WEBGIORNALE  5-18   novembre  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Ma è un reato l'umana solidarietà?  1

2.       Presentato a Roma il Rapporto Italiani nel Mondo 2018: migrazione e neo-mobilità come “diritto all’esistenza”  1

3.       Merkel non si ricandida  2

4.       Merkel: «È il mio ultimo mandato da cancelliera, poi lascerò la politica»  2

5.       Merkel, svolta storica: dopo 18 anni lascerà la guida della Cdu  3

6.       L’on Garavini intervistata dall’emittente tedesca pubblica Deutsche Welle  3

7.       Mattarella: Le comunità di origine italiana all’estero sono i primi naturali “moltiplicatori di italianità”  3

8.       Dopo le lezioni regionali. Assia, la Merkel e l’ora di guardare all’Europa  4

9.       II. Bilinguismo parte seconda: come i bambini si impadroniscono del linguaggio  4

10.   Voto e non solo: il Cgie verso la plenaria  5

11.   Gli auguri di Moavero Milanesi per la Festa Nazionale Tedesca  5

12.   Le relazioni italo-tedesche passano per le scienze umane sociali 6

13.   Convegno della Europa-Union a Gross Gerau: "L’integrazione è l’unica risposta valida all’immigrazione"  6

14.   Concerto per la pace l’8 novembre a Colonia  7

15.   A Hildesheim come una serata in Oltrepò Pavese  7

16.   A Colonia c’é “Dario Fo a colori”  7

17.   A Kempten una Conferenza sulla mafia  7

18.   Il 5 novembre all’IIC di Amburgo recital del pianista Marco Cecchinelli 8

19.   Monaco di Baviera. Pro Europa Una alla 26a edizione della festa del Luppolo e dell’Uva  8

20.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  8

21.   Nasce a Pforzheim il Club Milan Franco Baresi. Un progetto sportivo e culturale per gli italiani in Germania  9

22.   Presentato a Roma il Rapporto Italiani nel mondo 2018 curato dalla Fondazione Migrantes  9

23.   Il Governo ha una politica per gli italiani all’estero  10

24.   Questa, l’America! 10

25.   Disarmo. Denuncia Trattato Inf, pericoloso ritorno agli euromissioli 11

26.   Mattarella: i nostri connazionali all’estero "moltiplicatori della nostra civiltà"  11

27.   I vincoli 11

28.   Draghi: "Bce non si piegherà a Roma"  12

29.   Italia/Ue: regole di bilancio e procedure sanzionatorie  12

30.   Tanti annunci, poco cambiamento. E qualche passo indietro  12

31.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa  13

32.   Ripresa impossibile?  13

33.   L’insegnamento dell’emigrazione italiana nelle scuole  14

34.   L’angolo della psicologa. Conoscere e riconoscersi nella narrazione  14

35.   Il segretario generale Michele Schiavone illustra le tematiche discusse alla Farnesina dal Comitato di Presidenza  15

36.   Presentato a Roma il Dossier Statistico Immigrazione 2018  15

37.   La stima  16

38.   Stati Generali della Lingua Italiana. Moavero apre l’evento  16

39.   Roma: a Villa Madama gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo  17

40.   Stati generali della lingua italiana. Il contributo del Cgie  17

41.   L’accanimento del M5S contro la stampa Italiana all’estero  18

42.   La tavola rotonda “Le reti dell’italiano nel mondo”  18

43.   Nell’anno accademico 2016-2017 sono stati 2.145.093 gli studenti che in 115 paesi hanno studiato la nostra lingua  19

44.   La valutazione  19

45.   Erasmus+: 3 miliardi di euro previsti per il 2019, da investire nei giovani europei e per contribuire a creare Università europee  20

46.   Ue boccia la manovra  20

47.   Il direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Mae ci ha intervistato a “L'Italia con voi”  21

48.   L’incoerenza  21

49.   Lettera Aperta a Mimmo Lucano, Sindaco di Riace  21

50.   La stampa italiana all’estero al centro del dibattito politico  22

51.   Modena: dall'8 all'11 novembre il Festival della Migrazione  22

52.   Billi, IMU: ecco quanti sono gli Italiani emigrati proprietari di case in Italia  23

53.   Schiavone: in Italia manca un Ministero per gli italiani nel mondo  23

54.   Calabresi nel mondo: approvato dalla Consulta il Piano annuale 2019  23

 

 

1.       Drohen Deutschland italienische Verhältnisse?  23

2.       Flüchtlingspolitik. EU kommt bei Ausschiffungsplattformen nicht voran  24

3.       Brasilien: „Bolsonaro macht die Armen ärmer und die Reichen reicher“  24

4.       Hessen: CDU und SPD erneut mit Verlusten; Grüne und AfD legen zu  25

5.       Kanzlerdämmerung nach der Hessen-Wahl 25

6.       Schutzlos ausgeliefert. Wie EU-Bürger in Deutschland aus dem sozialen Netz fallen  26

7.       Italien. Die PD zerfleischt sich in inneren Kämpfe  26

8.       Südtirol – An der Lega scheiden sich die Geister 27

9.       Angst vor dem Chaos! Warum die Russen Putin vertrauen  28

10.   Seenotretter. Europawahl 2019: „Die EU-Kommission wird durchmischter“  28

11.   Flüchtlingspolitik. EU kommt bei Ausschiffungsplattformen nicht voran  29

12.   Die Wahrheit ist tot 29

13.   Von wegen Transferunion. Eine europäische Arbeitslosenversicherung würde die EU krisenfester machen. 30

14.   „Wir dokumentieren, was im Mittelmeer passiert.“  31

15.   Die wichtigsten Antworten zum Italien-Chaos  31

16.   Seenotretter Nick. „Meine Zeit des Schweigens ist vorbei.“  32

17.   Illusion: Digitalisierung zerstört keine Arbeitsplätze  33

18.   Epochenthema Migration - Die Mosaik-Linke in der Zerreißprobe?  33

19.   Rede von Bundeskanzlerin Merkel zur Verleihung des Nationalen Integrationspreises  34

20.   Deutschland: 600.000 Flüchtlinge schwer traumatisiert 35

21.   Nein, Herr Seehofer! Ignoranz und Heuchelei sind die Mutter aller Probleme  35

22.   Integration von Flüchtlingen Aufgabe für Kommunen und Länder 35

23.   Italien besteht weiter auf Neuverschuldung in 2019  36

24.   Raus aus dem linksliberalen La La Land  36

25.   Integration: Die meisten sehen weiter gutes Klima  37

26.   Südtirol: Erschütterung für alte Parteistrukturen  37

27.   Illusion: Haltung hilft gegen Rechts  37

28.   Ostdeutsche gehen früher in Rente als Westdeutsche  38

29.   Schlappe für CSU. Rechtsgutachten hält bayerische Grenzpolizei für verfassungswidrig  38

30.   Volkswirte sehen Rentenpolitik mit Skepsis  39

31.   Erst einreisen, dann anerkennen  39

32.   Statistisches Bundesamt. Zahl der Empfänger von Asylbewerberleistungen geht stark zurück  39

33.   Einladung. Simonetti in Berlin  40

 

 

  

Ma è un reato l'umana solidarietà?

  

La discussa vicenda del sindaco di Riace. Accogliere un profugo è un gesto di umanità prima che politico. I migranti sono una risorsa non un pericolo

 

  Il Sindaco del Comune calabrese di Riace, Mimmo Lucano, pochi giorni fa è stato arrestato per aver accolto, in contrasto con le leggi vigenti in materia, immigrati sprovvisti dei documenti necessari per essere accettati. Reato commesso non per vantaggio personale ma per umanità, onde garantire un futuro ed una vita decente a gente fragile e povera.

  Certo, le norme vanno rispettate. Ma anche quelle dettate dall’umanità, dalla disponibilità nei confronti di chi soffre, connazionale o straniero, uomo o donna, giovane o vecchio che sia. Sentimenti che hanno spinto Lucano a concedere ospitalità agli emigrati arrivati nella sua città. Il suo è un comportamento dettato da generosità, dalla convinzione che l’attuale legge non rispetta le regole liberali della democrazia. E dal fatto che - ha detto il sindaco Lucano - “Riace stava morendo, quando nel ’98 arrivarono in Paese i primi migranti, anzitutto curdi”.

  Opinione che, inevitabilmente, ha suscitato apprezzamenti. Tra i quali, quello del Vescovo di Locri, Francesco Oliva, che, addolorato dalla carcerazione del Sindaco, lo ha difeso dicendo: “Ha fatto dell’accoglienza dei migranti la sua ragione di vita”, sperando che la Magistratura sappia “fare luce sui fatti contestati in modo che la verità possa prevalere. Nell’interesse di Lucano, di Riace e di tutta la comunità ora sconcertata e disorientata più che mai”. Pur ammettendo che il Sindaco abbia agito per un “eccesso di generosità”, compiendo così un “reato di umanità”, ha pure affermato che la legge deve essere “per l’uomo e per una vita sociale più umana” e, di conseguenza, farsi “carico dei diritti fondamentali della persona. La burocrazia deve aiutare in tale senso: guai a voltare le spalle a chi è nel bisogno e bussa alla porta delle nostre case, ne verrebbe a scadere la nostra stessa umanità”.  

  Anche l’arcivescovo di Campobasso, Giancarlo Maria Bregantini, ha espresso “profonda amarezza e dolore per lui e per tutta la comunità del Paese e della Calabria. I migranti, come s’impara da Riace, sono una risorsa, non un pericolo. Ritengo che l’agire di questo sindaco, coraggioso e tenace, sia stato fecondo di bene”.

  Favorevole pure Don Ciotti, molto attivo nel sociale, il quale ha detto di essere consapevole che si debbano rispettare le leggi, ma “anche convinto che, se Mimmo ha imboccato delle scorciatoie, lo ha fatto per umana solidarietà”. E che “ora c’è d’augurarsi che la politica… sappia dare continuità e diffusione a un modello di accoglienza che ha generato lavoro e sicurezza e costruito la ricchezza umana e sociale di una comunità”.

  In effetti, è giusto osservare le leggi, ma necessario anche rispettare le diversità ed aiutare i poveri. Perché chi viene meno a questo dovere umano offende i principi essenziali della nostra Nazione che, quindi, non deve rifiutare le azioni compiute per umanità, cioè per amore del prossimo. Ed eseguite non per guadagnare soldi o benefici, bensì solo per carità e per il bene della città.

  Ovviamente non sono mancate le critiche, dettate dall’opinione che aprire le porte a chi viene dall’Africa è agire “in aperta contestazione del Ministro Salvini” e, come ha detto Luigi D’Alessio, Magistrato di Locri, decidere “non come Sindaco, rappresentando i cittadini nel rispetto delle regole, ma come un monarca, ammettendo di fregarsene di quelle regole che sono una garanzia per tutti”.

  Dopo gli arresti domiciliari, avvenuti, a detta dell’incarcerato, “per un reato di umanità”,  ne è conseguita la sospensione dall’incarico amministrativo, provvedimento reso noto dal vicesindaco Giuseppe Gervasi, che ne ha preso le funzioni, il quale ha detto che ora  “c’è incertezza, paura e smarrimento pure tra i tanti migranti che si trovano a Riace con le loro famiglie da tanto tempo”.

  Il che, come ha commentato il fratello, prima ha amareggiato e fatto arrabbiare l’ex Sindaco, poi apparire “più sereno, visto che non è solo” lui ad agire con umanità e, soprattutto, a ritenere utile alla Penisola l’accoglienza di immigrati. Molti dei quali hanno gridato “Mimmo libero” davanti alla casa.

  L’arresto ha suscitato approvazioni, in Italia e non solo, di quanti apprezzano il tentativo d’integrazione che il Sindaco di Riace ha tentato di realizzare, ma che ha fatto scandalizzare coloro che ritengono più importante e doveroso rispettare sempre le leggi nazionali.

  Il fatto ha preoccupato anche il Commissariato Onu dei rifugiati perché “Domenico Lucano è diventato il simbolo dell’Italia che accoglie”. Come è giusto fare nei confronti di chi soffre ai quali è giusto dare diritti e trasmettere doveri. Perché solo così si rendono responsabili, utili e leali gli stranieri accolti in Patria.

  Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

Presentato a Roma il Rapporto Italiani nel Mondo 2018: migrazione e neo-mobilità come “diritto all’esistenza”

 

I dati sulle migrazioni non siano soltanto numeri ma strumento di riflessione

Ricardo Merlo (Maeci): Preservare la stampa italiana all’estero, quale strumento di contatto tra gli emigrati e la madrepatria. Gualtiero Bassetti (Cei):  Fondamentale inserire l’emigrazione italiana nell’insegnamento scolastico

 

ROMA – Si è tenuta oggi, presso l’Auditorium “V. Bachelet” di Roma, la presentazione della XIII edizione del Rapporto Italiani nel Mondo, a cura della Fondazione Migrantes quale organismo pastorale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI). Come avviene ormai ogni anno, la tavola rotonda è stata accompagnata dalla distribuzione del volume “Rapporto Italiani nel Mondo” della Tau Editrice, curato dalla dottoressa Delfina Licata: un lavoro di oltre cinquecento pagine al quale hanno contribuito ben sessantaquattro autori. Il filo rosso dell’edizione 2018 è il concetto di “migrazione stabilmente in movimento” accompagnato dall’idea di “neo-mobilità”. Ad aprire il tavolo istituzionale è stata la giornalista Francesca Fialdini, che ha voluto citare le parole più volte adoperate da Papa Francesco sul tema delicato delle migrazioni. “Le parole non sono elementi neutri e bisogna lasciarsi coinvolgere dalla realtà; le parole devono illuminare i temi della migrazione e della mobilità, ma senza associarvi pensieri negativi”, è stato dunque menzionato questo invito, assai ricorrente da parte del Santo Padre, a una visione più aperta. Sempre più italiani emigrano e non sono soltanto i più giovani a farlo – ha ricordato Fialdini – evidenziando anche un altro aspetto legato all’agenda setting, politica e mediatica, sul fronte migratorio: tendiamo ad associare all’immigrazione altrui nel nostro Paese aggettivazioni più negative rispetto a quanto non facciamo per l’emigrazione italiana. Non è soltanto una questione semantica, dunque, bensì politica e culturale.

Chi sono gli italiani che emigrano e di che numeri stiamo parlando? Si tratta di cifre importanti. Dal 2006 al 2018 la mobilità italiana è aumentata del 64%, passando da poco più di tre milioni di emigrati a oltre cinque milioni: gli iscritti all’AIRE nel 2018 rappresentano pertanto l’8% del totale dei residenti in Italia, che supera di poco la soglia dei sessanta milioni di individui. In tutto questo bisogna sempre considerare anche coloro che hanno acquisito la cittadinanza. L’Europa è il continente che accoglie la percentuale più elevata di cittadini italiani, con un 54%, mentre alle Americhe spetta un sostanzioso 40% (di cui un netto 32% in America Latina). In assoluto le mete europee privilegiate sono Germania, Regno Unito, Francia, Portogallo, Spagna e Irlanda; per l’America Latina abbiamo invece Brasile e Argentina in testa. Le partenze relative all’ultimo anno hanno registrato un incremento del 3%: una fetta consistente, che si aggira intorno al 37%, ha un’età compresa tra i 18 e i 34 anni ma è tutt’altro che trascurabile la percentuale degli emigrati over 50 e 60. Oltre alla trasversalità anagrafica, si registra anche un’elevata stratificazione generazionale. Accanto ai migranti più giovani ci sono, come si è visto, i cosiddetti migranti maturi nonché i previdenziali, ossia quelli in età pensionabile che intendono usufruire di un fisco migliore altrove; ci sono poi interi nuclei familiari, con il ricongiungimento di figli-genitori-nonni. Non mancano infine i migranti di rimbalzo, una categoria forse un po’ più atipica e meno frequente delle altre, ma non per questo meno affascinante: si tratta di quelle persone che tornano in Italia in tarda età, poi per ragioni varie rientrano nel Paese che li ha accolti per quasi tutta la vita. Oltre cento sono state le province italiane che hanno visto un esodo da parte dei loro cittadini: Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza.  Per quanto riguarda le regioni, abbiamo in testa alla classifica la Lombardia, seguita da Emilia-Romagna, Veneto, Sicilia e Puglia.Si tratta di un lavoro importante, al di là dei dati statistici, per far conoscere realtà altrimenti poco note: quelle appunto di chi ha deciso di lasciare il nostro Paese in cerca di fortuna altrove.

 

Interventi Istituzionali

Di questo aspetto ha voluto trattare Michele Schiavone, Segretario Generale del Cgie. “Fondamentale è il lavoro svolto, in ambito sociale e religioso, dalla Fondazione Migrantes che è sempre percepita per la sua straordinaria importanza, ovunque nel mondo. Dobbiamo ringraziare, con profonda gratitudine, questo invito per parlare delle nostre comunità che vivono sparse nel mondo. Non sempre il tema delle migrazioni è posto in maniera felice; anzi spesso la negatività accompagna questo tema, sia per quanto riguarda il Mediterraneo a noi più vicino sia per gli altri luoghi più remoti del globo. Occorre far entrare tali argomenti nel discorso pubblico del Paese perché, come dice Papa Francesco, bisogna vivere ed abitare la migrazione rimettendo al centro l’uomo”, ha commentato Schiavone. “Parlare degli italiani all’estero è un impegno grande al quale il Cgie, attraverso le associazioni e gli strumenti creati in giro per il mondo, pone all’attenzione dei Paesi in cui queste nostre comunità si sono insediate. In primo luogo è indispensabile riconsiderare la dignità dell’uomo e il rispetto dei diritti universali dei migranti. Ricordo sempre una frase di Massimo Troisi in un suo celebre film (“Ricomincio da tre”, ndr): “Chi parte sa da cosa fugge ma non sa che cosa cerca”, ha aggiunto Schiavone pensando quindi a possibili interventi migliorativi, alla luce di una forma di mobilità così diversa da quella sedimentatasi da due secoli nel mondo. “In Italia manca un Ministero per l’Emigrazione e occorrono maggiori politiche e strumenti a sostegno degli italiani nel mondo. In Parlamento avevamo, fino alla scorsa legislatura, due comitati (uno per la Camera e l’altro per il Senato, ndr) che rappresentavano le istanze degli italiani nel mondo: ebbene, ne chiediamo il ripristino. E’ comunque un dato positivo l’avere finalmente nelle istituzioni un nostro rappresentante, che è figlio dell’emigrazione nel mondo: che sia un primo passo per un riconoscimento diffuso”, ha concluso Schiavone facendo riferimento a Ricardo Merlo, sottosegretario agli Esteri con delega agli italiani nel mondo.

Nato a Buenos Aires da una famiglia veneta, l’On. Ricardo Merlo è di fatto figlio dell’emigrazione italiana nel mondo. “Mio nonno è emigrato dopo la prima guerra mondiale; successivamente si è fatto raggiungere anche dalla nonna, da mio padre e dagli zii. Eravamo una famiglia povera, fatta di gente che non poteva far altro che emigrare. Sono cresciuto in due istituzioni, come la parrocchia e le associazioni di volontariato ed è con quel movimento cattolico che mi sono avvicinato alla politica. Siamo europeisti e i nostri valori sono quelli occidentali e cristiani: veniamo da una cultura cattolica come parte della nostra stessa identità”, ha raccontato Merlo. “Oggi abbiamo nuovi strumenti per stare vicini ai nostri migranti, accanto alle associazioni di volontariato, alle parrocchie e alle reti consolari. Tuttavia sul fronte delle reti consolari non mancano le criticità ma non ne faccio una responsabilità di un solo governo, bensì di politiche sbagliate dal 2008. Sono stati chiusi in questi anni ben venti uffici consolari, quattro ambasciate e una rappresentanza permanente, senza contare il decremento progressivo del personale amministrativo: negli ultimi otto anni infatti più di mille unità sono state messe in uscita a fronte di 1 milione e 500 mila italiani in più all’estero. I nostri connazionali – ha aggiunto Merlo - se la prendono coi consoli, ma loro non ce la fanno fisicamente a lavorare in certe condizioni. Abbiamo invece avuto l’inaugurazione di una nuova Ambasciata a Panama e di un’altra in Repubblica Dominicana; a Recife è stato aperto un nuovo ufficio consolare mentre in Uruguay, dove vivono 120 mila italiani, è stato chiuso il consolato. Il Governo precedente ha aumentato di alcune unità i contrattisti all’estero e speriamo che nella nuova legge di stabilità l’aumento sia significativo sia per gli impiegati amministrativi e sia per i contrattisti; inoltre serve un concorso al Ministero degli Affari Esteri per avere nuovi giovani diplomatici. Farò tutto il possibile per cambiare questa situazione: da giugno ad oggi abbiamo cominciato a fare qualcosa”, ha sottolineato Merlo segnalando anche l’iniziativa volta a modificare la legge sul voto all’estero che coinvolge direttamente il Cgie e i Comites. Dunque il rilancio di nuove prospettive per i connazionali all’estero sembra passare per l’aumento di fondi da destinare alla promozione della lingua, della cultura e del made in Italy in un continuum ideale rispetto al discorso del Presidente Mattarella, in occasione della Settimana della lingua italiana nel mondo. Importante è infine preservare la stampa italiana all’estero, quale strumento di contatto tra gli emigrati e la madrepatria. Un pensiero è andato alla sofferenza dei circa centomila connazionali presenti in Venezuela. “Negli ultimi sette anni sono stato almeno cinque volte in Venezuela dove i nostri connazionali hanno bisogno di noi. Lì c’è bisogno d’aiuto anche per trovare i beni di prima necessità e chi percepisce la pensione viene penalizzato dal cambio nella moneta locale: dovrebbero prendere le pensioni in euro. Perché la mobilità sia positiva deve essere una scelta e non una conseguenza disperata di chi deve scappare; ci vuole una giustizia sociale internazionale e bisognerebbe aiutare con strumenti come il Piano Marshall le realtà più povere”, ha evidenziato Merlo.

“I migranti fanno parte della nostra quotidianità di cittadini e di popolo che vive da sempre la mobilità”, ha commentato il Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della CEI. Quali sono state le indicazioni operative? “E’ fondamentale inserire l’emigrazione italiana nell’insegnamento scolastico, alla pari dei corsi di lingua italiana all’estero. Accanto alla consapevolezza della cultura d’origine, c’è inoltre la necessità del migrante di costruire una relazione con l’altro e con la comunità che lo accoglie con carità. E’ sbagliato etichettare la mobilità in uscita con caratteri positivi e quella in entrata con termini negativi. Migrare è allontanarsi umanamente da ciò che si conosce per andare verso l’ignoto. Vi è spesso un malessere in questa generazione neo-mobile”, ha ravvisato Bassetti  parlando anche del tema caldo del riconoscimento della cittadinanza. “La cittadinanza non sia solo qualcosa di finalizzato ad uso personale, ossia non sia un mero documento: deve invece essere un valore identitario da rafforzare attraverso il racconto dei nonni e dei genitori. Molti nonni e genitori decidono di ricongiungersi ai figli per inseguire quell’idea di stare insieme in qualunque luogo: sappiamo quanto il Papa esalti ad esempio proprio la figura dei nonni. D’altronde la famiglia di Papa Francesco, famiglia di origini piemontesi, dal 1922 ha cominciato la sua storia in Argentina con la partenza dall’Italia dei fratelli del nonno del Santo Padre. Possiamo dire che il diritto al viaggio debba essere concepito come un diritto all’esistenza: ciascuno deve essere libero di partire e di restare, di tornare e ricominciare. L’esistenza non sia rassegnata ma tenda alla ricerca di sogni e felicità. Viviamo tutti sotto un medesimo cielo e un unico sole”, ha concluso il Presidente della CEI. Simone Sperduto, Inform 24   

 

 

 

 

Merkel non si ricandida

 

"Non sono nata cancelliera e non l'ho mai dimenticato ma oggi è giunto il momento di aprire un nuovo capitolo". Angela Merkel conferma di persona in una dichiarazione fatta dalla sede del suo partito la decisione di lasciare i suoi incarichi. Merkel ha annunciato che al Congresso della Cdu non si ricandiderà alla presidenza del partito, né all'incarico di cancelliera nel 2021. "Non voglio più ricoprire incarichi politici", ha detto. "Con questa decisione spero di dare un contributo al governo federale per concentrare le sue forze sul buon governo" ha dichiarato Merkel.

I CANDIDATI ALLA SUCCESSIONE - La decisione di Merkel arriva dopo l'esito disastroso delle elezioni regionali in Assia. Il suo annuncio è stato seguito dalla candidatura alla sua successione di tre esponenti del suo partito. La prima, Annegret Kramp-Karrenbauer, nota come AKK per le sue iniziali, viene descritta come una politica dallo stile sobrio e poco propensa ai grandi gesti. Cinquantasei anni, ha iniziato la sua carriera politica oltre tre decenni fa come consigliere nella sua cittadina natale, Puettlingen, nel sudovest della Germania, vicino alla frontiera con la Francia. A febbraio, nel frattempo diventata premier della Saar, è stata chiamata da Merkel a ricoprire l'incarico di segretario generale, in pratica il numero due della Cdu. AKK collabora in modo molto stretto con la cancelliera da anni e a Merkel è spesso paragonata per uno stile misurato ed analitico e per la capacità e tenacità con cui impone le sue idee. Dal 2010 fa parte dell'esecutivo della Cdu ed ha fatto parte della delegazione democristiana che ha negoziato l'accordo per la formazione di una nuova coalizione con i socialdemocratici della Spd.

Jens Spahn, 38 anni, ministro della Sanità nel governo di Berlino. La sua nomina è stata una delle più discusse, in quanto si tratta di una delle voci più critiche nei confronti di Merkel. Esponente dell'ala più conservatrice della Cdu, Spahn ha fatto molto discutere lo scorso anno per la sua proposta di approvare una legge che regolasse l'attività delle moschee e degli imam e per essersi mostrato al fianco del cancelliere austriaco Sebastian Kurz, sostenitore di una politica migratoria diversa da quella portata avanti dalla cancelliera. Originario di Ahaus, nel NordReno Westfalia, cattolico, è sposato da dicembre con il suo compagno Daniel Funke, giornalista e direttore della rivista Bunte.

Friedrich Merz è stato presidente del gruppo parlamentare conservatore tra il 2000 e il 2002. Dal 2009 il 62enne dirige un centro di analisi che ha al centro delle proprie ricerche le relazioni tra Germania e Stati Uniti. Avvocato ed esperto di finanze, ha guidato il gruppo parlamentare fino alla destituzione per mano di Merkel nel 2002, quindi è diventato vicepresidente della fazione parlamentare nel 2004. Originario di una zona montuosa nella parte sudorientale del NordReno Westfalia, nell'ovest del paese, Merz è sposato ed è padre di tre figli. Ha dedicato gran parte della sua vita al settore dell'impresa ed è membro di numerosi consigli di amministrazione, tra cui di IVG Immobilien, di Commerzbank, del Borussia Dortmund e dell'aeroporto Colonia/Bonn.

LE ELEZIONI IN ASSIA - Alle elezioni regionali in Assia la Cdu - stando ai risultati ufficiali diffusi - è crollata dal 38,3 del 2013 (allora le elezioni si erano svolte in contemporanea a quelle federali) al 27% dei consensi - il peggior risultato conseguito dal partito della Merkel in Assia da oltre 50 anni a questa parte - pur restando il partito più forte.

Anche la Spd fa un balzo indietro, di 10,9 punti percentuali, attestandosi sul 19,8%, esattamente come i Verdi, che però raggiungono questo risultato conquistando l'8,7% in più di consensi. La destra populista ed anti-immigrati di Alternativa per la Germania (Alternative fuer Deutschland, Afd) entra per la prima volta nel Landtag di Wiesbaden con il 13,1% dei voti (+9% rispetto al 2013) ed è ora rappresentata nei parlamenti di tutti i 16 Land federali tedeschi. I Liberali della Fdp conquistano il 7,5% dei consensi (+2,5%) e cresce anche Die Linke, il partito della sinistra, che con il 6,3% (+1,1%) conquista il suo miglior risultato di sempre in Assia.

La partecipazione al voto è stata del 67,3% dei 4,38 milioni di aventi diritto. Nel 2013 aveva votato il 73,2%. Per la prima volta, i partiti rappresentati nel Landtag dell'Assia sono sei. I seggi da spartire sono 137, la maggioranza 69. Alla Cdu ne andranno 40, ai Verdi e alla Spd 29 ciascuno. Diciannove seggi andranno all'Afd, 11 alla Fdp, 9 alla Linke. In base a questa ripartizione, Cdu e Verdi potrebbero portare avanti la loro coalizione. Ma le possibilità sarebbero anche altre: CDU e SPD o SPD, VERDI e FDP. La più stabile in termini di maggioranza sarebbe una coalizione Giamaica, CDU, Verdi, FDP. Il premier uscente, Volker Bouffier (CDU), ha annunciato l'intenzione di avviare consultazioni per la formazione di un nuovo governo fatta eccezione per Die Linke e Afd. Adnkronos 29

 

 

 

Merkel: «È il mio ultimo mandato da cancelliera, poi lascerò la politica»

 

L’annuncio di Angela: «Il governo ha perso credibilità. Dal 2021 basta incarichi» Chi sono i potenziali successori - di Paolo Valentino, corrispondente da Berlino

 

Lo sciame sismico del terremoto dell’Assia è arrivato a Berlino prima del previsto. Meno di ventiquattrore dopo la grave sconfitta di Wiesbaden, dove la Cdu ha perso quasi 11 punti percentuali, Angela Merkel ha annunciato che intende lasciare la presidenza dell’Unione cristiano-democratica per favorire un rinnovamento del partito. Non solo, la cancelliera ha annunciato di fatto il suo lungo addio alla politica, dicendo che intende rimanere alla guida del governo fino alla scadenza naturale del mandato nel 2021, ma che dopo non si ricandiderà né alla cancelleria, né al Bundestag e che non cercherà mai più un incarico politico, né in Germania né in Europa.

In una drammatica conferenza stampa, Merkel si è assunta la piena responsabilità della sconfitta elettorale, riconoscendo che il suo governo ha perso credibilità: “L’immagine offerta dalla coalizione è inaccettabile”, ha ammesso Merkel riferendosi alle continue liti e polemiche che hanno diviso la Grosse Koalition negli ultimi mesi.

È una svolta storica, probabilmente il vero inizio del crepuscolo di Merkel, che ha preso atto di una situazione non più sostenibile e ha messo l’interesse del partito davanti al suo. Merkel infatti ha sempre detto che la carica di presidente della Cdu e quella di cancelliera erano inseparabili. «Spero che questo sia un contributo a portare vento nuovo nel partito» e a far sì che «il governo si concentri meglio nel suo lavoro»”, ha detto per spiegare il ripensamento. E ancora: «“Non sono nata cancelliera e ho sempre assolto il mio incarico con dignità. Con la stessa dignità intendo lasciarlo».

Se Merkel riuscirà a completare il quarto mandato rimane tuttavia una questione aperta. La decisione di fare un passo indietro come presidente del partito, carica che occupa da 18 anni, apre infatti una battaglia per la successione che si annuncia accanita, incerta e alla fine potrebbe avere ripercussioni sulla stabilità della Grosse Koalition. Di più, anche se Merkel riuscisse a placare le acque all’interno della Cdu, in piena fibrillazione dopo la sconfitta in Assia e i pessimi sondaggi nazionali che la danno al 25%, sul futuro del governo incombe anche la crisi esistenziale della Spd, anch’essa sconfitta in Assia e ormai precipitata al 15% delle intenzioni di voto. Fra i socialdemocratici cresce infatti la pressione per rompere l’alleanza con la Cdu, considerata la causa principale del tracollo.

Nella Cdu, i potenziali successori di Angela Merkel già annunciano battaglia. La cancelliera vorrebbe che a succederle fosse l’attuale segretario generale e sua fedelissima, Annegret Kramp-Karrenbauer, ufficialmente candidata. L’altro contendente in campo è Jens Spahn, attuale ministro della Sanità e riferimento dell’ala conservatrice del partito, che più volte in passato ha criticato Merkel, soprattutto in tema di politiche migratorie e difesa dei valori tradizionali. Ieri anche l’ex capo dei deputati al Bundestag, Friedrich Merz, ha annunciato la sua disponibilità a candidarsi. Merz, ancora molto amato nel partito nonostante sia fuori dalla politica da quasi dieci anni, era uno dei tanti potenziali avversari emarginati da Angela Merkel. Ora probabilmente è tentato dalla rivincita. Nel caso di un impasse, un nome di mediazione potrebbe essere quello del ministro-presidente del Nord-Reno Vestfalia, Armin Laschet, che guida il Land più popoloso della Germania e ha dietro la più grande federazione regionale della Cdu. CdS 29

 

 

 

Merkel, svolta storica: dopo 18 anni lascerà la guida della Cdu

 

La decisione arriva dopo i deludenti risultati nelle elezioni regionali – di Walter Rauhe

 

Berlino. È la fine di un’era. Dopo 18 anni alla guida della Cdu Angela Merkel getta la spugna e contrariamente a quanto annunciato ancora poche settimane fa non si ricandiderà più alla presidenza dei cristiano-democratici. Con questa clamorosa decisione, annunciata questa mattina nel corso di una riunione del direttivo del suo partito nella Konrad Adenauer Haus di Berlino, Angela Merkel trae le conseguenze personali dalle drammatiche sconfitte elettorali subite dalla Cdu alle amministrative in Baviera e in Assia e apre la strada ad un ricambio generazionale ai vertici del centro-destra. Ancora non è chiaro se il suo ritiro dalla presidenza della Cdu proceda o meno anche una sua eventuale rinuncia all’incarico di cancelliera. In passato Angela Merkel aveva sottolineato in più occasioni l’inseparabilità dei due incarichi. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa dpa però, Angela Merkel sarebbe intenzionata a restare ancora cancelliera. 

 

Il - o la - nuova presidente dell’Unione cristiano-democratica verrà eletto nel corso del prossimo congresso generale del partito in programma ad Amburgo ai primi di dicembre. Ancora non è chiaro però chi potrebbe assumere in futuro la presidenza del partito guidato da Angela Merkel fin dal lontano aprile del 2010. Sotto la sua presidenza la Cdu si è trasformata in una forza politica di centro d’ispirazione moderata e liberale, secondo alcuni anche fin troppo riformista e troppo poco conservatrice. Soprattutto la sua decisione di aprire nell’estate del 2015 le frontiere tedesche a quasi un milione di profughi provenienti prevalentemente dalla Siria, dall’Afghanistan e dall’Iraq, ma anche altri provvedimenti come la fuoriuscita del paese dall’energia nucleare, l’abolizione del servizio militare obbligatorio o il suo via libera ai matrimoni tra coppie dello stesso sesso, avrebbero favorito l’ascesa di un nuovo partito di destra come l’Alternative für Deutschland. La formazione populista di destra è presente nel frattempo in tutti e 16 i parlamenti regionali tedeschi e alle politiche dell’anno scorso è entrato per la prima volta nel parlamento federale (Bundestag) col 12,6% delle preferenze. LS 29

 

 

 

 

L’on Garavini intervistata dall’emittente tedesca pubblica Deutsche Welle

 

Roma - "Mi auguro che la situazione politica in Germania rimanga stabile e che la decisione della Cancelliera Merkel di lasciare la guida della CDU non metta a rischio la Grande Coalizione. Nell'instabilità politica, infatti, prosperano le forze nazionaliste, sovraniste ed antieuropeiste".

"Una grande coalizione non è l'opzione ideale. In certe occasioni, però, può essere la soluzione migliore, perchè può dare alla Germania e all'Europa la stabilità di cui ha bisogno, soprattutto in vista delle elezioni europee dell'anno prossimo. Le europee sono infatti un appuntamento elettorale di grande importanza, perché saranno determinanti per il futuro dell'Unione".

Lo dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa, intervistata dall’emittente tedesca pubblica Deutsche Welle.

L'intervista è visbile al seguente link:

   https://www.youtube.com/watch?v=NXhAUc8ZYSk (de.it.press)

 

 

 

 

Mattarella: Le comunità di origine italiana all’estero sono i primi naturali “moltiplicatori di italianità”

 

ROMA - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha incontrato al Quirinale i partecipanti alla terza edizione degli "Stati Generali della Lingua italiana nel Mondo", dedicata quest'anno al tema "L'italiano e la rete, le reti per l'Italiano", promossa dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, l'Accademia della Crusca e l'Ambasciata della Confederazione Elvetica.

Dopo l'intervento del Ministro Moavero Milanesi, il Presidente della Repubblica ha rivolto un indirizzo di saluto. Erano presenti il Ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Marco Bussetti, il Presidente della Società Dante Alighieri Andrea Riccardi, il Presidente dell'Accademia della Crusca Claudio Marazzini, rappresentanti della cultura, della scuola e dell'università.

 

Qui di seguito l’intervento del Presidente Mattarella all'incontro con i partecipanti agli "Stati Generali della Lingua Italiana nel mondo"

“Desidero rivolgere un saluto molto cordiale al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Prof. Enzo Moavero Milanesi e al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, dott. Marco Bussetti.Al Nunzio Apostolico, all’Ambasciatore della Confederazione Elvetica in Italia, al sen. Filippo Lombardi, presidente della Commissione politica estera del Consiglio degli Stati della Confederazione, ai Presidenti degli enti che hanno collaborato nella realizzazione della terza edizione degli Stati Generali della Lingua italiana nel mondo e a tutti voi che vi avete partecipato dò il più caloroso benvenuto.

 

Le prime due edizioni degli Stati Generali, nel 2014 e nel 2016, hanno nuovamente posto l’accento sulle attività di promozione della lingua italiana all’estero, dando impulso ad uno sforzo corale diretto al rinnovamento e alla modernizzazione degli strumenti e dei metodi didattici. La terza edizione, quest’anno, conferma la volontà di proseguire questo cammino. Lo dimostra il tema, “L’italiano e la rete, le reti per l’italiano”, posto al centro della vostra riflessione di questi giorni, come anche della XVIII Settimana della Lingua italiana nel mondo che si è appena conclusa.

 

Desidero ringraziarvi di quest’analisi – davvero molto opportuna – del legame tra la nostra tradizione linguistica e i nuovi mezzi di comunicazione, perché grazie a questo lavoro, senza sminuire il valore dei percorsi promozionali già sperimentati, si aprono nuovi orizzonti per la diffusione dell’italiano nel mondo e per la valorizzazione – anche in rete – dell’eredità artistica e culturale di questa civiltà. Questo processo apre ovviamente l’italiano a influenze e continui mutamenti. Le relazioni tra i linguaggi espongono a reciproche contaminazioni. E’ un fenomeno naturale e comune a tutte le lingue, che non deve impaurire, così come non desta preoccupazione a nessuno, nel mondo, la popolarità raggiunta dall’espressione di saluto “ciao”, senza che possa essere considerata veicolo di pretesa egemonia linguistica. Istituzioni e centri di studio accompagnano l’evoluzione della nostra lingua senza che ne venga snaturata l’essenza né indebolite le fondamenta. Del resto, il “vissuto” della nostra lingua - le più comuni esperienze sono quella italiana e quella ticinese - vede declinazioni proprie.

 

Valorizzare la propria cultura, di cui la lingua è espressione, non è un esercizio statico e conservativo. Non si tratta soltanto di tutelare una ricchezza incastonata nella storia, ma di far vivere un patrimonio vivo, pratico, multiforme, con articolazioni che spaziano dai registri più “alti” agli usi più quotidiani e comuni. La sfida, oggi, è, esattamente, come far fiorire la nostra lingua e cultura al tempo della mobilità, in cui, cioè, accanto alle comunità territoriali, sorgono comunità globali, talvolta solo virtuali, legate da linguaggi peculiari. Le reti dell’italiano nel mondo vanno dunque certamente al di là di accezioni consuete e includono italiani, italofoni e italofili: quella grande comunità di “italici” ai quali Piero Bassetti, non da oggi, chiede di rivolgere i nostri sforzi e la nostra attenzione.

 

I temi non sono né abusati né mediocri. A chi appartengono lingua e cultura italiane? Per definizione ogni cultura ha natura e vocazione universale. Dunque non ha confini. La civiltà italica ha influenzato ed è alla base di civilizzazioni numerose. Linguaggi come quelli della musica e delle arti figurative sono strettamente intrecciate al portato umanistico espresso, in lingua italiana, dalla letteratura. La lingua è, per eccellenza, un “veicolo”. L’espressione lingue “veicolari”, di uso comune, appare fuorviante. Ciascuna lingua è veicolare: di rapporti sociali, di arte, di diplomazia, di affari, di identità. La intensità di rapporti raggiunta ormai a livello internazionale suscita, per quanto riguarda la civiltà italica, un crescente interesse.

 

Vi è, in misura particolare, una vera e propria “fame” di Italia. A questo occorre saper corrispondere con efficacia e senso del presente. Non partiamo dal nulla: le comunità di origine italiana all’estero sono i primi, naturali, “moltiplicatori di italianità”, antenne capaci di ritrasmettere sia il forte carattere della tradizione, sia il Paese di oggi con la sua cultura, con il suo modo di vivere, di produrre e di lavorare, con la sua capacità di innovazione. Un altro moltiplicatore, capace di rilanciare importanti rapporti con Paesi lontani è rappresentato dalla domanda di conoscenza dell’italiano che proviene dalle comunità estere presenti sul territorio nazionale. Per coloro che sono giunti in Italia di recente, la lingua rappresenta il primo strumento nel cammino di integrazione. Importante e prezioso è il ruolo svolto in questo campo dagli enti locali, dalle numerose associazioni della società civile e da tutte le istituzioni pubbliche e private coinvolte nell’insegnamento dell’italiano.

 

A conferma delle intuizioni sviluppate, e del lavoro svolto lodevolmente sin qui dalla pluralità di sforzi pubblici e privati, emerge poi la platea eccezionale di oltre due milioni e centomila persone in tutto il mondo, che, ogni anno, scelgono di studiare la nostra lingua perché “sanno” che si parla di italiano e in italiano nella musica, nel cinema, nell’arte, nel mondo letterario, nella vita di molte imprese, come anche nella moda, nello sport, nella cucina e in tanti altri campi. Ognuno di questi settori funge da fonte di ispirazione e avvicina potenziali amici alle molteplici espressioni della nostra civiltà. Una realtà che conferma, pur nella consapevolezza della diffusione territorialmente limitata di popolazioni di lingua madre italiana, come l’idioma di Dante, di Leonardo, di Marconi e Fermi, di Toscanini e di Fellini, di Alberto Giacometti, si propone all’estero come espressione veicolare di un patrimonio culturale a vocazione globale. Senza dimenticare, peraltro, che lo studio della lingua italiana all’estero è una precondizione per attrarre talenti che contribuiscano a far crescere le competenze e le capacità del nostro Sistema Paese nel suo complesso.

 

Spesso, in occasione di incontri con altri Capi di Stato, raccolgo sollecitazioni, in particolare, per l’accesso alle nostre università, anche per corsi di perfezionamento, di studenti dei loro Paesi, sentendomi ricordare la crescita, nei loro sistemi di istruzione, di sezioni caratterizzate dall’apprendimento dell’italiano come lingua straniera. Alcuni strumenti sono stati sperimentati con successo in questi anni – penso alla diffusione di contenuti multimediali, come ha ripreso a fare utilmente RaiItalia, alla cui trasmissione “L’Italia con voi”, ho voluto recentemente inviare un saluto ed esprimere un apprezzamento-; penso alla stampa e all’editoria in lingua italiana all’estero, per la quale è indispensabile il sostegno pubblico; penso alle traduzioni, alla produzione di contenuti audiovisivi, in cui può utilmente giocare un ruolo la Comunità Radiotelevisiva Italofona.

 

Serve, ora, uno scatto in più che veda una presenza in rete dell’italiano più capillare, attraente e innovativa. L’impegno per sostenere la cultura italiana, per rafforzarne la diffusione attraverso l’insegnamento della lingua non può prescindere da una ancor maggiore sinergia tra tutti gli enti e i soggetti attivi in questo settore, siano essi pubblici o privati, nazionali o esteri. Vorrei ringraziarvi, quindi, non solo per l’intensa attività di promozione dell’italiano ma anche per lo sforzo che avete profuso in questi giorni per affinare strategie di diffusione e di condivisione di questo prezioso patrimonio.

Grazie e buon lavoro. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, dip 23

 

 

 

 

Dopo le lezioni regionali. Assia, la Merkel e l’ora di guardare all’Europa

 

Poteva andare peggio nell’Assia per la cancelliera Angela Merkel. Come poteva andare peggio un paio di settimane fa nelle elezioni in Baviera. Certo, i partiti della grande coalizione di governo a Berlino, Cdu/Csu/Spd, non se la passano bene di fronte ai segnali del loro progressivo calo nelle elezioni regionali. Ma la tendenza politico-elettorale è ormai quella e forse varrebbe la pena cominciare a governare e a guardare un po’ al di là del contingente.

Ad esempio guardando all’Europa. E’ dal 24 settembre dell’anno scorso, data delle elezioni nazionali tedesca, che stiamo aspettando che si risolvano i problemi della signora Merkel per cominciare a discutere del futuro dell’Unione. E ogni volta si è costretti a rinviare.

Ora, ad esempio, si aspetta il congresso della Cdu di dicembre per capire se Angela Merkel sarà o meno confermata leader del suo partito. Ma nel frattempo si avvicinano le elezioni del Parlamento europeo che da tutti vengono considerate come un punto di svolta o almeno di cambiamento nei destini dell’Ue.

In effetti è la prima volta nella storia dell’Unione che una campagna elettorale per il Parlamento di Strasburgo inizia con tale anticipo e, soprattutto, tratta temi europei, anche se in salsa nazionale (o nazionalista). Le forze anti-Ue stanno cercando di trovare una piattaforma comune e delle alleanze per riuscire a rovesciare la maggioranza, Partito popolare europeo/ Socialisti democratici, che ha dominato pressoché tutte le passate legislature.

Ormai i partiti che si richiamano alla supremazia della nazione contro Bruxelles si sono insediati quasi ovunque, dall’Olanda alla Polonia, dalla Svezia all’Ungheria, e se ancora, a vedere i sondaggi, non rappresentano una maggioranza in Europa, possono minacciare di diventarlo nei prossimi mesi se qualcuno non li frena.

C’è tuttavia da constatare che, a guardare al di là della loro continua crescita, è abbastanza difficile intravvedere nei partiti nazionalisti interessi comuni. Se, ad esempio, ci soffermiamo sugli interlocutori di Matteo Salvini è molto improbabile individuarne uno solo che condivida in toto la sua linea: con il suo collega Heinz-Christian Strache in Austria non c’è terreno comune né sulle politiche di austerità (sostenute dall’Austria) e neppure sull’immigrazione, con le ricorrenti minacce di Vienna di chiudere il Brennero, e tanto meno sulla doppia cittadinanza da concedere ai cittadini di lingua tedesca dell’Alto Adige.

Lo stesso discorso vale per il ministro tedesco Horst Seehofer, che non transige sulla disciplina per l’Euro né sulla questione dei cosiddetti immigranti secondari. E così via con gli altri ‘partner’ di Salvini, da Orbàn alla Le Pen. Unico tema aggregante: la superiorità della nazione e l’uso delle istituzioni europee, in particolare la Commissione, come utile capro espiatorio di tutti i mali nazionali.

Una battaglia non perduta, se non prevale l’ambiguità

Queste strutturali contraddizioni delle destre europee, più o meno estreme, dovrebbero fare comprendere alla forze politiche pro-Unione che la battaglia per il Parlamento europeo e per il futuro dell’Unione non è persa in partenza, ma che vi è ancora tempo e modo per rispondervi.

Il guaio è che su quel fronte, popolari e socialisti europei, si vede ben poco movimento. O meglio, prevale l’ambiguità. Ciò vale in modo particolare per il Ppe: la Merkel, anche se controvoglia, poco prima delle elezioni in Baviera ha indicato in Manfred Weber il candidato a guidare il Ppe nelle elezioni. Weber, membro della Csu, cattolico, sostenitore dei valori cristiani, alleato del cancelliere austriaco Kurz, non vuole perdere il “cristiano” intransigente Orbàn. Così condanna al Parlamento europeo il suo regime illiberale, ma mantiene il suo partito, Fidesz, all’interno del Ppe.

Sul fronte pro-europeo si delineano poi i ‘Macronaiani’ che stanno cercando, attraverso l’iniziativa ‘Reinvent Europe’ di formare un fronte anti-nazionalista. Per ora hanno agganciato un vecchio liberale belga come Guy Verhofstadt e il premier olandese Mark Rutte: non è granché di fronte all’ ‘armada’ nazionalista. Tentativi si stanno facendo verso gli spagnoli di Ciudadanos, ma anche versp i socialisti del premier Sanchez, i polacchi di Piattaforma civica (del presidente Ue Donald Tusk), e a titolo personale con Matteo Renzi.

Per la Germania il presidente francese pensa ai Liberali e magari ai Verdi. Ma dove sta Angela Merkel? E’ da più di un anno,  come dicevamo, che Macron l’aspetta. Chiaramente senza la Merkel il fronte pro-europeo nasce irrimediabilmente zoppo, anche perché a forza di aspettare Macron s’è nel frattempo sindebolito internamente e la sua vocalità europea si è un po’ persa per strada.

Non bastano davvero i frequenti incontri fra i due leader come quello del 19 giugno al Castello di Mesenburg o il più recente il 7 settembre a Marsiglia. Da essi escono pezzetti di un programma, piccole idee, nessuna proposta davvero strategica. C’è da chiedersi che cosa passi per la testa della Cancelliera. Ormai è all’ultima legislatura di governo e la sua grande ambizione dovrebbe essere quella di passare alla storia dell’Europa, come fece il suo predecessore Helmut Kohl.

Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi e se davvero assisteremo ad un soprassalto di volontà, pur in una situazione difficilissima per l’Unione. Una sola ultima notazione: l’Italia è per ora del tutto assente da questo eventuale fronte pro-europeo. Gianni Bonvicini, AffInt 28

 

 

 

 

II. Bilinguismo parte seconda: come i bambini si impadroniscono del linguaggio

 

Tutti i bambini imparano almeno una lingua (non faremo qui distinzioni fra lingue o dialetti da punto di vista della funzione comunicativa e degli stadi di sviluppo del linguaggio è indifferente quale codice linguistico viene usato). Gli studi sul come si sviluppa la padronanza del linguaggio da parte dei bambini sono numerosissimi, ma la maggior parte di essi si limita a stabilire le tappe facilmente osservabili da qualunque genitore: inizialmente i  bambini emettono suoni o combinazioni di vocali apparentemente prive di significato , poi verso un anno d’età cominciano con le prime parole che poi fino verso i tre anni continuano a combinare in funzione di frasi dapprima senza uso di regole sintattiche o di preposizioni o congiunzioni, poi con adeguamento graduale alle regole ed un rapido  ampliamento del vocabolario, che verso i cinque anni  consiste di alcune migliaia di parole.

Sebbene questi progressi graduali corrispondano in generale a determinate età, tuttavia possono esservi differenze anche notevoli fra bambini che apprendono una stessa lingua anche a parità di condizioni, e gli eventuali “ritardi” rispetto alla  cosiddetta “norma” non sono sempre patologici. Un esempio notissimo: Albert Einstein non iniziò a parlare che a 4 anni, ma ciò non gli impedì di divenire un grande fisico e matematico.  Importante è l’esposizione costante alla lingua, cioè che i genitori parlino coi figli (mentre invece mettere i bambini davanti al televisore è poco utile e generalmente negativo).

Nonostante il gran numero di studi sull’argomento ben poco si sa esattamente sul come i bambini apprendono la lingua. Certo è unicamente, che  il cervello umano è predisposto a questo apprendimento, ed infatti anche un’esposizione molto limitata al linguaggio, ogni bambino impara qualunque lingua. Magari in ritardo rispetto ad altri, che hanno avuto più occasioni di ascoltare genitori o altri parlanti, ma salvo casi patologici la lingua ad un certo punto appare e il bambino è in grado di combinare parole e produrre secondo le regole della lingua anche frasi che non ha mai sentito. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che il linguaggio sia “innato” e che una volta forniti gli elementi essenziali (esempi sul come funzionano le regole, che ovviamente il bambino estrae dalle frasi che ascolta) il linguaggio emerga come se fosse stato sempre presente nella mente del bambino. Un’ipotesi suggestiva che ha in parte qualcosa di vero: in fondo ogni lingua altro non è che la combinazione di suoni in parole secondo regole specifiche (vocali e consonanti, sillabe, parole, frasi, combinate con una certa intonazione e cadenza). Il bambino inizia imitando e scopre poi gradualmente le modalità con cui gli adulti eseguono le combinazioni e diviene col tempo in grado di “generare” non soltanto le frasi che ha ascoltato ma anche altre nuove mai udite. Dunque l’apprendimento delle lingue non avviene semplicemente per imitazione, ma è un processo creativo. Molto precocemente ogni bambino adegua i suoni che produce e poi le parole secondo i modelli dei parlanti che gli stanno intorno, ma poi sviluppa il proprio linguaggio per esprimere i propri desideri e stati d’animo e in modo pragmatico per comunicare  ciò che vuole ed ottenere ciò che desidera.

La funzione del linguaggio non finisce però qui. Insieme alla lingua il bambino apprende a conoscere il mondo ed a sviluppare concetti per capire e compiere ragionamenti. Sui rapporti fra pensiero e linguaggio gli studi non si contano, ma nonostante i metodi più moderni di ricerca ben poco si sa esattamente sui rapporti reciproci. Alcuni ricercatori avevano ipotizzato che la povertà del linguaggio coincidesse anche con una scarsa intelligenza o limitata capacità di ragionamento.

Ma è stato dimostrato ampiamente il contrario: anche chi possiede un linguaggio  “povero” (“codice ristretto”) è in grado di compiere ragionamenti esattamente come chi possiede un ampio e differenziato vocabolario (“codice elaborato”). Avrà sì difficoltà ad esprimere il proprio pensiero, perché gli mancano i termini specifici, ma ciò non significa che il suo pensiero sia limitato come il suo linguaggio. Questo per quanto riguarda la vita quotidiana. Per apprendimenti più complessi ovviamente servono i termini specifici: per parlare di algebra o di chimica devo conoscere il linguaggio matematico o i nomi degli elementi e dei concetti  per descrivere le combinazioni matematiche o chimiche, così come per comporre devo conoscere le regole dell’armonia. Ma qui si entra nel campo specialistico, al quale si arriva partendo dal linguaggio ordinario per addizione di termini e per loro differenziazione. Ad es. per l’uso quotidiano ci basta conoscere la differenza fra il rosso ed il verde, ma un pittore deve invece conoscere le dozzine di variazioni  e sfumature di questi colori. A questo punto si comprende bene che l’apprendimento linguistico dura … tutta la vita, cioè non si esaurisce ad una certa età ma continua finché si apprendono cose nuove.

 

E se l’apprendimento del linguaggio da parte del bambino avviene come abbiamo sopra esposto, nulla vieta che si possano apprendere contemporaneamente lingue diverse, ed infatti questo è il caso più frequente in tutto il mondo: le rilevazioni statistiche dimostrano che almeno la metà dell’umanità –attualmente oltre tre miliardi e mezzo-  è bilingue,  ed un’alta percentuale parla correntemente tre o più lingue diverse.

La concezione purtroppo ancora diffusa che il  caso normale sia l’apprendimento di una sola lingua è il risultato di una aberrazione nazionalistica, emersa nell’era moderna con la formazione degli Stati nazionali: nell’antichità e ancora nell’ Ottocento invece, chiunque non vivesse in un paesino isolato, giocoforza padroneggiava in qualche misura più di una lingua: quella locale (per chiarezza chiamiamola “dialetto”), quella regionale che era una variante più o meno lontana ed infine lingue di stranieri con cui veniva a contatto. Certamente si trattava di conoscenza limitata, cioè delle cosiddette “lingue franche”, usate per scopi pratici di comunicazione, un po’ come l’inglese usato oggigiorno dai turisti e negli scambi economici internazionali, che è una versione pratica  ma una “sorella molto povera e maltrattata” dell’idioma  nel quale hanno scritto i grandi letterati e che viene utilizzato nei Paesi di lingua inglese.

Ma tornando al modo di apprendimento linguistico dei bambini dobbiamo aggiungere un punto spesso ignorato dagli specialisti che studiano il bilinguismo:  se nella crescita il bambino evolve in tutti gli altri aspetti cognitivi, nel settore linguistico c’è insieme all’evoluzione anche un’inevitabile … involuzione. Il bambino esposto ad una sola lingua infatti perde gradualmente la capacità di percepire i suoni estranei a questa lingua.  Questa perdita avviene molto precocemente, infatti mentre alla nascita i bambini sarebbero teoricamente in grado di percepire distintamente i suoni di tutte le lingue (ed infatti riconoscono molto bene la voce dei genitori distinguendola da quella di chiunque altro), tra i sei mesi ed un anno d’età gradualmente perdono queste capacità e la loro percezione si concentra – e limita - alle distinzioni rilevanti per le lingue che vengono loro parlate. Es.: per un bambino italiano il suono delle consonanti “b” e “p” è percepito chiaramente come differente, ed infatti nella lingua serve a distinguere parole diverse (es. “pere” e “bere”). Per un bambino arabo la differenza è irrilevante poiché nella sua lingua la “p” non esiste ma soltanto la “b”. Nel caso cresca bilingue invece la differenza non va perduta se esiste nell’altra lingua che apprende nel medesimo tempo.

Crescendo dunque i bambini perdono la capacità di percepire le differenze rilevanti per lingue che non conoscono ma che non esistono nella lingua a cui sono esposti.

Sarebbe ovviamente impossibile ed assurdo esporre un bambino a centinaia di lingue, ma due lingue sono già un grande vantaggio cognitivo: oltre alla maggiore flessibilità nel percepire suoni diversi il bambino apprende senza fatica a riconoscere che le cose possono avere nomi diversi, che esistono modi diversi di esprimere concetti e acquista maggior facilità nell’articolare i suoni di ambedue le lingue, cosa che tornerà molto utile in seguito per apprendere altre lingue. Dunque il bilinguismo è vantaggioso sotto molti punti di vista tecnici e pratici, ma come vedremo anche dal punto di vista culturale  (maggiore apertura mentale) e non ultimo professionale è certo un vantaggio indiscutibile.

Se è possibile, quali sono le condizioni e le migliori strategie educative ?

Nella prossima puntata esamineremo in concreto quali possibilità esistono per genitori che parlano lingue diverse di educare i figli in modo bilingue secondo le specifiche circostanze.

Graziano Priotto, Praga/Radolfzell (de.it.press)

 

 

 

Voto e non solo: il Cgie verso la plenaria

 

ROMA - Si avvicina la seconda plenaria del 2018 che vedrà il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero riunirsi a Roma dal 12 al 16 novembre. I primi due giorni della settimana saranno dedicati come di consueto alle commissioni tematiche, quindi la plenaria, dal 14 al 16 novembre, seguita da due importanti appuntamenti. Un seminario sulle donne in emigrazione sabato 17 e una due giorni a Matera per discutere di cultura e turismo di ritorno, il 18 e 19 novembre.

A fare il punto della situazione è stato il segretario generale Michele Schiavone che oggi pomeriggio ha incontrato i giornalisti alla Farnesina.

A pochi giorni dalla presentazione del Rapporto Italiani nel Mondo 2018, cui il CDP ha partecipato, inevitabile iniziare dai dati sulle nuove mobilità. Tanti connazionali lasciano il Paese e, se anche stampa e opinione pubblica nazionale evidenziano soprattutto storie di successo o di opportunità seppur precarie per giovani cervelli, ha detto Schiavone, la realtà dei numeri e delle esperienze sul territorio - che il Cgie tocca con mano - racconta anche di italiani poco formati che tentano l'esperienza migratoria e che hanno bisogno di essere guidati in un percorso di integrazione a volte difficile. Per questo, ha sottolineato Schiavone, Cgie e Comites sono in prima linea da anni per organizzare incontri informativi e di orientamento, così come le Missioni Cattoliche sono chiamate ancora oggi a dare assistenza.

Questioni nuove, dunque, si aggiungono a grandi temi su cui il Consiglio è stato chiamato ad esprimere una posizione. Primo fra tutti il voto all'estero.

É stato il sottosegretario Ricardo Merlo, alla plenaria di primavera, a chiedere al Consiglio generale di presentare una proposta di revisione delle modalità di voto, per mettere in sicurezza il diritto dei connazionali di eleggere propri rappresentanti.

“Dopo 4 votazioni politiche ci sono ancora grandi gap che allarmano il Paese perché subito si parla di brogli”, ha detto Schiavone. “La battaglia politica oggi è talmente accentuata che qualsiasi indizio porta ad enfatizzare eventuali scorrettezze. Le difficoltà ci sono, lo diciamo da sempre, ma è anche vero che” sul voto all’estero, “l'Italia è un modello di riferimento, tanto che altri Paesi si sono adeguati. Il nostro compito – ha spiegato – è di intervenire nei passaggi elettorali”.

Posto che “il voto per corrispondenza è uno degli strumenti più efficaci” per garantire la massima partecipazione, è comunque chiaro a tutti che “va rivisto perchè dalla partenza all’arrivo del plico ci sono troppi passaggi”; dunque occorre “semplificare e rendere più trasparenti e sicuri questi passaggi, anche grazie alle nuove tecnologie” e tenendo conto della “diversa affidabilità” della distribuzione postale nei diversi Paesi. In primis va “garantita la certezza dell'elettore”.

Il Cdp, ha aggiunto, “ha anche discusso di una introduzione graduale del voto elettronico, che in alcuni Paesi è già realtà”. Certo “coinvolgere i circa 4 milioni di elettori italiani nel mondo è un impegno titanico” e anche su questo fronte “non mancano notizie di manomissioni”, ma “la tecnologia blockchain” potrebbe aiutare. Il voto sarebbe elettronico, ma comunque nei seggi. Cosa non facilissima da organizzare, sia dal punto di vista logistico – ha riferito Schiavone – sia per le eventuali resistenze dello Stato “ospite”.

Quanto al “voto obbligatorio” in vigore in alcuni paesi, dove se non vai a votare vieni anche multato, è “culturalmente troppo distante dall’Italia”. Una sorta di “via di mezzo” sarebbe l’inversione dell’opzione – se vuoi votare, ti iscrivi nel registro degli elettori – che, ha ricordato Schiavone, “sperimentata per le ultime elezioni dei Comites ha visto una partecipazione di connazionali davvero residuale”. Ci sarebbe poi anche da mettere sulla bilancia la “disaffezione politica” di certa parte degli italiani all’estero e “l’orientamento delle nuove generazioni”. Il voto “dovrà confrontarsi con le nuove mobilità”. La prima emigrazione “era più politicizzata di quella di oggi”.

Parte del dibattito anche la direttiva Ue, approvata il 18 luglio scorso dall’Europarlamento, che dovrà essere attuata anche dall'Italia, sul voto alle europee da estendere anche ai connazionali residenti anche nei paesi extra UE.

Nella revisione, poi, per il Cgie dovrebbe essere contenuta anche “l'esplicita incompatibilità tra la carica di parlamentare eletto all'estero e la possibilità di presentarsi alle elezioni del proprio paese estero di residenza”, come fatto recentemente dal senatore Longo. Al tempo stesso, ha ricordato Schiavone, il Cgie “è ancora in attesa del parere del Consiglio di Stato su quanto previsto dal Rosatellum”, cioè sulla possibilità per residenti in Italia di presentarsi nella circoscrizione estero, ma non viceversa. Quanto infine “alla proposta Fraccaro sulla riduzione dei parlamentari”, il Cgie “si batterà contro il taglio ai 18 eletti”, perché il loro numero “non ha proporzionalità con l’elettorato”.

In questi mesi, ha spiegato Schiavone, il Cgie ha lavorato sia attraverso la commissione Diritti Civili, sia invitando i Comites ad esprimersi sul tema. “Alcuni ci hanno già mandato i loro pareri; noi ci aspettiamo tanto dai Comites. Saranno le loro indicazioni a determinare le proposte del Cgie”, che come indicato da Merlo, saranno portate all’attenzione del Parlamento.

Nel rapporto con il nuovo sottosegretario per gli italiani nel mondo, ha sottolineato Schiavone, “c'è di nuovo il riconoscimento del nostro ruolo. Che poi il Parlamento ne tenga conto, lo spero tanto”.

Ma non si parlerà solo di voti. Il secondo giorno di plenaria si terrà un convegno sull'informazione. Ai lavori è stato invitato anche il sottosegretario all’editoria Vito Crimi, che domenica scorsa ha parlato dell’azzeramento dei fondi per la stampa italiana all’estero.

Dopo la plenaria, sabato 19, come detto si terrà un seminario sulle donne in emigrazione, “per avviare – ha detto Schiavone – un percorso che potrebbe portarci ad una Conferenza delle donne in emigrazione”. Quindi, parte del Consiglio generale lascerà Roma per Matera dove il 18 e 19 novembre “parleremo della promozione della cultura e del turismo di ritorno”.

Proseguono anche i lavori in vista di due importanti appuntamenti in agenda nel 2019: “dal 16 al 19 aprile è confermata l’assemblea dei Giovani a Palermo: abbiamo coinvolto tutti i Comites”, ha detto Schiavone. “Alcuni hanno già risposto con progetti e coinvolto i giovani da selezionare”. La loro partecipazione alla tre-giorni siciliana sarà garantita da “sponsorizzazioni e contributi, con il coinvolgimento di regioni e consulte”. L’incontro dei giovani “sarà inserito nella prima plenaria del 2019, che quindi si terrà a Palermo”.

Nel 2019 dovrebbe tenersi anche la Conferenza Stato Regioni Province Autonome Cgie: “a breve inizieranno i lavori per costituire la Cabina di regia. A Palazzo Chigi c'è già chi si è messo a disposizione per la organizzazione della conferenza, che dovrebbe tenersi in autunno. Nei prossimi 15 giorni dovremmo essere in condizione di sapere i nomi dei designati per la Cabina di regia, che parteciperebbero alla nostra plenaria”.

Plenaria che invece, dopo 14 anni, non vedrà Gianluigi Ferretti tra i consiglieri: “essendo un capitano di lungo corso, la sua assenza si farà sentire”, ha detto Schiavone. “Per le questioni degli italiani nel mondo ha sempre avuto sensibilità. Altro il suo agire politico. Ma siamo convinti che anche da invitato darà una mano”.

A dare una mano al Cgie, questa volta dal punto di vista organizzativo, Schiavone auspica ci sia anche il nuovo Direttore generale per le risorse umane della Farnesina, cui viene richiesto un “potenziamento della segreteria” soprattutto in vista dei tanti appuntamenti in programma.

Il Cdp ha anche discusso gli esiti degli Stati generali della lingua italiana nel mondo: “abbiamo sottolineato, in particolare, la necessità di portare a sintesi e continuare a trovare formule di integrazione per tutti i soggetti che offrono servizi di formazione nelle scuole di ogni ordine e grado all’estero perché siamo consapevoli del fatto che, se l'italiano è la quarta lingua studiata al mondo, come ci hanno riferito, allora il livello deve rimanere alto l’offerta va alimentata con strumenti adeguati”, tra cui una programmazione dedicata sulla Rai.

Citato brevemente il prossimo avvio del dibattito parlamentare sulla legge di bilancio – con l’auspicio che le dotazioni a Comites e Cgie non vengano tagliate, e con esse i progetti messi in campo quest’anno – Schiavone ha concluso: “dopo tutti questi passaggi, se i risultati saranno positivi, potremmo pensare – dopo la Conferenza Stato Regioni Pa Cgie – di mettere in piedi il progetto per organizzare la seconda conferenza mondiale degli italiani nel mondo. Vista l'accelerazione temporale della presenza dei connazionali all’estero negli ultimi anni, occorre davvero fare il punto su come poter rispondere ed offrire servizi ad una comunità diversa da quella che conosciamo. Una nuova conferenza mondiale, a 20 anni dalla prima, è più che ragionevole da promuovere”. (m.cipollone\aise 26) 

 

 

 

 

Gli auguri di Moavero Milanesi per la Festa Nazionale Tedesca

 

ROMA - “Le relazioni fra Italia e Germania rivestono un’importanza notevole e la loro costante cura costituisce una delle priorità della nostra politica estera”. Con queste parole, il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi, rinnova i più sentiti auguri per la recentissima ricorrenza della Festa Nazionale tedesca e ripercorre gli intensi rapporti fra i Governi dei due Paesi negli ultimi mesi . “Relazioni strette e spontanee, perché” ricorda il Ministro “i destini dei nostri popoli sono intrecciati da sempre. Attraverso i secoli, le culture italiana e tedesca si sono vicendevolmente nutrite e ne è scaturita una peculiare comunione: nelle arti, figurative, letterarie, musicali; nei fermenti religiosi; in tutte le scienze; nelle scuole  giuridiche, economiche, storiche e filosofiche”.

“Germania e Italia, oggi, condividono la responsabilità di essere Stati fondatori delle Comunità Europee e dell’Unione Europea. Sono coscienti del ruolo che discende da queste scelte fondanti delle rispettive democrazie dopo i due terribili conflitti mondiali, che furono anche una sanguinosa e lunga guerra civile fra europei. Inoltre, i due Paesi rappresentano la prima e la seconda realtà manifatturiera d’Europa, con una singolare complementarietà, e hanno fra loro un interscambio commerciale di enorme rilievo e valore aggiunto” sottolinea ancora il Ministro Moavero “Anche per  questo abbiamo frequenti contatti, attentamente coordinati e da entrambe le parti ricercati nella consapevolezza del reciproco interesse a coltivarli e svilupparli”.

In questo spirito, il 5 ottobre, il Ministro ha ricevuto alla Farnesina Norbert Lammert, già Presidente del Bundestag e attuale presidente della Fondazione Konrad Adenauer, legata al partito della Cancelliera Angela Merkel. Durante la proficua conversazione hanno passato in rassegna i principali aspetti del dibattito europeo e le nodali sfide dell’attuale complesso contesto UE, concordando sulla necessità di una decisa azione europea per superare definitivamente i postumi negativi della crisi economica e per governare  gli epocali flussi migratori.

Gli scambi di visite fra i Ministri degli Esteri di Germania, Heiko Maas, e Italia sono assidui. Nel luglio scorso, hanno avuto un’articolata riunione di lavoro a Berlino, sistematici incontri bilaterali sono stati organizzati in occasione delle sedute del Consiglio UE, del Vertice NATO e della recente Assemblea Generale dell’ONU. Il 30 settembre  si sono recati, significativamente insieme, a Marzabotto, per la cerimonia in ricordo e omaggio delle tante vittime dell’orribile eccidio perpetrato a Monte Sole, nel 1944. L’emozione del luogo simbolo dell’atrocità della guerra ha consentito a entrambi di ribadire il solenne impegno alla “pace e alla leale cooperazione fra le nazioni e i popoli europei che, da quasi 70 anni, costituisce l’essenza profonda, spesso sottovalutata, del processo d’integrazione europea”, come ha detto il Ministro Moavero.  Fra i temi sempre oggetto dei loro colloqui, ci sono i diversi profili della politica per la sicurezza comune e le iniziative da intraprendere nei confronti dei migranti in un contesto ben strutturato di vera condivisione degli oneri a livello UE.

Il 4 ottobre, il Ministro  per gli Affari Europei tedesco, Michael Roth, è venuto alla Farnesina, per una riunione con il Ministro Moavero. I due si incontrano, con cadenza mensile, al Consiglio UE per gli Affari Generali, nell’ambito del quale sono trattate questioni di rilevanza orizzontale per l’attività dall’Unione Europea, come il Quadro pluriennale di bilancio 2021-2027, la cosiddetta Brexit, l’allargamento dell’Unione stessa. L’occasione romana ha permesso un proficuo giro d’orizzonte e di focalizzare l’idem sentire con riguardo all’opportunità di più innovative risorse per le entrate del bilancio UE e di politiche favorevoli a un efficiente equilibrio socio-economico, coerente  con i valori europei di solidarietà.

Di analogo tenore e cordialità sono state anche le riunioni con svariati membri del Parlamento tedesco che il Ministro Moavero ha avuto, a Berlino, nel mese di luglio e successivamente a Roma, il 3 ottobre, con il Presidente della Commissione parlamentare per gli Affari Europei del Bundestag, Gunther Krichbaum. Ogni volta, si è parlato a fondo in un ottimo clima di piena comprensione e collaborazione, di crescita economica, di aumento dell’occupazione, di sviluppo sostenibile, di tutela dell’ambiente, di politiche sociali, di sicurezza, di contrasto al terrorismo e alla criminalità internazionale.

In tutti gli incontri, poc’anzi riepilogati, è stato possibile riscontrare numerose consonanze tra Roma e Berlino, tanto sui temi chiave delle relazioni bilaterali, quanto in riferimento alle politiche dell’Unione Europea. I rispettivi Governi sono d’accordo per confrontarsi e ricercare così le soluzioni concrete migliori che soddisfino le esigenze di ciascuno, armonizzandole verso obiettivi comuni. Per questo motivo, i Ministri degli Esteri desiderano lavorare al fine di pervenire a nuove, stabili e strutturate formule di dialogo aperto fra Germania e Italia. Sono, dunque, determinati a consolidare un quadro opportunamente organizzato, che permetta di individuare le convergenze sulle scelte di fondo e di discutere, subito e insieme, ogni punto che necessiti di maggiore approfondimento a causa della diversa visione iniziale. (Inform 8)

 

 

 

Le relazioni italo-tedesche passano per le scienze umane sociali

 

ROMA - Nell’ambito di un accordo con la Deutsche Forschungsgemeinschaft, Villa Vigoni, Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea con sede a Loveno di Menaggio, vicino Como, bandisce anche per l’anno 2020 un programma a sostegno di manifestazioni italo-tedesche nel campo delle Scienze Umane e Sociali.

Scopo dei colloqui di Villa Vigoni è tra l’altro l’esplorazione delle sfide attuali nel campo delle Scienze Umane e Sociali in prospettiva italo-tedesca, nonché l’attivazione di nuovi network scientifici italo-tedeschi. I temi trattati non devono tuttavia essere necessariamente solo italo-tedeschi.

Cuore del programma sono "I Colloqui di Villa Vigoni". Essi intendono prendere in considerazione temi che mirino ad approfondire il dibattito attuale nei campi della cultura, della storia e della società europee. Il tratto caratterizzante dei Colloqui è l’intenso confronto dialogico, un formato volutamente scelto per la sua distanza dai convegni di tipo tradizionale. Il numero dei partecipanti è perciò limitato; si consiglia di prevedere circa 20 partecipanti.

Saranno presi in particolare considerazione i Colloqui per dottorandi e/o post-dottorandi; in questo caso è prevista la partecipazione di quattro docenti al massimo.

È possibile anche presentare un progetto nel formato Close Reading "Klassiker lesen" ("Leggere i classici").I progetti presentati devono tenere conto della missione istituzionale di Villa Vigoni: la promozione "delle relazioni italo-tedesche in uno spirito europeo nei campi della scienza, della formazione e della cultura". È auspicabile che il progetto coinvolga anche i giovani studiosi dando loro la possibilità di uno scambio scientifico efficace.

Il programma intende sostenere il plurilinguismo europeo. Pertanto è auspicabile che le manifestazioni si tengano in italiano e/o in tedesco; se necessario può essere utilizzata una terza lingua comune (p. es. l’inglese). Non è possibile richiedere la traduzione simultanea.

I progetti devono essere redatti in lingua tedesca o inglese e contenere un abstract in italiano. È possibile presentare progetti redatti in lingua italiana fornendone, nello stesso documento, anche la traduzione tedesca.

È richiesta una breve relazione sullo stato dell’arte nelle ricerche riguardanti il tema prescelto ("Stand der Forschung"), nonché una bibliografia essenziale sul tema medesimo (incluse eventuali pubblicazioni di coloro che presentano il progetto e/o dei partecipanti), che chiariscano i presupposti e la posizione del progetto nell’ambito degli studi pertinenti al tema prescelto.

Nel programma dell’incontro deve essere ben riconoscibile il formato di colloquio del progetto.

Possono presentare un progetto scienziati e scienziate attivi/attive presso istituzioni tedesche. Ci si aspetta in questo caso che il progetto venga presentato in collaborazione con scienziati e scienziate attivi/attive presso istituzioni italiane. Possono presentare un progetto anche scienziati e scienziate attivi/attive in altri Paesi, in primo luogo in Italia, a condizione che abbiano un partner scientifico tedesco co-richiedente ("Mitantragsteller").

Non sono ammessi al bando progetti in cui la maggior parte dei partecipanti provenga da uno solo o da due luoghi/istituzioni.

Per gruppi di lavoro italo-franco-tedeschi è disponibile presso Villa Vigoni uno specifico programma di finanziamento ("Conferenze di ricerca trilaterali").

In caso di approvazione del progetto è previsto il rimborso delle spese di viaggio secondo le linee guida della Deutsche Forschungsgemeinschaft; anche le spese di soggiorno a Villa Vigoni sono prese in carico dal programma.

La descrizione del progetto deve contenere tutti gli elementi utili per una valutazione ponderata. Essa deve essere corredata di una motivazione della proposta, tale da permettere il giudizio sulla rilevanza scientifica e sulle finalità del Colloquio, di una presentazione del programma dell’incontro, così come si può prevedere al momento dell’ideazione – nonché di una lista dei partecipanti con la segnalazione di coloro che avessero già confermato la propria partecipazione. Il progetto deve recare la firma dei coordinatori. Non è necessario presentare un preventivo costi.

Le domande devono essere presentate entro il 15 dicembre 2018 e indirizzate per posta a "Villa Vigoni Centro Italo-Tedesco per l’Eccellenza Europea, Via G. Vigoni, 1, 22017 Loveno di Menaggio (CO) – Italia" o per e-mail a segreteria@villavigoni.eu

Per ulteriori informazioni si prega di contattare Caterina Sala (Tel. 0039 0344 361239, e-mail: sala@villavigoni.eu).

Insieme alla Deutsche Forschungsgemeinschaft (DFG) e alla Fondation Maison des Sciences de l'Homme (FMSH) Villa Vigoni promuove la collaborazione scientifica internazionale e la creazione di nuove reti tra ricercatori, esperti e giovani, nei campi delle scienze umanistiche e sociali. Per questo sono stati sviluppati e attivati due format per programmi di conferenze con differenti caratteristiche - uno bilaterale (Italia-Germania) e uno trilaterale (Italia-Germania-Francia). Le iniziative sostenute da questi due format hanno luogo a Villa Vigoni e sono regolate da candidature e bandi con periodicità annuale.

Deutsche Forschungsgemeinschaft e Villa Vigoni

Il programma sviluppato in cooperazione con la DFG offre la possibilità di proporre conferenze (colloqui, seminari per dottorandi e post dottorandi o "close reading") per confrontarsi sui dibattiti attuali nei campi della cultura, della storia e della società europea. La caratteristica principale di questo programma è un intenso confronto sotto forma di dialogo; il numero dei partecipanti è perciò limitato a circa 20. Le conferenze si devono attenere alla missione di Villa Vigoni: sostenere "le relazioni italo-tedesche nella ricerca, nella formazione e nella cultura in uno spirito europeo" e promuovere anche l’incontro fra giovani ricercatori. (focus\aise 28) 

 

 

 

 

Convegno della Europa-Union a Gross Gerau: "L’integrazione è l’unica risposta valida all’immigrazione"

 

Groß-Gerau - "L’integrazione è l’unica risposta valida all’immigrazione. I migranti rafforzano la nostra economia e ci arricchiscono culturalmente. Lo dimostra la storia dei lavoratori Italiani arrivati in Germania nel dopoguerra a seguito di accordi di reclutamento tra i due paesi. Sono stati molti giovani a partire con una sola valigia e la speranza di un futuro migliore. Sapevano quello che lasciavano dietro di loro, ciò che li stava aspettando nel nuovo paese".

"Inizialmente per loro non fu facile. Tanti Italiani si sono dovuti confrontare con le difficoltà di una lingua e di una cultura diversa. Nonostante un difficile impatto iniziale, con il tempo hanno saputo integrarsi nel tessuto sociale. Hanno creato associazioni e hanno svolto ruoli di primo piano nelle organizzazioni sindacali. Tante persone partite come Gastarbeiter, ossia lavoratori stagionali, sono rimaste in Germania, diventandone parte integrante e attiva della società tedesca".

"Una storia di successo che oggi più che mai va raccontata come antidoto a chi semina odio verso il prossimo e vuole erigere muri, isolandoci dal mondo". Lo dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, Vicepresidente Commissione Difesa, eletta nella Circoscrizione Estero, intervenendo giovedì 25 ottobre al convegno dell’Europa-Union, tenuto presso il Centro Italiano di Groß-Gerau. De.it.press

 

 

 

 

Concerto per la pace l’8 novembre a Colonia

 

Colonia - L’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, in occasione del 10° anniversario dell’Associazione per l’Organo della pace di Sant’Anna di Stazzema, ha organizzato per l’8 novembre, alle 19, una tavola rotonda dal titolo “Musica per la pace e la riconciliazione”. A curare l’evento il Dottor Carlo Gentile, il professor Wolfgang Schieder e la signora Maren Westermann.

Carlo Gentile ha studiato storia medievale e moderna, ebraismo e scienze ausiliarie della storia a Colonia. È ricercatore presso l'Istituto Martin Buber per gli studi ebraici dell'Università di Colonia e autore di numerose pubblicazioni sui crimini di guerra, sulla politica di occupazione durante la seconda guerra mondiale e sulla fotografia di guerra. Parlerà come esperto storico delle sue esperienze durante i processi penali dei crimini di guerra e come esperto in vari processi per crimini nazisti.

Wolfgang Schieder ha conseguito il dottorato di ricerca presso la Facoltà di Filosofia dell'Università di Heidelberg ed è stato professore di storia moderna presso le Università di Treviri e Colonia. Nel 1995 ha ricevuto la laurea honoris causa dall'Università di Bologna. Con il suo lavoro di ricerca comparativa sul fascismo ha contribuito in modo significativo a far assumere al tema della storia sociale posizione rilevante negli studi storici tedeschi. Tratterà del suo lavoro nell'ambito della Commissione degli storici italo-tedesca.

Maren Westermann ha visitato Sant'Anna di Stazzema insieme al marito e ai figli per la prima volta nel 1998. È lì che ha conosciuto Enio Mancini, fondatore e poi direttore del piccolo museo, che, all'età di sei anni, era sopravvissuto al massacro delle SS del 12 agosto 1944. La Sig.ra Westermann parlerà dei suoi vent'anni di attività per Sant'Anna di Stazzema e dei progetti futuri dell’Associazione per l’Organo della pace.

L’evento è realizzato in collaborazione con il Consolato Generale della Repubblica Italiana a Colonia e l'Associazione dell’Organo della pace di Sant'Anna di Stazzema.

Il giorno precedente alla tavola rotonda, presso la Chiesa di Sant'Andreas, alle 19.30, si terrà invece il concerto dallo stesso titolo del convegno del giorno dopo: "Musica per la pace e la riconciliazione". Anche in questo caso c’entra Maren Westermann che, insieme con il marito, nel 2001 ha fondato l'iniziativa "Un organo per Sant'Anna" per raccogliere, attraverso concerti di beneficenza, le donazioni necessarie alla ricostruzione dell’organo nella piccola chiesa del paese, il cui vecchio organo era stato distrutto nel 1944. Nel 2017, dopo 67 concerti di beneficenza, è stato possibile inaugurare l’"Organo della pace".

Johannes Geffert (organo) e Max Westermann (tromba) eseguiranno opere di Tommaso Albinoni, Aldo Finzi, Giovanni Buonaventura Viviani, Antonio Vivaldi, Marco Enrico Bossi, Georg Friedrich Händel, nonché il brano "GILGUL" di Luca Lombardi, dedicato alle vittime di Sant'Anna di Stazzema e presentato in prima assoluta nel 2010. (aise/dip 26) 

 

 

 

 

A Hildesheim come una serata in Oltrepò Pavese

 

Davide Ferrari, e il suo accompagnatore musicale Giacomo De Barbieri, con il loro spettacolo teatrale dal titolo: "Risonanze - le voci dell´Appennino"

 

Hildesheim - In occasione della diciottesima settimana della lingua italiana nel mondo, l'autore, regista e attore Davide Ferrari, con il suo accompagnatore musicale Giacomo De Barbieri, si sono esibiti a Hildesheim - bella città di oltre 100mila abitanti in Bassa Sassonia - con il loro spettacolo teatrale dal titolo: "RISONANZE - le voci dell´Appennino".  La grande Riedel Saal della Volkshochschule (VHS) era quasi piena di spettatori. Il pubblico, prevalentemente tedesco, ha seguito con entusiasmo le affascinanti storie della "Valle Versa" raccontate da Davide Ferrari. L´efficacia del racconto, che ha riportato alla memoria (risuonare) storie che sembravano quasi sbiadite nel tempo, è stata dimostrata in modo evidente dalla partecipazione del pubblico, che ha potuto seguire bene la narrazione grazie ad una traduzione proiettata sullo schermo.

"Ricordarsi è vivere". Con questo pensiero Davide Ferrari ha presentato il territorio dell'Oltrepò Pavese, incoraggiando questa parte più settentrionale dell'Appennino ad avere una propria voce. Con molta arguzia e spontaneità, l'artista italiano riesce a far rivivere l'anima segreta dei luoghi in cui è stata scritta la storia, nello spirito della Commedia dell'Arte. La sua opera teatrale ha origine nella scuola di narrazione territoriale promossa nell´ambito del progetto Oltrepò Biodiverso della Fondazione per lo sviluppo dell´Oltrepò Pavese, che da oltre 20 anni promuove lo sviluppo socio-culturale della zona.

Dopo lo spettacolo, il pubblico ha potuto confermare il proverbio "buon vino fa buon sangue", spesso citato da Davide Ferrari, davanti a un bicchiere di vino dell'Oltrepò Pavese. Gli ospiti sono stati invitati anche a un piccolo buffet con salame di Varzi e altre prelibatezze. L´incontro tra il pubblico e gli ospiti pavesi ha ravvivato ancora una volta la partnership tra Hildesheim e la città di Pavia, gemellate da diversi anni. Pannelli informativi con immagini della città di Pavia e scorci dell´Oltrepò Pavese, hanno avvicinato i visitatori alle bellezze della regione. I partecipanti hanno sottolineato la particolare atmosfera calorosa ed accogliente che accomuna le due città gemellate.

Il sindaco di Hildesheim Beate König e il vice console generale Francesco Lo Iudice hanno accolto con parole di benvenuto gli artisti e il pubblico. Prima di proseguire il viaggio, gli ospiti di Pavia hanno visitato ed ammirato le bellezze della città di Hildesheim e i monumenti riconosciuti dall´Unesco come Patrimonio culturale mondiale. Enzo Iacovozzi, Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, un abruzzese tenace, curatore principale dell'organizzazione della serata e dell’accoglienza agli ospiti, ha ringraziato tutti i collaboratori, la DIG Hildesheim, il gemellaggio di città Hildesheim-Pavia, la Volkshochschule che ha ospitato l´evento, il Consolato generale italiano di Hannover e la fondazione per lo sviluppo dell’Oltrepò Pavese per la proficua collaborazione. (Inform 30)

 

 

 

A Colonia c’é “Dario Fo a colori”

 

Colonia - L’Istituto Italiano di Cultura di Colonia presenta, nei prossimi mesi, una mostra di opere artistiche del Premio Nobel 1997 Dario Fo. L’inaugurazione della mostra "Dario Fo a colori" si terrà il 15 novembre, alle ore 19.00, nelle sale dell’Istituto con piccolo ricevimento in presenza del figlio di Dario, Jacopo Fo, e di sua nipote Mattea, nonché del console generale d’Italia in Colonia, Pierlugi Giuseppe Ferraro, e della direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura, Maria Mazza.

La rassegna, a cura di Mattea Fo e Stefano Bertea per la Compagnia Teatrale Fo Rame, sarà aperta al pubblico sino al 15 febbraio 2019. Per l'occasione sarà realizzato anche un catalogo della mostra, che consentirà ai visitatori di conoscere l’opera pittorica di un artista conosciuto soprattutto come scrittore e uomo di teatro.

"Dico sempre che mi sento di essere un attore dilettante e un pittore professionista. Se non avessi questa naturale spensieratezza di raccontare attraverso i miei quadri, sarei un mediocre scrittore di opere teatrali, fiabe o grottesche satire". È in questi termini che Dario Fo, premio Nobel per la letteratura nel 1997, parlava della sua passione per la pittura, la quale lo portava sempre a dipingere in ogni occasione e tutti i giorni, soprattutto quando aveva difficoltà a scrivere una commedia. Dario Fo ha sempre usato la pittura come mezzo per studiare i movimenti degli attori sul palcoscenico, per disegnare le scenografie e i costumi, per illustrare le numerose pubblicazioni e, soprattutto, per raccontare la storia, che preparava come una sorta di libro di scena per lo spettacolo, prima di tradurla in parole.

Dario Fo (1926-2016) è stato un autore teatrale italiano, regista e attore noto e apprezzato in tutto il mondo, ma anche uno scenografo, compositore, raccontafavole e scrittore satirico. Presso il suo Piccolo Teatro di Milano ha rivitalizzato i metodi della Commedia dell’Arte. Era sposato con l’attrice e attivista politica Franca Rame, con la quale collaborava anche artisticamente in modo molto stretto.

La mostra fa parte di un progetto più vasto dedicato alla persona di Dario Fo, che prevede il 1° febbraio 2019, sempre presso l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, anche un convegno, nonché la rappresentazione del suo famoso spettacolo teatrale "Mistero buffo", messo in scena da Mario Pirovano, l’attore che, in Italia, continua il lavoro teatrale di Dario Fo. (aise 30)

 

 

 

 

A Kempten una Conferenza sulla mafia

 

Kempten. Organizzata dal KAB di Kempten, in collaborazione con le  ACLI e la Missione Cattolica Italiana di Kempten, il 19 Ottobre scorso ha avuto luogo, nella Sala Parrocchiale di St. Anton, una Conferenza sui pericoli che rappresenta la mafia  per le nostre istituzioni democratiche e per la nostra società civile.

Ha aperto i lavori dell'Incontro il Segretario del KAB Wolfgang Seidler, che, salutando il Relatore e gli intervenuti, li ha ringraziati per la loro presenza.

Diversi i punti trattati dal Presidente delle ACLI Baviera, Comm. Carmine Macaluso, che, dopo aver porto il suo saluto ai presenti, ha riferito brevemente dei suoi ultimi incontri a Palermo, tra gli altri con il Sindaco Leoluca Orlando.

Il Relatore ha tracciato diversi punti dolenti della storia di queste scellerate organizzazioni criminali, Dalla mafia alla 'ndrangheta, ramificate, in diverse regioni d'Italia e, purtroppo, in molti Paesi esteri, tra cui la Germania. Con cospicue presenze, specie nei Länder a forte concentrazione italiana, già dalla fine dagli anni cinquanta, citando anche nomi di clan presenti ed operanti in grandi metropoli tedesche.

Macaluso, dopo aver ricordato illustri vittime della mafia, come: il giornalista Impastato, il sacerdote Puglisi, i magistrati Falcone e Borsellino, il generale Dalla Chiesa e tanti altri, si è soffermato su alcuni efferati delitti compiuti dalla 'ndrangheta in Germania, dalla strage di Duisburg del 2007 in poi, non dimenticando di parlare altresì delle astronomiche cifre da essa gestite, che secondo l'Istituto  d'economia Eurispes superano i 140 miliardi di euro l'anno.

Appassionato l'intervento del Presidente Macaluso ed esaurienti le risposte da lui date a diverse richieste di chiarimenti nel corso della conferenza, che, iniziata poco dopo le 19:00, come da programma, è terminata poco prima delle 21:00. Conferenza interrotta spesso dagli applausi degli intervenuti.

Tra i presenti si ricordano in particolare: Padre Bruno Zuchowski Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten, la Signora Giuseppina Baiano, Segretaria della Missione di Kempten, il Rag. Paolo Franco, Presidente del Circolo ACLI di Kempten,  la Vicepresidente Emma Grenci, il Dr. Fernando A. Grasso, Vicepresidente Vicario delle ACLI Baviera e Kempten, anche nelle vesti di Corrispondente Consolare per il Circondario di Kempten, e non per ultimi: il già citato Segretario del KAB, Wolfgang Seidler, che ha aperto i lavori, e il Responsabile Circoscrizionale del KAB, Manfred Stick, che, al termine della Confererenza, non ha mancato di omaggiare il Relatore con una bottiglia di vigoroso Amarone. Fernando A. Grasso, de.it.press

 

 

 

 

Il 5 novembre all’IIC di Amburgo recital del pianista Marco Cecchinelli

 

Aamburgo – Recital del pianista Marco Cecchinelli all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo per celebrare Gioacchino Rossini e Claude Debussy rispettivamente nel 150° e nel centenario della morte. Il concerto si terrà il 5 novembre alle ore 19.00.

L’evento è stato organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Lubecca. La  partecipazione al concerto è gratuita (per prenotazione si vada iicamburgo.esteri.it).

Marco Cecchinelli, nato a Milano, ha compiuto i suoi studi al Conservatorio “Paganini” di Genova diplomandosi sia in Pianoforte che in Composizione. Ha studiato, fra gli altri, con Lidia Arcuri, Massimiliano Damerini Murray Perahia, Oxana Yablonskaya, Mario Delli Ponti, Piero Rattalino e Gabriele Bellini (per la Direzione d’orchestra al Conservatorio “Verdi” di Milano). Ha svolto attività concertistica con ampio repertorio sia in Italia che all'estero come solista, con diverse formazioni cameristiche, orchestre da camera e numerosi cantanti.Come solista si è esibito alla “Bösendorfer Saal” di Vienna, “St. Martin-in-the-Fields” di Londra, “Teatro alle Erbe”, “Sala Puccini” del “Conservatorio Verdi” e l’Università Cattolica di Milano, “Villa Rufolo” di Ravello, “il Tempietto” di Roma, l’Auditorium del Teatro Carlo Felice di Genova, il Coccumella di Sorrento, Palazzo Cavagnis a Venezia, Firenze, Ravenna, il Festival di Capraia, ed altri.Dal 2003 ha svolto diverse tournée  solistiche in Germania e in Danimarca collaborando con molti Istituti italiani di cultura, Consolati e Società Dante Alighieri fra cui Amburgo, Hannover, Colonia, Lubecca, Potsdam, Kiel, Wolfsburg, Aarhus e Copenhagen. Dal 2012 è Docente titolare di Accompagnamento pianistico al Conservatorio “G. Verdi” di Milano, ruolo che ha precedentemente ricoperto presso i Conservatori “Campiani” di Mantova, “G. Verdi” di Torino, "L. Nicolini" di Piacenza, “L. Canepa “ di Sassari e l’Istituto Musicale “Orazio Vecchi” di Modena.(Inform/dip 2)

 

 

 

 

Monaco di Baviera. Pro Europa Una alla 26a edizione della festa del Luppolo e dell’Uva

 

Monaco di Baviera - Si è conclusa la 26a edizione della festa del Luppolo e dell’Uva, prodotti della terra e simboli dell’unione tra le genti europee, e in particolare tra quelle bavaresi e italiane, organizzata dalla Pro Europa Una, associazione per l’integrazione europea senza fini di lucro. L’evento ha avuto inizio con una solenne cerimonia celebrata Domenica da Monsignore Hans-Georg Platschek nel Duomo di Nostra Signora a Monaco, alla presenza di numerose associazioni in rappresentanza delle varie regioni europee.

Tra le tante, la sezione ANA Alpini di Monaco, Associazione Nazionale Carabinieri, UNUCI (Ufficiali in Congedo), gruppi e delegazioni dall’Alta Baviera (Trachtenverein Isargau), Slovenia (SKA Lipa), Polonia (Solidarni), Russia e Ucraina.

Monsignor Platschek, nel punto saliente della manifestazione, di fronte alla folta platea di fedeli ha poi dato la benedizione al luppolo e all’uva, a ribadire come sia vivo il desiderio di lavorare per un’idea di unità vera dell’Europa, “la cui sostenibilità”, afferma il presidente dell’associazione Andrea Masciavè, “puó essere ottenuta solo attraverso scambi culturali dal basso tra le persone delle diverse regioni e per la quale comunque, le radici e i valori cristiani sono prerequisiti indispensabili”.

“Atene-Roma-Cristianesimo”, prosegue Masciavè, “restano per l’associazione Pro Europa Una i fondamenti culturali da tenere presente per poter pervenire ad una riunificazione e comprensione reciproca tra tutti i cittadini europei”.Le diverse associazioni e rappresentanze hanno poi affascinato e stupito un vasto pubblico nella Frauenplatz di fronte al Duomo, presentando i loro diversi canti, danze e costumi.

La manifestazione si è poi conclusa in un tipico ristorante bavarese. Andrea Masciavè, presidente della Pro Europa Una, ha ringraziato tutti i partecipanti per l’impegno offerto ed il buon risultato dell’evento. Tutti si sono detti soddisfatti dell’organizzazione e delle nuove amicizie fatte e si ripromettono di sostenere e divulgare questa visione di una vera Europa unita e indipendente. (aise/dip 22) 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

 

26.10.2018. Quanto è Verde la Germania? Alla vigilia delle elezioni regionali in Assia, i Grünen vedono crescere il consenso nell'elettorato. Qual è il segreto del loro successo? E quanto può imparare da loro la sinistra italiana? Ne parliamo con il politologo e storico Roman Mahrun.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/gruene-e-la-germania-100.html  

 

L'artigiano dei vinili. Francesco Passantino, DJ originario di Carrara, si è trasferito a Berlino sei anni fa. Elisabetta Gaddoni l'ha incontrato nel negozio che ha aperto l'anno scorso nel quartiere di Alt-Treptow, il Vinylwerk.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/artigiano-vinili-berlino-100.html  

 

25.10.2018. Almamegretta a Berlino. Il 7 novembre a Berlino sale sul palco una delle formazioni più apprezzate della scena alternativa italiana: gli Almamegretta. Con il frontmann Raiz abbiamo parlato di musica, Napoli e cinema.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/raiz-102.html  

 

L'occupazione abusiva di Casa Pound

Un palazzo nel centro di Roma è occupato abusivamente dal partito neofascista di CasaPound da quindici anni. Perché? E cosa impedisce lo sgombero? Ce lo spiega il giornalista Andrea Palladino, autore di un'inchiesta per l'Espresso.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/occupazione-casa-pound-100.html   

 

24.10.2018. Bilancio bocciato: e ora?

Mentre si sprecano i botta risposta tra Roma e Bruxelles, a cosa è dovuta la bocciatura della Commissione UE del bilancio italiano, e quali scenari si aprono? Ce ne parla il giornalista del Sole 24 Ore Beda Romano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/bilancio-bocciatura-ue-100.html

 

Milo, il gatto che non sapeva saltare

Una favola racconta la vera storia di Milo, gatto trovatello, nero e disabile. La sua storia diventa così una metafora d'integrazione verso chi è "diverso". Ce ne parla la sua "mamma umana" e autrice Costanza Rizzacasa d'Orsogna.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/milo-gatto-100.html

 

23.10.2018. Vola la Lega in Trentino-Alto Adige

Calano i partiti autonomisti, si affaccia un volto nuovo e vola la Lega. Quanto le elezioni in Trentino-Alto Adige rivelano le tendenze politiche nazionali? Ne parliamo con Alberto Faustini, direttore dei quotidiani “Trentino” e “Alto-Adige”.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/elezioni-trentino-alto-adige-100.html  

 

Festival Italiana: gli ospiti. Eugenio Finardi, il pianista siriano Aeham Ahmad, lo spettacolo satirirco di Luciana Caglioti e tanto altro. Chi sono gli ospiti di "Italiana"? Ospite in studio il musicista e organizzatore del festival Alessandro Palmitessa. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/italiana-100.html

 

22.10.2018. Salvatori della patria? L’Italia resta ferma sulla manovra finanziaria, che non verrà cambiata nonostante le richieste di Bruxelles. Nel frattempo cala la fiducia degli investitori stranieri: ma se fossero gli italiani ad acquistare i titoli di stato e assicurare la stabilità finanziaria del paese? La risposta di Andrea Franceschi, giornalista del Sole 24 Ore.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italiani-comprano-titoli-di-stato-100.html

 

Mi do al vino. Andrea Pirlo ha smesso con il calcio giocato. Oggi è tornato a Duisburg, nello stesso hotel che ospitò la Nazionale ai mondiali del 2006, per presentare i suoi vini. Enzo Savignano lo ha incontrato per noi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/andrea-pirlo-102.html

 

19.10.2018. Scontro o compromesso?

La manovra finanziaria italiana non è piaciuta a Bruxelles. La situazione potrebbe precipitare ma ci sono ancora margini per trattare. Ne parliamo con Marco Giuli, economista presso lo "European Policy Centre".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/manovra-finanziaria-italiana-100.html  

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-316.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/de.it.press

 

 

 

 

Nasce a Pforzheim il Club Milan Franco Baresi. Un progetto sportivo e culturale per gli italiani in Germania

 

PFORZHEIM - In questi ultimi anni sono sempre più le organizzazioni italiane in Germania che stanno portando a segno grandi progetti, rivolti soprattutto ai nostri connazionali italiani residenti in Germania. Si tratta di un’iniziativa ricca di sfaccettature e che spazia dallo sport alla cultura ed è nata attraverso la volontà di un gruppo di giovani italiani il Club Milan Franco Baresi di Pforzheim, rappresentato dal presidente in carica Massimiliano Migliore, l’addetto stampa Salvatore Moscato, i consiglieri direttivi e soci: Antonio Di Stefano, Angelo Di Bernardo, Renato Vitale, Giovanni Marrone, Gino Leone, Carmelo Sammarco, Carnevale Giuseppe e Ficili Gioacchino, tutti volenterosi e ambiziosi di riuscire a riunire quanto più possibili famiglie italiane del posto dando loro una giusta attenzione, indipendentemente dalla loro età.

Il Corriere d’Italia ha incontrato il suo addetto stampa Salvatore Moscato e il presidente in carica Massimiliano Migliore in occasione della tradizionale santa benedizione del centro, fatta il 27 settembre a Pforzheim da don Arcangelo Biondo della Missione Cattolica Italiana di Pforzheim.

Quando Massimiliano Migliore mi ha parlato di questa iniziativa, ho sentito il dovere di abbracciarla e condividerla subito con i nostri soci e con tutti i nostri connazionali del posto. Ho pensato a voi principalmente di TeleVideoItalia.de e del Corriere d’Italia per divulgare questo evento, perché vi ritengo una fonte primaria inestimabile e la voce del nostro popolo italiano in Germania, ci dice l’addetto stampa Salvatore Moscato. Seguiamo le vostre notizie con grande interesse e con fermo orgoglio. Siete per tutti noi un esempio e una fonte inesauribile, dove potere attingere con sicurezza le informazioni artistico-culturali, socio umanitarie etc., che ci avvicinano alla nostra Italia. Tengo a precisare se non meglio a scandire che, questa nostra multi iniziativa, non è a scopo di lucro ma esclusivamente un ritrovo e un benvenuto a tutti quelli che desiderano seguire i nostri programmi, sia sportivi sia culturali rivolti a tutti, nessuno escluso. Il progetto è stato pienamente apprezzato, tanto è vero che a distanza di pochi giorni abbiamo avuto già settanta tesserati in continuo crescendo. Il Club Milan di Pforzheim, ricca d’idee che calzano bene per tutte le età, deve essere un ritrovo per tutti quelli che intendono abbracciare sportivamente e culturalmente le nostre origini italiane tenendo alto il tricolore. 

Desideriamo far arrivare questo messaggio con parole, forme e modi semplicissimi e chiari a tutti. Il nostro obiettivo principale è fare sapere che esistono ancora persone in grado di cambiare davvero le sorti di tanti nostri connazionali italiani, ci dice lo stesso presidente Massimiliano Migliore. Il club Milan Franco Baresi deve essere il viatico per fare grande la nostra comunità italiana a Pforzheim e che da oggi saprà farsi conoscere in positivo, sia per la sua originalità, sia per la continuità nel tramandare ai nostri figli la nostra cultura e innovazione italiana conosciuta in tutto il mondo. Molteplici sono le nostre iniziative che attraverso i nostri tifosi e non solo, ci daranno la forza di concretarle. A incominciare da quelle sportive. Coinvolgeremo ad esempio squadre di calcio giovanili provenienti da altre città italiane, disputando incontri di calcio. Ci saranno osservatori del Milan che conosceranno i giovani calciatori italiani all'estero, dando loro l'opportunità di essere selezionati e magari invitati a Milano. Per quanto riguarda la cultura, anche lì grandi iniziative prevalgono in casa club Milan di Pforzheim, termina Massimiliano Migliore, come organizzare corsi d’italiano per i nostri giovani e perché no dedicare nel nostro centro uno spazio ai libri. Essendo padre sento la necessità che i nostri figli, sappiano scrivere, leggere e capire davvero la nostra lingua madre. Negli incontri non mancheranno ovviamente le tradizionali feste arricchite con piatti prelibati del nostro Bel Paese ma tanto per alleviare il nostro stato di ''emigrante'', per aprire rapporti e scoprire nuovi orizzonti e realtà alla conquista di nuovi spazi in Europa. Colgo l’occasione di ringraziare il vostro intervento tv stampa come quello del Corriere d’Italia e approfitto del prezioso spazio che ci avete dedicato per invitare tutti i nostri connazionali residenti a Pforzheim e circondario ad aderire e a tesserarsi. Questo progetto non è a scopo di lucro e sappiate che: uniti, realizzeremo per i nostri giovani molti sogni rimasti chiusi in un cassetto.

Lo statuto del Club Milan di Pforzheim con le sue regole e stato fondato e votato dai soci sopra citati e riconosciuto da Associazione Calcio Milan di Milano e da Associazione Italiana Milan Clubs nel mondo, con la collaborazione e il sostegno da parte dell’Associazione Italiani nel Mondo A.I.M. Il reportage televisivo è stato redatto dagli studi di TeleVideoItalia.de in collaborazione con la SDA FotoVideo Production ed è visibile a breve sul sito ufficiale di televideoialia.net  e su quello del Corriere d’Italia. Angela Saieva, CdI/dip 1

 

 

 

 

Presentato a Roma il Rapporto Italiani nel mondo 2018 curato dalla Fondazione Migrantes

 

Dal 2006 al 2018 la mobilità italiana è aumentata del 64,7% passando da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’Aire a più di 5,1 milioni. Le collettività più consistenti in Argentina (819.899), Germania (743.799) e Svizzera (614.545). Non partono solo giovani e giovani adulti, ma anche persone tra i 50 e i 64 anni (11,3% del totale) e over 65 (7,1%). Lo speciale 2018 dedicato alla neo-mobilità giovanile, in cui emergono anche molte situazioni di fragilità

 

ROMA - Al 1° gennaio 2018 gli italiani iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) sono 5.114.469, l’8,5% dei quasi 60,5 milioni di residenti totali in Italia alla stessa data. La crescita nell’ultimo anno corrisponde a +2,8%, a +6,3% nell’ultimo triennio e al +14,1% negli ultimi cinque anni. Dal 2006 al 2018 la mobilità italiana è aumentata del 64,7% passando da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’Aire a più di 5,1 milioni.

Questi alcuni dei dati contenuti nel Rapporto Italiani nel mondo 2018 curato dalla Fondazione Migrantes e presentato questa mattina a Roma presso Domus Mariae.

Il Rapporto si concentra in primo luogo sulla presenza strutturale dell'emigrazione italiana all'estero, segnalando come a livello continentale è l'Europa ad accogliere il numero più alto di cittadini italiani (54,1%) e, in particolare, l’Ue15 (40,3%) mentre in America si registra una presenza del 40,3% con una maggiore concentrazione nel Centro-Sud (32,4%). Le realtà nazionali più consistenti sono l’Argentina (819.899), la Germania (743.799), la Svizzera (614.545). Nell’ultimo anno, il Brasile (415.933) ha superato numericamente la comunità italiana in Francia (412.263). Il 49,5% degli iscritti all'Aire è di origine meridionale (Sud: 1.659.421 e Isole: 873.615); del Settentrione è il 34,9% (Nord-Ovest: 901.552 e Nord-Est: 881.940); del Centro il 15,6% (797.941).

Per quanto riguarda la partenze, nell'ultimo anno si evidenzia come da gennaio a dicembre 2017 si sono iscritti all’Aire quasi 243 mila italiani di cui il 52,8% per espatrio ovvero 128.193 italiani. Nell’ultimo anno la crescita è stata del +3,3%, considerando gli ultimi tre anni la percentuale sale a +19,2% e per l’ultimo quinquennio arriva addirittura a +36,2%. Il 37,4% di chi parte (quasi 48 mila persone) ha tra i 18 e i 34 anni. I giovani adulti, ovvero la classe tra i 35 e i 49 anni, sono un quarto del totale (poco più di 32 mila persone). Un’attenzione a sé meritano poi le fasce di età più mature; se l’incidenza nel 2018 è dell’11,3% per chi ha tra i 50 e i 64 anni (valore assoluto: 14.500 circa), è il 7,1% dai 65 anni e oltre (valori assoluti: 5.351 persone per la classe 64-74 anni; 2.744 per la classe 75-84 anni e poco più di mille anziani per chi ha dagli 85 anni in poi).

Il 55% del totale è la percentuale dei maschi, ma un peso importante lo assumono anche le partenze dei nuclei familiari. A sottolinearlo, i 24.570 minori (il 19,2% del totale), di cui il 16,6% ha meno di 14 anni e ben l’11,5% meno di 10 anni.

Nell’ultimo anno gli italiani sono partiti da 107 province differenti e sono andati in 193 località del mondo di ciascuna realtà continentale. Milano, Roma, Genova, Torino e Napoli sono le prime cinque province di partenza. Si tratta di grandi aree metropolitane a riprova del fatto che le attuali partenze coinvolgono i territori che ospitano importanti università e multinazionali che spingono per avere relazioni internazionali.

La prima regione di partenza è la Lombardia (21.980) seguita, a distanza, dall’Emilia-Romagna (12.912), dal Veneto (11.132), dalla Sicilia (10.649) e dalla Puglia (8.816).

La Germania (20.007) torna ad essere, quest’anno, la destinazione preferita distanziando, di molto, il Regno Unito (18.517), la Francia (12.870). Con oltre 6 mila arrivi in meno, il Regno Unito registra un decremento del -25,2%. Il Portogallo, invece, registra la crescita più significativa (+140,4%). Da evidenziare, anche, la crescita del Brasile (+32,0%) e quelle della Spagna (+28,6%) e dell’Irlanda (+24,0%).

I dati relativi alle partenze dell’ultimo anno segnalano un cambiamento: a partire dall’Italia sono sicuramente i giovani (37,4% sul totale partenze per espatrio da gennaio a dicembre 2017) e i giovani adulti (25,0%), ma le crescite più importanti le si notano dai cinquant’anni in su: +20,7% nella classe di età 50-64 anni; +35,3% in quella 65-74 anni; +49,8% in quella 75-84 anni e +78,6% dagli 85 anni in su.

Sicuramente ci si trova di fronte alle necessità di provvedere alla precarietà lavorativa di italiani dai 50 in su rimasti disoccupati e soprattutto privi di prospettive in patria (definiti nel Rapporto Italiani del Mondo “migranti maturi disoccupati”). Si tratta di persone lontane dalla pensione o che hanno bisogno di lavorare per arrivarvi e che, comunque, hanno contemporaneamente la necessità di mantenere la famiglia. In quest’ultima, infatti, spesso si annida la precarietà a più livelli: la disoccupazione cioè può coinvolgere anche i figli, ad esempio, già pronti per il mondo del lavoro o ancora studenti universitari. In questo stato di cose si inseriscono gli anziani per risolvere o tamponare la precarietà: la famiglia, cioè, si amplia fino a comprendere i nonni.

Con il passare del tempo e l’evoluzione della mobilità italiana stanno emergendo nuove strategie di sopravvivenza tra i genitori-nonni che sono inizialmente il trascorrere periodi sempre più lunghi all’estero con figli e nipoti già in mobilità, fino al completo trasferimento di tutto o di buone parti dell’anno solare.

Un altro profilo da considerare è il “migrante di rimbalzo” ovvero chi, dopo anni di emigrazione all’estero soprattutto in paesi europei (Germania, Svizzera e Francia) oppure oltreoceano (Argentina, Cile, Brasile, Stati Uniti) è rientrato in Italia per trascorrere la propria vecchiaia “in paese”, ma rimasto vedovo/a, e magari con i figli nati, cresciuti e lasciati all’estero, decide di ripercorrere la via del rientro nella nazione che per tanti anni lo ha accolto da migrante e che oggi, stante le difficili condizioni socio-economiche vissute dall’Italia, gli assicura un futuro migliore.

Altro profilo segnalato è il “migrante previdenziale”. Che siano pensionati “di lusso”, colpiti da precarietà o sull’orlo della povertà, si tratta di numeri sempre più importanti. Le traiettorie tracciate da queste partenze sono ben determinate: si tratta di paesi con in corso una politica di defiscalizzazione, territori dove la vita costa molto meno rispetto all’Italia e dove il potere d’acquisto è, di conseguenza, superiore. Ma non è solo il lato economico a far propendere o meno per il trasferimento: vi sono anche elementi altri, più inerenti alla sfera privata quali il clima, l’humus culturale, la possibilità di essere accompagnati durante il trasferimento e la permanenza.

Quanto detto appare evidente considerando le mete principali: Marocco, Thailandia, Spagna, Portogallo, Tunisia, Santo Domingo, Cuba, Romania. Sono luoghi in cui la vita è climaticamente piacevole, dove è possibile fare una vita più che dignitosa (affitto, bolletta, spesa alimentare) e dove a volte con il costo delle assicurazioni sanitarie private si riesce a curarsi (o almeno a incontrare un medico specialista rispetto al problema di salute avvertito) molto più che in Italia.

Nell'edizione di quest'anno è incluso anche uno speciale sul tema della neo-mobilità giovanile italiana nel mondo, dedicato a coloro che hanno una età compresa tra i 20 e i 40 anni e che hanno lasciato l’Italia nell'ultimo anno o, al massimo, negli ultimi 5 anni spostando la propria residenza in determinati paesi del mondo. Un fenomeno complesso e fluido, che è difficile leggere attraverso categorie e che resta poco conosciuto nella sua reale consistenza numerica e nelle sue effettive caratteristiche, anche se sempre più presente nel dibattito pubblico. Per rispondere a tanta complessità, si è scelta la divisione per destinazioni. Sono stati così individuati 25 paesi del mondo volutamente di tutti i continenti: Albania, Algeria, Argentina, Australia, Belgio, Brasile, Canada, Cile, Cina, Emirati Arabi, Francia, Germania, India, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Malta, Nuova Zelanda, Portogallo, Regno Unito, Romania, Spagna, Stati Uniti, Sudafrica e Svizzera.

La scelta è stata fatta prevalentemente in base alla preferenza della destinazione manifestata da parte di chi è partito di recente dall’Italia. Sono state però selezionate anche nazioni che si sono particolarmente distinte per crescita numerica in questi ultimi anni (come, ad esempio, gli Emirati Arabi o la Cina), paesi “storici” dell’emigrazione italiana (come l’Argentina o il Cile) e destinazioni “particolari” (come la Nuova Zelanda, Malta o l’Islanda) che danno riscontro di quanto oggi la mobilità italiana sia spinta da un ventaglio plurimo di motivazioni che vanno dalla ricerca dell’indipendenza economica e di una occupazione a necessità di ordine sentimentale e/o culturale, dal bisogno di sentirsi professionalmente realizzati all’urgenza di inseguire nuove opportunità di vita, dal voler confrontarsi con altre realtà al rifiuto di un sistema nazionale, quello italiano per l’appunto, in cui non ci si identifica più.

Il Rapporto evidenzia infine alcune condizioni di malessere di questa generazione neo-mobile, dallo spaesamento metropolitano alla sofferenza urbana, fino ad arrivare all'insorgenza di patologie ben più gravi come lo stato di povertà e di abbandono, la perdita dell’autonomia e dell’equilibrio nella propria vita fino alla vita in strada. Si richiama come emblematico il casi di Londra, dove da gennaio a luglio 2018 sono stati 3.800 gli interventi realizzati dall’Ufficio Servizi Sociali del Consolato generale. Con una media di 21 interventi al giorno, o 633 al mese, gli interventi hanno riguardato tipologie molto ampie di aiuto a residenti e turisti, includendo anche il supporto a chi è vittima di furti, o ha problemi di salute, o di cui viene segnalata la scomparsa. Sono almeno 126 gli italiani che vivono in povertà estrema nella capitale inglese. La nazionalità italiana è al quarto posto tra quelle europee presenti a Londra tra i senza fissa dimora. Solo nel 15% dei casi di tratta di donne. Di molti non si conosce la nazionalità né il sesso. La metà di loro ha un problema di salute mentale, seguito da situazioni di difficoltà causate da alcool e droga. (Inform/dip 24)

 

 

 

 

Il Governo ha una politica per gli italiani all’estero

 

ROMA - Lo ha ribadito anche il sottosegretario Ricardo Merlo: come ha annunciato il ministro degli Affari Esteri Moavero Milanesi, la Conferenza dei Consoli Italiani nel Mondo si terrà ogni tre anni, “perché questo governo ha una politica per gli italiani all’estero e i Consolati sono uno strumento fondamentale di questa politica”.

Incontrando i giornalisti a margine della Conferenza dei Consoli, alla Farnesina, Merlo ha definito il lavoro svolto dai consoli, anche nei confronti delle comunità all’estero, “apprezzabilissimo”, nonostante non abbiano “i mezzi necessari” e stiano affrontando delle emergenze complesse come quella delle nuove mobilità e delle richieste di cittadinanza. Un lavoro, quello dei Consolati, che “con il giusto coordinamento, le risorse necessarie e la tecnologia ausiliaria” potrebbe arrivare all’efficienza di cui ha parlato oggi anche il ministro Moavero incontrando i consoli.

L’efficienza è anche per il sottosegretario Merlo la prima sfida che la rete consolare dovrà affrontare. “Efficienza in tutte le pratiche, efficienza, efficienza, efficienza”, ha ribadito, unita alla “rapidità” nello svolgimento delle pratiche, “perché la gente quando arriva in consolato si deve sentire a casa”.

Sollecitato sulla riforma del voto all’estero, il sottosegretario Merlo ha ricordato che “il Cgie sta lavorando e a novembre presenterà una sua proposta”. Vi sarà poi “un’iniziativa parlamentare di segno diverso”, ma il punto è, ha tenuto a evidenziare Merlo, che “questo governo vuole cambiare le modalità di voto all’estero” affinché non vi siano più timori di brogli e scandali. La parola d’ordine è “dubbi zero”.

Come? “Togliendo sei milioni di plichi dalle strade e facendo votare chi vuole votare”, ovvero applicando l’inversione dell’opzione, oppure, questa è un’altra ipotesi, puntando sul voto elettronico, caro al M5S. Il sottosegretario ha auspicato anche la creazione di quattro seggi, uno per ripartizione, per lo spoglio delle schede giunte dall’estero per giungere infine ad una procedura di voto che sia “efficace e trasparente al 100%”.

Sulla eliminazione in toto del voto per corrispondenza Ricardo Merlo è stato cauto. “Il mio lavoro adesso è sentire, ascoltare e poi cercare di fare una sintesi” per giungere ad una “modalità di voto” che risponda alla parola d’ordine: “dubbi zero”. (raffaella aronica\aise) 

 

 

 

 

Questa, l’America!

 

Mi ha dato lo spunto di questa riflessione la recente missione di Goffredo Palmerini negli Stati Uniti. Il nostro infaticabile ambasciatore d’Abruzzo nel mondo ha il merito, con le assidue notizie e con i suoi racconti di viaggio in quel Paese, di metterne in luce - tra l’altro - pregi e difetti, ma soprattutto i valori fondanti di quella grande democrazia. Anche riguardo la capacità di accogliere ed integrare progressivamente gli emigrati italiani - che ora si contano in quasi 18 milioni -, affrancandosi man mano dal demone del pregiudizio e della discriminazione, quello stesso che per diversi decenni, dall’inizio del fenomeno migratorio, ha infettato la società americana contro i nostri connazionali e non solo. Ma veniamo ora alla riflessione.

 

Chissà se, parafrasando il titolo di un libro di Benedetto Croce che si riferiva ai cristiani, si può ancora condividere l’affermazione: “non possiamo non dirci americani”. Nonostante l’attuale presidente Trump. Per quel che è stata l’America e quel che è chiamata ad essere ancora per il futuro. Nonostante i vari e molti presidenti che non sempre hanno tenuto alto l’ideale politico dei padri fondatori. Perché l’aspetto più efficace del modello istituzionale statunitense consiste nella “provvisorietà” delle cariche, dal momento che un presidente non lo sarà mai a vita. Finito il mandato, rientra nell’anonimato. Come se il potere si autonegasse. Si evita quindi che un leader possa diventare un “duce”.

 

D’altronde, nella Dichiarazione di indipendenza, redatta da Jefferson e approvata a Filadelfia il 4 luglio 1776, si afferma: “Quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni […] mette in piena evidenza il disegno di ridurre un popolo alla soggezione di un dispotismo assoluto, esso ha il diritto e il dovere di abbattere un simile governo e di provvedere con nuove garanzie alla propria sicurezza futura”. Parole così rivoluzionarie espresse in termini giuridici e apodittici non si trovano in altre Costituzioni, anche se, purtroppo, la Costituzione del 1787 non risolse la questione della tratta dei negri, catturati e ingabbiati come bestie e spediti nelle fattorie degli Stati del Sud. 

 

Alexis De Tocqueville, nell’opera “La democrazia in America”, scritta dopo un suo soggiorno negli USA, affermava: “Le due razze sono legate l’una all’altra, senza tuttavia confondersi ed è per esse altrettanto difficile separarsi completamente o unirsi”. E ci fu la “guerra civile”. Gettysburg, in Pennsylvania, è oggi il monumento storico in cui, nel 1863, fu combattuta la battaglia decisiva durante la guerra di secessione. Non fu direttamente una guerra di liberazione dei negri, anche se, in seguito, nel 1865, fu approvato il XIII emendamento che aboliva la schiavitù in tutti gli Stati dell’Unione. Ma proprio a Gettysburg, il 19 novembre 1863, Lincoln aveva tenuto un discorso, che ancor oggi resta un insegnamento per ogni nazione che vuole essere democratica: “government of the people, by the people, and for the people”. Il programma di Lincoln era sostanzialmente moderato, ma non fu sufficiente per salvargli la vita. Fu assassinato da un sudista a colpi di pistola.

 

Cento anni dopo, un altro assassinio scosse l’America. L’assassinio di John F. Kennedy. Anch’egli aveva cercato di realizzare un programma politico di rinnovamento, definito “nuova frontiera”, con l’intento di attuare una democrazia compiuta, superando le divisioni sociali e razziali. Un tentativo morto sul nascere. Visitando Berlino, allora la città-carcere cinta dal muro della vergogna, Kennedy aveva pronunciato la famosa frase in tedesco: “ich bin ein berliner” (io sono un berlinese), volendo così affermare come la politica americana fosse in difesa della libertà dei popoli. La frase, divenuta celebre, fu pronunciata il 26 giugno 1963, durante il discorso tenuto a Rudolph Wilde Platz, di fronte al Municipio di Schöneberg, mentre era in visita ufficiale alla città di Berlino.

 

Un dato storico indiscusso è il contributo determinante degli Stati Uniti nelle due guerre mondiali, per la salvaguardia della democrazia. Senza la partecipazione di quel grande Paese e le centinaia di migliaia dei suoi morti, l’Europa e il mondo sarebbero stati sotto la dominazione dei “totalitarismi”. Purtroppo, e spesso, nell’ambito di alcuni Stati dell’Unione, la libertà appare come una chimera. Basti pensare al problema della pena di morte. E sulla discriminazione razziale, di cui si è scritto e dibattuto moltissimo, le soluzioni restano ancora un palliativo. Il sogno di Martin Luther King, l’uomo che s’era battuto energicamente per far riconoscere i diritti civili alle popolazioni di colore, è svanito sotto i colpi d’un sicario che l’ha assassinato nell’aprile del 1968.

 

Alcuni anni fa, in visita tra gli Amish, una comunità di stampo religioso senza elettricità e con uno stile di vita fermo ai tempi della colonizzazione, parlando con un amico nero sono stato colpito da queste sue considerazioni: “Noi siamo oriundi africani. Ma ora siamo americani. Ci sentiamo americani. Gli Amish hanno una loro privacy: vivono in una riserva. Ma noi non vogliamo riserve. Non vogliamo ghetti. Noi siamo americani neri, come ci sono americani bianchi. Abbiamo dato sudore e sangue per questa nazione, che amiamo e dalla quale vogliamo essere amati e rispettati”.

 

Nel romanzo “Vita” di Melania Mazzucco, in cui si racconta il dramma degli emigrati italiani in America, si giunge a questa conclusione: “Se gli avessero chiesto cos’è la libertà, che aveva tanto cercato, adesso avrebbe saputo cosa rispondere: non provare vergogna di se stessi. È questa l’unica vera e autentica libertà”. Una grande lezione americana. Mario Setta, storico

 

 

 

 

 

Disarmo. Denuncia Trattato Inf, pericoloso ritorno agli euromissioli

 

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato la sua intenzione di abolire unilateralmente il Trattato Inf, sulle armi nucleari a media gittata. La notizia non è sorprendente, anche perché da anni l’attuale consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton sostiene questa tesi, ma è comunque di grande importanza.

Da anni russi e americani si accusano l’un l’altro di violare il trattato Inf, firmato nel 1987, che abolisce l’intera categoria dei missili terrestri la cui gittata si colloca tra i 500 e i 5000 chilometri. Di fatto le accuse americane sembrano più concrete e credibili di quelle russe.

Dalla denuncia del trattato, vantaggio ai russi (e svantaggio agli europei)

Ma la sostanza è un’altra: a chi giova l’abbandono di questo trattato? Poiché ad annunciare questa intenzione è stato Donald Trump sarebbe lecito aspettarsi che ciò avvantaggerebbe gli Usa; ma così non è. Chi ne trarrebbe maggior beneficio è la Russia.

Gli americani sono interessati a questi missili soprattutto come armi navali; e queste sono già oggi escluse dal trattato. La Russia invece, potenza continentale, può servirsi di queste armi (che non minacciano il territorio americano, salvo eventualmente l’Alaska) per esercitare pressioni specifiche sui suoi vicini e in particolare sull’Europa: ed è la ragione per cui nel 1980 la Nato decise di installare anche in Italia, Germania, Belgio, Olanda e Gran Bretagna analoghi missili americani, rispondendo al dispiegamento dei missili SS-20 sovietici, e contemporaneamente lanciò l’iniziativa diplomatica “dual track” o, come la chiamavamo in Italia, “doppio zero”, che portò al trattato oggi in punto di morte.

Il ruolo della Cina e la posizione dell’Europa

Vladimir Putin, e sorprendentemente anche Trump, hanno citato la Cina, che non è parte del trattato e può quindi liberamente sviluppare tali missili a danno dei suoi vicini, e in particolare della Russia, che invece non può rispondere con armi analoghe. Ma il fatto è che Mosca non ne ha bisogno, avendo già un gran numero di armi nucleari con cui polverizzare la Cina (che peraltro, sinora, ha mantenuto un profilo piuttosto basso).

Diversa era ed è la posizione dell’Europa che può contare solo sugli armamenti nucleari francesi e britannici, strettamente nazionali e non in grado di estendere la loro copertura agli altri Paesi. Noi dobbiamo contare sulle armi americane anche per dissuadere armi russe che non minacciano i nostri alleati d’oltre Atlantico. Nel 1980 pensammo che questa fosse una situazione pericolosa e da correggere. Ora il nostro alleato di riferimento sembra volerci mettere in grave difficoltà.

Ma, si potrebbe dire, Trump non fa che prendere atto delle violazioni di Mosca. Nel denunciare il trattato egli si limita a dire che il re è nudo. Ciò è vero solo in parte, e comunque è il modo peggiore di dirlo, poiché contemporaneamente non propone alcuna contromisura. Sarebbe stato meglio difendere il trattato, rivelando i dettagli dei programmi missilistici russi e mobilitando così anche l’opinione pubblica europea.

Minacce maggiori e minacce secondarie

Se invece gli Usa si limitano a riprendersi la loro libertà d’azione, senza neanche preoccuparsi di cosa ne pensano gli alleati europei, non fanno altro che indebolire la Nato e la solidarietà transatlantica (oltre a fare un favore a Putin, che potrà così dispiegare liberamente e legalmente i suoi nuovi missili, per di più accusando Washington di voler abolire i trattati di controllo degli armamenti – non solo l’Inf, ma anche quello con l’Iran).

Non è un bel vedere. Gli europei sembrano oggi ossessionati da altri problemi, dall’economia alle migrazioni, e in molti casi sembrano affascinati dal canto delle vecchie sirene nazionaliste, ma non prestano grande attenzione alle problematiche strategiche. Hanno un vicino come la Russia in piena corsa a maggiori armamenti nucleari ed impegnato in un conflitto con l’Ucraina, oltre che in Siria, e hanno un alleato che minaccia ritorsioni se non spendono di più per la loro difesa, ma non sembrano granché convinti.

Forse è il momento di concentrarsi sulle minacce maggiori, e non solo su quelle secondarie. Altrimenti c’è il rischio di essere costretti ad accettare pericolosi e umilianti compromessi da cui potrebbe essere molto difficile uscire. Stefano Silvestri, AffInt 22

 

 

 

 

Mattarella: i nostri connazionali all’estero "moltiplicatori della nostra civiltà"   

 

Roma – Nella mattinata del 30 ottobre il presidente Sergio Mattarella  ha ricevuto al Quirinale una delegazione di partecipanti alla Conferenza dei Consoli italiani nel mondo, in programma alla Farnesina fino al 31 ottobre. Dopo l'intervento del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi, il Presidente della Repubblica italiana ha evidenziato come il nostro paese  ha “sperimentato nei secoli, in tante parti del suo territorio, la necessità dell’emigrazione, un fenomeno sovente doloroso, che ne ha marcato la storia e il percorso di sviluppo, talvolta contribuendo ad arricchire l’apertura della nostra società e la nostra stessa identità nazionale. I moltiplicatori della nostra civiltà sono state, anzitutto, le collettività all’estero, estendendo, ben oltre i confini nazionali, e radicando, in numerosissimi Paesi del mondo, la nostra cultura”. Un “eccezionale capitale umano – costituito da comunità italiane antiche e recenti, da presenze numericamente rilevanti o esigue – che rappresenta una realtà unica di promozione del nostro sistema Paese, nelle sue più diverse articolazioni”, ha detto Mattarella spiegano che a queste si è aggiunto oggi “il contributo delle numerose comunità estere presenti in Italia, divenute elementi significativi della rete di proiezione verso le loro nazioni di origine delle capacità della nostra comunità. Il vostro quotidiano impegno vi consente di apprezzare il valore di queste esperienze, che potete assecondare: possono soccorrere anche gli sviluppi delle nuove tecnologie, che si aggiungono alle tradizionali pratiche di connessione sociale”. Oggi occorre fare i conti con il presente e con le domande “emergenti dai richiamati nuovi fenomeni di emigrazione dall’Italia”, che alcuni preferiscono definire con l’espressione “nuova mobilità”. A “differenza del passato, un numero crescente di nostri connazionali decide di espatriare per periodi definiti e con obiettivi precisi, spostandosi in più Paesi – soprattutto in Europa, ove la libertà di movimento e impresa è una realtà consolidata e feconda – e cercando i contesti lavorativi più adatti per mettere a frutto i propri talenti, inclinazioni, professionalità”. Anche queste nuove realtà, per Mattarella, danno impulso alla forte “domanda di Italia”, incrementata “dall’attenzione crescente a livello globale nei confronti del nostro Paese, e di cui vi è stata traccia evidente la scorsa settimana, alla terza edizione degli Stati Generali della Lingua italiana all’estero”. (R. Iaria, dip)

 

 

 

I vincoli

 

Inquadrare la condizione politica italiana dall’estero è tutt’altro che agevole. I milioni di Connazionali nel mondo, che pure hanno loro problemi nei Paesi ospiti, si chiedono se in Italia la situazione sia tanto complessa quanto la stampa e la televisione riportano quotidianamente.

 Apriamo, così, questa corrispondenza con un’affermazione: la realtà nazionale è, certamente, più variegata di quanto può apparire agli occhi di chi non la vive nella Penisola. Preferiamo, di conseguenza, tentare d’essere chiari per evitare inutili speranze.

 

 C’è chi scorge promesse e chi anticipazioni. La differenza è espressiva, ma è meglio tenerla sempre presente.

 I Partiti non si sono mai risparmiati nell’adottare questa concetto. Non vediamo il perché, ora, dovrebbero mutare la loro strategia. Le alleanze di oggi, potrebbero, domani, non “reggere” più. Anche perché le linee di programma non implicano assolute certezze.

 

La politica nazionale è assai complessa e il teorema di “dare” per “avere” resta l’unico che tutti sono in grado d’intendere. Del resto, la situazione nazionale, per quanto c’è dato intendere, resta una cozzaglia di proposte spesso in antitesi tra loro. Lo Stivale si dovrà preparare a un 2019 complesso e alle Elezioni per il Parlamento Europeo. Fare delle previsioni è più difficile che per il passato. Solo una strategia politica coerente con le necessità del Paese potrebbe aprire uno spiraglio per uscire dal limbo dei vincoli. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Draghi: "Bce non si piegherà a Roma"

 

Spiega che l'Italia, come la Brexit, è "fra le incertezze per lo scenario economico dell'Eurozona". Ma sulla manovra bocciata da Bruxelles, si dice "fiducioso che sarà trovato un accordo". Il presidente della Bce Mario Draghi affronta anche il caso Italia nella conferenza stampa a Francoforte, dopo la riunione del Consiglio direttivo, che ha lasciato invariati i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%.

Draghi esclude tuttavia il rischio che la Bce possa essere coinvolta nella crisi italiana: "Finanziare i deficit non è nel nostro mandato" chiarisce. Quindi precisa: "Abbiamo l'Omt come strumento specifico", da usare in caso i paesi entrino in un programma, "per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria", non di bilancio. Un intervento della Bce nel dibattito tra Roma e Bruxelles, insomma, è "assolutamente" da escludere: "Non è il nostro compito quello di fare da mediatori" rimarca Draghi. Questa "è una discussione fiscale, non è un ruolo da banchieri centrali".

SPREAD - L'ex governatore di Bankitalia parla anche dello spread e avverte: "Io non ho la palla di cristallo, 300, 400, certamente questi titoli sono nelle banche e se perdono valore loro impattano sul capitale delle banche". Certo, "abbassare i toni e non mettere in discussione l'esistenza dell'euro può far ridurre gli spread" è l'indicazione che arriva - con un chiaro riferimento all'Italia - dal presidente della Bce. E a chi gli chiede se i rialzi dello spread italiano possano contagiare altri paesi della zona euro, risponde: "Forse c'è qualche ricaduta ma limitata". Secondo il presidente della Bce, i rialzi dello spread sui Btp italiani pesano sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e "riducono i margini espansivi" del bilancio.

MANOVRA - Sulla manovra italiana bocciata dalla Ue, Draghi non si sbilancia. "Non c'è stata una grande discussione sull'Italia, c'era Dombrovskis, gli ho chiesto il permesso di citarlo", aggiunge, facendo eco al vice presidente dell'esecutivo Ue: "Si devono osservare e applicare le regole, ma anche cercare il dialogo" specifica il presidenre della Bce.

INFLAZIONE - Nel corso della conferenza stampa, Draghi mette poi l'accento sull'inflazione. "Nell'area dell'euro l'inflazione sui dodici mesi si è portata lo scorso settembre al 2,1%, dopo il 2,0 di agosto" afferma, aggiungendo che "sulla base dei prezzi correnti dei contratti future sul petrolio, è probabile che l'inflazione complessiva si collochi intorno al livello attuale nella parte restante dell'anno". "Davanti ad ogni evenienza - sottolinea ancora Draghi - il Consiglio direttivo della Bce è pronto ad adattare i propri strumenti per assicurare che l'inflazione continui a muoversi verso l'obiettivo".

CRESCITA - Quanto alla crescita dell'Eurozona, precisa Draghi, la Bce "regista un certo rallentamento dello slancio ma non una inversione di rotta". "Una delle spiegazioni arriva dalle situazione specifica dei singoli Paesi", rimarca, facendo l'esempio delle recenti difficoltà dell'industria automobilistica tedesca. Quindi ammette: "Non è semplice distinguere fattori transitori da fattori permanenti" sottolineando però come i dati e i segnali "non ci bastano per cambiare scenario di base".

I rischi che circondano le prospettive di crescita dell'area dell'euro possono ancora "considerarsi ampiamente equilibrati. Allo stesso tempo, i rischi relativi al protezionismo, le vulnerabilità nei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari rimangono importanti" afferma il presidente della Bce. L'espansione economica, aggiunge Draghi, è "sostenuta dalla domanda interna e da continui miglioramenti nel mercato del lavoro".

QE - Sulla fine del Quantitative Easing, Draghi spiega che alla riunione odierna "non abbiamo parlato di un prolungamento del programma di acquisti, e non abbiamo discusso di cosa fare dopo, abbiamo altri due incontri prima di fine anno", osservando che alla Bce "pensiamo di avere ancora strumenti che possiamo usare", come gli Tltro tema che è stato sollevato "da due partecipanti".

TASSI DI INTERESSE - Oggi il Consiglio direttivo della Bce ha deciso di mantenere invariati i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%. Inoltre, il Consiglio direttivo della Bce ha confermato che nel quadro del Quantitative Easing "continuerà a effettuare acquisti netti al nuovo ritmo mensile di 15 miliardi di euro sino alla fine di dicembre 2018", acquisti che "in seguito, se i dati più recenti confermeranno le prospettive di inflazione a medio termine, giungeranno a termine".

Nella riunione il Consiglio direttivo ha anche confermato l'intenzione di "reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del PAA per un prolungato periodo di tempo dopo la conclusione degli acquisti netti di attività e in ogni caso finché sarà necessario per mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di accomodamento monetario". Adnkronos 25

 

 

 

 

Italia/Ue: regole di bilancio e procedure sanzionatorie

 

Gli elettori del nostro Paese possono sentirsi in qualche modo confusi e perplessi di fronte alla prospettiva di una procedura Ue di debito eccessivo nei confronti dell’Italia. Come è possibile che questo avvenga – ci si può chiedere – con un deficit di bilancio per il 2019 fissato al 2,4 % del Pil,  ben inferiore al noto limite del 3 %? Un chiarimento è quindi opportuno, non tanto per gli addetti ai lavori, ma per quanti hanno minore familiarità con il diritto dell’Unione e le sue procedure.

Il quadro giuridico

In effetti, le procedure avviabili nei confronti di uno Stato membro per violazione delle regole di bilancio sono più di una: variano a seconda delle regole violate e sfociano in esiti sanzionatori diversi, attraverso iter procedurali non coincidenti.

Semplificando al massimo, le regole da tenere in conto sono di tre tipi: quella del deficit nominale annuale, che si traduce nel già ricordato limite del 3 % del Pil; quella relativa al debito accumulato, ed è il tetto del 60 % del Pil; infine quella del deficit strutturale (e cioè deficit nominale depurato dagli effetti del ciclo economico e da misure una tantum), che mira al raggiungimento del pareggio di bilancio.

La violazione delle prime due regole è suscettibile di far scattare la procedura definita di debito eccessivo, che può riguardare sia il deficit in senso proprio (disavanzo nominale annuale) sia il debito accumulato. Non è detto che le due violazioni sempre coesistano: il rispetto del limite del deficit non esclude che venga disatteso quello sul debito e viceversa. Può dunque essere necessario distinguere una procedura di deficit eccessivo da una di debito eccessivo.

La violazione della regola sul deficit strutturale dà luogo ad una procedura separata ed autonoma. Questa svolge una funzione preventiva: si propone di evitare che si arrivi ad uno sforamento dei limiti del deficit nominale e del debito. In altre parole, dovrebbe  impedire che si renda necessario il ricorso alle procedure più gravi di deficit e debito eccessivo.

Le basi giuridiche delle procedure ora delineate e delle sanzioni applicabili sono diverse: quelle in tema di deficit e debito eccessivo si fondano direttamente sul Trattato e possono comportare ammende per gli Stati dell’eurozona fino allo 0,2 % del Pil; quelle relative al deficit strutturale sono previste dalla legislazione secondaria dell’Unione (il cosiddetto Patto di stabilità e crescita) e le sanzioni non vanno al di là di un deposito fruttifero dello 0,2 % del Pil.

Diverso è anche il ruolo rispettivo della Commissione e del Consiglio in queste procedure. La decisione sulle sanzioni spetta sempre al Consiglio su proposta della Commissione. Ma per il deficit strutturale la proposta  della Commissione si intende adottata se il Consiglio non vi si oppone (cosiddetta reverse majority voting): ci vuole dunque una maggioranza qualificata del Consiglio per respingerla. Nel caso invece del deficit e debito eccessivo occorre una vera e propria approvazione del Consiglio a maggioranza qualificata, altrimenti la proposta della Commissione resta priva di effetti. Il ruolo del Consiglio (e dunque dei governi nazionali) è più forte in questo caso.

Il caso Italia

Veniamo al progetto di bilancio italiano per il 2019. Nella sua lettera del 23 ottobre scorso la Commissione contesta al nostro governo  tre violazioni delle regole Ue: una certa, una molto probabile (se non quasi certa)  e una possibile.

Certa (e del resto ammessa dal nostro stesso governo) è quella sul deficit strutturale, che in base a quanto convenuto avrebbe dovuto ridursi di uno 0,6 % del Pil e invece aumenta dello 0,8 %. Molto probabile è la violazione della regola sul debito, che per il 2019 rimane praticamente invariato, mentre per gli Stati con debito superiore al 60 % del Pil (l’Italia è al 131 %) dovrebbe ridursi in maniera continua e adeguata. Infine, possibile è la violazione del limite del 3% stabilito per il deficit nominale:  benché fissato al 2,4% nel progetto di bilancio, il deficit nominale potrebbe anche eccedere il 3% se non si realizzassero le previsioni governative di sviluppo del Pil (da molti giudicate ottimistiche).

In definitiva, il nostro Paese è esposto al rischio di una procedura sanzionatoria sotto il profilo del deficit strutturale e del debito eccessivo; non invece, per il momento, per quel che riguarda il deficit nominale.

Si badi bene che la Commissione ha la facoltà di aprire le procedure in discorso, ma non è tenuta a farlo. Potrebbe considerare esistenti circostanze eccezionali che giustificano il mancato rispetto delle prescrizioni europee. Inoltre, quelle procedure, anche se avviate, non si esauriscono in tempi brevi (verosimilmente sono destinate a protrarsi ben oltre l’inizio del nuovo anno) e non portano necessariamente  all’applicazione di sanzioni (che richiedono  il consenso della Commissione e del Consiglio).

Le sanzioni potrebbero però venire nel frattempo dai mercati, sotto forma di un innalzamento a livelli intollerabili dello spread sui titoli del nostro debito pubblico. Anche a prescindere dalle procedure europee, l’Italia potrebbe trovarsi  quindi di fronte all’alternativa di uniformarsi alle regole Ue di bilancio o di lasciare l’euro e l’Unione: un evento quest’ultimo che il nostro governo afferma peraltro di volere fermamente escludere. Gian Luigi Tosato, AffInt. 26

 

 

 

 

Tanti annunci, poco cambiamento. E qualche passo indietro

 

“C'è una grande differenza tra gli slogan e le leggi, i fatti e le parole. Anche nell'epoca delle "fake-news" e dei "whatsapp" è possibile, per chi ha la pazienza di leggere e soprattutto di ricordare, distinguere tra la propaganda politica e la realtà dei fatti. Il "governo del cambiamento", il primo con un eletto all'estero con delega per gli italiani nel mondo, pare contraddistinguersi per la crescente distanza tra i cosiddetti annunci e la realtà. Gli italiani all'estero sembrano più le vittime che i protagonisti di questo cambiamento. Non voglio continuare a infierire sul pasticcio del "decreto Salvini" sulla sicurezza, dove emigrati ed immigrati sono stati trattati al pari di delinquenti e terroristi e nel quale in maniera impropria (e, appunto, pasticciata) si sono inserite norme attinenti ai processi di cittadinanza 'ius sanguinis'. Prendiamo ad esempio l'altra grande promessa elettorale, oggi punto programmatico della legge finanziaria di questo governo: il reddito di cittadinanza”. Partono da qui le riflessioni che Fabio Porta, Coordinatore del Partito Democratico per l'America Meridionale, affida alle pagine di “Gente d’Italia”, quotidiano diretto a Montevideo da Mimmo Porpiglia.

“Ebbene, già nel 2008 (ero appena entrato in Parlamento) la Lega fece approvare un emendamento che vincolava l'erogazione della pensione sociale alla residenza continuativa di 10 anni in Italia, escludendo con un colpo solo non soltanto gli immigrati ma i tanti emigrati che rientravano in Italia e che invece di trovare accoglienza e solidarietà si imbattevano in un nuovo muro di indifferenza e burocrazia.

Lo stesso accadrà con il reddito di cittadinanza. Una misura introdotta per combattere la povertà e la disoccupazione penalizzerà nuovamente i nostri anziani che, tornando in Italia dal Venezuela in fiamme o dall'Argentina in crisi (solo per fare due esempi) si vedranno negato questo sussidio perchè non hanno vissuto 5 o 10 anni consecutivi in Italia.

Ricordate il MAIE di Riccardo Merlo, quando - eravamo all'inizio della precedente legislatura - proponeva l'assegno di solidaretà come "riparazione storica per tanti emigrati italiani anziani", "un’esigenza che si pone in maniera pressante ed improcrastinabile - sostenevano i parlamentari del MAIE - ancora di più quando risiedono in Paesi colpiti da gravi crisi economiche e sociali"?

"Queste persone - sono sempre parole di Merlo & C. - spinte dalla necessità, a volte decidono di ritornare in Italia. Ma tornare a vivere nel proprio Paese, dopo anni di emigrazione, non vuol sempre dire tornare in famiglia e tra gli amici d’infanzia, anzi, in molti casi, purtroppo, significa solo, come accadde per l’esodo, un trasferimento per sopravvivere".

Perchè allora non provare ad estendere il 'reddito di cittadinanza' anche a quegli italiani che, trasferendosi dall'estero in Italia per gravi motivi sociali o economici, tornano a vivere nel nostro Paese, almeno alle persone più anziane?

Domandare è lecito, rispondere è facoltativo.

Del resto, la stessa incoerenza il MAIE la sta dimostrando a proposito dei tanto criticati 300 euro, quelli relativi alle domande ci cittadinanza 'ius sanguinis'.

Ricordate cosa urlavano Merlo & compagni davanti ai consolati?

"Nella prossima legislatura con più parlamentari MAIE andremo al governo, aboliremo la tassa di cittadinanza, incostituzionale, e garantiremo i servizi consolari in forma degna e in tempi rapidi".

Proprio così: "aboliremo la tassa sulla cittadinanza, incostituzionale...!".

Peccato che il Sottosegretario Merlo abbia già dichiarato che non ci pensa nemmeno ad abolire questa tassa e che anzi è proprio grazie alle risorse provenienti da questo contributo (insieme ai contrattisti inseriti nelle leggi finanziarie del Partito Democratico) che proverà a migliorare i servizi consolari.

Chiaro no?

Scrivo queste cose grazie all'ospitalità di una delle poche (e forse ultime) testate per gli italiani all'estero, "Gente d'Italia", che ringrazio per l'attenzione e la sensibilità con la quale continua a seguire queste tematiche.

Sì, perchè il governo del cambiamento rischia di regalarci anche questa ultima perla: in pochi mesi non solo non è riuscito a migliorare in nulla la vita di noi italiani nel mondo ma si appresterebbe anche a spegnere la voce di quelle poche testate giornalistiche che eroicamente resistono, come ha denunciato pochi giorni fa il Direttore Porpiglia insieme alla FILE (Federazione Italiana Liberi Editori).

Io non mi arrendo, noi non ci arrendiamo, gli italiani nel mondo saranno ancora una volta più forti delle politiche sbagliate e miopi operate tanto dalle forze che sempre hanno avversato l'italianità nel mondo che da quelle che pur di stare al governo hanno già dimenticato decenni di promesse e di impegni, elettorali e non solo”. (aise 24) 

 

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa

 

L'Italia ci sta molto a cuore. Per questo fa male vederla di nuovo isolata dall'Europa e derisa dal resto del mondo, come ai tempi in cui governava Berlusconi. Chi vive all'estero lo sa bene. L'attuale Governo Lega/5stelle fuori dall’Italia viene visto con scherno e preoccupazione perchè propone una legge di bilancio che toglie il futuro alle nuove generazioni e manda all'aria i nostri conti pubblici. Ma, pur di mantenere promesse elettorali populiste, Salvini e Di Maio non esitano a buttare a mare il paese. Pazienza se i mutui degli italiani diventano più costosi e i risparmi delle famiglie perdono di valore. Tanto pagano i cittadini. Poi non c’è da stupirsi se l'Unione Europea boccia la manovra. Ne ho parlato all’emittente televisiva Deutsche Welle ed in una intervista alla WDR 5.

 

Il Governo ci isola in Europa e questo danneggia gli italiani all‘estero

Oltre 700mila italiani vivono nel Regno Unito. Connazionali che sono molto preoccupati dal rischio che tra Unione Europea e Gran Bretagna non si riesca a giungere ad un accordo sul dopo-Brexit. L’ho fatto notare in Aula al Senato in replica al premier Conte, in vista del Consiglio Europeo. Da parte nostra servirebbe un Governo autorevole, capace di far sentire la voce dell’Italia a tutela dei nostri connazionali nella difficile trattativa. Purtroppo è esattamente il contrario di quanto sta facendo l‘attuale Governo. Dal momento che i ministri insultano l'Unione Europea e non si presentano agli appuntamenti di Bruxelles. L'atteggiamento dei gialloverdi mette a repentaglio i nostri italiani all'estero.

 

Si prosegua con le ottime misure Pd per il rientro dei giovani

Bravissime le 'Mamme di cervelli in fuga'. Un coordinamento di donne, accomunate dall’esperienza di figli emigrati che, su iniziativa di Brunella Rallo, raccoglie in un blog tante storie di giovani italiani, in partenza o già occupati, in giro per il mondo. I nostri ragazzi all'estero sono un patrimonio di grande valore. E quando molti di loro decidono di non tornare, l'Italia ci perde. Nel corso della nostra azione di Governo, come Partito Democratico, abbiamo introdotto una serie di misure per favorirne il rientro. Introducendo consistenti incentivi fiscali per quei lavoratori che scelgono di tornare. Decine di migliaia di giovani ne hanno usufruito in questi anni. Adesso il Governo prosegua su questa strada. L'ho ribadito intervenendo nelle settimane scorse presso le nostre comunità di Ginevra, Gross Gerau e di Winterthur, nel corso di alcuni miei interventi. E lo riprendo in un mio articolo su Huffington Post.

 

Per uno Stato più vicino alle famiglie e alle donne

La pensione di tante donne è bassa. Anche perché l’impegno che tante di noi mettono nell’educazione dei figli non viene riconosciuto da parte dello Stato. Neppure in termini pensionistici, a differenza di ciò che succede in tanti altri paesi europei. Per questo ho presentato una proposta di legge con la quale chiedo che ad ogni mamma, e naturalmente ad ogni papà - nel caso sia lui ad andare in aspettativa dal lavoro per dedicarsi ai figli - vengano riconosciuti due anni di contributi figurativi per ogni bambino nato. E che questo valga anche in caso di adozione. L’Italia è diventata fanalino di coda in Europa per il bassissimo tasso di natalità. Servono misure concrete a favore delle giovani coppie.

 

Il razzismo danneggia per primi gli italiani

L’attuale maggioranza è fortemente xenofoba. Scodinzolano dietro alle destre europee. Ma, così facendo, danneggiano anche noi italiani nel mondo. L’ho denunciato in Aula al Senato e in un mio articolo sull’Huffington Post. Interventi nei quali faccio notare quello che sta accadendo ad esempio in Belgio, dove oltre dodici mila cittadini comunitari sono stati espulsi in soli otto anni. Tra questi molti connazionali. Un caso simile mi viene segnalato dalla Germania. E il Governo che cosa fa? Annuncia leggi analoghe a quelle che sono alla base di queste espulsioni. In concreto il Governo vorrebbe introdurre delle regole discriminatorie anche in Italia. Ad esempio quando annuncia di voler escludere i cittadini comunitari dal reddito di cittadinanza che intende introdurre. Una vera pugnalata alle spalle per tutti quelli che, come me, chiedono pari diritti per gli italiani che vivono e lavorano in Europa.

 

La mafia ringrazia i gialloverdi

Quelli che si proclamavano grandi paladini della legalità adesso che sono al Governo propongono leggi che favoriscono le mafie. Lo hanno fatto ad esempio con il Decreto Genova. Nel quale non avevano previsto accorgimenti per evitare infiltrazioni mafiose nella ricostruzione del Ponte Morandi. Lo ho denunciato sul Corriere della Sera, appellandomi al Governo. E la maggioranza è ritornata sui suoi passi, accogliendo un nostro emendamento PD alla Camera. Una piccola vittoria, amareggiata però dalle gravi misure che stanno adottando. Ad esempio prevedono un condono tombale sulle case costruite abusivamente ad Ischia. Come pure prevedono un ulteriore condono - fiscale - per gli evasori che non hanno pagato tasse o multe. E poi ancora episodi apparentemente minori, ma altrettanto gravi. Salvini, ad esempio, ha  rilanciato sui suoi canali social il video di un prestanome di 'ndrangheta, presentandolo come esempio di legalità solo perchè inveiva contro il sindaco di Riace, Mimmo Lucano. E questo sarebbe il Ministro degli Interni. Ho criticato questi gravi atteggiamenti pubblicamente, ad esempio su Sky Tg24.

 

Grazie Presidente

Fa bene sapere che nell'impegno a difesa degli italiani nel mondo non siamo soli. Possiamo contare sul nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Che in questi tempi burrascosi rappresenta un pilastro solido per le nostre istituzioni democratiche. E costituisce, con il suo alto senso dello Stato, un saldo argine alla deriva populista dei gialloverdi. Abbiamo avuto il piacere di constatarlo anche nei giorni scorsi, in occasione degli Stati generali della Lingua Italiana, al Quirinale. Quando il Presidente ha ribadito l'importanza della promozione dell‘italiano, sia come strumento di proiezione del Sistema paese nel mondo, che come importante veicolo di integrazione. E ha rimarcato il valore delle nostre comunità all‘estero che se ne rendono interpreti. Grazie Presidente. On. Laura Garavini, de.it.press 31

 

 

 

 

Ripresa impossibile?

 

Quando avevamo avanzato supposizioni sulle strategie dell’Esecutivo Di Maio/Salvini, atte a correggere il nostro “Deficit”, abbiamo manifestato alcune perplessità, senza, però, sottacere qualche segnale di “novità” politica. Dopo le ultime mosse di questo Governo ci siamo convinti che lo Stato dovrebbe limitare il suo “autofinanziamento”; favorendo, invece, la ripresa della produttività pubblica e privata.

 

 Riconosciamo che il progetto è, in definitiva, attuabile, ma non originale. Dati i precedenti “sviluppi”, che sono stati tutt’altro che conformi, non disconosciamo, comunque, la buona volontà; ma i nodi da sciogliere rimangono quelli di sempre. Il fatto d’aver focalizzato una “scaletta” di priorità non può essere considerato un parametro di garanzia. Al punto in cui siamo, non basta promettere una governabilità ”blindata” per ripristinare gli investimenti produttivi.

 

 C’è, infatti, da esseri concreti e guardare la realtà italiana in tutta la sua complessità. Il libro dei conti pubblici è in “rosso” e ci chiediamo, con gran coerenza, quale ripresa ci potrà mai essere senza le necessarie garanzie di “copertura”. Ci domandiamo se i problemi della previdenza sociale, della sanità e del lavoro potranno trovare una loro sistemazione, pur se temporanea, nei progetti di questo Esecutivo. Solo in questo caso, riteniamo di poter proseguire le nostre considerazioni.

 

 Non è tanto il Contratto di Governo che ci preoccupa. Semmai, potrebbe essere motivo di sofferenza la “stasi” che ci ha accompagnato sino alla fine dell’estate. Questa Legislatura, in ogni caso si consideri, potrebbe evidenziare concreti segnali di ripresa. I mesi futuri potranno chiarire l’evolversi del quadro socio/politico nazionale. Spiccano, tuttavia, chiari segnali di un Esecutivo non rapportabile a nessuno dei precedenti. Giorgio Brignola, de.it.pres

 

 

 

 

L’insegnamento dell’emigrazione italiana nelle scuole

 

“Da più tempo e da più parti si sono levate le richieste dell’insegnamento dell’emigrazione italiana come materia di studio. Vi sono state in questi anni diverse proposte di legge a tale riguardo. Un tale insegnamento, al pari dei corsi di lingua italiana all’estero, completa quel processo virtuoso di valorizzazione e mantenimento delle radici linguistiche e culturali e dei legami con l’Italia e perfeziona la formazione delle nuove generazioni proiettandole verso l’interculturalità e la contemporaneità”.

 

Sono parole – queste – pronunciate dal cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, a conclusione del Rapporto sugli italiani nel mondo per il 2018.

 

Condivido questa valutazione con particolare convinzione e spero siano motivo di riflessione e di decisione per chi in questo momento ha le leve delle decisioni pubbliche in materia di formazione.

 

Per questo, in parallelo con la collega Garavini al Senato e assieme agli altri eletti del PD all’estero, ho presentato una proposta di legge che prevede l’insegnamento interdisciplinare dell’emigrazione italiana nel quadro della conoscenza delle migrazioni contemporanee. Mi ha mosso la convinzione che un percorso formativo legato alle migrazioni, come il Cardinale Bassetti ha detto, rappresenta un’educazione alla interculturalità e alla contemporaneità. Vale a dire, la strada maestra sulla quale fare incamminare le nuove generazioni, che nelle classi che frequentano già condividono quotidianità e formazione con coetanei delle più diverse origini.

Mi auguro che una proposta di questa natura, che è al di sopra delle parti politiche e delle polemiche di bottega, possa essere presto calendarizzata e discussa. On. Angela Schirò (PD)

 

 

 

 

L’angolo della psicologa. Conoscere e riconoscersi nella narrazione

 

Raccontare storie è una pratica che ognuno di noi conosce bene.

Nell’esperienza personale di ciascuno non sarà difficile rintracciare il momento in cui ci si è trovati a pronunciare o ad ascoltare la classica formula “c’era un volta…” e a seguire le vicende di personaggi più o meno reali, intenti a compiere azioni più o meno possibili. 

Se si prova ad allargare un po’ lo sguardo sarà possibile rendersi conto di come continuamente si è in contatto col racconto di storie, entrando nelle nostre vite sotto forma di aneddoti o resoconti. Cos’è che rende questa pratica così diffusa?

La sua popolarità è forse data da un insieme ben combinato di elementi:

* la possibilità di organizzare, attribuire significato e condividere l’esperienza, di utilizzare ciò che Bruner ha definito “pensiero narrativo”, una capacità prettamente umana, che permette di strutturare e dare senso a quanto vissuto, di interpretare il comportamento degli altri e, allo stesso tempo, di condividere e di confrontare le proprie conoscenze nel tessuto culturale d’appartenenza;

* l’opportunità di  immedesimarsi  nei panni dei protagonisti, soprattutto quando hanno caratteristiche simili a quelle dell’ascoltatore (età, sesso, ecc.), che consente di fare un’esperienza vicaria (protetti cioè dalla realtà virtuale del racconto) dal forte coinvolgimento emotivo. 

L’impatto che ha sull'ascoltatore può essere compreso se si pensa che una storia ben raccontata attiva i medesimi percorsi neuronali di una esperienza vissuta;

* la  pluralità di livelli di lettura: l’ascoltatore può seguire la trama, con accadimenti ed eventi peculiari e, allo stesso tempo, può tuffarsi nel mondo interiore dei protagonisti, e conoscerne i tormenti, i desideri, le modalità di ricerca di soluzioni delle difficoltà incontrate;

* la  sospensione dello scetticismo: nella narrazione i criteri di spazio e tempo, utili per dare oggettività alla storia, non sono ben delineati e sono modellati a servizio della trama. Il criterio che guida la costruzione di una storia non è quindi quello della verità ma piuttosto quello di una sorta di congruenza interna (ad esempio una coerenza nella linea temporale degli eventi) che garantisce una plausibilità a quanto raccontato;

* l’opportunità di  apprendimento: le storie rappresentano un vera e propria occasione di conoscenza, offrendo a chi le ascolta informazioni sul mondo e sui significati che altri hanno colto dall’esperienza, dando la possibilità di mettere in discussione, ampliare e diversificare il proprio sistema di credenze; 

* l’occasione di  crescita personale: riconoscersi nei personaggi permette di avviare una riflessione su di sé, sul proprio mondo interiore, su come alcune circostanze possano far provare determinate emozioni e su come possono essere comunicate. 

Può dare inoltre informazioni sull’altro, sulle motivazioni alla base di alcuni comportamenti, andando così a fornire una base per poter costruire una “teoria della mente”;

* il  contesto  del racconto: l’attività narrativa è necessariamente sociale proprio perché presuppone la presenza di due persone, ovvero un narratore e un ascoltatore. Questa prerogativa è molto importante: implica che ci sia intenzionalità e disponibilità al racconto e dunque la necessità di trasformare il proprio pensiero in qualcosa che sia comprensibile all’altro. 

Tale processo, che comporta la riorganizzazione delle proprie idee, dei propri sentimenti ed intenzioni, potrebbe essere di per sé un’esperienza positiva per chi racconta, come del resto lo è coinvolgere qualcuno che, ascoltando, può contenere i propri stati mentali. 

Quanto detto sottolinea come questa pratica (specifica modalità interattiva) comporti un forte coinvolgimento emotivo, in un positivo clima affettivo, che predispone le persone in relazione ad una maggiore intimità e al rafforzamento del legame che le unisce.

Gli aspetti ora elencati sono solo alcuni degli ingredienti che aiutano a comprendere come la narrazione possa essere sopravvissuta al passare del tempo e perché sia una pratica continuamente ricercata ed universalmente e trasversalmente presente in ogni cultura e classe sociale.

Si tratta di uno strumento molto forte, dalle  molteplici possibilità applicative.

Non sarà dunque necessario chiedersi come mai questa pratica abbia destato l’interesse delle scienze sociali, in particolare della psicologia e della psicoterapia. Attualmente sono diversi gli orientamenti psicoterapeutici interessati all’uso ed al significato delle storie in terapia, al ruolo della narrazione nella costruzione della propria vita, nel dar senso, significato e coerenza alla propria esperienza. Senza perderci nei contributi di ciascun approccio, potrebbe essere utile soffermarci su cosa, come e da chi viene raccontato nella stanza di terapia.

Come precedentemente esposto, il racconto di una storia presuppone che ci sia qualcuno che ascolti ed il desiderio da parte del narratore di aprirsi all’altro. Va inoltre precisato che, nell’elaborare la storia, è necessario aver presente chi sarà il destinatario per poter operare delle scelte che ne facilitino la comprensione, come ad esempio il tipo di linguaggio o gli aspetti sui quali poter indugiare e quali trascurare.

Le storie che nascono dall’incontro tra terapeuta e paziente non fanno eccezione, anche esse sono il frutto di scelte ben precise e sono influenzate dal contesto in cui vengono raccontate. La specifica relazione che intercorre tra narratore e fruitore contribuisce a dare ulteriori significati a quanto viene detto, come del resto la relazione tra terapeuta e paziente acquisisce delle informazioni aggiuntive in seguito al racconto di quella determinata storia.

Ponendo l’attenzione su come nasce un racconto, è possibile individuare da chi è generata la  metafora: in alcuni casi è il paziente a “portare la storia” ed il terapeuta è tenuto a prestare attenzione a come egli si racconta e a non trascurare i possibili piani di lettura; in altri invece è il terapeuta a fare da narratore, ed in questa circostanza lui stesso dovrà scegliere accuratamente la storia, attingendo dal proprio bagaglio personale o creandone una ad hoc.

Affinché questo tipo di intervento risulti efficace, è però necessario che la storia sia costruita su misura per la persona a cui è destinata, o perlomeno adeguatamente calibrata su di essa. Infine, è necessario prendere in considerazione il ruolo del clima che si crea durante la narrazione.

L’atmosfera emotivamente carica che si delinea durante un racconto, predispone terapeuta e paziente ad un maggior coinvolgimento emotivo, ad una maggiore intimità, favorendo la ricezione dell’insieme di messaggi di cui la storia è portatrice. L’uso delle metafore in psicoterapia ha, dunque, innumerevoli risvolti applicativi ed in questa sede ne sono stati presi in considerazione solo alcuni.

In conclusione credo sia utile sottolineare che si tratta di uno strumento dall’efficacia e dal fascino indiscussi, perciò utile ad arricchire la “cassetta degli attrezzi” del terapeuta.

Nonostante ciò non può essere utilizzato indiscriminatamente: il professionista ha il difficile compito di capire quando è il  momento opportuno  per calarsi in una nuova narrazione e se il narratore e l’ascoltatore sono pronti per farlo.

Claudia Bassanelli, CdI novembre

 

 

 

 

Il segretario generale Michele Schiavone illustra le tematiche discusse alla Farnesina dal Comitato di Presidenza

 

Fra i punti trattati la riforma del voto all’estero, la nuova mobilità, la prossima Assemblea Plenaria, il convegno sulla stampa  italiana all’estero del 15 novembre, il seminario sulle donne in emigrazione e gli Stati Generali della lingua italiana nel mondo

 

ROMA- Il segretario generale del Cgie Michele Schiavone ha illustrato in conferenza stampa quanto discusso durante la riunione del Comitato di Presidenza del Consiglio Generale tenutosi a Roma il 24, 25 e 26 ottobre. Schiavone ha in primo luogo chiarito come una cosa è il lavoro del Comitato di Presidenza e un’altra sia il lavoro dell’Assemblea Plenaria dove bisogna fermarsi, approfondire e dare risposte a dei temi che interessano le comunità italiane che vivono nel mondo. “Bisogna avere la forza di prevedere e affronta le  questioni - commenta - e quando ci sono più voci bisogna avere la capacità  di arrivare a una sintesi. Questo è il senso vero e proprio della Plenaria e dei rappresentanti eletti dalla rappresentanza di base che sono i Comites. Nell’idea dei Comites si deve capire che non si possono risolvere le cose da soli ma che siamo all’interno di un ingranaggio”.

 

A seguire Schiavone affronta la situazione attuale della politica italiana e afferma: “il nostro paese in questo momento è sopraffatto dalla situazione del fenomeno dell’immigrazione e ha dimenticato che dal 2012 è quasi raddoppiato il numero di italiani che per diverse ragioni è costretto a cercare soluzioni o degli sbocchi ideali lavorativi altrove. Questo dovrebbe costringere tutti a chiedersi perché tanta gente parte; quando si affronta tale questione l’atteggiamento da assumere è quello di capire se il fenomeno è alimentato da situazioni di disagio e capirne l’essenza. C’è sempre un motivo che spinge a partire. In l’Italia purtroppo ci si concentra più su chi arriva negli ultimi tempi e meno su chi parte e ci si dovrebbe invece chiedere cosa ha portato i nostri connazionali a partire e quale è la risposta che un paese del G7 dovrebbe dare. C’è un’emergenza migranti italiani all’estero- prosegue Schiavone- l’emergenza è offuscata dal fatto che molti migranti si spostano all’interno dell’Europea e la migrazione interna viene vista diversamente. Tuttavia la cosa che non dobbiamo perdere di vista è che ad oggi chi non ha un progetto di vita vero e preparato viene messo spesso in una situazione di precarietà. Così, grazie anche all’aiuto dei Comites, abbiamo costituito dei riferimenti per il primo approccio degli italiani in mobilità e soprattutto per coloro che hanno difficoltà di sopravvivenza. Spesso sono ancora le associazioni cattoliche italiane che affrontano queste problematiche in un contesto nuovo. Ci sono cittadini italiani – continua il segretario generale - che si presentano nelle nuove società con forti limiti di professionalità mentre spesso emerge davanti all’opinione pubblica il contrario, ossia che i cittadini che migrano siano gente qualificata che è costretta a lavori umili. Ormai è noto soprattutto a chi segue questo fenomeno che la presenza degli italiani di nuova mobilità nel mondo è riconducibile a diversi gruppi e questi gruppi sono costituiti da anziani e gente con una cultura medio-bassa. Gli adulti spesso cercano nuovi posti per utilizzare il potere di acquisto in modo tale da potersi permettere una sussistenza adeguata (in Romania o in Portogallo ad esempio). Finché questi italiani rimangono in Europa c’è la garanzia dei diritti, al di fuori, se non ci sono patti bilaterali, è invece un problema”.

A questo punto Schiavone riferisce quanto emerso dal Cdp in merito alla situazione del voto all’estero: “il sottosegretario agli Esteri per gli italiani nel mondo Ricardo Merlo ha chiesto al Cgie di elaborare una proposta di modifica del processo elettorale; ci sono infatti, nei vari passaggi del voto per corrispondenza, ancora dei gap che allarmano il Paese. In Italia la battaglia politica è talmente accentuata che su questo tema qualsiasi indizio porta a ravvisare scorrettezze. La difficoltà c’è ma è vero anche che l’Italia è un modello in questo senso e altri paesi si sono adeguati. È nostro compito sia per le elezioni legislative che per i referendum migliorare questo processo affinché il voto all’estero, che è un diritto garantito dalla Costituzione, sia più ampio possibile. Bisogna quindi mettere mano agli strumenti, tra cui il voto per corrispondenza, perché dalla partenza all’arrivo ci sono diversi passaggi che vanno semplificati e resi più trasparenti e sicuri grazie alle nuove tecnologie”. Schiavone ha poi rilevato la necessità di esprimere sul voto delle indicazioni non del tutto unificate che tengano conto delle diversità: “ anche perché – ha aggiunto - il 18 luglio il Parlamento Europeo ha deliberato di far votare gli italiani che vivono fuori anche per le  elezioni europee. Se questa direttiva sarà assorbita anche dal Parlamento italiano, questo diventerà un impegno che l’Italia non potrà non assumere. Dal punto di vista degli strumenti – ha precisato Schiavone - siamo convinti che il voto per corrispondenza vada migliorato nella sicurezza. Qualche garanzia oggi ancora manca e ciò è dettato dai problemi della sicurezza degli uffici postali in giro per il mondo: quanto più sono avanzati gli strumenti di controllo tanto più è sicuro il voto. Noi abbiamo anche pensato di proporre il voto elettronico che è già attivo in alcuni paesi: questi paesi però sono molto più piccoli dell’Italia. I nostri elettori all’estero sono circa 4 milioni e ci sono ancora troppe segnalazioni di manomissioni di sistema. Si potrebbe poi pensare a un seggio dove far votare direttamente nelle diverse città, ma risulterebbe difficile perché comporterebbe avere lunghissime file nei consolati e metterebbe a repentaglio la sicurezza di questi luoghi, oltre a comportare un lavoro preventivo enorme perché non dappertutto i governi sono disponibili ad aiutare a far fare politica. Il sistema per corrispondenza è uno dei più adeguati. La questione del voto obbligatorio non è un’eccezione: ci sono regioni e paesi dove quando qualcuno non partecipa viene anche multato ma questo non fa parte della nostra cultura. Un’altra possibilità potrebbe essere la cosiddetta opzione contraria”, ovvero se vuoi votare, ti iscrivi preventivamente nel registro degli elettori. Una scelta che non ha dato buoni risultati alle ultime elezioni dei Comites.

 

Dopo aver elencato una serie di possibili proposte volte a rendere il voto all’estero più sicuro, Schiavone  sottolineato la possibilità che dalla prossima Plenaria del Cgie esca un documento di sintesi di queste proposte sul voto all’estero. “Noi – ha spiegato il segretario generale - abbiamo già fatto dei passaggi intermedi. I Comites hanno dibattuto e ci manderanno delle indicazioni. Saranno anche le loro indicazioni a contribuire alla formulazione di un documento. La posizione del sottosegretario è orientata a sollecitare il parlamento a produrre una riforma diventata necessaria ma le sue aspettative sono nella proposta che noi porteremo. Nel rapporto c’è un atteggiamento nuovo e nel proporsi c’è un atteggiamento di riconoscimento di questo organismo. Non so se il Parlamento ne terrà conto o meno ma io mi auguro che possano ragionare sulle nostre proposte”.

Per quanto riguarda invece l’editoria italiana all’estero Schiavone affronta la questione della possibile riduzione o azzeramento dei fondi pubblici e precisa :  “noi su questo tema-abbiamo messo in cantiere un convegno organizzato per il 15 novembre; a questo evento dovrebbe partecipare il sottosegretario Crimi e altre figure che sono in prima linea per il mondo della comunicazione e dell’editoria. Dopo la plenaria ci sarà a Roma , sabato 19 novembre, un seminario sulle donne in emigrazione per avviare un percorso che potrebbe portarci a una conferenza sulle e donne in emigrazione. Infine il Cgie prenderà parte anche a una conferenza a Matera sul turismo di ritorno, il 18 e 19 novembre. Dal 16 al 19 aprile il Cgie si occuperà dei giovani: sono stati coinvolti tutti i Comites che hanno presentato dei progetti per individuare e coinvolgere giovani che verranno selezionati e che dovrebbero poi partecipare a questo Convegno all’interno della prima Assemblea Plenaria del 2019 che organizzeremo a Palermo dove c’è la disponibilità da parte della Regione Sicilia”. Schiavone segnala poi la nomina del nuovo direttore per le risorse umane della Farnesina con cui si parlerà del potenziamento dei funzionari dedicati al lavoro del Cgie.

 

Si è anche parlato della Conferenza Stato-Regioni-Provincie autonome Cgie che dovrebbe tenersi nel 2019: “dobbiamo avviare i lavori per costituire la Cabina di regia e su questo nei prossimi 15 giorni dovremmo essere in condizione di farlo. I nomi disegnati alla Cabina dovrebbero partecipare alla prossima plenaria. A Palazzo Chigi c’è chi si è messo già a disposizione per l’organizzazione della conferenza che dovrebbe avere luogo in autunno”.

Per quanto riguarda gli esiti degli Stati Generali della lingua e della cultura italiana nel mondo Schiavone sottolinea la necessità di trovare formule di integrazione di tutti i soggetti all’estero che offrono servizi di formazione a giovani e adulti in servizi parastatali, pubblici e privati. “Se l’italiano è la quarta lingua più conosciuta e apprezzata al mondo – ha aggiunto il segretario generale - bisogna alimentare con un’offerta vera e sistemica le richieste che arrivano. L’idea di potenziare un percorso in oriente è interessante ma bisogna organizzarsi con gli strumenti universali. Poi la lingua oggi non passa solo attraverso le scuole ma anche attraverso nuovi strumenti tecnologici, come ad esempio un canale tv dedicato della Rai”.

Infine Schiavone afferma: “dopo aver compiuto tutti questi passaggi se i risultati saranno positivi noi potremo pensare di mettere in piedi un progetto per organizzare la seconda Conferenza degli italiani nel mondo perché occorre fare il punto su come promuovere una politica dedicata a un’Italia nuova, diversa da quella che conosciamo; una nuova conferenza mondiale, dopo vent’anni, sarebbe necessaria per lanciare un’immagine nuova di questo Paese. Per quanto riguarda poi la questione relativa ai finanziamenti, sappiamo quali sono le problematiche attuali inerenti alla manovra e al DEF. Per dare continuità ai suoi impegni il Cgie ha bisogno di una conferma della somma che riceverà in futuro, perché una riduzione metterebbe in difficoltà anche le attività dei Comites: da parte del Cgie infatti c’è stata una volontà di rilanciarli e coinvolgerli nelle proposte. Se venissero meno le risorse finanziarie sarebbe un problema; non si può infatti vivere solo dei grandi eventi perché negli eventi locali partecipano le comunità straniere che sono fondamentali. Senza queste rappresentanze l’Italia non avrebbe quella forza di produrre altre ricchezze che favoriscono anche l’immagine positiva del nostro paese nel mondo”. (Maria Stella Rombolà/Inform 26)

 

 

 

 

Presentato a Roma il Dossier Statistico Immigrazione 2018

 

Alla fine del 2017 gli stranieri residenti in Italia sono 5.144.000, circa 97.000 in più rispetto all’anno precedente (+1,9%), per un’incidenza dell’8,5% sulla popolazione totale

 

ROMA - “Il numero degli stranieri che vivono in Italia è pressoché invariato, sia nel numero, sia nell’incidenza sulla popolazione complessiva, con un aumento fisiologico di residenti, in gran parte controbilanciato dalla notevole diminuzione dei migranti sbarcati e dalle nuove acquisizioni di cittadinanza. Dunque, contrariamente alla credenza che vorrebbe il paese assediato e invaso dagli stranieri, al netto dei movimenti interni il loro numero è stabile intorno ai 5 milioni dal 2013”. Così il Centro Studi Idos e il Centro Studi Confronti, che anche quest’anno hanno fotografato la realtà delle migrazioni in Italia attraverso la lente dei dati pubblicati sul Dossier Statistico Immigrazione da loro curato, con il sostegno dell’Otto Per Mille della Tavola Valdese e la collaborazione dell’Unar, l’Ufficio nazionale contro le discriminazioni razziali.

Il Dossier è stato presentato ieri a Roma, al Nuovo Teatro Orione, e, in contemporanea in tutte le regioni e province autonome d’Italia.

Alla fine del 2017 gli stranieri residenti in Italia sono 5.144.000, circa 97.000 in più rispetto all’anno precedente (+1,9%), per un’incidenza dell’8,5% sulla popolazione totale. Tra i soli non comunitari, circa su due su tre (2.390.000) hanno un permesso di soggiorno di durata illimitata, che attesta un grado di radicamento e stabilità ormai consolidato. I restanti 1.325.000 (35% del totale) hanno un permesso a termine, in maggioranza per famiglia (39,3% del totale) o per lavoro (35,2%). Meno di 1 su 5 (239.000) è titolare di un permesso inerente alla richiesta di asilo o alla protezione internazionale o umanitaria. Alla fine dell’anno erano 187.000 quelli inseriti in un centro di accoglienza (Cas piuttosto che Sprar, 80,95% contro 13,15%).

A tutto ciò si aggiunge il fatto che il boom di profughi che, attraversando il deserto e il Mediterraneo centrale, sono approdati sulle coste italiane si è pressoché esaurito nel 2017, dopo quattro anni in cui ne sono giunti, nel complesso, circa 625.000. Basti pensare, poi, secondo quanto hanno rilevato Unhcr e Oim, che mentre nel 2017 l’Italia ha convogliato il 69% degli oltre 172.000 migranti forzati arrivati in Italia via mare, nei primi 9 mesi del 2018 ne ha accolti sul suolo poco più di 21.000, un dato crollato di quasi il 90% rispetto allo stesso periodo del 2017.

“Sono dati che ci parlano della cruciale importanza delle politiche di integrazione, di cui oggi nessuno parla più e su cui sempre meno i governi intendono investire”, ha spiegato Luca di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche Idos, aggiungendo che  “i numeri non bastano più: abbiamo bisogno di esempi, di testimoni, di buone prassi che mostrano in maniera concreta e tangibile che l’integrazione è possibile”. E, ancora, “nell’integrazione si vince insieme, perché, a dispetto di tutti i tentativi di imbastire conflitti sociali tra categorie ugualmente svantaggiate, i destini di italiani e immigrati sono già intrecciati nella nostra società”. Poi, Di Sciullo, lasciando il palco del Teatro Orione agli interventi degli altri relatori, il vice moderatore della Tavola Valdese, Luca Anziani, il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, il responsabile immigrazione del sindacato Usb, Aboubakar Souhamoro e il direttore dell’Unar, Luigi Manconi, ha così concluso: “è venuta l’ora di cambiare il paradigma del dibattito tra chi vuole chiudere all’immigrazione e chi si batte per una società pluralista e interculturale”.

“È venuta l’ora di avere il coraggio di alzare il tiro e di elevare le ragioni nella discussione a un livello più adeguato ai nostri principi di civiltà”, è il messaggio finale, condiviso, dell’incontro di presentazione del Dossier Statistico Immigrazione 2018 (a cui hanno partecipato le scolaresche di diversi licei della Capitale e che è stata dedicata al Comune di Riace, simbolo di un’accoglienza riuscita). Scrivono Claudio Paravati e Luca Di Sciullo nel testo introduttivo del rapporto: Il Dossier non si rassegna a parlare a quanti hanno il desiderio di documentarsi su un fenomeno che ci riguarderà a lungo tutti, interrogando le nostre coscienze.

In occasione della presentazione, Idos ha lanciato il suo nuovo sito web, predisposto anche per l’e-commerce, dal quale sarà possibile acquistare il nuovo Dossier 2018 (e prossimamente anche le altre pubblicazioni di Idos), in formato sia cartaceo sia elettronico (pdf), e in quest’ultima versione anche per singoli capitoli. Il sito, che verrà allestito nella sua completezza nelle prossime settimane, è stato realizzato grazie alla collaborazione con la Cooperativa Lai Momo di Bologna, da anni partner di Idos per le iniziative regionali in Emilia Romagna. (Inform 26)

 

 

 

 

 

La stima

 

Gli italiani all’estero, che prima erano una “risorsa” economica, oggi interessano sotto il profilo politico. I nostri Connazionali nel mondo dovrebbero essere, però, maggiormente valutati in Patria. Il Bel Paese potrebbe adoperarsi per tutelare la loro cultura d’origine e favorire le loro aspirazioni.

 

 Ora sono le maestranze qualificate a lasciare, magari con contratto di lavoro in tasca, la Penisola. Secondo la “ National Science Foundation”, in questi ultimi anni, sono stati centinaia gli ingegneri, con le più disparate specializzazioni, che hanno fatto rotta anche per il Nuovo Mondo. Quindi, l’Italia continua a perdere personale qualificato e resta terreno di lavoro precario anche per i cittadini extracomunitari che, per motivi della nostra atipica crisi economica, hanno sempre maggiore difficoltà nel trovare un’occupazione stabile e una sistemazione per le loro famiglie.

 

 Il problema del lavoro, da qualunque aspetto si consideri, resta di difficile soluzione. I cicli produttivi industriali sono rallentati e i tempi migliori sembrano non arrivare. L’Italia potrebbe essere considerata come una grande realtà produttiva per tutti. Se fosse meglio amministrata, potrebbe dare utili non indifferenti. Tesi ancor più percorribile proprio per la presenza di un’UE che dovrebbe avere comuni interessi da tutelare. Per tentare d’andare oltre la crisi, che non è solo nazionale, si dovrebbe puntare su attività a largo respiro. Con una duplice finalità: migliori investimenti territoriali di tipo comunitario e impiego delle eccellenze in Patria.

 

 Il problema, ben lo comprendiamo, è complesso, ma merita un approfondimento. Ora più ammissibile che per il passato. Se fossimo realmente convinti che i problemi d’Italia possano essere anche quelli d’Europa, la crisi interna potrebbe segnare il passo. Invece, nonostante le apparenze, esiste un complesso di Paesi UE che “dirigono” l’economia e altri che, purtroppo, la subiscono. L’Italia è tra questi. La nostra valutazione potrebbe, in seguito, servire a dare spazio a riflessioni di generale interesse da parte di politici realmente motivati. Ogni comparazione sarà attentamente presa in considerazione. La buona volontà dei singoli potrebbe trasformarsi in progetti da generalizzare.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Stati Generali della Lingua Italiana. Moavero apre l’evento

 

ROMA - Oltre 2 milioni di studenti di italiano nel mondo. L’italiano si conferma la quarta lingua più studiata al mondo, dopo inglese, spagnolo e cinese. Con questo dato significativo il ministro degli Affari Esteri, Enzo Moavero Milanesi, ha aperto questa mattina a Villa Madama, in Roma, la terza edizione degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo.

Un processo avviato nel 2014 a Firenze e che oggi ha trovato un nuovo momento di “riflessione”, come ha sottolineato il direttore generale per il Sistema Paese della Farnesina, Vincenzo De Luca, introducendo l’incontro, tenutosi a conclusione della Settimana della Lingua Italiana. “Un punto di riferimento per tutti i soggetti che promuovono la lingua italiana nel mondo”, ha aggiunto De Luca, sottolineando lo “sforzo” compiuto anche quest’anno di “mappare” quanta lingua italiana si insegni nel mondo e quanti siano gli enti che si occupano della sua diffusione.

“Parlare della lingua significa parlare di qualcosa che è dentro ciascuno di noi”, ha esordito Moavero, facendo riferimento all’idea di lingua come “patria”, ovvero come “identificazione identitaria” di un gruppo: “non a caso si parla di lingua madre”.

“È facile indulgere in elogi autocompiacenti della lingua italiana”, che, ha proseguito il ministro, è “la lingua più bella del mondo”, come dimostrano i tanti “riconoscimenti importanti” e come confermano i dati diffusi quest’oggi, in base ai quali l’italiano che è al 21esimo posto tra le lingue più parlate nel mondo è però la quarta lingua più studiata.

Lo sosteneva già il poeta romantico inglese Keats nel 1817, convinto che l’italiano, lingua della poesia, avrebbe dovuto sostituire il francese nelle scuole del Regno Unito, e lo ha ribadito oggi Moavero: “la lingua italiana è la lingua della bellezza”, ad essa è associata perché “per una sorta di proprietà transitiva quando si parla di italiano si parla di “tante cose belle”: la nostra letteratura, la nostra arte figurativa musicale architettonica, la nostra storia, la storia della nostra emigrazione che ha portato l’italiano ei dialetti italiani nel mondo”. La lingua italiana è simbolo di “un modo di vivere, di mangiare e vestirsi, è il bel vivere”.

Visto che l’italiano è apprezzato e studiato anche all’estero, la domanda per Moavero è “cosa dobbiamo fare noi per preservare e attualizzare la nostra lingua e la sua ricchezza semantica? Per mantenerla viva, resistendo all’uso continuo e quotidiano di termini stranieri?”. Per il ministro “conoscere bene, studiare e preservare la lingua è il nostro compito”.

Chi riveste questa che Moavero ha definito “responsabilità linguistica”? In primo luogo “gli insegnanti, che hanno un compito essenziale di assoluto prestigio nella nostra società”, a tutti i livelli, ha detto Moavero, parlando poi di “responsabilità divulgativa”, quella di giornalisti e comunicatori, di “responsabilità di chi usa il linguaggio retorico della political e del “linguaggio normativo”.

Quanto al suo Ministero, “l’italiano è uno strumento essenziale di una politica estera e, insieme, di una politica economica proiettata sul mercato internazionale”. Si tratta di due facce di una stessa medaglia, collegate tra loro perché “l’uso della lingua italiana è diffuso in molti settori dell’imprenditorialità” ed è strumento che deve “accompagnare l’espansione dei prodotti italiani sui mercati internazionali”.

“L’Italia può definirsi una potenza culturale”, ha continuato il ministro, invitando i presenti a pensare all’italiano nella musica, nell’archeologia, ma anche nello sport, al punto che le sue visite in qualità di ministro degli Esteri sono considerate un “omaggio apprezzato” poiché Moavero è l’esponente di un Paese “considerato di altissimo livello culturale”.

Facendo riferimento al tema della Settimana della Lingua appena conclusa, il ministro ha definito l’italiano una “lingua viva”, che oggi deve confrontarsi con “una rivoluzione tecnologica continua”. Occorre allora da un lato “preservare” la lingua da inutili inglesismi e dall’altro “mettere in rete i circuiti della lingua in modo strutturato e organizzato, sistemico”, coinvolgendo “tutti coloro che lavorano quotidianamente per promuovere la nostra lingua e cultura”, dalle associazioni alla Dante Alighieri, dalla rete diplomatico-consolare e degli IIC alle scuole italiane all’estero, “troppo spesso dimenticate”, ha detto Moavero, impegnandosi “come ministro a trovare nuovi fondi per rilanciare la rete delle scuole italiane all’estero”, essenziali per rispondere alla domanda di italiano proveniente dai Paesi in cui sono presenti le nostre storiche comunità e le terze e quarte generazioni di italiani devono avere l’opportunità di studiare la lingua dei padri.

Un auspicio, questo, molto apprezzato dal sottosegretario del Miur Salvatore Giuliano, che ha ringraziato Moavero è ha proseguito il suo intervento evidenziando proprio il ruolo dei tanti italiani emigrati all’estero e che all’estero, “ovunque siano andati”, hanno portato “la bellezza della lingua e della tradizione italiana”, una “lingua musicale”, amata da scrittori, musicisti e poeti di ogni nazionalità.

“L’italiano è una lingua viva”, ha confermato il sottosegretario, “capace di adattarsi al momento storico e capace di esprimere i sentimenti degli uomini di ieri e di oggi”.

La nostra non è certo “una lingua commerciale” eppure chi la studia sa che conoscere una lingua vuol dire capire un popolo e “sentire la ricchezza culturale di un Paese”. Ne sono testimonianza gli “oltre 5 milioni di italiani residenti all’estero e milioni di oriundi figli della nostra emigrazione”, che sono “motivo di orgoglio” per i successi raggiunti nei Paesi di emigrazione, dove pure si sono fatti “interpreti della creatività che ci viene universalmente riconosciuta“.

Ma se l’italiano è una “lingua dal glorioso passato”, esso ha anche un “sicuro avvenire”, ha concluso Giuliano, assicurando che l’azione del Miur a sostegno della promozione e tutela della lingua italiana nel mondo proseguirà, a braccetto col Maeci e con gli altri tanti attori impegnati in tal senso. (r.aronica\aise 22) 

 

 

 

 

Roma: a Villa Madama gli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo

 

Una terza edizione tra buoni risultati ottenuti e ottimismo sul futuro della nostra lingua e cultura

 

ROMA – Si è tenuta il 22 ottobre, presso la location di Villa Madama, la giornata dedicata alla terza edizione degli “Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo”. Il sostegno alla nostra madrelingua è da sempre al centro dell’attenzione e delle politiche messe in campo dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), a favore del Sistema Paese e di quel “Vivere all’Italiana” che ormai è molto più di un bellissimo slogan o di un motto. Ad aprire la giornata di lavori è stato Vincenzo De Luca, Direttore Generale del Maeci per la Promozione del Sistema Paese, che ha voluto ricordare il raggiungimento di un obiettivo già importante: ossia la terza edizione di questi Stati Generali le cui basi furono poste a Firenze tre anni orsono. “Mille eventi sono stati realizzati per la Settimana della lingua italiana nel mondo, che avrà come solenne momento conclusivo la celebrazione al cospetto del Presidente della Repubblica. Siamo soddisfatti dal modo in cui tante reti virtuali e fisiche hanno finora contribuito alla promozione della nostra lingua attraverso numerose iniziative. Questo non è tuttavia soltanto un momento celebrativo sulla diffusione dell’italiano, delle arti e della nostra cultura nel mondo, quanto un vero e proprio strumento di riflessione e di mappatura di tutto ciò che l’italiano porta con sé, tra cui l’attrazione all’estero per il made in Italy: potrei citare soltanto alcune delle nostre eccellenze come le collezioni di Bulgari e di Ferragamo, che sono state presentate in italiano, così come gli spot pubblicitari dell’Alfa Romeo o le creazioni dello IED”, ha affermato De Luca sottolineando anche dei numeri importanti di crescita per la cultura nazionale. “Abbiamo avuto in generale un incremento del 4% degli studenti d’italiano nel mondo: in particolare sono più che positivi i dati provenienti da zone strategiche come il bacino del Mediterraneo, il Medio Oriente (+22%) e l’Africa Subsahariana (+14%)”, ha evidenziato De Luca salutando con piacere i quaranta dirigenti scolastici presenti in sala e provenienti da diverse aree geografiche, a dimostrazione dell’importanza che riveste l’insegnamento della nostra lingua.

Il Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, ha voluto estendere il raggio d’analisi a ciò che rappresenta nell’intimo più profondo la lingua italiana. “Parlare di una lingua in generale è parlare di un qualcosa che è dentro ciascuna persona come una vera e propria identificazione. Non a caso si parla di lingua madre, come apprendimento di base della lingua che idealmente proviene dalla figura materna. Sarebbe fin troppo facile tessere degli elogi autocompiacenti sulla lingua italiana. La lingua italiana è la più bella del mondo: d’altronde tutti pensano che la propria lingua lo sia. Oggettivamente quella italiana riceve puntualmente riconoscimenti importanti con un peso rilevante. Siamo al ventunesimo posto al mondo come lingua; se però parliamo di persone che studiano una seconda o una terza lingua, l’italiano è addirittura la quarta lingua più studiata dopo inglese, spagnolo e cinese ed è un dato che si conosce poco”, ha spiegato Moavero Milanesi. “Il poeta inglese Keats, scrivendo alla sorella, espresse il parere secondo cui nelle scuole britanniche sarebbe stato opportuno sostituire il francese con l’italiano. Della nostra lingua veniva apprezzata, da arte del poeta, la grande musicalità. La lingua italiana – ha proseguito il Ministro - è da sempre associata alla bellezza: il riferimento alle cose belle, con una proprietà transitiva, porta a pensare alla letteratura, alle arti figurative e musicali, alla storia; ma anche alla nostra emigrazione e ai dialetti italiani che pure si sono diffusi in modo sussidiario rispetto alla lingua nazionale”. Cosa fare per preservarla, nella ricchezza e nella varietà semantica, quindi per attualizzarla? “No a un banale nazionalismo linguistico – ha ammonito il Ministro -  ma occorre invece una responsabilità linguistica, come punto fondamentale. Quando muore una lingua, scompaiono un mondo e una memoria. Gli insegnanti hanno un compito essenziale e di prestigio; così come coloro che utilizzano l’italiano per fini divulgativi o informativi, all’interno dei nuovi circuiti della comunicazione di massa. Quindi non dimentichiamo l’importanza di un corretto linguaggio politico e normativo e infine il ruolo svolto dall’Accademia della Crusca e dalla prestigiosa Società Dante Alighieri. Troppo spesso è stata trascurata la rete delle scuole italiane all’estero e sarà un mio impegno quello di trovare risorse per questa importantissima rete. Vorrei usare l’acronimo “eco” per racchiudere un trittico con il quale portare avanti l’italianità nel mondo: entusiasmo, curiosità, organizzazione”.

Salvatore Giuliano, Sottosegretario di Stato al Miur ha tenuto a ringraziare il Ministro degli Esteri per aver espresso la volontà di trovare ulteriori risorse finanziarie destinate alle scuole d’italiano all’estero, portando altresì i saluti del Ministro dell’Istruzione. “La nostra è una lingua ricca e variegata; durante gli anni e in seguito all’emigrazione, intere comunità hanno tenuto viva la tradizione italiana. In più la contaminazione con altre lingue ha reso l’italiano una delle lingue più complesse e più amate da scrittori e artisti. Penso anche al teatro e all’opera lirica: una bellezza nata in questo Paese. La nostra è una lingua viva e amata in tutto il mondo. Viene da lontano ma ha saputo adattarsi ai cambiamenti. Studiare una lingua serve a comprendere la cultura di un popolo, ossia il pensiero stesso di un popolo. L’italiano è una lingua dal glorioso passato e dal sicuro avvenire. Oltre cinque milioni d’italiani vivono all’estero e a questi si aggiungono gli oriundi che tengono alto il nome d’Italia in terre lontane, spesso come interpreti di creatività e fautori di attività economiche. Il Miur è impegnato a sostenere l’italiano nel mondo in collegamento con il Maeci e con istituzioni culturali, quali la Società Dante Alighieri, l’Accademia della Crusca e tutto il mondo accademico. Oggi possiamo vantare oltre due milioni di studenti d’italiano nel mondo”, ha spiegato Giuliano.

Andrea Riccardi, Presidente della Società Dante Alighieri, ha ripercorso in breve la storia dell’istituzione da lui presieduta, nata nel lontanissimo 1889. Una storia segnata anche da momenti bui, come ha ricordato lo stesso Riccardi, sottolineando gli anni del fascismo e l’espulsione dei soci ebrei: “Saranno presto nominati soci perpetui della Dante Alighieri i discendenti degli ebrei espulsi all’epoca del fascismo, quale azione che pone definitivamente fine a quella pagina buia della storia”. Si tratta di una rete, quella descritta dal Presidente della Dante Alighieri, che ha dovuto fare i conti anche con delle ristrettezze nel finanziamento pubblico. “Dal 2015, ossia da quando sono diventato Presidente, ho deciso di superare l’ombra di una seppur gloriosa nostalgia per trascinare questa istituzione all’interno della rete globale, dove l’Italia pareva dover entrare in maniera introversa. E’ pur vero – ha sottolineato Riccardi - che la nostra storia nazionale non ci mette a disposizione grandi contenitori come può essere un Commonwealth britannico; questo ha forse inciso sul nostro apparire malati d’introversione nella battaglia per far emergere la nostra lingua. Per noi, invece, essere italiani deve divenire una chance in un mondo abitato da competitori. Dobbiamo diventare in questo senso un ponte per l’estroversione del Paese, arrivando all’ital-simpatia. In tre anni c’è stata una crescita nella domanda d’italiano, in un mondo trasversale che esiste fuori dai confini nazionali. Il mondo italiano lo si trova a ogni latitudine, sovrapposto ad altri mondi, ma che conserva in sé tutto il sapore delle nostre parole. L’italiano è la seconda lingua più utilizzata nel mondo nei marchi commerciali: secondo l’Ufficio italiano dei marchi e dei brevetti, attorno all’italiano ruota un giro d’affari di oltre 50 miliardi. L’obiettivo sarà quindi quello di transitare dall’ital-nostalgia all’ital-simpatia. L’italiano è una lingua d’elezione, non di necessità come l’inglese. Pertanto la globalizzazione va colorata di molti colori e tra questi devono esserci i colori italiani, che non sono stati mai soffocanti ed egemoni, bensì eleganti”.

Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, ha voluto ricordare il volume pubblicato per la Settimana della lingua italiana sul tema della lingua italiana nella rete. “Il nostro è un contributo rituale in termini di pubblicazione per questo evento; siamo visti come i guardiani e i custodi della lingua italiana, ma siamo anche al passo coi tempi. I neologismi, che qualche volta sono foresterismi, necessitano certamente di un atteggiamento di filtro e di studio.  Ad esempio un gruppo di fisici del CNR ci ha chiesto come fosse possibile tradurre in italiano “multi messenger astronomy”. Dopo una lunga consultazione siamo arrivati al compromesso di “astronomia multi messaggera”. Con i nostri corrispettivi spagnoli e francesi, noi della Crusca ci siamo riuniti a Firenze per discutere di temi legati alla politica linguistica europea: ebbene abbiamo voluto che l’incontro tra Spagna, Francia e Italia si tenesse senza interpreti e senza bypassare il tutto con l’inglese”, ha evidenziato Marazzini.

A seguire è intervenuto Giancarlo Kessler, Ambasciatore della Confederazione Elvetica in Italia. “Tutte le lingue sono un corpus vivo con crescenti contaminazioni sia tecnologiche e sia demografiche. La tutela di una lingua certamente richiede anche un intervento pubblico. Per quanto riguarda le reti per l’italiano, la Svizzera accoglie con piacere la Settimana della lingua italiana nel mondo. Non solo, ma mezzo milione di franchi sono stati stanziati in Svizzera per la protezione delle cosiddette lingue minori. Recentemente il Forum degli Italiani in Svizzera ha pubblicato una lettera per la situazione di disagio dell’insegnamento dell’italiano nelle scuole dell’obbligo, in alcuni cantoni non italofoni: è stato ravvisato dagli italiani un livello non sufficiente nell’offerta dei corsi. Auspico una sempre più mirata collaborazione tra i nostri due Paesi per la promozione dell’italiano”, ha commentato Kessler. 

Infine ha chiuso la parte istituzionale della mattinata di lavori il neo Presidente della Rai, Marcello Foa. “L’italiano è così importante che ci viene invidiato dagli stranieri mentre spesso noi italiani tendiamo a usare termini stranieri senza conoscerne in fondo il significato. La nostra lingua è affascinante e musicale e molti la studiano soltanto per interesse e per passione. L’opera lirica è un genere eterno e la maggior parte delle opere è scritta in italiano. La lingua è un biglietto da visita della nostra cultura: dobbiamo essere fieri della nostra lingua, pur essendo cittadini del mondo. La Rai ha un ruolo fondamentale di supporto e di diffusione dell’italiano, come servizio pubblico. Rai Italia è un canale importante che conosciamo poco. Eppure, invece, a Tel-Aviv una signora mi si è avvicinata per parlare di Rai Italia che non riusciva più a vedere. Questo dimostra quanto sia importante questo servizio per i nostri connazionali nel mondo. Potrebbe poi apparire come una contraddizione, rispetto a quanto pocanzi detto, il voler creare un canale in lingua inglese; ma invece ciò va nel senso di rafforzare il rapporto di fascinazione verso il nostro Paese e la tentazione d’imparare la nostra lingua” ha chiuso Foa. (Simone Sperduto/Inform 22)

 

 

 

 

Stati generali della lingua italiana. Il contributo del Cgie

 

ROMA Norberto Lombardi e Silvana Mangione: è stato affidato a loro il compito di portare il contributo del Cgie agli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo, riuniti oggi a Roma, nella sede di Villa Madama.

Il consigliere e il vicesegretario generale del Cgie sono intervenuti nel corso della tavola rotonda dedicata a “Le reti dell’italiano nel mondo”.

Nel corso della giornata una prima tavola rotonda, moderata da Giuseppe Patota dell’Accademia della Crusca, si era tenuta su “L’italiano nella rete e nei social media”. A confrontarsi su un argomento quanto mai attuale sono stati Diego Ciullo di Google Italia, Andrea Caretta dell’Osservatorio di Pavia, Fabio Rossi, ordinario di linguistica dell’Università di Messina, Laura Bononcini di Facebook Italia, Paolo Costa, docente di comunicazione digitale e multimediale dell’Università di Pavia, e Alice Avallone della Scuola Holden.

Nel pomeriggio, con Lombardi e Mangione hanno dibattuto, invece, moderati da Lorenzo Tavazzi della European House Ambrosetti, Piero Bassetti di Globus e Locus, la scrittrice Lila Adam Zanganeh, Hammadi Agrebi, ispettore generale e formatore di docenti di italiano in Tunisia, Paese con 40mila studenti di italiano, Federico Wen, direttore del dipartimento di italianistica della Beijing Foreign Studies University, e Paolo Rizzi della Segreteria di Stato della Santa Sede.

Norberto Lombardi ha voluto concentrare il suo intervento sulle “reti reali” dell’italiano nel mondo, per distinguerle dalle reti digitali perché, ha spiegato, “sono dei sistemi di relazione costruiti sulle relazioni” e sono “frutto di una sedimentazione storica che non accenna a finire”, quella costruita dalla “vicenda dell’emigrazione degli italiani nel mondo”. Non si tratta di una sedimentazione statica, ma differenziata e in movimento in base ai luoghi dove gli italiani si sono stabiliti.

Sono tante queste reti: “la rete della formazione italiana, ricca e penetrante”, fatta di scuole, enti gestori, IIC, comitati della Dante, lettorati…; “la rete dell’informazione, fatta da giornali stampati e on line che svolgono un’importante funzione di coesione e di conservazione della lingua”; “la rete della devozione e della tradizione” che tramite le funzioni in italiano mantiene un “vincolo identitario vivacissimo basato sul sentimento religioso”; c’è la rete del voto e della partecipazione; e c’è “la rete degli interessi, della produzione”, che pure offre tante occasioni di scambio linguistico e di apprendimento dell’italiano; ancora “la rete delle realtà associative che conservano ambienti relazionali e richiami alle realtà di origine ancora caldi e motivati”; e infine “la rete dell’accoglienza e della integrazione” che hanno seguito nel mondo l’emigrazione sin dalle sue fasi prime.

Nella pure prolifica ed utile strategia di promozione integrata voluta dal Maeci “manca ancora”per Lombardi “un riconoscimento del ruolo che le reti reali possono avere”. Un riconoscimento per il quale, ha aggiunto, siamo in attesa Di una “responsabilità politica”. Vedremo se ci sarà allo scadere, nel 2020, del fondo quadriennale per la lingua italiana nel mondo: “non vedere ricomparire la notazione per il 2021 nel bilancio triennale segnerebbe un grave passo indietro”. Lo stesso vale per il fondo dell’editoria: secondo Lombardi le recenti dichiarazioni del sottosegretario Crimi andrebbero circostanziate per la stampa italiana all’estero, altrimenti il rischio sarà quello di anticipare la chiusura decine di testate.

Un allarme, questo, raccolto e rilanciato da Silvana Mangione, che pure ha colto uno spunto emerso durante la tavola rotonda. Si parla da tempo di “mondo in italiano”, ha ricordato, ovvero di quel soft power culturale di cui è forte l’Italia; ma per il vice segretario generale del Cgie tale soft power andrebbe utilizzato per creare un “ponte tra altre reti”: quella degli italofoni, da un lato, cioè coloro che amano l’Italia, la sua lingua e cultura e il suo modo di vivere, e quella degli italofili, dall’altro, allargando impegno e strategie ai discendenti.

Mangione si è poi chiesta come attuare in concreto “il passaggio dalla strategia integrata alle tattiche differenziate nell’applicazione di questa strategia”, laddove il Maeci ha un alleato silenzioso e spesso poco valorizzato: gli enti promotori, che, ha ricordato Mangione, “conoscono la rete italica e lavorano integrando i corsi di lingua all’interno delle scuole dell’obbligo” locali.

Silvana Mangione ha poi evidenziato la necessaria differenziazione tra la rete delle scuole italiane all’estero e i corsi di bilinguismo. Intanto, ha osservato, bisogna distinguere “tre grandi bacini”: quello europeo, quello dell’America Latina, dove le scuole italiane sono più presenti, e quello dei Paesi anglofoni extra Ue, dove bisogna fare i conti con un dato di fatto: l’italiano è considerato una lingua sensuale ma poi si sceglie di studiare la lingua che abbia maggiori sbocchi professionali.

Resta la priorità di puntare sui corsi bilingui e biculturali per rispondere soprattutto alle nuove mobilità e per far radicare l’italiano già dalla scuola primaria e dell’infanzia. A New York e a Manhattan, in particolare, ha riferito Mangione concludendo, “siamo partiti con 8 bambini e dopo due anni siamo arrivati a 250”.

La rete dell’italiano nel mondo cresce. (r. aronica\aise 22) 

 

 

 

 

L’accanimento del M5S contro la stampa Italiana all’estero

 

Stamane il Presidente Mattarella, incontrando i partecipanti agli Stati generali della lingua italiana, ha detto: “Alcuni strumenti sono stati sperimentati con successo in questi anni (…) penso alla stampa e all’editoria in lingua italiana all’estero, per la quale è indispensabile il sostegno pubblico”.

 

Alcuni mesi fa, il sottosegretario per l’editoria Vito Crimi dichiarava che il governo intende chiudere il capitolo dei contributi alla stampa, dal quale sono già esclusi i grandi giornali e quelli di partito, e di volere spostare il sostegno dall’offerta alla domanda. Chissà, poi, che significa.

 

Oggi l’on. Elisa Siragusa, eletta all’estero nella ripartizione Europa per il M5S, dopo aver definito servili i giornali diffusi all’estero, ha chiarito meglio la strategia di annientamento perseguita dal suo movimento e da questo governo: dimezzamento nel 2019, taglio completo dal 2020.

 

Sapete qual è il prezzo del servilismo? Due milioni, aumentati a tre con un emendamento del PD, da dividersi tra tutte le testate in lingua italiana nel mondo. Quattro soldi per ogni testata!

 

Il M5S non si è accorto che un giornale in italiano pubblicato all’estero tra mille difficoltà sostiene il vincolo di comunità, preserva la pratica dell’italiano e trasmette informazioni a cittadini che debbono esercitare un diritto primario come il voto.

 

Se si trattasse soltanto di ignoranza si potrebbe usare una cristiana comprensione. Temiamo, invece, di essere di fronte ad una consapevole strategia di distruzione che, come in Italia, anche all’estero non lascerà che macerie. On. Angela Schirò, dip 23

 

 

 

La tavola rotonda “Le reti dell’italiano nel mondo”  

 

ROMA- La sessione pomeridiana degli Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo è dedicata al tema “Le reti dell’italiano nel mondo”. Il moderatore è Lorenzo Tavazzi, direttore Scenari e Intelligence, The European House che introduce così gli argomenti del pomeriggio: “abbiamo tante reti fatte di persone, reti virtuali ma ci sono anche reti emozionali. Io personalmente punto sul lato competitivo: quando affronto un tema penso sempre dal punto di vista della competitività come sia possibile affrontare quel tema. Presento un lavoro di un centro di studi spagnolo che studia la presenza dei vari paesi del mondo. L’Italia è al decimo posto; in questo centro studiano quali sono le componenti che aiutano i diversi paesi ad ottenere quel posizionamento. La lingua e la reti tagliano trasversalmente quel posizionamento. Ma cosa portano, quali sono i valori dell’essere italiano oggi? L' Italia è una superpotenza culturale. Tutto è collegato al fatto dal saper vivere. La parole più associate al nostro paese su internet sono le seguenti: moda, spazio, farmaceutica, aerospazio, difesa. Questa valutazione comporta un autogol competitivo: siamo poco conosciuti all’estero. L’Italia è il primo paese al mondo per numero di citazioni nella ricerca negli ultimi dieci anni. I valori dell’essere italiano in alcuni casi non sono conosciuti e per questo non siamo comprati sufficientemente dall’estero… Occorre una visione strategica dello sviluppo paese. La proposta di visione è basata su quattro grandi aree: governance, potenziamento immagine, potenziamento delle componenti trasversali e l’organizzazione dei nostri meccanismi operativi. Tutto questo per avere un vantaggio competitivo”.

 

Tavazzi dà la parola a Pietro Bassetti, Presidente Associazione Globus et Locus che inizia affermando: “la parola usata per dire Italia è “Paese”, in accezione di territorio. Il mondo ha abbandonato la territorialità per recepire la mondialità e le funzioni. L’italianità non è il prodotto della penisola. Sulla rete non esistono territori ma relazioni funzionali. Se percepiamo il fatto che il territorio nel mondo globale è la rete allora il prodotto che vogliamo promuovere è articolato in funzioni. Il tema è quali sono i vettori e quali i ricettori della potenza italiana nel mondo. I vettori sono i soft power per relazioni funzionali. Non possiamo pensare di generare energia genericamente. La rete web fa articolazioni secondo le funzioni. Sulle funzioni diventano importanti le capacità funzionali del Paese. Noi dobbiamo vendere in un mondo che non parte dal territorio. I nostri punti di forza sono articolati lungo le funzioni: noi dobbiamo usare il nostro sistema di funzione; non solo la lingua. Certo questa serve ma a volte quello che serve sono dei linguaggi. Gli italiani sono famosi per i gesti. Il gesto è un linguaggio. Noi dobbiamo affidare la nostra capacità di soft power al linguaggio. Ma su chi vogliamo esercitare il soft power? Sugli stranieri o su chi ha avuto un legame con il nostro paese. Se vogliamo lanciare i nostri valori dobbiamo lanciare un mondo di punti di forza del sistema italiano a favore di coloro che sono più predisposti verso di noi, cioè gli italici. Dobbiamo colloquiare con coloro che sono venuti dalla nostra esperienza e fanno parte del sistema mondo”.

 

Norberto Lombardi, Consigliere del Cgie, a questo punto spiega che parlerà di reti reali per distinguerle da quelle digitali, per osservare quei sistemi di relazioni costituiti sulle persone. “Quali sono queste reti reali? Quante sono le reti reali per promuovere le immagini e gli interessi del Paese?- si chiede Lombardi- in questo processo bisogna utilizzare le leve più efficaci. Queste reti sono il frutto di una sedimentazione storica dalla vicenda dell’emigrazione, un’emigrazione che con i suoi 26-28 milioni di espatriati è seconda solo a quella cinese. Quando parliamo di reti reali ci riferiamo alla rete della formazione italiana ricca articolata che va dalle scuole italiane pubbliche e private, ai dipartimenti di italianistica nelle università estere ai corsi di lingua degli enti promotori e degli istituti di cultura, alla rete dell’informazione e dell’intrattenimento italiana, alla rete della devozione e delle tradizioni che tramite le funzioni in italiano ha preservato un linguaggio preziosissimo, alla rete della lingua degli interessi che induce scambi linguistici e domande di apprendimento di italiano, alla rete delle comunità associative, alla rete dell’accoglienza e dell’integrazione che si estende a 1000 comuni italiani che offre servizi linguistici. Serve una rete delle reti che sia un asse di sostegno e rotazione. È necessario che questo campo dell’italianità abbia un sistema centrale. Passi in avanti se ne sono fatti ma forse il passo decisivo è il riconoscimento culturale, politico e istituzionale del ruolo che le reti reali possono svolgere a sostegno dell’Italia nella sfera globale”.

 

Prende la parola poi Silvana Mangione, Vice Segretario Generale del Cgie per i Paesi Anglofoni Extraeuropei, che afferma: “toccherò quattro punti: dalle reti alla rete; il passaggio dalla strategia integrata alle tattiche differenziate nell’applicazione di questa strategia integrata; la differenziazione delle scuole italiane all’estero e la necessità di attivare corsi bilingue; la situazione italiana all’estero. Nel 1994 il Presidente Bassetti parlava di mondo in italiano. Ma ci sono altre due reti: la rete degli italofili che possono essere trasformati in italofoni per allargare questa rete italica; la rete di coloro che imparano la nostra lingua per interesse professionale. A questo si lega il discorso di come realizzare in concreto anche sul territorio la ottima strategia presentata e come la integriamo con le due reti fondamentali dei dirigenti scolastici all’estero e degli enti promotori (che lavorano sul territorio e integrano i corsi di italiano nella scuola dell’obbligo dove abbiamo la sicurezza che i ragazzi non abbandonino)”.

La Mangione prosegue poi tracciando un quadro della situazione mondiale: “ci sono tre grandi bacini essenzialmente: il bacino europeo, il bacino dei paesi anglofoni extraeuropei e il bacino dell’America latina. L’italiano è una lingua importante ai fini della carriera. In Italia i ragazzi studiano ciò che gli serve per fare carriera. Il discorso del bilinguismo da affiancare alla rete della scuola è ciò che noi stiamo facendo in questi paesi che sono punti di arrivo della nuova mobilità. Inserimento di corsi di lingue nelle scuole e corsi del sabato a cui partecipano i bambini e anche le famiglie. Ad esempio noi siamo partiti con 8 bambini e a new York e siamo a 250 quest’anno: è un grande successo. Un’esortazione che faccio infine è quella di cercare di stabilire criteri più precisi per la mappatura degli studenti”.

 

 Segue poi l’intervento della scrittrice Lila Azam Zanganeh che racconta la sua esperienza personale e professionale: “la lingua italiana è sempre stata una scuola del cuore. È una storia personale. Mia madre parlava sia francese che italiano. L’italiano per me è stata una presenza. Io vivo a new York e i miei amici più cari sono italiani, non a caso. La fonte è il legame che inizia con una presenza, con una conversazione intorno al cibo. Questa conversazione diventa fonte. Io ho sempre scritto in inglese ma ho scritto da poco un libro dove c’è molto dell’Orlando furioso dell’Ariosto. Per me è importante la liberazione dell’energia di una cultura vissuta. Il contagio della lingua è fondamentale. All’Italia serve questa liberazione dell’energia. Questa energia viene ora dall’estero e torna in Italia”.

 

Prende poi la parola Bannati Agrebi, Ispettore Generale e Formatore di Docenti d’italiano in Tunisia che racconta la sua esperienza in questo Paese: “in Tunisia ci sono più di 40.000 studenti che scelgono l’italiano e più di 600 insegnanti. Le lingue sono all’interno del sistema istruzione. Negli ultimi due anni del liceo gli studenti possono scegliere una terza lingua oltre inglese e francese. La competizione è ardua tra le varie lingue per attrarre all’italiano. L’italiano è una lingua vissuta e parlata in tutti i suoi aspetti: dalla musica al teatro. Bisogna pensare degli strumenti per mantenere viva la lingua italiana. Io mi spostavo nel deserto da Tunisi per formare gli insegnanti. Ho poi creato questo progetto per far innamorare dell’italiano gli studenti. Andavo in giro con loro e i loro insegnanti e preparavo delle prove per sviluppare competenze linguistiche italiane e non solo linguistiche. Abbiamo visitato molti siti e musei. Questo progetto ha aiutato molto a mantenere viva la lingua italiana e ad attualizzare la lingua: la lingua rispecchia i valori. Non dobbiamo confinare una lingua a parlare di argomenti alti. Dovrebbe essere portatrice di valori universali. La lingua deve cambiare col mondo. Mi auguro infatti che possa diventare uno strumento di integrazione. La lingua italiana è importante anche per i migranti. Vorrei che questa lingua italiana non restasse solo uno strumento per esprimere sofferenze ma per trasmettere gioia”.

 

Interviene in rappresentanza della situazione del suo la paese d’origine, la Cina, Federico Web, Italianista, Direttore del dipartimento di italianistica della Beijing Foreing Studies University: “Negli utlimi 15 anni è stato possibile vedere una nuova Cina e osservare nuovi scambi tra i due paesi. Oggi in Cina già 33 università in 17 città hanno istituito lo studio dell’italiano. Dal 2014 a Pechino è partito il primo corso di dottorato. A livello universitario sono 23.600 gli studenti che hanno scelto la lingua italiana come specializzazione. Ma abbiamo carenza di insegnanti di italiano: solo 44 sono gli insegnanti italiani e 136 i cinesi. Ogni anno ci impegniamo per migliorare competenze didattiche e pedagogiche degli insegnanti cinesi di italiano. In Cina sono nate centinaia di scuole private che insegnano italiano. Un picco si è avuto negli ultimi 5 anni con circa 5.000 studenti che scelgono di studiare in Italia all’università. Dalla fine del diciannovesimo secolo l’Europa è diventata meta degli studenti cinesi mentre l’Italia è diventata meta solo dal 2005. Attualmente gli studenti cinesi in Italia sono 20.000 e gli studenti italiani in Cina 6.400. Possiamo quindi affermare che l’influenza italiana in Cina ancora non corrisponde all’influenza culturale di altri paesi come Germania e America. L’Italia dovrebbe attrarre di più dato che tra l’altro l’italiano è la quarta lingua più studiata in Cina”.

 

L’ultimo a intervenire in questa sessione è Mons. Paolo Rizzi, della Segreteria di Stato della Santa Sede: “la curia romana è una realtà internazionale. Il regolamento generale prevede che per essere assunti sia necessaria la conoscenza dell’italiano; anche i diplomatici devono avere una conoscenza della lingua. Sono 40 le strutture che si occupano dell’azione pastorale del Papa. La corrispondenza tra dicasteri, uffici, parrocchie, diocesi, nunziature è in italiano. Tra tutti gli organismi della curia, pur trovandosi varie sezioni delle varie lingue, il più grande è quello dedicato all’italiano. Papa Francesco in tante visite all’estero si avvale della nostra lingua sebbene si adottino sistemi di traduzione simultanea tramite speaker o cartaceo. L’italiano curiale ha poi come caratteristiche fondamentali: la purezza della lingua (si evitano barbarismi o arcaismi neologismi) e la proprietà del linguaggio. Pertanto nella redazione delle pratiche interne l’italiano consente eleganza e purezza evitando ampollosità. (Maria Stella Rombolà/Inform 23)

 

 

 

 

Nell’anno accademico 2016-2017 sono stati 2.145.093 gli studenti che in 115 paesi hanno studiato la nostra lingua

 

ROMA – La sessione conclusiva degli  Stati Generali della Lingua Italiana nel Mondo è aperta e coordinata da Roberto Vellano, Vice Direttore generale Promozione Sistema Paese, che fornisce i dati sulla diffusione della lingua italiana rilevati dalla Rete diplomatico-consolare dagli Istituti Italiani di Cultura per l’anno accademico 2016-2017. La rete fisica attraverso la quale la nostra lingua viene diffusa e promossa nel mondo è composta da un panorama variegato di associazioni, università, scuole pubbliche e private: questo insieme di attori ha reso possibile, per l’anno accademico 2016-2017, raggiungere 2.145.093 studenti in 115 paesi.

Dall’ultima rilevazione si è registrato un incremento complessivo di studenti di italiano pari al 3,85%. Un aumento che balza certamente agli occhi è quello registrato in Egitto, a fronte dei 79.149 alunni rilevati lo scorso anno, il censimento del 2017 riporta il dato sopra le 120 mila unità analogo ai livelli di due anni fa.

 

Altri aumenti significativi si sono verificati quest’anno in Francia +14,29%. Germania +8,22%. Stati Uniti +8,73%. Uruguay +200%. Al contrario il Venezuela ha subito per il secondo anno consecutivo un calo del 36,72%. Nel Regno Unito una diminuzione del 28,08%, mentre in Giappone si è verificata una contrazione del 36,28%. In generale a fronte della flessione che ha riguardato gli studenti dei corsi tenuti dagli Istituti Italiani di cultura (-7,89%) e la sostanziale invarianza nel numero degli studenti universitari (-0,03%) si possono notare miglioramenti significativi nel numero degli studenti frequentanti altri contesti di apprendimento come associazioni private e le università della terza età (23,02%). Emerge infine che la maggioranza assoluta degli studenti si concentra nelle scuole pubbliche locali (oltre il 57% del totale).

 

Dopo l’intervento introduttivo la parola passa ai rappresentanti dei vari gruppi di lavoro. Roberto Nocella, capo dell’Ufficio V, Direzione Generale Promozione Sistema Paese afferma: “io sono affezionato alla definizione di scuole italiane all’estero però questa formula fornisce talvolta l’idea di distanza, mentre l’espressione “scuole italiane nel mondo” dà più l’idea della presenza. Il sistema si sviluppa soprattutto in orizzontale. È necessaria una trama reticolare sul territorio. Serve quindi una rete e quello che ci siamo proposti è di trovare un filo conduttore che leghi scuole, istituti, ambasciate. Per quanto riguarda le scuole statali siamo in presenza di una nuova normativa: abbiamo una macchina con la stessa carrozzeria e un motore più potente; dobbiamo quindi sostenere gli istituti nel cambiamento. Per quanto concerne invece le scuole paritarie dobbiamo partire invece dal presupposto che queste in molti casi sono già scuole plurilingue. Le scuole italiane all’estero hanno un valore culturale.

 

A questo punto Nocella fa riferimento a diversi Paesi, come l’Argentina che sebbene abbiano la volontà di internazionalizzare l’offerta formativa, non posso per motivi normativi riconoscere la parità a una scuola straniera. Inoltre prosegue: “Per i corsi di lingua e cultura fondamentale sarà la circolare n. 13. È un passo obbligato per recepire le trasformazioni mondiali. Noi abbiamo 654 scuole in Spagna, Francia, Germania e Svizzera concentrate in Europa. Questi quattro paesi da soli assorbono poco più di 300 unità di personale. Questo accade in Europa perché abbiamo scuole statali e più italiani all’estero, ma questo processo si deve allargare. Per sfruttare le unità che lavorano ai margini geografici dell’Europa è importante la formazione; fondamentale infine è l'azione di coordinamento delle ambasciate. Queste sono delle parole ma vorrei che fossero anche una sorta di colori primari di una tavolozza ai quali tutti noi possiamo attingere”.

In rappresentanza del secondo gruppo di lavoro prende la parola Alessandro Masi, Segretario Generale, Società Dante Alighieri, che asserisce: “sono qui come rappresentante di Cliq, che è l’unione delle università di Perugia, Siena e Roma tre. La Cliq ha aggiunto qualcosa alla politica estera italiana. Il traguardo di una certificazione unificata è partito molti anni fa. Bisogna aggiungere a un percorso un passo finale che certifica la formazione, la formazione dei docenti. È un sistema di rete nella rete. La Cliq ha formulato uno standard minimo di qualità. L’obiettivo è una certificazione unica di qualità. Avere preparato i ragazzi secondo degli standard internazionali che qualificano il posizionamento dell’Italia”. Quello che poi Masi si chiede è: “si può arrivare a una certificazione online? Questo è il nostro obiettivo. Ci è stato chiesto ciò. Si è formulato uno standard minimo di qualità che sia inserito in una piattaforma che dia accesso alle varie certificazioni”.

 

A questo punto interviene in rappresentanza dell’ultimo gruppo di lavoro Dario Armini, Capo dell’ufficio VII, Direzione Generale Promozione Sistema Paese che parla diffusamente del nuovo metodo che per il momento ha coinvolto 5 ambasciate pilota, molto diverse tra loro: “nella realizzazione del progetto abbiamo chiesto quali sono i settori su cui agire per aumentare il numero di studenti e la qualità. I primi paesi coinvolti sono stati il Brasile, la Svizzera, gli Stati Uniti, il Camerun e il Giappone. Stati estremamente diversificati e anche con richieste diverse tra loro. In Giappone c’è un calo del numero della lingua italiana ma una qualità alta dell’insegnamento. In Brasile succede il contrario. Sebbene siano aumentati gli studenti in termini generali, abbiamo necessità di dare risposte mirate. Il fine è dare indicazioni precise alle nostre sedi all’estero per una strategia coordinata e continuativa con obiettivi precisi. Ad esempio in Giappone l’identità linguistica è forte eppure c’è domanda di italiano. L’Ambasciata ci ha fatto un quadro della situazione e della nuova migrazione. Manca un insegnamento presso le scuole locali nonostante crescano emigrati e coppie miste, quindi la domanda di italiano. Si torna a una risposta originaria ma in un contesto differente e avanzato… Un caso diverso – ha aggiunto - è quello della Svizzera dove si registra una richiesta di insegnamento dell’inglese”.

 

La sessione si conclude con l’intervento del sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi: “la presenza di tutti noi è essa stessa segno della vitalità della lingua italiana nel mondo. La settimana della lingua italiana è diventata un punto di riferimento. Ogni anno sono più di mille gli eventi organizzati. La lingua è un importante strumento dello sviluppo del Paese e della politica estera. Abbiamo avuto un incremento del 4% negli ultimi anni ma l’obiettivo è ancora più ambizioso. Anche oggi abbiamo voluto esplorare nuovi territori come quello della rete. Ogni anno sempre un numero maggiore di studenti inizia e prosegue gli studi. L’auspicio è che  questo appuntamento diventi annuale perché questo rappresenta un momento per fare il punto e guardare all’azione futura. Le nostre ambasciate sono chiamate a un’azione di coordinamento per arrivare a un aumento del 10% di studenti di italiano nel mondo. Il contesto è quello delle reti. Il servizio offerto dalle reti Rai è fondamentale per far diventare l’italiano lingua franca. Passa anche attraverso strumenti analogici e digitali. Per noi poi è una priorità il processo verso una certificazione unica della lingua italiana. La giornata è servita da resoconto per tracciare i risultati ottenuti dal 2014. Il supporto economico del ministero degli affari esteri è fondamentale ma senza ognuno di voi sarebbe vano”. Maria Stella Rombolà, Inform/dip 23

 

 

 

 

La valutazione

 

L’Esecutivo “Di Maio/Salvini” sembra intenzionato a “reggere” per tutta la durata di una normale legislatura. I motivi sono noti; anche per gli sprovveduti di politica sul campo. Certo è che il 2019 sarà l’anno delle “rivelazioni”. Soprattutto nelle idee per ridare all’Italia parte della fiducia che, ora, manca. Quali saranno le strategie del futuro Capo del Governo o, meglio, del suo “secondo”? L’interrogativo si potrebbe prestare a molteplici interpretazioni. Noi non siamo, però, in sintonia con nessuna supposizione. Anche perché gli “Apparentamenti” non ci hanno mai ispirato fiducia. Nel frattempo, l’Opposizione, pur non univoca, ha dato segnali di ricompattamento e di mete comuni da raggiungere.

 

 Se Il contratto di Centro/Destra andrà in porto, il voto dello scorso marzo non sarà stato sprecato. Anche se in politica non è pensabile fare degli attendibili ragionamenti a tutto campo. Intanto, le formazioni di governo, anche quelle “a latere,” hanno fatto loro la formula di “centro/destra”. Su quella di “centro/sinistra", i nostri dubbi non li abbiamo mai sottaciuti.

Quando non c’è netta identità tra chi realizza e chi è preposto a legiferare, i “rimedi” potrebbero essere peggiori dei “mali.” Del resto, nei nostri interventi in merito abbiamo evitato d’assumere opinioni ”granitiche”. Perché proprio non ne abbiamo; né intravediamo le premesse per tentare di teorizzarle. Da noi, purtroppo, i politici, di nuova e vecchia generazione, hanno dei limiti che li accostano.

 

 Lo scriviamo con la certezza d’essere capiti. Vedremo se Conte sarà messo nelle condizioni di condurre il Paese fuori dalla recessione. Se l’Italia comincerà ad allontanarsi dal tunnel della”rappresentatività” formale, saremo lieti di riconoscergli un merito. Giorgio Brignola, de.it.pres

 

 

 

 

Erasmus+: 3 miliardi di euro previsti per il 2019, da investire nei giovani europei e per contribuire a creare Università europee

 

Invito a presentare proposte 2019 nell’ambito del programma Erasmus+. Pubblicata una guida del programma in tutte le lingue ufficiali dell’Ue

 

BRUXELLES - La Commissione Europea ha pubblicato il suo invito a presentare proposte 2019 per il programma Erasmus+. Dei 3 miliardi di euro di bilancio previsti per il prossimo anno, 30 milioni sono stati stanziati per le Università europee. Si tratta di una nuova iniziativa approvata dai leader dell’Unione europea in occasione del vertice sociale di Göteborg del novembre 2017, che si inserisce tra gli sforzi per dare vita a uno spazio europeo dell'istruzione entro il 2025.

Tibor Navracsics, commissario per l’Istruzione, la cultura, i giovani e lo sport, ha affermato: “A un anno di distanza, la Commissione europea sta mantenendo l’impegno assunto con gli Stati membri di costruire uno spazio europeo dell'istruzione entro il 2025. Ci impegniamo per un’Europa in cui l’apprendimento, lo studio e la ricerca non siano ostacolati dalle frontiere. Non vogliamo muri a intralciare l’eccellenza, l’innovazione e l’inclusione nel settore dell’istruzione. Le Università europee hanno un potenziale concreto per trasformare il panorama dell'istruzione superiore in Europa, e sono orgoglioso del forte impulso che stiamo dando loro attraverso il programma Erasmus+.”

Qualsiasi organismo, pubblico o privato, attivo nei settori dell’istruzione, della formazione, della gioventù e dello sport può richiedere finanziamenti nell'ambito dell'invito a presentare proposte 2019 per il programma Erasmus+. Possono inoltre fare domanda i gruppi di giovani attivi nell'ambito dell'animazione socioeducativa, anche se non costituiscono un'organizzazione giovanile.

Oltre all’invito a presentare proposte, la Commissione ha pubblicato anche la guida del programma Erasmus+ in tutte le lingue ufficiali dell'UE. La guida contiene informazioni dettagliate su tutte le opportunità per studenti, personale, tirocinanti, insegnanti, volontari e altre categorie disponibili nell'ambito di Erasmus+ per il 2019.

Nel quadro della creazione di uno spazio europeo entro il 2025, la Commissione ha proposto di istituire Università europee nell'Unione europea.

Nell’ambito dell’invito a presentare proposte 2019, la Commissione intende avviare un programma pilota a sostegno di sei alleanze tra università europee, ciascuna composta di un minimo di 3 istituti di istruzione superiore di 3 paesi, al fine di promuovere una più forte identità europea, incoraggiando nel contempo l’eccellenza e contribuendo a rendere più competitivi gli istituti di istruzione superiore europei. Gli interessati devono presentare  domanda di sovvenzione all'Agenzia esecutiva per l'istruzione, gli audiovisivi e la cultura entro il 28 febbraio 2019 per le alleanze che hanno inizio tra il 1º settembre e il 1º dicembre dello stesso anno.

Un secondo invito pilota dovrebbe seguire l’anno prossimo, con una piena attuazione dell'iniziativa prevista nell'ambito del prossimo bilancio a lungo termine dell'UE, a partire dal 2021. L’obiettivo è istituire una ventina di Università europee entro il 2024. (Inform 28)

 

 

 

 

Ue boccia la manovra

 

E' arrivata la bocciatura della manovra italiana da parte dell'Ue. La Commissione Europea ha deciso nel collegio dei commissari di chiedere all'Italia di presentare entro tre settimane a Bruxelles un nuovo documento programmatico di bilancio, come adombrato nella lettera inviata la settimana scorsa al ministro dell'Economia, Giovanni Tria.

"NESSUNA NUOVA BOZZA" - Ma autorevoli fonti di governo M5S fanno sapere che nessuna nuova bozza del documento verrà inviata dal governo italiano a Bruxelles. "Siamo sulla strada giusta e non arretriamo di un centimetro", la convinzione dei 5 Stelle.

"Il 2,4 al momento non si tocca, certo" ha detto il premier Giuseppe Conte a Mosca, incontrando i giornalisti. "Visto l'approccio dialogante mio e del governo, non avrò difficoltà a parlare con i singoli leader per offrire le più ampie spiegazioni sull'indirizzo specifico di politica economica che facciamo con questa manovra" ha aggiunto il presidente del Consiglio. "È la prima manovra italiana che non piace alla Ue. Non mi meraviglio - ha scritto Luigi Di Maio su Facebook - è la prima manovra italiana che viene scritta a Roma e non a Bruxelles!". "Con i danni che avevano fatto quelli di prima, non potevamo certo continuare con le loro politiche - ha affermato il vicepremier - Continueremo a raccontare alla Commissione europea cosa vogliamo fare con rispetto. Ma altrettanto rispetto ci deve essere nei confronti del popolo italiano e del governo che oggi lo rappresenta". "Continuiamo a lavorare a testa alta per il bene dei cittadini", ha concluso il ministro del Lavoro.

"Noi andiamo avanti con il sorriso, ce lo chiedono gli italiani. Siamo convinti di essere nel giusto" ha scritto su Instagram Matteo Salvini, postando una foto che lo ritrae sorridente con una banda tricolore nel sottopancia e l'hashtag #squadraItalia. "Dialogheremo in modo costruttivo" con la Commissione europea "ma fermi sulle nostre posizioni" ha detto a 'Porta a Porta' il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. "Se sbagliamo - ha aggiunto - siamo disposti a correggere attivando dei meccanismi automatici di correzione della spesa".

Il portavoce del ministero dell'Economia ha spiegato che l'opinione della Commissione Europea "era ampiamente prevista" e che il governo "resta impegnato in un dialogo costruttivo con l'esecutivo Ue" e "si prepara a rispondere entro tempi previsti". La lettera, appena arrivata al Mef, sarà adesso oggetto di un'attenta analisi, nella convinzione comunque che crescita e stabilità sociale sono elementi sostanziali per la stabilità. Intanto la tabella di marcia parlamentare della Legge di Bilancio non subirà alcuna modifica e a giorni approderà alle Camere per iniziare il suo iter.

BORSA - Dopo la bocciatura della Commissione Europea lo spread tra Btp e Bund è salito a 318 punti con un rendimento del decennale del 3,595% e l'indice Ftse Mib ha chiuso con una flessione dello 0,86% a 18.802.

DOMBROVSKIS - "E' con molto dispiacere che sono qui davanti a voi. Oggi, per la prima volta, la Commissione è costretta a richiedere a un Paese dell'Eurozona di rivedere il suo documento programmatico di bilancio - ha detto il vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis in conferenza stampa a Strasburgo - Non vediamo alternative al richiedere al governo di farlo: abbiamo adottato un'opinione che dà all'Italia un massimo di tre settimane per presentare un documento programmatico di bilancio rivisto per il 2019". "Purtroppo - ha aggiunto - i chiarimenti ricevuti ieri non sono stati convincenti abbastanza da farci cambiare la conclusione cui eravamo arrivati in precedenza, che sussista un'inosservanza particolarmente seria della raccomandazione fatta all'Italia dal Consiglio il 13 luglio scorso".

Il governo italiano, ha rimarcato Dombrovskis, "sta andando apertamente e consapevolmente contro gli impegni che aveva preso nei confronti di se stesso e degli altri Stati membri dell'Eurozona". L'Europa, ha continuato il vicepresidente della Commissione, "è costruita sulla cooperazione. L'area euro è costruita su forti legami di fiducia. Tutto questo è sostenuto dalle regole, che sono le stesse per tutti. Se la fiducia viene erosa, tutti gli Stati membri vengono danneggiati, la nostra Unione viene danneggiata". Nello scorso maggio, ha ricordato Dombrovskis, "la Commissione Europea non ha proposto di aprire una procedura per deficit eccessivo legata al debito, principalmente perché l'Italia rispettava largamente gli impegni che aveva preso ai sensi del braccio preventivo del patto di stabilità. I piani attuali sono un cambiamento rilevante, che potrebbe richiedere una rivalutazione di quella conclusione. La palla ora è nel campo del governo italiano".

MOSCOVICI - In conferenza stampa a Strasburgo il commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha spiegato che la Commissione Europea "è estremamente unita" nella decisione di chiedere al nostro Paese un nuovo documento programmatico di bilancio. "Non è un caso borderline: la palla non tocca la linea, è lontana dalla linea" ha affermato Moscovici. Il commissario europeo ritiene che il ministro "Tria sia sempre un interlocutore credibile, legittimo. E speriamo che saprà convincere all'interno del governo italiano della necessità di proseguire il dialogo con la Commissione, per fare in modo che le priorità del governo italiano, che noi non mettiamo in discussione, siano compatibili con le regole comuni per il rispetto delle quali si sono impegnati tutti, Italia compresa".

La Commissione Europea, ha precisato, "non mette in questione le priorità del governo italiano. E' un governo legittimo e le sue priorità, che si tratti del rilancio degli investimenti o della lotta alla povertà, sono priorità in cui la Commissione non interferisce. Quello che ci preoccupa è un'altra cosa: è l'impatto di bilancio di queste politiche sui cittadini, sul popolo". Comunque la decisione presa oggi "non è la fine della storia. E' una tappa della procedura". Quando "riceveremo", entro tre settimane, un nuovo documento programmatico di bilancio, "lo analizzeremo. E il dialogo continua. La porta per il governo italiano resta aperta, in particolare a quello che è il nostro interlocutore naturale, il ministro delle Finanze Giovanni Tria".

I RILIEVI DELL'UE - La Commissione Europea, nell'opinione con cui chiede all'Italia di presentare un documento programmatico di bilancio, sottolinea che "data la dimensione significativa dell'economia italiana nell'area euro, la scelta del governo" italiano "di aumentare il deficit di bilancio, sebbene debba far fronte alla necessità di affrontare problemi legati alla sostenibilità delle finanze pubbliche, crea rischi di ricadute negative (negative spill-overs, ndr) per gli altri Stati membri dell'Eurozona".

Per la Commissione Europea, inoltre, "l'introduzione di un condono fiscale (tax amnesty, ndr) potrebbe scoraggiare il rispetto, già basso, delle norme fiscali, premiando implicitamente i comportamenti che non rispettano le leggi, compensando in gran parte l'effetto positivo del rafforzamento della fatturazione elettronica".

E ancora, le misure incluse nel documento programmatico di bilancio indicano "un chiaro rischio di fare marcia indietro rispetto alle riforme che il Paese aveva adottato". In particolare, "la possibilità di pensionamenti anticipati inverte la rotta rispetto a precedenti riforme delle pensioni che sottendono alla sostenibilità a lungo termine del consistente debito pubblico italiano".

.Garavini (PD): "Irresponsabile l'ottusità del Governo. "Ritengo irresponsabile la decisione del Governo Lega/5Stelle di proseguire ottusamente con la legge di Bilancio in questa formula, nonostante le numerose critiche internazionali. È una manovra che pur di soddisfare populistiche promesse elettorali, mette ancor più in ginocchio il paese, aumentando a dismisura il debito pubblico. Inoltre investe pochissimo in misure per la crescita e l'occupazione e al contrario elargisce regalie ad evasori e faccendieri".

"Purtroppo la decisione dell'Unione Europea di bocciare la legge di Bilancio non stupisce. La Commissione Europea ha rilevato quegli stessi limiti che noi stessi, dall'opposizione, avevamo denunciato la settimana scorsa, trattando il Def in Parlamento. Purtroppo è una manovra i cui effetti da un lato vengono immediatamente vanificati dalla scomposta reazione dei mercati e dall'altro graveranno pesantemente sulle nuove generazioni". Lo ha detto la Senatrice PD Laura Garavini, Vicepresidente della Commissione Difesa, in una intervista alla radio pubblica tedesca WDR5. Adnkronos/Dip 23

 

 

 

 

Il direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Mae ci ha intervistato a “L'Italia con voi”

 

Luigi Maria Vignali presenta la conferenza dei Consoli italiani nel mondo di fine di ottobre

 

ROMA – Il direttore generale per gli Italiani all'estero e le Politiche migratorie del Maeci, Luigi Maria Vignali, è intervenuto nei giorni scorsi alla trasmissione di Rai Italia “L’Italia con voi” su alcuni temi di interesse per i connazionali. Intervistato da Monica Marangoni, ha presentato in particolare la conferenza dei Consoli italiani nel mondo prevista a Roma alla fine di ottobre.

Vignali ha ricordato come l’ultima conferenza di questo tipo risalga a 16 anni fa; “nel frattempo – ha rilevato - gli italiani nel mondo sono diventati oltre 5 milioni e 600 mila”. “C’era bisogno di un appuntamento per fare il punto tra tutti i Consoli della nostra rete mondiale – spiega Vignali, aggiungendo come si tratterà di “un incontro, un confronto, un approfondimento che avrà al centro il tema di una nuova visione dei servizi consolari”. Tre le linee principali: “innovare, comunicare e motivare”: “innovare – spiega il Direttore generale - significa anche innovare dal punto di vista della semplicità, della deburocratizzazione e informatizzazione dei servizi; comunicare, perché vogliamo avvicinare sempre più i connazionali ai servizi del Consolato e dare un’informazione sempre più corretta; motivare, perché vorremmo che i nostri Consoli fossero veramente orgogliosi di servire il cittadino italiano all’estero”. “Dobbiamo tenere presente che la presenza italiana all’estero si è diversificata, ci sono consistenti flussi di nuova mobilità e quindi dobbiamo orientali, accompagnarli, aiutarli ad essere sempre più integrati nella realtà estera – afferma Vignali, rilevando come il primo passo sia l’incontro, “ecco perché i nostri Consolati, da Sydney a New York, da Londra a Berlino, da San Francisco a Cape Town organizzano incontri con i nuovi connazionali all’estero, per capirne le esigenze e migliorare i servizi”.

Sul fronte delle nuove mobilità il Direttore generale spiega come l’impegno messo in campo sia “offrire maggiore informazione e digitalizzazione” anche attraverso la destinazione di “nuove risorse finanziarie e di personale”, attualmente in corso. Cita poi tra gli strumenti messi a disposizione in particolare il portale Fast.it, “Farnesina per i servizi telematici agli italiani all’estero”, che consente di effettuare rapidamente, “con pochi passaggi e a distanza”, l’iscrizione all’Anagrafe dei connazionali residenti all'estero (Aire) o di comunicare la variazione dell'indirizzo di domicilio. “È uno strumento importante per mantenersi in contatto con il Consolato – afferma Vignali, che rileva poi come attraverso di esso il fascicolo riguardante il connazionale “nasce già informatizzato”, consentendo una maggiore semplicità e rapidità anche ai servizi che seguiranno.

Tornando ai temi della conferenza, si segnalano tra le sessioni di approfondimento quelle legate “alla nuova mobilità italiana; alle collettività storiche, tra presente e futuro; agli oriundi che vogliono acquisire la cittadinanza, per la quale – afferma Vignali - vorremmo lanciare dei nuovi paradigmi organizzativi; e poi al tema degli italiani all’estero al servizio del sistema paese”. Ricorda poi come siano 80 i Consolati italiani nel mondo, cui si aggiunge il fatto che “quasi tutte le Ambasciate hanno una cancelleria consolare al loro interno che offre i servizi dei Consolati” ed incrementa la rete dei servizi ai connazionali fino alle 150 unità.

Per quanto riguarda invece gli impegni futuri, Vignali ribadisce come proseguirà “il monitoraggio di almeno due situazioni molto delicate: una è quella della Brexit, per cui ci impegnamo a garantire il massimo sostegno affinché i diritti dei connazionali residenti in UK siano preservati; un altro tema è quello dei connazionali in Venezuela, che vivono una crisi gravissima e vogliamo continuare a sostenere”. “In prospettiva poi dovremo pensare alle elezioni europee, i nostri Consolati in Europa dovranno organizzare i seggi e sarà un impegno notevole; e poi – conclude Vignali – prosegue l’impegno per la riforma degli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, Comites e Cgie, con il coinvolgimento degli organismi stessi”. (Inform 21)

 

 

 

 

L’incoerenza

 

La politica dello Stivale, quella che ha demoralizzato parecchi italiani, continua a essere alla ribalta. Mancano ancora, tuttavia, l’atteso programma di ripresa. Ma le prospettive, sempre se attuate, di questo Governo potrebbero essere migliori di quelle dei precedenti.

 Dietro le manifestazioni di volontà contrapposta, resta incuneata il desiderio di confronto. In definitiva, c’è chi vorrebbe abbandonare certe posizioni politiche; ma si sente insicuro. Eppure, i cambiamenti ci saranno e con effetti non marginali. Chi si credeva “inamovibile” ora è in incerto. L’affossamento delle precedenti cordate è stato il primo passo per il cambiamento; e questo è bene. Anche se, all’apparenza, potrebbe apparire ancora inefficace.

 

Il 2019, come già abbiamo scritto, potrebbe essere l’anno della “svolta”. Infatti, ci siamo accorti che cambiare si può. Anche se la ripartizione del Potere Legislativo resta da capire. E’ il sistema che “frena”. Le necessità del Paese sono tutte messe in ombra proprio per la mancanza di certezze politiche prive di compromessi. E, su questa linea, nessuno è senza “peccato”.

 

 Le crisi socio/politiche italiane non sono mai scaturite dalla base. Chi ci ha governato, invece, non s’è saputo assumere, appieno, certe responsabilità. In futuro, chi meglio sarà in grado d’operare potrà meritare la fiducia degli italiani. L’Opposizione, pur se democraticamente indispensabile, non sarà solo dei “perdenti”. Senza probabilità di mutare la loro posizione, lo ripetiamo, potrebbe essere utile al Paese.

 

 I pregiudizi potrebbero, finalmente, essere eliminati e l’Esecutivo dovrà tener più conto della Maggioranza parlamentare che gli ha dato fiducia. L’incoerenza, di tanti uomini di partito, ha fatto perdere la loro affidabilità. Ravviseremo se la lezione delle urne, pur con una normativa elettorale migliorabile, porterà gli attesi risultati. Non tanto nelle parole, quanto nei fatti.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Lettera Aperta a Mimmo Lucano, Sindaco di Riace

 

Caro Sindaco, mi permetto di scriverle questa lettera aperta in quanto ex-Presidente delle Colonie Libere Italiane in Svizzera ed ex-Senatore della Repubblica Italiana, eletto dal 2006 al 2018 nel collegio estero in rappresentanza degli italiani emigrati in Europa.

In Senato ho presieduto il Comitato per le questioni degli italiani all’estero, e in quella funzione, nel 2016, organizzai la commemorazione della tragedia di Marcinelle. Nel denso programma di quelle giornate in Senato abbiamo proiettato il film Un paese di Calabria.

Voglio ricordare la riflessione di fondo che guidò quella commemorazione:

“Se veramente vogliamo ricordare e onorare i nostri caduti nella tragedia di Marcinelle e in molte altre, dobbiamo guardare dentro di noi e giudicare se ci comportiamo correttamente nei confronti dei migranti che oggi approdano in Italia, in Europa; se queste commemorazioni non servono a guidare i nostri comportamenti di oggi, allora non rispettiamo i nostri caduti”.

L’unico contatto tra me e Lei fu una telefonata per invitarla alla proiezione del film in Senato, e ora più che mai mi dispiace che i suoi impegni le impedirono di partecipare.

Caro Sindaco, oggi mi permetto di disturbarla per esprimere a Lei, alla sua famiglia e a tutta la cittadinanza di Riace la mia piena solidarietà.

Vorrei fare di più che scrivere: se vede qualcosa di utile che io possa fare, non esiti a segnalarmelo.

Ma ho scelto la lettera aperta perché vorrei rendere partecipi i miei ex-elettori di alcune riflessioni che la sua vicenda mi porta a fare.

So bene che anche tra alcuni italiani all’estero serpeggiano sentimenti poco rispettosi della nostra storia; le assicuro che questo mi fa più male delle tristi e volgari dichiarazioni di governanti, spero pro tempore, di molti paesi cosiddetti “sviluppati”.

La sua vicenda, caro Sindaco (vorrei chiamarla per nome, ma è giusto non avallare decisioni prese da ciechi esecutori dei regolamenti), mi fa tornare in mente la storia di un cittadino svizzero, capo della polizia del Cantone di San Gallo, che nel 1938 salvò centinaia di ebrei - si stima 3000 uomini, donne e bambini – manipolando e falsificando documenti. Fu condannato, cacciato dalla polizia e visse fino al 1972 in povertà. Nel 1971 venne riconosciuto da Israele Giusto tra le nazioni. Per ben cinque volte il Tribunale di San Gallo bocciò la sua riabilitazione, che infine giunse nel 1995. Nel 1998 il Governo del Cantone offrì agli eredi l’ammontare degli stipendi da Capo della Polizia, ma la famiglia rifiutò di usufruire di quella somma e vi finanziarono la Fondazione Paul Grüninger.

Vorrei che tutte le persone benpensanti, che si chiedono se Lei ha rispettato le leggi, leggessero questa dichiarazione di Grüninger del 1954:

“Non mi vergogno del verdetto della Corte. Al contrario sono orgoglioso di aver salvato la vita di centinaia di persone oppresse. L’aiuto agli ebrei era radicato nella mia concezione di cristiano (…) La ragione di salvare vite umane minacciate dalla morte è stata da me ritenuta fondamentale.

Come avrei potuto, quindi, prendere in seria considerazione calcoli e schemi burocratici? Certo, ho consapevolmente superato i limiti della mia autorità, e spesso con le mie stesse mani falsificato documenti e certificati, ma l’ho fatto al solo scopo di permettere ai perseguitati di accedere al Paese.

Il mio personale benessere, commisurato al crudele destino di quelle migliaia di perseguitati, era così insignificante e così poco importante che non l’ho mai preso in considerazione”.

Sì, le leggi vanno rispettate, ma anche interpretate giustamente, come lei sicuramente ha fatto.

Oggi si dedicano strade e piazze a Grüninger, e di chi lo ha destituito non v’è memoria.

Caro Sindaco, pazienza credo lei ne abbia tanta, ma soprattutto di costanza non manca. Prima di salutarla voglio ricordare a tutti noi un aforisma del Mahatma Gandhi, in cui trovo la forza per sopportare e resistere:

“Ricordate che in tutti i tempi ci sono stati tiranni e assassini che per un certo periodo sono sembrati invincibili, ma alla fine, cadono sempre, sempre”.

Caro Sindaco, per me lei è un esempio e, insieme a tanti giovani delle scuole di Roma incontrati in questi anni grazie alla Cooperativa Sofia che fa un lavoro straordinario sull’integrazione, mi dà speranza e certezza che l’Italia supererà anche questi tempi difficili.

Con grande rispetto Le invio i miei più cordiali saluti

Claudio Micheloni (de.it.press)

 

 

 

 

La stampa italiana all’estero al centro del dibattito politico

 

ROMA - "Dimezzamento nel 2019; taglio completo dal 2020": questa la tempistica del governo che ha più volte annunciato di voler abolire il finanziamento pubblico ai giornali, compresi quelli diffusi all’estero. Lo ha ribadito il sottosegretario per l’editoria Vito Crimi durante la convention del M5S al Circo Massimo e sulla questione è intervenuta anche la deputata pentastellata eletta in Europa Elisa Siragusa con un lapidario "diamoci un taglio!".

"I giornali diffusi all'estero prendevano ogni anno 2 milioni di euro. Stranamente, il governo Gentiloni, poco prima delle elezioni del 4 marzo, ha tirato fuori dal cilindro 1 milione di euro in più per finanziarli. È facile immaginare come abbiano evitato di criticare chi gli ha dato ancor più da mangiare", il commento pubblicato da Siragusa sua pagina Facebook, mentre il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, interveniova personalmente sulla questione.

Incontrando una delegazione degli Stati generali della lingua italiana nel mondo, Mattarella ha infatti parlato della "comunità di origine italiana all’estero" come "i primi, naturali, "moltiplicatori di italianità", antenne capaci di ritrasmettere sia il forte carattere della tradizione, sia il Paese di oggi con la sua cultura, con il suo modo di vivere, di produrre e di lavorare, con la sua capacità di innovazione". Il capo dello Stato ha voluto sottolineare il significato delle lingue come "veicoli" di conoscenza nel senso più ampio del termine e il ruolo di quanti, nel mondo, sono "amplificatori" di questa conoscenza: le collettività – italiane all’estero ed estere in Italia – il settore pubblico e privato che organizza corsi di lingua e cultura, senza dimenticare l’informazione di Rai Italia e della Comunità Italofona e il ruolo della stampa e dell’editoria in lingua italiana all’estero, per la quale, ha detto, "è indispensabile il sostegno pubblico".

Inevitabile che, nella settimana appena conclusa, il dibattito tra gli eletti all’estero si concentrasse sull’argomento.

La prima a intervenire è stata Angela Schirò, deputata PD eletta in Europa, che ha parlato di un "consapevole accanimento del M5S contro la stampa italiana all’estero". Accusando poi tanto il sottosegretario Crimi quanto la collega M5S Siragusa, rea di aver definito "servili" e di appoggiare "la strategia di annientamento perseguita dal suo movimento e da questo governo", Schirò ha aggiunto: "Il M5S non si è accorto che un giornale in italiano pubblicato all’estero tra mille difficoltà sostiene il vincolo di comunità, preserva la pratica dell’italiano e trasmette informazioni a cittadini che debbono esercitare un diritto primario come il voto. Se si trattasse soltanto di ignoranza si potrebbe usare una cristiana comprensione. Temiamo, invece, di essere di fronte ad una consapevole strategia di distruzione che, come in Italia, anche all’estero non lascerà che macerie".

"Sostenere l'editoria italiana nel mondo significa anche promuovere la nostra cultura e la nostra lingua all'estero. Un principio fondamentale" ribadito anche da Laura Garavini, senatrice PD eletta pure in Europa, che ha sottolineato: "Spiace vedere che, mentre le istituzioni più alte della nostra democrazia riconoscono l'importanza dell'informazione italiana nel mondo, proprio una parlamentare eletta all'estero attacchi i nostri giornali", che, ha tenuto a evidenziare la senatrice, "non veicolano consenso. Ed è grave affermare che il Governo Gentiloni li abbia finanziati con questo scopo. Noi del PD abbiamo riconosciuto il valore di queste testate come strumento per promuovere la nostra cultura e coltivare il senso di comunità degli italiani nel mondo. Sostenere il contrario significa attaccare la libertà di informazione e anche offendere l'intelligenza degli elettori all'estero, che evidentemente la deputata Siragusa considera alla stregua di banderuole, pronte a cambiare voto in base a un articolo".

Sui possibili tagli all’editoria e alla stampa all’estero sono intervenuti anche i due eletti in Australia, il senatore Francesco Giacobbe e il deputato Nicola Carè, entrambi del Partito Democratico.

"Un attacco così frontale non si era mai visto nei confronti degli italiani all'estero", ha commentato Giacobbe. "Un attacco all'informazione che è veicolo di democrazia". Per il senatore PD "a tutto c’è un limite e credo che andare a toccare quei fondi che sono finanziamenti minimi per la sopravvivenza dell'informazione degli italiani all'estero sia una scelta ingiusta e sbagliata. Se così sarà, molti rischieranno il posto di lavoro all'estero e verranno meno importanti strumenti di informazione e promozione dell’Italia".

"Il sostegno pubblico è indispensabile per la stampa e l'editoria della lingua italiana all'estero", gli ha fatto eco l’on. Carè, che, in qualità di "ex ceo e segretario generale della Camera di Commercio e Industria Italiana di Sydney" ha confermato "che l’intenzione governativa di abolire il sostegno pubblico all’editoria della lingua italiana all’estero è da condannare nella maniera più assoluta". Poi, numeri alla mano, ha spiegato: "Gli italiani residenti all'estero sono oltre cinque milioni, di cui tre milioni nella sola Europa. I quotidiani e i periodici editi e diffusi all'estero ricevono solo il 3,27% del totale erogato secondo la Legge vigente; vengono pertanto concessi oltre confine circa 1.700.000 euro, ovvero 30 centesimi di euro all'anno per ogni connazionale iscritto all'AIRE. Credo che questi numeri diano la reale dimensione delle cose e aiutino a comprendere quanto poco credibili e attendibili siano le dichiarazioni dell’on. Siragusa".

Di "minaccioso annuncio" del sottosegretario all’editoria parla Francesca La Marca, deputata PD eletta in Nord e Centro America, che pure replica alla collega del M5S: "il milione in più che i giornali all’estero hanno ottenuto è il frutto non di un regalo del governo, ma di un mio emendamento, sostenuto anche dagli altri eletti all’estero del PD. Rivendico, dunque, il risultato ottenuto e ne sono fiera ancora oggi". A Siragusa, poi, La Marca ricorda che "la dotazione finanziaria per i periodici in italiano all’estero era ferma da decenni e la divisione dei due milioni su scala mondiale comporta per le singole testate somme limitatissime, in alcuni casi irrisorie". Poi aggiunge: "La cosa che più amareggia, tuttavia, è che non è bastato vivere all’estero per anni per rendersi conto della funzione di coesione comunitaria, di difesa della nostra lingua, di informazione anche in vista di un esercizio consapevole del voto che tali giornali svolgono".

Sin qui i parlamentari dell’opposizione. Ma anche il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo, che è anche senatore eletto con il Maie, ha tuonato: "Rai Italia e la stampa italiana all’estero vanno protette e rafforzate, perché oltre a informare i nostri connazionali diffondono la lingua italiana nel mondo. Io lavorerò per questo", ha assicurato, condividendo "al cento per cento" le parole del presidente Mattarella. (focus\aise 28) 

 

 

 

 

Modena: dall'8 all'11 novembre il Festival della Migrazione   

 

Umani 100%: la terza edizione del Festival della Migrazione di Modena mette al centro l’inclusione e l’integrazione. Per tre giorni, da venerdì 9 a domenica 11 novembre, sotto la Ghirlandina si susseguiranno incontri, seminari, spettacoli, mostre, film, libri e, tra le novità dell’edizione 2018, il ‘pranzo dei popoli’.

Romano Prodi, il card. Francesco Montenegro, Carlotta Sami, Ilvo Diamanti, mons. Matteo Zuppi, Claudia Lodesani, Antonio Decaro, Julio Velasco, Paolo Ruffini, Vincenzo Morgante, Marco Damilano, mons. Giancarlo Perego, Elisabetta Soglio, mons. Erio Castellucci, Matteo Marani sono solo alcuni dei protagonisti della tre giorni che intende far incontrare e riflettere culture e persone.

Don Giovanni De Robertis, Direttore Generale della Fondazione Migrantes della Cei, spiega: “Credo che la sfida delle migrazioni oggi non riguarda tanto l’accoglienza ma la capacità di costruire un paese dove le diversità, la presenza di persone di paesi, culture e religioni diverse, sappiano comporsi in una realtà più ricca. Per troppo tempo forse abbiamo pensato che era sufficiente salvare chi annegava (e purtroppo continua anche oggi ad annegare nell’indifferenza di tanti!) in mare e portarlo in qualche porto italiano. Invece questo è solo il primo passo. La vera sfida è, come ci ha ricordato papa Francesco, proteggere, promuovere, integrare. Senza queste azioni – conclude il direttore Migrantes - non c’è vera accoglienza, anzi questa può essere addirittura controproducente”.

Luca Barbari, presidente di Porta Aperta, associazione promotrice insieme a Fondazione Migrantes, Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore e IntegriaMo, fa eco alle parole di don De Robertis: “Il Festival della Migrazione cresce e vuole diventare grande con un’idea molto definita: quella di superare la fase emergenziale e puntare sull’inclusione delle persone che hanno trovato accoglienza e prospettive nel nostro Paese. Il tema del ‘diritto al viaggio – partire, arrivare, restare’, che ci accompagna, si focalizza dunque sul restare coniugando diritti e doveri.

Vogliamo dire in questi giorni che è determinante che l’Europa torni ad avere una voce chiara e netta sui propri valori fondanti e intendiamo far risuonare le parole, queste sì chiarissime, di Papa Francesco che ci spingono a proseguire il cammino sulla strada dell’inclusione delle persone che arrivano nel nostro Paese. Tenendo presente – conclude Barbari – che è anche indispensabile consentire l’arrivo in Italia in modo regolare”.

Tra le novità di questa edizione il ‘pranzo dei popoli’ di sabato 10 novembre, con una decina di etnie che prepareranno un grande pranzo aperto a tutta la cittadinanza; il laboratorio teatrale dei ‘Cantieri Meticci’ che diventerà uno spettacolo nel tardo pomeriggio di domenica 11 novembre; il laboratorio interattivo ‘Alle radici’ allestito ad hoc per gli studenti delle superiori dal 6 al 15 novembre; il libro ‘Abbecedario delle migrazioni’ edito da Giappichelli che è stato realizzato a cura del Festival della Migrazione e che verrà presentato nel corso della tre giorni modenese.

I temi delle sessioni vanno dall’inclusione nella città ai cosiddetti ‘diritti clandestini’; dall’economia all’inclusione tramite lo sport; dal contributo delle religioni alle sfide che le migrazioni ci mettono di fronte.

Il Festival della Migrazione è promosso da Porta Aperta, Fondazione Migrantes, Crid del Dipartimento di Giurisprudenza di Unimore e IntegriaMo, con il patrocinio di Università di Modena e Reggio Emilia, Regione Emilia-Romagna e Comune di Modena e il sostegno di Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, Fondazione Unipolis, Bper Banca, Conad, Menù e Coop Alleanza 3.0.

Sono ben 50 gli aderenti, tra enti locali, mondo accademico e sindacale, realtà ecclesiali e religiose, associazioni. L’iniziativa è stata presentata oggi al Senato della Repubblica. R. Iaria, de.it.press 25

 

 

 

 

Billi, IMU: ecco quanti sono gli Italiani emigrati proprietari di case in Italia

 

“Oggi, giovedì 25 Ottobre, ho discusso una interrogazione in Commissione Finanze della Camera dei Deputati per sapere quante siano le prime abitazioni di proprietà di cittadini italiani e, separatamente, dei pensionati residenti all'estero ed iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero e in che misura tali proprietari risultino distribuiti nei diversi continenti” dichiara l’on.Simone Billi, unico eletto nella Coalizione di Centro Destra per la Lega Salvini Premier “per realizzare un primo business case necessario per valutare come e quando proporre l’eliminazione di questa odiosa tassa.”

“Il sottosegretario del Ministero dell’Economia e delle Finanze, on.Massimo Bitonci, ha risposto fornendo i dati: tutti i soggetti AIRE proprietari di abitazioni nel mondo (che possono essere considerate “prima casa”) sono 485.193 e possiedono un totale di 239.853 abitazioni, di questi, i titolari di pensione sono 66.120 proprietari di 37.792 abitazioni” spiega l’on.Billi “in particolare, in Europa i soggetti AIRE proprietari di “prime case” sono 393.644 e possiedono un totale di 195.443 abitazioni, di questi, i pensionati sono 53.200 proprietari di 31.172 abitazioni.”

“Complimenti al Ministero per la rapida risposta e per i numeri dettagliati forniti” conclude l’on.Billi “confido che questi dati possano essere la base per uno studio che porti all’eliminazione di questa odiosa tassa e insisterò a lavorare per questo, continuate a seguirmi anche sui social per avere notizie aggiornate sull’argomento.”

A questo link, il testo della interrogazione:

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?numero=4/01373&ramo=CAMERA&leg=18

A questo link, in formato immagine, le tabelle incluse nella suddetta risposta del Ministero:

http://www.simonebilli.eu/2018/10/25/billi-imu-ecco-quanti-sono-gli-italiani-emigrati-proprietari-di-case-in-italia-comunicato-stampa/ dip

 

 

 

 

Schiavone: in Italia manca un Ministero per gli italiani nel mondo

 

ROMA - È stato presentato questa mattina il tredicesimo Rapporto Italiani nel Mondo, della Fondazione Migrantes. Tra i relatori, anche Michele Schiavone, segretario generale CGIE.

“Il ruolo della Fondazione Migrantes”, ha esordito, “è importantissimo, perché ci da l’occasione di parlare degli italiani che abitano il mondo, di queste comunità di cui si parla sempre troppo poco. L’emigrazione di per sé”, ha aggiunto Schiavone, “è un tema particolare, accompagnato da un senso di negatività radicato soprattutto negli ultimi anni. Io credo che sarebbe opportuno, in questi giorni, ma anche nella quotidianità, calmierare questa tendenza”.

“Parlare di italiani all’estero”, ha proseguito il segretario generale CGIE, “è un impegno molto grande. Il CGIE lo fa quotidianamente attraverso le associazioni e gli strumenti che è riuscito a creare nel corso del tempo”.

E ancora: “La nuova mobilità si caratterizza anche per contrasto rispetto a quella vecchia e tra queste due rappresentanze manca un tratto di unione. Dovrebbero essere invece un tutt'uno, un'unità che dovrebbe esprimere una forza. Dovrebbe, appunto, ma purtroppo non è cosi. Questo anche perché manca un Ministero per l’Emigrazione. C'è stato per un periodo breve, ma questa realtà oggi è venuta meno. E mancano pure gli strumenti. In Parlamento avevamo due Comitati, al Senato e alla Camera, per rappresentare le istanze degli italiani nel mondo. Oggi non ci sono più e chiediamo la loro reintroduzione. Se in Parlamento avessimo gli strumenti adeguati, non dovremmo inventarci convegni o altre iniziative. La reintroduzione in futuro di un Ministro per gli italiani nel mondo, come esiste in molti paesi occidentali, sarebbe il non plus ultra per una rappresentanza più efficace. Forse l’elezione a Sottosegretario al MAECI di Ricardo Merlo segna un passo in avanti in questo senso. Staremo a vedere”.

“La presenza all’estero” ha aggiunto Schiavone, “dovrebbe rafforzare l’immagine dell’Italia, non indebolirla. Ma purtroppo, la globalizzazione in Italia non viene assecondata. Il CGIE sta lavorando affinché il fenomeno migratorio possa essere riportato ad un unicum sincronizzato su un progetto unitario. L’esperienza degli italiani nel mondo deve tornare attuale. Il crescente numero di persone iscritte all’Aire, come indica il Rapporto presentato oggi, ribadisce una migrazione che non ha più un carattere giovanile. Oggi emigrano anche gli anziani. Attualmente abbiamo un paese dove l’età media dei cittadini è sopra i 60 anni e i giovani sono in minoranza. Una situazione che richiede riflessioni”

In conclusione: “La migrazione deve tornare al centro della discussione anche per comprendere meglio episodi come quello di Riace. Quello che è avvenuto nei confronti del sindaco Lucano è il sintomo di una dimenticanza: gli italiani si sono dimenticati che anche noi, fino agli anni Settanta, dovevamo in certi casi nasconderci; anche i nostri bambini potevano frequentare la scuola solamente se qualche insegnante o qualche amministratore illuminato contravveniva alle regole del proprio Paese, strappando i minori alla segregazione e gli adulti all’emarginazione. Anche solo per questo, allora, bisogna tornare a parlare diffusamente di emigrazione”. (aise/dip 24) 

 

 

 

Calabresi nel mondo: approvato dalla Consulta il Piano annuale 2019

 

CATANZARO – Il Piano annuale 2019 degli interventi in favore dei calabresi nel mondo della  Giunta regionale è stato illustrato e  approvato all’unanimità nel corso dei lavori della Consulta regionale dei calabresi all’estero riunita nella sede della Cittadella a Catanzaro il 24 e il 25 settembre. Le azioni prioritarie del Piano: sostegno al funzionamento della Consulta e del Comitato direttivo (60 mila euro), alle singole attività delle singole associazioni (40 mila euro), ad azioni di promozione del patrimonio culturale e delle produzioni  con progetti coordinati tra le Associazioni e le Federazioni dei Calabresi nel mondo (120 mila euro), promozione di un evento culturale e di marketing territoriale in una città estera di insediamento dei calabresi (50 mila euro) e corso di formazione sulla cucina mediterranea per giovani figli di calabresi da tenersi in Calabria (30 mila euro).

“Nel Piano degli interventi adottato lo scorso anno  si è  inteso imprimere una svolta decidendo di finanziare con un contributo fino a 25 mila euro una serie di progetti proposti dalle Associazioni e Federazioni dei Calabresi nelle diverse regioni dei mondo. Molte sono state le proposte progettuali pervenute, di cui ne sono state selezionate e ammesse al contributo 9 per un totale di 200 mila euro”, ha detto il consigliere regionale Orlandino Greco. Il consigliere regionale ha evidenziato che il Piano 2019 “presenta alcuni punti di novità  fortemente voluti e sostenuti dal presidente della Regione Mario Oliverio, come la copertura finanziaria per tre anni e la decisione da subito sull’attribuzione dei ruoli operativi e sulla programmazione degli incontri per l’anno 2019”.

Greco ha poi rimarcato la necessità di una costruzione più forte e stabile cooperazione tra le Associazioni e Federazioni dei Calabresi nel mondo. “Il principale obiettivo che deve riguardare tutti noi è di trasferire il desiderio e l’orgoglio di sentirsi italiani, di sentirsi calabresi, anche ai figli e ai nipoti degli emigrati”, ha detto Greco.

La segretaria della Consulta Anna  Barcellini ha spiegato che “tenuto conto della dotazione finanziaria ascrivibile al bilancio regionale che per il 2019 ammonta a 300 mila euro e del quadro normativo vigente, la Giunta regionale, sulla base delle indicazioni di indirizzo elaborate dall’Unità organizzativa emigrazione e dal settore internazionalizzazione, ha operato delle scelte tese ad una più circoscritta focalizzazione del supporto della Regione solo su quelle azioni che si ritiene possano assumere un valore strategico e virtualmente propulsivo, anche in considerazione dei risultati ottenuti con il programma dell’anno precedente”. (Inform/dip 1) 

 

 

 

 

 

Drohen Deutschland italienische Verhältnisse?

 

Zersplittert die deutsche Parteilandschaft und nähert sich der italienischen Situation im Parlament an?

 

Deutschlands ehemalige Drei-Parteien-Parlamente sind bunt geworden, mit einer Vielzahl an möglichen Regierungskoalitionen – und wachsendem Druck von den politischen Rändern. Drohen jetzt italienische Verhältnisse?

Als ob Matteo Salvini es geahnt hätte: Schon vor Angela Merkels Rücktrittsangebot als Parteivorsitzende, ja sogar bevor das Endergebnis der Landtagswahl in Hessen feststand, beschwor der italienische Innenminister das Ende der Ära Groko. Er sprach von einem „epochalen Hammerschlag“ für die Regierenden und stichelte, das Wahlergebnis sende „schöne Grüße an die Merkel“.

Dass Salvini und seine rechtspopulistische Lega keine Freunde Merkelscher Politik sind, ist kein Geheimnis. Nicht erst seit dem umstrittenen neuen Haushaltsplan Italiens und dem folgenden Aufschrei vor allem in Nordeuropa stehen die Zeichen auf Konfrontation.

Doch es ist mehr als das. Was bei Salvinis Spott mitklingt, ist nicht zuletzt, dass dem einstigen Musterschüler Deutschland nun italienische Verhältnisse drohen könnten. Viel-Parteien-Bündnisse, wechselnde Koalitionen, Erosion der Volksparteien, kurz: politische Instabilität, all das schien in Deutschland lange undenkbar. Heute ist es Realität.

Und so ist die Parallele zwischen Italien und Deutschland weniger weit hergeholt als man meinen könnte. Würde heute ein neuer Bundestag gewählt, würde die SPD den meisten Umfrageinstituten zufolge abgeschlagen auf Platz vier landen, nach Union, AfD und Grünen. Auch Linke und FDP wären im Parlament vertreten. Deutschlands ehemaliges Drei-Parteien-Parlament ist bunt geworden, mit einer Vielzahl an möglichen Regierungskoalitionen – und mit wachsendem Druck von den politischen Rändern.

Inzwischen sitzen in fast allen westeuropäischen Staaten rechtspopulistische Parteien im Parlament. In Italien und Österreich sind sie gar an der Regierung beteiligt, in Frankreich knapp daran gescheitert. In Athen wiederum regiert mit Syriza eine populistische Partei, die weder klar links noch klar rechts ist, aber zweifellos das etablierte Parteiensystem umgestülpt hat.

Auch in Deutschland sitzt die AfD seit Sonntag in allen 16 Landesparlamenten. Auf der anderen Seite der Skala ist die Linke in zehn Landesparlamenten vertreten, in dreien davon als zweitstärkste Kraft.

Aber drohen deshalb automatisch italienische Verhältnisse? Marcel Fratzscher, Chef des Wirtschaftsforschungsinstituts DIW Berlin, sieht vor allem Angela Merkels Rückzug als Parteivorsitzende als Zäsur: „Merkels Entscheidung ist ein Schock für Deutschland und Europa, der große Unsicherheit schafft.“ Das habe für Europa weitreichende Folgen. „Der Stabilitätsanker Deutschland existiert so nicht mehr, im Gegenteil: Die Bundesrepublik wird immer mehr zu einem Risikofaktor.“ Die gute wirtschaftliche Lage habe „uns Deutsche satt und überheblich gemacht“.

Der Chefvolkswirt der Commerzbank, Jörg Krämer, widerspricht. Zwar zeige die Hessenwahl einmal mehr, dass die Dominanz von Union und SPD schwinde und es auch in Deutschland schwieriger werde, stabile Regierungen zu bilden. „Aber Deutschland ist nicht Italien“, schiebt Krämer sofort nach. „Hierzulande ist eine Regierung unter Beteiligung oder gar Führung der Links- oder Rechtspopulisten undenkbar.“

Die Ränder schaffen es also nicht an die Macht. Das hat wiederum direkte Auswirkungen auf die Stabilität des Landes. Sei es nun Schwarz-Grün, Schwarz-Rot, Jamaika oder Kenia, bei jeder denkbaren Koalition wüssten Wirtschaftslenker und Investoren, dass sie auch weiterhin auf Stabilität setzen können.

Hier kommt ein weiterer Aspekt hinzu, der Deutschland diametral von Italien unterscheidet: Die Wirtschaft brummt, die Staatsfinanzen sind solide, die Arbeitslosigkeit niedrig. So ist es auch zu erklären, dass Deutschlands Regierung zwar fast den ganzen Sommer vor dem Zusammenbruch stand, es Wirtschaft und Finanzmärkte jedoch kaum interessierte.

Im Juli sagte Holger Schmieding, Chefvolkswirt der Berenberg-Bank, im Interview mit der WirtschaftsWoche: „Deutschland geht es so gut, dass wir uns wirtschaftlich gesehen sogar eine Regierungskrise leisten können.“ Denn, so betonte auch er, selbst wenn es Neuwahlen und eine neue Regierung gäbe, bedeutete das keine wirtschaftspolitische Revolution: „Das Risiko, dass nach einer politischen Krise die politischen Ränder bei uns die Politik bestimmen könnten, ist zum Glück praktisch null.“

In Italien freilich ist das ganz anders: Obwohl das Land hoch verschuldet ist, sollen die Schulden nach Wunsch der populistischen Koalition auch in den nächsten Jahren kräftig weiter steigen. Gleichzeitig ist keine Erholung der gebeutelten Wirtschaft in Sicht. Nicht nur der Rest der EU lief daraufhin Sturm, zuletzt drohte auch Standard & Poor’s dem Land eine Herabstufung an. In Deutschland, dem Land, in dem die schwarze Null sogar zum Ziel der Sozialdemokraten geworden ist, ist das schwer vorstellbar – dementsprechend entspannt reagiert bislang auch die Börse. Wahlergebnisse und Führungswechsel hin oder her, die Wirtschaft muss sich also keine Sorgen um italienische Verhältnisse machen. Die (ehemaligen) Volksparteien aber schon.

Die Grünen haben in Bayern ein traumhaftes Ergebnis geholt. Im Interview erzählt deren früherer Fraktionsvorsitzende Jürgen Trittin, was er für das Erfolgsgeheimnis hält und was der Grünen-Sieg für die nächsten Wahlen bedeutet. Kristina Antonia Schäfer, WirtschaftsWoche EA 30

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. EU kommt bei Ausschiffungsplattformen nicht voran

 

Die Pläne der EU, Ausschiffungsplattforme in Nordafrika aufzubauen, um Menschen von der Flucht nach Europa abzuhalten, kommen nicht voran. Bislang hat sich kein Drittstaat dazu bereiterklärt. Die Linke begrüßen das Scheitern. Die Lager wären ohnehin „illegal“.

Die Europäische Union kommt in der gemeinsamen Flüchtlingspolitik auch bei den geplanten „Ausschiffungsplattformen“ nicht voran. Das geht aus der Antwort des Auswärtigen Amtes auf eine Kleine Anfrage der Linken im Bundestag hervor, die dem MiGAZIN vorliegt. Solche Plattformen waren als Idee auf dem EU-Gipfel Ende Juni beschlossen worden. Sie sollen auf freiwilliger Basis in Nordafrika entstehen, um die Einreise von Flüchtlingen und Migranten besser zu ordnen und Menschen von der gefährlichen Route abzuhalten.

Laut der aktuellen Antwort auf die Linken-Anfrage hat sich aber nach Kenntnis der Bundesregierung „bislang kein Drittstaat zu einer Ausschiffungsvereinbarung bereiterklärt“. Auf die Frage, welche der EU-Staaten welche Regierungen in Drittstaaten ansprechen sollen, um über mögliche „Ausschiffungsplattformen“ zu beraten, heißt es, dass hierzu bislang keine Entscheidungen getroffen worden seien. Voraussetzungen für solche Zentren in Libyen seien derzeit nicht gegeben.

Hunko: Lager wären „illegal“

Der europapolitische Sprecher der Linksfraktion Andrej Hunko erklärte, dass solche Lager ohnehin „illegal“ wären, „denn sie würden die Zurückweisung Schutzsuchender verstetigen“. Er verwies auf das „Non-refoulement-Prinzip“, wonach es laut Artikel 33 der Genfer Flüchtlingskonvention verboten ist, einen Flüchtling über die Grenze in Gebiete aus- oder zurückzuweisen, „in denen sein Leben oder seine Freiheit wegen seiner Rasse, Religion, Staatsangehörigkeit, seiner Zugehörigkeit zu einer bestimmten sozialen Gruppe oder wegen seiner politischen Überzeugung bedroht sein würde“.

Die EU-Länder streiten seit Jahren um den Umgang mit Asylbewerbern. Lösungen gibt es bislang nur wenige. In der Abschlusserklärung des Gipfels Mitte Oktober waren die sogenannten Ausschiffungsplattformen nicht mehr direkt erwähnt worden. (epd/mig 29)

 

 

 

Brasilien: „Bolsonaro macht die Armen ärmer und die Reichen reicher“

 

Nach der Wahl in Brasilien werden sich die gesellschaftlichen und politischen Strukturen im Land grundlegend verändern. Der Adveniat-Länderreferent für Brasilien, Norbert Bolte, beobachtet das mit Sorge. Im Interview mit Vatikan News erzählt er, worauf man sich im Land jetzt einstellen muss. Christine Seuss – Vatikanstadt

 

Vatican News: Herr Bolte, in Brasilien hat Bolsonaro die Stichwahl zum Präsidenten gewonnen. Er ist eigentlich ein Hinterbänkler ohne nennenswerte politische Erfolge. Er hat im Wahlkampf mit aggressivem Auftreten und einem Liebäugeln mit der Militärdiktatur gepunktet. Außerdem ist er durch extrem widersprüchliche Aussagen aufgefallen. Worauf müssen wir uns in nächster Zeit in Brasilien einstellen?

“ Er hat im Wahlkampf mit aggressivem Auftreten und einem Liebäugeln mit der Militärdiktatur gepunktet ”

Norbert Bolte: Die bisherigen Aussagen des Wahlgewinners Bolsonaro lassen leider wenig Gutes hoffen. Es ist zu befürchten, dass er weiterhin an einem Gesellschaftsmodell arbeitet, das zum einen die Armen weiter arm macht, dass er Minderheiten verfolgt oder verfolgen lässt und, dass er eine Wirtschaftspolitik betreibt, die sehr stark neoliberal orientiert ist. Diese macht die Reichen reicher.

Außerdem rechnen wir damit, dass unsere Projektpaten im Bereich von Menschenrechten, die mit Indigenen und Menschen auf dem Land arbeiten, sehr starker Gegenwehr, vielleicht sogar starker Verfolgung ausgesetzt sein werden.

Vatican News: Sie waren bei den Wahlen vor Ort. Wie war die Stimmung, die sie dort wahrgenommen haben?

Norbert Bolte: An vielen Stellen in Brasilien wurden in den letzten Wochen und vor allem seit dem letzten Wahlgang Anfang Oktober vermehrt Übergriffe gemeldet. Diese sind dokumentiert. Darunter sind Übergriffe gegenüber der Opposition, gegen die Bolsonaro angetreten ist – nachdem er den ersten Wahlgang bereits deutlich gewonnen hatte. Diese Übergriffe sind gewalttätig gewesen. Hinzukommt ein Diskurs, der sehr stark von Gewalt geprägt ist, von Intoleranz und von Hass. Er schafft ein gesellschaftliches Klima von Unsicherheit auf der einen Seite, auf der anderen Seite fühlen sich diejenigen, die seine Anhänger sind oder sein wollen, verstärkt dazu motiviert, über Grenzen zu treten und in ihrer Reaktion auf Gewalt zu setzen. Das lässt schlimmes befürchten. Ich habe ein sehr stark von Hass, Intoleranz und Gewalt geprägtes Klima erlebt.

“ Die Armen werden noch weniger haben ”

Vatican News: Kann man davon ausgehen, dass es mit dem Schutz von Arbeitern, Minderheiten und Indigenen „begrab“ gehen wird?

Norbert Bolte: Wir rechnen sehr stark damit, dass das so passieren wird. Das, was er bisher im Bereich Wirtschafts- und Finanzpolitik verkündet hat, unterstützt das noch einmal. Ich möchte daran erinnern, dass er in seiner Zeit als Abgeordneter im Parlament mit dafür gestimmt hat, dass die Staatsausgaben – vor allem im Bereich Bildung, Erziehung und Gesundheit – gedeckelt werden. Es ist weiterhin damit zu rechnen, dass die Privatisierungen voranschreiten wird und, dass die sogenannte Flexibilisierung der Arbeit vorangetrieben wird. Er hat angekündigt, dass Steuerentlastungen für die Reichen geschaffen werden sollen.

Das alles spricht dafür, dass für die Ärmeren und sehr Armen am Ende noch weniger übrige bleibt, als bisher schon übrig ist.

Vatican News: Bolsonaro hat von Anfang an seine Nähe zu Evangelikalen kundgetan. Das hat während des Wahlkampfes eine Rolle gespielt. Für die katholischen Bischöfe hat er hingen Verachtung durchscheinen lassen. Gleichzeitig habe sich die Bischöfe erst relativ spät deutlich gegen Bolsonaro positioniert – allerdings auch ohne ihn beim Namen zu nennen. Woran liegt das?

Norbert Bolte: Gerade jetzt nach dem ersten Wahlgang und während der Vorbereitung für den zweiten Wahlgang hatte die Bischofskonferenz in Brasilien seine Machenschaften als einen „faulen oder verdorbenen“ Teil der Kirche bezeichnet. Ich persönlich hätte mir gewünscht, dass sich die Bischofskonferenz deutlicher und früher in Sachen Demokratie und Bedrohung der Demokratie durch diese Kandidatur geäußert hätte. Allerdings verstehe ich auch in gewissem Rahmen, wenn sich die Kirche als Institution parteilich nicht festlegen kann. Dennoch hat sie sich gerade in den letzten Wochen mehrfach und sehr deutlich auf die Einhaltung der Grundsätze der Demokratie der Verfassung besonnen und hat diese auch in der Öffentlichkeit gefordert – ohne jedoch, wie gesagt, konkret die Kandidaten beim Namen zu nennen.

“ Es gibt Teile in der Kirche, die mit autoritären Strukturen liebäugeln ”

Wer allerdings lesen und hören kann, hat schon eindeutig herausgehört, worum es der katholischen Kirche geht. Allerdings muss man auch gleichzeitig sagen: es gibt auch in der katholischen Kirche durchaus einen Spiegel dessen, was gesamtgesellschaftlich gesagt ist. Es gibt auch Teile innerhalb der der katholischen Kirche, oder Teile die sich zur katholischen Kirche bekennen, die eindeutig mit autoritären Strukturen oder mit Befürwortern einer Militärdiktatur oder eines autoritären Regimes liebäugeln und dies auch zugunsten von Bolsonaro im Wahlkampf deutlich gemacht haben.

Vatican News: Analysten sind sich einige, dass der Korruptionsskandal, in den die brasilianische Politik derzeit verwickelt ist, zu einem großen Aufschwung zu diesem relativ unbeleckten Bolsonaro geführt hatte. In wieweit wurde das durch die Medien gesteuert? Was versprechen sich die Fädenzieher von Bolsanaro auf dem Präsidentensitz?

Norbert Bolte: Das Thema Korruption hat eine ganz große Rolle gespielt. Allerdings bezweifle ich, dass Bolsonaro der Kandidat ist, dem Einheit gebieten wird. Er selbst hat zuletzt als Angeordneter dafür gestimmt, dass der augenblickliche Präsident Brasiliens nicht einmal in Hinblick auf Korruptionsvorwürfe untersucht wird. Ihm ist es aber sehr geschickt gelungen, das Thema der Korruption gegen seine Gegner einzusetzen. Das ist speziell der Gegenkandidat der Arbeiterpartei gewesen. Dieses stand in der Tat in den letzten Jahren vermehrt im Mittelpunkt. Gegen sie wurde ermittelt. Es wurden Mitglieder der Partei und auch der ehemalige Staatspräsident Lula verurteilt. Er sitzt sogar im Gefängnis.

“ Alle Parteien sind in die Korruption verwickelt ”

Man muss allerdings im Kontext der Wahlen auch sicherstellen, dass eine Wahrnehmungsverschiebung stattgefunden hat. Es wäre falsch, zusagen, dass die Arbeiterpartei diejenige wäre, die an der Korruption Schuld trage. Diese Einstellung ist in Brasilien systemisch verbreitet. Sie ist angelegt, seitdem die ersten Europäer in Brasilien gelandet sind und versucht haben, das Land aufzubauen.

Es sind alle Parteien in die Korruption verwickelt, allerdings haben immer wieder auch die Medien eine unrühmliche Rolle gespielt. Sie haben zusammen mit bestimmten gesellschaftlichen Gruppen dafür gesorgt, dass die PT medial fokussiert wird – als diejenige, die als Schuldträgerin dieser Korruption immer wieder angeprangert wird. Wenn man sich allerdings die konkreten Zahlen der Verurteilten anschaut, muss man sagen, dass es quer durch alle Parteien geht. Das ist systematisch. Im Kontext der Korruption kommt noch etwas Anderes hinzu. Nicht untersucht werden können aufgrund von Verjährung zurückliegende Korruptionsfälle.

“ Korruption war ein wichtiges Element im Wahlkampf ”

Es bedarf immer eines bestimmten Klimas in der Gesellschaft oder eines bestimmten Willens, dass Korruption verfolgt wird. Sie wurde seit etwa zehn bis zwölf Jahren stärker und systematischer verfolgt. Aufgrund der Tatsache, dass weiter zurückliegende Fälle strafrechtlich nicht mehr relevant sind, wird die Korruption in Brasilien mit der Amtszeit der Arbeiterpartei in Verbindung gebracht. Diese Korruption war ein wichtiges Element im Wahlkampf. Hinzu kommt eine starke wirtschaftliche Krise, die seit einigen Jahren in Brasilien herrscht und bis hin zu Massenarbeitslosigkeit, zu Frustration geführt hat. Dies ist eine ungesunde Mischung. Das kennen wir auch aus anderen Ländern und Regionen der Welt. Die Einwohner dieser Länder neigen häufig dazu, extreme Kandidaten zu wählen.

Vatican News: Da bleibt nur zu beobachten, was von seinem bunten Wahlprogramm umgesetzt wird und wie die Bevölkerung darauf reagiert.

“ Wir haben es hier nicht mehr mit einem rechtradikalen, sondern mit einem rechtsextremen Positionsbündnis zu tun ”

Norbert Bolte: Wir sind sehr besorgt. Bei seinem letzten großen „Auftritt“ am Sonntag in Sao Paolo – als er sich per Handy zuschalten lassen hat – das ist übrigens ein Teil seiner Mythosbildung, dass er in den letzten Wochen gar nicht mehr aktiv im Wahlkampf zu sehen war, sondern sich immer nur zugeschaltet hat – hat er sehr deutlich warnende Worte an die Opposition gesprochen. Er hat auch von Säuberungskampagnen gesprochen. Er sagt: „Entweder werdet ihr inhaftiert, ihr geht in Haft, oder ihr geht’s ins Ausland.“ Das sind sehr deutliche Worte, die uns veranlassen, auch anderen zu folgen, die sagen, wir haben es hier nicht mehr mit einem rechtradikalen, sondern mit einem rechtsextremen Positionsbündnis zu tun, das Bolsonaro hier präsentiert. Wir machen uns sehr große Sorgen darüber, in welche Richtung das Land gehen wird.

Vatican News: Das klingt sehr besorgniserregend. Soweit ich weiß, hat er sich bei der Ansprache nicht nur an die politischen Gegner gewandt. Was wissen Sie darüber?

“ Diejenigen, die sich für die Menschenrechte der Indigenen aufsetzen, sind von ihm verunglimpft diffamiert worden ”

Norbert Bolte: Im Kontext der Säuberungen hat er ganz klar NGOs genannt, zu denen auch kirchliche gehören. Der indigene Missionsrat „Cimi“ ist in Brasilien sehr aktiv. Auch der ist zusammen mit der Bischofskonferenz als der „faule, verdorbene“ Teil der Kirche betrachtet worden. Diejenigen, die sich für die Menschenrechte der Indigenen aufsetzen, sind von ihm verunglimpft diffamiert worden. Sie sind zumindest politische Zielscheibe seiner Aggression. Es ist auch damit zu rechnen, dass die Rechtsgrundlage für die indigene Bevölkerung in Brasilien weiter aufgelockert wird. Diese ist ohnehin nicht gut. Die politischen Entscheidungen werden zuungunsten der Indigenen ausgehen. Ihnen wird weniger Land zugesprochen werden. Außerdem werden ihnen bestimmt Rechte abgesprochen, die sie bisher noch hatten. Wir können klare Leitlinien in seiner bisherigen Agenda erkennen. (vatican news 2)

 

 

 

 

Hessen: CDU und SPD erneut mit Verlusten; Grüne und AfD legen zu

 

Die CDU und die SPD mussten bei den Landtagswahlen in Hessen am Sonntag erneut Rückschläge hinnehmen. In Reaktion darauf dachte SPD-Chefin Andrea Nahles auch laut über die Zukunft der Großen Koalition auf Bundesebene nach.

Die Verluste in Hessen kommen zwei Wochen nach dem ähnlich schwachen Ergebnis in Bayern. Von der Krise der beiden Parteien profitieren insbesondere die Grünen: Sie konnten ihr Ergebnis auch in Hessen deutlich verbessern.

Die aktuelle Lage innerhalb der Bundesregierung sei „inakzeptabel“, sagte SPD-Chefin Andrea Nahles kurz nach den ersten Hochrechnungen. Diese deuteten bereits an, dass die Sozialdemokraten wohl ihr schlechtestes Wahlergebnis in Hessen seit 1946 verzeichnen werden.

Die CDU und die CSU müssten ihre Konflikte schnellstmöglich beilegen, forderte Nahles im Willy-Brandt-Haus. Sie fügte hinzu, die SPD wolle ihr eigenes Schicksal nicht in die Hände der Konservativen legen, sondern dafür sorgen, dass die Regierungskoalition in den kommenden Monaten einen klaren und verbindlichen Fahrplan vorlege.

SPD-Chefin Andrea Nahles sieht das „schlechte Bild der Bundesregierung“ für schuldig am Wahldebakel in Bayern, Kanzlerin Angela Merkel will „mit allem Nachdruck“ wieder politisches Vertrauen herstellen.

Wenn die Umsetzung der geplanten Regierungsmaßnahmen bis zur „Halbzeitbilanz“ nicht erfolgreich sei, müsse die SPD überlegen, ob sie in dieser Koalition noch „richtig aufgehoben“ sei, so Nahles.

Sie kündigte des weiteren an, sie werde dem Parteivorstand am morgigen Dienstag einen entsprechenden Vorschlag für das weitere Vorgehen unterbreiten.

Der SPD-Bundestagsabgeordnete Karl Lauterbach hatte in einem Fernsehinterview bereits nahegelegt, dass seine Partei aus der Regierungskoalition ausscheiden könnte: „Wir müssen jetzt sehr deutlich prüfen, ob wir noch eine gemeinsame Arbeitsgrundlage mit den Konservativen haben und ob wir sehr schnell zu einer grundlegend anderen Arbeitsweise in der großen Koalition kommen können.“

Lauterbach weiter: „Wenn wir das nicht schaffen, dann würde das bedeuten, dass es keine langfristige Perspektive für die Große Koalition gibt.“

Grüne und AfD legen zu

Nach Schätzungen um 2 Uhr morgens lag die CDU mit 27 Prozent der Stimmen zwar weiterhin an erster Stelle, dabei aber rund zehn Prozentpunkte unter ihrem Ergebnis aus der letzten Landtagswahl 2013. Die Grünen und die SPD sind mit jeweils 19,8 Prozent gleichauf.

Für die Grünen war das gestrige Ergebnis ihr bisher bestes in Hessen. „Hessen war noch nie so grün wie heute,“ zeigten sich daher die Spitzenkandidaten Tarek Al-Wazir und Priska Hinz entsprechend erfreut.

Die rechtsextreme AfD erreichte rund 13 Prozent. Damit ist die Partei nun in allen 16 deutschen Landtagen vertreten.

Die FDP gewann 7,5 Prozent; und auch Die Linke wird mit rund 6,5 Prozent der Stimmen ebenfalls im Wiesbadener Landtag vertreten sein.

Die Grünen haben in Bayern ein traumhaftes Ergebnis geholt. Im Interview erzählt deren früherer Fraktionsvorsitzende Jürgen Trittin, was er für das Erfolgsgeheimnis hält und was der Grünen-Sieg für die nächsten Wahlen bedeutet.

SPD und CDU: Berlin ist schuld

Sowohl die Landesvorsitzenden der SPD als auch der CDU machten die schwächelnde Bundesregierung in Berlin für ihre Wahlschlappe verantwortlich. Diese Position wurde durch eine nach der Abstimmung veröffentlichte Umfrage bestätigt, in der die Hälfte der Befragten angab, mit ihrer Stimme eine Botschaft nach Berlin senden zu wollen.

Insbesondere hätten die Regierungskonflikte um die Migrationspolitik den beiden Parteien geschadet, monierten die Hessen-Vertreter und kritisierten damit – zumeist indirekt – vor allem Innenminister und CSU-Chef Horst Seehofer.

Sowohl bei der CDU als auch bei den Sozialdemokraten stehen am kommenden Sonntag Ausschusssitzungen an. Nach den Wahl-Debakeln in Bayern und Hessen ist mit heftigen Diskussionen zu rechnen.

Die CDU wird darüber hinaus einen Parteitag vom 6. bis 8. Dezember abhalten, auf dem Bundeskanzlerin Merkel entscheiden muss, ob sie für eine weitere Amtszeit als Parteivorsitzende kandidieren will. Claire Stam, EA 29

 

 

 

Kanzlerdämmerung nach der Hessen-Wahl

 

Bundeskanzlerin Angela Merkel will im Dezember nicht mehr für CDU-Vorsitz und nach der laufenden Legislaturperiode auch nicht mehr für das Kanzleramt kandidieren.

 

„Kanzlerschaft und Parteivorsitz gehören zusammen“, lautete bis Montagfrüh ein machtpolitisches Credo Merkels. Nun muss ergänzt werden: solange die Macht für beides reicht. Das tut sie jedoch nach der Hessen-Wahl nicht mehr. Beim kommenden Parteitag im Dezember will sie nach 18 Jahren an der Spitze der Partei nicht mehr für den Vorsitz kandidieren. Die längste Zeit saß sie fest im Sattel.

Erst im Sommer 2015, als sie die Grenzen öffnen ließ – eine Maßnahme die ursprünglich nur für zwei Wochen geplant war – begann das große Machtbröckeln. Merkels ärgste Feinde sitzen seither in den eigenen Reihen. Während die Grenzöffnung vor allem im linken Spektrum als humane Geste gelobt wurde und der Kanzlerin beachtliche Beliebtheitswerte in der Wählerschaft von SPD, Grünen und Linkspartei bescherte, sackte die Zustimmung im konservativen Lager in den Keller.

Insbesondere die zermürbenden Auseinandersetzungen mit Innenminister Horst Seehofer ließen auch in der Bevölkerung die Zweifel wachsen, ob Merkel noch die Zügel in der Hand hält. Doch nachdem Seehofer bei und nach der Bayern-Wahl vor zwei Wochen nur noch 37 Prozent der Stimmen einholen konnte, wird die Schlappe in Hessen klar der Kanzlerin angelastet.

In Reaktion auf die Ergebnisse dachte SPD-Chefin Andrea Nahles auch laut über die Zukunft der Großen Koalition auf Bundesebene nach.

CDU-Spitzenkandidat und Ministerpräsident Volker Bouffier machte am Wahlabend keinen Hehl daraus, dass er die Verantwortung in Berlin sieht. „Die Botschaft, die man von Hessen natürlich nach Berlin geben kann und muss: Die Menschen möchten weniger Streit, sie möchten sachorientierte Arbeit“, sagte er dem Hessischen Rundfunk. Er sprach von einem „Weckruf für Berlin“. Offenbar nicht zu Unrecht: 73 Prozent der abgewanderten CDU-Wähler in Hessen gaben an, die Wahl sei eine gute Gelegenheit, der Berliner Koalition einen Denkzettel zu verpassen.

Bei der Pressekonferenz am Montagmittag bekannte sich Merkel deutlich zu dieser Verantwortung. „Wenn die Menschen im Land der Regierung, und auch mir persönlich, ins Stammbuch schreiben, was sie von der Arbeit der Bundesregierung halten, dann ist das ein deutliches Signal“, sagte sie. Als Kanzlerin und CDU-Chefin trage sie die Verantwortung.

Weiter sagte Merkel, es sei immer ihr Wunsch gewesen, Staats- und Parteiämter in Würde zu tragen und zu verlassen. Mit ihrer Entscheidung diesen Montag, freiwillig von der Parteispitze abzutreten und im Dezember nicht erneut zu kandidieren, könnte ihr dies gelingen. Kanzlerin will Merkel allerdings bleiben, zumindest bis zum Ende der laufenden Legislaturperiode. Eine erneute Kandidatur schloss sie aus. Auch werde sie sich nicht erneut um ein Bundestagsmandat oder ein sonstiges politisches Amt bewerben. Merkels politische Karriere geht zu Ende.

Kaum verkündet, ist der Kampf um Merkels Erbe in vollem Gange. Merkels Vertraute und Wunschnachfolgerin, CDU-Generalsekretärin Annegret Kramp-Karrenbauer („AKK“), hat ihren Hut im Rennen um den Parteivorsitz bereits in den Ring geworfen. Doch der konservative Flügel hat anderes im Sinne. Während „AKK“ für eine Fortsetzung des Merkel-Kurses steht, wünschen sich viele in der CDU – und vor allem der CSU – einen Rechtsruck: strikte Asylregeln und eine Rückbesinnung auf traditionelle, konservative Werte.

Die CDU hat auf der Landtagswahl in Hessen über elf Prozent ihrer Stimmen verloren, ein Debakel für die Konservativen. Ihr österreichisches Pendant dagegen erfreut sich großer Beliebtheit. Ein Kommentar.

Seit Montagfrüh geistert ein Name durch die Medien, den die nicht mehr ganz Jungen vor allem mit Bierdeckeln in Verbindung bringen: Friedrich Merz. Um die Jahrtausendwende war er mal Vorsitzender, mal stellvertretender Vorsitzender der CDU-Bundestagsfraktion. Er gehörte zu den ärgsten Widersachern Merkels, wurde von ihr jedoch erfolgreich verdrängt und verschwand für eine gute Dekade von der Bildfläche. In Hinblick auf den Parteitag im Dezember könnte er zum großen AKK-Herausforderer werden. Denn das Erbe ist noch nicht geregelt.

Unterstützung kommt auch vom früheren BDI-Präsidenten Hans-Olaf Henkel: „Als CDU-Parteichef und Kanzler gibt es keinen geeigneteren Kandidaten als Friedrich Merz“, sagt der heutige EU-Abgeordnete. „Die fehlgeschlagene Griechenland-Rettung, die planlose Energiewende, die Flüchtlingskrise, der Aufstieg der AfD und der Brexit sind Fehlleistungen von Angela Merkel, von denen jede für sich genommen schon ein ausreichender Grund zum Rücktritt gewesen wäre. Mit Friedrich Merz an der Spitze könnte sich die CDU bald erholen und die AfD halbiert werden.“

FDP-Chef Christian Lindner sprach am späten Montagvormittag von „dramatischen Folgen“ der Hessenwahl für die Bundespolitik. Die „Merkel-Doktrin“ sein gescheitert. Die Union sei abhängig geworden und werde durch diese Doktrin zerrieben. Allerdings verzichte Merkel nun auf das falsche Amt. „Für die CDU ist eine neue Spitze vielleicht gut, für Deutschland wäre aber eine neue Regierung gut“, sagte er.

An der Spitze der Grünen betonte die Bundesvorsitzende Annalena Baerbock am Montag, dass ihre Partei, die neben der AfD am meisten Stimmen dazugewann, für eine Koalition mit der SPD, CDU oder auch der FDP offen sei. Nach 18 Jahren an der Spitze der Partei sei es ein großer Schritt, den Vorsitz abzugeben. Besonders als Frau zolle sie Merkel für ihre Arbeit in dieser Position Respekt. Steffen Stierle Euractiv 29

 

 

 

Schutzlos ausgeliefert. Wie EU-Bürger in Deutschland aus dem sozialen Netz fallen

 

In deutschen Großstädten hausen Menschen ohne ein Dach über dem Kopf, ohne Anspruch auf ärztliche Hilfe oder Sozialhilfe. Oft kommen sie aus Bulgarien oder Rumänien. Wie der Tagelöhner Kasimir, der von sich sagt: „Ich bin hier verloren.“ Von Rudolf Stumberger

 

Die Reichenbachbrücke in München überquert die Isar in der Stadtmitte. Zugleich gibt sie Menschen ein Dach über dem Kopf. Zurzeit „wohnen“ dort auch Ismet (47), Valentin (53), Kasimir (43). Die Tagelöhner des 21. Jahrhunderts stammen aus Bulgarien und dürfen sich nach EU-Recht in Deutschland aufhalten und arbeiten. Anrecht auf Sozialhilfe haben sie nicht. Eine Wohnung können sie sich in der Stadt mit den höchsten Mieten nicht leisten.

So hausen die drei mit anderen Kumpels zusammen unter der Brücke. Auf herbeigeschleppten Matratzen und zwischen Stühlen und einem Tisch vom Sperrmüll. Irgendwo steht ein kleiner Rollkoffer, sogar eine Blumenvase mit Blumen. „Ich bin hier verloren“, sagt Kasimir, und zeigt zur Bekräftigung eine Plastiktüte mit Pfandflaschen. Davon lebt er.

30.000 Bulgaren und Rumänen in München

Deutschland ist für südosteuropäische Arbeitsemigranten das bevorzugte Ziel. Derzeit leben in und um München rund 13.000 Bulgaren und knapp 18.800 Rumänen, viele davon in prekären Verhältnissen. Bürger der beiden EU-Mitgliedsländer können in der Europäischen Union Wohn- und Aufenthaltsort frei wählen und auch in anderen EU-Ländern arbeiten. Doch das soziale Netz für diese Menschen aus der „Armutszuwanderung“, wie es im Fachjargon heißt, ist löchrig. So hausen die Männer in Parks, zwischen Gleisen und am Mittleren Ring.

Heute treffen sich Ismet und Valentin, die Obdachlosen von der Reichenbachbrücke, in einem Beratungscafe der Arbeiterwohlfahrt mit Lisa Riedner von der Initiative Zivilcourage. Die Initiative kümmert sich um die Menschen aus Südosteuropa, die hier auf Arbeitssuche sind und meist kein Deutsch sprechen. Die junge engagierte Frau spricht auch ein wenig Türkisch – das ist neben dem Bulgarischen die Sprache der Minderheiten an der bulgarisch-türkischen Grenze.

Kein Geld bisher

Bei dem Beratungstermin heute geht es um den ausstehenden Lohn von Ismet und Valentin. Sie sind von einem Subunternehmen für eine Baustelle in Feldmoching im Norden von München angeheuert worden. Eine Woche haben sie dort gearbeitet, aber Geld haben sie bisher nicht gesehen. Jetzt soll Lisa Riedner mit ihnen hinaus zur Baustelle fahren und mit der Bauleitung reden, damit sie ihren Lohn bekommen.

Zusammen fahren sie mit der S-Bahn auf die Baustelle. Direkt neben der Bahn-Strecke soll hier ein Boarding-Haus für Montagearbeiter entstehen, das Gebäude ist schon weitgehend fertiggestellt. Ismet zeigt die Stellen, an denen sie gearbeitet haben: beim Innenausbau, beim Schleppen von Holzpaletten, beim Schlagen von Kabelschlitzen. Sie versuchen auf der Baustelle den Vorarbeiter zu finden, der ihnen die Arbeit verschafft hat – vergebens. Auch den Namen der Subfirma, die sie angeworben hat, wissen die beiden Bulgaren nicht. Nur dass der Mann „Theo“ heißt.

Zurück unter die Reichenbachbrücke

Schließlich kommen sie ins Büro der Bauleitung. Der anwesende Ingenieur hört sich die Forderung der beiden Arbeitsmigranten an. Lisa Riedner übersetzt und sagt auch schon mal resolut: „Das Beste wäre, sie würden den Männern jetzt ihren Lohn auszahlen!“ Der Bauleiter hört sich das an, und dann geht es noch einmal hinaus auf die Baustelle. Noch einmal zeigen Ismet und Valentin, wo und was sie gearbeitet haben. Immerhin wird jetzt klar, welcher Subunternehmer in der Schuld steht.

Der Bauleiter verspricht, er werde sich an die Firma wegen des fehlenden Lohns wenden, das könne aber ein paar Tage dauern. Für heute bleibt den Männern aus Bulgarien nichts übrig, als wieder zurückzufahren – zu ihrem Unterschlupf unter der Reichenbachbrücke. Doch diesmal geht die Geschichte gut aus. Eine Woche später schreibt Lisa Riedner per E-Mail: „Ismet hat mir gestern berichtet, dass der Subunternehmer ihm und seinen Freunden das geforderte Geld ausgezahlt hat.“ (epd/mig 29)

 

 

 

Italien. Die PD zerfleischt sich in inneren Kämpfe

 

Die italienische Partei PD (Partito Democratico, vom ehemaligen Premierminister Renzi) erleidet das gleiche Schicksal wie die SPD und alle andere frühere „linke“ Parteien in Europa.

 

Die PD zerfleischt sich in inneren Kämpfe, und wie alle sozialistische oder ehemaligen Kommunistische Parteien scheint nur noch mit sich selber beschäftigt, oder mit der Kritik an die neue italienischen Regierung, die ihn aus der Macht weggefegt hat.

 

Die Abfahrt in die Bedeutungslosigkeit scheint ein gemeinsames Schicksal aller linken Parteien, die vom gleichen „neoliberalen Virus“ infiziert wurden, also um die Wette mit den konservativen eiferten, den Markt als oberste Macht zu glorifizieren, die Privatisierung als oberste Religion, und die Abschneidung der Arbeiterrechten als Wundermittel für die Wiederbelebung der Wirtschaft.

 

Dies obwohl auch Kinder verstehen, dass dadurch kein Problem gelöst, sondern alle bestehende verschärft und neue hinzukommen.

 

In der Tat, 10 Jahre Sparpolitik hat als einziges Ergebnis die Erhöhung der Staatsschulden, der Arbeitslosigkeit und die wirtschaftliche Rezession ohne Hoffnung auf eine Besserung.

 

Dann wundern sich noch diese falsche „Linken“, dass die Arbeiter die konservativen Parteien wählen: aber es ist immer so gewesen, dass wenn die Wähler keine andere Chance haben,  statt einer schlechten Kopie lieber das Original wählen. Wie konnte aber soweit kommen?

 

Nach dem Mauerfall hat man voreilig das "Ende der Geschichte" und den Triumph der Demokratie gegen den Realkommunismus und die marxistische Lehre verkündet.

 

Was als Realkommunismus und Marxismus verstanden wurde, war in Wirklichkeit die Verdrehung dieser Ansätze. Marx (der bekanntlich schrieb, "Ich bin kein Marxist" !) hatte die Ökonomie seiner Zeit studiert und deren perversen Mechanismus entlarvt. Er war aber nicht gegen den Kapitalismus als solchen, denn bekanntlich  bewunderte er die industrielle Entwicklung seiner Zeit, sondern gegen die Ausbeutung der Arbeiter durch die  Besitzer der Produktionsmittel. Und seine Untersuchungen waren nur provisorisch, das erste Buch des Kapitals hat er damals nur unter enormem Druck des Verlegers veröffentlicht, und in weiteren Ausgaben schon Änderungen vorgenommen (z. B. 6. Kapitel).

 

Die Arbeiterbewegung gründete auf dieser marxistischen Entlarvung der Ökonomie, deren Gültigkeit methodisch nichts an Aktualität verloren hat.  Es war jedoch keine einheitliche und endgültige Lehre,  die man als Orthodoxie reglementieren durfte, wie jede Religion, sondern nur der Ansatz und die Methode war entscheidend. Die immer gültige Grunderkenntnis lautete nämlich: wenn der Markt und die Produktivkräfte außer Kontrolle geraten, werden sie Demokratie und Wohlstand zerstören und Kriege verursachen.

 

Der weitere Verlauf der Geschichte beweist dies unmissverständlich.

 

Dies alles haben jedoch diejenigen, die sich als "Linke" oder als "Demokraten" verkaufen wollen, entweder nie verstanden oder nie sehen wollen. Die Exzesse des Realkommunismus  wurden erkannt, aber diejenigen des "Monopolkapitalismus" nicht. Daher wurden aus ehemaligen Linken weltweit "Ergebene Gläubiger der  Neoliberalen Religion" (die schon ökonomisch ein totaler Unsinn ist).

 

Leider eine nicht allzu neue Geschichte: schon die deutschen Sozialdemokraten hatten bei der Novemberrevolution 1918 die Arbeiterbewegung verraten, so wie sie sich schon 1914 für den Krieg entschieden hatten.

 

In Italien wurde Mussolini vom Sozialist zum Faschist, genau aus der gleichen Kriegsbegeisterung. In unserer Zeit sind die  Regierenden in ganz Europa lediglich Marionetten des Kapitals, untergebene Befehlsempfänger der Finanz-und Industrie-Lobbys und Knechte des USA Imperialismus. Kriegsvorbereitungen finden statt, NATO-Militärübungen und immer höhere Militärausgaben, erzwungen von den USA, werden stillschweigend angenommen.

 

Aber was für ein unisono „Kreischen von Gänsen“ in allen Zeitungen und Medien in der gesamten EU, wenn eine neue Regierung, wie jetzt in Italien, eine Erhöhung der Staatsausgaben um ein paar Punkte hinter dem Komma versucht (sicher keine Wende, eher ein Verzweiflungsakt, aber 100 mal besser als der blinde Herdentrieb der o.g. Marionetten) !.

 

Die o.g. Gänse wiederholen unaufhörlich, dass die neue italienische Regierung "Italien gegen die Wand fährt" :  eine so infame wie naive Behauptung, die einen totale Aberkennung der schon eingetretenen Situation verrät: Italien ist schon lange an der Wand festgenagelt, und zwar genau von jenen Verrätern wie den PD-Politikern und ihren Anhängern, die zwar nicht die geringste Ahnung haben, wie Italien aus der Misere zu helfen wäre, aber nicht akzeptieren können, dass die Wähler ihre korrupte Partei aus der Macht vertrieben haben.

 

Das Interesse der Italiener an den internen Machtkämpfen und Operetten-Possen in dieser Partei  ist jedenfalls nahezu gleich Null. Und die jungen gut gebildeten aber arbeitslosen

 

Italiener haben Italien sowieso den Rücken gekehrt und sind ins Ausland geflüchtet: allein  im Jahr 2017 sind mehr als 285.000  Auswanderer registriert, wobei die Dunkelziffer weit höher sein dürfte.

 

Eine ganze Generation geht Italiens verloren. Über diese Tragödie zeigt die EU-Kommission nicht das geringste Interesse: denen interessiert die Euro-Verteidigung, denn nur damit können die Reichen immer reicher werden und immer höhere Profite erzielen.

 

Die anderen, die Verlierer dieser neoliberalen Politik, haben sich bitte damit zufrieden zu geben, und sollen  dankbar sein, das Ihnen immer noch besser als den  Flüchtlingen geht. Dann sollte man sich aber nicht wundern, dass die rechten und fremdenfeindlichen Parteien leider immer mehr Zulauf finden.

Graziano Priotto, Konstanz/Prag (de.it.press)

 

 

 

 

Südtirol – An der Lega scheiden sich die Geister

 

Südtirol steht nach den Landtagswahlen vor einer politischen Weichenstellung, die für Aufmerksamkeit in Europa sorgt.

 

Nach den Landtagswahlen in Südtirol diskutiert die deutschsprachige Mehrheitspartei SVP (Südtiroler Volkspartei), mit welcher italienischen Gruppierung sie eine Landesregierung bilden will. Dabei spielt das eindeutige Bekenntnis zur EU der Partei eine nicht unwesentliche Rolle. Schließlich wird es nicht von allen zur Auswahl stehenden Partnern geteilt. Hinzu kommt, dass es auch in der Partei von Landeshauptmann Arno Kompatscher unterschiedliche Strömungen gibt. Und, dass seine Partei das bisher schlechteste Ergebnis ihrer Geschichte erzielt hat und sich Gedanken über den Zukunftskurs machen muss.

Der geschichtliche Hintergrund

Zum besseren Verständnis der Situation gilt es die politische Ausgangslage näher zu betrachten. Südtirol stellt weniger als ein Prozent der italienischen Bevölkerung. Nach dem Ersten Weltkrieg wurde das Kernland Tirols ohne Rücksicht auf die kulturelle Identität Italien zugesprochen. Fast 100 Jahren der Abtrennung von Österreich gehören immer noch drei Viertel der Landesbürger der deutschsprachigen Volksgruppe an. Ihre Rechte werden durch ein über Jahrzehnte hart erkämpftes Autonomiestatut gewahrt. Heute ist Südtirol die wohlhabendste und politisch stabilste Provinz in Italien.

Die Angst vor großen Erfolgen populistischer Parteien bei den EU-Wahlen sind übertrieben, glaubt Piotr Buras. Das kommende Parlament und die neue Kommission werden aber viel durchmischter sein.

Die dominierende politische Kraft im Land ist die SVP, die sich als überparteiliche Sammelpartei der deutschsprachigen Volksgruppe und der ladinischen Minderheit versteht. Trotz Nähe zur Europäischen Volkspartei, war sie zuletzt um Überparteilichkeit bemüht und pflegt auch Kontakte zur österreichischen SPÖ. Das Autonomiestatut verpflichtet die SVP, zwei der acht Regierungssitze mit Italienern zu besetzen. Zuletzt waren das Abgeordnete der sozialdemokratischen Partito Democratico (PD) – was von so manchen Wählern als „Sündenfall“ bewertet wurde.

Schwierige Suche nach Koalitionspartner in Bozen

Die PD wurde nun Opfer des Rechtsschwungs in Italien. Sie bringt es auf noch ein Mandat. Neuer Stern am politischen Himmel über dem Land an Etsch und Eisack wurde die rechtspopulistische Lega, die die Stimmen von rund 50 Prozent der italienischsprachigen Bevölkerung auf sich vereinte. Auch von jenen in Südtirol lebenden Italienern, die zuletzt noch mehr Vertrauen in die SVP als ihren eigenen politischen Bewegungen hatten. Die Lega stimmt zwar in vielen regionalpolitischen Anliegen mit der SVP überein. Allerdings liegt Parteichef und Innenminister Matteo Salvini in punkto EU-Politik mit Kompatscher übers Kreuz.

Als Alternative kommt daher, so die aktuellen Überlegungen, nur eine Koalition der Verlierer in Frage, nämlich ein Bündnis der SVP mit der PD und den Grünen, die von vier auf drei Mandate zurückgefallen sind. Die SVP selbst hat am Sonntag zwei Abgeordnetensitze verloren, und hält jetzt nur noch 15 der 35 Mandate. Mit dem „Team Köllensperger“ ist ernsthafte Konkurrenz um die Gunst der Deutschsprachigen entstanden, die es auf Anhieb auf sechs Mandate brachte.

Mehr Augenmerk auf Minderheitenschutz legen

Die SVP steht nun auch vor der Frage, wie sie sich noch weiterhin als Sammelpartei darstellen kann, wenn sie nur noch die Hälfte der deutschsprachigen Bevölkerung hinter sich hat. Für den Vorgänger Kompatschers, dem 25 Jahre im Amt befindlichen Alt-Landeshauptmann Luis Durnwalder, steht, wie er im Gespräch mit EurActiv betonte, fest, dass sich die SVP in ihrem Verhältnis zur Regierung wieder stärker ihrer Rolle als Vertretung einer ethnischen Minderheit bewusst werden muss. Zwar müsse man im Land eine stabile Regierung mit einer italienischen Partei bilden, trotzdem müsse um Distanz bemüht sein und sich daher nicht gleichzeitig im Abgeordnetenhaus und im Senat an sie binden, so als würde es sich um ein politisches Eheversprechen handeln.

In der Provinz Trentino haben am Sonntag Regionalwahlen stattgefunden. Dabei konnte die rechtspopulistische Partei Lega ihren Stimmenanteil gleich vervierfachen. In der Nachbarprovinz Südtirol sah das anders aus.

Für die Bewahrung der ethnischen Identität der Südtiroler ist es für Hans Benedikter, den ehemaligen Südtiroler Abgeordneten im römischen Parlament, unerlässlich, dass die SVP sich nicht nur der Tatsache rühmt, wirtschaftlich eine Vorzeigeprovinz in Italien zu sein. Vielmehr müsse man auf die Pflege von Sprache, Bildung und Kultur einen besonderen Wert legen. Auf diesem Gebiet besteht nicht nur Nachholbedarf sondern auch die Entschlossenheit, sich gegen Bestrebungen der italienischen Seite zu wehren, in diese „ethnische Schutzzone“ einzudringen.

Doppelpass verlangt kein Einvernehmen mit Italien

Wenngleich die forcierte Diskussion um eine Doppelstaatsbürgerschaft für Südtiroler der Freiheitlichen Partei eine herbe Niederlage bereitet hat und Tirols Landeshauptmann Günther Platter das Thema ad acta legen will, sehen Durnwalder und Benedikter ein anderes Problem. An sich wäre der Doppelpass eine Hoheitsangelegenheit Österreichs. Es sei ein Fehler gewesen, zu erklären, diese Causa nur im Einvernehmen mit Italien lösen zu wollen. Schließlich sei es für Rom Usus, Auslandsitalienern nicht nur eine italienische Staatsbürgerschaft zu geben. Darüber hinaus bekämen sie auch 18 garantierte Sitze im römischen Parlament.

Durnwalder macht zudem auf ein interessantes historisches Faktum aufmerksam: Nach dem Ende der Monarchie im November 1918 seien nicht nur deutsch- sondern auch italienischsprachige Südtiroler fast ein Jahr Bürger der Republik Deutsch-Österreich gewesen. Sie und ihre Nachfolger hätten durchaus Anspruch auf eine österreichische Staatsbürgerschaft.  Herbert Vytiska (Wien), EA 26

 

 

 

Angst vor dem Chaos! Warum die Russen Putin vertrauen

 

Die Wahlen in den 26 Regionen Russlands haben gezeigt, dass die Zustimmung zur Politik der regierenden Partei „Einiges Russland“ (Jedinaja Rossija) schwindet. Davon könnten aber nicht die Liberalen und pro-westlichen Kräfte profitieren, sondern – im Gegenteil – extreme Nationalisten von der sogenannten Liberal-demokratischen Partei (LDPR) und die Kommunisten. von Vladimir Pachkov

 

In Moskau dagegen, das – als Zentrum der liberalen Opposition – über ein starkes Protestpotential verfügte, konnte der amtierende Gouverneur Sobjanin mit 74% aller Stimmen problemlos die Wahlen gewinnen. Die Liberalen haben dort viel weniger Stimmen bekommen als früher.

Der einzige oppositionelle Politiker, der von den relativ vielen, besonders von den jungen Leuten unterstützt wird, Navalny, vertritt extrem nationalistische Ideen. Er kämpft gegen die Migration aus den ehemaligen Sowjetrepubliken, besonders gegen die muslimische Migration aus Zentralasien.

Korruption führt zu nachlassendem Wahlerfolg

Was Wähler aber veranlasst, gegen die regierende Partei zu stimmen, ist hauptsächlich die grassierende Korruption, die in den entlegenen Regionen besonders stark ist. Die Niederlage der seit 2013 in der Region Vladimir regierenden Gouverneurin ist darauf zurückzuführen. Vladmir liegt 400 Kilometer nördlich von Moskau.

In der Bevölkerung liegt die Zustimmung zu Putin jetzt bei 58%, höher als die der Regierung, die nur 41% beträgt. Innenpolitisch besteht Putins Problem darin, dass er sich um die Zustimmung des Volkes sorgen muss, dies aber mit der Loyalität und Unterstützung der geldgierigen Elite.

Wie regiert Putin und warum ist er weiterhin populär?

Putin versteht, dass der nationalistische Diskurs innerhalb des Landes bei vielen, besonders bei den älteren Leuten und in den kleineren Städten sowie auf dem Land gut ankommt. Man kann dies aber nicht als Richtlinie für die reale Politik benutzen: Weder innerhalb des Landes, weil es viele andere religiöse und ethnische Gruppen gibt, noch international; denn Russland kann sich die Konfrontation mit dem Westen nicht leisten, wenn das es sich wirtschaftlich weiter entwickeln will.

Die Stärke und die Notwendigkeit von Putin für das heutige Russland besteht darin, dass er für den Interessenausgleich sorgt – zwischen der Bevölkerung und der Elite, und zwischen den verschiedenen Gruppierungen innerhalb der Elite. Die extremen Nationalisten und Kommunisten lässt er walten, weil sie dafür sorgen, dass einfache Leute ihre Unzufriedenheit mit der Politik derer, die wirklich die Macht besitzen, zum Ausdruck können. Letztendlich aber bewegen sich diese Parteien innerhalb des Systems und stellen für die Macht Putins und seiner Leute keine Gefahr dar.

Die einzige Kraft, die nicht dem System angehört, bei den Leuten bekannt ist, und deswegen für die regierende Elite gefährlich werden kann, ist die Bewegung von Navalny. Aber gerade deswegen wird sie auch verfolgt, auch wenn sie sich ideologisch nicht von den Nationalisten der LDPR unterscheidet.

Vertrauen in Präsident, Kirche und Armee

Wirklich liberale Kräfte existieren auch, aber sie bekommen bei den Wahlen ungefähr zwischen 1% und 2% der Stimmen. Dafür könnte es mehrere Gründe geben: Erstens haben sich Liberale und ihre Ideen völlig diskreditiert, und zwar nicht nur in den 90er-Jahren. Russland hat Angst vor dem Chaos. Man sollte wahrscheinlich nicht die Ereignisse vom Anfang des 17. Jahrhunderts erwähnen, als die Regierungskrise zum Bürgerkrieg und zur polnischen Intervention geführt hat. Die liberale Regierung am Anfang des vorigen Jahrhunderts, nach dem Sturz des Zaren, war gescheitert und hatte für den bolschewistischen Putsch und eine fast jahrhundertlange Herrschaft geführt.

Vor Kurzem hat Putin auch gesagt, dass sich das Land in den 1990er-Jahren wieder im Zustand des Bürgerkrieges befand. Und es war die Zeit, wo die Regierung sich als liberal und pro-westlich darstellte. Deswegen stellen die Liberalen keine echte Alternative dar. Die Institutionen, denen Russen am meisten vertrauen, sind der Präsident (58%), die Kirche (48%) und die Armee (66%), weil sie für Ordnung sorgen, was in Russland bis jetzt das Wichtigste ist. Kath.de 26

 

 

 

 

Seenotretter. Europawahl 2019: „Die EU-Kommission wird durchmischter“

 

Die Angst vor großen Erfolgen populistischer Parteien bei den anstehenden EU-Wahlen im Mai 2019 sind übertrieben, glaubt Piotr Buras. Das kommende EU-Parlament und die neue Kommission werden aber sicherlich sehr viel „durchmischter“ sein, sagt er. Piotr Buras ist Leiter des European Council on Foreign Relations (ECFR) in Warschau. Er sprach mit Bartosz T. Wieliski von EURACTIVs Medienpartner Gazeta Wyborcza.

 

Gazeta Wyborcza: Laut Umfragen werden nach den Wahlen im Mai deutlich mehr Populisten und Euroskeptiker im EU-Parlament sitzen. Wird das eine große Umwälzung für die EU?

Piotr Buras: Keine Frage. Es wird eine Erschütterung sein. Aber keine revolutionäre Umwälzung. Die Träume der populistischen Rechten, die Kontrolle über das Europäische Parlament zu übernehmen, sind weit übertrieben. Nach Untersuchungen der Adenauer-Stiftung wird die extreme Rechte, die derzeit in zwei Fraktionen unterteilt ist, gemeinsam mit der Gruppe der Europäischen Konservativen und Reformer (EKR), zu der beispielsweise die polnische Regierungspartei PiS gehört, insgesamt 150 Mitglieder haben.

Das derzeitige Europäische Parlament hat aber 750 Abgeordnete. Selbst wenn man noch extreme Linke und parteilose Abgeordnete dazuzählt, könnten diese Fraktionen also zusammen vielleicht ein Drittel der Stimmen haben. Und ein Zusammenschluss der extremen Rechten und der extremen Linken ist ohnehin unwahrscheinlich.

Wir verhalten uns ein wenig wie das Kaninchen vor der Schlange. Wir zittern vor Angst, dass die extreme Rechte Europa erobern wird. Infolgedessen haben viele Politiker Angst, ein positives, proeuropäisches Programm zu verfolgen. Sie übernehmen die Slogans der Populisten und hoffen, dass sie auf diese Weise ihre Wählerschaft zurückgewinnen können. Das ist eine sehr gefährliche Tendenz.

Griechenlands Premierminister Alexis Tsipras hat dazu aufgerufen, sich gemeinsam gegen “extremen” Neoliberalismus und rechten Populismus zu stellen.

Die europäischen Parteien nominieren demnächst ihre Spitzenkandidaten für die Wahlen und für den Posten als Kommissionspräsident. Auch der Amtsinhaber Jean-Claude Juncker wurde über das Spitzenkandidaten-System zum Kommissionschef. Wird das System bei der kommenden Wahl wieder in dieser Form angewendet werden?

Der Gedanke hinter dem Spitzenkandidaten-System ist ja, den Wählern mehr Einfluss darauf zu geben, wer die EU-Kommission leiten und wie ihr Programm aussehen wird. Die Idee ist also, dass die EU-Institutionen größere demokratische Legitimität erhalten sollen. Aber dieses Versprechen kann nicht mehr erfüllt werden.

Wir wissen bereits, dass während die Populisten zulegen, zwei große europäische Parteien geschwächt werden: die Europäische Volkspartei (EVP) und die Sozialdemokraten. Sie werden beide keine Mehrheit im Parlament haben und daher nicht in der Lage sein, den nächsten Kommissionschef allein zu ernennen. Sie müssen Koalitionen eingehen; sie müssen die Unterstützung beispielsweise der Liberalen haben. Und die Liberalen könnten dann sagen, dass ihnen Manfred Weber – der aussichtsreichste Kandidat der EVP – nicht zusagt. Und was dann?

Auch das Versprechen, dass der Kommissionspräsident das Wahlprogramm seiner Partei umsetzen wird, ist übertrieben. Schließlich wird sich die Kommission ja aus Politikern verschiedener Parteien, einschließlich populistischer Fraktionen, zusammensetzen.

Wird der zu erwartende Wahlerfolg der Populisten auch ihre Positionen in den einzelnen EU-Mitgliedsstaaten weiter stärken?

Ich würde die Auswirkungen der Vorgänge im Europäischen Parlament auf die grundsätzlichen Debatten in Europa nicht überschätzen. Es ist eher so, dass sich die Situation in den Mitgliedstaaten auf die Situation im Europäischen Parlament überträgt, und nicht umgekehrt.

Die Wahlen werden aber sicherlich ein Test für die Stärke der Populisten in den einzelnen Mitgliedsstaaten sein. Und das Ergebnis wird sich wohl nicht nur in einigen Abgeordneten des Europäischen Parlaments widerspiegeln, sondern auch auf die Zusammensetzung der zukünftigen Kommission Auswirkungen haben. Die Kommissionsmitglieder werden ja von ihren Regierungen ernannt.

Die PiS-Regierung in Polen, die Regierung von Viktor Orban in Ungarn sowie die Regierungskoalitionen in Österreich und Italien, zu denen auch Populisten gehören, werden ihre entsprechenden Vertreter ernennen. Die Frage ist dann: Wird eine solche Kommission handlungsfähig sein?

EU-Haushaltskommissar Günther Oettinger spricht im Interview über den Populismus-Alarm vor der Europawahl, Flüchtlinge und Deutschlands EU-Beitragszahlungen.

Wäre es denn im Interesse der Regierungen Polens oder Ungarns, Kommissare zu entsenden, die Sand ins EU-Getriebe streuen?

Es wird davon abhängen, inwiefern die Populisten in der Lage sind, miteinander zu kooperieren und ihre Politik zu koordinieren – und wie der politische Mainstream auf sie reagiert.

In der jetzigen Kommission wird Ungarn beispielsweise durch Tibor Navracsics vertreten, den ich als eher unpolitischen, gemäßigten Charakter beschreiben würde. Ich kann mir aber vorstellen, dass Orbán im kommenden Jahr zu dem Schluss kommt, dass es sich lohnt, jemanden nach Brüssel zu schicken, der seine [Orbáns] politische Haltung deutlicher vertritt. Polen könnte das Gleiche tun. Die Kommission wird sicherlich durchmischter werden.

Bisher ging es in der EU um immer tiefergreifende Integration. Wird sich dies nach den Wahlen ändern?

Es ist bereits erkennbar, dass ein bestimmtes Integrationsmodell ausläuft. Es handelt sich dabei um ein Modell, bei dem die Kommission Vorschläge für die gesamte Union macht. Dies hat sich zum Beispiel in der Migrationspolitik gezeigt. Doch seit dem Ausbruch der Flüchtlingskrise im Jahr 2014 sind alle Kommissionsvorschläge in diesem Feld gescheitert. In dieser Angelegenheit haben also die Mitgliedstaaten die Entscheidungen getroffen; die Kommission war irrelevant.

Dieses bisherige Gemeinschaftsmodell wird nun durch die Bildung einer „Koalition der Willigen“ ersetzt. Zwei Beispiele: Die französische Verteidigungsinitiative fungiert im Wesentlichen außerhalb der Strukturen der Europäischen Union. Und was die Eindämmung der Migration betrifft, so stimmt sich Deutschland – ohne Beteiligung der Kommission – mit Italien, Frankreich und Spanien ab. Wahrscheinlich werden diese Staaten irgendwann gemeinsam als Gruppe mit den afrikanischen Ländern über neue Regeln für die Rücknahme von Migranten oder über die Entwicklungshilfe verhandeln.

Die Zusammenarbeit zwischen den Ländern in Europa wird intensiviert. Kein Land ist in der Lage, Migrations- oder Klimaprobleme allein zu bewältigen. Aber diese Zusammenarbeit betrifft nicht zwangsläufig die gesamte EU. Und manchmal können die Entscheidungen auch komplett außerhalb des EU-Rahmens getroffen werden.

Der EU-Gipfel wird vom Streit über Flüchtlingsquoten überschattet. Fortschritte wurden derweil in Sachen Verteidigungsunion erzielt.

Was ist die Rolle Polens bei all diesen Entwicklungen?

Die polnische Regierung ist der Ansicht, dass die Mehrheit der Trends in der EU den polnischen Interessen zuwiderläuft. Die verteidigungspolitische EU-Agenda wird als Bedrohung für die NATO und unsere Beziehungen zu den USA angesehen. Die Migrationspolitik zu einem vorrangigen Thema auf EU-Ebene zu machen, ist aus polnischer Sicht schlecht, weil die PiS ja eine „Null-Flüchtlinge-Politik“ betreibt. Und eine ambitionierte Klimapolitik von Seiten der gesamten EU steht im Widerspruch zum Bekenntnis der polnischen Regierung zur Erhaltung des Steinkohlebergbaus.

Infolgedessen will sich Polen an vielen Themen auf EU-Ebene nicht beteiligen. Die Dinge könnten sich im Endeffekt dahingehend entwickeln, dass Gelder und politische Relevanz nur noch dort zu finden sind, wo die Länder direkt miteinander kommunizieren. Dann wird gemeinsame Politik von den Staaten gemacht; und die EU wird zu einer leeren Hülle. Da wäre Polen sicher dabei.

Meiner Meinung nach interpretiert die PiS unsere Interessen in einigen Bereichen aber falsch. Sind „Null Flüchtlinge“ oder Kohlefragen wirklich polnische Staatsräson? Treffen eine gemeinsame EU-Verteidigungspolitik oder die Entsenderichtlinie wirklich Polen als Staat?

Die Regierung ist in altem Denken gefangen: Warschau befürwortet seit Jahren ein transatlantisches Bündnis, es hat den Kohlebergbau immer unterstützt. Das Problem ist aber, dass sich die Welt nun einmal verändert hat – und dass sich deswegen auch die Politik ändern sollte. Darüber hinaus gibt es auch eine besorgniserregende Instrumentalisierung der Außenpolitik zu Gunsten einer populistischen Innenpolitik.

Trotz des weit verbreiteten Euroskeptizismus in Polen und der Tschechischen Republik scheint es für beide Länder weiterhin sehr wichtig zu sein, Teil der EU zu bleiben.

Seit wann steckt Europa eigentlich in der Krise? Seit Beginn der sogenannten Flüchtlingskrise?

Nein, schon früher. Wenn es keine Eurozonenkrise in Griechenland oder Italien gegeben hätte, hätte die „Migrationskrise“ ganz anders ausgesehen. Denn so traf sie gerade die wirtschaftlich besonders geschwächten Länder.

Von einer Krise der Europäischen Union zu sprechen, ist aber ohnehin eine falsche Diagnose. In der gegenwärtigen Krise sind es Nationalstaaten und das Modell der liberalen Demokratie, die durch den Druck von Themen wie Globalisierung, Migration, Klimawandel sowie Veränderungen im Funktionieren der Medien erschüttert werden. Die Kritik an solchen angeschlagenen Nationalstaaten verlagert sich hin zu einer Kritik an der EU. Aber es ist nicht die Union, die die Ursache für diese Probleme ist.

Müssen wir uns darauf einstellen bzw. damit abfinden, dass Populisten nun fester Bestandteil der Politik sein werden?

Wir haben es mit einem dramatischen Wandel zu tun, aber es sind nicht die Populisten, die das Problem darstellen. Wichtiger ist: Das Zentrum, die politische Mitte, bricht zusammen. Es ist in Europa selten, dass die Lager so klar gespalten sind wie in Polen, zwischen Populisten und ihren Gegnern. In den meisten Ländern hat es bisher zwei große Parteilinien gegeben: Mitte-Rechts und Mitte-Links. Und einige kleinere Parteien arbeiteten mit diesen großen Volksparteien zusammen. Das ändert sich.

Beispiel Deutschland: Dort verlieren Christdemokraten und Sozialdemokraten in alarmierendem Tempo an Unterstützung. Gleichzeitig werden die Populisten der Alternative für Deutschland (AfD) aber nicht zur größten Kraft. Das Problem Deutschlands ist also nicht, dass die AfD plötzlich die Hälfte (oder mehr) der politischen Landschaft einnehmen wird, sondern, dass die Parteien-Fragmentierung so groß wird, dass es irgendwann nicht mehr möglich sein könnte, stabile Koalitionen zu bilden. Diese Situation ist das Ergebnis der Fragmentierung der Gesellschaften: Es gibt keine Klassen mehr, keine kompakten Interessengruppen… und die Menschen sind in ihrem Wahlverhalten deutlich flexibler.

Die Grünen haben in Bayern ein traumhaftes Ergebnis geholt. Im Interview erzählt deren früherer Fraktionsvorsitzende Jürgen Trittin, was er für das Erfolgsgeheimnis hält und was der Grünen-Sieg für die nächsten Wahlen bedeutet.

Anders gefragt: Die sogenannte Migrationskrise scheint vorbei, die Arbeitslosigkeit in der EU sinkt, die Wirtschaft wächst. Man könnte also meinen: Es sieht gut aus für Europa. Dennoch scheinen die Europäer immer besorgter zu werden. Warum?

Weil wir in einer Welt leben, in der künstlich geschaffene „Fakten“ wichtiger sind als echte Fakten. In den USA war genau das vor der letzten Wahl zu beobachten. Und jetzt können wir es auch in Europa sehen: Das Ausmaß der Migration nach Europa ist auf das Niveau von vor sechs Jahren gesunken; trotzdem wird überall in der EU von einer „Flüchtlingsflut“, einer „Welle unkontrollierter Migration“ gesprochen. Die Ängste der Menschen werden geschickt geschürt und von Populisten genutzt. Wir können uns nicht dagegen wehren.

Populisten profitieren auch von der Krise des Liberalismus, von den Fehlern der Liberalen, die zu sehr auf wirtschaftliche Effizienz gesetzt haben. Sie profitieren auch von der Ineffektivität des Nationalstaates, der die Bedürfnisse der Bürger scheinbar nicht befriedigt.

Aber das Thema Migration ist besonders stark, weil die Menschen eine gewisse Angst vor fremden Kulturen haben. Und Populisten erklären ihnen, dass die Begrenzung der Migration lediglich eine Frage des Willens sei. Orbán spricht davon, die Migrationspolitik „umzukehren“. Hinter diesen Worten verbirgt sich nichts als große Barbarei; sie überschreitet eindeutig die Grenzen des Machbaren.

Wir müssen zeigen, dass es heute schlichtweg keine „Migrationskatastrophe“ gibt und dass das bestehende Problem im Einklang mit unseren Prinzipien und Werten gelöst werden kann. Die Politiker der Mainstream-Parteien müssen in einer solchen Sprache kommunizieren und dürfen Orbán und Salvini mit ihrer Anti-Immigranten-Rhetorik nicht übertreffen wollen. Bartosz T. Wieliski | Gazeta Wyborcza EA 25

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. EU kommt bei Ausschiffungsplattformen nicht voran

 

Die Pläne der EU, Ausschiffungsplattforme in Nordafrika aufzubauen, um Menschen von der Flucht nach Europa abzuhalten, kommen nicht voran. Bislang hat sich kein Drittstaat dazu bereiterklärt. Die Linke begrüßen das Scheitern. Die Lager wären ohnehin „illegal“.

 

Die Europäische Union kommt in der gemeinsamen Flüchtlingspolitik auch bei den geplanten „Ausschiffungsplattformen“ nicht voran. Das geht aus der Antwort des Auswärtigen Amtes auf eine Kleine Anfrage der Linken im Bundestag hervor, die dem MiGAZIN vorliegt. Solche Plattformen waren als Idee auf dem EU-Gipfel Ende Juni beschlossen worden. Sie sollen auf freiwilliger Basis in Nordafrika entstehen, um die Einreise von Flüchtlingen und Migranten besser zu ordnen und Menschen von der gefährlichen Route abzuhalten.

Laut der aktuellen Antwort auf die Linken-Anfrage hat sich aber nach Kenntnis der Bundesregierung „bislang kein Drittstaat zu einer Ausschiffungsvereinbarung bereiterklärt“. Auf die Frage, welche der EU-Staaten welche Regierungen in Drittstaaten ansprechen sollen, um über mögliche „Ausschiffungsplattformen“ zu beraten, heißt es, dass hierzu bislang keine Entscheidungen getroffen worden seien. Voraussetzungen für solche Zentren in Libyen seien derzeit nicht gegeben.

Hunko: Lager wären „illegal“

Der europapolitische Sprecher der Linksfraktion Andrej Hunko erklärte, dass solche Lager ohnehin „illegal“ wären, „denn sie würden die Zurückweisung Schutzsuchender verstetigen“. Er verwies auf das „Non-refoulement-Prinzip“, wonach es laut Artikel 33 der Genfer Flüchtlingskonvention verboten ist, einen Flüchtling über die Grenze in Gebiete aus- oder zurückzuweisen, „in denen sein Leben oder seine Freiheit wegen seiner Rasse, Religion, Staatsangehörigkeit, seiner Zugehörigkeit zu einer bestimmten sozialen Gruppe oder wegen seiner politischen Überzeugung bedroht sein würde“.

Die EU-Länder streiten seit Jahren um den Umgang mit Asylbewerbern. Lösungen gibt es bislang nur wenige. In der Abschlusserklärung des Gipfels Mitte Oktober waren die sogenannten Ausschiffungsplattformen nicht mehr direkt erwähnt worden. (epd/mig 26)

 

 

 

 

Die Wahrheit ist tot

 

Kann die Demokratie die neue Welle künstlicher Intelligenz überleben?

Von Eric Rosenbach, Katherine Mansted

 

Bislang stützten sich Informationsoperationen auf menschliche „Trolle“. Kombiniert mit einfachen automatisierten Algorithmen erzeugten und verbreiteten diese entsprechende Inhalte. Die Social-Media-Konzerne sind heute in der Lage (wenn auch nicht immer gewillt), gegen die meisten Werkzeuge der Informationsgegner einzuschreiten. Viele automatisierte Algorithmen lassen sich identifizieren, weil sie vorhersagbare „botartige“ Muster aufweisen. Entsprechend kündigten – unter öffentlichem und politischem Druck – Facebook, Twitter und Google Anstrengungen an, ihre Algorithmen zu aktualisieren, um gegen „Fake News“ vorzugehen. Dazu führte Facebook Regeln ein, um Wahlwerbung und Werbung zu aktuellen politischen Fragen kennzeichnen zu lassen. Derweil machte sich Twitter dran, Bot-Netzwerke lahmzulegen und gefälschte Nutzerkonten zu löschen. Das sind alles positive Schritte. Doch die  Weiterentwicklung der Künstlichen Intelligenz (KI) könnte in den kommenden Jahren Gegner in die Lage versetzen, ihre Fähigkeiten schneller auszubauen als wir unsere Mittel, um sie zu bekämpfen.

Angetrieben werden die Fortschritte in der KI hauptsächlich von der steigenden Datenflut. Die weltweiten Massen an Daten wachsen in exponentiellem Tempo. Rund 90 Prozent der heute vorliegenden Daten sind in den beiden letzten Jahren aufgelaufen. Bis 2020 werden ungefähr 20 Milliarden Sensoren des „Internets der Dinge“ Daten sammeln - rund um den Globus, aus Mobil- und Haushaltsgeräten sowie städtischen Infrastrukturen. Parallele Entwicklungen tragen zu immer gewaltigeren Datenmassen bei. Dazu zählen Geotagging durch Smartphone-Apps, intelligente Autos und Finanzdienstleister, eine verbesserte Gesichtserkennung und Affective Computing, bei dem Programme aus Texten, Gesichtsausdrücken und Stimmmustern menschliche Gefühle auslesen. Befeuert wird diese Datenexplosion vornehmlich durch die Wirtschaft. Daten ermöglichen es Unternehmen ihre Kunden zielgenauer ins Visier zu nehmen.

Daten sind wertvolle kommerzielle Informationen, können in den Händen von Gegnern aber brandgefährlich werden. Russland hat eine lange Geschichte darin, die gesellschaftliche Spaltung in umstrittenen Fragen zu verschärfen, indem es gezielt empfängliche Gruppen ins Visier nimmt: So posteten russische Agenten strittige Inhalte in Facebook-Gruppen, die Unterstützern von Black Lives Matter und Kritikern nahestanden.

Fortschritte im maschinellen Lernen versetzen Gegner künftig in die Lage, zu fast jedem Bürger ein detailliertes Profil zu erstellen, zu kaufen oder zu stehlen. Und diese Profile beruhen nicht mehr nur auf bekannten eingegebenen Daten, etwa ob eine Person einer Gruppe gegen Rassendiskriminierung angehört. Sie basieren auch auf Auswertungen durch Werkzeuge des maschinelles Lernens, die persönliche Eigenschaften und Vorlieben, politische und religiöse Überzeugungen, Gefühle in Echtzeit sowie Merkmale der Identität wie sexuelle Vorlieben immer genauer vorhersagen können. Schon jetzt ist das Mikrotargeting über Soziale Medien eine der schwieriger abzuwehrenden Taktiken der Informationsoperation. Denn die entsprechenden Botschaften sind nur für die anvisierten Einzelnen oder Gruppen und nur für kurze Zeit sichtbar. Wenn Maschinen uns bald besser kennen als wir uns selbst, erhalten Gegner die Fähigkeit, diejenigen auszumachen und anzusprechen, die für Einflussnahmen besonders empfänglich sind. Dann können sie höchst personalisierte Inhalte erstellen, die maximale Wirkung entfalten - eben indem sie die besonderen Charaktereigenschaften, Überzeugungen, Bedürfnisse und Verletzlichkeiten eines Individuums ausnutzen.

Um Inhalte für Informationsoperationen zu erstellen, braucht es bislang noch Menschen. Mit der nächsten Welle der KI-Forschung könnten allerdings Bots ans Steuer gelangen. Heutige KI-Werkzeuge interagieren nur im sehr begrenzten Umfeld mit Menschen, verbessern dabei aber ständig ihre Fähigkeiten, originelle Inhalte zu generieren, die auf die Stimmung des Adressaten zugeschnitten sind. Wenn die KI ihre Fähigkeit, menschliches Verhalten nachzuahmen, weiter ausbaut, sind automatisch erstellte gefälschte Identitäten im Netz schwieriger aufspüren. KI-Werkzeuge sind lernende Systeme. KI-fähige Bots werden Experimente durchführen können und anhand von Erfolg und Misserfolg in Echtzeit lernen, ihre Methoden bis zur maximalen Wirksamkeit zu verfeinern. Ein mögliches Ergebnis: Es stellt sich womöglich heraus, dass es taktisch am effizientesten und billigsten ist, Menschen aus den Abläufen herauszuhalten.

Fortschritte in KI ermöglichen zudem, Audio- und Videomaterial billiger und schwerer erkennbar zu manipulieren. Derzeit gelten Tonaufnahmen, Bilder oder Videos von hoher Qualität als besonders beweiskräftig, wenn um Fakten gestritten oder vor Gericht prozessiert wird. Wie Experten allerdings voraussagen, sind Forscher nur noch wenige Jahre, wenn nicht Monate davon entfernt, realistische Fälschungen von Videos herzustellen, die jedes menschliche Auge täuschen. Schon jetzt kursiert im Internet nutzerfreundliche Software, mit der sich absolut echt wirkendes Hörmaterial fälschen lässt, wenn zu einer Stimme nur ein ausreichend großer Trainingsdatensatz vorliegt. Gegner sind bald in der Lage, vollständig gefälschte audiovisuelle Inhalte zu erstellen. Oder sie werden - noch heimtückischer - bestehende Inhalte manipulieren, um hochwirksame Informationsoperationen auf den Weg zu bringen. Manche Analysten verweisen auf eine noch größere Gefahr für die Demokratie: Wer vermehrt auf digitale Fälschungen setzt, untergräbt damit auch das Vertrauen in absolut glaubwürdige Informationen.

Was dieses Risiko angeht, sind wir optimistischer. So wie sich das Internet weiterentwickelt hat und vertrauenswürdige Websites inzwischen mit einem Sicherheitszertifikat ausgestattet sind, so dürften auch Systeme weiter ausreifen, mit denen sich audiovisuelles Material zertifizieren lässt. Blockchain-Technologien könnten ebenso dazu dienen, sicherzustellen, dass entsprechende Zertifikate echt sind. Kurzfristig werden Gegner allerdings aus der Lücke zwischen verbesserten Fälschungstechniken und neuen Regeln zur Authentifizierung Kapital schlagen können. Und selbst wenn sich diese Lücke dereinst schließt: Bei besonders strittigen Themen wie internationalen Krisen werden gefälschte audiovisuelle Inhalte wahrscheinlich weiterhin erhebliche Probleme bereiten. Ebenso bei Meldungen, die schnell die Runde machen und rasche Entscheidungen erfordern.

Die Informationstechnologien haben nicht nur die Leben, Gesellschaften und Wirtschaften revolutioniert. Sie verändern auch die Natur des politischen Geschäfts und der Konflikte im 21. Jahrhundert. In vielerlei Hinsicht haben unsere Gegner aus dieser Realität schneller die Lehren gezogen und sich angepasst. Deshalb sollten sich Demokratien auf immer raffiniertere und aggressivere Angriffe dieser Art gefasst machen. Auch müssen ihre Führer erkennen, dass sich nationale Interessen nicht mehr durch konventionelle militärische, wirtschaftliche und diplomatische Mittel vertreten und verteidigen lassen. Für Amerika bleibt ein kleines Zeitfenster, um eine gesamtstaatliche kohärente Strategie zu entwickeln, mit der sich die Gefahren des Informationszeitalters abwehren lassen.

Davon hängt womöglich die Integrität und Legitimität unseres Regierungssystems ab.

Dies ist ein Auszug aus dem Paper „Can Democracy Survive in the Information Age?“ von Eric Rosenbach und Katherine Mansted, Belfer Center for Science and International Affairs, Harvard Kennedy School, Oktober 2018. IPG 26

Deutschland fordert Haushaltsdisziplin in Rom

Deutschland stellt sich hinter die Forderung der EU-Kommission, Italien müsse seinen Haushaltsentwurf nachbessern.

War der Austausch zwischen Bundeskanzlerin Angela Merkel und Italiens Ministerpräsidenten Giuseppe Conte am Rande des EU-Gipfels vergangene Woche von diplomatischer Freundlichkeit geprägt, bleibt Berlin in der Sache hart. Wenig überraschend schlägt sich die Bundesregierung im Haushaltsstreit auf die Seite Brüssels.

“Die Einhaltung des Stabilitäts- und Wachstumspaktes, solide öffentliche Finanzen, das ist eine wichtige Voraussetzung für (…) eine gute, nachhaltige wirtschaftliche Entwicklung für die Bürger”, sagte Regierungssprecher Steffen Seibert am Mittwoch in Berlin. Die EU-Kommission hatte der Regierung in Rom am Dienstag eine Frist von drei Wochen eingeräumt, um ihre Haushaltspläne zu ändern und in Einklang mit den EU-Regeln zu bringen.

“Es handelt sich um einen kooperativen Prozess und die EU-Kommission hat ausgedrückt, dass sie einem konstruktiven Dialog mit Italien entgegensieht”, erklärte der Regierungssprecher. Auch die Bundesregierung begrüße einen kooperativen und konstruktiven Dialog sehr. “Ansonsten unterstützen wir die Kommission in ihrer diesbezüglichen Arbeit”, sagte er.

Die Europäische Kommission hat den italienischen Haushaltsplan für 2019 am Dienstag abgelehnt.

Die italienische Regierung lehnt es jedoch ab, den Haushaltsentwurf zu ändern. Die Brüsseler Behörde könne so viele Briefe schicken wie sie wolle, aber “Italiener stehen an erster Stelle”, sagte Innenminster Matteo Salvini am Mittwoch, nachdem die EU-Kommission von einem „beispiellosen Verstoß“ gegen die gemeinsamen Regeln sprach.

Der Konflikt spitzt sich also weiter zu. Letztlich verfügen die EU-Institutionen über die Mittel, Italien weiter unter Druck zu setzen. Die EZB könnte durch geldpolitische Maßnahmen die Zinsbelastung des Landes immer weiter in die Höhe treiben und die EU-Kommission kann ein sanktionsbewährtes Defizitverfahren einleiten.

Doch können die Institutionen kaum bis zum Äußersten gehen und eine Staatspleite und damit Wohl einen Bruch mit dem Eurosystem riskieren. Italien ist wirtschaftlich ein Schwergewicht, eine Krise würde schwere Folgewirkungen für das gesamte Währungsgebiet haben. Das weiß auch die Regierung in Rom. EA/Rtr 25

 

 

 

 

Von wegen Transferunion. Eine europäische Arbeitslosenversicherung würde die EU krisenfester machen.

 

In der CDU/CSU hat man eine Reform der europäischen Wirtschafts- und Währungsunion (WWU) offenbar bereits verworfen. Anders ist nicht zu verstehen, warum den Plänen des Bundesfinanzministeriums zu einem Stabilisierungsfonds für nationale Arbeitslosenversicherungen auf europäischer Ebene sofort eine Absage erteilt wird. Reflexhaft wurde Finanzminister Olaf Scholz dafür kritisiert, das aus Sozialversicherungsbeiträgen sauer angesparte Geld braver deutscher Arbeitnehmer zur Finanzierung italienischen Schlendrians zu transferieren. Dem Koalitionspartner SPD wird damit ebenso wie den französischen Nachbarn und den Brüsseler Institutionen klargemacht: eine umfassende Veränderung der Architektur der Eurozone soll es in naher Zukunft nicht geben. Bei CDU und CSU ist das Thema unbeliebt; seit dem Start dieser Koalition hofft man darauf, es aussitzen zu können. Dass der Koalitionsvertrag besondere Anstrengungen in der Europapolitik vorsieht – ein Ärgernis für alle, die mit dem Status quo ihren Frieden gemacht haben.

Es ist erstaunlich, dass Bundeswirtschaftsministerium und Kanzleramt wissen ließen, sie stünden nicht hinter den Plänen des Finanzressorts. Erst im Juni 2018 hat die Bundeskanzlerin zusammen mit dem französischen Präsidenten Emmanuel Macron auf Schloss Meseberg den nun bekannt gewordenen Vorschlag eines Stabilisierungsfonds für nationale Arbeitslosenversicherungen als Option ins Auge gefasst. Bis Dezember 2018 soll eine deutsch-französische Arbeitsgruppe Details ausarbeiten, über die dann der Europäische Rat diskutieren kann.

Die Eurokrise hat sehr deutlich gemacht, dass die Wirtschafts- und Währungsunion kein optimaler Währungsraum ist. Unterschiede der Mitgliedstaaten in ihren Wirtschaftsstrukturen und Konjunkturzyklen, sicher auch in ihren wirtschaftspolitischen Anschauungen und Praktiken, sorgen für die beständige Gefahr ökonomischer Schocks. Diese betreffen den Währungsraum selten als Ganzes, sondern sind asymmetrisch auf die beteiligten Länder verteilt. Dies wird sich auch nicht ändern lassen. Eine realwirtschaftliche Konvergenz von 19 Staaten ist eine Illusion – und auch gar nicht notwendig für die Funktionalität einer Währungsunion. Auch das Vertrauen auf die optimale Allokationswirkung der Marktkräfte wird die Eurozone kaum vor künftigen Schocks bewahren können. Weder die auf den Weg gebrachte Kapitalmarktunion noch die Flexibilisierung der Arbeit wird für hinreichend grenzüberschreitende Mobilität sorgen. Den arbeitslosen Jugendlichen in den Krisenländern wurde unlängst empfohlen, sich an die Erfordernisse des Marktes anzupassen oder aber auf schlechtere Arbeits- und Lebensbedingungen fern der Heimat zu setzen. Mit solchen Ratschlägen aber wird der Zuspruch einer ganzen Generation zum europäischen Projekt verspielt.

Die Eurozone benötigt einen automatischen Stabilisator, wie er innerhalb der Nationalstaaten seit langer Zeit erfolgreich angewandt wird. Dort füllt sich beispielsweise bei wachsender Erwerbstätigkeit durch gute Wirtschaftsentwicklung die Kasse der Bundesagentur für Arbeit. Bei steigender Erwerbslosigkeit im Abschwung trägt sie durch die  Auszahlung des Arbeitslosengeldes zur konjunkturellen Stabilisierung bei. Ein solcher rein auf den Konjunkturzyklus bezogener Stabilisator für die Eurozone kann durch ein eigenes Budget oder als gemeinschaftlicher Versicherungsmechanismus etabliert werden. Für die Eurozone würden so Elemente eines europäischen Fiskalföderalismus auf niedrigem Niveau geschaffen. Durch ihre rein konjunkturelle Wirksamkeit sind sie abzugrenzen zur erweiterten Idee einer strukturellen Konvergenz der Volkswirtschaften im Sinne eines europäischen Länderfinanzausgleichs. Denn dieser würde einen Aufwuchs der im EU-Haushalt vorgesehenen Struktur- und Kohäsionsfonds zur dauerhaften Angleichung von Produktions- und Lebensverhältnissen zum Ziel haben. Für eine Währungsunion genügen aber die nominale Konvergenz einzelner ökonomischer Indikatoren und Instrumente zur konjunkturellen Stabilisierung.

Die USA haben ein System automatischer Stabilisatoren installiert, das über Steuern, die Arbeitslosenversicherung, Sozial- und Gesundheitsleistungen funktioniert. Bundesstaaten im wirtschaftlichen Abschwung werden auf diese Weise geringere Zahlungen in das Gemeinschaftsbudget bei gleichzeitig höheren Zuwendungen für die fiskalische Stimulierung der Wirtschaft ermöglicht. Im Aufschwung kehrt sich die Wirkung für den betroffenen Bundesstaat um und gewährt so eine antizyklische Politik. In Europa fehlt auf Gemeinschaftsebene ein derartiger Mechanismus gänzlich. Entgegen verbreiteter Vorstellungen ersetzt eine europäische Arbeitslosenversicherung auch nicht die nationalen Systeme, sondern ergänzt diese um eine gemeinschaftliche Komponente. Sie greift nur im Falle eines schweren Schocks. Durch die Stabilisierung der Wirtschaft hilft sie nicht nur den von der Krise unmittelbar betroffenen Ländern, sie verhindert eben auch die länderübergreifende Verbreitung der Krise.

Der aus dem Finanzministerium bekannt gewordene Vorschlag will so weit gar nicht gehen. Nur bei besonders schweren Rezessionen, in denen die nationalen Arbeitslosenversicherungen an ihre Finanzierungsgrenze kommen, soll der Stabilisierungsfonds greifen. Betroffen soll ausschließlich die kurzfristige (konjunkturelle) Arbeitslosigkeit sein, strukturelle Probleme des Arbeitsmarktes (z.B. Langzeitarbeitslosigkeit), müssten die Staaten selbst angehen. Der wesentliche Unterschied zum US-amerikanischen System ist jedoch der Verzicht auf jegliche Form von Transfers. Stattdessen soll der durch die Mitgliedstaaten befüllte Stabilisierungsfonds Kredite an betroffene Staaten ausgeben, die nach Bewältigung der Wirtschaftskrise zurückgezahlt werden müssen. Und bevor hierzu mit den EU-Nachbarn die Bereitschaft und die institutionellen Möglichkeiten erörtert werden, wird im aktuellen Vorschlag – typisch deutsch – bereits mit zwingenden Mindestanforderungen und Sanktionsmöglichkeiten operiert, um mögliche Trittbrettfahrerei auszuschließen.

Der Stabilisierungsfonds ist somit keine echte europäische Arbeitslosenversicherung und wird ohne zwischenstaatliche Transfers Gefahr laufen, in Teilen Struktur und Funktion des Europäischen Stabilitätsmechanismus (ESM) zu doppeln und neue Schuldner-Gläubiger-Problematiken zu schaffen. Er wäre wohl kompatibel mit der von der Europäischen Kommission kürzlich vorgeschlagenen Investitionsstabilisierungsfunktion, die im Gesamtumfang von 30 Mrd. Euro Investitionsprojekte in einer Rezession ermöglichen soll. Ob Macron damit einverstanden wäre, ist sehr fraglich, gehen seine Pläne für einen eigenen Haushalt der Eurozone doch viel weiter. Als Aufreger taugt der Fonds jedenfalls nicht. Als minimaler Einstieg in eine krisenfeste Wirtschafts- und Währungsunion, die besser mit asymmetrischen Schocks umgehen kann, dagegen schon. Und zudem als erster dünner Nachweis, dass dieser Koalition die Stabilität Europas mehr als nur ein Lippenbekenntnis Wert ist. Von Björn Hacker, IPG 1

 

 

 

 

„Wir dokumentieren, was im Mittelmeer passiert.“

 

Nach einer Zwangspause bereitet die Flüchtlingsinitiative „Mission Lifeline“ einen neuen Einsatz im Mittelmeer vor. Die EU wolle „keine Zeugen für die Toten im Mittelmeer“. Man werde sich aber nicht festsetzen lassen.

 

Die Dresdner Flüchtlingsinitiative „Mission Lifeline“ bereitet einen neuen Einsatz im Mittelmeer vor. Dazu stehe dem Verein ein neues Schiff zur Verfügung, teilte Vereinssprecher Axel Steier am Dienstag dem „Evangelischen Pressedienst“ in Dresden mit. Es werde unter deutscher Flagge auslaufen. Mit der heimischen Registrierung will die Hilfsorganisation bürokratische Hürden in Malta und Italien umgehen. Das erste Rettungsschiff war im Sommer von den maltesischen Behörden beschlagnahmt worden.

„Wir lassen uns nicht festsetzen. Wir dokumentieren, was im Mittelmeer passiert“, twitterte „Mission Lifeline“, „deshalb fahren wir jetzt erst recht raus.“ Die Europäische Union wolle „keine Zeugen für die Toten im Mittelmeer, die das Resultat ihrer Abschottungspolitik sind. Das lassen wir nicht geschehen“, hieß es.

Die Dresdner Flüchtlingshelfer wollen ihren Einsatz vor der libyschen Küste fortsetzen. Bei ihrer siebten Mission im Mittelmeer würden sie sich auf das Sichten und Melden von Schiffbrüchigen an die entsprechenden Stellen konzentrieren, hieß es. Wer das Schiff für den Verein erworben hat und wann es auslaufen kann, werde zu einem späteren Zeitpunkt bekanntgegeben.

Erste Lifeline beschlagnahmt

Ihre erste „Lifeline“, welche unter niederländischer Flagge fuhr, war Anfang Juli in Malta beschlagnahmt worden. Zuvor waren die Seenotretter mit 234 Flüchtlingen an Bord im Mittelmeer auf tagelanger Irrfahrt.

Kapitän Claus-Peter Reisch muss sich derzeit in Valetta vor Gericht verantworten. Ihm wird vorgeworfen, dass er die „Lifeline“ falsch registriert habe. Die niederländische Flagge am Heck sei illegal. Die Registrierungsstelle in Holland sollte den Sachverhalt aufklären, schweigt aber bisher, heißt es. Dem Kapitän droht eine Haftstrafe von bis zu einem Jahr. Der Prozess soll am 19. November fortgesetzt werden. (epd/mig 24)

 

 

 

Die wichtigsten Antworten zum Italien-Chaos

 

Die EU-Kommission macht Druck, die Märkte verlieren das Vertrauen, deutsche Konservative wüten: Italiens Regierung beunruhigt die Welt. Innerhalb des Landes dagegen wächst die Unterstützung. Was ist berechtigt an den Sorgen, was nicht? Eine Übersicht. Von: Sven Prange | WirtschaftsWoche

 

Sollte irgendjemand in Europa gedacht haben, die italienische Regierung ließe sich durch Druck einschüchtern, dann war dies kein gutes Wochenende. Denn während sich über den gesamten Kontinent die Warnungen an die Regierung in Rom häuften, ihre Haushaltspläne für 2019 wegen der steigenden Neuverschuldung zu überdenken, entstand innerhalb des Landes durchaus weiter Rückenwind. Jedenfalls durch jene, denen sich die beiden Koalitionsparteien Fünf Sterne und Lega angeblich einzig und allein verpflichtet fühlen: In den beiden autonomen Nordprovinzen des Landes, Trentino und Südtirol, fanden Regionalwahlen statt – und die können als Unterstützung der Regierungskoalition gewertet werden.

Obwohl beide Provinzen zu den wirtschaftlich stärksten in Europa gehören, zählt dort der Juniorpartner in der römischen Koalition, die Lega, zu den klaren Gewinnern. Und auch für Kandidaten aus dem weiteren Umfeld der Fünf Sterne gab es gute Ergebnisse.

Dementsprechend selbstbewusst treten italienische Regierungspolitiker zu Beginn dieser Woche auf. Auch wenn an den Märkten das Vertrauen in Italien als Ganzes schwindet, sieht sich die Regierung weiter auf der richtigen Seite. Alles dreht sich dabei um den Haushaltsentwurf für das Jahr 2019, den die italienische Regierung vergangene Woche bei der EU-Kommission eingereicht hat. Der Plan sieht vor, dass Italien im kommenden Jahr ein Haushaltsdefizit von 2,4 Prozent des Bruttoinlandsprodukts erreicht. 2020 und 2021 sollen es dann 2,1 und 1,8 Prozent werden.

An den Finanzmärkten sorgen die Pläne der Koalition aus Fünf-Sterne-Bewegung (M5S) und Lega für Unruhe. Die Rendite für zehnjährige italienische Staatsanleihen war zeitweise auf knapp 3,8 Prozent gestiegen, den höchsten Stand seit viereinhalb Jahren. Aktuell liegt sie bei etwa 3,3 Prozent. Italien muss Investoren also höhere Zinsen bieten, um an Geld zu kommen. Auch die Regierungen der Euro-Partner-Länder und die EU-Kommission stören sich nun an dem Entwurf und haben der römischen Koalition ein Ultimatum gesetzt. Derweil betonte der parteilose Ministerpräsident Giuseppe Conte beim vergangenen EU-Gipfel: Seine Regierung habe einen „schönen Haushalt“ vorgelegt. Damit steuern Italien und seine Euro-Partner auf eine Eskalation ihrer Meinungsverschiedenheiten zu. Was aber heißt das? Antworten auf die wichtigsten Fragen.

In der EU befürchtet man, Italien könne mit seinem geplanten Haushalt für 2019 die Stabilität der Eurozone gefährden. Vielleicht komme es aber gar nicht so wild, so Premierminister Conte heute.

Was sind die Hauptkritiker der Regierung und ihre Motive?

Der römische Deal, der im Mai zur Bildung einer Regierung aus der basisdemokratischen Fünf-Sterne-Bewegung, die keinem klassischen politischen Lager zuzurechnen ist, und der rechten Lega führte, sollte alle befrieden: Der konservative Staatspräsident Sergio Mattarella beauftragte die Wahlgewinner mit der Regierungsbildung; diese versprachen, mit dem parteilosen und renommierten Ökonomen Giovanni Tria einen unabhängigen Finanz- und Wirtschaftsminister zu ernennen. Der wiederum sollte eine Art Bindeglied zwischen Märkten und Europartnern auf der einen sowie der unkonventionellen Koalition auf der anderen Seite sein. Nun, nach etwa fünf Monaten, muss man konstatieren: Der Deal rentiert sich offenbar nicht. Tria hat in der Regierung kaum Einfluss und die Stimmung zwischen der Regierung und ihren internationalen „Partnern“ eskaliert.

Da ist zum einen die EU-Kommission, die den vorgelegten Haushalt für das Jahr 2019 scharf kritisiert. Von einem „in der Geschichte des Euro nie dagewesenen Verstoß gegen die Euro-Stabilitätsregeln“, spricht EU-Währungskommissar Pierre Moscovici. Unterstützt wird er von Politikern und konservativen Wirtschaftswissenschaftlern aus Nordeuropa. Clemens Fuest, Präsident des privaten Ifo-Instituts, sprach im „Handelsblatt“ vom „italienischen Patienten“ und plädierte dafür, „Italien finanziell zu isolieren“. „Italien streckt Europa die Zunge raus“, schimpfte der deutsche CSU-Europaabgeordnete Markus Ferber. Unterstützt von seinem grünen Kollegen Sven Giegold, der bereits ein Budgetverfahren gegen Italien forderte, als der italienische Haushaltsentwurf noch gar nicht vorlag.

Politik und Behörden sind sich einig mit der Einschätzung an den Märkten. Dort positionieren sich Investoren, auf deren Wohlwollen der italienische Staat angesichts einer jährlichen Refinanzierung von Krediten über etwa 400 Milliarden Euro angewiesen ist, zunehmend als Gegenspieler der Regierung. Seit Freitag mit Moody’s eine der drei großen internationalen Ratingagenturen die Bewertung der italienischen Kreditwürdigkeit auf nur noch eine Stufe über „Ramsch“ abstufte – wenn auch mit einem „stabilen“ und nicht „negativen“ Ausblick – fühlen sie sich auch formell in ihrer Skepsis bestätigt.

Deswegen verstärkt sich auch die inneritalienische Kritik an der Regierung. Ob die Zentralbank Banca d’Italia, der italienische Rechnungshof oder die meisten Ökonomen des Landes: Sie alle kritisieren die Wirtschaftspolitik der Regierung mit ähnlichen Argumenten. Vincenzo Boccia, Präsident des Unternehmerverbandes Confindustria, plädierte am Wochenende an die Koalition: „Wenn Sie schon mehr Geld ausgeben wollen, dann investieren Sie wenigstens in Wachstum und Zukunft.“

Welche wirtschaftspolitischen Schritte sind konkret umstritten?

Die im Vergleich zur Vorgängerregierung geplante höhere Neuverschuldung in den nächsten drei Jahren resultiert im wesentlich aus drei wirtschafts- und sozialpolitischen Projekten der neuen Regierung. Diese waren die maßgeblichen Versprechen im Wahlkampf, aus dem die Fünf Sterne mit 33 Prozent und die Lega mit etwa 18 Prozent Wählerstimmen hervorgingen: Eine soziale Grundsicherung für Langzeitarbeitslose, die Rücknahme einer umstrittenen Senkung des Renteneintrittsalters und eine Steuerreform für Klein- und Kleinstbetriebe.

Am Sonntag wird sich zeigen, ob sich auch in Südtirol der europäische Trend mit Verlusten für Volksparteien und Gewinnen für Populisten fortsetzt.

Alles in allem kostet das im Vergleich zu den Plänen der bisherigen Regierung etwa 20 Milliarden Euro jährlich, sehr konservativ gerechnet.

Den größten Kostenblock verursacht dabei die soziale Grundsicherung, die es bisher in Italien nicht gibt. Wer dort arbeitslos wird, bekommt – sofern er vorher in eine Arbeitslosenversicherung eingezahlt hat – für maximal zwei Jahre ein Arbeitslosengeld. Hat er nie in die Versicherung eingezahlt oder ist länger als zwei Jahre arbeitslos, entfällt je nach Wohnort jegliche finanzielle Unterstützung. Etwa 6,5 Millionen Italiener, vor allem im von einer Arbeitslosigkeit von bis zu 30 Prozent geplagten Italien südlich von Rom, betrifft das. „Für sie schaffen wir die Armut ab“, begründete Vize-Premier und Arbeitsminister Luigi di Maio (Fünf Sterne) die soziale Grundsicherung. Nach seinen Plänen sollen Langzeitarbeitslose, die grundsätzlich Arbeit suchen, künftig 780 Euro im Monat bekommen.

Um die erwartete Kritik aus Nordeuropa zu entkräften, hat die Regierung einige Einschränkungen in das Gesetz gebaut: Lehnen die Empfänger mehr als zwei Jobangebote ab, wird die Unterstützung wieder gestrichen. Damit es zu keinem Missbrauch kommt soll die Summe zudem nicht als Geld sondern als Wertkarte bereit gestellt werden. Sollten Empfänger dennoch gegen Regeln verstoßen, drohen bis zu sechs Jahren Haft. Zudem verweist di Maio darauf, dass der italienische Staat bisher deutlich weniger Sozialleistungen pro Jahr und Kopf zahle als etwa der deutsche: Knapp 13.000 versus 15.500 Euro.

Was denken die Italiener?

So einhellig wie das italienische Wirtschafts-Establishment die Pläne ablehnt, so populär sind sie in der Bevölkerung. Das zeigt sich nicht nur durch regionale Wahlerfolge wie jenem am Wochenende im Nordosten des Landes. Der „Corriere della Sera“, eine der zwei renommiertesten Zeitungen des Landes und sehr regierungskritisch, veröffentlichte am Wochenende eine landesweite Umfrage. Demnach beurteilen 59 Prozent der Wähler den Kurs der Regierung als positiv, nur ein Drittel sieht die Regierung negativ. Die Wähler der beiden Regierungsparteien halten die Arbeit „ihrer“ Regierung sogar zu mehr als 80 Prozent für gut. Das sind Rekordzustimmungswerte in dem chronisch wankelmütigen Land. Und mehr als zwei Drittel der Wähler der beiden Parteien hält explizit die Finanz- und Wirtschaftspolitik für gut. In der Gesamtbevölkerung ist es mit 47 Prozent dafür und 42 Prozent dagegen immerhin auch noch eine Mehrheit.

In den Zahlen drückt sich auch eine tiefe Verbitterung vieler Italiener mit dem bisher zwischen den Alt-Parteien und den Euro-Partnern abgestimmten Kurs in der Haushaltspolitik aus: Die öffentlichen Investitionen etwa in Straßen, Schienen oder Schulen haben sich seit 2010 fast halbiert. Ausgaben für Gesundheit und Bildung gehen permanent zurück. Zwar wuchs die Wirtschaft im Jahr 2017 um etwa 1,9 Prozent und damit so stark wie lange nicht – doch wirkte sich das weder nennenswert auf die Arbeitslosenquote noch auf die Einkommen der meisten Italiener aus. Und selbst der Schuldenberg von mehr als zwei Billionen Euro oder 130 Prozent des Bruttoinlandsproduktes blieb mehr oder weniger auf seinem hohen Niveau.

Italien Regierung ist nun 100 Tage im Amt. Zeit für ein Fazit der bisherigen Politik.

Wenn es jenseits der Wirtschafts-Community in Italien Kritik an der Regierung gibt, dann wegen ihres unappetitlichen Umgangs mit Migranten. Vor allem der zweite Vize-Premier und Chef der Lega, Innenminister Matteo Salvini, positioniert sich als skrupelloser Kämpfer gegen Ausländer und Einwanderer. Dagegen protestierten am Wochenende Zehntausende in Rom. Wirklich gefährlich dürften sie der Regierung aber zunächst nicht werden.

Wenn überhaupt, dann ist diese Regierung permanent durch innere Konflikte destabilisiert. Fünf Sterne und Lega sind ein Zweckbündnis. Weder die beiden Vize-Premiers, die sich schon während der Koalitionsverhandlungen so stritten, dass keiner von ihnen sondern als Kompromiss der parteilose Verwaltungsprofessor Conte Regierungschef wurde, noch die Wähler haben nennenswerte gemeinsame Interessen. Regelmäßig droht die eine Seite der anderen mit dem Ende der Koalition. Vor allem in der Wirtschaftspolitik knallt es immer wieder: Die Fünf Sterne, die doppelt so viele Parlamentarier in Rom haben wie die Lega, sind eher wachstumskritisch und offen für alternative Ökonomie-Modelle. Die Lega ist eine klassische, eher wirtschaftsliberale, Partei des Mittelstandes. Aus ihren Reihen kommen auch immer wieder Signale, am Ende könnte die Neuverschuldung doch geringer ausfallen, als derzeit geplant. Am Wochenende konnte etwa Fünf-Sterne-Frontmann di Maio seinen Gegenüber Salvini nur mit der Zustimmung zu einer Amnestie für Steuersünder in der Regierung halten.

Ist die Verletzung des EU-Stabilitätspaktes wirklich so beispiellos?

Vor allem der französische Währungskommissar Moscovici wütet in Brüssel gegen die italienischen Haushaltspläne. Das ist insofern etwas ungewöhnlich, als dass ausgerechnet Moscovici in seiner Zeit als französischer Finanzminister einige der regelwidrigsten Haushalte der Euro-Geschichte in Brüssel vorlegte. Unabhängig davon übersteigt die italienische Verschuldung mit 130 Prozent des Bruttoinlandsproduktes den Euro-Wert von 60 Prozent deutlich. Das Land ist nach Griechenland (180 Prozent) der größte Schuldner der Eurozone. Allerdings erfüllt fast kein Land dieses Kriterium, auch Deutschland nicht. Mit Frankreich und Spanien liegen zwei große Euro-Länder ebenfalls jenseits der 100-Prozent-Grenze.

Auch der zweite Werte, die Neuverschuldung im Jahr gemessen an der nationalen Wirtschaftskraft, ist so beispiellos nicht. Zum einen erlaubt der EU-Stabilitätspakt bis zu drei Prozent. Zum anderen gibt es eine Reihe an Euro-Ländern, die diese Grenze in der Vergangenheit deutlich stärker gerissen haben als die Italiener. Es gab Jahre, in denen einzelne Länder ein doppelt so hohes und auch mal dreifach so hohes Defizit aufwiesen wie offiziell zugelassen: Portugal etwa 2010 mit 11,2 und 2014 mit 7,2 Prozent; Spanien 2009 mit 11 Prozent; Frankeich 2009 mit 7,2 Prozent. In den Jahren 2006 bis 2016 lag das französische Haushaltsdefizit zudem immer über drei Prozent. Ein Haushaltsverfahren, wie es Brüssel nun gegen Italien erwägt, wurde gegen Frankreich nie eröffnet, wie nicht nur Regierungspolitiker in Rom in diesen Tagen anmerken.

Wie ist die ökonomische Situation in Italien wirklich?

Italien ist ökonomisch ein vielfach geteiltes Land. Es gibt vor allem im Nordosten und Norden einige Regionen, die getrieben durch Maschinenbau, Luxusprodukte und High-Tech wirtschaftsstärker als viele nordeuropäische Regionen sind. In der nordöstlichen Region Trentino-Südtirol etwa herrscht nahezu Vollbeschäftigung. Es gibt eine Reihe an Weltmarktführern in der Lebensmittelindustrie und Konsumgüter-Branche.

Ein Euro-Austritt Italiens steht laut Vize-Regierungschef Matteo Salvini nicht zur Debatte. Scharfe Kritik übte der Innenminister an der EU-Kommission.

Es gibt ein kleines Start-up-Wunder im südöstlichen Apulien. Das Land verfügt über eines der leistungsfähigsten Hochgeschwindigkeits-Schienennetze in Europa und deutlich mehr Gegenden mit superschnellem Glasfaser-Internet als etwa Deutschland. In den vergangenen Jahren erwirtschaftet die italienische Wirtschaft einen Exportüberschuss, der Anteil der Industrie am Nationaleinkommen ist nach Deutschland der zweithöchste in der EU. Das ist die eine Seite.

Gleichzeitig gibt es massive Infrastrukturprobleme im Süden des Landes, eine grassierende Arbeitslosigkeit dort, die unter Jugendlichen in Regionen wie Sizilien, Kampanien oder Molise nahezu an die 50-Prozent-Grenze reicht. Es gibt eine ineffiziente Verwaltung, ein schlecht funktionierendes Bildungssystem, eine ungelöste Verquickung zwischen staatlichen Institutionen und organisierter Kriminalität sowie eine Frauenbeschäftigungsquote von gerade mal 30 Prozent in den Südregionen. Zudem belasten eine Reihe maroder Großkonzerne den Staat: Die Fluglinie Alitalia wird mit Überbrückungskrediten der Regierung am Leben gehalten, die Stahlhütte Ilva verlangt diverse Subventionen, das Bankensystem balanciert seit Jahren nah am Kollaps und erhielt zahlreiche Subventionen (wenn auch nicht so viele wie deutsche Banken von der deutschen Regierung).

Während die Regierung nun davon ausgeht, dass ihre Mehrausgaben das Wirtschaftswachstum im nächsten Jahr auf 1,5 Prozent heben, sind offizielle Statistiker vorsichtiger. In den Monaten seit Amtsantritt, verkündete am Freitag die Zentralbank, sei die Wirtschaft pro Quartal um jeweils 0,1 Prozent gewachsen. Oder anders formuliert: Sie stagniert.

Was sind die größten Risiken?

Die Mischung aus wirtschaftlicher Stagnation und wachsender Angst unter den Investoren birgt das größte Risiko. Schon seit Antritt der Regierung haben sich die Risikoaufschläge auf italienische Staatsanleihen fast verdreifacht. Der Steuerzahler muss also deutlich mehr Zinsen an Investoren zahlen, wenn er die Neuverschuldung finanzieren möchte. Bewerten wegen dieser gestiegenen Kosten gleichzeitig die internationalen Ratingagenturen die Aussichten, dass Italien seine Schulden zurückzahlt, pessimistischer, landet das Problem wiederum beim Steuerzahler.

Denn zu den größten Investoren in italienische Staatsanleihen gehören italienische Banken. Anleihen mit einem Wert von deutlich mehr als 300 Milliarden Euro halten sie direkt. Wird deren Bonität schlechter bewertet, müssen sie diese mit mehr Eigenkapital unterlegen. Das aber hat der Sektor nicht.

Gleichzeitig müssen sich die Banken auf den Ausfall von mehr Krediten einstellen, sollte die Wirtschaft wegen der Unsicherheit weiter lahmen. Dabei sitzen Italiens Banken ohnehin schon auf einem Berg quasi wertloser Kredite von mehr als 80 Milliarden Euro. Schon in der Vergangenheit pumpte der Staat deswegen immer wieder Geld in den Sektor.

Für die amtierende Regierung ist das nicht nur ein immenses Klumpenrisiko, sondern doppelt ärgerlich: Der Teil ihrer Mehrausgaben, der nicht durch neue Kredite finanziert werden soll, soll durch eine Steuererhöhung für Banken und Versicherungen eingenommen werden. Die freilich müssen dafür erstmal Gewinn erwirtschaften, den man besteuern kann.

Haushaltskommissar Oettinger war vergangene Woche in Rom, um den MFR zu diskutieren. Vertreter der Lega traf er dabei nicht.

Gibt es ein gesichtswahrende Lösung des Streits für beide Seiten?

Womöglich schon am Dienstag, so italienische Regierungskreise, könnte die EU-Kommission den Haushaltsentwurf der Italiener zurückweisen. Parallel dazu überarbeiten auch Fitch und Standard & Poor’s, die zwei anderen großen privaten Ratingagenturen, ihre Bonitätsbewertungen Italiens. Sie werden bis Ende der Woche, beziehungsweise des Monats, ihre Einschätzungen vorlegen. Diesen Daten spannen einen Zeitraum auf, innerhalb dessen alle Beteiligten den Konflikt beilegen könnte. Auch wenn die Positionen bisher unverändert sind: Salvini und di Maio beharren auf der Neuverschuldung, die EU-Kommission auf einer Ablehnung der Pläne.

Beide Seiten haben kein Interesse an einer Total-Eskalation. Die italienische Regierung nicht, weil sie ihren Wählern versprochen hat, keinesfalls aus dem Euro auszutreten und das auch am Wochenende nochmal wiederholte. Die EU-Kommission, weil Italien anders als einst Griechenland ökonomisch viel zu bedeutend ist – und als einer der wenigen Nettozahler der EU nach dem absehbarer Wegfall der Beiträge Großbritanniens, ohnehin noch gebraucht wird.

Einen möglichen Ausweg beschreibt der Ökonom Jens Suedekum in einem Gespräch auf „Zeit.de“. Er sagt: „Einen Konfrontationskurs mit Strafen halte ich für kontraproduktiv. Es ist unrealistisch, dass die EU Italien davon abhalten kann, mehr Geld auszugeben.“ Stattdessen solle Europa die Italiener überzeugen, das Geld „wachstumsfreundlicher“ auszugeben. Suedekum: „Ein konkreter Vorschlag: Im EU-Haushalt liegen noch 270 Milliarden Euro an bereits bewilligten Mitteln, die die Mitgliedsländer nicht abrufen. Weil es schlicht an geplanten Projekten mangelt. Hier könnte die EU helfen und Italien dafür die geplante Neuverschuldung reduzieren.“

Das würde Italiens Regierung ein Problem schaffen: Sie hat ihren Wählern die Sozialhilfe- und Rentenreform versprochen. Es würde ihr aber auch ein Problem lösen: Es ist völlig unklar, wer konkret die neue Sozialhilfe auszahlen soll. Eine Behörde dafür gibt es nicht. EA 23

 

 

 

Seenotretter Nick. „Meine Zeit des Schweigens ist vorbei.“

 

Nick ist Rettungskoordinateur an Bord des Rettungsschiffs Aquarius. Er hat Dinge gesehen, die niemand durchmachen und die kein menschliches Wesen erleiden sollte. Lange hat er geschwiegen, jetzt erzählt er vom Leid der Menschen und was er von der EU-Flüchtlingspolitik hält. Von Nick

 

Wenn man die letzten Jahre zurückblickt, war ich nie jemand, der lange Texte geschrieben hat oder in politische Streitereien verwickelt war. Ich war glücklich mit meinem Leben und damit, über die Ozeane und Meere dieser Welt zu segeln, unter den Bohrinseln in West Afrika zu tauchen und zuletzt in den vergangenen drei Jahren als Seenotretter nahe der griechischen Inseln und danach im Mittelmeer an der libyschen Küste zu arbeiten. Ich habe getan, was ich als Seefahrer als unsere Verantwortung ansah: anderen Menschen in Gefahr auf See zu helfen.

Wenn ich mal etwas gesagt habe, dann zu den Journalisten an Bord der verschiedenen Schiffe, auf denen ich gearbeitet habe, um darüber zu sprechen, was für Erfahrungen ich gemacht habe und um hervorzuheben, in welcher Gefahr sich die Menschen befanden, die gerettet wurden.

Ich habe versucht, anderen diese Horrorgeschichten zu ersparen. Ich war zufrieden damit, den “guten Soldaten” zu spielen, meinen Job zu machen, den Mund zu halten und nicht in die Politik verwickelt zu werden. Aber jetzt sind es eben die Politik sowie die Politiker und nicht etwa der Wind und die Wellen, die die Menschen da draußen umbringen…

„Wenn du der Ansicht bist, dass niemand, egal wo er herkommt, auf dem Meer sterben sollte, dann unterschreibe bitte diese Petition – das wird lediglich 2 Minuten deiner Zeit beanspruchen. Wenn du das nicht willst und das Gefühl hast, dass es okay ist, wenn Menschen so sterben, dann haben wir nicht mehr viel miteinander zu besprechen.

Während der letzten drei Jahre habe ich an unzähligen Rettungseinsätzen teilgenommen und unermüdlich an der Seite von meinen Brüdern und Schwestern dafür gearbeitet, zu verhindern, dass Menschen auf dem Meer sterben. Ich habe Dinge gesehen, die hoffentlich niemand durchmachen und die kein menschliches Wesen erleiden sollte: Männer, Frauen und Kinder, die sich an selbstgebaute, schwache Gummiboote klammern oder in überfüllten Holzbooten zusammengepfercht werden. Ich weiß nicht, wie viele Menschen vor meinen Augen ertranken oder durch das Gewicht der anderen Menschen um sie herum zu Tode gequetscht wurden. Ich habe gesehen, wie Familien ausgelöscht wurden, wie Eltern ihre Kinder verloren haben, Kinder zu Waisen wurden, wie Brüder und Schwestern über den leblosen Körpern ihrer toten Geschwister geweint haben. Ich habe tausende Geschichten von Frauen gehört, die immer wieder vergewaltigt worden sind. Ich habe dieselben Frauen mit Kindern auf ihren Armen gesehen, welche das Produkt dieser Gewalttaten waren. Ich habe die Wunden an den Körpern der Menschen gesehen und Videos, in denen Menschen gefoltert wurden. Ich habe mit Männern gesprochen, die zum Vergnügen der Aufseher mit Waffengewalt zu Geschlechtsverkehr mit anderen Männern gezwungen wurden. Ich sah die klaffenden Löcher, die weggesprengten Brusthöhlen in den toten Körpern, verursacht durch Hochgeschwindigkeitsgewehre, die jegliches Leben ausgelöscht haben. Meine Teamkollegen und ich sind immer wieder rausgefahren, um die Überreste von diesen zerstörten, erdrückten, geschundenen Körpern zu bergen. Ich habe Babys und Kinder in Leichensäcke gepackt, habe sie in Leichenhäusern oder in Schiffscontainern zu den weiteren Leichen gelegt, damit sie letztlich zu einem anonymen Grab transportiert werden können.

Ich habe Teamkollegen gesehen, die ihr Leben für jemand anderen riskiert haben. Ich bin bedroht worden, war umringt von bewaffneter Miliz, die wahllos mit 50 Kaliber-Maschinengewehren und AK47-ern um sich geschossen haben, während wir nur versucht haben zu helfen. Wir mussten eben jene bewaffneten Männer um die Leben der Menschen anflehen, die sie eigentlich töten wollten.

Das liegt an Libyen, habe ich gedacht. Es ist nicht unsere Schuld. Es gibt nichts, was man momentan weiter tun kann. Man muss einfach so vielen Menschen wie möglich helfen. Das ist alles.

Aber das ist eben nicht alles. Als Europäer sagen wir jetzt, dass das alles okay ist, dass wir das so wollen. Die europäischen Politiker sagen jetzt zu den Menschen, die aus Libyen fliehen wollen, dass diese zwei Optionen haben: 1. Versuche aus Libyen zu fliehen und werde gefangen bzw. zurückgebracht von der libyschen Küstenwache, einer Küstenwache, die gegründet, trainiert und ausgestattet wird von den europäischen Ländern 2. Ertrinke, verschwinde, versinke im Meer, wo ihr afrikanischen, asiatischen oder mittel-östlichen Migranten uns nicht mehr belästigt.

Ich und mein Team sind offen angegriffen worden von diesen angstschürenden, machthungrigen, hasserfüllten Politikern aus dem rechten Lager, während sich andere nicht trauen den Mund aufzumachen. Feiglinge! Sie wollen alle Rettungsbemühungen stoppen und mehr Menschen sterben lassen. Die Aquarius, auf der ich die Rettungseinsätze koordiniere, ist das letzte Schiff vor Libyen, welches noch Rettungseinsätze fährt. Alle anderen sind weg oder wurden gestoppt. Beständig werden wir beschuldigt, dass wir das Problem sind, weil wir mit Schmugglern oder Schleusern zusammenarbeiten würden und gegen internationales Seerecht verstoßen würden. Dazu sage ich: Das ist Unsinn! Migration über das Mittelmeer gab es bereits lange bevor die Aquarius überhaupt gebaut worden war. Schmuggler bringen Menschen in Gefahr, während wir versuchen, diese in Sicherheit zu bringen. Ich würde niemals das Leben einer unschuldigen Person in Gefahr bringen. Schleuser benutzen andere Menschen als Währung, um von diesen durch Sexhandel oder Sklaverei zu profitieren. Diese Leute machen mich krank und in meinen Gedanken sollten sie es sein, die sich Gefahr und Angst aussetzen. Jede einzelne Operation, bei der ich beteiligt war, wurde strikt in Übereinstimmung mit den maritimen Vorschriften und Gesetzen durchgeführt. Bis Ende 2017 arbeiteten wir unter der Leitung des „Maritime Rescue Coordination Centre“ mit Sitz in Rom. Jetzt haben sie ihre Leitung eingestellt (- Ich habe es ja verstanden, die Italiener sind von der Europäischen “Union” allein gelassen worden, um in den letzten 5 Jahren alleine mit den Problemen klarzukommen-) und die Libyer wurden als “kompetente” Autorität für ihren Rettungsbereich angesehen. Ich informiere sie über jeden Rettungseinsatz, in den wir involviert sind, vorausgesetzt sie gehen überhaupt ans Telefon, was in den letzten Monaten nie der Fall war. Es ist, als würde man den Notruf 110 oder 112 anrufen und niemand geht ran. Die Wahrheit ist, ich muss niemanden um Erlaubnis bitten, um jemanden aus der Gefahr zu retten. Ich muss die Leitungsstelle lediglich so früh wie möglich informieren, aber das ist auch alles. Ein Rettungseinsatz muss so schnell wie möglich passieren. All dies steht im Seerecht und den SAR-Konventionen, die von allen benachbarten Ländern, in denen wir operieren, unterschrieben wurden, jedoch von niemandem respektiert werden.

Und letztlich Libyen! Libyen ist kein sicherer Ort, wie es im Gesetz steht. Es ist ein Land, welches sich in Aufruhr befindet, mit aktiven und anhaltenden Konflikten. Menschen, die durch die libysche Küstenwache zurückgebracht wurden, werden in Internierungslager gesperrt – Männer, Frauen und Kinder alle zusammen. Sie sind jeden Tag Folter, sexueller Gewalt und Erpressung ausgeliefert. Das alles ist gut dokumentiert, falls ihr mir nicht glaubt. Schaut es einfach nach. Also nein, ich werde keine Menschen dorthin zurückbringen oder dabei helfen, diese zurückzubringen – denn es ist illegal, das zu tun.

Meine Zeit des Schweigens ist vorbei. Ich lasse mich nicht mundtot machen wie so viele eigennützige Politiker, die aktuell unsere Länder regieren. Ich werde sprechen und sie alle beschämen. Wenn dir das nicht gefällt und du dich damit unwohl fühlst, dann gut: Das solltest du auch!

Die Wahrheit ist, dass wir das Mittelmeer als Festungsgraben nutzen, um unseren Lebensstil und unsere “Werte” zu verteidigen, während wir den anderen Mitmenschen den Rücken zukehren und uns selbst von innen zerstören, weil wir der Angst nachgeben. Die Migration nach Europa NIMMT AB, doch während sie abnimmt, steigt gleichzeitig die Gefahr, welcher sich die Migranten aussetzen müssen. Die Menschen sterben im Mittelmeer, dieses Jahr bereits über 1700 Menschen nach offiziellen Angaben.

Rettungskräfte kämpfen gegen die Elemente, gegen den starken Wind und die Wellen, gegen Kälte und Hitze, gegen innere Ängste und sind bereit ihr Leben zu geben, um ihrer Pflicht nachzukommen: nämlich Leben zu retten. Politik ist nur ein weiteres Element, mit dem man sich nun auseinandersetzen muss.“ Mig 23

 

 

 

Illusion: Digitalisierung zerstört keine Arbeitsplätze

 

Sie verschärft neoliberale Tendenzen und befördert die Durchsetzung von Unternehmensinteressen. Von Christoph P. Mohr

 

Seit geraumer Zeit wird in Deutschland debattiert, wie die Zukunft der Arbeit aussehen könnte. Erstaunlicherweise stehen dabei Fragen, wie Wohlfahrtstaaten in der zunehmend durch Technologie aufgeladenen, globalen Ökonomie auch in der Zukunft Wohlstand, Teilhabe und soziale Gerechtigkeit für eine breite Masse der Gesellschaft garantieren können, nicht im Zentrum der derzeitigen Diskussionen.

Politische Konsequenzen aus den Lehren des hyperglobalisierten Kapitalismus und der damit verbundenen Einführung neuer Technologien sind allerdings keinesfalls verfrüht, sondern überfällig, denn sicher ist: Es ist eine Illusion zu glauben, dass die Digitalisierung im derzeitigen System keine Arbeitsplätze kosten wird.

Bereits Karl Polanyi zeigte in seinem Buch „The Great Transformation“ die Verfehlungen der Utopie des selbstregulierenden Marktes auf. Polanyi argumentierte, dass die Loslösung von Märkten und sozialen Institutionen sowie dem Staat eine Kommodifizierung von Boden, Arbeit und Geld benötige – was zur Destabilisierung der Gesellschaft und somit zu einer Gefahr für all ihre Mitglieder führen würde. Der Neoliberalismus, als Reinform dieser Logik, hat in der Folge sein Versprechen des adäquaten Wachstums, neuer Geschäftsmöglichkeiten und der starken Reduktion von Arbeitslosigkeit nur beschränkt eingehalten. Zu großen Teilen hat er stattdessen zu Arbeits- und Wohlstandsverlust von Arbeitern geführt.

Dani Rodrik hat recht, wenn er darauf hinweist, dass „Politiker die Globalisierung als für alle Menschen von Vorteil und unvermeidbar dargestellt“ haben. Die Hauptprofiteure der nach 1990 geschaffenen Regeln der Globalisierung waren jedoch multinationale Unternehmen und Eliten. Nicht wenige Wirtschaftsstandorte haben dadurch Arbeitsplätze verloren, dass örtliche Industrien in der globalisierten Ökonomie schlicht nicht mehr konkurrenzfähig waren. Multinationale Firmen und ihre politischen Helfer nutzten die Rhetorik der vermeintlichen Vorteile des Marktfundamentalismus, um die Profitabilität ihrer Unternehmen auf dem Rücken von Arbeitern auszubauen. Joseph Stiglitz schreibt dazu: „In diesem neuen Zeitalter wurde Arbeit zur Ware – Arbeiter anzustellen, ist nun wie Kohle zu kaufen: man sucht die günstigste Quelle. Die Konsequenzen waren egal.“

Die fortschreitende Globalisierung hat den globalen Siegeszug des entgrenzten Kapitalismus befördert und die Welt verändert. Sie wurde zum Schlagwort für weltweite Migration, den globalen Austausch von Wissen, Handel und Kapital sowie die Verlegung von Produktion- und Wertschöpfungsketten nach Übersee. Größere Internationalität durch fortschreitende Globalisierung führte nicht nur zu mehr Absatzmärkten, sondern auch zu globaler Konkurrenz und somit dem Bedarf, Investitionen in Zukunftstechnologien zu tätigen. Aus Globalisierung wurde immer mehr auch die Digitalisierung. Neue Technologien werden maßgeblich von der Privatwirtschaft entwickelt und stehen im Zentrum der Forderungen nach Produktivitätssteigerungen – Firmen, die diese nutzen, sind häufig effizienter und somit profitabler. Befürchtungen, dass Vollzeitbeschäftigung und menschenwürdige Arbeitsplätze durch automatisierte Massenproduktion, Dienstleistungsplattformen und Zeit- oder Leiharbeit verdrängt werden, sind für viele Arbeiter bereits Realität geworden – sie wurden auf dem Altar der Konkurrenzfähigkeit geopfert. Technologischer Wandel führte zu Disruption in jenen Bereichen, in denen die Globalisierung Chancen und Möglichkeiten hätte erzeugen sollen.

Es gibt derzeit wenig Grund daran zu zweifeln, dass dieser rasante strukturelle Wandel von Wirtschafts- und Industrieprozessen sowie der Gesellschaften nicht auch in der Zukunft fortgesetzt werden wird. Denn die Arenen des technischen Wettbewerbs von heute – von 3D Druck, Augmented Reality, Big Data, Bio-Printing, Cloud Computing, bis zum Internet der Dinge, Blockchain oder Künstliche Intelligenz – garantieren das Geschäft von morgen. Sicher, niemand kann mit absoluter Sicherheit beantworten, wann, welche und wie viele Arbeitsplätze durch neue Technologien bedroht sein werden oder welche konkreten gesellschaftlichen Auswirkungen sie haben werden. Einen großen Umbruch bedeuten sie in jedem Fall, da sie bestimmte Gruppen von Arbeitskräften begünstigen und die Beschäftigungsfähigkeit anderer Gruppen verringern.

Im Allgemeinen scheint es einen Konsens zu geben, dass Menschen in repetitiven Arbeitsplätzen ihre Stellen schneller verlieren könnten als jene, die eher abstraktes und kreatives Denken als Grundbedingung haben. Insbesondere Geringqualifizierte, die bereits einen erheblichen Teil der Anpassungskosten durch technische Innovation tragen mussten, werden auch in der Zukunft betroffen sein: Die Anzahl der verfügbaren Arbeitsplätze, die nur geringe Qualifikationen erfordern, sinkt. Auch das Risiko einer Verlagerung der Arbeitsplätze von Geringqualifizierten ist höher.

Die Digitalisierung verändert aber nicht nur Arbeitsvolumen und Nachfrage nach verschiedenen Qualifikationsstufen, sondern auch die Arbeitsorganisation: Verschiedene Aufgaben werden zunehmend über das Internet ausgelagert. Der Anteil der außerhalb des Unternehmens ausgeführten Aufgaben und der Anteil der Selbstständigen (Plattformarbeiter), die projektbezogen für verschiedene Kundenbetreuungen arbeiten, nehmen zu. Als Konsequenz werden Firmen schrittweise zu eher projektorientierten Organisationsstrukturen anstelle von festen Hierarchien wechseln. Eine solche "Plattform"- oder "Gig-Economy" könnte zu mehr Unsicherheit und Zeiten unfreiwilliger Arbeitslosigkeit führen.

Die Herausforderung der Zukunft liegt in der Bewältigung der zunehmenden Ungleichheit infolge des technologischen Wandels, der durch den globalisierten Kapitalismus immer schneller sowohl Volkswirtschaften als auch Gesellschaften verändert. Solange das globale Wirtschaftssystem und die Globalisierung eine immer stärkere Vernetzung und globale Konkurrenz befördern, erzeugt der technologische Wandel Gesellschaften, in denen es Menschen gibt, die von dieser Transformation profitieren - und jene, die von ihr zurückgelassen werden. In den derzeitigen Diskussionen um die Zukunft der Arbeit finden sich Meinungen zwischen den Polen der Optimisten und Pessimisten: Studien von Frey und Osborn, McKinsey oder des World Economic Forums zeichnen ein düsteres Bild und prophezeien, welche Berufe mit welcher Wahrscheinlichkeit verschwinden werden. Andere Studien stellen die Digitalisierung eher als Chance dar und betonen die Schaffung neuer Berufsgruppen.

Die Digitalisierung verschärft neoliberale Tendenzen der heutigen Gesellschaft und sie befördert die Durchsetzung von Unternehmensinteressen gegenüber denen der Öffentlichkeit. Dies ist nicht überraschend. Die Unternehmen, die diese Technologien entwickeln und betreiben, sind oft Teil der Avantgarde der neoliberalen Agenda, wie Evgeny Morozov sagt. Es ist richtig, dass die Digitalisierung Arbeitsplätze kosten wird. Richtig ist allerdings auch: Sie kann zu neuen besseren Arbeitsplätzen führen. Sie kann zu mehr Freiheit, Flexibilität und Wohlstand führen. Welche Zukunftsvision wahr werden könnte, hängt vor allem davon ab, ob Staaten die Kontrolle über Marktaktivitäten im Hochtechnikbereich aufrechterhalten können. Um erfolgreich zu sein, müssen Staaten Institutionen und Politiken finden, die domestizierte Märkte schaffen, in denen Innovationen im Sinne Schumpeters möglich sind.

Technologie ist weder schlecht noch gut – sie ist ein Werkzeug. Olaf Scholz hat recht wenn er sagt, dass dieses Werkzeug ein beeindruckendes Potenzial hat. Er hat allerdings umso mehr recht, wenn er darauf hinweist, dass unser Land dafür nicht weniger sozial werden müsse. Die politische Aufgabe besteht daher darin, die positiven Nutzungsmöglichkeiten der Digitalisierung zu verstärken und ihre negativen zu minimieren. Dann könnte aus der derzeitigen Illusion doch Realität werden. IPG 26

 

 

 

 

Epochenthema Migration - Die Mosaik-Linke in der Zerreißprobe?

 

Kommentar von Hans-Jürgen Urban, Geschäftsführendes Vorstandsmitglied der IG Metall

 

Im Übergang vom nationalen Wohlfahrtsstaats- zum globalisierten Finanzmarktkapitalismus geriet die Linke zunehmend unter die Räder. Die Idee der so genannten Mosaik-Linken will sich mit dieser Konstellation nicht abfinden. Sie versucht Akteur_innen, die ein kapitalismuskritischer Grundimpuls und das Interesse an gesellschaftlichen Transformationsstrategien verbinden, zu einem gemeinsam handelnden Subjekt zusammenzuführen. Es war diese Bereitschaft, im Interesse neuer Handlungsfähigkeit kontroverse Diskurse in einem Klima wechselseitiger Anerkennung auszutragen, die mitunter gar so etwas wie Aufbruchstimmung aufkommen ließ: Das galt etwa für Protestbewegungen gegen TTIP, Ceta oder die Einrichtung institutioneller Orte linker Debatten wie das Institut Solidarische Moderne.

Eigentlich müssten Themen wie Flucht und Migration sowie das Engagement gegen den gesellschaftlichen Rechtsruck eine solche bündnispolitische Zusammenführung beflügeln. Internationalismus und Antifaschismus waren für die Linke stets identitätsstiftend. Und dass der menschenrechtswidrigen Migrationspolitik der Regierungskoalition eine linke Alternative entgegengesetzt werden muss, trifft bis in die gesellschaftliche Mitte auf Zustimmung. Entsprechend selbstbewusst und mit Rückenwind müsste sich die Linke in Stellung bringen können.

Doch gegenwärtig sieht es nicht danach aus, als würde die Linke diese Bewährungsprobe bestehen. In der gesellschaftlichen Linken entfaltet die Migrationsfrage offenbar geringe Konsens-, aber hohe Spaltungskraft. Die Mosaik-Linke droht am Epochenthema Migration zu zerschellen, noch bevor sie sich konstituiert hat. Soll die Perspektive auf eine mosaiklinke Kraft gewahrt werden, sind daher die Suche nach konsensfähigen Essentials linker Migrationspolitik und die Verständigung auf eine neue Diskurskultur unverzichtbar.

Ursachen für Migrations- und Fluchtbewegungen liegen in Kriegen, politischen Diktaturen sowie ethnischen und religiösen Kämpfen. Aber die Tiefenstruktur der meisten Konflikte ist in weltgesellschaftlichen Verhältnissen zu suchen, die durch eine obszöne und sich weiter verschärfende Ungleichverteilung von Einkommen, Vermögen und allgemeinen Lebenschancen geprägt sind. Offenbar wollen mehr Menschen als bisher ihr Recht auf ein gutes Leben, das ihnen im Herkunftsland verweigert wird, in den Wohlstandszonen der Welt verwirklichen. Aus der Menschenrechtsperspektive sollte jedoch nicht eine vermeintliche Migrationsflut die Gesellschaft aufwühlen, sondern die Frage, was mit den Menschen geschieht, die es nicht mehr in eine sich immer aggressiver abschottende Festung Europa schaffen. Doch der Rechtspopulismus der Mitte, der aus der bayerischen CSU mit stiller Sympathie in Reihen der CDU betrieben wird, ist eine bewusste politisch-kulturelle Entgleisung, die in der Nachkriegsgeschichte ihresgleichen sucht.

Klassenpolitische Fundierung linker Migrationspolitik bedeutet demgegenüber mehr, als die soziale Frage zu stellen und sich für mehr sozialstaatliche Leistungen auszusprechen. Klassenpolitik beruht auf der Ambition, Menschen in gemeinsamer Lage und mit ähnlichen Problemen zu solidarischen Praxen zu ermächtigen. Sie adressiert aber das Gros der Geflüchteten zugleich als Mitglieder einer globalen Klasse von abhängig Arbeitenden und Lebenden. Und diese sollten nach Gemeinsamkeiten in Lebens- und Interessenlagen als Grundlagen solidarischer Politiken fahnden. Vor allem die Gewerkschaften sind hier gefordert. Unter Anerkennung kultureller Differenzen müssen einladende Angebote zur Teilnahme an gewerkschaftlichen Kämpfen formuliert werden.

Nicht minder wichtig sind Brücken in die gesellschaftlichen Felder, die für die Sozialintegration der Geflüchteten unverzichtbar sind. Das gilt für Arbeitsmärkte wie für die Systeme der Bildung und der sozialen Sicherheit. Hier sind ausgeweitete Investitionen in die soziale Infrastruktur auf kommunaler Ebene unverzichtbar. Auch hier setzt die materielle Anerkennung der Geflüchteten und die Entschärfung von Verteilungskonflikten unter Leistungsbeziehern – gleich welcher Nationalität und ethnischer Herkunft – Korrekturen der Wertschöpfungsverteilung voraus.

Vielerorts wird wieder kritisch nach der Zukunftsfähigkeit des Kapitalismus gefragt. In der Migrationsdebatte kaum. Dabei spricht vieles dafür, dass nachhaltige Erfolge gegen den rechtspopulistischen Autoritarismus und für ein gutes Leben von Flüchtlingen und Einheimischen in den Strukturen des Gegenwartskapitalismus kaum zu realisieren sind. Trifft diese Einschätzung zu, muss die Debatte über eine mosaiklinke Migrationspolitik um die Perspektiven einer postkapitalistischen Gesellschaft erweitert werden: Postkapitalistische Transformation als Bedingung der Möglichkeit umfassender Solidarität. Um gute Antworten auf die damit verbundenen Fragen sollte der Streit in der Linken geführt werden; und zwar selbstkritisch, argumentativ und solidarisch. Als Mosaik-Linke eben.

Dieser Text ist die gekürzte Fassung eines Essays, der zuerst in den Blättern für deutsche und internationale Politik 9/2018 erschien

Forum Migration November 2018

 

 

 

 

Rede von Bundeskanzlerin Merkel zur Verleihung des Nationalen Integrationspreises

 

Am 29. Oktober 2018 im Bundeskanzleramt

 

Sehr geehrte Frau Staatsministerin, liebe Annette Widmann-Mauz, sehr geehrte Damen und Herren, ich begrüße Sie alle ganz herzlich hier im Bundeskanzleramt zur Verleihung des Nationalen Integrationspreises Integration ist eine doppelte Herausforderung: für die, die aus anderen Ländern zu uns gekommen sind, und

für diejenigen, die diese Menschen hier aufnehmen. Integration ist ein Weg, der beide also zueinander führt.

Dieser Weg ist manchmal lang, mitunter steinig. Aber es ist auch ein Weg, auf dem sich Begleiter finden, die Mut zusprechen, die die Richtung weisen und die Hand reichen, um Hindernisse zu überwinden.

Wir möchten diese Helfer und Wegbegleiter auch öffentlich würdigen. Denn zum einen hilft ihreArbeit dem einzelnen Menschen, der zu uns gekommen ist. Sie hilft dabei, sich zurechtzufinden und sich etwas aufzubauen.

Zum anderen ist der Einsatz dieser Helfer für unsere Gesellschaft insgesamt von Bedeutung. Denn dadurch werden Toleranz und Zusammenhalt gefördert. Das geschieht oft ehrenamtlich und auf vielerlei Weise. Und das verdient wahrlich Auszeichnungen.

 

Es freut mich, dass wir heute zum zweiten Mal den Nationalen Integrationspreisverleihen. Ich möchte den vielen Institutionen, die Projektenominiert haben, ganz herzlich danken. Die Projekte sind vielfältig, sie

sind kreativ. Nach Deutschland geflohene Menschen schreiben zum Beispiel Zeitungstexte über ihre Erfahrungen; und zwar auf Deutsch. Es gibt Schwimmunterricht für geflüchtete Frauen und Wohngemeinschaften von jungen

Deutschen und jungen Flüchtlingen und vieles andere mehr. Aus all diesen bemerkenswerten Initiativen einen Preisträger zu bestimmen, ist alles andere als einfach. Deshalb freuen wir uns, dass wir eine Jury haben, die sich dieser komplizierten Aufgabe widmet. Herr Weise, Frau Roth, Herr Mansour, Frau Professor Foroutan und Herr Khedira haben sich dieser Aufgabe als Jury auch in diesem Jahr wieder gestellt.

 

Der Weg der Integration hat viele große und kleine Etappen: die Sprache zu lernen, einen Ausbildungsplatz zu finden, einen Arbeitsvertrag zu unterschreiben, Freunde zu gewinnen, an deutschen Festen teilzunehmen; und ich mag mir angesichts unserer Bürokratie gar nicht vorstellen, was alles man da verstehen muss. Selbst uns fällt wahrscheinlich auf, wie viel einfacher man manches machen könnte. Überall diese Etappen hinweg kommt vor allem eines zum Tragen: das sind Werte und Grundüberzeugungen, die wir in unserem Land teilen und auf denen unser friedliches Zusammenleben hier beruht.

 

Wertevermittlung war der Schwerpunkt der diesjährigen Preisträgerwahl. In den nominierten Projekten wird vorgelebt, dass für alle Menschen in unserem Land dieselbe Grundlage gilt, nämlich unsere freiheitlich-demokratische Grundordnung. – Annette Widmann-Mauzhat das eben auch schon gesagt. – Dazu gehören ein respektvoller, selbstverständlich auch gewaltfreier Umgang miteinander, die Gleichberechtigung von Mann und Frau, Meinungs- und Glaubensfreiheit. Wenn Kinder auf dem Schulhof als Juden beschimpft werden, muss die Schule sofort reagieren. Wenn Frauen mitKopftuch oder Männer mit Kippa angepöbelt oder angegriffen werden, muss unser Rechtsstaat mit aller Konsequenz einschreiten. Vor allem aber gilt, dass wir Männer und Frauen mit

Zivilcourage brauchen. Dazu gehört auch, klar zu widersprechen, wenn Muslime oder Flüchtlinge pauschal unter Antisemitismusverdacht gestellt werden.

 

Ja, von Einwanderern und Flüchtlingen muss die Einhaltung von Recht und Gesetz und die Beachtung unserer Werte verlangt werden. Umgekehrt haben sie aber auch den berechtigten Anspruch, respektvoll behandelt zu werden und die Chance zu bekommen, sich ein neues, menschenwürdiges Leben aufzubauen. In dieser Verantwortung stehen wir als aufnehmende Gesellschaft.

 

Um den Stellenwert des Engagements in diesem Bereich zu unterstreichen, haben wir 2016 den Nationalen Integrationspreis ins Leben gerufen. Damals hat die Unterbringung und Versorgung von Flüchtlingen viele Kräfte gebunden. Viele Menschen und Organisationen haben dabei Unglaubliches geleistet. Wir haben damals mit der Meseberger Erklärung zur Integration ein Paket geschnürt, das auf dem Grundsatz „Fördern und Fordern“ beruht.

Dabei war das Integrationsgesetz ein wichtiger Baustein. Wir wollten vor allen Dingen erreichen, dass Flüchtlinge schneller in Integrationskurse und Sprachkurse und schneller in Ausbildung und Arbeit kommen. An einigen Stellen sind wir – das muss man sagen – schon beträchtlich vorangekommen. Wir haben neulich im

Gespräch mit Verbänden, die sich in der Flüchtlingshilfeengagieren, feststellen können, dass jetzt schon 300.000Flüchtlinge in Arbeit sind; viele in sozialversicherungspflichtigen Beschäftigungsverhältnissen. Das  ist sehr, sehr gut. Zudem wollen wir gesellschaftliches Engagement unterstützen und würdigen und haben deshalb im vergangenen Jahr die Stadt Altena für ihr Leitbild „Vom Flüchtling zum Altenaer Mitbürger“ ausgezeichnet.

 

Der Einsatz für Integration und Wertevermittlung ist sicher nicht immer leicht. Der Ton ist auch etwas gereizter geworden. Aber gerade deshalb sind Vorbilder so wichtig. Wir haben heute viele Vorbilder hier: Menschen, die Integration unterstützen, und Menschen, die selbst den Weg der Integration gegangen sind.

Deutschland wäre um vieles ärmer ohne seine Bürgerinnen und Bürger mit Migrationshintergrund. In diesem Bewusstsein dürfen wir bei der Integration und ihrem Gelingen nicht nachlassen. Im Übrigen ist immer wieder die Frage interessant: Wie lange integriert man sich, wann ist man integriert? Ich würde sagen, wenn man ganz normalteilhat, Teilhabe geschafft hat, dann ist Integration gelungen. Aber das ist immer wieder eine spannende Diskussion im Zusammenhang mit Integration.

 

Wenn wir heute den Preis vergeben, wollen wir auch ein Zeichen setzen, dass es sich lohnt, im Bereich der Integration zu arbeiten, und dass dies ein Gewinn für alle ist. Natürlich soll ein solcher Preis auch ein Ansporn für noch mehr sein, sich in diesem Gebiet zu tummeln.

 

Ich danke Ihnen hier nochmals herzlich für Ihren Einsatz. Ich bin neugierig darauf, mehr über die Projekte zu erfahren, freue mich auf das Podiumsgespräch und übergebe das Wort wieder an Linda Zervakis. Dip 30

 

 

 

 

Deutschland: 600.000 Flüchtlinge schwer traumatisiert

 

Drei von vier Flüchtlingen aus Syrien, Afghanistan und dem Irak sind durch traumatische Gewalterfahrungen psychisch und körperlich belastet. Das ist der ersten bundesweiten Studie zum gesundheitlichen Zustand von Schutzsuchenden in Deutschland zu entnehmen, die dem Berliner „Tagesspiegel“ an diesem Dienstag vorliegt.

Hochgerechnet sind das mehr als 600.000 der knapp 1,5 Millionen Flüchtlinge, die seit 2015 in Deutschland einen Erstantrag auf Asyl gestellt haben. 74,7 Prozent berichten von persönlichen Gewalterfahrungen. Bei mehr als 60 Prozent der Traumatisierten waren das Kriegserlebnisse, bei mehr als 40 Prozent direkte Angriffe durch Bewaffnete. Mehr als jeder Dritte erlebte die Verschleppung oder Ermordung nahestehender Personen. Jeder Fünfte wurde gefoltert. Weiter hieß es, 16 Prozent seien Zeugen von Tötung, Misshandlung und sexuelle Gewalt gewesen, über sechs Prozent Opfer von Vergewaltigung.

Gewalterfahrungen wirken sich gravierend auf Gesundheit aus

 

Die Gewalterfahrungen hätten „gravierenden Einfluss“ auf die Gesundheit der Betroffenen, heißt es in der Studie. Im Vergleich zu Geflüchteten ohne solche Erlebnisse seien bei ihnen psychische und körperliche Beschwerden mehr als doppelt so häufig. Anzeichen einer depressiven Erkrankung zeigten mehr als zwei Fünftel aller Befragten. Wie der Vize-Geschäftsführer des AOK-Instituts, Helmut Schröder gegenüber dem „Tagesspiegel“ erklärte, seien nicht nur mehr Hilfsangebote für die Betroffenen erforderlich. Auch Unterkunft, ordentliche Verpflegung oder Schulunterricht für Flüchtlingskinder sei eine humanitäre Pflicht.

 

Chronische Krankheiten bei Deutschen weiter verbreitet als bei Flüchtlingen

Der Anteil an chronisch Kranken dagegen ist unter den Geflüchteten nicht halb so groß wie in der deutschen Bevölkerung. Auch ihr Alkoholkonsum ist deutlich geringer. Dafür rauchen sie mehr und treiben weniger Sport. Allerdings haben nur zwei von drei Befragten in den letzten sechs Monaten einen Mediziner aufgesucht. Das liegt nicht nur an bürokratischen Hemmnissen, sondern auch an Sprachproblemen. (kna 30)

 

 

 

Nein, Herr Seehofer! Ignoranz und Heuchelei sind die Mutter aller Probleme

 

Die integrationspolitische Ignoranz- und Verleugnungskultur der 1980er Jahre scheint sich kein bisschen verändert zu haben. Im Jahr 2018 wird Politik mit denselben Methoden betrieben. Und genau das ist die Mutter aller Probleme. Von Elif Körolu

 

Deutschland 2018, Chemnitz: Hochburg des Hasses, eine bürgerkriegsähnliche Stimmung, Selbstjustiz, Hexenjagd auf Deutsche mit Migrationshintergrund und Islam- und Muslimenfeindliche Slogans auf der einen Seite, Versagen der Polizei und die Reaktionen deutscher Politiker auf der anderen Seite. Als Crème de la Crème meldet sich der Bundesinnenminister und CSU-Vorsitzende Horst Seehofer zu Wort und verteidigt die Rechtsextremisten in Sachsen und zeigt Verständnis für die „Empörung“ der rechtsradikalen Demonstranten. Auf die Antwort, was erschreckender ist, wird an dieser Stelle verzichtet.

„Ich wäre, wenn ich nicht Minister wäre, auch auf die Straße gegangen“ sagte er. Er fügte zwar hinzu, dass er „nicht gemeinsam mit Radikalen“ demonstriert hätte, doch die Frage, wie er zwischen den Bürgern, die rechtsextremistische Parolen skandieren und zwischen den „Radikalen“ unterscheidet, lässt viel Spielraum für verschiedene Interpretationen. Durch seine undifferenzierten Äußerungen suggeriert Seehofer Verständnis für die rechtsextremistischen Demonstranten in weiten Teilen der Bundesrepublik und relativiert damit die Gefahr des Rechtsrucks.

Wie Hass und Angst Politikum werden

Es ist ist kein Geheimnis, dass Deutschland sich schon immer schwer damit abgefunden hat, dass es ein Einwanderungsland ist. Die Ignoranz- und Verleugnungskultur der 1980er Jahre, die sich durch Helmut Kohl mit dem berühmten Zitat „Wir sind kein Einwanderungsland“ etablierte, scheint sich kein bisschen verändert zu haben, sondern droht mit einer verschärfteren, ignoranteren Verfallsemantik. Denn Deutschland ist de facto ein Einwanderungsland und Migration kann nicht per se als Erklärung für gesellschaftliche Probleme genommen werden. Die Migration und Migranten als Sündenböcke darzustellen und zur Zielscheibe für Gewalt und Terror zu machen, ist nicht nur perfide und banal, sondern auch eine Heuchelei gegenüber den vielen Migranten, die Deutschland aktiv mitgestalten und das Land in jeder Hinsicht bereichern.

Es zeigt sich, dass im 21. Jahrhundert, im Jahr 2018, mit denselben Methoden und mit derselben Verfallsemantik Politik wie in den vergangenen Jahrzehnten betrieben wird. Nämlich mit der „Überfremdung“, „Islamisierung“, „steigender Gewalt“, dem Verlust der „deutschen Leitkultur“ und mit Berdrohungsszenarien durch Migranten. Die Banalität, wie aus Hass und Angst Politikum werden, ist inzwischen nicht nur unkreativ, sondern vielmehr eine Heuchelei.

Beispiel für Heuchelei

Dass es auch anders funktioniert, wenn es um Kultur und internationales Prestige Deutschlands geht, zeigte sich bei der Kölner Bewerbung um den Kulturhauptstadt Europa 2010. Die Stadtgeschichte Kölns wurde im Rahmen der Bewerbung als eine Migrationsgeschichte dargestellt. Köln wurde in den Medien als eine vielfältige, weltoffene, multireligiöse und mehrsprachige Stadt präsentiert. Vor allem wurden in den lokalen Medien kulturelle Diversität aufgefunden und gezeigt. Die Stadtteile, die durch die Migranten geprägt und gestaltet wurden, die sonst in den Berichterstattungen als „No-go-areas“, „Ghettos“ und „Parallelgesellschaften“ dargestellt werden, wurden zu Orten der „Vielfalt“ und „Kultur“, auf die man plötzlich so stolz war und die das Gesicht Deutschlands sein sollten.

Nach der Ablehnung der Bewerbung brach auch die Präsentation Kölns als eine Erfolgsgeschichte für Migration ab. Dennoch wird aus dem Beispiel deutlich, dass der öffentliche Diskurs und die öffentliche Meinung beeinflusst werden können. Daraus kann erschlossen werden, aus welcher Perspektive die Migration und Präsenz von Personen mit Migrationshintergrund betrachtet werden können. Doch auf diese Perspektive verzichten deutsche Politiker mit vehementer Abneigung.

Es zeigt sich, dass rechte Gewalt nicht nur auf ostdeutsche Städte reduziert werden kann. Am 24. September 2018 fand der Naziaufmarsch in Dortmund statt, wo Dutzende Rechtsradikale durch Dortmund und extremistische Parolen skandierten. Auch in Dortmund reagierte die Polizei beruhigt und es ein konsequentes Einschreiten war nicht festzustellen. Begründet wurde dies zwar mit dem Recht auf freie Meinungsäußerung, doch dass die Parolen an Volksverhetzung grenzen, ist beunruhigend. Eine Sensibilität für rechtsextreme und rassistische Parolen müsste vor allem bei Polizeibeamten da sein.

SEK-Beamte geben sich NSU-Namen

So ist der Eklat vor dem Besuch des türkischen Präsidenten Recep Tayyip Erdogan in Deutschland nicht ganz verwunderlich: Zwei Beamte des sächsischen Spezialeinsatzkommandos (SEK) haben vor dem Einsatz in Berlin den Namen des NSU-Terroristen Uwe Böhnhardt als Decknamen verwendet. Uwe Böhnhardt gehört dem Terroristen-Trio, das die Terrorzelle „Nationalistischer Untergrund“ (NSU) gebildet hat. Die NSU-Terroristen ermordeten zwischen den Jahren 2000 und 2006 acht türkische und einen griechischen Gewerbetreibenden sowie eine Polizistin. Petric Kleine, Präsident des sächsischen Landeskriminalamts bezeichnete das Verhalten als „vollständig inakzeptabel, verantwortungslos und an Dummheit kaum zu überbieten“ und entschuldigte sich bei den Angehörigen der NSU-Opfer. Gegen die beiden Beamten sei ein Disziplinarverfahren eingeleitet worden. Die Frage, ob dies eine adäquate Maßnahme für Beamte ist, die mit ihrem Verhalten die Opfer einer Terrorzelle verhöhnen und mit dem Namen eines Terroristen stolzieren, bleibt offen.

Wir müssen uns von der Verfallsemantik und der Ignoranz verabschieden und für den Respekt der Minoritäten gegenüber das Anderssein der anderen Minoritäten oder der Majorität appellieren. Die ethno-kulturelle Verschiedenheit im Sinne einer Politik der Anerkennung muss von den Politikern und der Gesellschaft bejaht und als „Kraftquelle und Bereicherung“ verstanden werden. Alle kulturellen Gruppen müssen prinzipiell als gleichwertig akzeptiert und das Dichotomiedenken muss abgebaut werden. Denn es handelt sich nicht mehr um „Gastarbeiter“, sondern deutsche Bürger, die über jedes Recht verfügen, was ihnen zusteht. Die Spaltung der Gesellschaft durch Politiker wird Deutschland nicht weiterbringen. Denn es ist vor allem für Deutschland ein Armutszeugnis, da es zeigt, dass die vergangenen Jahrzehnte nur eine Stagnation waren – Stagnation der Ignoranz, Heuchelei und des Hasses. Und genau diese sind die Mutter aller Probleme Deutschlands. Mig 29

 

 

 

Integration von Flüchtlingen Aufgabe für Kommunen und Länder

 

Mehr Integration statt endlose Debatten über den Umgang mit Flüchtlingen. Das fordern Forscher einer neuen Studie auf Grundlage aktueller Zahlen. Transitzentren und Grenzschließungen gehen danach in die falsche Richtung.

Eine neue Studie zur Migrations- und Integrationspolitik empfiehlt Bund, Länder und Kommunen eine klarere Aufgabenteilung. Länder und Kommunen sollten mehr Aufgaben bei der Integration übernehmen, heißt es in der von der Essener Stiftung Mercator geförderten Untersuchung, die am Mittwoch in Berlin vorgestellt wurde. Der Bund sollte sich dagegen auf die Qualitätssteigerung und -sicherung der Asylverfahren konzentrieren, fordern die Autoren, Verwaltungswissenschaftler der Ruhr-Uni Bochum und der Universität Potsdam sowie Verwaltungsrechtler der Ludwig-Maximilians-Universität München.

Die Zahl der gestellten Asylerstanträge sei von mehr als 722.000 im Jahr 2016 auf 198.000 im vergangenen Jahr deutlich zurückgegangen, heißt es in der Bestandsaufnahme. Bei der Integration von Geflüchteten gebe es allerdings nach wie vor einen erheblichen Handlungsbedarf. Denn allein von Januar 2015 bis Juni 2018 hätten insgesamt 876.000 Menschen einen positiven Bescheid des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (BAMF) erhalten. „Vor diesem Hintergrund lenken die aktuellen Diskussionen im Bereich des Asylrechts zum Beispiel zu Transitzentren und Grenzschließungen das Thema in eine falsche Richtung„, kritisieren die Autoren der Studie.

Sie fordern, dass Länder und Kommunen mehr Aufgaben im Bereich der Integration übernehmen und stärker für die Koordinierung und Steuerung zuständig sein sollten, etwa bei der Organisation von Integrationskursen und der berufsbezogenen Sprachförderung. Städte und Gemeinden sollten ein zentrales Fallmanagement aufbauen und sich dabei mit anderen Beteiligten wie Jobcentern oder der Migrationsberatung abstimmen.

Bund soll sich um Qualität kümmern

Der Bund sollte dagegen seine Aufgaben im Bereich der Integration nicht ausweiten, sondern sich stärker um die Qualitätssicherung der Asylverfahren kümmern. Neben Verbesserungen beim Datenaustausch zwischen Bund und Ländern schlagen die Wissenschaftler zudem einen parlamentarisch eingesetzten unabhängigen Beauftragten für das BAMF als weitere Kontrollinstanz für innerbehördliche Vorgänge vor. Um die gerichtlichen Verfahren in Asylfragen zu beschleunigen, sollte das Asylprozessrecht in einigen Punkten optimiert werden.

Für die Studie haben die Autoren nach eigenen Angaben wissenschaftliche Literatur und Dokumente ausgewertet sowie mehr als 70 Expertengespräche in Ministerien, Behörden, Ämtern und Kommunen geführt. Aus der Bestandsaufnahme entwickelten sie Handlungsempfehlungen mit dem Ziel, unnötige Schnittstellen zwischen den Verwaltungsebenen abzubauen, Doppelarbeiten zu vermeiden, Verfahren zu beschleunigen und die Kooperation zu verbessern. (epd/mig 25)

 

 

 

Italien besteht weiter auf Neuverschuldung in 2019

 

Italien hat heute deutlich gemacht, dass das Land sich nicht von seinen Haushaltsplänen abbringen lassen möchte. Doch mit den geplanten Neuverschuldungen würde Italien gegen den EU-Stabilitätspakt verstoßen.

Die italienische Regierung will der Aufforderung der EU zur Änderung ihrer Haushaltsplanung nicht nachkommen. Der Budgetentwurf für 2019 bleibe unverändert, sagte Ministerpräsident Giuseppe Conte am Montag in Rom. Conte sagte der EU-Kommission zu, dass seine Regierung die selbst gesetzten Grenzen bei der Neuverschuldung nicht überschreiten werde. Das angesetzte Defizit von 2,4 Prozent der Wirtschaftsleistung sei die „Grenze, die wir geloben einzuhalten“. Es sei „möglich“, dass das Defizit gar nicht so groß ausfalle, betonte Conte. „Aber es ist sicher, dass wir es nicht überschreiten.“

In einem dort am Montag eingegangenen Brief an die EU-Kommission räumte  Italiens Finanzminister Giovanni Tria allerdings ein, dass er wisse, dass der Etat-Entwurf nicht dem EU-Stabilitätspakt entspreche. Dennoch habe sich die Regierung in Rom zu diesem Schritt entschlossen, der “hart, aber nötig” gewesen sei. Die Regierung sei überzeugt, dass durch den Etat Investitionen und Wachstum erzeugt würden.

Italien Regierung ist nun 100 Tage im Amt. Zeit für ein Fazit der bisherigen Politik.

Der vor einer Woche von der Regierung in Rom verabschiedete Haushaltsentwurf sieht die Umsetzung kostspieliger sozialpolitischer Wahlversprechen vor, unter Anderem die Einführung eines Bürgergeldes, Erleichterungen beim Renteneintritt sowie eine Amnestie für Steuerbetrüger. Damit würde Italien 2019 eine deutlich höhere Neuverschuldung erlangen, als von der Vorgängerregierung in Aussicht gestellt.

Für das kommende Jahr peilt der Plan ein Defizit von 2,4 Prozent der Wirtschaftsleistung an – deutlich mehr als die von der Vorgängerregierung mit Brüssel vereinbarten 0,8 Prozent. 2020 beträgt das Defizit demnach 2,1 Prozent. Im Jahr 2021 liegt es der Planung zufolge bei 1,8 Prozent.

Die EU-Kommission hatte Italien vergangene Woche angesichts der hohen Neuverschuldung eine „beispiellose“ Abweichung von den europäischen Haushaltsregeln vor und forderte „Klarstellungen“. Italien hat mit 131 Prozent der Wirtschaftsleistung bereits jetzt die zweitgrößte Gesamtverschuldung der Eurozone nach Griechenland und muss für seine Kreditaufnahme steigende Zinsen zahlen.

Den Entwurf hatte Italien wie vorgeschrieben Anfang vergangener Woche zur Prüfung an die EU-Kommission gesandt. Die Kommission könnte die Vorlage zurückweisen – dies wäre eine Premiere in der EU.

Positionen

Fabio De Masi, stellvertretender Vorsitzender der Fraktion DIE LINKE:

"Die Zinsen auf Altschulden sowie ein niedriges Wirtschaftswachstum fressen die Staatskasse [Italiens] auf. Italien hat wegen der Kürzungspolitik und dem deutschen Export-Nationalismus in der Euro Zone 20 Prozent seiner industriellen Wertschöpfung verloren. Öffentliche Investitionen müssen von den Schuldenregeln von Maastricht kurzfristig ausgenommen werden und mittelfristig brauchen wir Ausgabenpfade statt Schuldenbremsen. Italien ist nicht Griechenland und eine Eskalation wird in eine neue Finanzkrise münden, die der Euro nicht überleben wird."

Sebastian Kurz, österreichischer Bundeskanzler:

"Österreich ist nicht bereit, für die Schulden anderer Staaten geradezustehen, während diese Staaten die Verunsicherung der Märkte bewusst in Kauf nehmen. [...] Wenn nicht nachgebessert wird, muss die Europäische Kommission das Budget zurückweisen." EA 22

 

 

 

 

Raus aus dem linksliberalen La La Land

 

Warum sich die Sozialdemokratie für die Kommunitaristen entscheiden muss.

Von Ernst Hillebrand

 

Wahl- und Umfrageergebnisse der linken Mitte in Europa werden immer beunruhigender. Immerhin werden mittlerweile die Gründe für diese Krise ernsthafter in den Blick genommen. Viel zu lange weigerte sich die linke Mitte schlicht zur Kenntnis zu nehmen, dass sich die Welt, in der sie sich bewegt, verändert.

Die sozio-ökonomische wie die sozio-kulturelle Landschaft ist aber seit langem in Bewegung. Der Grund dafür ist relativ einfach zu benennen: Der entgrenzte „globalisierte“ und europäisierte Kapitalismus schafft andere Gegensätze und Konflikte als der alte, nationalstaatlich verfasste Kapitalismus des 19. und 20. Jahrhunderts. Die Instrumente zur Einhegung der Konflikte – begrenzte Umverteilung im Rahmen des Sozialstaats und nationalstaatlich organisierte Demokratie – verlieren an Wirksamkeit. In vielen Fällen greifen sie auch gar nicht. Gegen die neuen kulturellen Identitätskonflikte von Zuwanderungsgesellschaften haben sie sich als weitgehend wirkungslos erwiesen.  Einwanderung, globaler Handel und die Möglichkeit europa- und weltweiter Standortverlagerungen haben das Kräfteverhältnis zwischen Kapital und Arbeit drastisch verschoben; der Zwang zum Verteilungskompromiss verschwindet.

Was sich herausbildet, ist eine neue politisch-soziale Grundkonstellation des Kapitalismus im Zeitalter der Entgrenzung: Ein tiefgehender Interessengegensatz zwischen demjenigen Teil der Bevölkerung, der meint, von diesen Entwicklungen zu profitieren und einem anderen Teil, der meint, davon nicht zu profitieren. Dieser Gegensatz hat viele Namen. In Deutschland läuft er zur Zeit unter dem Label „Kosmopoliten“ versus „Kommuntaristen“. Der britische Publizist David Goodhart verwendet dafür zwei lebenspraktisch konkretere Begriffe: mobile und weltoffene „Anywheres“ gegen nationalstaatlich orientierte und ortsverwachsene „Somewheres“.

Dieser Gegensatz ist im Alltag weit weniger hart, als in der Theorie – darauf hat hier in der IPG kürzlich Jan Eichhorn hingewiesen. Auch Goodhart verweist darauf, dass die „kommuntaristischen“ Somewheres die Grundliberalisierung der letzten Jahrzehnte weitgehend teilen. Sie haben ihre Probleme nicht mit einem gesellschaftlichen „Alltagsliberalismus“, sondern mit dem Liberalismus als ökonomischer, politischer und kultureller Elitenideologie und deren Auswirkungen auf ihr Leben. Umgekehrt sind weltoffene „Kosmopoliten“ ganz praktisch oft erstaunlich „kommuntaristisch“ gestimmt. In ihren bevorzugten Siedlungsgebieten, vom Münchner Glockenbachviertel zum Prenzlauer Berg, ist der Anteil von Armutsmigranten und muslimischer Bevölkerung deutlich geringer als in anderen Vierteln deutscher Großstädte. Man bleibt dann doch lieber unter sich.

Schließt sich daraus, dass die linke Mitte diese Spaltung aushalten, gar überwinden kann? Christian Krell und Sönke Hollenberg haben hier vor kurzem so argumentiert. Sozialdemokratische Politik müsse aus einem entschiedenen Sowohl-als-auch bestehen, Politik für beide machen, sich nicht zwischen „Anywheres“ und „Somewheres“ entscheiden. Sie hätten auch schreiben können, dass sie die gute alte Welt der Sozialdemokratie wieder haben wollen. Aber geht das noch?

Die neue Spaltung in Globalisierungsgewinner und -verlierer geht im Moment mitten durch die historische Wählerbasis der Sozialdemokratie. Und die Kräfte, die an dieser Spaltung wirken, sind massiv, politisch von einer einzelnen Partei nicht kontrollierbar. Die linke Mitte gleicht einer Person, die mit jeweils einem Bein auf zwei Eisschollen steht, die langsam, aber unaufhaltsam auseinanderdriften. Es gibt in dieser Situation drei Alternativen: nichts zu machen, ins Wasser fallen und ertrinken. Oder sich auf eine der beiden Eisschollen retten. Die Frage für die Sozialdemokratie ist, auf welche Scholle sie sich retten soll: die der „Anywheres“ oder die der „Somewheres“? Der Autor dieser Zeilen plädiert ganz entschieden dafür, sich auf die „Somewhere“-Scholle zu retten. Dafür sprechen prinzipielle und strategische Gründe.

Die prinzipielle Dimension hat mit der Geschichte der Sozialdemokratie zu tun. Sie war eine Selbsthilfebewegung der kleinen Leute, der proletarisierten „Somewheres“, die mit 14 in die Fabrik oder das Bergwerk gegangen sind, und nicht mit 18 zum Studieren nach Heidelberg oder Paris. Deren Lebens- und Teilhabechancen zu erhöhen, war Sinn und Zweck der Übung. Die Erfolge, die die Sozialdemokratie des 20. Jahrhundertes in dieser Hinsicht erreicht hat, waren spektakulär. Nun sieht ein nicht unerheblicher Teil der „Somewheres“ dieses erreichte Niveau an Wohlstand, politischer Teilhabe und gesellschaftlicher Anerkennung tendenziell in Frage gestellt. Die Zeiten werden für sie gefühlt nicht besser, sondern schlechter. Will die Sozialdemokratie ihrem Selbstverständnis als „Schutzmacht der kleinen Leute“ treu bleiben, dann muss sie sich auch bei den Interessenkonflikten des globalisierten Kapitalismus auf deren Seite stellen.

Die zweite Dimension ist eine strategische. Sie betrifft die Zukunft der politischen Systeme Europas ganz grundsätzlich. Die Weigerung der etablierten Parteien, die Interessen des „kommuntaristisch“ gesinnten Teils der Bevölkerung zu vertreten, überlässt diese immense Anzahl von Wählern – in den meisten Ländern dürfte es sich um eine 50/50-Teilung handeln – der Nichtvertretung beziehungsweise neuen „populistischen“ Bewegungen von Rechts und Links. Unter den kommuntaristischen „Somewheres“ ist der Anteil sozial schwächerer Menschen deutlich höher als bei der Hälfte der „Anywheres“. Es ist die historische Basis linker Politik, die hier politisch gerade aufgegeben wird. Die Auswirkungen dieser Entwicklung auf das Parteiensystem Europas kann man sich ausmalen.

Die Auswirkungen auf die linke Mitte auch: Sie macht sich überflüssig. Denn die Eisscholle der „Kosmopoliten“ ist schon ziemlich bevölkert, zumal in Deutschland. Dort tummeln sich die Grünen, die Merkel-CDU, die Linke und Teile der FDP. Viel Platz für die Sozialdemokratie ist dort nicht. Wie wenig, haben gerade die Wahlen in Bayern gezeigt, wo die SPD ganz auf eine „kosmopolitische“ Zuspitzung ihres politischen Profils gesetzt hat.  Ganz anders die zweite Eisscholle: Dort macht sich bisher im Wesentlichen nur die CSU zu schaffen. Und noch jemand versucht gerade, diese vielversprechend leere Scholle zu entern: die AfD. Ein Bein hat sie schon drauf. Wenn man ihr diesen gesellschaftlichen Raum kampflos überlässt, droht sie dort sehr weit zu wachsen.

Viel Zeit, sich für eine der beiden Schollen zu entscheiden, hat die europäische Linke nicht mehr. Die Grunddrift wird in den kommenden Jahren nicht schwächer, sondern stärker werden. Ein einfaches „Weiter so“ im Versuch, es beiden Seiten recht zu machen, scheitert schon daran, dass es dafür keinen überzeugenden Geschäftsplan mehr gibt. Warum sollten Wähler Parteien wählen, die ihre Interessen nur halbherzig, als vorauseilenden Kompromiss vertreten wollen? In der heutigen Parteienlandschaft finden beide Seiten, Kosmopoliten wie Kommunitaristen, sortenreinere Angebote. Gerade für bürgerliche Kosmopoliten gibt es zunehmend kulturell und soziologisch wesentlich näherstehende Optionen als die Sozialdemokratie.  Die Schicksale der Parti Socialiste in Frankreich und der Partij van de Arbeid in den Niederlanden zeigen, wo es endet, wenn sich beide Teile der einstigen Wählerbasis von anderen Kräften authentischer vertreten fühlen.

Natürlich gibt es auch Gegenbeispiele, nicht zuletzt in Skandinavien. Die angekündigten Katastrophen haben dort nicht stattgefunden. Aber die Voraussetzung dafür war eine drastische Kurskorrektur der dortigen Sozialdemokratien zum Beispiel in der Migrationspolitik, mit einer deutlichen Hinwendung zu kommunitaristischen Positionen. In diesem Sinne gäbe es dann vielleicht Spielräume für eine Politik des Sowohl-als-Auch, von der Krell und Hollenberg träumen. Aber dieses Sowohl-als-Auch bestünde im Moment eher darin, den Vertretungsauftrag für die „Somewheres“ und deren Interessen wieder ernsthaft anzunehmen, statt sich in einem linksliberalen La La Land endgültig zu verlieren. IPG 22

 

 

 

 

Integration: Die meisten sehen weiter gutes Klima

 

Die überwiegende Zahl der Menschen in Deutschland hat ein positives Bild vom Zusammenleben mit Zuwanderern. Das ist das Ergebnis des Integrationsbarometers 2018 des Sachverständigenrates Migration. Der so genannte Integrationsklima-Index (IKI) betrug demnach 63,8 Punkte.

Das ist ein leichter Rückgang: Im Jahr 2015, vor der Ankunft vieler Flüchtlinge, lag der IKI bei 65,4 Punkten. Kaum Unterschiede zwischen diesen Zeiträumen gibt es bei Menschen, die viel Kontakt zu Menschen mit Migrationshintergrund haben. Vor allem Menschen ohne Migrationshintergrund, die persönlich kaum oder gar nicht mit kultureller Vielfalt in Kontakt kommen, sehen das Integrationsgeschehen dagegen im Vergleich zu 2015 pessimistischer, so der SVR. Das gilt besonders für den Osten Deutschlands. Zudem sind Männer insgesamt skeptischer als Frauen. Unter anderem haben die Forscher_innen gefragt, wie das Integrationsklima in bestimmten gesellschaftlichen Bereichen wahrgenommen wird: In der Nachbarschaft, bei den sozialen Beziehungen, in der Bildung und am Arbeitsmarkt. Auf Letzterem wird die Stimmung von Migrant_innen erheblich positiver eingeschätzt, als von Deutschen ohne Migrationshintergrund. Spätaussiedler_innen haben etwa im Schnitt 73,3 Punkte auf einer Skala von 0 (sehr negativ) bis 100 (sehr positiv), Menschen von außerhalb der EU 72,2 Punkte, EU-Bürger_innen 70,7 und türkisch-stämmige Menschen 67,6.

Deutsche ohne Migrationshintergrund schätzen das Integrationsklima auf dem Arbeitsmarkt am schlechtesten ein – sie vergeben im Schnitt nur 65,4 Punkte. Insgesamt liegt der Arbeitsmarkt bei der Einschätzung des Integrationsklimas relativ weit vorn. In den Bereichen „Bildung“ und „Nachbarschaft“ vergaben die Befragten durchweg niedrigere Werte. Insgesamt aber sieht eine deutliche Mehrheit der Befragten die Erfahrung mit kultureller Vielfalt bzw. mit der Mehrheitsgesellschaft positiv. Erwerbsarbeit ist nach der Befragung sehr wichtig dafür, inwieweit die Gesamtbevölkerung Migrant_ innen akzeptiert. Arbeit ist neben Sprachkenntnissen das entscheidende Kriterium der Zugehörigkeit zur Gesellschaft in Deutschland – wichtiger als der Geburtsort, die Religionszugehörigkeit oder die Staatsangehörigkeit. Unter den Dingen, was „wichtig ist, um zur Gesellschaft in Deutschland dazuzugehören“, steht der Arbeitsplatz für alle Gruppen an erster Stelle: 93,3 Prozent aller Befragten mit rund 89,2 Prozent aller Befragten ohne Migrationshintergrund sehen das so.

Das SVR-Integrationsbarometer 2018: https://www.svr-migration.de/barometer

Forum Migration November 2018

 

 

 

Südtirol: Erschütterung für alte Parteistrukturen

 

Gestern wurde in Südtirol gewählt. Auch dort hat die etablierte Sammelpartei SVP Verluste einstecken müssen und steht nun vor schwierigen Regierungsverhandlungen und internen Auseinandersetzungen.

 

Auch in Südtirol hat der europäische politische Trend durchgeschlagen. Die bürgerliche Sammelpartei der Südtiroler (SVP), die bis 2013 über eine absolute Mehrheit verfügte, hat den prognostizierten Stimmenverlust erlitten und bei der gestrigen Wahl nur noch 41,9 Prozent der Stimmen erhalten. Sie hält zwar noch immer die mit Abstand stärkste relative Mehrheit, hat aber mit dem „Team Köllensperger“ einen neuen Mitstreiter im Kampf um die Stimmen der deutschsprachigen Bevölkerung bekommen. Vor 5 Jahren noch an Bord der Fünf-Sterne-Bewegung, ist Köllensperger seit dem Sommer unabhängig und hat sich mit seiner Mitte-Links-Liste stark positioniert. Er kam damit auf 15,2 Prozentpunkte. Damit hat er überraschend auch die Freiheitlichen sowie die nationalistischen Listen in die Schranken gewiesen. Die Diskussion um einen Doppelpass hat sich somit als ein untaugliches Wahlkampfargument erwiesen.

Verloren gegangen ist der SVP ihr bisheriger italienischer Koalitionspartner, die Partito Democratico PD. Wie bereits bei den italienischen Parlamentswahlen ist sie auch in Südtirol untergegangen und liegt nur noch bei 3,8 Prozent. Nachdem die SVP verfassungskonform eine Regierung mit einer Partei bilden muss, welche die italienische sprachige Bevölkerung repräsentiert, wird sie wohl nun mit der rechtslastigen Lega Nord Verhandlungen aufnehmen müssen. Die Partei des italienischen Innenministers ist zur klaren Nummer Eins unter den Parteien gewählt worden, die sich an die 26 Prozent jener Südtiroler wenden, deren Muttersprache Italienisch ist. Lag die Lega bei der letzten Wahl noch bei 2,5 Prozent, so kam sie gestern auf 11,1 Prozent.

Am Sonntag wird sich zeigen, ob sich auch in Südtirol der europäische Trend mit Verlusten für Volksparteien und Gewinnen für Populisten fortsetzt.

Für Landeshauptmann Arno Kompatscher und den Obmann der SVP, Philipp Achhammer, wird sich bei der Analyse des Wahlergebnisses die Frage stellen, inwieweit das Konzept einer Sammelpartei noch zukunftsfähig ist. Zudem hatte die Partei schon seit längerem mit innerparteilichen Diskussionen und dem Vorwurf mangelnder Bodenhaftung zu kämpfen. Kritikern zufolge geht das nicht zuletzt darauf zurück, dass die SVP seit Jahrzehnten ein fast ungefährdeter Machtträger war, der im Schatten der Dolomiten agieren konnte und sich für Kritik zu wenig aufgeschlossen zeigte.

Ursprünglich war die SVP der Garant dafür, dass die deutschsprachigen Südtiroler, die immerhin drei Viertel der Bevölkerung im Land an Etsch und Eisack stellen, eine starke Stimme gegenüber der Regierung in Rom darstellten. Was auch der Schutzmacht Österreich ermöglichte, sich voll ein- und durchzusetzen. Mit dem bereits 1992 abgeschlossenen Autonomiepaket, das Bozen eine wirtschaftlich prosperierende Entwicklung ermöglichte und zur Top-Region in Italien aufsteigen ließ, ist der deutsch- und ladinischsprachige Schulterschluss instabil geworden. Dass sich die SVP zum Wahlkampfauftakt den mittlerweile abgetretenen SPÖ-Vorsitzenden Christian Kern einlud, um ihre politische Unabhängigkeit zu demonstrieren, hat sich als Fehlkalkulation herausgestellt. Herbert Vytiska, EA 22

 

 

 

 

Illusion: Haltung hilft gegen Rechts

 

Moralische und sprachliche Ausgrenzung macht die Rechtspopulisten nur noch stärker. Von Marc Saxer

 

An die Stelle der politischen Auseinandersetzung tritt die moralische Abwehrschlacht. Gegen Rechts, heißt es, muss man Haltung zeigen. Allerdings scheinen Hashtags, Ausladungen und Konzerte den Vormarsch der Rechtspopulisten nicht aufhalten zu können. Die Suche nach einer besseren Strategie beginnt mit der Frage, wessen Werte hier eigentlich verteidigt werden. Denn der Kampf gegen Rechts kann gar nicht funktionieren, solange er als Teil eines Kulturklassenkampfes ausgetragen wird. Und dieser Kampf verläuft zwischen den Mittelklassen der Gesellschaft. Darum streiten wir in Zeiten extremer Ungleichheit über Moral und Identität und nicht über Verteilung.

Wer wir sind und wohin wir gehen, diese Fragen werden seit jeher von Priestern und Philosophen beantwortet. Heute wird diese Deutungsmacht von Akademikern und Kreativen ausgeübt. Für den Soziologen Andreas Reckwitz sind die Werte der Gewinner der postindustriellen Wissensökonomie –Kosmopolitismus, Offenheit, Diversität, Selbstverwirklichung  – das gesellschaftliche Maß und Ziel. Die Akademikerklasse bestimmt, welcher Lebensstil als wertvoll betrachtet wird und welcher nicht.

Viele Menschen können in diesem permanenten Wettbewerb um Sichtbarkeit, Wertschätzung, und Erfolg aber nicht mehr mithalten und sehnen sich nach Halt, Zugehörigkeit und Anerkennung. Vor allem die Unternehmer, Angestellten und Facharbeiter der alten Mittelklasse fühlen sich von Gemeinschaften angesprochen, in denen ihren Werten der Homogenität, Pflichterfüllung, Mitte und Solidarität wieder Geltung verschafft wird. Um Gemeinschaften zu bilden muss klar sein, wer dazugehört und wer nicht. Politisch bedeutet das, der liberalen Öffnung, Entgrenzung und Deregulierung die Schließung der Grenzen und die Reetablierung der nationalen Identität entgegenzusetzen.

An die Spitze der Rebellion gegen den Liberalismus haben sich die Rechtspopulisten gesetzt. Ihnen ist es als ersten gelungen, den Gefühlen der Kränkung und Verunsicherung politischen Ausdruck zu geben. Die alte Mittelklasse drängt es aber mehr als das politikverdrossene Prekariat an die Wahlurne. So löst sich das Rätsel, warum die Wähler der Rechten keineswegs ärmer oder ungebildeter sind als der Bevölkerungsdurchschnitt.

Die neue Mittelklasse ist keineswegs gewillt, ihre Definitionsmacht über Werte und Ziele der Gesellschaft kampflos aufzugeben. Dem Angriff auf ihre kulturelle Hegemonie begegnet sie mit kulturellen Mitteln. Moralisch zieht sie eine Brandmauer zwischen den „Anständigen“ und den Frauen-, Fremden-, und Demokratiefeinden. Mittels Tugenddiskursen erhöht sie ihren kosmopolitischen Lebensstil über den ihrer Gegner. Und die wiederum erleben #metoo, #wirsindmehr, #hambibleibt, #dieselfahrverbot und #keinmenschistillegal als Kulturklassenkampf von oben.

Warum wird der Klassenkampf zwischen den Mittelschichten kulturell ausgetragen? In der postindustriellen Ökonomie bestimmen Bildung und Kreativität mehr denn je darüber, ob man sein Leben erfolgreich gestalten kann. Weil sie über großes kulturelles Kapital verfügt, wird die Akademikerklasse („creative class“) aufgewertet, während Prekariat und alte Mittelklassen („Verlierer und Abgehängte“) in der sozialen Hierarchie nach unten rutschen. Gegen dieses Gefühl, kulturell zurückgesetzt zu werden, rebelliert die alte Mittelklasse. Aber weil die neue Mittelklasse ihre soziale Stellung ihrem kosmopolitischen Lebensstil verdankt, ist sie nicht bereit, Abstriche von ihrem moralischen Führungsanspruch zu machen. Der Kulturkampf zwischen Kosmopoliten und Kommunitariern wird entscheiden, wer zukünftig in Politik, Medien, Kunst und Wissenschaft den Ton angibt. Der Kampf der Mittelklassen um die kulturelle Hegemonie erklärt, warum sich die politische Hauptkonfliktlinie nicht um Verteilungsfragen dreht, sondern um kulturelle Fragen wie Sexualität, Identität oder Sprache.

Der Streit um Moral und Identität ist eine typische Erscheinung der neoliberalen Epoche. Viele Bürger haben den Glauben an Gestaltungskraft und –willen des demokratischen Staates verloren. Gesellschaftliche Veränderungen sind  nur noch vorstellbar, wenn Individuen in großer Zahl einsehen, dass sie ihr Verhalten ändern müssen. Widerstand gegen rationale Projekte wie den Kampf gegen den Klimawandel oder gegen normativ gebotene Anliegen wie Geschlechtergerechtigkeit kann aus diesem Verständnis heraus nur irrational oder böswillig sein. An die Stelle der politischen Auseinandersetzung mit Mitbürgern tritt daher die moralische Abwehrschlacht gegen die Barbaren, die aus dem Diskurs („Kein Sprechrecht für alte weiße Männer“) oder von öffentlichen Foren („Rechte nicht salonfähig machen“) ausgeschlossen werden.  

Die Schärfe, aber auch die Tragik der kulturellen Konfrontation liegt darin, dass beide Seiten um das Überleben der Gemeinschaft fürchten, und daher umso aggressiver auf die vermeintlichen Feinde des Guten und Wahren einprügeln. Wer jedoch seine Lebensweise bedroht sieht, wird sich mit den Seinen nur noch fester zusammenschließen. Mitch McConnell, Mehrheitsführer im US-Senat, brachte das nach der gewonnenen Schlacht um die Bestätigung des Verfassungsrichters Kavanaugh hämisch auf den Punkt. Der „Mob“ habe den Republikanern einen riesigen Gefallen getan, weil die Vorwürfe sexuellen Missbrauchs erreicht hätten, was der Parteiführung alleine nie gelungen wäre: ihre Anhänger kurz vor den Kongresswahlen zu mobilisieren. Mit anderen Worten: Wird die Gruppe von außen angegriffen, stärkt das ihren inneren Zusammenhalt. Dieses Zusammenstehen signalisieren sich die Gruppenmitglieder durch Glaubensbekenntnisse (Virtue Signaling).  Das erklärt, warum Haltung derzeit so hoch im Kurs steht. Im „Kampf gegen Rechts“ sind moralische Abgrenzungen aber kontraproduktiv, weil sie den Zusammenhalt der Rechtpopulisten nur weiter stärken.

Der zweite Grund warum „Haltung zeigen gegen Rechts“ nicht funktioniert, liegt in der Neuordnung der gesellschaftlichen Kräfteverhältnisse in der Ära Trump. Waren es früher vor allem die Minderheiten, die sich um ihre Identität scharten, ist es den Identitären Bewegungen gelungen, der gesellschaftlichen Mehrheit einzureden, auch sie sei eine bedrohte Minderheit. Das funktioniert bei den „weißen“ Amerikanern, „Biodeutschen“ oder „wahren Finnen“ nicht viel anders wie bei den Hindunationalisten, Salafisten oder buddhistischen Fundamentalisten. Spätestens hier treffen die Minderheitenallianzen des progressiven Neoliberalismus auf einen Gegner, der gegen kosmopolitische Bekehrungsversuche immun ist. Mehr noch, der das Gefühl der Kränkung und Verunsicherung nutzt, um progressive Errungenschaften zurückzudrehen oder die Institutionen der liberalen Demokratie auszuhebeln.

Wer die soziale Demokratie aus dieser existentiellen Bedrohung retten will, muss diese Lektion so schnell wie möglich lernen. Die Strategie der moralischen und sprachlichen Ausgrenzung funktioniert nicht, sondern macht den rechtspopulistischen Gegner nur noch stärker.

Es ist also höchste Zeit, aus der moralischen Panik aufzuwachen, und echte Politikwechsel einzuleiten. Statt wie das Kaninchen auf die Schlange zu starren, muss sich demokratische Politik von ihrer Fixierung auf den autoritären Rand lösen und die gesellschaftliche Mitte festigen. Das bedeutet, die Sorgen der Bürger ernst zu nehmen, statt sie zu beschimpfen. Wer angesichts der epochalen Umbrüche der Globalisierung, Automatisierung, des Klimawandel und der Migration verunsichert ist, ist noch lange kein Nazi. Kluge Politik adressiert diese Verunsicherung, und gibt den Bürgern ein Stück Kontrolle über ihr Leben und das ihrer Gemeinschaft zurück. Das bedeutet mehr Jobsicherheit und soziale Absicherung. Das bedeutet die Rückkehr der staatlichen Daseinsvorsorge in die Fläche. Das bedeutet Begrenzung und Steuerung von Migration. Und das bedeutet konsequente Durchsetzung von Rechtsstaatlichkeit und Kriminalitätsbekämpfung.

Umgekehrt bedeutet es nicht, die emanzipatorischen Errungenschaften der letzten Jahrzehnte zurückzudrehen. Ziel ist die Verteidigung der offenen und solidarischen Gesellschaft. Und in dieser Gesellschaft müssen alle Bürger, egal welcher Herkunft oder Orientierung, dieselben Lebenschancen haben.

Gerade für die Sozialdemokratie ist es daher unmöglich, den kosmopolitischen und kommunitaristischen Teil ihrer Lebenswelt gegeneinander auszuspielen. Welches Schicksal der Sozialdemokratie droht, sollte ihr diese Verbindung nicht gelingen, lässt sich an den beiden Sammlungsbewegungen #aufstehen (geschlossen und solidarisch) und #unteilbar (offen und solidarisch) ablesen. Um diese beiden Formeln herum formieren sich quer durch Europa post-sozialdemokratische Parteien. Das Auseinanderfallen des kosmopolitischen und des kommunitaristischen Teils der sozialdemokratischen Lebenswelt droht das progressive Lager langfristig zu schwächen.

Eine demokratische Zukunft ist nur möglich, wenn die Mittelklassen einsehen, dass ihre Vorstellungen vom guten Leben in einer pluralistischen Gesellschaft immer nur partikular sein können. Diese Einsicht fällt insbesondere der Akademikerklasse schwer, die ihre Werte lange unwidersprochen für universell erklären konnte. Nun ist aber eine Gegenkraft entstanden, die aus dieser Hybris politisches Kapital schlägt. Die neoliberale Vorstellung, gesellschaftliche Probleme durch die Verhaltensänderung von Individuen lösen zu können, ist also am Ende. Im Gegenteil erschwert das Sprechen in moralischen Kategorien („richtig/ falsch“; „gut / böse“) die Suche nach umsetzbaren Kompromissen. Statt über Sprache und Werte müssen wir also endlich wieder über Strategie und Politik streiten.

Dem moralischen Furor der Mittelklassen muss ein Modell des Politischen entgegengesetzt werden, das Veränderung als Ergebnis gesellschaftlicher Kämpfe versteht. Diese sind nicht zu gewinnen, wenn die Gesellschaft in einzelne Stämme zerfällt. Allianzen zwischen Bürgern mit unterschiedlichen Identitäten zu bauen ist die genuine Stärke der Konsensmaschine Volkspartei. Auch die Kämpfe um Anerkennung und Verteilung lassen sich vereinen, wenn man sie klar auf die gesellschaftlichen Kräfteverhältnisse ausrichtet. Das bedeutet, sich nicht auf Symbolpolitik zu beschränken, sondern die strukturellen Bedingungen so zu gestalten, dass gleiche Lebenschancen für alle ermöglicht werden. Die Verbindung dieser Kämpfe war die historische Rolle der Sozialdemokratie. In der politischen Erneuerung dieses Bündnisses liegt ihre Zukunft. IPG 2

 

 

 

Ostdeutsche gehen früher in Rente als Westdeutsche

 

Dresden/ München – Ostdeutsche gehen früher in Rente als Westdeutsche. lm Jahre 2017 gingen 42 Prozent aller Neurentner im Osten über die abschlagsfreie Rente mit 63 in den Ruhestand; in Westdeutschland waren es nur 30 Prozent. Bei der frühzeitigen Rente mit Abschlägen liegt die Quote im Osten bei 27 Prozent und damit ebenfalls höher als im Westen bei 17 Prozent. Bis zur Regelaltersgrenze von derzeit 65 Jahren und 7 Monaten haben in Ostdeutschland nur 24 Prozent aller Neurentner gearbeitet, in Westdeutschland sind es 45 Prozent. Das geht aus Berechnungen des ifo Instituts Dresden hervor, die auf Statistiken der Rentenversicherung beruhen. „Die Erklärung für den höheren Anteil bei der Rente mit 63 sind die ostspezifischen Erwerbsbiographien: In der DDR war es üblich, frühzeitig ins Erwerbsleben zu starten, so dass in Ostdeutschland ein höherer Anteil an Personen die Voraussetzungen hierfür aufweist“, erläutert der ifo-Forscher Joachim Ragnitz. „Dass außerdem in Ostdeutschland auch häufiger die frühzeitigere Rente mit Abschlägen in Kauf genommen wird, hat wohl eher mit den höheren Rentenansprüchen der Frauen im Osten zu tun: Eine Rente mit Abschlägen kann man sich eher leisten, wenn zwei Rentenbezieher mit hohen Bezügen in einem Haushalt leben. Auch hier liegt der Grund also in den besonderen Erwerbsbiographien zu DDR-Zeiten; anders als in Westdeutschland waren auch hier Frauen stark in das Erwerbsleben eingebunden, was sich nun in hohen Altersrenten widerspiegelt.“

Ragnitz kritisiert: „Letzten Endes war die Einführung der abschlagsfreien Rente für besonders langjährige Versicherte ein Wahlgeschenk an die ältere Generation. Vor dem Hintergrund der absehbaren Finanzierungsschwierigkeiten der Gesetzlichen Rentenversicherung ab 2025 und des zunehmenden Arbeitskräftemangels war sie eine Fehlentscheidung. Dies spricht dafür, bei den anstehenden Verhandlungen über die künftige Ausgestaltung des Alterssicherungssystems auch die Rente mit 63 kritisch zu überprüfen.“

Im Jahr 2014 wurde die sogenannte Rente ab 63 eingeführt, die es Versicherten erlaubt, nach 45 Beitragsjahren vorzeitig ohne Einbußen bei der Rentenhöhe in den Ruhestand zu gehen. Die Möglichkeit eines vorzeitigen Renteneintritts besteht darüber hinaus auch für Versicherte mit wenigstens 35jähriger Versicherungsdauer in der Gesetzlichen Rentenversicherung. In diesem Fall müssen allerdings versicherungsmathematisch korrekte Rentenabschläge in Kauf genommen werden. Außerdem verkürzt sich dadurch natürlich die Dauer der Einzahlung in die Rentenkassen, was eine weitere Verringerung der monatlichen Rentenzahlungen zur Folge hat. Ifo 26

 

 

 

 

Schlappe für CSU. Rechtsgutachten hält bayerische Grenzpolizei für verfassungswidrig

 

Mit seiner eigenen Grenzpolizei überschreitet der Freistaat Bayern seine Kompetenzen, urteilt ein Rechtsgutachten. Die Grünen fordern von Bundesinnenminister Seehofer, die Zusammenarbeit zwischen Bundes- und Landespolizei zu beenden.

Der Einsatz bayerischer Landespolizisten bei Kontrollen an der deutsch-österreichischen Grenze ist einem Rechtsgutachten zufolge verfassungswidrig. Die bayerische Grenzpolizei mit den ihr parallel zur Bundespolizei zugewiesenen Aufgaben und Befugnissen untergrabe „die föderale Kompetenzverteilung im Bereich des Grenzschutzes“, heißt es in einem am Montag veröffentlichten Rechtsgutachten im Auftrag der Grünen-Bundestagsfraktion. Der Freistaat Bayern habe weder eine Gesetzgebungs- noch eine Verwaltungskompetenz für die Unterhaltung einer eigenen Grenzschutzpolizei, heißt es in dem Papier, über das zuerst die „Süddeutsche Zeitung“ berichtet hatte.

Bayern hatte Anfang Juli eine eigene Grenzpolizei gestartet. Dies sei ein „wichtiges Zeichen, dass Bayern seine Grenzen selbst besser schützen kann“, sagte Ministerpräsident Markus Söder (CSU) beim damaligen Festakt. Grundlage für die Grenzpolizei ist ein Passus im bayerischen Polizeiaufgabengesetz, den die Autoren des von den Grünen beauftragten Rechtsgutachtens, Thorsten Kingreen und Sophie Schönberger, für nicht vereinbar mit dem Grundgesetz halten. Die Gesetzgebungskompetenz liege ausschließlich beim Bund, hießt es in den Ergebnissen der Expertise. Grenzschutz ist demnach alleinige Aufgabe der Bundespolizei.

Ministerium weist Kritik zurück

In einem Brief an Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) fordert die Grünen-Fraktionsvorsitzende Katrin Göring-Eckardt, die Zusammenarbeit zwischen Bundespolizei und bayerischem Grenzschutz einzustellen. Im Ministerium sind das Schreiben und das Gutachten nach Angaben einer Sprecherin am Wochenende eingegangen und werden noch ausgewertet. Die Kritik der Grünen wies sie zurück. Die Zusammenarbeit funktioniere nach Auffassung des Ministeriums sehr gut und sei rechtskonform, sagte sie.

Die Ministeriumssprecherin verwies unter anderem auf den Paragrafen 64 im Bundespolizeigesetz, wonach Polizisten eines Landes „Amtshandlungen zur Wahrnehmung von Aufgaben der Bundespolizei vornehmen können“. Zudem erläuterte sie die Zusammenarbeit zwischen Bundes- und Landespolizei so, dass Bundespolizisten für „grenzpolizeiliche Entscheidungen“, die Landespolizei für den Bereich „bis an die Grenze“ heran zuständig wären – und damit keine „grenzpolizeilichen Aufgaben“ wahrnehmen würden.

Polizeigewerkschaft fordert Konsequenzen

In einer ersten Bilanz der bayerischen Grenzpolizei betonte Innenminister Joachim Herrmann (CSU) Ende Juli allerdings, dass neben intensivierten Schleierfahndungen im grenznahen Raum die Landespolizei „auf Anforderung oder mit Zustimmung der Bundespolizei auch eigenständige Kontrollen an der Grenze“ durchführe. Die Autoren des Rechtsgutachtens haben zudem Zweifel, dass der Paragraf 64 im Bundespolizeigesetz als Grundlage für die bayerische Grenzpolizei ausreicht. Er sei keine Norm über die Verteilung von Verwaltungskompetenzen, sondern allein als Vorschrift über die Amtshilfe ausgestaltet, heißt es in dem Gutachten.

Die Gewerkschaft der Polizei forderte Konsequenzen aus dem Gutachten. „Dieses Gutachten ist ein guter Anlass, an der Grenze klare Verhältnisse zu schaffen“, sagte der stellvertretende Vorsitzende Jörg Radek dem „Redaktionsnetzwerk Deutschland“. Grenzschutz sei originäre Aufgabe der Bundespolizei. „Wenn der Tenor des Gutachtens ist, dass es keine geteilte Zuständigkeit geben darf, dann fühlen wir uns dadurch bestätigt“, sagte Radek. (epd/mig 23)

 

 

 

 

 

Volkswirte sehen Rentenpolitik mit Skepsis 

 

München - Deutschlands Wirtschaftswissenschaftler lehnen die Rentenpolitik der schwarz-roten Koalition mehrheitlich ab. Das zeigt das aktuelle Ökonomen-Panel, eine regelmäßige Befragung des ifo Instituts und der Frankfurter Allgemeinen Zeitung. „Viele Kollegen sind um die Finanzierung des Rentensystems besorgt“, sagte der ifo-Ökonom Niklas Potrafke, der die Umfrage betreut. „Eine sehr häufig empfohlene Maßnahme zur langfristigen Finanzierung des Rentensystems ist, das Renteneintrittsalter deutlich anzuheben.“ Vom Vorstoß von Finanzminister Olaf Scholz (SPD), auch über das Jahr 2025 hinaus das Rentenniveau bei 48 Prozent des Durchschnittseinkommens zu stabilisieren, hält eine große Mehrheit (61 Prozent) nichts oder eher nichts, nur 19 Prozent stimmen ihm zu. Scholz‘ Idee für einen mit Steuergeld finanzierten Fonds (Demographie-Reserve), um das aktuelle Rentenniveau bis 240 zu halten, lehnen fast 60 Prozent ab. Der Tenor vieler Antworten ist, dass die „GroKo“ der alternden Bevölkerung viele Versprechen macht, die finanziell schwer haltbar sind und die jüngeren und künftigen Generationen belasten.

Auf die Frage, was die Ökonomen der Politik empfehlen würden, um die gesetzliche Rente langfristig zu finanzieren, lautet die häufigste Antwort: ein späteres Rentenalter (38 Prozent). Dabei wird oft 70 Jahre genannt, andere halten 69 oder 68 Jahre für angemessen. Für noch höhere Rentenbeiträge plädiert nur jeder zehnte der Befragten, höhere Steuerzuschüsse würden nur 13 Prozent empfehlen, mehr Zuwanderung halten 19 Prozent für eine Lösung. Die Wirtschaftswissenschaftler erwarten aber etwas anderes als ihre Vorschläge. Mehr als ein Drittel erwartet höhere Steuerzuschüsse, knapp ein Viertel höhere Rentenbeiträge, nur 15 Prozent ein steigendes Renteneintrittsalter. Eine relative Mehrheit bedauert, dass der Zusammenhang zwischen eingezahlten Beiträgen und späteren Rentenansprüchen immer mehr gelockert wird. Der Ausspruch von Scholz, stabile Renten seien ein Beitrag, um einen „deutschen Trump“ zu verhindern, wird nur von einer kleinen Minderheit voll und ganz unterstützt, von 7 Prozent

Altersarmut ist in Deutschland nach Einschätzung der Ökonomen gegenwärtig noch kein großes Problem, diese Ansicht vertreten 78 Prozent. In Zukunft könnte das Problem aber groß werden, sagen 46 Prozent. Um das zu verhindern, wären eben Reformen nötig. 49 Prozent befürworten, dass neben der gesetzlichen Rente eine private oder betriebliche Altersvorsorge für jeden zur Pflicht werden sollte.

 

In den Antworten der Ökonomen spiegelt sich insgesamt große Unzufriedenheit mit der Rentenpolitik der Koalition wider. Teils gehen sie sehr harsch mit der Regierung ins Gericht. „Die GroKo macht Politik für die Alten und vergisst die Jungen“, sagte der Verteilungsforscher Andreas Peichl vom ifo Institut. Gerhard Wegner von der Universität Erfurt monierte: „Leider verlässt die Politik den Reformpfad der vergangenen Jahre.“ Oliver Landmann von der Universität Freiburg kritisierte, die Koalition betreibe „Vogel-Strauß-Politik“. Der Kieler Ökonom Rolf Langhammer warnte, die von der Koalition versprochenen „doppelten Haltelinien“ (keine höheren Beiträge als 20 Prozent und ein Rentenniveau von mindestens 48 Prozent) würden nicht halten, weil sie auf unrealistischen Annahmen beruhten. Der Konstanzer Gesundheitsökonom Friedrich Breyer verwies auf die demographischen Probleme: „Eine Generation, die nicht für genügend Nachwuchs gesorgt hat, kann im Alter von ihren Kindern keine üppige Versorgung erwarten, es sei denn, sie sorgt selbst vor.“ Ifo 22

 

 

 

 

Erst einreisen, dann anerkennen

 

Das neue Fachkräfte-Zuwanderungsgesetz soll es leichter machen, nach Deutschland zu kommen, um zu arbeiten. Doch noch während der endgültige Gesetzestext beraten wird, warnen viele, die Regelungen könnten zu mutlos ausfallen – und zwar vor allem im Bereich der Anerkennung ausländischer Abschlüsse.  

Die Große Koalition verspricht in ihren Eckpunkten für das Gesetz „schnelle und einfache Anerkennungsverfahren“, die Gleichwertigkeitsprüfung soll künftig „möglichst unkompliziert“ werden. Dazu wollen Union und SPD mit den Ländern das Anerkennungsverfahren zentralisieren, eine „Clearingstelle Anerkennung“ soll entstehen, die Fachkräfte aus dem Ausland durch das Anerkennungsverfahren begleitet. Informationsangebote, vor allem für Interessent_innen sollen ausgebaut werden, regionale Beratungsangebote wie das Programm „Integration durch Qualifizierung“ sollen mehr Geld erhalten. Das Gleiche gilt für den Anerkennungszuschuss – mit diesem können Fachkräfte sich einen Teil der Verfahrenskosten erstatten lassen. Schließlich plant die Große Koalition, dass Fachkräfte aus der IT sowie einiger weiterer Engpassberufe auch dann eine Stelle annehmen dürfen, wenn sie keinen formalen Abschluss, aber „ausgeprägte berufspraktische Kenntnisse“ haben.

Klingt gut, doch in dem nur wenige Abschnitte langen Teil des Eckpunktepapiers zur Anerkennung steht wenig Konkretes. Der Entwurf wird in den nächsten Wochen unter den beteiligten Ministerien abgestimmt. Einer der bislang offenen Punkte ist etwa, ob und welche neuen Institutionen für bundesweit zentral unterstützte Anerkennungsverfahren aufgebaut werden könnten. Offen bleibt auch, ob eventuell sogar Zuständigkeiten zwischen Bund und Ländern in der Anerkennung überprüft werden sollen. Eine weitere Frage ist, ob außer den IT-Expert_innen und den Fachkräften aus Engpassberufen auch andere Gruppen mit informeller Qualifikation diese künftig leichter anerkennen lassen könnten. Bislang sieht es aber so aus, dass es für diese auch in Zukunft nur Modellprojekte wie Valikom geben wird.

Eine Expertengruppe der Bundesagentur für Arbeit hat derweil konkrete Vorschläge gemacht, um Einwanderung und auch speziell das Anerkennungsverfahren zu vereinfachen und zu beschleunigen. Im Feld der Einwanderung schlägt die Gruppe etwa zentrale Anlauf- und Entscheidungsstellen bei den Ausländerbehörden sowie ein „Integriertes Erwerbsmigrationsmanagement“ vor. Durch die Beteiligung vieler Behörden, unterschiedlicher IT-Systeme und unterschiedlicher Erfahrung der Mitarbeiter_innen gebe es bisher zu viele Reibungsverluste. Anerkennungsverfahren in Deutschland könnten entfallen, wenn im Ausland nach deutschem Standard ausgebildet worden sei. Schließlich könnte, so die Arbeitsgruppe, durch „Partnerschaftsabkommen zur Erwerbsmigration” ein gesonderter, vereinfachter Zugangsweg für Personen mit definierten Qualifikationen aus bestimmten Herkunftsländern geschaffen werden. Sie sollen kommen dürfen, ohne dass vorher die Gleichwertigkeit der individuellen Qualifikation bescheinigt werden müsste – erst einreisen, dann anerkennen lassen also. Hierzu müssten vorab bestimmte Länder festgelegt werden, deren grundsätzliche Vergleichbarkeit der Ausbildungsstandards systematisch überprüft würden.

Abschlussbericht Expertengruppe BA zur „Vereinfachung der gezielten Erwerbsmigration”: https://bit.ly/2Pj68VR   

Forum Migration November 2018

 

 

 

Statistisches Bundesamt. Zahl der Empfänger von Asylbewerberleistungen geht stark zurück

 

Immer weniger Menschen sind in Deutschland auf Sozialhilfe angewiesen. Dem Statistischen Bundesamt zufolge ist insbesondere die Zahl von Empfängern nach dem Asylbewerberleistungsgesetz stark zurückgegangen.

 

Die Zahl der Menschen in Deutschland, die auf soziale Mindestsicherung angewiesen sind, ist gesunken. Wie das Statistische Bundesamt am Freitag in Wiesbaden mitteilte, erhielten Ende 2017 rund 7,6 Millionen Menschen soziale Mindestsicherungsleistungen. Das waren 3,5 Prozent weniger als Ende 2016.

Der Anteil der Empfänger an der Bevölkerung belief sich Ende 2017 auf 9,2 Prozent. Damit ging er das zweite Jahr in Folge zurück. Am Jahresende 2016 hatten knapp 7,9 Millionen Menschen und damit 9,5 Prozent der Bevölkerung Leistungen der sozialen Mindestsicherung erhalten.

Überdurchschnittlich ging die Anzahl der Empfänger sozialer Mindestsicherungsleistungen in den neuen Bundesländern (einschließlich Berlin) zurück. Hier ergab sich eine Minus von 6,0 Prozent. Im früheren Bundesgebiet verringerte sich die Zahl der Empfänger um 2,6 Prozent.

Weniger Asylbewerberleistungen

Grundsicherung im Alter und bei Erwerbsminderung erhielten Ende 2017 bundesweit knapp 1,1, Millionen Menschen, das waren 3,2 Prozent mehr als im Vorjahr. Hartz IV bezogen rund 5,9 Millionen Menschen (minus 0,7 Prozent).

Regelleistungen nach dem Asylbewerberleistungsgesetz bekamen rund 468.000 Menschen. Dies entspricht einem Rückgang um 35,7 Prozent. Wie bereits im Vorjahr sei dies insbesondere auf die hohe Zahl abgeschlossener oder entschiedener Asylverfahren zurückzuführen, erklärte das Bundesamt. Die Betroffenen beziehen dann keine Asylbewerberleistungen mehr. (epd/mig 22)

 

 

 

Einladung. Simonetti in Berlin

 

Es freut uns sehr, dass unser Kollege Gianluigi Simonetti von der Universität Aquila unserer Einladung gefolgt ist, die Thesen seiner in diesem Jahr bei Il Mulino erschienenen Monographie „La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea“ einem interessierten Publikum vorzustellen. Zu diesem Abend laden wir Sie herzlich ein: Mittwoch, 7. November, 18 Uhr c.t. Einführung: Giulia Angelini. In italienischer Sprache

Die literarische Produktion der letzten Jahrzehnte in Italien scheint eine experimentelle Loslösung von der Tradition des 20. Jahrhunderts zu sein. Gianluigi Simonetti liest diese Entwicklung als Reflexion allgemeinerer sozio-kultureller Veränderungen und beschränkt sich nicht darauf, kanonische Autor*innen und isolierte „Meisterwerke“ zu untersuchen. Sein Augenmerk gilt den formalen Innovationen insgesamt, thematischen Präferenzen und strukturellen Ausrichtungen einer ganzen Bandbreite von Werken der jüngeren italienischen Literatur.

Zu unserem Gast: Gianluigi Simonetti ist Professor für italienische Gegenwartsliteratur an der Universität L’Aquila, Italien. Sein Forschungsinteresse gilt hauptsächlich der Geschichte der italienischen Literatur, vor allem Lyrik und Prosa, im 20. Jahrhundert. Er hat zu Montale, Sereni, Fortini und Zanzotto gearbeitet. 2018 erschien beim Verlag Il Mulino seine Monographie „La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea“ .

Im Rahmen der Berlin Science Week 2018 (www.berlinscienceweek.com). Sabine Greiner (de.it.press)