DE.IT.PRESS

    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 10-23 gennaio 2022

Inhaltsverzeichnis

1.     Vangelo del 9 gennaio: con il battesimo Gesù si carica dei nostri limiti 1

2.     Cammino Sinodale di Germania, un manifesto alternativo per Papa Francesco. 1

3.     Missione. Mozambico e Sudafrica, gli auspici dei missionari per il nuovo anno. 1

4.     Giornata Missionaria Mondiale, il Papa: "L’identità della Chiesa è evangelizzare". 1

5.     Epifania. Papa Francesco: “Anche nelle notti più oscure brilla una stella”. 1

6.     Epifania del Signore, Papa Francesco: "Guarda la stella e cammina!". 1

7.     Udienza generale. Papa Francesco: “Non avere paura dell’adozione, le istituzioni la sostengano”. 1

8.     Il Papa: cani e gatti occupano il posto dei figli, la patria ne soffre. 1

9.     Il Papa: "Anche quando non è possibile guarire, sempre è possibile curare". 1

10.  La riforma della Curia. 1

11.  Il Premio Spartenze 2021 alle missioni cattoliche italiane nel mondo: la consegna di monsignor Aloise a don Gregorio Aiello. 1

12.  La pace secondo Francesco. 1

13.  Nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo. II Domenica dopo Natale. 1

14.  Il Papa: "La violenza contro una donna è un oltraggio a Dio". 1

15.  Messaggio Giornata mondiale della pace. Un patto per il dialogo, l’educazione e il lavoro. 1

16.  Maria custodisce meditando, e afferra il senso della prospettiva di Dio. 1

17.  MCI Svizzera: don Egidio Todeschini nuovo coordinatore nazionale per il quinquennio 2022/2026. 1

18.  22 i missionari uccisi nel corso del 2021. 1

19.  Papa Francesco: “È luogo comune pensare che il coraggio sia solo dell'eroe”. 1

20.  Il 2021 di Papa Francesco. Ecco i momenti da ricordare. 1

21.  Anno “Famiglia Amoris laetitia”. 1

22.  Papa Francesco: "In famiglia bisogna combattere la dittatura dell’io". 1

23.  Il Papa: “A essere famiglia s'impara ogni giorno, è brutto vedere a tavola ognuno attento solo al telefonino”. 1

24.  Papa Bergoglio alle famiglie: "Sconfiggiamo l'inverno demografico". 1

25.  Urbi et Orbi di Natale: “Immense tragedie passano sotto silenzio”. 1

26.  L’omelia di Natale di Papa Francesco: «Basta morti sul lavoro». 1

27.  Quando il Papa torna dal viaggio apostolico “con i profughi”. 1

28.  Papa Francesco: "Rispettare i diritti dei lavoratori". 1

29.  Messaggio Giornata mondiale della pace. 1

30.  Tre vie per la pace. 1

31.  Da noi, un Natale... afgano. 1

 

 

1.     Koalition darf Lebensschutz nicht aufweichen. 1

2.     Papst Franziskus: Die Sehnsucht nach Gott neu entzünden. 1

3.     Papst: Migrantenpastoral nicht vernachlässigen. 1

4.     Bundeskanzler Scholz empfängt erstmals Sternsinger 1

5.     Generalaudienz: Papst ermuntert Paare zu Kindern. 1

6.     Welttag der Kranken. „Der Name Gottes ist Barmherzigkeit“. 1

7.     Trotz Corona laufen die Planungen für den Katholikentag 2022. 1

8.     Sternsingeraktion 2022: Klimaschutz ganz oben auf der Agenda. 1

9.     Theologin Käßmann verteidigt die Kirchensteuer: „Gerechte Sache“. 1

10.  Papst am Neujahrstag: „Schluss mit Gewalt gegen Frauen“. 1

11.  Ein Jahr großer Zumutungen. Bischof Bätzing predigt zum Jahresabschluss im Frankfurter Dom.. 1

12.  Vatikan: 22 ermordete Missionare 2021. 1

13.  „Dialog zwischen den Generationen“. 1

14.  Papst bei der Generalaudienz: Zwangsmigration ist ein Skandal 1

15.  Bundesverfassungsgerichtsurteil zur Triage. Bischof Bätzing: „Besserer Schutz für Menschen mit Behinderung“. 1

16.  Vatikan: Das Jahr 2021 in Zahlen. 1

17.  Franziskus, Familien und „pastorale Kreativität“. 1

18.  Papst: Demografischer Winter ist „Tragödie“. 1

19.  Papst an Ehepaare: „Lebt eure Berufung intensiv“. 1

20.  Bischof Bätzing fordert „radikale Umkehr“. 1

21.  „Urbi et Orbi“: Fast wie früher, vor Corona. 1

22.  Papst im Interview: „Nur Geschwisterlichkeit wird uns retten“. 1

23.  Deutsche Bischöfe zu Weihnachten: „Gott ist konkretes Leben". 1

24.  Papst an Kurie: In Demut und Synodalität vorangehen. 1

25.  Papst ruft Ortskirchen zur Aufnahme von Migranten auf 1

26.  Erzbischof Heße zur Initiative von Papst Franziskus für eine solidarische Aufnahme von Flüchtlingen. 1

27.  Weihnachten im Koran. 1

28.  Sternsingeraktion wieder verlängert 1

29.  Bischöf Bätzing sieht Kluft zwischen Kirche und Gesellschaft. "Alarmsignale" wahrnehmen. 1

30.  Papst Franziskus ruft zu mehr Friedens-Anstrengungen auf 1

31.  „Gesund werden – gesund bleiben. Ein Kinderrecht weltweit“. Sternsingeraktion 2022 bis zum 2. Februar verlängert. 1

 

 

 

Vangelo del 9 gennaio: con il battesimo Gesù si carica dei nostri limiti

 

La venuta di Gesù chiude il cammino del precursore Giovanni e quello di tutti i profeti. Termina così l’Antico Testamento, in quanto la Storia della Salvezza viene inaugurata dalla buona notizia che il cielo si è aperto, che non c’è separazione tra Dio e l’uomo, che la Sua Parola potrà essere ascoltata, ma che Colui, che era al principio di tutto, ora è visibile. Tutto questo non è un sogno, ma il Padre lo testimonia e, dopo la Resurrezione, i discepoli lo annunceranno, donandoci quello che hanno ascoltato, visto e toccato - Paolo Morocutti

 

Il tempo del Natale non è terminato, la nostra riflessione continua tramite la festa del Battesimo di Gesù, che stiamo celebrando oggi. Proprio domenica scorsa, nel suo Prologo, Giovanni ci ha donato una bellissima definizione di Dio: “In principio era il Verbo”. Prima della creazione, e ai primordi di tutto, Dio è parola. All’interno del brano odierno, Gesù è riconosciuto dal Padre tramite la sua Parola, che squarcia nuovamente i cieli e rimbombando nella creazione, viene udita dall’umanità.

Dio è fondamentalmente relazione, non solitudine o disinteresse nei confronti dell’uomo: la sua parola diventa carne.

Il battesimo, dunque, acquista una prospettiva nuova, che non consiste esclusivamente nell’essere lavati dai peccati per farci così divenire persone nuove, ma in Gesù, il battesimo sarà in “Spirito Santo e fuoco”: ogni uomo e donna, quindi, sarà in tal modo immerso in questa relazione, che non tocca solo l’esterno della persona ma penetra nel suo interno, tanto da conformarlo come figlio di Dio. Il battesimo di Gesù accade al termine della missione di Giovanni Battista, durante la quale tanti uomini sono entrati in quelle acque per essere lavati dai propri peccati. Anche Gesù vi fa il suo ingresso. Non per compiere il medesimo rito, in quanto Lui, Figlio del Padre, è senza peccato, ma per lasciarsi bagnare da quelle acque inquinate dai peccati: ovvero, per caricare su se stesso i limiti di ogni uomo e donna, atteso che la sua missione è proprio quella di entrare in relazione con tutti e sanare ognuno di noi. L’evangelista Luca ci ha ricordato questa verità già nel racconto della nascita di Gesù a Betlemme, allorquando Maria, come prima azione, avvolge in fasce il corpicino del Bambino, coprendolo con quelle bende che manifestano i dolori dell’umanità e le ferite apertesi con l’allontanamento dell’uomo da Dio.

La venuta di Gesù chiude il cammino del precursore Giovanni e quello di tutti i profeti.

Termina così l’Antico Testamento, in quanto la Storia della Salvezza viene inaugurata dalla buona notizia che il cielo si è aperto, che non c’è separazione tra Dio e l’uomo, che la Sua Parola potrà essere ascoltata, ma che Colui, che era al principio di tutto, ora è visibile. Tutto questo non è un sogno, ma il Padre lo testimonia e, dopo la Resurrezione, i discepoli lo annunceranno, donandoci quello che hanno ascoltato, visto e toccato. Sir 8

 

 

 

 

Cammino Sinodale di Germania, un manifesto alternativo per Papa Francesco

 

Un gruppo di cattolici tedeschi ha presentato al Papa il manifesto “Nuovo inizio”, che critica fortemente il cammino sinodale intrapreso dalla Chiesa di Germania. È sostenuto da quasi 6 mila firme

 

CITTÀ DEL VATICANO. Al termine dell’udienza generale del 5 gennaio, Papa Francesco ha ricevuto il documento “Nuovo inizio: un manifesto per la riforma”. Redatto da un gruppo di cattolici tedeschi e sostenuto con quasi 6 mila firme, il documento mette in discussione il “Cammino Sinodale della Chiesa di Germania”, e offre un piano alternativo al Cammino in nove punti.

Secondo i firmatari – ha riportato CNA Deutsch, partner di notizie in lingua tedesca di ACI Stampa – il Cammino Sinodale non riuscirà a produrre una vera riforma. Il Cammino Sinodale è un processo pluriennale lanciato dalla Conferenza Episcopale tedesca, che riunisce vescovi e laici per discutere il modo in cui il potere viene esercitato nella Chiesa, il sacerdozio e il ruolo delle donne.

Il manifesto “Nuovo Inizio” è stato pubblicato in 5 lingue, e ha raccolto il sostegno di 5.832 firmatari dalla Germania e da altri Paesi europei. Il manifesto sottolinea che “nella sua fissazione sulla struttura esterna, il Cammino sinodale manca il cuore della crisi; viola la pace nelle congregazioni, abbandona il cammino dell'unità con la Chiesa universale, danneggia la Chiesa nella sostanza della sua fede e apre la strada allo scisma”.

Il testo è stato pubblicato sul sito dell'Arbeitskreis Christliche Anthropologie (Gruppo di lavoro sull'antropologia cristiana), che lo scorso novembre ha tenuto una giornata di studio durante la quale il cardinale tedesco Walter Kasper ha accusato gli organizzatori del Cammino sinodale di minimizzare la necessità di evangelizzare.

Nel giugno 2019, Papa Francesco ha inviato una lettera di 19 pagine ai cattolici tedeschi esortandoli a concentrarsi sull'evangelizzazione di fronte a una "crescente erosione e deterioramento della fede".

Il manifesto afferma che la lettera del Papa è stata "semplicemente ignorata" dagli organizzatori del Cammino sinodale. Oltre all’incontro con il Papa, gli organizzatori del manifesto sono a Roma in un pellegrinaggio che ha prevede messe celebrate dal cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, e dall'arcivescovo Georg Gänswein, segretario personale del papa emerito Benedetto XVI.

Il manifesto “Nuovo inizio” riconosce la necessità di una “riforma fondamentale” della Chiesa in Germania, che sta affrontando un esodo di cattolici a seguito di una crisi scatenata dalle notizie di abusi da parte del clero.

Più di 220.000 persone hanno lasciato formalmente la Chiesa nel 2020. Solo il 5,9% dei cattolici tedeschi ha partecipato alla messa quell'anno, rispetto al 9,1% nel 2019.

Il manifesto mette in dubbio la legittimità del Cammino sinodale, sottolineando che non si qualifica come sinodo nel diritto della Chiesa.

“Respingiamo la sua pretesa di parlare a nome di tutti i cattolici in Germania e di prendere decisioni vincolanti per loro – si legge nel manifesto - “i laici coinvolti nel Cammino sinodale sono rappresentanti di associazioni, società e comitati con l'aggiunta di terzi arbitrariamente consultati”.

Prosegue il manifesto: “Le proposte e le rivendicazioni di questo movimento, che non è legittimato né dalla vocazione né dalla rappresentanza, testimoniano una sfiducia fondamentale nei confronti della Chiesa sacramentale, costituita, com'è, da autorità apostolica; le loro proposte, una volta attuate, alla fine effettueranno una ridistribuzione ‘laica’ del potere e della secolarizzazione all'interno della Chiesa orientata ai comitati, verso l'esterno e permanente".

Il testo sostiene che, nonostante la sua retorica del cambiamento radicale, il Cammino sinodale sta cercando di mantenere lo "status quo" nella Chiesa tedesca, che riceve miliardi di dollari l'anno attraverso una tassa ecclesiastica ed è il secondo più grande datore di lavoro del paese dopo lo Stato.

"Mentre il Cammino sinodale si occupa di autentiche preoccupazioni per la Chiesa, la sua strategia rimane strutturalmente conservatrice ed evidentemente disinteressata ai processi di pentimento e rinnovamento spirituale", si legge ancora nel testo.

E ancora: “Riguardo alla forma sociale di base della chiesa, i rappresentanti del Cammino sinodale si impegnano a preservare lo status quo: desiderano mantenere e conservare il modello di una chiesa altamente istituzionalizzata che sta 'servendo la sua clientela' attraverso l'adattamento e modernizzazione."

Il testo afferma inoltre che il Cammino sinodale ha “strumentalizzato” la crisi degli abusi, ignorato l'insegnamento della Chiesa sull'impossibilità di ordinare le donne al sacerdozio e minimizzato l'importanza del matrimonio.

La Conferenza Episcopale Tedesca ha inizialmente annunciato che il Cammino sinodale si sarebbe concluso con una serie di voti "vincolanti", suscitando in Vaticano il timore che le risoluzioni potessero mettere in discussione l'insegnamento e la disciplina della Chiesa.

Vescovi e teologi hanno espresso allarme per il processo, ma il presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il vescovo Georg Bätzing, lo ha difeso con vigore.

L'ultima riunione del Cammino sinodale si è svolta a Francoforte, nel sud-ovest della Germania, dal 30 settembre all'ottobre 2, 2021. Si trattava del secondo incontro dell'Assemblea sinodale, il supremo organo decisionale del Cammino sinodale. L'assemblea è composta dai vescovi tedeschi, 69 membri del potente Comitato centrale laico dei cattolici tedeschi (ZdK) e da rappresentanti di altre parti della Chiesa tedesca.

L'incontro si è concluso bruscamente dopo i voti a favore di un testo che approva le benedizioni per le coppie dello stesso sesso e una discussione sulla necessità del sacerdozio.

A ottobre, il Papa ha aperto la prima fase di un processo consultivo globale di due anni che porterà all'assemblea del Sinodo dei vescovi sulla sinodalità.

Al momento non è chiaro quale impatto avrà il processo sinodale globale sul Cammino sinodale tedesco. Il vescovo Bätzing ha dichiarato nel maggio 2020 che l'iniziativa globale sarebbe stata "integrata" dal processo in Germania. Aci 7

 

 

 

 

Missione. Mozambico e Sudafrica, gli auspici dei missionari per il nuovo anno

 

Sono tante le preoccupazioni di alcuni missionari che vivono a Beira e Nacala, in Mozambico e a Cape Town in Sudafrica: la pace che non è solo assenza di guerra ma opportunità di lavoro e educazione, la cura dei migranti e dei rifugiati, la libertà da forme di sfruttamento neocoloniale sulle risorse minerarie e altre materie prime, che in queste zone abbondano. Gli auspici per il nuovo anno - Patrizia Caiffa

 

La pace, la giustizia, il lavoro, l’istruzione, l’accesso alla salute e all’acqua. Sono questi i principali auspici dei missionari in Mozambico e Sudafrica per l’anno 2022 che si è appena aperto. Nei due Paesi confinanti nel cono sud del continente africano le realtà sociali e politiche sono molto diverse, però per chi è in prima linea nelle missioni, a contatto con le popolazioni più povere, le priorità sono simili.

 

Il lavoro. In Mozambico “l’augurio che tutti si fanno è che si aprano prospettive di lavoro – dice al Sir don Maurizio Bolzon, missionario fidei donum della diocesi di Vicenza a Beira –. Perché non si esce dalla miseria se non si ha la possibilità di lavorare. Qui nessuno conta più sugli aiuti dall’estero. Perciò il grande desiderio di tutta la popolazione per il 2022 riguarda il lavoro”. Il missionario auspica che le imprese che si sono fermate, anche a causa della pandemia, “ricomincino a lavorare e il Paese attiri nuovi investitori” ma precisa: “Non gli investitori che vengono a portare via solo le risorse. Bisogna realizzare opere e aprire fabbriche per la trasformazione di materie prime, in modo da creare occupazione”.

Altro imperativo primario è la scuola. Beira è stata la città più colpita dal ciclone Idai nel 2019, poi è arrivato il Covid-19 e i vari lockdown. In sintesi, un disastro dal punto di vista educativo. “Sono quasi tre anni che i ragazzi non imparano niente, e a quell’età tre anni sono una enormità – osserva il missionario -. Nell’ultimo anno sono andati a scuola 6 ore a settimana. Si torni a studiare, si torni nelle classi, che già erano scarse e di poca qualità”.

Riavvicinare i giovani. A livello pastorale nella sua missione a Beira emerge un altro desiderio e proposito di impegno. Dopo un lockdown che ha chiuso anche nel 2021 le chiese per sei mesi, don Bolzon auspica “che si trovino strade per riaffezionare i giovani, talvolta anche i bambini, che si sono persi”. “E’ chiaro che i giovani non mettono certo la religione in cima alle loro priorità – ammette -. Però se continua così la Chiesa si impoverisce troppo. per questo ci impegneremo molto in questo nuovo anno che viene”.

 

La pace vera. Più a nord del Mozambico, al confine con la provincia di Cabo Delgado, dove è in corso un durissimo conflitto dal 2017, un altro fidei donum veneto don Silvano Daldosso, della diocesi di Verona, alla guida della missione di Cavà-Memba nella diocesi di Nacala, invoca invece per il 2022 “la pace. Non quella delle poesie e delle feste. Quella che è sinonimo di alfabetizzazione, giustizia, lotta alla corruzione, opposizione al nuovo colonialismo, accesso alla salute e all’acqua”. Oggi anche la popolazione della diocesi di Nacala, dopo aver accolto decine di migliaia di sfollati, si trova a vivere in un clima molto teso, dovuto alla presenza a Memba di 300 militari dell’esercito mozambicano in assetto anti-terrorismo, arrivati alcune settimane fa.

In Sudafrica, da dove è partita la variante Omicron – la curva dei contagi si è ora ridimensionata notevolmente – i missionari scalabriniani hanno accolto il nuovo anno “pieni di entusiasmo e di speranze”. Padre Filippo Ferraro è parroco a Cape Town (Città del Capo). La seconda città più grande del Sudafrica è in queste ore assurta agli onori della cronaca per l’incendio al parlamento locale, per fortuna senza vittime. Alla Lawrence House, tramite l’Agenzia scalabriniana per la cooperazione allo sviluppo che è il braccio operativo, sociale e culturale dei missionari scalabriniani, accolgono migranti e rifugiati che usufruiscono dei servizi promossi dallo Scalabrini center of Cape Town. Assistenza sanitaria è fornita anche a Johannesburg dall’Ambulatorio Medico St. Patrick. “Siamo stati fortemente colpiti dalla pandemia – dice padre Ferraro -. Ma non ci perdiamo certo d’animo e continuiamo il nostro lavoro quotidiano al fianco dei tanti migranti, rifugiati e delle tante persone con cui lavoriamo ogni giorno”. Sir 8

 

 

 

 

Giornata Missionaria Mondiale, il Papa: "L’identità della Chiesa è evangelizzare"

 

“Di me sarete testimoni”. E' questo il tema scelto da Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebrerà domenica 23 ottobre 2022 - Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. “Di me sarete testimoni”. E' questo il tema scelto da Papa Francesco per la Giornata Missionaria Mondiale che si celebrerà domenica 23 ottobre 2022. "Quest’anno essa ci offre l’occasione di commemorare alcune ricorrenze rilevanti per la vita e missione della Chiesa: la fondazione, 400 anni fa, della Congregazione de Propaganda Fide – oggi per l’Evangelizzazione dei Popoli – e, 200 anni fa, dell’Opera della Propagazione della Fede, che, insieme all’Opera della Santa Infanzia e all’Opera di San Pietro Apostolo, 100 anni fa hanno ottenuto il riconoscimento di Pontificie”, sottolinea subito il Papa nel suo Messaggio.

"Mi sarete testimoni", "fino ai confini della terra" e "riceverete la forza dallo Spirito Santo". Sono queste per il Papa le tre espressioni-chiave che riassumono i tre fondamenti della vita e della missione dei discepoli.

La chiamata di tutti i cristiani a testimoniare Cristo. "È il punto centrale, il cuore dell’insegnamento di Gesù ai discepoli in vista della loro missione nel mondo. Tutti i discepoli saranno testimoni di Gesù grazie allo Spirito Santo che riceveranno: saranno costituiti tali per grazia. Ovunque vadano, dovunque siano - commenta così il Pontefice il primo punto - L’identità della Chiesa è evangelizzare".

Francesco poi specifica che "ai discepoli è chiesto di vivere la loro vita personale in chiave di missione: sono inviati da Gesù al mondo non solo per fare la missione, ma anche e soprattutto per vivere la missione a loro affidata; non solo per dare testimonianza, ma anche e soprattutto per essere testimoni di Cristo".

Per il Papa il vero testimone è il “martire”, "colui che dà la vita per Cristo, ricambiano il dono che Lui ci ha fatto di Sé stesso". "Nell’evangelizzazione, perciò, l’esempio di vita cristiana e l’annuncio di Cristo vanno insieme. L’uno serve all’altro. Sono i due polmoni con cui deve respirare ogni comunità per essere missionaria. Questa testimonianza completa, coerente e gioiosa di Cristo sarà sicuramente la forza di attrazione per la crescita della Chiesa anche nel terzo millennio", conclude il Papa il primo punto.

"Fino ai confini della terra – L’attualità perenne di una missione di evangelizzazione universale". Francesco commenta la seconda espressione chiave: "Si mette in risalto il movimento geografico centrifugo, quasi a cerchi concentrici, da Gerusalemme, considerata dalla tradizione giudaica come centro del mondo, alla Giudea e alla Samaria, e fino all’estremità della terra. Non sono mandati a fare proselitismo, ma ad annunciare; il cristiano non fa proselitismo. Gli Atti degli Apostoli ci raccontano questo movimento missionario: esso ci dà una bellissima immagine della Chiesa in uscita per compiere la sua vocazione di testimoniare Cristo Signore, orientata dalla Provvidenza divina mediante le concrete circostanza della vita".

"Qualcosa di simile ancora accade nel nostro tempo. A causa di persecuzioni religiose e situazioni di guerra e violenza, molti cristiani sono costretti a fuggire dalla loro terra verso altri Paesi. Siamo grati a questi fratelli e sorelle che non si chiudono nella sofferenza ma testimoniano Cristo e l’amore di Dio nei Paesi che li accolgono. In effetti, sempre più sperimentiamo come la presenza dei fedeli di varie nazionalità arricchisce il volto delle parrocchie e le rende più universali, più cattoliche. Di conseguenza, la cura pastorale dei migranti è un’attività missionaria da non trascurare, che potrà aiutare anche i fedeli locali a riscoprire la gioia della fede cristiana che hanno ricevuto", commenta il Papa.

Per Francesco "la Chiesa di Cristo era, è e sarà sempre “in uscita” verso i nuovi orizzonti geografici, sociali, esistenziali, verso i luoghi e le situazioni umane “di confine”, per rendere testimonianza di Cristo e del suo amore a tutti gli uomini e le donne di ogni popolo, cultura, stato sociale".

L'ultima frase è "Riceverete la forza dallo Spirito Santo" – Lasciarsi sempre fortificare e guidare dallo Spirito". "Nessun cristiano potrà dare testimonianza piena e genuina di Cristo Signore senza l’ispirazione e l’aiuto dello Spirito - dice il Papa - ogni discepolo missionario di Cristo è chiamato a riconoscere l’importanza fondamentale dell’agire dello Spirito, a vivere con Lui nel quotidiano e a ricevere costantemente forza e ispirazione da Lui".

"Lo Spirito il vero protagonista della missione: è Lui a donare la parola giusta al momento giusto nel modo giusto", commenta ancora il Pontefice.

"L’istituzione della Sacra Congregazione de propaganda fide, nel 1622, fu motivata dal desiderio di promuovere il mandato missionario in nuovi territori. Un’intuizione provvidenziale! La Congregazione si è rivelata cruciale per rendere la missione evangelizzatrice della Chiesa veramente tale, indipendente cioè dalle ingerenze dei poteri mondani, al fine di costituire quelle Chiese locali che oggi mostrano tanto vigore. Ci auguriamo che, come nei quattro secoli passati, la Congregazione, con la luce e la forza dello Spirito, continui e intensifichi il suo lavoro nel coordinare, organizzare, animare le attività missionarie della Chiesa", sottolinea il Papa ricordando gli anniversari di questo anno. Aci 6

 

 

 

 

Epifania. Papa Francesco: “Anche nelle notti più oscure brilla una stella”

 

Nella solennità dell'Epifania, il Papa indica i magi come stella polare per comprendere il segreto della vita: "saper desiderare". Cita Van Gogh e Sant'Agostino e spiega che "la crisi della fede ha anche a che fare con la scomparsa del desiderio di Dio". No alla "dittatura dei bisogni" e alla "tristezza di una vita piatta" - M. Michela Nicolais

 

“La vita non è tutta qui, noi siamo ciò che desideriamo”. Nell’omelia della messa dell’Epifania, presieduta nella basilica di San Pietro, il Papa è partito dai magi per svelarci il segreto della vita, in una società dove “ancora oggi, tanti Erode seminano morte e fanno strage di poveri e di innocenti, nell’indifferenza di molti”: “saper desiderare”, per non cadere vittima della “bulimia di comunità che hanno tutto e spesso non sentono più niente nel cuore. Persone chiuse, comunità chiuse, vescovi chiusi, preti chiusi, consacrati chiusi. Comunità tristi, preti tristi, vescovi tristi”. “La mancanza di desiderio porta alla tristezza e all’indifferenza”, il monito di Francesco: “a volte noi viviamo uno spirito di parcheggio, viviamo parcheggiati, senza questo slancio del desiderio che ci porta più avanti”. Desiderare, invece, “significa tenere vivo il fuoco che arde dentro di noi e ci spinge a cercare oltre l’immediato, oltre il visibile. È accogliere la vita come un mistero che ci supera, come una fessura sempre aperta che invita a guardare oltre, perché la vita non è tutta qui, è anche altrove. È come una tela bianca che ha bisogno di ricevere colore”. “Proprio un grande pittore, Van Gogh, scriveva che il bisogno di Dio lo spingeva a uscire di notte per dipingere le stelle”, l’esempio scelto del Papa: “Sì, perché Dio ci ha fatti così: impastati di desiderio; orientati, come i magi, verso le stelle.

Noi siamo ciò che desideriamo. Perché sono i desideri ad allargare il nostro sguardo e a spingere la vita oltre: oltre le barriere dell’abitudine, oltre una vita appiattita sul consumo, oltre una fede ripetitiva e stanca, oltre la paura di metterci in gioco, di impegnarci per gli altri e per il bene”.

“La nostra vita è una ginnastica del desiderio”, la frase presa a prestito da Sant’Agostino: “il viaggio della vita e il cammino della fede hanno bisogno di desiderio, di slancio interiore. Ne abbiamo bisogno come Chiesa”.

“La crisi della fede, nella nostra vita e nelle nostre società, ha anche a che fare con la scomparsa del desiderio di Dio”, la tesi di Francesco: “Ha a che fare con il sonno dello spirito, con l’abitudine ad accontentarci di vivere alla giornata, senza interrogarci su che cosa Dio vuole da noi. Ci siamo ripiegati troppo sulle mappe della terra e ci siamo scordati di alzare lo sguardo verso il cielo; siamo sazi di tante cose, ma privi della nostalgia di ciò che ci manca”. “È triste quando una comunità di credenti non desidera più e, stanca, si trascina nel gestire le cose invece che lasciarsi spiazzare da Gesù, dalla gioia dirompente e scomodante del Vangelo”, il monito del Papa: “È triste quando un sacerdote ha chiuso la porta del desiderio; è triste cadere nel funzionalismo clericale, è molto triste”. “A che punto siamo nel viaggio della fede?”, la domanda da porsi: “Non siamo da troppo tempo bloccati, parcheggiati dentro una religione convenzionale, esteriore, formale, che non scalda più il cuore e non cambia la vita? Le nostre parole e i nostri riti innescano nel cuore della gente il desiderio di muoversi incontro a Dio oppure sono lingua morta che parla solo di sé stessa e a sé stessa?”.

I magi ci insegnano che “bisogna sempre ripartire ogni giorno, nella vita come nella fede, perché la fede non è un’armatura che ingessa, ma un viaggio affascinante, un movimento continuo e inquieto, sempre alla ricerca di Dio”.

I magi, inoltre, “ci insegnano che abbiamo bisogno di interrogativi, di ascoltare con attenzione le domande del cuore, della coscienza; perché è così che spesso parla Dio, il quale si rivolge a noi più con domande che con risposte”. “Ma lasciamoci inquietare anche dagli interrogativi dei bambini, dai dubbi, dalle speranze e dai desideri delle persone del nostro tempo”, la proposta di Bergoglio, secondo il quale i magi ci insegnano che “abbiamo bisogno di una fede coraggiosa, profetica, che non abbia paura di sfidare le logiche oscure del potere e diventi seme di giustizia e di fraternità”.

I magi, infine, ritornano “per un’altra strada”, cioè “ci provocano a percorrere strade nuove, per portare il Vangelo al cuore di chi è indifferente, lontano, di chi ha perduto la speranza ma cerca quello che i magi trovarono, una gioia grandissima”.

No alla “dittatura dei bisogni” e alla “tristezza di una vita piatta”, si invece alla preghiera di adorazione: “Lì avremo la certezza, come i magi, che anche nelle notti più oscure brilla una stella. È la stella di Gesù, che viene a prendersi cura della nostra fragile umanità. Mettiamoci in cammino verso di Lui. Non diamo all’apatia e alla rassegnazione il potere di inchiodarci nella tristezza di una vita piatta. Il mondo attende dai credenti uno slancio rinnovato verso il cielo. Come i magi, alziamo il capo, ascoltiamo il desiderio del cuore, seguiamo la stella che Dio fa splendere sopra di noi. Come cercatori inquieti, restiamo aperti alle sorprese di Dio. Sogniamo, cerchiamo, adoriamo. Anche nelle notti più oscure brilla una stella”. Sir 6

 

 

 

 

 

Epifania del Signore, Papa Francesco: "Guarda la stella e cammina!"

 

L'Angelus di oggi di Papa Francesco. Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. Conclusa la celebrazione nella Basilica Vaticana della Santa Messa nella Solennità dell’Epifania del Signore, Papa Francesco si affaccia alla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli in Piazza San Pietro. "Oggi, solennità dell’Epifania, contempliamo l’episodio dei magi. Essi affrontano un viaggio lungo e faticoso per andare ad adorare il re dei Giudei. Sono guidati dal segno prodigioso di una stella, e quando finalmente arrivano alla meta, anziché trovare qualcosa di grandioso, vedono un bimbo con la mamma. Avrebbero potuto protestare: Tanta strada e tanti sacrifici per stare davanti a un bambino povero? Eppure non si scandalizzano, non rimangono delusi. Non si lamentano, ma si prostrano", dice il Papa.

"Pensiamo a questi sapienti venuti da lontano, ricchi, colti e conosciuti, che si prostrano, cioè si chinano a terra per adorare un bambino! Sorprende un gesto tanto umile compiuto da uomini così illustri. Prostrarsi davanti a un’autorità che si presentava con i segni della potenza e della gloria era cosa abituale al tempo. E anche oggi non sarebbe strano. Ma davanti al Bambino di Betlemme non è semplice. Non è facile adorare questo Dio, la cui divinità rimane nascosta e non appare trionfante. Vuol dire accogliere la grandezza di Dio, che si manifesta nella piccolezza. I magi si abbassano di fronte all’inaudita logica di Dio, accolgono il Signore non come lo immaginavano, ma così com’è, piccolo e povero. La loro prostrazione è il segno di chi mette da parte le proprie idee e fa spazio a Dio", spiega bene il Papa prima della preghiera mariana.

Per Francesco gli scrigni che aprono i Magi sono "immagine del loro cuore aperto: la loro vera ricchezza non consiste nella fama e nel successo, ma nell’umiltà, nel loro ritenersi bisognosi di salvezza".

"Se abbandoniamo la nostra pretesa di autosufficienza, se ci facciamo piccoli dentro, allora riscopriremo lo stupore di adorare Gesù. Perché l’adorazione passa attraverso l’umiltà del cuore: chi ha la smania dei sorpassi, non si accorge della presenza del Signore. Gesù passa accanto e viene ignorato, come accadde a tanti in quel tempo, ma non ai magi", è questo il consiglio di Papa Francesco.

"Prego e adoro solo quando ho bisogno di qualcosa, oppure lo faccio con costanza perché credo di avere sempre bisogno di Gesù? Guarda la stella e cammina, non fermatevi mai di camminare", Francesco conclude con questo interrogativo la preghiera dell'Angelus.

Subito dopo la recita della preghiera mariana il Papa passa ai consueti saluti. Il primo pensiero va alle Chiese orientali, sia cattoliche che ortodosse che celebrano domani il Natale del Signore, ad essi il Papa augura ogni pace e bene. Poi il Pontefice ricorda la Giornata dell'infanzia missionaria, voglio dire a loro grazie bambini e bambine, "la missione comincia con la testimonianza cristiana". Poi il Papa ricorda il Corteo dei Re Magi che si svolge in Polonia. Aci 6

 

 

 

Udienza generale. Papa Francesco: “Non avere paura dell’adozione, le istituzioni la sostengano”

 

Stamani nella catechesi, all’udienza generale, il Pontefice ha incentrato la sua riflessione sul tema: “San Giuseppe, il padre putativo di Gesù”. Al termine, la sua preghiera per "tanti bambini che non hanno famiglia e desiderano un papà e una mamma" e "i coniugi che non riescono ad avere figli" - Filippo Passantino

 

Parla dell’orfanità. Chiede di stare in guardia dalla tentazione dell’egoismo. Ribadisce l’importanza della paternità e della maternità come atto d’amore. E non solo quando si è genitori naturali. Indica l’adozione come un “atteggiamento così generoso e bello”. Papa Francesco nella catechesi dell’udienza generale di stamani ha continuando il ciclo di catechesi su San Giuseppe. E ha incentrato la sua riflessione sul tema: “San Giuseppe, il padre putativo di Gesù”. “Non basta mettere al mondo un figlio per dire di esserne anche padri o madri”, osserva. Citando la lettera apostolica Patris corde, il Pontefice ha ricordato che “tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti”. Al termine, la preghiera a san Giuseppe, “padre putativo di Gesù”.

“Sii vicino a tanti bambini che non hanno famiglia e desiderano un papà e una mamma. Sostieni i coniugi che non riescono ad avere figli, aiutali a scoprire, attraverso questa sofferenza, un progetto più grande. Fa’ che a nessuno manchi una casa, un legame, una persona che si prenda cura di lui o di lei; e guarisci l’egoismo di chi si chiude alla vita, perché spalanchi il cuore all’amore”.

L’importanza delle adozioni. Papa Francesco ricorda la testimonianza di san Giuseppe, in qualità di padre putativo: “Ci mostra che questo tipo di legame non è secondario, non è un ripiego – osserva -. Questo tipo di scelta è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità”. Nella sua catechesi lo sguardo è così rivolto ai bambini che, nel mondo, aspettano qualcuno che si prenda cura di loro e ai coniugi che desiderano essere padri e madri, ma non riescono per motivi biologici; o, pur avendo già dei figli, vogliono condividere l’affetto familiare con chi ne è rimasto privo. Così il Pontefice ribadisce che “non bisogna avere paura di scegliere la via dell’adozione, di assumere il ‘rischio’ dell’accoglienza”.

Osservando i fenomeni sociali di oggi, Francesco evidenzia che “oggi con l’orfanità c’è un certo egoismo”. Così ricorda le parole pronunciate nei giorni scorsi sull’inverno demografico. “Si vede che la gente non vuole avere figli e tante coppie non hanno figli perché non vogliono o ne hanno uno solo. Ma hanno cani e i gatti, che occupano il posto dei figli – aggiunge parlando a braccio -. Questo rinnegare la paternità e la maternità ci toglie umanità. E così la civilità diventa più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità, e soffre la Patria che non ha figli”. Poi, il Papa chiede a san Giuseppe la grazia di “svegliare le coscienze”. “La paternità e la maternità è la pienezza della vita di una persona. E se non potete avere figli pensate all’adozione: è un rischio avere figli, ma è ancora un rischio maggiore non averne. A un uomo e a una donna che non sviluppano il senso della paternità e della maternità manca qualcosa di fondamentale”.

Sostegno alle adozioni. Papa Francesco si rivolge anche alle istituzioni, mandando loro un messaggio chiaro: “Siano sempre pronte ad aiutare l’adozione, vigilando con serietà ma anche semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti piccoli che hanno bisogno di una famiglia e di tanti sposi che desiderano donarsi nell’amore”.

Prima di concludere la catechiesi, il Pontefice ricorda la testimonianza di un medico che ha adottato con la moglie un bambino, di cui non si sapevano le evoluzioni delle condizioni di salute. Ne ha riferito la risposta: prima di entrare in quella stanza forse non lo avrebbe adottato. Ma dopo averlo visto lo avrebbe adottato comunque. “Questo è il senso di paternità!”, osservato Francesco. Che prega perché “nessuno si senta privo di un legame di amore paterno”.

“Possa San Giuseppe esercitare la sua protezione e il suo aiuto sugli orfani; e interceda per le coppie che desiderano avere un figlio”. Sir 5

 

 

 

Il Papa: cani e gatti occupano il posto dei figli, la patria ne soffre

 

All’udienza generale Francesco fa appello all’adozione per i fedeli che non possono avere figli: «San Giuseppe ci mostra che questo tipo di legame non è secondario, non è un ripiego» Iacopo Scaramuzzi

 

VATICANO. «Tante coppie non hanno figli perché non vogliono, o ne hanno uno e non di più, ma hanno due cani due gatti: sì, cani e gatti occupano il posto dei figli, fa ridere, capisco, ma è la realtà». Così Papa Francesco nel corso dell’udienza generale è tornato sulla questione dell’«inverno demografico» invitando i fedeli a fare figli o a ricorrere all’adozione, «che è un atteggiamento così generoso e bello» e – come mostra san Giuseppe con Gesù – non «un ripiego». Senza figli, ha detto Jorge Mario Bergoglio, «soffre la patria» e, «come diceva uno un po’ umoristicamente, “e adesso chi pagherà le tasse per la mia pensione, che non ci sono figli?”».

A partire dalla odierna prima udienza dell’anno nuovo, i saluti nelle diverse lingue vengono letti non solo, come avviene solitamente, da sacerdoti della Segreteria di Stato, ma anche dipendenti uomini e donne, religiosi e laici, di alcuni dicasteri della curia romana. Oggi una religiosa, suor Andrea Lorena Chacon, ha letto i saluti in spagnolo, ed un dipendente dei media vaticani, Christopher Wells, ha letto quelli in lingua inglese.

Vaticano, Papa Francesco: "C'è chi non vuole figli, ma ha cani e gatti al loro posto"

Il Pontefice argentino ha proseguito un ciclo di catechesi dedicato a san Giuseppe focalizzandosi, oggi, sulla paternità putativa di san Giuseppe. Egli «sa già che per il figlio di Maria c’è un nome preparato da Dio: “Gesù”, lo dà il vero padre di Gesù, Dio», ha sottolineato Francesco, «un nome che significa “Il Signore salva”, come gli spiega l’Angelo: “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Questo particolare aspetto della figura di Giuseppe ci permette oggi di fare una riflessione sulla paternità e sulla maternità. E questo che è molto importante pensare la paternità oggi perché – ha proseguito Bergoglio – viviamo in un’epoca di notoria orfanità: è curioso, la nostra civiltà è un po’ orfana e si sente questa orfanità. Ci aiuti la figura di san Giuseppe, che (era) al poso del vero padre, Dio, a capire come si risolve il senso di orfanità che oggi ci fa tanto male».

Il Papa ha ricordato che all’Angelus del 26 gennaio aveva fatto un appello contro il cosiddetto «inverno demografico» («mi viene una preoccupazione, una preoccupazione vera, almeno qui in Italia: l’inverno demografico. Sembra che tanti hanno perso l’aspirazione di andare avanti con figli e tante coppie preferiscono rimanere senza o con un figlio soltanto. Pensate a questo, è una tragedia»). Si vede, ha detto oggi, «che la gente non vuole avere figli o uno e niente di più, tante coppie non hanno figli perché non vogliono o hanno uno e non di più, ma hanno due cani due gatti: sì, cani e gatti occupano il posto dei figli. Fa ridere, capisco, ma è la realtà. E questo rinegare la paternità e la maternità ci diminuisce, ci toglie umanità e così la civiltà diventa più vecchia e senza umanità, perché si perde la ricchezza della paternità e della maternità, e soffre la patria, che non ha figli e, come diceva uno un po’ umoristicamente, “e adesso chi pagherà le tasse per la mia pensione che non ci sono figli?”: rideva ma è la verità: “chi si fa carico di me?”. Io chiedo a san Giuseppe la grazia di svegliare le coscienze e pensare a questo, avere figli. Paternità e maternità è la pienezza della vita di una persona, pensate a questo. È vero, c’è la paternità e maternità spirituale chi si consacra a Dio, ma coloro che vivono nel mondo si sposano: pensate ad avere figli, a dare la vita, perché saranno loro che ti chiuderanno gli occhi, che prenderanno da te per il futuro. E se non potete avere figli, pensate all’adozione: è un rischio, avere un figlio è sempre un rischio ma più rischioso è non averne».

Francesco si è soffermato a parlare di «tutti coloro che si aprono ad accogliere la vita attraverso la via dell’adozione, che è un atteggiamento così generoso e bello. Giuseppe ci mostra che questo tipo di legame non è secondario, non è un ripiego. Questo tipo di scelta è tra le forme più alte di amore e di paternità e maternità. Quanti bambini nel mondo aspettano che qualcuno si prenda cura di loro! E quanti coniugi desiderano essere padri e madri ma non riescono per motivi biologici, o, pur avendo già dei figli, vogliono condividere l’affetto familiare con chi ne è rimasto privo. Non bisogna avere paura di scegliere la via dell’adozione, di assumere il “rischio” dell’accoglienza. E oggi è anche con l’orfanità c’è un certo egoismo».

Per il Papa, in generale, «a un uomo una donna che non sviluppa (la paternità e la maternità, ndr.) manca qualcosa di principale, qualcosa di importante. Pensate a questo per favore. Auspico che le istituzioni siano sempre pronte ad aiutare in questo senso dell’adozione, vigilando con serietà ma anche semplificando l’iter necessario perché possa realizzarsi il sogno di tanti piccoli che hanno bisogno di una famiglia, e di tanti sposi che desiderano donarsi nell’amore. Tempo fa – ha aggiunto – ho sentito la testimonianza di un dottore importante nel suo mestiere, non aveva figli, e con la moglie hanno deciso di adottarne uno e quando è arrivato il momento gli hanno offerto uno ma non sappiamo come andrà la salute di questo, forse può avere qualche malattia e lui disse che lo aveva visto: “Se lei mi domandava questo prima di entrare forse avrei detto di no ma l’ho visto, me lo porto”. Questa è la voglia di essere padre di essere madre nell’adozione. Non avete paura di questo».

Alla fine della catechesi, nell’aula delle udienze è andato in scena per il papa e per i fedeli presenti un breve spettacolo eseguito dal circo Ronny Roller: «Dietro ci sono ore e ore e ore di allenamento e di lavoro», ha commentato il Papa: «E’ uno spettacolo che ci mette in contatto con la bellezza e la bellezza ci tira su sempre, ci fa andare oltre, è una via per andare dal Signore». LS 5

 

 

 

Il Papa: "Anche quando non è possibile guarire, sempre è possibile curare"

 

Ecco il Messaggio del Papa per la XXX Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2022) - Di Veronica Giacometti

 

CITTÀ DEL VATICANO. "Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordiosi. Porsi accanto a chi soffre in un cammino di carità". Questo è il tema scelto da Papa Francesco in occasione della XXX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio, memoria liturgica della Beata Vergine Maria di Lourdes. Francesco ha diffuso al mondo intero un Messaggio per prepararsi alla giornata dedicata ai malati, come ogni anno.

"Trent’anni fa san Giovanni Paolo II istituì la Giornata Mondiale del Malato per sensibilizzare il popolo di Dio, le istituzioni sanitarie cattoliche e la società civile all’attenzione verso i malati e verso quanti se ne prendono cura. Siamo riconoscenti al Signore per il cammino compiuto in questi anni nelle Chiese particolari del mondo intero. Molti passi avanti sono stati fatti, ma molta strada rimane ancora da percorrere per assicurare a tutti i malati, anche nei luoghi e nelle situazioni di maggiore povertà ed emarginazione, le cure sanitarie di cui hanno bisogno", dice subito il Papa nel Messaggio.

La celebrazione culminante della 30a Giornata Mondiale del Malato a causa della pandemia non potrà aver luogo ad Arequipa in Perù, ma si terrà nella Basilica di San Pietro in Vaticano.

Per Francesco davanti ai malati bisogna essere "misericordiosi come il Padre". "L misericordia, infatti, è per eccellenza il nome di Dio, che esprime la sua natura non alla maniera di un sentimento occasionale, ma come forza presente in tutto ciò che Egli opera. È forza e tenerezza insieme", commenta il Papa. "Testimone sommo dell’amore misericordioso del Padre verso i malati è il suo Figlio unigenito. Quante volte i Vangeli ci narrano gli incontri di Gesù con persone affette da diverse malattie!", assicura il Papa sul ruolo di Gesù, misericordia del Padre.

"Quando una persona sperimenta nella propria carne fragilità e sofferenza a causa della malattia, anche il suo cuore si appesantisce, la paura cresce, gli interrogativi si moltiplicano, la domanda di senso per tutto quello che succede si fa più urgente. Come non ricordare, a questo proposito, i numerosi ammalati che, durante questo tempo di pandemia, hanno vissuto nella solitudine di un reparto di terapia intensiva l’ultimo tratto della loro esistenza, certamente curati da generosi operatori sanitari, ma lontani dagli affetti più cari e dalle persone più importanti della loro vita terrena? Ecco, allora, l’importanza di avere accanto dei testimoni della carità di Dio che, sull’esempio di Gesù, misericordia del Padre, versino sulle ferite dei malati l’olio della consolazione e il vino della speranza", commenta il Pontefice.

Il Papa nel Messaggio rivolge quindi un pensiero agli operatori sanitari. "Penso ai medici, agli infermieri, ai tecnici di laboratorio, agli addetti all’assistenza e alla cura dei malati, come pure ai numerosi volontari che donano tempo prezioso a chi soffre. Cari operatori sanitari, il vostro servizio accanto ai malati, svolto con amore e competenza, trascende i limiti della professione per diventare una missione. Le vostre mani che toccano la carne sofferente di Cristo possono essere segno delle mani misericordiose del Padre. Siate consapevoli della grande dignità della vostra professione, come pure della responsabilità che essa comporta", sottolinea il Papa.

Ma per Francesco "il malato è sempre più importante della sua malattia". "Anche quando non è possibile guarire, sempre è possibile curare, sempre è possibile consolare, sempre è possibile far sentire una vicinanza che mostra interesse alla persona prima che alla sua patologia", raccomanda il Pontefice.

"La Giornata Mondiale del Malato è occasione propizia anche per porre la nostra attenzione sui luoghi di cura. La misericordia verso i malati, nel corso dei secoli, ha portato la comunità cristiana ad aprire innumerevoli “locande del buon samaritano”, nelle quali potessero essere accolti e curati malati di ogni genere, soprattutto coloro che non trovavano risposta alla loro domanda di salute o per indigenza o per l’esclusione sociale o per le difficoltà di cura di alcune patologie. A farne le spese, in queste situazioni, sono soprattutto i bambini, gli anziani e le persone più fragili. Misericordiosi come il Padre, tanti missionari hanno accompagnato l’annuncio del Vangelo con la costruzione di ospedali, dispensari e luoghi di cura. In questo contesto desidero riaffermare l’importanza delle istituzioni sanitarie cattoliche: esse sono un tesoro prezioso da custodire e sostenere; la loro presenza ha contraddistinto la storia della Chiesa per la prossimità ai malati più poveri e alle situazioni più dimenticate", commenta il Papa.

"Quanti malati e quante persone anziane vivono a casa e aspettano una visita! Il ministero della consolazione è compito di ogni battezzato, memore della parola di Gesù", questo l'invito finale di Papa Francesco. Aci 4

 

 

 

 

La riforma della Curia

 

Non c’è stato, nel 2021, quel cambio di passo sulla riforma della Curia che in molti attendevano. E il rischio è che tutto resti in qualche modo sospeso ancora per un po’ - Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. La novità è stata, in realtà, un ritorno al passato. Perché ogni volta che Papa Francesco ha voluto cambiare, o pensato di cambiare qualcosa, ha stabilito una commissione e fatto una ispezione. Così, gli attesi ricambi generazionali nella Congregazione per il Culto Divino e nella Congregazione per il Clero, nonché l’avvicendamento nel Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, sono avvenuti a seguito di ispezioni stabilite da Papa Francesco, alcune durate pochissimo.

Il fatto è che queste ispezioni non hanno portato a cambiamenti sostanziali nella struttura. Né hanno aperto la strada a quella riforma della Curia che si dice essere il mandato ricevuto da Papa Francesco nelle Congregazioni generali che hanno preceduto il Conclave, ma che è rimasta in discussione per otto anni.

Si speculava che il 2021 sarebbe stato l’anno buono per la finalizzazione della riforma della Curia. Ma, giorno dopo giorno, si è allontanata la data della pubblicazione della Praedicate Evangelium, la costituzione apostolica che andrà a regolare funzioni e compiti della Curia Romana.

Si diceva anche che tutto sarebbe stato pronto a metà dell’anno, quindi che il Papa avrebbe firmato e promulgato la nuova costituzione alla fine dell’anno. Nessuna delle due cose è avvenuta. Anzi, la riforma non ha ricevuto nemmeno una minima menzione al tradizionale discorso di auguri di Natale alla Curia, così come non è stata nemmeno nominata nel comunicato che ha fatto seguito all’ultima riunione del Consiglio dei Cardinali.

Quest’ultima circostanza sembrava essere un segnale: se la riforma non era in discussione, allora significava (poteva significare) che il testo era stato finalizzato. Ma forse anche che, semplicemente, non ci si dovrà aspettare molto, in termini di strutture. D’altronde, lo stesso Papa Francesco aveva detto alla COPE che la riforma non va a cambiare niente, che molte cose sono già fatte.

Ed è, in fondo, vero, perché molte delle novità che si prevede saranno nella riforma sono già state messe in pratica dal Papa.

Non si parla solo dell’accorpamento dei dicasteri, che pure è già operativo in molti casi: il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale è il risultato della fusione dei Pontifici Consigli di Giustizia e Pace, dei Migranti e Itineranti, di Cor Unum, della Pastorale per gli Operatori Sanitari; il Dicastero Laici, Famiglia e Vita assomma su di sé le competenze dei Pontifici Consigli dei Laici e della Famiglia e prende la responsabilità della Pontificia Accademia per la Vita.

Sono già realtà la Segreteria per l’Economia, che ha rimpiazzato la Prefettura per gli Affari Economici della Santa Sede, e il Consiglio per l’Economia, che è il nuovo Consiglio dei Quindici con membri non solo cardinali, ma anche, per quasi la metà, laici, e l’Ufficio del Revisore Generale. Ed è già realtà il Dicastero per la Comunicazione, che mette insieme sotto una unica amministrazione diversi dipartimenti della comunicazione vaticana, lavora da tempo, annunciato tra l’altro come parte della grande riforma dell’economia vaticana.

Verranno poi gli accorpamenti della Congregazione per l’Educazione Cattolica e il Pontificio Consiglio per la Cultura; e della Congregazione per la Dottrina della Fede con il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (anche se si pensava che quest’ultimo andasse sotto la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, e anche il Papa ha detto così). Questi dovrebbero essere completati entro metà dell'anno, e il Cardinale Oswald Gracias, un membro del Consiglio dei Cardinali, ha anche detto che si aspetta che la Costituzione apostolica possa essere pubblicata entro Pasqua, il 17 aprile, se saranno pronte le traduzioni in tempo.

La riforma, però, non riguarda solo gli accorpamenti. Papa Francesco vuole dare una nuova filosofia, mettere un Dicastero della Carità tra i primi dicasteri della Curia, per dare maggior peso ed impeto al lavoro dell’Elemosineria Apostolica, anche se questo significa burocratizzare l’Elemosineria e de facto farla uscire dai ranghi della Famiglia Pontificia.

E poi c’è il tema spinoso della finanza vaticana, che sotto Papa Francesco ha vissuto diverse direzioni, senza tra l’altro trovare una stabilità. All’inizio, furono le commissioni sullo IOR e sull’amministrazione della Santa Sede (la CRIOR e la COSEA), e si pensava addirittura di chiudere la cosiddetta “banca vaticana”. Poi, invece, si è deciso di stabilire una Segreteria per l’Economia con pieni poteri. Poteri che però andavano bilanciati, perché diventava una struttura che fungeva da controllore e da distributore di ciò che doveva controllare. Da qui, altri motu propri (I beni temporali, in particolare, per ristabilire le differenze tra vigilanza e gestione), modifiche alle normative, e ovviamente dibattiti accesi dentro le Mura Leonine, con cardinali che si sono messi l’uno contro l’altro.

Quindi, è arrivata l’era dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica: alla cosiddetta “banca centrale del Vaticano” sono andate, passo dopo passo, le gestioni finanziarie di tutti i dicasteri, a partire da quello della Segreteria di Stato, scottata dal caso del Palazzo di Londra.

È proprio questo procedere per tentativi ed errori, con successivi aggiustamenti, che fa pensare ad una riforma ancora non definita nei dettagli. E che potrebbe far pensare anche ad un Papa che non vuole definire la riforma nei dettagli, per evitare qualunque tipo di resistenza.

Così, i motu propri e i rescritti del Papa non sono più misure straordinarie, ma sono misure ordinarie di una attività legislativa che con Papa Francesco è più viva che mai. Lo notano anche i canonisti, come ha fatto la professoressa Geraldina Boni nel volume Finis Terrae per lo Ius Canonicum, preoccupati che una deriva legislativa non guidata da un pensiero ampio possa portare più problemi che vantaggi.

Per il Papa, però, la riforma strutturale non sembra essere necessaria. Ha avviato un Sinodo dei vescovi di due anni, una grande consultazione mondiale durante la quale si pensa persino a trovare un modo diverso dal voto per esprimere il consenso. E sarà da come il dibattito di questo Sinodo si svilupperà che si potrà capire la direzione che può avere la Chiesa.

Frattanto, altre cose che dovrebbero essere nella riforma sono già attuate di fatto: un massimo di due mandati di cinque anni per gli incarichi apicali in Curia; una maggiore presenza delle donne (quasi tutti i membri laici del Consiglio per l’Economia, donna è il nuovo segretario generale del Governatorato dello Stato di Città del Vaticano, donna è un sottosegretario del Sinodo, la prima non vescovo a poter votare).

Le riforme che stanno a cuore a Papa Francesco riguardano, appunto, la mentalità. A scorrere il sito del Vaticano, si trova una ampia attività legislativa. L’ultimo di questi atti è il motu proprio per la verifica dell’applicazione del Mitis Iudex Dominus Iesus, documento che riformava il processo di nullità matrimoniale. Una decisione che punta ad “imporre” un cammino ai vescovi, più che a proporlo.

E poi, il motu proprio Traditionis Custodes ha in pratica chiuso ogni apertura ai tradizionalisti, confermati poi dai responsa ad dubia pubblicati il 18 dicembre. Il motu proprio Antiquum Ministerium ha stabilito il ministero del catechista. Quindi il motu proprio che ha reso possibile che anche i cardinali venissero processati dal Tribunale vaticano, e che fa seguito al motu proprio di inizio anno che andava a modificare la legislazione vaticana; il motu proprio anti-corruzione che serve ad applicare una delle convenzioni ONU cui la Santa Sede aderisce; e il motu proprio che stabilisce che Lettorato e accolitato sono accessibili anche alle donne.

Sul governo, Papa Francesco probabilmente continuerà ad andare avanti per tentativi ed errori. Il punto è che per ora nessuna delle modifiche è inclusa in un documento, perché non sono state incorporate nella Pastor Bonus con l’idea che questa sarebbe stata sostituita.

Una delle bozze della Praedicate Evangelium prevedeva che il Camerlengo sarebbe sempre stato il presidente del Consiglio per l’Economia, ed è questa probabilmente la ragione per cui non si è avuta notizia del giuramento come camerlengo del Cardinale Kevin J. Farrell.

Ma a scorrere l’ultimo annuario pontificio, ci si rende conto anche della mancanza, tra le sue pagine, della Camera Apostolica, perché i vecchi membri non sono stati rinnovati, e dunque l’istituzione è rimasta un guscio vuoto. Chi, allora, governerà gli affari generali della Chiesa in caso di sede vacante?

Tutto, probabilmente, resterà incerto, perché il Papa ha molto legiferato, ma non è intervenuto sulle grandi strutture, non ha messo in atto finora strategie di largo respiro. Gli è servito per evitare intralci nella sua opera riformatrice. Di certo, se questa non verrà meglio definita, il rischio è che ci si trovi di fronte ad una riforma incompleta, che necessiterà di essere ritoccata con ulteriori motu propri e rescritti.

Magari si comincerà terminando il ricambio generazionale, dato che le Congregazioni per la Dottrina della Fede, per l’Educazione Cattolica, per i Vescovi e il Pontifico Consiglio della Cultura sono attualmente presiedute da cardinali che hanno già superato i 75 anni, l’età della pensione.

Intanto, il Papa ha lanciato una ispezione anche per la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, che sarà il Dicastero per l’Evangelizzazione, che dovrebbe essere il primo nella lista del nuovo assetto curiale. Significa che anche da lì ci si devono aspettare novità, perlomeno su alcune questioni.

Mentre il fatto che sia stato comunicato che sarà il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione tutto intero a occuparsi dell’organizzazione del Giubileo 2025 sembra più che altro un modo per dire che no, quel dicastero non sarà assorbito. Ma questo rinnegherebbe uno dei principi della riforma, che era appunto quello di accorpare per razionalizzare. Aci 3

 

 

 

Il Premio Spartenze 2021 alle missioni cattoliche italiane nel mondo: la consegna di monsignor Aloise a don Gregorio Aiello

 

ROSSANO - Nella Cattedrale Maria SS. Achiropita della Diocesi di Rossano-Cariati nel centro storico di Rossano, è stato premiato don Gregorio Aiello, missionario per la comunità cattolica di lingua italiana in Belgio. Il Premio Spartenze 2021, consegnato da monsignor Maurizio Aloise e dal direttore del Festival Giuseppe Sommario, omaggia i preti missionari che tanto bene fanno per le comunità italiane all’estero.

La consegna del premio è stata l’occasione per l’incontro dal titolo “Il ruolo delle Missioni Cattoliche di lingua italiana nel mondo” durante il quale monsignor Aloise, arcivescovo della Diocesi di Rossano-Cariati, ha ricordato la figura di monsignor Antonio Cantisani, vescovo di Rossano-Cariati nel 1971 e dal 1980 vescovo di Squillace, colui che sollevò l’attenzione verso i migranti e che divenne il primo presidente della Migrantes, donando il suo cuore alla pastorale migratoria.

“La migrazione di oggi è uno scandalo sociale della modernità”: nelle parole del Papa c’è il sunto della riflessione di monsignor Aloise sui fenomeni migratori.

Don Giovanni De Robertis, direttore generale Fondazione Migrantes, ha elogiato l’attività delle missioni cattolica di lingua italiana nel mondo, che sono circa 400. Poco conosciute e apprezzate, esse sono state e sono una casa per chi era ed è lontano da casa, hanno impedito la rottura tra la Chiesa di provenienza e quella di arrivo. Nelle Missioni anche i giovani italiani possono trovare un punto di appoggio spirituale e umano ed è quello che ha fatto don Gregorio, distinguendosi per il suo impegno e la sua dedizione. Il Premio di quest’anno è un’occasione per dare un riconoscimento a missionari come don Gregorio che aiutano il 10% degli italiani, quelli che vivono al di fuori dei confini nazionali, senza perdere l’identità e la ricchezza della propria storia.

Don Gregorio, dopo la premiazione, ha ricordato il suo percorso con gioia. Un percorso che è iniziato nella sua comunità di provenienza, Palermiti (CZ), per continuare nelle comunità in cui ha fatto appena ordinato, Carlopoli, Panettieri e Castagni, prima di “rinascere” in un luogo nuovo come il Belgio, a Genk, dove fu mandato in missione nel 2006. Il calore e l’affetto con cui è stato accolto dagli italiani che risiedevano lì lo ha accompagnato in questi anni. Si dice sereno di continuare la sua missione, ma se dovesse essere chiamato a tornare nella sua Calabria, non si tirerebbe indietro.

L’incontro, moderato dalla responsabile delle comunicazioni sociali della Diocesi Anna Russo, è stato chiuso dal direttore del Piccolo Festival delle Spartenze, Giuseppe Sommario, che ha omaggiato il lavoro che la Fondazione Migrantes svolge per le comunità italiane all’estero sia con le Missioni sia con il Rapporto sugli Italiani nel Mondo. Sommario ha ricordato come il Festival sia nato per gettare un ponte tra chi è partito e chi è rimasto e che uno degli scopi prioritari è quello di cambiare la narrazione sugli italiani all’estero, portando al centro dell’attenzione mediatica e politica la storia, le storie poco raccontate dei tantissimi italiani in giro per il mondo. Invitando ai prossimi eventi del Festival in giro tra varie regioni italiane, ha così chiuso gli eventi dell’anno 2021 con un augurio e un saluto a tutti gli italiani che risiedono all’estero. (aise 3)

 

 

 

 

La pace secondo Francesco

 

Nel 55° messaggio per la giornata della pace (1° gennaio 2022) papa Francesco sottolinea il tema del dialogo fra le generazioni, l’educazione e il lavoro.

«Ancora oggi il cammino della pace, che san Paolo VI ha chiamato col nome di sviluppo integrale, rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa».

La percezione di un calo di interesse sul problema della pace, nonostante i numerosi scontri bellici in atto e in previsione, riguarda non solo i media, ma anche le popolazioni e la stessa Chiesa. Torna ad agitare le acque il messaggio per la giornata della pace di papa Francesco (8 dicembre), scritto per la giornata della pace, 1° gennaio 2022.

Per la 55ª volta il magistero pontificio affronta il tema. Con l’ottica specifica ricordata nel titolo: Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura. L’insieme di questi messaggi, avviati nel 1968, si configura come una parte del magistero pontificio in ordine alla dottrina sociale e sull’onda conciliare della Gaudium et spes.

Le caratteristiche maggiori di quest’ultimo testo sono, da un lato, nella concentrazione sulle questioni che occupano questo scorcio della predicazione di papa Francesco (in particolare Laudato si’ e Fratelli tutti) e, in secondo luogo, nell’approfondimento di assonanze con l’insieme dei 55 messaggi. Sono almeno sette quelli che si occupano del rapporto fra giovani, educazione e pace.

Dialogare

«Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico sull’individualismo più che sulla condivisione solidale».

I tre punti sviluppati sono quelli espressi nel titolo: il dialogo fra le generazioni, l’istruzione e l’educazione, il lavoro: tutti declinati in ordine alla pace. Li accenno, avvicinando alcuni testi del magistero recente.

«Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani -; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non vi fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana».

Nella postsinodale Christus vivit (2019) il papa scriveva: «Al mondo non è mai servita né servirà mai la rottura fra generazioni. Sono i canti di sirena di un futuro senza radici, senza radicamento. È la menzogna che vuol farti credere che solo ciò che è nuovo è buono e bello. L’esistenza delle relazioni internazionali implica che nelle comunità si possieda una memoria collettiva, poiché ogni generazione riprende gli insegnamenti dei predecessori, lasciando così un’eredità ai successori. Questo costituisce dei quadri di riferimento per cementare saldamente una società nuova» (n.  191).

Educare

L’istruzione e l’educazione sono vettori primari dello sviluppo della persona e della società, condizione per difendere e promuovere la pace. «È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via».

Nel Patto globale per l’educazione (15 ottobre 2020) si dice: «Educare è sempre un atto di speranza che invita alla co-partecipazione e alla trasformazione della logica sterile e paralizzante dell’indifferenza in un’altra logica diversa, che sia in grado di accogliere la nostra comune appartenenza. Se gli spazi educativi si conformano oggi alla logica della sostituzione e della ripetizione e sono incapaci di generare e mostrare nuovi orizzonti in cui l’ospitalità, la solidarietà intergenerazionale e il valore della trascendenza fondino una nuova cultura, non staremo mancando all’appuntamento con questo momento storico?… Noi riteniamo che l’educazione è una delle vie più efficaci per umanizzare il mondo e la storia… Oggi c’è bisogno di una rinnovata stagione di impegno educativo che coinvolga tutte le componenti della società. Ascoltiamo il grido delle nuove generazioni, che mette in luce l’esigenza e, al tempo stesso, la stimolante opportunità di un rinnovato cammino educativo che non giri lo sguardo dall’altra parte favorendo pesanti ingiustizie sociali, violazione dei diritti, profonde povertà e scarti umani».

Lavorare

«Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello».

La pandemia ha fatto fallire milioni di attività economiche e produttive e ha devastato l’economia informale, in cui operano i migranti e i più marginali. «In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale».

In parallelo, si può segnalare diversi passi di Laudato si’ e Fratelli tutti. Mi limito a citare qualche riga degli indirizzi ai movimenti popolari. In particolare, dal primo (2014): «Non esiste peggiore povertà materiale – mi preme sottolinearlo – di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro.

La disoccupazione giovanile, l’informalità e la mancanza di diritti lavorativi non sono inevitabili, sono il risultato di una previa opzione sociale, di un sistema economico che mette i benefici al di sopra dell’uomo, se il beneficio è economico, al di sopra dell’umanità, al di sopra dell’uomo, sono effetti di una cultura dello scarto che considera l’essere umano di per sé come un bene di consumo che si può usare e poi buttare. Oggi, al fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione si somma una nuova dimensione, una sfumatura grafica e dura dell’ingiustizia sociale: quelli che non si possono integrare, gli esclusi sono scarti, “eccedenze”».

Tracce di cammino

Il tema della guerra e della pace informa l’intero messaggio e conferma i mutamenti degli orientamenti ecclesiali. Sempre più distanti dalla giustificazione della guerra. Sollecitato dal pericolo nucleare, il Vaticano II ha dovuto superare i classici criteri della “guerra giusta”. E cioè: giusta causa, ultimo ricorso, proporzionalità del danno inflitto, decisione dell’autorità legittima, speranza di successo.

«I cattolici non sono invitati a rompere con il loro deposito dottrinale, ma a reinterpretarne i criteri in maniera così stretta che nessun ricorso alla violenza bellica possa essere considerato come un mezzo normale per risolvere i conflitti, senza escludere che questo possa succedere in casi davvero eccezionali» (Christian Mellon). In altre parole, allo ius ad bellum (diritto alla guerra) si è aggiunto lo ius in bello (diritto nella guerra), lo ius post bellum (il diritto dopo la guerra) e, sempre più, lo ius contra bellum (il diritto contro la guerra).

Il cammino di approfondimento progressivo trova una conferma nel giudizio sulle guerre del Golfo e una interpellanza nelle guerre balcaniche (“ingerenza umanitaria”). Su tutte e due le guerre del Golfo (1990, 2003) il giudizio di Giovanni Paolo II è stato coerentemente critico e i loro esiti infausti ne confermano la pertinenza.

Diverso il caso delle guerre etniche di Balcani dove un intervento esterno è sembrato più plausibile per la disumanità delle stragi razziali. Si è parlato appunto di “ingerenza umanitaria”, a indicare l’estremo limite per impedire la “pulizia etnica”  e la corresponsabilità dell’inazione. Il grande attivismo delle Chiese cristiane che negli anni ’80 hanno alimentato la vitalità dei movimenti pacifisti si è paradossalmente rattrappito nel momento del “crollo del muro”, della fine dei regimi comunisti dell’Est Europa.  Non si è prodotto un chiarimento ulteriore sul rapporto fra pace e guerra.

L’apparire del fondamentalismo islamico, sia terrorista che sul terreno (califfato), ha sollecitato il magistero e la Chiesa ad una interlocuzione con le altre fedi sul fondiglio inesplorato della violenza a giustificazione religiosa. L’avvio dei confronti fra religioni ad Assisi (1986) e le successive riprese hanno posto le giuste premesse.

Non è casuale che nel 2014 la Commissione teologica internazionale abbia editato Il monoteismo cristiano contro la violenza ove si conclude: «Possiamo però attestare, con tutta la fermezza e l’umiltà necessarie, che il radicale ammonimento nei confronti di un uso dispotico e violento della religione, appartiene in modo unico al nucleo originario della rivelazione di Gesù Cristo: e ne rappresenta uno degli aspetti più inauditi ed emozionanti, nella storia dell’attesa della manifestazione personale di Dio e dell’esperienza religiosa dell’umanità. La confessione del fatto che l’unico Dio, Padre di tutti gli uomini, si lascia storicamente e definitivamente riconoscere nell’unità del supremo comandamento dell’amore, sul quale gli stessi discepoli del Signore accettano di essere giudicati, illumina l’autentica fede dell’unico Dio che noi intendiamo professare» (n. 15).

Fratelli non nemici

Il coraggioso documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana, firmato da cattolici, evangelici e musulmani (sunniti) costituisce un rilevante passo in merito alla consapevolezza delle Chiese e delle religioni sulla delegittimazione dei fondamentalismi e del loro uso distorto del deposito di fede. La denuncia, operata da Francesco, non solo dell’uso, ma anche del possesso delle armi nucleari è un ulteriore aspetto sul tema della pace e della guerra.

«Non possiamo non provare un senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitaria e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari… Pertanto anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro stessa esistenza è funzionale a una logica di paura, che non riguarda solo le parti in conflitto ma l’intero genere umano» (10 novembre 2017).

Nell’attuale situazione la formula più usata del papa sui conflitti è “Terza guerra mondiale a pezzi” con cui si designano gli sconti locali, le instabilità programmate, le guerre congelate e riavviate, i conflitti “ibridi”, i nuovi armamenti, i conflitti nello spazio e le guerre cibernetiche. Così scrive in Fratelli tutti: «La questione è che, a partire dallo sviluppo delle armi nucleari, chimiche e biologiche, e delle enormi e crescenti possibilità offerte dalle nuove tecnologie, si è dato alla guerra un potere distruttivo e incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. In verità, mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che l’utilizzerà bene. Dunque, non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra» (n. 258). Lorenzo Prezzi, Sett.News 1

 

 

 

 

Nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo. II Domenica dopo Natale

 

Il commento al Vangelo domenicale di S.E. Monsignor Francesco Cavina, Vescovo emerito di Carpi

 

CARPI. In questa seconda domenica dopo Natale la Chiesa continua a presentarci il mistero della nascita del Figlio di Dio nella debolezza della nostra carne. Nel cuore dell’uomo è presente un desiderio di vita, di luce, di gioia, di pienezza. Ora, poiché il Figlio di Dio ha assunto ciò che è mortale per renderci partecipi della sua stessa vita divina, dobbiamo riconoscere che nel cammino di ogni uomo si è inserita una novità che salva, una luce che, se viene accolta, è in grado di riempire il cuore dell’uomo, di dare una svolta inattesa alla vita. E’ quanto afferma la seconda lettura della santa Messa, tratta dalla lettera di san Paolo agli Efesini. In essa troviamo un’affermazione solenne: “Dio ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi…”.

Da sempre, l’uomo è pensato, scelto, benedetto, esistente in Dio. Nel suo progetto il Padre, dunque, ci ha chiamati all’esistenza per divenire suoi figli, vivendo santamente, perché Dio è santo. Questo dono si attua per mezzo di Cristo. Alla luce della rivelazione, quindi, noi veniamo a scoprire che la riuscita della nostra vita è intimamente legata al Signore Gesù. Spesso sentiamo dire che bisogna essere se stessi, realizzare pienamente se stessi, essere autentici. San Paolo ci insegna che la vera realizzazione dell’uomo consiste nell’accogliere Gesù perchè solo Lui può svelarci la nostra vera dignità ed il destino ultimo della nostra vita. Per questo motivo la Chiesa non si stanca di proclamare che solo nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell’uomo e di annunciare all’uomo la sua altissima vocazione a divenire figlio di Dio.

Cristo, dunque, non viene solo per sanare le ferite provocate in noi dal peccato, ma per offrirci una situazione sorprendentemente nuova. Essa è descritta da Paolo con l’espressione di “figli adottivi “. Il Natale celebra l’inizio di questa inattesa parentela dell’uomo con Dio. San Paolo prega perchè questo disegno di bene per l’uomo possa essere conosciuto da tutti e resti ben presente nel cuore dei cristiani, che non se ne dimentichino.

Dio dunque ci ha scelti da sempre, “prima della creazione del mondo “, e mentre ci sceglieva, disegnava per noi un orizzonte di eternità. È per realizzare questo disegno che Cristo opera; per questo è apparso nel mondo. Il Natale incanta perchè grazie alla venuta del Figlio di Dio noi apprendiamo che non siamo nel mondo per caso, ma che ognuno è amato da Dio, amato come è amato un figlio, un figlio di Dio! Ma perché questo avvenga è necessario che la libertà dell’uomo sia disponibile ad accogliere la persona di Cristo il quale, nelle sue parole e nei suoi gesti, rimanda continuamente al Padre. Aci 2

 

 

 

Il Papa: "La violenza contro una donna è un oltraggio a Dio"

 

L'omelia di Francesco a San Pietro: "La Chiesa è madre. Ci sono ancora troppi fili spinati". "Serve un patto per promuovere l'educazione all'ecologia integrale"   

"Mentre le madri donano la vita e le donne custodiscono il mondo, diamoci da fare tutti per promuovere le madri e proteggere le donne. Quanta violenza c'è nei confronti delle donne! Basta! Ferire una donna è oltraggiare Dio, che da una donna ha preso l'umanità, non da un angelo, no direttamente: da una donna": sono le parole del Papa nell'omelia della messa a San Pietro, nella solennità di Maria Madre di Dio. Nel primo giorno dell'anno Francesco ha anche parlato anche di immigrazione e povertà. 

"Il nuovo anno  - ha aggiunto Bergoglio - inizia nel segno della Madre. Lo sguardo materno è la via per rinascere e crescere. Le madri, le donne guardano il mondo non per sfruttarlo, ma perché abbia vita: guardando con il cuore, riescono a tenere insieme i sogni e la concretezza". "Maria - ha detto ancora il Papa - mette a confronto esperienze diverse, trovando i fili nascosti che le legano. Nel suo cuore, nella sua preghiera compie questa operazione straordinaria: lega le cose belle e quelle brutte; non le tiene separate, ma le unisce". Per questo "Maria è la madre della cattolicità, possiamo dire" che "per questo Maria è 'cattolica', perché unisce, non separa".

"La Chiesa è madre, la Chiesa è donna": ha poi sottolineato Francesco. "Non possiamo trovare il posto della donna nella Chiesa  - ha aggiunto - senza rispecchiarla nella donna madre", "questo è il posto della donna nella Chiesa". 

"C'è bisogno di gente in grado di tessere fili di comunione, che contrastino i troppi fili spinati delle divisioni", ha poi ammonito Bergoglio.  "Le madri - ha proseguito il Papa - sanno superare ostacoli e conflitti, sanno infondere pace. Così riescono a trasformare le avversità in opportunità di rinascita e in opportunità di crescita. Lo fanno perché sanno custodire, sanno tenere insieme i fili della vita".  Lo sguardo delle madri è "inclusivo", "supera le tensioni custodendo e meditando nel cuore". "È lo sguardo  - ha proseguito Francesco - con il quale tante madri abbracciano le situazioni dei figli. È uno sguardo concreto, che non si fa prendere dallo sconforto, che non si paralizza davanti ai problemi, ma li colloca in un orizzonte più ampio".

"Vengono in mente - ha proseguito Francesco nell'omelia - i volti delle madri che assistono un figlio malato o in difficoltà. Quanto amore c'è nei loro occhi, che mentre piangono sanno infondere motivi per sperare! Il loro è uno sguardo consapevole, senza illusioni, eppure al di là del dolore e dei problemi offre una prospettiva più ampia, quella della cura, dell'amore che rigenera speranza". 

La povertà scelta da Dio per venire nel mondo "è una bella notizia per tutti - ha poi spiegato il Papa -  specialmente per chi è ai margini, per i rifiutati, per chi al mondo non conta. Dio viene lì: nessuna corsia preferenziale, nemmeno una culla! Ecco la bellezza di vederlo adagiato in una mangiatoia".

E' necessario "forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunita', le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l'umanità intera, nel formare persone mature", ha poi detto Francesco nel messaggio per la  55esima Giornata Mondiale della Pace. "Un patto che - precisa il Pontefice - promuova l'educazione all'ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull'alleanza tra l'essere umano e l'ambiente". "Essa, di fronte alle fratture della società e all'inerzia delle istituzioni - ha detto Bergoglio -  può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti", continua citando la Fratelli tutti: "Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media". LR 1

 

 

 

 

Messaggio Giornata mondiale della pace. Un patto per il dialogo, l’educazione e il lavoro

 

La proposta di Francesco è un patto del dialogo che costruisce ponti, un patto educativo che definisce la formazione, un patto del lavoro che supera il conflitto sociale. Il tutto affidato alla nostra responsabilità, singola e collettiva, di “messaggeri di pace"

Dialogo, educazione, lavoro. Sono le tre prospettive che offre il Messaggio per la 55a Giornata mondiale della pace, consentendoci di intravvedere alcune possibili strade da percorrere per ricercare la pace che e? “insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso”. Prospettive stringenti ed esigenti che rischiano però di dissolversi in quella retorica della pace se presentate come grandi obiettivi, ma irraggiungibili per l’ampiezza di componenti, di traguardi, di modi di operare assolutamente distanti dalle nostre possibilità o quantomeno difficili da realizzare. E invece nella pedagogia di Francesco, il cammino di pace resta qualcosa che possiamo facilmente percorrere nell’agire, nel pensare, nel valutare situazioni e fattori. Riprendendo la Fratelli tutti il richiamo è sentirsi – come persone e comunità – “artigiani di pace”, protagonisti della “architettura della pace”.

Seguendo l’insegnamento offerto dal Papa anche in questo Messaggio, il dialogo non è soltanto qualcosa che caratterizza la coesistenza umana, ma anzitutto un metodo per operare e concorrere alla realizzazione di grandi azioni come pure di piccole opere. Un metodo che in una progressione estensiva, parte dalla dimensione interpersonale per poi volgersi a quella delle formazioni sociali, degli enti intermedi, dello Stato fino alla grande comunità dei popoli e delle nazioni. Dialogare pertanto è uno dei presupposti della ordinata coesistenza quotidiana, ad ogni livello, da non guardare come obiettivo, altrimenti permane il rischio di considerarlo lontano e irraggiungibile.

Ma rispetto alla pace, il dialogo cosa domanda? Azioni, negoziati, soluzioni senza limiti interni o esterni dettati da interessi di parte, il sapersi riconoscere persone che vivono la medesima dinamica sociale, la messa in atto di attività responsabili di fronte alle questioni comuni, il sentirsi parte dell’intera famiglia umana. E questo pur nelle diversità e nelle differenze che spesso spezzano i legami contrapponendo le generazioni attraverso visioni, progettualità e realizzazioni diverse, non di facciata, ma fatte di intenti concreti. Tra le generazioni, infatti, la necessità di dialogare non si pone solo di fronte alle grandi sfide – come da ultimo tanto ha insegnato la pandemia – ma nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili capaci di recuperare le radici e di essere anche generatori di scambi tra generazioni diverse, in vista di un bene più grande, perché comune.

Educare significa condurre, con saggezza, maestria e umiltà. Condurre verso la pace e non vuol dire semplicemente parlare di pace o istruire sulla pace. Ecco perché il metodo del dialogo è strumento essenziale, non soltanto quale veicolo di immagini, nozioni o elementi, ma soprattutto per dare continuità ai valori propri di ciascuna comunità ed a quelli che sono patrimonio dell’intera umanità senza limitarli. I valori non sono elementi che tramandano tradizioni o luoghi comuni e soprattutto non possono essere sacrificati alla logica del momento o sul traguardo dell’efficienza. L’oblio dei valori spesso frammenta il sapere e riduce la conoscenza al solo rapporto causa ed effetto, escludendo la componente essenziale del dono che è propria di ogni attività educativa. È dal dono che scaturisce la fluidità della relazione tra maestro e discepolo, l’attenzione proporzionalmente più intensa in rapporto ai bisogni, la ricerca delle esigenze essenziali dell’altro, la predisposizione di modelli in grado di incidere secondo i tempi e i luoghi, senza un cliché precostituito, l’impegno a non fare dell’educazione una semplice posta di bilancio.

Pensando alla pace, l’educazione consente di rendere operativi nella pratica intenti, teorie e fatti e di passare dalla logica dei piccoli passi, spesso affidata ai singoli e ai piccoli gruppi, a quella realtà più ampia della pace come massimo bene da edificare a vantaggio di tutta la famiglia umana.

Educare significa andare oltre la dimensione che rilega l’apprendimento, la formazione e la stessa specializzazione a meri processi tecnici spesso distaccati dal valore dell’uomo e dal senso di umanità. Significa includere, non sottrarre dai processi educativi quella componente realmente umana e perciò religiosa e spirituale che tanto peso ha nell’animo e nella vita di persone, come pure nello svolgersi dei fatti e degli accadimenti, nei processi culturali e nell’operare delle diverse agenzie educative. Educare impone di destinare risorse perché nessuno sia lasciato ai margini o privato dei contenuti del diritto all’educazione e soprattutto dell’esercizio di tale diritto. Un diritto che riguarda formatori e discenti, generazioni diverse, visioni culturali, religiose differenti, fattori complessi ed elementi basilari.

Al lavoro, poi, è dato di essere “fattore indispensabile per costruire e preservare la pace”.

Certo, il lavoro è una caratterizzazione essenziale per la vita dei singoli e per quella delle comunità, uno strumento nel quale le aspettative, le esigenze, i desideri di ogni persona sono chiamati a fondersi con quelli di altri, dando vita ad una dimensione nella quale ognuno è chiamato ad esprimere impegno, competenza e sacrificio. Ma le esigenze di oggi domandano non solo un lavoro decente, un giusto salario, un’integrazione nella componente lavorativa e non piuttosto una spersonalizzazione. Al lavoro, infatti, si chiede di non essere più solo un modo per esprimersi, per maturare l’estro ed esercitarlo o per sopravvivere. Il lavoro è fonte di dignità, parola non astratta ma che racchiude in sé le aspirazioni più profonde di ogni essere umano, aspirazioni che rischiano di diventare solo teoriche di fronte alla mancanza di lavoro, all’assenza di sicurezza nel lavoro, allo sfruttamento dei più deboli, alla esclusione dai processi decisionali che riguardano il lavoro.

Nella narrazione, alla questione del lavoro, alle sue patologie, alla sua crisi è stato affiancato il concetto di pace sociale la cui assenza è sinonimo di minaccia all’esistenza di un gruppo o anche di una nazione. La dimensione di crescente interdipendenza – fattore non nuovo, ma ricco di novità nelle sue espressioni attuali – ci porta oggi a mondializzare l’obiettivo della pace sociale, come pure a prevenire la minaccia che su di essa provocano l’innalzamento di barriere, di protezionismi di sorta, di contrapposizioni e di vere e proprie guerre commerciali e finanziarie che pongono il lavoro ai margini anche dei processi economici. E allora se la pace ha bisogno del lavoro, come negare che il lavoro necessita di condizioni di pace?

A collegare queste tre prospettive, descrivendole come altrettante condizioni di pace, il Messaggio propone un elemento unificante: il patto. Strumento ben noto nella storia della salvezza, altrettanto importante per la coesione nazionale e per le relazioni internazionali, veicolo di trasmissione e conoscenza di valori, ma che oggi appare privo nel suo reale significato.

Il patto, infatti, implica rispetto e non solo della parola data, ma anche, reciprocamente, tra chi lo conclude. E poi delimita possibilità, descrive componenti e favorisce la collaborazione tra le generazioni pur nella diversità di intenti, generando quella necessaria creatività di fonte alle nuove e sempre più impellenti sfide che interessano la famiglia umana: conflitti, fame, analfabetismo, migrazioni, schiavitù, malattie, crisi ambientali, per citarne alcune. Sfide che domandano di essere governate, non combattute come eterne emergenze, magari per il vantaggio di alcuni.

Ed ecco la proposta di Francesco: un patto del dialogo che costruisce ponti, un patto educativo che definisce la formazione, un patto del lavoro che supera il conflitto sociale. Il tutto affidato alla nostra responsabilità, singola e collettiva, di “messaggeri di pace”.

Vincenzo Buonomo, ordinario di diritto internazionale nella Pontificia Università Lateranense.

 

 

 

 

Maria custodisce meditando, e afferra il senso della prospettiva di Dio

 

La omelia del Papa nella prima messa del nuovo anno dedicata alla Madre di Dio e alla pace. Di Angela Ambrogetti

 

CITTÀ DEL VATICANO. “La mangiatoia ci anticipa che si farà cibo per noi. E la sua povertà è una bella notizia per tutti, specialmente per chi è ai margini, per i rifiutati, per chi al mondo non conta. Dio viene lì: nessuna corsia preferenziale, nemmeno una culla! Ecco la bellezza di vederlo adagiato in una mangiatoia”.

E’ questo il tema della omelia di Papa Francesco nella prima messa dell’ anno celebrata a San Pietro nella 55ma Giornata Mondiale della Pace sul tema: Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura.

Una omelia dedicata ai pastori che adorano Gesù e portano subito l’annuncio e a Maria che “custodisce” nel suo cuore anche le difficoltà della nascita in una stalla del suo primogenito. 

“Come conciliare- dice il Papa-  la gloria dell’Altissimo e la miseria di una stalla? Pensiamo al disagio della Madre di Dio. Che cosa c’è di più duro per una madre che vedere il proprio figlio soffrire la miseria? C’è da sentirsi sconfortati. Non si potrebbe rimproverare Maria se si fosse lamentata di tutta quella inattesa desolazione. Ma lei non si perde d’animo. Non si sfoga, ma sta in silenzio. Sceglie una parte diversa rispetto alla lamentela”.

Tra stupore e meditazione. Lo stupore “dei pastori ricorda la condizione degli inizi nella fede. Lì è tutto facile e lineare, si è rallegrati dalla novità di Dio che entra nella vita, portando in ogni aspetto un clima di meraviglia. Mentre l’atteggiamento meditante di Maria è l’espressione di una fede matura, adulta. Di una fede che non è appena nata, ma è diventata generativa. Perché la fecondità spirituale passa attraverso la prova”.

“Anche a noi - dice il Papa- capita di dover sostenere certi “scandali della mangiatoia”. Ci auguriamo che tutto vada bene e poi arriva, come un fulmine a ciel sereno, un problema inaspettato”.

Papa Francesco parla dell’urto tra attese e realtà e di come la “Madre di Dio ci insegna a trarre beneficio da questo urto. Ci mostra che è necessario, che è la via stretta per arrivare alla meta, la croce senza la quale non si risorge. È come un parto doloroso, che dà vita a una fede più matura”.

E Maria insegna a custodire “non disperde. Non respinge ciò che accade” e non cerca di “camuffare” la vita. Poi medita “mette a confronto esperienze diverse, trovando i fili nascosti che le legano. Nel suo cuore, nella sua preghiera compie questa operazione straordinaria: lega le cose belle e quelle brutte; non le tiene separate, ma le unisce. E così afferra il senso pieno, la prospettiva di Dio”. E’ lo sguardo inclusivo delle madri “che non si fa prendere dallo sconforto, che non si paralizza davanti ai problemi, ma li colloca in un orizzonte più ampio”, di quelle madri che “sanno superare ostacoli e conflitti, sanno infondere pace. Così riescono a trasformare le avversità in opportunità di rinascita e di crescita”. 

E quindi il Papa conclude. “ C’è bisogno di gente in grado di tessere fili di comunione, che contrastino i troppi fili spinati delle divisioni” e le madri “donano la vita e le donne custodiscono il mondo” per cui “diamoci da fare tutti per promuovere le madri e proteggere le donne. Quanta violenza c’è nei confronti delle donne! Basta! Ferire una donna è oltraggiare Dio, che da una donna ha preso l’umanità”.

Maria, dice Francesco, “ci aiuti a custodire e meditare ogni cosa, senza temere le prove, nella gioiosa certezza che il Signore è fedele e sa trasformare le croci in risurrezioni”. Aci 1

 

 

 

 

MCI Svizzera: don Egidio Todeschini nuovo coordinatore nazionale per il quinquennio 2022/2026

 

ZURIGO – Don Egidio Todeschini, responsabile della Missione Cattolica Italiana di Schaan – Marbach, è il nuovo coordinatore nazionale per le Missioni Cattoliche di Lingua Italiana in Svizzera per il quinquennio 2022/2026. Lo ha nominato la Conferenza Episcopale Svizzera. Don Todeschini terminerà il suo ministero pastorale nella diocesi di San Gallo e in quella di Vaduz – Principato del Liechtenstein domani, 31 dicembre, e inizierà il suo servizio di coordinazione per le MCLI il primo gennaio. «Siamo grati alla Chiesa in Svizzera per questa nomina che conferma l’apprezzamento per le comunità di lingua italiana e per i missionari, le religiose, i religiosi e i laici che quotidianamente si prodigano per i fedeli di lingua italiana in Svizzera e per i nostri connazionali in Svizzera”, dice don Carlo De Stasio, che ha guidato le Mci di Svizzera fino ad oggi.

Don Egidio Todeschini, sacerdote della Diocesi di Bergamo, è arrivato in Svizzera nel lontano 1973. È stato sacerdote nelle MCI di Yverdon, Morges, Herisau e Hochdorf. È stato dal 1982 al 1998 Direttore del “Corriere degli Italiani”. Attualmente è coordinatore delle MCLI nella Diocesi di San Gallo. “Di cuore auguro a don Egidio di sperimentare un servizio di coordinazione ricco di buoni frutti per la Chiesa in Svizzera, per i missionari e tutto il personale delle MCLI, per le tante comunità cattoliche in Svizzera che custodiscono il bagaglio di fede e cultura della Chiesa in Italia, radici che non si spezzano ma che si allungano ad abbracciare ciò che incontrano’”, aggiunge don De Stasio. A don Todeschini l’augurio di un proficuo ministero da parte della Fondazione Migrantes. Raffaele Iaria, Migr. On.

 

 

 

22 i missionari uccisi nel corso del 2021

 

L'Agenzia Fides - organismo delle Pontificie Opere Missionarie - ha pubblicato il rapporto per l'anno che si conclude domani. Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. Secondo quanto riportato dall’Agenzia Fides – l’Agenzia delle Pontificie Opere Missionarie – nel 2021 sono stati uccisi 22 missionari sparsi nel mondo: sacerdoti, 1 religioso, 2 religiose, 6 laici. La maggioranza – la metà esatta - ha perso la vita in Africa, seguono le Americhe, l’Asia e l’Europa.

In Africa sono stati uccisi 7 sacerdoti, 2 religiose, 2 laici  per un totale di 11 vittime. I Paesi dove si sono registrati gli omicidi sono Angola, Nigeria con 4 uccisioni, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan con 3 morti ed Uganda.

Nelle Americhe si contano 7 omicidi: sono stati uccisi 4 sacerdoti, 1 religioso e 2 laici così ripartiti: 1 in Venezuela, 4 in Messico, 1 in Perù ed 1 ad Haiti.

Tre i missionari assassinati in Asia: 1 sacerdote e 2 laici. Le vittime si registrano nelle Filippine e in Myanmar.

In Europa, infine, si conta un sacerdote ucciso: è successo in Francia il 9 agosto scorso.

Dei 13 sacerdoti assassinati 10 erano diocesani, 1 francescano, 1 monfortano e 1 missionario di Yarumal. L'unico religioso ucciso era un lasalliano mentre le due religiose che hanno perso la vita appartenevano alla Congregazione del Sacro Cuore di Gesù.

Lo scorso anno erano stati 20 i missionari uccisi nel mondo. Nel periodo che va dal 2001 al 2020 – fa sapere Fides – gli operatori pastorali che hanno perso la vita nei diversi continenti sono stati 505. A cui vanno sommati i 22 uccisi nel corso dell’anno che va a concludersi domani. Aci 30

 

 

 

 

Papa Francesco: “È luogo comune pensare che il coraggio sia solo dell'eroe”

 

Riprende il ciclo di catechesi dedicato alla figura di San Giuseppe, cui è dedicato quest’anno. Il Papa lo descrive come "migrante perseguitato e coraggioso" e lo oppone alla figura di Erode. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. È la figura di San Giuseppe “migrante perseguitato e coraggioso” quella presentata da Papa Francesco nella tradizionale udienza del mercoledì. Dopo essersi soffermato sul Natale, Papa Francesco riprende il ciclo di catechesi dedicato al padre putativo di Gesù, soffermandosi in particolare sulle vicende della fuga in Egitto della Sacra Famiglia, e riaffermando che il coraggio è virtù di tutti i giorni, perché è lo stesso vivere quotidiano che richiede coraggio.

È l’ultima udienza generale dell’anno, la numero 43. Nel corso dell’anno, Papa Francesco ha concluso il ciclo di udienze generali sulla preghiera, si è poi concentrato sulla lettera di San Paolo ai Galati e infine ha cominciato il ciclo dedicato alla figura di San Giuseppe, nell’anno a lui dedicato nel centocinquantesimo della sua proclamazione a patrono della Chiesa.

Parlando della fuga in Egitto, Papa Francesco ricorda che la famiglia di Nazaret ha “sperimentato in prima persona la precarietà, la paura, il dolore di dover lasciare la propria terra”, una situazione che vivono ancora oggi “tanti nostri fratelli e tante nostre sorelle”, a causa “quasi sempre” dalla “prepotenza e della violenza dei potenti”.

È quello che succede a Gesù, perché la sua famiglia è costretta a partire per sfuggire alla strage degli innocenti ordinata da Erode, con un piano “che richiama quello del Faraone di gettare nel Nilo tutti i figli maschi del popolo di Israele”.

Papa Francesco ricorda che la fuga in Egitto “evoca tutta la storia di Israele”: da Abramo che vi soggiornò a Giuseppe figlio di Giacobbe venduto dei fratelli e poi divenuto capo del Paese, a Mosè che liberà il suo popolo dalla schiavitù.

Il Papa sottolinea che “la fuga della Santa Famiglia in Egitto salva Gesù, ma purtroppo non impedisce a Erode di compiere la sua strage”.

La figura di Giuseppe, con “la sua premura e il suo coraggio”, si contrappone a quella di Erode, feroce, che “vuole difendere il proprio potere con una spietata crudeltà, come attestano anche le esecuzioni di una delle sue mogli, di alcuni suoi figli e centinaia di oppositori”.

Papa Francesco sottolinea che "Erode era un uomo crudele. Aveva una sola ricetta: Fare fuori. E per i tiranni le persone non contano. E questo succede oggi".

Erode – afferma Papa Francesco – “è il simbolo di tanti tiranni di ieri e di oggi”, l’uomo che “diventa lupo per gli altri uomini”, una di quelle tante personalità della storia che “vivendo in balìa delle loro paure, cercano di vincerle esercitando in maniera dispotica il potere e mettendo in atto disumani propositi di violenza”.

No, dice Papa Francesco, non è solo la prospettiva dei tiranni, perché questo è “un atteggiamento in cui possiamo cadere tutti, ogni volta che cerchiamo di scacciare le nostre paure con la prepotenza, anche se solo verbale o fatta di piccoli soprusi messi in atto per mortificare chi ci è accanto. Anche noi abbiamo l'opportunità di essere piccoli Erode".

Giuseppe, al contrario, è “uomo giusto”, e si “dimostra coraggioso nell’eseguire l’odine dell’angelo”, nonostante le varie peripezie che dovette affrontare, nonché “le difficoltà che comportò la permanenza in un paese straniero”.

Ma Giuseppe, aggiunge Papa Francesco, è coraggioso “anche al momento del ritorno, quando, rassicurato dall’Angelo, supera i comprensibili timori e con Maria e Gesù si stabilisce a Nazaret”.

Papa Francesco spiega dunque che “Erode e Giuseppe sono due personaggi opposti, che rispecchiano le due facce dell’umanità di sempre”. Il Papa descrive come “luogo comune sbagliato considerare il coraggio come virtù esclusiva dell’eroe”, perché “in realtà, il vivere quotidiano di ogni persona richiede coraggio per affrontare le difficoltà di ogni giorno”.

Il Papa aggiunge che “in tutti i tempi e in tutte le culture troviamo uomini e donne coraggiosi, che per essere coerenti con il proprio credo hanno superato ogni genere di difficoltà, sopportando ingiustizie, condanne e persino la morte”.

Per Papa Francesco, “il coraggio è sinonimo di fortezza, che insieme alla giustizia, alla prudenza e alla temperanza fa parte del gruppo delle virtù umane, dette cardinali”.

La figura di San Giuseppe, allora, ci insegna che “la vita ci riserva sempre delle avversità, e davanti ad esse possiamo anche sentirci minacciati, impauriti, ma non è tirando fuori il peggio di noi, come fa Erode, che possiamo superare certi momenti, bensì comportandoci come Giuseppe che reagisce alla paura con il coraggio di affidarsi alla Provvidenza di Dio”.

Papa Francesco conclude dedicando la sua preghiera a “tutti i migranti, tutti i perseguitati e tutti coloro che sono vittime di circostanze avverse, siano circostanze politiche, storiche o personali. Pensiamo a tanta gente vittima delle guerre, che vuole fuggire dalla sua patria e non può. Pensiamo ai migranti che cominciano la strada per essere liberi e finiscono nel mare. Pensiamo a Gesù nelle braccia di Maria e Giuseppe (...). È una realtà, questa delle migrazioni, davanti la quale non possiamo chiudere gli occhi. È uno scandalo sociale dell'umanità".

Aci 29

 

 

 

 

Il 2021 di Papa Francesco. Ecco i momenti da ricordare

 

Il 2021 del Papa: i momenti più importanti ricordando il viaggio in Iraq fino alla giornata mondiale dei poveri ad Assisi. Di Veronica Giacometti

 

ROMA. Il 2021 per Papa Francesco è stato senza dubbio un anno "delicato". Questo perchè con l'emergenza sanitaria a fasi alterne non si è potuto fare molto, ma al tempo stesso il Popolo di Dio ha avuto bisogno del Capo della Chiesa e Papa Francesco non si è risparmiato. Sono tanti dunque i momenti che lo hanno visto di nuovo tra i fedeli in Italia, e anche fuori, nonostante il Covid19 e le restrizioni.

Il primo momento importante è stato proprio a marzo. Il primo viaggio apostolico del Papa dopo il lockdownn, in Iraq. Per la prima volta un Pontefice si è recato nella Terra dei Due Fiumi. E' stato il viaggio delle "prime volte", durante la visita il Papa ha celebrato una Messa in rito caldeo. Un viaggio storico dunque in questa prima parte del 2021.

Un altro momento molto intenso è stato quello vissuto il 31 maggio nei Giardini Vaticani. Francesco presiede la recita del Santo Rosario davanti all’immagine della Vergine Maria che scioglie i nodi a conclusione della maratona di preghiera dal tema “Da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio” (At 12,5) per invocare la fine della pandemia. L’iniziativa, nata per desiderio del Papa, è stata promossa dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione e ha coinvolto trenta santuari mariani di tutto il mondo che, a turno, hanno guidato ogni giorno del mese di maggio, tradizionalmente mese mariano, la preghiera del Rosario per tutta la Chiesa.

"Il prossimo 1° luglio mi incontrerò in Vaticano con i principali Responsabili delle Comunità cristiane presenti in Libano, per una giornata di riflessione sulla preoccupante situazione del Paese e per pregare insieme per il dono della pace e della stabilità". Così Francesco annunciava un altro momento importante per questo 2021: la giornata di preghiera per il Libano. Papa Francesco ha accolto i leader religiosi a Santa Marta per poi raggiungere tutti insieme la Basilica San Pietro per la preghiera ecumenica.

A settembre 2021 il Papa si è recato a Budapest, in occasione della Santa Messa conclusiva del 52.mo Congresso Eucaristico Internazionale. Un evento atteso, rimandato anche a causa della pandemia, al quale il Pontefice non ha voluto mancare. Da lì il Papa ha visitato anche la Slovacchia.

Per la Giornata mondiale dei poveri il Papa è tornato ad Assisi. Il 7 novembre 2021 Francesco ha trascorso una mattina nella città del Poverello, dove ha incontrato 500 uomini e donne, giovani e anziani, in stato di povertà, dell’Umbria e dell’Europa in vista della Giornata mondiale dei poveri. Tre ore scandite da canti, preghiere, gesti simbolici, testimonianze.

A dicembre, ultimo mese di questo anno, il Papa si è recato a Cipro e in Grecia. Papa Francesco dunque di nuovo tra i migranti. "Sorelle, fratelli, sono nuovamente qui per incontrarvi. Sono qui per dirvi che vi sono vicino, con il cuore. Sono qui per vedere i vostri volti, per guardarvi negli occhi. Occhi carichi di paura e di attesa, occhi che hanno visto violenza e povertà, occhi solcati da troppe lacrime". Con queste parole Papa Francesco si è rivolto ai rifugiati a Lesbo, al Reception and Identification Centre in un momento che resterà senza dubbio negli occhi e nelle orecchie di tutti. Aci 29

 

 

 

 

Anno “Famiglia Amoris laetitia”

 

Papa Francesco: lettera agli sposi, “il matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile” ma “Gesù è presente su questa barca” - Anno “Famiglia Amoris laetitia” - Papa Francesco: lettera agli sposi, “Dio vi accompagna e vi ama incondizionatamente”

 

“Come Abramo, ciascuno degli sposi esce dalla propria terra fin dal momento in cui, sentendo la chiamata all’amore coniugale, decide di donarsi all’altro senza riserve. Così, già il fidanzamento implica l’uscire dalla propria terra, poiché richiede di percorrere insieme la strada che conduce al matrimonio. Le diverse situazioni della vita – il passare dei giorni, l’arrivo dei figli, il lavoro, le malattie – sono circostanze nelle quali l’impegno assunto vicendevolmente suppone che ciascuno abbandoni le proprie inerzie, le proprie certezze, gli spazi di tranquillità e vada verso la terra che Dio promette: essere due in Cristo, due in uno. Un’unica vita, un ‘noi’ nella comunione d’amore con Gesù, vivo e presente in ogni momento della vostra esistenza. Dio vi accompagna, vi ama incondizionatamente. Non siete soli!”. Lo scrive il Papa nella lettera agli sposi in occasione dell’Anno “Famiglia Amoris laetitia”, indetto dal Santo Padre nel quinto anniversario della pubblicazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale, che si è aperto lo scorso 19 marzo e si concluderà il 26 giugno 2022 con il X Incontro mondiale delle famiglie a Roma. “I figli sono un dono, sempre, cambiano la storia di ogni famiglia”, prosegue il Papa: “Sono assetati di amore, di riconoscenza, di stima e di fiducia. La paternità e la maternità vi chiamano a essere generativi per dare ai vostri figli la gioia di scoprirsi figli di Dio, figli di un Padre che fin dal primo istante li ha amati teneramente e li prende per mano ogni giorno. Questa scoperta può dare ai vostri figli la fede e la capacità di confidare in Dio”.

 “La vocazione al matrimonio è una chiamata a condurre una barca instabile – ma sicura per la realtà del sacramento – in un mare talvolta agitato” ma “non dimentichiamo che, mediante il Sacramento del matrimonio, Gesù è presente su questa barca”. Lo ribadisce il Papa nella lettera agli sposi, invitando a tenere “lo sguardo fisso su Gesù” perché “solo così avrete la pace, supererete i conflitti e troverete soluzioni a molti dei vostri problemi. Non perché questi scompariranno, ma perché potrete vederli in un’altra prospettiva”. Quindi il Santo Padre si sofferma su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia: “Per esempio, è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un’opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia. Certamente ciò richiede uno speciale esercizio di pazienza; non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare. Non lasciatevi vincere dalla stanchezza; la forza dell’amore vi renda capaci di guardare più agli altri – al coniuge, ai figli – che alla propria fatica”. Per alcune coppie, osserva il Papa, “la convivenza a cui si sono visti costretti durante la quarantena è stata particolarmente difficile” e “i problemi che già esistevano si sono aggravati, generando conflitti che in molti casi sono diventati quasi insopportabili”: “La rottura di una relazione coniugale genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative; la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare. Nemmeno ai figli è risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme. Anche in questi casi – aggiunge Francesco -, non smettete di cercare aiuto affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze tra voi e ai vostri figli”. “Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita”, chiosa il Papa.

“Se prima della pandemia per i fidanzati era difficile progettare un futuro essendo arduo trovare un lavoro stabile, adesso l’incertezza lavorativa è ancora più grande. Perciò invito i fidanzati a non scoraggiarsi, ad avere il ‘coraggio creativo’ che ebbe san Giuseppe, la cui memoria ho voluto onorare in questo Anno a lui dedicato”. Nella lettera agli sposi in occasione dell’Anno “Famiglia Amoris laetitia”, Papa Francesco invita i giovani che si preparano al matrimonio a non esitare “ad appoggiarvi alle vostre famiglie e alle vostre amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, per vivere la futura vita coniugale e familiare imparando da coloro che sono già passati per la strada che voi state iniziando a percorrere”. Infine, il Santo Padre invia “un saluto speciale ai nonni e alle nonne che nel periodo di isolamento si sono trovati nell’impossibilità di vedere i nipoti e di stare con loro; alle persone anziane che hanno sofferto in maniera ancora più forte la solitudine. La famiglia non può fare a meno dei nonni, essi sono la memoria vivente dell’umanità”. “Le tante sfide non possono rubare la gioia di quanti sanno che stanno camminando con il Signore. Vivete intensamente la vostra vocazione. Non lasciate che la tristezza trasformi i vostri volti – conclude il Papa -. Il vostro coniuge ha bisogno del vostro sorriso. I vostri figli hanno bisogno dei vostri sguardi che li incoraggino. I pastori e le altre famiglie hanno bisogno della vostra presenza e della vostra gioia: la gioia che viene dal Signore!” R.B. sir

 

 

 

Papa Francesco: "In famiglia bisogna combattere la dittatura dell’io"

 

Nell'Angelus della Santa Famiglia Papa Francesco ricorda che "essere famiglia si impara ogni giorno: bisogna imparare ad ascoltarsi e capirsi, a camminare insieme". Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. “Dio ha scelto una famiglia umile e semplice per venire in mezzo a noi”. Lo ha detto stamane il Papa, introducendo l’Angelus in occasione della Festa della Santa Famiglia.

Francesco propone due spunti di riflessione. “Il primo: la famiglia è la storia da cui proveniamo. È bello vedere Gesù inserito nella trama degli affetti familiari, che nasce e cresce nell’abbraccio e nelle preoccupazioni dei suoi. Questo è importante anche per noi: proveniamo da una storia intessuta di legami d’amore e la persona che siamo oggi non nasce tanto dai beni materiali di cui abbiamo usufruito, ma dall’amore che abbiamo ricevuto nel seno della famiglia. Forse non siamo nati in una famiglia eccezionale e senza problemi, ma è la nostra storia, sono le nostre radici: se le tagliamo, la vita inaridisce! Dio non ci ha creati per essere condottieri solitari, ma per camminare insieme. Ringraziamolo e preghiamolo per le nostre famiglie, Dio ci pensa e ci vuole insieme e dobbiamo pensare a questo”.

“A essere famiglia – spiega il Papa, enunciando il secondo punto - si impara ogni giorno: bisogna imparare ad ascoltarsi e capirsi, a camminare insieme, ad affrontare conflitti e difficoltà. È la sfida quotidiana, e si vince con il giusto atteggiamento, con le piccole attenzioni, con gesti semplici, curando i dettagli delle nostre relazioni e ci aiuta tanto parlare in famiglia, anche col dialogo con i nonni”.

“Per custodire l’armonia – prosegue Papa Francesco - in famiglia bisogna combattere la dittatura dell’io. Quando l’io si gonfia è pericoloso quando, invece di ascoltarci, ci rinfacciamo gli sbagli; quando, invece di dialogare, ci isoliamo con il telefonino, è triste vedere ognuno che parla col telefonino; quante volte, purtroppo, tra le mura domestiche da silenzi troppo lunghi e da egoismi non curati nascono e crescono conflitti! A volte si arriva persino a violenze fisiche e morali. Questo lacera l’armonia e uccide la famiglia. Convertiamoci dall’io al tu. E ogni giorno pregare un po’ insieme, per chiedere a Dio il dono della pace in famiglia. E impegniamoci tutti – genitori, figli, Chiesa, società civile – a sostenere, difendere e custodire la famiglia che è il nostro tesoro”.

“Mi rivolgo agli sposi – ha detto il Papa dopo la recita dell’Angelus - oggi è stata pubblicata una mia lettera: è il mio regalo di Natale per voi, un segno di vicinanza e occasione di meditazione. E’ importante riflettere sulla tenerezza di Dio. Il Signore dia agli sposi la forza di continuare il cammino intrapreso. Ci avviciniamo all’incontro mondiale delle famiglie, prepariamolo con la preghiera. E ho una preoccupazione vera: almeno qui in Italia l’inverno demografico: tanti hanno perso l’illusione di andare avanti coi figli, pensate a questo è una tragedia. L’inverno demografico va contro il nostro futuro”. Aci 26

 

 

 

Il Papa: “A essere famiglia s'impara ogni giorno, è brutto vedere a tavola ognuno attento solo al telefonino”

 

Francesco all’Angelus di Santo Stefano: «Sono preoccupato per l’inverno demografico, è una tragedia, va contro la nostra patria e il nostro futuro». E scrive una «Lettera agli sposi», messi a «dura prova» dal Covid, tra incertezza e solitudine - Domenico Agasso

 

CITTÀ DEL VATICANO. Il Pontefice è preoccupato per l’inverno demografico, che definisce una tragedia, perchè «va contro la nostra patria e il nostro futuro». Sostiene che essere famiglia s'impara ogni giorno, e va difesa sempre. E poi evidenzia come sia brutto vedere a tavola ognuno attento solo al suo telefonino. Lo afferma all’Angelus nel giorno di Santo Stefano, in cui pubblica una «Lettera agli sposi», messi a «dura prova» dal Covid, tra incertezza e solitudine.

Papa Francesco si affaccia alla finestra dello studio nel Palazzo apostolico vaticano per recitare la Preghiera mariana con i fedeli e i pellegrini riuniti in piazza San Pietro, ed esordisce ricordando che «oggi festeggiamo la Santa Famiglia di Nazaret. Dio ha scelto una famiglia umile e semplice per venire in mezzo a noi. Contempliamo la bellezza di questo mistero, sottolineando anche due aspetti concreti per le nostre famiglie».

Il primo: «La famiglia e la storia da cui proveniamo. Ognuno di noi ha la propria storia, nessuno e? nato magicamente, con la bacchetta magica, ognuno di noi ha una storia e la famiglia e? la storia da dove noi proveniamo». Il Vangelo odierno rammenta «che anche Gesu? e? figlio di una storia familiare. Lo vediamo viaggiare a Gerusalemme con Maria e Giuseppe per la Pasqua; poi fa preoccupare la mamma e il papà, che non lo trovano; ritrovato, torna a casa con loro. E? bello vedere Gesù inserito nella trama degli affetti familiari, che nasce e cresce nell’abbraccio e nelle preoccupazioni dei suoi». Questo è «importante anche per noi: proveniamo da una storia intessuta di legami d’amore e la persona che siamo oggi non nasce tanto dai beni materiali di cui abbiamo usufruito, ma dall’amore che abbiamo ricevuto dall’amore nel seno della famiglia. Forse non siamo nati in una famiglia eccezionale e senza problemi, ma è la nostra storia - ognuno deve pensare: è la mia storia - sono le nostre radici: se le tagliamo, la vita inaridisce!».

Il Signore «non ci ha creati per essere condottieri solitari, ma per camminare insieme. Ringraziamolo e preghiamolo per le nostre famiglie. Dio ci pensa e ci vuole insieme: grati, uniti, capaci di custodire le radici. E dobbiamo pensare a questo, alla propria storia».

Il secondo aspetto: «A essere famiglia si impara ogni giorno. Nel Vangelo vediamo che anche nella Santa Famiglia non va tutto bene: ci sono problemi inattesi, angosce, sofferenze. Non esiste la Santa Famiglia delle immaginette. Maria e Giuseppe perdono Gesù e angosciati lo cercano, per poi trovarlo dopo tre giorni». E quando, seduto «tra i maestri del Tempio, risponde che deve occuparsi delle cose del Padre suo, non comprendono. Hanno bisogno di tempo per imparare a conoscere il loro figlio». Così anche «per noi: ogni giorno, in famiglia, bisogna imparare ad ascoltarsi e capirsi, a camminare insieme, ad affrontare conflitti e difficoltà». È la sfida quotidiana, e «si vince con il giusto atteggiamento, con le piccole attenzioni, con gesti semplici, curando i dettagli delle nostre relazioni. E anche questo, ci aiuta tanto parlare in famiglia, parlare a tavola, il dialogo tra i genitori e i figli, il dialogo tra i fratelli, ci aiuta a vivere questa radice familiare che viene dai nonni. Il dialogo con i nonni! E come si fa questo? Guardiamo a Maria, che nel Vangelo di oggi dice a Gesù: “Tuo padre e io ti cercavamo”. Tuo padre e io, non dice io e tuo padre: prima dell’io c’è il tu!». Il Vescovo di Roma esorta a imparare questo: «Prima dell’io c’è il tu. Nella mia lingua c’è un aggettivo per la gente che prima dice l’io poi il tu: “Io, me e con me e per me e al mio profitto”. Gente che è cosè, prima l’io poi il tu. No, nella Sacra Famiglia, prima il tu e dopo l’io. Per custodire l’armonia in famiglia bisogna combattere la dittatura dell’io, quando l’io si gonfia». Secondo Francesco è pericoloso quando, «invece di ascoltarci, ci rinfacciamo gli sbagli; quando, anzichè avere gesti di cura per gli altri, ci fissiamo nei nostri bisogni; quando, invece di dialogare, ci isoliamo con il telefonino – è triste vedere a pranzo una famiglia, ognuno con il proprio telefonino senza parlarsi, ognuno parla con il telefonino; quando ci si accusa a vicenda, ripetendo sempre le solite frasi, inscenando una commedia già vista dove ognuno vuole aver ragione e alla fine cala un freddo silenzio. Quel silenzio tagliente, freddo, dopo una discussione familiare, eè brutto quello, bruttissimo!». Il Pontefice ripete un consiglio: «Alla sera, dopo tutto, fare la pace, sempre. Mai andare a dormire senza aver fatto la pace, altrimenti il giorno dopo ci saà la “guerra fredda”! E questa è pericolosa perchè incomincerà una storia di rimproveri, una storia di risentimenti. Quante volte, purtroppo, tra le mura domestiche da silenzi troppo lunghi e da egoismi non curati nascono e crescono conflitti!». A volte si arriva «persino a violenze fisiche e morali. Questo lacera l’armonia e uccide la famiglia». Bisogna dunque convertirsi «dall’io al tu. Quello che deve essere più importante nella famiglia è il tu. E ogni giorno, per favore, pregare un po’ insieme, se potete fare lo sforzo, per chiedere a Dio il dono della pace in famiglia. E impegniamoci tutti – genitori, figli, Chiesa, società civile – a sostenere, difendere e custodire la famiglia che è il nostro tesoro!». Il Papa invoca la «Vergine Maria, sposa di Giuseppe e mamma di Gesù», affinchè «protegga le nostre famiglie». 

Dopo l’Angelus, papa Francesco si rivolge «agli sposi di tutto il mondo. Oggi, nella festa della Santa Famiglia, viene pubblicata una Lettera che ho scritto pensando a voi. Vuole essere il mio regalo di Natale per voi sposi: un incoraggiamento, un segno di vicinanza e anche un’occasione di meditazione». Per il Pontefice è importante riflettere e «fare esperienza della bontà e della tenerezza di Dio che con mano paterna guida i passi degli sposi sulla via del bene. Il Signore dia a tutti gli sposi la forza e la gioia di continuare il cammino intrapreso». Jorge Mario Bergoglio desidera anche «ricordarvi che ci stiamo avvicinando all’Incontro Mondiale delle Famiglie: vi invito a prepararvi a questo evento, specialmente con la preghiera, e a viverlo nelle vostre diocesi, insieme alle altre famiglie».

E parlando della famiglia, «mi viene una preoccupazione, una preoccupazione vera, almeno qui in Italia: l’inverno demografico. Sembra che tanti hanno perso l’aspirazione di andare avanti con figli e tante coppie preferiscono rimanere senza o con un figlio soltanto. Pensate a questo, è una tragedia». Alcuni minuti prima ha visto «nel programma “A Sua immagine” come si parlava di questo problema grave, l’inverno demografico. Facciamo tutti il possibile per riprendere una coscienza, per vincere questo inverno demografico che va contro le nostre famiglie contro la nostra patria, anche contro il nostro futuro».

Poi, saluta «tutti voi». Rinnova l’augurio che «la contemplazione del Bambino Gesù, cuore e centro delle festività natalizie, possa suscitare atteggiamenti di fraternità e di condivisione nelle famiglie e nelle comunità». E per festeggiare «un po’ il Natale, farà bene fare una visita al presepe qui in piazza e ai 100 presepi che sono sotto il colonnato, anche questo ci aiuterà”.

In questi giorni «ho ricevuto tanti messaggi augurali da Roma e da altre parti del mondo. Purtroppo, non mi e? possibile rispondere a tutti, ma prego per ognuno e ringrazio specialmente per le preghiere che tanti di voi hanno promesso di fare. Pregate per me, non dimenticatevi. Grazie tante e buona festa della Santa Famiglia». Infine, «buon pranzo e arrivederci!».

Papa Francesco ha inviato la Lettera nella Festa della Santa Famiglia di Nazareth, agli sposi di tutto il mondo in occasione dell'«anno «Famiglia Amoris laetitia», indetto dal Pontefice nel quinto anniversario della pubblicazione dell'esortazione apostolica post-sinodale, che si è aperto lo scorso 19 marzo e che si concluderà il 26 giugno 2022 con il X Incontro mondiale delle Famiglie a Roma. Scrive Bergoglio: «Sempre ho tenuto presenti le famiglie nelle mie preghiere, ma ancora di più durante la pandemia, che ha messo tutti a dura prova, specialmente i più vulnerabili. Il momento che stiamo attraversando mi porta ad accostarmi con umiltà, affetto e accoglienza ad ogni persona, ad ogni coppia di sposi e ad ogni famiglia nelle situazioni che ciascuno sta sperimentando». In occasione «dell'Anno “Famiglia Amoris laetitia”, mi rivolgo a voi per esprimervi tutto il mio affetto e la mia vicinanza in questo tempo così speciale che stiamo vivendo. Anche noi abbiamo vissuto più che mai l'incertezza, la solitudine, la perdita di persone care e siamo stati spinti a uscire dalle nostre sicurezze, dai nostri spazi di “controllo”, dai nostri modi di fare le cose, dalle nostre ambizioni, per interessarci non solo al bene della nostra famiglia, ma anche a quello della società, che pure dipende dai nostri comportamenti personali».

Il Papa vuole cogliere l'occasione per «riflettere su alcune difficoltà e opportunità che le famiglie hanno vissuto in questo tempo di pandemia». Per esempio, «è aumentato il tempo per stare insieme, e questa è stata un'opportunità unica per coltivare il dialogo in famiglia. Certamente - osserva - ciò richiede uno speciale esercizio di pazienza; non è facile stare insieme tutta la giornata quando nella stessa casa bisogna lavorare, studiare, svagarsi e riposare. Non lasciatevi vincere dalla stanchezza», incoraggia il Papa; la forza «dell'amore vi renda capaci di guardare più agli altri - al coniuge, ai figli - che alla propria fatica». In questo modo, «stare insieme non sarà una penitenza bensì un rifugio in mezzo alle tempeste. Che la famiglia sia un luogo di accoglienza e di comprensione - auspica Bergoglio - Custodite nel cuore il consiglio che ho dato agli sposi con le tre parole: “permesso, grazie, scusa”. E quando sorge un conflitto, “mai finire la giornata senza fare la pace. È pur vero che, per alcune coppie - constata ancora Francesco - la convivenza a cui si sono visti costretti durante la quarantena è stata particolarmente difficile». I problemi che già esistevano si sono «aggravati, generando conflitti che in molti casi sono diventati quasi insopportabili. Tanti hanno persino vissuto la rottura di una relazione in cui si trascinava una crisi che non si è saputo o non si è potuto superare». Anche a queste persone «desidero esprimere la mia vicinanza e il mio affetto». A tale proposito, «permettetemi di rivolgere una parola ai giovani che si preparano al matrimonio. Se prima della pandemia per i fidanzati era difficile progettare un futuro essendo arduo trovare un lavoro stabile, adesso l'incertezza lavorativa è ancora più grande». Perciò il Vescovo di Roma invita «i fidanzati a non scoraggiarsi, ad avere il “coraggio creativo” che ebbe san Giuseppe, la cui memoria ho voluto onorare in questo Anno a lui dedicato. Non esitate ad appoggiarvi alle vostre famiglie e alle vostre amicizie, alla comunità ecclesiale, alla parrocchia, per vivere la futura vita coniugale e familiare imparando da coloro che sono già passati per la strada che voi state iniziando a percorrere». Il Papa invia «un saluto speciale ai nonni e alle nonne che nel periodo di isolamento si sono trovati nell'impossibilità di vedere i nipoti e di stare con loro; alle persone anziane che hanno sofferto in maniera ancora più forte la solitudine». La famiglia non può «fare a meno dei nonni, essi sono la memoria vivente dell'umanità, “questa memoria può aiutare a costruire un mondo più umano, più accogliente"».

Evidenzia il Pontefice: «Cari sposi, sappiate che i vostri figli - e specialmente i più giovani - vi osservano con attenzione e cercano in voi la testimonianza di un amore forte e affidabile. Certo - riconosce - educare i figli non è per niente facile. Ma non dimentichiamo che anche loro ci educano». Il primo ambiente educativo «rimane sempre la famiglia - sottolinea - nei piccoli gesti che sono più eloquenti delle parole». Educare è anzitutto «accompagnare i processi di crescita, essere presenti in tanti modi, così che i figli possano contare sui genitori in ogni momento. L'educatore è una persona che “genera” in senso spirituale e, soprattutto, che “si mette in gioco” ponendosi in relazione». Invoca il Papa: «Come padri e madri è importante relazionarsi con i figli a partire da un'autorità ottenuta giorno per giorno. Essi hanno bisogno di una sicurezza che li aiuti a sperimentare la fiducia in voi, nella bellezza della loro vita, nella certezza di non essere mai soli, accada quel che accada».

La coscienza dell'identità e della missione «dei laici nella Chiesa e nella società è cresciuta. Avete la missione di trasformare la società con la vostra presenza nel mondo del lavoro e di fare in modo che si tenga conto dei bisogni delle famiglie». Anche i coniugi «devono prendere l'iniziativa - spiega il Pontefice - all'interno della comunità parrocchiale e diocesana con le loro proposte e la loro creatività, perseguendo la complementarità dei carismi e delle vocazioni come espressione della comunione ecclesiale; in particolare, quella degli "sposi accanto ai pastori, per camminare con altre famiglie, per aiutare chi è più debole, per annunciare che, anche nelle difficoltà, Cristo si rende presente"». Pertanto, «vi esorto, cari sposi, a partecipare nella Chiesa, in particolare nella pastorale familiare. Perché “la corresponsabilità nei confronti della missione chiama […] gli sposi e i ministri ordinati, specialmente i vescovi, a cooperare in maniera feconda nella cura e nella custodia delle Chiese domestiche”. Ricordatevi che la famiglia è la “cellula fondamentale della società”». Il matrimonio è «realmente un progetto di costruzione della “cultura dell'incontro”». È per questo che alle famiglie spetta «la sfida di gettare ponti tra le generazioni per trasmettere i valori che costruiscono l'umanità». C'è bisogno di una «nuova creatività - aggiunge - per esprimere nelle sfide attuali i valori che ci costituiscono come popolo nelle nostre società e nella Chiesa, Popolo di Dio».

La rottura di una relazione coniugale «genera molta sofferenza per il venir meno di tante aspettative; la mancanza di comprensione provoca discussioni e ferite non facili da superare», mette in evidenza papa Francesco. Nemmeno ai figli è «risparmiato il dolore di vedere che i loro genitori non stanno più insieme». Anche in questi casi, «non smettete di cercare aiuto affinché i conflitti possano essere in qualche modo superati e non provochino ulteriori sofferenze tra voi e ai vostri figli. Non dimenticate che il perdono risana ogni ferita». Perdonarsi a vicenda è il risultato «di una decisione interiore che matura nella preghiera, nella relazione con Dio, è un dono che sgorga dalla grazia con cui Cristo riempie la coppia quando lo si lascia agire, quando ci si rivolge a Lui». LS 24

 

 

 

Papa Bergoglio alle famiglie: "Sconfiggiamo l'inverno demografico"

 

Il Papa all'Angelus sprona gli italiani a fare più figli. E definisce la denatalità "una tragedia"

 

Papa Francesco si appella agli italiani contro il calo della natalità. "Parlando della famiglia - ha detto il Pontefice all'Angelus - mi viene una preoccupazione vera, almeno qui in Italia: l'inverno demografico, sembra che tanti hanno perso l'illusione di andare avanti con figli, tante coppie preferiscono rimanere senza o con uno figlio soltanto. E' una tragedia". Soffermandosi sui giovani e sul calo demografico nel Paese, il Santo Padre ha aggiunto: "Facciamo tutto il possibile per riprendere una coscienza, per vincere questo inverno demografico che - ha sottolineato Francesco - va contro le nostre famiglie, la nostra patria e il nostro futuro".

Le radici della famiglia e il legame d'amore

"La famiglia è la storia da cui proveniamo". E' il primo aspetto che papa Francesco ha voluto sottolineare all'Angelus nell'odierna festa della Santa Famiglia di Nazaret. "Proveniamo da una storia intessuta di legami d'amore - ha osservato - e la persona che siamo oggi non nasce tanto dai beni materiali di cui abbiamo usufruito, ma dall'amore che abbiamo ricevuto, dall'amore nel seno della famiglia". "Forse non siamo nati in una famiglia eccezionale e senza problemi - ha proseguito -, ma è la nostra storia, ognuno deve pensare 'è la mia storia', sono le nostre radici: se le tagliamo, la vita inaridisce!". Secondo il Papa, "Dio non ci ha creati per essere condottieri solitari, ma per camminare insieme. Ringraziamolo e preghiamolo per le nostre famiglie. Dio ci pensa e ci vuole insieme: grati, uniti, capaci di custodire le radici".

Riscoprire lo scambio e il dialogo dal vivo

L'altro aspetto evidenziato dal Pontefice è che "a essere famiglia si impara ogni giorno". "Ogni giorno, in famiglia - ha avvertito -, bisogna imparare ad ascoltarsi e capirsi, a camminare insieme, ad affrontare conflitti e difficoltà. È la sfida quotidiana, e si vince con il giusto atteggiamento, con le piccole attenzioni, con gesti semplici, curando i dettagli delle nostre relazioni". "Ci aiuta tanto parlare in famiglia - ha detto 'a braccio' Bergoglio -, parlare a tavola, il dialogo fra i genitori e i figli, il dialogo tra fratelli, ci aiuta a vivere questa radice familiare che viene dai nonni, il dialogo coi nonni".

Basta vivere isolati con lo smartphone

Secondo Francesco, "per custodire l'armonia in famiglia bisogna combattere la dittatura dell'io. È pericoloso quando, invece di ascoltarci, ci rinfacciamo gli sbagli; quando, anziché avere gesti di cura per gli altri, ci fissiamo nei nostri bisogni; quando, invece di dialogare, ci isoliamo con il telefonino, è brutto vedere a tavola ognuno con il telefonino, che parla col telefonino; quando ci si accusa a vicenda, ripetendo sempre le solite frasi, inscenando una commedia già vista dove ognuno vuole aver ragione e alla fine cala un freddo silenzio: quel silenzio tagliente freddo, dopo una discussione. E' brutto questo". LR 26

 

 

 

 

Urbi et Orbi di Natale: “Immense tragedie passano sotto silenzio”

 

Siria, Israele, Myanmar, Etiopia, Ucraina, continente americano: le crisi del mondo viste con la lente della Santa Sede. Papa Francesco e la via del dialogo. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. A livello internazionale, c’è il rischio “di non voler dialogare”, e il rischio che “la crisi complessa induca a scegliere scorciatoie piuttosto che le strade più lunghe del dialogo”. Ma sono le strade del dialogo che conducono “alla soluzione dei conflitti e a benefici condivisi e duraturi”. Dopo che per tre volte (due Pasque e un Natale) era rimasto nella basilica, da solo contro la pandemia, Papa Francesco torna ad affacciarsi dalla loggia centrale della Basilica Vaticana per il tradizionale messaggio urbi et orbi, alla città al mondo.

Il messaggio è l’occasione per fare una panoramica della situazione del mondo, guardare a crisi e conflitti che sono prioritari per il Papa. Ma anche e soprattutto un modo per leggere tutto alla luce della speranza del Natale, specialmente in questo “tempo di pandemia” in cui “la nostra capacità di relazioni sociali è messa a dura prova”, tanto che “si rafforza la tendenza a chiudersi, a fare da sé, a rinunciare ad uscire, a incontrarsi, a fare le cose insieme”.

Per il Papa, l’unico antidoto è il dialogo. Perché – dice il Papa – “mentre risuona intorno a noi e nel mondo intero l’annuncio della nascita del Salvatore, sorgente della vera pace, vediamo ancora tanti conflitti, crisi e contraddizioni”. Conflitti che “sembrano non finire mai e quasi non ce ne accorgiamo più”, abituati a tal punto che “immense tragedie passano ormai sotto silenzio” e che “rischiamo di non sentire il grido di dolore e di disperazione di tanti nostri fratelli e sorelle”.

Lo sguardo internazionale del Papa comincia dal Medio Oriente. Prima il pensiero per il popolo siriano, “che vive da oltre un decennio una guerra che ha provocato molte vittime e un numero incalcolabile di profughi”. Quindi lo sguardo all’Iraq, che “fatica ancora a rialzarsi per un lungo conflitto”, e poi il pensiero alla guerra nello Yemen, “una immane tragedia, dimenticata da tutti”, che “da anni si sta consumando in silenzio provocando morti ogni giorno”, con un pensiero particolare per i bambini, le prime vittime.

Immancabile la citazione delle “continue tensioni tra israeliani e palestinesi, che si trascinano senza soluzione, con sempre maggiori conseguenze sociali e politiche”. E il Papa prende posizione anche con le Chiese cristiane di Terrasanta, che avevano lamentato come le restrizioni per la pandemia discriminassero i pellegrini nel loro percorso verso la Terrasanta. “Non dimentichiamoci – dice il Papa - di Betlemme, il luogo in cui Gesù ha visto la luce e che vive tempi difficili anche per i disagi economici dovuti alla pandemia, che impedisce ai pellegrini di raggiungere la Terra Santa, con effetti negativi sulla vita della popolazione”.

Sempre in quella Regione, c’è il Libano, che – ricorda Papa Francesco – “soffre una crisi senza precedenti e condizioni economiche e sociali molto preoccupanti”.

Eppure, proprio da quella Terra è venuto il Signore, Dio che si fa carne e “nel freddo della notte protende le sue piccole braccia verso di noi: ha bisogno di tutto ma viene a donarci tutto”.

Papa Francesco implora Gesù “di suscitare nei cuori di tutti aneliti di riconciliazione e di fraternità”; prega di donare “pace e concordia al Medio Oriente e al mondo intero”; supplica di sostenere “quanti sono impegnati a dare assistenza umanitaria alle popolazioni costrette a fuggire dalla loro patria”.

L’occasione della preghiera è per il Papa l’occasione di guardare ad altri scenari. Il Papa chiede al Bambino Gesù di confortare “il popolo afgano, che da oltre quarant’anni è messo a dura prova da conflitti che hanno spinto molti a lasciare il Paese”, ma anche di sostenere “il popolo del Myanmar, dove intolleranza e violenza colpiscono non di rado anche la comunità cristiana e i luoghi di culto, e oscurano il volto pacifico di quella popolazione”.

E ancora, Papa Francesco prega di “non permettere che dilaghino in Ucraina le metastasi di un conflitto incancrenito”; di assistere “l’Etiopia nel ritrovare la via della riconciliazione e della pace attraverso un confronto sincero che metta al primo posto le esigenze della popolazione.”; di ascoltare “il grido delle popolazioni della regione del Sahel, che sperimentano la violenza del terrorismo internazionale”.

Quindi, la panoramica del Papa arriva a toccare i Paesi del Nord Africa che “sono afflitti dalle divisioni, dalla disoccupazione e dalla disparità economica”, con la preghiera che siano alleviate “le sofferenze dei tanti fratelli e sorelle che soffrono per i conflitti interni in Sudan e Sud Sudan”.

Sguardo all’America, dove la richiesta del Papa è che “prevalgano nei cuori dei popoli del continente americano i valori della solidarietà, della riconciliazione e della pacifica convivenza, attraverso il dialogo, il rispetto reciproco e il riconoscimento dei diritti e dei valori culturali di tutti gli esseri umani”.

Nell’Urbi et Orbi, Papa Francesco non fa solo una disamina geopolitica, ma si sofferma anche su alcune piaghe del nostro tempo: la violenza delle donne, che “dilaga in questo tempo di pandemia”; il bullismo e gli abusi; la solitudine degli anziani; la necessità di mantenere unità nelle famiglie, “luogo primario dell’educazione e pace del tessuto sociale”; i malati, specialmente in tempo di crisi sanitaria, perché ne vengano superate le conseguenze.

Al Dio-con-noi, Papa Francesco chiede di rendere “i cuori generosi, per far giungere le cure necessarie, specialmente i vaccini, alle popolazioni più bisognose” e di “ricompensare tutti coloro che mostrano attenzione e dedizione nel prendersi cura dei familiari, degli ammalati e dei più deboli”.

Nell’urbi et orbi, anche la preghiera perché facciano ritorno “a casa ai tanti prigionieri di guerra, civili e militari, dei recenti conflitti, e a quanti sono incarcerati per ragioni politiche”. Il Papa invita il Dio Bambino a non lasciarci “indifferenti di fronte al dramma dei migranti, dei profughi e dei rifugiati”, i quali “ci chiedono di non girarci dall’altra parte, di non rinnegare l’umanità che ci accomuna, di fare nostre le loro storie e di non dimenticare i loro drammi”.

E poi, il Papa invita ad “accordi efficaci” per la cura della casa comune, affinché “le prossime generazioni possano vivere in un ambiente rispettoso della vita”.

Insomma, conclude Papa Francesco, “tante sono le difficoltà del nostro tempo, ma più forte è la speranza”, perché la Parola di Dio si è fatta infante, “capace solo di vagire e bisognoso di tutto”.

E così, conclude Papa Francesco, “ha voluto imparare a parlare, come ogni bambino, perché noi imparassimo ad ascoltare Dio, nostro Padre, ad ascoltarci tra noi e a dialogare come fratelli e sorelle. O Cristo, nato per noi, insegnaci a camminare con Te sui sentieri della pace”. Aci 25

 

 

 

L’omelia di Natale di Papa Francesco: «Basta morti sul lavoro»

 

«Nel giorno della Vita ripetiamo: basta morti sul lavoro! E impegniamoci per questo», dice Francesco celebrando la Messa della notte di Natale - di Gian Guido Vecchi

 

CITTÀ DEL VATICANO — «Nel giorno della Vita ripetiamo: basta morti sul lavoro! E impegniamoci per questo». Francesco celebra la Messa della notte di Natale all’altare della confessione della Basilica di San Pietro.

 

Nell’omelia si sofferma sulla strage che in Italia, anche quest’anno, ha già fatto oltre mille vittime, più di tre al giorno. E lo fa mentre esorta a «tornare a Betlemme», all’essenziale del Natale e della fede: «Guardiamo al presepe e vediamo che Gesù alla nascita è circondato dai piccoli, dai poveri. Chi sono? I pastori. Stavano lì per lavorare, perché erano poveri e la loro vita non aveva orari, ma dipendeva dal gregge. E Gesù nasce lì, vicino a loro, vicino ai dimenticati delle periferie. Viene dove la dignità dell’uomo è messa alla prova. Viene a nobilitare gli esclusi e si rivela anzitutto a loro: non a personaggi colti e importanti, ma a gente povera che lavorava».

 

Così «Dio stanotte viene a colmare di dignità la durezza del lavoro», riflette il Papa: «Ci ricorda quanto è importante dare dignità all’uomo con il lavoro, ma anche dare dignità al lavoro dell’uomo, perché l’uomo è signore e non schiavo del lavoro». Come l’anno scorso, quando si cominciò alle 19,30 per via del coprifuoco, anche quest’anno Francesco ha voluto anticipare la celebrazione di due ore rispetto al solito. E anche quest’anno ha scelto una citazione della poetessa Emily Dickinson, «Chi non ha trovato il Cielo quaggiù lo mancherà lassù», per dire che «Dio non cavalca la grandezza, ma si cala nella piccolezza», e «accogliere la piccolezza significa abbracciare Gesù nei piccoli di oggi, amarlo cioè negli ultimi, servirlo nei poveri: sono loro i più simili a Gesù, nato povero, ed è in loro che Lui vuole essere onorato».

 

Perciò, scandisce, «in questa notte di amore, un unico timore ci assalga: ferire l’amore di Dio, ferirlo disprezzando i poveri con la nostra indifferenza». Questa è «la sfida di Natale», prosegue il pontefice: «Dio si rivela, ma gli uomini non lo capiscono. Lui si fa piccolo agli occhi del mondo e noi continuiamo a ricercare la grandezza secondo il mondo, magari persino in nome suo».

 

E invece, «oltre le luci e le decorazioni», l’essenziale è guardare quel bambino che stanotte viene posato sulla mangiatoria di ogni presepe: «Nella sua piccolezza c’è tutto Dio. Colui che abbraccia l’universo ha bisogno di essere tenuto in braccio. La Parola eterna è infante, cioè incapace di parlare. Il Pane della vita deve essere nutrito. Il creatore del mondo è senza dimora. Oggi tutto si ribalta: Dio viene al mondo piccolo. La sua grandezza si offre nella piccolezza».

Celebrare il Natale significa «credere che Dio vuole venire nelle piccole cose della nostra vita» come anche «nella nostra piccolezza, nel nostro sentirci deboli, fragili, inadeguati, magari persino sbagliati», spiega Francesco: «Sorella, fratello, se, come a Betlemme, il buio della notte ti circonda, se avverti intorno una fredda indifferenza, se le ferite che ti porti dentro gridano: “Conti poco, non vali niente, non sarai mai amato come vuoi”, stanotte Dio risponde. Stanotte ti dice: “Ti amo così come sei. La tua piccolezza non mi spaventa, le tue fragilità non mi inquietano”».

 

L’ultimo sguardo al presepe abbraccia tutto l’orizzonte: «Guardiamo e capiamo che attorno a Gesù tutto si ricompone in unità: non ci sono solo gli ultimi, i pastori, ma anche i dotti e i ricchi, i magi. A Betlemme stanno insieme i poveri e i ricchi, chi adora come i magi e chi lavora come i pastori. Tutto si ricompone quando al centro c’è Gesù: non le nostre idee su Gesù, ma Lui, il Vivente». È a questo punto che Francesco ripete quello che forse è il principio fondamentale del suo pontificato: «Allora, cari fratelli e sorelle, torniamo a Betlemme, torniamo alle origini: all’essenzialità della fede, al primo amore, all’adorazione e alla carità».

 

Francesco ha avviato il 17 ottobre, un percorso lungo due anni che coinvolgerà tutta la diocesi del mondo, un Sinodo sulla «sinodalità», nel senso del «camminare insieme», per riportare la Chiesa, oltre il clericalismo e la ricerca del potere, all’autenticità delle origini: «Guardiamo i magi che peregrinano e come Chiesa sinodale, in cammino, andiamo a Betlemme, dove c’è Dio nell’uomo e l’uomo in Dio; dove il Signore è al primo posto e viene adorato; dove gli ultimi occupano il posto più vicino a Lui; dove pastori e magi stanno insieme in una fraternità più forte di ogni classificazione». Di qui la preghiera finale: «Dio ci conceda di essere una Chiesa adoratrice, povera e fraterna. Questo è l’essenziale. Torniamo a Betlemme». CdS 25

 

 

 

Quando il Papa torna dal viaggio apostolico “con i profughi”

 

Francesco dà il «benvenuto» pubblicamente al primo gruppo di rifugiati fatti arrivare da Cipro dopo la sua visita e affidati alla Comunità di Sant’Egidio. Come avvenne cinque anni fa da Lesbo, quando i migranti volarono sull’aereo papale – di Domenico Agasso

 

CITTÀ DEL VATICANO. Nella visita a Cipro e in Grecia «ho potuto toccare con mano ancora una volta l'umanità ferita dei migranti». Papa Francesco lo afferma alla fine dell'udienza generale odierna, l'ultima in vista del Natale, durante la quale ha anche «constatato come solo alcuni Paesi europei stiano sopportando la maggior parte delle conseguenze del fenomeno migratorio nell'area mediterranea, mentre in realtà esso richiede una responsabilità condivisa di tutti, dalla quale nessun Paese può esimersi, perché è un problema di umanità».

Il Pontefice evidenzia che «grazie alla generosa apertura delle autorità italiane, ho potuto portare a Roma un gruppo di persone, che ho conosciuto durante il mio viaggio: oggi sono qui in mezzo a noi alcuni di loro. Benvenuti!». Bergoglio spiega che «ce ne faremo carico, come Chiesa, nei prossimi mesi. È un piccolo segno, che spero serva da stimolo per gli altri Paesi europei, affinché permettano alle realtà ecclesiali locali di farsi carico di altri fratelli e sorelle che vanno urgentemente ricollocati, accompagnati, promossi e integrati». Secondo Francesco, «sono tante, infatti, le Chiese locali, le congregazioni religiose e le organizzazioni cattoliche che sono pronte ad accoglierli e accompagnarli verso una feconda integrazione». Serve «solo aprire una porta, la porta del cuore! - conclude il suo appello - Non manchiamo di farlo in questo Natale!».

Cinque giorni fa, nel giorno del suo compleanno, Jorge Mario Bergoglio ha ricevuto al Palazzo apostolico vaticano il primo gruppo di una decina di rifugiati giunti in Italia grazie a un accordo tra la Santa Sede, le Autorità italiane e quelle cipriote, come già anticipato durante il viaggio apostolico a Cipro e in Grecia. Il gruppo sarà sostenuto direttamente dal Vescovo di Roma, mentre la Comunità di Sant’Egidio si occuperà del loro inserimento in un programma di integrazione della durata di un anno. Il Papa ha accolto i rifugiati nella «Sala del Tronetto» e ha ascoltato le loro storie, e quelle del loro viaggio dal Congo Brazzaville, dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Camerun, dalla Somalia e dalla Siria. Alcuni di loro sono medici e tecnici informatici. «Ci hai salvato!», ha detto, commosso, un ragazzo congolese, rivolgendosi al Pontefice. Francesco ha rivolto loro individualmente alcune parole di benvenuto e di affetto, e li ha ringraziati della visita. Nell’augurargli «lunga vita e tanta salute» per il suo compleanno, i rifugiati hanno dato in dono al Papa un quadro di un rifugiato afgano, raffigurante il tentativo dì attraversare il Mediterraneo da parte di alcuni migranti. Papa Francesco si è informato su un bambino incontrato nel campo di Mavrovouni, a Lesbo, che sarebbe giunto in Italia nei giorni successivi insieme alla famiglia per curarsi; dopo una foto insieme, ha salutato il gruppo e chiesto a tutti di pregare per lui.

E questa mattina, al termine dell'udienza generale, Francesco ha salutato il bambino, insieme alla sua famiglia, afghani di etnia tagika, arrivata lunedì. Ha un anno e mezzo Amir Ali. Viveva nel campo profughi di Mavrovouni a Lesbo. Francesco lo rivede stamane nell'«Aula Paolo VI», al termine dell'udienza generale. Per il piccolo sono già pronte le documentazioni per la degenza all'ospedale pediatrico Bambino Gesù dove viene ricoverato per un intervento finalizzato a risolvere la malformazione del palato con la quale è nato. Amir è diventato così un emblema di quell’«umanità ferita» - di quella «piaga» dell’umanità - che il Vescovo di Roma cerca continuamente di mettere al centro dell’attenzione della Comunità internazionale e di sostenere in tutti i modi. Ora sta facendo in modo che arrivino in Italia cinquanta profughi nei prossimi due mesi.

Il primo gruppo di 12 da Cipro ora è sbarcato. 

Già cinque anni fa Francesco portò con sé a Roma, in Vaticano, dodici profughi approdati nell’isola di Lesbo. Erano addirittura saliti sull’aereo papale nel viaggio di ritorno, e furono ospitati dalla Comunità di Sant’Egidio.

Si trattava di tre famiglie musulmane ospitate nel campo all’aperto di Kara Tepe, scelte in modo casuale.

Padre Federico Lombardi, allora direttore della Sala stampa della Santa sede, spiegò: «Il Papa ha voluto fare un gesto di accoglienza nei confronti dei rifugiati accompagnando a Roma con il suo stesso aereo tre famiglie di rifugiati dalla Siria, 12 persone in tutto, di cui sei minori. Si tratta di persone che erano già presenti nei campi di accoglienza di Lesvos prima dell’accordo fra Unione Europea e Turchia».

L’iniziativa di Bergoglio «è stata realizzata tramite una trattativa della Segreteria di Stato con le autorità competenti greche e italiane».

Tutti i membri «delle tre famiglie sono musulmani. Due famiglie vengono da Damasco, una da Deir Azzor (nella zona occupata dal Daesh). Le loro case sono state bombardate. L’accoglienza e il mantenimento delle tre famiglie saranno a carico del Vaticano». LS 22

 

 

 

Papa Francesco: "Rispettare i diritti dei lavoratori"

 

Il Papa incontri i dipendenti della Santa Sede e del Governatorato per gli auguri di Natale. Di Marco Mancini

 

CITTÀ DEL VATICANO. Dopo gli auguri natalizi alla Curia, Papa Francesco ha incontrato come sempre i dipendenti della Santa Sede e del Governatorato.

Gesù - ha esordito il Papa - nasce "nell'amore. Lì nasce Dio, nasce dove l’amore si fa concreto, si fa vicinanza, si fa tenerezza, si fa compassione. Lì c’è Dio".

Francesco ha colto l'occasione per ribadire l'importanza - soprattutto a Natale - della vicinanza agli anziani.

Rivolgendosi alle famiglie, il Papa ha detto di pregare "perché chi ne ha più bisogno riceva il dono della serenità, personale e familiare. La pandemia ha causato molti problemi alle famiglie, problemi sia economici, sia psicologici", con riferimento specialmente ai giovani.

"Per quanto riguarda il lavoro - ha proseguito - abbiamo cercato di garantire l’occupazione; ci siamo impegnati a non lasciare nessuno senza lavoro. So che c’è stato qualche problema; spero che si possano trovare soluzioni soddisfacenti attraverso il dialogo, cercando di venirsi incontro, sempre nel rispetto dei diritti dei lavoratori e del bene comune".

Poi il riferimento a San Giuseppe e all'Anno dedicato allo sposo di Maria. "A lui potete affidare certe situazioni un po’ complicate, in cui ci si accorge che le nostre forze non bastano, che non ci sono soluzioni a portata di mano. Allora potete rivolgervi a San Giuseppe, nella preghiera. Lui è uno di poche parole – nel Vangelo non parla mai – ma di molti fatti. Un uomo che ascolta la volontà di Dio e la mette in pratica, senza tentennamenti".

I sogni di San Giuseppe - ha concluso il Papa - "non erano fantasie, allucinazioni, al contrario, erano messaggi ben aderenti alla realtà, destinati a guidare il cammino della Santa Famiglia. Erano la manifestazione della Provvidenza di Dio". Aci 23

 

 

 

Messaggio Giornata mondiale della pace

 

Papa Francesco: “Promuovere in tutto il mondo lavoro dignitoso”

Il Papa ha dedicato il Messaggio per la Giornata mondiale della pace, che si celebra il 1° gennaio 2022, alle tre vie per "dare vita a un patto sociale": dialogo fra le generazioni, educazione e lavoro. No a "indifferenza egoista e protesta violenta", per uscire dalla crisi da Covid-19 serve "patto educativo globale" e "lavoro dignitoso" per tutti, in particolare per i migranti. Appello per "disarmo internazionale" e "politica sana". Omaggio ai giovani che lottano per il creato. Di M. Michela Nicolais

 

Dialogo fra le generazioni, educazione e lavoro: sono le tre vie per “dare vita ad un patto sociale, senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente”. Lo spiega il Papa, nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace, che si celebra il 1° gennaio prossimo. “Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale”, il primo quadro tratteggiato da Francesco, secondo il quale

“c’è una ‘architettura’ della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un ‘artigianato’ della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona”. “Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico”, il primo appello: “a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati”.

“Tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo”, la ricetta per uscire dalla pandemia, “crisi certamente dolorosa” ma nella quale “può esprimersi anche il meglio delle persone”, come dimostrano le numerose “testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà” che provengono da ogni parte del mondo. “Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme”, spiega il Papa tornando su un tema a lui caro: “Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro”. È proprio il dialogo intergenerazionale, per Bergoglio, “la forza motrice di

una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente ‘con rattoppi o soluzioni veloci’, ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili”.

“Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?”, si chiede Francesco affrontando il tema della cura della nostra casa comune. Di qui l’incoraggiamento ai “tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia”.

“È opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti”. Nel Messaggio il Papa torna ad affermare che “il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via”.

“Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti”, denuncia Francesco: “Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della ‘guerra fredda’, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante”.

Per invertire la rotta, è “necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature”. “Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente”, aggiunge il Papa. La parte finale del messaggio è dedicata alla questione del lavoro, che la pandemia da Covid-19 ha ulteriormente aggravato: “Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici”. Senza contare le “prospettive drammatiche” che si trovano di fronte i giovani in cerca di lavoro e i disoccupati.

“In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante”, denuncia Francesco: “Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga”. “È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato”, l’appello di Francesco: su questo aspetto, per il Papa, “la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa”. Sir 21

 

 

 

Tre vie per la pace

 

Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2022, Papa Francesco indica il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro come le tre vie per la pace. Di Andrea Gagliarducci

 

CITTÀ DEL VATICANO. Nel messaggio per la Giornata Mondiale per la Pace del 2022, Papa Francesco rinnova l’invito ad una alleanza tra le generazioni; rilancia l’idea di un “nuovo paradigma culturale”, che è alla base del Patto Educativo Globale lanciato da Papa Francesco ormai due anni fa; sottolinea che “il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace”.

Sono queste le tre vie di Papa Francesco per la pace, sottolineate in un messaggio breve, ma denso di riferimenti, che ha come tema “Educazione, lavoro, dialogo tra le generazioni: strumenti per edificare una pace duratura”. Consegnato in anteprima al presidente italiano Sergio Mattarella, dal Papa il 16 dicembre per la sua visita di congedo prima del suo mandato, il messaggio contiene anche degli appelli precisi ai governanti soprattutto sul tema del lavoro, e ribadisce alcuni dei temi che, in realtà, il Papa ha già sviluppato ampiamente nel corso di vari discorsi: dalla cultura della cura alla necessità di tagliare gli investimenti sulle armi per promuovere quelli sull’educazione; fino all’allarme per i lavoratori dell’economia informale messi a dura prova dalla pandemia (a loro il Papa ha dedicato un messaggio di Pasqua destinato ai movimenti popolari nel 2020) e all’appello per il rispetto dei diritti dei lavoratori.

Il messaggio parte dalla constatazione che San Paolo VI aveva chiamato la pace “con il nuovo nome di sviluppo integrale”, e che comunque il cammino della pace “rimane purtroppo ormai lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne, e, dunque, della famiglia umana, che ormai è del tutto interconnessa”.

Papa Francesco sottolinea che “la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso”, perché “c’è una architettura della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società”, e c’è un “artigianato della pace, che coinvolge ognuno di noi in prima persona”.

La prima via, dunque, è il dialogo tra le generazioni. Un dialogo che esige “una fiducia di base tra gli interlocutori”, di cui ci si deve “riappropriare” di fronte ad una crisi, quella della pandemia, che “ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su stessi”.

Nota Papa Francesco: “Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza”, perché “le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria, gli anziani, e quelli che portano avanti la storia, i giovani”.

Da questo dialogo si deve trovare “la forza motrice di una politica sana”, rimanendo radicati nel presente, ma anche frequentare passato e futuro, perché “senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?” Immancabile, tra i temi di dialogo, anche la cura della casa comune.

La seconda via è promuovere l’educazione e l’istruzione, aree che hanno visto sempre meno risorse perché “considerate spese invece che investimenti”, a tutto vantaggio delle spese militari “che sono aumentate”.

Il Papa allora ritiene “opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano una inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti”, anche perché un “reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare benefici allo sviluppo di popoli e nazioni”.

Papa Francesco chiede inoltre che “all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura”, secondo quella idea di forgiare “un nuovo paradigma globale” alla base del Global Compact per l’Educazione promosso da Papa Francesco, che nelle sue intenzioni deve promuovere “l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, sviluppo e sostenibilità”.

La terza via per la pace è, per Papa Francesco, il lavoro. Considerato indispensabile per la pace, è messo a rischio – si legge nel messaggio – dalla pandemia, che ha avuto un particolare impatto “sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti”, perché molti di loro “non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero”, e vivono così “in condizioni molto precarie”, esposti a “varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga”, mentre è solo un terzo della popolazione del mondo che “gode di un sistema di protezione sociale”, e in molti Paesi “crescono violenza e comunità organizzata”.

Papa Francesco chiede di non cercare sempre di sostituire il lavoro umano con il progresso tecnologico, e sottolinea che “è più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato”, accogliendo, stimolando e sostenendo “le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali”.

Realtà che sono chiamate ad essere “luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando a loro volta alla costruzione della pace”, mentre alla politica è richiesto “di svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale”, trovando giusti orientamenti nella Dottrina Sociale della Chiesa.

Questo è l'ottavo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace firmato da Papa Francesco. Istituita da Paolo VI nel 1968, la Giornata si celebra l'1 gennaio di ogni anno. Il messaggio è donato dal Papa ai capi di Stato e di governo che gli fanno visita, e viene inviato alle cancellerie di tutto il mondo.

I temi dei messaggi di Papa Francesco sono stati su fraternità, lotta alla schiavitù, lotta all'indifferenza, non violenza, buona politica, migranti e rifugiati e dialogo, riconciliazione e conversione ecologica. Aci 21

 

 

 

Da noi, un Natale... afgano

 

Tra qualche giorno, qui a Loreto, come da voi, sarà Natale. Vivremo, ancora una volta, la gioia di vedere Dio arrivare e nascere tra di noi. Tra pecore e pastori. Tra umili e potenti del mondo. Tra sofferenze e speranze degli uomini. Di milioni di migranti...

In verità, qui è già arrivato. Viene dall’Afganistan e dal Pakistan. Porta il nome di Muhammad, di Omer e Asad: tre giovani sui vent'anni. Con il loro sguardo dolce e impaurito, la loro timidezza, le incertezze e la loro grande forza interiore. Abitano a pochi passi da noi, da qualche mese sono diventati nostri vicini di casa. Al mattino, infagottati per il freddo, li vedi partire per prendere il bus e andare a Osimo, a 15 km. , alla scuola per stranieri, dove imparano la nostra lingua. Sognano di vivere qui per sempre. Di ricostruire la loro vita in Italia. L’altro giorno li abbiamo invitati a pranzo: una vera scoperta per loro. Ma soprattutto per noi: sentire così la loro storia, la perdita di papà e mamma per due di loro, il loro viaggio infinito, le ferite e le speranze, cucite ben strette sotto la loro pelle. Domenica scorsa, Asad, musulmano, 20 anni, ha voluto venire alla Messa con me. Alla fine, al microfono, se vedeste con che emozione enumerava lentamente i sette Paesi attraversati a piedi, per mesi, dall'Afganistan: Iran, Turchia, Grecia, Serbia, Bosnia... Camminando sempre di notte, per paura delle diverse polizie. Mentre agitava in aria sette dita, l'assemblea commossa gli faceva un bell' applauso, come a un combattente per la libertà! In cuor mio dicevo: "Ma questo è proprio il Cristo che bussa alla nostra porta, al nostro cuore, con quelle parole di Vangelo: Ero straniero e mi avete accolto!" E ci supplica di uscire dalla nostra immensa indifferenza per il mondo e le sue tragedie... 

Qualche volta portiamo loro dei lavoretti manuali, semplici da fare, nascondendovi sotto del cioccolato, dei dolci o qualche soldino… Li vedi, allora, mettersi all'opera tutti e tre insieme: in poco tempo la cosa è fatta! A Natale, anche se musulmani, verranno in chiesa con noi. Alla fine, si presenteranno, faranno gli auguri con il loro italiano stentato, distribuendo dei regalini ad ognuno. Tutte le sere febbrilmente li stanno confezionando, aggiungendovi un augurio originale in pashtu, la loro lingua, quasi un saluto di nostalgia alla loro terra perduta.

 

Per la gente, stranamente, sarà come l'arrivo oggi dei Re Magi. Vengono da molto lontano. Inseguono una stella, una vita degna di essere vissuta. Si perdono come loro tra i meandri del cammino e delle sue interminabili sorprese. Aprono i loro tesori: la loro giovinezza, la sete di dignità, la loro voglia di vivere. Come i Magi, forse, scoprono l'accoglienza, il calore e la fraternità di Betlemme… in fondo, il vero miracolo di Dio! Se dalla vostra tavola natalizia qualche briciola sarà per loro (o per qualche straniero che incontrate), allora questo miracolo sarete voi stessi a farlo. Tutti e tre vi diranno un «grazie di cuore». Christmas Mubarak! Buon Natale! Renato Zilio, de.it.press 21

 

 

 

 

Koalition darf Lebensschutz nicht aufweichen

 

Die katholische Kirche in Deutschland kritisiert Pläne der neuen Bundesregierung für eine Lockerung der Abtreibungsregeln. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, und Caritas-Präsidentin Eva Welskop-Deffaa warnten am Samstag davor, die geltenden Gesetze aufzuweichen.

Bischof Georg Bätzing schrieb in der „Süddeutschen Zeitung“ (Samstag), die beabsichtigten Änderungen nähmen den Schutz des ungeborenen Lebens zurück und könnten „nicht für sich in Anspruch nehmen, fortschrittlich und modern zu sein“. Die bestehenden Standards für den Lebensschutz seien keine Restbestände einer verkrusteten Gesellschaft, betont der Limburger Bischof mit Blick auf die Ankündigung der Ampelkoalition, mehr Fortschritt zu wagen. Vielmehr seien sie der Ausweis für eine umsichtige und verantwortungsvolle Gesellschaft.

Bätzing äußerte sich kritisch zu mehreren Projekten des Koalitionsvertrags von SPD, Grünen und FDP. Mit Blick auf den Paragrafen 218 des deutschen Strafgesetzbuchs über den Schwangerschaftsabbruch schrieb der Bischofskonferenz-Vorsitzende, die Kirche habe nie ein Hehl daraus gemacht, dass ihr der Schutz des ungeborenen Kindes nicht weit genug gehe. Die bestehende Regelung sei nach harten Konflikten ausgehandelt worden. „Diesen seit einigen Jahrzehnten bestehenden Kompromiss nun aber aufzuschnüren, bedeutet, den gesellschaftlichen Aushandlungsprozess erneut zu führen.“

Bätzing verwies darauf, dass das deutsche Bundesverfassungsgericht den Spielraum des Gesetzgebers begrenzt habe: „Der Staat hat eine Schutzpflicht für das ungeborene Leben.“ Der Limburger Bischof plädiert ferner dafür, das umstrittene Werbeverbot für Abtreibungen beizubehalten. Es trage zu einer objektiven und seriösen Beratung und Information bei. „Dem würde entgegenstehen, wenn der Schwangerschaftsabbruch in jeder Form angeboten und beworben werden darf“, betonte der Vorsitzende der Bischofskonferenz.

Mit Blick auf die Konfliktberatung kritisierte Bätzing die im Koalitionsvertrag vorgesehene Einführung der Online-Beratung. Eine „persönliche Beratung in Präsenz“ werde der schwierigen Situation der Frauen viel stärker gerecht. „Die Konfliktberatung darf nicht den Charakter einer Formalie annehmen, die sich online abhandeln lässt.“

Grundsätzlich wandte sich der Bischof gegen die Absicht der Ampelkoalition, eine „Kommission zur reproduktiven Selbstbestimmung und Fortpflanzungsmedizin“ einzusetzen und in ihr unter anderem zu prüfen, ob die Regulierung des Schwangerschaftsabbruchs außerhalb des Strafgesetzbuchs möglich sei. „Wir halten eine solche außerstrafrechtliche Regelung mit Blick auf den Schutz des Lebens für unzureichend“, schrieb Bätzing. Die Verortung des Schwangerschaftsabbruchs im Koalitionsvertrag unter der Zwischenüberschrift „Reproduktive Selbstbestimmung“ deute „auf eine problematische Verschiebung“ hin.

Gegen Abschaffung des Werbeverbots für Abtreibungen

Auch die deutsche Caritas-Präsidentin Eva Welskop-Deffaa sprach sich gegen die Abschaffung des Werbeverbotes für Abtreibungen aus. Der „Neuen Osnabrücker Zeitung“ (Samstag) sagte sie: „In der letzten Legislaturperiode wurde dazu eine neue Regelung geschaffen. Listen mit Arztpraxen, die diese Leistung anbieten, sind mittlerweile im Internet abrufbar. Aus meiner Sicht reicht das.“

Die Caritas-Präsidentin fügte hinzu: „Ich habe miterlebt, wie der Kompromiss zum Paragrafen 218 errungen wurde. Die Forderung nach Streichung des Paragrafen 219a StGB stellt diesen mühsam erreichten Kompromiss infrage. Ich bin dafür, vorsichtig damit umzugehen.“

Das Werbeverbot für Abtreibungen, der Paragraf 219a im Strafgesetzbuch, untersagt das Anbieten, Ankündigen oder Anpreisen von Schwangerschaftsabbrüchen aus finanziellem Vorteil heraus oder wenn dies in grob anstößiger Weise geschieht. Damit soll auch sichergestellt werden, dass Abtreibung nicht als normale Dienstleistung angesehen wird. SPD, Grüne und FDP hatten sich in ihrem Koalitionsvertrag darauf verständigt, den Paragrafen zu streichen. (kna 8)

 

 

 

Papst Franziskus: Die Sehnsucht nach Gott neu entzünden

 

Es ist so etwas wie ein zweites Weihnachtsfest: „Erscheinung des Herrn“, im Volksmund gern auch Hochfest der Heiligen Drei Könige genannt. Papst Franziskus hat dazu an diesem Donnerstag eine große Messe im Petersdom zelebriert. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Der 6. Januar erinnert Katholiken gleich an drei große Momente im Leben Jesu: die Anbetung der Weisen, die Taufe Jesu und die Hochzeit zu Kana. Außerdem werden an diesem Tag die Daten der „beweglichen“ Festtage im Lauf des liturgischen Jahres angekündigt – ein feierlicher Gesang, der auf das vierte Jahrhundert zurückgeht.

Doch es ist die Erzählung von der Anbetung Jesu durch Weise aus dem Morgenland, die dieses Hochfest spirituell am stärksten auflädt. „Adeste, fideles“, „Kommt lasset uns anbeten“, sangen die Teilnehmer der Messfeier beim Einzug des Papstes. 21 Kardinäle, dazu viele Bischöfe und Priester konzelebrierten unter der imposanten Kuppel des Michelangelo.

Papst zitiert van Gogh

In seiner Predigt, die er konzentriert und eindringlich vortrug, rief Franziskus die Zuhörenden dazu auf, sich von der Unruhe der Sterndeuter aus dem Osten, von denen das Matthäusevangelium berichtet, anstecken zu lassen. Männer der Sehnsucht seien die Sterndeuter gewesen.

„Betrachten wir dies. Sich sehnen bedeutet, das Feuer lebendig zu halten, das in uns brennt und uns dazu drängt, über das Unmittelbare, das Sichtbare hinauszugehen. Es bedeutet, das Leben als ein Geheimnis, das uns übersteigt, anzunehmen, wie einen immer offenen Spalt, der uns einlädt, weiter zu blicken... Es ist wie eine weiße Leinwand, die der Farbe bedarf. Ausgerechnet ein großer Maler, Van Gogh, schrieb, dass das Bedürfnis nach Gott ihn dazu antrieb, nachts hinauszugehen, um die Sterne zu malen (vgl. Brief an Theo, 9. Mai 1889).“

„Wir sind das, wonach wir uns sehnen“

Franziskus wagte sich in diesem Zusammenhang sogar an eine Definition des Menschen: „Wir sind das, wonach wir uns sehnen“. Ohne Sehnsucht fehle es der Reise unseres Lebens an innerem Schwung.

„Es tut uns gut, uns zu fragen: Wo stehen wir auf der Reise des Glaubens? Sind wir nicht schon viel zu lange stehen geblieben und haben uns in einer konventionellen, äußeren, formalen Religion zur Ruhe gesetzt, die das Herz nicht mehr erwärmt und das Leben nicht verändert? Lösen unsere Worte und Bräuche in den Herzen der Menschen den Wunsch aus, sich auf Gott zuzubewegen, oder sind sie eine ‚tote Sprache‘, die nur von und zu sich selbst spricht?“

Wenn das Verlangen verdunstet

Die Krise des Glaubens bei den Menschen wie in den Gesellschaften habe etwas mit dem „Schwund der Sehnsucht nach Gott“ zu tun, mit „Müdigkeit des Geistes“.

„Wir haben uns zu sehr über die Karten der Erde gebeugt und vergessen, unseren Blick zum Himmel zu erheben; wir sind von vielen Dingen gesättigt, aber wir entbehren der Sehnsucht nach dem, was uns fehlt. Wir sind auf unsere Bedürfnisse fixiert, auf das, was wir essen und was wir anziehen sollen (vgl. Mt 6,25), und lassen das Verlangen nach dem, was darüber hinausgeht, verdunsten.“

„Der Glaube ist keine Rüstung, die uns eingipst“

Nach dieser bedrückenden Diagnose – er sprach auch von einer „Bulimie“ vieler geistlicher Gemeinschaften – schlug Franziskus einen anderen Ton an und warb für einen Neuaufbruch im Glauben. Wer die Sehnsucht in sich wachhalte, der könne sich neu „auf das Abenteuer einer lebendigen und starken Beziehung zu Gott einlassen“. Der Glaube sei „keine Rüstung, die uns eingipst, sondern eine faszinierende Reise“. Bei dieser ständigen Bewegung auf Gott zu dürfe man unangenehmen Fragen nicht ausweichen und keine Angst vor „neuen Wegen“ und der Kreativität des Heiligen Geistes haben.

Warten auf den neuen Aufschwung zum Himmel

„Das ist auch eine der Aufgaben der Synode, die wir begonnen haben: im Hören gemeinsam zu gehen, damit der Geist uns neue Wege eingibt, Wege, um das Evangelium in die Herzen derer zu bringen, die gleichgültig sind, die fernstehend sind, die die Hoffnung verloren haben, aber nach dem suchen, was die Sterndeuter gefunden haben, ‚eine sehr große Freude‘ (Mt 2,10).“

Die Welt erwarte von den Gläubigen „einen neuen Aufschwung zum Himmel“. „Erheben wir unser Haupt wie die Sterndeuter, hören wir auf die Sehnsucht des Herzens, folgen wir dem Stern, den Gott über uns leuchten lässt. Bleiben wir als unruhig Suchende offen für die Überraschungen Gottes. Träumen wir, suchen wir, beten wir an!“ (vn 6)

 

 

 

Papst: Migrantenpastoral nicht vernachlässigen

 

Papst Franziskus betont, wie wichtig Seelsorge für Migranten ist. Die Anwesenheit von Gläubigen verschiedener Nationalitäten bereichere immer häufiger „das Gesicht der Pfarrgemeinden" und mache sie „universeller und katholischer", heißt es in der Botschaft des Papstes zum Weltmissionssonntag im Oktober. Der Vatikan veröffentlichte das Dokument diesen Donnerstag zum Hochfest Erscheinung des Herrn. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

 

Aufgrund von religiöser Verfolgung, Krieg und Gewalt seien viele Christen gezwungen, aus ihrer Heimat in andere Länder zu fliehen, errinnert Franziskus in dem sechsseitigen Schreiben, das mit dem Zitat „Ihr werdet meine Zeugen sein" aus der Apostelgeschichte (Apg 1,8) überschrieben ist. 

„Wir sind diesen Brüdern und Schwestern dankbar, die sich dem Leiden nicht verschließen, sondern in den Ländern, die sie aufnehmen, Zeugnis von Christus und der Liebe Gottes ablegen", betont das Kirchenoberhaupt. Unter Punkt 2 seines Schreibens - überschrieben „Bis an die Grenzen der Erde - Die immerwährende Aktualität einer Sendung zur weltweiten Evangelisierung" - verdeutlicht der Papst, dass es um eine Kirche geht, die „im Aufbruch ist, um ihre Berufung zu erfüllen, von Christus, dem Herrn, Zeugnis abzulegen, geleitet von der göttlichen Vorsehung durch die konkreten Umstände des Lebens." In diesem Zusammenhang betont er auch:

„Die Migrantenpastoral ist eine nicht zu vernachlässigende missionarische Tätigkeit, die auch den einheimischen Gläubigen helfen kann, die Freude am christlichen Glauben, den sie empfangen haben, wiederzuentdecken“

 „Die Migrantenpastoral ist eine nicht zu vernachlässigende missionarische Tätigkeit, die auch den einheimischen Gläubigen helfen kann, die Freude am christlichen Glauben, den sie empfangen haben, wiederzuentdecken."

Doch auch in der heutigen Zeit gebe es noch Orte, an die der christliche Glaube noch nicht vorgedrungen sei. Das meint Franziskus sowohl geographisch wie auch im übertragenen Sinne:

„Die Kirche Christi war, ist und wird immer ,im Aufbruch` sein zu neuen geographischen, sozialen und existentiellen Horizonten“

 „Die Kirche Christi war, ist und wird immer ,im Aufbruch' sein zu neuen geographischen, sozialen und existentiellen Horizonten, um auf ,Grenzbereiche' und menschliche Situationen zugehen, um von Christus und seiner Liebe zu allen Männern und Frauen aller Völker, Kulturen und sozialen Schichten Zeugnis abzulegen. In diesem Sinne wird die Mission immer auch missio ad gentes sein, wie uns das Zweite Vatikanische Konzil gelehrt hat, denn die Kirche wird immer über ihre eigenen Grenzen hinausgehen müssen, um die Liebe Christi für alle zu bezeugen."

Neben dem Hinausgehen bis an die Grenzen weist Papst Franziskus in seiner Botschaft zum Missionssonntag 2022 noch auf zwei weitere Aspekte genauer hin: Punkt 1 („Ihr werdet meine Zeugen sein") widmet sich dem Titelzitat des Schreibens und betont, dass alle Christen gerufen sind, sowohl durch Worte als auch durch ihr Leben und möglichst gemeinsam ihren Glauben zu bezeugen und weiterzuverbreiten:

„Bei der Evangelisierung gehören also das Beispiel des christlichen Lebens und die Verkündigung Christi zusammen“

 „Bei der Evangelisierung gehören also das Beispiel des christlichen Lebens und die Verkündigung Christi zusammen. Das eine dient dem anderen. Sie sind die beiden Lungenflügel, mit denen jede Gemeinschaft atmen muss, um missionarisch zu sein. Dieses vollständige, konsequente und freudige Zeugnis für Christus wird sicherlich auch im dritten Jahrtausend die Anziehungskraft für das Wachstum der Kirche sein. Ich fordere daher alle auf, den Mut, die Offenheit und die parrhesia der ersten Christen wiederzugewinnen, um in Wort und Tat und in allen Lebensbereichen Zeugnis für Christus abzulegen." Erneut erteilt der Papst zugleich dem Abwerben Andersgläubiger, dem Proselytentum - eine Absage.

Wichtig ist für Papst Franziskus außerdem, dass man nicht selbst im Vordergrund steht:

Es geht nicht darum, sich zur Schau zu stellen

 „Die Missionare Christi werden nicht ausgesandt, um sich selbst mitzuteilen, um ihre Qualitäten und Überzeugungskraft oder ihre Fähigkeiten als Manager zur Schau zu stellen. Sie haben vielmehr die höchste Ehre, Christus in Wort und Tat vorzustellen und allen die Frohbotschaft seines Heils mit Freude und Offenheit zu verkünden, so wie die ersten Apostel."

Punkt 3 lautet „Ihr werdet Kraft empfangen vom Heiligen Geist - Lasst euch immer vom Geist stärken und leiten". In diesem Teil führt Papst Franziskus aus, dass ohne das Wirken des Heiligen Geistes nichts geht. 

Ohne den Heiligen Geist geht nichts

„Gerade wenn wir uns müde, unmotiviert und verloren fühlen, sollten wir daran denken, uns im Gebet an den Heiligen Geist zu wenden, der - das möchte ich noch einmal betonen - eine grundlegende Rolle im missionarischen Leben spielt, um uns von ihm erfrischen und stärken zu lassen, der göttlichen, unerschöpflichen Quelle neuer Energie und der Freude, das Leben Christi mit anderen zu teilen."

Mehrere Jubiläen

In seiner Botschaft zum Weltmissionssonntag würdigt Franziskus zudem mehrere aktuelle Jubiläen: Die Gründung der Kongregation de propaganda fide vor genau 400 Jahren, und vor genau 200 Jahren die Gründung des Werks für die Glaubensverbreitung (dessen Gründerin Pauline Jaricot soll auch dieses Jahr selig gesprochen werden). Das von ihr gegründete Werk, das  Kindermissionswerk und das Missionswerk des Heiligen Apostels Petrus wurden zudem alle vor genau einhundert Jahren als „päpstlich“ anerkannt. Der selige Paolo Manna, der vor 150 Jahren geboren wurde, gründete zudem die heutige Päpstliche Missionsunion, um Priester, Ordensmänner und -frauen und das gesamte Volk Gottes für die Mission zu sensibilisieren und zu animieren.

Weltmissionssonntag

Der Sonntag der Weltmission wird seit 1926 jährlich begangen. Termin ist der dritte Sonntag im Oktober - in Deutschland der vierte. (vn 6) 

 

 

 

Bundeskanzler Scholz empfängt erstmals Sternsinger

 

Bundeskanzler Olaf Scholz (SPD) hat erstmals die Sternsinger empfangen. Vier als Heilige Drei Könige verkleidete Jugendliche brachten am Mittwoch ihren Segen in das Kanzleramt. Die Mädchen und Jungen kamen aus Wolfsburg im Bistum Hildesheim und waren stellvertretend für alle Sternsinger angereist, die sich bundesweit um den Jahreswechsel am Dreikönigssingen beteiligen.

Seit Kanzler Helmut Kohl die Sternsinger 1984 erstmals empfing, kommen sie jedes Jahr ins Kanzleramt. Rund um den Dreikönigstag am 6. Januar ziehen in ganz Deutschland Sternsinger von Haus zu Haus, schreiben den Segen „Christus mansionem benedicat" für „Christus segne dieses Haus" an die Türen und sammeln Spenden für Kinder weltweit.

Zentral eröffnet wird die Aktion Dreikönigssingen am Donnerstag in Regensburg. Sie steht dieses Mal unter dem Motto „Gesund werden - gesund bleiben. Ein Kinderrecht weltweit" und macht auf die Gesundheitsversorgung von Kindern in Afrika aufmerksamen.

Laut Kindermissionswerk ist das Sternsingen die weltweit größte Solidaritätsaktion von Kindern für Kinder. Seit 1959 wurden rund 1,23 Milliarden Euro für mehr als 76.500 Projekte in Asien, Ozeanien, Afrika, Lateinamerika und Osteuropa gesammelt. Träger in Deutschland sind das Kindermissionswerk „Die Sternsinger" und der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ). (kna 5)

 

 

 

Generalaudienz: Papst ermuntert Paare zu Kindern

 

Vor einem „demografischen Winter“ in den überalterten Gesellschaften Europas hat Papst Franziskus an Weihnachten gewarnt. An diesem Mittwoch legte er nach: „Unsere Zivilisation ist ein wenig verwaist“, sagte er bei seiner Generalaudienz. Stefan von Kempis –

 

Vatikanstadt. Es war die erste Generalaudienz im neuen Jahr – und sie wurde durch den Auftritt eines Zirkus ein wenig aufgelockert. Auch kleine Kinder hüpften und tanzten dabei vor dem Papst, und der freute sich sichtlich darüber. Für Gesellschaften, in denen Kinder fast gar nicht mehr vorkommen, hat Franziskus nicht viel übrig, das machte er in seiner Katechese klar.

„Viele, viele Paare haben keine Kinder, weil sie nicht wollen, oder sie haben eines und nicht mehr - aber sie haben zwei Hunde, zwei Katzen ... Ja, Hunde und Katzen ersetzen Kinder. Das bringt einen zum Lachen, das verstehe ich, aber es ist die Realität!“

„Diese Verleugnung der Vater- und Mutterschaft setzt uns herab“

Zum Lachen ist dem Papst, der aus einer kinderreichen Familie kommt (von insgesamt fünf Kindern ist aber außer ihm nur noch eine Schwester am Leben), beim Thema ‚Mut zum Kind‘ eher nicht zumute.

„Diese Verleugnung der Vater- und Mutterschaft setzt uns herab, nimmt uns die Menschlichkeit. Und so wird die Gesellschaft älter und unmenschlicher, weil der Reichtum der Vaterschaft und der Mutterschaft verloren geht. Und das Vaterland leidet, weil es keine Kinder hat. Wie einer mal etwas humorvoll sagte: Und wer zahlt jetzt die Steuern für meine Rente, wenn es keine Kinder gibt? - Er lachte dabei, aber es ist die Wahrheit. Wer wird sich um mich kümmern?“

St. Josef und der Kinderwunsch

Die Katechese des Papstes galt auch an diesem Mittwoch eigentlich dem heiligen Josef, dem Ziehvater Jesu – dem Mann also, der für den menschgewordenen Sohn Gottes Verantwortung übernommen hat.

„Ich bitte den heiligen Josef um die Gnade, das Gewissen zu wecken und darüber nachzudenken: Kinder zu bekommen. Vaterschaft und Mutterschaft sind die Fülle des Lebens eines Menschen! Denken Sie einmal darüber nach. Gewiss, es gibt eine geistliche Vaterschaft für diejenigen, die sich Gott weihen, und eine geistliche Mutterschaft; aber diejenigen, die in der Welt leben und heiraten, denkt daran, Kinder zu bekommen, das Leben zu schenken, denn sie sind es, die (nach dem Tod, Anm.) Eure Augen schließen werden, die von euch etwas in die Zukunft hineintragen werden.“

Papst bricht eine Lanze für die Adoption

Josef sei der Adoptivvater und auch der rechtliche Vater Jesu gewesen, diesen Punkt führte Franziskus breit aus. Adoption, das sei im Orient früher weit verbreitet gewesen, viel verbreiteter als heute in unseren westlichen Gesellschaften.

„Und wenn Ihr keine Kinder bekommen könnt, denkt über eine Adoption nach! Es ist ein Risiko, ja: Ein Kind zu bekommen ist immer ein Risiko, ob auf natürlichem Wege oder durch Adoption. Aber es ist riskanter, keine zu haben. Riskanter ist die Verleugnung der Vaterschaft, die Verleugnung der Mutterschaft, sei sie real oder geistig. Aber ein Mann und eine Frau, die keinen Sinn für Vaterschaft und Mutterschaft entwickeln, denen fehlt etwas, etwas Wesentliches, etwas Wichtiges. Denkt bitte darüber nach…“

Ein Laie auf dem Podium

Übrigens gab es bei dieser Generalaudienz noch eine Neuerung, die vielen vielleicht gar nicht aufgefallen ist. In der Regel sind es Prälaten aus dem vatikanischen Staatssekretariat, die nach der Rede des Papstes kurze Zusammenfassungen des Gesagten in verschiedenen Sprachen vortragen. Diesmal war zum ersten Mal ein Laie dabei: In englischer Sprache grüßte Christopher Wells, unser Kollege vom englischsprachigen Programm von Radio Vatikan, in Franziskus‘ Namen die Anwesenden. Und auf Spanisch, in der Muttersprache des Papstes, trug eine Ordensfrau die Lesung vor, die Zusammenfassung und die Grüße übernahm der Papst wie üblich selbst. Vielleicht stehen ja irgendwann einmal bei einer Generalaudienz auch Väter oder Mütter mit ihren Kindern da oben neben dem Papst auf dem Podium? (vn 5)

 

 

 

Welttag der Kranken. „Der Name Gottes ist Barmherzigkeit“

 

Barmherzigkeit ist „der Name Gottes“ schlechthin: Das betont Papst Franziskus in seiner Botschaft zum Welttag der Kranken, die der Vatikan diesen Dienstag veröffentlichte.

In dem Text schlägt Franziskus, der 2016 ein außerordentliches Heiliges Jahr der Barmherzigkeit durchgeführt hat, einen Grundakkord seines Pontifikats an: Barmherzigkeit sei kein flüchtiges Gefühl, sondern eine starke Kraft, die in allen Werken Gottes präsent sei. In Gott gingen, so betont der Papst, „Kraft und Zärtlichkeit“ zusammen, eine väterliche und eine mütterliche Dimension.

Der Welttag der Kranken wird jedes Jahr am 11. Februar begangen, dem Fest Unserer Lieben Frau von Lourdes. Dieses Jahr findet er zum 30. Mal statt; das Motto lautet: „Seid barmherzig, wie es auch euer Vater ist“ (Lk 6,36). Eigentlich sollte die Hauptfeier im peruanischen Arequipa stattfinden. Wegen Corona wurde sie aber in den römischen Petersdom verlegt.

„Der Kranke ist immer wichtiger als seine Krankheit“

Die Papst-Botschaft fordert speziell alle Mitarbeitenden im Gesundheits- und Pflegebereich dazu auf, sich nach dem Beispiel Jesu um Barmherzigkeit den Menschen gegenüber zu bemühen. „Eure Hände, die das leidende Fleisch Christi berühren, können ein Zeichen der barmherzigen Hände des Vaters sein. Seid euch der großen Würde eures Berufs bewusst – wie auch der Verantwortung, die er mit sich bringt.“

Franziskus würdigt die Fortschritte der Medizin, mahnt aber, das alles dürfe nicht vergessen lassen, dass jeder Kranke einzigartig sei und eine besondere Würde habe. „Der Kranke ist immer wichtiger als seine Krankheit“, darum dürfe nicht einfach irgendeine Therapie verschrieben werden, ohne dem Leidenden zunächst einmal zuzuhören. Auch wo Heilung nicht möglich sei, sei es doch immer noch möglich, zu pflegen, zu trösten, Nähe zu zeigen.

Wenn Behandlung ein Luxus ist

Krankenhäuser und Gesundheitsstationen sollten allen Bedürftigen ohne Ausnahme offenstehen. Leider sei es in einigen Ländern immer noch ein „Luxus“, sich behandeln zu lassen; das lasse sich auch an der Unterversorgung ärmerer Länder mit Corona-Impfstoff ablesen. Umso wichtiger findet Franziskus das Engagement katholischer Einrichtungen im Gesundheitswesen: In einer „Wegwerfkultur“ seien sie exemplarische „Häuser der Barmherzigkeit“. (vn 4)

 

 

 

Trotz Corona laufen die Planungen für den Katholikentag 2022

 

Im Mai ist in Stuttgart ein Katholikentag geplant. Der gastgebende Rottenburg-Stuttgarter Bischof Gebhard Fürst geht davon aus, dass er auch vor Ort mit Präsenzveranstaltungen stattfinden kann. Geplant ist der 102. Katholikentag vom 25. bis 29. Mai 2022.

„Ich bin immer noch sehr zuversichtlich, dass der Katholikentag als ein großes Fest der Begegnung nach der Corona-Pandemie stattfinden kann. Allerdings werden wir in den kommenden Wochen die Entwicklung der Lage genau beobachten", so der Bischof von Rottenburg-Stuttgart, Gebhard Fürst. 

Organisatorisch und finanziell fehlen Personal und Mittel, um ein Netz mit doppeltem Boden zu spannen. Das heißt im Umkehrschluss: Im Falle einer Corona geschuldeten Absage wäre alle Arbeit vergebens gewesen. Fürst sagte laut der katholischen Nachrichtenagentur KNA, die Pandemie-Entwicklung werde genau beobachtet und „dann auch in der Katholikentagsleitung über notwendige Anpassungen des Veranstaltungsformats" entschieden.

Das bisherige Grundgerüst entspricht dem traditionellen Muster der Treffen, zu denen im Normalfall Zehntausende aus ganz Deutschland anreisen: Am Mittwochabend soll es nach der Eröffnung einen bunten Abend in der Innenstadt geben. Am Donnerstag, dem Feiertag Christi Himmelfahrt, beginnt nach den vormittäglichen Gottesdiensten die inhaltliche Arbeit. Diskussionen und Foren, bei denen es um vielfältige Themen zwischen Abrüstung und Zen-Meditation geht. Die Veranstaltungen enden am Samstagnachmittag, bevor der Katholikentag mit einem großen Straßenfest am Abend und dem Schlussgottesdienst am Sonntag endet.

Viele Freiluft-Veranstaltungen

Vieles ist draußen vorgesehen, auf „Katholikentags-Inseln" genannten Plätzen der Innenstadt - und scheint deshalb Corona-konform. Bundesweit bekannte Großveranstaltungsorte wie die Hanns-Martin-Schleyer-Halle, die Porsche-Arena und die Stuttgarter Messe werden nicht bespielt, stattdessen kommen mittelgroße wie die Liederhalle, das Haus der Wirtschaft und der evangelische Hospitalhof zum Zuge - allesamt im Stadtkern. Für die zentralen Open-Air-Veranstaltungen ist der Schlossplatz vorgesehen.

Corona-Tücken: Komplette Absage noch möglich

Zu den Corona-Tücken gehört die Frage, ob sich genügend Gastgeber für Privatquartiere finden. Sie gehören zum Standardrepertoire der Katholikentage. Dabei bieten Menschen vor Ort Katholikentagsbesuchern kostenfrei eine Unterkunft in den eigenen vier Wänden an - im Prinzip eine sympathische Idee. Aber wer will unter Covid-19-Bedingungen mehr als ein Vierteljahr im Voraus verbindlich zusagen, unbekannte Gäste zu beherbergen? Und wie sollen sonst Zehntausende untergebracht werden?

„Nach der großen Corona-Depression brauchen wir ein Treffen, bei dem wir wieder alle miteinander aufatmen können“

Wie knapp 150 Tage vor dem Beginn des Katholikentages mit dem Unbill und den Fährnissen umgehen, die vor allem der Pandemie geschuldet sind? Was heißt das alles für die rund 1.500 geplanten Veranstaltungen? Die Antwort bleibt unbestimmt. Fürst sagt es so: „Nach der großen Corona-Depression brauchen wir ein Treffen, bei dem wir wieder alle miteinander aufatmen können." Oder noch einfacher: „Der Katholikentag ist eine reale Hoffnung."

Die Themen

Inhaltlich soll es nach Fürsts Worten vor allem um den Klimawandel, die Digitalisierung sowie um soziale Fragen wie Wohnungsbau und gesellschaftlichen Zusammenhalt gehen. Zwar sollen auch die Kernthemen des katholischen Reformprojekts Synodaler Weg auf den Tisch kommen - Sexualmoral, priesterliche Lebensform, Macht und Gewaltenteilung sowie die Rolle von Frauen - aber Fürst will nicht, dass der Katholikentag „zur öffentlichen Großveranstaltung des Synodalen Weges mutiert". Denn: „Der Katholikentag ist mehr."

Offen ist, wer genau bei den Podien und Foren sprechen soll. Das hängt damit zusammen, dass das hochkarätige politische Personal erst nach der Regierungsbildung Anfang Dezember angefragt werden konnte. Hinzu kommt - auch hier heißt das Stichwort Corona -, dass unklar ist, ob und aus welchen Ländern Gäste nach Deutschland einreisen dürfen. Der württembergischen Diözese sind ihre „sehr lebendigen Kontakte zu vielen Bistümern" weltweit wichtig. Ob sich dieses Interesse aber in eine physische Präsenz der Partner umsetzen lässt, bleibt abzuwarten.

Sicher ist dagegen die Bereitschaft der beiden Kirchen, ihre gut funktionierende Zusammenarbeit zu präsentieren. Fürst und sein evangelisches Pendant, Landesbischof Frank Otfried July, gelten als eingefahrenes ökumenisches Tandem. Gemeinsame Auftritt sind eine häufig gepflegte Normalität. Ökumene macht Sinn in einer Stadt, die wie keine zweite deutsche Metropole von ihrer Geschichte her protestantisch geprägt ist.  (kna 3)

 

 

 

Sternsingeraktion 2022: Klimaschutz ganz oben auf der Agenda

 

Noch bis Sonntag sind als Caspar, Melchior und Balthasar verkleidete Kinder in ganz Österreich unterwegs. Auch etliche Besuche bei Prominenten hat die Dreikönigsaktion (DKA) der Katholischen Jungschar am Montag angekündigt. Die diesjährige Aktion unterstützt indigene Völker im brasilianischen Regenwald, die mit ihrer Lebensweise den Regenwald gegen Ausbeutung und Zerstörung verteidigen.

Für Umwelt- und Klimaschutz stehe auch, dass die 85.000 Kinder und Jugendlichen fast ausschließlich zu Fuß unterwegs sind, hieß es in der Aussendung. Bei diesem „Marathon der Nächstenliebe" legen sie laut DKA geschätzte 420.000 km zurück und umrunden damit mehr als zehnmal die Erde.

 

Zur aktuellen Sternsingeraktion und deren Unterstützung für indigene Völker im brasilianischen Amazonasgebiet erklärte Jungschar-Vorsitzende Teresa Millesi, der Schutz deren Landrechte sei „zugleich Klimaschutz, weil damit die Ausbeutung und Zerstörung des Amazonasregenwaldes, der grünen Lunge unserer Erde, aufgehalten wird". Zusätzlich zur Hilfe vor Ort engagiert sich die Dreikönigsaktion auch auf politischer Ebene, die entsprechende Petition kann auf www.amazonien-retten.at unterzeichnet werden.

Politikerbesuche mit konkretem Anliegen

 

Die Forderung nach rechtlicher Absicherung von Menschenrechten und Umweltschutz - konkret nach einem Lieferkettengesetz ähnlich wie in Deutschland und nach Ratifikation des ILO Übereinkommens 169, das die Rechte indigener Völker schützt - wurde von den Sternsingern auch bei Politikerbesuchen deponiert. Am Montag waren Sternsingerinnen und -singer der Wiener Pfarre Krim bei der 2. Nationalratspräsidentin Doris Bures, Bildungsminister Martin Polaschek wurde von einer Gruppe der Pfarre Maria Lanzendorf besucht. Bis 12. Januar sind weitere Besuche bei Spitzenpolitikern - etwa Minister Wolfgang Mückstein, Leonore Gewessler, Martin Kocher und Alexander Schallenberg - vorgesehen. (kap 3)

 

 

 

 

Theologin Käßmann verteidigt die Kirchensteuer: „Gerechte Sache“

 

Die evangelische Theologin Margot Käßmann verteidigt das Kirchensteuersystem in Deutschland. „Kirchensteuer ist eine gerechte Sache. Wer viel verdient, zahlt viel, wer nichts verdient, zahlt nichts“, schreibt die frühere Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD) in der „Bild am Sonntag“. Sie sei traurig, wenn Menschen wegen der Kirchensteuer austreten.

 „In einer guten Gemeinschaft sind die Stärkeren auch in Geldfragen solidarisch mit den Schwächeren“, so die Theologin. Alle Mitglieder könnten die vielfältigen kirchlichen Angebote nutzen. „Die erfolgreiche Geschäftsfrau kann ebenso den Gottesdienst besuchen wie der mittellose alte Mann.“

Der allergrößte Teil der Kirchensteuereinnahmen fließe in Gehälter. „Die Mitarbeiter in der Familienbildungsstätte, der Schwangerschaftskonfliktberatung, bei der Telefonseelsorge sind für alle da, ganz unabhängig vom Einkommen und vom Glauben“, so Käßmann. In den USA gebt es immense Unterschiede je nach Finanzkraft der Gemeinde. „In Deutschland finanzieren reiche Gemeinden ärmere auf dem Land oder in Ostdeutschland mit“, schildert sie.

Solidarische Finanzierung der Kirchenarbeit

Käßmanns Meinung nach ist es zudem „praktisch und gut“, dass die Finanzämter für den Einzug eine Aufwandsentschädigung erhalten. „Gleichzeitig wird das Steuergeheimnis gewahrt und die Kirchen müssen keine teuren Strukturen aufbauen, um Mitgliedsbeiträge zu erhalten“, erklärt sie.

In Deutschland haben die Kirchen das in der Verfassung verankerte Recht, von ihren Mitgliedern Abgaben (Kirchensteuern) zu erheben. Diese Steuer ist die wichtigste Finanzquelle zur Wahrnehmung kirchlicher Aufgaben in Seelsorge, Bildung und Sozialwesen. Die Höhe richtet sich in der Regel nach der Einkommenssteuer. Die Kirchensteuer wird vom Staat eingezogen; er erhält dafür rund drei Prozent des Gesamtaufkommens. (kna 2)

 

 

 

Papst am Neujahrstag: „Schluss mit Gewalt gegen Frauen“

 

In seiner Predigt zum Hochfest der Gottesmutter Maria, an dem die katholische Kirche auch den Weltfriedenstag begeht, würdigte das Kirchenoberhaupt alle Mütter. Abermals forderte Papst Franziskus ein Ende der Gewalt gegen Frauen. Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

 

„Das neue Jahr beginnt im Zeichen der Mutter. Und da Mütter Leben schenken und Frauen die Welt bewahren, müssen wir uns alle dafür einsetzen, Mütter zu fördern und Frauen zu beschützen,“ so Franziskus beim feierlichen Gottesdienst im Petersdom an diesem Neujahrstag.

Bei seinen Überlegungen ging der Papst vom Bild der Krippe im Lukasevangelium (Lk 2,16) aus, die uns daran erinnere, dass uns der Heiland „gerade dadurch, dass er klein und arm geboren wird, mit Liebe statt mit Furcht erfüllt.“ Für jene, die in der Welt nicht zählten, sei das eine gute Nachricht gewesen, doch Maria selbst habe zunächst den „Skandal der Krippe“, die „Armseligkeit eines Stalles" ertragen müssen – und das, obwohl der Engel in seiner Botschaft vom „Thron Davids“ gesprochen hatte.

 

Doch statt zu klagen, habe die Muttergottes „alle diese Worte bewahrt und in ihrem Herzen erwogen“ (Lk 2,19). Im Gegensatz zu den Hirten, deren Freude über das Neue und Wunderbare für die Anfänge des Glaubens stehe, als alles „noch einfach und unkompliziert“ gewesen sei, sei Marias meditative Haltung Ausdruck eines reifen, erwachsenen Glaubens, der durch Prüfungen gegangen ist.

 

„Nach der Ruhe von Nazaret und den glorreichen Verheißungen des Engels – wo ihre geistliche Fruchtbarkeit ihren Anfang nahm – befindet sich Maria nun im dunklen Stall von Betlehem. Aber genau dort schenkt sie der Welt Gott. Und während andere angesichts des Skandals der Krippe ihren Mut verloren hätten, reagiert Maria anders: Sie bewahrt und erwägt alles im Herzen.“

„Maria nimmt alles in ihrem Leben an, sie versucht nicht, etwas zu verbergen oder zu beschönigen“

Genau das sei von der Gottesmutter zu lernen, sagte der Papst. Glaubende könnten bei Problemen, die „wie ein Blitz aus heiterem Himmel“ kommen, sich ein Beispiel an Maria nehmen und wie sie Schönes und Herausforderndes „bewahren und erwägen".

 

„Sie lehnt das, was geschieht, nicht ab. Sie bewahrt alles in ihrem Herzen, alles, was sie gesehen und gehört hat,“ resümierte Franziskus. „Die schönen Dinge, wie das, was der Engel ihr gesagt und was die Hirten ihr erzählt hatten. Aber auch die Dinge, die schwer anzunehmen waren: das Problem, vor der Hochzeit schwanger geworden zu sein, und nun die trostlose Armseligkeit des Stalls, in dem sie entbunden hatte. Das also tat Maria: Sie trifft keine Auswahl, sie bewahrt alles. Sie nimmt alles in ihrem Leben an, sie versucht nicht, etwas zu verbergen oder zu beschönigen.“

Das mütterliche Herz Marias

Maria habe also zwischen Gutem und Schlechtem einen Zusammenhang hergestellt und so „in ihrem mütterlichen Herzen begriffen, dass die Herrlichkeit des Höchsten durch die Demut hindurchgeht“, stellte Franziskus fest. Sie habe „das zerbrechliche und zitternde göttliche Kind gesehen und das wunderbare göttliche Ineinander von Größe und Kleinheit“ akzeptiert.

„Eine Frau zu verletzen, bedeutet, Gott zu beleidigen, der von einer Frau seine Menschengestalt angenommen hat“

„Das neue Jahr beginnt im Zeichen der Mutter. Der Blick der Mutter ist der Weg zu Neugeburt und zum Wachstum. Die Mütter und Frauen blicken nicht auf die Welt, um sie auszubeuten, sondern um ihr Leben zu schenken. Indem sie sie mit dem Herzen sehen, gelingt es ihnen, Träume und konkrete Wirklichkeit zusammenzuhalten und das Abdriften sowohl in einen sterilen Pragmatismus als auch in das Abstrakte zu vermeiden,“ so die Hommage des Papstes an alle Mütter und sein abschließender Appell:

„Und da Mütter Leben schenken und Frauen die Welt bewahren, sollten wir uns alle dafür einsetzen, Mütter zu fördern und Frauen zu beschützen. Wie viel Gewalt gibt es gegen Frauen! Damit muss Schluss sein! Eine Frau zu verletzen, bedeutet, Gott zu beleidigen, der von einer Frau seine Menschengestalt angenommen hat."

Bereits vor zwei Jahren hatte Papst Franziskus bei der Messe zum Hochfest der Gottesmutter Maria - zugleich Weltfriedenstag - in drastischen Worten Gewalt gegen Frauen verurteilt. „Jede Gewalt an der Frau ist eine Schändung Gottes, der von einer Frau geboren wurde", sagte der Papst damals. Das Thema beschäftigte Franziskus in seinem fast neun Jahre währenden Pontifikat mehrfach.  Erst kürzlich nannte er in einem Interview häusliche Gewalt gegen Frauen „fast satanisch".

Sternsinger im Petersdom: Eine schöne Tradition

Beim Neujahrgottesdienst 2022 fand auch eine schöne Tradition Fortsetzung: 12 Sternsingerkinder waren anwesend. In diesem Jahr waren sie aus der Schweiz, aus Südtirol und aus Deutschland angereist, genauer aus dem Bistum Limburg. Das Grüppchen der vier deutschen Sternsingerkinder - Alexandra Zsizsnyovski (13), Julian Baier (12), Miriam Honemann (12) und Joshua Oster (12) - kam nach der Messe am Sitz von „Vatican News" auf ein Lied und einen Segen vorbei. 

Seit 2001 dürfen Sternsinger aus dem deutschen Sprachraum beim Neujahrsgottesdienst mit dem Papst dabei sein. Coronabedingt waren sie diesmal nicht als Gabenträger im Einsatz, nahmen aber mit Masken und als Heilige Drei Könige gekleidet an der Papst-Liturgie teil. Im vergangenen Jahr musste die Romreise von Sternsingerkindern coronabedingt ausfallen. 

Die Aktion Dreikönigssingen ist die weltweit größte Solidaritätsaktion von Kindern für Kinder. 1846 gründete die damals 15jährige Katholikin Auguste von Sartorius in Aachen den „Verein der Heiligen Kindheit“ und legte damit den Grundstein für das Kindermissionswerk ‚Die Sternsinger’ – die Papst Franziskus als „Anwälte der Armen und Notleidenden” gelobt hat.

 „Wir wollen Frieden!"

Zum Weltfriedenstag am 1. Januar hat Papst Franziskus eindringlich zu mehr Frieden in der Welt gemahnt. Er habe gerade im italienischen Fernsehen Bilder von Kriegen, Vertriebenen und Elend gesehen: „Und das passiert heute in der Welt. Wir wollen Frieden!“, sagte der Papst beim Mittagsgebet.

 

Franziskus verwies auf seine Botschaft zum diesjährigen Weltfriedenstag: Frieden lasse sich nur im Dialog zwischen den Generationen, über Bildung und über Arbeit verwirklichen. „Ohne diese drei Elemente fehlen die Grundlagen“, sagte der Papst. Er empfahl den Anwesenden, darunter vielen Touristen, die sich über Silvester in Rom aufhalten, eine einfache geistliche Übung. „Gehen wir nach Hause und denken wir: Frieden, Frieden, Frieden! Es braucht Frieden.“ Franziskus dankte allen Menschen, die sich an Initiativen zum Weltfriedenstag beteiligen.

„Mut der Vergebung, der das Feuer des Hasses auslöscht“

Der Frieden sei Geschenk und zugleich Selbstverpflichtung, so der Papst beim Angelus: „ein Geschenk von oben, denn wir können es nicht aus eigener Kraft erhalten. Wir können nur dann wirklich Frieden schaffen, wenn wir ihn in unserem Herzen haben, wenn wir ihn vom Friedensfürsten empfangen.“ Aber der Frieden sei auch eine Verpflichtung, denn Frieden verlange von jedem, „den ersten Schritt zu tun“. Das fange an mit der „Aufmerksamkeit für die Geringsten, mit der Förderung der Gerechtigkeit, mit dem Mut der Vergebung, der das Feuer des Hasses auslöscht“.

Auf das Gute schauen, das uns vereint

Außerdem brauche der Frieden eine positive Grundeinstellung: „dass wir - in der Kirche wie in der Gesellschaft - nie auf das Böse schauen, das uns trennt, sondern immer auf das Gute, das uns vereinen kann! Es gibt keinen Grund, niedergeschlagen zu sein und zu klagen, sondern die Ärmel hochzukrempeln, um Frieden zu schaffen.“ (vn 1)

 

 

 

Ein Jahr großer Zumutungen. Bischof Bätzing predigt zum Jahresabschluss im Frankfurter Dom

 

„Singen heilt, gemeinsam singen stärkt im Glauben. Gott zu loben ist unsere vornehmste Aufgabe, auch an diesem Silvesterabend 2021.“ Mit diesen Worten hat der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, dankbar auf das zu Ende gehende und auf das kommende Jahr geschaut. In seiner Predigt zum Jahresabschluss heute (31. Dezember 2021) im Frankfurter Bartholomäus-Dom, hob er das bekannte Kirchenlied „Großer Gott wir loben dich“ hervor, das Angela Merkel beim Großen Zapfenstreich als eines von drei Liedern auswählte. Tagelang sei über die Liedauswahl der langjährigen Kanzlerin diskutiert worden und scheinbar habe sie, die Frau, die alles Persönliche von den Pflichten ihres hohen Amtes distanziert habe, doch einen Blick in ihr Gemüt zugelassen. „Das Kirchenlied wählte sie vermutlich aus Respekt vor der familiären Herkunft aus einer evangelischen Pfarrersfamilie; doch es war noch mehr: ‚In einer Welt, hinter der Gott unsichtbar geworden ist, dankte sie ihm zum Abschied ganz unbefangen‘“, sagte Bischof Bätzing Das Kirchenlied sei augenblicklich in aller Munde gewesen. Traditionell begleite es viele festliche Gelegenheiten und es gebe Situationen, wie den Jahresabschlussgottesdienst, da fehle etwas, wenn es nicht gesungen würde.

 

Mit dem Lob verbindet sich in der Liturgie auch der Dank. „Auch dieses Jahr 2021 mit all seiner Beschwer, mit der Dramatik einer weltweiten Pandemie, mit Kriegen, Flucht und Vertreibung, Naturkatastrophen und Hungersnöten – es war nicht nur ein Jahr großer Zumutungen, wir haben persönlich und im Miteinander manch Gutes erfahren. Wohltaten, für die es uns heute Abend drängt, Gott zu danken. Dagegen spricht nicht, wenn einem dabei Tränen der Sorge und Trauer in die Augen schießen“, so der Bischof. Das Lob Gottes sei jedoch kein Jubel, der haarscharf an der Kante harter Lebensumstände und Glaubensnöte der Menschen vorbeigehe. „Wer Gott lobt und preist, der soll es aufrichtig tun. Gott braucht keinen Überschwang, er liebt die Übertreibung nicht. Er kennt ja die Tiefen unseres Herzens und auch seine Untiefen. Er will wahrhaftig gelobt sein. Das Te Deum hält diesem Anspruch stand.“ Das Te Deum ist ein frühchristlicher Hymnus, der die Schöpfung würdigt und Jesus Christus preist.

 

Schon immer hätten Lieder und Hymnen Menschen im innersten berührt. „Lieder sind Antworten des ganzen Menschen mit Geist, Verstand, Herz und Sinnen auf die Entdeckung der Wunder, die Gott um unseretwillen wirkt. Hymnen erklären nicht, sie belehren nicht, sie preisen Gott und halten seine Größe für uns aus und offen“, betonte Bischof Bätzing. Hymnen seien bergende Räume, in denen sich leben und atmen lasse. „Ganzheitlich beten mit Leib und Seele, sich in das Lob Gottes versenken mit offenen Händen, ausgestreckten Armen, kniend, tanzend. Das ist wieder sehr beliebt und war in der frühen Kirche gute Tradition“, so Bischof Bätzing. Allerdings gebe es auch Gefahren und es brauche aufmerksame Begleitung. Ektase und Emphase bräuchten im Intellekt, der nach Vernünftigkeit und Einsicht suche, ein Gegengewicht. Der christliche Glaube sei vernünftig. Man sollte sich nicht hinreißen lassen von erster Begeisterung und überschäumenden Gefühlen, denn dies trage oft nicht lange. Darum orientierten sich Hymnen oft an biblischen Texten. Sie seien kurz und prägnant, schweiften nicht ab, seien leicht auswendig zu lernen und daher lebenstauglich. Dbk 31

 

 

 

Vatikan: 22 ermordete Missionare 2021

 

Im zu Ende gehenden Jahr 2021 wurden weltweit 22 Missionare und Missionarinnen ermordet. Das geht aus der Statistik hervor, die der vatikanische Fidesdienst alljährlich zum Jahresende veröffentlicht.

 

Demnach starben 13 Priester, ein Laienbruder, zwei Ordensfrauen und sechs Gläubige im Laienstand 2021 durch Gewalt. Die meisten Missionare – elf - wurden in Afrika ermordet, gefolgt von Amerika mit sieben, Asien mit drei und Europa mit einem.

In den vergangenen Jahren wechselten sich Afrika und Amerika jeweils an der Spitze dieser traurigen Statistik ab. Von 2000 bis 2020 starben weltweit 536 Getaufte im kirchlichen Dienst einen gewaltsamen Tod.

Missionare und Missionarinnen im weiten Sinn

Die Fides-Statistik berücksichtigt nicht nur Missionare und Missionarinnen „ad gentes“ im engeren Sinn, sondern alle getauften Christen, die im kirchlichen Dienst standen und ermordet wurden. Die 22 betroffenen Priester, Ordensleute und Laien hätten „einfach den Alltag mit der Mehrheit der Bevölkerung geteilt und dabei Zeugnis im Zeichen christlicher Hoffnung abgelegt“, schreibt der Missionsnachrichtendienst.

Ein Priester wurde 2021 in Europa ermordet: Pater Olivier Maire, Provinzoberer der Montfort-Missionare. Er starb im Alter von 60 Jahren am 9. August in Saint-Laurent-sur-Sèvre in der Vendée im Westen Frankreichs durch die Hand eines psychisch beeinträchtigten Ruanders, der zuvor wegen Brandstiftung in der Kathedrale von Nantes aufgefallen war und dem Pater Maire im Haus der Kongregation Unterschlupf gewährt hatte. Weitere getötete Priester 2021 waren Pfarrer, die in ihren Gemeinden in Afrika und Amerika gefoltert oder von Kriminellen mit Lösegeldforderungen entführt und ermordet wurden. Andere seien wegen ihrer „unbequemen Stimme zum Schweigen“ gebracht worden, so Fides. In Haiti und anderswo seien Priester Raubmorden zum Opfer gefallen.

Zahl getöteter Laien steigt

Die Zahl der Laien, die in ihrem Einsatz für die Kirche sterben, wird nach Angaben von Fides größer. Genannt werden Katechisten, die bei bewaffneten Auseinandersetzungen zusammen mit den von ihnen betreuten Gemeinschaften im Südsudan getötet wurden; junge Menschen, die von Scharfschützen getötet wurden, als sie Vertriebenen, die vor Auseinandersetzungen zwischen der Armee und Guerillakämpfern in Myanmar flohen und Armen Hilfe brachten. In der Zentralafrikanischen Republik trat ein junger Laienmissionar auf eine Landmine und verblutete, während er in seinem Missionsfahrzeug unterwegs war, in Mexiko wurde ein indigener Katechist und gewaltloser Menschenrechtsaktivist getötet. Sie alle hätten „mit der Kraft ihres Lebens, das sie aus Liebe hingegeben haben, jeden Tag friedlich gegen Arroganz, Gewalt und Krieg“ gekämpft, würdigt der Fidesdienst die ermordeten Missionare und Missionarinnen. (fides 30)

 

 

 

 

„Dialog zwischen den Generationen“

 

Bischof Meier zur Botschaft von Papst Franziskus zum Welttag des Friedens am 1. Januar 2022

 

Am 1. Januar eines jeden Jahres begeht die katholische Kirche den Welttag des Friedens. Der 55. Weltfriedenstag am 1. Januar 2022 wurde von Papst Franziskus unter das Motto „Dialog zwischen den Generationen, Erziehung und Arbeit: Werkzeuge, um einen dauerhaften Frieden aufzubauen“ gestellt. Dazu erklärt Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz:

„Die täglichen Nachrichten zeigen überdeutlich, dass der Friede, erst recht ein gesicherter und dauerhafter Friede, in weiter Ferne ist. Das gilt für viele Orte der Welt, auch für Europa: Die Ukraine-Krise lässt uns befürchten, dass es in der Nachbarschaft zu einem Krieg kommen könnte. Aber auch in den scheinbar saturierten Gesellschaften des Westens wachsen Unruhe und Polarisierung. Mancherorts macht sich Feindseligkeit breit. Der Zusammenhalt bröckelt, scharfe Auseinandersetzungen zeichnen sich ab.

In seiner Botschaft zum Weltfriedenstag 2022 bedenkt Papst Franziskus die Konfliktsituationen unserer Zeit, verharrt aber nicht an der Oberfläche, sondern spürt ihren Tiefendimensionen nach. Er weitet die Perspektive und zeigt Wege auf, wie Gewaltverhältnisse ausgetrocknet und krisenhafte Zuspitzungen vermieden werden, wie Staaten und Gesellschaften Frieden finden können. Er erinnert daran, dass ‚Frieden zugleich Gabe aus der Höhe und Ergebnis einer gemeinsamen Anstrengung‘ ist.

 

In der Begegnung der Generationen zeigt sich in besonderer Weise die Fähigkeit der Menschen, zusammenzuarbeiten und gemeinsam Lösungen zu finden. ‚Dialog führen bedeutet anhören, sich auseinandersetzen, übereinkommen und miteinander vorangehen‘, schreibt der Heilige Vater. Wir sind aufgefordert, in einen die generationenübergreifenden Austausch zu treten, ‚um von der Geschichte zu lernen und die Wunden zu heilen, die uns zuweilen beeinträchtigen‘. Solidarität darf nicht nur denjenigen gelten, die durch gleiche Interessen und Herausforderungen verbunden sind. Sie übersteigt die eigene Gruppe und wird wahrhaft universal, indem sie zeitliche Grenzen überwindet. Wie ein Einsatz für das Gemeinwohl auch die künftigen Generationen einbeziehen muss, so ist Frieden nur auf Dauer möglich, wenn er die Lebenschancen der kommenden Generationen mitbedenkt.

Der Papst lenkt sodann den Blick auf die Bedeutung von Bildung, Erziehung und Arbeit als ‚bevorzugte Orte und Begegnungsstätten des generationenübergreifenden Dialogs‘. Bildung und Erziehung sind unverzichtbar, um im komplexen Alltag unserer Gegenwart zu bestehen. Investitionen in eine gute Bildung sind aber auch Voraussetzung, um ein tieferes Verständnis für Prozesse des Friedens zu entwickeln.

Dennoch sind die staatlichen Ausgaben für Bildung und Erziehung in den vergangenen Jahren zurückgegangen, wie Papst Franziskus beklagt. Stattdessen wird an der Rüstungsspirale gedreht, die Ausgaben für Militärgüter schnellen in die Höhe. Eine Friedensdividende, die sich nicht wenige vom Ende der Blockkonfrontation im ‚Kalten Krieg‘ erhofft hatten, ist schon lange nicht mehr auszumachen. Der Papst plädiert deshalb mit großer Entschiedenheit dafür, Abrüstungsverhandlungen erneut auf die internationale Agenda zu setzen, um Rüstungsausgaben zu senken und größere Investitionen in eine gute Zukunft, in Bildung, Erziehung, aber auch in klimagerechte Politik und weltweite Gesundheitsversorgung zu ermöglichen.

Wenn Franziskus die Bildung anspricht, dann meint er weit mehr als den Erwerb von Wissen und technischen Fertigkeiten. Er setzt auf eine Bildung der Persönlichkeit und auf ‚die Entwicklung solidarischer Haltungen, die Fähigkeit, das menschliche Leben ganzheitlicher zu begreifen‘. Diese Herzensbildung ist notwendig, ‚um den menschlichen Beziehungen Qualität zu verleihen, damit die Gesellschaft selbst auf ihre Ungerechtigkeiten, Verirrungen sowie Machtmissbräuche in wirtschaftlichen, technologischen, politischen und medialen Bereichen reagieren kann‘, wie Franziskus bereits in seiner viel beachteten Enzyklika Fratelli tutti herausgestellt hat (vgl. ebd., 161).

Papst Franziskus erinnert auch an die verheerenden Auswirkungen der Pandemie für die Menschen, die in der informellen Wirtschaft arbeiten. Arme und Tagelöhner weltweit haben durch die Pandemie Einkommen und Lebensgrundlagen verloren. Es ist ‚dringender denn je, weltweit annehmbare und menschenwürdige Arbeitsbedingungen zu fördern, die sich am Gemeinwohl und an der Bewahrung der Schöpfung orientieren‘.

In seiner Botschaft entfaltet der Heilige Vater die Grundüberzeugung, dass auch angesichts von Leid, Ängsten und Ungerechtigkeiten im Licht des Evangeliums immer ein Friedenshorizont aufscheint. Gelebte Solidarität und ein weites Herz sollen unsere Antwort auf den Frieden als Gabe des Himmels sein. Papst Franziskus nimmt zugleich die Regierenden in die Verantwortung, gegen Ungleichheit und Ungerechtigkeit anzugehen und geeignete Rahmenbedingungen zu schaffen, die die menschliche Entwicklung fördern. Bildung, Erziehung und gute Arbeit sind Bausteine einer ‚Architektur des Friedens‘, die von uns nur in gemeinsamer Anstrengung und durch die Gnade Gottes errichtet werden kann.“

Hinweis: Die Botschaft von Papst Franziskus ist auf www.dbk.de unter Papstbotschaften verfügbar. Weitere Informationen zum Weltfriedenstag finden Sie auf der Themenseite Welttag des Friedens. Dbk 29

 

 

 

Papst bei der Generalaudienz: Zwangsmigration ist ein Skandal

 

Oftmals vergessen es sogar viele Christen: Jesus und seine Familie waren ursprünglich Flüchtlinge. Daran erinnerte der Papst in seiner Mittwochskatechese bei der Generalaudienz im Vatikan. Der Papst ging in seiner Reihe über den heiligen Josef auf dessen Rolle als Migrant ein. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Der Papst stellte den irdischen Vater Jesu als „einen verfolgten und mutigen Migranten“ vor. Ausgehend von der Beschreibung des Evangelisten Matthäus ging Franziskus in seinen Erläuterungen auf die biblische Beschreibung der „Flucht nach Ägypten“ ein (vgl. Mt 2,13-23). „Die Familie von Nazareth litt unter dieser Demütigung und erlebte am eigenen Leib die Unsicherheit, die Angst und den Schmerz, ihre Heimat verlassen zu müssen“, so der Papst in seiner Katechese. Auch heute noch seien „so viele unserer Brüder und Schwestern“ gezwungen, „die gleiche Ungerechtigkeit und das gleiche Leid zu erfahren“, erinnerte das katholische Kirchenoberhaupt. Die Ursache sei fast immer „die Arroganz und Gewalt der Mächtigen“. Und das sei auch bei Jesus der Fall gewesen. Wir würden in ihm jeden der heutigen Migranten sehen, fügte der Papst frei von seinem Redemanuskript ein. Die heutige Migration sei eine Realität, vor der wir unsere Augen nicht verschließen könnten. Es sei ein sozialer Skandal für die Menschheit.

Herodes und die Heiligen Drei Könige

Und hier kam König Herodes ins Spiel. Der Papst erinnerte an die Rolle der Heiligen Drei Könige – den weisen Sterndeutern – die Herodes von der Geburt des „Königs der Juden“ berichtet hatten und wie Herodes darüber schockiert gewesen sei. „Er fühlt sich in seiner Macht bedroht“, erläuterte der Papst. Herodes wurde zum ersten Menschen, der den Tod Jesu wollte. Hierbei scheute er sich nicht, die Heiligen Drei Könige zu manipulieren. Als sie aber nicht „mitspielen“ wollten, schmiedete Herodes einen bösen Plan: Er wollte alle Kinder unter zwei Jahren in Bethlehem töten.

Die Flucht nach Ägypten erinnere uns aber auch an die gesamte Geschichte Israels, von Abraham, der ebenfalls dort blieb (vgl. Gen 12,10), bis zu Josef, dem Sohn Jakobs, der von seinen Brüdern verkauft wurde (vgl. Gen 37,36) und dann „Herrscher des Landes“ wurde (vgl. Gen 41,37-57); und an Mose, der sein Volk aus der Sklaverei der Ägypter befreit habe (vgl. Ex 1,18), zählte der Papst die entsprechenden Bibelstellen auf.

Zwei gegensätzliche Persönlichkeiten

Die Flucht der Heiligen Familie nach Ägypten rette Jesus, halte Herodes aber nicht davon ab, sein Gemetzel zu vollziehen. Papst Franziskus:

„Herodes ist das Symbol für viele Tyrannen von gestern und heute; er ist der Mann, der für andere Menschen zum „Wolf“ wird.“

„Wir haben es also mit zwei gegensätzlichen Persönlichkeiten zu tun: auf der einen Seite Herodes mit seiner Grausamkeit und auf der anderen Josef mit seiner Sorge und seinem Mut. Herodes will seine Macht mit rücksichtsloser Grausamkeit verteidigen, wie die Hinrichtungen einer seiner Ehefrauen, einiger seiner Kinder und Hunderter von Gegnern bezeugen. Er ist das Symbol für viele Tyrannen von gestern und heute; er ist der Mann, der für andere Menschen zum „Wolf“ wird. Die Geschichte ist voll von Persönlichkeiten, die ihren Ängsten ausgeliefert sind und versuchen, sie zu besiegen, indem sie ihre Macht auf despotische Weise ausüben und unmenschliche Gewalttaten verüben.“

 

Jede und jeder könne zum Herodes werden, wenn man eine Haltung einnehme, „in der wir versuchen, unsere Ängste mit Arroganz zu zerstreuen, selbst wenn diese nur verbal ist oder aus kleinen Beleidigungen besteht, um die Menschen um uns herum zu demütigen“, fügte Franziskus an.

In einem fremden Land

„Josef ist das Gegenteil von Herodes: Er ist vor allem „ein gerechter Mann“ (Mt 1,19); außerdem erweist er sich als mutig, indem er den Auftrag des Engels ausführt. Man kann sich vorstellen, mit welchen Wechselfällen er während der langen und gefährlichen Reise konfrontiert war und welche Schwierigkeiten der Aufenthalt in einem fremden Land mit sich brachte. Sein Mut zeigt sich auch im Augenblick seiner Rückkehr, als er, vom Engel beruhigt, seine verständlichen Ängste überwindet und sich bei Maria und Jesus in Nazareth niederlässt (vgl. Mt 2,19-23).“

Herodes und Josef seien zwei gegensätzliche Charaktere, die die zwei Gesichter der Menschheit widerspiegeln würden, führte der Papst weiter aus. Es sei aber ein weit verbreiteter Irrglaube, dass Mut die einzige Tugend des Helden sei. In Wirklichkeit erfordere das tägliche Leben eines jeden Menschen Mut, um die Schwierigkeiten eines jeden Tages zu bewältigen.

„Der Mut ist gleichbedeutend mit der Tapferkeit, die zusammen mit der Gerechtigkeit, der Besonnenheit und der Mäßigung zur Gruppe der menschlichen Tugenden gehört.“

„Zu allen Zeiten und in allen Kulturen finden wir mutige Männer und Frauen, die, um ihrem Glauben treu zu bleiben, alle möglichen Schwierigkeiten überwunden, Ungerechtigkeit, Verurteilung und sogar den Tod ertragen haben. Der Mut ist gleichbedeutend mit der Tapferkeit, die zusammen mit der Gerechtigkeit, der Besonnenheit und der Mäßigung zur Gruppe der menschlichen Tugenden gehört, die als „Kardinalstugenden“ bezeichnet werden.“

Und so lehre uns der heilige Josef heute, dass das Leben immer Widrigkeiten für uns bereithalte, doch angesichts dieser Widrigkeiten sollten wir nicht dadurch zu überwinden finden, indem wir das Schlimmste in uns zum Vorschein bringen, wie es Herodes tat, sondern indem wir wie Josef handeln würden: auf die Angst mit dem Mut zu reagieren und auf Gottes Vorsehung zu vertrauen.

Das Josefsgebet für Migranten

Zum Schluss rief der Papst alle auf, für die Migranten, Verfolgten und „alle, die Opfer widriger Umstände sind“ zu beten:

„Heiliger Joseph, du, der das Leid derer erlebt hast, die fliehen müssen, um das Leben derer zu retten, die am Herzen liegen; beschütze all diejenigen, die wegen des Krieges, Hass, Hunger fliehen. Unterstütze sie in ihren Schwierigkeiten, stärke sie in der Hoffnung, und lassen sie Aufnahme und Solidarität finden. Leite ihre Schritte und öffne die Herzen derer, die ihnen helfen können. Amen.“

An die Rom-Pilger und Zuhörer deutscher Sprache gewandt sagte der Papst: „Ich bitte euch um euer Gebet für die Migranten, für die Verfolgten und für alle, die sich alleingelassen fühlen und ihren Mut verloren haben. Der Herr schenke ihnen Hoffnung und helfe uns, ihnen beizustehen. Gesegnete Feiertage!“ (vn 29)

 

 

 

Bundesverfassungsgerichtsurteil zur Triage. Bischof Bätzing: „Besserer Schutz für Menschen mit Behinderung“

 

Anlässlich des heute (28. Dezember 2021) vom Bundesverfassungsgericht veröffentlichten Beschlusses zu Fragen im Zusammenhang einer gegebenenfalls erforderlichen medizinischen Triage erklärt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing:

 

„Gegenstand der heutigen Entscheidung des Bundesverfassungsgerichts ist die Frage, ‚ob der Gesetzgeber verpflichtet ist, wirksame Vorkehrungen zu treffen, dass niemand bei einer Entscheidung über die Verteilung von pandemiebedingt knappen intensivmedizinischen Behandlungsressourcen, also in einem Fall einer Triage, aufgrund einer Behinderung benachteiligt wird‘. In seinem Beschluss fordert das Gericht den Gesetzgeber auf, regelnd tätig zu werden, um eine Diskriminierung von Menschen mit Behinderung in einem solchen Fall wirksam zu verhindern. Dieser Beschluss ist im Sinne des besseren Schutzes von Menschen mit Behinderung vor Diskriminierung sehr zu begrüßen.

 

Die Triage ist eine ärztliche Entscheidung, die getroffen werden muss, wenn die zur Verfügung stehenden medizinischen Ressourcen in einer Ausnahmesituation nicht ausreichen, um allen dringend behandlungsbedürftigen Patienten die notwendige medizinische Versorgung zukommen zu lassen. Im Ernstfall geht es hier um eine Entscheidung über Leben und Tod. Daher müssen die Kriterien der Behandlungsbedürftigkeit und der unmittelbaren Behandlungsprognose, also die Aussichten der Patienten, die aktuelle Erkrankung durch Intensivtherapie zu überleben, mit aller in der konkreten Notsituation möglichen Sorgfalt abgewogen werden. Andere Kriterien wie etwa Alter, Geschlecht, Leistungsfähigkeit, sozialer Status aber insbesondere auch Behinderung oder Vorerkrankung sind in dieser Entscheidung ethisch in keiner Weise akzeptabel.

 

Das Bundesverfassungsgericht ist in seiner eingehenden sachlichen Prüfung zu dem Schluss gekommen, dass die aktuelle klinische Praxis das Risiko birgt, Menschen mit Behinderung aufgrund unzureichender Regelungen zu benachteiligen. Ausdrücklich weist das Gericht auf das Problem hin, dass es in der Praxis leicht zu Fehleinschätzungen in Bezug auf Komorbidität und den Zusammenhang von Behinderung und kurzfristigen Überlebenschancen kommen kann. Dem kann und muss der Gesetzgeber entgegenwirken, um einen Handlungsrahmen zu definieren, der den Handelnden und den Betroffenen so viel Sicherheit bietet, wie dies in der krisenhaften Situation möglich ist. Das Gericht lässt in seiner Entscheidung keinen Zweifel an der Letztverantwortlichkeit des ärztlichen Personals für die Beurteilung des medizinischen Sachverhalts im konkreten Einzelfall.

 

Im Sinne eines besseren Schutzes von Menschen mit Behinderung vor Benachteiligung ist dem Gericht für seine eingehende Prüfung und für seine wichtigen Hinweise auf gravierende Mängel zu danken. Festzuhalten bleibt jedoch auch, dass eine Situation, in der die Triage angewandt werden muss, eine Notsituation darstellt, die soweit als irgend möglich zu vermeiden ist. Die Gemeinschaft steht hier vor der dringenden Aufgabe, aus der akuten Pandemie zu lernen und möglichst schnell die notwendigen Schlüsse zu ziehen, um eine auch in schwierigen Situationen ausreichende medizinische Versorgung der Bevölkerung zu sichern.“ Dbk 28

 

 

 

Vatikan: Das Jahr 2021 in Zahlen

 

Das Jahr 2021 neigt sich dem Ende zu. Hier ist eine Übersicht mit neun Zahlen über die wichtigsten Ereignisse im Vatikan, die von der Nachrichtenagentur I.MEDIA zusammengestellt wurde, um auf das Jahr 2021 zurückzublicken.

Neue Kardinäle: 0

Zum ersten Mal seit 2014 hat Papst Franziskus in diesem Jahr kein Konsistorium einberufen. Dennoch hat das Wahlkollegium seit dem 80. Geburtstag des Italieners Angelo Scola am 7. November die symbolische Grenze von 120 Kardinälen erreicht, ab der ein Kardinal nicht mehr an einem Konklave teilnehmen darf. Diese Schwelle wurde 1975 von Paul VI. als theoretische Höchstgrenze des Wahlkollegiums festgelegt und ist seit etwa 20 Jahren schließlich zu einem Minimum geworden. Ohne Konsistorium würde die Zahl der wahlberechtigten Kardinäle Ende 2022 automatisch auf 110 ansteigen, da zehn Kardinäle in diesem Jahr ihren 80. Geburtstag feiern werden.

Heiligsprechungen: 1

Das Tempo der Heilig- und Seligsprechungen, das sich seit Beginn der Pandemie stark verlangsamt hat, hat sich 2021 noch nicht wieder erholt. 2020 war das erste Jahr seit 27 Jahren ohne Heiligsprechung: In diesem Jahr konnte nur die selige Italienerin Margherita di Città di Castello (1287-1320) „gleichrangig“ zur Heiligen erklärt werden. Ein theologisch-technischer Begriff, der bedeutet, dass der Papst in einigen Fällen - oftmals aufgrund sehr alter Ursachen - die bereits bestehende Verehrung der Heiligen sofort anerkennt und somit auf eine Heiligsprechungsfeier verzichtet. Die lange Reihe der „wartenden Heiligen“ wird jedoch voraussichtlich 2022 schrumpfen. Am 15. Mai werden nämlich sieben Selige offiziell heiliggesprochen. Darunter befinden sich die Franzosen César de Bus und Charles de Foucauld. Die anderen zukünftigen Heiligen sind ein Inder und vier Italiener.

Auslandsreisen des Papstes: 3

Nachdem er 2020 wegen der Pandemie im Vatikan „festsaß“, verließ Papst Franziskus 2021 dreimal die italienischen Grenzen und reiste in fünf Länder: Irak, Ungarn, Slowakei, Zypern und Griechenland. Als Papst Franziskus am 5. März in den Irak flog, war er der erste Papst in der Geschichte, der den Boden des Landes betrat. Seine viertägige Reise war vor allem von seinem Treffen mit einem der höchsten schiitischen Autoritäten, Ayatollah Ali al-Sistani, geprägt. Sechs Monate später reiste Franziskus am 12. September nach Budapest, um den Eucharistischen Kongress abzuschließen, und anschließend in die Slowakei, von wo aus er am 15. September nach Rom zurückreiste. Seine letzte Reise führte ihn vom 2. bis 6. Dezember nach Zypern und Griechenland. Im Mittelpunkt dieser Reise standen die Flüchtlingsfrage und die Beziehungen zu den Orthodoxen.

Ernennung von Frauen in wichtige Ämter: 6

2021 war das Jahr des Pontifikats von Franziskus mit den meisten Ernennungen von Frauen in hochrangige Positionen im Vatikan. Zunächst ernannte er Schwester Nathalie Becquart zur Untersekretärin der Bischofssynode und gab damit zum ersten Mal einer Frau die Möglichkeit, bei einer Synode abzustimmen. Es gab auch die historische Ernennung der ersten weiblichen Sekretärin eines Dikasteriums der Römischen Kurie in der Person von Schwester Alessandra Smerilli - allerdings ad interim - im Dikasterium für den Dienst der ganzheitlichen menschlichen Entwicklung.

Im November wurde Schwester Raffaella Petrini durch ihre Ernennung zur Generalsekretärin des Governatorats des Staates der Vatikanstadt im November 2021 zur ersten weiblichen „Nummer 2“ in der staatlichen Verwaltung, in einer Position, die normalerweise von einem Bischof besetzt wird. Weitere wichtige Ernennungen waren die von Catia Summaria als Promotorin der Justiz am Berufungsgericht der Vatikanstadt, von Schwester Nuria Calduch-Benages als Sekretärin der Päpstlichen Bibelkommission und von Charlotte Kreuter-Kirchhof als Vizekoordinatorin des Rates für die Wirtschaft.

Motu proprio: 8

Papst Franziskus hat in diesem Jahr acht Motu Proprio (vom Papst selbst unterzeichnete Dekrete) zu verschiedenen Themen erlassen, die von Finanzen bis hin zu Spiritualität reichen. Papst Franziskus erließ seit seiner Wahl im Jahr 2013 durchschnittlich 5 Motu Proprio pro Jahr, was ihn zum „produktivsten Pontifex“ in diesem Bereich seit Beginn des 20. Jahrhunderts macht, wie I.MEDIA schreibt.

Eines der wichtigsten Motu Proprio, das der Papst in diesem Jahr verkündete, war Traditionis custodes, das am 16. Juli veröffentlicht wurde. Um die Einheit der Kirche zu gewährleisten, schränkt der Papst darin die Möglichkeit ein, in der außerordentlichen Form des römischen Ritus - der vorkonziliaren Form - zu zelebrieren. Ein weiteres wichtiges Motu proprio ist das vom 30. April, das die vatikanische Laienjustiz ermächtigt, über Kardinäle und Bischöfe zu urteilen, und damit die Tür für das Urteil gegen Kardinal Angelo Becciu öffnet, der in den Prozess um das Londoner Gebäude verwickelt ist, der im Juli begonnen hat. Schließlich wurde IV. Buch des Kirchenrechts, das sich mit Strafen befasst, umgeschrieben und berücksichtigt nun auch Fälle von Kindesmissbrauch.

Krankenhausaufenthalt: 10 Tage

Papst Franziskus verbrachte 10 Tage in der vatikanischen Klinik Gemelli in Rom, um sich einer geplanten Darmoperation zu unterziehen. Er wurde am 4. Juli 2021 wegen einer symptomatischen Divertikelstenose im Dickdarm operiert und am 14. Juli nach einer zehntägigen Genesungsphase aus dem Krankenhaus entlassen. Die Operation erforderte eine Vollnarkose und umfasste, wie der Papst in einem Interview mit einem spanischen Radiosender anvertraute, die Entfernung von „33 Zentimetern des Darms“.

Obwohl er in diesem Jahr der zwölftälteste Papst in der Geschichte wurde, unternahm Franziskus seit seiner Operation zwei Auslandsreisen. Der argentinische Arzt und Journalist Nelson Castro, der ein Buch über die Gesundheit der Päpste geschrieben hat, versicherte, dass es seinem Landsmann bei ihrem Treffen im Oktober letzten Jahres körperlich sehr gut ging.

Angeklagte: 10

Nach vierjährigen Ermittlungen eröffnete das Gericht der Vatikanstadt im Juli den großen Prozess im Fall des Londoner Gebäudes, in dem es um unregelmäßige finanzielle Investitionen des Staatssekretariats geht. Insgesamt wurden zehn Personen wegen ihrer mutmaßlichen Beteiligung an der Affäre von der Justiz vorgeladen, darunter auch Kardinal Angelo Becciu, die ehemalige rechte Hand des Papstes im Staatssekretariat. Es ist das erste Mal, dass ein Kardinal von der vatikanischen Ziviljustiz angeklagt wird.

Die anderen Angeklagten sind Mitglieder des Staatssekretariats, Banker und Mitglieder der Finanzinformationsbehörde sowie eine Frau, Cecilia Marogna. Bisher gab es fünf Anhörungen, aber das Verfahren befindet sich noch in einer gerichtlichen Untersuchung. Außerdem wurden vier der zehn Angeklagten aus dem Verfahren herausgenommen, um vom Promotor der Justiz (Staatsanwalt) befragt zu werden. Sie könnten 2022 wieder in den Prozess eintreten.

Kardinäle, die an Covid-19 erkrankt sind: 13

Das Coronavirus erreichte 2021 eine große Anzahl von Hochwürden der Kirche. Mindestens 13 von ihnen erkrankten an Covid-19, womit sich die Zahl der Kardinäle, die seit Beginn der Pandemie am Coronavirus erkrankt sind, auf 22 erhöht hat. Von diesen 13 waren 11 wahlberechtigte Kardinäle. Drei starben an den Folgen der Krankheit, darunter ein möglicher Konklave-Wähler. Es handelte sich um den brasilianischen Kardinal Eusebio Oscar Scheid, den venezolanischen Kardinal Jorge Urosa Savino und den brasilianischen Kardinal José Freire Falcao. Während des ganzen Jahres hat Papst Franziskus die Covid-19-Impfungen mehrfach unterstützt und gefördert und sogar erklärt, dass die Impfung ein „Akt der Liebe“ sei.

Mittwochskatechesen: 41

In diesem Jahr hielt Papst Franziskus 41 Katechesen während seiner Generalaudienzen am Mittwochmorgen. Es gab einige Überraschungen, wie z.B. im Juni 2021, als „Spiderman“ den Papst traf oder im Oktober 2021, als ein Junge mit Behinderung auf die Bühne kletterte, um den Zucchetto - die weiße Kappe - zu holen, die der Papst auf seinem Kopf trug.

Die Katechesen von Papst Franziskus, die er vor Tausenden von Pilgern im Vatikan oder online hielt, behandelten verschiedene Themen: das Gebet, ein Zyklus, der im Oktober 2020 begann und bis Juni 2021 fortgesetzt wurde, und den Brief des Apostels Paulus an die Galater, ein Zyklus, der im November 2021 endete. Anschließend begann der Papst einen Zyklus über den Heiligen Josef, der noch nicht abgeschlossen ist. (cath.ch/imedia 27)

 

 

 

Franziskus, Familien und „pastorale Kreativität“

 

Die Corona-Zeiten sind besonders für Familien bitter: Eltern bangen um ihre Arbeitsplätze, zuhause liegen die Nerven blank, Kinder verbringen den Tag vor dem Computer statt in der Schule.

Zum Stefanstag an diesem Sonntag hat Papst Franziskus den Familien einen Brief geschrieben, um ihnen seine Nähe zu versichern. Das gelte auch für Paare, deren Probleme sich in der Pandemiezeit verschärft hätten und die Konflikte durchstünden, welche „nahezu unerträglich“ seien: „Auch diesen Menschen möchte ich meine Verbundenheit und Zuneigung ausdrücken“, so Franziskus in dem Text, der am Sonntag veröffentlicht wurde.

Gabriella Gambino (verheiratet, fünf Kinder) ist „Untersekretärin“ – das ist der drittwichtigste Posten – im vatikanischen Ministerium für Laien, Familien und das Leben. „Was mir vor allem auffällt, ist die Zärtlichkeit von Franziskus‘ Ton“, sagt sie in einem Interview mit uns über den Papstbrief.

„Der Papst tritt wirklich in die alltägliche Dynamik der Familie ein“

„Heute gibt es so viele Familien, die Krisen und Schwierigkeiten aller Art erleben – ihnen wendet der Papst seine Aufmerksamkeit zu. Und er betont die Schönheit des Sakraments der Ehe, auch wenn das für junge Menschen heute so schwer zu verstehen ist. Der Papst tritt wirklich in die alltägliche Dynamik der Familie ein; er nimmt uns fast an die Hand, um uns zu ermutigen und uns das Gefühl zu geben, dass wir auf diesem Weg nicht allein sind.“

Natürlich zeige Franziskus auch in diesem Brief sein „Verständnis für außergewöhnliche Situationen“, so Frau Gambino – aber das bedeute nicht, „das Licht des vollsten Ideals zu verbergen oder weniger als das anzubieten, was Jesus dem Menschen anbietet“.

 

 „Die Familienpastoral ist überall auf der Welt wieder in Gang gekommen“

Der Papst ist am Thema Ehe und Familie von jeher besonders interessiert; er hat ihm zwei Bischofssynoden gewidmet und mit „Amoris laetitia“ von 2016 einen seiner grundlegendsten Texte. Derzeit führt er ein Amoris-laetitia-Themenjahr durch, um seine Anliegen präsent zu halten.

„Generell würde ich sagen, dass die Familienpastoral überall auf der Welt wieder in Gang gekommen ist. Auch unser Büro hat auf Drängen des Heiligen Vaters viele pastorale Instrumente entwickelt, um den Diözesen und Bischofskonferenzen dabei zu helfen, ‚Amoris laetitia‘ in die Tat und in pastorale Kreativität umzusetzen. Dazu wird auch in sechs Monaten ein Welttreffen stattfinden. Ich lade Pfarreien und Gemeinschaften in aller Welt dazu ein, den Brief des Papstes zu lesen und ihn an Ehepaare in der ganzen Welt zu verteilen.“

„Familien sind wirklich ein Gewinn für die Kirche“

Pfarreien, Diözesen, Bischofskonferenzen, sogar Schulen und Universitäten haben nach Angaben von Frau Gambino an den Vatikan geschrieben, um von ihren neuen Aktivitäten in der Ehe- und Familien-Seelsorge zu berichten. Da geht es auch um die Begleitung von Ehepaaren in der Krise – oder von Paaren, die sich getrennt haben.

„Es ist ein Prozess pastoraler Kreativität in Gang gekommen, der auch zu einer größeren Gemeinschaft zwischen Seelsorgern und Familien führt. Sie lernen, einander zuzuhören und die Rolle der Familien in der Kirche zu stärken. Da gibt es natürlich auch Hindernisse. Aber überall ist zu spüren, wie versucht wird, zusammen zu gehen und schwierige Situationen zu begleiten – auch solche, die vorher ein wenig beiseitegelassen wurden. Familien sind wirklich ein Gewinn für die Kirche, aber in vielen Zusammenhängen müssen wir noch verstehen, wie wir diese Aussage in die Praxis umsetzen können.“

„Ohne Stabilität haben die Menschen Angst“

Nun ist aber derzeit nicht nur ein „Amoris laetitia“-Jahr im Gang, sondern auch ein synodaler Prozess auf Weltebene hat sich in Bewegung gesetzt. Gabriella Gambino glaubt, dass das Familienjahr die Weltsynode inspirieren könnte – etwa mit Fragen wie dieser: „Was kann die Kirche von der Art und Weise lernen, wie Eltern, Kinder und Geschwister versuchen, einander mit ihren Schwächen, Konflikten und unterschiedlichen Standpunkten anzunehmen?“

„In den Familien herrscht eine tiefe Unsicherheit“, sagt eine der hochrangigsten Frauen in der römischen Kurie. „Das ist auf viele Faktoren zurückzuführen, darunter ganz konkrete Faktoren: unsichere Arbeitsplätze zum Beispiel. Wir sehen es als unsere Aufgabe an, vor allem den jungen Leuten Vertrauen in die Zukunft zu geben. Ihnen zu vermitteln, dass die Ehe wirklich ein Sakrament ist, in dem sie begleitet werden können und das ihnen mehr Stabilität geben kann… Ohne solche Stabilität haben die Menschen Angst, und die Angst hält sie zurück.“

(vn 27)

 

 

 

Papst: Demografischer Winter ist „Tragödie“

 

Franziskus hat sich erneut besorgt über den Geburtenrückgang in Italien gezeigt. Das machte er an diesem Sonntag beim Mittagsgebet deutlich.

Franziskus kündigte am Fest der Heiligen Familie, das in diesem Jahr am Zweiten Weihnachtstag begangen wird, einen Brief an Paare an, den er anlässlich des laufenden Familienjahres Amoris laetitia verfasst hat. Der Vatikan veröffentlichte das Schreiben an diesem Sonntag.

Viele Paare entscheiden sich gegen Kinder

In diesem Kontext äußerte der Papst nach seinem Angelusgebet an diesem Sonntag erneut Sorge über den Geburtenrückgang vor allem in Italien, den er als „demografischen Winter“ bezeichnete:

„Es scheint, dass viele den Wunsch nach Kindern verloren haben und viele Paare es vorziehen, ohne oder mit nur einem Kind zu bleiben. Überlegen Sie sich das, es ist eine Tragödie! (…) Lassen Sie uns alle unser Bestes tun, um unser Gewissen zu beruhigen und diesen demografischen Winter zu überwinden, der sich gegen unsere Familien, gegen unsere Heimat und sogar gegen unsere Zukunft richtet.“

Gebet für das Weltfamilientreffen

Mit seinem Brief an Eheleute wolle er die Paare ermutigen, ihnen seine Verbundenheit kundtun und sie zum Nachdenken anregen, sagte Franziskus beim Angelus über sein anlässlich des Familienjahres Amoris laetitia verfasstes Schreiben. Die Paare seien auf ihrem Weg nicht allein, erinnerte Franziskus, der auch zum Gebet für das kommende Weltfamilientreffen aufrief:

„Es ist wichtig, über die Güte und Zärtlichkeit Gottes nachzudenken und sie zu erfahren, der mit väterlicher Hand die Schritte der Eheleute auf den Weg des Guten führt. Möge der Herr allen Ehepaaren die Kraft und Freude schenken, den eingeschlagenen Weg weiterzugehen. Ich möchte Sie auch daran erinnern, dass wir uns dem Welttreffen der Familien nähern: Ich lade Sie ein, sich auf dieses Ereignis vorzubereiten, vor allem im Gebet, und es in Ihren Diözesen gemeinsam mit anderen Familien zu leben.“

Das vom Papst ausgerufene Familienjahr Amoris laetitia startete am 19. März 2021 und läuft noch bis zum 26. Juni 2022. Etwa zeitgleich findet im Juni das internationale katholische Weltfamilientreffen 2022 statt, dessen Hauptveranstaltung mit dem Papst in Rom stattfinden soll. (vn 26)

 

 

 

Papst an Ehepaare: „Lebt eure Berufung intensiv“

 

„Es soll mein Weihnachtsgeschenk an Ehepaare sein: eine Ermutigung, ein Zeichen der Verbundenheit und auch eine Gelegenheit zum Nachdenken“ – so kündigte der Papst beim Angelus einen Brief an Ehepaare an, den er anlässlich des laufenden Familienjahres Amoris laetitia an diesem Sonntag veröffentlichen ließ.

In dem original auf Spanisch verfassten Text ermutigt Franziskus Paare und Familien, sich aktiv in der Ehe- und Familienpastoral zu engagieren und ihre Berufung zur Familie mit Zuversicht zu leben. In dem Brief schreibt der Papst, er habe besonders in der Pandemie-Zeit für Familien gebetet. Diese würden derzeit „auf eine harte Probe gestellt“. Mehr denn je sei diese Zeit von „Ungewissheit“, „Einsamkeit“ und dem „Verlust geliebter Menschen“ geprägt, die erschwerten Bedingungen für Familien hätten Konflikte verstärkt und zu Erschöpfung geführt.

Kindererziehung

Franziskus ging in seinem Schreiben auf verschiedene Herausforderungen und Aufgaben von Paaren ein, darunter die Kindererziehung und das gesellschaftliche Engagement. Der Papst ermutigte die Männer und Frauen dazu, mit gutem Beispiel voranzugehen und ihre Kinder liebevoll und mit Hingabe zu begleiten:

„Der erste Bereich, wo Erziehung geschieht, ist nach wie vor die Familie mit ihren kleinen Gesten, die mehr sagen als Worte. Erziehen heißt vor allem, Wachstumsprozesse zu begleiten, in vielerlei Hinsicht präsent zu sein, damit sich die Kinder jederzeit auf ihre Eltern verlassen können. Der Erzieher ist ein Mensch, der in einem geistigen Sinne „zeugt“ und sich vor allem ganz in diese Beziehung „hineingibt“. Es ist wichtig, dass Ihr als Vater und als Mutter die Beziehung zu euren Kindern auf der Grundlage einer Autorität aufbaut, die Ihr euch Tag für Tag verdient habt. Sie brauchen eine Sicherheit, die ihnen hilft, Vertrauen in Euch zu haben, in die Schönheit Eures Lebens, in die Gewissheit, niemals allein zu sein, komme was wolle."

Engagement in Kirche und Gesellschaft

Mit Blick auf die Rolle christlicher Paare und Familien in der Gesellschaft hob der Papst hervor: „Ihr habt den Auftrag, die Gesellschaft durch Eure Präsenz in der Arbeitswelt zu verändern und dafür zu sorgen, dass die Bedürfnisse der Familien berücksichtigt werden.“ Auch in der Pfarrei und Diözese sollten Ehepaare „die Initiative ergreifen“ und „an der Seite der Seelsorger“ andere Familien unterstützen und ihnen im Glauben Mut machen, so der Papst. In der Familienpastoral könne es so eine „fruchtbare Zusammenarbeit“ zwischen Bischöfen, Priestern und Laien geben, so Franziskus. 

In Krisenzeiten sollten die Paare auf Halt im Glauben bauen und sich zugleich auch Hilfe suchen, um die Konflikte zu überwinden und den Kindern Leid zu ersparen, empfahl der Papst. Er erneuerte seinen Appell, stets Höflichkeit, Dankbarkeit und die Fähigkeit zu Vergebung zu pflegen, um die Beziehung zu stärken.

Schwere Pandemiezeit

Bei vielen Paaren hätten sich in der Pandemiezeit bestehende Probleme verschärft und zu Konflikten geführt, die „nahezu unerträglich“ wurden und Trennungen nach sich zogen, so Franziskus weiter: „Auch diesen Menschen möchte ich meine Verbundenheit und Zuneigung ausdrücken.“ Andererseits könne das Mehr an Zeit, dass Familien in der Pandemie miteinander verbringen, auch Chance für Dialog und vertiefte Bande sein, merkte der Papst an.

Junge Paare, die sich auf die Ehe vorbereiten, rief der Papst dazu auf, sich nicht von Zukunftsängsten lähmen zu lassen und trotz widriger Bedingungen beherzt das Wagnis der Ehe einzugehen. „So dürft auch Ihr, wenn es darum geht, den Weg der Ehe zu beschreiten, auch wenn Ihr nur über geringe Mittel verfügt, immer auf die Vorsehung vertrauen, denn manchmal sind es gerade die Schwierigkeiten, die bei jedem von uns Ressourcen zum Vorschein bringen, von denen wir nicht einmal dachten, dass wir sie besäßen. Zögert nicht, bei Euren Familien und Freunden, in der Kirche und in der Pfarrei Halt zu suchen, um das zukünftige Ehe- und Familienleben zu leben und von denen zu lernen, die den Weg, den Ihr beginnt, bereits beschritten haben.“

Gruß an Großeltern 

Familien seien auch gefordert, „Brücken zwischen den Generationen zu bauen“ und christliche Werte weiterzugeben, ergänzte der Papst. Einen besonderen Gruß richtete er an die Großväter und Großmütter, die während der Zeit der Isolation nicht in der Lage waren, ihre Enkelkinder zu sehen und mit ihnen zusammen zu sein. Die Familie könne nicht auf die Großeltern verzichten, so der Papst, denn sie seien „das lebendige Gedächtnis der Menschheit“.

„Der heilige Josef möge in allen Familien den schöpferischen Mut wecken, den wir in diesem Epochenwechsel, den wir gerade erleben, so dringend brauchen. Die Gottesmutter begleite Euch in Eurer Ehe bei der Gestaltung einer ,Kultur der Begegnung', die wir so dringend brauchen, um die Widrigkeiten und Widerstände zu überwinden, die unsere Zeit verdunkeln. Die vielen Herausforderungen können denen, die wissen, dass sie mit dem Herrn unterwegs sind, nicht die Freude rauben. Lebt eure Berufung intensiv. Lasst nicht zu, dass eine traurige Mine eure Gesichter trübt. Dein Ehepartner braucht Dein Lächeln. Eure Kinder brauchen Eure ermutigenden Blicke. Die Hirten und die anderen Familien brauchen Eure Präsenz und Eure Freude: die Freude, die vom Herrn kommt!“

Amoris laetitia-Familienjahr

Das vom Papst ausgerufene Familienjahr Amoris laetitia startete am 19. März 2021 und läuft noch bis zum 26. Juni 2022. Etwa zeitgleich findet im Juni das internationale katholische Weltfamilientreffen 2022 statt, dessen Hauptveranstaltung mit dem Papst in Rom stattfinden soll. (vatican news 26)

 

 

 

Bischof Bätzing fordert „radikale Umkehr“

 

Bischof Georg Bätzing sieht seine Kirche in einem Dilemma und fordert eine „radikale Umkehr“. Weder könne das Alte einfach fortgeschrieben werden, noch komplett in Neuem aufgehen, schrieb der Limburger Bischof im Gastbeitrag einer Zeitschrift.

 „Umkehr - vielleicht ist das sogar für uns Bischöfe besonders schwer“, so Bätzing in seinem Beitrag in der evangelischen Zeitschrift „zeitzeichen“. „Denn wir verstehen uns ja in der Tradition der Jünger, die der Herr persönlich berufen hat.“

Das sei eine „fast zweitausendjährige Linie der Tradition und eine Berufung, die einem auch mal zu Kopf steigen kann“, so der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. „Aber alles unter einer radikalen Umkehr wird der Wucht des auslösenden Skandals und der Dramatik der Entkirchlichung, die wir täglich erleben, nicht gerecht“, schreibt Bätzing.

„Schonungslose“ Analyse von Realität und Strukturen gefordert

Er verweist auf den Missbrauchsskandal, der die Kirche seit Jahren beschäftigt. Bätzing: „Wir haben Autorität und Glaubwürdigkeit verloren, aus eigenem Verschulden. Der Skandal sexualisierter Gewalt in unserer Kirche und ihrer Vertuschung ist neben all der Schuld, die wir auf uns geladen haben, ein Ruf zur Umkehr an die Kirche selbst.“

Der Blick auf die Nöte von Betroffenen und das erlittene Leid müssten „zum Ausgangspunkt für eine schonungslose Analyse der Realität und der Strukturen werden, in denen Missbrauch überhaupt erst möglich war“, fordert Bätzing.

Die Perspektive sei dabei eindeutig: „Die Kirche der Armen, der Ausgebeuteten, der Ausgenutzten; das ist das Ziel, das Papst Franziskus immer wieder betont und von uns einfordert.“ Wenn Kirche nicht für die Menschen da sei, werde sie in der Gesellschaft immer weniger ernst genommen, betont Bätzing und fügt hinzu: „Dann gehen wir als Kirche gegen Null.“

Bätzing: Angst vor neuem Schisma ist „Phantom, um Prozess der Umkehr zu diskreditieren“

Mit Blick auf den Reformprozess der katholischen Kirche in Deutschland sagte er, es gebe in der Weltkirche angesichts des Synodalen Weges „offenbar die Sorge, wir könnten hinsteuern auf eine in sich geschlossene Nationalkirche“, so Bätzing. „Ich kenne unter den Beteiligten am Synodalen Weg niemanden, der das will“, so der Bischof.

„Eher ist die Angst vor einer angeblichen Abspaltung der katholischen Kirche in Deutschland von der Weltkirche, vor einem neuen Schisma im Zuge des Synodalen Weges, ein Phantom, das aufgebaut wird, um den Prozess der Umkehr, den wir hierzulande wagen, zu diskreditieren.“ (kna/zeitzeichen- 25)

 

 

 

„Urbi et Orbi“: Fast wie früher, vor Corona

 

Es war fast wieder wie früher, in den Zeiten vor Corona: Zum ersten Mal seit Beginn der Pandemie hat Papst Franziskus seinen feierlichen Segen „Urbi et Orbi“ wieder von der mittleren Loggia des Petersdoms aus erteilt. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Der Petersplatz war an diesem ersten Weihnachts-Feiertag nur halb gefüllt; das lag nicht (nur) am regnerischen Wetter, sondern an den Abstand-Regeln wegen Corona. Ein italienisches und ein vatikanisches Musik-Corps sorgte für festliche Stimmung. Die letzten Male war Franziskus zu seinem traditionellen Segen an Weihnachten bzw. an Ostern in den Petersdom ausgewichen, um keine Menschenansammlungen herbeizuführen.

„Liebe Brüder und Schwestern, frohe Weihnachten!“ So setzte ein ernst blickender Franziskus an. „Das Wort (Gottes) ist Fleisch geworden, um mit uns in Dialog zu treten. Gott will keinen Monolog führen, sondern einen Dialog. Denn Gott selbst, Vater, Sohn und Heiliger Geist, ist Dialog, ewige und unendliche Gemeinschaft der Liebe und des Lebens. Indem Gott in der Person des fleischgewordenen Wortes in die Welt gekommen ist, hat er uns den Weg der Begegnung und des Dialogs gezeigt.“

Eindringliches Plädoyer für Dialog

Das war, in wenigen Sätzen, eine Zusammenfassung der Lehre über die heilige Dreifaltigkeit. Und es war der Ausgangspunkt für den Papst, um wie schon in seiner Enzyklika „Fratelli tutti“ vom Herbst 2020 eine Lanze für die „Kultur der Begegnung“ und des Dialogs zu brechen. Diese Haltung der Offenheit zum anderen sei in der Corona-Pandemie noch nötiger als zuvor.

„Unsere Fähigkeit zu sozialen Beziehungen wird auf eine harte Probe gestellt; es gibt eine wachsende Tendenz dazu, sich zu verschließen, alles allein machen zu wollen; man verzichtet darauf, hinauszugehen, sich zu begegnen und miteinander die Aufgaben zu erledigen. Und auch auf internationaler Ebene besteht die Gefahr, dass die Bereitschaft zum Dialog fehlt, dass die komplexe Krise dazu führt, Abkürzungen zu wählen anstatt die längeren Wege des Dialogs; diese allein jedoch führen zu einer Konfliktlösung und zu Vorteilen, die allen zugutekommen und von Dauer sind.“

Nicht abstumpfen angesichts der vielen Krisen und Kriege

Leider gebe es weltweit noch allzu viele „Konflikte, Krisen und Widersprüche“, bedauerte Franziskus. „Sie scheinen nie zu enden, und wir nehmen sie kaum noch wahr. Wir haben uns so sehr daran gewöhnt, dass unermessliche Tragödien schweigend übergangen werden; wir riskieren, den Schrei des Schmerzes und der Verzweiflung vieler unserer Brüder und Schwestern nicht zu hören.“

Appelle für Syrien, Libanon, Irak und Jemen

Da dachte Franziskus vor allem an Syrien – an den dort seit über zehn Jahren anhaltenden Krieg, an die Flüchtlinge. Er erinnerte aber auch an den Libanon, „der sich in einer beispiellosen Krise befindet“, und an den Irak, der „immer noch Mühe hat, sich wiederaufzurichten“. Der Papst hat im März dieses Jahres den Irak besucht – eine Reise, die für das gequälte Land und die Region einen überraschenden Moment der Hoffnung bedeutete. „Hören wir (auch) den Schrei der Kinder aus dem Jemen, wo sich eine ungeheure, von allen vergessene Tragödie seit Jahren in aller Stille abspielt, die jeden Tag Menschenleben fordert.“

„Schwere Zeiten in Betlehem“

Wie üblich in seinen Urbi-et-Orbi-Ansprachen, bedauerte Franziskus auch den Stillstand in den Friedensbemühungen für das Heilige Land. Besonders besorgt zeigte er sich über die Lage in der Geburtsstadt Jesu: Betlehem.

„Dort durchlebt man auch aufgrund der von der Pandemie verursachten wirtschaftlichen Probleme schwere Zeiten. Denn die Pilger sind daran gehindert, das Heilige Land zu erreichen, und dies wirkt sich negativ auf das Leben der Bevölkerung aus.“

„Jesuskind, gib dem Nahen Osten und der ganzen Welt Frieden und Eintracht“

Als stünde er in diesem Moment selbst an der Geburtsgrotte in Betlehem, wechselte der Papst in seiner Ansprache die Perspektive und sprach den neugeborenen Herrn direkt an.

„Jesuskind, gib dem Nahen Osten und der ganzen Welt Frieden und Eintracht. Stehe denen bei, die sich für humanitäre Hilfe zugunsten der Bevölkerungen einsetzen, die gezwungen sind, aus ihrer Heimat zu fliehen; tröste das afghanische Volk, das seit über vierzig Jahren durch Konflikte auf eine harte Probe gestellt wird, die viele dazu bewogen haben, das Land zu verlassen.“

Gebet für Myanmar und die Ukraine

Franziskus betete auch für weitere Krisenherde. „Stehe dem Volk in Myanmar zur Seite, wo Intoleranz und Gewalt oft auch die christliche Gemeinschaft und die Gotteshäuser treffen… Lass nicht zu, dass sich in der Ukraine die Metastasen eines schwelenden Konflikts ausbreiten. Fürst des Friedens, hilf Äthiopien, … den Weg zu Versöhnung und Frieden wieder zu finden.“

Der Papst bedachte auch die terrorgeplagte Sahelzone, den Maghreb sowie Sudan und Südsudan mit ein paar besorgten Worten. Den Völkern Amerikas wünschte der erste Lateinamerikaner im Petrusamt „Versöhnung und friedliche Koexistenz“.

„Sohn Gottes, tröste die Opfer der Gewalt gegen Frauen“

„Sohn Gottes, tröste die Opfer der Gewalt gegen Frauen, die in dieser Zeit der Pandemie um sich greift. Gib den Kindern und Jugendlichen Hoffnung, die Mobbing und Missbrauch erleiden. Spende den älteren Menschen Trost und Zuneigung, vor allem denjenigen, die am einsamsten sind.“

Franziskus betete für „Lösungen zur Überwindung der Gesundheitskrise und ihrer Folgen“, forderte etwas weniger drängend als bei anderen Gelegenheiten Corona-Impfstoff auch für die armen Länder und hatte auch einen Gedanken für Migranten, Flüchtlinge und Vertriebene.

Ein Zitat aus der Papst-Ansprache auf Lesbos

„Ihre Augen bitten uns, uns nicht abzuwenden, die Menschlichkeit, die uns verbindet, nicht zu leugnen, uns ihre Geschichten zu eigen zu machen und ihre Tragödien nicht zu vergessen.“ Das war ein Zitat aus der Rede, die er Anfang Dezember in einem Aufnahmelager für Migranten auf der griechischen Insel Lesbos gehalten hat.

„O Christus, für uns geboren, lehre uns, mit dir auf den Wegen des Friedens zu wandeln!“ Nach der Ansprache des Papstes erinnerte ein Kardinal daran, dass der feierliche Segen „Urbi et Orbi“ (Für die Stadt und den Erdkreis) auch für alle gilt, die per Radio, TV oder neue Medien zuschalten. Und dass damit (bei Einhaltung der üblichen Bedingungen, versteht sich) ein vollkommener Ablass erlangt werden kann.

Der feierlichste Segen, den die Kirche kennt

Dann erteilte Franziskus den Segen in lateinischer Sprache. Der „Urbi et Orbi“ geht bis ins 13. Jahrhundert zurück; im Fernsehen wurde er erstmals 1949 ausgestrahlt. Erteilt wird der „Urbi et Orbi“ bei drei Gelegenheiten: am Ostersonntag, am ersten Weihnachtsfeiertag sowie unmittelbar nach der Wahl eines neuen Papstes, bei seinem ersten Auftritt vor der Weltöffentlichkeit.

Letztes Jahr machte Franziskus allerdings eine Ausnahme von dieser Regel: Angesichts der Corona-Pandemie erteilte er während des „Lockdown“ im März 2020 einen feierlichen Sondersegen „Urbi et Orbi“ auf dem menschenleeren Petersplatz.  (vatican news) 25

 

 

 

Papst im Interview: „Nur Geschwisterlichkeit wird uns retten“

 

„Nur wahre und konkrete universelle Geschwisterlichkeit wird uns retten und uns allen ein besseres Leben ermöglichen.“ In einem Interview der beiden italienischen Zeitungen „La Repubblica“ und „La Stampa“ spricht Franziskus über die Pandemiezeit, die Bedeutung von Weihnachten und er gibt Einblicke in seine Kindheit in Buenos Aires.

Die beiden Journalisten Paolo Rodari und Domenico Agasso haben mit dem Papst vor Weihnachten im vatikanischen Gästehaus Santa Marta gesprochen; das Interview erschien an diesem Freitag in beiden italienischen Zeitungen. Darin bekräftigt Franziskus seinen Wunsch nach mehr globaler Geschwisterlichkeit und Solidarität vor allem in der Pandemiezeit.

„Nur wahre und konkrete universelle Brüderlichkeit wird uns retten und uns allen ein besseres Leben ermöglichen.“

„Nur wahre und konkrete universelle Brüderlichkeit wird uns retten und uns allen ein besseres Leben ermöglichen. Dies bedeutet jedoch, dass die internationale Gemeinschaft, die Kirche, allen voran der Papst, die Institutionen, die politisch und sozial Verantwortlichen und auch jeder einzelne Bürger insbesondere in den reichsten Ländern, die schwächsten, anfälligsten und schutzlosesten Regionen und Menschen, die Opfer von Gleichgültigkeit und Egoismus sind, nicht vergessen kann und darf. Deshalb bete ich zu Gott, dass er dieses Weihnachten mehr Großzügigkeit und Solidarität auf die Erde schickt. Aber real, praktisch und beständig, nicht nur in Worten. Ich hoffe, dass Weihnachten die Herzen der Leidenden erwärmt und unsere Herzen öffnet und stärkt, so dass sie mit dem Wunsch brennen, den Bedürftigen mehr zu helfen.“

Papst verurteilt erneut Ausbeutung und Missbrauch

Er selbst denke an Weihnachten ganz besonders an „die Armen, die Vergessenen, die Verlassenen, die Letzten und vor allem an die missbrauchten und versklavten Kinder“, so Papst Franziskus: „Es macht mich wütend und traurig, wenn ich die Geschichten von schutzbedürftigen Erwachsenen und Kindern höre, die ausgebeutet werden.“

Auch denke er an kranke Kinder, die Weihnachten im Krankenhaus verbringen müssten, ergänzte er. Angesichts ihres Leidens gebe es keine Worte, so Franziskus – „wir können uns nur an den Glauben klammern“ und Dankbarkeit kultivieren, wenn unsere Familie gesund sei. Der Papst nutzte die Gelegenheit, um erneut die Arbeit von Ärztinnen und Pflegern zu würdigen, die solches Leid ein wenig lindern. Er lobte hier die Arbeit einer Ärztin im vatikanischen Kinderkrankenhaus Bambin Gesù in Rom, die alle Namen ihrer kleinen Patienten kenn: „Wir sind uns oft nicht bewusst, welch großartige Arbeit diese Ärzte, Krankenschwestern und Mitarbeiter des Gesundheitswesens tagtäglich leisten, aber wir sollten jedem einzelnen von ihnen dankbar sein.“

Nach der Weihnachtszeit seiner Kindheit in Buenos Aires befragt, erzählte der Papst, seine Familie habe immer erst am Morgen des 25. Dezember bei seinen Großeltern gefeiert und gefüllte italienische Pasta „Cappelletti“ gegessen, die seine Oma italienischer Abstammung zubereitete. Weihnachten sei für ihn „immer eine Überraschung“, so Franziskus: „Es ist der Herr, der uns besuchen kommt, und ich erlebe diese Ankunft mit der Mystik des Advents: ein wenig warten und sich auf die Begegnung mit Gott vorbereiten, der alles zum Guten erneuert. Und dann liebe ich Weihnachtslieder so sehr, die voller Poesie sind. ,Stille Nacht‘, ,Du kommst von den Sternen herab‘... sie vermitteln Frieden, Hoffnung, sie schaffen eine Atmosphäre der Freude über den Sohn Gottes, der auf der Erde geboren ist wie wir, für uns“.

Jorge Mario Bergoglio, „hartes Bein“ und Leseratte

„Der Torwart muss bereit sein, auf Gefahren zu reagieren, die von allen Seiten kommen können“

Er habe in seiner Jugend viel Fußball gespielt, mit einem Lumpenball, der symbolträchtigen „pelota de trapo, erzählte der Papst weiter. „Pata dura“, „hartes Bein“, hätten den jungen Bergoglio die anderen Spieler, darunter auch ein paar Mädchen, genannt. Vor allem im Tor habe er geglänzt, so der heute Papst, das nütze ihm noch heute: „Torhüter zu sein, war für mich eine große Lebensschule. Der Torwart muss bereit sein, auf Gefahren zu reagieren, die von allen Seiten kommen können...“.

Er habe nicht nur Sport getrieben, sondern auch viel gelesen, so Papst Franziskus weiter. Seine Eltern seien sehr darauf bedacht gewesen, die Kinder zum Lesen zu bringen, und weil es in der Familie noch keinen Fernseher gab, habe man eben nachmittags und abends gemeinsam gelesen.

„Zu den ersten Büchern, die ich in meiner Jugend gelesen habe, gehörte: ,Don Segundo Sombra‘ von Ricardo Güiraldes, dann die Romane von Jorge Luis Borges und Fëdor Dostoevskij und die Gedichte von Friedrich Hölderlin. Letzteres war für mich eine Verlockung. Und dann, in meiner Jugend, las ich ‚Green Years‘ von Archibald Joseph Cronin: Ich habe es schließlich in der italienischen Fassung gelesen, und es hat mir geholfen, als ich im Priesterseminar war, meine Sprachkenntnisse aufzufrischen. Diese Lesungen waren der Schatz meiner Kindheit und Jugend, weil sie mir starke, unauslöschliche Emotionen vermittelten, zusammen mit denen, die mein Vater uns vorzulesen pflegte, angefangen mit dem Buch Cuore (Herz): Ich erinnere mich, dass meine Brüder und ich oft zu Tränen gerührt waren, wenn wir es hörten. Cuore war Teil unserer Ausbildung und bleibt für mich ein unvergessliches Buch.“

Den deutschen Dichter Friedrich Hölderlin (1770-1843) zitierte Bergoglio bei einer Audienz für Kardinäle kurz nach seiner Wahl zum Papst im Jahr 2013 mit folgender Redewendung – es waren damals seine ersten Worte auf Deutsch: „Es ist ruhig das Alter und fromm.“

Wieder fit und reisefreudig

Auf die Frage nach seinem Gesundheitszustand nach der Operation im Gemelli-Krankenhaus antwortete der Papst, dass es ihm gut gehe. So habe er bereits wieder reisen können und werde - „wenn der Herr es will, im Jahr 2022 weitere Reisen unternehmen“. (vn 24)

 

 

 

Deutsche Bischöfe zu Weihnachten: „Gott ist konkretes Leben"

 

Zum Heiligen Abend haben die Bischöfe Deutschlands sich mit Appellen an die Menschen gerichtet. Dabei stand oft ein kritischer Blick auf sich selbst und das Verhältnis zum anderen im Fokus.

 

Weihnachten regt nach den Worten des Münchner Kardinals Reinhard Marx zu einer neuen Suche an, was Gott bedeutet. Die Geschichte von Bethlehem wolle erzählen, „Gott ist keine Theorie, sondern Gott ist konkretes Leben! Ein Kind, ein Gesicht, das uns anschaut“, sagt Marx laut Redemanuskript in seiner Weihnachtspredigt zu Heiligabend im Münchner Liebfrauendom.

Viele Menschen feierten das Fest, ohne den Gottesdienst zu besuchen oder ohne gläubig zu sein, erinnert der Kardinal. Zudem sei in der Corona-Zeit deutlich geworden, „dass wir zunächst einmal auf die schauen, die konkret helfen: auf die Virologen, auf die Ärzte, auf das Gesundheitswesen, auf die Politik insgesamt“. Dabei stelle sich die Frage, „kann Gott etwas verändern in einer solchen Krisensituation“, in der „doch eher das praktische Tun“ helfe.

Auftrag der Kirche sei es, mitten in dieser Welt, auch mitten in dieser Pandemie-Welle Weihnachten zu feiern und den menschgewordenen Gott in unserer Mitte zu verkünden, erklärt Marx. „Wir feiern Weihnachten als Zeugnis dieser Hoffnung - nicht nur für uns, sondern für alle.“ Ohne Gott fehle der Blick auf das Ganze der menschlichen Wirklichkeit, auch fehle der liebende Blick auf den konkreten Menschen, „besonders auf den Menschen im Leid, in Armut, in Schwäche, in Krankheit“. Auf der Suche nach dem, was im Leben wie im Glauben trage, könne Weihnachten „ein Anstoß sein, mit dieser Suche nicht aufzuhören, den Weg auch wirklich zu gehen“, so der Kardinal.

Bischof Jung: Weihnachtsbotschaft als Ermutigung in Krisen

Der Würzburger Bischof Franz Jung sieht in der Geburt Jesu in den derzeitigen Krisen eine Ermutigung für die Menschen. Gott sage in Jesus Christus bedingungslos und entschieden Ja zu dieser Welt, betonte Jung in einer am Donnerstag veröffentlichten Videobotschaft. „An Weihnachten sind wir eingeladen, dieses Ja mitzusprechen. Immer dann mitzusprechen, wenn es schwer wird im Leben.“

Keiner der Menschen habe sich herausgesucht, wann und wo er geboren wird, und in welche Krisen hinein, so der Bischof. Er nannte als Beispiele die Klima- und Coronakrise sowie die vielen entwurzelten Menschen, die nach einer neuen Heimat suchten. Gott sage in Christus Ja zu jedem Menschen. Deshalb gelte es, auch Ja zu sagen, wenn Menschen glaubten, ein Nein zu hören, etwa wegen einer Behinderung oder Krankheit, wegen Schuld und Versagen oder Unfrieden, so Jung.

Fuldaer Bischof Gerber: Motive für eigenes Handeln prüfen

Weihnachten gibt nach Worten des Fuldaer Bischofs Michael Gerber Anlass, nach den Motiven des eigenen Handelns zu fragen. In der Pandemie sei während des ersten Lockdowns Solidarität oft in konkreten Aktionen erfahrbar geworden, schreibt Gerber in einer auf der Internetseite des Bistums veröffentlichten Weihnachtsbotschaft. „Inzwischen erleben wir aber verstärkt Polarisierungen in der Gesellschaft.“

Die Bindekraft, die aus einem gemeinsamen Handeln gegen etwas entsteht, habe offenbar nur eine sehr begrenzte Halbwertszeit, so der Bischof. Ein Handeln gegen etwas könne zwar vorübergehend zusammenschweißen, bestehe aber langfristig nicht gegen Widerstände.

Der Bischof bezieht sich auch auf die biblische Weihnachtserzählung der „Flucht nach Ägypten“ von Maria, Josef und dem neugeborenen Kind. Deren Schicksal lasse ihn an Verfolgung, Vertreibung und Flucht denken und erinnere an dramatische Bilder internationaler Krisenherde des Jahres 2021. „Mehr denn je sind viele Biografien heute ein holpriger Zickzack-Kurs“, so Gerber. Er sehe einen der wesentlichen Aufträge von Kirche in der Welt von heute darin, Menschen dabei zu unterstützen, einen solchen Weg gehen zu können und ihnen Begleitung, Hilfe und Schutz zu bieten.

Weihnachtsbotschaften der Bischöfe Berlin und Brandenburg

Der katholische Berliner Erzbischof Heiner Koch forderte einen schnelleren Familiennachzug von Angehörigen geflüchteter Menschen. Notwendig seien zügigere staatliche Verfahren und eine bessere Kommunikation zwischen Behörden, Ämtern und Botschaften, betonte Koch in einem Gastbeitrag für die „Berliner Zeitung“ (Weihnachtsausgabe). „Es muss ausreichen, wenn die Korrektheit der Unterlagen einmal geprüft wird.“

Der evangelische Landesbischof Christian Stäblein rief in einer Predigt zu gemeinsamen Anstrengungen auf, „dass wir miteinander auch die nächste Runde in der Pandemie bestehen“. Dazu gehöre die Sorge, dass es weltweit „gerecht zugeht mit dem Impfstoff“, mahnte Stäblein mit Blick auf die armen Länder. Er betonte, dass die anhaltende Corona-Krise mit ihren Kontaktbeschränkungen „ganz schön mürbe machen“ könne. Angesichts dessen ermutige die Weihnachtsbotschaft von der Geburt Jesu, in der Gott sich der Welt zuwende, nicht nur um die eigenen Ängste und Sorgen zu kreisen.

Rheinischer Präses Latzel: Für andere zum Hirten werden

Der rheinische Präses Thorsten Latzel hat dazu aufgerufen, füreinander zu Hirten zu werden. „Hirten sind die, die sich um andere kümmern und sie schützen“, sagte der leitende Theologe der Evangelischen Kirche im Rheinland am Freitagmorgen laut Predigttext im Gottesdienst in der Justizvollzugsanstalt Wuppertal-Vohwinkel. Die Hirten seien nach der Geburt Jesu nicht nur die ersten gewesen, denen die Engel die Weihnachtsbotschaft brachten. Weihnachten sei Gott selbst in Christus als guter Hirte an die Seite der Menschen gekommen, sagte Latzel. „Und Gott macht uns so frei, dass wir uns selbst aufmachen und für andere zum Hirten werden.“

Er selbst sei in seinem Leben immer wieder solchen Menschen begegnet, „die es gut mit mir gemeint haben, sich um mich gesorgt haben“, sagte der Präses weiter. Neben seinen Eltern sei das etwa sein älterer Bruder gewesen, „der mich als Kleinen am Schulhof verteidigt hat“, aber auch Lehrerinnen, Kollegen und Freunde. „Es sind Menschen, durch die ich etwas von Gottes Beistand in meinem Leben erfahren konnte.“ Manchmal habe er auch selbst anderen Menschen zum Hirten werden können, sagte Latzel. Weihnachten gehe es darum, sich von der Botschaft bewegen zu lassen, „für andere ein Hirte und Hoffnungsträger zu sein“.

(kna 24)

 

 

 

Papst an Kurie: In Demut und Synodalität vorangehen

 

Demütig und synodal sollen sie sein, die engsten Mitarbeiter des Papstes. Die Weltsynode sei eine gute Gelegenheit, Klerikalismus und Selbstbezogenheit abzulegen, machte Franziskus beim traditionellen Weihnachtsempfang für die römische Kurie am Donnerstag deutlich. Anne Preckel – Vatikanstadt

Dass aus Demut Heilung erwächst, verdeutlichte der Papst in seiner Ansprache im Vatikan am Beispiel des biblischen Naaman, dem Syrer. Dieser aramäische General war tapfer, berühmt und zugleich aussätzig. Dass ihm der Prophet Elischa zur Genesung ein Bad im Jordan empfahl, schien dem Heeresführer allzu banal. Und doch wurde er genau durch dieses Hinabsteigen ins Wasser und das Ablegen seiner Rüstung gesund. „Die Demut, das eigene Menschsein zu entblößen, bringt Naaman nach dem Wort des Herrn Heilung“, brachte es Papst Franziskus auf den Punkt: „Ohne unsere Kleider, Vorrechte, Rollen und Titel sind wir alle Aussätzige, die der Heilung bedürfen. Weihnachten ist die lebendige Erinnerung an dieses Bewusstsein und hilft uns, es tief zu verstehen.“

Heilung durch Demut

In seiner langen Ansprache warnte Papst Franziskus seine engsten Mitarbeiter erneut vor „Versuchungen“ wie „spiritueller Weltlichkeit“, Stolz und Klerikalismus. Sie sollten keine „Experten der Seelsorge, die einen Weg weisen, ihn selber aber nicht gehen“, sein und in der Theorie „apostolische Expansionsprojekte“ ersinnen. Vielmehr sollten sie die Menschen in deren Hoffnungen und Leiden begleiten, schärfte Franziskus ein. Der Papst rief die Kardinäle dazu auf, sich nicht hinter „Rollen, Liturgie, Lehre und Religiosität“ zu verstecken, sondern den „Kontakt zur durchlittenen Wirklichkeit“ der Gläubigen zu halten.

„Der demütige Mensch sorgt sich auch um die Zukunft, nicht nur um die Vergangenheit... Der bescheidene Mensch bringt hervor, lädt ein und drängt auf das Unbekannte zu. Der Stolze hingegen wiederholt, erstarrt.“

Stolz und Überheblichkeit seien bei dieser Mission fehl am Platz, machte Franziskus einmal mehr deutlich. Stolz sei wie Stroh, das zu Asche verbrennt, er schneide ab von „Wurzeln und Sprossen“, von Vergangenheit und Zukunft. Demut lasse hingegen fruchtbar in der Welt wirken, betonte der Papst, sie umfasse Erinnern ebenso wie den Blick in die Zukunft. Der Papst warnte vor einem Festklammern an der Tradition: Erinnern dürfe nicht zum „Kult“ oder „Gefängnis“ werden.

„Damit das Erinnern nicht zu einem Gefängnis der Vergangenheit wird, brauchen wir ein weiteres Wort: Neues hervorbringen. Der demütige Mensch sorgt sich auch um die Zukunft, nicht nur um die Vergangenheit, denn er weiß, wie man in die Zukunft blickt, wie man auf die Sprossen schaut, mit einem Gedächtnis voller Dankbarkeit. Der bescheidene Mensch bringt hervor, lädt ein und drängt auf das Unbekannte zu. Der Stolze hingegen wiederholt, erstarrt - die Starrheit ist eine Pervertierung, eine Pervertierung heute - und verschließt sich in seiner Wiederholung, er fühlt sich sicher in dem, was er kennt, und fürchtet das Neue, weil er es nicht kontrollieren kann, er fühlt sich dadurch aus dem Gleichgewicht gebracht ... denn er hat sein Gedächtnis verloren.“

Stil der Synodalität statt Klerikalismus

„Es wäre jedoch falsch zu denken, dass die Synode ein Ereignis ist, das der Kirche als abstrakter Größe vorbehalten ist, die weit von uns entfernt ist. Synodalität ist ein Stil, zu dem vor allem wir, die wir hier sind und durch unsere Arbeit in der Römischen Kurie einen Dienst an der Weltkirche leben, uns bekehren müssen.“

Auch einer weiteren, ständig bestehenden „Versuchung“ erteilte Franziskus erneut eine Absage: „Der Klerikalismus, der sich als Versuchung - als Pervertierung - täglich unter uns schleicht, lässt uns immer an einen Gott denken, der nur zu einigen wenigen spricht, während die anderen nur zuhören und ausführen müssen.“ Die am 17. Oktober in Rom eröffnete Weltsynode, die in den Ortskirchen weltweit bereits erste Früchte zeigt, sei Gelegenheit für das Einüben von Demut in Begegnung und Dialog, eines „Stils der Synodalität“:

„Die Synode versucht die Erfahrung zu sein, dass wir alle Glieder eines größeren Volkes sind: das heilige, gläubige Volk Gottes und somit Jünger, die zuhören und gerade durch dieses Zuhören auch den Willen Gottes verstehen können, der sich immer auf unvorhersehbare Weise zeigt. Es wäre jedoch falsch zu denken, dass die Synode ein Ereignis ist, das der Kirche als abstrakter Größe vorbehalten ist, die weit von uns entfernt ist. Synodalität ist ein Stil, zu dem vor allem wir, die wir hier sind und durch unsere Arbeit in der Römischen Kurie einen Dienst an der Weltkirche leben, uns bekehren müssen.“

„Wir, die Mitglieder der Kurie, müssen die Ersten sein, die sich zu einer Umkehr zur Nüchternheit verpflichten.“

Gerade die Kurie müsse hier mit gutem Beispiel vorangehen, unterstrich der Papst. Schließlich sei die Kurie „nicht nur ein logistisches und bürokratisches Werkzeug für die Bedürfnisse der Weltkirche“, sondern ein „zum Zeugnis berufener Organismus“, der dem Evangelium gemäß wirken müsse, erinnerte Franziskus, der seine engsten Mitarbeiter zu „synodalen Umkehr“ aufrief:

„Wenn also das Wort Gottes die ganze Welt an den Wert der Armut erinnert, müssen wir, die Mitglieder der Kurie, die Ersten sein, die sich zu einer Umkehr zur Nüchternheit verpflichten. Wenn das Evangelium Gerechtigkeit verkündet, müssen wir als Erste versuchen, transparent zu leben, ohne Begünstigungen und Seilschaften. Wenn die Kirche den Weg der Synodalität einschlägt, müssen wir die Ersten sein, die sich auf einen anderen Arbeitsstil, auf Zusammenarbeit, auf Gemeinschaft umstellen. Und dies ist nur über den Weg der Demut möglich.“

Teilhabe, Gemeinschaft und Sendung

Nüchtern also, transparent und synodal soll die Kurie laut Franziskus sein. Er führte im Folgenden dann noch weiter aus, was ihm an der Kirchenspitze wichtig ist, und griff dabei drei Schlüsselbegriffe auf, die er bei der Eröffnung der Synodenversammlung verwendet hatte: Teilhabe, Gemeinschaft und Sendung. Dabei handele es sich um „Merkmale einer demütigen Kirche, die auf den Geist hört und ihren Mittelpunkt außerhalb ihrer selbst setzt“, wie der Papst formulierte.

Zunächst: Teilhabe. Franziskus warb hier für „eine konkrete Dynamik (…), bei der jeder wahrnimmt, dass er aktiv an der Sendung beteiligt ist, die er zu erfüllen hat“, für einen „Stil der Mitverantwortung“. Trotz „der Vielfalt der Rollen und Ämter“ und trotz bestehenden Hierarchien solle sich jeder Mitarbeiter der Kirchenzentrale als aktiver Teil des Ganzen fühlen können, appellierte Franziskus an die versammelten Dikasterien-Leiter: „Die Autorität wird zum Dienst, wenn sie teilt, einbezieht und hilft zu wachsen.“

Zudem gelte es, Gemeinschaft zu pflegen, so der Papst weiter – etwa gemeinsam zu beten, „Beziehungen aufzubauen, die über die bloße Arbeit hinausgehen, und die Bande des Guten unter uns zu stärken“. Explizit warnte Franziskus an dieser Stelle vor Konkurrenzdenken, Karrierismus und Spaltungen in der Kirchenzentrale: „Komplizenschaft schafft Spaltungen, schafft Parteiungen und schafft Feinde; Zusammenarbeit erfordert die Größe, die eigene Unvollständigkeit zu akzeptieren und offen zu sein für Teamarbeit, auch mit denen, die nicht so denken wie wir.“

„Uns fehlt ihre Stimme, ihre Anwesenheit, ihre Fragen und Diskussionen. Derjenige, der ein missionarisches Herz hat, spürt, dass sein Bruder ihm fehlt, und macht sich in der Haltung eines Bettlers auf den Weg, um ihm zu begegnen.“

Weiter erinnerte der Papst seine engsten Mitarbeiter an ihre eigentliche Aufgabe und die Sendung der Kirche: Barmherzigkeit und Dienst vor allem an den Bedürftigen. Die Kirche dürfe sich nicht in sich selbst zurückziehen, sondern müsse „aus sich herausgehen“, so Franziskus. Dabei gelte es aus eigenen Fehlern zu lernen, Barmherzigkeit zu kultivieren und die Armen zu unterstützen - nicht nur die materiell Armen, sondern auch die „geistlich, emotional, moralisch und an Sinn Armen“:

„Die Kirche ist aufgefordert, allen Armen entgegenzugehen und allen das Evangelium zu verkünden, weil wir alle auf die eine oder andere Weise arm sind, weil wir bedürftig sind. Aber auch die Kirche geht ihnen entgegen, weil wir ihrer bedürfen: Uns fehlt ihre Stimme, ihre Anwesenheit, ihre Fragen und Diskussionen. Derjenige, der ein missionarisches Herz hat, spürt, dass sein Bruder ihm fehlt, und macht sich in der Haltung eines Bettlers auf den Weg, um ihm zu begegnen. Die Mission macht uns verwundbar, sie hilft uns, uns daran zu erinnern, dass wir Jünger sind und ermöglicht uns, die Freude des Evangeliums immer wieder neu zu entdecken.“

Lektüre-Empfehlung des Papstes

Am Ende seiner Weihnachtsansprache empfahl der Papst den Kurienmitarbeitern das Lesen von drei Büchern: „Ich hoffe, dass sie euch helfen, vorwärts zu kommen.“ Unter den Empfehlungen ist das Buch des italienischen Geistlichen Armando Matteo „Convertire Peter Pan“ (2021) über die Frage der ewigen Jugend. „Es ist provokativ, das tut gut“, kommentierte Franziskus das Werk von Matteo, der seit diesem Jahr Untersekretär der Kongregation für die Glaubenslehre ist. Zweitens empfahl er von Luigi Maria Epicoco „La pietra scartata - Quando i dimenticati si salvano” (2021) als „schön und eine gute Meditation'. Epicoco ist ein in Italien bekannter Theologe, Autor, Youtuber und Talkshow-Gast. Seit Sommer ist er zudem „kirchlicher Assistent“ im Kommunikations-Dikasterium. Zuletzt empfahl Papst Franziskus das Buch des Vatikanbotschafters Erzbischof Fortunatus Nwachukwu. In seinem Werk „Take off your shoes - The courage to change“ (2003) beschäftige sich der aus Nigeria stammende Erzbischof auch mit dem Geschwätz und dessen Folgen für die Identität. Ihm gefalle diese Reflexion, so Franziskus. (vn 23)

 

 

 

Papst ruft Ortskirchen zur Aufnahme von Migranten auf

 

Wenige Tage vor Weihnachten hat Papst Franziskus eindringlich zur Aufnahme von Flüchtlingen und Migranten aufgerufen. Bei seiner Generalaudienz im Vatikan rügte er, einige europäische Länder würden in dieser Hinsicht nicht ihrer Verantwortung gerecht. Auch die Ortskirchen nahm er in die Pflicht.

„Während meiner Reise nach Zypern und Griechenland konnte ich die verletzte Menschlichkeit von Flüchtlingen und Migranten einmal mehr mit Händen greifen“, so Franziskus. Er hatte bei einer Reise in die Ägäis Anfang Dezember unter anderem ein Migrantencamp auf der griechischen Insel Lesbos besucht.

„Ich habe auch festgestellt, dass einige europäische Länder die Hauptlast der Folgen des Migrations-Phänomens im Mittelmeerraum tragen. Dabei verlangt es eigentlich eine gemeinsame Verantwortung aller – kein Land kann sich da ausschließen! Denn das ist ein menschheitliches Problem.“

 „Umsiedeln, begleiten, fördern und integrieren“

Auf welche Länder Europas sein Appell vor allem zielte, sagte der Papst nicht. Stattdessen erwähnte er, dass auf seine Initiative hin ungefähr fünfzig Migranten, die bisher auf Zypern festsaßen, nach Italien gebracht werden.

„Wir werden uns als Kirche in den nächsten Monaten um sie kümmern. Das ist ein kleines Zeichen, das hoffentlich anderen europäischen Ländern als Ansporn dient, damit auch dort die Ortskirchen sich um Brüder und Schwestern kümmern, die dringend umgesiedelt, begleitet, gefördert und integriert werden müssen.“

Mit diesem vierfachen Aufruf variierte Franziskus seine Botschaft zum Weltmigrationstag 2018, in der er zum Aufnehmen, Schützen, Fördern und Integrieren geflüchteter Menschen anhielt. Diese Weisung für den Umgang mit Migranten erhielt durch die Aufnahme in die Enzyklika „Fratelli tutti" (129) Eingang in das ordentliche päpstliche Lehramt. 

 „Einfach eine Tür öffnen“

Schon jetzt engagierten sich viele Pfarreien, Orden und katholische Verbände sehr in diesem Bereich, lobte Franziskus. „Man muss ihnen einfach eine Tür öffnen – die Tür des Herzens. Lassen wir es an Weihnachten nicht daran fehlen!“

Vor der Audienz hatte der Papst, der selbst Nachfahre italienischer Einwanderer in Argentinien ist, eine Gruppe von Migranten getroffen. Auch an der Generalaudienz nahmen einige der Migranten teil, die bereits auf seine Initiative hin von Zypern nach Italien geholt wurden.

Und am Ende der Generalaudienz begrüßte Papst Franziskus ein eineinhalbjähriges Kind afghanischer Herkunft. Der vatikanische Pressesaal teilte anschließend mehr über diese Begrüßung mit. Der Papst habe das Kind bereits im Lager Mavrovouni auf Lesbos getroffen, als er vor wenigen Wochen Zypern und Griechenland besuchte. Damals habe Franziskus das Kind zusammen mit seiner Familie - auch dank der Bemühungen der katholischen Gemeinschaft Sant'Egidio - zur Behandlung nach Rom mitreisen lassen. (vn 22)

 

 

 

Erzbischof Heße zur Initiative von Papst Franziskus für eine solidarische Aufnahme von Flüchtlingen

 

„Weihnachten ruft uns jedes Jahr erneut ins Gedächtnis: Gott wird Mensch in einem wehrlosen, schutzbedürftigen Kind“

 

Mit Blick auf die Initiative von Papst Franziskus, innerhalb der Europäischen Union mit kirchlicher Unterstützung eine faire und solidarische Verteilung von Asylsuchenden zu erreichen, erklärt der Sonderbeauftragte der Deutschen Bischofskonferenz für Flüchtlingsfragen, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg):

„Durch seine Reisen zu den Flüchtlings-Hotspots in Europa und weltweit erinnert uns Papst Franziskus immer wieder an unsere humanitäre Verantwortung. Zuletzt hat er dies eindrücklich auf Zypern und Lesbos getan. Es war ein ganz konkreter Akt der Nächstenliebe und zugleich ein wichtiges politisches Zeichen, dass der Vatikan die Aufnahme von Geflüchteten, die in Zypern gestrandet waren, ermöglicht hat. Nun ruft der Papst die Staaten Europas dazu auf, diesem Beispiel zu folgen und weitere Schutzsuchende, die an den EU-Außengrenzen unter erbärmlichen Bedingungen leben, aufzunehmen. Für den Papst steht fest, dass die Kirchen dabei eine bedeutsame Rolle spielen können und müssen.

Als Sonderbeauftragter der Deutschen Bischofskonferenz für Flüchtlingsfragen unterstütze ich diesen Appell des Papstes mit Nachdruck. Die Situation der Schutzsuchenden, die in den Aufnahmelagern auf Malta und in Süditalien, auf den ägäischen Inseln und auf Zypern ausharren, hat sich in den vergangenen Jahren nicht wirklich verbessert. Hinzu sind weitere Orte des Elends gekommen, sei es an der östlichen Außengrenze oder auf dem Balkan.

Vor diesem Hintergrund macht sich die Kirche auch in Deutschland für großzügige Aufnahmeprogramme und eine Überwindung der humanitären Krise an den EU-Außengrenzen stark. Dies ist nicht einfach nur ein Lippenbekenntnis, sondern durch das tatkräftige Engagement der Diözesen, der Caritasverbände und vieler weiterer kirchlicher Akteure hinterlegt.

Bereits in der Vergangenheit hat Deutschland sich durch den europäischen ‚Relocation‘-Mechanismus und weitere Programme an der Aufnahme von Schutzsuchenden beteiligt. Es stimmt mich hoffnungsvoll, dass die neue Bundesregierung die Bereitschaft zur humanitären Aufnahme von Geflüchteten zusätzlich stärken möchte. Die Kirche ist auch weiterhin bereit, mit praktischer Unterstützung dazu beizutragen, dass Schutzsuchende in Deutschland eine menschenwürdige Aufnahme finden.

Statt immer wieder ad-hoc-Lösungen zu suchen, brauchen wir eine dauerhafte Verantwortungsteilung zwischen den Staaten Europas. Ich möchte in diesem Zusammenhang noch einmal an einige Kernaussagen des neuen Migrationswortes der Kirchen in Deutschland, Migration menschenwürdig gestalten, erinnern: Notwendig sind eine faire Verteilung von Schutzsuchenden unter den Mitgliedstaaten, eine stärkere Solidarität mit den Staaten an den EU-Außengrenzen, hohe Aufnahme- und Verfahrensstandards, die von allen Mitgliedstaaten akzeptiert und umgesetzt werden, eine wirksame Seenotrettung, sichere Zugangswege, gerade für vulnerable Flüchtlinge, und eine bessere Unterstützung außereuropäischer Erstaufnahmestaaten.

Weihnachten ruft uns jedes Jahr erneut ins Gedächtnis: Gott wird Mensch in einem wehrlosen, schutzbedürftigen Kind. Auch heute begegnet Christus uns in Menschen, deren Würde akut gefährdet ist. So geht es auch beim Appell des Papstes nicht um abstrakte Zahlen, sondern um Mitmenschen, die unserer Unterstützung bedürfen.“

Hinweis: Informationen zur Flüchtlingshilfe der katholischen Kirche sind unter www.fluechtlingshilfe-katholische-kirche.de verfügbar. Dbk/dip

 

 

 

Weihnachten im Koran

 

Die Geschichten von Isa und Maryam verbinden die Religionen

„Wir wollen ihn zu einem Zeichen für die Menschen machen“, sagt Gottes Geist zu Maryam, als er ihr die Geburt ihres Sohnes Isa ankündigt. Auch der Koran kennt eine Weihnachtsgeschichte - sie ist der christlichen verblüffend ähnlich. Von Christian Feldmann

 

„Da sandten wir zu ihr unseren Geist. Er sagte: ‚Ich bin der Bote deines Herrn, um dir einen lauteren Jungen zu schenken.‘ Sie sagte: ‚Wie soll ich einen Jungen bekommen? Es hat mich doch kein Mensch berührt und ich bin keine Hure.‘ Er sagte: ‚So ist es. Dein Herr spricht: Das fällt mir leicht. Wir wollen ihn zu einem Zeichen für die Menschen machen und zur Barmherzigkeit von uns.‘ Da war sie mit ihm schwanger.“

Es handelt sich hier nicht um eine freie Übersetzung des allen Christen wohlvertrauten Weihnachtsevangeliums nach Lukas, sondern um Verse aus der 19. Sure des Koran. Dass Jesus, die zentrale Gestalt des Christentums, in 15 der 114 Koran-Suren erwähnt wird, in insgesamt 108 Versen, als Isa, wie Jesus arabisch heißt, oder als Ibn Maryam („Sohn der Maria“), wird viele überraschen. Es wimmelt im Koran von jüdischen und christlichen Leitfiguren wie Noah und Abraham, Mose und Aaron und der Engel Gabriel. Maryam ist die einzige im Koran namentlich genannte Frau. Lediglich Josef, der „Pflegevater“ Jesu, kommt nirgends vor.

Gottes Macht, will der Koran mit seiner Erzählung in der 19. Sure sagen, durchkreuzt alle menschlichen Pläne und alle menschliche Skepsis. Er allein ruft einen Menschen ins Leben, den er zu seinem Gesandten (rasul) macht, zum Zeichen seiner Barmherzigkeit. Jesus ist im Koran allerdings ein Prophet, nicht Gottes Sohn.

Ergebnis eines lebendigen Dialogs

Genau wie die hebräische Bibel und das Neue Testament erscheint der Koran als Ergebnis eines lebendigen Dialogs mit der Umwelt und deren religiösen Vorstellungen. Mohammed, der islamische Religionsstifter, wurde um das Jahr 570 geboren und starb 632. Er hat, da sind sich die meisten Fachleute einig, die Bibel nur vom Hörensagen gekannt.

Aber er hatte viele Beziehungen zu syrischen und arabischen Juden und Christen, nahm vermutlich auch an dem einen oder anderen Gottesdienst teil. Gebrochen durch das Prisma seiner eigenen intensiven religiösen Erfahrungen, flossen das biblische Material und spätere volkstümliche Überlieferungen aus der jüdischen und christlichen Welt in den allmählich entstehenden Koran ein.

Gegenentwurf zu den Mächtigen

Das Neue Testament schildert Jesus als den von Israel erwarteten Messias, während Mohammed jede derartige Verbindung ausklammert. Was die Erzählungen in Koran und Bibel aber verbindet, ist die Charakterisierung des von Maria geborenen „Gesandten“ als Gegenentwurf zu den Mächtigen und Gewaltherrschern.

Der Evangelist Lukas lässt Jesus in einem armseligen Stall draußen vor der Stadt Betlehem zur Welt kommen, „weil in der Herberge kein Platz für sie war“. Hirten auf den Feldern, Männer am Rand der Gesellschaft, sind die ersten, die davon erfahren. Und vom Himmel verkünden Engel „Friede auf Erden“.

Jesus, ein Flüchtling

Maria hat in ihrem „Magnifikat“ Gott als Rächer der Unterdrückten gepriesen, der die irdischen Machtverhältnisse umstürzen wird. Bei Matthäus flieht die „Heilige Familie“ nach Ägypten, weil der um seine Macht fürchtende König Herodes das Kind töten will. Der neugeborene Jesus: ein Flüchtling.

In der Koran-Sure 19 wiederum kommt Isa selbst zu Wort: „Ich bin Gottes Diener. Er hat mich nicht zum unglückseligen Gewalttäter gemacht. Friede über mich am Tag, da ich geboren wurde, am Tag, da ich sterbe, und am Tag, da ich zum Leben erweckt werde.“

Sei nicht traurig!

Natürlich setzt die muslimische Weihnachtsgeschichte auch ihre eigenen Akzente: Maryam kann sich in ihrer Angst und Scham wegen der unehelichen Schwangerschaft nicht wie in der christlichen Überlieferung auf einen gutmütigen Josef verlassen. „Du hast etwas Unerhörtes begangen“, wirft ihre Umgebung ihr vor (Sure 19), „dein Vater war doch kein schlechter Mann und deine Mutter keine Hure!“

Maryam zieht sich an einen „entlegenen Ort“ zurück, nach anderen Übersetzungen wird sie dorthin „verstoßen“. Unter einer Schatten spendenden Palme setzen die Wehen ein, Maryam gerät in Todesangst – und jetzt erzählt der Koran: „Sei nicht traurig!“ ruft ihr irgendjemand zu, vielleicht ist es ein Engel, nach manchen Auslegern meldet sich das Kind im Mutterleib zu Wort, „dein Herr hat unter dir eine fließende Quelle geschaffen. Schüttle den Stamm der Palme, dann lässt sie frische, reife Datteln auf dich fallen. So iss, trink und freue dich!“

Gottes Wort

Der wesentliche Unterschied aber ist: Isa, der Gesandte Gottes im Koran, ist ein Zeichen Gottes, aber nur ein Zeichen unter vielen. Er ist „Geist von ihm“ und ein imposanter Prophet, aber nach ihm kommt das „Siegel“ aller Propheten, Mohammed, der Gottes Offenbarung zusammenfasst und abschließt.

Jesus ist für die Muslime ein Respekt gebietender Träger der Botschaft Gottes – aber nicht wie für die Christen die Botschaft selbst. „Für Christen“, so präzisiert es der Tübinger Theologe Karl-Josef Kuschel, „ist Gottes Wort in Jesus Mensch geworden. Im Islam ist Gottes Wort im Koran Buch geworden.“ (epd/mig 23)

 

 

 

Sternsingeraktion wieder verlängert

 

Auch die 64. Aktion Dreikönigssingen wird aufgrund der Corona-Pandemie länger stattfinden als geplant. Darauf haben sich das Kindermissionswerk „Die Sternsinger“ und die Deutsche Bischofskonferenz verständigt. Demnach wird die Sternsingeraktion 2022 bis zum 2. Februar verlängert.

Der neue Zeitraum solle den Kirchengemeinden und Gruppen helfen, auch unter schwierigen Bedingungen eine erfolgreiche Aktion durchzuführen, heißt es in einer Aussendung der DBK von diesem Montag.

Die Sternsingeraktion, die vom Kindermissionswerk und dem Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) gemeinsam getragen wird, steht unter dem Motto: „Gesund werden – gesund bleiben. Ein Kinderrecht weltweit“. Mit den Erlösen der Sternsingeraktion sollen in diesem Jahr besonders Projekte der medizinischen Versorgung für Kinder in benachteiligten Weltgegenden gefördert werden.

In den Pfarrgemeinden und vielen Gruppen wurden hingegen kreative Möglichkeiten entwickelt, um den Segen der Sternsinger auch unter erschwerten Bedingungen zu empfangen. Grundlage dazu ist ein vom Kindermissionswerk entwickeltes Hygiene- und Schutzkonzept.

Hintergrund

Träger der Aktion Dreikönigssingen sind das Kindermissionswerk „Die Sternsinger“ und der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ). Seit ihrem Start 1959 hat sich die Aktion zur weltweit größten Solidaritätsaktion von Kindern für Kinder entwickelt. Rund 1,23 Milliarden Euro wurden seither gesammelt, mehr als 76.500 Projekte für Kinder in Afrika, Lateinamerika, Asien, Ozeanien und Osteuropa unterstützt. Die 63. Aktion zum Jahresbeginn 2021 konnte nur online stattfinden. Dabei kam eine Spendensumme von rund 38,2 Millionen Euro zusammen. Mit den Mitteln fördert die Aktion Dreikönigssingen weltweit Projekte in den Bereichen Pastoral, Bildung, Gesundheit, Ernährung und soziale Integration. (pm 21)

 

 

 

Bischöf Bätzing sieht Kluft zwischen Kirche und Gesellschaft. "Alarmsignale" wahrnehmen

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Georg Bätzing, sieht eine wachsende Kluft zwischen Kirche und Gesellschaft. In einem Interview widersprach er zudem den seiner Ansicht nach "abstrusen Ansichten" von Kardinal Müller.

"Die Zahlen zur Kirchenzugehörigkeit und Bindung sind Alarmsignale. Gerade in Fragen von Sexualität, Partnerschaft, Gleichberechtigung von Frauen und Männern ist die Kluft besonders groß", sagte er der "Frankfurter Allgemeinen Zeitung"(Dienstag) im Interview.

Dass mit Olaf Scholz (SPD) nun ein konfessionsloser Bundeskanzler im Amt ist, nannte Bätzing einen "Spiegel der gesellschaftlichen Realität". Trotzdem werde man sicher mit ihm eine Vertrauensebene finden. Dies sei auch deshalb wichtig, weil für die Kirche wichtige Richtungsentscheidungen etwa in Fragen des Lebensschutzes anstünden.

Kirche will sich "vernehmbar" einbringen

"Da werden wir uns vernehmbar einbringen", so der Bischofskonferenz-Vorsitzende. Vielleicht brauche es mit Scholz mehr Dialog und einen längeren Anlauf, aber der Bundeskanzler sei guten Argumenten aufgeschlossen, christlich geprägt und werteorientiert.

Mit Blick auf den Reformprozess des Synodalen Weges der katholischen Kirche in Deutschland betonte Bätzing, er habe "Hoffnung auf Veränderung", unter anderem aufgrund des Drucks durch die infrage gestellte Glaubwürdigkeit der Kirche. Bei der Aufarbeitung der Missbrauchskrise hätten die Verantwortlichen der Kirche Fehler gemacht. "Da schließe ich mich auch sehr bewusst ein. Der entscheidende Fehler war, den Betroffenen viel zu lange nicht zugehört zu haben. Das ist der Lernprozess der vergangenen 20 Jahre." Jetzt stelle man sich der Aufarbeitung, "weil wir es den Betroffenen schuldig sind und weil das Thema die Hochverbundenen in der Mitte der Kirche beinahe zerreißt."

Signale aus Rom zum Synodalen Weg

Angesprochen auf wenig ermutigende Signale aus Rom zum Synodalen Weg, erklärte Bätzing, "der Blick aus Rom auf Deutschland als Land der Reformation ist immer besonders kritisch. Das ist für das Vorhaben des Synodalen Weges nicht leicht. Wir brauchen sehr viel Kommunikation. Wir wollen Kirche starkmachen und nicht schwächer werden lassen."

Die katholische Kirche in Deutschland werde kleiner und müsse sich deswegen auch neuen Milieus öffnen. "Wir sind kein prägendes Milieu mehr, deshalb müssen wir aufbrechen und Partner suchen, mit denen wir gleiche Werte teilen. Das können zum Beispiel Jungunternehmer sein, die eine Initiative für geflüchtete Frauen gründen und mit ihnen ein Modelabel aufbauen", so der Limburger Bischof.

Es sei die Aufgabe der Kirche und der Bischöfe in der heutigen Zeit, "vieles hinter sich zu lassen", etwa Statusfragen. "Was stellte man sich früher Großes unter dem Bischof vor - nicht zuletzt in Limburg ist diese Vorstellung enttäuscht worden", sagte Bätzing. "Wir müssen Dinge aufgeben, und es wird nicht zum Schaden der Kirche sein. Es ist nur eine Erleichterung des Marschgepäcks."

Bätzing widerspricht "abstrusen Ansichten" von Kardinal Müller

Weiter hat der Bischof Georg Bätzing Aussagen von Kardinal Gerhard Ludwig Müller widersprochen. Dieser hatte jüngst Corona-Schutzmaßnahmen kritisiert und erklärt, die Corona-Pandemie werde dazu genutzt, die Menschen "gleichzuschalten".

Im Interview der "Frankfurter Allgemeinen Zeitung" (Dienstag) sagte Bätzing, er gehe davon aus, dass Müller diese Aussage als Privatperson getätigt habe. "Und ich muss sagen, da sind abstruse Ansichten dabei, die Spaltung befördern. Ich teile seine Auffassung nicht und finde seine Wortwahl absolut unpassend. Das geht gar nicht", so der Limburger Bischof.

Kardinal Müller (73) hatte in der vergangenen Woche Maßnahmen gegen die Pandemie kritisiert. Dabei benutzte er Formulierungen mit Anklängen an Verschwörungstheorien. Er sprach von Versuchen, die Menschen "gleichzuschalten" und einen "Überwachungsstaat" zu etablieren. Namentlich nannte er den Gründer des Weltwirtschaftsforums, Klaus Schwab, Microsoft-Gründer Bill Gates und den Investor George Soros. Auch verwies er auf Warnungen vor einem sogenannten Great Reset, also einem Verweis auf angebliche Eliten-Verschwörungen zum Sturz der Demokratie.

Bätzing betonte, er sehe derzeit keine Spaltung der Gesellschaft: "Es gibt eine Gruppe von Menschen, die nicht einverstanden ist mit den Corona-Einschränkungen, und die gehen dafür auf die Straße. Das sind auch mal Tausende, aber es sind gesamtgesellschaftlich nur sehr wenige. Die weit überwiegende Mehrheit ist bereit, zu helfen, und akzeptiert die Einschränkungen."

Kirche will für gegenseitiges Verstehen werben

Aufgabe der Kirche müsse es in dieser Situation sein, für gegenseitiges Verstehen zu werben. Es reiche nicht aus, Talkshowformate zu vermehren, wo Positionen aufeinanderprallten und sich Fronten verhärteten. Notwendig sei es, jene zu stärken, die mit den Corona-Maßnahmen einverstanden seien, "damit sie die anderen, die Zweifel oder Ängste haben, überzeugen können. Damit diese sich nicht in einer Blase verfestigen, die zum Teil aggressiv und gewalttätig wird. Das können wir nicht akzeptieren!", so der Bischofskonferenz-Vorsitzende.

Der Limburger Bischof begrüßte die Einführung einer einrichtungsbezogenen Impfpflicht. Diese sei sinnvoll, da es um die Sicherheit von besonders verletzlichen Gruppen gehe. Zurückhaltender äußerte er sich mit Blick auf eine generelle Impfpflicht; darüber müsse politisch entschieden werden.

Impfen "ganz klar eine moralische und solidarische Pflicht"

Für ihn sei Impfen "ganz klar eine moralische und solidarische Pflicht". Das Thema gehöre jedoch nicht auf die Ebene des Glaubens.

"Wenn ich sagen würde, Gott fordert von uns, uns impfen zu lassen, dann führt das zu weit. Ich weiß ja, warum sich manche nicht impfen lassen. Es sind Menschen darunter, die Sorgen haben und beispielsweise sagen, sie kennen die Langzeitwirkungen der Impfungen nicht. Das kann ich nachvollziehen. Aber mit Verschwörungstheoretikern habe ich natürlich ein Problem."

Mit Blick auf den Lockdown im vergangenen Corona-Winter und Besuchsverboten auch in kirchlichen Pflegeheimen betonte Bätzing, dies gehe ihm bis heute nahe. "Wir haben aber gespürt, was Menschen fehlt, wenn sie keine Begleitung mehr haben, im Sterbeprozess oder der Trauerbegleitung. (...) Wir waren nicht dort, wo die Menschen uns erwartet haben, und das können wir nicht nachholen." KNA 21.12

 

 

 

Papst Franziskus ruft zu mehr Friedens-Anstrengungen auf

 

Papst Franziskus hat eindringlich zu stärkeren Bemühungen für den Frieden aufgerufen. „Alle können zusammenarbeiten, um eine friedvollere Welt aufzubauen“, schreibt er in seiner Botschaft zum 55. Welttag des Friedens, der am 1. Januar nächsten Jahres begangen wird.

In dem Text beklagt der Papst das Fortdauern von Kriegen und Konflikten in vielen Teilen der Welt. Außerdem verschlimmerten sich – auch aufgrund der Corona-Pandemie – die Auswirkungen des Klimawandels sowie „das Drama des Hungers“. „Zugleich herrscht weiterhin ein Wirtschaftssystem vor, das mehr auf dem Individualismus als auf einer solidarischen Teilhabe beruht.“

Zur Corona-Pandemie bemerkt Franziskus, diese Krise sei „gewiss schmerzlich“. „In ihr kann sich aber auch das Beste im Menschen zeigen.“ Die Politik dürfe nicht auf „Zusammenflicken oder bloße schnelle Gelegenheitslösungen“ setzen.

Für Dialog zwischen den Generationen und mehr Geld für Schulen

Unternehmen erinnert der Papst nachdrücklich an ihre „soziale Rolle“; die Politik sei gefordert, „ein ausgewogenes Verhältnis zwischen wirtschaftlicher Freiheit und sozialer Gerechtigkeit“ herzustellen.

Als Bausteine für den Aufbau eines dauerhaften Friedens mahnt er einen verstärkten Dialog zwischen den Generationen sowie mehr Anstrengungen im Bildungswesen und zur Schaffung beziehungsweise Sicherung von Arbeitsplätzen an. „Es handelt sich um drei unabdingbare Elemente, um einen Sozialpakt entstehen zu lassen, ohne den sich jedes Friedensprojekt als ungenügend erweist.“

Rückendeckung für die Generation Greta

Ausdrücklich würdigt der Papst das Engagement junger Leute für die Umwelt und für eine gerechtere Welt. „Sie tun dies mit Unruhe und Begeisterung sowie vor allem mit einem Sinn für Verantwortung im Hinblick auf einen dringenden Kurswechsel, den die Schwierigkeiten verlangen, die aus der heutigen ethischen und sozio-ökologischen Krise entstanden sind.“

Kritik an Rüstungsausgaben

Die steigenden Militärausgaben in vielen Teilen der Welt rügt Franziskus als „exorbitant“. Es sei aus seiner Sicht „dringend notwendig“, mehr in Bildung und weniger in Rüstung zu investieren. „Darüber hinaus kann die Fortsetzung eines echten internationalen Abrüstungsprozesses für die Entwicklung der Völker und Nationen nur von großem Nutzen sein.“ (vn 21)

 

 

 

„Gesund werden – gesund bleiben. Ein Kinderrecht weltweit“. Sternsingeraktion 2022 bis zum 2. Februar verlängert

 

Die 64. Aktion Dreikönigssingen wird aufgrund der Corona-Pandemie erneut länger stattfinden als geplant. Das Kindermissionswerk „Die Sternsinger“ und die Deutsche Bischofskonferenz haben sich darauf verständigt, die Sternsingeraktion 2022 bis zum 2. Februar zu verlängern. Der neue Zeitraum soll den Kirchengemeinden und Gruppen helfen, auch unter schwierigen Bedingungen eine erfolgreiche Aktion durchzuführen.

 

Die Sternsingeraktion, die vom Kindermissionswerk und dem Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ) gemeinsam getragen wird, steht unter dem Motto: „Gesund werden – gesund bleiben. Ein Kinderrecht weltweit“. Anlässlich der bevorstehenden Aktion schreiben die deutschen Bischöfe in einem Aufruf: „In den vergangenen Jahren ist besonders deutlich geworden, wie wichtig die Gesundheit ist. Wir sind dankbar, in einem Land zu leben, in dem die Allermeisten gut versorgt werden. In Ländern, die von Armut geprägt sind, können sich hingegen viele Eltern eine gute medizinische Versorgung ihrer Kinder nicht leisten. Der nächste Arzt und das nächste Krankenhaus sind oft weit entfernt. Nicht selten sind es die Projektpartner der Sternsinger, die helfen: Sie kümmern sich um verletzte Kinder, bringen Medikamente und medizinische Fachkräfte in entlegene Gegenden und fördern Kinder mit Behinderung. Sie unterstützen die Vorsorge und zeigen jungen Menschen, wie man sich vor Unfällen und Infektionskrankheiten schützt.“

 

In zahlreichen Hilfsprojekten weltweit werde der Segen der Sternsinger konkret, so die Bischöfe. „Für uns ist ihr Segen an den Türen ein Zeichen der Hoffnung auf einen Gott, der uns trägt und behütet. Diese Zusage fasst der Leittext zur kommenden Sternsingeraktion, der Psalm 91, in Worte: ‚Wer im Schutz des Höchsten wohnt, der ruht im Schatten des Allmächtigen‘ (Ps 91,1).“

 

In den Pfarrgemeinden und vielen Gruppen wurden kreative Möglichkeiten entwickelt, um den Segen der Sternsinger auch unter erschwerten Bedingungen zu empfangen. Grundlage dazu ist ein vom Kindermissionswerk entwickeltes Hygiene- und Schutzkonzept.

 

Hintergrund. Träger der Aktion Dreikönigssingen sind das Kindermissionswerk „Die Sternsinger“ und der Bund der Deutschen Katholischen Jugend (BDKJ). Seit ihrem Start 1959 hat sich die Aktion zur weltweit größten Solidaritätsaktion von Kindern für Kinder entwickelt. Rund 1,23 Milliarden Euro wurden seither gesammelt, mehr als 76.500 Projekte für Kinder in Afrika, Lateinamerika, Asien, Ozeanien und Osteuropa unterstützt. Die 63. Aktion zum Jahresbeginn 2021 konnte nur online stattfinden. Dabei kam eine Spendensumme von rund 38,2 Millionen Euro zusammen. Mit den Mitteln fördert die Aktion Dreikönigssingen weltweit Projekte in den Bereichen Pastoral, Bildung, Gesundheit, Ernährung und soziale Integration.

 

Hinweise: Alle Materialien und Informationen sowie das Hygienekonzept sind auf der Internetseite www.sternsinger.de verfügbar. Den Aufruf der deutschen Bischöfe zur Aktion Dreikönigssingen 2021 finden Sie als pdf-Datei auf www.dbk.de unter Aufrufe der deutschen Bischöfe. dbk