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KI-generierte Inhalte können fehlerhaft sein.  Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso, maggio 2026

 

Inhaltsverzeichnis

1.        Leone XIV: “viaggio in Africa messaggio di pace”. 1

2.        Venezia si prepara per celebrare i 1200 anni dell'arrivo delle spoglie di San Marco. 1

3.        “L’Ecologia integrale nella vita della famiglia”, uscito il documento. 1

4.        Papa Leone e il mistero d’amore del Cuore di Cristo. 1

5.        Gesù, Pastore che veglia e protegge il gregge. IV Domenica di Pasqua. 1

6.        Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra libertà, ma ci conduce sui giusti sentieri 1

7.        Il cristiano impegnato in politica. 1

8.        Intervista a mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona. 1

9.        Leone XIV in Africa rimette al centro le persone. 1

10.  Chiesa e spazio pubblico. Ecumenismo in uscita. 1

11.  Europa. Mons. Crociata: “È vitale per il cammino dell’umanità verso la pace”. 1

12.  Il Papa alla Chiesa nella Guinea Equatoriale: “Continuate nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù”. 1

13.  Leone XIV, la morte non è un muro, ma una porta che si spalanca sulla Misericordia. 1

14.  L’enciclica Laudato si’, una chiamata all’azione. 1

15.  Ad un anno da quella mattina in cui morì Papa Francesco. 1

16.  L’arcivescovo Van Megen, nuovo nunzio apostolico in Germania. 1

17.  Papa Leone XIV a Saurimo: "Cristo non è un guru né un portafortuna". 1

18.  Le cresime alla Missione Italiana di Saarbrücken. 1

19.  Perché la voce di Leone XIV fa paura a Trump. 1

20.  Dal 12 al 16 maggio torna a Bergamo IFF (Integrazione Film Festival), giunto alla 20esima edizione. 1

21.  Pubblicata la Lex Ecclesiae Fundamentalis, il percorso verso una “costituzione della Chiesa”. 1

22.  Incontro del XVI Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo. 1

23.  Papa Leone XIV a Yaoundè: “Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita”. 1

24.  Papa Leone XIV a Douala: “c’è pane per tutti, se a tutti lo si dona”. 1

25.  L'arte sacra nelle chiese. 1

26.  Bernadette, un cuore semplice in dialogo con Maria. 1

27.  L’esperienza del sapere secondo l’Università Cattolica: in dialogo con la rettrice Beccalli 1

28.  Papa in Camerun: “la pace non può essere ridotta a slogan”. 1

29.  La pace che il potere non tollera. 1

30.  Papa Leone XIV, un ordine internazionale giusto e stabile non può nascere dal mero equilibrio di potere. 1

31.  Il lato luminoso della preghiera. 1

32.  Leone XIV in Algeria. “Il futuro appartiene alle persone di pace”. 1

33.  Lasciamoci raggiungere dalla misericordia di Dio. II Domenica di Pasqua. 1

34.  Le veglia di preghiera per la pace in unione con il Papa in tutta Italia. 1

35.  Leone XIV contro la perversione del cristianesimo. 1

36.  Papa in Africa. Don Pizzoli (Missio): “Troverà una Chiesa giovane e in crescita”. 1

37.  "I cristiani del Medio Oriente non siano trattati come cittadini di seconda classe". 1

38.  Dal 5 al 15 novembre 2026 il Festival della Migrazione 2026, dedicata alle donne nei percorsi migratori 1

39.  Papa Leone XIV: lo sport, uno spazio d'incontro. 1

40.  "La verità non resta celata". I popoli tormentati dalla guerra. 1

41.  Kempten. Celebrazioni Liturgiche per la S. Pasqua 2026. 1

42.  Leone XIV: “chi ha in mano le armi le deponga”. 1

43.  Il peccato è vinto e la morte sconfitta. Domenica di Pasqua. 1

44.  Cristo e la Resurrezione, l'arte contro le tenebre. 1

45.  La Croce prima di Cristo. Il segreto delle Settimane Sante in Sicilia. 1

 

 

1.        Papst: Afrikareise war Friedensbotschaft in Zeit von Kriegen. 1

2.        Vielfältige und freie Presselandschaft unerlässlich. 1

3.        „Botschaft des Friedens von Papst Leo in Afrika war sehr stark“. 1

4.        Neue Rahmenordnung für Priesterausbildung. 1

5.        Asylpolitik: Kirche sieht Europas Schutzversprechen in Gefahr. 1

6.        Papst Leo XIV. Geflüchtete „nicht schlechter als Haustiere“ behandeln. 1

7.        Jetzt für ein Stipendium des Cusanuswerks bewerben. 1

8.        Katholiken-Komitee warnt vor AfD.. 1

9.        Papst Leo, der Schafstall und die Diebe. 1

10.  Papst: Religionsunterricht ist wichtig für den gesellschaftlichen Dialog. 1

11.  Papst Leo: Unterstützung für alle, die gegen Todesstrafe kämpfen. 1

12.  Bischofskonferenz stärkt Europa den Rücken. 1

13.  So war die Papstreise nach Afrika - sagt unser Reporter vor Ort 1

14.  Leo XIV.: Als Hirte kann ich nicht für den Krieg sein. 1

15.  Deutsche Bischofskonferenz verabschiedet Nuntius Eterovic. 1

16.  Papst an Jugend: Seid Vorbilder des Friedens, strebt nicht nach einfachem Erfolg. 1

17.  Aufruf der deutschen Bischöfe zur Katholikentagskollekte 2026. „Hab Mut, steh auf!“. 1

18.  Papst in Malabo: Rechte des Einzelnen fördern, für Gemeinwohl arbeiten. 1

19.  Treffen von Bundeskanzler Merz und Bischof Wilmer 1

20.  Papst in Bergbaustadt in Angola: Aufruf gegen Ausbeutung. 1

21.  Bundespräsident Steinmeier empfängt Bischof Wilmer zum Antrittsbesuch. 1

22.  Papst in Angola: „Die Liebe muss triumphieren, nicht der Krieg!“. 1

23.  Papst verurteilt in Angola die Ausbeutung Afrikas. 1

24.  Papst Leo bei Katholischer Uni in Kamerun: Plädoyer für Dialog, Moral, Gerechtigkeit. 1

25.  Bischof Oster warnt vor völkischem Nationalismus und AfD.. 1

26.  Leo XIV. in Bamenda: Jetzt ist der Moment, um etwas zu verändern. 1

27.  Zehnter Katholischer Flüchtlingsgipfel am 5. Mai 2026 in Würzburg. 1

28.  Papstbesuch in Kamerun: „Menschen brauchen Gerechtigkeit“. 1

29.  Treffen von ZdK-Präsidentin Stetter-Karp und dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Wilmer. 1

30.  Leo XIV. in Annaba: Ruf zur geistlichen Erneuerung. 1

31.  Papst wirbt in Algier für Kultur der Begegnung und soziale Gerechtigkeit. 1

32.  Leo XIV.: Moralische Pflicht, Zivilisten in Konflikten zu schützen! 1

33.  Unser Sonntag: Gegenkultur. 1

34.  Leo XIV.: Wer seine Macht zum Götzen macht, dient dem Tod. 1

35.  Nuntius van Megen: „Ich freue mich auf die deutsche Kirche“. 1

36.  Bischof Bertram Meier beendet Reise nach Sarajevo. 1

37.  Papst zum Weltflüchtlingstag: Sorge um minderjährige Flüchtlinge. 1

38.  Italien: Erzbischof fordert Grundrechtsschutz für Migranten. 1

39.  Papst an Olympia-Teilnehmer: „Sport als Labor der Menschlichkeit“. 1

40.  Nuntius van Megen folgt auf Nuntius Eterovic. 1

41.  Generalaudienz: Heilig sein ist Auftrag für alle Getauften. 1

42.  „Drohung gegen das iranische Volk ist inakzeptabel“. 1

43.  Hilfswerke kritisieren Fachkräfteanwerbung und Versorgungslücken. 1

44.  Urbi et Orbi: „Wer Waffen in der Hand hält, lege sie nieder!“. 1

45.  Vom Leiden, Sterben und Auferstehen: Die „Heiligen Drei Tage“. 1

 

 

 

Leone XIV: “viaggio in Africa messaggio di pace”

 

Durante l'udienza di oggi, il Papa ha ripercorso le tappe del suo viaggio apostolico in Africa, che dal 13 al 23 aprile lo ha portato a raggiungere quattro paesi: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale. di M. Michela Nicolais

 “Fin dall’inizio del pontificato ho pensato a un viaggio in Africa”. A ribadirlo è stato Leone XIV, che durante l’udienza di oggi ha ripercorso il suo terzo viaggio apostolico, che dal 13 al 23 aprile lo ha portato a raggiungere quattro Paesi: Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale.

“Ringrazio il Signore che mi ha concesso di compierlo, come Pastore, per incontrare e incoraggiare il popolo di Dio; e anche di viverlo come messaggio di pace in un momento storico marcato da guerre e da gravi e frequenti violazioni del diritto internazionale”, ha detto il Pontefice.

“La visita del Papa è, per le popolazioni africane, occasione di far sentire la loro voce, di esprimere la gioia di essere popolo di Dio e la speranza in un futuro migliore, di dignità per ciascuno e per tutti”, il bilancio conclusivo del viaggio. “Sono felice di aver dato loro questa possibilità, e nello stesso tempo ringrazio il Signore per ciò che loro hanno donato a me, una ricchezza inestimabile per il mio cuore e il mio ministero”.

Durante l’udienza, il Papa ha espresso “preoccupazione” per la violenza in Colombia e salutato in particolare i fedeli provenienti dal Libano, dall’Iraq e dalla Siria.

In Algeria, ha esordito, “mi sono trovato, da una parte, a ripartire dalle radici della mia identità spirituale e, dall’altra, ad attraversare e consolidare ponti molto importanti per il mondo e la Chiesa di oggi: il ponte con l’epoca fecondissima dei Padri della Chiesa; il ponte con il mondo islamico; il ponte con il continente africano”. Nella sua prima tappa, ha proseguito, “ho ricevuto un’accoglienza non solo rispettosa ma cordiale, e abbiamo potuto toccare con mano e mostrare al mondo che è possibile vivere insieme come fratelli e sorelle, anche di religioni diverse, quando ci si riconosce figli dello stesso Padre misericordioso”. Inoltre, “è stata l’occasione propizia per mettersi alla scuola di Sant’Agostino: con la sua esperienza di vita, i suoi scritti e la sua spiritualità egli è maestro nella ricerca di Dio e della verità. Una testimonianza oggi quanto mai importante per i cristiani e per ogni persona”.

“Mi sono immerso in un clima di festa della fede, di accoglienza calorosa, favorito anche dai tipici tratti della gente africana”, la sintesi delle altre tre tappe del terzo viaggio apostolico. “La visita in Camerun mi ha permesso di rafforzare l’appello a impegnarci insieme per la riconciliazione e la pace, perché anche quel Paese purtroppo è segnato da tensioni e violenze”, il bilancio di Leone XIV: “Sono contento di essermi recato a Bamenda, nella zona anglofona, dove ho incoraggiato a lavorare insieme per la pace”. In Camerun, detto “Africa in miniatura”, per la  varietà e alla ricchezza della sua natura e delle sue risorse, per il Papa sono presenti “i grandi bisogni dell’intero continente: quello di un’equa distribuzione delle ricchezze; quello di dare spazio ai giovani, superando la corruzione endemica; quello di promuovere lo sviluppo integrale e sostenibile, opponendo alle varie forme di neo-colonialismo una lungimirante cooperazione internazionale”. “Ringrazio la Chiesa in Camerun e tutto il popolo camerunese, che mi ha accolto con tanto amore, e prego affinché lo spirito di unità che si è manifestato durante la mia visita sia mantenuto vivo e guidi le scelte e le azioni future”, l’auspicio.

“Chiesa libera per un popolo libero”, la sintesi della tappa in Angola, che “come molti Paesi africani, dopo aver raggiunto l’indipendenza, ha attraversato un periodo travagliato, che nel suo caso è stato insanguinato da una lunga guerra interna”. “Nel crogiolo di questa storia Dio ha guidato e purificato la Chiesa convertendola sempre più al servizio del Vangelo, della promozione umana, della riconciliazione e della pace”, l’omaggio di Leone. “Al Santuario mariano di Mamã Muxima – che significa “Madre del cuore” – ho sentito pulsare il cuore del popolo angolano”, le parole del Pontefice: “E nei diversi incontri ho visto con gioia tante religiose e tanti religiosi di ogni età, profezia del Regno dei cieli in mezzo alla loro gente; ho visto catechisti che si dedicano interamente al bene delle comunità; ho visto volti di anziani scolpiti da fatiche e sofferenze e trasparenti alla gioia del Vangelo; ho visto donne e uomini danzare al ritmo di canti di lode al Signore risorto, fondamento di una speranza che resiste alle delusioni causate dalle ideologie e dalle vane promesse dei potenti”. “Questa speranza esige un impegno concreto, e la Chiesa ha la responsabilità, con la testimonianza e con l’annuncio coraggioso della Parola di Dio, di riconoscere i diritti di tutti e di promuovere il loro effettivo rispetto”, l’indicazione di rotta di Leone: “Con le Autorità civili angolane, ma anche con quelle degli altri Paesi, ho potuto assicurare la volontà della Chiesa Cattolica di continuare a dare questo contributo, in particolare in campo sanitario ed educativo”.

“Non posso dimenticare ciò che è accaduto nel carcere di Bata, in Guinea Equatoriale: i detenuti hanno cantato a gola spiegata un canto di ringraziamento a Dio e al Papa, chiedendo di pregare per i loro peccati e la loro libertà”. Così il Papa ha descritto la sua prima visita in un carcere, da quando è stato eletto al soglio di Pietro. “Non avevo mai visto nulla di simile”, ha rivelato: “E poi hanno pregato con me il Padre nostro sotto una pioggia battente. Un segno genuino del Regno di Dio! E sempre sotto la pioggia è iniziato il grande incontro con la gioventù nello stadio di Bata, definito “una festa di gioia cristiana, con testimonianze toccanti di giovani che hanno trovato nel Vangelo la via di una crescita libera e responsabile. Questa festa è culminata nella celebrazione eucaristica del giorno dopo, che ha coronato degnamente la visita in Guinea Equatoriale e anche l’intero viaggio apostolico”. Sir 29

 

 

 

 

Venezia si prepara per celebrare i 1200 anni dell'arrivo delle spoglie di San Marco

 

Presentata la Commissione diocesana e il logo per l'evento che si apre nel 2028

Venezia. C’è ancora del tempo per le celebrazioni, ma intanto la diocesi di Venezia si prepara a celebrare i 1200 anni dall’arrivo delle spoglie dell’Evangelista Marco nella città lagunare, un anniversario che riguarda non soltanto la memoria storica, ma anche l’identità e la missione della Chiesa veneziana, richiamando l’urgenza dell’evangelizzazione e della testimonianza della fede.

Iniziamo dal logo, un elemento che nel mondo di oggi ha sempre più importanza per la divulgazione di un evento. Dall’imponente e luminosa Pala d’Oro realizzata tra il XII e il XIV secolo della Basilica cattedrale di San Marco, chiesa madre e fondamento della vita ecclesiale del Patriarcato di Venezia, è stata tratta l’immagine del logo dell’ Anno Marciano. Autore Lorenzo Tiengo docente ed educatore presso IUSVE e Istituto San Marco dei Salesiani, alla Gazzera in collaborazione con l’Ufficio Comunicazioni Sociali del Patriarcato.

Nasce da una formella che racconta il viaggio del veliero che ha portato a Venezia le spoglie del santo Evangelista nell’anno 828. Questa immagine costituisce un segno paradigmatico del cammino di fede della Chiesa veneziana: la chiesa-nave che conduce alla salvezza realizzata da Cristo Redentore di cui Marco è stato anzitutto discepolo e poi testimone. Sulla predicazione di Marco, e dei Dodici Apostoli, si regge e viene orientata la vita della Chiesa patriarcale di Venezia. L’Anno Marciano vorrà perciò essere anzitutto un anno di riscoperta della fede battesimale e di rinnovamento dell’azione di evangelizzazione.

Intanto è al lavoro la Commissione diocesana costituita dal Patriarca Francesco. Nella Lettera pastorale del 4 ottobre 2025 “Pax tibi Marce”, il Patriarca Francesco aveva invitato tutta la Diocesi a intraprendere un “percorso verso l’Anno Marciano che si celebrerà nel 2028”. L’arrivo delle spoglie di San Marco “fu l’occasione di una rifondazione spirituale e culturale della Chiesa particolare e dell’identità civile del popolo veneziano che si riconoscono nel Santo Evangelista Marco e nella Basilica omonima che ne conserva il corpo. Il leone alato, effige dell’Evangelista ed emblema della Repubblica Serenissima, è ancor oggi il simbolo in cui si identificano i fedeli della Chiesa particolare e i cittadini veneziani”. Il compito della Commissione è programmare, coordinare e attuare lo svolgimento di tutte le iniziative celebrative dell’Anno Marciano 2028 che si svolgerà dall’8 ottobre 2027 al 1° febbraio 2029.

Presidente della Commissione è Daniele Memo, Vicario episcopale per la Pastorale, il moderatore è Alberto Peratoner, direttore dell’Ufficio per la Pastorale della Cultura e del Turismo nonché docente presso lo Studio Teologico del Seminario Patriarcale e la Facoltà Teologica del Triveneto, segretario don Morris Pasian, Segretario e Cerimoniere patriarcale e direttore della Pastorale giovanile, come segretario aggiunto la Filomena D’Agostino. Ne sono membri don Federico Bertotto, Cancelliere patriarcale, don Francesco Marchesi, direttore dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, don Marco Zane, direttore del Centro Diocesano Vocazioni e dell’Ufficio Comunicazioni Sociali nonché co-direttore della Pastorale giovanile, e Francesco Trentini della Università Ca’ Foscari di Venezia e funzionario storico dell'arte con incarico di referente per la Tutela e la Valorizzazione di Villa Pisani presso la Direzione regionale Musei Veneto. Aci 29

 

 

 

 

“L’Ecologia integrale nella vita della famiglia”, uscito il documento

 

Il documento dei dicasteri per il Servizio Umano Integrale e dal Dicastero per i Laici

Città del Vaticano. Pubblicato dal Dicastero per il Servizio Umano Integrale e dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita “L'Ecologia integrale nella vita della famiglia” , un documento “pensato per trasmettere in famiglia la cura Creato e della vita umana” così un comunicato diffuso dall'ente vaticano. “Il volume - continua - è frutto dell'impegno congiunto dei due Dicasteri della Santa Sede e la sua stesura ha visto il coinvolgimento diretto anche di teologi, consulenti e coppie sposate”. Perché questo documento? Nasce per accogliere gli appelli di papa Francesco e papa Leone XIV ad “ascoltare il grido dei poveri e della Terra e per offrire una risposta concreta mettendo in atto i principi dell'Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia e gli insegnamenti dell'Enciclica Laudato si'” così precisa il comunicato. 

"I valori che ricevono forma e crescono nella famiglia costituiscono il terreno fertile da cui scaturisce la vita della società. Le famiglie sono quindi fondamentali per sviluppare e trasmettere il valore della cura della nostra casa comune e di ogni persona", scrivono nella presentazione del libro i Prefetti dei due Dicasteri, il cardinale Michael Czerny SJ e il cardinale Kevin Farrell. 

"Molte famiglie - continuano - vivono già questa vocazione con cuore aperto e con la speranza che è Cristo Gesù. All'interno della famiglia, i suoi membri imparano il dono di sé, la pazienza e la dedizione, l'accoglienza e la tutela della vita, affinché possa fiorire e svilupparsi pienamente; così come la complementarità e la reciprocità, lo scambio intergenerazionale e la solidarietà con altre famiglie, insieme alla trasmissione di conoscenze e".

Il volume propone spunti e indicazioni utili alle famiglie, ai gruppi ecclesiali e ai singoli lettori per far fronte alle sfide ambientali attuali e per promuovere lo sviluppo integrale di ogni persona. La prima parte presenta concetti fondamentali basati sugli scritti più significativi di Papa Francesco; la seconda parte, cuore del volume, contiene capitoli  tematici che riflettono sette obiettivi tratti dalla Laudato si': ascoltare il grido della terra; ascoltare il grido dei poveri e dei vulnerabili; adottare e promuovere l'economia ecologica; adottare stili di vita ecologici; ecologia integrale e istruzione; spiritualità ecologica in una prospettiva familiare e, in ultimo, famiglie che partecipano alla vita comunitaria

"La cura del Creato è, altresì, un impegno che esprime la nostra fede la quale, ci ha ricordato Papa Leone XIV nell'Omelia per il Giubileo delle famiglie, dei nonni e degli anziani, "si trasmette [in famiglia] insieme alla vita, di generazione in generazione" (1 giugno 2025). "L'Ecologia integrale nella vita della famiglia" è disponibile gratuitamente in 5 lingue sui siti web ufficiali dei due Dicasteri", concludono il comunicato.

Maggiori informazioni si possono trovare al seguente link: https://www.humandevelopment.va/it/news/2026/ecologia-integrale-nella-vita-della-famiglia-documento-congiunto-dicasteri.html  aci 28

 

 

 

 

Papa Leone e il mistero d’amore del Cuore di Cristo

 

La benedizione della prima pietra del “Centro Cuore – Papa Francesco” del Policlinico “A. Gemelli” di Roma - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. “La parola “cuore”, per il vostro Policlinico, dice molto di più, perché sta nel nome stesso dell’Università a cui appartiene: l’Università Cattolica del Sacro Cuore”.

Il Papa lo ha detto nel suo saluto in occasione della benedizione della prima pietra del “Centro Cuore – Papa Francesco” del Policlinico “A. Gemelli” di Roma.

Una breve e intensa cerimonia che si è svolta nel palazzo apostolica questa mattina. Cuore nasca da un acronimo: Cardiovascular Unique Offer ReEngineered.

Leone XVI ricorda il perché della scelta di Padre Gemelli della intestazione al Sacro Cuore della Università, e la “Beata Armida Barelli non ebbe dubbi: l’Università doveva essere “del Sacro Cuore”, perché proprio al Cuore di Cristo si doveva la serie di “miracoli” che avevano reso possibile l’impresa.

Il Papa cita la Dilexit nos, l’ultimo testo di Papa Francesco dedicato proprio al Sacro Cuore, una enciclica in cui, dice Leone XIV “voi potete ritrovare il quadro di principi e di valori che sono alla base della formazione nel vostro Policlinico, formazione che, in questa occasione, mi permetto semplicemente di incoraggiare: quanto più il “Gemelli” cresce, tanto più dev’essere curata la formazione umana e cristiana di chi vi opera”.

Infine il Papa sottolinea che il mistero d’amore del Cuore di Cristo, è “fonte principale di ispirazione e di sostegno per la nostra vita e il nostro lavoro. Come una fiamma perenne, questo amore ha suscitato nella Chiesa innumerevoli testimoni di carità, anche di carità educativa e sociale”.

 

 

 

 

Gesù, Pastore che veglia e protegge il gregge. IV Domenica di Pasqua

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Il Vangelo di questa quarta domenica di Pasqua (Gv 10,1-10) ci consegna una delle immagini più profonde e consolanti della rivelazione cristiana: quella del pastore e delle pecore. Con questa parabola ci viene svelato il Cuore di Cristo e, insieme, la nostra identità più vera. Gesù esordisce con parole provocatorie: «Chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante». È un invito alla vigilanza. Non tutto ciò che si presenta come buono o  desiderabile conduce davvero alla vita. Esistono “voci” che seducono, promettono, affascinano… ma alla fine svuotano, dividono, feriscono. Il ladro — dice Gesù — «viene solo per rubare, uccidere e distruggere». Sono parole che ci aiutano a riconoscere che ogni proposta che allontana da Dio, anche se all’inizio sembra attraente, finisce inevitabilmente per impoverire il cuore.

In questo contesto risuona l’affermazione decisiva: «Io sono la porta delle pecore». Per comprenderla, possiamo pensare ai recinti dell’antico Oriente, dove spesso non c’era una vera porta: era il pastore stesso a porsi all’ingresso, diventando lui la “porta”. Nessuno poteva entrare o uscire senza passare attraverso di lui. Così Gesù rivela di essere Lui stesso l’accesso alla vita. Non una porta tra le tante, ma la porta. Siamo fatti per Dio, e solo attraverso Cristo — nella sua persona, nella sua parola, nel suo amore — possiamo trovare ciò che davvero cerchiamo. Come scrive Sant’Agostino d'Ippona: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te». Ma Gesù è anche porta perché custodisce. Come il pastore veglia e protegge il gregge, così Cristo si pone tra noi e ciò che può ferire la nostra vita nel più profondo. Non elimina ogni difficoltà, ma ci libera e ci difende da quel male che rovina l’uomo e che prende il nome di peccato, menzogna, solitudine 

Poi Gesù aggiunge un particolare che tocca profondamente il cuore: «Le pecore ascoltano la sua voce… egli le chiama ciascuna per nome». Dio non ama in modo anonimo: ama ciascuno di noi, ci conosce per nome e ci chiama a vivere nella sua amicizia. E le pecore riconoscono la sua voce, ossia sanno distinguere tra le tante voci del mondo, quella del Buon Pastore. E’ una voce, quella di Cristo che non urla, non si impone, non confonde, non offende, ma attira, illumina, dona pace, orienta al vero, al bello e al buono.

E arriviamo, così, al cuore del brano, alla promessa che illumina tutto: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Gesù non promette una vita facile, ma una vita piena. L’abbondanza di cui parla è una qualità nuova dell’esistenza: è la vita stessa di Dio che entra nella vita dell’uomo. Questa vita inizia già ora, dentro le pieghe della nostra quotidianità. È una vita che cresce nel silenzio della preghiera, nella fedeltà al Signore, nell’ascolto della Sua Parola, nell’incontro con Lui nei sacramenti. Sant’Ireneo di Lione lo esprime così: «La gloria di Dio è l’uomo vivente». E l’uomo è veramente vivo quando vive della vita stessa di Dio. Chiediamo allora al Signore la grazia di riconoscere tra le tante voci la sua voce e di accoglierla, per scoprire con stupore, che quella vita che cerchiamo da sempre non è lontana: è già iniziata, perché Lui è presente, e continua a chiamarci per nome verso una pienezza che non avrà fine. Aci 26

 

 

 

 

Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra libertà, ma ci conduce sui giusti sentieri

 

Al Regina Coeli il Papa ricorda i 40 del disastro di Cernobyl - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. “Gesù non viene come un ladro a rubare la nostra vita e la nostra libertà, ma a condurci nei giusti sentieri. Non viene a sequestrare o ingannare la nostra coscienza, ma a illuminarla con la luce della sua sapienza. Non viene come a inquinare le nostre gioie terrene, ma le apre a una felicità più piena e duratura”. Leone XIV commenta così il Vangelo proposto oggi dalla liturgia prima di guidare la preghiera del Regina Coeli dalla finestra del suo studio su Piazza San Pietro.

Invece, dice il Papa “I “ladri” possono assumere tanti volti: sono coloro che, nonostante le apparenze, soffocano la nostra libertà o non ci rispettano nella nostra dignità; sono convinzioni e pregiudizi che ci impediscono di avere uno sguardo sereno sugli altri e sulla vita; sono idee sbagliate che possono portarci a compiere scelte negative; sono stili di vita superficiali o improntati al consumismo, che ci svuotano interiormente e ci spingono a vivere sempre all’esterno di noi stessi. E non dimentichiamo anche quei “ladri” che, saccheggiando le risorse della terra, combattendo guerre sanguinose o alimentando il male in qualsiasi forma, non fanno altro che rubare a tutti noi la possibilità di un futuro di pace e di serenità”. Il Papa conclude con un piccolo esame di coscienza Possiamo interrogarci: “da chi vogliamo farci guidare nella nostra vita? Quali sono i “ladri” che hanno provato a entrare nel nostro recinto? Ci sono riusciti, oppure siamo stati capaci di respingerli?”.

Dopo la preghiera il Papa ha ricordato che “oggi ricorre il quarantesimo anniversario del tragico  incidente di Cernobyl che ha segnato la coscienza dell'umanità. Esso rimane un monito sui rischi inerenti all'uso di tecnologie sempre ( più potenti. Affidiamo alla misericordia di Dio le  vittime e quanti ne soffrono ancora le conseguenze. Auspico che a tutti i livelli decisionali prevalgano sempre discernimento e responsabilità perché ogni impiego dell'energia atomica sia al servizio della vita e della pace”. Poi “un saluto speciale ai familiari e amici dei nuovi presbiteri della Diocesi di Roma, che ho ordinato questa mattina nella Basilica di San Pietro. Accompagnate sempre con la preghiera questi giovani ministri del Vangelo. Aci 26

 

 

 

Il cristiano impegnato in politica

 

Incontrando i membri del Partito Popolare Europeo, Leone XIV ribadisce i principi della politica cristiana e chiede ai parlamentari di tutelare le libertà fondamentali - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. Cosa significa essere cristiani impegnati in politica oggi? Significa “non essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese”. Significa “lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica”. E ancora, significa “avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone”. E infine, significa “investire nella libertà, non un in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana”.

Domanda e risposte sono di Leone XIV, che ha incontrato i membri del Partito Popolare Europeo. Il PPE celebra i 50 anni dalla fondazione, è il gruppo parlamentare più largo nel Parlamento Europeo, ed è arrivato a Roma forte di 180 membri. La giornata è iniziata con un incontro con Mairead McGuinness, inviato speciale europeo per la libertà religiosa fuori dall’Unione Europea.

Nel suo discorso, Leone XIV ricorda subito che l’ispirazione politica del PPE viene da “personalità come Adenauer, De Gasperi e Schuman, unanimamente ritenuti i padri fondatori dell’Europa contemporanea”, e riprende il filo delle udienze con Benedetto XVI e poi del dialogo con Papa Francesco, ricordando – come il suo diretto predecessore – che “l’unità è superiore al conflitto”, e che questo principio si vede concretizzato nell’ispirazione dei padri fondatori, i quali “erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra Mondiale”.

Ma Leone XIV sottolinea che l’azione politica deve prima di tutto offrire “un orizzonte ideale”, per guardare al futuro ed essere per questo in grado di “compiere scelte difficili e anche impopolari” quando è necessario per il bene comune. Ma questo, ammonisce il Papa, “non significa esaltare un’ideologia”, perché “qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale”.

Leone XIV sottolinea che “l’Europa contemporanea sorge proprio dalla constatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.

Il Papa poi sottolinea che per il Partito Popolare Europeo “il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso”, perché il popolo “non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica”.

Leone XIV ricorda che “la presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno”.

Ma, chiosa il Papa, “una politica ‘popolare’ richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità. Uno dei problemi della politica negli ultimi anni è la costante diminuzione di sintonia, collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti”, e si deve ricreare un tessuto di popolo, “un contatto personale fra il cittadino e il deputato, per poter rispondere efficacemente alla luce dell’orizzonte ideale ai problemi concreti delle persone”. Insomma, dice Leone XIV, “nell’era del trionfo digitale, l’azione politica autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all’analogico”, che è forse “il vero antidoto a una politica spesso urlata, fatta solo di slogan, incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone”, poiché “per vincere una certa disaffezione alla politica occorre riconquistare le persone andando ad incontrarle personalmente e ricostruendo una rete di rapporti sul territorio, in modo che tutti si possano sentire parte di una comunità e partecipi del suo destino”.

Ed è a questo punto che il Papa delinea le caratteristiche del cristiano impegnato in politica. La riscoperta delle radici cristiane implica anche il “lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica”.

Lo sguardo realistico delineato dal Papa chiede di partire “dai problemi concreti delle persone”, preccupandosi di “favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante”, ma anche di “vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e avere figli”, e anche “di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti”.

Leone XIV chiede anche “di affrontare in modo non ideologico le altre grandi sfide che si pongono ai nostri giorni come la cura del creato e l’intelligenza artificiale”, la quale “offre grandi opportunità ma è al contempo irta di pericoli”.

Infine, il tema della libertà, che non deve essere “una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana, evitando di alimentare un ‘corto circuito’ dei diritti umani, che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione”. Aci 25

 

 

 

 

Intervista a mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona

 

Incontriamo al convegno FISC (Federazione italiana dei settimanali cattolici) Domenico Pompili, vescovo di Verona, che è intervenuto in apertura del convegno sull’enciclica Laudato si‘. - di Paola Colombo

Mons. Pompili come sono nate le Comunità Laudato si’?

Sono nate da un’idea maturata insieme con Carlin Petrini ad Amatrice all’indomani del terremoto (2016-2017, n.d.r.). Il terremoto esprime comunque un difficile rapporto tra l’uomo e la terra perché comunque lo si interpreti ci dice che c’è qualche problema se, come è accaduto purtroppo tragicamente in Italia, per una scossa di un certo grado muoiono centinaia di persone mentre in Giappone per la stessa intensità c’è ben altro scenario. Allora con Carlin Petrini abbiamo pensato, visto che lui aveva letto e anche fatto una prefazione alla lettera enciclica di papa Francesco, di fare qualcosa di concreto in relazione a questa iniziativa del Papa, da due punti di vista diversi ma convergenti. Lui, Carlo Petrini è un agnostico dichiarato, io sono un prete, abbiamo provato a fare qualcosa insieme e devo dire che le comunità si sono costituite con questa doppia sensibilità.

Come nasce una comunità Laudato si’?

Bastano anche solo poche decine di persone che fanno dell’ecologia integrale il loro punto di riferimento e nel territorio dove vivono cercano di analizzare quali sono le crisi più evidenti e cercano di fare qualche cosa. Una volta si tratterà di ripulire un fiume, un’altra volta di porre attenzione a una fabbrica che inquina, un’altra volta di fare un’iniziativa per gli orti sociali in ogni caso si tratta di iniziative concrete che partono dal basso e coinvolgono la popolazione.

Per conoscere le novanta comunità Laudato si’ in Italia, avere informazioni sul progetto, lo statuto delle comunità e come diventare Comunità Laudato si’ si rimanda al sito comunitalaudatosi.org.

Lei, mons. Pompili, allora quando insieme a Carlo Petrini ha dato vita alla rete di Comunità Laudato si’ era vescovo di Rieti, il territorio colpito dalla serie di scosse di terremoto. Ora è vescovo a Verona dal 2022 e lì ha fondato insieme ad altri soggetti a un’altra iniziativa molto significativa, la scuola di pace. Come procede la scuola di pace?

La Scuola di Pace quest’anno vive la sua seconda edizione. Sono 40 gli iscritti provenienti da tutta Italia e vedo che ha una grande presa soprattutto sui più giovani e ha anche la possibilità di forme di studio talora online, talora in presenza, talora per lezioni semplici, altre volte ci sono dei propri weekend che danno la possibilità di cimentarsi sulla questione della pace grazie all’apporto di professori. e anche di persone che hanno esperienze sul campo e tutto questo facendo sempre riferimento a quello che si può fare nel proprio ambito territoriale fare.

Si può dire che chi partecipa funge da moltiplicatore?

Sì e i professori sono in genere persone della società civile, magistrati, docenti universitari, psicologi, ma anche Politici che su questo tema comportano la loro esperienza, va bene.

Due parole sulla Scuola di pace e di non Violenza. Sulla scia dell’Arena della pace a Verona del 2024 e su richiesta di papa Francesco è stata fondata una Scuola di pace e di non violenza  da tre soggetti promoptori, la diocesi di Verona, la Fondazione Toniolo (istituzione culturale della diocesi di Verona), con don Renzo Beghini, e il Movimento non violento italiano (una delle più importanti associazioni italiane che promuove la non violenza su esempio di Ghandi), con il presidente Massimo Valpiana.

I cardini della scuola sono che la pace si impara e che si debba insegnare perché la buona volontà non basta e come tutte le scienze e le arti umane anche la pace va studiata dal punto di vista storico, giuridico, ecologico eccetera. Del.-mci 25

 

 

 

 

Leone XIV in Africa rimette al centro le persone

 

Dieci giorni di viaggio per ricordare a tutti di seguire il Vangelo - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. Leone XIV in Africa ha ottenuto quel bagno di folla che ogni Pontefice riceve in quel continente, che da uno slancio al pontificato. Un successo quindi. Anche se i titoli dei “giornalini” e il mainstream cercavano di portarlo solo al battibecco con Donald Trump. Una trappola scattata il primo giorno di viaggio che il Papa ha disinnescato con la semplicità di chi vive e lavora su altri livelli. Quelli di Dio.

Così i dieci lunghi e appassionati giorni di viaggio in quattro paesi e quella prima volta in un paese come l’Algeria dove la Chiesa non vive proprio facilmente, sono stati importanti per chi li ha vissuti, ma anche per chi ha avuto voglia di seguire davvero quello che diceva il Papa e non cercare nei discorsi, preparati da tempo, degli ipotetici riferimenti a Trump.

Il Papa non deve essere tirato per la giacchetta. Certi media tentano di farlo da sempre, ma Leone XIV non è facilmente manipolabile. Anzi sa rimettere ordine anche in incomprensioni del passato.

Come ha fatto ieri al rientro a Roma dalla Guinea Equatoriale a proposito della spinosa questione della benedizione delle coppie irregolari. Ha chiarito quello che Papa Francesco pensava, perché del resto un Papa non può pensare altro. La Chiesa è aperta a tutti, ma Cristo chiede la conversione di tutti. Non si tratta della approvazione di una situazione di peccato, ma dell’invito ad uscirne.

Ed è questo il filo rosso di tutto il viaggio in Africa, un invito ad una Chiesa piena di entusiasmo ad essere anche una Chiesa che si converte e che forma dei giovani che siano onesti e giusti, che possano davvero cambiare le sorti delle loro nazioni ancora troppo spesso molto lontane da criteri politici di onestà e giustizia.

Ecco perché il Papa è andato nelle università. Ecco perché si può definire un viaggio politico quello di Leone XIV. Ecco perché il messaggio che ha portato non è solo per l’Africa, ma anche per tutti coloro che cercano di approfittarsi dell’Africa. E non certo con il linguaggio comune della politica, ma con lo stile del Vangelo. Perchè il senso del viaggio di un Papa, ha detto Leone XIV, è “visitare le persone”. E la diplomazia della Santa Sede è diversa da quella “laica”: “Non sempre facciamo grandi proclami di critica, di giudizio o di condanna. Ma c’è tantissimo lavoro che avviene dietro le quinte per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare, talvolta, situazioni in cui ci sono prigionieri politici e trovare un modo per farli liberare. Situazioni di fame, di malattia, ecc. Quindi la Santa Sede, mantenendo una neutralità e cercando modi per continuare una positiva relazione diplomatica con tanti Paesi diversi, in realtà sta cercando di applicare il Vangelo alle situazioni concrete affinché la vita delle persone possa migliorare. Le persone interpreteranno il resto come vorranno, ma credo sia importante per noi cercare il modo migliore possibile per aiutare il popolo di qualsiasi Paese”.

Questo è il senso di un viaggio di dieci giorni in Africa, questo il senso degli appelli alla pace, del lavoro diplomatico: la persona. E del resto il maestro di Leone XIV è Agostino, quel santo dalla cui tomba è iniziato il viaggio del Papa e che più di altri ha “fatto politica” senza essere mai un politico. Aci 24

 

 

 

Chiesa e spazio pubblico. Ecumenismo in uscita

 

„In quest’epoca le religioni e le chiese non devono più essere alla ricerca di un proprio spazio e dunque poi cercare di discutere o accordarsi sullo spazio a te, lo spazio a me, lo spazio all’altro, ma nello spazio comune, dove c’è il problema della pace, il problema dell’ambiente, essere capaci di fare da scaletta“ (Derio Olivero).

* A che cosa servono le religioni e le chiese nell’epoca della secolarizzazione e post secolare?

* Perché le chiese e le religioni entrano nello spazio e dibattito pubblico?

* E come vi entrano?  Come va pensato il posizionamento delle religioni nello spazio pubblico.

* Come le chiese possono dare un contributo alle questioni di interesse comune.

* Ecumenismo in uscita o terzo ecumenismo.

Pubblichiamo la trascrizione dell’intervento L’emergenza ambientale interroga le fedi che mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione CEI per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, ha fatto in chiusura del Convegno FISC (Federazione italiana settimanali cattolici) “Pianeta in prima pagina. Cronisti del clima” che si è svolto dal 16 al 18 aprile a Trento in collaborazione con il settimanale diocesano Vita Trentina. La trascrizione, adattata alla lettura, è a cura di Paola Colombo.

L’emergenza ambientale interroga le fedi

di Derio Olivero

Inizierei con il dipinto di Edward Hopper del 1951, si intitola ‚Rooms by the Sea‘, stanze in riva al mare. Hopper, pittore nordamericano del secolo scorso, dipinge l’isolamento, la solitudine, lo straniamento dell’uomo e della donna nelle grandi metropoli americane. Che cosa dice questo dipinto? Guardandolo si vedono stanze vuote, mare senza barche, non c’è una spiaggia con un ombrellone, non c’è nessuno. Solitudine. Siamo persi nel mondo, siamo su questa terra, persi isolati gli uni dagli altri. Ma se ci si sofferma questo dipinto è molto istruttivo per il tema che andiamo a trattare. Perché a guardarlo c’è qualcosa di sbagliato, ha due particolarità che saltano all’occhio. La prima è a destra: quella non è una finestra, è una porta. Si vede il pomello della porta. Allora, se quella è una porta, il dipinto non funziona, perché non siamo in pianterreno, siamo al primo piano. Se siamo al primo piano e quella è una porta, ci dovrebbe essere un pianerottolo e una scaletta per andare al mare e non c’è. Questa è la casa di Hopper e nella sua casa c’era ovviamente una scaletta perché come fai altrimenti a uscire di casa? Lui nel dipinto ha tolto il pianerottolo e ha tolto la scala. Perché? Seconda particolarità: la luce dipinta sulla parete. La luce è dipinta come un perfetto trapezio bianco sulla parete, oltre che un trapezio giallo sul pavimento. È un perfetto trapezio con la linea precisa. Voi sapete che la luce e l’ombra non si dipingono così, si dipingono con sfumature, non è mai una linea netta, la luce si dipinge con sfumature. Lui invece l’ha dipinta precisa così.

Il mare dà l’idea di enormità, di infinito, da sempre è simbolo di infinito e la casa da sempre è simbolo di quotidianità. Ora il pittore ci dice: guarda che l’infinito è molto più vicino di quanto ti immagini. Non c’è più la scaletta, è lì. Se volessimo dirlo con parole nostre, Dio è più vicino di quanto non ti immagini, soltanto che non c’è più nessuna scaletta per arrivarci. E poi la luce che arriva da destra, dal mare, dall’infinito. Non solo l’infinito è più vicino di quanto non ti immagini, è più dentro casa tua di quanto non ti immagini, sta dentro le cose. L’infinito è bello. Questo ci aiuta a capire una cosa. Com’erano i dipinti delle annunciazioni del ‘500, del ‘600? C’era un angioletto, i fiori, il giglio e con dietro una striscia di luce che arrivava dall’alto. A volte c’era anche il viso del Padre e dall’altra parte c’era una donna, la Madonna, con vicino un letto a baldacchino o con dietro una stanza da letto. Nel dipinto di Hopper è uguale, dietro c’è un’altra stanza. Non è proprio una stanza da letto, ma c’è un divano e potrebbe essere una stanza da letto. E nella stanza davanti c’è una striscia di luce, soltanto che non ci sono più le due figure, sono scomparsi l’angelo e la Madonna, ma la struttura, noi diremmo la composizione, è la stessa. Che cos’è questo? È un’annunciazione moderna, ha le stesse caratteristiche dell’annunciazione: una presenza divina, un’accoglienza umana, ma non ci sono più le figure e soprattutto non c’è più la scaletta per arrivarci. È interessante. Noi viviamo nella cosiddetta epoca della secolarizzazione, del post secolare, dell’umanesimo esclusivo: oltre l’umano non c’è che l’umano. La Madonna, l’angelo, abitavano l’epoca di mia nonna, era l’epoca dell’incanto, nella quale gli angeli, i santi, la presenza di Dio, la Madonna, erano di casa, erano domestici. Ci potevi credere o non credere ma era normale, erano una presenza.

Il mondo era abitato dal divino. Quel mondo è finito. Ma è davvero cambiata la realtà? O è cambiato il modo di guardarla?

In un mondo che è post secolare, che cosa vuol dire che le indagini ci dicono è in crescita una ricerca spirituale? Uno sguardo spirituale anche proprio del creato, della natura. Ma pensate a quanta ricerca spirituale di tantissime persone che però non si rivolge alle né chiese né alle religioni. Noi siamo in un’epoca post secolare, in un’epoca secolarizzata, e questo dipinto fotografa la realtà. Le religioni a cosa servono oggi? Che ci stanno a fare le chiese? Che cos’è oggi la scaletta?

In quest’epoca le religioni e le chiese non devono più essere alla ricerca di un proprio spazio e dunque poi cercare di discutere o accordarsi sullo spazio a te, lo spazio a me, lo spazio all’altro, ma nello spazio comune, dove c’è il problema della pace, il problema dell’ambiente, essere capaci di fare da scaletta. Una delle grandi tentazioni delle religioni e delle chiese, compresa la nostra Chiesa cattolica, è quella di essere autocentrata, autoreferenziale. Papa Francesco su questo ha parlato a lungo. Se sei autocentrato, finisci con l’essere uno spazio a parte. Un bravo pastoralista, Luca Bressan, anni fa disse: Che cosa sono ormai le nostre parrocchie se non una riserva indiana? È interessante questa affermazione. Le riserve indiane sono quegli spazi riservati ai nativi americani che si vestono come nei modi loro, coi cappelli a modo loro, le piume a modo loro, usano la lingua loro, fanno i rituali loro. Gli americani ogni tanto la domenica o sabato vanno a fare un giro perché è caruccio vedere questi nativi americani. Però poi la vita seria sta da un’altra parte. Gli italiani ogni tanto fanno un giro in parrocchia a vedere i vescovi coi cappelli strani e con le casule colorate ma la vita seria sta da un’altra parte. Questa cosa è tremenda. Vogliamo allora continuare a mettere insieme delle isole della società, discutendo cosa tocca a te, a me, e a come vogliamo star vicini? È questo l’ecumenismo? È questa la Chiesa? O la Chiesa è un’altra cosa? Questo vale anche per il discorso della laicità, perché al pensiero della laicità fa comodo che le chiese non diano fastidio e stiano nel loro spazio.

La questione dello spazio è una questione molto seria, perché alla fin fine tutti giochiamo a difendere gli spazi.

Diceva papa Francesco che il tempo è superiore allo spazio, invitava a lavorare insieme su comuni processi più che a difendere i propri spazi.

Pensate le critiche dell’ambito dell’area conservatrice alla Laudato si’. Erano proprio di questo tenore: perché il Papa si occupa di cose del clima, pensi piuttosto a dire le preghiere. Qui sta proprio la difficoltà di cambiamento che incide anche sul rapporto ecumenico e delle religioni. Anche le critiche di Trump dicono: lo spazio è mio e tu, Papa, pensa alle cose teologiche, cioè pensa alla riserva indiana che la vita e il mondo li gestisco io. Visto da un punto o visto dall’altro la questione grossa su cui dobbiamo giocarci è non gestire spazi nostri, ma nello spazio comune essere capaci di fare da scaletta, di indicare una presenza e dunque di indicare da credenti una lettura particolare del mondo, ciascuno secondo le proprie letture credenti, avere cioè un approccio culturale: stare insieme nello spazio pubblico, capaci di dire la propria visione del mondo. Oggi è in gioco questa cosa, riposizionare le religioni nello spazio pubblico ed è difficile anche per noi cattolici riposizionarsi sullo spazio pubblico. Noi veniamo da un’epoca in cui eravamo padroni dello spazio pubblico, ora siamo dentro uno spazio culturale. Come riposizionarci? Non più da padroni, né, come dire, da arrabbiati perché ci han rubato lo spazio, ma neanche da ritirati nel proprio spazio, dimentichi dello spazio pubblico. Questo vale per tutte le religioni e per tutte le chiese sapendo che lo spazio pubblico non è confessionale e non è neppure neutro ma è plurale. La pace sociale non si costruisce eliminando il religioso ma regolandone la presenza. La pace sociale non si sparisce tirando via il religioso, questa è la posizione nostra in Occidente, nata nel ‘600 durante le guerre di religione, dove si riteneva che col tenere le religioni nel pubblico, si finisce male e bisogna relegarle da un’altra parte. Oggi il mondo è cambiato e bisogna avere anche il coraggio di dire che possiamo riposizionarci, cioè rivedere dopo quattro secoli questo discorso. Lo so che questo è un tema difficilissimo, ma se le religioni si occupano di ambiente, di clima, di giustizia sociale, di immigrazione, stanno occupando lo spazio pubblico. E com’è che lo stiamo riposizionando? Con quali diritti e con quale forma? Tutto questo è molto serio perché sull’ambiente si fila via liscio. C’è stato un po‘ di rumore all’inizio della Laudato si’ ma appena si toccano altri temi, come l’immigrazione, allora non si fila via più liscio e il tono è: voi non immischiatevi, appena tocchi la giustizia sociale – non immischiatevi. Le religioni hanno a che fare col tema della verità senza coercizione

In Dignitatis humanae, nel proemio, si legge: la verità non si impone che per la forza della verità stessa. Cosa vuol dire? Vuol dire che nel mondo plurale e nel dialogo plurale, le cose che diciamo noi sull’ambiente, sul creato, sono uno sguardo di fronte ad altri che hanno altre visioni. È difficile per un credente dire questo, non diventare integralista? Laudato si’ è stato un esempio bellissimo e dovrebbe essere studiata come metodo innanzitutto, oltre che per il contenuto. Richard Sennett (sociologo statunitense, n.d.r.) dice una cosa bellissima: “Vivere come uno tra i molti, coinvolto in un mondo che non rispecchia solo se stessi”.

Per noi cattolici questo atteggiamento è difficilissimo perché vivere come uno tra i molti, uno tra i molti, cioè stare al tavolo alla pari con tutti, con i non credenti non è facile. Ma soprattutto stare coinvolti in un mondo che non rispecchia solo noi stessi, non è facile. Come restare allora coinvolti in questo mondo che non dice proprio le cose che diciamo noi, questa società non le dice proprio come le diciamo noi, a volte le dice all’opposto di come le diciamo noi?

Com’è stare nel mondo in modo appassionato? Come riposizionarci sia come religioni che come mondo laico per sapere davvero abitare la pluralità e come aiutarci tra religioni e tra chiese a riposizionarci ed essere generativi nello spazio laico? Questa è una grande questione su cui a livello nazionale stiamo lavorando e io credo che questa è la strada da battere per il futuro, per uscire da un secolarismo escludente. Il secolarismo escludente è quella tentazione che dice: le religioni si occupino dello spazio privato, il pubblico delle questioni pubbliche.

I tre paradigmi: il secolarismo escludente, il secolarismo inclusivo e il pluralismo post secolare.

Il secolarismo escludente dice: al privato le religioni e al pubblico, il pubblico. Il secolarismo inclusivo dice che lo Stato, ovviamente, non è confessionale ma riconosce alle religioni una possibilità di azione. Il pluralismo post secolare è lo spazio pubblico è abitato da visioni religiose e non religiose. È appunto tutto ciò che avete fatto in questi giorni in questo convegno, avete abitato lo spazio pubblico. Ma con che diritto? Come stare in questo spazio pubblico nel pluralismo post secolare? Ci sono tante teorie, per esempio Jürgen Habermas aveva la teoria dialogica, cioè si sta nello spazio pubblico imparando a tradurre, le religioni stanno nello spazio pubblico imparando a tradurre. Quando stai nello spazio pubblico ci puoi stare come credente imparando a tradurre le tue formule, i tuoi dogmi, perché siano sensate, comprensibili e possano entrare in dialogo. Oppure secondo Charles Taylor ci si deve stare come fonte morale, come suscitatore di questioni etiche morali. Anche questo è interessante. Sono tutti tentativi per dire come ci dobbiamo stare come religione e chiesa. Io amo chiamarlo l’ecumenismo in uscita.

L’ecumenismo in uscita si fa queste domande: come possiamo imparare davvero a dare un contributo culturale alle questioni pubbliche? Olivier Roy, uno che parla della crisi culturale dell’Occidente, nel suo libro L’appiattimento del mondo, dice che in nome della normatività si è appiattita la cultura e si chiede per quale motivo la natura sia ritornata in maniera così prepotente nel nostro immaginario? Per il fatto che non esistono più evidenze culturali. Il pensiero occidentale ha sempre concepito la cultura in opposizione alla natura, nella filosofia greca come nel cristianesimo, ragion per cui il dibattito attuale sulla natura non può che essere una conseguenza della crisi della cultura. Cito questo perché uno dei grandi rischi dal punto di vista culturale è trattare la natura come feticcio e in certe ricerche spirituali sta diventando così. La natura diventa il nuovo idolo. Dall’altro abbiamo una cultura neoliberale, una cultura capitalista che tratta la natura come una cava di pietre da cui prendere e depredare. Quale apporto culturale riesce a dare ogni singola religione per rileggere proprio la natura, ovviamente in modo culturale? Non esiste una cosa al mondo che sia naturale, noi al mondo stiamo solo in modo culturale.

Questo ci dice sicuramente una grossa revisione di temi fondamentali quali il tema della verità. Che cosa sono verità e identità? Vi cito solo una frase sull’identità che mi sembra importante: “L’identità non è un dato assoluto da conservare al sicuro, ma una ricerca, una strada, un esodo e una decisione” (Rosanna Virgili, biblista, Qual è il tuo nome?). Che cosa vuol dire questo per una chiesa? L’identità di una chiesa non è un dato assoluto da tenere ben saldo, ripetere ridicendola in modo più forte. Alcuni dicono che basti ridire in modo più netto e chiaro cos’è il cristianesimo e avremo risolto i problemi. Ma l’identità è una ricerca. Qual è il cristianesimo vero? Sei o sette anni fa, è uscito un libro che si intitola ‚Il cristianesimo non esiste ancora‘ del domenicano Dominique Collin. Il titolo è provocatorio ma ci fa chiedere qual è il vero cristianesimo? È quello dei Padri? È quello del Medioevo? È quello del Concilio di Trento, visto che siamo a Trento, è quello di oggi? Sono così diversi se mettiamo insieme il cristianesimo di oggi con il cristianesimo del Medioevo, ma è davvero così diverso? Gli elementi di fondo sono costanti. Il libro sostanzialmente dice che il Vangelo è talmente pieno di possibilità, di densità, di ricchezza che il vero cristianesimo non c’è ancora. Lo dobbiamo ancora esprimerlo, abbiamo ancora 1.000 forme da dire. La vera identità è una ricerca, una strada, un esodo, una decisione. La mia identità è anch’essa una strada, è un percorso, un esodo. È uscire da noi. Allora capite, l’ecumenismo e il dialogo futuro sta su queste cose ed è chiaro che, ad esempio, il dialogo con l’Islam arricchirà moltissimo il cristianesimo, ma non perché dico che l’Islam sia migliore di me, ma che, interagendo con l’Islam, scoprirò delle cose che forse non abbiamo ancora scoperto del cristianesimo. Pensate alle questioni ambientali, nel serio dialogo con la scienza riscopro una ricchezza del cristianesimo che non avevo prima. E ancora. Il cristianismo di oggi, dopo l’enciclica Laudato si’, è più ricco che prima della Laudato si’. Questo è potente ed è ciò che il teologo, filosofo e presbitero ceco Tomáš Halík chiama terzo ecumenismo. Il terzo ecumenismo e l’ecumenismo in uscita Il primo ecumenismo era quello fra le chiese cristiane; il secondo ecumenismo quello tra cristiani e altre religioni. Il terzo ecumenismo è tra credenti e non credenti. La storia dell’ecumenismo è bellissima: cercare di dialogare coi protestanti, con gli ortodossi. Si è iniziato in questi anni a dialogare con l’Islam, con i buddisti, e questo è di una ricchezza enorme. La grande questione oggi è imparare a dialogare con i non credenti, imparare insieme noi, i musulmani, a dialogare con i non credenti. Questa è la grande sfida di domani. Che cosa vuol dire dialogare insieme nello spazio pubblico sulle questioni pubbliche? È l’ecumenismo in uscita. Scrive Halik: “La Chiesa intende se stessa come un sacramento, cioè un simbolo e un segno efficace dell’unità a cui tutta l’umanità è chiamata. Come deve cambiare la Chiesa, sotto molti aspetti e in molti modi interamente divisa e chiusa, per servire all’unificazione dell’umanità? Spesso sentiamo dire che il primo passo è quello di unire i cristiani. Tuttavia, sono sempre più consapevole che anche nel compiere quel passo dobbiamo tenere presente l’obiettivo finale, molto più impegnativo (…). Riusciremo ad avvicinarci all’unità dei cristiani solo se la nostra unità reciproca non ne sarà il fine ultimo. Dobbiamo investire i nostri sforzi per unire i cristiani fra loro nel perseguimento di un’ecumene molto più ampia e profonda: la creazione di uno spazio vitale per l’intera famiglia umana e per la coesistenza armoniosa di tutta la creazione di Dio” (T. Halik, Il sogno di un nuovo mattino, p.89). Fantastico. Il nostro scopo, insieme agli altri cristiani, è quello di servire la coesione sociale e la capacità di cura di questa terra. Non si tratta di parlare dell’ambiente, per buona educazione, perché ne parlano tutti. Questa è la questione seria che dobbiamo mettere bene in testa, perché non è così chiara. Spesso, e non dico solo nelle aree conservatrici, anche nelle aree “normali” si pensa che il Papa di prima era patito di questi temi e dunque chiniamo il campo, trattiamo anche noi questi temi, però cerchiamo di salvare la Chiesa, che importa il mondo? È un problema che abbiamo tutti, noi cristiani cattolici, i protestanti, gli ortodossi. E invece si tratta di una questione seria che significa rimetterci insieme al servizio di questo mondo, che vuol dire al servizio della giustizia, al servizio della pace, al servizio della coesione sociale e, studiando una forma che non sia solo moralismo, cioè che non sia il noi vi diciamo ciò che dovete fare. Noi cattolici corriamo sempre il rischio di avere un approccio morale, perché noi sappiamo come bisogna fare, come bisogna risolvere le questioni, perché noi abbiamo la verità. Ma non è sempre detto che noi sappiamo subito come si risolvano i problemi, soprattutto quelli nuovi. Noi siamo in ricerca con gli altri con una luce particolare. Non diamo mai per scontato quanto dice la Laudato si‘ al punto 12: “Il mondo è qualcosa di più che un problema da risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella lode”.

Noi guardiamo le cose nella certezza di una presenza

Ritorniamo al dipinto da cui sono partite queste riflessioni. Noi partiamo dal fatto che il mondo è abitato da una presenza e ha una sua misteriosità. A livello nazionale l’ecumenismo prova a muoversi in queste direzioni. Da tre anni abbiamo un tavolo con i capi delle chiese e con i capi delle religioni, non semplicemente per andare d’accordo, ma per trattare insieme queste tematiche. A gennaio siamo riusciti a firmare un patto coi capi delle chiese che sono in Italia e il patto dice innanzitutto che ci impegniamo a stare insieme al tavolo, qualunque cosa capiti nel mondo, il che è una questione molto seria. Se capitasse una guerra tra ortodossi russi e ortodossi ucraini, noi qui in Italia stiamo al tavolo insieme coi russi e con gli ucraini. Non è una cosa da poco di questi tempi e speriamo che a giugno si possa firmare coi capi delle religioni, dove ci sarà anche lì la stessa frase: ci impegniamo a stare insieme. L’articolo tre del patto dice che, in obbedienza al comandamento dell’amore e al mandato evangelico, ci impegniamo a operare in favore della giustizia, della pace e della solidarietà tra gli uomini e le donne del nostro tempo, in particolare in favore della tutela della dignità di ogni persona creata a immagine di Dio; della promozione della pace e del dialogo tra i popoli, cultura e religioni; in favore dell’accoglienza dei poveri, dei migranti, degli emarginati e di quanti soffrono; a operare nella custodia del creato come dono affidato alla nostra responsabilità comune; nella lotta contro l’antisemitismo. Sono temi concreti che diventano questioni difficilissime da risolvere. Eppure vale la pena andare in questa direzione. Vi faccio un esempio: l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Se è vero il discorso che ho fatto, cosa vuol dire? Insegnare ai cattolici, non funziona più. Non è che si risolve domani, magari ci vogliono 10, 15 anni. Però dobbiamo imparare a questionarci, a restare insieme come uno tra i molti coinvolti in una realtà culturale che non rispecchia solo noi stessi.

Dunque, le religioni che ci stanno a fare? Possono starci nello spazio pubblico? E come devono starci?

Ve lo dico con le parole di Etty Illesum. Etty Illesum, ebrea, in un campo di concentramento scriveva: “Se non sapremo offrire al mondo nostro impoverito del dopoguerra nient’altro che i nostri corpi salvati a ogni costo e non un senso nuovo delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e desolazione, allora non basterà”.

Questo approccio vale anche per il tema del creato, non è un apporto banale per noi umani che sempre dobbiamo scegliere come stare al mondo. Che sia un mondo perfetto, un mondo inquinato, un mondo che ha risolto l’inquinamento, un mondo con la CO?, in un mondo che ha risolto la CO?, a noi è sempre chiesto di scegliere come stare al mondo. Su questo noi dobbiamo lavorare e non è sempre detto che le religioni ci stiano lavorando, ma questo è l’apporto delle religioni per noi, come diceva Martin Heidegger, che siamo l’unico animale costretto a volere per essere. Gli altri funzionano e l’unica questione è sopravvivere. Noi non solo funzioniamo, noi dobbiamo sempre scegliere, costretti a volere, a scegliere come stare al mondo. Tutti noi scegliamo di essere qui, di andarcene, potete alzarvi e andare, di stare ancora un attimo. Avete scelto di venire, potevate scegliere di stare a casa. Noi dobbiamo sempre scegliere. Anche nel mondo di domani dovremmo continuare a scegliere, comunque sarà, un mondo cupo o più bello. Noi dovremmo continuare a scegliere e le religioni si devono attrezzare e dare un apporto di senso. Del-mci. 24

 

 

 

Europa. Mons. Crociata: “È vitale per il cammino dell’umanità verso la pace”

 

Il presidente della Comece - a Nicosia con i vescovi Ue riuniti in Assemblea plenaria - richiama i leader Ue che da stasera saranno a Cipro per un Vertice informale: difesa sì, ma senza smarrire la vocazione originaria alla pace. Dai vescovi, l’invito a rafforzare diplomazia e dialogo, guardando al Mediterraneo, tra guerra in Ucraina e nuove sfide globali. Di M. Chiara Biagioni

(da Cipro) “L’Europa rimane, al momento, l’unico continente — o meglio, l’unica unione di Paesi — capace di guardare alle dinamiche globali ponendo al centro la pace, anziché interessi o mire di altro genere. Il rischio che l’Europa perda questa capacità di essere se stessa è quindi vitale, oserei dire, per il cammino dell’umanità, almeno in questa fase storica, segnata dall’emergere diffuso di minacce alla libertà e alla democrazia”. E’ l’appello di mons. Mariano Crociata, presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea, ai capi di stato e di governo che da questa sera si ritroveranno ad Agia Napa (Cipro) per un vertice informale del Consiglio dell’Ue sotto la presidenza cipriota che ha tra i dossier al centro dei colloqui la guerra in Ucraina e in Medio Oriente, crisi energetica, mutua difesa Ue e il prossimo bilancio 2028-2034.

Da ieri, i vescovi dell’Unione Europea sono a Nicosia, capitale di Cipro, come sede della Assemblea plenaria della Comece che si concluderà domani. “Questa coincidenza – sottolinea il vescovo Crociata parlando al Sir a margine dei lavori – è molto significativa e ha naturalmente rafforzato la nostra linea di riflessione sulla situazione globale, in particolare su quella europea a partire dalla situazione Ucraina a mediterranea con la escalation in Medio Oriente”. “Il contatto con le autorità religiose, con le diverse realtà e le Chiese dell’isola, così come con la sua popolazione – osserva il vescovo -, ci ha offerto una visione molto concreta della situazione. Questo ci porta a ritenere che anche da questo Consiglio straordinario, che si svolge qui, debba emergere uno sforzo maggiore per osservare il cammino dell’Europa dal punto di vista di quest’isola e di questo territorio”.

“Un’Europa che sappia guardare di più da una prospettiva mediorientale, o meglio ancora mediterranea, darebbe all’impegno che l’Unione Europea già profonde per la pace e la sicurezza, una visione più integrale e quanto mai attuale, alla luce di ciò che stiamo vivendo”.

Al vertice, si parlerà certamente di difesa e di armamenti, ma qual è la vera vocazione dell’Europa? “La sua vocazione è quella di essere, come si è sempre detto, un progetto di pace”, risponde il vescovo presidente della Comece. “Naturalmente in modo realistico”, precisa Crociata. “Questo implica — ed è la direzione verso cui, come indicano diversi segnali, l’Unione Europea potrebbe e dovrebbe muoversi — la ricerca di un equilibrio tra la difesa comune e le garanzie di sicurezza, da un lato, e l’uso privilegiato, se non esclusivo, della diplomazia e del dialogo nella risoluzione dei conflitti, dall’altro. Questo è ciò che l’Europa sa fare e può continuare a fare”.

Proprio in questi giorni, i vescovi Ue hanno consegnato un “Documento” alla Presidenza cipriota del Consiglio dell’Unione Europea. I vescovi fanno riferimento in particolare all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia che “continua a infliggere immense sofferenze umane e a destabilizzare la sicurezza europea e globale”. Da qui l’appello a “intensificare gli sforzi diplomatici per una pace giusta, globale e duratura, fondata sul diritto internazionale”. Riguardo invece al Medio Oriente, i vescovi scrivono: “pur riconoscendo la necessità di una maggiore preparazione e responsabilità in materia di sicurezza e difesa, l’UE dovrebbe rimanere fedele alla sua visione fondante. Gli investimenti nella difesa devono essere necessari, proporzionati e adeguati e non devono avvenire a scapito degli sforzi volti a promuovere la dignità umana, la giustizia, lo sviluppo umano integrale e la cura del creat”.

“La politica di difesa deve sempre rimanere chiaramente orientata alla pace”.

Sir 23

 

 

 

 

Il Papa alla Chiesa nella Guinea Equatoriale: “Continuate nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù”

 

L’ultima Messa di Papa Leone XIV in Africa. Di Marco Mancini e Veronica Giacometti

Malabo. L’ultima Messa di Papa Leone XIV in Africa. L’ultimo discorso nella Guinea Equatoriale, il quarto ed ultimo paese africano visitato dal Pontefice in questo viaggio lungo 11 giorni. Tanti gli incontri, i discorsi, le testimonianze che si stanno per concludere. La Messa a Malabo è l’ultimo grande evento, presso la Stadio della città dove previsti circa 30.000 fedeli.

Lo Stadio di Malabo, inaugurato nel 2007, è un impianto sportivo polivalente, e viene utilizzato come campo casalingo dalla nazionale di calcio della Guinea Equatoriale. Ha ospitato otto gare della Coppa d’Africa 2012 e dieci della Coppa d’Africa 2015.

Dopo un giro in papamobile, il Papa si prepara per la Santa Messa. Tanti gli strumenti musicali che hanno animato la Messa, in particolare una danza ha accompagnato il Gloria.

Prima dell’omelia il Papa ha voluto salutare tutta l’arcidiocesi di Malabo, il suo pastore, la sua chiesa, e allo stesso tempo porgere le sue condoglianze per la morte pochi giorni fa, del loro vicario generale, “che ricordiamo in questa Eucaristia”, ha detto. “Invito a vivere con spirito di fede questo momento di dolore e confido che si faccia piena luce sulle circostanze della sua morte”, ha aggiunto Papa Leone XIV.

La Chiesa cattolica in Guinea Equatorial è in lutto per la morte improvvisa di padre Fortunato Nsue Esono, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Malabo. È deceduto inaspettatamente il 17 aprile all’età di soli 39 anni, pochi giorni prima della prevista visita di Papa Leone XIV.  Padre Fortunato è morto nella sua residenza presso la parrocchia Nostra Signora di Bisila. La sua scomparsa è avvenuta solo nove mesi dopo la sua nomina a Vicario Generale e appena quattro giorni prima dell’arrivo del Papa, visita alla cui preparazione aveva contribuito attivamente.

Il Papa per l’omelia di oggi, in spagnolo, parte dalle Scritture. “Partecipando al cammino di un viandante, che da Gerusalemme torna proprio in Africa, il diacono Filippo gli domanda: «Capisci quello che stai leggendo?». Quel pellegrino, un eunuco della regina d’Etiopia, gli risponde subito con umile sagacia: «E come potrei capire, se nessuno mi guida? La sua domanda diventa così non solo un appello alla verità, ma un’espressione di curiosità. Guardiamo con attenzione a chi sta parlando: è un uomo ricco, come la sua terra, ma schiavo. Tutti i tesori che amministra non sono suoi: sue sono le fatiche, che vanno a beneficio di altri. Quest’uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero. Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti di un eunuco. Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un potere che lo controlla e lo domina” , dice il Papa.

“Proprio mentre sta tornando nella sua patria, l’Africa, diventata per lui luogo di servitù, l’annuncio del Vangelo lo libera. La parola di Dio, che ha tra le mani, porta un frutto sorprendente nella sua vita: quando incontra Filippo, testimone del Cristo crocifisso e risorto, l’eunuco diventa non solo lettore della Bibbia, cioè spettatore, ma protagonista di un racconto che lo coinvolge, perché riguarda proprio lui. Il testo sacro gli parla e suscita la sua domanda di verità. È così che questo africano entra nella Scrittura, ospitale verso ogni lettore che voglia capire la parola di Dio. Entra nella storia della salvezza, ospitale verso ogni uomo e ogni donna, soprattutto verso gli oppressi, gli emarginati e gli ultimi. Al testo scritto corrisponde ora il gesto vissuto: ricevendo il Battesimo, egli non è più un estraneo, ma diventa figlio di Dio, nostro fratello nella fede. Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!”, commenta ancora il Papa nell’omelia.

Lo stadio è un tripudio di bandiere, canti, cappellini colorati, tanta gioia. “Insieme leggiamo la Scrittura come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra. Come chiede l’eunuco, anche noi possiamo capire la parola di Dio grazie a una guida che ci accompagna nel cammino di fede, come è stato il diacono Filippo”, continua il Pontefice nella sua omelia in spagnolo.

“Attraverso l’esodo definitivo che è la Pasqua di Gesù, ogni popolo viene liberato dalla schiavitù del male”, continua il Papa.

“Perciò incoraggio tutti voi, Chiesa che vive nella Guinea Equatoriale, a continuare nella gioia la missione dei primi discepoli di Gesù. Leggendo insieme il Vangelo, siatene appassionati annunciatori, come fu il diacono Filippo. Celebrando insieme l’Eucaristia, testimoniate con la vita la fede che salva, affinché la parola di Dio diventi pane buono per tutti!”, conclude infine Papa Leone XIV.

“Un enorme soddisfazione e gratitudine per il dono della vostra presenza nel nostro paese, un momento storico che rimarrà impresso per sempre nella memoria del nostro popolo. Questo ci spinge a camminare con maggiore fedeltà verso il Vangelo. Ringraziamo profondamente la sua parola chiara che ha guidato le nostre coscienze”. dice alla fine della Messa l’Arcivescovo di Malabo Mons. Juan Nsue Edjang May. L’Arcivescovo ha dato il via anche ad una processione con “i frutti della Madre Terra della Guinea Equatoriale”. Ancora balli e canti prima di lasciare la terra africana.

“È arrivato il momento di congedarmi da voi, dalla Guinea Equatoriale. E anche dall’Africa, al termine di questo viaggio apostolico che Dio mi ha concesso di compiere in questi 10 giorni. Ringrazio i vescovi e i sacerdoti e tutti voi, popolo di Dio, in cammino in questa terra. Cristo è la luce della Guinea equatoriale e voi siete sale della terra e luce del mondo. La mia riconoscenza va alle autorità civili del paese e a tutti coloro che hanno contribuito a questo viaggio. Parto dall’Africa con un tesoro inestimabile di fede, speranza e carità. Un tesoro grande! Fatto di storie, volti, testimonianze gioiose e sofferte che arricchiscono la mia vita e il mio ministero. Alla Vergine Maria affido tutti voi!”, il saluto finale del Papa in spagnolo. Aci 23

 

 

 

Leone XIV, la morte non è un muro, ma una porta che si spalanca sulla Misericordia

 

Il messaggio per la messa nel primo anniversario della morte di Papa Francesco - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. “La morte non è un muro, ma una porta che si spalanca sulla Misericordia che Papa Francescoha instancabilmente annunciato”.

Papa Leone XIV dall’Africa manda un messaggio a tutti coloro che pregano per Papa Francesco a Santa Maria Maggiore questo pomeriggio ad un anno dalla sua morte.Il Cardinale Decano Re ha letto il testo. “Ha concluso il suo pellegrinaggio terreno nell'abbraccio di Cristo Risorto,- scrive Leone XIV-  in quella “gioia del Vangelo” che ha ispirato una tra le più incisive sue Esortazioni Apostoliche.

È stato successore di Pietro e pastore della Chiesa universale in un tempo che ha segnato e ancora sta segnando un cambiamento d’epoca, quel cambiamento di cui Egli è stato pienamente consapevole, offrendo a tutti noi una testimonianza coraggiosa, che rappresenta un significativo patrimonio per la Chiesa. Il suo magistero è stato vissuto da discepolo-missionario, come amava dire. È rimasto discepolo del Signore, fedele al suo Battesimo e alla consacrazione nel ministero episcopale, fino alla fine. È stato anche missionario, annunciando il Vangelo della misericordia “a tutti, a tutti, a tutti”, come ebbe a dire più volte. I benefici suscitati dalla sua testimonianza di Pastore sollecito ha contagiato il cuore di tanta gente, sino agli estremi confini della terra, grazie anche ai pellegrinaggi apostolici e specialmente a quell'ultimo “viaggio” che è stata la sua malattia e la sua morte.

In sintonia con i suoi predecessori, ha raccolto l’eredità del Concilio Vaticano II e ha spronato la Chiesa ad essere aperta alla missione, custode della speranza del mondo, appassionata per l’annuncio di quel Vangelo che è capace di dare a ogni vita pienezza e felicità.

Ancora sentiamo risuonare le sue esortazioni, espresse con parole eloquenti, per rendere più comprensibile la lieta notizia: misericordia, pace, fratellanza, odore delle pecore, ospedale da campo e tante altre. Ognuna di queste espressioni ci riporta al Vangelo da Lui vissuto con un linguaggio nuovo che annuncia lo stesso Vangelo di sempre.

Papa Francesco ha nutrito una profonda devozione a Maria in tutta la sua vita; ricordiamo, infatti, che si è recato tante volte a Santa Maria Maggiore, luogo della sua sepoltura, e in molti santuari mariani sparsi nel mondo. La Vergine Maria, Madre della Chiesa, ci aiuti a essere in ogni circostanza apostoli infaticabili del suo divin Figlio e profeti del suo amore misericordioso”. 

Il cardinale Re che ha celebrato la messa ha sottolineato la eredità di Papa Francesco proprio con un accento alla misericordia di Dio e alla devozione mariana.

Oggi anche il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella ha voluto ricordare Papa Francesco con un testo pubblicato sull’Osservatore Romano. Il Capo dello Stato sottolinea come “il suo pontificato abbia attraversato stagioni difficili della vita internazionale e abbia lasciato un’impronta indelebile nella storia dell’umanità, nella vita della Chiesa, nella coscienza dei costruttori di pace, di chi ha fame e sete di giustizia, delle donne e degli uomini di buona volontà”.

Mattarella evidenzia inoltre il legame tra il Pontefice e le istituzioni italiane: “Nei confronti della Repubblica e delle sue istituzioni ha manifestato una costante vicinanza, valorizzando il legame storico tra Santa Sede e Italia e non facendo mai mancare – specialmente nei momenti più difficili, come durante la pandemia – il suo conforto. La sua preghiera sul sagrato della Basilica, in una piazza San Pietro deserta, è stata, per il mondo intero, voce dell’umanità”.

Il Presidente ricorda infine la qualità del rapporto personale con Papa Francesco: “Conservo come patrimonio prezioso il ricordo dei rapporti intrattenuti, sobri e profondi, nella consapevolezza della distinzione dei rispettivi ruoli”.

Nella Basilica dove Papa Francesco ha voluto essere sepolto si è celebrato il Rosario nella Cappella della Salus Populi Romani dove il Papa si recava spesso, guidato dal cardinale arciprete Makrickas che ha anche benedetto una lapide in memoria delle 126 volte in cui il Papa si è recato ai piedi della Salus Populi Romani. Aci 21

 

 

 

L’enciclica Laudato si’, una chiamata all’azione

 

* La Laudato si‘ non è un manifesto ecologista ma una chiamata all’azione.

* L’idea geniale della Laudato si’ è che è tutto connesso.

* Per noi la terra e l’ecologia ha a che fare con uno sguardo completo sulla realtà.

* Ritrovare uno sguardo capace di contemplare.

* Il rapporto fra limite e sviluppo.

* La dialettica tra l’io e il noi.

* Le comunità Laudato si‘ in Italia.

Proponiamo, in una sintesi adattata alla lettura, l’intervento Ecologia integrale, profezia a dura prova di mons. Domenico Pompili, vescovo di Verona, all’apertura del convegno della FISC (Federazione italiana settimanali cattolici, della quale fa parte anche il Corriere d’Italia), realizzato in collaborazione con Vita Trentina, il settimanale diocesano che compie quest’anno 100 anni. a cura di Paola Colombo

Il convegno Pianeta in prima pagina. Cronisti del clima, si è svolto a Trento dal 16 al 18 aprile 2026.Papa Francesco nel maggio 2015 dava alle stampe la sua seconda enciclica, la Laudato si’, l’enciclica dell’ecologia integrale. In essa spiega molto bene come crisi climatiche, guerre e migrazioni siano aspetti diversi di uno stesso problema, il nostro modo di abitare il mondo, e vanno dunque visti nel loro insieme perché sono interconnessi. Tutto è connesso. Questa enciclica attirò positivamente l’attenzione anche di molti non credenti proprio per la prospettiva ampia e condivisibile. Ci furono i detrattori, anche fra i credenti, che non capirono o non vollero capire che occuparsi di ambiente, della cura del creato e delle sue creature, compresi noi esseri umani, significa incarnare il Vangelo nel nostro qui e ora, e non è un’eccentricità fuori dal Magistero (pc).

Ecologia integrale, profezia a dura prova

La Laudato si‘ non è stato un manifesto verde ma è stata una chiamata all’azione. Se non comprendiamo che questa è stata l’intenzione che ha mosso papa Francesco, rischiamo di derubricare questo documento ad un testo che sa di accademia più che di vita vissuta. L’idea geniale della Laudato si’ è proprio questa persuasione che è tutto connesso. In prima pagina in questo momento ci sono le guerre ma le guerre si fanno per ragioni ultimamente legate alla ricerca di terre rare o anche di particolari minerali che ci riconducono dunque, per così dire, al punto di partenza, cioè al nostro rapporto con la terra, perché tutto è profondamente interconnesso. Perciò, volendo parlare di ecologia integrale do per scontato che, parlando a voi, noi si sia assolutamente già d’accordo sul fatto che non si tratta di assumere una postura da greenwashing, dove la parola ambiente viene citata qua per comodo. Per noi terra ed ecologia hanno a che fare con uno sguardo completo sulla realtà e la comunicazione su questi temi dell’ecologia ha da essere anzitutto autentica, trasparente, documentata con dati certificati, perché sappiamo bene che sul tema dell’ambiente si contrappongono due narrazioni: una negazionista che ancora oggi, di fronte all’evidenza, insiste nel ritenere che si tratti di un falso allarme; l’altra di segno opposto, che potremmo definire terrorista, che non riesce in realtà a svegliare le coscienze e soprattutto non riesce a riscaldare i cuori, perché quando si parla di terra, di ambiente, cioè della vita, occorre saper toccare le corde giuste.

Dobbiamo perciò ripartire da convinzioni più profonde che sono però, a mio parere, lo sfondo ultimo della riflessione di papa Francesco, per il quale oggi c’è bisogno non semplicemente di più tecnologia, ma c’è bisogno di più contemplazione.

Questo mi sembra essere il primo dato che ci offre la Laudato si‘, che in qualche modo ci risveglia alla realtà, perché se è vero che rischiamo di perdere il contatto con la realtà è proprio perché abbiamo uno sguardo molto settario, discriminante, che non guarda alla realtà per quella che è ma per quello che da essa si può ricavare in termini di profitto e di risorsa economica. Papa Francesco, dunque, nella sua riflessione ci offre una prospettiva che non punta tanto ad una semplice transizione ma ad una vera e propria conversione. Questa parola, conversione, che ha evidentemente un sapore squisitamente religioso, è metanoia (totale capovolgimento, n.d.r.), dice molto di più della transizione, che sembra essere un processo di riallineamento in vista di contenere i problemi.

Conversione significa invece che dobbiamo proprio cambiare approccio, dobbiamo in qualche modo operare una sorta di cambio di prospettiva perché diversamente non ne veniamo fuori.

A me sembra che papa Francesco nella sua riflessione ci offra sostanzialmente tre grandi temi sui quali maturare una nuova consapevolezza perché ci aiutano ad entrare con uno sguardo diverso dentro il tema dell’ecologia, assodato anche il fatto che i dati scientifici sono assolutamente inequivocabili con buona pace dei negazionisti.

1 – Ritrovare uno sguardo capace di contemplare

Un primo passo è quello di renderci persuasi una volta di più che c’è dentro la dimensione dell’uomo una doppia appartenenza, una al mondo interiore e una al mondo esteriore e che questa correlazione quando salta ci impedisce di stare con i piedi per terra. Se ci si esaurisce semplicemente nella dimensione esteriore senza alcun contatto con quella interiore, si esternalizza tutto e si perde la capacità di sentire e dunque in qualche modo di coinvolgersi. Così come se ci si limita semplicemente alla propria dimensione interiore ma si perde la correlazione con il mondo esteriore, si finisce con il rifugiarsi in un intimismo che produce lentamente una forma di isolamento. Le forme dell’isolamento possono essere le più diverse. Oggi quelle più ricorrenti sono legate proprio alla tecnologia più avanzata e la cosa non riguarda semplicemente i nostri adolescenti che invitiamo a uscire dalla propria stanza, riguarda ciascuno di noi.

Questo collegamento tra mondo interiore e mondo esteriore è, a mio parere, la radice culturale di una sorta di schizofrenia che si è realizzata al nostro tempo, la quale ci impedisce di essere persone integre con la capacità di saper reagire a ciò che sta fuori e di metabolizzare questo processo.

Noi abbiamo troppo spesso sottovalutato che il mondo esteriore ci plasma profondamente. Vivere in un certo contesto influisce profondamente sulla psiche e sulla propria capacità di interagire. Non è vero dunque che il mondo esteriore sia semplicemente il fondale di quelle che sono le nostre performance. Il mondo esteriore decide di quello che siamo anche dentro di noi. Ma è vero anche il contrario e cioè che la nostra relazione col mondo esteriore è determinata profondamente dalle logiche che ispirano la nostra vita quotidiana. E certamente la logica oggi predominante, che è quella di massimizzare il profitto, è tale che spesso, quando prende il sopravvento, non conosca altre strategie.

Allora papa Francesco ci aiuta innanzitutto a ritrovare questa connessione tra il dentro e il fuori e mi pare che questa sia una prima forma di guadagno che dobbiamo in qualche modo recuperare. Una seconda forma di guadagno che Laudato si‘ introduce è il rapporto tra il limite e lo sviluppo.

2- Il rapporto fra limite e sviluppo

Nel 1971 fu pubblicato un celebre rapporto commissionato dal Club di Roma (associazione non governativa e no-profit di scienziati, economisti, attivisti dei diritti civili, alti dirigenti pubblici internazionali dei cinque i continenti, n.d.r.) al MIT (Massachusetts Institute of Technology) sui limiti dello sviluppo. Noi eravamo figli di una cultura che ci aveva in qualche modo allettato con la convinzione che il processo dello sviluppo fosse una sorta di processo lineare che va sempre dal bene al meglio. Si riteneva ingenuamente che lo sviluppo fosse qualcosa di talmente vincente da non conoscere crisi e questo ha indotto dentro di noi uomini dell’Occidente la convinzione che si andasse per questa strada dello sviluppo o se volete di progresso, come lo chiamava Pier Paolo Pasolini. Invece da qualche decennio siamo stati protagonisti e spettatori attoniti di una serie di shock globali, di crisi che non avevamo ipotizzato e che ci hanno sorpreso.

Non faccio riferimento tanto alla crisi economica, per esempio del 2009 o ancor prima alla crisi, in seguito all’attentato alle Torri gemelle nel 2001. Faccio riferimento alla crisi più recente, quella del Covid. Lo storico e un grande comunicatore Harari, uno dei suoi libri ultimi più interessanti si chiama Nexus sulla intelligenza artificiale, non più tardi di quattro anni fa scriveva con assoluta disinvoltura che la nostra generazione ormai camminava speditamente verso i 100-120 anni, perché noi eravamo la prima generazione in grado di eliminare le tre cause fondamentali della morte: le guerre, le pestilenze e la fame. Ecco, pure una persona così avvertita come Harari ha cambiato improvvisamente opinione nel merito, perché noi queste tre cose le abbiamo viste negli ultimi anni prodursi in modo assolutamente irreversibile. Allora, che cosa intendo dire quando parlo di limite e di sviluppo?

Intendo dire che dobbiamo entrare più profondamente in questa persuasione che esiste un limite, che non è necessariamente un muro, ma che è precisamente ciò che ci aiuta a far sì che il nostro progresso sia accompagnato dalla valutazione di quello che produce effettivamente e abbia perciò anche dei limiti invalicabili. Papa Francesco ha mostrato con chiarezza che il limite fondamentale che dobbiamo tenere ben presente rispetto alla terra è il fatto che essa non è a nostra completa disposizione, ma che la terra ci è data, per così dire, in prestito in un certo senso più che dai nostri progenitori, da quelli a cui dovremmo in qualche modo restituirla. Limite e sviluppo sono in una dialettica che dobbiamo cercare di metabolizzare se vogliamo stare dentro questo nostro tempo senza andare incontro a delle terribili conseguenze.

3- La dialettica tra l’io e il noi

L’ultima prospettiva che la Laudato si’ ci fa recuperare è la dialettica tra l’individuale e il sociale, tra l’io e il noi. L’ecologia integrale richiede una mobilitazione delle coscienze la più ampia possibile, perché soltanto questa è in grado di poter cambiare la prospettiva, e non si tratta di qualcosa che possa essere assunta da singole persone che, come Don Chisciotte, vanno contro i mulini a vento. Se ci fate caso, le cose negative in genere sono decise da pochi e hanno effetto su tanti. Quelle positive sono in genere decise da tutti e hanno effetto su tutti. Pensate alla guerra. Il Papa ieri (15.04) ha parlato di una manciata di tiranni che spadroneggiano sulla faccia della terra. Se ci facciamo caso, le autocrazie che sembrano godere nel nostro tempo di un consenso impensabile fino a qualche tempo fa, sono in realtà figlie di una logica sempre più individualistica e dunque lontano da quella che è invece la percezione di una comunità.

Allora quella fra l’individuale e il sociale è un’altra correlazione che bisogna riscoprire perché diversamente è impensabile che la causa della casa comune possa essere affrontata.

Queste tre grandi suggestioni che alimentano una sorta di igiene mentale sono la premessa per questo cambiamento di prospettiva, per questa conversione e trovano la possibilità di diventare concrete, di toccare terra laddove ci sono persone che, non accontentandosi di questo processo di formazione, fanno delle scelte in direzione direi autentica. Ed è questa la ragione ultima che ci ha spinto, Carlo Petrini e me, a dar vita alle Comunità Laudato si’.

Le Comunità Laudato si’

In Italia se ne contano una novantina, si tratta di un fenomeno non ancora diffusissimo, sono esperienze possibili, a portata di mano e che aiutano a superare una certa retorica dell’ecologismo e ad entrare invece dentro scelte e stili di vita che siano veramente sostenibili.

Vorrei far riferimento a tre esperienze diverse che dicono come la creatività di questi gruppi, che talvolta sono di 50 persone, altre volte di 30 persone, altre ancora di 150 persone, cerchi di rendere concreta all’interno del proprio territorio l’affermazione per cui si pensa globalmente e si agisce localmente.

Mi viene in mente la comunità che ho conosciuto anni fa di Gela, proprio di fronte a Niscemi. Gela era già all’epoca in una situazione a rischio permanente, con un porto, promessa mancata e dunque con un entroterra stravolto da questo enorme investimento andato a male. Gela si trova in questa situazione di mancato sviluppo. La Comunità Laudato si’ si è inventata un grande esempio di orti sociali: hanno recuperato un grande spazio e lo hanno in qualche modo condiviso tra tutte le persone che volevano esserne parte. Alcuni l’hanno preso proprio in custodia e l’hanno coltivato personalmente. Hanno riscattato un terreno molto ampio, abbandonato a se stesso, e lo hanno trasformato in orti sociali. È un’azione concreta per dare l’idea di come si possa cambiare destinazione ad uno spazio, facendone anche un’occasione di incontro e di relazioni.

Un’altra comunità molto interessante sta invece a Milano. È la Nocetum. Assume più le sembianze di un kibbutz con una decina di giovani famiglie, con tanti figli al seguito, che vivono all’interno di questa ex casa patronale alle porte di Milano con davanti un grande spazio verde e che diventa l’occasione per alcune di queste famiglie di poter lavorare. Fanno vita in comune e riescono anche a condividere i processi educativi all’interno di questa situazione. Anche questo è un modo che ci dice quanto sia possibile fare le cose non da soli ma insieme ad altri.

Una terza esperienza a cui vorrei fare riferimento si trova in Centro Italia ed è la comunità di Castel Gandolfo. Non sto parlando del Borgo Laudato si‘ che è un’iniziativa legata soprattutto alla realtà del Pontificio Consiglio per lo Sviluppo Umano Integrale; sto parlando della comunità locale che aiuta il territorio a prendere coscienza di queste vicende legate all’ambiente e che una volta all’anno organizza una marcia silenziosa per l’ambiente. Quando hanno iniziato, alcuni anni fa, erano qualche decina di persone, nell’ultima erano più di 500 persone che si sono mobilitate. Accanto a questo fanno tante altre iniziative che sono volte proprio a creare intorno alla questione ambientale un’attenzione crescente in controtendenza con quella che è ora, se dico bene, la sensibilità più diffusa.

Questi esempi traducono concretamente la Laudato si‘ in qualcosa di molto più legato alla vita concreta delle persone. Vedere che ci sono migliaia di persone che hanno raccolto l’invito a far qualcosa di concreto, a passare dall’essere semplicemente sensibili a taluni problemi all’esserne in qualche modo protagonisti, mi pare essere un segno di speranza e dice anche che allora la Laudato si’ è stata effettivamente non solo un documento apprezzato perfino all’esterno ma è stato soprattutto una scossa che Papa Francesco ha impresso alla Chiesa e al mondo, perché si passasse da questa percezione dell’ambiente quasi fosse la fissa di ecologisti a quella che invece è la vera questione, che mette insieme ambiente, società, economia, e cultura, perché tutto è connesso.

Il fatto che oggi la tematica ambientale sia passata in secondo piano rispetto alle guerre è semplicemente l’effetto indotto da questo processo che non è mai semplicemente economico ma è anche più profondamente culturale e in un certo senso potremmo dire che è addirittura spirituale, perché dietro la crisi ecologica c’è una crisi spirituale, c’è la crisi dell’uomo che ha perso, per così dire, il contatto con il mondo. Perciò siamo molto grati a Francesco, a un anno dalla sua morte, per questa sua lettera enciclica che è una sorta di chiamata in causa e non semplicemente una teorica riflessione. CdI 21

 

 

 

 

Ad un anno da quella mattina in cui morì Papa Francesco

 

Un Pontefice non convenzionale - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. E' passato un anno da quella mattina, quel Lunedì dell'Angelo, che ha scombussolato le vite di molti e messo fine ad un lungo calvario. Quando la notizia della morte di Papa Francesco è stata annunciata dalla Santa Sede, noi professionisti non siamo rimasti sorpresi. Dal 14 febbraio seguivamo quel cammino di dolore e cercavamo di raccontarlo con discrezione e anche affetto. Ma le immagini del giorno di Pasqua ci avevano preparati al peggio. Da giorni tenevamo i telefoni accesi di notte. Eppure quella mattina sembrava tutto inatteso.

Il pontificato di Papa Francesco si chiudeva in modo simile a quello di Giovanni Paolo II, eppure si era svolto in modo tanto diverso. Jorge Mario Bergoglio aveva voluto essere un "Papa diverso" non convenzionale, non prevedibile. Dal non abitare al Palazzo Apostolico alle uscite "a sorpresa" che però non erano per nulla private. E poi quel modo personale di condurre la Curia Romana quasi tentando di scardinarne stile e tradizione.

Ma a ben vedere Papa Francesco non è stato un "riformatore della dottrina" come molti avrebbero voluto. Anzi. La sua era una visione conservatrice in uno stile tutto latinoamericano. Improvvisare, inventare sono stati la cifra di uno stile che però, togliendo la cornice, non toccava la dottrina cattolica. Non ha cambiato le cose importanti. E del resto il Papa non può cambiare il Vangelo. Ha solo scelto di essere popolare e forse un po' populista.

Ne sentono la mancanza molti, ed è giusto che sia così. Ma a ben vedere il suo successore Leone XIV forse è meno conservatore, e forse lo era anche il suo predecessore Benedetto XVI.

Papa Francesco ha trascorso gli ultimi mesi della sua vita offrendo le sue sofferenze per la Chiesa e la Chiesa ne ha tratto forza e voglia di continuare il cammino nel mondo.

Così come è stato per i suoi predecessori. Il suo lavoro ha cambiato alcuni aspetti esterni del papato, ma solo per un tempo breve, il suo tempo. Oggi Papa Leone riprende piuttosto i suoi testi che erano in parte ispirati da quelli di Paolo VI. É il cammino della Chiesa tra Tradizione e novità del Vangelo. Aci 21

 

 

 

 

L’arcivescovo Van Megen, nuovo nunzio apostolico in Germania

 

È l’arcivescovo olandese Hubertus Matheus Maria van Megen, classe 1961, il nuovo nunzio apostolico in Germania, che prende il posto del croato Erzbischof Dr. Nikola Eterovic.

L’arcivescovo van Megen, ordinato nel 1987 è entrato nel 1994 è nel servizio diplomatico della Santa Sede. Nel 2014 è stato consacrato arcivescovo e da allora ha ricoperto la carica di nunzio in Sudan ed Eritrea. Nel 2019 Papa Francesco lo ha nominato nunzio in Kenya e Sud Sudan, nonché osservatore permanente della Santa Sede presso le agenzie delle Nazioni Unite per il programma ambientale (UNEP) e per gli insediamenti umani (UN-Habitat).

Con queste parole il presidente della Conferenza episcopale tedesca, vescovo Heiner Wilmer ha accolto il nuovo rappresentante della Santa Sede in Germania: «Le diamo il benvenuto con tutto il cuore e siamo lieti di poter lavorare insieme nella vigna del Signore. Saremo lieti di sostenerla in questo lavoro, per continuare a costruire ponti e rafforzare la fiducia reciproca tra Roma e la nostra Chiesa locale» e ancora: «La sua pluriennale esperienza nella diplomazia vaticana, in particolare in regioni di crisi come il Sudan, il Sud Sudan e l’Eritrea, dimostra che lei è una personalità che annuncia il Vangelo con coraggio e convinzione, e cerca il dialogo. Questa esperienza internazionale le sarà di grande aiuto per il suo ministero nel nostro Paese».

Parole di gratitudine ha rivolto il vescovo Wilmer al nunzio uscente, arcivescovo Eterovi?, per aver fatto della Nunziatura un luogo di incontro, per aver offerto spunti di riflessione spesso critici nei confronti del cammino di riforma della Chiesa cattolica in Germania, il Synodaler Weg: „Apprezzo tanto di più il fatto che, nonostante la comprensibile distanza critica dal Cammino sinodale della Chiesa nel nostro Paese, lei abbia accompagnato questo percorso con la sua presenza personale. Per questo desidero ringraziarla espressamente».

E ha aggiunto: «Con il suo servizio nel nostro Paese lei rende evidente che la Santa Sede, in quanto soggetto di diritto internazionale, è presente nella politica e nella società. E questo contribuisce a una buona stabilizzazione del rapporto tra Stato e Chiesa. In Lei abbiamo l’opportunità di conoscere una personalità che rappresenta la discreta diplomazia vaticana e la riempie di vita».

La Conferenza Episcopale Tedesca saluterà l’arcivescovo nunzio Nikola Eterovi?, domani, 22 aprile 2026 alle ore 18.00 con una funzione religiosa nella Cattedrale di Santa Edvige a Berlino. La funzione sarà presieduta dal Nunzio Apostolico. La predica sarà tenuta dal presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il vescovo Dr. Heiner Wilmer. Concelebrerà l’arcivescovo di Berlino, Dr. Heiner Koch. Dopo più di 12 anni di Nunziatura a Berlino, papa Leone XIV ha accolto la richiesta di dimissioni dell’arcivescovo Nikola Eterovic all’inizio di aprile. Del.mci 20

 

 

 

 

Papa Leone XIV a Saurimo: "Cristo non è un guru né un portafortuna"

 

La Santa Messa nella nella spianata di Saurimo - Di Marco Mancini

Saurimo. Dopo aver sostato in preghiera nella Cattedrale di Saurimo, dedicata a Nostra Signora dell'Assunzione, Papa Leone XIV non ha mancato di salutare le migliaia di fedeli assiepati nella spianata dove viene celebrata la Messa. 

A quota 1081 metri sul livello del mare, la città di Saurimo fino al 1975 - anno dell'indipendenza dell'Angola dal Portogallo - era denominata Henrique de Carvalho, in onore dell'omonimo esploratore portoghese, che visitò la regione di Lunda nel 1884. 

Fin dal suo arrivo - prima in Camerun e poi in Angola - Papa Leone è stato sempre accolto dal calore dei fedeli. E anche a Saurimo l'atmosfera che il Papa ha trovato al suo arrivo è stata contrassegnata da una fede gioiosa. Tutti hanno accolto il Successore di Pietro con canti, balli e applausi.  

Nonostante il caldo torrido, arrivato alla spianata, Leone XIV non ha mancato di salutare i circa 60.000 fedeli di ogni età - giunti da tutta la regione e dalle diocesi vicine - facendo un giro in Papamobile. 

"Questa è la prima volta che un Papa esce dalla fascia del litorale dell'Angola e viene - usando il linguaggio di Papa Francesco - in periferia. Questa è una regione ricca di diamanti, ma vi è anche tanta povertà e lui viene qui per far vedere la nostra realtà. Per noi è una grande gioia avere il Santo Padre nella nostra regione", commenta il direttore dell'ufficio delle comunicazioni dell'Arcidiocesi di Saurimo. 

“Nella gioia e nella bellezza della nostra assemblea, riunita nel nome di Gesù, ascoltiamo con cuore aperto - ha detto il Papa nell'omelia della Messa, concelebrata da numerosi vescovi angolani - la sua Parola di salvezza, perché ci fa riflettere sul motivo e sulla fine per i quali seguiamo il Signore”.

Commentando il Vangelo del giorno, Leone riflette: "Il Signore vede nel nostro cuore e ci chiede se lo cerchiamo per gratitudine o per interesse, per calcolo o per amore. La folla vede Gesù come uno strumento per altro, un erogatore di servizi. Se Egli non desse loro qualcosa da mangiare, i suoi gesti ei suoi insegnamenti non avrebbero interesse.  Questo accade quando alla fede autentica si sostituisce un commercio superstizioso, nel quale Dio diventa un idolo che si cerca solo quando ci serve, finché ci serve. Persino i più bei doni del Signore, che sempre si prende cura del suo popolo, diventano allora una pretesa, un premio o un ricatto, e vengono fraintesi proprio da chi li riceve”. 

E qui arriva il monito del Papa: "Il racconto evangelico ci fa dunque capire che esistono motivi sbagliati per cercare Cristo, anzitutto quando viene considerato un guru o un portafortuna. Anche il fine  che quella folla si propone è inadeguato: non cercano infatti un maestro cui volere bene, ma un leader da riverire per tornaconto". 

"Ben diverso - prosegue il Pontefice è l'atteggiamento di Gesù verso di noi: Egli non respinge questa ricerca insincera, ma la sprona a convertirsi. Cristo ci chiama a libertà: non vuole servi o clienti, ma cerca fratelli e sorelle cui dedicarsi con tutto sé stesso. Per corrispondere con fede a questo amore, non basta sentir parlare di Gesù: occorre  accogliere il senso delle sue parole. Non basta nemmeno vedere quello che Gesù fa: occorre seguire e imitare la sua iniziativa". 

"Cristo - dice ancora Leone - non ci chiama al disinteresse per il pane quotidiano, che anzi moltiplica in abbondanza e insegna a chiedere nella preghiera. Ci educa al modo giusto di cercare il pane della vita, cibo che ci sostiene per sempre. Il desiderio della folla trova così una risposta ancor più grande e sorprendente: Gesù non ci dà un cibo che finisce, ma un pane che non ci fa finire, perché è cibo di vita eterna".

"Oggi vediamo - prosegue - che molti desideri della gente sono frustrati dai violenti, sfruttati dai prepotenti e ingannati dalla ricchezza. Quando l'ingiustizia corrompe i cuori, il pane di tutti diventa possesso di pochi. Davanti a questi mali, Cristo ascolta il grido dei popoli e rinnova la nostra storia: da ogni caduta ci rialza, in ogni sofferenza ci conforta, nella missione ci incoraggia. Come il pane vivo che sempre ci dà, l'Eucaristia, così la sua storia non conosce fine, e perciò toglie la fine, cioè la morte, dalla nostra storia, che il Risorto apre con la forza del suo Spirito vive! Egli è il nostro Redentore Questo è il Vangelo che condividiamo, rendendo fratelli tutti i popoli della terra.

"Alla sequela di Gesù - è l'esortazione del Papa - il cammino ecclesiale è sempre un «sinodo della risurrezione e della speranza»: proseguiamo in questa sapiente direzione! Cristo stesso orientamento e forza al cammino, un cammino che vogliamo imparare a vivere sempre più come dev'essere, cioè sinodale".

Leone XIV conclude la sua omelia ricordando l'importanza della testimonianza di vita: "la testimonianza dei martiri e dei santi ci incoraggia e ci sprona a un cammino di speranza, di riconciliazione e di pace, lungo il quale il dono di Dio diventa l'impegno dell'uomo nella famiglia, nella comunità cristiana, nella società civile. Percorrendolo insieme, alla luce del Vangelo, la Chiesa in Angola cresce secondo quella fecondità spirituale che inizia dall'Eucaristia e prosegue nella cura integrale di ciascuna persona e di tutto il popolo. In particolare, la vitalità delle vocazioni che sperimentate è segno della corrispondenza al dono del Signore, sempre abbondante per chi lo accoglie con cuore puro”.

Finisce la celebrazione. Un poco di silenzio, dopo tanta festa e colori. Un silenzio per ascoltare le parole di ringraziamento dell'arcivescovo di Saurimo, monsignor José Manuel Imbamba. La venuta del pontefice è vista come “un avvenimento di rilevanza storica per la Chiesa e per la Nazione” così si esprime il presule africano. E fornisce un ritratto di papa Leone XIV visto come un “messaggero della speranza, della pace, della riconciliazione e della fraternità”. E poi, si concentra sul territorio: “Oggi la nostra Provincia Ecclesiastica, pur avendo ancora alcune zone da evangelizzare, risplende come vigna feconda del Signore, arricchita dai doni e dai ministeri che lo Spirito Santo suscita, manifestandosi quali segni luminosi di una fede che si traduce in opere concrete, testimonianza viva che il Vangelo non è parola vuota, ma forza trasformatrice della vita personale, familiare, sociale e culturale”. E, infine, esprime l’abbraccio del popolo di Dio,  “riunito in questa regione, e non solo, Vi abbraccia con lacrime di gratitudine, canti di gioia e rinnova il suo impegno di comunione ecclesiale”. Una visita, quella di papa Leone XIV, che rimarrà nella storia: rimarrà, infatti, “memoria viva per le generazioni future, fonte di benedizioni per tutti coloro che qui si trovano e impulso affinché continuiamo ad annunciare il Vangelo di Gesù Cristo con coraggio profetico, a servire i poveri con tenerezza evangelica e a contribuire alla costruzione di un’Angola più giusta, pacifica, inclusiva e riconciliata”. E, infine, il saluto nella lingua locale: “Tunasakwila cinji, Kafunga ketu!”. Poi, il canonico scambio di doni: il presule dona una riproduzione dello stemma papale a papa Leone XIV che sorride contento nel ricerverlo. Il papa, invece, dona a monsignor José Manuel Imbamba, arcivescovo di Saurimo, un calice prezioso: argento e oro si fondono in maniera ammirabile. Alcune piccole “gocce” rosse fanno da cornice, rappresentano il sangue di Cristo. Infine, qualche battuta di ringraziamento per la grande organizzazione: il papa ringrazia tutti. Sacerdoti, vescovi, le autorità locali alle quali esprime “profondo riconoscimento”. All'Angola, l'invito, l'esortazione: “Mantieni fiera la tua radice cristiana". E invita a continuare nel "dare un contribuito alla pace e la giustizia in Africa e in tutto il mondo”. Aci 20

 

 

 

Le cresime alla Missione Italiana di Saarbrücken

 

In una chiesa colma di emozione e silenzio raccolto, la Missione ha vissuto un momento di grazia profonda, in cui lo Spirito Santo ha segnato il cuore dei cresimandi e ha rinnovato la speranza dell’intera comunità. Di Cornelia Sirbu

Il 19 aprile, la Missione ha scritto una pagina luminosa della sua storia, una di quelle che non si leggono soltanto, ma si vivono e si custodiscono nel cuore. La celebrazione del sacramento della Confermazione ha trasformato la chiesa Maria Königin in uno spazio di grazia, dove il tempo sembrava rallentare per lasciare posto alla presenza viva di Dio.

Fin dai primi istanti, tutto parlava di attesa e di mistero: i volti emozionati dei cresimandi, il silenzio carico di significato delle famiglie, la comunità raccolta come un’unica grande famiglia. Era un’atmosfera che non aveva bisogno di parole, perché era lo Spirito stesso a preparare i cuori, a renderli pronti ad accogliere un dono che supera ogni comprensione.

La Santa Messa, presieduta dal delegato delle Missioni Cattoliche Italiane in Germania, don Gregorio, insieme al parroco della Missione Italiana di Saarbrücken, don Georges, è stata un vero viaggio interiore. Le loro parole hanno acceso luce, hanno aperto orizzonti, hanno ricordato con forza e dolcezza che la Confermazione non è un traguardo, ma un inizio coraggioso: quello di una fede che diventa vita, scelta quotidiana, testimonianza concreta.

Nel cuore della celebrazione, il gesto dell’imposizione delle mani e dell’unzione con il sacro crisma si è fatto silenzio eloquente, presenza viva, incontro personale. In quell’istante, ogni cresimando è stato chiamato per nome, toccato nella profondità, segnato da una promessa che accompagnerà tutta la vita. Era come assistere a una nascita spirituale, a un sì pronunciato nel profondo dell’anima.

Hanno ricevuto il sacramento della Confermazione: Yoana, Giuseppina Irene, Desyré, Diego, Luigi Mauro, Veronica, Vito Francesco, Fabrizio e Gianluca. Nomi che oggi si rivestono di una luce nuova, destinati a diventare storia viva di fede, speranza e cammino.

Durante la celebrazione, anche la comunità ha trovato un momento per guardarsi e riconoscersi, attraverso la presentazione dei membri del consiglio pastorale presenti alla celebrazione. Non un semplice elenco, ma il volto concreto di una comunità che si prende cura di se stessa. È stato ricordato il valore del loro servizio: essere segno di comunione, voce attenta, presenza discreta ma fondamentale, al servizio del cammino spirituale di tutti.

E poi gli sguardi. Quelli che non si dimenticano: gli occhi lucidi dei genitori, la trepidazione dei padrini e delle madrine, l’emozione trattenuta dei ragazzi. In quegli sguardi si rifletteva qualcosa di più grande, qualcosa che univa tutti in un unico respiro.

In terra straniera, la Missione si è rivelata ancora una volta casa vera: un luogo dove la fede non è solo memoria, ma vita condivisa; dove le radici si intrecciano con il presente e generano futuro.

E quando la celebrazione si è avviata alla conclusione, non è rimasto solo il ricordo, ma una presenza viva, una luce accesa nei cuori. Da qui nasce anche un grazie profondo e sincero a don Gregorio e a don Georges: per le loro parole, per la loro guida, per la dedizione con cui accompagnano questa comunità, rendendo visibile, ogni giorno, la vicinanza di Dio.

Non è stata soltanto una celebrazione. È stata una soglia attraversata, un seme piantato, una fiamma accesa. E quella fiamma, oggi, continua a brillare. CdI 20

 

 

 

 

Perché la voce di Leone XIV fa paura a Trump

 

Facendo il Papa – e nient’altro che il Papa – Leone XIV sta realizzando qualcosa di profondamente politico, nel senso più alto del termine. Perché il cristianesimo, quando è fedele al Vangelo, è intrinsecamente sociale. E la sua voce morale, quando occupa lo spazio pubblico, non invade un terreno altrui: abita la sua propria casa, quella dell’umano intero.

Pubblichiamo per gentile concessione della redazione di Settimana News l’articolo di Antonio Staglianò Perché la voce di Leone XIV fa paura a Trump – SettimanaNews. Le rozze accuse del presidente statunitense Trump al Papa e la ferma e pacata reazione di Leone XIV danno all’autore dell’articolo la possibilità di farci comprendere ancora una volta perché e in che modo la Chiesa entra, e a buon diritto, nello spazio pubblico. (pc) - Di Antonio Staglianò

Quando un presidente degli Stati Uniti attacca un Papa con la furia di un tweet, non sta semplicemente litigando con un capo di Stato straniero. Sta confessando, suo malgrado, di aver incontrato un’autorità che non riesce a classificare: non è un alleato, non è un nemico, non è un competitor. È qualcosa di più scomodo – una voce che parla da un luogo che il potere politico non può né occupare né zittire.

«Pope Leo is weak on crime, and terrible for foreign Policy». Così Donald Trump, il 12 aprile 2026, su Truth Social. L’accusa è chiassosa, volutamente volgare, costellata di rivendicazioni grottesche – tra cui quella, teologicamente impossibile, di aver «fatto» lui quel Papa perché americano.

Al fondo di questa bordata, però, c’è un nervo scoperto: il presidente degli Stati Uniti non sopporta che un pontefice, anzi il pontefice, osi parlare di pace, di nucleare, di giustizia, come se avesse il diritto di farlo. «Faccia il Papa, non il politico», ripete Trump, consegnandoci involontariamente la chiave di tutta la questione.

Facendo il Papa – e nient’altro che il Papa – Leone XIV sta realizzando qualcosa di profondamente politico, nel senso più alto del termine. Perché il cristianesimo, quando è fedele al Vangelo, è intrinsecamente sociale. E la sua voce morale, quando occupa lo spazio pubblico, non invade un terreno altrui: abita la sua propria casa, quella dell’umano intero.

Il filo rosso: Dio non ha nulla a che fare con la violenza

Per comprendere l’irritazione di Trump, bisogna risalire a un magistero che i pontefici hanno costruito con coerenza attraverso gli ultimi decenni. Benedetto XVI, nel celebre discorso di Ratisbona del 2006, non disse soltanto che la violenza è irragionevole. Disse qualcosa di più radicale: «Agire con violenza è contro la natura dell’anima e di Dio». Non una valutazione strategica, ma una verità antropologica: l’anima umana, creata ad immagine di un Dio che è amore, non può realizzarsi nell’atto violento senza tradire sé stessa.

Papa Francesco ha calcato la mano in una direzione ancora più esplicita. «Agire con violenza in nome di Dio è satanico» – una frase che ha scosso non solo i terroristi di ogni fede, ma anche quei cristiani che troppo comodamente hanno benedetto guerre e dittature. E in uno degli ultimi dialoghi con il Patriarca ecumenico Bartolomeo, i due hanno stabilito insieme un principio ormai irrinunciabile per la coscienza credente: «Non c’è nessun rapporto tra Dio e la violenza».

Leone XIV non sta inventando nulla di nuovo. Sta portando a compimento un cammino teologico che i suoi predecessori hanno tracciato. La novità, semmai, è che lo fa da Papa americano – e questo, agli occhi di Trump, è un tradimento. Perché un presidente che ha costruito la sua retorica sulla «forza» e sulla «benedizione divina» per le proprie azioni militari si trova davanti un connazionale che gli dice, con pacatezza esemplare: «Dio non benedice alcun conflitto». E aggiunge: «Non starò mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe».

«Il Papa faccia il Papa»: una accusa che si rovescia

Trump accusa Leone XIV di fare il politico: è un’accusa che rivela esattamente l’opposto di ciò che afferma. Perché quando un Papa parla di poveri, di accoglienza, di condivisione dei beni della terra, di giustizia e di pace, non sta invadendo il campo della politica: sta annunciando il Vangelo. E il Vangelo, se preso sul serio, ha conseguenze pubbliche inevitabili.

Il cattolicesimo non è una dottrina privata, una fede da confessare in sacrestia e poi dimenticare alle urne. È una realtà intrinsecamente sociale. Lo dice la Rerum Novarum di Leone XIII, lo dice la Gaudium et Spes del Concilio, lo dice la Fratelli Tutti di Francesco. Un cristiano che non si interroga sulla giustizia economica, sulla pace, sull’ospitalità verso lo straniero, non è un buon politico – ma non è neppure un buon cristiano. Perché il comandamento dell’amore non ha un’eccezione per le relazioni internazionali.

Un Papa, allora, che non dicesse che attaccare un Paese – anche se quel Paese è accusato di traffico di droga – è moralmente problematico, sarebbe un Papa che ha smesso di essere tale. La voce del Successore di Pietro non è una opinione tra le altre: è la memoria dell’umanità che nessun realismo politico può cancellare senza perdere la propria anima.

Perché la «teologia dello spazio pubblico» dà fastidio

Ogni volta che il magistero pontificio dichiara ad alta voce le verità cristiane su poveri, ospitalità, condivisione, giustizia e pace, si alza il coro di chi accusa la Chiesa di occupare spazi che non le spetterebbero. «La religione resti nell’ambito privato» – è il ritornello liberale. Oppure, nella versione trumpiana: «Il Papa faccia il Papa, non il politico di sinistra».

È un’accusa storicamente ingenua e teologicamente falsa. Il Papa fa il Papa proprio quando, in tutta libertà – quella libertà che deriva dal non avere più alcun potere temporale, diversamente dal passato – annuncia il Vangelo del Dio-Agape. Un Dio che è solo e sempre amore, che non distrugge popoli e nazioni, che vuole la pace e l’amicizia universale. E un Dio così non può essere invocato per giustificare alcuna guerra, alcun embargo affamante, alcun bombardamento su ospedali e scuole.

«Non sarà la violenza a creare spazi di libertà o tempi di pace», Leone XIV lo ha detto con una chiarezza che non ammette replica, perché non è la posizione di un partito: è la verità di chi ha visto il sangue innocente versato e sa che nessun interesse nazionale può lavarlo via.

La debolezza di Trump e la politica della verità: la forza di chi non ha armi

C’è una scena che vale più di ogni analisi. Il 13 aprile, mentre i tweet di Trump facevano il giro del mondo, Leone XIV era in volo verso Algeri. Prima visita di un Papa in Algeria, Paese a maggioranza islamica. Ai giornalisti che gli chiedevano conto dell’attacco, ha risposto: «Non ho paura dell’amministrazione Trump. Io parlo del Vangelo. Non sono un politico. Non ho intenzione di fare un dibattito con lui».

Questa è la forza del Papa: non ha armi, non ha eserciti, non ha dazi, non ha azioni in borsa. Ha solo una croce e una parola. Tuttavia quella parola, quando è pronunciata con fedeltà, diventa inaggirabile. Trump può insultare, può minacciare, può rivendicare di aver «fatto» quel Papa – ma non può costringerlo al silenzio. E questo, per un uomo abituato a comprare tutto e tutti, è intollerabile.

Trump chiede a Leone XIV di «fare il Papa». E il Papa, proprio in questi giorni, lo sta facendo nel modo più autentico: non schierandosi con una fazione contro l’altra, ma ricordando a tutti che esiste una legge superiore a quella degli Stati, e che nessun presidente, nessun generale, nessun mercante di armi può cancellarla senza diventare, lui sì, politico in senso deteriore – cioè nemico dell’umano.

Il cattolicesimo non è di sinistra né di destra. È semplicemente sociale, perché il Dio in cui crede è il Dio di tutti, e specialmente degli ultimi. La voce di Leone XIV dà fastidio a Trump perché è l’unica voce autorevole sulla pace che non può essere comprata, intimidita o deportata. È la voce di chi «ha ereditato la fragilità di Francesco» e cammina anche nel vento, mentre «un re ubriaco di sé stramazza da solo».

Forse, alla fine, l’unica vera debolezza di Trump è questa: scambiare per politica l’unica cosa che può ancora salvare la politica dalla sua stessa barbarie, cioè la verità. Del.mci 20

 

 

 

 

Dal 12 al 16 maggio torna a Bergamo IFF (Integrazione Film Festival), giunto alla 20esima edizione

 

Arrivano da otto Paesi diversi i film e gli ospiti del 20° IFF – Integrazione Film Festival, concorso cinematografico internazionale dedicato a inclusione, identità e intercultura che torna a Bergamo, dal 12 al 16 maggio, nel centrale CULT! Diffusione culturale (Palazzo Libertà), organizzato da Cooperativa Ruah con Lab 80 film e con il sostegno anche della Fondazione Migrantes.

Cinque giornate e 20 film, di cui dieci cortometraggi e cinque documentari in concorso e diversi titoli fuori concorso. Oltre 30 eventi complessivi tra proiezioni, incontri con registi e attori, spettacoli, mostre e workshop; più di 40 collaborazioni con enti e organizzazioni, istituzionali e non, del territorio ma anche d’Italia.

Il programma deve qualità e vivacità anche alla nuova guida artistica di Maurizio Bousso, attore romano afrodiscendente conosciuto al grande pubblico, protagonista anche del cortometraggio in concorso Rise Up.

Film d’apertura fuori concorso, in collaborazione con Bergamo Film MeetingInternational Film Festival, Porte Bagage di Abdelkarim El-Fassi, vincitore della Mostra Concorso del 44° BFM e perfetta incarnazione dei temi IFF: regista dalla doppia appartenenza culturale e, al centro del racconto, identità, migrazioni e rapporto con le proprie radici (martedì 12 maggio).

Dice Maurizio Bousso: “È per me un onore essere consulente artistico del 20° IFF, che conosco da anni ed è riuscito a costruire un dialogo aperto e coraggioso tra culture, linguaggi e identità. Spero di offrire un contributo significativo, nel segno della continuità ma anche del rinnovamento. IFF è molto più di un evento cinematografico: è spazio di incontro e condivisione in cui, attraverso il cinema, si dà voce a storie che raramente hanno ascolto e visibilità. Come attore italiano afrodiscendente, sento profondamente affini i temi che da sempre animano IFF: identità, inclusione, rappresentazione. Credo che il potere del cinema stia proprio nella capacità di allargare lo sguardo, mettere in dialogo le differenze e aprire nuove prospettive sul mondo”.

I film saranno visibili gratuitamente anche in streaming, grazie alla collaborazione con ZaLab, casa di produzione e distribuzione indipendente e sociale. Nella “sala virtuale” su https://zalab.org/ saranno disponibili dalla prima giornata di Festival.

Programma e info su https://www.iff-filmfestival.com/. Proiezioni tutte in lingua originale con sottotitoli, inglesi e italiani.

Ingresso sempre gratuito, prenotazioni da effettuare su Evenbrite, alla pagina web https://programmaIFF2026.eventbrite.it.

* TRAILER 20° IFF – INTEGRAZIONE FILM FESTIVAL    

www.youtube.com/watch?v=pe4RxIYK1uo

* TUTTI I FILM IN CONCORSO 

https://www.iff-filmfestival.com/edizione-in-corso/film/

* PROGRAMMA COMPLETO

https://www.iff-filmfestival.com/  Migr. 20

 

 

 

 

Pubblicata la Lex Ecclesiae Fundamentalis, il percorso verso una “costituzione della Chiesa”

 

Dopo anni di dibattito, il Dicastero per i Testi Legislativi pubblica finalmente la Lex Ecclesiae Fondamentalis. Per un dibattito che continua - Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano. Gli ultimi sviluppi del processo sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato vaticana possono fare scuola. Perché, nota la professoressa Geraldina Boni, ordinario di diritto canonico, diritto ecclesiastico e storia del diritto ecclesiastico dell’Università di Bologna, “l’ordinanza della Corte d’Appello vaticana ha affermato un principio di diritto costituzionale che anche i rescritti del Papa vadano pubblicati”.

La professoressa si riferiva all’ordinanza che ha definito gli effetti di uno dei rescritti con cui Papa Francesco era intervenuto sul processo nulli, perché il rescritto non era stato pubblicato e dunque non era nella conoscenza delle difese. E parlava lo scorso 17 marzo, alla presentazione del volume della Lex Ecclesiae Fundamentalis, la Legge Fondamentale della Chiesa. Un volume che in 1300 pagine ricostruiva il progetto di una “costituzione per la Chiesa cattolica” ampiamente dibattuto dopo il Concilio Vaticano II.

Il progetto proveniva soprattutto da una frangia tedesca, un po’ presa dalla sbornia conciliare, un po’ influenzata dalle carte costituzionali del Novecento, come era già successo con la promulgazione del Codice di Diritto Canonico del 1917, influenzato dalle codificazioni del XIX secolo.

Il progetto era stato discusso a lungo, se ne erano fatte varie proposte e molte delle norme del Codex furono poi recepite dal Codice di Diritto Canonico, e poi il progetto fu abbandonato. È stato ripreso adesso e il Dicastero dei Testi Legislativi ha deciso di mettere a disposizione, nel volume, tutti i documenti del processo di elaborazione.

Diviso in sette capitoli e sei allegati, curati dal professor Daniel Cenalmor Palanca, docente di Diritto Costituzionale dell’Università di Navarra, il progetto permette di vedere la genesi, i dibattiti del testo.

Nel presentare il volume, il vescovo Juan Ignacio Arrieta, Segretario del Dicastero per i Testi Legislativi, ha sottolineato come “subito dopo la conclusione del Concilio, al momento di avviare la revisione del codice del 1917 emerse con chiarezza che si sarebbero dovute produrre due codificazioni per la Chiesa latina e per le Chiese orientali”, e per questo “si pose questione del raccordo dei due testi, su quale norma avrebbe costituito il patrimonio giuridico”.

La proposta ambiziosa di una legge fondamentale che raccogliesse i principi portanti dell’Ordinamento Canonico fu portata a Paolo VI dal Cardinale Julius August Döpfner, arcivescovo di Monaco.

E così, racconta Arrieta, “i lavori per il codice latino e per quelli della legge fondamentale procedettero in parallelo per anni”, mentre “le modifiche al codice furono sottoposte alla consultazione dell’intero episcopato”, in uno sforzo che Arrieta descrive come “vera sinodalità”.

Ma poi, nel 1981, Giovanni Paolo II accantonò il progetto, dopo aver sentito sostenitori e oppositori.

 C’erano, dietro la scelta del Papa polacco, preoccupazioni di carattere ecumenico, il timore che la Chiesa fosse percepita come intenzionata ad adeguarsi al costituzionalismo delle società secolari, e la necessità di promuovere la riforma del codice della Chiesa latina.

Arrieta sottolinea che il volume contiene tutto il processo di discussione, e rimarca che “il contenuto più duraturo di questo processo è stato la traduzione in linguaggio canonistico dell’ecclesiologia del Vaticano II, in modo particolare riguarda in prima battuta a questi canoni. Il progetto nacque in contesto di sensibilità ecumenica”.

Inizialmente, continua il vescovo, “si pensò alla trasposizione in tecniche giuridiche di alcuni principi fondati sulla società ecclesiale”, e poi si decise di “puntare sull’efficacia giuridica delle norme”, cosicché “la legge fondamentale avrebbe dovuto fissare criteri normativi prevalenti in caso di conflitto e ispirare l’interpretazione dell’intero ordinamento”.

La professoressa Boni sottolinea che il volume permette di “ripercorrere la cronistoria della lex fundamentalis palmo a palmo”, nota che “vennero commessi degli errori di comunicazione circa gli scopi e i criteri che si volevano adottare” argomenta che c’era il rischio di “echeggiare le Costituzioni civili e si temevano insidiose emulazioni del costituzionalismo statale”.

Insomma, l’obiettivo era di “non assorbire con la pubblicazione i presupposti di cultura laica e secolarista”, ma l’idea di una “strisciante parlamentarizzazione della Chiesa” era un allarme ingiustificato, anche perché in gioco “non c’era solo la potestà giuridica delle autorità ecclesiastiche, ma anche i diritti dei fedeli”.

Secondo Boni, “è evidente che il volume non indulge in nostalgia e rimpianti”, ma che piuttosto “risponde a un'esigenza di verità, in quanto, come si è riscontrato, le vicissitudini della sua redazione sono state caratterizzate da avversioni non giustificate”.

Ma, nota Boni, “la prefigurazione di una scala gerarchica di norme è indispensabile nella Chiesa, un ordine armonico che c’è già nel diritto canonico, dove prevale la legge universale su quella particolare e dove c’è subordinazione di certi precetti rispetto ad altri”, e che in fondo una lex ecclesiae fundamentalis non fa altro che rendere “la Chiesa più credibile nel diritto internazionale”.

Non sono, come si può pensare, solo questioni da specialisti. Lo sono, nella misura in cui il linguaggio è tecnico, ma hanno anche ricadute nella vita di tutti i giorni.

Per esempio il professor Helmut Pree, professore di Fondamenti Teologici del Diritto Canonico nell’Università Ludwig Maximilien di Monaco di Baviera, mette in luce come si sia “evitato scrupolosamente il termine societas nella Chiesa, sostituendolo con communio”.

Certo, il dibattito si concentra su Paolo VI, che nel 1965 diede una spinta al progetto, parlando della necessità di un codice fondamentale comune. Secondo il professor Cenalmor, Paolo VI “si riferiva a un diritto costitutivo nella Chiesa”, mentre Boni afferma di non credere che si possa attribuire a Paolo VI una scelta sul formato che avrebbe dovuto prendere questa legge.

Boni sottolinea che “forse questo volume può riuscire a chiarire molte ambiguità nei dibattiti”, e che gli accenni alle res iuxta sono importanti per un’adeguata comprensione della lex ecclesiae fundamentalis.

Tuttavia, la professoressa mette in luce “il rischio di chi mostra un allestimento formale di norme rischia di non essere compreso, si pensa ad una bella impalcatura formativista e narrativista, e si deve ricordare che sono strumenti, contenuti relativi alla realtà giuridica”. Va, insomma, usata la “tecnica costituzionale, ma in un contesto canonistico ecclesiale”.

Il libro tiene vivo il dibattito, e lo proietta verso il futuro. Il tema non potrebbe che essere più attuale. Aci 20

 

 

 

 

Incontro del XVI Consiglio Ordinario della Segreteria Generale del Sinodo

 

Una proposta di documento per il cammino di attuazione del Sinodo

La Segreteria Generale del Sinodo ha riunito nel pomeriggio di venerdì 17 aprile, in modalità online, il XVI Consiglio Ordinario.

Dopo un momento di preghiera guidato da sr. Nathalie Becquart, XMCJ, sottosegretaria della Segreteria Generale del Sinodo, il Segretario Generale, il cardinale Mario Grech, ha aperto i lavori con alcune comunicazioni inerenti all’attuale cammino di implementazione del Documento Finale della XVI Assemblea, il lavoro dei Gruppi di Studio i cui rapporti finali sono in corso di pubblicazione, e la realizzazione prossimamente di due incontri.

* Innanzitutto la convocazione per i giorni 23-25 giugno 2026 di un incontro per preparare le Assemblee di valutazione continentali previste nel primo quadrimestre del 2028. All’incontro sono stati invitati: uno rappresentante dei Patriarchi dei Consiglio dei Patriarchi delle Chiese d'Oriente, i Presidenti delle Riunioni Internazionali di Conferenze Episcopali, nonché i Presidenti delle Conferenze Episcopali di USA e Canada, ciascuno accompagnato dal Coordinatore dell'Equipe sinodale del rispettivo organismo e, se possibile, dal Segretario Generale. Il Santo Padre Leone XIV prenderà parte per una specifica sessione di lavoro.

* Poi, l’incontro, che si svolgerà in Vaticano dal 7 al 14 ottobre 2026, dei Presidenti delle Conferenze Episcopali di tutto il mondo sul tema della famiglia alla luce dell’Esortazione Apostolica Postsinodale Amoris laetitia. L’incontro era stato annunciato dal Santo Padre stesso nel suo Messaggio in occasione del decimo anniversario di Amoris laetitia (19 marzo 2026). Con questo incontro, Papa Leone XIV intende «procedere, nell’ascolto reciproco, a un discernimento sinodale sui passi da compiere per annunciare il Vangelo alle famiglie oggi […] e tenendo conto di quanto si sta realizzando nelle Chiese locali». Il Santo Padre ha affidato al Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita la preparazione dell’incontro chiedendo alla Segreteria Generale del Sinodo di offrire un supporto organizzativo e metodologico. Per chiarezza si precisa che non si tratta di una assemblea sinodale, ma di un incontro di consultazione del Santo Padre con i Presidenti delle Conferenze Episcopali e dei Sinodi delle Chiese Orientali Cattoliche sui iuris.

Dopo queste comunicazioni, p. Giacomo Costa S.J., Consultore della Segreteria Generale e Segretario Speciale della XVI Assemblea, ha presentato una proposta di documento per il cammino di attuazione del Sinodo e in particolare per la realizzazione delle assemblee di valutazione. Il Consiglio ha ampiamente discusso il documento che è stato approvato nella sua struttura generale. La versione definitiva del documento, da intendersi a integrazione delle Tracce per la fase di attuazione pubblicate nel giugno 2025, sarà revisionata dal Consiglio Ordinario e pubblicata entro l’inizio dell’estate.

Infine, i membri del Consiglio Ordinario hanno chiesto al Cardinale Mario Grech di esprimere a S.E. Mons. Luis Marín De San Martín la loro gratitudine per l’impegno di questi anni presso la Segreteria Generale del Sinodo assicurando le loro preghiere per il nuovo servizio come Elemosiniere di Sua Santità e Prefetto del Dicastero per la Carità, a cui il Santo Padre l’ha chiamato. Dip 20

 

 

 

 

Papa Leone XIV a Yaoundè: “Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita”

 

Santa Messa all’Aeroporto di Yaoundé-Ville - Di Marco Mancini

Yaoundè. All’aeroporto militare di Yaoundè-Ville Papa Leone XIV stamane ha celebrato la Messa, ultimo appuntamento pubblico del viaggio apostolico in Camerun, prima della partenza alla volta dell’Angola, dove è atteso nel pomeriggio di oggi.

Davanti ad alcune migliaia di fedeli, commentando il Vangelo, Papa Leone ha esordito: “La pace sia con voi! La pace di Cristo, la cui presenza illumina il nostro cammino e placa le tempeste della vita. La fede non ci risparmia tumulti e tribolazioni, e in alcuni momenti può sembrare che la paura abbia la meglio. Noi però sappiamo che anche in essi Gesù non ci abbandona”.

Riprendendo l’episodio evangelico di Gesù che cammina sulle acque, Leone XIV ha ricordato che “per la tradizione ebraica le acque, con la loro profondità e il loro mistero, richiamano spesso il mondo degli inferi, il caos, il pericolo, la morte. Evocano, assieme alle tenebre, le forze del male, che l’uomo da solo non può dominare. Allo stesso tempo, però, nella memoria dei prodigi dell’esodo, esse sono percepite anche come un luogo di passaggio, un guado attraverso il quale Dio, con potenza, libera il suo popolo dalla schiavitù. La Chiesa ha sperimentato tante volte, nel suo navigare lungo i secoli, tempeste e venti contrari, e anche noi possiamo identificarci con i sentimenti di paura e di dubbio provati dai discepoli durante la traversata del lago di Tiberiade".

“È ciò che proviamo - ha aggiunto - nei momenti in cui ci sembra di affondare, sopraffatti

da forze avverse, quando tutto appare oscuro e ci sentiamo soli e fragili. Ma non è così. Gesù è con noi, sempre, più forte di qualsiasi potenza del male; in ogni bufera ci raggiunge e ci ripete: “Io sono qui con te: non aver paura”. Per questo ci rialziamo da ogni caduta e non ci lasciamo fermare da nessuna tempesta, ma andiamo avanti, con coraggio e con fiducia, sempre”.

Questa di oggi è la Messa votiva di Maria Vergine, Regina degli Apostoli. Le Preghiera dei fedeli sono state recitate in francese, inglese, ewondo, nnanga, fulfulde. Tanti i fedeli presenti, un colorato pubblico ha assistito alla Messa con canti, balli.

Un momento davvero particolare è stato il canto del "Gloria" in lingua ewondo, eseguita da un coro di mille uomini e donne provenienti da ogni angolo della provincia ecclesiastica di Yaoundé.

Un altro momento caratteristico è stata la processione del Lezionario, guidata dai capi tradizionali della cultura Ewondo. Essa sottolinea come la Parola di Dio sia il messaggio di un Re degno di un accompagnamento regale prima di essere solennemente proclamata.

“Gesù si fa vicino a noi: non placa immediatamente le tempeste, ma ci raggiunge in mezzo ai pericoli, e invita anche noi - ha detto ancora il Papa - nelle gioie e nei dolori, a stare insieme, solidali, come i discepoli, sulla stessa barca; a non guardare da lontano chi soffre, ma a farci prossimi, a stringerci gli uni agli altri. Nessuno dev’essere lasciato solo ad affrontare le avversità della vita, e ogni comunità ha il compito, a tal fine, di creare e sostenere strutture di solidarietà e di aiuto reciproco in cui, di fronte alle crisi – siano esse sociali, politiche, sanitarie o economiche – tutti possano dare e ricevere aiuto, in base alle proprie capacità e secondo i propri bisogni”.

“Le parole di Gesù, “sono io”, ci ricordano che, in una società fondata sul rispetto della dignità della persona, - ha sottolineato Papa Leone l’apporto di tutti è importante e ha un valore unico, indipendentemente dallo status o dalla posizione di ciascuno agli occhi del mondo. L’esortazione «non abbiate paura» assume una dimensione ampia, anche a livello sociale e politico, come incoraggiamento ad affrontare problematiche e sfide – particolarmente quelle legate alla povertà e alla giustizia – insieme, con senso civico e responsabilità civile. La fede non separa lo spirituale dal sociale, anzi dà al cristiano la forza di interagire con il mondo, per rispondere ai bisogni degli altri, specialmente dei più deboli. Alla salvezza di una comunità non bastano gli sforzi individuali e isolati dei singoli: serve una decisione comune, che integri la dimensione spirituale ed etica del Vangelo nel cuore delle istituzioni e delle strutture, facendone strumenti per il bene comune, e non luoghi di conflitto, o di interesse, o teatro di lotte sterili”.

Ricordando quanto fatto dagli Apostoli agli albori della Chiesa nascente, il Papa ha ricordato che “a volte la vita di una famiglia e di una società richiede anche questo: il coraggio di cambiare abitudini e strutture, perché la dignità della persona resti sempre al centro e si superino disuguaglianze ed emarginazioni. Del resto, facendosi uomo Dio si è identificato con gli ultimi, e questo rende la cura preferenziale dei poveri un’opzione fondamentale per la nostra identità cristiana”.

“Oggi noi ci salutiamo. Ciascuno ritorna alle sue occupazioni abituali e la barca della Chiesa continua la sua rotta verso la meta, per grazia di Dio e con l’impegno di ciascuno. Teniamo vivo nel cuore - ha concluso - il ricordo dei momenti belli che abbiamo vissuto insieme; anche in mezzo alle difficoltà continuiamo a fare spazio a Gesù, lasciandoci illuminare e ricreare ogni giorno dalla sua presenza. La Chiesa camerunese è viva, giovane, ricca di doni e di entusiasmo, vivace nella sua varietà e meravigliosa nella sua armonia. Con l’aiuto della Vergine Maria, nostra Madre, fatene fiorire sempre più la presenza festosa, e anche dei venti contrari, che non mancano mai nella vita, fate occasioni di crescita nel servizio gioioso di Dio e dei fratelli, nella condivisione, nell’ascolto, nella preghiera e nel desiderio di crescere insieme”.

L’Arcivescovo di Yaoundé, Monsignor Jean Mbarga alla fine della Messa ha poi salutato e ringraziato Papa Leone XIV: "Grazie Santo Padre, Con lei e per mezzo di lei, la Chiesa che è in Africa, fedele a Cristo, Via, Verità e Vita, da più di due millenni, resterà una forza permanente di riconciliazione, di pace e di giustizia nel cuore del continente. Con lei e per mezzo di lei, l’Africa continuerà ad offrire alla Chiesa l’ardore delle sue forze vive, la ricchezza della sua cultura e la profondità della sua fede, per un’incarnazione costante del Vangelo al suo interno". "In comunione con lei, i giovani del Camerun s’impegnano a consolidare, con le loro famiglie e le comunità cristiane, musulmane e tradizionali, la pace in Camerun; per amore per il bene comune, s’impegnano a servire la loro Nazione-Famiglia con integrità e generosità", conclude l'Arcivescovo. L'Arcivescovo ha ripetuto il discorso anche in inglese.

Alla fine il consueto scambio di doni e l'abbraccio finale. 

La Messa è stata un trionfo di canti, balli, gioia. Ora il Pontefice si prepara a congedarsi dal festoso Camerun. 

C’è stato anche un saluto finale in francese da parte del Papa. “Con questa celebrazione si conclude la mia visita in Camerun, ringrazio di cuore l’Arcivescovo e tutti i pastori della Chiesa in questo paese. Rinnovo la mia riconoscenza a tutti coloro che hanno cooperato a preparare e organizzare ogni cosa. Grazie soprattutto ai malati, agli anziani e alle monache che hanno offerto la loro preghiera. Popolo di Dio in Camerun non temere, rimani saldamente unito al Signore, con la forza del suo spirito, sarai sale e luce di questa terra, grazie”.

Aci 19

 

 

 

 

Papa Leone XIV a Douala: “c’è pane per tutti, se a tutti lo si dona”

 

Una messa celebrata con moltissimi giovani presenti - Di Marco Mancini

Douala. Più di 120 mila persone, un vero e proprio bagno di folla per Papa Leone XIV - finora il più consistente di questo viaggio in Africa - che oggi ha celebrato una Messa che ha visto una partecipazione straordinaria al Japoma Stadium di Douala, considerata la capitale economica e commerciale del Camerun. 

Commentando l’episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, il Papa nell’omelia ha paragonato la folla del Vangelo a quella presente alla Messa di Douala.  Come sfamare quella moltitudine affamata è una domanda attuale, oggi come ai tempi di Gesù. Ed è una domanda - ha spiegato Leone XIV - “rivolta a ciascuno di noi: è rivolta ai padri e alle madri che custodiscono le loro famiglie. È rivolta ai pastori della Chiesa, che vegliano sul gregge del Signore. È rivolta a quanti hanno la responsabilità sociale e politica di guardare al popolo e al suo bene. Cristo rivolge questa domanda ai potenti e ai deboli, ai ricchi e ai poveri, ai giovani e agli anziani, perché tutti abbiamo fame allo stesso modo”.

“Questa indigenza - ha sottolineato - ci ricorda che siamo creature. Abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Un grave problema viene risolto benedicendo quel poco cibo che c’è e dividendolo per tutti quelli che hanno fame. La moltiplicazione dei pani e dei pesci accade nella condivisione: ecco il miracolo! C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona”.

Prima di tutto Gesù rende grazie perché - ha detto il Papa - è riconoscente al Padre per un bene che diventa dono e benedizione per tutto il popolo. Così facendo, il cibo abbonda: non viene razionato per emergenza, non viene rubato per contesa, non viene sprecato da chi si ingozza davanti a quanti non hanno nulla da mangiare. Passando dalle mani di Cristo a quelle dei suoi discepoli, il cibo aumenta per tutti, anzi, sovrabbonda”.

Gesù sfama la folla non per ottenere potere ma “perché è venuto per servire con amore, non per dominare. Il miracolo che ha compiuto è segno di questo amore: ci fa vedere non solo come Dio nutre l’umanità  con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene - ha aggiunto Papa Leone - è un boccone di pane per l’umanità bisognosa di cura. E tuttavia questo non basta. Al cibo che alimenta il corpo occorre infatti unire con uguale carità il nutrimento dell’anima, che alimenta la nostra coscienza, che ci sostiene nell’ora buia della paura, tra le tenebre della sofferenza. Questo cibo è Cristo, che sempre nutre  in abbondanza la sua Chiesa e ci rafforza nel cammino con il suo Corpo”.

Il Papa ribadisce quindi che l’Eucaristia di oggi “diventa sorgente di una fede rinnovata, perché Gesù è presente in mezzo a noi. Il Sacramento non ravviva un ricordo lontano nel tempo, ma realizza una “com-pagnia” che ci trasforma, perché ci santifica. Attorno all’Eucaristia, questa stessa mensa diventa annuncio di speranza nelle prove della storia e nelle ingiustizie che vediamo attorno a noi. Diventa segno della carità di Dio, che in Cristo ci invita a condividere quel che abbiamo, affinché sia moltiplicato nella fraternità ecclesiale”.

“Facendosi uomo per salvarci - ha detto ancora il Papa - Gesù ha voluto condividere i bisogni dell’umanità, a partire da quelli più semplici e quotidiani. La fame rivela allora non solo la nostra indigenza ma soprattutto il suo amore: ricordiamolo ogni volta che incrociamo lo sguardo con il fratello e la sorella che manca del necessario”.

“Essere testimoni di Cristo, imitando i suoi gesti d’amore, comporta spesso difficoltà e ostacoli, sia fuori che dentro di noi, dove l’orgoglio può corrompere il cuore. Se anche qualche volta vacilliamo - ha spronato - Dio ci incoraggia sempre”.

Ai giovani africani il Papa ha chiesto di moltiplicare “i vostri talenti con la fede, la tenacia, l’amicizia che vi animano. Siate voi per primi i volti e le mani che portano al prossimo il pane della vita: cibo di sapienza e di riscatto da tutto ciò che non ci nutre, ma anzi confonde i nostri buoni desideri e ci ruba dignità. Anche nel vostro Paese così fecondo, il Camerun, molti sperimentano la povertà, sia quella materiale sia quella spirituale. Non cedete alla sfiducia e allo scoraggiamento; rifiutate ogni forma di sopruso e di violenza, che illudono promettendo guadagni facili ma induriscono il cuore e lo rendono insensibile. Non dimenticate che il vostro popolo è ancora più ricco di questa terra, perché il suo tesoro sono i suoi valori: la fede, la famiglia, l’ospitalità, il lavoro. Siate dunque protagonisti del futuro, seguendo la vocazione che Dio dona a ciascuno, senza lasciarvi comprare da tentazioni che sperperano le energie e non servono al progresso della società”.

“Il Signore - ha concluso Leone XIV rivolgendosi ancora ai giovani - libera dal peccato e dalla morte. Annunciare con costanza questo Vangelo è la missione di ogni cristiano: è la missione che affido specialmente a voi giovani e a tutta la Chiesa che vive in Camerun. Diventate la buona notizia per il vostro Paese, come lo è, ad esempio, il Beato Floribert Bwana Chui per il popolo congolese. Insegnare vuol dire lasciare il segno: è. così che l’annuncio cristiano cambia la nostra storia, trasformando le menti e i cuori. Annunciare Gesù Risorto significa tracciare segni di giustizia in una terra sofferente e oppressa, segni di pace tra rivalità e corruzioni, segni di fede che ci liberano dalla superstizione e dall’indifferenza”. Aci 17

 

 

 

 

L'arte sacra nelle chiese

 

Intervista a Claudia Manenti, docente di ‘Introduzione all’architettura liturgica’ al Pontificio Seminario Regionale di Bologna e direttore del Centro studi per l’architettura sacra della fondazione ‘Cardinale Giacomo Lercaro’

Kabul. Si intitola ‘Arte sacra nelle chiese. Criteri di intesa tra committenza e artisti’ il libro scritto dall’architetto padre Andrea Dall’Asta, direttore della ‘Galleria San Fedele di Milano’ e della ‘Raccolta Lercaro’ di Bologna, e dall’architetto  Claudia Manenti, docente di ‘Introduzione all’architettura liturgica’ al Pontificio Seminario Regionale di Bologna e direttore del Centro studi per l’architettura sacra della fondazione ‘Cardinale Giacomo Lercaro’. Il  volume ricorda che nel Novecento l’alleanza antica che avvicinava gli artisti alla committenza ecclesiale è venuta a mancare e spesso alle straordinarie immagini della tradizione si sono sostituiti dilettanteschi lavori di artigianato o immagini prodotte serialmente. 

Quindi la professoressa Claudia Manenti ha raccontato quale è stato il bisogno di scrivere un libro sull’arte sacra nelle chiese: “Attraverso queste pagine io e Andrea Dall’Asta comunichiamo le riflessioni maturate nell’ambito della proposta dei ‘percorsi di riavvicinamento: artisti contemporanei a confronto con il mistero cristiano’ nella quale abbiamo lavorato con gli artisti cercando di consentir loro una appropriazione del ‘sentire’ artistico e spirituale della Chiesa cattolica”.

Ancora esistono criteri d’intesa tra committenza ‘cristiana’ ed artisti?

“Purtroppo oggi la relazione tra mondo dell’arte e comunità ecclesiale è quasi inesistente. Gli artisti di talento non conoscono i cardini su cui si fonda il ‘credo’ cristiano, mentre sacerdoti non sono più i massimi esperti di arte e sia loro, sia le comunità non sono più, come invece era in passato, i principali committenti del mondo artistico. Oggi la cristianità si rifugia in immagini standardizzate in vetroresina o in melense statuine che nulla hanno dell’intensità profonda dell’arte. L’arte vera, infatti, scava, disturba, interpreta con sentire universale la forza dell’Amore crocifisso e risorto”.

La Chiesa ha ‘rinunciato’ alla riflessione su come annunciare la bellezza dei misteri della fede?

“Trovare una nuova intesa con gli artisti come auspicato da papa san Paolo VI e poi dai successivi pontefici necessita di azioni che impegnino a un nuovo dialogo. Sono percorsi difficili, che richiedono preparazione e impegno, ma sono fattibili e vitali. Nel momento nel quale si fa conoscere agli artisti la profondità della spiritualità cristiana, questi ne avvertono la portata e sanno interpretarla facendo passare il loro vissuto per quella ‘porta stretta’. Questo non vuol assolutamente dire che bisogna imporre e stravolgere il linguaggio con il quale ciascun artista di esprime, ma semplicemente offrire a chi lo desidera una via di contatto con la spiritualità cristiana, lasciando poi massima libertà nel quando e come ogni artista si rapporta e si rapporterà alla fede nel Risorto”.

Di quali simboli della contemporaneità l'arte deve tenere conto per comunicare la fede?

“I duemila anni di cristianesimo sono ricchissimi di simboli che son ancora oggi attuali, ma il punto di partenza nel comunicare la fede non deve essere il simbolo, quanto il credere che l’interpretazione artistica autentica e di valore sia quella che parla della vita e della morte in termini concreti e sinceri, che parla, quindi, del Dio che si è fatto uomo. L’arte non è un veicolo attraverso cui parlare delle verità cristiane. Questo lo può fare qualsiasi immaginetta dei santini. L’arte è essa stessa manifestazione. Se intrisa di umanità e di tensione al divino l’arte stessa manifesta la forza del Risorto”.

Quali segni di speranza può trasmettere l’arte?

“L’arte non ‘trasmette speranza’. L’arte manifesta una realtà che è quella dell’esperienza di incontro con il Cristo. Realtà personale e universale. Se l’artista ha percepito anche solo brevemente la potenza dell’incontro con Cristo, o anche solo il senso di dolore, di amore, di gioia, di vita di cui parlano le pagine della Scrittura, la sua opera non può non essere intrisa del desiderio che quell’incontro ha generato”.

L’arte può essere ‘censurata’?

 “Ci sono espressioni pseudoartistiche che andrebbero eliminate dalle nostre chiese perché trasmettono l’idea che il cristianesimo sia un’esperienza facile, banale, inutile. Ci sono immagini che andrebbero eliminate perché, anche se fatte bene dal punto di vista tecnico, comunicano messaggi antitetici a quelli cristiani. Ci sono immagini facilmente decifrabili che vengono scambiate per arte da un clero spesso con poca o nulla preparazione in fatto di arte. Guardando al passato, le opere che ci hanno tramandato chi ha vissuto l’esperienza cristiana prima di noi e che sono ancora riconosciute come capolavori sono opere forti, intense, profondamente intrise dell’amore e del dolore di Cristo. A queste dobbiamo guardare e, possibilmente ritornare con i linguaggi e le espressioni della contemporaneità”. Aci 17

 

 

 

 

Bernadette, un cuore semplice in dialogo con Maria

 

Oggi, la sua memoria litugica - Di Antonio Tarallo

Roma. Santa Bernadette Soubirous, una delle figure più semplici e allo stesso tempo più straordinarie della storia della Chiesa cattolica. Nata nel 1844 a Lourdes, in Francia, in una famiglia molto povera, Bernadette visse un’infanzia segnata dalla malattia e dalle difficoltà economiche. Nessuna istruzione, tanto che faticava nel leggere addirittura. Una vita come tante, eppure in un animo semplice si manifestò la Vergine Maria. 

L’11 febbraio 1858, mentre si trovava nei pressi della grotta di Massabielle, la piccola Bernadette fa un incontro che cambia la sua vita: la Vergine Maria le appare. Racconta di aver visto una “bella Signora” vestita di bianco, con una cintura azzurra e una rosa gialla su ciascun piede. Un'apparizione che si ripeterà per ben  diciotto volte. Durante queste apparizioni, la Vergine Maria non si presenta subito con il suo nome, ma instaura prima con Bernadette un rapporto fatto di semplicità, silenzi e piccoli gesti. Le richieste della Vergine: preghiera, penitenza e invita le persone alla conversione.

Uno degli episodi più significativi: la Signora chiese a Bernadette di scavare nel terreno della grotta. Un gesto semplice, quasi sensa senzo però. Eppure anche questo gesto rimarrà nella storia: inzia a sgorgare una sorgente d’acqua che ancora oggi è meta di pellegrinaggi e alla quale sono attribuite numerose guarigioni. Questo evento rappresenta simbolicamente la fede: da un atto umile e incomprensibile nasce qualcosa di grande.

Altro momento culminante delle apparizioni: la Vergine rivela la propria identità dicendo: “Io sono l’Immacolata Concezione”. Bernadette, che non aveva una formazione teologica, non comprendeva pienamente il significato di quelle parole, ma le riferì fedelmente al curato del paese. Scompiglio nel paese. Una piccola bambina custode di una verità così grande, immensa: un dogma teologico consegnato a una bambina. Questo dettaglio rafforzò la credibilità della sua testimonianza, perché pochi anni prima la Chiesa - sotto il pontificato di Pio IX - aveva proclamato il dogma dell’Immacolata Concezione.

Nonostante la fama crescente, Bernadette non cercò mai notorietà. Rimase sempre umile, fedele alla sua esperienza mistica, ma intima, sopportando interrogatori e dubbi da aprte delle autorità con grande serenità. La vita di Bernadette nel paese divenne impossibile: ed è allora che fu accolta dalle Suore della carità e dell'istruzione cristiana di Nevers all'età di 22 anni e mezzo. Muore giovane Bernadette, il 16 aprile del 1879. 

Bernadette, la semplicità della fede di una bambina. Il cuore puro davanti al Signore: una storia che non è lontana nel tempo perché sarebbe esempio per tutti: accostarsi alla fede con cuore umile, sincero. Aci 16

 

 

 

 

L’esperienza del sapere secondo l’Università Cattolica: in dialogo con la rettrice Beccalli

 

L'intervista alla professoressa Beccalli, rettrice dell'Università Cattolica - Di Simone Baroncia

Roma. ‘Le università cattoliche sono nate per custodire, approfondire e tramandare il sapere come patrimonio dell’umanità. Non per una vanagloria umana ma nella consapevolezza che il sapere è un dono preziosissimo che la sapienza divina ha messo in mano delle sue creature. Nella Scrittura questa opera è rappresentata con l’immagine della donna saggia che coltiva con premura la sapienza e si contrappone alla donna stolta che attira e inganna i suoi adepti’: così inizia il messaggio dei vescovi in occasione della 102^ Giornata  per l’Università Cattolica del Sacro Cuore che si celebra domenica 19 aprile sul tema ‘L’esperienza del sapere’.

Partendo da questo incipit abbiamo incontrato la professoressa Elena Beccalli, rettrice dell’Università Cattolica, chiedendo di spiegare in cosa consiste quest’esperienza del sapere: “Vogliamo che le università diventino sempre più luoghi dove fare esperienza del sapere e non solo trasmissione del sapere. Questo significa dare peso al valore delle relazioni sia tra docenti e studenti che tra pari per consentire di passare dalla trasmissione di conoscenze e competenze frontali in aula ad ambienti dove si possa sperimentare la conoscenza, come per esempio l’esperienza del ‘service learning’, che è una proposta pedagogica con cui gli studenti apprendono e crescono attraverso la partecipazione attiva a scuola e nel loro territorio, oppure quella del ‘peer mentorship’ (opportunità di orientamento professionale basata sul rapporto di collaborazione ed interazione diretta per apprendere competenze necessarie nel mondo del lavoro, ndr.), forme pedagogiche nuove in cui lo studente fa esperienza di conoscenza”.

‘Questo è il compito che, fin dalla loro nascita nel medioevo, ha contrassegnato l’opera delle università cattoliche a cui va dato il merito di aver, in tempi spesso difficili e travagliati, conservato e trasmesso il sapere, grazie anche alle grandi biblioteche e ad un lavoro certosino di conservazione e trascrizione dei testi’, si legge ancora nel messaggio.

In quale modo l’Università Cattolica può educare i giovani alla sapienza?

“L’Università Cattolica fornisce una formazione integrale alla persona; questo vuol dire andare oltre la dimensione tecnica ed abbracciare la dimensione spirituale; quindi arrivare anche alla sapienza, perché non è solo una formazione tecnica, ma soprattutto è una formazione che vuole umanizzare l’umanità. In questo senso arriva anche alla sapienza”. ‘Non si devono separare il desiderio e il cuore dalla conoscenza: significherebbe spezzare la persona. L’università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande non vengono tacitate, e il dubbio non è bandito ma accompagnato. Il cuore, lì, dialoga col cuore, e il metodo è quello dell’ascolto che riconosce l’altro come bene, non come minaccia. Cor ad cor loquitur è stato il motto Cardinalizio di San John Henry Newman’, ha scritto papa Leone XIV nella Lettera apostolica ‘Disegnare nuove mappe di speranza’.

E’ possibile ‘disegnare nuove mappe’ di speranza?

“Siamo convinti che sia possibile l’educazione che è uno dei mezzi più efficaci per trasformare la società, oltreché per consentire alle singole persone di svilupparsi. Allora il disegno di una nuova mappa diventa uno strumento di speranza, tantoché abbiamo definito sinteticamente l’Università Cattolica del Sacro Cuore come un vero laboratorio di speranza, perché essa non è un’idea, ma un’azione declinabile in tutte le discipline che coltiviamo in Ateneo ed allora esso diventa davvero un laboratorio di speranza”. Nel messaggio per la LX Giornata mondiale delle Comunicazioni Sociali, ‘Custodire voci e volti umani’, papa Leone XIV scrive: ‘Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative’.

L’Università Cattolica come può rispondere alla sfida dell’intelligenza artificiale?

“Nel suo piano strategico per il prossimo triennio l’Università Cattolica mette l’intelligenza artificiale al cuore, perché vogliamo, da un lato, integrare l’intelligenza artificiale nella didattica tradizionale, in quanto le nostre studentesse ed i nostri studenti devono essere educati ad un uso consapevole dell’intelligenza artificiale. Eppoi sviluppiamo percorsi formativi e di ricerca per studiare l’intelligenza artificiale, che pone domande di senso fondamentali; per questo abbiamo attivato una nuova laurea in ‘filosofia nell’era dell’intelligenza artificiale’, perché l’intelligenza artificiale va innanzitutto studiata non solo dal punto di vista tecnico, ma anche dal punto di vista sapienziale”.

L’Università Cattolica è stata fondata da padre Agostino Gemelli e dalla beata Armida Barelli, entrambi animati da uno ‘spirito’ francescano. In quale modo l’Università Cattolica può rispondere ad una nuova visione dell’economia?

“L’Università Cattolica è impegnata a portare avanti un nuovo paradigma economico. Gli economisti dell’Università Cattolica propongono uno sguardo nuovo sull’economia. Il pensiero economico francescano si ritrova in molti studi e proposte della nostra università. Basti pensare all’ambito bancario, in cui siamo molto attenti allo sviluppo delle banche di prossimità o di comunità, che sono un modo attuale di riportare i Monti di Pietà, fondati nel XIV secolo dai francescani, nella realtà di oggi”.    

Venerdì 10 aprile ha incontrato papa Leone XIV, illustrando gli indirizzi che, secondo il Piano strategico di Ateneo 2026-2028, guidano la missione dell’ateneo, ‘Piano Africa’. Ci può spiegare di cosa si tratta?

“Si tratta di uno strumento, un processo molto partecipato negli ultimi nove mesi, che ha portato a delineare il futuro su tre indirizzi. Innanzitutto la valorizzazione del profilo no profit, inoltre l’idea di voler combinare una research university con una comunità educante cercando di creare armonia tra queste due dimensioni. Infine, l’ultimo indirizzo è quello di passare da un luogo di trasmissione del sapere, a un luogo in cui si possa fare esperienza del sapere. Il ‘Piano Africa’ è un insieme di iniziative e di progetti con i Paesi africani in ambito educativo e sanitario, in una logica di rapporto vicendevole. Sono progetti che poggiano su una lunga tradizione coltivata in Ateneo di relazioni con università e istituzioni africane e che trovano in questo piano un momento di ulteriore slancio”. Aci 15

 

 

 

 

Papa in Camerun: “la pace non può essere ridotta a slogan”

 

Il Papa, nel primo discorso in Camerun, ha continuato il suo magistero di pace: "La pace non si decreta, si accoglie e si vive". "Il mondo ha sete di pace". "No" alla corruzione e all'idolatria del denaro, sì agli investimenti sull'educazione dei giovani. Riconoscere la "voce" delle donne – di M. Michela Nicolais

“Rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia”. È l’appello di Leone XIV, che nel primo discorso in Camerun, pronunciato nel palazzo presidenziale di Yaoundé e rivolto alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico, si è presentato “come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace”, di fronte alle “situazioni così drammatiche” a cui è di fronte il Camerun, dove “le tensioni e le violenze che hanno colpito alcune regioni del Nord-Ovest, del Sud-Ovest e dell’Estremo Nord hanno provocato profonde sofferenze: vite perdute, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani che non vedono un futuro”.

“Dietro le statistiche ci sono volti, storie, speranze ferite”, il monito di Leone, che ha esortato ancora una volta a impegnarsi per “una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza”.

“Servire il proprio Paese significa dedicarsi con mente lucida e coscienza integra al bene comune di tutto il popolo: della maggioranza, delle minoranze e della loro reciproca armonia”, l’indicazione di rotta per la convivenza pacifica.

La pace, infatti, “non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza”, ha denunciato il Papa, perché “il mondo ha sete di pace”: “Basta guerre, con i loro dolorosi cumuli di morti, distruzioni, esuli!”.

“Contribuire a una pace autentica, anteponendola a qualunque interesse di parte”, l’invito: “la pace non si decreta: si accoglie e si vive. È un dono di Dio, che si sviluppa in un’opera paziente e collettiva. È responsabilità di tutti, in primo luogo delle autorità civili”.

“Governare significa amare il proprio Paese e anche i Paesi vicini, significa ascoltare realmente i cittadini”, le parole indirizzate a queste ultime: la società civile è “una forza vitale per la coesione nazionale”, in quanto “contribuisce a formare le coscienze, a promuovere la cultura del dialogo e il rispetto delle differenze”, preparando così “un futuro meno esposto all’incertezza”. “La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare la fiducia”, il messaggio diretto a chi esercita l’autorità: “Istituzioni giuste e credibili diventano pilastri di stabilità”, ha affermato il Papa: “L’autorità pubblica è chiamata a essere ponte, mai fattore di divisione, anche dove sembra regnare l’insicurezza. La sicurezza è una priorità, ma va sempre esercitata nel rispetto dei diritti umani, unendo rigore e magnanimità, con particolare attenzione ai più vulnerabili”.

“Una pace autentica nasce quando ciascuno si sente protetto, ascoltato e rispettato, quando la legge è un argine sicuro all’arbitrio del più ricco e del più forte”, la tesi del Pontefice, che ha espresso “gratitudine” per il ruolo delle donne: “Spesso, purtroppo, sono le prime vittime di pregiudizi e violenze, eppure restano instancabili artefici di pace. Il loro impegno nell’istruzione, nella mediazione e nella ricostruzione del tessuto sociale è ineguagliabile e rappresenta un freno alla corruzione e agli abusi di potere. Anche per questo la loro voce deve essere pienamente riconosciuta nei processi decisionali”.

“Perché si affermino la pace e la giustizia occorre rompere le catene della corruzione, che sfigurano l’autorità, svuotandola di autorevolezza”, l’appello: “Occorre liberare il cuore da quella sete di guadagno che è idolatria”, ha osservato Leone XIV: “Il vero guadagno è lo sviluppo umano integrale, ossia la crescita equilibrata di tutti gli aspetti che rendono la vita in questa terra una benedizione”. “Il Camerun possiede le risorse umane, culturali e spirituali necessarie per superare le prove e i conflitti e avanzare verso un futuro di stabilità e prosperità condivisa”, ha garantito il Papa: “Bisogna che l’impegno comune a favore del dialogo, della giustizia e dello sviluppo integrale trasformi le ferite del passato in sorgenti di rinnovamento”. Di qui la necessità di una duplice testimonianza: la prima “si realizza nella collaborazione tra i diversi organi e livelli amministrativi dello Stato a servizio del popolo e specialmente dei più poveri”, la seconda “si realizza collegando le vostre responsabilità istituzionali e professionali a un’integra condotta di vita”.

“Investire nell’istruzione, nella formazione e nell’imprenditorialità dei giovani è una scelta strategica per la pace”, ha affermato Leone, menzionando nel suo primo discorso a Yaoundé i giovani, “speranza del Paese e della Chiesa”, la cui energia e creatività “sono ricchezze inestimabili”, ma “quando disoccupazione ed esclusione persistono, la frustrazione può generare violenza”. Investire nell’istruzione, nella formazione e nell’imprenditorialità dei giovani è quindi “l’unico modo per contenere l’emorragia di meravigliosi talenti verso altre regioni del pianeta”: “È anche il solo modo di contrastare le piaghe della droga, della prostituzione e dell’apatia, che devastano troppe giovani vite, in modo sempre più drammatico”.

“Le tradizioni religiose, quando non vengono stravolte dal veleno dei fondamentalismi, ispirano profeti di pace, giustizia, perdono e solidarietà”, ha concluso il Papa: “Favorendo il dialogo interreligioso e coinvolgendo i leader religiosi nelle iniziative di mediazione e riconciliazione – ha spiegato – la politica e la diplomazia possono avvalersi di forze morali in grado di placare le tensioni, di prevenire le radicalizzazioni e di promuovere una cultura di stima e rispetto reciproco”. “Siete chiamati a un futuro più grande delle vostre ferite”, ha assicurato il Pontefice ai piccoli ospiti dell’orfanatrofio Ngul Zamba, secondo momento pubblico della prima giornata in Camerun. Sir 15

 

 

 

 

La pace che il potere non tollera

 

"Non ho paura. Non sono un politico". Parole serene, in volo verso l'Africa, di fronte a chi pretende gratitudine dal Vicario di Cristo. Mentre Trump insulta su Truth Social, Leone XIV risponde con il Vangelo. La stessa calma di Paolo nelle carceri, la stessa fiducia con cui ogni cristiano impara, nel tempo, a non temere la forza dell'uomo – di  Paolo Morocutti

Il 12 aprile 2026, Donald Trump ha lanciato su Truth Social un attacco senza precedenti contro Papa Leone XIV: lo ha definito “debole e terribile in politica estera” e ha affermato che il Papa dovrebbe essergli grato per la propria elezione. Parole sprezzanti, che richiamano alla memoria quelle di Pilato convinto, davanti a Gesù, di avere il potere di condannarlo o liberarlo, e che ricevettero allora, come oggi, la stessa risposta silenziosa della verità. Leone XIV non ha alzato la voce. Non ha risposto con ira, non ha cercato lo scontro, non ha convocato conferenze stampa. In volo per l’Africa ha detto semplicemente: “Non ho paura dell’amministrazione Trump. Non sono un politico. Il mio messaggio è sempre lo stesso: la pace”. In queste parole c’è tutta la misura di un uomo che sa da chi ha ricevuto la propria missione. Una serenità che non nasce dall’indifferenza, ma dalla fede. Una compostezza che non è debolezza, ma forza radicata nel Vangelo. E cosa aveva fatto il Papa per meritare tale reazione? Aveva condannato le minacce militari verso l’Iran, definendo “inaccettabile” la prospettiva di una guerra devastante. Aveva chiesto rispetto per la dignità dei migranti deportati senza processo. Aveva gridato, durante una veglia di preghiera in Piazza San Pietro, “basta con la guerra, basta con l’idolatria del potere”. Non dichiarazioni politiche: parole del Vangelo.

La stessa voce che la Chiesa ha sempre levato, dai profeti di Israele fino a Giovanni Paolo II, da Leone XIII fino a Francesco. La risposta del mondo cattolico è stata immediata e compatta. I vescovi americani hanno ricordato che “il Papa non è un politico: è il Vicario di Cristo che parla dalla verità del Vangelo”. “Il Papa non è una controparte politica, ma il Successore di Pietro, chiamato a servire il Vangelo, la verità e la pace” hanno ricordato quelli italiani. Il cardinale vicario di Roma ha espresso “solidarietà e pieno sostegno” al Pontefice. Anche la politica italiana, trasversalmente, ha giudicato le parole di Trump “inaccettabili e fuori luogo”. Raramente si è visto un fronte così unanime nella difesa della libertà di parola del Papa. Non c’è cristiano adulto nella fede che possa sorprendersi. Gesù l’aveva detto: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me” (Gv 15,18). Il profeta che dice la verità al potere è sempre scomodo. Da Giovanni il Battista decapitato a Oscar Romero ucciso sull’altare. Leone XIV non è minacciato fisicamente, ma la logica è la stessa: il potere non tollera chi parla in nome di un’autorità che lo supera. Quello che colpisce, in tutto questo, è proprio il volto del Papa in questi giorni. Nessuna alterazione, nessun rancore, nessuna replica aggressiva. Solo la calma di chi sa di essere custodito da una mano più grande. Quella pace interiore che traspare non è diplomazia: è la stessa serenità con cui Paolo cantava nelle carceri, con cui i martiri affrontavano il leone nell’arena, con cui ogni cristiano impara, nel tempo, a non temere “coloro che uccidono il corpo” (Mt 10,28).

Leone XIV porta degnamente il suo nome. Il primo Leone, detto il Grande, fermò Attila alle porte di Roma non con le armi, ma con la forza della parola. Leone XIII aprì la stagione della dottrina sociale. Leone XIV, con voce pacata e sguardo fermo, raccoglie questa eredità nel cuore del nostro tempo tormentato e ci ricorda che stare con lui, oggi, non è una scelta politica o di potere. È una scelta evangelica. “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi” (Gv 15,20). Gesù aveva ragione. Ha ragione ancora oggi. Sir 13

 

 

 

 

 

Papa Leone XIV, un ordine internazionale giusto e stabile non può nascere dal mero equilibrio di potere

 

Il Messaggio che il Santo Padre Leone XIV ha inviato ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali - Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano. "La dottrina sociale cattolica considera il potere non come fine a se stesso, ma come mezzo orientato al bene comune. Ciò implica che la legittimità dell'autorità non dipenda dall'accumulo di forza economica o tecnologica, ma dalla saggezza e dalla virtù con cui essa viene esercitata".  Papa Leone lo scrive in un messaggio inviato ai partecipanti alla Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali  che si apre oggi in Vaticano.

Un ragionamento sulla saggezza della gestione del potere molto interessante dopo gli eventi di ieri con il botta e risposta tra il presidente Trump e il Papa stesso.

Scrive Leone XIV: "la saggezza, infatti, ci permette di discernere e perseguire il vero bene, piuttosto che i beni apparenti e la vanagloria, nelle circostanze della vita quotidiana. Questa saggezza è inseparabile dalle virtù morali, che rafforzano il nostro desiderio di promuovere il bene comune".

Parla di temperanza il Papa che "frena l'eccessiva autoesaltazione e funge da baluardo contro l'abuso di potere". Perché la autentica democrazia non è "una mera procedura" ma "riconosce la dignità di ogni persona e chiama ogni cittadino a partecipare responsabilmente al perseguimento del bene comune".

Il Papa cita San Giovanni Paolo II e ricorda che la democrazia "rimane sana solo quando è radicata nella legge morale e in una vera visione della persona umana. In mancanza di questo fondamento, rischia di trasformarsi in una tirannia maggioritaria o in una maschera per il dominio delle élite economiche e tecnologiche".

Vale a livello nazionale e internazionale: "una verità particolarmente importante da ricordare in un momento in cui rivalità strategiche e alleanze mutevoli stanno rimodellando le relazioni globali. Dobbiamo ricordare che un ordine internazionale giusto e stabile non può nascere dal mero equilibrio di potere o da una logica puramente tecnocratica", per cui "la concentrazione del potere tecnologico, economico e militare nelle mani di pochi minaccia sia la partecipazione democratica dei popoli sia la concordia internazionale".

Ne consegue che "quando le potenze terrene minacciano la tranquillitas ordinis – la classica definizione agostiniana di pace – dobbiamo trarre speranza dal Regno di Dio, che, pur non essendo di questo mondo, fa luce sugli affari di questo mondo e ne rivela il significato escatologico".

E per i cristiani va ricordato che "l'onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono" in una logica di carità che "contribuisce a plasmare la “città terrena” nell'unità e nella pace, rendendola – seppur imperfettamente – un'anticipazione e una prefigurazione della “Città di Dio” ".

E conclude il Papa: "spero vivamente che le vostre riflessioni in questi giorni producano preziosi spunti per chiarire i legittimi usi del potere, i criteri di un'autentica democrazia e il tipo di ordine internazionale che serve il bene comune. In questo modo, il vostro lavoro contribuirà in modo significativo alla costruzione di una cultura globale di riconciliazione e di pace – una pace che non sia semplicemente la fragile assenza di conflitto, ma il frutto della giustizia, nata da un'autorità posta umilmente al servizio di ogni essere umano e dell'intera famiglia umana". Aci 14

 

 

 

 

 

Il lato luminoso della preghiera

 

"Uno dei santi più amati della Chiesa, Sant’Antonio: pochi sanno che è portoghese, e non italiano»

Figura amatissima e universale, Sant’Antonio da Padova rappresenta uno dei santi più venerati nella storia della Chiesa cattolica. Con la sua Basilica nel cuore di Padova, ogni anno accoglie milioni di fedeli provenienti da tutto il mondo, attratti dalla sua straordinaria testimonianza di fede, umiltà e carità. Eppure, pochi sanno che Antonio, conosciuto da tutti come “il Santo di Padova”, era in realtà portoghese di nascita.

Nato a Lisbona nel 1195 con il nome di Fernando Martins de Bulhões, proveniva da una famiglia nobile e colta. Fin da giovane intraprese un cammino religioso profondo, entrando tra i Canonici Regolari di Sant’Agostino a Coimbra, importante centro spirituale e intellettuale del Portogallo.

La sua vita cambiò radicalmente nel 1220, quando conobbe la storia dei cinque frati francescani martirizzati in Marocco: da quel momento decise di abbracciare la povertà evangelica, entrando nell’Ordine dei Frati Minori e assumendo il nome di Antonio. Dopo un tentativo missionario in Africa, la malattia lo riportò in Italia, dove visse esperienze decisive tra Assisi e Spoleto, luoghi che segnarono profondamente la sua vocazione.

Partecipò al celebre Capitolo delle Stuoie del 1221, dove ebbe modo di incontrare San Francesco d’Assisi in persona. Da quel momento, iniziò per lui un’intensa attività di predicazione e insegnamento, che lo rese celebre per la sua eloquenza e sapienza teologica.

Dopo una vita breve ma intensissima, morì il 13 giugno 1231, a soli 36 anni, presso l’eremo di Arcella, alle porte di Padova. La fama della sua santità era tale che Papa Gregorio IX lo proclamò santo appena un anno dopo la morte, il 30 maggio 1232, nel Duomo di Spoleto. Si trattò di una delle canonizzazioni più rapide della storia, a conferma del profondo affetto e della devozione popolare che già lo circondavano. Oggi, la Basilica di Sant’Antonio, costruita in suo onore nel cuore di Padova, è uno dei luoghi di culto più visitati al mondo. Migliaia di pellegrini arrivano ogni giorno per pregare davanti alla sua tomba, chiedere grazie o ringraziare per i miracoli ricevuti.

Sant’Antonio continua ad essere il “Santo del Popolo”, simbolo di speranza, fede e fratellanza, capace di unire ancora oggi culture e generazioni diverse in un messaggio universale di amore cristiano.

Salvo Nugnes, dip 14

 

 

 

 

Leone XIV in Algeria. “Il futuro appartiene alle persone di pace”

 

Il primo messaggio del Papa non è di fronte al corpo diplomatico, ma di fronte al monumento dei martiri di Algeria. E lancia da lì un appello per la pace e la riconciliazione - Di Andrea Gagliarducci/ Marco Mancini

Algeri. “Il futuro appartiene agli uomini e le donne di pace”. È un messaggio di speranza, il primo messaggio di Leone XIV sul suolo dell'Algeria. Dopo un volo di due ore, il Papa mette piede – primo pontefice della storia – nella terra di Sant’Agostino, e – prima ancora di andare all’incontro con il corpo diplomatico e le autorità civili, si ferma per un saluto di fronte al Maqam Echahid, il Memoriale dei Martiri.

È l’omaggio che ogni capo di Stato fa alla lotta per l’indipendenza algerina (la chahid) e la visita serve a rafforzare i legami di fiducia tra Santa Sede e Algeria. Sotto un monumento di 90 metri, che presenta tre palme stilizzate, inaugurato nel febbraio 1982, nel ventesimo anniversario dell’indipendenza algerina, Leone XIV lancia il suo primo messaggio al mondo con un breve saluto che culmina nella lettura delle Beatitudini.

In una pioggia intermittente, Leone XIV arriva a deporre una corona di fiori di fronte al monumento. Quindi, si ferma a pregare nel monumento, mentre la banda dell’esercito suona il silenzio.

Quindi, il discorso. Il Papa si presenta come “successore dell’apostolo Pietro”, ma soprattutto “come fratello”, che si pone di fronte ad un “Paese grande”, nel cui cuore albergano “amicizia, fiducia, solidarietà, che non sono semplicemente parole, ma valori che contano e danno calore e solidità al vivere insieme”.

Leone XIV riconosce che l’Algeria ha superato momenti difficili, anche violenti, della sua storia – e il riferimento, nemmeno troppo velato, è anche al ciclo di violenze che portò al martirio dei monaci di Tibhrine – e sottolinea la volontà di rendere omaggio, con la visita al monumento ai Martiri, a “un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità di questa nazione”.

Il Papa ricorda che Dio “desidera per ogni nazione la pace”, che “non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità”, e che è possibile “solo nel perdono”, perché “la vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando si sarà finalmente conquistata la pace nei cuori”.

Leone XIV ammette che è “difficile perdonare”, ma “mentre i conflitti continuano a moltiplicarsi in tutto il mondo, non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione”.

“Il futuro – sottolinea Papa Leone – appartiene agli uomini e alle donne di pace. Alla fine la giustizia trionferà sempre sull’ingiustizia, così come la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola. In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme”.

Il pontefice auspica che l’Algeria continui a “offrire un contributo di stabilità e dialogo nella comunità delle nazioni e sulle sponde del Mediterraneo”, notando come il patrimonio culturale dell’Algeria dà alla fede in Dio “un posto centrale”.

E allora, “un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera, e il popolo algerino custodisce questa gemma nel suo tesoro. Il nostro mondo ha bisogno di credenti così, di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità”.

Leone XIV chiede a tutti di “dichiararci con forza ed essere sempre, insieme, fratelli tra noi e figli di Dio”. E si rivolge “a chi va in cerca di ricchezze che svaniscono, che illudono e deludono, e spesso purtroppo finiscono per corrompere il cuore umano e generare invidie, rivalità, conflitti”, ricordando che Gesù ha chiesto loro: “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero ma perderà la propria vita?”

E la risposta la danno proprio “i morti che qui si onorano”, i quali “hanno perso la vita, ma in altro senso, donandola per amore del proprio popolo”. Il Papa chiede dunque, prima di concludere con la lettura delle Beatitudini, che la storia dei martiri “sostenga il popolo algerino”, perché “la vera libertà non si eredita soltanto. Si sceglie ogni giorno”.

Leone XIV è arrivato al monumento dei martiri dopo essere atterrato ad Algeri intorno alle 10.30 ora locale, e una breve cerimonia di benvenuto in aeroporto, con un saluto privato con il presidente della Repubblica algerina.

Non ci saranno bagni di folla, durante questo viaggio, ed è normale perché i cattolici sono una sparuta minoranza. Tuttavia, Algeri si è rifatta il trucco per il Papa,. Le pareti di alcune facciate sono state rinnovate, le strade sono state riasfaltate, le aree verdi sono state abbellite con piante e lungo un tratto del percorso sono stati collocati grandi vasi di fiori.

Il Cardinale Jean-Paul Vesco, arcivescovo di Algeri, ha accolto il Papa ricordando che il popolo che tanto attendeva la visita del Papa è “a immagine del Maqam Echahid, la Memoria dei Martiri, ai piedi del quale vi trovate. È fiero come questo monumento che si erge nel cielo di Algeri e allo stesso tempo è gravato dal peso di una storia dolorosa e ferita, sulla quale manca ancora un vero gesto di perdono”.

È un popolo, aggiunge, “forte della sua giovinezza e allo stesso tempo è segnato dal ricordo dei suoi martiri nelle diverse epoche della sua storia, dal passato coloniale, alla guerra d’indipendenza, fino al decennio di violenza degli anni 1990-2000. È un popolo incredibilmente resiliente, giovane, variegato, assetato di incontri e la cui ospitalità non ha più bisogno di essere dimostrata”. Aci 13

 

 

 

 

Lasciamoci raggiungere dalla misericordia di Dio. II Domenica di Pasqua

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Carpi. Siamo alla sera di Pasqua. I discepoli sono rinchiusi nel cenacolo, con le porte sbarrate per timore dei giudei. Il loro cuore, inoltre, è appesantito dalla delusione, dallo smarrimento, dal senso di fallimento. Il Maestro è morto e, con Lui sono crollate tutte le loro speranze. Ma in questa situazione accade l’impensabile. Gesù, improvvisamente si  presenta in mezzo a loro. La prima parola che pronuncia è: «Pace a voi!». Non si tratta di un semplice saluto, ma di un dono reale: è la pace pasquale. Morendo, Cristo ha riconciliato l’uomo con Dio e ha ristabilito la comunione tra cielo e terra. Infatti, non ci può essere pace  finchè esiste il peccato, che ne è la causa. Per questo non si può parlare di pace senza parlare, nello stesso tempo, di pentimento, di riconciliazione, di liberazione dal male. Cristo, dunque, può offrire la pace perchè, nella sua morte in croce, ha guarito  l’uomo dal peccato che abita nel suo cuore, origine di ogni violenza. Quindi, per fugare ogni dubbio circa la Sua identità, Gesù mostra le mani e il costato. Le ferite dei chiodi e del colpo di lancia non sono scomparse, sono ancora visibili, testimonianza dell'infinito amore di Cristo per noi. Così i discepoli comprendono che Colui che sta in mezzo a loro è lo stesso Gesù che due giorni prima era morto sulla croce. Il Risorto di oggi e il Crocifisso di ieri sono, dunque, la medesima persona.

Poi, Gesù compie un gesto ancora più sorprendente: alita sui discepoli e dice: «Ricevete lo Spirito Santo”. Con questo dono,  Gesù affida alla Chiesa il suo potere di rimettere i peccati e così di sperimentare la misericordia di Dio. È attraverso il perdono che l’uomo può trovare la pace e divenire costruttore di pace. E’ per questo che la Chiesa esiste. Non anzitutto per risolvere i problemi sociali, ma per portare all’uomo il perdono di Dio e  così godere della pace che nasce dal sentirsi amato e accolto da Dio. In questa luce si comprende perchè questa domenica sia chiamata Domenica della Divina Misericordia, tanto cara a Santa Faustina Kowalska e proposta alla Chiesa da San Giovanni Paolo II. Questa festa ci ricorda una verità semplice e sconvolgente: Dio non si stanca mai di perdonare. Siamo noi  piuttosto che ci stanchiamo di chiedere perdono. E il luogo concreto dove la misericordia diventa esperienza viva è il Sacramento della Riconciliazione. Quando l’uomo si lascia raggiungere dal perdono di Dio, rinasce. Ritrova la comunione con Lui e, da questa comunione, nascono relazioni nuove anche tra gli uomini: relazioni segnate dal perdono, dalla fiducia, dal rispetto e dall’accoglienza. Perché la pace ricevuta da Cristo non resta chiusa nel cuore, ma si diffonde, trasformando la vita personale e sociale.

Ma il Vangelo non si conclude qui. C’è un assente: Tommaso. Quando gli altri gli dicono: “Abbiamo visto il Signore”, lui non crede. Vuole vedere, vuole toccare. San  Tommaso ci somiglia. Anche noi facciamo fatica a credere. Anche noi vorremmo avere maggiori prove, certezze, evidenze. E Gesù accoglie  la sfida dell’Apostolo. Otto giorni dopo, torna di nuovo. Ancora una volta si manifesta all’improvviso, a porte chiuse e ripete le medesime parole della volta precedente: «Pace a voi!» Poi si rivolge proprio a Tommaso. Non lo umilia. Non lo rimprovera. Gli offre ciò che chiede: si lascia toccare.

E davanti a tanto amore, Tommaso pronuncia la più bella professione di fede del Vangelo: «Mio Signore e mio Dio!». Tommaso non si limita a qualificare Gesù come “Signore”; dice “mio Signore”. Pone cioè l’accento sul legame personale con Cristo e sulla sua appartenenza a lui. Tommaso lo riconosce come il Dio della mia vita! E con questa scelta dichiara la sua volontà di appartenere a Lui. Ma l’appartenenza è mutua: egli si dona a Cristo perché Cristo per primo si è donato a lui. “I segni dei chiodi e della lancia furono mantenuti –scrive san Leone Magno- per guarire le ferite dei cuori increduli” (Serm. Per l’Ascensione, I.3). E così si compie la parola del profeta “dalle sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is. 53,5).

Questo Vangelo, allora, ci invita a fare un passo: lasciarci raggiungere dalla misericordia di Dio, accogliere il suo perdono, e imparare a dire anche noi, con verità e con amore: Tu Gesù sei il mio Signore e mio Dio! Aci 12

 

 

 

 

Le veglia di preghiera per la pace in unione con il Papa in tutta Italia

 

“Udire il grido di pace che sgorga dal cuore” - Di Cesare Bolla

Roma. Papa Leone XIV ha chiesto di far “udire il grido di pace che sgorga dal cuore”, invitando “tutti a unirsi a me nella veglia di preghiera per la pace che celebreremo qui nella Basilica di san Pietro il prossimo sabato, 11 aprile”. E le chiese in Italia, insieme a Movimenti e associazioni, sin da subito hanno dato la loro adesione ad iniziative di preghiera per la pace. Da Nord a Sud, vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli si uniscono in un’unica invocazione per fermare la spirale di violenza che attraversa il mondo.

“Noi cristiani sappiamo che è possibile sperare contro ogni speranza, nonostante la morte che vediamo presente – come ci ha ricordato il Papa – nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”. Per questo – scrive il card. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei - invitiamo i sacerdoti, i religiosi, le religiose e tutto il popolo dei credenti a partecipare alla veglia presieduta dal Papa o a raccogliersi in preghiera nelle comunità locali: fermiamo il vortice del dolore, della sofferenza e della devastazione, diciamo il nostro ‘no’ alla guerra, non abituiamoci all’orrore”. Questa sera, alle 19.30 nella cattedrale di San Pietro, il cardinale presiederà il vespro per la pace.

“Con il Santo Padre Leone XIV, in comunione con la Chiesa universale e la Chiesa italiana, ci mettiamo in preghiera al cospetto del Santissimo per implorare il dono della pace” ha detto il card. Oscar Cantoni, vescovo di Como, invitando questa sera alle 21, in cattedrale i fedeli. A seguire, sarà possibile vivere in cattedrale un tempo di adorazione prolungata, fino alle ore 23.30 con l’animazione a cura della comunità “Nuovi Orizzonti” di Como, nell’ambito dell’iniziativa “Una luce nella notte”. “Tutti sono chiamati – ha detto il porporato - a farsi strumenti di pace attraverso la preghiera. È il mezzo più efficace che abbiamo a nostra disposizione, perché cambia i cuori e questa conversione è il primo dei passi per costruire una pace giusta, vera e duratura”.

A Genova oggi una Giornata tra preghiera e incontri. Questa mattina al santuario della Guardia la messa celebrata dall’arcivescovo Marco Tasca nell’ambito del pellegrinaggio diocesano del primo sabato del mese. Al termine il presule reciterà una preghiera per la pace, cui seguirà la benedizione della nuova cella campanaria della basilica, già in programma. “La nostra diocesi accoglie con prontezza l’invito di Papa Leone a radunarci per pregare insieme per la pace”, spiega don Gianfranco Calabrese, vicario episcopale per l’Annuncio del Vangelo: “Al mattino ci ritroveremo al santuario della Guardia dove, in concomitanza con l’inaugurazione della cella campanaria, faremo letteralmente ‘suonare la pace’, riuniti in una corale preghiera per chiedere la fine di tutte le guerre nel mondo. Al pomeriggio, nell’ambito degli incontri del Festival biblico genovese, avremo due momenti molto significativi per riflettere sui temi della pace. Come spesso diciamo, ciascuno di noi può fare la sua parte, adottando stili e comportamenti di pace e di dialogo”.

A Vicenza momento condiviso al santuario di Monte Berico con il vescovo Giuliano Brugnotto che invita le comunità cristiane al termine delle sante messe festive di sabato 11 aprile a prolungare la preghiera invocando il dono della pace.

Adesione anche da parte della diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie. Il vescovo, Leonardo D’Ascenzo, ha comunicato che anche la comunità ecclesiale diocesana si unisce alle Chiese in Italia rispondendo all’invito del Papa.

A Cagliari l’arcivescovo Giuseppe Baturi, che è anche segretario generale della Cei, “unirà la preghiera per la pace alla celebrazione della Giornata del malato, in programma a Siurgus Donigala”, si legge in una nota della diocesi, presiedendo alle 17 la Messa nella chiesa parrocchiale di Santa Maria.

A Palermo la diocesi chiama tutte le comunità parrocchiali e religiose a unirsi alla preghiera. L’arcivescovo Corrado Lorefice presiederà, alle 21 nella parrocchia di Sant’Antonino dove sono accolte le comunità di vita consacrata.

Ad Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, il neo arcivescovo Felice Accrocca guiderà il “Rosario per la pace” alle 21.15 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli.

A Cremona alle 21 in Cattedrale un momento di preghiera preceduto, presso il santuario regionale di Caravaggio,  da un “Rosario per la pace”.

A Padova oggi alle 20 suoneranno tutte le campane di tutte le chiese che rimarranno aperte fino alle 21 per dare la possibilità ai fedeli di fermarsi per una preghiera personale o comunitaria per la pace. Il vescovo, Claudio Cipolla, alle ore 20 si recherà nella chiesa del Corpus Domini – Santa Lucia dove è attiva l’adorazione perpetua, per pregare il santo rosario. “Non ci stanchiamo di pregare per la pace e di unirci al Santo Padre Leone XIV in questo momento così drammatico per l’umanità e non solo per i paesi coinvolti direttamente dai tanti conflitti attivi”, sottolinea: “uniamoci in preghiera con il papa, in famiglia, in chiesa e combattiamo con l’arma della preghiera per fermare questo vortice di odio e di violenza che procura morte e distruzione. Preghiamo per la pace, non possiamo e non dobbiamo abituarci alla guerra!”.

Una rete di preghiera che oggi attraversa l’Italia e che dimostra un forte bisogni di pace. Le comunità cristiane si fanno voce di speranza e di consolazione, ricordando che la pace nasce da cuori rinnovati e da gesti quotidiani di fraternità. Aci 11

 

 

 

 

Leone XIV contro la perversione del cristianesimo

 

È ormai prioritario ricordare che né in ambito pastorale, né in ambito sociale e politico

il bene può venire dalla prevaricazione [1]

In queste settimane è filtrata la notizia che, nel mese di gennaio, dopo alcune affermazioni critiche di papa Leone sul «fervore bellico che sta dilagando» o sull’abbandono della diplomazia del dialogo «per una diplomazia della forza», il nunzio negli Stati Uniti sia stato convocato al Pentagono. Lì funzionari USA hanno comunicato al nunzio che loro hanno la forza militare e possono fare quello che vogliono e la Chiesa farebbe bene a schierarsi dalla loro parte, invocando addirittura, come sorta di minaccia, una rinnovata cattività avignonese[2].

Tale arrogante reazione è un segnale eloquente della precisione e della forza ? molto dimessa nei modi ? delle parole di papa Leone, che sviluppano un approccio profetico – e, a giudicare dall’irritazione americana, molto efficace ? nella medesima linea di papa Francesco. Nel messaggio per la Giornata della pace del gennaio 2026, Leone XIV ? dopo aver trattato dell’essenziale dialogo ecumenico, interreligioso e tra culture ? ha affermato:

In tutto il mondo è auspicabile che «ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono».

Il papa cita qui un suo discorso alla CEI del giugno 2025 nel quale sosteneva che «la pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa». Invita ora a una sorta di irraggiamento capillare di tale atteggiamento, a livello locale e mondiale. Ogni comunità cristiana ? ma in maniera più ampia ogni comunità umana, religiosa e civile ? viene chiamata a costituire un luogo di resistenza alle logiche della violenza, «all’occupazione imperialistica del mondo»[3], un ambito che sia spazio di coltivazione e di pratica della pace.

Perché questo possa realizzarsi, un elemento centrale ? urgente per le comunità cristiane, a fronte anche delle gravi strumentalizzazioni della religione nei recenti attacchi omicidi come quello all’Iran e al Libano ? consiste in una rilettura dei vangeli assumendo la fondamentale nonviolenza dell’agire di Gesù[4]. Afferma Leone XIV:

[…] prima di essere catturato […] Gesù disse a quelli che erano con Lui: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». E subito aggiunse: «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). Il turbamento e il timore potevano riguardare, certo, la violenza che si sarebbe presto abbattuta su di Lui. Più profondamente, i Vangeli non nascondono che a sconcertare i discepoli fu la sua risposta non violenta: una via che tutti, Pietro per primo, gli contestarono, ma sulla quale fino all’ultimo il Maestro chiese di seguirlo. La via di Gesù continua a essere motivo di turbamento e di timore. E Lui ripete con fermezza a chi vorrebbe difenderlo: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11).

[…] La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici.

Tale prospettiva ? che implica un riattraversamento riflessivo del vangelo e della contradditoria storia del cristianesimo ? è stata allargata e approfondita nella riflessione per la Domenica delle Palme in cui il vescovo di Roma ha riletto l’episodio profetico dell’ingresso messianico a Gerusalemme e alcune scene della Passione:

[…] Gesù, […] si presenta come Re della pace, mentre attorno a Lui si sta preparando la guerra. Lui, che rimane fermo nella mitezza, mentre gli altri si agitano nella violenza. Lui, che si offre come una carezza per l’umanità, mentre altri impugnano spade e bastoni. Lui, che è la luce del mondo, mentre le tenebre stanno per ricoprire la terra. Lui, che è venuto a portare la vita, mentre si compie il piano per condannarlo a morte.

Come Re della pace, Gesù vuole riconciliare il mondo nell’abbraccio del Padre e abbattere ogni muro che ci separa da Dio e dal prossimo […].

Come Re della pace, entra in Gerusalemme in groppa a un asino, non a un cavallo, realizzando l’antica profezia che invitava a esultare per l’arrivo del Messia: «Ecco, a te viene il tuo re. / Egli è giusto e vittorioso, / umile, cavalca un asino, / un puledro figlio d’asina. / Farà sparire il carro da guerra da Efraim / e il cavallo da Gerusalemme, / l’arco di guerra sarà spezzato, / annuncerà la pace alle nazioni» (Zc 9,9-10).

Come Re della pace, quando uno dei suoi discepoli estrae la spada per difenderlo e colpisce il servo del sommo sacerdote, Egli subito lo ferma dicendo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno» (Mt 26,52)[5].

Questa rilettura giunge fino a formulare una vera e propria cristologia in cui la nonviolenza e la radicale solidarietà con le vittime della storia e dei potenti diventano caratteristiche fondamentali del tipo di messia rappresentato da Gesù di Nazaret:

Come Re della pace, mentre veniva caricato delle nostre sofferenze e trafitto per le nostre colpe, Egli «non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori» (Is 53,7). Non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra. Ha manifestato il volto mite di Dio, che sempre rifiuta la violenza, e invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell’umanità[6].

Questo modo di leggere l’attraversamento della propria passione da parte di Gesù diviene un vero e proprio discorso sul mistero di Dio, sull’amore «capace di piegare la durezza dei potenti»[7], sulla sua mitezza, sulla sua volontà, sul tipo di preghiera a lui accetta:

[…] questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: «Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue» (Is 1,15)[8].

Si è in presenza di una volontà di bene e prossimità che si schiera teologicamente ? le preghiere di coloro che hanno le mani bagnate di sangue non sono ascoltabili dal mistero mite di Dio ? e che quindi «prende una parte» a livello della storia umana:

Guardando a Lui, che è stato crocifisso per noi, vediamo i crocifissi dell’umanità […] E soprattutto sentiamo il gemito di dolore di tutti coloro che sono oppressi dalla violenza e di tutte le vittime della guerra. Cristo, Re della pace, grida ancora dalla sua croce: Dio è amore! Abbiate pietà! Deponete le armi, ricordatevi che siete fratelli![9]

Nelle parole di Leone XIV a fronte di quello che sta avvenendo nel mondo, traspare come la Chiesa non possa essere neutrale[10] e che debba parlare e agire finché ci sia tempo[11]. Il fondamento ultimo di questa posizione pare trovarsi in una rilettura in chiave nonviolenta del patrimonio della rivelazione cristiana che ha nella vicenda di Gesù il proprio centro incandescente e il criterio interpretativo fondamentale. Tale custodia della memoria evangelica diviene nelle sue parole anche l’anima profonda di comunità disperse ovunque che si attrezzano per essere luoghi di riconciliazione e di irraggiamento di pace[12] e, quindi, spazi di resistenza spirituale alle spinte religiose verso un messianismo violento[13] ? che si presenta seduttivamente come un vangelo, ma in un senso ribaltato e perverso[14] ? e alle correlative spinte politiche che seminano odio razziale, guerra e distruzione[15]. Fabrizio Mandreoli

[1] Leone XIV, Omelia della messa crismale, 2 aprile 2026.

[2] L. Kocci, «Ricordate Avignone, il Pentagono preme sul Papa», in Il Manifesto, 10 aprile 2026.

[3] Leone XIV, Omelia della messa crismale, cit.

[4] Cf. Pax Christi International, La nonviolenza di Gesù. Operare la pace secondo i vangeli, Zikkaron, Bologna 2023.

[5] Leone XIV, Omelia della Domenica delle Palme, 29 marzo 2026.

[6] Ibid.

[7] Leone XIV, Omelia della Veglia pasquale, 4 aprile 2026.

[8] Leone XIV, Omelia della Domenica delle Palme, cit.

[9] Ibid.

[10] Si veda G. Lercaro, Non la neutralità ma la profezia, Zikkaron, Bologna 2022. Si tratta del testo di un’omelia con cui l’allora arcivescovo di Bologna prese posizione il primo gennaio 1968 per un’interruzione immediata dei terribili bombardamenti statunitensi nella guerra del Vietnam.

[11] Cf. G. Dossetti, Finché ci sia tempo. Pace, guerra e responsabilità storiche a partire da Monte Sole, Zikkaron, Bologna 2022.

[12] Cf. Poteri e nonviolenza. Organizzare la speranza, Nerbini, Firenze 2026. Sett.news 11

 

 

 

 

Papa in Africa. Don Pizzoli (Missio): “Troverà una Chiesa giovane e in crescita”

 

Un’occasione per accendere i riflettori su un continente “depredato, ma ricco di risorse umane e naturali, di arte, di cultura, di scienza, di saggezza e filosofia”. Il direttore della Fondazione Missio (Cei), a sua volta missionario in Guinea Bissau, commenta il viaggio di Leone XIV in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale – di Miela Fagiolo D’Attilia, redazione Popoli e Missione

Il lungo viaggio apostolico che Papa Leone sta per intraprendere dal 13 al 25 aprile in Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, è una grande occasione per “portare all’attenzione del mondo le molte, concrete realtà del continente africano. È ora che se ne cominci a parlare in maniera seria e documentata per aiutare la gente a capire che cosa è realmente l’Africa, andando oltre gli stereotipi che ci portiamo dietro dai secoli della colonizzazione”. Così don Giuseppe Pizzoli, direttore generale della Fondazione Missio, commenta il prossimo viaggio che porterà Leone XIV per la prima volta in quattro Paesi africani. “Una scelta significativa perché il continente non è povero, ma impoverito – sottolinea don Pizzoli – da secoli di depredazioni delle ricchezze dei territori, da fragilità climatiche, da mancanza di prospettive di sviluppo che provocano situazioni di povertà e migrazioni interne ed esterne”.

La Chiesa africana è giovane e in continua crescita, molto motivata a continuare con

il suo impegno di annuncio del Vangelo, nel suo essere “Chiesa in uscita”.

“Abbiamo sempre pensato che era nostro territorio di missione, dove noi europei siamo andati, e certamente abbiamo fatto un lavoro di evangelizzazione molto importante – dice ancora don Pizzoli –. E oggi crescita e maturazione si esprimono con la forza di una missionarietà vivace anche all’interno del continente stesso, da un Paese all’altro”.

Il direttore di Missio sottolinea: “In Guinea Bissau, dove io sono stato fidei donum, ci sono missionari del Kenya, del Senegal, del Camerun, dell’Angola. Abbiamo di fronte una Chiesa che vive veramente ‘in uscita’.

Il fatto che il Papa, come terzo viaggio apostolico, abbia scelto la destinazione dell’Africa è un segno importante del suo pontificato,

sollecitando l’attenzione su un continente che purtroppo è continuamente impoverito delle sue risorse. Considerato di ‘seconda categoria’, e povero, in realtà è ricco di risorse umane e naturali, di arte, di cultura, di scienza, di saggezza e filosofia. E di spiritualità, come diceva Papa Benedetto, che conosceva bene l’animo religioso dell’uomo africano”. Missio/Dip

 

 

 

 

"I cristiani del Medio Oriente non siano trattati come cittadini di seconda classe"

 

Stamane il Papa ha ricevuto i i membri del Sinodo della Chiesa caldea, giunti a Roma per l’elezione del nuovo Patriarca di Bagdad dei Caldei - Di Marco Mancini

Città del Vaticano. “La vostra Chiesa affonda le sue radici nella primitiva Chiesa apostolica, rappresentando una tradizione antichissima e feconda che, intimamente legata ai luoghi sorgivi della salvezza, seppe portare il Vangelo oltre i confini dell’Impero Romano, sviluppando una cristianità ricca di fede, di cultura e di spirito missionario, fino all’India e alla Cina. Siete custodi di una memoria viva e nobile, di una fede trasmessa nei secoli con coraggio e fedeltà. La vostra storia è gloriosa, ma segnata anche da prove durissime: guerre, persecuzioni, tribolazioni che hanno colpito le vostre comunità e disperso molti fedeli nel mondo. E proprio in queste ferite risplende la testimonianza luminosa della fede, perché se la vostra Chiesa porta impresse le cicatrici della storia, è proprio il Signore risorto a mostrarci come le ferite più dolorose possono diventare in Lui segni di speranza e di vita nuova”. Lo ha detto stamane Papa Leone XIV ricevendo i membri del Sinodo della Chiesa caldea, giunti a Roma per l’elezione del nuovo Patriarca di Bagdad dei Caldei, dopo la rinuncia del Cardinale Sako.

“Il vostro Sinodo – ha aggiunto il Papa - rappresenta un tempo di grazia e di forte responsabilità. Siete chiamati a eleggere il Patriarca in una fase delicata e complessa, talora anche controversa. Vi invito a lasciarvi guidare dallo Spirito Santo, trovando in Lui la concordia e ricercando non ciò che appare più utile agli occhi del mondo, ma quel che è più conforme al cuore di Cristo”.

“Il nuovo Patriarca – è l’auspicio di Leone XIV - sia anzitutto un padre nella fede e un segno di comunione con tutti e tra tutti. Potrebbe sembrare che vivere secondo il Vangelo, cioè nella mitezza e nella ricerca paziente dell’unità, sia controcorrente e talvolta persino controproducente, ma in realtà si rivela come la via più sapiente, perché l’amore è l’unica forza che vince il male e sconfigge la morte”.

“Sia -ha detto ancora il Papa - uomo delle Beatitudini: non chiamato a gesti straordinari e a suscitare clamore, ma a una santità quotidiana, fatta di onestà, misericordia e purezza di cuore. Sia Pastore capace di ascoltare e accompagnare, perché l’autorità nella Chiesa è sempre servizio e mai egemonia. E se il mondo o il contesto circostante inducessero a ciò, non lasciatevi ingannare, ma tornate sempre alla semplicità feconda e profetica del Vangelo. Il Patriarca sia guida autentica e vicina alla gente, non figura appariscente e distaccata. Sia uomo radicato nella preghiera, capace di portare il peso delle difficoltà con realismo e speranza, maestro di pastorale che individui cammini concreti per il bene del popolo di Dio insieme con i fratelli Vescovi, in quello spirito di concordia che deve caratterizzare una Chiesa patriarcale, la cui autorità è rappresentata dal Sinodo dei Vescovi presieduto dal Patriarca, promotore di unità nella carità, in piena coesione col Successore dell’Apostolo Pietro”.

Io – ha assicurato Papa Leone – “sono con voi. Le prove che attraversate vi interpellino a offrire una risposta illuminata dalla fede e improntata alla comunione, anche nei riguardi dei cristiani appartenenti ad altre confessioni, veri fratelli e sorelle nella fede con cui è bene instaurare rapporti di autentica condivisione. Così sarete di grande esempio e incoraggiamento anche per il vostro caro e ammirevole popolo, che porto nel cuore e per il quale prego”.

Dopo aver ringraziato il Cardinale Sako il Papa ha proseguito: “Sento che questo è il tempo del rinnovamento spirituale, di un rinnovamento fedele alle vostre preziose e peculiari tradizioni, che vanno custodite. Penso alla ricchezza del vostro patrimonio liturgico e spirituale. Vi raccomando di essere attenti e trasparenti nell’amministrazione dei beni, sobri, misurati e responsabili nell’uso dei mass-media, prudenti nelle dichiarazioni pubbliche, affinché ogni parola e comportamento contribuisca a edificare — e non a ferire — la comunione ecclesiale e la testimonianza della Chiesa. Abbiate a cuore la formazione dei presbiteri, vostri primi collaboratori nel ministero: sosteneteli con la vicinanza, edificando con loro e per loro una fraternità concreta e tangibile. E aiutate, anzitutto con l’esempio, le persone consacrate a custodire i doni ineffabili dell’obbedienza e della castità. Accompagnate i fedeli laici, provvedendoli di cure pastorali, perché si sentano incoraggiati, nonostante tutte le prove, a restare saldi nella fede ricevuta dai Padri e a rimanere nei loro territori. Questo è importante per tutta la Chiesa, perché le regioni in cui è sorta la luce della fede – orientale lumen – non possono fare a meno dei credenti in Gesù, dei cristiani, che stanno al Medio Oriente come le stelle al cielo. Si diradino le nubi che oscurano questa luce: i cristiani in tutto il Medio Oriente siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe”.

“Siete segni di speranza – ha concluso - in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari, senza riguardo per la vita della gente, ritenuta al massimo come effetto collaterale dei propri interessi. Ma nessun interesse può valere la vita dei più deboli, dei bambini, delle famiglie; nessuna causa può giustificare il sangue innocente versato. Voi, chiamati a essere instancabili operatori di pace nel nome di Gesù, aiutateci a proclamare chiaramente che Dio non benedice alcun conflitto; a gridare al mondo che chi è discepolo di Cristo, principe della pace, non sta mai dalla parte di chi ieri impugnava la spada e oggi lancia le bombe; a ricordare che non saranno le azioni militari a creare spazi di libertà o tempi di pace, ma solo la paziente promozione della convivenza e del dialogo tra i popoli. La vostra missione è grande: annunciare Cristo risorto anche in contesti di morte, essere presenza viva di fede e di carità, mantenere accesa la speranza laddove sembra spegnersi. Non scoraggiatevi”. Aci 10

 

 

 

 

Dal 5 al 15 novembre 2026 il Festival della Migrazione 2026, dedicata alle donne nei percorsi migratori

 

Si è tenuta a Roma presentazione dell’XI edizione del Festival della Migrazione, in programma dal 5 al 15 novembre 2026 in diverse città italiane dal titolo “Donne migranti – Vite in movimento tra diritti, cittadinanza, lavoro e culture”. Promosso dalla Fondazione Migrantes, Porta Aperta di Modena e da una rete ampia e qualificata di Atenei universitari e di altri enti e organizzazioni, il Festival rappresenta uno degli appuntamenti di riferimento a livello nazionale sul tema delle migrazioni, affrontato attraverso molteplici linguaggi e prospettive: tavoli di confronto, incontri nelle scuole, workshop, presentazioni, mostre e spettacoli.

«Il Festival è un’occasione importante – ha detto nell’occasione mons. Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes – per narrare la realtà della migrazione, al di là delle questioni ideologiche. Le donne migranti in Italia sono soprattutto provenienti da Ucraina, Romania e Filippine, ma anche le italiane emigrate sono molte, il 48,6% degli oltre 6 milioni di italiani nel mondo. Oltre il 20% delle nascite in Italia le dobbiamo a madri straniere e oltre il 50% delle nuove cittadinanze italiane sono al femminile. Le donne migranti crescono di più come imprenditrici rispetto agli uomini e mandano nei loro Paesi d’origine più rimesse, divenendo soggetto prezioso di cooperazione allo sviluppo. Tuttavia le donne straniere sono più vulnerabili, anche sul piano dei diritti nel mondo del lavoro, così come quando si parla di donne che subiscono violenze».

Edoardo Patriarca, presidente dell’associazione Festival della Migrazione, ha ricordato la genesi, i pilastri e gli obiettivi dell’iniziativa: «Il Festival è un’esperienza che continua e un progetto culturale, sociale e politico diffuso sul territorio. Culturale perché tratta i temi del diritto alla mobilità, un’esperienza che è parte integrante della natura umana; sociale perché guarda alla realtà del nostro Paese così come è: multiculturale, multireligioso, multietnico, per costruire una convivialità delle differenze senza dimenticare le tradizioni. Politico, in quanto i flussi migratori sono un fenomeno strutturale che non deve essere affrontato con emergenza, barriere e paure, ma con politiche lungimiranti e orientate al futuro».

Importante la presenza, tra gli interventi introduttivi, di Sergio Durando – direttore dell’Ufficio Migrantes della diocesi di Torino e del Festival dell’Accoglienza -, che ha presentato a sua volta il programma e lo spirito della prossima edizione dell’iniziativa piemontese, che si legherà al tema della “mitezza”, mettendo le basi di un possibile gemellaggio tra le due belle esperienze.

Il professor Maurizio Ambrosini, presidente del comitato scientifico, ha sottolineato: «L’agenda del Festival della Migrazione propone un programma possibile con diverse proposte. Tra queste le proposte per il lavoro, oltre a potenziare i canali legali per gli ingressi (come i corridoi umanitari, per le persone bisognose di protezione). Favorire i ricongiungimenti familiari è un altro importante tema, proprio per prevenire comportamenti potenzialmente a rischio. E poi c’è il tema della libertà religiosa e, terza declinazione, la lotta contro le discriminazioni, che nel nostro Paese sono attualmente un buco nero».

Milena Santerini, professoressa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, spiega: «Questo è il Festival dell’intercultura, che chiedono un cambiamento culturale in chi arriva, in chi accoglie. Occorre uno scambio vero, a volte drammatico o pesante, che richiede uno sforzo. Abbiamo bisogno di politiche interculturali e non della paura o della sicurezza (o insicurezza). L’Agenda del Festival è innovativa: né assimilazione, né relativismo, ma uno scambio che crei uno spazio terzo. Ci sono sfide aperte, tra queste il fallimento della cittadinanza per bambini e ragazzi nati qui, e poi le politiche dell’insicurezza, che aumentano la chiusura dei gruppi in se stessi. Tra le sfide vinte la crescita significativa delle imprese femminili e, più in generale, i dinamismi delle seconde generazioni».

Sonny Olumati, vice presidente del comitato “Italiani senza cittadinanza” e membro del comitato scientifico del Festival, porta una testimonianza: «Sto vedendo nei giovani, specie nelle seconde generazioni ma non solo, un grande fermento. I giovani nel nostro Paese stanno riscoprendo un sentimento di uguaglianza anche a livello spirituale, hanno un desiderio di rivalsa verso i potenti, infine hanno un sentimento di giustizia che stanno riscoprendo. Ci sono i presupposti per costruire qualcosa di migliore, c’è una gioventù pronta a reagire e che vuole essere coinvolta».

È stato dato spazio anche alla presentazione dei “Quaderni del Festival”, collana diretta da Orsetta Giolo, professoressa associata di Filosofia del diritto all’Università di Ferrara, e Thomas Casadei, professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Modena e Reggio Emilia. Il primo di questi quaderni si intitola “I diritti oltre i confini” ed è edito da Pacini Giuridica.

I lavori sono stati conclusi da S. Em. il card. Fabio Baggio, sottosegretario del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale: «Vogliamo che le collettività migranti abbiano spazi di visibilità, per dirci che è possibile convivere in armonia. Dobbiamo costruire una società di miti, che si offrano a servizio degli altri, perché nessuno resti indietro». In questo senso, il Festival -ha continuato il card. Baggio – «è una iniziativa importantissima per i contenuti che propone. Questo evento favorisce la cultura dell’incontro, come diceva Papa Francesco, e poi si rivolge alle comunità di persone che vengono da altri paesi e che spesso sono isolate, anche per paura o vergogna. Il terzo gruppo di persone sono quelli che hanno colto la chiamata a essere presenti in questo mondo e a servizio degli altri. E poi il quando. Sulla migrazione ci si ferma sempre sul presente, “migrante” è participio presente. Ma esistono anche il passato e il futuro; il Festival ci permette di ragionare anche su questo, per togliere i motivi di migrazione per obbligo (e lasciarla come scelta libera) e un futuro per far sì che da qui agli anni a venire la società sia migliore». Migr. 9

 

 

 

 

Papa Leone XIV: lo sport, uno spazio d'incontro

 

Oggi in Vaticano, l'udienza agli atleti dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina 2026 - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Siamo ormai abituati a Prevost come un pontefice sportivo. E oggi, in udienza in Vaticano, piccoli gli atleti dei recenti Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina 2026. Li accoglie “con gioia” papa Leone XIV. E' contento di loro: “Grazie per ciò che avete testimoniato” dice agli atleti. Si concentra, poi, sul valore dello sport che “quando viene autenticamente vissuto, non resta soltanto una prestazione: è una forma di linguaggio, un racconto fatto di gesti, di fatica, di attese, di cadute e di ripartenze” chiosa il pontefice. 

"In modo particolare, nelle competizioni paralimpiche abbiamo osservato come il limite possa diventare luogo di rivelazione: non qualcosa che ostacola la persona, ma che può essere trasformato, persino trasfigurato in ritrovate qualità. Voi atleti siete diventati biografie che ispirano moltissime  persone" continua. E aggiunge: "In secondo luogo, il vostro affiatamento ci ricorda che nessuno vince da solo, perché dietro ogni vittoria tanti sono coinvolti, dalla famiglia alle squadre, oltre a molti giorni di allenamento, di pressione e di solitudine. Spesso è proprio in questi momenti che Dio si rivela, come canta il salmista: «Hai spianato la via ai miei passi, i miei piedi non hanno vacillato» . Lo sport, infatti, concorre alla maturazione del nostro carattere, richiede una spiritualità salda ed è una forma feconda di educazione". 

"Allenando la mente - continua sempre il pontefice - insieme alle membra, lo sport è autentico quando resta umano, cioè quando rimane fedele alla sua prima vocazione: essere scuola di vita e di talento. Una scuola nella quale si impara che il vero successo si misura dalla qualità delle relazioni: non dall'ammontare dei premi, ma dalla stima reciproca, dalla gioia condivisa nel gioco". 

Cita la sua Lettera apostolica scritta in occasione dei Giochi: “La vita in abbondanza” del 6 febbraio scorso. Lo sguardo inevitabilmente al presente: "Nel tempo attuale, così segnato da polarizzazioni, rivalità e conflitti che sfociano in guerre devastanti, il vostro impegno assume un valore ancora maggiore: lo sport può e deve diventare davvero uno spazio di incontro! Non un'esibizione di forza, ma un esercizio di relazione". Parla della tregua olimpica e ringrazia gli atleti: “Voi, con la vostra presenza, avete reso visibile questa possibilità di pace come una profezia niente affatto retorica: spezzare la logica della violenza per promuovere quella dell'incontro”, così papa Leone XIV. 

Ultimo riferimento al delicato problema del doping: "Al contempo, sappiamo bene che lo sport porta con sé anche delle tentazioni: quella della prestazione a ogni costo, che può condurre fino al doping. Quella del profitto, che trasforma il gioco in mercato e lo sportivo in divo. Quella della spettacolarizzazione, che riduce l'atleta a un'immagine oa un numero. Contro queste deriva, la vostra testimonianza è essenziale. Cari atleti, voi siete stati testimoni di un modo onesto e bello di abitare il mondo". Aci 9

 

 

 

"La verità non resta celata". I popoli tormentati dalla guerra

 

Oggi, prima della preghiera del Regina Coeli - Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano. Lunedì dell'Angelo, il primo di papa Leone XIV. Una giornata solare, un cielo terso. Un clima quasi estivo accoglie i pellegrini giunti in piazza San Pietro. Ore 12, il momento della recita del Regina Coeli, la preghiera alla Vergine Maria durante il tempo pasquale. 

Papa Leone XIV si affaccia dalla finestra dello studio del Palazzo Apostolico.  Saluta i pellegrini: "Cari fratelli e sorelle, Cristo è risorto! Buona Pasqua! Questo saluto, pieno di stupore e di gioia, ci accompagnerà tutta la settimana. Festeggiando il giorno nuovo, che il Signore ha fatto per noi, la liturgia celebra l'ingresso dell'intera creazione nel tempo della salvezza: la disperazione della morte è tolta per sempre, nel nome di Gesù". 

E continua: “Il Vangelo di oggi ci chiede di scegliere tra due racconti: o quello delle donne, che hanno incontrato il Risorto, o quello delle guardie, che sono state corrotte dai capi del sinedrio”. Le prime, le donne, annunciano “la vittoria di Cristo sulla morte”, mentre le guardie “annunciano che la morte vince sempre e comunque”. Due versioni opposte dello stesso racconto. E nella versione delle guardie, Cristo non è risorto, “ma il suo cadavere è stato rubato” ricorda il pontefice. Da ciò ne scaturisce che “uno stesso fatto, il sepolcro vuoto, sgorgano due interpretazioni: una è fonte di vita nuova ed eterna, l'altra di morte certa e definitiva” precisa papa Leone XIV. 

Questo contrasto "ci fa riflettere sul valore della testimonianza cristiana e sull'onestà della comunicazione umana. Spesso, infatti, il racconto della verità viene oscurato da fake news, come si dice oggi, cioè da menzogne, allusioni e accuse senza fondamento. Davanti a tali ostacoli, però, la verità non resta celata, anzi: ci viene incontro, viva e raggiante, illuminando le tenebre più fitte" continua il papa. 

E' Cristo la buona notizia da testimoniare nel mondo: "la Pasqua del Signore è la nostra Pasqua, la Pasqua dell'umanità, perché quest'uomo, che è morto per noi, è il Figlio di Dio, che per noi ha donato la sua vita".

Lo guardo poi ai popoli "tormentati dalla guerra, ai cristiani perseguitati per la loro fede, ai bambini privati ??dell'istruzione. Annunciare in parole e opere la Pasqua di Cristo significa dare nuova voce alla speranza, altrimenti soffocata tra le mani dei violenti".

Il ricordo, infine, per papa Francesco "che proprio il Lunedì dell'Angelo dello scorso anno ha consegnato la vita al Signore. Mentre facciamo memoria della sua grande testimonianza di fede e di amore, preghiamo insieme la vergine Maria, Sede della sapienza, perché possiamo diventare annunciatori sempre più luminosi della verità".

Dopo aver cantato la preghiera mariana, ancora due parole di papa Leone XIV: un  "grazie alle iniziative promosse in occasione della giornata internazionale dello sport per lo sviluppo e la pace, rinnovando l'appello perché lo sport, con il suo linguaggio universale di fraternità, sia il luogo di inclusione e di pace. Ringrazio quanti in questi giorni mi hanno fatto pervenire espressioni di augurio per la Santa Pasqua. Sono riconoscente soprattutto per le preghiere. Per intercessione della Vergine Maria, Dio ricompensi ciascuno con i suoi doni". E conclude: "Vi auguro di trascorrere nella gioia e nella fede questo Lunedì dell'Angelo e questi giorni dell'Ottava di Pasqua, in cui si prolunga la celebrazione della risurrezione del Cristo. Perseveriamo nell'invocare il dono della pace per tutto il mondo". Aci 6

 

 

 

Kempten. Celebrazioni Liturgiche per la S. Pasqua 2026

 

Kempten. Sabato, 28 Marzo 2026, è stata celebrata in lingua italiana la Solennità delle Palme nella chiesa di St. Anton di Kempten. Dopo la Benedizione delle palme –giunte appositamente dalla Sicilia–  palme che erano state distribuite precedentemente ai numerosi fedeli, provenienti  anche dalle città vicine, il Rettore della Missione, Padre B. Zuchowski, ha dato inizio alla Celebrazione Eucaristica con la solenne processione. Suggestivi i vari momenti liturgici, specie quelli della Processione, della Lettura del Vangelo e del Passio, proclamato da Padre Bruno, dalle Signore  Pina Baiano e Elena Perri, e dal Signor Domenico Marotta.   E altrettanto coinvolgente il canto diretto e accompagnato alla chitarra dal Presidente del Consiglio Pastorale Giampiero Trovato: "Gesù mio, con dure funi", che ha, così, anticipato un momento della Via Crucis del Venerdì Santo.

Via Crucis che si è svolta a Neu-Ulm e Ulm Venerdì 3 Aprile nel pomeriggio e alla quale ha partecipato anche un gruppo di fedeli provenienti da Kempten e dalle città vicine con a capo il nostro Rettore Padre Zuchowski. Momenti veramente suggestivi magistralmente allestiti –anche quest'anno– dall'Associzione di Neu-Ulm e che hanno coinvolto letteralmente alcune migliaia di persone, e in modo particolarmente la nostra Comunità.

Sabato poi, con la celebrazione dell'accensione del fuoco e con la Processione che, partita con i fedeli provvisti di ceri, dallo spiazzale antistante la chiesa di St. Anton di Kempten, si è conclusa ai piedi dell'altare maggiore, dopo un serie di letture e lo spegnimento dei ceri da parte dei fedeli, ha avuto inizio la celebrazione della S. Messa di Resurrezione in occasione della quale, Padre Bruno –parlando anche a braccio nella sua Omelia– ha commentato il significato della Resurrezione del Signore: la Resurrezione del nostro spirito, concludendo con il vivo auspicio che nel mondo ritorni la Pace del Signore e che molti governanti non continuino a trincerarsi dietro il nome del Signore per sottomettere con la forza e con le armi i popoli, i loro fratelli.

Alla fine della cerimonia dopo esserci scambiati gli auguri di una S. Pasqua in seno alle nostre famiglie Padre Bruno ha ricordato che anche nel giorno della Resurrezione, alle 19:00 ci sarebbe stata di nuovo la S. Messa di Pasqua a St. Anton.

Fernando A. Grasso

 

 

 

Leone XIV: “chi ha in mano le armi le deponga”

 

Nell'Urbi et Orbi il Papa ha lanciato un ennesimo appello alla pace, facendo sue le parole pronunciate da Papa Francesco esattamente un anno fa, nello stesso luogo. L'11 aprile una Veglia di preghiera per la pace in piazza San Pietro – di M. Michela Nicolais

“Chi ha in mano armi le deponga! Chi ha il potere di scatenare guerre, scelga la pace! Non una pace perseguita con la forza, ma con il dialogo! Non con la volontà di dominare l’altro, ma di incontrarlo!”. E’ l’appello di Leone XIV, nel messaggio “Urbi et Orbi” dalla Loggia delle Benedizioni, dopo la prima messa da Pontefice presieduta nella basilica vaticana.

“Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti”, il monito: “Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo”. Al termine dell’Urbi et Urbi, l’invito ad una Veglia di preghiera per la pace l’11 aprile, in piazza San Pietro.

“C’è una sempre più marcata globalizzazione dell’indifferenza”, il grido d’allarme del Papa, che ha dalla Loggia delle Benedizioni  ha fatto sue le ultime parole rivolte al mondo da Papa Francesco, esattamente un anno fa in questo stesso luogo: “Quanta volontà di morte vediamo ogni giorno nei tanti conflitti che interessano diverse parti del mondo!’”.

“La croce di Cristo ci ricorda sempre la sofferenza e il dolore che circondano la morte e lo strazio che essa comporta”, ha sottolineato Leone: “Tutti abbiamo paura della morte e per paura ci voltiamo dall’altra parte, preferiamo non guardare. Non possiamo continuare ad essere indifferenti! E non possiamo rassegnarci al male!”. Poi la citazione di  Sant’Agostino: “Se hai paura della morte, ama la risurrezione!”. “Amiamo anche noi la risurrezione, che ci ricorda che il male non è l’ultima parola, perché è stato sconfitto dal Risorto”, ha commentato il Papa: “La pace che Gesù ci consegna non è quella che si limita a fare tacere delle armi, ma quella che tocca e cambia il cuore di ciascuno di noi”.

“Convertiamoci alla pace di Cristo! Facciamo udire il grido di pace che sgorga dal cuore!”, l’appello finale, unito all’invito a partecipare alla Veglia di preghiera per la pace in piazza san Pietro, sabato prossimo: “In questo giorno di festa, abbandoniamo ogni volontà di contesa, di dominio e di potere, e imploriamo il Signore che doni la sua pace al mondo funestato dalle guerre e segnato dall’odio e dall’indifferenza che ci fanno sentire impotenti di fronte al male”.

“La morte è sempre in agguato”, ha osservato il Pontefice nell’omelia della messa di Pasqua: “nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. Nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge”.

“ll potere della morte ci minaccia sempre, dentro e fuori”, ha spiegato Leone XIV: “Dentro di noi, quando la zavorra dei nostri peccati ci impedisce di spiccare il volo; quando le delusioni o le solitudini che sperimentiamo prosciugano le nostre speranze; quando le preoccupazioni o i risentimenti soffocano la gioia di vivere; quando proviamo tristezza o stanchezza, quando ci sentiamo traditi o rifiutati, quando dobbiamo fare i conti con la nostra debolezza, con la sofferenza, con la fatica di ogni giorno, allora ci sembra di essere finiti in un tunnel di cui non vediamo l’uscita”. L’annuncio pasquale, però, “abbraccia il mistero della nostra vita e il destino della storia e ci raggiunge fin dentro gli abissi della morte, da cui ci sentiamo minacciati e a volte sopraffatti. Ci apre alla speranza che non viene meno, alla luce che non tramonta, a quella pienezza di gioia che niente può cancellare: la morte è stata vinta per sempre, la morte non ha più potere su di noi!”. La Pasqua del Signore “ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore, ci mette in movimento come Maria di Magdala e come gli Apostoli, per farci scoprire che il sepolcro di Gesù è vuoto, e perciò in ogni morte che sperimentiamo c’è anche spazio per una nuova vita che sorge”.

“Il Signore è vivo e rimane con noi”, ha assicurato il Papa: “Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita.

Siamo orientati una volta per sempre verso la pienezza, perché in Cristo risorto anche noi siamo risorti”.  Poi la citazione di Papa Francesco, che nell’Evangelii gaudium afferma che la risurrezione di Cristo “non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. È vero che molte volte sembra che Dio non esista: vediamo ingiustizie, cattiverie, indifferenze e crudeltà che non diminuiscono. Però è altrettanto certo che nel mezzo dell’oscurità comincia sempre a sbocciare qualcosa di nuovo, che presto o tardi produce un frutto”. “Il giorno della risurrezione di Cristo ci rimanda  alla creazione, a quel primo giorno in cui Dio creò il mondo, e ci annuncia, nello stesso tempo, che una vita nuova, più forte della morte, adesso sta spuntando per l’umanità”, ha assicurato Leone XIV: “La Pasqua è la nuova creazione operata dal Signore Risorto, è un nuovo inizio, è la vita finalmente resa eterna dalla vittoria di Dio sull’antico Avversario. Di questo canto di speranza oggi abbiamo bisogno. E siamo noi, risorti con Cristo, che dobbiamo portarlo per le strade del mondo. Corriamo allora come Maria di Magdala, annunciamolo a tutti, portiamo con la nostra vita la gioia della risurrezione, perché dovunque aleggia ancora lo spettro della morte possa splendere la luce della vita”. Sir 5

 

 

 

Il peccato è vinto e la morte sconfitta. Domenica di Pasqua

 

Il commento al Vangelo domenicale di S. E. Mons. Francesco Cavina

Roma. Nella Veglia della notte di Pasqua celebriamo, come canta l’Inno Pasquale, “la vittoria del più grande dei re”, il quale ha riportato la gioia sulla terra e messo in fuga le tenebre oppressive del peccato e della morte.

Ma chi è questo ‘più grande dei re?”. E’ l’uomo Cristo Gesù, il Verbo di Dio fatto carne. In questa santa notte è accaduto in Lui qualcosa di unico, di decisivo,  in vista del quale tutto è stato creato: Egli è "risorto vittorioso dal sepolcro”. Nel racconto evangelico abbiamo sentito proclamare queste parole: "L’angelo disse alle donne: non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocefisso. Non è qui. È risorto". Affermare che Cristo è risorto significa proclamare che la Sua umanità ha conosciuto una trasformazione radicale: da carne destinata alla corruzione del sepolcro è divenuta carne partecipe della stessa vita di Dio.          

E poiché Cristo con la sua Incarnazione si è unito a ogni uomo, noi questa notte celebrando Cristo, celebriamo anche il destino dell’umanità. Cristo, infatti, è il primogenito di una moltitudine di fratelli e questo significa che quanto è accaduto a Lui riguarda ciascuno di noi. Gesù è risorto perché anche noi risorgiamo con Lui, nella pienezza della nostra identità personale! In questa notte santa il cielo e la terra si uniscono, l’uomo e il suo creatore tornano a congiungersi. Il peccato è vinto e la morte sconfitta, la speranza riaccesa. Ha detto un autore: “Nessun vantaggio per noi essere nati, se lui non ci avesse redenti”. Molti insegnamenti morali del cristianesimo sono presenti anche nelle altre religioni, ma la resurrezione dalla morte per vivere la vita eterna con Dio è un evento che appartiene solo ai discepoli di Cristo. Questa è la grande, vera ed originale novità del cristianesimo.

Ma come si compie in noi questo mistero? Che cosa ci unisce realmente a ciò che è accaduto a Cristo nella sua Pasqua? La risposta è semplice e profonda: sono i sacramenti della fede, in particolare il Battesimo e l’Eucaristia. Nel Battesimo siamo stati immersi nella morte e risurrezione di Cristo e siamo morti al peccato, elevati alla dignità di figli di Dio e inseriti nella sua famiglia, che è la Chiesa. Un evento che ha trasformato per sempre la nostra esistenza, imprimendo in noi una vita che non è più destinata alla morte, ma orientata all’eternità.

Questa vita nuova ricevuta nel Battesimo viene continuamente nutrita e sostenuta dall’Eucaristia. Accostandoci alla Santa Comunione, non riceviamo soltanto un po’ di pane, ma Cristo stesso. È per questo che la tradizione della Chiesa ha chiamato l’Eucaristia “farmaco di immortalità”: un’espressione antica, che risale a Ignazio di Antiochia, il quale vedeva in questo sacramento la medicina capace di guarire l’uomo dalla morte e di introdurlo nella vita eterna. Accogliamo, dunque, l’invito di sant’Ambrogio: Andate a Cristo e saziatevi, perchè è il pane della vita. Andate a Lui e bevete, perchè Egli è la fonte. Andate a lui e siate illuminati, perchè è la luce. Andate a Lui e diventate liberi, perchè dove è lo Spirito del Signore è la libertà

E allora, fratelli e sorelle, se Cristo è davvero risorto, se la sua vita è entrata nella nostra vita, se la morte non ha più l’ultima parola, se  la gioia non è un’illusione ma una vera possibilità, possiamo davvero dire: Sono felice come una Pasqua! Aci 5

 

 

 

Cristo e la Resurrezione, l'arte contro le tenebre

 

I pittori che hanno narrato la Resurrezione - Di Antonio Tarallo

Roma. La luce spezza le tenebre, squarcia il buio. In un lampo, la Resurrezione. La scena possiamo solo immaginarla, ma è questa quella che contempliamo la mattina di Pasqua. Una scena che ha cambiato la Storia degli uomini. Il mistero pasquale: quanti pittori hanno cercato nel corso della storia dell’arte di scoprirlo, o almeno di entrarci un poco. Colori e forme che ci raccontano il significato cardine della fede cristiana: la vittoria sulla morte e la promessa di salvezza. Nel corso dei secoli, artisti di epoche diverse hanno interpretato questo evento con stili e sensibilità differenti, dando vita a opere straordinarie. 

Cerchiamo, allora, in questo breve viaggio di confrontarci con le opere più famose che hanno narrato questa incredibile storia. Ne prenderemo cinque, anche se la storia è assai più vasta, ovviamente. Cinque quadri-simbolo della Resurrezione. 

Il primo è la “Resurrezione” di Piero della Francesca (1463 circa), conservata a Sansepolcro. In quest’opera, Cristo emerge dal sepolcro in posizione solenne e frontale, con uno sguardo fermo e potente. Il corpo è saldo e geometrico, tipico dello stile dell’artista, mentre i soldati dormono ai suoi piedi, ignari del miracolo. Il paesaggio alle spalle è diviso tra alberi secchi e alberi in fiore, simbolo del passaggio dalla morte alla vita: l’uomo vecchio muore, ecco il nuovo Uomo, Figlio dell’Uomo.

Un altro capolavoro è la “Resurrezione” di Raffaello (1501-1502), nota anche come Pala Oddi. Qui la scena è più dinamica e luminosa: Cristo ascende verso il cielo circondato da angeli, mentre i soldati reagiscono con stupore e paura. L’opera mostra già la grazia e l’armonia tipiche di Raffaello, con colori delicati e una composizione equilibrata. Raffaello gioca con i colori, splendidi, e fa di questo quadro un vero e proprio capolavoro del Rinascimento. 

Poi, troviamo la “Resurrezione” di Tiziano (1542-1544). In questo dipinto, Cristo appare avvolto in una luce intensa, quasi divina, che contrasta con il buio circostante. Un significato sempre profondo: il contrasto dei colori, la luce trionfa nello splendore mentre il buio si perde. Il movimento è più energico e drammatico rispetto alle opere rinascimentali precedenti. I soldati sono colti in pose concitate, accentuando il senso di stupore e caos di fronte all’evento miracoloso.

Nel periodo barocco troviamo la potente interpretazione di Peter Paul Rubens, con la sua “Resurrezione di Cristo” (1611-1612). Dinamico, ecco l’aggettivo per questo quadro: il corpo di Cristo è colto nella sua muscolosità. E’ in movimento, mentre la scena è carica di energia e pathos. Ancora una volta è la luce a illuminare il protagonista, creando un forte contrasto con le ombre. L’opera trasmette forza, trionfo e teatralità, tipici del Barocco.

William Blake, Resurrezione, del 1805 circa, conservato a Cambridge (Massachusetts, USA) nella Harvard University. In questo caso abbiamo il Cristo che risorge, quasi volando, tanto da sembrare un angelo: dinamico, luminoso, tutto da contemplare. L’arco del sepolcro è dietro, in secondo piano. Cristo “sprigiona” raggi luminosi. Ciò che colpisce di più è la sua posa: sembra quasi volteggiare nell’aria, quasi come se fosse un ballerino. E’ la danza della Resurrezione: una danza che illumina ancora i giorni dell’umanità.  Aci 4

 

 

 

 

La Croce prima di Cristo. Il segreto delle Settimane Sante in Sicilia

 

In Sicilia, la Pasqua non è solo una ricorrenza religiosa; è un’esumazione. Mentre il resto del mondo cristiano osserva il rito della Risurrezione come una promessa di speranza, nell'isola del sole il fulcro rimane ossessivamente piantato nel legno, nel chiodo e nel sangue. C’è un sospetto che agita storici e antropologi: e se le imponenti processioni siciliane, con i loro migliaia di incappucciati e i lamenti strazianti, non stessero ricordando solo il Nazareno, ma il trauma mai sopito di un’intera nazione di schiavi?

Un’isola recintata di patiboli

Secoli prima che il Cristianesimo portasse il suo messaggio di salvezza, la Sicilia aveva già conosciuto la croce. Non come simbolo di fede, ma come strumento di sterminio politico. Tra il 135 e il 100 a.C., l’isola fu teatro delle Guerre Servili, le più grandi rivolte di schiavi della storia antica.

Il bilancio finale fu un’apocalisse: alla fine della prima guerra, il console Rupilio fece crocifiggere 20.000 uomini. Pochi decenni dopo, con la seconda rivolta di Salvio e Atenione, altre migliaia di corpi finirono appesi lungo le strade consolari. Per quasi un secolo, l'orizzonte siciliano non fu fatto solo di templi e vigne, ma di una selva infinita di croci che segnavano il paesaggio da Enna a Taormina, da Agrigento a Siracusa.

Il Cristo "Re degli Schiavi"

Quando i primi missionari cristiani giunsero in Sicilia, trovarono un popolo che non aveva bisogno di spiegazioni su cosa fosse la crocifissione. La conoscevano fin nelle ossa.

È qui che avviene il "travaso" psicologico: il Cristo dei Vangeli, arrestato, deriso con vesti regali di stracci e messo a morte dal potere romano, era l'immagine speculare di Euno, lo schiavo siriano che si era proclamato Re dei ribelli a Enna prima di essere annientato da Roma.

In Sicilia, la devozione per il Cristo martoriato è così carnale perché è identitaria. Quando il popolo piange il "Cristo alla Colonna", non sta solo pregando un Dio; sta piangendo, in modo inconscio, la memoria dei propri antenati che hanno osato sfidare l'Impero e sono stati ridotti al silenzio dal ferro e dal legno.

La parata degli anonimi: Gli Incappucciati

L’elemento più inquietante e affascinante della Pasqua siciliana è la massa degli incappucciati (i babbaluti, i confrati). Migliaia di uomini senza volto che sfilano in un silenzio che fa tremare le pietre.

Questa estetica dell'anonimato richiama direttamente la condizione dello schiavo: l'uomo privato del nome, del volto e dei diritti, destinato a una morte collettiva e senza sepoltura. Vedere oggi duemila incappucciati attraversare le nebbie di Enna non è solo un atto di penitenza; è il ritorno simbolico dell'esercito degli schiavi che, dopo duemila anni, torna a occupare la città che fu il cuore della loro rivolta.

Una memoria che il dogma non può contenere

C'è un motivo se le rappresentazioni siciliane sono così "eccessive" rispetto alla liturgia romana: esse devono contenere un dolore più grande. Devono servire da funerale collettivo per quei ventimila (e molti di più) che non ebbero mai una tomba né un lamento.

Il suono delle troccole (gli strumenti in legno che sostituiscono le campane), il ritmo funebre dei tamburi e i canti "a polivocale" che sembrano urla soffocate, sono i rimasugli acustici di un'isola-carcere che per decenni ha sentito solo il rumore dei martelli e i gemiti dei moribondi.

Conclusione

La Settimana Santa in Sicilia è dunque il più grande monumento politico involontario della storia dell'umanità. È il modo in cui una terra ha saputo "travestire" il proprio lutto storico con i paramenti della religione.

In Sicilia, la Croce non è un'importazione straniera; è un'eredità indigena. E ogni volta che un simulacro del Cristo passa tra la folla, l'isola non sta solo commemorando la Passione di un uomo di Galilea, ma sta celebrando il rito eterno di una terra che, per la libertà, ha accettato di diventare un immenso Calvario.

 

"In Sicilia, il venerdì santo non si celebra la morte di Dio, ma la sopravvivenza di un popolo che alla croce è sopravvissuto davvero."

Giuseppe Tizza, de.it.press 2.4.

 

 

 

 

 

Papst: Afrikareise war Friedensbotschaft in Zeit von Kriegen

 

Papst Leo XIV. hat seine Generalaudienz auf dem Petersplatz diesen Mittwoch genutzt, um Rückschau auf seine Afrikareise zu halten, von der er in der Vorwoche zurückgekehrt ist. Er dankte Gott dafür, dass es ihm möglich war „diese Reise als Hirte zu unternehmen, um das Volk Gottes zu treffen und zu ermutigen; und dass ich diese Reise als Botschaft des Friedens in einer historischen Zeit erleben durfte, die von Kriegen und schweren und häufigen Verstößen gegen das Völkerrecht geprägt ist." Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

In seinem Dank steckte somit auch erneut ein Appell für Frieden und Einhaltung der Rechte. Ganz ähnlich hatte sich das katholische Kirchenoberhaupt immer wieder auch während seiner elftägigen Reise geäußert, die ihn vom 13.-23. April nach Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea geführt hatte.

„Neben dem Ruf nach Frieden habe ich die schweren Ungerechtigkeiten angeprangert, die in diesen Ländern herrschen, die so reich an Rohstoffen sind; und ich habe die internationale Gemeinschaft aufgefordert, neo-koloniale Haltungen zu überwinden", brachte es Papst Leo XIV., der  als Muttersprachler wie üblich die Zusammenfassung seiner italienischen Rede auf Englisch selbst vortrug, auf den Punkt.

Zum Hören: Papst Leo XIV. bei der Generalaudienz am 29.4.2026: Afrika-Reise war Friedensbotschaft in Zeit von Kriegen (Audio-Beitrag von Radio Vatikan)

„Neben dem Ruf nach Frieden habe ich die schweren Ungerechtigkeiten angeprangert, die in diesen Ländern herrschen, die so reich an Rohstoffen sind; und ich habe die internationale Gemeinschaft aufgefordert, neo-koloniale Haltungen zu überwinden“

Papst Leo XIV. ging dann auf die einzelnen Reise-Länder genauer ein. Er, der selbst dem Augustinerorden angehört, betonte mit Blick auf die erste Etappe in Algerien, wo der heilige Augustinus wirkte, dass er dort auch Gelegenheit hatte, „in die Schule des heiligen Augustinus zu gehen: Mit seiner Lebenserfahrung, seinen Schriften und seiner Spiritualität ist er ein Meister in der Suche nach Gott und der Wahrheit. Ein Zeugnis, das heute für Christen und für jeden Menschen wichtiger denn je ist." Ebenso würdigte er den interreligiösen Dialog im mehrheitlich muslimischen Algerien - „wir konnten hautnah erleben und der Welt zeigen, dass es möglich ist, als Brüder und Schwestern zusammenzuleben, auch wenn wir unterschiedlichen Religionen angehören, wenn wir uns als Kinder desselben barmherzigen Vaters erkennen."

„Wir konnten hautnah erleben und der Welt zeigen, dass es möglich ist, als Brüder und Schwestern zusammenzuleben, auch wenn wir unterschiedlichen Religionen angehören, wenn wir uns als Kinder desselben barmherzigen Vaters erkennen“

Afrika im Glauben stärken - und Gerechtigkeit und Frieden anmahnen

Zu seiner Afrikareise generell sagte der Papst, es sei ihm so gegangen, wie Jesus mit den Menschenmengen in Galiläa: „Er sah, dass sie nach Gerechtigkeit dürsteten und hungerten, und verkündete ihnen: ,Selig sind die Armen, selig sind die Sanftmütigen, selig sind die Friedensstifter…` und erkannte ihren Glauben an und sagte: ,Ihr seid das Salz der Erde und das Licht der Welt` (vgl. Mt 5,1-16)." Genau darum war es dem Papst, einem früheren Missionar, gegangen: Er wollte die Menschen vor Ort im Glauben stärken und ihrer Sehnsucht nach Gerechtigkeit und Frieden Nachdruck verleihen. 

„Notwendigkeit einer gerechten Verteilung des Reichtums; die Notwendigkeit, der Jugend Raum zu geben und die endemische Korruption zu überwinden; die Notwendigkeit, eine ganzheitliche und nachhaltige Entwicklung zu fördern und den verschiedenen Formen des Neokolonialismus eine weitsichtige internationale Zusammenarbeit entgegenzusetzen“

Sein Besuch in Afrika sei für die Völker einerseits eine Gelegenheit gewesen, ihrer Stimme Gehör zu verschaffen, betonte der Papst, und andererseits auch Gelegenheit, „die Freude darüber zum Ausdruck zu bringen, Volk Gottes zu sein, und die Hoffnung auf eine bessere Zukunft, auf Würde für jeden und für alle." Papst Leo dankte allen für die Reise und den freundlichen Empfang und betonte einmal mehr, dass diese Reise ihm „unschätzbaren Reichtum" für sein Herz und seinen Dienst geschenkt habe. 

„Hoffnung auf eine bessere Zukunft, auf Würde für jeden und für alle“

Leo XIV. erinnerte bei seiner Generalaudienz auf dem Petersplatz, zu der rund 25.000 Leute gekommen waren, explizit daran, wie er in Kamerun, das „leider von Spannungen und Gewalt geprägt" sei, für Frieden warb. Zudem seien dort viele Probleme auch anderer afrikanischer Länder deutlich zu sehen - etwa „die Notwendigkeit einer gerechten Verteilung des Reichtums; die Notwendigkeit, der Jugend Raum zu geben und die endemische Korruption zu überwinden; die Notwendigkeit, eine ganzheitliche und nachhaltige Entwicklung zu fördern und den verschiedenen Formen des Neokolonialismus eine weitsichtige internationale Zusammenarbeit entgegenzusetzen", führte Leo XIV. konkret aus.

Freude des Evangeliums - und Aufruf zur tatsächlichen Achtung der Rechte

Mit Blick auf Angola erinnerte Papst Leo XIV. in seinem Reise-Rückblick an den langen Bürgerkrieg nach der Unabhängigkeit und daran, dass trotz vieler Mühen und Leidens immer die Freude des Evangeliums durchscheine: „Ich habe Frauen und Männer gesehen, die im Rhythmus der Lobgesänge auf den auferstandenen Herrn tanzen, der die Grundlage einer Hoffnung ist, die den Enttäuschungen standhält, die durch Ideologien und die leeren Versprechungen der Mächtigen verursacht werden." Es gelte, sich für die Rechte aller einzusetzen, rief der Papst noch einmal auf: 

„Diese Hoffnung verlangt nach konkretem Engagement, und die Kirche hat die Verantwortung, durch ihr Zeugnis und die mutige Verkündigung des Wortes Gottes die Rechte aller anzuerkennen und für ihre tatsächliche Achtung einzutreten."

„Die Kirche hat die Verantwortung, durch ihr Zeugnis und die mutige Verkündigung des Wortes Gottes die Rechte aller anzuerkennen und für ihre tatsächliche Achtung einzutreten“

In Äquatorialguinea, der letzten Etappe seiner Afrikareise, sei ihm unvergessen, was bei seinem Besuch eines Gefängnisses passierte. „Die Häftlinge sangen aus voller Kehle ein Dankeslied an Gott und den Papst und baten darum, ,für ihre Sünden und ihre Freiheit` zu beten. So etwas hatte ich noch nie gesehen. Und dann beteten sie mit mir das ,Vaterunser` im strömendem Regen. Ein echtes Zeichen des Reiches Gottes!", bekräftigte Leo XIV. in seiner persönlichen Reise-Rückschau bei der Generalaudienz. Er erinnerte auch noch einmal explizit an seine Jugend-Begegnung im Stadion von Bata und die Eucharistiefeier am nächsten Tag, der letzten vor seiner Rückreise, „die den Besuch in Äquatorialguinea und auch die gesamte Apostolische Reise würdig krönte."

(vn 29)

 

 

 

 

Vielfältige und freie Presselandschaft unerlässlich

 

Kardinal Marx zum Welttag der Pressefreiheit

Zum bevorstehenden Welttag der Pressefreiheit am 3. Mai 2026 erklärt der Vorsitzende der Publizistischen Kommission der Deutschen Bischofskonferenz, Kardinal Reinhard Marx:

„Der Welttag der Pressefreiheit macht deutlich: Freie und unabhängige Berichterstattung ist unverzichtbar für unsere Demokratie. Journalistinnen und Journalisten decken Missstände auf, ordnen Entwicklungen ein und schaffen die Grundlage für öffentliche Meinungsbildung. Weltweit sind sie dabei erheblichen Gefahren ausgesetzt – besonders dort, wo sie für ihre Arbeit ihr Leben riskieren. In vielen Ländern wird freie und kritische Berichterstattung gezielt unterdrückt, etwa durch Gewalt gegen Medienschaffende oder durch staatliche Repression gegenüber kritischen Stimmen.

Die Entwicklungen der vergangenen Jahre zeichnen ein zunehmend düsteres Bild von der Lage der Pressefreiheit: Die Zahl der Übergriffe gegen Journalistinnen und Journalisten nimmt zu. Zu oft bezahlen sie ihren Einsatz mit dem Leben. Kriege und bewaffnete Konflikte haben die Situation zusätzlich verschärft. Diesen existenziellen Bedrohungen muss entschieden entgegengetreten werden. Auch in demokratischen Gesellschaften gerät die Pressefreiheit unter Druck, sie ist nicht nur bedroht, wo offene Gewalt herrscht. Oft weniger sichtbar, aber nicht weniger wirksam, sind politische Einflussnahme, wirtschaftliche Abhängigkeiten und technologische Herausforderungen.

Besonders die digitale Transformation prägt heute alle Bereiche der öffentlichen Kommunikation. Digitale Plattformen sind zu zentralen Vermittlerinnen von Informationen geworden und beeinflussen maßgeblich, welche Themen präsent sind. Damit wächst auch die Verantwortung der dahinterstehenden Unternehmen, wirksam gegen Desinformation, manipulative Verkürzungen und Hassrede vorzugehen und zugleich Transparenz über ihre Entscheidungen herzustellen. Zudem sehen sich Journalistinnen und Journalisten immer häufiger gezielten Anfeindungen und Kampagnen ausgesetzt, die darauf abzielen, ihre Arbeit zu diskreditieren und sie persönlich einzuschüchtern. Umso wichtiger sind klare rechtliche Rahmenbedingungen, die Medienschaffende und ihre Quellen schützen sowie illegale Überwachung unterbinden.

Ein drängendes Problem ist die wachsende Konzentration von Macht: Ein Großteil der globalen Informationskanäle und Plattformen befindet sich im Besitz weniger globaler Akteure. Hier sind die einzigen ‚Währungen‘ Aufmerksamkeit und finanzieller Erfolg. Diese Entwicklung stellt eine ernsthafte Herausforderung für Meinungsvielfalt und freie Meinungsbildung dar. Hinzu kommt der rasante Fortschritt im Bereich der Künstlichen Intelligenz (KI). Inhalte können mithilfe von KI in bislang ungekanntem Tempo erzeugt und verbreitet werden – auch für politisch motivierte Desinformationskampagnen. Die Dynamik und die Masse von Informationen lassen einem gründlich arbeitenden Qualitätsjournalismus kaum Zeit, kursierende Inhalte zu prüfen und einzuordnen, und erschweren das Unterscheiden von verlässlichen und manipulierten Inhalten. Gleichzeitig geraten journalistische Angebote unter wirtschaftlichen Druck durch den Einsatz von KI-Systemen, die Nachrichten und Zusammenfassungen generieren. Besonders kleinere und unabhängige Medien geraten in eine schwierige Lage, was langfristig zu einem Verlust an Perspektiven und Vielfalt führen kann.

Vor diesem Hintergrund ist es wichtig, die Bedeutung einer freien und vielfältigen Presse- und Medienlandschaft immer wieder zu betonen. Denn sie ist eine zentrale Voraussetzung für individuelle Meinungsfreiheit ebenso wie für das Funktionieren demokratischer Prozesse. Technologische Entwicklungen kann und soll man vielleicht nicht aufhalten, aber sie brauchen Regeln und verantwortliche Gestaltung und Menschen müssen zu einem souveränen Umgang mit ihnen befähigt werden. Auch Künstliche Intelligenz kann dabei ein wertvolles Instrument sein. In einer zunehmend digitalen und technologischen Welt sind technologische Entwicklungen sogar unabdingbar. Entscheidend ist jedoch, sie nicht isoliert zu betrachten, sondern im Zusammenspiel mit anderen Faktoren: der Förderung von Medienkompetenz und gesellschaftlicher Teilhabe, der Stärkung eines unabhängigen Medienangebots sowie dem Schutz von Meinungsvielfalt.

Besonderer Dank gilt deshalb allen Journalistinnen und Journalisten weltweit. Ihr Einsatz für Wahrheit, Transparenz und öffentliche Verantwortung ist unverzichtbar! Eine freie Presse ist kein Gegenüber, das es zu fürchten gilt, sondern ein notwendiger Bestandteil einer demokratischen Gesellschaft.

Eine freie und unabhängige Presse dient dem Weltgemeinwohl und wurzelt im christlichen Menschenbild, also in der Würde des Menschen, dem gegenseitigen Respekt und der Freiheit aller Menschen. Deshalb ist auch der Einsatz der katholischen Kirche für die Pressefreiheit nicht nur geboten, sondern geradezu unerlässlich.“ Dbk 29

 

 

 

 

„Botschaft des Friedens von Papst Leo in Afrika war sehr stark“

 

Die jüngste Afrikareise von Papst Leo war aus Sicht des Nuntius in Kamerun und Äquatorialguinea ein großer Erfolg. Erzbischof José Avelino Bettencourt sagte in unserem Interview, die Erfahrung habe „uns als Kirche noch mehr geeint.“

Als Ordensoberer der Augustiner war Robert Francis Prevost schon viele Male in Afrika, allein neun Mal in Nigeria. Aber als Papst kam er zum ersten Mal. In elf Tagen besuchte er Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea. Nuntius Bettencourt sieht darin eine übergreifende Dimension. Der Papst habe enorm unterschiedliche kulturelle, religiöse und gesellschaftliche Situationen kennengelernt.

Eine einende Erfahrung

„Während seines Besuchs auf dem Kontinent hat der Heilige Vater die Freuden und Leiden des Leibes Christi in diesem Teil der Welt berührt“, so der kanadische, in Portugal geborene Papstbotschafter. „Gleichzeitig hat diese Kirche an die universale Kirche eine Bitte um Gebet und Solidarität gerichtet für die Situation, in der sie sich befindet. Es war eine sehr schöne und bedeutende Erfahrung, die uns als Kirche noch mehr geeint hat.“

Bettencourt begleitete Leo XIV. in seinen beiden Dienstländern Kamerun und Äquatorialguinea. In Kamerun habe der Papst ein großes und vielfältiges Land erlebt, das vom Atlantik bis zur Sahara reicht und 26 katholische Bistümer zählt, außerdem „rund 300 Ordensgemeinschaften, von den Trappisten bis zu den sozial besonders aktiven. Während des Besuchs konnte der Heilige Vater verschiedene wichtige Aspekte berühren, von den Eucharistiefeiern bis zum Besuch in der vom Krieg gezeichneten Region Bamenda.“

Starker Friedensappell 

Diese Etappe galt von vornherein als besonders wichtige Station: denn Papst Leo erhob in Bamenda einen Friedensappell, der weltweit wahrgenommen wurde. Der Nuntius:

„Die Botschaft des Friedens von Papst Leo war sehr stark. Ich glaube, sie wird ein ikonisches Bild dieses ersten Besuchs in Afrika bleiben. Es war ein Echo seiner ersten Worte vom Balkon der Petersbasilika: ‚Der Friede sei mit euch‘, die er in Afrika auf viele Arten wiederholen konnte. Der Papst ist durch die Straßen von Bamenda gegangen, und das war ein sehr starkes Symbol.“

„Die Botschaft des Friedens von Papst Leo war sehr stark. Ich glaube, sie wird ein ikonisches Bild dieses ersten Besuchs in Afrika bleiben.“

Unterschiedliche gesellschaftliche Realitäten

Neben Konfliktregionen habe der Papst auch soziale Einrichtungen besucht. In Douala habe er ein katholisches Krankenhaus aufgesucht, in Yaoundé ein Waisenhaus in einem überwiegend muslimischen Viertel. Diese Stationen hätten unterschiedliche gesellschaftliche Realitäten sichtbar gemacht.

In Äquatorialguinea sei die Erwartung besonders groß gewesen. Bettencourt erinnert an frühe Gespräche mit staatlichen Vertretern:

„Äquatorialguinea hat sich diesen Besuch seit langem gewünscht. Ich erinnere mich, dass mir bei der Überreichung meines Beglaubigungsschreibens als erste Frage gestellt wurde: ‚Wann wird der Heilige Vater hierher kommen?‘ Es ist ein mehrheitlich katholisches Land, ein kleines Land mit etwa zwei Millionen Einwohnern.“

Der Papst habe dort unter anderem ein Gefängnis in Bata besucht. Der Nuntius hob auch hervor, dass die Behörden während des Besuchs humanitäre Gesten gesetzt hätten. Die Bevölkerung in Afrikas einzigem spanischsprachigen Land empfingen den Papst mit großer Begeisterung: „Die Feierlichkeiten waren euphorisch. Die Menschen waren voller Glauben und haben diesen Besuch von ganzem Herzen erwartet.“

„Die Kirche schweigt nie“

Fortsetzung kirchlicher Verkündigung

Ein Schwerpunkt der ersten Afrika-Reise von Papst Leo lag auf sozialen Fragen. Mehrfach sprach das Kirchenoberhaupt über wirtschaftliche Gerechtigkeit, Rechte und Zukunftsperspektiven für die Menschen in den vier Ländern, die er besuchte. Bettencourt sieht in diesen Themen eine Fortsetzung kirchlicher Verkündigung:

„Der Heilige Vater hat das Evangelium verkündet, er hat die Lesungen des Tages auf die Realität angewendet. Die Kirche schweigt nie. Jedes Mal, wenn wir die Eucharistie feiern, hören wir das Wort Gottes, verkünden wir das Wort Gottes. Das ist eine Fortsetzung des Engagements der Kirche für Fortschritt und Entwicklung, und wir glauben, dass es gute Ergebnisse bringen wird.“

Auch die diplomatischen Beziehungen zwischen dem Heiligen Stuhl und den beiden Ländern seien Thema gewesen. Beide Staaten haben vor zehn Jahren Rahmenabkommen mit dem Heiligen Stuhl geschlossen. Diese regelten die rechtliche Stellung der Kirche sowie die Zusammenarbeit in zentralen gesellschaftlichen Bereichen. Bettencourt betont die langfristige Perspektive: „Es handelt sich um einen Prozess, der Heilige Stuhl engagiert sich mit großer Sorgfalt und Aufmerksamkeit, um die Ortskirche und die Ordensgemeinschaften zu unterstützen, die hier wirklich sehr großzügig arbeiten. Wir hoffen, etwas Konkretes verwirklichen zu können.“

„die Früchte dieses Besuchs werden nicht ausbleiben.“

Bettencourt bewertet Papst Leos erste Afrikareise als gelungen und blickt auf mögliche Folgen. „Den Heiligen Vater im ersten Jahr seines Pontifikats in Afrika zu haben, war wirklich eine Gnade und ein Segen, und die Früchte dieses Besuchs werden nicht ausbleiben. Mit dem fortgesetzten Engagement der Kirche und aller beteiligten Institutionen werden wir viele positive Ergebnisse sehen.“ (vn 28)

 

 

 

 

Neue Rahmenordnung für Priesterausbildung

 

Bischof Gerber: „Die Kirche der Zukunft braucht qualifizierte Priester“

Mit der Ratio Nationalis Institutionis Sacerdotalis veröffentlicht die Deutsche Bischofskonferenz heute (28. April 2026) eine neue Rahmenordnung für die Priesterbildung. Diese wurde am 11. März 2026 vom vatikanischen Dikasterium für den Klerus bestätigt. Sie ersetzt das Vorgängerdokument aus dem Jahr 2003. Die Ratio Nationalis orientiert sich an der römischen Ratio Fundamentalis, die am 8. Dezember 2016 von Papst Franziskus approbiert worden ist. Die Ratio Nationalis wurde in mehrjähriger Arbeit in einer Redaktionsgruppe der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste der Deutschen Bischofskonferenz erarbeitet.

Der Vorsitzende der Kommission für Geistliche Berufe und Kirchliche Dienste, Bischof Dr. Michael Gerber, erklärt: „Während der Erarbeitung des Textes haben wir zu Zwischenergebnissen ein kritisches Feedback unterschiedlicher Bezugsgruppen eingeholt, darunter Ausbildungsverantwortliche und Theologieprofessoren sowie Seminaristen und der auf der Ebene der Deutschen Bischofskonferenz gebildete Beirat von Betroffenen sexualisierter Gewalt. Deren Rückmeldungen wurden zusammen mit weiteren Fachexpertisen in die Redaktionsarbeit eingebunden. Mit den zuständigen römischen Stellen waren wir gerade auch in Bezug auf spezifische Fragen, die für den deutschen Kontext relevant sind – etwa die Bedeutung staatlicher Fakultäten für die Priesterausbildung –, im konstruktiven Austausch. Ich bin sehr dankbar, dass wir jetzt ein Dokument vorlegen können, das auf die Herausforderungen unserer Zeit mit Erkenntnissen aus der Humanwissenschaft, aber auch mit geistlicher und theologischer Tiefe reagiert. Mein Dank gilt allen, die sich bei der Erarbeitung dieses Dokumentes eingebracht haben.“

Die Ratio Nationalis formuliert verbindliche Standards für die Priesterausbildung in den deutschen (Erz-)Diözesen. Analog zur römischen Grundordnung beschreibt die Ratio Nationalis den Ausbildungsweg der Priester als ständige, ganzheitliche, gemeinschaftliche und missionarische Bildung. Dies entspricht einem Verständnis von Berufung als lebenslanges, dialogisches Geschehen, das sich in der Beziehung zu Jesus Christus und den Menschen sowie in einem Hineinwachsen in die kirchliche Communio vollzieht.: „Die Ausprägung einer dialogischen Existenz ist wesentlich für einen Priester. Deshalb soll die Ausbildung nicht allein den Erwerb einzelner Fertigkeiten, sondern vor allem die Persönlichkeitsentwicklung  fördern“, so Bischof Gerber. Er fügt hinzu: „Das bedeutet, dass der angehende Priester ein möglichst realistisches Bild von sich selbst gewinnt und in einen Modus findet, mit dem er lebenslang jeweils neue Erfahrungen in einen Prozess der fortdauernden Reifung seiner Persönlichkeit integrieren kann.“

Bei der Beschreibung wesentlicher Elemente der Priesterausbildung liegt die Ratio Nationalis auf einer Linie mit dem ebenfalls im März veröffentlichten Abschlussbericht der Studiengruppe  der Weltsynode, die mit einer Revision der Ratio Fundamentalis aus synodaler, missionarischer Perspektive beauftragt war und die enge Verwobenheit der Priesterberufung mit dem Volk Gottes herausgearbeitet hat. Beide Dokumente setzen Akzente, z. B. durch eine dezentralere Ausbildung, also einen Wechsel zwischen dem Leben im Seminar und dem Wohnen in Pfarrgemeinden, oder durch gemeinsame Ausbildungseinheiten angehender Priester mit anderen pastoralen Berufsgruppen. Kompetente Frauen sollen auf allen Ebenen der Ausbildung mit in die Verantwortung genommen werden. Die Bedeutung der Psychologie wird gestärkt. „Zudem zeigen beide Dokumente deutlich, dass ein synodaler Stil in der Priesterbildung verankert werden soll, aber auch umgekehrt, dass die Ausbildung der geistlichen Berufe auf allen Ebenen grundlegend für den Aufbau einer synodalen Kultur in der Kirche ist. An unserer synodalen Haltung und Unterscheidungsfähigkeit müssen wir ein Leben lang arbeiten“, so Bischof Gerber.

„Priester werden, ist nicht leicht. Es ist ein Weg und ich weiß aus meiner früheren Verantwortung in der Priesterausbildung um die Schwierigkeiten, die auf dem persönlichen Weg einer Priesterberufung liegen oder durch die aktuellen gesellschaftlichen und kirchlichen Herausforderungen entstehen. Diese sind herausfordernd, aber für mich kein Grund zur Entmutigung“, sagt Bischof Gerber. Vielmehr gelte es, sie realistisch und zuversichtlich anzunehmen, dass es genau diese Zeit sei, in der Gott zum Zeugnis herausruft. Bischof Gerber: „Ich wünsche mir sehr, dass Seminaristen wie Ausbildungsverantwortliche die Impulse der Ratio Nationalis aufnehmen und zur Grundlage ihres Handelns machen. Die Kirche der Zukunft braucht qualifizierte Priester, die zusammen mit den unterschiedlichen Gliedern des Volkes Gottes angesichts der großen Herausforderungen die Gegenwart in Kirche und Gesellschaft gestalten können.“Hinweise:

Die neue Rahmenordnung für Priesterausbildung Ratio Nationalis Institutionis Sacerdotalis (Die deutschen Bischöfe Nr. 118) kann unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen als PDF-Datei heruntergeladen werden. Das Dokument erscheint als Broschüre im Mai 2026 und kann dort bereits vorbestellt werden.

Ebenso kann die Broschüre Das Geschenk der Berufung zum Priestertum. Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis unter www.dbk.de in der Rubrik Publikationen als Broschüre bestellt oder als PDF-Datei heruntergeladen werden. Sie ist erschienen in der Reihe Verlautbarungen des Apostolischen Stuhls Nr. 209. Dbk 28

 

 

 

Asylpolitik: Kirche sieht Europas Schutzversprechen in Gefahr

 

Die EU will Rückführungen verschärfen, doch Kirchenvertreter warnen vor einer Politik, die Härte zeigt und Rechte schwächt. Im Streit um Haft, Return Hubs und Asylpolitik zeigt sich der Rechtsruck in Europa. Von Marlene Brey   

Die Europäische Union will mit einer neuen Rückführungsverordnung die Zahl der Abschiebungen deutlich erhöhen und Verfahren vereinheitlichen. Kritiker bezweifeln jedoch, dass die geplanten Maßnahmen die tatsächlichen Hürden bei Rückführungen adressieren. Stattdessen könnten sie nach Ansicht von Kirchenvertretern Grundrechte einschränken und neue rechtliche Unsicherheiten schaffen. Der Generalsekretär der Kommission der Kirchen für Migranten in Europa (CCME), Torsten Moritz, warnt vor einer Politik, die Härte signalisiert, ohne die Praxis wirksam zu verändern.

Herr Moritz, was regelt die geplante EU-Rückführungsverordnung?

Torsten Moritz: Sie legt fest, was mit Menschen passiert, die kein Aufenthaltsrecht in der EU haben – meist abgelehnte Asylbewerber, aber auch Personen mit abgelaufenem Visum oder ohne Papiere. Ziel ist, dass diese Menschen die EU tatsächlich verlassen.

Es heißt, nur jede fünfte ausreisepflichtige Person kehre tatsächlich zurück. Warum bezweifeln Sie, dass es mit der Verordnung gelingt, diese Zahl zu erhöhen?

Weil die Problemanalyse nicht stimmt. Diese Zahl ist aus unserer Sicht irreführend. Sie berücksichtigt nicht, dass viele Menschen die EU längst freiwillig verlassen haben. Und sie ignoriert, dass ein großer Teil der Betroffenen gar nicht abgeschoben werden kann – etwa weil ihnen im Herkunftsland Gefahr droht oder Papiere fehlen. Die vorgeschlagenen Maßnahmen werden daran nichts ändern. Sie sind aber teuer, ineffektiv und untergraben Rechte. Am Ende droht eine Symbolpolitik der Härte – und wenig tatsächliche Wirkung.

Warum helfen schärfere Maßnahmen nicht?

Weil man an der Realität vorbeireguliert. In Deutschland haben je nach Jahr 70 bis 80 Prozent der Ausreisepflichtigen eine Duldung. Der Staat weiß also selbst, dass diese Personen nicht zurückgeführt werden können. Und wer nicht zurückgeführt werden kann, wird es auch mit strengeren Regeln nicht können. Bei den anderen sind viele Maßnahmen kontraproduktiv. Wenn etwa stärker auf Haft gesetzt wird, schreckt das Menschen ab, im Verfahren zu bleiben – sie tauchen früher unter. Das kann am Ende sogar dazu führen, dass weniger Menschen erreichbar sind.

Welche Verschärfungen sehen die Kirchen besonders kritisch?

Zum einen die Ausweitung von Haft. Zum anderen die Einschränkung von Verfahrensrechten. Besonders problematisch ist aber die Verlagerung in Drittstaaten. Dort sind Rechtsgarantien oft nicht mehr gesichert, während die Verordnung selbst viele Standards nur vage formuliert. Man schafft einen Rahmen, lässt aber gerade bei restriktiven Maßnahmen viel Spielraum.

Das Stichwort lautet „Return Hubs“. Was ist mit diesen Rückkehrzentren gemeint?

Gemeint ist, dass Menschen nicht mehr unbedingt in ihr Herkunftsland zurückgeführt werden, sondern in einen Drittstaat, mit dem es ein Abkommen gibt. Das ist eigentlich keine Rückkehr mehr, sondern ein Weiterreichen. Und viele zentrale Fragen sind ungeklärt – etwa was passiert, wenn von dort keine Rückführung möglich ist.

Wo könnten solche Zentren entstehen?

Vermutlich in Staaten, die sich davon politische oder finanzielle Vorteile versprechen, etwa im Kontext von EU-Beitrittsverhandlungen. Da fällt häufig der Name Albanien. Diskutiert wurde auch Uganda – trotz erheblicher Menschenrechtsprobleme. Erfahrungen zeigen aber: Solche Modelle sind teuer und betreffen meist nur sehr wenige Personen.

Wann könnte das Realität werden?

Zunächst muss die Verordnung verabschiedet werden. Teile könnten erst nach einer Übergangszeit von bis zu zwei Jahren greifen. Ob und wann solche Modelle praktisch funktionieren, ist völlig offen – auch wegen rechtlicher Hürden.

Welche Rolle spielt der politische Rechtsruck im Europaparlament für diese Verordnung?

Eine wichtige. Man sieht, dass sich die konservative EVP-Fraktion, der auch CDU und CSU angehören, stärker nach rechts orientiert und teilweise mit rechten Kräften wie der AfD kooperiert – obwohl es in der Mitte andere Mehrheiten gäbe. Das verschiebt die Politik insgesamt. (epd/mig 28)

 

 

 

 

Papst Leo XIV. Geflüchtete „nicht schlechter als Haustiere“ behandeln

 

Papst Leo XIV. fordert mehr Einsatz gegen Fluchtursachen in Afrika. Wer über Migration spricht, müsse auch über Ausbeutung, Gerechtigkeit und die Verantwortung reicher Staaten und Konzerne reden.

Angesichts der anhaltenden Fluchtbewegung aus Afrika nach Europa hat Papst Leo XIV. mehr internationale Anstrengungen zur Bekämpfung von Fluchtursachen verlangt. „Wir müssen auf globaler Ebene zusammenarbeiten, um Justiz, Gerechtigkeit und Entwicklung voranzubringen, damit die Leute nicht in Richtung von Ländern wie Spanien emigrieren müssen“, sagte das Oberhaupt der katholischen Kirche zum Ende seiner Afrika-Reise auf dem Rückflug nach Rom. Dazu müssten auch „große, reiche, multinationale Konzerne“ einen Beitrag leisten.

Heute werde Afrika von vielen noch immer als ein Kontinent betrachtet, dem man zur eigenen Bereicherung seine Bodenschätze und Reichtümer abnehmen könne, kritisierte Leo. Im Juni wird Spanien Ziel seiner nächsten Auslandsreise sein. Der erste Pontifex aus den USA will dann auch die Kanarischen Inseln besuchen. Die Inseln liegen vor Westafrika und sind seit Jahren ein zentraler Ankunftsort für Schutzsuchende auf der gefährlichen Atlantikroute.

Menschenrechtsorganisationen zufolge sind Armut, bewaffnete Konflikte, politische Instabilität, Klimafolgen, fehlende wirtschaftliche Perspektiven und die Ausbeutung natürlicher Ressourcen die größten Fluchtursachen. Viele afrikanische Länder sind reich an Ressourcen, profitieren aber oft nur begrenzt von deren Wertschöpfung.

Leo: Migranten verdienen Respekt

Zum Schicksal von Geflüchteten aus afrikanischen Staaten sagte der Papst: „Das sind Menschen. Und wir müssen sie wie menschliche Wesen behandeln, auf menschliche Weise – und nicht schlechter als Haustiere, andere Tiere et cetera.“ Jeder Staat habe das Recht, an seinen Grenzen Regeln aufzustellen. „Ich sage nicht, dass alle kommen dürfen, ohne Ordnung. Manchmal sorgt das dort, wo sie ankommen, für ungerechtere Zustände als dort, wo sie abgefahren sind. Aber wenn Leute ankommen, verdienen sie Respekt wie jedes menschliche Wesen.“

Leo äußerte sich vor mitreisenden Journalisten auf dem Heimflug aus Äquatorialguinea, der letzten Station seiner Afrika-Reise. Das Oberhaupt von 1,4 Milliarden Katholiken hatte bei seiner bislang längsten Auslandsreise in den vergangenen anderthalb Wochen Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea besucht. (dpa/mig 28)

 

 

 

 

Jetzt für ein Stipendium des Cusanuswerks bewerben

 

Die Bischöfliche Studienförderung Cusanuswerk ruft leistungsstarke Auszubildende, Studierende und Promovierende dazu auf, sich für ein Stipendium zu bewerben. Als eines der 13 Begabtenförderungswerke in Deutschland unterstützt das Cusanuswerk junge Katholikinnen und Katholiken, die ihren Glauben aktiv leben und sich zugleich durch hervorragende fachliche Leistungen sowie gesellschaftliches Verantwortungsbewusstsein auszeichnen. Die Förderung umfasst eine monatliche finanzielle Unterstützung, ein vielfältiges Bildungs- und Seminarprogramm sowie geistliche Angebote.

Mehr als 2.400 Stipendiatinnen und Stipendiaten werden derzeit ideell und finanziell unterstützt. Jede geförderte Person erhält eine feste Ansprechperson, die bei Fragen rund um die Förderung begleitet. „Unsere Geförderten zeichnen sich durch exzellente fachliche Leistungen und ein ausgeprägtes Verantwortungsbewusstsein für das Gemeinwohl aus“, erläutert Prof. Dr. Georg Braungart, Leiter des Cusanuswerks: „Sie leben und bezeugen ihren christlichen Glauben und es gibt eine echte Vielfalt an beruflichen Perspektiven, politischen Überzeugungen und Frömmigkeitsformen. Wir fördern junge Menschen, die selbst zu Förderern für andere werden, die Lagerdenken überwinden, Brücken bauen und Versöhnung stiften.“

Für das Cusanuswerk ist Fördern mehr als Finanzieren. Neben einer Stipendienpauschale und BAföG-Leistungen gibt es den Zugang zu Seminarangeboten, spiritueller Begleitung und interdisziplinären Austauschformaten. Zur individuellen Begleitung bei der Unterstützung in der akademischen und beruflichen Entwicklung gehört ein lebendiges Netzwerk, das aus rund 13.000 aktuellen und ehemaligen Stipendiatinnen und Stipendiaten in Deutschland und weltweit besteht.

Anna Josefine Beiske, Medizinstudentin und Stipendiatin des Cusanuswerks, sagt: „Besonders begeistert mich der Zusammenhalt in der cusanischen Stipendiatenschaft. Schnell wächst ein Netzwerk – deutschlandweit und über Landesgrenzen hinaus. Ich bin sehr dankbar für die vielfältigen Möglichkeiten persönlichen Wachstums, für Inspiration und Rückhalt, die ich im Cusanuswerk erfahren durfte.“ Prof. Dr. Dr. Lukas Bunse, Universitätsklinik Heidelberg, Preisträger des Heinz Maier-Leibnitz-Preises 2025, ergänzt: „Die Zugehörigkeit zum Cusanuswerk war für mich immer auch ein Ansporn, meinem Beruf als forschender Arzt mit Haltung und Engagement nachzugehen.“

 

Hintergrund. Die Bischöfliche Studienförderung Cusanuswerk ist das Begabtenförderungswerk der katholischen Kirche in Deutschland und begeht in diesem Jahr ihr 70-jähriges Jubiläum. Mit staatlichen, kirchlichen und privaten Zuwendungen fördert das Cusanuswerk mehr als 2.400 herausragend begabte katholische Auszubildende, Studierende und Promovierende – ideell und finanziell. Für die herausragende Qualität von Abläufen und Strukturen, Leistungen und langfristigen Wirkungen wurde das Cusanuswerk 2025 von der Initiative Ludwig-Erhard-Preis e. V. (ILEP) mit dem Zertifikat „Recognised for Excellence – 5 Star“ ausgezeichnet. Es hat zudem den deutschen Excellence-Preis „Ludwig-Erhard-Preis 2024“ in Bronze erhalten. Der Preis wird von ILEP in Kooperation mit „Deutschland – Land der Ideen“ verliehen, der gemeinsamen Standortinitiative von Bundesregierung und deutscher Wirtschaft, um Spitzenleistungen in Deutschland sichtbar zu machen.Hinweise: Das Cusanuswerk fördert junge Menschen, die durch sehr gute Leistungen in Schule, Ausbildung und Universität, ihr Glaubenszeugnis und ihr Engagement überzeugen. Die aktuellen Bewerbungsfristen und Verfahren sind wie folgt festgelegt:

* Auszubildende: 1. Juni 2026;

* Studienanfängerinnen und -anfänger an Universitäten und Fachhochschulen: 1. Juli 2026;

* Studierende an Universitäten und Fachhochschulen: 1. August 2026;

* Provomierende: 1. Juni 2026 und 1. November 2026;

* Studierende an Kunstakademien und Kunsthochschulen: keine Selbstbewerbung möglich.

Alle Informationen zur Bewerbung gibt es auf der Internetseite des Cusanuswerks unter: www.cusanuswerk.de/bewerbung/ein-stipendium-vom-cusanuswerk.

Dbk 27

 

 

 

Katholiken-Komitee warnt vor AfD

 

Der Vorsitzende des Landeskomitees der Katholiken in Bayern, Christian Gärtner, bewertet die AfD als „brutal kirchen- und christentumsfeindlich“.

Gärtner sagte bei der Mitgliederversammlung des höchsten katholischen Laiengremiums im Freistaat am Samstag in Augsburg, die AfD brauche das Christentum lediglich als einen „aufgeblasenen Ballon“, nach dem Motto: „Wir verteidigen das christliche Abendland“.

Wenn es aber konkret werde, werde die Kirche als „Regenbogen-Kirche“ diffamiert, ergänzte Gärtner. Auch gebe es aus der Partei Bestrebungen, die Kirchensteuer und Staatsleistungen für die Kirche abzuschaffen. „Und da müssen wir aufpassen.“

Gärtner ergänzte, besonders die katholische Kirche in Sachsen-Anhalt stehe in dieser Hinsicht unter Druck. Dort könne es im Herbst nach den Landtagswahlen zu einer AfD-geführten Landesregierung kommen. „Wir müssen schauen, wie wir unsere katholischen Geschwister in Sachsen-Anhalt dann unterstützen.“

Kooperation mit Demokratie-Zentrum

Der Landeskomitee-Vorsitzende sagte, nach den bayerischen Kommunalwahlen vom März säßen in den entsprechenden Gremien deutlich mehr AfD-Abgeordnete als zuvor. Ihn treibe die Sorge um, wie dort künftig Debatten liefen. Denn bisher habe man auf lokaler und regionaler Ebene allgemein auch über Parteigrenzen hinweg gut im Sinne des Gemeinwohls zusammengearbeitet.

Das dürfte wegen des AfD-Zuwachses schwieriger werden, so Gärtner. „Das Miteinander über Parteigrenzen hinweg ist das eigentlich Gefährdete.“ Und weiter: „Wir wollen die Leute fitmachen, wie sie damit umgehen können.“ Gärtner kündigte an, das Landeskomitee wolle in dieser Hinsicht verstärkt mit dem Kompetenzzentrum Demokratie und Menschenwürde der Katholischen Kirche Bayern zusammenarbeiten. (kna 26)

 

 

 

 

Papst Leo, der Schafstall und die Diebe

 

Papst Leo XIV. hat die Gläubigen dazu aufgerufen, ihren Geist und ihr Herz vor Eindringlingen zu beschützen.

Jesus sei der gute Hirt, der seine Schafe kenne und liebe (vgl. Joh 10,1–10). Wer sich ihm anvertraue, habe nichts zu befürchten, so der Papst beim österlichen Mittagsgebet „Regina Coeli“ (Engel des Herrn). Anders verhalte es sich mit „Dieben“, die versuchten, sich aus unlauteren Beweggründen an uns heranzumachen.

„Die ‚Diebe‘ können viele Gesichter haben: Es sind jene, die ungeachtet des äußeren Anscheins unsere Freiheit ersticken oder unsere Würde nicht achten... Und vergessen wir auch jene „Diebe“ nicht, die durch die Plünderung der Ressourcen der Erde, durch das Führen blutiger Kriege oder durch das Nähren des Bösen in jeglicher Form nichts anderes tun, als uns allen die Möglichkeit einer Zukunft in Frieden und Unbeschwertheit zu rauben.“

„Jesus kommt nicht wie ein Dieb, um uns unser Leben und unsere Freiheit zu rauben“

Leo nahm damit Motive aus Ansprachen seiner Afrikareise wieder auf. In Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea hat er in den letzten Tagen eindringlich vor Ausbeutung, Kriegstreiberei und der Geringschätzung von Menschenrechten gewarnt.

„Jesus kommt nicht wie ein Dieb, um uns unser Leben und unsere Freiheit zu rauben, sondern um uns auf die rechten Wege zu führen. Er kommt nicht, um unser Gewissen zu vereinnahmen oder zu täuschen, sondern um es mit dem Licht seiner Weisheit zu erleuchten. Er kommt nicht, um unsere irdischen Freuden zu trüben, sondern um sie für ein erfüllteres und dauerhaftes Glück zu öffnen.“

Radio Vatikan: Papst Leo beim Mittagsgebet am 26. April 2026

Zum Schluss: eine Gewissenserforschung

Im Stil seines Vorgängers Franziskus, der vor einem Jahr gestorben ist, rief Papst Leo seine Zuhörenden zu einer Gewissenserforschung auf. „Wir können uns fragen: Von wem wollen wir uns in unserem Leben leiten lassen? Welches sind die ‚Diebe‘, die versucht haben, in unsere Umfriedung einzudringen? Ist es ihnen gelungen, oder konnten wir sie zurückdrängen?“ (vn 26)

 

 

 

Papst: Religionsunterricht ist wichtig für den gesellschaftlichen Dialog

 

Papst Leo XIV. hat an diesem Samstag die Teilnehmer des nationalen Treffens von Italiens katholischen Religionslehrkräften im Vatikan empfangen. In seiner Ansprache hob das Kirchenoberhaupt hervor, dass die religiöse Dimension ein konstitutives Element der menschlichen Erfahrung sei, welches im Bildungsprozess neuer Generationen nicht an den Rand gedrängt werden dürfe. Er dankte den Lehrkräften für ihren oft unauffälligen, aber für das Wachstum junger Menschen bedeutenden Dienst in den Schulen.

Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Papst betonte den hohen kulturellen Stellenwert des katholischen Religionsunterrichts. Dieser sei nützlich, um historische und soziale Dynamiken sowie Ausdrucksformen des Denkens und der Künste zu verstehen, die das Gesicht Europas und vieler Länder weltweit geprägt haben. Durch das Studium der biblischen Texte und der Lehre der Kirche werde den Schülern ein Zugang zu Inhalten ermöglicht, die andernfalls unverständlich bleiben könnten. Leo XIV. unterstrich in diesem Zusammenhang, dass eine wahre Säkularität das religiöse Phänomen nicht ausschließe, sondern es als Bildungsressource zu schätzen wisse. Ein solcher Ansatz fördere den Dialog, da das Kennen und Lieben der eigenen Identität die Voraussetzung dafür sei, anderen mit Respekt und Offenheit zu begegnen.

Erziehung zur inneren Freiheit

Bezugnehmend auf das Motto des Treffens, „Das Herz spricht zum Herzen“, das auf den heiligen John Henry Newman zurückgeht, erläuterte der Papst die pädagogische Bedeutung der persönlichen Beziehung. In einer Zeit konstanter Reize sei es eine der größten Aufgaben der Erziehung, jungen Menschen zu helfen, die innere Stimme wahrzunehmen und sie nicht im Lärm der Umgebung untergehen zu lassen. Der Mensch könne nicht ohne Wahrheit und authentische Bedeutungen leben. Erziehung bedeute daher, Menschen zum „Hören auf das Herz“ und damit zur inneren Freiheit und zum kritischen Denken zu führen. In diesem Prozess seien Glaube und Vernunft keine Gegensätze, sondern Weggefährten bei der Suche nach der Wahrheit.

Anforderungen an die Lehrerschaft

An die Lehrkräfte gewandt, forderte der Papst eine Haltung der Glaubwürdigkeit und der Nähe. Die Schüler benötigten keine vorgefertigten Antworten, sondern Erwachsene, die sie mit Autorität und Verantwortung bei den großen Fragen des Lebens begleiteten. Er zitierte in diesem Kontext den heiligen Augustinus von Hippo und dessen Worte über die innere Suche und die Sehnsucht nach Gott.

Ein guter Lehrer müsse Werte vermitteln, ohne sich selbst in den Mittelpunkt zu stellen oder moralisierend aufzutreten. Neben menschlicher Konsistenz forderte das Kirchenoberhaupt zudem eine solide fachliche Kompetenz, didaktische Vorbereitung und die Nutzung einer zeitgemäßen Sprache. Die Kirche sende die Lehrkräfte als Diener der Bildungswelt und „Choreografen der Hoffnung“ in die Schulen, um dort als Handwerker der Schönheit und Sucher der Weisheit zu wirken. (vn 25)

 

 

 

 

Papst Leo: Unterstützung für alle, die gegen Todesstrafe kämpfen

 

In einer Videobotschaft an die DePaul University in Chicago, die den 15. Jahrestag der Abschaffung der Todesstrafe im US-Staat Illinois feierlich beging, bekräftigt Papst Leo XIV. das Recht eines jeden Menschen auf Leben, „die eigentliche Grundlage jedes anderen Menschenrechts“. Daher sei der Vollzug der Todesstrafe als „Angriff auf die Unverletzlichkeit und Würde der Person“ unzulässig, so der Papst.

 „Ich spreche (…) jenen meine Unterstützung aus, die sich für die Abschaffung der Todesstrafe in den Vereinigten Staaten von Amerika und auf der ganzen Welt einsetzen“, unterstreicht Papst Leo XIV. in seiner auf Englisch gehaltenen Videobotschaft, die er an die DePaul University in Chicago geschickt hat. Die Heimatstadt des Papstes liegt im US-Bundesstaat Illinois, der vor 15 Jahren, am 9. März 2011, die Todesstrafe abgeschafft hatte. An diesem Tag setzte der damalige Gouverneur Pat Quinn mit seiner Unterschrift die diesbezügliche Entscheidung von Parlament und Senat vom 11. Januar 2011 in Kraft. Den Jahrestag beging die Chicagoer Universität mit einer Feierstunde, Papst Leo war mit seiner Videobotschaft ideell dabei:

„Die katholische Kirche hat stets gelehrt, dass jedes menschliche Leben vom Augenblick der Empfängnis bis zum natürlichen Tod heilig ist und geschützt werden muss“, beginnt der Papst seine kurze Ansprache mit einem Verweis auf die Tradition des Lehramts, und insbesondere seines Vorgängers Franziskus, der den Passus zur Todesstrafe im Katechismus der Katholischen Kirche 2018 nachgeschärft hatte. Seitdem kann kein Katholik sich mehr auf die Lehre der Kirche berufen, um die Todesstrafe zu rechtfertigen.

Wie auch Leo kategorisch hervorhebt, sei das „Recht auf Leben“ die „eigentliche Grundlage jedes anderen Menschenrechts“ und Voraussetzung für ein Gedeihen der Gesellschaft, die „Heiligkeit des menschlichen Lebens“ zu wahren – ein Gedanke, dem er bereits in seiner Ansprache an die beim Heiligen Stuhl akkreditierten Diplomaten Anfang des Jahres Ausdruck verliehen hatte.

Wirksamer Strafvollzug auch ohne Todesstrafe möglich

Die Würde eines Menschen, so bekräftigt Papst Leo in diesem Zusammenhang in der aktuellen Videobotschaft mit Blick auf den von Franziskus geänderten Katechismus, gehe „auch dann nicht verloren (...), wenn jemand schwerste Verbrechen begangen hat“. Ebenso sei es möglich – und bereits geschehen - „wirksame Strafvollzugssysteme“ zu entwickeln, „welche die pflichtgemäße Verteidigung der Bürger garantieren, zugleich aber dem Täter nicht endgültig die Möglichkeit der Besserung nehmen“, zitiert Leo den entsprechenden Passus (2267) nachdrücklich:

„Aus diesem Grund haben Papst Franziskus und meine unmittelbaren Vorgänger wiederholt darauf bestanden, dass das Gemeinwohl gewahrt und den Anforderungen der Gerechtigkeit entsprochen werden kann, ohne auf die Todesstrafe zurückzugreifen. Folglich lehrt die Kirche, dass ,die Todesstrafe unzulässig ist, weil sie gegen die Unantastbarkeit und Würde der Person verstößt‘ (ebd.).“

„Ich bete darum, dass Ihre Bemühungen zu einer größeren Anerkennung der Würde jedes Menschen führen und andere dazu inspirieren, sich für dieselbe gerechte Sache einzusetzen“

Deshalb schließe er sich der Feier zum 15. Jahrestag der Entscheidung des Gouverneurs von Illinois an, so der erste US-Amerikaner auf dem Stuhl Petri. Gleichzeitig spreche er allen seine Unterstützung aus, „die sich für die Abschaffung der Todesstrafe in den Vereinigten Staaten von Amerika und auf der ganzen Welt einsetzen“, versprach der Papst:

„Ich bete darum, dass Ihre Bemühungen zu einer größeren Anerkennung der Würde jedes Menschen führen und andere dazu inspirieren, sich für dieselbe gerechte Sache einzusetzen“, so Leo abschließend.

Roter Faden im Lehramt

Ähnlich hatte sich Papst Leo XIV. auch auf dem Flug von Malabo nach Rom geäußert, am Ende seiner elftägigen Apostolischen Reise, als er betonte, dass er „alle ungerechten Handlungen“ verurteile. „Ich verurteile die Tötung von Menschen. Ich verurteile die Todesstrafe“, sagte er vor Journalisten. Seine Begründung dabei war grundlegend: „Ich glaube, dass das menschliche Leben respektiert werden muss und dass das Leben aller Menschen – von der Empfängnis bis zum natürlichen Tod – respektiert und geschützt werden muss.“

Daraus folgte auch ein klares Urteil über staatliches Handeln, das sich sowohl als Verweis auf grausame Unrechtsregime als auch auf Demokratien, die die Todesstrafe vollziehen, lesen lässt: „Wenn ein Regime, wenn ein Land Entscheidungen trifft, die anderen Menschen ungerecht das Leben nehmen, dann ist das offensichtlich etwas, das verurteilt werden muss.“ (vn 25)

 

 

 

 

Bischofskonferenz stärkt Europa den Rücken

 

Kurz vor dem Europatag sendet die Deutsche Bischofskonferenz ein deutliches Signal an Brüssel und die Mitgliedstaaten. In ihrem an diesem Freitag veröffentlichten Zwischenruf „Europa, zeig? dich selbstbewusst!“ plädieren die Bischöfe für ein wertegeleitetes Handeln in einer instabilen Weltordnung. Dabei positionieren sie das Christentum als Motor für Demokratie und Frieden, während sie die Vereinnahmung religiöser Begriffe durch politische Hardliner scharf kritisieren.

In Zeiten wachsender geopolitischer Instabilität und internen Drucks auf die Europäische Union hat die Deutsche Bischofskonferenz (DBK) am 24. April 2026 ein leidenschaftliches Plädoyer für den europäischen Zusammenhalt veröffentlicht. Unter dem Titel „Europa, zeig? dich selbstbewusst!“ werben die Bischöfe für ein Europa, das seine Identität nicht über Abgrenzung, sondern über seine fundamentalen Werte definiert.

Ein Werteprojekt gegen die „Welt-Un-Ordnung“

Der Zwischenruf, der bereits während der zurückliegenden Vollversammlung erarbeitet wurde, skizziert die Vision einer EU, die als „Friedens-, Freiheits- und Demokratieprojekt“ auftritt. Angesichts einer skizzierten „Welt-Un-Ordnung“ fordern die Bischöfe die politisch Verantwortlichen in der EU und im Europarat auf, mutig für das Völkerrecht und multilaterale Zusammenarbeit einzustehen.

Das Papier betont, dass Europa ohne sein ethisches Fundament nicht denkbar sei. Der christliche Glaube habe – gemeinsam mit der Aufklärung – die Basis für die heutige Rechts- und Demokratietradition gelegt. Das Christentum habe der antiken Tradition das entscheidende Verständnis von der „Würde und grundlegenden Gleichheit aller Menschen hinzugegeben“.

Klare Absage an politischen Missbrauch von Religion

Die Bischöfe wenden sich explizit gegen die Nutzung des „christlichen Abendlands“ als politischer Kampfbegriff. Stattdessen müsse das Christentum einen positiven Beitrag zur Integration leisten, der auf dem Evangelium fußt – ein Friede, der als „Geschenk Gottes und Auftrag an alle Menschen“ verstanden wird.

Bischof Heiner Wilmer, Vorsitzender der DBK und der Bischöflichen Arbeitsgruppe Europa, unterstrich bei der Vorstellung die Dringlichkeit der Friedenssicherung:

„Wir folgen als Bischöfe damit Papst Leo XIV. und seinem Einsatz für Frieden in der ganzen Welt. In diesem Sinne sehe ich Europa in der besonderen Verantwortung, aus seinem Selbstverständnis heraus die Gültigkeit des Völkerrechts einzufordern.“

Trotz der wirtschaftlich und sicherheitspolitisch angespannten Lage müsse Europa eine „Erzählung der Hoffnung“ entwickeln. Nur aus dieser Hoffnung heraus entstehe der Antrieb, in der Weltpolitik wieder die Initiative zu ergreifen.

Tradition der Begleitung

Die Deutsche Bischofskonferenz begleitet den europäischen Einigungsprozess bereits seit seinen Anfängen. Der aktuelle Zwischenruf reiht sich ein in eine Serie diplomatischer Bemühungen: Erst im Februar 2026 hatten die Vorsitzenden der Bischofskonferenzen aus Deutschland, Italien, Frankreich und Polen einen gemeinsamen Appell zur Zukunft des Kontinents veröffentlicht. Mit dem heutigen Dokument festigen die deutschen Bischöfe ihre Rolle als konstruktive, aber mahnende Begleiter des europäischen Projekts. (kna/pm 24)

 

 

 

 

 

So war die Papstreise nach Afrika - sagt unser Reporter vor Ort

 

11 Tage, 19 Flüge, vier Länder, mehr als 16.000 Kilometer, 25 Reden oder Predigten: Die Reise von Papst Leo XIV. durch Afrika war seine bisher intensivste. Es ging nach Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea. Für uns vor Ort in Algerien und Angola war Stefan von Kempis. Hier seine ganz persönlichen Eindrücke.

Interview mit Stefan von Kempis, der für die Afrika-Reise von Papst Leo XIV. für uns vor Ort war 

Was war das Hervorstechende an dieser Reise?

Kurz gesagt: Die Vielfalt Afrikas. Das macht es gleichzeitig so schwierig, sie auf einen einzigen Nenner zu bringen. Die vier besuchten Länder stehen für fünf verschiedene Sprachzonen und haben eine ganz unterschiedliche Geschichte und Kultur. Gemeinsam haben sie nur zweierlei: eine koloniale Vergangenheit und autoritäre, kleptokratische Regierungen. Hätte Leo nur Demokratien besuchen wollen, wäre die Reise vermutlich deutlich kürzer ausgefallen.

„Hätte Leo nur Demokratien besuchen wollen, wäre die Reise wohl deutlich kürzer ausgefallen“

Was waren denn die Schwerpunkte des Papstbesuchs in den jeweiligen Ländern?

Algerien: Arabisches Nordafrika; muslimische Mehrheit; eine winzige katholische Kirche, gebildet fast ausschließlich von Ausländern; Schwerpunkt der Reise: Interreligiöser Dialog und eine geistliche Neuentdeckung des hl. Augustinus. – Kamerun: an der Bruchstelle zwischen englisch- und französischsprachigem Afrika gelegen; konfliktreich, mit dem ältesten Staatschef der Welt; hier ging es in erster Linie um Frieden. – Angola: im südlichen Afrika gelegen, portugiesischsprachig; eine jahrhundertelange Geschichte schweren Leidens, mit Sklavenhandel, Bürgerkrieg und Ausplünderung der Ressourcen; hier zog der Papst gegen Ausbeutung und Korruption zu Felde. – Und schließlich Äquatorialguinea: Spanischsprachig; hier herrscht zwar nicht der älteste, aber der am längsten amtierende Staatschef des Planeten, mit eiserner Faust; und hier brachte Leo das Thema Menschenrechte aufs Tapet.

Gab es einen roten Faden in dem, was Papst Leo sagte?

Ja: Die Freude am Christsein. Ein Evangelium, das ansteckt, das die Trägheit überwindet und zum Einsatz drängt. Ganz anders als bei seinen zwei bisherigen sonstigen Auslandsreisen (Nahost und Monaco) hat sich Leo XIV. in Afrika als das entpuppt, was er jahrzehntelang war: als Missionar nämlich. Da ging er manchmal auch stärker aus sich heraus, als wir das von ihm bisher gewohnt sind.

„Die Trump-Kontroverse hat der Reise jedenfalls eine Aufmerksamkeit verschafft, die sie sonst nicht unbedingt gehabt hätte“

Welche Rolle spielte die Kontroverse um Äußerungen von Donald Trump in den sozialen Netzwerken bei dieser Papst-Reise?

Sie hat der Reise jedenfalls eine Aufmerksamkeit verschafft, die sie sonst nicht unbedingt gehabt hätte. 

Was war für Dich das Beeindruckende, Überraschende, Interessante?

„Warum können die Kinder, die barfuß durch den Staub von Angola laufen und betteln, nicht in eine ordentliche Schule gehen wie unsere eigenen Kinder, warum haben sie nicht dieselben Chancen?“

Da würde ich noch einmal sagen: Die Vielfalt Afrikas. Vom mediterranen Norden bis in den lauten und heißen Süden. Wenn man diese Länder besucht, versteht man auf einmal ganz neu, warum es dem früheren Papst Franziskus so wichtig war, die Welt von der Peripherie aus zu betrachten. Unser Blickwinkel ist der des reichen Westens, der sich gewissermaßen woanders bedienen darf, um seinen Standard zu halten; von der Seite, von den armen Ländern aus gesehen, wird einem auf einmal die Ungerechtigkeit des Systems, das unsere Welt bestimmt, deutlich. Warum können die Kinder, die barfuß durch den Staub von Angola laufen und betteln, nicht in eine ordentliche Schule gehen wie unsere eigenen Kinder, warum haben sie nicht dieselben Chancen? Die Frage lässt sich nicht mehr so leicht verdrängen, wenn man durch ein Land wie Angola reist… (vn 24)

 

 

 

 

 

Leo XIV.: Als Hirte kann ich nicht für den Krieg sein

 

Papst Leo XIV. hat auf dem Rückflug von seiner Afrikareise über Krieg und Frieden, seine Rolle als Papst, die Verhandlungen zwischen den USA und dem Iran und über Migration gesprochen. Zur formellen Segnung homosexueller Paare, die die katholische Kirche in Deutschland beschloss hat, sagte er, der Heilige Stuhl sei damit nicht einverstanden, bekräftigte aber zugleich wie Franziskus den Grundsatz der Aufnahme von „allen, allen, allen“.

Zu Beginn der fliegenden Pressekonferenz vor etwa 70 mitreisenden Medienschaffenden ordnete Leo XIV. den Charakter seiner Afrikareise ein. „Wenn ich eine Reise mache, spreche ich für mich selbst, aber heute als Papst, Bischof von Rom, ist es vor allem eine apostolische pastorale Reise, um das Volk Gottes zu finden, zu begleiten und kennenzulernen.“ Häufig richte sich das Interesse auf politische Aussagen, der Papst betont jedoch eine andere Priorität: „Die Reise ist vor allem als Ausdruck zu verstehen, das Evangelium zu verkünden, die Botschaft Jesu Christi zu verkünden.“

Diese Verkündigung führe ihn nah an die Menschen. „Das ist eine Weise, sich dem Volk zu nähern, in seiner Freude, in der Tiefe seines Glaubens, aber auch in seinem Leiden.“ Gespräche mit Staatschefs gehörten dazu, um Veränderungen anzustoßen. „Es ist wichtig, auch mit den Staatsoberhäuptern zu sprechen, um einen Mentalitätswandel zu fördern oder eine größere Offenheit für das Wohl des Volkes zu erreichen.“ Rückblickend zog der Papst ein positives Fazit: „Ich bin sehr zufrieden mit der gesamten Reise, aber das Leben, das Begleiten, das Gehen mit dem Volk von Äquatorialguinea war wirklich ein Segen.“

Kultur des Friedens statt Gewalt als erste Reaktion

Im Blick auf internationale Konflikte formulierte Leo XIV. eine klare Absage an Gewalt. „Ich möchte damit beginnen zu sagen, dass wir eine neue Haltung und eine Kultur des Friedens fördern müssen“, sagte er bei der Pressekonferenz. Häufig sei die erste Reaktion auf Krisen Gewalt - mit dramatischen Folgen: „Wir haben gesehen, dass viele Unschuldige gestorben sind.“

Der Papst verwies auf konkrete Schicksale. „Ich habe gerade den Brief einiger Familien von Kindern gesehen, die am ersten Tag des Angriffs gestorben sind.“ Diese Familien berichteten vom Verlust ihrer Kinder. Daraus leitet er eine grundsätzliche Perspektive ab: „Die Frage ist nicht, ob sich ein Regime ändert oder nicht, die Frage ist, wie wir die Werte fördern, an die wir glauben, ohne den Tod so vieler Unschuldiger.“

Zur Lage im Iran äußert sich Leo XIV. zurückhaltend, die Lage sei „offensichtlich sehr komplex.“ Die Verhandlungen verlaufen widersprüchlich. „An einem Tag sagt Iran ja und die Vereinigten Staaten sagen nein und umgekehrt, und wir wissen nicht, wohin es geht.“ Die Menschen im Land spürten die Folgen stark: „Es gibt eine ganze Bevölkerung im Iran von unschuldigen Menschen, die unter diesem Krieg leiden.“

Auf einer grundsätzlichen Ebene rief der Papst abermals zu Dialog und Einhaltung des Völkerrechts auf. Er forderte, „dass die Parteien alle Anstrengungen unternehmen, um den Frieden zu fördern, die Bedrohung durch den Krieg zu beseitigen und das internationale Recht zu respektieren.“ Besonders hob er den Schutz von Zivilisten hervor: „Es ist sehr wichtig, dass die Unschuldigen geschützt werden.“

„Als Kirche – ich sage es noch einmal – als Hirte kann ich nicht für den Krieg sein“

Er selbst trage das Foto eines muslimischen Kindes bei sich, sagte Papst Leo; der Junge sei im Libanon bei seinem Besuch mit einem Schild dagestanden, auf dem „Willkommen Papst Leo“ stand. In der Zwischenzeit sei das Kind im Krieg gestorben. „Als Kirche – ich sage es noch einmal – als Hirte kann ich nicht für den Krieg sein“, erklärte Leo. „Und ich möchte alle ermutigen, sich dafür einzusetzen, Antworten zu suchen, die aus einer Kultur des Friedens kommen und nicht aus Hass und Spaltung."

„Was tut der Norden der Welt, um dem Süden der Welt zu helfen?“

Auch die Migrationsfrage nahm breiten Raum bei der Pressekonferenz ein. Der Papst beschrieb sie als globales Phänomen. Er wolle seine Antwort aber mit einer Gegenfrage beginnen: „Was tut der Norden der Welt, um dem Süden der Welt zu helfen?“ Viele junge Menschen sähen keine Perspektive in ihren Herkunftsländern und träumten deshalb davon, in den Norden zu gehen.“ Gleichzeitig fehlten in den Zielländern Lösungen. „Der Norden hat oft keine Antworten darauf, wie man ihnen Möglichkeiten bieten kann.“ Der Papst verwies auch auf kriminelle Strukturen, das Thema Menschenhandel gehöre ebenfalls zur Migration.

Im Anliegen, Grenzen zu schützen, sieht Papst Leo nichts Falsches. „Ich persönlich bin der Meinung, dass ein Staat das Recht hat, an seinen Grenzen Regeln festzulegen. Ich sage nicht, dass jeder ungeordnet einreisen darf, was an den Orten, an denen sie ankommen, manchmal zu Situationen führt, die ungerechter sind als jene, die sie zurückgelassen haben." 

Zugleich beanstandete der Papst eine fehlende Verantwortung der Politik und der Gesellschaft im Westen für jene, die keine andere Wahl als Migration haben. „Ich frage mich: Was tun wir in den reicheren Ländern, um die Situation in den ärmeren Ländern zu verändern?“ In diesem Zug kritisierte der Papst rücksichtslose wirtschaftliche Ausbeutung. „Vielen Menschen gilt Afrika als ein Ort, an dem man Mineralien abholen kann, seine Reichtümer für den Reichtum anderer Länder. Vielleicht sollten wir auf weltweiter Ebene mehr daran arbeiten, Gerechtigkeit, Gleichheit und die Entwicklung dieser Länder Afrikas zu fördern, damit sie nicht gezwungen sind auszuwandern.“

Darüber hinaus betonte Leo die unverbrüchliche Würde jedes einzelnen Menschen, der zum Migranten wird. „In jedem Fall sind es Menschen, und wir müssen Menschen menschlich behandeln, nicht sie oft schlechter behandeln als Tiere.“ Das ganze Thema Migration eine große Herausforderung, so der Papst weiter: „Ein Land mag zwar behaupten, nicht mehr als diese bestimmte Zahl aufnehmen zu können, doch wenn die Menschen ankommen, sind sie Menschen und verdienen den Respekt, der jedem Menschen aufgrund seiner Würde zusteht.“

Diplomatie mit autoritären Staaten? „Hinter den Kulissen wird viel gearbeitet"

Auf eine Frage zum Thema Diplomatie verteidigte Leo XIV. die Kontakte des Heiligen Stuhls zu autoritären Regimen. Es koste den Heiligen Stuhl manchmal auch Opfer, diplomatische Beziehungen zu bestimmten Ländern aufrecht zu erhalten. Man habe aber so die Möglichkeit, mit ihnen auf diplomatischer Ebene zu sprechen und manches Anliegen voranzubringen. „Wir geben nicht immer große Erklärungen ab, in denen wir Kritik üben, Urteile fällen oder Verurteilungen aussprechen. Aber hinter den Kulissen wird sehr viel Arbeit geleistet, um Gerechtigkeit zu fördern, humanitäre Anliegen voranzubringen, manchmal nach Fällen zu suchen, in denen es politische Gefangene gibt, und einen Weg zu finden, sie freizubekommen.“ Der Heilige Stuhl versuche, unter Wahrung der Neutralität und auf der Suche nach Wegen, um positive diplomatische Beziehungen zu vielen verschiedenen Ländern aufrechtzuerhalten, das Evangelium auf konkrete Situationen anzuwenden, damit sich das Leben der Menschen verbessern kann.“

Segensfeiern für homosexuelle Paare: Nein vom Heiligen Stuhl

Zur innerkirchlichen Debatte über Segensfeiern für homosexuelle Paare formulierte der Papst die Position des Heiligen Stuhles in aller Klarheit. Er ordnet das Thema zunächst ein: „Ich glaube, es ist sehr wichtig zu verstehen, dass die Einheit oder Spaltung der Kirche sich nicht um sexuelle Fragen drehen sollte.“ Andere Fragen seien „viel größer und wichtiger", etwa Gerechtigkeit, Gleichheit, die Freiheit von Männern und Frauen sowie Religionsfreiheit.

Zur konkreten Entscheidung in Deutschland, formelle kirchliche Segensfeiern für homosexuelle Paare einzuführen, äußerte er sich eindeutig. „Der Heilige Stuhl hat bereits mit den deutschen Bischöfen gesprochen. Der Heilige Stuhl hat klargestellt, dass wir nicht mit der formalisierten Segnung von Paaren einverstanden sind – in diesem Fall homosexuellen Paaren – oder von Paaren in irregulären Situationen.“ Gleichzeitig verwies er auf die bestehende Praxis allgemeiner Segnungen. „Wenn ein Priester am Ende der Messe den Segen gibt, wenn der Papst am Ende einer großen Feier den Segen gibt, dann gibt es Segnungen für alle Menschen.“

Leo kam auch auf das bekannte Wort der Inklusion „alle, alle, alle“ seines Vorgängers Franziskus zu sprechen. Diese Formlierung bringe „die Überzeugung der Kirche zum Ausdruck, dass alle willkommen sind, alle eingeladen sind, Jesus nachzufolgen, und alle dazu eingeladen sind, in ihrem Leben nach Bekehrung zu streben. Wenn wir heute darüber hinausgehen, könnte dies meiner Meinung nach eher Uneinigkeit als Einheit hervorrufen, und wir sollten versuchen, unsere Einheit auf Jesus Christus zu gründen und auf das, was Jesus Christus lehrt." 

„Ich verurteile die Todesstrafe“

Schließlich nahm Leo XIV. auch zur Todesstrafe Stellung. „Ich verurteile alle ungerechten Handlungen. Ich verurteile die Tötung von Menschen. Ich verurteile die Todesstrafe.“ Seine Begründung ist grundlegend: „Ich glaube, dass das menschliche Leben respektiert werden muss und dass das Leben aller Menschen – von der Empfängnis bis zum natürlichen Tod – respektiert und geschützt werden muss.“ Daraus folgt ein klares Urteil über staatliches Handeln: „Wenn ein Regime, wenn ein Land Entscheidungen trifft, die anderen Menschen ungerecht das Leben nehmen, dann ist das offensichtlich etwas, das verurteilt werden muss.“

(vn 23)

 

 

 

 

 

Deutsche Bischofskonferenz verabschiedet Nuntius Eterovic

 

Bischof Wilmer: „Diplomatie ist eine Brücke zu Verständigung und Frieden“

Mit einem Gottesdienst in der Sankt Hedwigs-Kathedrale in Berlin hat sich die Deutsche Bischofskonferenz heute (22. April 2026) vom Apostolischen Nuntius in der Bundesrepublik Deutschland, Erzbischof Dr. Nikola Eterovic, verabschiedet. Zahlreiche Gläubige, Vertreter des Diplomatischen Korps und des Außenministeriums sowie der kroatischen Gemeinde in Berlin feierten die Heilige Messe mit dem Nuntius und den Konzelebranten Kardinal Reinhard Marx, Erzbischof Dr. Heiner Koch und Bischof Dr. Heiner Wilmer. Außerdem nahmen Bischöfe bzw. deren Vertreter aus 16 Bistümern am Gottesdienst teil.

Bei einem anschließenden Empfang dankte Bischof Wilmer für das über zwölfjährige Wirken des Nuntius in Deutschland und stellte es unter das Psalmwort „Du führst mich hinaus ins Weite“ (Psalm 18,20). Dieses Zitat sei eine Aufgabenbeschreibung für das, was den Dienst eines Nuntius ausmache: „für den Heiligen Vater und damit im Namen Jesu Christi hinaus ins Weite zu gehen, um die Kirche in ihrem internationalen und damit weltkirchlichen Kontext zu vertreten und das Wort Gottes zu verkünden“, so Bischof Wilmer. Er fügte hinzu: „Der Auftrag, in die Weite hinauszugehen, hat Sie über ein Jahrzehnt in Deutschland gebunden. Ich benutze das Wort bewusst, weil ich mit ‚gebunden‘ nicht gefesselt meine, sondern die Verantwortung ausdrücken möchte, mit der Sie sich für den Dienst des Heiligen Stuhls in unserem Land gebunden gefühlt haben. Dadurch ist Verbindung geworden, daraus sind Bindungen, wir können auch sagen, Freundschaften gewachsen. Allein 18 Diözesanbischöfe sind in Ihrer Zeit ernannt worden und zahlreiche unserer Weihbischöfe. Sie haben unsere Bischofskonferenz also ganz wesentlich mitgeprägt.“

Bischof Wilmer dankte dem Nuntius für dessen vielfältigen Dienst, bei dem es nicht immer nur einfach mit den Deutschen gewesen sei: „Aber Sie als Diplomat und Seelsorger haben in einer einfühlsamen Balance die Kirche in Deutschland genommen und begleitet, wie sie ist: vielfältig und fromm, politisch und theologisch versiert. Deshalb sind wir Ihnen dankbar, dass Sie uns als Ortskirche respektiert haben, wie wir sind, dass Sie uns begleitet haben, wo es notwendig war und dass Sie uns bis auf den heutigen Tag verbunden sind, was zeigt, dass wir doch einander verstanden haben.“

In seiner Ansprache würdigte Bischof Wilmer ebenfalls den diplomatischen Einsatz des Heiligen Stuhls und ging dabei auch auf die aktuellen weltpolitischen Konflikte ein. Mit dem Nuntius werde das vielfältige Bemühen Roms sichtbar, „international für den Frieden zu werben, Versöhnung zu vermitteln und durch die Kraft des Evangeliums zu wirken. Diplomatie ist für Sie und den Heiligen Stuhl eine Brücke zu Verständigung und Frieden. Dankbar schauen wir auf diesen Brückenbau und den Heiligen Vater für dessen Friedensbemühungen, die wir auch durch andere Auffassungen aus Washington in keiner Weise gering schätzen. Im Gegenteil: Papst Leo XIV. in diesen Tagen seiner Friedensmission von Algerien durch den afrikanischen Kontinent derart politisch von einer Seite belehren zu wollen, ist inakzeptabel. Es bleibt zu hoffen, dass die Weltgemeinschaft das diplomatische und pastorale Wirken des Heiligen Vaters weiter in der Weise anerkennt, wie es angemessen ist und nicht wie es von partikularen Interessen großer Mächte in Misskredit gebracht wird“, so Bischof Wilmer. Dbk 22

 

 

 

 

Papst an Jugend: Seid Vorbilder des Friedens, strebt nicht nach einfachem Erfolg

 

Am Ende seines Besuchs in Äquatorialguinea hat Papst Leo XIV. vor jungen Menschen und Familien im Stadion der Stadt Bata die Bedeutung christlicher Werte für die Gestaltung der Zukunft hervorgehoben. Unter dem Reisemotto „Christus, Licht Äquatorialguineas auf dem Weg in eine Zukunft der Hoffnung“ betonte er die Notwendigkeit, das Erbe aus Traditionen und Glauben als Grundlage für die gesellschaftliche Entwicklung zu nutzen. Mario Galgano

Bei seinem vorletzten öffentlichen Treffen bei seiner Afrikareise hörte der Papst am Mittwochabend die Lebenszeugnisse einiger der 50.000 im Stadion von Bata versammelten Äquatorialguineer, von den Herausforderungen für Frauen in der Arbeitswelt bis hin zum Weg der Ehe, der - so griff Papst Leo das Zeugnis in seiner Ansprache auf - „in Freiheit wächst“. Zudem betonte er die Bewahrung familiärer Werte, auch wenn Urteile, Vorurteile und Stereotypen versuchten, diese herabzusetzen. All dies trage zu einem „glanzvollen und anspruchsvollen“ Erbe bei, zu dessen Hütern und Fundament die neuen Generationen berufen seien.

In seiner Rede bezog sich der Papst auf die eben gehörten Ausführungen der jungen Menschen, die bei dem Treffen eine „Kultur des Einsatzes, der Disziplin und der gut gemachten Arbeit“  gefordert hatten. Leo XIV. unterstrich, dass christliches Handeln über den Gottesdienstbesuch hinausgehe. Der Papst sprach von Alicia, die ihren Traum von einer Welt mitgeteilt habe, „in der junge Menschen, Männer wie Frauen, nicht den einfachen Erfolg suchen, sondern sich für eine Kultur des Einsatzes, der Disziplin und der gut gemachten Arbeit entscheiden, und dass das auch wertgeschätzt werden sollte“. Weiter führte Leo aus:

„Christ zu sein bedeutet über die Teilnahme an der Eucharistiefeier hinaus, auch in Würde zu arbeiten und alle mit Respekt zu behandeln... Dies lädt uns ein, über die Bedeutung einer fruchtbaren Beschäftigung nachzudenken wie auch über die Notwendigkeit, sich stets für die Würde aller Menschen einzusetzen.“  

Der Papst erinnerte in diesem Zusammenhang auch an die Worte von Johannes Paul II. aus dem Jahr 1982, der damals das zentralafrikanische Land besucht hatte. Sein Nachfolger Leo rief nun die Anwesenden dazu auf, Vorbilder der Eintracht und Versöhnung zu sein. Der Pontifex forderte die Achtung der Rechte jedes Bürgers und jeder sozialen Gruppe ein. In Äquatorialguinea kommt es gemäß internationalen Menschenrechtsorganisationen regelmäßig zu schwerwiegenden Verletzungen der Menschenrechte.

Familie als „Bildnis Gottes“

Ein zentraler Aspekt seiner Ansprache war die Stärkung der familiären Strukturen. Der Papst bezeichnete Familien als den „fruchtbaren Boden“ für das menschliche Wachstum. Er ermutigte Paare, die Vorbereitung auf das Sakrament der Ehe als einen Weg der Heiligkeit zu begreifen, der „immer das Wohl und das Glück des anderen sucht“ - und richtete folgende direkte Worte an Eheleute:

„Ehepartner und Eltern zu sein ist eine begeisternde Aufgabe, ein Bund, der Tag für Tag gelebt werden will, in dem man sich gegenseitig stets neu entdeckt und gemeinsam mit Gott das Wunder des Lebens ermöglicht und das Glück für euch und für eure Kinder. Bereitet euch darauf vor, diese Berufung als einen Weg wahrer Liebe zu leben, die in der Freiheit wächst; als einen Weg der Hoffnung, die aus dem Bewusstsein kommt, dass Gott euch nicht im Stich lässt.“

Unter Bezugnahme auf den Erfahrungsbericht eines 13jährigen Jungen, der mit seiner alleinerziehenden Mutter lebt, mahnte das Kirchenoberhaupt eine Welt an, die auf der „Achtung vor dem ungeborenen und heranwachsenden Leben“ sowie auf der Verantwortung gegenüber Kindern gründet. Er zitierte zudem seinen Vorgänger Franziskus, wonach das liebende Paar, das Leben zeugt, das „wahre, lebende ‚Bildnis‘ Gottes" sei und fügte an:

„Eine Familie, in der man es versteht, einander anzunehmen und zu lieben, ist Licht, ist Wärme.“

„Victor Antonio hat uns daran erinnert, dass die Annahme des Lebens Liebe, Engagement und Fürsorge erfordert, und diese Worte aus dem Mund eines jungen Menschen müssen uns ernsthaft zu denken geben, wie wichtig es ist, die Familie zu schützen und zu bewahren, zusammen mit den Werten, die in ihr erlernt werden. Pflegen wir sie, leben wir sie und bezeugen wir sie auch dann, wenn es Opfer verlangt, oder wenn, wie Jaime Antonio und Purificación (ein junges Ehepaar, das bei dem Treffen zu Wort kam; Anm. d. Red.) sagten, Urteile, Vorurteile und Klischees ihren Wert herabsetzen wollen. Eine Familie, in der man es versteht, einander anzunehmen und zu lieben, ist Licht, ist Wärme.“

Von der Schönheit der Liebe begeistern lassen

Lobende Worte fand das katholische Kirchenoberhaupt für die Jugend des Landes. Das strahlendste Licht hier sei jenes in ihren Augen, in ihren Gesichtern, in ihrem Lächeln, ihren Liedern, die alle bezeugten, dass Christus Freude, Sinn, Inspiration und Schönheit in das Leben eines jeden Menschen bringe, so Leo XIV..

An die jungen Menschen gerichtet, die eine Berufung zum Priester- oder Ordensleben verspüren, sagte das Kirchenoberhaupt, sie sollten sich nicht fürchten, diesen Weg der Hingabe einzuschlagen. Das „Licht der Nächstenliebe“, so der Papst abschließend, müsse in den Familien gepflegt werden, um die Welt und ihre Institutionen zu verwandeln, damit „jeder Mensch Anerkennung findet und niemand vergessen wird“: 

„Das Licht der Nächstenliebe, das in den Familien gepflegt und im Glauben gelebt wird, kann die Welt wirklich verwandeln, auch in ihren Strukturen und Institutionen.“

„Liebe junge Menschen, liebe Eltern und ihr alle, lassen wir uns von der Schönheit der Liebe begeistern, werden wir zu Zeugen der Liebe, die Jesus uns geschenkt und gelehrt hat! Bezeugen wir jeden Tag, dass es schön ist zu lieben, dass die größten Freuden in allen Bereichen daraus entstehen, dass wir im Stande sind zu geben und uns zu verschenken, insbesondere wenn wir uns denen zuwenden, die am bedürftigsten sind. Das Licht der Nächstenliebe, das in den Familien gepflegt und im Glauben gelebt wird, kann die Welt wirklich verwandeln, auch in ihren Strukturen und Institutionen, damit jeder Mensch Anerkennung findet und niemand vergessen wird.“

Damit erinnerte Leo XIV. an die Botschaft zum Welternährungstag von Papst Franziskus vom 14. Oktober 2022. Diesen Gedanken sollten sich alle zu Herzen nehmen, „damit Christus, der Gekreuzigte und Auferstandene, das Licht Äquatorialguineas, Afrikas und der ganzen Welt, uns alle in eine hoffnungsvolle Zukunft führe“. (vn 22)

 

 

 

 

Aufruf der deutschen Bischöfe zur Katholikentagskollekte 2026. „Hab Mut, steh auf!“

 

Vom 13. bis 17. Mai 2026 findet in Würzburg der 104. Deutsche Katholikentag unter dem Leitwort „Hab Mut, steh auf!“ (Mk 10,49) statt. Aus diesem Anlass veröffentlichen die deutschen Bischöfe einen Aufruf zum Katholikentag. Darin schreiben sie: „Das Zitat aus dem Markusevangelium, in dem vom blinden Bartimäus berichtet wird, der Zuspruch und Heilung erfährt, erinnert uns daran, dass wir alle von Jesus Christus gerufen sind, uns mutig für Veränderungen hin zu einem guten Leben und für ein gerechtes Miteinander einzubringen.“ Diese Zusage stärke für den Katholikentag, der in Zeiten nationaler und globaler Umbrüche und Krisen stattfinde: „Vor diesem Hintergrund werden die Mitwirkenden und Besucher des Katholikentags im gemeinsamen Diskutieren und Zuhören nach Wegen für eine gerechte und friedliche Zukunft suchen. In der Feier der Gottesdienste, in der Begegnung und im Hören auf das Wort Gottes wird dabei auf dem Katholikentag auch wieder spürbar, welche Quellen uns Kraft schenken und Orientierung geben“, so die Bischöfe. In Würzburg erwarten die Besucher nicht nur „die barocke Kulisse der unterfränkischen Stadt am Main“, sondern vor allem in „herzlicher Gastfreundschaft die Christinnen und Christen in einem der ältesten Bistümer Deutschlands“.

Ihren Aufruf verbinden die Bischöfe auch mit der Einladung zu einer Sonderkollekte in den Gottesdiensten am 9./10. Mai 2026 für den Katholikentag: „Manche von Ihnen werden die Teilnahme an diesem Fest des Glaubens bereits fest eingeplant haben. Doch auch wenn Sie persönlich nicht in Würzburg dabei sein können, bitten wir Sie herzlich um Ihre Unterstützung. Der Katholikentag ist ein sichtbarer Ausdruck der Verantwortung aller Katholikinnen und Katholiken für Kirche und Gesellschaft. Durch Ihr Gebet und Ihre Spende helfen Sie, dass der Katholikentag weit über Unterfranken hinaus ein Zeugnis für unseren gemeinsamen Glauben werden kann.“ Dbk 22

 

 

 

 

Papst in Malabo: Rechte des Einzelnen fördern, für Gemeinwohl arbeiten

 

An diesem Dienstagnachmittag ist Papst Leo XIV. im Rahmen seiner apostolischen Reise in Äquatorialguinea mit dem Präsidenten sowie Vertretern der Autoritäten und des Diplomatischen Korps zusammengetroffen. In seiner Ansprache befasste sich das Kirchenoberhaupt mit der gesellschaftlichen Entwicklung des Landes und der Verantwortung der politisch Verantwortlichen gegenüber der Bevölkerung. Mario Galgano

Papst Leo XIV. knüpfte in seiner 1. Rede in Äquatorialguinea an die Visite von Papst Johannes Paul II. im Februar 1982 an, der das Land als erster Papst besucht hatte. Leo zitierte dessen Worte, wonach die staatliche Führung die Aufgabe habe, ein „soziales Klima echter Freiheit, Gerechtigkeit, Achtung und Förderung der Rechte jedes Einzelnen und jeder Gruppe sowie bessere Lebensbedingungen zu schaffen“. Der Papst unterstrich die fortdauernde Relevanz dieser Forderung und betonte, dass solche Bedingungen es allen Menschen ermöglichen müssten, „sich als Menschen und als Kinder Gottes zu verwirklichen“.

„Soziales Klima echter Freiheit, Gerechtigkeit, Achtung und Förderung der Rechte jedes Einzelnen und jeder Gruppe sowie bessere Lebensbedingungen schaffen“

An die anwesenden Amtsträger gewandt, bezeichnete Leo XIV. diese Aussagen als Mahnung für alle, denen öffentliche Verantwortung übertragen ist. Der mit umfangreichen Machtbefugnissen ausgestattete Staatspräsident Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ist nach einem Militärputsch seit 1979 im Amt. Presse-, Meinungs- und Versammlungsfreiheit in Äquatorialguinea sind stark eingeschränkt, wiederholt wurden schwere Menschenrechtsverletzungen angeprangert.

Die Bedeutung der Katholischen Soziallehre

Papst Leo XIV. betonte zudem die Relevanz der kirchlichen Soziallehre als Orientierungshilfe für die Bewältigung gegenwärtiger Krisen. Er bezeichnete Ausgrenzung als das „neue Gesicht der sozialen Ungerechtigkeit“ und verwies auf die dramatisch gewachsene Kluft zwischen einer kleinen Minderheit und der Mehrheit der Weltbevölkerung. Dabei thematisierte er ein technologisches Paradoxon: Während vielen Menschen der Zugang zu Land, Nahrung und menschenwürdiger Arbeit fehle, seien Mobiltelefone und künstliche Intelligenz weit verbreitet. Der Pontifex mahnte, dass der technologische Wandel eine Rohstoff-Spekulation beschleunigt habe, welche die „Bewahrung der Schöpfung, die Rechte lokaler Gemeinschaften, die Würde der Arbeit und den Schutz der öffentlichen Gesundheit in den Hintergrund zu drängen scheint“. Vor diesem Hintergrund rief er die staatlichen Verantwortungsträger dazu auf, Hindernisse für eine ganzheitliche menschliche Entwicklung zu beseitigen und die Grundprinzipien der Solidarität sowie der allgemeinen Bestimmung der Güter zu wahren.

Erinnerung an Papst Franziskus - Diese Wirtschaft tötet

Papst Leo fügte an: „Diese Wirtschaft tötet. Tatsächlich ist es heute noch offensichtlicher als vor einigen Jahren, dass die Ausbreitung bewaffneter Konflikte eine ihrer Hauptursachen in der Kolonisierung von Öl- und Mineralvorkommen hat, ohne Rücksicht auf das Völkerrecht und das Selbstbestimmungsrecht der Völker.“

„Diesbezüglich schließe ich mich dem Appell von Papst Franziskus an, der vor genau einem Jahr verstorben ist: Wir »müssen […] heute ein Nein zu einer Wirtschaft der Ausschließung und der Disparität der Einkommen sagen. Diese Wirtschaft tötet«. Tatsächlich ist es heute noch offensichtlicher als vor einigen Jahren, dass die Ausbreitung bewaffneter Konflikte eine ihrer Hauptursachen in der Kolonisierung von Öl- und Mineralvorkommen hat, ohne Rücksicht auf das Völkerrecht und das Selbstbestimmungsrecht der Völker.“

Kurswechsel nötig 

Ohne einen Kurswechsel bei der Übernahme politischer Verantwortung und ohne Achtung vor den internationalen Institutionen und Abkommen drohe eine tragische Beeinträchtigung der Zukunft der Menschheit, so Leo XIV. Gott wolle dies nicht und fügte an: „Sein heiliger Name darf nicht durch den Willen, andere zu beherrschen, durch Anmaßung und Diskriminierung entweiht werden; vor allem darf er niemals zur Rechtfertigung todbringender Entscheidungen und Handlungen herangezogen werden. Ihr Land zögere nicht, die Richtung seiner Entwicklung zu überprüfen und die sich bietenden Gelegenheiten zu nutzen, um sich auf der internationalen Bühne für Recht und Gerechtigkeit einzusetzen.“

„Sein heiliger Name darf nicht durch den Willen, andere zu beherrschen, durch Anmaßung und Diskriminierung entweiht werden...“

Aufruf zur Förderung der menschlichen Würde

In einem weiteren zentralen Abschnitt seiner Rede wandte sich das Kirchenoberhaupt direkt an die Vertreter der Zivilgesellschaft und mahnte die Achtung der menschlichen Würde an. Er betonte, dass jeder Fortschritt an seinem Nutzen für die schwächsten Mitglieder der Gesellschaft gemessen werden müsse.

Papst Leo XIV. schloss diesen Teil seiner Ansprache mit der Feststellung, dass die Kirche in Äquatorialguinea auch weiterhin eine aktive Rolle beim Aufbau einer gerechten Gesellschaft spielen wolle. Er ermutigte die Anwesenden, den Weg des Dialogs und der gegenseitigen Achtung fortzusetzen, um die Zukunft des Landes auf einem soliden Fundament der Rechte und der Solidarität zu gestalten und sagte:

„Ihr Land ist ein junges Land! Ich bin daher überzeugt, dass Sie in der Kirche Unterstützung finden, um freie und verantwortungsbewusste Menschen heranzubilden, mit denen Sie gemeinsam in die Zukunft gehen können. In einer von Machtmissbrauch verwundeten Welt hungern und dürsten die Völker nach Gerechtigkeit. Es gilt, diejenigen wertzuschätzen, die an den Frieden glauben, und es zu wagen, unkonventionelle politische Maßnahmen zu ergreifen, bei denen das Gemeinwohl im Mittelpunkt steht.“

 „In einer von Machtmissbrauch verwundeten Welt hungern und dürsten die Völker nach Gerechtigkeit.“

Kirchliche Solidarität und der gesellschaftliche Wandel

Ein weiterer Schwerpunkt der Rede lag auf der Rolle der Kirche in einem Land, das sich in einem raschen Wandel befindet und in dem knapp 90 Prozent katholisch sind. Unter Verweis auf die Pastoralkonstitution Gaudium et spes des Zweiten Vatikanischen Konzils betonte Leo XIV. die Verbundenheit der Kirche mit den Schicksalen der Menschen. Er zitierte: „Freude und Hoffnung, Trauer und Angst der Menschen von heute, besonders der Armen und Bedrängten aller Art, [...] auch Freude und Hoffnung, Trauer und Angst der Jünger Christi. Und es gibt nichts wahrhaft Menschliches, das nicht in ihren Herzen seinen Widerhall fände.“

Diese Worte drückten nach Aussage des Papstes am besten den Grund für seinen Besuch aus, um das Volk im Glauben zu stärken und aufzubauen. Was im Leben der Millionen Männer und Frauen auf Erden geschehe, finde im Herzen der Kirche ein Echo.

Die Perspektive des heiligen Augustinus

Papst Leo XIV., der selbst dem Augustinerorden angehört, verwies auf ein Modell des heiligen Augustinus, welches zwischen der „Stadt Gottes“ und der „irdischen Stadt“ unterscheidet. Erstere sei durch die bedingungslose Liebe zu Gott sowie die Liebe zum Nächsten, insbesondere zu den Armen, gekennzeichnet, erklärte der Papst. In dieser Perspektive müsse die Geschichte und das menschliche Zusammenleben betrachtet werden. Papst Leo XIV. führte seine Überlegungen zum Modell des heiligen Augustinus weiter aus und betonte, dass diese beiden Dimensionen – die göttliche und die irdische – nicht isoliert voneinander existieren. Er unterstrich, dass eine Gesellschaft nur dann Bestand haben könne, wenn sie sich an ethischen Grundsätzen orientiere, die über den rein materiellen Fortschritt hinausgehen. Ähnlich hatte sich der Papst bereits zu Jahresbeginn in seiner Rede an die Diplomaten, die beim Heiligen Stuhl akkreditiert sind, geäußert. 

Die Symbolik der „Stadt des Friedens“

Mit Blick auf das Projekt der neuen Hauptstadt Äquatorialguineas sagte Papst Leo XIV.: „Ich weiß, dass Sie das beeindruckende Projekt in Angriff genommen haben, eine Stadt zu errichten, die seit wenigen Monaten die neue Hauptstadt Ihres Landes ist. Sie haben ihr einen Namen gegeben, in dem der Name des biblischen Jerusalem anzuklingen scheint: Ciudad de la Paz.“ Dieses gesamte Bauvorhaben nahm der Papst zum Anlass, die Anwesenden zur Gewissenserforschung aufzurufen. Er ergänzte: „Möge diese Entscheidung einen jeden zum Nachdenken anregen, welcher Stadt er dienen will!“ Der Papst bezog sich auf die von Augustinus erläuterten Städte.

Seit über einem Jahrzehnt verfolgt das zentralafrikanische Land das Ziel, seine Hauptstadt von Malabo, das auf einer Insel an der Westküste Afrikas am Atlantik liegt, in die neu errichtete „Ciudad de la Paz“ auf dem Festland zu verlegen. Während die geografische Isolation Malabos durch die zentrale Lage der neuen Metropole auf dem Hochplateau des Río Muni überwunden werden soll, ist das Mammutprojekt mit erheblichen Herausforderungen konfrontiert. Finanziert primär durch  Erdöleinnahmen, die zeitweise fast die Hälfte des Staatshaushalts beanspruchten, umfasst die neue Stadt bereits repräsentative Bauten wie einen Campus der Afro-Amerikanischen Universität und ein Konferenzzentrum. Dennoch bleibt die Entwicklung widersprüchlich: Verzögerungen im Wohnungsbau, Berichte über mangelnde Transparenz sowie die Kritik der Opposition an der Priorisierung von Großprojekten gegenüber der ländlichen Entwicklung prägen das Bild der entstehenden Hauptstadt, die bis zum Ende des Jahrzehnts zu einem dynamischen Zentrum Zentralafrikas heranwachsen soll.

Staatspräsident betont Katholizität des Landes

Staatspräsident Teodoro Obiang Nguema Mbasogo dankte Papst Leo mit den Worten: „Dieser Besuch bedeutet für unser Volk die Anerkennung seines Glaubens und seiner christlichen Hingabe als Herde Christi in einer Zeit, in der politische und wirtschaftliche Krisen, Unsicherheit und Instabilität die Nationen in einer globalisierten Welt durchziehen." Er erinnerte zudem daran, dass die aktuelle Reise von Leo XIV. zum 170-Jahr-Jubiläum der Ankunft der ersten christlichen Missionare im Land erfolgt: 

„Aus diesem Grund ist der Besuch Seiner Heiligkeit in der Republik Äquatorialguinea, einem überwiegend katholischen Land, das seit mehr als 170 Jahren seinen christlichen Glauben pflegt und zu mehr als 90 Prozent aus katholischen Gläubigen besteht, ein günstiger Ort für das Christentum in Zentralafrika." (vn 21)

 

 

 

 

Treffen von Bundeskanzler Merz und Bischof Wilmer

 

Bundeskanzler Friedrich Merz hat heute (21. April 2026) den Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, zu einem Gespräch empfangen. Der Antrittsbesuch von Bischof Wilmer diente dem gegenseitigen Austausch zum Thema internationale Konflikte und der Stabilität der Demokratie in der Bundesrepublik Deutschland.

Die Antwort darauf muss auch weiterhin ein vertrauensvolles Miteinander und ein gemeinwohlorientiertes Handeln in Politik, Gesellschaft und auch der Kirche sein, um jeder Form von Extremismus oder eine Unterwanderung der Demokratie Einhalt zu gebieten, so der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. Bischof Wilmer betonte: „Die Herausforderungen unserer Zeit lassen sich nur gemeinsam bewältigen. Gerade angesichts wachsender gesellschaftlicher Spannungen braucht es Räume für Dialog und Verständigung. Die Kirche will dazu ihren Beitrag leisten.“

Bei ihrer Begegnung erörterten Bundeskanzler Merz und Bischof Wilmer auch aktuelle Fragen zur Reform der Sozialversicherungssysteme, den Wert der Arbeit und Herausforderungen im Bereich der Migration. Dabei konnte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz den Bundeskanzler auch über Themen der Kirche und der Weltkirche informieren. Dbk 21

 

 

 

 

Papst in Bergbaustadt in Angola: Aufruf gegen Ausbeutung

 

„Wenn Ungerechtigkeit die Herzen verdirbt, wird das Brot aller zum Besitz

einiger weniger“: Papst Leo hat in der afrikanischen Bergbaustadt Saurimo die Stimme gegen Unterdrückung, Gewalt und Ausbeutung erhoben. „Wir sind nicht auf die Welt gekommen, um zu sterben“ oder „Sklaven zu werden“, betonte er bei einer Messe.  Anne Preckel – Vatikanstadt

Saurimo ist die Hauptstadt der Bergbauprovinz Lunda Sul im Nordosten Angolas, einem Zentrum der Diamantenindustrie. Bereits bei der Anfahrt des Papstes im halboffenen Papamobil schäumte die Stimmung über, Menschenmengen am Straßenrand schrien laut vor Begeisterung, als Leo vorbeifuhr, Kinder rannten lange hinter dem Auto her, Ordner und Militärs mit Maschinengewehren hielten die staubige Straße frei.

Appell gegen Ungerechtigkeit und Ausbeutung

In Saurimo hieß ein Chor den Papst mit Gesängen aus voller Kehle willkommen. Rund 60.000 Gläubige feierten laut den lokalen Behörden bei der Freiluftmesse auf der Esplanade und den anliegenden Feldern mit. In seiner Predigt wandte sich der Papst mit stellenweise deutlichen Worten an die Lokalbevölkerung, von der ein großer Teil in der Bergbauindustrie arbeitet.

„Wir sind nicht auf die Welt gekommen, um zu sterben. Wir sind nicht geboren, um Sklaven zu werden, weder der Verderbnis des Fleisches noch der der Seele“, schärfte er den Menschen ein. Wie schon in seiner Rede an Angolas Politik vom Samstag kritisierte Leo XIV. deutlich Gewalt und Ausbeutung.

„Wenn Ungerechtigkeit die Herzen verdirbt, wird das Brot aller zum Besitz einiger weniger.“

„Wir sehen heute (…), dass viele Sehnsüchte der Menschen von Gewalttätern zunichtegemacht, von denjenigen, die die ihre Macht missbrauchen, ausgenutzt und vom Reichtum getäuscht werden. Wenn Ungerechtigkeit die Herzen verdirbt, wird das Brot aller zum Besitz einiger weniger“, kritisierte Leo XIV. Und er verdeutlichte, dass ein solches Verhalten dem Evangelium widerspricht. „Jede Form von Unterdrückung, Gewalt, Ausbeutung und Lüge leugnet die Auferstehung Christi, jenes höchste Geschenk unserer Freiheit.“

Evangelium als Lebensregel und Maßstab

Der Glaube an Gott richte auf, tröste „in jedem Leid“ und ermutige, betonte der Papst weiter, Gott verwandele auch die Sünde in Vergebung. Leo XIV. rief die Menschen dazu auf, Jesus im Alltag nachzuahmen und seinem Beispiel zu folgen, als „Lebensregel und Maßstab der Wahrheit“.

„Müht euch nicht ab für die Speise, die verdirbt, sondern für die Speise, die für das ewige Leben bleibt. (Joh 6,27).“

Der Papst warnte zugleich vor „falschen“ Glaubensmotiven. Gott dürfe nicht zum „Götzen“ gemacht werden, er sei kein „Guru“, oder „Glücksbringer“, stellte Leo XIV. klar. Es gelte zu unterscheiden, ob Gott „aus Dankbarkeit oder Eigennutz, Berechnung oder Liebe“ gesucht werde. Der Papst griff in seiner Predigt die Rede Jesu nach der Brotvermehrung am See von Galiläa auf (vgl. Joh 6,26-27), um dies zu verdeutlichen. Jesus hatte die Menschen zum Nachdenken darüber aufgefordert, warum sie ihm folgten – für das irdische Brot, eine „Speise, die verdirbt“, oder „die Speise, die für das ewige Leben bleibt“. Es sei „ein abergläubiges Geschäft“, wenn Gott nur gesucht werde, wenn man ihn gerade brauche, hielt der Papst dazu fest.

„Die Erzählung im Evangelium macht uns also deutlich, dass es falsche Motive gibt, Christus zu suchen, vor allem wenn er als Guru oder Glücksbringer betrachtet wird. Auch das Ziel, das sich diese Menschenmenge setzt, ist unangemessen: Sie suchen nämlich keinen Meister, den sie lieben wollen, sondern einen Anführer, den sie aus Eigennutz verehren.“

Suche nach dem „Brot des Lebens“

Jesu Botschaft sichte sich nicht gegen die Suche nach Lebensunterhalt, dem täglichen Brot. In der Perspektive des Glaubens gehe es allerdings darum, „das Brot des Lebens“ zu suchen, eine „Nahrung, die uns für immer am Leben erhält“, formulierte Leo XIV. Jesus lade uns zur Umkehr ein, „er ruft uns zur Freiheit“, denn er wolle „keine Diener oder Kunden“, sondern „Brüder und Schwestern, denen er sich mit ganzem Herzen widmen kann“.

Positiv hob der Papst in seiner Predigt „die Lebendigkeit der Berufungen“ in Angola hervor, die zum Wachstum der Kirche in dem Land beitrage. Für den Weg der Ortskirche rief er zu Synodalität auf und er verwies auf das Apostolische Schreiben „Ecclesia in Africa“ von Papst Johannes Paul II.

„Lasst uns in dieser weisen Richtung weitergehen! Mit dem Evangelium im Herzen werdet ihr Mut haben angesichts von Schwierigkeiten und Enttäuschungen: Der Weg, den Gott uns eröffnet hat, verliert sich nicht im Nichts. Der Herr geht nämlich immer in unserem Tempo mit, damit wir auf seinem Weg weitergehen können: Christus selbst gibt dem Weg Orientierung und Kraft, diesem Weg, den wir immer mehr so leben lernen wollen, wie er sein soll, nämlich synodal.“

Der Gottesdienst wurde in Portugiesisch, der Amtssprache Angolas, und teils Lokalsprachen wie Chokwe gefeiert. Chokwe wird im Osten Angolas und teils auch im Kongo und in Sambia gesprochen. Der Papst predigte und betete in Saurimo auf Portugiesisch.

Bedeutende Bergbauregion in Angola

Angola ist einer der drei größten Diamantenlieferanten unter den Ländern Afrikas. Im Bürgerkrieg von 1975 bis 2002 war der Zugang zu Diamanten und Öl entscheidend für die Finanzierung der jeweiligen Bürgerkriegsarmeen. Bei mehreren früheren Stationen seiner Afrikareise hat der Papst die Ausbeutung der Rohstoffe des afrikanischen Kontinents durch fremde Mächte und die Verwendung der Profite für Kriege scharf kritisiert.

In Saurimo entsteht aktuell ein neues Entwicklungszentrum, das unterschiedliche Bereiche der Diamantenindustrie zusammenbringen soll. Angola will durch die industrielle Verarbeitung der Diamanten im eigenen Land größere Teil der Wertschöpfungskette an den kostbaren Edelsteinen für sich abzweigen.

Nach dem Besuch in Saurimo trifft der Papst am Abend die katholischen Bischöfe des Landes in der angolanischen Hauptstadt Luanda. Am Dienstag fliegt er weiter nach Äquatorialguinea, der vierten und letzten Station seiner elftägigen Afrikareise. (vn 20)

 

 

 

 

Bundespräsident Steinmeier empfängt Bischof Wilmer zum Antrittsbesuch

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, ist heute (20. April 2026) zum Antrittsbesuch mit Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier in Berlin zusammengetroffen. Bei der Begegnung ging es um aktuelle Fragen der weltweiten internationalen Krisen insbesondere im Nahen und Mittleren Osten sowie in der Ukraine.

Bundespräsident Steinmeier und Bischof Wilmer sprachen auch über die Situation in Deutschland und würdigten das Ehrenamt, das viel zum gesellschaftlichen Zusammenhalt beitrage. Den bevorstehenden Ehrentag als Geburtstag des Grundgesetzes, den der Bundespräsident am 23. Mai 2026 ausrichtet, wird die katholische Kirche mit verschiedenen Initiativen unterstützen. In der Begegnung ging es außerdem um den Beitrag der Kirchen zur politischen Bildung, der gerade in Schulen und Akademien sichtbar wird. Dabei ist auch der bevorstehende Katholikentag in Würzburg eine Chance, politisch und religiös in der Öffentlichkeit wahrgenommen zu werden. dbk 20

 

 

 

Papst in Angola: „Die Liebe muss triumphieren, nicht der Krieg!“

 

Mit einem Rosenkranzgebet im Marienwallfahrtsort „Mama Muxima“ hat Papst Leo den siebten Tag seiner 11-tägigen Apostolischen Reise auf den afrikanischen Kontinent ausklingen lassen. In seiner Ansprache vor mehr als 30.000 Anwesenden rief das katholische Kirchenoberhaupt zum Bau einer „besseren Welt auf, in der es keine Kriege, keine Ungerechtigkeiten, kein Elend und keine Unehrlichkeit mehr gibt.“ Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

„Mama Muxima“ ist einer der meistfrequentierten christlichen Pilgerorte südlich der Sahara; ein Papst war allerdings bisher noch nie hierhergekommen. Kein Wunder also, dass der Gast aus Rom vor der Wallfahrtskirche von einer begeisterten Menschenmenge und fröhlichen Gesängen empfangen wurde. Das Heiligtum Mama Muxima – was in der im Norden Angolas am häufigsten gesprochenen Sprache Kimbundu „Mutter des Herzens“ bedeutet – wurde im 17. Jahrhundert von den Portugiesen erbaut. Fast 300 Jahre lang war dieser Ort ein Treffpunkt für Sklaven, die an die Küste gebracht wurden, um ihre Reise ohne Wiederkehr auf den amerikanischen Kontinent anzutreten. Heute finden hier jedes Jahr von August bis September nationale Wallfahrten statt, an denen Tausende von Menschen teilnehmen.

Vertreter der örtlichen Jugend und Mitglieder der Legion Mariens rezitierten in verschiedenen Sprachen die fünf Geheimnisse des glorreichen Rosenkranzes. Zwischendurch wurde Maria immer wieder um Fürsprache für die Menschen dieses geplagten Landes gebeten: junge Studenten, Arbeitslose und Gefangene, „die Kinder Angolas, deren Rechte oft missachtet werden, damit auch sie, wie das Jesuskind, in Gnade und Heiligkeit wachsen“, Familien und Ordensleute. Und es wurde auch darum gebetet, dass „die Muttergottes von Muxima Papst Leo XIV. ihre mütterliche Gegenwart spüren lasse, ihn in das unermessliche Licht Gottes einhülle und ihn in ihrem Unbefleckten Herzen bewahre.“

Mama Muxima: Mutter des Herzens

„Wir befinden uns in einem Heiligtum, in dem seit Jahrhunderten so viele Männer und Frauen gebetet haben, in freudigen Momenten, aber auch in traurigen und sehr schmerzlichen Zeiten der Geschichte dieses Landes,“ stellte Papst Leo in seiner Ansprache am Ende des Rosenkranzgebets fest. „Hier setzt sich Mama Muxima seit langem im Verborgenen dafür ein, das Herz der Kirche lebendig und pulsierend zu erhalten, ein Herz, das aus Herzen besteht: aus euren Herzen und denen so vieler Menschen, die lieben, beten, feiern, weinen.“

Den Nächsten lieben mit einem mütterlichen Herzen

Maria, die „Mutter des Herzens“, höre also allen zu, nehme alle auf und bete für alle. Die Betrachtung der Rosenkranzgeheimnisse lasse uns in einer Liebe wachsen, die der Liebe Marias gleiche, betonte der Papst. Und das nehme auch uns in die Pflicht, jeden Menschen mit mütterlichem Herzen zu lieben und uns für das Wohl der anderen einzusetzen, vor allem der Ärmsten.

„Eine Mutter liebt ihre Kinder, auch wenn sie sich voneinander unterscheiden, alle gleichermaßen und von ganzem Herzen,“ so Papst Leo. „Auch wir wollen vor der Mutter unseres Herzens versprechen, dasselbe zu tun, indem wir uns unermüdlich dafür einsetzen, dass es niemandem an Liebe mangelt und damit auch nicht an dem, was notwendig ist, um in Würde zu leben und glücklich zu sein: damit die Hungrigen zu essen haben, damit alle Kranken die notwendige Pflege erhalten, damit den Kindern eine angemessene Bildung garantiert wird, damit die Älteren ihre Jahre in Ruhe genießen können. An all diese Dinge denkt eine Mutter. An all diese Dinge denkt Maria, und sie lädt auch uns ein, mit ihr für andere zu sorgen.“

Der Auftrag an die jungen Menschen: Aufbau einer Welt, in der die Prinzipien des Evangeliums die Herzen inspirieren

Die Muttergottes bitte uns also, „wie sie Gerechtigkeit und Frieden zu stiften.“ Und dieser Auftrag richte sich besonders an die jungen Menschen.

„Auch euch vertraut die Mutter des Himmels nämlich ein großes Projekt an: das einer besseren, gastfreundlichen Welt, in der es keine Kriege, keine Ungerechtigkeiten, kein Elend und keine Unehrlichkeit mehr gibt, und in der die Prinzipien des Evangeliums die Herzen, Strukturen und Programme zum Wohl aller immer mehr inspirieren und prägen.“

„Die Liebe muss triumphieren, nicht der Krieg!“

Frieden ist also kein fernes Ideal. Er wächst überall dort, wo Menschen lieben, handeln, Verantwortung füreinander übernehmen.

„Die Liebe muss triumphieren, nicht der Krieg! Das lehrt uns das Herz Mariens, das Herz der Mutter aller. Machen wir uns also von diesem Heiligtum aus auf den Weg, als „Engel-Boten“ des Lebens, um allen die Liebkosung Mariens und den Segen Gottes zu bringen,“ so der abschließende Appell von Papst Leo beim Rosenkranzgebet in Angola. (vn 19)

 

 

 

 

Papst verurteilt in Angola die Ausbeutung Afrikas

 

Mit einem deutlichen Appell gegen die Ausbeutung Afrikas hat Leo XIV. die dritte Etappe seiner Reise über den Kontinent begonnen. In Angolas Hauptstadt Luanda rief der Papst am Samstagabend alle, die die Entwicklung des Landes behindern, zur „Umkehr“ auf.  Stefan von Kempis – Luanda

„Sie wissen nur zu gut, dass man allzu oft auf Ihre Regionen geschaut hat und schaut, um etwas zu geben oder – häufiger noch – um etwas zu nehmen. Es gilt, diese Kette von Interessen zu durchbrechen, die die Wirklichkeit und das Leben selbst auf eine Tauschware reduziert.“

Leo äußerte sich in seiner ersten Rede nach der Ankunft, im Präsidentenpalast von Luanda, bei einer Begegnung mit Vertretern von Behörden, Zivilgesellschaft und Diplomaten. Er rühmte, dass das angolanische Volk Schätze besitze, „die weder verkäuflich noch raubbar sind“, und nannte als erstes eine im Land weitverbreitete Freude, „die selbst die widrigsten Umstände nicht auslöschen konnten“. Ganz Afrika sei für die Welt „ein Reservoir der Freude und der Hoffnung“.

„Afrikas junge Menschen und seine Armen träumen noch immer, hoffen noch immer, geben sich nicht mit dem Bestehenden zufrieden“

„Seine jungen Menschen und seine Armen träumen noch immer, hoffen noch immer, geben sich nicht mit dem Bestehenden zufrieden, wollen sich wieder aufrichten, sich auf große Verantwortung vorbereiten und sich persönlich engagieren. Die Weisheit eines Volkes lässt sich nämlich von keiner Ideologie auslöschen, und tatsächlich ist der Wunsch nach Unendlichkeit, der im menschlichen Herzen wohnt, ein Prinzip des sozialen Wandels, das tiefer geht als jedes politische oder kulturelle Programm.“

„Mächtige Interessen“ streckten die Finger nach den materiellen Reichtümern Angolas aus, rügte Papst Leo. „Wie viel Leid, wie viele Tote, wie viele soziale und ökologische Katastrophen bringt diese ausbeuterische Logik mit sich! Wir sehen mittlerweile überall, wie sie ein Entwicklungsmodell nährt, das diskriminiert und ausgrenzt, aber dennoch vorgibt, sich als einzig mögliche Lösung durchzusetzen.“

Afrika – vor allem seine jungen Leute – hätten Besseres verdient, so der Papst, der sich direkt an die Verantwortlichen Angolas wandte. Sie sollten keine Angst vor Dialog haben, sondern alles für die Entwicklung des Landes tun.

„Stellen Sie das Gemeinwohl über das Partikularinteresse!“

„Fürchten Sie sich nicht vor Meinungsverschiedenheiten, ersticken Sie nicht die Visionen der Jugend und die Träume der Älteren, seien Sie in der Lage, Konflikte zu bewältigen und sie in Wege der Erneuerung zu verwandeln. Stellen Sie das Gemeinwohl über das Partikularinteresse und verwechseln Sie niemals Ihren Teil mit dem Ganzen. Die Geschichte wird Ihnen dann Recht geben, auch wenn Ihnen im Moment jemand feindlich gesinnt sein mag.“

Freude und Hoffnung, wie man sie in Angola vor allem bei jungen Leuten finde, seien nicht nur private Gefühle, sondern hätten auch soziale und politische Kraft. „Despoten und Tyrannen des Körpers und des Geistes wollen die Seelen passiv machen und die Leidenschaften öde, zur Trägheit neigend, fügsam und der Macht unterworfen. … Die beste Methode, zu herrschen und uneingeschränkt voranzuschreiten, besteht darin, Hoffnungslosigkeit auszusäen und ständiges Misstrauen zu wecken.“ Gegen diese „Entfremdung“ sollten sich die Angolaner wehren, indem sie auf „die wahre Freude“ setzen.

„Die Freude versteht es, auch in den dunkelsten Bereichen der Stagnation und der Bedrängnis Wege zu bahnen. Prüfen wir also unser Herz, meine Lieben, denn ohne Freude gibt es keine Erneuerung; ohne Innerlichkeit gibt es keine Befreiung; ohne Begegnung gibt es keine Politik; ohne den anderen gibt es keine Gerechtigkeit. Gemeinsam können Sie Angola zu einem Projekt der Hoffnung machen.“ Daran wirke die Kirche gerne mit. „Beseitigen wir die Hindernisse für die ganzheitliche menschliche Entwicklung, indem wir gemeinsam mit jenen kämpfen und hoffen, die die Welt verworfen, Gott aber erwählt hat.“

„Gemeinsam können Sie Angola zu einem Projekt der Hoffnung machen“

Leo XIV. ging in seiner Rede in Luanda auch auf die starken Regenfälle und Überschwemmungen ein, die die Provinz Benguela vor kurzem heimgesucht haben. Er bete für die Opfer und sei den Familien, die ihre Häuser verloren haben, nahe. „Ich weiß auch, dass Sie, liebe Angolaner, in einer großen Kette der Solidarität mit den Betroffenen zusammenstehen.“

Präsident João Manuel Gonçalves Lourenço hob in seiner Begrüßungsrede an den Papst hervor, dass der erste offizielle Kontakt zwischen dem Heiligen Stuhl und dem heutigen Angola bis ins 17. Jahrhundert zurückreicht. Der angolanische Staat sei der Kirche vor allem im sozialen Engagement eng verbunden. „Wir würden uns wünschen, dass sich die katholische Kirche als Sozialpartnerin des Staates konstruktiver einbringt, damit wir gemeinsam auf den Fortschritt sowie die wirtschaftliche und soziale Entwicklung unseres Landes hinarbeiten können.“

Präsident fordert Leo auf, international weiter als Friedensstifter zu wirken

Der Präsident bekannte sich auch zum friedlichen Zusammenleben von Menschen und Nationen verschiedener Kultur und Religion; Dialog sei das einzige Werkzeug zur Lösung von Konflikten. „Nur in Frieden und Harmonie können wir alle die Ressourcen genießen, die uns die Natur zur Verfügung stellt. Bedauerlicherweise erleben wir zunehmend einen ungezügelten Wettlauf um Rohstoffe, Energieressourcen, Bodenschätze und andere Ressourcen, die von den mächtigsten Armeen der Welt mit Waffengewalt von souveränen Staaten erobert werden. Der internationale Handel unterliegt festgelegten Regeln, die, sobald sie eingehalten werden, es Unternehmen und Staaten ermöglichen, durch Verträge und Abkommen Zugang zu den Ressourcen zu erhalten, die sie zur Deckung ihres Bedarfs benötigen, ohne auf Krieg zurückgreifen zu müssen.“

Lourenço ging auch ausdrücklich auf die Konflike im Nahen Osten ein, namentlich auf den Iran. „Wir rufen zu einem endgültigen Ende des Krieges, zur Öffnung der Straße von Hormus auf dem Verhandlungsweg und zur Herstellung eines dauerhaften Friedens in der Region auf. Angesichts der Wahrscheinlichkeit einer Verschärfung des Konflikts, der uns immer näher an den Abgrund bringt, appelliert die Welt an Eure Heiligkeit, dass Sie von der Höhe Ihrer moralischen Autorität aus weiterhin eine Rolle als Brückenbauer und Friedensstifter spielen möge.“ (vn 18)

 

 

 

 

Papst Leo bei Katholischer Uni in Kamerun: Plädoyer für Dialog, Moral, Gerechtigkeit

 

Papst Leo XIV. hat am Freitagabend die Katholische Universität Zentralafrikas in Kameruns Hauptstadt Yaoundé besucht und dazu aufgerufen, in der heutigen Zeit - auch mit Blick auf die Digitalisierung - ein Vorbild in Dialog und Begegnung zu sein und kritisches Denken, moralische Integrität, Liebe und Dienst zu fördern. Es gelte, „gemäß einer Ethik zu handeln, die dem Gemeinwohl dient." Unter Applaus forderte das katholische Kirchenoberhaupt ein Ende der Korruption in Afrika. Stefanie Stahlhofen

Besonders die Rolle der Dozenten sei für die Bildung und Ausbildung der Jugend zentral, betonte Papst Leo XIV., der früher auch selbst als Mathe- und Physiklehrer aktiv war, bei seinem ersten Besuch einer Universität während seiner Afrikareise vor 8.000 Menschen. Auf Französisch rief er alle Lehrenden dazu auf, „jene Werte zu verkörpern, die ihr vermitteln möchtet, vor allem Gerechtigkeit und Fairness, Integrität, einen Geist des Dienens und der Verantwortung."

Die Katholische Universität Zentralafrikas, im Jahr 1989 unter der Schirmherrschaft des Heiligen Stuhls von der Vereinigung der Bischofskonferenzen von der Vereinigung der Bischofskonferenzen der Region Zentralafrika (AECCAR) gegründet, ist staatlich anerkannt und für sechs Länder Zentralafrikas zuständig - neben Kamerun sind dies die Zentralafrikanische Republik, Kongo-Brazzaville, Gabun, Äquatorialguinea und Tschad. So richtete der Papst seine Worte hier auch an ganz Afrika: „Afrika und die Welt brauchen Menschen, die sich bemühen, nach dem Evangelium zu leben und ihre Kompetenzen in den Dienst des Gemeinwohls zu stellen. Verratet dieses hohe Ideal nicht! Seid nicht nur intellektuelle Mentoren, sondern auch Vorbilder, deren wissenschaftliche Genauigkeit und persönliche Ehrlichkeit das Gewissen eurer Studenten schulen", gab das katholische Kirchenoberhaupt den Dozenten mit.  

„Afrika und die Welt brauchen Menschen, die sich bemühen, nach dem Evangelium zu leben und ihre Kompetenzen in den Dienst des Gemeinwohls zu stellen. Verratet dieses hohe Ideal nicht! Seid nicht nur intellektuelle Mentoren, sondern auch Vorbilder, deren wissenschaftliche Genauigkeit und persönliche Ehrlichkeit das Gewissen eurer Studenten schulen“

Korruption beenden - Gewissen bilden

Ein Problem Afrikas sprach der Papst dann auch sehr konkret an - Korruption. Beispielsweise Äquatorialguinea, das an Kamerun grenzt und das Leo auch noch besuchen wird - ein Land, für das die Uni auch zuständig ist - liegt im Korruptionsranking von Transparency International ewa auf Platz 172 von 182. Applaus brauste auf, als der Papst forderte: „Afrika muss nämlich von der Plage der Korruption befreit werden. Und für einen jungen Menschen muss sich das Bewusstsein dafür schon in seinen Ausbildungsjahren festigen, dank der moralischen Integrität, der Selbstlosigkeit und der kohärenten Lebensweise seiner Erzieher und Lehrer." Tag für Tag legten diese den unverzichtbaren Grundstein für den Aufbau einer kohärenten sittlichen und intellektuellen Identität. „Indem ihr die Wahrheit bezeugt, insbesondere gegenüber den Illusionen von Ideologien und Moden, schafft ihr ein Umfeld, in dem sich akademische Exzellenz auf natürliche Weise mit menschlicher Redlichkeit verbindet" führte Leo XIV. aus.

„Afrika muss von der Plage der Korruption befreit werden“

Er würdigte auch das Motto der Universität - „Im Dienst der Wahrheit und der Gerechtigkeit" - und betonte: „Wenn man sich um ein gebildetes und redliches Gewissen bemüht, dann wird es zur Quelle eines kohärenten Handelns werden, das auf das Gute, die Gerechtigkeit und den Frieden ausgerichtet ist."

„Wenn man sich um ein gebildetes und redliches Gewissen bemüht, dann wird es zur Quelle eines kohärenten Handelns werden, das auf das Gute, die Gerechtigkeit und den Frieden ausgerichtet ist“

In den heutigen Gesellschaften, so auch in Kamerun, sei eine „Erosion der moralischen Bezugspunkte zu beobachten, die einst das Leben der Gemeinschaft prägten", stellte Leo fest und rief alle auf, dem etwas entgegenzusetzen. 

Afrika als Vorbild

Papst Leo XIV. würdigte die Katholische Universität Zentralafrikas in diesem Zusammenhang als „Leuchtturm", der der Kirche und Afrika bei ihrer „Suche nach der Wahrheit und bei der Förderung von Gerechtigkeit und Solidarität zugutekommt." 

Uni will umfassend ausbilden

Die Uni startete mit 135 Studierenden, verteilt auf zwei Fakultäten – Theologie sowie Sozial- und Verwaltungswissenschaften – heute ist daraus laut dem Rektor, dem Pater und Professor Thomas Bienvenu Tchoungui, ein Netzwerk mit mehr als zehn Campus mit 8.000 Studierenden, 1.152 festangestellten und assoziierten Lehrkräften sowie 204 Verwaltungsmitarbeitern geworden. Die Uni hat laut eigener Aussage das Ziel, zur Entwicklung der afrikanischen Gesellschaften beizutragen, durch berufliche und akademische Ausbildungsgänge, die den tatsächlichen Bedürfnissen in den Bereichen Sozialwissenschaften, Managementtechniken und Pflegewissenschaften entsprechen. Dabei will sie auch die christliche Sicht des Menschen in seinen philosophischen und theologischen Dimensionen vermitteln und ethisches Verhalten in allen Bereichen des privaten und öffentlichen Lebens fördern.

Es gibt inzwischen auch Ingenieurwissenschaften, die aktiv zur industriellen und technologischen Entwicklung der Subregion beitragen wollen. Das Institut Supérieur d’Agronomie in Bangui bildet Agraringenieure aus, die sich für die Ernährungssouveränität in der Zentralafrikanischen Republik einsetzen. Im Tschad beteiligen sich das Institut für Veterinärwissenschaften und das Institut für Erziehungswissenschaften in Moundou gemeinsam mit dem Staat an der Ausbildung von Ausbildern und der Entwicklung einer professionellen Tierhaltung, „mit dem Ziel der Nahrungsmittelautarkie, die Subsahara-Afrika so dringend benötigt", berichtete der Rektor der Uni zu Beginn in seinem Grußwort. Er erwähnte die sicherheitspolitischen, sozialen und wirtschaftlichen Herausforderungen der Region, betonte aber auch die dynamische Jugend - in Kamerun leben bis zu 30 Millionen Menschen; das Durchschnittsalter beträgt 19,4 Jahre. Papst Leo würdigte all dies und betonte:

„Auf eurem großartigen Kontinent ist die Forschung in besonderer Weise herausgefordert, sich interdisziplinären, internationalen und interkulturellen Perspektiven zu öffnen“

„Afrika kann einen wesentlichen Beitrag dazu leisten, die allzu engen Horizonte einer Menschheit zu erweitern, der es schwerfällt zu hoffen. Auf eurem großartigen Kontinent ist die Forschung in besonderer Weise herausgefordert, sich interdisziplinären, internationalen und interkulturellen Perspektiven zu öffnen. Und heute müssen wir dringend über den Glauben innerhalb der kulturellen Kontexte und aktuellen Herausforderungen nachdenken, um seine Schönheit und Glaubwürdigkeit in den verschiedenen Zusammenhängen hervortreten zu lassen, insbesondere in denen, die am stärksten von Ungerechtigkeit, Ungleichheit, Konflikten sowie materiellem und spirituellem Verfall geprägt sind."

Das Evangelium und die Lehre der Kirche sollten „in großzügiger und offener Synergie mit allen positiven Instanzen" auch „eine wahre Kultur der Begegnung" - fördern: „Eine Kultur der Begegnung zwischen allen echten und vitalen Kulturen dank eines gegenseitigen Austauschs der je eigenen Gaben in jenem lichtvollen Raum, den die Liebe Gottes allen seinen Geschöpfen eröffnet", formulierte der Papst. Während viele Menschen weltweit ihre spirituellen und ethischen Orientierungspunkte zu verlieren schienen und in Individualismus, Äußerlichkeiten und Heuchelei ihre Freiheit verlieren, sei „die Universität par excellence ein Ort der Freundschaft und der Zusammenarbeit, der Innerlichkeit und der Reflexion."

„Pioniere eines neuen Humanismus im Kontext der digitalen Revolution heranbilden“

Papst Leo XIV., von dem noch ein ausführlicheres Schreiben zu künstlicher Intelligenz erwartet wird, ging auch auf aktuelle Herausforderungen im Zusammenhang mit der Digitalisierung der Welt ein. Er mahnte, keine Angst davor zu haben und sich positiv einzubringen: 

„Gerade eure Universität kann Pioniere eines neuen Humanismus im Kontext der digitalen Revolution heranbilden, von der der afrikanische Kontinent nicht nur die faszinierenden Aspekte, sondern auch die dunkle Seite kennt, wie etwa die ökologischen und sozialen Schäden, die durch die hektische Suche nach Rohstoffen und Seltenen Erden verursacht werden. Schaut nicht weg: Dies ist ein Dienst an der Wahrheit und an der gesamten Menschheit. Ohne diese mühsame Bildungsarbeit wird die passive Anpassung an die vorherrschenden Denkweisen als Kompetenz und der Verlust von Freiheit als Fortschritt missverstanden werden."

„Schaut nicht weg: Dies ist ein Dienst an der Wahrheit und an der gesamten Menschheit. Ohne diese mühsame Bildungsarbeit wird die passive Anpassung an die vorherrschenden Denkweisen als Kompetenz und der Verlust von Freiheit als Fortschritt missverstanden werden“

Der aktuelle Wandel erfordere nicht bloß technische Kompetenzen, sondern eine humanistische Bildung, die in der Lage sei, die wirtschaftlichen Mechanismen, die ihnen innewohnenden Vorurteile und die Formen der Macht sichtbar werden zu lassen, die unsere Wahrnehmung der Wirklichkeit prägen. „In digitalen Umgebungen, die darauf ausgelegt sind, zu beeinflussen, wird die Interaktion so weit optimiert, dass die persönliche Begegnung überflüssig wird, die Andersheit der Menschen aus Fleisch und Blut neutralisiert und die Beziehung auf eine funktionale Reaktion reduziert wird. Meine Lieben, ihr seid jedoch ganz reale Menschen!" betonte Papst Leo. Er warnte davor, nur in eigenen Blasen unterwegs zu sein - so fühlte man sich leicht von jedem bedroht, der anders sei. „Und wir verlernen die Begegnung und den Dialog. So breiten sich Polarisierung, Konflikte, Ängste und Gewalt aus. Es geht nicht bloß darum, dass die Gefahr eines Irrtums besteht, sondern dass sich die Beziehung zur Wahrheit selbst verändert", unterstrich der Papst. Und er betonte:

„Gerade in diesem Bereich hat die Katholische Universität die Pflicht, eine führende Rolle zu übernehmen. Sie beschränkt sich nämlich nicht darauf, Fachwissen zu vermitteln, sondern bildet Menschen, die über kritische Urteilsfähigkeit verfügen und die zur Liebe und zum Dienst bereit sind."

Die Nöte der Studierenden - Papst bittet: Nicht auswandern

Zwei Studierende berichteten dem Papst stellvertretend auch von ihren Sorgen und Nöten - etwa finanzieller Natur. Sie hofften unter anderem auf „verstärkte Unterstützung der Stipendiensysteme, damit der Mangel an Mitteln niemals ein Hindernis für die intellektuelle und berufliche Berufung darstelle", sagte eine Studentin. Dafür gab es Applaus. Konkret äußerte die Studentin den Wunsch nach einem größeren Hörsaal - sie betonte aber auch: „Wir erwarten nicht nur materielle Unterstützung. Wir erwarten vor allem ein Wort der Ermutigung, ein Licht, das uns bei unseren Entscheidungen leitet, und Ihren Segen, um unseren Glauben und unser Engagement zu stärken. Helfen Sie uns, eine Generation von Friedensstiftern, Dienern des Gemeinwohls und Zeugen der Liebe in unseren Gesellschaften zu werden."

„Wir erwarten vor allem ein Wort der Ermutigung, ein Licht, das uns bei unseren Entscheidungen leitet, und Ihren Segen, um unseren Glauben und unser Engagement zu stärken. Helfen Sie uns, eine Generation von Friedensstiftern, Dienern des Gemeinwohls und Zeugen der Liebe in unseren Gesellschaften zu werden“

Papst Leo XIV. hatte seinerseits auch eine Bitte an die Studierenden: „Liebe Söhne und Töchter Kameruns, liebe Studenten, angesichts der verständlichen Tendenz zur Auswanderung, die einen glauben lassen könnte, dass man andernorts leicht eine bessere Zukunft finden könne, lade ich euch vor allem ein, darauf mit dem brennenden Wunsch zu antworten, eurem Land zu dienen und das Wissen, das ihr hier erwerbt, zum Wohl eurer Mitbürger einzusetzen. Darin liegt der Daseinszweck eurer Universität, die vor fünfunddreißig Jahren gegründet wurde, um Seelsorger und in der Gesellschaft engagierte Laien auszubilden: Diese sind die Zeugen der Weisheit und Gerechtigkeit, die der afrikanische Kontinent braucht." (vn 17)

 

 

 

 

Bischof Oster warnt vor völkischem Nationalismus und AfD

 

In einem diesen Donnerstag veröffentlichten Interview mit der katholischen Wochenzeitung „Die Tagespost“ hat der Passauer Bischof Stefan Oster deutliche Kritik an der AfD geübt und vor einer Verwechslung christlicher Identität mit völkischem Denken gewarnt. Er sehe die Gefahr, dass Gläubige in Denkmuster abrutschen, die ethnische Homogenität über christliche Grundwerte stellen.

Mit Blick auf die AfD stellte Oster eine zunehmende Verschärfung der Rhetorik fest: „Die hat sich verbal und in ihrem politischen Aktivismus in den letzten Jahren immer mehr radikalisiert, Schlagworte wie 'Remigration' sind jetzt völlig salonfähig geworden.“ Manche Vertreter der Rechten propagierten laut Oster eine „fragwürdige Reinhaltung von eigener Kultur und Ethnie“.

Zwar müsse politisch darüber diskutiert werden, wie viel Zuwanderung ein Land vertragen könne, doch dürfe dies nicht in Verachtung umschlagen. Der Bischof mahnte, gegen Menschen aus dem globalen Süden oder gegen Muslime dürfe keine „generelle Hermeneutik des Verdachts“ angewandt werden.

„Gott ist der Vater aller Menschen. Das sollte unsere primäre Identität als Christen sein!“

Besonders im konservativen Katholizismus sieht Oster eine Anfälligkeit für identitätspolitische Strömungen. Oft werde die Auffassung vertreten: „Wir haben die Wahrheit“, was jedoch häufig als „intellektuelles Rechthaben“ auftrete. Dem setzte Oster die Notwendigkeit einer Haltung der Demut entgegen, um „jeden Menschen als Kind Gottes in seiner Würde“ zu achten.

Ein Menschenbild, das Akzeptanz an die Bedingung knüpft, dass das Gegenüber den eigenen Vorstellungen entspricht, bezeichnete Bischof Oster im Tagespost-Interview als „lieblos“. Er erinnerte daran: „Gott ist der Vater aller Menschen. Das sollte unsere primäre Identität als Christen sein!“

Kritik an reiner „Fassade des christlichen Abendlandes“

Oster hinterfragte zudem die Motivation hinter der Abschottung gegenüber Migration. Wenn man meine, sich schützen zu müssen, weil „vermeintlich Böse“ kämen, sei dies ein Zeichen für den Verlust der „geistigen und geistlichen Kraft zur Transformation der Welt“. Das Festhalten an einer bloßen „Fassade eines christlichen Abendlandes“ reiche nicht aus.

Abschließend betonte der Passauer Bischof, dass der christliche Glaube die Angst vor anderen Kulturen nehmen müsse, sofern man Jesus Christus als Retter aller Menschen begreife. Auch wenn der schwindende Glaube in der Gesellschaft das System Deutschland destabilisiere, bleibe festzuhalten: „Ausschluss anderer schafft noch keinen Glauben – eher im Gegenteil.“

„Ausschluss anderer schafft noch keinen Glauben – eher im Gegenteil“

(kap/tagespost 16)

 

 

 

 

Leo XIV. in Bamenda: Jetzt ist der Moment, um etwas zu verändern

 

Trotz der vielen „herzzerreißenden“ Situationen kann man „das Mosaik der Einheit" neu zusammenfügen, indem man die Verschiedenheiten vereint – und der richtige Zeitpunkt dafür ist gerade jetzt. Diese Botschaft hatte Leo XIV. in der Predigt während der Messe für Frieden und Gerechtigkeit am Flughafen von Bamenda. Dabei warnte der Papst vor denen, die Afrika ausbeuten wollen, und mahnte zur Wachsamkeit gegenüber esoterischen oder gnostischen Strömungen. Christine Seuss

In freudiger Atmosphäre feierte Papst Leo vor seinem Rückflug nach Yaoundé die Messe in Bamenda, einem Gebiet, das seit Jahren wegen der Zusammenstöße von Separatisten und Regierungstruppen von Konflikt und Unsicherheit geprägt ist. Doch davon war kaum etwas zu spüren, auch wenn der Papst schon bei verschiedenen Gelegenheiten – so auch hier - darauf eingegangen war, dass die Menschen zwar auf einem wunderschönen Kontinent lebten, aber mit großen Schwierigkeiten konfrontiert, gar verwundet, seien.

Der Messe ging eine lange Fahrt im Papamobil voraus, begleitet von der Begeisterung der Gläubigen, die typische Gesänge anstimmten, während kamerunische und vatikanische Fähnchen sowie grüne Zweige geschwenkt wurden - nach der Tradition des Landes ein Zeichen der Begrüßung, der Wiedergeburt und des Lebens. Auf dem Rollfeld wartete unterdessen gut sichtbar das Flugzeug, das den Papst nach der Messe dann wieder nach Youndé bringen sollte.

Die Feier begann mit einer langen Prozession von Kardinälen, Bischöfen und Priestern, die weiße Gewändern mit typischen afrikanischen Stickereien trugen - eine Prozession, die schließlich bis zum Altar führte, der in den Vatikanfarben Weiß und Gelb umrahmt war; im Hintergrund stach das Grün der Hügel von Bamenda hervor.

Pilger des Friedens und der Einheit

Schon im Eröffnungsgebet wurde darum gebeten, dass „unermüdlich daran gearbeitet wird, jene Gerechtigkeit zu schaffen, die allein einen wahren und dauerhaften Frieden garantiert“. Er komme als „Pilger des Friedens und der Einheit“, betonte auch Papst Leo in seiner Predigt – ein Signal an die Menschen von Bamenda und dafür, ihren Weg, ihre Mühen und Hoffnungen zu teilen. Ein komplexes Szenario, das dem Papst, der die gravierenden Schwierigkeiten der Menschen aufzählte, durchaus bewusst war:

„Die zahlreichen Formen der Armut, von denen auch in jüngster Zeit sehr viele Menschen wegen der anhaltenden Nahrungsmittelkrise betroffen sind; moralische, soziale und politische Verfallserscheinungen, die vor allem mit einem Umgang mit Reichtum zu tun haben, der die Entwicklung von Institutionen und Strukturen verhindert; die gravierenden Folgeprobleme im Bildungs- und Gesundheitswesen sowie die massive Abwanderung ins Ausland, insbesondere von jungen Menschen. Und zu den inneren Problemen, die oft von Hass und Gewalt genährt werden, kommen dann noch von außen verursachte Übel hinzu, vonseiten derer, die den afrikanischen Kontinent um des Profits willen weiterhin ausbeuten und plündern“, so der Papst angesichts von Situationen, „die uns das Herz brechen und uns Kummer bereiten“. Doch es gelte, aktiv dagegen anzusteuern, so die energische Aufforderung des Papstes. Denn trotz allem sei

„Heute und nicht morgen, jetzt und nicht in der Zukunft ist der rechte Zeitpunkt, um wiederaufzubauen, um das Mosaik der Einheit aus der Vielfalt und dem Reichtum des Landes und des Kontinents neu zusammenzufügen und eine Gesellschaft zu bilden, in der Friede und Versöhnung herrschen“

„..dies der Augenblick, um etwas zu verändern, um die Geschichte dieses Landes neu zu gestalten. Heute und nicht morgen, jetzt und nicht in der Zukunft ist der rechte Zeitpunkt, um wiederaufzubauen, um das Mosaik der Einheit aus der Vielfalt und dem Reichtum des Landes und des Kontinents neu zusammenzufügen und eine Gesellschaft zu bilden, in der Friede und Versöhnung herrschen.”

Hoffnung auf Frieden

Die festliche Gestaltung der Liturgien, ebenso wie die Freude, mit der sie zu Gott beteten, sei ein Zeichen ihres „tiefen Gottvertrauens“, ebenso wie ihrer unerschüttlichen Hoffnung, so Papst Leo an die rund 20.000 Menschen, die für die feierliche Messe und den anschließenden Abschied des Papstes zum Flughafen von Bamenda gekommen waren. Bereits bei seiner Ankunft am Vormittag hatten viele Tausende Menschen die Straßen gesäumt, die Papst Leo bis zum Ort des Friedenstreffens in der Kathedrale des heiligen Josef in der Stadt zurückzulegen hatte.

„Gott macht uns zu mutigen Menschen, die dem Bösen trotzen und Gutes bewirken“

Der Papst räumte in seiner Predigt am Donnerstagnachmittag ein, dass man angesichts all der zu bewältigenden Probleme leicht der „Resignation“ und der „Ohnmacht verfallen könnte, erinnerte aber zugleich an die Quelle des Wortes Gottes, das Wort, das „neue Räume eröffnet und Verwandlung und Heilung bewirkt, weil es das Herz in Bewegung setzen kann“, den Menschen zum aktiven Gestalter seiner Zukunft macht: „Erinnern wir uns daran: Gott ist Neuheit, Gott erschafft Neues, Gott macht uns zu mutigen Menschen, die dem Bösen trotzen und Gutes bewirken“, rief der Pontifex den Menschen zu.

Baumeister des Friedens und der Geschwisterlichkeit

„Der Gehorsam gegenüber Gott“, so betonte der Papst weiter, mache uns „frei“, weil dies bedeute, „dass wir ihm unser Leben anvertrauen und zulassen, dass sein Wort unser Denken und Handeln inspiriert“. Es gelte letztlich, Gott mehr zu gehorchen als den Menschen und deren beschränktem irdischen Denken – denn dies bedeute, den Wert des Guten zu entdecken und vor dem Bösen nicht zu resignieren, den Weg des Lebens neu zu finden und zum Stifter von Frieden und Geschwisterlichkeit zu werden; ein Beispiel, das die Apostel gegeben hätten, als bei der Anhörung des Hohen Rates mutig Rede und Antwort standen und auf den Gehorsam gegenüber Gott verwiesen hatten:

„Der Mut der Apostel wird zum kritischen Gewissen, zu einer prophetischen Stimme, zu einer Anklage gegen das Böse, und dies ist der erste Schritt, um Veränderungen herbeizuführen. Gott zu gehorchen ist nämlich kein Akt der Unterwerfung, der uns belastet oder uns die Freiheit nimmt.“

Absage an esoterische Glaubensvorstellungen

Auf dieses Konzept des Gehorsams gegenüber Gott, insbesondere bei der Weitergabe des Glaubens, kam Papst Leo am Ende seiner Predigt nochmals zu sprechen – wobei es gewisse Fallstricke zu vermeiden gelte, so die Mahnung des Kirchenoberhauptes.

„Wir müssen ihm gehorchen, weil er allein Gott ist. Und so sind wir eingeladen, die Inkulturation des Evangeliums zu fördern und wachsam zu sein, auch hinsichtlich unserer Religiosität, um nicht irrtümlich auf Wege zu geraten, die den katholischen Glauben mit anderen Glaubensüberzeugungen und Traditionen esoterischer oder gnostischer Art vermischen, die in Wirklichkeit oft politische und wirtschaftliche Zwecke verfolgen. Gott allein befreit, nur sein Wort eröffnet Wege der Freiheit, nur sein Geist macht uns zu neuen Menschen, die dieses Land verändern können.“

Sein abschließender Dank galt den vielen Priestern, Missionaren, Ordensleuten und Laien, die daran arbeiteten, „eine Quelle des Trostes und der Hoffnung zu sein“, ein Balsam für die Wunden eines Volkes, das nicht aufhört, nach vorne zu blicken und sich – wie Papst Leo in seiner Predigt eingangs betonte – „mit aller Kraft an die Liebe des Vaters klammert“.

Anschließend begab er sich zum im Hintergrund wartenden Flugzeug, um wieder in die Hauptstadt Yaoundé zurückzufliegen – von dort aus ist am Freitag erneut ein Inlandsflug geplant, und zwar nach Douala, wo er eine Heilige Messe im „Japoma Stadion“ feiern und ein Katholisches Krankenhaus besuchen wird.

Vn 16

 

 

 

 

Zehnter Katholischer Flüchtlingsgipfel am 5. Mai 2026 in Würzburg

 

Der Sonderbeauftragte für Flüchtlingsfragen der Deutschen Bischofskonferenz, Erzbischof Dr. Stefan Heße, lädt am 5. Mai 2026 zum zehnten Katholischen Flüchtlingsgipfel in Würzburg ein. Dazu werden rund 130 Praktiker, Experten und Ehrenamtliche aus ganz Deutschland erwartet.

Unter dem Titel „Auf sicherem Grund? Menschenrechte und Flüchtlingsschutz – politische Entwicklungen und kirchliche Handlungsansätze“ widmet sich der Gipfel aktuellen Herausforderungen des Flüchtlingsschutzes. Im Fokus steht die Frage, inwieweit eine restriktivere Flüchtlingspolitik mit der Relativierung menschenrechtlicher Verpflichtungen und einer Schwächung der rechtsstaatlichen Kultur verbunden ist. Tatsächlich geraten die Allgemeine Erklärung der Menschenrechte und die Genfer Flüchtlingskonvention durch aktuelle politische Entwicklungen unter Druck. Zunehmend drohen die Verantwortung gegenüber Schutzsuchenden sowie die Verbindlichkeit menschenrechtlicher Standards infrage gestellt zu werden. Der Flüchtlingsgipfel wird diese Aspekte in den Blick nehmen und diskutieren, wie die Fundamente des internationalen Flüchtlingsschutzes gestärkt werden können.

Die Veranstaltung beginnt mit zwei einführenden Impulsen: Prof. Dr. iur. Beate Rudolf (Direktorin des Deutschen Instituts für Menschenrechte, Berlin) wird den Zusammenhang von Menschenrechten und Flüchtlingsschutz beleuchten und Herausforderungen in den Blick nehmen. Zum Thema „Flüchtlingsschutz, Rechtsstaatlichkeit und Menschenrechte – aktuelle Entwicklungen“ wird Dr. Ulrich Maidowski (Richter des Bundesverfassungsgerichts a. D., Karlsruhe) sprechen. In mehreren Arbeitsgruppen sollen verschiedene Aspekte vertieft und praktische Handlungsansätze diskutiert werden. Der Gipfel endet mit einer Podiumsdiskussion zu aktuellen Entwicklungen und Herausforderungen im Flüchtlingsschutz, an der neben Erzbischof Dr. Heße der Bayerische Staatsminister des Innern, Joachim Herrmann (München), die Fachanwältin für Migrationsrecht, Claire Deery (Göttingen), und die Soziologin PD Dr. Judith Kohlenberger (Wien) teilnehmen.

Die Kolleginnen und Kollegen der Medien laden wir herzlich zum zehnten Katholischen Flüchtlingsgipfel ein. Wir bitten um Verständnis, dass die Arbeitsgruppen nicht öffentlich sind. Dbk 16

 

 

 

Papstbesuch in Kamerun: „Menschen brauchen Gerechtigkeit“

 

Am ersten Tag seines Aufenthalts in Kamerun ist Papst Leo XIV. im Präsidentenpalast in Yaoundé mit staatlichen Autoritäten und Vertretern der Zivilgesellschaft zusammengetroffen. Der Besuch folgt auf eine vorangegangene Station in Algerien und ist Teil einer elftägigen Reise über den afrikanischen Kontinent. Mario Galgano – Vatikanstadt

In seiner Rede vor dem Präsidenten sowie den Mitgliedern des diplomatischen Korps und Vertretern der Zivilgesellschaft dankte das Kirchenoberhaupt herzlich für den Empfang. Leo XIV.  bezeichnete Kamerun aufgrund der Vielfalt seiner Landschaften, Kulturen und Sprachen - völlig unterschiedlich von Nord nach Süd und von Ost nach West, auch in geographischer Hinsicht - als „Afrika im Kleinen“. Diese Diversität sei ein „Versprechen der Geschwisterlichkeit und ein solides Fundament für den Aufbau eines dauerhaften Friedens“.

Das Kirchenoberhaupt definierte seine Rolle bei diesem Besuch als die eines „Hirten und Dieners des Dialogs, der Geschwisterlichkeit und des Friedens“. Er wolle jeden dazu ermutigen, am Aufbau des Gemeinwohls weiterzuarbeiten. In einer Zeit, in der „Resignation um sich greift und das Gefühl der Ohnmacht die Erneuerung zu lähmen droht“, verwies er auf das Bedürfnis der Menschen nach Gerechtigkeit, Teilhabe und Frieden.

Die Bedeutung der Jugend und der Frauen

Besonderes Augenmerk legte der Papst auf die jüngere Generation. Es sei sein Wunsch, „die Herzen aller zu erreichen, insbesondere die der jungen Menschen, die dazu berufen sind, einer gerechteren Welt Gestalt zu geben, auch in politischer Hinsicht“. An die Adresse der Frauen gewandt, betonte er: „Dankbar möchte ich die Rolle der Frauen hervorheben. Oft sind sie, leider, die ersten Opfer von Vorurteilen und Gewalt, und doch bleiben sie unermüdliche Friedensstifterinnen. Ihr Engagement in den Bereichen Bildung, Mediation und Wiederaufbau des sozialen Gefüges ist unvergleichlich und zügelt Korruption und Machtmissbrauch. Auch aus diesem Grund muss ihre Stimme in Entscheidungsprozessen voll und ganz anerkannt werden“. Mehrmals brandete nach den Worten des Papstes Applaus auf, doch besonders herzlich war er an dieser Stelle.

Würdigung der päpstlichen Botschaft

Der Präsident Kameruns, Paul Biya, schlug in seiner Ansprache ernste Töne an und verwies auf den schwierigen internationalen Kontext. Er zeichnete das Bild einer durch Kriege, wirtschaftliche Not und soziale Verzweiflung erschütterten Welt, in der Angst und Zweifel die Herzen der Menschen beherrschten. Inmitten dieses globalen Chaos fungiere die päpstliche Botschaft laut Biya wie eine „belebende Quelle“, die den Wunsch nach Harmonie stille und der Menschheit die verloren gegangene Hoffnung zurückgebe.

Der Besuch des Papstes in Kamerun dauert noch bis zum 17. April an, bevor die Reise in weitere afrikanische Staaten fortgesetzt wird. (vn 15)

 

 

 

 

Treffen von ZdK-Präsidentin Stetter-Karp und dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Wilmer

 

Die Präsidentin des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK), Dr. Irme Stetter-Karp, ist heute (15. April 2026) in Frankfurt a. M. mit dem Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, zu einem Meinungsaustausch zusammengetroffen.

Ein Schwerpunkt des Gesprächs war der bevorstehende Katholikentag (13.–17. Mai 2026) in Würzburg. Dort werden beide bei mehreren Gelegenheiten auf Podien gemeinsam auftreten. „Wir laden alle Interessierten ein, nach Würzburg zu kommen. Man kann sich immer noch anmelden und auch Tagesgäste sind willkommen“, so die ZdK-Präsidentin. „Gemeinsam sagen wir: Nutzen Sie die Chance von Begegnung und Gespräch beim Katholikentag. Herzliche Einladung nach Würzburg“, so Bischof Wilmer.  

Weitere Themen des Gesprächs waren die politische und gesellschaftliche Lage in Deutschland und weltweit, die Vorbereitung der demnächst anstehenden Gemeinsamen Konferenz von Vertretern des ZdK und der Deutschen Bischofskonferenz sowie der Synodale Weg der Kirche in Deutschland: „Wir sind auf einem guten Weg und es ist wichtig, dass wir weltkirchliche Erfahrungen auf diesem Weg in unser Handeln integrieren. Bei allem braucht es Geduld. Gerade deshalb ist es gut, wenn wir uns auf dem Katholikentag dieses Weges vergewissern können“, sagt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz. Die ZdK-Präsidentin ist überzeugt, „dass der Katholikentag uns vor allem zum Handeln mahnt. Er trägt das Leitwort ‚Hab Mut, steh auf!‘ Ich will mich von diesem Mut anstecken lassen. Ich vertraue der Erneuerungskraft des Evangeliums. Und ich hoffe sehr, dass die fünf Tage in Würzburg viele Menschen inspirieren und ermutigen.“ Dbk 15

 

 

 

 

Leo XIV. in Annaba: Ruf zur geistlichen Erneuerung

 

In der Augustinus-Basilika von Annaba verband Papst Leo XIV. die geistliche Kraft des Kirchenvaters mit einem Auftrag für heute: Der Glaube müsse immer wieder neu „von oben“ geboren werden und die Kirche Brücken zwischen Menschen, Kulturen und Religionen bauen. Angesichts einer „Abwärtsspirale“ der Weltlage rief er zu Umkehr und Vertrauen auf Gottes Barmherzigkeit auf. Nach dem Gottesdienst flog der Papst zurück Richtung Algier. Von dort bricht er am Mittwoch nach Kamerun auf. Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Bischof von Constantine, Michel Guillaud, hieß den Papst in der Augustinus-Basilika in Annaba willkommen. Er erinnerte an das Papstwort „Ich bin ein Sohn des Augustinus“ und würdigte den Heiligen als „großen Bruder auf dem Weg des Glaubens“. Bischof Guillaud würdigte den Papst dabei als einen Geistesverwandten des heiligen Augustinus, dessen Lehren als Brücke zwischen den Religionen und Kulturen dienten.

Zu Beginn seiner Predigt schlug der Papst eine Brücke von der Geschichte zur Gegenwart. Er verwies darauf, dass die Basilika dem heiligen Augustinus gewidmet sei, dem Bischof des antiken Hippo. Leo XIV. stellte fest, dass das Wort Gottes die Geschichte überdauere und durch die menschliche Stimme erneuert werde. Er erklärte: „Im Laufe der Jahrhunderte haben die Orte, die uns beherbergen, ihre Namen verändert, doch die Heiligen sind als unsere Schutzpatrone und treue Zeugen einer Verbindung zwischen Himmel und Erde geblieben.“

Die Begegnung mit Nikodemus

Inhaltlich konzentrierte sich die Predigt auf das Evangelium vom Gespräch zwischen Jesus und Nikodemus. Der Papst beschrieb die Dynamik dieses Treffens als eine Kraft, die dem Menschen auch in Momenten des schwachen Glaubens Beharrlichkeit verleihe. Jesus rufe Nikodemus zu einem neuen Leben auf und übertrage ihm eine „überraschende Aufgabe“.

Leo XIV. zitierte hierzu die biblische Passage: „Ihr müsst von oben geboren werden“ (vgl. Joh 3,7). Dies wertete er als eine Einladung an jeden Mann und jede Frau, das Heil zu suchen.

Perspektiven für die Kirche in Algerien

Der Papst zog aus diesem Schriftwort direkte Schlüsse für die lokale christliche Gemeinschaft. Er betonte, dass der Ruf Jesu die Sendung der gesamten Kirche und insbesondere der christlichen Gemeinschaft in Algerien begründe. Das Ziel sei es, „von oben, das heißt von Gott, neu geboren zu werden“.

Abschließend erläuterte das Kirchenoberhaupt die Auswirkungen dieser geistlichen Haltung auf den Alltag der Gläubigen: „Mit dieser Perspektive überwindet der Glaube die irdischen Mühen, und die Gnade des Herrn lässt die Wüste erblühen.“ Die Schönheit des Glaubens zeige sich in der Ausdauer und der Suche nach Gott.

Geschenk der göttlichen Vorsehung

Am Ende der Heiligen Messe dankte Leo XIV. dem Gastgeber für die herzliche Aufnahme in diesen Tagen. Er betrachte diese Reise als ein besonderes Geschenk der göttlichen Vorsehung, ein Geschenk, das der Herr der ganzen Kirche mit Hilfe eines Augustiner-Papstes machen wollte. Und fügte an:

„Gott ist Liebe, er ist der Vater aller Männer und aller Frauen. Wenden wir uns demütig an ihn und bekennen wir, dass die gegenwärtige Lage der Welt, die sich wie eine Abwärtsspirale entwickelt, letztlich auf unseren Stolz zurückzuführen ist.“

Die Menschheit brauche Gott, vor allem seine Barmherzigkeit. Nur in ihm finde das menschliche Herz Frieden, „und nur mit ihm können wir alle gemeinsam und indem wir uns als Brüder und Schwestern anerkennen, Wege der Gerechtigkeit, der ganzheitlichen Entwicklung und der Gemeinschaft gehen", so der Pontifex.

Nach dem Gottesdienst flog der Papst und seine Begleitung vom internationalen Flughafen Annaba „Rabah Bitat“ nach Algier zurück. (vn 14)

 

 

 

 

Papst wirbt in Algier für Kultur der Begegnung und soziale Gerechtigkeit

 

Es handelt sich um den ersten Besuch eines Pontifex in Algerien seit der Unabhängigkeit des Landes. Im Konferenzzentrum Djamaa el Djazair kam es zur Begegnung mit Repräsentanten des Staates, der Zivilgesellschaft und dem diplomatischen Korps. Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Papst wurde vom Präsidenten Abdelmadjid Tebboune empfangen, und gemeinsam begaben sie sich in den Mehrzwecksaal des Kongresszentrums, wo etwa 1.400 Menschen anwesend waren. 

In seiner Ansprache betonte der Bischof von Rom die Bedeutung Algeriens für seine persönliche Biografie und seinen kirchlichen Dienst. Er verwies darauf, bereits in den Jahren 2001 und 2013 die Stadt Annaba - das antike Hippo - besucht zu haben. Als Nachfolger Petri kehre er nun als „Pilger des Friedens“ zurück.

Der Gast aus dem Vatikan hob die religiöse Identität des algerischen Volkes hervor und bezeichnete diese als „Geheimnis einer Kultur der Begegnung und der Versöhnung“. Angesichts globaler Instabilitäten erklärte er:

„In einer Welt voller Konflikte und Missverständnisse wollen wir einander begegnen und versuchen, einander zu verstehen, in der Erkenntnis, dass wir eine einzige Familie sind!“

Dieses Bewusstsein sei der wesentlichen Schlüssel, um „viele verschlossene Türen zu öffnen“, so der Pontifex.

Präsident würdigt Rolle des Gastes

Der algerische Präsident empfing das Oberhaupt der katholischen Kirche mit Hinweis auf die historische Dimension des Besuchs. Er würdigte den Gast als einen der „leidenschaftlichsten Verfechter sozialer Gerechtigkeit weltweit“ in einer Zeit, in der die Kluft zwischen dem Norden und dem Süden der Welt wachse.

Der Präsident schlug in seiner Rede eine Brücke zwischen der christlichen und der algerischen Geschichte, indem er die Bedeutung von Augustinus von Hippo – einem „Sohn dieses Landes“ – sowie des Emirs Abdelkader hervorhob. Beide seien Vorbilder für Toleranz und den Dialog der Kulturen. Er betonte zudem die nationale Verpflichtung Algeriens gegenüber der sozialen Gerechtigkeit:

„Diesem Ideal folgend haben wir unseren Befreiungskrieg geführt. Seit der Unabhängigkeit haben wir die soziale Gerechtigkeit zu einem grundlegenden und unverrückbaren Prinzip gemacht.“

Gemeinsames Erbe als Fundament

In beiden Ansprachen wurde das Erbe des heiligen Augustinus als verbindendes Element zwischen der katholischen Kirche und dem nordafrikanischen Staat deutlich. Leo XIV. hatte sich schon bei seinem ersten öffentlichen Auftritt als Papst als geistlichen „Sohn des heiligen Augustinus“ bezeichnet, während der Präsident die Visionen des antiken Denkers als zeitloses Vermächtnis für das moderne Algerien darstellte.

Der Besuch in Algier bildet den Auftakt der bis zum 15. April 2026 dauernden Reise des Papstes durch Algerien. (vn 13)

 

 

 

 

Leo XIV.: Moralische Pflicht, Zivilisten in Konflikten zu schützen!

 

Im Anschluss an sein Mittagsgebet hat Papst Leo XIV. an diesem Sonntag mit besonderem Blick auf den Libanon an die „schrecklichen Folgen des Krieges“ für die Zivilbevölkerung erinnert – und an die Konfliktparteien appelliert, das Feuer einzustellen und nach einer friedlichen Lösung zu suchen. Auch die Ukraine und der Sudan waren in seinen Gedanken. Christine Seuss - Vatikanstadt

„Auch dem geliebten libanesischen Volk bin ich in diesen Tagen des Schmerzes, der Angst und der unerschütterlichen Hoffnung auf Gott besonders nahe“, so der Papst nach dem Gebet des Regina Coeli, des Mittagsgebetes der Kirche in der Osterzeit.

Menschlichkeit und Völkerrecht

„Das Prinzip der Menschlichkeit, das im Gewissen eines jeden Menschen eingeschrieben und im Völkerrecht anerkannt ist, bringt die moralische Verpflichtung mit sich, die Zivilbevölkerung vor den schrecklichen Folgen des Krieges zu schützen. Ich appelliere an die Konfliktparteien, das Feuer einzustellen und dringend nach einer friedlichen Lösung zu suchen“, so die eindringlichen Worte des Papstes, der zudem an den immer noch andauernden – und oft vergessen scheinenden – blutigen Konflikt im Sudan erinnerte. Am kommenden Mittwoch, 15. April, jährt sich dessen Ausbruch zum dritten Mal:

„Wie sehr leidet das sudanesische Volk, unschuldiges Opfer dieses unmenschlichen Dramas! Ich erneuere meinen eindringlichen Appell an die Kriegsparteien, die Waffen schweigen zu lassen und ohne Vorbedingungen einen aufrichtigen Dialog zu beginnen, um diesen Bruderkrieg so bald wie möglich zu beenden.“

„Wie sehr leidet das sudanesische Volk, unschuldiges Opfer dieses unmenschlichen Dramas“

Zuvor hatte Leo XIV. darauf hingewiesen, dass an diesem Sonntag viele Ostkirchen das Osterfest nach dem julianischen Kalender feiern: „Allen diesen Gemeinschaften sende ich meine herzlichsten Wünsche des Friedens, in der Gemeinschaft des Glaubens an den auferstandenen Herrn.“ Diese Wünsche wolle er jedoch mit einem „intensiveren“ Gebet für alle verbinden, die unter dem Krieg leiden, „besonders für das liebe ukrainische Volk“:

„Möge das Licht Christi die betrübten Herzen trösten und die Hoffnung auf Frieden stärken. Möge die Aufmerksamkeit der internationalen Gemeinschaft für das Drama dieses Krieges nicht nachlassen!“, so der Appell des Papstes. Unter den Gruppen, die er eigens grüßte, waren auch Gäste aus Österreich, und zwar der Musikverein Kleinraming aus der Diözese Linz.

Gebet für Kriegsbetroffene

Abschließend erinnerte Leo XIV. daran, dass er am nächsten Tag zu einer zehntägigen Reise nach Afrika aufbrechen werde, die ihn in vier afrikanische Länder führen wird: Algerien, Kamerun, Angola und Äquatorialguinea. „Ich bitte euch, mich mit eurem Gebet zu begleiten. Danke! Einen schönen Sonntag euch allen!“, verabschiedete er sich von den rund 18.000 Besuchern auf dem Petersplatz. (vn 12)

 

 

 

 

Unser Sonntag: Gegenkultur

 

Tobias Teuscher sieht das heutige Evangelium als heilsame Korrektur für unsere Zeit. Es gibt unzählige Möglichkeiten zu speichern, zu dokumentieren, aber man hat große Mühe zu vergeben. Dabei ist der Mensch viel mehr als seine schlimmste Stunde: in der Kirche werden Sünden vergeben. Tobias Teuscher 

Joh 20,19-31 Weißer Sonntag – Sonntag der Göttlichen Barmherzigkeit

Dieser Sonntag trägt zwei Namen, und beide führen mitten ins Herz des christlichen Glaubens. Der Weiße Sonntag erinnert an das weiße Taufgewand, an das neue Leben aus der Taufe, an Reinheit nicht als moralische Selbstinszenierung, sondern als Geschenk der Gnade.

In der alten Kirche war dieser Tag der Abschluss der Osterwoche der Neugetauften. Sie empfingen in der Osternacht das weiße Gewand und trugen es als Zeichen dafür, dass mit Christus ein neues Leben begonnen hatte. Nun begann der Alltag des Glaubens. Ostern will nicht nur gefeiert, sondern gelebt werden.

Der zweite Name dieses Sonntags „Göttliche Barmherzigkeit“ erinnert daran, dass der auferstandene Christus seiner Kirche nicht zuerst Macht, Einfluss oder Organisation hinterlässt, sondern Frieden, Vergebung und einen neuen Anfang in Vertrauen und Barmherzigkeit. Die Kirche hat diesen Akzent besonders durch die Heilige Faustina und durch den Heiligen Papst Johannes Paul II. neu hervorgehoben.

„Keine triumphierende Kirche: Angst, Rückzug, Unsicherheit, innere Verkrampfung: Das ist der Ausgangspunkt.“

Nicht weil hier eine neue Lehre entstanden wäre, sondern weil das Ostergeheimnis selbst als Barmherzigkeit Gottes für die Welt sichtbar wird. Das Evangelium zeigt uns keine triumphierende Kirche. Es zeigt uns verängstigte Jünger hinter verschlossenen Türen. Angst, Rückzug, Unsicherheit, innere Verkrampfung: Das ist der Ausgangspunkt.

Ich könnte fast sagen: Die Kirche beginnt nicht auf einer Bühne, sondern in einem Schutzraum. Nicht mit Stärke, sondern mit Erschöpfung. Nicht mit Heldenmut, sondern mit Furcht.

Dort tritt Jesus in ihre Mitte.

Er klopft nicht.

Er wartet nicht, bis die Lage besser wird.

Er kommt durch die verschlossenen Türen hindurch.

Der auferstandene Herr scheitert nicht an unseren Verriegelungen. Nicht an unseren Türen aus Stahl und Holz, und auch nicht an den Türen des Herzens.

Sein erstes Wort lautet: Friede sei mit euch.

Nicht: Wo wart ihr?

Nicht: Warum habt ihr versagt?

Nicht: Jetzt reißt euch mal zusammen, ihr Angsthasen.

Sondern: Friede sei mit euch.

Und weil wir Menschen langsam lernen, sagt er es gleich zweimal.

Friede sei mit euch.

Der Friedensgruß ist eine neue Wirklichkeit 

Der Friedensgruss des Auferstandenen ist keine höfliche Begrüßung. Er ist eine neue Wirklichkeit. Er ist die göttliche Antwort auf die menschliche Angst. Dann zeigt Jesus seine Hände und seine Seite. Der Auferstandene kommt nicht als jemand zurück, der seine Geschichte leugnet. Er steht zu seinen Wunden. Ostern macht die Wunden nicht ungeschehen, aber nimmt ihnen das letzte Wort. Die Wunden des Leidens und des Sterbens Christi bleiben sichtbar, doch sie sind nun Zeichen der Liebe, nicht mehr des Untergangs.

„Die Wunden des Leidens und des Sterbens Christi bleiben sichtbar, doch sie sind nun Zeichen der Liebe, nicht mehr des Untergangs.“

Das ist für unsere Zeit von ungeheurer Kraft. Denn auch wir leben in einer Welt mit offenen Wunden: Kriege, Verluste, Einsamkeit, Misstrauen, Polarisierung, Entwurzelung. Die christliche Hoffnung besteht nicht darin, so zu tun, als sei alles heil. Sie besteht darin, dass Christus gerade mit seinen Wunden in unsere verletzte Wirklichkeit eintritt. Gottes Barmherzigkeit ist keine fromme Nebensache.

Hier beginnt gleichsam eine neue Schöpfung

Sie ist die Macht, die Verwundetes verwandeln kann. Deshalb folgt auf den Friedensgruß sofort der Auftrag. Jesus sendet die Jünger. Er haucht sie an. Das erinnert an den Anfang der Schöpfung. Hier beginnt gleichsam eine neue Schöpfung.

Eine neue Menschheit soll entstehen: nicht aus Angst, sondern aus Geist; nicht aus Abgrenzung, sondern aus Sendung; nicht aus Misstrauen, sondern aus Vergebung. Dann hören wir einen Satz, der zum innersten Kern der Kirche gehört: Denen ihr die Sünden erlasst, denen sind sie erlassen. Die Kirche soll kein Tribunal der Unbarmherzigkeit sein. Sie ist dazu gesandt, den Menschen nicht in seiner Schuld einzusperren, sondern ihm im Namen Christi die Tür zur Umkehr und zum Neubeginn zu öffnen.

Beichte gehört zum innersten Kern der Kirche

Göttliche Barmherzigkeit verharmlost die Sünde nicht. Aber sie kapituliert auch nicht vor ihr. Sie nimmt den Menschen ernst genug, um ihn nicht auf seine Vergangenheit zu reduzieren. Dann tritt Thomas auf. Thomas ist viel sympathischer, als sein Ruf vermuten lässt. Er ist nicht einfach der Ungläubige vom Dienst. Er ist auch kein peinlicher Nachzügler der Osterfreude. Thomas nimmt die Sache ernst. Er will nicht bloß hören, was andere erlebt haben. Er will Gewissheit. Er will Wahrheit. Er will sich nicht mit der frommen Gruppendynamik zufriedengeben.

„Thomas will sich nicht mit frommer Gruppendynamik zufrieden geben.“

Thomas ist eine erstaunlich moderne Gestalt. Viele Menschen heute empfinden ähnlich. Sie sagen: Ich kann doch nicht glauben, nur weil andere es tun. Ich kann mich nicht mit religiösen Formeln begnügen. Ich brauche einen tragfähigen Grund. Und was tut Jesus? Er demütigt Thomas nicht. Er beschämt ihn nicht. Er kommt ihm entgegen. Acht Tage später, wieder bei verschlossenen Türen, tritt er in die Mitte und wendet sich dem Zweifelnden direkt zu. Das ist eine große Schule der Barmherzigkeit. Christus zerbricht den suchenden Menschen nicht. Er führt ihn zur Wahrheit.

Schule der Barmherzigkeit

Thomas antwortet darauf mit einem der stärksten Sätze des ganzen Neuen Testaments: Mein Herr und mein Gott! Der Zweifler wird zum Bekenner. Der, der sehen wollte, erkennt. Der, der gezögert hat, spricht nun das klare Wort des Glaubens. An diese Stelle gehört auch der schlichte Satz aus der Faustina-Tradition, der so klein klingt und doch so groß ist:

Jesus, ich vertraue auf Dich.

Das ist keine Frömmigkeitsfloskel, sondern geistliche Realitätsschulung.

Vertrauen heißt ja gerade nicht, dass man nichts mehr fürchten müsste.

Vertrauen heißt, dass die Angst nicht mehr herrscht.

Vertrauen heißt, dass die mir zugefügte Verletzung nicht mehr definiert, wer ich bin.

Die Kirche lebt aus dem Frieden Christi. Sie lebt vom Geist Christi. Sie lebt aus der Vergebung und davon, dass der Auferstandene gerade den verängstigten, unvollkommenen, suchenden Menschen nicht aufgibt.

Darin liegt eine heilsame Korrektur für unsere Zeit. Denn wir leben in einer Kultur, die sich gern zwischen zwei Extremen bewegt. Entweder sie verharmlost das Böse und nennt alles komplex. Oder sie kennt nur noch Festlegung, Etikett und Ausschluss. Entweder Schuld und Verantwortung werden wegdiskutiert, oder der Mensch wird an seiner Schuld endgültig festgeschrieben. Das Evangelium geht einen anderen Weg. Es nimmt die Sünde ernst, aber es überlässt den Menschen nicht der Sünde. Es kennt die Wunde, aber es vergötzt die Wunde nicht. Es sieht das Scheitern, aber es hält das Scheitern nicht für das letzte Wort.

„Unsere Zeit hat unzählige Möglichkeiten zu speichern, zu dokumentieren, zu bewerten und öffentlich festzuhalten. Aber sie hat große Mühe, zu vergeben.“

Deshalb ist die göttliche Barmherzigkeit so aktuell. Unsere Zeit hat unzählige Möglichkeiten zu speichern, zu dokumentieren, zu bewerten und öffentlich festzuhalten. Aber sie hat große Mühe, zu vergeben. Sie erinnert alles und vergibt wenig. Sie urteilt schnell und entlässt nur langsam aus ihren Urteilen. In einer solchen Welt ist das Evangelium des Weißen Sonntags geradezu eine Gegenkultur. Der Mensch ist mehr als seine schlimmste Stunde. Mehr als seine Wunde. Mehr als seine Schuld. Mehr als die Meinung, die andere sich über ihn gebildet haben.

„Ketteler hat die christliche Barmherzigkeit nie als frommes Gefühl verstanden, sondern als Pflicht, dem geistigen und leiblichen Elend des Menschen abzuhelfen.“

An dieser Stelle lohnt ein kurzer Blick auf Wilhelm Emmanuel von Ketteler, Bischof von Mainz, deutscher Sozialreformer im 19. Jahrhundert, Mitbegründer der katholischen Soziallehre. Nächstes Jahr feiern wir das 150. Jubiläum seines Todestags. Ketteler hat die christliche Barmherzigkeit nie als frommes Gefühl verstanden, sondern als Pflicht, dem geistigen und leiblichen Elend des Menschen abzuhelfen. Genau darin bleibt er erstaunlich aktuell. Wer von Vergebung spricht, darf die Wunden der Gesellschaft nicht nur kommentieren. Wer den Frieden Christi empfängt, kann nicht gleichgültig werden gegenüber Not, Einsamkeit und Entwürdigung. Barmherzigkeit hat immer zwei Richtungen: Sie richtet den Sünder auf und sie wendet sich dem Leidenden zu. Sie gilt der Seele und dem Leib. Darum ist sie weder bloße Innerlichkeit noch bloße Sozialtechnik, sondern gelebte Wahrheit in der Form der Liebe.

Sonntag der Barmherzigkeit: Architektur des christlichen Lebens

Darum kann man diesen Sonntag vielleicht in einer einzigen Bewegung zusammenfassen: von der Angst zum Frieden, vom Frieden zur Sendung, von der Sendung zum Geist, vom Geist zur Vergebung, von der Vergebung zum Glauben, vom Glauben zur gelebten Barmherzigkeit. Das ist die Architektur des christlichen Lebens.

Und so führt dieser Sonntag zu einem schlichten, aber entscheidenden Ergebnis: Die Kirche lebt aus dem Frieden Christi. Sie lebt von seinen Wunden. Sie lebt von der Vergebung. Sie lebt davon, dass auch Suchende und Zweifelnde ihren Platz haben. Sie lebt dort glaubwürdig, wo aus dem Glauben Gemeinschaft wird.

Christus kommt auch heute durch verschlossene Türen

Vielleicht ist das die schönste Botschaft des Weißen Sonntags: Christus kommt auch heute durch verschlossene Türen. Er findet den Weg in verängstigte Herzen, in müde Gemeinden, in verwundete Familien, in suchende Seelen.

Sein Wort gilt noch immer: Friede sei mit euch.

Wer dieses Wort annimmt, muss nicht perfekt sein. Aber er beginnt neu.

Wer diesem Wort glaubt, bleibt mit seiner Wunde nicht allein.

Und wer sich von diesem Christus senden lässt, kann selbst zum Werkzeug der Barmherzigkeit werden.

Das ist Ostern acht Tage später.

Das ist der Weiße Sonntag.

Das ist die stille Revolution der göttlichen Barmherzigkeit.

(RV 11, Claudia Kaminski)

 

 

 

 

Leo XIV.: Wer seine Macht zum Götzen macht, dient dem Tod

 

Die Regierenden der Nationen sollten sich „an den Tisch des Dialogs und der Vermittlung“ setzen, nicht an die Tische, „an denen Aufrüstung geplant und tödliche Maßnahmen beschlossen werden“: Diesen eindringlichen Appell lancierte Papst Leo XIV. an diesem Samstagabend vor den zahlreichen Teilnehmern, die seiner Einladung zu einem gemeinsamen Friedensgebet in den Petersdom gefolgt waren. Doch auch jeder Einzelne müsse für den Frieden einstehen, mahnte der Papst. Christine Seuss - Vatikanstadt

Der Petersdom war für die Vigil bereits ab mittags für Besucher geschlossen, nur die Teilnehmer an dem Gebet konnten hinein. Eine Statue der Regina Pacis, der Friedenskönigin, war aus der gleichnamigen Pfarrei im römischen Stadtviertel Monteverde in den Petersdom gebracht worden, rund 10.000 Menschen waren der Einladung des Papstes vom Ostersonntag gefolgt, an dem gemeinsamen Rosenkranz für den Frieden teilzunehmen, der auch live übertragen wurde. Bevor er in die Basilika eintrat, grüßte Leo XIV. die zahlreichen Menschen, die keinen Platz im Petersdom gefunden hatten, ihn auf dem Vorplatz erwarteten.

Gebetet wurde der glorreiche Rosenkranz mit Meditationen verschiedener Kirchenväter, darunter der heilige Augustinus, Johannes Chrysostomos und Caesarius von Arles. Vor jeder Meditation entzündeten Gläubige aus verschiedenen Kontinenten eine Kerze mit dem Licht der Friedenslampe von Assisi.

Eine eindringliche Betrachtung

In seiner Betrachtung nach den in ruhigem Rhythmus gebeteten Gesätzen und der Litanei der Gottesmutter sparte Papst Leo nicht an klaren Verweisen zur desolaten Lage, in der sich die Welt wegen skrupelloser Kriegstreiberei derzeit befindet – und appellierte an alle Menschen, ihren Beitrag für einen friedlicheren Planeten zu leisten.

„Ich erhalte viele Briefe von Kindern aus Konfliktgebieten: Wenn man sie liest, erkennt man angesichts ihrer Unschuld das ganze Grauen und die Unmenschlichkeit von Taten, mit denen sich manche Erwachsene stolz brüsten“, lenkte Papst Leo XIV. den Blick auf diejenigen, die in Konflikten zuallererst und am schlimmsten leiden. „Hören wir auf die Stimme der Kinder!“, so der Appell des Kirchenoberhauptes, der eingangs die Absicht der Gläubigen würdigte, gemeinsam für den Frieden zu beten, Ausdruck des Glaubens, der nach den Worten Jesu „Berge versetzt“:

„Der Krieg trennt, die Hoffnung verbindet. Die Selbstherrlichkeit tritt nieder, die Liebe erhebt. Götzendienst macht blind, der lebendige Gott erleuchtet“, unterstrich der Papst. Doch nur ein „Krümelchen Glaube“ genüge, um gemeinsam, „als Menschheit und mit Menschlichkeit“, „dieser dramatischen Stunde der Geschichte zu begegnen“. Das Gebet sei dabei keineswegs als „Zufluchtsort“ zu betrachten, sondern „die selbstloseste, umfassendste und wirkungsvollste Antwort auf den Tod“, gab Leo XIV. zu bedenken: „Erheben wir uns aus den Trümmern! Nichts kann uns auf ein vorbestimmtes Schicksal festlegen, auch nicht in dieser Welt, in der es anscheinend noch nicht genug Gräber gibt, weil man weiter kreuzigt und Leben vernichtet, ohne Recht und ohne Gnade.“

Die Kraft des Glaubens

Leo XIV. erinnerte während seiner Betrachtung auch an die eindringlichen Friedens-Appelle seiner Vorgänger und zitierte insbesondere Johannes Paul II., den er als „unermüdlichen Botschafter des Friedens“ würdigte. „Wir wissen sehr wohl, dass ein Friede um jeden Preis nicht möglich ist. Aber wir wissen auch, wie groß diese Verantwortung ist", so die stets aktuell scheinenden Worte seines Vorgängers aus einem Mittagsgebet im Jahr 2003, die Papst Leo bei der abendlichen Gebetswache bewusst in einem aktuellen politischen Kontext zitierte, in dem die Welt nur Zentimeter von einem irreversibilen allgemeinen Kriegszustand entfernt zu sein scheint.

„Das Gebet lehrt uns zu handeln. Die begrenzten menschlichen Möglichkeiten verbinden sich im Gebet mit den unendlichen Möglichkeiten Gottes“, zeigte sich Leo XIV. dennoch überzeugt. Gedanken, Worte und Taten könnten auf diese Weise „die teuflische Fessel des Bösen“ sprengen und sich „in den Dienst des Reiches Gottes“ stellten, in dem es keine Gewalt und Ungerechtigkeiten gebe: „Damit haben wir einen Damm gegen jene Allmachtsphantasien, die um uns herum immer unberechenbarer und aggressiver werden“, so der Papst, ohne konkrete Namen zu nennen. Das Gleichgewicht in der Menschheitsfamilie sei „schwer erschüttert“, fuhr Leo XIV. fort, der beklagte, dass „sogar der heilige Name Gottes“ für „Todesreden“ herangezogen werde: „Überall sind Drohungen zu vernehmen, statt Aufrufe zum Zuhören und zur Begegnung.“

Gott steht nicht hinter denen, die Krieg treiben

Wer bete, sei sich „seiner Grenzen bewusst“, weder töte er noch drohe er mit dem Tod, so der Papst weiter. Dem Tod unterworfen sei hingegen, „wer dem lebendigen Gott den Rücken gekehrt“ habe, um „sich selbst und seine eigene Macht zum stummen, blinden und tauben Götzen zu machen“, einem Götzen, „dem alle Werte geopfert werden und der verlangt, dass die ganze Welt vor ihm die Knie“ beuge:

„Schluss mit der Selbstvergötterung und mit der Vergötzung des Geldes! Schluss mit der Zurschaustellung von Macht! Schluss mit dem Krieg! Wahre Stärke zeigt sich im Dienst am Leben“, so Leo XIV., der eindringlich appellierte, die „moralische und geistliche Kraft von Millionen, ja Milliarden von Männern und Frauen“ zu vereinen, die „heute an den Frieden glauben, die sich heute für den Frieden entscheiden, die die Wunden heilen und die Schäden beheben, die der Wahnsinn des Krieges hinterlassen hat“.

In diesem Zusammenhang nahm er die Regierenden der Nationen in die Pflicht. Sie hätten sicherlich eine „nicht delegierbare Verantwortung“, stellte er fest: „Ihnen rufen wir zu: Haltet ein! Es ist Zeit für den Frieden! Setzt euch an den Tisch des Dialogs und der Vermittlung, nicht an die Tische, an denen die Aufrüstung geplant und tödliche Maßnahmen beschlossen werden!“

Verantwortung der Regierenden und aller Menschen

Gleichzeitig gebe es jedoch eine „nicht minder große Verantwortung“ von uns allen, „Männern und Frauen aus vielen verschiedenen Ländern“, erinnerte der Papst:

„Das Gebet verpflichtet uns, das, was es in unseren Herzen und in unseren Köpfen noch an Verletzendem gibt, zu verwandeln“, forderte das Kirchenoberhaupt, das dazu aufrief, im täglichen Umfeld durch Freundschaft und eine Kultur der Begegnung Polemik und Resignation entgegenzuwirken:

„Lasst uns wieder an die Liebe, an Mäßigung und an gute Politik glauben. Bilden wir uns entsprechend und bringen wir uns persönlich ein, jeder entsprechend seiner Berufung. Ein jeder hat seinen Platz im Mosaik des Friedens!“

Vigil endet, Gebet um Frieden geht weiter

Ähnlich wie der Rosenkranz mit seinem beruhigenden und altüberlieferten Rhythmus bahne sich auch der Friede seinen Weg, ein Zeichen der Geduld Gottes, sinnierte Papst Leo weiter;

„Wir dürfen uns nicht von der Beschleunigung einer Welt mitreißen lassen, die nicht weiß, wem oder was sie hinterherläuft, sondern müssen wieder dem Rhythmus des Lebens und der Harmonie der Schöpfung dienen und ihre Wunden heilen“, appellierte er, bevor er die Teilnehmer einlud, mit dem festen Vorsatz nach Hause zurückzukehren, „stets und unermüdlich zu beten und eine tiefe Bekehrung des Herzens zu vollziehen“.

Die Kirche sei „ein großes Volk im Dienst der Versöhnung und des Friedens“, welches seinen Weg gehe, „auch wenn die Ablehnung der Kriegslogik ihr Unverständnis und Verachtung einbringen mag“, unterstrich Papst Leo:

„Sie verkündet das Evangelium des Friedens und erzieht dazu, Gott mehr zu gehorchen als den Menschen, besonders wenn es um die unendliche Würde anderer Menschen geht, die durch fortwährende Verletzungen des Völkerrechts aufs Spiel gesetzt wird“, so der Papst, der zum Ende der Vigil seine eigene Friedensbotschaft von Anfang des Jahres zitierte, in der er wünschte, dass „jede Gemeinde ein ,Haus des Friedens‘ werden“ solle, um zu zeigen, dass „der Friede keine Utopie“ sei. (vn 11)

 

 

 

 

Nuntius van Megen: „Ich freue mich auf die deutsche Kirche“

 

Der neue diplomatische Vertreter des Heiligen Stuhles in Berlin, Erzbischof Hubertus van Megen, freut sich auf seine neue Aufgabe in Deutschland. Er sehe sich als kirchlicher Brückenbauer, der am Anfang vor allem zuhören werde, um die Anliegen der Gläubigen zu verstehen, sagte der Niederländer gegenüber Radio Vatikan. Gudrun Sailer – Vatikanstadt

Papst Leo XIV. ernannte van Megen an diesem Donnerstag zum neuen Papstbotschafter in Berlin. Dort löst er Erzbischof Nikola Eterovic ab, der das Amt 13 Jahre lang innehatte. Er wisse, dass die Kirche in Deutschland „mit Problemen konfrontiert“ sei, das gelte aber letztlich für alle Kirchen, sagte van Megen. „Und ja, als Nuntius bin ich dazu berufen, so etwas wie ein Mediator zu sein, ein Brückenbauer zwischen Lokalkirche und Universalkirche“, so der neue Nuntius in Deutschland.

„Ich möchte verstehen“

„Das ist eine große Herausforderung. Es gibt da auch bestimmte Spannungen, das ist kein Geheimnis. Aber was ich vor allem sagen möchte: Ich will mir das am Anfang erst einmal anhören und anschauen. Ich möchte verstehen, was genau die Motive sind, warum Menschen von einer bestimmten Form von Kirche überzeugt sind, warum sie meinen, es müsse so und nicht anders sein.“

Van Megen, der viele Jahre in Afrika als Vatikandiplomat zubrachte, erinnerte an die umfassende Dimension des Glaubens. Das Wissen allein sei nicht entscheidend.

„Es geht darum: Was ist das innere Gefühl, das in der Religion und in der Kirche mitschwingt? Man muss die Menschen von innen heraus verstehen. Es geht nicht so sehr um große theologische Diskussionen. Es geht vielmehr um die Emotionen, die dahinterstehen. Es geht darum, wie Menschen Kirche und vor allem auch Gott erleben – in ihrem geistlichen und in ihrem täglichen Leben. Und ich denke, das muss ich begleiten, und das muss ich vor allem erst einmal verstehen. Nicht so sehr rational, sondern mit dem Herzen. Ich denke, wenn ich das hinbekomme, wenn ich da mit den Menschen mitgehen kann – auch in der Kirche in Deutschland –, dann habe ich schon viel von meiner Aufgabe erfüllt.“

Gute Zusammenarbeit mit den Bischöfen

Er freue sich auch darauf, den deutschen Bischöfen zu begegnen, sagte Erzbischof van Megen weiter. Einige von ihnen kenne er noch aus gemeinsamen Studienzeiten in Rom.

„Ich hoffe auf eine gute Zusammenarbeit. Ich hoffe, dass wir uns gut verstehen können. Und eigentlich habe ich da auch großes Vertrauen. Denn auch in Afrika, wo die Kulturen natürlich ganz anders sind als die europäische Kultur, habe ich immer gut mit den lokalen Bischöfen zusammengearbeitet. Obwohl auch dort die Sichtweisen und Werte manchmal sehr verschieden waren von dem, was wir uns als Europäer unter Kirche vorstellen.“

„Das war schon ein bisschen über dem Expiry Date“

Aus Afrika wegzugehen, falle ihm nicht ganz leicht, räumte van Megen ein. „Ich war seit 2010 in Afrika. Am Anfang in Malawi, Sambia, Khartum (Sudan), Eritrea und dann am Ende im Südsudan und in Kenia.“ An der letzten Station allein habe er sieben Jahre gedient. „Das war schon ein bisschen über dem Expiry Date“, also dem Ablaufdatum, so der polyglotte Nuntius.

„Ich bin immer gerne in Afrika gewesen, vielleicht auch, weil der Kontinent so voller Farben ist, so voller Leben, so voller Kinder, so voller Energie – in einer Weise, wie wir uns das in Europa beinahe nicht mehr vorstellen können.“

Auch die lebhafte Kirche dort habe ihn sehr angesprochen: „mit viel Gesang und Tanz, mit vielen Farben, auch sehr lange Messen, die fünf, sechs Stunden dauern, vor allem, wenn es ein bisschen pontifikal ist, etwas festlicher. Aber auch da wird das immer mit viel Freude und Energie gemacht. Es hat mir immer sehr gut gefallen, und darum ist mein Herz auch ein bisschen traurig, ein bisschen hin- und hergerissen zwischen, ich würde mal sagen, Europa und Afrika.“

„Meine Familie kommt über die Großeltern zum Teil aus Aachen“

Er gehe aber auch gerne nach Deutschland, so van Megen weiter. In gewisser Weise sei es ein Nachhausekommen.

„Ich bin Niederländer, ich bin in Kerkrade, an der Grenze zu Aachen, geboren. Meine Familie kommt über die Großeltern zum Teil aus Aachen, zum Teil aus Düsseldorf, zum Teil aus Eupen in Belgien, im deutschsprachigen Teil von Belgien. Also Deutschland ist mir nicht fremd. Ich bin beinahe jeden Tag über die Grenze gekommen, schon als Kind. Ich war auch oft in Aachen, in der Eifel und in vielen anderen Städten und Orten in Deutschland. Aber andererseits: Ich habe nie in Deutschland gelebt. Ich habe auch nie in dem Sinne die Kirche von innen heraus erlebt. Das wird eine neue Herausforderung.“

Einmal in Berlin: Als die Mauer noch stand

Ein einziges Mal sei er bisher in Berlin gewesen, als Gymnasiast, als ein Berlin-Wochenende auf dem Programm stand. „Das war noch in der Zeit der Mauer, es muss 1985 oder 86 gewesen sein. Es war ziemlich grau und dunkel – das ist das Einzige, woran ich mich erinnere. Aber ich freue mich wirklich darauf. Ich freue mich auch wieder auf die deutsche Kultur, die deutsche Musik, die deutsche Literatur, das deutsche Essen und natürlich auch die deutsche Sprache.“ Richtig Deutsch studiert habe er nur wenig, er kenne die Sprache „vor allem vom Radio, vom Fernsehen und von der Straße – also von dem, was man so in Deutschland spricht.“

„Ich freue mich auf die deutsche Kirche“

Er habe in seiner Laufbahn gelernt, so van Megen resümierend, dass Kirche in „verschiedenen Kulturen ganz unterschiedlich sein kann – und doch zutiefst in der Wahrheit verwurzelt ist“. Deshalb freue er sich auf die neue Herausforderung in Berlin, sagte der 64-jährige Kirchendiplomat. „Ich freue mich auf Deutschland. Ich freue mich auf die deutsche Kirche. Ich freue mich, dass ich dort auch zu Diensten sein kann. Im tiefsten Sinne ist das das Herz des christlichen Lebens: zu dienen. Das bedeutet, sich selbst in die Herausforderung hineinzustellen, um Christus zu dienen und den Menschen zu dienen.“

Van Megen bat darum, für ihn zu beten „und mir zur Seite zu stehen – geistlich, spirituell –, damit ich diese Aufgabe meistern kann.“ Er tritt seinen Dienst in Berlin im Frühsommer an.  (vn 10)

 

 

 

 

Bischof Bertram Meier beendet Reise nach Sarajevo

 

„Gerade weil der Dialog dem Frieden dient, ist er jede Anstrengung wert“

Der Vorsitzende der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz und ihrer Unterkommission für den Interreligiösen Dialog, Bischof Dr. Bertram Meier (Augsburg), hat heute (10. April 2026) seinen Besuch in der bosnisch-herzegowinischen Hauptstadt Sarajevo beendet. Neben Begegnungen mit katholischen Würdenträgern sowie mit Vertretern des Islam, der orthodoxen Kirche und der jüdischen Gemeinde hatte Bischof Meier auch die Gelegenheit zum Austausch mit Repräsentanten aus Wissenschaft und Zivilgesellschaft sowie der internationalen Gemeinschaft. Im Fokus der Reise stand vor allem die Frage nach dem Dialog zwischen den Religionen in Bosnien und Herzegowina.

„Ich bin als Lernender nach Sarajevo gekommen. Wie leben die verschiedenen Gruppen gut 30 Jahre nach Kriegsende zusammen? Welchen Beitrag leistet die katholische Kirche zur Verständigung? Und wie blicken die Menschen hier auf die Zukunft ihres Landes? Das waren Fragen, die mich in den vergangenen vier Tagen beschäftigt haben. Trotz aller Schwierigkeiten haben meine Gesprächspartner betont: Der interreligiöse Dialog ist hier kein Gegenstand theoretischer Diskussionen, sondern eine gelebte Realität – und das seit Jahrhunderten. Ein weiteres Leitmotiv war: Bosnien und Herzegowina ist ein kleines Land mit großen Herausforderungen. Es gibt unterschiedliche Sichtweisen auf die Geschichte und den künftigen Weg des Landes. Aber gleichzeitig haben die Menschen ein starkes Bewusstsein dafür, dass der mühsam errungene Frieden nicht wieder leichtfertig aufs Spiel gesetzt werden darf. Die Folgen des Krieges sind in Sarajevo nach wie vor deutlich zu spüren – sowohl äußerlich als auch innerlich. Und doch ist die Stadt wieder zu einem Ort der Begegnung geworden. Gerade weil der Dialog dem Frieden dient, ist er jede Anstrengung wert.“

Mit Blick auf die Relevanz der Religionsgemeinschaften für den gesellschaftlichen Frieden stellte Bischof Meier fest: „Die Verfassung von Bosnien und Herzegowina spricht von drei konstitutiven Völkern: muslimischen Bosniaken, orthodoxen Serben und katholischen Kroaten. In einem Land, in dem sich die Volksgruppen in starkem Maße entlang religiöser Zugehörigkeit definieren, kommt der Verständigung zwischen den Religionen höchste Bedeutung zu.“ Dabei sei die Ausgangslage für den Dialog nicht immer einfach: „Die drei Gemeinschaften können zwar auf eine lange gemeinsame Geschichte zurückblicken und stehen sich auch in sprachlich-kultureller Hinsicht nahe. Doch vor allem der Bosnien-Krieg (1992–1995) hat zu Spaltung und Entfremdung geführt. Bei den Gesprächen mit Zeitzeugen ist mir deutlich geworden, wie präsent die fast vierjährige Belagerung von Sarajevo auch heute noch im Bewusstsein vieler Menschen ist. Es wurden Wunden geschlagen, deren Narben nach wie vor sichtbar sind. Und es fällt weiterhin schwer, das Leid des jeweils Anderen anzuerkennen und auf gemeinsame Sichtweisen hinzuarbeiten.“

Die Religionsgemeinschaften haben nach dem Krieg einen Interreligiösen Rat gegründet, um ihre Verantwortung für den Frieden wahrzunehmen und Grundlagen für Versöhnung zu schaffen. Im Gespräch mit dem Exekutivausschuss konnte Bischof Meier einen Einblick in die Arbeit des Interreligiösen Rates erhalten, die nicht nur auf der nationalen Ebene, sondern auch in 19 regionalen Räten geleistet wird. Des Weiteren kam es zu interreligiösen Begegnungen mit dem wichtigsten muslimischen Repräsentanten des Landes, Großmufti Reisul-ulema Husein Kavazovi?, mit Vertretern der Fakultät für Islamische Studien der Universität Sarajevo sowie mit der Jüdischen Gemeinde. Bischof Meier resümierte: „Die Verantwortungsträger der Religionsgemeinschaften haben allesamt betont: Um Versöhnung zu erreichen, braucht es Vertrauen. Dieses entwickelt sich nicht von heute auf morgen, sondern wächst in langjährigen Prozessen. Wertschätzende Dialogbegegnungen und praktische Erfahrungen im gemeinsamen Handeln gehören dazu.“ Als gutes Beispiel kann dabei das Interreligiöse Studienprogramm gelten, das seit fast zehn Jahren in gemeinsamer Trägerschaft der islamischen, katholischen und orthodoxen Fakultäten für Theologie durchgeführt wird. „Auf diese Weise bekommen junge Theologinnen und Theologen die Möglichkeit, andere religiöse Traditionen aus erster Hand kennenzulernen und das Friedenspotenzial von Religion zu reflektieren. Solche Initiativen sind Samen der Hoffnung“, so Bischof Meier.

Besondere Aufmerksamkeit widmete er auch der Lage der katholischen Kirche im Land. Bei Begegnungen mit dem Erzbischof von Vrhbosna (Sarajevo), Tomo Vukši?, und seinem Vorgänger, Kardinal Vinko Pulji?, kamen einige Herausforderungen zur Sprache, etwa die Sorge, dass die katholischen Kroaten als kleinste Volksgruppe über keine angemessene politische Repräsentation verfügten. Als bedrohliche Entwicklung wurde zudem die starke Abwanderung überwiegend junger Katholikinnen und Katholiken nach Kroatien oder Westeuropa geschildert. Die konkreten Erfahrungen der katholischen Versöhnungsarbeit standen wiederum im Mittelpunkt von Gesprächen mit Mitgliedern der Bosnischen Franziskanerprovinz und bei einem Besuch des Jugendpastoralzentrums Johannes Paul II. „Auch unter schwierigen Bedingungen gelingt es in Bosnien und Herzegowina, das kirchliche Leben aufrechtzuerhalten. Obgleich sie kleiner geworden ist, bleibt die katholische Kirche ein zentraler Akteur des sozialen Engagements und der Verständigung zwischen den verschiedenen Gruppen. Die katholische Kirche in Deutschland wird diese unschätzbare Arbeit auch künftig unterstützen. Wir stehen solidarisch an der Seite der Katholikinnen und Katholiken in der Region“, unterstrich Bischof Meier.

Weitere Gespräche führte Bischof Meier mit dem Hohen Repräsentanten der internationalen Gemeinschaft für Bosnien und Herzegowina, Christian Schmidt, und dem deutschen Botschafter in Bosnien und Herzegowina, Alfred Grannas. Dabei ging es unter anderem um die internationale Verantwortung für die Sicherung der Friedensordnung im Land und um Perspektiven für die zukünftige Ausgestaltung des politischen Systems. „Viele Menschen in Bosnien und Herzegowina wünschen sich eine Zukunft ihres Landes als Teil der Europäischen Union. Sie sehen deshalb auch die Notwendigkeit, die Verfassung ihres Landes weiterzuentwickeln und eine gute demokratische Zukunft zu ermöglichen. Auf dem europäischen Weg sind sicherlich noch einige Hürden zu überwinden. Ich bin jedoch überzeugt: Der interreligiöse Dialog kann dazu beitragen, Spaltungen zu überwinden und den Zusammenhalt zu stärken.“ Dbk 10

 

 

 

 

 

Papst zum Weltflüchtlingstag: Sorge um minderjährige Flüchtlinge

 

„Auch nur eines dieser Kinder“ ist der Titel der Papstbotschaft zum 112. Weltflüchtlingstag, der traditionell am letzten Sonntag im September begangen wird. Das gab das vatikanische Entwicklungs-Dikasterium an diesem Donnerstag bekannt.

Der Titel der Botschaft stellt einen klaren Bezug zum Matthäusevangelium her. Dort heißt es: „Und wer ein solches Kind in meinem Namen aufnimmt, der nimmt mich auf“ (Mt 18,5).

Christliche Pflicht des Schutzes und der Aufnahme

Mit der Wahl des Themas wolle Papst Leo XIV. „die Sorge der Kirche um die Minderjährigen zum Ausdruck bringen, die unmittelbar von der Migrationserfahrung betroffen sind, und an die Pflicht erinnern, jeden von ihnen aufzunehmen, wie es uns das Evangelium lehrt“, heißt es in der Pressemitteilung der Vatikanstelle, die unter anderem mit den Belangen von Migranten und Flüchtlingen befasst ist.

Rechte und Würde der Kleinsten bedroht

Es sei „nicht das erste Mal, dass sich Päpste lehramtlich zu diesem Thema äußern, wird weiter erinnert. Die aktuelle Migrationssituation bringe allerdings „neue Herausforderungen mit sich, die die Rechte und die Würde der Kleinsten ernsthaft bedrohen und dringende sowie wirksame Antworten erfordern“.

Menschenwürde statt Rechenspiele

Die Vatikanbehörde übt Kritik an aktuellen Politikstilen der Abschottung und Quantifizierung. Es könne nicht darum gehen, „über Zahlen oder Prozentsätze zu diskutieren“. „Auch nur eines“ sei „ein höchster Wert“, wird mit Verweis auf jedes einzelne Menschenleben betont, vor allem das der Kleinsten und Schutzlosesten.

Leo XIV. bald in Lampedusa

In Europa wie auch anderen Weltregionen haben Tendenzen der Abschottung und Abschiebung im Umgang mit Flüchtlingen zuletzt zugenommen. Die Würde und Rechte von minderjährigen Migranten und Flüchtlingen sind im Prozess der Migration etwa bei der Trennung von Familien, dem Menschen- und Organhandel sowie allgemein dem mangelnden Schutz Minderjähriger vor Ausbeutung und Missbrauch bedroht.

Der Vatikan bestätigte jüngst, dass Leo XIV. am 4. Juli die Mittelmeerinsel Lampedusa besuchen will. Sein Vorgänger Franziskus unternahm dorthin seine erste Reise außerhalb Roms als Papst. Bereits bei der Papstreise im Juni stehen die Kanarischen Inseln auf dem Programm von Leo XIV., die ebenfalls auf einer der Hauptflüchtlingsrouten im Mittelmeer liegen.

Der katholische „Welttag des Migranten und Flüchtlings“ wird in 2026 zum 112. Mal begangen; ausgerufen hat ihn Papst Benedikt XV. im Jahr 1914. Es ist das erste Mal, dass Papst Leo das Motto festlegt; 2025 fand der Weltflüchtlingstag noch unter dem von Papst Franziskus festgelegten Motto statt - wegen des Heiligen Jahres ausnahmsweise im Oktober im Rahmen des „Jubiläums der Migranten und der missionarischen Welt“. (vn 9)

 

 

 

 

Italien: Erzbischof fordert Grundrechtsschutz für Migranten

 

Der Erzbischof von Ferrara hat den mangelnden Grundrechtsschutz für Migranten angeprangert. Besonders die fehlenden Rettungsmaßnahmen im Mittelmeer kritisierte der Präsident des italienischen Flüchtlingshilfswerks Fondazione Migrantes scharf.

Derzeit sorgten sich die Menschen um Transportkorridore für Güter durch die Straße von Hormus, humanitäre Korridore für Migranten blieben dabei außer Betracht, so Giancarlo Perego, Erzbischof von Ferrara am Rande der Vorstellung des neunten Migrationsfestivals in Rom: „Sind Öl und Gas vielleicht wichtiger als die Rechte und das Leben der Menschen?“

Kritik an Frontex

Auch das Vorgehen der europäischen Grenzschutzagentur Frontex kritisierte der Erzbischof scharf. Frontex solle zur Unterstützung der Rettungsmaßnahmen im Mittelmeerraum dienen. Stattdessen werde es zu einer Stütze für die Zurückweisung von Migranten, so Perego weiter. Er erinnerte an die hohen Todeszahlen im Mittelmeer: Knapp 1.000 Menschen seien innerhalb von drei Monaten gestorben – so viele wie seit 2017 nicht mehr.

Klare Worte fand der Präsident der Fondazione Migrantes auch für das Vorgehen der USA und auch Italiens, Migranten ohne gültige Papiere in so genannte Drittländer zu schicken, die nicht ihrem Herkunftsland entsprechen. Dies zeige die Unfähigkeit, Grundrechte zu schützen: das Recht auf Migration, aber auch das Recht, in das eigene Land zurückzukehren. (sir 9)

 

 

 

 

Papst an Olympia-Teilnehmer: „Sport als Labor der Menschlichkeit“

 

Papst Leo XIV. hat an diesem Donnerstag die Athletinnen und Athleten der Olympischen und Paralympischen Winterspiele von Milano-Cortina 2026 bei einer Audienz im Vatikan gewürdigt. Vor Vertretern des italienischen Sports, darunter die Präsidenten des Nationalen Olympischen Komitees (CONI) und des Paralympischen Komitees (CIP), betonte das Kirchenoberhaupt die tiefe spirituelle und gesellschaftliche Dimension des Sports in einer von Konflikten geprägten Zeit. Mario Galgano - Vatikanstadt

Der Papst dankte den Sportlern für ihr Zeugnis, das weit über die rein sportliche Leistung hinausgehe. Sport sei eine „Form der Sprache“, eine Erzählung aus Gesten, Mühen und dem ständigen Neubeginn. Besonders hob er die Paralympiker hervor: „Wir haben gesehen, wie die Grenze zu einem Ort der Offenbarung werden kann: Nicht etwas, das die Person behindert, sondern das verwandelt werden kann.“

In seiner Rede schlug Leo XIV. eine Brücke zu seinem apostolischen Schreiben „Das Leben in Fülle“, das er zu Beginn der Spiele im Februar veröffentlicht hatte. Wahrer Erfolg werde nicht an der Anzahl der Medaillen gemessen, sondern an der Qualität der menschlichen Beziehungen.

Mahnung vor Kommerzialisierung

Trotz der freudigen Stimmung sparte der Pontifex kritische Töne nicht aus. Er warnte eindringlich vor den „Versuchungen“ des modernen Sports:

„Dazu gehört das Streben nach Leistung um jeden Preis, das zum Doping führen kann. Die Gier nach Profit, der das Spiel in einen Markt und den Sportler in einen Star verwandelt. Und die Spektakularisierung, die den Athleten auf ein Image oder eine Nummer reduziert.“

Gegen diese Tendenzen sei das ehrliche Zeugnis der Athleten essenziell, um zu zeigen, dass man konkurrieren könne, ohne sich zu hassen, und gewinnen könne, ohne das Gegenüber zu demütigen, dass man verlieren kann, ohne sich selbst zu verlieren. Dieses Zeugnis gelte auch über den Sport hinaus – im gesellschaftlichen Leben, in der Politik, in den Beziehungen zwischen den Völkern.

Sport als Friedensprojekt

Angesichts globaler Polarisierung und verheerender Kriege bezeichnete der Papst den Sport als „Prophetie des Friedens“. Die Spiele hätten die Möglichkeit aufgezeigt, die Logik der Gewalt zu durchbrechen und die „Logik der Begegnung“ zu fördern. In Anlehnung an die Enzyklika Laudato si’ seines Vorgängers erinnerte er zudem an die Verantwortung der Sportwelt für den Schutz der Natur und des „gemeinsamen Hauses“.

Der Papst segnete die Anwesenden vor dem „Kreuz der Sportler“ und gab ihnen eine Mission mit auf den Weg: „Sorgt weiterhin dafür, dass die Person im Zentrum des Sports bleibt, in all seinen Ausdrucksformen.“

Vor der Ansprache des Papstes hatten umgekehrt die Präsidenten der beiden Italienischen Olympischen Komitees die Werte des Sports – Respekt, Fairplay und Inklusion – und die Nähe der Sportbewegung zur Kirche betont. Am Ende der Audienz gaben die Funktionäre die Flamme weiter und überreichten Leo XIV. die olympische Fackel. (vn 9)

 

 

 

 

Nuntius van Megen folgt auf Nuntius Eterovic

 

Bischof Wilmer würdigt verlässliche Zusammenarbeit und vatikanische Diplomatie

Nach mehr als zwölfjähriger Tätigkeit hat Papst Leo XIV. heute (9. April 2026) das Rücktrittsgesuch des Apostolischen Nuntius in der Bundesrepublik Deutschland, Erzbischof Dr. Nikola Eterovic, angenommen. Gleichzeitig ernannte er Erzbischof Dr. Hubertus Matheus Maria van Megen zum neuen Nuntius.

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer, dankte Nuntius Eterovi? für seinen engagierten Dienst, der ihn zu einem wichtigen Gewährsmann mit hoher Kontinuität habe werden lassen, womit sich eine eindrucksvolle Bilanz verbinde: „Sie haben in Ihrer Amtszeit in Deutschland zwei Bundespräsidenten, drei Bundeskanzler, fünf Katholikentage, einen ökumenischen Kirchentag und vier Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz erlebt. Außerdem sind allein in Ihrer Wirkungszeit 18 Diözesanbischöfe in Deutschland ernannt worden. Viele bilaterale Verträge einzelner Bundesländer mit dem Heiligen Stuhl konnten Sie in der Entstehung begleiten und mitunterzeichnen.“ Bischof Wilmer würdigte außerdem die wertschätzende Arbeit des Nuntius: „Von vielen Botschaftern anderer Länder weiß ich, wie sehr man Ihre herzliche und verbindliche Art schätzt, und nicht selten konnten Länder ihre Ansichten zu politischen Umwälzungen in ihrer Heimat bei Ihnen platzieren. Ich denke hier an die Ukraine, der Sie – auch in Ihrer früheren Verantwortung als Nuntius in Kiew – eng verbunden sind, ich denke aber auch an den Nahen Osten und viele afrikanische Länder.“

Die Nuntiatur, so Bischof Wilmer, habe Nuntius Eterovic zu einem Ort der Begegnung gemacht. Vor allem sei er nicht nur in Berlin geblieben, sondern vielfach durch die Bundesrepublik Deutschland gereist: „So waren Sie häufig Gast bei Wallfahrten und besonderen Gottesdiensten. Zahlreiche Gedanken haben Sie stets durch Ihre Grußworte bei Bischofsweihen und Amtseinführungen, Katholikentagen und eben unseren Vollversammlungen vermittelt; dass Sie mancher Entwicklung der katholischen Kirche in Deutschland kritisch gegenüberstehen, wurde darin deutlich. Umso mehr weiß ich zu schätzen, dass Sie bei aller verständlichen kritischen Distanz zum Synodalen Weg der Kirche in unserem Land diesen Weg durch Ihre persönliche Präsenz mit begleitet haben. Dafür möchte ich Ihnen ausdrücklich danken.“ Bischof Wilmer fügte hinzu: „Durch Ihren Dienst in unserem Land machen Sie deutlich, dass der Heilige Stuhl als völkerrechtliches Subjekt in der Politik und in der Gesellschaft präsent ist. Und das trägt zu einer guten Stabilisierung des Staat-Kirche-Verhältnisses bei. Mit Ihnen dürfen wir eine Persönlichkeit erleben, die die diskrete vatikanische Diplomatie repräsentiert und mit Leben füllt.“

In einem Brief begrüßte Bischof Wilmer den künftigen Nuntius in Deutschland, Erzbischof van Megen: „Wir heißen Sie von ganzem Herzen willkommen und freuen uns auf die gemeinsame Arbeit im Weinberg des Herrn. Gerne werden wir Sie in dieser Arbeit unterstützen, um die Brücken und das gegenseitige Vertrauen zwischen Rom und unserer Ortskirche fortzusetzen“, so Bischof Wilmer. „Ihre langjährige Erfahrung in der vatikanischen Diplomatie, gerade in Krisenregionen wie dem Sudan, dem Südsudan und Eritrea, zeigt, dass Sie eine Persönlichkeit sind, die furchtlos und überzeugt das Evangelium verkündet und den Dialog sucht. Dieses internationale Wirken wird Ihnen für den Dienst in unserem Land eine große Hilfe sein.“

Erzbischof van Megen wurde 1961 in den Niederlanden geboren. 1987 erfolgte die Priesterweihe, 1994 trat er in den diplomatischen Dienst des Heiligen Stuhls. 2014 wurde er zum Erzbischof geweiht und war seitdem als Nuntius im Sudan und Eritrea tätig. 2019 ernannte ihn Papst Franziskus zum Nuntius in Kenia und im Südsudan sowie zum Ständigen Beobachter des Heiligen Stuhls bei den UN-Organisationen für das Umweltprogramm (UNEP) und für menschliche Siedlungen (UN-Habitat).Hinweise: Die Deutsche Bischofskonferenz wird Nuntius Erzbischof Dr. Nikola Eterovic am 22. April 2026 um 18.00 Uhr mit einem Gottesdienst in der Sankt Hedwigs-Kathedrale in Berlin verabschieden. Dem Gottesdienst steht der Apostolische Nuntius vor. Es predigt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Heiner Wilmer. Konzelebrant ist der Erzbischof von Berlin, Dr. Heiner Koch. Dbk 9

 

 

 

 

 

Generalaudienz: Heilig sein ist Auftrag für alle Getauften

 

Papst Leo XIV. hat bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch die Berufung zur Heiligkeit als Aufgabe jedes Christen beschrieben und dabei zentrale Aussagen des Konzilsdokuments „Lumen Gentium“ (1964) hervorgehoben.

Der Papst setzt damit seine Katechesenreihe über die Lehrschreiben des Zweiten Vatikanischen Konzils (1962-1965) fort. Leo XIV., seit genau elf Monaten im Amt, hat sie im Januar 2026 nach dem Abschluss des Heiligen Jahres gestartet. Es ist seine erste eigene Katechesenreihe bei der Generalaudienz, seit Februar spricht er mittwochs über „Lumen Gentium“.

In dieser Folge stellte Leo das Ziel der Heiligkeit in den Mittelpunkt, von der im fünften Kapitel der Konstitution die Rede ist. „Jeder von uns ist berufen, in der Gnade Gottes zu leben, die Tugenden zu üben und Christus ähnlicher zu werden“, hob der Papst hervor. Laut dem verbindlichen Konzilstext sei Heiligkeit „kein Privileg weniger Auserwählter, sondern eine Gabe, die jeden Getauften dazu verpflichtet, nach der Vollkommenheit der Liebe zu streben, das heißt nach der Fülle der Liebe zu Gott und dem Nächsten.“

 „Jeder von uns ist berufen, in der Gnade Gottes zu leben, die Tugenden zu üben und Christus ähnlicher zu werden“

Die Konstitution bestimme zugleich den inneren Maßstab dieses Weges. Wie der Papst erklärte, „leitet und beseelt die Liebe alle Mittel der Heiligung und führt sie zum Ziel“. Diese Liebe, vom Vater durch den Sohn geschenkt, durchdringt das Leben der Gläubigen und richtet es auf die Vollendung aus.

In diesem Zusammenhang erinnert Leo XIV. an die Bereitschaft, den Glauben zu bezeugen bis hin zum Martyrium, eine Bereitschaft, die das christliche Leben begleitet. Jeder Gläubige müsse dazu bereit sein, „Christus bis zum Blutvergießen zu bekennen“, auch heute, erinnerte der Papst. „Diese Bereitschaft zum Zeugnis zeigt sich jedes Mal, wenn Christen Zeichen des Glaubens und der Liebe in der Gesellschaft hinterlassen und sich für Gerechtigkeit einsetzen.“

Die heilige katholische Kirche?

Wie aber verhält es sich mit der Gemeinschaft der Gläubigen, der „heiligen katholischen Kirche“, zu der Christen sich im Credo wortwörtlich bekennen? Leo XIV. verwies darauf, dass „Lumen Gentium“ die Kirche „unzerstörbar heilig“ nennt. Aber: „Dies bedeutet nicht, dass sie vollkommen heilig ist“, erklärte der Papst, „sondern dass sie berufen ist, diese göttliche Gabe auf ihrer Pilgerreise zum ewigen Ziel zu bestätigen.“

Natürlich gebe es „Sünde in der Kirche“, das sei eine „traurige Realität“ – und zugleich gerade deshalb eine Einladung, das eigene Leben zu verändern in der Hinwendung zu Gott, der in der Liebe alles erneuert. „Diese unendliche Gnade, die die Kirche heiligt, überträgt uns eine Aufgabe, die wir Tag für Tag erfüllen sollen: die unserer Umkehr. Heiligkeit ist daher nicht bloß praktischer Natur, als ließe sie sich auf eine ethische Verpflichtung reduzieren, wie groß sie auch sein mag, sondern betrifft das Wesen des christlichen Lebens selbst, sowohl des persönlichen als auch des gemeinschaftlichen.“

Die innere Wandlung, die Christen abverlangt ist, sei ohne die Hilfe der Sakramente, insbesondere der Eucharistie, nicht möglich, sagte Leo. Er verwies auch auf das besondere Glaubenszeugnis der Ordensleute, die ihr Leben Gott durch die evangelischen Räte weihen: Armut, Keuschheit und Gehorsam. „Diese drei Tugenden sind keine Vorschriften, die die Freiheit fesseln, sondern befreiende Gaben des Heiligen Geistes, durch die manche Gläubigen Gott ganz geweiht sind", so der Papst, der selbst Ordensmann ist. Mit ihrem Lebensstil bezeugten die Männer und Frauen geweihten Lebens „die universale Berufung der ganzen Kirche zur Heiligkeit in Form radikaler Nachfolge". (vn 8)

 

 

 

 

„Drohung gegen das iranische Volk ist inakzeptabel“

 

Leo XIV. hat seine drängenden Friedensappelle aus den Kar- und Osterfeiern wiederholt. „Ich lade alle ein zu beten, aber auch mit ihren Abgeordneten, mit den Verantwortlichen, zu sprechen und zu sagen, dass wir nicht den Krieg wollen, sondern den Frieden!“  Stefan von Kempis – Vatikanstadt

Das sagte er am Dienstagabend zu Journalisten in Castel Gandolfo. In dem Bergnest knapp außerhalb von Rom hat der Papst am Dienstag, wie üblich, eine eintägige Auszeit verbracht.

„Wie wir alle wissen, hat es heute auch diese Drohung gegen das ganze iranische Volk gegeben, und das ist wirklich nicht akzeptabel“, so Leo wörtlich. „Bei diesen Fragen geht es nicht nur um das Völkerrecht, sondern mehr noch, in moralischer Hinsicht, um das Wohl des Volkes.“

„Bei diesen Fragen geht es nicht nur um das Völkerrecht, sondern mehr noch, in moralischer Hinsicht, um das Wohl des Volkes“

Der Papst fuhr fort: „Ich möchte alle einladen, in ihren Herzen wirklich an all die Unschuldigen zu denken: so viele Kinder und alte Leute, vollkommen unschuldig, die dieser Eskalation zum Opfer fallen würden – in einem Krieg, bei dem wir schon ganz zu Beginn gesagt haben: Lasst uns zum Dialog, zu Verhandlungen, zurückkehren; schauen wir, wie wir die Probleme lösen, ohne bis an diesen Punkt zu gelangen… Und jetzt sind wir doch an diesem Punkt angelangt.“

Die Worte von Papst Leo bezogen sich offensichtlich auf Äußerungen von US-Präsident Donald Trump gegenüber dem Iran. Trump hatte am Dienstag gedroht, dass „eine ganze Zivilisation untergehen“ werde, falls Iran ein von ihm gesetztes Ultimatum am Dienstag verstreichen lasse. Später am Abend ließ sich Trump dann auf eine zweiwöchige Waffenruhe ein, während gleichzeitig Verhandlungen mit Iran stattfinden sollen. Die Äußerungen des Papstes fielen vor der Entscheidung Trumps zur Waffenruhe.

Ein ungerechter Krieg, der weiter eskaliert und der nichts löst

Leo XIV., der erste Papst aus den USA in der Kirchengeschichte, ließ sich auf Bitten von Journalisten noch weiter zu dem Thema aus. Man müsse den Krieg ablehnen, „speziell einen Krieg, von dem viele gesagt haben, dass er ein ungerechter Krieg sei, der weiter eskaliert und der nichts löst“.

„Wir haben jetzt eine weltweite Wirtschaftskrise, eine Energiekrise und eine ausgesprochen instabile Lage im Nahen Osten, die nur Hass in der ganzen Welt hervorruft. Darum kehrt zurück zum Verhandlungstisch, lasst uns reden und auf friedliche Weise Lösungen suchen!“

„Angriffe auf zivile Infrastruktur verstoßen gegen das Völkerrecht“

Der Papst erinnerte auch ausdrücklich daran, „dass die Angriffe auf die zivile Infrastruktur gegen das Völkerrecht verstoßen“. Sie seien aus seiner Sicht „auch ein Zeichen des Verfluchten, der Spaltung, der Zerstörung, zu der der Mensch fähig ist“. (vn 7)

 

 

 

 

Hilfswerke kritisieren Fachkräfteanwerbung und Versorgungslücken

 

Zum Weltgesundheitstag an diesem Dienstag haben Hilfsorganisationen vor einer Verschärfung der globalen Gesundheitskrise gewarnt. Im Zentrum der Kritik stehen der zunehmende Mangel an Fachkräften sowie die unzureichende Versorgung von Migranten und Geflüchteten.

Nach Schätzungen der Weltgesundheitsorganisation (WHO), auf die sich das Hilfswerk „Brot für die Welt“ beruft, werden bis zum Jahr 2030 weltweit rund elf Millionen Fachkräfte im Gesundheitswesen fehlen. Das Hilfswerk kritisierte am Montag in Berlin, dass Deutschland durch die aktive Rekrutierung von medizinischem Personal den internationalen Wettbewerb verschärfe und die Systeme im Globalen Süden schwäche.

Julia Stoffner, Referentin für internationale Gesundheitspolitik bei „Brot für die Welt“, sieht darin eine Gefährdung der Partnerländer:

„Für Gesundheitssysteme wie in Kolumbien und Brasilien ist jede zusätzliche Abwerbeinitiative ein ernstzunehmendes Risiko.“

Die Folgen des Personalabgangs seien bereits in ländlichen Regionen spürbar, wo Gesundheitsstationen schließen müssten. Zudem beeinträchtige die Abwanderung von Frauen die Versorgungsstrukturen innerhalb der Familien. Das Hilfswerk fordert die Bundesregierung daher auf, bestehende Abwerbeabkommen zu korrigieren und die Gesundheitssysteme in den Herkunftsländern stattdessen strukturell zu stärken.

Eingeschränkte Versorgung für Geflüchtete

Parallel dazu lenkte die UNO-Flüchtlingshilfe den Blick auf die Situation von Menschen auf der Flucht. Weltweit hätten mehrere Millionen Geflüchtete nur einen eingeschränkten Zugang zu medizinischer Betreuung. Die Organisation in Bonn wies darauf hin, dass der humanitäre Sektor unterfinanziert sei, was teilweise lebensbedrohliche Konsequenzen für die Betroffenen habe.

Das Flüchtlingshilfswerk der Vereinten Nationen (UNHCR) arbeitet nach eigenen Angaben mit Regierungen zusammen, um ein Spektrum von Basisimpfungen bis hin zu lebensrettenden Operationen und spezialisierter Betreuung bei Schwangerschaftskomplikationen abzudecken. Ein wachsender Schwerpunkt liege zudem auf Angeboten zur psychischen Gesundheit.

Den Angaben zufolge wurden im ersten Halbjahr 2025 über 543.000 Beratungen in diesen spezialisierten Bereichen durchgeführt. Insgesamt verzeichneten die vom UNHCR unterstützten Einrichtungen in diesem Zeitraum mehr als sechs Millionen medizinische Konsultationen. (pm/kna 7)

 

 

 

 

Urbi et Orbi: „Wer Waffen in der Hand hält, lege sie nieder!“

 

Ein eindringlicher Appell für Frieden weltweit kommt von Papst Leo bei seiner Ansprache vor dem Ostersegen Urbi et Orbi. Außerdem lädt er dazu ein, sich einem Friedensgebet anzuschließen, das für den kommenden Samstag, 11. April, im Petersdom geplant ist. Christine Seuss - Vatikanstadt

Um Punkt 12 Uhr trat Papst Leo auf die Mittelloggia des Petersdoms, um nach dem Erklingen der Hymnen Italiens und des Staates der Vatikansstadt den Segen zu spenden. Anders als gewohnt, nannte Papst Leo in seiner ersten Ansprache vor dem Ostersegen Urbi et Orbi keine konkreten Krisenherde, sondern lud zu einer Gewissenserforschung ein, wie jeder einzelne sich der „Globalisierung der Gleichgültigkeit“ – ein Ausdruck, den sein Vorgänger Franziskus gepägt hatte – entgegenstemmen könne.

 „Lassen wir am heutigen Festtag alle Streitlust, jeden Wunsch nach Dominanz und Macht hinter uns und bitten wir den Herrn, er möge der Welt seinen Frieden schenken – einer Welt, die von Kriegen heimgesucht und von Hass und Gleichgültigkeit gezeichnet ist, die uns dem Bösen gegenüber machtlos erscheinen lassen“, griff Papst Leo XIV. auch beim Urbi et Orbi seinen Appell aus der zuvor gefeierten Ostermesse wieder auf. Über 60.000 Menschen hatten sich auf dem Platz und an den Zufahrtswegen eingefunden, um den traditionellen Ostersegen persönlich zu erhalten. Der weltlichen Resignation und Schicksalsergebenheit stellte Papst Leo die zentrale Botschaft des Osterfestes entgegen:

„Lassen wir uns im Licht des Osterereignisses von Christus überraschen! Lassen wir unser Herz von seiner unermesslichen Liebe zu uns verwandeln!“, so der Appell des Papstes von der zentralen Loggia des Petersdoms.

„Wer Waffen in der Hand hält, lege sie nieder! Wer die Macht hat, Kriege zu beginnen, entscheide sich für den Frieden!“

„Wer Waffen in der Hand hält, lege sie nieder! Wer die Macht hat, Kriege zu beginnen, entscheide sich für den Frieden! Nicht für einen Frieden, der mit Gewalt erzwungen wird, sondern durch Dialog! Nicht mit dem Willen, den anderen zu beherrschen, sondern ihm zu begegnen!“, forderte das Kirchenoberhaupt eindringlich.

Die Menschheit sei gerade dabei, sich „an die Gewalt zu gewöhnen“, sich damit abzufinden und gleichgültig zu werden, klagte der Papst: „Gleichgültig gegenüber dem Tod Tausender Menschen. Gleichgültig gegenüber den Folgen von Hass und Spaltung, welche die Konflikte nach sich ziehen. Gleichgültig gegenüber den wirtschaftlichen und sozialen Folgen, die sie verursachen und die wir doch alle spüren.“

Es gebe tatsächlich eine immer ausgeprägtere „Globalisierung der Gleichgültigkeit“ zu beobachten, zitierte Papst Leo XIV. seinen Vorgänger Franziskus, ebenso wie dessen letzte Worte an die Weltöffentlichkeit am vergangenen Ostersonntag, dem Tag vor seinem Tod: „Wie viel Todeswillen sehen wir jeden Tag in den vielen Konflikten in verschiedenen Teilen der Welt!“ (aus der Botschaft zum Urbi et orbi am 20. April 2025).

„Wir dürfen nicht länger gleichgültig bleiben! Und wir dürfen uns nicht mit dem Bösen abfinden!“

Doch das Kreuz Christi erinnere stets an das Leid und den Schmerz, die mit dem Tod einhergehen, ebenso wie an die Qualen, die er mit sich bringe, so Papst Leo weiter: „Wir alle fürchten uns vor dem Tod, und aus Angst wenden wir uns ab; wir ziehen es vor, nicht hinzuschauen. Wir dürfen nicht länger gleichgültig bleiben! Und wir dürfen uns nicht mit dem Bösen abfinden!“

Jesus sei durch den Tod hindurchgegangen, um uns Leben und Frieden zu schenken, ein Friede, der sich nicht darauf beschränke, die Waffen zum Schweigen zu bringen, sondern der „das Herz eines jeden von uns“ berühre und verwandele.

In diesem Zusammenhang lud Papst Leo alle ein, an einer Gebetsvigil für den Frieden teilzunehmen. Diese wolle er gemeinsam mit den Gläubigen am kommenden Samstag, 11. April, im Petersdom feiern, kündigte das Kirchenoberhaupt an. Eine ähnliche Initiative gab es bereits im vergangenen Oktober: Da hatte Papst Leo im Rahmen der Heilig-Jahr-Feier der Marianischen Spiritualität zu einer Gebetsvigil für den Frieden mit Rosenkranzgebet geladen – tausende Menschen aus aller Welt waren gekommen.

„Nur er macht alles neu! Frohe Ostern!“

„Dem Herrn empfehlen wir alle Herzen, die leiden und auf den wahren Frieden warten, den nur er geben kann. Vertrauen wir uns ihm an und öffnen wir ihm unser Herz! Nur er macht alles neu (vgl. Offb 21,5)! Frohe Ostern!”, so die abschließenden Worte des Papstes, der vor dem Segen auch noch einige Grüße in verschiedenen Sprachen – darunter auch Deutsch – verlas.

Ein Zeuge der Verfolgung

Auf dem Balkon wurde Papst Leo begleitet durch den 97-jährigen albanischen Kardinal Ernest Simoni, der während der Zeit des Kommunismus schwerer Verfolgung ausgesetzt war, und Kardinal Dominique Mamberti, den dienstältesten Kardinal aus dem Rang der Kardinaldiakone (Kardinalprotodiakon). Letzterer spricht neben dem Habemus Papam nach einer Papstwahl die einleitenden Worte vor dem Ostersegen, der allen, die ihn persönlich oder über die modernen Kommunikationsmittel empfangen, bei Erfüllung der nötigen Voraussetzungen einen vollkommenen Ablass gewährt. Feierliches und ausdauerndes Glockengeläute erklang nach dem Segen und begleitete die Gläubigen, die unter dem erneuten Klang der Hymnen auf dem sonnenbestrahlten Platz darauf warteten, dass der Papst - wieder ganz in Weiß -  in seinem Papamobil eine ausgbiebige Runde über den Platz - und weit darüber hinaus - drehen würde. (vn 5)

 

 

 

 

Vom Leiden, Sterben und Auferstehen: Die „Heiligen Drei Tage“

 

Die „Heiligen Drei Tage“ (Triduum sacrum) vom Leiden, Sterben und der Auferstehung Jesu Christi sind das Herzstück des Kirchenjahres. Die österreichische Diözese Gurk hatte vergangenes Jahr stets aktuell bleibende Fragen und Antworten veröffentlicht und erklärt, warum in den nächsten Tagen Orgeln und Glocken verstummen, Altäre in den Kirchen abgeräumt werden und wieso die beliebte Fleischweihe eigentlich eine Speisensegnung ist.

1)        Was sind die „Heiligen Drei Tage“?

Mit der Messe vom Letzten Abendmahl am Gründonnerstagabend beginnen die „Heiligen Drei Tage“ („Triduum sacrum“). Ihr Zielpunkt ist die Feier der Osternacht. Das österliche Triduum steht in der alten kirchlichen Tradition, die diese drei Tage des gekreuzigten, begrabenen und auferstandenen Jesus als liturgische Einheit betrachtet.

2)        Woher stammt der Name Gründonnerstag?

Der Name Gründonnerstag geht vermutlich auf das mittelhochdeutsche Wort „Greinen“ oder „Grienen“ zurück, was so viel wie „wehklagen“ bedeutet. Volkstümlich wird die Bezeichnung „grün“ jedoch auf die grüne Farbe von vegetarischen Fastenspeisen wie Spinat zurückgeführt.

3)        Was wird am Gründonnerstag gefeiert?

Am Gründonnerstagabend gedenken Christinnen und Christen des Letzten Abendmahles und der Gefangennahme Jesu im Garten Getsemani. Am Ende der Liturgie wird das eucharistische Brot, die hl. Hostie, als Zeichen der Gegenwart Jesu Christi an einen dafür vorgesehenen Aufbewahrungsort (Seitenaltar oder Sakramentskapelle) getragen, wo es bis zur Osternacht bleibt. Während der Abendmesse verstummen Orgel und Glocke und schweigen bis zur Osternacht. Der Volksmund sagt, dass die „Glocken nach Rom fliegen“. Außerdem wird in Erinnerung an den Beginn des Leidensweges Jesu sämtlicher Altarschmuck entfernt.

4)        Was hat es mit der „Fußwaschung“ auf sich?

Der Brauch der Fußwaschung, der heuer coronabedingt entfällt, wird traditionell am Gründonnerstag durch den Priester vollzogen und erinnert an das Letzte Abendmahl Jesu, bei dem dieser seinen zwölf Jüngern als Zeichen der Demut und Liebe die Füße wusch.

5)        Welche Bedeutung hat der Karfreitag?

Der Karfreitag ist der Tag der Kreuzigung und des Todes Jesu und gilt in der Katholischen Kirche neben dem Aschermittwoch als strenger Fasttag. Bereits die ältesten Karfreitagsliturgien beginnen mit der neunten Stunde, was nach heutiger Zeitrechnung um 15 Uhr ist. Diese Stunde war nach den Evangelien die Todesstunde Jesu. Heute wird daher in vielen Pfarren um 15 Uhr eine Kreuzwegandacht gehalten und abends die Karfreitagsliturgie gefeiert.

6)         Was steht im Mittelpunkt der Karfreitagsliturgie?

Die Katholische Kirche feiert am Karfreitag eine besondere, eigenständige und traditionsreiche Liturgie, die sich von allen anderen Feiern während des Jahres unterscheidet: Der Altar ist abgeräumt, die Glocken schweigen, der Tabernakel ist leer. Im Mittelpunkt der Liturgie stehen die Verkündigung der Johannespassion, die Kreuzverehrung sowie das Fürbittgebet für die Kirche und die ganze Welt. Der Karfreitag und der Karsamstag sind die einzigen Tage, an denen weltweit in der katholischen Kirche keine Eucharistiefeier gehalten wird. Anlässlich der Pandemie wird am Karfreitag österreichweit wie bereits auch im Vorjahr eine eigene Fürbitte für all jene Menschen gesprochen, die schwer an Corona erkrankt sind sowie für alle, die sich für diese Menschen einsetzen und sich in den verschiedensten Lebensbereichen für die Überwindung der Pandemie engagieren.

7)         Woher kommt der Brauch der Osterratschen?

Hölzerne Ratschen wurden seit dem 13. Jahrhundert als Ersatz für die verstummten Glocken und die Schellen der Messdiener verwendet. An vielen Orten gehen auch heute noch Kinder damit durch die Straßen und rufen die Gläubigen am Karfreitag zum Gebet und zur Feier der Karfreitagsliturgie auf.

8)        Welche Bedeutung hat der Karsamstag?

Der Karsamstag ist der Tag der Grabesruhe Christi. Zwischen der Feier des Todes Jesu am Karfreitag und der Feier seiner Auferstehung in der Osternacht verweilt die Kirche am Grab des Herrn, betrachtet seinen Abstieg in das Reich des Todes und erwartet seine Auferstehung. Somit deutet der Karsamstag das „Hinabgestiegen in das Reich des Todes“, wie es im Apostolischen Glaubensbekenntnis heißt.

9)        Warum werden am Karsamstag die Speisen gesegnet?

Der Brauch der Speisensegnung ist vor allem in Kärnten, Südtirol und Bayern weit verbreitet und für viele ein fixer Termin im Kirchenjahr. Speisensegnungen lassen sich bis in die ausgehende Antike zurückverfolgen. Speisen wie Eier und Fleisch, deren Genuss in der strengen mittelalterlichen Fastenordnung verboten war, gewannen durch diese österliche Segnung im Volksglauben besondere Bedeutung und Kräfte. Heute will dieser Brauch vor allem die Brücke schlagen zwischen dem Altar und dem häuslichen Tisch, zwischen dem Sakralen und dem Profanen.

10)         Wieso heißt es Speisensegnung und nicht „Fleischweihe“?

Sachen, Gegenstände und Tiere werden nicht „geweiht“, wie es im Volksmund oft heißt, sondern „gesegnet“. Es gibt keine „Autoweihen“, „Pferdeweihen“ oder „Fleischweihen“, sondern nur entsprechende Segnungen. Daher spricht man auch von „Speisensegnung“. „Geweiht“ werden Personen, die in den Dienst Gottes gestellt werden. Auch Kirchenbauten und Dinge, die für den dauernden liturgischen Gebrauch bestimmt sind, also ausschließlich für den heiligen und heiligenden Dienst bestimmt sind, wie z. B. Glocken, Kelche, Öle u. dgl. werden geweiht. Deutlich wird dies in der Altarweihe, in der ein Altar zu einem besonderen heiligen Ort und Symbol für Jesus Christus selbst wird.

11)         Was bedeutet die Osternachtfeier?

Am Karsamstag werden während des Tages keine Gottesdienste gefeiert. Mit der Feier der Osternacht, meist in den Abendstunden des Karsamstags oder in den frühen Morgenstunden des Ostersonntags, endet die Karwoche („kar“ = mittelhochdeutsch für „Klage“), die mit dem Palmsonntag begonnen hat. In dieser Osternachtsfeier feiern ChristInnen die Auferstehung Jesu und mit ihr die Zusage, „dass am Ende das Leben über den Tod, die Wahrheit über die Lüge, die Gerechtigkeit über das Unrecht, die Liebe über den Hass und selbst den Tod siegen wird“, wie es im deutschen Erwachsenen-Katechismus heißt. Die Osternachtliturgie beginnt traditionell mit einer Lichtfeier, anschließend werden Lesungen aus dem Alten Testament vorgetragen. Das festliche Gloria, das Halleluja, das erstmals nach der Fastenzeit wieder erklingt, und die Tauffeier bzw. das Taufgedächtnis sind weitere Elemente. Höhepunkt ist die Eucharistie – die sakramentale Begegnung mit dem gekreuzigten und auferstandenen Herrn.

(diözese gurk 3)