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BERLINTURCOMEDEATragedia in un atto
di Franco Sepe
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„Se la sua sofferenza è troppo intensa, che si riposi nella parola.'' Je a n G e n e t, I negri
PERSONAGGI
MEDEA
JASON
DONNA
BAGNANTE
UFFICIALE
PRIMO SOLDATO
SECONDO SOLDATO
SECONDO AGENTE
GIUDICE-KREON
PRIMO AGENTE
SECONDO AGENTE
Inoltre:
IL CORO
PROVE GENERALI.
Gli attori entrano sul palcoscenico e preparano la scena. Poi vanno a truccarsi. Quando ritornano, prima di incominciare lo spettacolo sono tutti rivolti verso sinistra, in basso, per accogliere gli ultimi consigli di un regista inesistente con visibili cenni del capo. Tra una scena e l'altra le luci ritorneranno a un ' illuminazione neutra, gli attori cambieranno la scena e attenderanno un cenno del regista.
La recitazione non rispetterà la drammaticità del testo, il quale assolve già di per sé pienamente a questa funzione. Il coro sarà composto da quattro giovani vestiti da strilloni e recanti ciascuno una pila di giornali sul braccio sinistro. Essi pronunceranno insieme il breve testo più volte, poi uno alla volta, poi contrappuntisticamente come se stessero per annunciare una notizia sensazionale.
SCENA I
Una donna e un uomo siedono l'uno di fronte all' altra. La donna solleva dal tavolo una mezzaluna con una stella e la consegna all' uomo. L'uomo la nasconde in una cartella di cuoio vicino alla sedia.
CORO: L'ANATOLIA LA SUA PATRIA, KREUZBERG IL SUO GHETTO : MEDEA. Un uomo le offrì in dono l’esilio: JASON. LA TRAGEDIA È ETERNAMENTE UGUALE. Del suo sangue si nutrono gli uomini. Ininterrotamente. Ovunque c’è una Medea.
Il coro scompare dalla scena . Appaiono Medea e Jason.
MEDEA: Sono Medea. Non per mia scelta. Esule nella mia terra, ora in esilio, all' arresto e alla tortura scampai insieme a Jason. Berlino, insormontabile muro, ci divide negli affetti.
JASON: Sono Jason. Ho tradito la mia compagna, i compagni nella sua terra, la rivolta del popolo oppresso. Nel cuore la tristezza dei giorni della fuga. Qui, straniero nella mia patria.
MEDEA: La fedeltà di figlia comprata al padre col danaro. Poi le notti stellate, al sicuro dal nemico, sugli aridi monti dell' altopiano. Lontani dal villaggio, lontani dal ruscello dove mi bagnavo ignara dell’azzurro degli occhi e della candida pelle di cui è intessuta la trama die tuoi/miei figli. Sulla cenere del nostro amore nuove passioni. Mai parli della donna dal pube biondo come il tuo. Dai vetri filtra opaca la luce di questa città che del sole ha smarrito i raggi. Ho nostalgia dei campi di grano, dei cieli sconfinati, delle labbra sanguigne del contadino nei cui suoni mi riconosco, dell'infanzia, della canizie dei miei vecchi.
JASON: DIYARBAKIR E’ UN INFERNO. Non dimenticare. Bastonate sotto i piedi. Sevizie fino alla morte. Lo sguardo dei sorveglianti una cancrena. I detenuti sfamati col pasto fecale. L'angoscia nella gola, nelle ossa il gelo della morte. I tuoi fratelli hanno murato insieme in una nicchia vivente. Altro ora non hai da temere, Medea, se non il ricordare.
MEDEA: II tuo, Jason, è un complotto con il mio destino. Il cui specchio cieco rimanda solo immagini di morte. Quando penso, una piaga infetta mi pulsa nella mente. Raccogli gli idoli sparsi per il mondo nella tua memoria da collezionista. Hai un museo scolpito nel cuore. (Disperata) HOW DOES IT FEEL , TO BE WITHOUT A HOME. LIKE A COMPLETE UNKNOWN, LIKE A ROLLING STONE.
Medea si cinge la vita con bambole di stoffa a cui lentamente stacca testa e braccia. A fiotti esce la segatura.
SCENA II
Prigione. Medea disfa la tessitura di un arazzo su cui sono raffigurati motivi orientali. Nella cella insieme a lei c'è un'altra donna che sfoglia una rivista.
MEDEA: Io non sono qui per caso. Ancora bambina ho saputo di questa terra. Quando ho visto signoreggiare sulle strade polverose del villaggio le grosse cilindrate. Con cui ripartivano i nostri uomini. Lasciando i vecchi avvolti di nebbia funerea. Le mogli gravide e sconsolate. Anch'io ho versato secchie d'acqua sui loro passi. Ho evitato una prigionia per un'altra. Ora sono prigioniera di me stessa. Dei silenzi che interrompo con parole vane. (Scoppia a piangere. Poi si avvolge tutta in uno scialle nero).
Ohi! Colombine mie,
mio cuore, mio solo affetto,
figli dell’anima mia,
sole che mi viene a mancare,
lasciata m'avete me meschina
in questa terra di rovina.
boccioli di rosa !
Dischiudete la bocca dolce
come zucchero, ditemi ancora
una parola, ravvivate ancora
di gioia il mio cuore.
Ho sradicato la bianca betulla.
Da dove venne questa nuvola luttuosa?
Non sei palma, ma sei ginestra,
sei cipresso di funesti rami.
Devastino i tuoi campi
funesti vulcani,
e gioie nan veggano,
ma solo lutti,
sommerga la sabbia i tuoi fiori.
Giorno nero, o mia rovina,
chiusura della mia porta, o mio tradimento,
sventura, o mia miseria.
Sollevatevi voi venti impetuosi
da tutti e quattro i cieli
e muovete le bianche mani
dei miei figli,e agli agili piedi
donate il passo.
DONNA: Tu uccidi il tuo io, Medea, cento volte al giorno. La vita è una punizione inflittaci da Dio. Al delitto siamo condannati ancor prima che alla pena. Io ho paura di ciò che ci riserva il mondo. Dei desideri degli uomini. Il LEOPARDO ASPETTA AL VARCO LA SUA PREDA CON DISCIPLINATA AVIDITÀ, PERCHÉ SA CHE SI È SEMPRE IN DUE A ESSERE AFFAMATI.
Scena III
Sogno. Teufelsberg. Medea siede sulla cima della montagna e scava nella terra. Tra le macerie un fucile, alcune bombe, una scimitarra, una scarpa da bambino. Sulla spiaggia alcuni bagnanti prendono il sole. Improvvisamente il suono di una sirena. Un ufficiale della Gestapo arriva seguito da due soldati.
BAGNANTE (rivolto all'ufficiale ) : Vinceremo questa guerra, non è vero?
UFFICIALE; Quale guerra?
BAGNANTE : Quella contro i turchi.
UFFICIALE; Ah, sì, certo. Quella contro i turchi. Ancora un'altra crociata. Ma senza olocausti, questa volta. Non bisogna lasciarsi prendere dal panico.
(Poi, mutando espressione, si avvicina albagnante e sussurra al suo orecchio)
II nostro vero nemico è quella maledetta paura che abbiamo di guardarci dentro gli occhi e di sondarne debolezze e miserie.
II bagnante, indignato, con gesto rapido strappa i bottoni dalla divisa dell'ufficiale e fugge via come impazzito. I soldati lo rincorrono e scompaiono insieme a lui dalla scena.
UFFICIALE (stendendosi al sole vede Medea): Certe volte fa bene sentirsi così, come mi sento io in questo momento. E’ come aprire una porta rimasta a lungo sprangata e accorgersi di ricominciare a respirare. Che strano mondo è quello in cui viviamo, dove ogni libertà si ottiene tradendo un ideale.
Medea apre ripetutamente la bocca come per parlare, ma le parole le rimangono soffocate in gola.
Ho visto crescere il muro insieme a me in questa città. Insieme all'orgoglio e alla diffidenza verso chi invece è per noi come l'ultimo fiato nella gola del moribondo.
MEDEA (riesce a rompere il silenzio): Sei Jason! Ti riconosco da come parli; So che sei tu, anche se non lo sembri. (Scende e si avvicina all'ufficiale il quale pare sorridere ) . Oh, Jason, tu non sai quanto mi sei mancato. Quante volte durante la prigionia ho sognato di te. (Fa per abbracciarlo)
Improvvisamente il colloquio è interrotto dal ritorno dei due soldati.
PRIMO SOLDATO (rivolto all'ufficiale, fa il saluto): Ci è sfuggita, signore. Ma non andrà lontano. La zona è completamente circondata dalle nostre pattuglie.
L'ufficiale ascolta, senza aggiungere altro alle dichiarazioni del soldato. Poi l'altro soldato raccoglie per terra i bottoni dell'ufficiale,, tira fuori da una tasca ago e filo e incomincia a riattaccare un bottone alla divisa del suo superiore. Medea vede e scuote la testa in segno di disapprovazione e cerca di impedire al soldato l'opera di ricucitura. I due soldati la immobilizzano.
SECONDO SOLDATO (all'ufficiale): E’ una donna turca, signore! Che cosa ne facciamo? La portiamo via con noi?
Medea attende in silenzio la risposta dell’ufficiale, il quale dopo una breve pausa fa cenno di sì con la testa ai soldati. Medea crolla sostenuta dai soldati che la trascinano via. La scena si dissolve lentamente.
SCENA IV
Terrazza circondata da tetti di case. Medea siede davanti a un tavolino. Poco distanti da lei due agenti con impermeabile e cappello. Tutti attendono l'arrivo di qualcuno. Arriva il giudice-Kreon, finalmente .
Giudice-Kreon:(si siede davanti a Medea e sfoglia un fascicolo): Una prostituta malmenata, un accattone accoltellato, un bambino seviziato, una donna violentata, un drogato stecchito. Questo il bilancio di una sola giornata. E i giorni non sono poi così tanto diversi l'uno dall'altro, se lasciamo scorrere il tempo sull'orologio della giustizia. Ma allo scoccare di ogni ora il rischio aumenta, perché aumenta la gente che popola questa città. C'è chi è in cerca di lavoro, chi va al riparo nella macchia... Mettiamo, per esempio, che un governo straniero si rivolga a lei per via di una estradizione. Ecco, lei non sa se i motivi, diciamo politici, addotti siano veri o falsi.
MEDEA: (turbata dalle ultime parole del giudice): Nella sua indifferenza intravedo la mia miseria fine. Ho sentore di ciò. Può risparmiarsi le astuzie del mestiere. Ogni complicità è già consumata.
GIUDICE-KREON II suo atteggiamento mi preoccupa più del mio. Temo di conoscere già in anticipo gli effetti della sua ostinatezza.
MEDEA: Sono convinta anch'io della vanità di questo colloquio. Conosco la miseria delle procedure, l'illusione del benessere che scaturisce da una cordialità precaria, il vacillare della confidenza, la ruga amara sulla bocca di chi pronuncia la sentenza.
Il giudice-Kreon si alza e scompare dalla scena seguito da due agenti. Medea rimane seduta ancora per alcuni minuti, poi si alza e va verso un angolo della terrazza. E’ di spalle e si tiene alla ringhiera.
MEDEA: Delle forze soverchianti di bene e di male mi hanno portata fin qui. Con tutte le vele spiegate ora i miei nemici corrono verso di me. E io per sfuggire al danno non vedo rimedio. Maledetto sia il il freddo petto che generò la bestia umana. Maledetto lo strale infuocato della passione a cui l’arco cede. Perché continuo ancora a nutrire questa carne? Le maglie tenaci della vita più non trattengono le spire mortali. SONO MEDEA.SONO PANDORA.LEDA. EVA.
Medea si sporge in avanti e le luci si spengono nel mezzo dell’azione.
SIPARIO
Copyright 1990, CAMA- "Sipario Edizioni", Milano