WEBGIORNALE   7-20  maggio 2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Sotto l’egida dell’ONU. Migranti: Global Compact, negozati al conto alla rovescia  1

2.       Concorso Miur per partecipare al Progetto “Porte d’Europa”  1

3.       Attivo il portale "Fast it": si può fare richiesta di iscrizione all’Aire on-line  1

4.       Accoglienza. Nuovo allarme migranti: ora serve un’Europa unita  1

5.       Abbiamo perso fiducia e pazienza  2

6.       L’importanza dell’iscrizione all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) 2

7.       L’Amabasciatore Pietro Benassi incontra alcuni rappresentanti della Comunità Italiana della Baviera  3

8.       Berlino. Pubblicata la guida del Comites “Assistenza alle persone con disabilità in Germania. Piccola guida per orientarsi nel sistema tedesco”  3

9.       I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO. 4

10.   25 aprile, anniversario della Liberazione d’Italia. Incontro al Memoriale di Dachau  5

11.   Prima edizione della Settimana del Cinema italiano nel mondo  5

12.   Comites e Cgie. No di Fagiolino e Pignataro (Forza Italia Germania) all’abolizione, ma serve riforma  5

13.   La partecipazione italiana alla fiera Hannover Messe 2018 (23-27 aprile) 5

14.   Festa del Primo Maggio a Kempten  6

15.   A Francoforte spettacolo teatrale sul femminicidio  6

16.   La presenza italiana all’Air Show ILA di Berlino (25-29 aprile 2018) 6

17.   Germania, un’economia per il domani. Nel nuovo modello “sociale” meno Pil e più sostenibilità  7

18.   UE. Politica di coesione, rischi per l’Italia da nuovo Quadro  7

19.   Corea. Kim e Moon: "La guerra è finita"  8

20.   Prospettive di pace. Corea: fra denuclearizzazione e riunificazione  8

21.   Educatori cercasi per giovani allo sbando  9

22.   Le esteriorità  9

23.   Verso il governo. Il prezzo da pagare  9

24.   Pagamento delle prestazioni all’estero. Avvio della seconda fase di accertamento dell’esistenza in vita  10

25.   Smog uccide 7 milioni di persone l'anno  10

26.   Ha vinto il buon senso  10

27.   Celebrata al Maeci la Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo  10

28.   Una guida del fisco per chi deve fare la dichiarazione dei redditi in Italia  12

29.   Servizio civile: cresce l’interesse di richiedenti asilo e rifugiati. Uno studio della Fondazione Migrantes  12

30.   L'emigrazione continua  12

31.   Incontri sull’europa in preparazione all’arrivo della Merkel ad Assisi il 12 maggio  13

32.   Arriva il rimborso fiscale (targato PD) per i giovani rimpatriati 13

33.   La strada  13

34.   Istat: oltre 5 milioni gli stranieri in Italia, l’8,3% della popolazione  13

35.   Lavoro e amore. Vi raccontiamo il bello della migrazione  14

 

 

1.       EU. Im Zweifel vors Gericht 14

2.       „Die Kommission will neoliberale Reformen durchsetzen“  15

3.       Über Europa gespalten  15

4.       Trend in der humanitären Hilfe: Cash und Gutscheine  16

5.       Künstliche Intelligenz – ein Fall für das Völkerrecht 17

6.       Überwachungskapitalismus  17

7.       Alte arbeiten mehr, Altersarmut stagniert 18

8.       Digitalisierung ist nur der Anfang  18

9.       Französisches Asylgesetz verstößt wohl gegen EU-Recht 19

10.   Impulse für Offenheit setzen! 19

11.   Historiker warnt vor Übertreibungen. Flüchtlinge bringen keinen neuen Judenhass  20

12.   Was hält die Linke noch auf?  20

13.   1. Mai. DGB-Chef Hoffmann ruft zum Kampf gegen Rechtspopulisten in Europa auf 21

14.   Sachverständige fordern umfassendes Gesetzbuch zur Einwanderung  21

15.   „Vielfalt darf kein Lippenbekenntnis sein”  22

16.   Korruptionsfall. Seehofer kündigt Untersuchung im Bundesamt für Flüchtlinge an  22

17.   Der Mensch im Zentrum: wandlungsfähige Produktion in der Industrie 4.0  22

18.   „Fahrverbote sind unser Hebel für saubere Luft“  23

19.   Europäische Jugendstudie 2018 der TUI Stiftung: Zustimmung zu Europa wächst wieder. Zweifel an demokratischen Institutionen bleiben  24

20.   Integration in Kleinstädten – Problem Ressourcenmangel 24

21.   Merkel lädt zum Bürgerdialog über Europas Zukunft ein  25

22.   Auslandsstudium: Mehrheit der Studierenden mit Anerkennungspraxis zufrieden  25

23.   Muslime machen mit. Kippa-Solidaritätsdemos in mehreren Städten  25

24.   Kabinett beschliesst Altersbezüge. Rente steigt zum 1. Juli 26

25.   Deutscher Filmpreis 2018. BR-Koproduktion "Manifesto" mit Cate Blanchett gewinnt drei LOLAs  26

26.   Was ist neu? Neuregelungen im Mai 2018  26

27.   1.Mai in Kempten. "Solidarität, Vielfalt, Gerechtigkeit"  27

28.   Mainz. Seminarankündigung CAS Migration und Gesellschaft 27

29.   Italien on Stage auf der Imex-Frankfurt 27

 

 

 

Sotto l’egida dell’ONU. Migranti: Global Compact, negozati al conto alla rovescia

 

Se ne parla da settembre 2016 e adesso siamo quasi al count down. Parliamo dei negoziati che porteranno alla definizione del Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration , e del Global Compact on Refugees: i primi accordi intergovernativi negoziati sotto l’egida delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di migliorare la governance delle migrazioni e organizzare la gestione multi-dimensionale della mobilità umana in modo globale e integrato. I negoziati in corso sulle due piattaforme, coordinate rispettivamente dall’Iom e dall’ UnHcr, sono il primo risultato tangibile della ‘Dichiarazione di New York per rifugiati e migranti’ siglata all’unanimità a settembre 2016.

Da allora, tuttavia, in quasi due anni di gestazione caratterizzati da tira e molla, fuoco amico e veti incrociati, la concordia è diventata una chimera, con buon pace degli endorsment di rito alla cooperazione rafforzata a livello globale. Epilogo che non sorprende dato che i temi sottoscritti nella Dichiarazione marcano una lista di arene su cui inevitabilmente si scontrano posizionamenti divergenti.

La concordia perduta strada facendo

“Proteggere la sicurezza, la dignità, i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i migranti, indipendentemente dal loro status migratorio e in ogni momento; sostenere i Paesi salvando, ricevendo e ospitando numeri significativi di rifugiati e migranti; integrare i migranti – indirizzando i loro bisogni e le loro capacità, nonché quelli delle comunità ospitanti – nei quadri e nella pianificazione dell’assistenza umanitaria e dello sviluppo; combattere la xenofobia, il razzismo e la discriminazione nei confronti di tutti i migranti; sviluppare, attraverso un processo guidato dallo Stato, principi non vincolanti e linee guida volontarie sul trattamento dei migranti in situazioni vulnerabili; e rafforzare la governance globale della migrazione, anche integrando l’Iom nella famiglia delle Nazioni Unite e attraverso lo sviluppo di un patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare”

Da aprile 2017, ognuno di questi punti ha scatenato serrati tour negoziali, cordate di interessi e gruppi di pressione che puntano a condizionare il rapporto annuale che l’Alto Commissario per i rifugiati dovrà presentare all’ Assemblea generale di ottobre 2018 con l’obiettivo di chiudere il Patto sulle politiche globali e nazionali per i prossimi decenni. Testo che successivamente dovrebbe essere adottato dall’Assemblea generale durante la conferenza intergovernativa sulle migrazioni internazionali prevista nel dicembre 2018 in Marocco.

La defezione degli Usa …

Condizionale d’obbligo, visto che la questione sta già sollevando defezioni di peso come quella degli Stati Uniti e turbolenze crescenti nell’Unione europea fiaccata dal dibattito sulla riforma del Sistema Asilo. A soli due mesi dalla sottoscrizione della Dichiarazione di New York, con una nota a sorpresa i rappresentanti di Washington alle Nazioni Unite hanno informato il segretariato generale delle Nazioni Unite che gli Stati Uniti avrebbero abbandonato il negoziato sul Global Compact on Migration.

Piattaforma strenuamente voluta dall’ Amministrazione Obama e diventata “incoerente con i principi di immigrazione dell’Amministrazione Trump”. “Le nostre decisioni sulle politiche migratorie devono sempre essere prese dagli americani e solo dagli americani. Decideremo il modo migliore per controllare i nostri confini e chi sarà autorizzato ad entrare nel nostro Paese. L’approccio globale nella Dichiarazione di New York non è semplicemente compatibile con la sovranità degli Stati Uniti”

Un epitaffio – quello lanciato dal rappresentante permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley – che restituisce fedelmente il polso delle priorità dell’Amministrazione Trump alle prese con le elezioni di midterm di novembre.

… e le turbolenze nell’Ue

E poi c’è l’Unione europea, attore evidentemente centrale nel dibattito sulle migrazioni, ma che, ad oggi, non ha ancora reso noto se a partecipare ai negoziati sarà il Consiglio dei Ministri, il Servizio europeo per l’Azione esterna o la DG responsabile per gli Affari Interni e l’Immigrazione. L’ultimo atto sul tavolo risale a marzo, quando la Commissione ha chiesto al Consiglio l’autorizzazione ad approvare a nome dell’Unione il Global Compact sull’Immigrazione.

Richiesta rimasta inevasa nell’ultimo Vertice di marzo e su cui è atteso un pronunciamento nel Vertice attesissimo del prossimo 20 giugno, lo stesso in cui i 27 dovrebbero decidere sulla riforma del Sistema Dublino. Sebbene la Commissione abbia segnalato che “nell’interesse dell’Unione è di fondamentale importanza preservare l’unitarietà della posizione dell’Ue per garantire che il testo definitivo del patto globale sulla migrazione sia in linea con l’acquis e con la politica dell’Ue”, ad oggi i 27 faticano a trovare una visione comune.

I Paesi del Gruppo Visegrad, Ungheria in testa, preoccupano non poco. Gli input inviati da Budapest al segretariato generale delle Nazioni Unite non hanno infatti mancato di declinare in termini sovranistici la questione: “Siamo convinti che l’elaborazione del futuro Global Compact, che non avrà effetti giuridicamente vincolanti, resterà una procedura guidata dallo Stato, mentre l’attuazione dei principi e degli impegni in esso concordati potrebbe essere completata da un meccanismo di revisione che non porterebbe alla creazione di alcuna nuova struttura”.

Dichiarazione condivisa da diversi Paesi dell’Est e che rischia di depotenziare tanto il commitment europeo volto alla definizione unitaria di “un quadro per la revisione delle procedure di attuazione” quanto il tavolo dei negoziati aperti internamente sulla riforma del sistema comune di asilo europeo attesa per il prossimo giugno. Enza Roberta Petrillo, AffInt 2

 

 

 

Concorso Miur per partecipare al Progetto “Porte d’Europa”

 

Possono partecipare gli studenti italiani in collaborazione con i loro pari di altri

Paesi europei, frequentanti il terzo e quarto anno delle scuole secondarie di secondo grado. Gli elaborati dovranno pervenire entro l’8 giugno 2018

 

ROMA – Indetto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca un Bando per selezionare le scuole partecipanti al progetto “Porte d’Europa”, nonché alle iniziative concomitanti con la celebrazione del 3 ottobre, “Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione”. Al concorso possono partecipare le studentesse e gli studenti italiani, in collaborazione con i loro pari di altri Paesi europei, di età compresa tra i 16 e i 18 anni di età, frequentanti il terzo e quarto anno delle scuole secondarie di secondo grado. Le studentesse e gli studenti possono partecipare attraverso l’elaborazione di opere letterarie, visive o multimediali inedite.

Il Progetto “Porte d’Europa” intende sviluppare – evidenzia il Miur - la cultura della solidarietà, dell’accoglienza e del dialogo, fondata sul pieno e consapevole rispetto dei diritti umani, mediante azioni di formazione partecipata all’interno delle scuole, rafforzando nei giovani la consapevolezza e la conoscenza sui temi del fenomeno migratorio, dei diritti umani dei rifugiati e dei richiedenti asilo anche attraverso confronti diretti e momenti formativi organizzati in luoghi simbolo degli attuali processi migratori.

Le giornate di “Porte d’Europa” – quale momento finale di una serie di attività di sensibilizzazione e di partecipazione attiva condotte nelle scuole - prevedono il coinvolgimento di circa 200 ragazzi provenienti anche da diversi Paesi europei, in attività di laboratori esperienziali, seminari, dibattiti, cineforum, mostre, performance teatrali, incontri con testimoni privilegiati su temi quali le migrazioni internazionali, le emergenze umanitarie, il sistema di accoglienza europeo, le politiche europee e nazionali sull’immigrazione, l'asilo, le cause delle migrazioni, il razzismo e la discriminazione, il ruolo della società civile e, in particolare, dei giovani per la difesa dei diritti umani. Le comunità scolastiche sono quindi invitate  ad affrontare e discutere questi temi, al fine di diffondere la cultura dell’informazione, dell’accoglienza, della solidarietà e della convivenza, fondata sul rispetto dei diritti umani.

I partecipanti dovranno inviare i loro elaborati e non oltre l’8 giugno 2018.

Una commissione, nominata dal Direttore generale per lo studente, valuterà le opere inviate. Saranno selezionate 21 opere - ciascuna realizzata da una scuola italiana (una per ciascuna Regione o Provincia Autonoma) in collaborazione con una scuola europea - ai fini della partecipazione alle iniziative legate alla Giornata in memoria delle vittime dell’immigrazione.  Potranno essere assegnate ulteriori menzioni motivate a scuole, docenti e studenti partecipanti.

Gli elaborati selezionati saranno esposti all'interno del “Museo della Fiducia e del Dialogo per il Mediterraneo” di Lampedusa.  Il bando completo si può leggere alla pagina Internet miur.gov.it/web/guest/-/bando-di-concorso-progetto-porte-d-europa.  Dip 23

 

 

 

Attivo il portale "Fast it": si può fare richiesta di iscrizione all’Aire on-line

 

ROMA – E’ attivo il portale “Fast it” per il servizio online di Iscrizione all’AIRE. Previa registrazione al portale l’utente può accedere alla sezione “Anagrafe Consolare e Aire” e selezionare la funzionalità “Richiedi l’iscrizione all’Anagrafe degli Italiani all’Estero”. Il portale dei servizi consolari è realizzato per fornire al connazionale nel mondo servizi e informazioni tramite internet. Il portale prevede livelli di servizio corrispondenti ai diversi profili di utenza; è infatti possibile accedere anche senza registrazione al portale. In questo caso si può individuare il proprio Consolato di competenza o quello più vicino al luogo in cui ci si trova, accedere alle sue pagine informative e consultare la guida ai servizi consolari. Gli utenti registrati, invece, possono iniziare a usufruire di alcuni servizi consolari on line come l’iscrizione all’AIRE. Per segnalare eventuali difficoltà nell’utilizzo del servizio, ci si può rivolgere alla sede Consolare di propria competenza. E’ possibile accedere al portale tramite il link serviziconsolarionline.esteri.it. dip

 

 

 

 

Accoglienza. Nuovo allarme migranti: ora serve un’Europa unita

 

La questione dev’essere de-ideologizzata e il sistema italiano riorganizzato

Ma resta il problema dello sblocco delle frontiere, a cominciare dalla Francia - di Goffredo Buccini

 

La tregua è finita. Con un weekend che ha portato sulle nostre coste un quarto di tutti gli sbarchi registrati nel 2018, le migrazioni tornano questione nazionale. Proprio mentre la Francia, varando una normativa in parte più severa, ci costringe a meditare sulle nostre regole (poiché è vero che, come dice il ministro dell’Interno francese Gérard Collomb, «se Francia, Germania e Italia non hanno le stesse procedure, i flussi si indirizzano tutti dove l’asilo è più facile»). L’ulteriore destabilizzazione libica legata all’incerta sorte del generale Haftar, l’ambizione di «sindaci» o capi tribù di ricontrattare col prossimo governo gli accordi stretti a suo tempo con Marco Minniti e, più banalmente, il bel tempo sono tutti fattori che spingono verso di noi nuove ondate di profughi.

Non è più il caso di baloccarsi sul calo di arrivi dell’80 per cento che il lavoro di Minniti (peraltro assai contestato dalla sinistra radicale e da alcune organizzazioni umanitarie) aveva ottenuto. E sarebbe inoltre sconsigliabile, almeno stavolta, il consueto gioco di speculazioni politiche. Qualunque maggioranza parlamentare uscirà dalla crisi, la questione migratoria va de-ideologizzata. Proviamoci. Possiamo dare in premessa che chi vuole accogliere i migranti non progetta di «sostituirli» agli italiani? E che chi vuole respingerli non ne desidera lo sterminio? Ma che, piuttosto, ciascuno vede un solo lato di un problema che non si presta a semplificazioni?

Le ultime polemiche attorno alle navi Ong (la Proactiva di Open Arms dissequestrata a Ragusa, sconfessando il pm catanese Zuccaro) mostrano una volta in più un’opinione pubblica radicalizzata sulle estreme. Le forze politiche dovrebbero fare lo sforzo inverso: convergere sul buonsenso. Sembra ingenuità ma è calcolo. Le elezioni sono passate, Mattarella non ne consentirà di nuove a breve, fare i furbi non è solo inutile, è nocivo per tutti. È davvero impossibile un disarmo bilaterale? La svolta di Minniti ha reso meno incompatibili le posizioni. Un certo irenismo, almeno nella sinistra riformista, pare archiviato. Gli spot della destra su «pulizie di massa» e su «600 mila rimpatri» ne seguiranno la sorte alla prima prova di governo.

Resta la realtà, con le sue priorità. Prima fra tutte, l’accoglienza. Su questo batte la riforma francese (passata, con molti mal di pancia, all’Assemblea nazionale e da approvare al Senato): sei mesi (come in Germania) per tutta la procedura d’asilo, dentro o fuori, e detenzioni amministrative prolungate. In compenso, si amplia l’elenco dei Paesi «non sicuri» per il rimpatrio e si deroga sui «delitti di solidarietà» (l’assistenza volta ad assicurare vita degna agli stranieri). Da noi l’accoglienza è un disastro certificato. Per inadeguatezza dei nostri Centri, «smarriamo» migliaia di migranti. Lo Sprar (il circuito territoriale) deve diventare obbligatorio (tre Comuni su quattro non vi aderiscono, penalizzando così i Comuni virtuosi); ma il migrante che ne fuoriesce, perché viola il contratto di accoglienza o perché la sua domanda è respinta, non può essere mandato a zonzo senza lavoro né identità, pena la rivolta delle periferie, geografiche o sociali che siano. Dice Romano Carancini, sindaco pd di Macerata: «Se escono dal circuito dell’accoglienza, i migranti vanno tenuti in luoghi confinati». Può non piacere. Ma il percorso di Innocent Oseghale deve far riflettere: il nigeriano accusato della morte di Pamela Mastropietro era stato per più di un anno nello Sprar rifiutando ogni integrazione; arrestato poi per spaccio ed espulso dallo Sprar, era rimasto a Macerata sparendo dai radar per un altro anno, fino all’arresto per l’omicidio della ragazza. Così com’è, il sistema è criminogeno.

Il secondo nodo è lo sblocco dei confini con una soluzione sui ricollocamenti. Emmanuel Macron, tentando di vestire i panni di unico leader europeo, si è appena speso contro le quote di ripartizione tra gli Stati, visto che quelle quote pochi le rispettano e nulla accade: meglio premiare chi accoglie, dice. Meglio ancora sarebbe togliere fondi europei a chi (come il gruppo di Visegrad) non ottempera alle decisioni europee sbarrando le frontiere. Molto meglio se Macron stesso riaprisse le sue frontiere lasciando attraccare anche nei porti francesi le navi Ong. Tuttavia non è sempre colpa degli altri: il Censis nel rapporto 2017 bacchetta anche le lentezze burocratiche del sistema Italia nell’avviare le «relocation».

Tutti vanno salvati dal mare, zero dubbi. Ma la vera riforma va fatta in terraferma. E nessuno può farla da solo, né uno Stato né un partito. La soluzione ultima sarà stabilizzare quanti più Paesi africani sia possibile, domani. «Vaste programme», sorriderebbe De Gaulle. Nel frattempo, l’Europa deve battere un colpo tutta insieme e l’Italia, unita, deve farlo in Europa. Chi spera nel contrario, magari contando di lucrare ancora sulla disgregazione, guardi gli scontri già in atto tra fazioni di giovani, con bandiere novecentesche, fascismo e comunismo, alle frontiere o dentro le periferie delle metropoli: rischia di vincere un cumulo di macerie.  CdS 24

 

 

 

 

Abbiamo perso fiducia e pazienza

 

Diversi motivi impediscono di formare il nuovo Governo. Necessaria una nuova legge elettorale e indispensabili alcune riforme costituzionali

 

  Sono passati due mesi dalle elezioni del 4 marzo e l’Italia è ancora in attesa di sapere chi provvederà ai bisogni della popolazione, del territorio e della Repubblica. Il Rosatellum, sistema misto proporzionale e maggioritario con cui si è votato, certamente non è idoneo per esprimere il partito ed il programma preferiti dagli Italiani. Dei quali solo il 73,1% si è recato alle urne, con un 2% in meno rispetto alle elezioni del 2013, fatte con la Legge Calderoli.

  Sappiamo anche quanto sia problematico cambiare, sia pure solo in parte, la Costituzione nazionale, in quanto le eventuali modifiche devono essere approvate, due volte con un intervallo, tra la prima e seconda votazione, non minore di tre mesi, a maggioranza assoluta dai 316 Deputati e 161 Senatori. Salvo ricorrere ad un referendum per accettare o respingere la riforma effettuata dal Parlamento.

  Ne consegue che il nostro Stato è notevolmente lento nello svolgimento delle proprie funzioni, bloccato da tante leggi bizzarre, danneggiato da un debito pubblico e da un tasso di crescita bassissimo in alcune Regioni. Differenze provocate a volte da motivi economici, ma anche dallo scopo elettorale di ottenere un ampio consenso politico. Motivo, quest’ultimo, alquanto diffuso e, purtroppo, inarrestabile. Come successo durante l’ultima campagna elettorale che  ha provocato, in un mese, un aumento di 23,8 miliardi, portando il costo a 2300 miliardi, del 130% superiore del Pil. Una crescita negativa che comporta pure annullamenti e rinunce da parte di chi vorrebbe creare nuove aziende.

  Stando così le cose, non c’è da meravigliarsi che il Capo dello Stato, preoccupato per le “diffidenze e tensioni” come scrive Marzio Breda sul Corriere, non abbia ancora dato l’incarico di formare il Governo, nonostante che, secondo Repubblica, “Il tempo e la pazienza cominciano a esaurirsi”. 

  Recentemente Mattarella, benché a più di un mese dal voto “non sono stati fatti passi in avanti”, ha detto che si prenderà ancora qualche giorno per tentare di risolvere il problema della mancanza di una maggioranza che possa votare la fiducia al nuovo Esecutivo. Questo è dovuto anche al fatto che tutti i partiti hanno ricevuto, da uno o più dei suoi possibili sostenitori, un veto ad un’alleanza, con il risultato di non permettere la formazione del nuovo Governo.

  Discordie che non hanno impedito al Movimento 5 Stelle e al Centrodestra di trovare un accordo su quasi tutti gli incarichi parlamentari, dando al M5S la presidenza della Camera  e al Centrodestra quella del Senato. Spartendosi anche quasi tutti gli incarichi degli Uffici di Presidenza, lasciando al PD ed agli altri partiti solo pochissimi posti. Risultato positivo ma insufficiente per dare all’Italia un Esecutivo.

  Il che non permette di affrontare al più presto i problemi nazionali e, soprattutto, di dedicarsi alle riforme assolutamente necessarie. Tra le quali una più valida e comprensibile legge elettorale, essendo l’attuale tanto complicata da spingere molti Italiani a non votare o a farsi annullare il voto. E rallenta l’inizio di quelle modifiche della Costituzione che, secondo alcuni politici ma anche parecchi cittadini, sono indispensabili. 

  Modifiche rispettose dei problemi della Penisola che spesso soffre dei tempi oltremodo lunghi, costituzionalmente previsti, per l’approvazione di una legge, anche se dagli Italiani è sentita necessaria ed urgente. Specialmente se influisce su economia, giustizia, istruzione e sottomissione territoriale. Cambiamenti che richiedono, tra l’altro, un forte consenso popolare.

  Necessaria, quindi una legge per eleggere un’Assemblea costituzionale, indipendente dal Parlamento e senza alcuna incidenza sul Governo, formata solo da 100 componenti, scelti con il sistema elettorale proporzionale, per modificare ed ammodernare, in 24 mesi, la Costituzione, senza, poi, esporla a referendum.

  La Nuova Carta Costituzionale dovrebbe, per esempio, imporre la riduzione da 630 a 400 dei Deputati e da 315 a 200 dei Senatori, nonché le loro eccessive retribuzioni alle quali si aggiungono le gratuità dei trasporti aerei, ferroviari, autostradali, dell’informazione giornalistica, l’assistenza sanitaria ed altri servizi. Si parla da decenni di queste modifiche costituzionali, senza mai effettuarle. Per motivi che tutti conosciamo.   Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

L’importanza dell’iscrizione all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire)

 

Un obbligo che comporta notevoli vantaggi

 

ROMA- Ricordiamo le modalità per l’iscrizione all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero, riportate e spiegate sul sito del Maeci (Riferimento: D.G.I.T)

L’iscrizione all’AIRE è gratuita e per le modalità di invio dei moduli via mail, fax è possibile visitare il sito web dell’Ufficio consolare competente per territorio.

L’Aire è stata istituita con legge 27 ottobre 1988, n. 470 e contiene i dati dei cittadini italiani che risiedono all’estero per un periodo superiore ai dodici mesi. Essa è gestita dai Comuni sulla base dei dati e delle informazioni provenienti dalle Rappresentanze consolari all’estero.

L’iscrizione è un diritto e, al contempo, un dovere del cittadino; rappresenta infatti il presupposto per accedere a una serie di servizi forniti dalle Rappresentanze consolari all’estero, nonché per l’esercizio di importanti diritti, quali per esempio la possibilità di votare per elezioni politiche e referendum per corrispondenza nel Paese di residenza, e per l’elezione dei rappresentanti italiani al Parlamento Europeo nei seggi istituiti dalla rete diplomatico-consolare nei Paesi appartenenti all’U.E.; c’è poi la possibilità di ottenere il rilascio o rinnovo di documenti di identità e di viaggio, nonché certificazioni e quella di rinnovare la patente di guida (Quest’ultima solo in Paesi extra U.E.).

Iscriversi all’A.I.R.E. è un obbligo, in particolare peri cittadini che trasferiscono la propria residenza all’estero per periodi superiori a 12 mesi e per quelli che già vi risiedono, sia perché nati all’estero che per successivo acquisto della cittadinanza italiana a qualsiasi titolo. 

Al contrario, non devono iscriversi le persone che si recano all’estero per un periodo di tempo inferiore ad un anno; i lavoratori stagionali; i dipendenti di ruolo dello Stato in servizio all’estero, che siano notificati ai sensi delle Convenzioni di Vienna sulle relazioni diplomatiche e sulle relazioni consolari rispettivamente del 1961 e del 1963; i dirigenti scolastici, docenti e personale amministrativo della scuola collocati fuori ruolo ed inviati all'estero nell'ambito di attività scolastiche fuori dal territorio nazionale e i militari italiani in servizio presso gli uffici e le strutture della Nato dislocate all’estero.

Si procede con l’iscrizione a seguito di dichiarazione presentata all’Ufficio consolare competente per territorio, entro 90 giorni dal trasferimento della residenza. L’iscrizione comporta, a questo punto, la cancellazione dall’Anagrafe della Popolazione Residente (A.P.R.) del Comune di provenienza.

Insieme al modulo di richiesta, reperibile nei siti web degli Uffici consolari, va presentata la documentazione che attesti l’effettiva residenza nella circoscrizione consolare. Nel caso in cui la richiesta non è presentata personalmente, va allegata una copia del documento d’identità del richiedente.

L’Ufficio consolare può anche procedere d’ufficio all’iscrizione, sulla base di informazioni di cui sia venuto a conoscenza, ma l’aggiornamento dipende dal cittadino, che  ha il dovere di comunicaretempestivamente all’ufficio consolare una serie di informazioni quali: il trasferimento della propria residenza o abitazione; le modifiche dello stato civile anche per l’eventuale trascrizione in Italia degli atti stranieri; il rientro definitivo in Italia e la perdita della cittadinanza italiana.

In caso di mancato aggiornamento delle informazioni, in particolare di quelle riguardanti il cambio di indirizzo, il contatto con il cittadino diventa impossibile, come lo diventano il ricevimento della cartolina o del plico elettorale in caso di votazioni. Per questo è fondamentale che il connazionale comunichi il proprio indirizzo in modo corretto e completo attenendosi alle norme postali del Paese di residenza. Per quanto riguarda invece la cancellazione dall’Aire, essa avviene per iscrizione nell’Anagrafe della Popolazione Residente (A.P.R.) di un Comune italiano a seguito di trasferimento dall’estero o rimpatrio, per morte, compresa la morte presunta giudizialmente dichiarata, per irreperibilità presunta, salvo prova contraria, trascorsi cento anni dalla nascita o dopo la effettuazione di due successive rilevazioni, oppure quando risulti non più valido l’indirizzo all’estero comunicato in precedenza e non sia possibile acquisire quello nuovo e per perdita della cittadinanza italiana. (MSR- Inform 23)

 

 

 

 

L’Amabasciatore Pietro Benassi incontra alcuni rappresentanti della Comunità Italiana della Baviera

 

Particolarmente qualificato e rappresentativo il Gruppo di Esponenti della Comunità Italiana, intervenuto all’incontro del 19 aprile scorso con l'Ambasciatore d’Italia in Germania, S. E. Pietro Benassi, su invito del Console Generale d’Italia  di Monaco di Baviera, Dr. Renato Cianfarani. 

La riunione, moderata dal Console Generale – assistito dalla Dr.ssa Rustia e dal Dr. Ricciardi – ha avuto luogo nei locali dell'Ufficio Scuola del Consolato Generale d'Italia. Breve il suo discorso di apertura dopo il saluto e i ringraziamenti  all'Ambasciatore  e agli intervenuti,  per la loro disponibilità.

Complesso l'intervento dell'Ambasciatore che, partendo dall'attuale situazione politica italiana e tedesca, ha accennato a un certo euroscetticismo che, inesorabilmente, avanza in Europa, soffermandosi anche  sull'esito delle recenti elezioni  e sull'incertezza che – dopo parecchie settimane dal voto – regna tuttora nel nostro Paese.

Dopo questa introduzione è stata quindi la volta delle risposte ai vari quesiti posti dagli intervenuti, a cominciare con la chiusura di alcuni Consolati, come quello di Norimberga, che –  attualmente – come  Consolato Onorario non può assolvere, evidentemente, tutti i servizi richiesti dai Connazionalii; e continuando con le notizie e considerazioni accennate dal Presidente del Comites di Monaco di Baviera, Dr.ssa Di Benedetto, riguardanti i continui e numerosi arrivi di connazionali, e i problemi ad essi legati.

A questo riguardo, sia l'Ambasciatore, sia il Console Generale, non hanno mancato di ringraziare  i vari Organismi, come i Comites, o anche le varie Associazioni come le ACLI,  ma anche i Connazionali, che, da imprenditori (citando a mo' d'esempio il Cav. R. Farnetani, recentemente insignito di un prestigioso riconoscimento), da liberi professionisti, ma anche da semplici prestatori d'opera, fanno onore all'Italia con il loro lavoro e con il loro impegno sociale in favore della Comunità. E non ha dimenticato di elencare le varie pubblicazioni curate dall'Amministrazione e da diversi Organismi, citando p. es. Primi passi, Guida all'Assistenza Sanitaria, ecc., che, certamente, aiutano i Connazionali arrivati da poco, privi di informazioni adeguate, anche perché rimangono isolati, non prendendo contatto con l'Amministrazione o gli Enti Tedeschi preposti.

Prendendo spunto anche dal breve intervento del Corrispondente Consolare Ing. P. Benini, si è parlato anche del fatto che molti Connazionali tralasciano di comunicare all'Amministrazione tutte le variazioni che avvengono nel corso degli anni in seno alle proprie famiglie,  ritardando così il disbrigo delle pratiche richieste ai Consolati. Perché? Per il semplice fatto che molti hanno paura di iscriversi all'AIRE. A questo proposito l'Ambasciatore ha chiarito che, a fronte di 700 mila connazionali presenti in AIRE, si stima una reale presenza di un milione di Connazionali in suolo tedesco.

Il Diplomatico ha accennato anche alla possibilità di  un'eventuale, possibile presenza di funzionari itineranti, che potrebbero smaltire un po' il lavoro delle Sedi Consolari; tutto questo, però, a fronte di veramente congrue richieste; ma anche, ha continuato,  dopo averne controllato la fattibilità, a quella di abilitare le Amministrazioni Comunali Tedesche a consegnare le carte d'identità, in analogia a quanto viene fatto attualmente, p. es. dai Corrispondenti Consolari o da altri Enti o Operatori abilitati.

È stato toccato anche l'argomento della doppia cittadinanza. A questo proposito i due Diplomatici hanno invitato i presenti a farsi moltiplicatori - come auspicato da una Signora del Comitato per l'Immigrazione della città -  a farsi divulgatori degli indirizzi delle Organizzazioni che,  in vari modi, sostengono i Connazionali, non solo nel disbrigo delle pratiche e contatti con le Autorità Locali, ma anche offrendo corsi, specie per coloro che sono impossibilitati per vari motivi a frequentare una scuola regolare. Non dimenticando altresì di chiedere ai presenti in grado di farlo, ma soprattutto alle generazioni più giovani di mettersi in gioco nelle competizioni elettorali; non solo a livello locale, o regionale, ma anche a livello federale, commentando con disappunto la vistosa assenza di nostri Connazionali nel Parlamento Federale.

Continuando il discorso Benassi ha ribadito anche che, se si vuole uscire dai tempi e dalla mentalità della prima emigrazione (alla fine degli anni '40 soprattutto interna), in cui - molti stavano con la valigia aperta sotto il letto - pronti per il rientro in Patria, bisogna pensare seriamente ai progetti futuri, per cui, se si decide di rimanere in Germania, una grande opportunità potrebbe essere quella di richiedere la cittadinanza tedesca. Cittadinanza per la quale negli anni passati, in Baviera, sia l'Amministrazione, sia le Associazioni, ognuna con le proprie armi, hanno dovuto trattare e lottare a lungo per ottenerla.

Per quello che riguarda eventuali presenze in manifestazioni come l'Oktoberfest - tema proposto dal Comm. C. Macaluso, Presidente delle ACLI Baviera, insieme con quello di una maggiore presenza ed efficienza delle Consulte regionali - bisogna confrontarsi con le varie disponibilità delle Regioni, ha commentato l'Ambasciatore, che ha ricevuto in omaggio un CD edito dal Gruppo Folk-ACLI di Kaufbeuren, viste anche le sue origini meridionali, come da lui accennato tra una risposta e l'altra.

Tra i presenti non ancora nominati, si ricordano: Padre G. Parolin, Rettore della Missione Cattolica Italiana di Monaco, il Comm. V. Cena dell'Associazione Famiglie di Augsburg-Oberhausen, il Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, Dr. F. A. Grasso, la Dr.ssa Mezzadi, Direttrice della Scuola Leonardo da Vinci, la Dr.ssa P. Zuccarini del Forum Italia, l'Ing. R. Madonna  dell'Esecutivo del Comites di Monaco, diversi funzionari dell'ESO, alcuni Operatori sociali e cultural,  il Dr. Francesco Messana, Editore e Direttore di alcune testate di emigrazione,  e  tanti altri ancora.

L'incontro è terminato alle 18:00 con un gustoso e variegato buffet, in cui spiccavano tra le altre leccornie dei deliziosi cannolicchi siciliani.

Fernando A. Grasso, Kempten

 

 

 

Berlino. Pubblicata la guida del Comites “Assistenza alle persone con disabilità in Germania. Piccola guida per orientarsi nel sistema tedesco”

 

BERLINO- Nella guida, realizzata dal Comites Berlino con il supporto di Aok Nordost e il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berlino, si trovano informazioni in lingua italiana e di facile consultazione sulle possibilità di cura e assistenza agli italiani diversamente abili in età adulta che risiedono in Germania. In questa guida si fa riferimento esclusivamente alle strutture assistenziali per adulti con disabilità temporanee e/o permanenti, con particolare riguardo alle prestazioni riabilitative e all’assistenza infermieristica continuativa. A questa guida, focalizzata sulle possibilità di assistenza a persone in età adulta, seguirà una seconda pubblicazione dedicata invece all'assistenza alla disabilità per minori di 18 anni. “La pubblicazione vuole essere uno strumento di orientamento nella complessa normativa tedesca sulla disabilità- specifica Pietro Benassi, Ambasciatore d’Italia a Berlino, nell’introduzione al lavoro- come per l’assistenza sanitaria in generale, anche in questo settore le differenze con il sistema italiano sono considerevoli. La comprensione delle molteplici competenze e procedure è il presupposto essenziale per accedere alle prestazioni assistenziali per chi soffra di una disabilità, temporanea o permanente”.

Una disabilità può essere temporanea o permanente, reversibile o irreversibile, progressiva o regressiva. La sua definizione non è universale, ma è legata alle diverse culture istituzionali e ai diversi sistemi di welfare. In Germania, ad esempio, nel linguaggio istituzionale, non esiste il concetto di “diversamente abile”. Una persona viene definita disabile, quando le sue funzioni, fisiche, psichiche o mentali, si discostano da quelle della popolazione generale nella stessa fase della vita, per un periodo di tempo prevedibilmente maggiore di sei mesi. A causa di ciò non potrà prendere parte pienamente alla vita sociale e lavorativa nella comunità. Una persona si definisce “a rischio”, quando è possibile lo sviluppo di una disabilità. La legislazione tedesca si sta adeguando alla definizione di disabilità prevista dalla convenzione ONU sui diritti delle persone portatrici di disabilità. Dal punto di vista lavorativo invece, se una persona presenta una limitazione, parziale o totale, dovuta a malattia, che ne compromette l’attività lavorativa, sia essa transitoria o permanente, la legislazione tedesca fa riferimento in modo preciso a prestazioni mediche e riabilitative per favorirne il reinserimento lavorativo, mentre le persone con disabilità gravi, che non sono in grado di inserirsi nel normale mercato del lavoro, ricevono supporti di tipo pensionistico. Per quanto riguarda le abitazioni invece, le strutture assistenziali, come i gruppi-appartamento o le residenze assistenziali, sono gestite quasi interamente da enti privati e del settore privato-sociale. Il finanziamento delle prestazioni erogate viene addebitato alla persona con disabilità e ai suoi familiari. Questi potranno usufruire dell’assicurazione infermieristica continuativa e gli enti assistenziali pubblici della regione potranno assumere in parte o per intero l’onere della spesa solo quando nessun altro ente lo copre. I cittadini degli Stati membri dell’Unione Europea non possono però fare valere un vero e proprio diritto a ricevere questo tipo di aiuti e ogni caso viene valutato singolarmente.

Per quanto riguarda i casi di disabilità temporanea la situazione cambia. Per questi soggetti è prevista una riabilitazione, il cui scopo è l’inserimento sociale e lavorativo delle persone con disabilità e l’autonomia della persona. Le prestazioni vengono erogate in relazione al grado di disabilità rilevato, al contesto di vita della persona e alla prognosi. Gli aventi diritto sono le persone che versano i contributi di previdenza sociale ad uno dei seguenti enti: le casse malattia, l’assicurazione tedesca per gli incidenti sul lavoro, gli enti pensionistici regolati per legge, l’ufficio federale del lavoro e gli enti pubblici di assistenza sociale e di aiuto ai minori.

Ci sono poi gli enti pubblici di assistenza sociale, che forniscono prestazioni riabilitative, quando nessun altro ente se ne assume i costi. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone con problemi psichiatrici, di tossicodipendenza o con disabilità anche congenite di lunga durata. I cittadini membri dell'Unione Europea non possono però far valere un vero e proprio diritto a ricevere questo tipo di aiuti e, anche in questo caso le amministrazioni valutano ogni caso singolarmente.

La disabilità permanente viene definita in maniera differente a seconda delle prestazioni richieste, del tipo di assicurazione sociale o istituzione a cui si fa riferimento e dell’ente erogatore. Essa deve venire sempre certificata dal personale medico idoneo. In questo caso, le organizzazioni più importanti che offrono prestazioni per tutta la popolazione sono: l’assicurazione per l’assistenza infermieristica continuativa, gli enti pensionistici, l’assicurazione tedesca per gli incidenti sul lavoro, l'ufficio di pubblica assistenza della regione o comune e gli enti pubblici di assistenza sociale. A seconda del livello di disabilità sono fornite diverse prestazioni, le quali possono essere erogate: a domicilio, in centri diurni e in case di riposo sulle 24 ore. I requisiti necessari sono: iscrizione ad una assicurazione infermieristica continuativa, le condizioni temporali assicurative devono essere presenti, deve essere presente un determinato grado di disabilità, cioè di bisogno di assistenza infermieristica continuativa, la prestazione non viene elargita automaticamente, ma deve essere richiesta formalmente e segue un iter burocratico di approvazione.

Alla fine della guida c’è un’esauriente lista di risposte alle domande più frequenti, che fornisce ulteriori chiarimenti riguardo gli enti cui chiedere consulenza, sulle diverse forme di esenzione o di pensione fruibili e in particolare sulle principali differenze con il sistema italiano; a seguito dei quesiti, è riportato un glossario contenente le parole tedesche più utili sull’argomento, con la relativa definizione.

Questa pubblicazione, che rappresenta il secondo frutto, dopo il vademecum sulla salute, della preziosa collaborazione tra la Cancelleria consolare di Berlino, il Comites di Berlino-Brandeburgo e la AOK-Nordost, viene pubblicata dopo un anno di lavoro, svolto in particolare da Kieser del Comites Berlino, in collaborazione con il Dr. Francesco Marin dell'Ambasciata d'Italia a Berlino e la Dr.ssa Serena Manno dell'AOK Nordost. (MSR-Inform)

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO.

 

03.05.2018. PD: l'ora della verità

Il PD discute oggi quale linea adottare nei confronti del M5S e il ruolo di Martina. Poco prima della Direzione abbiamo sentito la senatrice Laura Garavini: “Credo non ci siano le condizioni per una nostra alleanza con i 5 Stelle”.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/pd-garavini-100.html

 

Turchia: prigione per i giornalisti. Sono 191 i giornalisti e gli operatori dei media attualmente detenuti nelle carceri turche. Quanto è alta nel paese, la pressione subita dai reporter? Il racconto da Istanbul di Dimitri Bettoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/turchia-liberta-stampa-100.html

 

02.05.2018. Via la plastica dalle Tremiti. L’Unione Europea vuole vietare l’uso di stoviglie di plastica: un divieto che alle Isole Tremiti è già realtà. Al via l’ordinanza nell’arcipelago pugliese, come ci spiega il sindaco Antonio Fentini.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tremiti-plastica-100.html 

 

Residenza fiscale: Italia o Germania? A chi si trasferisce all’estero per lavoro o per studio, per periodi più o meno lunghi, spesso non è chiaro dove deve pagare le tasse. Un’incertezza che potrebbe costare cara.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/dichiarazione-redditi-100.html

 

30.04.2018. Aumenta il lavoro. Ma di scarsa qualità. L’occupazione in Italia cresce, avvicinandosi al periodo pre-crisi. Ma con contratti sempre più precari: a tempo determinato e part-time. Soprattutto “involontari”. Ce ne parla Fulvio Fammoni, presidente della Fondazione Di Vittorio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/lavoro-involontario-100.html

 

Il Parlamento europeo indaga sul calcio. La Commissione di inchiesta sull’evasione ed elusione fiscale del Parlamento di Bruxelles sta esaminando operazioni finanziarie nel mondo del calcio europeo. Nel mirino anche i grandi nomi del calcio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/eu-evasione-calcio-100.html

 

27.04.2018. La polemica sul crocefisso

I crocefissi saranno obbligatori negli uffici pubblici bavaresi a partire dal primo giugno. L'uso del simbolo cristiano viene criticato da parte dei difensori della laicità dello Stato ma anche da esponenti delle Chiese.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/polemica-sul-crocefisso-100.html

 

Gli affari con le bombe. Un gruppo di organizzazioni non governative ha sporto denuncia penale alla Procura di Roma contro la filiale RWM Italia S.p.a, del produttore di armamenti tedesco Rheinmetall AG e contro l'Autorità Nazionale per le autorizzazioni all'esportazione di armamenti (UAMA). L'accusa è quella di complicità nelle stragi in Yemen.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/affari-con-le-bombe-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-266.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

26.04.2018 Quanto ci costa la rivoluzione? L’accordo storico dei metalmeccanici partito dal Baden-Württemberg sarà realtà anche in altre regioni: aumenti in busta paga e maggiore flessibilità per lavoratori e aziende. Un modello per l'Italia?

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/accordo-metalmeccanici-100.html

 

Attualità dello storico accordo fra Dgb e Cgil. Piena uguaglianza di diritti per i lavoratori italiani in Germania e la piena integrazione sociale, questi sono stati i risultati di un accordo fra il DGB e la Cgil. Ai nostri microfoni, Giuseppe Pappagallo, ideatore e coestensore di quell'importante intesa.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/inca-cgil-dgb-pappagallo-100.html

 

25.04.2018. La voce dei braccianti sikh. Con Marco Omizzolo, sociologo, parliamo dello sfruttamento dei braccianti sikh dell'Agro Pontino. Lui li incoraggia a protestare. Il suo lavoro dà fastidio all'agromafia che lo minaccia di morte. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/braccianti-sikh-omizzolo-100.html

 

Terremoto fiscale. Il 16 aprile a L'Aquila in migliaia in piazza per manifestare contro la richiesta di pagamento per intero degli sgravi fiscali avanzata dallo Stato italiano dietro richiesta della Commissione Europea.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/l-aquila-protesta-ue-100.html

 

24.04.2018. Speranze e timori dei militanti italiani dell'Spd

I militanti della SPD di origine italiana salutano la nuova presidenza del loro partito e si aspettano un vento di rinnovamento.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/spd-italiani-nahles-100.html

 

30 anni di Zelig. La scuola di cinema e documentario Zelig di Bolzano è stata fondata nel 1988. I suoi corsi vengono tenuti in italiano, tedesco e inglese da registi e cameraman di fama internazionale. Una realtà unica nel suo genere, di casa in una città dove convivono più culture.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/scuola-cinema-zelig-100.html  

 

La rivoluzione nella moda. La necessità di un cambiamento è nata, al più tardi, il 24 aprile di 5 anni fa, quando 1138 persone sono morte nel crollo del complesso produttivo di Rana Plaza, in Bangldesh. Quegli operai stavano lavorando, sottopagati e in condizioni di assenza di sicurezza, per produrre i vestiti di noi occidentali. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/rivoluzione-moda-102.html

 

23.04.2018. Una sentenza storica. La trattativa Stato e Cosa nostra c'è stata, lo ha stabilito la sentenza di primo grado nel processo di Palermo. Ne parliamo con Gianni Barbacetto, giornalista e scrittore.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/trattativa-stato-mafia-102.html

 

Diodato a Radio Colonia. La sua musica fra brit pop e la migliore tradizione della canzone d'autore italiana raccoglie grande successo di pubblico e di critica. Oggi prima del concerto di Colonia Diodato è stato ospite nei nostri studi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/diodato-102.html

 

20.04.2018. Il caso nelle scoperte archeologiche

Per gioco e per caso un tredicenne tedesco ha scoperto il sensazionale tesoro del re vichingo 'Dente Azzurro'. Piero Pruneti, direttore di "Archeologia viva", ci racconta le grandi scoperte archeologiche frutto del caso.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/scoperte-archeologiche-100.html

 

ILI, I Love Italy. È la nuova rivista sul made in Italy. Molto amore per il Belpaese, ma anche per le storie degli italiani in Germania. Francesco Galeano e Francesca Mulé, i due ideatori di ILI raccontano come è nata la rivista.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/i-love-italy-magazin-100.html

 

Semi ribelli. Si sta diffondendo anche in Italia la pratica della conservazione dei semi di varietà antiche. I "seed savers" salvano dall'estinzione la biodiversità proveniente dal mondo contadino.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/semi-ribelli-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-264.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

 

 

 

25 aprile, anniversario della Liberazione d’Italia. Incontro al Memoriale di Dachau

 

L'anniversario della liberazione d'Italia è una delle ricorrenze più sentite in Italia: è simbolo del significato politico della resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall'8 settembre 1943 contro il governo fascista e l’occupazione nazista.

Il 25 Aprile segna una tappa fondamentale del percorso che, attraverso il sacrificio, l’impegno e la sofferenza di una intera generazione di italiani ha portato alla nascita di una Repubblica democratica e libera.

Il Com.It.Es. di Monaco di Baviera ha deciso di celebrare e ricordare il 25 Aprile a Dachau con l’incontro, patrocinato insieme al Consolato Generale di Monaco di Baviera e organizzato con il centro studi del Memoriale di Dachau (presso Monaco di Baviera), con Venanzio Gibillini lo scorso 23 Aprile.

Venanzio Gibillini, classe 1924, è stato un prigioniero politico dell'8 settembre 1943, sopravvissuto ai campi di concentramento di Dachau e di Flossenbürg. Oggi vive a Milano e ogni anno torna in Baviera in occasione delle celebrazioni per la liberazione del campo di concentramento di Flossenbürg.

L’incontro con Venanzio ha regalato una serata di grande intensità ai numerosi partecipanti. La sala, piena al punto da lasciare in piedi alcuni spettatori, più di una volta ha dovuto cedere alla commozione ma anche allo stupore che provoca incontrare una persona come Venanzio Gibillini, che con i suoi 93 anni, con le ferite ancora aperte dell’esperienza violenta e della deportazione e dell’annichilimento da parte del nazifascismo, nonostante tutto non concede mai a nessuna forma di rancore, resta sempre positivo, ricco di umore, con il suo sorriso gentile e innocente, pieno di ottimismo e fiducia nel prossimo ed in un mondo migliore.

È un uomo solare Venanzio Gibillini, un piccolo grande eterno giovane, un raggio di sole che ha reso bello e unico il nostro 25 Aprile e che ci incoraggia a guardare in avanti, ricordando il passato perché possiamo costruire un futuro migliore.

Per la preziosa collaborazione desideriamo cogliere l’occasione per ringraziare la Dr.Gabriele Hammermann, direttrice del KZ-Gedenkstätte di Dachau e tutto lo staff, nonché Commonsradio per avere ripreso e diffuso l’incontro, ancora riascoltabile  al link:

https://www.facebook.com/commonsradio/videos/2032660737058404/

Si ringrazia inoltre il Consolato Generale di Monaco di Baviera per avere sostenuto l’iniziativa.

Daniela Di Benedetto. Presidente del Com.It.Es. di Monaco di Baviera

 

 

 

 

Prima edizione della Settimana del Cinema italiano nel mondo

 

A Berlino una rassegna organizzata dall'IIC e dedicata a Pietro Germi, dal 18 al 31 maggio all'Arsenal – Institut für Film und Videokunst

 

Berlino – Sarà dedicata al cinema di Pietro Germi la prima edizione della Settimana del Cinema italiano nel mondo che l'Istituto Italiano di Cultura di Berlino organizza e promuove in collaborazione con Arsenal – Institut für Film und Videokunst, in cui avrà luogo la rassegna (Potsdamer Straße 2).

L'inaugurazione è prevista il 18 maggio alle ore 20, con la proiezione di “Divorzio all'italiana” (1961), introdotto, in lingua inglese, da Mario Sesti, che terrà anche, il 19 maggio, una conferenza – in inglese – sul cinema di Pietro Germi, seguita dal film “Un maledetto imborglio” (1959). 

L’attore, sceneggiatore, produttore e regista cinematografico Pietro Germi (1914-1974) è uno dei grandi maestri del cinema italiano attivi tra gli anni 40 e gli anni 70. Le sue opere lo hanno portato ad essere considerato uno dei più importanti esponenti della commedia all’italiana, espressione coniata proprio parafrasando il titolo del film di Germi “Divorzio all’italiana”. Dalla seconda metà di maggio il cinema Arsenal – Institut für Film und Videokunst proietterà undici capolavori di Germi in pellicola 35 mm realizzati tra il 1948 e il 1972 e di proprietà di Cinecittà Luce e Cineteca Nazionale di Roma.

In programma il 20 maggio – ore 18 - “Il ferroviere” (1956) e – ore 20.15 - “Sedotta e abbandonata” (1964); il 21 maggio – ore 19.30 - “Alfredo” (1972); il 22 maggio – ore 19.30 - “Il cammino della speranza” (1950); il 23 – ore 19.30 - “Signore e signori” (1966); il 24 – ore 19.30 - “L'immorale” (1967); il 25 – ore 19 - “Gioventù perduta” (1948) e – ore 21 - “La città si difende” (1951); il 26 maggio – ore 19 - “Il ferroviere” e – ore 21.15 – “Un maledetto imbroglio” (1959); il 27 maggio – ore 19.30 - “Singore e signori”; il 29 maggio – ore 20 - “Sedotta e abbandonata”; il 30 maggio – ore 19.30 - “In nome della legge” (1949); il 31 – ore 20 - “Alfredo”.  Inform/Dip

 

 

 

Comites e Cgie. No di Fagiolino e Pignataro (Forza Italia Germania) all’abolizione, ma serve riforma

 

“In merito alle polemiche sulle dichiarazioni dell‘on. Billi il coordinamento di Forza Italia in Germania pensa che la sua dichiarazione possa essere interpretata come uno stimolo a fare meglio o anche a cambiare la legislazione riguardo a tali enti. Certo è che l’abolizione totale non è una soluzione”. Così in una nota i rappresentanti del coordinamento di Forza Italia in Germania, Vito Fagiolino e Carmelo Pignataro, a commento delle dichiarazioni del deputato Simone Billi (Lega) che venerdì scorso ha partecipato alla riunione del Comites di Londra.

“Tanti Comites lavorano bene e rappresentano la base della democrazia elettiva degli italiani all’estero”, sostengono Pignataro e Fagiolino. “La loro abolizione lascerebbe molte comunità alla mercé dei rappresentanti diplomatici o toglierebbe comunque loro qualcosa, perché i deputati e senatori non possono da soli prendersi carico di quasi 5 milioni di connazionali iscritti all‘Aire.. noi siamo a favore di migliorare le cose dall’interno, non per l’abolizione”.

Inoltre, “i soldi risparmiati confrontati con l’enorme debito pubblico italiano non sono che una goccia nel mare. Una goccia che – concludono gli esponenti forzisti – per chi vive all’estero è comunque fondamentale”. (aise/dip) 

 

 

 

 

La partecipazione italiana alla fiera Hannover Messe 2018 (23-27 aprile)

 

Hannover - Si è tenuta dal 23 al 27 aprile, presso il centro fieristico omonimo, la fiera Hannover Messe, evento annuale di riferimento a livello mondiale nel campo dell’innovazione e delle nuove tecnologie industriali, al quale ogni anno partecipano oltre 250.000 visitatori, di cui il 30 percento proveniente dall’estero, e 6.500 espositori.

La Fiera raccoglie sette saloni internazionali in contemporanea nella stessa location, proponendo una gamma tematica e merceologica che spazia da ricerca e sviluppo ad automazione industriale e IT, a innovative soluzioni di subfornitura meccanica, a tecnologie energetiche e ambientali.

L'organizzazione da parte di ICE-Agenzia di una collettiva di aziende provenienti dalle cinque Regioni c.d. meno sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) nell’ambito del Piano Export Sud Il, si pone l'obiettivo di sostenere e supportare la loro internazionalizzazione attraverso la partecipazione a questa importante vetrina internazionale, incentivandone l'incontro con potenziati partner tedeschi ed internazionali.

Tra i mercati di maggior interesse per il settore, la Germania rappresenta una destinazione prioritaria per l’export nazionale nel settore della subfornitura meccanica, come dimostrato anche dal fatto che durante il 2017, nel quale si è rilevato un generale aumento significativo delle esportazioni italiane verso la Germania, siano cresciute in particolare le esportazioni di acciaio e ferro (+27,7%), di mezzi di trasporto e loro parti (+13%, esclusi mezzi ferroviari) e della gomma incluse le lavorazioni (+11,1%).

Più in generale, inoltre, è molto interessante notare come contrariamente ad una percezione comune largamente diffusa, tra le 15 principali categorie merceologiche di esportazioni italiane verso la Germania, siano nettamente prevalenti beni che fanno riferimento in senso lato al settore della meccanica, le quali ricoprono ben sei delle prime dieci posizioni, distanziando ampiamente beni e prodotti riferiti, ad esempio, al settore agroalimentare e ai beni di consumo.

La collettiva è stata realizzata nel padiglione 4 (Industrial Supply) della fiera, dedicato alla subfornitura meccanica, presso lo stand G10, su un'area di 105 mq divisa in stand individuali per le sei aziende partecipanti nell’ambito della collettiva.

Sono state realizzate, inoltre, anche azioni di comunicazione collaterali a sostegno delle imprese partecipanti, tra cui cartellonistica in fiera presso l’ingresso Nord della fiera (ingresso principale) ed una brochure di presentazione della collettiva, con i dati aziendali e una descrizione della propria attività, sia in versione cartacea che elettronica su un mini-sito web creato ad hoc (https://italtrade-germany.com) e pubblicizzato mediante i canali social dell’ufficio ICE di Berlino.

Presso il desk/centro servizi ICE, il personale dell’ufficio ICE di Berlino fornisce supporto e assistenza alle aziende italiane partecipanti, agli operatori italiani in visita alla manifestazione, e agli operatori internazionali interessati a stabilire rapporti con le imprese italiane, fornendo informazioni e riferimenti utili. All’interno dello stand, inoltre, è stato messo a disposizione delle aziende italiane in visita uno spazio riservato per gli incontri B2B. Ice

 

 

 

 

Festa del Primo Maggio a Kempten

 

75.000 sono stati gli uomini e le donne che lo scorso 1. Maggio hanno partecipato alle 100 manifestazioni organizzate in Baviera dall'Unione dei Sindacati Tedeschi  (DGB). Motto di quest'anno "Solidarietà, Diversità, Giustizia".

A Kempten (Allgäu), la Festa del Lavoro, iniziata alle ore 10:00 – e durata sino al primo pomeriggio – si è svolta nella Hirnbeinstraße ed è stata aperta dal Presidente della Circoscrizione Allgäu del DGB, Ludwin Debong, che ha presentato il programma della Manifestazione.

 

Il discorso ufficiale è stato tenuto dal Responsabile di Zona della IG Metall Bayern, Jürgen Wechsler. Molto articolato e pregnante l'intervento dell'oratore, che ha tenuto a ribadire il suo ruolo da interlocutore con tutte le persone di qualsiasi formazione, cultura o religione ed  ha accennato ad alcune delle mete raggiunte nel corso degli anni dalle organizzazioni dei lavoratori.  Tra queste le quaranta ore di lavoro settimanali, il sabato libero ed altri importanti traguardi, non  dimenticando di denunciare anche alcuni subdoli tentativi, da parte di certe organizzazioni e aziende, di sganciarsi da precisi accordi presi in campo nazionale, e cercando di aggirare le imposte  con altrettante discutibili dirottamenti verso paradisi fiscali.

Ha parlato anche della necessità di intervento a tutti i livelli – e con ogni mezzo –  affinché non diminuiscano ulteriormente le pensioni che si ritroveranno le future generazioni e  – non per ultimo  –  della possibilità per un lavoratore, soprattutto per una lavoratrice, di poter riprendere a lavorare a tempo pieno, dopo un periodo di lavoro ad orario ridotto, da loro richiesto all'azienda per obiettive esigenze familiari.

Per ciò che riguarda questa nostra epoca di industria 4.0, caratterizzata da una generale digitalizzazione, Wechsler ha ribadito che essa dovrà servire a migliorare le condizioni dei lavoratori e non a peggiorarle: l'individuo dovrà rimanere sempre al centro, e non viceversa.  Per questo motivo le istituzioni preposte dovranno prevedere la necessità di future figure professionali con conseguente preparazione di formatori;  i prestatori d'opera, dal canto loro, invece, dovranno avere la ferma volontà di riqualificarsi. Parlando di solidarietà, di diversità, Wechsler ha concluso con un pensiero rivolto alle persone, alle lavoratrici e ai lavoratori diversamente abili, dando così il la alla Signora Ilona Deckverth.

La Signora Ilona Deckverth, Incaricata e Portavoce per i Disabili e per la loro inclusione nella nostra società, appartenente alla  Frazione della SPD in seno al Parlamento Bavarese, all'inizio del suo breve intervento  – dopo aver ribadito alcuni punti appena esposti dai precedenti oratori – e dopo aver portato  i saluti del Parlamento e della sua Frazione agli intervenuti – ha ricordato alcuni principi importanti di convivenza sociale,  tra cui quello in base al quale dovranno venir riconosciute a tutte le persone diversamente abili  pari dignità ed opportunità, cominciando con la facilitazione all'accesso ai  mezzi di trasforto o uffici pubblici, con la facilitazione della ricerca di un alloggio più confacente alle loro necessità e continuando con l'esigenza di una generale eliminazione di barriere architettoniche, e proseguendo ancora con la necessità di un linguaggio meno burocratico e più comprensibile, e – per finire – con la promozione e incoraggiamento di certi tipi di aiuto ai disabili autogestiti in seno alle proprie famiglie.

Subito dopo  questi interventi  – intercalati da momenti musicali – i presenti hanno avuto modo, gustando alcuni piatti tipici regionali accompagnati da qualche dissetante boccale di birra, di commentare quanto appena ascoltato sotto il tendone preparato per l'occasione. I bambini, inoltre, hanno potuto prendere parte ad alcuni divertenti giochi preparati per l'occasione dall'organizzazione dell'evento.

A questa manifestazione, rallegrata dal Gruppo  "1 hoch 2“ e da Reinhold Ohmayer, – tra il numeroso pubblico intervenuto e  alle persone precedentemente nominate – erano presenti: alcuni consiglieri comunali, tra i quali:  Siegfried Oberdörfer, Incaricato per l'Integrazione della città di Kempten; Ewald Lorenz-Haggenmüller Assistente Spirituale Circoscrizionale del Movimento Cattolico dei Lavoratori Tedeschi (KAB),  il Vicepresidente Vicario delle Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani  della Baviera (ACLI), nonché Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, Dr. Fernando A. Grasso  e altri rappresentanti di Enti e Organizzazioni.

Fernando A. Grasso (de.it.press)

 

 

 

 

 

A Francoforte spettacolo teatrale sul femminicidio

 

Francoforte - "Ferite a morte, progetto teatrale scritto e diretto da Serena Dandini, è arrivato venerdì 13 aprile a Francoforte, al Künstlerhaus Mouson". Era presente anche Tania Sanna che riporta la cronaca dell’evento in un articolo pubblicato dal giornale on line in lingua italiana Ilmitte.com.

"Insieme alla sua autrice, sono salite sul palco diciassette donne italiane e tedesche provenienti dal mondo della cultura, dello spettacolo, della politica e della società civile che hanno prestato la loro voce a quelle donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un amante, un compagno o un ex.

Lo spettacolo teatrale sul femminicidio, ispiratosi a fatti di cronaca e indagini giornalistiche, è stato aperto dall’ambasciatore d’Italia, Pietro Benassi, che ha introdotto il problema e ha parlato di come, solo grazie alla Convezione di Istanbul del 2011, si possa finalmente contare su uno strumento giuridico che punisca i colpevoli ma indichi anche le misure di prevenzione della violenza e la protezione delle vittime: matrimonio forzato, mutilazioni dei genitali femminili, stalking, violenze fisiche e psicologiche e violenza sessuale sono tutti crimini che finalmente vengono perseguiti.

Dopo questa introduzione sono iniziati i reading e si sono susseguite sul palco: Elettra De Salvo, attrice, regista ed ex-consigliera del Comune di Francoforte, con Il Mostro; Chiara Leonardi, presidente dell’Associazione Italia Altrove Düsseldorf, con Luna di Miele; Monica Carcò Benassi, funzionaria internazionale alle Nazioni Unite, con Fiore di Loto; Gabriele Wenner, responsabile del Dipartimento di Pari Opportunità del Comune di Francoforte, con Beziehungsstatus; Ruth Führer, scrittrice e giornalista della Hessischer Rundfunk, con Ein Gutes Maftoul; Chiara Zilioli, direttrice generale dei servizi legali della Banca Centrale Europea, con Quote Rosa; Iris Klose, responsabile del protocollo della Fiera del Libro di Francoforte, con The Waste Land; Lucia Annibali, consigliera giuridica del Ministero delle Pari Opportunità, con Lo sapevano tutti; Rosemarie Hellig, assessora alle Politiche ambientali e alle Pari Opportunità della città di Francoforte, con Voodo Style; Tonia Mastrobuoni, corrispondente de La Repubblica da Berlino, con La Scientifica; Bärbel Schäfer, giornalista, autrice e presentatrice, con Meine Chanel; Samanta Cristoforetti, astronauta ESA, con K2; Ricarda Trautmann, criminologa, con Ein Kilo Zucker; Maura Misiti, autrice, con Femme Fatale; Paola Concia, assessora al Turismo e Rapporti internazionali della città di Firenze, con Tutto in Ordine; Jutta Ebeling, ex vicesindaco e assessora per l’Istruzione e le Pari Opportunità della città di Francoforte, con Liebe Luisella; e Serena Dandini con Quarto Stato.

Le storie, raccontate come un immaginario postumo, narrano di donne che non sapevano con chi avevano a che fare: donne fiduciose, coraggiose, piene di sogni, donne brillanti e con una carriera davanti, provenienti da diversi contesti e nate in diversi posti ma tutte accomunate dallo stesso tragico destino. Alcune di loro sapevamo di avere un mostro casa ma non sono state ascoltate, altre ci hanno convissuto per anni e non se ne sono mai accorte, altre ancora sono state uccise a causa delle circostanze della vita e dai loro sogni: tutte ammazzate per mano di un uomo di cui avevano fiducia.

Come spiega la stessa Dandini, "Tutti i monologhi di "Ferite a morte" ci parlano dei delitti annunciati, degli omicidi di donne da parte degli uomini che avrebbero dovuto amarle e proteggerle. Non a caso i colpevoli sono spesso mariti, fidanzati o ex, una strage familiare che, con un’impressionante cadenza, continua tristemente a riempire le pagine della nostra cronaca quotidiana. Dietro le persiane chiuse delle case italiane si nasconde una sofferenza silenziosa e l’omicidio è solo la punta di un iceberg di un percorso di soprusi e dolore che risponde al nome di violenza domestica. Per questo pensiamo che non bisogna smettere di parlarne e cercare, anche attraverso il teatro, di sensibilizzare il più possibile l’opinione pubblica".

L’evento, che si è tenuto al Künstlerhaus Mouson, ha fatto il tutto esaurito, 300 posti e un pubblico misto di italiani e tedeschi. La scena teatrale era sobria: ad accompagnare i reading uno schermo che mandava immagini di rose, uccelli, aerei e figure femminili di ginnaste, contorsioniste e ballerine, solitarie, in equilibrio e una musica iniziale rilassante. Le lettrici erano tutte vestite di nero e rosso.

Lo spettacolo – organizzato con il Patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berlino e grazie al lavoro dell’Associazione Italia Altrove Francoforte e alla cooperazione dell’Istituto Italiano di Cultura a Colonia, del Consolato Generale di Francoforte e dell’Ufficio comunale per le politiche femminili di Francoforte – ritorna per la seconda volta in Germania; la prima volta è stata a Düsseldorf, nel novembre 2016". (aise/dip) 

 

 

 

 

La presenza italiana all’Air Show ILA di Berlino (25-29 aprile 2018)

 

Berlino - Ha preso il via mercoledì 25 aprile presso il Berlin ExpoCenter dell’aeroporto di Schönefeld (Berlino), la 107esima edizione dell’Air Show ILA. La manifestazione, che si è chiusa domenica 29 aprile, è stata inaugurata dalla Cancelliera Angela Merkel, accompagnata dal Ministro dei Trasporti, Andreas Scheurer.

In occasione di ILA Berlino 2018, l’ICE Agenzia ha organizzato, in collaborazione con AIAD, una collettiva di 13 aziende provenienti da Campania (A.Abete srl, Intelligentia srl, Lead Tech srl, M.T.A. srl, Marotta srl, Metitalia srl, O.M.P.M. – Officina Meridionale di Precisione Meccanica srl, OMI – Officine Meccaniche Irpine srl, SMS Engineering srl) e da Puglia (Manufacturing Process Specifications srl, MTM Project srl, Novotech srl, Roboze srl). Mentre, complessivamente, sono 30 le aziende italiane che hanno partecipato alla ILA. Presente anche l’Agenzia Spaziale Italiana con un proprio stand.

Nella mattinata di giovedì, una delegazione del Ministero della Difesa, guidata dal Sottosegretario Gioacchino Alfano, ha incontrato le aziende italiane.

La partecipazione dell’ICE Agenzia a ILA Berlino 2018 è stata organizzata con fondi del Piano Export Sud II, programma pluriennale di promozione e formazione finanziato con fondi Ue.

La prima fiera aeronautica ILA venne inaugurata nel 1909, si tratta dunque dell´Air Show più longevo al mondo. Nel 2016 hanno partecipato 1.017 espositori, provenienti da oltre 40 paesi, che nei cinque giorni di fiera – di cui i primi tre dedicati solo ai professionisti e gli ultimi due aperti anche al pubblico – hanno presentato le più avanzate tecnologie nei molteplici comparti dell’industria aerospaziale.

Gli Organizzatori – l’Associazione dell’industria aerospaziale tedesca BDLI insieme alla Fiera di Berlino – hanno reso noto che per l’edizione 2018 hanno partecipato circa 1.100 aziende provenienti da 41 paesi e oltre 150.000 visitatori, tra operatori del settore e pubblico generico.

La manifestazione, sviluppata su 250.000 mq., di cui 50.000 al coperto, all’interno di quattro padiglioni settoriali, ha tenuto circa 60 conferenze, durante le quali sono stati presentati argomenti d'attualità dell’industria aeronautica ed aerospaziale mondiale.

Quest’anno, il paese ospite è la Francia, da cui sono attese personalità politiche di rilievo.

L’iniziativa – come l’intero progetto – è stata proposta nella prospettiva di agevolare l’internazionalizzazione di aziende subfornitrici sui mercati esteri anche per compensare la flessione del mercato interno.

In tal senso, la fiera ILA di Berlino – forte dell’esperienza maturata in 105 anni di attività – è servita alla presentazione all’estero delle imprese del comparto aeronautico e spaziale di dimensioni piccole e medie, provenienti dalle c.d. Regioni Meno Sviluppate (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sicilia), dimostrando capacità di attrazione per numerosi visitatori internazionali sia dai mercati dove si registrano maggiori dinamiche di sviluppo (MEDA e BRICS), che dai Paesi con consolidata cultura industriale (Unione Europea allargata) dove la nostra produzione di settore è apprezzata, anche a seguito di partnership e importanti acquisizioni societarie.

Inoltre, la manifestazione si è dotata di un sistema online - Virtual Market Place e International Suppliers Center, rispettivamente catalogo e piattaforma di B2B matching e workshop per le imprese della subfornitura nel settore aerospaziale, strumenti che hanno consentito agli operatori di presentare la propria offerta e di entrare in contatto con potenziali partner. De.it.press 30

 

 

 

 

Germania, un’economia per il domani. Nel nuovo modello “sociale” meno Pil e più sostenibilità

 

“Fuori dalla società della crescita? Un’analisi etico-sociale e una valutazione delle strategie di post-crescita”: si intitola così il documento di 94 pagine preparato da quindici esperti incaricati dalla Conferenza episcopale tedesca e presentato oggi a Monaco di Baviera. Cambio di parametri per un'economia sostenibile e una società più giusta - Sarah Numico

 

Un documento certamente denso e corposo quello presentato oggi in Germania, con l’intento di riprendere la riflessione su crescita economica e sviluppo sostenibile e tentare di delineare un nuovo profilo di sviluppo che sia “più sostenibile” di quanto previsto dalla dichiarazione di Rio del 1992 e presupposto della definizione degli Obiettivi di sviluppo del millennio. “Fuori dalla società della crescita? Un’analisi etico-sociale e una valutazione delle strategie di post-crescita” è il titolo assegnato alle 94 pagine preparate da quindici esperti incaricati dalla Conferenza episcopale tedesca e presenta oggi presso la Scuola superiore di studi filosofici di Monaco di Baviera.

Ambiti e criteri. Il testo riparte dall’analisi dei principi etici sottesi al modello sviluppo sostenibile (bene comune, diritti umani e giustizia) e del “paradigma della crescita” (come cresce l’economia, quali gli obiettivi e le varianti). Muovendo dalle argomentazioni di chi critica l’attuale modello di sviluppo che continua ad avere nel Pil e nel reddito pro-capite i parametri indiscussi di valutazione, lo studio definisce sfide, ambiti e criteri di una “modernizzazione socio-ecologica dell’economia e della società”.Il punto di partenza di tutta la riflessione sono, evidentemente, gli inviti offerti nella Laudato si’ a ripensare il modello economico attuale.

Un modello perfezionato. All’interno di questo percorso ben argomentato, gli studiosi tedeschi, coordinati da Johannes Wallacher, presidente della Scuola superiore di studi filosofici di Monaco di Baviera, propongono la “trasformazione eco-sociale” come un modello per così dire perfezionato di sviluppo sostenibile. In questo contesto indicano come prioritari tre requisiti. Il primo è la “responsabilità comune ma differenziata per lo sviluppo sostenibile” di cui parla la dichiarazione di Rio che però “non entra nel dettaglio di come gli obblighi connessi siano distribuiti”.

Nuovi protagonisti. Se il rimando solitamente è agli Stati nazionali, la solidarietà però è un principio che “impegna tutte le persone a difendere il bene comune e la giustizia”. Individui, attori e Stati con maggiori possibilità economiche, finanziarie, tecnologiche e politiche dovranno dare un contributo proporzionalmente maggiore allo sviluppo sostenibile. Un aspetto del contributo sarà “astenersi dal fare qualsiasi cosa che riduce il margine di manovra entro cui le popolazioni e i Paesi più poveri possono realizzare con le proprie forze passi di sviluppo” in senso sostenibile. Lo stesso ragionamento si applica alle aziende (multinazionali e non), alla società civile e agli individui. Quando chi sta economicamente peggio sperimenta che “l’intera società contribuisce con la propria quota al cambiamento richiesto, sarà disposto a collaborare”.

Misurare gli obiettivi. La trasformazione ha anche bisogno di “indicatori”. Il Pil “non è un indicatore sufficiente né della qualità della vita in generale, né della ricchezza economica in particolare”; ne occorrono altri che completino o sostituiscano il Pil nel misurare obiettivi sociali ed ecologici. Diversi sono i tentativi già compiuti per la definizione di nuovi indicatori: lo studio cita a titolo di esempio il percorso francese lanciato da Sarkozy nel 2008 con la “Commissione per misurare le prestazioni economiche e il progresso sociale”, o le proposte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico o ancora della Commissione europea con l’iniziativa “Beyond Gdp”, oltre il Pil, e infine l’indice di benessere (Nwi) sviluppato in Germania da Hans Diefenbacher e Roland Zieschank. Al netto dei limiti di questi opportuni tentativi, se però il discorso politico “continua a essere univocamente guidato dal Pil, qualsiasi indicatore alternativo”, completo o imperfetto che sia “non può svolgere la sua funzione orientativa”.Sviluppare e migliorare gli indicatori è importante ma occorre che diventino “parametri di riferimento vincolanti” e il Pil perda la sua prerogativa di parametro “dominante”.

 

Innovazione, formazione. Infine, perché il cambiamento di modello di sviluppo avvenga, c’è bisogno di sostenere l’innovazione. Innanzitutto tecnica e tecnologica, alla luce dei problemi ecologici globali, perché si “scorpori la crescita il più presto possibile dall’uso e dal consumo dell’ambiente”. Sostenere significa qui “un sistema di incentivi” per le aziende che pensano e applicano l’innovazione, e finanziamenti alle università e centri di ricerca indipendenti, misure e sistemi che è compito della politica progettare e mettere in atto. C’è però anche bisogno di “cambiamenti sociali e culturali” (forme alternative di consumo, organizzazione e produzione), che sono “il terreno e il punto di partenza per una riorganizzazione profonda della società nel suo complesso”. Anche qui è necessaria “l’azione lungimirante dello Stato” che le incentivi, le tuteli. C’è bisogno infine di sostenere l’innovazione nel settore della formazione. Puntualizzano gli studiosi: “Prepararsi per un lavoro futuro è importante, ma è solo un obiettivo educativo tra gli altri”. Una “formazione completa” permette “alle persone di trovare risposte creative alle sfide globali nel grande e nel piccolo, e di condurre una vita a giusta misura, che non soddisfa i propri bisogni a spese del benessere degli altri”.

Spiritualità e responsabilità. Come si diceva, il documento tedesco prende le mosse dall’invito di Papa Francesco nella Laudato si’ di “accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti”. Vengono quindi definite – ripercorrendo l’indice del testo – alcune “sfide della trasformazione socio-ecologica”, gli “ambiti d’azione” (clima, protezione della biodiversità, mobilità, consumi) e le implicazioni sociali di questa “modernizzazione ecologica”. Vengono poi offerte indicazioni sui temi della “responsabilità comune ma differenziata per lo sviluppo sostenibile”, degli “indicatori” per misurarlo e le “innovazioni tecniche e sociali” da sostenere. L’ultimo capitolo riguarda la “spiritualità e responsabilità delle comunità religiose” perché c’è bisogno di “motivazioni che non si limitino alle argomentazioni razionali-cognitive del tema, ma coinvolgano anche le dimensioni affettivo-emozionali e spirituali dell’azione umana”. Il documento completo è disponibile al seguente indirizzo web: https://www.dbk-shop.de/media/files_public/fcgyhsuhgiyc/DBK_1521.pdf  sir 20

 

 

 

 

UE. Politica di coesione, rischi per l’Italia da nuovo Quadro

 

Mentre l’Italia è alle prese con la formazione di un nuovo governo e si trova, quindi, in una situazione negoziale debole, la Commissione europea si appresta a presentare, il 2 maggio, il Quadro finanziario pluriennale (Qfp) per il prossimo ciclo di programmazione settennale. Sul futuro del bilancio dell’Ue pesano le nuove priorità di spesa relative a sicurezza, migrazioni e cambiamento climatico, ma soprattutto la Brexit. Se per il periodo 2014-2020 il budget ammontava a circa 150 miliardi di euro l’anno, corrispondente all’1% del Pil dell’Unione, l’uscita del Regno Unito comporterà un ridimensionamento delle risorse che oscilla tra i 10 e i 12 miliardi di euro in meno all’anno. A soffrirne saranno le politiche che storicamente hanno beneficiato di più dei finanziamenti: Pac e Politica di coesione.

Come ha scritto su AffarInternazionali il presidente Iai Ferdinando Nelli Feroci in vista di un dibattito sul Qfp il 17 aprile a Roma: “Si va consolidando l’idea che si debba partire dall’individuazione delle nuove priorità dell’Ue e che per queste nuove voci di spesa si debbano trovare adeguati finanziamenti. In un bilancio con risorse limitate, queste nuove spese dovranno essere compensate da riduzioni di spesa sulle politiche comuni più tradizionali, a partire da agricoltura e coesione (che oggi assorbono circa i due terzi del bilancio comune)”.

Gli scenari previsti dalla Commissione europea

Dei tre scenari previsti dalla Commissione, due prevedono un taglio netto del bilancio e sono quelli che l’Italia deve evitare. Oltre al mantenimento dello status quo (375 miliardi, pari al 35% del bilancio complessivo), i commissari potrebbero scegliere di ridimensionare le spese per la coesione di un quarto (95 miliardi in meno) o di un terzo del totale (124 miliardi in meno). La Politica di coesione, di cui beneficiano soprattutto le regioni del Mezzogiorno, diventa in questo senso una sfida d’interesse nazionale, e non solo europeo.

Di tutto questo si è discusso durante un seminario organizzato venerdì 20 aprile dalla Rappresentanza in Italia della Commissione europea a Palazzo Colonna a Roma: ‘La Politica di coesione verso il Quadro finanziario pluriennale post 2020’. Dopo l’introduzione di Beatrice Covassi, capo della Rappresentanza, sono intervenuti esponenti di diversi schieramenti politici del Parlamento europeo: Fabio Massimo Castaldo, vice presidente del Parlamento, Movimento 5 Stelle, Salvatore Cicu, membro della commissione REGI del Parlamento europeo e vice capo-delegazione di Forza Italia, e David Sassoli, vice-presidente del Parlamento europeo, Pd, oltre a Nicola de Michelis, capo gabinetto del commissario europeo per le Politiche regionali Corina Cretu.

Gli interventi di alti funzionari e parlamentari europei

“Negli ultimi due anni c’è stato un terremoto politico in Europa”, ha detto Nicola De Michelis nel suo intervento: “In grandi pezzi del Continente, gli europei si sono rivolti a forze euroscettiche. Lo abbiamo visto con la Brexit e da ultimo con le elezioni italiane”. Secondo De Michelis, nella proposta della Commissione la Politica di coesione avrà un ruolo centrale anche dopo il 2020: infatti, “è l’unico modo in cui si riesce a fare integrazione”.

Però, la distribuzione delle risorse dovrà riflettere un equilibrio diverso perché l’Europa è cambiata: “La relazione sullo stato della coesione dell’ottobre 2017 racconta una geografia drammatica. C’è un pezzo di continente ‘stucked in the middle’, incapace di competere a livello tecnologico e commerciale. Per queste territori dobbiamo pensare a nuove politiche di trasformazione industriale”. Nelle regioni, in Italia e in Europa.

Per Salvatore Cicu, il nostro Paese rappresenta l’anello debole della catena: “Siamo uno degli Stati culturalmente meno pronti al confronto europeo e a capire che cos’è l’Europa”. Quando si parla di coesione, secondo l’europarlamentare di Forza Italia, “il nostro sistema non c’è”. Se il Paese non realizza che la programmazione europea è fondamentale per innovazione e ricerca, perde anche nella dimensione di impresa. “Mi piacerebbe che a Roma si iniziasse a parlare di politica industriale e infrastrutturale”, ha affermato Cicu, “e si dedicasse più attenzione alla disoccupazione giovanile”.

“L’Italia è una penisola di mille chilometri con 60 milioni di abitanti”, gli fa eco David Sassoli. E questo non aiuta a “rendere la macchina del Paese capace di sfruttare tutto quello che ci viene offerto: il Sud non beneficia di quello che arriva anche per colpa nostra. Abbiamo bisogno di cabine di regia, a Bruxelles come in Italia, che siano il terminale del Paese in Europa”.

Fabio Massimo Castaldo, invece, ha suggerito di “forzare la mano sul tema delle risorse proprie”, altrimenti si rischia di dovere “mettere in discussione le politiche di coesione per come le abbiamo conosciute”. “La ripresa economica è timida e precaria e per portarla avanti bisognerebbe garantire la resilienza del sistema bancario”, ma chiedere agli Stati di aumentare i versamenti “potrebbe avvelenare il dibattito politico”.

Castaldo ha affrontato il tema della condizionalità, riferendosi in particolare ai fondi destinati ai paesi dell’Est Europa. “La condizionalità non può essere soltanto macroeconomica”, ma deve basarsi sul rispetto dei diritti e sui valori cardine dell’Ue. “O siamo un’Unione nella buona e nella cattiva sorte” ha concluso “o non siamo nulla. Senza principi perdiamo la ragione stessa di esistere”. Francesca Capitelli, AffInt 30

 

 

 

 

Corea. Kim e Moon: "La guerra è finita"

 

Un anno fa sarebbe stato impensabile. Eppure, tra la Corea del Nord e la Corea del Sud "non ci sarà più guerra". E' quanto annunciato in una dichiarazione congiunta dal presidente nordcoreano Kim Jong-un e il leader di Seul Moon Jae-in, che oggi si sono incontrati nel villaggio di di Panmunjom, in quello che passerà alla storia come lo storico vertice della pace tra le due Coree. "Non ci sarà più guerra nella Penisola coreana" hanno detto i due leader, sottolineando che "una nuova era di pace è iniziata".

"Siamo lo stesso popolo, con lo stesso sangue, che deve vivere unito", ha poi aggiunto Kim in conferenza stampa, parlando di "una nuova pagina". "L'intero mondo ci guarda - ha sottolineato - non ripeteremo gli errori del passato". Dal canto suo, il presidente sudcoreano Moon Jae-in ha ribadito che "non ci sarà più nessuna guerra nella penisola coreana, una nuova era di pace è iniziata".

L'INCONTRO DELLA PACE - Con l'incontro di oggi, Kim Jong-un è diventato il primo leader nordcoreano a mettere piede in Corea del Sud, attraversando la zona smilitarizzata che separa la penisola dalla fine della guerra di Corea nel 1953. Alle 9.30 del mattino ora coreana, le 2.30 di notte in Italia, in un momento ricco di simbolismo e sfarzo, il presidente sudcoreano Moon Jae-in e Kim si sono stretti la mano al confine, per poi dirigersi verso la Peace House, nel villaggio di Panmunjom, per avviare colloqui formali sulla denuclearizzare e la pace della penisola coreana.

I SORRISI, POI LA STRETTA DI MANO - Nelle immagini trasmesse in diretta straordinaria Kim, in uniforme militare nera, si dirige sorridente verso il presidente sudcoreano e dopo una calorosa stretta di mano fa un passo oltre il gradino di cemento che segna la linea di demarcazione verso il Nord. Poi, in un inaspettato fuori programma, si gira e indica il versante Nord invitando Moon a fare altrettanto.

Mano nella mano con Kim, anche il leader di Seul mette così piede oltre la linea del 38esimo parallelo, 'ricambiando' per un secondo la visita. La coppia sorridente è stata poi accolta da una picchetto d'onore che indossava costumi tradizionali coreani e suonava musica coreana prima di entrare nella Peace House. La prima sessione di colloqui è durata circa due ore e i due leader pranzeranno separatamente. Kim è tornato al Nord a bordo di una limousine nera e riattraverserà il confine nel pomeriggio per riprendere le discussioni. Al termine della giornata il leader nordcoreano parteciperà alla cena offerta da Moon, alla quale parteciperanno anche le rispettive mogli, Ri Sol-ju e Kim Jung-sook.

L'ALBERO DELLA PACE - I due leader hanno poi piantato assieme un albero - un pino del 1953 - lungo la linea di demarcazione militare coreana stabilita a seguito del cessate il fuoco alla fine della Guerra di Corea nel 1953. La terra e l'acqua utilizzate per l'operazione provenivano dalle zone a Nord e a Sud della linea di demarcazione. Durante la cerimonia, Kim è stato aiutato dalla sorella Kim Yo-jong a indossare i guanti bianchi e quindi - assieme al presidente Moon - ha gettato terra sulla base della pianta. "Questo è un posto carico di significato - ha sottolineato Kim durante la cerimonia - e in effetti è una nuova primavera che è arrivata al nord e al sud". "Spero - ha aggiunto - di trarre il massimo dalle opportunità della giornata di oggi e spero che assieme a questo pino possano fiorire le nostre relazioni".

DENUCLEARIZZAZIONE - Sul fronte della denuclearizzazione, un passaggio della dichiarazione congiunta sottolinea l'obiettivo comune di Sud e Nord "di realizzare una penisola coreana priva di nucleare attraverso una completa denuclearizzazione". Il presidente sudcoreano ha poi aggiunto: "Il presidente Kim Jong-un ed io abbiamo convenuto che la completa denuclearizzazione sarà raggiunta, e questo è il nostro comune obiettivo".

Gli esperti però sono cauti: "La Corea del Nord da tempo si è impegnata alla denuclearizzazione della penisola coreana, che non è la stessa cosa di un disarmo unilaterale", ha detto alla Cnn Vipin Narang, docente del Security Studies Program del Mit di Boston. Il professore ha ricordato che nella 'Dichiarazione di Panmunjon' "il linguaggio non è nuovo e deve essere trattato con cautela, nonostante l'importanza storica del vertice". Anche Mike Chinoy, analista dell'Us-China Institute dell'University of California, ha invitato alla cautela e a "non lasciarsi prendere dall'entusiasmo di fronte alle scene straordinarie a cui assistiamo, c'è ancora un lavoro enorme da fare prima che queste intenzioni divengano passi effettivi".

I due leader hanno fatto sapere che nel corso dell'anno firmeranno un trattato di pace per porre fine formalmente alla Guerra di Corea, a 65 anni dalla conclusione delle ostilità. Il documento, denominato 'Dichiarazione di Panmunjon per la pace, la prosperità e l'unificazione della penisola coreana' è stato presentato dopo la giornata di meeting e dopo una conversazione privata di 30 minuti da Kim e Moon.

'VEDIAMOCI PIU' SPESSO' - Nell'incontro, Kim ha sottolineato la necessità di incontrarsi più spesso ed "essere determinati a non tornare al punto di partenza. Ha anche detto di essere all'altezza delle aspettative e di voler creare un mondo migliore". Per contro, il presidente sudcoreano ha fatto sapere di avere in programma una visita a Pyognyang in autunno, per un secondo incontro con Kim.

TRUMP - A commentare il vertice anche il presidente americano Donald Trump: "Dopo un anno violento con lanci i missili e test nucleari, uno storico meeting tra Nord e Sudcorea sta avendo luogo in questo momento. Stanno accadendo cose positive, ma solo il tempo dirà!" si legge in un tweet. "La guerra di Corea finisce - ha rimarcato Trump -. Gli Stati Uniti, e tutto il suo grande popolo, dovrebbero essere orgogliosi di quanto sta accadendo ora in Corea". adnkronos

 

 

 

 

Prospettive di pace. Corea: fra denuclearizzazione e riunificazione

 

Il summit intercoreano di Panmunjom è stato uno di quegli eventi destinati ad entrare nella storia delle relazioni internazionali come uno spartiacque, anche se bisogna stare attenti a non farsi tradire dall’euforia del momento e da facili prospettive di pace.

L’incontro tra i leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, e della Corea del Sud, Moon Jae-in, nella zona demilitarizzata sul 38esimo parallelo è iniziato in maniera molto cerimoniale, esibendo da subito un alto valore simbolico e alcune sorprese. La prima è stata l’invito rivolto da Kim a Moon a sconfinare – per mano – in territorio nordcoreano, rompendo il protocollo ufficiale prestabilito. Con questo gesto, il leader di Pyongyang ha dimostrato di essere disposto a fare il primo passo verso la controparte sudcoreana a condizione di essere ricambiato, anche se ciò dovesse significare un’eccezione agli accordi prestabiliti e alle aspettative generali.

Il momento più importante è stato quello della dichiarazione congiunta al termine dell’incontro, con cui veniva annunciata la fine delle ostilità e la volontà di iniziare il processo di denuclearizzazione della penisola coreana.

Il futuro della penisola

Cosa ci si può aspettare da questo summit? Probabilmente una cessazione delle ostilità con una relativa apertura commerciale e una liberalizzazione graduale dell’economia nordcoreana. Quest’ultimo passaggio è utile ad entrambe le parti, perché rappresenta una nuova opportunità per la crescita economica di Seul e, allo stesso tempo, una possibilità di sviluppo per Pyongyang, che consentirebbe alla Corea del Nord anche di emanciparsi dall’egemonia cinese. Quello che rimane da vedere è se le sanzioni commerciali delle Nazioni Unite contro Pyongyang attualmente ancora in vigore verranno presto sollevate.

La questione centrale del summit rimane comunque la denuclearizzazione, obiettivo comune da raggiungere nella penisola, secondo la dichiarazione finale di Panmunjom. In aggiunta a ciò, il 29 aprile – due giorni dopo il summit – Kim Jong-un ha annunciato di voler chiudere entro maggio il sito per i test nucleari di Punggye-ri. Nonostante ciò, la denuclearizzazione totale rimane un obiettivo difficile da centrare.

Prima di tutto perché non potrà mai essere una concessione unilaterale di Pyongyang, come auspicato dagli Stati Uniti; e anche perché, per i nordcoreani la denuclearizzazione della penisola significa anche la rimozione dell’ombrello nucleare degli Stati Uniti da tutta la regione del nordest asiatico.

Una richiesta impossibile perché causerebbe uno squilibrio di potere a favore di Cina e Russia, influendo negativamente sulla posizione strategica di Washington e sull’equilibrio geopolitico nei confronti di Giappone e Taiwan. Peraltro, una rinuncia totale all’atomica da parte di Kim, dopo gli enormi sacrifici sostenuti per acquisire il potere deterrente nucleare, potrebbe causare una destabilizzazione politica interna pericolosa per la sopravvivenza stessa del regime.

Modello iraniano?

Il punto cruciale che resta da chiarire è la roadmap dell’eventuale piano di denuclearizzazione, che non è stata specificata in nessuna maniera nella dichiarazione di Panmunjom. Uno dei nodi da sciogliere è se la denuclearizzazione debba avvenire solo dal punto di vista militare, come nel caso dell’accordo raggiunto dall’amministrazione Obama e dai partner dell’Unione europea con l’Iran (Joint Comprehensive Plan of Action) ed oggi duramente attaccato e messo in forse da Donald Trump.

L’unica certezza è l’attuale insostenibilità economica del programma nucleare nordcoreano, che ha sottratto risorse molto importanti allo sviluppo del Paese. Tuttavia, per poter fare delle previsioni accurate, è necessario aspettare l’esito del prossimo summit tra il presidente statunitense Trump ed il leader nordcoreano Kim, che in questi giorni dovrebbe intanto presentare un piano preventivo per la denuclearizzazione del proprio Paese.

L’esito di tale incontro, da tenersi fra maggio e giugno (e per cui Trump ha proposto proprio il Palazzo della Pace di Panmunjom), non è per niente scontato, considerando l’instabilità dimostrata finora dall’ amministrazione statunitense in questioni di politica estera e il mancato rispetto degli accordi internazionali da parte di Kim – l’ultimo in ordine di tempo nel 2012, quando effettuò un test balistico di larga distanza poche settimane dopo aver firmato una moratoria sugli esperimenti nucleari in cambio di concessioni e aiuti economici significativi -.

Un’unione che non s’ha da fare

Quello che molto sicuramente non accadrà è la riunificazione delle due Coree, come ventilato in questi giorni da alcuni osservatori che proponevano un’analogia con la Germania. Per quanto suggestivo, il paragone non regge per vari motivi. Anzitutto, perché la Germania era supportata dall’Unione sovietica, che alla fine degli anni Ottanta era ormai sul punto di collassare, quindi non più in grado di sostenere la sua sfera di influenza geopolitica. La Corea del Nord, al contrario, è sostenuta dalla Cina che ormai si appresta a superare gli Stati Uniti come prima economia mondiale.

In secondo luogo, al momento, l’unificazione delle due Coree non conviene a nessuno dei loro vicini. La Cina ha bisogno della Corea del Nord come stato cuscinetto per mantenere una separazione territoriale netta tra il suo confine e la Corea del Sud, che è sede di un ampio schieramento militare statunitense. Il Giappone, avversario storico della Cina e della Corea, ma in seguito alleato della Corea del Sud, non ha nessun interesse in vedere espandersi la concorrenza regionale in campo economico e manifatturiero come conseguenza della riunificazione coreana.

Terzo, gli Stati Uniti non permetterebbero un alienamento politico di Seul verso la sfera di influenza cinese, che, diventando la prima economia mondiale si appresta anche a vestire i panni di un partner commerciale di alto valore. Inoltre, l’unione delle due Coree potrebbe causare degli scompensi al sistema economico e sociale interno dei due Paesi, dovuto alla riorganizzazione politica del nuovo Stato.

Infine, chi ha guadagnato più di tutti da questo summit è stato di certo il leader nordcoreano, che è riuscito a proiettare una nuova immagine di sé e del suo Paese, sfatando il mito del leader autocratico, totalitario e irrazionale. Il solo fatto di avere violato un tabù storico, come quello di uscire dal proprio Paese per affrontare le negoziazioni su un tema così complicato come quello della pace tra le due Coree e della denuclearizzazione della penisola, ha fatto guadagnare a Kim Jong-un moltissimo in termini di credibilità, un capitale politico. Pierfrancesco Moscuzza, AffInt  30

 

 

 

 

Educatori cercasi per giovani allo sbando

 

Troppi i casi di bullismo a scuola e nella vita. Ragazzi violenti a volte difesi e giustificati dai genitori. Alcune ricette per educare o rovinare un figlio

 

  Ogni giorno veniamo a sapere di ragazzi che minacciano, picchiano ed insultano coetanei, professori, sconosciuti incontrati per strada, parenti e vicini di casa. Fatti deplorevoli che sgomentano soprattutto perché, spesso, non sono puniti dai genitori che, anzi, trovano sovente alcune scusanti o si oppongono alla pena inflitta ai figli. Come successo all'Istituto Tecnico Commerciale di Alessandria dove gli studenti che avevano legato ed insultato la maestra furono costretti a svuotare i cestini dei rifiuti nelle varie aule. Punizione considerata “troppo umiliante” dai loro familiari.

  I quali, a volte, non solo contestano la punizione data dai professori o dalla polizia, ma non castigano i figli, anche se veramente colpevoli di bullismo. Come successo nell’Itc Carrara (Istituto Istruzione Superiore Carrara) di Lucca dove sei alunni hanno obbligano il professore ad inginocchiarsi, offeso con insulti anche volgari e diffuso il video fatto da uno di loro. Filmato che li ha fatti indagare dalla Polizia e punire con la bocciatura scolastica ed una sospensione di 15 giorni, benché si fossero apparentemente pentiti.

  Per fortuna, ne è conseguita, nella Questura di Lucca, una riunione tra questore, provveditore agli studi, comandante dei Carabinieri e dirigenti scolastici per annientare il bullismo o, quanto meno, ridurlo “con il concreto apporto degli operatori di Polizia la cui presenza potrà essere richiesta… anche durante lo svolgimento delle lezioni”. Si vuole rendere consapevoli i ragazzi “delle conseguenze negative delle prevaricazioni nei confronti di coetanei e docenti”. Anche se il colpevole si è pentito e ha chiesto scusa, come ha fatto uno studente di Lecce che aveva preso a calci e minacciato con una sedia un compagno diciasettenne.

  Sappiamo che il bullismo è perpetuato intenzionalmente contro chi è più debole, per fargli male, psicologicamente o fisicamente, e per dominarlo. Non a caso avviene principalmente negli asili nido ed orfanotrofi, dove spesso dura a lungo, a causa della disuguaglianza di sesso, di forza fisica, di età e di mancanza di protezione genitoriale. Prepotenze effettuate in modi diversi, ma anche portando via oggetti o merende che appartengono alla vittima, non permettendo di giocare con loro oppure diffondendo pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Il che comporta sofferenza e perdita di autostima. Soprattutto se i compagni assistono e non intervengono e, magari, ridono.

  Ovvio che, se non si corre subito ai ripari, diventerà sempre più difficile annientare il bullismo in Italia, ove è molto diffuso, e soprattutto ridare fiducia in se stessi a chi ne è stato soggetto, soffrendone fisicamente e psicologicamente, spesso per settimane, mesi, persino anni. Ma anche per far rinascere quel rispetto degli altri che tutti dovrebbero avere. Necessario, quindi, che professori e compagni, qualora le violenze siano avvenute a scuola, prendano provvedimenti. Soprattutto ne sono responsabili, se sono a conoscenza dei fatti, quei genitori che non li fermano, non li sorvegliano, non spiegano le regole del vivere civile.

  Ben vengano, quindi, eventuali norme più severe contro i bulli ed una maggiore tutela degli insegnanti, anche con telecamere nelle classi o per strada. Modifiche che non bastano per eliminare del tutto il bullismo. Occorre soprattutto che i genitori prendano coscienza delle loro responsabilità per una buona crescita dei figli. Educarli è, infatti, il loro “primo ed irrinunciabile compito” che deve iniziare subito, non sgridandoli se sbagliano o punendoli, ma facendo capire loro che hanno commesso un errore. Necessario anche non viziarli, accontentandoli tutte le volte; né dire sempre “si” alle loro richieste, di fronte alle quali comunque padri e madri devono concordare.

  E neppure serve raccontare bugie, ma piuttosto essere sinceri; non dire “vai in chiesa” ma “andiamo insieme”, perché ciò li spingerà ad amare in ugual modo Dio ed i genitori. Necessario che siano pazienti nei loro confronti in quanto i risultati dell’educazione si appureranno dopo e spesso saranno differenti da quelli previsti.

  Ovviamente possono sgridare però senza deprimere i figli, dato che gli insulti non aiutano a crescere. Queste alcune regole fondamentali per educare bene la prole, evidentemente non sempre praticate. A giudicare dalle cronache quotidiane.

  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Le esteriorità

 

Dopo i risultati elettorali che hanno reso impossibile il varo di un Esecutivo di “maggioranza”, c’è chi assicura che il “peggio” sia passato. La notizia, pur se intercalata da eventi della più contrastante natura, continua a essere all’ordine del giorno. In un Paese, com’è il nostro, d’illusioni non se ne può permettere più nessuno. Le forze sociali hanno smarrito la via della concertazione e la gente, anche quella più “comune”, non riesce a trattenere l’amarezza verso una classe politica inadatta nell’assumere precisi impegni nei confronti di un Popolo che è ridotto a subire “tutto”, senza ottenere”nulla”.

 

Anche quest’anno non sembra quello giusto per la “ripresa nazionale”. Pure sotto il profilo politico. Oltre gli aspetti ufficiali, che rispettiamo, ci sarà poco da “sperare”. La governabilità resta la prima donna di questo Paese che sarebbe meno “sfortunato” se fosse guidato da uomini svincolati da una politica compiacente.

Quando il compromesso vince sulla comprensione e una Legge Elettorale genera confusione, allora c’à da chiederci se non si stiano spossando le premesse per un’eventuale ripresa.

 

 La difficoltà a far fronte ai comuni impegni della vita politica la dice lunga sulle reali condizioni della Penisola. E’inutile tentare d’illudere chi ha già toccato il “fondo”. Le dispute politiche non hanno mai risolto. Ancora una volta, fare il Parlamentare resterà un “mestiere” assai ben remunerato, ma senza vantaggi concreti per il Popolo degli elettori anche a causa di una legge elettorale cervellotica che da essere rivista. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Verso il governo. Il prezzo da pagare

 

Mai in Italia per fare un governo si è profilata l’ipotesi di un governo formato da forze antagoniste. Mai si è giocata in tre una partita che abitualmente viene giocata in due - di Pierluigi Battista

 

Si parla della base di tutti i partiti in rivolta, dei nervi di elettorati frastornati e sgomenti, che cedono di schianto e si sfogano nella collera e nel dramma. Del popolo del Pd che soffre per la ventilata alleanza con i 5 Stelle, quello del 5 Stelle che rumoreggia per la sola ipotesi d’accordo con il Pd, e quell’altra parte dello stesso popolo infuriato per l’asse con la Lega, e il popolo della Lega disgustato dalla prospettiva di un governo con i 5 Stelle, e quello di Forza Italia in ebollizione indignata con tutti, persino con il suo leader che ha perso lo scettro e il tocco magico. Un vortice psicodrammatico che coinvolge e travolge tutti i partiti e le coalizioni, a destra a sinistra e al centro: noi a braccetto con quelli, l’odio che deve trasformarsi in collaborazione, l’insulto in attestati di stima, la guerra in idillio? Ma si capisce: l’Italia sta conoscendo un assoluto inedito della sua storia politica, qualcosa di mai visto e mai vissuto che genera inevitabilmente ansia, disorientamento, paura dell’ignoto. Mai in Italia per fare un governo si è profilata l’ipotesi di un governo formato da forze antagoniste. Mai si è giocata in tre una partita che abitualmente viene giocata in due.

Se i partiti stanno alla paralisi non è solo perché siano inetti. È soprattutto che quando ci sono tre poli e nessuno ha i numeri sufficienti per governare da solo non ci sono alternative: o almeno due dei tre si mettono d’accordo per formare un governo oppure non si formerà alcun governo. Questo è il dilemma del tutto inedito nella storia dell’Italia repubblicana. Colpa della legge elettorale? Certo, però gli esperti dicono che con questa tripartizione non avremmo maggioranza con nessuna legge elettorale. Ma si dice: niente di inedito, invece, anche nella Prima Repubblica si formavano governi di coalizione. Paragone molto debole: in passato i partiti che collaboravano (quattro o cinque, ma sempre attorno al perno della Dc) non erano antagonisti tra loro, come accade adesso, non si facevano una guerra spietata con contorno di insulti, come accade adesso, non appartenevano a mondi contrapposti e ostili, come accade adesso. Non è mai accaduto, per fare qualche esempio, che i repubblicani marcassero la loro irriducibile e veemente diversità con i socialdemocratici, o i liberali che considerassero un pericolo per la democrazia la Dc, per poi collaborare con lo Scudo Crociato come se nulla fosse. Ci si alleava tra simili, o almeno tra compatibili. E l’elettorato lo sapeva, e non si sapeva tradito quando il Parlamento era insediato. L’identità stessa dei singoli partiti non veniva messa in discussione nelle alleanze tra diversi che non vivevano in un clima di inimicizia assoluta. E quando si prefiguravano grandi cambiamenti, i processi politici duravano anni prima di maturare, come accadde con il passaggio dal centrismo al centrosinistra, oppure negli anni turbolenti dell’unità nazionale e delle ipotesi di «compromesso storico».

Oggi è tutto diverso, perché se almeno due su tre devono mettersi d’accordo tra di loro, bisognerà per forza rinfoderare le armi che sono state sguainate nel corso degli anni: qualunque governo si faccia, ammesso che se ne faccia uno, la premessa non può che essere il sacrificio delle identità. Bisognerà dimenticare gli insulti, le reciproche derisioni dei programmi, seppellire le armi. Non c’è scampo: se si vuole un governo occorre prima di tutto governare la propria ira. L’alternativa c’è. Si chiama: nessun governo.

Del resto, la forza di una classe dirigente è anche quella di saper andare contro l’ira, legittima, rispettabile, giustificata, della sua base. De Gaulle non avrebbe chiuso la guerra d’Algeria senza urtare la suscettibilità del suo popolo, il vituperato Sharon sfidò le lacrime e il sangue di Israele smantellando gli insediamenti ebraici a Gaza, e tornando a casa nostra Berlinguer e Moro hanno affrontato per anni i malumori del popolo comunista e di quello democristiano in vista di uno scopo non realizzato ma tutt’altro che banale. Tutti avevano un obiettivo preciso, e il prezzo da pagare era commisurato alla convinzione di perseguirlo. Se si vuole perseguire l’obiettivo di formare un governo qualcuno, almeno due su tre, deve dimostrare di essere in grado di saper pagare quel prezzo. Oppure no. Ma allora niente governo. Tertium non datur. CdS 27

 

 

 

Pagamento delle prestazioni all’estero. Avvio della seconda fase di accertamento dell’esistenza in vita

 

ROMA – “Si fa seguito a quanto previsto con il messaggio n. 3378 del 30 agosto 2017 per comunicare che è stata avviata la seconda fase dell’accertamento dell’esistenza in vita per i pensionati residenti in Sud America, Centro America, Nord America, Asia, Estremo Oriente, Paesi Scandinavi, Stati dell’Est Europa e Paesi limitrofi precedentemente esclusi”. Con questa nota del 6 aprile 2018 l’Inps ha dato avvio alla seconda fase di accertamento dell’esistenza in vita per gli anni 2017 e 2018.

“I soggetti ai quali Citibank invierà la richiesta di attestazione dell’esistenza in vita - prosegue il messaggio dell’Inps - sono stati individuati dalla stessa Citibank; infatti, poiché tale verifica generalizzata è condotta da Citibank quale soggetto contrattualmente preposto a tale servizio, i criteri adottati per la suddivisione per aree geografiche non potranno che essere riferiti ai dati di residenza registrati negli archivi della banca stessa. Al riguardo, si specifica che in questa ulteriore fase della verifica sono stati compresi anche i seguenti gruppi di pensionati: 1)beneficiari di pensioni di nuova liquidazione non compresi nella prima fase dell’accertamento; 2) soggetti esclusi dalla precedente fase della verifica in quanto residenti nelle sopra indicate aree geografiche non comprese nel primo blocco dell’accertamento (ad esempio, Brasile) e successivamente trasferitisi in Paesi oggetto di controllo nella prima fase (ad esempio, Francia). Inoltre, per evitare la reiterazione dell’invio delle richieste di attestazione dell’esistenza in vita, sono stati esclusi i soggetti che nel corso delle due fasi hanno variato il proprio domicilio e che sono già stati sottoposti a verifica nella prima fase”.

“Come di consueto, - ricorda l’Inps - i moduli standard e alternativi di attestazione dell’esistenza in vita, una volta compilati dai pensionati e controfirmati da un testimone accettabile unitamente alla documentazione di supporto, dovranno essere inviati alla casella postale “PO Box 4873 Worthing BN99 3BG, United Kingdom”. Inoltre, potranno essere spediti al suddetto indirizzo anche eventuali certificazioni di esistenza in vita emesse da Enti pubblici locali, a condizione che le medesime costituiscano valida attestazione dell’esistenza in vita ai sensi della legge del Paese di residenza del pensionato. In tali casi, per facilitare la gestione delle procedure di validazione dell’attestazione, è necessario che le certificazioni rilasciate da Autorità locali siano inviate a Citibank unitamente al modulo di attestazione dell’esistenza in vita predisposto dalla stessa Citibank compilato dal pensionato. Considerati i tempi necessari per il recapito delle richieste di attestazione, ed al fine di assicurare ai pensionati un lasso di tempo adeguato per adempiere all’onere di produrre la prova di esistenza in vita, le attestazioni dovranno pervenire a Citibank entro i primi giorni di luglio 2018 (anziché entro i primi giorni di giugno 2018, come inizialmente previsto al punto 3 del predetto messaggio n. 3378/2017). Il pagamento della rata di agosto 2018, per coloro che non attestassero l’esistenza in vita nel predetto termine, avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza e, in caso di mancata riscossione personale entro il giorno 19 agosto,il pagamento della pensione sarà sospeso a partire dalla rata di settembre 2018.

Nei casi in cui non sia possibile disporre il pagamento presso le agenzie Western Union del Paese di residenza, i pagamenti delle pensioni intestate a soggetti che non avranno prodotto la prova di esistenza in vita entro i primi giorni di luglio saranno sospesi a partire dalla rata di agosto 2018”.

In risposta alle numerose richieste di chiarimento pervenute dai Patronati l’Inps ricorda inoltre che “in attesa che vengano recapitate le comunicazioni personalizzate di attestazione dell’esistenza in vita ai pensionati coinvolti nella seconda fase della verifica, gli operatori di Patronato abilitati da Citibank al “Portale Agenti” possono già generare autonomamente il modulo standard e quello alternativo per la prova di esistenza in vita e caricare direttamente sul sistema informatico di Citibank le copie in formato elettronico dei moduli debitamente completati e sottoscritti dai soggetti interessati e, a seconda dei casi, della documentazione di supporto. Inoltre, gli operatori di Patronato abilitati potranno caricare a sistema anche le certificazioni di esistenza in vita emesse da Enti pubblici locali, a condizione che le medesime costituiscano valida attestazione dell’esistenza in vita ai sensi della legge del Paese di residenza del pensionato”. Riguardo ai pensionati residenti in Canada, Stati Uniti, Australia e Regno Unito L’Inps sottolinea “che saranno accettate da Citibank le attestazioni di esistenza in vita prodotte in forma telematica dagli operatori di Patronato che, previa verifica da parte della Banca del possesso della qualifica di testimone accettabile, sono autorizzati ad accedere alle specifiche funzionalità del portale predisposto dalla stessa Citibank. Analogamente, costituiranno valida prova dell’esistenza in vita le attestazioni inviate tramite portale web dai funzionari delle Rappresentanze diplomatiche italiane indicati dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, autorizzati ad attestare l’esistenza in vita dei pensionati. Per tutto quanto non specificato nel presente messaggio, l’Inps rinvio alle indicazioni riportate nel citato messaggio n. 3378/2017. (Inform 23)

 

 

 

Smog uccide 7 milioni di persone l'anno

 

Ogni anno circa sette milioni di persone muoiono a causa dell'aria inquinata. E' quanto rileva un rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità secondo cui solo l'inquinamento ambientale ha provocato circa 4,2 milioni di morti nel 2016, mentre l'inquinamento domestico, dovuto all'utilizzo di tecnologie inquinanti, ha provocato 3,8 milioni di morti nello stesso periodo. In particolare, dallo studio emerge che i livelli di inquinamento atmosferico rimangono pericolosamente alti in molte parti del mondo e che 9 persone su 10 respirano aria inquinata.

Oltre il 90% dei decessi correlati all'inquinamento atmosferico si verificano nei paesi a basso e medio reddito, principalmente in Asia e in Africa, seguiti dai paesi del Mediterraneo orientale, Europa e Americhe. L'Oms riconosce l'inquinamento atmosferico come un fattore di rischio critico per le malattie non trasmissibili (NCD) ed è causa del 24% di tutte le morti per attacco cardiaco, del 25% degli ictus, del 43% delle morti per malattie polmonari ostruttive e del 29% dei tumori al polmone.

"L'inquinamento atmosferico minaccia tutti noi, ma le persone più povere e più emarginate sopportano il peso maggiore", ha dichiarato il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. "È inaccettabile che oltre 3 miliardi di persone, per la maggior parte donne e bambini, respirino ancora ogni giorno fumi tossici usando stufe e combustibili inquinanti nelle loro case. Se non intraprendiamo azioni urgenti, non raggiungeremo mai l'obiettivo di uno sviluppo sostenibile". Adnkronos 2

 

 

 

 

 

Ha vinto il buon senso

 

Prima d’esporre il nostro pensiero, accenniamo che l’attuale Esecutivo è d’emergenza e, come tale, è da valutare. Tuttavia, di là da ogni assennata riflessione politica, ci preme evidenziare alcune considerazioni d’ordine pratico che riteniamo interessanti; anche perché è stata una democratica manifestazione politica/parlamentare a consentire il “varo” della nuova legge elettorale che il Capo dello Stato ha promulgato senza rilievo alcuno.

 

Certo è che la politica futura dovrà trovare nuovi motivi di dialogo e di contatto. Perché quello che ha visto la luce non si può definire un Governo ”forte”. Del resto, i“ricatti” di Poltrona sono finiti con la Seconda Repubblica. Il tempo per superare la delicata realtà nazionale c’è. Restano, però, da rafforzare le condizioni per una franca intesa anche sul fronte delle riforme. Per generare lavoro, servono gli investimenti e questi dipendono dalle garanzie che l’Esecutivo avrà la forza d’investire per sanare, prima di tutto, la cosa pubblica. Del resto, proprio perché ci sono ancora troppi “Profeti” in Patria, ci sembra meglio evitare esternazioni che non troverebbero raffronti entro breve tempo.

 

   Anche con l’avvento di questo Governo, l’onestà, personale e di partito, resta la migliore occasione per ridare fiducia al Paese. Riconosciamo che molto resta da fare, ma siamo convinti che questa possa essere la volta buona.

 Il buon senso, che è saggezza di un Popolo, ha da differenziarsi da posizioni solo in apparenza “alternative”. La Penisola ha bisogno di certezze. Lo scriviamo persuasi che l’onestà politica esista ancora. L’etica, se non la coscienza individuale, prevarrà. Dopo il disorientamento e tante, forse troppe, prese di posizione, l’Italia ritroverà il suo ruolo di Paese e di Popolo. Perché l’onestà, nel suo complesso, non ha un profilo politico predefinito. E’ questo convincimento che rafforza quello che potrebbe essere il compito di questo Governo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Celebrata al Maeci la Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo

 

ROMA- Si è svolta alla Farnesina “la Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo” e l’inaugurazione della Mostra “Italia: la bellezza della conoscenza”, promosse dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. I lavori della conferenza sono stati introdotti dal viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Mario Giro e dal ministro dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca, Valeria Fedeli.

La sessione inaugurale è stata moderata dal Direttore Generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese, Vincenzo De Luca, che ha segnalato i 100 gli eventi in corso nei 50 paesi coinvolti, in occasione di questa giornata e ha ringraziato la Ministra Fedeli che ha voluto promuovere questa giornata in corrispondenza della data di nascita del genio, Leonardo da Vinci. Il Direttore ha spiegato che in questi giorni in tutto il mondo si terranno eventi per promuovere la ricerca italiana e che la mostra “Italia: la bellezza della conoscenza” sarà presentata anche in India, in Egitto e a Singapore, oltre che ovviamente a Dubai in occasione di Expo 2020.

Un video poi dà il via ai lavori. “Noi italiani da sempre saliamo sulle spalle dei giganti- recitano le parole di questa clip introduttiva- e da lì si vede oltre, si intuisce il mondo che verrà così che poi si possa realizzarlo per il bene di tutti”.

La parola è poi passata alla Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli: “Sono contenta e onorata di inaugurare la prima edizione della Giornata della ricerca e della creatività italiana nel mondo, che abbiamo particolarmente voluto come Ministero, per promuovere il lavoro delle nostre ricercatrici e dei nostri ricercatori e per divulgare i risultati delle ricerche che sono avvenute e quelle che ancora ci auguriamo arriveranno. Penso che questa giornata, la cui istituzione veniva annunciata qui il 5 febbraio scorso, deve diventare un appuntamento nel quale facciamo il punto su dove siamo arrivati e su come andare avanti. Questo mi pare il punto vero del significato dell’istituzione di quest’incontro. Abbiamo scelto il 15 aprile non a caso, la data di nascita del maestro Leonardo da Vinci, uno dei più celebrati artisti e scienziati italiani nel mondo, la cui vita e storia scientifica rappresentano un patrimonio per l’intera umanità. Il nostro Paese – ha aggiunto la ministra - deve dire grazie alle nostre ricercatrici e ai nostri ricercatori. La loro eccellenza ci ha portato ad emergere in contesti internazionali. Pensiamo a ciò che ha significato per la ricerca italiana il conferimento del Premio Nobel per la fisica 2017… Era italiano anche ad Alberto Giazotto uno dei due papà di virgo costruito alle porte di Pisa a Cascina, per il quale abbiamo proposto un riconoscimento alla memoria. Uno dei punti di forza della nostra ricerca – ha continuato la Fedeli - è rappresentato dai nostri ricercatrici e i nostri ricercatori, che sono eccellenti sia nel numero che nella qualità delle pubblicazioni scientifiche, sia nel vincere i bandi che sono tra i più prestigiosi. Siamo ottavi al mondo per numero di pubblicazioni scientifiche con una media di citazioni comparabile a quella di Germania e Francia e sono lieta di dirvi che la componente femminile di personale di ruolo è aumentata significativamente nell’ultimo decennio. Oggi la consapevolezza di quanto valga e pesi la ricerca è aumentata e gli ultimi governi hanno riconosciuto il valore non solo a parole ma incrementando le risorse a questo settore destinate. Certo, nonostante questo, dobbiamo sapere che dobbiamo fare molto in termini di investimenti in ricerca e sviluppo, rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea e ai principali paesi Ocse. Dobbiamo sapere che gli investimenti devono essere costanti e strutturali”. “Pochi giorni fa con i ministri Madia, Calenda, Galletti, Lorenzin – ha ricordato la Ministra - abbiamo firmato il decreto che sblocca l’assunzione di ricercatori e ricercatrici precari. Anche questo, volendo investire nella ricerca, è un altro tassello necessario in un percorso di stabilizzazione. Io credo sia stato un passo importante e giusto. A fine febbraio scorso abbiamo avviato il piano straordinario di reclutamento per le ricercatrici e i ricercatori: si tratta di 1305 posti per i ricercatori destinati all’università e di altri 308 posti a tempo indeterminato per gli enti di ricerca vigilati dal Miur. A ciò si aggiunge il bando PON di dieci milioni, che consentirà altri 600 posti di ricercatori di tipo A per gli atenei meridionali, per rendere gli interventi nel mezzogiorno e del Paese intero alla pari. Gli interventi messi in campo riguarderanno dunque nel complesso oltre 2200 tra ricercatrici e ricercatori. Investire su sapere e ricerca significa offrire davvero e concretamente un futuro di qualità alle nuove generazioni e al nostro Paese”. La Ministra è passata poi a parlare delle risorse: “200.000 euro annui finanziati dai fondi dei capitoli di competenza del Miur. Si è parlato molto di un sistema più incentivante per chi vuole tornare in Italia, perché la dimensione di internazionalità, che connota questo campo, deve essere una scelta, un’opportunità, non una via obbligata né una costrizione. Uno degli obiettivi verso il quale abbiamo stimolato le università è quello dell’attenzione alle giovani e ai giovani, alle docenti e ai docenti. Per questo abbiamo investito nel triennio 22.200 milioni e contestualmente sono aumentati gli incentivi per le chiamate di docenti dall’estero. Dal 2004, anno della sua istituzione, il programma Rita Levi Montalcini è diventato punto riferimento importante per i giovani ricercatori italiani all’estero e uno strumento di reclutamento per università grazie a uno stanziamento annuo pari a cinque milioni”.

“Nel quadro delle iniziative volte a promuovere la comunicazione scientifica e tecnologica bilaterale – ha continuato la Ministra - vorrei segnalare due importanti iniziative del Miur: la prima è l’ottava edizione della settimana dell’innovazione Italia-Cina, che si è svolta a novembre 2017 a Pechino, e che ha visto una partecipazione record da entrambi le parti con oltre 1300 partecipanti di cui 350 italiani, tra enti di ricerca, università e imprese e che ha sancito il partenariato tra Italia e Cina. La seconda è un’iniziativa originale e ambiziosa volta alla collaborazione in ambito scientifico con l’Iran. Il forum bilaterale su scienza, tecnologia e sviluppo, svoltosi a Teheran l’aprile scorso è stata una prima assoluta che ha visto confluire dall’Italia più di 100 soggetti. Inoltre Euroscienze Open Forum ha designato Trieste capitale della scienza europea 2020. La città ospiterà nel 2020 l’evento biennale scientifico più importante d'Europa. L’Italia è l’unico paese ad aver ricevuto due volte questo riconoscimento”.

A seguire interviene il Viceministro Mario Giro: “Ci stiamo rendendo conto da qualche anno di quanto sia importante che anche la ricerca faccia parte di quest’estroversione italiana che i governi della legislatura precedente hanno sostenuto. Noi abbiamo terminato e quindi possiamo parlare al passato di quello che abbiamo fatto. Manca ancora molto ma ci siamo resi conto che da tutti i punti di vista, sia da quello commerciale che da quello culturale, che dal punto di vista della cooperazione allo sviluppo e della ricerca scientifica, c’è tanta Italia di cui nel mondo c’è bisogno. Questo ha fatto sì che abbiamo realizzato molto in questo senso, ma sappiamo bene che non è sufficiente. Sappiamo che dovremo aumentare tantissimo gli investimenti anche quanto a spesa sul PIL. Siamo ancora sotto l’1%, quindi non è sufficiente. Anche Leonardo – ha continuato Giro - è stato un cervello in fuga, è andato via ed è morto in Francia. Noi vogliamo che si passi da un’idea di cervelli in fuga a un concetto di circolarità. Sappiamo che non possiamo tenere tutto in Italia. L’Italia non ha tutte le competenze. C’è anche una ricerca che bisogna sviluppare altrove, Non tutti devono restare nel nostro paese. C’è bisogno di circolarità. Si può partire senza andarsene. Non bisogna pensare che se si va via si sbatte la porta per sempre. Non deve essere così. Si smetta di parlare di fuga è si parli di circolarità. Il sistema paese sono le persone e la rete che esse riescono ad attivare. Questa è l’idea che abbiamo qui al Ministero degli Esteri. Noi questa rete l’abbiamo aperta… Questa rete – ha concluso Giro - è anche vostra. È orizzontale, non è gerarchica. Da ogni punto di questa rete è possibile intervenire e dire ciò che va e non va. Agli stranieri qui presenti dico: L’Italia è un paese che ha moltissime potenzialità. Collegatevi a questa rete perché noi ne siamo felici”.

Dopo gli interventi istituzionali si è svolto un variegato dibatto moderato dal Direttore Generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese, Vincenzo De Luca De Luca che ha introdotto il video collegamento con due ricercatori italiani nel mondo, rispettivamente negli Stati Uniti e in Australia: Roberto Vittori (addetto spaziale a Washington) pilota e collaudatore, reduce da tre missioni. Vittori racconta che la stazione spaziale internazionale è un laboratorio unico e un’opportunità per la ricerca, per l’economia e una possibilità per la salvezza dell’ecosistema terrestre; sottolinea come il ruolo dell’Italia sia di Paese presente e protagonista.

A seguire interviene anche Anna Maria Fioretti, dall’Australia, e afferma l’importanza di questa figura dei ricercatori italiani nel mondo che con la loro presenza hanno costruito la base dell’immagine positiva che l’Australia ha dell'Italia. “I ricercatori sono il frutto del nostro sistema paese. I ricercatori italiani all’estero vanno valorizzati per recuperare in parte quanto il paese ha investito nella loro formazione” afferma la Fioretti.

Parla a questo punto Massimo Inguscio, Presidente della Consulta dei Presidenti degli Enti pubblici di Ricerca: “la ricerca è bella, appassionante e utile. Sono felice di celebrare questa giornata a nome di venti rappresentanti di questi enti. Tra quanto di buono è stato fatto nella precedente legislatura c’è anche l’idea della consulta come inizio per creare una sinergia per scegliere. I soldi per la ricerca sono pochi e non vanno sprecati ma focalizzati. I ricercatori sono i pilastri, la linfa vitale che ci permette di vivere meglio e di avere un futuro sostenibile.  La scienza è universale, inclusiva, aiuta e anticipa la politica. Quello che avviene oggi è uno straordinario gioco di squadra. In questa iniziativa sono coinvolti tutti questi enti in 81 eventi in 53 sedi diplomatiche all’estero. In particolare il consiglio nazionale di ricerche a Oslo si riunirà la prossima settimana. Questo è importante perché l’Italia è un Paese leader al mondo per le ricerca nell’ambito dei cambiamenti climatici”.

Prende poi la parola Gaetano Manfredi, Presidente della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane: “questa giornata ci ricorda la qualità della nostra ricerca, ma ci ricorda anche che la dimensione della ricerca è una dimensione internazionale e le università italiane sono ben consapevoli di questo ruolo. Stiamo lavorando perché il nostro sistema universitario sia sempre più internazionale. Per far questo noi dobbiamo fare due operazioni: avere un’università composta da studenti che arrivino da tutte le parti del mondo, e in questo senso c’è un trend positivo negli ultimi anni; la seconda operazione è quella di cercare di avere un mondo di docenti davvero internazionale e su questo c’è stato un grande sforzo con la Levi Montalcini e con le chiamate dirette. Ma noi dobbiamo parlare non solo di rientro ma di mobilità e di circolarità di cervelli. Dobbiamo attrarre cervelli non solo italiani. Io sono Presidente della Rita Levi Montalcini e posso costatare che negli ultimi anni c’è stato un numero non piccolo di domande di ricercatori non italiani. Questo è un segno della capacità del nostro Paese di saper attrarre e quando noi saremo in grado di attrarre ricercatori di altri paesi allora saremo in grado anche di trattenere i nostri che voglio andarsene. Quindi ci deve essere un impegno per rafforzare la dimensione internazionale. Per far questo abbiamo bisogno di risorse ma anche di un paese più semplice, con meno regole. Questa giornata rappresenta un momento di grande orgoglio ma anche di riflessione”.

Interviene Daniele Finocchiaro, Presidente Gruppo Tecnico Ricerca e Sviluppo di Confindustria: “faccio innanzitutto un plauso al Ministro per aver organizzato in così poco tempo un evento come questo”. A questo punto Finocchiaro lancia un video realizzato da Confindustria, un video che parte con un’orchestra che intona e suona l’inno italiano e che accompagna le immagini di tutti quei settori in cui l’Italia eccelle dallo sport alla musica, dalla moda alla scienza, dall’architettura al design, dalla tecnologia alla storia.

“Per le imprese, ricerca e innovazione rappresentano qualcosa in più- riprende Finocchiaro- Perché un’azienda che non investe in questo è destinata a scomparire. Ricerca e innovazione equivale alla sopravvivenza delle aziende. Questo è il messaggio che stiamo cercando di passare come Confindustria. Bisogna parlare molto di quanto investire e della velocità con cui cambiare lo status quo. In una giornata di celebrazione come questa è importante però sapere che non partiamo da zero. Cerchiamo di guardare il bicchiere mezzo pieno e di sottolineare che i ricercatori in giro per il mondo sono simboli che stimolano i giovani. Quando parliamo di made in Italy, c’è tantissima ricerca e innovazione, ma vengono in mente alcuni settori in particolare come quello farmaceutico: in Italia siamo all’avanguardia su vaccini, su terapie avanzate e su biotecnologie di qualità. Di sei proposte che in Europa arrivano sul letto del paziente, tre sono di origine italiana. È importante che l’Italia sia protagonista nell’ambito di progetti europei in questo senso e noi abbiamo cercato, come Confindustria, di dare un contributo, che sia propositivo, con proposte puntuali e fattibili. Il programma è già stato pubblicato da Confindustria: qui dico in sintesi che per noi è importante definire una governance unitaria della ricerca e innovazione, indirizzata a un unico obiettivo. È necessario lavorare sin d’ora a una strategia di innovazione vincente. Sarebbe poi importante, per attrarre imprese e finanziamenti esteri, semplificare le regole e rendere più rapide le misure a bando. È importante anche accorciare la distanza tra ricerca pubblica e imprese, con la nascita e lo sviluppo di nuove start up, promuovere i tavoli paesi e definire strategie ad hoc. L'obiettivo comune è quello di lavorare tutti in modo coordinato come l’orchestra del video”.

“A proposito di lavoro- afferma De Luca. Devo ringraziare molto Marco Mancini, con il quale abbiamo condiviso tutti i lavori per l’internazionalizzazione della ricerca e dell’università. Do quindi la parola a lui. “Vorrei ricordare – esordisce Mancini - due cifre: innanzitutto in 8 anni l’Italia ha accolto o riaccolto nei suoi centri di ricerca, quasi mille ricercatrici e ricercatori, 832 per la precisione, frutto congiunto di una serie di programmi del nostro ministero, come quello Levi Montalcini o lo strumento delle chiamate dirette che ha da solo prodotto 400 posizioni di professori dall’estero; in secondo luogo stiamo costruendo una programmazione congiunta con il Maeci. Non è molto semplice in genere mettere insieme due ministeri. Ma ci siamo riusciti. La nostra programmazione si sta articolando, anche con una serie di interventi finanziari, su diversi obiettivi. Ne ricordo due, ovvero le iniziative per il consiglio superiore della ricerca in Africa e la seconda relativa ai partenariati binazionali. L’Italia a una lunga tradizione di creazione di università binazionali e la creazione anche di veri e propri poli. Noi crediamo che questi siano gli obiettivi da costruire nei prossimi anni. Tutto questo è una dote che accompagna quest’iniziativa. Dobbiamo valorizzare questo punto di eccellenza e far sentite la nostra voce, che è anche la più importante che abbiamo nei confronti dell'estero e per la quale ancora ci ammirano”.

La parola passa così a Paolo Glisenti, commissario italiano all’Expo Dubai 2020: “connettere le menti per generare futuro: questo è il tema di Dubai. Legato a due temi; uno concettuale, quello della creatività come competenza inserita in tutti i processi di sviluppo tecnologico, e il secondo è quello dell’identità Italiana legata alla storia e al futuro nel Mediterraneo. Abbiamo fatto un accordo con il CNR, partner strategico dell’Italia a Expo Dubai 2020. Abbiamo scelto 4 aree lavoro: la prima area è quella della salute e delle scienze della vita, la seconda area è quella del mediterraneo e dello sviluppo sostenibile, la terza che con Inguscio abbiamo individuato è quella della tutela e valorizzazione dei beni culturali, quarta e ultima è l’industria 4.0. Abbiamo scelto queste aree per due ragioni: la prima è che ci sembrano aree in cui la competenza Italia di saper integrare competenze e mestieri diversi emerga e quindi pensiamo che l’Italia possa esprimere il meglio in questo senso, il secondo motivo è che queste aree sono quelle che mettono maggiormente in collegamento i territori italiani. Abbiamo chiesto al CNR di essere garante per noi di questa integrazioni di saperi e conoscenze in tutta l’Italia”.

A questo punto inizia una Tavola rotonda “Raccontare scienza e tecnologia italiane nel mondo”, introdotta da Riccardo Pietrabissa, il curatore scientifico della mostra, che presenterà i vari testimonial di quest’iniziativa: “Questa mostra è stata una sfida, una sfida importante perché raccontare la bellezza della conoscenza è fondamentale per l’Italia. La ricerca italiana da sempre contribuisce alla scienza e alla conoscenza e abbiamo pensato che fosse identitaria la bellezza del Paese. Ricerca e bellezza si nutrono l’un l’altra. Non può esistere una ricerca in un paese che non sia bello e non può esistere un bel paese dove non si faccia ricerca di qualità. Questa mostra racconta questo binomio. Vedrete un film, realizzato da Stefano Incerti, un film che racconta perché questo bel paese è tale grazie alla sua ricerca scientifica. Poi ci sono isole tematiche: il patrimonio culturale, l’alimentazione, l’ambiente, la qualità di vita e la salute e lo spazio”.

La parola passa così a Luciano Maiani, professore emerito dell’Università di Roma La Sapienza: “partirei dal fatto che tanti anni fa il premio Nobel per la fisica venne dato a Enrico Fermi. Egli ha raccolto intorno a sé intere generazioni con la sua ricerca. Il premio Nobel ha conciso sfortunatamente anche con la sua partenza per gli Stati Uniti, sotto la spinta delle leggi razziali, ma la scuola creata da lui ha trovato espressione nella collaborazione internazionale. La creazione del CERN ha dato la possibilità alla scuola creata da Fremi di esprimersi e abbiamo assistito alla nascita di moltissimi scienziati nella seconda metà del ‘900 che hanno operato in Italia e all’estero. Il Cern è stato lo strumento appropriato per sviluppare tutte le potenzialità che c’erano. Vorrei riportare infine un’immagine esemplare: La Nasa ha fatto vedere una foto eccezionale della terra di notte. Da questa immagine si può evincere che laddove c’è ricerca di notte c’è anche la luce. Quest’immagine ci incoraggia ad andare avanti in quest’impresa”.

Viene introdotto così l’intervento di Maria Chiara Carrozza, professore di Biorobotica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che ci conduce verso una ricerca che tende alla tecnologia e alle sue applicazioni pratiche: “sono orgogliosa di essere testimone della ricerca italiana. La ricerca è fatica e la ricerca è viaggio. Questo è strettamente collegato col tema di oggi. Non si può pensare infatti alla ricerca senza il viaggio, l’incontro delle altre culture, degli altri mondi e degli altri laboratori. Vorrei fare l’esempio del caso ebola. Senza un’alleanza sovrannazionale e multidisciplinare non sarebbe stato possibile risolvere il problema di quest’epidemia. Vorrei anche partire anche dall’equità. L’obiettivo dell’ingegneria biomedica è quello di portare la tecnologia al letto del paziente ma deve farlo in modo equo, raggiungibile: cioè includendo il maggior numero di persone possibile. Noi dobbiamo trasformare la scienza in tecnologia, ma dobbiamo farlo in modo che sia raggiungibile da tutte le persone del paese. Questo vuol dire che abbiamo incluso anche il fattore umano in cose scientifiche e tecnologiche”.

Riccardo Pietrabissa poi passa a parlare del ruolo forte della ricerca industriale, dando la parola a Fulvio Uggeri, Direttore Innovazione globale e Operazioni tecniche di Bracco Imaging: “sono felice di avere la possibilità di portare, in una situazione così importante, la testimonianza di Bracco, che è un’azienda che compete e continuerà a competere, proprio grazie alla sua ricerca, in cui investiamo il 10% del nostro fatturato. Siamo presenti con centri di ricerca in Europa, in particolare in Italia e in Svizzera. La mia testimonianza vuole dire, in una giornata celebrativa come questa, che si può fare. Ci vogliono volontà, tenacia e risorse, ci vuole un sistema paese. Le aziende hanno poi bisogno di un sistema di ricerca pubblica che funzioni. Noi operiamo in diagnostica, quindi cerchiamo di prevenire. Quanto prima si interviene, tanto maggiore è la possibilità di avere un risultato positivo. Ricerca di base noi la facciamo ma la facciamo in collaborazione con il pubblico. Quindi se il pubblico funziona, anche noi siamo in grado di trasferire l’innovazione in oggetti che raggiungano il letto del paziente. Ci sono delle cose che dobbiamo migliorare però se operiamo insieme, aziende e pubblico possono raggiungere l’obiettivo di crescita per il nostro Paese di creare nuovi oggetti per migliorare la qualità della vita e di generare lavoro. Una diagnosi precoce vuol dire vita, ma a tutto tondo: produrre oggetti vuol dire fare il bene del paziente, del sistema, di tutti noi”.

Si passa poi alla presentazione della mostra “Italia: la bellezza della conoscenza”. Il progetto è promosso e finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Italiano e realizzato con il contributo diretto del Consiglio Nazionale delle Ricerche e dei tre musei scientifici italiani di rilievo internazionale, coordinati da Città della Scienza di Napoli: Museo Galileo di Firenze, Museo di Trento, Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano. In particolare è stato presentato il film di Stefano Incerti: La Bellezza della Conoscenza, narrazione per immagini del sistema culturale del nostro paese, all’interno di uno spazio interattivo centrale con componenti virtuali ed elementi fisici. La mostra propone una composizione di moduli tematici sulle tendenze più attuali che combinano ricerca e cultura e raccontano un’Italia dinamica e che guarda al domani. Sia dal punto di vista espositivo che dal punto di vista concettuale, si tratta di una struttura ‘aperta’. I temi trattati nelle isole tematiche sono il patrimonio culturale, l’alimentazione, l’ambiente, la qualità di vita e la salute e lo spazio. Maria Stella Rombolà, Inform 23

 

 

 

Una guida del fisco per chi deve fare la dichiarazione dei redditi in Italia

 

Roma – “La Guida alla dichiarazione dei redditi delle persone fisiche per l’anno d’imposta 2017 che è appena stata pubblicata dall’Agenzia delle Entrate riguarda anche i contribuenti residenti all’estero che hanno prodotto redditi in Italia e sono quindi tenuti alla dichiarazione (fermo restando le previsioni della varie convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali)”.

“La guida fa specifico riferimento alle spese che danno diritto a deduzioni dal reddito, a detrazioni d’imposta, crediti d’imposta e altri elementi rilevanti per la compilazione della dichiarazione.

Particolarmente interessante è il capitolo (a pag. 338 della Guida) che fornisce informazioni e chiarimenti a coloro i quali vivono all’estero ma non si sono iscritti all’Aire – risultando quindi ancora fiscalmente residenti in Italia -, su diritto e modalità per ottenere il credito di imposta dall’Italia per i redditi prodotti e già tassati all’estero)”.

È quanto dichiarano la senatrice PD Laura Garavini e i deputati PD Massimo Ungaro e Angela Schirò.

“Ricordiamo inoltre che coloro i quali risiedono all’estero ma producono almeno il 75% del loro reddito in Italia (contrattisti, pensionati, liberi professionisti, etc.) hanno diritto alle detrazioni per carichi di famiglia ed anche  a una serie di deduzioni e detrazioni elencate nella Circolare dell’Agenzia. Consigliamo quindi ai contribuenti interessati di rivolgersi ai patronati e alle istituzioni competenti per verificare puntualmente i loro diritti e i loro doveri fiscali”.

“La Circolare n. 7/E del 27 aprile 2018 costituisce, a detta dell’Agenzia, una trattazione sistematica delle disposizioni riguardanti ritenute, oneri detraibili, deducibili e crediti di imposta, anche sotto il profilo degli obblighi di produzione documentale da parte del contribuente al CAF o al professionista abilitato e di conservazione da parte di questi ultimi per la successiva produzione all’Amministrazione finanziaria”. È accessibile al seguente link: http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/Nsilib/Nsi/Normativa+e+Prassi/Circolari/.  de.it.press 2

 

 

 

Servizio civile: cresce l’interesse di richiedenti asilo e rifugiati. Uno studio della Fondazione Migrantes

 

ROMA - È dedicato all’ “Apertura del servizio civile ai rifugiati e ai richiedenti asilo” l’ultimo numero dei “Quaderni” della Fondazione Migrantes, l’organismo della Conferenza Episcopale Italiana per l'assistenza religiosa ai migranti, italiani e stranieri. La rivista, curata in questa edizione da Gianluca Corsini, riprende e amplia un saggio già pubblicato nel Rapporto Caritas Italiana  e Fondazione Migrantes 2016 dal titolo “Giovani, stranieri e Servizio Civile”.

A partire dal 2013, anno di apertura di questa esperienza anche ai giovani non italiani, sono stati 3.089 i volontari stranieri avviati al servizio civile nazionale, a fronte di 10.449 domande complessivamente presentate. La ricerca Migrantes analizza in particolare il triennio 2014-2015-2016, evidenziando come “tra tutte le domande presentate dai cittadini stranieri per progetti svolti sul territorio nazionale, di carattere regionale o nazionale, quelli che hanno potuto effettivamente partecipare al bando sono stati 610 nel 2014, 2.583 nel 2015 e 3.247 nel 2016.

L’incremento delle domande appare molto accentuato e pari al 532% in soli tre anni di ammissione al Servizio Civile dei cittadini stranieri”. Questo aumento per Migrantes “evidenzia l’interesse dei giovani stranieri alla partecipazione al Servizio Civile pur condividendo il fatto che, al pari dei giovani italiani, non tutti i giovani stranieri abbiano espresso interesse per questo tipo di servizio al solo fine di partecipare al bene comune mettendo a disposizione della difesa della patria le loro motivazioni e attitudini. La partecipazione, in generale, e a questo servizio in particolare, è da considerarsi in questo specifico caso un primo, vero e deciso passo di integrazione”.

L’interesse dei giovani stranieri “può sembrare a primo impatto – si legge nella ricerca - esclusivamente legato al compenso mensile previsto, ma sicuramente non è l’unico, almeno non per la maggioranza dei ragazzi stranieri che hanno presentato domanda. Dal confronto dei dati appare evidente che l’incremento ha riguardato prevalentemente il Centro-Nord, ma anche il Sud, seppure con meno evidenza, è cresciuto con continuità”.

Inoltre “per quanto concerne l’andamento delle domande è utile anche sommare le percentuali tra i selezionati e gli idonei per notare che tra tutti i cittadini stranieri che hanno presentato domanda, circa il 70% è risultato idoneo allo svolgimento del servizio civile. I non idonei si mantengono costanti intorno al 30% circa ad eccezione del 2014, anno in cui la loro percentuale è minima rispetto alle domande totali pervenute”.

Nello studio della Migrantes si evidenzia non solo l’aumento delle domande da parte dei giovani stranieri, ma anche del numero di progetti dedicati agli immigrati e ai richiedenti asilo come destinatari, che nell’Ambito Assistenza nel “triennio 2014-2016 sono passati da 83 progetti che prevedevano l’impegno di 238 volontari a 310 progetti con 1.062 volontari impegnati”. “I progetti, previsti attraverso bandi a carattere nazionale e regionale – dettaglia lo studio -, sono distribuiti sul territorio nazionale non in modo uniforme. In alcune regioni quali Campania, Calabria, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Sicilia e Veneto, sia il numero dei progetti che quello dei volontari occupati, sono stati considerevolmente superiori rispetto alle altre regioni. In particolare la Campania è passata da 11 a 78 progetti nel 2015 per poi diminuire drasticamente a 49 progetti. Campania, Puglia, Sicilia e Toscana vedono un calo, spesso sostanziale dei progetti dal 2015 al 2016”.

“L’accoglienza non è né un costo e né un beneficio. L’accoglienza è un sentimento che vive di passione e di amore per il prossimo”, scrive Migrantes nella conclusioni di questa ricerca. “Se consideriamo i 3 miliardi dati alla Turchia per fermare i migranti – spiega - , se questi fossero stati utilizzati in Europa per accogliere, di questi, il 60% almeno sarebbe ricaduto nel territorio europeo. Considerando che i costi del personale rappresentano il 34,9% dei costi di accoglienza, praticamente circa 1 miliardo di euro sarebbe andato per le spese del personale. Considerando poi uno stipendio medio di 6000 euro al mese la ricaduta sarebbe stata la creazione di almeno 5000 posti di lavoro, senza considerarne gli effetti induttivi nell’economia. Allo stesso modo, se gli stessi fondi fossero stati utilizzati per progetti di Servizio Civile, le ricadute economiche e sociali sarebbero state ingenti, forse anche utili ad una uscita anticipata dalla crisi economica”. “I benefici dell’accoglienza, rispetto alla costruzione di muri sono evidenti. Molto più evidenti se si considera l’accoglienza attraverso progetti come quelli di Servizio Civile, che fanno camminare insieme, formano e fanno crescere nella solidarietà ed inclusione due mondi, il mondo che ospita e quello che viene ospitato”, conclude la ricerca. FSp – Redattore Sociale/Migrantes on.

 

 

 

L'emigrazione continua

 

Gli italiani residenti oltre confine sono 5.482.000 di cui, però, 1.847.500 vive all’estero dalla nascita. Nel frattempo, nel giro di diciassette anni (2000/2017), la percentuale di Connazionali per il mondo è salita di oltre il 25% rispetto al passato di stessa durata.

 

Concretamente, il flusso maggiore è concentrato in Paesi UE. La nostra Comunità più numerosa è in Germania, seguita dalla Svizzera. A conti fatti, dall’Italia si continua a espatriare. Questa volta, però, non sono i manovali a lasciare il Paese. Lo abbandonano tecnici diplomati e laureati che, spesso, giungono nel Paese ospite già con un contratto di lavoro. Le spiegazioni di questo fenomeno sono variegate e con l’amaro sentore di una politica irrazionale.

 

 Chi “conta” a Roma è convinto che questi nuovi flussi non debbano essere interpretati come fughe, ma come scelte. Sarà. Intanto, si continua a perdere maestranze specializzate. Del resto, sempre per voci autorevoli, gli attuali correnti migratori sarebbero solo temporanei; con prospettive di un futuro rientro. Di fatto, però, i nostri dubbi restano.

 

Certo è che la realtà, almeno quella che viviamo noi, è differente e più sconvolgente di quella testimoniata nella prima metà del secolo scorso. Lo scriviamo con convinzione: lasciare il proprio Paese è sempre segnale di una sconfitta sociale della quale le vittime non sono la causa primaria. Non a caso, lasciano la Penisola anche i pensionati che intendono vivere, con più decoro, la loro vecchiaia in Paesi più ospitali e meno “cari”del Bel Paese.

 

 Cerchiamo, per una volta, d’essere coerenti: se l’Italia potesse offrire occupazione e prospettive di lavoro per il futuro, l’Emigrazione andrebbe a ridursi fisiologicamente e l’emergenza “esodo” sarebbe più coordinata. Non è così. Purtroppo, il Paese si presenta sempre con tanti problemi occupazionali. Le “promesse” non bastano per ridare fiducia a chi non l’ha più.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Incontri sull’europa in preparazione all’arrivo della Merkel ad Assisi il 12 maggio

 

PERUGIA - "La cooperazione nell'Europa che cambia": è questo il tema al centro dell'iniziativa che si è tenuta giovedì 3 maggio ad Assisi, organizzata da Regione Umbria, Sacro Convento di Assisi e Oicos riflessioni nell'ambito di "Incontri sull'Europa: unità plurale" in preparazione dell'arrivo ad Assisi, il 12 maggio, della Cancelliera della Repubblica Federale Tedesca Angela Merkel alla quale verrà consegnata la Lampada della pace di San Francesco.

L'incontro, al quale è intervenuta la presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini, era  suddiviso in due sessioni: la prima al mattino, dalle 9, nella Sala "Dono Doni" del Sacro Convento, su "Cooperazione territoriale europea", con attenzione particolare al Programma Interreg Europe, e la seconda nel pomeriggio, dalle ore 16, alla Sala Stampa, con "Lezioni sull'Europa".

Il programma prevede alle ore 9.30 i saluti introduttivi e l'apertura dei lavori da parte di Padre Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi, e Padre Enzo Fortunato, direttore della Sala Stampa del Sacro Convento. Seguirà l'intervento della presidente Marini su "Europa, Stati e territori".

Il direttore regionale alla Programmazione Lucio Caporizzi parlerà degli scenari della Politica di coesione post 2020; Paolo Galletta, dell'Agenzia per la Coesione territoriale, illustrerà la "governance e stato di attuazione dei programmi Cte 2014/2020".

Dopo una pausa, si proseguirà con la presentazione del programma Interreg Europe, di cui la Regione Umbria è "National Contact Point", in vista della pubblicazione del quarto bando Interreg Europe, prevista a maggio 2018, per dare informazioni sulle tematiche e modalità di partecipazione alle Regioni ed altri Enti locali, società ed agenzie regionali, università e Centri di ricerca oltre che a tutti i soggetti potenzialmente interessati.

Le priorità della quarta "call" del programma, che ha lo scopo di migliorare l'efficacia delle politiche pubbliche ed è rivolto a tutti i 28 Paesi dell'Unione europea, più Norvegia e Svizzera, saranno presentate da rappresentanti del Segretariato Tecnico dell'Autorità di Gestione, la Regione francese dell'Haute-de-France. Il quarto bando prevede il cofinanziamento di azioni nelle quattro tematiche coperte dal Programma: innovazione, competitività delle Pmi, Low carbon economy, uso efficiente delle risorse naturali e culturali.

La sessione pomeridiana dedicata alle lezioni sull'Europa prevede alle 16 l'intervento di Fabio Raspadori, docente di Diritto internazionale e diritto dell'Unione europea all'Università degli studi di Perugia, responsabile scientifico del Centro di documentazione sull'Unione europea, su "Crisi europea o Europa in trasformazione?".

Alle 17 Marcello Signorelli, docente di Politica economica all'Università degli studi di Perugia, su "Eurozona: sostenibilità e prospettive di riforma".

L'iniziativa del 3 maggio è organizzata in collaborazione con Europe direct Umbria Cesar, Europe direct Perugia, Europe direct Terni, Centro di documentazione dell'Unione europea dell'Università di Perugia. (aise 28) 

 

 

 

 

Arriva il rimborso fiscale (targato PD) per i giovani rimpatriati

 

Potranno ora chiedere il rimborso per le maggiori imposte pagate nel 2016 i lavoratori rimpatriati (cosiddetti “controesodati”) i quali avevano esercitato l’opzione per il nuovo regime speciale di agevolazioni fiscali (2017-2020) ma che per un complesso intreccio legislativo erano stati fortemente penalizzati sulle tasse pagate nel 2016. Infatti l’Agenzia delle Entrate ha finalmente emanato, ancorché con quasi due mesi di ritardo, il Provvedimento di sanatoria per il 2016 a favore dei titolari di redditi di lavoro dipendente, autonomo o d’impresa  trasferiti in Italia entro dicembre 2015 in possesso dei requisiti della legge n. 238/2010 i quali avevano optato tuttavia per i benefici della legge n. 147/2015. Il Provvedimento attua un emendamento - approvato con il Decreto fiscale collegato la Legge di Stabilità per il 2018 - presentato dal PD (diventato articolo 8-bis) che era stato promosso anche dai Parlamentari del Partito democratico eletti all’estero. L’emendamento del PD al Decreto fiscale fu presentato perché si era ritenuto necessario un intervento normativo che risolvesse una pesante contraddizione riguardante il carico fiscale degli “impatriati”, cioè i giovani che lavoravano all’estero e che con una legge del 2010 furono incentivati a rientrare in Italia con una forte riduzione fiscale. Una successiva legge ridusse questo vantaggio fiscale e, conseguentemente, i giovani dovettero esercitare una opzione tra i due regimi e corrispondere un conguaglio fiscale per l’anno 2016 molto oneroso, entro luglio 2017. La norma approvata prevede la restituzione delle maggiori imposte eventualmente versate per l’anno 2016. Verrà così sanata una situazione particolarmente spiacevole che aveva colpito molti giovani che avevano deciso di rientrare in Italia grazie agli incentivi e ai quali poi è stato invece chiesto un pesante sacrificio fiscale. Il Provvedimento indica quindi le modalità con le quali i lavoratori interessati, che nel periodo di imposta 2016 erano stati tassati su una maggiore base imponibile, possono chiedere la restituzione delle maggiori imposte versate. Presentando: una dichiarazione integrativa, avendo cura di conservare la documentazione che dimostri la sussistenza dei presupposti per la fruizione del beneficio; un’istanza di rimborso a un ufficio territoriale dell’Agenzia delle entrate, allegando la documentazione idonea a dimostrare la sussistenza dei presupposti per la fruizione del beneficio. Sono considerate valide le richieste di rimborso presentate anche anteriormente alla data di pubblicazione del Provvedimento (pubblicato il 20 aprile). Un fac-simile dell’istanza è reperibile sul sito internet dell’Agenzia delle entrate, www.agenziaentrate.gov.it, tra i “Modelli da presentare agli uffici”. Consigliamo ovviamente ai “controesodati” di seguire con attenzione le indicazioni contenute nel Provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 20 aprile u.s. Garavini, Schirò, Ungaro, de.it.pres 23

 

 

 

 

La strada

 

La “strada” rappresenta un tragitto che, pur se non necessariamente, dovrebbe portare a una “meta”. Diverso significato concreto ha il termine se si ribalta sul fronte della politica nazionale. In quest’ipotesi, la “strada” sembra non essere tracciata per raggiungere un obiettivo comune.

 In questi anni, l’Italia ha subito mutamenti nella rappresentatività a tutti i livelli di potere. La “strada” italiana continua tra i limiti di una crisi economica che la rende inadeguatamente percorribile. Se è vero che non ci sono, al momento, altre scelte per modificarne il tracciato, è anche palese che da questo percorso, perennemente in salita, non se ne esce. Le elezioni del prossimo marzo non saranno la panacea di tutti i “mali” nazionali.

 

 Nessuno, anche il più ottimista, è in grado di presentare differenti percorsi. I Partiti, col Nuovo Millennio, hanno cambiato pelle e, per conseguenza, anche i loro “ideali” che fecero propri nel secolo scorso. Il Parlamento, culla della Democrazia, resta un mercato. Le concretezze rimangono sempre marginali e le “grida” soffocano chi, forse, potrebbe ancora avere qualche buon principio da proporre.

 

 La questione “Maggioranza” e “Opposizione” continua a sfumare. Il raziocinio dei numeri non corrisponde più a un’univocità d’obiettivi. Insomma, se l’”Opposizione” s’è dequalificata, la “Maggioranza” è sulla strada per seguirne le infauste sorti. La Penisola è sempre più in balia d’eventi esterni che, però, condizionano quelli interni. Ne risulta una realtà alterata nella quale non è facile, sotto il profilo dell’obiettività, distinguere il percorso principale da quelli secondari.

 

 Guidare un Paese, scosso da tante incertezze, è deprimente; anche per noi che tentiamo di commentare i fatti del Bel Paese da oltre mezzo secolo. La nostra Costituzione è entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. In tempi successivi ne sono stati aggiornati i contenuti. Ora, dopo settant’anni di vita, ne saranno mutati altri. Tutto si adegua ai tempi; quindi, anche la nostra Costituzione. Quello che, invece, ci preoccupa è il profilo di tanti politici che sono emigrati da un partito a un altro o, peggio, ne hanno varato dei nuovi.

 

Non solo, ci siamo stupiti anche per la fine di formazioni politiche che, nel bene o nel male, sono state di riferimento per generazioni d’elettorato italiano. Per ora, preferiamo sospendere la nostra riflessione; anche perché la ”strada” da seguire potrebbe mutare ancora. Non vorremmo “perderci”. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Istat: oltre 5 milioni gli stranieri in Italia, l’8,3% della popolazione   

 

Roma - All'inizio del 2017 risiedono in Italia oltre 5 milioni di cittadini stranieri (0,4% in più rispetto all'anno precedente) che rappresentano l'8,3% del totale dei residenti. Nel confronto europeo relativo al 2016, il nostro Paese presenta un’incidenza più elevata della media Ue e si conferma all’11° posto della graduatoria decrescente dei 28 paesi, immediatamente preceduta da Regno Unito (8,6%), Spagna (9,5%) e Germania (10,5%) e prima della Francia (6,6%).

Il dato nel Report “Noi Italia” dell’Istat, l’Istituto di Statistica italiano.

Alla stessa data, riporta il Report, sono regolarmente presenti poco meno di 4 milioni di cittadini non comunitari (vale a dire gli stranieri non comunitari in possesso di valido documento di soggiorno e gli iscritti sul permesso di un familiare). Si conferma la diminuzione del flusso in ingresso di cittadini non comunitari verso il nostro Paese, un fenomeno in essere dal 2011: nel corso del 2016 i nuovi permessi rilasciati sono stati il 5% in meno rispetto all'anno precedente. La riduzione dei nuovi ingressi ha riguardato soprattutto il Nord-ovest e il Mezzogiorno.

Nel mercato del lavoro continuano a ridursi i divari tra italiani e stranieri: nel 2017 il tasso di occupazione (20-64 anni) degli stranieri si attesta al 63,9% contro il 62,2% degli italiani. Nell’Unione europea la quota di stranieri occupati è in media leggermente più elevata (64,4% nel 2016). In Italia il tasso di disoccupazione diminuisce in misura più intensa per gli stranieri, che però continuano a presentare una disoccupazione più alta (14,3% contro il 10,8% degli italiani).

Il livello di istruzione degli stranieri è ancora inferiore a quello degli italiani. Nel 2017 tra le persone di 15- 64 anni oltre la metà degli stranieri ha al massimo la licenza media, il 35,1% ha un diploma di scuola superiore e il 10,7% una laurea (tra gli italiani il 17,2%). Mo 2

 

 

 

 

Lavoro e amore. Vi raccontiamo il bello della migrazione

 

Su web e radio la campagna di “Voci di Confine. La Migrazione è una bella storia”, lanciata da una rete nazionale di organizzazioni ed enti locali per cambiare la narrazione della migrazione

 

ROMA – Al via da questa settimana la campagna su web e radio “Voci di Confine. La Migrazione è una bella storia”, di cui IDOS è partner, lanciata da una rete nazionale di organizzazioni ed enti locali per cambiare la narrazione della migrazione e raccontare storie, dati e buone pratiche territoriali, a dimostrazione che il fenomeno migratorio rappresenta una grande opportunità di sviluppo e arricchimento della nostra società.

Le chiavi della campagna, che si propone di raggiungere 4 milioni di contatti, è data dalla nutrita presenza di aziende guidate da migranti in Italia – 570mila – e dal circa 10% di unioni miste registrate nel nostro Paese.

“Sugli immigrati avete sentito tante storie, ma questa no. Mario stava per chiudere la sua bottega e nessuno era disposto a imparare l’arte antica di scolpire le siepi. Mi ha insegnato la sua passione e oggi mi chiamano in tutta Italia per abbellire parchi e giardini. Mi chiamo Leonart, vengo da Tirana, adesso sono un imprenditore”. Se la storia di Leonart conferma che il 9,4% di tutte le aziende registrate in Italia, sono guidate da migranti (aziende che in un ottavo dei casi sono società di capitale), molti altri sono i dati in chiave economica, forniti dal Centro Studi e Ricerche Idos, partner della rete nazionale che propone la campagna, e raccolti anche nel sito di Voci di Confine  (vocidiconfine.com). Nell'approfondimento dedicato alle entrate e alle spese finanziarie legate alla migrazione, si afferma che il “risultato è a favore delle casse pubbliche: più di 2 miliardi di euro solo nel 2015”. Inoltre, i lavoratori immigrati versano ogni anno 9 miliardi di contributi previdenziali, un apporto essenziale per il sistema pensionistico italiano.

Accanto all'aspetto economico, Voci di Confine vuole raccontare la realtà sociale, con dati su razzismo, religioni, corridoi umanitari, seconde generazioni, minori stranieri non accompagnati, criminalità e molto altro. Oltre a quello del lavoro degli immigrati, la campagna toccherà anche il tema dell'amore e dei matrimoni misti, che sono circa il 10% del totale delle unioni nel nostro Paese, variando tra i 20 e 17 mila celebrati ogni anno.

Invasione, minaccia, problema: oggi il fenomeno delle migrazioni viene raccontato soprattutto con queste parole. Ma perché non parlare anche di come il fenomeno migratorio possa rappresentare una opportunità di crescita, sia per chi parte che per chi accoglie? Voci di Confine vuole farlo a partire dai dati, incarnati nelle storie individuali e del territorio, con le risposte di accoglienza degli enti locali.

Durante il periodo di campagna, soprattutto tramite la radio, Voci di confine racconterà alcune storie significative, per ribadire che la migrazione può essere una "bella storia" e si intreccia strettamente con la vita quotidiana degli italiani. Da una chef peruviana che usa materie prime italiane d’eccellenza ad un parroco pugliese che ha scelto di sottotitolare le sue omelie per farle seguire ai migranti accolti nel paese. Da una squadra di rugby di giovani rifugiati al Re dell’offerta musicale afro-latina a Roma. Dalla storia d'amore da cui è nata la graphic novel "La Sposa Yemenita" fino appunto alla storia di Leonart, ribattezzato da subito "Leonart Mani di forbice" per le sue creazioni "verdi". 

Si aggiungeranno dei video da alcuni confini africani. Quell'Africa che, secondo allarmismi molto popolari, si sta per "riversare tutta" in Italia. In realtà, secondo le stime fornite da Idos per la campagna, l'Africa risulta il continente con la più bassa percentuale di migranti internazionali nel mondo (13,4%). Attraverso i video, la campagna racconterà la esemplare risposta dell'Uganda nell'accoglienza di profughi sudsudanesi e non solo. Il progetto prevede inoltre percorsi educativi nelle scuole e negli spazi di educazione informale; incontri territoriali che vedranno protagonisti le associazioni delle diaspore e di volontariato, gli enti locali, le Ong e i soggetti privati.

“Una narrazione maggiormente equilibrata e obiettiva delle migrazioni è particolarmente preziosa e urgente nel contesto attuale. Troppo spesso e da troppi anni, infatti – afferma il presidente di Idos, Luca Di Sciullo, - gli immigrati sono diventati il capro espiatorio di mali e criticità endemiche del Paese, lasciati senza voce e con sempre meno diritti ai margini della vita collettiva”.

Voci di Confine è un progetto finanziato dall’Agenzia Italiana Cooperazione allo Sviluppo, che vede Amref Health Africa capofila di una rete composta da  Amref Health Africa – Headquarters, Africa e Mediterraneo, Associazione Le Réseau, CSV Marche – Centro Servizi per il Volontariato delle Marche, Centro Studi e Ricerche Idos, Comitato Permanente per il Partenariato Euromediterraneo (Coppem), Comune di Lampedusa, Comune di Pesaro, Etnocom, Internationalia, Provincia Autonoma di Bolzano, Regione Puglia, Rete della Diaspora Africana Nera in Italia (Redani), Step4, Terre des Hommes Italia. (Inform 24)

 

 

 

 

EU. Im Zweifel vors Gericht

 

Die EU muss nicht tatenlos zusehen, wie ihre Mitgliedstaaten demokratische Grundwerte aushebeln. Von Juliane Schulte 

 

Viktor Orbán hat bei den Parlamentswahlen in Ungarn wieder eine Zweidrittelmehrheit errungen. Es steht zu erwarten, dass er diese für weitere tiefgreifende innenpolitische Änderungen in seinem Sinne nutzen wird. Bewusst nach den Wahlen veröffentlichte der Innenausschuss des Europäischen Parlaments einen Bericht, in dem er die Einleitung eines Sanktionsverfahrens gegen Ungarn nach Artikel 7 des EU-Vertrags wegen Gefährdung von EU-Grundwerten fordert. Lange Zeit wurde Artikel 7 hyperbolisch auch als „nukleare Option“ bezeichnet, kann doch am Ende der Entzug von Stimmrechten stehen – theoretisch zumindest. Gegen Polen läuft aufgrund der umstrittenen Justizreformen bereits – erstmalig in der Geschichte der EU – ein Artikel 7-Verfahren, aber die von der Partei „Recht und Gerechtigkeit“ (PiS) gestellte Regierung wird wohl nichts zu befürchten haben. Ungarn machte von Anfang an klar, dass es nicht gegen Polen stimmen werde. Das Quorum der Einstimmigkeit kann somit nicht erfüllt werden. Und dass Polen schon vor der entscheidenden Abstimmung im Europäischen Rat einlenkt, zeichnet sich derzeit auch nicht ab, wenngleich man in Brüssel konstruktiv von „ersten Fortschritten“ spricht. Aber wenn selbst die „nukleare Option“ nicht wirkt: Welche Möglichkeiten bleiben der EU, um ihre Grundwerte, auf der die Gemeinschaft aufgebaut ist, zu schützen? Eine ganze Reihe. Die EU muss jedoch über ihre bisherigen Ansätze hinausgehen.

Am 2. Mai wird die Europäische Kommission ihren Vorschlag für den nächsten Mehrjährigen Finanzrahmen vorlegen und voraussichtlich empfehlen, die Vergabe von EU-Mitteln an die Einhaltung rechtsstaatlicher Kriterien zu koppeln. Dies wäre ein Schritt in die richtige Richtung. Allerdings ist zu prüfen, diese politische Konditionalität nicht nur auf die Strukturfonds anzuwenden, sondern auch auf andere EU-Förderprogramme. Anderenfalls könnte der Eindruck entstehen, dass gezielt die Nettoempfänger von EU-Strukturmitteln – größtenteils die östlichen Mitgliedstaaten – getroffen werden sollen. Daneben fordern Nichtregierungsorganisationen im Zusammenhang mit den Diskussionen über den nächsten Mehrjährigen Finanzrahmen einen Fonds zur Förderung der Zivilgesellschaft. Das Europäische Parlament hat am 19. April mit großer Mehrheit eine entsprechende Resolution verabschiedet. Nun liegt der Ball im Feld der Mitgliedstaaten. Aber es gibt noch weitere Möglichkeiten, um die europäischen Grundwerte zu wahren.

Die Europäische Kommission sollte statt des mit hohen politischen Hürden versehenen Artikel 7-Vefahrens verstärkt juristische Mittel nutzen. Ein Urteil des Europäischen Gerichtshofes von Ende Februar weist den Weg: An sich ging es um die Frage, ob die richterliche Unabhängigkeit in Portugal beschränkt werde, wenn die Bezüge der Richter vorübergehend gekürzt werden. Der EuGH nutzte jedoch die Gelegenheit für eine grundsätzliche Klarstellung: Die Unabhängigkeit der Justiz in den EU-Mitgliedstaaten sei eine Voraussetzung für das Funktionieren des europäischen Systems der justiziellen Zusammenarbeit und des gegenseitigen Vertrauens in die nationalen Rechtsordnungen. Damit handelt es sich anders als von den betreffenden Regierungen verlautbart also nicht um eine rein nationale Angelegenheit und Justizreformen wie in Polen könnten somit Gegenstand eines Vertragsverletzungsverfahrens sein. Dies setzt jedoch voraus, dass die Kommission ein solches einleitet. Sie muss die treibende Kraft sein und Mitgliedstaaten vor Gericht bringen – nicht nur wie bisher bei Fällen, die EU-Recht, etwa im Bereich Wettbewerb, betreffen, sondern auch bei systemischen Vertragsverletzungen, die die Rechtsordnung der EU als solche berühren. Dass die polnischen Justizreformen sich bereits auf die justizielle Zusammenarbeit in der EU auswirken, zeigte eine Entscheidung des Irish High Court vom März, die europaweit für Aufsehen sorgte: Grundsätzlich sieht der europäische Haftbefehl Auslieferungen in einen anderen EU-Mitgliedstaat vor, ohne dass dabei wie bei Drittstaaten geprüft wird, ob die oder den Angeklagten ein fairer Prozess erwartet. Das irische Gericht lehnte die Auslieferung eines Polen in sein Heimatland jedoch ab, da die Unabhängigkeit der Justiz dort nicht mehr garantiert sei. Es bat den EuGH um eine Stellungnahme, die in den nächsten Wochen zu erwarten ist. Kommt der EuGH zu dem Schluss, dass die polnische Justiz tatsächlich nicht mehr unabhängig ist, wären Auslieferungen nach Polen nicht mehr möglich und die justizielle Zusammenarbeit der übrigen EU-Staaten mit Polen somit eingeschränkt.

Aber nicht nur die EU-Institutionen müssen ihre Hausaufgaben machen; auch die europäischen Parteienfamilien müssen in die Verantwortung genommen werden. Sie beziehen sich in ihren Statuten explizit auf Werte wie Demokratie und Rechtsstaatlichkeit. In der Praxis scheinen politische Mehrheiten im Europäischen Parlament jedoch wichtiger zu sein. Aber im Interesse ihrer Glaubwürdigkeit müssen die europäischen Parteienfamilien ihre Werte ernst nehmen und die ihnen zur Verfügung stehenden Möglichkeiten nutzen und ausbauen. Sanktionsverfahren – Parteiausschlüsse wären hierbei selbstverständlich nur die ultima ratio, denn damit würde man gleichzeitig Möglichkeiten des positiven Einwirkens verlieren – würden erleichtert, wenn diese formalisiert würden. Bisher gibt es weder klare Kriterien noch Institutionen wie etwa interne Schiedsgerichte. Zudem könnten die Parteienfamilien Berichterstatter ernennen, die – wie es auch mit Blick auf die EU-Mitgliedstaaten gefordert wird – ein regelmäßiges Grundwerte-Monitoring durchführen. Durch Veröffentlichungen der Ergebnisse könnte parteiinterner beziehungsweise öffentlicher Druck aufgebaut werden. Es bleibt jedoch das Problem, dass die europäischen Parteien nicht so weit entwickelt sind wie Parteien auf nationaler Ebene. Insbesondere können sie die traditionelle Rekrutierungsfunktion politischen Personals nur eingeschränkt wahrnehmen, da das Europäische Parlament über nationale Listen gewählt wird. Damit fehlt den europäischen Parteien ein wichtiger Hebel. Ihr Einfluss auf ihre Mitgliedsparteien würde sich erhöhen durch die Einführung transnationaler Listen, da sie dann die Kandidaten für das Europäische Parlament nominieren würden und problematische Mitgliedsparteien dabei abstrafen könnten.

Damit wären wir auch schon beim großen Ganzen, der Debatte um die Reform der Europäischen Union. Der Vorschlag transnationaler Listen ist einer der vielen Vorschläge, um die Europäische Union demokratischer zu machen. Dass die EU selbst der demokratischen Reformen bedarf, darüber ist man sich weitgehend einig. Aber die EU kann nur demokratisch sein, wenn es auch ihre Mitgliedstaaten sind. Deshalb muss die Sicherung der Demokratie in EU-Mitgliedstaaten Teil der aktuellen Grundsatzdebatten sein. Wohlgemerkt sind Polen und Ungarn zwar illustrative Beispiele; sie sind jedoch weder die einzigen noch die ersten „Problemfälle“ in der EU. Populistische Parteien sind in ganz Europa im Aufwind begriffen und stellen die liberale Demokratie infrage. Deshalb müssen die sich jetzt bietenden Gelegenheiten genutzt werden, um Europas Werte zu wahren; der Handlungsspielraum dafür wird nicht größer werden. IPG 25

 

 

 

 

„Die Kommission will neoliberale Reformen durchsetzen“

 

Im Dezember 2017 stellte die EU-Kommission eine Reihe von Reformvorschlägen für die Eurozone und die EU-Wirtschaftspolitik vor. Darunter einen Vorschlag zur Überarbeitung der Dachverordnung für die europäischen Struktur- und Investitionsfonds. Reformwillige Mitgliedsstaaten sollen finanzielle Anreize bekommen. Darüber sprach EURACTIV mit Anne Karrass.

 

Die Ökonomin Dr. Anne Karrass arbeitet im EU-Verbindungsbüro der Dienstleistungsgewerkschaft ver.di schwerpunktmäßig zur Europäischen Sozial-, Wirtschafts- und Beschäftigungspolitik.

EURACTIV: Frau Karrass, seit Jahren ist die Währungsunion im Reformmodus. Dabei wurden längst nicht alle Vorschläge umgesetzt. In der Schublade blieb beispielsweise 2013 der Pakt für Wettbewerbsfähigkeit. Worum ging es da und woran ist der Vorschlag gescheitert?

Gegenüber Griechenland, Portugal, Spanien und Irland wurde in der Krise sehr deutlich gemacht, dass es Geld nur für Strukturreformen gibt. Mit dem Pakt für Wettbewerbsfähigkeit wollte insbesondere die deutsche Bundeskanzlerin dieses Modell auf die gesamte Währungsunion ausdehnen. Der Vorschlag war, dass die Mitgliedsstaaten mit der Kommission bilaterale Reformverträge abschließen und Geld bekommen, wenn sie die Reformen umsetzen. Die Kommission hatte diese Idee begeistert aufgegriffen, da sie selbst eine wichtige Rolle erhalten hätte und Strukturreformen im Sinne der Wettbewerbsfähigkeit ohnehin sehr positiv gegenübersteht.

In Griechenland, Portugal, Spanien und Irland hat das Modell allerdings nur funktioniert, weil diese Länder mit dem Rücken zur Wand standen und das Geld unbedingt brauchten. Die Ausdehnung auf die gesamte Währungsunion ist am fulminanten Widerstand der Gewerkschaften und der notwendigen Einstimmigkeit im Europäischen Rat gescheitert. Nicht alle Mitgliedsstaaten waren für die Reformen und die weitgehenden Eingriffe in nationalstaatliche Zuständigkeiten zu begeistern. So ist der Pakt wieder von der Tagesordnung verschwunden.

Die Reformdebatten sind jedoch weitergegangen. Zuletzt hat die EU-Kommission im Dezember das so genannte Nikolauspaket vorgelegt. Enthalten ist auch ein Vorschlag zur Überarbeitung der Dachverordnung für die europäischen Struktur- und Investitionsfonds. Sie schreiben in einem aktuellen Beitrag, dass damit der Pakt für Wettbewerbsfähigkeit unter anderem Namen wieder auf die Agenda kommt…

Der Vorschlag wurde allerdings gut versteckt. Seit das Nikolauspaket vorgelegt wurde, dreht sich die öffentliche Debatte vor allem um den EU-Finanzminister und den Europäischen Währungsfonds.

Ich denke schon seit längerem, dass sich in der Idee des Pakts für Wettbewerbsfähigkeit sowohl der französische Präsident wie auch die deutsche Kanzlerin mit ihren Vorstellungen ganz gut wiederfinden könnten. Macron will Geld von der europäischen Ebene, Merkel will Strukturreformen. Schaut man sich die französische Innenpolitik an, sieht man, dass auch Macron wettbewerbsorientierten Strukturreformen gegenüber nicht abgeneigt ist. Da die Kommission solche Stimmungen auch aufnimmt habe ich genauer geschaut, wo der Pakt wieder auftaucht. Fündig geworden bin ich dann in dem genannten Vorschlag mit dem sperrigen Titel, der eigentlich noch viel länger ist – der längste Titel, den ich jemals in einem EU-Dokument gefunden habe. Er klingt auch nicht so, als sollte man sich das Dokument unbedingt genauer ansehen. Wenn man aber über den Titel hinweg ist, stellt man schnell fest, es ist genau das gleiche wie 2012/13: EU-Finanzmittel als Gegenleistung für Strukturreformen.

Sie nennen das unter Anspielung auf die Reformprogramme in den Krisenländern eine „Troika für alle“. Warum?

Weil das Konzept jenem der Eingriffe in Ländern wie Griechenland und Portugal sehr ähnelt, bei denen die Troika-Institutionen, also Internationaler Währungsfonds, EU-Kommission und Europäische Zentralbank, die Mittel nur als Gegenleistung für Strukturreformen gewährten. In dem vorliegenden Vorschlag würde die EU-Kommission alleine darüber wachen, ob die Reformverpflichtungen eingehalten werden. Das Prinzip ist aber das gleiche.

Bulgarien will in die Eurozone, die EU-Kommission begrüßt das und die formellen Beitrittskriterien sind erfüllt. Trotzdem sind Wissenschaftler am Delors-Institut skeptisch. Warum?

Besteht nicht ein wesentlicher Unterschied zu den Troika-Programmen darin, dass bei dem neuen Ansatz das Vorschlagsrecht über die Reformen bei den Mitgliedsstaaten liegt, dass also niemand zu bestimmten Reformen gezwungen werden kann?

Auch damals wurde gesagt, dass die Mitgliedsstaaten die Reformen selbst vorschlagen. Die Frage ist stets, wie dringend braucht ein Land das Geld. Wenn heute ein Mitgliedsstaat Geld aus den Strukturfonds haben möchte, muss er eine Ko-Finanzierung leisten. Das ist in Krisenzeiten oder für Länder mit einer angespannten Haushaltslage häufig nicht möglich. In einer solchen Situation entsteht durchaus ein gewisser Druck, auf die angeboten Mittel ohne Ko-Finanzierung zurückzugreifen und ein entsprechendes Reformprogramm zu akzeptieren.

Aber sind die konkreten Inhalte der Reformen die gleichen? Bei den Troika-Programmen wurde vor allem kritisiert, dass es eine zu starke Schlagseite zu ausgabenbezogenen Maßnahmen gibt, statt dass die Haushalte beispielsweise über höhere Steuern saniert werden. Was ist diesbezüglich von bilateralen Vereinbarungen zu erwarten, die die Kommission im Rahmen der überarbeiteten Dachverordnung mit einzelnen Mitgliedsstaaten abschließt?

Die Kommission stellt den Vorschlag unter das Stichwort der Resilienz, also der Widerstandsfähigkeit im Konjunkturzyklus. Natürlich kann man sagen, dass es grundsätzlich sinnvoll ist, die Volkswirtschaften resilienter zu machen und die Maßnahmen entsprechend abzustimmen. Ein Blick in die internen Dokumente der Kommission zeigt jedoch, dass deren Reformvorstellungen eine deutlich neoliberale Prägung haben und es viel um den Abbau von Arbeitnehmerrechten geht. So sollen zum Beispiel Lohnfindungsmechanismen flexibilisiert werden, Arbeitsmärkte dereguliert werden etc.

Natürlich haben wir im gewerkschaftlichen Kontext ebenso wie damals beim Pakt für Wettbewerbsfähigkeit darüber diskutiert, ob man ein solches Instrument nicht auch für „gute Strukturreformen“ nutzen könnte. Allerdings wäre es auch mit anderen Inhalten noch abzulehnen – aus zwei Gründen: Zum einen ist es undemokratisch. Die Maßnahmen sollen ausschließlich zwischen der Kommission und dem einzelnen Mitgliedsstaat besprochen werden. Nicht einmal im Europäischen Rat oder Rat, also zwischen den Mitgliedsstaaten würde darüber diskutiert werden, welche Politik man in der Eurozone braucht und wie diese über Reformprogramme unterstützt werden kann. Auch mit dem Europäischen Parlament würden die Maßnahmen nicht besprochen werden…

… Es geht ja auch um Reformen im nationalstaatlichen Rahmen. Die nationalstaatlichen Parlamente werden doch beteiligt sein, oder?

Ja, wobei man abwarten muss, wie es in der Realität läuft. Wenn man davon ausgeht, dass die Vereinbarungen rein freiwillig sind, kann man auch davon ausgehen, dass die nationalen Parlamente im normalen gesetzgeberischen Rahmen beteiligt sind. Aber was passiert bei einem Regierungswechsel, wenn das Geld bereits versprochen wurde? Oder wenn eine zugesagte Reform im Gesetzgebungsprozess auf öffentlichen Widerspruch stößt, aber dann das Argument kommt, dass man für die Reform ja auch viel Geld bekommt? Der nationale Politikprozess wird also schon massiv beeinflusst, wenn er vor dem Hintergrund einer solchen Reformvereinbarung stattfindet.

Der zweite Punkt ist, dass es mit einem solchen Instrument sehr schwierig sein dürfte, soziale und beschäftigungsfreundliche Reformen durchzusetzen. Lohn-, Sozial- und Steuerdumping kann man nur verhindern, indem man EU-weit einen „unteren Boden“ einzieht, einen europäischen Mindeststandard festlegt. Das klappt nur über europäische Richtlinien, nicht über Reformverträge, denn dann müsste der Mindeststandard ja in jedem einzelnen Reformvertrag drin stehen. Das erfordert de facto Einstimmigkeit, während über EU-Richtlinien viele Fortschritte auch per Mehrheit erreicht werden können. Das ist auch vom Verfahren her sinnvoller, denn wenn man einen Mindeststandard setzt, dann muss man ihn überall setzen.

Also, theoretisch gesehen könnte man das Instrument auch anders nutzen, ein sinnvoll konzipiertes Instrument ist es aber nur, wenn es darum geht, neoliberale Reformen durchzusetzen. Das ist es, was die Kommission will.

Viele Mitgliedsstaaten folgen nicht den Vorschlägen der EU-Kommission zur Reformierung ihrer Wirtschaft. Deshalb sollen sie nun mit mehr Geld gelockt werden. Aber reicht das?

Wie viel Geld soll eigentlich bereitgestellt werden, um solche Reformprogramme in den Mitgliedsländern zu „kaufen“, und woher soll es kommen?

Im jetzt vorliegenden Vorschlag soll das Geld aus der sogenannten „leistungsgebundenen Reserve“ der Struktur- und Investitionsfonds kommen, also vor allem aus dem Europäischen Sozialfonds und dem Fonds für regionale Entwicklung. Dabei handelt es sich um 15 bis 18 Milliarden Euro, die eigentlich eingeplant waren, um Länder zu belohnen, wenn sie die in diesen Fonds gesetzten Ziele erreichen – das heißt, vor allem die soziale und wirtschaftliche Kohäsion fördern und neue Disparitäten vermeiden. Durch die Umwidmung der Mittel würde das Gegenteil erreicht. In der neuen Haushaltsperiode will die Kommission das Instrument verstetigen und eigenständige Mittel im Rahmen der geplanten Haushaltslinie für die Eurozone zur Verfügung stellen. Auch diese Gelder werden aber wohl von den genannten Fonds abgezogen, wodurch die EU wieder ein Stück unsozialer wird.

Generell halten Sie eine stärkere wirtschaftspolitische Koordinierung in der Währungsunion aber für sinnvoll. Wie könnte man es so machen, dass Ihnen am Ende auch die Inhalte der Reformen gefallen?

Zunächst bräuchte man eine demokratischere Grundlage. Derzeit werden die wichtigen Prozesse ja vor allem über den ECOFIN oder die Eurogruppe koordiniert. Es wäre schon etwas gewonnen, wenn der Rat der Beschäftigungs- und Sozialminister sowie das Europäische Parlament eine stärkere Rolle spielen würden. Wichtig wäre es auch, den makroökonomischen Dialog wieder stärker auszubauen, um Lohn-, Finanz- und Geldpolitik besser in Einklang zu bringen. Und die EZB bräuchte ein anderes Mandat, damit die Geldpolitik nicht weiter einseitig am Ziel der Preisstabilität ausgerichtet ist, sondern auch Beschäftigungsaspekte eine Rolle spielen. Das sind einige Elemente einer alternativen wirtschaftspolitischen Koordinierung in der EU. Klar ist, das ist ein großes Fass. Steffen Stierle EA 26

 

 

 

 

Über Europa gespalten

 

Emmanuel Macron ist ein Jahr im Amt und geht in der Europapolitik ein hohes Risiko ein. Denn Deutschland spielt nicht mit. Von Claire Demesmay, Julie Hamann

 

Vor einem Jahr wurde Emmanuel Macron mit einem ambitionierten Reformprogramm gewählt: Innenpolitische Reformen sollen die französische Wirtschaft und das Sozialsystem tiefgreifend ändern; die EU möchte er mit großen Schritten in der Verteidigungs-, Währungs- und Migrationspolitik voranbringen. Während die Strukturreformen des französischen Sozial- und Wirtschaftssystems in die Wege geleitet wurden, blieb der große Wurf in der Europapolitik bisher aus. Das liegt nicht nur an der unerwartet langen Regierungsbildung in Berlin, sondern auch an einem Verharren deutscher Politik in alten Denkmustern. Emmanuel Macron geht mit seiner politischen Agenda ein hohes Risiko ein, aber Deutschland bewegt sich bisher kaum.

Das deutsche Verhältnis zu Frankreich wirkt zurzeit – pardon my french – schizophren: Selten war die Unterstützung für einen französischen Präsidenten über (fast) alle Parteigrenzen so groß wie heute. Bekenntnisse zu den deutsch-französischen Beziehungen haben an Ernsthaftigkeit gewonnen und brechen öfters aus den eingeübten Ritualen aus. Deutlich wurde das im Januar anlässlich des 55-jährigen Jubiläums des Elysée-Vertrags, als erstmals Abgeordnete des jeweils anderen Parlaments an Plenardebatten im Bundestag und der Assemblée nationale teilnahmen. Macrons Vorstoß zu einem neuen Elysée-Vertrag wird in Berlin mit so großem Einsatz verfolgt, dass die Beziehung zum Nachbarland einen zentralen Platz im Koalitionsvertrag bekommen hat.

Und dennoch stoßen seine Vorhaben für Europa in großen Teilen der Bundesregierung und der Öffentlichkeit auf Ablehnung. Das Titelbild des Spiegels nach der französischen Wahl illustriert Deutschlands Zerrissenheit angesichts des „teuren Freunds“ Macron. Konnte man in Wahlkampfzeiten noch vermuten, dass viele deutsche Politiker die Frage nach mehr Ausgaben für die EU möglichst aus der öffentlichen Debatte fernhalten wollten, zeigt sich heute, dass die Vorbehalte in der Politik reell und hartnäckig sind.

Macron dient den Deutschen als Projektionsfläche, auf der jeder etwas von seinen eigenen Ideen abbilden kann: Für Pro-Europäer sind Stichworte wie „die Sorbonne-Rede“ Ausdruck der großen Sehnsucht nach mehr Idealismus und ein bisschen Pathos in der Europadebatte. Nur wenige Monate nach seinem Amtsantritt erhielt der französische Präsident bereits den Aachener Karlspreis für seine „kraftvolle Vision eines neuen Europas“. Bei Sozialdemokraten und Grünen rufen Anklänge an eine Bewegung „von unten“, die sie in En Marche verkörpert sehen, und die Idee von europaweiten Bürgerkonsultationen Begeisterung hervor. Liberale und Konservative dagegen schätzen besonders seinen innenpolitischen Reformkurs, hatte doch vor allem Deutschland die von der Europäischen Kommission empfohlenen Strukturreformen lange angemahnt. Auch die restriktivere Migrationspolitik findet bei ihnen Anklang. Jeder pickt sich also das heraus, was ihm am besten in eigene Denkmuster passt und ignoriert dabei andere Bereiche, die das komplexe Bild des französischen Präsidenten ausmachen.

Reformen an zwei Fronten

Aus seinen ambitionierten Vorhaben hat Emmanuel Macron nie ein Geheimnis gemacht, auch im Wahlkampf nicht. Vom Arbeitsrecht über die Fiskalpolitik und das Bildungssystem bis hin zur Arbeitslosenversicherung: Wenn es nach ihm geht, darf kein Element des französischen Wohlfahrtstaats unberührt bleiben. Bereits im September, ein paar Monate nach der Präsidentschaftswahl, wurde eine Arbeitsmarktreform verabschiedet, die u. a. den Kündigungsschutz lockert und Branchen- und Betriebsvereinbarungen stärkt. In der Fiskalpolitik wurden die Arbeitnehmerabgaben gesenkt und der allgemeine Sozialbeitrag (CSG) erhöht, was bei Rentnern für Unmut sorgt. Die Reform der öffentlichen Bahngesellschaft SNCF – die seit Jahrzehnten als nicht reformierbar gilt – ist noch nicht verabschiedet, und schon steht die Reform der Ausbildung und der Arbeitslosenversicherung an der Tagesordnung des Kabinetts.

Während sich das innenpolitische Reformtempo beschleunigt, passierte in der Europapolitik wenig. Zwar wurde die EU-Entsenderichtlinie überarbeitet – ein Kernthema in der französischen Europa-Debatte – und die 27 Mitgliedsstaaten einigten sich auf eine permanente Zusammenarbeit in der Verteidigungspolitik (Pesco). Doch es sind sehr bescheidene Ergebnisse  gemessen an Macrons Forderungen für ein „souveränes Europa“, beispielsweise in Bezug auf ein Budget der Eurozone, eine gemeinsame EU-Asylbehörde und eine europäische Staatsanwaltschaft zur Terrorismusbekämpfung. Für den französischen Präsidenten ist der Stillstand in Europa insofern ein Problem, als die innen- und die europapolitischen Reformen als untrennbare Elemente gelten, deren Erfolg sich gegenseitig bedingt.

Einerseits sollen Strukturreformen im Land von der Seriosität der Regierung zeugen und Frankreichs Glaubwürdigkeit auf der europäischen Bühne – in erster Linie in Deutschland – wiederherstellen. Paris will sich als zuverlässiger Partner präsentieren, der seine Verpflichtungen einhält, und dadurch einen legitimen Anspruch auf eine Führungsrolle in der EU hat.

Andererseits sollen aber auch Reformen in der EU zum Erfolg der innenpolitischen Reformen beitragen. Blockaden gegen den Umbau des französischen Wohlfahrtsstaats lassen sich zum Teil dadurch erklären, dass sie nicht verinnerlicht wurden, sondern vor allem als europäische, von außen auferlegte Pflicht verstanden werden. Macron gewann zwar die Wahl mit einem europafreundlichen Programm, doch die Kampagne war von einer tiefen Anti-EU-Haltung geprägt, die noch lange nicht überwunden ist. Von daher wird die französische Bevölkerung weitere Reformen nur akzeptieren, wenn sie erstens davon überzeugt ist, dass sie für Frankreichs Zukunft gut sind, unabhängig von den EU-Verpflichtungen; zweitens, dass die Europäische Union nicht nur für Liberalisierung und Schwächung des Sozialstaats steht, sondern auch für Schutz und Verbesserung der Lebensverhältnisse. Aus dieser Feststellung speist sich Macrons Leitmotiv eines „Europe qui protège“ (Europa, das beschützt).

Nicht immer ist der Berliner Politik klar, welch großes Risiko Macron mit seiner gewollten „Transformation“ eingeht. Die Unterstützung der Franzosen für seine sozial- und wirtschaftspolitische Reformagenda bildet bislang nur ein schwaches Fundament. Obwohl Macron all dies angekündigt hatte, ist sein Reformeifer nicht populär. Seit Anfang des Jahres sinken seine Beliebtheitswerte kontinuierlich und die Streiks werden immer häufiger. Dennoch zeigt er sich entschlossen, diesen Kurs fortzusetzen. Zugeständnisse an Gewerkschaften und Demonstranten scheint er dagegen auszuschließen.

Immer mehr Bürger befürchten, dass die Reformen auf Kosten des sozialen Zusammenhalts gehen und machen Macrons Politik für eine wachsende Spaltung in der Gesellschaft verantwortlich. Sie werfen ihm vor, Politik für die Privilegierten zu machen und die Präkarisierung der Haushalte mit kleinen und mittleren Einkommen voranzutreiben. Als er sich 2017 gegen Marine Le Pen durchsetzte, war klar, dass er die im ersten Wahlgang deutlich gewordene vielfache Spaltung des Landes in den fünf Jahren seiner Amtszeit überwinden muss. Unpopuläre Reformen müssen also mit schnellen Erfolgen legitimiert werden – auch auf der europäischen und internationalen Ebene. Seine Beliebtheit, gerade zu Beginn seiner Präsidentschaft, speist sich ganz besonders aus seinem Auftreten als Staatschef und Diplomat. Doch was, wenn sich zeigt, dass er sich dabei trotz seiner Entschlossenheit nicht durchsetzen kann?

Erste wirtschaftliche Erfolge wie ein Wachstum von 0,7 Prozent im letzten Quartal, dem Rückgang der Arbeitslosigkeit auf 8,9 Prozent und dem in zehn Jahren erstmaligen Unterschreiten der EU-Haushaltsdefizitgrenze deuten Entspannung an, dürfen aber als Entwicklung auch nicht für gegeben hingenommen werden. Bei einem Großteil der Franzosen macht sich der Aufschwung noch nicht bemerkbar.

Deutschland muss Farbe bekennen

Für seine europapolitischen Pläne setzt Macron alles auf die Zusammenarbeit mit der Bundesregierung. In einem von Spannungen durchzogenen Europa ist Deutschland nicht nur sein Wunschpartner, sondern auch der einzig mögliche – gerade nach der Italien-Wahl. An seinen Ideen muss man nicht alles mögen. Meinungsverschiedenheiten zwischen Deutschland und Frankreich sind normal und sogar willkommen, da sie zu einer konstruktiven Diskussion beitragen. Doch rote Linien und eine pauschale Ablehnung können nicht zu Lösungen führen. Kritiker müssen auch äußern, wie sie sich Europas Zukunft vorstellen und was sie vorschlagen, um die EU aus ihrer schwierigen Lage langfristig herauszuholen. Es geht nicht darum, sich zwischen marschieren und blockieren zu entscheiden, sondern nach Kompromissen zu suchen. Wie wahre Freunde eben. IPG 23

 

 

 

 

Trend in der humanitären Hilfe: Cash und Gutscheine

 

Das gemeinhin bekannte Bild von humanitärer Hilfe: Grundnahrungsmittel werden von Lkw-Ladeflächen aus an Geflüchtete verteilt.

Inzwischen verlagern immer mehr humanitäre Hilfsorganisationen ihre Strategie aber vom Verteilen von Säcken mit Lebensmitteln hin zum Ziel, den Hilfesuchenden die Mittel zu geben, um ihr eigenes Essen zu erwerben und ihre Bedürfnisse selbstbestimmt(er) zu befriedigen.

Das britische Overseas Development Institute schätzt, dass ausgegebenes Bargeld und Gutscheine heute rund sechs Prozent der Ausgaben für humanitäre Hilfe ausmachen – im Vergleich zu weniger als einem Prozent im Jahr 2004. Insgesamt ist dies noch immer ein kleiner Anteil; das Ernährungsprogramm der Vereinten Nationen weist aber darauf hin, dass ein Viertel seiner Unterstützung inzwischen in Bargeldzahlungen geleistet wird.

Cash und Gutscheine sind besonders beliebt in urbanen Gebieten und wurden massiv eingesetzt, um Geflüchteten aus Syrien zu helfen. Gutscheine können dabei in den lokalen Supermärkten eingesetzt werden; Bargeld wird teilweise sogar direkt an die Hilfsbedürftigen überwiesen.

Auch die Europäische Kommission unterstützt Bargeld- und Gutscheinprojekte in ihren Hilfeleistungsprogrammen für Geflüchtete in Griechenland und der Türkei – gemeinsam mit Behörden und NGOs vor Ort.

Im September 2016 hatte die Kommission ein 115 Millionen-Hilfsprogramm angekündigt, das direkte Unterstützung für Geflüchtete via Cash-/Gutschein-Systeme bieten sollte. Anfang April dieses Jahres wurden weitere 180 Millionen Euro für Hilfsprojekte in Griechenland bereitgestellt, die wahrscheinlich weitere Gutschein-Aktionen enthalten werden.

Die EU-Kommission hat neue Finanzmittel in Höhe von 180 Millionen Euro für Hilfsprojekte in Griechenland einschließlich eines Hilfsprogramms für Flüchtlinge angekündigt

Die humanitäre Hilfe der EU war auch Partner beim Aufbau des ESSN-Programms (Emergency Social Safety Net) in einer Partnerschaft mit dem Welternährungsprogramm der UN, dem türkischen Roten Halbmond und der türkischen Regierung.

Neben dem Vorteil, dass den Geflüchteten über Gutscheine mehr Würde und Auswahl geboten werden, werden sie auch als effektiveres Mittel zur Unterstützung der lokalen Wirtschaft angesehen.

Traditionelle, direkte Unterstützungsgüter – wie Seife, Decken, Reis – werden von den Geflüchteten oftmals unter Marktwert verkauft, damit sie sich mit dem eingenommenen Geld Dinge kaufen können, die sie dringender benötigen. Durch Bargeld-Unterstützung kann somit sichergestellt werden, dass der volle Hilfsbetrag für aktuelle, akute Bedürfnisse ausgegeben werden.

„Wir bieten mehr Auswahl als Hilfsleistungen in Naturalien oder Sachleistungen – und weniger Auswahl als bei direkten Geldüberweisungen,“ erklärt Nolwenn Bertrand, Public Policy Manager bei Edenred, einem Unternehmen, das Gutscheinsysteme umsetzt.

Bertrand sagte gegenüber EURACTIV, rund 160.000 geflüchtete Familien in der Türkei hätten bereits von dem 2014 gestarteten Projekt profitiert. Sie erhalten bei dieser Maßnahme durchschnittlich 30 Dollar „Guthaben“ pro Monat, das auf eine Karte geladen wird.

In Griechenland ist Edenred derweil Teil eines Programms der UN-Flüchtlingshilfe, in dem das Unternehmen Gutscheine für Hygieneprodukte ausgibt.

Während Bargeld den Hilfsempfängern offensichtlich mehr freie Auswahl bietet, sind Gutscheinsysteme besonders bei den Gebern beliebt, da sich mit ihnen einfacher nachvollziehen lässt, wie die Unterstützungsgelder ausgegeben werden. Da die Hilfszahlungen aus öffentlichen Kassen finanziert werden, ist es umso wichtiger, verlässliche Kontrollmaßnahmen einzusetzen, die einen korrekten und effizienten Einsatz der Gelder sichern.

Gutscheine erscheinen als „Kompromiss“ zwischen Bargeldzahlungen und direkter Hilfe in Form von Sachleistungen oder Naturalien; die Kommission sieht sie als „bargeldähnlich“ an, schließt Gutscheine aber vom Anwendungsbereich der Richtlinie über Zahlungsdienste aus.

Aus Sicht von EURACTIV scheint die Kommission sich aktuell darauf zu konzentrieren, Programme mit Direktzahlungen zu unterstützen. Gleichzeitig zeigt man sich aber auch offen für einen verstärkten Einsatz von Gutscheinen.

Eunice Maina, Mitarbeiterin im humanitären Programm der Europäischen Kommission für Uganda, erklärt: „Die Europäische Kommission hat sich verpflichtet, bei der Bereitstellung humanitärer Hilfe die wirksamste und effizienteste Methode anzuwenden.“ Benjamin Fox, EA 30

 

 

 

Künstliche Intelligenz – ein Fall für das Völkerrecht

 

Der Gedanke, verstärkt Roboter für uns arbeiten zu lassen, ist verlockend. Doch was, wenn die Maschinen irgendwann intelligenter und effektiver sind als die Menschen und sich anschicken, die Vorherrschaft zu übernehmen? Künstliche Intelligenz muss reguliert werden.

Systeme Künstlicher Intelligenz (KI) erfreuen sich sowohl bei privaten Unternehmen wie auch bei staatlichen Einrichtungen steigender Beliebtheit. Selbstlernende Maschinen können gigantische Datenmengen in atemberaubender Geschwindigkeit verarbeiten und auf dieser Basis zwischen mehreren Alternativen die beste auswählen. Hat die Maschine genügend qualitativ hochwertige Daten, kann sie beispielsweise helfen, medizinische Diagnosen zu verbessern, zwischen Investitionsoptionen zu unterscheiden oder Forschungsergebnisse miteinander zu verknüpfen.

Doch je weiter die Entwicklung der KI fortschreitet, desto mehr betrifft sie auch sensible Bereiche. Schon heute können KI-Systeme entwickelt werden, die beispielsweise Satellitenbilder analysieren und im Falle eines Militäreinsatzes die „optimalen Angriffsziele“ auswählen. Man könnte es so weit treiben, dass diese Ziele dann automatisch attackiert werden. Viele Militärstrategen wünschen sich derartige Lösungen, denn sie nehmen die Last der Entscheidung über Leben und Tod vom Menschen und machen den Einsatz dadurch wesentlich einfacher. Doch dürfen Roboter über Leben und Tod von Menschen entscheiden? Ist das nicht ein moralisches Problem, selbst wenn der Roboter mit einer gewissen Wahrscheinlichkeit sogar eine bessere Entscheidung trifft als jeder Kommandeur das könnte und so letztlich die Erreichung des militärischen Ziels insgesamt weniger zivile Opfer kostet?

Das Beispiel soll zeigen, dass KI viel mehr als nur eine Frage des technischen Fortschritts ist. Allerdings hat sich der technische Fortschritt in den letzten Jahren derart beschleunigt, dass es höchste Zeit wird, einen regulatorischen Rahmen zu entwickeln. Seit den frühen 2010er Jahren gibt es in der KI-Forschung eine enorme Dynamik, weil die Aktivitäten von Facebook, Google und Co. enorme Mengen strukturierter Daten liefern, mit denen KI-Systeme gefüttert werden können. Wohin diese Entwicklung ohne entsprechende Regulierung führen kann, deutet das Beispiel des Militäreinsatzes an.

Die EU-Kommission will in den nächsten drei Jahren 1,5 Milliarden Euro in Forschung im Bereich der Künstlichen Intelligenz investieren. Kritiker monieren, China und die USA seien weiter.

Unter dem Titel „Das globale Ringen um die Zukunft der künstlichen Intelligenz“ haben jüngst Wissenschaftler der Berliner Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) eine Analyse herausgegeben, die sich mit genau dieser Frage befasst: Wie muss KI reguliert werden, damit die Maschine am Ende dem Menschen dient und nicht umgekehrt. Darin verdeutlichen die Autoren zunächst, dass ein globaler Regulierungsrahmen ideal wäre. Schließlich handelt es sich bei KI um eine globale Entwicklung: China hat bereits massive Investitionen angekündigt, um den Vorsprung der USA aufzuholen. Auch in Russland steht die Entwicklung der KI hoch auf der Agenda. Am Mittwoch zog die EU-Kommission nach und regte umfassende Investitionen an, die jene der Mitgliedsstaaten ergänzen sollen. Vor allem Frankreich und Deutschland haben bereits ambitionierte eigene Pläne am Start.

Als Anknüpfungspunkt für einen internationalen Regulierungsrahmen bringen die SWP-Wissenschaftler Marcel Dickow und Daniel Jacob die verschiedenen Normenordnungen des Völkerrechts ins Spiel. Schließlich seien verschiedene völkerrechtliche Normenordnungen unmittelbar berührt. Einige Beispiele:

Schon heute setzen die USA und Großbritannien KI-Systeme polizeilich ein. Sie erstellen auf Basis von Datenanalysen Prognosen, wann wo und von wem mit besonders hoher Wahrscheinlichkeit Verbrechen begangen werden. In den USA helfen die Systeme sogar bei Gericht das Strafmaß zu optimieren. In China wird an einem Ratingsystem gearbeitet, das das Verhalten der Bürger analysiert, auswertet und gegebenenfalls Sanktionen verhängt. Diese Entwicklungen berühren das Recht auf Gleichbehandlung und einen ordentlichen Gerichtsprozess – und damit universell verbriefte Menschenrechte.

Zudem ist das humanitäre Völkerrecht berührt, denn das Eingangsbeispiel ist keineswegs so fiktiv, wie es möglicherweise erscheint. Viele Staaten investieren massiv in die Entwicklung (teil-)automatischer Waffen. Die USA stehen bereits heute regelmäßig wegen tödlicher Drohnenangriffe in der Kritik. Das betrifft auch Deutschland, da viele tödliche US-Drohneneinsätze über die Relaisstation der Airbase im rheinland-pfälzischen Ramstein gesteuert. Im Rahmen der EU-Verteidigungsunion wird die Anschaffung einer so genannten Euro-Drohne vorbereitet.

Die EU verschenkt Wifi-Hotspots im Wert von 120 Millionen Euro. Doch in Deutschland mangelt es schon an der digitalen Infrastruktur.

Dass Maschinen über das Leben von Menschen entscheiden ist also weit mehr als Science Fiction. Doch schon die partielle Übertragung von Entscheidungen über Gewaltanwendung an Maschinen würde, so die SWP-Autoren, „in grundlegender Weise die Schutzmechanismen des humanitären Völkerrechts“ infrage stellen.

Ein drittes Beispiel ist die Macht der Unternehmen. Facebook, Amazon und andere Internetkonzerne nutzen KI, um umfassende Profile ihrer (potenziellen) Nutzer zu erstellen. Banken nutzen KI um die Kreditwürdigkeit ihrer Kunden zu beurteilen. Damit berührt KI auch den völkerrechtlich garantierten Schutz der Privatsphäre und das Diskriminierungsverbot. Im nationalstaatlichen Rahmen lässt sich das nicht regulatorisch einfangen, denn die meisten hier relevanten Unternehmen agieren transnational.

Folgt man der Argumentation von Dickow und Jacob, ergeben sich vor allem drei Regulierungsziele: Erstens braucht es Transparenz darüber, wer wie und zu welchem Zweck KI einsetzt. Zweitens muss sichergestellt werden, dass KI in sensiblen Bereichen menschlicher Kontrolle unterworfen bleibt. Und drittens müssen die Verantwortlichkeiten eindeutig geklärt werden – zwischen Mensch und Maschine sowie zwischen Hersteller und Anwender.

Alles in allem birgt KI neben allen Chancen also auch enorme Risiken. Die gute Nachricht: Es ist noch nicht zu spät für politische Reaktionen. Der vor wenigen Wochen verstorbene Starphysiker Steven Hawking sagte einmal, dass KI das Beste oder das Schlimmste sein kann, was die Menschheit jemals erfunden hat. Es kommt darauf an, was man daraus macht.

24 EU-Länder wollen einen „europäischen Ansatz“ für Künstliche Intelligenz erschaffen, um so mit amerikanischen und asiatischen Technologieriesen konkurrieren zu können.

In den letzten Monaten hat sich der Diskurs deutlich „ent-technologisiert“. So rückte beispielsweise der Europäische Wirtschafts- und Sozialausschuss (EWSA) in seiner Stellungnahme Sicherheit, Privatsphäre, Gleichheit, Wohlstand und ethische Fragen in den Mittelpunkt. Gewerkschaften befassen sich mit den Veränderungen der Arbeitswelt und den Folgen für die Arbeitnehmer. Die Vereinten Nationen verhandeln im Rahmen der „Convention on Certain Conventional Weapons“ über den Umgang mit autonomen Waffensystemen.

Auch der aktuelle Vorschlag der EU-Kommission geht über simple Technologieinvestitionen hinaus. Brüssel plant, bis Ende dieses Jahres Leitlinien zur Haftung und Transparenz der Algorithmen sowie zu anderen ethischen Problemen zu veröffentlichen. Die EU-Strategie betont ihren „mensch-zentrierten“ Ansatz bei der KI und stellt den Fokus auf „Ethik als Verkaufsargument“ in den Vordergrund. Das entspricht auch dem Anliegen der SWP-Wissenschaftler. Sie fordern insbesondere die deutsche Außenpolitik auf, international Einfluss auf die Ausgestaltung des reulatorischen Rahmens für KI zu nehmen.

Positionen

Andrus Ansip (EU-Kommissar für den digitalen Binnenmarkt): "Wie die Dampfmaschine oder der elektrische Strom in der Vergangenheit ändert KI unsere Welt grundlegend. Damit sind neue Herausforderungen verbunden, die wir in Europa gemeinsam meistern müssen, damit die Vorteile der KI allen Menschen zugutekommen können. So müssen wir bis Ende 2020 mindestens 20 Mrd. EUR investieren. Die Kommission trägt ihren Teil dazu bei: Mit unserem heutigen Konzept unterstützen wir Forscherinnen und Forscher bei der Entwicklung von KI-Technologien und ‑Anwendungen der nächsten Generation. Den Unternehmen wiederum helfen wir bei der Einführung und Anwendung."

Carl Martin Welcke (VDMA-Präsident): "Als ausgewogene Grundlage dazu bewertet der Maschinenbau die aktuelle Mitteilung zu Künstlicher Intelligenz in Europa, welche die EU-Kommission nun vorgestellt hat. "Um ein brauchbares Regelwerk für Künstliche Intelligenz aufzustellen, müssen wir international zusammenarbeiten. Deswegen begrüßen wir die Anstrengungen der Europäischen Kommission ausdrücklich."

Anna Christmann (MdB, Die Grünen): "Damit Deutschland und Europa mit Ländern wie den USA und China konkurrieren können, muss sich die Bundesregierung jetzt auf die Seite der Wissenschaftlerinnen und Wissenschaftler stellen und sie in ihrer Forderung für ein europäisches Forschungsinstitut für maschinelles Lernen unterstützen. Wenn wir weiter dringend benötigte Talente für Wissenschaft und Wirtschaft anziehen wollen, muss die Forschung zu künstlicher Intelligenz über die Landesgrenzen hinweg sichtbar sein."

Nadine Schön (MdB, CDU/CSU): "Der Umgang mit Künstlicher Intelligenz (KI) ist ein entscheidender Standortfaktor für die wirtschaftliche Wettbewerbsfähigkeit Europas in den nächsten Jahren. Um im Wettbewerb mit China und den USA nicht ins Hintertreffen zu geraten, ist es notwendig, dass die EU eine gemeinsame Strategie zum Umgang mit KI vorlegt und diese auch weiterhin intensiv verfolgt. Zugleich ist KI aber auch eine Herausforderung für Politik und Gesellschaft, die richtigen regulatorischen wie ethischen Standards für den Einsatz der Technologie zu finden."

Hintergrund

Mit den aktuellen Entwicklungen im Feld der künstlichen Intelligenz ist eine neue Stufe im Prozess der Digitalisierung erreicht. Künstliche Intelligenz erlaubt es, die Vielzahl der heute gesammelten Daten auf gänzlich neue Weise auszuwerten. Unternehmen und Staaten wenden erhebliche Ressourcen auf, um sich diese Analyse-Möglichkeiten zunutze zu machen. Doch gilt auch: Künstliche Intelligenz ist von der Qualität der zugrundeliegenden Daten abhängig, sie ist für viele Aufgaben gänzlich ungeeignet und sie entzieht sich bisher weitgehend menschlicher Kontrolle. Deutschland sollte daher laut der SWP-Analyse "Das globale Ringen um die Künstliche Intelligenz" seinen Einfluss in internationalen Foren geltend machen, um den Einsatz künstlicher Intelligenz in politisch sensiblen Bereichen zu regulieren. Zudem sollte die Bundesregierung laut den SWP-Wissenschaftlern sorgfältig prüfen, auf welcher Datengrundlage, zu welchen Zwecken und unter welchen Bedingungen künstliche Intelligenz einen Beitrag zur außenpolitischen Strategiebildung leisten kann.

Auch die EU-Kommission stellt fest: KI) ist längst nicht mehr Science Fiction, sondern Teil unseres Alltags. Von virtuellen persönlichen Assistenten, die unseren Arbeitstag organisieren, bis hin zu Smartphones, die uns nach unserem Geschmack ausgewählte Popsongs vorschlagen, ist künstliche Intelligenz bereits Wirklichkeit. Doch intelligente Systeme machen uns nicht nur das Leben leichter, sondern können auch dazu beitragen, einige der größten Herausforderungen zu meistern, mit denen wir weltweit konfrontiert sind – von der Behandlung chronischer Krankheiten bis hin zum Kampf gegen den Klimawandel oder der Antizipation von Bedrohungen für die Cybersicherheit. KI ist somit eine der strategisch bedeutendsten Technologien des 21. Jahrhunderts. Europa sollte deshalb laut Kommission bei diesen Entwicklungen eine führende Rolle spielen. So stammen aktuell viele bahnbrechende Entwicklungen im Bereich der KI aus europäischen Labors, und rund ein Viertel aller Industrie- und Serviceroboter werden von europäischen Unternehmen produziert. Steffen Stierle, EA 27

 

 

 

 

Überwachungskapitalismus

 

Im Internet hat sich ein Geschäft mit unseren Daten durchgesetzt. Das sollten wir beenden. Von Jennifer Cobbe 

 

Erfunden von Google und mittlerweile von den meisten Internet-Dienstleistern – Facebook, Amazon, LinkedIn und anderen – in der einen oder anderen Form genutzt, generiert ein Modell umfassender Überwachung und  der Beeinflussung des menschlichen Verhaltens Gewinn: der Überwachungskapitalismus. Die mit dieser Maschinerie gesammelten Daten ermöglichen auch das Mikrotargeting durch politische Organisationen und feindliche Staaten. Und der Selbstgefälligkeit ihrer Verfechter ist es zu verdanken, dass sich Desinformation und Extremismus ausbreiten können.

Die beteiligten Unternehmen folgen unseren Spuren im Internet und im Alltag, beobachten und speichern möglichst viel von dem, was wir tun. Durch den Verzicht auf Datenschutz lassen wir es zu, dass die Unternehmen von jedem von uns ein umfassendes Datenprofil erstellen.

Diese Profile enthalten nicht nur die Informationen, die wir selbst über uns liefern, sondern auch solche, die diese Firmen aus ihrem umfassenden Wissen über unsere Interessen und unser Verhalten ableiten. Solche Schlussfolgerungen mit sensiblen und sogar scheinbar geheimen Informationen lassen sich mit unglaublicher Genauigkeit ziehen. In die Profile fließt darüber hinaus das durch ständiges Experimentieren gewonnene Wissen darüber ein, welche Werbung uns am wirkungsvollsten dazu veranlasst, bekannte Abkürzungen in der Entscheidungsfindung – der Heuristik – zu nehmen und entsprechend zu klicken. Wenn wir ins Internet gehen, nehmen wir oft unbewusst an zahlreichen Experimenten teil, mit denen eruiert werden soll, wie uns die Unternehmen das Geld leichter aus der Tasche ziehen können.

Der Zugang zu diesem Profil wird dann – gemeinsam mit den einflussreichen Tools zur Verhaltensbeeinflussung, die darauf zurückgreifen – auf dem Werbemarkt gewinnbringend verkauft. Die Internetunternehmen erstellen faktisch ein detailliertes Modell unserer Interessen, Verhaltensweisen und psychischen Schwächen und knöpfen anschließend Werbekunden Geld dafür ab, dass sie es zu ihrem eigenen Vorteil gegen uns verwenden können.

Wenn sich Unwahrheiten ungehindert ausbreiten

Wie nicht anders zu erwarten, sind auch Wahlkampfteams sehr daran interessiert, das Verhalten von Menschen zu analysieren, Profile ihrer Interessen und ihres Handelns zu erstellen und sie mit präzise platzierter und empirisch erprobter Werbung anzusprechen. Mit Facebook-Tools wie Custom Audiences und Lookalike Audiences können politische Gruppierungen Wählerinnen und Wähler in großer Zahl erreichen. Und da diese Werbung personalisiert ist, erhalten keine zwei Wähler dieselbe Wahlwerbung. Am Tag des dritten Fernsehduells vor der US-Präsidentschaftswahl 2016 schickte beispielsweise Donald Trumps Wahlkampfteam seine Werbung in 175 000 Variationen los und sprach damit Wählerinnen und Wähler zielgerichtet an.

So entfernen sich Politik und Wahlkampf vom öffentlichen Raum, in dem Ideen überprüft, Widersprüche aufgedeckt und falsche Behauptungen korrigiert werden können. Stattdessen spielen sich Wahlkämpfe im eher privaten Umfeld ab, wo unterschiedliche Gruppen ungehindert mit widersprüchlichen Argumenten angesprochen und Desinformation und glatte Lügen frei verbreitet werden können. Dank der mangelnden Kontrolle durch Facebook konnten in der Vergangenheit darüber hinaus auch ausländische Staaten mit Desinformations- und Manipulationskampagnen demokratische Wahlen beeinflussen.

In den US-Zwischenwahlen des Jahres 2010 führte Facebook eine eigene Untersuchung über die Wirkung politischer Botschaften auf seiner Plattform durch. Wie man feststellte, ließ sich die Wahrscheinlichkeit, dass ein Nutzer wählen ging, mit einer einzigen intelligent konstruierten Anzeige um 0,4 Prozent steigern. Das ist zunächst eine kleine Wirkung, die aber US-weit einer großen Zahl von Menschen entspricht. Schätzungen von Facebook zufolge gelang es 2010, die Zahl der Wählerinnen und Wähler um 340 000 zu erhöhen. Mikrotargeting hat also durchaus das Potenzial, in engen Wahlen und Volksabstimmungen viel bewirken.

Der Überwachungskapitalismus hat noch eine weitere negative Auswirkung auf den öffentlichen Raum. Über das „Fake News“-Problem bei Facebook wird mittlerweile ausgiebig diskutiert, und die Ursachen liegen im Grunde auf der Hand. Wenn eine Firma ihr Geld mit Werbung verdient und es nur darum geht, Menschen an sich zu binden, sind Wahrheit, Fairness, Moral und sogar Vernunft bestenfalls zweitrangig. Facebook hatte daher kaum etwas zu gewinnen, wenn es gegen verdrehte Fakten und Extremismus vorging. Das änderte sich erst mit dem öffentlichen Aufschrei.

Doch das Problem mit den Fake News beschränkt sich nicht auf Facebook. Auch Google ist betroffen, wenn Desinformation und Verschwörungstheorien in Suchergebnissen, den eigenen Nachrichten und an anderen Stellen bevorzugt werden. Unmittelbar nach dem Massenmord von Las Vegas im Oktober 2017 brachte Google News beispielsweise vorrangig Berichte, in denen der Täter als „ultralinker Irrer“ beschrieben wurde, und streute auch andere politisierte Desinformationen über die Tat. Sogar auf Faktencheck-Websites platziert Google Werbung mit Falschinformationen.

YouTube, das zu Google gehört, hat Nutzer nachgewiesenermaßen wiederholt Videos angeboten, die Extremismus, Desinformation und Verschwörungstheorien verbreiten. Das Portal wurde deshalb schon als die einflussreichste Radikalisierungsmaschine des 21. Jahrhunderts bezeichnet. Sogar Amazon, das die Überwachung für seine Empfehlungen nutzt, geht in diese Richtung. Einem Bericht der britischen Channel 4 News zufolge empfahl die Website Käufern, die gezielt danach suchten, Zutaten für die Herstellung von Bomben.

Wie staatlich reguliert werden soll

Die anstehende Datenschutz-Grundverordnung (DSGVO) der EU, die den Schutz personenbezogener Daten stärkt, ist ein Schritt in die richtige Richtung. Die DSGVO, die Ende Mai eingeführt werden soll, dürfte einigen besonders schlimmen Praktiken der Überwachungsunternehmen den Riegel vorschieben und droht bei Zuwiderhandlung mit massiven Strafen. Auch die ePrivacy Regulation der Europäischen Union, die von den Überwachungsunternehmen entschieden abgelehnt wird, verspricht digitalen Datenschutz. Gemeinsam könnten diese beiden Gesetze wirklich etwas ausrichten. Die Unternehmen selbst könnten einen positiven Beitrag leisten, indem sie ihr überwachungsgestütztes Geschäftsmodell aufgeben und auf Kontext-Werbung umsteigen.

Die Einzelstaaten und die EU haben die Sache viel zu lange einfach laufen lassen. Mit ihrer Untätigkeit haben sie das unverantwortliche Handeln der Unternehmen erst ermöglicht. Und die Angebote der Unternehmen – mit denen sie meist darauf abzielen, noch mehr Macht zu erhalten – sind im Großen und Ganzen vereinfachend und mangelhaft. Eine Regulierung, die den Überwachungsunternehmen Macht entzieht und sie zu einer sauberen Praxis verpflichtet, ist dringend notwendig.

Doch legitime Ängste vor Extremismus und Desinformation muss man sehr gut abwägen gegen das Recht auf freie Meinungsäußerung und die Notwendigkeit, auch unliebsame Ideen zu diskutieren. Auch sollten wir uns nicht der Illusion hingeben, dass künstliche Intelligenz der Übel Herr wird. Für die Bewältigung der Probleme ist mehr menschliches Eingreifen gefragt, nicht weniger. Die Automatisierung bringt nicht nur Gutes. Da also deutlich mehr getan werden muss, werden die Regierungen und die EU noch eingehend über die Problematik nachdenken müssen.

Als Gesellschaft haben wir die Probleme des Überwachungskapitalismus nun endlich erkannt. Für Veränderungen ist es nicht zu spät. Für eine gründliche Diskussion darüber, welche Rolle die betroffenen Unternehmen im öffentlichen Raum spielen und wie sie reguliert werden sollten, ist jetzt die richtige Zeit. Wir sollten die Unternehmen für ihr Fehlverhalten zur Verantwortung ziehen und Verbesserungen einfordern. Allzu lange diente das Internet vor allem Unternehmensinteressen. Doch der öffentliche Raum im Internet gehört uns allen. Es ist an der Zeit, dass wir ihn uns zurückholen. IPG 23

 

 

 

Alte arbeiten mehr, Altersarmut stagniert

 

Eine neue Untersuchung der EU-Kommission zeigt: 17,3 Millionen Menschen in der Altersgruppe ab 65 sind armutsgefährdet. Besonders hoch ist die Betroffenheit unter Frauen und Alleinstehenden. Auch zwischen den Mitgliedsstaaten bestehen beträchtliche Unterschiede.

In dem am Montag veröffentlichten Bericht geht es vor allem um die Frage, ob die derzeitigen und künftigen Renten „angemessen“ sind. Was sich zeigt: In den letzten Jahren hat sich einerseits viel getan, andererseits aber auch wenig verändert. Viel getan hat sich, weil heute 4,1 Millionen mehr alte Menschen auf dem Arbeitsmarkt aktiv sind. Wenig getan hat sich, weil die Zahl der von Armut betroffenen Menschen in dieser Altersgruppe trotzdem nahezu unverändert blieb. Die Alten helfen also kräftiger mit, den volkswirtschaftlichen Kuchen zu backen, bekommen aber kein größeres Stück davon ab.

Von „den Alten“ zu sprechen ist allerdings schwierig, denn die Unterschiede in der Betroffenheit sind groß. So sind beispielsweise, verlautbart die EU-Kommission, die Renten und Pensionen von Frauen 37 Prozent niedriger als jene der Männer. Dies sei auf niedrigere Gehälter und ein kürzeres Erwerbsleben aufgrund von Betreuungs- und Pflegeaufgaben zurückzuführen. In ähnlicher Weise seien atypisch Beschäftigte oder Selbstständige häufig mit weniger günstigen Bedingungen für den Erwerb von Rentenansprüchen konfrontiert als Menschen in herkömmlichen Beschäftigungsverhältnissen. Das Risiko von Armut und sozialer Ausgrenzung im Alter nehme außerdem mit zunehmendem Alter zu. Mehr als die Hälfte aller älteren Menschen in der EU, die von Armut oder sozialer Ausgrenzung bedroht sind, seien mindestens 75 Jahre alt. Dies sei darauf zurückzuführen, dass die Bedürfnisse mit dem Alter weiter zunehmen, der Wert der Renten und Pensionen im Ruhestand aber stetig sinkt.

Die Untersuchung offenbart zudem erhebliche Unterschiede im Alter zwischen Paaren und Alleinstehenden. EU-weit ist die Armutsbetroffenheit Alleinstehender im Alter in etwa doppelt so hoch. In Estland und Lettland liegt dieser Wert gab bei rund 80 Prozent, während er unter Paaren bei ca. 20 Prozent liegt. Ohnehin gehören die baltischen Staaten zu jenen mit dem größten Problem mangelnder sozialer Absicherung im Alter. Nicht nur ist die Wirtschaftsleistung dort relativ niedrig, auch gehören sie zu jenen EU-Staaten, die den geringsten Teil dieser Wirtschaftsleistung in die Rentensysteme stecken.

Wenn gespart werden muss, geraten in der EU gerne die Rentner und Pensionäre ins Visier. In Spanien setzen sie sich jetzt zur Wehr.

Marianne Thyssen, die zuständige EU-Kommissarin betonte angesichts der großen Ungleichheiten den weiterhin bestehenden Handlungsbedarf: „Jeder Mensch im Ruhestand hat das Recht auf ein würdevolles Leben. Das ist ein wesentlicher Grundsatz der europäischen Säule sozialer Rechte. Angemessene Renten und Pensionen sind unerlässlich, um Armut und soziale Ausgrenzung bei älteren Menschen in Europa zu verhindern – vor allem bei Frauen. Außerdem müssen wir dafür sorgen, dass atypisch Beschäftigte und Selbstständige nicht außen vor bleiben. Unsere Priorität muss es sein, laufende Reformen weiterzuführen, die allen Menschen eine angemessene Rente bzw. Pension ermöglichen.“

Die Lösungsansätze der Kommission sind indes streitbar. Angesichts einer steigenden Lebenserwartung setzt sie vor allem auf eine Anpassung des Renteneintrittsalters nach oben. Das mag bei jenen älteren Arbeitnehmern hilfreich sein, die gut bezahlte, sichere Jobs haben, die von der Art der Beanspruchung her auch noch im hohen Alter ausgeführt werden können. Arbeitnehmern in Bereichen mit hoher körperlicher Belastung hingegen hilft das wenig. Zudem haben es viele Alte auf dem Arbeitsmarkt sehr schwer. Für jene, die mit 65 keinen Job mehr finden, bedeutet eine Erhöhung des Renteneintrittsalters größere Beitragslücken und damit noch niedrigere Renten.

Auch die von der Kommission angemahnte Bindung der Renten an das Lohnniveau hilft nur dann gegen Altersarmut, wenn sich die Löhne entsprechend entwickeln. In Ländern wie Deutschland, die sich einen großen Niedriglohnsektor leisten, bedeutet die Bindung der Rentenentwicklung an die Lohnentwicklung eben auch Niedrigrenten. Vor allem, wenn es keine Mindestrenten gibt.

Vertreter des Europäischen Jugendforums zeigten sich empört über die Art, wie die bulgarische EU-Präsidentschaft eine von der EU geförderte Jugendveranstaltung organisiert hat.

Vielerorts in der EU sind auch die Arbeitsmarktbedingungen heute schlicht nicht geeignet, das Problem der Altersarmut über längere Erwerbsbeteiligung zu lösen, weil die Position der Alten auf dem Arbeitsmarkt zu schlecht ist. Dass 70-jährige auf 400-Euro-Basis Hermes-Pakete durch die Treppenhäuser schleppen oder nachts bei Supermarkt-Discountern die Regale auffüllen, ist kein angemessener Lösungsansatz, aber die reale Konsequenz einer forcierten Einbindung alter Menschen in den Arbeitsmarkt ohne die Sicherstellung entsprechener Standards.

Berechtigt ist hingegen die Forderung der Kommission nach weiteren Schritten der Mitgliedsstaaten zur Überwindung des geschlechtsspezifischen Gefälles. Die ´Gender Gap´ unter den Alten ist noch größer als in der Gesamtbevölkerung. Deshalb sollen die Mitgliedsstaaten nach dem Willen der Kommission Maßnahmen zur Förderung der Chancengleichheit von Frauen und Männern im erwerbsfähigen Alter ergreifen, die unter anderem eine bessere Vereinbarkeit von Beruf und Privatleben und eine gleichberechtigte Verteilung von Betreuungs- und Pflegeaufgaben fördern. Insbesondere Erwerbsunterbrechungen aufgrund von Betreuungs- oder Pflegeaufgaben sollten durch die Rentensysteme angemessen geschützt werden, heißt es in Brüssel.

Auch die Gleichberechtigung im Alter hat letzten Herbst ihren Niederschlag in den Grundsätzen der sozialen Säule gefunden. „Frauen und Männer sind gleichberechtigt beim Erwerb von Ruhegehaltsansprüchen.“ Es gibt also in der Tat noch eine Menge zu tun, wollen die EU und ihre Mitgliedsstaaten den selbst formulierten sozialen Ansprüchen gerecht werden. Steffen Stierle, EA

 

 

 

 

Digitalisierung ist nur der Anfang

 

Künstliche Intelligenz wird unser Zusammenleben grundlegend verändern und braucht politische Spielregeln. Von Henning Tillmann

 

Die Digitalisierung verändert unsere Gesellschaft in einem rasenden Tempo. Und während viele Menschen diesen Wandel allmählich zu begreifen versuchen, kommt bereits ein neuer Faktor ins Spiel, der eine weitere, ungleich größere Veränderungswelle mit sich bringt: die Künstliche Intelligenz (KI). Sie beschleunigt die Digitalisierung erheblich und verändert die Art, wie sich digitale Geräte verhalten. Dabei geht es nicht um Terminator-ähnliche Szenarien, sondern um den konkreten Einsatz von künstlichen Intelligenzen an zentralen Stellen unseres Lebens. Damit wir Freiheit, Gerechtigkeit und auch Solidarität im 21. Jahrhundert sichern und den technischen Fortschritt zu einem Vorteil für alle gestalten können, bedarf es neuer politischer Spielregeln für unser digitales Zusammenleben.

Die aktuelle Debatte um Facebook und den Datenskandal rund um Cambridge Analytica zeigt auf: Wir stehen vor globalen Herausforderungen, die nur wenige vor fünf oder zehn Jahre haben kommen sehen. Wie frei ist unsere Gesellschaft im Digitalen? Existiert im Digitalen mehr Gerechtigkeit oder weniger als im realen Leben? Und gibt es überhaupt so etwas wie digitale Solidarität? Diese Fragen stellen sich umso mehr, wenn in den Systemen nicht mehr nur klassische Algorithmen stecken.

Alle großen IT-Firmen betreiben intensive Forschung im Bereich der künstlichen Intelligenz und setzen diese auch in ihren Produkten ein. Dank KI können Sprachassistenten wie Alexa oder Siri die Ansagen ihrer Besitzer besser verstehen und dazulernen. Facebook verwendet KI, um Beiträge daraufhin zu analysieren, ob ein Nutzer möglicherweise einen Suizid plant. Falls dem so ist, werden zum Beispiel Hinweise von einer Telefonseelsorge eingeblendet. Google bietet mit Magenta ein KI-System an, das Musik komponieren kann. (Ob daraus aber auch Kreativität entstehen kann, ist vermutlich ein philosophisches Problem.)

Diese aktuell noch sehr kleinteiligen Beispiele der KI werden sich in den nächsten fünf Jahren schlagartig auf alle Bereich des Lebens ausdehnen; häufig völlig unbemerkt – denn ob ein System künstliche Intelligenz beinhaltet, ist von außen kaum zu beurteilen.

Unter dem Sammelbegriff Künstliche Intelligenz versteht man Intelligenzleistungen, die zuvor nur von Menschen (oder Tieren) erbracht wurden und jetzt von Maschinen erledigt werden können. Science-Fiction-Filme beschäftigen sich mit der so genannten starken KI, in der Maschinen wie Menschen agieren und quasi ununterscheidbar sind. Auf absehbare Zeit realistisch ist hingegen die schwache KI, die einzelne Fähigkeiten des Menschen auf die Maschine überträgt. Zum Beispiel kann ein System auf Bildern Hunde von Katzen unterscheiden oder menschliche Sprache erkennen und interpretieren. Wenn ein System etwas Neues erlernt, so kann man von Machine Learning (ML) sprechen.

Ein Teilbereich des ML, der aktuell in der Tech-Szene am interessantesten ist, ist das so genannte Deep Learning. Hierbei erlernt ein System selbständig Strukturen und kann sich auch selbst verbessern. So sind Systeme mit künstlicher Intelligenz zu Beginn meist nutzlos. Werden diese jedoch mit vielen Daten „trainiert“, können sie später eine bestimmte Aufgabe mit hoher Wahrscheinlichkeit erfolgreich durchführen und sich gleichzeitig immer weiter verbessern. Hier liegt auch der grundsätzliche Unterschied zu Software klassischer Prägung: Während diese Algorithmen generell deterministisch waren, sind es die KI-Systeme nicht mehr. Zu welchem Ergebnis ein Computersystem kommt, entscheidet sich nicht nur durch den Algorithmus – zentral sind die Daten, mit denen es zuvor trainiert wurde. Dieser Paradigmenwechsel verändert nicht nur den Umgang mit der Digitalisierung und ihre Auswirkungen, sondern steigert auch den Wert von allgemeinen und personenbezogenen Daten.

Daten gewinnen somit weiter an Relevanz und entscheiden über die Ergebnisse der KI-Systeme. Daher ist eine allgemeine Forderung, den Quellcode einer Software offenzulegen, in der Zukunft nur noch bedingt hilfreich. Denn: Selbst wenn der Quellcode komplett offen liegt, sind bei Maschinen mit Deep Learning immer noch die Daten entscheidend, mit denen sie trainiert wurden. Weil es also immer schwieriger wird, technische Systeme nachvollziehbar zu machen, bedarf es neuer Instrumente und auch Festlegungen, um unsere Grundwerte auch in einer Welt mit KI-Systemen zu erhalten.

Wenn KI-Systeme in allen Bereichen des Lebens vorhanden sind, wie können wir die Freiheit des Einzelnen dann noch sicherstellen? Hier bedarf es Transparenz- und Kennzeichnungspflichten: Es muss klar sein, wann und wo algorithmische Entscheidungen zum Einsatz kommen und auch welche Daten verwendet werden. Als Beispiel sei der medizinische Sektor genannt: Wenn bei zukünftigen Diagnosen Computer entschieden, welche Therapieform bei einer Krankheit angewandt werden soll, muss der Patient zumindest darüber informiert werden. Es ist ferner zu überlegen, ob es bei kritischen Entscheidungen KI-Systeme zwar als Hilfe angesehen werden dürfen, endgültige Entscheidungen aber von Menschen gefällt werden müssen – und wie das kontrolliert werden kann.

Ob KI-Systeme gerecht oder ungerecht funktionieren, hängt zu einem großen Teil von den Trainingsdaten ab. Wenn eine Gesichtserkennungssoftware nur mit Fotos von Menschen mit heller Haut trainiert wird, hat es Probleme bei der Erkennung von dunkelhäutigen Menschen. In der Tat ist es also möglich, Systeme mit einer Art rassistischen KI zu erstellen. Anderseits könnte die gleiche Software, wird sie mit anderen, ausgewogenen Daten trainiert, völlig andere Entscheidungen treffen. Es bedarf daher einer Kontrolle darüber, dass entsprechende Systeme mit möglichst diskriminierungsfreien Daten angelernt werden. Diese Nachprüfbarkeit und Dokumentation der Lerneinheiten muss bei staatlichen Systemen obligatorisch sein. Auch bei privaten Systemen muss die Politik gesetzliche Verpflichtungen schaffen, damit der Grundsatz der Gleichbehandlung auch in Zukunft gewährleistet ist.

Die Grundwerte unserer Gesellschaft werden durch die Digitalisierung, insbesondere durch Systeme mit KI, vor neue Herausforderungen gestellt. Ich bin überzeugt: Die Vorteile der Digitalisierung überwiegen deutlich. Dennoch müssen sich Gesellschaft und Politik schneller und klarer mit diesen Zukunftsfragen beschäftigen, die zunehmend technischer Natur sind. Nur mit klugen Konzepten und einem positiven Ansatz lassen sich die Grundwerte Freiheit, Gerechtigkeit und Solidarität auch in Zukunft sichern und der Wohlstand aller vergrößern.

IPG 27

 

 

 

Französisches Asylgesetz verstößt wohl gegen EU-Recht

 

Nach einer Woche ausgiebiger Debatten haben die französischen Parlamentsabgeordneten den umstrittenen Gesetzentwurf über Asyl und Einwanderung in erster Lesung angenommen. Einige der Bestimmungen könnten jedoch gegen europäisches Recht verstoßen. EURACTIV Frankreich berichtet.

Bei dem kontroversen Thema zeigten sich zum ersten Mal kleinere Risse in Emmanuel Macrons Regierungspartei La République En Marche (LREM). Schlussendlich wurde der Gesetzentwurf am Sonntag aber mit 228 Ja- gegen 139 Nein-Stimmen angenommen.

Die Debatte über den Gesetzentwurf hatte am 16. April in der französischen Nationalversammlung begonnen. Der von Innenminister Gérard Collomb unterstützte Entwurf sieht Änderungen in der französischen Asyl- und Einwanderungspolitik in Reaktion auf die Flüchtlingskrise vor.

Obwohl die Diskussionen große Meinungsverschiedenheiten innerhalb der Regierungspartei offenbarten, stimmte letztendlich nur ein LREM-Abgeordneter, Jean-Michel Clément, gegen den Entwurf. Er trat daraufhin aus der Partei aus.

Die Regierung von Frankreichs Präsident Emmanuel Macron hat ihren Entwurf für strengere Asylgesetze vorgelegt und damit den Zusammenhalt der Koalition auf die Probe gestellt.

Wirksamkeit ungewiss

Mit dem neuen Gesetz soll die maximale Verfahrensdauer für Asylanträge von aktuell 11 Monaten auf sechs Monate verkürzt werden. Außerdem wird die Abschiebung von Migranten, die keinen Asylantrag stellen können, beschleunigt.

Darüber hinaus können die Behörden die Dauer der Inhaftierung von Personen, denen Asyl verweigert wurde, verdoppeln. Die maximale Aufenthaltsdauer in einem Abschiebe-Gefangenenlager beträgt somit jetzt 90 Tage (im Vergleich zu vorher 45 Tagen).

Das EU-Recht erlaubt es den Mitgliedstaaten sogar, Personen, die auf eine Abschiebung warten, für bis zu 18 Monate festzuhalten.

Fraglich ist allerdings, ob eine Erhöhung der maximalen Haftdauer Einfluss auf die tatsächliche Zahl der Abschiebungen haben wird. Das Problem mit Abschiebungen liege nämlich meistens nicht bei Frankreich, „sondern bei den Herkunftsländern, die die Rückkehr ihrer Staatsangehörigen akzeptieren müssen. Die Verlängerung der Haftzeit wird nichts ändern,“ prognostizierte eine Quelle.

Damit illegale Einwanderer abgeschoben werden können, müssen ihre Herkunftsländer anerkennen, dass sie Staatsangehörige des jeweiligen Staates sind. Da die meisten Migranten keinen Pass haben, muss das Land dann ein konsularisches Reisedokument ausstellen. Ohne ein solches Dokument ist eine Abschiebung nicht möglich.

Eine Verlängerung der Haftdauer könnte daher nur marginale Auswirkungen auf die Rückführungsquote haben. Wenn hingegen ein Rückführungsabkommen mit dem Herkunftsland besteht, können Abschiebungen schneller erfolgen.

Christian Lindner sieht den Entscheid in Frankreich als Anlass, die EU-Außengrenzen „wirklich wirksam“ zu kontrollieren. Zudem fordert er eine Senkung der Arbeitslosenbeiträge in Deutschland.

Reduzierung des Zeitfaktors

Um die Zahl der vom französischen Amt für den Schutz von Flüchtlingen und Staatenlosen (OFPRA) bearbeiteten Fälle zu verringern, zielt der Gesetzentwurf auch darauf ab, bestimmte Verfahrensschritte zu reformieren oder einzusparen. Beschwerden an den französischen Asylgerichtshof müssen somit nun innerhalb von zwei Wochen nach der Ablehnung eingereicht werden – im Vergleich zu einem Monat zuvor.

Doch gerade mit dieser Verkürzung der Fristen und einem Ende des aufschiebenden Charakters der Rechtsmittel könnte Frankreich in einigen Fällen in Konflikt mit europäischem Recht stehen.

Dem Gesetzestext zufolge wird durch einen Rechtsbehelf nicht zwingend das Abschiebeverfahren ausgesetzt: Das Verfahren läuft beispielsweise weiter, wenn die rechtlichen Schritte von Staatsangehörigen aus als sicher eingestuften Herkunftsländern ergriffen werden. Eine weitere Ausnahme bilden Beschwerden von Personen, deren Antrag auf erneute Prüfung abgelehnt wurde, oder von Asylbewerbern, die als eine ernsthafte Bedrohung der öffentlichen Ordnung angesehen werden.

Der Europäische Gerichtshof für Menschenrechte (EGMR) hatte Frankreich bereits 2012 aufgrund dieser Prozesse verwarnt. Das Gericht hatte argumentiert, das Fortführen von Abschiebeverfahren bei bestimmten, einzelnen Migrantengruppen verletze deren Recht auf einen wirksamen Rechtsbeistand. Daraufhin hatte Frankreich im Rahmen der Asylrechtsreform 2015 einen sogenannten „aufschiebenden Rechtsbehelf“ eingeführt.

Auch im Europäischen Parlament hat das neue Gesetz während des Besuchs von Präsident Macron am 17. April Kritik ausgelöst. „Schnelle Verfahren, nicht aufschiebende Rechtseinsprüche, Haft – das sind die Bestandteile Ihres Asyl- und Einwanderungsgesetzes,“ kritisierte der grüne Europaabgeordnete Phillipe Lamberts in Richtung Macron. Es gehe bei dem Gesetz offensichtlich darum, „Menschen, die gezwungen sind, aus ihrer Heimat zu fliehen, einzusperren und zu unterdrücken“ anstatt sie freundlich aufzunehmen.  Cécile Barbière, EA 24

 

 

 

 

Impulse für Offenheit setzen!

 

Kommentar von Annelie Buntenbach, DGB Vorstandsmitglied

Mitte Mai kommen 400 Delegierte aus allen Gewerkschaften in Berlin zum DGB Bundeskongress zusammen. Hier geht es um unseren Beitrag und unsere Forderungen zu Weltoffenheit, Demokratie und Menschenwürde im Betrieb und in der Gesellschaft. Da gehört das Thema Migration natürlich mitten hinein.

 

Das ist umso wichtiger, als die amtierende Regierungskoalition Schutzrechte für Asylsuchende abbaut. Was ist das für eine absurde Idee, alle Asylsuchenden während des Verfahrens in so genannten Ankunftszentren unterzubringen – mit der Begründung Asylverfahren würden so effizienter?

 

Solch ein Vorgehen schwächt die Integration, denn die Asylsuchenden dürfen in dieser Zeit weder arbeiten noch Integrationssprachkurse besuchen. Problematisch sind auch die Vorschläge zum Familiennachzug bei subsidiär geschützten Flüchtlingen. Am 1. Februar wurde der Familiennachzug per Gesetz für weitere Monate ausgesetzt und eine monatliche Quote von 1.000 Personen festgelegt. Mit dieser Quote wird das Grundrecht auf Einheit der Familie an eine Obergrenze gebunden und damit faktisch ausgehebelt.

 

Wo im Koalitionsvertrag positive Ansätze zu finden sind, werden wir uns dafür engagieren, dass auch praktisch etwas Positives herauskommt, z.B. wenn in Zukunft auch für Geduldete Angebote für Spracherwerb und Beschäftigung entwickelt und die vorhandene Ausbildungsduldung zeitlich erweitert werden sollen. Angekündigt ist ein Regelwerk zur Steuerung der Fachkräftezuwanderung – wir sind gespannt und werden uns einmischen. Nicht vernachlässigt werden darf die Frage gesellschaftlicher Teilhabe, das greift die Regierungskoalition bislang bei Weitem nicht genug auf. Nötig wäre ein Gesetz zur Verbesserung der ökonomischen und gesellschaftlichen Teilhabechancen, wie es der DGB fordert.* Wir stehen für eine offene Gesellschaft mit gleichen Teilhabechancen für alle Bevölkerungsgruppen – dafür will der Leitantrag die Weichen stellen. Damit gute Arbeit, Bildung und Ausbildung und nicht zuletzt soziale Sicherheit für alle möglich ist. Dabei ist klar, dass wir als Gewerkschaften Ausbeutung und Lohndumping mit allem Nachdruck bekämpfen. Dafür brauchen wir klare Regeln am Arbeitsmarkt, die die Menschenwürde schützen und die auch über Ländergrenzen hinweg durchgesetzt werden. Es ist ein dickes Brett das durchzusetzen, aber zentral für ein soziales Europa.

 

Helfen soll dabei – so ein anderer Antrag – die weitere Unterstützung des Projekts Faire Mobilität des DGB Bundesvorstandes: ein Plädoyer dafür, das Angebot so auszuweiten, dass mobile Beschäftigte künftig in allen Bundesländern eine arbeits- und sozialrechtliche Erstberatung bekommen können. Das soll dazu beitragen, anständige Löhne und faire Arbeitsbedingungen für Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer aus den mittel- und osteuropäischen EU-Staaten auf dem deutschen Arbeitsmarkt durchzusetzen.

 

Gerade Frauen sind oft Opfer von Menschenhandel – sei es wegen sexueller Ausbeutung oder zur Ausbeutung ihrer Arbeitskraft, insbesondere in Privathaushalten. Dieses Problem wird jedoch in der Öffentlichkeit kaum wahrgenommen. Der Antrag „Menschenhandel und Arbeitsausbeutung von Frauen stoppen“ fordert die Bundesregierung und die Landesregierungen deshalb auf, finanzielle und personelle Ressourcen zur Verfügung zu stellen. Damit sollen Fachberatungsstellen für Betroffene besser ausgestattet und spezielle Beratungs- und Unterstützungsangebote für Frauen entwickelt werden.

 

Auch der Bundesjugendausschuss hat einen Antrag eingebracht, der sich mit der Situation Geflüchteter befasst. Er fordert u.a. Asylverfahren zügig und rechtssicher zu gestalten und den Aufenthalt während der Ausbildung rechtssicher zu machen, unabhängig vom Duldungssystem.

 

Wir stehen als Gewerkschaften dafür ein, dass Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer nicht gegeneinander ausgespielt werden, weder im Betrieb noch in der Gesellschaft. Da ist es eine große Stärke, viele Menschen mit Migrationshintergrund in unseren Reihen zu haben. Ich bin sicher, der DGB Bundeskongress wird wichtige Impulse setzen – auch, wenn es darum geht, Solidarität zu leben und zu fördern, Menschenverachtung und jeglicher Ethnisierung von Konflikten klar entgegenzutreten.

Forum Migration Mai 2018

 

 

 

Historiker warnt vor Übertreibungen. Flüchtlinge bringen keinen neuen Judenhass

 

Der Antisemitismusbeauftragte der Bundesregierung will antisemitische Vorfälle bundesweit zentral erfassen. Historiker Benz warnt indes vor einer übertriebenen Darstellung eines neuen Antisemitismus im Zusammenhang mit Zuwanderern.

Der Antisemitismusbeauftragte der Bundesregierung, Felix Klein, hat sich für eine zentrale Erfassung von antisemitischen Vorfällen in Deutschland ausgesprochen. Bislang gebe es keinen verlässlichen bundesweiten Überblick über antisemitische Attacken, sagte Klein am Donnerstag im RBB-Inforadio. Dies sei eines der ersten Dinge, um die er sich kümmern werde. Bislang gebe es nur „einige gute regionale Initiativen“, die solche Fälle erfassten, wie etwa die Recherche- und Informationsstelle gegen Antisemitismus in Berlin (Rias).

In Berlin, Köln, Potsdam, Magdeburg und Erfurt waren am Mittwoch insgesamt mehrere Tausend Menschen auf die Straße gegangen, um gegen Antisemitismus zu protestieren. Als Zeichen der Solidarität trugen viele Menschen eine Kippa, die jüdische Kopfbedeckung für Männer. Klein sagte, Antisemitismus habe es in Deutschland immer schon gegeben. „Aber jetzt äußert er sich unverhohlener und auch aggressiver“, so der künftige Antisemitismusbeauftragte, der im Mai sein Amt antritt.

Der Berliner Antisemitismus-Experte Wolfgang Benz warnte dagegen vor einer übertriebenen Darstellung eines neuen Antisemitismus im Land. „Die Wissenschaft sagt, dass es keinen Anstieg gibt. Das widerspricht aber sicher emotionalen Befindlichkeiten“, sagte der Historiker im Bayerischen Rundfunk. Zugleich machte Benz deutlich, dass der Antisemitismus in Deutschland kein neues Phänomen sei: „Nein, es gibt hier keinen neuen Antisemitismus. Es ist der alte, der Bodensatz in der Gesellschaft. Der wird nicht schlimmer, aber es ist schlimm genug, dass es ihn überhaupt gibt.“

Benz warnt vor Übertreibung.

Benz widersprach auch der These, muslimische Flüchtlinge brächten neuen Judenhass nach Deutschland: „Die Zuwanderer sind nicht gekommen, um Antisemitismus zu forcieren, aber es ist so schrecklich einfach von unserem selbst gemachten, deutschen Antisemitismus abzulenken, indem man mit dem Finger auf andere zeigt.“ Benz sieht aber auch genügend Widerstand gegen diese Strömungen in der deutschen Öffentlichkeit. „Die gute Botschaft ist doch die, dass Tausende auf die Straße gehen und sagen: wir wollen das nicht, das verstößt gegen die politische Kultur in diesem Lande. In dieser Gesellschaft ist Antisemitismus geächtet wie in keiner anderen Gesellschaft.“

Der Berliner Weihbischof Matthias Heinrich bezeichnete die Solidaritätsaktion vom Mittwoch unter dem Motto „Berlin trägt Kippa“ als ein „wichtiges Zeichen gegen Antisemitismus und Intoleranz“. „Antisemitismus geht nicht von alleine weg“, erklärte der katholische Geistliche in einem Gastbeitrag im Berliner Boulevardblatt „B.Z.“: „Und selbst wenn er weggeht, kommt er oftmals auf anderen Wegen wieder zurück.“ Dabei verwies Heinrich auch auf „manche Flüchtlinge“, die die Feindschaft auf Israel und Judenhass aus ihrer Heimat mitbrächten und – mit Blick auf die umstrittene Echo-Preisverleihung an zwei Rapper – auf „sogenannte Musiker“, denen es egal sei, mit welchen Feindbildern sie provozierten und mit welchen Grenzüberschreitungen sie ihr Geld verdienten. (epd/mig 27)

 

 

 

Was hält die Linke noch auf?

 

Progressive Parteien brauchen nicht nur eine mutige Agenda, um Wähler zu überzeugen. Von Dani Rodrik 

 

Warum haben die demokratischen politischen Systeme nicht schnell genug auf die von autokratischen Populisten erfolgreich ausgenutzten Beschwerden ihrer Bevölkerungen reagiert – Ungleichheit und wirtschaftliche Sorgen, die Minderung des selbst empfundenen gesellschaftlichen Status, die tiefe Kluft zwischen Eliten und Normalbürgern? Hätten die politischen Parteien, insbesondere die gemäßigte Linke, eine mutigere Agenda verfolgt, wäre der Aufstieg rechtsgerichteter, nativistischer politischer Bewegungen vielleicht zu verhindern gewesen.

Im Prinzip produziert größere Ungleichheit eine Forderung nach mehr Umverteilung. Die demokratischen Politiker sollten darauf reagieren, indem sie die Reichen höher besteuern und die Erlöse für diejenigen ausgeben, denen es weniger gut geht. Diese unmittelbare Einsicht wird in einem bekannten Aufsatz zur politischen Ökonomie von Allan Meltzer und Scott Richard formalisiert: Je größer der Einkommensunterschied zwischen dem medianen und dem durchschnittlichen Wähler, desto höher die Steuern und desto größer die Umverteilung.

In der Praxis freilich haben sich die Demokratien in die gegenteilige Richtung bewegt. Die Einkommensteuerprogression hat abgenommen, der Einsatz regressiver Verbrauchsteuern hat zugenommen, und die Besteuerung des Kapitals unterliegt einem weltweiten Abwärtswettlauf. Statt Investitionen in die Infrastruktur anzukurbeln, haben die Regierungen eine Sparpolitik verfolgt, unter der besonders die gering qualifizierten Arbeitnehmer leiden. Großbanken und Konzerne wurden mit Steuergeldern gerettet, aber die privaten Haushalte nicht. In den USA wurde der Mindestlohn nicht ausreichend angepasst und ist also real erodiert.

Zumindest in den USA ist einer der Gründe hierfür, dass die Demokratische Partei eine Identitätspolitik (welche die gesellschaftliche Inklusion entlang der Linien von Geschlecht, Rasse und sexueller Orientierung betont) und andere gesellschaftlich liberale Anliegen verfolgt hat, und dass akute Alltagsthemen wie Einkommen und Arbeitsplätze dabei zu kurz kamen. Wie Robert Kuttner in einem neuen Buch schreibt, war das Einzige, was in Hillary Clintons Wahlprogramm nicht angesprochen wurde, die soziale Schicht.

Eine Erklärung hierfür ist, dass die Demokraten (und die Mitte-links-Parteien in Westeuropa) es sich in ihrem Verhältnis zu den großen Finanzinstituten und Konzernen zu gemütlich gemacht hatten. Kuttner beschreibt, wie die Führung der Demokratischen Partei nach den Wahlsiegen von Präsident Ronald Reagan in den 1980er Jahren die ausdrückliche Entscheidung traf, auf den Finanzsektor zuzugehen. Die Großbanken gewannen dabei besonderen Einfluss, und zwar nicht nur aufgrund ihrer finanziellen Schlagkraft, sondern auch durch ihre Kontrolle wichtiger Entscheidungspositionen in Demokratischen Regierungen. Die Wirtschaftspolitik der 1990er Jahre hätte möglicherweise eine andere Richtung genommen, wenn Bill Clinton mehr auf seinen Arbeitsminister Robert Reich – einen Wissenschaftler und Befürworter einer progressiven Politik – gehört hätte, und weniger auf seinen Finanzminister Robert Rubin, ein ehemaliges Geschäftsleitungsmitglied von Goldman Sachs.

Doch lässt sich das Versagen der Linken nur im gewissen Umfang an Partikularinteressen festmachen. Eine mindestens genauso wichtige Rolle spielten die Ideen. Nachdem die angebotsbedingten Erschütterungen der 1970er Jahre den keynesianischen Konsens der Nachkriegszeit beendet hatten und progressive Steuern und der europäische Wohlfahrtsstaat aus der Mode gekommen waren, wurde das Vakuum durch den Marktfundamentalismus (auch als Neoliberalismus bezeichnet) des von Reagan und Margaret Thatcher propagierten Typs gefüllt. Diese neue Welle scheint auch die Fantasie der Wähler beflügelt zu haben.

Statt eine glaubwürdige Alternative hierzu zu entwickeln, machte sich die gemäßigte Linke die neue Geisteshaltung uneingeschränkt zu eigen. Clintons „New Democrats“ und Tony Blairs „New Labour“ agierten als Cheerleader der Globalisierung. Die französischen Sozialisten entwickelten sich unerklärlicherweise zu Befürwortern der Lockerung der Kontrollen für internationale Kapitalbewegungen. Der einzige Unterschied zu den Rechtsparteien bestand darin, dass die Linke dies mit Versprechungen über höhere Ausgaben für Sozialprogramme und Bildung versüßte, die jedoch selten verwirklicht wurden.

Der französische Ökonom Thomas Piketty hat vor einiger Zeit eine interessante Veränderung bei der gesellschaftlichen Basis linksgerichteter Parteien dokumentiert. Bis Ende der 1960er Jahre wählten die Armen im Allgemeinen linke Parteien, während die Wohlhabenden rechts wählten. Seitdem wurden die Linksparteien immer stärker durch die gebildete Elite vereinnahmt, die Piketty als die „Brahmanen-Linke“ bezeichnet, in Abgrenzung von der Klasse der „Händler“, deren Mitglieder weiterhin für rechtsgerichtete Parteien stimmen. Piketty argumentiert, dass diese Verzweigung der Elite das politische System gegen Umverteilungsforderungen abgesichert hat. Die Brahmanen-Linke steht der Umverteilung nicht besonders freundlich gegenüber, weil sie an die Leistungsgesellschaft glaubt: eine Welt, in der Mühe belohnt wird und niedrige Einkommen eher das Ergebnis unzureichender Anstrengungen sind als auf Pech beruhen.

Ideen darüber, wie die Welt funktioniert, haben auch unter jenen, die nicht der Elite angehören, eine Rolle gespielt, indem sie die Forderung nach Umverteilung abgeschwächt haben. Anders als in dem von Meltzer und Richard abgesteckten Rahmen impliziert, scheinen die amerikanischen Durchschnittswähler an einer Erhöhung des Spitzensteuersatzes oder an stärkeren Sozialtransfers nicht allzu interessiert. Dies scheint selbst dort der Fall zu sein, wo sie sich des steilen Anstiegs der Ungleichheit bewusst sind und sich darüber Sorgen machen.

Erklärt wird dieses scheinbare Paradoxon durch das sehr geringe Maß an Vertrauen dieser Wähler in die Fähigkeit des Staates, die Ungleichheit zu bekämpfen. Eine Gruppe von Ökonomen hat festgestellt, dass Personen, die durch Verweise auf Lobbyisten oder auf Maßnahmen zur Rettung von Wall-Street-Unternehmen „vorbereitet“ werden, ein deutlich geringeres Maß an Unterstützung für politische Maßnahmen zur Armutsbekämpfung zeigen.

Das Vertrauen in den Staat hat in den USA allgemein seit den 1960er Jahren abgenommen, wobei es ein gewisses Auf und Ab gab. In vielen europäischen Ländern, insbesondere in Südeuropa, sind ähnliche Trends zu verzeichnen. Dies legt nahe, dass progressive Politiker, die sich eine aktive Rolle des Staates bei der Umgestaltung der wirtschaftlichen Chancen vorstellen, sich schwer tun werden, die Wähler zu überzeugen. Die Furcht, diesen Kampf zu verlieren, könnte die zaghafte Reaktion der Linken erklären.

Doch zeigen aktuelle Untersuchungen, dass Ansichten darüber, was der Staat tun kann und sollte, nicht unveränderlich sind. Sie lassen sich durch Überredung, Erfahrung und sich wandelnde Umstände beeinflussen. Dies gilt für die Eliten ebenso wie für die Nicht-Eliten. Doch wird eine progressive Linke, um einer nativistischen Politik Paroli bieten zu können, nicht nur eine gute Politik, sondern auch eine überzeugende Story bieten müssen.

Aus dem Englischen von Jan Doolan (cPS) IPG 19

 

 

 

1. Mai. DGB-Chef Hoffmann ruft zum Kampf gegen Rechtspopulisten in Europa auf

 

Unter dem Motto „Solidarität, Vielfalt, Gerechtigkeit“ haben sich bundesweit 340.000 Menschen an den traditionellen Mai-Kundgebungen beteiligt. Die Gewerkschaften forderten soziale Rechte, Mitbestimmung und ein Ende des Lohndumpings.

Die Themen Rechtspopulismus, soziale Gerechtigkeit und Digitalisierung haben in diesem Jahr die traditionellen Mai-Kundgebungen der Gewerkschaften bestimmt. Bundesweit beteiligten sich 340.000 Menschen an knapp 500 Veranstaltungen unter dem Motto „Solidarität, Vielfalt, Gerechtigkeit“, wie der Deutsche Gewerkschaftsbund (DGB) am Dienstag mitteilte. Bei der zentralen Kundgebung zum Tag der Arbeit in Nürnberg rief der DGB-Vorsitzende Reiner Hoffmann zum Kampf gegen Rassismus und Nationalismus auf. Ver.di-Chef Frank Bsirske forderte in Braunschweig mehr staatliche Gelder für die Daseinsvorsorge, der IG-Metall-Vorsitzende Jörg Hofmann sprach sich in Kassel für ein Recht auf Weiterbildung aus.

Hoffmann sagte, wer Europa abschotte, Belegschaften spalte und Hautfarbe wichtiger finde als den Menschen, der schüre nur Angst. Er rief dazu auf, für soziale Rechte und Mitbestimmung sowie Frieden und Freiheit in ganz Europa zu kämpfen. Die sozialen Grundrechte müssten Vorfahrt haben vor wirtschaftlichen Freiheiten, erklärte er vor 6.500 Teilnehmern. Er kritisierte die „Rechten und Ewiggestrigen“ in Europa.

Bsirske fordert Gerechtigkeitspolitik

Der DGB-Vorsitzende beklagte, dass Beschäftigte im vergangenen Jahr in Deutschland rund die Hälfte von 1,7 Milliarden Überstunden unbezahlt geleistet hätten. Er forderte „Recht und Ordnung auf dem Arbeitsmarkt“. Er warnte davor, dass Arbeitgeber das Arbeitszeitgesetz aushöhlen wollten, weil es „angeblich nicht mehr in die digitale Welt passt“. Außerdem erhielten mehr als zwei Millionen Menschen keinen Mindestlohn, obwohl sie darauf Anspruch hätten.

Bsirske forderte Investitionen in bezahlbaren Wohnraum, in Bildung und Erziehung sowie die Alterssicherung. Die Koalition müsse jetzt zügig umsetzen, was sie sich vorgenommen habe, sagte er vor rund 7.000 Teilnehmern in Braunschweig: „Investitionen in die gesellschaftliche Infrastruktur sind auch Gerechtigkeitspolitik.“

Veränderungen in Arbeitswelt

Der ver.di-Chef kritisierte einen Trend zur Erosion bei Tarifbindungen. Immer mehr Unternehmen, wie etwa der US-Konzern Amazon, betrieben „eine schamlose Politik des Lohndumpings“. Dieser Trend müsse beendet werden. „Wir brauchen Gesetze, die die Tarifbindung stärken und die Allgemeinverbindlichkeit von Tarifverträgen erleichtern.“

IG-Metall-Chef Hofmann wies auf gravierende Veränderungen in Arbeitswelt und Gesellschaft durch Digitalisierung, Globalisierung und Klimawandel hin. Bei diesem unvermeidlichen Transformationsprozess müssten die Beschäftigten mitgenommen werden, sagte er in Kassel. Tarifverträge und Mitbestimmungsrechte seien die wichtigsten Hebel dafür, dass niemand unter die Räder komme und der gesellschaftliche Zusammenhalt gestärkt werde.

Kampf gegen Ausgrenzung und Rassismus

Bei der Transformation gehe es um die Chancen im Leben und die Würde der Menschen, sagte Hofmann. Der IG-Metall-Vorsitzende wandte sich gegen Forderungen nach einem Grundeinkommen. „Statt um Transferleistungen des Staats muss es in erster Linie um gute Arbeitsplätze für alle in diesem Land gehen“, erklärte er. Wichtig sei zudem der Kampf gegen Ausgrenzung, Chauvinismus und Rassismus.

In Berlin feierten Zehntausende Menschen mit Demonstrationen, Kundgebungen, Straßenfesten und anderen Veranstaltungen den 1. Mai. In Nordrhein-Westfalen beteiligten sich laut DGB 73.500 Menschen an den Veranstaltungen der Gewerkschaften. NRW-Ministerpräsident Armin Laschet (CDU) warb für einen weiteren Strukturwandel nach dem Ende des Bergbaus in Nordrhein-Westfalen. Der Bergbau gehe, aber der Zusammenhalt im Ruhrgebiet bleibe, sagte er auf der zentralen DGB-Kundgebung für Nordrhein-Westfalen in Bottrop. (epd/mig 2)

 

 

 

Sachverständige fordern umfassendes Gesetzbuch zur Einwanderung

 

Deutschland braucht ausländische Fachkräfte, stellt der Koalitionsvertrag fest. Versprochen wird dort ein Regelwerk für Arbeitszuwanderung. Dies müsse vor allem einfach sein und Hürden für beruflich Qualifizierte abbauen, fordern Experten.

In der Debatte um ein Einwanderungsgesetz fordert der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration einen großen Wurf der Politik. In seinem Jahresgutachten 2018 sprechen sich die Forscher für ein umfassendes Regelwerk nach dem Vorbild des Sozialgesetzbuches aus. Ziel sollte nach Ansicht der Experten sein, bestehende Regeln zu bündeln, verständlicher zu machen und insbesondere die Zuwanderungsmöglichkeiten für Fachkräfte ohne Hochschulabschluss zu erleichtern. Gleichzeitig warnen die Forscher in dem am Dienstag in Berlin vorgestellten Gutachten davor, die Wirkung von Gesetzen auf Einwanderung zu überschätzen.

Der Sachverständigenrat widmet sich in seinem Gutachten den Zuwanderern, die nicht aus humanitären Gründen – beispielsweise Asyl – einen Aufenthalt in Deutschland anstreben, sondern hier arbeiten wollen. „Unser Land braucht geeignete und qualifizierte Fachkräfte in großer Zahl“, heißt es dazu im Koalitionsvertrag von Union und SPD, die dort ein neues Regelwerk ankündigen. In der öffentlichen Debatte werde aber vor allem über Flucht und Islam geredet, nicht über diesen Zweig der Einwanderung, beklagte der Migrationsrechtsexperte Daniel Thym. Asyl und Fachkräftezuwanderung haben in Deutschland verschiedene rechtliche Grundlagen.

Die Chance der Schaffung eines Einwanderungsgesetzbuchs sieht der Sachverständigenrat vor allem auch in der dann nötigen Debatte im Parlament und in der Öffentlichkeit. Die Bevölkerung müsse eingebunden werden, sagte der Gremiumsvorsitzende Thomas Bauer. Zudem signalisiere solch ein Gesetz, „dass sich Deutschland als Einwanderungsland begreift“, sagt der Wirtschaftsforscher.

Bündelung der Regelungen

Vorteil des Gesetzbuchs wäre nach Ansicht der Experten außerdem die Bündelung der Regelungen, aus denen über Jahre „ein wahrer Dschungel“ geworden sei. Bei den konkreten Regelungen haben die Forscher indes nur Änderungswünsche an Details. Deutschland, so haben es bereits mehrere Studien bewiesen, hat bereits ein eher liberales Einwanderungsrecht. Insbesondere bei den Regelungen für hoch qualifizierte Fachkräfte mit Hochschulabschluss hält der Sachverständigenrat weitreichende Reformen für unnötig. Anders beurteilt er es bei Einwanderern mit Berufsabschluss.

Sie müssten neben dem Arbeitsvertrag noch immer die sogenannte Gleichwertigkeitsprüfung bestehen, erklärte Bauer. Dabei wird geprüft, ob der betreffende Abschluss dem im speziellen deutschen System der dualen Bildung erworbenen vergleichbar ist. Oft ist diese Hürde zu hoch. Der Sachverständigenrat schlägt für eine Öffnung ein Modell „Nimm 2+“ vor. Neben dem Arbeitsvertrag müssten dabei zwei weitere Kriterien, etwa Sprachkenntnisse oder die beabsichtigte Arbeit in einem Mangelberuf, nachgewiesen werden, um einreisen zu können. Die Gleichwertigkeitsprüfung würde entfallen.

Nachteil Sprache

Deutschland habe im Wettstreit um Fachkräfte einen Nachteil: die Sprache, erklärte Bauer. Migranten entschieden sich eher für englischsprachige Länder. Diesem Nachteil müsse Deutschland eine einfache Regelung entgegensetzen. Bauer warnte zudem vor einem Punktesystem nach kanadischem Vorbild. Es sei restriktiver und komplizierter als das, was Deutschland bislang an Regelungen habe, sagte er.

Bauer und seine Kollegen im Sachverständigenrat betonen aber auch, ein Gesetz sei nur ein Faktor, um qualifizierte Zuwanderer zu locken. Verdienstmöglichkeiten und Angehörige spielten bei der individuellen Entscheidung ebenso eine Rolle. Ein Gesetz könne die Einwanderung daher nur begrenzt beeinflussen. „Menschen lassen sich nicht so leicht steuern wie Maschinen oder Waren“, sagte Bauer. (epd/mig 25)

 

 

 

„Vielfalt darf kein Lippenbekenntnis sein”

 

Das Motto des 21. DGB Bundeskongress 2018 lautet „SOLIDARITÄT_VIELFALT _GERECHTIGKEIT“. Aber wie vielfältig sind die Delegierten?

Da ist noch viel Luft nach oben, sagt der ver.di Migrationsreferent Romin Khan. Das müsse sich ändern. Er fordert eine aktive Beteiligungspolitik mit denselben Instrumenten wie im Bereich Geschlechterpolitik.

 

Forum Migration: Romin, Du kritisierst, dass auch bei diesem Kongress kaum Kolleg_innen mit Migrationshintergrund unter den Delegierten sind. Was heißt das konkret?

Romin Khan: ver.di hat in diesem Jahr etwa 130 Delegierte zum DGB Kongress entsandt. Ich schätze etwa zwei bis drei Prozent davon haben einen Migrationshintergrund. Es stellt sich natürlich die Frage, inwiefern sich hier die gewerkschaftlichen Realitäten widerspiegeln, wenn zum Kongress Spitzenfunktionäre zusammenkommen. Aber klar ist: Das sind viel zu wenige. Gerade wenn wie in diesem Jahr das Motto „SOLIDARITÄT_VIELFALT_GERECHTIGKEIT“ ist, muss sich die Vielfalt auch in den eigenen Reihen widerspiegeln. Die Gewerkschaften sind hier ganz sicher gefordert, dafür zu sorgen, dass Vielfalt kein Lippenbekenntnis bleibt.

 

Du sagst, es sei fraglich, ob sich die gewerkschaftlichen Realitäten in der Zusammensetzung der Delegierten widerspiegeln. Wie migrantisch ist denn diese Realität?

Die jüngsten Streiks der IG Metall und auch im öffentlichen Dienst haben eindeutig gezeigt, dass die Kolleg_innen mit Migrationshintergrund zu den aktivsten Gruppen gehören. Und eine groß angelegte Untersuchung der IG Metall hat kürzlich nachgewiesen, dass es eine überdurchschnittliche Repräsentation von Menschen mit Migrationsgeschichte in den Interessenvertretungen und in den betrieblichen Strukturen der IG Metall gibt. Dazu muss es auch in den Gremien eine Entsprechung geben.

 

Die IG Metall hat mit dieser Befragung ermittelt, dass etwa ein Fünftel der IG Metall-Mitglieder einen Migrationshintergrund haben. Bei den Betriebsräten und den Vertrauensleuten liegt dieser Anteil noch deutlich höher. Hat ver.di eine vergleichbare Studie wie die IG Metall durchgeführt?

Leider nicht. Es wäre sehr interessant zu wissen, was dabei herauskommt.

 

Wie kann es gelingen, die Gremien zu verändern?

Nur durch einen konkreten politischen Plan, nicht durch Appelle oder Bekenntnisse. Dass diese nichts bringen, hat die Vergangenheit gezeigt. Es braucht einen politischen Plan für das Empowerment der migrantischen Kolleg_innen und für die Öffnung der Strukturen. Dazu müssen wir uns die Instrumente anschauen, die in der Vergangenheit ja bereits funktioniert haben.

 

Du meinst Instrumente aus dem Bereich Gender- Gleichstellung?

Genau. Gleichstellungspläne, Quotierungen, solche Dinge. Die haben beim Thema Beteiligung von Frauen dazu beigetragen, dass sich die Gremien verändert haben. Warum soll das im Bereich Integration nicht auch möglich sein?

Forum Migration Mai 2018

 

 

 

Korruptionsfall. Seehofer kündigt Untersuchung im Bundesamt für Flüchtlinge an

 

Die Bundesregierung und die Bremer Staatsanwaltschaft haben Ermittlungen zu einem Korruptionsfall im Bundesamt für Migration bestätigt. Eine leitende Beamtin der Bremer Außenstelle soll ohne Rechtsgrundlage bis zu 2.000 Asylbewerber anerkannt haben.

Im Bundesamt für Migration und Flüchtlinge ist es bei der Erteilung von Asylanerkennungen möglicherweise zu einem schweren Fall von Korruption gekommen. Die Bundesregierung bestätigte am Freitag in Berlin Ermittlungen gegen eine Bremer Beamtin. Über den Fall hatten als erste der NDR, Radio Bremen und die „Süddeutsche Zeitung“ berichtet.

Demnach sollen in der Bremer Außenstelle des Bundesamts zwischen 2013 und 2017 bis zu 2.000 Asylanträge ohne rechtliche Grundlage positiv beschieden worden sein. Politiker von SPD, Grünen und AfD forderten Aufklärung. Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) hat eine unabhängige Untersuchungskommission angekündigt. „Die Untersuchungskommission könnte ein hoher ehemaliger Richter oder der Bundesrechnungshof leiten“, sagte Seehofer dem Boulevardblatt „Bild am Sonntag“. Die Kommission solle klären, ob es organisatorische Mängel durch das Fehlverhalten Einzelner gebe.

Beamtin von Dienstpflichten entbunden

Der Fall in Bremen müsse von Polizei und Justiz aufgeklärt werden. „Aber es ist Sache der Bundesregierung, bei den Asylverfahren für Recht und Ordnung zu sorgen, so dass mögliche Fehler in der Gegenwart und Zukunft nicht passieren“, sagte Seehofer. Kommunalpolitiker könnten sich in Zukunft bei Ungereimtheiten in Asylverfahren auch direkt an ihn wenden.

Eine Sprecherin des Bundesinnenministeriums erklärte in Berlin, das Amt arbeite eng mit der Staatsanwaltschaft zusammen. Die Beamtin sei von ihren Dienstpflichten entbunden worden. Weitere Einzelheiten wollte die Sprecherin unter Verweis auf die laufenden Ermittlungen zunächst nicht nennen.

Seibert: „Erhebliche Verdachtsmomente“

Regierungssprecher Steffen Seibert sprach von „erheblichen Verdachtsmomenten“. Zunächst müsse man die Ermittlungen der Justiz abwarten. Über mögliche politische Konsequenzen könne erst danach gesprochen werden.

Nach Angaben der Bremer Staatsanwaltschaft geht es um „den Vorwurf der bandenmäßigen Verleitung zur missbräuchlichen Asylantragsstellung sowie um Bestechung und Bestechlichkeit“. Ermittelt werde gegen die Beamtin, drei Rechtsanwälte aus Bremen, Oldenburg und Hildesheim und einen Dolmetscher, mit denen die Frau offenbar zusammengearbeitet habe, erläuterte eine Sprecherin. Die Ermittlungen liefen bereits seit längerem. Verhaftungen habe es noch nicht gegeben.

In Eigenregie Anträge durchgewunken?

Am Mittwoch und am Donnerstag wurden der Sprecherin zufolge acht Objekte in Bremen und Niedersachsen durchsucht, darunter auch zwei Rechtsanwaltskanzleien. Die Bremer Beamtin habe offenbar mit drei Anwälten zusammengearbeitet, die ihr systematisch Asylsuchende zugeführt hätten. Dabei seien die Asylsuchenden, meist Jesiden, nicht aus Bremen gekommen, sondern aus Niedersachsen und Nordrhein-Westfalen. Die Jesiden sind eine kurdische religiöse Minderheit, die vor allem im nördlichen Irak und in Nordsyrien lebt.

Die Bremer Außenstelle des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge war nach Informationen der Bremer Staatsanwaltschaft formal für die Asylsuchenden gar nicht zuständig. Die Leiterin habe in Eigenregie entscheiden und die Anträge durchgewunken. Noch sei nicht klar, ob und wie die Beamtin oder die Anwälte mit der Sache Geld verdient hätten. Die ehemalige Mitarbeiterin soll zumindest Zuwendungen, etwa in Form von Restaurant-Einladungen, erhalten haben.

Opposition fordert Aufklärung

SPD und Grüne forderten von der Bundesregierung Aufklärung. Die Grünen forderten Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) auf, in der kommenden Woche im Innenausschuss Stellung zu nehmen. Die Glaubwürdigkeit von Asylentscheidungen gerate durch die schlechte interne Organisation des Bundesamts in Misskredit, kritisierte die flüchtlingspolitische Sprecherin der Grünen-Bundestagsfraktion, Luise Amtsberg.

Demgegenüber erklärte die Vorsitzende der AfD-Fraktion im Bundestag, Alice Weidel, es müsse überprüft werden, ob es auch woanders Fälle wie in Bremen gäbe. Die Asylanträge müssten neu geprüft werden. Wer dann womöglich ausreisepflichtig sei, müsse sofort ausgewiesen werden. (epd/mig 23)

 

 

 

Der Mensch im Zentrum: wandlungsfähige Produktion in der Industrie 4.0 

 

Nach Dampfmaschine, Fließband und Computer steht der Industrie nun die vierte Revolution bevor: Die digitale Vernetzung von Anlagen ermöglicht Unternehmen, ihre Produkte genauer an Kundenwünsche anzupassen. Voraussetzung sind wandlungsfähige Systeme, die sich schwankenden Umständen anpassen. Dass für die Wandlungsfähigkeit nicht zuletzt die Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter Erfolgsfaktoren sind, zeigt eine aktuelle Studie des Karlsruher Instituts für Technologie (KIT), der Leibniz Universität Hannover (LUH) und der Deutschen Akademie der Technikwissenschaften (acatech). So können Virtual-Reality-Anwendungen und „Lernfabriken“ Beschäftigte dabei unterstützen, ein umfassendes Systemverständnis aufzubauen. Ergebnisse und Best-Practice-Beispiele stellen acatech, KIT und LUH am 26. April 2018 auf der Hannover Messe vor.

Moderne Informations- und Kommunikationstechnik, wie etwa Sensorik oder Datenkommunikation, verknüpft einzelne Anlagen und global verteilte Standorte zu intelligenten Fabriken. Die Digitalisierung und die technischen Lösungen der Industrie 4.0 bieten Unternehmen so die Möglichkeit, auch die individuellsten Kundenwünsche umzusetzen – unter den preislichen und zeitlichen Bedingungen einer Großserienproduktion. „Diese neue Flexibilität bringt allerdings nicht nur Vorteile mit sich“, sagt Gisela Lanza, Professorin und Leiterin des wbk Instituts für Produktionstechnik des KIT. „Größere Variantenvielfalt, kürzere Produktlebenszyklen und unstetige Kundennachfragen führen zu unvorhersehbaren Marktveränderungen, auf die Unternehmen reagieren müssen.“ Um in einem so schwankenden Umfeld erfolgreich und wirtschaftlich zu sein, müssen Firmen ihre Produktionssysteme und -netzwerke in kürzester Zeit kostengünstig an Marktbedingungen anpassen. Die erfolgreiche Umsetzung einer solchen Wandlungsfähigkeit hänge dabei jedoch nicht nur von den technischen Aspekten der Anlagen ab, wie Lanza erläutert: „Eine dynamische Organisation gelingt nur, wenn Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter die notwendige Kompetenz und Flexibilität besitzen. Die Bereitschaft, auf Veränderungen einzugehen, ist ein wesentlicher Aspekt von Wandlungsfähigkeit.“ Das wbk, das Institut für Fabrikanlagen und Logistik (IFA) der LUH und acatech wollen deshalb mit der gemeinsamen Studie zeigen, wie Unternehmen den Menschen ins Zentrum wandlungsfähiger Strukturen rücken können und wie Industrie 4.0 sie dabei unterstützen kann. Grundlage dafür war der enge Erfahrungsaustausch mit Vertreterinnen und Vertretern aus Industrie, Arbeitgeber- und Arbeitnehmerverbänden sowie Politik und Wissenschaft.

Der Mensch steht im Zentrum wandlungsfähiger Strukturen

Die Studie zeigt, dass die Mitarbeiter ganz entscheidend zur erfolgreichen Umsetzung von Wandlungsfähigkeit beitragen: Sie regen und treiben Reaktionen auf interne sowie externe Veränderungen der Produktion und ihrer Umgebung an und „leben“ den Wandel von Organisation und Arbeitsbedingungen. „Mitarbeiter können sich nur dann schnell auf neue Aufgabengebiete einlassen und in jeder Situation qualifizierte Entscheidungen treffen, wenn sie die relevanten Zusammenhänge im System verstehen und die Vorteile der Veränderungen für sich und das direkte Arbeitsumfeld erkennen“, sagt Peter Nyhuis, Professor und Institutsleiter des IFA. Dabei können digitale Assistenzsysteme helfen, ein umfassendes Systemverständnis aufzubauen: Industrie 4.0-Anwendungen, wie etwa Virtual Reality, machen Veränderungen digital erlebbar und verständlicher. Wichtig sei, das Vertrauen in neue Systeme zu steigern: „Unternehmen müssen den Blick für sinnvolle Veränderungen schärfen, damit sie Berührängste und Bedenken der Mitarbeiter in Bezug auf neue, bisher unbekannte Aufgaben abbauen.“

Dynamische und modulare Unternehmensorganisation

Wandlungsfähigkeit findet jedoch nicht nur auf der Ebene der Mitarbeiter statt, auch Organisationsformen verändern sich. Je komplexer Fabriken oder Wertschöpfungsnetzwerke allerdings aufgebaut sind, desto langwieriger und aufwändiger ist deren Anpassung. Eine mögliche Lösung ist, dynamische und modulare Strukturen in die Unternehmensorganisation einzubauen. Durch flexible Organisation und Technik können Mitarbeiter den Wandel planen und beherrschen. Auch hier können Industrie 4.0-Anwendungen unterstützen. Sie geben die Möglichkeit, einzelne Teilbereiche in der Fabrik oder des gesamten Netzwerks dezentral zu steuern. Intelligente Assistenzsysteme können Mitarbeitern transparent darstellen, wie sich Veränderungen auswirken werden. Dies trägt wesentlich zur Effizienz von Wandlungsfähigkeit bei: „Wandlungsfähigkeit zu gleichen Teilen in allen Bereichen und auf allen Ebenen umzusetzen, wäre nicht zielführend, da die Mehrkosten zu hoch wären“, so Gisela Lanza. „Unternehmen müssen vielmehr für jeden Bereich individuell feststellen, inwiefern diese wandlungsfähiger gestaltet werden sollen.“

Diese und weitere Ergebnisse sowie Best-Practice-Beispiele sind in der Studie „Wandlungsfähige, menschzentrierte Strukturen in Fabriken und Netzwerken der Industrie 4.0“ im Detail beschrieben. „Wir wollen Unternehmen unterstützen, Handlungsbedarfe in ihren Produktionen zu finden, um Wandlungsfähigkeit durch technische, organisatorische und menschliche Gestaltungsmöglichkeiten erfolgreich umzusetzen“, sagt Lanza.

Über die Studie

Die Studie besteht aus drei Projektabschnitten: In einem Kamingespräch diskutierten zuerst Teilnehmer aus Wissenschaft, Wirtschaft sowie Arbeitgeber- und Arbeitnehmerverbänden, welchen Einfluss Technologien und Methoden der vierten industriellen Revolution auf die Wandlungsfähigkeit von Fabriken und Netzwerken haben. Für den zweiten Projektabschnitt berichteten Experten sowie Akteure aus führenden Unternehmen und Arbeitnehmerverbänden von ihren Erfahrungen mit Industrie 4.0 und Wandlungsfähigkeit. Gleichzeitig schätzten sie ab, wie sich Zukunftstrends rund um diese Themen weiterentwickeln und anwenden lassen. Mit Best Practice-Beispielen aus dem eigenen Umfeld zeigten sie, zu welchem Grad und wie sie Wandlungsfähigkeit umsetzen. Im dritten Projektabschnitt konnten Vertreter aus Industrie, Arbeitgeber- und Arbeitnehmerverbänden sowie Politik und Wissenschaft die Ergebnisse der ersten beiden Phasen diskutieren. Im Plenum sowie in parallelen Arbeitsrunden zeigten sie unterschiedliche Perspektiven (etwa von Aufsichtsrat, Geschäftsführung, Gewerkschaft, Fachplaner) sowie Voraussetzungen, Chancen und Risiken auf.

Kit 26 

 

 

 

„Fahrverbote sind unser Hebel für saubere Luft“

 

Die Automobilindustrie steht vor großen Umbrüchen. Das hat nicht nur mit dem technischen Fortschritt zu tun, sondern auch mit dem Dieselskandal und allzu häufig überschrittenen Luftqualitätsgrenzwerten in den Städten. Die Deutsche Umwelthilfe engagiert sich für “Saubere Luft“ und schreckt auch vor Klagen gegen Gebietskörperschaften nicht zurück. EURACTIV sprach mit Jürgen Resch.

Jürgen Resch ist Leiter der Deutschen Umwelthilfe (DUH). Die DUH setzt sich u.a. für eine Reduzierung der Abgasbelastung in den Städten und ein neues Verkehrskonzept ein.

EURACTIV: Herr Resch, die Deutsche Umwelthilfe hat bereits über 20 Städte wegen Luftverschmutzung verklagt. Wie ist es insgesamt um die Luftqualität in Deutschlands Großstädten bestellt?

Jürgen Resch: Das ist einfach zu beantworten. Die amtlichen verkehrsnahen Messstellen zeigen fast an jeder zweiten Messstelle Überschreitungen des ohnehin viel zu laxen Grenzwertes für Stickstoffdioxid (NO2). Wir haben also keine Einzelfälle, sondern ein großflächiges Problem mit der Luftbelastung, insbesondere mit dem Dieselabgas Stickstoffdioxid.

Was sind die Folgen dieses Missstandes für die Bürger in den Städten?

Die Abschätzung der gesundheitlichen Folgen können wir selbst nicht übernehmen. Wir überlassen dies gerne renommierten und unabhängigen Forschungseinrichtungen: der Weltgesundheitsorganisation, dem Max-Planck-Institut, dem Helmholtz-Institut, dem Umweltbundesamt und der Europäischen Umweltagentur. Alle warnen deutlich vor den verheerenden gesundheitlichen Folgen der Dieselabgase.

Um konkret zu werden: Das Umweltbundesamt hat im letzten Jahr beim Helmholtz-Institut eine Studie in Auftrag gegeben, die dann bis nach der Entscheidung in Leipzig zu Diesel-Fahrverboten neun Monate unter Verschluss gehalten wurde. Es geht in der Studie um die gesundheitlichen Folgen von Stickstoffdioxid bei Belastungen unterhalb des von der EU vorgeschriebenen Grenzwertes. Das Ergebnis: 437.000 der Diabetes-Erkrankungen und 439.000 der Asthmaerkrankungen waren im Jahr 2014 auf die NO2-Belastung zurückzuführen. Hinzu kommen in Deutschland 6.000 vorzeitige Todesfälle pro Jahr durch Belastungen unterhalb des Grenzwertes.

Auf Einladung des Tagesspiegel und des Berliner EUREF-Campus diskutierten Experten aus Wirtschaft, Politik und Wissenschaft mit über 1.200 Teilnehmern um die Zukunft der Mobilität.

In der Debatte gibt es allerdings ein ähnliches Problem wie beim Tabak: Wenn ein vollbesetzter Bus verunglückt, würde man sofort die Unfallstelle sicherer machen. Die Todesfälle aufgrund von Luftverschmutzung hingegen können, genauso wie beim Tabakkonsum, nicht direkt zugeordnet werden. Bis heute gibt es keinen einzigen Todesfall, der nachweislich und juristisch eindeutig auf das Rauchen zurückgeführt werden kann. Es können ja theoretisch immer auch andere Faktoren eine Rolle spielen. Wie früher die Tabakindustrie, bestreiten die Dieselkonzerne die Gesundheitsprobleme und so knickt die Politik vor ihnen ein. Bundes- wie Landespolitikern gelingt es nicht, dem massiven Lobbydruck der Autokonzerne entgegenzutreten und die ganz offensichtlich notwendigen Maßnahmen zu ergreifen.

Welche Maßnahmen sind das? Was müsste getan werden, um die Luftqualität substanziell zu verbessern?

Der Eintrag hoher Mengen von NO2 [Stickstoffdioxid] in die Städte muss gestoppt werden. Die Belastungen treten relativ unmittelbar dort auf, wo die Schadstoffe emittiert werden. Bereits bei einem Abstand von 50 oder 100 Metern zur Emissionsquelle gibt es eine sehr starke Verdünnung. Daher muss man genau auf die Emittenten schauen: Woher kommen die Belastungen? Bei NO2 ist es so, dass an jenen Stellen mit besonders hoher Belastung ungefähr 80 Prozent aus dem Verkehr stammen. Davon wiederum 96 Prozent von Dieselabgasen. Wir müssen also dort, wo es Überschreitungen gibt, die Dieselmotoren entweder so wirkungsvoll technisch nachrüsten, dass sie nicht mehr zur Verschmutzung der Stadtluft beitragen oder wir müssen sie aus belasteten Gebieten aussperren.

Worauf genau zielen Ihre Klagen ab? Wollen Sie vor allem Fahrverbote durchsetzen oder geht Ihr Ansatz weiter?

Es geht uns darum, die saubere Luft in Deutschland mit geeigneten, das heißt den vom Gesetzgeber vorgesehenen Maßnahmen, durchzusetzen. Im Mittelpunkt steht dabei die seit Jahren überfällige Verkehrswende für unsere Städte. Wir nutzen die Klagen also auch als Instrument, um sicherzustellen, dass die Städte nicht im Verkehr ersticken. Die Luftbelastung ist ja nicht die einzige Belastung, die vom Verkehr ausgeht.

Wir kämpfen für saubere Luft und das bedeutet auch eine drastische Reduktion des Individualverkehrs mit dem Pkw. Gleichzeitig müssen die kollektiven Verkehre gestärkt werden. Das seit Jahren stattfindende Kaputtsparen des öffentlichen Personenverkehrs muss nicht nur gestoppt werden, wir brauchen viele Milliarden Euro, um die notwendigen Investitionen zu tätigen und einen leistungsfähigen, modernen ÖPNV zu erhalten. Positive Beispiele sind für mich Städte wie Zürich oder Wien. Diese Städte haben es geschafft, den individuellen, motorisierten Straßenverkehr deutlich zurückzudrängen und so die Lebensqualität zu erhöhen. In Zürich finden mittlerweile nur noch 20 Prozent der Verkehrsleistungen individuell mit dem Auto statt, davon träumen fast alle anderen Städte in Europa.

Beim Future Mobility Summit ging um die großen Umbrüche, vor denen die Automobilindustrie steht. Über die Rolle kommunaler Unternehmen sprach EURACTIV am Rande der Konferenz mit Katherina Reiche.

Unser Ansatz geht also in der Tat über die Frage der Luftqualität hinaus. Die Einhaltung der Schadstoffwerte ist ein Hebel, um insgesamt die lebenswerte Stadt zu erreichen. Die Menschen haben nach Artikel 2 des Grundgesetzes ein Recht auf körperliche Unversehrtheit. Diesem Recht müssen wirtschaftliche Überlegungen untergeordnet werden. Das bestätigen auch die Urteile, die wie bisher bis hin zum EuGH oder zum Bundesverwaltungsgericht in Leipzig bestätigt bekommen haben.

Sie sprechen den ÖPNV an. Ist das auch eine Preisfrage? Die Bundesregierung hat vor einigen Wochen laut darüber nachgedacht, in einigen Städten kostenlosen Nahverkehr anzubieten. Ist das hilfreich?

Mich hat dieser Taschenspielertrick sehr geärgert. Die Bundesregierung hat den Vorschlag nicht einmal mit den fünf genannten Gemeinden abgestimmt, in denen angeblich kostenloser ÖPNV angeboten werden sollte. Der Vorschlag ist auch in den meisten Städten nicht umsetzbar. Ein kaputtgesparter ÖPNV mit im Durchschnitt über zehn Jahre alten, schmutzigen Bussen ist nicht in der Lage, von heute auf morgen die zusätzlichen Passagiere aufzunehmen, wenn die Nutzung kostenlos wäre, noch dazu ohne irgendeine finanzielle Kompensation.

Wenn wir tatsächlich zu vereinfachten Tarifsystemen und niedrigeren Preisen kommen wollen, was ich sehr begrüßen würde, dann bräuchten wir Investitionen. Die fünf Gemeinden hatten ja nach der Finanzierung gefragt, die Bundesregierung hat jedoch keine in Aussicht gestellt. Das ist keine seriöse Politik. Man kann den Menschen nicht einfach gebratene Tauben versprechen, die von alleine in den Mund fliegen, wenn jeder weiß, dass Tauben nach dem Rupfen und Grillen nicht mehr fliegen können.

Ganz offensichtlich ging es der Bundesregierung nie darum, wirklich ein kostenloses ÖPNV-Angebot aufzubauen. Dazu ist sie auch zu eng mit den Autokonzernen verbandelt. Es ging vielmehr darum, vor dem Hintergrund der Klage in Leipzig und dem drohenden Vertragsverletzungsverfahren in Brüssel irgendwelche Aktivitäten vorzutäuschen. Das ist aber ziemlich in die Hose gegangen.

Wie viel Geld bräuchte es, um einen „attraktiven und modernen ÖPNV“ aufzubauen und woher soll es kommen?

Wir bräuchten Investitionen in zweistelliger Milliardenhöhe. Zur Finanzierung haben wir bereits ein Konzept vorgelegt. Deutschland muss der Automobilindustrie nach EU-Recht für jedes Fahrzeug, das nachweislich mit Betrugssoftware unterwegs ist, 5.000 Euro Strafe abverlangen. Weil Deutschland das nicht macht, läuft bereits seit Dezember 2016 ein EU-Vertragsverletzungsverfahren. Die EU will Deutschland vor dem EuGH auf Verhängung dieser Strafe verklagen, da diese nach Europäischem Recht zwingen vorgesehen ist. Da geht es um viel Geld. Wir reden von mindestens vier bis fünf Millionen betroffenen Fahrzeugen. Da käme ein Betrag zwischen 20 und 25 Milliarden Euro zusammen. Diese Mittel sollten genutzt werden, um „lebenswerte Städte“ zu erreichen, sprich: die dringend notwendigen Investitionen in den ÖPNV zu tätigen.

Finnlands Umweltminister hat mitgeteilt, sein Land werde den Einsatz von Kohle in der Energieerzeugung ab 2029 verbieten – ein Jahr früher, als ursprünglich geplant.

Die Finanzierung dieser Aufgabe geht auch ohne Steuergelder: Die französische Anti-Betrugsbehörde fordert seit 2017 wegen dem Abgasbetrug von Renault, PSA und Fiat Chrysler über 18 Milliarden Euro. Deutschland hat bisher keine fünf Euro Strafe gegen VW, Daimler, BMW & Co verfügt. Wenn demnächst der Europäische Gerichtshof über die Klage der EU-Kommission gegen Deutschland zu entscheiden hat, würde er vermutlich feststellen, dass die französische Automobilindustrie zurecht mit empfindlichen Strafen belangt wurde, die sich negativ auf die Wettbewerbsfähigkeit dieser Unternehmen auswirken, während die deutsche Automobilindustrie, die eine besonders große Verantwortung für Dieselgate trägt, nicht nur nicht belangt, sondern sogar noch staatlich gefördert wird. Meine Prognose: Die Strafen gegen die deutschen Dieselbetrugskonzerne werden kommen und einen zweistelligen Milliardenbetrag umfassen.

Übrigens konnten wir als Deutsche Umwelthilfe durch unsere Klagen den Städten bereits eine Milliarde Euro Sonderinfrastrukturmittel erkämpfen. Darauf sind wir auch ein bisschen stolz. Die behördlich verfügten Ordnungsgelder überfordern unsere Autokonzerne auch nicht. Die Gewinne vor Steuern dieses Wirtschaftszweiges lagen 2017 bei über 40 Milliarden Euro. Die Strafzahlungen sind nicht existenzbedrohend.

Wo wir schon bei Dieselgate sind, abschließend noch die Frage, wie es mit den viel diskutierten Nachrüstungen aussieht. Können Modernisierungen der Motoren einen positiven Beitrag leisten?

Absolut. Fahrverbote sind notwendig, um die Luft in unseren Städten bereits in diesem Jahr sauber zu bekommen. Indem schmutzige Diesel ausgesperrt – oder eben technisch nachgerüstet werden. Die Deutsche Umwelthilfe hofft auf klare Entscheidungen der Regierung gegenüber den Dieselkonzernen. Alle ca. 10 Millionen auf unseren Straßen herumfahrenden Euro 5+6 Diesel-Pkw müssen durch eine technische Hardware-Nachrüstung mit Katalysatoren auf Harnstoffbasis ertüchtigt werden, die Grenzwerte im realen Betrieb auf der Straße einzuhalten. Solchermaßen nachgerüstete Fahrzeuge wären von den Fahrverboten befreit.

Wir wollen nicht mehr und nicht weniger als das, was die US-amerikanischen Behörden auch unter Donald Trump weiter durchsetzen, nämlich, dass die Autos die Grenzwerte einhalten – und zwar auf der Straße, nicht nur im Labor. Diese Forderung der Behörden wurde in den USA von sämtlichen deutschen Autoherstellern interessanterweise akzeptiert und dort wurde ein zweistelliger Milliardenbetrag zur Beseitigung des Betrugs gezahlt. Jene Dieselfahrzeuge, die Sie heute noch auf US-amerikanischen Straßen finden, halten die Grenzwerte ein, obwohl die dort sogar doppelt so streng sind, wie bei uns. Und zwar auf der Straße, auch im Winter und auch bei einer dynamischen Fahrweise. Wenn die Regierung weiterhin untätig bleibt, werden wir auch diese Maßnahmen auf dem Rechtsweg durchsetzen. Um die Umwelt und Gesundheit der Bürger zu schützen. Und um den ca. 10 Millionen betrogenen Dieselkäufern zu helfen, ihren Schaden ersetzt zu bekommen. Steffen Stierle EA 2

 

 

 

Europäische Jugendstudie 2018 der TUI Stiftung: Zustimmung zu Europa wächst wieder. Zweifel an demokratischen Institutionen bleiben

 

- 71 Prozent der jungen Europäer würden bei Referendum gegen Austritt aus EU stimmen

- Terrorismusbekämpfung wird als wichtigste Aufgabe der EU gesehen

- Verringerung sozialer Ungleichheit ist wichtigste nationale Aufgabe

- Nur jeder dritte junge Europäer vertraut EU-Institutionen – Gewerkschaften, Kirchen und Medien schneiden noch schlechter ab

- 17 Prozent der Befragten sagen, dass das politische System im eigenen Land so funktioniert wie es sollte – fast jeder Zweite (45 Prozent) sieht Reformbedarf

- „Junges Europa 2018 – Jugendstudie der TUI Stiftung“ durchgeführt von YouGov in sieben EU-Ländern (Deutschland, Frankreich, Spanien, Italien, Großbritannien, Polen, Griechenland); 6080 junge Menschen zwischen 16 und 26 Jahren online befragt

 

Hannover/Berlin – Bei jungen Europäern wächst die Zustimmung zur EU wieder, ihr Zweifel an den demokratischen Institutionen ist stark ausgeprägt. Das ist ein zentrales Ergebnis der zweiten Europäischen Jugendstudie, die das Meinungsforschungsinstitut YouGov im Auftrag der TUI Stiftung erstellt hat. So hat die Zustimmung zur EU gegenüber 2017 in allen befragten Ländern zugenommen: Wenn morgen ein Referendum über die EU-Mitgliedschaft des jeweiligen Landes stattfinden würde, würden 71 Prozent der Befragten gegen einen Austritt stimmen, 2017 waren es nur 61 Prozent. In Deutschland sind es sogar 80 Prozent (2017: 69 Prozent). Die EU wird insgesamt positiver wahrgenommen. Das zeigt sich auch am Anteil junger Europäer, die sich ausschließlich als Bürger ihres Heimatlandes beschreiben. Dieser nimmt ab, 2018 sind es 34 Prozent, 2017 waren es 42 Prozent. „Die Ergebnisse der Studie zeigen: Europa erlebt ein Comeback bei jungen Menschen. Der Brexit hat wachgerüttelt. Wir reden wieder über Stärken, Chancen und Errungenschaften. In einer Welt, die an vielen Orten in Unruhe ist, in der nationale Abschottung statt Kooperation als Lösung propagiert wird, erhält Europa eine neue Kontur und wir haben wieder echte Debatten, mit denen sich positive Einstellungen zur EU stärken lassen,“ kommentiert Thomas Ellerbeck, Vorsitzender des Kuratoriums der TUI Stiftung. Die Studie wurde am Donnerstag in Berlin von Elke Hlawatschek, Geschäftsführerin der TUI Stiftung, vorgestellt.

Junge Europäer: Terrorbekämpfung in der EU wichtigste Aufgabe

Als wichtigste Aufgabe für die nächsten fünf Jahre sehen die befragten Jugendlichen auf EU-Ebene die Bekämpfung des Terrorismus (44 Prozent), den Umwelt- und Klimaschutz (34 Prozent), sowie die Regulierung von Einwanderung (33 Prozent) an. Auf nationaler Ebene stehen für junge Europäer die Förderung von Wirtschaftswachstum (39 Prozent) und die Verringerung von sozialer Ungleichheit (35 Prozent) an vorderster Stelle. Der Kampf gegen den Terrorismus liegt bei 29 Prozent. Als eine eher nationale Aufgabe sehen die jungen Erwachsenen auch die Unterstützung von Bildung und Wissenschaft. 17 Prozent sehen dieses Thema als wichtige Aufgabe der EU, 26 Prozent als wichtige Aufgabe ihres Landes. Für die deutschen Jugendlichen ist die Förderung von neuen Technologien, sowie Internet und Digitalisierung von großer Wichtigkeit. Für 21 Prozent ist dies eines der wichtigsten drei Themen auf EU-Ebene, und sogar für jeden Dritten (29 Prozent) auf nationaler Ebene. Das ist der höchste Wert im Vergleich der sieben befragten Länder, in Spanien liegt der Wert zwischen 7 (EU) und 5 Prozent (national).

Junge Erwachsene misstrauen Behörden und Institutionen

Während die Zustimmung zur EU wächst, misstrauen die jungen Erwachsenen weiterhin den Behörden und Institutionen. Nur jeder Dritte (33 Prozent) vertraut den EU-Institutionen wie dem Europa-Parlament oder der EU-Kommission. In Deutschland sind es immerhin 37 Prozent. Gewerkschaften, Banken, Kirchen und öffentlich-rechtliche Medien sowie Konzerne schneiden europaweit schlechter ab. Am meisten vertrauen die Befragten der Wissenschaft und Wissenschaftlern (71 Prozent), sowie der Polizei (52 Prozent) und den Gerichten (39 Prozent). Die politischen Parteien landen ganz am Ende der Skala: In Deutschland wie in allen anderen Ländern glauben junge Menschen am wenigsten an die Verlässlichkeit von politischen Parteien, auch Parlament und Regierung genießen kein hohes Vertrauen.

Junge Europäer äußern einen starken Wunsch nach politischer Veränderung: Nicht einmal jeder Fünfte (17 Prozent) ist der Meinung, dass das politische System im jeweiligen Land so funktioniert wie es sollte. Nahezu jeder Zweite (45 Prozent) denkt, dass das politische System reformbedürftig ist und weitere 28 Prozent glauben, dass nur radikale Veränderungen die Dinge „wieder in Ordnung bringen“ können. Während in Deutschland der Anteil an jungen Menschen, die das politische System als funktionstüchtig einschätzen, überdurchschnittlich hoch ist (39 Prozent), ist der Anteil derjenigen, die radikalen Wandel befürworten, besonders hoch in Griechenland (52 Prozent), Italien (43 Prozent) und in Spanien (35 Prozent).

7 bis 23 Prozent sind populistisch eingestellt

In der Studie wurden in diesem Jahr auch erstmals populistische Einstellungen unter jungen Europäern gemessen. Dazu wurden 15 Fragen gestellt, u.a. zum Anti-Elitarismus („Leute wie ich haben keinen Einfluss darauf, was die Regierung macht“), zur Volkssouveränität („Das Volk sollte bei allen wichtigen Entscheidungen gefragt werden“) und zum Verständnis des Volkes als Einheit („Die einfachen Leute ziehen alle an einem Strang“). Demnach reicht der Anteil von jungen Menschen mit populistischen Einstellungstendenzen von sieben Prozent in Deutschland bis zu 23 Prozent in Polen. Als populistisch gilt, wer 12 der 15 Fragen zustimmend beantwortet hat. Diese Jugendlichen zeigen sich kritischer mit der Gestaltung des demokratischen Systems: 39 Prozent geben an, dass das politische System in ihrem Land so schlecht funktioniere, dass radikale Veränderungen notwendig seien. Vor allem Griechenland (66 Prozent), Italien (51 Prozent), Polen (41 Prozent) und Spanien (39 Prozent) sind hier an der Spitze. Populistisch eingestellte Jugendliche sind eher bereit, grundsätzliche demokratische Elemente aufzugeben. So fänden es 64 Prozent dieser Jugendlichen besser, wenn wichtige politische Entscheidungen von unabhängigen Experten und nicht von gewählten Politikern getroffen würden. „Für populistisch eingestellte Jugendliche ist die Staatsform Demokratie vielfach ein inhaltsleerer Begriff – sie haben die Vorstellung einer illiberalen Demokratie, in der rechtsstaatliche Prinzipien wenig zählen oder ausgehebelt werden können. So können sich über 35 Prozent vorstellen, die Rechte der Opposition einzuschränken. Ihnen erscheint der politische Prozess also zu intransparent und zu zäh“, sagt Marcus Spittler vom Wissenschaftszentrum Berlin für Sozialforschung (WZB), der die Studie wissenschaftlich begleitet hat.

Facebook wird als wenig vertrauenswürdig eingeschätzt

Dies wird auch anhand der Mediennutzung der Befragten deutlich: 82 Prozent aller Befragten informieren sich im Internet über das aktuelle politische Geschehen und nur 30 Prozent über gedruckte Zeitungen und Nachrichtenmagazine. Mit Blick auf das Internet liegt Facebook bei der Beschaffung von Informationen über Politik mit 44 Prozent ganz weit vorne, gefolgt von Online-Angeboten von Zeitungen und Nachrichtenmagazinen (34 Prozent) und YouTube (28 Prozent). Öffentlich-rechtliche Medien genießen vor allem in Frankreich, Deutschland und Großbritannien hohes Vertrauen; in Polen und Griechenland vertrauen besonders wenige öffentlich-rechtlichen Medien. Obwohl Facebook als Informationsquelle sehr relevant ist, halten es die Befragten für nicht vertrauenswürdig. Ganz oben stehen die gedruckten Ausgaben der Tageszeitungen und Nachrichtenmagazine mit 37 Prozent, Facebook liegt nur bei 17 Prozent – in Deutschland wird dem sozialen Netzwerk von allen abgefragten Möglichkeiten am wenigsten vertraut (8 Prozent).

Elke Hlawatschek, Geschäftsführerin der TUI Stiftung, kommentiert die Ergebnisse: „Demokratie und Rechtsstaatlichkeit gehen Hand in Hand. Ein hohles Demokratieverständnis, wie wir es bei jungen Menschen mit populistischen Tendenzen beobachten, ist problematisch. Politische Bildung bleibt eine wichtige Aufgabe für alle gesellschaftlichen Akteure, nicht nur die Politik. Als TUI Stiftung wollen wir unseren Teil beitragen, jungen Menschen die Vorteile eines demokratischen Europas zu erklären.“

Hintergründe zur Studie

Um die Lebenswelt, Identität(en) und Einstellungen junger Europäer gegenüber Europa im Jahr 2018 besser zu verstehen, hat die TUI Stiftung das internationale Meinungsforschungsinstitut YouGov mit einer Befragung junger Menschen in Frankreich, Deutschland, Griechenland, Italien, Polen, Spanien und Großbritannien beauftragt. Dazu wurden vom 14. Februar bis zum 4. März 2018 insgesamt 6.080 junge Menschen im Alter von 16 bis 26 Jahren online befragt.

In jedem Land wurden die Teilnehmer nach den Merkmalen Alter und Geschlecht repräsentativ entsprechend der tatsächlichen Verteilungen je Land in Online-Panels rekrutiert. Ergebnisse, die über alle Länder hinweg ausgewiesen werden, wurden so gewichtet, dass jedes Land mit dem gleichen Gewicht eingeht.

 

Alle Ergebnisse der Studie sowie eine Zusammenfassung mit den wichtigsten Zahlen finden Sie hier: https://www.tui-stiftung.de/tui-jugendstudie-2018 tui 3

 

 

 

 

Integration in Kleinstädten – Problem Ressourcenmangel

 

In kleineren Städten und Kommunen sind die Mittel zur Integration von Migranten oft knapp. Ein Forschungsprojekt hat nun Kommunen drei Jahre lang bei diesem Prozess begleitet.

Wie müssen sich kleine Städte aber anpassen, um Immigration erfolgreich zu meistern? Auf dem Weg zur kulturellen Bereicherung für alle gilt es viele Hürden zu überwinden. Wohnraum muss geschaffen werden, Kurse gegeben, Beratung angeboten, Kitas ausgebaut werden. Ein Forschungsprojekt des Deutschen Instituts für Urbanistik (Difu) hat über drei Jahre hinweg dokumentiert, wie Stadtplanung und Integrationsmaßnahmen in neun mittelgroßen Städten zusammengearbeitet haben. Das Projekt „Vielfalt in den Zentren von Klein- und Mittelstädten“ hat letzte Woche sein Fazit gezogen.

Die erste Erkenntnis des Projekts ist wohl, dass alles anders kam als gedacht. Denn die Städtekooperation begannt 2015, kurz bevor überall im Land das Flüchtlingschaos ausbrach. „Alle haben im Krisenmodus agiert. Sie mussten schnell handeln und die Leute unterbringen und versorgen. Dann kamen die Fragen wie es weitergehen würde, wer bleibt, wer geht. Da haben viele Kommunen gemerkt, dass ihnen was fehlt“, so Gudrun Kirchhoff vom Difu. Aufgrund dessen entschieden sich sechs von neun der teilnehmenden Kommunen, statt einzelner Projekte gleich ein stadtumfassendes Integrationskonzept zu entwickeln.

An Maßnahmen mangelt es nicht, oft aber an der Koordinierung

Anfangs war die oberste Priorität der Wohnraum. Im nordrhein-westfälischen Steinfurt, einer Stadt von knapp 34.000 Einwohnern, wurden 2015 alle Register gezogen: zwei Turnhallen wurden zu Bettenlagern umfunktioniert, ebenso eine Gaststätte, dazu wurden Container errichtet. Bezahlbarer Wohnraum ist bis heute knapp, die Stadt mietet Wohnungen für Immigranten. Die Lage hat sich allerdings deutlich beruhigt. Was man dort und in einigen der anderen Projektkommunen vermisst ist dafür ein Ort der Begegnung, am besten mit Beratungsangeboten für Migranten. „Wir haben gesehen, dass die Migration sich räumlich verteilt hat. Trotzdem ist es oft ein nebenher Leben. Man kommt sich nicht ins Gehege, man begegnet sich aber auch nicht“, meint die erste Beigeordnete der Stadt, Maria Lindemann.

Mit der Unterstützung des Difu hat Steinfurt inzwischen eine Lenkungsgruppe für Integration eingerichtet, außerdem hat der Kreistag letztes Jahr sein neues Integrationskonzept verabschiedet. Es soll später zu einem integrierten Stadtentwicklungskonzept (ISEK) weiterentwickelt werden, das städtebauliche, kulturelle und soziale Entwicklungsleitlinien bündelt. Damit kann Steinfurt dann auch Gelder der Städtebauförderung beantragen. Bisher war das Geld nämlich oft knapp. Von den etwa zwei Milliarden Euro die der Bund pro Jahr als Integrationspauschalen an die Länder verteilt, kommt nicht immer alles in den Kommunen an, stattdessen erhält der übergeordnete Kreis das Geld.

In der Stadtverwaltung von Saarlouis, ebenfalls Projektkommune, ist man noch uneins, ob man ein Integrationskonzept wie bei den Kollegen in Steinfurt braucht. Zwar verzeichnet man auch hier viele Migranten – 2013 waren es noch 226, drei Jahre später schon über 1000 Menschen – doch integrationstechnisch steht die Stadt gut da. Durch das Bundesförderungsprogramm „Soziale Stadt“ konnten hier integrierten Stadtentwicklungskonzept für zwei Stadtteile auf den Weg gebracht werden. Die „Schnittstelle Flüchtlingsunterstützung“ koordiniert in Saarlouis eine breite Palette von Projekten wie Sportangebote, ein Integrations- und Begegnungszentrum, ein aus dem EU Sozialfonds mitgetragenes Sozialkaufhaus, über das Migranten anderen Zugezogenen Möbel organisieren, oder auch Mutter-Kind-Treffen um an die oft schwerer erreichbaren Frauen zu kommen. Über ein weiteres Bundesprogramm namens „Willkommen bei Freunden“ konnten sogar zwei betreute Jugend-WGs für unbegleitete Geflüchtete eröffnet werden.

Ohne Personal werden Förderprogramme zur Belastung

Michael Leinenbach ist Sozialplaner bei der Stadt und stolz auf die bestehenden Integrationsmaßnahmen. Leicht war es nicht, immer hat es an etwas gefehlt. Erst fehlte das Geld, dann Wohnungen, dann Integrationskurse, dann Sprachkenntnisse. „Das wichtigste ist aber, dass wir genügend personelle Ressourcen brauchen“, so Leinenbach. „Bei Bundesförderungsprojekten reicht das Geld nicht, es muss entsprechend Personal bezuschusst werden. Wenn man ein Integrationsprogramm einfach so in den laufenden Betrieb reinknallt, ist das erst einmal eine immense Belastung.“ In Steinfurt herrscht genauso dringender Personalmangel. „Wir haben jetzt eine Kollegin von mir vom Bereich Asyl abgezwackt, damit sie halbtags eine Koordinierungsstelle übernehmen kann“, sagt Maria Lindemann.

Worüber sich alle Kommunen im Difu-Projekt einig sind, ist dass der gegenseitige Erfahrungsaustausch enorm hilfreich war. So konnte man sehen, wie andere ihre Stadtplanung mit der Integrationspolitik verbunden haben. In vielen Stadtverwaltungen wird aber noch zu sektional gedacht, meint Gudrun Kirchhoff vom Difu. Dabei können nur beide Bereiche zusammen nachhaltig sein. Das betont auch Michael Leinenbach in Saarlouis: „Das wichtige ist ja, dass Planung und Kultur beide eingebunden werden. Das ist gute Stadtentwicklung“.   Florence Schulz  EA 4

 

 

 

 

Merkel lädt zum Bürgerdialog über Europas Zukunft ein

 

Bundeskanzlerin Merkel lädt alle Menschen in Deutschland ein, sich am Bürgerdialog zur Zukunft der Europäischen Union zu beteiligen. "Wir möchten von den Bürgerinnen und Bürgern wissen: Was läuft gut? Was könnte besser laufen?", sagt die Kanzlerin in ihrem neuen Videopodcast.

Die Bürgerdialoge finden europaweit statt. Bis zum Herbst sind auch in Deutschland zahlreiche Gesprächsrunden geplant. Zum Auftakt besucht die Bundeskanzlerin am Montag, 7. Mai, die Jane-Addams-Schule in Berlin. Dort diskutiert sie mit Schülerinnen und Schülern über die Herausforderungen, vor denen Europa steht.

Ihren Aufruf richtet die Kanzlerin ausdrücklich auch an Bürgerinnen und Bürger, die skeptisch auf die Europäische Union blicken. Von ihnen möchte die Bundesregierung erfahren, wo sie Defizite sehen, so die Kanzlerin. Im Podcast betont die Kanzlerin die Bedeutung Europas als Friedensprojekt: "Es gilt heute wieder – das spüren wir, wenn wir in unsere Nachbarschaft schauen – für Frieden und für friedliches Zusammenleben zu kämpfen", sagt sie. Europa müsse in der gemeinsamen Außen- und Verteidigungspolitik sowie in der Politik für Menschenrechte stärker werden. Als große Herausforderungen nennt sie auch die Digitalisierung, den Kampf gegen Fluchtursachen und den Schutz der Außengrenzen.

Informationen und Termine zum Bürgerdialog in Deutschland: www.dialog-ueber-europa.de. Pib 5

 

 

 

Auslandsstudium: Mehrheit der Studierenden mit Anerkennungspraxis zufrieden

 

* Wer im Ausland studiert, kann durchschnittlich drei Viertel der dort erbrachten Leistungen für das Studium in Deutschland anerkennen lassen.

* Die Mehrheit der Studierenden ist mit der Anerkennungspraxis bei Auslandsaufenthalten zufrieden.

* Dies ist das Ergebnis einer Studie des Deutschen Akademischen Austauschdiensts (DAAD), der hierzu rund 7.000 Studierende im Anschluss an ihren Auslandsaufenthalt befragt hat.

 

Deutsche Hochschulen erkennen im Schnitt drei Viertel der im Ausland erbrachten Studienleistungen an. Zu diesem Ergebnis kommt die aktuelle Untersuchung des Deutschen Akademischen Austauschdiensts (DAAD) unter dem Titel „Anerkennung – (k)ein Problem?“. Sie basiert auf den Angaben von rund 7.000 Studierenden, die 2017 nach ihrer Auslandsphase befragt wurden.  Drei Viertel der Studierenden sind mit dem Anerkennungsergebnis zufrieden. Das Gleiche gilt für die Notenumrechnung. Die Zufriedenheit mit dem Auslandsaufenthalt insgesamt ist noch höher – sie liegt bei 93 Prozent.

Besonders gute Anerkennungsquoten erreichen Fächer wie Medizin (85 Prozent) oder Wirtschaftswissenschaften (83). Niedrige Werte gibt es bei den Erziehungs- (54) und Rechtswissenschaften (34).

„Die Ergebnisse zeichnen ein positives Bild der Anerkennungspraxis an deutschen Hochschulen. Gleichzeitig ist Anerkennung aber immer noch kein Automatismus – selbst nicht im Europäischen Hochschulraum“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Dr. Margret Wintermantel. Wenn die Heimathochschulen die im Ausland erbrachten Studienleistungen nicht oder nur eingeschränkt anerkennen, so argumentieren sie häufig mit Abweichungen bei den Studieninhalten. „Hier wäre eine stärkere Ausrichtung an den Lernergebnissen auch im Sinne der Lissabon-Konvention wünschenswert“, erklärt die Präsidentin.

Fest steht aber auch: Mittlerweile haben sich die Anerkennungsverfahren an deutschen Hochschulen dank entsprechender Strukturen und Absprachen gut etabliert. Mobilitätsinstrumente wie Lernvereinbarungen oder curricular verankerte Auslandsphasen begünstigen die Anerkennung. Darüber hinaus zeigt die Umfrage, dass weitere Faktoren wie etwa die Hochschulgröße für die Anerkennung eine Rolle spielen. So ist die Anerkennungsquote an kleinen Fachhochschulen deutlich höher als die an großen Universitäten.

Interpretation

Bei einer Anerkennungsquote von 75 Prozent verlieren die Studierenden auf den ersten Blick durchschnittlich ein Viertel der im Ausland erbrachten Studienleistungen. Bedeutet dieser numerische Verlust jedoch in allen betroffenen Fällen tatsächlich ein unbefriedigendes Anerkennungsergebnis? Bei der Interpretation des Zahlenwertes muss beachtet werden, dass Studierende nicht immer auf die vollständige Anerkennung ihrer Studienleistungen abzielen. So kann es vorkommen, dass Studierende ECTS-Punkte bzw. Lehrveranstaltungen einbüßen, weil sie sich auf ihr heimisches Studienprogramm nur noch wenige Veranstaltungen anrechnen lassen können. Rechnerisch erfahren sie in solchen Fällen zwar keine hundertprozentige Anerkennung; dies schließt aber nicht aus, dass eine vollständige Anerkennung möglich gewesen wäre. In eine ähnliche Richtung weisen die Fälle, in denen Studierende die Anrechnung der ausländischen Studienleistung ausschlagen, weil sie mit der ausländischen Note unzufrieden sind. Auch hier findet zahlenmäßig keine vollständige Anerkennung statt – dies geht aber auf eine Entscheidung der Studierenden zurück.

Der DAAD

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) ist die Organisation der deutschen Hochschulen und ihrer Studierenden zur Internationalisierung des Wissenschaftssystems. Er schafft Zugänge zu den besten Studien- und Forschungsmöglichkeiten für Studierende, Forschende und Lehrende durch die Vergabe von Stipendien.

Der DAAD fördert transnationale Kooperationen und Partnerschaften zwischen Hochschulen und ist die Nationale Agentur für die europäische Hochschulzusammenarbeit. Der DAAD unterhält dafür ein Netzwerk mit 71 Außenstellen und Informationszentren und rund 500 Lektorate weltweit sowie die internationale DAAD-Akademie (iDA).

2016 hat der DAAD über 130.000 Deutsche und Ausländer rund um den Globus gefördert. Der DAAD wird überwiegend aus Mitteln des Auswärtigen Amts, des Bundesministeriums für Bildung und Forschung, des Bundesministeriums für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung und der Europäischen Union finanziert. Daad 24

 

 

 

Muslime machen mit. Kippa-Solidaritätsdemos in mehreren Städten

 

Vielerorts soll am Mittwoch mit der Kippa auf dem Kopf für Solidarität mit der jüdischen Gemeinschaft demonstriert werden. Auch Muslime rufen zur Teilnahme an den Kundgebungen auf.

In mehreren deutschen Städten bekunden Menschen am Mittwoch ihre Solidarität mit der jüdischen Gemeinschaft und gehen gegen Antisemitismus auf die Straße. Unter anderem in Berlin, Erfurt, Köln und Magdeburg sollen sich bei Kundgebungen die Teilnehmer als Zeichen der Solidarität die traditionelle jüdische Kopfbedeckung Kippa aufsetzen.

Unter dem Motto „Berlin trägt Kippa“ werden in der Hauptstadt für den Abend vor dem Jüdischen Gemeindehaus in der Fasanenstraße etwa 1.000 Menschen erwartet. Als Redner sind unter anderem Berlins Regierender Bürgermeister Michael Müller (SPD), der Präsident des Zentralrats der Juden in Deutschland, Josef Schuster, der Berliner evangelische Bischof Markus Dröge, der Vorsitzende der Unionsfraktion im Bundestag, Volker Kauder (CDU), und der designierte Antisemitismusbeauftragte der Bundesregierung, Felix Klein, vorgesehen.

Auslöser der Kundgebungen in der Hauptstadt und andernorts ist der gewalttätige Übergriff auf zwei Kippa tragende Männer am Dienstag vergangener Woche in Berlin-Prenzlauer Berg. Der mutmaßliche Angreifer, ein 19-jähriger Flüchtling aus Syrien, sitzt in Untersuchungshaft.

Jüdische Gemeinde warnt

Im RBB-Rundfunk lobte Zentralratspräsident Schuster am Mittwoch die geplanten Solidaritätsaktionen, riet aber zugleich grundsätzlich von einem offenen Tragen der jüdischen Kopfbedeckung Kippa hierzulande ab. Er habe das Gefühl, „dass doch ein Ruck durch die Gesellschaft geht und man im Großteil der Gesellschaft verstanden hat, dass wir auch an einem gewissen Wendepunkt angekommen sind“, sagte Schuster. Wenn es nicht gelinge, antisemitische Tendenzen und offenem Antisemitismus entgegenzutreten, dann stelle das letztendlich auch eine Gefahr für unsere Demokratie dar.

Einzelnen Kippa-Trägern riet Schuster, die jüdische Kopfbedeckung mit einem Basecape zu tarnen. Trotzig sich dazu zu bekennen, wäre im Prinzip der richtige Weg, sagte er: „Trotzdem würde ich Einzelpersonen tatsächlich davon abraten müssen, sich offen mit einer Kippa im großstädtischen Milieu in Deutschland zu zeigen.“

Muslime Unterstützen Aktion

Die Islamische Gemeinschaft Milli Görüs rief die Muslime dazu auf, als Zeichen der Solidarität mit den Juden am Mittwoch die muslimische Gebetskappe Takke zu tragen. Wer anderen Menschen Schaden zufüge aufgrund der Religion oder Herkunft, habe keinen Platz in unserer Gesellschaft, erklärte Generalsekretär Bekir Altas: „Wir sind gesamtgesellschaftlich aufgefordert, rassistischen Bestrebungen gemeinsam die Stirn zu bieten – egal von wem sie ausgeht und wen sie trifft.“

Der Vorsitzende des Zentralrats der Muslime in Deutschland, Aiman Mazyek, macht für Judenfeindlichkeit in Deutschland vor allem rechtsextreme Kräfte verantwortlich. Der Blick auf die Kriminalstatistik zeige, dass die meisten antisemitischen Straftaten „rechts motiviert“ seien, sagte Mazyek der in Düsseldorf erscheinenden „Rheinischen Post“. Gleichwohl nehme es der Zentralrat „sehr ernst, dass bei einigen Flüchtlingen eine Judenfeindlichkeit vorhanden ist“. (epd/mig 25)

 

 

 

Kabinett beschliesst Altersbezüge. Rente steigt zum 1. Juli

 

Mehr als 20 Millionen Rentnerinnen und Rentner bekommen zum 1. Juli mehr Geld. Die Altersbezüge erhöhen sich um 3,4 Prozent in den neuen und um 3,2 Prozent in den alten Bundesländern. Grund: Beschäftigung und Löhne haben sich gut entwickelt. Das Kabinett hat die Verordnung auf den Weg gebracht.

 

Für eine Standardrente von 1.336,05 Euro im Osten bedeutet das 45,05 Euro mehr im Monat. In den alten Bundesländern heißt das bei derzeit 1.396,35 Euro Rente im Monat 45,00 Euro mehr im Geldbeutel.

Die Standardrente ist eine Regelaltersrente, die ein Durchschnittsverdiener erhält, wenn er 45 Jahre Beiträge zur gesetzlichen Rentenversicherung gezahlt hat. Da die Lebensläufe der Versicherten sehr unterschiedlich sind, wird diese fiktive Rente stellvertretend für die gesamten Altersrenten in der Berechnung verwandt.

Gesetz zur Ost-West-Rentenangleichung greift erstmals

Neu in diesem Jahr: Erstmals greift für die neuen Bundesländer das

Rentenüberleitungsabschlussgesetz. Es wurde im vergangenen Jahr beschlossen und sieht vor, die Renten im Osten und Westen bis 2024 schrittweise anzugleichen. In diesem Jahr erreicht der Rentenwert Ost fast 96 Prozent des Westwerts.

 

Gute Löhne lassen Renten steigen

Möglich wird die Erhöhung durch die gute Entwicklung auf dem Arbeitsmarkt und steigende Löhne. Die Löhne sind 2017 im Westen um 2,93 Prozent im Vergleich zu 2016 gestiegen. Im Osten waren es 3,06 Prozent.

Auch für Landwirte verändern sich die Rentenbezüge zum 1. Juli. Für Kriegs- und Wehrdienstopfer, Impfgeschädigte oder Opfer von Gewalttaten steigen die Versorgungsleistungen ebenfalls zum 1. Juli  - um 3,22 Prozent. Den Verordnungen zur Anpassung der Renten sowie der Versorgungsbezüge muss der Bundesrat noch zustimmen. Pib 25

 

 

 

 

Deutscher Filmpreis 2018. BR-Koproduktion "Manifesto" mit Cate Blanchett gewinnt drei LOLAs

 

Am 23. April 2018 ist in Berlin der Deutsche Filmpreis verliehen worden. Die BR-Koproduktion "Manifesto" von Julian Rosefeldt wurde gleich in drei Kategorien ausgezeichnet: Bestes Szenenbild, Bestes Kostümbild und Bestes Maskenbild gingen an den Film, der bereits wichtige Preise erhalten hat. Die Filmversion von "Manifesto" entstand aus einer 13-teiligen Videokunstinstallation, in der die Schauspielerin Cate Blanchett in zwölf verschiedene Rollen schlüpft und Künstlermanifeste rezitiert. "Manifesto" wird als deutsche Erstausstrahlung voraussichtlich 2019 im BR Fernsehen zu sehen sein.

Deutsche Filmpreise für "Manifesto"

- Bestes Szenenbild (Erwin Prib)

- Bestes Kostümbild (Bina Daigeler)

- Bestes Maskenbild (Morag Ross, Massimo Gattabrusi)

"Manifesto" ist eine Hommage an die literarische Schönheit der Künstlermanifeste, die im 20. Jahrhundert verfasst wurden und zugleich ein Plädoyer für politisches Aufwachen. An verschiedenen Schauplätzen rezitiert Cate Blanchett eine Textcollage aus der Geschichte des kulturellen Manifests - darunter Pamphlete von Künstlergruppen wie den Futuristen, Dadaisten, Suprematisten oder Situationisten. Der Film bringt sowohl die performativen Elemente als auch die politische Bedeutung dieser Erklärungen zum Ausdruck, die oftmals als provokative Aufforderung geschrieben wurden, den Aufstand zu proben und zu handeln.

Informationen zum Film

Buch und Regie: Julian Rosefeldt

Darstellerin: Cate Blanchett

Redaktion BR: Cornelia Ackers

Produktion: Julian Rosefeldt und Schiwago Film in Kooperation mit dem BR , gefördert vom Medienboard Berlin-Brandenburg

Auswahl bisheriger Auszeichnungen von "Manifesto"Prix Italia 2017Deutscher Kamerapreis 2017Haupt- und Publikumspreis bei Festival "Kino der Kunst" in MünchenSundance Festival Weltpremiere und "One of 13 Best Films of Sundance"

Der BR engagiert sich bei KinokoproduktionenDer Bayerische Rundfunk engagiert sich - gemäß seines Kulturauftrags - auch im Kinobereich. Mit der redaktionellen und finanziellen Beteiligung liefert der Bayerische Rundfunk einen wichtigen kulturpolitischen Beitrag mit dem Fokus auf Nachwuchs und Debüt und auf besonders wertige, gesellschaftlich relevante Filme. Die Ausstrahlung von Kinofilmen ist sowohl im Ersten als auch im BR Fernsehen ein wichtiger Bestandteil des Programms. br

 

 

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen im Mai 2018

 

Mit der neuen Datenschutz-Grundverordnung sollen die persönlichen Daten von EU-Bürgern künftig besser geschützt werden. Bei Gericht können Tonübertragungen für Journalisten zugelassen werden.

Schließlich wird auch der Naturschutz verbessert.

 

1. Datenschutz. Neue Datenschutz-Grundverordnung in der EU - aktualisiert am 30. April - Ab 25. Mai 2018 gilt in Deutschland und der gesamten Europäischen Union ein neues Datenschutzrecht.

Die Datenschutz-Grundverordnung schafft einen einheitlichen Rechtsrahmen, der den freien Verkehr personenbezogener Daten in der EU gewährleistet. Zugleich wird das Grundrecht auf Schutz der personenbezogenen Daten aus Artikel 8 der Europäischen Grundrechtecharta gestärkt. Die Betroffenen erhalten mehr Kontrolle und Transparenz bei der Datenverarbeitung. Ergänzend tritt das neue

Bundesdatenschutzgesetz in Kraft.

 

2. Justiz. Medienöffentlichkeit in Gerichtsverfahren

Seit dem 18. April 2018 können Tonübertragungen einer Verhandlung sowie der Urteilsverkündung in einen Raum für Medienvertreter zugelassen werden. Das erleichtert die Dokumentation von Gerichtsverfahren von herausragender zeitgeschichtlicher Bedeutung.

 

Zukunft deutscher Polizeiarbeit gestärkt - aktualisiert am 30. April -

Das Bundeskriminalamt wird neu und zukunftssicher aufgestellt. Seine Rolle als Zentralstelle des nationalen polizeilichen Informationswesens und als Kontaktstelle für die internationale Zusammenarbeit wird gestärkt.

 

3. Umweltschutz. Neue Schutzräume für Insekten

Seit 1. April dürfen Höhlen und Stollen in der Natur nicht mehr zerstört werden. Nach den Neuregelungen im Bundesnaturschutzgesetz sind Höhlen und Stollen nun "geschützte Biotope". Die Lebensräume von Fledermäusen, Schmetterlingen, Spinnen und anderen Insekten können so erhalten werden. Bereits seit vergangenem Jahr ermöglicht das neue Gesetz einen besseren Schutz der Meere. Pib 30

 

 

 

 

1.Mai in Kempten. "Solidarität, Vielfalt, Gerechtigkeit"

 

Am vergangenem 1. Mai nahmen  an den 100 vom Deutschen Gewerkschaftsbund (DGB) in Bayern organisierten Demonstrationen 75.000 Menschen teil. Das diesjährige Motto war: "Solidarität, Vielfalt, Gerechtigkeit".

In Kempten (Allgäu) begann die 1. Mai-Kundgebung, die in der Hirnbeinstraße im Freien abgehalten wurde, um 10:00 Uhr und dauerte bis zum frühen Nachmittag. Sie wurde vom Vorsitzenden des DGB-Bezirks Allgäu, Ludwin Debong, eröffnet, der auch das Programm der Kundgebung präsentierte.

Die offizielle Rede hielt der Gebietsleiter der IG Metall Bayern, Jürgen Wechsle. In seiner Rede war er ausgesprochen artikuliert und prägnant, und verkündete seine Rolle als Gesprächspartner mit allen Menschen jeglicher Prägung, Kultur oder Religion. Dazu erwähnte er einige der Ziele, welche die Arbeiterorganisationen im Laufe der Jahre erreicht hatten. Unter diesen: die 40-Stunden-Woche, Tarifverträge, den arbeitsfreien Samstag und –  nicht zu vergessen – kritisierte er auch einige subtile Versuche bestimmter Organisationen und Unternehmen,  spezifische Vereinbarungen im nationalen Bereich, zu brechen, und Versuche, Steuern mit gezielten, wirtschaftlich fragwürdigen Maßnahmen zu umgehen.

Für unser von einer generellen Digitalisierung geprägtes Zeitalter (Industrie 4.0) hat Wechsler wiederholt gesagt, dass dies dazu dienen müsse, die Arbeitsbedingungen der Arbeiter zu verbessern und sie nicht zu verschlechtern: Das Individuum solle immer im Mittelpunkt stehen und nicht umgekehrt. Er sprach auch von der Notwendigkeit, auf allen Ebenen – und mit allen Mitteln – dafür zu sorgen, dass die Renten künftiger Generationen nicht weiter reduziert werden und nicht zuletzt die Möglichkeit, dass Arbeitnehmer*innen nach einer Teilzeitbeschäftigung – zu gegebener Zeit und wenn von ihnen gewünscht – die Vollbeschäftigung fortsetzen können, insbesondere wenn die Bedürfnisse der Familie  dies benötigen.

Die verantwortlichen Institutionen müssen die Notwendigkeit künftiger Berufsbilder mit konsequenter Vorbereitung der Ausbildung voraussehen; andererseits müssen die Arbeitnehmer ihrerseits den festen Willen haben, sich fortzubilden. In Bezug auf Solidarität und Vielfalt schloss Wechsler mit einem Gedanken an die behinderten Menschen und Arbeiternehmer und gab damit der Parlamentarierin Ilona Deckwerth das Stichwort.

Frau Ilona Deckwerth MdL, Sprecherin der SPD-Landtagsfraktion für Menschen mit Behinderungen und Inklusion in unserer Gesellschaft, erinnerte – nachdem sie einige Punkte wiederholt hatte, die von ihren Vorrednern erwähnt worden waren und nach den Grüßen des Landtags und ihrer Fraktion an die Teilnehmer – an einige wichtige Prinzipien des sozialen Zusammenhalts.

Dabei betonte sie, dass alle Menschen mit Behinderungen gleiche Würde und Chancen bekommen sollen und sprach weiter über die Notwendigkeit der uneingeschränkten Nutzung aller öffentlichen Verkehrsmittel, der Verwendung einer wenig bürokratischen und verständlicheren Sprache, der  Erleichterung der Suche nach einer passenden Unterkunft, die ihren Bedürfnissen besser entspricht, und – nicht zuletzt– sprach sie über die Förderung bestimmter Arten selbstverwalteter Hilfe im Kreis der Familien dieser Behinderten.

Unmittelbar nach diesen Reden– durchsetzt mit musikalischen Momenten – konnten die Teilnehmer sich mit regionalen Gerichten verköstigen, ein erfrischendes Bier genießen und dabei kommentieren, was sie gerade von den Rednern gehört hatten. Die Kinder konnten an einigen lustigen Spielen teilnehmen, die für sie vom DGB vorbereitet worden waren.

Bei dieser Veranstaltung, musikalisch umrahmt von der Gruppe „1 hoch 2“ und Reinhold Ohmayer,  waren auch einige Stadträte anwesen, darunter Siegfried Oberdörfer, Beauftragter für die Integration der Stadt Kempten; Ewald Lorenz-Haggenmüller, Betriebsseelsorger der Katholischen Arbeiterbewegung Kempten und Allgäu (KAB), der stellvertretende Vorsitzende der christlichen Vereine der italienischen Arbeitnehmer in Bayern (ACLI) und Konsularkorrespondent für  Kempten und Umgebung, Dr. Fernando A. Grasso und Vertreter weiterer Organisationen.  Fernando A. Grasso (de.it.press)

 

 

 

Mainz. Seminarankündigung CAS Migration und Gesellschaft

 

Migration ist aus unserer Gesellschaft nicht mehr wegzudenken - Diversität wird zum Normalfall. Im Zuge dessen werden wir mit neuen Aufgaben und Herausforderungen konfrontiert: im beruflichen, im öffentlichen aber auch im privaten Bereich. Damit diese Herausforderungen zu einer Erfolgsgeschichte werden können, braucht es Menschen mit interkulturellen Kompetenzen, die vermitteln, beraten, Türen öffnen und  neue Wege beschreiten.

Im Mai  und Juni haben Sie die Möglichkeit folgende interessante Veranstaltungen zu besuchen, in denen Sie auch noch kurzfristig Platz finden:

Es geht los mit dem Seminar „Methodenworkshop – Vorurteile abbauen und Integration fördern“ am 16.05.2018 unter der Leitung von Frau Dr. Eszter Monigl.

Ob als unbewusste emotionale Reaktion oder als diskriminierendes Verhalten manifestiert, Vorurteile spielen in allen gesellschaftlichen Schichten eine wichtige Rolle. Um sie bekämpfen oder zumindest reduzieren zu können, bedarf es neben der Erkenntnis ihrer Existenz und dem Verständnis ihrer Funktion und Wirkungsweise zielgerichteter und v.a. geeigneter Methoden. Aus diesem Grund liegt der Fokus dieser Veranstaltung auf den methodischen Möglichkeiten für den Abbau von Vorurteilen und stärkt die Kompetenzen der Teilnehmenden für die konkrete alltagsbezogene Anwendung

Unter der Leitung von Frau Iris Thimm-Netenjakob schärfen Sie am 25.05 und 26.05.2018 Ihre „Interkulturelle Kompetenzen“.

Durch die Globalisierung gehört Kontakt zu Menschen anderer nationaler Kulturen zum Arbeitsalltag. In diesem Workshop soll der Kulturbegriff und verschiedene theoretische Grundlagen in einer interaktiven Umgebung reflektiert bearbeitet werden. Durch eine erfahrungsorientierte Herangehensweise werden wir

unsere eigene Kultur betrachten, nach Brücken zwischen Kulturen suchen und unseren Blick in Richtung einer anderen Perspektive schwenken.

Abschließend möchten wir Ihnen noch das Seminar zum Thema „Der Islam in Deutschland“, das am 07.06.2018 unter Leitung von Herrn Dr. Jörn Thielmann stattfindet, vorstellen.

Die Anfänge muslimischer Präsenz in Deutschland vor der Arbeitsmigration der 1960er waren großbürgerlich und intellektuell- künstlerisch geprägt. Doch unsere Wahrnehmung verknüpft den Islam als Religion und Kultur nahezu untrennbar mit sozioökonomischen Problemlagen. Dass diese mit der Migrationsgeschichte der meisten Muslime verbunden sind, wird oft übersehen.

Das Seminar gibt eine kurze Einführung in die Geschichte und Vielfalt muslimischer Präsenz in Deutschland und fragt nach spezifischen sozioökonomischen Bedingungen und Migrationsproblemen von Muslimen. Es wird weiterhin die spezifische Rolle von Konvertiten, besonders der sogenannten Salafisten, für das muslimische Leben in Deutschland behandelt. Europäische Vergleichsbeispiele werden dabei herangezogen.

Anmelden können Sie sich für alle Seminare online: http://www.zww.uni-mainz.de/2167.php, thimm@zww.uni-mainz.de.  ZWW 3

 

 

 

Italien on Stage auf der Imex-Frankfurt

 

Die Italienische Zentrale für Tourismus und das Convention Bureau Italia sind

vom 15. bis 17. Mai zusammen mit 52 Ausstellern auf der internationalen Messe IMEX Frankfurt, um das italienische MICE-Angebot vorzustellen und für B2B-Events „made in Italy“ zu werben. Mit dabei sind die regionalen Convention Bureaus von Apulien, Latium und Trentino sowie die CBs aus Bari, Bologna, Rimini, Florenz, Comer See, Turin, Padua, Vicenza, Venedig, Verona, Rom und dem Gardasee. Darüber hinaus stellen zahlreiche private Touristikanbieter ihr MICE-Angebot vor. 

 

Im internationalen ICCA-Ranking liegt Italien an Platz 6 der Top 10 MICE-Destinationen. Dank der außergewöhnlichen Kombination von Kultur - Italien besitzt das umfangreichste UNESCO-Welterbe -, exzellenter Küche, traumhaften Landschaften, innovativem Design und faszinierenden Open Air Festivals, ist Italien ein ideales Ziel für alle Arten von Meetings, Kongressen, Events und Incentive-Reisen, das außergewöhnliche Orte bereit hält. Im „Jahr des italienischen Essens“ liegt der Fokus 2018 auf dem mannigfaltigen enogastronomischen Angebot, das jedes Event abrundet. 

 

Am Italien-Stand D 400 in Halle 8 können Fachbesucher und Hosted Buyers aus aller Welt an zahlreichen Group Appointments teilnehmen, bei denen sich unterschiedliche Anbieter dem internationalen Publikum vorstellen. Darüber hinaus laden regionale Convention Bureaus, Destination Companies, Incoming-Agenturen, Hotels und Kongresszentren internationale Gäste und Event Planners zu one-to-one-Gesprächen ein. Während der Messetage finden am Italien-Stand folgende Events statt:

 

15. Mai, 13.00 Uhr  „a Taste of Tuscany“. Das Destination Florence Convention & Visitors Bureau und die Region Toskana mit der Agentur Toscana Promozione Turistica stellen ihr neues Projekt „Tuscany MICE“ vor und geben Tipps für unvergessliche Events und verborgene Schätze der Renaissancestadt. Anschließend Degustation toskanischer Spezialitäten.

 

15. Mai, 16.30 Uhr  „ALL ROADS LEAD TO ROME booth!“ Das Convention Bureau Roma and Lazio  stellt mit seinen Partnern faszinierende Eventlocations wie das moderne Kongresszentrum La Nuvola und erstklassige Kulturangebote vor. Es präsentieren sich das CB Roma & Lazio, Alitalia, Flughäfen Rom, Messe Rom, Auditorium Parco della Musica und die Kultur- und Eventgesellschaft Zetemà. Anschließend Degustation von Spezialitäten aus Latium und Rom.

 

Den aktuellen Veranstaltungsplan und evtl. Änderungen entnehmen Sie bitte unserer Website www.enit.de oder www.imex-frankfurt.de. enit