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    Notiziario Religioso della comunità italiana in Germania  - redazione: T. Bassanelli    - Webmaster: A. Caponegro  IMPRESSUM

 

Notiziario religioso 1-15 marzo 2024

 

Inhaltsverzeichnis

1.     Udienza. Papa Francesco: “Non dimentichiamo i popoli che soffrono a causa della guerra”. 1

2.     A Roma il terzo Festival della Spiritualità "per riannodare le relazioni". 1

3.     Papa Francesco: "I Vescovi di domani, siano dediti al gregge e mai arrivisti". 1

4.     Messaggio Cei per il 1° maggio: “Il lavoro per la partecipazione e la democrazia”. 1

5.     Il dono della conferma nella fede, la visita ad Limina dei vescovi della Liguria. 1

6.     Cei. Nuovo incontro con familiari e vittime di abusi 1

7.     A un anno dal naufragio di Cutro. La diocesi di Crotone: “Dobbiamo creare percorsi di speranza”. 1

8.     Sacerdote calabrese nel mirino della criminalità organizzata. 1

9.     Burkina Faso in lutto: 15 martiri in una chiesa. 1

10.  Diplomazia pontificia, due anni di guerra in Ucraina. 1

11.  I vescovi tedeschi e Roma, un conflitto che non si spegne?. 1

12.  Prima Predica di Quaresima. Cantalamessa propone due banchi di prova significativi 1

13.  Chiesa Cattolica e Massoneria possono confrontarsi?. 1

14.  Dio cammina con il suo popolo, è il tema della Giornata del Migrante e Rifugiato. 1

15.  Il resoconto 2023 dei progetti di Caritas sant’Antonio. 1

16.  Scintille tra i vescovi tedeschi e il Vaticano sul sinodo riformatore. Il monito del cardinale Schoenborn. 1

17.  Il vescovo di Reggio Emilia: “Scegliere tra parrocchia e politica. Chi si candida, si dimetta da incarichi in diocesi”. 1

18.  Un libro racconta "l'erbario monastico", legame tra monaci e il mondo delle piante. 1

19.  I santi e il Cuore Immacolato di Maria, storia di una devozione antica. 1

20.  «Il Vangelo scandalizza i cristiani. Sui migranti e i poveri papa Francesco non viene seguito”. 1

21.  Cinque passi della Bibbia per vivere meglio la Quaresima. 1

22.  Papa Francesco, il deserto interiore di ognuno con "bestie selvatiche" ed "angeli". 1

23.  Il tempo è compiuto. I Domenica di Quaresima. 1

24.  I vescovi del Messico tentano il dialogo con la criminalità organizzata. 1

25.  Giovani: la Chiesa e la fede. 1

26.  “La formazione al presbiterato è un cantiere”. 1

27.  Dal Marocco: L’incontro con il Cristo migrante. 1

 

 

1.     Bischof Wilmer: „War richtig, die Sorgen des Papstes Ernst zu nehmen“. 1

2.     Papst: „Die Güter Gottes sind dazu bestimmt, geteilt zu werden“. 1

3.     Kolping International fordert Ende der Kinderarbeit 1

4.     Italien: Vollständiger Ablass in Vorbereitung auf Heiliges Jahr. 1

5.     2 Jahre Krieg in Ukraine: Papst drängt neuerlich auf Verhandlungslösung. 1

6.     Kirche: Mehr Mut zum Dialog! 1

7.     Deutsche Bischöfe veröffentlichen "Friedenswort". 1

8.     Ukraine: COMECE-Vorsitzender glaubt an Kraft des Wortes. 1

9.     EKD-Vorsitzende unterstützt Verteidigung der Ukraine. 1

10.  Apostolischer Nuntius in der Ukraine: „Können nur weitermachen". 1

11.  Online-Kurs zur Synodalität. 1

12.  Steht der Synodale Weg vor dem Aus?. 1

13.  Bischöfe und Laien sprechen über Vertrauensverlust in Kirche. 1

14.  Welttag der Migranten und Flüchtlinge angekündigt: am 29.09.2024. 1

15.  Neu: Digitale Pilgerreise zu den vier päpstlichen Basiliken. 1

16.  Deutsche Bischöfe: „Rechtsextreme Parteien nicht wählbar“. 1

17.  Italienischer Bischof stellt vor Wahl: Kirchengemeinde oder Politik. 1

18.  Gebetsheft „Insegnaci a pregare” für das Gebetsjahr 2024 online verfügbar. 1

19.  „Kampf gegen Missbrauch braucht langen Atem“. 1

20.  Bischöfe legen neues Friedenswort vor - „Friede diesem Haus". 1

21.  Bischof Bätzing: Neu von Gott reden. 1

22.  „Rechtsextremismus: Das brauchen wir nun wirklich nicht!". 1

23.  Kardinal Marx: „Die Freiheit schützen“. 1

24.  Staatliche Vereidigung des neuen Erzbischofs von Bamberg. 1

25.  Bätzing: „Wir wollen Bischofsamt stärken, nicht schwächen“. 1

26.  Kirchen eröffnen ihre Aktionen zur Fastenzeit 1

27.  Deutsche Bischöfe bekommen erneut Brief aus dem Vatikan. 1

28.  Papst: In Fastenzeit Stille, Gebet, Ruhe und Anbetung Raum geben. 1

29.  Magdeburgs Bischöfe setzen bei Demo Zeichen gegen Rechtsextreme. 1

30.  Digital Detox 2.0. In der Fastenzeit bewusst online gehen. 1

31.  Papst Franziskus bezeichnet Fastenzeit als „Bad der Reinigung und Säuberung“. 1

32.  Mehr Beteiligung von Laien im Bistum Essen. 1

33.  Papst: Priester sein ist „eine Baustelle“. 1

34.  Geld- und Personalnot: Ist die kirchliche Sozialarbeit am Ende?. 1

35.  Kath. Jugendbuchpreis 2024. Linda Wolfsgruber wird für das Buch „sieben. die schöpfung“ ausgezeichnet. 1

 

 

 

Udienza. Papa Francesco: “Non dimentichiamo i popoli che soffrono a causa della guerra”

 

Il Pontefice ha fatto leggere il testo dell'udienza di oggi a mons. Ciampanelli. "Ancora sono un po' raffreddato", ha spiegato. Al centro della catechesi, i due vizi capitali dell'invidia e della vanagloria. Al termine, un ennesimo appello per la pace e la "vicinanza" alle vittime delle mine anti-uomo, "che continuano a colpire civili, innocenti, in particolare bambini" – di M. Michela Nicolais

 

“Ancora sono un po’ raffreddato, per questo ho chiesto a mons. Ciampanelli di leggere la catechesi”. Con queste parole Papa Francesco ha cominciato l’udienza generale in Aula Paolo VI, dove è arrivato in carrozzina, invece che camminando con l’ausilio di un bastone, come avviene di solito nell’appuntamento del mercoledì. Prima dell’udienza generale, il Papa ha ricevuto i membri del Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale di Cilicia degli Armeni, ma anche il testo preparato per l’occasione è stato letto da mons. Filippo Ciampanelli, della Segreteria di Stato. È la seconda volta che il Papa appare in pubblico, dopo la lieve sindrome influenzale che l’ha colpito nei giorni scorsi e per la quale, a partire da sabato, erano stati annullati in via precauzionale gli impegni in agenda, fatta eccezione per l’Angelus di domenica scorsa in piazza San Pietro. Dopo le parole iniziali, il Santo Padre ha ripreso la parola soltanto al termine dell’udienza – dedicata ai due vizi capitali dell’indivia e della vanagloria – per un ennesimo appello a non dimenticare “i popoli che soffrono a causa della guerra: Ucraina, Palestina, Israele e tanti altri”. “Preghiamo per le vittime dei recenti attacchi contro i luoghi di culto, come pure per la popolazione di Haiti, dove continuano i crimini e i sequestri delle bande armate”, ha proseguito il Papa, che ha ricordato inoltre che il 1° marzo ricorre il 25° anniversario della Convenzione sull’interdizione delle mine anti-persone, “che continuano a colpire civili, innocenti, in particolare bambini, anche molti anni dopo la fine delle ostilità”. “Esprimo la mia vicinanza alle numerose vittime di questi subdoli ordigni, che ci ricordano la drammatica crudeltà delle guerre e il prezzo che le popolazioni civili sono costrette a subire”, le parole del Papa, che ha ringraziato “tutti coloro che offrono il loro contributo per assistere le vittime e bonificare le aree contaminate. Il loro lavoro è una risposta concreta alla chiamata universale ad essi operatori di cura dei nostri fratelli e sorelle”.

“L’invidia, se non viene controllata, porta all’odio dell’altro”, si legge nella catechesi, dedicata all’invidia e alla vanagloria, “due vizi” che “sono propri di una persona che ambisce ad essere il centro del mondo, libero di sfruttare tutto e tutti, oggetto di ogni lode e di ogni amore”. “L’invidia è un male indagato non solo in ambito cristiano: essa ha attirato l’attenzione di filosofi e sapienti di ogni cultura”, ricorda Francesco: “Alla sua base c’è un rapporto di odio e amore: si vuole il male dell’altro, ma segretamente si desidera essere come lui. L’altro è l’epifania di ciò che vorremmo essere, e che in realtà non siamo. La sua fortuna ci sembra un’ingiustizia: sicuramente – pensiamo – noi avremmo meritato molto di più i suoi successi o la sua buona sorte!”.  “Alla radice di questo vizio c’è una falsa idea di Dio: non si accetta che Dio abbia la sua matematica”, diversa dalla nostra, spiega il Papa: “Vorremmo imporre a Dio la nostra logica egoistica, invece la logica di Dio è l’amore. I beni che Lui ci dona sono fatti per essere condivisi. Per questo San Paolo esorta i cristiani: ‘Amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda’. Ecco il rimedio all’invidia!”.

“La vanagloria è un’autostima gonfiata e senza fondamenti”, l’altra fotografia di Francesco: “Il vanaglorioso possiede un io ingombrante: non ha empatia e non si accorge che nel mondo esistono altre persone oltre a lui. I suoi rapporti sono sempre strumentali, improntati alla sopraffazione dell’altro. La sua persona, le sue imprese, i suoi successi devono essere mostrati a tutti: è un perenne mendicante di attenzione. E se qualche volta le sue qualità non vengono riconosciute, allora si arrabbia ferocemente. Gli altri sono ingiusti, non capiscono, non sono all’altezza”. “Per guarire il vanaglorioso, i maestri spirituali non suggeriscono molti rimedi”, osserva il Papa: “Perché in fondo il male della vanità ha il suo rimedio in sé stesso: le lodi che il vanaglorioso sperava di mietere nel mondo presto gli si rivolteranno contro. E quante persone, illuse da una falsa immagine di sé, sono poi cadute in peccati di cui presto si sarebbero vergognate!”. Secondo Francesco, “l’istruzione più bella per vincere la vanagloria la possiamo trovare nella testimonianza di San Paolo”, che “fece sempre i conti con un difetto che non riuscì mai a vincere”: “Per ben tre volte chiese al Signore di liberarlo da quel tormento, ma alla fine Gesù gli rispose: ‘Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza’. Da quel giorno Paolo fu liberato. E la sua conclusione dovrebbe diventare anche la nostra: ‘Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo’”. Sir 28

 

 

 

 

A Roma il terzo Festival della Spiritualità "per riannodare le relazioni"

 

Terzo appuntamento del Festival di Spiritualità 2023-2024, promosso dalle Edizioni Città Nuova, dal titolo Riannodare le relazioni. L'intervista all'autore Donati "sul confine fra l’Io e l’Altro" - Di Veronica Giacometti

 

Roma. Si svolgerà a Roma in via del Carmine 3 il terzo appuntamento del Festival di Spiritualità 2023-2024, promosso dalle Edizioni Città Nuova, dal titolo Riannodare le relazioni.

Leit-motiv dei diversi appuntamenti saranno proprio le relazioni. "Dopo i primi due incontri (novembre 2023) nei quali si è scandagliato il tema parlando di sinodalità, nel primo, e dell’educazione, nel secondo, in questo terzo appuntamento si guarderà alle relazioni come luogo dell’incontro con l’alterità", riporta il comunicato stampa ufficiale.

"Alterità, sul confine fra l’Io e l’Altro" di Pierpaolo Donati sarà il libro protagonista di questo sabato a Roma.

"Il libro ‘Alterità. Sul confine fra l’Io e l’Altro’ affronta un tema che sta diventando sempre più cruciale nel mondo odierno: la difficoltà a relazionarsi agli altri in quanto differenti/diversi da noi. Siamo tutti diversi, per origini, età, sesso, cultura, religione, idee politiche, e così via. L’ideologia del multiculturalismo, che è diventata dominante, afferma che “siamo tutti differenti, tutti uguali”, no slogan che vorrebbe richiamarci al rispetto degli altri e delle differenze. Ma, di fatto, ha un esito contrario: annulla le differenze, o quantomeno le rende in-differenti. Così diventiamo incapaci di accettare e trattare la differenza. La conseguenza è che la dottrina del multiculturalismo genera frammentazione della società, emargina le minoranze e porta al relativismo culturale", dice l'autore del libro Pierapaolo Donati in un'intervista ad ACI Stampa.

"Lo constatiamo ogni giorno nei fatti di cronaca: coppie dilaniate da relazioni tossiche, episodi di razzismo, violenze, aggressioni, stupri, femminicidi, conflitti di ogni genere, fino alle guerre fra popoli. Tutti questi fenomeni sono solo la punta dell’iceberg di un clima culturale sempre più pervasivo caratterizzato dal fatto che siamo sempre meno capaci di tollerare l’Altro perché è differente/diverso da noi. Le relazioni diventano patologiche. La cancel culture, che vuole cancellare dalla faccia della terra chi non corrisponde ai propri criteri di verità o di valore, è un esempio lampante. Più in generale, siamo difronte a uno scenario in cui l’Altro viene espulso perché differente o diverso dell’Io. Il libro propone delle soluzioni al problema dell’alterità, pur consapevole che non è facile avere relazioni positive con chi è diverso/differente da noi. Mette in luce le difficoltà e i modi per superarle", continua l'autore sempre parlando ad ACI Stampa.

A partire dal libro Alterità, sul confine fra l’Io e l’Altro (Città Nuova, € 16,90, pp. 272) di Pierpaolo Donati, interverrà con l’Autore, sociologo, noto a livello internazionale come fondatore di una originale “sociologia relazionale”, Massimiliano Marianelli, filosofo, ordinario di storia della filosofia, Università di Perugia. Con la moderazione di Silvia Cataldi (sociologa, La Sapienza, Università di Roma).

"In genere pensiamo alle relazioni come espressione della nostra soggettività. Io ho una certa relazione all’Altro se mi comporto in un cero modo. Lo scopo del libro è far comprendere che l’alterità non è solo un problema psicologico individuale, cioè di come l’Io pensa e si comporta con l’Altro, e viceversa, ma è una relazione vera e propria, cioè una realtà esterna ai soggetti. È il risultato delle loro azioni reciproche, non solo dei sentimenti, emozioni, idee dell’uno e dell’altro. Non è un problema dell’individuo, ma di una intera cultura e del modo in cui è organizzata la società, cioè di come creiamo le relazioni. Per capire le relazioni posso fare un esempio che il paragone fra la luce e la relazione. Le relazioni sociali sono come la luce", continua Donati.

"Accettare il confine è essere gioiosi della diversità. Senza una alterità vissuta come relazione vitale, ci disumanizziamo. Non c’è modo di sfuggire all’alterità. Bisogna imparare a vivere un’alterità che generi la vita, anziché alienarla. Nel prenderci cura dell’alterità come relazione di riconoscimento attivo dell’Altro, e quindi di Noi stessi, troviamo il senso di che cosa significa essere umani", dice l'autore spiegando anche lo scopo del libro.

"Mi aspetto un dialogo con un pubblico che so essere molto attento e sensibile al tema delle relazioni, per comprendere assieme ai partecipanti i punti forti e i punti deboli del libro, ma soprattutto come possiamo ripensare la formazione delle persone, a partire dai bambini. Perché siamo immersi in una cultura individualista, e occorre educarsi alle relazioni. Ciò vale anche per la Chiesa. Tutti vediamo che siamo di fronte ad una svolta d’epoca, in cui duemila anni di storia del cristianesimo vengono messi in causa. Le tendenze vanno verso un mondo ‘post-umano’ favorito dalle nuove tecnologie, che sostituiscono le relazioni umane con quelle artificiali. Dobbiamo chiederci di nuovo che cosa significhi essere cristiani. Una parte della Chiesa si identifica con attività pro- sociali, di aiuto ai deboli ed emarginati, e la formazione è fatta su quel piano. Un’altra parte si ritira nelle tradizioni spirituali, liturgiche e dottrinali, e difende una formazione basata sull’impegno individuale e di gruppo basato sull’eredità del passato. Diventa urgente trovare la strada per conciliare impegno sociale e formazione spirituale nella chiave dell’alterità, più che discutere sulle distinzioni e le divisioni, io di qua e tu di là, o vorrei questo e tu vuoi quello, anche nella Chiesa", conclude infine l'autore invitando tutti all'evento del 2 marzo a Roma. Aci 29

 

 

 

Papa Francesco: "I Vescovi di domani, siano dediti al gregge e mai arrivisti"

 

Questa mattina, prima dell'Udienza Generale, il Papa ha ricevuto in Udienza i Membri del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale di Cilicia degli Armeni - Di Veronica Giacometti

 

Città del Vaticano. Questa mattina, prima dell'Udienza Generale, il Papa ha ricevuto in Udienza i Membri del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale di Cilicia degli Armeni. Il discorso del Pontefice, a causa della sua malattia respiratoria, è stato letto da Mons. Filippo Ciampanelli.

"Cari Fratelli, una delle grandi responsabilità del Sinodo è proprio quella di dare alla vostra Chiesa i Vescovi di domani. Vi prego di sceglierli con cura, perché siano dediti al gregge, fedeli alla cura pastorale, mai arrivisti. Non vanno scelti in base alle proprie simpatie o tendenze, e bisogna stare molto attenti agli uomini che hanno “il fiuto degli affari” o a quelli che “hanno sempre la valigia in mano”, lasciando il popolo orfano. Un Vescovo che vede la sua Eparchia come luogo di passaggio verso un’altra più “prestigiosa” dimentica di essere sposato con la Chiesa e rischia – permettetemi l’espressione – di commettere un “adulterio pastorale”, dice subito il Papa ricevendo i Membri del Sinodo dei Vescovi della Chiesa Patriarcale di Cilicia degli Armeni.

"I figli del vostro caro popolo hanno bisogno della vicinanza dei loro Vescovi. So che in grandissimo numero sono dispersi nel mondo e talvolta in territori molto vasti, dov’è difficile che siano visitati. Ma la Chiesa è Madre amorevole e non può che cercare tutti i mezzi possibili per raggiungerli, perché ricevano l’amore di Dio nella loro propria tradizione ecclesiale. Voi, Fratelli, insieme con i sacerdoti, i diaconi, le consacrate e i consacrati, e tutti i fedeli della vostra Chiesa, avete una grande responsabilità. San Gregorio l’Illuminatore portò la luce di Cristo al popolo armeno ed esso è stato il primo, in quanto tale, ad accoglierla nella storia. Dunque voi siete testimoni e, per così dire, “primogeniti” di questa luce, siete un’alba chiamata a irradiare la profezia cristiana in un mondo che spesso preferisce le tenebre dell’odio, della divisione, della violenza, della vendetta", spiega il Pontefice nel suo discorso.

"Vorrei condividere con voi un altro aspetto che avverto come prioritario: pregare molto, anche per custodire quell’ordine interiore che permette di operare in armonia, discernendo le priorità del Vangelo, quelle care al Signore. I vostri Sinodi siano dunque ben preparati, i problemi studiati con cura e valutati con saggezza; le soluzioni, sempre e solo per il bene delle anime, siano applicate e verificate con prudenza, coerenza e competenza, assicurando soprattutto la piena trasparenza, anche nel campo economico. Le leggi vanno conosciute e applicate non per formalismo, ma perché sono strumenti di un’ecclesiologia che permette anche a chi non ha potere di appellarsi alla Chiesa con pieni diritti codificati, evitando gli arbitrii del più forte", un altro pensiero del Papa.

"Fratelli carissimi, come non evocare infine, con le parole ma soprattutto con la preghiera, l’Armenia, in particolare tutti coloro che fuggono dal Nagorno-Karabakh, le numerose famiglie sfollate che cercano rifugio! Tante guerre, tante sofferenze. La prima guerra mondiale doveva essere l’ultima e gli Stati si costituirono nella Società delle Nazioni, “primizia” delle Nazioni Unite, pensando che ciò bastasse a preservare il dono della pace. Eppure da allora, quanti conflitti e massacri, sempre tragici e sempre inutili. Tante volte ho supplicato: “Basta!”, Echeggiamo tutti il grido della pace, perché tocchi i cuori, anche quelli insensibili alla sofferenza dei poveri e degli umili", conclude infine il Pontefice. Aci 28

 

 

 

Messaggio Cei per il 1° maggio: “Il lavoro per la partecipazione e la democrazia”

 

"Il lavoro per la partecipazione e la democrazia" è il titolo del messaggio dei vescovi italiani per la Festa dei Lavoratori, che si celebra il 1° maggio 2024. Il documento, a firma della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace, porta la data del 24 gennaio, ma è stato diffuso oggi, 28 febbraio. Il messaggio mette in luce tre aspetti: "Lavorare è fare 'con' e 'per'", "Il 'noi' del bene comune: la priorità del lavoro", "Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia"

Lavorare è fare “con” e “per”

“Il Padre mio opera sempre e anch’io opero” (Gv 5,17). Queste parole di Cristo aiutano a vedere che con il lavoro si esprime “una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre” (Laborem exercens, 26). Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: “È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana” (Centesimus annus, 41).

In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico. È particolarmente significativo che le Chiese in Italia siano incamminate verso la 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio), sul tema “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia.

Il “noi” del bene comune: la priorità del lavoro

Come ricorda Papa Francesco in Fratelli tutti, per una migliore politica “il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze” (n.162). Le politiche del lavoro da assumere a ogni livello della pubblica amministrazione devono tener presente che «non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro» (ivi). Occorre aprirsi a politiche sociali concepite non solo a vantaggio dei poveri, ma progettate insieme a loro, con dei “pensatori” che permettano alla democrazia di non atrofizzarsi ma di includere davvero tutti (cfr. Fratelli tutti, 169). Investire in progettualità, in formazione e innovazione, aprendosi anche alle tecnologie che la transizione ecologica sta prospettando, significa creare condizioni di equità sociale. È necessario inoltre guardare agli scenari di cambiamento che l’intelligenza artificiale sta aprendo nel mondo del lavoro, in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile.

Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia

“A ciascuno il suo” è questione elementare di giustizia: a chiunque lavora spetta il riconoscimento della sua altissima dignità. Senza tale riconoscimento, non c’è democrazia economica sostanziale. Per questo, è determinante assumere responsabilmente il “sogno” della partecipazione, per la crescita democratica del Paese.

Le istituzioni devono assicurare condizioni di lavoro dignitoso per tutti, affinché sia riconosciuta la dignità di ogni persona, si permetta alle famiglie di formarsi e di vivere serenamente, si creino le condizioni perché tutti i territori nazionali godano delle medesime possibilità di sviluppo, soprattutto le aree dove persistono elevati tassi di disoccupazione e di emigrazione. Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora le più urgenti da attenzionare, dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire. Inoltre, quando la persona perde il suo lavoro o ha bisogno di riqualificare le sue competenze, occorre attivare tutte le risorse affinché sia scongiurato ogni rischio di esclusione sociale, soprattutto di chi appartiene ai nuclei familiari economicamente più fragili, perché non dipenda esclusivamente dai pur necessari sussidi statali.

Un lavoro dignitoso esige anche un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale, che sono i concreti segnali di giustizia di tutto il sistema socioeconomico (cfr. Laborem exercens, 19). Bisogna colmare i divari economici fra le generazioni e i generi, senza dimenticare le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati. Fino a quando non saranno riconosciuti i diritti di tutti i lavoratori, non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese. A questo compito di giustizia sono chiamati anche gli imprenditori, che hanno la specifica responsabilità di generare occupazione e di assicurare contratti equi e condizioni di impiego sicuro e dignitoso.

I lavoratori, consapevoli dei propri doveri, si sentano corresponsabili del buon andamento dell’attività produttiva e della crescita del Paese, partecipando con tutti gli strumenti propri della democrazia ad assicurare, non solo per sé ma anche per la collettività e per le future generazioni, migliori condizioni di vita. La dimensione partecipativa è garantita anche dalle associazioni dei lavoratori, dai movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e con gli uomini del lavoro che, perseguendo il fine della salvaguardia dei diritti di tutti, devono contribuire all’inclusione di ciascuno, a partire dai più fragili, soprattutto nelle aziende.

Le Chiese in Italia, impegnate nel Cammino sinodale, continuano nell’ascolto dei lavoratori e nel discernimento sulle questioni sociali più urgenti: ogni comunità è chiamata a manifestare vicinanza e attenzione verso le lavoratrici e i lavoratori il cui contributo al bene comune non è adeguatamente riconosciuto, come anche a tenere vivo il senso della partecipazione. In questa prospettiva, gli Uffici diocesani di pastorale sociale e gli operatori, quali i cappellani del lavoro, promuovano e mettano a disposizione adeguati strumenti formativi. Ciascuno deve essere segno di speranza, soprattutto nei territori che rischiano di essere abbandonati e lasciati senza prospettive di lavoro in futuro, oltre che mettersi in ascolto di quei fratelli e sorelle che chiedono inclusione nella vita democratica del nostro Paese.

La Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace (sir 28)

 

 

 

Il dono della conferma nella fede, la visita ad Limina dei vescovi della Liguria

 

Il vescovo Guido Marini racconta la sua prima esperienza nella ad Limina con i confratelli - Di Angela Ambrogetti

 

Tortona. È stata "una grazia poter iniziare la “Visita” con lui; un momento molto bello, famigliare, in cui abbiamo potuto aprire il cuore di noi pastori delle nostre Diocesi per presentare al Papa le gioie, ma anche le difficoltà di ogni giorno, come pure porre alcune domande. Come sempre, il Papa è stato molto paterno, amabile e ha risposto alle nostre domande, ci ha incoraggiati e confortati nella fede. E questo è ciò che conta di più nell’incontro con il successore di Pietro. Per me, in particolare, è stata una gioia rivedere il Papa, poterlo salutare e abbracciare dopo un po’ di tempo che questo non avveniva".

Così il vescovo di Tortona Guido Marini racconta la gioia della Visita ad Limina dei sei vescovi della Liguria che si è svolta nella settimana precedente l'inizio degli esercizi quaresimali per la Curia e il Papa.  In una intervista al settimanale diocesano Il Popolo, il vescovo racconta la settimana romana che si aperta con l'incontro con il Papa il 12 febbraio. Tra gli argomenti trattati il rinnovamento della catechesi, l’educazione affettiva dei giovani, lo slancio missionario da vivere con entusiasmo nelle Comunità Diocesane. Il Santo Padre, nel suo intervento, ha evidenziato gli aspetti cardine del suo ministero: gioia, passione, evangelizzazione, visione cristiana dell’uomo, educazione, comunione, vicinanza al clero. E ha ricordato che un vescovo deve praticare quattro vicinanze: con Dio, con i confratelli vescovi, con i presbiteri e con il santo popolo fedele di Dio. Al termine, il Papa ha posato con i 7 prelati per la foto di gruppo e ha consegnato ai singoli un medaglione raffigurante la Santa Famiglia, alcuni rosari e un libro.

Tra gli appuntamenti della visita la celebrazione dell’Eucaristia nella basilica di San Pietro, presso le tombe vaticane, e a Santa Maria Maggiore e la messa a Santa Sabina per il Mercoledì delle Ceneri e nelle basiliche di San Giovanni in Laterano e in San Paolo fuori le Mura.

La Visita è stata preceduta da una laboriosa preparazione che ha previsto di rispondere a 23 quesiti proposti della Santa Sede. Ne è scaturita una corposa relazione in cui è stato fornito uno spaccato a 360 gradi della situazione sociale e sulla comunità cristiana delle singole Diocesi della Liguria.

Una occasione anche per gli stessi vescovi della Regione ecclesiastica della Liguria per migliorare la conoscenza reciproca. Come spiega ancora il vescovo Marini:  perché, se è vero che ci sono diverse occasioni di incontro durante l’anno – si pensi all’Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana oppure all’incontro tra i vescovi liguri che avviene più o meno a cadenza bimensile – è altrettanto vero che trovarci insieme, vivendo gomito a gomito sei giorni consecutivi, pregando insieme, dialogando insieme sulle questioni che ci stanno molto a cuore perché riguardano la fede e vita della Chiesa, avendo anche l’opportunità di trascorrere qualche momento libero di distensione, è stato un dono che ci ha fatto assaporare la bellezza della fraternità, del vivere in amicizia". Si è trattato di un vero dono conclude il vescovo di Tortona: "una conferma nella fede. Personalmente mi sono sentito confermato nella gioia e nella gratitudine per l’appartenenza al Signore, potendo ripetere ancora una volta “nulla è meglio di Gesù Cristo” e “Gesù Cristo è tutto per me”. Mi sono sentito confermato nella consapevolezza grata e gioiosa della bellezza della Chiesa, a volte segnata dalla nostra povertà umana, ma sempre splendida perché è santa, una, cattolica, apostolica; perché la Chiesa è il corpo del Signore, è la famiglia del Signore, è il luogo nel quale noi abbiamo tutti i mezzi di grazia per poter sperimentare la pienezza della vita nuova in Gesù Cristo. Mi sono sentito confermato nella passione per l’annuncio del Signore, del suo Vangelo, oggi, in questo nostro tempo, trasmettendo la bellezza del Signore Gesù." Aci 27

 

 

 

Cei. Nuovo incontro con familiari e vittime di abusi

 

Il Card. Matteo Zuppi e Mons. Giuseppe Baturi, rispettivamente Presidente e Segretario Generale della CEI, insieme a Mons. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori, hanno accolto oggi, nella sede di Circonvallazione Aurelia 50, un piccolo gruppo di familiari e vittime di abusi compiuti da chierici e operatori pastorali in ambito ecclesiale.

In continuità con l’incontro di maggio scorso, il colloquio di oggi, durato circa tre ore, è stato caratterizzato da un ascolto attivo in cui, nella condivisione e nel dialogo, sono stati messi in evidenza quegli elementi necessari e sostanziali che possono e devono essere inseriti, migliorati, potenziati per una prevenzione sempre più efficace e un’accoglienza ancora più avvertita.

“La voce di chi ha subito un abuso - ha commentato il Cardinale Presidente - resta essenziale per aiutarci a comprendere in profondità il dolore attraversato dalle vittime e dai familiari e le loro ferite, per entrare in comunione autentica con chi ha sofferto, per capire che cosa ci si attende dalla Chiesa: cosa è mancato? Cosa si può fare per migliorare? È anche dalla risposta a queste domande che il percorso di prevenzione e salvaguardia può progredire ogni giorno con passi significativi e di senso”. Cei 27

 

 

 

A un anno dal naufragio di Cutro. La diocesi di Crotone: “Dobbiamo creare percorsi di speranza”

 

Questa mattina, alle ore 4, proprio l’ora del naufragio, associazioni e cittadini hanno vissuto una fiaccolata proprio sulla spiaggia. Domenica, sotto la pioggia battente e il vento forte che ha sferzato sulla città ionica, si è svolto un corteo, al quale hanno partecipato anche alcuni familiari delle vittime e sopravvissuti - Fabio Mandato

 

Crotone fa memoria dei momenti più brutti della sua storia recente. Giorni di eventi e manifestazioni a un anno dalla tragedia consumatasi a Steccato di Cutro, dove nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 persero la vita 94 migranti partiti dalla Turchia. Questa mattina, alle ore 4, proprio l’ora del naufragio, associazioni e cittadini hanno vissuto una fiaccolata proprio sulla spiaggia. Domenica, sotto la pioggia battente e il vento forte che ha sferzato sulla città ionica, si è svolto un corteo, al quale hanno partecipato anche alcuni familiari delle vittime e sopravvissuti. Luogo di ritrovo piazzale Nettuno, quasi un simbolo in negativo, perché sotto la tettoia precaria lo spettacolo è quello di materassi e coperte e vestiti ammassati buttati lì. Inequivocabile segno di un rifugio di fortuna per i più poveri della società.

Le voci dei familiari. “Oggi sono qui per rendere omaggio alle persone che sono morte o disperse nel Mediterraneo, ricordando mia moglie e mia figlia che hanno perso la vita sulle coste tunisine in un altro naufragio”. Ouafu regge uno striscione fatto di volti di persone che hanno perso la vita in mare. Indica costantemente le foto dei suoi cari e, quando ci dà il suo messaggio, lo fa con grande forza. “Oggi voglio rivendicare i diritti delle persone che emigrano, soprattutto quelli con la pelle nera che non sono accettate. L’Europa dovrebbe soccorrere le vite in pericolo e iniziare ad accogliere quanti lasciano il proprio Paese. Non partono per fare la bella vita ma perché cercano di salvarsi”. “Giustizia e verità”, “basta morti in mare”, “più corridoi umanitari”. Questi gli slogan durante la manifestazione. Ahmed, che il 26 febbraio dell’anno scorso ha perso sua suocera e suo cognato, è in testa allo striscione della rete associativa “26 febbraio”. “Oggi chiediamo giustizia e verità per i tanti bambini e donne che hanno perso la loro vita. Come familiari, vogliamo la giustizia per l’essere umano”. Parla in francese, invece, un altro dei partecipanti. “Sono un afgano che l’anno scorso ha perso la propria figlia. Il dolore è grande, e oggi siamo qui per chiedere la giustizia giusta”. Significativo l’impegno di Ramzi Labidi, responsabile dell’associazione Sabir e mediatore culturale. Tra i temi all’ordine del giorno, quello del ricongiungimento familiare. “I familiari attendevano almeno una risposta. Hanno chiesto il ricongiungimento familiare, ci vuole tempo, ma bisognerà pure dare loro una soluzione”. 

La voce dell’amministrazione comunale. “Abbiamo vissuto un anno difficile, in cui però abbiamo solo visto inasprite le pene nei riguardi degli scafisti”. Lo ha detto al Sir Vincenzo Voce, sindaco di Crotone. “Oggi è il giorno del dolore e resta la rabbia e l’amarezza per quanto è avvenuto, insieme ai dubbi su eventuali responsabilità, che spetta comunque ai tribunali accettare. Riguardo ai sopravvissuti della tragedia, “qualcuno è rimasto sul territorio, un paio si sono integrati benissimo e ora aspettano il ricongiungimento ai familiari che è stato loro promesso”.

La denuncia di Save The Children. “Dal 2014 nel Mediterraneo sono morte almeno 29mila persone”. È la triste constatazione di Giovanna Di Benedetto, portavoce di Save The Children. “Ogni bambino, ogni uomo, ogni donna morti rappresenta un fallimento dell’Unione europea e degli Stati membri che hanno investito in politiche di deterrenze alle frontiere chiudendo le rotte in difesa dei confini e della sicurezza in Europa”. Per Di Benedetto “ora è importante ricordare che le persone e i loro diritti devono ritornare al centro delle decisioni politiche”.

Diocesi in formazione. Caritas e Migrantes dell’arcidiocesi di Crotone-Santa Severina, dal giorno della tragedia, sono stati in prima linea per l’accoglienza e la collaborazione con le Istituzioni. “Non dobbiamo perdere la memoria di eventi che in qualche modo hanno cambiato la storia locale, ma anche quella di ciascuno di noi”, ha detto al Sir suor Loredana Pisani, direttrice Migrantes. Una memoria che la comunità diocesana ha alimentato già lo scorso 18 febbraio con una via Crucis caratterizzata da testimonianze di quanto accaduto a Steccato e del dopo tragedia. “Questo è un dramma che non ha fine. Tutto quello che si è fatto da un punto di vista socio politico non chiude l’emorragia di situazioni di questo tipo. Tutto è ancora abbastanza insufficiente”, la constatazione della religiosa. Non solo memoria, però, nella diocesi crotonese. Perché Migrantes e Consulta delle aggregazioni laicali stanno portando avanti un percorso formativo che ha visto a Crotone tra i maggiori esperti dell’immigrazione (il 29 febbraio all’interno del progetto verrà presentato il report sul diritto d’asilo). “Queste persone ci hanno presentato tante facce del dramma dell’immigrazione, non solo come emergenza ma anche come un fenomeno che non finirà mai finché l’uomo starà sulla terra”. Suor Pisani fa un paragone: “Se magari io stessa per una questione di salute vado via dalla Calabria in cerca di uno specialista che posso trovare in altre Regioni, allora anche io sto vivendo il fenomeno migratorio”. “Ci auguriamo – ha proseguito – che questo percorso studi sia realmente formativo per le nostre comunità parrocchiali, le quali in questo anno si sono sempre impegnate in un processo di accoglienza e di integrazione, come lo hanno manifestato nei giorni della strage. Un crocifisso dalle gambe mozzate fatto coi resti di un barcone è all’interno del Museo pitagorico, dove si tiene il convegno. È lì, solo. Quasi trascurato, mentre i familiari rendono le loro testimonianze. Ma è un segno silenzioso. Anche quello dice l’impegno della Chiesa locale: “Creare percorsi di speranza”. Sir 26

 

 

 

Sacerdote calabrese nel mirino della criminalità organizzata

 

Durante la messa vespertina del 24 febbraio il sacerdote si è accorto di uno strano odore proveniente dal calice: nelle ampolline era stata versata candeggina - Di Marco Mancini

 

Vibo Valentia. Don Felice Palamara, parroco della frazione di Pannaconi - nel comune di Cessaniti, in provincia di Vibo Valentia, è finito nuovamente nel mirino della criminalità organizzata.

Durante la messa vespertina del 24 febbraio il sacerdote si è accorto di uno strano odore proveniente dal calice: nelle ampolline era stata versata candeggina, come confermato dalle analisi di laboratorio. Il sacerdote - accortosi di quanto stava accadendo - è stato costretto a interrompere la celebrazione per denunciare la vicenda alle forze di polizia.

Giorni fa l'automobile del sacerdote era stata danneggiata da ignoti.

Al sacerdote è giunta la vicinanza del Vescovo di Tropea-Mileto-Nicotera, Monsignor Attilio Nostro.

"La Diocesi - si legge sul sito web diocesano - sta vivendo un momento di sofferenza a causa di atti intimidatori che nulla hanno a che fare con la normale vita cristiana delle parrocchie. Per questo mi appello nuovamente alle comunità cristiane perché non si lascino scoraggiare da questo linguaggio di violenza. Non dobbiamo cedere a questa logica, facendoci tentare dallo sconforto e dalla rabbia. Non possiamo accettare questo linguaggio, non dobbiamo rispondere all’odio con odio, sapendo che non è possibile dialogare davvero con chi si rifiuta di farlo. Ringrazio di cuore le forze dell’ordine per la professionalità con la quale ci stanno aiutando e sostenendo in questo momento umanamente difficile, e anch’io continuerò a garantire ai miei sacerdoti la mia costante presenza perché possano svolgere il proprio prezioso servizio in favore del Popolo di Dio".

Anche un altro parroco della diocesi, Don Francesco Pontoriero, nei giorni scorsi ha ricevuto esplicite minacce di morte.

I due sacerdoti sono finiti nel mirino della 'ndrangheta per il loro impegno costante per la legalità contro le mafie.

Alla fine della scorsa estate il Presidente della Repubblica Mattarella su proposta del Ministro dell'Interno ha sciolto l'amministrazione comunale di Cessaniti - territorio sul quale prestano la loro opera pastorale i due sacerdoti minacciati - per infiltrazioni mafiose. Aci 26

 

 

 

 

Burkina Faso in lutto: 15 martiri in una chiesa

 

Un attentato, durante la celebrazione di una messa nella chiesa cattolica di Essakane, nell'estremo nord del Paese, sconvolge nuovamente il Paese africano, stretto fra golpismo, putinismo e violenza islamista. Le voci dei missionari raccontano la realtà locale: dove, come sempre, la popolazione paga il prezzo più alto - Ilaria De Bonis

 

Il Burkina Faso è in lutto e la comunità cristiana resta sotto choc per la morte violenta di 15 fedeli trucidati domenica scorsa, durante la messa, in una chiesa cattolica di Essakane, nell’estremo nord del Paese. Dodici persone sono morte sul colpo ed altre tre hanno perso la vita durante il ricovero in ospedale. Di un secondo attentato è stata vittima la moschea della comunità islamica, ma in questo caso le notizie sono ancora piuttosto scarse. “Preghiamo per alleviare le ferite e dare forza ai cuori addolorati”, ha scritto in una nota padre Jean-Pierre Sawadogo, vicario apostolico della diocesi di Doro. Aggiungendo che la speranza è quella che possano “convertirsi quanti continuano a seminare morte e desolazione nel Paese”. “Vi invitiamo a pregare – ha detto – per coloro che sono morti nella fede”.

Glpisti e avanzata jihadista. Grande quasi quanto l’Italia (misura 274mila chilometri quadrati) il Burkina Faso, ex colonia francese, non ha sbocchi sul mare ed è nelle mani di una giunta militare golpista guidata dal presidente ad interim Ibrahim Traoré, dal 30 settembre 2022. Contrastare l’avanzata jihadista senza un consistente sostegno esterno resta un’impresa ardua, secondo diverse fonti e testimonianze locali da noi raccolte. “La caratteristica di questi attacchi – ci spiega una fonte missionaria – è che non sono mai rivendicati, ma per esperienza sappiamo che si tratta di terrorismo jihadista finalizzato a controllare il territorio per scopi illeciti, anche se in quella zona non accadevano attentanti da qualche tempo”.

Rigurgito anti-coloniale e putinismo. Oltre un terzo del Burkina Faso è ancora nelle mani di gruppi islamisti legati ad Al-Qaeda: “i terroristi ad Essakane hanno agito in una zona al confine con il Mali, lontana dal controllo statale”, ricorda la fonte. In questa fase di rigurgito anti-coloniale e anti-europeo è alla Russia di Putin e alla Turchia di Erdogan che guardano le giunte militari di Mali, Niger e Burkina e i giovani del Sahel affascinati dalle bandiere e dalla propaganda del nuovo corso. “C’è un grande putinismo nel Sahel; si è creato il mito russo all’interno di un rinnovato orgoglio nazionale”, ci racconta padre Paolo Motta, missionario della Comunità di Villaregia a Ouagadogou. Padre Paolo opera come vicario parrocchiale in una periferia della capitale e ci spiega che in questo periodo sta “imparando una delle lingue locali per essere più vicino alla gente e capire le loro esigenze”. “È solo dialogando – dice – e cercando di capire i più poveri e i giovanissimi che possiamo essere d’aiuto concreto”.

Armi e isolamento politico. C’è sempre più propaganda militarista nella regione, ci spiega, e i ragazzi che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione, “sono invitati a guardare più alle armi che non allo studio e alla formazione”. Indirizzo contrastato in ogni modo dalla Chiesa missionaria. La velleità dei governi golpisti inoltre, è quella di voler sconfiggere il jihadismo con il solo supporto di armi e uomini russi e truppe autoctone: ma sono in circolazione anche droni turchi. “L’isolamento geopolitico e la creazione dell’Alleanza economica del Sahel (di cui fanno parte Mali, Burkina e il Niger) rischia di peggiorare la situazione sociale”, ci spiega dal Niger padre Mauro Armanino. Il missionario della Società missioni africane è convinto che l’autarchia “non abbia mai dato grandi risultati”. E anche stavolta non farà eccezione. La sua previsione è fosca: “temo che il peggio sia ancora davanti a noi se continuerà questa serie di opzioni di stampo autonomistico-militarizzato. Il possibile totalitarismo finirà per nuocere ai più poveri”, dice.

“Qui della vita ci si fida ancora”. “Un altro fattore preoccupante per la Chiesa del Burkina Faso è un certo rifiuto da parte della gente delle religioni percepite come parte dell’era coloniale: mi riferisco senza dubbio all’islam e anche al cristianesimo – racconta ancora padre Paolo Motta –. In questo periodo stanno risorgendo tutte le religioni tradizionali africane, dall’animismo al kimbanguismo, come forma di orgoglio autoctono”. E tuttavia, come ricorda Armanino “qui della vita ci si fida ancora, con incoscienza, improvvisazione e, in fondo, cieca fiducia in ciò che ci sovrasta e non è frutto di calcoli e previsioni. Abbiamo il deserto che avanza ogni giorno, coltiviamo e esportiamo arachidi che ne facilitano il progresso, siamo accerchiati da gruppi armati terroristi e aspettiamo la stagione delle piogge per seminare”. Sir 26

L’ascolto è ciò che definisce il discepolo. II Domenica di Quaresima

Carpi. Il Vangelo di questa seconda domenica di Quaresima ci presenta l’episodio della Trasfigurazione di Cristo. Pochi giorni prima Gesù aveva annunciato ai suoi discepoli la sua passione e morte a Gerusalemme. Gli apostoli erano quindi rattristati e scandalizzati perché l’idea che essi avevano del Messia andava in tutt’altra direzione. Attendevano, infatti, un Messia glorioso, potente, vincitore non sconfitto, disprezzato e ucciso dai suoi nemici. 

Con la trasfigurazione Gesù rivela la Sua identità di vero uomo e vero Dio. Egli ai suoi discepoli e alla gente che lo segue e lo ascolta appare come un uomo simile a tutti gli altri. Con la trasfigurazione anticipa la sua resurrezione e testimonia ai suoi discepoli che Egli, seppur incamminato verso la Croce, è in realtà il Figlio di Dio. Così la trasfigurazione diventa la rivelazione non solo di ciò che Gesù sarà con la resurrezione, ma di ciò che Egli è, lungo il viaggio verso Gerusalemme.

Ma a svelare in maniera ancora più chiara il mistero di Cristo è la voce che esce dalla nube: Questi è il Figlio mio prediletto: ascoltatelo! E’ la voce di Dio stesso che rivela al mondo il suo Figlio ed invita ad ascoltare la Sua parola. L’ascolto è ciò che definisce il discepolo. E quando l’ascolto di Gesù è vero ed autentico conduce a un cammino di conversione, di obbedienza e di speranza. E’ un ascolto, dunque, che coinvolge la vita e strappa da se stessi e dal proprio egoismo per vivere in comunione con Gesù e i fratelli.

La “trasfigurazione” di Cristo ci aiuta, così, a comprendere non solo la vera identità di Gesù, ma anche il destino dell’uomo, unità di anima e corpo, che accetta si porsi alla sequela del Signore Gesù. Creati a immagine e somiglianza di Dio non siamo destinati alla distruzione, ma ad essere trasfigurati dalla Luce e dall’Amore di Dio, per divenire a nostra volta in tutto simili a Lui. Se questa prospettiva ci sembra incredibile è necessario che torniamo a scoprire il senso vero del nostro battesimo, con il quale siamo stati “immersi” in Cristo e resi partecipi della sua natura divina. La nostra vita, come insegna l’apostolo Paolo, “è ormai nascosta con Cristo in Dio” e noi viviamo nell’attesa della sua piena manifestazione (Col 3,3-4).

Questa nuova situazione in cui viene a trovarsi l’uomo battezzato è ulteriormente precisata dal fatto che le vesti di Gesù, durante la trasfigurazione, “divennero splendenti, bianchissime”. Il bianco nel linguaggio biblico è il colore del mondo di Dio. E’ per questo motivo che il battezzato, dopo essere stato liberato dal peccato originale, viene rivestito con un abito bianco, il quale assume un valore simbolico. Con questo gesto viene sottolineato che la persona rinata alla vita dei figli di Dio, si è spogliata “dell’uomo vecchio con le sue azioni per rivestire l’uomo nuovo” (Col 3.10) che è Cristo (cfr Gal 3,27) e quindi della Sua immortalità (1Cor 15.53). Pertanto vive in attesa di partecipare alla Sua pienezza di vita nell’eternità, che gli viene partecipata nella Santa Comunione. Mons. Francesco Cavina, Vescovo emerito di Carpi, Aci 25

 

 

 

Diplomazia pontificia, due anni di guerra in Ucraina

 

La Chiesa Greco Cattolica Ucraina prende una posizione sulla diplomazia pontificia nel caso del conflitto ucraino. Nuove nomine in Segreteria di Stato. I bilaterali alla Conferenza di Monaco - Di Andrea Gagliarducci

 

Città del Vaticano. In questi anni, non erano mancati i rilievi critici sulle posizioni di Papa Francesco e le attività della Santa Sede riguardo al conflitto in Ucraina. Dall’Ucraina, soprattutto, il Papa era accusato di essere più vicino all’aggressore russo che non all’Ucraina, nonostante gli appelli costanti per la pace, e questo perché il Papa era stato, come primo atto dall’inizio del conflitto, all’ambasciata russa presso la Santa Sede ma non in quella ucraina; perché aveva trattato in maniera un po’ “leggera” la questione della morte di Darya Dugina, figlia dell’ideologi di Putin Dugin, aveva addirittura parlato della Grande Madre Russia in un incontro con online con i giovani russi dell’arcidiocesi della Gran Madre di Dio di Mosca.

C’era stata una nota della Chiesa Greco Cattolica Ucraina, ma anche, nel novembre 2022, una lettera del Papa alla popolazione ucraina in guerra, e l’incontro chiarificatore durante il Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina lo scorso settembre.

Momenti di tensione, in cui la stessa Chiesa che era in Ucraina veniva accusata dalla popolazione che si trovava in guerra di appoggiare le posizioni “filorusse” del Papa.

In occasione del secondo anniversario dell’inizio dell’aggressione su larga scala della Russia contro l’Ucraina, tuttavia, una lettera del Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina difende la posizione della Santa Sede e cerca di spiegarla alla popolazione, nella volontà di non negare l’orrore di una guerra che sta dilaniando il Paese e allo stesso tempo guardare con speranza cristiana al futuro, con la richiesta anche di cominciare a trovare una nuova “dottrina sociale” sulla guerra – un tentativo, in fondo, che ha compiuto l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco Cattolica Ucraina Sviatoslav Shevchuk durante i suo messaggi quotidiani che per oltre un anno sono arrivati a tutti i fedeli.

Altre notizie della settimana: l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, ha partecipato alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza, dove ha avuto diversi bilaterali. Il Papa nomina nuovi membri della Commissione per le Relazioni con gli Stati della Segreteria di Stato.

FOCUS UCRAINA

La diplomazia della Santa Sede vista dal Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina

È un messaggio di 21 pagine, diviso in sette sezioni, denso di riferimenti alla dottrina e ai padri della Chiesa, quello che il Sinodo della Chiesa Greco Cattolica Ucraina ha indirizzato ai suoi fedeli in occasione del secondo anniversario dell’inizio dell’aggressione su larga scala della Russia nei confronti dell’Ucraina.

Nel messaggio, firmato lo scorso 14 febbraio, i vescovi della Chiesa Greco Cattolica Ucraina si addentrano nelle cause profonde della guerra, a partire dall’annientamento dell’identità ucraina sin dalle prime invasioni della Moscovia, e provano a spiegarne gli intenti genocidi, definendo quello di Putin come un “nuovo colonialismo”. Si tratta di un totalitarismo di tipo nuovo, dicono i vescovi, simile a quello dei secoli precedenti, eppure più pervicace e duro proprio perché non ha una sua ideologia definita, ma gioca sulle pieghe della storia e della mistificazione storica.

È un messaggio che parla della risposta non violenta cristiana, e la apprezza, ma allo stesso tempo che mette in luce le necessità della legittima difesa di un popolo, quello ucraino, che si trova da dieci anni di situazione di conflitto, dall’annessione della Crimea nel 2014.

I vescovi spiegano anche il concetto di pace giusta, puntano il dito contro i pacifisti ideologici, che, appunto, mettono da parte ogni giustizia pur di avere la pace, notano che la Russia ha perseguito il suo intento genocida, di ricostituzione dell’Urss e totalitarista nonostante gli avvisi che avevano lanciato.

È un messaggio da leggere nella sua interezza, che colpisce anche per dei passaggi molto ampi dedicati alla diplomazia della Santa Sede. E, nel mezzo delle critiche, nonostante la situazione difficile, la Chiesa Greco Cattolica Ucraina difende il lavoro della Santa Sede.

“Nel servire la causa della pace e della cooperazione internazionale della Sede Apostolica – nota il testo - è necessario distinguere due tipi di neutralità: diplomatica e morale. Tuttavia, nelle azioni della Santa Sede non vediamo in nessun caso alcuna neutralità morale. Ad esempio, nel caso dell'ingiusta aggressione della Russia contro la nostra Patria, essa distingue chiaramente l'aggressore e la vittima del suo attacco e sostiene sempre colui che è diventato questa vittima: il popolo ucraino”.

Anzi, “la tradizione millenaria del ruolo del Vescovo di Roma come massimo arbitro del mondo cristiano, cioè la posizione ‘super partes’ che si trovano in stato di guerra, ha dato e consente al Vaticano di svolgere un ruolo importante, a volte decisivo, nella risoluzione di una serie di situazioni di conflitto in tutto il mondo, nonché nel facilitare la creazione di canali per lo scambio di prigionieri e il sollievo delle sofferenze della popolazione civile”.

È una mediazione importante, che “non può essere sopravvalutata nemmeno nelle condizioni dell'attuale aggressione della Russia contro l'Ucraina: molte madri e mogli ricordano con gratitudine il ruolo del Santo Padre nella liberazione dei soldati catturati o dei bambini deportati”.

I vescovi greco cattolici ucraini mettono rilievo che “è nostro dovere cristiano e civico proteggere la vita del nostro prossimo, soprattutto dei bambini, delle donne e degli anziani, nel modo più coraggioso e radicale, prendendo in mano le armi, pronti a sacrificare la propria vita per questo”.

Questo perché “nell’etica cristiana, la pace giusta significa molto più della semplice vittoria sull’aggressione”. Aci 24

 

 

 

I vescovi tedeschi e Roma, un conflitto che non si spegne?

 

La lettera alla vigilia della Assemblea dei Vescovi e la risposta del presidente della Conferenza Bätzing - Di Angela Ambrogetti

 

Augusta. Lo scorso gennaio in una intervista al settimanale cattolico tedesco Die Tagepost il cardinale Fernandez, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, uomo non certo accusabile di essere conservatore, parlando del Cammino Sinodale tedesco ha che la nota che ha accompagnato la lettera del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin nell'autunno scorso, ha l'intento "di evitare di perdere tempo su due temi sui quali non si poteva andare oltre. Il primo tema era il sacerdozio femminile. Quando il Papa ha detto che una questione chiusa da una dichiarazione definitiva poteva ancora essere approfondita, non si riferiva a un'inchiesta pubblica da parte di una commissione istituita dai vescovi, perché dice esplicitamente che non si può discutere "pubblicamente"". L'altro tema è la "valutazione degli atti omosessuali".

Ma la porta rimane aperta per la discussione delle altre questioni. "Non per andare verso una risposta liberale, ma forse per trovare una migliore comprensione e uno sviluppo pastorale simile a quello sulla benedizione delle coppie irregolari. Andiamo dunque avanti nel dialogo su questi temi che, come dice la "Nota", possono avere aspetti non riformabili, ma anche alcuni che possono essere approfonditi. E non perdiamo tempo sui due temi che sono stati esclusi".

Due temi esclusi che però sono sempre al centro delle questioni della Chiesa cattolica in Germania.

Come la questione della "commissione sinodale" proibita da Roma che è stato una tema centrale nei lavori della Assemblea della Conferenza episcopale. Il presidente dei vescovi Bätzing ha spiegato nella sua relazione alla stampa che ci sono state "intense discussioni sul cammino sinodale della Chiesa in Germania" e che la lettera da Roma è stata presa sul serio.

Una lettera che è arrivata alla vigilia dei lavori della Assemblea "sabato sera" dice le nota ufficiale dei vescovi tedeschi. "Abbiamo deciso di non votare lo statuto per il Comitato sinodale, che è stato costituito il 10/11 novembre 2023" perché "riconosciamo la necessità di una buona e proficua comunicazione con i responsabili a Roma" e discuteremo la lettera in occasione della conferenza congiunta dei rappresentanti della Conferenza episcopale tedesca e del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi, per discutere che cosa significhi questa situazione per il lavoro della Commissione sinodale. E aggiunge Bätzing "il Sinodo romano e il cammino sinodale in Germania vanno nella stessa direzione" cioè "lo sviluppo della Chiesa. Sono stili, tempi ed enfasi diversi. Ma servono per portare gli sviluppi della Chiesa in una consultazione vincolante con i fedeli, trasparente, aperta e responsabile. che sia anche aperta e responsabile, in modo da poter prendere decisioni migliori".

Nella lettera del Vaticano il cui testo è stato diffuso dal settimanale Die Tagepost, si legge che ci sono delle "preoccupazioni" circa gli statuti della Commissione Sinodale che in alcuni punti vanno contro il diritto canonico vigente, "e quindi una decisione della DBK in tal senso non sarebbe valida, con le relative conseguenze legali. Ci si chiede anche quale autorità avrebbe la Conferenza episcopale per approvare gli statuti". Inoltre la Conferenza Episcopale "non può agire come persona giuridica in ambito laico".

Quindi "L'approvazione degli statuti del Comitato sinodale sarebbe contraria all'istruzione della Santa Sede emanata su mandato speciale del Santo Padre e lo metterebbe ancora una volta di fronte al fatto compiuto. A questo proposito, lo scorso ottobre è stato concordato congiuntamente che le questioni ecclesiologiche affrontate dal Cammino Sinodale, compreso il tema di un organo consultivo e decisionale interdiocesano, sarebbero state discusse in modo più approfondito nel prossimo incontro tra i rappresentanti della Curia romana e della DBK. Se lo Statuto del Comitato sinodale dovesse essere adottato prima di questo incontro, si pone la questione dello scopo di questo incontro e, più in generale, del processo di dialogo in corso".

Il testo è firmato da Parolin, Segretario di Stato, da Fernandez prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede e da Prevost, prefetto del Dicastero per i vescovi.

E' abbastanza ovvio che i vescovi tedeschi non poteva fare altro che sospendere il voto se non volevano una rottura formale con Roma.

Ma Bätzing rilancia dicendo che il Sinodo ha indicato un cammino e che si dovrà pensare ad un un consiglio sinodale che corrisponda alle esigenze del diritto canonico. E aggiunge: "La sinodalità non vuole indebolire l'ufficio di vescovo, ma vuole piuttosto rafforzare l'ufficio di vescovo. Siamo convinti che questo è anche ciò che vogliamo con il Cammino sinodale. Non vogliamo limitare in alcun modo l'autorità del vescovo o dei vescovi".

Lo scorso novembre i vescovi avevano tentato di istituire un Comitato sinodale per preparare l'istituzione di un Consiglio sinodale, che Roma ha bloccato. Questo comitato dovrebbe continuare il percorso sinodale in cui i documenti non ancora approvati vengono discussi e adottati. Quattro vescovi locali tedeschi si erano espressi contro la partecipazione al comitato e contro il finanziamento del progetto attraverso l'Associazione delle diocesi tedesche. I vescovi Gregor Maria Hanke (Eichstätt), Stefan Oster (Passau), Rudolf Voderholzer (Ratisbona) e il cardinale Rainer Maria Woelki (Colonia) hanno fatto riferimento alle riserve del Vaticano. Secondo i quattro vescovi, l'istituzione di un comitato sinodale preparatorio va già contro le istruzioni di Papa Francesco. Aci 24

 

 

 

Prima Predica di Quaresima. Cantalamessa propone due banchi di prova significativi

 

“Ma voi, chi dite che io sia?” (Mt 16, 15). È questo il tema scelto per le prediche della Quaresima 2024 dal Predicatore della Casa Pontificia, il Cardinale Raniero Cantalamessa - Di Veronica Giacometti

 

Città del Vaticano. “Ma voi, chi dite che io sia?” (Mt 16, 15). È questo il tema scelto per le prediche della Quaresima 2024 dal Predicatore della Casa Pontificia, il Cardinale Raniero Cantalamessa. Il Predicatore parte dal dialogo tra Cristo e gli apostoli a Cesarea di Filippo.

Saranno cinque venerdì consecutivi a partire da oggi, 23 febbraio, fino al 22 marzo. Le prediche si terranno nell’Aula Paolo VI per cardinali, arcivescovi e vescovi, prelati della Famiglia pontificia, dipendenti della Curia romana, del Governatorato vaticano e del Vicariato di Roma.

Per il Predicatore ciò che è più diffuso dentro di noi è "l’amor proprio, l’orgoglio”. Per contrastare questo in Quaresima bisogna “accettare di essere contradetti, di non aver sempre ragione” e “sopportare qualcuno il cui carattere ci dà i nervi”. Per Cantalamessa sono due “banchi di prova” significativi soprattutto per quanti lavorano nella Curia romana, che “non è una comunità religiosa o matrimoniale, ma di servizio e di lavoro ecclesiale”.

“Oggi ci sono denti che triturano senza pietà, i denti dei media, dei social media”, sottolinea il Predicatore guardando al male più grande di oggi.

Soprattutto "quando si accaniscono contro qualcuno solo perché non appartiene alla propria cerchia”. Tutto ciò “con cattiveria, con intento distruttivo, non costruttivo. Povero chi finisce oggi in questo tritacarne, sia egli un laico o un ecclesiastico”, continua il Cardinale.

Cantalamessa ha infine consigliato di “fare un passo avanti”, cioè “non limitare il mangiare la carne e bere il sangue di Cristo alla sola Parola e al solo sacramento dell’Eucaristia, ma nel vederlo attuato in ogni momento e aspetto della nostra vita di grazia”. Aci 23

 

 

 

Chiesa Cattolica e Massoneria possono confrontarsi?

 

Il 16 febbraio, la Fondazione Ambrosianeum ha organizzato un evento su Chiesa Cattolica e Massoneria. E un cardinale ha lanciato addirittura l’ipotesi di un tavolo permanente con la Massoneria - Di Andrea Gagliarducci

 

Milano. C’erano i Gran Maestri Massonici delle tre grandi obbedienze di Italia, insieme all’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che ha introdotto, e al Cardinale Francesco Coccopalmerio, presidente emerito del Pontificio Consiglio dei Testi Legislativi, che ha concluso. E ha concluso con il “botto” si oserebbe dire, lanciando l’idea di un tavolo permanente con la Massoneria, per potersi confrontare.

Fortuna che prima di lui aveva parlato il vescovo Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, sulle ragioni dell’incompatibilità tra Chiesa e Massoneria, e padre Zbigniew Suchecki, OFMConv., aveva parlato dei Pronunciamenti della Chiesa Cattolica sulla Massoneria. Insomma, è chiaro che Chiesa e Massoneria sono incompatibili, come tra l’altro ribadito da uno dei recenti responsum del Dicastero della Dottrina della Fede.

Eppure il seminario che si è tenuto a Milano sembra segnare un punto di rottura, dopo alcune mani tese di esponenti della Chiesa verso un dialogo con la Massoneria di natura più o meno interlocutoria. A parlare, erano i Gran Maestri delle tre più grandi obbedienze di Italia: Bisi del Grande Oriente di Italia, Fabio Venzi, Gran Maestro della Gran Loggia Regolare di Italia, e Luciano Romoli, Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia degli ALAM.

Il Cardinale Coccopalmerio ha detto che “da quello che ho potuto capire, ma sono poco esperto in questa materia, credo che ci sia una evoluzione nella comprensione reciproca. Cinquant'anni fa c'era meno conoscenza ma le cose sono andate avanti, e spero che questi incontri non si fermino qui. Mi chiedo se non si possa pensare a un tavolo permanente, anche a livello di autorità, in modo da confrontarsi meglio”.

Molto aperto sul tema anche l’arcivescovo Mario Delpini, che ha sottolineato come il simposio (rigorosamente ad inviti, di cui sappiamo da una cronaca del Messaggero) nascesse come “argomento di conoscenza”, visto che “non tutti possono avere approfondito l'argomento su una organizzazione così antica a prestigiosa sempre circondata da un alone di mistero e sospetto. Così a me è sembrato che il GRIS (Gruppo di ricerche e informazione socio religiosa) facesse bene a voler approfondire. Non si tratta dunque di una assoluzione, ma di favorire colloqui tra persone per conoscere i rispettivi punti di vista, registrarne la convergenza o la lontananza. Ovviamente questo convegno non si conclude con alcun documento finale”.

Il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Stefano Bisi ha detto che il tema di un possibile confronto con la Chiesa lo appassiona da tempo, e che vorrebbe “che il prelato, l’uomo di Chiesa che ho davanti, non avesse paura di me e vorrei, io, non aver paura di lui”. E ha aggiunto che la sua speranza è che “un giorno un Papa e un Gran Maestro possano incontrarsi e fare un pezzo di strada insieme, alla luce del sole. Mi viene da dire alla luce del Grande Architetto dell’universo”.

E ha ricordato il carteggio che ebbe con il Cardinale Gianfranco Ravasi, il quale nel 2016, dalle colonne del Sole 24 Ore scrisse l’articolo “Cari Fratelli Massoni”, mettendo in luce come Papa Francesco abbia aperto agli omosessuali con il “chi sono io per giudicare”, poi ai divorziati, ma “si è dimenticato che fra i massoni ci sono anche tanti cattolici ai quali è impedito di ricevere la comunione e quando si è trattato di concedere le credenziali a un ambasciatore massone ha detto ‘no’”.

Ma è davvero il tempo di un confronto tra Chiesa e Massoneria? Una cosa è il fatto che passino dal Palazzo Apostolico politici e personaggi di ogni tipo, alcuni con aderenze massoniche ben radicate, e che abbiano un dialogo con le figure apicali della Santa Sede non perché massoni, ma per il ruolo che ricoprono. Altro è invece aprire ad un dialogo sui principi della massoneria, completamente inconciliabili con gli insegnamenti della Chiesa.

Questa inconciliabilità è stata ribadita dal Dicastero per la Dottrina della Fede, in una nota a seguito di una udienza con il Santo Padre del 13 novembre 2023, rispondendo ad una domanda del vescovo Julito Cortes di Dumaguete (Filippine), preoccupato dal fatto che sempre più fedeli aderiscano tra le file dei “liberi muratori”. La risposta del dicastero è pastorale, e chiede una azione coordinata dei vescovi, basata sulla catechesi che ribadisca l’insegnamento della Chiesa. Ed è interessante come l’idea di un tavolo di confronto con la Massoneria, lanciata quasi come fosse una idea innocua, non viene contemplata dal Dicastero della Dottrina della Fede, che invece chiede piuttosto di spiegare le ragioni del non conciliabilità tra Chiesa Cattolica e Massoneria.

La nota del dicastero ricordava che “l’adesione attiva alla massoneria da parte di un fedele è vietata a causa dell'inconciliabilità tra dottrina cattolica e massoneria”, come stabilito sia dalla Dichiarazione sulla Massoneria della Congregazione della Dottrina della Fede del 1983 che dalle linee guida pubblicate dagli stessi vescovi filippini nel 2003. Per questo, coloro che sono formalmente e consapevolmente si sono iscritti a Logge Massoniche e hanno abbracciato la Massoneria principi rientrano nelle disposizioni della suddetta Dichiarazione. Queste misure si applicano anche agli eventuali chierici iscritti alla Massoneria”.

Il Dicastero proponeva quindi ai Vescovi filippini di “condurre catechesi accessibili al popolo e in tutte le parrocchie sulle motivazioni l’inconciliabilità tra Fede Cattolica e Massoneria”, valutando anche se “sia il caso di fare un pronunciamento pubblico in merito”.

L’approfondimento, dunque, non è nella comprensione del fenomeno massonico, quanto nel modo in cui la Chiesa si è pronunciata sulla massoneria.

E, in fondo, ci sono oltre 600 documenti dei Papi che condannano la massoneria, in maniera diretta e indiretta, mentre il magistero dei Papi esplicitamente dedicato al fenomeno massonico è rappresentato da una raccolta di documenti che va dalla enciclica di Clemente XII In Eminenti Apostolatus Specula del 28 aprile 1738 fino alla Annum Ingressi di Leone XIII del 1902, passando per la Humanum Genus dello stesso Papa che è una vera e propria pietra miliare nella lotta alla massoneria.

Una era ricchissima, necessaria per comprendere come i Papi guardassero al fenomeno massonico, ufficialmente fondato nel 1717 dal pastore Anderson in Inghilterra.

Dal 1903 non ci sono encicliche dei Papi formalmente dedicate alla condanna della massoneria, ma il canone 2335 del Codice di Diritto Canonico del 1917 dichiara che coloro i quali si iscrivono alla Massoneria o ad altre associazioni dello stesso genere, che macchinano contro la Chiesa, incorrono ipso facto nella scomunica riservata alla Sede Apostolica.

Il Codice di Diritto Canonico del 1983 non aveva una menzione esplicita sulla massoneria. Il 26 novembre del 1983, tuttavia, la Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata allora dal Cardinale Joseph Ratzinger, notava in una dichiarazione citata anche da quest’ultimo documento del Dicastero che “è stato chiesto se sia mutato il giudizio del Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di Diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice anteriore”, e che questo era dovuto “a un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie”.

“Rimane pertanto immutato – scriveva la Congregazione -  il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l'iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione”.

Inoltre, la Congregazione stabiliva che “non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ciò in linea con la Dichiarazione di questa S. Congregazione del 17 febbraio 1981 (Cf. AAS 73, 1981, p. 240-241)”. Aci 22

 

 

 

Dio cammina con il suo popolo, è il tema della Giornata del Migrante e Rifugiato

(il 29 settembre)

 

Città del Vaticano. “Dio cammina con il Suo popolo”. É questo il tema della 110a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, che si celebra il prossimo 29 settembre.

In una breve nota vaticano si legge che "Il Messaggio si concentrerà sulla dimensione itinerante della Chiesa con uno sguardo particolare rivolto ai fratelli e alle sorelle migranti, icona contemporanea della Chiesa in cammino. Si tratta di un cammino da fare sinodalmente per raggiungere insieme, superando ogni ostacolo e minaccia, la vera patria. Durante il tragitto, ovunque ci si trovi, è essenziale riconoscere la presenza di Dio che cammina con il Suo popolo, assicurandogli guida e protezione ad ogni passo; ma è altrettanto fondamentale riconoscere la presenza del Signore, Emmanuele, Dio-con-noi, in ogni migrante che bussa alla porta del nostro cuore e si offre all’incontro". aci

 

 

 

Il resoconto 2023 dei progetti di Caritas sant’Antonio

 

Padova. Nonostante guerre e crisi economiche, la solidarietà in nome di Antonio rimane costante. E' questo ciò che sottolinea Caritas Sant'Antonio, l’opera di carità più importante dei frati minori conventuali, che ha pubblicato il resoconto del 2023.

125 i progetti portati a termine nel 2023 in 36 Paesi del mondo, per un totale di circa 3 milioni e 600 mila euro. Questi i dati in sintesi resi noti dal Messaggero di Sant'Antonio.

"Nonostante le difficoltà crescenti anche in Italia – afferma fra Valerio Folli, direttore di Caritas sant’Antonio – la generosità di lettori e devoti non è mai venuta meno: un segno di grande fiducia e di profondo legame con sant’Antonio".

Un articolo di Messaggero di Sant'Antonio spiega che il maggior numero di progetti è in Africa, con 79 realizzazioni in 23 Paesi e la maggior parte dei fondi stanziati, circa 1 milione e 300 mila. Ma è in Italia il posto luogo dove si è speso di più. "Sono sempre di più le famiglie che bussano alle porte dei nostri conventi, specie dopo il covid, e ci sembrava giusto dare un segno di vicinanza e di condivisione", riportano da Caritas Sant'Antonio.

L’aiuto di Caritas sant’Antonioha raggiunto anche le popolazioni colpite dall’alluvione in Emilia Romagna: "Ci siamo collegati in questo caso alle Caritas diocesane, che già avevano strutturato una rete di supporto e conoscevano le famiglie più in difficoltà. Un fondo che ha beneficiato famiglie delle diocesi di Forlì, di Faenza e di Imola".

Sul sito del Messaggero si legge ancora che a livello generale, i campi in cui Caritas sant’Antonio è intervenuta di più sono tre: al primo posto ci sono i progetti finalizzati alla promozione umana, ovvero formazione professionale, campagne di salute, luoghi di incontro comunitario, servizi condivisi, progetti di recupero di giovani con problemi di dipendenza e di marginalità.

"I referenti di Caritas sant’Antonio sono di vario tipo: innanzitutto i frati francescani delle tante missioni sparse nel mondo, ma non solo loro. Molti progetti vengono proposti dalle diocesi e dalle congregazioni locali o da altri ordini religiosi, ma ci sono anche progetti presentati da associazioni laiche, nate nei diversi luoghi per far fronte ai problemi concreti della gente", conclude l'articolo.

Tutti i progetti sono disponibili su www.caritasantoniana.org aci 22

 

 

 

 

Scintille tra i vescovi tedeschi e il Vaticano sul sinodo riformatore. Il monito del cardinale Schoenborn

 

La Conferenza episcopale tedesca: “Roma ritarda le riforme”. Ma accetta il richiamo di Parolin sull’ordine del giorno che prevedeva “una fuga in avanti” - Domenico Agasso

 

Città del Vaticano. La Conferenza episcopale teutonica polemizza con la Santa Sede: «Ritarda le riforme». Ma accetta il richiamo del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin sull’ordine del giorno che prevedeva «una fuga in avanti», come l’hanno definita vari prelati Oltretevere. Si registrano nuove scintille dunque tra vescovi tedeschi e Vaticano sul sinodo teutonico, dopo i vari interventi romani di questi anni con cui dalle Sacre Stanze sono state manifestate apprensioni di natura teologica e canonica. Per questo il cardinale «equilibratore» Schoenborn avverte: attenzione, bisogna scongiurare uno «scisma».

Si è aperta il 19 febbraio ad Augusta l'assemblea della Conferenza episcopale tedesca, segnata da nuove tensioni con i Sacri Palazzi della Santa Sede. L'apertura dell'assise era stata infatti preceduta da una lettera, inviata ai vescovi tedeschi, dal segretario di Stato vaticano Parolin, dal cardinale Víctor Manuel Fernández detto Tucho, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, e dal cardinale Robert Francis Prevost, prefetto del Dicastero per i Vescovi. Al centro delle controversie l'annunciata costituzione in Germania di un consiglio sinodale che «non è previsto dal diritto canonico vigente e pertanto una risoluzione della Dbk (Deutsche Bischofskonferenz, Conferenza episcopale tedesca, ndr) in tal senso non sarebbe valida, con le relative conseguenze legali», si legge nella missiva inviata dal Vaticano ai tedeschi e pubblicata dal portale Settimana News.

In realtà resta un più ampio braccio di ferro della Chiesa tedesca che vorrebbe accelerare su alcune riforme, dall'ordinazione sacerdotale delle donne alla possibilità per i preti di rinunciare al celibato, fino al matrimonio delle coppie gay; tensione che non si è appianata neanche con gli incontri bilaterali che si sono tenuti nel recente passato. E la Santa Sede vuole arrivare alla seconda sessione del Sinodo dei vescovi, a ottobre, senza queste marcate divisioni.

Peraltro, un punto di sintonia tra il Papa (e Tucho) e i vescovi tedeschi c’è: l’apertura alla benedizione delle coppie «in situazioni irregolari e dello stesso sesso», sancita con la dichiarazione «Fiducia Supplicans» della Dottrina della Fede; con una precisazione fondamentale: non si tratta di matrimoni.

Sulle tensioni ecclesiastiche Germania-Vaticano arriva l’autorevole commento del cardinale Cristoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, teologo, che in diverse occasioni ha mediato in discussioni che sembravano in fase di stallo: «Sono impressionato dalla pazienza con cui il Papa e i dicasteri romani cercano di rimanere in dialogo con i vescovi tedeschi - dice il porporato austriaco in un colloquio con il teologo Jan-Heiner Tuck, pubblicato da Theologie und Kirche - e di mantenere l'unità e la comunione. Non pochi accusano il Papa e i suoi collaboratori di essere troppo pazienti, dicendo che è arrivato il momento di reagire con misure drastiche. No, anche dopo l'ultima lettera di Roma: la finestra del dialogo rimane aperta! Ho l'impressione che il Papa e i dicasteri romani abbiano fatto di tutto per venire incontro ai vescovi tedeschi. Dovremmo quindi aspettarci che anche i vescovi tedeschi facciano delle concessioni in cambio».

Alla domanda «che peso autorevole ha l'ultima lettera del Vaticano? Secondo la lettera, il suo contenuto è stato portato all'attenzione del Santo Padre e da lui approvato», Schoenborn risponde: «Bisogna vederci chiaro: le ripetute richieste del Papa non sono semplici contributi a una discussione sulla sinodalità; queste dichiarazioni - e soprattutto la lettera ai vescovi tedeschi che ora è stata resa pubblica - riguardano il pieno peso dell'ufficio episcopale cum et sub Petro. Ciò riguarda un aspetto centrale della costituzione della Chiesa cattolica. Pertanto, i vescovi tedeschi devono chiedersi seriamente se vogliono davvero lasciare la comunione con e sotto il Papa o piuttosto accettarla lealmente. Rifiutarsi di cedere sarebbe un'obstinatio - un chiaro segno di uno scisma che nessuno può desiderare. Inoltre, la tempistica della lettera subito dopo l'assemblea plenaria di primavera è notevole. È una coincidenza che la pubblicazione della lettera coincida con l'inizio della Quaresima, che è un tempo di riflessione e conversione?».

La «parola» è passata al presidente della Conferenza episcopale teutonica, monsignor Georg Batzing. E gli animi si sono parzialmente calmati. La Chiesa tedesca ha accettato le richieste della Santa Sede; ma disapprovando modalità e i tempistiche del confronto. Batzing infatti ha avviato la riunione affermando che il Vaticano vuole procrastinare i colloqui, e dunque le riforme: «Potremmo essere molto più avanti, le discussioni avrebbero potuto essere fatte molto tempo fa», si lamenta l’Alto Prelato, «spesso ci vuole più di sei mesi per fissare le date, aspetto con impazienza» l’incontro con la Santa Sede per i cambiamenti a cui stanno lavorando i presuli di Germania. Allo stesso tempo, «non vogliamo e non possiamo ignorare l'obiezione romana». Batzing ha precisato che il Consiglio sinodale, che si vorrebbe applicare in Germania ma su cui il Vaticano è in disaccordo, «non vuole indebolire l'ufficio del vescovo, ma piuttosto rafforzarlo». Il ruolo del pastore è stato compromesso «dagli scandali degli abusi»: ecco perché sarebbe cruciale un consulto vincolante e alla luce del sole con questo organismo, che contribuirebbe alle scelte.

L'incontro di Augusta è in programma fino a domani. LS 21

 

 

 

Il vescovo di Reggio Emilia: “Scegliere tra parrocchia e politica. Chi si candida, si dimetta da incarichi in diocesi”

 

Il provvedimento di monsignor Giacomo Morandi ha suscitato discussioni; la posizione della Chiesa locale è anche riassunta da sei Faq pubblicate sul sito diocesano - Domenico Agasso

 

CITTÀ DEL VATICANO. O il catechismo o la candidatura alle elezioni, non c’è altra via per monsignor Giacomo Morandi. «L'impegno in chiesa o quello in politica». È quanto ha disposto il Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla con due lettere inviate nei giorni scorsi a tutte le parrocchie della diocesi che, come riporta la stampa locale, stanno facendo discutere, a tal punto che la posizione ecclesiastica è anche riassunta da sei Faq pubblicate sul sito diocesano («Elezioni e impegno politico, le risposte alle domande più comuni»).

In vista delle prossime «elezioni europee e amministrative - si legge nelle missive firmate da monsignor Morandi - reputo opportuno disporre che quanti intendano candidarsi in qualsiasi lista, debbano dimettersi da ruoli di responsabilità ricoperti in diocesi o nelle parrocchie. Inoltre, non sarà possibile ospitare nelle chiese e nelle strutture parrocchiali incontri e dibattiti in vista delle urne. Ciò per evitare che i nostri ambienti possano diventare luoghi di campagna elettorale». Un provvedimento rivolto «a lettori, accoliti e ministri straordinari della Comunione» i quali «non potranno ricoprire, al contempo, ruoli di coinvolgimento diretto e in prima persona negli schieramenti politici, in modo che possano così attestare il loro servizio verso la comunità ecclesiale attraverso il primato della Parola e della Mensa».

Il Presule non «condanna» chi si candida, citando anche papa Francesco («la politica, tanto denigrata, è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose di carità, perché cerca il bene comune»), ma non ammette concomitanza tra i ruoli, predicandone l'esclusività di uno o dell’altra.

Le polemiche non si sono placate, e così: «Ministri cattolici e campagna elettorale: monsignor Morandi spiega la posizione diocesana», è il titolo dell’intervento pubblicato sul sito della diocesi, che riprende il settimanale La Libertà. L’arcivescovo Morandi «apprezza che si sia aperto un dibattito sull’impegno dei cattolici in politica a partire dalla sua comunicazione relativa alla campagna elettorale e ai ministri laici della Chiesa», è la premessa. Se la posizione espressa dal Pastore «è stata chiara e concisa, il fraintendimento montato tramite i media da qualche dissenziente è apparso invece confuso e insistito», è l’accusa. Perciò, l’articolo intende rimettere «ordine. All’inizio di febbraio monsignor Morandi ha indirizzato al Vicario Generale e ai parroci della Diocesi una comunicazione in cui, tra l’altro, scriveva di ritenere “opportuno disporre che quanti intendano candidarsi in qualsiasi lista alle prossime elezioni debbano dimettersi da ruoli di responsabilità ricoperti in diocesi o nelle parrocchie; pertanto, saranno senz’altro declinati gli incarichi pastorali diocesani o quelli nei consigli parrocchiali. Con l’occasione rinnovo tale divieto anche per coloro che rivestono mandati ministeriali”». Commenta Morandi: «”Dispiace che la lettera riservata ai parroci sia stata strumentalizzata a fini impropri e polemici”. Dispiace ma, ai tempi delle chat, non sorprende più di tanto. Ciò che amareggia è che la posizione diocesana sia stata in alcuni casi travisata, al punto da stravolgerne senso e finalità».

Quello che «non comprendo – dice ancora l’Arcivescovo – è che si sia arrivati a evocare il “Non expedit” di Pio IX, quindi il divieto ai cattolici di partecipare alle elezioni e in genere alla vita politica dello Stato italiano: utilizzare questa citazione significa dare un’interpretazione non corretta, fuorviante e capziosa, che denota peraltro l’ignoranza della storia e di quello specifico provvedimento, che nasceva nel contesto di rapporti conflittuali fra Stato e Santa Sede. Il provvedimento pastorale che ho adottato infatti esprime esattamente l’intenzione opposta, cioè che i cristiani che sentono la vocazione al servizio politico possano seguirla con pieno diritto, liberamente e responsabilmente, nella consapevolezza che sia il ministero di natura ecclesiale che l’impegno politico chiedono un coinvolgimento totalizzante di tempo e risorse, dunque è bene siano nettamente distinti».

L’obiettivo quindi è la «chiarezza di ambiti - si legge sul portale - per una disposizione prudenziale e temporanea dettata a monsignor Morandi da un sano realismo, a partire da elementi di fatto oggi incontrovertibili quali la frammentazione dei cattolici in tutte le forze partitiche e la sistematica polarizzazione di opinioni e appartenenze».

La finalità? «Evitare che da entrambe le parti possano esserci strumentalizzazioni dei ruoli ricoperti e si trasferisca nelle parrocchie la conflittualità tipica dell’agone politico, alimentando quelle polemiche e contrapposizioni che in campagna elettorale sono all’ordine del giorno».

L’indicazione data «dal vescovo Giacomo chiama in causa i parroci, invitandoli a una saggia valutazione con i fedeli interessati, ove afferma: “Questo indirizzo deve essere mediato dal parroco, in un dialogo”; peraltro l’indirizzo diocesano non è rivolto ai membri laici delle associazioni e dei movimenti ecclesiali ed è inteso che la non elezione della persona candidata che si è dimessa dagli incarichi ecclesiali porrà termine alla sospensione».

Chiariti i destinatari «del provvedimento, monsignor Morandi ci tiene a richiamare il “necessario impegno” dei cristiani per il bene comune – formulato spesso anche da Papa Francesco – secondo quella definizione (che Paolo VI desunse da Pio XI) della politica come la più alta forma di carità e gli orientamenti definiti dalla Dottrina sociale della Chiesa». LS 21

 

 

 

 

Un libro racconta "l'erbario monastico", legame tra monaci e il mondo delle piante

 

L"Erbario Monastico", un viaggio tra abati e madri badesse, priori e superiori di conventi, per carpire i segreti degli antichi erbari monastici e attualizzarli - Di Veronica Giacometti

Roma, mercoledì. C'è un legame speciale tra i monaci e il mondo delle piante. Lo dice Anna Maria Foli, autrice del libro "Erbario monastico. Dall’antica sapienza di monasteri e conventi le erbe, i fiori e le piante che curano e nutrono per ritrovare energia fisica, mentale e spirituale" di Terra Santa Edizioni. Il volume è un vero "viaggio tra abati e madri badesse, priori e superiori di conventi, per carpire i segreti degli antichi erbari monastici e riproporli oggi". Il libro non non ha fini terapeutici e diagnostici, ma vuole essere una scoperta o riscoperta della secolare tradizione monastica degli erbari. ACI Stampa ne ha parlato direttamente con l'autrice.

Come è nata l’idea di scrivere un libro con questo tema?

Amo la natura in generale e ritengo che il contatto con il mondo naturale sia benefico non solo per il corpo, ma anche e soprattutto per lo spirito. Nel 2020 ho scritto un libro, La farmacia di Dio (sempre per TS edizioni), in cui racconto gli antichi rimedi naturali realizzati in monasteri e conventi, sia nel passato che nel presente. In quell’occasione sono entrata in contatto con abati e madri badesse che mi hanno fatto conoscere una realtà che avevo intuito, ma mai approfondito: il profondo legame che unisce da sempre i monaci e il mondo delle piante. Con questo libro ho voluto approfondire ancora di più questo aspetto, mettendo in risalto come molti aspetti tipici del mondo monastico antico continuino a essere attuali ancora oggi. Scoprendo poi che molti degli erbari più belli e completi sono opera di monaci, ho pensato di fornire alcuni consigli per realizzare un erbario oggi: un modo per conoscere la natura, passeggiare all’aria aperta e riscoprire la ricchezza e la varietà del regno vegetale. Completa il libro una serie di ricette di rimedi naturali e ricette di cucina da preparare con alberi e fiori.

L’erbario monastico... a quali fonti si è ispirata per scrivere questo capitolo? Cosa l’ha colpita di più?

La nascita degli erbari risale addirittura al 2000 a.c., con gli assiri, i babilonesi e gli egiziani. Le piante hanno interessato da sempre gli uomini, sia per il valore nutritivo che per le proprietà curative. La storia degli erbari, inoltre, è strettamente connessa a quella della botanica, e quindi ho cercato testi che raccontassero come questa si fosse sviluppata nel corso dei secoli fino a diventare una scienza a se stante, ben distinta dalla medicina e dalle altre discipline. Poi, andando a cercare le antiche ricette di monasteri e conventi, ho scoperto che molto spesso, accanto ai laboratori in cui venivano realizzati i rimedi naturali, erano presenti biblioteche che contenevano erbari tramandati da monaco a monaco, e arricchiti di anno in anno con l’aggiunta di nuove piante. Gli erbari, insieme ai testi di botanica, erano studiati dai monaci addetti alla spezieria, che possedevano conoscenze davvero molto approfondite del mondo vegetale. Sono rimasta colpita dalla grande attività svolta nei monasteri, solitamente ritenuti esclusivamente luoghi di preghiera e meditazione: il monaco addetto all’infermeria, che curava i malati e realizzava i rimedi, spesso si occupava personalmente anche della coltivazione della piante, della loro raccolta e dell’essiccazione. Un sapere immenso che fortunatamente è arrivato fino a noi.

Come possono le piante, i fiori, le erbe trasmettere un valore aggiunto alla nostra fede? In che modo contribuiscono al nostro benessere spirituale?

Immergendosi nella natura e osservando piante, erbe e fiori non si può che restare stupiti e ammirati di fronte alla Creazione. Un Dio che ha creato la natura è sicuramente un Dio buono, che ci vuole bene. Secondo me è qualcosa di intuitivo, che tutti possono percepire, se si mettono all’ascolto del mondo vegetale. E tutta questa bellezza invita al rispetto, fa nascere la consapevolezza della necessità della salvaguardia della natura. Questa infatti è armonia, equilibrio, saggezza e purezza, a differenza dell’essere umano, che troppo spesso se ne allontana creando disordine, confusione, distruzione. Ecco, riavvicinarsi alla natura vuole anche dire recuperare quell’armonia e quella serenità originaria che Dio ha sempre voluto per l’uomo, fin dall’inizio, e quindi riscoprire e approfondire la nostra fede. Come diceva santa Ildegarda, quando nel corpo insorge la malattia, che sia fisica o spirituale, le piante possono aiutarci a guarire, a ritrovare l’equilibrio perduto.

I monasteri e l’ambiente... come convivono ancora oggi? E’ cambiato molto rispetto ai padri del deserto?

Da sempre i monasteri hanno stabilito con l’ambiente circostante un rapporto molto stretto, all’insegna del rispetto e della salvaguardia. Il concetto alla base di questo legame era la consapevolezza che la natura, dono di Dio, rende possibile la vita e produce nutrimento, fornendo il cibo necessario agli esseri umani. Ancora oggi, molto spesso, i monaci provvedono direttamente al loro sostentamento coltivando piante e allevando animali, proprio come avveniva all’epoca di san Benedetto, che raccomandava la regola dell’Ora et labora come base di una vita spiritualmente intensa e fisicamente attiva. In questo senso non è cambiato molto rispetto ai padri del deserto: ancora oggi nei monasteri vengono rispettati valori come la sobrietà, l’umiltà, la moderazione e, naturalmente, la cura e l’amore per la natura e per il prossimo.

Cosa si augura dopo aver scritto questo libro?

Nel mio piccolo, vorrei si diffondesse sempre di più un ideale di vita sostenibile, all’insegna della semplicità, dell’equilibrio e del rispetto per tutti gli esseri viventi, animali e vegetali. L’idea di realizzare personalmente un erbario, poi, mi sembra un ottimo metodo per insegnare ai più piccoli ad amare la natura e riconoscere le varie piante. Quando i miei figli erano bambini abbiamo realizzato insieme un piccolo erbario con le foglie degli alberi che incontravamo durante le passeggiate in montagna. Ripenso con affetto quei momenti, e sono convinta che abbiano lasciato anche in loro dei bei ricordi. Aci 21

 

 

 

I santi e il Cuore Immacolato di Maria, storia di una devozione antica

 

Da San Giovanni Eudes a Giovanni Paolo II - Di Antonio Tarallo

Roma. “Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato” con queste parole, il 13 giugno del 1917, la Beata Vergine Maria si rivolgeva a suor Lúcia de Jesus Rosa dos Santos, meglio conosciuta come Suor Lucia di Fátima. Accanto a lei, altri due bambini, assistevano a quelle apparizioni della Vergine che segneranno la storia della Chiesa. Stiamo, ovviamente, parlando delle apparizioni di Fátima.

La storia è assai nota. E’ il 13 maggio 1917, quando a Cova da Iria, località di un villaggio nel Portogallo centrale, Fatima, tre bambini - Lucia dos Santos di 10 anni e i suoi cugini Francisco e Jacinta Marto (di cui oggi ricorre la memoria liturgica), fratelli di 9 e 7 anni - stanno giocando mentre accudiscono un piccolo gregge, in un terreno di proprietà del padre di Lucia. Verso mezzogiorno, dopo aver recitato come d’abitudine il Rosario, vedono due fenomeni luminosi, come due lampi, e poi una misteriosa Signora splendente con un Rosario in mano. Sarà questa la prima di sei apparizioni che i tre piccoli pastorelli avranno fino ad ottobre: sempre il giorno 13, tranne nel mese di agosto, quando dal 13 al 15 vengono “sequestrati” dal sindaco che cerca di smascherare quella che crede essere un’impostura (la Madonna apparirà poi ai tre veggenti il giorno 19).

Le apparizioni di Fátima ci presentano il tema di una delle devozioni popolari più famose, una delle più antiche: la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Bisogna risalire al Vangelo di San Luca, al capitolo secondo, per scovare i primi semi di questa importante devozione: “Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”. In queste poche parole, la sintesi più alta, la descrizione più efficace del Cuore di Maria: silenzioso; puro; meditativo; umile. Il culto verso il Cuore di Maria rimase per lunghi secoli nell’ambito della pietà privata fino a quando San Giovanni Eudes, verso la metà del XVII secolo, iniziò a celebrare la festa liturgica del Cuore Immacolato.             

San Giovanni Eudes (1601-1680) che fu padre, dottore e primo apostolo di questa devozione, come risulta dalle dichiarazioni di Leone XIII (1903) e di Pio X (1909), non separava mai nel suo apostolato il Cuore Immacolato di Maria dal Sacro Cuore di Gesù. Con alcuni suoi discepoli, nel 1648, il santo cominciò a celebrare la festa del Cuore di Maria, componendo i testi liturgici per una Santa Messa propriamente dedicata al Cuore della Madre di Gesù. San Giovanni Eudes scriverà: “Nel Cuore santissimo della prediletta Madre di Dio noi intendiamo e desideriamo soprattutto venerare e onorare la facoltà e capacità naturale e soprannaturale di amare che la Madre dell'amore tutta impegnò nell’amare Dio e il prossimo. Poiché sia che il cuore rappresenti il cuore materiale che portiamo in petto, organo e simbolo dell'amore, o piuttosto la memoria, la facoltà d'intendere con cui meditiamo, la volontà, che è radice del bene e del male, la finezza dell'anima per la quale si fa la contemplazione, in breve, tutto l'interno dell'uomo (noi non escludiamo alcuno di questi sensi) intendiamo e vogliamo soprattutto venerare e onorare prima di ogni cosa e sopra ogni cosa, tutto l'amore e tutta la carità della Madre del Salvatore verso di Dio e verso di noi”.

Solo nel 1805, Papa Pio VII decise di permetterne la celebrazione a tutti quelli che ne avrebbero fatto esplicita richiesta. “Maria è tutta carità. Dove c’è Maria lì c’è la carità. Maria, dunque, è il cuore della Chiesa. Per questo germogliano da essa tutte le opere di carità. È risaputo che il cuore ha due movimenti che i medici chiamano sistole e diastole. Col primo, il cuore si stringe ed assorbe il sangue; col secondo si dilata e lo versa nelle arterie. Così anche Maria esercita continuamente questi due movimenti: assorbe la grazia del suo amato Figlio e la riversa sui peccatori”, così scriveva Sant’Antonio Maria Claret nel suo Maria, cuore della Chiesa. E proprio al cuore della Vergine dedicherà la missione della congregazione che farà nascere nel 1849: i Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria. Antonio Maria Claret, un altro santo legato al Cuore Immacolato della Madonna.

La sequela di sante aureole che hanno avuto una speciale attenzione al Cuore Immacolato di Maria è variopinta e percorre vari secoli: si va da San Luigi Maria Grignion de Montfort, cantore della Vergine, a San Massimiliano Maria Kolbe, poeta dell’Immacolata (avviene così che l’aggettivo “Immacolata” si riconduce anche al Cuore, appunto “immacolato”); c’è poi Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, altro devoto della Vergine. Se pensiamo al nostro vicino secolo passato, non possiamo non pensare a San Pio da Pietrelcina. Un giorno chiesero al frate santo perché insistesse tanto a far fare ai fedeli la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria. Rispose San Pio: “Perché è l'unico posto al mondo in cui Satana non ha messo piede e mai ve lo metterà per prendersi le anime che vi saranno entrate”.

Il ‘900 ha visto una sempre più ampia diffusione del culto. Testimonianza di questa particolare attenzione sono le diverse consacrazioni del mondo al Cuore Immacolato di Maria: Pio XII, 31 ottobre 1942; San Paolo VI, 21 novembre 1964; San Giovanni Paolo II, 13 maggio 1982; nuovamente San Giovanni Paolo II insieme a tutti i vescovi del mondo, 25 marzo 1984. La consacrazione di San Giovanni Paolo II è una vera e propria poesia alla Vergine. Ogni parola respira di amore filiale, di abbandono completo al Cuore Immacolato di Maria: “O Madre degli uomini e dei popoli, tu che conosci tutte le loro sofferenze e le loro speranze, tu che senti maternamente tutte le lotte tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre, che scuotono il mondo contemporaneo, accogli il nostro grido che, come mossi dallo Spirito Santo, rivolgiamo direttamente al tuo Cuore e abbraccia, con l’amore della Madre e della Serva, questo nostro mondo umano, che ti affidiamo e consacriamo, pieni di inquietudine per la sorte terrena ed eterna degli uomini e dei popoli”. Le ultime due consacrazioni sono avvenute sotto il pontificato di Papa Francesco, il 13 ottobre 2013 e il 25 marzo 2022. Aci 20

 

 

 

«Il Vangelo scandalizza i cristiani. Sui migranti e i poveri papa Francesco non viene seguito”

 

Sala piena al CAM, il centro culturale Cultures and Mission dei Missionari della Consolata di Torino per l’evento di presentazione del libro “Cinque domande che agitano la Chiesa”, di Ignazio Ingrao, giornalista di lungo corso e vaticanista del Tg1. Insieme a lui fratel Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose e della nuova Casa della Madia e, a moderare l’incontro, il giornalista

Francesco Antonioli, componente della Direzione Comunicazione di Edizioni San Paolo Tema centrale la Chiesa e il suo futuro, le incertezze e le sfide che aspettano il popolo che la vive.

«È un papato che sogna, profetico ed evangelico ma sovente non riesce a offrire le procedure affinché i sogni si realizzino» - esordisce Bianchi fresco della sua ultima opera “Dove va la Chiesa?” delle Edizioni San Paolo - «Oggi se si toglie la voce del papa, all’interno della Chiesa non ci sono voci. Tempo fa c’era Dalla Costa o Pellegrino». Nella sua analisi Bianchi sottolinea la fatica del “popolo di

Dio” a seguire il tracciato del papa: «Papa Francesco è molto avanti, ma è il gregge che non si muove.

Quanti sono disposti ad accettare la benedizione delle coppie gay come ultimamente è avvenuto? È il popolo di Dio che non vuole. Non i reazionari».

E sulla diminuzione dei cristiani commenta: «Il problema di oggi è che manca la fede. La Chiesa è in crisi perché non c’è saldezza nella fede cristiana nei fedeli e anche all’interno del mondo gerarchico».

Sulla stessa linea schietta e sincera, Ignazio Ingrao, interpellato come cronista che racconta la Chiesa e ne vive la responsabilità, gli fa eco: «Non vedo uno scisma all’orizzonte, nonostante le tensioni emergano e siano oggettive. Oggi dobbiamo domandarci chi è l’uomo moderno, il cristiano oggi. E sulla diminuzione dei fedeli spiega: «Il vero nemico della fede è la paura, perché toglie coraggio ed entusiasmo di trovare risposte per un nuovo futuro. Paura del diverso, della pandemia, della crisi economica».

Interrogato da Antonioli sul valore dei fondamenti della fede e sulla loro non negoziabilità, Enzo Bianchi risponde con un riferimento ai tradizionalisti all’estero: «In Francia la metà dei preti ordinati ogni anno è tradizionalista, vuol dire che tra vent’anni la maggioranza dei sacerdoti francesi sarà

tradizionalista. È un dato da tenere in mente».

Ad accendere il dibattito anche il tema del linguaggio della Chiesa: «Se la Chiesa non pretende di mettere una parola su tutto e di pensare di essere maestra di vita, ecco che si metterebbe in ascolto del popolo. Un popolo a cui Dio, ormai, non interessa più. Mettetevelo in testa» - chiosa Bianchi -

Ricominciamo a parlare di Gesù Cristo che, con la sua umanità, “intriga” ancora».

Sulla stessa linea Ingrao “La comunicazione vera, oggi, non ammette trucchi. Faccio l’esempio del diaconato femminile su cui si parla molto: dal sinodo sono emersi molti voti contrari a poche righe scritte nel testo finale. Quindi il problema non è la comunicazione ma crederci veramente». GESP 20

 

 

 

Cinque passi della Bibbia per vivere meglio la Quaresima

 

Roma. La Bibbia contiene numerosi passi che possono aiutare i cristiani a vivere meglio la Quaresima. Di seguito sono riportati da ACI Prensa alcuni riferimenti della Sacra Scrittura relativi a questo tempo che serve come preparazione alla Settimana Santa e alla Pasqua.

Gesù è tentato nel deserto (Matteo 4:1-11). In Quaresima spicca il brano biblico in cui Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto per digiunare per 40 giorni e 40 notti e lì viene tentato dal demonio.

A questo proposito, san Giovanni Crisostomo insegnava in una delle sue omelie che, come Gesù, "per quanto grandi possano essere le tentazioni che soffrirete dopo il Battesimo, non lasciatevi turbare da esse, ma piuttosto rimanete saldi". Per questo il Catechismo della Chiesa Cattolica ci invita ad unirci in Quaresima "al mistero di Gesù nel deserto".

Il Signore dà istruzioni sul digiuno (Matteo 6:16-18). Il digiuno è un altro elemento fondamentale durante la Quaresima, soprattutto il venerdì, il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. Per farlo bene, Gesù ci chiede di non assumere una faccia triste "come gli ipocriti che sfigurano il loro volto perché gli uomini vedano che digiunano".

Pentitevi e credete nel Vangelo (Marco 1:15). All'inizio della Quaresima, la liturgia cattolica richiama in modo speciale l'invito del Signore a pentirsi e a credere nella buona novella del Vangelo. Per questo motivo, la Chiesa cattolica chiede ai fedeli di approfittare di questo tempo per accostarsi al "sacramento della conversione", chiamato anche sacramento della Penitenza o della Riconciliazione.

Poiché polvere sei e in polvere ritornerai (Genesi 3:19). Durante il rito dell'imposizione delle ceneri, il Mercoledì delle Ceneri, il sacerdote cita queste parole tratte dal libro della Genesi. La frase "polvere sei e in polvere ritornerai" ci ricorda che siamo stati creati da Dio e che la nostra vita terrena avrà una fine per la quale dobbiamo essere preparati.

Non far sapere alla tua mano sinistra cosa sta facendo la tua destra (Matteo 6:3) In questo brano del Nuovo Testamento, il Signore Gesù ci invita a fare il bene in ogni momento, evitando la tentazione di cercare il riconoscimento da parte degli altri. Su questo punto, san Giovanni Crisostomo rifletteva che "se vuoi avere spettatori delle cose che fai, eccoli qui: non solo gli angeli e gli arcangeli, ma anche lo stesso Dio dell'universo". Aci19

 

 

 

Papa Francesco, il deserto interiore di ognuno con "bestie selvatiche" ed "angeli"

 

All' Angelus il Papa prega per la pace in tutti i conflitti perché la guerra è sempre una sconfitta - Di Angela Ambrogetti

 

Città del Vaticano. "Quando entriamo nel deserto interiore, infatti, possiamo incontrarvi bestie selvatiche e angeli". Papa Francesco lo ha detto questa mattina nel commento alle Vangelo della prima domenica di Quaresima. Prima della recita dell'Angelus il Papa spiegato cosa sono le "Bestie selvatiche". Possiamo, ha detto, "pensarle come le passioni disordinate che ci dividono il cuore, tentando di possederlo. Ci suggestionano, sembrano seducenti ma, se non stiamo attenti, rischiano di sbranarci". Si tratta dei vizi, della vanità, delle bramosie. Bestie che "vanno ammansite e combattute: altrimenti ci divorano la libertà. Serve andare nel deserto per accorgersi della loro presenza e affrontarle. E la Quaresima è il tempo per farlo".

Ma ci sono anche gli angeli "che ci aiutano, ci fanno del bene; infatti la loro caratteristica secondo il Vangelo è il servizio" e "mentre le tentazioni ci dilaniano, le buone ispirazioni divine ci unificano nell’armonia: acquietano il cuore, infondono il gusto di Cristo, “il sapore del Cielo”. Così nell’anima tornano ordine e pace, al di là delle circostanze della vita, favorevoli o contrarie che siano. Anche qui, però, per cogliere i pensieri e i sentimenti ispirati da Dio, occorre fare silenzio ed entrare nella preghiera. E la Quaresima è il tempo per farlo".

Due le domande proposte dal Papa per un esame di coscienza: "quali sono le passioni disordinate, le “bestie selvatiche” che si agitano nel mio cuore? È bene riconoscerle, dare loro un nome, capirne le tattiche. E un secondo interrogativo: per permettere alla voce di Dio di parlarmi al cuore e custodirlo nel bene, sto pensando di ritirarmi un poco nel “deserto”, cioè di dedicare dello spazio al silenzio, alla preghiera, all’adorazione, all’ascolto della Parola di Dio?".

Dopo la preghiera il Papa  ha ricordato il conflitto in Sudan chiedendo vie di pace per costruire l'avvenire. La violenza in Mozambico è nel cuore del Papa e chiede pace e chiede di non dimenticare i tanti conflitti in tante parti del mondo: la guerra sempre è una sconfitta. Inutile e inconcludente e porterà solo morte non la soluzione, preghiamo senza stancarci, dice il Papa.

Poi un saluto agli allevatori e agricoltori in Piazza San Pietro. Poi Francesco ha ricordato che iniziano gli esercizi spirituali e ha invitato tutti a cercare spazi speciali per la preghiera. Aci 18

 

 

 

Il tempo è compiuto. I Domenica di Quaresima

 

Carpi. Mercoledì scorso, con l’austero rito della Ceneri, abbiamo iniziato il nostro percorso di Quaresima. Questo tempo santo ha lo scopo di preparaci alla solenne festa della nostra redenzione, la morte e resurrezione di Cristo. In questa prima domenica di Quaresima siamo condotti con Gesù nel deserto, per ritrovare il senso della vita e interrogarci sul fine delle cose. Per questo motivo il Signore ci chiama alla conversione della vita. Si tratta di un invito che sentiamo, in realtà, molto lontano. Per renderlo più comprensibile possiamo fare riferimento all’appello, che ritorna costantemente nella Sacra Scrittura, che Dio rivolge all’umanità: “Ritornate a me con tutto il cuore”. Tutti abbiamo sperimentato la solitudine in cui si cade quando si perde un’amicizia o si frantuma un amore che era sorgente di gioia e di ricchezza interiore. Ebbene, “conversione” significa ritornare da Qualcuno, nel nostro caso il Signore Gesù, dal quale ci siamo allontanati, ma che continua ad aspettarci e ad amarci perchè Lui è il fine della nostra vita. Il motivo per cui tante volte ci ritroviamo vuoti, grigi, tristi, demotivati nasce dal fatto che non sappiamo più per quale ragione ci siamo. Quando ci viene rubato il fine ci viene rubata tutta la vita. La conversione, alla quale il Signore ci invita, comporta la disponibilità a liberarci da quello che ci aspettiamo, pretendiamo e vogliamo per permettere al nostro cuore di accogliere qualcosa di assolutamente nuovo.

La decisione di seguire con pazienza e umiltà il Signore ha un risvolto decisamente positivo per l’esistenza umana. Giorno dopo giorno si impara che in Lui e con Lui si trova la fonte della vera vita. La pretesa di vivere come se Dio non esistesse e, quindi, di potere mettere ordine in sé stessi e nel mondo contando solo sulle proprie capacità, è una tentazione sempre presente nella storia dell’umanità. Gesù oggi proclama che «il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). Con queste parole annuncia che in Lui accade nel mondo una novità assoluta. E non può essere diversamente perchè in Lui Dio è entrato nel nostro mondo per prendere su di sé il peccato, per vincere il male e riportare l’uomo nel mondo di Dio. Ma questo gioioso annuncio comporta un impegno da parte dell’uomo, che consiste nel corrispondere ad un dono così grande. Concretamente questo comporta, da parte nostra, la volontà di orientare al bene ogni nostra azione e pensiero e  ad avere fede in Dio.

Per ritornare al Signore è necessaria una disposizione interiore particolare che Gesù nel Vangelo riassume con le parole “diventare bambini”. Il bambino è colui che si affida senza riserve nelle mani dei propri genitori perché sa, istintivamente, il loro amore per lui. Diventare bambini, in senso evangelico, significa credere all’amore di Dio per noi e affidarci a Lui con la consapevolezza che Egli vuole il nostro bene e desidera la nostra vera felicità, in maniera assoluta.

La preghiera, una delle grandi opere quaresimali, è la via da percorrere per buttarci nelle braccia di Dio e superare la tristezza della solitudine. La preghiera ha una duplice forma: personale e liturgica. In questo tempo di Quaresima siamo chiamati a privilegiare la nostra partecipazione alla preghiera liturgica, la quale è la preghiera pubblica, ufficiale della Chiesa che con i suoi testi, i suoi canti, i suoi gesti, i suoi ritmi diventa anche un’autentica scuola di educazione alla fede; più efficace di tante parole, di tanti incontri, di tante riunioni.

Mons. Francesco Cavina, Vescovo emerito di Carpi

 

 

 

I vescovi del Messico tentano il dialogo con la criminalità organizzata

 

La Chiesa è in prima linea per tentare la pacificazione in una regione dove muoiono anche religiosi e fedeli

Città del Messico. Quattro vescovi dello Stato messicano di Guerrero si sono recentemente incontrati con membri della criminalità organizzata nel tentativo di cercare la pace nella regione, scossa da scontri e morti.

Durante una conferenza stampa tenutasi lo scorso 14 febbraio dopo la Messa del Mercoledì delle Ceneri, il vescovo José de Jesús González di Chilpancingo-Chilapa ha detto che i presuli della zona "hanno iniziato a cercare un dialogo con i boss che potesse portarci alla pace". Tuttavia, si è rammaricato di  "non aver raggiunto" l' obiettivo.

A questi incontri hanno partecipato i quattro vescovi delle diocesi che compongono la Provincia Ecclesiastica di Acapulco: oltre al vescovo di Chilpancingo-Chilapa, hanno partecipato anche l'arcivescovo di Acapulco, mons. Leopoldo González; il vescovo di Tlapa, mons. Dagoberto Sosa; e il vescovo di Ciudad Altamirano, mons. Joel Ocampo.

La regione governata pastoralmente dai quattro vescovi, nel Messico sud-occidentale, ha una popolazione di circa 4,8 milioni di persone.

Il principale ostacolo a questi negoziati, secondo mons. José de Jesús González, è che i criminali "sono avidi di territorio". Il prelato ha osservato che inizialmente una delle organizzazioni criminali voleva "una tregua con le sue condizioni", ma per i suoi rivali "quelle condizioni non erano di loro gradimento".

Negli ultimi mesi sono aumentati gli episodi di violenza nello Stato di Guerrero, con omicidi di tassisti e lavoratori dei trasporti.

La "Familia Michoacana" è uno dei gruppi di narcotrafficanti che combattono per il territorio della regione, mano nella mano con il "Cartel del Sur". Le bande rivali includono organizzazioni criminali come "Los Tlacos".

La classifica delle 50 città più violente del mondo nel 2022, stilata dal Consiglio dei cittadini per la sicurezza pubblica e la giustizia penale, include 17 città messicane. Acapulco è al 10° posto della lista.

Secondo la Segreteria Esecutiva del Sistema Nazionale di Sicurezza Pubblica, nel 2023 sono stati registrati 1.398 omicidi intenzionali in Guerrero. 1.026 sono stati commessi con armi da fuoco.

In una conferenza stampa del 15 febbraio, il presidente messicano Andrés Manuel López Obrador è stato interrogato sull'incontro tra vescovi e membri della criminalità organizzata.

López Obrador ha sottolineato che "i sacerdoti, i pastori, i membri di tutte le chiese partecipano e aiutano sempre nella pacificazione del Paese. Lo vedo molto bene, penso che tutti dobbiamo contribuire al raggiungimento della pace".

"Naturalmente la responsabilità di garantire la pace e la tranquillità è dello Stato, questo deve essere molto chiaro", ha aggiunto.

Dopo aver assicurato che i "costumi" e le "tradizioni" che persistono nel "Messico profondo" hanno "inibito il consumo di droga" nel Paese, López Obrador ha sottolineato che "una cosa è il traffico e un'altra è il consumo. Il problema che hanno i nostri fratelli negli Stati Uniti, i nostri amici americani, è il consumo, ed è per questo che 100.000 giovani perdono la vita ogni anno perché consumano fentanil".

Il presidente messicano ha ribadito che il suo governo "vede molto bene" il dialogo voluto dalla Chiesa cattolica, ma ha chiesto che "non si facciano accordi che significhino concedere impunità, privilegi, licenze per rubare". "Ma chi vuole lasciare quell'inferno (...) chi vuole uscirne può farlo", ha detto.

González Hernández ha sottolineato che la violenza ha raggiunto i membri della Chiesa cattolica: "hanno ucciso noi presidenti dell'adorazione notturna, hanno ucciso i padri degli accoliti". Nell'ottobre 2023, p. Velázquez Florencio è stato aggredito con un'arma da fuoco a causa del suo lavoro sociale, mentre viaggiava sulla strada che collega le città di Tixtla e Chilpancingo, in Guerrero.

Il vescovo di Chilpancingo-Chilapa ha lamentato che le autorità sembrano aver "lasciato" la popolazione in balia della violenza. "Crediamo che il governo abbia la soluzione e vorremmo anche che non fosse corrotto (...) hanno il potere, hanno le risorse, hanno i mezzi".

Nonostante i tentativi di dialogo con le organizzazioni criminali non siano andati a buon fine, Mons. Gonzalez ha assicurato che "la Chiesa cattolica continuerà i suoi tentativi" per raggiungere la pace. "Dovremo continuare con le strategie per raggiungere il cuore, per cambiare la mentalità [dei criminali]", ha detto il prelato. Aci 17

 

 

 

Giovani: la Chiesa e la fede

 

L’8 febbraio a Padova Paola Bignardi ha presentato ai docenti delle aree di filosofia e teologia della Facoltà le conclusioni dell’indagine sui giovani che hanno abbandonato la Chiesa (ma non la fede).

Cerco dunque credo? Si intitola così l’atteso volume che uscirà a fine marzo, curato da Paola Bignardi e da Rita Bichi per i tipi di Vita e Pensiero.

La pubblicazione, che si preannuncia corposa, presenta i risultati della ricerca sui “giovani in fuga” svoltasi nel 2023, promossa dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo di Milano, a cui ha collaborato anche la Facoltà teologica del Triveneto.

Ulteriori dati dell’indagine sono stati anticipati da Paola Bignardi, intervenuta nell’incontro con i docenti delle aree di filosofia e teologia svoltosi nella sede della Facoltà a Padova nella mattinata di mercoledì 8 febbraio 2024.

Contemporaneamente si sono incontrati anche gli altri docenti, per un totale di circa novanta persone, espressione della didattica e della ricerca della Facoltà.

Perché si allontanano dalla Chiesa

Rivolgendosi ai filosofi e ai teologi, Paola Bignardi ha sintetizzato i risultati della ricerca in dieci punti, concentrando l’attenzione su due di essi: le diverse tipologie di allontanamento e la trasformazione dell’esperienza della fede in spiritualità.

Sono state identificate sei tipologie di allontanamento: allontanamento evolutivo (l’esperienza del catechismo da ragazzi li ha convinti che quello che hanno imparato di religioso è “cosa da ragazzi”, per cui è trascurabile diventando adulti); allontanamento per disinteresse (nessun interessamento vero la dimensione trascendente); allontanamento esistenziale (a fronte delle domande di senso della vita, la proposta religiosa non ha dato una risposta soddisfacente); allontanamento critico (presa di distanza verso la formazione cristiana, soprattutto rispetto ad alcuni temi morali); allontanamento maturativo (vissuto per scelta, per onorare la propria intelligenza, la propria inquietudine, il proprio comprensibile scetticismo); allontanamento “arrabbiato” (la Chiesa li ha delusi e non vogliono più avere contatti con il mondo ecclesiale).

Per la maggior parte degli intervistati la presa di coscienza del proprio allontanamento dalla Chiesa avviene tra i 16 e i 17 anni.

La pratica religiosa spesso è stata abbandonata anche prima, in genere dopo la cresima, ma è solo dopo qualche anno che diviene una scelta esplicita e consapevole.

È molto significativo che alcuni di loro si siano allontanati dagli ambienti ecclesiali dopo essere stati impegnati nelle parrocchie come educatori o capi scout, dunque con responsabilità educative e organizzative.

Dopo l’abbandono, l’esperienza di fede diventa “spiritualità”, intesa in molti modi, come, ad esempio: un viaggio alla ricerca di sé stessi, avere un centro, farsi delle domande, fare spazio all’ascolto dell’ignoto, fare introspezione.

Non rifiuto ma ricerca

I giovani parlano per immagini, non per concetti. Una ragazza si rappresenta con un’immagine efficace: «Mi sento come in una stanza buia in cerca dell’interruttore». Un altro descrive così il suo abbandono della Chiesa, ma non della fede: «Non mi ritengo ateo, non mi ritengo una persona che non crede più in Dio, che non ha un lato spirituale; semplicemente non penso che quello sia il mio modo di pregare, di essere parte, di dimostrare il mio lato spirituale, perché è una cosa che io vivo più come una cosa individuale, più come una cosa relativa a me e non a un gruppo di persone. Alla fine, mi ritrovavo sempre a ripetere le solite preghiere un po’ a pappagallo perché tutti le dicevano e a non crederci davvero».

Queste narrazioni esprimono una metamorfosi del credere, cioè una trasformazione dell’esperienza religiosa in navigazione solitaria, una fede molto intima e sostanzialmente personale, a tratti individualistica.

Di queste diverse trasformazioni dell’esperienza della fede in spiritualità ne sono state evidenziate in particolare tre: interiorità, natura e connessione.

Interiorità, intesa come incontro con il proprio io profondo, con i dubbi e con le domande più scomode.

Natura, intesa come “luogo” della spiritualità, contesto in cui immergersi per recuperare una forma di contatto con Dio. La creazione continua a essere “via” che conduce a Dio.

Infine, connessione, intesa non come legame, ma come un processo; è il sentire che la propria vita non è gettata nel mondo, abbandonata alla propria solitudine, ma è in relazione a “qualcosa” o a “qualcuno”, indeterminato o personale, altro o Altro.

Questa esperienza di “connessione” si pone agli antipodi della religione istituzionale perché la Chiesa – dicono questi giovani – fa come “da filtro” e non permette di sperimentare il legame in quanto troppo rigida, perché in essa è già tutto precostituito.

Questa accurata esplorazione nel mondo giovanile, realizzata a dieci anni di distanza dal volume intitolato Dio a modo mio (2013), conferma che è in atto un mutamento antropologico molto profondo.

Le trasformazioni in atto nel modo di vivere l’umano rendono sempre più necessario il superamento dello schema interpretativo Chiesa-mondo, tipico delle costituzioni conciliari, a favore di un approccio più antropologico alle questioni religiose, intese come rapporto diretto tra Vangelo e uomo.

Tale spostamento si colloca nel quadro generale del processo di reinterpretazione del cristianesimo nell’attuale contesto culturale e sociale e lascia aperte molte domande. Di fatto, con le varie forme di “allontanamento”, i giovani chiedono alla Chiesa una maggiore affidabilità e coerenza con l’originaria esperienza evangelica. Sperando che non sia ormai già troppo tardi. di: Stefano Didonè, SettNews 14

 

 

 

“La formazione al presbiterato è un cantiere”

 

Il Papa incontra il seminario arcivescovile di Napoli. E ai futuri sacerdoti sottolinea la necessità di una formazione permanente. “La Chiesa è un cantiere sempre aperto” - Di Andrea Gagliarducci

 

Città del Vaticano. Mai sentirsi arrivati, perché “la formazione al presbiterato è un cantiere”. Papa Francesco lo rimarca in un discorso agli studenti del Seminario Arcivescovile di Napoli, intitolato ad Alessio Ascalesi. È una udienza “giubilare”, perché il seminario fu fondato 90 anni fa, e il Papa nota che tra quanti formano i futuri sacerdoti ci sono anche “le coppie di sposi”, la cui presenza “è segno importante, che ci ricorda la complementarietà tra Ordine Sacro e Sacramento del matrimonio”.

Non sappiamo esattamente cosa abbia detto il Papa nel colloquio con i seminaristi. Il discorso è stato consegnato, e si dà per letto, ma Papa Francesco ha preferito esprimersi a braccio, dicendo: “Posso leggere e così dormite un po’, o posso consegnarlo”.

Cosa c’era dunque nel discorso preparato? Papa Francesco si dice grato ai seminaristi “per aver risposto alla chiamata del Signore e per la disponibilità a servire la sua Chiesa”, e li incoraggia a “coltivare ogni giorno la bellezza della fedeltà, con entusiasmo e impegno, consegnando la vostra vita all’incessante opera dello Spirito Santo, che vi aiuta ad assumere la forma di Cristo”.

Papa Francesco sottolinea che “la formazione non finisce mai, dura tutta la vita”, e che se questa si interrompe “non si rimane dove si era, ma si torna indietro”.

Il Papa nota che “la Chiesa è un cantiere sempre aperto”, che significa che è in cammino, chiamata a “vincere la tentazione di preservare se stessa e i propri interessi”, e il suo lavoro principale, “l’essenziale”, è “camminare in compagnia del Crocifisso risorto”, ed è questo che è richiesto ai seminaristi, ovvero di essere “ministri che sanno adottare uno stile di discernimento pastorale in ogni situazione, sapendo che tutti, preti e laici, siamo in cammino verso la pienezza e siamo operai di un cantiere in costruzione”.

Papa Francesco ricorda che “non possiamo offrire alla realtà complessa di oggi risposte monolitiche e preconfezionate, ma dobbiamo investire le nostre energie annunciando l’essenziale, che è la misericordia di Dio, e manifestandola attraverso la vicinanza, la paternità, la mitezza, affinando l’arte del discernimento”.

Dunque, è “un cantiere” anche il cammino di formazione al presbiterato, e “non bisogna mai commettere l’errore di sentirsi arrivati, di ritenersi già pronti davanti alle sfide”. Tutti sono chiamati “a mettersi in gioco nella verità, per lasciare che sia Dio ad edificare nel corso degli anni la sua opera”.

Papa Francesco invita quindi a non aver paura di “lasciare agire il Signore nella vostra vita”, che “farà maturare il vostro entusiasmo attraverso la croce”, ma questo non deve spaventare, perché si tratta, sì, di “un lavoro faticoso”, ma che, se vissuto senza rigidità e con sincerità, coltivando la vita interiore, porterà a “scoprire la tenerezza del Signore dentro le vostre fragilità e nella gioia pura del servizio”.  Il Papa invita soprattutto a “lavorare sulla maturità affettiva e umana”, perché “senza non si va da nessuna parte2.

Il seminario stesso, argomenta il papa, è un cantiere, perché “sulla formazione sacerdotale è in atto un processo che comprende nuove domande e nuove acquisizioni: gli itinerari di formazione stanno subendo molte trasformazioni, in ascolto delle sfide che attendono il ministero sacerdotale e richiedono da parte di tutti impegno, passione e sana creatività”.

Il Papa ricorda che “si sperimentano nuove esperienze pastorali e missionarie, con l’intento di favorire il graduale inserimento nella futura vita ministeriale; si ipotizzano tempi di interruzione nel percorso per favorire la maturazione individuale”, e che queste sono novità da accogliere.

Papa Francesco infine auspica che la comunità del seminario percorra “questa strada di conversione e rinnovamento”.

Ill metodo è di lasciarsi “conquistare con rinnovato stupore dall’amore di Dio, fondamento della vocazione che si accoglie e si riscopre in particolare nell’adorazione e a contatto con la Parola; riscoprendo con gioia il gusto della sobrietà ed evitando gli sprechi; apprendendo uno stile di vita che vi servirà per essere sacerdoti capaci di donarsi agli altri e di essere attenti ai più poveri; non lasciandovi ingannare dal culto dell’immagine e dell’apparire, ma curando la vita interiore; prendendovi cura della giustizia e del creato, temi attuali e scottanti nella vostra terra, che attende in questo senso dalla Chiesa parole coraggiose e segni profetici; vivendo nella pace e nella concordia, superando le divisioni e imparando a vivere nella fraternità con umiltà”. Aci 16

 

 

 

 

Dal Marocco: L’incontro con il Cristo migrante

 

Casablanca. Due aspetti del carisma scalabriniano si presentano quotidianamente nella mia esperienza in Maghreb, in terra d’ Islam. Vivere a contatto con la differenza religiosa e culturale dell’altro: per cui l’auto educarsi al rispetto dell’alterità. Poi, l’incontro con il Cristo migrante, cioè il contatto continuo, ininterrotto, con giovani migranti subsahariani e le loro ferite fisiche, interiori e psicologiche. Ferite fresche, sanguinanti, in senso fisico e metafisico.

Li chiamiamo “aventuriers” per quella tremenda avventura, che li porta ripetutamente a tentare di passare vivi o morti in Europa, inchallah! Alla barriera di Ceuta, in “patère” a Tangeri o nel Sud del Marocco a Dakhla e Laayoune. Dimostrano un coraggio che trasporta le montagne. Sanno di essere la speranza delle loro famiglie. Sopportano violenze, vessazioni più diverse, percosse, fatiche, umiliazioni a non finire, penurie (di cibo, vestiario, alloggio…), mostrando una resilienza che stupisce. Sanno che solo Dio li accompagna e che solo da Lui dipende il buon esito dell’avventura. Sono autentici “Abramo” dei nostri giorni. La loro religione li rende fatalisti e per questo, paradossalmente, oltremodo coraggiosi. “Se Dio ha scritto che passo, io passo,… se Dio ha scritto che non passo, non passo!” vi ripetono con fede.

La comunità cristiana nel Marocco si è rinnovata nel tempo, dopo la partenza degli europei e ha preso una nuova energia con l’arrivo di tantissimi giovani universitari subsahariani. Hanno una borsa di studio offerta dal Marocco, presso le Università di Casablanca, Rabat, El Jadida, Marrakech… Sono in tutto circa 15 mila giovani, spesso cristiani: in questo modo si formano i leaders di domani per l’Africa subsahariana. Coltivando sapientemente, così, le relazioni internazionali del futuro: è la chiaroveggenza del Marocco nel costruire ponti, un’autentica “best practice”.

La Chiesa in Marocco è una chiesa umile, coraggiosa, fraterna. E minoritaria, cioè insignificante per numeri, ma significativa.

Papa Francesco nella sua visita del 2019, ricordava che «non è un problema essere pochi, ma piuttosto essere sale che non ha sapore, luce che non fa luce!».

Ed è una Chiesa fatta nella sua totalità di stranieri, ma non straniera a questo popolo. A servizio del Regno di Dio, della giustizia, della pace, del dialogo. E non di se stessa, non ripiegata su di sé. Realmente cattolica, perché di un centinaio di nazionalità differenti. Appassionata e appassionante, nel costruire ponti e passerelle con una società tanto differente, in terra d’Islam. “Buona samaritana” con le migliaia di giovani migranti che, in viaggi estenuanti, tremendi e disumani, provengono dai Paesi subsahariani con in testa un sogno: l’Europa.

La sfida più grande, affascinante ed evangelica di questa Chiesa è «essere sacramento dell’incontro» come scrive la CERNA (Conferenza episcopale Nord Africa) in un suo recente documento “Serviteurs de l’espérance”.

In una sua visita, qualche mese fa, mons. Mogavero, vescovo emerito di Mazara del Vallo commentava che la Chiesa è rimasta troppo ancorata alla territorialità. Non ha costruito muri, ma neppure ponti. Al contrario, l’insistenza della Chiesa del Maghreb di lavorare per il Regno, senza ripiegarsi su se stessa è particolarmente benefica per tutti. Richiama la forza escatologica e la grandezza iniziale, fondante, della Chiesa di Tertulliano, di Cipriano e di Agostino. Infatti, nella sua visione della realtà musulmana non considera l’altro come rivale, concorrente, o tantomeno nemico. Ma come fratello o sorella, con cui costruire insieme il Regno di Dio. Una lettura originale del rapporto con il mondo musulmano. Anzi una prassi direi rivoluzionaria ed esemplare: se qui è possibile, perché non altrove?

“Il Regno di Dio è il nostro scopo, la nostra missione, il nostro orizzonte e la nostra speranza, – scrive il Cardinale – è il frutto del nostro lavoro, ma più ancora il dono di Dio”.

Mons. Delpini, arcivescovo di Milano, in pellegrinaggio alla Chiesa del Marocco, agli inzi dell’anno scorso, con ben cento giovani preti ambrosiani affermava: “Le alleanze costruttive sono la buona pratica che coinvolge le persone e rende abituale condividere pensieri, risorse, attività nella logica della sussidiarietà e della solidarietà”.

A Rabat esiste per i migranti una struttura parrocchiale alla Cattedrale, di tipo Caritas chiamata ”Cigognes”:  accoglie il mercoledì mattina i migranti subsahariani, il sabato le donne migranti. Ma il fenomeno migratorio è una realtà fluida. Necessita flessibilità, disponibilità, efficacia di intervento, attenzione alle urgenze. Ed è quello che svolgo, insieme a Modeste, un giovane missionario congolese. La nostra attività la chiamiamo “pastorale de rue” svolta praticamente ogni sera per le strade, nei dintorni della stazione ferroviaria, per incontrare i migranti.

Durante il giorno, invece, si visitano i quartieri popolosi e poverissimi di Takadoum, Youssufia e Kamra. Si affrontano per quanto possibile i più differenti problemi sanitari, alimentari, abitativi o altro. Ammassati in piccole stanze in affitto, i giovani subsahariani in 5, 6 o più, presentano problemi di ogni tipo. Dormono vestiti a causa del freddo. Mangiano una sola volta al giorno, riso bollito come sempre. Affetti da infezioni o malattie non si curano per mancanza di soldi. Generalmente mendicano, per cui spesso cadono in retate della polizia, e portati o dispersi a centinaia di km nel Sud del Paese. È questa umanità che incontro ogni giorno e sono portato a mostrare loro il cuore di Scalabrini. La sua passione e compassione per il Cristo migrante. Lo scopo non è risolvere un fenomeno mondiale e complesso come questo. Ma essere, semplicemente, “una presenza che umanizza un’emigrazione giovane, selvaggia e disperata” come affermava il Vicario generale della diocesi. Un tocco di umanità. Come quello della Veronica o del Cireneo, lungo la via crucis dei nostri giorni.

Da qualche tempo il Cardinale mi ha affidato il compito di  “elemosiniere personale”. Sempre più spesso, infatti, mi trovo investito nell’incontro di casi gravi, che ricorrono a lui con fiducia, essendo il suo cellulare conosciuto ovunque (con sommo stupore dei preti africani, prassi impensabile da loro). “Il cammino di conversione sinodale ci ha mostrato che la Chiesa deve essere prima di tutto samaritana, – scrive il Cardinale negli Orientamenti pastorali 2023 – che sappia esprimere la sua compassione per tutti (senza eccezione), attraverso l’azione di tutti e in tutto. Per questo siamo chiamati a sviluppare le capacità di accoglienza e di ascolto delle nostre comunità”.

In fondo, in una Chiesa in terra d’Islam, essa stessa migrante dall’ultimo arrivato fino al suo arcivescovo, il carisma scalabriniano ha belle pagine da scrivere, ponti interessanti da costruire, semi di speranza da spargere nella gratuità feconda del Regno di Dio.

Renato Zilio, Missionario scalabriano (de.it.press)

 

 

 

 

Bischof Wilmer: „War richtig, die Sorgen des Papstes Ernst zu nehmen“

 

Der Hildesheimer Bischof Heiner Wilmer steht hinter der Entscheidung, bei der jüngsten Vollversammlung der Bischofskonferenz in Augsburg von der ursprünglich geplanten Verabschiedung der Statuten des Synodalen Ausschusses abzusehen. Es sei richtig gewesen, die diesbezüglichen Sorgen des Vatikans Ernst zu nehmen, so Wilmer angesichts der scharfen Kritik im Vorfeld aus Rom in einem Gastbeitrag für das Online-Portal „communio.de“.

In einem Brief, der kurz vor der Vollversammlung eintraf, hatten Vatikanvertreter erneut Bedenken gegen den geplante Verabschiedung der Statuten des Synodalen Ausschusses formuliert und auf das geplante Dialog-Treffen verwiesen. Der Brief war in Deutschland mit gemischten Gefühlen aufgenommen worden, die Bischöfe hatten schließlich die geplante Abstimmung von der Tagesordnung der Plenarsitzung genommen.

Allerdings stehe die deutsche katholische Kirche keinesfalls vor einer Spaltung, betonte Wilmer in seinem Beitrag in der Herder-Publikation: „Um es klar zu sagen: Es wird kein Schisma geben und keiner der Bischöfe in Deutschland hat dies je gewollt“, so Wilmer wörtlich. Es sei richtig gewesen, die Sorgen des Papstes, wie sie auch Kardinal Christoph Schönborn in einem breit rezipierten Interview formuliert hatte, ernst zu nehmen - und es sei richtig, sich zu fragen, wie man das Evangelium vor allem jenen nahebringen könne, die „an den Rand gedrängt“ sind: „Wir haben verstanden.“

Zehn Punkte für Synodale Kirche

In Folge skizzierte Wilmer zehn Punkte als Perspektive für eine synodale Kirche. „Im Hintergrund meiner Überlegungen steht nicht die Frage, wie wir bestimmte politische Ansichten durchsetzen können, sondern wie Glaube, Liebe und Hoffnung unter den Menschen wachsen können“, so der Hildesheimer Bischof. Dazu zähle unter anderem, Synodalität im Sinne des Papstes als ein Aufeinander-Hören ernst zu nehmen und ein breiteres Verständnis vom Glaubenssinn des Volkes Gottes („sensus fidei“) zu entwickeln. Diese Aufgabe sei nicht ohne ein starkes Bischofsamt möglich, führte Wilmer aus: „Mit dem Heiligen Vater ist es Aufgabe der Bischöfe, Anwälte dieser Dynamik zu sein. Das ist Teil ihrer Verantwortung, die sie nicht an Arbeitsgruppen oder bestimmte Räte delegieren können.“

„Wir können nicht im Gotteshaus das heilige Opfer feiern und die Opfer auf der Straße nicht mehr im Blick haben“

Notwendig sei weiters eine „Spiritualität, die Dissens und Gemeinschaft leben kann, ohne die Verbundenheit aufzulösen“ sowie eine Umkehr, die sich auch in praktischen Schritten wie etwa Lernprozessen aus der „fürchterlichen Geschichte der sexualisierten Gewalt“ zeige. „Wir können nicht im Gotteshaus das heilige Opfer feiern und die Opfer auf der Straße nicht mehr im Blick haben. Die Geschichte der Opfer darf nicht wegspiritualisiert werden, sie muss unser Herz durchbohren. Den Betroffenen, deren Mund stumm geschlagen wurde, muss zugehört werden. Es braucht geeignete Maßnahmen, Kontrollen und Rechenschaftspflicht, damit der dämonischen Gewalt über andere ein Riegel vorgeschoben wird.“

Schließlich brauche es auch unter den deutschen Bischöfen sowie den kirchlich Handelnden Versöhnung, so der Bischof weiter. „Es braucht Versöhnung in und mit der Weltkirche. Es braucht klare Zeichen in Deutschland, aus denen hervorgeht, dass niemand ein Schisma will, niemand die Spaltung von Rom. Es braucht Zeichen, dass wir in unserer Kirche unterschiedliche Kulturen und verschiedene Wege des Glaubens wertschätzen.“ Nur so könne auch das notwendige Vertrauen neu wachsen, das es brauche für eine Kirche der Zukunft. Schließlich rief Wilmer seine eigenen Amtskollegen auf, sich neu und verstärkt auf den weltkirchlichen Synodalen Prozess einzulassen, in dem alle wesentlichen, auch in Deutschland verhandelten Themen auf dem Tisch liegen.

(Volltext unter: https://www.herder.de/communio/theologie/wie-synodalitaet-weitergehen-kann-wir-haben-verstanden) (kap/communio.de 28)

 

 

 

Papst: „Die Güter Gottes sind dazu bestimmt, geteilt zu werden“

 

Thema der Katechese der Generalaudienz an diesem Mittwoch waren die Todsünden des Neids und der Ruhmsucht. Beide Todsünden seien „charakteristisch für einen Menschen, der danach strebt, der Mittelpunkt der Welt zu sein und frei, alles und jeden auszubeuten“, so der Katechese-Text des Papstes, der von Filippo Ciampanelli, einem Uffizial des Staatssekretariats, vorgelesen wurde, da der Papst noch leicht erkältet ist. Valerie Nusser - Vatikanstadt

Die Todsünde des Neids sei eines der ältesten Laster, leitete der Papst-Text in die Katechese über die beiden Todsünden ein. „Der Hass Kains auf Abel entlädt sich, als er erkennt, dass Gott Wohlgefallen an den Opfern seines Bruders findet.“ Die Wurzel des Neids sei eine falsche Vorstellung von Gott. „Wir akzeptieren nicht, dass Gott seine eigene ‚Mathematik‘ hat, die sich von der unseren unterscheidet“, erinnerte der verlesene Katechese-Text. So könnten wir unsere egoistische Logik Gott nicht aufzwingen, denn Gottes Logik sei die Liebe. „Die Güter, die er uns gibt, sind dazu bestimmt, geteilt zu werden“. Das Heilmittel gegen den Neid seien die Worte von Paulus: „Seid einander in brüderlicher Liebe zugetan, übertrefft euch in gegenseitiger Achtung“ (Röm 12,10). 

Der Ruhmsüchtige ist „ein ständiger Bettler um Aufmerksamkeit“

Die Ruhmsucht gehe Hand in Hand mit dem Dämon des Neides, mahnte der Papst-Text. Der Ruhmsüchtige besitze ein sperriges „Ich“. Er habe kein Einfühlungsvermögen und wisse nicht, dass es außer ihm noch andere Menschen auf der Welt gibt. Seine Beziehungen seien immer funktionell und auf die Unterdrückung des anderen ausgerichtet. „Seine Person, seine Leistungen, seine Erfolge müssen allen gezeigt werden: Er ist ein ständiger Bettler um Aufmerksamkeit.“

Die Gnade Jesu als Heilmittel

Die beste Anleitung zur Überwindung der Ruhmsucht finde sich ebenfalls bei Apostel Paulus: „Der Apostel musste sich immer wieder mit einem Makel abfinden, den er nie überwinden konnte. Dreimal bat er den Herrn, ihn von dieser Qual zu befreien, doch schließlich antwortete ihm Jesus: ‚Meine Gnade genügt dir; denn in der Schwachheit zeigt sich die Kraft‘. Von diesem Tag an war Paulus befreit. Und seine Schlussfolgerung sollte auch die unsere sein: ‚Viel lieber also will ich mich meiner Schwachheit rühmen, damit die Kraft Christi auf mich herabkommt‘ (2 Kor 12,9).“ (vn 28)

 

 

 

Kolping International fordert Ende der Kinderarbeit

 

Der katholische Sozialverband Kolping International hat die Bundesregierung aufgefordert, dem geplanten EU-Lieferkettengesetz zuzustimmen. Zuletzt hatte die FDP den entsprechenden Gesetzesentwurf dazu kritisiert.

Das geplante EU-Lieferkettengesetz führe weder zu mehr Bürokratie noch zu hohen Mehrkosten für deutsche Unternehmen, so der Generalsekretär von Kolping International, Markus Demele, in einem Gastbeitrag in der „Herder Korrespondenz“. Zudem würden Firmen nicht haftbar gemacht für Missstände, die sie selbst nicht beseitigen können. Die von der FDP angeführten Kritikpunkte am ausgehandelten Gesetzesentwurf sind laut Demele nicht stichhaltig.

Weltweit 160 Millionen Mädchen und Jungen in Kinderarbeit

Das geplante EU-Lieferkettengesetz soll große Unternehmen verpflichten, auf die Einhaltung von Menschenrechten und Umweltstandards bei ausländischen Zulieferern zu achten. Unternehmen sollen ihre Produkte ohne Kinderarbeit, Ausbeutung und Naturzerstörung herstellen. Derzeit gebe es weltweit 160 Millionen Kinder, die arbeiten müssen, so Demele.

Unklar, ob und wie EU-Lieferkettengesetz in Kraft treten soll

Eine finale Abstimmung im Rat der Europäischen Union kam unter anderem wegen der Ablehnung der FDP in der deutschen Bundesregierung nicht zustande. Aktuell ist unklar, ob und in welcher Form das Gesetz in Kraft treten wird. kna 27

 

 

 

Italien: Vollständiger Ablass in Vorbereitung auf Heiliges Jahr

 

Das Erzbistum L’Aquila in den Abruzzen bereitet sich mit einem „Jahr des Gebets und der Vergebung" auf das Heilige Jahr 2025 vor und hat dazu besondere Initiativen geplant. Wer im Jahr 2024 die Basilika Santa Maria di Collemaggio in L'Aquila besucht, hat etwa die Möglichkeit, dort einen vollständigen Ablass zu erhalten, berichtet der Koadjutor des Erzbistums, Antonio D'Angelo, im Interview mit Radio Vatikan. Tiziana Campisi und Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

„Als Erzdiözese bereiten wir uns - wie die gesamte Kirche - nach den Vorgaben des Dikasteriums für Evangelisierung vor, das für die Vorbereitung des Heiligen Jahres zuständig ist. Wir haben darüber hinaus auch die Gnade dieses Jahres der Vergebung bekommen: Die Apostolische Pönitentiarie hat uns die Möglichkeit gegeben, in der Basilika von Collemaggio im Jahr 2024 einen vollkommenen Ablass zu erhalten."

Die Basilika Santa Maria di Collemaggio, die Papst Franziskus im August 2022 besucht hatte, bezeichnet sich auf ihrer Internetseite auch als „Tempel der Barmherzigkeit und des Vergebens". Hintergrund ist ein Ablass, den Papst Coelestin V.  dort vor 730 Jahren gewährte. Seitdem wird bis heute am Jahrestag dieses Ereignisses in Santa Maria di Collemaggio die „Cölestinische Vergebungsfeier” gefeiert. 

Der Ablass von damals, den Papst Coelestin ermöglichte, stand laut Koadjutor Antonio D`Angelo übrigens auch in Verbindung mit einem Heiligen Jahr:

„Diese Intuition von Papst Coelestin ist auch irgendwie mit dem Heiligen Jahr 1300 verbunden, dem ersten Heiligen Jahr in der Geschichte, bei dem das Thema der Vergebung aufkam und bei dem die Öffnung der Heiligen Pforte in Rom zweifellos ein wichtiger Moment war. Papst Franziskus, der bei seinem Pastoralbesuch im August 2022 L'Aquila als ,Hauptstadt der Vergebung' bezeichnete, hat in gewisser Weise das Geschenk hervorgehoben, das unsere Diözesangemeinschaft hat, diesen spirituellen Reichtum, der uns antreibt, das Geschenk der Barmherzigkeit Gottes zu leben und auch das Geschenk der geschwisterlichen Gemeinschaft zu verkünden und der Welt davon Zeugnis zu geben."

„Dieses Wiederaufnehmen des Lebensweges, nachdem man Vergebung erlangt hat, ist meiner Meinung nach für jeden Menschen wesentlich“

Der Koadjutor-Erzbischof von L'Aquila, Antonio D'Angelo betont, dass Barmherzigkeit und Vergebung zentral sind für den christlichen Glauben:  

„Jesus selbst sagt oft: ,Geh, deine Sünden sind dir vergeben!'. Dieses Gehen, dieses Wiederaufnehmen des Lebensweges, nachdem man Vergebung erlangt hat, ist meiner Meinung nach für jeden Menschen wesentlich. Es hat nicht nur eine geistliche, sondern auch eine menschliche Bedeutung, dieses unentgeltliche Geschenk der göttlichen Liebe, das den Menschen angeboten wird."

Vergebung - und Friede

Neben Barmherzigkeit und Vergebung spielt zur Vorbereitung auf das Heilige Jahr 2025 in der Erzdiözese L'Aquila auch das Thema Frieden eine besondere Rolle: Im März soll ein Friedenskreuz präsentiert werden und es sind Gebetsmomente und Katechesen mit jungen Leuten zum Thema Frieden vorgesehen. 

Generell sind zur Vorbereitung auf das Heilige Jahr zudem mehrere Konferenzen und Treffen geplant, verstärkt noch einmal um die „Cölestinische Vergebungsfeier” im August. Weitere Informationen zum Jahr des Gebets und der Vergebung gibt es  - allerdings bisher nur auf Italienisch - auf der Internetseite der Basilika: www.santamariadicollemaggio.it.

Allgemeine Informationen zum Heiligen Jahr 2025 gibt es - auch auf Deutsch - auf der offiziellen Vatikan-Internetseite zum Heiligen Jahr: www.iubilaeum2025.va. (vn 26)

 

 

 

2 Jahre Krieg in Ukraine: Papst drängt neuerlich auf Verhandlungslösung

 

Papst Franziskus hat ein weiteres Mal zu einem Ende des Kriegs in der Ukraine aufgerufen. Beim Mittagsgebet an diesem Sonntag forderte er „die Wiederherstellung jenes kleinen Stücks Menschlichkeit, das die Voraussetzungen für eine diplomatische Lösung auf der Suche nach einem gerechten und dauerhaften Frieden schafft“.

„Mit Trauer“ habe man am Samstag an den zweiten Jahrestag des Beginns dieses Krieges gedacht. „So viele Opfer, Verwundete, Zerstörungen, Ängste, Tränen in einer Zeit, die furchtbar lang wird und deren Ende noch nicht absehbar ist“, erklärte Franziskus, ohne den Aggressor Russland zu nennen. Dieser Krieg verwüste nicht nur die entsprechende Region Europas, sondern „er löst auch eine weltweite Welle der Angst und des Hasses aus“. Erneut äußerte der Papst seine „tiefe Zuneigung für das gepeinigte ukrainische Volk“ und sicherte sein Gebet „für alle“ zu, besonders für die vielen schuldlosen Opfer.

Darüber hinaus rief der Papst zum Gebet für Palästina, Israel und die vielen weiteren Kriegsregionen der Welt auf und forderte dazu auf, den Leidenden konkret zu helfen. „Denken wir an die verwundeten, unschuldigen Kinder“, so Franziskus auf dem Petersplatz.

Namentlich verwies er auf zwei Krisenregionen in Afrika, zunächst auf den Osten Kongos, wo diese Woche mutmaßlich islamistische Terrorgruppen Dörfer verwüsteten und Dutzende Menschen ermordeten. „Ich schließe mich dem Aufruf der Bischöfe an, für den Frieden zu beten, in der Hoffnung auf ein Ende der Kämpfe und die Suche nach einem aufrichtigen und konstruktiven Dialog“, so der Papst. Sorgen bereiteten aber auch die „immer häufigeren Entführungen“ in Nigeria. Franziskus forderte zu Anstrengungen auf, „um die Ausbreitung dieser Vorfälle so weit wie möglich einzudämmen“. (vn 25)

 

 

 

Kirche: Mehr Mut zum Dialog!

 

Befürworter:innen und Gegner:innen von Reformen in der katholischen Kirche sind diese Woche aufeinandergeprallt, als der - unerwartete aber inhaltlich nicht neue - „Stoppschild“-Brief aus dem Vatikan zum „Synodalen Rat“ anlässlich der Frühjahrskonferenz der Bischofskonferenz in Augsburg eingetroffen ist. Auch wenn sich viele Katholik:innen in Deutschland laut 6. Kirchenmitgliedschaftsstudie Reformen wünschen, scheinen die Ohren im Apostolischen Palast dafür weiterhin verschlossen zu sein. Dabei kann durch Mut zum Dialog auch Mut zu Veränderungen erwachsen, wenn es alle wollen. Christian Schnaubelt

Mit „Irritation“ (ZdK) „Verärgerung“ (KEFB) und „Enttäuschung“ (BDKJ) reagierten Lai:innen und katholische Verbände darauf, dass der Vatikan mit einem Schreiben die Beratungen über den „Synodalen Rat“ und seinen vorbereitenden „Synodalen Ausschuss“ bei der Frühjahrskonferenz der DBK de facto „gestoppt“ hat. Denn der Tagesordnungspunkt wurde „im Respekt vor den römischen Verantwortlichen“ (Bätzing) beim Bischofstreffens in Augsburg von der Agenda genommen, um zunächst den Wunsch aus dem Apostolischen Palast nach weiteren Gesprächen mit der deutschen Bischofskonferenz nachzukommen. „Es ist ein Widerspruch, wenn Rom synodale Prozesse fördert und fordert, dann aber mit einem Stoppschild versieht“, reagierte ZdK-Vizepräsident Prof. Thomas Söding.

Reformdruck wächst, doch der Vatikan mauert

Laut Dr. Tobias Kläden von der von der Katholischen Arbeitsstelle für missionarische Pastoral hat die 6. Kirchenmitgliedschaftsstudie (2023) belegt: Die befragten Katholik:innen in Deutschland wollen Reformen. „Den Kirchen wird insgesamt jedoch keine Gleichgültigkeit entgegengebracht, vielmehr bestehen erhebliche Erwartungen an sie. Besonders die katholischen Befragten sprechen sich ganz berwiegend für klare Reformen ihrer Kirche aus“. Daher hatten viele Lai:innen und katholische Verbände ihre Hoffnung in den „Synodalen Rat“ (zu dessen Vorbereitung der „Synodale Ausschuss“ dient) gelegt. Der Vatikan stand diesen Planungen allerdings von Anfang skeptisch gegenüber.

Bei einer Audienz der „Gesellschaft Katholischer Publizistinnen und Publizisten“ Anfang Januar 2024 in Rom (an dem der Autor dieses Kommentars für kath.de teilgenommen hat), betonte Papst Franziskus in seiner Ansprache an die Journalist:innen: „Die Kirche in Deutschland hat einen synodalen Weg eingeschlagen, zu dem ich 2019 einen Brief geschrieben habe, von dem ich wünschte, dass er stärker wahrgenommen, bedacht und umgesetzt würde, da er zwei Aspekte zum Ausdruck bringt, die ich für grundlegend halte, um nicht auf Abwege zu geraten.“ Dazu gehörten die „geistliche Dimension“ sowie die „universale Dimension“, die sich am Heiligen Geist und nicht am „Zeitgeist“ orientieren sollen.

Ein Schritt nach vorne und zwei zurück

Inhaltlich war der „Stoppschild“-Brief aus dem Vatikan daher zwar nicht neu, neu ist allerdings die Form des Briefes und die dadurch bedingte direkte Einflussnahme auf eine Abstimmung einer nationalen Bischofskonferenz. In den (kath.) Medien wurde in den letzten Tagen viel darüber spekuliert, warum Papst Franziskus einerseits im Dezember 2023 Forderungen des „Synodalen Weges“ im Punkto „Segensfeiern“ aufgriff und jetzt andererseits gemeinsame Beratungen von Lai:innen und Bischöfe im „Synodalen Rat“ ablehnt sowie eine Teilnahme von deutschen Bischöfen am „Synodalen Ausschuss“ als „nicht verpflichtet“ benennt. Der „Synodale Ausschuss“ hat in seiner - bisher nur vom ZdK ratifizierten Satzung - nicht vor, die Verantwortung und Macht der Ortsbischöfe zu beschneiden, sondern will stattdessen die vom Heiligen Vater imitierte „synodale Kirche“ in nationalen Beratungen umzusetzen. In diesem Sinne entstehen gerade auch in den Diözesen „synodale Gremien“. So zum Beispiel wurde kürzlich im Bistum Essen ein „Gemeinsamen Rat“ angekündigt, welches mehrheitlich durch Lai:innen geprägt sein wird und Bischof Franz-Josef Overbeck zukünftig „synodal“ beraten soll.

„Jetzt muss geredet werden“

„Wir wollen und können nicht über den römischen Einspruch hinweggehen. Jetzt muss geredet werden“, betonte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, am Montag. Dies ist auch dringend nötig! Denn: „Die katholische Kirche in Deutschland hat keine zweite Chance, wenn sie jetzt den Synodalen Weg stoppt“, machte ZdK – Vorsitzende Dr. Irme Stetter-Karp klar.

Denn viele deutsche Katholik:innen – vor allem Junge – sind nicht mehr bereit, nur noch abzuwarten, bis sich etwas in der Kirche bewegt. “Die Gläubigen sind bereit an einer Reform der Kirche zu arbeiten, die Bischöfe scheinbar noch nicht ausreichend. Es reicht nicht, die Verantwortung nur nach Rom zu schieben. Wir erwarten von den deutschen Bischöfen, dass sie mutig die nötigen weiteren Schritte tun und unterstützen sie dabei”, betonte beispielsweise BDKJ-Bundesvorsitzender Gregor Podschun.

Fazit: „Ein Kompromiss ist dann vollkommen, wenn alle unzufrieden sind“

Wie in vielen Familien begehren auch in der katholische Kirche derzeit die reformbereiten „Jungen“ (die altersmäßig teilweise gar nicht mehr so jung sind) gegen die bewahrenden „Alten“ auf. Dies passt zur Gesellschaft, in der nur ca. 17 Prozent der Bevölkerung „Innovator:innen“ sind, die Mehrheit sind dagegen „Bewahrer:innen“. Aber die deutschen Katholik:innen brauchen keine Taschengelderhöhung oder beruhigende Worte aus dem Vatikan, sondern den „Mut zum Dialog“.

Aber dieser muss auch ernst gemeint sein, ohne Stoppschilder oder Tabuthemen. Angst vor Veränderungen haben oft schon „Change“ – Prozesse ausgebremst oder gar ganz verhindert. Aber stoppen lässt sich der Wandel damit nicht mehr. Und das ist gut so, denn durch den „Synodalen Weg“ ist in der (kath.) Kirche in Deutschland etwas in Bewegung gekommen, was auch im Vatikan nicht mehr gestoppt werden kann. Aber es wird Kompromiss auf allen Seiten bedingen. Doch wie sagte bereits Aristide Briand:

„Ein Kompromiss ist dann vollkommen, wenn alle unzufrieden sind“.

Christian Schnaubelt, kath.de 24

 

 

 

 

Deutsche Bischöfe veröffentlichen "Friedenswort"

 

Wie steht die Kirche zur Debatte um atomare Aufrüstung? Wo endet Selbstverteidigung? Wie viel Gewalt verträgt christlicher Pazifismus? Mit dem Text "Friede diesem Haus" wollen die Bischöfe neue Grundlagen in Sachen Friedensethik schaffen. Von Markus Kaiser

 

Die Welt verändert sich schneller, als es sich in Worte fassen lässt, zumindest mit Blick auf das neue Friedenswort der Deutschen Bischofskonferenz. "Als wir mit dem Text angefangen haben, war vom Ukraine-Krieg noch keine Rede", sagt Professor Heinz-Günther Stobbe, der als Theologe am Papier mitgearbeitet hat. Kurz vor Veröffentlichung änderte sich mit dem Angriff der Hamas auf Israel die Sicherheitslage ein weiteres Mal.

Herausgekommen sei ein "Text voller Spannungen", sagt der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, der Limburger Bischof Georg Bätzing. Die Welt sei in Unordnung geraten und das Friedenswort ein Versuch "aus ethischen Kriterien heraus bestimmte Schneisen zu schlagen", so Bätzing.

"Ja" zur Ukraine-Unterstützung, "Nein" zur atomaren Aufrüstung

So stehe man zur militärischen Unterstützung der Ukraine und zu Waffenlieferungen. "Stellen Sie sich vor, was mit der Ukraine wäre, wenn wir das nicht von Anfang an getan hätten. Der Krieg wäre zu Ende, aber nächste Überfälle stünden an", sagt Georg Bätzing. Gegengewalt im Selbstverteidigungsrecht unterliege jedoch ethischen Begrenzungen. "Das müssen wir heute mit Blick auf das heilige Land und die Gewalt im Gaza-Streifen sagen."

Gleichzeitig plädiert Bätzing für ein Wegkommen von der atomaren Bewaffnung. "Wir kommen aus einer Zeit, in der das atomare Gleichgewicht irgendwie Ruhe geschaffen hat, aber keinen Frieden", so der Bischof. "Allein von ihrer Unbeherrschbarkeit können Atomwaffen nicht von der christlichen Ethik her begründet werden."

Augsburger Bischof: "Macht des Stärkeren anstelle der Stärke des Rechts"

Die Analyse des Friedenspapiers zur Weltordnung: "Die Rückkehr der Politik der großen Mächte geht einher mit der Macht des Stärkeren anstelle der Stärke des Rechts", sagt der Augsburger Bischof Bertram Meier, Vorsitzender der Kommission Weltkirche der Deutschen Bischofskonferenz. Die heutigen Gesellschaften stünden unter erheblichen Stress durch die Auflösung staatlicher Ordnungen, durch den Klimawandel oder durch Flüchtlingsströme, so Meier.

Um der "Unordnung" in der Welt entgegenzuwirken, konzentrieren sich die Deutschen Bischöfe auf drei Bereiche: Sie fordern eine "Politik der Gewaltminimierung". Nie dürfe es zu einer Gewöhnung an Gewalt kommen, erklärt Bertram Meier. Um das Misstrauen zwischen Staaten abzubauen, müssten internationale Institutionen und internationales Recht gestärkt und gegebenenfalls reformiert werden. "Das Europäische Projekt ist, ungeachtet seiner Schwächen, eine Ermutigung für diesen Weg", heißt es im Text.

Nicht zuletzt gehe es auch darum, gemeinsame Wege für einen Umgang mit Verunsicherungen der Menschen zu finden, so Bischof Meier. Diese würden von Populisten genutzt, um unterschiedliche Kulturen und Identitäten gegeneinander auszuspielen. Br 24

 

 

 

 

Ukraine: COMECE-Vorsitzender glaubt an Kraft des Wortes

 

Für den Vorsitzenden der EU-Bischöfe (COMECE), Bischof Mariano Crociata, gibt es trotz allem eine Hoffnung im Ukrainekrieg, der sich zum zweiten Mal jährt. „Der Krieg ist eine Entscheidung von Menschen, eine Wahl“. Und Menschen könnten durch Worte und Argumente erreicht werden.

Vor zwei Jahren, am 24. Februar 2022, überfiel Russland völkerrechtswidrig das Nachbarland Ukraine. Anlässlich dieses traurigen Jubiläums hat sich Bischof Mariano Crociata, der Vorsitzende der EU-Bischofskommission COMECE, im Interview mit der Nachrichtenagentur sir zu den notwendigen Anstrengungen und Gefahren geäußert, die eine Hoffnung auf Frieden in dem kriegsgebeutelten Land begleiten. „Die größte Gefahr in dieser Phase, die mit der Zeit immer gefährlicher wird, ist die Müdigkeit, die Gewöhnung an einen Krieg, von dem viele hoffen, dass er auf die Region beschränkt bleibt, in der er stattfindet, in der Illusion, dass man weiterhin ruhig bleiben könne“, so Crociata im Interview. Wenn der unmittelbare Alarmzustand des Kriegsbeginnes ende, richteten sich viele in trügerischen Illusionen ein und ignorierten das unmittelbare Risiko einer weiteren Eskalation.

Die Europäische Union habe sich seit Beginn des Krieges „geschlossen“ bewegt, auch wenn diese Geschlossenheit „nun Risse bekommt“. Gleichwohl beobachte er, dass sich die diplomatischen Initiativen in alle Richtungen erstreckten. Frieden zu schaffen, „der nicht der starre Friede des Todes ist“, brauche mehr Einsatz als sein Gegenteil, das Stiften von Krieg. Es brauche einen hohen Einsatz und die Einheit derer, die Frieden schaffen wollten. „Dieser Krieg ist aus mindestens zwei Gründen eine Bewährungsprobe für die Europäische Union: wegen der Prüfung der Einheit, die er ihr abverlangt, und wegen der Bedrohung, die sich unmerklich am Horizont abzeichnet“, so Crociata weiter.

Hinter Krieg steht Entscheidung eines Menschen

Zwar sei der Krieg mit einer „Vielzahl von Ursachen“ verbunden, aber alles lasse sich auf eine Entscheidung eines Menschen zurückführen, die den Krieg auslöste. Daher gebe es auch Anlass zu Hoffnung. „Wir müssen darauf vertrauen, dass alle Akteure auf der Bühne, sowohl diejenigen, die im Rampenlicht stehen, als auch diejenigen, die sich hinter den Kulissen befinden oder sogar weit davon entfernt sind, von Argumenten, Gründen, Forderungen und Aufrufen zur Beendigung des Krieges erreicht und berührt werden können“, gab der Bischof zu bedenken. Ein gerechter Friede sei unmöglich ohne die Achtung der Integrität eines souveränen Staates und des Völkerrechts. Wie der Friede konkret aussehen müsse, sei eine weitaus schwierigere Frage, die den internationalen Akteuren überlassen werden müsse. (sir 24)

 

 

 

EKD-Vorsitzende unterstützt Verteidigung der Ukraine

 

Die evangelische Bischöfin Kirsten Fehrs erklärt, warum sie hinter dem Kampf der Ukrainer gegen den Angriff Russlands steht. Sie kritisiert Stimmen gegen eine Aufnahme von Geflüchteten. Am Samstag wird sie in einem ökumenischen Gottesdienst predigen.

Zum Jahrestag des russischen Angriffs auf die Ukraine spricht die Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Bischöfin Kirsten Fehrs, den Ukrainern ihre Solidarität und ihr Mitgefühl aus. „Ich habe großen Respekt vor allen Menschen, die bis heute in der Ukraine leben und ausharren - inmitten des Krieges und an der Front“, erklärte Fehrs laut Mitteilung der EKD am Freitag in Hannover. Am Samstag, dem Jahrestag des Angriffs, wird Fehrs in einem ökumenischen Gottesdienst in der Hamburger Hauptkirche predigen.

Die Bischöfin erklärte laut EKD weiter, ihre Gedanken seien nicht nur bei den Menschen, die im Kriegsgebiet blieben, sondern auch bei den Geflüchteten, insbesondere Frauen: „Wie stark müssen sie sein für ihre Kinder, für ihre Männer? Und im Herzen vermutlich zerrissen zwischen den Welten.“

Brutalität des russischen Regimes

Laut Aussage der Bischöfin ist die Verteidigung gegen einen völkerrechtswidrigen Angriff weiterhin legitim, insbesondere vor dem Hintergrund der Brutalität des russischen Regimes. Diese habe sich zuletzt im Tod des Kreml-Kritikers Alexej Nawalny erneut gezeigt.

Fehrs kritisierte auch Stimmen in Deutschland, die ukrainische Menschen hier nicht haben wollten. Eine solche Haltung widerspreche dem christlichen Glauben. Während des Gottesdienstes am Samstag in Hamburg soll mit einem Friedensgebet ein klares Zeichen der Verbundenheit gesetzt werden. An der Feier nimmt auch der katholische Erzbischof Stefan Heße teil. (kna 24)

 

 

 

 

Apostolischer Nuntius in der Ukraine: „Können nur weitermachen"

 

Nach zwei Jahren Krieg in der Ukraine hat der Apostolische Nuntius in der Ukraine, Erzbischof Visvaldas Kulbokas, eine ernüchternde Bilanz gezogen. „Die Müdigkeit hat kein Recht zu existieren. So viel Blut wurde vergossen. Ob Papst oder Kirche, wir suchen weiter nach allen möglichen Wegen für den Frieden. Wir müssen“, so Kulbokas.

 

Der Apostolische Nuntius sagte der Nachrichtenagentur sir anlässlich des am 24. Februar vor zwei Jahren geschehen völkerrechtswidrigen Überfall Russlands auf das Nachbarland, dass die Kirche nur über auf den ersten Blick geringe Mittel verfüge, für Frieden zu sorgen. „Die Kirche, der Papst, wir alle, welche Instrumente haben wir? Wir haben das Instrument des Glaubens, das Gebet. Wir haben das moralische Instrument, unsere Stimme zur Verteidigung des menschlichen Lebens zu erheben. Wir haben keine anderen Werkzeuge, aber diese Werkzeuge werden nur dann wirksam, wenn sie gehört werden, und offensichtlich wurde diese Botschaft der Kirche bis jetzt nicht gehört. Alles, was bleibt, ist, weiterzumachen“, so Kulbokas weiter. Er wisse aus persönlichen Quellen, dass Papst Franziskus „jeden Tag damit beschäftigt ist, nach Möglichkeiten für den Frieden zu suchen“. Bisher scheinten dessen Bemühungen allerdings fruchtlos geblieben zu sein.

„Wir haben keine anderen Werkzeuge, aber diese Werkzeuge werden nur dann wirksam, wenn sie gehört werden.“

Fließendes Blut realer als alle Theorie

Der Nuntius appellierte an die europäische Union, eine stärkere Einheit und Geschlossenheit zu zeigen. Dadurch würde auch wieder mehr Hoffnung möglich sein. Eine geeinte Menschheit erkenne Wege zum Frieden, die bis dahin verborgen geblieben waren. Auch an die russische Führung richtete der Nuntius das Wort.

Zwei Jahre Krieg in der Ukraine

Eine Handlung, die das Leben anderer Menschen bedrohe oder gar auslösche, dürfe es schlicht nicht geben: „Wenn wir den Menschen, die Kinder, ihre Mütter und Väter in den Mittelpunkt unseres Denkens stellen, gibt es sicherlich keinen Raum für Aggression oder den Vorrang, der manchmal historischen und politischen Überlegungen eingeräumt wird. Das ist alles Theorie, losgelöst von der Realität. Der wichtigste Appell heute ist daher, mit eigenen Augen auf das tropfende Blut zu schauen. Es ist das Zeichen, das mehr als alles andere spricht.“  (sir 24)  

 

 

 

 

Online-Kurs zur Synodalität

 

Ein Verband kirchlicher Einrichtungen bietet Anfang März gratis einen Online-Kurs zum Thema Synodalität an. Das Programm listet prominente Referenten auf.

„Auf dem Weg zu einer konstitutiv synodalen Kirche“, so der Titel des Kurses, startet am 2. März und endet am 15. März. Den Auftakt macht der Dominikaner Timothy Radcliffe mit dem Vortrag „War der Heilige Geist der Protagonist der Synode?“ Radcliffe hatte für die Teilnehmer der Synoden-Vollversammlung im letzten Oktober Exerzitien durchgeführt.

Sosa, Löser, Rahner

Der Jesuiten-Generalobere Arturo Sosa wird über seine Erfahrungen auf der Oktober-Synodalversammlung sprechen, der deutsche Frère Alois Löser über „die Erfahrung der Einheit in der Verschiedenheit in Taizé“. Die Theologin Johanna Rahner steuert Überlegungen zur „Führungsrolle der Frauen“ in der Kirche bei.

Ausgerichtet wird der Online-Kurs unter anderem vom lateinamerikanischen Bischofsrat Celam, vom europäischen Bischofsverband CCEE und vom Verband der Ordensoberen USG. Anmelden kann man sich bei https://formaciononline.bc.edu/de/homedt/; für eine deutsche Simultanübersetzung ist gesorgt. (vn)

 

 

 

Steht der Synodale Weg vor dem Aus?

 

Kurz vor Beginn der Frühjahrsvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz bittet der Vatikan, eine Abstimmung von der Tagesordnung zu nehmen. Der Ton ist scharf. Wieder einmal geht es um den Synodalen Weg.  Von Tilmann Kleinjung, BR

 

Schon wieder Post aus Rom. Schon wieder ein Stoppschild für den Synodalen Weg. Eigentlich wollte die Bischofskonferenz bei ihrer Tagung in Augsburg beschließen, wie es mit diesem Reformprojekt der Katholischen Kirche in Deutschland weitergeht. Auf der Tagesordnung: die Verabschiedung der Satzung eines Synodalen Ausschusses.

Der Vatikan hat nun, unmittelbar vor Beginn der Frühjahrstagung der Bischöfe, den Vorsitzenden der Bischofskonferenz Georg Bätzing gebeten, diesen Punkt von der Tagesordnung zu nehmen. Der Grund: Der geplante Ausschuss soll einen Synodalen Rat vorbereiten, als gemeinsames Leitungsorgan von Basisvertretern und Bischöfen. Im Synodalen Rat sollen die Themen des Synodalen Wegs weiterbesprochen und -beschlossen werden: die Machtverteilung in der Kirche, die Rolle der Frau oder die Sexualmoral.

Dass Bischöfe zusammen mit gewählten Laienvertretern Fragen von solcher Tragweite entscheiden, ist für Rom offenbar nicht vorstellbar. "Ein solches Organ ist vom geltenden Kirchenrecht nicht vorgesehen", heißt es in dem Schreiben aus dem Vatikan.

Unterzeichnet haben es die Leiter wichtiger Vatikanbehörden: die Kardinäle Pietro Parolin (Staatssekretariat), Manuel Fernandez (Glaubensbehörde) und Robert Prevost von der Bischofsbehörde. Der Brief an den Vorsitzenden der Bischofskonferenz wurde von Papst Franziskus ausdrücklich gebilligt.

 

Eine deutliche Ansage

Der Ton ist scharf, die Anweisung unmissverständlich: Der Vatikan habe ja bereits vor einem Jahr "ausdrücklich und im besonderen Auftrag des Heiligen Vaters" die Bischöfe dazu aufgefordert wurde, die Einrichtung des Synodalen Rates nicht weiter zu verfolgen. Die Verabschiedung der Satzung des Synodales Ausschusses stünde deshalb "im Widerspruch zu der im besonderen Auftrag des Heiligen Vaters ergangenen Weisung des Heiligen Stuhls und würde ihn einmal mehr vor vollendete Tatsachen stellen".

Nach dieser mehr als deutlichen Ansage aus Rom hat Bätzing die Abstimmung über den Synodalen Rat nun kurzfristig von der Tagesordnung in Augsburg genommen. Alles weitere werde sich während der Vollversammlung zeigen, so ein Sprecher der Bischofskonferenz.

Irritiert reagiert das Zentralkomitee der Deutschen Katholiken (ZdK), die Vertretung der Katholikinnen und Katholiken: "Das bedeutet eine weitere Verzögerung der dringend notwendigen Reformen in der Kirche", sagt ZdK-Präsidentin Irme Stetter-Karp. Sie erhöht den Druck auf die Bischöfe: "Das ZdK erwartet, dass der Synodale Ausschuss bei seiner nächsten Sitzung im Juni voll arbeitsfähig ist." Das allerdings setzt voraus, dass die Bischöfe gegen die ausdrückliche Weisung Roms handeln und die Satzung des Synodalen Ausschusses approbieren.

Die Reformbewegung "Wir sind Kirche" hat für den späten Nachmittag gemeinsam mit anderen Gruppen zu einer Mahnwache am Augsburger Dom aufgerufen - dann, wenn die Bischöfe ihren Auftakt-Gottesdienst feiern.

"Schlag in die Magengrube"

Ist der Synodale Weg am Ende? Der Reformprozess wurde 2019 als Reaktion auf die Missbrauchskrise gestartet. Bis vergangenen März lief die erste Phase, bei der mehr als ein Dutzend Reformvorschläge erarbeitet wurden - unter anderem für mehr Gewaltenteilung, mehr Rechte für Frauen und queere Menschen in der Kirche.

Nun geht es darum, die Vorschläge in die Tat umzusetzen. Deshalb haben sich Laien und Bischöfe auf die Gründung eines Synodalen Rates verständigt.

Die erneute Intervention Roms bezeichnet Kirchenrechtler Thomas Schüller aus Münster laut der Nachrichtenagentur dpa als "Schlag in die Magengrube". Der Vatikan habe "panische Angst, dass in Deutschland zukünftig Bischöfe den verbindlichen Rat der Gläubigen einholen müssen". Der Synodale Ausschuss sei damit am Ende.

Mahnende Worte kommen aus Österreich. Der Wiener Kardinal Christoph Schönborn warnt seine Bischofskollegen in Deutschland davor, Beschlüsse zu fassen, die zu einer Spaltung führen könnten. Die deutschen Bischöfe müssten sich "ernsthaft fragen", ob sie wirklich aus der Gemeinschaft mit dem Papst ausscheren wollten. "Die Weigerung, einzulenken, wäre obstinatio - klares Anzeichen eines Schismas, das niemand wollen kann."

Tagesschau.de 19

 

 

 

 

Bischöfe und Laien sprechen über Vertrauensverlust in Kirche

 

 

Das stark abnehmende Vertrauen in die Kirche war eines der Themen der Frühjahrsvollversammlung der deutschen katholischen Bischöfe in Augsburg. Darüber ausgetauscht haben sich die Bischöfe auch mit Laien - bei einem Studientag am Mittwoch. Mit dabei war Birgit Mock vom Zentralkomitee der Katholiken. Sie berichtete anschließend im Interview mit dem Domradio.

Domradio: Ist das eine gute Einrichtung, dass plötzlich beim Studientag der Bischöfe die Laien mit dabei sind? 

Birgit Mock (Vorsitzende des Synodal-Forums Sexualität und Partnerschaft des Synodalen Weges in Deutschland und Vizepräsidentin des Zentralkomitees der Deutschen Katholiken):  Ja, ich finde das einen guten Stil und eine gute Kultur, dass wir nicht übereinander sprechen, sondern miteinander. So habe ich auch diese Einladung verstanden, als Gesprächsangebot und gemeinsames Forum. Das finde ich sehr gut.

Domradio: Es lasten schwere Sorgen auf der Kirche. An diesem Mittwoch wurde eine Kirchenmitgliedschaftsuntersuchung diskutiert. Die Ergebnisse gibt es seit November. Die sind erschreckend und bescheinigen der Kirche, dass sie die eigenen Gläubigen verliert. Wie haben Sie das gerade erlebt? 

„Gute Kultur, dass wir nicht übereinander sprechen, sondern miteinander“

Mock: Ja, wir sind durch verschiedene Expert:innen tiefer in die Ergebnisse eingestiegen. Die Ergebnisse sind erschreckend, verheerend und nicht unbedingt überraschend. Es gibt einen hohen Vertrauensverlust in beiden Kirchen, in der evangelischen und in der katholischen Kirche. Wenn man sich die Zahlen der letzten 30 Jahre im Verlauf anguckt, ist das Vertrauen in die institutionelle Kirche dramatisch gesunken. 

„Es gibt einen hohen Vertrauensverlust in beiden Kirchen“

Domradio: Was denken Sie, kann man unternehmen, damit das Vertrauen, das für eine Kirche notwendig ist, bleibt? Was kann man für Gläubige machen die, die sozusagen ihren Glauben verkünden wollen? 

Mock: Das ist der andere Teil, den die Studie gezeigt hat. Da, wo Personen überzeugend handeln, gibt es Zuspruch. Da, wo die Kirche Gutes tut, wird das in unserer Gesellschaft als glaubwürdig wahrgenommen.  Da, wo die Kirche sich einsetzt für die Bewahrung der Schöpfung; da, wo die Kirche sich mit den Menschen einsetzt, für die Willkommenskultur, für geflüchtete Menschen; da, wo die Kirche sich einsetzt in ihrem karitativen und diakonischen Handeln – das wird als glaubwürdig und überzeugend erlebt. Die Gesellschaft ist froh, Menschen zu haben, die aus diesem Geist heraus handeln.

„Wo Personen überzeugend handeln, gibt es Zuspruch“

Domradio: Das heißt, wenn die Kirche nah bei den Sorgen und Nöten der Menschen ist, dann kann sie punkten. Sie sind nicht nur hier im Austausch mit den Bischöfen, sondern kontinuierlich. Glauben Sie, dass das von allen Bischöfen in dieser Dringlichkeit gesehen wird? 

Mock: Ich kann es mir vorstellen. Wir sind hier mit verschiedenen Regionen vertreten mit Bischöfen und Gläubigen, die aus den östlichen Bundesländern kommen. Dort gehört es längst zur Situation, dass der Anteil derer, die Mitglied einer Kirche sind, sehr gering ist. 

Mit welchen Angeboten kann man da Menschen erreichen? "Punkten", haben Sie gesagt. Was heißt denn "punkten"? Punkten heißt doch, dass es etwas gibt, was Menschen berührt und sie beheimatet. Dass sie das Gefühl haben, sie sind nicht alleine mit ihren Sorgen. Sie können kommen, wie sie sind. 

„Wo kann die Kirche Angebote machen?“

Wo kann die Kirche Angebote machen? Wo können auch Gottesdienstformate hilfreich sein? Aber auch dieses viele andere. Ich glaube, es gibt eine Suchbewegung. Das haben wir in dieser Vielfalt hier erlebt. Es sind viele auf der Suche und es wird heute auch sehr offen darüber gesprochen. 

Domradio: Wenn Sie von Augsburg wieder nach Hause fahren und all diese Ergebnisse mitnehmen, was denken Sie, werden Sie ganz konkret selber für sich in Ihrem Hildegardis-Verein, in Ihrer Frauengemeinschaft, anfangen, um das nach vorne zu bringen? 

Mock: Ich glaube, es kann darum gehen, Menschen zu stärken, die nah bei den Menschen sind. Was brauchen sie an Unterstützung? Was brauchen die an Zuspruch? Was brauchen sie vielleicht auch an Orten, wo sie sich selber auch wieder kräftigen und stärken können?

Wo kann man das Gespräch mit den Menschen suchen, die Gutes tun, nicht nur aus einem Glauben, aus Gott heraus. Das ist heute deutlich geworden, dass uns das verbinden kann, dass wir anderen Menschen Gutes tun. Wir haben unterschiedliche Herkünfte und teilen das miteinander.

Das Interview führte Ingo Brüggenjürgen (domradio 22)

 

 

 

 

Welttag der Migranten und Flüchtlinge angekündigt: am 29.09.2024

 

Im September findet der 110. „Welttag der Migranten und Flüchtlinge“ statt. Er steht in diesem Jahr unter dem Motto „Gott geht mit seinem Volk“.

Laut Mitteilung des Dikasteriums für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen soll der Gedenktag, der am 29. September 2024 stattfindet, diesmal ganz besonders die „wandernde“ Dimension von Kirche in den Blick nehmen. Diese sei besonders ausgedrückt in Gestalt der Migranten, „Brüder und Schwestern auf Wanderschaft, einem zeitgenössischen Bild der Kirche unterwegs“.

Gott in jedem Migranten erkennen

Diese Reise müsse in einer „synodalen Weise“ begangen werden, um „gemeinsam alle Gefahren und Hindernisse zu überwinden und unsere wahre Heimat zu erreichen“. Gott sei dabei stets bei seinem Volk, heißt es weiter, „er behütet es und schützt jeden Schritt“. Es sei gleichwohl genauso wichtig, Gott „in jedem Migranten zu erkennen, der an die Tür unseres Herzens klopft und uns begegnet".

Den katholischen Welttag der Migranten und Flüchtlinge hatte Papst Benedikt XV. (1914-1922) im Jahr 1914 eingeführt. Papst Franziskus verlegte das frühere Datum vom Januar in den September, da das bisherige Datum nahe an anderen kirchlichen Gedenk- und Feiertagen lag. Federführend bei der Organisation ist das Dikasterium für die ganzheitliche Entwicklung des Menschen unter der Leitung von Kardinal Michael Czerny. vn 22  

 

 

 

 

Neu: Digitale Pilgerreise zu den vier päpstlichen Basiliken

 

Aus der gemeinsamen Erfahrung einer Gruppe junger Kommunikationsexperten, die vom Dikasterium für Kommunikation ausgewählt wurden, entstand die Homepage „Vom Touristen zum Pilger", die an diesem Donnerstag online geht. Sie will Gläubige auf ihrer Reise begleiten, um ihre Identität als „Pilger" zu entdecken, die anders als „Touristen" nicht nur Sehenswürdigkeiten besichtigen.

Im Rahmen des Projekts „Glaubenskommunikation in der digitalen Welt" wurden 16 junge Berufstätige aus 10 verschiedenen Ländern von Experten begleitet, um die vier päpstlichen Basiliken nicht nur als architektonische Monumente, sondern auch als lebendige Zeugen des Glaubens zu erleben. Die mehrsprachige Website ist die Antwort auf die Frage, wie diese Erfahrung in ein digitales Projekt umgesetzt werden kann, um die Basiliken einem jüngeren Publikum vorzustellen.

„Wir waren sehr berührt, als wir die Basiliken besuchten. Jeder von uns hatte zumindest eine tiefe Verbindung zu einer von ihnen. Einige von uns haben sogar etwas wirklich Wichtiges in ihrem Leben verstanden. Wir möchten, dass die Besucher die gleiche Erfahrung machen, aber in der digitalen Welt. Je mehr wir in der Lage sind zu verstehen, woher unser Glaube kommt, desto mehr können wir DIE Botschaft gut vermitteln, um die Herzen der Menschen zu berühren," bringen Teilnehmer die neue Erfahrung auf den Punkt.

Zu Tisch mit Heiligen und Künstlern

Bilder von Heiligen und Künstlern, deren Leben und Werk diese symbolischen Orte geprägt haben, heißen die Besucher willkommen und laden uns ein, „mit ihnen zu Tisch zu sitzen". Der Tisch bietet einen Raum, in dem nicht nur Essen, sondern auch Blicke, Geschichten und Erfahrungen ausgetauscht werden. Und so wird der Besucher eingeladen, für einen Moment innezuhalten und sich einen Moment der Besinnung zu gönnen.

Auch im Podcast zu hören 

Das Hauptinstrument, das gewählt wurde, um die Erfahrung aus erster Hand zu vermitteln, ist die Stimme: Die heiligen Räume und ihre künstlerischen Meisterwerke werden von denjenigen erklärt, die jeden Tag an diesen Orten arbeiten, um die Pilger zu empfangen. Dazu gehören Kunstkuratoren, Fachleute, die für Ausgrabungs- und Restaurierungsprojekte verantwortlich sind, Professoren ebenso wie Ordensmänner und -frauen. Mit der Wärme und dem Enthusiasmus ihrer Stimmen fungieren sie als „Zeugen" und teilen mit den anderen ihre Liebe für alles, was die vier päpstlichen Basiliken darstellen.

Die Initiative Vom Touristen zum Pilger hat auch einen Podcast, der die Pilger Schritt für Schritt durch die wichtigsten Orte der Pilgerfahrt in Rom begleiten will. Jede Folge ist eine „Etappe" dieser Reise und bietet besondere Einblicke in die Basiliken: „Was einem Touristen als einfacher Ort erscheinen mag, wird mit den Augen eines Pilgers zu einem ersten Schritt, einer Reise, einem göttlichen Zeichen. Diese kurzen Besuche sollen die verborgene Schönheit Roms hervorheben, wie man sie durch die Brille eines Pilgers sehen kann".

Erfahrungen auf Social Media teilen 

So wie jeder der 16 jungen Kommunikationsexperten Spuren seines persönlichen Zeugnisses hinterlassen hat, sind auch die Besucher der Website eingeladen, ihre Erfahrungen auf ihren Kanälen in den sozialen Medien zu teilen und unter dem Hashtag #FromTouristToPilgrim ein Zeugnis ihrer Pilgerreise zu geben.

Im Hinblick auf die Reise, die zum Jubiläum 2025 führen wird, hoffen die Initiatoren, dass diese Erfahrung zu etwas ganz Besonderem wird, um die jahrtausendealte Tradition des Pilgerns „Ad Limina Apostolorum" wiederzubeleben. (vn 22) 

 

 

 

 

Deutsche Bischöfe: „Rechtsextreme Parteien nicht wählbar“

 

Rechtsextreme Parteien sind nach Auffassung der katholischen Bischöfe Deutschlands für Christen nicht wählbar. Zum Abschluss ihres Frühjahrstreffens veröffentlichte die Deutsche Bischofskonferenz am Donnerstag eine scharfe Absage an jede Form von völkischem Nationalismus. Bei der Abschluss-Pressekonferenz in Augsburg ging es zudem um Israel, die Ukraine und den Reformweg der deutschen Kirche.

Völkischer Nationalismus und katholischer Glaube seien unvereinbar, machte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Georg Bätzing, an diesem Donnerstag in Augsburg deutlich. „Das ist eine klare Ansage und klare Aussage in das Spektrum der Wählerinnen und Wähler hinein, die wir ansprechen möchten.“

Bätzing stellte vor der Presse am Nachmittag die Ergebnisse der Frühjahrsvollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz vor. Die Bischöfe hätten lange darüber diskutiert, ob sie auch die AfD ausdrücklich nennen sollten, und hätten sich schließlich dafür entschieden. Die Erklärung gegen Rechtsextremismus sei von der Vollversammlung einstimmig beschlossen worden.

„Remigration meint nichts anderes als Deportation“

„Remigration“, von der auf einem AfD-nahen „Geheimtreffen“ unlängst bei Potsdam die Rede gewesen ist, meine ja nichts anderes als eine „Deportation“, so Bätzing. Rechtsextremistische Parteien wie die AfD seien für Christen nicht wählbar – auch wenn das im Letzten eine Gewissensentscheidung des Einzelnen sei. „Die Klarheit dieser Unterscheidung besagt nicht, dass wir selbstverständlich mit den Menschen ins Gespräch kommen wollen, die sich von diesem Gedankengut angezogen fühlen.“

Zu einer Studie über Kirchenbindung, die die Deutsche Bischofskonferenz zusammen mit der Evangelischen Kirche Deutschlands (EKD) durchgeführt hat, erklärte der Bischof von Limburg, trotz aller Einbrüche in der Statistik seien die Kirchen weiter der entscheidende Ort für den Glauben. „Außerhalb der Kirche spielt der Glaube für die Lebensgestaltung der Menschen kaum eine Rolle. Wir können aber nicht verhehlen, dass das Vertrauen innerhalb der katholischen Kirche im freien Fall ist.“

Der Abschied von der Volkskirche sei schlechterdings nicht zu bremsen – höchstens abzufedern. „Die Reformen halten den Megatrend nicht auf, aber ohne Reformen droht die katholische Kirche in Deutschland zu einer Sekte zu werden.“ Allerdings warnte der Vorsitzende der Bischofskonferenz in dieser Hinsicht vor Schnellschüssen: „Wir brauchen noch eine viel intensivere Auseinandersetzung, bevor wir Schlussfolgerungen ziehen“.

Deutscher Reformweg geht „in dieselbe Richtung“

Was den Reformprozess der katholischen Kirche in Deutschland betreffe, lägen alle Themen des sogenannten „Synodalen Wegs“ auch bei der römischen Weltsynode auf dem Tisch. Bätzing vermochte da keinen Gegensatz zu erkennen.

„Als Deutsche Bischofskonferenz nehmen wir das Schreiben aus Rom sehr ernst. Wir haben lange darüber diskutiert, was der Brief aus Rom bedeutet. Wir werden bald wieder die Gespräche mit Rom aufnehmen; außerdem werden wir mit dem Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) darüber sprechen, was das jetzt für den Synodalen Ausschuss bedeutet. Die römische Weltsynode und der Synodale Weg gehen in dieselbe Richtung; wir lassen uns nicht auseinanderdividieren.“ Er wolle „alles dafür tun, um den Sorgen aus Rom zu begegnen“. Synodalität wolle das Bischofsamt keineswegs schwächen, sondern vielmehr stärken.

„Ich habe immer gesagt: Wir werden einen Synodalen Rat konzipieren, der dem Kirchenrecht entspricht. Das muss Rom approbieren. Rom hat uns nicht gesagt, dass es kein solches Gremium geben kann, wenn es dem Kirchenrecht entspricht. Insofern bleibe ich jetzt in dieser Spannung.“ Es gebe schon einen Termin für das nächste Gespräch in Rom, den er allerdings aus Gründen der Vertraulichkeit nicht nennen wolle.

Nahost-Konflikt: Keine Einnahme der Stadt Rafah

Die deutschen Bischöfe appellieren an die israelische Regierung, aus humanitären Gründen von ihrer geplanten Offensive auf Rafah im Gazastreifen abzusehen. Die Traumata der Opfer auf beiden Seiten im Nahost-Konflikt dürften nicht gegeneinander aufgerechnet werden.

Von Israel fordern sie den Verzicht auf die geplante Einnahme der Stadt Rafah im Gazastreifen. Dort seien 1,3 Millionen Menschen zusammengepfercht. „Unter den derzeitigen Bedingungen“ solle Israel von einem Einmarsch absehen, sagte Bätzing. Er fügte hinzu: „Man kann heute nicht mehr übersehen, welchen menschlichen Tribut die Militärmaßnahmen gegen Gaza fordern: Neben israelischen Soldaten und Hamas-Kämpfern sind seit Beginn der Kampfhandlungen im Gazastreifen etwa 30.000 Palästinenserinnen und Palästinenser, darunter unzählige Zivilisten, Frauen und Kinder, ums Leben gekommen.“ Die Bevölkerung habe kaum das Nötigste zum Überleben. „Vor diesem Hintergrund bekräftigen wir unsere Position, dass Israel alles für einen wirksamen Schutz der Zivilbevölkerung im Gazastreifen tun und dafür Sorge tragen muss, die humanitäre Situation durchgreifend zu verbessern“, so Bätzing. „Die Bevölkerung Gazas muss vollen Zugang zu Hilfsgütern und medizinischer Versorgung erhalten.“

Zur Zukunft im Nahen Osten sagte der Bischof von Limburg: „Viele denken neu über die Zwei-Staaten-Lösung nach, für die die Päpste immer geworben haben. Auch die deutschen Bischöfe unterstützen einen neuen Anlauf zu einem international moderierten Dialog der Konfliktparteien, um endlich zu einer Lösung zu gelangen, die Freiheit und Sicherheit für Israel und Palästina und dauerhafte Stabilität für die Region des Nahen Ostens gewährleistet.“ Der Weg dorthin führe über Dialog.

Weitere Unterstützung der Ukraine

Mit Blick auf den Krieg in der Ukraine rufen die deutschen Bischöfe zur weiteren Unterstützung des Landes zur Abwehr des russischen Angriffskrieges auf. Dieser Appell sei auch im Interesse eines freien und demokratischen Europas und Deutschlands, sagte Bischof Georg Bätzig in Augsburg. Er fuhr fort: „Neben der militärischen ist dabei auch wirtschaftliche und humanitäre Hilfe erforderlich. Dringend sollte eine Einigung im Streit zwischen der Ukraine und einigen EU-Staaten über die Getreide-Exporte gefunden werden.“ Auch die Kirche dürfe in ihrer humanitären Arbeit nicht nachlassen, betonte der Bischof. „Unsere Hilfswerke Renovabis und Caritas international leisten Großartiges bei der Versorgung von Opfern des Krieges, der frühzeitigen Behandlung von Traumata und der Versorgung der Binnenflüchtlinge im Westen der Ukraine. Spenden sind weiterhin wichtig, damit diese Arbeit uneingeschränkt fortgeführt werden kann.“

(vn 22)

 

 

 

Italienischer Bischof stellt vor Wahl: Kirchengemeinde oder Politik

 

In Italien hat ein Bischof die strikte Trennung von kirchlichem Amt und politischem Engagement gefordert. Zwei Briefe des Bischofs von Reggio Emilia-Guastalla, Mons. Giacomo Morandi, haben in den letzten Tagen für Aufsehen gesorgt. In ihnen machte er klar, dass Kirchen und Pfarreien nicht zu Orten des Wahlkampfes werden dürften.

Weiter schrieb er: „Diejenigen, die beabsichtigen, bei den kommenden Wahlen auf irgendeiner Liste zu kandidieren, müssen von verantwortlichen Ämtern in der Diözese oder in den Pfarreien zurücktreten." Die Äußerung bezog sich auf die anstehenden Europa- und Kommunalwahlen im Juni, wie die italienische Tageszeitung "La Stampa" am Mittwoch berichtete.  

Voller Einsatz fordert Entscheidung

Betroffen sind in den Gemeinden engagierte Laien, die für die bevorstehenden Wahlen kandidieren wollen. Nach Kritik in den Pfarreien gab Morandi eine weitere Erklärung ab. Er bedauere, dass sein Brief für unangemessene und polemische Zwecke instrumentalisiert worden sei, teilte sein Bistum mit. Dennoch, sowohl politisches Engagement als auch der kirchliche Dienst erforderten den vollen Einsatz von Zeit und Mitteln und seien daher klar zu unterscheiden. (kna 21)

 

 

 

Gebetsheft „Insegnaci a pregare” für das Gebetsjahr 2024 online verfügbar

 

Ein Jahr lang gemeinsames Gebet in den Familien, tägliche Bibellektüre und mehr Messbesuche: Weltweit bereiten sich Gläubige auf das Heilige Jahr 2025 vor. Das Dikasterium für die Evangelisierung hat nun ein Gebetsheft veröffentlicht, damit Gläubige den Wert des Gebets besser verstehen und wiederentdecken können.

Papst Franziskus hat für 2024 das Jahr des Gebets ausgerufen: „Schon jetzt freue ich mich, dass das Jahr 2024, das dem Jubiläumsereignis vorausgeht, einer großen ‚Symphonie‘ des Gebets gewidmet werden kann. In erster Linie geht es darum, den Wunsch wiederzuerlangen, in der Gegenwart des Herrn zu sein, ihm zuzuhören und ihn anzubeten“, so Franziskus in einem Brief an Erzbischof Rino Fisichella, Pro-Präfekt des Dikasteriums für die Evangelisierung und „Hauptverantwortlicher“ für die Logistik des Heiligen Jahres 2025.

Anlässlich des Gebetsjahres hat das Dikasterium für die Evangelisierung eine Reihe von Hilfsmitteln erstellt, die christliche Gemeinschaften und einzelne Gläubige auf dem Weg der Vorbereitung für das Jubiläumsjahr 2025 begleiten sollen. Zur Vorbereitung des Jubiläums sind die Diözesen daher aufgefordert, die zentrale Bedeutung des individuellen und gemeinschaftlichen Gebets zu fördern.

Gebetsheft ist von Papst Franziskus' Lehramt inspiriert

Das Gebetsheft „Lehre uns beten“, dessen Titel dem elften Kapitel des Lukasevangeliums (Lk 11,1) entnommen ist, steht nun online zur Verfügung und kann kostenlos heruntergeladen werden. Das vom Lehramt von Papst Franziskus inspirierte Heft soll eine Einladung sein, das Gebet als persönlichen Dialog mit Gott zu intensivieren, um über den eigenen Glauben und das eigene Engagement in der heutigen Welt zu reflektieren. Es soll Überlegungen, Hinweise und Ratschläge geben, wie man den Dialog mit Gott in der Beziehung zu den anderen besser leben kann. Die verschiedenen Abschnitte im Heft sind dem Gebet in der Pfarrgemeinde und in der Familie gewidmet, sowie den Jugendlichen und Klausurgemeinschaften, der Katechese und den Exerzitien. (vn 21)

 

 

 

„Kampf gegen Missbrauch braucht langen Atem“

 

Der Einsatz der Kirche gegen Missbrauch „braucht es einen langen Atem“. Das sagte der deutsche Jesuitenpater Hans Zollner jetzt in einem Interview mit dem Internetportal katholisch.de.

Nach dem vatikanischen Kinderschutzgipfel vor genau fünf Jahren habe es wichtige rechtliche Fortschritte gegeben, so der Leiter des Anthropologie-Instituts an der Universität Gregoriana in Rom. Allerdings ändere sich mit der Einführung neuer Gesetze „nicht unbedingt sofort und überall konsistent die Praxis“.

Zollner wörtlich: „In der Kirche gibt es vor allem auch ein Problem mit dem Nachhalten, also mit dem Überprüfen, ob dieses Gesetz angewandt wird und, bei Nichtanwendung, das Aussprechen von Sanktionen. Außerdem braucht es eine neue Haltung zu dem Thema, und da sind wir in vielen Teilen der Welt noch nicht so weit, dass das überall verstanden wird und analog angewandt wird“.

 „Allmähliche Mentalitätsveränderung“

Immerhin sehe er Anzeichen „für eine allmähliche Mentalitätsveränderung“ in der Kirche, so der Jesuit. „Immer mehr Verantwortliche begreifen weltweit die Relevanz des Themas.“ Allerdings reiche es nicht, das Thema Missbrauch „in eine Stabsstelle abzuschieben“, erklärte Zollner. „Es muss ein Thema sein, über das man betet, diskutiert und mit den Betroffenen gemeinsam Wege des Kirche-Seins sucht. Für eine sicherere Gesellschaft und Kirche sind alle Getauften in unterschiedlichen Graden mitverantwortlich.“

Es mache ihn „sprachlos, wenn Bischöfe trotz besseren Wissens sagen, dass es Missbrauch in ihren Diözesen nicht gegeben habe“. Doch die Zahl dieser Leugner gehe zurück. „Was mich sehr beunruhigt, sind die nach wie vor gängigen Ausbildungsprozesse für Priesterkandidaten und Ordensleute weltweit, in denen nicht das umgesetzt wird, was von Rom vorgeschrieben ist. Auch hier haben wir das Problem, dass es nicht wirklich überprüft und sanktioniert wird.“

(katholisch.de 21)

 

 

 

Bischöfe legen neues Friedenswort vor - „Friede diesem Haus"

 

Wenige Tage nach der Münchner Sicherheitskonferenz hat die katholische Kirche am Mittwoch in Augsburg ein neues Friedenswort vorgelegt. Müsste man das 175-Seiten-Papier der Bischöfe auf einen knappen Nenner bringen, lautete dieser in etwa so: Frieden lässt sich nicht ganz ohne Waffen schaffen, aber auch Selbstverteidigung hat Grenzen.

Im Friedenswort, das auf der Internetseite der deutschen Bischofskonferenz bestellt oder heruntergeladen werden kann, findet sich dafür der Begriff „christlicher Realismus". Dazu gehörte offenbar auch, General Carsten Breuer, den ranghöchsten deutschen Militär, zur Frühjahrsvollversammlung der DBK nach Augsburg einzuladen - zum Gespräch hinter verschlossenen Türen.

Der Text gliedert sich in vier Abschnitte: Nach der Klärung ethischer Grundlagen folgt eine Analyse global bedeutsamer Konflikte und Gewaltpotenziale. Dazu zählen die Bischöfe auch ungerechte Strukturen der Weltwirtschaft und die Schwäche internationaler Organisationen wie der UN; ebenso einen populistischen Politikstil, der Demokratien von innen aushöhlt, und, eng damit verbunden, ausgrenzendes Identitäts-Gerede. Dann werden politische Herausforderungen benannt und die Verantwortung der Religionen für die Überwindung der Gewalt beschrieben. Der Pazifismus, der sich auf die Bergpredigt Jesu beruft, wird als einer von zwei wichtigen Traditionssträngen der christlichen Friedensethik gewürdigt. Dieser werde nicht nur zu Unrecht als Feigheit diffamiert, er sei auch älter als die Option für einen begrenzten, defensiv ausgerichteten Gewalteinsatz. Beide Positionen müssten immer wieder zusammengebracht werden. Dazu sollte keine Seite der anderen „Verrat am Evangelium" vorwerfen, mahnen die Bischöfe. Ein Hinweis, dass die aktuellen Debatten um Waffenlieferungen, Aufrüstung und militärische Auslandseinsätze in Kirchenkreisen bisweilen zu verhärteten Fronten führen.

„Gemeinsam mit den Bündnispartnern Lösungen finden, wie die vermutlich auf absehbare Zeit erforderliche Abschreckung ohne Nuklearwaffen gewährleistet werden kann“

Für die praktische Politik heißt das: Die Bischöfe halten mit Blick auf neue Bedrohungen eine angemessene Ausstattung der Bundeswehr für geboten. Auf absehbare Zeit werde es notwendig sein, auf Abschreckung zu setzen. Auf lange Sicht aber fordern sie „die Bundesregierung auf, im Rahmen der NATO einen Prozess anzustoßen und gemeinsam mit den Bündnispartnern Lösungen zu finden, wie die vermutlich auf absehbare Zeit erforderliche Abschreckung ohne Nuklearwaffen gewährleistet werden kann."

Ethisches Dilemma

Und dann kommen sie auf ein ethisches Dilemma zu sprechen: „Auch wenn wir Rüstungsanstrengungen gegenwärtig als unverzichtbares Element einer verantwortlichen Politik ansehen, grenzt es in globaler Perspektive an Irrsinn, angesichts der gewaltigen Probleme, die sich vor der Menschheit auftürmen, Unmengen von finanziellen und intellektuellen Ressourcen zu verschleudern, um uns gegenseitig davor abzuschrecken, einander zu vernichten, anstatt alle Kräfte darauf zu konzentrieren, gemeinsam die Herausforderungen der Zukunft zu meistern."

„Wir müssen den Schreckensvisionen einer sich selbst zerfleischenden Menschheit kraftvolle Bilder gelingenden Miteinanders von Menschen und Völkern entgegensetzen“

Vor allem der Klimawandel erfordere mehr Kooperation als je zuvor, schreiben die Bischöfe. „Wir müssen den Schreckensvisionen einer sich selbst zerfleischenden Menschheit kraftvolle Bilder gelingenden Miteinanders von Menschen und Völkern entgegensetzen." Wie das geht, dazu konnten die Kirchen zumindest bis vor kurzem auch auf Fortschritte im ökumenischen Dialog verweisen. Doch auch dieser hat durch die Kriegspredigten des Moskauer Patriarchen Kyrill I. einen herben Rückschlag erlitten.

Keine einfachen Antworten

Wie nun die anderen Christen mit der Russisch-Orthodoxen Kirche umgehen sollen, darauf wissen die deutschen Bischöfe „keine klare Antwort". Nur so viel: „Es ist möglich, Beziehungen ruhen zu lassen, ohne einen harten Bruch zu vollziehen." Im Austausch sei während des Kalten Krieges und nach dem Ende der Sowjetunion vieles gewachsen. Diese Netzwerke hielten zusammen, „was irgendwann wieder zu einem Fundament des Friedens werden kann". Die Bischöfe verstehen ihren Text als ein „Wort des Nachdenkens in bedrängter Zeit". Als Diskussionsangebot an die bundesdeutsche Gesellschaft, aber nicht nur, wie ihr Konferenzvorsitzender Georg Bätzing am Montag in Augsburg sagte: „Das ist auch ein Wort an uns. Wenn wir etwa über Gewalt sprechen, auch über psychische und sexualisierte, dann haben wir da leider Erfahrung beizusteuern." (kna 21) 

 

 

 

 

Bischof Bätzing: Neu von Gott reden

 

Der Vorsitzende der deutschen Bischofskonferenz hat am Montagabend im Augsburger Dom seinen Wunsch an die Kirche nach einem „radikalen Umdenken“ und einem neuen Reden über den Glauben ausgedrückt.

Georg Bätzing äußerte sich beim Eröffnungsgottesdienst zur Frühjahrsvollversammlung der deutschen Oberhirten. „Wir tun ja als Kirche immer noch so, als wüssten wir eindeutig, wie Gott ist und was er von uns erwartet. Doch in weiten Teilen haben unsere Bilder von Gott und unser Reden über ihn den Anschluss an das Wissen unserer Zeit verloren“, sagte er in seiner Predigt.

Der Bischof von Limburg ergänzte, so würden nachdenkliche Zeitgenossen nicht selten in einen Spagat zwischen Glauben und Lebensrealität getrieben. Und den, so Bätzing, „hält man nicht gut aus, man löst ihn besser auf, wie es leider zunehmend viele tun“. Zudem sagte der Bischof: „Vermutlich haben wir in den vergangenen Zeiten zu selbstverständlich angenommen, die Menschen wüssten schon, was Kirche ist und was den Glauben ausmacht.“ Das solle man nicht voraussetzen.

Vielmehr sollten alle Gläubigen anderen Menschen demütig in allen „kirchlichen Vollzügen und im persönlichen Leben“ so begegnen, „dass sie zu fragen beginnen“. Bätzing betonte: „Und dabei ist jede und jeder mit seinem Beitrag gefragt; niemand sollte sich zurückhalten, weil er oder sie denkt, auf mich kommt es doch nicht an, ich bin doch im Großen und Ganzen ziemlich unbedeutend.“

Modell der Volkskirche von Minderheiten-Situation abgelöst

Angesichts der schwindenden Kirchenbindung in der Gesellschaft erklärte Bätzing, das Modell der Volkskirche werde von einer Minderheiten-Situation abgelöst. Diese sei besonders in Ostdeutschland schon lange bekannt. „Darum finde ich es geradezu wegweisend, dass der Katholikentag dieses Jahr in Erfurt stattfindet. Denn wir können von den Glaubensgeschwistern dort lernen, wie man Christsein als Minderheit kreativ und einladend gestaltet, ohne in sektenhaft abgeschottete Überheblichkeit abzugleiten oder resignativ den großen Horizont des Auftrags für alle und für die Welt aus den Augen zu verlieren.“

Vor dem Gottesdienst hatten katholische Reforminitiativen eine Mahnwache vor dem Dom abgehalten. Die Gruppen Gemeindeinitiative.org, Maria 2.0 Augsburg und „Wir sind Kirche“ traten damit nach eigenen Angaben für „echte Synodalität und eine zukunftsfähige Kirche“ ein. (kap 20)

 

 

 

„Rechtsextremismus: Das brauchen wir nun wirklich nicht!"

 

Deutschlandweit gehen Menschen für Demokratie und gegen Rechtsextremismus auf die Straße, oft sind auch Katholiken dabei. Was sie bewegt und was sie sich von der derzeit tagenden Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischofskonferenz erhoffen, darüber hat Radio Vatikan mit Katholikinnen und Katholiken aus dem Bistum Münster gesprochen. Stefanie Stahlhofen

 

Vatikanstadt. „Der Rechtsextremismus. Das ist für mich erschütternd, dass das wieder so anfängt. Ich bin 81 Jahre, im Krieg geboren, ich habe all diese ganz schlimmen Sachen mitangesehen und habe miterlebt, ganz, ganz tief, als Kind, wie so vielen Menschen bitteres Unrecht geschah. Und es ist mir ein Leben lang nahe gegangen, dass auch die Christen mitgemacht haben bei all diesen Verbrechen. Also ich stehe immer auf gegen Rechtsextremismus: Das brauchen wir nun wirklich nicht", sagt Schwester Birgit von den Clemensschwestern in Münster. Für sie war daher auch sofort klar, dass sie beim Social Media Projekt des Bistums Münster und der Caritas vor Ort mitmacht.

So ist Schwester Birgit nun in einem Video auf Facebook und Instagram zu sehen, das sich unter dem Motto #Wirstehenauf gegen Hass und Hetze richtet. Eigentlich wollte die Ordensfrau auch mit ihrem Rollator zur großen Demo für Demokratie und gegen Rechtsextremismus vergangenen Freitag in Münster. Die Pflastersteine vor Ort hielten sie dann davon ab, stattdessen nahm sie mit ihren Ordenschwestern an einem zeitgleich organisierten Gebet teil.

Auf die Straße gingen in Münster auch so viele: „Die größte Demonstration, die es jemals in Münster gegeben hat, mit mehr als 30.000 Menschen, die sich alle auf den Weg gemacht haben, um sich gegen rechtsradikale Parteien zu stellen“

„Wir hatten in Münster am Freitag die größte Demonstration, die es jemals in Münster gegeben hat, mit mehr als 30.000 Menschen, die sich alle auf den Weg gemacht haben, um sich gegen rechtsradikale Parteien zu stellen. Die AfD bei uns in Deutschland eine Partei mit entsprechenden Tendenzen, hat ihren Neujahrsempfang im Münsteraner Rathaus gefeiert. Und das Münsteraner Rathaus ist was ganz Besonderes, weil nämlich dort der Westfälische Friede begründet wurde und als Symbol für den Frieden gilt. Und entsprechend sind die Menschen zur Demonstration gegangen, um sich eben für demokratische Werte einzusetzen und gegen diese Partei", berichtet der Leiter der Caritas Münster, Dominique Hopfenzitz, im Telefoninterview mit Radio Vatikan.

„Setzt euch gegen Rassismus ein“

Auch viele junge Katholiken sind aktiv. Lena-Sophie Hagemeyer ist ehrenamtlich in der Diözesanleitung der DPSG in Münster tätig und dort Referentin für die Jungpfadfinderstufe: „Ich habe auch von vielen kirchlichen Organisationen mitbekommen, dass Aufrufe gemacht wurden, dass auf Demonstrationen gesprochen wurde. Wir von der DPSG beispielsweise haben das auch gemacht. Wir haben uns auch an den Demonstrationen beteiligt. Wir haben dieses Jahr auch eine Jahresaktion zum Thema Rassismus, nämlich ,100 Prozent Mensch`. Setzt euch gegen Rassismus ein, so dass auch in den Stämmen und in den Gruppen vor Ort aktiv gegen Rassismus gearbeitet wird und dort auch inhaltlich gearbeitet wird", berichtet sie. Es gebe viele Dinge, die jeder im Alltag tun könne, jenseits des Demonstrierens empfielt sie auch ins Gespräch zu gehen und Andersdenkende direkt anzusprechen, auch wenn das manchmal Kraft koste. Dass Demonstrieren alleine nicht reicht, meint auch der emeritierte Münsteraner Weihbischof Dieter Geerlings:

„Wir können nicht einfach nur auf die Straße gehen und die Fahne hochhalten, aber im eigenen Laden passiert da nichts“

„Ich von meiner Seite - und das werden viele Bischöfe auch tun -  kann in Predigten, kann in Gesprächskreisen usw. für unsere Demokratie werben. Denn Demokratie muss immer wieder neu erworben werden. Sie vererbt sich nicht. Und das ist unsere Aufgabe als katholische Kirche, dafür einzustehen. Das heißt natürlich auch, dass wir auf unsere Kirche blicken müssen und auch dort müssen wir natürlich bestimmte demokratische Akzente setzen im Zusammenleben der Kirchenmitglieder - mehr als heute. Denn das ist etwas, das die Leute dann überzeugt. Wir können nicht einfach nur auf die Straße gehen und die Fahne hochhalten, aber im eigenen Laden passiert da nichts", betont Geerlings.

„Zur Frage der Zukunft der Demokratie Stellung nehmen und sich deutlich positionieren“

Er appelliert daher auch an die deutschen Bischöfe, die sich aktuell zu ihrer Frühjahrsvollversammlung in Augsburg treffen:

Erwartungen an die Bischofsvollversammlung

„Ich erwarte von den Bischöfen der Vollversammlung, dass sie zur Frage der Zukunft der Demokratie Stellung nehmen und dass sie sich ziemlich positionieren  - für Demokratie, gegen den Rechtsextremismus in unserem Land und auch in Europa, der überall zu spüren ist und - es ist ja eine Studieneinheit vorgesehen -  dass sie sich intensiv damit beschäftigen und eben auch als Bischöfe Stellung nehmen. Das berührt natürlich auch die Stellungnahme innerhalb der Kirche. Und ich könnte mir vorstellen, dass Bischöfe auch solch einen Spruch sagen können: Was hier sich gebiert als Alternative, ist eigentlich nur der braune Mief`", findet Geehrlings auch deutliche Worte mit Blick auf die AfD.

„Auch noch mal eine Verurteilung der Missbrauchsfälle und eine schonungslose Aufarbeitung weiter verfolgen“

Pfadfinderin Lena-Sophie wünscht sich, dass die katholischen Bischöfe in Deutschland „einfach eigene Diskriminierungsstrukturen aufarbeiten und aufbrechen und da dann auch noch mal eine Verurteilung der Missbrauchsfälle und eine schonungslose Aufarbeitung weiter verfolgen, damit wir auch als katholische Kirche ernst genommen werden können - wenn wir sagen, wir sind weltoffen, wir sind tolerant und wir stehen für unsere Nächsten ein. Ich finde, das wäre noch mal enorm wichtig. Ich erwarte natürlich ein Einstehen für das christliche Menschenbild, für die Würde des Menschen, eine klare Positionierung gegen extreme Positionen, gerade gegen rechtsextreme Positionen, und würde mir wünschen, dass die Bischöfe eben auch in ihrem alltäglichen Handeln das zeigen: Ein Einstehen für das Gebot der Nächstenliebe, ein Aufstehen für Werte, für die Menschenwürde."

„Die Bischöfe sollten auf ihre Gläubigen schauen, wo die stehen und denen entgegenkommen“

Bei der Vollversammlung geht es auch, aber nicht nur um die Demokratie, natürlich spielen auch weitere Fragen eine Rolle. Schwester Birgit von den Clemensschwestern wünscht sich mit Blick auf Segnungen für "irreguläre" Paare in der katholischen Kirche, die Papst Franziskus und das Glaubensdikasterium unter bestimmten Voraussetzungen ermöglicht haben, dass die Bischöfe „diese Freiheiten wahrnehmen in ihren Bistümern, die der Papst uns durchaus gibt. Wir können uns ja nicht mit den Christen in Afrika vergleichen. Natürlich können die die homosexuellen Paare nicht segnen. Die Kultur ist anders. Aber bei uns war es dran und da sollten sich die Bistümer viel mehr Freiheiten nehmen und die Bischöfe sollten auf ihre Gläubigen schauen, wo die stehen und denen entgegenkommen", meint die Ordensfrau. 

*Redaktioneller Hinweis: Die Interviews wurden vor Bekanntwerden des Vatikan-Briefs an die deutschen Bischöfe zum Synodalen Ausschuss geführt

(vn/bistum münster/pm 20)

 

 

 

Kardinal Marx: „Die Freiheit schützen“

 

Einen deutlichen Appell an Gesellschaft und Kirche, die Freiheit zu schützen, hat am Dienstagmorgen Kardinal Reinhard Marx in Augsburg abgesetzt.

„Wir sind an einem Punkt angekommen, wo wir uns dringend Gedanken machen müssen, wie wir Kirche in einer freien Gesellschaft sein wollen“, predigte Kardinal Marx im Gottesdienst zur Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz:

„Es mag sein, dass die Freiheit bedroht ist – aber dann haben wir als Kirche an der Seite der Freiheit zu stehen. Nicht auf der Seite von autoritären Regimen, nicht von denen, die von der Vergangenheit träumen, AfD-Träume träumen oder Putin-Träume träumen oder Kyrill-Träume träumen“, so der Erzbischof von München und Freising mit Blick unter anderem auf den orthodoxen Moskauer Patriarchen, der den russischen Angriffskrieg gegen die Ukraine unterstützt. Marx äußerte sich in einem Gottesdienst im Rahmen der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischöfe, die bis Donnerstag läuft.

Der Kardinal ergänzte, Demokratie und Religion bräuchten sich gegenseitig: „Etwa der Grundgedanke, dass alle Menschen gleich an Würde sind: Das ist ja keine empirische Botschaft, das kann ich ja nicht beweisen. Ob der Demente und der Professor, die nebeneinandersitzen, gleich an Würde sind. Das muss ich glauben, das ist ein Glaubenssatz. Deswegen: Die Demokratie braucht Religion.“

Demokratie und Religion brauchen sich gegenseitig

Andersherum brauche auch die Religion Demokratie, so Marx: „Das ist es, was Papst Franziskus synodale Kirche nennt: Nicht wie die staatliche Organisation, aber Mitbestimmung, Mitgestaltung, Verantwortung, Einbeziehung aller Charismen mit allen Möglichkeiten. Ohne das wird uns die Zukunft nicht geschenkt.“

Die Kirche solle in der Kultur anschlussfähig bleiben, ohne angepasst zu sein, sie solle die Freiheitskultur nicht als eine negative Kultur sehen, sondern als eine, die im Grunde vom Evangelium her ermöglicht werde: „Wie viel könnten wir dann einbringen?“, fragte Marx.

Für Gläubige gelte die Ermutigung, selber zu glauben und mitzugestalten, ergänzte der Kardinal. Alle sollten sich ihres spirituellen und religiösen Verstandes und Herzens bedienen und sich einbringen ins große Ganze.

Marx äußerte sich auch zum Thema Ökumene. Die Kirchenspaltungen in Ost und West und durch die Reformation seien nicht von Gott gewollt, sondern „von uns gemacht“, so Marx. Er betonte: „Uns fehlen die Brüder und Schwestern aus den anderen Kirchen. Wir sind nicht vollständig, solange wir nicht wieder zusammen sind.“ (pm/kap 20)

 

 

 

Staatliche Vereidigung des neuen Erzbischofs von Bamberg

 

Am heutigen Montagvormittag wird Herwig Gössl in München als ernannter Bamberger Erzbischof staatlich vereidigt.

Mit einer Hand auf der Bibel wird Herwig Gössl (56) „Deutschland und dem Lande Bayern“ die Treue schwören. Die Formel ist durch einen hundert Jahre alten Vertrag zwischen dem Heiligen Stuhl und dem Freistaat Bayern vorgegeben. Damit verpflichtet sich der katholische Geistliche zusammen mit seinen Diözesanpriestern, die verfassungsmäßig gebildete Regierung zu achten.

Die Vereidigung, bei der auch Bayerns Ministerpräsident Markus Söder (CSU) anwesend sein wird, findet im Prinz-Carl-Palais in München statt. Sowohl Gössl als auch Söder werden jeweils eine kurze Ansprache halten.

Einführung im Bamberger Dom am 2. März

Am 2. März wird Herwig Gössl im Rahmen eines feierlichen Gottesdienstes als neuer Erzbischof im Bamberger Dom eingeführt. Papst Franziskus hat Weihbischof Gössl am 9. Dezember 2023 zum neuen Erzbischof von Bamberg ernannt. Gössl wird damit Nachfolger von Ludwig Schick, dessen Amtsverzicht der Papst am 1. November 2022 angenommen hatte. Seitdem leitet Gössl das Erzbistum als Diözesanadministrator. (domradio / vn 19)

 

 

 

Bätzing: „Wir wollen Bischofsamt stärken, nicht schwächen“

 

Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, der Limburger Bischof Georg Bätzing, ist an diesem Montag in Augsburg auf den Brief aus dem Vatikan eingegangen, der die deutschen Bischöfe auf Bedenken gegenüber dem Reformkurs der Kirche in Deutschland hinweist. Es gehe der Bischofskonferenz darum, das Amt des Bischofs zu stärken und nicht zu schwächen, hob Bätzing bei der Auftakts-Pressekonferenz zur Vollversammlung der Bischöfe hervor. Mario Galgano - Vatikanstadt

 

Vom 19. bis 22. Februar 2024 findet in Augsburg die Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz statt. An ihr nehmen 59 Mitglieder der Deutschen Bischofskonferenz (aktualisiert am 19. Februar 2024) unter Leitung des Vorsitzenden, Bischof Georg Bätzing, teil. Tagungsort wird das Haus Sankt Ulrich in Augsburg sein, da das bayerische Bistum in diesem Jahr seinen Patron – den heiligen Ulrich – feiert.

Bischof Bätzing hat auch auf die Mahnung seines „Amtsbruders“, des Wiener Erzbischofs Kardinal Christoph Schönborn, reagiert, der die Bischöfe Deutschlands darauf hingewiesen hatte, sich nicht „von Rom zu trennen“. Das Bischofsamt sei nicht das Zentrale in der Kirche, erläuterte Bätzing und führte aus:

„Wir wollen in keiner Weise die Autorität des Bischofs, der Bischöfe begrenzen. Wir wollen sie auf einen neuen Boden stellen, denn diese Autorität ist angezählt durch den Missbrauch, den Skandal, den wir erlebt haben. Und das betrifft ja nicht nur die Autorität der Bischöfe, das betrifft auch die Autorität des Papstes. Und deswegen brauchen wir eine neue, verbindliche, transparente Beratung, die dann auch wirklich in die Entscheidungen einfließt. Das ist der Weg, den wir suchen.“

Danach ging Bischof Bätzing auf den Brief aus Rom ein, der am Samstag der DBK übersandt wurde. Es seien Gespräche geplant:

„Und da muss ich einfach noch mal wiederholen: Ich hätte mir gewünscht, dass wir längst in diese Gespräche eingestiegen sind, denn der Brief macht ja inhaltlich noch mal deutlich, dass auf römischer Seite wirkliche Sorgen da sind. Und wir haben den Eindruck, wir können diese Sorgen aber zu einem großen Teil entkräften.“

Die Kirche sei eine Glaubensgemeinschaft, erinnerte auch die Generalsekretärin der DBK, Beate Gilles, bei der Pressekonferenz an diesem Montag. Auch wenn das Thema der Aufarbeitung der Missbrauchsfälle abermals behandelt werde, könne man die Kirche nicht nur auf dieses Problem reduzieren, fügte sie an. Bischof Bätzing erläuterte, dass die Probleme und Herausforderungen, aber auch die Streitigkeiten unter den Bischöfen ein leidiger Punkt seien:

„Gläubige leiden daran, dass wir auch innerkirchlich so differenziert, divers sind, dass es auch Streit gibt. Aber wenn Sie in die Kirchengeschichte hineinschauen: Streit, der um wichtige Angelegenheiten geht, ist sowohl für die demokratische Kultur, für die parlamentarische Kultur als auch für die kirchliche Kultur wichtig. Was sollen wir denn tun? Die Meinungen nicht mehr austauschen, die Wege nicht mehr suchen? Wenn allen klar wäre, wie wir auf diese Studie reagieren, dann hätte der Heilige Geist sein Werk wirklich wunderbar erreicht. Meistens schickt er uns auf die Suche.“

Auf die Mahnung Schönborns zurückkommend, fügte Bätzing an:

„Aber es darf doch niemand so tun, als stehe das Bischofsamt unhinterfragt in der Mitte der katholischen Kirche. Das ist ja nicht so. Das Bischofsamt hat Schaden genommen. Es hat gelitten unter den Fehlern, die Bischöfe gemacht haben. Und deswegen muss es neu verwurzelt werden.“

Gegen kirchliche Ehrenämter für AfD-Mitglieder

Vor der Vollversammlung der Bischofskonferenz hat der Vorsitzende Georg Bätzing sich ablehnend gegenüber der AfD positioniert. Und klargemacht, warum Mitglieder der Partei keine kirchlichen Ehrenämter übernehmen sollten. Bätzing ergänzte, er hoffe, die Bischöfe würden zum Ende ihrer Konferenz ein einmütiges Signal gegen Extremismus setzen. Bätzing würdigte die Demonstrationen gegen Rechtsextremismus in Deutschland. Völkisches Denken, Antisemitismus und Islamfeindlichkeit dürften keinen Platz in der Gesellschaft haben.

Selbstverteidigung Israels muss Grenzen haben

Die Selbstverteidigung Israels muss nach den Worten des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz Grenzen haben. Bischof Georg Bätzing sagte am Montag vor Journalisten in Augsburg, die katholischen deutschen Bischöfe litten mit den Menschen im Gazastreifen. Zugleich betonte Bätzing, es dürfe in Deutschland keinen Platz für Antisemitismus und Islamfeindlichkeit geben.

(dbk/youtube/kna 19)

 

 

 

Kirchen eröffnen ihre Aktionen zur Fastenzeit

 

Die beiden großen Kirchen in Deutschland haben am Sonntag ihre diesjährigen bundesweiten Fastenaktionen gestartet. Mit einem Aufruf zu mehr Einsatz gegen ungerechte Machtstrukturen weltweit begann in Ludwigshafen die Aktion des katholischen Hilfswerks Misereor.

Die Spendenaktion in den Wochen vor Ostern thematisiert am Beispiel Kolumbiens den Wert einer nachhaltigen Landwirtschaft; das Motto lautet „Interessiert mich die Bohne". Das ARD-Fernsehen übertrug den Festgottesdienst aus der Pfarrkirche Sankt Ludwig live. Für die evangelische Kirche eröffnete der hannoversche Landesbischof Ralf Meister die Aktion „7 Wochen Ohne" in der Osnabrücker Katharinenkirche. Das Motto „Komm rüber! Sieben Wochen ohne Alleingänge" ruft dazu auf, Gemeinschaft zu leben. In den sieben Wochen der Fastenzeit wollten Menschen ihre Zeit anders gestalten, sagte Meister: „Entweder mit Verzicht oder dem Versuch, bewusst sich selbst oder anderen etwas zu gönnen und zu geben."

Das Motto „Komm rüber!" sei in diesen Zeiten auch eine politische Aufforderung, so der Bischof. Hunderttausende Menschen fühlten sich derzeit auf die Straße gerufen. Und der Ruf sei dringend, sagte Meister: „Unsere Demokratie, unsere Freiheit, unsere Mitmenschen brauchen dich."

Der Speyerer katholische Bischof Karl-Heinz Wiesemann sagte in seiner Predigt, das Hilfswerk Misereor wolle die Menschen in Deutschland aufrütteln. Es gebe eine erschreckende Gleichgültigkeit vieler Menschen, „die sich keinen Deut darum scheren, wie es den Bauern in Kolumbien und den Menschen in allen Ländern des globalen Südens geht". Diese litten unter den globalen politischen und wirtschaftlichen Mechanismen und müssten Kaffee, Bananen oder Orangen unter teils unmenschlichen Bedingungen anbauen.Wiesemann mahnte die Menschen in Deutschland und Europa: „Wacht auf! Steht auf gegen Ungerechtigkeit und Ausbeutung! Seid überall aufmerksam, wo Menschenwürde nicht für alle gleich gelten soll, wo Recht und Freiheit bedroht sind!" Protestieren müsse man auch dort, „wo Macht nicht durch das Volk kontrolliert wird, Demokratie unterlaufen und Vielfalt und Solidarität verächtlich gemacht werden".

Misereor setzt sich in Kolumbien insbesondere für die Rechte von bäuerlichen Familienbetrieben ein und wirbt dafür, verstärkt Kaffee aus fairem Handel zu kaufen. Misereor-Hauptgeschäftsführer Pirmin Spiegel sagte, von den Partnern vor Ort könne „man sich motivieren lassen, ressourcenschonend mit der Natur umzugehen". Misereor helfe ihnen, „nachhaltige Landwirtschaft zu betreiben und vielfältigen Widerständen zu trotzen". Am fünften Fastensonntag (17. März) wird in allen katholischen Gemeinden Deutschlands für Misereor gesammelt. (kna 18)

 

 

 

Deutsche Bischöfe bekommen erneut Brief aus dem Vatikan

 

Kurz vor Beginn der Frühjahrsvollversammlung der deutschen Bischofskonferenz (DBK) in Augsburg hat der Vatikan seine Bedenken gegenüber den Reformbewegungen der katholischen Kirche in der Bundesrepublik bekräftigt. Die katholische Nachrichtenagentur KNA zitierte am Sonntag aus einem entsprechenden Vatikan-Schreiben an die deutschen Bischöfe. Die Agentur berichtete auch, dass ein Abstimmungspunkt der Vollversammlung nun gestrichen worden sei.

Vertreter der Römischen Kurie hatten demnach in dem Brief an die deutschen Bischöfe gefordert, eine für kommende Woche geplante Abstimmung zu dem Thema „Synodaler Ausschuss“ zu streichen. In dem Schreiben vom 16. Februar, das der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) laut eigener Aussage vorliegt, verweisen die zuständigen Kurienkardinäle demnach auf geplante Gespräche zwischen Vertretern des Vatikans und der deutschen Bischöfe. Der Zeitpunkt der nächsten Gesprächsrunde ist bislang nicht bekannt. „Sollte das Statut des Synodalen Ausschusses vor diesem Treffen verabschiedet werden, stellt sich die Frage nach dem Sinn dieses Treffens und ganz allgemein des laufenden Dialogprozesses", zitiert KNA aus dem Vatikan-Schreiben. Unterzeichnet wurde es laut der Agentur von Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin, dem Präfekten des Glaubensdikasteriums, Manuel Fernandez, sowie dem Leiter der Bischofsbehörde, Robert Prevost. Das Schreiben sei dem Papst „zur Kenntnis gebracht und von ihm approbiert worden", heißt es.

Die Frühjahrs-Vollversammlung der Deutschen Bischofskonferenz tagt vom 19. bis 22. Februar 2024 in Augsburg. Für die kommende Woche war auch eine Abstimmung über die Satzung des Synodalen Ausschusses geplant. Nun wurde dieser Punkt von der Tagesordnung der Bischofsvollversammlung in Augsburg gestrichen. Das bestätigte der Pressesprecher der Bischofskonferenz, Matthias Kopp, am Samstagabend auf Anfrage der KNA. Der Vatikan hatte in den vergangenen Jahren schon mehrfach erklärt, die Kirche in Deutschland sei nicht befugt, ein gemeinsames Leitungsorgan von Laien und Klerikern einzurichten. Dies aber sieht der Reformprozess „Synodaler Weg" vor, den die Bischofskonferenz und das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK) 2019 gemeinsam gestartet hatten. Auch Papst Franziskus hatte Sorge angesichts des Reformprozesses geäußert. (kna 18)

 

 

 

Papst: In Fastenzeit Stille, Gebet, Ruhe und Anbetung Raum geben

 

Am 1. Sonntag der Fastenzeit hat Papst Franziskus zu Ruhe, Gebet und Besinnung aufgerufen. „Um die von Gott inspirierten Gedanken und Gefühle zu erfassen, muss man schweigen und ins Gebet gehen. Und die Fastenzeit ist die richtige Zeit, um dies zu tun", sagte das katholische Kirchenoberhaupt am 18.2.2024 bei seinem Mittagsgebet auf dem Petersplatz. Stefanie Stahlhofen - Vatikanstadt

Der Petersplatz war bei fast schon sommerlichen Temperaturen diesen Sonntag gut gefüllt. Laut Vatikan nahmen rund 15.000 Gläubige am Mittagsgebet mit Papst Franziskus teil. Mit Blick auf das Sonntagsevangelium, (Mk 1, 12–15), das von Jesus in der Wüste berichtet, erklärte Papst Franziskus:

„In der Fastenzeit sind auch wir eingeladen, ,in die Wüste zu gehen`, d.h. in die Stille, in die innere Welt, in das Hören auf das Herz, in Kontakt mit der Wahrheit." Die Bibelstelle aus dem Markusevangelium berichtet, dass wilde Tiere und Engel die Begleiter Jesu in der Wüste waren. Die „wilden Tiere" seien die Versuchungen, führte Franziskus aus, die Laster, die es selbstkritisch während der Fastenzeit zu erkunden - und bekämpfen gelte:

„Wir können diesen ,Bestien` der Seele Namen geben: die verschiedenen Laster“

 „Wir können diesen „Bestien" der Seele Namen geben: die verschiedenen Laster, die Gier nach Reichtum, die uns in Berechnung und Unzufriedenheit gefangen hält, die Eitelkeit des Vergnügens, die uns zu Unruhe und Einsamkeit verdammt, und wiederum die Gier nach Ruhm, die Unsicherheit und ein ständiges Bedürfnis nach Bestätigung und Ansehen erzeugt, es ist interessant - vergessen wir das nicht, was wir im Inneren finden können: Begierde, Eitelkeit und Gier. Sie sind wie „wilde" Tiere und müssen als solche gezähmt und bekämpft werden: sonst fressen sie unsere Freiheit auf. Und die Fastenzeit hilft uns, uns in die innere Wildnis zu begeben, um diese Dinge zu korrigieren. "

Die Engel hingegen erinnerten an die „guten Gedanken und Gefühle, die der Heilige Geist anregt", so der Papst. 

2 Fragen für die Fastenzeit

In der Fastenzeit lud Franziskus alle ein, sich zwei Fragen zu stellen: „ Erstens: Welches sind die ungeordneten Leidenschaften, die ,wilden Tiere`, die sich in meinem Herzen regen? Zweitens: Um der Stimme Gottes zu erlauben, zu meinem Herzen zu sprechen und es im Guten zu halten - : Denke ich daran, mich ein wenig in die ,Wüste` zurückzuziehen, das heißt im Alltag etwas Zeit zu finden, um der Stille, dem Gebet, der Anbetung, dem Hören auf das Wort Gottes einen Raum zu geben?"

Schließlich vertraute der Papst alle der Fürsprache der Muttergottes an und bat darum, dass sie allen in diesem Moment der Fastenzeit helfen möge. (vn 18) 

 

 

 

 

Magdeburgs Bischöfe setzen bei Demo Zeichen gegen Rechtsextreme

 

Unter dem Motto „Dem Rechtsruck widersetzen - Solidarisch. Vielfältig. Demokratisch" haben am Samstag in Magdeburg mehrere tausend Menschen für Menschenrechte und Demokratie demonstriert. Mit dabei war auch der örtliche katholische Bischof, Gerhard Feige. Er sagte unter Beifall der Anwesenden: „Ich fürchte weniger eine ,Überfremdung von außen' als eine ,Entmenschlichung von innen'."

 „Setzen wir uns noch entschlossener für ein tolerantes und friedliches Miteinander ein - mit Herz und Verstand!", so Feiges Appell, wie die katholische Nachrichtenagentur KNA berichtet. Sachsen-Anhalts Ministerpräsident Reiner Haseloff (CDU) sagte demnach beim Abschluss der Kundgebung auf dem gut gefüllten Domplatz: „Wir müssen jede Form von Rassismus und Menschenfeindlichkeit bereits in ihren Anfängen bekämpfen." Grundwerte und Menschenwürde seien nicht verhandelbar. Bischof Feige erklärte, nicht alle, die heutzutage demokratisch wählten oder gewählt würden, seien auch Demokraten. Der katholische Bischof warnte eindringlich vor „Rattenfängern", „Brandstiftern" und „zündelnden Biedermännern". Er mahnte: „Lassen wir uns nicht von Feindbildern und Verschwörungsmythen beeindrucken! Fallen wir nicht auf Lügen, die Verkehrung von Tatsachen und das ,Gift der einfachen Lösungen' rein! Treten wir im Einsatz für die Menschenwürde jeglichem Extremismus entgegen!"

„Lassen wir uns nicht von Feindbildern und Verschwörungsmythen beeindrucken! Fallen wir nicht auf Lügen, die Verkehrung von Tatsachen und das ,Gift der einfachen Lösungen' rein!“

Der evangelische Landesbischof Friedrich Kramer betonte: „Rassismus, Judenfeindschaft, Hass und Hetze sind nicht mit dem christlichen Glauben vereinbar. Wir stehen für Frieden, Gerechtigkeit, Menschlichkeit und Solidarität." Der Magdeburger Dom, Wahrzeichen der Stadt, stehe für Vielfalt.

„Rassismus, Judenfeindschaft, Hass und Hetze sind nicht mit dem christlichen Glauben vereinbar“

Auch Bischof Feige ging auf seine Rolle als Repräsentant der Kirche ein:„Sicher ist es als Kirchen nicht unsere spezifische Aufgabe, Tages- oder Parteienpolitik zu betreiben. Wenn es aber um die grundlegenden Werte unseres Zusammenlebens und das Gemeinwohl geht - die Unantastbarkeit der Würde eines jeden Menschen, Hilfe zur Selbsthilfe und Solidarität, Gerechtigkeit und Barmherzigkeit, Anstand und Respekt - lasse ich mir den Mund nicht verbieten."

Zu der Demonstration unter dem Motto „Dem Rechtsruck widersetzen - Solidarisch. Vielfältig. Demokratisch" hatten Gewerkschaften, Kirchen, Parteien, und Verbände aufgerufen. Nach Angaben des Deutschen Gewerkschaftsbund nahmen bis zu 6.000 Menschen teil. Laut Polizei verlief die Demonstration ohne Zwischenfälle. (kna 17)

 

 

 

Digital Detox 2.0. In der Fastenzeit bewusst online gehen

 

Am Aschermittwoch startete die Fastenzeit. Viele Menschen nehmen sich in den 40 Tagen vor Ostern vor, bewusst auf etwas zu verzichten, um zu „entgiften“ oder zu „entschleunigen“. In den letzten Jahren ist dabei auch das digitale Fasten immer beliebter geworden. Laut Wikipedia gaben 2022 bei einer reprä-sentativen Umfrage in Deutschland 41 % der Befragten an, schon einmal einen „Digital Detox“ gemacht zu haben. Beim „Digital Detox 2.0“ geht es allerdings nicht mehr um einen digitalen Komplettverzicht, sondern um ein „bewusstes online zu gehen“. Was steckt hinter dem neuen Trend?

„Day of Unplugging“ und Digitaler Minimalismus

Die Ursprünge des Digital Detox reichen bereits ins Jahr 2009 zurück. Laut Wikipedia wurde in diesem Jahr erstmals der „Day of Unplugging“ begangen, der jährlich am ersten Freitag im März stattfindet. Hin-tergrund war, dass sich durch die rasante Verbreitung von Internet und Social Media die Überforderung zunahm. Ähnlich wie beim Krankenbild der „Neurasthenie“, welches besonders zu Beginn der Industriali-sierung und bei der Einführung der Fließbandarbeit viele Arbeiter:innen „ausbrennen“ ließ. Zu den Ursa-chen, die die heute unter „Burnout“ bekannten Krankheit begünstigen, zählen: Der Druck der ständigen Erreichbarkeit und die große Flut der einströmenden Informationen. Auch FOMO („fear of missing out“), also die Angst etwas zu verpassen, erhöhte die Online-Zeit kontinuierlich weiter.

Aber es dauerte ganze zehn Jahre, bis das Thema die breite Öffentlichkeit erreichte, als 2019 das Buch „Digital Minimalism“ von Carl Newport erschien. Es traf damals einen Nerv, als die „Generation iPhone“ und die „Digital Natives“ merkten, dass die schöne neue digitale Welt auch ihre Tücken hat. Die Lösung schien einfach: Komplettverzicht auf Internet & Co. und anschließend radikales Ausmisten der Apps und ändern der Surfgewohnheiten. Auch der Autor dieses Kommentars probierte es auch und merkte wäh-rend des „Digital Detox“ eine deutliche Verbesserung. Allerdings hielt dieser Zustand nicht lange an. Wie beim berühmten „JoJo“-Effekt bei den Diäten zum Abnehmen, trat der Effekt ein, dass man nachher die „Online-Zeit“ wieder nachholen wollte und noch mehr als zuvor „online“ war.

Aber der Samen war gelegt und das Interesse an „digitalen Fasten“ war geweckt. Reisen in die französi-sche Normandie oder die schottischen Highlands, in denen es kein oder nur sehr langsames Internet gab, führten dazu, dass der Autor – wenn mal Netz da war – viel gezielter und fokussierter online ging. Der Verzicht auf den Komplettverzicht fühlte sich richtig an, ohne schlechtes Gewissen nachher.

Digital Detox 2.0

Und diesen Trend greift Dr. Daniela Otto in ihrem im letzten Jahr erschienenen Buch „Digital Detox für die Seele“ auf. „Bewusst online gehen“ lautet ihr Credo als Mittel der Selbsfürsorge: „Wann immer sie ihre digitalen Geräte benutzen, tun sie es achtsam.“ Natürlich kann zu Beginn des Digital Detox 2.0 auch ein - für einen selbstbestimmten Zeitraum selbst gewählter – Verzicht auf digitale Geräte dazugehören, um eine Veränderung anzustoßen: „Sie treten wieder in eine wesentliche Verbindung mit sich selbst, mit anderen, mit dem echten Leben“, schrieb Otto 2023.

Aber eigentlich geht es darum, nicht kompletten Verzicht zu üben, sondern fokussierter und weniger onli-ne zu gehen. Wie zu den Anfängen des Internets, als in „Internet-Cafés“ jede Minute Online-Zeit bares Geld kostete und daher die Zeit im Web fiel gezielter genutzt wurde. „Digitales Fasten“ kann auch be-deuten, sich nicht im Facebook- oder Insta-Stream oder sich im automatischen der Netflix – Folgen zu verlieren, sondern das Internet nur dann zu aktivieren, wenn es wirklich benötigt wird. Das spart auch Strom und reduziert die (energiefressende) Belastung der Rechenzentren / Cloudspeicher.

Spirituelle Reise ohne Google Maps

Neben den positiven Aspekten für Leib und Seele bietet Digital Detox 2.0 noch eine weitere Chance, die Daniela Otto aufzeigt: „Was ist spirituell daran, ein Handy auszuschalten?“ Ihre Antwort: „Alles“, denn „Stille ist seit jeher Urbestandteil jeglicher spirituellen Praxis.“ Und durch das bewusste Herunterfahren des digitalen Lärms kann diese Stille erreicht und eine „spirituelle Reise“ gestartet werden.

„(…) Was auch immer ihr innerstes Herzensziel ist - Sie finden es auch ohne Google Maps“, so Otto. Dabei können „Anker der Achtsamkeit“ helfen, dass die User:innen nicht vom digitalen Strom mitgerissen wer-den und das Gehirn z.B. durch Achtsamkeitsübungen und Meditation darauf trainiert wird, wieder neue neurale Netzwerke zu bilden, die durch die digitale Dauerbeschallung abgestorben sind.

Fazit: Der Verzicht auf den Verzicht wirkt!

Der Verzicht auf den Komplettverzicht verhindert nicht nur den oben beschriebenen „JoJo“-Effekt, son-dern auch das „FOMO“ – Gefühl entfällt. Gleichzeitig bietet die schiere Reduktion der Masse an digitalen Input und das bewusste Online gehen für das Gehirn und die Seele die Möglichkeit, beim Digital Detox 2.0 einen Gang runterzuschalten, den Input zu verarbeiten und fokussierter zu sein, wie der Selbsttest des Autors zeigte. Und wenn man die zwischendurch eintretende Stille zulässt, kann man wieder seine innere Stimme hören… und wenn man ganz genau hinhört zuweilen auch Gott.

Christian Schnaubelt, Kath.de 17

 

 

 

Papst Franziskus bezeichnet Fastenzeit als „Bad der Reinigung und Säuberung“

 

Vatikanstadt. Mit einem feierlichen Gottesdienst am Aschermittwoch, dem eine Bußprozession vorausging, hat Papst Franziskus die Fastenzeit eröffnet. Jene 40-tägige Vorbereitungszeit auf das Osterfest tauche die Menschen „in ein Bad der Reinigung und Säuberung“, sagte der Pontifex in seiner Predigt in der Basilika Santa Sabina.

Die Fastenzeit „will uns helfen, jede ‚Schminke‘ zu entfernen, alles, was wir auftragen, um angemessen zu erscheinen und besser als wir sind“, erläuterte Franziskus. „Zum Herzen zurückzukehren bedeutet, zu unserem wahren Ich zurückzukehren und es so wie es ist, nackt und bloß, vor Gott zu stellen. Es bedeutet, in unser Inneres zu schauen und uns bewusst zu werden, wer wir wirklich sind, indem wir die Masken abnehmen, die wir oft tragen, das Tempo unserer Hektik verlangsamen und die Wahrheit über uns selbst annehmen.“

„Das Leben ist kein Schauspiel, und die Fastenzeit lädt uns ein, von der Bühne der Verstellung herabzusteigen, um zu unserem Herzen zurückzukehren, zur Wahrheit dessen, was wir sind“, betonte er.

Traditionell empfangen die Gläubigen am Aschermittwoch das Aschenkreuz. Diese Asche „lädt uns ein, das Verborgene im Leben wiederzuentdecken“, so der Papst. „Sie sagt uns: Solange du weiterhin eine Rüstung trägst, die dein Herz verhüllt, solange du dich mit der Maske des Scheins tarnst und du ein künstliches Licht ausstrahlst, um unbesiegbar zu erscheinen, wirst du leer und unfruchtbar bleiben. Wenn du hingegen den Mut hast, deinen Kopf zu beugen und in dein Inneres zu schauen, dann wirst du die Gegenwart eines Gottes entdecken können, der dich seit jeher liebt; dann wird die Rüstung, die du dir angelegt hast, endlich zerbrechen und du wirst dich von einer ewigen Liebe geliebt fühlen können.“

Die Gläubigen rief Papst Franziskus auf, „in dieser Fastenzeit auf die Stimme des Herrn“ zu hören, „der nicht müde wird, uns immer wieder zu sagen: Begib dich in das Verborgene, kehr zum Herzen zurück. Es ist eine heilsame Aufforderung für uns, die wir oft an der Oberfläche leben, die wir uns darum reißen, bemerkt zu werden, die wir immer bewundert und geschätzt werden wollen.“

„Kehren wir mit ganzem Herzen zu Gott zurück“, forderte der Pontifex gegen Ende seiner Predigt. „Geben wir in diesen Wochen der Fastenzeit dem Gebet der stillen Anbetung Raum und bleiben wir lauschend in der Gegenwart des Herrn, so wie Mose, wie Elija, wie Maria, wie Jesus.“

Und weiter: „Haben wir keine Angst davor, uns der weltlichen Hüllen zu entledigen und zum Herzen zurückzukehren, zum Wesentlichen. Denken wir an den heiligen Franziskus, der, nachdem er sich entkleidet hatte, mit seiner ganzen Person den Vater im Himmel umarmte. Erkennen wir uns als das, was wir sind: von Gott geliebter Staub; und durch ihn werden wir aus der Asche der Sünde zum neuen Leben in Jesus Christus und im Heiligen Geist wiedergeboren werden.“ kna 14

 

 

 

Mehr Beteiligung von Laien im Bistum Essen

 

Der Essener Bischof Franz-Josef Overbeck hat ein Gremium aus Klerikern und Laien geschaffen, das den Katholiken im Bistum mehr Mitbestimmung ermöglichen soll. Der Vatikan hatte zuletzt bestimmte Formen der Beteiligung von Laien ausgeschlossen.

Der „Gemeinsame Rat“ aus Klerikern und Laien im Bistum Essen wird nach Angaben der Diözese im April seine Arbeit beginnen und den Bischof bei Grundsatzfragen beraten. Die 21 stimmberechtigen Mitglieder, die auch teil anderer Gremien und Gruppen im Ruhrbistum sind, sollen die Beteiligung an Beratungs- und Entscheidungsprozessen erhöhen. 13 Mitglieder des „Gemeinsamen Rats“ werden Laien sein, also weder Priester noch Diakone.

Neues Gremium widerspricht nicht Vorgaben des Vatikans

Im Rahmen des deutschen katholischen Reformprozesses Synodaler Weg hatten viele Beteiligte die Einrichtung gemeinsamer Leitungsorgane von Laien und Klerikern auf Bistumsebene gefordert, was der Vatikan im Februar 2023 kategorisch ausschloss. Auf Anfrage der Katholischen Nachriten-Agentur (KNA) sagte ein Bistumssprecher, dass das neue Gremium der Vorgabe aus dem Vatikan nicht widerspreche und kirchenrechtlich gedeckt sei.

Bischof Overbeck erklärte, der „Gemeinsame Rat“ solle wesentliche Prozesse kritisch begleiten und die Diskussions- und Partizipationsstruktur im Bistum weiter fördern. In der Satzung des Gremiums heißt es, seine Aufgabe sei „die Beratung von Fragen von bistumsweiter Bedeutung der Kirchen- und Kulturentwicklung im Bistum Essen“. Ein Beispiel dafür sei laut Bistum die geplante Veränderung der kirchlichen Landschaft.

Die Rechtssätze 511 und 514 des Kirchenrechts bilden laut Bistumssprecher die rechtlichen Grundlagen des neuen Gremiums. Diese regeln die Bildung eines sogenannten Pastoralrats. Das Bistum Essen ist das flächenmäßig kleinste Bistum Deutschlands mit rund 700.000 Katholiken. (kna 16)

 

 

 

 

Papst: Priester sein ist „eine Baustelle“

 

Papst Franziskus hat angehende Priester zu lebenslangem Lernen ermuntert und sie dazu ermutigt, Neuerungen in der Priesterausbildung als Chance zu begreifen. „Die Priesterausbildung ist eine Baustelle“, gab er Seminaristen aus Neapel mit auf den Weg, die ihn an diesem Freitag im Vatikan besuchten.

Auf die „komplexe Realität von heute“ könne die Kirche „keine monolithischen und vorgefertigten Antworten“ geben, unterstricht der Papst in seiner vorbereiteten Rede, die er nicht vortrug, sondern als Text überreichte. Es gehe darum „das Wesentliche zu verkünden, nämlich die Barmherzigkeit Gottes, und sie durch Nähe, Väterlichkeit, Sanftmut und die Verfeinerung der Kunst der Unterscheidung zu manifestieren“, führte er aus. Die Hauptaufgabe der „Baustelle Kirche“, so der Papst, bestehe darin, „in der Gesellschaft des auferstandenen Gekreuzigten zu wandeln und den Menschen die Schönheit seines Evangeliums zu vermitteln“.

Lebenslanges Lernen

Priester zu werden, sei dementsprechend nie abgeschlossen, betonte Franziskus: „Erinnern wir uns daran, dass die Ausbildung nie endet, sondern ein Leben lang dauert, und dass man, wenn man aufhört, nicht dort bleibt, wo man war, sondern zurückgeht“. Auch die Priesterausbildung sei „eine Baustelle“, formulierte Franziskus, der die Männer zum Studium und Gebet, aber auch zur Selbsterforschung und zur Arbeit an der eigenen Persönlichkeit aufrief: „Arbeiten Sie an der affektiven und menschlichen Reife. Ohne sie kommen Sie nicht weiter!“

Reformen als Gnade auffassen

Der Papst ging dann auf Neuerungen in der Priesterausbildung ein, die auf den Ausbau pastoraler und missionarischer Kompetenzen und eine bessere menschliche Reife der Seminaristen zielen. „Es ist gut, diese Neuerungen zu begrüßen und zu prüfen, sie als Gelegenheit zur Gnade und zum Dienst zu erleben und Gottes Gegenwart in ihnen zu erkennen“, ermutigte er seine Zuhörer, die vom Erzbischof von Neapel, Domenico Battaglia, und Ausbildern des Seminars begleitet wurden.

Anlass der Papstaudienz war der 90. Jahrestag der Einweihung des Priesterseminars von Neapel „Alessio Ascalesi“. Rund 120 Seminaristen waren bei der Begegnung mit Franziskus anwesend. (vn 16)

 

 

 

Geld- und Personalnot: Ist die kirchliche Sozialarbeit am Ende?

 

Die Diakonie Passau meldet Insolvenz an, ein kirchliches Seniorenheim in München schließt wegen Personalmangels. Wohlfahrtsverbände befinden sich in einer existentiellen Krise: Es fehlen Personal und Geld, bei steigenden Anforderungen und Bürokratie. Von Markus Kaiser

 

In München schließt ein katholisches Seniorenheim wegen Personalmangels. In Passau meldet die Diakonie, der evangelische Wohlfahrtsverband, Insolvenz an. Nachrichten wie diese sind nur Symptome einer Krise, in der sich die Wohlfahrtsverbände gerade befinden: Es fehlen Personal und Geld.

Kita der Caritas an Belastungsgrenze: Öffnungszeiten reduziert

So ist auch die Kita der Caritas in Unterschleißheim an der Belastungsgrenze. "Die Gefahr ist immer da, dass man mal Mittags einen Anruf bekommt, um 14 Uhr bitte die Kinder abholen", sagt Vater Tobias Sprotte. "Wenn man die Möglichkeit hat, von zu Hause zu arbeiten, ist das toll. Hat aber leider nicht jeder."

Es fehlen derzeit fünf Erzieher und Kinderpflegerinnen. Das heißt mehr Belastung für das übrige Personal, wodurch zusätzlich der Krankenstand steigt. Das Kinderhaus Don Bosco musste sein Angebot reduzieren, sagt Leiterin Sabine Potz. "Wir hätten 111 Kinder, wir haben im letzten Jahr nur noch 101 Kinder aufgenommen und mussten leider unsere Öffnungszeit reduzieren."

Pflege muss 356 Tage und 24 Stunden laufen

Kindertagesstätten haben zumindest die Möglichkeit, auf den massiven Personalmangel zu reagieren. Andere Bereiche der Wohlfahrt trifft dieser härter, sagt Landes-Caritasdirektor Andreas Magg. In der Pflege müsse 356 Tage und 24 Stunden der Betrieb aufrechterhalten werden. "Was mir aber Mut gibt ist, dass wir langjährige Mitarbeiterbindung haben, eine gute Mitarbeiterbindung. Dass wir manches noch gut tragen können."

Kleinere Vereine haben da größere Schwierigkeiten als die großen Träger, wie die Schließung des St. Josefs-Heim in München kürzlich zeigte. Neben dem Personalmangel machen ihnen die Finanzierung, gestiegene Standards und der hohe bürokratische Aufwand zu schaffen. Mit einer Pleitewelle in der kirchlichen Wohlfahrt rechnet Fritz Graßmann, Vorstandssprecher der Diakonie Augsburg, allerdings nicht.

Jugendhilfe und die Migrationsberatung nicht mehr wirtschaftlich

Doch einige Bereiche in seiner Arbeit sind jetzt schon schlicht nicht mehr wirtschaftlich. Allen voran die Jugendhilfe und die Migrationsberatung. "Wir leisten uns immer noch den ganz großen Bereich Migrationsberatung, weil wir der Meinung sind: Wenn wir es nicht machen, macht's kein anderer."

Die Finanzierung sei teilweise so schlecht, dass einige diakonische Träger bereits aussteigen, sagt Graßmann. Doch für die Diakonie Augsburg sei dies keine Option. Sie löst das Problem gerade mit Querfinanzierung, denn "wenn wir aus der Flüchtlingsberatung aussteigen, stehen dieselben Leute bei uns in unserer kirchlichen allgemeinen Sozialarbeit. Auch da wird die Schlange immer länger und wir können immer weniger Menschen helfen".

Das Angebot zu verkleinern, verschärfe daher nur die Situation in der kirchlichen Wohlfahrt. Doch eine Lösung für den Personalmangel ist im Moment nicht in Sicht. Br.de 16

 

 

 

Kath. Jugendbuchpreis 2024. Linda Wolfsgruber wird für das Buch „sieben. die schöpfung“ ausgezeichnet

 

Die Jury des Katholischen Kinder- und Jugendbuchpreises zeichnet die österreichische Illustratorin Linda Wolfsgruber für ihr Buch sieben. die schöpfung aus, das im Tyrolia Verlag (Innsbruck) erschienen ist. Im Preisbuch wird jeder der sieben Tage der Schöpfung in je sieben ausdrucksstarken Bildern dargestellt. Einfache, fast monochrome Collagen verwandeln sich nach und nach zu Tier- und Pflanzenbildern. Die Jury empfiehlt das Preisbuch ab vier Jahren und gleichzeitig zur Lektüre für alle, die sich für einen alternativen Zugang zu Themen wie Schöpfungsverantwortung und nachhaltiges Leben interessieren.

Die Jury hat außerdem für weitere 14 Bilder-, Kinder-, Sach- und Jugendbücher eine Empfehlungsliste erstellt. 63 Verlage haben sich mit 151 Büchern am Wettbewerb um den Katholischen Kinder- und Jugendbuchpreis 2024 beworben. Der Vorsitzende der Jury, Weihbischof Robert Brahm (Trier), ist dankbar für die Einigkeit in der Jury und die Fülle an Büchern, die in der Jury ausgewertet wurden. Linda Wolfsgruber dankte für die Entscheidung: „Ich freue mich von ganzem Herzen über diesen wunderbaren Preis und danke der Jury, die meine Arbeit so geschätzt und gewürdigt hat.“ Die Preisverleihung findet am 16. Mai 2024 im Erbacher Hof in Mainz statt. Dabei wird der Preisträgerin die mit 5.000 Euro dotierte Auszeichnung überreicht.

Zur Jury gehören neben Weihbischof Brahm auch Dr. Agnes Blümer (Literaturwissenschaftlerin Arbeitsstelle für Kinder- und Jugendmedien-forschung, Bonn), Prof. Dr. Norbert Brieden (Religionspädagoge Universität Wuppertal), Marlene Fritsch (Lektorin und Autorin, Trier), Kerstin Fuchs (Leitung Jugendhilfezentrum Johannesstift, Wiesbaden), Dr. Theresa Kohlmeyer (Leitung Abteilung Liturgie und Glaubenskommunikation im Bistum Essen), Bettina Kraemer (Leitung Lektorat Borromäusverein e. V., Bonn), Dr. Heidi Lexe (Leitung Studien- und Beratungsstelle für Kinder- und Jugendliteratur Stube, Wien), Dr. Claudia Maria Pecher (Leitung Landesfachstelle für Büchereiarbeit und Präsidentin der Deutschen Akademie für Kinder- und Jugendliteratur, München) und Prof. Dr. Markus Tomberg (Religionspädagoge, Theologische Fakultät Fulda).

Zum Preisbuch und zur Empfehlungsliste erscheint Ende März 2024 wie in den vergangenen Jahren eine eigene Arbeitshilfe mit Rezensionen und Hinweisen zu allen Titeln. Themen wie Antisemitismus, Flucht, Auseinandersetzung mit Tod und Krankheit sowie Freundschaft und Familie, Schöpfungsverantwortung und Empowerment von Kindern und jungen Menschen werden dabei als Bilder- und Sachbücher oder als Romane altersgerecht vermittelt. Außerdem wird zur Arbeitshilfe ein Plakat mit dem Preisbuch sowie allen Titeln der Empfehlungsliste im Format DIN A2 angeboten.

Hintergrund zum Preisbuch

Linda Wolfsgruber: sieben. die schöpfung (Tyrolia Verlag, Innsbruck 2023), 120 Seiten, ISBN 978-3-7022-4150-6, € 26,00

„So schlicht und gleichzeitig so bedeutungsvoll“ nennt Linda Wolfsgruber ihre künstlerische Neuinterpretation der biblischen Schöpfungsgeschichte, bei der sie Geschichte und Wissenschaft harmonisch miteinander vermengt. Die Zahl sieben ist dabei sowohl inhaltliches wie auch dramaturgisches Konzept. Mit der schlicht formulierten und dennoch zentralen Erkenntnis Weil sie uns anvertraut ist … leitet die Künstlerin in den Schöpfungshymnus ein und setzt ihn in seiner theologisch-zeichenhaften Fülle um. Die einleitenden Eisberge, die am Ende des Buches sichtbar an Masse verloren haben, verdeutlichen die Verantwortung des Menschen für die Schöpfung. Linda Wolfsgruber hat mit sieben. die schöpfung einen meisterhaften Weckruf gestaltet, die Erde, die uns Menschen anvertraut ist, zu schützen und zu bewahren, heißt es in der Jurybegründung. Dbk 16