Notiziario religioso  3-16   dicembre  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Avvento: come vivere il tempo dell'attesa  1

2.       Avvento 2018: Babbo Natale che scende non seppellisca la Parola evangelica  1

3.       La fede può spostare le montagne  1

4.       Siria: Acs, una campagna natalizia di preghiera e solidarietà per la pace  2

5.       Francesco: “il clericalismo è una delle perversioni più gravi della vita consacrata”  2

6.       “Il Santuario è luogo privilegiato per sperimentare la misericordia che non conosce confini”  2

7.       Sicilia: Ecumenismo e Migrazioni a servizio dell’unità della Chiesa  3

8.       Il direttore della Caritas don Francesco Soddu: "Il Decreto sicurezza aumenterà le presenze irregolari", 3

9.       Social, videoistruzioni per l’uso  3

10.   Quando la comunicazione diventa fraterna comunità  4

11.   “La nostra vita trova significato solo nel servizio a Dio e al prossimo”  4

12.   “E non abbandonarci alla tentazione”. Un commento critico  4

13.   Medicina e religione. A tu per tu con Chieppi Michele  4

14.   Libertà religiosa: chiese e politica, diritto (e dovere) all’impegno  5

15.   XXXIV Domenica del Tempo Ordinario. Solennità di Cristo Re dell’Universo. Meditazione di Mons. Follo  5

16.   “Dios ta nei dettagli”  6

17.   America Latina: il protagonismo politico delle chiese evangeliche  6

 

 

1.       Vatikan: Verlassene Kirchen sollen nicht Pubs oder Discos werden  7

2.       Deutschsprachige Ausgabe der Vulgata-Bibel vorgestellt 7

3.       „Die Zeit läuft uns davon“. Bischof Overbeck zur Weltklimakonferenz in Kattowitz  7

4.       EU: Bischofskommission fordert interreligiöse Gestaltung der Arbeitswelt 8

5.       Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Handlungsempfehlungen „Schöpfungsverantwortung als kirchlicher Auftrag“  8

6.       Deutschland: Islamkonferenz endet mit Kontroversen  8

7.       Missbrauchsprävention: Start einer weltweiten Reform   8

8.       Erzbischof Stefan Heße für mehr Gelassenheit in Asyldebatte  9

9.       Papst ernennt Vorbereitungs-Komitee für Missbrauchskonferenz  9

10.   Menschenrechte. Was das „Wir“ zusammenhält 9

11.   Stichwort: St. Nikolaus  10

12.   Liebe Kirche, mach es doch einfach wie die CDU! 10

13.   Bericht: Religionsfreiheit weltweit in Bedrängnis  10

14.   „Gottes Wort ist wie Licht in der Nacht…“ Von Bischof em. Heinz Josef Algermissen  10

15.   Bischof von Münster bezieht Position in Kommuniondebatte  11

16.   Papst Franziskus verschiebt kirchlichen Migranten-Welttag zum zweiten Mal 11

17.   Ständiger Rat berät weiteres Vorgehen zu den Ergebnissen der MHG-Studie  11

18.   Stichwort: Advent. Christen in freudiger Erwartung auf das Weihnachtsfest 11

19.   Missbrauchskrise: Erzbischof Zollitsch räumt Fehler ein  12

20.   Buchtipp. Moscheebau, Kopftuch, Kruzifix – Religionspolitik in Deutschland ist konzeptlos  12

 

 

 

Avvento: come vivere il tempo dell'attesa   

 

Roma – È iniziato domenica 2 dicembre 2018 l’Avvento, il tempo forte dell’Anno liturgico che prepara al Natale. La prima domenica di Avvento apre il nuovo Anno liturgico. Quattro sono le domeniche di Avvento nel rito romano, mentre nel rito ambrosiano sono sei e infatti l’Avvento è già cominciato domenica 18 novembre. Si tratta di un «tempo che ci è dato per accogliere il Signore che ci viene incontro, anche per verificare il nostro desiderio di Dio, per guardare avanti e prepararci al ritorno di Cristo», aveva spiegato lo scorso anno papa Francesco nel suo primo Angelus d’Avvento in piazza San Pietro. E la domenica successiva, sempre all’Angelus, aveva chiarito che «è un tempo per riconoscere i vuoti da colmare nella nostra vita, per spianare le asperità dell’orgoglio e fare spazio a Gesù che viene».

L’Avvento inizia con i primi Vespri della prima Domenica di Avvento e termina prima dei primi Vespri di Natale. Il colore dei paramenti liturgici indossati dal sacerdote è il viola; nella terza domenica di Avvento (ossia, la domenica Guadete) facoltativamente si può usare il rosa, a rappresentare la gioia per la venuta di Cristo. Nella celebrazione eucaristica non viene recitato il Gloria, in maniera che esso risuoni più vivo nella Messa della notte per la Natività del Signore.

I nomi tradizionali delle domeniche di Avvento sono tratti dalle prime parole dell’Antifona di ingresso alla Messa. La prima domenica è detta del Ad te levavi («A te elevo», Salmo 25); la seconda domenica è chiamata del Populus Sion («Popolo di Sion», Isaia 30,19.30); la terza domenica è quella del Gaudete («Rallegratevi», Filippesi 4,4.5); la quarta domenica è quella del Rorate («Stillate», Isaia 45,8).

Il termine Avvento deriva dalla parola “venuta”, in latino adventus. Il vocabolo adventus può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto.

I cristiani adottarono la parola Avvento per esprimere la loro relazione con Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.

L’Avvento è «tempo di attesa, di conversione, di speranza», come spiega il Direttorio su pietà popolare e liturgia. È il tempo dell’attesa della venuta di Dio che viene celebrata nei suoi due momenti: la prima parte del tempo di Avvento invita a risvegliare l’attesa del ritorno glorioso di Cristo; poi, avvicinandosi il Natale, la seconda parte dell’Avvento rimanda al mistero dell’Incarnazione e chiama ad accogliere il Verbo fatto uomo per la salvezza di tutti. Ciò è spiegato nel primo Prefazio di Avvento, ossia la preghiera che “apre” la liturgia eucaristica all’interno della Messa dopo l’Offertorio. In essa si sottolinea che il Signore «al suo primo avvento nell’umiltà della nostra natura umana, portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza». E poi si aggiunge: «Verrà di nuovo nello splendore della gloria, e ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa».

L’Avvento è poi tempo di conversione, alla quale la liturgia di questo momento forte invita con la voce dei profeti e soprattutto di Giovanni Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino» (Matteo 3, 2). Infine è il tempo della speranza gioiosa che la salvezza già operata da e le realtà di grazia già presenti nel mondo giungano alla loro maturazione e pienezza, per cui la promessa si tramuterà in possesso, la fede in visione, e «noi saremo simili a lui e lo vedremo così come egli è» (1 Giovanni 3, 2).

Le letture – nel 2018 vengono seguite quelle dell’Anno C con il Vangelo di Luca – testimoniano questa suddivisione dell’Avvento. Nella prima domenica di Avvento – 2 dicembre – il Vangelo (Luca 21,25-28.34-36) descrive «il Figlio dell'uomo venire su una nube con grande potenza e gloria» e ricorda che «la vostra liberazione è vicina». Nella seconda domenica di Avvento – 9 dicembre – il Vangelo (Luca 3,1-6) ha al centro Giovanni Battista che predica «un Battesimo di conversione» ed è «voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore». Nella terza domenica di Avvento – 16 dicembre – il Vangelo (Luca 3,10-18) si sofferma ancora sul Battista che spiega: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali». Infine il Vangelo dell’ultima domenica di Avvento (Luca 1,39-45) – 23 dicembre – è quello dell’incontro fra Maria ed Elisabetta che si rivolge alla Vergine con queste parole: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?».

Nei ritmi dell’anno liturgico l’Avvento è il tempo mariano per eccellenza. Lo ricorda chiaramente Paolo VI nel paragrafo 4 della Marialis Cultus: «In tal modo i fedeli, che vivono con la Liturgia lo spirito dell’Avvento, considerando l’ineffabile amore con cui la Vergine Madre attese il Figlio,sono invitati ad assumerla come modello e a prepararsi per andare incontro al Salvatore che viene, vigilanti nella preghiera, esultanti nella sua lode». Il tempo dell’Avvento ha quindi come icona quella della Vergine. Papa Francesco ha sottolineato che «Maria è la “via” che Dio stesso si è preparato per venire nel mondo» ed è «colei che ha reso possibile l’incarnazione del Figlio di Dio, “la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni” (Romani 16,25)» grazie «al suo “sì” umile e coraggioso». La presenza della Solennità dell’Immacolata Concezione – 8 dicembre – fa parte del mistero che l’Avvento celebra: Maria è il prototipo dell’umanità redenta, il frutto più eccelso della venuta redentiva di Cristo. E in questo tempo forte la figura della Vergine viene presentata come l’icona dell’attesa fiduciosa e vigilante, della disponibilità attenta e concreta al mistero di Dio. Giacomo Gambassi

 

 

 

Avvento 2018: Babbo Natale che scende non seppellisca la Parola evangelica

 

Attendere significa essere mobili, plastici, pronti a scattare perché si è colto un qualche avvertimento su cui riflettere, una spia di allarme che scuote dal torpore interiore. Non per autorassicurarci e trovare il posto al sole che renda la vita gradevole e facile. Insieme, invece, con uno sguardo percettivo alle difficoltà, ai bisogni altrui. Soprattutto a quelli nascosti, velati dalla dignità che non espone la propria ristrettezza ma tenta di uscirne con tutte le forze, a quel bisogno primordiale e irrinunciabile di ciascuno e di ciascuna ad essere ascoltati, compresi. Il grido Marana Thà, non è solo il filo conduttore ma quello che innerva e sensibilizza, immergersi nell’atmosfera che genera diventa grembo fertile che può accogliere Colui che viene per tutti ed ognuno - Cristiana Dobner

 

Una sola parola potrebbe essere sottesa al tempo dell’attesa: Marana thà, Vieni Signore!

Ogni attesa che coinvolge l’animo umano e la sua intera vita comporta aspettativa, interrogativi, forse anche ansie ed incognite.

Si tratta, purtroppo, e forse anche troppo spesso, di proiezioni di desideri inespressi che conferiscono alla nostra esistenza un sapore che consente o di procede oppure di crollare miserevolmente.

Il tempo di attesa che ci propone la Chiesa quale reazione suscita in noi?

Se si comincia con l’osservare le strade addobbate e illuminate, dove viene condotto il pensiero e l’immaginario? Colori, fantasmagorie… indubbiamente vogliono suggerire una festa che si sta avvicinando.

Le vetrine dei negozi pullulano di oggetti, anche desiderabili, che non possono non attirare e magnetizzare verso uno shopping incontrollabile.

Anche i profumi degli abeti risveglia ricordi sopiti oppure desta a nuove esperienze per caratterizzare il tempo che viene in modo inedito.

Fin qui, indubbiamente niente di male. Quanto di bene però si riscontra in se stessi?

Il sovraccarico è eccessivo, depistante. Un accumulo che, con lo stile tipico della nostra epoca, snatura i significati nel loro profondo rivestendoli diversamente e così accalappiando chi si lascia accalappiare

Il Dio che si fa Uomo in un bambino diventa Babbo Natale che scende con le sue renne e la sua slitta, un Babbo gelo che porta doni e tanta confusione.

La Parola evangelica è sepolta. Non muore però, non getta la spugna ed esala l’ultimo respiro. Attende e pulsa nel profondo, lasciando ampia libertà alle persone.

Trapassa Babbo Gelo, Babbo Natale, serpeggia nei biglietti augurali di buone feste di… stagione ed ancora attende.

Non festeggiamo un dio, magari potente che dobbiamo ingraziarci. Siamo pronti, ovvero ci stiamo preparando, ad accogliere il mistero di salvezza che ci giunge in una veste semplice, quotidiana. Se sempre la nascita di un essere umano porta gioia e inneggia all’esistenza, alla forza dell’eros che è data alla natura umana, a maggior ragione lo è quando questa forza riconosce il suo Creatore che la penetra tanto da farla propria, tanto da diventare carne proprio come noi.

Allora non vanno buttati o ignorati, addobbi, luminarie, insegne colorate e strenne ma vanno collocati al loro giusto posto.

La liturgia scandisce ogni giorno l’attesa dei profeti, l’attesa del Messia che porterà luce e salvezza. Non solo ma che sarà Luce e Salvatore.

Il Messia che incontra ciascuno e ciascuna nella sua storia, in quella vicenda che, fin dalla nascita, si è intramata in noi in modo indelebile.

Ne consegue che il grido che può trapassarci è lo stesso che, da secoli e secoli, da quando l’Altissimo pronunciò il Suo Nome nel Roveto ardente a Mosè e il popolo d’Israele lo accolse e lo fece suo, trapassa ogni persona che si apra e accolga Colui che viene.

Dimora in noi, silente ma operante. Sopporta gli addobbi e forse si rallegra della fantasia umana che diventa segno di accoglienza gioiosa, di espressione festosa per il mistero che preme per travolgere la storia dell’umanità ed imprimerle quella svolta che rendere tutti fratelli e sorelle con lo sguardo a chi, con noi, percorre lo stesso cammino.

Attendere significa essere mobili, plastici, pronti a scattare perché si è colto un qualche avvertimento su cui riflettere, una spia di allarme che scuote dal torpore interiore.

Non per autorassicurarci e trovare il posto al sole che renda la vita gradevole e facile.

Insieme, invece, con uno sguardo percettivo alle difficoltà, ai bisogni altrui. Soprattutto a quelli nascosti, velati dalla dignità che non espone la propria ristrettezza ma tenta di uscirne con tutte le forze, a quel bisogno primordiale e irrinunciabile di ciascuno e di ciascuna ad essere ascoltati, compresi.

Il grido Marana Thà, non è solo il filo conduttore ma quello che innerva e sensibilizza, immergersi nell’atmosfera che genera diventa grembo fertile che può accogliere Colui che viene per tutti ed ognuno. Sir 1

 

 

 

La fede può spostare le montagne

 

La prima domanda che i fedeli delle diverse religioni si pongono è “Cosa significa credere. Credere in chi, in che cosa?”. Per i cristiani, alla domanda “che cosa sia la fede e come si arrivi a credere”, Joseph Ratzinger ha risposto: «La fede è un contatto profondamente personale con Dio, che mi tocca nel mio tessuto più intimo e mi mette di fronte al Dio vivente in assoluta immediatezza, in modo cioè che io possa parlargli, amarlo ed entrare in comunione con lui». «La fede – ha aggiunto – non è un prodotto della riflessione». La prima considerazione, quindi, è che la fede non è una questione di sola ragione. Possiamo attestare, in modo evidente, che la fede in Gesù Cristo non è un atto meramente intellettuale facendo una semplice considerazione di natura storica. Dal punto di vista della ragione, noi cristiani crediamo l’incredibile. Il Nazareno era un uomo che diceva di essere il figlio di Dio, nato da una Vergine, concepito dallo Spirito Santo. Era buono, pacifico, predicava e praticava il perdono, la compassione e la cura degli altri, lavava i piedi ai discepoli, vinceva il male con il bene, frequentava i peccatori, i poveri, i malati, era amico di tutti, anche di coloro che lo perseguitavano. Per aver sostenuto di essere il figlio di Dio, è stato condannato a morte sulla croce, ha versato il suo sangue per lavare il peccato di tanti, dopo tre giorni è resuscitato ed è apparso ai discepoli. La sua vita pubblica è durata pochi anni, non ha lasciato nulla di scritto, quello che sappiamo di lui deriva dalla lettura del Vangelo, scritto da alcuni suoi seguaci. A distanza di più di duemila anni, la storia così paradossale e unica del Nazareno continua ad essere la più letta e commentata al mondo. Le sue parole ispirano quotidianamente centinaia di milioni di persone. Sono circa 2,2 miliardi i cristiani che credono in Gesù. A questo proposito, ha scritto il matematico, fisico, filosofo e teologo francese Blaise Pascal: «Il cuore, non la ragione, sente Dio. Ecco ciò che è la fede: Dio sensibile al cuore, non alla ragione». Per Kahlil Gibran, poeta, pittore, aforista libanese naturalizzato statunitense, un cristiano maronita che cercò di unire la spiritualità occidentale a quella orientale: «La fede è conoscenza del cuore e oltrepassa il potere della dimostrazione». Nessun trattato di filosofia, di teologia o di scienza è riuscito a educare il cuore e indicare la via della verità, della giustizia e della bontà come il Vangelo. Inoltre la storia degli umani dimostra che le persone che hanno lasciato una forte impronta nella società sono uomini di fede. Basta pensare a cosa sono riusciti a fare i santi. Nessuno di loro era ricco e potente. Al contrario, spesso erano poveri e deboli. Ma sono riusciti, come Gesù, a trasformare la fragilità in una gigantesca opera d’amore. Muniti della sola fede, sono riusciti a fare montagne di bene. A questo proposito, Anatole France, lo scrittore francese premio Nobel per la letteratura nel 1921, ha scritto: «Per realizzare grandi cose, non dobbiamo solo agire, ma anche sognare; non solo progettare, ma anche credere». Don Primo Mazzolari ha aggiunto: «Chi crede sa che il deserto può fiorire in una notte». E San Paolo: «La fede sposta le montagne». Secondo il presbitero e teologo svizzero Hans Urs von Balthasar «La fede, l’amore e la speranza camminano nella notte, credono l’incredibile, amano ciò che li abbandona e si sottrae, sperano contro ogni speranza». Ecco, “sperare contro ogni speranza” è la caratteristica dei credenti, di coloro che, anche nei momenti più bui e tristi, riescono a lanciare il cuore oltre l’ostacolo, dilatano il cuore ed amano oltre misura, perdonano l’offesa e confidano nel bene che vince sul male. È questa la fede che ha conquistato il mondo, la stessa che noi di “Frammenti di Pace” proviamo a cercare, alimentare e testimoniare. Antonio Gaspari, FdP 30

 

 

 

 

Siria: Acs, una campagna natalizia di preghiera e solidarietà per la pace

 

Aiuto alla Chiesa che Soffre lancia una campagna natalizia di preghiera, aiuto e solidarietà dal titolo “Candele per la Pace in Siria”. La campagna ha inizio il 2 dicembre, nella prima domenica dell’Avvento. Si tratta di un’iniziativa che nei giorni scorsi ha visto impegnati oltre 50mila bambini, appartenenti a diverse religioni, di molte città siriane fortemente colpite dalla guerra, tra cui Aleppo, Damasco, Homs, Marmarita, Hassaké, Tartus a Latakia. I piccoli, spiegano i promotori, “hanno pregato e dipinto disegni riguardanti la pace sui flambeaux delle loro candele”: “Croci, colombe e messaggi di speranza attraverso i quali i piccoli siriani, che rappresentano la prima vittima del conflitto tuttora in atto, hanno rivolto al mondo la loro richiesta di pace”. La Fondazione Acs invita “le persone di tutto il mondo a rispondere al grido di pace dei bambini di Siria, accendendo una candela, per diffondere il messaggio dei piccoli siriani e infondere speranza durante il tempo dell’Avvento”.

In risposta alla “drammatica situazione umanitaria e per impedire la scomparsa della presenza cristiana nel Paese”, Acs accompagna l’iniziativa con una campagna internazionale di raccolta fondi che la Fondazione sosterrà attraverso le sue 23 sedi nazionali. Un piano di aiuti emergenziali, di ricostruzione e pastorali per un totale di 15 milioni di euro, in aggiunta agli oltre 29 milioni e 350mila euro donati da Acs dall’inizio del conflitto nel 2011.

Il piano comprende la distribuzione di pacchi-viveri, medicine e latte in polvere per i bambini; sostegno al pagamento del canone di locazione e del combustibile per il riscaldamento; ricostruzione delle abitazioni delle famiglie cristiane rifugiate e delle strutture ecclesiastiche quali chiese e monasteri; sostegno a sacerdoti e religiose, programmi di assistenza spirituale e psicologica; pagamento delle tasse scolastiche di bambini e studenti universitari; regali di Natale per oltre 15mila piccoli. Sir 1

 

 

 

 

Francesco: “il clericalismo è una delle perversioni più gravi della vita consacrata”

 

Papa Francesco: in “La forza della vocazione”, “oggi ilper sempre’ è difficile” perché “le motivazioni non sono forti”

 

“Una delle conseguenze di una cattiva formazione che più mi preoccupa è il clericalismo. Non c’è dubbio che sia una delle perversioni più gravi della vita consacrata”. Lo afferma Papa Francesco nel libro-conversazione “La forza della vocazione. La vita consacrata oggi” con Fernando Prado (Ed. Dehoniane). “In generale è una perversione della vita della Chiesa e per questo bisogna porre molta attenzione a tale aspetto nella vita consacrata e nella formazione dei seminaristi nelle diocesi”, aggiunge il Pontefice, che spiega il suo pensiero: “È una perversione in quanto perverte quella che è la natura della Chiesa, del santo popolo fedele di Dio”. Nelle parole del Papa la convinzione che “non c’è bisogno di essere chierici per essere clericali”. “Esiste un clericalismo che si manifesta nelle persone che vivono con atteggiamenti da ‘segregati’, con la puzza sotto il naso. Sono quelli che vivono una specie di atteggiamento aristocratico rispetto agli altri. Il clericalismo è un’aristocrazia”. Poi, Francesco presenta una contrapposizione: “Quando c’è clericalismo,aristocraticismo’, ‘elitarismo’, non c’è il popolo di Dio, che è quello, in definitiva, che ti dà una collocazione. Il religioso clericale invece non è inserito. E il clericalismo è l’opposto dell’inserimento”. Infine, il Papa indica “il clericalismo” come “la radice di molti problemi”. “Anche dietro ai casi di abusi, oltre che ad altre immaturità e nevrosi – spiega -, si trova il clericalismo. Occorre fare molta attenzione a questo durante la formazione. Bisogna discernere e aiutare a chiarire le immaturità e ad accompagnare in una sana crescita”. Sir 30

 

 

 

“Il Santuario è luogo privilegiato per sperimentare la misericordia che non conosce confini

 

Ha avuto luogo dal 27 al 29 novembre a Roma il I Convegno Internazionale per i Rettori e gli Operatori dei Santuari, che il Papa ha ricevuto in Udienza e ha loro rivolto questo discorso

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Attendevo questo momento che mi permette di incontrare molti rappresentanti degli innumerevoli Santuari sparsi in ogni regione del mondo. Quanto abbiamo bisogno dei Santuari nel cammino quotidiano che la Chiesa compie! Sono il luogo dove il nostro popolo più volentieri si raccoglie per esprimere la propria fede nella semplicità, e secondo le varie tradizioni che sono state apprese fin dall’infanzia. Per molti versi, i nostri Santuari sono insostituibili perché mantengono viva la pietà popolare, arricchendola di una formazione catechetica che sostiene e rafforza la fede e alimentando al tempo stesso la testimonianza della carità.

Questo è molto importante: mantenere viva la pietà popolare e non dimenticare quel gioiello che è il numero 48 della Evangelii nuntiandi, dove San Paolo VI ha cambiato il nome da “religiosità popolare” a “pietà popolare”. È un gioiello. Quella è l’ispirazione della pietà popolare che, come disse una volta un vescovo italiano, “è il sistema immunitario della Chiesa”. Ci salva da tante cose.

Ringrazio Mons. Rino Fisichella per le parole con cui ha introdotto questo nostro incontro e che mi offrono l’opportunità per alcune considerazioni. Penso, in primo luogo, all’importanza dell’accoglienza da riservare ai pellegrini. Sappiamo che sempre più spesso i nostri Santuari sono meta non di gruppi organizzati, ma di pellegrini singoli o a gruppetti autonomi che si mettono in cammino per raggiungere questi luoghi santi. È triste quando succede che, al loro arrivo, non c’è nessuno che dia ad essi una parola di benvenuto e li accolga come pellegrini che hanno compiuto un viaggio, spesso lungo, per raggiungere il Santuario. E più brutto ancora è quando trovano la porta chiusa!

Non può accadere che si ponga maggior attenzione alle esigenze materiali e finanziarie, dimenticando che la realtà più importante sono i pellegrini. Loro sono quelli che contano. Il pane viene dopo, ma prima loro. Verso ognuno di loro dobbiamo avere l’attenzione di fare in modo che si senta “a casa”, come un famigliare atteso da tanto tempo che finalmente è arrivato. Bisogna considerare anche che molte persone visitano il Santuario perché appartiene alla tradizione locale; a volte perché le sue opere d’arte costituiscono un’attrazione; oppure perché è situato in un ambiente naturale di grande bellezza e suggestione. Queste persone, quando sono accolte, diventano più disponibili ad aprire il loro cuore e a lasciarlo plasmare dalla Grazia. Un clima di amicizia è un seme fecondo che i nostri Santuari possono gettare nel terreno dei pellegrini, permettendo loro di ritrovare quella fiducia nella Chiesa che a volte può essere stata delusa da un’indifferenza ricevuta.

Il Santuario è soprattutto – seconda cosa – luogo di preghiera. La maggior parte dei nostri Santuari è dedicata alla pietà mariana. Qui la Vergine Maria spalanca le braccia del suo amore materno per ascoltare la preghiera di ognuno ed esaudirla. I sentimenti che ogni pellegrino sente nel più profondo del cuore sono quelli che riscontra anche nella Madre di Dio. Qui Lei sorride dando consolazione. Qui Lei versa lacrime con chi piange. Qui presenta ad ognuno il Figlio di Dio stretto tra le sue braccia come il bene più prezioso che ogni madre possiede. Qui Maria si fa compagna di strada di ogni persona che a Lei alza gli occhi chiedendo una grazia, certa di essere esaudito. La Vergine a tutti risponde con l’intensità del suo sguardo, che gli artisti hanno saputo dipingere spesso guidati a loro volta dall’alto nella contemplazione. A proposito della preghiera nei Santuari vorrei sottolineare due esigenze. Anzitutto, favorire la preghiera della Chiesa che con la celebrazione dei Sacramenti rende presente ed efficace la salvezza. Questo permette a chiunque sia presente nel Santuario di sentirsi parte di una comunità più grande che da ogni parte della terra professa l’unica fede, testimonia lo stesso amore e vive la medesima speranza. Molti Santuari sono sorti proprio per la richiesta di preghiera che la Vergine Maria ha rivolto al veggente, perché la Chiesa non dimentichi mai le parole del Signore Gesù di pregare senza interruzione (cfr Lc 18,1) e di rimanere sempre vigilanti nell’attesa del suo ritorno (cfr Mc 14,28).

Inoltre, i Santuari sono chiamati ad alimentare la preghiera del singolo pellegrino nel silenzio del suo cuore. Con le parole del cuore, con il silenzio, con le sue formule imparate a memoria da bambino, con i suoi gesti di pietà…, ognuno deve poter essere aiutato ad esprimere la sua preghiera personale. Sono tanti che vengono al Santuario perché hanno bisogno di ricevere una grazia, e poi ritornano per ringraziare di averla sperimentata, spesso per aver ricevuto forza e pace nella prova. Questa preghiera rende i Santuari luoghi fecondi, perché la pietà del popolo sia sempre alimentata e cresca nella conoscenza dell’amore di Dio.

Nessuno nei nostri Santuari dovrebbe sentirsi un estraneo, soprattutto quando vi giunge con il peso del proprio peccato. E qui vorrei fare l’ultima considerazione: il Santuario è luogo privilegiato per sperimentare la misericordia che non conosce confini. Questo è uno dei motivi che mi ha spinto a volere la “Porta della misericordia” anche nei Santuari durante il Giubileo Straordinario. Infatti, la misericordia, quando è vissuta, diventa una forma di evangelizzazione reale, perché trasforma quanti ricevono misericordia in testimoni di misericordia.

In primo luogo, il sacramento della Riconciliazione, che così spesso viene celebrato nei Santuari, ha bisogno di sacerdoti ben formati, santi, misericordiosi e capaci di far gustare il vero incontro con il Signore che perdona. Mi auguro che soprattutto nei Santuari non venga mai a mancare la figura del “Missionario della Misericordia” – se in qualche santuario non c’è, la chieda al dicastero – quale testimone fedele dell’amore del Padre che a tutti tende le braccia e va incontro felice per avere ritrovato chi si era allontanato (cfr Lc 15,11- 32). Le opere di misericordia, infine, chiedono di essere vissute in modo particolare nei nostri Santuari, in quanto in essi la generosità e la carità sono realizzate in modo naturale e spontaneo come atti di obbedienza e di amore al Signore Gesù e alla Vergine Maria.

Cari fratelli e sorelle, chiedo alla Madre di Dio di sostenervi e accompagnarvi in questa grande responsabilità pastorale che vi è stata affidata. Vi benedico e prego per voi. E anche voi, per favore, non dimenticate di pregare e far pregare per me nei vostri Santuari. E, prima di finire, vorrei parlare di un’esperienza, un’esperienza di un fratello e anche mia.

Il Santuario è un luogo, diciamo così, dell’incontro non solo con il pellegrino, con Dio, ma anche dell’incontro di noi pastori con il nostro popolo. La liturgia del 2 febbraio ci dice che il Signore va al Santuario per incontrare il suo popolo, per uscire incontro al suo popolo, capire il popolo di Dio, senza pregiudizi; il popolo dotato di quel “fiuto” della fede, di quella infallibilitas in credendo di cui parla il n. 12 della Lumen gentium. Questo incontro è fondamentale. Se il pastore che è nel Santuario non riesce a incontrare il popolo di Dio, meglio che il vescovo gli dia un’altra missione, perché non è adatto per quello; e soffrirà tanto lui e farà soffrire il popolo.

Io ricordo – e adesso vengo all’aneddoto – un professore di letteratura, un uomo che aveva tanta genialità. Tutta la vita è stato un gesuita; tutta la vita è stato professore di letteratura ad alto livello. Poi è andato in pensione e chiese al Provinciale: “Io vado in pensione, ma vorrei fare qualcosa di pastorale in un quartiere povero, avere contatto con il popolo, con la gente…”. E il Provinciale gli affida un quartiere di gente molto devota, che andava ai Santuari, che aveva questo spirito, ma molto povera, una baraccopoli più o meno. E lui doveva venire una volta alla settimana alla comunità della Facoltà di teologia, dove io ero rettore. Passava tutta la giornata con noi, in fraternità, poi tornava. Così manteneva la vita in comunità. E siccome lui aveva genialità, un giorno mi ha detto: “Devi dire al professore di ecclesiologia che gli mancano due tesi” – “Come mai?” – “Sì, due tesi che deve insegnare” – “E quali sono?” – “La prima: il santo popolo fedele di Dio è ontologicamente olimpico, vale a dire che fa quello che vuole; e seconda: è metafisicamente tedioso, cioè stufa”. Aveva capito negli incontri come e perché stanca il popolo di Dio.

Se tu sei in contatto con il popolo di Dio, ti stancherai. Un operatore pastorale che non si stanca, mi lascia molto perplesso! E riguardo al fatto che è “olimpico”, cioè che fa quello che vuole, ricordo quando ero maestro dei novizi: andavo tutti gli anni – come provinciale anche con i novizi – al Santuario di Salta, al Nord dell’Argentina, alle feste del Señor del Milagro. Uscendo dalla Messa – io confessavo, durante la Messa – c’era tanta gente, e una signora del popolo si avvicinò a un altro prete con alcuni santini: “Padre, li benedice?”, e quel prete, un teologo molto in gamba, dice: “Ma signora, lei è stata alla Messa?”- “Sì”- “E lei sa che alla Messa c’è il sacrificio del calvario, Gesù Cristo è presente?”- “Sì, padrecito, sì” – “E lei sa che tutte queste cose sono più che benedette?” – “Sì, padrecito”- “E lei sa che nella benedizione finale si benedice tutto?”- “Sì, padrecito”. E in quel momento, usciva un altro prete, e la signora: “Padre, me li benedice?”. E lui li ha toccati e li ha benedetti. Ha ottenuto quello che voleva: che li toccasse. Il senso religioso del tatto. La gente tocca le immagini, “tocca Dio”. Grazie per quello che fate! E adesso vi do la benedizione. Papa Francesco dip 29

 

 

 

 

Sicilia: Ecumenismo e Migrazioni a servizio dell’unità della Chiesa

 

Palermo - Le Chiese di Sicilia si sono ritrovate a Catania per riflettere a 25 anni dalla pubblicazione del Direttorio per l’applicazione dei principi e delle norme sull’Ecumenismo. Occasione un convegno regionale voluto ed organizzato dall’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso e dall’Ufficio per le Migrazioni della Conferenza episcopale siciliana.

“Un quarto di secolo non è poco, ma è tanto se consideriamo ciò che è accaduto in questo spazio  di tempo. Abbiamo vissuto anni di ansietà e di timori – ha detto Mons. Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo e delegato della Conferenza Episcopale Siciliana per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso, aprendo i lavori -, anni durante i quali si è affievolito lo slancio ecumenico avviato dal Vaticano II e lo scandalo della separazione ha continuato a ferire la Chiesa e le Chiese. Tutto questo – ha aggiunto Mons. Mogavero – rende ancora più urgente riprendere in mano il Direttorio e rilanciare la nostra volontà di operare per l’unità”.

In apertura dell’appuntamento dal titolo “La Chiesa in dialogo a 25 anni dal Direttorio per l’Ecumenismo è stato presente anche Mons. Salvatore Gristina, arcivescovo di Catania e presidente della Conferenza episcopale siciliana, che ha porto ai presenti il saluto da parte dei confratelli vescovi di tutte le Chiese di Sicilia.

“Dall’ecumenismo arriva a tutta la Chiesa un forte incoraggiamento a vivere la nostra vita e la nostra fede guidati e affidati alla Divina Provvidenza: abbiamo spesso, infatti – ha detto il presule –, la sensazione di fare poco e in modo poco efficace, ma poi scopriamo che i semi crescono e che arrivano i frutti, anche più abbondanti di quanto osavamo sperare. E questo è benedizione del Signore. A Lui ci rivolgiamo  – ha aggiunto – per ringraziarlo del cammino che ci ha indicato e nel quale ci ha accompagnati e a Lui torniamo ad affidarci per riprendere e continuare. A nome personale e a nome dell’intera Conferenza episcopale benedico voi – ha concluso Mons. Gristina -, la vostra presenza qui oggi e il vostro impegno ecumenico”.

All’incontro regionale, insieme con quanti sono impegnati nei settori dell’ecumenismo e delle migrazioni e – grazie alla collaborazione con l’Uciim – a numerosi docenti, sono stati presenti i rappresentanti del Patriarcato ortodosso di Romania, della Chiesa anglicana e della Chiesa battista. “Dinanzi a loro – ha detto Erina Ferlito, direttrice dell’Ufficio regionale per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso -, si mostra ancor più paradossale la dicotomia tra ‘Chiese sorelle’ e ‘fratelli separati’. E’ scandalosa l’espressione ‘fratelli separati’: come possono i fratelli separarsi?”. Ha richiamato, poi, la necessità di “un ecumenismo che reale, concreto e frutto dell’impegno di tutti, ossia di chiunque professi la fede cattolica”.

Le fa eco Mario Affronti, direttore dell’Ufficio Cesi per le Migrazioni, il quale, spiegando “le due motivazioni che hanno portato alla realizzazione di un convengo congiunto sull’ecumenismo”, parla dell’unità come “sollecitudine per l’unità, che è al cuore della Chiesa. Tutti i cristiani – ha chiarito Affronti – dovrebbero essere animati dallo spirito ecumenico, qualunque sia la loro particolare missione e la loro specifica funzione nel mondo e nella società. I migranti e l’azione pastorale che li riguarda – ha aggiunto – possono portare, nel processo dell’unità dei cristiani e in genere del dialogo interreligioso, un contributo che non è solo antropologico – culturale, ma anche ecclesiologico e teologico, vivendo sulla propria carne la difficoltà dei problemi connessi con i concetti di identità e alterità su cui si gioca il destino del dialogo nel mondo di oggi”

Tre le riflessioni proposte sul servizio all’unità della Chiesa offerte nel corso dei lavori: don Angelo Passaro ha approfondito il tema ricollegandolo al messaggio biblico; don Antonino Pileri Bruno lo ha fatto muovendosi all’interno della riflessione teologica; il vescovo mons. Domenico Mogavero ne ha trattato gli aspetti nel vissuto della Chiesa locale.

Per Mons. Antonio Staglianò, vescovo di Noto e delegato Cesi per le Migrazioni, “non possiamo risolvere le differenze con la vecchia formula delguardare a ciò che ci unisce anziché a ciò che ci divide’. Ma potremmo fare passi avanti se insieme riconoscessimo il maggiore peso specifico di ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci divide. Annunciare insieme il Vangelo – ha detto il presule – è certo il compito più arduo che ci sta davanti. Le difficoltà e le resistenze nel cammino di comunione verso l’unità sono inevitabili: come giungere alla comunione tramite la tensione della diversità? Lo faremo ‘anche’ attraverso alcuni punti fondamentali: la pedagogia della cattolicità; l’ospitalità data ai migranti più poveri; l’inserimento della Chiesa locale, attraverso la parrocchia, nei luoghi di fratture sociali, di più difficile convivenza; il dialogo interreligioso; la responsabilità pastorale del sacerdote nell’accogliere lo straniero”. Migrantes online 27

 

 

 

Il direttore della Caritas don Francesco Soddu: "Il Decreto sicurezza aumenterà le presenze irregolari",

 

Sul numero in edicola oggi interviene anche il direttore del settimanale:

«Il rifiuto del diverso non solo non ha niente di cristiano, ma nemmeno di autenticamente umano»

 

Milano - «Il vero rischio che ora il Paese corre è quello di aumentare, paradossalmente, la propensione all'illegalità, rendendo più fragile la coesione sociale anche per le famiglie italiane, mentre per le imprese sarà più difficile reperire legalmente manodopera giovane e motivata». In un editoriale pubblicato da Famiglia Cristiana nel numero in edicola giovedì 29 novembre, don Francesco Soddu analizza l'impatto sociale del Decreto sicurezza fortemente voluto dalla Lega di Matteo Salvini.

 

     «Sul Decreto», sottolinea don Soddu, «la previsione che desta maggiore preoccupazione è certamente l'abolizione della cosiddetta protezione umanitaria. La conseguenza più evidente sarà un aumento dell'irregolarità sui territori con conseguenze anche in termini di sicurezza. A oggi, infatti, circa 140 mila persone titolari di un permesso di soggiorno per motivi umanitari rischiano di cadere o di ricadere in una condizione di irregolarità del soggiorno che li esporrà al rischio di povertà estrema, di marginalità e di devianza».

Non è tutto. «Un altro aspetto che avrà un forte impatto sui territori è il ridimensionamento del programma Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), costituito da centri molto piccoli e posto sotto l'egida dei Comuni: se fino a oggi era destinato anche all'accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, in base al decreto sarà limitato a chi ha già ricevuto la protezione internazionale e ai minori non accompagnati. Tutti gli altri, la maggioranza, andranno nei centri governativi, ovvero nei Cara. Questa scelta penalizzerà molto i territori e la qualità dell'accoglienza in quanto predilige le strutture di grandi dimensioni, che in genere sono elemento di preoccupazione e paura diffusa, in controtendenza rispetto all'esperienza sperimentata, per esempio, nel progetto (promosso dalla Chiesa italiana) "Protetto, rifugiato a casa mia", che ha finora coinvolto 76 diocesi e 551 migranti in percorsi di condivisione parrocchiale o familiare». 

Sul tema migrazione ed accoglienza interviene nello stesso numero anche il direttore di Famiglia Cristiana, don Antonio Rizzolo, il quale - rispondendo a un lettore che denuncia, come iniqua, la tassazione introdotta dal Governo delle rimesse di denaro dei migranti effettuate verso i propri Paesi d'origine - critica la mentalità che alimenta norme come queste: «È un rifiuto del diverso che, mi permetto di dire, non solo non ha niente di cristiano, ma nemmeno di autenticamente umano». Alessandro Fuso, de.it.press

 

 

 

Social, videoistruzioni per l’uso

 

Come gestire il gruppo Facebook di una parrocchia? Meglio Twitter o Instagram? I social possono sostituire il sito parrocchiale? Come funzionano Google e Wikipedia? Come riconoscere le fake news? Quali sono le normative da rispettare? Per rispondere a queste domande e aiutare a non perdersi nel vasto mondo del web, l’Associazione dei Webmaster Cattolici Italiani (WeCa) ha pensato di realizzare dei tutorial, cioè brevi video in stile youtuber con indicazioni e suggerimenti per parrocchie, associazioni, istituti religiosi, gruppi giovanili, diocesi, genitori, educatori e animatori.

«L’obiettivo è quello di richiamare l’attenzione su aspetti cruciali di fenomeni che pervadono la nostra realtà, specialmente quella dei nostri ragazzi, e di suscitare interesse», spiega Giovanni Silvestri, presidente di WeCa e responsabile del Servizio Informatico della Cei, sottolineando il valore strategico della scelta del format. «Quando si fa una ricerca su Google, oltre ai contenuti scritti - rileva - vengono affiancati anche dei video. Per andare incontro alla sensibilità di un’utenza sempre più abituata a questa modalità comunicativa, abbiamo puntato sui tutorial». Che, ricorda, sono «occasioni di formazione alla portata di tutti, ma non esauriscono l’esigenza educativa». Si possono definire infatti come dei «punti di accesso per altre opportunità di formazione, dei link tra la sensibilità dell’utente medio e i contenuti più impegnativi».

La proposta, «diversa ma complementare rispetto a quella dei webinar, cioè delle dirette web che permettono l’interazione con l’esperto di turno», era già stata testata in passato «con un approccio sperimentale». L’esperienza aveva fatto constatare l’utilità dei tutorial sia nell’immediato che nel tempo, dal momento che «venivano spesso utilizzati dalle realtà locali come introduzione all’approfondimento e al dibattito». Oggi, evidenzia Silvestri, viene rilanciata «alzando il livello della qualità e offrendo un programma di contenuti più completo». Che va ad intercettare «le principali problematiche e sfide del confronto tra parrocchie, scuola, famiglie e mondo del web».

Tutti i mercoledì, sulla pagina Youtube e Facebook di WeCa e sul sito www.weca.it, sarà dunque disponibile un video condotto da Fabio Bolzetta, giornalista di Tv2000, che in pochi minuti e con lo stile agile tipico del tutorial si soffermerà su una domanda specifica, dando spiegazioni, risposte e consigli pratici. Prodotti in sinergia con l’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali  e il Centro di ricerca sull’educazione ai media, all’informazione e alla tecnologia (Cremit) dell’Università Cattolica di Milano, i filmati sono frutto della riflessione e del lavoro di numerosi animatori di WeCa, tra cui Andrea Canton, Francesca Triani, Danilo di Leo, Filippo Andreacchio, Andrea Tomasi, Rita Marchetti e Gianluca Cantergiani. Ma, chiarisce Silvestri, «si tratta di un gruppo in continua crescita, che si avvale del contributo e delle competenze di tanti, come è nello spirito di un’associazione come WeCa». Del resto, «l’idea è quella di allargare lo sguardo ad altre tematiche e di irrobustire la proposta», rivela il presidente, annunciando che «viste le richieste già pervenute, in una dinamica di interazione con l’utenza, il ciclo che inizialmente prevedeva solo 12 appuntamenti si arricchirà protraendosi per un periodo più lungo». Stefania Careddu, Avvenire 27

 

 

 

Quando la comunicazione diventa fraterna comunità

 

Fin dall’inizio del suo pontificato, e ancor prima come arcivescovo di Buenos Aires, Papa Francesco aveva invitato i giornalisti a comunicare la buona notizia e a comportarsi come “buon samaritani” per costruire comunità più umane e fraterne. Il messaggio sulla buona notizia era chiaro; più complesso era comprendere come il lavoro di raccolta delle informazioni e di comunicazione delle stesse potesse diventare opera di carità nonché fondamento per la creazione di comunità che diffondono il bene. A tale proposito, come tema per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2019 il Pontefice ha scelto il titolo: “Siamo membra gli uni degli altri (Ef 4,25). Dalle community alle comunità”, precisando di voler sollecitare una riflessione su come far diventare Internet ed i social media una comunità sempre più solidale. Nel Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2014 Papa Francesco aveva scritto: «In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare Internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio». Secondo Papa Francesco, la parabola del samaritano è anche una parabola del buon comunicatore, perché chi comunica dovrebbe farsi prossimo ai poveri e ai sofferenti sensibilizzando le istituzioni e la società contro ogni forma di ingiustizia e di emarginazione. Più precisamente ha detto il Papa che «il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza». La rete digitale infatti può essere un luogo in cui l’umanità si arricchisce e si espande e per questo motivo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali. Seguendo queste indicazioni, “Frammenti di Pace” ha trovato storie di grande bene: umano, materiale e spirituale. Le ha raccontate, sostenute e condivise. Tra queste vi segnaliamo: la Casa famiglia Cuore di Maria di Castel Gandolfo; l’Ozono Day con ambulatori solidali che curano gratuitamente i bisognosi in dieci regioni d’Italia; i Viandanti di Maria con il rosario itinerante che si sta replicando in diverse città. Contate sulla nostra amicizia e sulle nostre preghiere. Buona settimana a tutti. Antonio Gaspari, fdp 21

 

 

 

“La nostra vita trova significato solo nel servizio a Dio e al prossimo

 

Videomessaggio del Santo Padre Francesco ai giovani in occasione della XXXIV Giornata Mondiale della Gioventù, che avrà luogo a Panama nel gennaio 2019, sul tema: “Ecco la serva del Signore; avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38):

 

Cari giovani, ci stiamo avvicinando alla Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Panama il prossimo mese di gennaio e avrà come tema la risposta della Vergine Maria alla chiamata di Dio: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Le sue parole sono un “sì” coraggioso e generoso. Il sì di chi ha capito il segreto della vocazione: uscire da stessi e mettersi al servizio degli altri. La nostra vita trova significato solo nel servizio a Dio e al prossimo.

Ci sono molti giovani, credenti o non credenti, che al termine di un periodo di studi mostrano il desiderio di aiutare gli altri, di fare qualcosa per quelli che soffrono. Questa è la forza dei giovani, la forza di tutti voi, quella che può cambiare il mondo; questa è la rivoluzione che può sconfiggere i “poteri forti” di questa terra: la “rivoluzione” del servizio.

Mettersi al servizio del prossimo non significa soltanto essere pronti all’azione; bisogna anche mettersi in dialogo con Dio, in atteggiamento di ascolto, come ha fatto Maria. Lei ha ascoltato quello che le diceva l’angelo e poi ha risposto. Da questo rapporto con Dio nel silenzio del cuore, scopriamo la nostra identità e la vocazione a cui il Signore ci chiama, che si può esprimere in diverse forme: nel matrimonio, nella vita consacrata, nel sacerdozio… Tutti questi sono modi per seguire Gesù. L’importante è scoprire che cosa il Signore si aspetta da noi e avere il coraggio di dire “sì”.

Maria è stata una donna felice, perché è stata generosa davanti a Dio e si è aperta al piano che aveva per lei. Le proposte di Dio per noi, come quella che ha fatto a Maria, non sono per spegnere i sogni, ma per accendere desideri; per far sì che la nostra vita porti frutto, faccia sbocciare molti sorrisi e rallegri molti cuori. Dare una risposta affermativa a Dio è il primo passo per essere felici e rendere felici molte persone.

Cari giovani, abbiate il coraggio di entrare ciascuno nel proprio intimo e chiedere a Dio: che cosa vuoi da me? Lasciate che il Signore vi parli, e vedrete la vostra vita trasformarsi e riempirsi di gioia. Prima della Giornata Mondiale della Gioventù di Panama, ormai vicina, vi invito a prepararvi, seguendo e partecipando a tutte le iniziative che vengono realizzate. Vi aiuterà a camminare verso questa meta. Che la Vergine Maria vi accompagni in questo pellegrinaggio e che il suo esempio vi spinga a essere coraggiosi e generosi nella risposta. Buon cammino verso Panama! E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. A presto. Francesco 21

 

 

 

 

“E non abbandonarci alla tentazione”. Un commento critico

 

“Roma locuta, causa finita”. Come era facile pronosticare, i vescovi italiani hanno esaudito il desiderio espresso da papa Francesco di sostituire nella messa l’invocazione del Padre nostro “e non ci indurre in tentazione” con “e non abbandonarci alla tentazione”.

La “vecchia” versione non è stata neppure messa ai voti, con l’impossibilità quindi di poterla difendere. Perché a detta di Francesco è solo il diavolo che tenta e non è ammissibile che anche Dio ci “induca” – cioè letteralmente ci “porti dentro”, come nel latino “inducas” e nell’originale greco del Vangelo “eisenènkes”  – nella tentazione.

La versione inglese del “Padre nostro” in uso negli Stati Uniti è rimasta fedele al testo evangelico originale: ”And lead us not into temptation". Mentre concordano con i desideri di papa Francesco sia la nuova traduzione in uso in Francia e in altri paesi francofoni: "Et ne nous laisse pas entrer en tentation”, sia quella in uso in vari paesi di lingua spagnola, Argentina compresa: "Y no nos dejes caer en la tentación".

Ma a rigor di logica, se Dio non ci può “indurre” nella tentazione, non si vede nemmeno perché invece gli sia consentito di “abbandonarci” ad essa. Per due millenni la Chiesa non si è mai sognata di cambiare quella difficile parola del Vangelo, ma piuttosto di interpretarla e spiegarla, nel suo significato autentico.

È da qui che prende spunto la riflessione che segue.

Silvio Brachetta, l’autore, è diplomato all’Istituto di Scienze Religiose di Trieste e si è dedicato in particolare allo studio della teologia di san Bonaventura da Bagnoregio. Scrive sul settimanale diocesano “Vita Nuova”.

 

Breve riflessione sul “nuovo” Padre nostro, di Silvio Brachetta

Non è chiaro perché un Dio che ci “induce”, ci porta dentro, nella tentazione dovrebbe essere peggiore di un Dio che ci “abbandona” ad essa. È un mistero della moderna esegesi, ma anche della presunzione umana, stando almeno al padre del deserto sant’Antonio:

“Un giorno alcuni anziani fecero visita al padre Antonio; c’era con loro il padre Giuseppe. Ora l’anziano, per metterli alla prova, propose loro una parola della Scrittura e cominciò dai più giovani a chiederne il significato. Ciascuno si espresse secondo la sua capacità. Ma a ciascuno l’anziano diceva:Non hai ancora trovato’. Da ultimo, chiede al padre Giuseppe:E tu che dici di questa parola?’. Risponde:Non so’. Il padre Antonio allora dice: Il padre Giuseppe sì che ha trovato la strada, perché ha detto:Non so’” (Apophthegmata Patrum, 80d; PJ XV, 4).

Nelle Sacre Scritture ci sono cose facili da capire, cose difficili e cose che non si possono capire: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato. Il senso letterale regge e guida gli altri sensi delle Scritture: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato. L’esegesi dei testi non può tradire l’esegesi dei padri e dei dottori della Chiesa: se ne ricorda qualcuno? No, tutto dimenticato.

Quanto a ciò che Dio opera, dovrebbe essere chiaro come il Dio che nel “Padre nostro” induce alla tentazione sia il medesimo Dio che fa dire a Gesù: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Non vi è dubbio – e nel magistero della Chiesa non vi è mai stato il dubbio – che l’”eisenènkes” greco del “Padre nostro” esprima un moto a luogo e che il “sabactàni” aramaico di Mc 15, 34 significa abbandono.

È anche vero che l’interpretazione di questi passi evangelici da parte di san Tommaso o di sant’Agostino lasci il lettore insoddisfatto, poiché i dottori sanno bene che “fides et ratio” sono concordi, ma per nulla coincidenti. San Tommaso e sant’Agostino scrutano il mistero, però lo fanno nell’umiltà: alle volte riescono a soddisfare pienamente e sapientemente un qualche quesito ma, altre volte, possono anche rispondere o soddisfare parzialmente chi cerca una spiegazione.

L’operazione teologica contemporanea è spesso indecente, perché vuole forzare quelle porte inviolabili del mistero, che Ildegarda di Bingen sconsiglia fortemente di violare (cf. “Il libro delle opere divine”). Da dove tanta superbia? Come mai il teologo moderno è divenuto incapace di dire “non so” davanti a questioni sulle quali Dio ha decretato rimanesse il mistero? Persino i pagani erano di frequente più umili di molti dei nostri contemporanei. “Io sono tutto ciò che fu, che è e che sarà; e nessun mortale o dio solleverà mai il mio peplo”, dice la Sibilla di Plutarco (“Sul Fato”).

È antica come il mondo l’arte di forzare o falsificare il testo, quando la parola è incomprensibile o non corrisponde alle aspettative del nostro capriccio. Ma è pure antica come il mondo l’arte dell’umiltà, l’arte dello scriba fedele, che tramanda la voce di Dio ricopiando le Scritture e cercando di essere preciso, sillaba dopo sillaba, su quanto ricevuto dai padri.

La verità è stata più volte confessata dai santi: il Dio che ci “porta dentro” nella tentazione è buono, tanto quanto il Dio che ci “abbandona” ad essa. Ed è buono perché ascolta la preghiera del penitente, che chiede con insistenza: “non ci indurre, non ci abbandonare”. Dio, quindi, non induce e non abbandona quei figli che si convertono e lo pregano, ma abbandona l’empio, che lo bestemmia.

Il mistero permane e la realtà della “perdizione” – l’”abaddon” ebraico dell’Apocalisse (9, 11) – non può essere cancellata dalla penna di un falsario. Esiste dunque l’”angelo dell’abisso” (ibidem), poiché Dio permette che esista, così come esiste l’inferno e la possibilità di dannarsi. Dietro la negazione del “ne nos inducas” evangelico c’è il rifiuto presuntuoso di uno scandalo: lo scandalo della perdizione eterna dell’empio e il fatto stesso che il Cristo possa essere “pietra d’inciampo”. Egli stesso “scandalo”, appunto. Settimo Cielo 21

 

 

 

Medicina e religione. A tu per tu con Chieppi Michele

 

Il Medico e l’Infermiere tra fede e miracoli, religiosità e preghiera, spiritualità e spiritual care, guarigioni e Lourdes. Chieppi Michele,  Pavia: Medea, 2018, 202 p.

                                                                                                                              

Il volume

Secolarmente il rapporto Medicina/Religione è stato per la maggior parte dei casi tempestato di disaccordi. L’evidenza empirica da una parte, la salute dell’anima dall’altra, hanno sollevato questioni tutt’oggi irrisolte rimanendo motivo di confronto e discussione. Ma in che modo i medici e gli infermieri si pongono di fronte a temi quali: fede, miracoli, religiosità, preghiera, spiritualità e spiritual care, guarigioni e Lourdes nel momento in cui questi fattori intervengono nella loro missione quotidiana? Cosa chiedono a proposito i pazienti e in che modo i professionisti della salute debbono con loro interagire? Esistono i miracoli per la Medicina? Lourdes dice la verità? A questi e a molti altri quesiti si è cercato di dar risposta attraverso la consultazione della letteratura scientifica internazionale, dei suoi più autorevoli autori, delle più significative esperienze. Un viaggio in cui lettore può sedersi ed ascoltare senza prese di posizione personali dell’autore: una tavola rotonda da cui può trarre ispirazione per rafforzare, modificare o cambiare le proprie idee.

Da dove trae spunto la ricerca che ha portato alla nascita di questo volume?

Il lavoro nasce dalla curiosità di indagare l’evento inspiegabile dalla Medicina riguardante la guarigione di pazienti a cui era stata diagnosticata l’irreversibilità di una determinata patologia. Il libro si compone sostanzialmente di quattro parti riguardanti i rapporti che intercorrono tra: fede e miracoli, religiosità e preghiera, spiritualità e spiritual care, guarigioni e Lourdes; in appendice sono stati aggiunti frammenti di riviste e testi pubblicati nei primi anni successivi la prima apparizione di Lourdes del 1858 in modo da porre esaustività riguardo agli eventi e alle reazioni del mondo scientifico-letterario dell’epoca.

Cos’è l’evento miracoloso per la Medicina?

I miracoli sono stati una fonte perenne di interesse per gli storici medievali e negli ultimi anni il livello di interesse è aumentato anche per studiosi provenienti da una gamma crescente di discipline, i quali, hanno scoperto il valore dei racconti di miracoli come fonte per i loro studi; infatti, durante la maggior parte dell’intera storia dell’uomo, l’opporsi al caos provocato dalla malattia è stato comunemente relegato alla sfera del magico o del miracoloso. Le afflizioni fisiche e mentali erano spesso attribuite a capricci degli dei, spiriti, demoni o, forse, come punizione per qualche trasgressione palese o nascosta contro il Divino. Al contrario, le cure rivolte alla risoluzione di malattie debilitanti sono state drammaticamente ritratte come rari eventi straordinari. I concetti di speranza e di miracolo sono così onnipresenti nella moderna pratica medica che spesso possono diventare aspetti centrali dell’esperienza ospedaliera di un paziente gravemente malato e della sua famiglia, pur se vi sono in letteratura posizioni che si scostano in modo deciso secondo cui “Miracolo” è un termine che dovrebbe essere bandito dal lessico medico.

Che importanza ha la preghiera per il soggetto malato?

La preghiera, intesa come richiesta solenne o ringraziamento a Dio, è tra le pratiche più antiche e diffuse. Utilizzata con l’intenzione di alleviare le malattie e promuovere la salute, negli ultimi anni si è visto un notevole interesse per i suoi effetti benefici sui risultati sanitari. Come possa funzionare il meccanismo con il quale la preghiera diverrebbe efficace è cosa sconosciuta, sta di fatto che sia che la preghiera che la pratica della cura spirituale (spiritual care) rappresentano un elemento significativo nel contesto del sistema medico di molti paesi. Un’alta percentuale di pazienti considera la religiosità e la preghiera come due elementi molto importanti al punto da attribuir loro un ruolo centrale nella loro capacità di far fronte alla malattia. La letteratura conferma che l’associazione tra religiosità e preghiera migliora sensibilmente la Qualità di Vita. Il volume tratta anche delle diverse tipologie di preghiera: individuale, collettiva e di intercessione.

Ma spiritualità e cure spirituale coincidono con religiosità e preghiera?

Il concetto di spiritualità non sempre equivale ad un’affiliazione religiosa: per molti pazienti essa è sinonimo partecipazione ad una religione organizzata, altri invece ritengono che sia contenuta nella persona stessa e abbia poco a che fare con la pratica religiosa. Diversi studi hanno dimostrato che la partecipazione ai bisogni spirituali di un paziente è associata al miglioramento delle variabili psicosociali e fisiologiche e persino alla diminuzione della mortalità; altri studi confermano che i pazienti valutano la cura spirituale come una priorità nel loro recupero e la ritengono una parte integrante della loro soddisfazione insieme con le cure ricevute durante il ricovero. Nella sua essenza la spiritualità è astratta, soggettiva, un termine complesso la cui definizione varia tra individui, filosofie e culture. Queste caratteristiche portano alcuni autori a sostenere che non vi è alcun accordo sulla definizione di spiritualità come concetto. Le ricerche hanno avuto la tendenza ad esplorare la comprensione della spiritualità dalla prospettiva di una cultura prevalentemente occidentale, trovandola altamente correlata al modo in cui la gente percepisce il senso della vita e separandola dalla religione: quest’ultima quindi, può o non può svolgere un ruolo nella spiritualità essendone sufficientemente distinta.

Lourdes: come si inserisce in questo contesto? 

Già dai primi anni del ‘900 era evidente l’intento di portare delle migliorie nel rapporto che intercorre tra Medicina e Religione proponendo un punto d’incontro alle estremità di entrambe le sfere. Il panorama in generale però non condivide ancor oggi questo ipotetico abbraccio ma rivela posizioni ferme senza la possibilità di sfumature su cui incontrarsi. Eppure esistono testimonianze, studi e ricerche le quali sostengono la tesi che esiste qualcosa al di là delle rigorose evidenze empiriche; Lourdes è un esempio, basti pensare ai medici e agli infermieri dediti alla sofferenza nella cittadina francese e sui treni destinati al trasporto dei pellegrini. Naturalmente Lourdes rappresenta anche un terreno fertile per il rinnovarsi di contrasti tra Medicina e Religione; questo lavoro però non prende posizione in merito in quanto ha il solo compito di revisionare il materiale scientifico e proporlo ai lettori carico di oggettività documentaria.

Daniela Lombardi

 

 

 

 

Libertà religiosa: chiese e politica, diritto (e dovere) all’impegno

 

Si moltiplicano, nelle ultime settimane, gli appelli per il rispetto della libertà religiosa. Il caso di Asia Bibi, condannata e poi assolta in Pakistan, ma tuttavia in pericolo di vita per il solo fatto di essere cristiana, è la più eclatante, vicenda che s’è imposta all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale.  Il problema non è circoscritto all’ intolleranza dell’Islam radicale (anche le altre religioni ne sono affette quanto trascendono nel fanatismo).

In occasione della recente assemblea nazionale dell’Unione delle chiese battiste italiane (Ucebi) a Montesilvano, Dimitrina Oprenova, vicepresidente dell’Alleanza battista mondiale (Bwa che rappresenta oltre 40 milioni di fedeli), ha puntato i riflettori su Sofia, dov’è in discussione una nuova legge che, in nome della sicurezza,  mette “a serio rischio la sopravvivenza di quasi tutte le chiese”. A restare indenne solo quella ortodossa, che rappresenta l’ 80% dei credenti bulgari.

La testimonianza del patriarca dei Caldei

A mettere al centro del dibattito politico la libertà religiosa è stato anche il patriarca di Babilonia dei Caldei – Baghdad, cardinale Louis Sako, a Torino nei giorni scorsi per parlare di Medio Oriente e destino delle minoranze. Le previsioni più pessimiste degli osservatori parlano di un dimezzamento, entro il 2020, dai 12 milioni attuali della presenza cristiana in Medio Oriente. Un processo non irreversibile visto che “dei 20 mila cristiani che nel 2014 lasciarono in una notte la piana di Ninive, oltre 9 mila hanno fatto ritorno”, ha detto il cardinale.

“La maggioranza dei musulmani – ha affermato Sako– è per la pace, non sono favorevoli al sedicente Stato islamico, l’Isis. Per secoli siamo vissuti insieme. C’è un grande bisogno di riforme, per fare in modo che la gente viva in pace. La religione è una questione personale e la libertà religiosa fa parte della vita dell’uomo. I cittadini devono essere tutti uguali”.

Tuttavia, la religione come scelta personale, che come tale s’inserisce a pieno titolo tra i diritti fondamentali della persona, non significa affatto estraniamento dalla politica. Lo stesso cardinale si è mostrato fiducioso verso il nuovo governo iracheno con 290 nuovi deputati e sei cristiani fra cui un ministro.

Religione e politica, non c’è una linea rossa

Le confessioni religiose sono legittimate a pieno titolo a fare parte degli organi decisionali non solo nei cosiddetti stati teocratici. Nessuno può impedire in Europa la costituzione di un partito d’ispirazione religiosa che si presenti alle elezioni e ottenga una sua rappresentanza in Parlamento. Così è accaduto, per esempio, in Italia. Ma non occorre una forma tanto esplicita di partecipazione alla cosa pubblica perché le chiese giochino un proprio ruolo nell’arena politica.

Il motto cavouriano ‘libera chiesa in libero stato’, sintesi di una visione che scindeva in modo netto i due regni, senza reciproche interferenze, è superato in forza di un’idea di laicità che coinvolge anche le religioni nella ricerca del bene comune. La libertà religiosa, dunque, si trasforma da libertà negativa (libertà dalle costrizioni, dalle discriminazioni, dalle ingerenze) a libertà positiva, ovvero libertà per promuovere il benessere individuale e collettivo.

Quando papa Francesco mette al cuore della sua predicazione la dignità umana o quando le chiese evangeliche, assieme alla comunità di Sant’Egidio, s’impegnano nei corridoi umanitari a favore di ingressi regolari degli immigrati o ancora le chiese battiste finanziano con l’ 8 per mille il progetto Medical Hope che dà ai profughi quell’assistenza medica che viene loro negata nei Paesi dove sono in transito, abbiano l’evidenza della partecipazione delle chiese all’attualità della storia.

Il rischio di una religione laica

D’ altra parte, il legame tra religione e politica è un legame d’origine che s’allenta o si stringe ciclicamente nel corso degli eventi storici. Che il XXI secolo si apra come era della rivoluzione digitale e, insieme, di un risveglio delle chiese alla loro missione politica, non era stato previsto. Nei giorni della canonizzazione di Paolo VI sono state ricordate da più parti le sue parole sulla politica come “la forma più alta di carità”.

I rischi ci sono. Risolvere le chiese nel terzo settore, tra ong o enti assistenziali, approda a quella religione laica che di Dio può fare tranquillamente a meno. Risolvere le chiese in stampelle dello Stato che concede loro parte del gettito fiscale oppure esenzioni o altri benefici, approda di fatto a una sudditanza che contraddice l’unica sovranità a cui, almeno i tre monoteismi, dovrebbero attenersi.

Una sorta di omologazione al mondo che spegne ogni voce alternativa quale dovrebbe essere una vera voce profetica. L’effetto più terra-a terra è che, ad esempio, in Germania molti si dichiarano atei per non ottemperare all’obbligo da parte dei fedeli di versare il loro tributo. Al contrario, però, come dice bene Gerd Baumann, relegare le religioni nella sfera privata, spogliarle di ogni rilevanza (o illudersi di farlo) significa soltanto lasciare al discorso politico tutto lo spazio per riempire le coscienze, e le menti, di forme surrettizie di religione, magari fondate sull’idea di nazione, razza o natura. Emmanuela Banfo, IPG 20

 

 

 

 

XXXIV Domenica del Tempo Ordinario. Solennità di Cristo Re dell’Universo. Meditazione di Mons. Follo

 

1) Re non dell’altro mondo, ma del mondo vero.

Gesù non è solo Re di un regno diverso, è un Re diverso, che ha come scopo di servire la verità della carità, che rende liberi. Infatti l’esercizio della sua regalità non ci schiavizza, non ci rende suoi sudditi al modo umano, ma piuttosto ci innalza a Sé, ci fa partecipi della sua medesima vita. “La Regalità di Cristo è il contrario dell’esercizio del potere, E’ servizio, è dono di sé fino alla morte” (Maurice Zundel) per donarci la vita.

Nel vangelo di oggi Cristo a Ponzio Pilato che gli chiede se Lui è re, risponde: «Io sono re: per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità». Dunque, la regalità di Cristo è completamente sottomessa alle esigenze della verità, parola che nel linguaggio dell’evangelista Giovanni indica la verità di Dio, il suo amore per l’uomo, la sua tenerezza per ogni uomo.

Nel suo breve e serrato dibattito con Pilato, Gesù afferma un’altra cosa importante: «Chiunque è dalla parte della verità, ascolta la mia voce». Per comprendere la regalità di Gesù e per partecipare al suo Regno (e potremmo aggiungere per correttamente annunciare e festeggiare questa regalità) occorre aver scelto la verità.

Ma che cos’è la Verità? E’ Cristo!

Gesù Cristo è l’unico uomo che nella storia umana abbia detto: « Io sono la verità » (Gv 14,6). E a tutti noi affamati della verità su Dio, sull’uomo e su mondo, Cristo si offre come Parola di verità, pronunciata da Dio stesso, come risposta a tutti gli interrogativi del cuore umano.

Come Parola che non solo ha creato il mondo ma che lo regge: ne è il Re, un Re da conoscere non solo con la ragione ma con il cuore. Ben a ragione Sant’Agostino scriveva: “Non si entra nella verità se non attraverso la carità”.

Cristo è testimone regale della verità, perché regge l’uomo e il mondo in modo autentico. Non lo domina, non lo governa con lo scettro e il trono, o meglio il suo trono è la Croce, vero segno di amore infinito, e il suo scettro non è un bastone di comando ma sempre la Croce che diventa un “pastorale”, mediante il quale guida le sue “pecorelle” e le corregge (reggere con) non perché le punisce, ma perché le mette sulle sue spalle (=le regge con e sulle sue spalle).

Questo è il suo modo di regnare, che è spiegato anche da questo esempio: Nell’atrio di una clinica di Maternità a Monaco di Baviera sul muro c’è scritto a caratteri cubitali: “La mano che muove una culla muovo il mondo intero”. Ognuno di noi è una “simbolica culla” e Cristo si è assunto il “materno” compito di muoverla con le sue mani “regali”, perché con il ritmo lento del tempo, noi diventiamo adulti in Lui.

Per imparare da lui a reggere e servire il mondo in questo modo, preghiamo spesso il Salmo 84 (85), che vv 11 e 12 dice: “Misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La Verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” ed avremo così un mondo vero. Un mondo nuovo, in cui l’amore di Dio e la sua fedeltà si manifestano, dove la verità germoglia in una rinnovata primavera e la giustizia si affaccia dal cielo per iniziare il suo cammino in mezzo all’umanità.

La regalità di Cristo è sorgente di misericordia, fa sbocciare la verità fa fiorire la giustizia e risplendere la pace. Sant’Agostino scrive: “La verità è sorta dalla terra’: Cristo, il quale ha detto: ‘Io sono la verità’ (Gv 14,6), è nato da una vergine. ‘E la giustizia si è affacciata dal cielo’: chi crede in colui che è nato non si giustifica da se stesso , ma viene giustificato da Dio. ‘La verità è sorta dalla terra’ poiché il ‘Verbo si è fatto carne’ (Gv 1, 14). “E la giustizia si è affacciata dal Cielo’: perché ‘ogni grazia eccellente e ogni dono perfetto discendono dall’alto’ (Gc 1,17). ‘La verità è sorta dalla terra’, cioè ha preso un corpo da Maria” (S. Agostino, Discorsi, 185,2).

 

2) Testimone della verità.

Salendo in Croce e morendovi, Cristo non è stato sconfitto dal mondo. L’ha conquistato con il suo amore. Egli ha introdotto nel mondo un Regno vero: la Signoria caritatevole di Dio. Nei cuori degli uomini. L’amore divino, grazie a Cristo, è diventato di casa sulla terra. Nei cuori dei poveri, dei bambini, dei misericordiosi, nei cuori puri: nei santi, quelli che sono stati canonizzati e quelli che solo il cuore di Dio conosce. Tutti questi, e noi con loro, formiamo un Regno di cui si vedono almeno dei pezzetti. E tutti capiscono che questi “santi” non vogliono conquistare il mondo per usarlo avidamente, e non si organizzano per costruire una potenza mondiale. Essi voglio fare regnare l’amore di Dio vero nel e sul mondo.

Si potrebbe obiettare che questo messaggio di Dio sia astratto che l’uomo non può capirlo, che la Presenza regale di Cristo sia poco concreta. Ma nel Vangelo di oggi Gesù ridice: “Io sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, e chiunque che è dalla verità ascolta la mia voce”. Chiunque cioè tutti e non solo chi ha studiato il catechismo o ha ascoltato prediche e conferenze o fatto teologia. Cristo Re si fa ascoltare e capire da tutti, parlando dalla Croce parole di perdono.

Ognuno può ascoltare questa voce di verità, che afferma che solo l’amore può dare senso alla vita. E noi cristiani non abbiamo il monopolio di questa verità abbiamo il compito di continuare a portare nel mondo, esplicitamente e consapevolmente, la testimonianza di questa verità che si fa perdono.

Per essere come Cristo testimoni della verità, recitiamo spesso il “Padre nostro”, chiedendo intensamente che “venga il Regno” di Dio: se la sua Signoria si afferma non solo in cielo ma anche sulla terra il cuore di Dio pulserà in mezzo a questo mondo senza cuore.

Segno di riconoscimento della Regalità di Cristo e di dedizione al Cuore di Dio è il velo che le Vergini consacrate ricevono nel giorno della loro consacrazione. Il velo è simbolo di intimità, velo è simbolo di verginità, è simbolo di consacrazione. E quando le Vergini lo ricevono il Vescovo dice: “Care figlie, ricevete questo velo, segno della vostra consacrazione; non dimenticate mai che siete votate al servizio del Cristo e del suo corpo, che è la chiesa” (RCV, 25). Questo servizio è testimonianza di verità, che si propone al mondo come dono di sé. Nel mito pagano di Atlante, questo gigante sostiene il mondo sulle sue spalle, ma lo fa controvoglia, perché è una punizione della sua ribellione contro Giove. Al contrario Cristo vuole andare in Croce, in obbedienza amorosa al Padre e con la Croce sostiene il mondo, amandolo, manifestando l’amore infinito e tenero di Dio per l’umanità intera.

La Croce di Cristo è il punto fermo, in mezzo ai mutamenti e agli sconvolgimenti del mondo. La vita del cristiano partecipa della stabilità della Croce, che è quella di Dio, del suo amore fedele. Rimanendo saldamente uniti a Cristo, come tralci alla Vite, anche noi, siamo associati al suo mistero di salvezza, come la Vergine Maria, che presso la Croce stava unita al Figlio nella stessa oblazione d’amore, che oggi regna.

 

3) Convertirsi a questo amore.

La seconda domenica di Avvento ambrosiano ci invita ad essere figli del Regno, convertendoci a questo amore vero. Il peccato dell’uomo è che pensa di essere vero senza Dio e si vive soffocando il cuore. La conversione per vivere l’avvento è ritornare all’amore del Padre, domandando perdono e lasciandoci amare dall’amore esigente di Dio.

Convertiamoci perché così potremo essere fra quelli a cui Cristo Gesù dirà: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (MT 25,34).

 

Nota sul velo - La simbologia del velo ha origini antiche e viene adoperata nell’arte cristiana anche per mettere in risalto gli insegnamenti dogmatici. Il velo è simbolo del cielo – rammentiamo la tenda del tempio tessuta, secondo gli apocrifi, da Maria, che si strappa nel momento della morte di Gesù (Mt 27, 51 ; Mc 15, 38, Lc 23, 45) e questo “aprirsi” del velo significa che la morte di Cristo apre la via verso il Santo dei Santi, verso la Gerusalemme celeste per tutti gli uomini.

Il simbolismo del velo è strettamente legato al culto mariano: il fedele entra nel Regno di Dio, «attraverso il velo, cioè la carne di Cristo», come scrive San Paolo (Eb 10, 20), e fu Maria, sua Madre, in cui il Verbo si fece carne.

 Etimologia di Re: dal verbo latino régere: reggere, governare, dominare, dunque la persona che regge, governa, domina. Mons. Follo

 

 

 

 

 

 

Dios ta nei dettagli”

 

Gualdo Tadino - A Gualdo Tadino (Perugia) un nuovo coup de théâtre per la mostra “Luciano Ventrone. Meraviglia ed estasi”, a cura di Vittorio Sgarbi e Cesare Biasini Selvaggi, prorogata fino al 6 gennaio. Visto il grande consenso di pubblico e di critica, l’esposizione ospitata presso la chiesa monumentale di San Francesco si amplia e si rinnova. Sabato 17 novembre presso la sala consiliare del Comune, è avvenuto il debutto di Tatsiana Naumcic, l’ultima allieva di Luciano Ventrone. Il percorso espositivo si è arricchito di una sezione a lei dedicata con opere scelte dal ciclo “Dio sta nei dettagli”, in cui è possibile ammirare i parallelismi tecnici con il suo maestro, definito da Federico Zeri “il Caravaggio del XX secolo”.

Tatsiana Naumcic nasce a Minsk, in Bielorussia, nel 1980, dove si forma nei suoi studi artistici. Oggi vive e lavora a Roma e, dal 2016, dipinge affianco al suo mentore, con una peculiare impronta, in cui dolcezza e amore per la perfezione emergono con forza dalle testimonianze visive.

Per l’occasione, alla presenza del primo cittadino Massimiliano Presciutti e delle autorità comunali, sono stati presentati il catalogo di Tatsiana Naumcic e lo speciale libro di didattica “Mangiare con gli occhi! I segreti di frutta, ortaggi e fiori nelle opere d’arte di Gualdo Tadino”, a cura di Cesare Biasini Selvaggi, edito per i tipi di Carlo Cambi editore, entrambi promossi e sponsorizzati dall’Associazione Archivi Ventrone.

Il libro-gioco, ideato e prodotto per bambini di età compresa tra i 6 e i 10 anni, prevede un’originale “caccia alla natura morta” guidata dallo stesso maestro Ventrone, grazie anche alle coinvolgenti illustrazioni di Paolo Marabotto. Si tratta di una vera e propria “indagine” sulla simbologia delle nature morte presenti nelle collezioni museali d’arte del comune umbro, a partire da quella che appare nel famoso capolavoro dell’Albero di Jesse di Matteo da Gualdo, presso la pinacoteca. (aise/di 19

 

 

 

 

America Latina: il protagonismo politico delle chiese evangeliche

 

Il 31 luglio 2014 a San Paolo, in Brasile, è stato inaugurato il Tempio di Salomone, una riproduzione a grandezza naturale del tempio biblico, il primo di Gerusalemme. La Chiesa Universale del Regno di Dio (Iurd) non ha badato a spese per la realizzazione dell’opera: ci sono voluti quattro anni e circa 300 milioni di dollari. Il leader della Chiesa Universale Edir Macedo ha fatto il possibile perché il tempio rappresentasse un vero e proprio angolo di Terra Santa in Brasile. Ma anche perché risultasse una dimostrazione lampante della forza economica e organizzativa della principale fondazione evangelica brasiliana. Macedo, fondatore della Chiesa nel 1977,  ha peraltro acquisito nel 1989 la seconda catena televisiva brasiliana, la Tv Record.

E proprio alla Record il neoeletto presidente brasiliano Jair Bolsonaro aveva rilasciato un’intervista in esclusiva per discutere delle proprie proposte elettorali prima delle votazioni. Certo, i legami tra il leader del Psl ed i gruppi evangelisti non sono una novità dell’ultimo momento. Nel 2016, con un gesto di indubbia teatralità, il pastore Everaldo Dias Pereir, leader del Partito sociale cristiano, immerse Bolsonaro nel fiume Giordano durante una sua visita in Israele.

Al rito è poi seguito l’accordo politico vero e proprio che ha visto il Partito repubblicano brasiliano, molto vicino alle posizioni della chiesa evangelica pentecostale, appoggiare Bolsonaro al secondo turno elettorale.

Un bottino di voti che fa gola a tanti in Brasile

Circa il 30% dei brasiliani fa parte dell’universo confessionale evangelico composto da protestanti, metodisti, battisti e pentecostali. Una forza elettorale enorme. Per questo, l’evangelismo brasiliano si conferma interlocutore privilegiato, se non irrinunciabile, per chi voglia arrivare ai vertici di governo del Brasile. Il suo elettorato ha optato in distinte occasioni per diversi interlocutori politici. Vale la pena ricordare che nel 2002 e nel 2006 fu Luiz Inácio Lula da Silva, allora candidato presidente per il Partito dei lavoratori ad ottenere l’appoggio degli evangelici. Tra questi, Marcelo Crivella, attuale sindaco di Rio de Janeiro.

Il sodalizio politico è stato poi riconfermato durante i governi di Dilma Roussef, con le Chiese evangeliche tra i principali alleati della presidenza. E uomini vicini alla Chiesa Universale del Regno di Dio come titolari di alcuni dicasteri: George Hilton, nipote di Macedo, ministro dello Sport e, prima di lui, Marcelo Crivella alla Pesca.

Un’assoluta versatilità è sempre stata alla base del successo politico delle organizzazioni evangeliche. Ad oggi sono novanta (su 513) i deputati evangelici della Camera brasiliana che costituiscono la cosiddetta bancada evangelica. Un fronte trasversale di stampo religioso cui fanno parte uomini vicini ad organizzazioni quali la Iurd, la Asembleia de Deus e la Igreja Batista.

Al governo del Messico con la sinistra

Anche in Messico, un partito evangelista si è reso protagonista sulla scena politica in occasione delle elezioni presidenziali di luglio. Hugo Eric Flores, leader del Pes (Partido Encuentro Social), ha sorpreso l’opinione pubblica nazionale decidendo, nel dicembre 2017, di sostenere la candidatura di Andrès Manuel López Obrador.

La schiacciante vittoria della coalizione di sinistra ha significato per il Pes, forza politica conservatrice e tradizionalmente semmai vicina al Partido Revolucionario Institucional, un grandissimo successo politico. L’intesa con la sinistra del presidente ha fatto scattare per il gruppo cristiano-evangelico, infatti, 55 seggi alla Camera e 7 al Senato.

Un risultato storico, anche se Flores si ritrova a fare i conti con la situazione paradossale per cui, a dispetto del recente successo politico, il suo gruppo non ha ottenuto la percentuale di voti necessaria per mantenere lo status di partito per presentarsi alle prossime elezioni.

L’intesa sociale in Argentina

L’agilità e l’adattabilità delle organizzazioni in campo politico e la capillare presenza di chiese sul territorio hanno garantito agli evangelisti un incremento della propria base sociale e confessionale, quindi anche politica. In particolare nelle zone più difficili delle grandi città e con le fasce sociali più fragili, grazie a metodiche strategie assistenzialiste.

Non deve quindi sorprendere che, in Argentina, il presidente Maurício Macri e la governatrice di Buenos Aires, Maria Eugenia Vidal, abbiano espresso il proprio riconoscimento alle chiese evangeliche per l’attività sociale svolta e abbiano invitato i diversi settori del mondo evangelico a “lavorare insieme per il bene comune”. Nello specifico, la Vidal e Macri hanno invitato le comunità evangeliche a collaborare con l’obiettivo di contenere i forti reclami sociali durante l’ultimo periodo dell’anno.

L’idea dovrebbe concretizzarsi mediante la realizzazione di un piano di distribuzione di beni di prima necessità attraverso la rete delle 4500 congregazioni evangeliche nel Conurbano, che comprende le zone periferiche della capitale argentina. Certo, l’Associazione cristiana delle Chiese evangeliche argentina si muove in un contesto sociale e culturale sostanzialmente diverso rispetto a quello brasiliano. Sembra molto difficile che questa collaborazione in campo sociale possa trasformarsi in una vera e propria alleanza politica. Ma resta per ora da considerare il fatto che il governo abbia fatto appello al mondo evangelico perché assumesse il ruolo di “mediatore” della politica sociale ufficiale.

Versatilità e principi

Cambiano i Paesi e cambiano le alleanze, ma alcune certezze sulla linea politica del mondo evangelico restano. Le organizzazioni evangeliche latinoamericane sono promotrici di un cristianesimo ultraconservatore che si oppone alle istanze che vorrebbero implementare le politiche di genere e la legalizzazione dell’aborto. Scontrandosi su questo piano con i movimenti femministi, maggiori interpreti di queste rivendicazioni. Eventuali accordi ufficiali e non potrebbero riconoscere a questi gruppi una sorta di ruolo parastatale, che potrebbe avere pesanti ripercussioni sociali e politiche.

Per adesso, una delle grandi questioni resta quella per cui le chiese e le organizzazioni evangeliche, che acquistano sempre più forza sociale, possano arrivare ad ottenere il controllo di apparati istituzionali in diversi Paesi della regione. Il 2019, con la presa del potere da parte di due governi molto diversi quanto a orientamento politico e indole personale – quello di ultradestra di Bolsonaro in Brasile, e quello di sinistra di López Obrador in Messico – ci dirà molto sull’immediato futuro politico del mondo evangelico.

Ricardo Moraes, Emanuele Torre, AffInt 23

 

 

 

 

Vatikan: Verlassene Kirchen sollen nicht Pubs oder Discos werden

 

Zum Abschluss einer internationalen Konferenz an der Päpstlichen Universität Gregoriana über die Richtlinien für verlassene und nicht mehr genutzten Kirchen haben die Organisatoren dazu aufgerufen, sich dem Problem bewusster zu werden. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Unter dem Titel: „Gott lebt hier nicht mehr?“ haben die Organisatoren an der Gregoriana über die in vielen westlichen Ländern gesprochen, in denen es Kirchgebäuden gibt, die nicht mehr als solche verwendet werden und womöglich sogar verkauft werden. Es sei notwendig zu vermeiden, dass sie nach der Entweihung nicht zu Kneipen oder Diskotheken werden.

Zu Beginn der Veranstaltung haben Delegierte verschiedener Bischofskonferenzen ein Dokument mit dem Titel: „Die Beseitigung und Wiederverwendung von Kirchen“ genehmigt. Die Leitlinien bestehen aus fünf Kapiteln und Empfehlungen, die in den kommenden Wochen vom Päpstlichen Rat für Kultur veröffentlicht werden sollen.

Verschiedene Sichtweisen eingebracht

Die Berichte bei der Konferenz verdeutlichten das Problem aus soziologischer, kirchenrechtlicher, technischer, architektonischer und kunsthistorischer, konservativer und museologischer Sicht. Die Berichte der Delegierten der nationalen Bischofskonferenzen Europas, Nordamerikas und Australiens in der Nachmittagssitzung fanden hinter verschlossenen Türen statt. Es sei ein „ziemlich vollständiger Überblick über die Vielfalt der in den verschiedenen Ländern herrschenden Situationen“ ersichtlich worden, so die Organisatoren. Der Wandel in der demographischen und sozialen Situation und in der religiösen Praxis habe die Zahl der Kirchen an einigen Orten überhöht, was eine andere Nutzung erforderlich mache. Nach Ansicht der Konferenz könnte diese Situation eine Gelegenheit für eine „Wertschätzung des kulturellen Erbes“ sein, auf das die Kirche nicht verzichten dürfe. Es wurde auch eine Botschaft von Papst Franziskus verlesen. (vatican news 1)

 

 

 

Deutschsprachige Ausgabe der Vulgata-Bibel vorgestellt

 

Die „Vulgata“, die in den Jahren 380 bis 400 n. Chr. größtenteils vom Kirchenvater Hieronymus erarbeitete lateinische Bibelübersetzung, liegt erstmals in einer vollständigen deutschen Übersetzung vor.

 

Der Direktor der Katholischen Akademie in Berlin, Joachim Hake, bezeichnete das Werk bei der Präsentation am Freitagabend als „kulturelles und theologisches Ereignis ersten Ranges“. Von der Spätantike bis zum Mittelalter sei die Vulgata in Westeuropa die wichtigste Quelle des ursprünglichen Bibeltextes gewesen und habe wie kein anderes Buch die Geistesgeschichte geprägt. Rund 45 Übersetzer haben in sieben Jahren ein fünfbändiges Werk von rund 6.300 Seiten geschaffen.

 

Herausgeber sind der Alttestamentler Michael Fieger von der Theologischen Hochschule Chur, der Berliner Philologe Widu-Wolfgang Ehlers und der Zürcher Übersetzer Andreas Beriger. Die lateinisch-deutsche Ausgabe ist nach den Worten Fiegers als „Werkzeug für die moderne Exegese“ gedacht und soll Impulse für weitere interdisziplinäre Zusammenarbeit geben. Angeregt worden sei das Projekt durch die 2009 erschienene deutschsprachige Ausgabe der altgriechischen Übersetzung des hebräischen Alten Testaments, der sogenannten Septuaginta. Fieger und der Herausgeber der Septuaginta-Übersetzung, Martin Karrer, äußerten die Hoffnung, dass auch weitere antike Bibelübersetzungen, etwa in syrischer Sprache, entsprechend ins Deutsche übersetzt würden.

Nahe am lateinischen Text

 

Damit könne Lesern, die die alten Sprachen nicht beherrschten, eine Vorstellung von der breiten Überlieferungsgeschichte der Bibel vermittelt werden. Die alten Übersetzungen enthielten etwa Schriften, die nicht in den späteren Kanon aufgenommen worden seien. Zudem wichen sie im Wortlaut oft von den heute gängigen Bibelübersetzungen ab. Der dalmatische Theologe und Kirchenvater Sophronius Eusebius Hieronymus (347-420) übersetzte aus dem Hebräischen in ein Latein, das er der gesprochenen Sprache im damaligen Mittelmeerraum annäherte. Die katholische Kirche nutzte die Vulgata bis in die Frühe Neuzeit als maßgebliche Version der Bibel. In der neuen Übersetzung wird der Wortlaut des Hieronymus so genau wie möglich auf Deutsch wiedergegeben. Nach Fiegers Worten spiegeln sich darin „Zeitgeschichte, kulturelle Fragestellungen und auch die Theologie der Antike“. Mitherausgeber Ehlers betonte, angestrebt worden sei eine „lesbare und allgemeinverständliche deutsche Prosa“, die so nah wie möglich am lateinischen Text bleibe und auf „Verschönerungen“ ebenso verzichte wie auf den Einfluss von „Luther-Deutsch“. (kna 1)

 

 

 

„Die Zeit läuft uns davon“. Bischof Overbeck zur Weltklimakonferenz in Kattowitz

 

Anlässlich der UN-Klimakonferenz, die vom 3. bis 14. Dezember 2018 in Kattowitz (Polen) stattfindet, ruft der Vorsitzende der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Franz-Josef Overbeck (Essen), zu entschlossenem Handeln für mehr Klimaschutz auf. „Die globale Erwärmung schreitet weiter voran und stellt eine akute Bedrohung für die Welt dar. Wir müssen den gefährlichen Klimawandel stoppen, bevor es zu spät ist. Die Zeit läuft uns davon.“

 

Bischof Overbeck erinnert in diesem Zusammenhang an die Enzyklika Laudato si’, die Papst Franziskus kurz vor den Verhandlungen zum Pariser Klimaabkommen im Jahr 2015 veröffentlicht hat. Für Papst Franziskus ist der Klimawandel „ein globales Problem mit schwerwiegenden Umwelt-Aspekten und ernsten sozialen, wirtschaftlichen, distributiven und politischen Dimensionen“ und daher „eine der wichtigsten aktuellen Herausforderungen an die Menschheit“ (Laudato si’ 25). Bischof Overbeck setzt große Hoffnungen auf die Klimaverhandlungen in Kattowitz (Polen) und appelliert an die Verantwortlichen der Länder, das globale Gemeinwohl über nationale Interessen zu setzen. „Wir brauchen ehrgeizige Klimaziele, die glaubhaft, zielorientiert und konsequent umgesetzt werden müssen. Das ist auch ein Gebot der Gerechtigkeit gegenüber den Armen in der Welt wie auch gegenüber zukünftigen Generationen. Ein ambitionierter Klimaschutz ist die Grundlage für die Bewahrung der Schöpfung und der Weg in unsere gemeinsam nachhaltig zu gestaltende Zukunft. Die Länder der Welt müssen frühestmöglich klimaneutral wirtschaften und leben. Deutschland steht dabei als Industrieland in besonderer Verantwortung und sollte eine Vorreiterrolle einnehmen und sich zum Ziel der Klimaneutralität bis spätestens 2050 bekennen. Dazu sind alle Handlungsfelder in den Blick zu nehmen: Energiewirtschaft, Gebäude, Verkehr, Industrie und Landwirtschaft. Die Politik muss für das Ziel der Klimaneutralität einen langfristig verlässlichen Rahmen schaffen, zu dem auch die Zahlung eines angemessenen Preises für den Ausstoß von Kohlendioxid gehört, der sich an den Schäden des Klimawandels orientiert. Wir alle können und sollen durch einen umweltschonenden Lebensstil etwa bei Ernährung und Mobilität unseren Beitrag leisten.“

 

Die Weltklimakonferenz (COP24) findet vom 3. bis 14. Dezember 2018 in Kattowitz (Polen) statt. Neben einer Bestandsaufnahme ist das Ziel, konkrete und verbindliche Umsetzungsregeln für das Pariser Klimaabkommen zu vereinbaren. Die Kirche selbst möchte im Engagement für Umwelt, Klima und nachhaltige Entwicklung mit gutem Beispiel vorangehen. Die deutschen Bischöfe haben daher auf ihrer Herbst-Vollversammlung im September 2018 Handlungsempfehlungen zu Ökologie und nachhaltiger Entwicklung für den Bereich der katholischen Kirche in Deutschland verabschiedet, die am 27. November 2018 veröffentlicht wurden.

 

Hinweis: Das Dokument „Schöpfungsverantwortung als kirchlicher Auftrag – Handlungsempfehlungen zu Ökologie und nachhaltiger Entwicklung für die deutschen (Erz-)Diözesen“ ist als pdf-Datei zum Herunterladen in der Rubrik Publikationen verfügbar. Dort kann es auch als Broschüre (Arbeitshilfen Nr. 301) bestellt werden. dbk 29

 

 

 

 

EU: Bischofskommission fordert interreligiöse Gestaltung der Arbeitswelt

 

Der Präsident der EU-Bischofskommission (COMECE), Erzbischof Jean-Claude Hollerich, hat dazu aufgerufen, künftige Herausforderungen in der Arbeitswelt gemeinsam mit Muslimen und Juden anzugehen.

„Wir haben etwas gemeinsam: einen Glauben, der zur Hoffnung führt", sagte der Luxemburger Erzbischof bei einer COMECE-Konferenz zum Thema Zukunft der Arbeit in Brüssel. Daher müssten Religionsgemeinschaften Europa immer wieder daran erinnern, dass die Gesellschaft aus Menschen und nicht aus Arbeitskräften bestehe.

Die für den Austausch mit Religionen zuständige Vizepräsidentin des Europäischen Parlaments, Mairead McGuinness, betonte, der Mensch müsse die Kontrolle über den technologischen Wandel in der Arbeitswelt behalten. Das Engagement der Kirchen in diesem Bereich sei wichtig, da sie den Menschen ins Zentrum ihres Handelns stellten. „Oft wird die menschliche Dimension beim Gespräch über die Arbeit vergessen", sagte McGuinness. Ziel für die Zukunft müsse es sein, dass jeder von den Veränderungen in der Arbeitswelt profitieren könne. Sie machte zudem darauf aufmerksam, dass die Arbeitswelt sich für Frauen und Männer unterschiedlich darstelle. Dies müsse geändert werden. Auch eine bessere Integration von Behinderten in die Arbeitswelt wurde auf der Tagung gefordert.

Hollerich fordert Umbruch in der Rolle der Frau

Erzbischof Hollerich forderte mit Blick auf die Rolle der Frau in diesem Bereich einen „Umbruch". Es müsse sichergestellt werden, dass Frauen und Männer die Quelle, das Zentrum und der Zweck alles wirtschaftlichen und sozialen Leben blieben.

Nach Worten des muslimischen Theologen Mouez Khalfaoui hat die Erwerbstätigkeit an Bedeutung gewonnen. „Im 21. Jahrhundert können wir von einem Homoarbeitikus sprechen." Arbeit bedeute oft „Selbstverwirklichung", so Khalfaoui. (kna 27)

 

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz veröffentlicht Handlungsempfehlungen „Schöpfungsverantwortung als kirchlicher Auftrag“

 

 Die Deutsche Bischofskonferenz hat heute (27. November 2018) ihr Dokument „Schöpfungsverantwortung als kirchlicher Auftrag – Handlungsempfehlungen zu Ökologie und nachhaltiger Entwicklung für die deutschen (Erz-)Diözesen“ veröffentlicht. In der Arbeitshilfe werden Aspekte des Umweltschutzes und der integralen Entwicklung des Menschen verbunden, entsprechend dem Auftrag aus Papst Franziskus’ Enzyklika Laudato si’.

Die zehn Handlungsempfehlungen berühren Angelegenheiten der Pastoral, des diözesanen Verwaltungshandelns und des gesellschaftspolitischen Engagements. Sie enthalten konkrete Forderungen und besitzen gleichzeitig die nötige Breite, um den unterschiedlichen Realitäten der 27 deutschen (Erz-)Bistümer Rechnung zu tragen. So regen die Bischöfe beispielsweise an, Schöpfungsspiritualität noch bewusster in Verkündigung und Liturgie zu verorten, kirchliche Traditionen wie das Fasten im Hinblick auf die Schöpfungsverantwortung neu fruchtbar werden zu lassen, in kirchlichen Institutionen und auf Kirchenland nachhaltig zu wirtschaften, Mobilität umweltfreundlich zu gestalten und gesellschaftspolitische Verantwortung für die Armen und für die bedrohte Schöpfung wahrzunehmen.

„Der menschengemachte Klimawandel ist Realität. Zunehmend spüren wir auch in Deutschland seine ökologischen und sozialen Auswirkungen“, schreibt Bischof Dr. Franz-Josef Overbeck (Essen), Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz, im Vorwort zu den Empfehlungen. Mit ihnen möchte die Kirche in Sachen Nachhaltigkeit, Umwelt- und Klimaschutz mit gutem Beispiel vorangehen. „Wir wollen die Taten sprechen lassen“, so Bischof Overbeck. In Zukunft solle regelmäßig über den jeweiligen Stand des Schöpfungsengagements in den (Erz-)Bistümern berichtet werden.

Die deutschen Bischöfe hatten sich bereits bei ihrer Herbst-Vollversammlung 2017 bei einem Studientag mit der Mitverantwortung der Kirche für die Bewahrung der Schöpfung befasst. In der Nacharbeit des Studientages hat eine Arbeitsgruppe unter der Leitung von Weihbischof Rolf Lohmann (Münster) die konkreten Handlungsempfehlungen formuliert, die die Herbst-Vollversammlung 2018 verabschiedet hat.

Hinweis:  Das Dokument ist als pdf-Datei zum Herunterladen unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen verfügbar. Dort kann dieses auch als Broschüre (Arbeitshilfen Nr. 301) bestellt werden. dbk 27

 

 

 

Deutschland: Islamkonferenz endet mit Kontroversen

 

Mit Appellen für einen offenen Dialog und teils heftigen Kontroversen ist in Berlin der Auftakt zur neuen Deutschen Islamkonferenz (DIK) zu Ende gegangen. Im Mittelpunkt der zweitägigen Veranstaltung stand die Frage, auf welche Weise Muslime ihren Glauben in Deutschland leben können und wie der Islam besser in die deutsche Gesellschaft integriert werden kann.

Wichtige Themen waren dabei unter anderem die Arbeit in den Moscheegemeinden und die Ausbildung von Imamen in Deutschland. Bei den Podiumsdiskussionen am Mittwoch und Donnerstag kam es mehrfach zu Wortgefechten zwischen Vertretern der konservativen Islamverbände und Anhängern einer liberalen oder säkularen Ausrichtung.

Die Muslime gehörten gleichberechtigt zu Deutschland, betonte Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) als Gastgeber der DIK zur Eröffnung: „Daran kann es wohl keinen vernünftigen Zweifel geben.“ Die Bundesregierung wolle Brücken bauen, damit Muslime besser in Deutschland heimisch werden können. Allerdings müssten sich alle Formen des Islam an die deutsche Werteordnung halten und Extremismus oder Antisemitismus in ihren Reihen bekämpfen. „Das Grundgesetz ist die Grenze“, so Seehofer. Er kritisierte die Einflussnahme und Finanzierung von Islamverbänden aus dem Ausland und forderte sie zu einer eigenständigeren Selbstorganisation auf.

Staat braucht Dialog

Der Staat brauche für den Dialog einen zentralen Ansprechpartner, der die Muslime als Ganzes vertritt, finde ihn aber nicht. Als weitere Kriterien für gelingende Integration nannte der Minister zudem die Verwendung der deutschen Sprache und die soziale Verwurzelung in der Gesellschaft, etwa durch ehrenamtliches Engagement. Es brauche einen „Islam in, aus und für Deutschland“. In ihrer vierten Phase soll die 2006 vom damaligen Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble (CDU) gegründete DIK wieder breiter aufgestellt sein und neben den Verbänden wieder liberale Muslime zu Wort kommen lassen. Statt fester Arbeitsgremien plant Seehofer einen themenoffenen „Gesprächsprozess“ aus Diskussionsforen, Workshops und Projekten mit wechselnden Teilnehmern.

Der Vorsitzende des Zentralrats der Muslime in Deutschland, Aiman Mazyek, unterstützte Seehofers Forderung nach einem Islam deutscher Prägung auf dem Boden des Grundgesetzes. Er warnte aber davor, die Religion zu „nationalisieren“. Dem Minister sicherte Mazyek zu, sein Verband werde sich für die Imamausbildung in Deutschland einsetzen. Bisher stammen die meisten der gut 2.000 Imame in den hiesigen Moscheegemeinden aus dem Ausland, oft sprechen sie kein Deutsch. Immer wieder übten prominente Wortführer eines progressiven Islam wie scharfe Kritik an der Rolle der Verbände. Deren Vertreter sprächen sich in der Öffentlichkeit für Toleranz aus, förderten aber mit ihrer traditionellen Koranauslegung die Abschottung ihrer Mitglieder und die Diffamierung liberaler Muslime. Verbandsfunktionäre erklärten hingegen, konservative theologische Positionen seien legitim und gehörten zur Meinungsvielfalt unter deutschen Muslimen. Mazyek beklagte, die öffentliche Debatte werde „zu 95 Prozent“ von Islamkritikern dominiert.

Naivität im Umgang mit Verbänden

Die Soziologin Necla Kelek warf der Bundesregierung im Gespräch mit der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) Naivität im Umgang mit den Verbänden vor. Die Hoffnung, sie als Partner für die Integration von Muslimen in die freiheitlich-demokratische Gesellschaft gewinnen zu können, bezeichnete sie als reine „Wunschvorstellung“. Der Politologe Abdel-Samad kritisierte gegenüber der KNA, dass auch die türkisch-islamische Ditib wieder an der Islamkonferenz teilnimmt. Der wegen seiner Nähe zum türkischen Staat ins Zwielicht geratene Verband sei in den vergangenen Jahren immer undemokratischer geworden. Der Schlüssel zur Integration liegt nach den Worten zahlreicher Teilnehmer jedoch in den Moscheegemeinden, die zu rund 70 Prozent in den Verbänden organisiert sind. Hierauf müsse die Arbeit der DIK besonderes Gewicht und insbesondere muslimische Jugendliche erreichen. (kna 29)

 

 

 

Missbrauchsprävention: Start einer weltweiten Reform

 

Nichts weniger als der Start einer weltweiten Reform: So nennt Kardinal Blase Cupich das Treffen im Februar, zu dem Papst Franziskus die Vorsitzenden aller Bischofskonferenzen weltweit in den Vatikan geladen hat. Der Papst wolle die „volle Beteiligung“ der ganzen Kirche, so der Kardinal gegenüber dem Portal Cruxnow.

Kardinal Cupich gehört zu der Arbeitsgruppe, welche die Tagung im Februar vorbereiten und durchführen soll; die Namen der Mitglieder des Organisations-Komitees waren in dieser Woche bekannt gegeben worden. Neben Cupich sind dies Kardinal Oswald Gracias von Bombay, Bischof Charles Scicluna von Malta, Pater Hans Zoller von der Päpstlichen Kinderschutzkommission, sowie die beiden Untersekretärinen im Dekasterium für Laien, Familie und das Leben, Gabriella Gambino und Linda Ghisoni.

In der ganzen Kirche

Der Papst verstehe sehr gut, was in den USA passiere, aber das Treffen vom kommenden Februar seit weiter gedacht, unterstreicht der Kardinal, der selbst als Vorreiter in Sachen Missbrauchsprävention gilt. Es gehe um „Sensibilität, Verantwortlichkeit und Transparenz“ in der ganzen Kirche, so der Erzbischof von Chicago zu Cruxnow. Der Papst mühe sich um ein umfassendes Verstehen vergangener Fehler wie auch um globale Lösungen, deswegen habe er die Vorsitzenden aller Bischofskonferenzen eingeladen.

Ein weiteres Mitglied der Vorbereitungsgruppe, Kardinal Oswald Gracias, hatte demselben Medium gesagt, dass das Treffen entweder erfolgreich oder ein Desaster für die Kirche werde, es sei ein sehr wichtiges Treffen. „Alle Verantwortungsträger in der Kirche müssen verstehen, welchen Schaden sexueller Missbrauch anrichtet“, führt Kardinal Cupich den Gedanken weiter. Das bedeute, Verantwortung für die vergangenen Fehler zu übernehmen, um sicher zu gehen, dass diese nicht wiederholt würden.

“ Alle Verantwortungsträger in der Kirche müssen verstehen, welchen Schaden sexueller Missbrauch anrichtet ”

Er sei sich bewusst, dass die Katholiken auf der ganzen Welt konkrete Ergebnisse erwarteten, aber um die Frage von sexueller Gewalt umfassend in den Griff zu bekommen, brauche es eine tiefergehende Transformation. Der Papst wolle einen „Kulturwandel“, so Kardinal Cupich. „Deswegen ist dieses Treffen Teil eines langfristigen Einsatzes für Reform“. Ein einzelnes Treffen könne nicht alle Probleme lösen.

Deswegen sei die Konferenz im Februar der Beginn eines Prozesses, der letztlich die ganze Kirche umfasse, er sei auf keinen Fall eine rein römische Initiative, so die Einschätzung des Mitorganisators des Treffens.  (vatican news  25)

 

 

 

Erzbischof Stefan Heße für mehr Gelassenheit in Asyldebatte

 

Hamburgs Erzbischof Stefan Heße hat sich für mehr Gelassenheit in der Debatte über Asyl und Flüchtlinge ausgesprochen. Man solle sich nicht „verrückt machen" lassen, wenn Politiker sich mit falschen Informationen zum Asylrecht zu Wort meldeten.

 

Dies sagte Heße am Freitag bei der Vollversammlung des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) in Bonn. Caritas-Präsident Peter Neher verurteilte Äußerungen von Politikern, die darauf abzielten, sich auf Kosten von Flüchtlingen zu profilieren. Dagegen gelte es, klar Position zu beziehen. Heße und Neher gingen dabei nicht explizit auf die von Friedrich Merz angestoßene Debatte ein.

Merz nicht explizit erwähnt

Merz, der sich für den CDU-Vorsitz bewirbt, hatte am Mittwochabend im thüringischen Seebach erklärt, Deutschland sei das einzige Land weltweit, das ein Individualrecht auf Asyl in der Verfassung stehen habe. Es müsse offen darüber geredet werden, ob dieses Grundrecht in dieser Form fortbestehen könne, wenn eine europäische Einwanderungs- und Flüchtlingspolitik ernsthaft gewollt sei.

Am Tag darauf stellte Merz klar: „Ich bin für die Beibehaltung des Grundrechts auf Asyl. Punkt." Auf Twitter erklärte Merz, er wolle das Grundrecht nicht infrage stellen, „weil wir Politik aus christlicher Verantwortung und vor dem Hintergrund der deutschen Geschichte machen". (kna 23)

 

 

 

Papst ernennt Vorbereitungs-Komitee für Missbrauchskonferenz

 

Papst Franziskus hat ein eigenes Komiteee mit der Vorbereitung der Missbrauchskonferenz beauftragt, die im kommenden Februar im Vatikan stattfiden wird. Unter den Mitgliedern der Kommission, die das hochkarätige Treffen vorbereiten soll, ist auch der Kinderschutzexperte Pater Hans Zollner. Das gab der Vatikan an diesem Freitag bekannt.

 

Vom 21. bis 24. Februar 2019 werden auf Einladung des Papstes Abgesandte der Bischofskonferenzen aus aller Welt und Kurienchefs zum Thema Kinderschutz in kirchlichen Einrichtungen diskutieren.

Die Mitglieder des nun eingerichteten Vorbereitungskomittees sind: Kardinal Blase J. Cupich, Erzbischof von Chicago (USA); Kardinal Oswald Gracias, Erzbischof von Bombay (Indien) und Präsident der Bischofskonferenz von Indien; der Charles Scicluna, Erzbischof von Malta und Sondersekretär der Kongregation für die Glaubenslehre. Hans Zollner, S.J., Leiter des Zentrums für Jugendschutz an der Päpstlichen Gregorianischen Universität und Mitglied der Päpstlichen Kommission zum Schutz von Minderjährigen, hat Franziskus als Kontaktperson für den Ausschuss benannt.

Zu dem Treffen, an dem Franziskus selbst teilnehmen wird, sind die Präsidenten der weltweiten Bischofskonferenzen und die Leiter der katholischen orientalischen Kirchen einberufen, außerdem leitende Persönlichkeiten des Staatssekretariats, die Präfekten der Kongregationen für die Glaubenslehre, für die orientalischen Kirchen, für die Bischöfe, für die Evangelisierung der Völker, für den Klerus, für die Institute des geweihten Lebens und für die Gesellschaften des apostolischen Lebens und für das Dikasterium für Laien, Familie und Leben; von Seiten der Ordensleute kommen Vertreter der Internationalen Union der Generaloberen sowie der Internationalen Union der Generaloberinnen.

An den Vorbereitungen für das Treffen werden den Angaben nach unter anderem Gabriella Gambino, Untersekretärin für die Sektion Leben, sowie Linda Ghisoni, Untersekretärin der Sektion Laien im Dikasterium für Laien Familie und das Leben teilnehmen; außerdem werden die Päpstliche Kommission für den Schutz Minderjähriger und einige Opfer von Missbrauch durch Mitglieder des Klerus eingebunden sein.

Der Kinderschutzexperte Pater Hans Zollner ist der Koordinator des Gremiums. Wir haben mit ihm gesprochen.

Vatican News: Pater Zollner, was ist denn Ihre Rolle in dieser Missbrauchskonferenz?

Pater Zollner: Die Organisation koordinieren, das heißt, ich soll mich mit den anderen Mitgliedern des Organisations-Komitees zusammensetzen, das Programm vorbereiten und die Zusammenarbeit mit den zuständigen Vatikanstellen, also die Organisation, Verwaltung, Logistik etc. koordinieren.

Vatican News: Was genau sehen Sie als das Ziel dieser Missbrauchskonferenz an?

Pater Zollner: Es ist keine Missbrauchskonferenz, sondern es ist eine Konferenz, bei der es darum geht, die Möglichkeiten und Notwendigkeiten in der Prävention von Missbrauch für alle Bischöfe weltweit darzulegen. Ziel ist auch, die Zuständigkeiten zu klären, also wer für was und wann zuständig ist. Im Amerikanischen fasst man das unter Responsibility, Accountability und Transparency verhandelt wird. Darunter fällt auch die Frage, wofür ein Bischof eigentlich zuständig ist und was zu den Kompetenzen der Lokalkirche zählt bzw. was die Aufgaben der römischen Behörden sind.

Vatican News: Wird es denn auch im Sinne Ihrer eigenen Institution an der Gregoriana um die Ausbildung in Hinblick auf Kinderschutz gehen?

Pater Zollner: Das wird sicherlich eine Rolle spielen, wobei wir diese Konferenz nicht im Sinne einer Fortbildungsmaßnahme aufbauen werden. Die Bischöfe sind eigentlich schon gut vorbereitet, wenn es darum geht, wie man Missbrauch erkennt und auf Opfer von Missbrauch zugeht. Was meines Erachtens im Fokus stehen muss, sind die Dinge, die an der Wurzel liegen. Also, wie kann man Missbrauch so weit als möglich verhindern und wie kann man Strukturen und Abläufe schaffen, die genau dies tun, was zu Recht eingefordert wird: nämlich Klarheit darüber zu schaffen, wer wann und auf welche Weise einschreiten muss, welche Maßnahmen es gibt, wie Täter bestraft werden und wer dafür zuständig ist, die entsprechenden Prozesse zu begleiten.

Vatican News: Weil es ja heute um die Ernennung der Komitee-Mitglieder geht, was sind denn die Auswahlkriterien für diese Kommissionsmitglieder?

Pater Zollner: Das liegt ganz beim Heiligen Vater. Der Papst hat mit Kardinal Cupich jemanden ernannt, der in den USA sehr für seine klare und strikte Politik bekannt ist, was die Verfolgung von Missbrauchstaten angeht. Auch im Bereich von Präventionsmaßnahmen gilt er als Vorreiter.

Kardinal Gracias war bis vor Kurzem nicht nur der Vorsitzende der Indischen Bischofskonferenz, sondern auch der Asiatischen Bischofskonferenz und spricht damit für einen Großteil der „jungen Kirchen“, wie wir sagen. Er wird sicherlich die Besonderheit der Sichtweise von Bischöfen und Gläubigen auf anderen Kontinenten einbringen. Das wird auch klarmachen, dass wir nicht nur von einem westlichen oder nordamerikanischen oder europäischen Problem reden, sondern von einer Tatsache, die die ganze Kirche angeht.

Erzbischof Scicluna wiederum ist anerkanntermaßen die wichtigste Figur der vergangenen Jahre, oder man könnte fast sagen, Jahrzehnte, gewesen, wenn es um die konsequente Verfolgung von Missbrauchstaten und Tätern geht. Er ist ja kürzlich als Erzbischof von Malta auch zum Sondersekretär der Glaubenskongregation ernannt worden und hat damit noch eine weitere wichtige Einflussmöglichkeit innerhalb der Vatikanbehörden.

Schließlich dann die beiden Frauen, die beide Untersekretärinnen sind im Dikasterium für Laien, Familie und Leben. Sie sind Familienmütter, die die Stimme nicht nur der Laien, sondern speziell auch von Frauen und Müttern einbringen. Sie werden also sicherlich auch eine wichtige Rolle dabei spielen, die Sensibilität der Gläubigen tatsächlich hörbar zu machen.

Christina Höfferer, vn 23

 

 

 

Menschenrechte. Was das „Wir“ zusammenhält

 

Menschenrechte und Religionen – geht das zusammen? Eine Gruppe mit Wissenschaftlern aus der ganzen Welt hat dazu jahrelang geforscht – darunter auch ein Theologe aus Würzburg. Sein erstes Fazit: Es braucht in den Schulen mehr Menschenrechtsbildung. Von Pat Christ

Abstrakt für Menschenrechte zu sein, ist einfach. So sind viele prinzipiell dafür, dass Flüchtlinge Schutz erhalten sollen. „Die Zustimmung kann allerdings leicht umschlagen, wenn plötzlich 5.000 Flüchtlinge an der deutschen Grenze stehen“, sagt der katholische Würzburger Religionspädagoge Hans-Georg Ziebertz. Das zeigt, wie abhängig das „Ja zu Menschenrechten“ von konkreten Lebensumständen ist. Doch das, findet Ziebertz, dürfe eigentlich nicht sein.

Seit sechs Jahren leitet der Würzburger Professor eine internationale Forschergruppe, die sich mit Einstellungen zu Menschenrechten befasst. Dabei wird insbesondere untersucht, welche Rolle die Religiosität eines Menschen bei der Zustimmung oder Ablehnung von Menschenrechten spielt. Europäische, afrikanische, asiatische und südamerikanische Wissenschaftler sind am Projekt beteiligt. Allmählich gelangt die Initiative des Würzburger Theologieprofessors auf die Zielgerade: Im Oktober 2019 findet in Würzburg die Abschlussveranstaltung statt.

„Wir brauchen mehr Menschenrechtsbildung“

„Wir brauchen mehr Menschenrechtsbildung“, erläutert Ziebertz die zentrale Erkenntnis seiner Arbeit anlässlich des 70. Jahrestags der Verkündung der Allgemeinen Erklärung der Menschenrechte am 10. Dezember 1948. Seit Monaten ist der Religionspädagoge viel in Sachen Menschenrechte unterwegs. Dabei traf er unter anderen Studierende verschiedener Fächer. „Natürlich haben alle das Wort ‚Menschenrechte‘ schon mal gehört“, sagt Ziebertz. Doch was Menschenrechte eigentlich sind, welche Bedeutung sie haben und was der Begriff alles umfasst, davon hätten die meisten nur eine vage Vorstellung.

„Wie gering das Wissen ist, erstaunt“, sagt der Theologe. Es fehle an einer fundierten Menschenrechtsbildung. Das sei bedenklich. Denn was außer der Zustimmung zu den Menschenrechten als Wertefundament sollte die zunehmend zersplitterte Gesellschaft zusammenhalten? Früher, als 85 Prozent der Bevölkerung einer Kirche angehörten, war das Christentum die zentrale Wertebasis. Das sei spätestens seit der Wiedervereinigung nicht mehr so. Inzwischen liegt der Anteil der Christen in Deutschland unter 60 Prozent. Millionen Menschen in Deutschland gehören dem Islam an.

Frauen nicht gleichgestellt

Wie beurteilen diese Menschen die Menschenrechte? Das Projekt „Religion und Menschenrechte“ lieferte ein Ergebnis, das kaum erstaunt. Ziebertz: „Wir haben zum Beispiel herausgefunden, dass muslimische Jungen große Schwierigkeiten haben, Frauenrechte anzuerkennen.“ Womit sie keine Ausnahme seien. In keiner Weltreligion seien Frauen völlig gleichgestellt. Gerade auch die katholische Kirche diskriminiere Frauen und damit die Hälfte ihrer Mitglieder, indem sie ihnen wichtige Ämter vorenthalte. Das sei – jenseits jeder theologischen Begründung – aus der Perspektive der Menschenrechte kritisch zu sehen.

Religionen seien nie große Streiter für Menschenrechte gewesen – im Gegenteil seien diese oftmals gegen den Widerstand von Religionen durchgesetzt worden. Innerhalb des Christentums gebe es inzwischen zwar eine weitgehende, jedoch keine ungeteilte Zustimmung. Auch weigert sich der Vatikan als einer der wenigen Staaten bis heute, die Menschenrechtscharta der Vereinten Nationen zu unterschreiben. Zunehmende Brisanz kommt laut Ziebertz dem Thema der Religionsfreiheit zu. Die wachsende religiöse Vielfalt setze die bisherigen Gewohnheiten in puncto Religionsfreiheit unter Druck.

Muezzin selbstverständlich

„Viele Menschen denken immer noch, der Islam gehöre nicht zu uns.“ Dem Recht auf Religionsfreiheit zufolge müsse es jedoch akzeptiert werden, wenn um 5 Uhr morgens der Muezzin ruft. Das müsse genauso selbstverständlich sein wie das morgendliche Läuten der Kirchenglocken. Religionsfreiheit bedeutet außerdem, dass jeder seine Religion wechseln kann. Dies sei im Islam aber teilweise mit Strafen verbunden. Kompliziert werde das Menschenrecht auf Religionsfreiheit schließlich dadurch, dass es das Recht einräumt, von Religion völlig unbehelligt zu bleiben – also keine Kirchenglocken, keine Kreuze und keine Muezzine.

Obwohl das Thema „Kirche und Menschenrechte“ ein heikler Punkt ist, halten Hans-Georg Ziebertz und sein Kollege Alexander Unser aus dem Forschungsprojekt den Religionsunterricht für einen guten Ort zur Menschenrechtsbildung. Auch nach Abschluss des Forschungsprojekts werden die beteiligten Wissenschaftler weiter zusammenarbeiten, ein neues Projekt soll nahtlos folgen: „Diesmal wollen wir wissen, inwieweit Religion ein Faktor ist, der positiv zu einer aktiven Bürgerschaft und zum Engagement für Demokratie und gesellschaftlichen Zusammenhang beiträgt“, sagt Unser. Oder ob sie daran eher hindert. (epd/mig 22)

 

 

 

 

Stichwort: St. Nikolaus

 

Fulda. Am 6. Dezember feiern die christlichen Kirchen das Fest des heiligen Nikolaus. Er ist einer der am meisten verehrten Heiligen der Christenheit. In der katholischen Kirche wird er häufig als „Nothelfer“ angerufen. Die orthodoxen Christen bezeichnen ihn als „Wundertäter“. Von der historischen Person gilt nur als sicher, dass er Bischof von Myra war, das heute an der türkischen Mittelmeerküste liegt. Wahrscheinlich lebte er im vierten Jahrhundert. Er wuchs in einer sehr vermögenden, aber auch sehr frommen und wohltätigen Familie auf. Als die Eltern während einer Pestepidemie gestorben waren, verteilte er sein Erbe unter die Bedürftigen und wurde Priester. Zu seiner eigenen Überraschung wurde der freigebige Mann vom Volk zum Bischof ausgerufen. Während der letzten großen Christenverfolgung unter Kaiser Galerius (um 310) wurde Nikolaus eingekerkert und misshandelt, aber nicht getötet. Schwer gezeichnet von den erlittenen Folterungen trat der Bischof beim berühmten Konzil von Nicäa (325) auf. Gestorben ist Nikolaus um das Jahr 350. Er ist der Patron von Russland und für zahlreiche Berufe, besonders aber der Schutzpatron der Kinder.

 

Um die Gestalt des stets hilfsbereiten Seelsorgers entwickelte sich schon sehr früh ein reges Brauchtum. Bereits im 10. Jahrhundert entstand in Mitteleuropa ein Brauch, der bis heute erhalten geblieben ist: Nikolaus besucht am Vorabend seines Gedenktages die Kinder und beschenkt sie. Das Bescherungsfest für Kinder hat seinen Ursprung vielleicht darin, dass der gütige Bischof, der als Wohltäter immer unbekannt bleiben wollte, nachts jeweils einen Beutel mit Goldstücken durch das Fenster in die Schlafkammer dreier Töchter eines verarmten Edelmannes warf, der nicht mehr wusste, womit er seine Familie ernähren sollte. Nun hatten die Mädchen eine Aussteuer und konnten heiraten. Darum wurden die Kinder auch ursprünglich heimlich beschenkt. Die Liebesgaben werden abends gerne in Schuhen, Stiefeln oder Strümpfen versteckt. bpf

 

 

 

 

 

 

Liebe Kirche, mach es doch einfach wie die CDU!

 

Sie lebt! Die altehrwürdige Honoratiorenpartei CDU lebt! Der Dreikampf um den Vorsitz wirkt wie ein umfassendes Anti-Aging-Programm. Falten und Müdigkeit der Vergangenheit scheinen (fast) vergessen zu sein. Stattdessen: volle Hallen, diskussionsfreudige Mitglieder, mediale Dauerpräsenz und ein fairer personeller Wettkampf. Mancher reibt sich vielleicht verwundert die Augen. Dabei ist es eigentlich ganz einfach: Beteiligung belebt! von Simon Schwamborn

Von Christen und Christdemokraten

Was für Christdemokraten gilt, gilt das nicht auch ganz allgemein für die Christen? Ja richtig, der zweite Wortteil fehlt, aber warum eigentlich? Für eine Vitalisierung der Kirche bräuchte es aus meiner Sicht kein Botox, sondern einfach mehr Teilhabemöglichkeiten! Und warum soll nicht auch die katholische Kirche ein bisschen mehr Demokratie wagen? Ein kleines Gedankenexperiment

Stellen wir uns vor, Stefan Oster, Franz-Josef Overbeck und Georg Bätzing würden sich in ein paar Jahren um den Bischofssitz in Paderborn bewerben: persönliche Vorstellung im Sauerland und in Dortmund, Skizzen für eine Pastoral der Zukunft, Fragen der Gläubigen… Also ich wäre gebannt dabei und bin mir ziemlich sicher, ich wäre damit nicht allein. Die Namen sind natürlich austauschbar und könnten meinetwegen von Rom vorsondiert werden. Einen ausgewogenen Weg zu finden, ist aus meiner Sicht gar nicht so schwer. Wo ein Wille ist, da wäre sicher auch ein Weg. Aber dann würde eben auch für die Kirche gelten: Hinterzimmer adé! Ziemlich viel Konjunktiv – zugegeben.

Von sich selber lernen

Doch eigentlich braucht die Kirche nur von sich selber zu lernen. Ein Konklave ist ja jetzt nicht ganz was anderes als ein Parteitag, nur eben viel schöner: Mit Kardinälen aus der ganzen Welt, mit vermauerten Türen und schwarzem oder weißem Rauch. Kein Wunder, dass Milliarden Menschen bei so einem Ereignis nach Rom blicken. Da wirkt ein schnödes „Auf den Kandidaten Friedrich Merz entfielen XXX Stimmen“ doch ziemlich dröge. Also: Machen wir es bei den Bischöfen doch so ähnlich wie beim Papst. Die Verjüngungskur würde wirken! Kath 23

 

 

 

Bericht: Religionsfreiheit weltweit in Bedrängnis

 

Die Religionsfreiheit weltweit gerät immer mehr in Bedrängnis. Das geht aus dem 14. Bericht zu Religionsfreiheit hervor, den päpstliche Stiftung Kirche in Not an diesem Donnerstag vorgestellt hat. Christina Höfferer hat mit Thomas Heine-Geldern gesprochen. Er ist Präsident von Kirche in Not International.

Christina Höfferer - Vatikanstadt

 

Vatican News: „Warum findet es eine päpstliche Stiftung wie Kirche in Not so wichtig, diesen Bericht über die auf Grund ihrer Religion verfolgten Menschen in aller Welt zu erstellen?“

Thomas Heine-Geldern: „Es geht insgesamt um einen Religionsfreiheitsbericht, wo über die Freiheit aller Religionen gesprochen wird, das ist ganz besonders wichtig, weil die katholische Kirche schon lange, nämlich seit 1965, mit der Erklärung Dignitatis Humanae, immer festgestellt hat, dass die Religionsfreiheit, die Freiheit, wie jeder einzelne Mensch seine Religion ausübt, ein Menschenrecht ist und mit der Würde des Menschen untrennbar verbunden ist. Das wurde auch von Papst Franziskus bestätigt, im Jahr 2011, auch von Benedikt XVI. im Zusammenhang mit der Irakkrise gefordert. Weil das der Ausgangspunkt ist, unter welchem man auch die Verfolgung der Christen und der Katholiken weltweit sehen kann, ist es notwendig, dass man diese globale Arbeit erstellt, damit man das im richtigen Zusammenhang sieht.“

“ Die Situation hat sich eigentlich verschlechtert ”

Vatican News: „Was sind die Ergebnisse des Berichts?“

Thomas Heine-Geldern: „Die Ergebnisse sind, dass dieses Menschenrecht zu wenig anerkannt wird und sich die Situation eigentlich verschlechtert hat.“

Vatican News: „Sie haben in ihrer Präsentation Zentralafrika als aktuelles Beispiel gebracht, bitte führen Sie das für uns aus.“

Thomas Heine-Geldern: „Zentralafrika ist ein sehr trauriges, aktuelles Beispiel. Vor etwa einer Woche sind in der Kathedrale der zentralafrikanischen Hauptstadt 42 Menschen von Djihadisten umgebracht worden, darunter mindestens ein Priester. Es waren Christen, aber in die Kirchen flüchten sich sowohl Muslime, als auch Christen vor dieser ausbrechenden Gewalt der fundamentalistischen Islamisten.“

Vatican News: „Was uns jetzt natürlich auch aus aktueller Sicht sehr interessiert, ist das Schicksal der pakistanischen Christin Asia Bibi. Wie ist dieses im Zusammenhang mit diesem Bericht zu sehen?“

Thomas Heine-Geldern: „Wir haben von der Referentin Tabassum Yousaf bei dieser Pressekonferenz über die Situation in Pakistan gehört. Wir alle blicken gebannt auf die Situation, wie geht es mit Asia Bibi weiter. Wir haben höchsten Respekt vor dem Obersten Gerichtshof in Pakistan, der dieses Todesurteil von Asia Bibi aufgehoben hat. Wir hoffen nur, dass es jetzt genug Vernunft und Weitsicht der Behörden gibt, Asia Bibi und ihre Familie ausreisen zu lassen.“

“ Wir hoffen, dass dieser Bericht zu Reaktionen der verantwortlichen Regierungen führt ”

Vatican News: „Wenn wir diesen Bericht betrachten, der die internationale Lage zusammenfasst, welche Empfehlung ergibt sich daraus für Kirche in Not? Was könnten die konkreten Konsequenzen aus diesem Bericht sein?“

Thomas Heine-Geldern: „Die konkrete Konsequenz ist, dass es eine professionell gemachte, objektivierende Unterlage über die Situation gibt. Diese Tatsache führt meistens dazu, dass verantwortungsvolle Staatsleute und Politiker dieses Thema aufnehmen, entweder auf nationaler oder auf internationaler Ebene und Konsequenzen ziehen. Wir haben hier auch Länder, wo es Verbesserungen gegeben hat, und wir hoffen, dass durch das Aufzeigen dieser doch sehr bedauernswerten Zustände Reaktionen von den verantwortlichen Regierungen kommen, die die Situation weltweit verbessern. Das geht nur im Dialog, das geht nur in Zusammenarbeit, das geht nur durch Aufklärung. Einer der wichtigen Faktoren in der Aufklärung ist, dass man wirklich abgesicherte Fakten hat. Und das haben wir.“ (vatican news 22) 

 

 

 

 

„Gottes Wort ist wie Licht in der Nacht…“ Von Bischof em. Heinz Josef Algermissen

 

Als Papst Johannes XXIII. das Zweite Vatikanische Konzil einberief, ging es ihm darum, den Menschen in einer gewandelten Zeit den Glauben an Jesus Christus nahezubringen. Keineswegs wollte er den Glauben und das Leben der Kirche an den sich stets wandelnden Zeitgeist anpassen.

In diesen Prozess gehörte besonders auch die Erneuerung des Gottesdienstes als wesentliches Element. Das Konzil hatte sich „zum Ziel gesetzt, das christliche Leben unter den Gläubigen… zu vertiefen. Darum hält es das Konzil auch in besonderer Weise für seine Aufgabe, sich um Erneuerung und Pflege der Liturgie zu sorgen“, so im Artikel 1 der Liturgiekonstitution.

Als erste Frucht seiner Arbeit und gleichsam wie ein roter Faden für die ganze geistliche Erneuerung konnte am 4. Dezember 1963, also bereits ein Jahr nach Konzilseröffnung, die Liturgiekonstitution als Basistext erscheinen.

 

Nein, Gott braucht unsere Gottesdienste nicht, zumal sie leider viel zu oft armselig sind und ohne Begeisterung gefeiert werden. Sein Lob singen die Engel am Thron des Allerhöchsten, wie uns der Prophet Jesaja lehrt. Aber wir brauchen den Gottesdienst, den Dienst Gottes für uns und zum Heil der ganzen Welt. Er dient uns, wie eine Mutter ihren kleinen Kindern dient, sie nährt und pflegt. In jeder heiligen Messe schenkt der Vater uns seinen Sohn, nicht mehr wie an Weihnachten in der Krippe von Bethlehem, sondern in unsere Hostienschale und in den Kelch hinein, damit der Leib und das Blut des Herrn in der Feier der Eucharistie für die ihn Empfangenden zur „Arznei der Unsterblichkeit“ und zum „Gegengift gegen den Tod“ werde, wie schon in der Frühzeit des Christentums der heilige Ignatius von Antiochien (+ 117) die eucharistischen Gaben bezeichnet hat.

 

Zum Dienst Gottes gehört auch, dass er uns in den heiligen Schriften seine heilende Gegenwart schenkt. Wie wir in einem Kanon aus dem „Gotteslob“ (Nr. 450) singen:

„Gottes Wort ist wie Licht in der Nacht;

es hat Hoffnung und Zukunft gebracht;

es gibt Trost, es gibt Halt in Bedrängnis, Not und Ängsten,

ist wie ein Stern in der Dunkelheit.“

Gottes Wahrheit wird uns in den biblischen Texten bekanntgemacht. Wir lernen, die Mitmenschen, die ganze Welt mit dem Blick Gottes zu sehen. Und sind damit eigentlich davor gefeit, anderen wehzutun oder sie gar zu missbrauchen.

 

Im Zusammenhang mit der prägenden Kraft des Wortes denke ich persönlich immer wieder an das Martyrium, das der heilige Bonifatius am 5. Juni 754 erlitten hat. Sie, liebe Leserinnen und Leser, kennen sicher das Bild, auf dem er das Buch der Bibel über den Kopf hält, um sich zu schützen. Mir steht dabei auch meine eigene Bischofsweihe vor gut 22 Jahren im Paderborner Dom vor Augen. Im entscheidenden Moment der Weihehandlung wird die Bibel wie ein Dach über das Haupt des Kandidaten gehalten, um anzudeuten: Von heute an sollst du im Haus des Wortes wohnen. All dein Denken und Fühlen, dein Beten und Tun sollen vom Wort Gottes inspiriert sein; an ihm sollst du in deinem Reden und Tun Maß nehmen. Und wenn es Widerstand von außen gibt, wenn die Welt uns nicht versteht: Beim Wort der Heiligen Schrift sollst du immer wieder Zuflucht nehmen, es wird dich stärken, trösten, aufrichten und je neu orientieren.

 

Liebe Leserinnen und Leser!

Wenn wir am 1. Adventssonntag ein neues Kirchenjahr beginnen, werden wir die tröstlichen biblischen Texte zur Vorbereitung auf die Ankunft des Heilands und Erlösers aus dem Messlektionar des Lesejahres C in der revidierten deutschen Fassung der Einheitsübersetzung hören.

Über 10 Jahre haben viele Bibelwissenschaftler und Bischöfe an der Revision der fast 40 Jahre alten Einheitsübersetzung gearbeitet. Nun musste dafür Sorge getragen werden, dass der überarbeitete Text getreu in den Lektionaren abgedruckt wird, damit die neuen Bücher eine verlässliche Grundlage für unseren Gottesdienst sind. Ich hoffe, dass die revidierten Bücher als Mittel verstanden werden, um Lektorinnen und Lektoren, Diakonen und Priestern zu helfen, die Frohe Botschaft so zu verkünden, dass sie als Gottes Wort angenommen wird und Frucht bringt.

Mögen Ihnen die biblischen Texte in der Feier der Liturgie zur adventlichen Vorbereitung auf das Weihnachtsfest Stütze sein. Sie unterscheiden sich von allen anderen Worten des Alltags und öffnen in einer Gesellschaft, die weithin aus Advent und Weihnachten eine Karikatur gemacht hat, Herz und Blick auf das, worauf es ankommt. „Bonifatiusbote“ vom 2. Dezember 2018

 

 

 

Bischof von Münster bezieht Position in Kommuniondebatte

 

Der Münsteraner Bischof Felix Genn wirbt in der Debatte um den Kommunionempfang in der katholischen Kirche um Geduld und Zurückhaltung. Zugleich stellt sich Genn in einer am Dienstag veröffentlichten Broschüre hinter die im Juni publizierte Orientierungshilfe der Deutschen Bischofskonferenz.

Wer sich eine weitergehende  Lösung vorstellen könne als den Vorschlag aus der Orientierungshilfe, solle „bedenken, dass ein Mühen um die Einheit der Christen und damit die Überwindung der Spaltung nicht zu neuen Spaltungen führen darf". Das schreibt Genn in der Broschüre des Bistums Münster.

Das Papier ermöglicht es nichtkatholischen Ehepartnern, in Einzelfällen und unter bestimmten Voraussetzungen die Kommunion zu empfangen. Die Orientierungshilfe ist das Ergebnis eines intensiven Ringens, auch mit Rom. Genn gehört zu den deutschen Bischöfen, die im Mai an einem klärenden Gespräch im Vatikan teilnahmen. Ein Ergebnis der Diskussionen ist, dass in Deutschland jeder einzelne Bischof entscheidet, ob er das Papier für seine Diözese übernimmt. Der Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki hatte am Wochenende bekräftigt, dass aus seiner Sicht die gemeinsame Kommunion von katholischen und evangelischen Christen nur in absoluten Ausnahmefällen möglich ist.

“ Die volle Eucharistiegemeinschaft ist durch eine volle Kirchengemeinschaft erst möglich ”

Im Hintergrund des Streits der vergangenen Monate stehe die Debatte um die Einheit von Eucharistie- und Kirchengemeinschaft, so Genn in der Broschüre. Die Eucharistie solle nicht zur Lösung dieser Frage instrumentalisiert werden, „sondern die volle Eucharistiegemeinschaft ist durch eine volle Kirchengemeinschaft erst möglich". Der Bischof von Münster fügt aber auch hinzu: „Wir haben als Seelsorger nicht das Recht, jemandem die Zulassung zur Eucharistie zu erlauben beziehungsweise zu verbieten. Es ist unvereinbar, die heilige Kommunion strikt zu verweigern."

Die Orientierungshilfe der Bischofskonferenz sei kein Rechtstext, unterstrich Bischof Genn. Durch die Veröffentlichung wolle er nochmals zeigen, „dass ich von Anfang an hinter diesem Text gestanden habe und auch weiterhin zu ihm stehe". (kna/vn 20)

 

 

 

Papst Franziskus verschiebt kirchlichen Migranten-Welttag zum zweiten Mal

 

Auf Wunsch mehrerer Bischofskonferenzen hat Papst Franziskus den Welttag der Migranten und Flüchtlinge auf den letzten Sonntag im September verschoben. Das gab Vatikansprecher Greg Burke am Dienstag bekannt.

Der Termin des kirchlichen Gedenktags wird damit bereits zum zweiten Mal verlegt. Am vergangenen Welttag der Migranten und Flüchtlinge, dem 14. Januar 2018, hatte Papst Franziskus beim Angelusgebet erklärt, aus pastoralen Gründen werde er den Gedenktag auf den zweiten Septembersonntag verschieben.

Schon zum zweiten Mal verlegt

Der nächste Welttag der Migranten und Flüchtlinge, der 105., soll nun am Sonntag, 29. September 2019, gefeiert werden, wie Burke mitteilte. Die zugehörige Papstbotschaft werde der Vatikan wie bisher üblich mehrere Monate vorher veröffentlichen.

Die Päpste publizieren zu derzeit zehn kirchlichen Gedenktagen Botschaften. Franziskus selbst hatte vor einigen Jahren den Welttag der Armen in den Kalender eingeführt und ihn auf den Sonntag vor Christkönig gelegt. Vergangenen Sonntag feierte der Papst eine Heilige Messe mit Bedürftigen und empfing sie danach zu einem Mittagessen im Vatikan, das von der Hilton-Hotelkette gesponsert war.

(vn 20)

 

 

 

 

Ständiger Rat berät weiteres Vorgehen zu den Ergebnissen der MHG-Studie

 

Der Ständige Rat hat sich auf seiner heutigen Sitzung (20. November 2018) mit den Konsequenzen aus der Studie „Sexueller Missbrauch an Minderjährigen durch katholische Priester, Diakone und männliche Ordensangehörige im Bereich der Deutschen Bischofskonferenz“ (MHG-Studie) befasst und das weitere Vorgehen zur Abschlusserklärung der Herbst-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz erörtert.

 

In der Erklärung von Fulda wurden mehrere Schritte benannt, die es zeitnah anzugehen gilt. In fünf Teilprojekten, entsprechend der Erklärung von Fulda, wird die Arbeit aufgenommen. Diese Projekte sind:

* Aktenführung: Standardisierung in der Führung der Personalakten der Kleriker;

* Unabhängige Anlaufstellen: Angebot externer unabhängiger Anlaufstellen zusätzlich zu den diözesanen Ansprechpersonen für Fragen sexuellen Missbrauchs;

* Unabhängige Aufarbeitung: Klärung insbesondere, wer über die Täter hinaus institutionell Verantwortung für das Missbrauchsgeschehen in der Kirche getragen hat;

* Anerkennung: Fortentwicklung des Verfahrens zur Anerkennung erlittenen Leids;

* Monitoring: Verbindliches überdiözesanes Monitoring für die Bereiche der Intervention und der Prävention.

 

Für die Umsetzung der fünf Teilprojekte ist der Beauftragte für Fragen des sexuellen Missbrauchs im kirchlichen Bereich und für Fragen des Kinder- und Jugendschutzes der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Stephan Ackermann, verantwortlich. Er wird dabei eng die Kommunikation und Abstimmung mit dem Unabhängigen Beauftragten für Fragen des sexuellen Kindesmissbrauchs, Johannes-Wilhelm Rörig, suchen. Bereits begonnen wurde die festgelegte Überarbeitung der Leitlinien und der Rahmenordnung Prävention.

 

Der Ständige Rat hat sich auch mit den in der Erklärung der Herbst- Vollversammlung genannten spezifischen Herausforderungen befasst, die sich für die Kirche ergeben. Dort heißt es: „Fragen nach der zölibatären Lebensform der Priester und nach verschiedenen Aspekten der katholischen Sexualmoral werden wir unter Beteiligung von Fachleuten verschiedener Disziplinen in einem transparenten Gesprächsprozess erörtern.“ Dazu wird dem Ständigen Rat bis zur nächsten Sitzung ein Arbeitsplan vorgelegt.

 

Der Ständige Rat unterstützt außerdem den Vorschlag, interdiözesane Strafgerichtskammern für Strafverfahren nach sexuellem Missbrauch auf dem Gebiet der Deutschen Bischofskonferenz zu errichten. Dafür wird sich der Ständige Rat mit den entsprechenden Stellen in Rom in Verbindung setzen. Außerdem sieht er Reformerfordernisse im Bereich des kirchlichen Rechts und des Prozessrechts. Die deutschen Bischöfe sind bereit, auf weltkirchlicher Ebene mitzuhelfen, das Kirchenrecht in dieser Hinsicht weiterzuentwickeln. Sie nehmen außerdem den Aufbau einer kirchlichen Verwaltungsgerichtsbarkeit erneut in den Blick.

 

Im Fokus aller Bemühungen steht der Schutz vor sexuellem Missbrauch an Minderjährigen und Schutzbefohlenen. Das hat höchste Priorität. Der Ständige Rat hat den Anspruch an Konsequenz, Transparenz und Dringlichkeit bekräftigt und drängt auf eine entschlossene Durchführung. Der Ständige Rat und die Vollversammlung werden bei jeder Sitzung über den aktuellen Stand und die Entwicklungen beraten. Dbk 20

 

 

 

 

Stichwort: Advent. Christen in freudiger Erwartung auf das Weihnachtsfest

 

Fulda. Der Advent (von lat. adventus = „Ankunft“) ist die Vorbereitungszeit der Christen auf Weihnachten, das Fest der Geburt Jesu Christi, die „Ankunft“ des Herrn. Er beginnt am vierten Sonntag vor Heilig Abend (24. Dezember), in diesem Jahr also am Sonntag, 3. Dezember, wobei Heilig Abend auf den 4. Advent fällt. Eine Ausnahme bildet die Kirche von Mailand, wo von alters her der ambrosianische Kalender gilt, nach dem die Adventszeit sechs Wochen umfasst.

 

In den Gottesdiensten der Adventszeit werden Bibeltexte gelesen und Lieder gesungen, die die Ankunft des Erlösers, des Messias, zum Inhalt haben. Ein besonders schöner Brauch der Adventszeit ist der sogenannte Adventskranz, der mit Tannenzweigen umwickelt ist und vier Kerzen trägt, von denen an jedem Sonntag eine weitere angezündet wird. Die Idee stammt von dem evangelisch-lutherischen Theologen und Erzieher Johann Hinrich Wichern (1808–1881), der sich armer Kinder annahm und diesen die Wartezeit bis Weihnachten mit einem Kerzenkranz verkürzte.

 

Die Adventszeit war ursprünglich eine Zeit des Fastens – in den orthodoxen und orientalischen Kirchen ist sie dies heute noch. Sie wird auch als eine Bußzeit angesehen, in der man sich auf die Wiederkehr Christi als Weltenrichter vorbereitet. Deshalb tragen katholische Priester in der Messfeier violette Gewänder.

 

Zum allgemeinen Brauchtum gehört seit Anfang des 20. Jahrhunderts der „Adventskalender“ mit 24 Türchen, von denen jeden Tag eines geöffnet wird. Hinter den Türchen verbargen sich ursprünglich adventliche Bilder; heutzutage sind es oft auch Schokoladenfiguren oder Spielsachen.

Neuer Anti-Stress-Adventskalender erschienen

 

Kassel. Das Kasseler Autorenteam Kerstin und Marcus Leitschuh hat eine neue Ausgabe des „Anti-Stress-Adventskalenders“ geschrieben. Er ist im „Verlag Neue Stadt“ erschienen. Geschenke suchen, Besorgungen fürs Fest, Hektik im Beruf, Plätzchen backen, Weihnachtsfeiern, Termine der Kinder – der Adventskalender will helfen, der Stressfalle zu entgehen! Kerstin Leitschuh erklärt, wie es funktionieren kann: „Wir können keine Termine verschwinden lassen, es geht um die innere Einstellung und das Geschenk, sich auch Zeit für sich zu nehmen. Drei Minuten Zeit an jedem Tag sollen mit griffigen Impulstexten helfen, zu sich zu finden und damit weniger vom äußeren Stress zu erleben.“

 

Über 80.000 Exemplare der verschiedenen Ausgaben wurden in den letzten Jahren schon verkauft. „In diesem Jahr gibt es eine neue Ausgabe mit neuen Texten und neuer Optik, aber auch wieder für nur fünf Euro im Hosentaschenformat“, so Autor Marcus Leitschuh. Der Kalender ist in jeder Buchhandlung und online erhältlich. Marcus Leitschuh ist Religionslehrer in Immenhausen, seine Frau Kerstin ist zuständig für die Unternehmenskommunikation der "Stiftung Kurhessisches Diakonissenhaus“. Signierte Exemplare gibt es in der Kasseler Buchhandlung St. Elisabeth, Die Freiheit 2. (Kerstin und Marcus Leitschuh: Anti-Stress-Adventskalender. Verlag Neue Stadt 2018) bpf

 

 

 

 

Missbrauchskrise: Erzbischof Zollitsch räumt Fehler ein

 

Der frühere Freiburger Erzbischof und ehemalige Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Robert Zollitsch, räumt Fehler im Umgang mit Missbrauchstaten katholischer Priester ein. Aus heutiger Sicht hätte er die Pflicht gehabt, entsprechende Täter anzuzeigen, sagte Zollitsch in einem am Montag veröffentlichten Video-Interview mit dem Hamburger Journalistenbüro Crimespot.

„Auch ich hatte in meiner aktiven Zeit mit Fällen zu tun, in denen Priester unserer Erzdiözese Kinder missbraucht haben“, so Zollitsch. Das ganze Ausmaß der Taten sei ihm erst sehr viel später bewusst geworden. Opfer, die sich an ihn gewandt hätten, seien damals nicht bereit gewesen, öffentlich zu sprechen und Anklage zu erheben.

“ Diesen Menschen ist tiefes Unrecht geschehen. Wir haben dieses Maß an Unrecht damals nicht erkannt ”

Für seine Fehler bitte er erneut um Verzeihung, so Zollitsch. Er leide darunter. Viele Fälle gingen ihm immer wieder durch den Kopf. „Diesen Menschen ist tiefes Unrecht geschehen. Wir haben dieses Maß an Unrecht damals nicht erkannt“, sagte er. Zollitsch betonte, er sei „zwischen zwei Polen“ gestanden: auf der einen Seite die Opfer, auf der anderen Seite die Kirche, „die sich mit den Missbrauchsfällen ungeheuer schwer tat“. Die Kirche sei damals nicht in der Lage gewesen, Missbrauch „als das zu benennen, was es war: als Verbrechen“.

„Wenn man mir Vertuschung vorwirft, dann muss ich damit leben“

Er selbst habe, so der Alterzbischof weiter, nie Anweisung gegeben, Missbrauchstaten zu vertuschen oder Akten zu vernichten. „Wenn es heute einige Menschen gibt, die mir sagen, ich hätte zur Vertuschung beigetragen, dann muss ich damit leben.“ Er habe nie alleine entschieden, auch wenn er die Verantwortung getragen habe, sagte Zollitsch weiter: „Ich war stets eingebunden in die Gemeinschaft der katholischen Kirche und ich habe nie alleine für mich entschieden, sondern es ist eine gemeinsame Entscheidung.“ Er hoffe, dass die jüngste Aufarbeitung dazu beitrage, dass sich Missbrauch in Zukunft nicht mehr wiederhole.

Burger warf seinem Vorgänger Fehler vor

Zuletzt hatte der Freiburger Erzbischof Stephan Burger seinem Amtsvorgänger Zollitsch Fehler vorgeworfen. Burger verwies auf den Fall eines Gemeindepfarrers, der zwischen 1968 und 1991 zahlreiche Jugendliche missbraucht haben soll. Vor einer Aufarbeitung nahm sich der Pfarrer das Leben. Er müsse davon ausgehen, dass Zollitsch von den Vorgängen gewusst habe, so Burger.

Zollitsch leitete als Erzbischof von 2003 bis 2013 die Diözese; zuvor war er 20 Jahre lang Personalchef der Erzdiözese. Von 2008 bis 2014 war Zollitsch zusätzlich Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz.  (kap/vn 19)

 

 

 

 

Buchtipp. Moscheebau, Kopftuch, Kruzifix – Religionspolitik in Deutschland ist konzeptlos

 

Neuer Übersichtsband „Religionspolitik heute“ vereint religionspolitische Positionen aus Wissenschaft, Politik, Religions- und Weltanschauungsgemeinschaften – Beiträge zu religionspolitischen Grundsatzfragen, aktuellen Konflikten und Lösungsmöglichkeiten.

Wissenschaftler werfen der Politik in Deutschland „Konzeptlosigkeit“ im Umgang mit religionspolitischen Konflikten vor. „Ob Moscheebau, Kopftuch oder Kruzifix, kirchliches Arbeitsrecht, Schächten oder Beschneidung: Die Politik reagiert vielerorts konzeptlos, wenn es Streit um die Rechte, Symbole und Praktiken von Religionsgemeinschaften gibt.

Ohne erkennbare politische Ideen, wie sich religiöse Interessen konstruktiv aushandeln lassen“, kritisieren die Herausgeber des neuen Übersichtsbandes „Religionspolitik heute. Problemfelder und Perspektiven in Deutschland“, der Politikwissenschaftler Prof. Dr. Ulrich Willems und die Publizistin Viola van Melis vom Exzellenzcluster „Religion und Politik“ der WWU und der Historiker Dr. Daniel Gerster vom Centrum für Religion und Moderne. „Im Konfliktfall werden immer wieder Gerichte angerufen. Damit wurden zwar viele Einzelfälle entschieden, aber es wurden nicht dahinterliegende Grundkonflikte behandelt.“

Das im Herder Verlag erschienene Buch vereint religionspolitische Positionen und Analysen aus Wissenschaft, Politik, Religions- und Weltanschauungsgemeinschaften und bietet Überblickswissen zum vernachlässigten Politikfeld Religionspolitik. Die 32 Buchbeiträge beleuchten aktuelle religionspolitische Konflikte und Lösungsmöglichkeiten sowie Grundsatzfragen aus historischer, systematischer, normativer und internationaler Sicht. Es geht um Konfliktthemen wie Moscheebau, Burka, Blasphemie und Beschneidung ebenso wie um Religionsfreiheit, Körperschaftsstatus und Religionsfragen im Arbeits-, Sozial- und Medienrecht.

Die religionspolitischen Positionen der deutschen Parteien sind ebenso nachzulesen wie Positionen im Ausland. „Die Vorstellungen, wie Religionspolitik in Zukunft aussehen soll, liegen teils so weit auseinander, dass Deutschland ohne breite Diskussionen nicht auskommen wird“, so die Herausgeber. Das zeige im Buch die Bandbreite an Einschätzungen aus verschiedenen Fächern sowie an kontroversen Interessenbekundungen aus Parteien und Religionsgemeinschaften.

Schon jetzt werde der Ruf nach Reformen lauter: „Lobbyisten muslimischer Gruppen fordern erheblich selbstbewusster als vor wenigen Jahren Zugang zu denselben Ressourcen wie die christlichen Kirchen. Zugleich lehnt eine religionskritische Öffentlichkeit vernehmlich religiöse Praktiken wie das Kopftuchtragen oder die Beschneidung ab.“ Umfragen zeigten, dass sich die Bevölkerung bis heute nicht „an den Wandel von einer christlich homogenen zur religiös heterogenen Gesellschaft“ gewöhnt habe. Entscheidend seien entemotionalisierte Debatten. Als Vorbild nennen die Herausgeber Kanadas Provinz Québec, die mit den Philosophen Charles Taylor und Gérard Bouchard einen landesweiten Diskurs zur Religionspolitik in Gang setzte.

Benachteiligungen in der Religionspolitik

Das Spektrum an Religions- und Weltanschauungsgemeinschaften ist heute so breit wie nie zuvor in der deutschen Geschichte. Vor diesem Hintergrund wachsen seit Jahren religionspolitische Herausforderungen und Polarisierungen, wie die Herausgeber in den ersten beiden Buchbeiträgen skizzieren. Sie liefern Überblickswissen über Grundzüge und aktuelle Ausrichtungen der deutschen Religionspolitik sowie zur Entwicklung der religiösen Landschaft in den vergangenen Jahrzehnten.

In deutschen Metropolen seien vor allem durch Migration teils mehr als 200 Religionsgemeinschaften anzutreffen. „Eine weitgehend homogen christlich-kirchlich geprägte Religionslandschaft, wie sie die 1950er-Jahre prägte, ist längst passé.“ Die Herausgeber kritisieren eine Bevorzugung der christlichen Kirchen. Die rund vier Millionen in Deutschland lebenden Muslime und die wachsende Gruppe der Konfessionslosen würden angesichts einer „religiös-christlich-großkirchlichen Schlagseite“ benachteiligt, so Politikwissenschaftler Ulrich Willems.

„Eine Integration des Islams in die religionspolitische Ordnung der Bundesrepublik findet vor allem als Fundamentalismus-Prävention statt: beim islamischen Religionsunterricht und der islamischen Theologie an Universitäten.“ Während der Staat hier Kreativität zeige, fehle in anderen Fällen das Entgegenkommen, etwa bei der Verleihung des Körperschaftsstatus an islamische Gruppen.

Parteien und Polarisierungen

Politikwissenschaftler Ulrich Willems kritisiert in seinem Beitrag auch religionspolitische Versäumnisse der Parteien: „Schaut man in aktuelle Wahl- und Parteiprogramme, dann findet sich bei der SPD ein freundliches Desinteresse an religionspolitischen Veränderungen und bei der Union ein beherztes Weiter so.“ Eine solche zögerliche Religionspolitik habe bei gleichzeitiger Privilegierung des Christentums zur verschärften Unterscheidung zwischen einem „christlichen Europa“ und Muslimen geführt. „Islamskepsis und die Anti-Islam-Politik der AfD sind auch die Geister dieser vernachlässigten Religionspolitik.“

Die Politik müsse handeln, bevor das religionspolitische Klima durch jüngste Verschärfungen nicht zu vergiftet für nachhaltige Debatten sei. – Der evangelische Theologe und Sozialethiker Arnulf von Scheliha analysiert die aktuellen religionspolitischen Positionierungen der Parteien, etwa im Bundestagswahlkampf 2017. Er findet darin viel „ideenpolitisch motivierte Geschichtsdeutung“, einhellige Bekenntnisse zur Religionsfreiheit sowie sehr unterschiedliche Auffassungen zum Islam. Er resümiert, dass „in der Religionspolitik durchaus eine gewisse Bewegung herrscht, aber immense Beschleunigungen nicht zu erwarten sind“.

Internationaler Vergleich

Der Philosoph Hermann Lübbe vergleicht in seinem Beitrag die deutsche mit der Religionspolitik in den USA, die Religion im Unterschied zu Deutschland schon lange als wichtigen Faktor in der Innen- und Außenpolitik wahrnehme. Auch herrsche in den USA viel mehr Offenheit gegenüber neuen Glaubensrichtungen. Lübbe warnt im deutschen Fall davor, Zuwanderungsreligionen wie den Islam zu verpflichten, sich analog zum Staatskirchenrecht zu organisieren. Er rät davon ab, eine religionskulturelle Integration erlangen zu wollen, indem „Besonderheitsprofile“ religiöser Traditionen aufgegeben werden müssen. Wenn etwa auf ein Verbot des Kopftuchtragens auch das Verbot des Ordensschleiers folge, sei diese Verpflichtung zum Verzicht auf öffentliche Bekundung von Besonderheit „schadensträchtig“ – sowohl für die alten wie für die zugewanderten (Religions-)Kulturen.

Körperschaftsstatus

Die Verleihung des Körperschaftsstatus an Religionsgemeinschaften ist für Staatsrechtswissenschaftler Hinnerk Wißmann eine von mehreren Möglichkeiten, Religion zu organisieren. Ihre Zukunftsfestigkeit müsse sich angesichts zunehmender religiöser Pluralität aber erst beweisen. Der Automatismus von Sonderregelungen für Religionsgemeinschaften mit Körperschaftsstatus, die viel diskutierten „Privilegienbündel“, sollten auf ihren funktionalen Grund hin überprüft werden. So könnten künftig bestimmte Rechte herausgelöst und auf Antrag auch Religionsgemeinschaften ohne Körperschaftsstatus gewährt werden. Wißmann betont, „der Anspruch auf Gleichbehandlung aller Religionen ist nicht durch Gleichförmigkeit einzulösen.“

Religionswissenschaftlerin Astrid Reuter schließt sich aus religionswissenschaftlicher Perspektive dem Urteil von Wißmann grundsätzlich an, indem sie die Debatte um den Körperschaftsstatus als einen „Scheinriesen“ bezeichnet. Der Körperschaftsstatus stehe in der Debatte symbolisch für das, was am herkömmlichen staatskirchenrechtlichen System als dringend reformbedürftig, wenn nicht abschaffungswürdig gelte.

Moscheebau, Burka, Blasphemie, Beschneidung

Der Politikwissenschaftler Claus Leggewie zeichnet die politischen und sozialen Konflikte der vergangenen Jahrzehnte nach, die mit dem vermehrten Bau von Moscheen in westlichen Ländern aufflammten. Um künftig Eskalationen zu vermeiden, gelte es, den Streitfällen eine neue institutionelle und kommunikative „Form zu geben“.

Die Politikwissenschaftlerin Ulrike Spohn beleuchtet die emotional diskutierten gesetzlichen Burka-Verbote in europäischen Demokratien und fragt, warum Burka-Verbotsinitiativen trotz umfassender Kritik aus der Wissenschaft immer wieder politische Erfolge erzielen. Sie sieht dies in einem grundsätzlichen „Unbehagen europäischer Gesellschaften an der Verschleierung des Gesichts“ begründet und stellt fest, dass die Verbote dennoch nicht zur Befriedung der Konflikte beitrügen.

Mit der Blasphemie nimmt sich der Politikwissenschaftler Klaus von Beyme eines Themas an, das die meisten europäischen Gesellschaften nach seiner Einschätzung überwunden geglaubt hatten. Seine gesellschaftliche Sprengkraft habe sich in den vergangenen Jahren erneut erwiesen, etwa im Streit um die ‚Mohammed-Karikaturen‘ oder um Kritik an Überzeugungen evangelikaler Christen.

Çefli Ademi skizziert aus Sicht der islamischen Rechtswissenschaft die Debatte über die religiöse Jungen-Beschneidung, die das Urteil des Kölner Landgerichts 2012 auslöste. Der Beitrag kann als Plädoyer gegen eine als allgemeine Religionskritik verkleidete Islamophobie verstanden werden. (mig/pm 30)