a cura della de.it.press

Notiziario religioso 1-14  giugno 2020

Redazione: Tobia Bassanelli - Webmaster: Antonio Caponegro

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Pentecoste. Papa Francesco: “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”  1

2.       Il Papa: “Nella Chiesa no a destra e sinistra, conservatori e progressisti, serve unità”  1

3.       Vangelo Migrantes: Solennità di Pentecoste (Vangelo Gv 20, 19-23) 1

4.       Giornata missionaria mondiale: “Pandemia è sfida anche per la missione della Chiesa”  2

5.       Cardinale Zuppi: «Non sappiamo unirci neanche di fronte alla massima tragedia del nostro tempo»  2

6.       Papa Francesco ai sacerdoti di Roma: “Abbiamo vissuto comunitariamente l’ora del pianto del Signore”  3

7.       “La preghiera coltiva aiuole di rinascita in luoghi dove l’odio dell’uomo è stato capace solo di allargare il deserto”  3

8.       25 anni della Lettera Enciclica “Ut unum sint”: “L’unità viene nel cammino”  3

9.       «Enzo Bianchi via da Bose»: la decisione (sofferta) di Papa Francesco  4

10.   Il Papa: fissate gli altri e non temete l’amore  4

11.   Africa: le “guerre a bassa intensità” fanno più morti del coronavirus  4

12.   Francesco: un anno speciale dedicato alla Laudato si’ e alla cura della casa comune  5

13.   Cinque anni con la Laudato si’ 5

14.   Nell’anno della “Laudato si’” è festa per tutti, tranne che per “mi’ Signore”  7

15.   Ascensione del Signore. “Con lo Spirito Santo inizia per la Chiesa un tempo nuovo e una missione nuova”  7

16.   “We run together”: Una gara di solidarietà contro il Covid-19  8

17.   “Abbiate la prontezza di Maria”  8

18.   Papa: "Chiesa non è dogana, mai pesi inutili sulle vite delle persone"  11

19.   Papa Francesco: la missione non è “auto-promozione” degli apparati ecclesiali 11

20.   Vangelo Migrante: Ascensione del Signore (Vangelo Mt 28, 16-20) 12

21.   I conti del Vaticano. Quello della Santa Sede è un bilancio di missione  12

22.   Fondazione Migrantes: anche nella pandemia sempre vicini agli ultimi 13

23.   “La preghiera apre la porta alla speranza”  13

24.   «È la fragilità il luogo dell'incontro con Dio»  13

25.   La Diocesi di Limburg cerca in Italia personale educativo per asili nido e scuole dell’infanzia cattoliche di Francoforte  14

26.   “San Giovanni Paolo II è stato un dono straordinario di Dio alla Chiesa”  14

27.   Berlino: non c’è posto in moschea, chiesa luterana apre le porte ai fedeli musulmani 14

28.   Recensioni. “Possiamo sempre nascere di nuovo”. “L’Arte di bene-dire”  14

 

 

1.       Papst: Das Geschenk des Lebens wieder schätzen lernen  15

2.       Kirche muss sich hinaus wagen. Pfingstpredigt von Bischof Dr. Georg Bätzing  15

3.       Pfarrei-Reform in Trier: Bischof reist nach Rom   15

4.       D: Synodaler Weg wird verlängert 16

5.       Bätzing und Sternberg blicken mit Zuversicht auf Synodalen Weg  16

6.       D: Bischofskonferenz wehrt sich gegen Kritik  16

7.       Fünf Orte — ein Weg. Synodaler Weg tagt im September 2020 in verändertem Format 16

8.       Kölner Weihbischof steigt aus Synodalforum aus  17

9.       D: „Wir haben nie Gottesdienste verboten“  17

10.   Die "Freiheit" von Kardinal Marx  17

11.   Generalaudienz: Das Gebet ist ein Schutzwall gegen das Böse  17

12.   Beten ist wie segeln  18

13.   Italien: Populärer Mönch muss Kloster verlassen  18

14.   Caritas in Europa: „Wir brauchen mehr, nicht weniger Europa“  18

15.   Bistum Trier beauftragt Ehrenamtliche zum Bestattungsdienst 19

16.   Papst schreibt an Kardinal Koch: Zwei Ökumene-Initiativen gewürdigt 19

17.   Laudato si', eine Enzyklika für die Zeit nach der Pandemie  19

18.   Papst beim Regina Coeli: Alle Christen sind zur Mission berufen  20

19.   Papst ruft zur Teilnahme am „Laudato si‘-Jahr“ auf 20

20.   Italien: Katholikentag findet größtenteils online statt 20

21.   Kirche feiert am Sonntag „Welttag der sozialen Kommunikationsmittel“  20

22.   Fünf Jahre Enzyklika Laudato si' 21

23.   Papstbotschaft an Missionswerke: „Eine Mission, die nicht unsere ist“  21

24.   „Dankbar für die Gemeinschaft, die unter den Christen gewachsen ist“  21

25.   Papst: „Mission ist ein Werk des Heiligen Geistes“  22

26.   Generalaudienz: Das Gebet gibt der Hoffnung Kraft 22

27.   Versagen in Corona-Krise? Kirchen weisen Lieberknechts Vorwürfe zurück  22

28.   In anderer Form: Pfingstaktion von Renovabis. Aufruf der deutschen Bischöfe  23

29.   Meine Kirche und der Antirassismus  23

30.   Laudato si’ als Kompass in der gegenwärtigen Krisenzeit 24

31.   Johannes Paul II., ein Mann des Gebets, der Nähe und der Gerechtigkeit 24

32.   Bonifatiuswerk und Corona: „Weiter innovativ helfen“  24

33.   Katholische Frauen veranstalten ersten Predigerinnentag  25

 

 

 

Pentecoste. Papa Francesco: “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”

 

Il Papa ha celebrato oggi la prima messa con concorso di popolo - circa 50 fedeli - nella basilica di San Pietro, dopo le misure restrittive imposte dalla pandemia. "Peggio di questa crisi c'è solo il dramma di sprecarla", il monito, insieme all'invito a vincere le tre tentazioni del narcisismo, del vittimismo e del pessimismo. "Il mondo ci vede di destra e di sinistra", l'analisi, ma "il segreto dello Spirito Santo è il dono", tutto il contrario della tentazione di "occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere". No alla "tentazione di difendere a spada tratta le proprie idee e andare d'accordo solo con chi la pensa come noi"

“Guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo”. È l’invito del Papa, che per la solennità di Pentecoste è tornato a celebrare la messa all’altare della cattedra con concorso di popolo – circa 50 fedeli – dopo le misure restrittive imposte dal coronavirus. “Il mondo ci vede di destra e di sinistra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù”, ha spiegato Francesco: “II mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia”. “Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto”, ha proseguito il Papa: “per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico”. “Nel mondo, senza un assetto compatto e una strategia calcolata si va a rotoli”, ha osservato Francesco: “Nella Chiesa, invece, lo Spirito garantisce l’unità a chi annuncia”. “Il segreto dell’unità, il segreto dello Spirito è il dono”, e da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti: “Se abbiamo in mente un Dio che prende e si impone, anche noi vorremo prendere e imporci: occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere. Ma se abbiamo nel cuore Dio che è dono, tutto cambia”. Tre i nemici da sconfiggere: “il narcisismo, il pessimismo e il vittimismo”, grandi pericoli anche in questo tempo di pandemia. “Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”.

“Lo Spirito Santo è quell’uno che mette insieme i diversi; e che la Chiesa è nata così: noi, diversi, uniti dallo Spirito Santo”, esordisce così il Papa, ricordando che tra gli apostoli “c’è gente semplice, abituata a vivere del lavoro delle proprie mani, come i pescatori, e c’è Matteo, che era stato un istruito esattore delle tasse. Ci sono provenienze e contesti sociali diversi, nomi ebraici e nomi greci, caratteri miti e altri focosi, visioni e sensibilità differenti. Gesù non li aveva cambiati, non li aveva uniformati facendone dei modellini in serie. Aveva lasciato le loro diversità e ora li unisce ungendoli di Spirito Santo”.

“Anche tra noi ci sono diversità, ad esempio di opinioni, di scelte, di sensibilità”, la fotografia della Chiesa di oggi: “La tentazione è sempre quella di difendere a spada tratta le proprie idee, credendole buone per tutti, e andando d’accordo solo con chi la pensa come noi. E’ questa  una brutta tentazione, che divide”.  

“Torniamo al giorno di Pentecoste e scopriamo la prima opera della Chiesa: l’annuncio”, l’invito: “Gli apostoli non preparano una strategia, non hanno un piano pastorale. Avrebbero potuto suddividere la gente in gruppi secondo i vari popoli, parlare prima ai vicini e poi ai lontani… Avrebbero anche potuto aspettare un po’ ad annunciare e intanto approfondire gli insegnamenti di Gesù, per evitare rischi… No. Lo Spirito non vuole che il ricordo del Maestro sia coltivato in gruppi chiusi, in cenacoli dove si prende gusto a ‘fare il nido’. Questa è una brutta malattia, che può rovinare la Chiesa: la Chiesa non comunità, non famiglia, non madre, ma nido”.

“Ci sono tre nemici del dono, sempre accovacciati alla porta del cuore: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo”,

conclude il Papa. “Il narcisismo fa idolatrare sé stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti”, spiega: “Il narcisista pensa: ‘La vita è bella se io ci guadagno’. E così arriva a dire: ‘Perché dovrei donarmi agli altri?’”. “In questa pandemia, quanto fa male il narcisismo, il ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui, il non ammettere le proprie fragilità e i propri sbagli”, esclama Francesco. Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso: “Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: ‘Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!’. E il suo cuore si chiude, mentre si domanda: ‘Perché gli altri non si donano a me?’”. “Nel dramma che viviamo, quant’è brutto il vittimismo!”, il commento del Papa: “Pensare che nessuno ci comprenda e provi quello che proviamo noi”. Nel pessimismo, infine, “la litania quotidiana è: ‘Non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…’. Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: ‘Intanto a che serve donare? È inutile’”. “Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima!”, denuncia Francesco: “Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza. In questi tre – il ‘dio specchio’, il ‘dio lamentela’ e il  ‘dio negatività’,

ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Perciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo, dono di Dio che ci guarisce dal narcisismo, dal vittimismo e dal pessimismo. Ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio. Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi”. M. Michela Nicolais, Sir 31

 

 

 

 

Il Papa: “Nella Chiesa no a destra e sinistra, conservatori e progressisti, serve unità”

 

Messa di Pentecoste: «Narcisismo, vittimismo, pessimismo» nemici della comunione. «Peggio della crisi c’è solo il dramma di sprecarla» - di Salvatore Cernuzio

 

CITTA’ DEL VATICANO. Non c’è destra né sinistra nella Chiesa, né conservatori o progressisti, ma un popolo di «mendicanti di misericordia» a cui Dio fa dono dell’«unità». Papa Francesco celebra la messa di Pentecoste in una San Pietro semi deserta, con le panche occupate da una ventina di fedeli, distanziati l’uno dall’altro. Nell’omelia torna indietro alle origini della Chiesa, nata da un popolo con «provenienze e contesti sociali diversi, nomi ebraici e nomi greci, caratteri miti e altri focosi, visioni e sensibilità differenti», reso tuttavia un unico corpo dallo Spirito Santo. «Diversi, ma uniti», afferma il Pontefice: Gesù non ha «uniformato» i discepoli facendone «modellini in serie», ma ha «lasciato le loro diversità» e li ha uniti «ungendoli di Spirito Santo».

È un’immagine di Chiesa diversa da quella propinata dal «mondo» che sembra crogiolarsi nelle spaccature, nelle ferite e diversità di opinione che si riscontrano nel tessuto ecclesiale. Dal Papa arriva una parola chiara: «Il mondo ci vede di destra e di sinistra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. II mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia».

Francesco mette quindi in guardia da ciò che divide la Chiesa e i suoi membri: «Il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo». Tre «nemici» della comunione, «accovacciati alla porta del cuore». 

Il narcisismo, la «tentazione dello specchio», che «fa idolatrare sé stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti», che fa pensare: «La vita è bella se io ci guadagno». «In questa pandemia, quanto fa male il narcisismo, il ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui, il non ammettere le proprie fragilità e i propri sbagli», osserva Bergoglio. Parimenti pericoloso, o forse ancora di più, è il vittimismo, il lamentarsi ogni giorno del prossimo: «Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!». «Nel dramma che viviamo, quant’è brutto il vittimismo!», esclama Francesco, «pensare che nessuno ci comprenda e provi quello che proviamo noi». È questo un atteggiamento che va di pari passo col pessimismo, ovvero «la litania quotidiana» del «non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…». «Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: “Intanto a che serve donare? È inutile”. Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima!».

Lo Spirito Santo con la sua «potenza unificatrice» risana ogni ferita, «ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio. Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi», dice il Pontefice. «Lo Spirito Santo è quell’uno che mette insieme i diversi». 

Attenzione, pertanto, alla tentazione di «difendere a spada tratta le proprie idee, credendole buone per tutti, e andando d’accordo solo con chi la pensa come noi». «Questa è una fede a nostra immagine, non è quello che vuole lo Spirito», ammonisce il Papa. «Allora si potrebbe pensare che a unirci siano le stesse cose che crediamo e gli stessi comportamenti che pratichiamo». Invece «lo Spirito viene a noi, con tutte le nostre diversità e miserie, per dirci che abbiamo un solo Signore, Gesù, e un solo Padre, e che per questo siamo fratelli e sorelle!». 

«Ripartiamo da qui», incoraggia Jorge Mario Bergoglio, «torniamo al giorno di Pentecoste e scopriamo la prima opera della Chiesa: l’annuncio. Eppure vediamo che gli Apostoli non preparano una strategia, non hanno un piano pastorale. Avrebbero potuto suddividere la gente in gruppi secondo i vari popoli, parlare prima ai vicini e poi ai lontani... Avrebbero anche potuto aspettare un po’ ad annunciare e intanto approfondire gli insegnamenti di Gesù, per evitare rischi... No. Lo Spirito non vuole che il ricordo del Maestro sia coltivato in gruppi chiusi, in cenacoli dove si prende gusto a “fare il nido”. Egli apre, rilancia, spinge al di là del già detto e del già fatto, oltre i recinti di una fede timida e guardinga. Nel mondo, senza un assetto compatto e una strategia calcolata si va a rotoli. Nella Chiesa, invece, lo Spirito garantisce l’unità a chi annuncia. E gli Apostoli vanno: impreparati, si mettono in gioco, escono. Un solo desiderio li anima: donare quello che hanno ricevuto».

Proprio il dono è «il segreto dell’unità». È importante perché, sottolinea Papa Francesco, «da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti»: «Se abbiamo in mente un Dio che prende e si impone, anche noi vorremo prendere e imporci: occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere. Ma se abbiamo nel cuore Dio che è dono, tutto cambia».  

Parole che si aggiungono a quelle del videomessaggio inviato dal Papa al movimento “Thy Kingdom Come”, guidato dall’arcivescovo di Canterbury, Justin Welby. «Non possiamo chiedere all’umanità di stare unita se noi andiamo per strade diverse», ha detto Francesco nel filmato.

Alle 12, si è affacciato poi dalla finestra del Palazzo Apostolico per il Regina Coeli. In piazza San Pietro erano presenti diversi fedeli, tutti distanziati, esplosi in un applauso fragoroso. Erano circa ottanta giorni che la piazza era chiusa al pubblico e il Papa svolgeva l’appuntamento domenicale in streaming dalla Biblioteca. «Buongiorno, oggi che la piazza è aperta possiamo tornare», ha esordito a braccio. 

Nella sua catechesi Francesco ha chiesto ai fedeli «il coraggio di uscire fuori dalle mura protettive dei nostri “cenacoli”, senza adagiarci nel quieto vivere o rinchiuderci in abitudini sterili». Al momento dei saluti, ha rivolto invece un pensiero alla Chiesa e alla società in Amazzonia, duramente provate dalla pandemia: «Tanti sono i contagiati e i defunti, anche tra i popoli indigeni, particolarmente vulnerabili. Per intercessione di Maria, Madre dell’Amazzonia, prego per i più poveri e indifesi di quella cara Regione, ma anche per quelli di tutto il mondo, e faccio appello affinché non manchi a nessuno l’assistenza sanitaria. Non risparmiare per l’economia, curare le persone che sono più importanti dell’economia. Noi siamo tempio dello Spirito Santo, l’economia no».

Nella Giornata nazionale del Sollievo, il Papa ha poi chiesto di pregare in silenzio per «coloro che sostenendo i malati in questa pandemia, hanno dato la loro vita: medici, volontari, infermieri, operatori della salute». Infine ha augurato a tutti «una buona domenica di Pentecoste»: «Abbiamo tanto bisogno della luce e della forza dello Spirito Santo! Ne ha bisogno la Chiesa, per camminare concorde e coraggiosa testimoniando il Vangelo. E ne ha bisogno l’intera famiglia umana, per uscire da questa crisi più unita e non più divisa». Da una crisi come questa non si esce uguali, si esce o migliori o peggiori. Abbiamo il coraggio di cambiare, di essere migliori di prima e poter costruire positivamente la (fase) post crisi della pandemia». LS 31

 

 

 

 

 

Vangelo Migrantes: Solennità di Pentecoste (Vangelo Gv 20, 19-23)

 

Più riflessioni si rincorrono in questa Solennità della manifestazione della Chiesa al mondo come corpo di Cristo risorto.

Proprio nell’incontro con il mondo, la discesa dello Spirito risolve l’ambiguo sogno dell’umanità di avere una ‘sola lingua’, e lo fa attraverso la possibilità di intendere il linguaggio dell’altro come proprio, ci ricorda la prima lettura (Atti degli Apostoli, 2, 7-11).

Le lingue di fuoco inaugurano un linguaggio nuovo che è quello della comunione assoluta e irrinunciabile per il ‘bene comune’.

Resurrezione e Pentecoste, secondo l’evangelista Giovanni, coincidono. Per questo ci riporta alla sera di Pasqua nel Cenacolo. In quel luogo il Risorto dapprima dona la Pace ai suoi discepoli ‘e detto questo, soffiò e disse loro: ricevete lo Spirito Santo!’; in quel ‘soffio’ lo Spirito del Risorto scende su di loro e accende sulla terra il fuoco del Suo invincibile amore.

L’alitare di Gesù sui discepoli e il fragore con cui lo Spirito irrompe nella comunità riunita ‘insieme’, evocano i gesti della Creazione e aprono i cuori all’opera della Salvezza che è per tutti e si rinnova attraverso l’impegno di ciascuno: ‘andate e perdonate!’

Faremo sempre fatica a raffigurare lo Spirito Santo. Se c’è un balcone da cui poterlo scorgere nella nostra esperienza umana, è quello della diversità! Di sicuro il contrario dell’uniformità ma non l’opposto dell’unità. Non l’etichetta celebrativa di un folklore, anche bello a vedersi, ma una festa continua della diversità-riconciliata.

Ci possono essere differenze, contraddizioni e ambiguità nella nostra esperienza di creature e di discepoli ma ‘tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito’, afferma San Paolo (1Cor 12, 13). Quel soffio ci spinge, quella sorgente ci attrae: questo ci motiva, questo ci fa Vivere! Gaetano Saracino, mig.o.28

 

 

 

 

Giornata missionaria mondiale: “Pandemia è sfida anche per la missione della Chiesa”

 

“Capire che cosa Dio ci stia dicendo in questi tempi di pandemia diventa una sfida anche per la missione della Chiesa”. Ne è convinto il Papa, che nel messaggio per la prossima Giornata missionaria mondiale afferma che “la malattia, la sofferenza, la paura, l’isolamento ci interpellano. La povertà di chi muore solo, di chi è abbandonato a sé stesso, di chi perde il lavoro e il salario, di chi non ha casa e cibo ci interroga”. “Obbligati alla distanza fisica e a rimanere a casa, siamo invitati a riscoprire che abbiamo bisogno delle relazioni sociali, e anche della relazione comunitaria con Dio”, l’invito: “Lungi dall’aumentare la diffidenza e l’indifferenza, questa condizione dovrebbe renderci più attenti al nostro modo di relazionarci con gli altri. E la preghiera, in cui Dio tocca e muove il nostro cuore, ci apre ai bisogni di amore, di dignità e di libertà dei nostri fratelli, come pure alla cura per tutto il creato”. “L’impossibilità di riunirci come Chiesa per celebrare l’Eucaristia ci ha fatto condividere la condizione di tante comunità cristiane che non possono celebrare la Messa ogni domenica”, prosegue Francesco, secondo il quale “celebrare la Giornata missionaria mondiale significa anche riaffermare come la preghiera, la riflessione e l’aiuto materiale delle vostre offerte sono opportunità per partecipare attivamente alla missione di Gesù nella sua Chiesa”. La carità espressa nelle collette delle celebrazioni liturgiche della terza domenica di ottobre, conclude il Papa, “ha lo scopo di sostenere il lavoro missionario svolto a mio nome dalle Pontificie Opere Missionarie, per andare incontro ai bisogni spirituali e materiali dei popoli e delle Chiese in tutto il mondo per la salvezza di tutti”. M.N. sir 31

 

 

 

 

Cardinale Zuppi: «Non sappiamo unirci neanche di fronte alla massima tragedia del nostro tempo»

 

L’arcivescovo di Bologna: «Prevalgono protagonismi, furbizie e polemiche astiose. Abbiamo sfruttato tutte le risorse, ambientali e umane, per edificare una società fragile e vorace» - di Walter Veltroni

 

Conosco Matteo Zuppi da molto tempo. Ha operato a lungo nella parrocchia di Trastevere e per poco tempo a Torre Angela, periferia est di Roma. La sua missione è proseguita per anni nel Vicariato di Roma. Ora è vescovo di Bologna e cardinale nominato da Papa Francesco. È sempre stato un pastore, vicino alla sofferenza e al bisogno. Mi sembra non consideri che fede e dubbio siano nemici. Per questo sentivo il bisogno di ascoltare i suoi pensieri sul tempo inedito della vita che stiamo attraversando.

Eminenza Zuppi, c’è, in questo tempo inedito, un interrogativo spirituale che si è posto alla sua coscienza con maggiore drammaticità?

«Il confronto col male. È qualcosa di molto fisico e molto concreto, di decisivo. E lo capisci perché l’acqua è arrivata fino alla gola, perché è cambiata la vita, la città è diventata un deserto, perché hai avuto persone che si sono ammalate, hai visto le immagini di Bergamo, perché hai capito che, come ha detto Papa Francesco, era sbagliato credersi sani in un mondo malato. La lotta contro il male diventa quasi fisica. È come quando uno parla a favore della pace, contro la guerra ma poi, quando la violenza scoppia e ti raggiunge, capisci che quello che dicevi o pensavi non era esercitazione volontaristica, puramente morale, ma una lotta di fondo, decisiva per la vita tua e per la vita degli altri. Direi che questo è stato il grande esercizio spirituale. L’altro è stato la riflessione sull’interdipendenza dei comportamenti, sulla natura di relazione dei gesti tra noi. Se io sono uno sconsiderato e metto in pericolo qualcuno, o se non aiuto qualcuno e scappo, comprometto il suo destino, il mio e quello degli altri. È come se questa pandemia abbia legato gli umani in una “comunità di destino”. Privato e pubblico sono tornati in stretta relazione. Cosa che, in fondo, quando eravamo un po’ più giovani, avevamo addirittura l’ambizione di far coincidere. Il mondo si è improvvisamente interconnesso, da monadi isolate siamo diventate cellule interdipendenti di un organismo unico. L’uomo planetario, fatto di sofferenza, relazione, speranza. Non è soltanto un problema di igiene, è anche una dimensione molto spirituale. E come tutte le cose spirituali deve essere molto concreta e fondata sulla relazione con gli altri. Lo spirituale è l’anima delle nostre relazioni e si nutre di esse, dà senso, linfa al nostro vivere sociale».

Il virus genera paura e bisogno degli altri, insieme. Come le sembra abbia fatto irruzione nelle coscienze il tema dell’altro da sé?

«L’assenza ci fa capire il valore della presenza. Il fatto che l’assenza sia stata fisica, perché dovevamo mantenere la distanza dal prossimo, ci ha fatto comprendere la decisività del nostro rapporto con l’altro. L’uomo, come disse Thomas Merton, non è un’isola. Non può essere un’isola. La solitudine può essere, nel nostro tempo, una malattia. Individuale e sociale. Gli anziani che non potevamo andare a trovare, i figli che hanno visto i loro padri e le loro madri andare via in solitudine... Tutto questo, per fortuna, ci scandalizza, ci fa male, non ci appartiene, non ci assomiglia. Quelle bare nella notte di Bergamo sono state un pugno nello stomaco. La solitudine, l’idea che gli anziani siano “scartati”, è uno scandalo che si è rivelato nella sua brutalità. E non lo possiamo accettare. Ma ciò che di più importante abbiamo imparato in questa crisi è che noi dobbiamo isolare il virus, non l’altro da noi. Qualche volta si fanno coincidere le due cose e questo è suicida, perché siamo tutti “altri” di fronte alla minaccia della vita e ci vuole poco a diventare anche noi il nemico. Così l’isolamento, paradossalmente, può aiutarci a vincere la distanza, se capiamo che il vero isolamento è dal virus, non dall’altro».

Chi le è mancato di più in questo periodo?

«La comunità, nel senso dell’incontro con le persone. Celebrare l’eucarestia senza le persone è stato un digiuno, un digiuno molto faticoso. Quello che io vivo, ciò per cui vivo, è la comunità, la relazione con gli altri. L’assenza di questa fisicità è ciò che mi è mancato di più».

Dio e Auschwitz. Dio e una pandemia che uccide, specie i più fragili. Le epidemie evocano il carattere millenaristico della punizione divina. Ma quanto conta la responsabilità umana, il libero arbitrio degli uomini?

«Questa è sempre la grande domanda. Per Auschwitz ricordiamo le parole di Elie Wiesel. C’è un bambino impiccato dai nazisti che sta morendo. Una voce dice “Ma dov’è Dio adesso?”. La risposta: “Eccolo, è lì, appeso a quella forca”. Su Auschwitz la storia ha parlato chiaro. Non si può attribuire a Dio la responsabilità degli umani. Anche sul virus, un po’ di responsabilità ce la dobbiamo prendere. Dobbiamo chiederci “dove è finito l’uomo”. Abbiamo sfruttato tutte le risorse, ambientali e umane, per edificare una società fragile e vorace. E non sappiamo unirci neanche di fronte alla più grande tragedia del nostro tempo. Soltanto insieme si può pensare di affrontare una sfida come questa. Ma anche in questi mesi, ovunque, hanno prevalso i protagonismi, le furbizie, le polemiche astiose, il piccolo cabotaggio. Costruiamo i muri, ma ovviamente i muri non ci difendono e il virus invisibile dilaga. Ci convince a costruire muri e poi li irride. Questa crisi ci ha messo di nuovo, come succede in tempi di guerra, a confronto con la morte. È un confronto alto e necessario, per la vita. È la coscienza di un limite naturale, chi non lo affronta vive male, vive in maniera sconsiderata. Questo ci aiuta a stringerci di più, a ritrovare parole più vere, ad essere più essenziali. E credo anche a dare una prospettiva spirituale. La nostra fede ci parla di un Dio che si è preso il virus della vita, perché, nascendo, ha accettato la vulnerabilità. È un Dio, non dimentichiamolo, crocefisso, che ci aiuta a vedere e sopportare le sofferenze. È un Dio che aiuta ad affrontare il male. Capisco, sento che non è un estraneo ma che è qui, vicino a me. Conosce il dolore. Viene spesso usata una frase: “Io non ci credo, ma mi manca tantissimo”. È una formulazione bellissima, che esprime l’umiltà del dubbio, il desiderio di ricerca. Il virus ci ha forse aiutato anche a porci le domande vere della vita. E della vita oltre la vita».

Si può parlare di un’apocalisse a proposito della pandemia?

«Apocalisse è il confronto a cui il Vangelo stesso ci invita. Ci dice: “Io non ti garantisco la cuccagna. La vita ti aiuta a vivere, a non scappare, a non passare dall’incoscienza al terrore. Ma ad essere uomini veri”. Quando il cielo cadrà sulla terra e la natura si trasformerà, quando piomberanno le guerre, le pestilenze — usa proprio questi termini — l’invito di Gesù è: “Alza lo sguardo”. È l’invito alla speranza, al non farsi prendere dal terrore. E poi l’altro grande invito: cambia, cambia il tuo atteggiamento. E questa è una cosa molto seria, anche per chi non crede. Quello che è successo ci deve far cambiare. Dobbiamo provare a cambiare e fare tesoro di quello che è successo per rendere meno malato il mondo, per mutare noi nelle nostre relazioni con gli altri, per cercare di capire quello che conta davvero. Cambia quegli atteggiamenti, perché tu puoi essere più forte dell’Apocalisse. L’Apocalisse non vince. Per questo bisogna “alzare lo sguardo”. Dobbiamo cambiare. Ma avremo il coraggio di farlo? C’è chi dice che non saremo più come prima, saremo peggiori. Io ho speranza negli umani, invece».

L’obiettivo che ci dobbiamo proporre è di tornare alla vita precedente?

«Tornare alla vita precedente, cambiando noi stessi e ricominciando a cambiare il mondo. Certamente tante cose saranno diverse e di questo dobbiamo farne un tesoro di crescita e di consapevolezza, ma la virtù che più ci servirà, per il tempo che sta arrivando, è l’umiltà nel cercare il futuro. Umiltà, perché questa pandemia che ha messo in ginocchio il mondo è stata una grande umiliazione per tutti. La generazione dei nostri genitori l’Apocalisse l’aveva nella testa e nel cuore. Ma quegli italiani si misero a costruire con umiltà le case per i loro figli e il benessere per i figli dei loro figli. Penso che questa umiltà ci servirà per capire che noi stiamo bene solo se stanno bene gli altri. Che ogni ingiustizia produce dolore collettivo. Eravamo fragili e arroganti, prima. Di fatto, perché è da arroganti vedere e non fare niente, accorgersi e rimandare. Eravamo sconsiderati, come i narcisisti e gli arroganti. Come chi pensa di potercela fare sempre, comunque. La normalità che dobbiamo presto conquistare è quella di una vita cambiata».

Tornare a una nuova vita, dunque. Il concetto di distanziamento sociale non è un ossimoro?

«Lo è senz’altro. Il rischio, se lo viviamo non per combattere il virus ma per pensare di farcela da soli o per combattere gli altri, è che aumenti ulteriormente l’ingiustizia. Oggi crescono le differenze, le diseguaglianze e questo pesa sulla vita e la sicurezza di ciascuno. Quando ci si ritrova nell’apocalisse, si capisce quanto tempo si è perso e quante occasioni si sono mancate. Ora non si può rimandare più. I nostri genitori vedevano le macerie fisiche e quelle morali. Capirono che bisognava ripartire e cambiare, che non si poteva perdere tempo».

Un vescovo pastore come lei ha paura dell’impoverimento di questo Paese? Delle persone che perdono il lavoro, dei negozi che chiudono?

«Sono calcolati in milioni gli italiani sulla soglia della povertà. E, siccome la soglia è sottilissima, è molto facile precipitare. C’è bisogno di lavoro e di meno precarietà della vita. Dobbiamo avere tanta attenzione e fare esattamente il contrario dell’isolamento, cioè la solidarietà. Molti segnali positivi ci sono: quello che hanno fatto i medici, gli infermieri, il pranzo preparato per chi non ha da mangiare... In diverse parrocchie i cittadini hanno donato beni alimentari: “Qui lascia chi ha e prende chi ha bisogno”. Non è assistenzialismo, è solidarietà».

Il principale cambiamento non è proprio ripartire dagli ultimi, dopo questa crisi?

«Non c’è dubbio. Conviene sempre ripartire dagli ultimi. Perché sono loro che pagano sempre le conseguenze più gravi. Se sappiamo aiutare gli ultimi, staranno meglio anche i primi. Un uragano, un’alluvione, una pandemia colpiscono indiscriminatamente tutti, ma lasciano segni differenti, dal punto di vista sociale. Bisogna alleviare il dolore. Non con il cerotto dell’assistenzialismo a pioggia ma con il vaccino del lavoro, che dona sicurezza e serenità. La pandemia ha agito come una radiografia che ha mostrato i punti di frattura della nostra casa comune. Bisogna curarla. Presto e nel modo giusto».

Come sono stati gli italiani? C’è il rischio che la responsabilità mostrata, per effetto della situazione sociale, possa trasformarsi in rabbia, in odio?

«Se le risposte tardano, la disillusione cresce. L’idea che, finita l’emergenza, ognuno resterà solo con le proprie difficoltà è esattamente quello che dobbiamo evitare. Altrimenti può crescere il senso di rabbia. C’era già prima, non dimentichiamolo. De Rita l’anno scorso parlava del rancore per il lutto non elaborato del benessere non ricevuto. Figuriamoci oggi, che abbiamo tutti enormi difficoltà. E l’altro rischio è riprendere come se niente fosse, cercare di ritornare quelli di sempre».

A me spaventano quasi più le persone che ora fanno fatica ad uscire di casa, di quelle animate da un bisogno di relazione...

«La bellezza della domenica passata era vedere le persone che si ritrovavano. Poi, certo, c’è la dissennatezza, voler pensare che non ci siano più problemi, che non si debba stare più attenti. Ma non mi spaventa il bisogno di socialità, semmai il suo contrario. Che l’isolamento ci possa convincere di poter fare a meno degli altri. Che l’isolamento diventi una patologia, come è. Finora è stato un modo per proteggerci, ma ora dobbiamo proteggerci dall’isolamento». CdS 31

 

 

 

 

Papa Francesco ai sacerdoti di Roma: “Abbiamo vissuto comunitariamente l’ora del pianto del Signore”

 

“Tutti abbiamo ascoltato i numeri e le percentuali che giorno dopo giorno ci assalivano; abbiamo toccato con mano il dolore della nostra gente. Ciò che arrivava non erano dati lontani: le statistiche avevano nomi, volti, storie condivise. Come comunità presbiterale non siamo stati estranei a questa realtà e non siamo stati a guardarla alla finestra; inzuppati dalla tempesta che infuriava, voi vi siete ingegnati per essere presenti e accompagnare le vostre comunità: avete visto arrivare il lupo e non siete fuggiti né avete abbandonato il gregge”. Lo scrive Papa Francesco nella lettera inviata ai sacerdoti della diocesi di Roma, non avendo potuto celebrare a livello diocesano la Messa crismale. “Abbiamo patito la perdita repentina di familiari, vicini, amici, parrocchiani, confessori, punti di riferimento della nostra fede”, sottolinea il Pontefice, che, dopo aver citato il dolore di familiari che hanno perso cari, la fatica di operatori sanitari, la paura di lavoratori e volontari, la solitudine e l’isolamento soprattutto degli anziani; l’incertezza lavorativa e abitativa; la paura ancestrale del contagio, la povertà in cui sono cadute intere famiglie, il Santo Padre ammette: “Abbiamo sperimentato la nostra stessa vulnerabilità e impotenza. Come il forno prova i vasi del vasaio, così siamo stati messi alla prova. Frastornati da tutto ciò che accadeva, abbiamo sentito in modo amplificato la precarietà della nostra vita e degli impegni apostolici. L’imprevedibilità della situazione ha messo in luce la nostra incapacità di convivere e confrontarci con l’ignoto, con ciò che non possiamo governare o controllare e, come tutti, ci siamo sentiti confusi, impauriti, indifesi. Viviamo anche quella rabbia sana e necessaria che ci spinge a non farci cadere le braccia di fronte alle ingiustizie e ci ricorda che siamo stati sognati per la Vita”.

La complessità di ciò che si doveva affrontare, osserva Francesco, “non tollerava ricette o risposte da manuale; richiedeva molto più di facili esortazioni o discorsi edificanti, incapaci di radicarsi e assumere consapevolmente tutto quello che la vita concreta esigeva da noi. Il dolore della nostra gente ci faceva male, le sue incertezze ci colpivano, la nostra comune fragilità ci spogliava di ogni falso compiacimento idealistico o spiritualistico, come pure di ogni tentativo di fuga puritana. Nessuno è estraneo a tutto ciò che accade”. “Possiamo dire che abbiamo vissuto comunitariamente l’ora del pianto del Signore”, afferma il Papa.

G.A. sir 30

 

 

 

“La preghiera coltiva aiuole di rinascita in luoghi dove l’odio dell’uomo è stato capace solo di allargare il deserto”

 

Nell’Udienza Generale del 27 maggio, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sulla preghiera, ha incentrato la sua meditazione sul tema: «La preghiera dei giusti» (Sal 17,1-3.5)

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dedichiamo la catechesi di oggi alla preghiera dei giusti. Il disegno di Dio nei confronti dell’umanità è buono, ma nella nostra vicenda quotidiana sperimentiamo la presenza del male: è un’esperienza di tutti i giorni.

I primi capitoli del libro della Genesi descrivono il progressivo dilatarsi del peccato nelle vicende umane. Adamo ed Eva (cfr Gen 3,1-7) dubitano delle intenzioni benevole di Dio, pensando di avere a che fare con una divinità invidiosa, che impedisce la loro felicità. Di qui la ribellione: non credono più in un Creatore generoso, che desidera la loro felicità. Il loro cuore, cedendo alla tentazione del maligno, è preso da deliri di onnipotenza: “Se mangeremo il frutto dell’albero, diventeremo come Dio” (cfr v. 5). E questa è la tentazione: questa è l’ambizione che entra nel cuore. Ma l’esperienza va in senso opposto: i loro occhi si aprono e scoprono di essere nudi (v. 7), senza niente.

Non dimenticatevi questo: il tentatore è un mal pagatore, paga male. Il male diventa ancora più dirompente con la seconda generazione umana, è più forte: è la vicenda di Caino e Abele (cfr Gen 4,1-16). Caino è invidioso del fratello: c’è il verme dell’invidia; pur essendo lui il primogenito, vede Abele come un rivale, uno che insidia il suo primato. Il male si affaccia nel suo cuore e Caino non riesce a dominarlo. Il male comincia a entrare nel cuore: i pensieri sono sempre di guardare male l’altro, con sospetto. E questo, avviene anche con il pensiero: Questo è un cattivo, mi farà del male”. E questo pensiero va entrando nel cuore … E così la storia della prima fraternità si conclude con un omicidio. Penso, oggi, alla fraternità umana …. guerre dappertutto.

Nella discendenza di Caino si sviluppano i mestieri e le arti, ma si sviluppa anche la violenza, espressa dal sinistro cantico di Lamec, che suona come un inno di vendetta: «Ho ucciso un uomo per una mia scalfittura e un ragazzo per un mio livido […] Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamec settantasette» (Gen 4,23-24). La vendetta: “L’hai fatto, la pagherai”. Ma questo non lo dice il giudice, lo dico io. E io mi faccio giudice della situazione. E così il male si allarga a macchia d’olio, fino ad occupare tutto il quadro: «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre» (Gen 6,5). I grandi affreschi del diluvio universale (capp. 6-7) e della torre di Babele (cap. 11) rivelano che c’è bisogno di un nuovo inizio, come di una nuova creazione, che avrà il suo compimento in Gesù Cristo.

Eppure, in queste prime pagine della Bibbia, sta scritta anche un’altra storia, meno appariscente, molto più umile e devota, che rappresenta il riscatto della speranza. Se anche quasi tutti si comportano in maniera efferata, facendo dell’odio e della conquista il grande motore della vicenda umana, ci sono persone capaci di pregare Dio con sincerità, capaci di scrivere in modo diverso il destino dell’uomo. Abele offre a Dio un sacrificio di primizie. Dopo la sua morte, Adamo ed Eva ebbero un terzo figlio, Set, da cui nacque Enos (che significa “mortale”), e si dice: «A quel tempo si cominciò a invocare il nome del Signore» (4,26). Poi compare Enoc, personaggio che “cammina con Dio” e che viene rapito al cielo (cfr 5,22.24). E infine c’è la storia di Noè, uomo giusto che «camminava con Dio» (6,9), davanti al quale Dio trattiene il suo proposito di cancellare l’umanità (cfr 6,7-8). Leggendo questi racconti, si ha l’impressione che la preghiera sia l’argine, sia il rifugio dell’uomo davanti all’onda di piena del male che cresce nel mondo.

A ben vedere, preghiamo anche per essere salvati da noi stessi. È importante pregare: “Signore, per favore, salvami da me stesso, dalle mie ambizioni, dalle mie passioni”. Gli oranti delle prime pagine della Bibbia sono uomini operatori di pace: infatti, la preghiera, quando è autentica, libera dagli istinti di violenza ed è uno sguardo rivolto a Dio, perché torni Lui a prendersi cura del cuore dell’uomo. Si legge nel Catechismo: «Questa qualità della preghiera è vissuta da una moltitudine di giusti in tutte le religioni» (CCC, 2569). La preghiera coltiva aiuole di rinascita in luoghi dove l’odio dell’uomo è stato capace solo di allargare il deserto. E la preghiera è potente, perché attira il potere di Dio e il potere di Dio sempre dà vita: sempre. È il Dio della vita, e fa rinascere. Ecco perché la signoria di Dio transita nella catena di questi uomini e donne, spesso incompresi o emarginati nel mondo. Ma il mondo vive e cresce grazie alla forza di Dio che questi suoi servitori attirano con la loro preghiera. Sono una catena per nulla chiassosa, che raramente balza agli onori della cronaca, eppure è tanto importante per restituire fiducia al mondo!

Ricordo la storia di un uomo: un capo di governo, importante, non di questo tempo, dei tempi passati. Un ateo che non aveva senso religioso nel cuore, ma da bambino sentiva la nonna che pregava, e ciò è rimasto nel suo cuore. E in un momento difficile della sua vita, quel ricordo è tornato al suo cuore e diceva: “Ma la nonna pregava …”. Incominciò così a pregare con le formule della nonna e lì ha trovato Gesù. La preghiera è una catena di vita, sempre: tanti uomini e donne che pregano, seminano vita. La preghiera semina vita, la piccola preghiera: per questo è tanto importante insegnare ai bambini a pregare. A me dà dolore quando trovo bambini che non sanno fare il segno della croce. Bisogna insegnare loro a fare bene il segno della croce, perché è la prima preghiera. È importante che i bambini imparino a pregare. Poi, forse, si potranno dimenticare, prendere un altro cammino; ma le prime preghiere imparate da bambino rimangono nel cuore, perché sono un seme di vita, il seme del dialogo con Dio.

Il cammino di Dio nella storia di Dio è transitato attraverso di loro: è passato per un “resto” dell’umanità che non si è uniformato alla legge del più forte, ma ha chiesto a Dio di compiere i suoi miracoli, e soprattutto di trasformare il nostro cuore di pietra in cuore di carne (cfr Ez 36,26). E questo aiuta la preghiera: perché la preghiera apre la porta a Dio, trasformando il nostro cuore tante volte di pietra, in un cuore umano. E ci vuole tanta umanità, e con l’umanità si prega bene. deit.press 27

 

 

 

 

25 anni della Lettera Enciclica “Ut unum sint”: “L’unità viene nel cammino”

 

Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha inviato al Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, l’Em.mo Card. Kurt Koch, in occasione dei 25 anni dell’Enciclica di San Giovanni Paolo II Ut unum sint.

 

Al caro Fratello, Cardinale Kurt Koch Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani

Domani si compiono venticinque anni da quando San Giovanni Paolo II firmò la Lettera Enciclica Ut unum sint. Con lo sguardo rivolto all’orizzonte del Giubileo del 2000, egli voleva che, nel suo cammino verso il terzo millennio, la Chiesa tenesse ben presente l’accorata preghiera del suo Maestro e Signore: “Che siano una cosa sola!” (cfr Gv 17,21). Perciò scrisse questa Enciclica che confermò «in modo irreversibile» (UUS, 3) l’impegno ecumenico della Chiesa Cattolica. La pubblicò nella Solennità dell’Ascensione del Signore, ponendola sotto il segno dello Spirito Santo, artefice dell’unità nella diversità, e in questo medesimo contesto liturgico e spirituale noi la commemoriamo e la riproponiamo al Popolo di Dio.

Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto che il movimento per il ristabilimento dell’unità di tutti i cristiani «è sorto per grazia dello Spirito Santo» (Unitatis redintegratio, 1). Ha affermato anche che lo Spirito, mentre «realizza la diversità di grazie e di ministeri», è «principio dell’unità della Chiesa» (ibid., 2). E la Ut unum sint ribadisce che «la legittima diversità non si oppone affatto all’unità della Chiesa, anzi ne accresce il decoro e contribuisce non poco al compimento della sua missione» (n. 50). Infatti, «solo lo Spirito Santo può suscitare la diversità, la molteplicità e, nello stesso tempo, operare l’unità. […] È Lui che armonizza la Chiesa», perché, come dice san Basilio il Grande, «Lui stesso è l’armonia» (Omelia nella Cattedrale cattolica dello Spirito Santo, Istanbul, 29 novembre 2014).

In questo anniversario, rendo grazie al Signore per il cammino che ci ha concesso di compiere come cristiani nella ricerca della piena comunione. Anch’io condivido la sana impazienza di quanti a volte pensano che potremmo e dovremmo impegnarci di più. Tuttavia, non dobbiamo mancare di fede e di riconoscenza: molti passi sono stati fatti in questi decenni per guarire ferite secolari e millenarie; sono cresciute la conoscenza e la stima reciproche, aiutando a superare pregiudizi radicati; si sono sviluppati il dialogo teologico e quello della carità, come pure varie forme di collaborazione nel dialogo della vita, sul piano pastorale e culturale.

In questo momento il mio pensiero va a miei amati Fratelli posti a capo delle diverse Chiese e Comunità cristiane; e si estende a tutti i fratelli e le sorelle di ogni tradizione cristiana che sono i nostri compagni di viaggio. Come i discepoli di Emmaus, possiamo sentire la presenza di Cristo risorto che cammina accanto a noi e ci spiega le Scritture e riconoscerlo nella frazione del pane, in attesa di condividere insieme la Mensa eucaristica. Rinnovo la mia gratitudine a quanti hanno operato e operano in codesto Dicastero per mantenere viva nella Chiesa la consapevolezza di tale irrinunciabile meta. In particolare sono lieto di salutare due recenti iniziative.

La prima è un Vademecum ecumenico per i Vescovi, che sarà pubblicato nel prossimo autunno, come incoraggiamento e guida all’esercizio delle loro responsabilità ecumeniche. Infatti, il servizio dell’unità è un aspetto essenziale della missione del Vescovo, il quale è «il visibile principio e fondamento di unità» nella sua Chiesa particolare (Lumen gentium, 23; cfr CIC 383§3; CCEO 902-908). La seconda iniziativa è il lancio della rivista Acta Œcumenica, che, rinnovando il Servizio di Informazione del Dicastero, si propone come sussidio per quanti lavorano al servizio dell’unità.

Sulla via che conduce alla piena comunione è importante fare memoria del cammino percorso, ma altrettanto lo è scrutare l’orizzonte ponendosi, con l’Enciclica Ut unum sint, la domanda: «Quanta est nobis via?» (n. 77), “quanta strada ci resta da fare?”. Una cosa è certa: l’unità non è principalmente il risultato della nostra azione, ma è dono dello Spirito Santo. Essa tuttavia «non verrà come un miracolo alla fine: l’unità viene nel cammino, la fa lo Spirito Santo nel cammino» (Omelia nei Vespri, San Paolo fuori le Mura, 25 gennaio 2014).

Invochiamo dunque fiduciosi lo Spirito, perché guidi i nostri passi e ognuno senta con rinnovato vigore l’appello a lavorare per la causa ecumenica; Egli ispiri nuovi gesti profetici e rafforzi la carità fraterna tra tutti i discepoli di Cristo, «perché il mondo creda» (Gv 17,21) e si moltiplichi la lode al Padre che è nei Cieli. Francesco

 

 

 

«Enzo Bianchi via da Bose»: la decisione (sofferta) di Papa Francesco

 

Decisione del Vaticano dopo un’«ispezione» sulle tensioni tra il fondatore e il nuovo priore - di Gian Guido Vecchi

 

CITTA’ DEL VATICANO — La scelta è arrivata dopo l’ispezione disposta sei mesi fa, una decisione clamorosa, nella storia della Chiesa italiana: il Vaticano, con un decreto «approvato in forma specifica dal Papa», ha disposto di allontanare Enzo Bianchi dal monastero di Bose, la comunità che l’ex priore ha fondato in provincia di Biella a metà degli anni Sessanta. Fratel Enzo Bianchi, 77 anni, è una delle voci più ascoltate del pensiero cristiano e tre anni fa aveva lasciato la guida della comunità: al suo posto, nel 2017, è stato eletto come nuovo priore fratel Luciano Manicardi.

Gli ispettori inviati a fine 2019

Qualcosa nel frattempo non ha funzionato, tra le nuove e le vecchie gerarchie, perché dal 6 dicembre 2019 il Vaticano aveva mandato a Bose una «visita apostolica», cioè degli ispettori, «nel momento di un passaggio che non può non essere delicato e per certi aspetti problematico per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità, la gestione del governo e il clima fraterno». Già la «visita apostolica» era il segno che la situazione era giunta al limite della rottura, troppe tensioni tra il nuovo governo della comunità e il suo fondatore. Si trattava di consentire al nuovo priore di guidare la comunità senza interferenze.

Via anche Boselli, Breda e Antonella Casiraghi

Le tensioni continuano, peraltro. Il decreto, firmato dal Segretario di Stato Pietro Parolin, porta la data del 13 maggio, la notizia è filtrata nelle ultime ore. E ieri sera la comunità ha diffuso un comunicato con nomi e cognomi perché «l’annunciato rifiuto dei provvedimenti da parte di alcuni destinatari ha determinato una situazione di confusione e disagio ulteriori». Alcuni non vorrebbero andare via, insomma. Così la comunità precisa che il fondatore, due confratelli e una consorella, «Enzo Bianchi, Goffredo Boselli, Lino Breda e Antonella Casiraghi» dovranno «separarsi» da Bose e «trasferirsi in altro luogo, decadendo da tutti gli incarichi attualmente detenuti».

«Situazione tesa e problematica»

La comunità parla di «una situazione tesa e problematica per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del fondatore e il clima fraterno». Dice che era necessario «superare gravi disagi e incomprensioni» che «potrebbero indebolire o addirittura annullare» il ruolo di Bose. Nelle diocesi, quando un vescovo va in pensione si fa da parte. Solo che qui si tratta del fondatore: una decisione difficile e traumatica, considerato lo spessore di Enzo Bianchi, del quale peraltro papa Francesco ha sempre avuto grande stima. A dicembre, saputo dell’ispezione, la comunità aveva scritto: «I fratelli e le sorelle di Bose esprimono sincera gratitudine al Santo Padre Francesco per questo segno di vicinanza e di sollecitudine paterna, e accolgono con gioia questa opportunità preziosa di ascolto e di dialogo».

La nascita dopo il Concilio Vaticano II

La nascita di Bose viene fatta risalire alla fine del 1965, alla conclusione del Concilio Vaticano II, quando Enzo Bianchi decise di andare ad abitare in quella frazione abbandonata del comune di Magnano, sulla Serra di Ivrea, con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica ispirata ai cristiani dei primi secoli, impegnata del dialogo ecumenico e aperta a tutte le confessioni e quindi anche alle donne. Oggi è composta da circa novanta membri, tra fratelli e sorelle, di sei nazionalità, quasi tutti laici. CdS 27

 

 

 

Il Papa: fissate gli altri e non temete l’amore

 

In anteprima un estratto del nuovo libro di Francesco sul tema delle relazioni e della comunicazione della fede. Lo sguardo oltre i pericoli, l’attualità di un messaggio - di Papa Francesco

 

Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni (…).

Tutti e tre i vangeli sinottici riportano l’episodio del «giovane ricco», di quell’uomo (in realtà l’età esatta non si deduce dalla lettura dei testi) che chiede a Gesù cosa deve fare per ereditare la vita eterna.

C’è un dettaglio in questo breve dialogo che riporta solo il Vangelo di Marco, nel mezzo della conversazione, tra una domanda e una risposta, l’evangelista scrive che «Gesù, fissatolo, l’amò» (Mc 10,21). Un dettaglio che a me appare decisivo. Un particolare che dice molto dello stile di Gesù, di quello stile che è «essenza», «sostanza» e ci indica una via per vivere da veri uomini nel mondo. Essere uomini vuol dire comunicare, entrare in contatto con il mondo e con gli altri e costruire relazioni.

Mentre i due parlano, Gesù non sta soltanto pensando a quello che vuole dire al suo interlocutore, ma sta pensando a lui, a chi ha davanti, anzi, prima ancora di pensare, lo guarda, lo fissa, con amore.

Questo stile Gesù lo ha mostrato non solo con il giovane ricco ma con tutte le persone che ha incontrato. In fondo il Vangelo è (anche) il racconto dei tanti incontri di Gesù lungo il suo cammino per le vie della Palestina. (…)

Di sicuro quello sguardo è lo stesso con cui Gesù offre la sua guancia a Giuda chiamandolo «amico», lo stesso sguardo con cui si volge verso Pietro mentre il gallo canta, e, anche se facciamo fatica a comprenderlo, è lo stesso sguardo con cui osserva silenzioso il misero spettacolo del re Erode che aspetta da lui qualche gesto miracoloso prima di rimandarlo deluso da Pilato.

Anche nel dialogo con il procuratore romano Gesù lo avrà fissato con amore.

La fede cristiana si fonda su questa semplice affermazione: Gesù è di natura divina e Dio è amore. Questo fondamento determina una serie di conseguenze e cambia tutto il modo di stare al mondo del cristiano.

Senza quello sguardo d’amore la comunicazione umana, il dialogo tra le persone può facilmente diventare soltanto un duello dialettico, quello sguardo rivela invece che c’è in ballo un’altra questione, vertiginosa, che non ha al centro il merito della discussione ma molto di più, il senso stesso dell’esistenza, mia e del mio interlocutore.

Interessante quel termine che l’evangelista usa: «fissatolo», un verbo che sottintende un atteggiamento contemplativo che a sua volta richiede una dilatazione temporale, un fermare il momento quasi per gustarne ogni attimo. Soprattutto nelle società occidentali il verbo «fissare», l’atteggiamento contemplativo sembra non avere più cittadinanza, essere sparito dal paesaggio quotidiano, nella vita di tutti i giorni.

Nessuno fissa più nessun altro, anzi se questo accade scatta automatico un senso di disagio e una reazione come di fronte a un pericolo. Si è perso così qualcosa, nessuno guarda negli occhi l’altro, non si «sta» uno di fronte all’altro, fermando per un attimo la corsa frenetica del tempo a cui siamo sottoposti.

Pensando a questa condizione ho espresso, tornando dal viaggio in Asia lo scorso novembre, il mio auspicio che l’Occidente recuperasse dall’Oriente il senso della «poesia», intendendo con questa bella parola proprio il senso della contemplazione, del fermarsi e donarsi un momento di apertura verso se stessi e gli altri nel segno della gratuità, del puro disinteresse. Senza quel «di più» della poesia, senza questo dono, senza la gratuità, non può nascere un vero incontro, né una comunicazione propriamente umana.

Gli uomini «comunicano» non solo perché si scambiano informazioni, ma perché provano a costruire una comunione. Le parole devono essere quindi come dei ponti gettati per avvicinare le diverse posizioni, per creare un terreno comune, un luogo di incontro, di confronto e di crescita.

Questo avvicinamento ha come condizione di partenza quella di essere disposti ad ascoltare con pazienza le posizioni dell’altro perché fissare, guardare presuppone accettare di essere fissati, guardati: nella comunicazione ci si offre uno all’altro. (…)

La mia identità è un punto di partenza, ma senza l’alterità cade a vuoto, si appassisce e rischia di morire. Senza il riconoscimento dell’alterità muore non solo l’altro ma anche io stesso. L’aspetto importante però è che questo riconoscimento per essere «pieno», deve aprirsi al riconoscimento della libertà dell’altro. Questo punto è cruciale. Qui ci muoviamo ancora una volta nel cuore del cristianesimo. Viene in soccorso nuovamente il testo del Vangelo da cui siamo partiti, questa volta con il secondo termine racchiuso in quella frase di tre parole: «Fissatolo, lo amò». Gesù non guarda l’altro come uno «spettacolo», ma come una persona, come un dono, come un essere che Dio ha voluto creare liberamente (per amore) e mettere sulla sua strada. Nel suo sguardo d’amore vi è già inserita la dimensione della libertà. Si ama solo nella libertà e solo l’amore vero rende e lascia liberi gli altri. È illuminante da questo punto di vista il modo in cui termina l’episodio raccontato da Marco; potremmo dire che il finale è amaro, che «finisce male». L’interlocutore di Gesù rimane deluso, sconcertato e se ne va «dolente». L’evangelista spiega anche il motivo di questo atteggiamento («perché aveva molti beni»), che si potrebbe tradurre anche così: «Perché non era una persona libera». Come se i beni, impedissero il bene. (…) Amare vuol dire essere aperti al rischio.

Gesù nel momento in cui fissa il giovane davanti a lui, non lo «squadra» per trovare i suoi punti deboli, ma lo contempla come fosse appena uscito dalle mani creatrici di Dio Padre ed è felice della sua esistenza, lo ama appunto e lo chiama a superare tutte le prigioni e le ferite passate per un avvenire di pienezza, rispondendo così alla sua domanda sulla possibilità di una vita eterna. In questo gesto Gesù si espone al rischio, la sua è una scommessa sull’altro, sull’uomo e come tale la possibilità del fallimento è reale.

Il finale sembra chiudersi infatti in modo fallimentare, la parola di Gesù, Parola di Dio, non ha sortito alcun effetto, la comunicazione tra i due, vista come schermaglia dialettica, non ha prodotto alcun frutto, hanno «perso» tutti e due; è il «dramma della libertà» per dirla con Dostoevskij.

Ma non è la fine, lo si intuisce dalle parole successive di Gesù: su questo dramma può sopravvenire il gesto della preghiera, dell’apertura all’alterità di Dio per il quale «nulla è impossibile». Ed è interessante che Gesù faccia questa solenne affermazione, ancora una volta, «fissando lo sguardo su di loro». CdS 24

 

 

 

 

Africa: le “guerre a bassa intensità” fanno più morti del coronavirus

 

Milizie e guerriglia imperversano in Ciad, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Mozambico. Armi e violenza non danno pace a popoli impoveriti. Le voci dei missionari italiani raccolte da Missio - Ilaria de Bonis, in collaborazione con Paolo Annechini e Chiara Pellicci

 

I trattati di pace in Africa non sempre reggono e quasi mai portano alla conclusione definitiva dei conflitti. Le cosiddette “guerre a bassa intensità”, come quelle che ancora si combattono in Ciad, Repubblica Centrafricana o Sud Sudan (e da ultimo anche nel nord del Mozambico), fanno spesso più vittime della guerra conclamata. A parlarne sono missionari e missionarie che vivono da anni nelle zone di conflitto e che lanciano l’allarme al resto del mondo: “qui la morte non fa più notizia”, dicono. Violenza che genera, a sua volta, povertà, in Paesi non esenti dalla pandemia da Colvid-19. Il portale della Fondazione Missio (https://www.missioitalia.it/) raccoglie queste testimonianze, raccontando il dolore dei popoli dimenticati.

Ciad, le armi di Boko Haram. Suor Paola Nuzzi, da oltre trent’anni in Ciad (adesso in Italia per una breve pausa), missionaria della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, vive nella capitale N’Djamena. Racconta a Missio che in questi mesi il clima è di profonda insicurezza. “A noi che viviamo a N’Djamena – spiega – la vita sembra calma e tranquilla, ma dall’altra parte del Paese si continua a combattere senza che si sappia. I civili continuano a morire. Sono tanti, davvero tanti. A rimetterci sono sempre i più poveri, quelli che non riescono a difendersi”. Il gruppo terrorista Boko Haram imperversa nella regione del lago Ciad da molti anni; ad aprile scorso le truppe governative, coordinate dallo stesso presidente, il dittatore Idriss Déby, hanno lanciato un’offensiva, la cosiddetta “operazione ira di Boma”, uccidendo circa mille miliziani. Ma i ribelli sono sempre pronti a organizzare rappresaglie che prendono di mira la gente comune. “Le persone hanno paura e molte volte abbiamo avuto paura anche noi suore”, racconta suor Paola. “Quando sono arrivata in Ciad negli anni Ottanta, questa terra non dava nessun frutto, sembrava dura come il cemento – ricorda –. Adesso si comincia a coltivare, ma i nostri stessi governanti hanno sempre saputo che far crescere il Paese significava non avere più il controllo sul popolo. Quando sono arrivata io c’erano appena cinque chilometri di strada asfaltata». Adesso il Ciad è più sviluppato, ma resta poverissimo. Eppure la ricchezza non manca: qui i giacimenti di gas e petrolio fanno gola a molti. La Francia “considera ancora il Paese come una sua colonia”.

Diamanti, tra instabilità e conflitto. Portano instabilità e conflitto anche i diamanti della Repubblica Centrafricana, dove vive suor Elvira Tutolo, consorella di suor Paola. Gli ultimi episodi di violenza risalgono a una settimana fa, dove le 14 milizie armate non si sono sciolte e non hanno deposto le armi, nonostante la firma di un trattato di pace. “La città di Obo è stata messa a ferro e fuoco e la settimana scorsa hanno sparato nel centro di un’altra cittadina, Ndele. Le milizie continuano a creare problemi e non rispettano la firma dell’accordo di pace (siglato il 5 febbraio 2019). Questa è una situazione drammatica: speravamo tanto nella pace”, racconta suor Elvira a Missio.

La situazione in Centrafrica. “L’anno passato si è arrivati a un accordo condizionato: la comunità internazionale ha detto: ‘se smettete di combattervi vi diamo dei ministeri’: parlavano di governo inclusivo e di unità nazionale. Ma a mio avviso è stato un vero patteggiamento col nemico – dice ancora suor Elvira da Bangui –. Noi missionari, che conosciamo la sofferenza della gente, abbiamo sempre detto che non era giusto negoziare». A Bangui, in Centrafrica, vive anche padre Federico Trinchero, missionario Carmelitano scalzo che in una lettera raccolta dal mensile “Popoli e missione”, racconta: “paradossalmente il Centrafrica, dopo anni di guerra, è più pronto di altri ad affrontare situazioni di emergenza e a vivere anche in condizioni estreme”. In questo Paese massacrato dal conflitto tra Seleka (islamisti) ed anti-Balaka (di matrice cristiana), almeno fino al recente accordo di pace, l’arrivo della pandemia Covid-19 non ha portato finora grossi scombussolamenti. “Già è successo di non avere la scuola per mesi – racconta padre Trinchero – se non anni, di essere costretti a non uscire di casa per settimane, di allestire ospedali da campo, di rinunciare a viaggi o eventi e di organizzare il proprio ridottissimo budget mensile”.

Sud Sudan: la strada sbagliata. Un altro Paese profondamente instabile nonostante la firma dell’accordo di pace con il Sudan, è il Sud Sudan, alle prese con una guerra che si è trasformata in guerriglia interna. Padre Christian Carlassare, missionario comboniano, in Sud Sudan dal 2005, ha detto in un’intervista a Missio: “purtroppo già nel 2013 il Paese ha imboccato la strada sbagliata: una politica escludente che ha fatto precipitare il Paese in un conflitto interno che prende una colorazione etnica. Il processo di pacificazione nazionale infatti, nonostante offra un’arena di dialogo per molte persone, non sembra essere inclusivo e non da’ garanzie”.

Le pastorelle in Mozambico. Infine, il recente conflitto nel nord del Mozambico, a Cabo Delgado, dove si muovono milizie armate di matrice jihadista, che si fanno chiamare anche Ahlu Sunnah Wa-Jama, stanno minando la tranquillità di un Paese che sembrava uno dei più pacificati. “Indubbiamente siamo preoccupate. Gli ultimi attacchi sono a 150 km dalla città di Pemba dove siamo noi. Questi rivoltosi stanno scendendo e nessuno sembra essere in grado di intercettarli”,dice suor Franca Bettin, delle Pastorelle di Pemba, alla rivista NotiCum. Non è chiara l’identità dei terroristi, che però sarebbero affiliazioni degli al Shabab. “Si continua ad alzare la posta in gioco. È di questi giorni la notizia di 52 morti ai primi del mese di aprile. Mai così tanti – racconta –. Il vescovo di Pemba, dal quale dipende la regione di Cabo Delgado da due anni grida inascoltato, mettendosi in situazioni decisamente scomode. Chiede al governo interventi precisi, ha scritto perfino al segretario generale delle Nazioni Unite. È intervenuta la Conferenza episcopale mozambicana, chiedendo attenzione a quanto sta succedendo nella regione di Cabo Delgado”. Molti degli sfollati arrivano a Pemba da parenti o amici. “Gomes è un nostro vicino di casa e amico – raccontano le Pastorelle –. Sta accogliendo 20 persone in casa sua: parenti e amici di questi parenti. Sono arrivati dalla sera alla mattina, si sono accomodati alla meglio, la capacità di adattamento in Africa ha dell’incredibile. Queste venti persone però tutti i giorni devono mangiare qualcosa, e Gomes certamente non ha la possibilità di sfamarle”. Sir 29

 

 

 

 

Francesco: un anno speciale dedicato alla Laudato si’ e alla cura della casa comune

 

Dopo il Regina Coeli, il Papa richiama il quinto anniversario dell’enciclica Laudato si’ e annuncia che dalla settimana appena dedicata al tema “sboccerà” un intero anno speciale di riflessione sulla cura del creato. Quindi dice che di “sicuro” e “appena possibile” incontrerà la diocesi di Acerra, dove avrebbe dovuto recarsi oggi se non fosse scoppiata l’emergenza coronavirus - Giada Aquilino - Città del Vaticano

Prendersi cura della nostra casa comune e dei nostri fratelli e sorelle “più fragili”. Papa Francesco subito dopo la recita del Regina Coeli dalla Biblioteca Apostolica, ricorda il quinto anniversario della pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ e richiama l’attenzione sul “grido” della Terra e dei poveri.

Grazie all’iniziativa del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, la “Settimana Laudato si’”, che abbiamo appena celebrato, sboccerà in un Anno speciale di anniversario della Laudato si’, un Anno speciale per riflettere sull’enciclica, dal 24 maggio di quest’anno fino al 24 maggio del prossimo anno. 

Invito tutte le persone di buona volontà ad aderire, per prendere cura della nostra casa comune e dei nostri fratelli e sorelle più fragili. 

 

La preghiera

Quindi una preghiera voluta dallo stesso Pontefice in questa occasione. Sarà "bello" recitarla, aggiunge:

Dio amorevole,

Creatore del cielo, della terra e di tutto ciò che contengono.

Apri le nostre menti e tocca i nostri cuori,

affinché possiamo essere parte del creato, tuo dono.

Sii presente ai bisognosi in questi tempi difficili,

specialmente i più poveri e i più vulnerabili.

Aiutaci a mostrare solidarietà creativa nell’affrontare

le conseguenze di questa pandemia globale.

Rendici coraggiosi nell’abbracciare i cambiamenti rivolti

alla ricerca del bene comune.

Ora più che mai, che possiamo sentire di essere tutti

interconnessi e interdipendenti.

Fai in modo che riusciamo ad ascoltare e rispondere

al grido della terra e al grido dei poveri.

Possono le sofferenze attuali essere i dolori del parto

di un mondo più fraterno e sostenibile.

Sotto lo sguardo amorevole di Maria Ausiliatrice,

ti preghiamo per Cristo Nostro Signore.

Amen. 

 

Vittoria su ogni malattia

Francesco chiede inoltre passione e impegno in un “tempo difficile”, in cui c’è bisogno di una dedizione particolare per la pace, i poveri, il creato e la cura di ogni malattia “del corpo, del cuore e dell’anima”.

Affidiamo, infine, all’intercessione di Maria Ausiliatrice tutti i discepoli del Signore e tutte le persone di buona volontà che, in questo tempo difficile, in ogni parte del mondo lavorano con passione e impegno per la pace, per il dialogo tra le nazioni, per il servizio ai poveri, per la custodia del creato e per la vittoria dell’umanità su ogni malattia del corpo, del cuore e dell’anima.

Acerra e la Terra dei fuochi

Proprio nella ricorrenza dell’enciclica del Pontefice sulla cura della casa comune, il Papa avrebbe dovuto recarsi oggi ad Acerra per incontrare le popolazioni della Terra dei fuochi, quei territori violati da degrado ambientale e criminalità in Campania e sorvolati in elicottero dal Pontefice nel 2014 in occasione della sua visita a Caserta. L’annuncio era stato dato dalla diocesi locale nel febbraio scorso. Poi la decisione di rimandare la visita, per l’emergenza coronavirus.

Oggi avrei dovuto recarmi ad Acerra, per sostenere la fede di quella popolazione e l’impegno di quanti si adoperano per contrastare il dramma dell’inquinamento nella cosiddetta Terra dei fuochi. La mia visita è stata rimandata; tuttavia, invio al Vescovo, ai sacerdoti, alle famiglie e all’intera Comunità diocesana il mio saluto, la mia benedizione e il mio incoraggiamento, in attesa di incontrarci appena possibile. Ci andrò, sicuro.

Il saluto ai salesiani

Nel giorno dedicato a Maria Ausiliatrice, Francesco rivolge poi un "affettuoso e cordiale saluto" ai salesiani e alle salesiane.

Ricordo con gratitudine la formazione spirituale che ho ricevuto dai figli di don Bosco.

Al termine, come in altre occasioni, Francesco si è affacciato dalla finstra del suo studio per benedire le persone nella piazza. VN 24

 

 

 

 

Cinque anni con la Laudato si’

 

Nei cinque anni dalla sua pubblicazione, la Laudato si’ ha mostrato grande vitalità generativa, fornendoci strumenti di lettura dei fenomeni e ispirando processi di rinnovamento sociale ed ecclesiale. Queste esperienze mettono in luce la profondità della proposta dell’ecologia integrale, evidenziando anche aspetti rimasti inizialmente in secondo piano -  di Giacomo Costa e Paolo Foglizzo

      

L’enciclica Laudato si’ (LS) porta la data del 24 maggio 2015, anche se è stata resa pubblica qualche settimana dopo: sono quindi cinque anni che “viviamo” con la LS. Fin da subito alcune sue espressioni hanno conquistato l’attenzione, come «ecologia integrale» (a cui è dedicato tutto il cap IV), «Tutto è connesso» (LS, nn. 117 e 138), oppure «Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS, n. 139). Sono diventate anche slogan di moda, con il rischio di una rapida banalizzazione del loro contenuto: anche una enciclica può rimanere vittima della cultura dell’usa e getta e della smania del sensazionalismo.

Ma fortunatamente non è stato questo l’approccio all’enciclica prevalente nella comunità cristiana e nella società: l’abbiamo approfondita, ci siamo confrontati con il paradigma dell’ecologia integrale che è al suo cuore, lasciandoci mettere in discussione e provando ad assimilarlo. Abbiamo così scoperto che la LS non è un testo da imparare, perché non è la trattazione compiuta e definitiva di un tema, ma è la fonte di ispirazione e il quadro orientativo di un progetto che si chiarisce via via che lo si mette in atto.

In questi cinque anni la LS ci ha profondamente influenzato, cambiando il nostro sguardo sulla realtà e il nostro stile di vita, aiutandoci a fare attenzione a dimensioni che prima forse nemmeno vedevamo e spingendoci a intraprendere nuovi percorsi e a dare il via a nuovi processi. A sua volta, tutto questo lavoro ci ha consentito di approfondirne sempre di più il messaggio, scoprendone una ricchezza e una vitalità insospettate alla prima lettura.

A cinque anni dalla sua pubblicazione possiamo testimoniare che la LS mantiene tutta la sua capacità generativa e proveremo a mostrarlo nelle pagine che seguono. In particolare ci concentreremo dapprima sulla ricchezza del suo paradigma come sguardo sulla realtà che ci circonda, sottolineando anche la fecondità di una rilettura a partire da circostanze diverse e nuove, che il testo nemmeno menziona; evidenzieremo poi come la sua ispirazione sia alla fonte di un percorso di crescita, che si snoda attraverso alcuni degli eventi e dei processi più significativi vissuti dalla Chiesa in questi cinque anni, che hanno a loro volta offerto occasioni di ulteriore approfondimento del messaggio dell’enciclica.  

 

1. Guardare il mondo attraverso la Laudato si’

Se qualcosa ci ha insegnato l’enciclica, è certamente a leggere la realtà prestando attenzione alle connessioni tra le molte dimensioni – ecologica, economica, politica, sociale, culturale, etica, spirituale, ecc. – di tutti i fenomeni. Facendolo, abbiamo esplorato sempre meglio il significato dell’espressione «ecologia integrale». Del resto è il n. 17 della LS a rimandarci a un continuo confronto con la realtà: «Le riflessioni teologiche o filosofiche sulla situazione dell’umanità e del mondo possono suonare come un messaggio ripetitivo e vuoto, se non si presentano nuovamente a partire da un confronto con il contesto attuale, in ciò che ha di inedito per la storia dell’umanità».

Questa lezione si rivela di grande attualità mentre ci confrontiamo con la pandemia di COVID-19. Si tratta di un fenomeno globale nel tempo e nello spazio, perché coinvolge tutti gli abitanti del pianeta allo stesso modo: siamo tutti alle prese con il lockdown e la paura del contagio. Ma lo possiamo anche definire “integrale”, perché attraversa tutte le dimensioni della vita sociale e personale. Riguarda la sanità e la medicina, ma, come mostrano vari articoli di questo numero, anche l’economia e il lavoro, così come le abitudini quotidiane, la cultura e l’immaginario collettivo, su cui avrà conseguenze profonde e durature. Impatta anche sul rapporto con i media e le nuove tecnologie, e ovviamente sulla spiritualità: ci ripropone domande di senso, ma ci fa anche sperimentare forme di partecipazione straordinaria ai riti attraverso i media, senza però spettacolarizzarli.

La pandemia è però solo l’esempio di maggiore attualità. In questi anni con lo stesso approccio abbiamo potuto scoprire le tante sfaccettature dei fenomeni del nostro mondo, da quelli a cui la LS dedica attenzione, a quelli che nemmeno menziona perché non erano ancora apparsi in scena: i cambiamenti climatici, con i fallimenti dei vertici internazionali e la mobilitazione dei giovani ispirata dalla figura di Greta Thunberg; i movimenti migratori e in particolare il dramma di sfollati e rifugiati in fuga da fame e guerre; l’economia circolare e la finanza attenta alla sostenibilità; le nuove sfide della dignità del lavoro nell’epoca dell’Industria 4.0 e dell’intelligenza artificiale; la crisi della democrazia di fronte alla minaccia della post-verità e dei sovranismi populisti, ecc.

Di fronte a tutti questi fenomeni, diversi ma con molte analogie, il paradigma dell’ecologia integrale si rivela particolarmente appropriato per visualizzare e concettualizzare le modalità con cui si svolgono i processi di globalizzazione, con tutte le loro interconnessioni e trasversalità. Come risulta ancora più evidente di fronte al coronavirus, i vecchi paradigmi sono ormai superati e inadeguati, e la LS ce ne offre uno nuovo, di cui abbiamo grande bisogno. Innovare significa innanzi tutto pensare in modo nuovo, e non lo si può fare a partire da schemi obsoleti.

 

2. Rileggere la Laudato si’ a partire dalle circostanze

Al tempo stesso, misurare la proposta della LS con la situazione che stiamo vivendo a causa della pandemia consente di mettere meglio a fuoco alcuni passaggi. Ad esempio, possiamo comprendere meglio l’invito a globalizzare la solidarietà che papa Francesco ha spesso formulato. Oggi capiamo di non poterla intendere solo in chiave geografica: sperimentiamo infatti come siano atti di solidarietà rimanere a casa, rispettare le misure di distanziamento sociale e usare i dispositivi di protezione. Nel tempo del coronavirus, che è una potente forza di disgregazione, riscopriamo quanto sia essenziale la solidarietà e quanto importante sia il suo legame etimologico con la solidità, con la tessitura di legami capaci di sostenerci. La solidarietà assume nuovi volti, nuove sfaccettature, e scopriamo così che globalizzarla significa farla diventare ancora più pervasiva, portandola dentro spazi anche molto privati o quotidiani e liberandola da ogni retrogusto assistenzialista.

Nella situazione attuale misuriamo anche la povertà e la tossicità di tutti i riduzionismi che occultano le connessioni e i legami, a partire dalla miopia che porta alcuni a infischiarsene delle misure di contenimento, esponendo sé e soprattutto gli altri a maggiori rischi. Si tratta di piccoli gesti, certo, che sono però la spia di una mentalità individualista che non riesce a concepire la possibilità di un sacrificio a favore della collettività, perché nega in radice che esista un bene comune affidato alla responsabilità di tutti. A scala più ampia, si pongono sulla stessa lunghezza d’onda la concentrazione di ciascun Paese sui propri interessi nazionali, che spiega la fatica dell’UE ad arrivare a soluzioni condivise, o altri fenomeni che la LS stigmatizza con forza, come l’immediatismo (cfr LS, n. 181) e la smania di profitto a breve o brevissimo termine a prescindere da qualunque considerazione sugli effetti ambientali e sociali delle proprie azioni (cfr ad es. LS, n. 195), uniti magari all’illusione tecnocratica che sia possibile trovare una soluzione tecnica a qualsiasi problema – coronavirus compreso – senza mettere in questione scelte e stili di vita.

Stupisce rileggere oggi i nn. 115-123 dell’enciclica, dedicati alla crisi dell’antropocentrismo moderno e al relativismo pratico. In particolare ci appaiono sotto una luce nuova, che ne fa risaltare la ricchezza e la profondità, le parole nel n. 116: «Nella modernità si è verificato un notevole eccesso antropocentrico che, sotto altra veste, oggi continua a minare ogni riferimento a qualcosa di comune e ogni tentativo di rafforzare i legami sociali. Per questo è giunto il momento di prestare nuovamente attenzione alla realtà con i limiti che essa impone, i quali a loro volta costituiscono la possibilità di uno sviluppo umano e sociale più sano e fecondo». Il coronavirus ci sta facendo sbattere contro i nostri limiti, e abbiamo davvero bisogno di riconoscere in questa situazione non solo uno scacco, ma soprattutto una opportunità di rivedere il nostro modello di sviluppo nella direzione di una maggiore giustizia e sostenibilità.

      

3. Crescere con l’enciclica

Fornire strumenti migliori di comprensione della realtà non è però il principale obiettivo dell’enciclica, che ha una intenzione pratica più che teoretica. Con la sua pubblicazione, papa Francesco puntava innanzi tutto a contribuire a cambiare la realtà, in vista di uno sviluppo sostenibile e integrale, capace di coniugare la cura della casa comune con la tutela della dignità degli esclusi e la lotta alla povertà (cfr nn. 13 e 139). Questo appello è stato raccolto e in questi cinque anni sono innumerevoli le occasioni, le iniziative, i processi in cui abbiamo davvero potuto vedere all’opera la LS e il suo spirito. È accaduto a molti livelli, da quelli più locali a quelli più globali, all’interno dell’ambito ecclesiale così come in dialogo con altre religioni e componenti della società. La LS ha influenzato il dibattito politico e scientifico internazionale, a partire dalla Conferenza di Parigi sul clima del 2015; ha stimolato la nascita di iniziative ecclesiali per la tutela dell’ambiente a livello regionale o nazionale, o la creazione di luoghi e programmi per sperimentare l’ecologia integrale; ha ispirato proposte per una finanza attenta alla transizione energetica e iniziative di spiritualità come l’annuale Tempo del creato (1° settembre – 4 ottobre). Ha innovato i capisaldi della pietà religiosa, visto che la cura della casa comune è stata inserita tra le opere di misericordia ed è il tema dell’annuale Giornata mondiale di preghiera del 1° settembre. A questa varietà e ricchezza di iniziative abbiamo cercato di dare spazio sulle pagine della Rivista1, partecipando direttamente ad alcune, come il progetto internazionale “Il futuro del lavoro dopo la Laudato si’” o le attività della rete dei Centri per l’etica ambientale (CepEA), di cui si dà conto nelle pagine del nostro sito.

Sono solo alcuni dei moltissimi esempi possibili, ciascuno dei quali ci consegnerebbe una tessera del mosaico dell’ecologia integrale in azione. Limitando l’attenzione ai processi ecclesiali di portata globale, spicca il percorso del Sinodo speciale per la regione amazzonica2, che ha con la LS un legame diretto, evidente fin dal sottotitolo “Nuovi cammini per la Chiesa e per l’ecologia integrale”. Il suo frutto, nella formulazione che ne dà l’esortazione postsinodale Querida Amazonia (QA), sono quattro sogni – sociale, culturale, ecologico ed ecclesiale – che tracciano un percorso di concretizzazione dell’ecologia integrale capace di interpellare il mondo intero: «in questo momento storico, l’Amazzonia ci sfida a superare prospettive limitate, soluzioni pragmatiche che rimangono chiuse in aspetti parziali delle grandi questioni, al fine di cercare vie più ampie e coraggiose» (QA, n. 105).

In questa sede, proseguendo nella ricerca di legami, connessioni e approfondimenti, ci sembra più stimolante focalizzare l’attenzione su due processi che non contenevano un riferimento esplicito alla LS, ma che traggono la propria linfa dalla medesima ispirazione che informa anche l’enciclica e le cui radici è possibile rintracciare nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium3 (EG, 2013).  

 

     a) Il Sinodo dei giovani

Il primo caso a cui facciamo riferimento è il Sinodo dei giovani, la cui preparazione ha impegnato la Chiesa per quasi due anni fino alla celebrazione dell’Assemblea sinodale nell’ottobre 2018, e di cui è in corso la fase di attuazione4. L’enciclica aveva dato spazio alla preoccupazione per la giustizia intergenerazionale e per il rischio che gli attuali ritmi di consumo minino le opportunità delle future generazioni, così come aveva riconosciuto la sensibilità ecologica dei giovani, l’impegno di alcuni di loro e la domanda di cambiamento di cui sono portatori (cfr ad es. LS, nn. 13 e 209).

Ma non è a livello dei contenuti che va ricercata la relazione profonda tra l’enciclica e il processo sinodale, che riguarda piuttosto l’ispirazione e la dinamica che animano entrambi. Proprio come la LS parte dalla contemplazione della bellezza della creazione e dallo stridore del grido della terra e dei poveri per i mali che subiscono, così la sollecitudine della Chiesa verso i giovani nasce dall’ascolto delle domande che essi le rivolgono, e talvolta del loro vero e proprio grido: lo affermano con chiarezza i documenti che hanno accompagnato il percorso sinodale. Se l’enciclica propone la cura come atteggiamento di fondo da assumere nei confronti della casa comune, prendersi cura di ogni giovane è l’intenzione alla base del processo sinodale, che si declina nelle forme dell’accompagnamento come azione della comunità ecclesiale.

Comune è anche l’approccio integrale e integrato, che ha condotto il Sinodo a non limitarsi a questioni ecclesiali e pastorali (atteggiamento dei giovani nei confronti della religione, annuncio della fede e pastorale giovanile, promozione delle vocazioni sacerdotali e religiose, ecc.), ma ad attraversare tutte le dimensioni della vita dei giovani, dall’affettività e sessualità al mondo digitale, dal lavoro alla sensibilità per le discriminazioni e per la tutela dell’ambiente. Ben più che derivando dei contenuti dalla LS, è attraverso le preoccupazioni dei giovani e la loro richiesta di coerenza che il Sinodo ha incontrato i temi della sostenibilità ambientale e dell’ecologia. È uno dei contributi che i giovani hanno recato al percorso sinodale, a testimonianza di quanto sia importante offrire spazi all’espressione della loro soggettività, smettendo di considerarli, in ambito ecclesiale così come nell’insieme della società, fruitori passivi anziché protagonisti.

Meriterebbe maggiore approfondimento anche una ulteriore consonanza tra l’enciclica e il percorso sinodale. La prima insiste sull’importanza che tutte le parti in causa possano far sentire la propria voce e recare il proprio contributo, e sulla necessità di coinvolgere anche i poveri e gli esclusi nei processi decisionali. La stessa ispirazione conduce il Sinodo a formulare la proposta della sinodalità missionaria, cioè di una Chiesa che compie la propria missione valorizzando l’apporto di tutte le sue componenti. In questa luce non stupisce scoprire come tanto l’enciclica quanto il processo sinodale si reggano sul metodo del discernimento, cioè sull’articolazione dei passi riconoscere-interpretare-discernere: anche se la LS non li esplicita, sono ben presenti nella sua stessa struttura. Né meraviglia quanto per entrambi sia cruciale lo stile del dialogo, di cui il Sinodo si sostanzia, così come il cap. V della LS.  

         

     b) Il Documento sulla fratellanza umana

Il dialogo è il legame che con maggiore evidenza lega la LS al processo che ha condotto alla redazione del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e Ahmad al-Tayyib, grande imam di Al-Azhar, la moschea-università del Cairo5. Quello che l’enciclica esplicita direttamente in ambito politico, trova qui una declinazione in ambito interreligioso, che pure non era assente nel testo della LS. Anzi, la lettura del Documento mette in risalto alcune righe della LS che rischiavano di passare inosservate: «La maggior parte degli abitanti del pianeta si dichiarano credenti, e questo dovrebbe spingere le religioni ad entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità» (LS, n. 201). La contiguità del lessico è stupefacente o, in altre parole, papa Francesco ha praticato in prima persona quello che aveva chiesto a tutti di fare.

Del resto il dialogo interreligioso è oggi imprescindibile per «unire tutta la famiglia umana» (LS, n. 13), cioè per costruire un soggetto collettivo capace di farsi carico del compito della cura della casa comune, della promozione della giustizia e della costruzione della pace, ma resistendo alla tentazione dell’uniformità e riuscendo quindi ad articolare le differenze senza opporle in un conflitto insanabile né schiacciarle nell’omologazione. Solo in questo modo sarà possibile salvaguardare l’originalità del contributo che ciascuno è chiamato a offrire, secondo la lezione fondamentale di EG, n. 236.

L’ecologia integrale non teme la diversità e il pluralismo, ma ne esalta la ricchezza, riconoscendovi l’impronta del progetto del Creatore. La LS sostiene il valore della biodiversità a prescindere dall’utilità delle singole specie (nn. 33-34), mentre il Documento di Abu Dhabi afferma: «Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi». Per questo, quando non cercano di impadronirsene, ma si pongono autenticamente al suo servizio, il riferimento al progetto originario di Dio rende le religioni un fermento critico di ogni cultura, a partire da quelle che i loro stessi fedeli condividono. Dio è al di là di ogni costruzione umana, anche religiosa, ma chiede di essere incontrato, nella preghiera e nella contemplazione (pratica su cui la LS non è povera di spunti), per rinnovare il cuore e lo sguardo dei credenti e, attraverso la loro azione, il mondo intero.  

       

4. «La gioia della speranza» (LS, n. 244)

L’ispirazione fornita dalla LS non smetterà di dar vita a nuove iniziative, a partire da quelle previste in questi mesi e posticipate a causa della pandemia, tra cui l’evento “Economy of Francesco”, fissato ad Assisi e slittato da marzo a novembre (cfr <https://francescoeconomy.org>), e l’incontro del Patto educativo globale (Global compact on education, spostato da maggio a ottobre, <www.educationglobalcompact.org>), a cui non mancheremo di dare attenzione. Ciascuna di esse offrirà una diversa prospettiva sull’ecologia integrale, arricchendo quelle precedenti e invitandoci a proseguire in un cammino di progressiva attuazione che non ne esaurirà mai la forza generativa. Il progetto di Dio per la sua creazione, in cui la proposta dell’ecologia integrale è radicata, continuerà a rappresentare un orizzonte di senso, fino a quando la storia giungerà al proprio compimento: «La vita eterna sarà una meraviglia condivisa, dove ogni creatura, luminosamente trasformata, occuperà il suo posto e avrà qualcosa da offrire ai poveri definitivamente liberati» (LS, n. 243).

All’interno di questo orizzonte si apre lo spazio del nostro impegno a suscitare «una varietà di apporti che potrebbero entrare in dialogo in vista di risposte integrali» (LS, n. 60) e dello «sviluppo di una nuova sintesi che superi le false dialettiche degli ultimi secoli» (LS, n. 121). Questo impegno non sarà vano: «La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (LS, n. 61). Non vuol dire mettere la testa sotto la sabbia e far finta di non vedere quello che non va, né alzare gli occhi in attesa che l’alternativa scenda magicamente dal cielo. La speranza trasforma il presente, a condizione che come famiglia umana assumiamo la responsabilità di passare all’azione.

 

1 Cfr ad esempio i contributi di Minani R. (alle pp. 397-406 di questo numero, oltre che in 11/2016), Bénazé X. de (04/2020), Czerny R. – Rowlands A. (02/2018), Finamore R. – Rossella D. (12/2016), Tilche A. (10/2016).

2 A riguardo, rinviamo alle riflessioni contenute nell’editoriale del numero 08-09/2019.

3 Per brevità, ci limitiamo a rinviare ai nostri due contributi dal titolo «Evangelii gaudium: un “motore” per la Laudato si’», apparsi nei numeri 02/2016 e 03/2016.

4 Per ragioni di spazio, rimandiamo alla descrizione del processo sinodale contenuta negli editoriali dei numeri 08-09/2018 e 12/2018.

5 Per ragioni di spazio, si rimanda alla più ampia presentazione contenuta nell’editoriale del numero 03/2019.

Da aggiornamentisociali.it/ maggio 2020

 

 

 

 

Nell’anno della “Laudato si’” è festa per tutti, tranne che per “mi’ Signore”

 

In questi tempi di carestia mondiale, da coloro che in Vaticano tengono i cordoni della borsa – il gesuita Juan Antonio Guerrero Alves e il cardinale Reinhard Marx, prefetti l’uno della segreteria per l’economia e l’altro del consiglio per l’economia – sono venuti inviti pressanti ai capi di curia ad essere “sobri” e a “tagliare le spese di convegni, trasferte all’estero, consulenze esterne”.

Ma i festeggiamenti per la “Laudato si’” evidentemente fanno eccezione. Ieri, domenica 24 maggio, è scoccato il quinto compleanno della firma dell’enciclica e per celebrarlo è stato indetto addirittura un giubileo di un anno intero, con un programma sterminato.

Un giubileo che papa Francesco – come ha detto al termine del Regina Coeli di ieri – avrebbe voluto inaugurare recandosi nella cosiddetta “terra dei fuochi” di Acerra, simbolo del crimine dell'industria contro l'ambiente.

 

Per cominciare, il giubileo ha già avuto un prologo, la “Settimana della Laudato si’”, lanciata il 16 maggio da un videomessaggio del papa tra suggestive immagini di zebre, cammelli e savane, e coronata domenica 24 con la recita comune in tutto il mondo, a mezzogiorno secondo l’ora locale, di una “preghiera mondiale” compilata in Vaticano per l’occasione, affinché tutti “sappiamo ascoltare e rispondere al grido della terra e al grido dei poveri”.

Tra quelli che hanno preso parte alla settimana preparatoria – con una molteplicità di iniziative locali – primeggiano gli Stati Uniti con 2316 registrazioni, seguiti in classifica da Italia, Francia, Spagna, Argentina, Brasile e man mano da altre nazioni, buona ultima la Cina con un solo connesso.

Ma per questi ecologisti c’è dell’altro. Perché sul finire dell’estate si ritroveranno insieme nel “Tempo del Creato”, indetto come già gli anni passati dal 1 settembre, giornata mondiale di preghiera per il creato, al 4 ottobre, festa di san Francesco di Assisi, con l’impegno di inventare e mettere in pratica in quell’arco di giorni atti di “riparazione delle nostre relazioni con gli altri e con tutta la creazione”.

Si tratta di un’iniziativa ecumenica lanciata non solo da papa Francesco ma congiuntamente dal patriarca ortodosso di Costantinopoli Bartolomeo, dall’arcivescovo anglicano di Canterbury Justin Welby e dal segretario generale uscente del Consiglio Ecumenico delle Chiese, il luterano Olav Fyscke Tveit.

Nel mezzo dell’edizione del 2019 del “Tempo del Creato”, il 20 settembre, fece notizia uno sciopero mondiale per il clima, con studenti di tutto il mondo che marinarono la scuola e con Greta Thunberg a fare da star. Si prevede che quest’anno lo sciopero avrà un bis.

Prima però che arrivi il “Tempo del Creato”, in giugno sono in programma in Vaticano due iniziative del dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale presieduto dal cardinale Peter Turkson.

La prima, il 18 giugno, consisterà in un seminario via web – in gergo “webinar” – tra esperti di tutto il mondo, chiamati a formulare “valutazioni” e progettare “percorsi futuri” ispirati alla “Laudato si’”.

La seconda sarà la pubblicazione di un “testo interdicasteriale con linee guida operative” per dare seguito pratico all’enciclica.

Altri “webinar” di numero e di contenuto ancora imprecisati sono stati inoltre annunciati per l’autunno, anche questi promossi dal dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale.

Per non dire dell’ambiziosa tavola rotonda – non via web ma, si auspica, con presenze fisiche – che il Vaticano organizzerà a fine gennaio a Davos, nel corso del World Economic Forum che riunisce ogni anno nella cittadina svizzera il Gotha dei poteri mondiali.

All’inizio della primavera del 2021 è in agenda – ma per ora solo allo stadio di “proposta” – anche un incontro tra leader delle varie religioni, sempre all’insegna della “Laudato si’” e naturalmente con il papa.

Il tutto per sfociare nel triduo conclusivo, tra il 20 e il 22 maggio 2021, di questa specie di anno giubilare, durante il quale si terrà in Vaticano una conferenza internazionale e si lancerà una “piattaforma pluriennale di azione” ispirata all’enciclica.

Allieteranno il triduo conclusivo le voci e i suoni della “Living Chapel” creata da Julian Revie in partnership con le Nazioni Unite e il Global Catholic Climate Movement, con un coro di bambini di aree disagiate del mondo, con i canti di uccelli registrati in foreste devastate dall’uomo, con i suoni ricavati da barili di petrolio in disuso e altri materiali di ricupero, e con testi di san Francesco e del papa che ne ha preso il nome.

Non solo. Il Vaticano ha annunciato che sosterrà l’obiettivo della “Living Chapel” di “creare giardini e spazi sacri naturali” ispirati alla “Laudato si’”; promuoverà la realizzazione di un docufilm e di un “immersive show” sull’enciclica; si unirà alla battaglia contro i materiali plastici inquinanti; appoggerà l’organizzazione “Laudato Tree” nel piantare ogni anno un milione di nuovi alberi nelle zone aride dell’Africa; e lancerà sui social media il primo concorso mondiale sulla Bibbia riletta alla luce della “Laudato si’”.

Inoltre, la Santa Sede metterà all’opera un certo numero di volonterose diocesi, parrocchie, famiglie, scuole, aziende agricole, ecc. in “un percorso di 7 anni di ecologia integrale nello spirito della Laudato si’”, col proposito ogni anno di raddoppiare il numero di chi vi si impegna e arrivare così a mobilitare “una massa critica necessaria per la radicale trasformazione della società invocata da papa Francesco”.

Ai singoli che si distingueranno per il loro impegno nei rispettivi ambiti d’azione, a partire dal 2021 il Vaticano assegnerà ogni anno una dozzina di premi “Laudato si’”.

 

Ma non è finita. Nell’agenda dell’anno celebrativo resa nota alcuni giorni fa sono stati inclusi anche due appuntamenti inizialmente a sé stanti, in calendario questa primavera ma poi rinviati all’autunno a motivo della pandemia di coronavirus.

Sono due appuntamenti sui quali papa Francesco ha investito molto, ma che mettono allo scoperto anche il punto più vulnerabile del suo pontificato.

Il primo si terrà il 15 ottobre in Vaticano e ha per titolo. “Un’alleanza per ricostruire il patto educativo globale”.

Non sorprende che un papa come Jorge Mario Bergoglio abbia così a cuore la scuola e la formazione delle nuove generazioni, lui che fa parte della Compagnia di Gesù, per secoli grande educatrice di classi dirigenti.

Ma ciò che colpisce è la totale assenza in questo suo progetto educativo di qualsiasi specificità cristiana.

Nel videomessaggio con cui Francesco ha lanciato l’iniziativa non c’è la minima traccia verbale né di Dio, né di Gesù, né della Chiesa. La formula dominante è “nuovo umanesimo”, con il suo corredo di “casa comune”, “solidarietà universale”, “fraternità”, “convergenza”, “accoglienza”… E le religioni? Anch’esse accomunate e neutralizzate in un dialogo indistinto.

La novità di questa iniziativa di Francesco consiste appunto nel fatto che è la prima volta – nella storia della Chiesa – che un papa fa suo e si pone alla guida di un patto educativo mondiale così radicalmente secolarizzato.

Il secondo appuntamento è convocato per il 21 novembre ad Assisi, ha per titolo “The Economy of Francesco” (il santo, non il papa che porta il suo nome) e ha per obiettivo niente meno che “un patto per cambiare l’attuale economia del mondo”.

Sarà “un festival dell’economia dei giovani con il papa, una via di mezzo tra Greta Thunberg e i potenti della terra”, ha annunciato il principale organizzatore, l’economista Luigino Bruni, appartenente al movimento dei Focolari e consultore del dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita.

Tra i personaggi che hanno già confermato la loro presenza vi saranno l’economista malthusiano Jeffrey Sachs, in questo pontificato immancabile ospite di ogni appuntamento vaticano riguardante l’economia e l’ecologia, Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e già invitato personale di Jorge Mario Bergoglio al sinodo dell’Amazzonia, e l’ecologista indiana Vandana Shiva, tanto osannata nel circuito dei “movimenti popolari” cari al papa (partecipò al loro terzo raduno mondiale) quanto screditata dalla comunità scientifica degna di questo nome.

Curiosamente, Vandana Shiva e Carlo Petrini hanno anticipato di qualche anno la condanna del peccato di “ecocidio” che Francesco ha detto di voler introdurre nel catechismo. Nell’ottobre del 2016, infatti, l’una e l’altro misero in scena in Olanda, all’Aia, un processo simbolico nel quale condannarono in contumacia, proprio per quel reato di “ecocidio”, la multinazionale biotech Monsanto.

Anche in quest’altra iniziativa di papa Francesco spicca l’assenza di qualsiasi tratto specificamente cristiano, sostituito da un generico allineamento alla dominante ideologia agnostica dell’ecologismo, del pacifismo, dei diritti individuali.

Insomma, tutto avviene come se alle parole “Laudato si’” del cantico di san Francesco sia stato cancellato il seguito: “… mi’ Signore”. Sandro Magister, Settimo Cielo 25

 

 

 

 

Ascensione del Signore. “Con lo Spirito Santo inizia per la Chiesa un tempo nuovo e una missione nuova”

 

Una riflessione del Cardinale Gran Maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme Fernando Filoni, Gran Maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme

 

Che vuol dire Ascensione del Signore? L’evento ci è narrato dagli Atti degli Apostoli (At 1, 9-11), ma ne parla brevemente anche Marco (Mc 16,19) alla conclusione del suo Vangelo, e poi Luca (Lc 24,50), che riprende la narrazione proprio negli Atti, quasi a collegare il tempo di Gesù con quello della Chiesa. I due evangelisti, dopo aver parlato della vita del Signore, della sua morte e risurrezione si limitano comunque a pochi cenni relativi alla dipartita del Signore. Dopo quaranta giorni dalla risurrezione, il Risorto mette da parte le attese di chi spera in una restaurazione politica di Israele, porta i Discepoli verso Betania, ricorda loro che gli saranno testimoni in Gerusalemme, nella Giudea e nella Samaria e fino agli estremi confini della terra, poi “elevandosi in alto viene sottratto al loro sguardo” (At 1, 11).

Con queste ultime suggestive parole si conclude il tempo storico di Gesù fra noi. Tristezza o perplessità nei Discepoli? Entrare nel cuore umano è sempre non agevole. In verità, rileviamo un’ultima confortatrice benedizione del Signore, il quale, prima di sottrarsi al loro sguardo, porta consolazione e vigore: ora essi possono tornare “a Gerusalemme con grande gioia” (Lc 24, 52) iniziando la propria testimonianza su Gesù. 

Come scrive Benedetto XVI in Gesù di Nazaret, con l’Ascensione la presenza del Risorto non è più spaziale, ma divina; Gesù non va da qualche parte, ma entra nella comunione trinitaria che gli permette di essere, al tempo stesso, ma in modo altro, presente accanto a noi; il suo diviene, pertanto, un «ritornare» in modo nuovo; infatti, dice San Paolo, noi non lo conosciamo più secondo la carne (cfr. 2 Cor 5, 16), ma secondo la fede e la grazia battesimale.

Anche la Chiesa, con questa festa liturgica conclude il ciclo degli eventi legati alla vita del Signore dopo averli ripercorsi dall’incarnazione alla morte/risurrezione. Il tempo liturgico che seguirà, verrà dedicato alla riflessione sull’opera e la predicazione di Gesù, alla nascita della Chiesa (Pentecoste), ai grandi misteri della fede (SS. Trinità, Corpus Domini, Regalità di Cristo), alla memoria di Maria e dei Santi, agli eventi che hanno fatto crescere la stessa Chiesa per l’impulso dello Spirito Santo (missionarietà, vocazioni, vita religiosa, ecc.).

Con l’Ascensione, dunque, Gesù ritorna al Padre e alla comunione trinitaria portando con sé tutta l’esperienza umana, in quanto vero uomo. Non si tratta di un aspetto secondario. Questo «portare con sé» la propria umanità, sebbene ora gloriosa, significa che Gesù non rinuncia a nulla di quanto ha vissuto; proprio nulla. 

In fondo, potremmo dire, in un senso analogico, che Dio «si arricchisce» di essa. Gesù porta con sé al Padre il suo volto, con la richiesta di perdono, la sua generazione secondo la carne, la sua educazione umana e religiosa, la sua consapevolezza di vita trascorsa in una famiglia, la propria fede vissuta nella tradizione ebraica, le relazioni umane più variegate: i sentimenti in relazione alla madre, al padre, agli amici, ai compaesani, ai parenti, alle donne, ai nemici, ai romani, agli accusatori, ai beneficiati, ai farisei, ai sacerdoti del Tempio, agli apostoli; porta ancora con sé l’esperienza della compartecipazione alla vita della gente: la commozione per la morte dell’amico Lazzaro e per il figlio della vedova di Nain, la solidarietà per lebbrosi, la lotta per liberare i tormentati dal demonio; e poi ancora il senso di fame, la tentazione, il tradimento, l’angoscia, la paura, la chiusura dei cuori e delle menti nei suoi confronti; porta anche con sé, e per sempre, la gioia nel pregare che affascinava i Discepoli, l’intima letizia per chi ha goduto del perdono, il fervore della gente saziata dal pane, la felicità incontenibile di chi era stato guarito da infermità escludenti, la gratitudine dei poveri, l’ammirazione per la natura: guardate gli uccelli del cielo, osservate i gigli del campo (cfr. Mt 6, 26.28); insomma, ogni aspetto della sua esistenza trascorsa tra noi. Ma avrà soprattutto presente l’esperienza del dolore vissuto nel proprio corpo: l’ingiusta condanna, l’umiliazione più profonda, l’abbandono e quel tormento fisico per le piaghe mai cicatrizzate, attraverso le quali sempre implorerà la comprensione per noi del Padre. Infine, la morte.  A noi lascerà l’insegnamento di chi ha autorità: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori (cfr. Mt 5, 44).

Gesù, con l’Ascensione, conclude la sua esperienza storica, ma inaugura dunque una nuova relazione con noi: “Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20), promettendo di dare “la forza dello Spirito Santo, che scenderà su di voi” (At 1, 8). 

Fidarsi o non fidarsi? Qui entra in gioco la fede. 

La Chiesa ora vive alla luce di questa promessa e di questa fede nella sua missione di andare e ammaestrare tutte le genti, battezzandole per la loro incorporazione alla vita trinitaria divina lasciatale, come rivelazione incomparabile, in dono.

Quando professiamo che Gesù è asceso al cielo, ora sappiamo che siamo di fronte ad una prospettiva di vita altra nella quale il Risorto ci ha preceduti; non il vuoto immaginato per un addio: anzi, dice Gesù, “è bene per voi che io me ne vada perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò” (Gv 16, 7).

Con lo Spirito Santo inizierà per la Chiesa un tempo nuovo e una missione nuova; come per Maria, lo Spirito Santo la renderà madre feconda nella gioia della maternità, ma anche sofferente, come ogni madre per i figli perduti.

Maria e la Chiesa: stessa missione di portare Gesù. LS 23

 

Cinque anni della Laudato si’, le esperienze comunitarie in Asia e nelle Americhe

Un webinar promosso da Caritas internazionale in occasione dell’anniversario dell’enciclica del Papa – di Iacopo Scaramuzzi

CITTÀ DEL VATICANO. Un orto ecologico a Montevideo che coinvolge le famiglie locali, Uruguay, un giardino comunitario in Nuova Zelanda, una società di protezione ambientale a Samoa e un progetto di risposta solidale alle catastrofi naturali a Tonga, sono le iniziative nate in giro per il mondo sulla scia della Laudato si’ raccontate nel corso di un seminario multilingue via internet (webinar) promosso da Caritas internazionale, insieme al Dicastero vaticano per lo Sviluppo umano integrale e il movimento globale cattolico per il clima a ridosso del quinto anniversario della pubblicazione dell’enciclica di Papa Francesco (24 maggio 2015).

L’appuntamento rientra nella settimana dedicata all’anniversario della lettera di Jorge Mario Bergoglio, laudatosiweek.org, che culminerà domenica, 24 maggio, con una preghiera a mezzogiorno a cui sono invitati i fedeli in tutto il mondo. In vista dell’anniversario e in coincidenza con la Giornata mondiale per la biodiversità, peraltro, ieri Papa Francesco ha twittato: «Ogni anno scompaiono migliaia di specie vegetali e animali che non potremo più conoscere, che i nostri figli non potranno vedere. Per causa nostra, non daranno gloria a Dio con la loro esistenza. Non ne abbiamo il diritto».

Il webinar organizzato da Caritas internazionale è stata l’occasione per ascoltare dalla viva voce dei protagonisti esempi comunitari di impegno ambientale nati a partire dalla Laudato si’.

Dalla Nuova Zelanda Martin de Jong, di Caritas australiana, ha mostrato le testimonianze video di diverse comunità dell’ampia area asia-pacifica. Dall’isola di Tonga Malialosa Tapueluelu ha raccontato l’esperienza del team di volontari intervenuti dopo il ciclone Gita nel 2018: «C’erano persone senza casa. Avrei voluto fare di più per stare vicina a queste persone. Distribuivamo alimentari e altri beni dalle 9 del mattino alle 7 di sera, un paio di persone alla volta, dovevamo rispettare le misure ristrettive, rientrare a casa ad un certo orario e mantenere le distanze di sicurezza». Da Tutu padre Petero Matairatu ha raccontato l’esperienza del centro di formazione rurale che presiede: «Il sistema educativo ha delle falle, non insegna l’agricoltura che è l’unica cosa che li può sostenere. Noi aiutiamo gli abitanti della zona a sviluppare queste capacità prima di tornare nel loro villaggio. Il nostro centro apre una porta a queste donne e a questi uomini per poter sopravvivere durante un periodo di emergenza e di crisi. Li aiutiamo ad essere autosufficienti e ad essere portatori di un contributo nelle loro comunità, che li vedono come imprenditori e non solo agricoltori». In Nuova Zelanda, a Papatuanuku, le Suore della misericordia hanno un giardino nel quale insegnano alle famiglie del luogo la gestione delle risorse (stewardship): «Significa essere custodi delle risorse della terra e del rapporto che abbiamo con gli altri», hanno raccontato le religiose. «Il focus è costruire una comunità attorno a un giardino e fornire cibo alle famiglie che lo necessitano. Non si tratta solo di cibo, ma di prendersi cura dell’ambiente. Attraverso Dio presente nel creato il nostro rapporto con lui si fortifica».

A Samoa, Olsen Vaafusuaga ha raccontato la Società di protezione ambientale di Falesela: «Questo progetto che è sempre stato il nostro sogno: proteggere l’ambiente dove viviamo, le montagne, la foresta, i fiumi. L’acqua è la nostra fonte, abbiamo iniziato promuovendo la raccolta differenziata, abbiamo sviluppato una comunità che si basa sulla comunicazione tra le famiglie e che coinvolge i diversi villaggi. Nella nostra cultura persone e ambiente non sono separate ma bisogna insegnare l’idea di sostenibilità». Collegato da Montevideo, Maurizio Passeggi ha presentato i «Nodos Ambientales Participativos», gruppi di partecipazione ambientale, nati dopo la Laudato si’ e con il sostegno del cardinale Daniel Sturla. «Siamo riusciti a integrare 20 organizzazioni tra società civile e accademia. Abbiamo creato realtà che hanno coinvolto cattolici, protestanti e anche non credenti. L’obiettivo era la corresponsabilità ambientale attraverso riflessione, educazione ambientale, promozione di aree agro-ecologiche, riduzione dei residui organici. Nel 2017 abbiamo iniziato con un piccolo orto nella parrocchia con un gruppo di tre o quattro laici: l’idea era un eco-orto comunitario aperto alla partecipazione dei vicini a prescindere dalla fede. L’orto è cresciuto, dà i suoi frutti, i vicini collaborano. È un luogo di incontro tra diverse spiritualità, sensibilità, generazioni, culture (ci sono persone che vengono da Salvador, Argentina, Germania). È un luogo di incontro per conoscerci e diventare fratelli, è un luogo per vedere la bellezza del creato e ringraziare Dio, è un luogo per apprendere l’uno dall’altro e ottenere prodotti ricchi per la sussistenza, ed è anche un luogo nel quale dare un contributo per sviluppare altri orti comunitari e famigliari. È un luogo dove costruire reti di condivisioni, come dice Papa Francesco, con operatori sociali e cooperative. Ed è un percorso di conversione ecologica, personale e comunitaria, condivisa con i più poveri».

Al webinar è intervenuta sempre dall’Uruguay anche Clara Villalba Clavijo, che ha ricordato i contenuti della Laudato si’ e la necessità di creare leader per incoraggiare l’azione sociale, sensibilizzando le persone all’interno delle comunità insieme ai politici e alle istituzioni.

Alfonso Apicella, responsabile delle campagne di Caritas internazionale, ha moderato l’incontro, intitolato «Azione sociale: Ecologia Integrale e costruzione di Comunità in tempi di pandemia globale», sottolineando che «le crisi ecologiche e le crisi sociali sono interconnesse, la Laudato si’ ci può portare a riflettere per collegare i punti, il sociale, l’individuale e il livello comunitario, come se fossimo tutti parti di una grande impresa ambientale». «Tutto è connesso, tutti gli ecosistemi sono importanti e si fondano sulle relazioni», ha chiosato Martin de Jong. «Le relazioni fanno un ambiente sono all’interno dell’ambiente». Per Maurizio Passeggi, «come conseguenza di questa crisi sanitaria credo che sia più urgente che mai lavorare per la sicurezza alimentare, che significa coinvolgere i destinatari, i più bisognosi: lavorare insieme a loro affinché possano essere loro stessi protagonisti della loro sussistenza». LS 23

 

 

 

 

“We run together”: Una gara di solidarietà contro il Covid-19

 

Athletica Vaticana, Fiamme Gialle, “Cortile dei Gentili” e Fidal-Lazio promuovono un’asta di beneficenza per sostenere il personale sanitario di Brescia e di Bergamo. In palio, oggetti ed esperienze sportive con campioni olimpici plurimedagliati e un dono speciale di Papa Francesco.

 

Correre insieme significa sostenersi l’un l’altro: è con questo spirito che Athletica Vaticana, il gruppo sportivo Fiamme Gialle della Guardia di Finanza, il “Cortile dei Gentili” e Fidal-Lazio hanno scelto di contribuire concretamente all’attuale emergenza sanitaria, organizzando un’asta di beneficenza a sostegno di due ospedali che si sono particolarmente distinti nella gestione della pandemia da Covid-19, il Papa Giovanni XXIII di Bergamo e la Fondazione Poliambulanza di Brescia.

L’iniziativa ha ottenuto anche lo straordinario supporto e la benedizione di Papa Francesco, che oggi, mercoledì 20 maggio, ha ricevuto in un’emozionante udienza una delegazione davvero speciale. Infatti, hanno presentato l’iniziativa di charity al Santo Padre – insieme ai campioni delle Fiamme Gialle Fabrizio Donato e Carolina Visca – anche Sara Vargetto, giovanissima atleta di Athletica Vaticana con una malattia neurodegenerativa, Giulia Staffieri, atleta di Special Olympics con un disturbo psichiatrico, Charles Ampofo, atleta migrante originario del Ghana e Barbara, detenuta del carcere di Rebibbia e capitano della squadra di calcetto della struttura. In presenza del Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e dei promotori dell’iniziativa – Athletica Vaticana, Fiamme Gialle, “Cortile dei Gentili” e Fidal-Lazio – Papa Francesco ha lanciato un messaggio di speranza e solidarietà a tutti gli appassionati sportivi, incoraggiandoli a partecipare all’asta. L’invito del Santo Padre è continuare a “correre con il cuore”, in “un’esperienza di unità e solidarietà” per “supportare le infermiere, gli infermieri e il personale ospedaliero – veri eroi che stanno vivendo la loro professione come una vocazione”.

Tra i premi aggiudicabili all’asta, infatti, ci sarà anche un dono particolarmente prestigioso da parte di Papa Francesco. L’asta di beneficenza “WE RUN TOGETHER – Supporting our Team” è il frutto di una collaborazione nata già negli scorsi mesi: Athletica Vaticana, Fiamme Gialle, “Cortile dei Gentili” e Fidal-Lazio, infatti, avrebbero dovuto promuovere e organizzare il meeting internazionale di Athletica “WE RUN TOGETHER – Simul currebant”, inizialmente previsto per il 20 e il 21 maggio 2020 a Castelporziano (Roma). In tale occasione, campioni olimpici avrebbero corso con atleti paralimpici, sportivi con disabilità mentali, rifugiati, migranti e carcerati, con l’obiettivo di celebrare, attraverso lo sport, l’incontro, la condivisione, l’inclusione e il dialogo. L’emergenza sanitaria ha costretto a posticipare l’evento ma, al tempo stesso, ha reso ancor più necessario promuovere attivamente i valori di solidarietà, pace e fratellanza che avrebbero caratterizzato l’intera iniziativa.

L’asta di beneficenza, dunque, vuole essere una risposta concreta ad un momento di difficoltà, isolamento e paura, nella convinzione che – come ha ricordato il Cardinal Ravasi durante l’udienza con Papa Francesco, citando una frase di Gesù – “c’è più gioia nel dare, che nel ricevere” (Atti 20:35). L’asta, attiva da lunedì 8 giugno sulla piattaforma online charitystars.com, permetterà a tutti gli appassionati di aggiudicarsi numerosi oggetti e suggestive esperienze sportive, grazie alla generosa partecipazione di campioni plurimedagliati – atleti del presente come Tania Cagnotto, Arianna Fontana, Sofia Goggia, Gianmarco Tamberi, Filippo Tortu, Dorothea Wierer, atleti del passato come Kristian Ghedina e Antonio Rossi e molti altri. L’intero ricavato sarà destinato agli infermieri e agli operatori sanitari delle due istituzioni lombarde che, come veri “campioni”, si sono dedicati con instancabile dedizione, coraggio e professionalità ai malati di Covid-19. Maggiori informazioni sulle modalità di partecipazione all’asta e sui premi in palio saranno diffuse prossimamente.

***

Athletica Vaticana è la prima e unica associazione sportiva costituita in Vaticano. Affidata dalla Segreteria di Stato al Pontificio Consiglio della Cultura, è composta da cittadini e dipendenti vaticani. Sono atleti “onorari” tre giovani migranti e una bambina con una grave malattia neurodegenerativa. Athletica Vaticana, attraverso lo sport, rilancia una testimonianza cristiana nelle strade e nelle piste. Con iniziative solidali e proposte spirituali come la “Messa del Maratoneta” prima di alcuni grandi appuntamenti internazionali e la diffusione della “Preghiera del Maratoneta”.

Le Fiamme Gialle sono una delle polisportive più prestigiose del mondo, attive, oggi, in sedici discipline sportive. Nel corso della loro storia ultracentenaria, insieme alla preparazione ed alla specializzazione di altissimo livello, hanno privilegiato la stretta collaborazione con le maggiori Istituzioni Sportive (Coni e Federazioni) nell’organizzazione dei grandi eventi sportivi, ma soprattutto, consapevoli della propria funzione di pubblica utilità, l’attenzione e l’avviamento allo sport di migliaia giovani nelle Sezioni Giovanili, e una particolare attenzione al sociale, testimoniata dalle numerose iniziative di solidarietà poste in essere.

Il “Cortile dei Gentili” è una struttura del Pontificio Consiglio della Cultura, voluta dal Card. Gianfranco Ravasi per promuovere il dialogo tra credenti e non credenti. Attraverso eventi, incontri, dibattiti, ricerche e occasioni di condivisione, il “Cortile dei Gentili” si è affermato come luogo di incontro tra personalità di spicco delle culture laiche e cattoliche, sui temi e le sfide che interessano la società contemporanea – come l’etica, la legalità, la scienza, la fede, lo sport, l’arte, i giovani e le nuove tecnologie. Nel 2011, a sostegno della mission e delle attività del “Cortile dei Gentili” è nata anche la Fondazione omonima, che persegue finalità di solidarietà sociale e si ispira alla logica del no-profit.

Il Comitato Regionale FIDAL Lazio è l’organo territoriale della Federazione Italiana di atletica leggera e sovrintende a tutta l’attività istituzionale nelle 5 provincie della Regione, attraverso la gestione dell’attività agonistica di circa 22.000 atleti e la promozione della disciplina tra i cittadini di tutte le età, dai giovanissimi ai master. Il Comitato inoltre, è particolarmente impegnato nell’avviamento alla pratica sportiva attraverso le scuole giovanili di atletica leggera, che contano oltre 2000 iscritti. Zenit 21

 

 

 

 

“Abbiate la prontezza di Maria”

 

Messaggio del Santo Padre Francesco alle Pontificie Opere Missionarie

 

Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi (At 1,6-9).

Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano (Mc 16,19-20).

Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio (Lc 24,50-53).

Cari fratelli e sorelle!

Quest’anno avevo deciso di partecipare alla vostra Assemblea generale annuale, giovedì 21 maggio, festa dell’Ascensione del Signore. Poi l’Assemblea è stata annullata a causa della pandemia che ci coinvolge tutti. E allora vorrei inviare a tutti voi questo messaggio, per farvi giungere comunque le cose che avevo in cuore di dirvi. Questa festa cristiana, nei tempi inimmaginabili che stiamo vivendo, mi appare ancora più feconda di suggestioni per il cammino e la missione di ognuno di noi e di tutta la Chiesa.

Celebriamo l’Ascensione come una festa, eppure essa commemora il congedo di Gesù dai suoi discepoli e da questo mondo. Il Signore ascende in Cielo, e la liturgia orientale racconta lo stupore degli angeli nel vedere un uomo che con la sua carne sale alla destra del Padre. Eppure, mentre Cristo è sul punto di ascendere al cielo, i discepoli – che pure lo hanno visto risorto – non sembrano ancora aver capito bene che cosa è accaduto. Lui sta per dare inizio al compimento del suo Regno, e loro si perdono ancora dietro alle proprie congetture. Gli chiedono se sta per restaurare il regno d’Israele (cfr At 1,6). Ma quando Cristo li lascia, invece di essere tristi, tornano a Gerusalemme «pieni di gioia», come scrive Luca (cfr 24,52). Sarebbe una stranezza, se non fosse accaduto qualcosa. E infatti Gesù ha già promesso loro la forza dello Spirito Santo, che scenderà su di essi a Pentecoste. Questo è il miracolo che cambia le cose. E loro diventano più sicuri, quando affidano tutto al Signore. Sono pieni di gioia. E la gioia in loro è la pienezza della consolazione, la pienezza della presenza del Signore.

Paolo scrive ai Galati che la pienezza di gioia degli Apostoli non è l’effetto di emozioni che soddisfano e rendono allegri. È una gioia traboccante che si può sperimentare solo come frutto e dono dello Spirito Santo (cfr 5,22). Ricevere la gioia dello Spirito è una grazia. Ed è l’unica forza che possiamo avere per predicare il Vangelo, per confessare la fede nel Signore. La fede è testimoniare la gioia che ci dona il Signore. Una gioia così, uno non se la può dare da solo.

Gesù, prima di andar via, ha detto ai suoi che avrebbe mandato loro lo Spirito, il Consolatore. E così ha consegnato allo Spirito anche l’opera apostolica della Chiesa, per tutta la storia, fino al suo ritorno. Il mistero dell’Ascensione, insieme all’effusione dello Spirito nella Pentecoste, imprime e trasmette per sempre alla missione della Chiesa il suo tratto genetico più intimo: quello di essere opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni. È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo – asceso al Cielo – per i propri progetti clericali di potere.

Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l’opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione – anche le più esatte, anche le più pensate – sono diventate come “discorsi di umana sapienza”, usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori.

La gioia del Vangelo

La salvezza è l’incontro con Gesù, che ci vuole bene e ci perdona, inviandoci lo Spirito che ci consola e ci difende. La salvezza non è la conseguenza delle nostre iniziative missionarie, e nemmeno dei nostri discorsi sull’incarnazione del Verbo. La salvezza per ognuno può accadere solo attraverso lo sguardo dell’incontro con Lui, che ci chiama. Per questo il mistero della predilezione inizia e non può iniziare che in uno slancio di gioia, di gratitudine. La gioia del Vangelo, la “gioia grande” delle povere donne che la mattina di Pasqua erano andate al Sepolcro di Cristo e lo avevano trovato vuoto, e che poi per prime incontrarono Gesù risorto e corsero a dirlo agli altri (cfr Mt 28,8-10). Solo così questo essere scelti e prediletti può testimoniare davanti a tutto il mondo, con le nostre vite, la gloria di Cristo risorto.

I testimoni, in ogni situazione umana, sono coloro che attestano ciò che viene compiuto da qualcun altro. In questo senso, e solo in questo senso noi possiamo essere testimoni di Cristo e del suo Spirito. Dopo l’Ascensione, come racconta il finale del Vangelo di Marco, gli apostoli e i discepoli «partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano» (16,20). Cristo, con il suo Spirito, testimonia sé stesso mediante le opere che compie in noi e con noi. La Chiesa – spiegava già Sant’Agostino – non pregherebbe il Signore per chiedere che la fede sia donata a quelli che non conoscono Cristo, se non credesse che è Dio stesso a rivolgere e attirare verso di sé la volontà degli uomini. La Chiesa non farebbe pregare i suoi figli per chiedere al Signore di perseverare nella fede in Cristo, se non credesse che è proprio il Signore ad avere in mano i nostri cuori. Infatti, se la Chiesa chiedesse a Lui queste cose, ma pensasse di potersele dare da sé stessa, vorrebbe dire che tutte le sue preghiere non sono autentiche, ma sono formule vuote, dei “modi di dire”, dei convenevoli imposti dal conformismo ecclesiastico (cfr Il dono della perseveranza. A Prospero e Ilario, 23, 63).

Se non si riconosce che la fede è un dono di Dio, anche le preghiere che la Chiesa rivolge a Lui non hanno senso. E non si esprime attraverso di esse nessuna sincera passione per la felicità e la salvezza degli altri, e di quelli che non riconoscono Cristo risorto, anche se si passa il tempo a organizzare la conversione del mondo al cristianesimo.

È lo Spirito Santo ad accendere e custodire la fede nei cuori, e riconoscere questo fatto cambia tutto. Infatti, è lo Spirito che accende e anima la missione, le imprime dei connotati “genetici”, accenti e movenze singolari che rendono l’annuncio del Vangelo e la confessione delle fede cristiana un’altra cosa rispetto ad ogni proselitismo politico o culturale, psicologico o religioso.

Ho richiamato molti di questi tratti distintivi della missione nella Esortazione apostolica Evangelii gaudium. Ne riprendo alcuni.

Attrattiva. Il mistero della Redenzione è entrato e continua a operare nel mondo attraverso un’attrattiva, che può avvincere il cuore degli uomini e delle donne perché è e appare più attraente delle seduzioni che fanno presa sull’egoismo, conseguenza del peccato. «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato», dice Gesù nel Vangelo di Giovanni (6,44). La Chiesa ha sempre ripetuto che per questo si segue Gesù e si annuncia il suo Vangelo: per la forza dell’attrazione operata da Cristo stesso e dal suo Spirito. La Chiesa – ha affermato Papa Benedetto XVI – cresce nel mondo per attrazione e non per proselitismo (cfr Omelia nella Messa di apertura della V Conferenza Gen. dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, Aparecida, 13 maggio 2007: AAS 99 [2007], 437). Sant’Agostino diceva che Cristo si rivela a noi attirandoci. E, per dare un’immagine di questa attrattiva, citava il poeta Virgilio, secondo il quale ciascuno è attratto da ciò che gli piace. Gesù non solo convince la nostra volontà, ma attira il nostro piacere (Commento al Vangelo di Giovanni, 26, 4). Se si segue Gesù felici di essere attratti da lui, gli altri se ne accorgono. E possono stupirsene. La gioia che traspare in coloro che sono attirati da Cristo e dal suo Spirito è ciò che può rendere feconda ogni iniziativa missionaria.

Gratitudine e gratuità. La gioia di annunciare il Vangelo brilla sempre sullo sfondo di una memoria grata. Gli Apostoli non hanno mai dimenticato il momento in cui Gesù toccò loro il cuore: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39).La vicenda della Chiesa risplende quando in essa si manifesta la gratitudine per la gratuita iniziativa di Dio, perché «è lui che ha amato noi» per primo (1 Gv 4,10), perchè «è Dio solo che fa crescere» (1 Cor 3,7). La predilezione amorosa del Signore ci sorprende, e lo stupore, per sua natura, non può essere posseduto né imposto da noi. Non ci si può “stupire per forza”. Solo così può fiorire il miracolo della gratuità, del dono gratuito di sé. Anche il fervore missionario non si può mai ottenere in conseguenza di un ragionamento o di un calcolo. Il mettersi “in stato di missione” è un riflesso della gratitudine. È la risposta di chi dalla gratitudine viene reso docile allo Spirito, e quindi è libero. Senza percepire la predilezione del Signore, che rende grati, perfino la conoscenza della verità e la stessa conoscenza di Dio, ostentati come un possesso da raggiungere con le proprie forze, diventerebbero di fatto “lettera che uccide” (cfr 2 Cor 3,6), come hanno mostrato per primi San Paolo e Sant’Agostino. Solo nella libertà della gratitudine si conosce veramente il Signore.Mentre non serve a niente e soprattutto non è appropriato insistere nel presentare la missione e l’annuncio del Vangelo come se fossero un dovere vincolante, una specie di “obbligo contrattuale” dei battezzati.

Umiltà. Se la verità e la fede, se la felicità e la salvezza non sono un nostro possesso, un traguardo raggiunto per meriti nostri, il Vangelo di Cristo può essere annunciato solo con umiltà. Mai si può pensare di servire la missione della Chiesa esercitando arroganza come singoli e attraverso gli apparati, con la superbia di chi snatura anche il dono dei sacramenti e le parole più autentiche della fede cristiana come un bottino che ci si è meritato. Si può essere umili non per buona educazione, non per voler apparire accattivanti. Si è umili se si segue Cristo, che ai suoi ha detto: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Sant’Agostino si chiede come mai, dopo la Risurrezione, Gesù si è fatto vedere solo dai suoi discepoli e non invece da chi lo aveva crocifisso; e risponde che Gesù non voleva dare l’impressione di «sfidare in qualche modo i suoi uccisori. Per lui era infatti più importante insegnare l’umiltà agli amici, piuttosto che rinfacciare la verità ai nemici» (Discorso 284, 6).

Facilitare, non complicare. Un altro tratto dell’autentica opera missionaria è quello che rimanda alla pazienza di Gesù, che anche nei racconti del Vangelo accompagnava sempre con misericordia i passi di crescita delle persone. Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può far contento il cuore di Dio più delle ampie falcate di chi procede nella vita senza grandi difficoltà. Un cuore missionario riconosce la condizione reale in cui si trovano le persone reali, con i loro limiti, i peccati, le fragilità, e si fa «debole con i deboli» (1 Cor 9,22). “Uscire” in missione per giungere alle periferie umane non vuol dire errare senza una direzione e senza senso, come venditori impazienti che si lamentano perché la gente è troppo rozza e primitiva per essere interessata alla loro merce. A volte si tratta di rallentare il passo, per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte c’è da imitare il padre della parabola del figlio prodigo, che lascia le porte aperte e scruta ogni giorno l’orizzonte aspettando il ritorno di suo figlio (cfr Lc 15,20). La Chiesa non è una dogana, e chi in qualsiasi modo partecipa alla missione della Chiesa è chiamato a non aggiungere pesi inutili sulle vite già affaticate delle persone, a non imporre cammini di formazione sofisticati e affannosi per godere di ciò che il Signore dona con facilità. Non mettere ostacoli al desiderio di Gesù, che prega per ognuno di noi e vuole guarire tutti, salvare tutti.

Prossimità nella vita “in atto”. Gesù ha incontrato i suoi primi discepoli sulle rive del lago di Galilea, mentre erano intenti al loro lavoro. Non li ha incontrati a un convegno, o a un seminario di formazione, o al tempio. Da sempre, l’annuncio di salvezza di Gesù raggiunge le persone lì dove sono e così come sono, nelle loro vite in atto. L’ordinarietà della vita di tutti, nella partecipazione alle necessità, alle speranze e ai problemi di tutti, è il luogo e la condizione in cui chi ha riconosciuto l’amore di Cristo e ricevuto il dono dello Spirito Santo può rendere ragione, a coloro che lo chiedono, della fede, della speranza e della carità. Camminando insieme con gli altri, al fianco di tutti. Soprattutto nel tempo in cui viviamo, non si tratta di inventare percorsi di addestramento “dedicati”, di creare mondi paralleli, di costruire bolle mediatiche in cui far riecheggiare i propri slogan, le proprie dichiarazioni d’intenti, ridotte a rassicuranti “nominalismi dichiarazionisti”. Ho ricordato altre volte, a titolo di esempio, che nella Chiesa c’è chi continua a far riecheggiare con enfasi lo slogan «È l’ora dei laici!», ma intanto l’orologio sembra essersi fermato.

Il “sensus fidei” del Popolo di Dio. C’è una realtà nel mondo che ha una specie di “fiuto” per lo Spirito Santo e la sua azione. È il Popolo di Dio, chiamato e prediletto da Gesù, e che a sua volta continua a cercare Lui e domanda sempre di Lui negli affanni della vita. Il Popolo di Dio mendica il dono del suo Spirito: affida la sua attesa alle parole semplici delle preghiere, e mai si accomoda nella presunzione della propria autosufficienza. Il santo Popolo di Dio radunato e unto dal Signore, in virtù di questa unzione è reso infallibile “in credendo”, come insegna la Tradizione della Chiesa. Il lavoro dello Spirito Santo dota il Popolo dei fedeli di un “istinto” della fede – il sensus fidei– che lo aiuta a non sbagliare quando crede le cose di Dio, anche se non conosce ragionamenti e formule teologiche per definire i doni che sperimenta. Il mistero del popolo pellegrino, che con la sua spiritualità popolare cammina verso i santuari e si affida a Gesù, a Maria e ai santi, attinge e si mostra connaturale alla libera e gratuita iniziativa di Dio, senza dover seguire piani di mobilitazione pastorale.

Predilezione per i piccoli e i poveri. Ogni slancio missionario, se è mosso dallo Spirito Santo, manifesta la predilezione per i poveri e i piccoli come segno e riflesso della preferenza del Signore verso di loro. Le persone coinvolte direttamente in iniziative e strutture missionarie della Chiesa non dovrebbero mai giustificare la loro disattenzione verso i poveri con la scusa – molto usata in certi ambienti ecclesiastici – di dover concentrare le proprie energie su incombenze prioritarie per la missione. La predilezione per i poveri non è per la Chiesa un’opzione facoltativa.

Le dinamiche e gli approcci sopra descritti fanno parte della missione della Chiesa, animata dallo Spirito Santo. Di solito, negli enunciati e nei discorsi ecclesiastici, la necessità dello Spirito Santo come sorgente della missione della Chiesa viene riconosciuta e affermata. Ma accade anche che tale riconoscimento si riduca a una specie di “omaggio formale” alla Santissima Trinità, una formula convenzionale introduttiva per interventi teologici e piani pastorali. Ci sono nella Chiesa tante situazioni in cui il primato della grazia rimane solo come un postulato teorico, una formula astratta. Succede che tante iniziative e organismi legati alla Chiesa, invece di lasciar trasparire l’operare dello Spirito Santo, finiscono per attestare solo la propria autoreferenzialità. Tanti apparati ecclesiastici, ad ogni livello, sembrano risucchiati dall’ossessione di promuovere sé stessi e le proprie iniziative. Come se fosse quello l’obiettivo e l’orizzonte della loro missione.

Fin qui ho voluto riprendere e riproporre criteri e spunti sulla missione della Chiesa, che avevo già esposto in maniera più distesa nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. L’ho fatto perché credo che anche per le POM sia utile e fecondo – e non rinviabile – confrontarsi con quei criteri e suggerimenti, in questo tratto del loro cammino.

 

Le Pom e il tempo presente. Talenti da sviluppare, tentazioni e malattie da evitare

Dove conviene guardare, per il presente e il futuro delle POM? Quali zavorre rischiano invece di appesantirne il cammino?

Nella fisionomia, direi nell’identità delle Pontificie Opere Missionarie si colgono certi tratti distintivi – alcuni, per così dire, genetici, altri acquisiti lungo il percorso storico – che vengono spesso trascurati o considerati come scontati. Eppure proprio quei tratti possono custodire e rendere prezioso, soprattutto nel tempo presente, il contributo di questa “rete” alla missione universale cui è chiamata tutta la Chiesa.

– Le Opere Missionarie sono nate spontaneamente, dal fervore missionario espresso dalla fede dei battezzati. C’è e permane una consonanza intima, una familiarità tra le Opere Missionarie e il sensus fidei infallibile in credendo del Popolo fedele di Dio.

– Le Opere Missionarie, fin dall’inizio, sono andate avanti procedendo su due “binari”, o meglio lungo due argini che corrono sempre paralleli, e nella loro elementarità sono da sempre familiari al cuore del Popolo di Dio: quello della preghiera e quello della carità, nella forma dell’elemosina, che «salva dalla morte e purifica da ogni peccato» (Tb 12,9), la «carità fervente» che «copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8). Gli iniziatori delle Opere Missionarie, a partire da Pauline Jaricot, non inventarono le preghiere e le opere a cui affidare i loro desideri riguardo all’annuncio del Vangelo, ma li trassero semplicemente dal tesoro inesauribile dei gesti più familiari e abituali per il Popolo di Dio in cammino nella storia.

– Le Opere Missionarie, sorte in maniera gratuita nella trama di vita del popolo di Dio, per la loro configurazione semplice e concreta sono state riconosciute e stimate dalla Chiesa di Roma e dai suoi Vescovi, i quali nell’ultimo secolo hanno chiesto di poterle adottare come peculiare strumento del servizio da essi reso alla Chiesa universale. Per questa via è stato attribuita a tali Opere la qualifica di “Pontificie”. Da quel momento, risalta nella fisionomia delle POM la loro caratteristica di strumento di servizio a sostegno delle Chiese particolari, nell’opera di annuncio del Vangelo. Per questa medesima via le Pontificie Opere Missionarie si sono offerte con docilità come strumento di servizio alla Chiesa, in seno al ministero universale svolto dal Papa e dalla Chiesa di Roma, che «presiede nella carità». In questo modo, con il loro stesso percorso, e senza entrare in complesse dispute teologiche, le POM hanno smentito gli argomenti di chi, anche negli ambienti ecclesiastici, contrappone in maniera impropria carismi e istituzioni, leggendo sempre i rapporti tra queste realtà attraverso una ingannevole “dialettica dei principi”. Mentre nella Chiesa anche gli elementi strutturali permanenti – come i sacramenti, il sacerdozio e la successione apostolica – vanno continuamente ricreati dallo Spirito Santo, e non sono a disposizione della Chiesa come un oggetto di possesso acquisito (cfr Card. J. Ratzinger, I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica. Intervento al Convegno mondiale dei movimenti ecclesiali, Roma, 27-29 maggio 1998).

– Le Opere missionarie, fin dalla loro prima diffusione, si sono strutturate come una rete capillare diffusa nel Popolo di Dio, pienamente ancorata e di fatto “immanente” alla rete delle preesistenti istituzioni e realtà della vita ecclesiale, come le diocesi, le parrocchie, le comunità religiose. La vocazione peculiare delle persone coinvolte nelle Opere Missionarie non è mai stata vissuta e percepita come una via alternativa, un’appartenenza “esterna” rispetto alle forme ordinarie della vita delle Chiese particolari. La sollecitazione a pregare e raccogliere risorse per la missione è sempre stata esercitata come un servizio alla comunione ecclesiale.

– Le Opere Missionarie, diventate col tempo rete diffusa in tutti i Continenti, riflettono per la loro stessa configurazione la varietà di accenti, condizioni, problemi e doni che connotano la vita della Chiesa nei diversi luoghi del mondo. Una pluralità che può proteggere da omologazioni ideologiche e unilateralismi culturali. In questo senso, anche attraverso le POM si può sperimentare il mistero dell’universalità della Chiesa, in cui l’opera incessante dello Spirito Santo crea l’armonia tra le voci diverse, mentre il Vescovo di Roma, con il suo servizio di carità, esercitato anche attraverso le Pontificie Opere Missionarie, custodisce l’unità nella fede.

Tutte le caratteristiche fin qui descritte possono aiutare le Pontificie Opere Missionarie a sottrarsi alle insidie e patologie incombenti sul loro cammino e su quello di tante altre istituzioni ecclesiali. Ne segnalo alcune.

 

Insidie da evitare

Autoreferenzialità. Organizzazioni ed entità ecclesiastiche, al di là delle buone intenzioni dei singoli, finiscono talvolta per ripiegarsi su sé stesse, dedicando energie e attenzioni soprattutto alla propria auto-promozione e alla celebrazione in chiave pubblicitaria delle proprie iniziative. Altre sembrano dominate dall’ossessione di ridefinire continuamente la propria rilevanza e i propri spazi in seno alla Chiesa, con la giustificazione di voler rilanciare al meglio la propria missione. Per queste vie – ha detto una volta l’allora Cardinale Joseph Ratzinger – si alimenta anche l’idea ingannevole che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in strutture intra-ecclesiali, mentre in realtà quasi tutti i battezzati vivono la fede, la speranza e la carità nelle loro vite ordinarie, senza essere mai comparsi in comitati ecclesiastici e senza occuparsi degli ultimi sviluppi di politica ecclesiastica (cfr Una compagnia sempre riformanda, Conferenza al Meeting di Rimini, 1 settembre 1990).

Ansia di comando. A volte capita che istituzioni e organismi sorti per aiutare le comunità ecclesiali, servendo i doni suscitati in esse dallo Spirito Santo, col tempo pretendano di esercitare supremazie e funzioni di controllo nei confronti delle comunità che dovrebbero servire. Questo atteggiamento si accompagna quasi sempre con la presunzione di esercitare il ruolo di “depositari” dispensatori di patenti di legittimità nei confronti degli altri. Di fatto, in questi casi ci si comporta come se la Chiesa fosse un prodotto delle nostre analisi, dei nostri programmi, accordi e decisioni.

Elitarismo. Tra chi fa parte di organismi e realtà organizzate nella Chiesa, prende piede diverse volte un sentimento elitario, l’idea non detta di appartenere a un’aristocrazia. Una classe superiore di specialisti che cerca di allargare i propri spazi in complicità o in competizione con altre elite ecclesiastiche, e addestra i suoi membri secondo i sistemi e le logiche mondani della militanza o della competenza tecnico-professionale, sempre con l’intento primario di promuovere le proprie prerogative oligarchiche.

Isolamento dal popolo. La tentazione elitista in alcune realtà connesse alla Chiesa si accompagna talvolta a un sentimento di superiorità e di insofferenza verso la moltitudine dei battezzati, verso il popolo di Dio che magari frequenta le parrocchie e i santuari, ma non è composto di “attivisti” occupati in organizzazioni cattoliche. In questi casi, anche il popolo di Dio viene guardato come una massa inerte, che ha sempre bisogno di essere rianimata e mobilitata attraverso una “presa di coscienza” da stimolare attraverso ragionamenti, richiami, insegnamenti. Si agisce come se la certezza della fede fosse conseguenza di un discorso persuasivo o di metodi di addestramento.

Astrazione. Organismi e realtà legate alla Chiesa, quando diventano autoreferenziali, perdono il contatto con la realtà e si ammalano di astrazione. Si moltiplicano inutili luoghi di elaborazione strategica, per produrre progetti e linee-guida che servono solo come strumenti di autopromozione di chi li inventa. Si prendono i problemi e li si seziona in laboratori intellettuali, dove tutto viene addomesticato, verniciato secondo le chiavi ideologiche di preferenza. Dove tutto, fuori dal contesto reale, può essere cristallizzato in simulacro, anche i riferimenti alla fede o i richiami verbali a Gesù e allo Spirito Santo.

Funzionalismo. Le organizzazioni autoreferenziali ed elitarie, anche nella Chiesa, finiscono spesso per puntare tutto sull’imitazione dei modelli di efficienza mondani, come quelli imposti dalla esasperata competizione economica e sociale. La scelta del funzionalismo garantisce l’illusione di “sistemare i problemi” con equilibrio, tenere le cose sotto controllo, accrescere la propria rilevanza, migliorare l’ordinaria amministrazione dell’esistente. Ma come già vi dissi nell’incontro che abbiamo avuto nel 2016, una Chiesa che ha paura di affidarsi alla grazia di Cristo e punta sull’efficientismo degli apparati è già morta, anche se le strutture e i programmi a favore dei chierici e dei laici “auto-occupati” dovessero durare ancora per secoli.

 

Consigli per il cammino

Guardando al presente e al futuro, e cercando anche nel percorso delle POM le risorse per superare le insidie del cammino e andare avanti, mi permetto di dare alcuni suggerimenti, per aiutare il vostro discernimento. Dal momento che avete intrapreso anche un percorso di riconsiderazione delle POM, che volete sia ispirato dalle indicazioni del Papa, offro alla vostra attenzione criteri e spunti generali, senza entrare nei dettagli, anche perché i diversi contesti possono richiedere adattamenti e varianti.

1) Per quello che potete, e senza farci sopra troppe congetture, custodite o riscoprite l’inserimento delle POM in seno al Popolo di Dio, la loro immanenza alla trama di vita reale in cui sono nate. Farà bene una più intensa “immersione” nella vita reale delle persone, così com’è. Fa bene a tutti uscire dal chiuso delle proprie problematiche interne, quando si segue Gesù. Conviene calarsi nelle circostanze e nelle condizioni concrete, anche curando o provando a reintegrare la capillarità dell’azione e dei contatti delle POM, nel suo intrecciarsi alla rete ecclesiale (diocesi, parrocchie, comunità, gruppi). Se si privilegia la propria immanenza al Popolo di Dio, con le sue luci e le sue difficoltà, si riesce a sfuggire meglio anche all’insidia dell’astrazione. Occorre dare risposte a domande ed esigenze reali, più che formulare e moltiplicare proposte. Forse nel corpo a corpo con la vita in atto, e non dai cenacoli chiusi, o dalle analisi teoriche sulle proprie dinamiche interne, possono arrivare anche intuizioni utili per cambiare e migliorare le proprie procedure operative, adattandole ai diversi contesti e alle diverse circostanze.

2) Suggerisco di fare in modo che l’impianto essenziale delle POM rimanga quello legato alle pratiche della preghiera e della raccolta di risorse per la missione, prezioso e caro proprio per la sua elementarità e la sua concretezza. Esso esprime l’affinità delle POM con la fede del Popolo di Dio. Con tutta la flessibilità e gli adattamenti richiesti, conviene che questo disegno elementare delle POM non venga dimenticato o stravolto. Preghiere al Signore perché apra Lui i cuori al Vangelo, e suppliche a tutti affinché sostengano anche concretamente l’opera missionaria: c’è in questo una semplicità e una concretezza che tutti possono avvertire con godimento nel tempo presente, in cui anche nella circostanza del flagello della pandemia si avverte dovunque il desiderio di incontrare e rimanere vicino a tutto ciò che è semplicemente Chiesa. Cercate pure nuove strade, nuove forme per il vostro servizio; ma, nel fare questo, non serve complicare ciò che è semplice.

3) Le POM sono e vanno vissute come uno strumento di servizio alla missione nelle Chiese particolari, nell’orizzonte della missione della Chiesa, che abbraccia sempre tutto il mondo. In questo consiste il loro contributo sempre prezioso all’annuncio del Vangelo. Siamo tutti chiamati a custodire per amore e gratitudine, anche con le vostre opere, i germogli di vita teologale che lo Spirito di Cristo fa sbocciare e crescere dove vuole Lui, anche nei deserti. Per favore, nella preghiera chiedete per prima cosa che il Signore ci renda tutti più pronti a cogliere i segni del suo operare, per poi indicarli a tutto il mondo. Questo solo può essere utile: chiedere che per noi, per l’intimo del nostro cuore, l’invocazione allo Spirito Santo non sia ridotta a un postulato sterile e ridondante delle nostre riunioni e delle nostre omelie. Mentre non serve fare congetture e teorizzare su super-strateghi o “centrali direttive” della missione, a cui delegare, come a presunti e immodesti “depositari” della dimensione missionaria della Chiesa, l’impresa di ridestare lo spirito missionario o di dare patenti di missionarietà agli altri. Se in alcune situazioni il fervore della missione viene meno, è segno che sta venendo meno la fede. E, in quei casi, la pretesa di rianimare la fiamma che si spegne con strategie e discorsi finisce per indebolirla ancora di più, e fa avanzare solo il deserto.

4) Il servizio svolto dalle POM porta per sua natura gli operatori a contatto con innumerevoli realtà, situazioni ed eventi che fanno parte del grande flusso della vita della Chiesa, in tutti i Continenti. In questo flusso ci si può imbattere in tante pesantezze e sclerosi che accompagnano la vita ecclesiale, ma anche nei doni gratuiti di guarigione e consolazione che lo Spirito Santo dissemina nella vita quotidiana di quella che si potrebbe chiamare la “classe media della santità”. E voi potete rallegrarvi ed esultare, gustando gli incontri che vi possono capitare grazie al lavoro delle POM, lasciandovi sorprendere da essi. Penso ai racconti ascoltati di tanti miracoli che accadono tra i bambini, che magari incontrano Gesù attraverso le iniziative proposte dall’Infanzia missionaria. Per questo la vostra è un’opera che non va mai “sterilizzata” in una dimensione esclusivamente burocratico-professionale. Non possono esistere burocrati o funzionari della missione. E la vostra gratitudine può diventare a sua volta un dono e una testimonianza per tutti. Potete indicare per il conforto di tutti, con i mezzi che avete, senza artificiosità, le vicende di persone e comunità che voi potete incontrare con più facilità di altri, persone e comunità in cui risplende gratuitamente il miracolo della fede, della speranza e della carità.

5) La gratitudine davanti ai prodigi che opera il Signore tra i suoi prediletti, i poveri e i piccoli a cui Lui rivela le cose nascoste ai sapienti (cfr Mt 11,25-26), può rendere più facile anche per voi sottrarsi alle insidie dei ripiegamenti autoreferenziali e uscire da sé stessi, seguendo Gesù. L’idea di una missionarietà autoreferenziale, che passa il tempo a contemplare e auto-incensarsi per le proprie iniziative, sarebbe in sé stessa un assurdo. Non consumate troppo tempo e risorse a “guardarvi addosso”, a elaborare piani auto-centrati sui meccanismi interni, su funzionalità e competenze del proprio apparato. Guardate fuori, non guardatevi allo specchio. Rompete tutti gli specchi di casa. I criteri da seguire, anche nella realizzazione dei programmi, puntino ad alleggerire, a rendere flessibili strutture e procedure, piuttosto che appesantire con ulteriori elementi di apparato la rete delle POM. Ad esempio, ogni direttore nazionale, durante il suo mandato, si impegni a individuare le figure di qualche potenziale successore, avendo come unico criterio quello di segnalare non persone del suo giro di amici o compagni di “cordata” ecclesiastica, ma persone che gli sembrano avere più fervore missionario di lui.

6) Riguardo alla raccolta di risorse per aiutare la missione, in occasione dei nostri incontri passati ho già richiamato il rischio di trasformare le POM in una ONG tutta votata al reperimento e allo stanziamento dei fondi. Questo dipende dal cuore con cui si fanno le cose, più che dalle cose che si fanno. Nella raccolta di fondi può essere certo consigliabile e addirittura opportuno utilizzare con creatività anche metodologie aggiornate di reperimento dei finanziamenti da parte di potenziali e benemeriti sovventori. Ma se in alcune aree la raccolta di donazioni viene meno, anche per l’affievolirsi della memoria cristiana, in quei casi può venire la tentazione di risolvere noi il problema “coprendo” la realtà e puntando su qualche sistema di raccolta più efficace, che vada alla ricerca dei grandi donatori. Invece la sofferenza per il venir meno della fede e anche per il calare delle risorse non va rimossa, va messa nelle mani del Signore. E comunque è bene che la richiesta di offerte per le missioni continui a essere rivolta prioritariamente a tutta la moltitudine dei battezzati, anche puntando in maniera nuova sulla colletta per le missioni che si effettua nelle chiese di tutti i Paesi a ottobre, in occasione della Giornata Missionaria Mondiale. La Chiesa continua da sempre ad andare avanti anche grazie all’obolo della vedova, al contributo di tutta quella schiera innumerevole di persone che si sentono guarite e consolate da Gesù e che per questo, per il traboccare della gratitudine, donano quello che hanno.

7) Riguardo all’uso delle donazioni ricevute, vagliate sempre con appropriato sensus Ecclesiae la redistribuzione dei fondi a sostegno di strutture e progetti che realizzano in vario modo la missione apostolica e l’annuncio del Vangelo nelle diverse parti del mondo. Si tenga sempre conto delle reali necessità primarie delle comunità, e nel contempo si evitino forme di assistenzialismo, che invece di offrire strumenti al fervore missionario finiscono per intiepidire i cuori e alimentare anche nella Chiesa fenomeni di clientelismo parassitario. Con il vostro contributo puntate a dare risposte concrete a esigenze oggettive, senza dilapidare risorse in iniziative connotate da astrattezza, auto-referenzialità o partorite dal narcisismo clericale di qualcuno. Non cedete a complessi di inferiorità o tentazioni di emulazione verso quelle organizzazioni super-funzionali che raccolgono fondi per cause giuste, poi utilizzati in buona percentuale per finanziare il proprio apparato e per fare pubblicità al proprio marchio. Anche quella a volte diventa una strada per curare innanzitutto i propri interessi, pur mostrando di operare a vantaggio dei poveri e di chi è nel bisogno.

8) Riguardo ai poveri, anche voi non dimenticatevi di loro. Questa fu la raccomandazione che, al Concilio di Gerusalemme, gli apostoli Pietro, Giovanni e Giacomo diedero a Paolo, Barnaba e Tito, venuti a discutere della loro missione tra i non circoncisi: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri» (Gal 2,10). Dopo quella raccomandazione, Paolo organizzò le collette in favore dei fratelli della Chiesa di Gerusalemme (cfr 1 Cor 16,1). La predilezione per i poveri e i piccoli fa parte fin dall’inizio della missione di annunciare il Vangelo. Le opere di carità spirituale e corporale verso di loro manifestano una “preferenza divina” che interpella la vita di fede di tutti i cristiani, chiamati ad avere gli stessi sentimenti di Gesù (cfr Fil 2,5).

9) Le POM, con la loro rete diffusa in tutto il mondo, rispecchiano la ricca varietà del “popolo dai mille volti” raccolto dalla grazia di Cristo, con il suo fervore missionario. Fervore che non è intenso e vivace sempre e dovunque alla stessa maniera. E comunque, nel condividere la stessa urgenza di confessare Cristo morto e risorto, si esprime con accenti diversi, adattandosi a diversi contesti. La rivelazione del Vangelo non si identifica con nessuna cultura e, nell’incontro con nuove culture che non hanno accolto la predicazione cristiana, non bisogna imporre una determinata forma culturale insieme con la proposta evangelica. Oggi, anche nel lavoro delle POM, conviene non portare bagagli pesanti; conviene custodire il loro profilo vario e il loro comune riferimento ai tratti essenziali della fede. Può fare ombra all’universalità della fede cristiana anche la pretesa di standardizzare la forma dell’annuncio, magari puntando tutto su clichè e slogan che vanno di moda in certi circoli di certi Paesi culturalmente o politicamente dominanti. A questo riguardo, anche il rapporto speciale che unisce le POM al Papa e alla Chiesa di Roma rappresenta una risorsa e un sostegno di libertà, che aiuta tutti a sottrarsi a mode passeggere, appiattimenti su scuole di pensiero unilaterali o omologazioni culturali di impronta neo-colonialista. Fenomeni che purtroppo si registrano anche in contesti ecclesiastici.

10) Le POM non sono nella Chiesa un’entità a sé stante, sospesa nel vuoto. Tra le loro specificità che conviene sempre coltivare e rinnovare c’è il vincolo speciale che le unisce al Vescovo della Chiesa di Roma, che presiede nella carità. È bello e confortante riconoscere che questo vincolo si manifesta in un lavoro condotto in letizia, senza cercare applausi o accampare pretese. Un’opera che proprio nella sua gratuità si intreccia con il servizio del Papa, servo dei servi di Dio. Vi chiedo che il carattere distintivo della vostra vicinanza al Vescovo di Roma sia proprio questo: la condivisione dell’amore alla Chiesa, riflesso per l’amore verso Cristo, vissuto ed espresso nel silenzio, senza gonfiarsi, senza marcare i “propri territori”. Con un lavoro quotidiano che attinga alla carità e al suo mistero di gratuità. Con un’opera che sostenga innumerevoli persone interiormente grate, ma che magari non sanno nemmeno chi ringraziare, perché delle POM non conoscono neanche il nome. Il mistero della carità, nella Chiesa, si realizza così. Continuiamo ad andare avanti insieme, contenti di avanzare tra le prove grazie ai doni e alle consolazioni del Signore. Mentre, ad ogni passo, riconosciamo in letizia di essere tutti servi inutili, a partire da me.

Conclusione

Partite con slancio: nel cammino che vi aspetta ci sono tante cose da fare. Se ci sono cambiamenti da sperimentare nelle procedure, è bene che essi puntino ad alleggerire, e non ad aumentare i pesi; che siano volti a guadagnare flessibilità operativa, e non a produrre ulteriori apparati rigidi e sempre minacciati di introversione. Tenendo presente che un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, può complicare la dinamica missionaria. E anche un’articolazione su scala puramente nazionale delle iniziative mette a repentaglio la fisionomia stessa della rete delle POM, nonché lo scambio di doni tra Chiese e comunità locali vissuto come frutto e segno tangibile della carità tra i fratelli, nella comunione con il Vescovo di Roma.

In ogni caso, chiedete sempre che ogni considerazione riguardante l’assetto operativo delle POM sia illuminata dall’unica cosa necessaria: un po’ d’amore vero alla Chiesa, come riflesso dell’amore a Cristo. Il vostro è un servizio reso al fervore apostolico, cioè a uno slancio di vita teologale che solo lo Spirito Santo può operare nel Popolo di Dio. Voi pensate a fare bene il vostro lavoro, «come se tutto dipendesse da voi, sapendo che in realtà tutto dipende da Dio» (S. Ignazio di Loyola). Come vi ho già detto in un nostro incontro, abbiate la prontezza di Maria. Quando andò da Elisabetta, Maria non lo fece come un gesto proprio: andò come una serva del Signore Gesù, che portava in grembo. Di sé stessa non disse nulla, soltanto portò il Figlio e lodò Dio. Non era lei la protagonista. Andava come la serva di Colui che è anche l’unico protagonista della missione. Ma non perse tempo, andò di fretta, a fare cose per accudire la sua congiunta. Lei ci insegna questa prontezza, la fretta della fedeltà e dell’adorazione.

La Madonna custodisca voi e le Pontificie Opere Missionarie, e vi benedica suo Figlio, il Signore Nostro Gesù Cristo. Lui, prima di salire al Cielo, ci ha promesso di stare sempre con noi. Fino alla fine del tempo.

Dato a Roma, presso San Giovanni in Laterano, il 21 maggio 2020, Solennità dell’Ascensione del Signore. Francesco

 

 

 

 

Papa: "Chiesa non è dogana, mai pesi inutili sulle vite delle persone"

 

Nel messaggio alle Pontificie Opere Missionarie il pontefice mette in guardia dai rischi dell'autoreferenzialità e dell'elitarismo: "Non complicare ciò che è semplice" - di Paolo Rodar

 

CITTÀ DEL VATICANO -  "La Chiesa non è una dogana e chi in qualsiasi modo partecipa alla missione della Chiesa è chiamato a non aggiungere pesi inutili sulle vite già affaticate delle persone, a non imporre cammini di formazione sofisticati e affannosi per godere di ciò che il Signore dona con facilità. Non mettere ostacoli al desiderio di Gesù, che prega per ognuno di noi e vuole guarire tutti, salvare tutti".

 

 Così, Papa Francesco, nel suo Messaggio per le Pontificie Opere Missionarie reso noto questa mattina. Bergoglio interviene su un tema decisivo nella vita della Chiesa, ricordando come la missione sia "opera dello Spirito Santo e non conseguenza delle nostre riflessioni e intenzioni". Dice: "È questo il tratto che può rendere feconda la missione e preservarla da ogni presunta autosufficienza, dalla tentazione di prendere in ostaggio la carne di Cristo - asceso al Cielo - per i propri progetti clericali di potere. Quando nella missione della Chiesa non si coglie e riconosce l'opera attuale ed efficace dello Spirito Santo, vuol dire che perfino le parole della missione - anche le più esatte, anche le più pensate - sono diventate come 'discorsi di umana sapienza', usati per dar gloria a sé stessi o rimuovere e mascherare i propri deserti interiori".

 

Francesco enuclea quelli che sono i tratti distintivi della missione della Chiesa. Essa è attrattiva: "Se si segue Gesù felici di essere attratti da lui, gli altri se ne accorgono", dice. La missione è anche "gratitudine" e "gratuità" e serve per "facilitare, non complicare". "Un cuore missionario riconosce la condizione reale in cui si trovano le persone reali, con i loro limiti, i peccati, le fragilità, e si fa "debole con i deboli", spiega.

 

"Gesù - dice il Papa in uno dei passaggi più significativi del testo - non ha incontrato i suoi primi discepoli sulle rive del lago di Galilea, mentre erano intenti al loro lavoro. Non li ha incontrati a un convegno, o a un seminario di formazione, o al tempio. Da sempre, l'annuncio di salvezza di Gesù raggiunge le persone lì dove sono e così come sono, nelle loro vite in atto. L'ordinarietà della vita di tutti, nella partecipazione alle necessità, alle speranze e ai problemi di tutti, è il luogo e la condizione in cui chi ha riconosciuto l'amore di Cristo e ricevuto il dono dello Spirito Santo può rendere ragione, a coloro che lo chiedono, della fede, della speranza e della carità. Camminando insieme con gli altri, al fianco di tutti. Soprattutto nel tempo in cui viviamo, non si tratta di inventare percorsi di addestramento "dedicati", di creare mondi paralleli, di costruire bolle mediatiche in cui far riecheggiare i propri slogan, le proprie dichiarazioni d'intenti, ridotte a rassicuranti 'nominalismi dichiarazionisti'".

 

Ogni slancio missionario, inoltre, "manifesta la predilezione per i poveri e i piccoli come segno e riflesso della preferenza del Signore verso di loro. Le persone coinvolte direttamente in iniziative e strutture missionarie della Chiesa non dovrebbero mai giustificare la loro disattenzione verso i poveri con la scusa - molto usata in certi ambienti ecclesiastici - di dover concentrare le proprie energie su incombenze prioritarie per la missione. La predilezione per i poveri non è per la Chiesa un'opzione facoltativa".

 

Nella missione ci sono anche delle insidie da evitare. Le elenca il Papa: l'autoreferenzialità, l'ansia di comando, l'elitarismo, l'isolamento dal popolo, l'astrazione, il funzionalismo. Sono insidie da sempre presenti e sulle quali occorre vigilare. LR 21

 

 

 

 

Papa Francesco: la missione non è “auto-promozione” degli apparati ecclesiali

 

Messaggio del Vescovo di Roma alle Pontificie Opere Missionarie: «Cristo stesso testimonia sé stesso mediante le opere che compie in noi e con noi» - di Domenico Agasso jr

 

CITTÀ DEL VATICANO. Ci sono dei «connotati genetici» che lo stesso Spirito Santo trasmette all’opera missionaria della Chiesa, rendendo la confessione delle fede cristiana «un’altra cosa» rispetto a ogni forma di «proselitismo politico o culturale, psicologico o religioso». Questi tratti originari si devono poter rintracciare nella fisionomia e nelle concrete modalità operative di tutti gli organismi ecclesiali, a partire da quelli impegnati direttamente sul fronte della missione e dell’annuncio del Vangelo, se non si vuole alimentare il meccanismo assurdo di una “missionarietà autoreferenziale”, che passa il tempo «a contemplare e auto-incensarsi per le proprie iniziative», «creare mondi paralleli, o «costruire bolle mediatiche in cui far riecheggiare i propri slogan», in una frenesia da auto-promozione permanente. È questo il “messaggio nella bottiglia” contenuto nel lungo testo indirizzato oggi da Papa Francesco alle Pontificie Opere Missionarie, “braccio operativo” della Congregazione di Propaganda Fide, nella solennità dell’Ascensione del Signore. «Gesù, prima di andar via», scrive il Papa all’inizio del suo lungo messaggio, prendendo spunto dalla festa cristiana di oggi «ha detto ai suoi che avrebbe mandato loro lo Spirito, il Consolatore. E così ha consegnato allo Spirito anche l’opera apostolica della Chiesa, per tutta la storia, fino al suo ritorno». Cristo stesso, con il suo Spirito - insiste il Papa, indicando ancora una volta il vero “protagonista” dell’opera apostolica – «testimonia sé stesso mediante le opere che compie in noi e con noi». E il primo “effetto” del suo operare è la gioia degli apostoli tra le tribolazione, la «gioia grande» delle povere donne che la mattina di Pasqua «incontrarono Gesù Risorto, e corsero a dirlo agli altri». Una gioia cosi «uno non se la può dare da solo», annota il Papa. E il problema è che nella Chiesa il richiamo all’operare reale dello Spirito Santo «rimane solo come un postulato teorico, una formula astratta». Una sorta di «“omaggio formale” alla Santissima Trinità, una formula convenzionale introduttiva per interventi teologici e piani pastorali».

Nel nuovo documento, il Papa mostra come tale riconoscimento di realtà offre criteri oggettivi e concreti per configurare e orientare le scelte e il modus operandi di apparati ecclesiali. Con flessibilità, senza rigidezze. 

Nel testo, il Papa ripropone in maniera sintetica i tratti che connotano il dinamismo missionario della Chiesa, già esposti nella Esortazione Apostolica “programmatica” Evangelii Gaudium. Il Pontefice ripete che si diventa cristiani per attrattiva, non per proselitismo; ricorda che solo il mistero dell’incontro con Cristo può portare ad annunciare il suo Vangelo, e che tale opera «non può iniziare che in uno slancio di gioia, di gratitudine», segnata dal crisma della gratuità, e non va quindi concepita come «una specie di “obbligo contrattuale” dei battezzati». Accenna al fatto che chi segue Gesù imita in tutto lui che è «mite e umile di cuore», e quindi è aberrante pensare di diffondere il cristianesimo «esercitando arroganza come singoli e attraverso gli apparati». Per questo – ripete il Papa – la Chiesa non può essere una “dogana spirituale”, e non si devono «aggiungere pesi inutili» o imporre agli altri «cammini di formazione sofisticati e affannosi per godere di ciò che il Signore dona con facilità».

Fuori da ogni astrazione intellettuale o spiritualista, il Vescovo di Roma fa presente che l’orizzonte della missione della Chiesa è l’ordinarietà della vita quotidiana, e non i cenacoli elitari, e che Cristo stesso ha toccato i cuori dei suoi primi discepoli sulle rive del mare di Galilea, mentre stavano lavorando, e «non li ha incontrati a un convegno, o a un seminario di formazione, o al tempio». Un’immagine proposta per evidenziare che l’incontro reale con Cristo avviene di solito nella vita in atto, e non negli eventi organizzati o nelle mobilitazioni a cui costringere i propri “militanti”.

Alla rete missionaria delle Pom, Papa Francesco non indica la strada di plateali riforme o cambi di direzione. L’invito è quello di «fare bene il vostro lavoro», e a non complicare ciò che è semplice, offrendosi come strumento al servizio del Papa e delle Chiese locali, senza «fare congetture e teorizzare su super-strateghi o “centrali direttive” della missione, a cui delegare, come a presunti e immodesti “depositari” della dimensione missionaria della Chiesa, l’impresa di ridestare lo spirito missionario o di dare patenti di missionarietà agli altri». Ai membri delle Pontificie Opere missionarie, il Papa indica piuttosto la strada di un “ritorno alle sorgenti”, nel segno della elementarità evangelica. Le Pom - ricorda il Papa - «sono nate spontaneamente, dal fervore missionario espresso dalla fede dei battezzati. C’è e permane una consonanza intima, una familiarità tra le Opere Missionarie e il sensus fidei infallibile in credendo del Popolo fedele di Dio». Per questo conviene alle Pom ritrovare questa loro matrice “popolare”, rinnovare la propria “immanenza” al Popolo di Dio «anche curando o provando a reintegrare la capillarità dell’azione e dei contatti delle Pom, nel suo intrecciarsi alla rete ecclesiale (diocesi, parrocchie, comunità, gruppi)». Per il Papa serve calarsi nella realtà per «dare risposte a domande ed esigenze reali, più che formulare e moltiplicare proposte. Forse nel corpo a corpo con la vita in atto, e non dai cenacoli chiusi, o dalle analisi teoriche sulle proprie dinamiche interne – avverte il Papa - possono arrivare anche intuizioni utili per cambiare e migliorare le proprie procedure operative, adattandole ai diversi contesti e alle diverse circostanze».

Un altro suggerimento fondamentale è quello di custodire «l’impianto essenziale delle Pom» legato «alle pratiche della preghiera e della raccolta di risorse per la missione, prezioso e caro proprio per la sua elementarità e la sua concretezza. Esso - fa presente il Papa - «esprime l’affinità delle POM con la fede del Popolo di Dio: Preghiere al Signore perché apra Lui i cuori al Vangelo, e suppliche a tutti affinché sostengano anche concretamente l’opera missionaria». Una semplicità e una concretezza ancora più opportune «nel tempo presente, in cui anche nella circostanza del flagello della pandemia si avverte dovunque il desiderio di incontrare e rimanere vicino a tutto ciò che è semplicemente Chiesa».

Secondo l’attuale Successore di Pietro, anche il vincolo speciale che unisce le Pontificie Opere al Vescovo di Roma va custodito come bene prezioso,  anche perché costituisce per le Pom una sponda di libertà, «che aiuta tutti a sottrarsi a mode passeggere, appiattimenti su scuole di pensiero unilaterali o omologazioni culturali di impronta neo-colonialista». Le Pom, diffuse nei cinque Continenti, riflettono la ricchezza plurale delle Chiese locali, e a giudizio del Papa occorre respingere la tentazione di «standardizzare la forma dell’annuncio, magari puntando tutto su clichè e slogan che vanno di moda in certi circoli di certi Paesi culturalmente o politicamente dominanti». Il legame speciale che unisce le Pom al Papa va comunque declinato nel segno del servizio e della gratuità, come partecipazione alla missione del «servo dei servi di Dio», e non va usato per rivendicare primazie o «marcare i “propri territori”».

Sulla raccolta di risorse per aiutare la missione, il Papa ricorda il pericolo di trasformare le Pom in una Ong, ma sottolinea anche che tutto «dipende dal cuore con cui si fanno le cose, più che dalle cose che si fanno». In alcuni casi «può essere certo consigliabile e addirittura opportuno utilizzare con creatività anche metodologie aggiornate di reperimento dei finanziamenti da parte di potenziali e benemeriti sovventori». Ma se in alcune aree la raccolta di donazioni viene meno, anche per l’affievolirsi della memoria cristiana, «la sofferenza per il venir meno della fede e anche per il calare delle risorse non va rimossa, va messa nelle mani del Signore. E comunque è bene che la richiesta di offerte per le missioni continui a essere rivolta prioritariamente a tutta la moltitudine dei battezzati», perché «la Chiesa continua da sempre ad andare avanti anche grazie all’obolo della vedova, al contributo di tutta quella schiera innumerevole di persone che si sentono guarite e consolate da Gesù e che per questo, per il traboccare della gratitudine, donano quello che hanno». Il Papa invita a non cedere «a complessi di inferiorità o tentazioni di emulazione verso quelle organizzazioni super-funzionali che raccolgono fondi per cause giuste, poi utilizzati in buona percentuale per finanziare il proprio apparato e per fare pubblicità al proprio marchio». In merito alle procedure strutturali del funzionamento delle Opere Missionarie, il messaggio pontificio invita a tener presente che «un’eccessiva centralizzazione, anziché aiutare, può complicare la dinamica missionaria. E anche un’articolazione su scala puramente nazionale delle iniziative mette a repentaglio la fisionomia stessa» della rete delle Pom, oscurando «lo scambio di doni tra Chiese e comunità locali vissuto come frutto e segno tangibile della carità tra i fratelli, nella comunione con il Vescovo di Roma».

Il messaggio del Pontefice assume toni incalzanti quando indica le patologie che possono attecchire negli apparati ecclesiali quando l’invocazione allo Spirito Santo si riduce «a un postulato sterile e ridondante delle nostre riunioni e delle nostre omelie». Il Pontefice richiama l’autoreferenzialità di entità ecclesiastiche sempre tese «alla propria auto-promozione e alla celebrazione in chiave pubblicitaria delle proprie iniziative», il dirigismo di «organismi sorti per aiutare le comunità ecclesiali» che col tempo pretendono di «esercitare supremazie e funzioni di controllo nei confronti delle comunità che dovrebbero servire». Il documento pontificio si sofferma sul pericolo di gruppi a percepirsi come parte di «una classe superiore di specialisti che cerca di allargare i propri spazi in complicità o in competizione con altre elite ecclesiastiche». O le malattie del funzionalismo e dell’astrazione, in cui cadono coloro che moltiplicano «inutili luoghi di elaborazione strategica, per produrre progetti e linee-guida che servono solo come strumenti di autopromozione di chi li inventa».

«È evidente, dal messaggio alle Pom – scrive su Vatican News Andrea Tornielli, direttore editoriale dei Media della Santa Sede - l’intento del Papa di destrutturare e possibilmente archiviare la tendenza a considerare la missione come qualcosa di elitario, da indirizzare e dirigere mediante programmi a tavolino applicando strategie, che ottengano una “presa di coscienza” attraverso ragionamenti, richiami, militanze, addestramenti. Risulta altrettanto evidente – aggiunge Tornielli  - che il Vescovo di Roma considera questo un rischio presente e dunque le sue parole hanno una valenza che va ben al di là delle Pontificie Opere Missionarie, alle quali sono dirette».

Quello delle Pom – scrive il Papa nella parte conclusiva del suo messaggio - «è un servizio reso al fervore apostolico, cioè a uno slancio di vita teologale che solo lo Spirito Santo può operare nel Popolo di Dio. Voi pensate a fare bene il vostro lavoro, “come se tutto dipendesse da voi, sapendo che in realtà tutto dipende da Dio” (S. Ignazio di Loyola)».  LS 21

  

 

 

 

Vangelo Migrante: Ascensione del Signore (Vangelo Mt 28, 16-20)

 

Nella versione dell’evangelista Matteo non ci è raccontata la ‘scena’ dell’Ascensione ma il suo senso.

Si parla di un passaggio dalla terra al cielo che riguarda Gesù. Tale passaggio indica che con l’Ascensione è stata aperta una via di collegamento proprio tra la terra e il cielo, una via che non potrà essere più chiusa. Non vi è più, dunque, una separazione insanabile tra il mondo dell’uomo e il mondo di Dio, perché questi due mondi sono divenuti tra loro comunicanti in virtù dell’Ascensione di Gesù al cielo. Anzi, è Gesù stesso la Via che rimette in collegamento i due mondi, la Porta attraverso la quale l’umanità può ritornare nel giardino di Dio.

E c’è un mandato di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli” (28,19). Ciò che a noi è stato dato di comprendere e di vivere, non può essere tenuto solo per noi: il comando di Gesù è chiaro e ci esorta ad andare ovunque per dire a tutti la verità di questa via che ormai è ‘la Via’ che dalla terra conduce a Dio. Il giorno dell’Ascensione di Gesù è anche il giorno dell’invio dei discepoli per le strade del mondo; il giorno nel quale il Signore ritorna al Padre è il giorno nel quale i suoi discepoli sono mandati ad annunciare a tutti i popoli l’inizio di un mondo nuovo.

Oggi, pertanto, la Chiesa contempla e cammina: contempla il suo Signore che ascende e cammina piena di gioia raccontando agli uomini la salvezza di Dio.

Il tutto in Galilea, il luogo meticcio, abitato da uomini e donne di diverse culture e provenienze, non proprio ortodosso, secondo i canoni religiosi dettati a Gerusalemme. L’appuntamento lo ha dato Gesù la mattina della Resurrezione.

Proprio là uno sparuto gruppo di discepoli inizia una Missione, che dura ancora oggi; ed è là che torna la nostra mente quando, stanchi e sfiduciati, possiamo riascoltare la Sua voce: “ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.  p. Gaetano Saracino (M.o,)

 

 

 

 

I conti del Vaticano. Quello della Santa Sede è un bilancio di missione

 

Intervista con il Prefetto della Segreteria per l’Economia: il Vaticano non rischia il default, non siamo un’azienda e non tutto può essere misurato come deficit. Viviamo grazie all’aiuto dei fedeli e paghiamo 17 milioni di euro l’anno di tasse all’Italia. Lavoriamo per un sistema trasparente e per la centralizzazione degli investimenti – di Andrea Tornielli

 

Da pochi mesi Prefetto della Segreteria per l’Economia, chiamato da Papa Francesco a portare a termine una riforma che punta alla trasparenza economica della Santa Sede e a un uso sempre più efficiente dei beni e delle risorse che sono al servizio della sua missione evangelizzatrice, padre Juan Antonio Guerrero Alves si trova ora a doversi confrontare con la crisi causata dal Covid-19. E questa è una intervista che non avrebbe voluto fare. “Non peraltro – spiega – ma perché penso che nella Chiesa siano altre le cose importanti. E perché avrei voluto aspettare ancora prima di parlare. Ma questo tempo è una sfida per tutti. Dunque anche per noi. E richiede chiarezza”.

Padre Guerrero, la settimana scorsa si è tenuto un incontro Interdicasteriale dedicato alla situazione finanziaria dello Stato della Città del Vaticano e della Santa Sede. Può dirci qual è la situazione?

Tutto il mondo sta attraversando una crisi caratterizzata da due fattori: dalla sua eccezionalità e dall’incertezza sulla sua durata. Quello che stiamo vivendo è un tempo unico. Un tempo difficile che ci pone davanti alle nostre responsabilità. Dobbiamo trovare il modo per assicurare la nostra missione. Ma dobbiamo anche capire cosa è essenziale e cosa non lo è. Allo stesso modo non tutto può essere misurato solo come deficit, e nemmeno come mero costo, nella nostra economia.

In che senso?

Non siamo una impresa. Non siamo una azienda. Il nostro obiettivo non è fare profitto. Ogni Dicastero, ogni Ente, compie un servizio. E ogni servizio ha dei costi. Il nostro impegno deve essere quello della massima sobrietà e della massima chiarezza. Il nostro deve essere un bilancio di missione. Cioè, un bilancio che mette in relazione i numeri con la missione della Santa Sede. Questa che sembra una premessa, è la sostanza della questione. E dunque non va mai persa di vista.

Può darci qualche numero?

Quanto ai numeri, quelli della Santa Sede sono molto più piccoli di quanto in tanti immaginano. Sono più piccoli di una media università americana, per esempio. E anche questa è una verità spesso ignorata. In ogni caso i conti ci dicono che tra il 2016 e il 2020 sia le entrate che le uscite sono state costanti. Le entrate intorno ai 270 milioni. Le spese in media intorno a 320 milioni, a seconda dell’anno. Le entrate derivano da contributi e donazioni, rendimenti degli immobili e in misura minore dalla gestione finanziaria e dalle attività degli Enti. Un contributo importante è quello del Governatorato dello Stato Città del Vaticano; e dipende in larga (ma non esclusiva) misura dai Musei oggi chiusi e nella restante parte dell’anno in probabile difficoltà per la ripresa che sarà lenta. Se guardo solo ai numeri e alle percentuali, potrei dire che le uscite si distribuiscono più o meno così: 45% personale, 45% spese generali e di amministrazione e 7,5% donazioni. O potrei dire che il deficit (la differenza fra entrate e uscite) negli ultimi anni ha oscillato fra 60 e 70 milioni. Ma sulla sola base di questi numeri qualcuno potrebbe pensare che il deficit è un buco che deriva da cattiva amministrazione. O che finanzia una burocrazia immobile. Non è così. Niente a che vedere con questo. Dietro questi numeri c’è la missione della Santa Sede e del Santo Padre, c’è la pienezza della vita e del servizio ecclesiale. Non è giusto dire che il deficit si finanzia con l’Obolo di S. Pietro come se l’Obolo riempisse un buco. L’Obolo anche è una donazione dei fedeli: finanzia la missione della Santa Sede, che include la carità del Papa, e che non ha ricavi sufficienti.

I numeri sempre vanno capiti. Dietro questi numeri c’è il fine. Dentro il bilancio c’è la missione, il servizio che queste spese rendono possibile. Forse dobbiamo spiegare meglio, raccontare meglio. Sicuramente dobbiamo essere chiari.

Cosa intende di quando parla di “bilancio di missione”?

Intendo spiegare quel che c’è dentro quei numeri. Per esempio: comunicare quello che il Papa fa in 36 lingue, attraverso la radio, la tv, il web, i social, un giornale, una tipografia, una casa editrice, la sala stampa (e così via) è una impresa che non ha eguali al mondo. Ha un costo, certamente. Ha anche dei ricavi. Assorbe circa il 15 per cento del budget. Ci lavorano più di 500 persone. Non so se si può fare meglio. Sempre si può. Ma se facciamo una comparazione, non credo che troviamo altri che producano così tanto con così poco. Un altro dieci per cento del budget va alle nunziature. Qualcuno magari pensa che siano chissà cosa. Sono piccole ambasciate del Vangelo, che difendono nelle relazioni internazionali i diritti dei poveri, che portano avanti una diplomazia del dialogo, della pace, della cura della terra come nostra casa comune.  Un altro dieci per cento si spende per le Chiese Orientali, che sono spesso perseguitate o nella diaspora. Per l’attenzione alle Chiese più povere, alle missioni, attraverso la Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, si eroga un altro 8,5 per cento. Poi c’è la tutela della unità della dottrina, ci sono le cause dei Santi. C’è la preservazione di un patrimonio dell’umanità come la Biblioteca Vaticana e gli Archivi. C’è la manutenzione, doverosa, degli edifici: un altro dieci per cento. Ci sono le tasse italiane, che paghiamo: il 6 per cento circa del budget, cioè 17 milioni. E così via…

Questa era la situazione pre Covid. Ma ora? Sono state presentate diverse ipotesi, una più ottimista e una più pessimista: può illustrarle entrambe, brevemente?

Abbiamo fatto alcune proiezioni, alcune stime. Le più ottimistiche calcolano una diminuzione delle entrate intorno al 25 per cento. Le più pessimistiche intorno al 45 per cento. Noi non siamo in grado di dire oggi se ci sarà una diminuzione delle donazioni all’Obolo, o una diminuzione dei contributi che arrivano dalle Diocesi.

Sappiamo però, perché lo abbiamo deciso noi e per la difficoltà di pagare il canone da parte di alcuni affittuari, che ci sarà una contrazione delle rendite derivanti dagli affitti. Avevamo già deciso, approvando il budget di quest’anno, che le spese andavano ridotte, per abbassare il deficit. L’emergenza del dopo Covid ci obbliga a farlo con maggiore determinazione. Lo scenario ottimista o quello pessimista dipendono in parte da noi (da quanto saremo capaci di ridurre i costi) e in parte da fattori esterni, da quanto realmente le entrate diminuiranno (le entrate non dipendono da noi). In ogni caso, se non ci sono ricavi straordinari, è evidente che ci sarà un aumento del deficit.

Padre Guerrero, il Vaticano rischia davvero il default, come qualcuno ha scritto?

No. Io credo di no. Il Vaticano non rischia il default. Questo non vuol dire però che non dobbiamo affrontare la crisi per quella che è. Abbiamo sicuramente davanti anni difficili. La Chiesa compie la sua missione con l’aiuto delle offerte dei fedeli. E non sappiamo quanto la gente potrà donare. Proprio per questo dobbiamo essere sobri, rigorosi. Dobbiamo amministrare con la passione e la diligenza del buon padre di famiglia. Ci sono tre cose che non sono in discussione, nemmeno in questo tempo di crisi: la retribuzione dei lavoratori, gli aiuti alle persone in difficoltà e il sostegno alle Chiese bisognose. Nessun taglio riguarderà chi è più vulnerabile. Non viviamo per salvare i budget. Abbiamo fiducia nella generosità dei fedeli. Ma dobbiamo dimostrare a chi ci dona parte dei suoi risparmi che i suoi soldi sono ben spesi. Ci sono tanti cattolici nel mondo disposti a donare per aiutare il Santo Padre e la Santa Sede a compiere la propria missione. È a loro che dobbiamo rendere conto. E a loro che possiamo ricorrere.

La situazione vaticana non è diversa da quella di tanti altri Stati chiamati a fronteggiare una grave crisi economica a causa della pandemia: come pensate concretamente di fronteggiarla?

È vero che la situazione non è diversa, ma è vero anche che noi non abbiamo né la leva della politica monetaria e né quella della politica fiscale. Noi possiamo contare solo sulla generosità dei fedeli, su un piccolo patrimonio e sulla capacità di spendere meno. Contrariamente a quello che in tanti pensano non ci sono grandi salari qui.

Una buona notizia è che SPE, APSA, Segreteria di Stato, Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, Consiglio per l’Economia e Governatorato stanno lavorando insieme per fronteggiare la crisi e riformare quel che va riformato. Abbiamo chiesto a ciascun Ente di fare il possibile per ridurre le spese salvaguardando l’essenzialità della propria missione. A un livello più strutturale, poiché il deficit è strutturale, dovremo centralizzare gli investimenti finanziari, migliorare la gestione del personale, migliorare la gestione degli appalti. Sta per essere approvato un codice per gli appalti che porterà sicuramente a dei risparmi. Stiamo lavorando in costante collegamento con tutti i dicasteri coniugando la centralizzazione con la sussidiarietà; le autonomie con i controlli; la professionalità con la vocazione.

Questa centralizzazione degli investimenti, di cui lei parla, quando e come verrà attuata?

Abbiamo un gruppo di lavoro su questo, che collabora in un clima sereno. Ci vorrà ancora qualche mese. L’obiettivo non è solo centralizzare: è fare qualcosa di professionale, senza che vi sia il conflitto di interessi e con criteri etici. Bisogna non solo evitare investimenti non etici, ma anche promuovere investimenti legati ad una diversa visione dell’economia, alla ecologia integrale, alla sostenibilità.

Come farà la Santa Sede a garantire i servizi che attualmente offre e lo stipendio delle persone attualmente impiegate, nonostante le consistenti minori entrate che faranno dilatare il rosso dei conti?

Noi non siamo una grande potenza. Si discute della difficoltà a farcela di grandi Paesi europei. Immaginiamo noi. Dobbiamo essere umili. Siamo una famiglia che ha un piccolo patrimonio e l’aiuto generoso di molti. Ce la faremo. Con la nostra capacità di amministrare bene. Con l’aiuto di Dio e dei fedeli. La Chiesa tutta è sostenuta così.

Partiremo dalla condivisione della verità della situazione economica. Il meglio che possiamo fare è essere diligenti e trasparenti. Conteremo sul denaro sul quale potremo contare. Costruiremo per il 2021 un budget a base zero. Partendo dall’essenzialità della missione.

Ma come far crescere la fiducia dei fedeli dopo le notizie di cronaca dell’ultimo anno sulle inchieste riguardanti le modalità con cui sono stati fatti alcuni investimenti?

La fiducia si guadagna con il rigore, la chiarezza, la sobrietà. E anche ammettendo con umiltà errori passati, per non ripeterli, e errori attuali, se ce ne sono. Succede a volte, è successo anche a noi, per esempio, di esserci affidati a persone che non meritavano fiducia. Sempre siamo vulnerabili in questo. Maggior trasparenza, minore segretezza, rende più difficile commettere errori. È proprio per questo che per gli investimenti puntiamo ad avere un comitato serio, di persone di alto livello, senza conflitti di interesse, che ci aiuti (per quanto possibile) a non sbagliare.

Quando tornerà ad essere pubblicato un bilancio ufficiale?

Mi piacerebbe che fosse già quest’anno. Per spiegare bene come spendiamo il denaro. Per dire – carte alla mano – che si spende per fare il bene, e al servizio della Chiesa. Abbiamo bisogno di narrarlo questo. Di raccontarlo bene. La realtà che ho visto in questi mesi alla Santa Sede parla di questo. Merita fiducia. Questa missione piena di bellezza è portata avanti con la generosità di molti che nessuno conosce.

Come si sente ad occupare il posto di “ministro dell’Economia”? Riesce a riposare la notte in questo periodo difficile?

Dormo sì, dormo bene. Finora nessuna difficoltà mi ha tolto il sonno. Ho fiducia nel Signore della Vita, e so che la Vita sempre finisce per aprirci la strada. E questa cosa del ministro, dei ministri della Curia, mi fa un po’ sorridere. Non mi sento ministro dell’Economia. Mi sento un gesuita e un sacerdote che sta svolgendo un servizio alla Chiesa, un servizio di retroguardia forse, e in collaborazione con altri, che consiste nell’aiutare il Santo Padre e la Santa Sede nello svolgimento della propria missione. Ho un compito. Continuo un cammino. Lavoro in squadra. Ascolto i consigli. Imparo. Cerco persone competenti. So che i cambiamenti non si fanno in un giorno. E non si fanno da soli. L’obiettivo è lavorare insieme. Mi sono sentito molto bene accolto a partire dal Papa e dalla Curia, per non parlare del personale della SPE, tutti ottimi e validi professionisti. Camminiamo uniti. Siamo molto impegnati sulla strada della trasparenza, della sobrietà, della diligenza, della austerità, nell’esercizio di quella che è e rimane una missione. VN 13

 

 

 

Fondazione Migrantes: anche nella pandemia sempre vicini agli ultimi

 

Roma – Da alcuni mesi pagine intere dei principali quotidiani e periodici sono dedicate alla pandemia che ha coinvolto il mondo intero. A farne le spese tanti cittadini ma anche, e soprattutto, i più deboli. Tra questi coloro che vivono in “mobilità”.

La Fondazione Migrantes della Conferenza episcopale italiana, anche in questo caso attraverso iniziative e con i suoi organi di informazione non ha lasciato da solo nessuno di queste persone. Il sito istituzionale www.migrantes.it ha dato notizie di incontri dei responsabili dei settori e ha riportato i principali documenti sul tema ai quali la Fondazione ha aderito mentre il periodico www.migrantesonline.it ogni giorno, dall’inizio della pandemia, ha riportato notizie, avvenimenti, interventi legati all’epidemia da Covid-19 per tutto il mondo della mobilità: immigrati in Italia, rifugiati, italiani residenti all’estero, circensi e lunaparkisti, rom e sinti. Molte le iniziative promosse dalla Migrantes per venire incontro a questo mondo: il periodico online ha dato tutte queste notizie che arrivavano dagli uffici diocesani e regionali Migrantes, dalle Missioni cattoliche italiane in Europa e dagli operatori impegnati sul territorio.

Tante le questioni affrontate che hanno interessato i migranti e rifugiati, perché è emerso fin da subito che questa epidemia avrebbe colpito di più chi già viveva in situazioni di precarietà, provocando nuove povertà. Così sono stati riportati i tanti appelli fatti dai vescovi italiani, e non solo, affinché non venisse a mancare l’aiuto ai migranti e alle loro famiglie, a chi non rientrava nei percorsi di accoglienza, alle vittime della tratta e dello sfruttamento. Sono stati riportati i tanti appelli di papa Francesco affinché non fossero dimenticati gli ‘ultimi’, gli invisibili. Per giungere alle recenti notizie dell’intervento del Governo sulla questione di regolarizzare i tanti lavoratori stranieri in Italia che lavoravano senza contratto. Una forza lavoro che in questi mesi di loockdown ha fatto riflettere sulla sua importanza soprattutto per le produzioni agricole, etc. Il sito Migrantes online ha dato voce alle tante comunità di stranieri presenti sul territorio italiano che si sono attivate con gesti di solidarietà per essere grati al Paese che li ha accolti. Come la comunità bengalese di Firenze che ha raccolto 5mila euro donandoli alla Fondazione Santa Maria Nuova Onlus per l’acquisto di strumenti e dispositivi per la protezione da Covid-19 per l’azienda Usl Toscana-Centro o l’iniziativa di un giovane rifugiato che ha deciso di produrre mascherine per la cittadinanza. E ancora di tante comunità ma anche di stranieri, come Amrita, originaria di Calcutta, che lavora in un ospedale italiano che ogni giorno incontra pazienti indiani, pachistani e bengalesi e li aiuta, nel suo lavoro di mediatrice culurale, a comunicare con i medici e il personale sanitario (sul numero del mensile della Fondazione Migrantes, “MigrantiPress” una intervista pubblicata su un quotidiano indiano). E poi la storia di suor Angel Bipendu, originaria del Congo a fianco dei malati di Covid19 dopo l’esperienza con i migranti. Ma anche le iniziative promosse a favore delle comunità di rom e sinti che vivono ai bordi delle nostre città. Rispettando le regole per evitare la diffusione del virus tanti i volontari e sacerdoti sono rimasti vicini a queste comunità e sono tante le associazioni che hanno continuato ad assisterli operare in loro favore. E l’intervista al vescovo ausiliare di Roma, mons. Gianpiero Palmieri che ha coordinato un “Progetto per la fornitura straordinaria di generi di prima necessità per le famiglie dei campi e degli insediamenti rom” che ha coinvolto circa 500 famiglie che in questo periodo di pandemia stanno vivendo grosse difficoltà in collaborazione con gli uffici Migrantes e Caritas della diocesi, alcune parrocchie ed associazioni di volontariato.

La pandemia che stiamo vivendo non ha solo conseguenze sanitarie ma anche economiche per tante realtà fragili che spesso vengono dimenticate e che “non potranno lavorare per diversi mesi ancora”, ha denunciato la Fondazione Migrantes citando il mondo delle giostre e dei circhi, che stanno vivendo una grave condizione dal punto di vista economico. Un mondo che “fa fatica a chiedere visto che sono sempre andati avanti con il proprio lavoro”, ha detto il direttore generale della Migrantes, don Gianni De Robertis. La sospensione delle attività pubbliche a carattere culturale e ricreativo ha significato l’impossibilità per queste categorie di soddisfare i bisogni più elementari delle proprie famiglie. Alcuni complessi dello spettacolo viaggiante si sono ritrovati distanti dalle loro città con l’inizio della pandemia e quindi soggetti alle misure restrittive attivate. Ma anche gli italiani residenti nel mondo sono preoccupati della situazione che stanno vivendo nei Paesi che li ospitano, ma con uno sguardo rivolto all’Italia dove abitano i familiari più cari. Per loro giocano un ruolo fondamentale le Missioni cattoliche italiane, con i missionari, come ha raccontato www.migrantesonline.it, che, per tenere unita la comunità, si sono attivati per mantenere i contatti telefonici e per organizzare iniziative sui social network o su siti appositi. Tanti anche i servizi nel numero di maggio della rivista “MigrantiPress”. (Sir 20)

 

 

 

 

“La preghiera apre la porta alla speranza”

 

L’Udienza Generale e la Catechesi del Santo Padre del 20 maggio. Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sulla preghiera, ha incentrato la sua meditazione sul tema: «Il mistero della Creazione» (Sal 8,4-5.10).

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Proseguiamo la catechesi sulla preghiera, meditando sul mistero della Creazione. La vita, il semplice fatto che esistiamo, apre il cuore dell’uomo alla preghiera. La prima pagina della Bibbia assomiglia ad un grande inno di ringraziamento. Il racconto della Creazione è ritmato da ritornelli, dove viene continuamente ribadita la bontà e la bellezza di ogni cosa che esiste. Dio, con la sua parola, chiama alla vita, ed ogni cosa accede all’esistenza.

Con la parola, separa la luce dalle tenebre, alterna il giorno e la notte, avvicenda le stagioni, apre una tavolozza di colori con la varietà delle piante e degli animali. In questa foresta straripante che rapidamente sconfigge il caos, per ultimo appare l’uomo. E questa apparizione provoca un eccesso di esultanza che amplifica la soddisfazione e la gioia: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Cosa buona, ma anche bella: si vede la bellezza di tutto il Creato! La bellezza e il mistero della Creazione generano nel cuore dell’uomo il primo moto che suscita la preghiera (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 2566). Così recita il Salmo ottavo, che abbiamo sentito all’inizio: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (vv. 4-5).

L’orante contempla il mistero dell’esistenza intorno a sé, vede il cielo stellato che lo sovrasta – e che l’astrofisica ci mostra oggi in tutta la sua immensità – e si domanda quale disegno d’amore dev’esserci dietro un’opera così poderosa!… E, in questa sconfinata vastità, che cosa è l’uomo? “Quasi un nulla”, dice un altro Salmo (cfr 89,48): un essere che nasce, un essere che muore, una creatura fragilissima. Eppure, in tutto l’universo, l’essere umano è l’unica creatura consapevole di tanta profusione di bellezza. Un essere piccolo che nasce, muore, oggi c’è e domani non c’è, è l’unico consapevole di questa bellezza. Noi siamo consapevoli di questa bellezza!

La preghiera dell’uomo è strettamente legata con il sentimento dello stupore. La grandezza dell’uomo è infinitesimale se rapportata alle dimensioni dell’universo. Le sue più grandi conquiste sembrano ben poca cosa… Però l’uomo non è nulla. Nella preghiera si afferma prepotente un sentimento di misericordia. Niente esiste per caso: il segreto dell’universo sta in uno sguardo benevolo che qualcuno incrocia nei nostri occhi. Il Salmo afferma che siamo fatti poco meno di un Dio, di gloria e di onore siamo coronati (cfr 8,6). La relazione con Dio è la grandezza dell’uomo: la sua intronizzazione. Per natura siamo quasi nulla, piccoli ma per vocazione, per chiamata siamo i figli del grande Re! È un’esperienza che molti di noi hanno fatto.

Se la vicenda della vita, con tutte le sue amarezze, rischia talvolta di soffocare in noi il dono della preghiera, basta la contemplazione di un cielo stellato, di un tramonto, di un fiore…, per riaccendere la scintilla del ringraziamento. Questa esperienza è forse alla base della prima pagina della Bibbia. Quando viene redatto il grande racconto biblico della Creazione, il popolo d’Israele non sta attraversando dei giorni felici. Una potenza nemica aveva occupato la terra; molti erano stati deportati, e ora si trovavano schiavi in Mesopotamia. Non c’era più patria, né tempio, né vita sociale e religiosa, nulla. Eppure, proprio partendo dal grande racconto della Creazione, qualcuno comincia a ritrovare motivi di ringraziamento, a lodare Dio per l’esistenza.

La preghiera è la prima forza della speranza. Tu preghi e la speranza cresce, va avanti. Io direi che la preghiera apre la porta alla speranza. La speranza c’è, ma con la mia preghiera apro la porta. Perché gli uomini di preghiera custodiscono le verità basilari; sono quelli che ripetono, anzitutto a sé stessi e poi a tutti gli altri, che questa vita, nonostante tutte le sue fatiche e le sue prove, nonostante i suoi giorni difficili, è colma di una grazia per cui meravigliarsi. E in quanto tale va sempre difesa e protetta. Gli uomini e le donne che pregano sanno che la speranza è più forte dello scoraggiamento. Credono che l’amore è più potente della morte, e che di certo un giorno trionferà, anche se in tempi e modi che noi non conosciamo. Gli uomini e le donne di preghiera portano riflessi sul volto bagliori di luce: perché, anche nei giorni più bui, il sole non smette di illuminarli.

La preghiera ti illumina: ti illumina l’anima, ti illumina il cuore e ti illumina il viso. Anche nei tempi più bui, anche nei tempi di maggior dolore. Tutti siamo portatori di gioia. Avete pensato questo? Che tu sei un portatore di gioia? O tu preferisci portare notizie brutte, cose che rattristano? Tutti siamo capaci di portare gioia. Questa vita è il dono che Dio ci ha fatto: ed è troppo breve per consumarla nella tristezza, nell’amarezza. Lodiamo Dio, contenti semplicemente di esistere. Guardiamo l’universo, guardiamo le bellezze e guardiamo anche le nostre croci e diciamo: “Ma, tu esisti, tu ci hai fatto così, per te”. È necessario sentire quella inquietudine del cuore che porta a ringraziare e a lodare Dio. Siamo i figli del grande Re, del Creatore, capaci di leggere la sua firma in tutto il creato; quel creato che oggi noi non custodiamo, ma in quel creato c’è la firma di Dio che lo ha fatto per amore. Il Signore ci faccia capire sempre più profondamente questo e ci porti a dire “grazie”: e quel “grazie” è una bella preghiera.

maggio 20, 2020 15:42Papa Francesco - Udienza generale

 

 

 

 

«È la fragilità il luogo dell'incontro con Dio»

 

Parte dall'intervista con don Fabio Rosini la serie post-Covid 19 di Credere, dal titolo "Alfabeto per il futuro"

 

Milano - «È venuto il momento di chiederci, oggi più che mai, cosa conta davvero nella vita, come ci ha invitato a fare Papa Francesco. Questo significa prendere coscienza della nostra vera realtà e delle nostre fragilità». È l'appello che don Fabio Rosini, sacerdote romano molto noto e apprezzato autore spirituale, intervistato da Gerolamo Fazzini, rivolge ai lettori dalle colonne di Credere, sul numero in edicola da domani, guardando al futuro segnato dall'emergenza-Coronavirus. Parole che fanno il paio con quanto scrive ne L'arte di guarire. L'emorroissa e il sentiero della vita sana, il suo ultimo libro (Edizioni San Paolo): «L'idea di una vita tutta perfetta, senza debolezze e fragilità, è un idolo. È il rifiuto dei nostri limiti di creature».

Rosini non usa i social, eppure sa comunicare come pochi. 58 anni, sacerdote dal 1991, da anni commenta il Vangelo domenicale per la Radio Vaticana e tiene una rubrica su Famiglia Cristiana. Direttore del Servizio per le vocazioni della Diocesi di Roma, ha iniziato nel 1993 un percorso per giovani sul Decalogo e, poi, su I Sette Segni del Vangelo di Giovanni: itinerari che ha poi condiviso con tanti altri sacerdoti e laici, in Italia e all'estero.

Nell'intervista a Credere don Rosini non risparmia bordate: «Mi dà terrore vedere che molti, anche in ambito ecclesiale, stanno tornando a fare quanto si faceva prima. Credo, invece, che tutto debba essere messo in discussione. Nel mio piccolo lo sto facendo». Ancora: «Cosa ha fatto Dio in questo tempo? Ci ha fatto saltare i programmi! Ma allora buttiamoli via definitivamente! Siamo diventati irrilevanti perché abbiamo il messaggio più bello del mondo da dare, ma il "come" lo facciamo è viziato da un efficientismo che ricorda quello degli yuppie anni '80. Papa Francesco non va certo in questa direzione». 

Don Fabio, che negli ultimi anni ha vissuto sulla sua pelle la malattia grave (due tumori), apre il cuore al lettore e racconta i suoi pensieri più intimi. «Per me la malattia è stata davvero una strada di salvezza perché, azzerando tutto, mi ha permesso di ricostruire dalla radice. Le persone che ho intorno mi dicono che sono stato "migliorato" dal tumore. Non c'è nulla da fare: la fragilità è il luogo vero e proprio dell'incontro con Dio».

Il termine attorno al quale si sviluppa l'intervista a don Rosini è - appunto - "fragilità". L'articolo costituisce la prima tappa di un viaggio, dal titolo "Alfabeto per il futuro", che il settimanale propone per riflettere sulle parole-chiave che, lette con gli occhi della fede, ci possono aiutare a rialzarci e ripartire dopo la catastrofe del Coronavirus. Sul prossimo numero la parola sarà "precarietà", affrontata con Daniele Rocchetti, presidente delle Acli di Bergamo, una delle zone più colpite dal virus. Seguiranno, tra le altre, silenzio, giustizia, speranza, fatica, elaborazione del lutto...  A commentarle, incrociando riflessione ed esperienza personale, saranno laici, religiose, sacerdoti, accomunati dalla voglia di far tesoro della vicenda-Covid19 perché diventi occasione per una "ripartenza" spirituale.  Alessandro Fuso, de.it.press 20

 

 

 

 

La Diocesi di Limburg cerca in Italia personale educativo per asili nido e scuole dell’infanzia cattoliche di Francoforte  

 

Limburg – La Diocesi di Limburgo cerca in Italia educatrici/educatori per asili nido e scuole dell’infanzia cattoliche di Francoforte sul Meno, con un contratto a tempo indeterminato.

Per sostenere l’inserimento nel luogo di lavoro e nella vita sociale e culturale di Francoforte la diocesi di Limburgo ha messo a punto insieme a Eures (portale europeo della mobilità) il programma “Ti aspettiamo! – Wir erwarten dich!”, con misure di sostegno: supporto nel far riconoscere dalle autorità locali il tuo titolo di studio e la tua qualifica professionale; corso  “tedesco per professioni pedagogiche”, a Francoforte; offerta di una sistemazione abitativa per il primo periodo e successivamente sostegno nella ricerca di un appartamento; supporto nelle pratiche burocratiche; sostegno nell’inserimento lavorativo e nella costruzione della rete sociale (contatti con la comunità italiana, proposte per il tempo libero).

Si richiede: laurea breve in scienze dell’educazione e della formazione (L19); conoscenza, al momento dell’assunzione, della lingua tedesca almeno a livello B1. È possibile raggiungere questo livello durante il percorso di selezione e prima dell’inizio del lavoro; identificazione con i valori e gli obiettivi della Chiesa cattolica; voglia di lavorare in Germania in un contesto interculturale; motivazione a lavorare in una lingua straniera e ad migliorare il tedesco anche “sul campo”. Il percorso di selezione prevede la partecipazione ad un evento informativo online a fine maggio 2020. Gli interessati possono inviare la propria candidatura entro il 31 maggio. L’opportunità è segnalata da Sportello Eures Puglia. (Inform/dip 18)

 

 

 

“San Giovanni Paolo II è stato un dono straordinario di Dio alla Chiesa”

 

Videomessaggio del Santo Padre Francesco ai giovani dell’Arcidiocesi di Cracovia nella ricorrenza del centenario della nascita di San Giovanni Paolo II

 

Cari giovani, quest’anno festeggiamo i cento anni dalla nascita di San Giovanni Paolo II. È una bella occasione per me per rivolgermi a voi, giovani di Cracovia, pensando a quanto lui amava i giovani, e ricordando la mia venuta tra voi per la GMG del 2016.

San Giovanni Paolo II è stato un dono straordinario di Dio alla Chiesa e alla Polonia, vostra patria. Il suo pellegrinaggio terreno, iniziato il 18 maggio 1920 a Wadowice e terminato 15 anni or sono a Roma, è stato segnato dalla passione per la vita e dal fascino per il mistero di Dio, del mondo e dell’uomo. Lo ricordo come un grande della misericordia: penso all’Enciclica Dives in misericordia, alla canonizzazione di santa Faustina e all’istituzione della Domenica della Divina Misericordia. Alla luce dell’amore misericordioso di Dio Lui coglieva la specificità e la bellezza della vocazione delle donne e degli uomini, capiva le necessità dei bambini, dei giovani e degli adulti, considerando anche i condizionamenti culturali e sociali. Tutti potevano sperimentarlo.

Anche voi oggi potete sperimentarlo, conoscendo la sua vita e i suoi insegnamenti, disponibili a tutti anche grazie a internet. Ognuno e ognuna di voi, cari ragazzi e ragazze, porta l’impronta della propria famiglia, con le sue gioie e i suoi dolori. L’amore e la cura per la famiglia è un tratto caratteristico di Giovanni Paolo II. Il suo insegnamento rappresenta un sicuro punto di riferimento per trovare soluzioni concrete alle difficoltà e alle sfide che le famiglie devono affrontare ai nostri giorni (cfr Messaggio al Convegno “Giovanni Paolo II, il Papa della famiglia”, Roma, 30 ottobre 2019).

Ma i problemi personali e familiari non sono un ostacolo sulla via della santità e della felicità. Non lo erano neanche per il giovane Karol Wojty?a, che da ragazzo patì la perdita della madre, del fratello e del padre. Da studente sperimentò le atrocità del nazismo, che gli portò via tanti amici. Dopo la guerra, come sacerdote e vescovo dovette affrontare il comunismo ateo. Le difficoltà, anche dure, sono una prova della maturità e della fede; prova che si supera solo basandosi sulla potenza di Cristo morto e risorto. Giovanni Paolo II lo ha ricordato a tutta la Chiesa fin dalla sua prima Enciclica, Redemptor hominis, dove dice: «L’uomo che vuol comprendere se stesso fino in fondo […] deve, con la sua inquietudine e incertezza e anche con la sua debolezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvicinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in Lui con tutto se stesso» (n. 10).

Cari giovani, è questo che auguro ad ognuno di voi: di entrare in Cristo con tutta la vostra vita. E auspico che le celebrazioni del centenario della nascita di San Giovanni Paolo II ispirino in voi il desiderio di camminare coraggiosamente con Gesù, che è «il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. […] Il Signore, come a Pentecoste, vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani – ragazzo, ragazza, vuole le tue mani – per continuare a costruire il mondo di oggi» (Discorso nella Veglia della GMG, Cracovia, 30 luglio 2016).

Vi affido tutti all’intercessione di San Giovanni Paolo II e vi benedico di cuore. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!

Papa Francesco, Zenit 19

 

 

 

 

Berlino: non c’è posto in moschea, chiesa luterana apre le porte ai fedeli musulmani

 

A causa delle regole del distanziamento sociale la moschea di Dar Assalam non aveva più posto per chi voleva pregare durante il Ramadan. La basilica di Martha di Kreuzberg si è offerta di dare il proprio aiuto

Una chiesa di Berlino ha deciso di aprire le porte anche ai fedeli musulmani che non hanno la possibilità di partecipare alle funzioni della loro religione nelle moschee dove le regole del distanziamento sociale hanno imposto presenze contingentate e quindi ridotte.

La Germania ha consentito il ripristino delle funzioni religiose dal 4 maggio, ma i fedeli devono mantenere una distanza di 1,5 m (5 piedi). La moschea di Dar Assalam nel distretto di Neukölln poteva contenere solo una parte della sua congregazione. La chiesa luterana, Martha di Kreuzberg si è così offerta di dare il proprio aiuto, ospitando le preghiere del venerdì fino alla fine del Ramadan.

 

Durante tutto il mese del Ramadan, i musulmani si astengono dal mangiare, bere, fumare e fare sesso dall'alba al tramonto. Normalmente famiglie e amici si riuniscono per rompere il digiuno e partecipare alle preghiere comuni, ma a Berlino - come nei paesi di tutto il mondo - anche le funzioni religiose hanno subito un arresto ed ora si sta piano piano tornando alla normalità ma con la necessità di avere presenze ben calcolate nel rispetto delle regole del distanziamento sociale, anche tra i fedeli.

«È un grande segno e porta gioia nel mese del nostro Ramadan e durante questa crisi», ha detto l'imam della moschea all'agenzia di stampa Reuters. «Questa pandemia ci ha fatto diventare una comunità. Le crisi portano le persone a stare insieme». LS 23

 

 

 

 

Recensioni. “Possiamo sempre nascere di nuovo”. “L’Arte di bene-dire”

 

Un itinerario di guarigione, Gaetano Piccolo, pp. 128 – euro 8,00

Padre Gaetano Piccolo propone un attualissimo percorso di “rinascita” in nove passi: un cammino spirituale per riprendere in mano la propria vita, anche quando siamo feriti e senza speranza. “Ognuno di noi si porta dietro inevitabilmente una storia ferita, eppure possiamo riprendere in mano la nostra storia e ricominciare a camminare. Ogni cammino spirituale in fondo è un invito a non rimanere attaccati al proprio lettuccio di malattia e di lamento. Il Vangelo ci annuncia una buona notizia: la vita può ricominciare, possiamo sempre nascere di nuovo. Anche se abbiamo attraversato il dramma, la morte, la sofferenza, questi eventi non possono mai essere l’ultima parola. Noi siamo fatti per vivere!”. Parte da queste considerazioni, così incredibilmente attuali, il nuovo libro di padre Gaetano Piccolo sj, uno dei più interessanti autori italiani di spiritualità.

Nel libro, l’Autore propone un cammino di “rinascita” in nove passi: Tornare ad abitare la propria interiorità; Le cose che bloccano e quelle che aiutano a camminare; Lasciare il sepolcro; Quello non sono io!; Cosa ti manca?; Sono (anche) una persona ferita; Non dall’oggi al domani; Trasformare il desiderio in un progetto; Trovare un senso. Lo stile del testo è agile e immediato e come sempre padre Gaetano Piccolo accompagna il lettore con semplicità, condendo le sue riflessioni con episodi biblici e racconti personali.

Un cammino sicuramente per tutti, adatto per ogni momento della vita, ma pensato in particolare per coloro che si sentono bloccati, sfiduciati, persi e senza speranza. Magari, come stiamo vivendo in questo periodo, dopo una situazione di profonda crisi. Perché, scrive l’Autore, “Ciò che conta è non rimanere fermi e sapere che un nuovo cammino è sempre possibile. Non importa dove ci siamo persi o incagliati, la buona notizia è che possiamo ricominciare, possiamo sempre nascere di nuovo”.

Note sull’Autore.Gaetano Piccolo (Napoli, 1973) è gesuita e insegna Metafisica presso la Pontificia Università Gregoriana. Attraverso la sua personale esperienza ha sviluppato un approccio alla Bibbia che prova a far emergere le dinamiche umane di ciascuno mediante l’incontro con la Parola, affinché il cuore sia illuminato e guarito. Tra le sue pubblicazioni più recenti ricordiamo la trilogia sui Vangeli sinottici Leggersi dentro; Testa o cuore; Il profumo dello sposo e Pensiero incompleto.

***

L’arte di bene-dire. Predicare e annunciare in modo efficace, Roberto Mauri

pp. 112 – euro 7,90

Nuovo titolo della collana Quaderni Emmaus: testi dal carattere divulgativo, che affrontano alcune sfide chiave per la Chiesa, in un dialogo costante tra teologia, scienze umane, teorie della leadership e del management. Quali caratteristiche deve avere la predicazione (o l’incontro di catechesi) per essere efficace? Come fare per non annoiare e annunciare il Vangelo in modo che tocchi i cuori e induca al cambiamento? Su queste domande si fonda il terzo titolo della nuova collana Quaderni Emmaus.

L’autore, Roberto Mauri, psicologo e psicoterapeuta, esperto in processi comunicativi, pastorale giovanile e dello sport, formatore e consulente in ambito educativo, familiare e organizzativo, fa parte dell’equipe del Centro Studi Missione Emmaus, che accompagna diocesi, comunità pastorali, parrocchie, a entrare e attivare logiche e percorsi di cambiamento nella pastorale e nell’evangelizzazione. I testi della collana, curata dal Centro Studi, affrontano alcune sfide chiave per la Chiesa, attraverso l’approccio transdisciplinare, in un dialogo costante tra teologia, scienze umane, teorie della leadership e del management.

Si tratta di piccoli volumi, dal carattere divulgativo, alla portata di tutti, pur avendo solide fondamenta scientifiche. La collana è destinata a sacerdoti, religiosi, operatori pastorali e tutte quelle figure impegnate, a vario titolo, nella vita ecclesiale. Ad affiancare questa collana, la collana Romanzi Pastorali (testi suddivisi in due parti: una di tipo narrativo, l’altra di tipo pastorale), di cui lo scorso anno è già uscito il primo titolo, “Parrocchia affittasi”.

Ne L’arte di bene-dire, l’Autore propone un modello di predicazione e annuncio del Vangelo che mette al centro la competenza narrativa. “L’applicazione del modello narrativo alla predicazione e alla catechesi – scrive Mauri – consente, meglio di altri approcci, di intrecciare esperienze e nuclei vitali, così da incarnare l’annuncio di salvezza. Il modello narrativo va oltre l’integrazione tra fede e vita: mostra piuttosto che la fede è vita e che ogni vita ha domande di fede. La narrazione, infatti, penetra nella vita dell’interlocutore in modo integrale (ragione, emozione, esperienza), alimenta l’accoglienza, apre al cambiamento, condivide un percorso di conversione”.

***

Mi chiamo Nako, Guia Risari, illustrazioni di Paolo D’Altan, pp. 40 – euro 14,00

Guia Risari offre un poetico e graffiante libro per bambini (dagli 8 ai 10 anni) che racconta il popolo rom e fa riflettere sul valore della diversità e il peso dei pregiudizi. Illustrazioni di Paolo D’Altan.

Guia Risari è scrittrice per l’infanzia, ricercatrice, traduttrice e giornalista. In Italia, ha pubblicato, tra gli altri, per Einaudi ragazzi, Mondadori, San Paolo, Eli, Topipittori, Beisler. All’estero per Memo, Baron Perché, A buen paso. Per Paoline, lo scorso anno, ha pubblicato Mamma cerca casa. Ora torna in libreria, sempre per Paoline, con Mi chiamo Nako, illustrato da Paolo D’Altan.

Protagonista è Nako, un ragazzino rom che racconta al lettore i sogni e le sofferenze del suo popolo, con le distanze e l’esclusione di cui è spesso vittima. Ma al tempo stesso, Nako apre il sipario sulle belle e antiche tradizioni che quel popolo porta con sé, e la speranza che, a dispetto di tutto, lo caratterizza. Quello che la Risari offre ai giovani lettori (il libro è pensato per bambini dagli 8 ai 10 anni), è un testo poetico, graffiante e delicato insieme, sul valore delle differenze e sull’importanza e la bellezza di un mondo spesso più giudicato che conosciuto.

EP, dip

 

 

 

 

Papst: Das Geschenk des Lebens wieder schätzen lernen

 

Am Pfingstsonntag hat Papst Franziskus ein Plädoyer für die Hoffnung gehalten. Mit Blick auf die Coronakrise nannte er „drei Feinde“, die uns daran hindern würden, uns in den Dienst der anderen zu stellen und hoffnungsvoll in die Zukunft zu blicken: Narzissmus, Selbstmitleid und Pessimismus. Seine Bitte an den Heiligen Geist: Er möge uns „aus der Lähmung des Egoismus befreien und in uns die Sehnsucht entfachen, zu dienen und Gutes zu tun.“

Silvia Kritzenberger – Vatikanstadt

 

Es stimmt: Die Messe an diesem Pfingstsonntag wurde noch nicht auf dem Petersplatz gefeiert. Trotz der in Italien inzwischen deutlich spürbaren Lockerungen will Papst Franziskus größere Menschenansammlungen vermeiden. Aber mit an die 50 Gläubigen war diese Pfingstmesse nach dem Rosenkrangebet in den Vatikanischen Gärten am Samstagabend immerhin bereits die zweite größere Zusammenkunft des Papstes mit Gläubigen seit Beginn des Lockdowns im Vatikan.

„An Pfingsten erkennen die Apostel die einheitsstiftende Kraft des Geistes,“ stellte Franziskus in seiner Predigt fest. „Mit eigenen Augen sehen sie, dass alle, obwohl sie unterschiedliche Sprachen sprechen, ein einziges Volk bilden, das Volk Gottes, das geformt ist vom Heiligen Geist, der aus unseren Unterschieden eine Einheit webt und alles in Einklang bringt, weil er der Einklang ist.“

Die gefährdete Einheit...

Doch diese Einheit sieht Franziskus in unserer Zeit gefährdet. Wie oft würden wir glauben, unsere eigenen Ideen „bis aufs Messer“ verteidigen zu müssen, nur mit denen zurechtzukommen, die so dächten wie wir und dabei vergäßen, dass wir zuallererst Gottes geliebte Kinder seien, gab er zu bedenken. „Der Geist kommt zu uns, mit all unseren Unterschieden und Nöten, um uns zu sagen, dass wir einen einzigen Herrn, nämlich Jesus, und einen einzigen Vater haben und dass wir deshalb Brüder und Schwestern sind.“

Erst wenn wir Gott als Gabe in unseren Herzen spürten, würde sich alles ändern, sinnierte Franziskus. Wenn uns bewusst werde, dass das, was wir sind, das Geschenk Gottes sei, dann würden auch wir aus unserem Leben ein Geschenk machen wollen und der Welt mit unserem unentgeltlichen und freudigen Dienst das wahre Bild Gottes offenbaren. „Der Geist, das lebendige Gedächtnis der Kirche, erinnert uns daran, dass wir uns einer Gabe verdanken und dass wir wachsen, indem wir uns hingeben; nicht indem wir unser Leben bewahren, sondern indem wir uns hingeben.“

Die Lähmung des Egoismus

Wir müssten uns aus der Lähmung des Egoismus befreien, denn schlimmer als die gegenwärtige Krise wäre nur, wenn wir die Chance, die sie birgt, ungenutzt verstreichen ließen und uns nur auf uns selbst konzentrierten, warnte Franziskus.

 

Es gebe jedoch drei Feinde, die uns daran hinderten, uns in den Dienst der anderen zu stellen, spann er den Bogen weiter: den Narzissmus, das Selbstmitleid und den Pessimismus. Der Narzissmus führe dazu, dass man sich selbst vergöttere, dass nur der eigene Vorteil zähle:

 

„Wie schlimm ist, jetzt in dieser Pandemie, der Narzissmus die Gleichgültigkeit gegenüber den Bedürfnissen anderer, das Nichteingestehen der eigenen Fehler und Schwächen“ beklagte der Papst. Doch auch die beiden anderen Feinde haben es laut Franziskus in sich: das Selbstmitleid – wenn wir uns immer nur fragen würden, warum die anderen nicht für uns da seien – und der Pessimismus.

„Im großen Bemühen um einen Neubeginn, wie schädlich ist da der Pessimismus, die Schwarzmalerei und die ständige Leier, dass nichts mehr so sein wird, wie es einmal war!“

„Jetzt, im großen Bemühen um einen Neubeginn, wie schädlich ist da der Pessimismus, die Schwarzmalerei und die ständige Leier, dass nichts mehr so sein wird, wie es einmal war! Wenn man so denkt, kehrt die Hoffnung sicher nicht zurück,“ warnte Franziskus und gab abschließend folgenden Rat:

„Wir müssen das Geschenk des Lebens wieder schätzen lernen, das Geschenk, das jeder von uns ist. Deshalb brauchen wir den Heiligen Geist, die Gabe Gottes, der unseren Narzissmus, unser Selbstmitleid und unseren Pessimismus heilt.“

(vn 31)

 

 

 

Kirche muss sich hinaus wagen. Pfingstpredigt von Bischof Dr. Georg Bätzing

 

Die Kirche müsse sich weiter öffnen, sich aus geschlossenen Räumen und Systemen zurückziehen, und sich den Menschen zuwenden. Pfingsten sei das Fest, das dazu ermutige und den Weg weise. „Draußen vor den Kirchtürmen, mitten in der Stadt und in der Welt, ist der eigentlich spannende Ort, um von Gott zu reden und zu Erfahrungen mit Gott einzuladen“, sagte der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing am Pfingstsonntag (31. Mai 2020) in Limburg. Im Hohen Dom feierte er mit 70 Gläubigen Gottesdienst.

An Pfingsten werde die Richtung der pfingstlichen Bewegung offenbar. Die Türen zeigten den Weg von drinnen nach draußen. Die Apostel verließen ihr Obergemach und stellten sich der Öffentlichkeit. Diese Botschaft gelte auch in Corona-Zeiten. Viele Wochen lang sei das Leben in Deutschland heruntergefahren gewesen. Nun wache die Gesellschaft allmählich wieder auf und es gelte eine Balance zwischen Freiheit und Sicherheit zu finden, solange die Gefahr der Pandemie nicht gebannt ist. Nun sei auch die Zeit, in der sich viele wieder vorwagten – die fröhlich Unbesorgten genauso wie die tief Besorgten und leider auch die extrem Ausgerichteten. „Seltsame Koalitionen von völlig berechtigten Anliegen mit solchen von Esoterikern und Verschwörungstheoretikern, von rechten und linken Demonstranten wollen diesen öffentlichen Raum als erste besetzen. Mit teils kruden Thesen und Forderungen, die leider sogar in hohen kirchlichen Kreisen Widerhall gefunden haben, bleiben sie, wenn auch lautstark und hässlich aggressiv bisher eine Randerscheinung“, so Bischof Bätzing. Die Mehrheit der Bürger sei mit der zeitweisen Einschränkung der bürgerlichen Freiheit einverstanden gewesen und die Wirkung der Maßnahmen zeige Erfolg bei der Eingrenzung und Versorgung von Erkrankten.

Der Bischof habe sich in den vergangenen Wochen oft die Frage gestellt, ob Kirche und Religion systemrelevant seien. Bei allen Lockerungen, bei aller wunderbarer Kreativität und einer erstaunlichen Breite medialer Angebote, seien die Grundvollzüge der Seelsorge weiterhin erheblich eingeschränkt. Es habe ihn gefreut, dass der Bundespräsident die Haltung der Kirchen mit ihren Angeboten öffentlich gelobt habe. Dennoch sei er sehr beunruhigt, wenn ihm Krankenhausseelsorger erzählten, von denen man annehme, sie seien in Corona-Zeiten besonders gefordert, sie würden von der säkularen Welt nicht mehr als relevant wahrgenommen werden, obwohl sie präsent sein wollten. Diese Erfahrung, nicht relevant zu sein, sei nicht neu, sondern schon seit Jahrzehnten präsent, und könne sich nun durchaus beschleunigen. „Die Gottesfrage könnte in der Öffentlichkeit noch mehr verstummen und ins Private abgedrängt werden, die Gottesdienste könnten noch leerer werden, die Plausibilität des christlichen Welt- und Menschenbildes noch heftiger einbrechen. Ja, diese Krisenzeit verschärft die Zeitansage an die Kirche. Wir müssen uns ihr stellen, sie durchdringen und miteinander darauf antworten“, so Bätzing.

 

Gerade mit Blick auf diese Erfahrung kämen die Pfingstbotschaft und das Zeugnis von Papst Franziskus wieder neu ins Spiel. Der Heilige Vater sei derjenige, der beständig Tore öffne, sich an Ränder und Grenzen begebe, auf die Menschen zugehe und einen Aufbruch in der Kirche fordere. Die Frage sei nun, so der Bischof, auf welche Weise es gelingen könne, diesem Ruf und Beispiel des Papstes, der immer auf Christus verweise, zu folgen. Vielleicht helfe dabei ein Blick auf die Apostel. „Wir sind geneigt, das Pfingstbild der Apostelgeschichte in dem Gegensatz von Angst und neuem Mut zu lesen. Aber die Apostelgeschichte weiß gar nichts von verschlossenen Türen, hinter denen sich die Jünger ängstlich verbarrikadiert hätten“, erklärt der Bischof. Dieses Bild der verschlossenen Türen und ängstlichen Jüngern stamme aus den Ostererzählungen nach dem Evangelisten Johannes. Die Apostelgeschichte erzähle vielmehr, wie die Jüngerinnen und Jünger der Weisung Jesus gefolgt und deshalb betend und einmütig zusammengeblieben seien. Erst dann habe sie der Geist des Herrn ergriffen und sie mit seinen sieben Gaben – der Liebe, Freude, Friede, Langmut, Freundlichkeit, Güte, Treue, Sanftmut und Enthaltsamkeit – beschenkt. Mit diesen Gaben ausgestattet, hätten sich die Jüngerinnen und Jünger am Pfingsttag der Öffentlichkeit gestellt.

Die sieben Gaben des Heiligen Geistes seien nicht nur Geschenke an die Jüngerinnen und Jünger, sondern Optionen, zu denen der Geist Jesu Christi alle Menschen befähige. „Offene Aggression und Zwietracht, drängelnde Ungeduld, selbstherrliche Ab- und Ausgrenzung, Bosheit und Verantwortungslosigkeit vertragen sich nicht damit. Wer als Christ hart, unduldsam und lieblos auftritt und damit meint, die Wahrheit des Glaubens verteidigen zu können, der ist auf dem Holzweg, auch wenn er äußerlich noch so fromm daherkommt“, sagte der Bischof. Der Geist Christi führe zu Entscheidungen, wähle dabei jedoch stets Wege, die Menschen aufrichteten und zueinander führten. Er tröste, reinige, wärme, löse, heile und gönne Ruhe und Erfrischung. An Pfingsten sei das erste Kapitel in der langen Geschichte der Kirche aufgeschlagen worden. „Unsere Zeit und ihre Zeitansage legen nahe, dass wir ein neues Kapitel des Christseins mitschreiben. Jesus traut es uns zu. Türen auf und hinaus“, so Bischof Georg Bätzing. Dbk 31

 

 

 

 

Pfarrei-Reform in Trier: Bischof reist nach Rom

 

Der Trierer Bischof Stephan Ackermann wird am 5. Juni in Rom zu Gesprächen in der Kleruskongregation sein. Das gab das Bistum am Wochenende bekannt.

Die Gespräche seien Teil des römischen Prüfverfahrens im Zuge der Aussetzung des Gesetzes zur Umsetzung der Diözesansynode. Bischof Ackermann wird begleitet von Generalvikar Ulrich von Plettenberg und dem Leiter des Synodenbüros, Christian Heckmann.

Nach Angaben von Bischof Ackermann wird über folgende Themen zu reden sein: Rolle und Stellung des Pfarrers in der Pfarrei der Zukunft; der priesterliche Dienst in der Pfarrei der Zukunft; sowie die Gestalt der Pfarrei der Zukunft mit ihren Organen und Gremien.

Bis Ende Juni weitere Beratungen

Ackermann hatte bereits im Januar erklärt, dass er zu diesen Fragen einen Gesprächsbedarf von römischer Seite erwarte. Im Anschluss an die Gespräche wird der Bischof sich bis Ende Juni mit der Bistumsleitung und den diözesanen Gremien weiter beraten.

Die im Bistum Trier geplante Reform zielt auf neue Strukturen und inhaltliche Schwerpunkte von Seelsorge und religiösem Leben. Die Reform sieht vor, dass die bisherigen 887 Pfarreien im Bistum zu 35 Großpfarreien zusammengelegt werden, die von einem Team aus einem Pfarrer und zwei Laien geleitet werden sollen. Die anderen Priester haben in der angedachten Struktur keine Leitungsfunktion auf Ebene der Pfarrei. Ursprünglich hätten im Januar 15 "Pfarreien der Zukunft" starten sollen, die weiteren 20 sollten ein Jahr später folgen.  (bistum trier 30)

 

 

 

 

D: Synodaler Weg wird verlängert

 

Der Synodale Weg zur Zukunft kirchlichen Lebens in Deutschland geht wegen der Corona-Pandemie in die Verlängerung. Statt im Oktober 2021 endet die Reforminitiative nach derzeitigem Stand der Dinge im Februar 2022.

Das geht aus einem Brief an die Synodenteilnehmer hervor, über den die Deutsche Welle zuerst berichtete. Das Schreiben liegt auch der Katholischen Nachrichten-Agentur (KNA) vor. Unterzeichnet ist es vom Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Georg Bätzing, und vom Präsidenten des Zentralkomitees der deutschen Katholiken ZdK, Thomas Sternberg.

Erste Synodalversammlung in Frankfurt

Einmal hatte die Synodalversammlung, das höchste beschlussfassende Gremium des Synodalen Weges, zu Beginn des Jahres bereits in Frankfurt getagt. Ein zweites Treffen in der hessischen Metropole mit den rund 230 Teilnehmern war für Anfang September vorgesehen. Dieser Treffen wird nun wegen der Corona-Pandemie verschoben und soll im Februar 2021 stattfinden.

Anstelle des ursprünglichen Termins laden die Organisatoren für den 4. September zu Regionaltreffen in Berlin, Dortmund, Frankfurt, Ludwigshafen und München mit jeweils maximal 50 Teilnehmern ein. Auf der Agenda steht demnach zum einen eine Zwischenbilanz aus den „kirchlichen Erfahrungen in der Corona-Krise“, wie es in dem Schreiben heißt: „Zum anderen streben wir einen konkreten Austausch über die bisherige Arbeit in den Synodalforen an.“

Vier Foren

Die aus rund 35 Teilnehmern bestehenden Foren decken die vier zentralen Themen des Synodalen Wegs ab: Macht, Sexualmoral, priesterliches Leben und Rolle der Frauen. Die Foren sollen die Vorarbeiten zu den Synodalversammlungen leisten. Zwei Arbeitsgruppen - zu Frauen und zur Sexualmoral - konnten vor den Corona-bedingten Einschränkungen des öffentlichen Lebens zusammenkommen und nach der Satzung ihre Vorsitzenden bestimmen. Seither läuft der Austausch vor allem auf virtuellem Weg. Die beiden Arbeitsgruppen zu Machtfragen und priesterlichem Leben wollen sich dem Vernehmen nach vor August treffen. (kna 29)

 

 

 

Bätzing und Sternberg blicken mit Zuversicht auf Synodalen Weg

 

Georg Bätzing und Thomas Sternberg blicken mit Zuversicht auf die weiteren Debatten beim Synodalen Weg. „Der Schwung und die Energie“ seien geblieben, sagte der Limburger Bischof Bätzing am Freitag der „Süddeutschen Zeitung“. Der Vorsitzende der Deutschen Bischofskonferenz äußerte sich in einem Doppel-Interview mit dem Präsidenten des Zentralkomitees der deutschen Katholiken (ZdK) zum weiteren Fortgang der Beratungen beim Synodalen Weg.

Ein Ziel der von den deutschen Bischöfen und dem ZdK gestarteten Initiative ist, nach dem Missbrauchsskandal verloren gegangenes Vertrauen zurückzugewinnen. Wegen der Corona-Pandemie wurde die ursprünglich bis Oktober 2021 laufende Reforminitiative bis in den Februar 2022 verlängert. Der Kampf gegen das Virus habe innerkirchliche Debatten überlagert, räumte ZdK-Präsident Sternberg ein. Aber das Bedürfnis nach Austausch bleibe bestehen.

„Wie viel Macht ist nötig, um diese Krise zu bewältigen?“

 

„Die katholische Kirche kann ja nicht in den aktuellen Debatten wirken, wenn sie nicht glaubwürdig ist. Und daran arbeiten wir, Bischöfe wie Laien.“ Als vier zentrale Themen des Synodalen Weges gesetzt sind Macht, Sexualmoral, priesterliches Leben und Rolle der Frauen. Bätzing bezeichnete die Corona-Krise als „so einschneidend, dass wir nicht einfach zu irgendeiner Tagesordnung übergehen können“. Viele Fragen verschärften sich dadurch sogar. „Das Thema Macht etwa: Wie viel Macht ist nötig, um diese Krise zu bewältigen - aber wie sieht es mit der Kontrolle aus? Oder das Thema Frauen: Wenn in der Krise die Frauen die Verliererinnen sind, weil sie die Hauptlast in den Familien schultern und beruflich zurückstecken, dann stellt sich auch die Frage nach der Rolle der Frauen in der Kirche noch deutlicher.“

„Auch solche Debatten müssen irgendwann einmal geführt werden“

Sowohl Bätzing als auch Sternberg betonten, dass sie trotz teilweise kontroverser Debatte etwa um die Rolle der Frauen nicht mit einem vorzeitigen Abbruch rechneten. „Alle Bischöfe sind dabei. Wir nehmen den Synodalen Weg sehr ernst und haben uns selbst zur Anwesenheit verpflichtet“, sagte Bätzing. Er setze alles daran, zu gemeinsamen Beschlüssen zu kommen. „Und wenn die nicht in Deutschland alleine umsetzbar sind, werden wir sie in Rom vortragen.“ Ähnlich äußerte sich Sternberg. „Am Ende werden die Bischöfe eine Reihe von Entscheidungen in Deutschland umsetzen können, anderes werden wir als Votum nach Rom geben; schließlich gibt es Fragen, die einem Konzil vorbehalten sind“, sagte der ZdK-Präsident und fügte hinzu: „Auch solche Debatten müssen irgendwann einmal geführt werden.“ (kna  29)

 

 

 

 

D: Bischofskonferenz wehrt sich gegen Kritik

 

Die Deutsche Bischofskonferenz wehrt sich gegen die immer wieder geäußerte Kritik, sie habe sich in der Corona-Krise zu defensiv verhalten und nicht genug für die Religionsfreiheit gekämpft.

Der viel kritisierte Verzicht auf Gottesdienste etwa sei notwendig gewesen, „um authentisch zu bleiben, die eigene Identität zu bewahren“. Das schreibt der Sekretär der Bischofskonferenz, Jesuitenpater Hans Langendörfer, in einem Beitrag für die Zeitschrift „Stimmen der Zeit“.

„Denn eine Kirche, die Leben und Gesundheit gefährdet, verrät ihre eigene Mission. Wie alle Freiheit ist auch die Freiheit des Glaubens an Verantwortung gebunden. Eine Freiheit losgelöst von ihrem Inhalt - der Förderung menschlicher Verantwortung - hat sich selbst aufgegeben.“

„Der Gesundheitsschutz zog der Religionsfreiheit enge Grenzen“

Natürlich seien die vergangenen Wochen „schmerzlich“ gewesen, ergänzte der Jesuitenpater. Denn Kirche müsse gerade in der Krise den Menschen nahe sein und ihnen aus dem Glauben heraus Hilfe und Orientierung geben. Sie müsse Kranke und Sterbende trösten und ermutigen und ihnen Hoffnung vermitteln. Doch „der Gesundheitsschutz zog der Religionsfreiheit - einem hohen Verfassungsgut - enge Grenzen, wie auch anderen Grundrechten“.

Dabei reiche es aber auch nicht, pauschal von der „Systemrelevanz“ der Kirchen zu reden und ihretwegen Gottesdienstmöglichkeiten zu verlangen, so Langendörfer. Es gebe eine Relevanz des Glaubens für das System menschlichen Zusammenlebens: „Auch wenn in diesen Wochen wirklich große Debattenbeiträge und intellektuelle Klärungen aus den Kirchen eher selten waren - oder sich im religiösen Pluralismus und in den Medien anders als früher weniger gut durchsetzen konnten. Im Wesentlichen aber geht es um das Thema kirchliche Identität: Kirchen sind glaubwürdig, wenn sie ihre Aktivitäten stark an der Verantwortung (auch) für den Lebens- und Gesundheitsschutz orientieren.“

Das Leben ist nicht das höchste Gut, aber ein sehr fundamentales

Das Leben sei „nicht das höchste Gut, aber doch ein sehr fundamentales, das in Prozessen der Abwägung entsprechendes Gewicht hat“. Auch bei den fortbestehenden Auflagen für das gottesdienstliche Leben sei beides im Spiel: Freiheit und Verantwortung der Gläubigen und ihrer Kirchen. (kna 28)

 

 

 

 

Fünf Orte — ein Weg. Synodaler Weg tagt im September 2020 in verändertem Format

 

Die Corona-Pandemie wirkt sich auch auf den Fortgang des Synodalen Weges aus. Nachdem in den vergangenen Wochen deutlich wurde, dass eine Veranstaltung mit über 230 Teilnehmern in absehbarer Zeit schwierig wird, hat das Präsidium des Synodalen Weges eine veränderte Arbeit angesichts der für Anfang September geplanten, zweiten Synodalversammlung beschlossen.

 

Statt der vom 3. bis 5. September 2020 vorgesehenen Synodalversammlung wird es für alle Synodalen am Freitag, 4. September 2020, von 10.00 bis 18.00 Uhr eine eintägige Konferenz geben, die zeitgleich an fünf verschiedenen Orten stattfindet. Die geringe Größe von rund 50 Teilnehmerinnen und Teilnehmern pro Ort und die kürzeren Anfahrtswege bieten ein Format, das das geistliche Miteinander und den gemeinsamen Austausch mit den coronabedingten Vorsichtsmaßnahmen verbindet. Das Präsidium versteht diese regionalen Konferenzen nach dem Motto „Fünf Orte — ein Weg“ als Zwischenschritt hin zur zweiten Synodalversammlung, die vom 4. bis 6. Februar 2021 stattfinden wird. Da für den Synodalen Weg vier Synodalversammlungen vorgesehen sind, werden die weiteren Synodalversammlungen vom 30. September bis 2. Oktober 2021 und vom 3. bis 5. Februar 2022 durchgeführt.

 

Zu den Regionalkonferenzen erklären die Präsidenten des Synodalen Weges, Prof. Dr. Thomas Sternberg, Präsident des Zentralkomitees der deutschen Katholiken, und Bischof Dr. Georg Bätzing, Vorsitzender der Deutschen Bischofskonferenz: „Fünf Orte — ein Weg. Unter diesem Anspruch steht der 4. September 2020, der inhaltlich durch zweierlei geprägt sein wird: Zum einen wollen wir die kirchlichen Erfahrungen in der Corona-Krise bedenken: Was haben die Pandemie und die sich daraus ergebenden Beschränkungen im kirchlichen Kontext bewirkt? Wie verändert sich die Perspektive auf die Kirche und den Synodalen Weg? Wie haben sich die eigenen Motivationen geändert? Welche Lehre sollten wir als Katholikinnen und Katholiken aus der Krise ziehen? Was bedeutet das für die thematische Arbeit der Synodalforen? Zum anderen streben wir einen konkreten Austausch über die bisherige Arbeit in den Synodalforen an.“ Die Präsidenten fügen hinzu: „Uns ist bewusst, dass diese Konferenz an fünf Orten keine Synodalversammlung im förmlichen Sinne sein kann, aber wir verstehen sie als den nächsten gemeinsamen Schritt auf dem Synodalen Weg und als wichtiges Element der inhaltlichen Arbeit, das insbesondere die Weiterarbeit in den Synodalforen ohne Unterbrechung ermöglicht.“

 

Die dezentrale Konferenz findet in Berlin, Dortmund, Frankfurt a. M., Ludwigshafen und München zeitgleich statt. An jedem Ort treffen sich die Teilnehmerinnen und Teilnehmer aus den nahegelegenen (Erz-)Bistümern, wobei für die Auswahl der fünf Orte und die Zuteilung der Bistümer ausschlaggebend ist, möglichst geringe Anfahrtswege sicherzustellen. Dbk 29

 

 

 

 

Kölner Weihbischof steigt aus Synodalforum aus

 

Der Kölner Weihbischof Dominikus Schwaderlapp stellt seine Mitarbeit in der deutschen katholischen Reformdebatte Synodaler Weg teilweise ein.

In einem Interview mit der katholischen Wochenzeitung „Die Tagespost“ in Würzburg kündigte er am Donnerstag seinen Rückzug aus dem Synodalforum „Leben in gelingenden Beziehungen“ an.

Die dort mehrheitlich verfolgte Linie ziele auf eine Veränderung der kirchlichen Sexualmoral ab, begründete Schwaderlapp seinen Entschluss. Dieser Weg sei nicht der seine. In die Synodalversammlung wolle er sich weiter einbringen.

„Massiver Dissens in Kernfragen“

Nach Auskunft der Veranstalter ist der Kölner Weihbischof bisher der einzige, der sich aus einem der vier Synodalforen zurückgezogen hat. In dem Interview gibt Schwaderlapp an, die bisherigen Gespräche in dem Forum seien bei allen unterschiedlichen Auffassungen „in einer keineswegs aggressiven, sondern konstruktiven Atmosphäre“ verlaufen. Gleichwohl sei ein „massiver Dissens in Kernfragen“ zutage getreten.

Im Unterschied zur geltenden kirchlichen Lehre vertrete die Forumsmehrheit die These, dass Sexualität nicht nur Fruchtbarkeit und Liebe, sondern auch andere Werte wie Lust und Identität integriere. Es gebe demnach auch keine Rangordnung innerhalb dieser Werte, die überdies nicht gleichzeitig verwirklicht sein müssten, erläuterte Schwaderlapp. Dahinter stehe die Absicht, empfängnisverhütende Maßnahmen, homosexuelle Handlungen, Selbstbefriedigung, künstliche Befruchtung und die Situation wiederverheiratet Geschiedener neu zu bewerten. Auf Basis der genannten Grundthese wolle das Forum weiterarbeiten.

Treibsand

Ihm gehe es nicht um das „formale Halten von Positionen“, sagte der Weihbischof. Er sei überzeugt, dass die Lehre der Kirche „zur Freiheit, Liebe und Glück führt“. Die Position der Forumsmehrheit dagegen sei auf „Treibsand“ gebaut.

Gestartet wurde der zunächst auf zwei Jahre angelegte Synodale Weg durch die Deutsche Bischofskonferenz und das Zentralkomitee der deutschen Katholiken (ZdK). Ein Ziel ist, nach dem Missbrauchsskandal verloren gegangenes Vertrauen zurückzugewinnen. In vier Foren sollen die zentralen Themen der Initiative behandelt werden: Neben der Sexualmoral sind das der Umgang mit Macht, Fragen zum priesterlichen Leben und zur Rolle der Frauen in der Kirche. Die Ergebnisse sollen auf den Synodalversammlungen beraten werden, dem höchsten beschlussfassenden Gremium des Synodalen Wegs. (kna 28)

 

 

 

 

D: „Wir haben nie Gottesdienste verboten“

 

Der Ministerpräsident von Nordrhein-Westfalen, Armin Laschet, hat sich in die Debatte über geschlossene Kirchen in Corona-Zeiten eingeschaltet.

 „Wir haben in NRW auch, als alles verboten wurde, nie Gottesdienste verboten.” Das sagte der CDU-Politiker, der sich im Dezember auch um den Vorsitz seiner Partei bewerben will, im Podcast „Himmelklar” von Domradio und katholisch.de.

„Die Religionsgemeinschaften haben selbst erklärt, dass sie darauf verzichten, und wir als Staat nehmen das zur Kenntnis. Im Ergebnis ist das das Gleiche. Trotzdem wäre es noch mal von anderer Qualität, wenn der Staat Kirchen oder Synagogen schließt. Das haben wir nie gemacht!“

Laschet – in den neunziger Jahren war er auch mal Chefredakteur der „Aachener Kirchenzeitung“ – lobte die Umsicht, mit der die katholische Kirche die Feier von Gottesdiensten nach dem Lockdown wieder aufgenommen hat.

„Die Konzepte, die dann entwickelt worden sind, insbesondere vom Kölner Erzbischof, sind ja heute in ganz Deutschland, würde ich mal sagen, Standard. So kann man auch in Corona-Zeiten Begegnung möglich machen, auch im Gottesdienst!”

Es sei auch für ihn selbst „etwas Besonderes” gewesen, als er wieder in einen Gottesdienst gehen konnte. „Ich meine, ein Osterfest ohne die Gemeinsamkeit – ich weiß nicht, ob es das in 2000 Jahren allzu oft gegeben hat! Denn selbst in den Zeiten der größten Not des Krieges hat es immer Gottesdienste gegeben. Und gerade in den Notzeiten haben die Leute auch Sehnsucht gehabt nach den Gottesdiensten. Dass wir in diesem Jahr das nicht hatten, dass man einen einsamen Papst auf dem Petersplatz sieht, hat schon die weltweite Dimension dieser Pandemie sichtbar gemacht.”

„Am Anfang haben die nicht einmal Masken gehabt“

Er habe unlängst den Gottesdienst für den verstorbenen CDU-Sozialpolitiker Norbert Blüm in der Bonner Elisabethkirche besucht, so Laschet. „Bei der Beerdigung einer solchen Persönlichkeit wäre die Kirche normalerweise brechend voll gewesen. Und man saß jetzt in der Kirche, die glaube ich 1200 Plätze hat, mit hundert Leuten... Das ist nicht schön, aber es ist besser als gar nichts.”

Ihm mache es in diesen eher trüben Zeiten Hoffnung, zu sehen, wie sich Menschen für andere engagierten. „Das war besonders ganz am Anfang, als die Leute, die die Lebensmittelversorgung gesichert haben, gesagt haben: Wir machen das. Am Anfang haben die nicht einmal Masken gehabt, in den Krankenstationen und Altenheimen! Man hat sich nur um den Anderen gekümmert, viele Jüngere haben für Ältere Besorgungen gemacht, haben sehr fantasiereich auch versucht, die Einsamkeit von Menschen zu durchbrechen.”

Hoffnung, dass es am Ende zum Guten gewendet wird

Dass es so etwas in der deutschen Gesellschaft gebe, das mache ihm Hoffnung, so der Ministerpräsident. „Und von den Christen ist immer die Hoffnung da, dass es am Ende zum Guten gewendet wird. Das hat mich auch in dieser ganzen Krise geleitet.” (himmelklar 28)

 

 

 

Die "Freiheit" von Kardinal Marx

 

In einem Interview zu seinem neuen Buch hat sich Kardinal Marx für eine Erneuerung der Kirche und gegen seine rechtskonservativen Kollegen geäußert.

„Freiheit“ heißt das neue Buch von dem langjährigen Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, das am Montag erschienen ist. Lange galt er selbst als konservativ, heute fordert er eine Erneuerung der Kirche. Mit dem Synodalen Weg hat er bereits einen Reformprozess in der katholischen Kirche angestoßen. Vieles werde sich in der Kirche ändern. Man müsse eine Kirche verhindern, die immer nur negativ auf die Moderne blickt, so der Erzbischof von München und Freising.

Moderne Freiheiten müssten als Errungenschaften betrachtet werden und nicht als Sackgasse. Das betreffe „das Zueinander von Freiheit und Gehorsam, das Verhältnis von Männern und Frauen, Laien und Klerikern, Vielfalt und Einheit in der Kirche.“

Gleichzeitig stellte Kardinal Marx klar, dass sein Verständnis von Freiheit nichts mit der angeblichen Freiheit zu tun habe, die eine Gruppe von konservativen Klerikern durch die Pandemie bedroht sehen. In einem Aufruf mehrerer Bischöfe heißt es nämlich, dass unter dem Vorwand der Pandemie Bürgerrechte verletzt und Grundrechte wie Religionsfreiheit und Meinungsfreiheit deutlich eingeschränkt werden. Kardinal Marx hält diesen Appell für einschüchternd und spaltend. Er verstehe nicht, wie sich einige in der Kirche die Kompetenz zuschreiben, darüber zu entscheiden, was in der Pandemie sinnvoll sei und was nicht. Kath.de 29

 

 

 

 

Generalaudienz: Das Gebet ist ein Schutzwall gegen das Böse

 

Bei der Generalaudienz an diesem Mittwoch hat Papst Franziskus über die Kraft des Gebets gesprochen. „Das Gebet öffnet die Tür zu Gott und kann unsere Herzen aus Stein in menschliche Herzen verwandeln,“ betonte er in seiner dritten Katechese der Reihe, die dem Gebet gewidmet ist. Silvia Kritzenberger

 

Vatikanstadt. Obwohl Petersdom und Petersplatz wieder offen sind, wurde die Generalaudienz auch diesen Mittwoch wieder im Livestream aus der Bibliothek des Apostolischen Palasts übertragen. Eine Maßnahme, mit der Papst Franziskus größere Menschenansammlungen vermeiden will.

Die Verbreitung der Sünde unter den Menschen

Ausgehend von den ersten Kapiteln des Buches Genesis zeichnete Franziskus nach, wie sich die Sünde nach biblischer Darstellung unter den Menschen verbreitet hat. Beginnend bei der Ursünde Adams, in der unsere Stammeltern die Großzügigkeit des Schöpfers in Frage gestellt hätten, weil sie so sein wollten wie Gott, habe sich das Übel immer mehr über die ganze Menschheit ausgebreitet, sinnierte Franziskus. Und in der zweiten Generation der Menschen sei es noch spürbarer geworden:

„Kain ist neidisch auf seinen Bruder, er sieht im Bruder einen Rivalen, der seine Vorrangstellung untergräbt. Das Böse nimmt von seinem Herzen Besitz, und Kain ist unfähig, es zu beherrschen. Die Gedanken fangen an, den anderen verdächtig zu finden... Das ist ein böser Kerl, er wird mir Schlechtes tun ... Und so endet die Geschichte der ersten Bruderschaft mit einem Mord. Ich denke an die menschliche Bruderschaft heute: Kriege überall!”, schlug Franziskus den Bogen zu unserer Zeit.

Die verborgene Wirklichkeit der Gerechten

Die Heilige Schrift berichte uns neben der in ihre Sünde verstrickten Menschheit aber auch von einer anderen verborgenen Wirklichkeit: von gerechten, auf den Herrn hoffenden Menschen wie Abel, der ein Gott wohlgefälliges Erstlingsopfer darbringt, oder von Noach, der durch seinen frommen Lebenswandel die Vernichtung der Menschheit abwendet.

„Wenn man diese Geschichten liest, hat man den Eindruck, dass das Gebet der Schutzwall, ist, der den Menschen vor der Welle des Bösen schützt, die sich über die Welt ergießt,“ stellte Franziskus fest und gab zu bedenken, dass wir aber auch darum beten würden, vor uns selbst gerettet zu werden.

 

„Es ist wichtig, zu beten: Herr, bitte, rette mich vor mir selbst, vor meinem Ehrgeiz, meiner Leidenschaft... Die Beter auf den ersten Seiten der Bibel sind Männer des Friedens: In der Tat ist das Gebet, wenn es authentisch ist, frei von Instinkten der Gewalt; es ist ein Blick, der sich auf Gott richtet und ihn anfleht, sich wieder der Herzen der Menschen anzunehmen.“ Das Gebet lasse blühende Gärten der Wiedergeburt an Orten entstehen, wo der Mensch mit seinem Hass nur die Wüste wachsen lasse, so Franziskus.

Gebet - eine Kette des Lebens

Das Gebet sei eine Kette des Lebens, eine Kette so vieler Männer und Frauen, die beteten und Leben aussäten, betonte Franziskus und veranschaulichte dies am Beispiel einer kleinen Geschichte:

„Es ist die Geschichte eines Mannes, eines wichtigen Regierungschefs, nicht von heute, sondern aus früherer Zeit. Ein Atheist, der keinen Sinn für das Religiöse im Herzen hatte, aber als Kind mitbekommen hatte, wie die Großmutter betete –das ist ihm im Herzen geblieben.“ Und in einem schwierigen Moment seines Lebens habe er sich wieder daran erinnert und angefangen, mit den Formeln der Großmutter zu beten - und so habe er Christus gefunden.

„Das Gebet öffnet die Tür zu Gott“, stellte Franziskus abschließend heraus. „Es verwandelt unsere Herzen, die so oft steinern sind, in menschliche Herzen. Und wir brauchen so viel Menschlichkeit! Mit Menschlichkeit betet es sich gut.“

(vatican news - 27)

 

 

 

 

Beten ist wie segeln

 

Vom Segelschiff kann man einiges für das Leben ableiten. Es gleitet nicht nur mit Rückenwind durch die Wellen, sondern muss bei Gegenwind nicht umkehren. Mit dem Beten komme ich auch durch hohe Wellen und lerne, mehr auf die Tiefenströmungen zu achten.

Meditieren heißt für mich, die tieferen Strömungen mitzubekommen. Diese fließen unter dem, was Zeitungen und Sender berichten oder was in den Social Media verhandelt wird. Das, was Menschen konkret bewerkstelligen, aufbauen, zerstören, speist sich aus diesen tieferliegenden Schichten. Da, wo Unzufriedenheit, der Eindruck, zu kurz gekommen zu sein, die Resignation „Es bringt ja doch nichts“, die Verzweiflung über den Zustand der Welt, Angst um die Zukunft wie auch die hoffnungsvollen Gefühle wirken. Früher haben die Menschen diese Kräfte als dämonisch erlebt. Ich fühle das manchmal wie einen kalten Wind, von dem ich mich nicht wegblasen lassen darf. Das heißt im Ernstfall beten: Das Hoffnungvolle wählen, glauben, dass unsere Hoffnngen nicht enttäuscht werden.

Blickerweiterung - jeden Tag  

Wenn ich mich wie in einem Loch fühle, heißt Beten, den Blick aus diesen tiefen Gruben nach oben wenden. Gott lässt diese Welt nicht fallen. Er will aber auch, dass ich mich nicht in der Grube einrichte. Es kommt auf mich an, wo ich mich hinstelle, ob ich den Wind auf mich wirken lasse oder in Deckung gehe mit dem Spruch "was soll's, es bringt ja doch nichts." Für mich ist das Segelschiff das Bild, das mir das Leben am besten erklärt. Ich kann mit Rückenwind in Ruhe segeln. So etwas habe ich an vielen Tagen, an denen mich eine frische Brise durch die Aufgaben gleiten lässt. Ob in Kursen, beim Niederschreiben von Gedanken, beim Kochen oder auf dem Fahrrad - ich muss zwar etwas beitragen, aber das meiste bekomme ich gestellt, die Sprache trägt mich durchs Schreiben, die Methoden sind in den Kursen wie der Rumpf des Schiffes, der die Gruppe durch das Wasser trägt. Kochen heißt hauptsächlich, Gemüse schnibbeln, schälen, Gewürze dazu tun, das andere macht der Herd. Dann gibt es Tage mit steifer Brise und Sturm. Da heißt Segeln, gegen den Wind fahren, das Steuer fest in der Hand halten und den Gegenwind nutzen, um nach vorne gezogen zu werden. Der Geist Gottes wird als Wind erfahren, meist spüre ich ihn als sanften Rückenwind.

Ich lebe in einem Gebetsraum

Meditieren heißt auch, die Karten zu studieren. Daraus muss in meinem Kopf eine innere Karte werden, die mich durch das Leben leitet. Denn was in den Büchern steht, ist ja nur Weg- und Routenbeschreibung, den Weg, die Route muss ich dann in der Wirklichkeit finden. Es gibt kein Navy für meinen Lebensweg, da muss ich mich schon persönlich auskennen, mich mit den geistigen Landschaften vertraut machen. Es gibt so viele gute Gedanken, Sonaten und Fügen, Gemaltes und darin auch Gebete, die mich tragen. Andere haben auch ihre Herausforderungen bewältigt.

Menschen mit Gott verbinden

Als Priester ist Beten auch wie Handwerkszeug. Ob Taufe, Hochzeit, Beerdigung, im Beichtstuhl, ich verbinde Menschen mit Gott. Das heißt, sie in einen größeren Horizont einfügen. Den brauchen sie, wenn ihr Leben nicht im Kleinkarierten festfahren soll. Wie von selbst bete ich dann für andere.

Weil dieses priesterliche Handwerk nicht punktuell ausgeübt wird, sondern sich auf das ganze Leben der Menschen ausrichtet, fließt das Gebet für andere wie von selbst in meine Gedanken ein. Wir sind ja nie mit unserem Leben fertig und brauchen ständig die Blickerweiterung.

Das heißt dann für mich, dass ich auch ständig meinen Blick weiten und es Gott überlassen kann, dass es noch andere Lösungen gibt, als die, die mir einfallen. Den Blick offenhalten, dass es auch anders geht, das ist das tägliche Training. Da hilft mir die Bibel. In meiner Ordensgemeinschaft feiern wir täglich die Messe und haben damit jeden Tag neue Bibeltexte. Das ist ein erstaunliches Buch. Obwohl ich die Texte schon oft gehört habe, findet sich jeden Tag wieder etwas. Das ist nicht abgehoben, sondern alltagstauglich. Jesus hat uns Menschen genau beobachtet.

Kontemplation

In der letzten Zeit haben Jüngere die Kontemplation neu entdeckt. Matthias Schmidt hat es beschrieben. Das hat auf mich schon immer anziehend gewirkt. Ich habe früher Zen-Kurse mitgemacht und versucht, das völlige Abschalten in der morgendlichen Meditation zu praktizieren. Als „Lerche“ bin ich am Morgen jedoch nicht kontemplativ, ich kann mich zwar einsammeln, mir klarwerden, für was ich heute in der Welt bin, aber dann läuft mein Prozessor. Vom jetzigen Papst hörte ich, dass er sich abends noch eine Stunde in die Kapelle setzt. Das habe ich jetzt auch für mich entdeckt. Statt Tagesschau setze ich mich draußen auf einen ruhigen Platz und denke gar nichts. Ich habe eine Bank am Neckarufer. Ich schau auf das Wasser, das wie die Zeit einfach fließt, die Vögel ziehen meinen Blick nach oben. Ich nehme Abschied vom Tag. Ich schaue auch nicht auf die Uhr. An manchen Tagen bin ich erstaunt, wie lange ich gesessen habe. Zurück auf meinem Zimmer fahre ich den Computer nicht mehr hoch. Mich zieht es bald ins Bett, damit ich früh wach bin und möglichst jeden Tag etwas durchdenke, indem ich zwei Seiten auf die Festplatte bringe - so wie diesen Text. 

Eckhard Bieger, hinsehen.net 28

 

 

 

 

Italien: Populärer Mönch muss Kloster verlassen

 

Paukenschlag im italienischen Kloster Bose: Der Gründer der dort ansässigen ökumenischen Gemeinschaft, Enzo Bianchi, muss gehen. Die Entscheidung fiel nach einer vom Vatikan angeordneten Untersuchung. Bianchi wird autoritäres Fehlverhalten vorgeworfen.

Zusammen mit dem 77-jährigen Gründer müssen drei weitere Personen das Kloster Bose verlassen. Das entsprechende Dekret trägt die Unterschrift von Kardinalstaatssekretär Pietro Parolin, Papst Franziskus habe es „nach einer langen und sorgfältigen Unterscheidung” gebilligt, teilte die Gemeinschaft Bose auf ihrer Webseite mit.

Die Apostolische Visitation sei im Januar zu Ende gegangen, nachdem die Mitglieder der Gemeinschaft von einer „angespannten und problematischen Lage” bezüglich der „Ausübung von Autorität des Gründers” und des Klimas in ihrer Gemeinschaft berichtet hatten.

Gemeinschaft von Bose engagiert sich in der Ökumene

Der Laie Enzo Bianchi hatte die ökumenische Gemeinschaft von Bose 1965 gegründet. In dem Kloster in Norditalien leben heute rund 90 Männer und Frauen unterschiedlicher christlicher Konfession in einer einfachen monastischen Lebensform, die von Arbeit und Gebet bestimmt ist. Die Gemeinschaft, die auch Gäste aufnimmt, engagiert sich in der Ökumene namentlich zur Orthodoxie und zu den reformierten Kirchen.

Enzo Bianchi trat als Prior der Gemeinschaft 2017 zurück. Zu seinem Nachfolger wurde Luciano Maniardi gewählt. Bianchi, einer der bekanntesten geistlichen Autoren Italiens, war auch im Vatikan ein gefragter Berater. Unter anderem nahm er 2018 als Hörer an der Bischofssynode zum Thema Jugend und Berufung teil.

(vn 27)

 

 

 

Caritas in Europa: „Wir brauchen mehr, nicht weniger Europa“

 

Der österreichische Priester Michael Landau ist neuer Präsident von Caritas Europa. Im Interview mit uns spricht der langjährige Caritas-Österreich-Direktor über die derzeit dringendsten Anliegen der Nächstenliebe in Europa. Die liegen nicht nur auf dem Kontinent selbst, sondern auch jenseits seiner Grenzen.  Gudrun Sailer - Vatikanstadt

 

Radio Vatikan: Wo sehen Sie die größte Herausforderung von Caritas Europa zum gegenwärtigen Zeitpunkt?

Michael Landau: Im Moment ist sicher weltweit und auch in Europa die Coronakrise bestimmend. Eine weltweite Pandemie, die uns in ihren Auswirkungen noch sehr lang beschäftigen wird. Es geht darum, auf europäischer Ebene alles zu unternehmen, dass aus der Gesundheitskrise von heute nicht die soziale Krise von morgen wird.

Dabei wird es auch wesentlich sein, die anderen Krisen nicht zu vergessen, ich denke an die Klimakrise und das Leid von Menschen auf der Flucht. Die demografischen Herausforderungen, vor denen weite Teile Europas stehen, die älter werdende Gesellschaft. Es geht aber ebenso um die Frage des Zugangs zur Bildung für alle Kinder, damit kein Talent verlorengeht, es wird – und das scheint mir auch für Europa ein wesentliches Element im Selbstverständnis zu sein – darum gehen, auch die weltweite Verantwortung nicht aus dem Blick zu verlieren.

Radio Vatikan: Woran denken Sie da zuerst?

Michael Landau: Wir erleben eine dramatische Zunahme des Hungers. Wenn ich daran denke, dass es gemeinsam gelungen war, in den vergangenen Jahren den Hunger auf der Welt doch maßgeblich zu reduzieren, ist das eine schwierige Entwicklung.

Radio Vatikan: Wie sehen Sie denn das christlich geprägte Europa da derzeit aufgestellt, wenn es um Solidarität geht?

Michael Landau: Europa ist ein gemeinsames Friedensprojekt, das auf einem gemeinsamen Fundament errichtet worden ist, einem Fundament der Werte der Solidarität. Dieses Fundament zu stärken halte ich für eine wesentliche Aufgabe der Caritas - auf europäischer und internationaler Ebene. Wahr ist, wir hatten eine lange Periode, wo das Gemeinsame nicht in Frage gestellt worden ist. Mit der Wirtschafts- und Finanzkrise 2008/2009, so habe ich den Eindruck, ist dieses gemeinsame Fundament der Werte, der Solidarität, des Zusammenhalts, der Zuversicht ein Stück weit in Frage gestellt worden. Etwas Ähnliches erfahren wir jetzt, wo jeder sich selbst der Nächste zu sein scheint.

Radio Vatikan: Was folgt daraus?

Michael Landau: Ich bin überzeugt, wir brauchen gerade auch in der Krise, um aus der Krise gut herauszukommen, einen starken Fokus auf das Gemeinsame. Das ist deutlich: Die großen Aufgaben lassen sich nur gemeinsam gut bewältigen. Es geht um eine Welt, eine Menschheitsfamilie, um das gemeinsame Ziel, im Kleinen wie im Großen niemanden zurückzulassen.

Radio Vatikan: An den Rändern Europas spielen sich, von Corona ungebremst, Flüchtlingstragödien ab, wie wir sie schon viel zu lange gewohnt sind. Kann die Kontroverse über die Wiederöffnung der Grenzen in dieser neuen Phase des Covid-19-Notstands in irgendeiner Weise die Erholung des Kontinents behindern?

Michael Landau: Aus meiner Sicht macht die aktuelle Krise deutlich: Nationalstaaten können vieles. Aber eine Pandemie besiegen können sie nicht. Ich bin zuversichtlich, dass sich Europa beim anstehenden Wiedererstarken bewähren wird. Ich möchte hier auch den heiligen Papst Johannes Paul II. erinnern. Er hat immer wieder für ein Europa geworben, das auf beiden Lungenflügeln atmen muss. Er hat auch daran erinnert, dass es gilt, das teils unmenschliche Wohlstandsgefälle innerhalb Europas abzuflachen und zu beseitigen. Hier ist viel geschehen. Aber hier ist auch noch viel zu tun.

Die europäische Einigung nicht zurückbuchstabieren

Ein Stück weit will ich auch davor warnen, die europäische Einigung zurückzubuchstabieren. Ich bin überzeugt, wir brauchen mehr, nicht weniger Europa. Das ist schon praktisch klar: Im Vergleich zu den USA und China ist jedes europäische Land klein. Ich sage es nochmal - die großen Aufgaben können nur gemeinsam bewältigt werden. Bei der Coronakrise, beim Kampf gegen Hunger, beim Thema Flucht, aber auch bei der Klimakrise.

Radio Vatikan: Bei der Jahresversammlung von Caritas Europa wurde auch über die fünf Jahre von Laudato Si gesprochen. Papst Franziskus hat soeben ein Jahr der Reflexion über das Dokument und die Sorge um das gemeinsame Haus eingeleitet. Wie sehen Sie das Engagement für die ökologische Frage der Kirche in Europa?

Michael Landau: Ich bin persönlich überzeugt, dass Laudato Si ein prophetisches Dokument ist. Es erinnert an die gemeinsame Verantwortung für das gemeinsame Haus der Schöpfung. Laudato Si erinnert, dass es immer die schwächsten sind, die an einer Krise am meisten leiden. Der Papst macht Mut zu glaubend, dass wir etwas ändern können und sollen und dass es dabei auf jeden ankommt. Zugleich entwirft er damit einen weiten Horizont, unsere Zukunft ruht auf zwei Pfeilern, Gerechtigkeit und Liebe. Vor fünf Jahren war die Verwunderung groß, als dieses Dokument erschienen ist. Heute ist völlig klar: Wirtschaft und Soziales gehören zusammen gedacht. Das sind zwei Pfeiler derselben Brücke, und die Brücke braucht beide Pfeiler. Heute ist aber auch klar, wir dürfen dabei den größeren Kontext nicht vergessen, die gemeinsame Verantwortung für das gemeinsame Haus dieses einen Welt. Das ist ein prophetisches Dokument, und ich glaube dass Laudato Si auch ein wesentliches Dokument der Orientierung für die Caritas in Österreich, Europa und weltweit sein muss. (vatican news 26)

 

 

 

Bistum Trier beauftragt Ehrenamtliche zum Bestattungsdienst

 

Mehr und mehr katholische Diözesen der Weltkirche beauftragen in Zeiten des Priestermangels ehrenamtliche Laien mit dem Bestattungsdienst. Unter anderem in Wien ist das bereits länger der Fall. In Deutschland zieht nun das Bistum Trier nach.

Bischof Stephan Ackermann hat im Mai fünf Laien zum Bestattungsdienst beauftragt, vier Frauen und einen Mann. Sie können künftig im Auftrag des Bistums Trier Begräbnisfeiern leiten, teilte das Bistum am Mittwoch mit. Die Fünf sind keine hauptamtlichen Seelsorgerinnen und Seelsorger und haben im Rahmen des Pilotprojekts des Bistums im Dekanat Neunkirchen „Ehrenamtliche im Bestattungsdienst“ eine erste Ausbildung für ihren Dienst erfahren.

„Die Toten zu bestatten ist ein Werk der Barmherzigkeit“

„Die Toten zu bestatten ist ein Werk der Barmherzigkeit”, erklärt Mechthild Schabo, Leiterin des Bereichs „Pastoral und Gesellschaft“ im Bischöflichen Generalvikariat Trier. „Die Leitung der Begräbnisfeier kann von jeder Christin und jedem Christ übernommen werden, der dazu bereit, geeignet und dafür qualifiziert ist“. Die Voraussetzungen dafür habe die Trierer Diözesansynode (2013-2016) beschlossen. Sie kam zu dem Ergebnis, „dass es gut ist, weitere Personen, die qualifiziert und kompetent diesen Dienst tun, einzubeziehen. Selbstverständlich bleiben Priester, Diakone und Pastoralreferenten, die bisher in diesem Dienst sind, weiterhin tätig. Es geht um Erweiterung und Ergänzung, nicht um Ersatz”, verdeutlichte Schabo.

Wesentlicher Teil des Pilotprojekts war ein sogenannter Osterzeugenkurs, wie Pfarrer Olaf Harig, Leiter des Dekanats Neunkirchen, berichtet. Dort ging es zuerst um die persönliche Befassung mit Sterben und Tod und mit dem, was die christliche Botschaft dazu sagt, erläutert Harig die spirituelle Dimension. Erst mit dieser persönlichen und theologischen Vergewisserung im Rücken konnten die Teilnehmerinnen und Teilnehmer die Fragen beantworten: „Kann ich die Osterbotschaft von Tod und Auferstehung Jesu Christi bezeugen? Kann ich diese Botschaft in die Situation der Hinterbliebenen hinein übersetzen?“ Im nachfolgenden Werkstattkurs traten dann die eher handwerklichen Fragen in den Vordergrund: „Wie nehme ich Kontakt zu den Angehörigen auf? Wie führe ich ein Trauergespräch? Was muss ich bei der Vorbereitung einer Beerdigung bedenken?“

Begleitung durch Mentorinnen und Mentoren

Wichtig war darüber hinaus die Begleitung durch Mentorinnen und Mentoren, unter deren Anleitung die jetzt Beauftragten bereits Begräbnisfeiern mitgestaltet haben. Sie stehen ihnen auch weiterhin als Ansprechpersonen zur Verfügung. „Denn jetzt beginnt die Praxisphase“, sagt Harig; also die Zeit, in der die fünf Beauftragten eigenständig Bestattungen vorbereiten und leiten. Gerade unter den erschwerten Bedingungen durch die Corona-Pandemie ist das sicher ein Start in einer besonders herausfordernden Zeit, in der es wichtig sei, dass die Frauen und Männer gut begleitet sind.

Pilotprojekt

Wegen der Kontaktbeschränkungen durch die Corona-Pandemie haben die fünf Beauftragten die entsprechenden Urkunden des Bischofs nicht wie geplant in einem gemeinsamem Gottesdienst erhalten können, sondern „in kleinem Rahmen“ von den jeweils zuständigen Pfarrern überreicht bekommen. Die Erfahrungen des Pilotprojektes fließen in ein bistumsweites Rahmenkonzept ein, das im Herbst in den diözesanen Gremien vorgestellt und beraten werden soll.

(pm 27)

 

 

 

 

Papst schreibt an Kardinal Koch: Zwei Ökumene-Initiativen gewürdigt

 

Vor 25 Jahren erschien die Ökumene-Enzyklika „Ut unum sint'“ von Papst Johannes Paul II. Viele Grenzen wurden seither geöffnet, wie Papst Franziskus in einem Brief an den vatikanischen Ökumene-Verantwortlichen, Kardinal Kurt Koch, schreibt. Mario Galgano – Vatikanstadt

 

Die Enzyklika „Ut unum sint“ des heiligen Johannes Paul II. über die Ökumene trägt das Datum 25. Mai 1995: Fünfundzwanzig Jahre später bewahrt die Ökumene-Enzyklika ihre Frische und ihre zukunftsweisende Bedeutung intakt. Mit einem Blick, der nach vorne schaut, weist die Schrift des polnischen Pontifex auf ein Ziel hin, das in weiter Ferne zu liegen scheint, und zwar die Einheit der Christen. Doch Jesus selbst will sie, und bevor er sich dem Leidensweg stellte, betete er zum Vater, dass die Seinen eins seien.

In einem Brief an den Schweizer Kurienkardinal Kurt Koch geht Papst Franziskus auf die Bedeutung dieser Enzyklika ein. Johannes Paul II. bestätigte und erweiterte mit der Enzyklika „Ut unum sint“ („Damit sie eins sind“) den Auftrag des Zweiten Vatikanischen Konzils. Vor dem Horizont des Heiligen Jahres 2000 wollte Johannes Paul II. der Kirche „auf ihrem Weg in das dritte Jahrtausend die eindringliche Bitte ihres Meisters und Herrn ans Herz legen“, erläutert sein Nachfolger Franziskus in dem Brief an Kardinal Koch, der seit zehn Jahren den Päpstlichen Rat zur Förderung der Einheit der Christen leitet.

Zeit der Dankbarkeit

„An diesem Jahrestag danke ich dem Herrn für den Weg, den wir mit seiner Gnade als Christen auf der Suche nach der vollen Einheit zurücklegen konnten“, so Franziskus. Auch er teile „die gesunde Ungeduld derer, die zuweilen denken, wir könnten und sollten uns mehr dafür einsetzen“. Es sei jetzt aber die Zeit der Dankbarkeit, stellt er fest und zählt auch namentlich die Erfolge auf:

„In diesen Jahrzehnten wurden viele Schritte getan, um jahrhundertealte bzw. tausendjährige Wunden zu heilen; die gegenseitige Kenntnis und Achtung haben zugenommen und helfen zudem, tief eingewurzelte Vorurteile zu überwinden; der theologische Dialog und der Dialog der Nächstenliebe haben sich weiter entwickelt, ebenso die verschiedenen Formen der Zusammenarbeit im Hinblick des Dialogs des Lebens auf pastoraler und kultureller Ebene.“

Er wolle auch an die „geliebten Brüdern an der Spitze der verschiedenen Kirchen und kirchlichen Gemeinschaften“ denken und schließe „alle Brüder und Schwestern jeder christlichen Tradition mit ein, die unsere Weggefährten sind“.

Besonders hebt der Papst jene Geste Jesu hervor, dank der wir – „wie die Jünger von Emmaus“ – die Gegenwart des auferstandenen Christus verspüren könnten: es sei das gemeinsame Gehen, und beim Brotbrechen könne ihn jeder erkennen. Da seien jetzt alle Christen in der Erwartung, „miteinander das eucharistische Mahl zu teilen“, so der Papst.

Unverzichtbare Ziele wachhalten

Das Dikasterium von Kardinal Koch arbeite hart daran, „um in der Kirche das Bewusstsein für dieses unverzichtbare Ziel wachzuhalten“, schreibt Franziskus. Er nannte zwei neue Initiativen: Die erste ist das an die Bischöfe gerichtete Vademecum zur Ökumene, das kommenden Herbst veröffentlicht wird. Diese wolle „eine Ermutigung wie ein Leitfaden für die Ausübung ihrer ökumenischen Verantwortung sein“. Die Ökumene laufe aus katholischer Sicht vor allem durch den Einsatz der Bischöfe, erinnerte Franziskus. Die zweite Initiative, die er nannte, sei die Lancierung der Zeitschrift Acta Œcumenica, mit der der Informationsdienst des Dikasteriums von Kardinal Koch „ausgebaut und ein Hilfsmittel für alle, die im Dienst an der Einheit tätig sind, angeboten wird“.

Die Einheit sei nicht hauptsächlich das Ergebnis unseres Handelns, sondern Gabe des Heiligen Geistes, schloss Franziskus seinen Brief. Deshalb ruft er auf, gemeinsam „vertrauensvoll den Heiligen Geist“ anzurufen, „dass er unsere Schritte leiten möge und dass jeder mit neuer Intensität den Aufruf höre, für die ökumenische Sache zu arbeiten“. Datiert ist der Papstbrief auf den 24. Mai 2020.

(vn 25)

 

 

 

Laudato si', eine Enzyklika für die Zeit nach der Pandemie

 

Vor fünf Jahren unterzeichnete Papst Franziskus ein wegweisendes Dokument: die Enzyklika Laudato si’ war ein neuer Schritt in der Soziallehre der Kirche und ein Fahrplan für den Aufbau gerechterer Gesellschaften, die menschliches Leben und die gesamte Schöpfung schützen sollen. Andrea Tornielli

 

An die fünf Jahre dieser Enzyklika zu erinnern ist kein rituelles Gedenken. Die Laudato si'-Woche und das Laudato si'-Jahr sind vielmehr eine Gelegenheit zur Überprüfung, um Initiativen, Ideen, Erfahrungen und ,best practices' zu sammeln. Sie sind eine Möglichkeit, das, was das Dokument in Gemeinschaften, in Territorien und auf der ganzen Welt in Bewegung gesetzt hat, miteinander zu teilen. Und eine Gelegenheit, über die Relevanz dieses Textes in diesem Augenblick nachzudenken, in dem sich die ganze Welt im Kampf gegen die Covid-19-Pandemie befindet.

Alles ist miteinander verbunden

Laudato si' geht von den Grundlagen der Beziehung zwischen den Geschöpfen und dem Schöpfer aus. Einer der Verdienste dieses umfangreichen päpstlichen Textes besteht darin, dass er uns hat verstehen lassen, dass alles miteinander verbunden ist: Es gibt keine Frage der Umwelt, die von sozialen Fragen getrennt wäre. Klimawandel, Migration, Krieg, Armut und Unterentwicklung sind Ausdruck einer einzigen Krise, an deren Wurzel zuallererst eine ethische, kulturelle und spirituelle Krise steht, die sich dann erst in der Ökologie niederschlägt.

Analyse von Prozessen der Selbstzerstörung

Das ist eine zutiefst realistische Sichtweise. Laudato si' entspringt nicht einem nostalgischen Willen, das Rad der Geschichte zurückdrehen und zu vorindustriellen Lebensformen zurückzukehren, sondern identifiziert und beschreibt Prozesse der Selbstzerstörung, die durch das Streben nach schnellem Gewinn und durch eine Vergötterung des Marktes ausgelöst werden. Wie der Papst betont, liegt die Wurzel des ökologischen Problems darin, dass "es eine Art und Weise gibt, das Leben und das menschliche Handeln zu verstehen, die von der Realität abweicht und ihr so sehr widerspricht, dass sie diese ruiniert".

Wieder von der Realität ausgehen

Wieder von der Realität auszugehen, bedeutet, sich mit der Objektivität der menschlichen Existenz auseinanderzusetzen - ausgehend von der Erkenntnis der Begrenztheit der Welt und ihrer Ressourcen. Es bedeutet, sich von dem blinden Vertrauen fernzuhalten, das durch das "technokratische Paradigma" repräsentiert wird. Dieses Paradigma hat, wie der Papst unter Bezug auf Romano Guardini bekräftigt, "die technische Vernunft letztlich über die Realität gestellt, so sehr, dass die Natur weder als gültige Norm noch als lebendige Zuflucht empfunden wird".

Der Eingriff des Menschen in die Natur habe immer schon stattgefunden, lesen wir in Franziskus' Enzyklika weiter. Dieser Eingriff war aber dadurch charakterisiert, dass er begleitete und die Möglichkeiten ausschöpfte, die die Dinge selbst boten. Dabei ging es laut Papst darum, jenes zu erhalten, was die natürliche Realität selber anbot – „als ob man die Hand ausstreckt“. Heute werde dagegen versucht, „alles Mögliche aus den Dingen herauszuholen“. Die menschliche Hand werde ihnen dabei aufgezwungen, und die eigentliche Realität werde „ignoriert“ oder „vergessen“.

Deshalb sei es an der Zeit, schreibt der Papst, „der Realität mit den von ihr auferlegten Grenzen, die wiederum die Möglichkeit zu einer gesünderen und fruchtbareren menschlichen und sozialen Entwicklung bilden, wieder Aufmerksamkeit zu schenken".

Gebet um Ende der Pandemie

Die Pandemie-Krise hat all dies noch deutlicher gemacht: „Wir haben vor deinen Mahnrufen nicht angehalten“, sagte der Papst bei seinem historischen Gebet auf dem Petersplatz am 27. März 2020: „Wir haben uns von Kriegen und weltweiter Ungerechtigkeit nicht aufrütteln lassen, wir haben nicht auf den Schrei der Armen und unseres schwer kranken Planeten gehört. Wir haben unerschrocken weitergemacht in der Meinung, dass wir in einer kranken Welt immer gesund bleiben würden.“

Franziskus hat während dieses intensiven Gebetsmomentes, bei dem er um ein Ende der Pandemie gebetet hat, daran erinnert, dass wir aufgerufen sind, diese Zeit der Prüfung als eine „Zeit der Entscheidung“ zu nutzen. Es sei jetzt an der Zeit, „zu entscheiden, was wichtig ist und was vergeht, das Notwendige von dem, was nicht notwendig ist, zu unterscheiden“, so der Papst.

Laudato si' bringt zum Umdenken  

Laudato si' bringt uns zum Umdenken  - dort, wo menschliches Leben, insbesondere das der Schwächsten, in unseren Gesellschaften verteidigt werden sollte. Wo jeder Zugang zu medizinischer Versorgung haben sollte. Wo Menschen niemals ,ausrangiert' werden sollten. Wo Natur nicht wahllos ausgeplündert, sondern kultiviert und für diejenigen bewahrt werden sollte, die nach uns kommen.  (vatican news 24)

 

 

 

 

Papst beim Regina Coeli: Alle Christen sind zur Mission berufen

 

Die christliche Mission stand im Zentrum der Katechese des Papstes beim Regina Coeli an diesem Sonntag. Über den eigenen Glauben Rechenschaft abzulegen, sei eine „anspruchsvolle Aufgabe“, so Franziskus. Und doch sei Jesus dabei stets an unserer Seite, machte er Mut. Anne Preckel - Vatikanstadt

 

Beim Mittagsgebet, das im Apostolischen Palast stattfand, ging Franziskus auf das Hochfest Christi Himmelfahrt ein, das in Italien – anders als in den deutschsprachigen Ländern – an diesem Sonntag begangen wird. Das Hochfest erinnere Christen daran, dass Jesus, „obwohl er in den Himmel aufgefahren ist, noch immer und für immer unter uns weilt: Daraus erwächst unsere Kraft, unsere Beharrlichkeit und unsere Freude“, betonte der Papst in seiner Katechese.

Franziskus rief dann die letzte Begegnung des Auferstandenen mit seinen Jüngern ins Gedächtnis. Die Apostel waren nach Galiläa gegangen, „auf den Berg, den Jesus ihnen genannt hatte“ (vgl. Mt 28,16-20). Ein Berg habe „eine starke symbolische und evokative Bedeutung“, so der Papst: Auf einem Berg habe Jesus die Seligpreisungen verkündet (vgl. Mt 5,1-12); auf einen Berg habe er sich zurückgezogen, um zu beten (vgl. Mt 14,23); und dort empfing er auch die Menschenmengen und heilte die Kranken (vgl. Mt 15,29).

Auftrag der „Jünger von heute“

„Doch dieses Mal ist er auf dem Berg nicht mehr der Meister, der wirkt und lehrt, sondern derjenige, der die Jünger bittet, zu wirken und zu verkünden, ihnen den Auftrag erteilt, sein Werk fortzusetzen“, so Papst Franziskus. Der Herr vertraute seinen Jüngern „die Mission unter den Völkern“ an und beauftragte sie, zu taufen und zu verkünden. „Verkünden, taufen, lehren“ und dem „Weg des Meisters, des Evangeliums“ folgen – zu diesem Zeugnis seien bis heute alle Christen aufgerufen, erinnerte Franziskus, auch wenn dies keine leichte Aufgabe sei:

„Wir sind gerufen, Rechenschaft abzulegen über unseren Glauben. Angesichts einer so anspruchsvollen Aufgabe und in Anbetracht unserer Schwächen fühlen wir uns unzulänglich, und so ist es sicherlich auch den Aposteln ergangen. Aber wir dürfen uns nicht entmutigen lassen, sondern müssen uns an die Worte erinnern, die Jesus vor seiner Himmelfahrt zu den Aposteln gesagt hat: ,Ich bin mit euch alle Tage bis zum Ende der Welt‘ (V. 20).“

Ein anderer Blick

Mit dem Versprechen, bis zum Ende der Welt bei uns zu bleiben, leite Jesus „den Stil seiner Gegenwart als Auferstandener in der Welt ein“, formulierte der Papst, „eine Gegenwart, die sich im Wort, in den Sakramenten, im ständigen inneren Wirken des Heiligen Geistes offenbart“. Die Erfahrung der Apostel sei „auch die unsere“, fuhr er dann fort. Christus eröffne uns einen „anderen Blick“ auf die Welt und unsere Mitmenschen.

„Christus verbirgt sich vor unseren leiblichen Augen und eröffnet uns einen anderen Blick: den Blick des Glaubens, der über das Sichtbare und Vergängliche hinausgeht. Er bittet uns zu lernen, die uns umgebende Wirklichkeit im Licht seiner Gegenwart als Auferstandener zu sehen. Denn dann werden wir auch jeden Menschen, der uns begegnet, auf eine andere Weise sehen, ihn willkommen heißen und lieben, weil Christus ihm eine größere Würde verleiht und sich für uns zum Vorbild macht, das es nachzuahmen gilt.“ (vn 24)

 

 

 

Papst ruft zur Teilnahme am „Laudato si‘-Jahr“ auf

 

„Mögen die heutigen Leiden Geburtswehen einer geschwisterlicheren und nachhaltigeren Welt sein“, heißt es in einem Gebet zu dem an diesem Sonntag startenden „Laudato si‘-Jahr“ . Um mit den Folgen der globalen Corona-Pandemie umzugehen, brauche es kreative Solidarität, heißt es darin weiter. Papst Franziskus rief nach dem Regina Coeli dazu auf, das Motto-Jahr zum Dienst am Nächsten zum Schutz der Schöpfung zu nutzen.

Franziskus verwies beim Regina Coeli auf den fünften Jahrestag seiner Schöpfungs-Enzyklika „Laudato si‘“, der den Startschuss für das „Laudato si‘-Jahr“ bildet, das ab diesem Sonntag bis zum 24. Mai 2021 laufen soll.

Mit dem wegweisenden Dokument von 2015, das weit über katholische Kreise hinaus rezipiert wurde, habe er besonderes Augenmerk auf den „Schrei der Erde und der Armen“ lenken wollen, erklärte der Papst. Franziskus lud alle Menschen dazu ein, das Laudato si‘-Jahr mitzugestalten: „Ich lade alle Menschen guten Willens ein, mitzumachen und sich um unser gemeinsames Haus und unsere schwächsten Brüder und Schwestern zu kümmern.“

„Es wird schön sein, dafür zu beten“

Der Papst verwies zudem auf die Veröffentlichung des Gebetes zum Motto-Jahr, das Vatican News auf seiner Homepage in einer deutschen Übersetzung dokumentiert: „Es wird schön sein, dafür zu beten“, ermutigte Franziskus anlässlich der Initiative, in deren Rahmen zahlreiche Projekte geplant sind.

Ziel des Laudato si‘-Jahres ist es, Franziskus’ gleichnamige Umweltenzyklika bekannter zu machen und den Schutz der Schöpfung auf vielen Ebenen weiter voranzutreiben. Vorbereitend zum Motto-Jahr lief diese Woche bereits die so genannte „Laudato Si-Woche“, die am Samstag zu Ende ging.

Gebet für die Erde und die Menschheit

Für den 24. Mai hatte der Heilige Stuhl zum weltweiten Gebet für die Schöpfung eingeladen; den Text des „Gemeinsamen Gebetes für die Erde und die Menschheit“ veröffentlichte der Vatikan mit dem heutigen Mittagsgebet des Papstes.

Mitte Juni will die päpstliche Entwicklungsbehörde, die für die Durchführung des Motto-Jahres verantwortlich ist, zu einem Webinar einladen. Für denselben Monat ist die Veröffentlichung eines Grundlagentextes in Vorbereitung, an dem mehrere Kurienbehörden arbeiten.

Von 1. September bis 4. Oktober, dem Gedenktag des heiligen Franz von Assisi, schließt sich wie bereits in den Jahren zuvor die sogenannte Schöpfungszeit an, die Papst Franziskus, eine Gepflogenheit der Orthodoxen aufgreifend, vor einigen Jahren eingeführt hatte. Zwei Veranstaltungen, die der Vatikan wegen der Corona-Pandemie verschieben musste, werden im Rahmen des „Laudato si'-Jahres“ nachgeholt: im Oktober der globale Erziehungspakt, im November das internationale Jugend-Wirtschafts-Seminar „Economy of Francesco“, das ursprünglich für den vergangenen März geplant war. Im Mai kommenden Jahres plant das Dikasterium eine große internationale Konferenz.

Ein Öko-Nobelpreis aus dem Vatikan

Während des Aktionsjahres soll ein auf sieben Jahre angelegtes Programm mit öffentlichen Aktionen vorgelegt werden, die auf eine Bewusstseinsbildung in Sachen Nachhaltigkeit zielen. Empfänger sind Familien, Bistümer, Schulen, Universitäten, Krankenhäuser und Gesundheitseinrichtungen, Ordensgemeinschaften sowie die Welt der Wirtschaft.

Darüber hinaus plant die päpstliche Entwicklungsbehörde unter Kardinal Turkson, die für die Ausrichtung des Laudato si‘-Jahres verantwortlich ist, einen Laudato-si'-Preis, der jährlich an verdienstvolle Initiativen der Nachhaltigkeit gehen soll. Die erste Preisverleihung wird im Mai 2021 stattfinden, wie der Vatikan bekanntgab.  (vatican news 24)

 

 

 

 

Italien: Katholikentag findet größtenteils online statt

 

Der italienische Katholikentag, das sogenannte Meeting von Rimini, soll trotz Covid-19-Pandemie auch in diesem Jahr stattfinden. Allerdings werde es vom 18. bis 23. August an der Adria eine Sonderausgabe des Treffens geben, heißt es in einer Mitteilung vom Freitag. Der Kongress sei für Italien eine erste Gelegenheit, zusammenhängend über die Pandemie, den Lockdown und bisherige Folgen zu reflektieren, so die Organisatoren.

In früheren Jahren zog das Treffen von Rimini mehrere Hunderttausend Besucher an. Dieses Mal sollen Vorträge und Diskussionen vor allem online übertragen werden. Laut ersten Planungen könnten im Kongresszentrum der Hafenstadt selbst laut derzeitigen Regelungen 200 bis 400 Personen teilnehmen. Ein konkretes Programm für dieses Jahr steht indes noch nicht fest.

Das von der katholischen Gemeinschaft „Comunione e Liberazione“ ausgerichtete „Meeting“ findet seit 1980 jährlich in der zweiten Augusthälfte in Rimini statt. Dabei stehen teils prominent besetzte Vorträge und Veranstaltungen zu religiösen, politischen, gesellschaftlichen und kulturellen Themen auf dem Programm.

Das Rimini-Meeting 2020 könne „einen bedeutenden Beitrag für den Wiederaufbau“ leisten, so Bernhard Scholz, Vorsitzender der organisierenden Stiftung. Zum Motto des Treffens, „Ohne Wunder bleiben wir taub für das Erhabene“, sagte Scholz: „Ohne Wunder wird alles zu einem Objekt des Kalküls und des Besitzes. Derweil sind Wunder und Dankbarkeit, die damit einhergehen, Fermente der Hoffnung und der Kreativität.“ Daraus wiederum speise sich „mutige und gemeinsame Verantwortung“.

Der aus Mülheim an der Ruhr stammende Scholz war von 1984 bis 1998 Pressesprecher in der Erzdiözese Freiburg. Anschließend wechselte er in die Wirtschaft nach Mailand und lebt seither in Italien. Im März war Scholz zum Nachfolger der langjährigen Stiftungs-Vorsitzenden Emilia Guarnieri gewählt worden.  (kna 23)

 

 

 

Kirche feiert am Sonntag „Welttag der sozialen Kommunikationsmittel“

 

An diesem Sonntag, 24. Mai, begeht die Katholische Kirche den „Welttag der sozialen Kommunikationsmittel“. Der Tag wurde 1967 von Papst Paul VI. eingeführt. Er findet sechs Wochen nach Ostersonntag bzw. drei Tage nach Christi Himmelfahrt statt. In diesem Jahr steht der „Mediensonntag“ unter dem Motto „'Damit du deinem Sohn und deinem Enkel erzählen kannst' (Exodus 10,2). Das Leben wird Geschichte“.

Aus Anlass dieses Tages veröffentlicht Papst Franziskus traditionell zum Fest des Heiligen Franz von Sales - des Patrons der Journalisten - am 24. Janur eine Botschaft zu einem jeweils aktuellen Medienthema. In seiner heurigen Botschaft, die noch vor den einschneidenden Maßnahmen in Folge der Corona-Pandemie in Europa veröffentlicht wurde, hat Papst Franziskus u.a. das Thema „Deepfakes“ in den Mittelpunkt gestellt und vor Manipulationen und Banalisierungen in den Medien gewarnt. Der Mensch brauche Erzählungen, um seine Wurzeln und seine Verbindung mit anderen zu erkennen und um Orientierung und Zukunftsmut im Leben zu finden, hält der Papst in seiner Botschaft fest.

 

Corona hat jedoch auch bei diesem Thema den Fokus verschoben: So rückte gerade auch aus kirchlicher Sicht in den vergangenen Wochen die Frage nach den Möglichkeiten medialer Kommunikation in den Vordergrund: Nach dem Aussetzen der öffentlichen Gottesdienste ab 16. März wurde vielerorts das gottesdienstliche Leben durch das Online-Streaming von Gottesdiensten aufrecht erhalten. Auch TV-Stationen und Radios übertrugen gerade rund um Ostern zahlreiche Gottesdienste.

 

Nach dem langsamen „Hochfahren“ der regulären Gottesdienste unter Einhaltung der Sicherheitsmaßnahmen am 15. Mai stellen sich nun Diözesen und Pfarren die Frage, wie die meist positiven Erfahrungen medial vermittelter seelsorglicher Angebote auch auf Dauer gestellt bzw. so adaptiert werden können, dass daraus ein ständiges Angebot erwächst. Diesbezüglich hat die Bischofskonferenz bereits einen Streaming-Leitfaden erstellt, in den Diözesen finden auf unterschiedlichen Ebenen Erhebungen statt, um Pfarren und Einrichtungen im Blick auf weitere Digitalisierungsschritte zukunftsfit zu machen. (kap 23)

 

 

 

 

Fünf Jahre Enzyklika Laudato si'

 

Weltweit stellen kirchliche Organisationen und Umweltverbände das fünfjährige Jubiläum der Sozial- und Umweltenzyklika Laudato si‘ von Papst Franziskus, die auf den 24. Mai 2015 datiert ist, in diesen Tagen ins Zentrum.

 „Die Botschaft des Papstes zur Überwindung weltweiter Armut, zu mehr Gerechtigkeit, zur Sorge um das gemeinsame Haus und zu einem anderen Umgang mit der Schöpfung bleibt hochaktuell“, sagt Pirmin Spiegel, Hauptgeschäftsführer des deutschen bischöflichen Hilfswerks Misereor. In der Coronakrise und bei der Frage ihrer Bewältigung unterstreiche das Schreiben des Papstes seine Bedeutung und Dringlichkeit.

„Indigene werden kaum Zugang zu Intensivstationen bekommen, keine Beatmungsgeräte, kein Sauerstoff – das ist einer der Schmerzensrufe, die uns aus dem peruanischen Amazonasgebiet erreichen. Wie die Klimakrise bedroht das Coronavirus uns alle, aber nicht in der gleichen Weise“, so Spiegel. Sie verfolge Indigene, die afro-brasilianische Bevölkerung und Menschen, die in einkommensschwachen Gemeinden leben, besonders, weil diese Bevölkerungsgruppen bereits an unverhältnismäßig hohen Raten von Lungenkrankheiten leiden.

„Das Klima ist ein gemeinsames Gut von allen und für alle“

Die Pandemie bedrohe Sicherheiten existentiell und hebe Ungerechtigkeiten der Welt hervor. „Diese Schmerzensrufe klingen wie ein langanhaltendes Echo der Enzyklika Laudato si', die die soziale und ökologische Krise zusammen denkt“, so Spiegel. „Das Klima ist ein gemeinsames Gut von allen und für alle“, schreibt Papst Franziskus, und ein moderner Gemeinwohlbegriff sehe den Zugang zu Gesundheitssystemen, Bildung und weltweiten Rohstoffen ebenso für alle. Dies seien Güter, die nicht exklusiv sein sollten. Solche Gedanken und Worte von Papst Franziskus von gemeinschaftlichen Gütern wirkten in Politik und soziale Bewegungen hinein und beeinflussten die internationale politische Agenda.

Die Coronakrise bewältigen und daraus für andere Krisen lernen

„Die wirtschaftlichen Konjunkturprogramme öffnen eine Möglichkeit, das Gemeinwohl zu rehabilitieren. Der Wiederaufbau während und nach den Pandemie-Einschränkungen bieten eine Chance, um Produktionsmodelle und Konsumgewohnheiten an den Bedürfnissen der Verletzlichsten weltweit und der Schöpfung auszurichten, so wie es Papst Franziskus in Laudato si' gefordert hat“, sagt der Misereor-Hauptgeschäftsführer.

Spiegel appelliert an die Entscheidungsträger aus Politik, Wirtschaft und Gesellschaft, Konzepte zur Erholung der Wirtschaft auf ihre Tauglichkeit für einen sozial-ökologischen Transformationsprozess und auf das Gemeinwohl hin zu überprüfen: „ Wir werden starke Stimmen brauchen, um Zukunftsinvestitionen sozial-ökologisch und vom Gemeinwohl her zu gestalten. Dazu wird es keinen Automatismus geben“. Gemäß den Forderungen in Laudato si’ werde deutlich, dass es einen Wandel unserer Lebens- und Produktionsweise brauche und die Überwindung eines zu stark ausgeprägten Individualismus.

Gestaltungsmöglichkeiten bei EU-Ratspräsidentschaft

Der Zeitpunkt für die Weichenstellungen eines solchen Wandels könne z.B. mit der Erhöhung des europäischen Klimaziels deutlich weitergeführt werden, was Konsequenzen für den fossilen Rohstoffverbrauch und für Investitionen in erneuerbare Energien habe. Eine konkrete Gestaltungsmöglichkeit ergebe sich für Deutschland bei der Übernahme der EU-Ratspräsidentschaft in der zweiten Jahreshälfte, die stark von den Auswirkungen der Pandemie geprägt sein werde.  (pm 23)

 

 

 

Papstbotschaft an Missionswerke: „Eine Mission, die nicht unsere ist“

 

„Mit seiner Botschaft an die Päpstlichen Missionswerke warnt der Papst vor bestimmten Pathologien, die die missionarische Tätigkeit zu verzerren drohen, indem sie das Wirken der Gnade verschleiern“: so fasst unser Direktor Andrea Tornielli die programmatische Botschaft zusammen, die Papst Franziskus an diesem Donnerstag an die Päpstlichen Missionswerke in aller Welt gerichtet hat. Andrea Tornielli - Vatikanstadt

 

Die Botschaft von Papst Franziskus an die Päpstlichen Missionsgesellschaften ist ein starker Text, der auch konkrete Hinweise darauf gibt, was die einzige wirkliche Quelle des missionarischen Handelns der Kirche sein kann. Gleichzeitig nennt er jedoch einige Verzerrungen des missionarischen Handelns beim Namen, um damit zu einer Vermeidung dieser Fehler beizutragen.

Das „mysterium lunae“

Die Mission, so Franziskus in seiner Botschaft, sei nicht die Frucht der Anwendung von „weltlichen Systemen und der Logik von Militanz oder technisch-professioneller Kompetenz“. Vielmehr entstehe sie aus der „überströmenden Freude“, die „der Herr uns schenkt“ und die die Frucht des Heiligen Geistes ist. Diese Freude ist eine Gnade, die niemand allein geben kann. Missionarisch zu sein bedeutet, das große und unverdiente Geschenk, das man erhalten hat, weiterzugeben, d.h. das Licht eines Anderen zu reflektieren, wie es der Mond mit der Sonne tut. „Zeugen sind in jeder menschlichen Situation diejenigen, die bezeugen, was jemand anderes getan hat. In diesem Sinn und nur in diesem Sinn können wir Zeugen von Christus und seinem Geist sein“, betont der Papst in seiner Botschaft. Es handelt sich dabei um jenes „mysterium lunae“, das den Kirchenvätern der ersten Jahrhunderte am Herzen lag. Denn ihnen war klar, dass die Kirche stets von der Gnade Christi lebt. Wie der Mond leuchtet auch die Kirche nicht mit ihrem eigenen Licht, und wenn sie zu sehr auf sich selbst schaut oder auf ihre eigenen Fähigkeiten vertraut, ist sie am Ende selbstbezogen und schenkt niemandem mehr Licht.

Das Staunen der anderen wecken

Die Botschaft schöpft aus der Apostolischen Exhortation „Evangelii gaudium“, dem programmatischen Text, mit dem Franziskus den Weg seines Pontifikats vorgezeichnet hat. Der Papst erinnert zum wiederholten Mal daran, dass die Verkündigung des Evangeliums und das Bekenntnis des christlichen Glaubens etwas anderes sind als jede Art von politischem, kulturellem, psychologischem oder religiösem Proselytismus. Die Kirche wächst in der Welt dank ihrer Anziehungskraft, und „wenn man Jesus mit dem Gefühl des Glücks darüber folgt, von ihm angezogen zu sein, werden die andere das bemerken. Und sie können darüber staunen.“

Mission nicht vom Schreibtisch aus

Aus der Botschaft an die Päpstlichen Missionswerke geht klar die Absicht des Papstes hervor, die schädliche Tendenz einzudämmen, die Mission als etwas Elitäres zu betrachten, als etwas, das vom Schreibtisch aus und unter Anwendung aggressiver Strategien geleitet und gelenkt werden soll. Aus dem päpstlichen Text ergibt sich auch, dass der Bischof von Rom dies als ein gegenwärtiges Risiko einstuft.

Deshalb gehen seine Worte weit über die päpstlichen Missionswerke hinaus, auf die er sich in seinem Text zunächst bezieht. Um Selbstbezogenheit, das Streben nach Befehlsgewalt und die Zuweisung der missionarischen Tätigkeit an „eine höhere Klasse von Spezialisten“ zu vermeiden, die das Volk der Getauften als eine träge Masse betrachten, die wiederbelebt und mobilisiert werden muss, erinnert Franziskus an einige der charakteristischen Züge der christlichen Mission: Dankbarkeit und Unentgeltlichkeit, Demut, Nähe zum Leben der Menschen - dort, wo sie sind und so, wie sie sind – sowie eine besondere Aufmerksamkeit und Fürsorge für die Kleinen und die Armen. (vn 22)

 

 

 

 

„Dankbar für die Gemeinschaft, die unter den Christen gewachsen ist“

 

Bischof Gerhard Feige würdigt die vor 25 Jahren erschienene Ökumene-Enzyklika Ut unum sint

 

Am 25. Mai 1995, vor 20 Jahren, veröffentlichte Papst Johannes Paul II. die Enzyklika Ut unum sint, die sich mit Fragen der Ökumene befasst. Aus Anlass des Jahrestages erklärt Bischof Dr. Gerhard Feige (Magdeburg), Vorsitzender der Ökumenekommission der Deutschen Bischofskonferenz:

 

„Vor 25 Jahren hat Papst Johannes Paul II. seine programmatische Enzyklika über den Einsatz für die Ökumene vorgelegt. Mit den titelgebenden ersten Worten Ut unum sint verankert er gleich zu Beginn den Aufruf zum Engagement für die Einheit der Christen im Wort Jesu, das im Johannesevangelium überliefert ist (Joh 17,21). In seiner Enzyklika macht sich der Papst das ökumenische Anliegen als ein Grundthema des Zweiten Vatikanischen Konzils zu eigen und führt es weiter. Was Johannes Paul II. darin der katholischen Kirche mit auf den Weg gegeben hat, ist nach wie vor aktuell. Es zeugt von einer großen ökumenischen Weite im Denken und von einer großen geschwisterlichen Offenheit im Herzen des Heiligen. Bis heute kann es uns Ermutigung und Ansporn sein.

 

In Aufnahme des Zweiten Vatikanischen Konzils hebt der Papst hervor, dass die Einheit der Christen in der Taufe gründet. Christinnen und Christen sind einander Schwestern und Brüder, weil sie durch die Taufe mit Christus vereint und so einander verbunden sind. Diese Aussage ist ekklesiologisch von hoher Bedeutung, weil die Taufe für die ‚Aufbauarbeit der Kirche‘ (Nr. 42) grundlegend ist. Daher geht die wechselseitige Anerkennung der Taufe ‚weit über einen ökumenischen Höflichkeitsakt hinaus‘; sie ‚stellt‘ – so die Enzyklika – ‚eine ekklesiologische Grundaussage dar‘ (Nr. 42). Von daher ist die Magdeburger Erklärung von 2007, in der in Deutschland elf Kirchen offiziell festgestellt haben, dass sie die in ihnen gespendeten Taufen wechselseitig anerkennen, nicht hoch genug einzuschätzen und in ihren ekklesiologischen Konsequenzen weiter auszuloten.

 

Bezeichnend ist die tiefe Wertschätzung, die Johannes Paul II. den Gütern und Gaben, die in den verschiedenen Kirchen und kirchlichen Gemeinschaften vorhanden sind und gelebt werden, entgegenbringt. So spricht die Enzyklika vom ökumenischen Dialog als einem ‚Austausch von Gaben und Geschenken‘ (Nr. 28) und von ‚gegenseitiger Bereicherung‘ (Nr. 87). Eine Ökumene, die im Geist von Ut unum sint nicht an Defiziten orientiert ist, sondern die Gaben im Blick hat, die die anderen in das gemeinsame christliche Haus einbringen, schafft Zuversicht. Dieser Geist muss uns auch künftig leiten, wenn wir auf dem Weg zur vollen Einheit voranschreiten wollen.

 

Größte Aufmerksamkeit hat die Einladung von Papst Johannes Paul II. an die Geschwister in den getrennten Kirchen und Gemeinschaften erfahren, in einen Dialog über die Art und Weise der Ausübung des päpstlichen Primats einzutreten (vgl. Nrn. 95, 96). Damit hat er, ohne das Papstamt als solches infrage zu stellen, eine Perspektive eröffnet, gemeinsam nach einer Form zu suchen, in der es seinen Einheitsdienst für alle Christen erfüllen kann. Aus dieser Einladung sind in der Diskussion der Folgezeit weitreichende Impulse erwachsen, die konsequent aufgegriffen und vertieft werden müssen.

 

Die Linie, die sich vom Zweiten Vatikanischen Konzil zu Papst Johannes Paul II. zieht, haben auch seine Nachfolger Papst Benedikt XVI. und Papst Franziskus mit je eigenen Akzenten fortgeschrieben. Heute, 25 Jahre nach Ut unum sint, bin ich dankbar für die Gemeinschaft, die unter den Christinnen und Christen gewachsen ist. Zusammen mit den Dokumenten des Zweiten Vatikanischen Konzils hat die Ökumene-Enzyklika von Johannes Paul II. dafür auf katholischer Seite den Grundstein gelegt.

 

Als Christen verschiedener Kirchen gehören wir zusammen. Das zeigt sich in diesen Tagen auch angesichts der Corona-Krise, in der es auf unterschiedlichen Ebenen eine Vielzahl ökumenischer Aktivitäten gibt. Dazu gehören gemeinsame Gottesdienste und Gebetinitiativen, Aufrufe und Erklärungen – wie etwa das Wort ‚Beistand, Trost und Hoffnung‘ des Vorsitzenden der Deutschen Bischofskonferenz, Bischof Dr. Georg Bätzing, des Vorsitzenden des Rates der Evangelischen Kirche in Deutschland, Landesbischof Dr. Heinrich Bedford-Strohm, und des Vorsitzenden der Orthodoxen Bischofskonferenz, Metropolit Augoustinos – oder andere Gesten der Aufmerksamkeit und Ermutigung. Viele Aufgaben sind noch zu erfüllen, damit die Einheit unter uns immer mehr sichtbar werden kann. Die Rückbesinnung auf die Enzyklika Ut unum sint kann uns dafür neuen Rückenwind geben!“ DBK 22

 

 

 

 

Papst: „Mission ist ein Werk des Heiligen Geistes“

 

Eigentlich hätten sich in diesen Tagen die Päpstlichen Missionswerke zu ihrer Jahresvollversammlung treffen sollen – eigentlich. Aber die Corona-Pandemie machte dem Plan einen Strich durch die Rechnung.

Dafür hat Papst Franziskus nun den Missionswerken geschrieben. In der Botschaft, die an diesem Donnerstag vom Vatikan veröffentlicht wurde, betont er einmal mehr, dass die Verkündigung des Evangeliums nicht mit dem Abwerben von Gläubigen anderer Religionen – dem sogenannten Proselytismus – einhergehen dürfe.

Die Ausbreitung des christlichen Glaubens sei „ein freies Geschenk des Geistes“, nicht das Werk „besessener“ kirchlicher „Apparate“, denen es um „ihre Initiativen“ gehe. Mission müsse etwas anderes sein als „Selbstdarstellung“ und „Werbung“. Es bilde geradezu das „innerste genetische Merkmal“ von Mission, dass sie „das Werk des Heiligen Geistes und nicht eine Folge unserer Überlegungen und Absichten“ sei.

Das Lieblingszitat von Benedikt XVI.

Wie muss nun gelingende Mission nach den Vorstellungen von Papst Franziskus (der selbst einmal, lang ist’s her, als Jesuitenmissionar nach Japan gehen wollte) aussehen? Um das zu beschreiben, wählt der Papst als erstes das Wort Anziehungskraft. Die Kirche wachse nicht durch Proselytismus, sondern durch Anziehungskraft, das ist ein Satz seines Vorgängers Benedikt XVI., den der lateinamerikanische Papst gerne, so auch diesmal, zitiert.

Weitere Charakteristika: Dankbarkeit. Unentgeltlichkeit. Demut. Glück und Erlösung seien nicht „unser Besitz“ oder etwas, das wir durch unsere eigene Anstrengung erreichen könnten – das sei eine Erkenntnis, die uns eigentlich erden und von Arroganz befreien sollte. Auch vor Kompliziertheit beim Übermitteln der christlichen Botschaft sollten wir uns hüten, stattdessen sei Konzentration auf das Wesentliche angesagt.

Keine träge Masse

Sehr wichtig ist dem Papst, zu dessen häufigsten Verben „camminare“ („gehen“) gehört, dass Mission da stattfindet, wo die Menschen leben und arbeiten. „Dort, wo sie sind und wie sie sind“. Man dürfe sich nicht vom Volk isolieren, weil man es für eine „träge Masse“ halte, „die immer wieder neu belebt und mobilisiert werden muss“.

Mit diesem Denken geht man, so sieht es Franziskus, schnurstracks dem „Elitendenken“ in die Falle. Glaubensgewissheit sei ja gerade nicht „eine Folge von überzeugenden Diskursen oder Trainingsmethoden“. Oder von „weltlicher Effizienz“.

Der Papst ermuntert die historisch gewachsenen Missionswerke dazu, ihren Pluralismus beizubehalten und sich nicht in NGOs zu verwanddeln. Die Beschaffung von Geldern sei wichtig, aber nicht das Ein und Alles ihrer Philosophie.  (vn 21)

 

 

 

Generalaudienz: Das Gebet gibt der Hoffnung Kraft

 

Über den Impuls des Betens aus dem Staunen und Danken hat der Papst an diesem Mittwoch bei der Generalaudienz gesprochen: „Das Leben, die einfache Tatsache, dass es uns gibt, öffnet das Herz des Menschen für das Gebet“, so Franziskus, der seine Katechese-Reihe über das Gebet fortsetzte.

Anne Preckel und Silvia Kritzenberger - Vatikanstadt

Aufgrund der anhaltenden Coronavirus-Gefahr fand die Audienz erneut innerhalb des Apostolischen Palastes und ohne Pilger statt.

In seiner Katechese zeichnete der Papst den Ursprung des Betens nach: das menschliche Herz halte dafür einen Raum bereit. Franziskus verwies auf den biblischen Schöpfungsbericht. Die erste Seite der Bibel sei ein „großer Dankeshymnus“, in dem das „Schöne und Gute“ betont werde und die Erschaffung des Menschen einen regelrechten „Überfluss an Jubel“ auslöse.

Staunen

Im Schauen dieser gottgeschaffenen Schönheit und im Staunen darüber liege der erste Impuls zum Beten, knüpfte der Papst daran an. Dies werde auch in den Psalmen und vielen anderen Stellen der Heiligen Schrift deutlich.

„Seh ich deine Himmel, die Werke deiner Finger, Mond und Sterne, die du befestigt: Was ist der Mensch, dass du seiner gedenkst, des Menschen Kind, dass du dich seiner annimmst? - Psalm 8, Vers 4-5“

 

Die Betrachtung des „Geheimnisses des Lebens“ zeige dem Betenden seine Begrenztheit auf und löse zugleich Fragen aus: Was ist der Mensch? Im unermesslichen Kosmos sei er „das einzige Geschöpf, das diesen Überfluss an Schönheit bewusst wahrnimmt“, gab Franziskus zu bedenken.

„Die Größe des Menschen liegt in seiner Beziehung zu Gott: damit erlangt er den Thron. Von Natur aus sind wir so gut wie nichts, von unserer Berufung her aber sind wir die Kinder des großen Königs!“

Barmherzigkeit

Beim Staunen und Beten des Menschen komme zugleich jene Dimension ins Spiel, die in besonderer Weise die Beziehung zu Gott ausmacht. Im Pontifikat von Papst Franziskus ist sie ein Schlüsselbegriff: Barmherzigkeit. Nichts existiere aus Zufall, auch nicht der Mensch. Seine Größe liege gerade in seiner Beziehung zu Gott:

„Das Geheimnis des Universums liegt in dem wohlwollenden Blick eines anderen, der sich mit unseren Blicken kreuzt. (...) Von Natur aus sind wir so gut wie nichts, von unserer Berufung her aber sind wir die Kinder des großen Königs!“

Die Betrachtung der Schöpfung wies der Papst als Weg aus, um „die Gabe des Gebetes“ zu nähren und am Leben zu erhalten: „Wenn der Lauf des Lebens mit all seiner Bitterkeit die Gabe des Gebets in uns manchmal zu ersticken droht, dann genügt es, einen Sternenhimmel, einen Sonnenuntergang oder eine Blume zu betrachten…, um den Funken der Danksagung wieder neu zu entfachen. Vielleicht ist es gerade diese Erfahrung, die der ersten Seite der Bibel zugrunde liegt.“

Hoffnung

Neben Barmherzigkeit scheine auch die Hoffnung im Beten auf, fuhr der Papst fort. Er verwies auf den Zeitkontext, in dem der biblische Schöpfungsbericht verfasst wurde. Es war die Leidenszeit des Volkes Israel, das unterdrückt und versklavt wurde und ohne Heimat, Tempel, soziales und religiöses Leben auskommen musste.

„Und doch beginnt jemand, ausgehend gerade von dem großen Schöpfungsbericht, Gründe zu finden, um Dank zu sagen, Gott für das Leben zu preisen. Das Gebet ist die erste Kraft der Hoffnung.“

Männer und Frauen des Gebets hüteten „die grundlegenden Wahrheiten“, so der Papst. Sie erinnerten daran, dass das Leben trotz aller Mühen und Prüfungen von „Gnade“ erfüllt sei, die Staunen auslöse: „Und daher muss das Leben auch stets verteidigt und geschützt werden“, so Papst Franziskus.

Danken

Betende wüssten um den Sieg der Hoffnung über die Mutlosigkeit, den Sieg der Liebe über den Tod, hielt der Papst fest: „Männer und Frauen des Gebets strahlen ein inneres Licht aus, denn selbst an den dunkelsten Tagen hört die Sonne nicht auf, für sie zu scheinen.“ Und er rief dazu auf, das Geschenk des Lebens in Freude anzunehmen und Gott dafür zu danken. Schließlich sei „danke“ das schönste Gebet. (vatican news 20)

 

 

 

Versagen in Corona-Krise? Kirchen weisen Lieberknechts Vorwürfe zurück

 

Thüringens frühere Ministerpräsidentin Christine Lieberknecht hat den Kirchen Versagen in der Corona-Krise vorgeworfen. Die reagieren bundesweit heftig auf die Kritik der CDU-Politikerin.

Die Kirchen in Ostdeutschland haben den Vorwurf von Thüringens früherer Ministerpräsidentin Christine Lieberknecht (CDU) einer mangelnden Seelsorge in der Corona-Krise als pauschal und unberechtigt zurückgewiesen.

Der Landesbischof der Evangelischen Kirche in Mitteldeutschland, Friedrich Kramer, betonte am Dienstag, viele Seelsorger hätten mit Unterstützung der Landeskirche darauf gedrängt, in Einrichtungen untergebrachte Menschen zu besuchen. Auch habe die Kirchenleitung dazu aufgerufen, die Gotteshäuser für Besucher offen zu lassen. Aber der Gesundheitsschutz verlange, "dass wir die Regeln einhalten", sagte der Leitende Geistliche am Dienstag in Erfurt dem Evangelischen Pressedienst (epd).

Das Erzbistum Berlin hob hervor, Seelsorge und Begleitung unter anderem sterbender Menschen habe es unter den Bedingungen der Corona-Pandemie weiter gegeben. Dies sei auch in vielfältigen neuen Formen wie dem Ökumenischen Seelsorge-Telefon erfolgt. Das Bistum Magdeburg verwies auf die Anordnung von Bischof Gerhard Feige, dass die Seelsorge an kranken, einsamen und sterbenden Menschen auch in der Pandemie "ein vorrangiger Dienst" bleibe, wo immer dies möglich sei.

Bistum Erfurt: Abwägen zwischen Schutz und Seelsorge

Das Bistum Erfurt erklärte, auch seine Kirchen seien "zu Einkehr und Gebet geöffnet". In der Krise sei es aber "unverzichtbar abzuwägen, was wir als Mitmenschen für den Schutz vor dem Virus tun müssen und wie wir als Kirche unseren Aufgaben in Seelsorge, Liturgie und Caritas gerecht werden".

In einem Interview der Welt hatte Lieberknecht kritisiert, die Kirchen hätten "hunderttausende Menschen allein gelassen, Kranke, Einsame, Alte, Sterbende". In einem Interview des Kölner Domradio bekräftigte sie ihre Vorwürfe. Sie stelle "die unglaublich aktiv tätigen Seelsorger, die Gemeindeglieder an der Basis" nicht in Abrede, räumte die ehemalige evangelische Pfarrerin gegenüber dem Sender ein. "Aber genau die hätten sich mehr Beistand beziehungsweise ein klares Wort der Kirchen gewünscht."

Lieberknecht warf den Kirchen überdies vor, dass sie ihre Gotteshäuser wegen der Pandemie "sehr schnell geschlossen" hätten.

Dort hätte man den Raum gehabt, hätte man die Stille gehabt, die viele gerade auch zum Innehalten in dieser Corona-Zeit gesucht haben.

Christine Lieberknecht

Lieberknecht hob hervor, es gebe Situationen, in denen man gerade ältere Menschen, die im Sterben liegen, die schwer krank sind, nicht mehr durch Telefonate oder Briefe erreichen könne. Nach dem Bundesinfektionsschutzgesetz hätten die Kirchen die Möglichkeit, dass in einer Ausnahmesituation der Zugang von Seelsorgern zu Schwerstkranken, zu Sterbenden, zu Menschen in Quarantäne ermöglicht werden müsse. Gemeindepfarrer hätten sich diesen Zugang auch vor Gerichten erkämpft.

Kirche von heute nicht systemrelevant?

Nach Ansicht des Wiener Theologen Ulrich Körtner hat die Corona-Krise einen zunehmenden Bedeutungsverlust der Kirchen deutlich gemacht. "Vom Shutdown gab es für die Kirchen und andere Religionsgemeinschaften keine Ausnahmen", heißt es in einem Beitrag des Ordinarius für Systematische Theologie an der Evangelisch-Theologischen Fakultät der Universität Wien für die Zeitschrift zeitzeichen (Juni-Ausgabe). Religion, so die Lehre der zurückliegenden Monate, sei in der säkularen Gesellschaft nicht "systemrelevant". Mdr 20

 

 

 

In anderer Form: Pfingstaktion von Renovabis. Aufruf der deutschen Bischöfe

 

Am Pfingstsonntag zeigen sich die katholischen Christen in Deutschland solidarisch mit den Glaubensgeschwistern in Osteuropa. Die Spendensammlung für das Hilfswerk Renovabis wird üblicherweise durch zahlreiche Veranstaltungen begleitet. Aufgrund der Corona-Pandemie kann die Pfingstaktion in diesem Jahr jedoch nicht wie geplant, bzw. nur mit erheblichen Einschränkungen stattfinden. Renovabis lädt deshalb von jetzt bis zum Pfingstsonntag zu zwei „Renovabis-Solidaritätswochen“ in den Kirchengemeinden ein. Das Motto der diesjährigen Aktion lautet „Selig, die Frieden stiften – Ost und West in gemeinsamer Verantwortung“. Dabei geht es um das Einander-Halt-Geben auch über die geschlossenen Grenzen hinweg und um praktische Zeichen der Solidarität in Form von Spenden für besonders bedürftige Menschen im Osten Europas.

Zuletzt hat Renovabis die Projektpartner in der Corona-Krise mit Soforthilfen von rund einer halben Million Euro unterstützt. Seit dem Ausbruch der Pandemie verzeichnet das Hilfswerk aus vielen seiner 29 Partnerländer im Osten Europas immer mehr Hilferufe.

 Ab Christi Himmelfahrt wird gemeinsam mit Partnern in der Ukraine und anderswo die Pfingstnovene gebetet. Am Pfingstsonntag (31. Mai 2020) werden die „Renovabis-Solidaritätswochen“ mit einer Eucharistiefeier mit Erzbischof Stephan Burger aus dem Freiburger Münster beschlossen.

 In ihrem Aufruf zur Unterstützung der diesjährigen Aktion würdigen die deutschen Bischöfe die Friedensarbeit, die Renovabis leistet. „Auch in Europa ist Frieden keine Selbstverständlichkeit. Viele Länder im Osten des Kontinents sind 30 Jahre nach dem Ende der kommunistischen Gewaltherrschaft innerlich zerrissen, manche auch äußerlich bedroht. Gewaltbelastete Vergangenheit und aktuelle Konflikte gefährden die Zukunft“, so die Bischöfe. Aber es gebe auch Grund zur Hoffnung. Gerade die Kirche leiste wichtige Beiträge für Verständigung und eine friedliche Entwicklung. Deshalb werden die Gläubigen aufgerufen, die Menschen in Mittel-, Südost- und Osteuropa durch Interesse, Gebet und Spenden zu unterstützen.

 

Da aufgrund der Corona-Pandemie öffentliche Gottesdienste derzeit nur eingeschränkt stattfinden und die Kollekte am Pfingstsonntag nicht in der gewohnten Form gehalten werden kann, bitten die Bischöfe auch um Spenden direkt an das Hilfswerk Renovabis.

 

Hinweise: Das Spendenkonto lautet: Renovabis e. V., IBAN: DE94 4726 0307 0000 0094 00, BIC: GENODEM1BKC, Bank für Kirche und Caritas eG. Die Spenden können auch an die Pfarrei übermittelt werden. Dabei sollten Umschläge mit dem Hinweis „Spende Renovabis“ versehen werden. Auf Wunsch stellt die Pfarrei auch gerne eine Spendenbescheinigung aus. Weitere Informationen zur Pfingstaktion sind unter www.renovabis.de verfügbar.  Dbk 20

 

 

 

 

Meine Kirche und der Antirassismus

 

Warum tun sich Menschen in vielen Kirchengemeinden noch so schwer, in Situationen rassistischer Übergriffe Solidarität zu leben? Ein Bericht nach wahren Begebenheiten. Von Sami Omar

 

In ganz Deutschland bekennen sich Kirchengemeinden zu Antirassismus und Antidiskriminierung. Mit Kulturveranstaltungen, Diskussionsrunden, Protesten und vielem mehr verleihen sie ihrer Haltung Ausdruck. Dabei wird immer weniger oft das Fremde ausgestellt, um es wohlwollend zu begutachten, wie es bis vor wenigen Jahren in vielen Gemeinden noch üblich war. Heute wird öfter auf Augenhöhe gesprochen und immer mehr von Rassismus betroffene sprechen für sich selbst.

Warum aber, tun sich Menschen in vielen dieser Gemeinden noch so schwer, in Situationen rassistischer Übergriffe Solidarität zu leben?

Weiße Menschen genießen das Privileg, Rassismus nur aus Anschauung zu kennen. Alle Erzählungen weißer Menschen davon, wie auch sie einmal in der Minderheit waren und sich ausgegrenzt fühlten, greifen hier nicht. Denn Rassismus ist kein individuelles Erleben alleine, sondern eingebettet in eine gesellschaftliche Systematik, die Macht und Ohnmacht zugunsten der Mehrheitsgesellschaft verteilt.

Es ist eines der gängigsten Missverständnisse weißer Menschen über Rassismus, dass dieser die Opfer in einer spezifischen Situation individuell träfe. Er stellt sie aber vielmehr als Teil einer minderwertigen Gattung dar und beraubt sie so ihrer Individualität. Das Privileg als Individuum verachtet zu werden, gibt es im Rassismus nicht. Es ist ein weißes Privileg. Deshalb ist es so wichtig, dass Menschen, die nicht von Rassismus betroffen sind, Rassismus verstehen lernen.

Solidarität mit den Opfern funktioniert nur über das Bewusstsein eigener Rassismen und Privilegien. Das macht es so schwer Antirassist*in zu sein. Auch in der Kirche ist das so.

Zu oft wähnen wir Christ*innen uns durch das Christsein alleine schon als Menschenfreunde, Antirassist*innen, als Gutmenschen im besten Sinne.

Gerade Menschen aus Afrika wurde das Menschsein auch von Christ*innen systematisch abgesprochen. Sie wurden über Jahrhunderte animalisiert, infantilisiert und so aus dem Kreis der Menschen herausgelöst, die gleich an Würde und Vermögen sind.

Dieser Blick auf Schwarze Menschen ist in der Kirche immer noch lebendig. Auch wenn sich vieles gebessert hat.

Doch es fällt weißen Christ*innen offenbar weitaus schwerer, bei rassistischen Übergriffen aktiv solidarisches Verhalten zu zeigen, als ihre Solidarität bei Veranstaltungen zu Themen wie „Vielfalt“ und „Interkultur“ zu bekunden.

Das liegt sicher daran, dass Rassismus zunächst als solcher erkannt werden muss. Es mag auch daran liegen, dass es nicht immer leicht ist, die Not eines Opfers zu erkennen, wenn man selbst diese Not nicht kennt. Vor allem glaube ich aber, dass Rassismus nicht zu unserem christlichen Selbstbild passt und wir deshalb geneigt sind, ihn in und um uns zu verleugnen. Diese Wahlmöglichkeit ist natürlich ein weißes Privileg.

Info: Die Interkulturelle Woche 2020 findet statt! Das Motto lautet „Zusammen leben, zusammen wachsen.“ Der vorgeschlagene Zeitraum ist 27. September bis 4. Oktober, in vielen Kommunen finden aber auch Veranstaltungen davor und danach statt. Der bundesweite Auftakt zur diesjährigen Interkulturellen Woche findet am 27. September in München statt. Weitere Informationen: interkulturellewoche.de. Dieser Text ist zuerst erschienen im Materialheft zur Interkulturellen Woche 2020.

Im Dezember 2016 erreichte den Pfarrer einer evangelischen Kirchengemeinde in Nordrhein-Westfalen ein Weihnachtsgruß der katholischen Nachbargemeinde. Die Kirche ist stadtbekannt für ihre Liberalität und Inklusion. Beide Gemeinden hatten lange an der guten Beziehung zwischen einander gearbeitet. Regelmäßige ökumenische Gottesdienste und eben solche nachbarschaftlichen Grüße waren Zeugnis dessen. Die Grußkarte enthielt eine vom Pfarrer handgeschriebene Adventsgeschichte des Autoren Heinrich Waggerl (1897-1973) mit dem Titel „Warum der schwarze König Melchior so froh wurde“. Der Salzburger Starautor Waggerl war ein großer Verehrer Adolf Hitlers, dessen „befreiende Kraft einer wahrhaft großen Menschlichkeit“ er rühmte und schließlich zum Landesobmann der Reichsschrifttumskammer im NS-Gau Salzburg ernannt wurde.

In der Adventsgeschichte erzählt der Autor, eingebettet in eine Fülle von Rassismen, davon, wie der M* Melchior aus dem Morgenland zum Jesuskind kommt. Auf dem Weg sah man ihn an „als ob er in der Haut des Teufels steckte“ und wo sie ihn sahen, „waren alle Kinder kreischend in den Schoß der Mutter geflüchtet.“

Beim Jesuskind angekommen, berührt er es und „Als er (…) die Hände wieder löste, sah er das Wunder – sie waren innen weiß geworden! Und seither haben alle Mohren helle Handflächen, geht nur hin und seht es, und grüßt sie brüderlich.“

Viel interessanter, als althergebrachte und hochaktuelle Konstruktion Schwarzer Menschen als von Natur aus schlecht, unrein und der Erlösung bedürftig, finde ich die Frage nach der Reaktion des Pfarrers, dem diese Geschichte als Weihnachtsgruß zukommt. Er findet sie „unmöglich“ und „wundert sich“ über den Kollegen, der sonst ja wirklich nett sei. Dann wägt er ab, ob ein Einwand seinerseits nicht die lange gepflegte und nicht unkomplizierte ökumenische Beziehung der beiden Gemeinden stören könnte. Er lässt die Karte noch einige Tage auf seinem Schreibtisch liegen. Er ist sich nicht sicher, was zu tun ist.

An einem Sonntag steht eine Pfarrerin in der Kirche ihrer Gemeinde. In gewissenhafter Freundlichkeit verabschiedet sie Menschen. Um sie werden Grüße ausgerichtet. Kinder werden angezogen und Konfirmanden stellen ihre Handys wieder auf „laut“. Ein Paar aus Mann und Frau kommt auf sie zu, zeigt auf einen Mann und fragt: „Was machen sie eigentlich gegen die Moslems, die jetzt alles übernehmen wollen.“ Der Mann, auf den sie zeigen, ist ein afrodeutscher Mann. Er wurde wenige Wochen zuvor in das Presbyterium der Kirchengemeinde gewählt.

Viel interessanter, als althergebrachte und hochaktuelle Konstruktion Schwarzer Menschen als von Natur aus bedrohlich und verschlagen, finde ich die Reaktion der Pfarrerin auf die Frage des Paares. Sie beschließt, sie zu ignorieren.

Bei einem Kirchengemeindefest wird zum Essen eingeladen. Dicht drängen sich die Gäste im Gemeindesaal. Man wählt zwischen Linsensuppe und Gulasch. Manches Kind gerät aus dem Blick und beginnt das Mittagessen mit dem Nachtisch. Ein Mann und seine Frau haben einen freien Platz entdeckt. Sie wenden sich einer älteren Dame zu, die bereits an dem Tisch sitzt. „Ist hier bei Ihnen noch frei?“, fragen sie.

Die Dame dreht sich zu ihren Freundinnen und sagt: „Hier sitzt der nicht. Überall Ausländer, das Pack!“

Viel interessanter, als althergebrachte und hochaktuelle Konstruktion Schwarzer Menschen als minderwertig, finde ich die Reaktion des Pfarrers, der jetzt über die Situation informiert wird. Er hat viel um die Ohren an diesem Tag. Er sagt zu den Betroffenen, die ihn um Unterstützung bitten, seufzend: „Das ist auch Gemeinde!“. Er fügt an, die Damen seien „schwierig“. Dann muss er weiter.

Nach einiger Zeit fasst er sich ein Herz, geht auf die Damen zu und sagt ihnen, dass in dieser Gemeinde „alle willkommen“ seien.

Keine dieser Pfarrer*innen ist Rassist*in. Das weiß ich, weil ich in allen Beispielen der betroffene Schwarze Mann bin, der Presbyter der Gemeinde. Doch sie sind auch keine Antirassist*innen, weil sie von der Wahl Gebrauch machen, sich mit Rassismen auseinander zu setzen, oder nicht. Das können, wie gesagt, nur sie, als weiße Menschen. Solidarität in einem antirassistischen Sinne bedeutet, dieses Privileg freiwillig aufzugeben. Weil die Opfer von Rassismus sich nicht aussuchen können, wann sie zu Opfern werden, können sich Antirassisten auch nicht aussuchen, wann sie solidarisch sein möchten und wann nicht. Nur durch ihre kategorische Dringlichkeit wird Solidarität glaubhaft.

Ich habe das Presbyterium dieser Kirchengemeinde verlassen. Ich fühlte mich einsam, obwohl man sich in Gesprächen und Schreiben mit mir solidarisch erklärt hat und sehr freundlich war. Es war zu spät.

„Die Frage nach dem Guten findet uns immer bereits in einer nicht mehr rückgängig zu machenden Situation vor: wir leben.“, schreibt Dietrich Bonhoeffer 1. Für die Gemeinde bestünde jetzt die Möglichkeit, sich mit Rassismus und ihrer Haltung dazu auseinander zu setzen, damit die Frage nach „dem Guten“ in dieser Sache jeden Tag aufs Neue gestellt wird und lebendig bleibt. Ich warte. MiG 20

 

 

 

 

Laudato si’ als Kompass in der gegenwärtigen Krisenzeit

 

Bischof Franz-Josef Overbeck zum fünften Jahrestag der Veröffentlichung der Enzyklika Laudato si’

 

Vor fünf Jahren, am 24. Mai 2015, hat Papst Franziskus seine Enzyklika Laudato si’ vorgelegt. Dazu erklärt Bischof Dr. Franz-Josef Overbeck (Essen), Vorsitzender der Kommission für gesellschaftliche und soziale Fragen der Deutschen Bischofskonferenz:

 

„Die Umwelt- und Sozialenzyklika Laudato si’ ist ein Meilenstein der katholischen Soziallehre. Das zeigt allein schon die große Resonanz, die die Schrift auch außerhalb kirchlicher Kreise erzeugt hat. Die Enzyklika ist durchdrungen von dem Grundgedanken, dass Ökologie und Soziales zusammengedacht werden müssen: Die Sorge für die Menschen und der Schutz der Ökosysteme sind untrennbar miteinander verbunden. In ihrer Gesamtheit ist Laudato si’ ein Appell, unser Leben und Wirtschaften am Prinzip der Nachhaltigkeit auszurichten. Dazu gehört es auch, die Lebensstile anzupassen, damit der Mensch wieder im Einklang mit der Schöpfung und mit sich selbst lebt. Papst Franziskus macht es ganz deutlich: Wir stehen vor großen Aufgaben und müssen vieles ändern, damit die Menschheit und die ganze Schöpfung auch in Zukunft gut auf diesem Planeten leben kann. Erst im Februar dieses Jahres hat der Papst diese Botschaft mit seinem Nachsynodalen Apostolischen Schreiben Querida Amazonia am Beispiel des Amazonas-Gebietes erneuert und insbesondere seinen wegweisenden Überlegungen zum Sozialen, zur Kultur und zur Ökologie Nachdruck verliehen.

 

Laudato si’ kann uns auch in der gegenwärtigen Krisenzeit und darüber hinaus ein hilfreicher Kompass sein. Der Vatikan hat ein „Laudato-Si-Jahr“ ausgerufen, um die Botschaft der Enzyklika erneut in Erinnerung zu bringen und für heute fruchtbar werden zu lassen. Wenn in Deutschland und der Welt die Wirtschaft und das öffentliche Leben in der Corona-Krise wieder in Schwung gebracht werden, sollten Maßnahmen an erster Stelle stehen, die auf eine klima- und umweltfreundliche Zukunft ausgerichtet und sozial ausgewogen sind. Gehen wir mutig nach vorne! Die Armen und Schwachen, die am stärksten unter der Krise leiden, brauchen unsere Aufmerksamkeit nun ganz besonders. Jenseits von Partikularinteressen stehen alle in der Verantwortung, für unser gemeinsames Haus Sorge zu tragen. Das gilt auch für die Kirche – wir nehmen Anteil an den großen Fragen unserer Zeit, an Freude und Hoffnung, Trauer und Angst der Menschen. Erst recht in schwierigen Zeiten dürfen wir bei unserem Einsatz für soziale Gerechtigkeit die Zuversicht nicht verlieren, die auch Laudato si’ durchzieht und die Papst Franziskus immer wieder in uns weckt. 

Ich lade herzlich dazu ein, Laudato si’ anlässlich des fünften Jahrestages ihres Erscheinens neu zu entdecken. Es lohnt sich!“ DBK 19

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

Johannes Paul II., ein Mann des Gebets, der Nähe und der Gerechtigkeit

 

Am 100. Jahrestag der Geburt Johannes Pauls II. hat Papst Franziskus am Grabmal seines Vorvorgängers im Petersdom die Messe gefeiert. Die Messfeier an diesem Montag bildete auch den feierlichen Abschluss der Frühmessen, die in dieser Corona-Zeit ausnahmsweise per Livestream in die ganze Welt übertragen wurden. Silvia Kritzenberger – Vatikanstadt

 

Es war Franziskus ein Anliegen, mit der Messefeier am Altar, unter dem sich der Sarkophag des heiligen Johannes Paul II. befindet, dieses großen Papstes aus Polen zu gedenken. Als Konzelebranten fungierten auch zwei Landsleute des Heiligen: der Almosenmeister des Papstes, Kardinal Konrad Krajewski, und Erzbischof Jan Romeo Paw?owski.

Seit dem 9. März wurden die Frühmessen mit Papst Franziskus aus der Casa Santa Marta im Live-Stream übertragen. Da der reguläre Gottesdienstbetrieb im Zuge der Corona-Lockerungen ab diesem Montag in Italien und anderen Ländern wieder aufgenommen wird, wird nun auch die Übertragung der täglichen Frühmessen eingestellt.

Hommage an Johannes Paul II.

Der Herr liebe und besuche sein Volk, leitete der Papst seine Predigt ein. Und auch vor 100 Jahren habe er es besucht und dabei einen Mann berufen, dem es bestimmt sein sollte, die Kirche zu leiten: Johannes Paul II.

Am Beispiel Karol Wojtylas erläuterte Franziskus, welche Züge ein guter Hirte besitzen müsse. Dies seien vor allem drei: das Gebet, die Nähe zum Volk und die Liebe zur Gerechtigkeit. „Johannes Paul II. war ein Mann Gottes, der soviel gebetet hat. Er wusste, dass die erste Aufgabe des Bischofs das Gebet ist,“ stellte Franziskus fest.

Die Züge des Guten Hirten..

Die Nähe sei einer der Wesenszüge Gottes: Gott sei den Menschen nahe. Und Johannes Paul II. sei ein Mann der Nähe gewesen. Er habe die ganze Welt bereist, weil er sein Volk besuchen wollte. „Der Hirte ist seinem Volk nah, wenn er nicht nah ist, ist er kein guter Hirte, sondern nur ein Verwalter. Und Johannes Paul II. hat uns diese Nähe vorgelebt; er war allen nah, den Großen und den Kleinen, den Nahen und den Fernen“ würdigte Franziskus seinen Vorvorgänger im Papstamt.

Ohne Barmherzigkeit keine Gerechtigkeit

Johannes Paul II. habe aber auch die Gerechtigkeit geliebt, sinnierte Franziskus weiter: „,Er wollte soziale Gerechtigkeit, Gerechtigkeit unter den Völkern; eine Gerechtigkeit, die Nein sagt zum Krieg. Aber eine volle Gerechtigkeit: es gibt keine Gerechtigkeit ohne Barmherzigkeit, Barmherzigkeit und Gerechtigkeit gehen Hand in Hand.“ Der Papst aus Polen habe auch viel getan, damit die Menschen die göttliche Barmherzigkeit verstehen, die Verehrung der heiligen Faustina gefördert, die er selber selig- und heiliggeprochen hatte. Ihr zu Ehren hatte er 2000 auch den Barmherzigkeitssonntag eingeführt, der am 2. Sonntag der Osterzeit gefeiert wird.

 

„Lasst uns heute beten", schloss Papst Franziskus die Messefeier, „dass Gott uns allen die Gnade des Gebetes, der Nähe und der Gerechtigkeit schenken möge, die Barmherzigkeit ist, und der Barmherzigkeit, die Gerechtigkeit ist.“

 

Zum Abschluss der Messe in der Seitenkapelle des Petersdoms stimmte der Chor auch eine Hymne des Weltjugendtags an: ein weiteres Geschenk, das uns der heilige Papst aus Polen hinterlassen hat.

Nach der Messfeier wurde der Petersdom, wie die Kirchen Italiens, nach einer Schließung von 68 Tagen auch wieder für die Gläubigen geöffnet. (vn 18)

 

 

 

 

Bonifatiuswerk und Corona: „Weiter innovativ helfen“

 

Das Bonifatiuswerk der deutschen Katholiken setzt in außergewöhnlichen Zeiten auf außergewöhnliche Maßnahmen. So fahren die beliebten „BONI-Busse“ des Hilfswerkes in der Corona-Krise auch schon mal als „Stoff-Taxi“ zur Näherei, um Material für Schutzanzüge zu bringen oder sie holen Kinder von Eltern in systemrelevanten Berufen zur Notbetreuung ab.

Boni-Busse als Stoff-Taxi

„Wir haben um Spenden von Stoffen gebeten, um Schutzkleidung für ein Altenheim zu nähen. Viele Menschen haben daraufhin Stoffe und Materialien gespendet, die ich mit dem Bulli abgeholt, an Näherinnen verteilt und wenige Tage später fertig genäht wieder abgeholt habe“, berichtet Gemeindereferentin Miriam Fricke von der Pfarrei St. Franziskus in Bad Liebenwerda in Brandenburg, die das Bonifatiuswerk auf seiner Homepage zitiert. Am Ostersonntag hatte sie mit dem BONI-Bus das Licht der Osterkerze in alle sechs Gemeinden gefahren.

Die Corona-Krise ist wegen des Spendeneinbruchs ein Dämpfer für das Bonifatiuswerk, das Katholiken in der Diaspora unterstützt. So mache sich der Ausfall vieler Erstkommunionsfeiern und Firmungen, die sonst auch Gelegenheit für Spenden bieten, finanziell schon bemerkbar, deutet Bonifatius-Generalsekretär Pater Georg Austen im Interview der Reihe Podcast Himmelklar an. In der Krise sei man jedoch kreativ geworden und habe sich auf die neue Lage eingestellt.

„Wie können wir weiter Menschen verbinden? Wie können wir innovativ helfen?“

„Für uns war die erste Reaktion auch: Wie können wir jetzt, wenn Erstkommunion- und Firmfeiern ausfallen oder die Gottesdienste in einer anderen Form an den Sonntagen gefeiert werden, die Menschen verbinden und auch Hilfsmittel sehr innovativ über verschiedenste Formen, auch der Medien, weitergeben? Wie können wir die Leute stärken? Wie können wir sie unterstützen? Wir haben ganz viel auch Leute angerufen, unsere Spender, um einfach auch ein Zeichen der Verbindung zu setzen. Dies mit sehr positiven Rückmeldungen. Wir fragten uns: Wie können wir dort auch weiterhin den bewilligten Projekten zur Seite stehen, wo ja auch vieles wegbricht? Oder gerade auch in der Corona-Pandemie neue pastorale Formen, die in dieser Zeit notwendig sind, auch hier in Deutschland, unterstützen? Sei es, dass ein Gottesdienst auf einem Flugfeld gefeiert werden kann, oder sei es Unterstützung von Kindern im Home-Schooling.“

Fahrdienst-Angebot erweitert

Was die Boni-Busse betrifft - die sind eigentlich eine Transporthilfe für Katholiken in der Diaspora: sie bringen Menschen zueinander, zum Beispiel Senioren in die Messe oder Kinder zum Erstkommunionsunterricht. Vor allem in Gegenden, wo Katholiken in der Minderheit oder weit verstreut sind. Auch in der Corona-Krise setzt das Bonifatius-Werk auf Kontakt – natürlich unter Beachtung aller gebotenen Präventionsmaßnahmen. Um auf die neuen Gegebenheiten in der Krise einzugehen, habe man die Fahrdienste der Boni-Busse erweitert, so P. Austen.

„Da sind schon sehr viele Dinge, die auch derzeit passieren!“

„Über 600 Boni-Busse fahren in Deutschland, die gerade Menschen besuchen, die jetzt auch nochmal zum Transport von Schutzkleidung gebraucht werden oder die Gemeinden auch zum Gottesdienst fahren und zusammenbringen können - das ist ja jetzt wieder möglich. Sehr viele Helfer sind da mit im Einsatz. Oder ich denke auch an ein Projekt beispielsweise, das Clubhaus am Trauerberg in Brandenburg, wo eine Notbetreuung angeboten wird für Kinder ,deren Eltern derzeit aufgrund ihrer Arbeit im Krankenhaus, in Praxen, in Lebensmittelgeschäften auch eine Betreuung brauchen. Oder ich denke an Strahlsund, dort gibt es das Projekt der Lazarus-Dienste, bei dem Telefonhotlines angeboten werden für Menschen, die isoliert sind oder sich einsam fühlen. Da sind schon sehr viele Dinge, die auch derzeit passieren!“

Alle bewilligten Projekte gehen weiter

Das Bonifatiuswerk der deutschen Katholiken mit Sitz in Paderborn unterstützt Katholiken in einer Minderheitensituation, der sogenannten Diaspora, in Deutschland, aber auch Skandinavien, auf Island und im Baltikum. Unter anderem fördert das Werk Bau und Renovierung von Kirchen und unterstützt die Aus- und Weiterbildung von Priestern und die Seelsorge.

Wie P. Austen in dem Interview versichert, werden alle bewilligten Projekte auch in der Corona-Krise weiter unterstützt. Das Hilfswerk bemühe sich darum, die Hilfsarbeit auch weiter zu garantieren und die durch die Pandemie-bedingten Einschränkungen verursachten finanziellen Einbußen ausgleichen zu können. Das Bonifatiuswerk finanziert sich aus Vermächtnissen, Schenkungen, Einzelspenden, Mitgliedsbeiträgen und der bundesweiten Sammlung in den katholischen Gottesdiensten am Diaspora-Sonntag. Es fördert zunehmend auch neue pastorale Initiativen.

Himmelklar ist ein überdiözesanes Podcast-Projekt koordiniert von der MD GmbH in Zusammenarbeit mit katholisch.de und DOMRADIO.DE. Moderation und Interviews: Renardo Schlegelmilch.

(podcast himmelklar/bonifatiuswerk 19)

 

 

 

 

Katholische Frauen veranstalten ersten Predigerinnentag

 

Mit einem ersten bundesweiten „Predigerinnentag“ hat die Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (kfd) am Sonntag für eine „geschlechtergerechte Kirche“ und für Reformen geworben.

Zwölf Frauen, die als Geistliche Leiterinnen oder Begleiterinnen in dem Verband aktiv sind, predigten an zwölf Orten in Deutschland am selben Tag, teilte die kfd in Köln mit. Laut katholischem Kirchenrecht dürfen in Messfeiern ausschließlich Geistliche predigen. Bei anderen Gelegenheiten dürfen auch Laien eine Predigt halten, „wenn das unter bestimmten Umständen notwendig oder in Einzelfällen als nützlich angeraten ist“.

Der Sonntag war im Ökumenischen Heiligenlexikon der Gedenktag der Apostelin Junia. Sie wird im Römerbrief des Apostels Paulus als Apostelin erwähnt. Durch einen Übersetzungsfehler war jahrhundertelang von einem Mann namens Junias die Rede. Die 2016 veröffentlichte neue katholische Einheitsübersetzung der Bibel und auch die Lutherbibel von 2017 machten aus Junias offiziell wieder Junia.

Berufung folgen

Die Frauen wollen mit ihrer Aktion deutlich machen, dass sie „ihrer Berufung folgen, und ihre Forderung nach einer geschlechtergerechten Kirche dorthin tragen, wo es an Gleichberechtigung bislang fehlt: in die katholischen Kirchen“. Beteiligt waren die Diözesanverbände von Aachen, Berlin, Essen, Köln, Magdeburg, Mainz, München-Freising, Münster, Osnabrück, Paderborn und Trier.

Ulrike Göken-Huismann, seit 2013 Geistliche Begleiterin der kfd auf Bundesebene, bezeichnete die Initiative als eine kirchenpolitische Aktion. „Ich verstehe unsere Aktion auch als Beitrag der kfd zum Synodalen Weg der Kirche in Deutschland“, erklärte sie. „Die Rücknahme des Predigtverbots für Laien in der Eucharistiefeier wäre ein kleiner, aber wichtiger Schritt im Hinblick auf die notwendige Erneuerung der Kirche.“ (kna 18)