt hat, auch auf sozialer und wirtschaftlicher Ebene. Der heilige Franz schlägt uns ein Ideal und in gewisser Weise auch ein Programm vor. Für mich, der ich seinen Namen angenommen habe, ist er eine ständige Quelle der Inspiration.

          Mit euch und durch euch appelliere ich an einige unserer besten Ökonomen und Unternehmer, die auf globaler Ebene bereits daran arbeiten, eine Wirtschaft zu schaffen, die diesen Idealen entspricht. Ich bin zuversichtlich, dass eure Antwort nicht ausbleiben wird. Und ich setze mein Vertrauen vor allem auf euch junge Menschen, die ihr fähig seid zu träumen; bereit, mit Hilfe Gottes eine gerechtere und schönere Welt aufzubauen.           

            Unser Treffen ist auf den 26. bis 28. März 2020 anberaumt. Zusammen mit dem Bischof von Assisi, dessen Vorgänger Guido vor 800 Jahren den jungen Franz in seinem Haus empfangen hat, wo er mit der prophetischen Geste seiner Entkleidung alles Weltliche ablegte, freue ich mich darauf, euch willkommen heißen zu dürfen. Ich erwarte euch, sende euch schon jetzt meinen Gruß und meinen Segen. Und bitte: vergesst nicht, für mich zu beten. 

Aus dem Vatikan, 1. Mai 2019 Fest des heiligen Josef des Arbeiters

(vatican news 11)

 

 

 

„Wir sind Kirche" lobt neue Normen des Papstes zu Missbrauch

 

Die Reform-Initiative „Wir sind Kirche" lobt die neuen Normen von Papst Franziskus zum innerkirchlichen Vorgehen bei Fällen von sexuellem Missbrauch. „Was der Papst nun zum Umgang mit Missbrauch in der Kirche verkündet hat, ist plausibel, konkret und notwendig", sagte Sprecher Christian Weisner der „Neuen Osnabrücker Zeitung" vom Freitag.

Zugleich betonte er, derartige Regeln zum Umgang mit Missbrauch seien lange überfällig gewesen: „Wenn das Schreiben direkt am Ende des Anti-Missbrauchsgipfels im Februar veröffentlicht worden wäre, wäre der Erfolg des Gipfels sofort sichtbar geworden."

Mit strengeren Kirchenrechtsnormen will Papst Franziskus den Kampf gegen sexuellen Missbrauch durch Geistliche verschärfen. Das am Donnerstag veröffentlichte Gesetz sieht neue Verfahrensweisen für die Strafanzeige vor und führt eine weltweite Anzeigepflicht ein. Erstmals gibt es zudem Regeln für die Untersuchung gegen Bischöfe, die Ermittlungen vertuscht oder verschleppt haben. Das Gesetz verpflichtet die kirchlichen Stellen außerdem, die staatlichen Strafermittler in ihrer Arbeit zu unterstützen.

Für die Deutsche Bischofskonferenz begrüßte deren Missbrauchsbeauftragter Stephan Ackermann die neuen Regelungen. Unter anderem lobte der Trierer Bischof, dass die neuen Normen weiter gingen als bisherige Straftatbestände des kirchlichen Rechts - sowohl bei den Beschuldigten als auch beim Blick auf die Opfer. Im Gespräch mit Vatican News hob Ackermann als positiv hervor, dass nun „der Blick deutlicher auf höhere Geistliche gerichtet“ werde.

Verständnis für Fehlen einer Meldepflicht an staatliche Behörden

Der Missbrauchsbeauftragte der Bundesregierung, Johannes-Wilhelm Rörig, sprach auf Anfrage von einer weiteren wichtigen Maßnahme zur Bekämpfung von sexueller Gewalt sowie von Leugnung und Vertuschung. Für die Weltkirche gebe es nun „begrüßenswerte Standards". Zugleich äußerte er Verständnis dafür, dass es nicht automatisch eine Meldepflicht an staatliche Behörden gebe. Die Leitlinien gälten für die Weltkirche, gab Rörig zu bedenken. Und nicht in allen Ländern der Welt gebe es rechtsstaatliche Standards. Er betonte, dass die Regelungen des Papstes die Meldepflichten, die etwa die Leitlinien der Deutschen Bischofskonferenz vorsähen, nicht aushebelten.

Dem Opferverband „Eckiger Tisch" gehen die Regeln nicht weit genug. Sprecher Matthias Katsch bezeichnete im Radioprogramm SWR Aktuell das neue Gesetz zwar als guten Schritt. Es fehle aber die verbindliche Vorgabe, dass Fälle sexuellen Missbrauchs an Behörden gemeldet werden müssten.

(kna/vn 10)

 

 

 

Konkret und wirksam gegen sexuellen Missbrauch vorgehen

 

Bischof Ackermann zum Motu proprio „Vos estis lux mundi“ von Papst Franziskus

 

Zum heute (9. Mai 2019) vom Vatikan veröffentlichten Motu proprio „Vos estis lux mundi“ erklärt Bischof Dr. Stephan Ackermann (Trier), Beauftragter der Deutschen Bischofskonferenz für Fragen des sexuellen Missbrauchs im kirchlichen Bereich und für Fragen des Kinder- und Jugendschutzes:

 

„Das mit Datum vom 7. Mai 2019 unterzeichnete Motu proprio Vos estis lux mundi setzt die Reihe der Dokumente fort[1], mit denen Papst Franziskus als universalkirchlicher Gesetzgeber den Kampf gegen den sexuellen Missbrauch durch kirchliche Amtsträger noch konsequenter und präziser als bisher weiterführen will.

 

Dazu weitet das Motu proprio bisherige Straftatbestände des kirchlichen Rechts aus: Es umfasst beispielsweise nicht nur Kleriker, sondern auch Ordensangehörige, die keine Kleriker sind. Es weitet die Gruppe der möglichen Opfer aus auf ‚schutzbedürftige Personen‘. Damit sind Personen gemeint, die aufgrund unterschiedlicher Bedingungen in ihrer Fähigkeit, sich gegen Übergriffe zu wehren, eingeschränkt sind. Die Strafbarkeit der Erstellung von pornographischem Material bleibt nicht mehr auf Kinder beschränkt, sondern wird auf Minderjährige insgesamt und schutzbedürftige Personen ausgedehnt (Art. 1).

 

Über diese inhaltlichen Erweiterungen hinaus zielt das Dokument zum einen auf Straftaten, die mutmaßlich von höheren Geistlichen begangen wurden, zum anderen zielt es auf die Pflichten bzw. Pflichtverletzungen derjenigen, die in der Verantwortung stehen, die Straftaten zu verfolgen. Auch hier sind vor allem die höheren Geistlichen angesprochen, wie etwa Kardinäle, Patriarchen, Bischöfe und Nuntien, aber auch Generalobere und Äbte (Art. 6). Sie werden auf die im Motu proprio festgelegten Verfahrensweisen verpflichtet. Alle Diözesen haben binnen eines Jahres nach Inkrafttreten des Motu proprio feste Meldesysteme für Missbrauchsfälle einzurichten, die der Öffentlichkeit leicht zugänglich sind (Art. 2 § 1). Hiermit wird gesetzlich festgeschrieben, was wir in Deutschland mit den diözesanen Ansprechpersonen bereits seit 2010 eingerichtet haben (vgl. Leitlinien Nr. 4–11).

 

Das Motu proprio trifft zeitliche Festlegungen, die eine Zügigkeit der Verfahren sicherstellen sollen: So werden die römischen Behörden verpflichtet, nach Erhalt einer Meldung innerhalb von 30 Tagen zu reagieren (Art. 10 § 2). Und die Ebene der Ortskirchen wird dazu verpflichtet, der zuständigen römischen Stelle monatlich eine Information über den aktuellen Stand der Untersuchungen zu geben (Art. 12 § 9). Neu ist dabei die Rolle, die dem Metropoliten im Prozess zukommt, wenn ein Bischof beschuldigt wird: Er ist in der Regel derjenige, der einer Anschuldigung nachzugehen hat. Die Beauftragung dazu erhält er durch die römischen Behörden (Art. 10 § 1). Zur Erfüllung seiner Aufgabe sollen ihm qualifizierte Personen zur Seite stehen, wobei eigens auch auf die Mitwirkung von Laien hingewiesen wird (Art. 13). Sollte der Metropolit selbst beschuldigt werden, hat ein anderer Bischof dessen Aufgabe wahrzunehmen (Art. 8 § 2).

 

Das Motu proprio vermerkt in einem eigenen Artikel, dass den mutmaßlich Betroffenen nicht nur mit Respekt begegnet werden soll, sondern auch diverse Hilfen anzubieten sind (Art. 5 § 1).

 

Abschließend stellt das Dokument unmissverständlich fest, dass die in ihm formulierten Normen nicht die ‚jeweils von den staatlichen Gesetzen festgelegten Rechte und Pflichten … beeinträchtigen, insbesondere diejenigen in Bezug auf allfällige Meldepflichten an die zuständigen zivilen Behörden‘. (Art. 19)

 

Für Deutschland werden wir zeitnah prüfen, welche möglichen Auswirkungen das Dokument, das am 1. Juni 2019 in Kraft tritt, vor allem auf unsere nationalen Leitlinien hat. Diese befinden sich aktuell ohnehin in einer Phase der Überprüfung.“

Hinweis: Das Motu proprio Vos estis lux mundi ist auf der Internetseite des Vatikans verfügbar. Dbk 9

 

 

 

 

Unchristliche CDU?

 

Die CDU adressiert im Europawahlkampf den Zynismus ihrer Wähler und befindet sich in der Flüchtlingspolitik im Widerspruch zur Linie des Papstes. von Alexander Kern

„Offene Grenzen nach innen und sichere Grenzen nach außen. Für Deutschlands Zukunft. Unser Europa bietet Freiheit und Sicherheit“. Das ist einer der Wahlsprüche der CDU für die anstehenden Europaparlamentswahlen. Sichere Grenzen nach außen also. Warten denn vor den Grenzen russische Armeen? Hat Ankara seine Panzer zusammengezogen, um Griechenland oder Bulgarien zu überfallen? Natürlich nicht und alle wissen, was stattdessen gemeint ist. Die „illegale Migration“ soll unterbunden werden. Die Botschaft der CDU ist glasklar und auch, dass damit um das Klientel der AfD geworben werden soll.

Abschreckung durch Hindernisse

Wie die „Sicherung“ der europäischen Außengrenze in der Praxis aussieht, ist ebenfalls längst bekannt und stand in allen Zeitungen: Man rüstet an der Grenze zwischen Niger und Libyen mafiöse Banden hoch. Die EU, allen voran Italien, bewaffnet und finanziert dieselben Strukturen, die vorher ihr Geld als Schlepper verdient haben. Das berichtete etwa die Süddeutsche bereits im September 2017. Dieses Geld fließt, damit ankommende Flüchtlinge in Lagern interniert werden. Wie es in diesen Lagern aussieht, kann man sich vorstellen. Es herrscht Krankheit, Gewalt und Perspektivlosigkeit. Es sind Zustände, die Flüchtlinge vom Weg nach Europa abschrecken sollen. Wer es doch irgendwie aufs Mittelmeer schafft, ist auf sich allein gestellt: Seenotrettung steht faktisch unter Strafe.

All das ist bekannt. Offenbar schadet es der CDU nicht, damit offensiv zu werben. Auch während Merkels „Wir schaffen das“-Kampagne und obwohl in dieser Zeit viele Flüchtlinge aufgenommen wurden, war es europäische Politik, die Flüchtenden bereits in Afrika gewaltsam zu stoppen. Seit Kramp-Karrenbauer jedoch das Sagen hat, macht man keine gute Miene mehr zum bösen Spiel. Unser Wohlstand bleibt hier und die Fremden bleiben drüben.

**Anspruch und Wirklichkeit

Die CDU trägt das „christlich“ im Namen. Dennoch gibt sie keine müde Mark auf das, was Papst Franziskus überall auf der Welt verkündet. Erst kürzlich besuchte er in Marokko ein Flüchtlingslager. Laut Zahlen der UNO gab es noch nie so viele Flüchtlinge wie heute – und für die Verfechter des christlichen Abendlands stellt das nichts als ein Sicherheitsrisiko dar. Ende März hatte Franziskus in Marokko noch ein Flüchtlingslager besucht, seine Botschaft: „Ihr seid keine Außenseiter, ihr seid in der Herzmitte der Kirche“. Fast ist es erstaunlich, mit welchem Zynismus die CDU bei ihren Wählern mit dem Gegenteil werben kann. Kath.de 10

 

 

 

Vatikan: Botschaft zum islamischen Fastenmonat

 

Auch in diesem Jahr hat der Vatikan den Muslimen in aller Welt zu ihrem Fastenmonat Ramadan Grüße übermittelt. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Wir Muslime und Christen sind dazu aufgerufen, uns für den jeweils anderen zu öffnen, ihn besser kennenzulernen und ihn als Bruder oder Schwester anzuerkennen“, heißt es in der Botschaft des päpstlichen Dialogrates. „Auf diese Weise können wir die Mauern niederreißen, die Angst und Ignoranz errichtet haben.“

Der Ramadan sei eine gute Gelegenheit, um die „geistlichen Bande der Freundschaft zwischen Christen und Muslimen zu stärken“. Die Botschaft aus dem Vatikan bedient sich großzügig aus Texten der Papstreisen nach Ägypten (2017) und Abu Dhabi (2019). Im Februar hatte Franziskus als erster Papst überhaupt den Fuß auf arabischen Boden gesetzt.

“ Nicht nur Toleranz, sondern autentisches Zusammenleben ”

Der Dialog zwischen den zwei großen Religionen sollte aus Vatikansicht „das Recht jedes Menschen auf Leben, auf körperliche Unversehrtheit und auf grundlegende Rechte wie die Gewissens-, Denk-, Meinungs- und Religionsfreiheit fördern“. „Dazu gehört die Freiheit, sowohl in der privaten als auch in der öffentlichen Sphäre nach den eigenen Überzeugungen leben zu dürfen.“

Ziel sei „nicht einfach nur eine Haltung der Toleranz, sondern ein authentisches, friedliches Zusammenleben“. Die Botschaft ist vom Sekretär des Dialogrates, Miguel Ángel Ayuso Guixot, unterzeichnet. (vn 10)

 

 

 

 

„Licht der Welt“: Neue Regeln zum Umgang mit Missbrauch

 

Neue Verfahren zum Umgang mit sexueller Belästigung und Gewalt: Papst Franziskus legt ein neues Motu Proprio vor. Unter dem Titel „Vos estis lux mundi“ – Ihr seid das Licht der Welt – geht es um Meldepflicht für Missbrauchsfälle, um verpflichtende Anlaufstellen in jedem Bistum und um Verfahren zum Umgang mit Vorwürfen gegen Bischöfe. Der Vatikan veröffentlichte das Dokument an diesem Donnerstag. Andrea Tornielli und P Bernd Hagenkord - Vatikanstadt

 

Bischöfe und Ordensobere haben eine besondere Verantwortung bei der Verhütung und Verfolgung des Verbrechens des sexuellen Missbrauchs, deswegen widmet sich dieses universale Gesetz für die gesamte katholische Kirche den Verfahrensregeln, wie die Wahrnehmung dieser Verantwortung sicher zu stellen ist.

Es geht dem Papst um den Einsatz gegen Missbrauch, aber auch gegen die Vertuschungen, die „darauf abzielen, die Untersuchung des Missbrauchs zu stören oder zu umgehen". Das Dokument ist ein weiteres Ergebnis der im Februar 2019 im Vatikan abgehaltenen Sitzung zum Schutz von Minderjährigen.

Eine Anlaufstelle für Beschwerden in jedem Bistum

Zu den geplanten Neuerungen gehört die Verpflichtung, dass alle Bistümer der Welt bis Juni 2020 über stabile und der Öffentlichkeit leicht zugängliche Verfahren verfügen müssen, um sexuellen Missbrauch durch Geistliche und Ordensleute sowie andere Delikte wie etwa die Kinderpornografie anzeigen zu können. Wie genau diese Verfahren aussehen sollen, bestimmt der Papst nicht, das sollen die Ortskirchen je nach eigener Kultur und eigenen Gegebenheiten entscheiden.

Es muss aber sichergestellt werden, dass Opfer sich an die Kirche wenden können und vor Vergeltungsmaßnahmen geschützt werden. Ihre Anzeige müsse „mit größter Ernsthaftigkeit“ behandelt werden.

Anzeigepflicht

Eine weitere Neuerung betrifft die Verpflichtung aller Kleriker und Ordensleute, der zuständigen kirchlichen Autorität „unverzüglich alle ihnen bekannt gewordenen Berichte über Missbrauch zu melden", außerdem jeden Versuch, die Tat zu vertuschen und den Täter zu decken.

Betraf diese Verpflichtung bisher in gewissem Sinne nur das individuelle Gewissen, so wird sie von nun an zu einem allgemein anerkannten Rechtsgebot. Die Verpflichtung als solche gilt nur für Kleriker und Ordensleute, alle Laien werden aber ermutigt, sich ebenfalls daran zu halten.

Nicht nur Kindesmissbrauch

In dem Rechtstext geht es nicht nur um sexuelle Gewalt an Minderjährigen und schutzbedürftigen Menschen, sondern ganz allgemein um sexuelle Gewalt und Belästigung durch den Missbrauch von Autorität.

Diese Verpflichtungen umfassen auch jeden Fall von Gewalt gegen Ordensleute durch Geistliche sowie Belästigung von volljährigen Seminaristen oder Novizen.

Thema Vertuschung

Eines der wichtigsten Elemente des Motu Proprio ist die Behandlung von Vertuschung als spezifische Kategorie, bestehend aus „Handlungen oder Unterlassungen“, die darauf abzielen, Zivilermittlungen oder kanonische, administrative oder strafrechtliche Ermittlungen gegen Kleriker oder Ordensleute in Bezug auf die Verbrechen des sexuellen Missbrauchs zu stören oder zu umgehen.

Das richtet sich gegen Amtsträger in der Kirche, die anstatt begangene Missbräuche zu verfolgen diese vertuscht haben und die mutmaßlichen Täter statt der Opfer geschützt haben.

Schutz schutzbedürftiger Personen

Das Dokument „Vos estis lux mundi“ betont die Bedeutung des Schutzes von Minderjährigen (Menschen unter 18 Jahren) und schutzbedürftigen Personen. Der Begriff der „schutzbedürftigen Person" wird weiter verstanden als bisher und betrifft nicht mehr nur Menschen, die keinen Gebrauch der geistigen Fähigkeiten des Menschen machen können. Der Papst will darunter auch „gelegentliche und vorübergehende Fälle“ verstanden wissen, außerdem körperliche Behinderungen.

In dieser Hinsicht entspricht das neue Motu proprio dem jüngsten vatikanischen Gesetz (vom 26. März 2019).

Achtung staatlicher Gesetze

Die Verpflichtung zur Anzeige an die zuständige kirchliche Autorität beeinträchtigt oder ändert keineswegs andere Meldepflichten, welche in den zivilen Rechtsordnungen vorgesehen sind: Die Regeln gelten „unbeschadet der Rechte und Pflichten, die an irgendeinem Ort durch die Gesetze des Staates festgelegt sind, insbesondere derjenigen, die die Meldepflichten gegenüber den zuständigen Zivilbehörden betreffen".

Ebenfalls ausdrücklich unangetastet bleibt das Beichtgeheimnis.

Schutz von Hinweisgebern und Opfern

Das Dokument befasst sich ebenfalls mit dem Schutz derer, die Missbrauch zur Anzeige bringen. Diese dürfen keiner Diskriminierung ausgesetzt werden.

Zur Spache kommt ebenfalls das Problem der Opfer, die in der Vergangenheit zum Schweigen gebracht wurden. Vielmehr unterlägen sie keinerlei „Schweigepflicht zum Inhalt“ der Vorwürfe, die sie machten.

„Vos estis lux mundi“ erklärt auch, dass Opfer und ihre Familien mit Würde und Respekt behandelt werden müssen und angemessene spirituelle, medizinische und psychologische Unterstützung erhalten müssen.

Ermittlungen gegen Bischöfe

Das Motu Proprio regelt außerdem die Ermittlungen gegen Bischöfe, Kardinäle, Ordensobere und all jene, die in verschiedenen Funktionen Leitungsverantwortung tragen, und sei es auch nur vorübergehend. Es geht um Ermittlungen sowohl wegen selber begangenen sexuellen Missbrauchs wie auch wegen Vertuschung.

Als Neuerung führt das Motu Proprio ein, dass der Erzbischof der Metropolie vom Vatikan den Auftrag erhält, diese Ermittlungen durchzuführen, wenn es bei dem Beschuldigten um einen Bischof geht. Das Verfahren will sicherstellen, dass lokale Mittel und Strukturen auch bei der Frage der Ermittlung gegen Bischöfe genutzt werden.

In dieser Frage hatte es besonders in der Bischofskonferenz der USA Debatten gegeben, der Vatikan hatte einen Entwurf der US-Bischöfe zur Regelung dieser Frage zu Gunsten des jetzt vorgelegten Verfahrens im November vergangen Jahres gestoppt.

Einbeziehung der Laien

Ebenfalls in der Vergangenheit diskutiert worden war die Einbeziehung von Laien in Untersuchungsverfahren gegen Bischöfe. Der Papst legt jetzt fest, dass „qualifizierte Personen“ einbezogen werden können. Die Normen sehen nun vor, dass Bischofskonferenzen und Bistümer Listen von derartigen qualifizierten Personen erstellen können, die zur Zusammenarbeit bereit sind. Sie legen auch fest, dass die letztendliche Verantwortung für die Untersuchungen beim untersuchenden Erzbischof und Metropoliten liegt.

Das Dokument bekräftigt das Prinzip der Unschuldsvermutung bei Verdächtigungen, ein Punkt, den Papst Franziskus bereits in seiner Abschlussansprache zur Kinderschutz-Konferenz im Februar betont hatte. Ein Verdächtigter ist über die Untersuchung zu informieren, allerdings nur im Fall der Einleitung eines förmlichen Verfahrens. Bei einer Voruntersuchung kann dies aus verschiedenen Gründen entfallen.

Unschuldsvermutung

Das Motu proprio nimmt keine Änderungen an den Strafen für Verbrechen vor, sondern legt das Verfahren für die Meldung und Durchführung von Untersuchungen fest. Nach Abschluss der Untersuchung leitet der Erzbischof und Metropolit (oder in bestimmten Fällen, wenn es etwa um den Erzbischof selber geht, der Bischof der suffraganen Diözese mit höchster Seniorität) die Ergebnisse an das zuständige Vatikanamt weiter und beendet damit seine Arbeit.

Das zuständige Dikasterium handelt dann auf der Grundlage der bereits bestehenden kirchenrechtlichen Normen. Auf der Grundlage der Ergebnisse der Untersuchung kann der Heilige Stuhl der untersuchten Person unverzüglich vorbeugende und einschränkende Maßnahmen auferlegen. (vatican news 9)

 

 

 

Papst bei Generalaudienz: Danke Bulgarien und Nordmazedonien!

 

Wenige Stunden nach seiner Rückkehr aus Skopje ist Papst Franziskus an diesem Mittwoch bei der Generalaudienz auf dem Petersplatz auf die Reise nach Bulgarien und Nordmazedonien eingegangen. Bulgarien sei eine „Brücke zwischen Ost- und Westeuropa“, während der kleine Balkanstaat Nordmazedonien vor allem mit der Herausforderung für die jungen Bürger beschäftigt sei, so sein Fazit. Auch betete er für den verstorbenen „Arche“-Gründer Jean Vanier. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Mit einem „herzlichen Dankeschön“ an die Behörden und Kirchenvertreter in Bulgarien und Nordmazedonien für die Durchführung der Reise begann der Papst seine Ansprache. An diesem Mittwoch setzte er seine Katechesereihe zum Vaterunser aus und ging – wie üblich nach Auslandsreisen – auf seinen jüngsten Besuch nach Südosteuropa ein.

Die erste Etappe führte ihn nach Bulgarien, wo er auf den Spuren von Angelo Roncalli, dem späteren Papst Johannes XXIII., wandelte. Dieser heilige Kirchenmann habe sich für den Frieden eingesetzt und dies sei auch sein Anliegen bei seinem Besuch in Sofia und Rakoswki gewesen, so Franziskus.

Er habe dort alle eingeladen, „auf dem Weg der Geschwisterlichkeit zu gehen“; und auf diesem Weg habe er insbesondere bei seinem Treffen mit dem Patriarchen Neofit von der bulgarisch-orthodoxen Kirche sowie den Mitgliedern der Heiligen Synode „einen Schritt nach vorne“ machen können. Es sei die Berufung und Mission eines jeden Christen, „ein Zeichen und Werkzeug der Einheit“ zu sein. Dies könne man „mit Hilfe des Heiligen Geistes“ sein, indem man das, „was uns verbindet, dem voranstellt, was uns trennt“.

Slawen-Apostel waren kreativ

In Sofia habe er „in der majestätischen Patriarchen-Kathedrale des heiligen Aleksander Newski“ beten dürfen. Dort sei er im Gebet vor der Ikone der beiden heiligen Brüder Kyrill und Method gestanden, erinnerte der Papst. Die beiden Slawen-Apostel hätten ihre griechisch-christliche Kultur „kreativ“ umgesetzt, „um die christliche Botschaft an die slawischen Völker weiterzugeben“, fügte Franziskus an.

Er habe zweimal die Eucharistie mit der katholischen Gemeinschaft in Bulgarien gefeiert und sie ermutigt, „hoffnungsvoll und großzügig zu sein“. Der letzte Akt der Reise nach Bulgarien erfolgte zusammen mit den Vertretern der verschiedenen Religionen, so der Papst weiter: „Wir erbaten das Geschenk des Friedens von Gott, während eine Gruppe von Kindern Fackeln trug, ein Symbol des Glaubens und der Hoffnung.“

Die zweite Etappe stand im Zeichen der heiligen Mutter Teresa: In der nordmazedonischen Hauptstadt Skopje, wo Mutter Teresa zur Welt kam, habe er um ihre Fürsprache gebetet. „Ich habe in Anwesenheit anderer religiöser Führer und einer großen Gruppe armer Menschen gebetet, und ich segnete auch den Grundstein für ein Heiligtum, das ihr gewidmet ist“, sagte der Papst auf dem Petersplatz.

Eigenständigen Weg Nordmazedoniens unterstützt

Der Heilige Stuhl habe von Anfang an versucht, den „eigenständigen Weg“ Nordmazedoniens zu unterstützen, erinnerte der Papst. Mit seinem Besuch wollte er vor allem die traditionelle Fähigkeit Nordmazedoniens hervorheben, „verschiedene ethnische und religiöse Zugehörigkeiten aufzunehmen, sowie sein Engagement für die Aufnahme und Unterstützung einer großen Zahl von Migranten und Flüchtlingen in der Krisenzeit von 2015 und 2016“.

Nordmazedonien sei ein Land, das aus institutioneller Sicht jung sei. Gleichzeitig handele es sich auch um ein Land, „das klein ist und sich für weite Horizonte öffnen muss, ohne seine Wurzeln zu verlieren“. Deshalb war es für Franziskus wichtig, „dass dort das Treffen mit jungen Menschen stattfand“. Jungen und Mädchen verschiedener christlicher Konfessionen, aber auch anderer Religionen seien dort vereint durch den Wunsch, „etwas Schönes im Leben aufzubauen“. Deshalb habe er sie ermahnt, „große Träume zu verwirklichen und sich zu engagieren, wie die junge Agnes - die zukünftige Mutter Teresa - die der Stimme Gottes lauschte und im Gebet und im Fleisch der bedürftigen Brüder und Schwestern sprach“.

Ein wenig Hefe reicht, um Teig aufgehen zu lassen

Neben den Zeugnissen der Jugendlichen habe er in Skopje auch die der Priester und Ordensleute gehört. Männer und Frauen, die ihr Leben Christus gewidmet haben, so der Papst. Für sie käme „früher oder später“ die Versuchung, zu sagen: „Herr, was ist dieses kleine Geschenk von mir angesichts der Probleme der Kirche und der Welt? So erinnerte ich sie daran, dass ein wenig Hefe den ganzen Teig aufgehen lassen kann, und ein wenig Parfüm, rein und konzentriert, verleiht der ganzen Umgebung einen guten Geruch“, sagte der Papst.

Ein Anliegen der Reise sei die Hervorhebung des „Geheimnisses Jesu, der Eucharistie, und somit Samen des neuen Lebens für die ganze Menschheit“. Die Heilige Messe, die auf dem Platz von Skopje gefeiert wurde, habe am Rande des heutigen Europas das Wunder Gottes erneuert. Dieses Wunder sei das Brechen des wenigen Brotes und das Teilen der Fische, um den Hunger der Menschen zu sättigen. „Seiner unerschöpflichen Vorsehung vertrauen wir die Gegenwart und die Zukunft der Völker an, die ich auf dieser Reise besucht habe“, schloss der Papst seine Ansprache. (vn 8)

 

 

 

Wortlaut: Predigt von Papst Franziskus in Skopje

 

Papst Franziskus hat am Dienstag in der nordmazedonischen Hauptstadt Skopje eine heilige Messe gefeiert. Hier finden Sie die Predigt, die er dabei gehalten hat, in vollem Wortlaut.

 

„»Wer zu mir kommt, wird nie mehr hungern, und wer an mich glaubt, wird nie mehr Durst haben«, hat uns der Herr gerade gesagt (Joh 6,35).

Im Evangelium versammelt sich um Jesus herum eine Menge, die noch immer die Brotvermehrung vor Augen hatte. Dies war einer jener Momente, die sich den Augen und Herzen der ersten Jüngergemeinschaft dauerhaft eingeprägt hatten. Es war ein Fest gewesen… Das Fest, bei dem die Überfülle Gottes offenbar wurde wie auch die Sorge um seine Kinder, die im Teilen des Brotes und in der Teilhabe an diesem Brot zu Brüdern und Schwestern wurden. Stellen wir uns für einen Moment diese Menschenmenge vor. Etwas hatte sich geändert. Für einige Augenblicke konnten diese durstigen und stillen Menschen, die Jesus aus Verlangen nach einem Wort folgten, das Wunder der Brüderlichkeit, das sättigend und überfließend sein kann, mit ihren Händen berühren und leibhaftig spüren.

Der Herr ist gekommen, um der Welt Leben zu geben

Der Herr ist gekommen, um der Welt Leben zu geben, und er tut dies immer auf eine Weise, die erfolgreich die Enge unserer Berechnungen, die Mittelmäßigkeit unserer Erwartungen und die Oberflächlichkeit unseres Intellektualismus in Frage stellt; er hinterfragt unsere Ansichten und unsere Gewissheiten und lädt uns ein, eine neue Perspektive einzunehmen, die Raum für eine andere Art der Wirklichkeitsgestaltung lässt. Er ist das lebendige Brot, das vom Himmel herabgekommen ist: »Wer zu mir kommt, wird nie mehr hungern, und wer an mich glaubt, wird nie mehr Durst haben«.

All diese Menschen entdeckten, dass der Hunger nach Brot auch noch andere Bedeutungsebenen hat: Hunger nach Gott, Hunger nach Brüderlichkeit, Hunger nach Begegnung und gemeinsamer Feier.

“ Wir haben uns daran gewöhnt, das harte Brot der Desinformation zu essen ”

Wir haben uns daran gewöhnt, das harte Brot der Desinformation zu essen, und so wurden wir schließlich zu Gefangenen der Diskreditierung, der Etikettierung und der Abschätzigkeit; wir glaubten, dass der Konformismus unseren Durst stillen würde, und haben am Ende unseren Durst mit Gleichgültigkeit und Gefühllosigkeit gestillt; wir haben uns mit Träumen von Pracht und Größe ernährt und haben letztlich doch nur Ablenkung, Verschlossenheit und Einsamkeit gegessen; wir haben uns mit Connections vollgestopft und darüber den Geschmack an der Brüderlichkeit verloren. Wir haben schnelle und sichere Ergebnisse gesucht und fühlen uns beklommen vor Ungeduld und Unruhe. Als Gefangene der Virtualität ist uns der Geschmack und das Aroma der Realität abhandengekommen.

Sagen wir es deutlich und ohne Furcht: Wir sind hungrig, Herr... Wir sind hungrig, Herr, nach dem Brot deines Wortes, das unsere Verschlossenheit und unsere Einsamkeit zu öffnen vermag; wir sind hungrig, Herr, nach Brüderlichkeit, damit uns nicht Gleichgültigkeit, Diskreditierung und Abschätzigkeit auf den Tisch kommen und den ersten Platz bei uns zu Hause einnehmen. Wir sind hungrig, Herr, nach Begegnungen, in denen dein Wort in uns Hoffnung wecken, wieder Zärtlichkeit hervorrufen und das Herz empfindsam machen kann, weil es Wege der Verwandlung und der Umkehr eröffnet.

Die Schablonen aufbrechen

Wir haben Hunger danach, Herr, wie diese Menschenmenge die Vervielfältigung deiner Barmherzigkeit zu erleben, die Schablonen aufbrechen kann und die fähig ist, das Mitgefühl des Vaters für jeden Menschen zu teilen und weiterzugeben, besonders an diejenigen, für die sich niemand interessiert, die vergessen oder verachtet werden. Lasst uns das kraftvoll und furchtlos sagen: Wir sind hungrig nach Brot, Herr, nach dem Brot deines Wortes und nach dem Brot der Brüderlichkeit.

In wenigen Augenblicken werden wir uns in Bewegung setzen, werden wir an die Altarmensa treten, um uns vom Brot des Lebens zu nähren, wie es uns der Herr aufgetragen hat: »Wer zu mir kommt, wird nie mehr hungern, und wer an mich glaubt, wird nie mehr Durst haben« (Joh 6,35). Dies ist das Einzige, was der Herr von uns verlangt: Kommt. Er lädt uns ein, aufzubrechen, uns zu bewegen, hinaus zu gehen. Er fordert uns auf, auf ihn zuzugehen, damit wir an seinem Leben und seiner Sendung teilhaben können. „Kommt“, sagt uns der Herr. Bei diesem Kommen geht es nicht nur darum, von einem Ort zum anderen zu gehen, sondern um die Fähigkeit, uns bewegen zu lassen, uns von seinem Wort in unseren Entscheidungen, Gefühlen, und Prioritäten verwandeln zu lassen, damit wir uns trauen, dieselben Gesten zu vollziehen wie er selbst und in der ihm eigenen Sprache zu sprechen, mit der »Sprache des Brotes, die Zärtlichkeit, Gemeinschaft und großzügige Hingabe an die Anderen ausdrückt« , eine Liebe, die konkret und spürbar ist, weil sie alltäglich und real ist.

In jeder Eucharistie bricht und verteilt sich der Herr und lädt auch uns ein, dass wir uns mit ihm brechen und verteilen und an jenem Wunder der Vervielfältigung teilnehmen, das jeden Winkel dieser Stadt, dieses Landes, dieser Gegend mit ein wenig Zärtlichkeit und Mitgefühl erreichen und berühren will.

Hunger nach Brot, Hunger nach Brüderlichkeit und nach Gott

Hunger nach Brot, Hunger nach Brüderlichkeit, Hunger nach Gott. Wie gut kannte Mutter Teresa dies alles. Sie wollte ihr Leben auf zwei Säulen gründen: auf Jesus, der in Eucharistie gegenwärtig ist und auf Jesus, der in den Armen gegenwärtig ist! Liebe, die wir empfangen, Liebe, die wir geben. Zwei untrennbare Säulen, die ihren Weg markiert und die sie in Bewegung gesetzt haben, sie, die auch selbst ihren Hunger und Durst stillen wollte. Sie ging zum Herrn und gleichzeitig zum Bruder und zur Schwester, die verachtet, ungeliebt, allein und vergessen waren; sie ging zum Bruder und zur Schwester und fand das Antlitz des Herrn... Denn sie wusste, dass »Gottes- und Nächstenliebe verschmelzen: Im Geringsten begegnen wir Jesus selbst, und in Jesus begegnen wir Gott« , und einzig diese Liebe war in der Lage, ihren Hunger zu stillen.

Brüder und Schwestern, heute wandelt der auferstandene Herr weiter in unserer Mitte, dort, wo sich das alltägliche Leben ereignet und abspielt. Er kennt unseren Hunger und sagt uns noch immer: »Wer zu mir kommt, wird nie mehr hungern, und wer an mich glaubt, wird nie mehr Durst haben« (Joh 6,35). Ermutigen wir uns gegenseitig, aufzustehen und die Fülle seiner Liebe zu erfahren; lassen wir ihn unseren Hunger und Durst im Sakrament des Altares und im Sakrament unseres Bruders und unserer Schwester stillen.“  Franziskus

 

 

 

 

Katholischer Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus 2019

 

„Global Village: Weltort Lennep“ erhält den ersten Preis

 

Zum dritten Mal vergibt die Deutsche Bischofskonferenz den Katholischen Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus. Der mit 4.000 Euro dotierte erste Preis geht an das Projekt „Global Village: Weltort Lennep“ der Katholischen Pfarrgemeinde St. Bonaventura und Hl. Kreuz in Remscheid-Lennep. Die beiden zweiten Preise (jeweils 3.000 Euro) erhalten die Katholische Landjugendbewegung Deutschlands (KLJB) und der Bund der Alevitischen Jugendlichen in Deutschland (BDAJ) für ihre gemeinsame Initiative „Tacheles! Klare Kante gegen Extremismus“ sowie die Caritas Schweinfurt für das Projekt „Lesekoffer Flucht und Vertreibung“ und weitere Aktivitäten in der Flüchtlingshilfe. Mit einem „Sonderpreis für eine innovative Projektidee“ (1.500 Euro) wird das Projekt „Café Hoffnung“ der Katholischen Akademie des Bistums Dresden-Meißen ausgezeichnet.

 

Der Vorsitzende der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), der zugleich Jury-Vorsitzender ist, erklärt anlässlich der heutigen Veröffentlichung der Preisträger: „Der Glaube an Jesus Christus motiviert zahlreiche Menschen, sich für ein respektvolles Miteinander einzusetzen. Durch Worte und Taten bezeugen sie, dass Hass und Menschenverachtung der christlichen Botschaft widersprechen. Der Katholische Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus verdeutlicht auch dieses Jahr wieder: An vielen Orten in unserem Land gibt es Leuchttürme des kirchlichen Engagements. Dies macht mich zuversichtlich und dankbar.“

 

Insgesamt sind 81 Bewerbungen und Vorschläge für den Preis eingereicht worden. Die Preisverleihung ist am 4. Juli 2019 auf der Zeche Carl in Essen. Dort wird auch der vierte Katholische Flüchtlingsgipfel stattfinden, der fremdenfeindliche Tendenzen als Herausforderung für die kirchliche Flüchtlingsarbeit in den Blick nimmt.

 

Erster Preis: „Global Village: Weltort Lennep“, Katholische Pfarrgemeinde St. Bonaventura und Hl. Kreuz in Remscheid-Lennep

Das Projekt „Global Village: Weltort Lennep“ hat sich auf kreative und sensible Weise dem Austausch zwischen Kulturen und Generationen

verschrieben. Im Zentrum stehen die Geschichten von Menschen vor Ort: in Lennep aufgenommene Flüchtlinge, Senioren aus dem Umfeld der Kirchengemeinde, Kinder und Jugendliche aus unterschiedlichen Gruppen, Gläubige der Spanischen Mission oder Menschen in schwierigen Lebenslagen, die beim örtlichen „Lotsenpunkt“ Unterstützung suchen. Das Projekt macht erfahrbar, was Menschen unterschiedlicher Herkunft und Prägung verbindet. Der persönliche Austausch wird zu einer Stadtführung weiterentwickelt, die in Gesprächen, im szenischen Spiel und durch kulinarische Spezialitäten von der Vielfalt des Lebens im Quartier erzählt. Dabei zeigt sich: Geschichten aus Lennep sind Weltgeschichten. Eine besondere Stärke des Projekts, das vom „Engagementförderer“ der Katholischen Pfarrgemeinde St. Bonaventura und Hl. Kreuz geleitet wird, liegt in der Vernetzung von Akteuren, zwischen denen es sonst nur wenige Berührungspunkte gäbe. Mit „Global Village: Weltort Lennep“ eröffnen die Pfarrgemeinde und der von ihr getragene „Lotsenpunkt“ Räume des Austauschs, die der gesamten Stadtgesellschaft zugutekommen. An die Stelle abstrakter Stereotypen tritt konkrete menschliche Wertschätzung.

 

Zweiter Preis: „Tacheles! Klare Kante gegen Extremismus“, Katholische Landjugendbewegung Deutschlands (KLJB) und Bund der Alevitischen Jugendlichen in Deutschland (BDAJ)

Bei „Tacheles! Klare Kante gegen Extremismus“ handelt es sich um ein interreligiöses Kooperationsprojekt, das junge Menschen für Fragen des Antisemitismus und Extremismus sensibilisieren und zur aktiven Mitgestaltung einer weltoffenen, pluralen Gesellschaft befähigen will. Im Laufe des Projekts haben Jugendliche und junge Erwachsene gelernt, als Multiplikatoren Schulungen anzubieten. Von besonderem Wert sind die interreligiösen und interkulturellen Begegnungen unter Jugendlichen, die ein Kennenlernen über Grenzen hinweg ermöglichen und Vorurteile abbauen helfen. Durch den Austausch mit der Jüdischen Studierendenunion Deutschland (JSUD) verfolgt das Projekt auch einen „trialogischen“ Ansatz. Für Ende 2019 ist eine gemeinsame pädagogisch begleitete Gedenkstättenfahrt geplant.

 

Zweiter Preis: Engagement der Caritas Schweinfurt: „Lesekoffer Flucht und Vertreibung“ und weitere Aktivitäten in der Flüchtlingshilfe

Der Caritasverband für die Stadt und den Landkreis Schweinfurt engagiert sich in besonderer Weise für die Anliegen von Geflüchteten und die Überwindung fremdenfeindlicher Ressentiments. Dabei besteht eine enge Kooperation mit lokalen Partnern: der Citypastoral Schweinfurt, der Diakonie, Vereinen, Verbänden, Schulen und kommunalen Einrichtungen. Ein Schwerpunkt liegt auf der Arbeit mit Kindern, Jugendlichen und jungen Erwachsenen. Das Projekt „Lesekoffer Flucht und Vertreibung“ eröffnet Lesern einen persönlichen Zugang zu den Gründen, Schrecken und Ursachen von Flucht und Vertreibung. Neben der Vermittlung von Faktenwissen geht es vor allem darum, Empathie zu wecken, Vorurteilen entgegenzuwirken und Verständigung zu ermöglichen. Ein weiteres Projekt ist die Kinderbetreuung im Schweinfurter Anker-Zentrum, die maßgeblich von Ehrenamtlichen unterstützt wird. Unter den widrigen Umständen einer Großunterkunft wird ein Ort der gemeinsamen Erfahrung und des gegenseitigen Vertrauens geschaffen.

 

„Sonderpreis für eine innovative Projektidee“: „Café Hoffnung“, Katholische Akademie des Bistums Dresden-Meißen

Das Projekt „Café Hoffnung“ versteht sich als „Wanderakademie gegen die Angst“. Herzstück des Konzepts ist ein sogenanntes „Café-Mobil“, das durch Sachsen fährt, um auf Wochenmärkten und Gemeindefesten den Austausch über kulturelle und religiöse Unterschiede anzuregen. Daneben werden im jeweiligen Ort Abendveranstaltungen sowie Workshops für Verbände und Unternehmen durchgeführt. Während sich die Angebote der Akademie ansonsten auf die Universitätsstädte Sachsens konzentrieren, eröffnet das Projekt Diskussionsräume im ländlichen Raum und erreicht dabei Menschen unterschiedlicher Bildungsniveaus und Altersgruppen. Der Name des Cafés ist Programm: Statt Hass soll die Hoffnung in den Mittelpunkt des kulturellen und religiösen Miteinanders gestellt werden. Nach einer Aufbauphase 2018 lud das Café-Mobil im März 2019 beim Ostritzer Friedensfest erstmals zu einer Begegnung ein. Inzwischen folgten öffentliche Veranstaltungen in Bautzen, Zwickau und Chemnitz. Bis Ende 2020 sind zahlreiche weitere Veranstaltungen geplant.

 

Hintergrund. Auf Anregung der Migrationskommission lobte die Deutsche Bischofskonferenz Anfang 2015 zum ersten Mal den Katholischen Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus aus. Mit dem Preis werden Personen und Gruppen ausgezeichnet, die sich in Deutschland aus dem katholischen Glauben heraus im Kampf gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus bzw. für ein respektvolles Zusammenleben von Menschen unterschiedlicher Herkunft engagieren. Der Preis soll dazu beitragen, das kirchliche Zeugnis gegen jede Form der Menschenverachtung zu stärken.

 

Die Mitglieder der Jury sind: Erzbischof Dr. Stefan Heße, Vorsitzender der Jury

Erzbischof von Hamburg, Vorsitzender der Migrationskommission und Sonderbeauftragter für Flüchtlingsfragen

Gabriele Erpenbeck, Vorsitzende des Ökumenischen Vorbereitungsausschusses zur Interkulturellen Woche  

Bettina Jarasch, Mitglied des Abgeordnetenhauses von Berlin, Sprecherin des Sachbereichs „politische und ethische Grundfragen“ des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK)

Prof. Dr. Andreas Lob-Hüdepohl, Professor für Theologische Ethik an der Katholischen Hochschule für Sozialwesen Berlin, Mitglied des Deutschen Ethikrats

Prälat Dr. Peter Neher Präsident des Deutschen Caritasverbandes

Dr. Heribert Prantl ehem. Mitglied der Chefredaktion der Süddeutschen Zeitung

Barbara Stamm Präsidentin des Bayerischen Landtags a. D.

Dr. h. c. Wolfgang Thierse Bundestagspräsident a. D.

Hinweis: Weitere Informationen zum Preis sind unter www.dbk.de auf der Themenseite „Katholischer Preis gegen Fremdenfeindlichkeit und Rassismus“ verfügbar. Dbk 7

 

 

 

 

Im Wortlaut: Papst Franziskus beim Friedenstreffen in Sofia

 

Ein Friedenstreffen der Religionen und Konfessionen war am Montagabend der Höhepunkt im Reiseprogramm von Papst Franziskus in Bulgariens Hauptstadt Sofia. Hier lesen Sie den Text der Rede, die er bei dem Treffen gehalten hat, in vollem Wortlaut und offizieller deutscher Übersetzung.

 

 „Liebe Brüder und Schwestern, wir haben für den Frieden gebetet mit Worten, die vom heiligen Franz von Assisi inspiriert sind, der ganz von der Liebe zu Gott, dem Schöpfer und Vater aller, erfüllt war. Diese Liebe hat er mit gleicher Leidenschaft und ehrlicher Achtung gegenüber der Schöpfung und jedem Menschen, dem er auf seinem Weg begegnete, bezeugt. Diese Liebe hat seinen Blick verwandelt, da sie ihm das Bewusstsein dafür schenkte, dass in jedem ein »Lichtstrahl« vorhanden ist, »der aus der persönlichen Gewissheit hervorgeht, jenseits von allem grenzenlos geliebt zu sein« (Apostolisches Schreiben Evangelii gaudium, 6). Diese Liebe brachte ihn dazu, echter Erbauer des Friedens zu sein. Auch ein jeder von uns ist gerufen, auf seinen Spuren zu einem Erbauer, einem „Handwerker“ des Friedens zu werden. Wir müssen um diesen Frieden bitten und dafür arbeiten; er ist Gabe und Aufgabe zugleich, Geschenk und ständiges Bemühen jeden Tag, um eine Kultur aufzubauen, in der auch der Friede ein Grundrecht ist. Es ist ein aktiver Friede, der gegen alle Formen von Egoismus und Gleichgültigkeit gewappnet ist, die uns dazu führen, der unveräußerlichen Würde jeder Person die kleinlichen Interessen einiger überzuordnen. Der Friede erfordert und verlangt, dass wir den Dialog als Weg nehmen, die allgemeine Zusammenarbeit zu unserer Verhaltensregel und das gegenseitige Verständnis zur Methode und zum Maßstab machen (vgl. Dokument über die Brüderlichkeit aller Menschen, Abu Dhabi, 4. Februar 2019), um uns in dem, was uns vereint, zu begegnen, um in dem, was uns trennt, einander zu respektieren und um einander zu ermutigen, die Zukunft als Raum der Chancen und der Würde zu betrachten, insbesondere für die künftigen Generationen.

Wir wollen das Eis der Kriege schmelzen

Heute Abend sind wir hier, um vor diesen Fackeln zu beten, die von unseren Kindern gebracht wurden. Sie symbolisieren das Feuer der Liebe, das in uns brennt und das zu einem Leuchtturm der Barmherzigkeit, der Liebe und des Friedens in unseren Lebensbereichen werden muss. Wir möchten, dass es ein Leuchtturm sei, der die ganze Welt erhellt. Mit dem Feuer der Liebe wollen wir das Eis der Kriege schmelzen. Wir begehen diese Feier für den Frieden über den Ruinen des antiken Serdica in Sofia, dem Herzen Bulgariens. Von hier aus können wir die Gotteshäuser der verschiedenen Kirchen und Glaubensbekenntnisse sehen: St. Nedelja unserer orthodoxen Brüder und Schwestern, St. Josef von uns Katholiken, die Synagoge unserer älteren Brüder und Schwestern, der Juden, sowie die Moschee unserer muslimischen Brüder und Schwestern und in der Nähe die Kirche der Armenier.

Wir wollen mit unserem Leben sagen: Friede auf Erden!

An diesem Ort kamen über Jahrhunderte die Bulgaren Sofias, die verschiedenen kulturellen und religiösen Gruppen angehören, zusammen, um sich zu treffen und miteinander zu reden. Möge dieser symbolträchtige Ort ein Zeugnis des Friedens darstellen. In diesem Augenblick vereinen sich unsere Stimmen und bringen einstimmig die brennende Sehnsucht nach Frieden zum Ausdruck: Der Friede verbreite sich auf der ganzen Erde! In unseren Familien, in einem jeden von uns und besonders an den Orten, wo viele Stimmen vom Krieg zum Schweigen gebracht wurden, von der Gleichgültigkeit erstickt und angesichts des erdrückenden Einvernehmens von Interessensgruppen nicht beachtet wurden. Alle mögen an der Realisierung dieses Strebens nach Frieden mitwirken: die Vertreter der Religionen, der Politik, der Kultur. Jeder kann dort, wo er sich befindet und die Aufgabe erfüllt, die ihm zukommt, sagen: „Mach mich zu einem Werkzeug deines Friedens.“ Es ist der Wunsch, dass sich der Traum des heiligen Johannes XXIII. von einer Erde, auf der der Friede zu Hause ist, erfüllt. Wir wollen seiner Sehnsucht folgen und mit unserem Leben sagen: Pacem in terris! Friede auf Erden allen Menschen, die Gott liebt.“! Franziskus, dip 6

 

 

 

 

Europa zur gemeinsamen Sache machen! Aufruf der Kirchen zur Teilnahme an der Europawahl

 

Gemeinsamer Wahlaufruf des Vorsitzenden der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) und des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz

zur Wahl des Europäischen Parlaments 2019

 

Bei der 9. Direktwahl des Europäischen Parlaments am 26. Mai 2019 können die Bürgerinnen und Bürger über die zukünftige Gestalt des Friedensprojekts „Europäische Union“ (EU) mitbestimmen.

 

Die europäischen Werte und Prinzipien von der Achtung der Menschenwürde, über Freiheit, Demokratie, Gleichheit, Rechtsstaatlichkeit und der Wahrung der Menschenrechte korrespondieren mit unseren grundlegenden christlichen Werten und Überzeugungen. In dieser Tradition nehmen wir Kirchen unsere Verantwortung wahr, die Entwicklung Europas weiterhin konstruktiv zu begleiten. Unsere beiden Kirchen treten in ökumenischer Gemeinschaft für den europäischen Gedanken ein.

 

Im April 2019 haben wir, die Deutsche Bischofskonferenz und der Rat der EKD, in unserem Gemeinsamen Wort zur Demokratie „Vertrauen in die Demokratie stärken“ das Vertrauen ins Zentrum unserer Überlegungen gerückt. Wir Kirchen bekennen uns darin ausdrücklich zur Mitverantwortung für unsere Demokratie als politische Lebensform der Freiheit und zur EU als einem erfolgreichen Modell für Multilateralismus. Gerade in diesem Sinne brauchen wir wieder mehr Vertrauen in den Prozess der europäischen Integration und den politischen Willen, die Europäische Union weiterzuentwickeln, um Frieden, soziale Gerechtigkeit und die Bewahrung der Schöpfung zu stärken und den Menschen zur Freiheit und zu einem guten Leben zu verhelfen.

 

Die Einigung Europas ist ein Friedensprojekt, das nach zwei schrecklichen Weltkriegen mit vielen Millionen Opfern Hoffnung auf ein Zusammenleben der Völker im Geist wechselseitiger Kooperation und Verbundenheit verkörperte. Dieses Projekt hat nichts an Aktualität verloren – im Gegenteil. Wir rufen die politisch Verantwortlichen dazu auf, die Idee eines sozialen, nachhaltigen und demokratischen Europas wieder näher an die Menschen, gerade die junge Generation, zu bringen. Wir brauchen eine starke und geeinte EU, die sich auf das Vertrauen und die Zustimmung ihrer Bürgerinnen und Bürger stützen kann.

 

Die diesjährige Europawahl ist eine Richtungswahl: Wollen wir ein demokratisches, wertebasiertes und weltoffenes oder ein nationalistisches, autoritäres und undemokratisches Europa? Wir sind der Überzeugung, dass ein Weg, der mit hetzerischen Parolen gepflastert oder mit Mauern des Nationalismus abgeschottet ist, in die falsche Richtung führt. Stattdessen bietet allein ein geeintes Europa Antworten auf die großen Herausforderungen unserer Zeit, von Globalisierung und Digitalisierung über Migration und Klimawandel bis hin zu Freiheit und Sicherheit.

 

Jeder Form von Extremismus und übersteigertem Nationalgefühl treten wir daher entschieden entgegen und setzen uns auch in unseren ökumenischen Kontakten für den europäischen Zusammenhalt ein.

 

In diesem Sinne fordern wir Sie auf: Machen Sie Europa und die Zukunft der Europäischen Union zu Ihrer und zu unserer gemeinsamen Sache! Gehen Sie am 26. Mai 2019 wählen!

Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm

Kardinal Reinhard Marx Dbk 6

 

 

 

Papst an Bulgariens Katholiken: Gemeinden sollen „Baustellen der Hoffnung" sein

 

Papst Franziskus hat in Bulgarien katholische Gläubige zu Mut, Zuversicht und liebevollem Verhalten anderen gegenüber eingeladen. „Um jemanden zu lieben, brauche ich nicht nach seinem Lebenslauf zu fragen; die Liebe geht voraus, kommt zuvor“, sagte das Kirchenoberhaupt bei einer Begegnung mit der Gemeinde in Rakowski.

Das Treffen fand in der Erzengel-Michael-Kirche statt, die auch eine Reliquie des heiligen Papstes Johannes XXIII. besitzt. So ging Franziskus in seiner mit zahlreichen freien Einschüben durchsetzten Rede von seinem Vorgänger aus, der als erster Apostolischer Visitator und Delegat ab 1925 fast zehn Jahre in Bulgarien zugebracht hatte, das Land sehr schätzte und dort noch heute eine populäre Figur ist.

Franziskus würdigte die nie versiegende Zuversicht des „guten Papstes“, seine grundsätzlich hoffnungsvolle Haltung. Angelo Roncalli habe „sein Herz mit dem des Herrn so in Einklang zu bringen“ gewusst, „dass er sagen konnte, nicht mit denen einverstanden zu sein, die um sich herum nur Böses sahen. Er nannte sie Unglückspropheten.” Es brauche Vertrauen in die göttliche Vorsehung: „Sie begleitet uns immer und kann inmitten von Widerständen höhere und unerwartete Pläne verwirklichen“, zitierte Franziskus aus der Ansprache von Papst Johannes zur Eröffnung des Zweiten Vatikanischen Konzils.

„Menschen Gottes sind die, welche gelernt haben, von der Kraft der Auferstehung her zu sehen, zu vertrauen, neu zu entdecken und sich lieben zu lassen“, sagte der Papst den katholischen Gläubigen. „Sie sehen sehr wohl, dass es schwierige und besonders ungerechte Situationen und Momente gibt. Aber sie bleiben davor nicht untätig und eingeschüchtert stehen.” Sie ließen sich auch nicht aufhalten von einem „Klima des Unglaubens, des Unbehagens oder der Missmut“. Männer und Frauen Gottes seien „die, welche den Mut zum ersten Schritt haben“.

Und Franziskus berichtete von seinem kurzen Besuch am Montagmorgen im Flüchtlingsheim von Sofia, vor seinem Abflug nach Rakovsky. Ausdrücklich würdigte er den Einsatz der freiwilligen Caritas-Leute für die Fremden. Dort gebe es viele Christen, die gelernt hätten, „mit den Augen des Herrn zu sehen“, sich nicht bei den Adjektiven aufhielten. „Wir sind einer Kultur der Adjektive verfallen!“ brachte der Papst spontan eine oft von ihm geäußerte Überzeugun vor. „Mit den Augen des Glaubens sehen lädt dazu ein, sein Leben nicht damit zu verbringen, den Leuten Etiketten umzuhängen, je nachdem, ob jemand liebenswert ist oder nicht“, erklärte Franziskus. „Es geht darum, nach den Bedingungen zu suchen, damit jede Person sich geliebt fühlen kann, besonders die, welche sich von Gott vergessen fühlt, weil sie von ihren Mitmenschen vergessen wurde.“

“ Wie schön, wenn unsere Gemeinschaften Baustellen der Hoffnung sind! ”

 Um jemanden zu lieben, so der Papst, „brauche ich nicht nach seinem Lebenslauf zu fragen; die Liebe geht voraus, kommt zuvor“. Wer wirklich liebe, der verschwende seine Zeit nicht mit Selbstmitleid, sondern finde immer etwas Konkretes zu tun. Wie es Papst Johannes XXIII. sagte: „Ich habe nie einen Pessimisten getroffen, der etwas Gutes hervorgebracht hätte“. „Der Herr selbst ist kein Pessimist“, sagte Franziskus: „immer versucht er uns Wege der Auferstehung zu eröffnen. Wie schön, wenn unsere Gemeinschaften Baustellen der Hoffnung sind!”

Als „Hausaufgabe” vertraute der Papst den bulgarischen Gläubigen an, mutig und kreativ zu sein im Zugehen auf junge Menschen. Vielen von ihnen mangle es heute an den Wurzeln, die vor allem durch den Kontakt mit den älteren Mitgliedern der Gesellschaft gepflegt würden. Das werde „noch schlimmer, wenn sie sich gezwungen sehen, das eigene Land, die eigene Heimat, die eigene Familie zu verlassen“. Mit jedem Mittel, sagte Franziskus den katholischen Gläubigen, müssten sie sich für „Licht und Trost“ einsetzen, damit niemandem in der Glaubensgemeinschaft der Horizont wegbricht, aus dem sich Sinn und Leben schöpfen lassen. „Wir dürfen nicht vergessen, dass die schönsten Kapitel im Leben der Kirche dann geschrieben wurden, wenn sich das Volk Gottes kreativ auf den Weg gemacht hat, um gegenüber der jeweiligen Herausforderung die Liebe Gottes in jeden Augenblick der Geschichte hinein zu übersetzen.“ Und er lenkte den Blick auf die Anstrengungen der Zukunft: „Werdet nicht müde, eine Kirche zu sein, die inmitten von Widerständen, Leid und Armut weiter die Kinder hervorbringt, welche dieses Land heute am Beginn des 21. Jahrhunderts braucht. Habt ein offenes Ohr für das Evangelium und gleichzeitig für das Herz eures Volkes.”

Davor und danach

Kinder in traditionellen bulgarischen Trachten hatten den Papst eingangs empfangen und ihm als Willkommensgeste Brot gereicht. Jugendliche tanzten, eine Familie erzählte davon, wie bedeutsam die Pfarrei als Familie und Beheimatung für sie sei. Vor der Basilika segnete er einige Kranke, während zum festlichen Klang der Kirchenglocken weiße Luftballons in den Himmel stiegen.

Zuvor hatte der Papst mit den drei katholischen Bischöfen zu Mittag gegessen. Dazu eingeladen hatten die Franziskanerinnen von Rakowski. Die elf Schwestern empfingen Franziskus im Refektorium. Nach dem Essen begrüßte der Papst im Hof einige Kranke, die von den Franziskanerinnen der bulgarischen Stadt versorgt werden. (vn 6)