di Franco Sepe
Alla memoria di Wolfgang Boerner,
l’italianista, il traduttore
Stufo di far perennemente da sfondo alle umane vicende, di entrare nelle regge e nelle case per i ritagli delle finestre, di mutare umore a seconda della piega presa dalle cose narrate, il cielo, questa illustre comparsa, contravvenendo a ogni norma si incaponì di vivere per un giorno la sua vita effimera di protagonista.
L’alba lo aveva rischiarato da poco, quando, soffermandosi sulla metropoli già in trambusto come ci si sofferma a guardare un fiotto di pulviscolo luminoso in un immenso salone, si avvide delle complicazioni cui poteva dar luogo la sua natura incline ad abbracciare fin troppe realtà, e tutte in una volta. Ma ci si provò lo stesso, versando un occhio su una scena consueta – che al cielo aveva a sua volta fatto l’abitudine, e quindi non poteva presagire una tale presenza di spirito.
Cominciò così con l’osservare il vero panorama: non gli edifici, i negozi, le strade, i ponti, bensì le coppie di lucide pietruzze poste in cima a figure disperse o assembrate, immancabilmente avvolte in tessuti variopinti, trattenute o radenti al suolo.
In mezzo a quegli occhi, spesso rivolti verso l’alto in rapida contemplazione, passavano veloci le nubi rincorse dal vento. Il mattino era dunque cosparso di quei piccoli astri bassi, raddoppiati dalla distanza, sopra cui si muovevano le candide ninfe in un gioco ininterrotto. Due di queste, più vaporose delle altre, dialogavano accesamente. I loro orli bombati crescevano a dismisura, spumeggiavano a gara mostrando il bianco accecante come un bocciolo in fiore; poi, di colpo, si raccoglievano in una stretta incupendosi leggermente e trattenendo i lembi che le altre compagne, più serene nel loro incedere, si lasciavano dietro in uno strascico civettuolo. Di tanto in tanto, tra le smagliature si intravedeva a precipizio uno sfavillío intermittente di globi liberi o sospesi dietro un velo di cristallo.
Radissa e Lotima, le due antagoniste che il cielo da un po’ teneva d’occhio, parevano instancabili. I loro segnali, allusivi ma generici, ora cominciavano a farsi impudenti. Tutto per un commento fuori luogo. Radissa era gonfia d’ira; Lotima pareva da un momento all’altro scoppiare in una fragorosa risata. Il fatto rischiava di prendere una brutta piega.
Da sempre Radissa veleggiava protesa in avanti e svuotata all’interno, tra risucchi e svolazzi, o con brusche intermittenze che annullavano ogni parvenza di grazia. Quasi tutte vi avevano fatto caso, lanciandole qualche sfilaccio alle spalle che lei fingeva di non cogliere. Si consolava, in quei frangenti, tenendo gli occhi bassi sul volo confuso delle rondini, che amava per il petto bianco e prorompente come il suo.
Ma lontana era la stagione delle rondini, quando lo sguardo vagava insieme a loro sui campi squadrati di fresca aratura, sui ciliegi in fiore, o sulle vesti fruscianti dove quelle depositavano la traccia inconfondibile della primavera, e da cui s’innalzava l’esagitato gesto (di benvenuto?) di una delle estremità superiori, oltre, ovviamente, al consueto lampeggiare di orbite rischiarate dall’alto.
Priva di quel conforto, Radissa diventava facile preda delle sue beffarde compagne. Fu così che Lotima, più dispettosa del solito, le rammentò la pomposa andatura, e motteggiandola riandò all’epi-sodio, a tutte noto, dell’incontro con Oruno. Oruno era un cirro onnipresente – avendo anch’egli la facoltà di rigenerarsi nei luoghi più diversi dell’atmosfera – il quale si dilettava con i suoi freddi strali a punzecchiare i fianchi delle nubi a passeggio. Una volta, vedendo giungere Radissa da lontano, anziché prodursi nel suo consueto scherzo, si finse serio, ed emanando una successione di soavi striature, sottolineò la figura e la grazia della nuvola. Era il tramonto, e perciò fu facile per Radissa camuffare il rossore scaturito di fronte all’inattesa lusinga. Ma quando rispose all’invito a farsi avanti, si trovò circondata da veli – sebbene non da quelli che si addicono a una sposa – che le impedivano qualsiasi movimento. Era una trappola. Il suo agire inesperto l’aveva tradita. Per timore che potesse accaderle qualcosa di sconveniente, cominciò a dimenarsi e a protendersi all’impazzata, finché non rimase incastrata con la pancia tra due sottili sbarre di ghiaccio. Ormai sembrava perduta; senonché Oruno, in un accesso di indomabile riso, divaricò le braccia consentendo la fuga dell’ingenua.
Poco persuaso di potersi appassionare alle vicende delle nubi, sue strette parenti, il cielo, senza darlo a vedere apertamente, ritrasse lo sguardo, preferendo lasciare in sospeso la sfida e lasciandone anche noi all’oscuro. Era il fischiare improvviso dei venti a impegnare ora la sua attenzione: masse d’aria fredda si staccavano a ondate dall’immensa fiumana alitata da chissà dove, piroettavano arrotolandosi su se stesse come in un vortice, per poi disfarsi in un soffio morbido e concentrato – tutto ciò richiede uno sforzo particolare in chi osserva, essendo l’aere priva dei connotati più semplici, quali la forma e il colore. In compenso il fondale si presentava variegato: chiome di diversa lunghezza, agitate e increspate, scoprivano a tratti il luccichío di biglie appaiate, nocciola, grigie, turchesi, contornate di rossi pomelli. Dietro le tele variopinte si flettevano membra scattanti, in primo piano il verde fremito di una distesa d’acqua.
Vento e mare, dopo una tregua durata un plenilunio, erano tornati ad abbracciarsi da vecchi amici. Alle carezze vellicanti dell’uno, l’altro rispondeva inarcando appena la pelle lucida, rabbrividendo di piacere, e non più con gli spruzzi e il rotolio d’onde dei tempi di guerra. Come tutti gli elementi che compongono l’universo, erano soggetti anch’essi a contese e schiarimenti, ma circolavano voci che il loro umore dipendesse da quelle degli esseri che popolano la terra. Un piglio un po’ severo, o una pupilla dilatata dal panico ben in vista sul litorale, si diceva, bastavano a sommuovere il precario equilibrio dei due, a favorire la nascita di nuove tensioni. Ma erano dicerie a spese degli umani, che avevano l’effetto di alleviare loro più di una colpa, scagionandoli oltretutto dalla responsabilità dei cataclismi.
Intanto mare e vento si cullavano pensierosi, in un moto leggero e distensivo, prestando orecchio allo sciabordío prodotto dall’in-contro di fibre di dura materia con l’acqua, e allo sbatacchiare di una stoffa fissata per le estremità a un pennone. Era uno spettacolo in serie, che a osservarlo pacificava i sensi, ispirando sentimenti poetici nei due, già pieni di ammirazione. Nella sua maestà, il cielo si godeva lui pure il panorama, come uno spettatore in cima al loggione.
Librate sulle onde, quelle creaturine si lanciavano urla sepolte dal fragore dei flutti schivati o recisi a metà. Il mare si divertiva di tanto in tanto a sollevare uno spruzzo più alto, dando a vedere di essere ben vivo. Il vento, mulinando attorno alle conchiglie di carne preposte all’ascolto, vi sibilava dentro una nenia prepotente. Così bighellonavano i due, ciascuno sorridendo dell’impresa dell’altro, e ripetendo il gioco all’infinito.
Finché non giunse un richiamo melodioso da una staccionata dietro cui si avvertivano le note di un coro. „Niente di meglio, per finire una giornata in allegria" si dissero i nostri in un bisbiglio. Ma poiché al mare riusciva difficile scavalcare il confine impostogli dalla riva, il vento si fece carico di aiutarlo, e in un baleno le sue propaggini raggiunsero la staccionata, oltrepassandola.
Il cielo, intanto, poco per volta si rabbuiò e da lì a poco, vestiti gli abiti della notte, si percepì anch’esso come un invitato. Ma assunse distacco, nonostante la voglia di protagonismo che lo faceva parlare e agire come mai prima d’ora non lo avesse abbandonato. Altri erano invece i modi del mare e del vento, non sempre encomiabili, spesso anzi oltraggiosi di quella natura che pure è l’uomo. Lingue d’acqua, infatti, lambivano la sabbia asciutta e i piedi che vi danzavano sopra, affondandoli in un trabocchetto. Il vento, più sottile nelle distinzioni, si adoprava furtivamente a sollevare le vesti leggere e a lisciare voluttuoso le carni esposte.
A tutta prima il cielo cercò di non farci caso, concentrandosi come in uno specchio sulla volta stellata offerta dai lumi che imperlavano in lungo e in largo la festa notturna. Poi, però, non riuscendo a vincere l’indignazione per le licenze dei due bricconi, chiamò a raccolta le nubi più fosche e, lasciato andare qualche lampo e uno scroscio di pioggia, allontanò in un fuggi fuggi l’allegra adunanza.
All’insonnia il cielo aveva fatto l’abitudine – non avendo più chiuso occhio da che il mondo è in sesto – pure era felice di veder splendere di nuovo il sole ai suoi piedi. A ben riflettere, l’esperimento non stava dando buoni risultati: tanto valeva mettergli fine, si disse. E così pensando, prese a squadrare in lungo e in largo l’immensa distesa che rinasceva sotto di lui.
Ma la vista del panorama, che con la ricomparsa della fauna umana si faceva aspro e disordinato, le immancabili colonne e bolle di fumo che quasi lo accecavano, lo istigarono ad una ultima prova. Così, quando ebbe il sole all’altezza del petto, il cielo sollevò una cortina invisibile dalla massa incandescente e fece sí che i raggi si dipartissero senza impedimenti. Non passò molto che il suolo si riempì di crepe, le fiamme divorarono i boschi e intere famiglie di animali perirono tra il fogliame rovente. Ai margini della combustione, elmi in moto perpetuo formavano una grottesca coreografia.
No, si disse il cielo, sbigottito dagli effetti della sua temerarietà; potrei seguitare all’infinito, usare tutti i mezzi, le forze e gli elementi di cui dispongo, restando tuttavia ben lontano dall’agire con imprese tali da valere una narrazione. Quanto a quelli laggiù, riempiano pure le loro coppie di pietruzze con le tinte dell’anima mia. E, detto questo, assunse un’aria mogia da cartolina rifatta.
Copyright : Diesterweg Verlag, Frankfurt am Main 1995