WEBGIORNALE   4-17 giugno 2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Migranti: illegittimo respingere dentro la Ue  1

2.       E' nato il nuovo governo  1

3.       Merkel: "Migranti tema cruciale, l'Italia lasciata sola"  1

4.       Grazie Presidente Mattarella. Il centrosinistra riparta da Gentiloni 1

5.       Italia/Migranti. Contratto di governo: velleitarismo e ripetitività  2

6.       I circoli PD Europa si mobilitano in difesa del Presidente Mattarella e della Costituzione  2

7.       Rapporto Istat 2018. Flussi migratori e trasformazioni demografiche  2

8.       La crisi politica in Italia  3

9.       Governo balneare?  3

10.   Enzo Moavero Milanesi è il nuovo ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale  4

11.   Cgie. Il documento finale della Commissione Continentale Europa e Nord Africa  4

12.   Manca un anno alle prossime elezioni europee  5

13.   Digitalizzazione, Alto Adige e Renania-Palatinato collaborano  5

14.   Una sfida irresponsabile di fronte a un Paese smarrito  5

15.   Italia/Ue. Contratto di governo, in cauda venenum   5

16.   UE. Lavoratori distaccati: dovranno ricevere lo stesso salario  6

17.   «Spiegel disgustoso, Ecofin ridicolo». Per Fitoussi l’Italia deve «mostrare i muscoli»  6

18.   Il PD Berlino vicino a Mattarella  6

19.   Francoforte. Cinque domande a Telmo Pievani 6

20.   Ambasciata a Berlino contro lo Spiegel: "Critica un intero popolo"  7

21.   Italia-Germania, gli orgogli e i pregiudizi 7

22.   Il PD Berlino vicino a Mattarella  7

23.   A Berlino il 18 giugno incontro dedicato all'imprenditoria femminile in Germania  8

24.   Berlino decolonizza alcune strade  8

25.   Contratto di governo. Per il PD-Estero l’immagine di un’Italia chiusa e polemica sul piano internazionale  8

26.   Acli Baviera. Il 26° anniversario dell’assassinio dei Giudici Falcone e Borsellino  9

27.   “Gourmet’s Italia WineHunter” l’11 giugno al Künstlerhaus a Monaco di Baviera  9

28.   Dal 7 al 29 giugno a Francoforte la rassegna “Ciao Macho. Marco Ferreri –Eine Retrospektive”  9

29.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO. 9

30.   La mostra “Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia”  10

31.   In festa l'Associazione "Gruppo Siciliano Italiani in Europa" di Lippstadt 11

32.   I rapport italo-tedeschi visti da Valensise  11

33.   La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa  11

34.   Il commissario Oettinger, una lunga storia di gaffe e legami inopportuni 12

35.   Deutsche Bank annuncia il taglio di 7.000 posti di lavoro  12

36.   Collegamento ferroviario diretto Monaco di Baviera-Rimini fino al 9 settembre  12

37.   Governo, gli attacchi della stampa estera: per Spiegel «Italia scroccona», per l’Economist Conte è Arlecchino  12

38.   L'on. Billi in visita alle comunità e alle istituzioni Italiane in Croazia e Slovenia  13

39.   Nuovo regolamento UE. Privacy, giro di vite a tutela dei dati 13

40.   Le mafie rubano ed uccidono ancora  13

41.   Macedonia. Legge sul bilinguismo fattore di stabilità  14

42.   La Costituzione Italiana e la Festa della Repubblica  14

43.   Le ambiguità del governo gialloverde  14

44.   Le strategie  15

45.   Un appello della presidenza delle Acli alle forze politiche  15

46.   La metafisica dei terremoti 15

47.   Folgorati dalle 12 righe dell’accordo di governo  16

48.   Cgie. Voto all’estero scondo la Commissione Anglofona  16

49.   Vederci chiaro  16

50.   Turismo di ritorno. “I viaggi delle radici tra identità culturale e promozione dei territori”  16

51.   Il contratto di governo si ricorda degli italiani all’estero  17

52.   “Italiani in partenza e stranieri in arrivo: sfide e obiettivi per la Pubblica Amministrazione”  17

53.   Nuovo governo. Perso tempo prezioso  17

54.   Basta con i partiti 18

55.   Berlusconi, miracolo finito: il declino del centrodestra  18

56.   Le lingue ufficiali nell’UE  19

57.   L’angolo della psicologa. Piangere fa bene al cuore  19

58.   Rassegna di giornali italiani all‘estero  19

59.   Gli italiani all’estero nel Contratto di Governo  20

60.   5 anni alla Farnesina. Mario Giro ringrazia e saluta  20

61.   Alleanze di comodo  20

62.   Convocata per la prima settimana di luglio la prossima assemblea plenaria del Cgie  20

63.   Seminario sul turismo di ritorno. “I viaggi delle radici tra identità culturale e promozione dei territori”  21

64.   Scuola nel Veneto. In classe la storia dell’emigrazione veneta  22

65.   Borse di rientro. La Regione Veneto punta ad attrarre i “cervelli in fuga”  22

66.   La prima “badante elettronica” sperimentata nei comuni montani Abruzzesi 22

67.   Trentino-Alto Adige. Minoranze linguistiche, approvata la legge regionale di tutela  22

 

 

1.       Transatlantische Tragödie  23

2.       Europäischer Gerichtshof. Abschiebung von einem EU-Staat in einen anderen nur mit Zustimmung  23

3.       Politische Regierung in Italien  23

4.       Oettinger-Interview verärgert Italiener 24

5.       Italiens politisches Chaos verschreckt die Finanzmärkte  24

6.       Ist Solidarität der Schlüssel zur Integration?  24

7.       25 Jahre Solingen. Merkel: Wir können und dürfen nicht vergessen, was passiert ist 25

8.       Italien. „Alle haben sich verzockt“  25

9.       EU uneins bei Migration  25

10.   Die ganze Spannweite der Migrationspolitik  26

11.   In fast unmöglicher Mission. Nach 70 Jahren UN-Blauhelmen herrscht Mangel und Ratlosigkeit 26

12.   Das ifo Institut kritisiert die US-Zölle  26

13.   Carlo Cottarelli, Italiens Ausputzer 27

14.   25 Jahre Solinger Anschlag. Mevlüde Genç mahnt zu Versöhnung  27

15.   Flüchtlingsunterstützung kann in Frankreich teuer werden  28

16.   Frankfurt/M. Die magische Welt der Poesie von Giuseppe Conte  28

17.   Zukunft der EU. Italien ist die Sollbruchstelle des Euro  29

18.   USA: Christen gemeinsam gegen neuen Rassismus  30

19.   Mit Diktatoren kooperieren, um Migration zu stoppen?  30

20.   Den Wirt ohne die Rechnung gemacht 30

21.   Jurist soll Italiens neuer Ministerpräsident werden  31

22.   „Meine Kinder brauchen eine neue EU-Perspektive“  31

23.   Safe Schools Declaration  31

24.   Marx im digitalen Kapitalismus  32

25.   Conte mit Regierungsbildung beauftragt 32

26.   Keine Asylentscheidungen mehr. BAMF-Außenstelle in Bremen wird vorläufig kaltgestellt 32

27.   Studie: Zwei Drittel der Deutschen kennt Datenschutzgrundverordnung nicht 33

28.   ARD und ZDF – Zeigt uns das TV-Duell zur Europawahl 2019 zur Primetime! 34

29.   Syrische Flüchtlingskinder in Deutschland. Geflüchtete Kinder sind keine Kinder zweiter Klasse  34

30.   Automatisierung. Don't Rage Against the Machine  34

31.   Armin Laschet im Gespräch. Islamverbände müssen Weg zu staatlicher Anerkennung gehen  35

32.   Liebe an Verso Sud und dem italienischen Kino Interessierte  35

33.   Wissenschaftsplattform Nachhaltigkeit 2030  35

34.   Kanzlerin Merkel: 1,5 Millionen neue Wohnungen und Eigenheime in den nächsten vier Jahren  35

 

 

 

Migranti: illegittimo respingere dentro la Ue   

 

Bruxelles - Non si può espellere un migrante che ha fatto domanda di asilo in un altro Stato membro se questo non ha accettato di riprenderselo. Parola della Corte di giustizia Ue, con un sentenza emessa ieri a mettere i puntini sugli i ricordando quelle che sono le regole attuali (Dublino III). Un iracheno, Adil Hassan, dopo aver fatto domanda d’asilo in Germania, si è poi recato in Francia, dov’è stato fermato. Le autorità francesi hanno allora chiesto alle autorità tedesche di riprendere in carico l’uomo, decidendo al contempo, lo stesso giorno, di trasferire quest’ultimo verso la Germania, richiamandosi al regolamento Dublino III. L’uomo fa ricorso, e il Tribunale di Lille chiede chiarimenti ai giudici europei. «Con la sentenza odierna - si legge in una nota - la Corte dichiara che dal testo, dalla genesi e dall’obiettivo del regolamento Dublino III emerge con chiarezza che una decisione di trasferimento può essere adottata e notificata all’interessato solo dopo che lo Stato membro richiesto abbia, implicitamente o esplicitamente, accettato di riprendere in carico tale persona».

In realtà, spiegano fonti comunitarie e della Corte, non c’è niente di nuovo, le regole e la prassi di Dublino III sono già queste da tempo, i giudici lussemburghesi hanno solo richiamato le norme. La sentenza, tuttavia, colpisce perché tocca uno dei punti nevralgici del negoziato in corso sulla riforma del regolamento di Dublino. Soprattutto la Germania insiste per una riforma che faciliti l’espulsione di richiedenti giunti in altri Stati membri attraverso i cosiddetti movimenti secondi, senza dover aspettare il via libera. Richiesta recepita dalla bozza di riforma del Regolamento di Dublino preparata dalla presidenza bulgara dell’Ue, che non piace assolutamente all’Italia. M.o. 1

 

 

 

E' nato il nuovo governo

 

Governo Conte, ci siamo. Dopo 88 giorni prende il via formalmente la strada del nuovo governo Lega-M5s, con il giuramento del neo presidente del Consiglio e dei suoi ministri 18 ministri al Quirinale. Giuseppe Conte ha pronunciato da presidente del Consiglio il giuramento di fedeltà alla Costituzione al Quirinale, davanti al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Subito dopo di lui, hanno ripetuto la formula i neo vice premier Matteo Salvini e Luigi Di Maio. A tutti il Presidente della Repubblica ha rivolto, dopo la stretta di mano, gli auguri.

CONTE -"Lavoreremo intensamente per realizzare gli obiettivi politici anticipati nel contratto di governo, lavoreremo con determinazione per migliorare la qualità della vita di tutti gli italiani" le prime parole del neo premier Conte, che oggi ha tenuto a battesimo il primo governo della Terza Repubblica.

SALVINI - Uscendo dal Quirinale, Matteo Salvini invece si è limitato a dire nel piazzale antistante il Palazzo: "Sono felice ed emozionato, penso ai miei due bambini e spero mi abbiano visto da casa". Ce la farà a fare il vicepremier-ministro dell'Interno e il segretario della Lega? "Basta organizzarsi, tutto si può fare, basta volerlo'', assicura Matteo Salvini arrivando a palazzo Chigi dopo aver giurato al Colle. ''L'ho fatto fino ad ora, perché non posso continuare a farlo...'', insiste Salvini.

Non c'è solo la questione dei migranti sul tavolo del neo ministro dell'Interno Matteo Salvini, c'è anche il dossier sui beni confiscati alla mafia. E' lo stesso neo vicepremier e ministro dell'Interno che lo anticipa rispondendo ai giornalisti all'uscita del Quirinale dove si è appena conclusa la cerimonia di investitura del nuovo governo. Rispondendo ai cronisti che gli chiedevano quale sarà il primo provvedimento del neo ministro e se eventualmente fosse sulla questione dei migranti, Salvini risponde: "Ve lo comunicheremo. C'è anche tutto il dossier sui beni confiscati e sequestrati ai mafiosi".

DI MAIO - "Ora al lavoro per dare lavoro" ha detto il vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, uscendo dal Quirinale dopo il giuramento del nuovo governo. "Un grazie di cuore a Beppe Grillo, lo incontrerò sabato per goderci insieme questa vittoria". "Mi occuperò dello Sviluppo Economico e del Lavoro perché è ora di far ripartire il Paese, di mettere da parte la Fornero, di istituire il Reddito di Cittadinanza e il salario minimo orario. E lo faremo" aveva sottolineato poco prima postando su Facebook un selfie della squadra. "Siamo la squadra del Movimento 5 Stelle nel governo del cambiamento e siamo al vostro servizio! Ci vediamo sabato alle 19 a Roma - conclude Di Maio - in piazza della Bocca della verità per festeggiare tutti insieme". All'uscita Paolina Esposito, la mamma di Luigi Di Maio, si è detta "emozionata e orgogliosa". "Mio figlio è stato bravo" ha aggiunto.

COSTA - "La terra dei fuochi è sempre nel mio cuore e adesso deve stare nella mia penna" ha detto il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, lasciando il Quirinale. Siamo "una buona squadra" ma, aggiunge, "valutateci per quello che facciamo".

MOAVERO - "Non siamo un governo militare. Uniti e motivati tutti insieme" ha detto il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, lasciando il Quirinale. A chi gli chiede se lavorerà con Paolo Savona, "certo -risponde- lo conosco bene". Poi il riferimento alla sua terza esperienza da ministro: "Non c'è due senza tre".

L'EUROPA - Intanto l'Unione europea ha espresso "piena fiducia nella capacità e nella volontà del nuovo governo" italiano "a impegnarsi in modo costruttivo con i partner europei e con le istituzioni dell'Ue per sostenere il ruolo centrale dell'Italia nel progetto europeo". L'Italia, ha sottolineato Bruxelles "è un membro fondatore dell'Ue, un partner fidato ed indispensabile". "La vostra nomina avviene in un momento cruciale per l'Italia e per l'intera Ue - scrive in una lettera di congratulazioni il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk -. Per superare le sfide comuni che abbiamo davanti, servono più che mai unità e solidarietà. Credo fortemente che la nostra comunità potrà prosperare solamente se si basa su un dialogo rispettoso e sulla collaborazione leale, cose che farò del mio meglio per assicurare". "Non vedo l'ora di lavorare con voi nel Consiglio Europeo e nel G7", aggiunge Tusk.

LE PROSSIME TAPPE - Il giuramento di oggi è solo il primo passo, l'esecutivo diventerà operativo a partire dalla settimana prossima, con il voto di fiducia che sarà votata prima dall'aula di palazzo Madama e che potrebbe tenersi alle 12 di martedì 5 giugno, come si evince dalle comunicazioni che alcuni gruppi hanno inviato ai loro senatori, raccomandando la presenza a Roma già dal giorno prima. Basso il margine di seggi in Parlamento per la maggioranza gialloverde di Lega e M5S: 6 a Palazzo Madama e 31 a Palazzo Chigi. adnkronos 1

 

 

 

 

Merkel: "Migranti tema cruciale, l'Italia lasciata sola"

 

La Cancelliera in un'intervista: "La sicurezza delle frontiere e la politica di asilo sono la vera questione esistenziale per l'Europa". Moscovici: "Ue non è avversario"

 

BERLINO - "La sicurezza delle frontiere, la politica di asilo comune e la lotta alle ragioni dell'esodo dei migranti sono la vera questione esistenziale per l'Europa". Lo dice Angela Merkel alla Fas (l'edizione domenicale della Frankfurter Allgemeine Zeitung), affermando che serve unificare il sistema, e sottolineando come parte dell'insicurezza in Italia sia nata dalla solitudine nell'emergenza profughi. "Parte dell'insicurezza in Italia ha la sua origine proprio dal fatto che gli italiani, dopo il crollo della Libia, si sono sentiti lasciati soli, nel compito di accogliere così tanti migranti".

 

"Abbiamo bisogno di un sistema comune dell'asilo e misure comparabili nella decisione su chi rimane e chi no", ha aggiunto Merkel nell'intervista, secondo la quale Frontex (l'agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) diventerà "nel medio periodo una vera polizia di frontiera con competenze europee" e nel lungo periodo dovrà esserci "un ente europeo per l'asilo". 

 

MOSCOVICI: "UE NON E' AVVERSARIO" - "Il dialogo può essere vigoroso ma siamo rispettosi delle divergenze. Bruxelles non è avversario ma partner con il quale bisogna dialogare, con lo stesso rispetto che Bruxelles deve al Governo italiano". Lo ha detto il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici ospite di Lucia Annunziata a '1/2h in più'. "Non anticipiamo, non speculiamo, siamo rispettosi delle divergenze", è l'invito fatto da Moscovici, che ha detto anche:  "Tutto quello che è stato detto sull'Italia che è sospettoso non è benvenuto, è a Roma che si decide. Per i fenomeni migratori serve una risposta europea. Dobbiamo avere un atteggiamento 'protettivo' e dare risposte umane. Non siamo allo scontro ma le risposte nazionali non esistono".

 

"C'è un'economia italiana con una ripresa moderata, ci sono delle diseguaglianze, i giovani e il sud che hanno bisogno di attenzioni particolari. So anche che il debito pubblico italiano sta diminuendo, anche se con moderazione. Probabilmente bisogna essere attenti, c'è anche il problema dell'occupazione: c'è una situazione economica sulla quale bisogna riflettere anche se è in condizioni critiche, bisogna agire". LR 3

 

 

 

Grazie Presidente Mattarella. Il centrosinistra riparta da Gentiloni

 

Al Presidente Mattarella, che in questi lunghissimi ottantotto giorni non ha mai smarrito la bussola: il rispetto della Costituzione, la tutela dell’interesse nazionale, la cura per i nostri legami internazionali e la nostra appartenenza all’Europa, la necessità di dare un governo al Paese, cercando di favorire la nascita di un esecutivo politico che potesse corrispondere in qualche misura al voto del 4 Marzo. E’ stato un percorso irto di ostacoli, a tratti confuso e drammatico, per l’inaffidabilità degli interlocutori, per le tante forzature e sgrammaticature costituzionali che i principali protagonisti politici hanno cercato di provocare. La fermezza e il rigore del Capo dello Stato, la sua infinita pazienza, anche a costo di non farsi comprendere da una parte dei commentatori, hanno alla fine costretto tutti a rientrare dentro le regole, ad assumersi la responsabilità di trovare una soluzione. Non dobbiamo né possiamo però dimenticare le follie cui abbiamo assistito sgomenti in particolare nell’ultima settimana, perché abbiamo sfiorato una crisi istituzionale senza precedenti determinata dall’arrivo nelle istituzioni di forze che si esprimono attraverso codici e comportamenti estranei alla cultura istituzionale che si è costruita in oltre settanta anni di vita della nostra democrazia. Può darsi che questa estraneità si trasformi nel tempo in una carica positiva di rinnovamento delle nostre istituzioni ma abbiamo anche visto come essa possa invece distruggere e provocare lacerazioni gravissime. Da qui un ringraziamento non formale a colui che rappresenta la Nazione al massimo livello per la risolutezza con cui ha tenuto fermi i punti essenziali e irrinunciabili della nostra Costituzione. Per noi, per il Pd, un esempio e l’indicazione di un terreno – quello della difesa delle istituzioni repubblicane – da  presidiare cercando innanzitutto un dialogo costante e non elitario con i cittadini.

 

Al Prof. Cottarelli, che ha dimostrato cosa vuol dire servire il Paese, con dignità e spirito di servizio. E’ entrato ed uscito dalla scena con eleganza ed intelligenza, avremo ancora bisogno del della sua competenza di grande conoscitore dei conti pubblici, a maggior ragione quando il governo giallo-verde comincerà a realizzare il suo programma di spesa…

 

Al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, e a tutti i Ministri e le Ministre del suo Governo, per aver svolto con serietà e dedizione un lavoro difficile in un quadro politico non ottimale. In particolare credo sia necessario sottolineare l’equilibrio e lo stile con cui Gentiloni ha gestito l’ultima parte della legislatura dopo la dura battuta d’arresto del referendum costituzionale. La sua credibilità internazionale e l’apprezzamento che gli riservano ancora oggi gli Italiani nei sondaggi dimostrano che per il Pd e il centrosinistra la sua figura è un punto di riferimento da cui ripartire, guardando alla necessità di ricostruire un campo largo di forze – sociali e culturali prima ancora che politiche – che vogliano sfidare l’attuale maggioranza di governo dall’opposizione e dare vita ad un’alternativa.

 

Il governo Conte giura oggi, le biografie del Presidente del Consiglio e dell’intera compagine sono quelle che sono, non diamo per scontato che l’attuazione del cosiddetto “contratto di governo” sia una passeggiata, cerchiamo di aprire delle contraddizioni tra i contraenti partendo dal merito dei problemi dell’Italia e degli Italiani. Paradosso del momento: oggi pomeriggio, mentre noi saremo in piazza a Roma e a Milano per ribadire i nostri valori democratici e costituzionali, alcuni di coloro che hanno minacciato l’impeachment nei confronti del Presidente della Repubblica staranno giurando da Ministri di fronte a lui. Stiamo attraversando una fase davvero carica di rischi e di stravaganze. Per questo dobbiamo attrezzarci, provare a superare le difficoltà di questi mesi.

La formazione del governo Lega-5S allontana l’ipotesi di nuove elezioni immediate, evitiamo di precipitare tutto in formule astratte, lanciate magari attraverso interviste o tweet, prendiamoci il tempo e diamoci i luoghi giusti per fare questa riflessione. Personalmente non condivido l’idea che si debba costruire un fronte dei “civilizzati” contro i “barbari” e affrontare così le prossime competizioni elettorali. Non mi sfugge che il governo dei “due populismi” che sta per formarsi in Italia – e che rappresenta un esperimento unico in Europa – possa sfociare in qualcosa di più. Tuttavia non penso che noi possiamo auspicare una saldatura di un blocco sociale “degli esclusi” cui contrapporre un altro blocco sociale “degli inclusi”. Non solo perché questo fa a cazzotti con la mia sensibilità di persona di sinistra, non solo perché penso che la lotta alle diseguaglianze debba essere il cuore di una nuova alleanza riformista e progressista in Italia e in Europa, ma anche perché credo che quello schema sia drammaticamente perdente. Ecco perché penso che occorra impegnare tutti i dirigenti del nostro partito – a cominciare dallo stesso Gentiloni – in una ricerca culturale e politica che consenta di aprire davvero una pagina nuova e di andare a cercare energie nuove e vitali nel Paese reale. Non sarà una marcia breve né leggera, ci saranno salite e ostacoli da superare, ma non abbiamo altre possibilità se non vogliamo abbandonare il campo in un momento così delicato e cruciale della vita dell’Italia e dell’Europa. 

Marina Sereni, PD

 

 

 

 

Italia/Migranti. Contratto di governo: velleitarismo e ripetitività

 

Una delle poche cose chiare del governo che si va formando in Italia è la rigida divisione del lavoro che, almeno in alcuni ambiti, verrebbe operata tra le due forze che lo sostengono. Uno di questi ambiti è l’ immigrazione, che appare affidata integralmente alle cure della Lega. Coerentemente, a Salvini andrebbe il ministero dell’Interno, che, ancor più di oggi, si configurerebbe come titolare esclusivo delle politiche migratorie.

Possiamo immaginare che i Cinque Stelle si siano spogliati con sollievo di ogni ruolo in una materia su cui si sono sempre mostrati ambigui e ondivaghi. Viene così ceduto al socio di minoranza un terreno scivoloso su cui, per il Movimento, i rischi di fratture interne sono maggiori delle opportunità di rafforzamento del consenso. Si vedrà poi se e quanto questa scelta cauta sia stata anche miope, visto che la politica migratoria rimane comunque la leva mediatica con un rapporto più vantaggioso tra sforzo richiesto e dividendi immediati.

La Lega torna così al vertice della politica migratoria nazionale, come già con Maroni nel 1994 e poi di nuovo nel 2008. Si dirà: ma questa è una Lega diversa, non più “Nord” ma “nazionale”, non più autonomista ma sovranista. A leggere il capitolo 13 del contratto di governo, significativamente sottotitolato “Rimpatri e stop al business”, non si direbbe. Di nuovo c’è poco, e poco anche di concreto; in questo siamo assai lontani dalla puntigliosa agenda contenuta nel Koalitionsvertrag tedesco.

Tre paginette vecchie nell’ideologia e nelle proposte

Le tre paginette che dovrebbero guidare, in questo ambito, il “governo del cambiamento” suonano irrimediabilmente vecchie, tanto nella ideologia di fondo quanto nelle proposte. Tutto si fonda su una visione angusta e irrealistica dell’ immigrazione come fenomeno fondamentalmente nocivo e contingente, che sarebbe dunque necessario, ma prima ancora possibile, limitare drasticamente se non fermare del tutto.

Quanto agli strumenti, più di quello che c’è, salta all’occhio quello che manca: nemmeno una parola su canali di immigrazione legale e politiche di integrazione. Come colmare le carenze di offerta che, con la ripresa, ricominciano ad affiorare nel mercato del lavoro? Come evitare che cinque milioni di lavoratrici, lavoratori, studenti e famiglie straniere, tutti pienamente regolari, per i quali il rischio di povertà è già doppio che per gli italiani, diventino una casta perennemente condannata alla marginalità?

A queste domande, strategiche per lo sviluppo e per la stessa sicurezza di un Paese demograficamente anziano e geo-politicamente periferico come il nostro, il contratto giallo-verde non abbozza neppure una risposta. E’ vero che di immigrazione legale e integrazione si è parlato troppo poco anche in questi anni di coalizioni guidate dal Partito democratico, ma, con il passare del tempo e il mercato del lavoro in leggera ripresa, la lacuna diventa più difficilmente sostenibile.

Inoltre, nella sezione dedicata alle politiche per la famiglia, si promettono discriminazioni destinate a sgretolare quel poco di integrazione che c’è già: riservare asili-nido gratuiti alle famiglie italiane, per esempio, oltre a ovvie riserve di costituzionalità, vuol dire rafforzare una tendenza purtroppo già esistente al confinamento di tante mamme straniere nel chiuso delle loro case.

Una ricetta pasticciata, stantia e irrealizzabile

A fronte di pesanti lacune, quello che invece nel contratto c’è, perlomeno sulla carta, è una ricetta su come prevenire nuovi arrivi e ridurre una presenza indesiderata, a partire da un presunto mezzo milione di irregolari. Ma è una ricetta pasticciata, stantia e irrealizzabile. Sul versante della prevenzione delle migrazioni forzate (e delle reti di traffico che le sfruttano) si va da ineccepibili quanto pleonastici e grottescamente generici proclami (“occorre bloccare la vendita di armi ai Paesi in conflitto e contrastare il terrorismo internazionale anche di matrice islamista”) a idées reçues attraenti, ma di assai dubbia praticabilità.

Quando si afferma, per esempio, che la “valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale deve avvenire nei Paesi di origine e di transito, col supporto delle Agenzie europee”, si ripete un mantra tecnocratico che – a Bruxelles come in altre capitali europee – viene enunciato da anni. Ma non si fa nessun passo avanti concreto nel dire da quali bacini di crisi cominciare, con quali garanzie di sicurezza, sulla base di quali accordi tra Paesi europei per garantire la redistribuzione e il collocamento definitivo di coloro che superassero il giudizio preliminare di ammissibilità.

La stessa deliberata ignoranza dei pesantissimi vincoli internazionali si riscontra in quello che è forse il pilastro centrale dell’intero castello (di carte): “E’ necessario il superamento del regolamento di Dublino”.

Sarebbe fare un torto davvero grave alliintelligenza di chi ha scritto queste righe pensare che non sappia che, per convincere gli altri Paesi europei ad aprire le loro frontiere a una quota congrua di richiedenti asilo (o anche di rifugiati che abbiano già superato un ipotetico giudizio di ammissibilità off-shore), occorrerebbero incentivi potentissimi. E, dati i rapporti di parentela politica con alcuni dei partiti più refrattari alla solidarietà europea (a partire dal Fidesz di Viktor Orbán), si deve supporre che la Lega, più di ogni altra forza politica, sia assolutamente consapevole di queste resistenze. Servirebbe dunque una azione politico-diplomatica di enorme ampiezza e impegno a livello europeo, per aprire la strada a una vera riforma delle regole di Dublino.

Ma non sembra che sia questa la direzione presa; d’altra parte, se c’è un tallone d’Achille del sovranismo è proprio questo: rende difficile formare coalizioni stabili, fosse pure con altri sovranisti (che però non hanno 7500 km di coste e possono più agevolmente coltivare illusioni isolazioniste).

Rischio di ripiego verso soluzioni autarchiche

E’ dunque probabile che, nonostante la rituale invocazione di soluzioni europee per l’ immigrazione, si finirà per dover ripiegare su soluzioni autarchiche, che in effetti vengono predicate. Su questo secondo versante, la formula decisiva viene presentata in questi termini: meno risorse per l’accoglienza, più risorse per i rimpatri. Ma qui, di nuovo, ci si scontra con i vincoli internazionali e, in particolare, con l’eterno scoglio della mancanza di accordi di riammissione funzionanti, che anche in passato ha fatto sì che i governi di Centro siano stati quelli con i tassi di rimpatrio effettivi più bassi.

Non c’è dubbio che il sistema di accoglienza attuale, cresciuto a dismisura sotto la pressione degli arrivi massicci degli ultimi anni, sia un edificio costoso, poco produttivo (in termini di integrazione stabile dei suoi ospiti) ed esposto al rischio di malversazioni. Anche in questo caso, a livello di enunciazioni di principio, il contratto punta in alto e promette bene: “…superare l’attuale sistema di affidamento a privati dei centri e puntare a un maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, a partire da quelle territoriali”.

Quando però si legge che la gestione dei centri di accoglienza verrebbe trasferita alle regioni, ma solo con il “preventivo assenso degli enti locali coinvolti, quale condizione necessaria per la loro istituzione”, non si può non interrogarsi, ancora una volta, sulle effettive intenzioni dei contraenti. Come in materia fiscale, anche in tema di immigrazione, le promesse irrealizzabili sono una droga che può funzionare a breve termine, ma che poi richiede dosi crescenti, con effetti devastanti nel lungo periodo. Ferruccio Pastore, AffInt 22

 

 

 

 

I circoli PD Europa si mobilitano in difesa del Presidente Mattarella e della Costituzione

 

Come Circoli e Federazioni del Partito Democratico in Europa, uniti, rivendichiamo la difesa della Costituzione Repubblicana: riteniamo gli attacchi alle Istituzioni Italiane di questi giorni pretestuosi e di una gravità senza precedenti.

 

Esprimiamo quindi completa solidarietà al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per la sua scelta. Una scelta non solo legittima e conforme al dettato della nostra Costituzione, ma necessaria a difendere gli interessi dell'Italia e degli italiani.

 

Invitiamo tutti i nostri connazionali in Europa, indipendentemente dalle posizioni politiche, a stringersi in difesa di quei valori che hanno unificato l'Italia nel difficile momento del Dopoguerra: la Repubblica e le sue Istituzioni non devono essere il campo di battaglia del confronto politico, il rischio è di compromettere quella comunità di destini che dà senso e forza alla nostra cittadinanza.

 

Nei prossimi giorni, verranno organizzati in tante città europee momenti di incontro e discussione, invitiamo tutti a partecipare attivamente: la responsabilità di difendere e rafforzare la democrazia è di ciascuno di noi.

 

Le Federazioni PD di Albania, Belgio, Germania, Lussemburgo, Olanda, Svizzera, Francia, Scandinavia, Spagna UK; Circoli PD di Affoltern, Amsterdam, Barcellona, Basilea, Berlino, Berna, Bruxelles, Chapelle/Anderlues, Dietikon, Dübendorf , Francoforte, Friburgo (CH), Friburgo (DE), Ginevra, Karlsruhe, Kreuzlingen, "25 aprile" La Louviere, "La Quercia" La Louviere, "Leonardo da Vinci" Liegi, Londra, Losanna, Lucerna, Lugano, Madrid, Metzingen, Monaco di Baviera, Mons, "Tina Anselmi" Manage, Marbach, Metzingen, Montreux, Neuchâtel, Parigi, San Gallo, "Rinascita" Seraign, Sirnach-Frauenfeld, Sciaffusa, Stüttgart, Thun, Uster, Vaduz Circolo PD Warwick, Winterthur. Wolfsburg, Zurigo (de.it.press)

 

 

 

 

Rapporto Istat 2018. Flussi migratori e trasformazioni demografiche

 

ROMA- “Il saldo migratorio, positivo da oltre un ventennio, si contrae ma è in lieve ripresa negli ultimi due anni: le immigrazioni dall’estero si sono ridotte da 527 mila iscritti in anagrafe nel 2007 a 337 mila stimati nel 2017. Le emigrazioni per l’estero invece sono triplicate, passando da 51 mila a 153 mila nel 2017. Si contraggono le migrazioni dal Mezzogiorno verso il Centro-nord, aumentano quelle con l’estero. La dinamica migratoria negli ultimi anni ha mostrato due tendenze: da un lato si riducono i trasferimenti di residenza dal Mezzogiorno verso le regioni del Centro-nord, dall’altro le emigrazioni dalle stesse regioni verso l’estero aumentano considerevolmente”. E’ quanto si legge nel Rapporto annuale dell’Istat 2018 presentato nei giorni scorsi a Roma.

“Nel corso degli anni Settanta del secolo scorso, vi è stata un’inversione di tendenza: da paese di emigranti, anche l’Italia è diventata lentamente terra di immigrazione. Tuttavia, l’avvio della crisi economica ha avuto un impatto negativo sia sull’immigrazione, sia sull’emigrazione. In generale le emigrazioni sono per lo più di cittadini italiani (nel 2016 se ne contano 115 mila, 73%); le mete di destinazione sono prevalentemente i paesi dell’Europa occidentale: Regno Unito (22,0 per cento), Germania (16,5 per cento), Svizzera (10,0 per cento) e Francia (9,5 per cento). Molti italiani con alto livello di istruzione lasciano il Paese, pochi vi fanno ritorno”.

Il Rapporto si concentra poi sulla cosiddetta fuga di cervelli: “la fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni (circa 38 mila unità in meno) e, tra questi, quasi il 30 per cento è in possesso di un titolo universitario o post-universitario. La giovane età di questi emigrati testimonia la difficoltà del Paese nel trattenere competenze e professionalità. L’andamento dei flussi per titolo di studio a partire dal 2013 mette in evidenza l’aumento degli emigrati italiani con alto livello di istruzione: quelli con almeno la laurea passano da 19 mila nel 2013 a 25 mila nel 2016. Questo fenomeno fa spesso parlare di “fuga di cervelli”. Per valutare il fenomeno nella sua interezza traducendolo in termini di potenziale arricchimento del capitale umano di un paese, e parlare dunque di circolazione più che di fuga, sarebbe indispensabile misurare anche il livello di istruzione degli stranieri che immigrano. Questa misura al momento non è disponibile per l’incompletezza dell’informazione sul titolo di studio dei flussi di stranieri in ingresso”.

Altro fenomeno recente, preso in considerazione dall’Istat è quello dell’espatrio dei nuovi italiani: “il possesso iniziale di una cittadinanza diversa da quella italiana e la successiva “naturalizzazione” dà anche l’indicazione di un più sostanziale contributo dei “nuovi italiani” all’aumento degli espatri. La mobilità dei “nuovi italiani” inizia ad assumere l’entità di un fenomeno che non si può ignorare; pur essendo ancora di piccole dimensioni, è una dinamica emergente nel panorama migratorio internazionale. Chi ha compiuto un primo spostamento migratorio ha una maggiore facilità a spostarsi sul territorio. Inoltre, l’analisi per cittadinanza di origine mostra che alcune comunità hanno una maggiore propensione a migrare dopo aver acquisito la cittadinanza e, per quelle comunità, il fenomeno inizia ad assumere una dimensione degna di nota. Tra il 2012 e il 2016 circa 25 mila naturalizzati si sono poi trasferiti in altri paesi e risultano quindi compresi tra gli italiani cancellati per l’estero. Nel 2016, delle 301 mila iscrizioni anagrafiche dall’estero circa l’87 per cento riguarda cittadini stranieri. I paesi di provenienza sono principalmente Romania, Brasile, Nigeria, Marocco, Pakistan, Cina, Albania, Bangladesh e India, che nel complesso coprono quasi la metà delle immigrazioni complessive. In forte aumento, nel 2016, i flussi in ingresso dei cittadini africani, in calo invece le immigrazioni dei cittadini dell’area asiatica”.

Il Rapporto Istat definisce a questo punto la nozione di “rete sociale”, che consiste in un insieme definito di attori e di relazioni che intercorrono tra questi. L’individuo è immerso in una rete di rapporti sociali multidimensionali e interagisce con il mondo che lo circonda, influenzandolo e restandone influenzato. Vengono poi riportate le principali trasformazioni demografiche che influiscono sulla struttura delle reti sociali: “dal 2015 il nostro Paese è entrato in una fase di declino demografico. Al 1° gennaio 2018 si stima che la popolazione ammonti a 60,5 milioni di residenti, con un’incidenza della popolazione straniera dell’8,4 per cento (5,6 milioni). La popolazione diminuisce per il terzo anno consecutivo, quasi 100 mila persone in meno rispetto all’anno precedente (-1,6 per mille). Si arresta inoltre la crescita della popolazione straniera. È dal 2016 che la variazione della popolazione straniera sull’anno precedente presenta livelli modesti, soprattutto se comparati con quelli degli anni Duemila, anche per effetto delle acquisizioni di cittadinanza. Nonostante la presenza degli stranieri, con struttura per età più giovane di quella italiana e fecondità più elevata, si accentua l’invecchiamento della popolazione con un’accresciuta domanda di cura che mette in tensione il ruolo di sostegno della rete di parentela. L’aumento della popolazione anziana e la presenza di generazioni di giovani sempre meno folte rendono l’Italia il secondo paese più vecchio al mondo, con una stima di 168,7 anziani ogni cento giovani al 1° gennaio 2018”.

Altro importante fattore da tenere in considerazione è quello per cui si diventa genitori sempre più tardi: “in Italia, come in altri paesi del mondo occidentale, le coppie rimandano la scelta di avere figli verso età più mature in conseguenza dello spostamento in avanti di tutte le tappe che contraddistinguono il passaggio alla vita adulta. Dal 2012 diminuisce il contributo della popolazione straniera residente in termini di nascite. Nel 2017 i nati con almeno un genitore straniero si stimano intorno ai 100 mila (il 21,1 per cento del totale dei nati). Tra questi, a calare in misura accentuata rispetto al 2012 sono i nati da entrambi genitori stranieri, scesi per la prima volta sotto i 70 mila nel 2016 e stimati in 66 mila nel 2017 (14,2 per cento sul totale delle nascite)”. (Msr- Inform 21)

 

 

 

La crisi politica in Italia

 

Ci troviamo in un momento estremamente delicato. Dopo quasi tre mesi di una crisi politica che era parsa infine trovare uno sbocco nel governo dei 5 stelle e della Lega, tutto è precipitato in una crisi istituzionale senza precedenti.

Siamo nella paradossale condizione per la quale, una salda maggioranza politica parlamentare (Lega-M5S, appunto) coi numeri per approvare qualunque legge in qualunque momento, invece di dar vita allo sbandierato “governo del cambiamento” innesca un infantile conflitto con la prima carica dello Stato, impiccandosi a un nome e contestando il diritto del Capo dello Stato di esercitare le proprie prerogative costituzionali. Viene in mente l'immortale Totò: "cca' niscune è fesso".

Purtroppo qui c'è poco da ridere e toni e argomenti dell'attacco al Presidente Mattarella sono di una gravità inaudita.

Quello dell'Unione europea e monetaria non è un punto di programma elettorale o di governo e tantomeno può essere una delle questioni di cui si occupa un singolo ministro.

Siamo nel campo delle scelte strategiche, per molti versi irreversibili, se non a carissimo prezzo, che un Paese compie nella sua storia. L’Italia è impegnata da sempre e da protagonista con doveri, responsabilità e vincoli stringenti, per quanto modificabili, in questo disegno. E proprio perché l'Europa, i grandi cambiamenti democratici e le aggregazioni sovranazionali (con conseguente limitazione e cessione dei poteri nazionali) erano già nella mente dei padri costituenti, lo spirito che essi hanno saputo dare alla Costituzione è quello di essere perfettamente predisposta a integrarsi in un contesto europeo e mondiale di norme. Per questo, la nostra Carta consente esplicitamente, nella sua parte più importante, alle limitazioni di sovranità etc etc..

Di conseguenza, come è stato ben detto, il Presidente della Repubblica non è un notaio. Egli rappresenta l'unità della Nazione ed è l'interprete e custode del dettato Costituzionale. Pertanto le sue scelte non sono mere ratifiche di decisioni altrui, ma esercizio di responsabilità e garanzia degli interessi della Nazione. Ciò è vero anche nella nomina di un ministro.

Ed è questo che il Presidente Mattarella ha fatto non firmando la proposta di nomina di Savona, in linea con lo spirito costituzionale e l'integrazione in un sistema di norme, politico e finanziario internazionale. Tutto ciò lo mette a riparo da ogni accusa di "alto tradimento o per attentato alla Costituzione", come da possibili impeachment.

Ieri lo ha spiegato bene, in una intervista al Corriere della sera, il costituzionalista Massimo Luciani, quando ha detto che "non ci sono i presupposti per la violazione dell'articolo 90 [...] perché il Presidente Mattarella ha esercitato i suoi poteri costituzionali [...]. Perché l'articolo 87 prevede atti controfirmati dal Capo dello Stato. È ovvio che debbano essere condivisi. Altra cosa è l'opportunità".

Dunque Mattarella non è perseguibile secondo l'articolo 90 della Costituzione, ma può essere apprezzato o criticato per la scelta legittima di non aver nominato Savona.

Apprezzamento o critica che sono solo opinioni – legittime anch’esse – delle parti politiche. Tra queste parti politiche quelle di maggioranza (Lega e M5S che trattavano d'intesa con Mattarella), potevano cambiare il solo ministro dell’economia e far nascere il Governo (come è avvenuto in passato) realizzando il programma che avevano scritto. Invece hanno preferito rompere l’intesa costituzionale (tentando di scaricare la responsabilità sul Presidente) su un solo ministro e non far nascere il Governo: scelta legittima anche la loro, tanto quanto quella di Mattarella.

Da questa legittima mancanza di una intesa tra poteri (maggioranza politica parlamentare e Presidenza della Repubblica) nasce, dunque, il conflitto istituzionale tra Parlamento e Presidenza della Repubblica. Conflitto che ha portato il Presidente Mattarella, in linea con la collocazione politica e istituzionale italiana, con i principi costituzionali di integrazione alle norme europee e sovranazionali e in linea con i principi di terzietà del Presidente, a incaricare Carlo Cottarelli a formare un nuovo Governo con un profilo politicamente indipendente, ma politicamente europeista e in linea con i principi costituzionali.

Cottarelli e il suo Governo si presenteranno alle Camera e, se ottenessero la fiducia, ci porterebbero a votare a inizio 2019 (e a mio avviso dovrebbero votarlo tutte le forze parlamentari e fare la prossima legge di bilancio scongiurando innanzitutto l’aumento dell’IVA).

Se, come invece probabilmente accadrà, non troveranno una maggioranza e rimarranno in carica per i soli affari correnti e per gestire in modo politicamente imparziale le procedure fino al voto, ci dovranno traghettare a nuove elezioni in tempi strettissimi.

Il che significa un lasso di tempo compreso tra i 45 e i 70 giorni dallo scioglimento delle Camere.

Ma sicuramente ne serviranno almeno 60 per consentire anche la preparazione e lo svolgimento del voto degli italiani all'estero che ha tempi tecnici non inferiori a 60 giorni, appunto. Quindi il rischio è che si possa votare già ad agosto o inizi settembre: ipotesi a mio avviso estremamente rischiosa per la rappresentanza democratica, visto che la partecipazione potrebbe abbassarsi di molto a causa del periodo di vacanza. Per questo sarebbe auspicabile una intesa in Parlamento tra le varie forze politiche per sottoscrivere e votare una mozione che chieda al Presidente della Repubblica lo slittamento di almeno qualche settimana dello scioglimento delle Camere e quindi dell'indizione di nuove elezioni.

In questo contesto politico-istituzionale il Partito Democratico, che fin qui è stato volutamente (ed erroneamente aggiungo io) estraneo sia alle dinamiche politico-parlamentari per l'elezione dei presidenti delle Camere sia a quelle per la formazione del Governo, lasciando tutto nelle mani di M5S, Lega e Presidente della Repubblica, oggi si trova a dover percorrere un sentiero stretto e forse a vicolo cieco, poiché non è determinante ai fini della formazione di governi alternativi, compreso il Governo Cottarelli, non può che sostenere le prerogative e le ragioni del Presidente della Repubblica e si troverà in tempi stretti in una campagna elettorale nella quale rischia di rimanere schiacciato sotto il peso dell'accusa tanto demagogica quanto falsa degli antieuropeisti (Lega e M5S) di ergersi a unico baluardo a difesa dei tecnocrati di Bruxelles, contro gli interessi del popolo italiano.

Insomma, una campagna elettorale e mediatica che vedrà, semplicisticamente, una contrapposizione tra establishment e popolo e nella quale il Partito Democratico e il centrosinistra saranno percepiti come l'establishment, ovvero: nemici del popolo.

A noi, dunque, toccherà trovare una difficile via d'uscita a questa situazione. Anche per questo, probabilmente già nella prossima settimana, sarà convocata una Direzione nazionale del PD nella quale dovremo trovare una linea politica alternativa e avviare il percorso che ci porterà al voto con un nuovo progetto politico credibile capace di suscitare speranze fondate sulla verità. Capace di riportare a noi il voto di milioni di cittadini delusi dalle nostre politiche, ma anche spaventati dall'avventurismo dimostrato da Salvini e Di Maio in queste settimane. Nulla sarà scontato. Eeugenio Marino, de.it.press

 

 

 

Governo balneare?

 

Le Elezioni di marzo non ci avevano sollevato dal decadimento politico che ci perseguita d’almeno un quinquennio. Le premesse di cambiamento, ora, sembrano esserci. Però, restiamo ancora in cauta osservazione per una situazione che prenderemo in esame quando saranno resi noti i ministri del Governo Di Maio/Salvini.

 

Se avranno buon senso, allora potremo anche avvertire effetti positivi per il futuro. Il secondo semestre di quest’anno sarà decisivo in politica generale. Al momento, non siamo nelle condizioni d’essere oggettivamente ottimisti, ma neppure caparbiamente pessimisti. Se l’Italia imboccherà la strada della “ripresa”, non saremo gli ultimi a riconoscerlo.

 

 Gli aspetti nodali della questione sono, però, sempre delicati e in equilibrio instabile. Tuttavia, ora non sono venuti meno segnali che ci fanno propendere per tempi migliori. Se, per il passato, non ci siamo trovati sempre in sintonia con chi è stato alla guida politica del Paese, oggi riteniamo di poterci concedere una face d’attesa per tentare di capire quanto siano attuabili i contenuti del “contratto” di governo.

 

Adesso c’è solo d’attendere l’evoluzione dei fatti e dei prosiegui politici che ne deriveranno. Nonostante la lunga “attesa”, forse, rivedremo la “luce”. Con un Parlamento che dovrebbe attivare le sue funzioni, attendiamo di conoscere le linee guida di questo Esecutivo sino a ieri improponibile.  Tenuto conto della situazione, non ci sentiamo d’escludere l’operatività di un Governo balneare. Non sarebbe una novità. L’Italia ha vissuto momenti politici peggiori. Giorgio Brignola, de.it.press 1

 

 

 

 

Enzo Moavero Milanesi è il nuovo ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

 

ROMA - Il nuovo Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Enzo Moavero Milanesi, ha prestato giuramento, oggi pomeriggio, di fronte al Capo dello Stato Sergio Mattarella. E’ nato a Roma il 17 agosto 1954. Nel 1977 si è laureato con lode in giurisprudenza presso l'università degli Studi di Roma La Sapienza. Ha proseguito i suoi studi in Belgio al Collegio d'Europa di Bruges, dove si è specializzato in diritto comunitario. Nel 1983 ha frequentato un corso di diritto internazionale all'Università del Texas di Dallas. Originario di Cavenago d’Adda in provincia di Lodi, ha moglie e tre figli.

Giudice di primo grado presso la Corte di Giustizia dell'Unione europea in Lussemburgo e collaboratore della Commissione europea in qualità di direttore generale del Bureau of European Policy Advisors, dal 1995 al 2000 è stato scelto quale capo gabinetto da Mario Monti, al tempo commissario europeo, dal 2002 al 2005 è stato vice segretario generale della Commissione europea.

Nel novembre 2011 è ministro per gli Affari Europei nel governo Monti, e ricopre lo stesso incarico nel successivo Governo Letta dall’aprile 2013 al febbraio 2014. Da oggi è ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, succedendo nell’incarico al Angelino Alfano. (Inform)

 

 

 

Cgie. Il documento finale della Commissione Continentale Europa e Nord Africa

 

Fra gli argomenti trattati la riforma del voto all’estero, la promozione della lingua e cultura italiana e la nuova mobilità

 

BUCAREST - La Commissione Continentale Europa e Nord Africa del Consiglio Generale degli Italiani all’estero si è riunita in Romania dal 17 al 19 maggio 2018. Il 17 maggio 2018 la riunione della Commissione si è svolta presso la residenza dell’Ambasciata Italiana di Bucarest, il 18 e il 19 i lavori sono proseguiti nella sede di Palazzo Italia, una struttura che ingloba diverse associazioni e numerosi uffici di imprese italiane operanti in quel paese di nuova emigrazione.

Ai lavori della prima giornata hanno partecipato il direttore generale della Dgiepm del Maeci Maria Luigi Vignali; l’Ambasciatore d’Italia in Romania, Marco Giungi; la consigliera prima segreteria d’ambasciata per gli affari europei, sociali e culturali, Maria Luisa Lapresa; i presidenti dei Coordinamenti Comites Belgio e Svizzera, Raffaele Napolitano e Grazia Tredanari; Marco Rondina, esperto UNICOOP; Villabruna Giovanni presidente della Confindustria italiana in Romania; Roberto Musneci, presidente della Camera di Commercio Italiana in Romania; i rappresentanti dei tre patronati italiani presenti in Romania Inca , Inas e Ital -Uil, Emilia Spurcaciu, Cesare Insinsola e Bianca Duta; la senatrice Laura Garavini e il deputato Massimo Ungaro.

Nel documento finale della Commissione Continentale si rileva come nel dibattito generale sulla presenza italiana in Romania, promosso per mettere a confronto l’esperienza dei due paesi in ambito migratorio e conoscere gli effetti del fenomeno nelle economie, nella vita civile e sociale, nel mondo del lavoro e del welfare, siano stati evidenziati alcuni punti di eccellenza e di criticità in comune. Sono intervenuti la ministra per i romeni nel mondo, Natalia Elena Intotero e l’on. Andi-Gabriel Grosaru, rappresentante della minoranza linguistica italo-romeno nel parlamento nazionale, mettendo in evidenza l’attenzione dello Stato Rumeno nei confronti della nostra comunità in Romania e le politiche a favore della nutrita presenza di rumeni in Italia. In Romania è presente una numerosissima rete di grandi, medie e piccole imprese italiane, stimate intorno alle 40.000 unità, che hanno delocalizzato o espanso la loro attività produttiva e che generano per l’Italia una plusvalenza di oltre 14 miliardi di euro dagli scambi commerciali. A fronte di una presenza di oltre un milione e duecentomila romeni residenti in Italia – che la rendono la comunità più numerosa nella Penisola – i romeni nel nostro Paese risultano ben integrati, 180.000 frequentano le scuole pubbliche italiane pari al 20% degli studenti, una significativa percentuale di imprenditori crea lavoro e ricchezza e un indicatore sostanziale di pensionati rientrano in Romania al termine della carriera lavorativa. Ne deriva la necessità di consolidare gli stretti rapporti già esistenti tra i due paesi, che richiedono aggiornamenti di alcuni accordi bilaterali per evitare le doppie imposizioni fiscali e garantire i diritti essenziali agli italiani che si trasferiscono in Romania. Tra loro numerosi studenti universitari che si iscrivono alle facoltà di medicina e ingegneria, i pensionati attratti da un sistema fiscale favorevole, i 100.000 pendolari settimanali che si spostano per evitare la doppia imposizione fiscale. La presenza italiana in Romania cresce e solo una piccola percentuale si iscrive all’AIRE, mentre aumenta il numero di matrimoni di piacere.

 

Il dibattito su esercizio di voto all’estero

La Commissione continentale europea ha fatto un’ampia analisi dell’esercizio del diritto di voto degli Italiani all’estero, affermandone la naturale applicazione anche fuori dai confini nazionali quale strumento imprescindibile per garantire agli italiani all’estero i diritti di cittadinanza affermati nella Costituzione. La presenza del direttore generale Luigi Vignali è stata la prima occasione di confronto e di verifica sulle procedure applicate dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale al voto del 3 marzo u.s. espresso nella circoscrizione estero per il rinnovo del parlamento italiano. I consiglieri hanno riconosciuto alla direzione del Maeci e alla rete consolare una particolare attenzione e uno sforzo straordinario nell’applicazione delle procedure in termini di correttezza, trasparenza e sicurezza. Diverso e negativo è il parere espresso per lo spoglio dei plichi elettorali avvenuto a Castelnuovo di Porto, vero tallone d’Achille della pratica elettorale, le cui competenze e responsabilità sono attribuite al Ministero dell’Interno, che a un mese di distanza dalla chiusura ufficiale degli scrutini non aveva confermato i risultati finali, proclamando, invece già prima, i nomi dei parlamentari eletti. Resta fermo il principio che la qualità organizzativa dell’esercizio di voto all’estero non può venir meno per insufficienza o riduzione delle risorse finanziarie, che rischiano di pregiudicare qualsiasi esito elettorale. La commissione continentale Europa e Africa del Nord, pur rilevando le criticità del sistema di voto per corrispondenza, ribadisce l’importanza della partecipazione al voto degli italiani all’estero e la necessità di riformare e snellire le procedure e le modalità di voto, per affermare la credibilità e garantire un voto libero, uguale e certo, come sancito dalla Costituzione Italiana. I consiglieri intervenuti hanno deciso di formalizzare con urgenza la composizione di un gruppo di lavoro per approfondire ed elaborare una proposta di modifica delle procedure e per istituire un tavolo tecnico, composto da rappresentanti del Cgie, del Ministero degli Esteri e dell’Interno e dai parlamentari italiani.

 

Promozione lingua e cultura italiana 

Per quanto attiene alla promozione linguistica e culturale nell’ambito del sistema integrato promosso dalla Direzione Generale Sistema Paese il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero la Commissione continentale Europa sollecita un suo maggiore coinvolgimento nella programmazione e nella realizzazione dei progetti.  Sono numerose, oramai, le iniziative di promozione culturale presentate nell’ambito delle varie “settimane” che passano dalla gastronomia all’arte, dal design al turismo per terminare a breve anche con lo sport. E’ imperativo tenere assieme i vari attori culturali promotori del sistema paese (scuole pubbliche e paritarie, cattedre universitarie, ENIT, IIC, Dante Alighieri e altre associazioni o istituti) indicati nel decreto legge 64 delle legge sulla buona scuola per l’estero perché il sistema, così disarticolato, necessita di una vera semplificazione e di un cabina di regia. In questa ampia offerta formativa l’anello più debole risulta essere rappresentato dagli enti promotori, che invece devono essere messi in condizione di poter esprimere le potenzialità che li contraddistinguono, perché risultano essere la fonte di maggiore attrazione formativa.  Perciò la commissione continentale Europa e Africa del Nord ritiene urgente rilanciare il ruolo dei corsi di lingua e cultura italiana affidandogli anche una nuova missione da definire nella riforma della circolare numero XIII. A questo riguardo occorrerà istituire una cabina di regia di coordinamento per la promozione della lingua e cultura italiana all’estero, nella quale è opportuna ed essenziale anche la rappresentanza del Cgie . Intanto per la funzionalità e la buona performance dei corsi di lingua e cultura italiana la Commissione continentale sollecita l’ufficio V della Dgsp a rivedere le tempistiche per l’erogazione dei contributi e il ripristino dei piani paese. E’ diventato impellente mettere in rete le scuole e i soggetti promotori della promozione linguistica e culturale all’estero.

 

Nuova mobilità

L’aumento costante degli Italiani all’estero è ormai esponenziale e solo il numero certificato dalle iscrizioni AIRE negli ultimi dieci anni registra una crescita di oltre il 40 per cento. Questa fase sembra inarrestabile e per questo la Commissione continentale sollecita il futuro governo a mettere in campo strumenti di accompagnamento e di programmazione specifica per l’espatrio, a favorire l’assistenza ai nuovi arrivi facendo leva sia sui Comites, sia sul mondo associativo, nonché l’adeguamento di talune normative, come il riconoscimento dei titoli di studio e delle competenze acquisite, per favorire l’inserimento professionale nei paesi d’approdo e quindi a caldeggiare il ritorno in patria dopo le esperienze maturate all’estero. L’istituzione di sportelli informativi presso le varie regioni italiane potrebbe essere un utile strumento per informare e per monitorare meglio l’evoluzione delle nuove mobilità.

 

Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie e altro

La programmazione della Conferenza Stato-Regioni-Province Autonome-Cgie vede le commissioni del Cgie impegnate, già da oggi, a promuovere progetti innovativi e lungimiranti nei propri ambiti. Per quest’anno sono stati messi in cantiere alcuni convegni o seminari sulle politiche giovanili e sulle donne italiane in emigrazione. Per far girare la ruota del sistema italiano nel mondo, assume grande importanza il rafforzamento della comunicazione e la diffusione dei nuovi media per far circolare le notizie. La stessa riforma della legge sull’editoria all’estero, va rivisitata perché nella sua applicazione riporta le criticità che avevano spinto l’assemblea plenaria del novembre scorso ad esprimere un parere condizionato all’approvazione, e che va rivisto.  

 

Rinnovo Parlamento Europeo

La Commissione continentale europea sostiene che alla vigilia del rinnovo del parlamento europeo occorra rilanciare il progetto “dell’Europa in movimento” che tende ad istituire un consiglio degli Europei per creare un’Agenzia Europea,  che si occupi trasversalmente delle necessità dei cittadini che vivono al difuori dei confini del proprio paese.

 

Servizi consolari 

La riforma della pubblica amministrazione avvenuta di recente in Italia vuole essere l’occasione per migliorare i servizi consolari, per snellire e semplificare le procedure, e dotare la rete consolare di strumenti tecnologici moderni. Il primo test utile dovrebbe essere l’adeguamento dei consolati all’emissione delle carte d’identità di nuova generazione, che saranno messe a regime entro la fine di quest’anno da tutti i comuni italiani.

 

Rappresentanza Cgie

Per garantire la rappresentanza di alcuni paesi europei che non hanno consiglieri nel CGIE la Commissione continentale chiede alla DGIT del MAECI di decretare la nomina dei consiglieri seguenti: Manfredi Nulli e Luigi Billé per rappresentare la comunità italiana in Irlanda; Giuseppe Stabile per rappresentare la comunità italiana in Portogallo; Tony Mazzaro per rappresentare la comunità italiana in Austria; Andrea Mantione per rappresentare la comunità italiana in Danimarca. In preparazione della prossima assemblea continentale la Commissione da inoltre dato mandato al vicesegretario di contattare il presidente del Comites di Metz per organizzare i preparativi della ricorrenza del centenario della fine della Grande Guerra.

 

Ordini del Giorno

L’assemblea continentale ha approvato gli ordini del giorno seguenti: Ruolo, prerogative e remunerazione dei revisori dei conti scelti dai Comites emendamento art. 3, comma 4; Rafforzamento degli organici della Rete Consolare italiana all’estero. Consultazione del CGIE per le assegnazioni ai vari consolati e ambasciate. Promuovere la collaborazione nelle attività culturali e di promozione del sistema Italia svolte dagli Istituti Italiani di Cultura, Camere di commercio, Enit, Comites e Cgie; Rivedere i criteri per l’erogazione dei contributi alla stampa italiana all’estero. Includere nei criteri anche i contributi ai nuovi media che possono beneficiare di streaming audio e video.

A conclusione dei lavori una delegazione della Commissione Continentale Europa e Africa del Nord ha visitato la casa di cura della fondazione Don Orione di Bucarest e si è intrattenuta con il vescovo Ian Rubu. Numerosi rappresentanti delle associazioni italiane e degli imprenditori presenti in Romania, sono intervenuti alla riunione della Commissione continentale e convintamente hanno esposto la richiesta di istituire una rappresentanza del Comites con l’ambizione di creare sistema tra loro. (de.it.press 23)

 

 

 

Manca un anno alle prossime elezioni europee

 

Bruxelles - A un anno da oggi, dal 23 al 26 maggio 2019, i cittadini UE in 27 Paesi voteranno per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento europeo e aiuteranno a decidere chi guiderà la Commissione.

In un incontro con la stampa ad un anno dalle elezioni europee, il Presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, ha annunciato l'avvio del conto alla rovescia per le elezioni europee del maggio 2019 per eleggere i 705 deputati del prossimo Parlamento europeo a suffragio universale diretto e, indirettamente, il Presidente della Commissione europea.

Nel corso dei prossimi dodici mesi, il dibattito sul futuro dell'Europa coinvolgerà i cittadini a livello nazionale e locale in tutta l’Unione.

All'inizio di giugno, il Parlamento ospiterà a Strasburgo più di 8.000 giovani (in rappresentanza della prossima generazione) per raccogliere le loro speranze e i loro timori sull'Europa e discutere le prospettive future.

Per la prima volta dal 2007, - secondo l’ultimo eurobarometro – il 60% degli europei ritiene che l'appartenenza all'UE sia un fattore positivo per il proprio paese e il 67% ritiene che il proprio paese abbia tratto beneficio dall'adesione all'UE, la percentuale più elevata dal 1983.

"Le prossime elezioni europee saranno senza dubbio una battaglia, non solo tra i partiti tradizionali di destra, sinistra e centro, ma anche tra coloro che credono nei vantaggi di proseguire con la cooperazione e l'integrazione a livello dell'UE e coloro che vanificherebbero i risultati raggiunti negli ultimi 70 anni", ha commentato il Presidente Tajani. "Secondo l'ultimo sondaggio Eurobarometro, sebbene il 50% degli europei si sia detto interessato alle elezioni europee, solo uno su tre è a conoscenza della data alla quale si svolgeranno. Entro maggio del prossimo anno, nessuno dovrebbe ignorare la data o le scelte principali da intraprendere per la futura direzione del nostro continente". (aise 23) 

 

 

 

 

Digitalizzazione, Alto Adige e Renania-Palatinato collaborano

 

Una delegazione della Renania-Palatinato, guidata dalla segretaria di Stato al Ministero per l’economia, la mobilità, l’agricoltura e la viticoltura Daniela Schmitt, ha incontrato il presidente della Provincia autonoma di Bolzano Arno Kompatscher per porre le basi di una collaborazione più stretta fra i due territori. Della delegazione facevano parte anche i direttori delle Camere di commercio della Renania e del Palatinato Anja Obermann e Ralf Hellrich, la presidenza della Camera di commercio Italo-Germanica AHK Italien, Jörg Buck, la presidente della DEInternational Italia, Lara Scholz e il console onorario della Germania Gerhard Brandstätter. I temi al centro dell’incontro sono stati la digitalizzazione nei settori commercio e industria, con particolare attenzione a Industria 4.0, Smart Factory e Smart Farming. Non sono mancati riferimenti al tema del turismo e alla situazione politica italiana attuale. "In periodi in cui la situazione politica sembra più tesa è necessario costruire ponti con il dialogo" ha sottolineato Schmitt. Entrambe le regioni hanno lavorato bene insieme sinora e proprio di questa collaborazione è stato tracciato un bilancio positivo.

Kompatscher e Schmitt hanno poi affrontato le ulteriori sfide che accomunano entrambe le regioni, ad esempio la mancanza di collaboratori qualificati o il traffico, chiarendo il reciproco impegno a trovare soluzioni ai problemi esistenti. Kompatscher in questo senso ha citato come esempio l’esperienza di successo dell’Alto Adige Pass, molto utilizzato anche dai turisti. Schmitt ha lodato il marketing territoriale portato avanti in Alto Adige in modo professionale e la forza del marchio ombrello Südtirol. Una delle chiavi del successo di questo è stata rappresentata in Alto Adige dalla coerenza della volontà politica di portare avanti con coerenza l’operazione, tenendo sempre presente la visione complessiva sugli obiettivi che si vogliono perseguire, ma sottolineato il presidente Kompatscher. In tema di agricoltura e sull’automazione che interessa sempre più questo settore Schmitt ha sottolineato la grande offerta di macchinari agricoli che vengono prodotti in Renania-Palatinato per l’interesse che essi potrebbero avere fra gli agricoltori altoatesini. Il presidente e la segretaria di Stato hanno concordato per l’esigenza di una collaborazione più stretta fra le due regioni, per agevolare i contatti fra i rispettivi stakeholder e lo scambio di best-practice. Nel confronto con l’assessora Waltraud Deeg il tema della digitalizzazione è stato al centro della discussione. "L’Alto Adige non si posiziona male nel contesto europeo dal punto di vista della banda larga al servizio delle imprese. Ora si tratta innanzitutto di rafforzare anche le vallate e le zone periferiche su questo fronte, dove artigiani e industrie devono al più presto poter utilizzare questa infrastruttura" ha sottolineato Deeg. (Inform/Dip)

 

 

 

 

Una sfida irresponsabile di fronte a un Paese smarrito

 

Non è la prima volta che un capo dello Stato chiede ai partiti un cambiamento di un ministro, mai però è accaduto quello che è andato in scena nei giorni scorsi - di Luciano Fontana

 

C’è qualcosa di incomprensibile nella vicenda che ha portato il presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte alla rinuncia. Una sfida al rispetto istituzionale che si deve al presidente della Repubblica, al buon senso politico, ai timori crescenti per i rischi economici e finanziari che il Paese può correre. Aver fatto saltare tutto dopo ottantaquattro lunghissimi giorni, tornare alle elezioni in autunno prolungando a dismisura la crisi italiana ha il senso di una grave sconfitta.

I due vincitori del 4 marzo, Movimento Cinque Stelle e Lega, non possono accusare che se stessi per il fallimento. Hanno avuto tutto il tempo di stendere un «contratto» pieno di provvedimenti di cui non si conoscevano le fonti di finanziamento. Di sottoporlo ai loro elettori tramite la Rete e i gazebo. Di litigare su chi, tra Salvini e Di Maio, dovesse ottenere l’incarico. Di tirare fuori dal cilindro, visti i veti reciproci, Giuseppe Conte: un candidato premier sconosciuto, senza esperienza politica e amministrativa, riducendo così la figura del presidente del Consiglio a un «esecutore» dell’accordo privo di quei compiti di guida e di coordinamento dell’azione di governo che la Costituzione gli assegna. Un’escalation culminata con l’indicazione al ministero dell’Economia, il più delicato vista l’enormità del nostro debito pubblico, di uno stimato professore, Paolo Savona, sostenitore della possibilità di uscire dall’euro, un tema mai sottoposto ai cittadini in campagna elettorale.

Tutto questo mentre lo spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi (un concetto non astratto ma molto concreto per la vita dei cittadini, perché misura quanto dobbiamo pagare per finanziare il nostro debito e quanto di conseguenza cittadini e imprese per ottenere prestiti e mutui) balzava da 130 a 215 punti. Il presidente della Repubblica, esercitando i poteri previsti dalla Costituzione, ha chiesto ai due partiti di indicare una figura più adatta a rappresentarci nelle delicate partite economiche che dovremo affrontare. Una personalità che soprattutto cancellasse il sospetto che l’Italia non volesse onorare i propri debiti e puntasse al crollo dell’intera costruzione europea. Una scelta utile anche a contrastare la volgare e ingiusta campagna dei media tedeschi contro il nostro Paese, a dimostrare che abbiamo tutto il diritto di affermare che l’Europa deve voltare pagina.

Non è la prima volta che un capo dello Stato chiede ai partiti un cambiamento di un ministro, mai però è accaduto quello che è andato in scena nei giorni scorsi. Una sfida arrogante, senza mezzi termini, volta a umiliare la più alta figura della Repubblica in nome di un’investitura popolare ( se vogliamo essere esatti, in realtà di metà dei votanti italiani) che darebbe diritto a tutto, anche al disprezzo istituzionale, anche alla contrapposizione feroce e insensata. Perché, ad esempio, non poteva essere scelto come ministro dell’Economia il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti?

La sensazione è che, invece di ragionare seriamente sulla formazione del governo, Matteo Salvini , e in scia anche Luigi Di Maio, fossero impegnati a preparare la nuova campagna elettorale, a creare l’occasione per sfilarsi da un accordo fragile e rischioso, pieno di promesse impossibili. Meglio tornare a fare la cosa che riesce loro più congeniale, agitare le piazze e scatenare campagne sulla Rete avendo trovato anche un nuovo obiettivo: il Presidente della Repubblica. Comprensivi e gentili nei colloqui al Quirinale, un istante dopo pronti a richieste surreali, per non dire eversive, come l’impeachment del capo dello Stato da parte del Movimento Cinque Stelle.

I giorni che ci attendono saranno pesanti. Tutti i partiti dovrebbero recuperare un minimo di senso di responsabilità. Ci sono questioni economiche urgenti da affrontare e una legge elettorale da modificare per evitare che le elezioni anticipate riproducano la situazione paralizzante del 4 marzo. In fondo lo devono a tutti gli italiani che assistono smarriti. CdS 28

 

 

 

 

Italia/Ue. Contratto di governo, in cauda venenum

 

Lima a destra, lima a sinistra, modifica, aggiungi e togli, alla fine il programma/contratto M5S e Lega ha cambiato tono perfino sulla tanto contestata Unione europea. Innanzitutto, dalla lettura dell’intero testo si evince chiaramente che le politiche dell’Ue pervadono tutti, o quasi, i settori della vita nazionale: dalla giustizia all’economia, dall’emigrazione ai campi nomadi. Il richiamo alle misure comunitarie è necessariamente continuo: un implicito riconoscimento che l’Ue è parte imprescindibile delle nostre scelte nazionali e per forze ‘sovraniste’ ed euroscettiche questa deve essere una dura constatazione.

Si comincia con il piede giusto

Detto ciò, per quanto riguarda l’impegno comunitario dell’Italia si comincia con il piede giusto: in uno dei paragrafi del primo punto del contratto si sottolinea la necessità di rafforzare il coordinamento fra le varie componenti nazionali che negoziano con Bruxelles: governo, amministrazioni pubbliche e perfino gruppi parlamentari, al fine di presentare una posizione univoca in sede comunitaria.

Ottima intenzione quella di un migliore coordinamento interno italiano e vecchio problema mai completamente risolto. Magari sarebbe stato opportuno indicare anche i meccanismi per assicurare un tale coordinamento onde evitare lo storico contrasto fra Farnesina e ministro (o sottosegretario) per gli Affari comunitari.

Ritornano poi di attualità vecchi punti di vista italiani, come la revisione degli accordi di Dublino sull’immigrazione o la richiesta di non calcolare nel deficit gli investimenti pubblici produttivi o perfino la proposta, invero un po’ criptica, “di intervenire per il pieno superamento dei campi rom in coerenza con l’ordinamento dell’Unione europea”.

Grandi timori e pericoli paventati, non proprio esagerazioni

Ma stando così le cose, come si giustifica il grande timore che il programma / contratto solleva quasi indistintamente nelle cancellerie europee, nelle istituzioni comunitarie e nella grande stampa internazionale? Si paventa il pericolo che politiche irresponsabili da parte del futuro governo italiano finiscano per creare le premesse di una prossima crisi dell’euro e questa volta con conseguenze ben più gravi di quanto già avvenuto con la Grecia. Si sottolinea che l’Italia è “too big to fail” e che un evento del genere sarebbe paragonabile al dramma europeo della Brexit.

Esagerazioni? Solito giudizio conformista sulla mancanza di credibilità del nostro Paese? Non proprio. Torniamo al testo del contratto. Un intero paragrafo, il 29°, è dedicato all’Ue. L’incipit è anche qui in linea con una vecchia idea renziana e del precedente governo (espressa dal sottosegretario Sandro Gozi): ritornare ai criteri di convergenza macroeconomica di Maastricht. Si legge: “alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni, l’Italia chiederà la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht”.

Tra Trattato di Maastricht e Fiscal Compact

In altre parole tornare al deficit al 3% abbandonando la pretesa del successivo Fiscal Compact di arrivare in qualche anno al pareggio di bilancio. Piccolo problema: il Fiscal Compact è un accordo internazionale sottoscritto e ratificato nel 2013 da ben 25 Paesi sui 28 che allora facevano parte dell’Ue e se si vuole ‘dismetterlo’ va rinegoziato da tutti i 25. Solo così si ritornerebbe a Maastricht.

Il contratto M5S-Lega continua quindi il ragionamento sottolineando i punti centrali del Trattato di Maastricht che devono essere rafforzati: promuovere il progresso economico e sociale, estendere alla Bce lo statuto vigente delle principali banche centrali del mondo, affermare l’identità europea sulla scena internazionale, stretta cooperazione nel campo della giustizia e così recitando. Quasi un peana sulle virtù e potenzialità del Trattato di Maastricht, riconfermate dal vigente Trattato di Lisbona.

Ritorno all’ ‘età dell’oro’ e revisioni dei Trattati

Da non credere, se poi qualche paragrafo più avanti il tono non cambiasse radicalmente. “In cauda venenum” si sarebbe tentati di dire: si enuncia infatti “lo spirito di ritornare all’impostazione delle origini in cui gli stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà: si ritiene quindi necessario rivedere, insieme ai partner europei, l’impianto della governance economica europea” dalla politica monetaria in giù.

Questo passaggio si ricollega al punto 8 del contratto in cui in modo ben più esplicito si propone una revisione delle politiche sul deficit “attraverso la ridiscussione dei Trattati dell’Ue e del quadro normativo principale a livello europeo”. Insomma, a leggere questi punti, invero piuttosto confusi, sembrerebbe che neppure Maastricht vada bene, ma che si favoleggi su uno spirito pre-Maastricht dove regnava la fratellanza e la solidarietà.

Un ripasso della storia dell’Unione farebbe bene. Lo spirito pre-Maastricht può essere letto in due modi. Il primo è la cancellazione dell’euro e il ritorno alla vecchia Comunità europea dove lotte e insofferenze non mancavano davvero: dalla politica della sedia vuota di De Gaulle nel 1965 alla perentoria richiesta della signora Tatcher “I want my money back”, che ha definitivamente indebolito la struttura del bilancio comunitario; per non parlare poi dell’inflazione a due cifre della lira e dell’assenza di un mercato unico europeo.

La seconda lettura è invece quella di un lunghissimo e faticoso sforzo per arrivare sia a un mercato unico europeo (l’Atto Unico del 1986, prima revisione del Trattato di Roma) e di completarlo e consolidarlo con il percorso verso la moneta unica, il tutto sotto la guida illuminata del grande Jacques Delors. Era questo il vero spirito europeo dell’epoca che, nel pieno del grande sommovimento geo-politico della fine degli Anni ’80 (crollo dell’Urss e riunificazione tedesca), dava vita al Trattato di Maastricht e al tragitto verso l’euro.

La vera solidarietà era proprio questa: l’euro come collante di una volontà di unificazione politica. Quindi rimettere in questione l’euro significa cancellare il futuro dell’Ue. Il contratto M5S-Lega quindi si distanzia radicalmente dall’approccio che anima sia l’impostazione data da Macron al futuro dell’Uem sia dalle enunciazioni del programma del nuovo governo tedesco: non guarda al futuro e ai necessari miglioramenti dell’euro, ma si concentra sulla negazione del passato.

Non ci fa ‘sognare’, ma ci riporta ai climi antagonisti dei periodi bui della storia dell’Unione. Il rischio è che con questo spirito aumentino i timori dei nostri partner, a cominciare dai tedeschi, sulla sostenibilità di un piano di riforma dell’euro che deve assolutamente partire per potere rimediare, anche a nostro vantaggio, alle ovvie insufficienze della moneta unica. Ma per farlo non si può rinunciare alla presenza e al contributo dell’Italia (o almeno così speriamo).

Il Consiglio europeo di giugno è ad un passo, ma questo programma / contratto confuso e rivendicativo non ci fa davvero sperare nel meglio. E non crediamo neppure che esso aiuti il nostro Paese ad ottenere nuove regole di governo dell’euro, a noi più favorevoli delle attuali. Gianni Bonvicini, AffInt 22

 

 

 

 

UE. Lavoratori distaccati: dovranno ricevere lo stesso salario

 

Strasburgo - I lavoratori distaccati temporaneamente in un altro Paese dell’UE dovranno ricevere lo stesso salario dei lavoratori di tale Paese. È quanto prevedono le nuove norme approvate oggi dal Parlamento europeo che ha dato via libera alla nuova direttiva - approvata in via definitiva con 456 voti in favore, 147 voti contrari e 49 astensioni – che mira a garantire una migliore protezione dei lavoratori distaccati e una concorrenza leale tra imprese.

ASSICURARE UNA GIUSTA RETRIBUZIONE

Le nuove regole stabiliscono che a tutti i lavoratori distaccati si applicheranno le norme del Paese ospitante in materia di retribuzione. Gli Stati membri dovranno, inoltre, applicare anche i contratti collettivi regionali o settoriali, se di ampia portata e rappresentativi, finora applicati solo nel settore delle costruzioni.

DURATA DEL DISTACCO

La durata del distacco è stata fissata a 12 mesi, con una possibile proroga di 6 mesi. Trascorso tale termine, il lavoratore può restare o lavorare nel Paese ospitante, ma dovrà a quel punto essere soggetto all’intera normativa sul lavoro vigente in quello Stato.

PROTEZIONE CONTRO LE FRODI

In caso di distacco fraudolento, ad esempio operato da una società di comodo, gli Stati membri dovrebbero cooperare per garantire che i lavoratori distaccati siano protetti perlomeno dalle tutele contenute nella direttiva.

TRASPORTO INTERNAZIONALE SU RUOTA

Al settore dei trasporti si applicherà la legislazione settoriale specifica, inclusa nel Pacchetto mobilità, una volta che sarà approvata (la commissione trasporti del Parlamento Europeo dovrebbe votare la sua prima lettura lunedì 4 giugno). Fino ad allora, sarà applicata per il settore la direttiva del 1996.

PERIODO DI RECEPIMENTO

Gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepire le norme nei propri ordinamenti nazionali.

“Questa votazione è una pietra angolare dell’attuale legislatura e riflette la realtà sociale, economica e politica dell’Unione europea”, ha commentato Elisabeth Morin-Chartier (PPE, FR), relatrice della direttiva che “traccia una rotta chiara verso un’Europa più sociale, con una concorrenza più equa tra imprese e con un miglioramento dei diritti dei lavoratori. Approvando l’accordo, il Parlamento garantisce migliori diritti ai lavoratori e la necessaria protezione nei confronti delle imprese”.

Secondo Agnes Jongerius (S&D, NL), co-relatrice, l’Europa “sceglie la parità di retribuzione per gli stessi tipi di lavoro nello stesso luogo ed ciò rappresenta un risultato importante. I colleghi possono essere di nuovo colleghi e non esser in competizione. Si tratta di un passo importante verso la creazione di un’Europa sociale, che protegga i lavoratori e impedisca alle imprese di intraprendere una corsa al ribasso, ma anche di un’Europa che non conosce confini e che cerca una forza lavoro normale”.

IL LAVORATORE DISTACCATO

Un lavoratore distaccato è un dipendente che viene inviato dal suo datore di lavoro a prestare temporaneamente servizio in un altro Stato membro dell’UE. Nel 2016 i lavoratori distaccati nell’UE erano 2,3 milioni. Il fenomeno distacco è aumentato del 69% tra il 2010 e il 2016.

In Italia sono 114.515 i lavoratori distaccati inviati, di cui il 18,7% in Francia, il 10,2% in Germania e il 36,6% al di fuori dell’UE, in Svizzera. Sono invece 61.321 i lavoratori distaccati ricevuti, più della metà provenienti da Germania (18,8%), Francia (18,3%) e Spagna (14%). (aise 29) 

 

 

 

 

«Spiegel disgustoso, Ecofin ridicolo». Per Fitoussi l’Italia deve «mostrare i muscoli»

 

L’economista francese: «L’arrivo al potere dei populisti in Italia dovevamo aspettarcelo» - di Gianluca Mercuri

 

La nuova stretta sul capitale delle banche decisa dall’Ecofin «fa ridere». L’arrivo al potere dei populisti in Italia è «un incidente previsto da tempo, c’erano state molte avvisaglie, dovevamo aspettarcelo» a causa di «politiche europee sbagliate». Ma la situazione può peggiorare «con insulti politici fra l’Italia e i partner europei, penso all’articolo disgustoso dello Spiegel» e può farsi «pericolosa», con rischi di stagnazione per l’Italia e l’Europa. L’analisi di Jean-Paul Fitoussi, in questa intervista all’Ansa, non è consolante e non risparmia critiche alle istituzioni europee.

«Problema alla rovescia»

I requisiti più severi richiesti alle banche, proprio mentre gli Stati Uniti fanno il contrario, secondo l’economista francese «affrontano il problema alla rovescia» e rischiano di strozzare il credito all’economia. Le raccomandazioni dell’Ecofin dovranno essere approvate dal Consiglio europeo di giugno, ma arrivando mentre tra Roma e Bruxelles pare iniziare un braccio di ferro danno l’idea di una persistente sordità delle istituzioni comunitarie a chi, come il docente di Luiss e Sciences Po, vede l’unico faro nella Bce: lo spread oltre i 200 punti per lui è «un po’ inferiore a quanto avrebbe potuto essere perché tutti sanno che c’è Draghi: gli speculatori sono più attenti». Fitoussi sembra suggerire all’Italia la linea dura: «Un negoziato con l’Europa ci vuole, e quando c’è un negoziato in vista bisogna mostrare i muscoli, non le debolezze». CdS 27

 

 

 

Il PD Berlino vicino a Mattarella

 

Berlino - “Quanto sta accadendo in queste ore è di una gravità senza precedenti. La Costituzione prevede prerogative e compiti chiari per la funzione di Presidente della Repubblica”. Così scrive Federico Quadrelli, Segretario PD Berlino e Brandenburgo, che esprime “vicinanza” al Capo dello Stato attaccato da Lega e 5 Stelle dopo il veto su Paolo Savona.

“Il rifiuto su un nominativo per il ruolo di ministro è già accaduto in passato. Non c’è nulla di irregolare in questa scelta del Presidente Mattarella”, scrive Quadrelli, secondo cui “la relazione violenta e repentina da parte di Lega, FDI e M5S apre una conflitto grave con la massima carica dello Stato, la figura di Garanzia che deve guidare il percorso di formazione del Governo, come previsto in una Repubblica Parlamentare e nella nostra Carta Costituzionale”.

“Per questo – ribadisce Quadrelli - intendo esprimere la vicinanza mia e del circolo PD Berlino e Brandenburgo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La minaccia avanzata di chiedere la messa in stato d’accusa del Presidente è irricevibile. Ma non dobbiamo sottovalutarla, poiché in Parlamento i numeri potrebbero consentirlo”.

“Lancio quindi un appello alle deputate e ai deputati, alle senatrici e ai senatori della Repubblica – conclude Quadrelli – affinché reagiscano e difendano la dignità e l’integrità delle nostre istituzioni”. (aise 28) 

 

 

 

 

Francoforte. Cinque domande a Telmo Pievani

 

Francoforte sul Meno – TelmoPievani, Ordinario di Filosofia delle scienze biologiche presso l’Università di Padova, curatore di interessanti mostre scientifiche e direttore del portale Pikaia, il 29 maggio è stato ospite a Francoforte del ciclo di incontri “I martedì della scienza”, una rassegna ideata e promossa dall’ufficio culturale del Consolato Generale di Francoforte per avvicinare il pubblico ai temi scientifici in forma divulgativa. Anteprima lo ha intervistato prima del suo arrivo.

 

• Sei professore ordinario presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli studi di Padova, dove ricopri la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche, filosofo e storico della biologia ed esperto di teoria dell’evoluzione nonché autore di numerose pubblicazioni nazionali e internazionali nel campo della filosofia della scienza: da dove nasce questo interesse e questa passione per un settore così particolare della scienza?

Al Liceo mi appassionai ai temi filosofici che emergono dalla ricerca scientifica. Cominciai con la filosofia della fisica ma poi incontrai alcuni grandi evoluzionisti come Stephen J. Gould e Niles Eldredge, e fu amore a prima vista. Andai a lavorare da loro negli States e mi convinsi che la filosofia della scienza doveva interrogarsi anche sulla biologia, interagendo strettamente con gli scienziati che la praticano in laboratorio, e in particolare sulla biologia evoluzionistica, materia affascinante, dibattuta e spesso incompresa. Divenni un esperto di macroevoluzione (i processi su larga scala dell’evoluzione, come la nascita di nuove specie), scrissi saggi specialistici su temi come l’exaptation (la conversione di una struttura per nuove funzioni, fenomeno cruciale nell’evoluzione) e studiai in ogni dettaglio l’opera di Charles Darwin, che resta di un’attualità estrema per ogni evoluzionista.

 

• A scuola ci hanno insegnato che la biologia nasce come una disciplina descrittiva con l’intento di comprendere i meccanismi fondamentali della vita. Oggi questa branca della scienza si è radicalmente trasformata e parliamo di biologia sintetica: quali sono le grandi potenzialità, ma anche i rischi di cui è bene (saper) discutere?

Io insegno da filosofo della scienza in un Dipartimento di Biologia, in un Ateneo (Padova) la cui area biologica è molto competitiva a livello nazionale e internazionale. Vedo ogni giorno con i miei occhi quanto la biologia stia cambiando in questi anni, con l’arrivo della genomica e delle altre “omiche”, con l’effluvio di dati bio-informatici, e soprattutto con l’irruzione dell’editing genetico in campo biotecnologico. Ora il libro del DNA non lo leggiamo soltanto, ma lo riscriviamo. Non credo che la biologia fosse una disciplina meramente descrittiva nemmeno prima, di sicuro non lo è adesso. I suoi apparati tecnologici e i suoi modelli si sono affinati moltissimo. Nuove domande di ricerca (e nuove inquietudini etiche) emergono e nuove predizioni vengono prodotte. La biologia oggi è una scienza matura, capace di tenere insieme gli aspetti quantitativi e qualitativi della ricerca.

 

• Il mago della biologia sintetica Craig Venter nel suo libro “Il disegno della vita” afferma che gli essere viventi sono della macchine dotate di un hardware e di un software, quest’ultimo è il genoma che determina il destino biologico. Basta quindi veramente riscrivere il codice per reimpostare un organismo o vi sono altri fattori che influenzano la struttura e lo sviluppo e dello stesso?

Non condivido l’immagine della vita che propone Venter, cioè il dualismo meccanicistico tra software e hardware. I sistemi viventi sono molto più complessi e interessanti di così, per fortuna. Il DNA è il pivot del sistema, ma non fa da solo e tutto il resto non è un robot al suo servizio. Il genoma è l’ingrediente principe di una trama di relazioni, è sensibile agli ambienti che lo circondano grazie alle variazioni epigenetiche, è un’ecologia anche al suo interno, un’ecologia che peraltro conosciamo ancora poco. Da qui le perplessità di alcuni sull’approccio di Venter anche alla biologia sintetica, cioè all’appassionante filone delle biotecnologie del XXI secolo che ci permetterà di produrre organismi dotati di genoma sintetico e in grado di svolgere funzioni a noi utili come sintetizzare farmaci o produrre biocombustibili.

 

• La scienza si confronta in dibattiti pubblici su temi che coinvolgono anche altre discipline come la politica, l’etica, il diritto, l’economia, la filosofia o la religione. Che si tratti di organismi geneticamente modificati (OGM), di terapie con cellule staminali embrionali, di sperimentazione animale, di nuove biomolecole, antibiotici ibridi, come funziona il dibattito su questi argomenti all’interno della comunità scientifica?

Nella comunità scientifica la sensibilità etica è mediamente alta. Escono in continuazione articoli sulle responsabilità dello scienziato, sull’etica della trasparenza, sulla necessità di organismi internazionali che regolino le ricerche, soprattutto in campo biotecnologico. Gli scienziati hanno capito che devono comunicare le loro ricerche e favorire un dibattito pubblico aperto, inclusivo e argomentato sulle implicazioni del loro lavoro. Più lenta e faticosa mi sembra invece l’elaborazione razionale di questi temi da parte delle classi dirigenti e dei decisori politici, troppo impegnati a rincorrere facili consensi e a semplificare i problemi in modo strumentale. Non aiuta la trasformazione della Rete in un ricettacolo di paure, di atteggiamenti irrazionali, di fake news su molti temi scientifici, storture solo in parte bilanciate, al momento, dalle potenzialità del web come diffusore di conoscenze scientifiche continuamente aggiornate.

 

• Quali sono le prossime tappe della biologia sintetica e come si può comunicarle coinvolgendo il pubblico senza disorientarlo o ancora peggio lasciandolo solo in un mare di (dis)informazioni talvolta fuorvianti o aspettative non realizzabili??

Dobbiamo adottare i linguaggi più aggiornati del digitale per aprire i laboratori e condividere quanto sta accadendo. La biologia sintetica offre straordinarie potenzialità applicative, unite a sfruttamenti potenzialmente preoccupanti e a processi non ancora del tutto controllabili. E’ dual use, come ogni tecnologia potente. Non serve generalizzare o paventare rischi in astratto. Occorre valutare caso per caso e decidere insieme come rendere queste tecnologie più accessibili possibile, più inclusive e giuste. Secondo me le biotecnologie di nuova generazione che vanno al cuore della riscrittura del materiale ereditario (gene editing e biologia sintetica in primis) diventeranno così pervasive da dover essere considerate un bene comune, senza impedire ai privati di farne impresa, ma tenendo ben presente che i loro benefici non dovranno mai essere un privilegio di pochi. Michele Santoriello, Francofortenews.com

 

 

 

 

Ambasciata a Berlino contro lo Spiegel: "Critica un intero popolo"

 

L'ambasciatore italiano in Germania condanna l'articolo dal titolo "Gli scrocconi di Roma". Intanto un editoriale del quotidiano newyorchese, dal titolo 'I populisti prendono Roma', se la prende con il premier incaricato: "Uno sconosciuto la cui principale qualifica è eseguire ordini"

 

ROMA. Stavolta interviene l'ambasciata italiana a Berlino. Il governo che sta per nascere non gode di buona stampa all'estero - tutto è cominciato con i "nuovi barbari" a Roma del Financial Times - ma l'articolo pubblicato dal giornale tedesco Spiegel fa scattare addirittura un intervento della diplomazia. L'ambasciatore italiano a Berlino Pietro Benassi ha inviato a Spiegel online una nota, chiedendone la pubblicazione, con cui stigmatizza fortemente l'articolo "Gli scrocconi di Roma" pubblicato dalla testata tedesca. "La dialettica politica - scrive Benassi - appartiene alla libertà di stampa e al discorso democratico. Ciò che lascia un retrogusto pessimo è il modo in cui questa critica è indirizzata a un intero popolo". Benassi parla di "strada pericolosa" per la dialettica in Europa.

Ma non è certo un caso isolato. Ieri il Frankfurter Allgemeine Woche titolava in prima pagina. "Mamma mia! Perché l'Italia è il bambino più discolo d'Europa". E oggi è la volta di durissimo editoriale del New York Times dal titolo "I populisti si prendono Roma". Si parla del primo ministro incaricato Giuseppe Conte come di uno "sconosciuto professore di legge" con un curriculum gonfiato, "la cui principale qualifica è la sua disponibilità ad eseguire gli ordini" dei leader di Lega e M5S

 

"Non è chiaro quanti danni potrà fare la coalizione", scrive il giornale, che sottolinea le differenze ideologiche fra le due formazioni politiche che la compongono e la risicata maggioranza di cui godono in Parlamento. Tuttavia il cambiamento di direzione in un membro chiave dell'Unione europea la cui fedeltà al progetto europeo non era messa in dubbio, rappresenta "un serio colpo" ai progetti di un rafforzamento dell'integrazione europea portati avanti dal presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel.

 

"Se l'Italia, la quarta economia dell'Ue, inizia a sfidare le regole dell'Unione e chiede di rinegoziare i termini della sua adesione, sarà più difficile tenere gli altri membri in riga", afferma il New York Times.

 

Tuttavia, conclude il giornale, "è troppo presto perché Bannon e i suoi alleati possano celebrare o i campioni dell'Unione si facciano prendere dal panico. Il fascino dei populisti potrebbe presto svanire se non troveranno soluzioni concrete al risentimento che li ha portati al potere. Il compito di Macron e Merkel e dei loro alleati è di mantenere la barra dei valori, la coerenza e le regole dell'Ue, ma anche di riconoscere e affrontare la rabbia che ha alimentato la ribellione". LR 27

 

 

 

 

Italia-Germania, gli orgogli e i pregiudizi

 

L’ambasciatore italiano a Berlino reagisce all’articolo di Spiegel sull’Italia: «Una cosa è la dialettica politica, un’altra le offese». Si apre una stagione difficile per i rapporti bilaterali – di Francesca Sforza

 

Non sono passati neanche 15 giorni da quando l’Ambasciata di Berlino organizzava, nei saloni di Hiroshima Strasse, un incontro tra giornalisti italiani e tedeschi per parlare delle reciproche incomprensioni (chiamiamoli pregiudizi). In quell’occasione l’ambasciatore Pietro Benassi aveva parlato della necessità di incontrarsi di più, e di sperimentare modalità di scambio che evitassero di ricadere nei soliti cliché. C’erano, tra gli altri, Birgit Schönau della Sueddeutsche Zeitung, Luzia Braun, nota telegiornalista della ZDF, Marco Pratellesi del Corriere della Sera e Rino Pellino, corrispondente della Rai a Berlino. Un dibattito molto seguito che ha mostrato, nel corso dei diversi interventi, come ciò che aspetta Italia e Germania in questa fase politica sia un super lavoro di reciproco ascolto. Sì perché i tedeschi sono ancora convinti che noi non siamo affidabili, così come noi siamo convinti che loro sono troppo rigidi (il bello è che questa convinzione riguarda anche i pregiudizi positivi: che l’Italia sia il paese della bellezza e la Germania quello in cui tutto funziona a perfezione non è più tanto vero, eppure si continua a credere che sia così).   

Su una cosa però sembravano tutti d’accordo: se i presupposti di un governo Lega - M5S sono quelli che si evincono dal “contratto” (e ancora non era scoppiato il caso Savona), le incomprensioni tra Italia e Germania sono destinate a superare quelle raggiunte in epoca Berlusconi, dove gli incidenti diplomatici erano all’ordine del giorno e le distanze politiche potevano definirsi siderali. Un assaggio se ne è avuto ieri, con lo stesso ambasciatore Benassi, che ha ritenuto di dover esprimere in una nota piuttosto dura il suo disappunto per l’articolo dello Spiegel, in cui si rimprovera al nostro Paese una naturale tendenza al “dolce far niente”.  

«La dialettica politica appartiene alla libertà di stampa e al discorso democratico. Ciò che lascia un retrogusto pessimo è il modo in cui questa critica è indirizzata ad un intero popolo», ha scritto Benassi. Dopo Spiegel sono arrivati editoriali e vignette anche da Faz e Sz, non così offensivi, ma decisamente critici e non senza ragione preoccupati. Sono lontani i tempi di quella pubblicità della Ferrari - la ricordava l’ambasciatore - in cui sotto la foto di Schumacher e della sua auto campeggiava la scritta: «Creatività tedesca e affidabilità italiana». L’impressione è che un nuovo tempo di Italia-Germania sia appena cominciato. Siamo solo al fischio di inizio, ma la partita non si annuncia divertente.  LS 27

 

 

 

Il PD Berlino vicino a Mattarella

 

Berlino - “Quanto sta accadendo in queste ore è di una gravità senza precedenti. La Costituzione prevede prerogative e compiti chiari per la funzione di Presidente della Repubblica”. Così scrive Federico Quadrelli, Segretario PD Berlino e Brandenburgo, che esprime “vicinanza” al Capo dello Stato attaccato da Lega e 5 Stelle dopo il veto su Paolo Savona.

“Il rifiuto su un nominativo per il ruolo di ministro è già accaduto in passato. Non c’è nulla di irregolare in questa scelta del Presidente Mattarella”, scrive Quadrelli, secondo cui “la relazione violenta e repentina da parte di Lega, FDI e M5S apre una conflitto grave con la massima carica dello Stato, la figura di Garanzia che deve guidare il percorso di formazione del Governo, come previsto in una Repubblica Parlamentare e nella nostra Carta Costituzionale”.

“Per questo – ribadisce Quadrelli - intendo esprimere la vicinanza mia e del circolo PD Berlino e Brandenburgo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. La minaccia avanzata di chiedere la messa in stato d’accusa del Presidente è irricevibile. Ma non dobbiamo sottovalutarla, poiché in Parlamento i numeri potrebbero consentirlo”.

“Lancio quindi un appello alle deputate e ai deputati, alle senatrici e ai senatori della Repubblica – conclude Quadrelli – affinché reagiscano e difendano la dignità e l’integrità delle nostre istituzioni”. (aise 28) 

 

 

 

A Berlino il 18 giugno incontro dedicato all'imprenditoria femminile in Germania

 

Il Comites Berlino e l'Ambasciata d'Italia a Berlino dedicano una serata alle donne imprenditrici (straniere) in Germania, per discutere, assieme ad esperte e protagoniste del settore, delle opportunità e delle sfide del "fare impresa" al femminile in Germania.

 

Quali sono i fattori critici durante l’avvio di una attività autonoma? Quali le agevolazioni, i finanziamenti e le procedure per le donne che vogliono avviare un'impresa? Quali i modelli che possono favorire un successo? Di questi temi si parlerà lunedì 18 giugno dalle ore 18:30 nel Salone delle Feste dell’Ambasciata d'Italia a Berlino (Tiergartenstr. 22, 10785).

 

Ad aprire la serata, moderata dalla giornalista Elisabetta Gaddoni (RBB Kultur e Funkhaus Europa), gli interventi di alcune esperte della materia, tra cui la Pakize Schuchert Güler (Hochschule für Wirtschaft und Recht Berlin), che introdurrà al tema, Martina Giesler (BMWi), che descriverà obiettivi e risultati del Programma ministeriale “Frauen Unternehmen” e degli altri strumenti utilizzati per sostenere le donne che vogliono fare impresa, Sara Borella (DIHK - Deutscher Industrie- und Handelskammertag e.V.), che illustrerà  le iniziative delle Camere di Commercio tedesche per promuovere l’impresa al femminile e Sonia Barani (ITKAM – Camera di Commercio italiana per la Germania in italiano), che presenterà il progetto europeo di promozione dell’imprenditorialità femminile “Crosseuwba”.

 

A seguire, tre imprenditrici straniere racconteranno la loro esperienza professionale in Germania e discuteranno delle difficoltà che hanno dovuto affrontare e dei punti di forza che le hanno portate al successo: Aynur Boldaz-Özdemir, fondatrice di "Forever Clean", più volte premiata per la sua attività imprenditoriale, Mirella Facchinetti, fondatrice di "Colibrì", società di servizi che favorisce l’ingresso delle ditte italiane nel mercato tedesco, e Maria Crosato, fondatrice di "Süss Mery", produzione artigianale di cantuccini.

 

Un'occasione di scambio, informazione e ispirazione per chiunque intenda aprire un'attività in proprio, per chi già ne abbia avviata una e, più in generale, per tutti coloro che si interrogano sul ruolo delle donne nella Germania di oggi.

 

L'evento, ad ingresso gratuito, si terrà in italiano e tedesco, con traduzione simultanea. Seguirà rinfresco.

Iscrizione obbligatoria a questo link: https://bit.ly/2JbVrkM

www.comites-berlin.de (de.it.press)

 

 

 

 

 

Berlino decolonizza alcune strade

 

Berlino. Colonialism Reparation si rallegra che la città di Berlino abbia deciso

di decolonizzare i nomi di alcune strade, commemorando ormai gli eroi

della resistenza e non più i protagonisti coloniali, e chiede a tutte le

altre città di seguirne l’esempio.

 

Il 19 aprile 2018 l’Assemblea del distretto di Mitte della città di

Berlino ha deciso, dopo due anni di preparativi, di cambiare i nomi di

alcune strade del quartiere africano commemorando ormai gli eroi della

resistenza al colonialismo e non più i protagonisti coloniali. Entro il

10 agosto 2018 saranno quindi effettuati i cambiamenti necessari per la

trasformazione in Cornelius-Frederiks-Straße dell’ex Lüderitzstraße, in

Bell-Platz dell’ex Nachtigalplatz, in Anna-Mungunda-Allee e

Maji-Maji-Alleedell’ex Petersallee.

 

Questo risultato arriva dopo anni di lavoro da parte di iniziative e

associazioni per la decolonizzazione, iniziato il 3 ottobre 2010 con

l’Appello per un cambiamento fondamentale nella gestione dell’eredità

coloniale della Germania, per il cambiamento del nome di strade che

onorino protagonisti coloniali così come per la promozione di culture

postcoloniali di commemorazione. Le attività sono poi proseguite sul

territorio con, ad esempio, l’organizzazione annuale a partire dal 2014

dellaFesta del cambiamento di nome e la produzione nel 2016 del video

musicale Rinomina le strade.

 

La notizia della decolonizzazione di alcune strade della città di

Berlino, appena resa pubblica, ha avuto grande diffusione, oltre che in

Germania (Deutsche Welle, Die Welt, ecc.), anche a livello

internazionale (BBC, CGTN, Daily Sabah, Daily Trust, eNCA, Gulf Times,

Le Monde, Le Nouvel Observateur, L’Orient-Le Jour, Prensa Latina,

Público, RaiNews, ecc.).

 

Colonialism Reparation si rallegra che la città di Berlino abbia deciso

di decolonizzare i nomi di alcune strade, commemorando ormai gli eroi

della resistenza e non più i protagonisti coloniali, e chiede a tutte le

altre città di seguirne l’esempio, come già hanno iniziato a fare

Bruxelles, New Orleans e Bordeaux. M.Benazzi, cr 24

 

 

 

 

Contratto di governo. Per il PD-Estero l’immagine di un’Italia chiusa e polemica sul piano internazionale

 

Non ci sorprende il ripescaggio per il rotto della cuffia degli italiani all’estero nell’elenco di intenti, definito enfaticamente “contratto di governo”, stipulato tra Lega e Movimento 5Stelle. Che altro ci si poteva attendere da chi fino a ieri ha considerato chi emigra un incapace di farsi una vita in Italia e si è accanito, in Parlamento e fuori, contro la rappresentanza dei cittadini all’estero, la circoscrizione Estero e l’esercizio di voto che ha reso finalmente ed “effettivamente” cittadini oltre quattro milioni di persone?

 

Ci preoccupano di più, invece, l’indirizzo di fondo del cosiddetto “contratto di governo” e l’immagine dell’Italia che esso propone all’opinione pubblica e ai nostri partner internazionali. La comunità italiana nel mondo è evocata come mercato del Made in Italy. L’Europa, ancoraggio indispensabile per un Paese con molti problemi come il nostro, è indicata come controparte e, tra le righe, come nemica. Altro che cittadinanza europea! L’internazionalizzazione del sistema Italia, scelta di fondo dei governi a guida PD per superare crisi economica e criticità interne e per aprirsi spazi reali nel contesto globale, esce dall’orizzonte strategico del Paese.

 

Tra gli impegni da assolvere a livello internazionale è più lunga la lista di quelli da rivedere o superare che non di quelli da onorare e sviluppare. Non a caso, il profilo delle nuove forze di governo ai nostri maggiori partner appare “paradossale”.

 

I centri regionali di detenzione per il rimpatrio e l’esclusione dagli asili dei figli degli immigrati ci danno brividi profondi e ci riportano alla mente le pagine più dolorose di xenofobia contro gli emigrati italiani.

 

Gli italiani all’estero hanno bisogno come dell’aria che si respira di un’immagine positiva dell’Italia. Ci sono voluti anni per restaurarla, dopo parentesi di discredito e talvolta da operetta. Oggi si rischia di tornare al punto di partenza.

 

L’opposizione che faremo, ragionata propositiva e ferma, non è dunque una posizione di parte, ma un atto di responsabilità verso l’Italia e verso i suoi cittadini nel mondo. I Parlamentari PD-Estero Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro (de.it.press)

 

 

 

 

 

Acli Baviera. Il 26° anniversario dell’assassinio dei Giudici Falcone e Borsellino

 

Proprio in questi giorni, nel 1992, lungo l’autostrada, a Capaci, il Giudice Falcone e i suoi Uomini di scorta cadevano vittime di un vile attentato di matrice mafiosa. Un boato che spegneva le vite di Servitori dello Stato, ma che rendeva quel sacrificio un faro, ancora oggi, contro le organizzazioni di criminalità che oscurano il futuro di un Popolo, che sfregiano le aspirazioni di nuove generazioni, che imbarbariscono un’immagine di società protesa verso lo sviluppo nel rispetto di valori di libertà e democrazia, in opposizione alle occulte forze del male.

Il 19 luglio 1992, a Palermo il Giudice Borsellino, la sua scorta ed innocenti, cadevano vittime della cruenta mano della mafia, una strage annunciata, un affronto all’intera Città, una sfida allo Stato.

Le ACLI Baviera, in occasione del 26° anniversario di atroci delitti che, a distanza di qualche mese, riproponeva la crudeltà e l’efferatezza dell’attentato a Capaci al Giudice Falcone, di criminali mafiosi senza scrupoli e rispetto, richiamano la società civile, tutta, ad un’opposizione senza tregua, a mantenere alti i valori e le finalità di giustizia e legalità che in Sicilia, e non solo, Magistrati del rango di Falcone e Borsellino con elevato senso del bene comune hanno sempre proposto ed affermato.

Proprio il sacrificio di Peppino Impastato, a 40 anni dalla sua scomparsa per mano della mafia, ricalca, nella sua attualità, la sua forte, incisiva, severa condanna del cancro mafioso nella consapevolezza dei rischi collegati alla sua opera di diffusione mediatica.

Risuonano ancora nella Valle dei Templi di Agrigento le parole abbaglianti, di contagiosa commozione di Papa Giovanni Paolo II: “Mafiosi , pentitevi! Verrà il giorno del giudizio di Dio!“. Un urlo agghiacciante per chi crede nella religione cristiana di tremenda, definitiva punizione.

Il Giudice Borsellino, anche convinto che la mafia fosse usata come paravento per celare inadempienze, inefficienze, atti illeciti, propugnava un movimento antimafia che favorisse la crescita sociale, eliminasse le disuguaglianze, diffondesse lavoro e benessere. La mafia si combatte mostrando la sua vera identità liberticida e carogna per affermare che piú ancora della militanza ,bisogna estirpare e debellare i comportanti che appartengono alla mentalità mafiosa.

L’intera classe politica siciliana ed il nuovo nascente Governo a livello nazionale, avrà il compito, con lucida determinazione, di superare gli atteggiamenti prevaricatori, da parassiti, tipici della cultura mafiosa diffusa e, ancora percepibile nella corruzione prevaricante, nella gestione clientelare della politica, nella mancata difesa e protezione dell’ambiente e nell’inadeguata proposta turistica e valorizzazione del patrimonio culturale.

Spesso i luoghi in cui si nasce impongono sugli esseri umani quasi un’irredimibile tirannia, un’inesorabile dittatura dalla quale non tutti riescono a salvarsi. Ma in tutti noi, società civile esempi di vita e di sacrificio come nel caso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino impongono il risveglio delle coscienze, oggi, domani, sempre!

Comm. Carmine Macaluso, Presidente ACLI Baviera

 

 

 

 

 

 

“Gourmet’s Italia WineHunter” l’11 giugno al Künstlerhaus a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Dopo il successo della prima tappa di Vienna, il “Gourmet’s Italia WineHunter” si prepara ad una seconda tappa, il prossimo 11 giugno, nella prestigiosa location della Künstlerhaus a Monaco di Baviera, per un secondo imperdibile appuntamento, organizzato da ITALCAM – Camera di Commercio Italo-Tedesca in collaborazione con Gourmet’s International.

Oltre 70 produttori italiani – anticipa Italcam – presenteranno le proprie eccellenze vitivinicole e gastronomiche ad un pubblico selezionato di visitatori composto da operatori del settore, giornalisti e winelovers.

Durante il pomeriggio sono previste diverse degustazioni guidate: tre seminari a cura dell’Università del Caffè di Illy, vari tour di degustazione guidata tenuti dal Sommelier Andrea Vestri della scuola “European Wine Education” e showcooking a cura di Eataly, che ha confermato ancora una volta la propria presenza.

Partner dell’evento, oltre a Illy e Eataly, saranno anche AirDolomiti, Puglia Promozione, UnoPiù, Acqua Panna e San Pellegrino.

A conclusione dell’evento, prima del DJ set all’interno della Gourmet’s Lounge, si terrà la presentazione della guida “Merian Live” sulla Puglia e un’estrazione con premi messi a disposizione da Puglia Promozione, AirDolomiti e Tod`s, quest’anno per la prima volta partner dell’evento. (aise/dip) 

 

 

 

 

Dal 7 al 29 giugno a Francoforte la rassegna “Ciao Macho. Marco Ferreri –Eine Retrospektive”

 

Francoforte sul Meno - Dal 7 al 29 giugno avrà luogo al Deutsches Filmmuseum di Francoforte (Schaumainkai, 41), il primo omaggio cinematografico ad un grande maestro del cinema italiano, intitolato “Ciao Macho. Marco Ferreri –Eine Retrospektive” sulle opere dirette dal regista, sceneggiatore milanese tra il 1959 e il 1996. Verrà presentata una selezione di 15 film, tutti in formato originale 35mm, in italiano con sottotitoli.

Dieci di essi saranno presentati nel fine settimana clou della rassegna, ovverosia dal 15 al 17 giugno 2018.

Una rassegna nata in collaborazione con il Deutsches Filminstitut di Francoforte, l’associazione Filmkollektiv, l’agenzia regionale di promozione cinematografica Hessenfilm und Medien e la città di Francoforte  e  con il patrocinio del Consolato Generale d’Italia di Francoforte.

I film del regista italiano Marco Ferreri (1928-1997) raggruppano i desideri della moderna società occidentale ed esplorano come essa si stia consumando da dentro.

Uno dei temi centrali nei sui lavori sono le relazioni di genere, Ferreri mette soprattutto l’uomo al centro dei suoi film. I miti e la storia della cultura patriarcale si sgretolano davanti agli occhi dei protagonisti maschili; incapaci di aggrapparcisi, sfuggono alla realtà e/o cadono in uno stato barbaro, pre-verbale ed  infantile. Con immagini radicali, Ferreri unisce il realismo amaro con la poetica sensuale. L'originalità del suo lavoro fu spesso fraintesa dandogli la reputazione di provocatore.

Il cinema, il cui declino coglie con nostalgico rimpianto, costituisce esso stesso l'utopia finale per l’umoristico e cinico visionario.

Nonostante i numerosi successi ottenuti in vari Festival cinematografici e le rinomate collaborazioni - come con lo sceneggiatore Rafael Azcona o gli attori Marcello Mastroianni, Catherine Deneuve e Gérard Depardieu - le sue opere trovano poca attenzione al di fuori della Spagna e dell’Italia. In una delle prime retrospettive tedesche a lui dedicate, è possibile vedere una selezione dei suoi film realizzati in Spagna, Italia e Francia tra il 1959 e il 1996. Grande cinema quello di Ferreri , le cui domande, non sono per nulla irrilevanti per la nostra attualità, anzi risultano ancora sconvolgenti, capaci come sono - queste dichiarazioni profetiche di Ferreri -   di riflettere sempre più la realtà. (Inform/dip)

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO.

 

Il governo che verrà - Ecco i nostri ultimi approfondimenti sulla formazione del governo. Trovi quelli realizzati dopo mercoledì 30 maggio sul sito e nella prossima newsletter.

 

30.05.2018. Crisi italiana: lo sguardo Tedesco. Dalla citazione errata del commissario europeo Oettinger, all'apparente cautela del governo tedesco. Come guarda la Germania alla crisi politica italiana? Il punto di Cristina Giordano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sguardo-germania-crisi-italiana-100.html

 

29.05.2018. Crolla la fiducia. I mercati reagiscono all'instabilità politica italiana e lo spread si impenna a 320. La nomina di Cottarelli non basta a infondere fiducia. Perché? Ne parliamo con l'economista Sergio Vergalli.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/spread-100.html

 

28.05.2018. Il testimone passa a Cottarelli. Dopo il naufragio di un probabile governo Lega-M5S, il presidente Sergio Mattarella ha incaricato l'economista Carlo Cottarelli di formare un governo. Come si è arrivati a questa crisi? L'analisi del professor Gianfranco Pasquino ai nostri microfoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/cottarelli-102.html

 

25.05.2018. Le responsabilità della Germania

Alla vigilia della nascita del nuovo governo giallo-verde in Italia, si fanno strada gli argomenti degli euroscettici, primo fra tutti il candidato al dicastero dell’economia, Paolo Savona. Ne parliamo con l'economista Sergio Cesaratto.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nuovo-governo-e-euroscettici-100.html

 

24.05.2018. Giuseppe Conte - Avvocato d'Italia

Finora sconosciuto, il professore di diritto privato Giuseppe Conte ha ricevuto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l'incarico a formare il governo italiano. La stampa estera reagisce disorientata.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giuseppe-conte-reax-100.html

 

Ed ecco gli altri temi degli ultimi giorni: Un altro sguardo sulla città

Il progetto Migrantour offre visite guidate che raccontano come cambiano le città italiane attraverso la migrazione. E aggiungono storie e prospettive alla nostra storia. Come quelle di Siid Negash, arrivato dall’Eritrea.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/migrantour-visite-migranti-italia-100.html

 

Non dimentichiamo Solingen

Cinque donne e bambine della famiglia turca Genç morirono 25 anni fa nell'incendio appiccato alla loro casa da alcuni estremisti di destra. Giovanni Pollice, da anni impegnato contro il razzismo, ricorda bene quei giorni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/solingen-108.html

 

A guardar le stele. Sotto la montagna del Gran Sasso ci sono i più grandi laboratori di fisica nucleare. E l’Istituto di dottorato GSSI, che si trova al centro della città abruzzese, attira neolaureati da tutto il mondo. Un reportage.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/eccellenze-italiane/gransasso-100.html

 

Privacy in rete: cosa cambia?

Entra in vigore oggi il nuovo Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR). In arrivo più tutele per l'utilizzo dei dati sensibili. L'avvocata Marisa Marraffino ci spiega cosa significa per consumatori e imprese.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/privacy-in-rete-cambia-100.html

 

Il calcio in testa

Cristian Dolce, trentenne originario di Rovigo, ha fatto diverse esperienze nel calcio berlinese, sia come giocatore che come allenatore. Ora il suo obiettivo è ottenere la licenza per allenare squadre del campionato regionale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/cristian-dolce-calcio-berlinese-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-272.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

23.05.2018. Nascosti su treni merci. Viaggiano stipati su treni merci in viaggio dall'Italia verso la Germania. Le nuove rotte dei profughi africani.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fluechtlinge-gueterzuege-100.html

 

I diari di Falcone. A 26 anni dalla strage di Capaci in cui furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie e tre uomini della scorta, la verità sembra essere ancora offuscata da misteri. Edoardo Montolli ci parla del suo ultimo libro-inchiesta, costruito su fatti e dettagli poco noti. A partire dal contenuto delle agende del giudice. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giovanni-falcone-100.html

 

Wrongonyou. Romano, fin da piccolo ascoltava musica straniera: “Nell’autoradio dei miei genitori s’era incastrata la cassetta del ‘best of’ degli America, ho assorbito il folk dalla fase embrionale”. Marco Zitelli in arte Wrongonyou è venuto a trovarci nei nostri studi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/wrongonyou-100.html

 

22.05.2018. Uno sconosciuto a Palazzo Chigi? Luigi Di Maio e Matteo Salvini si sono accordati sul nome del nuovo presidente del Consiglio, l’avvocato e professore universitario Giuseppe Conte. Vista la sua totale assenza di esperienza politica, spetta ora al presidente Sergio Mattarella decidere se dargli o meno l’incarico. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/giuseppe-conte-102.html

 

La legge italiana sull'aborto compie 40 anni. La legge 194 ha sconfitto l'aborto clandestino e allineato l'Italia al resto dell'Europa occidentale. Ma oggi il vero problema è costituito dai troppi ginecologhi obiettori.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/abtreibungsgesetz-100.html

 

18.05.2018. Reddito di cittadinanza: si o no?

Meglio di no, secondo Francesco Seghezzi, direttore della fondazione Adapt, che svolge ricerche nell'ambito delle relazioni industriali e del lavoro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/reddito-cittadinanza-100.html

 

Un sussidio da riformare. A 13 anni dalla sua introduzione, il sussidio Hartz IV viene seriamente messo in discussione. L'accusa è quella di aver fallito il suo obiettivo: favorire il reintegro dei disoccupati di lunga durata nel mondo del lavoro. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sussidio-riformare-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-270.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

La mostra “Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia”

 

Berlino - ““Fra gli italiani ho molti buoni amici che mi avvertono di non familiarizzare troppo coi pittori locali. Molti di loro mi sono nemici e vanno copiando i miei lavori nelle chiese e dovunque li possono trovare (…) Giovanni Bellini invece mi ha lodato davanti a molti nobili e voleva avere qualche cosa di mio. (…) Tutti mi avevano detto che era un grand’uomo, e infatti lo è, e io mi sento veramente amico suo. È molto vecchio, ma certo è ancora il miglior pittore di tutti”. Sono le parole scritte da Albrecht Dürer durante il suo soggiorno a Venezia, in una lettera indirizzata il 7 febbraio 1506 al suo fedele amico, il giurista tedesco Willibald Pirckheimer. L’artista tedesco, ormai a quel tempo già incisore e pittore noto in tutta Europa, aveva intrapreso il suo secondo viaggio nell’Italia settentrionale per studiare l’arte del Rinascimento in piena fioritura. Questo fertile incontro tra Dürer e l’arte italiana è il tema della grande mostra “Dürer e il Rinascimento tra Germania e Italia”, ospitata presso Palazzo Reale di Milano, promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura e 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE, curata da Bernard Aikema, professore di Storia dell’arte moderna all’Università di Verona, con la collaborazione di Andrew John Martin, ricercatore in Storia dell’arte e Rinascimento tedesco”. A scriverne è Concetta De Mauro su “il Deutsch-Italia”, quotidiano online diretto a Berlino da Alessandro Brogani.

 

“Sono più di 40 i prestatori italiani ed internazionali che hanno reso possibile l’allestimento dell’esposizione di circa 130 opere d’arte, tra dipinti, disegni, acquerelli, incisioni e libri, provenienti dai più importanti musei di Italia, Austria, Germania, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Olanda e Stati Uniti D’America.

Nato nel 1471 a Norimberga, Albrecht Dürer cominciò a formarsi artisticamente come incisore nella bottega del padre, il noto orefice Albrecht Dürer il vecchio, ma ben presto cambiò disciplina divenendo allievo del pittore locale Michael Wolgemut. Dopo aver viaggiato, dal 1490 al 1494, tra Germania, Olanda, Francia e Svizzera, rientrato a Norimberga, sposò Agnes Frey, una ragazza proveniente da una famiglia ricca e potente, ma quasi subito dopo le nozze partì nuovamente per raggiungere l’Italia. Di questo primo viaggio italiano scarseggiano le fonti tanto da lasciare tutt’oggi il dubbio che sia davvero avvenuto. Ne seguì un altro, nel 1505, alla volta di Venezia, documentato da molti appunti e dalle missive inviate all’amico giurista Pirckheimer. La mostra allestita a Palazzo Reale di Milano segue le orme dell’artista tedesco nei suoi spostamenti tra le città dell’Oberdeutschland (l’antica denominazione della Germania meridionale) e l’Italia settentrionale, a cominciare proprio da Venezia.

Il visitatore con questa mostra ha la possibilità di ammirare 12 dipinti, 3 acquerelli e più di 60 disegni del pittore tedesco, tra cui le incisioni dell’Apocalisse e dei Cicli Cristologici, l’edizione originale dei suoi trattati sulla geometria, la prospettiva e l’architettura, e la sua più grande opera “Melancholia I”.

Albrecht Dürer era un genio dalle capacità sorprendenti non solo a livello artistico, avendo anche un’ottima attitudine alla matematica, e nonostante fosse già molto copiato dai suoi contemporanei (tanto da aver ideato il primo copyright della storia da apporre ai dipinti, un monogramma composto da una D annidata tra le gambe di una grande A) era alla costante ricerca del perfezionamento di sé e del proprio bagaglio culturale, anche attraverso lo studio di alcuni suoi contemporanei, come gli stimati artisti rinascimentali italiani. A testimonianza di ciò, la mostra milanese espone le sue opere del periodo veneziano, come la splendida pala “Cristo tra i dottori”, dove il suo pennello sembra aver citato, in diversi dettagli dei personaggi dipinti, sia Leonardo da Vinci che l’amatissimo Giovanni Bellini. Durante il suo viaggio italiano, egli ritrasse diversi volti, come il “Ritratto di giovane veneziana”, l’olio su tavola di una nobildonna che diventa l’esempio di come, venendo a contatto con il metodo italiano, avesse addolcito i tratti rispetto ai lavori precedenti. Perfezionò l’arte del ritratto dipingendo non solo i nobili italiani verso lauti compensi, ma anche i contadini alpini che probabilmente aveva incontrato durante il viaggio per raggiungere Venezia.

Se da un lato Albrecht Dürer è il perno centrale attorno a cui ruota l’intera mostra, dall’altro essa ha un proposito molto più ambizioso: quello di delineare le influenze del Rinascimento italiano sull’arte tedesca nell’epoca in cui l’Italia richiamava l’attenzione di molti stranieri che volevano studiare da vicino il ritorno del mito classico, il recupero della centralità dell’uomo in quanto essere e non in quanto derivante dal divino, la rottura con il passato a favore della rinascita artistica ed intellettuale. I ritratti, i paesaggi e i personaggi della mitologia classica dipinti dagli artisti rinascimentali italiani fecero scuola in tutta l’Europa e questa mostra ha il grande pregio di inserire, oltre al corpus più sostanzioso delle produzioni dell’artista di Norimberga tra il 1480 e il 1530, anche le opere di artisti tedeschi suoi contemporanei, poco noti in Italia, ma parimenti interessati allo studio dell’arte italiana, come Lucas Cranach, Albrecht Altdorfer, Hans Baldung Grien, Hans Burgkmair e Martin Schongauer.

Il fil rouge dell’esposizione è quindi il confronto tra l’arte tedesca e quella italiana, un confronto che vede, per esempio, il “Ritratto di un giovane uomo” di Dürer contendersi l’attenzione dello spettatore con il “Ritratto di giovane con pelliccia” di Andrea Previtali. Il pubblico può notare come l’arte tedesca rinascimentale fece propria la riscoperta della mitologia classica, osservando, tra gli altri, “Nemesis” di Dürer e “Ercole sostituisce Atlante nel reggere il globo terrestre” di Cranach. Non mancano le opere dei grandi esponenti rinascimentali italiani come “Cime innevate” e “San Girolamo nel deserto” di Leonardo da Vinci, e ancora “Orfeo e Euridice” di Tiziano, “Madonna con il bambino” di Giovanni Bellini, “Il trionfo di Cesare” di Andrea Mantegna e “Donna anziana” di Giorgione. C’è un continuo dialogo tra le opere italiane e le opere tedesche che guardavano all’Italia rinascimentale come fonte di ispirazione, come “Paesaggio con famiglia di satiri” di Albrecht Altdorfer e “Eva e il serpente” di Hans Baldung Grien. La mostra sarà aperta al pubblico fino al 24 giugno”. (aise 25) 

 

 

 

 

In festa l'Associazione "Gruppo Siciliano Italiani in Europa" di Lippstadt

 

Sono stati festeggiati domenica 20 maggio 2018 i primi sei lustri di attività dell'Associazione "Gruppo Siciliano Italiani in Europa"   di Lippstadt Germania, presieduta dal cav. Vito Ficara, originario di Paceco tp e corrispondente dalla Germania del Progetto Sicilia nel Mondo.

L'importante Associazione di Siciliani in Germania, ha festeggiato il 30° anno della costituzione, con una sobria cerimonia, che ha richiamato quasi tutti gli associati assieme al Sindaco della città Christof Sommer e  ad alcuni ospiti, per un totale di oltre 70 persone.

Il presidente cav. Ficara nel suo discorso ha voluto ricordare i 30 anni di vita dell'Associazione. vissuti da protagonisti nella ospitale città di Lippstadt, Renania Settentrionale-Vestfalia: "Sono stati sei lustri trascorsi intensamente insieme a voi tutti, con un forte impegno comunitario a favore dei numerosi corregionali e soci, oggi abbiamo deciso di consegnare a tutti un attestato di benemerenza, per attestare l'impegno profuso in questi anni.   Assieme, abbiamo deciso di festeggiare oggi la “Giornata del Siciliano nel Mondo“, ricordando ai presenti anche il 72°  anniversario della costituzione della   Regione Siciliana, avvenuto il 15 maggio del 1946.  La mia è stata una lunga presidenza, fin dal primo anno di costituzione dell’associazione, tante le tappe importanti del lungo cammino, L'associazione negli anni è cambiata, si è evoluta, ha cercato di rispondere in maniera sempre più efficace ai nuovi bisogni emergenti della comunità e del nostro territorio, portando avanti progetti innovativi".

Il Sindaco della città Christof Sommer, nel suo breve intervento di saluto ha voluto evidenziare: "Cari amici la vostra è la comunità più grossa della nostra città e con piacere devo dirvi, che è anche la più importante, grazie a tutti sempre per il vostro impegno e ancora auguri per l'importante ricorrenza".

I festeggiamenti sono continuati con una ricca lotteria, che ha premiato quasi tutti gli intervenuti, a seguire la classica grigliata e "dulcis in fundo", la torta accompagnata dai meravigliosi cannoli siciliani. De.it.press

 

 

 

I rapport italo-tedeschi visti da Valensise

 

BRUXELLES - “La Germania come la conosce Michele Valensise in Italia la conoscono in pochi. È stato ambasciatore a Berlino, prima di diventare segretario generale del Ministero degli Esteri ed essere, da un anno, presidente del Centro Villa Vigoni, un’istituzione bilaterale italo-tedesca che proprio la collaborazione tra i due Paesi, su molti livelli, promuove da decenni. Abbiamo tentato di provocarlo a margine del Festival “Siamo Europa” in corso a Trento sulle tensioni che sembrano esserci in questi giorni tra i due Paesi, con le forze politiche italiane che tentano di formare un governo dicendo “mai un amico della Germania al Tesoro” e con qualche giornale tedesco che accusa gli italiani, tutti, di essere “accattoni”. Ma senza grande successo, la sua visione è che la collaborazione tra i due Paesi c’è, e dove non c’è va trovata”. Ad intervistare il diplomatico è stato Lorenzo Robustelli, che a Bruxelles dirige il quotidiano online “Eunews”.

““La spirale di polemiche di questi giorni è evidente – ammette Valensise – ma sono polemiche circoscritte ad alcuni settori, perché gli interessi di fondo dei due Paesi, così integrati come sono, portano verso una collaborazione, che deve e può essere aggiornata, ma anche essere consapevole dell’essenzialità del quadro europeo, proprio per poter realizzare gli interessi di tutti e due”.

Il futuro resterà comune, l’ambasciatore ne è convinto: “La Germania ripete che il suo è in Europa e l’Italia ha un interesse analogo, al di là delle diversità di approccio ai diversi dossier. Ripeto, l’interesse di fondo nel quale ci si muove è il quadro europeo”.

Sarà certamente vero, ma il clima di questi giorni non sembra andare in questo senso di una collaborazione magari critica ma costruttiva. Valensise ammette che “ci sono preoccupazioni in Germania e abbiamo visto manifestazioni anche poco felici (questa è l’unica battuta che concede sulla polemica giornalistica, nda) ma sono legate alle paure che eventuali turbolenze in Italia, che è il terzo Paese dell’euro, la seconda potenza manifatturiera, ricordiamolo, avrebbero un impatto sul resto dell’Unione”. Per l’ambasciatore in Italia queste preoccupazioni dovrebbero essere soppesate “alla luce di quel che possiamo fare, nel bene e nel male, all’interno dell’Unione”.

Tre temi nell’agenda imminente dell’Ue inducono in particolare l’Italia a elaborare una posizione coerente da portare sul tavolo, “e a realizzare al meglio i nostri interessi”, sottolinea Valensise. Questi sono: “Il confronto sul quadro finanziario pluriennale, la disciplina delle migrazioni e l’Unione bancaria. Qui una regia italiana accorta, credibile, potrebbe ben rappresentare e difendere i nostri interessi”. Il tutto, dice con convinzione, esercitando “un senso di responsabilità verso le regole e i partner dell’Ue”.

In fondo, ricorda, l’Italia è riuscita a imporre sul tavolo europeo un tema che gli altri leader hanno tentato di tener fuori fino all’ultimo: “sulle migrazioni – rivendica – l’Unione ha fatto sua la nostra visione, che abbiamo portato con un gran lavoro quando per anni era stato difficile metterla all’ordine del giorno. Abbiamo cambiato la percezione del fenomeno, rendendo chiaro che non è gestibile su base esclusivamente nazionale, anche se molto resta da fare come sappiamo, perché troppo resta ancora sulle sole spalle italiane”.

Insomma, per avere spazio in Europa non si tratta di ribaltare il tavolo, sostiene Valensise, secondo il quale “forse conviene attrezzarci di più per difendere in maniera sistematica i nostri interessi, ma possiamo farlo solo in un’ottica europea, il che vuol dire lavorare sulle sponde necessarie, con un lavoro paziente, tenace e alla fine più produttivo”.

E su questo Villa Vigoni che si definisce, con qualche formalismo, il “Centro italo-tedesco per l’eccellenza europea”, qualche esperienza ce l’ha. La “Villa” è cogestita e cofinanziata da un trentennio dai governi italiano e tedesco, e Valensise rivendica un lavoro di promozione “della conoscenza e dell’interscambio politico, accademico e culturale” tra i due Paesi. Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano ci hanno creduto, presentandosi più volte ad eventi con i loro omologhi tedeschi, “e speriamo di avere presto anche Sergio Mattarella e Frank-Walter Steinmeier”. L’obiettivo è “facilitare il dialogo”, lo si è detto, e ci sono programmi di incontro anche per i giornalisti dei due Paesi. Speriamo che possano allargarsi sempre di più, viste le “incomprensioni” di questi giorni”.

(aise 28) 

 

 

 

 

La circolare dell’on. Garavini ai democratici in Europa

 

dopo tre mesi di tira e molla, di voltafaccia imbarazzanti, di vergognosi insulti al Presidente Mattarella; dopo tre mesi di psicodrammi e di colpi di scena, alla fine Lega Nord e 5stelle si sono alleati e hanno costituito il Governo Conte. Che, prima ancora di insediarsi, ha già mandato in fumo 144 milioni di euro in soli tre giorni, attraverso l’aumento dello spread e il crollo delle borse provocati da inopportune dichiarazioni circa l‘intento di fare uscire l'Italia dall'euro. Ne ho parlato alla radio pubblica tedesca Deutschlandfunk (potete riascoltare cliccando qui), alla radio pubblica svizzera (potete riascoltare cliccando qui) e al TG Tagesthemen (potete vedere cliccando qui dal minuto 6.10). Questi alleati di governo sono irresponsabili. Il caos di questi giorni è soltanto un assaggio di ciò a cui l‘Italia e l‘Europa si dovranno abituare nei prossimi mesi. Giocano con il futuro dell‘Italia e dell‘Europa.

 

Europa, Europa ed ancora Europa

 Vogliono portarci fuori dall'Europa? E noi rispondiamo puntando ancora più fermamente sull‘Unione Europea, un’UE che vogliamo rendere più giusta, più solidale e più forte. Perchè solo insieme all’Europa è pensabile di riuscire a superare la crisi, in cui ancora purtroppo ci troviamo. E allora mettiamo l'Europa al centro del nostro agire. Quella stessa Europa che, da oltre sessanta anni, garantisce pace, sviluppo e maggiori diritti. Dove i nostri figli sono cresciuti e viaggiano liberamente. Dove civiltà, cultura e progresso sono valori reali. Non li diamo per scontati. L’Europa va migliorata, resa più equa. Raccogliamo tutte le forze europeiste e repubblicane in Italia per dare nuove speranze al Paese. E per elaborare insieme dei progetti politici, per un Paese di crescita, più equa. Con un chiaro profilo europeista. Ne ho parlato in un mio articolo, uscito sull‘Huffington Post in questi giorni.

 

Viva L'Italia! Viva la Repubblica!

Settantadue anni fa gli italiani e - per la prima volta - le italiane votarono per la Repubblica. E, così facendo, scelsero di consegnare alle nuove generazioni i valori della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza. Festeggiando ogni anno la ricorrenza del 2 giugno non stiamo solamente celebrando un momento commemorativo del passato. Al contrario, stiamo rinnovando le ragioni del nostro stare insieme oggi. Ora più che mai, siamo tutti chiamati a difendere e sostenere gli ideali che hanno portato il nostro popolo a votare per l'Italia Repubblicana. Siamo realmente liberi, realmente democratici, quando ci impegniamo a rinnovare ogni momento la nostra fedeltà ai principi di pluralità, di sussidiarietà, di reciprocità. L'ho detto intervenendo a Zurigo, in occasione delle celebrazioni per la Festa della Repubblica

 

La legalità è donna...

Aumentano le donne che hanno il coraggio di ribellarsi alle mafie. Denunciando anche padri, fratelli, mariti. Il che rappresenta una novità e un importante segno di speranza. Perchè dimostra quanto la cultura della legalità possa smantellare concretamente metastasi arcaiche. Ne ho parlato all'università di Lipsia, intervenendo all’incontro ‘Donne e mafia’, organizzato da Nicole Rundo.

 

...e anche la cultura

Le donne, all’estero, sono protagoniste nella promozione culturale. Spesso promuovono eventi e rassegne in grado di mantenere unite le nostre comunità. Ne è un bell'esempio anche il Festival della Poesia Europea di Francoforte, dove sono intervenuta per dare il via alle iniziative promosse in Germania in occasione della rassegna 'Matera Cittá della cultura 2019'. Anche qui è una donna lo spirito propulsore: Marcella Continanza, un vulcano di idee e di relazioni umane, da anni impegnata a promuovere poeti ed artisti in Europa.

 

Con i circoli Pd Europa riuniti a Francoforte

Il Governo giallo verde che si sta delineando rischia di compromettere tutti i risultati che siamo riusciti a conseguire negli ultimi quattro anni attraverso le riforme che abbiamo faticosamente approvato. E soprattutto rischia di distruggere la cosa più preziosa che avevamo conseguito: lo standing positivo dell‘Italia nel mondo. Ciò che eravamo riusciti a raggiungere con il nostro buon governo, sconfiggendo politicamente Berlusconi, e ridando ossigeno alla crescita ed alla occupazione, rischia di essere totalmente spazzato via. Adesso credo che ci aspetti una fase molto difficile. Una fase nella quale siamo chiamati a fare opposizione. Una opposizione dura, ma sui contenuti. Una opposizione che denuncia le loro incoerenze e le loro incapacità. E che sviluppa dei progetti politici alternativi che possano dare nuova speranza al Paese. Ecco che il ruolo dei circoli PD ed il ruolo di tutti coloro che si identificano nel PD, sui territori, diventa ancora più importante. Anche in questa fase di opposizione. Lo ho detto intervenendo all'assemblea dei circoli PD a Francoforte.

 

Paese che vai, comunità che trovi

È sempre un piacere conoscere ed incontrare le nostre comunità. In queste settimane  in cui 5stelle e Lega ci hanno costretto al blocco del Parlamento, ne ho approfittato per realizzare diversi incontri. Sono stata a Bucarest, in Romania, per seguire i lavori della continentale europea del Cgie. Sono stata anche a Tirana, in Albania, dove mi sono confrontata con diversi medici e chirurghi, sulla opportunità di introdurre il reciproco riconoscimento di titoli di laurea e di specializzazione in discipline scientifiche. Poi mi sono recata a Zurigo, a Basilea, a San Gallo, in Lussemburgo. E poi a Berna. Sempre al fianco dei nostri connazionali, per ascoltare e confrontarsi. Grazie della calorosa accoglienza.

 

Mi preme dialogare con i miei elettori. Per questo, accanto alla newsletter, prevedo di organizzare delle dirette Facebook dal mio profilo Laura Garavini. In maniera tale da potere rispondere in tempo reale alle domande che vorrete pormi. A presto! Laura Garavini, de.it.press

 

 

 

 

Il commissario Oettinger, una lunga storia di gaffe e legami inopportuni

 

Il politico tedesco, contestato per la frase sui mercati e le elezioni italiane, è famoso per interventi fuori luogo – di Tonia Mastrobuoni

 

Nella guerra di nervi che si è scatenata tra Italia e Germania capita che un giornalista che intervisti un Commissario europeo ne sintetizzi un tantino brutalmente il pensiero in un tweet: "I mercati insegneranno all'Italia a non votare per i populisti". In realtà, il tedesco Guenther Oettinger ha detto una cosa lievemente diversa: "La mia preoccupazione e la mia aspettativa è che nelle prossime settimane si vedrà che gli sviluppi saranno così drastici che ciò potrebbe essere un segnale agli elettori per non scegliere i populisti di destra e di sinistra". 

 

Quella del Commissario europeo resta l'ennesima ingerenza inopportuna in un quadro italiano talmente devastato dallo scontro politico ed istituzionale che l'atteggiamento migliore sarebbe stato il silenzio, ma tant'è. Già cinque anni fa si fece notare nel nostro Paese perché sentenziò che "l'Italia, la Bulgaria e la Romania sono essenzialmente ingovernabili".

 

L'ex governatore del Baden-Wuerttenberg, il "Autoland", quello dell'industria più potente della Germania, fino a pochi minuti fa risultava sulla pagina italiana di Wikipedia come esponente dell'"Unione cristiano nazista" - ora è stata corretta - e in patria è stranoto per le sue leggendarie gaffe e per le proposte demenziali. Ma anche per un motivo molto più serio. 

 

Negli anni '90, quando era capo della Cdu nel Baden-Wuerttenberg, Oettinger emerse nelle intercettazioni dell'inchiesta "Stige" sui rapporti tra la ndrangheta e i ristoratori italiani trapiantati in Germania per la sua amicizia con un uomo legato ai clan, Mario Lavorato, arrestato poi quest'anno. Il politico conservatore non fu mai incriminato di nulla ma quelle chiacchierate con Lavorato fecero rumore, anche perché l'esponente delle ndrine aveva organizzato delle serate elettorali con raccolte di fondi per la Cdu. 

 

Oettinger è anche noto per le sue gaffe. C'è un esilarante video su youtube, girato durante le contestazioni per la nuova stazione dei treni di Stoccarda, in cui spiega che Parigi ha una stazione di testa "perché a ovest di Parigi non c'è più nessuno, solo mucche e l'Atlantico". Famosa anche la sua proposta, quando era già Commissario europeo, di tenere le bandiere dei Paesi molto indebitati a mezz'asta, rigettata dopo un'ondata di proteste dei parlamentari europei. Angela Merkel, comunque, si fida talmente di lui da averlo voluto per ben due volte a Bruxelles come Commissario europeo.  LR 29

 

 

 

 

Deutsche Bank annuncia il taglio di 7.000 posti di lavoro

 

Quelli totali sono 97 mila. L’istituto ha già ridotto il personale negli ultimi due anni tagliando circa 200 filiali e 9 mila posti di lavoro

 

Deutsche Bank ridurrà il suo personale di oltre 7mila unità passando dagli attuali 97 mila addetti a meno di 90mila. Il taglio, ha annunciato oggi la banca, rientra in un piu’ un ampio intervento di ristrutturazione per ridurre i costi e ripristinare la redditività. La banca ha annunciato un taglio del 25% del personale attivo nelle vendita e negoziazione di titoli azionari a seguito di una revisione dell’attività. I tagli diminuiranno l’esposizione alla leva finanziaria della banca d’investimento di 100 miliardi di euro, ovvero il 10%. «Manteniamo il nostro impegno nei confronti della nostra Corporate & Investment Bank e della nostra presenza internazionale: siamo fermamente convinti di ciò», ha dichiarato in una nota l’amministratore delegato Christian Sewing.

Sotto la guida del precedente amministratore delegato, John Cryan, arrivato nel 2016, la banca ha chiuso quasi 200 filiali in Germania e tagliato 9 mila posti in tutto il mondo rispetto alla forza lavoro del 2015 . Dei 97 mila dipendenti a tempo pieno di Deutsche bank, 42 mila lavorano in Germania. CdS 24

 

 

 

Collegamento ferroviario diretto Monaco di Baviera-Rimini fino al 9 settembre

 

RIMINI - Riparte per la terza stagione consecutiva il collegamento ferroviario settimanale da Monaco di Baviera a Rimini, garantito da Deutsche Bahn e Österreichische Bundesbahnen.

Nel 2017 sono stati 12.000 i passeggeri che hanno raggiunto la Riviera Romagnola; la novità di quest’anno è una nuova tratta il giovedì mattina, che porta quindi a tre i collegamenti settimanali. Il servizio (con fermate a Bologna e Cesena) è iniziato il 31 maggio e terminerà il prossimo 9 settembre.

Il treno EuroCity (EC) collegherà - giovedì, venerdì e sabato, con partenza alle 8.51 - la capitale della Baviera a Rimini, permettendo così, a chi vuol trascorrere soggiorni in Riviera e agli amanti dei weekend lunghi, di raggiungere in tutta tranquillità l’Emilia Romagna. Il rientro da Rimini (possibile dal 1 giugno al 9 settembre) è previsto alle 10.35 del venerdì, sabato e domenica.

Rimini si conferma così un’importante destinazione per DB Bahn Italia, impegnata a mettere in campo qualificati servizi per chi preferisce all’auto un comodo viaggio in treno.

Utilizzando questi collegamenti ferroviari i turisti potranno soggiornare in Romagna e godere dell’ampia proposta di vacanza di questa Destinazione turistica, dalla ricca offerta balneare all’enogastronomia d’eccellenza, dalla straordinaria proposta di parchi tematici a un ricco cartellone di eventi e opportunità di divertimento. Tutto questo unito al fascino dell’entroterra con i suoi castelli, pievi e borghi ricchi di storia e cultura.

“Un rinnovo determinante nella già intrapresa direzione della riconquista di quote nei mercati di lingua tedesca – commenta l’Assessore Regionale al Turismo Andrea Corsini – Strategici i mercati di prossimità nell’obiettivo di internazionalizzazione di questa Giunta”.

“Il turismo, il viaggio, non è solo un servizio o un’aspirazione insita nel profondo delle persone -dichiara Andrea Gnassi, Presidente della Destinazione Romagna- A volte diventa un insegnamento, ha una componente educativa spiccata. Dico questo, andando consapevolmente ‘fuori tema’, per esprimere la soddisfazione del territorio romagnolo nel salutare un servizio che permette ogni anno a tanti amici tedeschi di venire in vacanza in questa che da 60 anni è la loro seconda patria. Un po’ retorico? Forse. Ma visti i momenti difficili, la tensione e l’irresponsabilità politica e non solo a tentare di guastare le relazioni tra Germania e Italia…beh, la ripartenza di Deutsche Bahn rappresenta un sospiro di sollievo e un felice ritorno alla razionalità. Soprattutto un esempio, che molti altri farebbero bene a mutuare”.

Il collegamento ferroviario – che fa parte dell’azione promozionale turistica dell’Emilia Romagna in Germania - è accompagnato dall’offerta di pacchetti-vacanza consultabili al sito www.emiliaromagnawelcome.com/de, che prevede il rimborso del biglietto del treno (sola andata o andata e ritorno) per soggiorni di minimo una settimana in mezza pensione o pensione completa.

Apt Servizi Emilia Romagna ha poi predisposto il folder “Al mare in treno ... in Italia” che sarà distribuito, in 10.000 copie, sui treni e nelle biglietterie-uffici informazione Deutsche Bahn (in Baviera, in tutte le grandi città della Germania e in Italia nelle stazioni di Verona, Bolzano e Milano), nonché in quelli di Österreichische Bundesbahnen in Austria. Nel depliant, assieme a notizie sul collegamento ferroviario, sono presenti informazioni sulle cose da fare e sugli eventi in programma in Romagna, con un focus particolare sugli appuntamenti della Motor Valley al Misano World Circuit (Campionato tedesco DTM, World Ducati Week e il Gran Premio di San Marino e Riviera di Rimini di Moto GP). (aise/dip) 

 

 

 

 

Governo, gli attacchi della stampa estera: per Spiegel «Italia scroccona», per l’Economist Conte è Arlecchino

 

Il settimanale tedesco contro il Paese: «I mendicanti almeno dicono grazie». Per la Frankfurter Allgemeine: «L’Italia è la principale fonte di preoccupazione dell’Europa». E l’Economist dipinge il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte, come Arlecchino nella commedia di Carlo Goldoni «Il Servitore di due padroni» - di Silvia Morosi

Il settimanale tedesco Der Spiegel torna a occuparsi dell’Italia e nella sua edizione online — in un editoriale a firma di Jan Fleischhauer — accusa il nostro Paese di voler «scroccare» dal resto dei partner dell’Unione europea. Non si tratta di una nazione povera, chiarisce il giornalista nel commento al piano del futuro governo gialloverde, targato Movimento 5 stelle e Lega (qui il discorso del premier incaricato, Giuseppe Conte), e attacca: «Come si dovrebbe definire il comportamento di un Paese che prima chiede qualcosa per lasciarsi finanziare il suo proverbiale “dolce far niente”, e poi minaccia coloro che dovrebbero pagare se questi insistono sul regolamento dei debiti? Chiedere l’elemosina sarebbe un concetto sbagliato. I mendicanti almeno dicono grazie, quando gli si dà qualcosa». Fleischhauer arriva a definire come «scroccona aggressiva» la condotta della nazione. In confronto la situazione della Grecia è «una bazzecola».

«Draghi svalutava i loro risparmi»

L’Italia è la terza economia dell’Unione, con un quarto del debito totale: «Se gli italiani decidessero di non rispettare più i loro obblighi di pagamento, l’euro sarebbe finito e i tedeschi rimetterebbero tutti i soldi che hanno già versato per salvare la moneta unica», paventa il settimanale. I tedeschi, continua, dovrebbero ricordarlo a Mario Draghi che «ridicolizzava i loro timori mentre svalutava le loro assicurazioni sulla vita e i loro risparmi». Il «a qualunque costo» pronunciato dal presidente della Banca centrale europea per salvare l’euro «faceva riferimento a Roma i cui titoli di Stato, per un valore di 390 miliardi di euro, sono ora in mano della Bce che salva l’Italia dall’insolvenza». L’editoriale definisce l’evasione uno «sport nazionale italiano» e chiarisce come sia «indecente imporre i costi delle decisioni politiche a persone che hanno un’idea molto diversa della politica». Infine, ipotizza con sarcasmo che il voto italiano che ha premiato le forze populiste sia un esercizio di politica post-nazionale: «Nessun Paese che disponga di mezzi propri chiederebbe aiuto ad altri se in grado di aiutarsi da sola. Chi vorrebbe essere definito scroccone? Gli Italiani, a quanto pare, hanno superato questa forma di orgoglio nazionale».

Faz: «Mamma mia»

Ad attaccare il governo che si profila all’orizzonte, però, non è solo lo Spiegel. Il settimanale della Frankfurter Allgemeine sceglie per la copertina l’immagine di un’Ape-car con i colori della bandiera italiana, che si lancia già da un burrone, con il guidatore che fa il «gesto dell’ombrello», e il titolo — evocativo — «Mamma mia!». «L’Italia è la principale fonte di preoccupazione dell’Europa», scrive il giornale tedesco. E ancora più forte si rivela essere la vignetta della Suddeutsche Zeitung, che rappresenta l’Italia come un malato nelle mani dei dottori «Peste e Colera», rispettivamente i medici Luigi di Maio e Matteo Salvini, nella vignetta di Pepsch Gottscheber.

 

Conte «Servitore di due padroni» secondo l’Economist

Il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte (qui il ritratto del professore), è come Arlecchino nella commedia di Carlo Goldoni «Il Servitore di due padroni», secondo l’Economist, uscito oggi nelle edicole europee, con un’irriverente vignetta che lo ritrae con gli abiti di Arlecchino tra Di Maio e Salvini che discutono. Il settimanale britannico sottolinea che quello che sta per nascere in Italia è «il primo governo tutto populista dell’Europa occidentale». In molti altri Paesi, «Conte sarebbe politicamente un uomo morto che cammina» a causa delle controversie sul suo curriculum gonfiato. «Invece in Italia, il 23 maggio, gli è stato chiesto di formare il prossimo governo», si legge nell’analisi. Il settimanale britannico mette in dubbio la sua capacità di agire in autonomia. «Conte sarà il quinto primo ministro non eletto di seguito in Italia. Non ha esperienza politica. Eppure, conclude l’articolo, se otterrà la fiducia del Parlamento, diventerà presto l’uomo che negozierà per il suo Paese al Consiglio europeo».

 

Sul blog che tiene su Le Monde, il disegnatore Jean Plantureux — noto come Plantu — raffigura Conte come un bambino seduto su un seggiolone che grida, agitando in aria cucchiaino e biberon: «Beurk l’Europe, Bleah Europa!». Tutti intorno, gli altri commensali Ue, si mettono le mani nei capelli, disperati. Tanto che qualcuno arriva a sussurrare alla Grecia: «Infine, ci piaci». CdS 2

 

 

 

 

L'on. Billi in visita alle comunità e alle istituzioni Italiane in Croazia e Slovenia

 

“Da giovedi scorso, 17 Maggio, fino a lunedi, 21 Maggio, ho tenuto una serie di incontri in Crazia e Slovenia per incontrare la comunità e le istituzioni Italiane locali e rendermi conto di persona delle loro necessità, bisogni e esigenze” dichiara l’On.Simone Billi, unico eletto nella coalizione di Centro Destra Salvini-Berlusconi-Meloni per la Lega Salvini Premier in Europa “Ho incontrato rappresentanti della regione Friuli Venezia Giulia, importante punto di riferimento per la comunità locale, tra cui il consigliere regionale Antonio Calligaris ed il sindaco di Gorizia, Ridolfo Ziberna; esponenti politici nazionali, tra i quali l’on.Furio Radin, vice-pres.del parlamento croato e rappresentante della minoranza italiana nel parlamento di Zagabria; istituzioni italiane locali, quali l’ambasciatore a Lubiana, Paolo Trichilo, quello a Zagabria, Adriano Chiodi Cianfarani, il console a Fiume, Paolo Palminteri, e quello a Capodistria, Giuseppe d’Agosto; il presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, ed il vice-presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana e vice-sindaco di Isola, Felice Ziza; la TV Capodistria, importante emittente radiotelevisiva Italiana, ed innumerevoli sostenitori e simpatizzanti” spiega l’On.Billi “inoltre ho votato al gazebo della Lega a Gorizia per la sottoscrizione dell’accordo di governo con il M5S”.

“Sono stati incontri molto utili e fruttuosi, mi attiverò già dalle prossime settimane per i primi atti in Parlamento - coclude Billi - ringrazio in particolare Andrea Picchielli, che mi ha seguito ed ha collaborato efficacemente all’organizzazione di questa 4 giorni”. dip

 

 

 

 

 

Nuovo regolamento UE. Privacy, giro di vite a tutela dei dati

 

Il 25 maggio entra in vigore nell’Unione europea una delle normative più severe al mondo a tutela della privacy: il regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr), approvato due anni fa. Tra i suoi obiettivi principali, c’è la salvaguardia dei cittadini europei dalla violazione della privacy e dei loro dati personali online, in un mondo che sempre più viaggia e cresce in rete. Il potere sui dati personali non spetterà più quindi alle aziende che li gestiscono – a partire dai giganti Google o Facebook -, ma ai cittadini stessi.

Le novità del Gdpr

Con il nuovo regolamento, l’Unione introduce regole più chiare su informative e consenso, definendo i limiti al trattamento automatizzato dei dati personali. Dal 25 maggio, inoltre, i cittadini europei potranno contare su alcuni diritti nuovi o espressi in modo più efficace, tra cui il diritto all’oblio e quello alla portabilità dei dati, il diritto di rifiutare di diventare una persona interessata e quello di essere informati nel caso lo si diventi.

A differenza della normativa precedente, che risale al 1995, dove l’applicabilità territoriale era ambigua, la giurisdizione del Gdpr si applica a tutte le società che trattano i dati personali dei cittadini europei, anche se la loro sede si trova all’estero e indipendentemente dal fatto che l’elaborazione dei dati raccolti avvenga nell’Ue o meno.

Il Gdpr rafforza quindi i diritti della privacy individuale e, cosa più importante, introduce sanzioni per chi non li rispetta. Le società, infatti, potranno essere multate fino a 20 milioni di euro o in alternativa fino al 4% del loro fatturato globale – equivalente a circa 1,6 miliardi di dollari per Facebook, una delle aziende che conta il maggiore numero di user al mondo e che è stata coinvolta nei recenti scandali di ‘data breach’.

Per quanto riguarda le ammende il Gdpr prevede un approccio multilivello: una società può essere multata per non aver ordinato i propri registri, o per non aver notificato al garante della privacy e alla persona interessata una violazione dei suoi dati. Le regole valgono sia per i processori di dati che per i fornitori di servizi. Quindi anche i servizi cloud non sono esenti dal Gdpr.

Pochi cambiamenti nell’esperienza online degli utenti europei

I cittadini dei 28 Stati Ue non noteranno troppe differenze tra il prima e il dopo Gdpr. Negli ultimi giorni gli utenti hanno visto intensificarsi il numero di email inviate da aziende che richiedono nuovamente il consenso per l’utilizzo dei dati e invitano ad accettare nuovi termini e condizioni. Ma a parte questo, l’unico cambiamento ‘misurabile’ potrebbe essere un calo nel numero di pubblicità mirate che seguono gli utenti da un sito all’altro dopo l’acquisto di prodotti su un e-commerce.

Se a livello macroscopico non ci saranno troppe differenze, a livello di diritti individuali, invece, il cambiamento sarà significativo. La nuova normativa, infatti, introduce un nuovo paniere di diritti che permette ai cittadini europei di chiedere alle aziende quali informazioni posseggono su di loro – compresi i loro profili personali e quelli basati sulle loro preferenze per il target marketing –, ma anche la completa eliminazione dei dati e dei link che li riguardano. Il Gdpr, inoltre, obbliga le aziende a comunicare tempestivamente – entro le 72 ore – se si è verificata una violazione dei dati che può “comportare un rischio per i diritti e le libertà delle persone”.

E tutto questo vale non solo per le tech company, ma anche per le banche, i rivenditori online e qualsiasi altra organizzazione che memorizza dati, compresi i datori di lavoro.

Molte novità dei diritti online dei cittadini europei 

L’eliminazione dei dati, il cosiddetto diritto all’oblio, è probabilmente uno dei diritti espressi con maggiore forza dal Gdpr. L’articolo 17 del regolamento impone al titolare che ha in gestione i dati dell’utente – persona fisica, giuridica o pubblica amministrazione, che determina come vengono trattati i dati personali e con quale obiettivo vengono raccolti – non solo di cancellarli, ma anche di rigirare la richiesta di cancellazione a tutti gli altri provider di servizi online che stanno utilizzando i dati da lui resi pubblici.

Dal 25 maggio, inoltre, sarà più semplice spostarsi da un fornitore di servizi ad un altro. Il regolamento introduce in questo modo la portabilità dei dati personali, vietando ai titolari dei servizi di bloccare gli utenti per sempre, permettendo a questi ultimi di richiedere il download e il trasferimento dei propri dati a un competitor. La norma fa eccezione nel caso in cui i dati siano contenuti in archivi di interesse pubblico, come ad esempio le anagrafi, così come sarà vietato il trasferimento di dati personali verso organizzazioni che non rispondono agli standard di sicurezza europei.

Se esiste il sospetto che le proprie informazioni personali vengano utilizzate impropriamente, ad esempio rivendute a terzi per scopi pubblicitari, sarà possibile per gli utenti presentare un reclamo formale al Garante della privacy nazionale, che dovrà avviare un’indagine. A questo proposito è stata inoltre predisposta una nuova figura, incaricata di assicurare la gestione corretta dei dati personali nelle imprese e negli enti: il Responsabile della protezione dei dati (o Dpo).

Anche le condizioni per il consenso all’utilizzo dei dati personali sono state rafforzate: le aziende dovranno utilizzare format chiari, intellegibili e facilmente accessibili da parte degli utenti, per i quali dovrà essere altrettanto facile dare il proprio consenso quanto ritirarlo.

I Paesi dell’Unione sono pronti per il 25 maggio?

Al momento soltanto sette Stati Ue sono pronti al recepimento della normativa: sono Austria, Croazia, Francia, Germania, Olanda, Slovacchia e Svezia. In alto mare, invece, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Grecia, Lituania, Slovenia e Ungheria, che non hanno messo in atto i passaggi tecnico-legali per assicurare alle autorità locali le risorse necessarie per imporre le sanzioni previste dal nuovo regolamento europeo sulla data protection.

L’Italia si trova in una posizione intermedia, alle prese con i decreti che dovrebbero adeguare le norme interne a quelle dell’Unione. Nella stessa situazione sono anche Spagna, Portogallo, Romania e Lettonia, che dovrebbero riuscire ad armonizzare i propri ordinamenti entro fine maggio o al più tardi inizio giugno.

Mark Zuckerberg di fronte ai capi-gruppo del Parlamento europeo

Il 22 maggio la conferenza dei presidenti del Parlamento europeo ha accettato di ascoltare Mark Zuckerberg sull’uso dei personal data sulla piattaforma più diffusa al mondo – Facebook conta oltre due miliardi di utenti iscritti –. L’incontro è stato trasmesso via streaming sulla pagina social del Parlamento ed è stato visto da quasi 400 mila utenti.

“Abbiamo chiarito a Mark Zuckerberg che le piattaforme digitali devono garantire la protezione totale dei nostri cittadini”, ha scritto in un tweet Antonio Tajani, presidente del Parlamento europeo, subito dopo l’incontro: “Non possiamo accettare che i personal data vengano usati illecitamente per manipolare le elezioni. La democrazia non può diventare un’operazione di marketing”.

I capi gruppo hanno bersagliato di domande il fondatore di Facebook, ma, anche a causa della brevità dell’incontro, le risposte di Zuckerberg sono state generiche e incomplete. Per quanto riguarda il Gdpr, invece, Facebook ha detto che sarà perfettamente in regola con la nuova normativa entro il 25 maggio. Francesca Capitelli  AffInt 24

 

 

 

Le mafie rubano ed uccidono ancora

 

A dispetto delle scomunica dei Papi, delle condanne dei giudici, delle denunce di molti scrittori e delle leggi punitive dello Stato

 

  Praticamente ogni giorno veniamo a conoscenza di furti, attentati ed uccisioni commessi, in Italia e non solo, da mafiosi. Il 28 marzo scorso Papa Francesco ha denunciato i “tanti dolori di uomini e donne, anche di bambini, che sono sfruttati da tante mafie, che li sfruttano facendo fare loro un lavoro che li rende schiavi”. Ed ha invitato a pregare “perché questi mafiosi e queste mafiose si convertano a Dio”.

  Appello cui si è aggiunto il “Convertitevi” espresso in una lettera da 25 Vescovi siciliani. Esortazione e speranza, la loro, che fa seguito alla condanna all’inferno espressa ad Agrigento, il 9 maggio 1993, da Papa Wojtyla, partecipe del dolore dei cittadini e consapevole dell’improbabile conversione di quei delinquenti. Punizione che la mafia percepì come una dichiarazione di guerra cui reagì uccidendo, a settembre, il sacerdote Pino Pugliesi, poi beatificato dall’attuale Pontefice.    

  Vendetta, la loro, che non stupisce, essendo i mafiosi autori di furti, di omicidi, di ricatti e di stragi. Come quella effettuata, nel 1992, a Capaci, ove uccisero il giudice antimafia Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo ed i tre uomini della scorta. Non a caso, essendo il magistrato promotore della guerra alla delinquenza mafiosa, in quanto “uomo che ha creduto nei valori dello Stato democratico”, come affermato dalla sorella Maria che ha sempre ricordato “le emozioni della sua lotta contro la mafia, le sue battaglie, le sue vittorie, le sue sconfitte”.

  Quelle che hanno fatto registrare l’espansione al Nord della ’ndrangheta calabrese e la nascita di nuovi gruppi mafiosi tra i quali quello nominato “Mafia Capitale”. Associazioni che uccidono o feriscono meno anche perché si avvalgono spesso della complicità di imprenditori, professionisti, politici, burocrati. Che sperano così di far crescere il loro giro d’affari e la propria influenza. Con la conseguenza, secondo l’Antimafia, di far diventare le associazioni “protagoniste di una parte dell’economia italiana e internazionale”.

  Inevitabile che, grazie alla diffusa convinzione che i mafiosi fossero in carcere e quindi eliminato il pericolo, praticamente non si sia più invocata la lotta alla mafia, benché ancora esistente. E sempre pericolosa anche perché, come diceva Falcone, se “fa i suoi affari in silenzio, sarà ancora più complicato rimetterla a posto”, benché nel testo della Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Rosy Bindi, fossero state messe in evidenza le trasformazioni, quindi l’esistenza e, soprattutto, la complessità della lotta.

  Come pure le negative conseguenze per l’ambiente e per la salute procurate dallo smaltimento illegale dei rifiuti tossici, dagli affari nella sanità privata (in Sicilia e Calabria, ma anche in Lombardia); dagli appalti per i restauri dei preziosi monumenti, ai quali i mafiosi partecipano tramite il procedimento dei subappalti. E danni anche a “settori come il gioco d’azzardo, le energie rinnovabili, le catene di supermercati. Nonché il riciclaggio di capitali sporchi, pari al 10% del Pil”.

  Una mafia che s’intromette nei lavori degli impianti eolici della Sicilia occidentale, nella sanità privata, nella gestione dei villaggi vacanze, senza farsi notare, quindi rendendo difficile o impossibile la distinzione tra lecito e illecito, mescolandosi con individui prima non partecipi alla sua attività criminale, adesso coinvolti dai mafiosi in quanto convenienti alla loro sopravvivenza.

  Ne deriva, secondo l’imprenditore Giacomo De Gerolamo “una Sicilia - e un’Italia - ancor più irredimibile, sospesa tra la sostanziale indifferenza dei più e il disorientamento di un movimento antimafia che sa offrire solo vecchi rituali, un lessico consunto, idee di seconda mano”. Il che porta la Commissione Antimafia a suggerire ai politici di non limitarsi ad interpretare “la scelta dell’inabissamento, il ricorso più dosato alla violenza, la predilezione per le attività legali e l’espansione in nuovi territori come una semplice strategia” adottata per reprimere lo Stato e non acquisire una maggiore sensibilità pubblica. E di non credere che i successi giudiziari e culturali finora ottenuti possano far pensare che la mafia sia stata sconfitta.

  Purtroppo, infatti, essa ha ancora un notevole potere per ottenere la crescita

del giro d’affari, nonché una notevole espansione territoriale in Sicilia, nella nostra Penisola ed in tutto il pianeta. Per sconfiggerla ed annientarla occorre “adottare un’ottica sistemica, che ne indaghi le interazioni con gli attori economici, politici, istituzionali anche sotto il profilo teorico”. E finalmente prendere atto che essa è un fenomeno globale e come tale va studiato e combattuto.

  Può darsi che siano validi questi suggerimenti dati da Fabio Armao, docente di Relazioni internazionali a Torino, nel libro Il sistema mafia pubblicato nel 2000, nel quale afferma che solo con uno studio notevole si possono contrastare gli “eventi di mafia”, in quanto mostrano “la strategia dei padrini”. Ammesso che ciò ne permetta finalmente la sconfitta. Egidio Todeshini, de.it.press

 

 

 

 

Macedonia. Legge sul bilinguismo fattore di stabilità

 

L’adozione dell’albanese come lingua nazionale non porterà l’ex Repubblica jugoslava di Macedonia alla sua cantonizzazione e a un successivo smembramento. La narrativa che vede una nuova ridefinizione dei confini regionali nei Balcani, l’ultima nel 2008 con la proclamazione d’indipendenza del Kosovo, esiste solo come pretesto nel processo di costruzione di un’identità nazionale ancora giovane.

Seconda lingua nazionale

Durante il periodo socialista, i popoli jugoslavi erano suddivisi in tre categorie. Al primo livello vi erano i cosiddetti narodni, ovvero le popolazioni delle nazioni costituenti la Jugoslavia: sloveni, croati, bosgnacchi (all’epoca chiamati “musulmani”), serbi, montenegrini e macedoni. Successivamente vi erano i narodnosti, ossia i gruppi etnici maggioritari non facenti parte dei narodni come gli ungheresi, gli italiani o gli albanesi. Infine, vi erano le etni?ke zajednice, traducibile come “comunità etniche”, comprendenti i gruppi etnici minori come turchi e rom. In questa suddivisione a tre livelli della società jugoslava nessun gruppo etnico poteva essere considerato una vera e propria minoranza etnica.

La rielaborazione del ruolo dell’etnia albanese fu una delle cause che portò al breve conflitto tra truppe ribelli, riunite sotto la sigla dell’Ushtria Çlirimtare Kombëtare (Uçk) – diverso dall’omonima sigla che operò in Kosovo – e le forze governative macedoni. La firma degli Accordi di Ohrid mise fine agli scontri e aprì definitivamente la strada per il dialogo. L’intesa prevedeva, tra i vari punti, il riconoscimento della lingua albanese come seconda lingua nazionale nei comuni dove gli albanesi rappresentavano la maggioranza della popolazione, ovvero nelle regioni a nord-ovest del Paese. Con ciò, Skopje cercava da un lato di mostrare la volontà di riconoscere i giusti diritti alla sua minoranza più estesa – circa il 25% della popolazione, secondo l’ultimo censimento effettuato nel 2002 – e dall’altro di mantenere un forte controllo delle istituzioni centrali promuovendo il monolinguismo.

La quadra politica

Dopo gli eventi del 2001 il Paese ha attraversato un certo livello di stabilità nelle relazioni interetniche, mostrando come la guerriglia dell’Uçk differisse per scopi dall’omonimo kosovaro. La questione linguistica è riemersa con l’elezione del nuovo esecutivo, guidato dal socialdemocratico Zoran Zaev dopo una crisi politica durata anni.

La prassi politica macedone impone che il maggior partito rappresentante la comunità albanese si allei in coalizione con il partito nazionale che ha preso più voti nelle elezioni. Le ultime consultazioni elettorali avevano polarizzato il panorama politico macedone e, pertanto, i partiti albanesi entrati in Parlamento hanno optato per la creazione di una piattaforma politica che li riunisse nel dare il loro appoggio ai socialdemocratici della Sdsm. Tale piattaforma, costituitasi a Tirana con la supervisione del primo ministro albanese Edi Rama, è stata considerata dall’ex premier macedone Nikola Gruevski come un chiaro esempio dell’ingerenza dell’Albania negli affari interni del Paese, in particolare con la volontà di attuare una politica di riunificazione delle genti albanesi sotto un unico Stato. Il presidente della repubblica Ivanov, eletto nel 2014 con i voti della Vmro-Dpmne di Gruevski, aveva fatto in modo di posticipare il mandato di formazione del governo Zaev in quanto preoccupato per una possibile deriva federalista del Paese che mettesse a rischio la stessa sovranità territoriale della Macedonia.

L’alleanza tra i partiti albanesi avrebbe garantito il suo appoggio al candidato che avesse inserito nella sua agenda politica la questione del bilinguismo. La recente votazione favorevole del Parlamento macedone su questo punto è avvenuta quindi in rispetto degli accordi presi per la formazione dell’esecutivo, rappresentando la fine di un lungo processo politico iniziato immediatamente dopo la firma degli Accordi di Ohrid. La legge era già stata approvata dall’assemblea legislativa macedone ed era stata rimandata all’analisi dei parlamentari in virtù al potere di veto presidenziale. Ivanov è ora costretto a promulgare il provvedimento, a meno che la Corte Costituzionale non lo invalidi.

Equilibri regionali e internazionali

A garantire la stabilità della Macedonia saranno soprattutto le organizzazioni internazionali e gli altri Paesi della regione, in particolare la Grecia. Candidata all’adesione all’Unione europea dal 2005, Skopje ha visto il mese scorso arrivare la raccomandazione della Commissione al Consiglio perché i relativi negoziati abbiano inizio (contemporaneamente all’Albania).

La decisione di Atene di aprire le trattative per la risoluzione della questione del nome con la Macedonia (che appare sempre più vicina, come confermato dal summit Ue/Balcani occidentali del 17 maggio scorso a Sofia, e nonostante le opposizioni interne nei due Paesi) consentirà alla Grecia di poter emergere come leader regionale, data anche la sua lunga permanenza nell’Ue. Inoltre, la presenza di una comunità albanese all’interno dei suoi confini trasformerà la Grecia in vera e propria garante della stabilità regionale nel sud-est europeo che guarda a Bruxelles.

La questione della lingua in Macedonia non è dunque un fattore di instabilità nazionale e regionale, bensì risulta essere un valore aggiunto per l’apertura dei negoziati con Bruxelles e la sua futura integrazione nella costruzione europea. Inoltre, il dialogo politico instauratosi tra le formazioni politiche che oggi formano la maggioranza di governo è un segnale di rafforzamento della fiducia istituzionale tra le due maggiori etnie del Paese. Edoardo Corradi, AffInt

 

 

 

 

La Costituzione Italiana e la Festa della Repubblica

 

ROMA - Dall’inizio dell’anno, su proposta del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, i numerosi Comitati degli italiani all’estero, gli Enti promotori dei corsi di lingua e cultura italiana, le Associazioni nazionali e locali sono impegnati nella divulgazione della Costituzione italiana entrata in vigore il primo gennaio del 1948.

La Direzione Generale Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha sollecitato la rete a promuovere iniziative, sostenendole nei modi più consoni, per far conoscere la carta fondamentale alle giovani generazioni di italiani residenti all’estero e ad organizzare eventi pubblici per ricordare il 70° anniversario dell’entrata in vigore.

La risposta delle nostre comunità presenti in tutto il mondo non si è fatta attendere. Variegate e significative sono le manifestazioni messe in cantiere per coinvolgere i cittadini e per farli partecipi del patrimonio di valori, principi e regole che costituiscono la casa comune.

Su sollecitazione dell’InterComites in Germania tutti i Comitati hanno pubblicato un libro contenente il testo della Costituzione italiana e quello della carta fondamentale tedesca, entrata in vigore un anno più tardi. Il libro ospita un messaggio del Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella. Il libro riproduce due testi a confronto, due culture che hanno una storia comune costruita su periodi di pace, di guerra, di amicizia e di ostilità e che il Comites di Wolfsburg presenterà il 19 settembre prossimo in segno di riconoscenza per l’ospitalità riservata ai numerosi Gastarbeiter italiani, che hanno costruito quella città arricchendola economicamente, nello spirito e nella gioia di una convivenza, e che sono diventati strumenti di integrazione sociale e civile per un percorso di più ampio coinvolgimento di popoli e cittadini, sui quali con alcune difficoltà si sta costruendo la nuova Europa.

Altri esempi di promozione civica vengono segnalati in altri continenti dove il compleanno della Costituzione ha riavvicinato i nostri connazionali alle istituzioni italiane. Tutto ciò è motivo di grande orgoglio e soddisfazione alla vigilia della Festa della Repubblica.

Michele Schiavone, Segretario generale del Cgie

 

 

 

 

Le ambiguità del governo gialloverde

 

Espressione di un massiccio mandato popolare ma titolare di un programma ambiguo, l’Italia gialloverde scuote l’Unione Europea dal di dentro, obbligandola a fare i conti con la rivolta populista. 

 

Il governo Conte, frutto dell’intesa politica fra Cinque Stelle e Lega, ha una legittimità di stampo rivoluzionario: gli elettori sono oltre la metà dei votanti e si propongono di cambiare radicalmente l’establishment nazionale per sanare diseguaglianze economiche e illegalità di ogni genere con misure fiscali e di ordine pubblico senza precedenti. Come avviene nei momenti spartiacque di una nazione, tale ventata di novità è accompagnata da forti emozioni: piccoli imprenditori in fila dai commercialisti nelle città del Nord per sapere quando entrerà in vigore la «flat tax» e famiglie di disoccupati in fremente attesa nelle città del Sud del reddito di cittadinanza. La sovrapposizione fra entità delle aspettative e sostegno popolare dà bene l’idea dell’insoddisfazione dilagante nel ceto medio nei confronti dei partiti tradizionali, di colori diversi, che hanno governato nell’ultimo quarto di secolo. 

 

Populisti alla prova, le ambiguità del governo gialloverde

Con una maggioranza più ribelle della «Grande Coalizione» di Angela Merkel in Germania ed una base popolare più ampia di Emmanuel Macron in Francia, la coalizione Lega-Cinque Stelle ha di fronte a sé anche una strada facilitata dalla debolezza degli avversari centristi che sembrano incapaci nel medio termine di coordinare un efficace contrasto parlamentare. 

 

Ma tali vantaggi tattici dell’Italia gialloverde si scontrano con una debolezza strategica: l’assenza di una visione comune per il futuro del Paese e, dunque, anche per l’approccio all’Unione Europea di cui siamo stati fondatori nel 1957.  

 

Grillini e leghisti non solo sono portatori di ricette economiche contrastanti - reddito di cittadinanza e «flat tax» - e prive di coperture finanziarie - stimate da Moody’s in circa 100 miliardi di euro - ma sembrano anche privi di un’idea comune di approccio all’Europa. Al loro interno infatti vi sono posizioni che vanno dal referendum sull’uscita dall’euro, proposto da Beppe Grillo, all’ostilità viscerale per le istituzioni di Bruxelles, espressa da Matteo Salvini, fino alla volontà di riformarle rimanendovi protagonisti, come suggerisce Giovanni Tria. Lo stesso vale per i rapporti con gli Stati Uniti: alcuni gialloverdi li considerano alleati ma altri contestano le missioni comuni in Afghanistan e Iraq preferendo guardare a Mosca. Per non parlare di chi nutre dubbi sulla presenza delle forze americane sulla Penisola. 

 

La sovrapposizione fra legittimità popolare e contraddizioni politiche è il Dna con cui nasce il primo governo della Repubblica guidato da forze anti-establishment. È il certificato di nascita di un populismo di governo senza precedenti nell’Europa Occidentale, il cui elemento positivo viene dal rafforzamento della rappresentanza - spina dorsale di ogni democrazia - mentre quello negativo sta nella confusione programmatica, che può innescare pericolosi conflitti interni ed esterni. È proprio il carattere ondivago delle posizioni gialloverdi - dalla Tav al debito fino ai legami con Mosca - che desta inquietudine nei partner Ue e alleati Nato così come sui mercati finanziari, creando attorno al nostro Paese un alone di incertezza che proietta instabilità. 

 

Da qui la necessità che il premier Conte ed i suoi ministri facciano in fretta chiarezza sui loro propositi, a cominciare dell’economia, dall’Europa e dai legami con la Russia. Spetta a loro declinare una ricetta per consolidare la crescita, ancora troppo debole rispetto alle altre democrazie industriali, chiarire quale approccio avranno all’Ue, ovvero se vogliono migliorarla o farla implodere, e scegliere se mantenere o rompere il fronte occidentale con il Cremlino. Saranno queste tre risposte a consentire di conoscere meglio l’Italia gialloverde che dopo aver conquistato il governo battendosi contro qualcuno - l’establishment italiano ed europeo - ora deve spiegare a favore di cosa vuole impegnarsi. Perché ambiguità ed opacità indeboliscono l’Italia. Maurizio Molinari LS 3

 

 

 

 

Le strategie

 

Resta difficile fare una relazione oggettiva della politica italiana. C’è, però, chi si sente autorizzato a travisare. Intanto, i risultati non cambiano e ci preoccupano non poco. Sgominati gli intrighi di Palazzo, si sono azzerati i rapporti di possibili alleanze. Pur senza effettive novità. Sembra che in Italia nessun accordo politico possa ottenere una stabilità governativa. Se in Patria la situazione è complessa, ancor più lo è per chi la segue, magari marginalmente, dall’estero.

 

La mancanza di proposte veramente accessibili è la “croce”nazionale. Non a caso, riteniamo che ogni alleanza potrebbe dissolversi se, l’anno prossimo, non s’andasse al voto con una legge elettorale “nuova” sotto ogni profilo. Non ci sono, in Parlamento, uomini che abbiano mantenuto la loro linea politica originaria. L’unica certezza, ma non è poca cosa, è l’impossibilità di un “ribaltone”. La parola d’ordine resta “riformare”. Ma come? Su questo interrogativo, almeno per ora, s’infrangono tutte le tesi più percorribili. La possibilità d’apertura di più “strade” non ci convince.

 

 Ne serve solo una; ma che sia quella “giusta”. Superate, almeno per ora, le barriere ideologiche, restano da chiarire le vere intenzioni dei partiti, piccoli o grandi, che daranno vita al Parlamento italiano. Anche sulla questione “bipolarismo” ci sarebbe tanto da scrivere; ma poco da condividere. Nonostante i tanti “segnali”d’apparente coerenza, si continua a tirare il sasso e nascondere il braccio. Troppo comodo, a parer nostro, assumere posizioni di verifica cercando l’appoggio d’altre formazioni politiche.

 

Se proprio non ci sono i tempi per cambiare registro, si rivedano, almeno, quelli della Legislatura. Rispetto ad altri, questi potrebbero essere più attuabili senza scomodare, più di tanto, i piani futuri dei Partiti d’Italia. Giorgio Brignola

De.it.press

 

 

 

 

Un appello della presidenza delle Acli alle forze politiche

 

ROMA - Un appello alle forze politiche affinché si persegua un clima di serenità per un confronto costruttivo nell’interesse del Paese: lo rivolge la presidenza nazionale delle Acli dopo la rinuncia dell’incarico del prof. Conte.

Le Acli esprimono gratitudine al presidente Mattarella per aver preservato le istituzioni e aver messo in luce la vera posta in gioco: l’Europa e la tutela degli interessi italiani, soprattutto delle fasce più deboli.

La democrazia non è soltanto un concetto astratto ma si declina concretamente nella vita, nelle scelte e nei gesti che si realizzano nelle istituzioni e nel rapporto di queste con le persone. Il nostro auspicio è che si vada avanti nel rispetto delle regole, mettendo al centro le condizioni di vita delle persone, con i loro diritti e i loro doveri. Il nostro appello si rivolge al senso di responsabilità di tutti i cittadini italiani, affinché si ritrovi la giusta serenità che ci consenta di andare avanti nel rispetto della nostra storia.

In tutta questa vicenda sono venute alla luce due idee diverse di democrazia e di futuro, e la loro attuale inconciliabilità. La prima nasce dalla Costituzione che ha generato la democrazia, tutelato la volontà del popolo tenendo conto delle relazioni tra gli Stati e che ci ha portato in Europa. E’ questa la strada che vogliamo continuare a percorrere per perseguire il bene comune dell’Italia. (Inform/dip 29)

 

 

 

 

 

La metafisica dei terremoti                                              

        

L’AQUILA - Nel panorama piuttosto affollato della letteratura fiorita nel dopo terremoto dell'Aquila del 6 aprile 2009, un piccolo libro, uscito qualche mese fa per i tipi della casa editrice Carabba, merita una particolare attenzione. S'intitola “Via Cascina 20” e porta la firma di Umberto Dante, già docente di Storia Moderna e Contemporanea all'Università dell'Aquila, romano di nascita, giunto nella maturità, dopo un lungo peregrinare, nel capoluogo abruzzese, a cui si sente sinceramente legato. Accademico sviato nella letteratura, è autore di molte opere storiografiche, l'ultima delle quali, “Le bandiere e i canti”, pubblicata non molto tempo fa, è un'accurata ed affascinante ricerca di ampio respiro tra la politica, la letteratura e il costume dell'Italia moderna, in pagine dove assai spesso la vena poetica si fonde mirabilmente con il rigore storiografico. Il sisma lo ha colto nella sua abitazione aquilana, in quella via Cascìna 20 che dà il titolo al libro.

        

Il piccolo scritto di Dante ha il pregio di essere un vero e proprio diario esistenziale. Vi si ravvisa, inoltre, un orizzonte metafisico che accompagna tutta la cronaca di quella drammatica notte del 6 aprile di nove anni fa, e che si impone all'attenzione del lettore come la chiave di lettura, se non unica, certo la più profonda. Le tracce metafisiche di cui Umberto Dante dissemina le pagine del suo racconto quasi a voler fissare dei paletti lungo il cammino, appaiono a tratti come la riattivazione di un filo spezzato. Nel tempo racchiuso da poche ore si consumano destini e ricordi di una vita. Viene da pensare all'Ulisse di Joyce, se non addirittura all'Ulisse di Omero; ma in quest'ultima similitudine, a differenza dell'antico eroe greco, a guidare l'autore non è tanto il desiderio di tornare alla patria (la sua Itaca, la casa, è stata distrutta dal sisma), quanto il bisogno di dare un senso al quel suo notturno peregrinare.

        

Chi conosce bene il capoluogo abruzzese riconoscerà subito l'itinerario descritto nelle poche pagine del racconto. Lo scenario del percorso è tutto interno al vecchio centro storico dell'Aquila. Dalla sua casa in via Cascina, Dante si reca alla vicina Piazza Palazzo, sede storica del municipio, poi di nuovo casa, poi ancora a Piazza Palazzo...Piazza Duomo, chiesa delle Anime Sante...ma non riesce ad andare, stranamente, dove aveva deciso di recarsi fin dall'inizio, in quella “Casa dello Studente” di cui ha sentito parlare dalle persone che ha incontrato appena uscito di casa nei  termini di una probabile tragedia, e che nomina esprimendo la speranza che gli studenti, quella sera di domenica delle Palme, non siano tornati. Percorre Corso Federico II, ma ad un certo punto, già vicino alla meta, invece di proseguire per Via XX Settembre e raggiungere la vicina Casa dello Studente, si sposta a Piazza della Prefettura. Poi prosegue e si ferma a Piazzale Paoli, all'inizio di Via XX Settembre, scambiando per la Casa dello Studente un palazzo ridotto a un metro di altezza. 

 

Viene alla mente quell'episodio dell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto in cui il mago Atlante intrappola nei castelli incantati Ruggiero ed altri paladini. Ritorna ancora a casa, confessando di non sapere nemmeno lui perché. Torna allora lungo il Corso e apprende della morte di Lucilla, una donna conosciuta a motivo del suo lavoro editoriale, e ammirata da Umberto soprattutto per la sua statura morale. Lucilla abitava vicino alla villa comunale, in una strada adiacente a Viale di Collemaggio, in uno di quei posti dove quella notte l'Angelo della Morte ha colpito più duramente. E' da questo momento in poi che Umberto ha l'impressione di vedere il Male che agisce con una sua consapevolezza, il demiurgo malvagio che si sceglie le sue vittime tra le persone buone. Gli pare di riconoscerlo anche in un cane che viene salvato insieme alla madre e alla nonna. Le persone che incontra non mancano di informarlo del numero dei morti che continua crescere. Poco dopo apprende la tragedia del suo amico giornalista Giustino Parisse.

        

E torna qui il tema, questa volta prepotentemente, di un Mostro che abbia scelto con cura le sue vittime, cioè tra le persone migliori che egli abbia conosciuto. La stessa Prefettura che ospita la Protezione Civile gli ricorda la Pequod, il vascello affondato da Moby Dick nel celebre romanzo di Herman Melville. Come non scorgere, in questa cronaca notturna, insieme ad un diario esistenziale, un orizzonte metafisico, o comunque un... “meta”..., un “oltre” ?

        

Ciò che a prima vista emerge prepotentemente dai pensieri confidati dall'autore è un qualcosa che fa pensare all'antica dottrina gnostica, sia pure di una gnosi che non ha ancora identificato l'oggetto della sua conoscenza, ma che ha comunque a che fare con il destino dell'uomo. Ci sono, nel racconto, molti motivi di questa antica eresia cristiana che non si è mai spenta. Questo mondo, che è dominato dal male, secondo il pensiero gnostico non è opera di Dio, ma di un demiurgo malvagio, un Dio del Male che appare vincitore. Il Male tiene in scacco il Bene. Questo concetto Umberto Dante lo esprime chiaramente e ripetutamente: “Perché proprio Lucilla? All'Aquila una persona più buona non esiste...; perché Giustino Parisse?”, alla cui casa, qualche tempo prima, dice di aver visto in scena - scrive con espressione densa di significato - “la bellezza della bontà” ... Tuttavia gli viene di pensare che se il Male esiste e ne facciamo in continuazione esperienza, deve esistere pure un modo di pensare e di agire che va nella direzione opposta a quella del Male.

        

Nelle prime pagine, riferendosi ad un incontro con il Presidente della Regione Abruzzo, si lascia persino scappare, tra l'ironia e la confessione intima, la seguente frase: “Se sentissi Dio lo pregherei anche più intensamente di quanto lo prega D'Alfonso, rischiando anch'io di farmi male al gomito per via della postura”. Altra idea ricorrente presso gli gnostici è quella di essere stati gettati nel mondo, idea che sarà ripresa da quel moderno gnostico che è stato Jean Paul Sartre, che ha parlato addirittura di “oscenità di essere proiettati nella scena del mondo”. Sono, in fondo, le stesse domande che quella notte si fa l' “Io” spaesato dell'autore del racconto.

        

Volendo però entrare nel cuore del tema che Umberto Dante pone, non si può non ravvisare nel libro ciò che l'autore forse non osa confessare a se stesso e che avrà sfiorato la sua mente mentre accarezzava i ricordi di quella terribile nottata, e cioè che la vera dicotomia che sottende quella di Bene-Male, più coerente con quell'orizzonte che intravede (quell “oltre”, quel “meta”) sia in realtà la scelta di fronte a un bivio, la scelta, che può assumere il valore di una scommessa, tra l'assurdo e il mistero, tra l'assurdo di un male senza senso, più inaccettabile del male stesso, e il mistero di un senso che non vediamo ma che ci pare a volte di intuire.

 

Umberto Dante conclude il suo scritto riportando la più filosofica delle poesie di Giacomo Leopardi, che al poeta di Recanati fu suggerita dall'eruzione del Vesuvio, “La ginestra”; ma nel trascriverla si ferma al punto in cui l'autore ironizza sulle “magnifiche sorti e progressive” che s'infrangono sulla forza sterminatrice della natura. Subito dopo Leopardi se la prende con il “secol superbo e sciocco”, il romantico e ottimistico Ottocento, e invita a volgersi indietro, al secolo del razionalismo, il secolo in cui Voltaire, di fronte al terribile terremoto di Lisbona, irride, giustamente, a Leibniz e alla sua teoria del migliore dei mondi possibili, ma non sa poi dar conto, con il suo razionalismo, della terribile realtà del male. La filosofia esistenziale di Voltaire è racchiusa nelle parole finali del Candide - Coltiviamo il nostro orto, meglio dimenticare lavorando -, parole che suonano molto bene, non prive di un certo slancio lirico, ma dal contenuto filosofico assai modesto.

        

A me pare, in termini di pensiero, che il vero bivio filosofico della modernità è tra David Hume, con il suo scetticismo che non teme smentite ma che preclude la strada ad ogni risposta di senso e è destinato ad avvolgere tutti i pensieri deboli di questa nostra età, e Blaise Pascal, il filosofo della scommessa esistenziale, il pensatore che, optando per la trascendenza, tiene in piedi un orizzonte di ricerca e di speranza.

 

I terremoti come quello dell'Aquila, insieme all'esigenza di una ricostruzione fisica e del tessuto sociale, ripropongono forse come nessun altra sciagura collettiva, una forte domanda di senso. Ce lo ricorda assai bene Umberto Dante con questo suo libretto, “Via Cascìna 20”, che mostra di concepire la ricerca metafisica come sfida permanente al solipsismo sempre incombente nelle nostre vite, oltre che come credibile alternativa alle utopie politiche e sociali, che forse in altra età egli stesso ha coltivato.

La metafisica, dunque, come sfida di libertà. Giuseppe Lalli, de.it.press

 

 

 

 

Folgorati dalle 12 righe dell’accordo di governo

 

Le consultazioni per la formazione del nuovo governo hanno già tracciato più di un solco tra gli eletti nella circoscrizione Estero. I rappresentanti del MAIE si sono affrettati a dichiarare il loro voto favorevole mentre i due dell’USEI si sono divisi in favorevole e contrario. E questo ad appena qualche giorno di distanza dalla riunione degli eletti all’estero che ha invocato l’opportunità di un maggiore coordinamento tra le diverse posizioni, sia pure nel rispetto delle scelte politiche e culturali di ognuno.

 

Chi sembra avere toccato il cielo con un dito con l’avvicinarsi del governo giallo-verde, che pure sta creando un allarme diffuso a livello internazionale, sembra il MAIE. Sorvoliamo sulla bugia di essere stati all’opposizione di ogni governo, mentre gli atti parlamentari e le agenzie provano che le legislature del MAIE, compresa l’ultima, sono state fifty-fifty, metà in maggioranza e metà all’opposizione, tanto per provarci un po’ con tutti. La folgorazione, comunque, è venuta dalle 12 righe delle 58 pagine complessive che il programma di governo dedica agli italiani all’estero. Trascurando che lo stesso documento, all’intera politica estera del Paese dedica 20 righe di un programma che un istituto di analisi serio come il Cattaneo ha definito sovraccarico di misure securitarie e estremamente vago in politica estera. Gli italiani all’estero, insomma, non come leva strategica della presenza internazionale dell’Italia, ma come pollaio.

 

Venendo, poi, alle famose 12 righe, poiché i colleghi del MAIE hanno l’eleganza di fare confronti di comodo con il passato, bene, stiamo al gioco. Gli italiani all’estero sono evocati come mercato del Made in Italy, non come potenzialità e valore e, comunque, si ignora il massiccio sostegno degli ultimi anni alle politiche di internazionalizzazione e il raddoppio, da noi ottenuto, delle dotazioni per le Camere italiane di commercio all’estero. Per la lingua e la cultura si glissa sui 150 milioni (!) inscritti nel Bilancio 2017; per la rete consolare si ignorano le 290 nuove assunzioni e i 4 milioni annui per i consolati, da noi ottenuti; per i COMITES e il CGIE, si parla in modo equivoco di un “adattamento” alla presenza dei parlamentari, mettendo in discussione la loro autonomia e ignorando la riforma materiale dell’ultimo anno, che ha riportato le risorse finalmente ai livelli pre-tagli; per la riforma del voto all’estero si auspica genericamente il superamento dei “brogli”, una pura ritualità finché non si affronta la questione nei contenuti e nelle modalità di voto.

 

Insomma, l’abbiamo capita: ancora una volta a qualcuno gli italiani all’estero serviranno per la demagogia e per inseguire carriere personali, ad altri toccheranno le responsabilità delle azioni e delle politiche.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro

 

 

 

 

Cgie. Voto all’estero scondo la Commissione Anglofona

 

La Commissione Continentale dei Paesi Anglofoni extra-europei, al completo, si è riunita a Toronto dall’11 al 13 maggio 2018, nella sede del Columbus Centre alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia in Canada, Claudio Taffuri, del Console Generale a Toronto Giuseppe Pastorelli, e del Cons. Spartaco Caldararo.

 

Nel documento finale della Commissione viene segnalato anche l’intervento in collegamento Skype dalla Farnesina del  Direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali, che ha tracciato un breve quadro del lavoro svolto dal ministero degli Esteri e dalle sedi diplomatico-consolari per rendere quanto più trasparente e corretto possibile lo svolgimento delle recenti consultazioni elettorali. Vignali ha anche riepilogato i punti del programma di lavoro definito dal Cgie, cui la direzione generale degli Italiani all’Estero sta collaborando. Con riferimento all’esercizio del diritto di voto in loco, - si legge nel documento - l’Ambasciatore Taffuri ha sottolineato che bisogna affrontare e risolvere i problemi concreti usando quanto si ha a disposizione, nel modo migliore e nella piena osservanza della legge; ha convenuto con i Consiglieri che è necessaria maggiore informazione e vera e propria istruzione degli elettori al voto e ai suoi requisiti costituzionali della personalità e segretezza, il cui rispetto è a carico del singolo cittadino votante; che bisogna segnalare ogni apparente criticità e che ogni piccolo problema pratico, quale ad esempio la stampa troppo piccola dei nomi dei candidati, si può risolvere lavorando insieme. La Commissione rinnova le richieste già più volte espresse, prima fra queste l’urgenza di intervenire con le risorse sufficienti per raggiungere un pieno allineamento delle iscrizioni AIRE agli schedari consolari, suggerendo che questi ultimi offrono maggiore garanzia di precisione. Chiede che la RAI dedichi fin da ora una rubrica settimanale all’educazione civica del cittadino; che si stampino le schede in Italia e che lo scrutinio avvenga nei Consolati, alla presenza dei rappresentanti di lista, per evitare inesattezze e confusioni che derivano dallo spoglio dei voti di tutte e quattro le ripartizioni elettorali nella difficilmente accessibile sede di Castelnuovo di Porto, ad opera di Presidenti e scrutatori dei seggi non sempre al corrente delle norme che regolano il voto degli italiani all’estero, ivi inclusa l’espressione di preferenze per uno o più candidati. La Commissione reitera la proposta, già presentata a novembre 2017, di chiedere un parere pro veritate al Consiglio di Stato sulla possibilità che il residente all’estero si candidi alle elezioni politiche in Italia nonché sulle procedure e i tempi di opzione che possono consentirlo e, laddove tale diritto all’elettorato passivo non esista, sulla costituzionalità della norma contenuta nel Rosatellum bis che concede all’italiano residente in Italia di candidarsi ed essere eletto all’estero senza reciprocità nei confronti del residente all’estero e del suo diritto a candidarsi in Italia. A questo proposito, la Commissione ritiene che sia doveroso indicare nel plico elettorale il Paese di residenza di ogni candidato. De.it.press

 

 

 

 

 

Vederci chiaro

 

Nella situazione di difficoltà che contraddistingue la vita socio/politica italiana e la complessità di un Potere  Esecutivo coerente, si allontanano le opportunità di ripresa in tutti i più importanti settori produttivi del Paese. Oggi, i problemi che travagliano l’Italia sono molteplici e tutti complessi. Tuttavia, ci sarebbero delle accortezze per tentare di salvare il salvabile. Le menzioniamo.

 

*Politica tendente a sanare i problemi strutturali dell’economia che, proprio per la precaria situazione nazionale, sono alla base dell’acuirsi delle tensioni sociali e del degrado italiano.

 

*Attendibile esame delle esigenze della società italiana, col varo d’accordi di programma per accelerare la ripresa delle attività produttive.

 

*Ratifica di un progetto di pianificazione economica; intesa come connessione d’interventi atti a tutelare il rilancio degli investimenti, nazionali e internazionali, sul territorio; anche con agevolazioni fiscali a medio termine.

 

Palesemente, il tutto richiede responsabilità. Responsabilità, soprattutto, da parte del Potere Legislativo insediato. I provvedimenti del futuro Governo non potranno rappresentare, però, solo un’incentivazione per bilanciare una crisi complessa. L’importante è essere pure propositivi. Bisognerebbe stabilire un concreto appoggio a chi è in oggettiva difficoltà. Facilitando la “produttività” e, in ultima analisi, l’”occupazione”.

 

La condivisione politica, dati i tempi, può anche essere solo un tramite per tentare di chiarire la situazione ed essere, più che polemici, interpreti dei destini nazionali. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Turismo di ritorno. “I viaggi delle radici tra identità culturale e promozione dei territori”

 

A colloquio con il direttore generale per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali

Le grandi realtà italiane in America Latina, Nord America e Australia potrebbero, attraverso il turismo di ritorno, contribuire a rafforzare i flussi turistici verso il nostro paese

 

ROMA –  Si è svolto oggi alla Farnesina il seminario sul turismo di ritorno dal titolo “I viaggi delle radici tra identità culturale e promozione dei territori”. Durante l’incontro, organizzato dalla Direzione Generale per gli Italiani all’Estero, dalla Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, nonché  da Asmef e Raiz Italiana, si è parlato della necessità di promuovere in questo settore un’azione più sistematica che metta insieme tutti gli attori del sistema turistico italiano, partendo in particolare dai territori. Lo scopo è quello di  valorizzare questa opportunità turistica e di promuoverla all’estero attraverso iniziative specifiche, come ad esempio la creazione di portali e la diffusione di pacchetti turistici pensati appositamente per chi ritorna in Italia alla riscoperta della proprie radici. Al fine di approfondire questa tematica abbiamo rivolto,  al margine dell’incontro, alcune domande al direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali  

 

Durante il seminario sono state approfondite le varie sfaccettature del turismo di ritorno. Si anche parlato della necessità di fare sistema per dare nuovo slancio a questo fenomeno. Cosa ci può dire in proposito?

Il turismo di ritorno è un fenomeno che esiste già in molti Paesi anglosassoni, penso al turismo di ritorno di realtà come quella irlandese e scozzese che hanno importanti diaspore all’estero e che incentivano i loro connazionali a tornare e a riscoprire i paesi da cui provenivano i loro avi, la loro genealogia, i luoghi di origine e i prodotti enogastronomici locali. In questo modo si sostiene un flusso di turismo destagionalizzato, costante e diffuso sul territorio.

 

E per quanto riguarda lo sviluppo di un’azione di sistema, lei ha parlato anche dell’elaborazione di un documento tecnico?

Si, vogliamo elaborare un documento tecnico, strategico e in qualche modo anche operativo, per fissare delle iniziative, altrimenti questa rimarrebbe solo una bella idea, ma come dicevo, ci vogliono dei seguiti integrati di promozione del turismo delle radici.   

 

Il turismo di ritorno è un fenomeno che riguarda anche la nuova mobilità dall’Italia, di cui oggi si parla molto?

C’è una realtà che riguarda la nuova mobilità che generalmente torna a passare le vacanze in Italia. Noi vorremmo coinvolgere anche persone che sono assenti dall’Italia da molto tempo, e non è un caso che l’Italia rappresenti la prima meta turistica in Europa dei turisti extraeuropei. Uno su quattro dei turisti extraeuropei che vengono in Europa si reca infatti in Italia. Quindi io penso alle grandi realtà italiane in America Latina, Nord America e Australia che potrebbero in qualche modo, attraverso il turismo di ritorno, contribuire a rafforzare i flussi turistici verso il nostro paese.

 

Un’ultima domanda, fra pochi mesi gli italiani nel mondo saranno nuovamente chiamati alle urne e la complessa macchina elettorale del voto all’estero dovrà rimettersi in funzione. Quali sono le sue valutazioni in proposito?

La macchina elettorale per il voto all’estero si rimetterà in moto, speriamo con il tempo necessario per preparare le elezioni, proprio perché c’è una stagione turistica di mezzo che potrebbe causare qualche difficoltà organizzativa.

G.M.- Inform 29

 

 

 

Il contratto di governo si ricorda degli italiani all’estero

 

ROMA – Tutto è bene quel che finisce bene. Da venerdi 18 maggio in poi la bozza di contratto di governo M5S-LEGA, licenziata quello stesso giorno, contiene un paragrafo dedicato agli italiani all’estero. Nelle versioni precedenti gli italiani all’estero non esistevano, il che ci aveva indotto a solleticare l’attenzione di chi di dovere, segnalando questa assenza, sia pur ammettendo che poteva trattarsi di un’involontaria omissione.

Dopo questa nostra segnalazione, nella bozza finale distribuita venerdì mattina appare il seguente paragrafo:

“Per quanto riguarda gli italiani residenti all’estero, è necessario valorizzare il loro patrimonio di esperienze e conoscenze per il sostegno del Made in Italy e la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Occorre inoltre riformare le procedure di voto per la circoscrizione estero e degli organi di rappresentanza del consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE e COMITES) per renderli più efficaci, trasparenti e meno soggetti a potenziali distorsioni del voto. Per COMITES e CGIE è necessaria inoltre una specifica riforma delle funzioni per armonizzarle con la presenza della rappresentanza parlamentare. Bisogna infine riorganizzare la rete diplomatica e consolare per garantire adeguati servizi al crescente numero di cittadini italiani che trasferiscono in modo permanente la propria residenza all’estero.”

Il giorno precedente, giovedi 17 maggio, avevamo scritto : ” Certo, se mai dovesse – come è auspicabile – nascere, la Commissione Bicamerale per le questioni degli Italiani all’Estero ne avrà di lavoro da fare. Soprattutto se si considera l’handicap attenzionale con nasce, visto che dei 29 capitoli di cui si compone il “contratto di governo” concordato da Lega e M5S nessuno contiene almeno un riferimento ai connazionali all’estero. Infatti a nulla sono servite le numerose riedizioni della “bozza” del contratto, nessuna di esse, infatti, ha “ripescato” gli italiani all’estero. Eppure, i due partiti hanno ripetutamente ribadito che il loro programma intende far fare un passo indietro ai partiti ed uno in avanti ai cittadini. Peccato che quel passo sia, almeno finora, solo a beneficio di 60 milioni residenti in Italia, mentre i 4 milioni e 200 mila residenti all’estero, vale a dire l'8,2% dell'elettorato, siano stati evidentemente dimenticati,

E dire, che proprio martedi scorso, mentre nelle redazioni incominciavano a girare le prime bozze del “contratto di governo”, alla Camera dei deputati si riunivano per la prima volta in questa legislatura i 18 parlamentari – 12 deputati e 6 senatori – eletti all’estero da oltre 1 milione e 100 mila elettori.

Coscienti o meno della scarsa attenzione da parte del nascituro governo LEGA/M5S, i 18 hanno agevolmente condiviso l’ “opportunità e l’impegno” a portare avanti alcune iniziative legislative di “comune ed alto interesse”, propendendo per una regolare concertazione delle loro iniziative.

Tre le questioni prioritarie che hanno poi deciso di portare avanti nell’immediato. La prima battaglia comune sarà, naturalmente, quella sulla istituzione di una "Commissione bicamerale per le questioni degli italiani all’estero". Una bozza di proposta di disegno di legge è già allo studio e sarà presto, questo l’impegno comune, finalizzata e presentata congiuntamente. L’obiettivo, spiegano i 18 parlamentari, è quello storico e strategico di avere un unico foro istituzionale di elaborazione, discussione ed iniziativa parlamentare sulle diverse questioni di comune rilevanza degli Italiani residenti all’estero. Gli altri due impegni sono, il primo, per la cosiddetta "messa in sicurezza del voto" e, l’altro, per il potenziamento delle risorse consolari per i servizi ai cittadini all’estero.

Un impegno non da poco sul quale, va riconosciuto, i “18” intendono impegnarsi con o senza la commissione bilaterale e con l’auspicio, aggiungiamo noi, che, quanto a italiani all’estero, il “contratto di governo” contenga una involontaria omissione. “

Che ci sia o meno un nesso conseguenziale tra questo nostro articolo e l’apparizione di questo paragrafo poco conta. Per noi la cosa importante è che ora il futuro governo abbia degli indirizzi di politica per gli italiani all’estero e la cosa che ci conforta di più è che tali indirizzi comprendano le priorità emerse nella prima riunione dei 18 parlamentari eletti all’estero.

Giuseppe Della Noce, focus\aise

 

 

 

 

 

“Italiani in partenza e stranieri in arrivo: sfide e obiettivi per la Pubblica Amministrazione”

 

Il Direttore Generale del Maeci per gli Italiani all’estero Luigi Maria Vignali interviene al Forum Pubblica Amministrazione 2018. La mobilita è un valore. Ma è importante preparare chi parte. Altrimenti si rischia di entrare in una rete di precarietà

 

ROMA- Gli italiani che espatriano annualmente sono almeno 115.000, un numero analogo a quello degli stranieri in arrivo in Italia. Rispetto a tale mobilità, sono molte le sfide cui la Pubblica Amministrazione italiana, anche attraverso la Farnesina e la sua rete estera, si trova a dover affrontare. Di questo, nell’incontro dal titolo “Italiani in partenza e stranieri in arrivo: sfide e obiettivi per la PA”  ha parlato il direttore generale del Maeci per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie, Luigi Maria Vignali, intervistato in occasione del Forum PA 2018, da Giuseppe Della Noce, il direttore dell’Agenzia di stampa Aise.

“Facendo riferimento al rapporto Istat- ha affermato Vignali- si disegna il profilo di un’Italia destinazione e origine di flussi migratori. Arrivano ogni anno tra i 130.000 e i 150.000 migranti. Ma ne partono altrettanti. La mobilità umana fa parte del nostro pianeta e dell’uomo. Non c’è un’eccezione negativa per le migrazioni in quanto tali. Quello che però dobbiamo aver presente è che ogni migrazione rappresenta sempre un impoverimento del paese di origine. Riguardo i flussi in entrata, dobbiamo offrire delle opportunità diverse da quelle della migrazione. Bisogna anche lottare contro i trafficanti. Questo è un compito importante in cui la Farnesina ha un suo ruolo nel sostegno alle autorità locali”.

Vignali si è poi concentrato sui flussi in uscita e sui servizi offerti a chi parte dall’Italia: “Ancora più importante è parlare di servizi per gli italiani, di flussi che partono dal nostro paese. Bisogna potersi registrare all’anagrafe degli italiani residenti all’estero per avere diritti civili, come il voto e per essere in contatto con la rete consolare. Il primo servizio, quello più richiesto, è quello del passaporto. Un altro servizio è quello dell’iscrizione all’anagrafe per non essere tassati due volte. Noi per fare questo stiamo fortemente digitalizzando la nostra rete di servizi e la nostra rete consolare”. Il direttore generale ha poi analizzato la questione della cosiddetta fuga di cervelli: “attenzione a dire che se ne vanno solo i giovani e solo i cervelli. È vero fino a un certo punto. I giovani rappresentano da un lato una perdita, dall’altro una possibilità di arricchimento. Molti vorrebbero tornare. Quando parte invece un nucleo famigliare è difficile immaginare un rientro e ci sono storie al limite perché si è creata una psicosi della partenza. Noi dobbiamo occuparci dei rientri delle menti che partono ma allo stesso tempo dobbiamo anche prevenire le partenze di chi non ha conoscenze di lingua e competenze spendibili. Noi da tempo – ha proseguito Vignali - stiamo lavorando con il Ministero del Lavoro e con il Miur per un tavolo di informazione in cui dovremo coinvolgere anche regioni e comuni per prevenire, non per frenare i flussi. La mobilita è un valore. Ma è importante preparare chi parte. Altrimenti si rischia di entrare in una rete di sfruttamento e di forte precarietà”.

Vignali si è infine concentrato sulla questione relativa più strettamente alle Pubblica Amministrazione: “le tecnologie servono anche per il più grave problema della pubblica amministrazione che è il blocco del turn over e la mancanza di personale. Con la tecnologia si può trovare una soluzione Il problema attuale è l’età media del personale della Pubblica Amministrazione, che alla Farnesina è di 53 anni…. Noi – ha concluso Vignali - abbiamo bisogno di innovare, motivare il nostro personale e comunicare efficacemente sui media e sui social. Si tratta di fare e fare bene con persone più giovane, ma anche di raccontare quello che si fa”. (Msr- Inform 23)

 

 

 

Nuovo governo. Perso tempo prezioso

 

Non riesco a nascondervi l’imbarazzo per il tempo che si è perso, in questi giorni, per la formazione del Governo, cosa che ha bloccato anche l’attività parlamentare tanto che non sono state costituite neanche le Commissioni permanenti. 

 

Ormai sembra che ci sia un accordo tra Lega e 5stelle che dovrà essere formalizzato dai militanti e poi, alla fine di una telenovela snervante, si potrà arrivare a dare un governo al Paese.

 

Nel frattempo abbiamo perso tempo prezioso per il lavoro istituzionale anche se, personalmente, ho già cominciato a lavorare a diverse questioni prioritarie per noi che viviamo all’estero ed ho presentato due disegni di legge, tra cui quella per il riacquisto della cittadinanza, che sarà un mio cavallo di battaglia durante la legislatura.

Vedremo se il futuro Governo avrà il buon senso di riconoscere agli italiani che, nati in Italia, hanno perso la cittadinanza in seguito ad espatrio, il riacquisto della stessa semplicemente facendo una domanda al Consolato competente, senza quelle lungaggini  burocratiche che non hanno ragione di esistere di fronte all’evidenza dei fatti.

 

Inoltre, mi sono occupata delle questioni legate al voto all’estero e in particolare della messa in sicurezza di tale voto, infatti, il 4 maggio scorso ho depositato una interrogazione al Ministro degli Esteri e a quello dell’Interno per assicurare l’allineamento dei dati anagrafici in possesso dei consolati con quelli del Ministero dell’Interno.

 

Un obiettivo che sembra facile raggiungere, in un contesto ad alto contenuto tecnologico quale è quello odierno, ma che, in realtà, è di difficile realizzazione e determina notevole spreco di risorse perché molti plichi elettorali non riescono ad arrivare all’indirizzo giusto.

 

Anche questo contribuisce a migliorare il voto all’estero, oltre ad alcune riforme di cui avremo occasione di discutere prossimamente, come l’introduzione del voto elettronico accanto a quello per corrispondenza.

 

Personalmente, sono soddisfatta che la mia battaglia sia condivisa anche da altri eletti all’estero e spero che insieme si riuscirà a fare un buon lavoro, visto che, come ho sempre detto: l’unità fa la forza!

 

Una unità che spero sapremo dimostrare nei fatti quando il futuro Governo sarà operativo.

 

Spero che tale giorno arrivi presto anche se Forza Italia ne sarà fuori valutando attentamente l’operato punto per punto.

 

L’Italia non può attendere, Silvio Berlusconi ha fatto un passo indietro e con lui Forza Italia per senso di responsabilità verso il Paese e verso tutti gli italiani, anche di quelli all’estero, che da tanto aspettano risposte.

 

Questo è senso dello Stato e spero che serva a dare quell’input necessario a rinnovare il Paese.

 

Nel frattempo, mercoledì scorso l’Istat, nel suo rapporto annuale, ci ha detto che i giovani continuano ad andare via dall’Italia, evidenziando che, nel 2017, ci sono state circa 153.000 partenze per andare a lavorare e vivere all’estero, soprattutto nel Regno Unito, in Germania, Svizzera e Francia. 

 

Inoltre, aumentano i laureati che "scappano" e lo vediamo bene anche dagli arrivi in Canada e USA.

 

La politica di fronte a questo appare debole e non pronta ad affrontare la sfida sociale che pone il Paese, cosa che causa anche questi ritardi nella formazione del Governo.

 

Penso che in un momento di difficoltà per l’Italia come questo bisognerebbe porre anche l’accento sul ruolo degli italiani all’estero nella promozione del nostro Sistema Paese.

 

Se nascerà un Governo valuterò con molta attenzione se le politiche per l’emigrazione saranno all’altezza dei tempi e mi comporterò di conseguenza. 

 

Chissà se tale Governo avrà la lungimiranza di considerare l’emigrazione come una risorsa e non un problema?

 

Se capirà che i soldi spesi per i servizi consolari e la formazione linguistica all’estero non sono soldi buttati al vento ma sono un investimento prezioso che genera ritorno, a cominciare dal turismo delle origini, che dovrà essere preso più sul serio a livello governativo e regionale con progetti ad hoc rivolti, soprattutto, ai giovani delle seconde e terze generazioni. Fucsia Nissoli Fitzgerald

 

 

 

 

Basta con i partiti

 

Dal risultato del voto, si sono determinate oggettive difficoltà per varare il nuovo Esecutivo della Repubblica. Quello che, in teoria, dovrebbe iniziare le “manovre” per il riscatto socio/politico del Paese e qualificare la XVIII Legislatura. Anche se questa è una prefazione che esprime poco, evidenzia il becero meccanismo della legge elettorale e le correlate conseguenze politiche.

E’, questa, una premessa che non potevamo evitare nelle valutazioni di quelli che saranno gli sviluppi di questa XVIII Legislatura. Quali saranno le strategie operative del prossimo Esecutivo? C’è ancora troppo disordine per dare credito a ipotetici accordi. Anche tenuto conto di ciò che è capitato in quest’ultimo quinquennio. Come già avevamo scritto, più che di sigle, avremmo bisogno d’uomini politici differenti. Quindi, uomini “nuovi” che, purtroppo, non siamo riusciti a identificare nel disordine dei partiti nazionali.

 

Insomma, pur con la cautela di chi politica ne ha vagliata molta, non è agevole trovare quell’obiettività indispensabile per non reiterare gli errori del passato. Il 2018, di conseguenza, potrebbe non essere l’anno “zero” di una politica rinnovata. Anche perché lo scompiglio delle ideologie non potrà mutare in poche settimane.

 

 Sono gli accordi dell’ultima ora che ci preoccupano. Perché, per cambiare, veramente, non basta proporre le ideologie di più partiti. Bisognerebbe cambiare i politici. Di “nuovi” non ne vediamo e l’orizzonte elettorale è sempre più circoscritto. Prevediamo, tanto per non cambiare un “compromesso”. La Democrazia, quella nella quale abbiamo fiducia, non ha bisogno di rifondazioni. Mancano i presupposti per cambiare. L’hanno compreso tutti; ma nessuno è nelle condizioni per proporre iniziative meno scontate. La concreta possibilità sarebbe modificare i parametri della nostra Democrazia. Per poterlo fare, però, bisognerebbe avere una diversa legge elettorale. Quella che i partiti hanno, invece, preferito complicare per aumentare il fardello politico del prossimo Esecutivo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Berlusconi, miracolo finito: il declino del centrodestra

 

FI e Pd dovranno ripensarsi. Ne avranno la capacità e l’animo i due sconfitti gemelli? di Pierluigi Battista

 

I grandi sconfitti del 4 marzo sono due, non uno. Non Matteo Renzi e basta, come si tende a dire con spirito un po’ corrivo. Ma due: Renzi e Silvio Berlusconi. Con la vittoria di Matteo Salvini nelle urne, si è dissolto il centrodestra di marca berlusconiana. Nominalmente la coalizione del centrodestra è ancora al primo posto, ma nei fatti ha cambiato natura, linguaggio, collocazione, identità. Il centrodestra a trazione salviniana ha modificato l’agenda di una coalizione nata all’alba del 1994 con caratteristiche che oramai sono appannaggio di una minoranza tristemente attestata attorno al 10 per cento dei consensi. Una storia si è conclusa, il mantra del centrodestra unito attorno al suo indiscusso leader e fondatore, appare un’invocazione vuota.

Nel 2008 il Pdl aveva conquistato il 38%. Solo dieci anni, non cento. E in dieci anni l’arretramento è quantitativamente clamoroso. Nel 2013 la resa dei conti fu solo rimandata grazie all’incredibile autogol del Pd allora guidato da Pier Luigi Bersani che non era riuscito, davanti alla porta semivuota, a vincere la partita decisiva e a «smacchiare il giaguaro»: non capendo, come tutti, le dimensioni dell’elefante grillino che si stava imponendo. Adesso, con Salvini che sposa i 5 Stelle e con la base di Forza Italia tentata dalla migrazione disordinata sotto le bandiere della Lega, il centrodestra della «rivoluzione liberale», della guerra (almeno verbale) al torchio fiscale, del «popolo della libertà», dell’antistatalismo, dei discorsi trionfali al Congresso degli Stati Uniti e all’omaggio berlusconiano all’«american flag», dell’adesione al Partito popolare europeo, quel centrodestra dovrà, se vuole avere ancora un futuro, ripensarsi profondamente. Come il Pd. Ne avranno la capacità e l’animo, il Pd e Forza Italia, i due sconfitti gemelli?

 

Il centrodestra a guida berlusconiana così come lo abbiamo conosciuto e che ora sembra svanire nella malinconia della marginalità ha fondato nel 1994 in Italia il bipolarismo politico, seppellendo la stagione proporzionalistica della Prima Repubblica demolita sotto i colpi di Mani Pulite. Richiamò sotto le sue bandiere un ceto medio frastornato dall’invadenza fiscale, un Nord produttivo che si sentiva defraudato dal centralismo romano, un pezzo di società, quello delle partite Iva, dei piccoli imprenditori, dei commercianti, della piccola borghesia spaventata dall’ascesa della sinistra post comunista legata fino a pochi anni prima all’Unione Sovietica implosa nel 1989. Mise insieme, con la potenza di un tycoon della televisione capace di una comunicazione molto più pervasiva e «popolare» di quella dell’antagonista di sinistra, l’animus protestatario del leghismo antisistema, gli eredi della destra italiana ancora imbozzolata, prima del lavacro di Fiuggi, nell’identità neofascista, una parte del ceto politico del moderatismo italiano, in particolare della Dc, spazzato via dalla tempesta giudiziaria del ’92-’93. La leadership indiscussa era la sua, di Silvio Berlusconi e di Forza Italia, che portò alla ribalta politica una nuova antropologia, un nuovo modo di parlare, persino di vestirsi.

Tra i cronisti e commentatori della politica l’avvento di quel centrodestra fu fonte di stupore per quei «nuovi» che sembravano marziani nella sonnacchiosa routine della Roma politica: la stupefazione per i nuovi «barbari» non è una novità di questi giorni, risale almeno al 1994. Silvio Berlusconi, Umberto Bossi, Gianfranco Fini, Pier Ferdinando Casini segnavano il quadrilatero di uno schieramento politico destinato a vincere le elezioni anche quando le perdeva. Come nel ’96, quando perse perché si presentò disunito. O nel 2006, quando al termine di una fantastica rimonta, il centrodestra venne staccato dallo schieramento guidato da Romano Prodi di soli 25.000 voti. Il centrodestra creato e forgiato da Berlusconi rappresentava stabilmente una parte decisiva del mondo sociale, non era solo uno stato d’animo o uno slogan.

I suoi pilastri ideologici trasmettevano al popolo del centrodestra il senso di un’unità profonda. Anche nelle tempeste che per un certo periodo avvelenarono la rottura tra Bossi e Berlusconi. Anche con la frattura con Casini. Il Pdl trionfa nelle elezioni del 2008 dopo il fallimento della troppo vasta ed eterogenea coalizione di Prodi, e se si pensa che al 38% del Popolo della ibertà si aggiungeva il 5% della Lega non ancora salvinizzata, si ha un’idea della massiccia forza elettorale di allora. Poi la rottura con Fini, che incrinò la compattezza del centrodestra. Poi la tempesta finanziaria del 2011 che estromise Berlusconi da Palazzo Chigi, poi la condanna giudiziaria. Ogni volta Berlusconi veniva dato per finito, ma poi era capace di risorgere. Fino al 4 marzo, quando la sfida per la leadership con Salvini, lanciata con la certezza di essere vinta come al solito, non è stata clamorosamente perduta. Ora sono emerse altre parole, il sovranismo, l’antieuropeismo, l’animus anti-immigrazione, che hanno scalzato quelle del centrodestra berlusconiano. Per Forza Italia comincia veramente la fase della sua prima, dolorosa traversata nel deserto. Credere nel miracolo italiano, e del Berlusconi che non cade mai, non basta davvero più. CdS 3

 

 

 

Le lingue ufficiali nell’UE

 

Gentile Giuseppe Tizza, La ringraziamo per aver contattato il servizio Europe Direct Contact Centre.

 

Il regime linguistico dell'UE è stabilito in base al trattato: spetta al Consiglio, deliberando all'unanimità, stabilire le lingue ufficiali delle istituzioni dell'UE. Il Consiglio lo ha fatto proprio all'inizio, nel 1958, e da allora ha incluso altre lingue ufficiali per tenere conto dei diversi allargamenti.

Oggi ci sono 24 lingue ufficiali, incluso l'inglese. Dopo il ritiro del Regno Unito e fino alla modifica del regolamento pertinente, l'inglese rimarrà una lingua ufficiale e di lavoro delle istituzioni dell'UE, tenendo presente che ci sarebbero ancora due Stati membri con l'inglese come lingua ufficiale: Irlanda e Malta. In ogni caso, poiché il regime linguistico dell'UE è stato fissato dal Consiglio, la Commissione non speculerà sugli sviluppi futuri.

Per quanto riguarda i servizi della Commissione, l'inglese è ampiamente utilizzato perché è una lingua che la maggior parte dei funzionari della Commissione parla, e che è anche ampiamente utilizzata dai nostri partner in tutto il mondo. L'esito del referendum nel Regno Unito non ha alcun impatto su questo.

 

Ci auguriamo che queste informazioni possano esserLe di aiuto. La preghiamo di contattarci nuovamente in caso avesse ulteriori domande sulle attività e le istituzioni dell’Unione europea. DCC

 

 

 

 

L’angolo della psicologa. Piangere fa bene al cuore

 

Il pianto è una manifestazione fisiologica che ci permette di riequilibrare l’umore, è per questo che piangere fa bene al nostro organismo.

 

Secondo William Shakespeare infatti il nostro corpo è come un giardino e la mente è il suo giardiniere. Siamo fonte e trasmettitori quindi di potenti energie che ci attraversano e ci governano.

 

Le emozioni sono armi grandiose che ci permettono di scaricare o metabolizzare le tensioni energetiche attivate da stimoli e pulsioni.

 

Tutti i nostri vissuti sono innanzitutto esperienze della mente, ed è per questo che è così importante attivare il grande potere della mente del quale tutti noi disponiamo.

Ci vuole quindi “un altro sguardo” per poter comprendere le regole psicosomatiche che partecipano a creare il nostro benessere.

 

Trattenere il pianto o non piangere mai può causare danni al nostro organismo che viene privato della possibilità di gestire in modo più efficace lo stress e le tensioni.

Quante volte infatti abbiamo sentito che piangere ci ha fatto stare meglio? Secondo un recente sondaggio, nove persone su dieci si sentono meglio dopo un bel pianto (circa 88% della popolazione) ed una donna piange in media 47 volte in un anno (fonte accreditata dal Corriere della Sera).

 

Evitare di piangere quindi aumenta il rischio di infarti e di danni al cervello.

 

Durante il pianto, soprattutto quello di tipo emotivo, ci liberiamo dalle tossine prodotte dallo stress, in particolare da sostanze come la prolattina e il manganese (presente in modo elevato nel cervello dei depressi).

 

Sforzarsi di non piangere, blocca le emozioni dentro di noi, favorendo posizioni poco corrette anche per la colonna vertebrale, si pensi ad esempio alle classiche spalle ricurve causate da un irrigidimento della muscolatura.

 

La tensione quindi viaggia dalla mente direttamente allo stomaco danneggiandolo e provocando in ultimo stadio gastriti e dolori intestinali.

Così facendo poi contribuiamo ad indebolire il nostro sistema immunitario già provato a causa dei forti stimoli negativi al quale è stato sottoposto.

 

Una recente ricerca di William Frey, biochimico dell’Università del Minnesota (Usa) ha dimostrato in modo scientifico che dal pianto nascono benefici sia fisici che psicologici. Lo studioso ha infatti formulato la “recovery theory” cioè la “teoria della guarigione” secondo la quale le lacrime emozionali, cioè quelle causate da un dolore o dalla commozione, sarebbero un vero toccasana per il nostro benessere.

 

Esse permetterebbero all’organismo di recuperare l’energia persa a causa di una forte tensione, liberandoci di qualcosa per ristabilire il nostro equilibrio.

 

Piangere, inoltre, provoca la produzione di enkfalina, un anestetico che rilassa i muscoli facilitando così uno stato distensivo del nostro corpo.

 

Secondo il professor Frey le lacrime, aiutandoci ad affrontare il nervosismo, ci hanno permesso di sopravvivere alle pressioni della selezione naturale.

 

È per questo che ogni secrezione che viene dal nostro corpo è preziosa e capace di miracoli. Claudia Bassanelli, CdI maggio

 

 

 

 

Rassegna di giornali italiani all‘estero

 

ROMA - Storie di vita quotidiana, politica, cronaca, cultura, spettacolo. Informazione a 360° quella dei giornali italiani (online o cartacei) che vengono diffusi all’estero e che rappresentano una finestra su mondi solo all’apparenza distanti.

Partiamo da Bruxelles, dove su “Eunews”, quotidiano online diretto da Lorenzo Robustelli, compare l’editoriale dal titolo “Per favore, basta prese in giro sull’EMA a Milano”, riguardo l’assegnazione della sede dell’Agenzia del farmaco ad Amsterdam. Il direttore, autore del pezzo, critica alcuni europarlamentari italiani, di tutti gli schieramenti, che continuano a tenere “calda” la questione, mostrandosi combattivi in una lotta che non c’è, in vista forse di elezioni amministrative o europee che ci saranno in futuro, per mostrare che “l’Italia non si fa calpestare da nessuno” e che vogliono “risarcire” Milano da un torto che avrebbe subito.

Dalla politica alla cultura: su “Malindikenya.net, portale online fondato e diretto da Freddie del Curatolo, si parla del “Canon Story Telling”, il primo di dodici workshop di una settimana organizzati dalla nota azienda di accessori foto e video insieme alla produzione italiana Cultural Video Production, che opera a Nairobi da alcuni anni, nel campo del videomaking con particolare attenzione al sociale. Ai giovani che parteciperanno, gratis, ai workshop verranno insegnate tecniche di fotografia e di videomaking, per trasformare una passione e un'aspirazione in una professione, e creare posti di lavoro in un settore che si sta mettendo il Kenya sempre più al centro dell'attenzione internazionale.

Torniamo in Europa, con il “Deutsch Italia”, giornale online diretto da Alessandro Brogani a Berlino, dove Edoardo Terzi parla di “alleanze divergenti” e di “contratto di governo” della “Große Koalition”, tema particolarmente caldo anche qui in Italia. Gestione profughi in primo piano, tema che più di ogni altro divide dal suo interno la coalizione; ma anche gli accordi con la Nato, gli investimenti, le infrastrutture. Insomma, i contratti di governo sembravano essere la soluzione del futuro, ma c’è bisogno di tempo prima che si impari a maneggiare questo strumento con appropriatezza.

Dall’altra parte dell’oceano, in Uruguay, si parla di “nuova emigrazione”. A farlo è Matteo Forciniti su “Gente d’Italia”, il quotidiano diretto a Montevideo da Mimmo Porpiglia, che si concentra sui “ReTanos”, italiani arrivati in Uruguay negli ultimi anni e assolutamente svincolati dai canali tradizionali di aggregazione della collettività.

Difficile conoscere i numeri ufficiali dato che nella maggior parte dei casi i nuovi arrivi non si iscrivono all’Aire ed entrano con il visto turistico rinnovabile ogni tre mesi prima di iniziare la pratica di residenza. Per questo motivo, come si legge nell’articolo, il Cgie dell’America Latina ha istituito una commissione interna che avrà il compito di seguire la tematica.

Di continente in continente, arriviamo in Sudafrica, a Capetown, dove Antonio Amatulli, direttore della Dante Alighieri di Durban e candidato alle recenti elezioni politiche con Liberi e Uguali, affida le sue riflessioni sulla politica italiana a “La Gazzetta del Sud Africa” di Ciro Migliore. Contratto di governo, alleanze, tradimenti: il gran ballo della politica italiana guardato con distacco e lucidità di analisi propone un’immagine preoccupante che porta a interrogarsi su quelli che saranno i prossimi sviluppi del nostro Paese.

Di nuovo in Europa, in vista della seconda edizione del Festival d’Italia in programma il 3 giugno a Ginevra, Fabio Lo Verso, direttore de “il Quaderno”, ha intervistato il consigliere del Comites Alessio Caprari che, sul giornale edito dalle Éditions La Cité, associazione senza scopo di lucro con sede a Ginevra, anticipa le novità di questa seconda edizione.

La crisi venezuelana al centro dell’articolo in primo piano su “La Voce d’Italia”, portale d’informazione diretto a Caracas da Mauro Baffile. In particolare si parla dell’appello della Chiesa, attraverso il Cev, a posticipare le elezioni, in programma ieri, nel paese alla deriva, dove mancano le condizioni necessarie per garantire uno svolgimento democratico delle consultazioni.

Altri toni nell’articolo di David Lametti (“fiero di rappresentare gli italo-canadesi”), deputato federale di Lasalle-Èmard-Verdun, che, da questa settimana, curerà - al posto di Di Iorio – la rubrica “Filo diretto col Parlamento” del settimanale “Il Cittadino canadese”, diretto a Montreal da Basilio Giordano.

Uno sguardo anche in Svizzera, con il quotidiano multilingue online “Swissinfo.ch”, dove Luigi Jorio firma il resoconto dei lavori del Congresso del Collegamento svizzero in Italia, tenutosi lo scorso fine settimanaa Cosenza, dove è stato fatto il punto sui rapporti tra Berna e Roma.

Da New York invece si parla di “Open Roads", il festival di cinema italiano della Grande Mela. A scriverne è Teodora Altomare per “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Stefano Vaccara.

Giunto alla 18esima edizione, il festival, organizzato da Film Society of Lincoln Center e Istituto Luce Cinecittà, ha visto presentati 16 film che si distinguono per la varietà di generi e autori, dai veterani del grande schermo tra cui Ferzan Ozpetek, Marco Tullio Giordana e Francesca Comencini, alle voci emergenti del panorama cinematografico Italiano.

Terminiamo questa rassegna settimanale con la Brexit, di cui si parla su londraitalia.com, il quotidiano online diretto da Francesco Ragni. Nell’articolo di Alessandro Allocca, si parla dell’iniziativa alquanto bizzarra che vedrà, il prossimo 10 luglio, il primo ministro inglese Theresa May, a colloquio con i capi di stato di Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia, per discutere dell’importanza di fare gruppo con l’obiettivo di salvaguardare e incrementare l’economia e la sicurezza nel Vecchio Continente, sponsorizzando dunque, ora che l’Inghilterra non ne fa più parte, l’Unione Europea. (focus\ aise 21) 

 

 

 

 

Gli italiani all’estero nel Contratto di Governo

 

È stato raggiunto l’accordo per il contratto di governo tra Lega Salvini Premier e il Movimento 5 Stelle, che regola i principali punti che dovranno determinare l’azione del nuovo governo.

Come già rilevato dagli elettori e da alcuni osservatori, le prime bozze del Contratto di Governo non facevano alcun riferimento agli italiani all’estero.

Successivamente, grazie al supporto dell’on. Guglielmo Picchi, a lungo rappresentante in parlamento degli Italiani residenti all’estero ed attualmente eletto in Toscana per la Lega Salvini Premier, sono state introdotte in questo Contratto le principali istanze proposte dall’On.Simone Billi nel suo programma elettorale.

“È chiaro che la mia azione politica nella nuova legislatura non si limiterà a questi soli punti specificatamente indicati nel Contratto” dichiara l’On.Simone Billi, unico eletto nella Coalizione di Centro Destra Salvini-Berlusconi-Meloni per la Lega Salvini Premier in Europa “ma lavorerò per concretizzare il mio programma nella sua interezza”.

“Dopo anni passati all’estero sono particolarmente sensibile alle esigenze e alle problematiche dei nostri connazionali emigrati” conclude l’On.Picchi “continuerò ad adoperarmi affinchè vengano affrontate e risolte nel miglior modo possibile”. De.it.press 22

 

 

 

5 anni alla Farnesina. Mario Giro ringrazia e saluta

 

ROMA  - “Il mio è un ringraziamento di cuore a tutti voi per avermi sostenuto in questi cinque anni straordinari alla Farnesina, prima come Sottosegretario e poi come Vice Ministro degli esteri”. Inizia così il lungo post pubblicato sabato da Mario Giro sulla sua pagina facebook.

Al termine del suo incarico al Ministero degli Esteri, Giro scrive: “ho tanti da ringraziare: dai due Presidenti della Repubblica Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, ai tre Presidenti del consiglio Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, ai quattro ministri degli esteri, Emma Bonino, Federica Mogherini, Paolo Gentiloni e Angelino Alfano, a tutti i diplomatici, dai segretari generali Michele Valensise ed Elisabetta Belloni, ai membri di gabinetto, alle varie DG e DC, all’URP, alle aree funzionali e agli impiegati del MAE, ai contrattisti, all’AICS e tutti i suoi operatori, a quelli della cultura, a quelli delle nostre ambasciate e consolati, ai sindacati, a tutto il personale tecnico del Ministero, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza e alle Guardie giurate, a chi ha pulito, ci ha fatto da mangiare, ci ha assistito in ogni modo. Alle mie tutele. Non posso citarvi tutti anche perché cinque anni alla Farnesina sono tanti. Di ognuno di voi porto con me un pensiero e un ricordo”.

Poi, aggiunge, “ci sono tutti coloro con cui ho collaborato: gli altri Ministri, viceministri e sottosegretari, i dipendenti degli altri ministeri, in particolare prefetti e personale del Ministero dell’Interno, inclusa la PS; responsabili e personale del MIBACT, del MIUR, della Presidenza del Consiglio, del MISE, del MEF, del MATTM, del Ministero della Giustizia, del Ministero della Difesa, della Camera e del Senato, delle Regioni e dell’ANCI, dell’ICE, della SACE, della CDP, dell’AISE, dell’IILA, della Dante Alighieri, degli IIC, degli enti gestori, del CGIE, delle Università per Stranieri, delle scuole e licei italiani nel mondo, degli addetti scientifici, ricercatori e archeologi… Perdonatemi se dimentico qualcuno. Inoltre ringrazio i partiti e i loro responsabili nazionali e parlamentari, assieme a tutti coloro che dalla società civile ed economica hanno collaborato in questi anni con il nostro lavoro: le ONG e le OSC, il Terzo Settore, i membri e i gruppi del Consiglio nazionale della cooperazione, le imprese e le loro organizzazioni, la Confindustria, i media, i sindacati e le tante associazioni e organismi di ogni tipo nell’ambito della cultura, dei servizi, dell’imprenditoria, della ricerca e del sociale, senza dimenticare i tantissimi cittadini e cittadine che individualmente mi hanno scritto. A tutti ho cercato di dare una risposta”.

“Vi ringrazio – scrive Giro – perché senza di voi non avrei potuto fare ciò che ho fatto: avevo infatti immaginato un lavoro corale, di condivisione e collaborazione, senza pregiudizi di appartenenza, con trasparenza, coinvolgimento e circolazione delle idee, per giungere insieme alle decisioni migliori. Mi sono dato alcune priorità, lo sapete: una nuova riflessione sull’Africa come opportunità; una cooperazione allo sviluppo più rapida e al passo coi tempi; un nuovo legame politico con l’America Latina; la ripresa della proiezione della cultura e della lingua italiana nel mondo; una sinergia più forte tra istituzioni, ONG e imprese al fine di internazionalizzare il sistema Italia. Inoltre ho avuto l’onore di incontrare i tanti italo-discendenti e le loro collettività: un pezzo significativo di Italia nel mondo che aumenta la nostra reputazione. Ho provato a svolgere il mio compito nel solco dell’umanesimo storico italiano che mira alla costruzione di convivenza e pace ovunque. Ho sempre creduto nella forza dell’“estroversione”: un Paese che non si apre e non coopera è destinato al declino”.

“Ho provato a dare il massimo, ho imparato tanto da ciascuno. Spero di non avervi deluso”, continua. “Spesso la condizioni politiche sono state assai complesse, come quando mi sono occupato di migrazioni –uno dei temi più caldi di questi anni- e delle loro conseguenze: dai centri di detenzione in Libia, agli accordi con i paesi di origine e transito, ai corridoi umanitari. Anche in questi casi non ho mai rinunciato al tentativo di umanizzare gli inferni di questo mondo”.

“Alla fine del mio mandato come Viceministro della cooperazione avrei tante cose da dire. Mi limito ad alcune di esse”, aggiunge Giro, che si dice “convinto che stia nascendo un’Africa nuova che ha come protagonisti giovani generazioni più intraprendenti, molta creatività e tanta voglia di fare. Credo che la spinta migratoria sia figlia anche di tale dinamismo, che per l’Europa può diventare il presupposto di un nuovo partenariato, di un vero “co-sviluppo”. L’unica scelta possibile è svilupparsi assieme e in questi anni ho lavorato per favorire la connessione di interessi e per promuovere un messaggio culturale e politico: l’Africa è vicina non come minaccia ma soprattutto come opportunità. Non dimentico nessuna delle iniziative politiche e culturali per e con tanti altri Paesi nel mondo. Un pensiero particolare va all’America Latina –tre Conferenze Italia-America Latina e Caraibi sono tante!- alla quale ci lega tanta storia ma oggi soprattutto la comune riflessione su quale possa essere la difesa del welfare, della giustizia sociale e dell’eguaglianza nel contesto di questa globalizzazione difficile”.

“Credo che oggi – osserva – la cooperazione allo sviluppo sia tornata al centro dell’agenda nazionale e ciò lo si deve anche al governo di Mario Monti e ad Andrea Riccardi, che fu ministro della Cooperazione e dell’Integrazione, che volle il Forum di Milano e che ringrazio sentitamente. Quella fu per me una scuola. In quel governo c’ero (anche se non allo stesso livello) e posso dire che oggi se ne dà una lettura troppo riduttiva. Ringrazio i volontari, le associazioni, le reti, i professori, gli insegnanti, i cooperanti, gli esperti, le diaspore, gli imprenditori, i giovani, le donne e gli uomini impegnati nella cooperazione internazionale in Italia e all’estero, venuti in più di 3000 alla Conferenza Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo organizzata dall’Agenzia, per discutere del suo futuro, di come renderla più efficace e importante. Tutti hanno detto di credere in un mondo dove sia possibile non lasciare indietro nessuno, nel pieno rispetto dei limiti delle risorse naturali. Per questo dissi in quell’occasione che lì era riunito “il centro morale della nazione”. Ringrazio anche le oltre 20 Università e gli studenti che hanno assistito alle mie conferenze sulla cooperazione, in cui abbiamo fatto anche orientamento. Ci sono tante opportunità nell’internazionale per i giovani italiani, un modo di “partire senza andarsene””.

Quanto alla lingua italiana, Giro aggiunge: “sono stato felice di ideare gli Stati Generali della Lingua e della Cultura Italiana nel mondo e di concepire l’idea di un piano straordinario per la cultura italiana all’estero. Ringrazio tutti i partecipanti agli Stati generali, che ci hanno seguito con passione. La seconda edizione dell’evento mi ha convinto ancora di più a ritenere fondamentale la valorizzazione delle nostre lingua e cultura come soft power di influenza e non di ingerenza. Infine ho fiducia che l’Italia possa gestire il fenomeno migratorio con umanità e senza odio. Se resteremo umani, tutti i “salvati” si ricorderanno di questa nostra umanità e la trasmetteranno ai loro figli, anche ai nomi dei “sommersi”. Non posso dimenticare di ringraziare tutti i colleghi ministri, commissari e alti funzionari dell’Unione Europea –specialmente al SEAE e alla DEVCO- e degli altri paesi del mondo, con i loro ambasciatori, delegati e rappresentanti a Roma, senza dimenticare gli ambasciatori dell’Unione europea, i responsabili e rappresentanti delle Nazioni Unite e delle varie Agenzie -tra le quali un pensiero particolare va all’UNESCO-, sparsi per il mondo, con cui ho lavorato assieme. Le nostre relazioni non si esauriscono qui”.

“Un grazie particolare alla mia segreteria e ai miei collaboratori più stretti. Insieme abbiamo compiuto un bel viaggio italiano, siatene fieri. Grazie infine a tutte le persone che mi hanno sostenuto o anche solo seguito da lontano, sui media, su questa pagina, su quella pubblica o su twitter. Sono certo che il lavoro che abbiamo fatto continuerà a maturare e che i suoi frutti potranno crescere ancora negli anni a venire. Concludo con la nota dolorosa che ci ha accompagnato in questi anni: la guerra di Siria con tutte le sue lunghe e tragiche conseguenze. Credo che la pace sia una scelta politica da fare ogni giorno e che per la Siria vi sia stata una colpevole rinuncia ad operare in questo senso da parte dell’Europa e dell’Occidente. È una sconfitta per tutti, - stigmatizza Giro – frutto della rassegnazione. Non può essere questo il nostro destino. Dobbiamo reagire all’impotenza e smettere di pensare che l’unico modo di agire in questi casi sia schierarsi militarmente. Sempre si può fare qualcosa per la pace. Un’Italia aperta al mondo che prepara un futuro più giusto è una grande opportunità per se stessa, per l’Europa e per la pace. Quest’Italia migliore – conclude – continuerà ad essere una mia responsabilità, anche da semplice cittadino. Grazie a tutti”. (aise 28) 

 

 

 

 

Alleanze di comodo

 

I politici d’oggi, anche se la gran maggioranza è di ieri, si dovrebbero convincere che, per cambiare in meglio l’Italia, ci sarebbe da affrontare, in modo definitivo, il disordine frutto di un tracollo della Seconda Repubblica e delle speculazioni che hanno già contraddistinto questo primo scorcio di Terza.

 

  Anche dopo i risultati elettorali, ci sono stime da evidenziare. L’impegno per un’Italia “diversa” sembra, così, impossibile e i proposti ”rinnovamenti” non fanno che incoraggiare le nostre argomentazioni. Insomma, la nuova legge elettorale ha complicato la “conta” dei numeri politici. Tra “Destra”, “Centro” e “Sinistra”, infatti, non abbiamo ben compreso da quale parte si collocherà, in effetti, l’“Opposizione”. Anche perché i rapporti di percentuale elettorale sembrerebbero poco espressivi. Quindi, se varare il Potere Legislativo, è stato abbastanza scontato, differente è dare sostanza a quello Esecutivo.

 

 Senza premesse comuni, c’è poco da essere ottimisti. Se dovessero essere partoriti provvedimenti incoerenti, il castello di carte capitolerebbe, con tutte le speranze del Popolo italiano. In tante incertezze, abbiamo rivolto la nostra attenzione sugli eventi nazionali che potrebbero avere un loro peso politico. Non ci azzardiamo, anche perché non è nel nostro modo di pensare, a formulare delle ipotesi, né previsioni. Anche perché già si evidenziano “tensioni” tra i partiti formalmente alleati.

 

Ancora una volta, vinceranno i compromessi. Insomma, la solita messinscena all’italiana continuerà a imporsi. Come a scrivere che non ci saranno effetti “sanatori” con i quali s’è iniziato a vociferare nelle “salite” al Quirinale.

Giorgio  Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Convocata per la prima settimana di luglio la prossima assemblea plenaria del Cgie

 

ROMA - La prossima assemblea plenaria del Consiglio Generale degli Italiani all’estero è già stata convocata per la prima settimana di luglio, ma il segretario generale Michele Schiavone ha pronto un “piano B”: immediatamente dopo le vacanze estive. Lo ha confermato lo stesso Schiavone incontrando i giornalisti a margine del Comitato di Presidenza, riunito oggi alla Farnesina.

La situazione è “difficile” e “imbarazzante”, ha detto il segretario generale, che però tiene duro. “Molto probabilmente” la plenaria sarà a luglio, ha ribadito. “Vedremo se ci sarà rappresentanza governativa o meno, ma il lavoro continua e non possiamo bloccarci”, perché “consultazione, programmazione e verifica sono le prerogative del Cgie” e c’è bisogno di incontrarsi per “approfondire diversi temi”, “verificare dove si è giunti” e “andare avanti”. In sostanza se in plenaria non ci sarà il ministro, ci saranno comunque i “rappresentanti amministrativi con cui il Cgie potrà interloquire”.

Tutta questa incertezza è figlia della crisi politica che l’Italia sta attraversando e rispetto alla quale Schiavone ha voluto rivolgere oggi un messaggio positivo, “tranquillizzante”, alle comunità all’estero, spaesate - come d’altronde gli italiani in patria - di fronte ad una “fase difficile, contraddittoria e di disorientamento”. Quella attuale è una “vacatio legislativa ma verificatasi, ma le nostre istituzioni sono solide”, ha detto Schiavone, e mentre in assenza di un governo “il presidente della Repubblica darà indicazioni per assicurare l’ordinaria amministrazione, i Ministeri continueranno a lavorare”.

Naturalmente, l’ipotesi di anticipazione del ritorno alle urne è stato uno dei temi al centro del dibattito del Comitato di Presidenza, nella consapevolezza del fatto che “tutto il procedimento che si è chiuso il 4 marzo scorso dovrà essere ripreso con immediatezza” ed anzi, ha anticipato Schiavone, “il Ministero degli Affari Esteri ha già avviato le procedure di richiamo per sensibilizzare rete consolare e Ambasciate a rimettere in moto la macchina del voto all’estero”.

Anche il Cgie vuole fare la sua parte e ha avanzato oggi una proposta per garantire l’esercizio del voto ed la sua segretezza. In che modo? Rendendo disponibili i propri consiglieri a rivestire i panni dei rappresentanti di lista, che all’estero non sono previsti, affiancando le Ambasciate nella scelta della tipografia dove far stampare le schede elettorali e i Consolati nel “tracciare”, laddove questo servizio non sia garantito dalle poste del Paese in cui si vota tramite apposito codice a barre, le schede stesse, dal momento in cui vengono inviate agli elettori al loro rientro in Consolato.

Di rete consolare il Comitato di Presidenza ha parlato questa mattina anche con il direttore generale Luca Sabatucci “per capire come saranno distribuiti i funzionari” che la legge di bilancio del 2018 ha previsto - 150 di ruolo e 100 da assumere in loco - per migliorare i servizi consolari. I primi dieci funzionari sono giunti in questi mesi a Londra per via dell’emergenza Brexit e del l’elevato numero di connazionali che, pur risiedendo nel Regno Unito, non sono iscritti all’Aire. Le ragioni principali di questa scelta stanno, come ha spiegato Schiavone, nel duplice rischio della doppia imposizione fiscale e della perdita delle garanzie sui servizi sanitari. Dopo Londra anche Caracas ha potuto usufruire di un aumento di personale, per rispondere alla difficile situazione politica, economica e sociale in cui versa il Venezuela. E mentre anche il servizio on line di Fast-it inizia a prendere piede e si dimostra “efficiente”: il Cgie ha chiesto di rispettare il principio di “equilibrio” nella futura distribuzione dei funzionari all’estero.

Con il direttore generale Luigi Vignali si è parlato invece dello stato di avanzamento della convenzione tra Maeci e patronati, per la quale, ha osservato Schiavone, “si attende il nuovo governo”. Per il Cgie il testo originario necessiterebbe comunque degli “aggiustamenti”.

Quanto alle bozze di articolato di riforma dei Comites e del Cgie, si è scelto di non aspettare: mancando un ministro e un governo con cui interloquire e per evitare che tutto “vada a finire nel dimenticatoio”, il Cgie ha deciso di inviare i due testi al presidente della Repubblica Mattarella, perchè nella prossima legislatura solleciti una decisione. Certo, ha aggiunto Schiavone, “appena si insedierà il nuovo ministro, sarà lui il nostro interlocutore” e a lui spetterà il compito di presentare le bozze al tavolo del Consiglio dei Ministri.

Ieri il Comitato di Presidenza ha partecipato al convegno su turismo di ritorno che si è tenuto alla Farnesina. “Il tema sarà ripreso quando promuoveremo l’assemblea plenaria della conferenza Stato-regioni-province autonome-Cgie”, che, ha rammentato Schiavone, “dovrebbe riunirsi ogni tre anni”, ma da tanto attende la convocazione. I lavori preparatori proseguono grazie anche all’iniziativa del Gruppo di Lavoro Donne del Cgie, che già ha organizzato un seminario in occasione della scorsa plenaria del Cgie, e nell’ambito delle Nuove Mobilità per le quali è previsto a breve un seminario a Palermo, al quale parteciperanno anche i rappresentanti degli enti locali. L’obiettivo è quello di convocare la Conferenza Stato-regioni-province autonome-Cgie entro il 2019.

Il Cgie ha invocato oggi anche un nuovo rapporto con il Ministero del Lavoro “per rilanciare l’esigenza di preparare alla partenza i nuovi soggetti che si trasferiscono all’estero - e il loro numero aumenta - così da consentire una migliore integrazione nel paese di approdo”, ma anche offrendo loro un’occasione di rientro in Italia una volta acquisito know how all’estero.

Un’altra questione su cui rilanciare la discussione è per il Cgie quello della cittadinanza, sia in ambito europeo, dando agli organismi di rappresentanza di ogni Paese la possibilità di interloquire tra loro, sia a livello nazionale, per garantire ai tanti italiani che l’hanno persa il diritto di richiedere facilmente la cittadinanza. No dunque alla “mercificazione” dei diritti e sì alla “semplificazione”.

Con il Ministero il Cgie si è confrontato questa mattina anche sulla “esigenza di accelerare i tempi di erogazione dei contributi agli enti che lavorano per la promozione della lingua e della cultura italiana all’estero”, forte della volontà espressa ieri dalla Direzione Generale di “aumentare il numero dei frequentanti dei corsi di italiano tanto nelle scuole quanto nelle università”. Senza dimenticare il ruolo degli Istituti Italiani di Cultura.

Infine, con una punta di amarezza, Michele Schiavone ha riferito ai giornalisti che il Cgie aveva chiesto un incontro con i parlamentari eletti all’estero “per discutere della situazione attuale” e chiedere loro di farsi portavoce delle politiche per gli italiani all’estero. Ma si sono presentati in pochi: “c’erano solo Ungaro, Schirò, Garavini, Fantetti, Billi e Siragusa”, ha riferito Schiavone prima di salutare e tornare in riunione. Raffaella Aronica

 

 

 

Seminario sul turismo di ritorno. “I viaggi delle radici tra identità culturale e promozione dei territori”

 

Gli interventi del direttore generale per gli Italiani all’Estero Luigi Maria Vignali, del direttore generale per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca,  di Giovanni Bastianelli (Enit), Giovanni Lolli (Regione Abruzzo),  Salvo Iavarone (Asmef)  e Francesco Tapinassi (Mibact)

 

ROMA – Si è svolto oggi alla Farnesina, presso la Sala Aldo Moro, il seminario sul turismo di ritorno dal titolo “I viaggi delle radici tra identità culturale e promozione dei territori”. L’incontro, organizzato dalla Direzione Generale per gli Italiani all’Estero, dalla Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese, nonché  da Asmef e Raiz Italiana. Durante l’incontro sono intervenuti per il Maeci il direttore generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie Luigi Maria Vignali, il direttore generale per la Promozione del Sistema Paese Vincenzo De Luca. Hanno inoltre preso la parola Giovanni Bastianelli, direttore esecutivo Enit, Giovanni Lolli, vice presidente Regione Abruzzo e coordinatore della Commissione Turismo della Conferenza Regioni e Provincie Autonome, Salvo Iavarone presidente Asmef e per il Mibact Francesco Tapinassi.

“Oggi parleremo del turismo delle radici, del turismo di ritorno, quello in grado di far ritrovare agli italiani all’estero, agli italo- discendenti le loro origini, i luoghi da cui provengono per fargli apprezzare, la cultura, l’enogastronomia, la natura e tutto quello che gli è stato raccontato negli anni”. Con questo incipit il direttore generale ha presentato gli altri relatori.

 

Per entrare subito nell’argomento un video dal titolo “Scopri le tue Radici” a cura di Marina Gabrielli; nel presentarlo il direttore generale Luigi Mari Vignali ha affermato “troviamo (nel video) la sintesi, la capacità di quello che si intende per turismo delle radici e  turismo del ritorno. Stiamo parlando di un bacino stimato tra un cinque milioni di persone che vivono all’estero e tra 70 – 80 milioni di italo-discendenti nel mondo. …un turismo importante in qualche modo di fidelizzazione perché chi ritorna torna ancora e ancora nei luoghi d’origine”. “Ovviamente - ha proseguito Vignali - è un turismo che c’è sempre stato. Da sempre gli italiani all’estero tornano in vacanza in Italia nei luoghi di origine, ma questa che ci proponiamo è un’azione più sistematica, ci promettiamo di mettere insieme tutti gli attori del sistema turistico in Italia partendo dai territori per promuoverli all’estero con delle iniziative specifiche, con dei pacchetti di servizi, con portali che valorizzano i luoghi di origine”. A questo proposito Vignali ha fatto riferimento agli irlandesi e scozzesi che hanno trovato nel turismo delle radici un filone importante per attrarre i propri connazionali sparsi in giro per il mondo. Riagganciandosi al discorso di territori il direttore generale ha poi dato la parola a Giovanni Lolli vice presidente Regione Abruzzo. “Io penso che il tema che qui viene posto è molto serio. Noi quando parliamo di turismo, siamo spesso abituati ad ascoltare, sentire, classificare potenziali nicchie. Qui non siamo di fronte a una nicchia siamo di fronte a qualcosa di un po’ più consistente, potenzialmente, come è stato detto, parliamo di diverse decine di milioni di persone, una parte dei quali effettivamente già oggi rappresenta un movimento turistico che c’è da anni e qui però c’è il primo punto, il limite se volete del nostro Paese”.  “Noi siamo il Paese più bello del mondo - ha continuato Lolli  - qualunque tipo di statistica di indagine ci dimostra che dalla Cina fino al Sudamerica tutti ritengono l’Italia il Paese che preferirebbero visitare, poi però quando vai a vedere le statistiche ti accorgi che, con tutto il rispetto, Paesi molto meno belli del nostro ci sopravanzano q questo perché non è sufficiente essere belli, avere il prodotto potenziale, il turismo è una cosa seria che va organizzato attraverso una politica, cosa che noi negli anni non abbiamo fatto adeguatamente”. A questo proposito Lolli ha anche rilevato sia l’esigenza di accompagnare il turismo spontaneo di ritorno con una serie di servizi adeguati, sia il grande attaccamento ai paesi d’origine dei nostri connazionali che tornano in Italia e che spesso appartengono a classi agiate elevate. Per Lolli infine questo tipo di turismo può rappresentare anche una positiva leva per affrontare lo spopolamento dei paesi della dorsale appenninica, in quanto i connazionali che tornano  alla terra d’origine sono spesso disposti ad investire sulle abitazioni che in questi paesi vanno ristrutturate e messe in sicurezza.

 

Riprendendo la parola il direttore generale Vignali ha parlato della valorizzazione dei borghi, della manutenzione dei beni culturali, e della necessità di aiutare i comuni a sviluppare una politica abitativa e delle infrastrutture. Il turismo delle origini,  ha sottolineato,  “è un turismo più diffuso, non si concentra solo nelle aree tradizionali, ma tocca anche aree meno conosciute”. Per questo, ha aggiunto, è un turismo sostenibile perché grava anche su zone meno sfruttate.  Con l’intervento di Giovanni Bastianelli, direttore esecutivo Enit si delineano alcune cifre. “Vi sono un miliardo e trecento milioni di persone che si muovono per turismo nel mondo – ha ricordato  Bastianelli - e l’Italia è il paese al mondo che per i flussi turistici è cresciuto di più nel 2017. Veniamo quindi da un anno che è stato particolarmente importante e straordinario”. A livello europeo attingendo ai dati dell’Eurostat, Bastianelli ha ricordato che per quanto riguarda i flussi di stranieri l’Italia è al terzo posto in Europa per le presenze generali, cioè di residenti e non residenti. Bastianelli, dopo aver ricordato che tre milioni di persone lavorano direttamente o indirettamente nel settore turistico, ha rilevato come vi siano due tipi di turismo di ritorno verso l’Italia. Un primo tipo , a più basso costo, dai paesi europei. Una seconda tipologia di turismo più facoltosa dai paesi extraeuropei che ha nell’italianità la sua tipologia caratteristica “Nei paesi – ha precisato Bastianelli - dove si vede più l’Italia in giro per le strade con insegne di negozi di moda, ristoranti, vi è una maggiore propensione a venire nel nostro Paese. … l’Italia – ha aggiunto - è il primo paese europeo come destinazione per turisti non europei, uno su quattro per arrivi di turisti extraeuropei ”.  “ I nostri connazionali all’estero  – ha concluso Bastianelli - sono gli ambasciatori dell’Italia nel mondo” .

 

E’ stato poi presentato il video realizzato dall’Associazione Borghi più Belli d’Italia e a questo proposito è intervenuto anche Francesco Tapinassi del Mibact, che oltre a portare un saluto da parte di Francesco Palumbo, direttore generale per il Turismo del Mibact, ha sottolineato “Questo progetto è in sintonia e in coerenza con quell’immenso patrimonio culturale che l’Italia possiede e che in larga misura è ancora al di fuori dalle rotte principali di ‘incoming’ dai paesi esteri”. Poi ha aggiunto che sicuramente nell’ambito del marketing quello che sta funzionando di più “è la narrazione spontanea”. Con il desiderio di condividere esperienze positive, - ha aggiunto - gli italiani all’estero sono i primi a raccontare quanto si sta bene in questo Paese.  Concludendo Tapinassi ha ricordato che il 2017 è stato l’anno dei Borghi, un progetto realizzato dal Mibact con 18 regioni e più di mille borghi.  

 

E di Borghi e di turismo di ritorno anche Salvo Iavarone, presidente dell’ASMEF. “Questo tema del turismo di ritorno è nato sui territori, noi il primo convegno lo abbiamo fatto a Vatolla che è un Comune del Cilento che ospita un castello del Cinquecento, lo abbiamo fatto in agosto dell’anno scorso”. “Per questa idea – ha aggiunto - siamo partiti dai territori. Dai Borghi, che sono già stati evidenziati come risorsa del turismo nazionale. Proprio da un borgo abbiamo voluto lanciare quest’idea e io ringrazio il direttore generale Vignali, la Farnesina per aver voluto raccogliere questo messaggio e rilanciare con la potenza e lo spessore che solo un’istituzione come il ministero degli Esteri può dare”. Per Iavarone è giusto avere un’idea però poi le idee vanno realizzate, oltre che promosse e moltiplicate per poter arrivare a dei risultati. Secondo Iavarone i borghi rappresentano un’opportunità, nell’ambito del nostro sistema paese, per spalmare il turismo nel Mezzogiorno e nelle varie regioni italiane e quindi per dare nuova linfa all’occupazione del settore.

“Il tre giugno – ha poi ricordato il direttore generale Vignali - lanceremo per la prima volta all’estero la Giornata Nazionale dello Sport. L’abbiamo presentata insieme al presidente Malago al Coni  qualche giorno. In questo ambito c’è tutto un turismo sportivo, podistico e ciclistico legato ai grandi eventi che potrebbe essere promosso anche dai nostri connazionali nel mondo,  così come il turismo esperienziale che spesso vive nelle piccole realtà territoriali , nelle terme,  nei luoghi del benessere. Tutto questo ci rappresenta un immagine di promozione integrata del sistema paese”.   

 

Il direttore generale Vincenzo De Luca nel suo intervento ha ricordato come queste iniziative promosse il Maeci  rappresentino sempre di più il cuore pulsante della proiezione dell’Italia all’estero che si porta avanti in una logica di un grande gioco di squadra. “Quello che abbiamo sentito oggi – ha affermato - è l’incrocio di contributi nazionali, territoriali, regionali, di diversi amministrazioni, di soggetti pubblici e privati, io penso che noi in questi anni abbiamo costruito un metodo ‘chiamiamolo sistema o gioco di squadra’ che è riuscito anche a mobilitare più risorse rispetto al passato”. “E’ il metodo – ha precisato - che è stato il catalizzatore per la promozione del made in Italy e in tre anni abbiamo avuto 400 milioni di euro. Un piano integrato di promozione culturale che mette insieme ministeri , soggetti privati, istituzioni e che utilizza la rete all’estero per la promozione, 150 milioni di euro in quattro anni. Poi abbiamo il piano strategico per il turismo. Quindi abbiamo un sistema integrato che ci permette di muovere in maniera compatta e senza dispersone di risorse”.  

“L’Italia – ha continuato De Luca - è un paese dall’identità plurale che può offrire al visitatore un turismo molto differenziato, un’offerta personalizzata un turismo di diverse attrazioni. In questa visione di un piano strategico del turismo che vuole decongestionare alcune linee direttrici, ad esempio verso i grandi centri, un’articolazione di offerta turistica così differenziata non può che coniugarsi con il turismo di ritorno,  perchè nei luoghi dei borghi e delle mille città è molto più facile attrarre quei milioni di origine italiana  e il mondo dell’italianità che gli ruota intorno”. “Dobbiamo considerare – ha aggiunto De Luca – l’importanza delle comunità italiane all’estero, perché non vi è solo il rapporto che abbiamo come italiani di assistenza e tutela, essi infatti rappresentano una leva enorme della nostra proiezione internazionale e di attrazione verso l’Italia di tanti turisti ed imprenditori, perché dal turismo di ritorno possono innescarsi delle dinamiche di investimento sul territorio. Si torna, si apprezzano i luoghi e si investe”.  

Tra gli ospiti anche Alfonso Pecoraro Scanio, presidente di Univerde, che ha sottolineato l’importanza del lavoro di promozione nel mondo della cultura italiana del buon vivere, composta non solo dai prodotti enogastronomici, ma anche dall’arte e della musica. Pecoraro Scanio ha anche ricordato la campagna  che ha portato al riconoscimento da parte dell’Unesco della pizza come patrimonio dell’umanità.  

Nell’intervento di chiusura il direttore generale Vignali ha ricordato che   “il lavoro non si conclude qui. Con questa iniziativa, noi non vogliamo solo lanciare un’idea, ma vogliamo continuare ed elaborare un documento strategico e operativo che fissi alcuni obiettivi e il percorso per arrivarci, come ad esempio il portale web”. Vignali ha infine ringraziato i parlamentari presenti e soprattutto i parlamentari eletti all’estero e i membri del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero “è importante la vostra presenza – ha aggiunto - e sarà importante la vostra testimonianza una volta tornati nelle realtà dove vivete di questo evento e di questa iniziativa”.  Nicoletta Di Benedetto

 

 

 

 

Scuola nel Veneto. In classe la storia dell’emigrazione veneta

 

In tutte le scuole di ogni ordine e grado del Veneto si studierà la storia dell’emigrazione veneta. Lo prevede il protocollo di intesa tra Regione Veneto, Ufficio scolastico regionale e le sette associazioni venete per l’emigrazione: a partire dal prossimo anno scolastico ad insegnanti e studenti saranno proposti interventi di approfondimento, incontri con i testimoni e lezioni di storia per comprendere il fenomeno migratorio che ha interessato il Veneto a partire dagli ultimi tre decenni dell’Ottocento fino al secondo Dopoguerra.

 

Le associazioni dei veneti nel mondo (Associazione Veneti nel mondo, Unione dei Triveneti nel mondo, associazione degli emigrati ed ex emigrati in Australia e Americhe, Bellunesi nel mondo, Trevisani nel mondo, Veronesi nel mondo e Vicentini nel mondo) metteranno a disposizione relatori, esperti e materiali per realizzare corsi per insegnanti e moduli di approfondimento per gli studenti, dalle primarie alle secondarie superiori.

 

“E’ giusto che i giovani conoscano l’entità, le cause e ciò che ha prodotto il fenomeno migratorio in Veneto tra Otto e Novecento – dichiara l’assessore regionale all’istruzione – nonchè come i diversi paesi hanno affrontato il tema delle migrazioni. E’ una pagina di storia spesso ignorata, che invece ha generato grandi cambiamenti sociali, culturali e anche politici nelle nostre terre e nei paesi di destinazione degli emigranti veneti”.

 

“C’è un altro Veneto al di là del mare, tra Americhe e Australia – ricorda l’assessore regionale al sociale e ai flussi migratori – Si calcola, infatti, che gli emigranti veneti e i loro discendenti siano almeno 5 milioni, tanti quanti i residenti nella nostra regione. E molti di loro hanno conservato lingua, cultura, tradizioni e un forte legame con la terra d’origine. Promuovere la conoscenza e lo studio del fenomeno migratorio e delle sue ricadute è un atto di omaggio al coraggio e all’intraprendenza di chi è partito e un modo per tenere vivi i legami con chi si sente ancora veneto, anche se ormai ha messo radici in altri paesi e altre culture”. Avn 22

 

 

 

 

Borse di rientro. La Regione Veneto punta ad attrarre i “cervelli in fuga”

 

VENEZIA - La Regione Veneto punta ad attrarre i “cervelli in fuga” e ad invertire la tendenza verso l’estero dei laureati e diplomati veneti: per questo la Giunta ha deciso di finanziare proposte e progetti di innovazione sociale e di inclusione, che favoriscano il rientro di lavoratori qualificati, o meglio la “circolarità” dei “cervelli”.

“La globalizzazione dell’economia non riguarda solo le merci, ma anche le persone e le competenze”, premette l’assessore al lavoro e alla formazione Elena Donazzan. “L’Italia sinora è stato una sorta di ‘donatore universale’, nel senso che dal nostro territorio partono più giovani laureati e diplomati di quanti ne rientrino o ne arrivino dall’estero. Confindustria ha calcolato che ogni anno l’Italia perde 14 mld di Pil a causa della ‘fuga’ all’estero di studenti e laureati. Vogliamo invertire la tendenza e contrastare il basso assorbimento da parte delle piccole e medie imprese di lavoratori qualificati, come pure la tendenza a incentivare pubblicazioni piuttosto che brevetti e creazioni di start up. L’obiettivo ultimo è garantire idee, competenze e professionalità al Veneto del futuro”.

Il provvedimento approvato dalla Giunta regionale stanzia un milione e mezzo di euro per attirare “cervelli” ed “eccellenze” di ritorno e creare occasioni di incontro, scambio e competizione, interregionale e transnazionale. I progetti potranno prevedere “maratone” per sviluppare progetti innovativi, in campo tecnologico o sociale o culturale, eventi di animazione del territorio, scambi internazionali, il coinvolgimento diretto delle imprese nel progettare poli di attrazione di ricercatori e idee innovative, “borse di rientro” per “cervelli” partiti dal Veneto e specializzatisi all’estero.

“Questo bando è una scommessa sul futuro – sottolinea concludendo Donazzan – sulla capacità del sistema veneto di attrarre o di incubare nuove idee e nuovi progetti. Basti pensare all’industria culturale, che da sola rappresenta oltre il 6 per cento del prodotto interno lordo, e che può rappresentare un terreno fertile per generare idee innovative e nuove imprese ad alto valore aggiunto nel capitale umano”. (aise 24) 

 

 

 

 

La prima “badante elettronica” sperimentata nei comuni montani Abruzzesi

 

GRAMPiT è il primo sistema automatico di assistenza nato per aiutare le famiglie alle prese con i propri familiari in là con gli anni. La prima sperimentazione formale parte dai comuni montani d’Abruzzo. L’iniziativa è stata fortemente voluta da Fausto Preste, fondatore della startup, in collaborazione con l’imprenditore Alido Venturi, che ha contribuito condividendo i frutti della sua lunga esperienza. Fondamentale il supporto di Paolo Federico sindaco di Navelli e commissario straordinario comunità montana “Montagna di L’Aquila” ECAD5, che ha patrocinato la sperimentazione agevolando l’incontro con le famiglie che hanno già iniziato ad utilizzare il sistema.

 

Il contesto della sperimentazione è davvero sfidante. I comuni interessati sono gli stessi che furono duramente colpiti dal terremoto del 2009. “Abbiamo scelto intenzionalmente un territorio difficile per un test che sono certo ci porterà le conferme che cerchiamo” afferma Fausto Preste, che continua: “le sfide sono su più fronti: i piccoli comuni nei quali stiamo lavorando sono meglio serviti da servizi sociali sul territorio di quanto non lo siano le grandi città. Inoltre vi è grande coesione tra le famiglie stesse e ottimi rapporti di vicinato. Gli anziani sul territorio sono già molto ben seguiti, eppure il nostro sistema è stato accolto con entusiasmo”.

 

Alido Venturi, presidente di Gioel Holding: “Il fermento crescente attorno al mondo dell’innovazione mi appassiona molto e seguiamo diverse iniziative. Il mio contributo, da imprenditore seriale che in quarant’anni ne ha viste tante… è orientato a tradurre la teoria in pratica. Questa sperimentazione sono certo che aiuterà GRAMPiT, startup che ha già fatto un lavoro straordinario, a comprendere ancora meglio le esigenze e la risposta delle famiglie”.

 

Il sindaco di Navelli, Paolo Federico, che per anni si è battuto per la ricostruzione nei territori colpiti dal sisma, ha accolto la sperimentazione con grande entusiasmo:

 

“ nei nostri territori dove è rilevante la percentuale di persone anziane che non possono contare sull’assistenza continua di familiari impegnati fuori dall’ambiente domestico, la “badante elettronica” si sta rivelando una soluzione efficace e discreta che sostituisce il familiare nei momenti in cui l’anziano rimane solo nella sua abitazione”.

 

In rappresentanza delle famiglie che stanno utilizzando il sistema era presente all’evento anche il sig. Carlo, che segue con GRAMPiT due parenti stretti in differenti abitazioni e che è tra i primi utenti ad aver partecipato all’iniziativa.

 

GRAMPiT è il primo sistema che assiste in maniera interattiva la persona fornendo informazioni e stimoli esattamente al momento giusto e chiedendo feedback alla persona se necessario. GRAMPiT parla attraverso assistenti vocali posizionati negli ambienti abitati, riceve informazioni sulle attività in casa e fuori casa attraverso sensori e altri dispositivi. La famiglia con delle semplici App può controllare il sistema, personalizzarne il funzionamento, verificare lo svolgimento delle attività e ricevere avvisi in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo.

 

GRAMPiT è un sistema brevettato, ideato e prodotto in Italia grazie alla collaborazione di intelligenze ed energie provenienti da territori diversi, tutte accomunate dalla volontà di portare l’innovazione a genuino servizio delle persone. GRAMPiT, attraverso il suo team distribuito sul territorio, unisce Roma, Napoli, Salerno e Milano. L’Aquila e i territori limitrofi sono stati una nuova piacevole scoperta per la startup. www.gramp.it  De.it.press

 

 

 

 

Trentino-Alto Adige. Minoranze linguistiche, approvata la legge regionale di tutela

 

TRENTO - Approvato in Consiglio regionale il disegno di legge “Norme in materia di tutela e promozione delle minoranze linguistiche cimbra, mòchena e ladina della Regione autonoma Trentino-Alto Adige/Südtirol”, promosso dalla Giunta regionale. Soddisfatto, l’assessore alle minoranze Giuseppe Detomas. “Nella stesura del testo – spiega – abbiamo convolto autorevoli esperti dell’Eurac di Bolzano e dell’Università di Trento. In particolare, del gruppo di lavoro, coordinato dalla professoressa Alexandra Tomaselli, hanno fatto parte i professori Jens Woelk e Günther Rautz, oltre ai funzionari della Regione competenti in materia”. Il gruppo ha lavorato per due anni ed ha redatto il testo che, senza particolari modifiche, è stato approvato oggi dall’aula.

Un traguardo, questo, che per Detomas “può davvero definirsi storico, posto che per la prima volta la Regione ha affrontato il tema della tutela delle minoranze linguistiche con un approccio sistematico ed organico”. Tra le cose che secondo l’assessore rendono questa legge “una pietra miliare nel complesso delle norme a tutela delle minoranze, c'è la specifica previsione del Comun General de Fascia quale ente esponenziale della comunità ladina di Fassa”. Questa norma, sebbene già contenuta dello Statuto di autonomia, “aveva bisogno di un'ulteriore specificazione, posto che la materia dell'ordinamento degli enti locali è appunto una competenza regionale”. Ma insieme a questo, continua Detomas, “vi è la previsione, altrettanto storica, del riconoscimento, con una norma di legge, del ruolo della Lia di Comune Ladins quale soggetto rappresentativo della comunità ladino dolomitica, comprendente anche i comuni della provincia di Belluno appartenuti storicamente al Tirolo storico e parte integrante della comunità dei ladini del Sella”.

Per l’assessore alle minoranze, in sintesi, “non è cosa che accade tutti i giorni riuscire a far approvare una legge a livello regionale che riguarda entrambe le Province, specie in un contesto dove la Regione viene ad assumere sempre più un ruolo di coordinamento anziché di elaborazione e di gestione diretta di compiti e funzioni”.

Sino ad oggi, la materia della tutela delle minoranze linguistiche, a parte l’erogazione di contributi, era regolata fondamentalmente dalle due Province autonome. Detomas ha voluto precisare che era necessario “dare una maggiore organicità a livello regionale alla materia in questione, sia perché vi sono principi comuni a livello statutario, sia ai fini della partecipazione, della trasparenza e pure sotto il profilo dell’efficacia”.

La legge utilizza la dizione ‘gruppi linguistici’ per designare le comunità dei parlanti le lingue minoritarie tradizionalmente presenti sul territorio regionale, rifacendosi in tal modo all’Accordo Degasperi - Gruber, fondamento dell’autonomia speciale della Regione Trentino-Alto Adige/Südtirol. Secondo la legge, gli interventi possono avvenire sia su diretta iniziativa della Giunta che sulla base di una collaborazione fra la Regione ed altre istituzioni locali, nazionali ed estere, oltre che sulla base di proposte provenienti da associazioni ed enti con sede nel territorio regionale. I campi d’intervento riguardano in particolar modo il mantenimento e lo sviluppo delle lingue dei gruppi numericamente meno diffusi sul territorio, anche in vista dell’utilizzo di dette lingue in ambito amministrativo e pubblico in genere.

Per quanto riguarda gli aspetti esecutivi da segnalare l’istituzione di un Comitato tecnico chiamato a valutare le iniziative proposte dalle associazioni. L’organismo, del quale faranno parte rappresentanti delle due Provincie, è stato istituito anche con l‘obiettivo di evitare sovrapposizioni negli interventi di sostegno da parte delle amministrazioni interessate.

In consiglio l’assessore Detomas ha ringraziato l’Eurac e l’Università di  Trento che hanno collaborato gratuitamente alla stesura del testo. La legge è stata approvata con 37 voti a favore e 13 astensioni. (Inform 29)       

 

 

 

 

 

Transatlantische Tragödie

 

Der Streit zwischen den USA und der Europäischen Union über den Umgang mit Iran betrifft nicht nur die Wahl außenpolitischer Mittel und Instrumente, sondern auch grundlegendere Ziele der Politik. Er könnte Vorbote einer neuen Geschäftsgrundlage zwischen Amerika und Europa sein.

 

Die Entscheidung von US-Präsident Donald Trump, das Nuklearabkommen mit Iran zu brechen, und die jüngste Rede von Außenminister Mike Pompeo zur Iran-Politik seines Landes haben eine europäische Illusion endgültig platzen lassen. In Berlin, London, Paris und anderen EU-Hauptstädten herrschte lange der Glaube oder zumindest die Hoffnung vor, dass man trotz unterschiedlicher Bewertungen des Nuklearabkommens noch zu einer gemeinsamen transatlantischen Politik gegenüber Teheran kommen könne. Fortschritte in den Gesprächen zwischen Washington und den EU-3 auf Arbeitsebene deuteten tatsächlich auf die Möglichkeit eines Kompromisses hin. So kamen beide Seiten gemeinsamen Ansätzen zum Umgang mit dem iranischen Raketenprogramm sowie mit der Rolle Irans in Regionalkonflikten wie in Syrien und Jemen näher. Auch bei der Kernfrage, wie mit den zeitlichen Beschränkungen für iranische Atomaktivitäten umzugehen ist, wurde von den transatlantischen Unterhändlern an Kompromissformeln gefeilt. Am Ende setzt sich daher auf europäischer Seite der Eindruck fest, dass die Lösung nur noch ein paar Meter weiter über die Ziellinie hätte bugsiert werden müssen. Doch dann kam Trump.

Differenzen nicht nur über Mittel und Instrumente

Aus dem Zerwürfnis der USA und Europas über Iran lassen sich drei zentrale Schlüsse ziehen: Erstens mussten Berlin, London, Paris und andere EU-Partner erkennen, dass die Differenzen mit Washington nicht nur die Wahl der Mittel und Instrumente betreffen, sondern auch grundlegende Ziele der Politik. Es stimmt zwar, dass sowohl Amerikaner als auch Europäer eine nukleare Bewaffnung Irans unbedingt verhindern und regionale Rüstungsdynamiken eingrenzen wollen. Die Europäer setzen auch auf wirtschaftlichen Druck, um Iran zu einer verantwortlichen Politik im Mittleren Osten zu bringen, sie verfolgen aber letztendlich das Ziel, Iran – auch in seiner gegenwärtigen politischen Verfasstheit – als Teilhaber und Mitspieler regionaler Zusammenhänge zu integrieren. Die Trump-Administration verfolgt das gegenteilige Ziel: Sie will Teheran mit Unterstützung Israels und der arabischen Golf-Staaten umfassend, d.h. politisch, wirtschaftlich und sicherheitspolitisch, eindämmen, um so den Einfluss Irans in der Region zurückzudrängen. Eine Abkehr von diesem Ziel setzt aus Sicht Washingtons einen Regimewechsel in Teheran oder eine völlige Kehrtwende der iranischen Außenpolitik voraus. Das hat die lange Liste der Forderungen deutlich gemacht, die Pompeo in seiner Iran-Rede aufgeführt hat.

Eine Situation, in der Europäer und Amerikaner verlieren

Zweitens hat der Bruch des Nuklearabkommens durch Washington Europa und die USA in eine Lose-lose-Situation geführt, denn beide haben durch die US-amerikanische Entscheidung verloren. Für die USA wird es ohne die Unterstützung der Europäer (sowie der Russen und Chinesen) wesentlich schwerer als vor dem Inkrafttreten des Iran-Abkommens, ein wirkungsvolles Sanktionsregime gegenüber Teheran aufzubauen. Aus Sicht der EU rückt das Ziel, das von Iran ausgehende atomare Risiko zu eliminieren und das Land zu einer verantwortlicheren Politik in der Region zu bewegen, in noch weitere Ferne.

Schwieriger Drahtseilakt für Europa

Drittens ist Europa nun gezwungen, einen schwierigen Drahtseilakt zu vollziehen: Jeder Versuch, das Nuklearabkommen zu retten, muss von nun an zwangsläufig gegen Washington gerichtet sein. Gleichzeitig bestehen gegenseitige wirtschaftliche und sicherheitspolitische Abhängigkeiten und auch einige gemeinsame Interessen mit den USA fort. Um all dem gerecht zu werden, muss die EU äußerst pragmatisch vorgehen. Einige der in der öffentlichen Debatte genannten Maßnahmen gegen Washington ergeben wenig Sinn. So birgt die Androhung oder Umsetzung von Zöllen auf US-Exporte in die EU als Reaktion auf US-Sekundärsanktionen ein zu großes Eskalationspotential. Das transatlantische Verhältnis ist derzeit von einer ganzen Reihe von Konflikten belastet – Strafzölle auf Aluminium und Stahl, Nordstream-2-Gaspipeline, Lastenteilung in der NATO –, um nur die wichtigsten zu nennen. Es ist gut möglich, dass sich diese einzelnen Tiefdruckgebiete zu einem großen Sturm verbinden, der erheblichen Schaden diesseits und jenseits des Atlantiks anrichtet. Andere Maßnahmen erscheinen pragmatischer, weniger konfrontativ und besser umzusetzen, wie beispielsweise der Vorschlag, durch europäische Kreditanstalten bzw. Entwicklungsagenturen Infrastrukturprojekte im Iran zu unterstützen. Ob Ideen wie diese am Ende ausreichen, den Iran zum Verbleib im Nuklearabkommen zu bewegen, steht auf einem anderen Blatt.

Eine neue Geschäftsgrundlage für die Transatlantischen Beziehungen

Einiges deutet darauf hin, dass der Fall Iran der Vorbote einer neuen Geschäftsgrundlage der transatlantischen Beziehungen ist. Auch bei Streitigkeiten über handelspolitische Fragen, wie zuletzt über Strafzölle auf Stahl und Aluminium, stellt sich die Frage, inwiefern sich die Differenzen mit Washington lediglich auf Instrumente und Mittel oder auch auf fundamentale Ziele erstrecken. Europäische Versuche, Washington von der Einführung der Strafzölle abzuhalten, fußten auf der Erwartung, dass auch die USA letztlich weiterhin ein grundlegendes Interesse an einem freien Handel über den Atlantik haben. Dies ist jedoch fragwürdig. Sollte es tatsächlich zu einem Handelskrieg kommen, würden sowohl die USA als auch Europa verlieren. Auch mit Blick auf die Sicherheits- und Verteidigungspolitik erscheint es vielen Politikern in Europa bislang schwer vorstellbar, dass es zwischen Europäern und Amerikanern wirklich zum Bruch über Fragen der fairen militärischen Lastenteilung kommt. Russland würde in einem solchen Fall kaum zögern, den einen Teil des Westens gegen den anderen auszuspielen – auch hier wären beide Seiten des Atlantiks am Ende Verlierer.

Ähnlich wie beim Umgang mit Iran wird Europa auch in anderen Themenfeldern der transatlantischen Beziehungen gezwungen sein, zwar einerseits für die eigenen, der US-Politik gegenläufigen Ziele einzutreten, dies aber angesichts der fortbestehenden wirtschaftlichen und sicherheitspolitischen Abhängigkeiten im Verhältnis zu den USA auf eine pragmatische Weise zu tun. Auf einen großen Sturm sollte Europa es nicht ankommen lassen.

Marco Overhaus, Stiftung Wissenschaft und Politik (SWP) 1

 

 

 

 

Europäischer Gerichtshof. Abschiebung von einem EU-Staat in einen anderen nur mit Zustimmung

 

Die Überstellung eines Flüchtlings von einem EU-Staat in das Ersteinreisestaat kann nur mit Zustimmung erfolgen. Das entschied Europäische Gerichtshof im Fall eines irakischen Flüchtlings.

Wollen EU-Mitgliedstaaten einen Flüchtling in ein anderes EU-Land überstellen, geht dies nicht ohne Zustimmung des Ersteinreisestaates. Eine Überstellung ohne Genehmigung des Wiederaufnahmegesuchs sei nicht zulässig, urteilte am Donnerstag der Europäische Gerichtshof (EuGH) in Luxemburg im Fall eines irakischen Flüchtlings. (AZ: C-647/16)

Der Iraker hatte zunächst in Deutschland Asyl beantragt, war dann aber nach Frankreich gezogen. Als die französischen Behörden den Mann im Hafen von Calais aufgriffen, wollten sie ihn wieder nach Deutschland überstellen. Dort habe er seinen Asylantrag gestellt, so dass Deutschland zuständig sei.

Konkrete Fristen

Der Flüchtling hielt die Entscheidung der französischen Behörden für rechtswidrig, weil keine Anfrage nach Überstellung an Deutschland erfolgt sei. Nach EU-Recht sei solch eine Entscheidung erst möglich, wenn der aufnehmende Mitgliedstaat seine Zustimmung erteilt hat. Daran fehle es hier. Der EuGH gab dem Flüchtling recht. Die Dublin-III-Verordnung schreibe fest, dass eine Überstellungsentscheidung in einen anderen EU-Mitgliedstaat erst erlassen werden darf, wenn der Mitgliedstaat der Wiederaufnahme „stillschweigend oder ausdrücklich zugestimmt hat“.

Die geltenden EU-Regelungen sehen für eine Wiederaufnahme von Flüchtlingen konkrete Fristen vor. Danach muss der Wiederaufnahmestaat bei einem Flüchtling, der bereits in einem anderen Land registriert wurde, innerhalb von zwei Wochen über die Wiederaufnahme entscheiden. Bei noch nicht registrierten Flüchtlingen beträgt die Frist einen Monat. Wird innerhalb dieser Fristen nicht reagiert, gilt die Wiederaufnahme „stillschweigend“ als genehmigt. (epd/mig 1)

 

 

 

Politische Regierung in Italien

 

Erneute Wendung im Krimi um die Regierungsbildung in Italien. Die Technokratenregierung kommt doch nicht. Fünf-Sterne und Lega sollen noch heute das Zepter übernehmen.

 

Der Wirtschaftsexperte Giuseppe Conte nahm am Donnerstagabend den Regierungsauftrag von Präsident Sergio Mattarella zum zweiten Mal an. Erst vor einigen Tagen hatte er ihn zurückgegeben, weil Mattarella die Benennung des Eurokritikers Poaolo Savona zum Finanzminister blockierte.

Der Präsident wollte stattdessen eine Tecknokratenregierung unter dem früheren IWF-Mann Carlo Cottarelli einsetzen. Nun hat sich das Blatt offenbar wieder gewendet. „Wir werden entschlossen handeln, um die Lebensqualität aller Italiener zu verbessern“, sagte Conte nach einem Treffen mit Mattarella in Rom. Conte gab bei der Gelegenheit auch zentrale Ministerposten seines Kabinetts bekannt. Savona soll demnach Europaminister werden.

Es ist für ihn der zweite Anlauf zu einer Regierungsbildung. Der Präsident hatte den ersten gestoppt, weil die Fünf-Sterne-Bewegung und die Lega im Kabinett den Euro-Kritiker Paolo Savona zum Wirtschaftsminister machen wollten. Am Donnerstag hieß es, Savona solle stattdessen Europa-Minister werden.

Die Chefs der regierungstragenden Parteien konnten sich nicht einigen, wer von ihnen Regierungschef werden soll, daher einigten sie sich auf Conte und müssen sich nun selbst mit Ministerposten begnügen. Der Chef der Fünf-Sterne-Bewegung, Luigi Di Maio, soll das vereinte Ministerium für Industrie und Arbeit übernehmen, Lega-Chef Matteo Salvini wird Innenminister. Beide sollen zudem Vize-Ministerpräsidenten werden. Als Wirtschaftsminister ist der Ökonomieprofessor Giovanni Tria vorgesehen, als Außenminister Enzo Moavero Milanesi.

Der Bundestagsabgeordnete Fabio de Masi kritisiert die Einmischungen in die ilalienische Regierungsbildung und Mattrallas Veto gegen eine Koalition von Fünf-Sterne-Bewegung und Lega.

Conte sollte am heutigen Freitag um 16.00 Uhr vereidigt werden, danach soll eine Vertrauensabstimmung folgen. Die beiden Sieger der Wahl im März, Fünf-Sterne-Bewegung und Lega, haben zusammen eine Mehrheit im Parlament.

Die Aussicht auf eine Regierung der beiden häufig als „populistisch“ kritisierten Parteien hatte beim ersten Anlauf Investoren und Politiker nervös gemacht. In einer Koalition setzen die beiden Parteien auf höhere Staatsausgaben, obwohl sich in Italien ein Schuldenberg von mehr als 130 Prozent der Wirtschaftsleistung auftürmt. Auch die Euro-kritischen Stimmen in den beiden Parteien, wie die von Savona, haben für Unruhe gesorgt.

Besonders hervorgetan hatte sich dabei EU-Haushaltskommissar Günther Oettinger, als er die Italiener warnte, die Märkte werden schon dafür sorgen, dass sie das richtige wählen. Das Interview löste viel Empörung aus. Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker sah sich gezwungen, zu beschwichtigen: „Der Präsident der Europäischen Kommission ist überzeugt davon, dass die Zukunft Italiens nicht in den Händen der Finanzmärkte liegt. Italien ist – ganz unabhängig von den politischen Parteien, die es künftig führen werden – Gründungsmitglied der Europäischen Union und es hat als solches einen sehr großen Beitrag zur europäischen Integration geleistet. Italien wird seinen europäischen Weg weiter gehen“, ließt er erklären.

Die Kommission sei bereit, verantwortungsvoll und auf der Basis gegenseitigen Respekts mit Italien zusammenzuarbeiten. Italien verdiene Respekt, hieß es weiter. Reibungen zwischen Brüssel und Rom sind dennoch vorprogrammiert. EA/Rtr 1

 

 

 

Oettinger-Interview verärgert Italiener

 

EU-Haushaltskommissar Günther Oettinger hat sich am gestrigen Dienstag für einen Kommentar entschuldigt. Eine Aussage Oettingers in einem Interview schien nahezulegen, die italienischen Wähler würden „von den Märkten“ für die Wahl von euroskeptischen Populisten bestraft werden. Dies wurde in Italien mit Empörung aufgenommen.

„Ich respektiere den Willen der Wähler in jedem Land – egal, ob sie links, rechts oder in der Mitte stehen. Mit dem Hinweis auf die tatsächliche Marktentwicklung in Italien wollte ich nicht respektlos sein und entschuldige mich dafür,“ teilte der Kommissar in einem auf Englisch und Italienisch veröffentlichten Statement mit.

In einem Interview mit der Deutschen Welle hatte Oettinger tatsächlich gesagt, die Entwicklung auf den Märkten könnte für die Italiener ein Signal sein, nicht für populistische Parteien zu stimmen. Zu solchen Parteien zählen die 5-Sterne-Bewegung (M5S) und die euroskeptische Lega, die gerade mit ihrer Regierungsbildung gescheitert sind.

Oettinger machte deutlich, dass er die Befürchtung nicht teilt, dass die populistischen Parteien bei möglichen Neuwahlen noch stärker werden und es ultimativ sogar zu einem Ausstieg Italiens aus der Eurozone oder der EU kommen könnte.

“Wir haben Vertrauen in den Präsidenten Italiens, der Koalitionspartner möglicher Regierungen auf die Rechte und Pflichten hinweist, die sich aus der Mitgliedschaft in der Europäischen Union und der Eurozone ergeben,“ so Oettinger im Interview. Seine Aussage zu den Reaktionen der Märkte schlug hohe Wellen in den sozialen Medien und riefen Empörung bei etlichen Menschen hervor.

Während die Europäische Kommission um Schadensbegrenzung bemüht war und auf Twitter schrieb: „Es sind die Italiener und nur die Italiener, die über die Zukunft ihres Landes entscheiden“, rief EU-Ratspräsident Donald Tusk „alle EU-Institutionen“ auf: „Bitte respektieren Sie die Wähler. Es ist unsere Aufgabe, ihnen zu dienen – und nicht, ihnen Vorträge zu halten.“

Diese Reaktion kam, nachdem eine frühere Übersetzung von Oettingers (deutschen) Kommentaren eine deutlich radikalere Formulierung enthielt. Darin hieß es, die Märkte würden „die Italiener lehren, für das Richtige zu stimmen“.

Der DW-Journalist löschte diese Übersetzung jedoch wieder und erklärte, er habe Oettinger „falsch zitiert“.

Die erste Version von Oettingers Aussagen löste jedoch sofort eine Reaktion des italienischen Lega-Führers Matteo Salvini aus, der den Kommissar zum Rücktritt aufforderte und ihm vorwarf, in das Wahlverfahren des Landes einzugreifen.

„Kann man sich eine solche Verachtung für die Demokratie vorstellen? … Er sollte noch heute Nachmittag zurücktreten,“ schrieb Salvini auf Facebook.

Im Interview  äußerte Oettinger derweil auch die Hoffnung, dass Italien weiterhin Nettozahler bleiben werde. Viele italienische Unternehmen würden vom Binnenmarkt profitieren, während die EU in letzter Zeit Ressourcen für Erdbebenhilfe oder Grenzschutz aufgestockt und den Haushalt „zunehmend auf die Bedarfe – gerade von Italien“ ausgerichtet habe.

Oettinger verteidigt Konditionalität im MFR-Vorschlag

Der Kommissar stellte außerdem fest, die Unterstützung der Bürger für die EU würde signifikant ansteigen. Das habe „mit Erdogan, Trump und dem Brexit zu tun“. Oettinger zeigte sich zuversichtlich: „Die Menschen merken schon, dass man nur im europäischen Team handlungsfähig ist.“

Gerade in Bezug auf den Handelsstreit mit den USA sei der Vorteil einer starken Union offensichtlich: „Was wäre ein Land wie Italien oder wie Deutschland alleine? Aber als europäischer Binnenmarkt, als Union, haben wir die Möglichkeit, auf Trump zu reagieren.“

Die EU-Kommission will die Vergabe von Fördermitteln an rechtsstaatliche Kriterien knüpfen. Bulgarien, das aktuell die Ratspräsidentschaft hält, und andere mittelosteuropäische Staaten sind nicht begeistert.

Gepaart mit Kritik am ungarischen Premierminister Viktor Orbán verteidigte der Haushaltskommissar die angedachte Konditionalität im zukünftigen mehrjährigen Finanzrahmen der EU.

Dadurch würde eine Zahlung der EU-Fördermittel von der Achtung der Rechtsstaatlichkeit in den einzelnen Mitgliedsländern abhängig gemacht.

Oettinger betonte, dies sei im Interesse der europäischen Steuerzahler: „Um Betrug und Korruption und Untreue im europäischen Haushalt zu verhindern, muss man gegebenenfalls vor Gericht ziehen.” Deswegen müsse sichergestellt werden, „dass Richter unabhängig sind; dass die Dritte Gewalt von niemandem gebeugt werden kann; dass Recht gesprochen wird und nicht Richter von ihrer Regierung abhängen.“

Gemeinsam gegen Trump

Im Interview machte Oettinger auch deutlich, dass die USA trotz der angespannten Beziehungen zur Trump-Administration Europas engster Partner und Freund bleiben. Die transatlantische Partnerschaft müsse bestehen bleiben.

Dennoch müsse Europa insbesondere mit Blick auf die angedrohten Strafzölle zusammenhalten. Oettinger schloss: „Wenn wir uns auf dieses Spiel einlassen, verlieren wir – mal der eine, danach der andere, am Ende alle. Deswegen müssen wir eine Union bleiben und mit einer Stimme auftreten. Wenn wir einen im Regen stehenlassen, sind wir am Ende alle benachteiligt.“ Von: Alexandra Brzozowski, EA 30

 

 

 

 

Italiens politisches Chaos verschreckt die Finanzmärkte

 

Italien kommt nicht zur Ruhe. Nach der gescheiterten Regierungsbildung droht eine bittere institutionelle Schlacht zwischen den populistischen Partien Fünf Sterne und Lega auf der einen und Staatspräsident Sergio Mattarella auf der anderen Seite. Die politisch hochgradig instabile Lage in Italien macht Anleger zunehmend nervös – als Reaktion wurden auch die Wertpapiere von Banken und Versicherern europaweit schwer belastet. Hart traf das die Deutsche Bank. Aktien des Geldhauses fielen um 3,81 Prozent auf 9,90 Euro ab und damit erstmals seit 2016 unter die Marke von 10 Euro. Insgesamt rutschte der europäische Bankensektor auf den niedrigsten Stand seit Dezember 2016. Und auch die Renditen für italienische Staatsanleihen – ein wichtiger Indikator dafür, wie stabil ein Land von den Finanzmärkten eingeschätzt wird – stiegen zum ersten Mal seit 2014. Nicht zuletzt auch aufgrund der anti-europäischen Parolen scheint derzeit auch kein anderer Euro-Staat willig zu sein für die verfehlte Wirtschaftspolitik in Rom finanziell einzustehen. Die Sorgen vor einer weiteren Spaltung Europas und letztendlich auch vor einer neuen Euro-Krise belasteten dann nicht nur die Anleihen anderer Länder sondern setzten auch den Euro unter Druck. Er fiel unter die Marke von 1,16 Dollar. Tmw 30

 

 

 

 

Ist Solidarität der Schlüssel zur Integration?

 

Kommentar von Dominik Bartsch, Direktor UNHCR Deutschland

 

In ganz Deutschland sitzen gerade Menschen auf harten Holzstühlen und lernen Deutsch. Es sind Flüchtlinge und sie hören einen Begriff, der mehr als ein Wort ist: Solidarität. Die Linken verbinden damit Gerechtigkeit, Konservative argwöhnen Um- verteilung – sind aber doch zum Teilen bereit. Manch Ostdeutscher denkt an den Missbrauch des Begriffs in der DDR, manch Westdeutscher sieht für Solidarität keine Zukunft in einer individualisierten Gesellschaft.

Und was bedeutet Solidarität, wenn man von all dem nichts weiß? Flüchtlinge kommen nach Deutschland und erleben jedes Gefühl und jede Stimmung, zu der ein Mensch fähig ist: Sympathie und Abneigung,  Hilfe und Ignoranz, Liebe und Hass. Sie erleben aber auch Solidarität. Wenn in Umfragen erforscht wird, wie die Deutschen Flüchtlingen gegenüber einge-stellt sind, überwiegen die Sympathien immer bei Weitem. Und nach wie vor ist ein Zehntel der Deut-schen in der Flüchtlingshilfe aktiv. Jeder Zehnte! Auch das ist Solidarität.

Wenn wir mit Flüchtlingen sprechen, ist ihr wichtigster Wunsch gerade in Erfüllung gegangen: Sie und ihre Familien sind in Sicherheit. Ihr zweiter Wunsch ist: Arbeiten! Für die Familie sorgen! Kein Wunder, ist doch die Arbeit, das Gebrauchtwerden, ein wichtiger Teil der menschlichen Identität, ja der Würde.

Und doch finden viele keinen Job. Zum einen braucht man selbst für einfache Arbeiten gute Sprachkennt-nisse. Zum anderen ist der deutsche Arbeitsmarkt zwar gierig, aber zugleich anspruchsvoll. Und welche Chance hat ein Schneider, eine Wäscherin oder ein  Schuhmacher in Europa, selbst wenn diese Berufe in Syrien oder im Irak ein Auskommen boten?

Was ist die Antwort? Die Antwort ist die Solidarität der Deutschen, ihre neuen Nachbarn an die Hand zu nehmen, ihnen bei der Integration zu helfen, beim Deutschlernen, beim Verstehen von Arbeitsabläufen, nach Feierabend. Damit aus dem Neuen ein Kollege wird.

Aber die Frage ist berechtigt, ob das überhaupt im Interesse des Arbeitnehmers ist. Kommt da jemand, der für weniger arbeitet? Der mit den hohen Sozial-standards nicht vertraut ist? Ein Lohndrücker?

Nein, diese Angst habe ich nicht. Sicher ist selbst ein deutscher Mindestlohn für viele Menschen auf der Erde schon ein Traumgehalt. Aber der Traum wird zur Illusion, wenn man auch im deutschen Preisumfeld lebt. Und zudem haben zwei Jahrhunderte Arbeits-kampf dafür gesorgt, dass das deutsche Sozialsys-tem auch rechtlich gut abgesichert ist.

Der Hauptpunkt ist aber, dass Deutschland Arbeits-kräfte dringend braucht. 1,2 Millionen offene Stellen gibt es derzeit. In zwölf Jahren könnten es laut Wirt-schaftswissenschaftlern drei Millionen sein. Schon heute kostet einer Studie zufolge der Fachkräftemangel Deutschland fast einen Prozentpunkt seines Wirtschaftswachstums. 

Aber es geht dabei um Fachkräfte und ja, viele Menschen, die bei uns Schutz suchen, sind für deutsche Verhältnisse keine Facharbeiter. Deshalb steht Deutschland jetzt vor einer noch nie dagewesenen Aufgabe: Die Gesellschaft muss ihre neuen Mitglieder aufnehmen, ihnen die nötigen Fähigkeiten mitgeben und sie voll integrieren – gerade auch in den Arbeitsmarkt. Es ist ein Experiment, dieses Wort mag man hier ruhig benutzen, auf das die ganze Welt mit neugierigen Augen schaut. Denn ja, es kann scheitern. Die Zeichen stehen je-doch auf Erfolg. Weil alle Beteiligten letztlich das Gleiche wollen. Und Deutschland hat schon andere Herausforderungen gemeistert, gerade in jüngster Vergangenheit.

Es liegt jetzt an „denen, die schon länger hier leben“ - also den Deutschen –, wie sehr sie den neuen Kollegen die Hand reichen. Und es liegt an diesen Kollegen, mit welchem Engagement sie die neue Heimat annehmen, die fremd und manchmal kalt ist, aber auch Schutz und Sicherheit – auch soziale Sicherheit bietet. Solidarität ist also auch hier der Schlüssel damit alle gewinnen.

Denn wir müssen nicht nur an morgen, sondern auch an übermorgen denken. Deutschland braucht Arbeitskräfte für seine Wirtschaft. Und um sein Sozialsystem zu erhalten. Denn ein Arbeitnehmer finanziert die Rente mit, egal ob er Michael, Mehmet oder Mohammed heißt. Jeder macht mit, weil er will, dass später, wenn er selbst alt ist, jeder mitmacht. Und auch das hat den Namen Solidarität.

Jetzt mag man einwenden, dass das die Solidarität in ganz Deutschland voraussetzt. Ich will noch mehr: Solidarität auf der ganzen Welt. Deutschland hat nicht, wie man oft hört, als einziges Land Flüchtlinge aufgenommen. Im Libanon, weit von der Stabilität und Wirtschaftskraft Deutschlands entfernt, ist heute jeder fünfte ein Flüchtling. Deutschland hätte dann 16,17 Millionen aufnehmen müssen. Auch in Uganda gibt es mehr Flüchtlinge. In Deutschland beträgt das Bruttoinlands-produkt pro Kopf knapp 42.000 Dollar im Jahr. In Uganda sind es 638.

Die Vereinten Nationen haben deshalb den Global Compact auf den Weg gebracht. Dieses Vertrags-werk soll dafür sorgen, dass zum Beispiel Deutschland nicht alleingelassen wird. Vor allem soll aber den armen Ländern des Südens geholfen werden, in Afrika und im Nahen Osten, wo 84 Prozent der Flüchtlinge leben. Ziel ist es, die Lasten international zu verteilen. Und auch dafür gibt es ein einzelnes Wort: Solidarität. Forum Migration Juni 2018

 

 

 

 

25 Jahre Solingen. Merkel: Wir können und dürfen nicht vergessen, was passiert ist

 

Fünf Tote und viele Verletzte. So endete der Brandanschlag auf die Familie Genç in Solingen vor 25 Jahren. Am Dienstag wurde ihrer in Düsseldorf und Solingen gedacht. Die zentrale Botschaft: Hass und Ausländerfeindlichkeit Einhalt gebieten.

 

Mit Gedenkveranstaltungen in Düsseldorf und Solingen ist am Dienstag an den Solinger Brandanschlag vor 25 Jahren erinnert worden. „Wir können und dürfen nicht vergessen, was passiert ist“, sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) in Düsseldorf. Gewalttaten, wie sie in Solingen passiert sind, seien eine „Schande für unser Land“. Der nordrhein-westfälische Ministerpräsident Armin Laschet (CDU) sagte, der Brandanschlag sei „das schrecklichste Ereignis in der Geschichte Nordrhein-Westfalens“.

Am 29. Mai 1993 hatten vier rechtsextreme Jugendliche Brandsätze in das Haus der türkischen Familie Genç in Solingen geworfen. Dabei kamen fünf Menschen ums Leben, 14 Familienmitglieder wurden zum Teil schwer verletzt und leiden noch heute an den Folgen. Mevlüde Genç und ihr Mann Durmu? verloren bei dem Brandanschlag ihre beiden Töchter, zwei Enkelkinder und eine Nichte.

Genç: Wir alle sind Gottes Geschöpfe

Ausdrücklich dankten Laschet und Merkel Mevlüde Genç, die damals trotz ihres Schmerzes über den Verlust ihrer Angehörigen zur Versöhnung aufgerufen habe. Trotz des schrecklichen Leids seien sie und ihre Familie „zu Botschaftern der Integration und des guten Miteinanders geworden sind“, betonte Laschet. „Auf eine unmenschliche Tat haben sie mit menschlicher Größe reagiert“, sagte Bundeskanzlerin Merkel.

Mevlüde Genç rief dazu auf, dem Hass Einhalt zu gebieten: „Wir alle sind Gottes Geschöpfe.“ Sie wünsche sich, dass alle „in Brüderlichkeit zusammenleben“ und den Blick auf die Zukunft richteten. Niemand solle den Schmerz ertragen, den sie erlitten habe. Sie bedankte sich für die Gedenkveranstaltung, weil die Anwesenden diesen Schmerz mit ihr geteilt hätten. Ihre Heimat sehe sie weiterhin in Deutschland und in der Türkei.

Solinger OB mahnt Politiker

Der stellvertretende NRW-Ministerpräsident und Integrationsminister Joachim Stamp (FDP) verwies darauf, dass der Anschlag von Solingen der Höhepunkt einer Serie fremdenfeindlicher, rassistischer Anschläge auf Ausländer in Deutschland gewesen sei. Schuld daran sei auch eine „Hassrhetorik“ gewesen, die damals wie auch heute in der Gesellschaft festzustellen sei. Umso mehr danke er Mevlüde Genç dafür, dass sie mit ihrem Einsatz für das Zusammenleben zwischen Deutschen und Türken ein Zeichen gesetzt habe. Das Fundament des Zusammenlebens gebe das Grundgesetz vor: „Die Würde des Menschen ist unantastbar.“

Der Solinger Oberbürgermeister Tim Kurzbach (SPD) unterstrich, dass von dem fremdenfeindlichen Anschlag von Solingen „eine deutliche Warnung ausgehen“ müsse. Politiker müssten sich auch heute davor hüten, Ressentiments und Ängste in der Bevölkerung zu wecken. Der 25. Jahrestag des Solinger Anschlags erinnere daran, „was passiert, wenn sich verantwortungslose Worte verselbstständigen“.

Absage wegen Unwetter

Die Gedenkveranstaltung, die an einem Mahnmal am Mildred-Scheel-Berufskolleg stattfand, musste wegen eines schweren Unwetters vorzeitig abgebrochen werden. Ursprünglich hatten noch Bundesaußenminister Heiko Maas (SPD) und sein türkischer Amtskollege Mevlüt Çavu?o?lu sprechen sollen. Letzterer sprach bei der zentralen Gedenkveranstaltung der NRW-Landesregierung. Er rief dazu auf, gemeinsam gegen Rassismus und Fremdenfeindlichkeit einzutreten. Wahlkampf, wie von der Opposition befürchtet, machte Çavu?o?lu nicht.

Für den Abend war noch ein interreligiöses Gebet in der Evangelischen Stadtkirche am Fronhof geplant. Dort sollte auch die Auszeichnung „Silberner Schuh“ an den Solinger Arzt Christoph Zenses vergeben werden. Zudem war noch eine gemeinsame Iftar-Feier, das abendliche Fastenbrechen im Monat Ramadan, geplant. Ob ein stilles Gedenken und ein Schweigemarsch zu dem früheren Wohnhaus der Familie Genç in der Unteren Wernerstraße wie geplant stattfinden kann, war am frühen Dienstagabend aufgrund des Unwetters noch unklar. (epd/mig 30)

 

 

 

 

Italien. „Alle haben sich verzockt“

 

Ernst Hillebrand in Rom über das überraschende Ende der Regierungsbildung in Italien. Von Ernst Hillebrand

 

Die Regierungsbildung in Italien ist in letzter Minute gescheitert. Was ist da passiert?

Im Grunde haben sich alle Beteiligten verzockt, ihre Karten zu sehr ausgereizt. Die angehenden Regierungspartner wollten sich um keinen Preis von dem der Partito Democratico nahestehenden Staatspräsidenten Sergio Mattarella – der formal die Minister ernennen muss – den Namen des Wirtschaftsministers diktieren lassen. Und Mattarella wollte auf keinen Fall den vorgeschlagenen Namen akzeptieren. So hundertprozentig nachvollziehbar ist das nicht: Der Kandidat, Paolo Savona, ist ein anerkannter Ökonom und war Generaldirektor des Unternehmerverbandes Confindustria. In der Regierung, die Italien in den Euro geführt hat, war er Industrieminister und hat weder gestohlen noch betrogen. Sein einziges Unrecht ist, dass er die Spielregeln der Eurozone nicht für gott-, sondern eher von Berlin gesandt hält. Das war in der letztendlichen Zuspitzung um diesen einen Namen wohl auch eine Konfrontation der Generationen, der Egos und der politischen Institutionen. Jetzt stehen irgendwie alle Beteiligten mit leeren Händen da: Die Regierungsbildung ist ausgerechnet am Staatspräsidenten gescheitert und Italien schlittert in eine Phase der Unsicherheit und eine weitere Wahlkampagne, die diesmal deutlich polemischer werden wird.

Der italienische Staatspräsident Sergio Mattarella hat seine Entscheidung mit dem Schutz der Bürger vor einem Euro-Austritt begründet. Spricht er damit für eine Mehrheit in Italien?

Schwer zu sagen, ich habe dazu noch keine Umfragen gesehen. Mattarella hat die Ablehnung des Ministers mit der Reaktion der Märkte in den letzten Tagen begründet. Aber die hat vermutlich weniger mit dem Namen eines designierten Ministers zu tun. Hier ging es um die generelle Linie des Regierungsprogramms. Paolo Savona als externer „Techniker“ hat das Regierungsprogramm mit Sicherheit nicht formuliert. Das haben die beiden Parteivorsitzenden Di Maio und Salvini und ihre engsten Mitarbeiter schon selbst gemacht. Der Name des designierten Wirtschaftsministers war bei der Reaktion der Börsen und Währungsmärkte vielleicht ein Zusatzfaktor, aber nicht wirklich zentral. Die italienische Bevölkerung ist nicht per se gegen den Euro, aber sie sieht mehrheitlich im Moment auch nicht, dass ihnen das Wirtschaftsregiment der Eurozone irgendwie nützt. Aus dem Euro austreten will aber eine klare Mehrheit nicht.

Wie geht es jetzt weiter? Wird es Neuwahlen geben, und würden die eine neue politische Gewichtung wahrscheinlich machen?

Im Moment erscheinen Neuwahlen tatsächlich unvermeidlich. Das wird eine hässliche Kampagne werden: Auf der einen Seite der Vorwurf, Berlin, Brüssel und die Finanzhaie würden mit Hilfe ihrer italienischen „Diener“ die Formierung einer Regierung nach Wunsch des italienischen Volkes blockieren. Diese Linie deutet die Kommunikation von Lega und der Fünf-Sterne-Bewegung (M5S) in den letzten 48 Stunden schon klar an. Auf der anderen Seite eine italienische Ausgabe der „operation fear“ der Brexit-Kampagne, mit dem Malen der wirtschaftlichen und sozialen Konsequenzen eines erneuten Wahlsiegs der „Populisten“ und „Europafeinde“ in den düstersten Farben. Wie das ausgehen wird, ist schwer zu sagen. Da stoßen zwei starke politische Erzählungen aufeinander: Die der Stabilität, der europäischen Verankerung und des Werts einer stabilen Währung gegen die Erzählung von Volkssouveränität und Nationalstolz. Die Führer von M5S und Lega gehen offenkundig davon aus, dass die zweite Erzählung in der jetzigen Stimmung die stärkere sein wird – sonst hätten sie es auf die Machtprobe mit dem Staatspräsidenten eigentlich nicht ankommen lassen dürfen. Vielleicht haben sie auch entsprechende Umfragen in der Hinterhand: Massimo D’Alema, einer der erfahrensten Fahrensmänner der italienischen Politik, wurde gestern im „Corriere della Sera“ mit der Prognose zitiert, im Falle von Neuwahlen würden M5S und Lega 80 Prozent abräumen. Das ist natürlich völlig übertrieben. Aber es werden mit Sicherheit Wahlen sein, die die politische Landschaft Italiens nachhaltig prägen werden.

Die Fragen stellte Hannes Alpen. IPG 28

 

 

 

 

EU uneins bei Migration

 

Aufgrund des fehlenden Konsenses beim Thema Migration haben die EU-Staaten es bisher nicht geschafft, eine Einigung für neue Verhandlungen über die Beziehungen zu den Staaten Afrikas, der Karibik und des Pazifikraums (AKP) zu erzielen. Ein Bericht von EURACTIV Frankreich.

 

Die Uneinigkeit zwischen den Mitgliedstaaten über die Rolle der Migrationsfrage im künftigen Partnerschaftsabkommen könnte die ursprünglich für diese Woche (1. Juni) geplante Aufnahme von Verhandlungen verzögern.

Auch nach zwei weiteren Treffen in der vergangenen Woche zur Frage des künftigen Cotonou-Abkommens wurde bisher kein Verhandlungsmandat erteilt.

Das im Jahr 2000 unterzeichnete Abkommen regelt den Handel und die politischen Beziehungen, aber auch die Zusammenarbeit zwischen der EU und den 79 AKP-Staaten. Das derzeitige Abkommen läuft 2020 aus und muss durch ein neues Partnerschaftsabkommen ersetzt werden.

Die europäischen Regierungen müssten sich noch im Mai auf ein Verhandlungsmandat für das erneuerte Abkommen einigen, damit die Verhandlungen auf der Tagung des AKP-EU-Ministerrates am 31. Mai in Lomé (Togo) beginnen könnten.

Die EU wird Migration und Sicherheit in den Mittelpunkt ihrer Gespräche über einen Nachfolgepakt zum Cotonou-Abkommen stellen, so ein hochrangiger Beamter.

Enger Zeitplan für AKP-Verhandlungen

Der Zeitplan kann sich allerdings noch ändern. Obwohl es bereits Diskussionen über eine deutliche Stärkung der migrationspolitischen Aspekte des Abkommens gibt, lehnte Ungarn das auf dem Treffen der europäischen Außenminister am 22. Mai vorgeschlagene Verhandlungsmandat ab. Auf dem zweiten Treffen am 24. Mai gab es keine Änderungen, da „mehrere Mitgliedstaaten den Kompromisstext ablehnten, der die ungarische Weigerung aufgehoben hätte“, sagte eine EU-Quelle gegenüber EURACTIV. Die ungarische Delegation selbst äußerte sich dazu nicht.

Uneinigkeit in der Migrationsfrage könnten die Aufnahme formeller Verhandlungen zwischen Europa und den AKP-Staaten weiter verzögern – und die Zeit wird knapp: Das ursprüngliche Cotonou-Abkommen sieht die Aufnahme dieser Verhandlungen bis August 2018 vor. „Es kann nicht ausgeschlossen werden, dass das Cotonou-Abkommen nach 2020 auslaufen wird, ohne dass ein neuer Rahmen ausgehandelt werden kann,“ so eine EU-Quelle.

Um Fortschritte zu erzielen, müssten die Mitgliedstaaten bis zu dem für heute anberaumten Rat der Außenminister eine Einigung erzielen.

Nach „Jahren der Gleichgültigkeit“  und eine Migrationswelle später steht Afrika ganz oben auf der politischen Agenda Europas.

Die Migrationskrise hat die Streitigkeiten über die Rolle der Migration im Rahmen des künftigen Partnerschaftsabkommens verschärft; besonders kontrovers wird über die Rückübernahme illegaler Einwanderer, die Staatsangehörige der AKP-Staaten sind, gestritten.

Abgesehen von der Migration hat es bei der Festlegung auf ein Verhandlungsmandat jedoch einige Fortschritte gegeben. Aktuell muss noch geklärt werden, ob das neue Übereinkommen rechtlich bindend sein sollte, wie es das Cotonou-Abkommen ist. Einige Länder fordern seit langem einen flexibleren Rahmen. Beschlossen ist hingegen die Laufzeit des künftigen Abkommens: Sie solle 20 Jahre plus eine mögliche Verlängerung von fünf Jahren betragen.

In einem von Frankreich und Deutschland gemeinsam veröffentlichten Standpunkt sind nun außerdem einige Punkte zur wirtschaftlichen Dimension der Kooperation mit dem afrikanischen Kontinent festgelegt worden. Darin wird besonderer Wert auf Investitionen des Privatsektors sowie auf besseren Schutz der Rechte von Investoren gelegt. Cécile Barbière EA 29

 

 

 

 

Die ganze Spannweite der Migrationspolitik

 

Antidiskriminierung, Zugang zum Arbeitsmarkt, Faire Mobilität, Bildung Arbeitsausbeutung – der DGB Bundeskongress diskutierte ein halbes Dutzend Anträge rund um das Thema Migration. So bewerten Fachleute aus der Gewerkschaftsarbeit die Ergebnisse.

Die Stimmung bereitete am zweiten Tag die Delegierte Melanie Geigenberger von der IG Metall Jugend, die an die antifaschistischen Wurzeln des DGB erinnerte. Jeden Tag würden heute in Deutschland Menschen dem Rechtsruck entgegentreten und für eine offene Gesellschaft kämpfen. „Diese Menschen gilt es zu unterstützen“, rief sie. „Ich bin jung, ich darf Utopien haben, die wir als Gewerkschaftsjugend so dringend brauchen,“ sagte Geigenberger. Sie wolle „irgendwann in einer Welt leben, in der die Grenzen in den Köpfen verschwunden sind“.

 

Doch was beschlossen die Delegierten in dieser Richtung konkret? „Der DGB hat sich auf dem Feld der Migrationspolitik sehr eindeutig positioniert“, sagt Volker Rossocha, der beim DGB Bundesvorstand für Migrationsfragen zuständig ist. Viele der entsprechenden Punkte seien in einem Dachantrag verankert worden – „ein klares Signal, dass das eine wichtige Geschichte ist“, sagt Rossocha. Eine Folge sei, dass die Delegierten auch den so genannten Anker-Zentren – siehe "Klare Worte gegen die Lager" – eine klare Absage erteilt haben. „Zum Thema Faire Mobilität hat der Kongress klar gesagt, dass die Beratung von mobilen EU-Bürgern weiter nötig ist.“ Das entsprechende DGB Projekt Faire Mobilität wird demnach weiter unterstützt. Mit Beschlüssen zu „den beiden Polen-Flüchtlingen und freizügigkeitsberechtigten EU-Bürger_innen war die ganze Spannweite der Migrationspolitik abgedeckt,“ sagt Rossocha.

 

Auch die Gewerkschaftssekretärin und Antidiskriminierungsexpertin Vera Egenberger nennt die Beschlüsse „ziemlich gut“: Die Delegierten forderten eine Reform des Allgemeinen Gleichbehandlungsgesetzes – die so genannte Kirchenklausel soll gestrichen werden. Bislang können Arbeitgeber in kirchlicher Trägerschaft von praktisch allen Beschäftigten verlangen, Kirchenmitglied zu sein, ohne dass dies als Diskriminierung Nichtkonfessioneller gelte. „Das betrifft nicht nur Seelsorger im Krankenhaus, sondern zum Beispiel auch Putzoder Verwaltungskräfte“, sagt Egenberger. Diese Ausnahmeregelung gehe viel zu weit und müsse beschränkt werden. Dieser Ansicht schlossen sich auch die Delegierten des Bundeskongresses an. Sie forderten, alle Tätigkeiten, für die Religiosität nicht unmittelbar erforderlich ist, für alle zu öffnen. Zudem forderten sie ein Verbandsklagerecht im AGG und eine Verlängerung der Frist zur Geltendmachung von Beschwerden auf mehr als zwei Monate.

 

Nicht ganz so angetan war Erdogan Kaya, Mitglied im ver.di-Migrationsausschuss. Er vermisst einen Beschluss für das allgemeine Wahlrecht für Migrant_innen. „Wir haben das im Gewerkschaftsrat vorab eingebracht, leider ohne Erfolg“, sagt Kaya. Dies sei besonders misslich, weil das allgemeine Wahlrecht in den Betrieben ja bereits praktiziert werde. Zu kurz gekommen seien außerdem die „Probleme der Migranten, die schon Jahrzehnte hier sind“, sagt er. Diese würden sich unter anderem auch darin zeigen, dass deren Kinder noch immer Schwierigkeiten hätten, Ausbildungsplätze zu bekommen. Kaya schwebt eine Quote für migrantische Azubis für Ausbildungsbetriebe vor. Dass solche Ideen nicht debattiert worden seien, hänge eben auch mit der Zusammensetzung der Delegierten zusammen, glaubt er. „Ich habe mich im Saal lange umgesehen: Nur eine Handvoll der Kolleg_innen hatte einen Migrationshintergrund.“

 

Das hatte vor Beginn des Kongresses schon der ver.di-Sekretär Romin Khan kritisiert. Den Verlauf des Kongresses insgesamt stuft er dennoch positiv ein. „Ein wichtiger Punkt war, dass der DGB ein Ende der erpresserischen Ausbildungsduldung fordert“, sagt Khan. Bislang können Geduldete zwar im Land bleiben, um eine Ausbildung abzuschließen. Dieses Recht ist aber an ein konkretes Ausbildungsverhältnis geknüpft. Endet das vorzeitig, kann der Azubi sofort abgeschoben werden. „Das macht es Geduldeten natürlich sehr schwer, sich gegen schlechte Ausbildungsbedingungen zu wehren“, sagt Khan. Der Kongress habe deshalb gefordert, Azubis grundsätzlich ein Aufenthaltsrecht von zwei Jahren zu geben. „So können sie falls nötig auch die Ausbildungsstelle wechseln“, sagt Khan.

 

Ein zentraler Punkt des Kongresses war für Khan die Solidarisierung mit den Beschäftigten des Lieferservices Deliveroo in Köln. Die Fahrer hatten bei dem jungen Internet-Unternehmen einen Betriebsrat gegründet, ihre Arbeitsverträge waren daraufhin nicht verlängert worden. „In Firmen wie Deliveroo ist ein migrantisches Spektrum stark vertreten“, sagt Khan. Auf dem Kongress sei so deutlich geworden, dass diese ein „Teil der neuen Arbeiter_innenschaft“ seien. „Umso wichtiger ist es, dass diese sich auch in den Gewerkschaftsstrukturen widerspiegelt.“

Voraussichtlich ab dem 12. Juni sind die aufbereiteten und kommentierten Beschlüsse mit Migrationsbezug auf der Webseite des DGB verfügbar.

Forum Migration Juni 2018

 

 

 

In fast unmöglicher Mission. Nach 70 Jahren UN-Blauhelmen herrscht Mangel und Ratlosigkeit

 

Vor 70 Jahren beschloss der UN-Sicherheitsrat den ersten Einsatz von Friedenssoldaten. Heute sind weltweit 15 Blauhelm-Truppen stationiert. Ihr Ziel ist oft unklar, die Ausrüstung kläglich – und Täter in den eigenen Reihen bleiben häufig straffrei. Von Marc Engelhardt

Im Science-Fiction-Thriller „Geostorm“ deckt eine Patrouille UN-Blauhelme in Afghanistan das Versagen einer globalen Raumstation auf, die den Klimawandel bekämpfen soll. In der Realität hingegen fällt die Bilanz der UN-Friedensmissionen, die am 29. Mai ihr 70. Jubiläum feiern, nüchtern aus. Mehr als 105.000 Einsatzkräfte aus 123 Ländern sind derzeit in einer der 15 UN-Missionen im Einsatz, unter ihnen gut 90.000 Soldaten. Sie sind derzeit so umstritten wie nie.

Am 29. Mai 1948 beschloss der UN-Sicherheitsrat erstmals den Einsatz von Soldaten unter dem Mandat der Vereinten Nationen. Die mit blauen Helmen als neutral gekennzeichneten Truppen sollten einen Waffenstillstand im Nahen Osten überwachen und die Lage stabilisieren. Das versucht die mit UNTSO abgekürzte Mission bis heute. Auch andere Missionen verfolgen ihren Auftrag seit Jahrzehnten, ohne dass ein Ende absehbar wäre: auf Zypern, in der Westsahara sowie zwischen Indien und Pakistan.

Die Bundeswehr beteiligt sich unter anderem an UN-Missionen in Afghanistan, an der Küste des Libanon, im Sudan und dem Südsudan. Größter Einsatz mit bis zu 1.100 Soldaten ist die UN-Mission in Mali, die als die derzeit gefährlichste weltweit gilt. 169 Soldaten sind bisher gefallen, zwei Deutsche starben 2017 bei einem Hubschrauberabsturz. „Die Gefahr besteht darin, dass die UN selbst das Angriffsziel mancher Gruppen sind, und das in einem weitläufigen Terrain“, sagt Celine François, die bei der UN-Organisation für Minenräumung für Mali zuständig ist.

Zweck, Ziel und Ende offen

Die Probleme des UN-Einsatzes in Mali sind symptomatisch für die in anderen Ländern wie der Zentralafrikanischen Republik, dem Kongo oder dem Südsudan. Nach dem Völkermord in Ruanda 1994, den die dort stationierten Blauhelme nicht verhinderten, stattete der UN-Sicherheitsrat die Missionen mit robustem Mandat aus. Das erlaubt den Soldaten, ihre Waffen nicht nur zur Selbstverteidigung einzusetzen, sondern auch zum Schutz von Zivilisten. Die politische Zielsetzung der Missionen blieb dagegen oft unklar. Nicht nur in Mali soll die UN-Mission einen Frieden bewahren, den es nicht gibt. Zweck, Ziel und damit auch Ende des Einsatzes bleiben damit offen.

Dass die grundlegenden Voraussetzungen nicht immer erfüllt sind, zeigt ein Beispiel aus der Zentralafrikanischen Republik. Nach zahlreichen Beschwerden über eine kongolesische Einheit zogen UN-Kontrolleure in der Stadt Berberati eine erschreckende Bilanz. „Von 114 Fahrzeugen sind nur 18 einsatzbereit“, heißt es in einem zunächst geheimen Fax, das der Kommandeur der UN-Mission Minusca, Balla Keita, im Mai 2017 an das New Yorker UN-Hauptquartier schickte. In der Basis gebe es kein Internet, in den Autos keine Funkgeräte, die Telefonzentrale im Militärcamp sei nie installiert worden.

Soldaten weder fit noch motiviert

Die Fotos im internen Bericht zeigen ein mit Müll übersätes, offenes Camp, das an ein notdürftiges Flüchtlingslager erinnert. „Die Soldaten selbst sind weder fit noch motiviert“, heißt es weiter. Nicht alle trügen Uniform. Befehle würden oft nicht weiter gegeben, die Soldaten verbrächten den Tag deshalb mit „Herumlungern“. Und das mitten in einem Bürgerkriegsgebiet, wo die UN-Truppen Zivilisten schützen, Hilfskonvois bewachen und Flüchtlinge begleiten sollen.

Die Untersuchung zeigt ein weiteres Problem der UN-Einsätze. Die Soldaten unterstehen ihren jeweiligen nationalen Führungsstäben, ein zentrales UN-Kommando gibt es nicht. Oft sprechen die Soldaten keine gemeinsame Sprache. Die meisten Blauhelme stammen aus Entwicklungsländern wie Äthiopien, Bangladesch, Indien oder Nepal. Ausrüstung, Ausbildung und Disziplin genügen zu oft nicht internationalen Standards.

Wenn Soldaten zu Tätern werden

Besonders fatal ist das, wenn die Soldaten selbst zu Tätern werden. In der Zentralafrikanischen Republik sollen Blauhelme von 2013 bis 2016 mindestens 98 Mädchen missbraucht haben. Paula Donovan von der Organisation Aids-free World, die Missbrauchsfälle von Blauhelmsoldaten seit Jahren verfolgt, kritisiert: „Ein Opfer sexueller Gewalt muss sich beim Arbeitgeber des mutmaßlichen Täters beschweren und hoffen, dass dessen Kollegen ihr mehr glauben als ihm.“ Sie fordert für Missbrauchsfälle ein unabhängiges Tribunal. Doch die UN lehnen das bislang ebenso ab wie die Entsendestaaten der Soldaten.

Daran, dass die Blauhelme nach 70 Jahren noch gebraucht werden, zweifelt hingegen niemand. Selbst Kritiker wie Donovan halten sie für alternativlos. Die UN diskutieren Reformen, doch ob der zerstrittene Sicherheitsrat sich auf substanzielle Änderungen einigen kann, ist mehr als ungewiss. Die US-Regierung will vor allem sparen. Bisher tragen die USA 28 Prozent des Etats von zuletzt 6,8 Milliarden US-Dollar. Wer für sie einspringen soll, ist unklar. Die menschlichen Kosten tragen dagegen ohnehin andere. Von den mehr als 3.700 Gefallenen Blauhelmen seit 1948 stammen die meisten aus Indien, Nigeria und Pakistan. (epd/mig 29)

 

 

 

Das ifo Institut kritisiert die US-Zölle

 

München – Das ifo Institut hat die US-Zölle auf Stahl und Aluminium kritisiert. „Die Zölle verletzen die Grundsätze der Welthandelsorganisation (WTO)“, sagt ifo-Handelsexperte Gabriel Felbermayr. „Dieser Handelskonflikt ist eine wirtschaftliche Torheit, auch wenn der volkswirtschaftliche Schaden zunächst begrenzt bleibt. Denn es ist zu befürchten, dass wir erst am Anfang einer Reihe weiterer US-Maßnahmen stehen.  US-Präsident Donald Trump scheint nicht zu sehen, dass die WTO auch amerikanische Interessen schützt, zum Beispiel im Dienstleistungshandel, wo die USA hohe Überschüsse aufweisen, oder beim Schutz geistigen Eigentums. Er scheint auch nicht zu sehen, dass die Daten seiner eigenen Behörden gegenüber Europa kein Leistungsbilanzdefizit, sondern einen Überschuss ausweisen. Er richtet sich also gegen die Falschen. Trump glaubt, ohne Verbündete auszukommen; nur wird er so den real existierenden Protektionismus Chinas nicht eindämmen können. Dafür sind die USA mittlerweile zu klein; auf sie entfallen nur noch etwa 20 Prozent der globalen Wirtschaftsleistung.“

Der US-Regierung Administration gehe es um drei Dinge, fügte Felbermayr an. „Erstens will Trump die WTO schwächen, weil sie seinen handelspolitischen Spielraum einschränkt. Zweitens will er das angeblich zu große Leistungsbilanzdefizit abbauen. Drittens geht es darum, China wirtschaftlich zu schwächen. Die bisherige Politik zielt vor allem auf das erste Ziel. Will er aber das amerikanische Defizit korrigieren, ohne das eigentliche Problem der USA anzugreifen– den hohen Konsum und die niedrige Sparneigung – muss er seine Zollpolitik deutlich ausweiten. Dann würden die wirtschaftlichen Folgen für die EU und Deutschland noch viel deutlich spürbarer.“

Felbermayr sagte weiter, Europa tue gut daran, die Einhaltung der WTO-Regeln mit Nachdruck einzufordern. „Sonst fällt es dem US-Präsidenten allzu leicht, auch andere Produkte ins Visier zu nehmen und es könnte weltweit Nachahmer geben. Europa muss sich auf einen neuen kalten Krieg im Handel mit den USA einstellen. Dazu ist interne Einigkeit und ein Schulterschluss mit den anderen WTO-Mitgliedern, die allesamt in einer ähnlichen Lage sind, notwendig.“ Gerade um den freien Handel zu verteidigen, müssten die EU und die anderen WTO-Mitglieder ihrerseits klar machen, wie sie bei weiteren Regelverletzungen reagieren würden. „Dabei müssen jene Wirtschaftszweige in den Mittelpunkt treten, in denen die Amerikaner im Ausland richtig Geld verdienen: die digitalen Dienstleistungen.“

Ab 1. Juni gelten amerikanische Einfuhrzölle von 25 und 10 Prozent auf 186 Stahl- und Aluminiumprodukte aus Europa. Ein Handelsvolumen von 7,2 Milliarden Dollar ist betroffen. Die EU erhebt im Gegenzug mit sofortiger Wirkung 25 Prozent Zoll auf 183 amerikanische Güter im Wert von fast 3,2 Milliarden Dollar; eine zweite, ähnlich umfangreiche Liste soll nach Verstreichen einer von der WTO vorgegebenen Frist in Kraft gesetzt werden. Ifo 1

 

 

 

 

Carlo Cottarelli, Italiens Ausputzer

 

Die Regierungsbildung zwischen Fünf Sterne und Lega in Italien ist gescheitert. Der Staatspräsident will nun Ex-Sparkommissar Carlo Cottarelli als „technischen“ Ministerpräsidenten ernennen. Wer ist der Mann?

Und dann will diese verdammte Jalousie nicht. Zumindest nicht so wie Carlo Cottarelli will. Der hagere Mann mit dem wettergegerbten Gesicht und den grauen Haaren drückt einen Knopf. Die Jalousie fährt komplett hoch. Er drückt den Knopf wieder. Die Jalousie fährt komplett runter. Nun ist es nahezu dunkel in Cottarellis Büro im Rektorat der Katholischen Universität zu Mailand. Cottarelli flucht. Er drückt den Knopf wieder. Das Teil rattert wieder hoch. Schließlich öffnet er das Fenster, schiebt den Arm durch den Schlitz, zieht mit der Hand die Jalousie auf die gewünschte Höhe, schließt das Fenster und setzt sich hinter seinen Schreibtisch.

Der Mann ist nun 63 und er mag mit dem ein oder anderen technischen Problem zu kämpfen haben, aber wie man Dinge löst, die sich einer nachvollziehbaren Steuerung widersetzen, darin hat der Ökonom nun sehr viel Erfahrung. Denn Cottarelli hat sich in den vergangenen vier Jahren zeitweilig einer Aufgabe gewidmet, an der man nur scheitern konnte. Und an der er auch gescheitert ist. Einerseits.

In Italien spielt sich Drama bei der Regierungsbildung ab. Präsident Mattarella verweigerte den Vorschlag zum neuen Finanzminister, daraufhin gab der mögliche neue Ministerpräsident Conte seine Kandidatur auf.

Andererseits hat er so Erfahrungen gesammelt, die den Mann wertvoll bei dem machen, was in den nächsten Wochen und Monaten noch auf Italien und die Euro-Währungsunion zukommen wird. Und deswegen dürfte er nun in den nächsten Wochen auf Bitten von Italiens Staatspräsident eine „technische“ Übergangsregierung führen. Die wird nötig, weil Präsident Sergio Mattarella eine Ministerliste einer schon besiegelten Koalition aus den Wahlgewinnern der vorerst letzten Parlamentswahlen vom 4. März, der Fünf-Sterne-Bewegung und der rechten Lega, nicht genehmigen wollte. Beide Parteien ließen die Regierungsbildung daraufhin platzen und fordern nun Neuwahlen. Damit die Zeit bis dahin, sollte sie überhaupt kommen – darüber feilschen das Parlament und der Präsident nun – irgendwie geordnet verläuft, soll nun also Cottarelli im Palazzo Chigi übergangsweise antreten.

Der Ökonom ist Kummer gewohnt. Cottarelli war von der abgewählten sozialdemokratischen Regierung Italiens als oberster Spar- oder Schuldenkommissar des Landes eingesetzt, um irgendwie Licht in den italienischen Haushalt zu bringen. Diese Aufgabe ist kaum hoch genug einzuschätzen. Italien ist mit mehr als 2,2 Billionen Euro oder 132 Prozent seines Bruttoinlandsprodukts verschuldet. Nur die USA und Japan tragen eine noch höhere Staatsschuld mit sich herum.

Anders als Italien aber stehen diese Länder nicht ständig in Verdacht, ihre Schuldenlast nicht mehr tragen zu können. Weswegen Italien wiederum ein beständiges Risiko für die Euro-Zone darstellt, sich nach Griechenland die nächste veritable Staatsschuldenkrise aufzuhalsen. Nun mögen sie in Rom den Vergleich mit Athen überhaupt nicht, weswegen sich die letzte sozialdemokratische Regierung einige Zeit Cottarelli leistete. Als unabhängiger und damit vermeintlich vom römischen Interessensgeflecht unbehelligter Sparkommissar sollte er Struktur in den italienischen Haushalt bringen. Sparideen entwickeln. Ein Bewusstsein für mehr Haushaltsdisziplin schaffen.

Ernst Hillebrand erklärt, weshalb aus seiner Sicht das Wunschprogramm der neuen italienischen Regierung unerfüllbar bleiben dürfte.

An einem Frühsommertag dieses Jahres sitzt er also in seinem Büro mit der widerspenstigen Jalousie und sagt: „Es ist ein bisschen besser geworden. Aber nicht gut.“ Und wer mit ihm spricht, warum es nicht gut wurde, der lernt viel über eine der größten ökonomische Achillesfersen Europas in diesen Zeiten – und die Wirrnisse der italienischen Politik.

Als Cottarelli im November 2013 zum Sonderkommissar der Regierung berufen wurde, glaubte er, alles gesehen zu haben. Zumindest alles, was so ein Leben in einer Regierung anstrengend macht. Der Ökonom war auf verschiedenen Posten im italienischen Finanzministerium, arbeitete für den Internationalen Währungsfonds, beobachtete Europas Regierungen zudem immer wieder als Wissenschaftler. Dennoch startet er sein Amt frohen Mutes.

Schließlich verabschiedete Italien 2012 eine Verfassungsänderung, die perspektivisch einen ausgeglichenen Haushalt zum Staatsziel erklärte. Gerade war das Land, vom vorbestraften Medienunternehmer Silvio Berlusconi bis an den Rand des Bankrotts getrieben, noch einmal aus dem Visier der Finanzmärkte entkommen. Es wirkte, als habe dies als heilsamer Schock die Italiener zur Vernunft gerufen. Und die Regierung verschrieb sich auch noch einem Primär-Überschuss des Haushalts von vier Prozent. Dass man nach einem Jahr bei 2,3 war. Ach. Ein bisschen besser, aber nicht gut?

Beide Parteien der möglichen künftigen Regierungskoalition in Italien stehen dem Euro kritisch gegenüber. EU-Parlamentspräsident Tajani warnte vor einem Euro-Austritt.

Cottarelli ließ sich nicht beirren. Er sezierte den Haushalt, entwickelte Ideen für Einsparungen, aber auch für strukturelle Verbesserungen. „Herr Verboten“, nannten ihn die italienischen Medien nun. Cottarelli fühlte sich missverstanden. „Ich will doch den Staat gar nicht klein machen“, sagte er. „Die schlechte Haushaltssituation ist in vielen Dingen vor allem ein Problem schlechter Organisation. Es gibt alle Zahlen, aber die Frage ist, ob die so zusammengeführt werden, dass man damit einen Staat führen kann.“

Also machte sich Cottarelli ans Zusammenführen. Doch nun ging er jenen auf die Nerven, die im Finanzministerium eigentlich den Haushalt zusammenführen. Zudem gab es einen Wechsel an der Spitze der Regierung: Der forsche Matteo Renzi putschte Cottarellis Förderer Enrico Letta weg. Mit Pier Carlo Padoan installierte Renzi einen Finanzminister, der wenig Wert auf einen Sparkommissar neben sich legte. Padoan begann mit der Neuordnung des Haushalts auf seine Art. Die Zahlen wurden schnell besser. Cottarelli saß zunehmend auf einem Beobachterposten und war machtlos. Er sagt: „Natürlich hat sich Padoan bemüht, den Haushalt in Ordnung zu bringen. Aber richtig ernst hat er damit auch nicht gemacht.“ Um Italien wirklich voran zu bringen hätte man die Korruption richtig bekämpfen, die Justiz entbürokratisieren, das Nord-Süd-Gefälle ernsthaft ausgleichen müssen. Die Regierung Renzi machte all das – aber eher langsam, hielt sich immer mehr mit Streitereien auf. Als Cottarellis Vorhaltungen nervten, wurde er auf einen Posten beim IWF abgeschoben.

Die Europawahlen 2019 werfen ihre Schatten voraus. In politischen Zirkeln von Brüssel und Straßburg sorgt man sich neuerdings auch, dass „italienische Verhältnisse“ einkehren könnten.

Der nervige Kommissar war nun weg, das Problem blieb. Italiens Schuldenberg wuchs auch unter der Regierung Renzi weiter. Erst im letzten Jahr der Legislatur schaffte es die sozialdemokratische Regierung, die Neuverschuldung zurückzufahren. Die Trendwende? Der Mann, der den Schuldenberg systematisch abtragen sollte, sagt: Nein. „Sie müssen ja nur die völlig unrealistischen Privatisierungserlöse in der Haushaltsprojektion für die nächsten drei Jahren herausrechnen, dann kommen Sie auf eine Lücke von 50 Milliarden Euro im Vergleich von Ziel und Wirklichkeit.“

Dabei will der Ökonom, der heute zu öffentlichen Finanzen an der katholischen Universität Mailands lehrt und forscht und dort im Rektorat sitzt, gar nicht den vergrätzten Experten geben, der vor den Unbillen der Politik zurück in den Elfenbeinturm floh. „Das Problem ist ja längst nicht nur die Politik, sondern vor allem, dass die Bevölkerung die Notwendigkeit nicht einsieht.“ Allein wenn Cottarelli, dem sie in Rom eine gewisse Eitelkeit und bis an Sturheit grenzende Emsigkeit nachsagen, das jüngste Wahlergebnis sieht. Die Bewegung Fünf Sterne wurde da stärkste Fraktion, gefolgt von der PD, der rechten Lega und der konservativen Forza Italia von Silvio Berlusconi.

Bis auf den PD haben alle dieser Parteien vor der Wahl das Blaue vom Himmel versprochen. Bedingungsloses Grundeinkommen, Flat-Tax-Steuern, gar keine Steuern – sowas eben. Für Cottarelli steht fest: „Es haben die gewonnen, die gegenüber fiskaler Seriosität nicht besonders aufgeschlossen sind.“ Vor der Wahl hat er die Parteien gefragt, wie sie zum Haushaltsdefizit stehen. Die Fünf-Sterne-Bewegung hat gar nicht geantwortet. Vom PD hieß es, wenn man so weitermache wie bisher, sei alles auf gutem Wege. Die Lega äußerte sich unverständlich. Und Berlusconis Forza Italia versprach, den Primärüberschuss des Landes auf vier Prozent zu treiben – schickte dann aber konkrete Ideen mit, die das Gegenteil bewirken würden. Cottarelli vermutet dahinter bereits System: „Vielleicht wollen manche auch den Haushalt nicht sanieren, weil sie einen Grund suchen, aus dem Euro zu kommen Die Situation ist schon gefährlich.“

Die sich anbahnende italienische Regierung hat bereits schockiert, obwohl noch kaum etwas passiert ist. Alles Wichtige zur Krise um die drittgrößte Euro-Volkswirtschaft.

Den Haushalt auszugleichen fände Cottarelli, theoretisch, gar nicht so schwer: „Es würden drei Jahre reichen, in denen wir die Primärausgaben senken.“ Ob es dazu kommt? Das dürfte auch deswegen nicht leicht fallen, weil unter dem Schlagwort Haushaltsdisziplin in Italien in den vergangenen Jahren mitunter verheerendes angerichtet wurde. Immer wenn ein Nordeuropäischer Politiker irgendetwas von „Austerität“ forderte, verschärfte das aus Sicht der meisten Italiener ihre Not: Öffentliche Ausgaben wurden so gestrichen, dass der Alltag mühsam wurde; Familien in Landstrichen mit einer Jugendarbeitslosigkeit von 40 Prozent sahen, wie auch noch das letzte Geld, um jungen Menschen bei einer Perspektive zu helfen, gestrichen wurde.

Und waren es nicht die gleichen Nordeuropäer, die von Italien einen Sparkurs forderten dem Land dann aber die Lösung der Flüchtlingsprobleme Europas fast alleine aufhalsten? Mittlerweile ist das Wort Sparen in der italienischen Öffentlichkeit ob dieser Erfahrungen so verschrien, dass die alleinige Erwähnung einen Gegenreflex auslöst.

Insofern ist es gewissermaßen logisch, dass die Politik das Thema eher halbherzig angeht. Zudem das niedrige Zinsniveau, das die Europäische Zentralbank vorgibt, die Staatsschuld vergleichsweise händelbar macht. „Das tückische an der Politik der Europäischen Zentralbank, die ja erklärt hat, den Euro um jeden Preis zu retten, ist: Sie nimmt den Druck von der italienischen Politik“, sagt Cottarelli. Nun kann man geteilter Meinung sein, ob eine andere Politik der EZB wirklich ökonomisch sinnvoller gewesen wäre. Allerdings hat der Niedrigzins den italienischen Staat tatsächlich bisher gerettet. Cottarelli glaubt denn auch nicht, dass unter EZB-Präsident Mario Draghi die Zinsen so sehr steigen werden, dass sie Italien wieder in Nöte bringen. Angst hat er dennoch: „Und zwar davor, dass die Konjunktur in Europa abflaut. Dann ist Italien das erste Opfer – die Risikoaufschläge für die Neuverschuldung werden steigen, Italien an den Rand der Zahlungsunfähigkeit kommen. Unabhängig von den Zinsen. Das ist mein Alptraum Szenario.“

Die EZB wagt einen weiteren vorsichtigen Schritt in Richtung einer weniger lockeren Geldpolitik. Die Option weiterer Anleihenkäufe wird aus dem Ausblick gestrichen.

In Rom hört man in letzter Zeit oft, die italienische Wirtschaft müsse einfach weiterwachsen, dann erledige sich das mit dem Schuldenproblem schon. Es wachse sich quasi aus. „Was ein lächerlicher Quatsch“, sagt der ehemalige Schuldenkommissar. „Damit das funktioniert, bräuchten wir Wachstumsraten wie China.“ Das Land wuchs im vergangenen Jahr um gut sechs Prozent. Italien um 1,4 Prozent.

In Italien gibt es schon seit Wochen Medien und konservative Politiker, die Cottarelli als Teil der Regierung sehen wollen. „Lächerlich“, sagt Cottarelli an jenem Tag mit den streikenden Jalousien selbst noch. „Ich glaube weiter, dass man dafür werben muss, dass sich Einsicht durchsetzt. Aber nicht in so einer Regierung.“ Ob er Hoffnung habe, dass Italien sein Schuldenproblem irgendwann doch noch ernst nehme? „Hoffnung sollte nicht so eine Rolle spielen, die wird zu oft enttäuscht.“ Nun ist es an ihm, in den nächsten Wochen, die Hoffnungen vieler Italiener an die Handlungsfähigkeit ihrer Politik wieder herzustellen. An herausgehobenerer Stellung, als er selbst lange dachte. Ob er ein Programm dafür hat? Cottarelli, der vom Naturell her eher nicht mit Selbstlob hinter dem Berg hält, sagt: „Es geht einfach darum, die richtigen Ding zu tun.“ Dann drückt er den Knopf einer Fernbedienung. Und die Jalousie bewegt sich hoch. Sven Prange, Wirtschafts Woche EA 28

 

 

 

25 Jahre Solinger Anschlag. Mevlüde Genç mahnt zu Versöhnung

 

Mevlüde Genç ruft im Gespräch zu einem friedlichen Zusammenleben in Deutschland auf. Sie hatte bei dem fremdenfeindlich motivierten Anschlag vor 25 Jahren in Solingen fünf Angehörige verloren. Von Ingo Lehnick

Bei dem Brandanschlag am 29. Mai 1993 haben Sie zwei Töchter, zwei Enkelinnen und eine Nichte verloren. Wie sehr schmerzt der Verlust heute noch?

Mevlüde Genç: Bis heute habe ich die Nacht des Anschlags vor Augen und höre die Schreie meiner Kinder, die in den Flammen verbrannten. Der Schmerz über ihren Verlust ist immer in meinem Herzen und wird bis zu meinem Lebensende nicht aufhören. Er hat dazu geführt, dass ich keine Lebensfreude mehr empfinden kann. Ich bin zwar auf der Erde, aber es fühlt sich nicht so an, als ob ich wirklich leben würde.

Sie haben trotzdem schon kurz nach dem Anschlag zur Versöhnung aufgerufen und sich seither immer wieder für Verständigung eingesetzt. Was hat Ihnen die Kraft dafür gegeben?

Hintergrund: Bei dem Anschlag in Solingen fünf türkische Mädchen und Frauen im Alter von vier bis 27 Jahren ums Leben, acht Menschen wurden schwer verletzt. Es war der mörderischste fremdenfeindliche Anschlag in der Geschichte der Bundesrepublik. Die Tat rief weltweit Entsetzen hervor. Vier junge Männer im Alter von 16 bis 23 Jahren steckten damals das Haus der türkischen Großfamilie Genç in Brand. Der Anschlag folgte auf eine Reihe ausländerfeindlicher Übergriffe und Anschläge Anfang der 90er Jahre in Deutschland. Die Täter wurden 1995 zu Haftstrafen von zehn bis 15 Jahren verurteilt. Alle vier leben seit Jahren wieder in Freiheit.

Mevlüde Genç: Diese Kraft hat mir mein Schöpfer gegeben. Ich habe Gott angefleht, dass er mir Kraft und Geduld geben möge. Der Verlust der eigenen Kinder ist das Schlimmste, was einer Mutter passieren kann. Ich wollte nicht, dass auch andere Menschen dieses Leid erfahren müssen. Deswegen habe ich gesagt: Lasst uns alle zusammen für Versöhnung, Menschenfreundlichkeit und ein friedliches Miteinander eintreten, damit solche Taten nicht noch einmal verübt werden.

Was hat Sie bewogen, in Solingen zu bleiben?

Mevlüde Genç: Ich kam mit 27 Jahren aus der Türkei nach Solingen. Nach dem Anschlag wurde ich gefragt, ob ich lieber in einer anderen Stadt leben will. Das habe ich abgelehnt. Solingen ist zu meiner Heimat geworden und ich möchte hier bleiben, bis ich sterbe.

Sorgen Sie sich um die Zukunft Ihrer Kinder und Enkel oder sind Ihre Erwartungen eher von Zuversicht geprägt?

Mevlüde Genç: Ich habe keine großen Sorgen um die Zukunft meiner Kinder. Sie führen ein normales Leben, werden größer, gehen zur Schule und haben viele Freunde – Deutsche und Türken. Sie treffen sich, machen gemeinsam Hausaufgaben, unterhalten sich oder unternehmen etwas zusammen. Ich blicke mit Zuversicht auf die Zukunft meiner Kinder und Enkel. Und ich bin stolz auf sie.

Welche Botschaft sollte vom 25. Jahrestag des Brandanschlags ausgehen?

Mevlüde Genç: Ich möchte alle einladen, an diesem bitteren Tag mit mir zu sein und meinen Schmerz zu teilen. Wir sollten in diesem Land friedlich und liebevoll zusammenleben und keinen Unterschied machen zwischen den Nationalitäten. Wir sind doch alle Menschen und sollten uns auch wie Menschen verhalten und als Geschwister leben.

Sie leben schon viereinhalb Jahrzehnte in Deutschland. Wie wichtig sind Ihre türkischen Wurzeln für Ihr Leben?

Mevlüde Genç: Natürlich ist mein Herkunftsland wichtig für mich. Aber letztlich macht es keinen Unterschied, woher ich stamme.

Die Teilnahme des türkischen Außenministers Mevlüt Çavu?o?lu an den Gedenkveranstaltungen zum Jahrestag des Brandanschlags sorgt hierzulande für viel Kritik. Befremdet Sie das oder haben Sie dafür Verständnis?

Mevlüde Genç: Es erfüllt mich mit tiefer Trauer, dass das Gedenken an den wichtigsten Tag meines Lebens von politischen Auseinandersetzungen überschattet wird. Der Entschluss, dass der Außenminister eine Rede halten soll, wurde bereits im Februar gefasst. Einen Zusammenhang mit den vorgezogenen Wahlen in der Türkei herzustellen, ist daher mindestens unschlüssig. Jedes Jahr nehmen sowohl türkische als auch deutsche Vertreter an der Gedenkveranstaltung teil; jedem Einzelnen bin ich zu großem Dank verpflichtet.

Sie setzen stets ein Zeichen gegen Hass und lassen unsere Familie während der Zeit unserer tiefen Trauer und des großen Schmerzes nicht alleine. Keiner der Repräsentanten des türkischen oder deutschen Staates hat auch nur ansatzweise daran gedacht, die Gedenkveranstaltung für die eigenen politischen Zwecke zu instrumentalisieren. Ich habe nicht die geringsten Zweifel daran, dass dies dieses Jahr genauso sein wird. (epd/mig 29)

 

 

 

Flüchtlingsunterstützung kann in Frankreich teuer werden

 

Illegalen Einwanderern zu helfen kann in Frankreich teuer werden. Nun soll das Gesetz gegen sogenannte Solidaritätsdelikte überarbeitet werden. Auf EU-Ebene nimmt diese Debatte gerade erst an Fahrt auf. Ein Bericht von EURACTIV Frankreich.

In der französischen Gemeinde Briançon sorgen sich die Einheimischen derzeit über rechtliche Risiken, da sie immer mehr Migranten helfen müssen, die aus Italien über die Alpen nach Frankreich kommen.

„Einige Menschen wurden festgenommen und andere, die dafür bekannt sind, Migranten geholfen zu haben, wurden unter Druck gesetzt,“ berichtet Bruno, Mitarbeiter einer Skistation, der in Névache, einem kleinen Dorf unweit der Grenze zu Italien, lebt.

In Névache ist eine Solidaritätsbewegung entstanden, die Migranten hilft, die ihr Leben riskieren, indem sie die Alpen überqueren. Immer mehr Migranten kommen über den Col de l’Echelle aus Italien nach Frankreich. „Im Winter habe ich da überhaupt keine Bedenken oder Skrupel. Kein Gesetz wird mich davon abhalten, einer gefährdeten Person im Gebirge zu helfen,“ so Bruno.

Es gibt jedoch einen schmalen Grat zwischen der Hilfe für eine gefährdete Person und der Hilfe bei der illegalen Einreise nach Frankreich. Während des vergangenen Winters suchten Freiwillige in Briançon immer wieder die Berge ab, um denjenigen, die Hilfe brauchen könnten, zu helfen.

Obwohl dies einerseits dazu beigetragen hat, Leben zu retten, sind einige Bürger, die sich freiwillig für Migranten eingesetzt haben, andererseits auch mit Schmugglernetzwerken in Kontakt gekommen. Die Freiwilligen werden schnell von den Netzwerken in Italien identifiziert, die dann beispielsweise die Telefonnummern der freiwilligen Helfer an Migranten verkaufen.

Es ist ein Balanceakt, bei dem die Grenzen zwischen humanitärer Hilfe und der Zusammenarbeit mit Schmugglerringen verwischen und dies zu rechtlichen Risiken führen kann.

Abschiebungen laufen nicht immer wie geplant, oft werden sie durch fehlende Dokumente oder Asylbescheidsklagen verzögert. Unionspolitiker schlagen daher Sanktionen oder Hilfen für Heimatländer vor, die bei Abschiebungen kooperieren.

Ausgenutzte Solidarität

Die Solidarität wird manchmal von Schmugglern ausgenutzt, die die Route über die Alpen nehmen. „Manchmal glauben Flüchtlinge, die im Heim in Briançon angekommen sind, sogar, dass ihre Übernachtung hier Teil des Pakets ist, für das sie die Schmuggler bezahlt haben,“ erklärt einer der Freiwilligen, der in der örtlichen Flüchtlingsunterkunft hilft.

Nach dem geltenden französischen Recht können Personen wegen Beihilfe zur illegalen Einreise, Durchreise und zum unerlaubten Aufenthalt von illegalen Einwanderern strafrechtlich verfolgt werden. Eine Ausnahme wird gemacht, wenn Hilfe zur Wahrung der Würde der einreisenden Person geleistet wurde und in keiner Weise vergütet wird.

Allerdings darf nicht bei der Einreise nach Frankreich oder bei der Weiterreise geholfen werden, sondern nur beim Aufenthalt vor Ort (also mit Unterbringung, Verpflegung, medizinischer Hilfe usw.).

Mit Bestimmungen aus dem Einreise- und Aufenthaltsgesetz sowie dem Asylrecht, die Freiheitsstrafen von bis zu fünf Jahren und Geldstrafen von 30.000 Euro vorsehen, soll die Verfolgung von Schmugglern sichergestellt werden.

Tatsächlich wurden diese Gesetze aber auch gegen „normale“ Bürger angewendet, die Migranten helfen. Einer von ihnen ist Cédric Herrou, ein Bauer aus dem Roya-Tal. Herrou wurde 2016 und 2017 mehrmals verhaftet, weil er insgesamt über 200 Migranten aus Italien nach Frankreich geholfen hatte.

Martine Landry, eine Aktivistin von Amnesty International, wurde ebenfalls verhaftet, weil sie zwei 15-jährige guineische Migranten dabei unterstützt hatte, nach Frankreich zu kommen. Ihr Prozess beginnt diese Woche.

Frankreichs Nationalversammlung den umstrittenen Gesetzentwurf über Asyl und Einwanderung angenommen. Einige der Bestimmungen könnten jedoch gegen europäisches Recht verstoßen.

Die französische Nationalversammlung prüft derzeit einen neuen Gesetzentwurf über Asyl und Migration, mit dem auch die Straftat „Solidaritätsdelikt“ überdacht werden soll. Einige Abgeordnete haben einen Änderungsantrag in Bezug auf das Solidaritätsdelikt aufgesetzt, um eine Ausnahmeregelung für die Erleichterung von Reisen innerhalb Frankreichs einzuführen. In der Praxis wurden die meisten Personen, die wegen Verstoßes gegen die Solidaritätsklausel angeklagt wurden, tatsächlich verhaftet, weil sie Migranten geholfen haben, innerhalb des französischen Hoheitsgebiets zu reisen – und nicht bei der illegalen Einwanderung.

Durch die Unterstützung von Präsident Emmanuel Macron und Abgeordneten seiner Partei En Marche wurden Diskussionen über Veränderungen im Solidaritätsdelikt in der Nationalversammlung ermöglicht. Bei der Prüfung der Änderungen Anfang Juni im Senat, wo es eine konservative Mehrheit gibt, ist es jedoch weniger wahrscheinlich, dass die neue Handhabung von Solidaritätsdelikten angenommen wird.

Europäische Bürgerinitaitive gegen Solidaritätsdelikte

Auch auf europäischer Ebene zeichnet sich langsam eine Debatte über das Solidaritätsdelikt ab. Das geltende europäische Recht ist dabei deutlicher und flexibler als das französische. Eine 2002 verabschiedete europäische Richtlinie über die Beihilfe zur illegalen Einreise, Durchreise und zum unerlaubten Aufenthalt legt die Mindestvorschriften für Sanktionen im Falle von „Beihilfen zur Gewinnerzielung“ fest.

Nach französischem Recht ist der Begriff der „Vergütung“ für geleistete Hilfe hingegen nicht unbedingt auf Geldzahlungen beschränkt. Diese deutlich weiter gefasste Definition ermöglicht daher auch die strafrechtliche Verfolgung von Bürgern, die Migranten geholfen haben, ohne dafür eine finanzielle Entlohnung zu erhalten.

Inzwischen ist anerkannt, dass der Klimawandel zu Migration führt. Nun ist die Frage, wie dieser Tatsache begegnet werden soll, sagt William Swing.

Die EU-Richtlinie legt derweil auch fest, dass die Mitgliedstaaten das Recht auf eine vollständige Freistellung/Freisprechung von Bürgern in Fällen haben, wo humanitäre Hilfe geleistet wurde – eine Bestimmung, die von Frankreich derzeit in der angedachten Form nicht angewandt wird.

„Auf europäischer Ebene gibt es keine Diskussion über das Thema Solidaritätsdelikt,“ kritisiert Sylvie Guillaume, französische sozialistische Europaabgeordnete und Vizepräsidentin des Europäischen Parlaments. Sie fordert: „Es muss eine französische und europäische Dynamik in dieser Frage geben. Wir brauchen eine Entschließung des Europäischen Parlaments zu diesem Thema, um einen europäischeren Ansatz zu haben. Denn heute sind die in Europa geltenden Gesetze sehr unterschiedlich.“

Unterschiedliche Ansichten zwischen links und rechts sowie immer wiederkehrende Spannungen in der Migrantenfrage zwischen den Ländern Ost- und Westeuropas werden jedoch höchstwahrscheinlich zu schwierigen Diskussionen auf europäischer Ebene führen.

Guillaume gibt außerdem zu: „Ich sehe das Risiko. Wenn wir diese Debatte eröffnen, riskieren wir, dass Solidaritätsdelikte zukünftig sogar stärker bestraft werden. Aber eine Debatte darüber ist notwendig.“

Während die Diskussion in Brüssel bisher praktisch noch gar nicht begonnen hat, könnte eine Europäische Bürgerinitiative (EBI) einen Impuls geben. Die im Februar gestartete Initiative fordert das Ende des Solidaritätsdelikts als Straftat und versucht derzeit, eine Million Unterschriften von europäischen Bürgern dafür zu sammeln.

Wenn die Initiative erfolgreich ist, wird von der Kommission eine Antwort in Form von Gesetzesvorschlägen erwartet. Von: Cécile Barbière, EA 28

 

 

 

 

Frankfurt/M. Die magische Welt der Poesie von Giuseppe Conte

 

Ehrengast des 11. Festivals der europäischen Poesie in Frankfurt, welches vom 25.-27. Mai 2018 stattfindet, ist Giuseppe Conte. Als Wortführer der italienischen und internationalen Kulturlandschaft wird er in diesem Zusammenhang während des Festivals Italien repräsentieren. Seine Werke haben grundlegend zu einer Erneuerung der italienischen Poesie beigetragen. In einem Großteil seiner Werke spricht Conte über die Sonne, das Meer und über Mythen. Seine Poesie schafft eine Brücke zwischen Okzident und Orient und scheint in uns hinein schauen zu können. Artikel von Valeria Marzoli und Übersetzung von Margot De March

 

Giuseppe Conte, geboren 1945 in Imperia (Italien). Er hat das Studium der Geisteswissenschaften an der Universität Mailand absolviert, ist Mitarbeiter bei diversen geisteswissenschaftlichen Zeitschriften gewesen und hat als Redakteur der Zeitschrift ‚Il Verri‘, geleitet von Luciano Anceschi, gearbeitet. Er debütierte 1972 mit „la metafora barocca“ (Mursia Verlag), worauf 1979 „l’ultimo aprile bianco“ (guanda, Gesellschaft der Poesie) sowie 1983 „L’Oceano e il Ragazzo“ folgten. Daraufhin hat Conte diverse Sammelbände von Poesie, Romanen, Essays, Reisebücher, Opern- und Theaterstücken veröffentlicht. Seine Bücher wurden in Frankreich, Russland und den Vereinigten Staaten übersetzt.

Mit dem Roman „L’adultera“ gewann Conte den „Alessandro Manzoni-Citta di Lecco“ Preis im Jahre 2008. Seine letzten Werke sind unter anderem folgende: „viaggio sentimentale in Liguria“ (2010), „il male veniva dal mare“ (2013). 2015 wurden seine gesammelten Werke der Poesie (1983-2015) von ‚Mondadori‘ in einem Oscar veröffentlicht.

 

1) Lassen Sie uns an dem Moment teilhaben, an dem Sie verstanden, dass Ihre Rolle in der Gesellschaft die ist, sich durch Verse auszudrücken.

 

* Meine Leidenschaft für die Poesie, und im Allgemeinen für Literatur jeglicher Art, inklusive dem Roman und dem Theater, ist in der Schule, genauer gesagt im Gymnasium entstanden - beim Lesen der Klassiker - sowohl italienischer als auch ausländischer. Vorher begeisterte mich die Astronomie und die Musik. Die Poesie hat mich vielleicht verführt, weil sie alle meine vorherigen Leidenschaften kombinierte: Sie hatte mit den kosmischen Entfernungen zu tun, sprach mit dem Mond, der Sonne, den Galaxien und hatte eine geheime, stille, nicht weniger rhythmische und süße Musik in sich. Mit 14 Jahren habe ich so manches Sonett im Stil von Carducci geschrieben, habe alle Werke von Shakespeare gelesen, und dann das persönliche Treffen, außerhalb der Schule, mit Baudelaire und den verdammten französischen Poeten: Daher der Wunsch mich vollkommen der Poesie hinzugeben, der mich nie verlassen hat.

 

2) Viele Ihrer Gedichte haben einen introspektiven Charakter. Wie ereignet sich, für Sie, die Erschaffung von Poesie?

 

* Die Erschaffung von Poesie ist ein Rätsel. Manchmal denke ich, sie ereignet sich tatsächlich aufgrund der verlängerten Unschlüssigkeit zwischen Klang und Sinn, von dem Paul Valery so meisterhaft spricht. Häufig werde ich von einem Bild oder auch einem Ausdruck verfolgt - darum herum baue ich dann meist den späteren Text. Ich bin nicht einer von denen, der nur sein eigenes Ego ausdrücken möchte. Ich erwarte von außerhalb, von Weitem inspiriert zu werden; für mich sind Strömungen von Bildern, Bewegungen und Reisen wichtig. Meist schreibe ich die ersten Worte auf ein winziges Notizbuch, welches in meine Tasche passt (ich schreibe meistens unterwegs), danach kopiere ich diese auf ein größeres Heft, tippe sie daraufhin am PC, drucke sie, korrigiere sie mit einem Bleistift, danach mit einem schwarzen Kugelschreiber, danach mit einem roten. Daraufhin schreibe ich wieder alles am PC und das Gedicht ist fertig. Sagen wir, dass die Ieuchtende Inspiration - teilweise so sehr, dass sie im Nacken schmerzt - sich mit der Arbeit vereinen muss: das ist das Absurde und Wundervolle an der Arbeit mit dem Wort, damit die Poesie Stil erhält.

 

3) Was heißt es heute Poet zu sein? Was ist Ihre Aufgabe in der zeitgenössischen Gesellschaft?

 

* Der Poet ist aus der Gesellschaft ausgeschlossen, lassen Sie uns nicht von der italienischen Sprechen, in der die leitenden Klassen in erschreckender Weise von humanistischer Kultur und Poesie entfernt sind, hingegen völlig der Ökonomie unterworfen scheinen. Der Poet hat keine soziale Rolle mehr: er kann aber die Rolle des Rebellen übernehmen, des Gegenanklägers, des Wortführers der Voranstellung des Geistes. Zumindest sehe ich das so.

4) Welche Autoren haben zu ihrer literarischen Ausbildung beigetragen?

 

* Wie bereits erwähnt ist meine Ausbildung auf den Klassikern aufgebaut gewesen - zwischen 14 und 18 habe ich Nichts anderes gelesen. Meine Lieblingsautoren waren und sind Goethe, Foscolo und Shelley (den ich später ins Italienische übersetzt habe). Allerdings las ich auch Romane und Theaterstücke, besonders griechische, elisabethanische, moderne Theaterstücke bis hin zu Beckett und Ionesco. Danach der komplette Einfluss von Baudelaire. Daraufhin die Entdeckung des großartigen Whitman (den ich ebenfalls ins Italienische übersetzt habe). Ich habe auch die Verbindung mit meinen Landmännern aus Ligurien gespürt, Camilo Sbarbaro, Eugenio Montale, danach Ungaretti. Meine Ausbildung bildete sich auch auf kritischen Texten der großen abendländischen Tradition, auf philosophischen Texten, Wissenschaftler wie Mircea Eliade, James Hillman, Joseph Cambell, aber auch Autoren wie D.H. Lawrence und Henry Miller. Mit der Zeit habe ich einen wirklichen Kult für Kavafis und Borges entwickelt.

 

5) In Ihren Gedichten spielen die Bilder des Mythos, der Sonne und des Meeres eine große Rolle. Wie verflechten sich diese drei Elemente in Ihrer Poesie?

 

* Der Mythos ist jahrelang ein fundamentaler Baustein meiner Poesie gewesen: Meine Wiederentdeckung des Mythos war die Wiederentdeckung eines Wissens der Ursprünge, die auf die Fragen des „warum“ und nicht des „wie“ antwortete, vollkommen unüblich in einer Gesellschaft, in der die Analyse überwiegt und in der jegliche Form des Mythos und des Heiligen ausgeschlossen wird. Der Mythos hat es mir erlaubt, die Natur neu zu erleben, sie als Ort göttlicher Energien zu erkennen, sowie jedes menschliche Wesen als Persistenz dieses ursprünglichen Hauchs zu sehen, welcher ihn in Richtung seines eigenen Schicksals bewegt. Durch den Mythos kann man Gefühle ohne jeglichen Kitsch wieder lesen, die Natur, ohne sie nur auf Landschaften zu beschränken, sondern als ursprüngliche Kraft durch die man jegliche Formen der Krise, der Vergiftung oder des Auslöschens überstehen kann, die die Zivilisation mit sich gebracht hat. Das Meer ist das fundamentale Element der Natur, der Ursprung des Lebens, der Beschützer aller Lebewesen der Erde, ein Horizont der Wandelbarkeit und des Unendlichen. Ein Meer, welches von großen Plastikmüll-Inseln zerstört wird ist ein Zeichen einer planetaren Krise, die abzuwehren ist - auch mit literarischen Erfindungen. Die Sonne ist der Ursprung des Lichtes, und ich habe aufgrund eines Leitsatzes von Viktor Hugo immer gedacht, dass aus dem Dunkeln kommend es schön sei auf einem erhellten Weg zu gehen.

 

6) Ihr Werk „Der Ozean und der Junge“ (L’oceano e il ragazzo) 1983 wurde von Italo Calvino als ein Wendepunkt in der italienischen Poesie. Erzählen Sie uns von Ihrer Poesie, ihrem Werk.

- „Der Ozean und der Junge“ ist 1983 erschienen und enthielt auch Teile von „der letzte weiße April“ von 1979. Das Werk erschien auf Wunsch von Pietro Citati sofort als Taschenbuch und erhielt viel Lob von Italo Calvino: sein Schreiben wurde dann das Vorwort für die französische (die den Nelly Sachs Preis für die beste Übersetzung des Jahres erhielt) und amerikanische Ausgabe. Dieses Werk hat von allen am meisten Anerkennung erhalten.

 

7) Um Ihre Werke bekannt zu machen haben Sie die Internetpräsenz gewählt. Ist das Ihre Methode Ihre magische Welt der Poesie an die Jugendlichen anzunähern?

 

- ich verteufle das Internet nicht. Im Internet lassen sich tolle Gedichte lesen, aber auch ‚billige‘

Gedichte, es gibt keine Grenzen. Als Vehikel funktioniert das Internet doch ziemlich gut. Die Inhalte verändern sich dadurch nicht. Die Poesie spricht immer von den selben Inhalten, das habe ich auch den Teilnehmern des Wettbewerbs ‚Self-Poetry‘ (gefördert von Ariston von Sanremo) gesagt: Poesie erzählt von der Liebe, dem Leben und, auch wenn es paradox erscheinen mag, vom Tod. Poesie lässt jedoch auch die Wichtigkeit von Gesang und der Schönheit überwiegen. De.it.press

 

 

 

 

Zukunft der EU. Italien ist die Sollbruchstelle des Euro

 

Erinnern Sie sich noch an die Euro-Endzeit-Titelbilder der Griechenlandkrise? Die Währungsunion blieb intakt, Gewöhnung trat ein - und trügerische Gelassenheit. Bis jetzt.

 

Krisen verlaufen selten in gleichmäßigem Tempo. Ein typisches Muster sieht so aus: Lange Zeit passiert kaum etwas, trotz allerlei Vorboten. Dann plötzlich beschleunigt sich der Gang der Ereignisse: Paukenschlag folgt auf Paukenschlag. Binnen kurzem befinden wir uns in einer neuen Welt. Wer sich zuvor hat einlullen lassen, wird nun eines Schlechteren belehrt.

Möglich, dass wir derzeit wieder mal an einem solchen Wendepunkt stehen. Dass eine Krise bevorsteht, die bisherige Gewissheiten zerstört.

Wir - und das heißt in diesem Fall: Deutschland - sollten uns darauf gefasst machen. Wir brauchen einen Plan für den Worst Case.

Denn wie die Dinge liegen, ist es durchaus möglich, dass die Eurozone in nicht allzu ferner Zukunft auseinanderbricht. Ein Satz, der an die Situation in den Jahren 2010 bis 2012 erinnert. Damals brachte der SPIEGEL eine Euro-Endzeit-Titelgeschichte nach der anderen. Die Währungsunion gibt es immer noch. Gewöhnung ist eingetreten. Und Gelassenheit.

Doch nun geht es nicht um Griechenland, Irland oder Portugal. Es geht um Italien, den drittgrößten Mitgliedstaat mit einer aufgelaufenen Staatsschuld von 2,3 Billionen Euro, der nun eine Regierung bekommt, die Europa in seiner bisherigen Form nicht will. Das ist neu.

Die Schockwellen haben zum Ende der abgelaufenen Woche bereits Spanien erreicht, wo ebenfalls die Börsen absackten und die Zinsen stiegen. Auslöser waren Zweifel an der Stabilität der konservativen Minderheitsregierung.

Dies ist die Kernfrage: Wohin driftet Europa, wenn nun Regierungen ins Amt kommen, die sich erklärtermaßen nicht an europäische Regeln halten wollen? Ungarn und Polen missachten demokratische Grundsätze. Die kommende italienische Regierung scheint gewillt, den engen finanziellen Rahmen zu ignorieren.

Was, wenn der aufgestaute Frust sich auch in Spanien Bahn bricht, einem Land, das wirtschaftlich deutlich besser dasteht als Italien, wo aber immer noch viele Bürger unter den Folgen der langen Krise leiden?

Kernfrage 1: Wie verhält sich die EZB?

In Italien haben sich die Linkspopulisten von der Fünf-Sterne-Bewegung und die rechte Lega auf einen Koalitionsvertrag geeinigt, der so viele neue Schulden vorsieht, dass eine Staatspleite kein abwegiges Szenario mehr ist (hier geht's zu einer Übersicht der Ausgabenpläne). Umfragen zeigen, dass die neue Regierung breite Zustimmung im Land findet.

Machen die römischen Koalitionäre ihre Ankündigungen wahr, wird Italien wohl seine wichtigste Stütze verlieren: die Europäische Zentralbank (EZB).

In den vergangenen Jahren herrschte relative Ruhe an den Euro-Finanzmärkten, weil die EZB bereitstand, die Spekulation zu unterdrücken. Im Sommer 2012 hatte EZB-Chef Mario Draghi verkündet, seine Zentralbank werde tun, was immer nötig sei ("whatever it takes") und zur Not massenhaft Staatsanleihen aufkaufen. Daraufhin gingen die Zinsaufschläge in den Krisenländern zurück, und sie sind seither niedrig geblieben.

Jetzt aber hat sich die Situation fundamental geändert: Dieser italienischen Regierung darf die EZB gar nicht beispringen.

Denn eine solche Intervention ist nur möglich, wenn Mitgliedstaaten ein "striktes und effektives" Programm mit dem Rettungsschirm ESM vereinbart haben und es konsequent durchziehen. Nach den Richtlinien des sogenannten OMT-Programms der EZB vom 6. September 2012 ist dies eine "notwendige Bedingung".

Genau das aber will die Fünf-Sterne-Lega-Koalition auf keinen Fall: sich einem strikten Sparprogramm und Kontrollen durch europäische Institutionen auszusetzen. Ob Länder wie Spanien oder Portugal bereit wären, sich erneut von außen auferlegten Sparzwängen zu unterwerfen, ist unklar. Möglich, dass auch dort viele Bürger genug haben vom bisherigen Kurs.

Die EZB wiederum darf keine Anleihen aufkaufen, deren Rückzahlung fraglich ist. Bleibt es beim bisherigen Kurs, dann würde Italien (und jedes andere Land, das kein ESM-Programm wie oben beschrieben eingeht) ohne Beistand in eine erneute Finanzkrise taumeln.

Mehr noch: Es geht nicht nur um die Umsetzung von Draghis Whatever-it-takes-Ankündigung. In Frage stehen auch die Anleihekäufe im Rahmen des regulären Programms ("quantative easing"), innerhalb dessen die Notenbank Wertpapiere aus allen Eurostaaten aufkauft. Auch diese Käufe müssten auf den Prüfstand, wenn die Zahlungsfähigkeit eines Mitgliedstaates in Frage steht.

Entsprechend alarmiert reagierten in der abgelaufenen Woche die Börsen: Die Zinsen auf italienische Staatsanleihen stiegen sprunghaft. Noch ist das Niveau nicht dramatisch. Noch sind die Zinsen viel niedriger als vor dem Eurobeitritt in den Neunzigerjahren. Aber die Regierung ist ja auch noch nicht mal im Amt (Achten Sie in der laufenden Woche auf den Fortgang der Verhandlungen in Rom).

Kernfrage 2: Reicht die Geduld für gute Lösungen?

Italien ist die Sollbruchstelle des Euro. Wenn es seine Schulden nicht mehr bedienen will - oder kann -, wird das ein Beben mit weitreichenden Folgen auslösen. Italien ist nicht Griechenland. Es gehört zu den G7-Staaten, ist Gründungsmitglied der EU. Was passiert als nächstes?

Beim Gipfel im Juni wollten sich die Eurostaaten eigentlich auf eine Weiterentwicklung der Währungsunion verständigen. Vernünftige Vorschläge von Frankreichs Präsident Emmanuel Macron liegen seit einem Jahr auf dem Tisch. Doch angesichts der Lage in Italien werden erklärte Skeptiker in Deutschland und anderen nord- und osteuropäischen Ländern kaum gewillt sein, mehr finanzielle Vergemeinschaftung zu wagen.

Stattdessen brauche die Währungsunion "ein geordnetes Insolvenzverfahren für Staaten und ein geordnetes Austrittsverfahren", schrieben 154 deutsche Ökonomen diese Woche in einem "Aufruf" in der "Frankfurter Allgemeinen Zeitung". Das Timing lässt vermuten, dass gerade Italien und andere hochverschuldete Länder gemeint sind.

Der Unwille auf beiden Seiten wächst. Es sieht so aus, als gehe die Geduld auf beiden Seiten allmählich zu Ende. Was würde geschehen, wenn der Euro tatsächlich scheitert? Was würde das für die Bunderepublik bedeuten?

Kernfrage 3: Sind wir auf einen Euro-Zerfall vorbereitet?

In diesem Worst-Case-Szenario geht es zunächst darum, den Übergang zu managen. Das würde schwierig genug: Die Finanzmärkte spielen verrückt. In weiten Teilen des Südens zöge eine akute Krise herauf, gegen die die Probleme seit 2008 klein erscheinen. Abstürzende neue nationale Währungen würden die Lebensstandards schwinden und die Inflation steigen lassen. Viele Millionen Menschen wandern aus.

Währenddessen in Deutschland: Für die Bundesrepublik sind die Finanzmarktturbulenzen verkraftbar. Deutschland hat die niedrigsten Schulden aller vergleichbaren Volkswirtschaften, staatliche Budgetüberschüsse, dazu ein Nettoauslandsvermögen von 1,9 Billionen Euro. Mächtige Puffer.

Während andere Länder von Kapitalflucht und Abwanderung geplagt sind, würde die Bundesrepublik in diesem Szenario Produktionsfaktoren aus dem Rest Europas anziehen: Kapital, das einen sicheren Hafen sucht; Arbeitskräfte, die auf ein besseres Leben hoffen.

Als größte Volkswirtschaft des Kontinents ist Deutschland in den vergangenen Jahrzehnten zum ökonomischen Zentrum geworden. Zusammen mit angrenzenden Regionen in den Niederlanden und im südlichen Skandinavien bilden insbesondere die süd- und westdeutschen Regionen das wirtschaftliche Herz des Kontinents. Dazu kommen das Großzentrum Paris und einige weitere französische Regionen, wie der Index der regionalen Wettbewerbsfähigkeit der EU-Kommission zeigt.

Eine neue innereuropäische Arbeitsteilung hat sich herausgebildet. Die ökonomischen Zentren exportieren erfolgreich in den Rest der Welt. Andere EU-Regionen liefern zu. Doch nach einem Ende des Euro würde wohl auch der Binnenmarkt zerfallen.

Gewachsene Verflechtungen würden sich lockern, weil Grenzkontrollen und Währungsschwankungen die grenzüberschreitende Arbeitsteilung erschweren. Auch weil Deutschland mit einer sehr starken Neu-Mark zu kämpfen hätte. Aber sofern es auch künftig noch halbwegs zivilisiert zugeht in Europa, könnte Deutschland nach einer heftigen Rezession am Ende noch stärker werden. Den Nachbarn bliebe kaum etwas Anderes übrig, als sich am produktiven kontinentalen Kern auszurichten. Zumal in einer Zeit, da die transatlantischen Spannungen steigen und Länder wie China und Russland Großmachtgebaren an den Tag legen.

Die Marktdynamik macht die Bundesrepublik in diesem Neo-Kleinstaaterei-Szenario zur Hegemonialmacht wider Willen. Die politische Dynamik hingegen läuft in die entgegengesetzte Richtung.

Für die Nachbarn - und für die meisten Deutschen wohl auch - wäre die neue übermächtige Bundesrepublik ein schwer erträglicher Koloss. Entsprechend heftig und womöglich irrational dürften die Reaktionen ausfallen. Das moderate Krisenszenario von oben kann rasch in ein sehr hässliches umschlagen.

Die EU und die Eurozone zusammenzuhalten sollte deshalb oberste Priorität genießen. Besser, wir bleiben zusammen. Der Spiegel on 27

 

 

 

USA: Christen gemeinsam gegen neuen Rassismus

 

In einer gemeinsamen Erklärung wenden sich christliche Konfessionen gegen das Wiederaufflammen von Rassismus in den Vereinigten Staaten.

„Wir lehnen den weißen Nationalismus in unserem Land ab, der an vielen Fronten vorhanden ist, darunter auch in den höchsten Ebenen der politischen Führung“, heißt es in der Erklärung, wie die Vatikanzeitung „L´Osservatore Romano“ berichtet.

Beim Wiederaufflammen des Rassismus in den USA stehe „die Seele der Nation und die Integrität des Glaubens auf dem Spiel“, schreiben die religiösen Führer. Sie beklagen „die zunehmenden Angriffe auf Einwanderer und Flüchtlinge“ und lehnen die wiederholten politischen Versuche ab, Armen eine „Gesundheitsversorgung zu verwehren“. Ein solches Vorgehen entspreche der „unmoralisch Logik, Dienste und Programme für Bedürftige zu beschneiden und die Steuern für Wohlhabende zu senken".

Die Leader von etwa 20 in Amerika präsenten christlichen Kirchen unterzeichneten das Dokument, darunter Bischof Michael Curry, Vorsitzender der Anglikanischen Kirche in den USA. Der schwarze Bischof hatte am Samstag mit einer schwungvollen Predigt zur Hochzeit von Prinz Harry und Meghan Markle in London von sich reden gemacht. (or  23)

 

 

 

Mit Diktatoren kooperieren, um Migration zu stoppen?

 

Um die Einwanderung einzudämmen, kooperiert die EU auch mit autoritären Führern und/oder fragilen Staaten wie in Libyen, dem Tschad oder Belarus.

 

Europas Probleme mit der Migration haben zu einer Aufstockung der Mittel für die Grenzsicherung an autoritäre Regime wie im Tschad, in Niger, Belarus, Libyen und dem Sudan geführt. EURACTIV Frankreich berichtet.

Ein Bericht des Transnational Institute (TNI) und von „Stop Wapenhandel“, einer niederländischen Initiative gegen Waffenhandel, verweist auf die seit 2005 zunehmende Zusammenarbeit der EU mit autoritären Regimen und deren Intensivierung mit Beginn der Migrationskrise im Jahr 2015.

Die EU stellt über verschiedene Programme, darunter dem Notfallfonds für Afrika, Millionen von Euro für eine Reihe von Projekten zur Verhinderung der Einwanderung nach Europa bereit. Daher der Titel des Berichts „Expanding the Fortress“ („Ausbau der Festung“).

Dem Report zufolge haben 17 der 35 Länder, denen die EU bei der Auslagerung ihrer Grenzen Vorrang einräumt, eine autoritäre Regierung.

„Dieser Bericht enthüllt eine Politik der Interaktion der EU mit ihren Nachbarregionen, die absolut von der Idee der Kontrolle über die Migration besessen ist […] Die Stärkung der Militär- und Sicherheitskräfte in diesen Regionen wird wahrscheinlich die Repressionen verschärfen und Konflikte schüren, die wiederum dazu führen werden, dass mehr Menschen aus ihrer Heimat vertrieben werden,“ glaubt Mark Akkerman, Wissenschaftler und Autor des Berichts.

„Es ist Zeit, diesen Kurs zu ändern. Anstatt Grenzen und Mauern zu externalisieren, sollten wir echte Solidarität und die Achtung der Menschenrechte nach außen tragen,“ fordert er.

Die Kommission und die Mehrheit im Parlament befürworten es, dass Teile der EU-Entwicklungsgelder zukünftig für Sicherheitsausgaben verwendet werden.

Die deutlich verschärften Kontrollen an den EU-Außengrenzen haben Migranten gezwungen, immer gefährlichere Wege zu nehmen. Dem Bericht zufolge starb im Jahr 2017 jeder 57. Migrant, der das Mittelmeer überquerte – im Vergleich zu einem von 267 Menschen im Jahr 2015.

Dies liegt vor allem daran, dass die Einwanderer im Jahr 2017 die längere und gefährlichere Route über das zentrale Mittelmeer und nicht mehr die Hauptroute von der Türkei nach Griechenland nahmen.

Europäische Firmen profitieren

Der Bericht hebt auch hervor, dass vor allem europäische Firmen wie die französischen Unternehmen Thales und Gemalto von den erhöhten Ausgaben für die Grenzsicherung profitieren.

Die Kooperation mit Drittstaaten bei der Bekämpfung der Migration umfasst viele Bereiche der Zusammenarbeit, in denen die europäischen Sicherheitsunternehmen aktiv werden können. Diese Firmen bieten die Ausbildung von Sicherheitskräften und Grenzpatrouillen, die Entwicklung weitreichender biometrischer Systeme sowie Sicherheits- und Überwachungsausrüstung an.

Dem Bericht zufolge finanzieren auch Deutschland und Italien „ihre eigenen Rüstungsfirmen [Deutschland: Hensoldt, Airbus und Rheinmetall; Italien: Leonardo und Intermarine], um die Grenzsicherungsarbeit in einer Reihe von MENA-Ländern zu unterstützen.“ Die Abkürzung MENA steht für Middle East and North Africa, also die Länder des Nahen Ostens und Nordafrikas.

Sicherheit, Migration und der mehrjährige Finanzrahmen

Inwiefern die Schlussfolgerungen und Aussichten des Berichts sich bewahrheiten, wird sich bei der Einigung über den nächsten EU-Haushalt zeigen. Die Kommission legte am 2. Mai einen Vorschlag für den neuen mehrjährigen Finanzrahmen für den Zeitraum 2021-2027 vor. Sie sieht insgesamt 123 Milliarden Euro an Investitionen in die Außenpolitik vor, was einer Steigerung von 26 Prozent gegenüber dem aktuellen Haushalt entspricht.  Cécile Barbière, EA 23

 

 

 

Den Wirt ohne die Rechnung gemacht

 

Weshalb das Wunschprogramm der neuen italienischen Regierung unerfüllbar bleiben dürfte. Von Ernst Hillebrand

 

Draußen regnet es: Chef der Fünf-Sterne-Bewegung Luigi Di Maio auf dem Weg zur Regierungsbildung.

In Italien steht nun die neue Regierung aus Fünf-Sterne-Bewegung (M5S) und Lega. Der Brüsseler und Berliner Albtraum einer „populistischen“ Regierung in der drittgrößten Volkswirtschaft der Eurozone scheint sich zu konkretisieren.

Wie konnte es soweit kommen? Um das zu verstehen, muss man sich die wirtschaftliche und soziale Lage des Landes ansehen. Italien hat mittlerweile zehn Jahre Wirtschaftskrise in den Knochen. Das Bruttosozialprodukt liegt auch heute noch circa fünf Prozent unter dem Niveau von 2008. Phasenweise war in diesen Jahren die Industrieproduktion um ein Viertel eingebrochen. Auch heute, nach zwei Jahren anämischen Wachstums, liegt die Jugendarbeitslosigkeit immer noch bei 32 Prozent. Die Familien und Unternehmen haben in diesem Jahrzehnt die Gürtel immer enger geschnallt und ihre Reserven aufgelöst. Die Staatsverschuldung ist auf 132 Prozent des BIP gestiegen. Die Steuerbelastung liegt auf skandinavischem Niveau, allerdings ohne den dazu gehörigen Wohlfahrtsstaat. Bliebe es bei den prognostizierten Wachstumsraten, dann würde Italiens Wirtschaft 2022/23 wieder den Stand von vor der Krise erreichen: Fünfzehn verlorene Jahre, mit drastischen sozialen Folgen vor allem im Mezzogiorno, wo auch heute noch sechs von 10 Jugendlichen ohne Arbeit sind.

Was macht man als Wähler in einer solchen Lage? Weiter wie bisher, also diejenigen wählen, die diese Entwicklung verursacht und verwaltet, zumindest aber nicht verhindert haben? Oder aber anderen Kräften eine Chance geben? Eine knappe Mehrheit der italienischen Wähler hat sich Anfang März für die zweite Lösung entschieden. Sie haben mit der Protestbewegung M5S und der souveränistischen Lega zwei Parteien gewählt, die aus völlig verschiedenen politischen Ecken kommend, in einem Punkt übereinstimmten: In dem Versprechen, einen Neuanfang machen zu wollen.

Wachstumsförderung als Kern

Wie dieser aussehen soll, wurde in sehr zähen, immer wieder vor dem Scheitern stehenden Verhandlungen in den letzten Wochen ausgelotet. Herausgekommen ist ein Koalitionsvertrag nach deutschem Vorbild, in dem die Grundzüge der Regierungsarbeit der nächsten Jahre formuliert werden. Es ist ein Kompromisstext, in dem beide Seiten ihre – oft widersprüchlichen – zentralen Projekte unterzubringen versuchten. Im Zentrum steht das Bemühen, die italienische Volkswirtschaft wieder zu dynamisieren und die sozialen Krisenfolgen abzumildern. Erreicht werden soll dies durch eine Mischung aus Angebots- und Nachfrageschocks, die zusammen mit staatlichen Investitionen zu einem raschen Anziehen der Konjunktur führen sollen.

Angebotsseitig sollen über deutliche Steuersenkung für Unternehmen, Entbürokratisierung und Vereinfachung von Verwaltungs- und Steuerrecht Impulse gesetzt werden. Nachfrageseitig soll über eine massive Steuerentlastung für Bürger, den Verzicht auf eine Erhöhung der Mehrwertsteuer und eine deutliche Ausweitung von Sozial- und Rentenausgaben die Binnennachfrage angekurbelt werden. Zentral ist hier die von der Lega propagierte Einführung einer Flat Tax mit zwei Quoten von 15 und 20 Prozent sowohl für Bürger wie für Unternehmen.

Hinter dem Ziel der Wirtschaftsbelebung hätten Überlegungen der kurzfristigen Haushaltskonsolidierung und des Defizitabbaus zurückzustehen. Diese Rezepte, so der Vertrag, seien in den letzten Jahren ausreichend getestet worden, ohne den erhofften Erfolg. Nur stabiles Wachstum sei in der Lage, Verschuldung und Defizite langfristig zu beschränken. Der Staat soll wieder eine aktivere Rolle in der Wirtschaft spielen: Über Investitionen, Technologieförderung, aktive Exportförderung und die Schaffung einer Investitionsförderbank,

Auffällig ist, welchen Stellenwert sozialpolitische Maßnahmen in den Koalitionsvereinbarungen einnehmen. Die wichtigste Reform stammt aus dem Wahlprogramm der Fünf Sterne: Die Einführung einer allgemeinen Grundsicherung von 780 € pro Kopf, gebunden an Arbeitssuche, Fortbildung und Beteiligung an unbezahlten Beschäftigungsmaßnahmen. Werden in einem Zeitraum von zwei Jahren drei Arbeitsangebote abgelehnt, verfällt die Grundsicherung. Dieses milliardenschwere Programm stellt eine der größten Sozialreformen der italienischen Nachkriegspolitik dar, den Einstieg in eine Logik der elementaren Grundsicherung, wie sie in Italien bisher nicht existierte. Gleichzeitig sollen niedrigere Renten ebenfalls auf ein Mindestniveau von 780 € angehoben werden. Die Investitionen in die Arbeitsämter sollen deutlich erhöht und ein gesetzlicher Mindest-Stundenlohn eingeführt werden. Die Rentenreformen der Monti-Regierung sollen revidiert und Menschen mit langen Beitragszeiten (ab 41 Jahren) und gesundheitlich belastenden Berufen ein früherer Renteneinstieg ermöglicht werden. Der Missbrauch und die Fehlbelegung von 48.000 Sozialwohnungen soll beendet werden. Der Steuerfreibetrag für Familien soll deutlich erhöht und eine kostenlose Kita (allerdings nur für italienische Familien) eingeführt werden.

Angesichts dieses sozial- und wirtschaftspolitischen Katalogs fragt mach sich schon ein bisschen, wie der PD-Interimsvorsitzende Maurizio Martina dazu gekommen ist, diese Regierung als die „rechteste“ Regierung aller Zeiten (gemeint war wohl Nachkriegs-Italien) zu qualifizieren. Sehr viel berechtigter erscheint die Kritik des PD-Fraktionsvorsitzenden Ettore Rosato, der den Koalitionsvertrag als „Wunschkatalog“ bezeichnete, für den jegliche finanzielle Voraussetzungen fehlten. Tatsächlich sind die Kosten der angestrebten Maßnahmen erheblich: Die Flat Tax alleine wird Mindereinnahmen von 50 Mrd. Euro verursachen, der Verzicht auf die Mehrwertsteuererhöhung kostet zusätzliche 12,4 Mrd. Die Kosten der Grundsicherung liegen bei 17 Mrd., hinzu kommen die 2 Mrd. Euro zusätzlicher Investitionen für die Arbeitsverwaltung. Die Rentenreformen schlagen mit 8 Mrd. zu Buche. Die beabsichtigte Einschränkung von Glückspiel und Spielautomaten könnte Steuermindereinnahmen von 7 Mrd. Euro verursachen. Dem stehen geplante 41,5 Mrd. Euro Einsparungen und Sondereinnahmen gegenüber. In der Summe, so eine Berechnung der wirtschaftsnahen Zeitung „Il Sole/24 ore“ fehlen in den groben Planungen von Anfang an mindestens 50 Mrd. Euro. Sollten die Koalitionäre versuchen, Ernst zu machen, wären die europäischen Defizitziele in weiter Ferne.

Im Bereich Staatsfinanzen liegt dann wohl auch das unmittelbar größte Konfliktpotential mit Brüssel. Die neue Regierung in Rom nimmt sich in dem Vertrag explizit das Recht heraus, eine aktive antizyklische Politik betreiben zu wollen. Dafür müssten zur Not auch die Defizitregeln neu verhandelt bzw. ignoriert werden. Darüber hinaus gehende Formulierungen bezüglich der italienischen Staatsschulden und bezüglich einer Kritik am Euro wurden aber erst einmal aus dem Vertrag genommen. Die Koalitionspartner sind erkennbar bemüht, nicht durch provokative Formulierungen zusätzliche Spannungen mit den europäischen Partnern zu schaffen. Allerdings fordern sie nach wie vor eine Neuverhandlung des gesamten Systems der Wirtschafts-Governance der EU: Dies sei zu stark auf Marktlogik ausgerichtet, soziale und wirtschaftspolitische Aspekte kämen zu kurz.

Unsichere Überlebensperspektive

Würde man Geld verwetten müssen, würde man wohl klugerweise nicht auf eine allzu lange Überlebensperspektive dieser Regierung setzen. Viel zu unsicher ist die Rechnung, auf der das ganze Konstrukt basiert, zu stark sind die internen Widersprüche und das Misstrauen zwischen den aus völlig verschiedenen politischen Welten kommenden Protagonisten. Diese Koalition wurde von den Wählern erzwungen, nicht von den handelnden Akteuren gewünscht. Und zu vielfältig sind auch die externen Hindernisse. Die Liste der Gegner dieser Regierung ist lang: Sie beginnt im rechten Lager mit der offen erklärten Ablehnung durch Silvio Berlusconi, der seine persönlichen und unternehmerischen Interessen in den Vereinbarungen nicht hinreichend berücksichtigt sieht. Berlusconi hat in den letzten Wochen alles getan, diese Regierung zu verhindern. „Höchstens zum Toilettenputzen“ hätte er Leute wie die 5-Sterne-Vertreter bei Mediaset angestellt, erklärte er vor kurzem. Seit Tagen feuern die Medien Berlusconis aus allen Rohren gegen den Koalitionsvertrag. Im Berlusconi-Sender Canale 5 durfte ein Ökonom erklären, Italien werde enden „wie Venezuela“.

Aber auch die PD hat natürlich kein Interesse an einem Erfolg ihrer politischen Gegner von Lega und M5S. Dabei waren die „Grillini“ zwischenzeitlich durchaus bereit, auf die PD bezüglich einer Regierungsbildung zuzugehen. Diese Türe wurde von Matteo Renzi aber eisern zugehalten: Er und sein Umfeld hoffen auf eine rasche Entzauberung der 5-Sterne an der Macht und einen damit verbundenen Wiederaufstieg der auch in Italien arg zerrupften linken Mitte. Ganz ohne Risiko ist dieses Kalkül nicht: Die aktive Sozialpolitik und die Steuerreduzierungen gerade für die Mittelschicht (die der Hauptprofiteur der Flat tax sein wird) drohen auch tief in Stammwählermilieus der PD hinein attraktiv zu wirken.

Wenige Freunde hat diese Regierung, so der „Messagero“, auch bei der katholischen Kirche. Dies dürfte vor allem daran liegen, dass sich die angekündigte härtere Immigrationspolitik – die von einer klaren Mehrheit der italienischen Bevölkerung befürwortet wird - mit den diesbezüglichen Vorstellungen des Vatikans und der italienischen Kirche stößt.

Und schließlich muss die neue Regierung mit dem Misstrauen der Finanzmärkte und dem Widerstand der EU-Verwaltung in Brüssel rechnen. Dieser kann der eigenständige, das EU-Prinzip der Subsidiarität betonende Ton aus Rom überhaupt nicht passen, da er weitere Souveränitätstransfers nach Brüssel eher unwahrscheinlich macht. Mit dem Machtwechsel am Tiber reiht sich nun auch die drittgrößte europäische Volkswirtschaft in die Reihen der Integrationsskeptiker ein. Das „window of opportunity“ für eine rasche weitere Vertiefung der EU ist mit dem Wahlausgang in Italien deutlich kleiner geworden.

Die Skepsis der Finanzmärkte und die möglichen Brüsseler (und Frankfurter) Reaktionen werden die Umsetzung des römischen Regierungsprogramms extrem teuer, wenn nicht unmöglich machen: Der „Wunschkatalog“ wird mangels Finanzierungsbasis nicht erfüllt werden können. Die große Frage ist natürlich, was passiert, wenn diese Regierung scheitert. Werden sich die Wähler tatsächlich wieder den bisherigen Regierungsparteien zuwenden, also denjenigen, die das Land in die aktuelle wirtschaftliche Situation geführt haben? Oder werden sich Elitenverachtung und Euroskepsis noch weiter verstärken? Die Krise eines Landes mit 2.300 Mrd. Euro Staatsverschuldung und 450 Mrd. Euro Target-2-Schulden würde für das ganze EU-Governance-System eine schwere Belastung darstellen. Wünschen sollte man das niemanden – weder den Italienern, noch den anderen Europäern. IPG 23.5.

 

 

 

 

Jurist soll Italiens neuer Ministerpräsident werden

 

In Italien haben sich die beiden neuen Regierungsparteien Lega und Fünf-Sterne Bewegung auf einen Ministerpräsidenten geeinigt. Der bisher völlig Unbekannte gilt allerdings als Verlegenheitslösung.

 

Die populistische 5-Sterne-Partei präsentierte am Montag den 54-jährigen Giuseppe Conte als Kandidaten. Der Jurist, der an der Universität Florenz lehrt, war bisher auch den meisten Italienern unbekannt. Um ins Amt zu kommen, benötigt er aber der Zustimmung von Präsident Sergio Mattarella. Aus dessen Umfeld verlautete, der Staatschef benötige noch Zeit für eine Entscheidung. 5-Sterne-Chef Luigi Di Maio sagte nach einem Treffen mit Mattarella: “Ich bin auf diese Entscheidung sehr stolz.”

Lega-Chef Matteo Salvini erklärte, man habe sich auf eine annehmbare Person mit tadelloser beruflicher Erfahrung geeinigt. Den Juraprofessor Conte nannte er allerdings nicht beim Namen. Der Wahlsieger 5 Sterne und die drittplazierte Lega hatten zehn Tage lang über ein Regierungsprogramm verhandelt. Di Maio und Salvini wollten verhindern, dass der jeweils andere Regierungschef wird, weil die unterlegene Partei dann Juniorpartner gewesen wäre.

In Italien haben sich die Fünf-Sterne Bewegung zusammen mit der Lega auf ein gemeinsames Regierungsprogramm einigen können. Damit fehlt nur noch ein Premierminister.

Die Anhänger der Fünf Sterne stimmten dem Programm nach Angaben der Bewegung vom Freitag mit 94 Prozent zu. 45.000 Menschen nahmen demnach an der Abstimmung teil. Die Lega ließ am Wochenende an landesweit tausend Straßenständen über das Programm abstimmen. Am Sonntagabend teilte die Partei mit, von 215.000 Teilnehmern hätten 91 Prozent dem Programm zugestimmt.

 

Die europskeptische Koalition kündigt teure Reformen an

Dass ein nicht gewählter Experte die Regierung leitet, ist in Italien nicht ungewöhnlich. Angestoßen wurde dieses Modell aber in der Vergangenheit durch den Präsidenten, um das Land aus einer Krise zu führen. Die Ministerpräsidenten suchten sich dann ihre Kabinettsmitglieder aus und setzten eigene Themen.

5 Sterne und Lega planen für das Euro-Land höhere Sozialausgaben, Steuersenkungen und eine Rücknahme der Rentenreform. Das würde das ohnehin hoch verschuldete Italien viele Milliarden Euro kosten. Vertreter anderer Euro-Staaten und der EU-Kommission sind daher in Sorge. Auch an den Finanzmärkten herrscht Unruhe. Salvini beteuerte am Montag, man müsse die neue Regierung nicht fürchten. Ziel sei es, dass Wirtschaftswachstum anzukurbeln, um so die Verschuldung zu senken.

Bisher wird die italienische Regierung von den Sozialdemokraten geführt. Sie fuhren bei der Wahl im März aber hohe Verluste ein und wollen in die Opposition gehen. Sollte das Bündnis der beiden populistischen Parteien zustande kommen, könnte Di Maio Arbeits- und Sozialminister werden und in dem Amt ein Grundeinkommen für Arme einführen. Salvini dürfte das Innenministerium übernehmen, das für die Einwanderungspolitik zuständig ist. Die Flüchtlingskrise der vergangenen Jahre war ein Grund, warum die Lega noch vor der Forza Italia von Ex-Ministerpräsident Silvio Berlusconi landete.

Sollte Conte bestätigt werden, stünde er an der Spitze einer Regierung aus systemkritischen und EU-skeptischen Parteien, deren politische Vorhaben zu massiven Konflikten mit der Europäischen Union führen könnten.

EA/Agenturen 22.5.

 

 

 

„Meine Kinder brauchen eine neue EU-Perspektive“

 

Die EU sollte sich ein sozialeres Gesicht geben, damit die EU-Bürger nicht Nationalisten hinterherlaufen. Das sagte Klaus Kellersmann, früherer EU-Parlamentarier für die EVP und Generalsekretär der Robert-Schuman-Stiftung, jetzt bei einem Besuch in der Redaktion von Vatican News. Frankreichs Präsident Macron erhält Karlspreis. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Er freue sich, dass der französische Präsident Macron „da schon einige Vorschläge gemacht“ habe, um die EU zu erneuern. „Dazu ist leider von deutscher Seite noch wenig gekommen. Ich befürchte, dass wir jetzt, wo die Italiener eine neue Regierung gewählt haben, noch weiter zurückgehen und anfangen, die Fortschritte im nationalen Bereich zu suchen. Das ist aus meiner Sicht der große Fehler, der jetzt begangen wird.“

Kellersmann ist davon überzeugt, dass sich die EU in jeder Generation sozusagen neu erfinden muss. „Früher war der Friedenswille der entscheidende Punkt, um eine Gemeinschaft zu bilden; in meiner Generation war es der Binnenmarkt. Meine Kinder brauchen eine neue Perspektive, wofür eine Europäische Union steht.“

“ Hat sich das monetär für mich ausgewirkt? ”

Diese neue Perspektive könnte nun gerade eine Stärkung des Sozialen sein. „Vieles, was die EU geschaffen hat, ist für die Menschen schon zur Selbstverständlichkeit geworden, und sie denken, gerade im Sozialbereich sei die EU an ihnen vorbeigegangen. Zwar ist es schön, dass es keine Grenzen mehr gibt und dass ich, falls ich das möchte, in einem anderen Land arbeiten kann – aber hat sich das monetär für mich ausgewirkt? Da fehlt eben noch vieles.“

Die Robert-Schuman-Stiftung, deren Generalsekretär Kellersmann ist, veranstaltet im Herbst schon zum 18. Mal eine große Konferenz in Krakau, bei der EU-Größen mit der Kirche ins Gespräch gebracht werden. VN 26

 

 

 

 

Safe Schools Declaration

 

Deutschland macht wichtigen Schritt zum weltweiten Schutz von Schulen in Konflikten

 

Berlin. Deutsches Komitee für UNICEF, Kindernothilfe, Plan International Deutschland, Save the Children Deutschland e.V., terre des hommes und World Vision Deutschland begrüßen die heutige Bekanntgabe der Bundesregierung, die Erklärung zum Schutz von Schulen in bewaffneten Konflikten (Safe Schools Declaration) zu unterzeichnen.

Deutschland folgt damit dem guten Beispiel vieler anderer Staaten, die eigene Verpflichtung zum Schutz humanitärer und menschenrechtlicher Standards weltweit zu unterstreichen. Als 75. Unterzeichnerstaat leistet die Bundesregierung hierdurch einen wesentlichen Beitrag zum besseren Schutz von SchülerInnen und LehrerInnen in bewaffneten Konflikten.

Die Unterstützung der deutschen Bundesregierung kommt nicht nur passend zum dritten Jahrestag nach Verabschiedung der Safe Schools Declaration im Mai 2015, sondern setzt auch ein wichtiges und dringend notwendiges Zeichen für den Schutz von Bildungseinrichtungen angesichts der zunehmenden Angriffe auf Schulen und Universitäten.

In den letzten zehn Jahren hat sich die Anzahl der gewaltsamen Konflikte fast verdoppelt, was dazu führt, dass weltweit jedes vierte Kind keine Schule besucht. Das Ausmaß der Angriffe auf Bildungseinrichtungen ist erschreckend: der aktuell veröffentlichte Bericht „Education Under Attack 2018“ dokumentiert zwischen 2013 und 2017 mehr als 12.700 Angriffe auf Bildungseinrichtungen, bei denen mehr als 21.000 Lernende und Lehrende verletzt oder getötet wurden. Mehr als 1.000 Angriffe (gezielt oder als „Kollateralschaden“) auf Schulen wurden jeweils in der Demokratischen Republik Kongo (alleine 639 hiervon in der Kasai Region in den Jahren 2016/2017), in Israel und den Palästinensischen Gebieten, in Nigeria und im Jemen dokumentiert. Zwischen 500 und 999 Angriffe auf Schulen wurden sowohl in Afghanistan als auch im Südsudan, in Syrien und in der Ukraine verzeichnet.

Bildung ist nicht nur essentiell für jedes Kind und die Entwicklung eines Landes nach dem Ende eines Konfliktes. Schulen dienen auch während Konflikten als Schutzräume und sichere Orte für Kinder – oft die Einzigen.

Die Unterzeichnung der Safe Schools Declaration ist daher ein bedeutender Schritt. Um zu vermeiden, dass während Konflikten eine verlorene Generation heranwächst und um langfristig inklusive, chancengerechte und hochwertige Bildung im Sinne der SDGs tatsächlich zu ermöglichen, müssen jedoch noch zahlreiche weitere Schritte folgen – unter anderem für den Schutz von Kindern in bewaffneten Konflikten sowie für den Zugang zu Bildung in Krisen und Konflikten. 

Weitere Informationen:

• Die Safe Schools Declaration ist eine rechtlich nicht bindende politische Erklärung. Mit der Unterzeichnung der Erklärung und den dazugehörigen “Guidelines for Protecting Schools and Universities from Military Use during Armed Conflict” bekräftigen Staaten die Einhaltung des humanitären Völkerrechts sowie menschenrechtlicher Verpflichtungen unter allen Umständen und jegliche militärische Nutzung von Schulen und Universitäten zu unterlassen.

• In Kohärenz mit dem geltenden Völkerrecht dient die Safe Schools Declaration als Richtlinie für verantwortliches militärisches Handeln und unterstützt so einen Wandel der militärischen Praxis, um der militärischen Nutzung von Schulen vorzubeugen und Risiken zu vermindern, falls dies doch geschieht.

• Als deutsche Unterstützer der internationalen Global Coalition to Protect Education from Attack engagieren sich das Deutsche Komitee für UNICEF, Kindernothilfe, Plan International Deutschland, Save the Children Deutschland e.V., terre des hommes und World Vision Deutschland für sichere Schulen und den Zugang zu Bildung in Krisen und Konflikten, unter anderem in den zivilgesellschaftlichen Netzwerken der Globalen Bildungskampagne und des Bündnis Kindersoldaten. De.it.press 22

 

 

 

Marx im digitalen Kapitalismus

 

Warum Karl Marx auch für den Umgang mit der digitalen Revolution wichtig sein kann. Von Christian Krell, Thomas Meyer, Klaus-Jürgen Scherer

 

Was kann der epochale Deuter der ersten industriellen Revolution noch liefern für das, was heute, 150 Jahre später, als vierte industrielle Revolution beschrieben wird? Besitzt dieser Marx des 19. Jahrhunderts noch irgendeine Erklärungskraft für den gegenwärtigen digitalen Kapitalismus? Einen Kapitalismus, in dem digitale Technologien die Arbeits- und Produktionsprozesse tiefgreifend umgestalten?

Die Meinungen dazu sind vielfältig. Die Einen fragen, ob das Marxsche Instrumentarium überhaupt noch passt im digitalen Kapitalismus. Ist der Waren-Begriff in der digitalisierten Welt noch schlüssig, wenn gar keine konkrete Ware mehr greifbar ist? Welches Produkt entsteht? Wie wird hier Produktivität gesteigert? Und fehlt es nicht an einer Marxschen Theorie des Wissens, um diesen wissensbasierten, digitalen Kapitalismus zu fassen?

Andere betonen, dass Marx und Engels eine zeitlose Analyse der grundsätzlichen Funktionslogiken und Mechanismen des kapitalistischen Wirtschaftens erfasst haben. Kenner des Marxschen Werks verweisen darüber hinaus auf das „Maschinenfragment“. In diesem Text wird durchgespielt, was passiert, wenn in einem Prozess von zunehmender Automatisierung Maschinen und das in ihnen geronnene Wissen immer wichtiger werden, und in Entsprechung dazu die vom Arbeiter erbrachte Arbeit immer weiter abnimmt. Manche sehen darin die Anwendbarkeit von Marx auf einen digitalisierten Kapitalismus, in dem die Automatisierung durch digitale Technologien immer weiter zunimmt.

Für diejenigen, die den Kapitalismus noch nicht überwunden sehen und davon ausgehen, dass Marx auch für die gegenwärtige Form des Kapitalismus etwas zu sagen hat, ergeben sich mindestens drei produktive Anknüpfungspunkte an sein Denken, auch im Zeitalter eines digitalen Kapitalismus.

Die Arbeit bleibt, die Ausbeutung auch, die Entfremdung erst recht

Wenn es um die Zukunft der Arbeit im digitalen Kapitalismus geht, gibt es zwei Grundannahmen. Die erste Annahme lautet, dass es immer weniger Arbeit gäbe. Die zweite Annahme ist, dass diese Arbeit Ausdruck von Freiheit und Selbstverwirklichung ist. Beide Annahmen sind aus unterschiedlichen Gründen falsch.

Bei Google arbeiten etwa 60.000 Menschen, bei VW hingegen 600.000. Der digitale Gigant schlechthin beschäftigt also nur zehn Prozent der Mitarbeiter, die bei einem der größten traditionellen Autokonzerne angestellt sind. Solche Vergleiche werden gerne gewählt, um aufzuzeigen, dass der digitale Kapitalismus an vielen Stellen mit ziemlich wenig Menschen im Sinne entlohnter Angestellter auskommt. Zwar sind menschliche Tätigkeiten auch für Google zentral, diese Leistungen werden aber in der Regel ohne Lohn durch Nutzer erbracht. Den Rest erledigt der Algorithmus. Zudem – so behauptet nicht nur die digitale Elite im Silicon Valley – wird diese Arbeit hier weniger als Ausbeutung denn als Selbstverwirklichung und Freiheitsausübung verstanden.

Aber, erstens geht die Arbeit nicht aus. Die schlanken Mitarbeiterzahlen der Silicon-Valley-Giganten verschweigen die hohe Anzahl derjenigen, die in ihrer Peripherie arbeiten und nicht unmittelbar zum Unternehmen gerechnet werden. Hinter den Unternehmen verbergen sich häufig Plattformen die eine sehr viel größere Anzahl von Konsumenten und Anbietern zusammenführen, als sie beschäftigen. Bisher haben sich die Prognosen, dass der Arbeitskräftebedarf im digitalen Kapitalismus sinkt, nicht bestätigt.

Zweitens spricht vieles dafür, dass das, was Marx im „Maschinenfragment“ beschrieben hat, zutrifft:. Dadurch, dass Maschinen oder Algorithmen, in denen historisches Wissen geronnen ist, die Steuerung übernehmen, kommt es immer weniger auf das Wissen des Einzelnen oder auf seine Erfahrung an. Mehr noch: Seine Autonomie geht gegen Null. Die Entfremdung nimmt weiter zu. Selbstverwirklichung sieht anders aus.

Drittens ist eine Voraussetzung für das Funktionieren des digitalen Kapitalismus eine realweltliche Infrastruktur und technische Ausstattung, die in der realen Welt mit realen Menschen erbracht wird. Die Arbeitssituationen an jenen Orten an denen die Geräte hergestellt werden mit denen wir am digitalen Kapitalismus teilnehmen verweisen darauf, dass der digitale Kapitalismus an vielen Orten der Welt im 21. Jahrhundert ebenso so düster sein kann wie im Manchester des 19. Jahrhunderts.

Im Anschluss an Marx bedeutet dies, dass die Auseinandersetzung mit Arbeit, die Reduktion auf Arbeit als eine bloße Ware wie jede andere und die problematische Entfremdung des Einzelnen gerade im digitalen Kapitalismus eine neue Aktualität gewinnt.

Am Ende denk ich immer nur an dich – Kapitalismus, global

Ein technologischer Wandel mit neuen Produktionsprozessen und -techniken alleine schafft noch keine neuen Produktionsverhältnisse.. Das Reden über den digitalen Kapitalismus kann mithin irreführend sein, indem es vorgibt, dass etwas qualitativ grundsätzlich anderes entstanden sei als der Kapitalismus, den wir seit etwa 250 Jahren kennen.

Das Streben nach Profit und höherer Produktivität führt im Konkurrenzkampf zu Innovation, wie es schon Marx beschrieben hat. Die grundlegenden kapitalistischen Mechanismen aber, bestehen auch im digitalen Kapitalismus fort, die Analysekategorien – Privateigentum, Markt, Profit, Lohnarbeit – behalten ihre Bedeutung. Nur, wer das im Blick hat, kann den digitalen Kapitalismus verstehen und gestalten.

Im Zuge der Digitalisierung erleben wir nun, dass sich einige „Quasi-Monopole“, wie das von Google oder Amazon, herausgebildet haben, die nahezu weltumspannend sind. Letztlich bestätigt auch dies die Marxsche Analyse, dass sich der Kapitalismus zunehmend transnational vollzieht und daher auch international eingehegt werden muss.

Am Ende geht es also nach wie vor schlicht um den Kapitalismus, allerdings in einem neuen Gewandt. Im Anschluss an Marx bleibt entscheidend, die Konfliktlinien und Triebfedern der gesellschaftlichen und ökonomischen Entwicklung zu fassen und sie nicht unter falschen Vorzeichen zu deuten. Es ist die kapitalistische Profitorientierung, welche auch in Diskussionen um Algorithmen-Ethik, Datenschutz oder Hatespeech in den Blick genommen werden muss. Das Bewusstsein davon, dass es bei einigen technisch und abstrakt anmutenden Debatten am Ende einfach um den Kapitalismus geht, ist wichtig für die Entwicklung wirksamer Handlungsansätze.

„Alles Ständische und Stehende verdampft“ – Die neue Landnahme des Kapitalismus 

Ein Kennzeichen des digitalen Kapitalismus ist, dass er immer weitere Bereiche unseres Lebens durchdringt und damit auch das Privateste in seine ökonomische Verwertungslogik einbezieht

Diese neue Landnahme des digitalen Kapitalismus überwindet dabei auch physische Grenzen. Einerseits, indem sie weit über nationale Grenzen hinweggeht und mit ganz wenigen Ausnahmen eine wirklich globale Dimension entfaltet. Andererseits, indem sie kurz davorsteht, auch körperliche Grenzen zu überwinden. Alles, was wir denken, fühlen und wissen, wird in Verwertungsprozesse integriert.

Mit Karl Marx lässt sich diese ständige Ausdehnung der Profitmaximierung erfassen- im Grunde keine Überraschung. „Alles Ständische und Stehende verdampft“ (Marx). Für politisches Handeln ist wichtig, dass mit dieser dynamischen Veränderung und Ausdehnung des Kapitalismus auch die altbewährten Schutz- und Einhegungsmechanismen der Arbeiterbewegung über den Haufen geworfen werden. Es kommt also im Lichte von Marx heute darauf an, der neuen Landnahme des Kapitalismus mit neuen Formen der Einhegung zu begegnen. IPG 22

 

 

 

 

Conte mit Regierungsbildung beauftragt

 

Italiens Staatschef Sergio Mattarella hat den parteilosen Juristen Giuseppe Conte mit der Regierungsbildung beauftragt. Conte wurde von der Fünf-Sterne-Bewegung und der Lega gemeinsam vorgeschlagen.

Die parlamentarische Mehrheit der beiden Parteien ist deutlich. Doch die Stellung des Präsidenten ist stark. Verweigert er das Mandat zur Regierungsbildung, hilft auch das beste Wahlergebnis nichts. Daher wurde seine Entscheidung mit Spannung erwartet.

Am Mittwochabend gab das Präsidialamt dann in Rom am Mittwochabend bekannt, dass Mattarella Conte das Mandat erteilt habe, dach dem er den Regierungschef in spe zu einem Gespräch empfangen hatte.

In der EU wächst derweil die Angst vor einem Kurswechsel des drittgrößten Eurolandes. Die Regierungsparteien wollen die Wirtschaft mit Investitionen in Schwung bringen. Sozialausgaben sollen erhöht und Steuern gesenkt werden. Diese Maßnahmen sind zwar angesichts der Dauerstagnation plausibel, jedoch kaum mit den strikten Defizitregeln des Maastricht-Vertrages vereinbar.

„Vor dem Hintergrund seiner systemischen Bedeutung ist Italien eine Quelle von potenziellen, signifikanten Auswirkungen auf den Rest der Euro-Zone“, erklärte die EU-Kommission am Mittwoch in ihren länderspezifischen Empfehlungen. Kommissions-Vizepräsident Valdis Dombrovskis forderte von der designierten neuen Regierung eine verantwortungsbewusste Haushaltspolitik. Italien müsse weiter seine hohen Staatsschulden abbauen und Strukturreformen fortsetzen, sagte er. EU-Wirtschafts- und Währungskommissar Pierre Moscovici sagte, es müsse eine vertrauenswürdige Antwort der Regierung auf die Schuldenfrage geben.

Mahnende Worte richtete auch EZB-Direktor Benoit Coeure an die Koalition. Er forderte sie indirekt auf, sich an die Haushaltsregeln in Europa zu halten. „Ganz allgemein kann man zum Thema Finanzpolitik sagen: Europa hat klare Fiskalregeln, und die sollten eingehalten werden,“ sagte Coeure. Es gehe um das Vertrauen in die gemeinsame Währung. Es sei aber noch zu früh, um Vorhaben der designierten Regierung Italiens konkret zu kommentieren.

Hintergrund

Neben den höheren Sozialausgaben und den Steuersenkungen hatten in der vergangenen Woche Überlegungen der beiden Parteien für Aufregung gesorgt, die EZB um den Erlass von Schulden in Höhe von 250 Milliarden Euro zu bitten. Italien ist in der Euro-Zone das Land mit der höchsten Staatsverschuldung nach Griechenland. Coeure zufolge erlauben es die europäischen Verträge nicht, dass die EZB einem Land Schulden erlässt, die es bei der Notenbank hat. “Zentralbanken können keine Staaten finanzieren.”

Kurzfristig sieht die EU-Kommission keine Refinanzierungsrisiken für Italien, da genug Liquidität im Markt sei. Auf lange Sicht schwäche sich allerdings die finanzpolitische Nachhaltigkeit wegen jüngster Politikmaßnahmen und widriger demografischer Trends ab, erklärte sie.

Die politischen Mehrheitsverhältnisse in Italien lösen in Brüssel Besorgnis aus. Die Wirtschaftspolitik des Kürzens und Liberalisierens scheint infrage gestellt. EA/Agenturen 24

 

 

 

 

Keine Asylentscheidungen mehr. BAMF-Außenstelle in Bremen wird vorläufig kaltgestellt

 

Nächste Konsequenz aus der Affäre um Asylbescheide in Bremen: Während der Ermittlungen soll die Außenstelle weitgehend aus dem Betrieb genommen werden. Minister Seehofer entschied, dass dort vorläufig keine Asylentscheidungen mehr getroffen werden.

In der Affäre um mutmaßlich unrechtmäßig erteilte Asylbescheide wird die Außenstelle des Bundesamtes für Migration und Flüchtlinge (BAMF) in Bremen vorläufig weitgehend aus dem Betrieb genommen. Bis zum Abschluss des Ermittlungsverfahrens und der laufenden Überprüfungen sollen im dortigen Ankunftszentrum keine Asylentscheidungen mehr getroffen werden, entschied Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) am Mittwoch. Wie er in Berlin erklärte, soll auf diese Weise Vertrauen in die Qualität der Asylverfahren wiederhergestellt werden. Dies sei durch die Vorgänge in Bremen „massiv geschädigt“ worden.

Asylverfahren, die derzeit im Ankunftszentrum Bremen anhängig sind, werden den Angaben zufolge mit sofortiger Wirkung von anderen Außenstellen des Bundesamts übernommen. Wie viele das sind, wurde zunächst nicht mitgeteilt. Eine Sprecherin des Ministeriums erklärte zudem, dass die sogenannten Entscheider, die in Bremen tätig waren, künftig nicht mehr an Asylentscheidungen beteiligt sein sollen. Sie würden in anderen Bereichen des Bundesamts eingesetzt.

Kontrolle – jeder zehnte Bescheid

Seehofer kündigte zudem an, dass künftig zusätzlich zu bestehenden Qualitätssicherungsmaßnahmen nach dem Zufallsprinzip zehn Prozent aller Asylentscheide vor Zustellung an die Betroffenen überprüft werden sollen. In der Mitteilung des Ministeriums hieß es, Ergebnisse der Internen Revision des Bundesamts wiesen darauf hin, dass es Mängel beim seit September geltenden Vier-Augen-Prinzip bei Entscheidungen gibt.

In Bremen sollen mehr als 1.100 positive Asylbescheide ohne Rechtsgrundlage ergangen sein. Eine interne Untersuchung des Bundesamts kam zu dem Ergebnis, dass in Bremen überdurchschnittlich häufig unplausible Entscheidungen getroffen wurden. Das Bundesamt hatte in der vergangenen Woche umfangreiche Überprüfungen angekündigt. Unter anderem sollen alle seit 2000 in Bremen erteilten positiven Asylbescheide erneut geprüft werden. Insgesamt sind das rund 18.000 Verfahren. Auch weitere Außenstellen, deren Schutzquoten weit vom Durchschnitt abweichen, werden überprüft.

Bundesrechnungshof prüft Abläufe

Zudem überprüft der Bundesrechnungshof auf Bitte des Innenministeriums Verfahren und Abläufe im Bundesamt. Seit Mitte April ermittelt auch die Staatsanwaltschaft Bremen gegen die frühere Leiterin der Außenstelle und weitere Beschuldigte wegen der Vorwurfs des Asylmissbrauchs und Korruption.

Am nächsten Dienstag beschäftigt sich eine Sondersitzung des Innenausschusses des Bundestags mit der Affäre. Nach Angaben des Innenministeriums werden Minister Seehofer und BAMF-Präsidentin Jutta Cordt daran teilnehmen.

(epd/mig 24)

 

 

 

Studie: Zwei Drittel der Deutschen kennt Datenschutzgrundverordnung nicht

 

Vor allem Jüngere wissen nichts über die DSGVO - Für praktische Gratis-Dienste wird gern auf Datenschutz verzichtet - 43 Prozent durchschauen Geschäftsmodelle von Google, Facebook und Co. nicht

 

Hamburg - Am 25. Mai gilt die EU-Datenschutzgrundverordnung (DSGVO). Sie betrifft jeden Bundesbürger - und dennoch hat ein Fünftel der deutschen Verbraucher noch nie von ihr gehört. Weiteren 43 Prozent ist der Begriff zwar

geläufig, sie können aber nicht angeben, was er beinhaltet.

 

Vor allem die Jüngeren wissen nicht, dass es die neue

Datenschutzgrundverordnung überhaupt gibt. Rund 29 Prozent der

Befragten im Alter von 20 bis 29 Jahren können mit dem Begriff gar

nichts anfangen. In der Altersgruppe 60 bis 69 Jahre ist der Anteil

der gänzlich "Unwissenden" mit 14 Prozent nur halb so groß. Am

wenigsten bekannt sind das Gebot der Datensparsamkeit sowie der in

der Presse recht häufig erwähnte erhöhte Strafrahmen für

Datenschutzverstöße (jeweils 32 %). Dies sind Ergebnisse der

aktuellen "Datenschutz-Studie 2018" der Unternehmensberatung Berg

Lund & Company.

 

"Während die DSGVO in Unternehmenskreisen seit Monaten ein wichtiges

Thema ist und auch zunehmend in der Tagespresse auftauchte, ist bei

den Verbrauchern, zu deren Schutz die verschärften Regelungen ja

schließlich erlassen wurden, erstaunlich wenig angekommen", sagt Dr.

Thomas Nitschke, Senior Partner bei Berg Lund & Company.

 

Dabei liegt den Deutschen der Schutz ihrer Daten durchaus am Herzen.

So ist es für rund 72 Prozent der Befragten ein absolutes Muss, dass

ihre finanziellen Daten, wie zum Beispiel Zahlungsbewegungen und

Angaben über ihr Vermögen, geschützt sind. Jeder Zweite sieht

außerdem einen solchen Schutz von Vertragsdaten bei Banken,

Versicherungen, Telefon- oder Stromanbietern als "zwingend

erforderlich" an. Die eigenen Aufenthaltsorte preiszugeben lehnt

dagegen nur etwa jeder Dritte kategorisch ab. Persönliche Interessen

wie Hobbies oder geplante Reisen würde sogar nur jeder Vierte

prinzipiell nicht freigeben. Dabei sind Frauen bei vielen

Datenkategorien deutlich vorsichtiger als Männer: Die Hälfte der

Frauen sieht beispielsweise Personalien als zwingend schützenswert

an, verglichen mit 42 Prozent der Männer.

 

Wissen über digitale Geschäftsmodelle lückenhaft

Kostenlose Online-Dienste sind inzwischen allgegenwärtig. Nahezu alle

Befragten (94 %) nutzen mindestens ein werbefinanziertes

Online-Angebot wie etwa GMX, Facebook oder WhatsApp. Selbst unter den

Befragten von 50-69 Jahren bedienen sich über 90 Prozent solcher

Kostenlos-Dienste. Spitzenreiter in allen Altersgruppen sind

erwartungsgemäß kostenlose E-Maildienste, die von über drei Viertel

aller Befragten genutzt werden. Chat-Dienste und Soziale Medien

verwenden noch jeweils rund zwei Drittel. Und bereits mehr als jeder

dritte Befragte unter 40 Jahre nimmt auch unentgeltliche Cloud

Services in Anspruch. Nahezu jeder Deutsche ist damit inzwischen Teil

der großen Datenverwertungsmaschine - und die Nutzung wird immer

vielfältiger.

 

Dass Datenauswertungen Teil des Geschäftsmodells vieler Anbieter

solcher digitalen Dienstleistungen sind, ist den Verbrauchern kaum

bewusst: 43 Prozent der Befragten sind sich der Tatsache nicht

gewahr, dass sie kostenlose Services gegen personalisierte Werbung

basierend auf ihren Nutzungsdaten eintauschen. "Ein überraschendes

Ergebnis, wenn man die aktuelle Datenschutz-Debatte rund um den

Facebook-Skandal bedenkt", so Thomas Nitschke.

 

Die vermeintlich kostenlosen datengetriebenen Geschäftsmodelle haben

indes nur wenige wirkliche Freunde. So findet nur rund jeder dritte

Befragte den Tausch "kostenloses Angebot gegen allgemeine Werbung"

unkritisch, und sogar nur jeder Sechste die Verwendung persönlicher

Daten für individualisierte Werbung.

 

Die Mehrheit von 70 Prozent beäugt personalisierte Werbeangebote zwar

skeptisch, nimmt sie aber in Kauf, da sie auf die Anwendungen nicht

verzichten wollen. "Die deutschen Verbraucher verhalten sich beim

Datenschutz bewusst widersprüchlich.", so Nitschke: "Der Großteil der

Deutschen hält seine Daten für schützenswert - und gibt sie dennoch

sehenden Auges preis."

 

Bemerkenswert ist die Einstellung derjenigen knapp 60 Prozent, die um

die Verwendung ihrer Daten wissen. Auch wenn vier von fünf dieser

Verbraucher diese Datennutzung kritisch sehen, lehnen nur vier

Prozent sie komplett ab. "Ein Teil der Verbraucher erhofft sich durch

Personalisierung passende, zumindest aber weniger störende Angebote

und hat sich arrangiert", sagt Thomas Nitschke. Ganz anders verhält

es sich bei denjenigen, die nicht mit der Verwendung ihrer Daten

rechneten - hier liegt die harte Ablehnung bei 26 Prozent. "Dies

zeigt erneut, wie vor allem der intransparente Umgang mit

Datennutzung Kunden verärgert und Vertrauen zerstört".

Die Zahlungsbereitschaft für werbefreie Modelle, die ausdrücklich

keine Daten auswerten, variiert stark. Nur jeder fünfte Nutzer

kostenloser E-Mailprogramme würde für einen datenschutzfreundlicheren

Service Geld bezahlen. Bei Cloudangeboten ist es immerhin jeder

Dritte. Dabei weisen junge Kunden eine vergleichsweise hohe

Zahlungsbereitschaft auf: Unter-Dreißigjährige würden hierfür

immerhin durchschnittlich knapp sieben Euro im Monat bezahlen. BLC 25

 

 

 

 

ARD und ZDF – Zeigt uns das TV-Duell zur Europawahl 2019 zur Primetime!

 

Offener Brief an den ARD-Vorsitzenden und den Intendanten des ZDF

 

Europawahl zur Primetime! In einem offenen Brief wenden sich die überparteiliche Europa-Union Deutschland und ihr Jugendverband, die Jungen Europäischen Föderalisten – JEF Deutschland, an den ARD-Vorsitzenden Ulrich Wilhelm, an den Intendanten des ZDF Thomas Bellut sowie an die Intendanten der Landesrundfunkanstalten der ARD und bekräftigen ihre Forderung von 2014: „ARD und ZDF – Zeigt das TV-Duell der Spitzenkandidaten der Europawahl 2019 im öffentlich-rechtlichen Fernsehen – und zwar auf den Hauptsendern und zur besten Sendezeit!“ Als öffentlich-rechtliche Sender haben die ARD und das ZDF im Vorfeld der Europawahl 2019 die Chance, aber auch die Verantwortung, mit einem solchen Fernsehduell europäische Geschichte zu schreiben.

 

Sehr geehrter Herr ARD-Vorsitzender Wilhelm, sehr geehrter Herr ZDF-Intendant Bellut, sehr geehrte Intendanten und Intendantinnen der deutschen Landesrundfunkanstalten, in einigen großen Demokratien weltweit werden TV-Duelle der Präsidentschaftskandidaten organisiert und auch in Deutschland übertragen. Der Eurovision Song Contest wird in ganz Europa und darüber hinaus auf allen wichtigen öffentlichen Kanälen zur Primetime gezeigt. ARD und ZDF erreichen in Deutschland zur Primetime ein Millionenpublikum und haben als öffentlich-rechtliche Sendeanstalten auch einen gesellschaftlichen Auftrag.

 

Deshalb sollten wir auch und erst recht die TV-Duelle der Spitzenkandidaten der Europawahl 2019 in den beiden größten öffentlich-rechtlichen Sendern und zur Primetime verfolgen können.

 

Diese Debatten zwischen den Kandidaten für das Amt des Europäischen Kommissionspräsidenten informieren die Wählerinnen und Wähler über die verschiedenen Programme und sind somit entscheidend für eine funktionierende Demokratie und hohe Wahlbeteiligung bei der Europawahl 2019. Sie werden dazu beitragen, die Kluft zwischen Politikerinnen, Politikern und Bürgerinnen und Bürgern zu überbrücken und es den Wählerinnen und Wählern ermöglichen, auf der Grundlage der Positionen der bei den Fernsehdebatten vorgestellten Kandidatinnen und Kandidaten eine fundierte Entscheidung zu treffen.

 

Ihre Initiative, 2014 ein TV-Duell mit den damaligen Spitzenkandidaten für das Amt des Präsidenten der Europäischen Kommission zu organisieren, war gut und richtig. Sie erreichte jedoch durch ihre begrenzte Reichweite nicht ihren Zweck, möglichst viele Bürgerinnen und Bürger in der EU und Deutschland anzusprechen und zu informieren, da sie nur auf Spartensendern und in der Hälfte der Mitgliedstaaten ausgestrahlt wurde.

 

Wir bekräftigen deshalb unsere Forderung nach TV-Duellen in ARD und ZDF, die bereits 2014 von 27.000 Menschen unterstützt wurde. Als öffentlich-rechtliche Sender haben Sie im Vorfeld der Europawahl 2019 die Chance, aber auch die Verantwortung, mit einem solchen Fernsehduell europäische Geschichte zu schreiben.

 

Es sind oft die kleine Schritte, die die europäische Demokratie stärken. Die Weichen für einen solchen kleinen Schritt können Sie jetzt stellen. Wir zählen auf Ihren Einsatz, die Europäische Union ihren Bürgerinnen und Bürgern wieder einen Schritt näher zu bringen!

Jungen Europäischen Föderalisten Deutschland und Europa-Union Deutschland (de.it.press 24)

 

 

 

Syrische Flüchtlingskinder in Deutschland. Geflüchtete Kinder sind keine Kinder zweiter Klasse

 

Hilfsorganisation kritisiert geplante Anker-Zentren

 

Friedrichsdorf – Zum heutigen Weltkindertag kritisiert das Kinderhilfswerk World Vision die Bundesregierung für ihren Umgang mit geflüchteten Kindern. Vor allem die geplanten Anker-Zentren würden gegen die UN-Kinderrechtskonvention verstoßen. 

 

Die Kinderrechtskonvention gilt auch in Deutschland für alle Kinder, unabhängig davon, woher sie kommen, welchen Aufenthaltsstatus sie haben, wie lange sie in Deutschland voraussichtlich bleiben werden oder in welchem Bundesland sie leben. 

 

World Vision sieht jedoch aktuell die Gefahr, dass es mit den geplanten Anker-Zentren in der Bundesrepublik wieder salonfähig wird, geflüchtete Kinder als Kinder zweiter Klasse zu behandeln. „Mit großer Sorge sehen wir auf die geplanten Anker-Zentren. Zentrale Lager für mehrere hundert, wenn nicht tausend Menschen sind kein hinnehmbares Lebensumfeld für Kinder“ so Christoph Waffenschmidt, Vorstandsvorsitzender von World Vision Deutschland. „Die bundesweite Ausweitung dieser Lager, in denen Menschen, darunter viele Kinder, isoliert werden, entspricht nicht unserem Verständnis vom würdevollen Umgang mit Geflüchteten.“ 

 

Berichte von Besuchern ähnlicher, schon bestehender zentraler Aufnahme- und Abschiebezentren zeigen, dass Kinder dort monate-, manchmal jahrelang ausgegrenzt und ihre Rechte beschnitten werden. Es gibt beispielsweise keine abschließbaren oder kindgerechten Räume, Hebammen wird der Zugang verweigert, die medizinische Versorgung entspricht nicht dem Standard deutscher Kinder, die Schulpflicht wird teilweise ausgesetzt. Auch die Beschäftigungs- und Perspektivlosigkeit der Erwachsenen, die nächtlichen Abschiebungen und die dadurch entstehenden Aggressionen wirken sich negativ auf die Kinder aus. 

 

World Vision fordert deshalb: In Deutschland gilt die Kinderrechtskonvention für alle Kinder. Geflüchtete Kinder müssen so schnell wie möglich in die deutsche Gesellschaft „hineingelassen“ werden, um Begegnungen und ein kindgerechtes Leben zu ermöglichen – unabhängig von ihrem Aufenthaltsstatus.  Wv 1

 

 

 

 

Automatisierung. Don't Rage Against the Machine

 

Die Sorge um Jobverluste durch Automatisierung im Globalen Süden ist übertrieben. Von Jostein Lohr Hauge

 

Im Zuge einer großangelegten Verlagerung der Produktion nach China schloss Adidas 1987 Schuhfabriken in Deutschland. Im letzten Jahr beschloss das Unternehmen, einen Teil der Schuhproduktion nach Deutschland zurückzuholen – in eine hoch automatisierte Anlage in der Nähe von Ansbach. Adidas’ damaliger Geschäftsführer Herbert Heiner fand es „nahezu unheimlich, wie sich der Kreis schließt“.

Bis jetzt hat sich der Kreis noch nicht völlig geschlossen, aber die Erwartungen steigen, dass genau das passieren wird. Mit Beginn der sogenannten vierten industriellen Revolution – technologischen Durchbrüchen im Zusammenhang mit künstlicher Intelligenz, Robotik, dem Internet der Dinge, selbstfahrenden Kraftfahrzeugen und 3D-Druck – schreitet der Automatisierungsbooms in Hochgeschwindigkeit voran.

Angeblich sind Arbeitsplätze für Geringqualifizierte im Produktionssektor des Globalen Südens am meisten von der Automatisierung bedroht. Diese vielbeschriene Gefahr wird jedoch nicht wirklich durch Beweise untermauert. Auch wenn wir sicherlich einräumen müssen, dass die aufkommenden Technologien Arbeitsplätze vernichten können, sieht es doch so aus, als seien die Länder mit hohen Einkommen weit mehr davon betroffen – wobei es wohl auch in diesen Ländern zu keiner allzu drastischen Verdrängung von Arbeitsplätzen kommen wird und der Netto-Beschäftigungseffekt nicht zwangsläufig negativ sein muss.

Der Hype um Automatisierung

Die weltweit tätige Unternehmensberatung McKinsey veröffentlichte kürzlich eine Studie, in der es heißt, dass 60 Prozent aller Beschäftigungen in der Welt zu mindestens 30 Prozent aus technisch automatisierbaren Tätigkeiten bestehe. Diese automatisierbaren Tätigkeiten stellen 1,2 Milliarden Arbeitsplätze dar. Bei einer Aufschlüsselung der Wirtschaftssektoren nach Art der Tätigkeit gehört die Fertigungsindustrie der Studie zufolge zu den drei Sektoren mit dem höchsten Automatisierungspotenzial. In diesem Bereich könnten möglicherweise 60 Prozent der Arbeitsplätze automatisiert werden.

Ein entsprechend schriller Alarm wird bezüglich der Automatisierung in Entwicklungsländern geschlagen. Das ist darauf zurückzuführen, dass sich Entwicklungsländer in der Regel auf Fertigungen spezialisieren, die in hohem Maß auf ungelernte Arbeitskräfte angewiesen sind, also auf Arbeitskräfte, die theoretisch leicht durch Maschinen zu ersetzen sind. Das trifft auf die Bekleidungs-, Spielzeug- und Möbelindustrie zu. In ihrem Entwicklungsbericht von 2016 schätzt die Weltbank, dass zwei Drittel aller Arbeitsplätze in Entwicklungsländern der Automatisierung zum Opfer fallen könnten. Beispielsweise ist die Arbeit an Nähmaschinen schon heute zu 100 Prozent automatisierbar.

China sticht als das Entwicklungsland heraus, das die Produktion am schnellsten automatisiert. Der Bestand an Industrierobotern ist dort von 25 000 im Jahr 1995 auf 206 000 im Jahr 2015 gestiegen. Es wird erwartet, dass diese Zahl 2018 die Marke von 400 000 erreicht, was China zum Land mit den meisten Industrierobotern in der Welt machen wird.

Afrika ist eine weitere Region, in der man sich über die möglichen negativen Auswirkungen der Automatisierung Sorgen macht. Diese Auswirkungen sind noch nicht hinreichend untersucht, aber wenn man davon ausgeht, dass arbeitsintensive Fertigungsprozesse durch Automatisierung drastisch an Arbeitsintensivität verlieren, wird dies in den meisten afrikanischen Ländern schwerwiegende Folgen für die Industrialisierung haben. Und zwar vor allem, weil die Bevölkerung Afrikas in einer besorgniserregenden Geschwindigkeit zunimmt. Schätzungen zufolge wird die arbeitsfähige Bevölkerung auf dem Kontinent bis 2030 auf 800 Millionen Menschen anwachsen.

Warum die Aufregung überzogen ist

Die Angst, dass Maschinen den Menschen die Arbeitsplätze wegnehmen, ist nicht neu. Schon die zwischen 1811 und 1816 stattfindenden Proteste der Maschinenstürmer in England sind Ausdruck dieser Angst. Da sie befürchteten, ihre Fähigkeiten würden nicht mehr gebraucht, wenn die Maschinen nach und nach in den Textilfabriken ihre Arbeitskraft ersetzen, zerstörte eine Gruppe von Textilarbeitern, die sogenannten Ludditen, aus Protest die Maschinen.

Aber auch 200 Jahre später ist die Textilindustrie nach wie vor sehr arbeitsintensiv, genau wie einige andere Fertigungsindustrien. Bis jetzt werden 3D-Druck und Robotik nur in wenigen Ländern genutzt. Das Vorhandensein einer bestimmten Technologie bedeutet nicht zwangsläufig, dass dies auch eine leicht anzuwendende oder kosteneffiziente Technologie ist. 

Die oben erwähnten Studien von McKinsey und der Weltbank, die zu dem Schluss kommen, dass weltweit über die Hälfte der gegenwärtigen Beschäftigungen von einer Automatisierung bedroht sind, blieben nicht unangefochten. Beispielsweise wird in diesem Buch eine Studie zitiert, aus der hervorgeht, dass in den Entwicklungsländern lediglich 2 bis 8 Prozent der Arbeitsplätze von der Automatisierung bedroht sind. Der Grund dafür ist, dass die Tätigkeiten, die am ehesten von einer Automatisierung betroffen sein könnten, hauptsächlich von Arbeitskräften mit mittlerer Qualifikation ausgeführt werden: von Arbeitern in Ländern mit hohem Einkommen und in Ländern, die diese neuen Technologien kosteneffizient einsetzen können. Tatsächlich ist die Produktion von Elektronik, Arzneimitteln, elektrischen Geräten und Apparaten weit mehr von einer Automatisierung bedroht als die Produktion von Bekleidung, Lederartikeln und Holzerzeugnissen oder die metallverarbeitende Industrie.

Zweitens ist die verbreitete Annahme, dass die Anwendung neuer Technologien mit einem negativen Netto-Beschäftigungseffekt einhergeht, keineswegs erwiesen. In einigen Ländern Lateinamerikas passiert tatsächlich gerade das Gegenteil: In Argentinien, Chile und Kolumbien konnten Produktionsunternehmen, die in Informations- und Kommunikationstechnologie investierten, einen Nettoanstieg der Beschäftigungszahlen verzeichnen.

Und drittens: Selbst wenn wir von dem Katastrophenszenario ausgehen, dass 3D-Drucker und Roboter uns den Großteil unserer Arbeitsplätze wegnehmen, wissen wir nicht, ob ausgerechnet der Produktionssektor Arbeitsplätze in größerer Zahl einbüßen wird als der Dienstleistungs- oder Landwirtschaftssektor. Der oben zitierte McKinsey-Bericht zeigt zwar, dass die Fertigung zu den Wirtschaftsaktivitäten gehört, die am ehesten automatisiert werden können, aber er stellt auch fest, dass Dienstleistungen im Transport- und Lagerwesen, vor allem aber auch in der Lebensmittelbranche von der Automatisierung bedroht sind. In der Tat könnte die Sortierung von landwirtschaftlichen Produkten schon heute zu 100 Prozent automatisiert werden.

Wir sollten also noch nicht gegen die Maschinen wüten. Verstehen Sie mich nicht falsch: Maschinen werden im Globalen Süden mit Sicherheit in näherer Zukunft Arbeitsplätze im Produktionssektor abbauen. Aber das Ausmaß dieses Arbeitsplatzabbaus wird übertrieben dargestellt.

Aus dem Englischen von Ina Görtz IPG 28

 

 

 

Armin Laschet im Gespräch. Islamverbände müssen Weg zu staatlicher Anerkennung gehen

 

Muslimischer Religionsunterricht und islamische Wohlfahrtspflege: NRW-Ministerpräsident Armin Laschet (CDU) hält eine Anerkennung muslimischen Lebens in Deutschland für nötig. Das sei aber ein langer Weg und verlange einen Wandel der Islamverbände, sagt er im Gespräch. Von Ingo Lehnick

 

Wie hilfreich ist die von Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) losgetretene Debatte, ob der Islam zu Deutschland gehört?

Armin Laschet: Der Satz „Der Islam ist Teil der deutschen Gesellschaft“ stammt nicht, wie viele glauben, von Christian Wulff, sondern von Wolfgang Schäuble. Er sagte diesen Satz 2006 zum Start der Deutschen Islamkonferenz. Wenn vier Millionen Muslime in unserem Land leben und ihren Glauben friedlich leben, gehören sie dazu. Deshalb habe ich zum Beginn des islamischen Fastenmonats Ramadan vor einigen Tagen zu einem Fastenbrechen in die Staatskanzlei einladen, zu dem ich neben Muslimen auch Juden und Christen gebeten habe.

Gerade in diesen Zeiten müssen wir etwas für den Zusammenhalt der Gesellschaft tun. Es ist richtig, dass der Staat überlegt: Wie können wir muslimischen Religionsunterricht ermöglichen, wie kann eine islamische Wohlfahrtspflege aufgebaut werden, wie ist kultursensible Altenpflege machbar? Diese Themen bleiben eine Aufgabe der Islamkonferenz, die der Bundesinnenminister ja fortsetzen will.

Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) will, dass Bund und Länder gemeinsam zukunftsfähige Strukturen für den Islam finden, ähnlich den Verträgen mit den großen Kirchen und dem Zentralrat der Juden. Gibt es hier schon erste Anläufe?

Armin Laschet: Nein. Aber es ist klar, dass wir eine Anerkennung muslimischen Lebens in unserer säkularen Gesellschaft in ähnlicher Form brauchen, wie wir sie bei den christlichen Kirchen und den jüdischen Gemeinschaften im Staatskirchenrecht verankert haben. Zuständig sind dafür die Länder, und ich freue mich, wenn die Bundeskanzlerin uns bei unseren Bemühungen unterstützt. Dies ist ein nötiger, aber langer und mühevoller Weg, weil auf muslimischer Seite ein Ansprechpartner für den Staat fehlt. Es geht um die Frage: Wer spricht eigentlich für die Muslime?

Der größte Moscheeverband Ditib ist ins Zwielicht geraten, weil er eng mit dem türkischen Staat verbunden ist und Imame für türkische Behörden spioniert haben sollen. Wie kann der Staat trotzdem helfen, die nötigen Strukturen zu schaffen?

Armin Laschet: Als vor Jahrzehnten viele Gastarbeiter aus der damals noch kemalistisch-säkularen Türkei nach Deutschland kamen, übernahm die Ditib mit viel Geld aus Ankara die seelsorgerische Betreuung dieser Menschen. Das muss man anerkennen. Durch die jüngste Entwicklung in der Türkei erhielt dieses Engagement jedoch eine politische Dimension, die der deutsche Staat nicht akzeptieren kann. Es kann nicht toleriert werden, wenn Menschen aus Moscheen heraus ausspioniert werden oder sich die Ditib im türkischen Wahlkampf parteipolitisch betätigt.

Wir müssen darauf hinarbeiten, dass sich die Ditib aus ihrer direkten Abhängigkeit vom türkischen Staat löst und zu einer deutschen Institution wird. Dann werden auch die Imame auf Dauer hier ausgebildet. Das Problem dabei ist, dass die Religionsgemeinschaft den Weg zu einer Körperschaft des öffentlichen Rechts selbst gehen muss, der Staat darf sie nicht einmal dabei unterstützen. Dieser Wandel ist aber nötig, um zu einem anderen Finanzierungssystem zu kommen.

Wie lange soll das dauern? NRW-Integrationsstaatsekretärin Serap Güler (CDU) hält die staatliche Anerkennung muslimischer Verbände in Deutschland derzeit für ausgeschlossen.

Armin Laschet: Mit „derzeit“ hat sie recht, das heißt ja auch nicht „bis in alle Ewigkeit“. Aber wir brauchen eine Menge Geduld mit einer neuen Religionsgemeinschaft. Die katholische Kirche hat 50 Jahre gebraucht. Kaiser Wilhelm vertrat die Auffassung, dass Katholiken keine guten Deutschen seien, weil sie immer nur auf den Papst in Rom hören und nicht auf den protestantischen Kaiser. Was man als Kulturkampf bezeichnete, dauerte Jahrzehnte, ehe es gelöst wurde.

Aber Sie brauchen doch eigentlich schnelle Lösungen. Das Beiratsmodell, nach dem aktuell in NRW muslimischer Religionsunterricht erteilt wird, läuft im kommenden Jahr aus. Wie geht es dann weiter?

Armin Laschet: Auch dafür werden wir eine Lösung erarbeiten. (epd/mig 22)

 

 

 

 

Liebe an Verso Sud und dem italienischen Kino Interessierte

 

Schon einmal zum Vormerken: Die nächste Ausgabe des italienischen Filmfestivals Verso Sud wird voraussichtlich von Freitag, 30.11. bis Mittwoch, 12.12.2018 stattfinden.

 

Bis dahin dauert es noch fast ein halbes Jahr – deshalb möchten wir Ihnen allen eine besondere italienische Reihe empfehlen, die im Juni im Kino des Deutschen Filmmuseums in Kooperation mit dem Filmkollektiv Frankfurt stattfindet.

 

Die Reihe ist dem italienischen Regisseur Marco Ferreri gewidmet und umfasst 15 Filme seines vielschichtigen und umfangreichen Werks, das zwischen 1959 und 1996 oftmals mit großen Stars in den Hauptrollen entstand. Alle Filme sind in der Originalfassung mit deutschen oder englischen Untertiteln zu sehen. Bei einigen wenigen Filmen ist die Originalsprache französisch, englisch oder spanisch, die große Mehrheit der Filme (10 von 15) ist allerdings zwischen 7.6. und 17.6. in italienischer Originalfassung mit Untertiteln zu sehen. Beachten Sie dazu bitte in den Filmangaben den Vermerk „ital. OmU“ oder „ital. OmeU“ (für italienische Originalfassung mit deutschen bzw. englischen Untertiteln).

 

Das gesamte Programm mit allen Informationen zu den Filmen und der Reihe finden Sie unter dem nachfolgenden Link:

https://deutsches-filminstitut.de/blog/ciao-macho-marco-ferreri-eine-retrospektive/

 

Gerne möchten wir unten in der Mail auch aus dem Newsletter unseres Kooperationspartners Filmkollektiv Frankfurt zitieren, wo noch einmal genauer auf die Besonderheiten dieser Reihe eingegangen wird. Viele der gezeigten Filme sind sehr lange nicht mehr oder noch überhaupt nicht in Deutschland gezeigt worden und es handelt sich um eine sehr seltene Gelegenheit, sie im Filmmuseum im Kino zu erleben. Andreas Beilharz (de.it.press)

 

 

 

 

Wissenschaftsplattform Nachhaltigkeit 2030

 

„Für die Umsetzung der Deutschen Nachhaltigkeitsstrategie ist es essentiell, den themen- und ressortübergreifenden Austausch zu intensivieren und die Kooperation innerhalb der wissenschaftlichen Politikberatung zu verstärken – und mit diesem Treffen ist ein wichtiger Schritt in diese Richtung getan“, sagt Patrizia Nanz, Co-Vorsitzende der Wissenschaftsplattform Nachhaltigkeit 2030. Auf Initiative der Plattform und in Kooperation mit SDSN Germany sind am Mittwoch, 23. Mai, erstmals Vertreterinnen und Vertreter von zehn wissenschaftlichen Beiräten der Bundesregierung und von zehn Bundesministerien aus unterschiedlichsten Politikfeldern zusammengekommen, um gemeinsam Herausforderungen für politisches Handeln und Bezüge zur Deutschen Nachhaltigkeitsstrategie zu diskutieren.

„Die Frage- und Problemstellungen für eine nachhaltige Entwicklung sind enorm verflochten und bergen zahlreiche Verknüpfungen und Widersprüche – das macht den themen- und ressortübergreifenden Austausch möglich und nötig“, betont Dirk Messner, ebenfalls Co-Vorsitzender der Wissenschaftsplattform Nachhaltigkeit 2030. „Das begrüßenswerte Ergebnis: Die anwesenden Beiräte haben Relevanz und Nützlichkeit eines stärkeren Austauschs unterstrichen und die Deutsche Nachhaltigkeitsstrategie sowie die internationale Agenda 2030 für nachhaltige Entwicklung als geeignete Bezugsrahmen dafür benannt.“

Die Wissenschaftsplattform Nachhaltigkeit 2030 wurde 2017 gegründet als wissenschaftliche Begleitinstanz für die Umsetzung der Deutschen Nachhaltigkeitsstrategie. Ihre Ziele sind insbesondere die Aktivierung der Wissenschaft für Nachhaltigkeit und die Intensivierung des Austauschs zwischen Wissenschaft, Politik, Wirtschaft und Zivilgesellschaft. Wn 25

 

 

 

 

Kanzlerin Merkel: 1,5 Millionen neue Wohnungen und Eigenheime in den nächsten vier Jahren

 

Bezahlbarer Wohnraum bei mittleren und kleineren Einkommen ist für viele Menschen eines der brennenden Themen unserer Zeit. Die Bundesregierung reagiert darauf mit einer Wohnraumoffensive, so Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrem neuen Podcast.

In vier Jahren sollen 1,5 Millionen neue Wohnungen und Eigenheime entstehen. „Das ist auch dringend notwendig“, unterstreicht die Kanzlerin. Dafür setze man Mittel in Höhe von mehr als 6 Milliarden Euro ein. „Im sozialen Wohnungsbau werden wir die Länder noch einmal massiv unterstützen – und 2 Milliarden Euro dafür zur Verfügung stellen“, so Merkel.

Auch normaler bezahlbarer Wohnraum solle gefördert werden, betont Merkel. Familien sollten sich nicht zwischen Wohneigentum oder Kindern entscheiden müssen – durch das Baukindergeld würde beides zusammenpassen. Die Kanzlerin nennt in diesem Zusammenhang außerdem verbilligtes Bauland für Kommunen sowie ein schlankeres Baurecht.

Auch die Situation der  Mieter solle verbessert werden, sagt Merkel. Sie sollen das Recht zu einer Auskunft über die Vormiete erhalten. „Damit kann man besser nachprüfen, ob die Mietpreisbremse auch wirklich wirkt.“ Außerdem solle der Mietspiegel standardisiert und transparenter gemacht werden.

All diese Maßnahmen sollen mehr Wohnraum schaffen und die Rechte der Mieter stärken – ohne die Vermieter in eine schwierige Lage zu bringen. Pib 26