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Notiziario religioso 23 marzo - 5 aprile 2020

Redazione: Tobia Bassanelli - Webmaster: Antonio Caponegro

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Il 25 marzo il Padre Nostro con tutti i capi delle Chiese cristiane  1

2.       Il Papa: “Alla pandemia del virus rispondiamo con l’universalità della preghiera e della tenerezza. Restiamo uniti”  1

3.       Quaresima e Coronavirus: di chi è la colpa?  1

4.       Papa Francesco: “Preghiamo per le famiglie che non possono uscire di casa”  2

5.       Quaresima e Coronavirus: veri pastori del loro gregge  2

6.       Coronavirus: preparare la Pasqua nel sabato del tempo  2

7.       Coronavirus Covid -19: indulgenza plenaria per malati, medici, operatori sanitari e familiari. Prevista “assoluzione collettiva”  3

8.       Concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia  3

9.       Coronavirus: come vivere questo tempo in famiglia?  4

10.   Mci Bruxelles: l’arcivescovo scrive al missionario italiano  4

11.   Mci Amburgo: unione spirituale e la preghiera darà forza alla nostra comunità in questo momento  4

12.   Mysterium fragilis: l’uomo di fronte alla sua caducità, rivelazione liberante  4

13.   “Coronavirus, Papa Francesco: "Non sprecate questi giorni difficili"  5

14.   Il vescovo Beschi: «Mi ha telefonato il Papa. Ci porta nel suo cuore e nelle sue preghiere»  5

15.   “Il messaggio che devo dare, come Vescovo di Roma: misericordia, misericordia, per favore, perdono”  5

16.   L’Italia prega il Rosario: un momento di grazia unico ma non irripetibile  5

17.   Coronavirus. Un’istruzione della CEI ai sacerdoti, perché non facciano “i don Abbondio”  6

18.   Il coronavirus e il tempo della Quaresima  6

19.   Sette anni di un ciclone di nome Francesco  7

20.   Quaresima e Coronavirus: focalizzarsi e non disperdersi 7

21.   Sette anni di Francesco, il papa delle periferie  7

22.   Quaresima 2020. “Siamo polvere che può diventare concime per far germogliare semi di pace, speranza e amore”  8

 

 

1.       Papst ruft zu Sturmgebet gegen Corona auf. Sondersegen angekündigt 8

2.       Woelki und Marx sagen Ja zu Medien-Gottesdiensten  9

3.       Wort der katholischen, evangelischen und orthodoxen Kirche in Deutschland zur Corona-Krise  9

4.       Vatikan: Keine Verschiebung von Ostern trotz Corona  10

5.       Corona: Vatikan erlaubt Generalabsolution  10

6.       Papst-Interview: Wir sind alle Kinder Gottes, niemand ausgenommen  10

7.       Papst im Interview: „Herr, stoppe die Epidemie“  11

8.       Papst Franziskus: „Barmherzigkeit – das ist meine Haupt-Botschaft“  11

9.       Kirche informiert über Coronamaßnahmen – Messen entfallen  11

10.   Bischof von Bergamo: „Gott lässt uns auch jetzt nicht im Stich“  11

11.   Traurige Premiere: Ostern im Vatikan ohne Gläubige  12

12.   Papst erfleht in Rom Ende der globalen Corona-Pandemie  12

13.   Corona-Virus: Auch Köln und Limburg setzen Gottesdienste aus  12

14.   Unser Sonntag: Mehr Zeit und Interesse für Gott 13

15.   Ordensoberer der Salesianer für zweite Amtszeit bestätigt 13

16.   Immer mehr Bistümer treffen Corona-Maßnahmen  13

17.   Papst: Jeder Mensch dürstet nach Wahrheit und Gutem   14

18.   Berlin. Erzbischof Koch bittet um Spenden für Geflüchtete  14

19.   Sieben Jahre Franziskus: Ein Papst, der begleitet und leitet 14

20.   „Ist die Seele online?“  14

21.   Frühmesse: Priester stehen Volk bei, drastische Art ist nicht immer gut 15

22.   Deutschland: Kirche setzt erste Maßnahmen zur Eindämmung des Virus  15

23.   Immer mehr Bistümer treffen Corona-Maßnahmen  15

24.   Papst: Jeder Mensch dürstet nach Wahrheit und Gutem   16

25.   Berlin. Erzbischof Koch bittet um Spenden für Geflüchtete  16

 

 

 

 

Il 25 marzo il Padre Nostro con tutti i capi delle Chiese cristiane

 

Papa Francesco: Angelus, il 27 marzo “momento di preghiera” sul sagrato della basilica di San Pietro “con la piazza vuota”.

 

“In questi giorni di prova, mentre l’umanità trema per la minaccia della pandemia, vorrei proporre a tutti i cristiani di unire le loro voci verso il Cielo”. È l’appello del Papa, che al termine dell’Angelus trasmetto in diretta streaming dalla Biblioteca apostolica vaticana ha invitato “tutti i Capi delle Chiese e i leader di tutte le Comunità cristiane, insieme a tutti i cristiani delle varie confessioni, a invocare l’Altissimo, Dio onnipotente, recitando contemporaneamente la preghiera che Gesù Nostro Signore ci ha insegnato”. “Invito dunque tutti a farlo parecchie volte al giorno, ma tutti insieme recitare il Padre Nostro mercoledì prossimo 25 marzo a mezzogiorno”, la proposta nel dettaglio: “Nel giorno in cui molti cristiani ricordano l’annuncio alla Vergine Maria dell’Incarnazione del Verbo, possa il Signore ascoltare la preghiera unanime di tutti i suoi discepoli che si preparano a celebrare la vittoria di Cristo Risorto”. “Con questa medesima intenzione, venerdì prossimo 27 marzo, alle ore 18, presiederò un momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro, con la piazza vuota”, ha annunciato Francesco: “Fin d’ora invito tutti a partecipare spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione. Ascolteremo la Parola di Dio, eleveremo la nostra supplica, adoreremo il Santissimo Sacramento, con il quale al termine darò la Benedizione Urbi et Orbi, a cui sarà annessa la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria”. “Alla pandemia del virus vogliamo rispondere con la universalità della preghiera, della compassione, della tenerezza”, ha spiegato il Papa: “Rimaniamo uniti. Facciamo sentire la nostra vicinanza alle persone più sole e più provate”. “La nostra vicinanza – ha proseguito Francesco a braccio – ai medici;  vicinanza agli operatori sanitari, agli infermieri, alle infermiere, ai volontari; vicinanza alle autorità, che devono prendere misure dure ma per il nostro bene. Vicinanza ai poliziotti, ai soldati che per le strade cerano di mantenere sempre l’ordine, perché si compiano le cose che il Governo chiede di fare per il bene di tutti noi. E vicinanza a tutti”. Infine, la “vicinanza alle popolazioni della Croazia colpite questa mattina da un terremoto”: “Il Signore Risorto dia loro la forza e la solidarietà per affrontare questa calamità”.

M.N. sir 22

 

 

 

Il Papa: “Alla pandemia del virus rispondiamo con l’universalità della preghiera e della tenerezza. Restiamo uniti”

 

Francesco all’Angelus annuncia, «mentre l’umanità trema», un Padre Nostro ecumenico mondiale e una speciale benedizione Urbi et Orbi dal sagrato della basilica di San Pietro. «Si compiano le cose che il governo chiede di fare per il bene di tutti». A Santa Marta prega per le persone che muoiono sole e per le loro famiglie – di Domenico Agasso jr

 

CITTÀ DEL VATICANO. Francesco invita tutti i cristiani delle varie confessioni a recitare insieme il Padre Nostro mercoledì a mezzogiorno, per «unire le voci verso il Cielo». E annuncia, con sguardo preoccupato ma determinato, una speciale benedizione Urbi et Orbi sul sagrato di San Pietro venerdì 27 marzo. Perché, «mentre l’umanità trema», alla pandemia «del virus vogliamo rispondere con la universalità della preghiera, della compassione, della tenerezza. Rimaniamo uniti. Facciamo sentire la nostra vicinanza alle persone più sole e più provate». Il Papa lo afferma all’Angelus, in diretta web, video e radio dalla Biblioteca del Palazzo apostolico vaticano, oggi 22 marzo 2020. Il Pontefice esprime «vicinanza ai poliziotti, ai soldati che sulla strada cercano di mantenere sempre l’ordine», in modo che «si compiano le cose che il governo chiede di fare per il bene di tutti noi». Dopo avere dedicato, qualche ora prima a Santa Marta un’invocazione alle persone che muoiono sole e le famiglie «che non possono accompagnare i loro cari nel trapasso».

I «prodigi» che Gesù «compie non sono gesti spettacolari - dice prima della Preghiera mariana commentando il brano evangelico del cieco cui viene ridata la vista - ma hanno lo scopo di condurre alla fede attraverso un cammino di trasformazione interiore». E ognuno «è chiamato ad accogliere la luce divina per manifestarla con tutta la propria vita». Il Pontefice auspica «che possiamo anche noi fare questa esperienza! Con la luce della fede colui che era cieco scopre la sua nuova identità. Egli ormai è una “nuova creatura”, in grado di vedere in una nuova luce la sua vita e il mondo che lo circonda, perché è entrato in comunione con Cristo»

Non è più «un mendicante emarginato dalla comunità; non è più schiavo della cecità e del pregiudizio - osserva - Il suo cammino di illuminazione è metafora del percorso di liberazione dal peccato a cui siamo chiamati». Il peccato è come «un velo scuro che copre il nostro viso e ci impedisce di vedere chiaramente noi stessi e il mondo; il perdono del Signore toglie questa coltre di ombra e di tenebra e ci ridona nuova luce». Secondo Jorge Mario Bergoglio, la Quaresima «che stiamo vivendo sia tempo opportuno e prezioso per avvicinarci al Signore, chiedendo la sua misericordia, nelle diverse forme che la Madre Chiesa ci propone. Il cieco risanato, che vede ormai sia con gli occhi del corpo sia con quelli dell'anima, è immagine di ogni battezzato, che immerso nella Grazia è stato strappato dalle tenebre e posto nella luce della fede». Ma non basta «ricevere la luce - precisa - occorre diventare luce. Ognuno di noi è chiamato ad accogliere la luce divina per manifestarla con tutta la propria vita»

Dopo l’Angelus ecco le parole sull’emergenza Coronavirus che sta mettendo in ginocchio l’intero Pianeta e l’umanità: «Alla pandemia del virus vogliamo rispondere con la universalità della preghiera, della compassione, della tenerezza. Rimaniamo uniti. Facciamo sentire la nostra vicinanza alle persone più sole e più provate», è il grido di incoraggiamento del Papa. Francesco sollecita anche «la nostra vicinanza ai medici, agli operatori sanitari, infermieri e infermiere, volontari... La nostra vicinanza alle autorita? che devono prendere misure dure, ma per il bene nostro. La nostra vicinanza ai poliziotti, ai soldati che sulla strada cercano di mantenere sempre l’ordine, perché si compiano le cose che il governo chiede di fare per il bene di tutti noi. Vicinanza a tutti».

In questi giorni di «prova, mentre l’umanità trema per la minaccia della pandemia, vorrei proporre a tutti i cristiani di unire le loro voci verso il Cielo». Dunque invita tutti «i Capi delle Chiese e i leader di tutte le Comunità cristiane, insieme a tutti i cristiani delle varie confessioni, a invocare l’Altissimo, Dio onnipotente, recitando contemporaneamente la preghiera che Gesù Nostro Signore ci ha insegnato. Invito dunque tutti a farlo parecchie volte al giorno, ma tutti insieme, a recitare il Padre Nostro mercoledì prossimo 25 marzo a mezzogiorno, tutti insieme». Nel giorno in cui «molti cristiani ricordano l’annuncio alla Vergine Maria dell’Incarnazione del Verbo, possa il Signore ascoltare la preghiera unanime di tutti i suoi discepoli che si preparano a celebrare la vittoria di Cristo Risorto». E con la stessa intenzione, «venerdì prossimo 27 marzo, alle 18, presiederò un momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro. Fin d’ora invito tutti a partecipare spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione». Si ascolterà «la Parola di Dio, eleveremo la nostra supplica, adoreremo il Santissimo Sacramento, con il quale al termine darò la Benedizione Urbi et Orbi, a cui sarà annessa la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria». 

Francesco dà e ripete anche un consiglio: oggi prendere «il Vangelo di Giovanni, capitolo nono, e leggere questo passo: è tanto bello e ci farà bene leggerlo un’altra volta, o due volte. Lentamente. Anch’io lo farò»

Dopo la recita dell’Angelus papa Francesco si affaccia dalla finestra su una piazza San Pietro completamente vuota per le restrizioni anti-contagio da Covid-19, e dà la sua benedizione. 

Qualche ora prima, all’inizio della Messa a Casa Santa Marta sempre trasmessa in diretta streaming, il Pontefice ha evidenziato come «in questi giorni ascoltiamo le notizie di tanti defunti, uomini, donne, che muoiono soli senza poter congedarsi dai loro cari». Esorta perciò a pensare «a loro e preghiamo per loro. Ma anche per le famiglie che non possono accompagnare i loro cari nel trapasso». LS 22

 

 

 

 

Quaresima e Coronavirus: di chi è la colpa?

 

Chiediti non di chi è la colpa, ma cosa puoi fare di tutto quello che stai vivendo, e come puoi usarlo per raggiungere al meglio la tua vera fisionomia di figlio di Dio – di Alessandro Di Medio

 

Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Gv 9, 2). Nel Vangelo di oggi è posta la domanda per eccellenza: di chi è la colpa? A causa di chi ci troviamo in questa situazione?

La domanda di sempre, ora attualizzata: di chi è la colpa di questa pandemia? Dei cinesi? Dei tedeschi? Degli italiani? Dei pipistrelli? Di chi ha mangiato i pipistrelli? Di chi è andato in Cina? Di chi è venuto in Italia? Di chi ha taciuto? Eccetera eccetera…

Cerchiamo sempre un colpevole, perché cerchiamo sempre un capro espiatorio, e cerchiamo un capro espiatorio perché questo ci permette di riprendere il controllo, di tornare ad avere stabilità: almeno sappiamo di chi è la colpa.

Una domanda folle, priva di senso: quanti di noi si macerano ponendosela per tutta la vita? Di chi è la colpa della mia attuale situazione? Perché sono così? A causa di che? Una domanda che può consumarci, perché induce a volgersi a guardare indietro, a scavare senza fine nel passato, e quindi a cercare le cause, di cui poi però si devono cercare le cause, in un inseguimento infinito che, alla fin fine, non serve semplicemente a niente.

Perché il passato è passato, e ora tu sei qui, e mentre cerchi le cause, non vivi il presente.

Con la sua risposta Gesù mostra che i primi ciechi sono proprio i suoi discepoli e, prima di curare il cieco nato, cura loro: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio.” (Gv 9, 3). Una frase lapidaria, che però compie una rivoluzione copernicana, inducendo i suoi a passare da una interpretazione causale a una finalistica: è il passaggio da “a causa di chi” a “in vista di che”.

Cercare la causa non coinvolge chi si pone la domanda, perché lo induce a cercare altrove: lo disimpegna e gli permette il vittimismo.

Cercare il fine di una situazione o di un accadimento, invece, ti compromette, perché ti devi necessariamente chiedere in che modo quanto succede serve a te, cosa ne puoi fare – e questa è tutta un’altra storia.

In vista di che mi trovo rinchiuso in quarantena? In vista di che sto sperimentando la povertà e l’esposizione? In vista di che la mia esistenza attuale è messa in crisi?

Per la gloria di Dio.

Questo è il fine, l’orizzonte aurorale simboleggiato in questa domenica dal rosaceo dei paramenti, che se anche può rendere un po’ ridicoli noi preti quando lo indossiamo, mantiene il suo significato evocativo di una speranza che sta sorgendo, della Pasqua che si avvicina.

Sant’Ignazio di Loyola descrive bene, al n. 23 degli Esercizi Spirituali, il perno fondamentale, il Principio e Fondamento, cioè il fine ultimo dell’autentico cammino dell’uomo: “L’uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza; le altre realtà di questo mondo sono create per l’uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue che l’uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo. Perciò è necessario renderci indifferenti verso tutte le realtà create (in tutto quello che è lasciato alla scelta del nostro libero arbitrio e non gli è proibito), in modo che non desideriamo da parte nostra la salute piuttosto che la malattia, la ricchezza piuttosto che la povertà, l’onore piuttosto che il disonore, una vita lunga piuttosto che una vita breve, e così per tutto il resto, desiderando e scegliendo soltanto quello che ci può condurre di più al fine per cui siamo creati.

E allora a qualcuno serve la malattia per amare di più; a qualcun altro la salute. Qualcuno solo toccando il fondo scopre la forza di rialzarsi e il desiderio di vivere; qualcun altro richiede maggiore stabilità… e così via.

Tutto, secondo il Principio e Fondamento, può essere preso e metabolizzato per essere trasformato in occasione di amare, di essere segno della presenza di Dio nel mondo – per la gloria di Dio, appunto.

Chiediti allora non di chi è la colpa, ma cosa puoi fare di tutto quello che stai vivendo, e come puoi usarlo per raggiungere al meglio la tua vera fisionomia di figlio di Dio. Sir 22

 

 

 

Papa Francesco: “Preghiamo per le famiglie che non possono uscire di casa”

 

“Oggi vorrei ricordare le famiglie che non possono uscire di casa. Forse l’unico orizzonte che hanno è il balcone. E lì dentro, la famiglia, con i bambini, i ragazzi, i genitori: perché sappiano trovare il modo di comunicare bene, di costruire rapporti di amore nella famiglia, e sappiano vincere le angosce di questo tempo insieme, in famiglia. Chiediamo la pace delle famiglie oggi, in questa crisi, e per la creatività”. È la preghiera con cui il Papa ha cominciato la messa a Santa Marta, trasmessa in diretta streaming e offerta per tutti coloro che soffrono a causa del coronavirus. “Nel Vangelo Gesù ci insegna come pregare”, il tema dell’omelia: “Il Signore ci insegna come pregare, come avvicinarci, come dobbiamo avvicinarci al Signore: con umiltà”. “C’è una bella immagine nell’inno liturgico della festa di San Giovanni Battista”, ha ricordato Francesco: “Dice che il popolo si avvicinava al Giordano per ricevere il battesimo,nuda l’anima e i piedi’: pregare con l’anima nuda, senza trucco, senza travestirsi delle proprie virtù. Lui perdona tutti i peccati ma ha bisogno che io gli faccia vedere i peccati, con la mia nudità. Pregare così, nudi, con il cuore nudo, senza coprire, senza avere fiducia neppure in quello che ho imparato sul modo di pregare… Pregare, tu e io, faccia a faccia, l’anima nuda. Questo è quello che il Signore ci insegna”. Invece, ha spiegato il Papa, “quando andiamo dal Signore un po’ troppo sicuri di noi stessi, cadremo nella presunzione. Questa non è la strada. La strada è abbassarsi. L’abbassamento. La strada è la realtà. E l’unico uomo qui, in questa parabola, che aveva capito la realtà, era il pubblicano:Tu sei Dio e io sono peccatore’. Questa è la realtà. Ma dico che sono peccatore, non con la bocca: col cuore. Sentirsi peccatore”.

“Non dimentichiamo questo che il Signore ci insegna”, l’invito di Francesco: “giustificare sé stessi è superbia, è orgoglio, è esaltare sé stessi. È travestirsi da quello che non sono. E le miserie rimangono dentro. Il fariseo giustificava stesso. Confessare direttamente i propri peccati, senza giustificarli, senza dire:Ma, no, ho fatto questo ma non era colpa mia…’. L’anima nuda. Il Signore ci insegni a capire questo, questo atteggiamento per incominciare la preghiera. Quando la preghiera la incominciamo con le nostre giustificazioni, con le nostre sicurezze, non sarà preghiera: sarà parlare con lo specchio. Invece, quando incominciamo la preghiera con la vera realtà –sono peccatore, sono peccatrice’ – è un buon passo avanti per lasciarsi guardare dal Signore”. Anche oggi, il Papa ha terminato la celebrazione con l’adorazione e la benedizione eucaristica, invitando a fare la Comunione spirituale: “Gesù mio, credo che sei realmente presente nel Santissimo Sacramento dell’altare. Ti amo sopra ogni cosa e Ti desidero nell’anima mia. Poiché ora non posso riceverti sacramentalmente, vieni almeno spiritualmente nel mio cuore. E come già venuto, Ti abbraccio e tutto mi unisco a Te. Non permettere che abbia mai a separarmi da Te”. (M.N.) sir 21

 

 

 

 

 

Quaresima e Coronavirus: veri pastori del loro gregge

 

Sono tanto fiero di come stiamo reagendo noi preti, anche quando veniamo bersagliati da accuse di viltà, mentre siamo sempre in campo, chi attaccato per ore al telefono, chi esaurendosi in una serie ininterrotta di streaming per non fare sentire abbandonata la gente privata della liturgia; sono fiero dei cappellani ospedalieri e carcerari che mischiano il loro respiro a quello già infetto dei malati e dei morenti; sono fiero dei parroci che non abbandonano la nave, per quanto scalcagnata, della loro parrocchia, e ridotti a poco più che eremiti comunque ci restano, e pregano per i parrocchiani che in chiesa per ora non ci possono entrare

Sul sito del Sir è possibile trovare una intervista a un mio carissimo amico, parroco della provincia di Bergamo, che peraltro sto sentendo telefonicamente quasi ogni giorno, visto che si trova nel fulcro della zona rossa.

 

Sebbene sia stato contento di trovare i suoi pensieri espressi con la profondità che sempre lo contraddistingue da uomo poetico e contemplativo qual è, quanto racconta mi ha straziato il cuore: “Mi è capitato qualche giorno fa di andare a dare l’estrema unzione a una persona che poi è morta soffocata durante il rito: una scena straziante. Due settimane fa, prima dell’ultimo decreto ministeriale, andavo a trovare le persone anziane che mi guardavano terrorizzate e mi dicevano di non andare da loro perché temevano di potermi contagiare. In diocesi sono morti tanti sacerdoti, altri sono ricoverati, alcuni in terapia intensiva. Anche se andiamo con la mascherina, quando entriamo in una casa per dare l’estrema unzione a un malato di polmonite, non ufficialmente Covid-19, è una protezione irrisoria: nella stanza del moribondo non si cambia l’aria da giorni per non fargli prendere freddo e ci sono tanti parenti. Ma andiamo ugualmente per non far mancare il conforto della fede”.

Lo ammetto, sono preoccupato per lui.

Lo so che, in quanto parroco romano, peraltro di un quartiere in cui molti sembrano infischiarsene allegramente delle restrizioni della quarantena, avrei di che preoccuparmi pure qui – ma sono comunque in ansia per lui, e per tutti i suoi confratelli di quelle parti, che non sono semplicemente in trincea, come lo siamo un po’ tutti noi preti di parrocchia: no, loro sono proprio sotto il fuoco nemico.

Sono preoccupato, ma anche tanto fiero.

Sì, amico mio, sono fiero di te.

So di che pasta sei; so che la paura della morte, il motore ultimo di ogni peccato, tu l’ha già pugnalata al cuore con la tua fede e la tua dedizione.

Spero non ti succeda nulla, ma so anche che, se dovesse succederti, sarebbe come vorresti tu, e come d’altronde vorrei io per me: sul campo di battaglia.

Sono tanto fiero di come stiamo reagendo noi preti, anche quando veniamo bersagliati da accuse di viltà, mentre siamo sempre in campo, chi attaccato per ore al telefono, chi esaurendosi in una serie ininterrotta di streaming per non fare sentire abbandonata la gente privata della liturgia; sono fiero dei cappellani ospedalieri e carcerari che mischiano il loro respiro a quello già infetto dei malati e dei morenti; sono fiero dei parroci che non abbandonano la nave, per quanto scalcagnata, della loro parrocchia, e ridotti a poco più che eremiti comunque ci restano, e pregano per i parrocchiani che in chiesa per ora non ci possono entrare.

Quanti preti sto sentendo in questi giorni, da tutta Italia! E quanti esempi bellissimi!

Ieri parlavo dell’eroismo e della santità di cassiere, impiegati e autisti.

Permettetemi di spendere allora una parola anche per l’eroismo e la santità di tanti preti, che non vanno sui giornali… se non, forse, nella forma di foto di necrologi, come a qualcuno è già capitato.

Sono fiero di essere vostro confratello, fratelli miei sacerdoti.

Sono fiero di essere un prete, come voi. Alessandro Di Medio, Sir 21

 

 

 

 

Coronavirus: preparare la Pasqua nel sabato del tempo

 

Ora che è stato detto tutto, ed è stato detto di tutto, da parte delle istituzioni (da quelle medico-scientifiche alla politica), e in Rete, sui media, da parte di tanti; ora che il coronavirus sta assumendo il volto inarrestabile e pervasivo di una pandemia; in quest’ora toccherebbe alla Chiesa fare sentire la propria voce. Perché ci avviciniamo alla Pasqua. Di  Gianfranco Brunelli

 

Ora che è stato detto tutto, ed è stato detto di tutto, da parte delle istituzioni (da quelle medico-scientifiche alla politica), e in Rete, sui media, da parte di tanti; ora che il coronavirus sta assumendo il volto inarrestabile e pervasivo di una pandemia; in quest’ora toccherebbe alla Chiesa fare sentire la propria voce. Perché ci avviciniamo alla Pasqua.

Non sono mancati interventi di singoli pastori, ma una parola unitaria della Conferenza episcopale italiana (CEI) è sin qui mancata, se si escludono singoli comunicati, in genere sul tema dell’apertura e della chiusura delle chiese, sulla opportunità o meno di celebrare le funzioni liturgiche, in «ottemperanza» ai DPCM governativi. È mancata sin qui una parola vera.

E su cosa possono e debbono intervenire i vescovi italiani di fronte al dramma soggettivo di migliaia di persone, al dramma collettivo di una nazione, nel dramma globale?

Qui il problema non è sancire la maggiore o minore autonomia della Chiesa e delle sue decisioni come istituzione religiosa distinta dallo stato. Non siamo di fronte a un problema che riguarda, com’è accaduto in altri momenti della storia, il rapporto stato – Chiesa, non in termini istituzionali o ideologici almeno. Anche se le conseguenze di quel che accade non mancheranno neppure su quel piano.

Qui il problema è affrontare il tema della fragilità personale e collettiva, sociale ed economica, politica e istituzionale. È il tema della malattia, della vita e della morte, che tocca e ridefinisce ogni cosa. È dunque il tema dell’annuncio del Vangelo in questo tempo. Il tema del nucleo centrale della nostra fede.

Di fronte a un nemico invisibile e presente, impalpabile e certo, che assume il volto possibile di ogni persona che incontriamo, di ogni relazione e rapporto, persino di quelli più intimi e familiari, ci sentiamo improvvisamente indifesi, esposti, smarriti. È una fragilità anzitutto personale, come di chi sa d’essere esposto in prima persona all’incertezza di una malattia e del proprio destino e poi, immediatamente, legata a quello dei propri cari, dei propri amici.

È una fragilità che mette fuori gioco molte delle relazioni interpersonali e sociali. Una sorta di sospensione sine die del proprio modo d’essere.

È una fragilità personale, anche quando viene nascosta e confusa in raduni di massa, folli, come quelli di migliaia di giovani milanesi qualche sera fa, lungo i Navigli. Un tentativo di nascondere la morte. Un istinto di morte profondo, esorcizzato attraverso un eccesso di manifestazioni di vita e di colpevole indifferenza al male. Truccare il tempo. Imbellettare la morte.

Una cesura drammatica

Finché tutto questo è lasciato al destino individuale rimane nella percezione come circoscritto, non scatena una reazione di massa. Ma quando la minaccia è percepita e sperimentata come generalizzata, allora non si può più nascondere la morte. E nel rovescio dell’illusione di chi pretende di possedere il tempo e la propria condizione come duratura emerge la malinconia del suo svanire inarrestabile.

Persino il cielo così terso di questi giorni e l’anticipato aprile della natura in fiore sembrano contraddire e separare il destino individuale dalla speranza delle cose, in una cesura che l’animo avverte drammatica.

Ma per noi cristiani il tema del tempo (che dopo l’evento pasquale è figura messianica, di contrazione del tempo, l’avvio del tempo ultimo) e dunque il tema della morte è legato al tema della risurrezione: «Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe? Se i morti non risorgono, mangiamo e beviamo, perché domani moriremo» (1Cor 15,32).

E questo tempo inatteso e pericoloso non è un altro tempo. Il tempo messianico non è un altro tempo, ma una trasformazione profonda del tempo cronologico. L’escatologia che annunciamo e crediamo implica una trasformazione delle cose penultime a partire da quelle ultime. Non la loro contrapposizione. Qui, ora è l’esercizio della nostra responsabilità per la vita di tutti. La nostra decisione di rinunciare è in realtà un’offerta. Altrimenti solo l’egoismo personale e sociale segnerà in forma duratura questo passaggio difficile.

Se si chiudono le chiese è per la vita. E per la vita nel suo significato evangelico di dono. Per eccedenza d’amore. Non semplicemente per un provvedimento pur necessario di sanità pubblica. Come la donna di Betania che versa sul capo di Gesù l’unguento profumato, così anche noi dobbiamo «sprecare» l’amore. «Dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto» (Mt 26,13).

Il silenzio di Dio

Su un piano personale ed ecclesiale sperimentiamo una forma inedita di solitudine della fede. Certo non poter celebrare l’eucaristia, cioè il centro della nostra fede, non è cosa qualsiasi, da argomentare con un semplice e burocratico «in ottemperanza…» (il che spingerebbe davvero nel senso di un’accelerazione del processo di scristianizzazione).

Tutto questo non è senza conseguenze, né sul piano individuale, né su quello comunitario, ma non è di per sé neppure una crisi della fede, se è sostenuto da un annuncio forte, argomentato, reso condiviso da parte della Chiesa.

La Chiesa italiana, lo stesso vescovo di Roma sono attesi per una parola che ripeta nuovamente il Vangelo in questo tempo; che affronti il mistero della morte e della risurrezione. Perché con questo, oggi, tutti, individualmente e collettivamente, siamo confrontati. Questa è l’attesa, consapevole o meno, di una moltitudine.

Siamo entrati in una lunga vigilia, un’interminabile veglia notturna. È il Sabato santo della fede, il giorno a-liturgico per eccellenza, un tempo denso di sofferenza, di smarrimento, d’attesa e di speranza, che sta tra il dolore della croce e la gioia della Pasqua. Il giorno del silenzio di Dio. La Chiesa deve preparare la Pasqua, perché forse neppure la liturgia pasquale potremo celebrare, il centro della nostra fede: il corpo e il sangue di Cristo dato per noi e per tutti.

Ma che cos’è per il cristiano il vigilare se non l’attendere, scrutare nella notte, prestare attenzione al proprio tempo; se non prendersi cura dell’altro, vegliare con amore qualcuno nelle case o in un ospedale? In questo tempo abbiamo la possibile consolazione della contemplazione della Parola e della preghiera, da quella personale a quella familiare. Possiamo farla risuonare. In molti modi.

È il tabernacolo dei cuori e delle case che in quest’ora viene aperto. Cristo sta alla nostra porta. Il Regno, marzo

 

 

 

 

Coronavirus Covid -19: indulgenza plenaria per malati, medici, operatori sanitari e familiari. Prevista “assoluzione collettiva”

 

La Penitenzieria, inoltre – si legge nella nota che accompagna il decreto, diffusa insieme a quest’ultimo dalla Sala Stampa della Santa Sede – per “la gravità delle attuali circostanze”, e “soprattutto nei luoghi maggiormente interessati dal contagio pandemico e fino a quando il fenomeno non rientrerà”, ricorda la possibilità di impartire “l’assoluzione collettiva”, cioè a più fedeli insieme, “senza la previa confessione individuale”. Per avere l’indulgenza plenaria, i malati di coronavirus, quanti sono sottoposti a regime di quarantena nonché gli operatori sanitari e i familiari che, si espongono al rischio di contagio per assistere chi è colpito dal Covid-19, potranno anche semplicemente recitare il Credo, il Padre nostro e una preghiera a Maria. Gli altri potranno scegliere tra varie opzioni: visitare il Santissimo Sacramento o l’adorazione eucaristica o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, oppure la recita del Rosario, la Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, chiedendo a Dio la cessazione dell’epidemia, il sollievo per i malati e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé. L’indulgenza plenaria può essere ottenuta anche dal fedele che in punto di morte si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico: in questo caso si raccomanda l’uso del crocifisso o della croce. Per quanto riguarda l’assoluzione collettiva – spiega la Penitenzieria – “il sacerdote è tenuto a preavvertire, entro i limiti del possibile, il vescovo diocesano o, se non potesse, ad informarlo quanto prima”. Spetta, infatti, sempre al vescovo diocesano – si precisa nella nota – “determinare, nel territorio della propria circoscrizione ecclesiastica e relativamente al livello di contagio pandemico, i casi di grave necessità nei quali sia lecito impartire l’assoluzione collettiva: ad esempio all’ingresso dei reparti ospedalieri, ove si trovino ricoverati i fedeli contagiati in pericolo di morte, adoperando nei limiti del possibile e con le opportune precauzioni i mezzi di amplificazione della voce, perché l’assoluzione sia udita”. La Penitenzieria chiede, inoltre, di valutare “la necessità e l’opportunità di costituire, laddove necessario, in accordo con le autorità sanitarie, gruppi di ‘cappellani ospedalieri straordinari’, anche su base volontaria e nel rispetto delle norme di tutela dal contagio, per garantire la necessaria assistenza spirituale ai malati e ai morenti”.

Inoltre, laddove “i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, si ricorda che la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dal votum confessionis, vale a dire dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali”, come indicato dal Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1452). “Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti – sin legge nel decreto – è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale”. “Mai come in questo tempo – l’annotazione finale – la Chiesa sperimenta la forza della comunione dei santi, innalza al suo Signore Crocifisso e Risorto voti e preghiere, in particolare il Sacrificio della Santa Messa, quotidianamente celebrato, anche senza popolo, dai sacerdoti” e come “buona madre, la Chiesa implora il Signore perché l’umanità sia liberata da un tale flagello, invocando l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Misericordia e Salute degli infermi, e del suo Sposo San Giuseppe, sotto il cui patrocinio la Chiesa da sempre cammina nel mondo”. (M.N.)  Sir 20

 

 

 

 

Concessione di speciali Indulgenze ai fedeli nell’attuale situazione di pandemia

 

Decreto della Penitenzieria Apostolica e Nota circa il Sacramento della Riconciliazione nell’attuale situazione di pandemia

 

Si concede il dono di speciali Indulgenze ai fedeli affetti dal morbo Covid-19, comunemente detto Coronavirus, nonché agli operatori sanitari, ai familiari e a tutti coloro che a qualsivoglia titolo, anche con la preghiera, si prendono cura di essi.

«Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera» (Rm 12,12). Le parole scritte da San Paolo alla Chiesa di Roma risuonano lungo l’intera storia della Chiesa e orientano il giudizio dei fedeli di fronte ad ogni sofferenza, malattia e calamità. Il momento presente in cui versa l’intera umanità, minacciata da un morbo invisibile e insidioso, che ormai da tempo è entrato prepotentemente a far parte della vita di tutti, è scandito giorno dopo giorno da angosciose paure, nuove incertezze e soprattutto diffusa sofferenza fisica e morale.

La Chiesa, sull’esempio del suo Divino Maestro, ha avuto da sempre a cuore l’assistenza agli infermi. Come indicato da San Giovanni Paolo II, il valore della sofferenza umana è duplice: «È soprannaturale, perché si radica nel mistero divino della redenzione del mondo, ed è, altresì, profondamente umano, perché in esso l’uomo ritrova stesso, la propria umanità, la propria dignità, la propria missione» (Lett. Ap. Salvifici doloris, 31).

Anche Papa Francesco, in questi ultimi giorni, ha manifestato la sua paterna vicinanza e ha rinnovato l’invito a pregare incessantemente per gli ammalati di Coronavirus. Affinché tutti coloro che soffrono a causa del Covid-19, proprio nel mistero di questo patire possano riscoprire «la stessa sofferenza redentrice di Cristo» (ibid., 30), questa Penitenzieria Apostolica, ex auctoritate Summi Pontificis, confidando nella parola di Cristo Signore e considerando con spirito di fede l’epidemia attualmente in corso, da vivere in chiave di conversione personale, concede il dono delle Indulgenze a tenore del seguente dispositivo.

Si concede l’Indulgenza plenaria ai fedeli affetti da Coronavirus, sottoposti a regime di quarantena per disposizione dell’autorità sanitaria negli ospedali o nelle proprie abitazioni se, con l’animo distaccato da qualsiasi peccato, si uniranno spiritualmente attraverso i mezzi di comunicazione alla celebrazione della Santa Messa, alla recita del Santo Rosario, alla pia pratica della Via Crucis o ad altre forme di devozione, o se almeno reciteranno il Credo, il Padre Nostro e una pia invocazione alla Beata Vergine Maria, offrendo questa prova in spirito di fede in Dio e di carità verso i fratelli, con la volontà di adempiere le solite condizioni (confessione sacramentale, comunione eucaristica e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre), non appena sarà loro possibile.

Gli operatori sanitari, i familiari e quanti, sull’esempio del Buon Samaritano, esponendosi al rischio di contagio, assistono i malati di Coronavirus secondo le parole del divino Redentore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13), otterranno il medesimo dono dell’Indulgenza plenaria alle stesse condizioni.

Questa Penitenzieria Apostolica, inoltre, concede volentieri alle medesime condizioni l’Indulgenza plenaria in occasione dell’attuale epidemia mondiale, anche a quei fedeli che offrano la visita al Santissimo Sacramento, o l’adorazione eucaristica, o la lettura delle Sacre Scritture per almeno mezz’ora, o la recita del Santo Rosario, o il pio esercizio della Via Crucis, o la recita della Coroncina della Divina Misericordia, per implorare da Dio Onnipotente la cessazione dell’epidemia, il sollievo per coloro che ne sono afflitti e la salvezza eterna di quanti il Signore ha chiamato a sé.

La Chiesa prega per chi si trovasse nell’impossibilità di ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi e del Viatico, affidando alla Misericordia divina tutti e ciascuno in forza della comunione dei santi e concede al fedele l’Indulgenza plenaria in punto di morte, purché sia debitamente disposto e abbia recitato abitualmente durante la vita qualche preghiera (in questo caso la Chiesa supplisce alle tre solite condizioni richieste). Per il conseguimento di tale indulgenza è raccomandabile l’uso del crocifisso o della croce (cf. Enchiridion indulgentiarum, n.12).

La Beata sempre Vergine Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Salute degli infermi e Aiuto dei cristiani, Avvocata nostra, voglia soccorrere l’umanità sofferente, respingendo da noi il male di questa pandemia e ottenendoci ogni bene necessario alla nostra salvezza e santificazione.

Il presente Decreto è valido nonostante qualunque disposizione contraria.

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020.

Mauro Card. Piacenza Penitenziere Maggiore Krzysztof Nykiel Reggente

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Nota della Penitenzieria Apostolica circa il Sacramento della Riconciliazione nell’attuale situazione di pandemia

«Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20) La gravità delle attuali circostanze impone una riflessione sull’urgenza e la centralità del sacramento della Riconciliazione, unitamente ad alcune necessarie precisazioni, sia per i fedeli laici, sia per i ministri chiamati a celebrare il sacramento. Anche in tempo di Covid-19, il sacramento della Riconciliazione viene amministrato a norma del diritto canonico universale e secondo quanto disposto nell’Ordo Paenitentiae. La confessione individuale rappresenta il modo ordinario per la celebrazione di questo sacramento (cf. can. 960 CIC), mentre l’assoluzione collettiva, senza la previa confessione individuale, non può essere impartita se non laddove ricorra l’imminente pericolo di morte, non bastando il tempo per ascoltare le confessioni dei singoli penitenti (cf. can. 961, § 1 CIC), oppure una grave necessità (cf. can. 961, § 1, 2° CIC), la cui considerazione spetta al Vescovo diocesano, tenuto conto dei criteri concordati con gli altri membri della Conferenza Episcopale (cf. can. 455, § 2 CIC) e ferma restando la necessità, per la valida assoluzione, del votum sacramenti da parte del singolo penitente, vale a dire il proposito di confessare a tempo debito i singoli peccati gravi, che al momento non era possibile confessare (cf. can. 962, § 1 CIC).

Questa Penitenzieria Apostolica ritiene che, soprattutto nei luoghi maggiormente interessati dal contagio pandemico e fino a quando il fenomeno non rientrerà, ricorrano i casi di grave necessità, di cui al summenzionato can. 961, § 2 CIC. Ogni ulteriore specificazione è demandata dal diritto ai Vescovi diocesani, tenuto sempre conto del supremo bene della salvezza delle anime (cf. can. 1752 CIC). Qualora si presentasse la necessità improvvisa di impartire l’assoluzione sacramentale a più fedeli insieme, il sacerdote è tenuto a preavvertire, entro i limiti del possibile, il Vescovo diocesano o, se non potesse, ad informarlo quanto prima (cf. Ordo Paenitentiae, n. 32). Nella presente emergenza pandemica, spetta pertanto al Vescovo diocesano indicare a sacerdoti e penitenti le prudenti attenzioni da adottare nella celebrazione individuale della riconciliazione sacramentale, quali la celebrazione in luogo areato esterno al confessionale, l’adozione di una distanza conveniente, il ricorso a mascherine protettive, ferma restando l’assoluta attenzione alla salvaguardia del sigillo sacramentale ed alla necessaria discrezione.

Inoltre, spetta sempre al Vescovo diocesano determinare, nel territorio della propria circoscrizione ecclesiastica e relativamente al livello di contagio pandemico, i casi di grave necessità nei quali sia lecito impartire l’assoluzione collettiva: ad esempio all’ingresso dei reparti ospedalieri, ove si trovino ricoverati i fedeli contagiati in pericolo di morte, adoperando nei limiti del possibile e con le opportune precauzioni i mezzi di amplificazione della voce, perché l’assoluzione sia udita. Si valuti la necessità e l’opportunità di costituire, laddove necessario, in accordo con le autorità sanitarie, gruppi di “cappellani ospedalieri straordinari”, anche su base volontaria e nel rispetto delle norme di tutela dal contagio, per garantire la necessaria assistenza spirituale ai malati e ai morenti.

Laddove i singoli fedeli si trovassero nella dolorosa impossibilità di ricevere l’assoluzione sacramentale, si ricorda che la contrizione perfetta, proveniente dall’amore di Dio amato sopra ogni cosa, espressa da una sincera richiesta di perdono (quella che al momento il penitente è in grado di esprimere) e accompagnata dal votum confessionis, vale a dire dalla ferma risoluzione di ricorrere, appena possibile, alla confessione sacramentale, ottiene il perdono dei peccati, anche mortali (cf. CCC, n. 1452). Mai come in questo tempo la Chiesa sperimenta la forza della comunione dei santi, innalza al suo Signore Crocifisso e Risorto voti e preghiere, in particolare il Sacrificio della Santa Messa, quotidianamente celebrato, anche senza popolo, dai sacerdoti.

Come buona madre, la Chiesa implora il Signore perché l’umanità sia liberata da un tale flagello, invocando l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Misericordia e Salute degli infermi, e del suo Sposo San Giuseppe, sotto il cui patrocinio la Chiesa da sempre cammina nel mondo. Ci ottengano Maria Santissima e San Giuseppe abbondanti grazie di riconciliazione e di salvezza, in attento ascolto della Parola del Signore, che ripete oggi all’umanità: «Fermatevi e sappiate che io sono Dio» (Sal 46,11), «Io sono con voi tutti i giorni» (Mt 28,20).

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 19 marzo 2020,

Solennità di San Giuseppe, Sposo della B.V. Maria, Patrono della Chiesa Universale.

Mauro Card. Piacenza Penitenziere Maggiore Krzysztof Nykiel Reggente

Zenit 20

 

 

 

 

Coronavirus: come vivere questo tempo in famiglia?

 

Stanno cambiando le nostre vite in questi giorni, anche tra le mura domestiche. Come stiamo vivendo questo tempo dettato dalle restrizioni per evitare l'allargarsi del contagio? Per chi vive in famiglia la quarantena che ci è imposta è proprio un'occasione favorevole - Giovanni M. Capetta

 

Come stiamo vivendo questo tempo dettato dalle restrizioni per evitare l’allargarsi del contagio? Che tempo è per le nostre famiglie? Senz’altro siamo soggetti tutti a molte limitazioni, in questo si può ben dire che sia una Quaresima particolare, con un’accentuazione delle sue specificità come la rinuncia, la privazione e il sacrificio; eppure non è solo questo.

Per chi vive in famiglia la quarantena che ci è imposta è proprio un tempo favorevole.

I ragazzi sono a casa da scuola e – dopo i primi giorni di evanescente euforia – assaggiano la sacrosanta mancanza del luogo e del tempo a loro normalmente dedicati. “Mamma, quanto durerà?” “Papà, mi mancano i miei compagni!”. Quella che è spesso apparentemente sopportata come faticosa routine sui banchi di scuola, torna ad assumere la sua dimensione legittima e naturale: un fondamentale diritto, una grande occasione, l’istruzione che tanti ragazzi del mondo non possono permettersi e forse non avranno mai. È poi questo il tempo in cui le nuove tecnologie possono assumere maggiormente le funzioni originarie e più positive, ovvero quelle di mettere in comunicazione le persone fra loro, non per evadere dalla vita reale ma per sopperire alla possibilità di vedersi e frequentarsi fisicamente.

Internet e i social valicano il metro di distanza fisica che ci è imposto per prevenire il contagio e fanno entrare il mondo nelle nostre case mentre fuori le strade si svuotano. Piattaforme telematiche si moltiplicano e tutti i device in casa sono presi d’assalto non solo per giochi un po’ ripetitivi e talvolta alienanti, ma per mettersi in contatto col professore o la maestra, per una lezione a distanza, un compito in rete, o una comunicazione condivisa. Siamo uomini e donne e in quanto tali animali sociali, fatti per la relazione e le stesse mascherine con cui ci proteggiamo dicono l’emergenza di non potersi riconoscere dal volto, luogo della nostra espressione. Mentre i tg e i notiziari diffondono le notizie sempre sul sottile crinale fra necessità e sensazionalismo, la famiglia in casa assaggia lo strano sapore di essere fisicamente più unita del solito.

I pranzi feriali, di solito consumati ognuno in un luogo o in un tempo diverso, tornano ad essere in comune… nei lunghi pomeriggi sono eliminate tutte le attività ludiche e sportive, ma si può trovare il tempo anche per un gioco da tavolo tutti insieme. Sì, è questo un kairos, un tempo favorevole da sapere valorizzare, un tempo in cui riconoscersi fragili, bisognosi di luce come girasoli che si girano verso la fonte che loro il nome. Un tempo in cui usare con abbondanza il telefono per essere vicini alle persone che sappiamo più sole. Un tempo per varcare la soglia ed essere più solidali col vicino, magari anche quello molesto. Il tempo in cui dobbiamo tenere le distanze, può essere per paradosso quello in cui impariamo vicinanze nuove. È questo un tempo in cui la famiglia può tornare a pregare maggiormente insieme e fare della propria stessa vicinanza una preghiera.

Nel tempo in cui le autorità religiose decidono di assecondare quelle civili, rinunciando alla celebrazione delle messe, alle coppie cristiane è chiesto di diventare ancora di più ciò che sono, ovvero Chiesa domestica.

Gli sposi sono “tabernacoli ambulanti” che nel vivere il loro amore annunciano nel mondo il Vangelo per la grazia del sacramento delle nozze che ribadisce ed indirizza quella del loro battesimo. Dunque, più che rammaricarci – noi abituati ai mille campanili – per l’assenza dell’Eucarestia nelle specie del pane e del vino, condividiamo questo momento di “rinuncia” con tutti i cattolici che nel mondo non possono ricevere la comunione ogni domenica. E poi prodighiamoci per essere testimoni di lode, di ringraziamento e di carità fra noi e coi fratelli. Nella stagione del Coronavirus, famiglia diventa ciò che sei. Sir 21

 

 

 

 

Mci Bruxelles: l’arcivescovo scrive al missionario italiano

 

Bruxelles – “Ho appreso che la città e la diocesi di Bergamo sono particolarmente colpite dall’epidemia globale di coronavirus e che al momento sono morti 6 sacerdoti. Devi essere terribilmente colpito”. Lo scrive in un messaggio al missionario della comunità italiana di Bruxelles, don Claudio Visconti, l’arcivescovo della Capitale belga, il card. Josef De Kesel: “Ti invio questo piccolo messaggio per assicurarti la mia comunione di preghiera in questa grande prova. Possa il Signore accompagnare te e tutti i tuoi compatrioti”. Ad oggi sono 13 i sacerdoti della diocesi di Bergamo morti a causa del virus che sta colpendo l’Italia e molti Paesi europei. “Da qualche giorno siamo confinati”, ci dice don Visconti che voleva recarsi a Bergamo per andare a trovare i suoi parenti, amici e anche sacerdoti “con alcuni dei quali ho condiviso tanti anni di seminario e poi di ministero”. Il sacerdote ricorda la telefonata di ieri di Papa Francesco al vescovo della città orobica, mons. Francesco Beschi esprimendo la sua vicinanza: “vorrei essere tra i miei compaesani. D’altro canto sono trattenuto qui a Bruxelles, non solo perché sono l’unico prete della Comunità italiana, ma anche perché il mio posto ora è qui ed i miei fratelli e le mie sorelle sono ora qui”.

La Comunità cattolica italiana di Bruxelles ha attivato alcuni canali di comunicazione su YouTube e Facebook, attraverso i quali don Viscini cerca di “testimoniare che Dio non ci abbandona e che ci vuole ancora bene, nonostante sembra muto o disattento alle tante suppliche che in questi giorni gli vengono rivolte”. A Bruxelles vivono migliaia di italiani e anche la comunità cattolica è molto numerosa. “Abbiamo sospeso come in Italia ogni forma di celebrazione pubblica, ma attraverso i mezzi di comunicazione riusciamo a trasmettere la Messa ed alcune liturgie significative per la Quaresima come la Via Crucis ed il Rosario”, ci dice don Visconti: “domenica mi han detto che ci sono stati più di 700 collegamenti. Questi collegamenti dicono sicuramente la comunione che sempre cerchiamo di costruire ma anche l’Invocazione che anche da qui con le nostre famiglie rivolgiamo al Signore, perché stia dalla nostra parte contro il virus.  Questo male – spiega don Visconti – dal suo canto sta contagiando anche qui e facendo le sue vittime, che per fortuna non sono assolutamente comparabili a quanto succede a Bergamo e in Italia. Abbiamo comunque molta paura, anche perché gli esperti ci dicono che siamo di fatto in ritardo di una decina di giorni rispetto alla sua diffusione in Italia. Confidiamo e preghiamo. Sentiamoci uniti”. Raffaele Iaria, dip 20

 

 

 

Mci Amburgo: unione spirituale e la preghiera darà forza alla nostra comunità in questo momento

 

Amburgo - Ovviamente non è semplice poter vivere con una certa tranquillità in un periodo di completa incertezza, soprattutto in quella che è la seconda città della Germania. Se è pur vero che le strutture sanitarie tedesche hanno circa 29.000 posti di terapia intensiva è anche pur vero che ci sono 80.000.000 di persone e soprattutto di persone che per certi versi non hanno compreso ancora appieno il pericolo che si corre, basti pensare che fino a domenica ristoranti e bar e pub erano tutti pieni.

Forse a tanti l’Italia ancora non ha insegnato nulla, ma invece ai nostri connazionali altre priorità balzano dinnanzi. Innanzitutto l’essere accanto a quei connazionali che sono più vulnerabili, più in difficoltà, tramite i social e non solo, perché la presenza di un gruppo di volontari in un certo senso è una buona protezione. Ecco allora che bisogna mostrare che è possibile aiutare ancora in queste condizioni, tutti possiamo trasmettere il virus, non particolarmente chi è povero, chi vive per strada, quindi tutti dobbiamo prendere le dovute precauzioni, ma non dobbiamo mai lasciare nessuno da solo perché l’isolamento di questi giorni può portare a gravi conseguenze.  Infatti ci sono casi di persone della nostra comunità che si sentono male solo al pensiero di essere colpiti dal virus e vanno in ospedale. C’è bisogno, oggi, di una di una reazione da parte di tutti così come dobbiamo rispettare ciò che ci viene chiesto dalle autorità, ed infatti qui tranne i servizi essenziali tutto è sospeso fino al 30 Aprile e ciò che fa soffrire di più la nostra comunità e il non poter partecipare alle celebrazioni liturgiche per circa 60 giorni; ma l’unione spirituale e la preghiera darà forza alla nostra comunità in questo momento. Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di cittadini forti, di cittadini consapevoli del rischio che si sta vivendo, ma che rispondono a questo rischio non con la paura, ma con una reazione di solidarietà, di attenzione, al bene comune e al bene di chi è più povero e più fragile, affidandoci alla bontà di Dio. don Pierluigi Vignola, Mig.On. 20

 

 

 

 

Mysterium fragilis: l’uomo di fronte alla sua caducità, rivelazione liberante

 

Il tempo presente offre certamente al cristiano la possibilità di ritrovare del tempo per pregare, per riflettere, per approfondire i contenuti della fede e per riqualificare le relazioni famigliari, tuttavia questa prova ci offre anche la straordinaria possibilità di rivedere la realtà della nostra vita personale alla luce del mistero della fragilità di cui siamo plasmati. L’uomo è mistero fragile. Paolo Morocutti

 

La nota mistica e scrittrice, medico, Adrienne Von Speyer, convertita dal protestantesimo nel 1940 sotto la guida del grande teologo Hans Urs Von Balthasar, ebbe a dire del nostro tempo; “l’uomo è posto bruscamente in solitudine unicamente davanti al Signore e al proprio peccato”. Queste parole sagge e illuminate di Adrienne, fotografano in modo appropriato il tempo che stiamo vivendo. Questi giorni di grande sofferenza sono certamente un’occasione per riflettere sul senso della nostra esistenza e sul fine ultimo del nostro camminare nella storia. Il tempo presente offre certamente al cristiano la possibilità di ritrovare del tempo per pregare, per riflettere, per approfondire i contenuti della fede e per riqualificare le relazioni famigliari, tuttavia questa prova ci offre anche la straordinaria possibilità di rivedere la realtà della nostra vita personale alla luce del mistero della fragilità di cui siamo plasmati. L’uomo è mistero fragile. Ogni tentativo nella storia di negare o di ridurre questa realtà è risultato fuorviante e fallimentare. Il tempo della grande epidemia da coronavirus in Italia è coinciso più o meno con l’inizio della Quaresima e la Chiesa attraverso il rito dell’imposizione delle ceneri ci ha come introdotto, seppur senza saperlo, in questo particolare periodo di deserto. Lo ha fatto con queste illuminate parole: “Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris”. Ricordati, uomo, che sei polvere e in polvere ritornerai. Non sono parole inquietanti, non sono minacciose rappresaglie teologiche, non è terrorismo spirituale.

Si tratta di una realtà meravigliosa, straordinaria, liberante.

Essa ci introduce nel cuore della vita di ogni uomo. Questo tempo ci pone davanti alla realtà, ci chiede di non fuggire, di non voltarci ancora una volta dall’altra parte, di affrontare con grande senso di libertà e di responsabilità il presente, di non continuare ad accusare Dio, di non evocare invano i suoi castighi più o meno meritati, di essere onesti e di riconoscere che l’unica affermazione certa e indiscutibile che possiamo condividere è che siamo un mistero fragile. Ognuno di noi sa benissimo che è nato e sa benissimo che morirà, non è un annuncio di sventura è la semplice realtà. Come cristiani dobbiamo però aggiungere a questa realtà un’altra realtà altrettanto indiscutibile, cioè la “teleologia della salvezza”, cioè il fine ultimo a cui tendiamo. Questo fine non è il nulla ma è Dio. Questo tempo di isolamento e di epidemia può e deve essere impiegato anche per riflettere su questo “mysterium fragilis”. Siamo polvere, creta, argilla  impastata dalle sapienti mani di un Dio creatore che conduce i nostri passi con sapienza e dispone ogni cosa secondo la sua provvidenza, “nostra salutis causa” cioè per la nostra salvezza. Se sapremo fermarci per riflettere su questo grande mistero, scopriremo la verità delle parole dell’Apostolo Paolo che nella lettera ai Romani afferma: “Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore”. Non sarà certo questa nuova pandemia a separarci dall’amore di Dio e certamente tutto andrà bene perché l’ultima parola sulla nostra fragile esistenza, anche sull’inevitabile evento della morte spetta sempre a Dio. Per noi cristiani la più grande paura, la terribile realtà da cui fuggire è il peccato mortale non la morte corporale, essa può essere solo rimandata ma non annullata. Aiutiamoci dunque a ritrovare nella nostra misera condizione di umana fragilità la mano provvidente di Dio che ci guida per l’unica strada che riconduce a casa. Perché passa la scena di questo mondo ma chi è in Dio rimane per sempre. Ricordiamoci infine le parole di Gesù: “non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!». Allora veramente tutto andrà bene! Sir 21

 

 

 

 

“Coronavirus, Papa Francesco: "Non sprecate questi giorni difficili"

 

Intervista al pontefice. "Quanto ha scritto Fabio Fazio su Repubblica è vero. I nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri. Ho chiesto al Signore di fermare l’epidemia: fermala con la tua mano. Ho pregato per questo. Ringrazio chi si spende per salvare gli altri. E chiedo che tutti siano vicini a coloro che hanno perso i propri cari". di PAOLO RODARI

 

CITTA' DEL VATICANO - "In questi giorni difficili possiamo ritrovare i piccoli gesti concreti di vicinanza e concretezza verso le persone che sono a noi più vicine, una carezza ai nostri nonni, un bacio ai nostri bambini, alle persone che amiamo. Sono gesti importanti, decisivi. Se viviamo questi giorni così, non saranno sprecati". Papa Francesco vive le sue giornate in Vaticano seguendo da vicino le notizie intorno all'emergenza del coronavirus. Due giorni fa è andato a Santa Maria Maggiore e nella chiesa di San Marcello al Corso per pregare. A Repubblica racconta cosa questi giorni gli stanno insegnando.

 

Santo Padre, cosa ha domandato quando è andato a pregare nelle due chiese romane?

"Ho chiesto al Signore di fermare l'epidemia: Signore, fermala con la tua mano. Ho pregato per questo".

 

Come si possono vivere questi giorni affinché non siano sprecati?

"Dobbiamo ritrovare la concretezza delle piccole cose, delle piccole attenzioni da avere verso chi ci sta vicino, famigliari, amici. Capire che nelle piccole cose c'è il nostro tesoro. Ci sono gesti minimi, che a volte si perdono nell'anonimato della quotidianità, gesti di tenerezza, di affetto, di compassione, che tuttavia sono decisivi, importanti. Ad esempio, un piatto caldo, una carezza, un abbraccio, una telefonata... Sono gesti familiari di attenzione ai dettagli di ogni giorno che fanno sì che la vita abbia senso e che vi sia comunione e comunicazione fra noi".

 

Solitamente non viviamo così?

"A volte viviamo una comunicazione fra noi soltanto virtuale. Invece dovremmo scoprire una nuova vicinanza. Un rapporto concreto fatto di attenzioni e pazienza. Spesso le famiglie a casa mangiano insieme in un grande silenzio che però non è dato da un ascolto reciproco, bensì dal fatto che i genitori guardano la televisione mentre mangiano e i figli stanno sul telefonino. Sembrano tanti monaci isolati l'uno dall'altro. Qui non c'è comunicazione; invece ascoltarsi è importante perché si comprendono i bisogni dell'altro, le sue necessità, fatiche, desideri. C'è un linguaggio fatto di gesti concreti che va salvaguardato. A mio avviso il dolore di questi giorni è a questa concretezza che deve aprire".

 

Tante persone hanno perso i propri cari, tante altre lottano in prima linea per salvare altre vite. Cosa dice loro?

"Ringrazio chi si spende in questo modo per gli altri. Sono un esempio di questa concretezza. E chiedo che tutti siano vicini a coloro che hanno perso i propri cari, cercando di accompagnarli in tutti i modi possibili. La consolazione adesso deve essere impegno di tutti. In questo senso mi ha molto colpito l'articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio sulle cose che sta imparando da questi giorni".

 

Cosa in particolare?

"Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri. Ha ragione ad esempio quando dice: "È diventato evidente che chi non paga le tasse non commette solo un reato ma un delitto: se mancano posti letto e respiratori è anche colpa sua". Questa cosa mi ha molto colpito".

 

Chi non crede come può stare con speranza di fronte a questi giorni?

"Tutti sono figli di Dio e sono guardati da Lui. Anche chi non ha ancora incontrato Dio, chi non ha il dono della fede, può trovare lì la strada, nelle cose buone in cui crede: può trovare la forza nell'amore per i propri figli, per la famiglia, per i fratelli. Uno può dire: "Non posso pregare perché non credo". Ma nello stesso tempo, tuttavia, può credere nell'amore delle persone che ha intorno e lì trovare speranza". LR 18

 

 

 

 

Il vescovo Beschi: «Mi ha telefonato il Papa. Ci porta nel suo cuore e nelle sue preghiere»

 

Il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi, ha comunicato con una lettera che stamattina, mercoledì 18 marzo, ha ricevuto una telefonata da Papa Francesco.

 

«Questa mattina (mercoledì 18 marzo, ndr) mi ha chiamato al telefono Papa Francesco. Il Santo Padre è stato molto affettuoso manifestando la sua paterna vicinanza, a me, ai sacerdoti, ai malati, a coloro che li curano e a tutta la nostra Comunità. Ha voluto chiedere dettagli sulla situazione che Bergamo sta vivendo, sulla quale era molto informato. È rimasto molto colpito dalla sofferenza per i moltissimi defunti e per il distacco che le famiglie sono costrette a vivere in modo così doloroso. Mi ha pregato di portare a tutti e a ciascuno la sua benedizione confortatrice e portatrice di grazia, di luce e di forza. In modo particolare mi ha chiesto di far giungere la sua vicinanza ai malati e a tutti coloro che in diverso modo stanno prodigandosi in modo eroico per il bene degli altri: medici, infermieri, autorità civile e sanitarie, forze dell’ordine.

Un sentimento di profondo compiacimento lo ha espresso verso i nostri sacerdoti, colpito dal numero dei morti e dei ricoverati, ma anche impressionato in positivo dalla fantasia pastorale con cui è stata inventata ogni forma possibile di vicinanza alle famiglie, agli anziani e ai bambini, segno della vicinanza stessa di Dio. Papa Francesco ha promesso che ci porta nel suo cuore e nelle sue preghiere quotidiane. Questo suo gesto così delicato di premura e la sua benedizione di padre è stata una eco, una continuazione, una realizzazione concreta per me e sono convinto per l’intera diocesi e per ciascuno di quella carezza del nostro santo Giovanni XXII I che ieri abbiamo invocato nella supplica e che la natura con i primi germogli di primavera ci sta riconsegnando”. L’EcodB. 18

 

 

 

 

“Il messaggio che devo dare, come Vescovo di Roma: misericordia, misericordia, per favore, perdono”

 

L’Udienza Generale e la Catechesi del Santo Padre del 18 marzo dalla Biblioteca del Palazzo Apostolico Vaticano sulla quinta beatitudine: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Ci soffermiamo oggi sulla quinta beatitudine, che dice: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7). In questa beatitudine c’è una particolarità: è l’unica in cui la causa e il frutto della felicità coincidono, la misericordia. Coloro che esercitano la misericordia troveranno misericordia, saranno “misericordiati”. Questo tema della reciprocità del perdono non è presente solo in questa beatitudine, ma è ricorrente nel Vangelo. E come potrebbe essere altrimenti? La misericordia è il cuore stesso di Dio! Gesù dice: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati» (Lc 6,37). Sempre la stessa reciprocità. E la Lettera di Giacomo afferma che «la misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (2,13). Ma è soprattutto nel Padre Nostro che noi preghiamo: «Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Mt 6,12); e questa domanda è l’unica ripresa alla fine: «Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15; cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2838).

Ci sono due cose che non si possono separare: il perdono dato e il perdono ricevuto. Ma tante persone sono in difficoltà, non riescono a perdonare. Tante volte il male ricevuto è così grande che riuscire a perdonare sembra come scalare una montagna altissima: uno sforzo enorme; e uno pensa: non si può, questo non si può. Questo fatto della reciprocità della misericordia indica che abbiamo bisogno di rovesciare la prospettiva. Da soli non possiamo, ci vuole la grazia di Dio, dobbiamo chiederla. Infatti, se la quinta beatitudine promette di trovare misericordia e nel Padre Nostro chiediamo la remissione dei debiti, vuol dire che noi siamo essenzialmente dei debitori e abbiamo necessità di trovare misericordia! Tutti siamo debitori. Tutti. Verso Dio, che è tanto generoso, e verso i fratelli.

Ogni persona sa di non essere il padre o la madre che dovrebbe essere, lo sposo o la sposa, il fratello o la sorella che dovrebbe essere. Tutti siamo “in deficit”, nella vita. E abbiamo bisogno di misericordia. Sappiamo che anche noi abbiamo fatto il male, manca sempre qualcosa al bene che avremmo dovuto fare. Ma proprio questa nostra povertà diventa la forza per perdonare! Siamo debitori e se, come abbiamo ascoltato all’inizio, saremo misurati con la misura con cui misuriamo gli altri (cfr Lc 6,38), allora ci conviene allargare la misura e rimettere i debiti, perdonare. Ognuno deve ricordare di avere bisogno di perdonare, di avere bisogno del perdono, di avere bisogno della pazienza; questo è il segreto della misericordia: perdonando si è perdonati. Perciò Dio ci precede e ci perdona Lui per primo (cf Rm 5,8). Ricevendo il suo perdono, diventiamo capaci a nostra volta di perdonare. Così la propria miseria e la propria carenza di giustizia diventano occasione per aprirsi al regno dei cieli, a una misura più grande, la misura di Dio, che è misericordia.

Da dove nasce la nostra misericordia? Gesù ci ha detto: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Quanto più si accoglie l’amore del Padre, tanto più si ama (cfr CCC, 2842). La misericordia non è una dimensione fra le altre, ma è il centro della vita cristiana: non c’è cristianesimo senza misericordia.[1] Se tutto il nostro cristianesimo non ci porta alla misericordia, abbiamo sbagliato strada, perché la misericordia è l’unica vera meta di ogni cammino spirituale. Essa è uno dei frutti più belli della carità (cf. CCC, 1829).

Ricordo che questo tema è stato scelto fin dal primo Angelus che ho dovuto dire come Papa: la misericordia. E questo è rimasto molto impresso in me, come un messaggio che come Papa io avrei dovuto dare sempre, un messaggio che devessere di tutti i giorni: la misericordia. Ricordo che quel giorno ho avuto anche l’atteggiamento un po’ “spudorato” di fare pubblicità a un libro sulla misericordia, appena pubblicato dal cardinale Kasper. E quel giorno ho sentito tanto forte che questo è il messaggio che devo dare, come Vescovo di Roma: misericordia, misericordia, per favore, perdono. La misericordia di Dio è la nostra liberazione e la nostra felicità. Noi viviamo di misericordia e non ci possiamo permettere di stare senza misericordia: è l’aria da respirare. Siamo troppo poveri per porre le condizioni, abbiamo bisogno di perdonare, perché abbiamo bisogno di essere perdonati. Grazie!

[1] Cfr S. Giovanni Paolo II, Enc. Dives in misericordia (30 novembre 1980); Bolla Misericordae Vultus (11 aprile 2015); Lett. ap. Misericordia et misera (20 novembre 2016). Papa Francesco 18.3.

 

 

 

L’Italia prega il Rosario: un momento di grazia unico ma non irripetibile

 

Eravamo un unico corpo con i nostri pastori, con i sacerdoti e i cristiani sparsi in Italia e nel mondo intero. Eravamo insieme a chi ogni giorno si spende e dona la propria vita per salvare altre vite. Eravamo con chi è nella sofferenza, perché malato o perché parente di un malato. Eravamo al fianco di chi ha perduto il proprio caro senza aver avuto la possibilità di salutarlo. Eravamo insieme a tutti gli uomini di buona volontà nel chiedere a Dio tramite Maria di fermare l’avanzata di questo virus - Amerigo Vecchiarelli

 

Pregare il Rosario. Quante volte nel corso della vita abbiamo avuto tra le mani una corona. Dalla più semplice alla più preziosa, ricordi di santuari visitati, di pellegrinaggi, o semplicemente di momenti di preghiera personale. Rosari che hanno rischiato di diventare pezzi da collezione, tenuti in bella vista, mostrati ad amici e parenti come trofei. Probabilmente utilizzati senza mai comprendere fino in fondo il valore autentico di questa straordinaria preghiera.

Solo per “grazia” possiamo intravedere il mare di bene che nasce ogni volta che meditiamo, uno dopo l’altro, quei grani più o meno preziosi legati in una catena di amore che “apre le porte del paradiso”.

L’Immacolata Concezione insegnava a Bernadette nella grotta di Lourdes che ogni Ave Maria è “come una freccia d’amore nel cuore di Gesù”. Ieri sera abbiamo recitato il rosario in casa, così come i nostri Vescovi ci avevano chiesto. Un momento di comunione con il Santo Padre. Ci siamo ritrovati davanti alla tv, con mia moglie e i miei figli a sgranare una dopo l’altra le 50 “Ave Maria” pensando al tempo che stiamo vivendo. È stato un momento di grazia, unico e, se vogliamo, non irripetibile! E non eravamo soli. Eravamo un unico corpo con i nostri pastori, con i sacerdoti e i cristiani sparsi in Italia e nel mondo intero. Eravamo insieme a chi ogni giorno si spende e dona la propria vita per salvare altre vite. Eravamo con chi è nella sofferenza, perché malato o perché parente di un malato. Eravamo al fianco di chi ha perduto il proprio caro senza aver avuto la possibilità di salutarlo. Eravamo insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà nel chiedere a Dio tramite Maria di fermare l’avanzata di questo virus.

Non sappiamo come e quando questo virus mollerà la presa, sappiamo però con certezza che quella preghiera profuma davanti all’altare di Dio.

Ieri abbiamo seguito la stella, la “stella del mattino”, Colei che precede l’aurora di Gesù, che sempre ci precede e come Madre ci salva. A Lei abbiamo affidato la nostra umanità dolente ben sapendo che non resterà delusa. E allora faccio mia e vostra la preghiera di San Bernardo di Chiaravalle sperando contro ogni speranza, certi che quella litania altro non è che il battito del nostro cuore, del cuore di ogni uomo, che cerca riparo nel cuore di Dio.

Tu che nell’instabilità continua della vita presente t’accorgi di essere sballottato tra le tempeste senza punto sicuro dove appoggiarti, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella se non vuoi essere travolto dalla bufera.

Se insorgono i venti delle tentazioni e se vai a sbattere contro gli scogli delle tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria! Se i flutti dell’orgoglio, dell’ambizione, della calunnia e dell’invidia ti spingono di qua e di là, guarda la stella, invoca Maria! Se l’ira, l’avarizia, l’edonismo squassano la navicella della tua anima, volgi il pensiero a Maria! Se turbato per l’enormità dei tuoi peccati, confuso per le brutture della tua coscienza, spaventato al terribile pensiero del giudizio, stai per precipitare nel baratro della tristezza, e nell’abisso della disperazione, pensa a Maria! Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità,

pensa a Maria, invoca Maria! Maria sia sempre sulla tua bocca e nel tuo cuore.

E per ottenere la sua intercessione, segui i suoi esempi. Se la segui non ti smarrerai, se la preghi non perderai la speranza, se pensi a lei non sbaglierai.

Sostenuto da lei non cadrai, difeso da lei non temerai, con la sua guida non ti stancherai, con la sua benevolenza giungerai a destinazione. Non siamo soli. Tutto andrà bene! Sir 20

 

 

 

Coronavirus. Un’istruzione della CEI ai sacerdoti, perché non facciano “i don Abbondio

 

Dopo che papa Francesco aveva più volte esortato i sacerdoti ad avere “il coraggio di uscire e andare dagli ammalati portando l’eucarestia”, e ringraziato quelli che “hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare i don Abbondio”, è suonata come una nota stridente, su “L’Osservatore Romano” dato alle stampe il 16 marzo, la voce del vescovo di Bergamo Francesco Beschi, il quale ha detto, come rassegnato:

“Non possiamo nemmeno più dare l’unzione agli infermi: i sacerdoti nelle parrocchie cercano di avvicinare i malati ma c’è la preoccupazione di non portare il virus insieme con il Signore Gesù, quindi c’è anche un po’ di prudenza”.

In assenza di incontri reali tra i sacerdoti e i malati, il vescovo di Bergamo ha prospettato l’estensione di un ricorso ai sacramenti – l’eucaristia, la confessione, l’unzione degli inferni – fatto solo di “voto”, di “desiderio”, in attesa di tempi migliori nei quali tornare dal virtuale al reale.

Ma già per le messe trasmesse in streaming – quindi con la sola comunione spirituale – avviene oggi qualcosa di simile, col rischio messo in luce, tra gli altri, da una personalità non sospetta di nostalgie come Enzo Bianchi del monastero di Bose, per il quale “la virtualizzazione della liturgia significa morte della liturgia cristiana, che è sempre incontro di corpi e di realtà materiali”.

Ebbene, i “Suggerimenti per la celebrazione dei sacramenti in tempo di emergenza Covid-19” che la segreteria della conferenza episcopale italiana ha inviato a tutti i vescovi martedì 17 marzo sembrano proprio voler contrastare questo rischio, a giudicare da quel che è scritto nei tre paragrafi iniziali:

“I suggerimenti proposti si armonizzano con la tradizione della Chiesa per cui, se non sussistono le condizioni per poter amministrare il sacramento, ’supplet Ecclesia’, affidandosi al ‘votum sacramenti’, come del resto il ‘battesimo di desiderio’ insegna.

“Nello stesso tempo, la storia della Chiesa testimonia che, in situazioni estreme di guerra o di epidemia, i sacerdoti non sempre hanno potuto avvicinarsi ai fedeli che necessitavano di ricevere i sacramenti indefettibili, ma tutte le volte che è stato possibile lo hanno fatto con gli accorgimenti e le dotazioni che avevano a disposizione.

“Lo scopo di questa nota, diretta ai sacerdoti impegnati nel servizio pastorale al di fuori dei presidi ospedalieri e degli istituti di ricovero e cura, è duplice: assicurare ai fedeli che ricevono i sacramenti una adeguata protezione dal possibile contagio virale; prevenire una eventuale infezione del ministro del sacramento”.

L’istruzione è molto dettagliata e spiega come fare nel celebrare la messa, nel portare il viatico, nell’amministrare il battesimo, la confessione, l’unzione degli infermi, col massimo di attenzione per evitare il contagio ma senza rinunciare a un contatto personale con i malati. Nello spirito di un san Carlo, se non con le sue maniere. (Nel sito ufficiale della CEI l’istruzione ancora non compare, ma può essere letta per intero nel sito dell’arcidiocesi di Bari e Bitonto).

Sandro Magister, Settimo Cielo, 18

 

 

 

Il coronavirus e il tempo della Quaresima

 

Una grave emergenza di nome coronavirus è apparsa negli ultimi mesi, suscitando tanta preoccupazione e modificando le abitudini della nostra vita quotidiana. 

 

Fondamentali sono i consigli per evitare il contagio e impedire la diffusione di questo virus, ma altrettanto necessario è cercare una lettura di questo avvenimento alla luce della fede cristiana. 

 

Prima di tutto è doveroso sgombrare il campo da quella interpretazione catastrofistica della storia che associa questi avvenimenti ad una punizione divina. Il Dio rivelato da Gesù Cristo è buono e misericordioso. La liturgia del mercoledì delle ceneri parla di un Dio che non vuole la morte del peccatore, bensì che si converta e viva. 

 

Il nostro Signore Gesù ha mostrato sulla croce il volto misericordioso del Padre morendo per noi peccatori, perdonando i nostri peccati, riconciliando l’uomo con Dio, e donandoci la speranza della vita eterna. 

 

Allora è lecito domandarsi la ragione per la quale il Signore della storia permette questa situazione? Una prima risposta è da ritrovare nel tempo liturgico che stiamo vivendo. Dal momento che il cristianesimo sembra essere stato bandito da una parte degli uomini a favore di illusorie ideologie e credenze personali, sembra che il Dio cristiano, nel suo infinito amore per ogni uomo, abbia offerto una possibilità di ritorno a Lui con le tre armi spirituali della preghiera, dell’elemosina e del digiuno.

 

La mentalità di oggi rifiuta il digiuno, viene considerato una pratica poco razionale, ad eccezione della necessità di dover perdere peso o quando è legato a motivi di salute. La sapienza cristiana invita al digiuno per considerare la duplice dimensione dell’uomo, quella dei bisogni materiali e la realtà spirituale, che troppe volte tende ad essere trascurata. Correre ai supermercati per approvvigionarsi di viveri e bevande per un tempo più lungo possibile è un atteggiamento egoistico che pensa ai propri bisogni, mettendo in difficoltà altri che troveranno gli scaffali vuoti. La mentalità mondana dei nostri giorni ci ha insegnato a pensare ognuno per stesso e disinteressarsi del bene dell’altro.

 

Molti fanno fatica a comprendere che è importante rimanere a casa e ridurre al minimo gli spostamenti. Questa è una forma nobile di carità cristiana, perché è un gesto che richiede una rinunzia personale alle proprie abitudini per preservare la propria salute e quella delle persone più deboli. In questo contesto, rimanere nella propria abitazione significa compiere un gesto di solidarietà, riconoscendo di vivere in una società dove esiste l’altro e dove il destino personale è legato a quello del prossimo. In altre parole riemerge il senso della comunità umana, il valore di appartenenza ad una società, dove ognuno di noi ha un ruolo e una dipendenza che non può essere ignorata o dimenticata.

 

Affiora anche il senso della preghiera, inteso come un momento nel quale silenziare le nostre parole e acquietare i nostri pensieri, per ascoltare quello che Dio vuole dirci nella storia personale che stiamo vivendo. Ma tutto questo diviene possibile solo quando siamo messi alle strette, quando siamo costretti a rivolgerci a Dio, vedendo minacciata la nostra stessa vita. 

 

Nelle situazioni di benessere e spensieratezza pensiamo di cavarcela benissimo da soli e ci dimentichiamo cosa vuol dire ascoltare e fidarsi di Dio. Proprio in questi momenti di assenza di sofferenze serie, quelle che chiamiamo comunemente croci, pensiamo di avere tutto, ma in realtà perdiamo il discernimento, operando scelte egoistiche e spesso dolorose verso il prossimo che ci vive accanto. Invece le situazioni di incertezza, che mettono in pericolo le nostre vite, ci suscitano interrogativi, fanno emergere le paure più profonde, toccano l’animo intiepidito, ci spingono ad uscire da noi stessi e rivelare il lato più nascosto di ognuno di noi.

 

Allora possiamo dire che il coronavirus ha reso le pratiche quaresimali della preghiera, digiuno ed elemosina strumenti trascendenti a disposizione di tutti, credenti e non credenti. I credenti sono chiamati a riscoprirle riconoscendo di aver trascurato la vita di fede. Forse si è rimasti fedeli alla frequentazione dei sacramenti, ma non si è colmata la dicotomia tra fede e azione, tra credo e opere. Basta vedere le reazioni di molti che si definiscono cristiani sottovalutando i pericoli, pensando di essere immuni in quanto gli altri sono peccatori, oppure quei cristiani che, pur sapendo di persone che sono state contagiate, non fanno nemmeno una telefonata a coloro che sono a casa.

 

Per i non cristiani stiamo assistendo al crollo degli idoli. In questi giorni molti stanno comprendendo l’inutilità degli oroscopi, la poco affidabilità di basare tutto sull’intelligenza, la scarsa sicurezza nell’avere tanti soldi da parte o il vantarsi per l’ottima posizione lavorativa conquistata nel corso degli anni. Dal momento che ognuno di noi rischia di essere contagiato, anche colui che non vive una vita di fede comprende come sono annullate tutte le differenze sociali, culturali ed economiche davanti alla possibilità di una malattia che può provocare la morte.

 

Dal momento che il contagio può avvenire in qualsiasi momento, viviamo nella incertezza del domani perché ci siamo dimenticati che la vita è oggi, il domani non ci appartiene. Questo non vuol dire essere imprudenti da un punto di vista sanitario, ma avere una visione nuova della vita che ci porta a considerare ogni giorno come l’ultimo giorno. Oggi è meglio di ieri e sarà più bello di domani, non rimandare a domani quello che posso fare oggi. Osvaldo Rinaldi, orbisphera 17

 

 

 

 

Sette anni di un ciclone di nome Francesco

 

Era il febbraio del 2013 quando incontrai un anziano cardinale che conoscevo da tempo. L’avevo intervistato più volte. Lo incontrai che usciva dalle Congregazioni Generali in cui si stava preparando il Conclave. Non resistetti alla tentazione e gli domandai quale sarebbe stato, secondo lui, il prossimo Pontefice. Era chiaro che non mi avrebbe mai detto il nome, ma almeno mi avrebbe aiutato a capire di quale tipo di candidato si stava discutendo. Mi spiegò che alle Congregazioni Generali non si stava discutendo di candidature, ma che i cardinali stavano prendendo atto della situazione della Chiesa Cattolica dopo lo shock delle dimissioni di Benedetto XVI. Moltissime le domande sollevate nei confronti della Curia. Gli scandali sulla pedofilia, le oscure operazioni finanziarie dello IOR, i motivi per cui papa Ratzinger si era dimesso, stavano riempiendo le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. L’anziano cardinale mi domandò, a sua volta, che cosa si diceva in Sala Stampa Vaticana, e soprattutto mi chiese quale profilo di candidato ipotizzavo per il Soglio di Pietro. Risposi che, guardando a come stava cambiando il mondo, forse erano maturi i tempi per eleggere un Pontefice giovane, magari proveniente dall’Asia, dove era in crescita il numero delle vocazioni. Il cardinale mi guardò con bonomia e mi disse: «No, in questo momento abbiamo bisogno di un Papa solido ed esperto, una persona libera da condizionamenti, abituata a governare e con una grande fede. Un Papa che, nel giro di sette anni, abbia la capacità di rinnovare in modo radicale la Curia e la Chiesa universale. «Un profilo stupendo – commentai io – ma c’è un candidato così?». «Grazie a Dio – rispose il cardinale – ce l’abbiamo…». Una volta eletto Jorge Mario Bergoglio tornai a pensai a ciò che il cardinale mi aveva detto. Ora siamo alla prova dei fatti. I sette anni sono passati. La riforma della Curia è stata annunciata ma non ancora pubblicata. Si potrebbe pensare che papa Francesco sia in ritardo con i tempi. Ma non è così. I cambiamenti operati nella Curia e nell’intera Chiesa cattolica sono vasti, diffusi, profondi, come mai nella storia. Ne citiamo solo alcuni. Per motivi diversi, cardinali come Raymond Burke, già prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica; Gerhard Mueller, già prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede; George Pell, già prefetto della Segreteria per l’Economia; Robert Sarah, la cui carica di prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti è appena scaduta, non fanno più parte della Curia vaticana. Inoltre ha destato scalpore la riduzione allo stato laicale dell’americano Theodore Edgar McCarrick, uno dei cardinali più potenti e influenti degli Stati Uniti. Innovativa e senza precedenti la nomina del laico Paolo Ruffini a prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede. Mai un laico aveva ricoperto la carica di prefetto di un dicastero vaticano. Per questo motivo ci si aspetta che, con la riforma, anche i laici potranno dirigere dicasteri della Curia. Inoltre papa Francesco ha nominata Sottosegretario della Segreteria di Stato vaticana una donna: Francesca Di Giovanni, anch’essa laica. Per comprendere la rilevanza di tale nomina, bisogna sapere che è la prima volta, nella storia della Chiesa, che una donna assume un incarico di così alto livello. Una rivoluzione, quella di papa Francesco, che ha riguardato anche il Collegio Cardinalizio. Con un Concistoro ogni anno, il Pontefice ha creato 88 cardinali provenienti da 55 Paesi. La quasi totalità delle nomine è composta da persone che nessuno avrebbe mai immaginato potessero diventare cardinali: provenienti da Paesi poveri, molti da zone dove i cattolici sono minoranza. Mai, nella storia, il Collegio Cardinalizio ha rappresentato così tanti Paesi. Inoltre, dei 124 votanti in un futuro conclave, ad oggi sono 67 i cardinali creati da papa Francesco, pari al 52,3% del totale. Una maggioranza che non può che crescere. Ciò significa che, qualsiasi cosa accada, la successione al pontificato di papa Francesco sarà sicuramente decisa da una maggioranza di nomina bergogliana. In termini concreti, questo vuol dire che sarà impossibile tornare al passato, e che la riforma di papa Francesco sarà solida e avrà lunga vita. Un processo simile a quello avvenuto nel Collegio Cardinalizio sta avvenendo anche nel Collegio Episcopale mondiale. I numeri e la qualità del rinnovamento sono tali che, in soli sette anni, papa Francesco è riuscito a realizzare il più grande e significativo cambiamento del gruppo dirigente mai avvenuto nella storia della Chiesa. Antonio Gaspari, orbisphera 17

 

 

 

 

Quaresima e Coronavirus: focalizzarsi e non disperdersi

 

Questo non è un tempo di evasione alle periferie dell’essere, è piuttosto un tempo che ci invita a focalizzarci, ad andare al cuore, al centro, all’essenziale. È un tempo che ci invita a stare, a riflettere, a fare silenzio per ascoltare. È, in breve, il tempo di Quaresima, oggi più eloquente che mai. Verranno i giorni della gioia e della vittoria, ma non sono questi: questi sono i giorni della serietà necessaria, e dell’attenzione; i giorni della cura, della vigilanza e della sobrietà. Alessandro Di Medio

 

È possibile che quanto stia per scrivere risulti impopolare, ma d’altro canto “se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!” (Gal 1, 10).

Ebbene, variando sul tema della possibile valorizzazione di questo periodo, vorrei condividere con voi una riflessione sui “flashmob” che stanno popolando le vie (fin troppo poco) deserte e le piazze (ancora non abbastanza) vuote delle nostre città.

Oggi, dal terrazzo della mia parrocchia, più volte ho sentito risuonare tentativi di canti in coro riecheggiare da un palazzo all’altro (chiaramente, sempre fuori tempo per distanze e capacità), casse di stereo a tutto volume, grida, applausi estemporanei per una non meglio precisata solidarietà…

Da un punto di vista antropologico, tutto ciò è comprensibile e intenerisce il cuore: la gente, affacciandosi dai balconi e dalle finestre, si mette a cantare, a gridare, ad applaudire… tutti cercando di farsi coraggio come possono, e in questo modo provando forse ad abbattere il muro della solitudine, e della paura che incombe.

Ma è davvero questo il rimedio alla sfida che la paura della morte ci ha lanciato? Cercare di coprirla con grida, con musica sparata a palla, con applausi che risuonano nel vuoto? Cosa resta, dopo?

Quando la musica si spegnerà, e gli applausi cesseranno, e le grida si zittiranno, “quando tremeranno i custodi della casa e si curveranno i gagliardi e cesseranno di lavorare le donne che macinano, perché rimaste poche, e si offuscheranno quelle che guardano dalle finestre e si chiuderanno i battenti sulla strada; quando si abbasserà il rumore della mola e si attenuerà il cinguettio degli uccelli e si affievoliranno tutti i toni del canto; quando si avrà paura delle alture e terrore si proverà nel cammino” (Qo 12, 3-5), magari per timore del colpo di tosse o dello starnuto di un passante. Un’ilarità becera e spumeggiante, esattamente come la schiuma della bevanda da cui prende l’attributo, dura poco, e lascia un gusto amaro in bocca. Se la strategia che proviamo per vincere la paura è l’esagitazione e l’evasione, questo non sconfigge il nemico che ci attende rientrati dal balcone: la paura.

Questo non è un tempo di evasione alle periferie dell’essere, è piuttosto un tempo che ci invita a focalizzarci, ad andare al cuore, al centro, all’essenziale. È un tempo che ci invita a stare, a riflettere, a fare silenzio per ascoltare.

È, in breve, il tempo di Quaresima, oggi più eloquente che mai.

Verranno i giorni della gioia e della vittoria, ma non sono questi: questi sono i giorni della serietà necessaria, e dell’attenzione; i giorni della cura, della vigilanza e della sobrietà.

Questi sono giorni in cui prendere sul serio, e in cui prendersi sul serio.

Non dobbiamo avere paura della serietà, perché è la condizione di possibilità di un avvenire migliore, e di un amore più solido.

Non solo non dobbiamo temere, ma dobbiamo desiderare il silenzio: sarà Dio a riempire questo vuoto. Lasciamolo fare.

Non dobbiamo avere paura della Quaresima: essa ci prepara a vivere al meglio la Pasqua.

Aggiungo di sfuggita… non dobbiamo temere neppure la morte: è la maestra austera che ci insegna ad amare la vita, e che ci fa passare alla Vita eterna. Sir 16

 

 

 

 

Sette anni di Francesco, il papa delle periferie

 

Nella settimana in cui il suo pontificato compie sette anni, papa Francesco si è recato oggi prima nella Basilica di santa Maria Maggiore, per un momento di raccoglimento davanti all’icona bizantina della Vergine salus populi romani (dalla quale si recò anche la mattina dopo la sua elezione) e poi a piedi verso la chiesa di san Marcello al Corso, in un centro storico insolitamente deserto, per pregare, mentre l’Europa e il mondo lottano contro il coronavirus, di fronte al crocefisso che nel 1552 fu portato in processione per i quartieri della Città Eterna perché finisse la Grande Peste.

Era il 2013 quando, a seguito delle dimissioni – lette in latino – di Benedetto XVI, venne convocato il conclave ed eletto l’argentino Jorge Mario Bergoglio come nuova guida spirituale della Chiesa cattolica. Un settennato, nella storia millenaria del Soglio petrino, non è certo un’unità di misura rilevante, ma è almeno sufficiente a tracciare una parabola del pontificato di quel cardinale venuto “dalla fine del mondo”.

Una parabola, quella di papa Francesco, che disegna il suo andamento tenendo sempre ben congiunti tanto l’asse delle ascisse, lungo il quale si muove per quel che riguarda le questioni interne, in modo orizzontale, quanto l’asse delle ordinate che, sviluppandosi in verticale, rappresenta l’esposizione internazionale della Santa Sede. Se è pur vero che l’impresa di re Salomone, che ultimò la costruzione del Tempio proprio in sette anni, rimane inimitabile, lo sforzo del pontefice durante il suo settennato per un rinnovamento della Chiesa – tanto internamente, quanto all’esterno – è stato, sino ad oggi, instancabile. E la parola d’ordine, ormai nota, è una sola: decentramento.

La prospettiva periferica

Nella geopolitica dello spirito di papa Francesco le periferie assumono importanza strategica. Sarebbe errato affermare – come qualcuno ha fatto – che le periferie sono il nuovo centro. Bergoglio non mira a compiere una sorta di translatio imperii, dall’Europa e dal più ampio emisfero occidentale a quello orientale o del cosiddetto sud globale. Al contrario, il pontefice ambisce a creare una Chiesa policentrica, dove non vi sia un unico centro – sia esso a Roma o nelle periferie in senso lato – bensì una comunione di chiese diverse e locali, che concorrano insieme alla missione della Chiesa cattolica.

Non deve dunque stupire che Bergoglio, nella sua politica internazionale, abbia spesso e volentieri accolto le istanze e dimostrato vicinanza alle chiese che padre Antonio Spadaro, direttore de “La Civiltà Cattolica”, ha efficacemente definito come comunità “dello zero virgola“. Si pensi all’impegno costante e duraturo di papa Franceso per la penisola coreana e per l’instaurazione di un dialogo strutturato con la Cina di Xi Jinping, con la quale è stato concluso l’accordo provvisorio per la nomina dei vescovi. E in quest’ottica, per rimanere nel quadrante dell’Estremo Oriente, si colloca anche il recente viaggio in Thailandia e Giappone. Paesi dove il cattolicesimo è ancora un fragile virgulto.

Nella stessa direzione va l’azione petrina in Africa. Qui, però, la crescita dei cattolici tra il 2010 e il 2016 è stata di oltre il 20%, portando il continente ad essere il terzo per numero di fedeli e, in prospettiva, il secondo, al posto dell’Europa. L’apertura del Giubileo della Misericordia a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana sconvolta dalla guerra civile, è l’ennesimo prodotto del nuovo paradigma che sposta la Chiesa dal centro alle periferie che, presto, non saranno più tali.

La reazione del (fu) centro

Naturalmente, come in ogni allargamento, le risorse pro capite – in questo caso, immateriali – diminuiscono. Fino a pochi anni fa la Santa Sede ha ribadito, direttamente o indirettamente, la propria appartenenza al campo occidentale con Giovanni Paolo II prima e con Benedetto XVI poi. Il cambio di paradigma con papa Francesco, che ha portato alla riscoperta dell’universalismo e della naturale propensione verso l’umanità intera della Chiesa, priva – o quantomeno, riduce l’appeal – di una certa narrativa romanocentrica, dove l’Occidente fungeva da traduzione geografica unica ed insostituibile del messaggio e della tradizione culturale del cristianesimo.

La riduzione di risorse, va da sé, comporta reazioni anche plateali. Il clero nordamericano, tra i principali esempi del conservatorismo cattolico, ha rinfocolato un conflitto sotterraneo con la Chiesa cattolica che, nella storia degli Stati Uniti, ha sempre covato sotto la cenere. Durante i pontificati di Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger, questa contrapposizione si era allentata notevolmente, ma il progressismo e l’opzione preferenziale per le periferie di Bergoglio hanno contribuito all’ennesimo allontanamento tra Washington e Santa Sede. Del resto, la congiuntura storica – non frutto del caso – che vede alla testa dei due imperi Donald Trump e Francesco non facilita una ricucitura.

I temi su cui infuria la polemica oltreoceano sono molti. Dalle nomine vescovili – ultima quella dell’ispano-americano di origini cubane Nelson Perez a Philadelphia al posto del conservatore Charles Chaput – alla questione dell’aborto, tornata in voga anche grazie alla partecipazione di Donald Trump – primo presidente statunitense a farlo – alla March for Life, la manifestazione antiabortista più famosa al mondo. Ma c’è di più: con la componente conservatrice non solo a stelle e strisce tiene banco anche il tema del celibato ecclesiastico, che il pontefice – nonostante quanto spesso detto – però non ha menzionato in alcun modo nell’esortazione Querida Amazonia. Un tema che, come detto, non ha contrapposto Francesco esclusivamente al clero statunitense, ma anche a quello africano, iceberg alla cui sommità si è posto l’affaire del libro scritto dal cardinale Robert Sarah e – così sostiene il porporato della Curia – dal papa emerito Benedetto XVI.

Un conclave più democratico

Sul piano cartesiano che descrive il pontificato di Bergoglio, la parabola papale non può sussistere senza la dimensione domestica, che è intrinsecamente legata a quella internazionale. Il decentramento voluto da Francesco non è (solo) retorica, ma politica nel suo senso più primigenio: governo della città. Chi è avvezzo alle questioni elettorali sa che il decentramento è accompagnato, solitamente, da una legge di tipo proporzionale. Che è esattamente ciò che persegue Bergoglio attraverso la nomina cardinalizia di quei vescovi che presiedono le conferenze episcopali, dando così al futuro conclave una sorta di legittimazione dal basso.

Proprio questo ruolo riconosciuto alla base dei fedeli è risultato determinante nella nomina di alcuni cardinali nei concistori tenuti da Francesco in questi sette anni. Basti pensare ad Alberto Suárez Inda, arcivescovo di Morelia in Messico, a Patrick D’Rozario, arcivescovo di Dacca in Bangladesh, oppure all’eparca di Addis Abeba, Berhaneyesus Demerew Souraphiel. Come ha detto lo stesso Bergoglio, l’obiettivo è quello di riequilibrare anche l’organo elettivo nel senso di una Chiesa universale, non eurocentrica: il conclave, per Francesco, dovrà essere diventare una Camera dei rappresentanti del cattolicesimo globale. Pietro Mattonai, AffInt 15

 

 

 

 

Quaresima 2020. “Siamo polvere che può diventare concime per far germogliare semi di pace, speranza e amore”

 

In questo tempo forte, evidenzia il parroco di Caivano simbolo della lotta della popolazione contro l’inquinamento ambientale nella cosiddetta Terra dei fuochi, "prendiamo atto del nostro limite. Anche quello che sta avvenendo in questi giorni con il Coronavirus lo dimostra: se fosse stato un gigante, noi ci saremmo difesi con più facilità, contro un gigante è possibile andare, eppure, invece, contro l’immensamente piccolo come può essere il virus o anche un atomo ci ritroviamo ancora una volta a mani nude. Questo ci dovrebbe insegnare l’umiltà. Noi siamo grandi e siamo terribilmente fragili. Per eliminarci non ci vuole la bomba atomica né che il sole ci caschi in testa. Basta un virus invisibile per fare una strage"

 

L’uomo così piccolo e così grande al tempo stesso. Capace di grandi imprese ma fragile e indifeso tanto che un virus invisibile lo può mettere con le spalle al muro. Oggi, mercoledì 26 febbraio, inizia la Quaresima, quel tempo propizio che il Signore ci concede, come scrive Papa Francesco nel suo Messaggio “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”, “per prepararci a celebrare con cuore rinnovato il grande Mistero della morte e risurrezione di Gesù, cardine della vita cristiana personale e comunitaria”. Tempo forte che ci deve aiutare a riscoprirci umili e fratelli. Ne parliamo con don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano simbolo della lotta della popolazione contro l’inquinamento ambientale nella cosiddetta Terra dei fuochi.

 

Quest’anno si vive una Quaresima un po’ particolare: al Nord, nelle zone rosse del contagio del Coronavirus, le chiese saranno chiuse malgrado oggi sia Mercoledì delle Ceneri…

A Quaresima la Chiesa ci viene incontro e, a costo di sembrare macabra, fuori moda, antica, ci ricorda una grande verità che ci riguarda tutti: polvere siamo e polvere torneremo a essere. Che siamo polvere è cosa risaputa, ma questa polvere può diventare concime, per far germogliare semi di pace, di speranza, di amore. Questo spetta a noi:

siamo polvere, ma destinata alla risurrezione. Questa è la nostra fede.

Ma questo messaggio della Quaresima può essere rivolto a tutti, anche ai non credenti e ai fratelli diversamente credenti. Noi prendiamo atto del nostro limite. Anche quello che sta avvenendo in questi giorni con il coronavirus lo dimostra: se fosse stato un gigante, noi ci saremmo difesi con più facilità, contro un gigante è possibile andare, eppure, invece, contro l’immensamente piccolo come può essere il virus o anche un atomo ci ritroviamo ancora una volta a mani nude. Questo ci dovrebbe insegnare l’umiltà. Noi siamo grandi e siamo terribilmente fragili. Per eliminarci non ci vuole la bomba atomica né che il sole ci caschi in testa. Basta un virus invisibile per fare una strage. Il mio pensiero in questo momento va ai nostri nonni e ai nostri bisnonni che hanno vissuto la “Spagnola” e ai nostri antenati del 1600 e del 1300 con la peste. Allora, non avevano i mezzi per difendersi, povera gente, ma siamo sempre poveri. Anche adesso con tutte le nostre scoperte, con tutta la nostra scienza, con tutta la nostra tecnica siamo ancora poveri, saremo sempre poveri anche negli anni che verranno. Siamo polvere, siamo fragili, ma siamo immensi, creati a immagine e somiglianza di Dio: questa è la nostra grandezza.

La Quaresima è tempo di conversione per l’uomo che è così grande, ma capace anche di tanta malvagità…

Tutto quello che teniamo in più per noi lo facciamo sempre pagare a un altro. Tutto quello che teniamo in più per noi lo rubiamo a un altro! Quando le nostre tante fabbriche in nero non vogliono pagare il giusto per lo smaltimento, vengono a bruciare i loro scarti nelle campagne e fanno respirare diossina alla nostra gente, ai nostri bambini, ai nostri vecchi, ai nostri ammalati, quelli che pagano il prezzo più alto sono sempre i poveri. Questo vale a livello mondiale come cittadino e familiare.

A pagare sono sempre i poveri, i piccoli.

Quando i re fanno una guerra, a combattere vanno i soldati e in prima linea sempre i più poveri. Questa è una grande vigliaccata che facciamo nei confronti dei poveri. Anche adesso con il coronavirus chi sta morendo di più? Le persone più fragili e con problemi.

In un mondo sempre più globalizzato l’egoismo paga?

Per troppo tempo i ricchi hanno umiliato, maltrattato e sfruttato i poveri, ma ci siamo resi conto che non conviene: a cosa serve tutelarci noi e lasciare gli altri in difficoltà? Penso, ad esempio, all’immenso mondo dell’Africa. E ancora: a che serve seminare mine, quando poi su questi campi dobbiamo camminare noi e i nostri figli? Quando Gesù nel Vangelo ci chiede di amare i nostri nemici, non ci sta chiedendo l’impossibile né qualcosa che va contro il nostro interesse.

Amare conviene a noi: se io amo e non semino nemici per la strada, posso vivere più tranquillo e sereno.

Se il mondo mi diventa amico, non ci sono più patrie che mi sono straniere, lingue sconosciute e persone che mi sono nemiche, ovunque vado trovo dei fratelli. Il messaggio del Vangelo, che per noi è Parola di Dio e che bisogna mettere in pratica anche quando qualche volta sembra chiederci troppo, è sempre per il nostro bene. Se io inquino i mari, domani potrei mangiare i pesciolini inquinati di quel mare, se io estirpo le foreste, pensiamo all’Amazzonia, se avveleno l’aria e qui pensiamo alla Terra dei fuochi, la respiro io come il più ricco del mondo che si troverà anche solo di passaggio in questi luoghi. Allora, conviene a tutti un mondo di fraternità, non è un’utopia. Per noi credenti è un dovere, Gesù ce lo chiede, ma anche per i non credenti perché è un consiglio che è un bene per tutti.

La Quaresima come può aiutarci?

La Quaresima ci chiama a stare con i piedi per terra, anche con l’austerità. D’altronde, che significa convertirsi se non ritorniamo sulla retta strada? Forse, ci siamo lasciati prendere la mano dalla vanità, dalla comodità, dalla negligenza, dalla pigrizia, dalla bramosia di possedere e dalla bramosia degli onori.

La Quaresima ci richiama per dire: mettiamo Gesù al centro delle nostre chiese, delle nostre vite, delle nostre famiglie.

Se lo mettiamo al centro, sul trono, per incanto c’è un equilibrio nella mia vita sessuale, affettiva, psicologica, intellettuale, economica, spirituale. Se il trono che spetta a Lui lo occupo io si crea uno squilibrio. Oggi vediamo questi squilibri nel mondo. Gli anni della nostra vita possono essere 70, 80, ma sono quasi tutti sofferenza e dolore, passano presto e noi ci dileguiamo, dice il Salmo, allora, Signore, insegnaci a contare i nostri giorni e noi giungeremo alla sapienza del cuore. La Quaresima viene a richiamarci perché forse siamo usciti fuori strada: ritorniamo in carreggiata, rimettiamo Gesù al centro e cerchiamo di vedere in ogni uomo che incontriamo nel nostro cammino la persona per la quale Gesù Cristo è morto, anche il mio nemico, una persona che non mi è simpatica. Ricordare che anche per lei Gesù è morto ci aiuta tantissimo. Se facciamo la nostra parte possiamo dare un contributo a tutta l’umanità. Gigliola Alfaro, Sir 26.2.

 

 

 

 

Papst ruft zu Sturmgebet gegen Corona auf. Sondersegen angekündigt

 

Papst Franziskus ruft alle Christen weltweit für nächsten Mittwoch zu einem Sturmgebet gegen das Corona-Virus auf. Um 12 Uhr sollten sie einen Moment innehalten und ein Vaterunser beten, schlug er bei seinem Angelusgebet am Sonntag vor.

Außerdem kündigte der Papst, dessen Worte aus der Privatbibliothek des Apostolischen Palastes im Live-Stream nach draußen übertragen wurden, einen Gebetsgottesdienst gegen das Corona-Virus an. Dabei will er am kommenden Freitagabend auch einen speziellen Segen „Urbi et Orbi“ erteilen.

„In diesen Tagen der Prüfung, während die Menschheit vor der Bedrohung durch die Pandemie zittert, möchte ich allen Christen vorschlagen, gemeinsam ihre Stimme zum Himmel zu erheben“, so Franziskus. „Ich lade alle Oberhäupter der Kirchen und die Führer aller christlichen Gemeinschaften sowie alle Christen der verschiedenen Konfessionen ein, den Allerhöchsten, den allmächtigen Gott anzurufen und gleichzeitig das Gebet zu sprechen, das Jesus, unser Herr, uns gelehrt hat.“

„Hiermit lade ich alle ein, sich über die Medien geistlich daran zu beteiligen“

Darum lade er alle ein, am Mittwoch, dem 25. März, mittags das Vaterunser zu beten. „An dem Tag, an dem viele Christen der Verkündigung der Geburt Jesu an die Jungfrau Maria gedenken, möge der Herr das einmütige Gebet aller seiner Jünger hören…“

Mit derselben Absicht wolle er am kommenden Freitag um 18 Uhr ein Gebet auf dem (menschenleeren) Vorplatz des Petersdoms leiten, fuhr der Papst fort. „Hiermit lade ich alle ein, sich über die Medien geistlich daran zu beteiligen. Wir werden auf das Wort Gottes hören, wir werden unsere Bittgebete erheben. Und wir werden das Allerheiligste Sakrament anbeten, mit dem ich am Ende den Segen Urbi et Orbi erteile, der mit der Möglichkeit verbunden ist, einen vollkommenen Ablass zu empfangen.“

„Lasst uns vereint bleiben“

Schon mehrfach hat Papst Franziskus in seinem Pontifikat spezielle Gebetsgottesdienste dieser Art gehalten, etwa für Syrien im September 2013. Erstmals aber verbindet er das auch mit einem Sondersegen „Urbi et Orbi“. Der Petersdom und der Petersplatz sind derzeit wegen der Corona-Krise für die Öffentlichkeit gesperrt.

„Wir wollen auf die Pandemie des Virus mit der Universalität des Gebets, des Mitgefühls und der Zärtlichkeit antworten! Lasst uns vereint bleiben. Lassen wir die einsamsten Menschen und diejenigen, die besonders hart geprüft werden, unsere Nähe spüren!“

Der „Urbi et Orbi“ (dt.: für die Stadt und den Erdkreis) ist der bekannteste Segen der katholischen Kirche.

Zweimal im Jahr spendet der Papst diesen besonderen Segen: an Ostern und an Weihnachten. Auch der erste feierliche Segen eines Papstes unmittelbar nach seiner Wahl ist ein „Urbi et Orbi“. Entwickelt hat sich der Segen im Mittelalter; an der alten Fassade der päpstlichen Bischofskirche San Giovanni in Laterano in Rom ist die Segensloggia bis heute erhalten.

Der „Urbi et Orbi“ gilt zunächst der Stadt Rom, weil der Papst als Nachfolger des hl. Petrus Bischof von Rom ist. Dem „Erdkreis“ gilt er angesichts der weltweiten geistlichen Verantwortung des Papstes.

Ablass auch per Internet

Der Empfang des mit einem „Urbi et Orbi“ verbundenen vollkommenen Ablasses ist seit 1967 über das Radio, seit 1985 im Pontifikat von Johannes Paul II. auch über das Fernsehen möglich – und seit 1995 auch durch Übertragungen im Internet.

Früher wurde häufiger gesegnet

In früheren Zeiten wurde der „Urbi et Orbi“ häufiger gespendet – beispielsweise am Gründonnerstag, am Festtag der Heiligen Petrus und Paulus und bei weiteren besonderen Gelegenheiten. Mittlerweile ist es üblich, den Segen Urbi et Orbi nur noch von der Benediktionsloggia des Petersdomes oder aber vom Petersplatz aus zu spenden. Bis 1870, also bis zum Untergang des Kirchenstaates, spendete der Papst den Segen aber auch an anderen päpstlichen Basiliken Roms.

Der Ablass bezieht sich nach katholischer Lehre auf alle zeitlichen Sündenstrafen. Voraussetzung für seinen Erhalt ist, dass die jeweilige Schuld durch Beichte, Kommunionempfang und Gebete sowie Werke der Buße schon getilgt ist. Wie Papst Franziskus unlängst erläutert hat, gilt in diesen besonderen Zeiten der Corona-Pandemie, dass man sich zur Vergebung der Sünden direkt an Gott wendet, insoweit die persönliche „Ohrenbeichte“ bei einem Priester nicht möglich ist. (vatican news 22)

 

 

 

 

Woelki und Marx sagen Ja zu Medien-Gottesdiensten

 

Ist es in Ordnung, dass Priester allein Gottesdienste feiern und die Gläubigen nur über die Medien teilnehmen können? Darüber gab es zuletzt Streit unter Theologen. Nun melden sich die Kardinäle Woelki und Marx zu Wort.

In der Debatte über Online-Gottesdienste und „Geistermessen“ ermutigen die Kardinäle von Köln und München zur Mitfeier bei Gottesdienstübertragungen. „Außergewöhnliche Situationen erfordern außergewöhnliche Lösungen“, schrieb der Kölner Kardinal Rainer Maria Woelki in einem am Wochenende veröffentlichten Brief als Reaktion auf die vielen Anfragen, die ihn erreicht hätten. Der Münchner Kardinal Reinhard Marx nannte die Übertragungen eine „große Hilfe“.

„Wer hätte gedacht, dass es jemals so weit kommt, dass wir alle öffentlichen Gottesdienste einstellen müssen?“, schrieb Woelki. Jetzt aber sei die Kirche dazu gezwungen – „nicht nur wegen der staatlichen Anordnung, sondern vor allem aus Nächstenliebe“.

„Keiner von uns findet das gut, aber nur sehr wenige Uneinsichtige akzeptieren das nicht“

Wörtlich schrieb er weiter: „Wir können nicht die Nähe Gottes in unserer Liturgie suchen und gleichzeitig durch die Nähe zu unseren Mitmenschen ihre Gesundheit aufs Spiel setzen.“ Daher verzichte man im Augenblick schweren Herzens auf öffentliche Gottesdienste: „Keiner von uns findet das gut, aber nur sehr wenige Uneinsichtige akzeptieren das nicht.“

Es sei ein ganz besonderes Fasten, das zugleich zu einem „vertieften Nachdenken über die Vollzugsformen unseres Glaubens“ anregen könne. „Schön ist anders“, so der Kölner Erzbischof: „Aber 'schön' muss im Augenblick hinter 'vernünftig' und 'verantwortungsvoll' zurückstehen.“ Das Beten dürfe keinesfalls aufhören, nur weil man derzeit nicht öffentlich gemeinsam beten könne. Vieles sei auch jetzt möglich und sinnvoll. Dazu gehörten auch Gottesdienstübertragungen über Fernsehen, Radio und Internet. „Wer einen live gefeierten Gottesdienst über die Medien mitverfolgt, kann das, was dort konkret vor Ort gefeiert wird, auch innerlich mitvollziehen.“

„Wer wollte bestreiten, dass im Augenblick nicht wirklich schwerwiegende Gründe gegeben sind?“

Das sei auch keineswegs ein Konstrukt, das man sich angesichts der Corona-Krise ausgedacht habe, sondern ein seit Jahrzehnten bewährtes Mittel vor allem für Senioren, Kranke und Gebrechliche, die gar keine andere Gelegenheit der Mitfeier haben, betonte Woelki. Auch das, was die Kommunion bewirken wolle - eine innere Vereinigung mit Christus - sei möglich, „wenn sich die Gläubigen zuhause in diesem Augenblick ganz auf Christus ausrichten und sich im Gebet ihm ganz und gar zuwenden. Das nennt man dann traditionell eine geistliche Kommunion.“

Natürlich, so der Kardinal weiter, sei eine Messe mit Gläubigen die bevorzugte Grundform. Doch gebe es Ausnahmen, wenn „schwerwiegende Gründe“ vorliegen: „Dann kann ein Geistlicher auch alleine zelebrieren. Und wer wollte bestreiten, dass im Augenblick nicht wirklich schwerwiegende Gründe gegeben sind?“

Debatte über „Geistermessen“

Dennoch achte man darauf, dass der Priester - wenn irgend möglich - nicht ganz alleine feiere, sondern wenigstens ein paar Menschen zu dieser Feier zusammenkämen unter Beachtung der medizinisch notwendigen Vorschriften: „Anders geht es im Augenblick nicht.“ So setze man zeichenhaft um, was das Konzil über den Gottesdienst sage, nämlich, dass liturgische Handlungen nicht privater Natur seien, sondern Feiern der Kirche.

In den vergangenen Tagen hatten katholische Theologen über Messen diskutiert, die Priester wegen der Corona-Krise allein feiern. Diese „Geistermessen“ entsprächen nicht dem heutigen Verständnis von Liturgie, schrieben mehrere. Die notwendige „Stellvertretung von Gemeinschaft“ lasse sich nicht durch eine einzige Person glaubwürdig repräsentieren.

Marx: Eher theoretische Debatte

Andere Theologen verteidigten diese Form der Gottesdienste gegen die Kritik - weil es derzeit keine andere Möglichkeiten gebe. In den sozialen Medien gab es darüber heftige Debatten, auch sehr viel Unverständnis. Unter anderem merkten User an, es sei traurig, wenn die Kirche in diesen Zeiten keine anderen Probleme habe. Andere betonten, die Theologen sollten ihren „Elfenbeinturm“ verlassen und in der Krise lieber nach kreativen Möglichkeiten der Seelsorge suchen.

Kardinal Reinhard Marx sagte dazu im „Münchner Merkur“: „Das halte ich in der jetzigen außergewöhnlichen Situation doch für eine eher theoretische Debatte. Ich sehe es so: Ein Priester feiert in der Kirche die Messe, Menschen nehmen teil über soziale Medien oder im Fernsehen - und sie beten mit!“ Er halte das in dieser Situation für eine große Hilfe. Natürlich könne man nicht die Kommunion empfangen, „aber wir sind doch verbunden. Im Gebet können wir uns gegenseitig stärken und vor allem: für alle Menschen beten! Das ist ein wichtiger Dienst der Kirche.”

Pandemie ist keine Strafe Gottes

Die Corona-Pandemie ist nach den Worten von Kardinal Marx keine Strafe Gottes. Diese Interpretation würde „zu einem sehr schwierigen und negativen Gottesbild“ führen, sagte er in dem Interview. Die Botschaft Jesu sei, dass Gott die Menschen liebe und annehme. „Wir haben letztlich keine Antwort darauf, warum wir leiden. Wir sind Geschöpfe, wir sind endlich, wir sind sterblich.“ Christen hofften jedoch „auf den Gott, der sich selbst auf das Leiden und das Sterben eingelassen hat“. Diese Botschaft sei gerade jetzt wichtig.

Die Entscheidung, das kirchliche Leben herunterzufahren, sei ihm "sehr schwer" gefallen, räumte der Erzbischof ein. „So viel ich weiß, können wir erstmals in der Geschichte der Kirche keine öffentlichen Gottesdienste mehr anbieten. Das ist ein tiefer Einschnitt, weil die sonntägliche Messfeier für uns das Zentrum des kirchlichen Lebens ist.“ Es sei aber richtig, an dieser Stelle Verantwortung für die gesamte Gesellschaft zu übernehmen. „Wir sind nicht nur für uns selbst da.“ Gleichwohl könne er sich das Osterfest ohne öffentliche Gottesdienste „nur schwer vorstellen“. Es bleibe der Glaube, dass Christus stärker sei als der Tod. Diesen gelte es weiter zu bezeugen.

„Der Termindruck ist weg, die Dienstreisen fallen aus“

Zu den staatlich verfügten Ausgangsbeschränkungen sagte Marx, er habe „ein grundsätzliches Vertrauen in die politisch Verantwortlichen“. Er gehe davon aus, dass sich die Regierung bemühe, die Schwächsten zu schützen und besonnen zu handeln. „Ich unterstütze den Appell an den Einzelnen, sich auf das Notwendigste zu beschränken und sich im Interesse aller zu verhalten.“

Er selbst erlebe im Augenblick kaum Einschränkungen, sagte der Kardinal. „Der Termindruck ist weg, die Dienstreisen fallen aus.“ Er habe jetzt mehr Zeit zum Beten, besonders für alle Kranken, Alten und ihre Angehörigen sowie für alle, „die jetzt einen unverzichtbaren Dienst tun für die ganze Gesellschaft“.

Bischof Overbeck: Zeichen der Solidarität von großer Bedeutung

Ruhrbischof Franz-Josef Overbeck lobt die vielen Zeichen von Solidarität in der Corona-Krise. In einem am Sonntag auf der Internetseite des Bistums Essen veröffentlichten Video erinnerte er an Jugendliche, die für Alte einkaufen, und an Menschen, die anderen Bücher bringen. Er hob die Arbeit von Supermarktkassierern, Ärzten und Pflegern hervor und gedachte der Kranken. „Für all diese sind Zeichen der Solidarität wirklich von großer Bedeutung“, sagte Overbeck. Auch Beten verbinde, selbst wenn die Menschen es jetzt nicht gemeinsam tun könnten.

Bertram Meier, der ernannte Bischof von Augsburg, sieht die Christen durch die Pandemie in ihre Anfangszeit zurückgeworfen. Das Corona-Virus „zwingt uns zur Katakombenkirche“, sagte Meier am Sonntag. „Die ersten Christen hatten keine eigenen Immobilien für Gott, sie stellten ihre Häuser ihm und ihren Schwestern und Brüdern zur Verfügung“. Der Geistliche lud die Gläubigen ein, diese Tradition wiederzubeleben. „Entdecken Sie Ihre Häuser und Wohnungen als Kirchen, als Räume, wo sie mit Gott ins Gespräch kommen können.“ Hauskirchen seien das, was jetzt wieder gebraucht werde.

Bertram Meier: Suchexpedition nach dem Willen Gottes

„Die Corona-Krise schickt uns auf eine Suchexpedition nach dem Willen Gottes. Da bin ich mir sicher - für mich persönlich, aber auch für die Kirche“, sagte Meier. „Spüren wir nach, welche Konsequenzen diese Erschütterung für das kirchliche Leben in den Gemeinden und Klöstern haben könnte.“

Der ernannte Bischof erinnerte in diesem Zusammenhang an den Lebensweg der heiligen Edith Stein (1891-1942), die sich als geborene Jüdin „bewusst den Glauben abgewöhnt hat“. Nachdenklich geworden sei die „selbst ernannte Atheistin“ durch ihre Erlebnisse in einem Lazarett, wo Tausende Soldaten an Flecktyphus, Ruhr und Cholera gestorben seien. Allmählich habe sie sich von dort aus in das Geheimnis des Christentums hineingetastet, bis zu ihrem gewaltsamen Tod im Vernichtungslager Auschwitz.

Jetzt gehe es nicht um Glaubenssätze und Moralvorschriften, nicht um Rechtgläubigkeit, sondern um eine Haltung, die sich im Dienst am Nächsten bewähren müsse, betonte Meier. Der Augsburger Domdekan hätte eigentlich am Samstag zum Bischof geweiht werden sollen. Der Termin wurde für unbestimmte Zeit verschoben. (kna 22)

 

 

 

Wort der katholischen, evangelischen und orthodoxen Kirche in Deutschland zur Corona-Krise

 

Anlässlich der weltweiten Corona-Pandemie rufen die katholische, evangelische und orthodoxe Kirche in Deutschland zu Zuversicht und Vertrauen auf. Jeder könne sich der solidarischen Unterstützung, des Beistands und Gebets gewiss sein. Das schreiben in einem heute (20. März 2020) veröffentlichten gemeinsamen Wort unter dem Titel „Beistand, Trost und Hoffnung“ der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing (Limburg), der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm, und der Vorsitzende der Orthodoxen Bischofskonferenz in Deutschland, Metropolit Augoustinos.

 

Wie alle unverschuldete Not, die über die menschliche Gemeinschaft kommt, so kenne auch diese Krise keine Gerechtigkeit. Deshalb, so die Kirchenvertreter, seien das Füreinander-Dasein und die Solidarität in dieser Zeit unabdingbar, um das humane Angesicht der Gesellschaft nicht zu entstellen oder gar zu zerstören. Ausdrücklich danken die Kirchen allen im Gesundheitswesen, Ärztinnen und Ärzten, Krankenpflegerinnen und Krankenpflegern und Freiwilligen, die oft bis zur Erschöpfung dafür sorgten, dass die Erkrankten die bestmögliche Versorgung erhielten.

 

Landesbischof Bedford-Strohm, Bischof Bätzing und Metropolit Augoustinos appellieren in ihrem Wort, dass Grenzen und Barrieren, die derzeit errichtet werden müssten, nicht die Grenzen in den Herzen hochziehen dürften. „In einer solch existenziellen Krise, in der auch die gesellschaftlichen Institutionen spürbar an ihre Grenzen stoßen, kommt es auf jede und jeden Einzelnen an. Aber nicht, weil sich jeder dann selbst der Nächste ist und jeder für sich allein kämpft, sondern weil jedes offene Ohr, jedes freundliche Wort und jede helfende Hand besonders zählen und viel bedeuten. Es tut in der Seele gut zu sehen, wie viel gelebte Humanität es angesichts dieser Krise in unserer Gesellschaft gibt.“ Gleichzeitig seien gerade die Christen in diesen Tagen mit der Frage nach dem Sinn menschlichen Leids konfrontiert, worauf es keine einfachen Antworten gebe: „Die biblische Botschaft und der christliche Erlösungsglaube sagen uns Menschen jedenfalls zu: Gott ist ein Freund des Lebens. Er liebt uns Menschen und leidet mit uns. Gott will das Unheil nicht. Nicht das Unheil hat darum das letzte Wort, sondern das Heil, das uns von Gott verheißen ist“, so die Vertreter der Kirchen in Deutschland.

 

Hinweise. Das gemeinsame Wort „Beistand, Trost und Hoffnung“ ist als pdf-Datei im Anhang sowie unter www.dbk.de verfügbar. Eine Kurzfassung mit Zitaten von Metropolit Augoustinos, Landesbischof Bedford-Strohm und Bischof Bätzing finden Sie auf Facebook.

Auf der Themenseite Coronavirus – zur aktuellen Situation sind unter anderem Links zu den Maßnahmen aller (Erz-)Bistümer, Hinweise auf Gottesdienstangebote im Internet und Gebetsvorschläge des Deutschen Liturgischen Instituts verfügbar. Dbk 21

 

 

 

 

Vatikan: Keine Verschiebung von Ostern trotz Corona

 

Trotz der weltweiten Corona-Krise hält der Vatikan am Osterfest zum vorgesehenen Datum am 12. April fest. Das entschied die zuständige Gottesdienstkongregation in einem am Freitag erlassenen Dekret.

Das Herz des liturgischen Jahres

Zur Begründung hieß es, Ostern bilde das Herz des liturgischen Jahres und könne nicht verschoben werden. Wo entsprechende Versammlungsbeschränkungen von staatlichen oder kirchlichen Autoritäten in Kraft seien, könnten Bischöfe und Priester die Gottesdienste von Gründonnerstag bis Ostern in Kathedralen und Pfarrkirchen „ohne physische Teilnahme von Gläubigen“ feiern.

Prozession können verschoben werden

Für diesen Fall schlug der Vatikan vor, die betreffenden Gemeinden über die Gottesdienstzeiten zu informieren und Materialien bereitzustellen, damit die Gläubigen die Feiern von zu Hause aus im Gebet begleiten könnten. Das Dekret verweist dazu auch auf die Möglichkeit der Live-Übertragung von Gottesdiensten via TV und Internet. Ausdrucksformen der Volksfrömmigkeit und Straßen-Prozessionen könnten auf einen späteren Termin verschoben werden, beispielsweise den 14. September (Fest der Kreuzerhöhung) oder 15. September (Gedächtnis der Schmerzen Mariens).

Ostern 2020 – ein Ausnahmejahr

Das Dekret mit dem Titel „In Zeiten von Covid-19“ wurde vom Präfekten der Gottesdienstkongregation, Kardinal Robert Sarah, im Auftrag des Papstes erlassen und an die Bischofskonferenzen in aller Welt versendet. Sarah verbreitete das Dekret in verschiedenen Sprachen auch über seinen Twitter-Account. Die Verfügungen gelten nur für dieses Jahr.

 

Bischöfen steht es demnach frei, die in der Karwoche stattfindende Chrisam-Messe zur Weihe heiliger Öle zu einem späteren Datum nachzuholen.

Fußwaschung entfällt

Am Gründonnerstagabend kann das Gedenken an das Letzte Abendmahl Jesu von jedem Priester in einer Kirche oder - wo das nicht möglich ist – „an einem geziemenden Ort“ und ohne Anwesenheit von Gläubigen gefeiert werden. Der Ritus der Fußwaschung und die Sakramentsprozession am Ende der Messe entfallen.

Fürbitte für Corona-Opfer

Die Gottesdienste des Karfreitags und der Osternacht sollen „nach Maßgabe der konkreten Möglichkeiten“ gehalten werden. Bei der Feier vom Leiden und Sterben Christi am Karfreitag ist im großen Fürbittgebet eine besondere Fürbitte einzufügen für die Kranken, die Verstorbenen und jene, die sich durch die Virus-Krise verlassen fühlen oder verwirrt sind.

Ohne Riten und Prozession

In der Osternacht erfolgt die Entzündung der Osterkerze ohne die vorbereitenden Riten und ohne folgende Prozession. Die Taufliturgie innerhalb der Osternachtfeier, in der üblicherweise auch eine Besprengung mit Weihwasser stattfindet, kann auf die Erneuerung des Taufversprechens beschränkt werden.

(vn/kap – 20)

 

 

 

Corona: Vatikan erlaubt Generalabsolution

 

Angesichts der Corona-Krise erlaubt der Vatikan Priestern in allen betroffenen Gebieten, die Generalabsolution zu erteilen. Und er bietet den am Coronavirus erkrankten Gläubigen sowie den Mitarbeitern im Gesundheitswesen die Möglichkeit, einen vollkommenen Ablass zu gewinnen.

Diese Möglichkeit zum vollkommenen Ablass gilt auch für Familienangehörige der Erkrankten und für alle, die in irgendeiner Weise, auch durch Gebet, für sie sorgen. Das legt ein Dekret der Apostolischen Pönitentiarie fest, das an diesem Freitag veröffentlicht wurde. Es ist vom Kardinal Großpönitentiar Mauro Piacenza und dem Regenten, Monsignore Krzysztof Nykiel, unterzeichnet.

Die Apostolische Pönitentiarie gehört zu den höchsten Gerichten der Kirche; sie regelt sakramentale Fragen. In einem Begleitschreiben zum Dekret erinnert sie angesichts der „Schwere der gegenwärtigen Umstände“ auch ausdrücklich an die Möglichkeit, dass Gläubige auch „ohne vorherige Einzelbeichte“ eine „Generalabsolution von den Sünden“ erhalten können.

Verschiedene Möglichkeiten, z.B. Rosenkranzgebet

Um den vollkommenen Ablass angesichts des Corona-Virus zu gewinnen, reicht es, wenn die am Virus Erkrankten, ihre Pfleger oder Angehörigen beziehungsweise Menschen in Quarantäne das Glaubensbekenntnis, das Vaterunser und ein Mariengebet sprechen.

Andere können zwischen verschiedenen Möglichkeiten wählen: Dazu zählen etwa ein Gebet vor dem Allerheiligsten, eucharistische Anbetung, ein mindestens halbstündiges Lesen der Heiligen Schrift oder das Rezitieren des Rosenkranzes beziehungsweise des Kreuzweges. Der vollkommene Ablass kann auch von den Gläubigen erlangt werden, die im Sterben liegen und nicht in der Lage sind, das Sakrament der Krankensalbung zu empfangen: In diesem Fall wird empfohlen, ein Kreuz zu betrachten.

Generalabsolution: Der Bischof muss Bescheid wissen

Was die Generalabsolution betrifft, legt die Pönitentiarie fest, dass der Priester darüber den Diözesanbischof informieren muss – vorher, oder jedenfalls „so bald wie möglich“. Es liege nämlich in der Kompetenz des Ortsbischofs, angesichts der Corona-Fälle in seinem Bistum zu bestimmen, ob hier Fälle schwerwiegenden Bedürfnisses vorlägen, in denen es rechtmäßig sei, dass Priester ohne vorherige Einzelbeichte die Generalabsolution erteilen.

Bei Todesgefahr sieht die Kirche diese Möglichkeit der Generalabsolution vor. Geistliche sollen sie besonders dann erteilen, wenn Corona-infizierte Menschen in Lebensgefahr geraten, so das Dekret.

Die Pönitentiare bittet auch darum, zu prüfen, ob nicht angesichts der Corona-Pandemie Gruppen „außerordentlicher Krankenhausseelsorger“ eingerichtet werden sollten. Diese könnten „in Absprache mit den Gesundheitsbehörden, auch auf freiwilliger Basis und unter Einhaltung der Normen zum Schutz vor Ansteckung, die notwendige geistliche Unterstützung der Kranken und Sterbenden gewährleisten“.

„Qualvolle Ängsten, Unsicherheiten und vor allem physisches und moralisches Leiden“

Das Dekret des Kirchengerichts spricht von einem schwierigen Moment, „in dem die gesamte Menschheit von einer unsichtbaren und heimtückischen Krankheit bedroht wird“. Das bringe „qualvolle Ängste, Unsicherheiten und vor allem physisches und moralisches Leiden“ mit sich. Niemals zuvor in ihrer Geschichte habe die Kirche so wie heute die Macht der „Gemeinschaft der Heiligen“ erfahren. Die Kirche flehe den Herrn an, „dass er die Menschheit von dieser Geißel befreie“.  (vatican news 20)

 

 

 

 

Papst-Interview: Wir sind alle Kinder Gottes, niemand ausgenommen

 

Erneut hat sich Papst Franziskus zur Corona-Pandemie geäußert, die derzeit die ganze Welt in Atem hält. In einem Interview für die italienische Zeitung ,La Stampa' von diesem Freitag wies er darauf hin, dass „das Gebet uns unsere Verletzlichkeit vor Augen führt“ - doch gleichzeitig sei es der Herr, der uns „Kraft und Nähe vermittelt“. Eine Situation, der die Menschheit nur gemeinsam entkommen könnte, mahnt Franziskus.

 „Hier wird geweint und gelitten. Alle. Aus dieser Situation können wir nur gemeinsam entkommen, als gesamte Menschheit.“ Deshalb sei es nötig, den anderen „mit einem Geist der Solidarität zu betrachten“ und sich auch entsprechend zu verhalten, so der Papst in einem Interview mit dem Vatikanjournalisten der italienischen Tageszeitung "La Stampa", Domenico Agasso.

Dieser Moment müsse „mit Reue, Mitgefühl und Hoffnung“ gelebt werden, betont Franziskus weiter. Dazu gehöre auch Demut, denn nur allzu oft vergäßen wir, dass es im Leben auch die dunklen Momente gebe - von denen wir gerne meinten, dass sie nur den anderen beträfen. Doch die Dunkelheit dieser Zeit nehme niemanden aus: „Sie ist gezeichnet durch Schmerz und Schatten, die in unser Haus eingedrungen sind. Es ist eine andere Situation als die, die wir bislang erlebt haben. Auch weil niemand sich ein Gefühl der Beruhigung erlauben kann, teilt jeder diese schwierigen Tage.“

„Auch weil niemand sich ein Gefühl der Beruhigung erlauben kann, teilt jeder diese schwierigen Tage“

Die Fastenzeit mit ihrem Gebet und dem Fasten „trainiere“ uns dafür, die anderen mit Solidarität zu betrachten, „besonders diejenigen, die leiden, in Erwartung dieses gleißenden Lichts, das aufs Neue jeden und jede erleuchten wird“, erläutert der Papst weiter. Mit Blick auf das Gebet kämen ihm die Apostel in den Sinn, die während des Sturms in Todesangst Jesus anriefen.

„Das Gebet führt uns unsere Verletzlichkeit vor Augen. Es ist der Schrei der Armen, derer, die untergehen, die sich in Gefahr sehen und einsam sind. Es ist eine schwierige und verzweifelte Situation, und es ist wichtig zu wissen, dass der Herr da ist, an den man sich klammern kann.“ Gott wiederum stütze uns auf viele verschiedene Weisen: „Er vermittelt uns Kraft und Nähe, wie er es mit den Jüngern getan hat, die im Sturm um Hilfe riefen. Oder als er dem ertrinkenden Petrus die Hand reichte.“

„Wir sind alle Menschen und als Menschen sitzen wir alle im selben Boot“

Dabei gehe es nicht darum, einen Unterschied zwischen Glaubenden oder Nichtglaubenden zu machen: „Wir sind alle Menschen und als Menschen sitzen wir alle im selben Boot. Und kein menschliches Wesen darf einem Christen fremd sein. Hier wird geweint und gelitten. Alle. Wir haben das Menschsein und das Leiden gemeinsam. Uns helfen die Synergie, die gegenseitige Zusammenarbeit, der Verantwortungssinn und der Geist der Opferbereitschaft, die sich an so vielen Orten zeigen. Wir dürfen keinen Unterschied zwischen Glaubenden und Nichtglaubenden machen, gehen wir zum Kern: zur Menschlichkeit. Vor Gott sind wir alle Kinder.“

„Es ist das letzte Bedürfnis nach einer Hand, die deine Hand nimmt“

Dabei trug der Papst auch diejenigen in seinen Gedanken, die allein und ohne den Beistand von Familienangehörigen sterben: „In diesen Tagen habe ich eine Geschichte gehört, die mich getroffen und traurig gemacht hat, auch, weil sie beispielhaft für das steht, was in den Krankenhäusern geschieht. Eine alte Frau hat gespürt, dass ihre Stunde gekommen war und wollte sich von ihren Lieben verabschieden. Die Krankenschwester hat das Mobiltelefon genommen und die Enkelin angerufen, mit einem Videoanruf. So konnte die alte Frau das Gesicht ihrer Enkelin sehen und mit diesem Trost aus der Welt scheiden.

Es ist das letzte Bedürfnis nach einer Hand, die deine Hand nimmt. Nach einer Geste des letzten Beistands. Und so viele Krankenschwestern und Krankenpfleger erfüllen dieses letzte Bedürfnis mit den Ohren, indem sie sich den Schmerz der Einsamkeit anhören und ihnen die Hand halten. Der Schmerz derer, die ohne letzten Gruß gegangen sind, wird eine offene Wunde im Herzen derer, die bleiben. Ich danke all diesen Krankenschwestern und Krankenpflegern, Ärzten und Freiwilligen, die sich ungeachtet der unglaublichen Müdigkeit mit Geduld und Güte zuwenden, um die erzwungene Abwesenheit der Familienangehörigen auszugleichen.“

„Wurzeln, Gedächtnis, Geschwisterlichkeit und Hoffnung“

Die Krankheit werde ihre Spuren im kollektiven Gedächtnis hinterlassen, zeigt sich Franziskus überzeugt. Das, was heute geschehe, werde dazu betragen, „ein für allemal die Menschen daran zu erinnern, dass die Menschheit eine einzige Gemeinschaft ist. Und wie wichtig, ja entscheidend die universale Geschwisterlichkeit ist. Wir müssen annehmen, dass es ein bisschen wie nach einem Krieg sein wird. Es wird keinen „anderen“ mehr geben, sondern nur ein „Wir“. Denn dieser Situation können wir nur gemeinsam entkommen.“

Es gelte, sich noch stärker auf die Wurzeln zu besinnen, die Großeltern, die älteren Menschen, unterstreicht der Papst. „Eine wahre Geschwisterlichkeit unter uns aufbauen. Diese schwierige, gemeinsam gelebte Situation im Gedächtnis behalten. Und mit einer Hoffnung vorangehen, die niemals enttäuscht. Das werden die Schlüsselwörter dafür sein, von vorne anzufangen: Wurzeln, Gedächtnis, Geschwisterlichkeit und Hoffnung.“ (vn 20)

 

 

 

 

Papst im Interview: „Herr, stoppe die Epidemie“

 

Franziskus hat der italienischen Tageszeitung „La Repubblicca“ (Mittwochsausgabe) ein Interview gegeben. Darin ruft er alle zu Solidarität und Nächstenliebe auf. Und erklärt: „Ich habe den Herrn gebeten, diese Epidemie zu stoppen.“

 

 „Ich habe den Herrn gebeten, diese Epidemie zu stoppen: Herr, halte sie mit deinen Händen auf. Dafür habe ich gebetet“ – so lautet die Antwort des Pontifex auf die Frage, welches Gebet er vergangenen Sonntagnachmittag in Santa Maria Maggiore und San Marcello al Corso gesprochen habe.

„Das Konkrete in den kleinen Dingen wieder entdecken, die kleinen Aufmerksamkeiten, gegenüber denen, die uns nahe sind“

Der Vatikanist Paolo Rodari wollte weiter vom Papst wissen, wie schwierige Zeiten am besten anzugehen seien. Darauf Franziskus: „Wir müssen das Konkrete in den kleinen Dingen wieder entdecken, die kleinen Aufmerksamkeiten gegenüber denen, die uns nahe sind, Familie, Freunde. Wir müssen verstehen: Die kleinen Dinge sind unser Schatz. Es gibt minimale Gesten, die manchmal in der Anonymität des Alltags untergehen – Gesten der Zärtlichkeit, der Zuneigung, des Mitgefühls, die dennoch entscheidend sind, bedeutend. Das kann zum Beispiel ein warmes Essen sein, ein Streicheln, eine Umarmung oder ein Telefonat…Es sind vertraute Gesten der Aufmerksamkeit gegenüber den Details jedes einzelnen Tages. Sie sorgen dafür, den Sinn im Leben zu sehen und dass es Gemeinschaft und Kommunikation unter uns gibt.“

Zuhören ist wichtig

Franziskus stellt zugleich klar, dass eine rein digitale Kommunikation nicht ausreicht. „Manchmal gibt es nur eine virtuelle Kommunikation. Wir müssen aber vielmehr eine neue Nähe entdecken. Eine konkrete Beziehung, die aus Aufmerksamkeit und Geduld besteht. Familien essen oft gemeinsam in großer Stille, die jedoch nicht aus gegenseitigem Zuhören rührt. Sondern, weil die Eltern Fernsehen schauen, während die Kinder essen und mit ihrem Handy beschäftigt sind. Es scheint, als wären sie einsame Mönche, der eine isoliert vom andren. Da gibt es keine Kommunikation. Zuhören ist aber wichtig, denn so erkennen wir die Bedürfnisse der anderen, ihre Nöte, Schwierigkeiten, Wünsche. Es gibt eine Sprache der kleinen Gesten, die wir bewahren müssen. Meiner Meinung nach sollen die Schmerzen dieser Tage uns helfen, uns für diese konkreten Dinge zu öffnen.“

„Trost zu spenden muss jetzt Aufgabe aller sein“

Besonders gedenkt Franziskus in dem Interview dem Gesundheitspersonal, den freiwilligen Helfern, sowie den Familien der Opfer: „Ich danke allen, die sich für andere aufopfern. Ihr seid ein Beispiel dieser Konkretheit. Ich bitte alle, die Leuten nahe sind, die ihre Lieben verloren haben, ein Beispiel solcher Konkretheit zu sein, indem sie sie auf jede nur erdenkliche Weise begleiten. Trost zu spenden muss jetzt Aufgabe aller sein.“

Jeder kann Hoffnug haben

Letzlich lädt der Pontifex auch alle ein, Hoffnung zu haben, auch Leute, die nicht glauben:

„Wir sind alle Kinder Gottes, die er im Blick hat. Auch wer ihn noch nicht getroffen hat, das Geschenk des Glaubens nicht empfangen hat, kann dort den Weg finden, im Guten, an das er glaubt: Er kann Kraft schöpfen aus der Liebe für seine Kinder, seine Familie, die Geschwister. Er kann sagen: ,Ich kann nicht beten, weil ich nicht glaube.‘ Gleichzeitig kann er aber dennoch an die Liebe der Menschen um ihn herum glauben und dort Hoffnung finden.“ (vn 18)

 

 

 

 

Papst Franziskus: „Barmherzigkeit – das ist meine Haupt-Botschaft“

 

„Barmherzigkeit“: Das war der erste und grundlegende Akzent des Pontifikats von Papst Franziskus, das vor ziemlich genau sieben Jahren begann. 2015 und 2016 hat er sogar ein außerordentliches Heiliges Jahr der Barmherzigkeit durchgeführt. An diesem Mittwoch nun kam Franziskus bei seiner Generalaudienz im Vatikan wieder auf sein ‚Lieblingsthema‘ zu sprechen.

Stefan von Kempis - Vatikanstadt

Anlass dazu bot seine Katechesen-Reihe über die Seligpreisungen; diesmal war die fünfte dran, sie lautet ‚Selig sind die Barmherzigen, denn sie werden Erbarmen finden‘ (Mt 5,7).

Franziskus machte darauf aufmerksam, dass die Jesusworte von einer Wechselseitigkeit ausgehen: „Diejenigen, die Barmherzigkeit ausüben, werden Erbarmen finden, sie werden sozusagen verbarmherzigt werden.“ Das ist ein Wortspiel, das sich so ähnlich auch auf Latein in seinem (schwer ins Deutsche zu übersetzenden) Pontifikatsmottoeligendo atque miserando“ findet.

„Die Barmherzigkeit ist das Herz Gottes selbst“

„Dieses Thema der Gegenseitigkeit der Vergebung ist in dieser Seligpreisung nicht nur präsent, sondern wiederkehrend im Evangelium. Und wie könnte es anders sein? Die Barmherzigkeit ist das Herz Gottes selbst!“ Der Papst erinnerte an die Vaterunser-Bitte ‚Vergib uns unsere Schuld, wie auch wir vergeben unseren Schuldigern‘ (Matth. 6,12) und bekräftigte: „Es gibt zwei Dinge, die sich nicht trennen lassen: die gewährte Vergebung und die empfangene Vergebung.“

Die Perspektive umkehren

„Aber viele Menschen sind in Schwierigkeiten, sie können nicht verzeihen. Das erlittene Übel ist so oft so groß, dass die Fähigkeit zu verzeihen wie die Besteigung eines sehr hohen Berges erscheint. Eine enorme Anstrengung! Und da denkt man: Das geht nicht, das schaffe ich nicht… Diese Tatsache der Wechselseitigkeit der Barmherzigkeit zeigt, dass wir die Perspektive umkehren müssen. Aber alleine können wir das nicht, wir brauchen die Gnade Gottes dazu – um die müssen wir bitten.“

Wir alle seien „Schuldner“ und blieben hinter dem, was wir „vor Gott und vor unseren Geschwistern“ eigentlich sein müssten, zurück.

„Barmherzigkeit ist nicht eine Dimension unter anderen, sie ist das Zentrum des christlichen Lebens“

„Jeder Mensch weiß, dass er nicht der Vater oder die Mutter ist, die er sein sollte, der Bräutigam oder die Braut, der Bruder oder die Schwester, die er sein sollte. Wir alle sind im Defizit, im Leben. Und wir brauchen Barmherzigkeit. Wir wissen, dass selbst wenn wir nichts Böses getan haben, immer etwas an dem Guten fehlt, das wir hätten tun sollen. Aber gerade diese unsere Armseligkeit wird zur Kraft, zu verzeihen!“ Wer Gottes Vergebung empfange, werde auch seinerseits fähig, anderen zu vergeben.

„Die Barmherzigkeit ist nicht eine Dimension unter anderen, sie ist das Zentrum des christlichen Lebens: Es gibt kein Christentum ohne Barmherzigkeit. Wenn unser ganzes Christentum uns nicht zur Barmherzigkeit führt, haben wir den falschen Weg eingeschlagen, denn die Barmherzigkeit ist das einzig wahre Ziel jedes geistlichen Weges.“

Erinnerung an den ersten Angelus als Papst

Franziskus erinnerte sich an sein erstes Angelusgebet als Papst; damals, im März 2013, hatte er ebenfalls von Barmherzigkeit gesprochen. „Und das ist tief in mir eingeprägt geblieben als Botschaft, die ich als Papst immer überbringen will – eine Botschaft, die täglich wichtig ist: die Barmherzigkeit.“

Wegen der Corona-Krise wurde auch diese Generalaudienz ohne Teilnehmer von außen durchgeführt. Die Rede des Papstes wurde nur per Video-Stream aus dem Apostolischen Palast im Vatikan übertragen.

Für alle beten, die wegen der Pandemie in Bedrängnis sind

In einem Appell stellte sich Franziskus hinter die Initiative „24 Stunden für den Herrn“, die eigentlich am Freitag und Samstag stattfinden sollte, wegen Corona aber in Rom, Italien und anderen Ländern nur sehr eingeschränkt stattfinden kann.

„In allen anderen Teilen der Welt wird diese schöne Tradition jedoch fortgesetzt. Ich ermutige die Gläubigen, sich der Barmherzigkeit Gottes in der Beichte aufrichtig zu nähern und besonders für diejenigen zu beten, die wegen der Pandemie in Bedrängnis sind! Wo es nicht möglich sein wird, 24 Stunden für den Herrn zu feiern, bin ich sicher, dass dieser Moment der Busse durch persönliches Gebet gelebt werden kann.“ (vatican news 18)

 

 

 

 

Kirche informiert über Coronamaßnahmen – Messen entfallen

 

Aus für öffentliche Gottesdienste heißt es nach Österreich, Italien und weiteren Ländern nun auch in Deutschland: Die Bundesregierung in Berlin und die Bundesländer vereinbarten am Montag in der Corona-Krise neue strenge Leitlinien.

Demnach sollen unter anderem auch „Zusammenkünfte in Kirchen, Moscheen, Synagogen und Zusammenkünfte anderer Glaubensgemeinschaften“ verboten werden. Das gab Bundeskanzlerin Angela Merkel am Montagabend bei einer Pressekonferenz in Berlin bekannt. Um die Ausbreitung des Virus möglichst einzudämmen, sollen auch in Deutschland zahlreiche Geschäfte und Einrichtungen geschlossen werden. Lebensmittelgeschäfte, Lieferdienste, Apotheken, Tankstellen, Banken und Post sollen in Betrieb bleiben. Das Sonntagsverkaufsverbot für diese Geschäfte solle „bis auf weiteres grundsätzlich ausgesetzt“ werden.

Entbindung von Sonntagspflicht und Ausfall von Gottesdiensten

Die katholische Kirche in Deutschland hatte in den vergangenen Tagen bereits besondere Maßnahmen gegen das Coronavirus erlassen. Dazu zählen in fast allen 27 Diözesen die Entbindung von der Sonntagspflicht und der Ausfall von Gottesdiensten. In Bayern, wo die Staatsregierung den Katastrophenfall ausgerufen hat, sagten etwa die Erzdiözesen München und Bamberg sowie die Diözesen Augsburg und Eichstätt vorerst alle öffentlichen Gottesdienste ab. Auf unbestimmte Zeit vertagt ist auch die Weihe des ernannten Bischofs von Augsburg, Bertram Meier. Sie hätte kommenden Samstag stattfinden sollen.

DBK Infoseite zu Corona

Die deutsche Bischofskonferenz hat angesichts der Corona-Pandemie eine extra Infowebsite eingerichtet, die Informationen aus allen Bistümern zusammenfasst. Dort gibt es etwa Hinweise auf Gottesdienstangebote im Internet, Gebetsvorschläge und Empfehlungen zur Vermeidung einer Ansteckung mit dem Coronavirus. (kna/kap 17) 

 

 

 

Bischof von Bergamo: „Gott lässt uns auch jetzt nicht im Stich“

 

Die norditalienische Diözese Bergamo ist im Kampf gegen die Coronavirus-Pandemie und in der Krankenseelsorge besonders exponiert. Mindestens sechs Priester dieser Diözese haben nach der Ansteckung mit dieser Krankheit bereits ihr Leben verloren. Wir sprachen mit dem Ortsbischof. Von Mario Galgano

 

Vatikanstadt. Bergamo, eine Stadt mit 120.000 Einwohnern im Nordosten der Lombardei, erlebt die dunkelsten Stunden ihrer jüngeren Geschichte. Dieses normalerweise ruhige und wohlhabende Gebiet, in dem der heilige Papst Johannes XXIII. 1881 in dem Dorf Sotto il Monte geboren wurde, wurde zum Epizentrum der Coronavirus-Pandemie, die in Norditalien, dem industriellen und wirtschaftlichen Zentrum des Landes, einen äußerst heftigen Tribut fordert.

Nach den am Sonntagabend des 15. März veröffentlichten Statistiken gab es in der Region Bergamo mehr als 3.400 Fälle der insgesamt 24.000 im Land infizierten Patienten. Die Zahl der Todesfälle ist so hoch, dass es schwierig ist, sie zu zählen, aber die lokale Zeitung „L'Eco di Bergamo“ veröffentlichte in ihrer Ausgabe vom 15. März fast 160 Totenanzeigen, etwa fünfmal mehr als an einem normalen Tag.

Großzügiges Engagement

Der Bischof von Bergamo, Francesco Beschi, hebt im Gespräch mit Radio Vatikan das großzügige Engagement der 400 Pfarreien seiner Diözese für den Dienst an den Kranken und im weiteren Sinne an den Menschen hervor, die von dem durch die Epidemie verursachten wirtschaftlichen Zusammenbruch betroffen sind.

„Diese Nähe geht in Richtung des Bewusstseins, dass uns Gott, der auch in der Prüfung mit uns ist, nicht im Stich lässt“, erklärte er und räumte ein, dass sich die Situation in den letzten Tagen verschlechtert hat. „Wir wissen nicht mehr, wo wir die Toten hinbringen sollen. Einige Kirchen werden genutzt. All dies wird von sehr tiefen Gefühlen begleitet. Ein Priester, der seinen Vater verloren hat, rief mich an. Er ist in Quarantäne, die Mutter ist allein in einem anderen Haus in Quarantäne. Seine Brüder sind in Quarantäne, die Beerdigung ist nicht erlaubt. Er wird auf den Friedhof gebracht und begraben, ohne dass jemand an diesem Moment der menschlichen und christlichen Frömmigkeit teilnehmen kann, der jetzt so wichtig ist, weil er vermisst wird.“

Bezüglich der Todesfälle seiner Diözesankleriker sagte Bischof Beschi gegenüber RadioInBlu, dem Radiosender der italienischen Bischofskonferenz, dass diese Verluste, die eine Quelle großen Leids sind, Teil des Dramas sind, das die gesamte Bevölkerung erlebt. „Wir sind nicht von unserer Gemeinschaft getrennt, auch nicht im Tod“, so der Bischof.

Angesichts der Corona-Krise stellt der Bischof im norditalienischen Bergamo 50 Einzelzimmer mit Bad im Priesterseminar für medizinisches Personal zur Verfügung. Pflegekräfte und Ärzte im Schichtdienst, die wegen Arbeitsdrucks oder Ansteckungsgefahr für Familienangehörige nicht nach Hause können, dürfen dort unentgeltlich übernachten, teile die Diözese am Montag mit. Bischof Francesco Beschi wolle ihnen „etwas Ruhe im heroischen Einsatz“ verschaffen.

(vn/eco di bergamo/kap 17)

 

 

 

 

Traurige Premiere: Ostern im Vatikan ohne Gläubige

 

Das gab’s noch nie: Kar- und Osterfeierlichkeiten im Vatikan ohne die Teilnahme von Gläubigen. Doch wegen der Corona-Krise muss Papst Franziskus dieses Jahr tatsächlich die wichtigsten Liturgien des Kirchenjahres hinter verschlossenen Türen feiern.

Wie genau das laufen wird, darüber berät der Vatikan noch intern. Wie soll man’s etwa mit dem Kreuzweg am Kolosseum halten, an dem seit 1750 immer Tausende von Menschen teilgenommen haben? Und ist ein „Urbi et Orbi“ nur per Fernsehen, einfach aus einem Vatikan-Saal nach draußen übertragen, wirklich vorstellbar?

„Ich habe bisher nichts Vergleichbares gefunden, nicht mal, als in Rom die Cholera wütete, oder in den Kriegszeiten.“ Das sagte Vatikan-Experte Ulrich Nersinger dem Kölner Domradio. „Man hat immer gewisse Sicherheitsvorkehrungen getroffen. Aber man hat nie ganz auf die Zeremonie öffentlicher Gottesdienste verzichtet.“

Feiert der Papst in der Sixtina?

Nersinger könnte sich vorstellen, dass Franziskus die Liturgien der Kar- und Ostertage in die Sixtinische Kapelle im Apostolischen Palast verlegt. „Wie sind denn früher päpstliche Liturgien abgelaufen? Diese großen Liturgien, die wir aus den letzten Jahrzehnten kennen, gab es zwar früher in Rom auch, aber in einem anderen Maßstab und Umfeld. So sind viele Liturgien der Karwoche bis zum Jahre 1929, also bis zur Gründung des Vatikanstaates, nicht in St. Peter oder im Lateran gefeiert worden, sondern größtenteils in der Sixtinischen Kapelle.“

An diese Tradition könnte man doch jetzt angesichts der Corona-Krise anknüpfen, überlegt der Vatikankenner. „Das klingt vielleicht erst mal nicht sehr klug, weil ja die Sixtina ein abgeschlossener Raum ist. Aber man darf nicht vergessen, dass die Kapelle über eines der modernsten Belüftungssysteme der Welt verfügt – damals gedacht zum Schutz der Kunstwerke. Da überlegen auch momentan die Techniker im Vatikan, ob das nicht eine gute Möglichkeit ist.“

Santa Marta oder Audienzhalle wären wohl das falsche Ambiente

Im übrigen gebe es im Vatikan doch genug große Räume, in denen man auch die Liturgie feiern könnte. Aber man sollte dabei eine kluge Wahl treffen, findet Nersinger. „Da ist es auch wichtig, dass man das entsprechende Ambiente nimmt. Das Gästehaus Santa Marta oder die Audienzhalle wären vielleicht das falsche Zeichen. In diesen Zeiten erweckt das einen kühlen Eindruck, fast wie im Krankenhaus. Ich denke, man muss versuchen, Liturgien zu feiern in einem Rahmen, der auch das Gemüt anspricht.“

Ein Beispiel dafür, wie man es jetzt nicht machen sollte, könnte der Abschluss der Kinderschutz-Konferenz sein, die Papst Franziskus vor gut einem Jahr im Vatikan ausgerichtet hat. Da feierte er die Schlussmesse zusammen mit den Vorsitzenden von Bischofskonferenzen aus aller Welt in der prächtigen Sala Regia des Vatikans. Die Wandfresken, die u.a. die Schlacht von Lepanto zeigen, passten nicht zur Anti-Missbrauch-Botschaft, die der Papst nach draußen vermitteln wollte.

Urbi et Orbi über einem leeren Petersplatz?

„Eine Papstliturgie im Petersdom ohne Volk kann ich mir schwer vorstellen. Aber ich sehe seit ein paar Tagen einige Internet-Auftritte von Priestern, die doch sehr beeindrucken. Wo ein Priester mit dem Allerheiligsten in Italien allein, oder mit einer Begleitung, durch die Straßen geht und die Leute mit dem Allerheiligsten segnet. Es gab einen Priester, der auf einem kleinen Lastwagen mit der Madonna durch seine Stadt fuhr. Das sind Sachen, die ich sehr beeindruckend finde, die auch ein Gefühl vermitteln, dass Kirche bei einem ist.“

Nersinger kann es sich darum vorstellen, dass der Papst seinen Ostersegen wie üblich von der mittleren Loggia des Petersdoms aus erteilt, selbst wenn niemand auf dem Petersplatz ist. „Ich denke, das könnte sogar eine viel stärkere Wirkung haben. Ich könnte mir auch theoretisch vorstellen, dass der Papst die Palmensegnung auf dem leeren Petersplatz vornimmt und dann nach St. Peter zieht. Das wären Bilder, die sich doch sehr einprägen und die dann auch eine gewisse religiöse Bedeutung haben.“

Kardinal Stella: Jetzt müssen Priester erfinderisch werden

Am letzten Sonntag nach dem Angelus, der aus einem Saal des Apostolischen Palastes übertragen wurde, hat der Papst aus dem Fenster den leeren Petersplatz gesegnet – das war ein eindringliches Bild.

Aber ist es wirklich vorstellbar, dass die Kartage und Ostern dieses Jahr einfach ins Internet verlegt werden? Der Präfekt der vatikanischen Kleruskongregation, Kardinal Beniamino Stella, sagt uns im Interview:

„Es ist normal, dass einem das zu Herzen geht. Wir sind daran gewöhnt, die Karwoche und Ostern jedes Jahr ‚direkt‘ zu feiern. Aber dieses Jahr muss man sich eben an eine ganz neue Lage gewöhnen. Und wie der Papst das formuliert hat: Wir sollten kreativ sein und uns etwas ausdenken, damit Seelsorge weiter nah an den Menschen dran ist. Wie das gehen soll? Da müssen Priester erfinderisch werden.“

Einziger Präzedenzfall war 1941

Kardinal Stella rät den Menschen, die Kar- und Ostertage zuhause, im Kreis der Familie, am Radio oder Fernsehen mitzuverfolgen. „Man hat ja die Heilige Schrift, das Wort Gottes, und man kann die Riten im Internet finden, um sich in Einheit mit dem Papst zu setzen.“

Das einzige Mal, dass der Vatikan in der neueren Geschichte die Osterfeiern eingeschränkt hat, ist für das Jahr 1941 verzeichnet. Angesichts des Zweiten Weltkriegs hielt Papst Pius XII. es damals für geraten, seinen Ostersegen Urbi et Orbi nur per Radio Vatikan zu erteilen. „Die Traurigkeit der jetzigen Zeit für die Menschheit verträgt sich nicht mit dem Fest der Freude“, urteilte der Pacelli-Papst.

Seine Radio-Botschaft mit Segen wurde in seiner Privatbibliothek im Apostolischen Palast aufgezeichnet. Das ist derselbe Ort, den auch Papst Franziskus für seine Angelus- und Audienz-Übertragungen in Corona-Zeiten ausgewählt hat. (vn / domradio 17)

 

 

 

Papst erfleht in Rom Ende der globalen Corona-Pandemie

 

Papst Franziskus hat an diesem Sonntagnachmittag für kurze Zeit den Vatikan verlassen und in Rom zwei Gebete verrichtet. Vor der Marienikone Salus populi Romani in Santa Maria Maggiore und vor dem Pestkreuz in der Kirche San Marcello al Corso bat er Gott um das Ende der globalen Corona-Pandemie.

 

Mit der Geste wollte der Bischof von Rom an diesem dritten Fastensonntag seine Nähe zu allen von der Seuche Betroffenen unterstreichen. Er habe kurz nach 16 Uhr den Vatikan verlassen und privat die beiden Gebetsstätten angesteuert, informierte Vatikansprecher Matteo Bruni. Die alte Marienikone Salus Populi Romani kennt der Papst gut: Er besucht sie jedesmal vor und nach einer Reise.

Das Kruzifix in der Kirche San Marcello al Corso, zwischen Piazza Venezia und Piazza del Popolo, das Franziskus als zweite Station seines Gebets aufsuchte, wurde 1522 durch Roms damals pestverseuchte Straßen getragen, um ein Ende der Epidemie zu erflehen. „Mit seinem Gebet rief der Heilige Vater das Ende der Pandemie herbei, die Italien und die Welt heimsucht, bat um Heilung für die vielen Kranken, erinnerte an die zahlreichen Opfer dieser Tage und bat Gott darum, dass ihre Familien und Freunde Trost finden mögen“, heißt es in der Mitteilung aus dem Vatikan. Franziskus habe auch für das gesamte medizinische und pflegerische Personal sowie alle jene gebetet, die dieser Tage für das Funktionieren der Gesellschaft sorgten. 

Einen Teil der Via del Corso legte der Papst zu Fuß zurück, nach Art einer Wallfahrt. Gegen 18 Uhr sei Franziskus in die Casa Santa Marta zurückgekehrt.

Rom ist praktisch menschenleer

Die italienische Hauptstadt ist praktisch menschenleer. Ein Dekret der italienischen Regierung zur Eindämmung der Corona-Pandemie hat das öffentliche Leben im ganzen Land zum Erliegen gebracht, seit einer Woche müssen die Gläubigen auf Gottesdienste in Kirchen verzichten. In Rom dürfen nur noch Pfarreikirchen zum Gebet offengehalten werden. Geschlossen ist erstmals in seiner Geschichte auch der Petersdom. 

Das Kruzifix von San Marcello al Corso half nach Überzeugung der Gläubigen Roms, 1522 ihre Stadt von der Pest zu befreien. Der heilige Papst Johannes Paul II. umarmte es bei jener Feier im Heiligen Jahr 2000, als er um Vergebung für die Sünden der Kirche in den vergangenen 2000 Jahren bat. (vn16)

 

 

 

 

Corona-Virus: Auch Köln und Limburg setzen Gottesdienste aus

 

Immer mehr Diözesen Deutschlands setzen Heilige Messen aus, um der Verbreitung des Corona-Virus entgegenzuwirken. Das Erzbistum Köln stellt die Feier von öffentlichen Gottesdiensten ab dem Sonntag an allen Orten auf seinem Gebiet für mehrere Wochen ein. Auch im Bistum Limburg wird an diesem Sonntag der letzte öffentliche Gottesdienst bis 4. April stattfinden. In Köln gilt der Messen-Stopp bis Karfreitag.

Die öffentlichen Gottesdienste für mehrere Wochen ausgesetzt hatten zuvor schon die (Erz-)Bistümer München und Freising, Hamburg, Fulda, Trier, Speyer, Mainz und Dresden-Meißen. Andere könnten nachziehen.

Samstagabend teilte auch das Bistum Limburg mit, alle öffentlichen Gottesdienste ab Montag, 16. März auszusetzen. Die Kirchen werden als Orte des persönlichen Gebetes weiter geöffnet bleiben. Von der Absage sind auch Erstkommunionen und Firmungen bis einschließlich Christi Himmelfahrt betroffen. Taufen und Beerdigungen können in kleinstem Rahmen weiter stattfinden.

Der Verzicht auf Gottesdienste sei in diesen Zeiten ein Dienst, den Christen einander und denen leisten, die durch eine Infektion besonders gefährdet seien, schrieb Bischof Georg Bätzing von Limburg. Zugleich erklärte er, das Virus sei „gewiss keine Strafe Gottes“, vor der man nicht entkommen könne. Die Liebe Gottes werde die Gläubigen durch diese herausfordernde Zeit tragen, versicherte der Bischof. Bätzins ist seit kurzem Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz.

Andere katholische Diözesen in Deutschland könnten nachziehen. In Augsburg musste wegen der Pandemie die Bischofsweihe von Bertram Meier verschoben werden. Das Bistum Osnabrück empfiehlt, derzeit keine öffentlichen Gottesdienste zu feiern. Die 27 katholischen Bistümer in Deutschland haben weitestgehend die Sonntagspflicht aufgehoben. Dennoch wurden im Rahmen der behördlichen Anordnungen in manchen Gemeinden öffentliche Sonntagsgottesdienste gehalten.

In Österreich finden ab Montag keine öffentlichen Gottesdienste mehr statt. Gläubige in Italien leben bereits seit mehreren Tagen mit dieser Situation. Mutmaßlich werden die Kar- und Osterliturgien mit Papst Franziskus in Rom ohne oder mit nur wenigen Pilgern stattfinden können.

Auch in Portugal, Belgien und Litauen finden vorübergehend keine Heiligen Messen unter Beteiligung von Volk statt. Mehr und mehr Priester in ganz Europa gehen dazu über, ihre Messen im Internet zu übertragen. In Polen hat der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Bischof Stanis?aw G?decki, die Gläubigen dazu eingeladen, die Sonntagsmesse im Radio, Fernsehen oder Internet mitzufeiern und auf einen physischen Messbesuch möglichst zu verzichten. 

(pm 14)

 

 

 

 

Unser Sonntag: Mehr Zeit und Interesse für Gott

 

Pater Eberhard von Gemmingen ruft uns in diesem Kommentar zum Evangelium dazu auf, Zeit und Interesse für Gott aufzubringen - und er geht auch auf heutige Kirchenfragen ein. Freund oder Freundin Jesu werde man nicht durch eine Beitrittserklärung. Und: Das Priestertum habe etwas mit Berufung zu tun, so der Geistliche.

 

3. Fastensonntag. Joh 4, 5-42

Wir haben eben von einer beeindruckenden Begegnung zwischen Jesus und einer Frau mit einem zweifelhaften Hintergrund gehört. Die Begegnung mit Jesus hat die Frau vermutlich total verändert, obwohl davon nicht ausdrücklich die Rede ist.

Ich vermute einmal, dass wir uns alle heimlich oder auch offen nach einer solchen Begegnung mit Jesus sehnen. Dann wäre das Glauben leichter, dann könnte man alle Frustration an Kirche wegstecken. Beobachten wir doch einmal genauer, wie diese Begegnung ablief. Jesus kommt an den berühmten Jakobsbrunnen.

Bedeutung des Jakobsbrunnens

Der war für die ersten Christen, für die der Evangelist Johannes ja schrieb, sehr bekannt und berühmt. Um die ganze Szene zu verstehen, können wir daran denken, dass zur Zeit Jesu die Ahnen und die Geschichte des Volkes wohl eine wesentlich größere Rolle spielten als das für uns heute der Fall ist. Wir sind vielleicht ein wenig heimatlos geworden, auch wenn die Suche nach Heimat in jüngster Zeit wieder mehr aufgebrochen ist. Jesus ist müde, setzt sich an dem berühmten und geschichtsträchtigen Brunnen nieder. Ausdrücklich heißt es, dass es um die sechste Stunde war, also mittags, also heiß.

Da kommt eine Frau, eine Samariterin, eine Frau aus der Gegend. Die Samariter sind für die frommen Juden irrgläubig. Sie erwarten nicht einen König wie die richtigen Juden, sondern nur einen Propheten. Jesus spricht sie an und bittet um einen Schluck Wasser. Jesus hat Durst, hat aber keinen Krug, um sich Wasser zu schöpfen, die Frau hat einen. Jesu Jünger hatten Jesus allein gelassen, um Essen einzukaufen.

„Wenn du wüsstest, was Gott gibt“

Die Samariterin ist baff: Wie kannst du als Jude mich eine Samariterin ansprechen. Offenbar vermieden das fromme Juden. Jesus antwortet erstaunlich: Wenn du wüsstest, wer dich anspricht, hättest du ihn um lebendiges Wasser gebeten. Und der Evangelist Johannes lässt Jesus auch noch sagen: Wenn du wüsstest, was Gott gibt. Jesus scheint von etwas ganz Anderem zu sprechen als die Frau. Denn sie sagt verwundert: Wie kannst du mir lebendiges Wasser geben, wenn du nicht mal ein Schöpfgefäß hast. Die Denkweisen gehen also auseinander. Jesus antwortet: Wer das Wasser hier trinkt, hat später wieder Durst. Das Wasser, das ich ihm geben werde, überwindet allen Durst. Nun steigt die Frau auf Jesu Denkweise ein und sagt: Dieses Dein Wasser möchte ich.

Die Samariterin lenkt vom unangenehmen Thema ab

Und nun macht Jesus einen Sprung: Er sagt ihr: Ruf mir deinen Mann. Sie antwortet: ich habe keinen Mann. Darauf Jesus: Fünf Männer hast du gehabt. Und der Mann, den du jetzt hast, ist nicht dein Mann. Darauf die Frau: Du bist wohl ein Prophet. Und dann lenkt sie von dem unangenehmen Thema mit ihren Männern ab. Darum wechselt sie in die Theologie und sagt: Wir Samariter beten hier auf dem Berg Gott an, ihr Juden in Jerusalem. Nun überspringe ich ein paar Worte von Jesus und komme zu dem, was mir entscheidend scheint: Jesus sagt zu ihr: „Jetzt ist die Stunde, in der die wahren Anbeter im Geist und in der Wahrheit anbeten. Gott ist Geist und alle, die anbeten, müssen ihn im Geist und in der Wahrheit anbeten.“ Die Frau wechselt wieder in die Theologie: Sie sagt: „Ich weiß, dass der Messias kommt, der Christus genannt wird. Wenn er kommt, wird er uns alles verkünden.“ Darauf Jesus: „Du sprichst mit ihm, ich bin es.“

Die Glaubensaussage des Evangelisten

Hier muss ich daran erinnern, dass auch dies Evangelium nach Johannes nicht eine Art Biographie Jesu ist, das Gespräch also auch nicht eine Art Protokoll, sondern es ist die Glaubensaussage des Evangelisten, ein Glaubensbekenntnis der ersten Christen. Es saß ja auch kein Zeuge dabei, der zugehört hätte.

Und nun versuche ich, uns dahin zu führen, damit auch wir auf unsere Weise Jesus heute begegnen können. Jesus hat bei der Frau am Jakobsbrunnen die Initiative ergriffen und sie angesprochen. Damit wir uns von Jesus angesprochen fühlen, müssen wir uns für ihn Zeit nehmen, die Ohren öffnen, nach ihm fragen, ihn suchen. Wenn er für uns unwichtig ist, dann werden wir ihn nicht hören, nicht erfahren. Wir haben vor allem das neue Testament, in dem wir ihm begegnen können. Ich möchte einfach einmal daran erinnern, dass die großen Christen, die die Kirchengeschichte und besonders Europa geprägt haben, auch nur die Bibel hatten, um Jesus zu begegnen. Sie hatten vielleicht mehr Zeit als wir. Sie hatten wohl nicht so viele Bücher wie wir, sondern oft nur die Bibel. Und vielleicht konnten sie nicht einmal lesen. Dafür gab es die Bibel der Bilder, also vor allem die Glasfenster in den großen schönen Kirchen.

Nötig für Gott: Zeit und Interesse

Aber nötig waren Zeit und Interesse. Frage: Nehmen wir uns Zeit, haben wir Interesse? Also wir haben es schwerer als unsere Vorfahren, die nicht überschwemmt waren von Büchern, Zeitungen, Nachrichten, Begegnungen. Wenn wir Jesus begegnen wollen, müssen wir uns Zeit dafür nehmen. Und wenn wir dann Texte in den Evangelien lesen, werden wir vielleicht stolpern über Stellen, die wir nicht verstehen können, die uns fremd und unglaubwürdig klingen. Auch die Frau am Brunnen ist gestolpert und ist in die Theologie ausgewichen. Diese Gefahr besteht auch bei uns, dass wir unsere richtige oder falsche Theologie mitbringen und gar nicht mehr auf die Worte der heiligen Schrift hören, nicht mehr lauschen, nicht mehr staunen. Die Frau am Brunnen hat gestaunt. Ich vermute, dass gerade heute der Weg zum Glauben über das Staunen führt. Die Menschen damals haben vor allem über die Wunder Jesu gestaunt. Und sie sind Jesus nachgelaufen, weil sie geheilt oder gesättigt wurden. Entscheidend aber war, an der Persönlichkeit Jesu Christi hängen zu bleiben. Auch die Apostel sind erst nach Tod und Auferstehung wirklich an Jesus hängen geblieben. Vorher haben sie ihn alle verraten und sind geflohen. Auch wir werden ähnlich wie die Apostel immer wieder Schwierigkeiten haben. Vieles was Jesus sagt oder tut, wird uns nicht gleich oder nicht schnell aufgehen. Es kostet schon Zeit und eben Interesse. Manches was Jesus sagte, wird uns ärgern. Ein Schaden ist auch, wenn wir den Eindruck haben, dass wir das alles schon so oft gehört oder gelesen haben, und dass für uns nichts neu ist.

„Freund oder Freundin Jesu Christi wird man nicht durch eine Beitrittserklärung, sondern dadurch, dass man Jesus aufmerksam und geduldig begegnet ist, sich auf ihn eingelassen hat“

 

Und nun möchte ich noch einen Sprung machen in die heutigen Kirchenfragen. Die meisten Menschen, die sich noch für den christlichen Glauben interessieren, leiden - wie sie sagen – unter der Kirche. Darunter, dass Amtsträger, Priester und Bischöfe nicht so leben wie man es von ihnen erwartet. Viele leiden darunter, dass die Kirche den Eindruck vermittelt, ein Männer-dominierter Verein zu sein. Viele leiden darunter, dass Frauen zwar die große Mehrheit in den Pfarrgemeinden sind, aber Priester nicht auf Augenhöhe mit ihnen sprechen, sie nicht ernst genommen werden.

Das sind alles wirklich ernst zu nehmende Fragen, die beantwortet werden müssen. Die zugrunde liegende Problematik ist aber noch tiefer. Es gelingt der katholischen Kirche, konkret ihren Amtsträgern nicht gut genug, die grundlegende Struktur der Gemeinschaft Jesu Christi vorzustellen. Zu dieser Struktur gehört vor allem: Freund oder Freundin Jesu Christi wird man nicht durch eine Beitrittserklärung, sondern dadurch, dass man Jesus aufmerksam und geduldig begegnet ist, sich auf ihn eingelassen hat und dann von Jesus gehört hat: Folge mir, bleib bei mir, lass dich auf mich ein. Denn denken wir an die Apostel: Keiner der zwölf Apostel hat sich beworben um das Apostelamt.

Priester sein ist ein Dienst, kein Amt, das Oberhoheit gibt

Keiner hat einen Antrag gestellt. Sie wurden von Christus berufen. Die Grundlage, um Glied in der Kirche zu sein, ist nicht ein Recht, sondern die Berufung von oben. Daher hat auch kein katholischer Mann das Recht, Priester oder Bischof zu werden. Es ist auch kein Amt, das Oberhoheit gibt, sondern es muss ein Dienst sein. Man wird nicht Priester aufgrund eines Antrags, aufgrund des Rechtes darauf, sondern aufgrund des Glaubens, der Überzeugung, Christus beruft mich. Das muss von einem Bischof oder einem Ordensoberen geprüft und bestätigt werden. Daher kann man auch nicht sagen: Aufgrund der Menschenrechte haben Frauen das Recht Priesterinnen zu werden. Es gibt kein Recht auf ein Amt.

„Es gibt kein Recht auf ein Amt.“

Diese Aussagen klingen nun weit weg von der Begegnung Jesu mit der Samariterin. Aber aus dieser Begegnung kann man heraushören: Christus ergreift die Initiative. Er spricht sie an. Er sagt: Gib mir zu trinken. Dann entsteht ein Gespräch. Am Anfang des Glaubensweges muss immer das Hören auf Christus stehen. Dafür braucht man offene Ohren und ein offenes Herz. Und die Frau bringt ihr Vorwissen in das Gespräch ein. Sie ist neugierig, sie stellt Fragen, sie bleibt am Ball. Und das entscheidende Wort Jesu lautet wohl: Gott ist Geist und die ihn wahrhaftig anbeten wollen, müssen ihn im Geist und in der Wahrheit anbeten. Amen. P. Eberhard Gemmingen SJ 

 

 

 

 

Ordensoberer der Salesianer für zweite Amtszeit bestätigt

 

Der Generalobere der Salesianer Don Boscos, Angel Fernandez Artime, bleibt für weitere sechs Jahre an der Spitze seines Ordens. Das 28. Generalkapitel der Kongregation bestätigte den 59-jährigen Spanier am Mittwoch in Rom für eine zweite Amtszeit, teilte der Informationsdienst der Salesianer mit. Wegen der Einschränkungen des öffentlichen Lebens in Italien durch das Coronavirus beendete das Generalkapitel seine Beratungen vorzeitig am Samstag.

Der aus der nordspanischen Provinz Asturien stammende Fernandez Artime leitet seit 2014 die Salesianer, den mit knapp 15.000 Mitgliedern zweitgrößten katholischen Männerorden nach den Jesuiten. Die Salesianer sind in 132 Ländern präsent.

Gegründet wurde die Gemeinschaft 1859 von Johannes Bosco (1815-1888), der sich in der norditalienischen Industriestadt Turin der Nöte sozial entwurzelter Kinder und Jugendlichen annahm, sie von der Straße holte und ihnen in offenen Jugendzentren ("Oratorien") ein ganzheitliches Präventivprogramm mit Gemeinschaft, Bildung und Glaubensvermittlung bot. Don Bosco wurde 1934 heiliggesprochen und ist der Schutzpatron der Jugend. (kap 14)

 

 

 

Immer mehr Bistümer treffen Corona-Maßnahmen

 

In immer mehr Bistümern im deutschen Sprachraum werden angesichts des Corona-Virus Vorsichtsmaßnahmen getroffen. Das Erzbistum München und Freising richtete am Mittwoch einen Krisenstab ein, der die Lage im Zusammenhang mit dem Virus COVID-19 (Coronavirus) beurteilen und entscheiden soll, welche Konsequenzen für das kirchliche Leben zu ziehen sind.

In Österreich sind alle großen Gottesdienste seit Dienstag vorübergehend ausgesetzt: Die Bestimmung der Regierung, wonach zur Eindämmung der Corona-Infektionen alle Veranstaltungen mit maximal 100 Personen in einem Raum bzw. 500 Personen im Freien stattfinden dürfen, betreffen einen Großteil der Sonntagsmessen des Landes.

Die schärfsten Vorgaben gibt es bislang in der Steiermark und im Burgenland. „Alle Veranstaltungen der Kirche Steiermark unabhängig von der Anzahl der Beteiligten sind abgesagt“, teilte Thomas Stanzer, Pressesprecher der Diözese Graz-Seckau, mit. Einzig die Gottesdienste und die seelsorgliche Betreuung sollen so gut wie möglich - insofern sie den Teilnehmer-Obergrenzen entsprechen - weitergehen. Unverändert bleibt auch der Dienst an Kranken.

Nur 100 Personen gleichzeitig im Stephansdom

Ähnlich in der Diözese Eisenstadt, wo außer den nur in kleinem Rahmen stattfindenden Gottesdiensten ebenfalls ausnahmslos „alle kirchlichen Veranstaltungen unabhängig der teilnehmenden Personen abzusagen“ sind.

In der Erzdiözese Wien setzt man in Corona-Zeiten auf den Ausbau des Gottesdienstangebotes über die Medien. Der Dom selbst wurde für Touristen geschlossen, während Gläubige zu den üblichen Öffnungszeiten zum Gebet und Beichte eingelassen werden - jedoch nur jeweils 100 zur gleichen Zeit, um den staatlichen Vorgaben zu genügen.

In Polen nicht weniger, sondern mehr Messen

Einen ganz anderen Weg als im Rest Europas schlägt die Kirche in Polen ein. Hier rufen die Bischöfe dazu auf, nicht weniger, sondern mehr Messen zu feiern. So könnten entsprechend den staatlichen Richtlinien möglichst viele Gläubige den Gottesdienst bei gleichzeitig geringerer Ansteckungsgefahr besuchen.

Außerdem sei die Kirche u.a. dafür da, Krankheiten des Geistes zu heilen, so der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Stanislaw Gadecki. „Darum ist es unvorstellbar, dass wir nicht in unseren Kirchen beten.“ (div 11)

 

 

 

Papst: Jeder Mensch dürstet nach Wahrheit und Gutem

 

Premiere im Vatikan: Papst Franziskus hat diesen Mittwoch erstmals seine Generalaudienz in der Bibliothek des Apostolischen Palasts gehalten. Dabei setzte er seine Katechesereihe zu den Seligpreisungen fort. Als Vorsichtsmaßnahme aufgrund des Coronavirus waren außer Franziskus lediglich einige Übersetzer anwesend. Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

 

Die Generalaudienz wurde wie üblich per Video und im Livestream übertragen. Zu sehen war jedoch nicht wie bislang die vatikanische Audienzhalle, sondern der Papst in der Bibliothek des Apostolischen Palasts - so wie auch zuletzt bereits beim Angelusgebet am Sonntag. Sonst lief alles wie immer ab. Franziskus ging dieses Mal auf die vierte Seligpreisung ein: „Selig, die hungern und dürsten nach der Gerechtigkeit; denn sie werden satt werden.“ (Mt 5, 6)

„was ist damit gemeint, nach Gerechtigkeit hungern und dürsten? Sicher geht es hier nicht um Rache“

„Doch was ist damit gemeint, nach Gerechtigkeit hungern und dürsten? Sicher geht es hier nicht um Rache, im Gegenteil, in der vorigen Seligpreisung haben wir über Sanftmut gesprochen. Zweifellos verletzt Ungerechtigkeit die Menschheit, die menschliche Gesellschaft braucht Gerechtigkeit, Wahrheit und soziales Recht – denken wir etwa an das Schlechte, das Frauen und Männern widerfährt und zum Herzen Gottes schreit… Gott ist gekommen, um sein Volk zu befreien. Der Herr spricht aber von einem Hunger und Durst, die das berechtigte Bedürfnis nach menschlicher Gerechtigkeit übersteigen und nach der Gerechtigkeit verlangen, die von Gott kommt. Es ist eine tiefe Sehnsucht am Grund unseres Seins, die jeder in seinem Herzen trägt.“

Der Papst führte aus, dass es Jesus schon in der Bergpredigt um eine Gerechtigkeit gehe, die menschliches Rechtsverständnis und persönliche Perfektion übersteige. Nach dieser höheren Gerechtigkeit streben laut Franziskus letztlich auch alle Menschen. Auch wenn dies nicht immer offensichtlich sei, gebe es in jedem den Drang zum Guten:

„selbst in der korruptesten und vom Guten am weitesten entfernten Person, ist die Sehnsucht nach dem Licht verborgen“

„In jedem Herzen, selbst in der korruptesten und vom Guten am weitesten entfernten Person, ist die Sehnsucht nach dem Licht verborgen, auch wenn dieser Wunsch unter Fehlern und Irrtümern verschüttet ist. Aber die Sehnsucht nach der Wahrheit und dem Guten ist immer da - es ist der Durst nach Gott, den der Heilige Geist hervorruft. … Daher ist die Kirche gesandt, allen das Wort Gottes zu verkünden. Denn die Botschaft Jesu Christi ist die größte Gerechtigkeit, die der Menschheit angeboten werden kann, die das Evangelium lebensnotwendig braucht, selbst ohne es sich bewusst zu sein.“

Was wirklich zählt...

Franziskus empfahl daher bei seiner Generalaudienz ausgehend von der vierten Seligpreisung allen, in sich zu gehen, und sich auf das zu besinnen, was wirklich zählt:

„Jeder Mensch ist gerufen neu zu entdecken, was er wirklich braucht, was ihm hilft, gut zu leben, und gleichzeitig auch zu erspüren, was hingegen nebensächlich und verzichtbar ist. Jesus verkündet in dieser Seligpreisung - hungern und dürsten nach der Gerechtigkeit – dass es einen Durst gibt, der gestillt werden wird. Es ist ein Durst der, wen ihm nachgegeben wird, immer gestillt wird und immer ein gutes Ende nehmen wird. Denn dieser Durst entspricht dem Herzen Gottes, seinem Heiligen Geist, der die Liebe ist und dem Samen, den er in unsere Herzen gesät hat. Möge der Herr uns diese Gnade schenken: Nach Gerechtigkeit zu dürsten, wirklich den Wunsch, sie zu finden zu verspüren, Gott zu schauen und anderen Gutes zu tun.“ (vatican news 11)

 

 

 

 

Berlin. Erzbischof Koch bittet um Spenden für Geflüchtete

 

Angesichts der Lage an der griechisch-türkischen Grenze und auf den griechischen Inseln bittet der katholische Berliner Erzbischof Heiner Koch um Spenden für das Hilfswerk Caritas International.

 „Die Hilfe für die Geflüchteten muss ausgeweitet werden. Wir dürfen bei dieser humanitären Notlage nicht tatenlos zusehen.“ Das erklärte er am Mittwoch in Berlin.

Zugleich begrüßte Koch den Beschluss des Koalitionsausschusses der Bundesregierung vom vergangenen Sonntag, ein Kontingent von besonders schutzbedürftigen Kindern und Jugendlichen in Deutschland aufzunehmen.

„Es kommt nun darauf an, schnell zu handeln“

„Es kommt nun darauf an, schnell zu handeln, damit den Kindern und ihren Familien endlich geholfen werden kann.“ Keinesfalls dürften die Kinder von ihren Familien getrennt werden. Hierdurch würden sie erneut schwer traumatisiert.  (kna 11)

 

 

 

 

Sieben Jahre Franziskus: Ein Papst, der begleitet und leitet

 

Das achte Jahr im Pontifikat von Papst Franziskus beginnt inmitten der Corona-Krise: „Wir sind Staub. Aber wir sind der von Gott geliebte Staub, zum ewigen Leben bestimmt“, erinnerte der Papst am Aschermittwoch. Angesichts der Notsituation entschied er wenige Tage später, allen Menschen in seine täglichen Morgenmessen nahe zu sein, die der Vatikan neuerdings live überträgt. Andrea Tornielli - Vatikanstadt

Der Beginn des achten Pontifikatsjahres von Papst Franziskus fällt in einen dramatischen Moment für die gesamte Menschheit, die auf die Pandemie des COVID-19 reagieren muss. Angesichts der damit einhergehenden Rückkehr zum Wesentlichen wird auch dieses Jubiläum anders als in den Vorjahren begangen. In dieser schweren Zeit, in der so mancher von uns auf dramatische Weise existenzielle Unsicherheit erfährt, hat Papst Franziskus entschieden, uns im Gebet zu begleiten und uns der Gottesmutter Mara anzuvertrauen. Täglich feiert er die Eucharistie und Heilige Messe in der Casa Santa Marta – und er hat entschieden, die Welt an dieser Messe teilhaben zu lassen, die in diesen Tagen ausnahmsweise im Live-Stream übertragen wird.

Begleitung Tag für Tag, die Trost spendet

Diese Messen sind eine der bedeutsamsten Neuheiten von Franziskus’ Pontifikat. Es sind die täglichen Predigten eines Papstes, der als Pfarrer vor kleinen Gruppen von Gläubigen (in diesen Tagen aufgrund des Corona-Virus weitgehend ohne Gläubige in der Kapelle, Anm.) predigt und seine Gedanken zum Wort Gottes teilt. Es ist eine Begleitung Tag für Tag, ein Trost für viele Menschen, die in diesen sieben Jahren Pontifikat über die Vatikanmedien Zusammenfassungen dieser Papstpredigten lesen, Ausschnitte daraus hören und die Messen auf diese Weise mitverfolgen konnten.

Diese einfache und konkrete Begleitung des Papstes, der in der Kapelle seiner Residenz im Vatikan Messe feiert, ist in diesen Tagen den Leidenden und Kranken, deren Angehörigen, den Ärzten und Krankenschwestern, den Freiwilligen, den auf sich allein gestellten alten Menschen, den Häftlingen, den Behörden gewidmet. Die Nähe und Begleitung des Papstes wird damit in diesen Tagen umso tröstender, umso deutlicher.

Bewusstsein um Vergänglichkeit

Am Aschermittwoch, als die Corona-Krise noch nicht so offensichtlich war, hat der Papst gesagt: „Wir beginnen die Fastenzeit mit dem Empfang des Aschekreuzes: „Bedenke, Mensch, dass du Staub bist und wieder zum Staub zurückkehren wirst“ (vgl. Gen 3,19). Der Staub auf unseren Häuptern bringt uns zur Erde zurück, er erinnert uns daran, dass wir von der Erde kommen und zur Erde zurückkehren werden. Wir sind also schwach, zerbrechlich, sterblich. Im Laufe der Jahrhunderte und Jahrtausende geben wir ein kurzes Gastspiel, vor der Unermesslichkeit der Galaxien und des Weltraums sind wir winzig klein. Wir sind wie Staub im Universum. Aber wir sind der von Gott geliebte Staub. Liebevoll nahm der Herr unseren Staub in seine Hände und hauchte ihm seinen Lebensatem ein (vgl. Gen 2,7). So sind wir kostbarer, zu ewigem Leben bestimmter Staub. Wir sind die Erde, über die Gott seinen Himmel ausgegossen hat, der Staub, der seine Träume enthält. Wir sind Gottes Hoffnung, sein Schatz, seine Herrlichkeit.”

Versöhnung und Solidarität

Der Papst schloss seine Predigt mit diesen Worten: „Lassen wir uns versöhnen, um als geliebte Kinder zu leben, als Sünder, denen vergeben wurde, als geheilte Kranke, als Wanderer, die auf ihrem Weg nicht alleine sind. Lassen wir uns lieben, um selbst zu lieben. Lassen wir uns aufhelfen, um auf das Ziel zuzugehen, auf Ostern. Wir werden mit Freude entdecken, dass Gott uns aus unserer Asche auferweckt.“

Um diesen hoffnungsvollen Blick und diese Umarmung, die allen gilt, zu bezeugen, leitet der Papst uns, indem er uns begleitet. Am Dienstag, dem 10. März, hat er bei seiner Morgenmesse insbesondere für die Priester gebetet. Damit sie in diesem schweren Moment, alle Vorsichtsmaßnahmen treffend, die Kraft haben zur Begleitung, zum Trost, zur Nähe denjenigen gegenüber, die leiden. Damit sie die Kraft des Wortes Gottes und der Eucharistie spenden können und die im Krankendienst Tätigen und Freiwilligen bei ihrem außergewöhnlichen Dienst, den sie leisten, begleiten können.  (vn 13)

 

 

 

 

„Ist die Seele online?“

 

Künstliche Intelligenz (KI) ist auf dem Vormarsch: in der Industrie, in der Medizin und auch im Journalismus. Seit dem Segensroboter „BlessU-2“ ist das Thema in der evangelischen Kirche präsent und seit dem letzten Monat auch in der katholischen Kirche. Der Vatikan hat den Ethik-Codex „Rome Call for AI Ethics“ herausgebracht und Papst Franziskus hat laut Vatican News zu „ethischen Maßstäben für neue Technologien“ aufgerufen. Haben die Kirchen das Buzzword-Thema „KI“ verschlafen oder sollten sie hier gar kein „early adopter“ sein? Oder brauchen wir einfach mehr Mut? von Christian Schnaubelt

 

Roboter erteilt Segen

Rund um den Einsatz des Segensroboters „BlessU-2“(Link zum YouTube-Video) ist 2017 in der evangelischen Kirche eine Diskussion um die Frage entbrannt: „Schafft sich die Kirche durch Künstliche Intelligenz ab?“ Der evangelische Medienbischof Josef Jung hat zu diesem Thema 2019 das lesenswerte Buch „Digital Mensch bleiben“ herausgebracht. Der Theologe wirbt darin für eine „Emanzipation des Menschen“ von der selbst geschaffenen Technik ohne diese zu „verteufeln“.

Ethik für Künstliche Intelligenz (KI)

Ähnlich verhält es sich mit der kürzlich in Rom veröffentlichten Stellungnahme von Papst Franziskus zu ethischen Maßstäben für neue Technologien: Einerseits wirbt der Heilige Vater darin für eine „Regulierung von Künstlicher Intelligenz“ und vor allem die Schaffung einer „Algor-Ethik“ (einer „Verankerung ethischer Maßstäbe bei der Anwendung von Algorithmen“). Andererseits würdigt Papst Franziskus auch das „große Potential“ der neuen Technologien, wenn „die neuen Techniken insgesamt und langfristig dem Gemeinwohl aller zukommen“.

Wie in seinen Stellungnahmen zum Welttag der sozialen Kommunikationsmittel versucht der Pontifex mit dem von rund 100 Wissenschaftlern, Wirtschaftsvertretern (wie Microsoft und IBM) und Politikern (Europarlament) erstellten Ethik-Codex „Rome Call for AI Ethics“ einen Spagat: Einerseits die Realität und die Chancen anerkennen und gleichzeitig mit einem mahnenden Finger ethischen Maßstäbe einfordern. Ein Weg der Mitte. Dies zeigt aber auch, dass zwischen Kirchen-Lehre und Wissenschaft immer noch eine Lücke klafft. Kann digitale Technik nicht auch eine digitale Pastoral hervorbringen?

„Lasst Maschinen Kirche machen?!“

Genau diese Frage wurde bei der Tagung „Kirche im Web“ (#kiw2020) Anfang März von rund 70 Medienschaffenden der evangelischen und katholischen Kirche in Stuttgart diskutiert. In seine Keynote-Rede stellte Prof. Andreas Büsch von der Katholischen Hochschule Mainz und Leiter der Clearingstelle Medienkompetenz der Deutschen Bischofskonferenz die entscheidende Frage:

„Ist die Seele online?“

Durch Digitalisierung werden sich die Bereiche Diakonia, Martyria und Leiturgia der Kirche klar verändern, betonte Prof. Büsch. Dies bedinge einige Herausforderungen, aber auch viele Chancen, vor allem eine „Communio im Vollsinn" zu erreichen. Dazu sei es aber wichtig, einer „dialogischen Pastoral“ den Vorrang vor einer „Verkündigungspastoral“ zu geben. Im Hinblick auf den Umgang der Kirche mit neuen Technologien, wie der Künstlichen Intelligenz (KI), stellte er die Frage: „Soll Kirche ‚early adopter‘ sein oder doch erst mit etwas Abstand die Entwicklungen begleiten?“

Dialog über die Digitale Gesellschaft

Bei der Tagung #kiw20 wurde im Dialog zwischen Medien, Wissenschaft und Politik deutlich: Zur Gestaltung einer „Digitalen Gesellschaft“ werden die Kirchen dringend benötigt. Denn in der Frage der Ethik und des verantwortungsvollen und nachhaltigen Umgangs kann die Kirche einen wichtigen Beitrag leisten. Neue Technologien können laut Papst Franziskus dazu beitragen „Menschenwürde, Gerechtigkeit, Transparenz und Solidarität“ zu fördern. Wenn sie nicht nur ein Mittel für die „Reichen“, sondern ein Mittel für alle Menschen werden und die Daten der Menschen „schützen“.

Appell für mehr Mut für die Zukunft

Eines wurde bei den Diskussionen in Stuttgart und in den römischen Veröffentlichungen klar: Auch die Kirchen werden an den neuen Technologien und an der Künstlichen Intelligenz (KI) nicht vorbeikommen. Und das ist gut so! Gerade bei uns, wo die „German Angst“ und „Technikmuffel“ den Einsatz neuer Technologien oft blockieren statt zu fördern, brauchen wir vor allem: Mehr Mut für die Zukunft!

Schon in der Science-Fiction-Serie „Raumschiff Enterprise“ versuchte der Androide „Data“, menschlich zu werden. Algorithmen werden menschliche Gefühle und Emotionen wohl auch in nächster Zeit nicht ersetzen können, wie Prof. Doris Aschenbrenner, Assistent Professor an der TU Delft und Dr. der Informatik mit dem Schwerpunkt Robotik, in Stuttgart betonte. Aber in vielen Bereichen werde Künstliche Intelligenz (KI) dazu beitragen, die menschliche Existenz zu verbessern. „Die Kirche kann dabei ein guter Brückenbauer sein“ und ihren „Markenkern“ (persönlicher Kontakt mit den Menschen) auch in den Bereich Digitales einbringen, betonte Prof. Aschenbrenner.

Diese Chance sollten die Kirchen ergreifen – auch in der Pastoral!

Und ist nicht die Erschaffung der Künstlichen Intelligenz auch ein Beitrag zur Schöpfung Gottes. Eine Schöpfung, die anregt um die Grundsatzfrage nachzudenken: „Ist die Seele online?“

Zum Weiterlesen: Lasst Maschinen Kirche machen?! (Link zu explizit.net)

Dieser Artikel wurde von einem Menschen erstellt, aber auch künstliche Intelligenz war im Spiel: Durch den Einsatz einer (lernenden) Rechtschreibkontrolle und des Suchmaschinen-Algorithmus.

Christian Schnaubelt, Kath.de 14

 

 

 

 

Frühmesse: Priester stehen Volk bei, drastische Art ist nicht immer gut

 

Die derzeitige Corona-Pandemie führt zu nicht immer leichten Maßnahmen, auch die Priester seien davon betroffen. Daran erinnerte Papst Franziskus bei der Frühmesse in der Casa Santa Marta an diesem Freitag. Er rief die Gläubigen auf, für die Geistlichen zu beten. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

In der fünften Messe, die live aus der Kapelle der Casa Santa Marta ausgestrahlt wurde, lud Franziskus am siebten Jahrestag seiner Wahl auf den Stuhl Petri erneut alle ein, für die Coronavirus-Patienten zu beten.

Der Papst ging zu Beginn der Messe auf die nicht gerade einfache Aufgabe der Priester ein – die er „Hirten“ nannte –, in dieser Corona-Zeit den Gläubigen beizustehen. Es sei ihm bewusst, dass Maßnahmen und Entscheidungen getroffen würden, die nicht immer einfach seien, so Franziskus. Doch dafür müsse man Verständnis haben, weil es schließlich um das Wohl aller Menschen gehe. Gleichzeitig gab Franziskus aber auch zu bedenken, dass drastische Maßnahmen nicht immer gut seien.

Der Papst bezog sich dabei nicht auf die von der Regierung verhängten Maßnahmen zur Eindämmung der Ansteckung durch das Virus, sondern wandte sich an die Priester: Sie sollten die Bedürfnisse der Gläubigen berücksichtigen, die in einem so dramatischen Moment geistlichen Beistand brauchen.

Prophetie der Erlösung

In seiner Predigt ging der Papst auf die Lesung und das Tagesevangelium von diesem Freitag ein. Im Mittelpunkt der beiden Bibelpassagen stehe die Prophetie der Erlösung, präzisierte Franziskus. In der Lesung aus dem Buch Genesis (Gen 37, 3-4.12-13a.17b-28) gehe es um den „von Israel geliebten Sohn“ Josef, im Evangelium nach Matthäus (Mt 21, 33-43.45-46) um Jesus.

Das Tagesevangelium behandle das Gleichnis vom Gutsbesitzer und dem Weinberg. Der Papst erläuterte, wie Jesus damit habe sagen wollen, dass Gott sein Volk „auserwählt“. Im Grunde schenke Gott den Menschen ein Versprechen, und darin sei die Hoffnung verborgen, die Gott den Gläubigen gibt, führte Franziskus aus. „Doch als es darum ging, die Früchte des Weinbergs einzuholen, vergaßen sie das Versprechen“, unterstrich der Papst in seiner Predigt. Hier mache Jesus klar, wie auch die Propheten von den Menschen wie Gaben Gottes behandelt wurden. Es gehe also um die Treue gegenüber dem Bund mit Gott.

Bund, Versprechen und Erwählung

In seiner Predigt, in der er die Lesungen des Tages und insbesondere das Gleichnis von den mörderischen Winzern kommentierte, sprach er von der Untreue derer, die die Gabe Gottes, die Reichtum, Offenheit und Segen ist, in Besitz nehmen und sie in einer Lehre festhalten (Mt 21,33-43,45). Bund, Versprechen und Erwählung seien Geschenke Gottes, doch das würden die Menschen auch heute nur allzu oft vergessen, mahnte Franziskus.

„Die Menschen versuchen, das Geschenk Gottes zu ihrem Eigentum zu machen. Sie sind gefangen in Regeln und Gesetzen, alles wird ideologisiert. Und das führt am Ende zu einer moralistischen Ideologie“, so der Papst. Die größte Sünde sei somit, dass sich die Menschen von den Gaben Gottes entfernen, sie nach eigenem Gutdünken interpretieren würden. Und das führe beispielsweise in der Kirche zur Klerikalisierung, prangerte der Papst diese Entwicklung an. „Der Bund Gottes ist unentgeltlich. Wir müssen unsere Mitmenschen als Geschenk annehmen. Das galt schon zu Zeiten Jesu“, fügte er an.

Zum Schluss bat der Papst um die Gnade, das Geschenk Gottes anzunehmen und nicht als Eigentum zu betrachten.  (vatican news 13)

 

 

 

Deutschland: Kirche setzt erste Maßnahmen zur Eindämmung des Virus

 

In den katholischen Bistümern in Deutschland laufen zur Eindämmung der Corona-Krise die ersten ähnlich drastischen Maßnahmen wie in Italien an. Im Erzbistum München und Freising sowie in den Bistümern Mainz und Trier sind ab sofort die Heiligen Messen ausgesetzt.

Die Kirchen bleiben weiterhin geöffnet, heißt es aus München. Die Seelsorger brächten aber nur noch in dringlichen, etwa lebensbedrohlichen Situationen auch die Kommunion nach Hause und spendeten die Krankensalbung. Der ehemalige Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Münchens Kardinal Reinhard Marx, entband die Gläubigen im Erzbistum von ihrer Pflicht zum Besuch der Sonntagsmesse. Dabei erinnerte er sie an die Tradition der „geistlichen Kommunion". Geistliche Gemeinschaft in der Kirche entstehe auch „durch das innere Verlangen nach Jesus Christus im Gebet".

Der Mainzer Bischof Peter Kohlgraf sprach im Fall der Krankensalbung von einer „eigenverantwortlichen Entscheidung der Seelsorgerinnen und Seelsorger“. Er empfehle, grundsätzlich davon Abstand zu nehmen, in besonderen Fällen müsse aber die Spendung der Krankensalbung und der Hauskommunion möglich sein. Die Heiligen Messen sind in Mainz ausgesetzt, die Kirchen bleiben aber offen.

Erster deutscher Bischof in Quarantäne

Kohlgraf befindet sich indessen als erster deutscher katholischer Bischof in Quarantäne. Er habe sich in dieser Woche mit einer Person, die mit dem Coronavirus infiziert ist, im gleichen Raum aufgehalten und bleibe auf Anweisung der Gesundheitsbehörden vorerst zu Hause, teilte das Bistum am Freitag mit. „Dem Bischof geht es gut und er ist frei von Symptomen", so die Diözese. Kohlgraf werde sich etwa zwei Wochen lang zu Hause aufhalten müssen. 

Das Erzbistum Hamburg hat für das Wochenende alle Gottesdienste und kirchlichen Veranstaltungen in der Hansestadt, Schleswig-Holstein und Mecklenburg abgesagt. Osnabrücks Bischof Franz-Josef Bode rät wegen der Corona-Krise von Gottesdienstfeiern vorerst „grundsätzlich ab". 

Andere Bistümer wollten vorerst nicht so weit gehen, die Gottesdienste auszusetzen. Eichstätt hat zunächst für die kommenden Wochen alle Großveranstaltungen abgesagt. Offen sei aber, in welcher Form die Kar- und Osterliturgie stattfinden werde. Auch das Bistum Regensburg teilte mit, Messen würden nicht abgesagt. Sie sollten jedoch auf Grund der staatlichen Vorgaben jeweils nicht mehr als 100 Mitfeiernde haben, heißt es in einer Handreichung des Regensburger Generalvikars Michael Fuchs. Zur Kommunionspendung werde „dringend die Handkommunion“ empfohlen. (pm/vn 13)

 

 

 

Immer mehr Bistümer treffen Corona-Maßnahmen

 

In immer mehr Bistümern im deutschen Sprachraum werden angesichts des Corona-Virus Vorsichtsmaßnahmen getroffen. Das Erzbistum München und Freising richtete am Mittwoch einen Krisenstab ein, der die Lage im Zusammenhang mit dem Virus COVID-19 (Coronavirus) beurteilen und entscheiden soll, welche Konsequenzen für das kirchliche Leben zu ziehen sind.

In Österreich sind alle großen Gottesdienste seit Dienstag vorübergehend ausgesetzt: Die Bestimmung der Regierung, wonach zur Eindämmung der Corona-Infektionen alle Veranstaltungen mit maximal 100 Personen in einem Raum bzw. 500 Personen im Freien stattfinden dürfen, betreffen einen Großteil der Sonntagsmessen des Landes.

Die schärfsten Vorgaben gibt es bislang in der Steiermark und im Burgenland. „Alle Veranstaltungen der Kirche Steiermark unabhängig von der Anzahl der Beteiligten sind abgesagt“, teilte Thomas Stanzer, Pressesprecher der Diözese Graz-Seckau, mit. Einzig die Gottesdienste und die seelsorgliche Betreuung sollen so gut wie möglich - insofern sie den Teilnehmer-Obergrenzen entsprechen - weitergehen. Unverändert bleibt auch der Dienst an Kranken.

Nur 100 Personen gleichzeitig im Stephansdom

Ähnlich in der Diözese Eisenstadt, wo außer den nur in kleinem Rahmen stattfindenden Gottesdiensten ebenfalls ausnahmslos „alle kirchlichen Veranstaltungen unabhängig der teilnehmenden Personen abzusagen“ sind.

In der Erzdiözese Wien setzt man in Corona-Zeiten auf den Ausbau des Gottesdienstangebotes über die Medien. Der Dom selbst wurde für Touristen geschlossen, während Gläubige zu den üblichen Öffnungszeiten zum Gebet und Beichte eingelassen werden - jedoch nur jeweils 100 zur gleichen Zeit, um den staatlichen Vorgaben zu genügen.

In Polen nicht weniger, sondern mehr Messen

Einen ganz anderen Weg als im Rest Europas schlägt die Kirche in Polen ein. Hier rufen die Bischöfe dazu auf, nicht weniger, sondern mehr Messen zu feiern. So könnten entsprechend den staatlichen Richtlinien möglichst viele Gläubige den Gottesdienst bei gleichzeitig geringerer Ansteckungsgefahr besuchen.

Außerdem sei die Kirche u.a. dafür da, Krankheiten des Geistes zu heilen, so der Vorsitzende der Bischofskonferenz, Stanislaw Gadecki. „Darum ist es unvorstellbar, dass wir nicht in unseren Kirchen beten.“ (div 11)

 

 

 

 

Papst: Jeder Mensch dürstet nach Wahrheit und Gutem

 

Premiere im Vatikan: Papst Franziskus hat diesen Mittwoch erstmals seine Generalaudienz in der Bibliothek des Apostolischen Palasts gehalten. Dabei setzte er seine Katechesereihe zu den Seligpreisungen fort. Als Vorsichtsmaßnahme aufgrund des Coronavirus waren außer Franziskus lediglich einige Übersetzer anwesend. Stefanie Stahlhofen – Vatikanstadt

 

Die Generalaudienz wurde wie üblich per Video und im Livestream übertragen. Zu sehen war jedoch nicht wie bislang die vatikanische Audienzhalle, sondern der Papst in der Bibliothek des Apostolischen Palasts - so wie auch zuletzt bereits beim Angelusgebet am Sonntag. Sonst lief alles wie immer ab. Franziskus ging dieses Mal auf die vierte Seligpreisung ein: „Selig, die hungern und dürsten nach der Gerechtigkeit; denn sie werden satt werden.“ (Mt 5, 6)

„was ist damit gemeint, nach Gerechtigkeit hungern und dürsten? Sicher geht es hier nicht um Rache“

„Doch was ist damit gemeint, nach Gerechtigkeit hungern und dürsten? Sicher geht es hier nicht um Rache, im Gegenteil, in der vorigen Seligpreisung haben wir über Sanftmut gesprochen. Zweifellos verletzt Ungerechtigkeit die Menschheit, die menschliche Gesellschaft braucht Gerechtigkeit, Wahrheit und soziales Recht – denken wir etwa an das Schlechte, das Frauen und Männern widerfährt und zum Herzen Gottes schreit… Gott ist gekommen, um sein Volk zu befreien. Der Herr spricht aber von einem Hunger und Durst, die das berechtigte Bedürfnis nach menschlicher Gerechtigkeit übersteigen und nach der Gerechtigkeit verlangen, die von Gott kommt. Es ist eine tiefe Sehnsucht am Grund unseres Seins, die jeder in seinem Herzen trägt.“

Der Papst führte aus, dass es Jesus schon in der Bergpredigt um eine Gerechtigkeit gehe, die menschliches Rechtsverständnis und persönliche Perfektion übersteige. Nach dieser höheren Gerechtigkeit streben laut Franziskus letztlich auch alle Menschen. Auch wenn dies nicht immer offensichtlich sei, gebe es in jedem den Drang zum Guten:

„selbst in der korruptesten und vom Guten am weitesten entfernten Person, ist die Sehnsucht nach dem Licht verborgen“

„In jedem Herzen, selbst in der korruptesten und vom Guten am weitesten entfernten Person, ist die Sehnsucht nach dem Licht verborgen, auch wenn dieser Wunsch unter Fehlern und Irrtümern verschüttet ist. Aber die Sehnsucht nach der Wahrheit und dem Guten ist immer da - es ist der Durst nach Gott, den der Heilige Geist hervorruft. … Daher ist die Kirche gesandt, allen das Wort Gottes zu verkünden. Denn die Botschaft Jesu Christi ist die größte Gerechtigkeit, die der Menschheit angeboten werden kann, die das Evangelium lebensnotwendig braucht, selbst ohne es sich bewusst zu sein.“

Was wirklich zählt...

Franziskus empfahl daher bei seiner Generalaudienz ausgehend von der vierten Seligpreisung allen, in sich zu gehen, und sich auf das zu besinnen, was wirklich zählt:

„Jeder Mensch ist gerufen neu zu entdecken, was er wirklich braucht, was ihm hilft, gut zu leben, und gleichzeitig auch zu erspüren, was hingegen nebensächlich und verzichtbar ist. Jesus verkündet in dieser Seligpreisung - hungern und dürsten nach der Gerechtigkeit – dass es einen Durst gibt, der gestillt werden wird. Es ist ein Durst der, wen ihm nachgegeben wird, immer gestillt wird und immer ein gutes Ende nehmen wird. Denn dieser Durst entspricht dem Herzen Gottes, seinem Heiligen Geist, der die Liebe ist und dem Samen, den er in unsere Herzen gesät hat. Möge der Herr uns diese Gnade schenken: Nach Gerechtigkeit zu dürsten, wirklich den Wunsch, sie zu finden zu verspüren, Gott zu schauen und anderen Gutes zu tun.“ (vn 11)

 

 

 

 

Berlin. Erzbischof Koch bittet um Spenden für Geflüchtete

 

Angesichts der Lage an der griechisch-türkischen Grenze und auf den griechischen Inseln bittet der katholische Berliner Erzbischof Heiner Koch um Spenden für das Hilfswerk Caritas International.

 „Die Hilfe für die Geflüchteten muss ausgeweitet werden. Wir dürfen bei dieser humanitären Notlage nicht tatenlos zusehen.“ Das erklärte er am Mittwoch in Berlin.

Zugleich begrüßte Koch den Beschluss des Koalitionsausschusses der Bundesregierung vom vergangenen Sonntag, ein Kontingent von besonders schutzbedürftigen Kindern und Jugendlichen in Deutschland aufzunehmen.

„Es kommt nun darauf an, schnell zu handeln“

„Es kommt nun darauf an, schnell zu handeln, damit den Kindern und ihren Familien endlich geholfen werden kann.“ Keinesfalls dürften die Kinder von ihren Familien getrennt werden. Hierdurch würden sie erneut schwer traumatisiert. (kna 11)