WEBGIORNALE  20 agosto – 2 settembre  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Ponte Morandi, il giorno dei funerali di Stato per le vittime  1

2.       Genova. Sequestrati i resti del ponte. "Rottura tirante ipotesi seria"  1

3.       Ponte Morandi, il giorno dei funerali di Stato per le vittime  1

4.       Il Ministro Enzo Moavero Milanesi agli Italiani all’estero  2

5.       Un altro Mediterraneo è possibile  2

6.       Rapporto IAI 2018. Politica estera. Italia a bivio, è il tempo delle scelte  3

7.       Marcinelle, Moavero: "Anche noi fummo migranti"  3

8.       Il Cgie si riconosce nel messaggio del Ministro degli esteri a Marcinelle  4

9.       On. Garavini: "Di Maio chieda scusa agli italiani nel mondo. Offende la loro memoria"  4

10.   Sud, due milioni in fuga in 16 anni. La metà sono giovani 4

11.   I parlamentari del PD Estero: I dati Svimez sul mezzogiorno sono allarmanti 4

12.   Costalli (Mcl): Il Sud non può sprecare altro tempo ha bisogno di politiche adeguate e fatti concreti 5

13.   Moavero: “L'Europa sia solidale o vacilla”  5

14.   Gian Luigi Ferretti su “l’Italiano”. UGL a Marcinelle: Allora come adesso, lavorare per vivere  5

15.   Marcinelle, Moavero: "Fummo emigranti, ricordiamolo quando arrivano"  6

16.   Di Maio e le parole in libertà che banalizzano Marcinelle  6

17.   CGIE. Avvio della consultazione per la proposta di un testo di modifica delle procedure del voto all'estero  6

18.   Promuovere l’Italia a Francoforte. Intervista al Console Generale Maurizio Canfora  7

19.   A Berlino il premio “L’italiano dell’anno” e concorso di arti visive  7

20.   I recenti temi di Radio Colonia  8

21.   A Berlino prima conferenza italo-tedesca sulle Smart Cities  9

22.   Nuovo Consiglio alla Italcam di Monaco di Baviera  9

23.   Come lo Stato Tedesco aiuta le famiglie  9

24.   All’Institut Français di Monaco di Baviera “La tarda estate dei poeti”  10

25.   La Dante Alighieri di Monaco offre la possibilità di studiare entrambe le lingue  10

26.   Mattarella: "I migranti sono i nuovi schiavi"  10

27.   UNCR: preoccupazione per la scia di attacchi razzisti in Italia  10

28.   La circolare dell’on. Laura Garavini ai democratici d’Europa  10

29.   Il Consiglio Generale degli italiani all’estero (Cgie) onora la giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo  11

30.   Panorama economico  11

31.   Chiusura dei porti, critiche e applausi 12

32.   Daisy Osakue, Garavini (PD): "Salvini mandante morale di aggressioni in stile squadrista"  12

33.   Reagire sempre all’intolleranza e al razzismo  12

34.   Tragedie die migranti sul lavoro e in mare: „Nessuno si giri dall’altra parte  12

35.   Decreto Dignità: prorogato il bonus assunzioni per i giovani sotto i 35 anni 13

36.   La via del riscatto  13

37.   "Banda di populisti", Independent attacca il governo italiano  13

38.   Mattarella: “Pagina infamante per scienza e cultura italiana”  13

39.   “L’Italia deve credere di più sulle sue potenzialità”  14

40.   La Commissione Affari esteri conclude l’esame della proposta di regolamento europeo per le regioni transfrontaliere  14

41.   Legge di stabilità  14

42.   “Conti dormienti”, da novembre 2018 parte la prescrizione delle somme non movimentate da 20 anni 14

43.   La nuova realtà. Un’analisi della società contemporanea  15

44.   Allineamento dei dati tra l’Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) e l'anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire) 15

45.   E' italiano il 'Nobel della matematica' 15

46.   Quali prospettive in futuro per le associazioni dell’emigrazione?  16

47.   Segnale forte  16

48.   Migranti di ieri e migranti di oggi 16

49.   Francesco Cerasani nuovo responsabile del PD Mondo  17

50.   Terza Repubbica  17

51.   Conti dormienti, ultima chiamata per riavere i denari: da novembre cadono in prescrizione  17

52.   È stata costituita a Bari l’Associazione Internazionale Italiani all’Estero “Radici”  17

53.   L’adunata dei Veneti nel Mondo  18

54.   Modifica sulla “Disciplina generale degli interventi in favore dei lucani nel mondo”  18

55.   Umbri all’estero: prorogato al 31 agosto il termine per le borse di studio  18

 

 

1.       Opfer ihres Erfolgs. Warum Europas Populisten an ihren vermeintlichen Lösungen zur Migrationsfrage scheitern  19

2.       Afrika boomt: Was tun, um Entwicklung nachhaltig zu gestalten?  19

3.       Arm in Deutschland. Zuwanderer aus Osteuropa  20

4.       Ein Gespräch. „Die Menschen streiten über die falschen Dinge!“  20

5.       Vereinte Nationen. Knapp 60.000 Migranten erreichten seit Januar Europa  22

6.       „Klimawandel? Ach was!“ Wie eine Bande von Wissenschaftsleugnern und Umweltverschmutzern die Menschheit in die Irre führt 22

7.       Die quälende Suche nach einem Hafen  22

8.       Flüchtlingspolitik. Erstes Rücknahme-Abkommen mit Spanien geschlossen  23

9.       Italien: Demonstration gegen Ausbeutung von Erntehelfern  23

10.   1.500 Flüchtlinge ertrunken. Mittelmeer weltweit tödlichste Seeroute  23

11.   EU „bedauert“ Wiedereinsetzung der US-Sanktionen gegen den Iran  23

12.   Wie man mit Populisten streitet 24

13.   Seenotrettung. Erst retten, dann fragen  24

14.   Klimaveränderung  24

15.   Der Weg ist nicht das Ziel! Gewerkschaften dürfen die EU-Wirtschaftspolitik zwar diskutieren aber noch bringt das viel zu wenig  25

16.   Was ist neu? Neuregelungen im August 2018  26

17.   Teuerparadies. Wie illegale Finanzströme und Steueroasen die Entwicklung des Globalen Südens verhindern  26

18.   Einigung auf Eckpunkte für Fachkräfte-Zuwanderungsgesetz  26

19.   Flüchtlinge als Unternehmer und Arbeitgeber 27

20.   Statistisches Bundesamt. Mehr Menschen mit Migrationshintergrund in Deutschland  27

21.   Wir brauchen eine linke Ökumene. Plädoyer für eine Sammlungsbewegung links der Mitte  27

22.   Armutsquote vor allem bei Migranten gestiegen  29

23.   „Schon das Wort ‚Betriebsrat‘ war tabu“  29

24.   Aufstehen ist Bürgerpflicht 29

25.   Hoffnung. Subsidiär Geschützte können Anträge auf Familiennachzug stellen  30

26.   Immer mehr Blue Cards  30

27.   Hilfswerk: Vorwurf des „Sozialbetrugs“ gegen Osteuropäer ungerecht 30

28.   "Völlig unsinnig". Wirtschaftsinstitut kritisiert Abschiebungen von Fachkräften  31

29.   Der Tag der Tomate! Jetzt beim großen Rezeptwettbewerb mitmachen  31

 

 

 

Ponte Morandi, il giorno dei funerali di Stato per le vittime

 

È una Genova addolorata e ferita quella che, nella giornata di lutto nazionale, si è stretta attorno ai familiari delle vittime del crollo del ponte Morandi nella celebrazione dei funerali solenni nel padiglione B della Fiera di Genova – di Michele De Leo, da Genova

 

Alle 11.30 di sabato 18 agosto le campane delle chiese di Genova hanno iniziato a suonare a lutto. Le saracinesche dei negozi della città abbassate, le bandiere a mezz’asta, le strade deserte, il porto fermo. È una Genova addolorata e ferita quella che, nella giornata di lutto nazionale, si è stretta attorno ai familiari delle vittime del crollo del ponte Morandi nella celebrazione dei funerali solenni nel padiglione B della Fiera di Genova. In mattinata la notizia del ritrovamento sotto le macerie degli ultimi dispersi: sale così a 42 il bilancio dei morti. Funerali di Stato solo per 19, le famiglie degli altri deceduti hanno scelto esequie in forma privata. Sulla bara bianca di Samuele, otto anni, due peluches e un mazzo di fiori gialli, appena dietro il feretro del bimbo ci sono quelli del padre e della madre, e poi, messe a semicerchio, altre 16 bare. I funerali, presieduti dal card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, concelebrati da mons. Alberto Tanasini, vescovo di Chiavari, da mons. Luigi Ernesto Palletti, vescovo di La Speiza, da mons. Martino Canessa, vescovo emerito di Tortona, da mons. Nicolò Anselmi, vescovo ausiliare di Genova, da mons. Marco Doldi, vicario generale di Genova e da un centinaio di sacerdoti diocesani, si sono svolti alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (che in mattinata si era recato sul luogo della tragedia e in visita ai feriti negli ospedali San Martino, Galliera e Villa Scassi), delle più alte cariche dello Stato, del questore di Genova Sergio Bracco, del prefetto Fiamma Spena, del presidente della Liguria Giovanni Toti, del sindaco di Genova Marco Bucci e di moltissimi altri sindaci della Città metropolitana. Presenti anche i vertici di Autostrade per l’Italia.

Le squadre dei Vigili del fuoco e dei soccorritori che ininterrottamente hanno lavorato sotto ponte Morandi nei giorni scorsi al loro arrivo sono state applaudite dai parenti delle vittime e dai cittadini. I giocatori di Genoa e Sampdoria sono arrivati insieme, con i presidenti Preziosi e Ferrero e gli allenatori Ballardini e Giampaolo. Nell’omelia della messa, animata dal coro della Cattedrale di Genova, il card. Bagnasco ha innanzitutto portato la vicinanza del Santo Padre: “Papa Francesco – ha detto – anche ieri sera, con una telefonata affettuosa, ha voluto manifestarci la sua prossimità”. “In questi giorni – ha proseguito – ovunque si innalza a Dio un’onda di preghiera. Genova è nello sguardo del mondo, in un grande abbraccio di commozione, di affetto e di attesa”. “La ferita è profonda, è fatta innanzitutto dallo sconfinato dolore per coloro che hanno perso la vita e per i dispersi, per i loro familiari, i feriti, i molti sfollati”. L’arcivescovo ha descritto i sentimenti della popolazione davanti alla tragedia: “Il crollo del ponte Morandi ha provocato uno squarcio nel cuore di Genova. Innumerevoli sono i segni di sgomento e di vicinanza giunti non solo dall’Italia, ma anche da molte parti del mondo”. “L’iniziale incredulità e poi la dimensione crescente della catastrofe, lo smarrimento generale, il tumulto dei sentimenti, i perché incalzanti, ci hanno fatto toccare ancora una volta e in maniera brutale – ha detto ancora Bagnasco – l’inesorabile fragilità della condizione umana”. Nonostante la tragedia e il dolore, “proprio dentro a questa esperienza, che tutti in qualche modo ha toccato, si intravvede un filo di luce. Quanto più ci scopriamo deboli ed esposti, tanto più sentiamo che i legami umani ci sono necessari: sono il tessuto non solo della famiglia e dell’amicizia, ma anche di una società che si dichiara civile”. “Gesù mostra che di Dio ci possiamo fidare anche se non sempre ci sono chiare le vicende umane. La fede, infatti, non dissipa tutte le nostre tenebre, ma illumina il cammino passo dopo passo, giorno dopo giorno. La sua risposta ai nostri tormenti – ha detto il vescovo – è innanzitutto una presenza che ci accompagna: Gesù crocifisso, e la Madonna sotto la croce del Figlio, sono l’immagine e il segno più evidenti che il Signore non ci abbandona, ma ci precede”. Genova “non si arrende: l’anima del suo popolo in questi giorni è attraversata da mille pensieri e sentimenti, ma continuerà a lottare. Come altre volte, noi genovesi sapremo trarre dal nostro cuore il meglio, sapremo spremere quanto di buono e generoso vive in noi e che spesso resta riservato, quasi nascosto, schivo”. Queste parole sono state accolte da un lungo applauso dall’assemblea. Il cardinale ha ancora sottolineato che “la rete organizzativa e la tempestività a tutti i livelli – istituzionale, di categoria e associazioni -, la professionalità generosa di tutti, a cominciare dai vigili del fuoco, la disponibilità generosa di molti, la forza dei feriti, la preghiera e la solidarietà che subito si sono levate da ogni parte della diocesi, rendono visibile l’anima collettiva della nostra Città”.

Dall’altare, dove campeggiava il Crocifisso processionale della Confraternita S. Ambrogio di Voltri, durante la celebrazione, mons. Tanasini ha letto i nomi di tutte le vittime e a ogni nome è seguito l’applauso delle migliaia di persone che erano dentro l’ampia struttura e anche fuori, dove è stato allestito un maxischermo. Al termine della celebrazione il rito delle esequie con l’aspersione e l’incensazione delle bare. Infine la preghiera islamica per due delle vittime che appartenevano a questa fede. “Genova, che in arabo significa ‘la bella’, saprà rialzarsi. Le comunità islamiche pregano perché la pace sia con tutti voi. Che il Signore protegga l’Italia e gli italiani”: sono le parole conclusive dell’imam in ricordo delle vittime del crollo del ponte. Il cardinale Bagnasco ha infine salutato una per una, tutte le famiglie delle vittime del crollo del ponte Morandi presenti alle esequie di Stato. Piano piano, in un silenzio raccolto e composto i genovesi hanno lasciato l’Area della Fiera, dopo una celebrazione seguita da oltre 300 giornalisti accreditati da tutto il mondo, che hanno raccontato a tutti il lutto di una città e di un intero Paese. Sir 18

 

 

 

Genova. Sequestrati i resti del ponte. "Rottura tirante ipotesi seria"

 

"La rottura di uno strallo è un'ipotesi di lavoro seria ma dopo tre giorni è solo un'ipotesi". Lo ha detto Antonio Brencich, docente presso l'Università di Genova e membro della Commissione Trasporti e Infrastrutture, rispondendo alle domande dei cronisti a Genova, a margine di un sopralluogo nell'area del crollo in Val Polcevera. Senza entrare nel merito del lavoro della Commissione Brencich, che si occuperà di chiarire le cause del crollo del ponte Morandi, ha aggiunto che quelle legate alla "pioggia e tuoni ed eccesso di carico sono ipotesi fantasiose, che non vanno neanche prese in considerazione".

Intanto, la Procura di Genova, che indaga sul disastro, ha disposto il sequestro della parte superiore del viadotto, la parte restante che ha resistito al crollo di tre giorni fa. Nella parte sottostante, tra il letto del torrente e la viabilità che corre lungo l'argine, è stata invece individuata un'area dal comune da destinare allo spostamento e allo stoccaggio temporaneo del cumulo di macerie, all'interno dell'area Amiu di Campi.

 

La Procura genovese ha inoltre nominato oggi i consulenti tecnici che monitoreranno il trasferimento dei residui della campata centrale del ponte: sono gli ingegneri Renato Buratti, di Genova, e Pier Giorgio Malerba, da Milano. Le macerie saranno sequestrate dopo lo stoccaggio. Sempre i consulenti della Procura, che per la loro relazione hanno chiesto 60 giorni, già nelle prossime ore incontreranno i tecnici del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a Genova.

Al momento nell'ambito dell'inchiesta sulle cause del crollo non figurano iscrizioni di indagati e il fascicolo resta a carico di ignoti. A guidare le indagini il procuratore aggiunto Paolo D'Ovidio insieme ai pm genovesi, Walter Cotugno e Massimo Terrile, mentre gli approfondimenti sono svolti dalla Squadra Mobile di Genova, dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia Stradale. Ancora incerti i tempi sul termine delle operazioni dei vigili del fuoco.

SI CONTINUA A SCAVARE - Le ricerche sull'area del disastro proseguono per il terzo giorno consecutivo. Nessuna novità, ancora, sul fronte dei dispersi, che sono 5. "In queste ore si continua ancora a scavare, a cercare - afferma Luigi D'Angelo, direttore operativo per il coordinamento delle emergenze del Dipartimento della Protezione civile -. Gli oltre 340 Vigili del fuoco sono in questo momento impegnati sulla parte del pilone principale dove sono presenti ancora i massi più grandi, le travi in cemento armato. Si cerca di capire se al di sotto ci sono ancora vittime e vetture coinvolte".

Questa mattina all'alba un principio di incendio ha interessato un capannone sul lungo Polcevera già scoperchiato dal crollo del viadotto e per questo evacuato. Le cause sono ancora da accertare. E' successo intorno alle 8, ma il rogo è stato in breve tempo messo sotto controllo.

Le operazioni di soccorso delle ultime ore si sono concentrate sull'argine sinistro del Polcevera e nell'area tra i piloni e la ferrovia dove si spera di poter trovare ancora sopravvissuti. I soccorritori al lavoro con le gru stanno cercando di rimuovere le parti più grandi dei detriti mentre i tecnici Usar stanno verificando l'eventuale presenza di persone.

BLACK OUT NELLE REGISTRAZIONI - Il procuratore di Genova Francesco Cozzi, parlando ai microfoni del Gr1 Rai delle registrazioni delle telecamere della società autostrade posizionate sul ponte Morandi, ha spiegato: "Ci sono stati dei problemi nelle videoregistrazioni della società Autostrade. Non posso dire che ci siano materiali di grande rilevanza o utilità. Il maltempo incideva sulla cattiva qualità delle immagini. La mancanza delle immagini vera e propria o l’interruzione delle immagini è dovuta, a quanto è dato di capire, a sconnessioni sulla rete dovuta al fenomeno sismico, al crollo insomma. In poche parole, un black out".

I FERITI - "I feriti in totale sono stati 16 a vario titolo" ha spiegato Angelo Gratarola, responsabile del Diar, Dipartimento Interaziendale Emergenze dell'ospedale San Martino di Genova. "Ne sono rimasti 8 o 9 ormai, e mano a mano che passano i giorni alcuni di loro potranno essere dimessi. Alla fine ne rimarranno 4 o 5 che avranno bisogno di più tempo per il recupero". Una prima buona notizia arriva proprio dal San Martino, dove migliorano le condizioni del ragazzo genovese di 28 anni che tra un mese diventerà padre. "Le sue condizioni - ha spiegato Gratarola  - sono stabili. Il giovane, con fratture di bacino e di colonna non operate, è stato operato invece nella serata del 14 agosto per una frattura di omero e per una lesione dei tessuti molli della spalla. Le sue condizioni sono in continuo miglioramento, anche dal punto di vista psichico. Il paziente ha una sua storia nella storia: oltre ad aver avuto un recupero rocambolesco, essendo rimasto appeso a testa in giù per 4 ore prima che i vigili del fuoco lo districassero dalle lamiere è anche in attesa di diventare padre. Questa però è una ragionevole spinta al recupero. Nel giro di 1 mese crediamo che potrà anche cominciare una riabilitazione e un recupero e potrà quindi fare il papà".

SFOLLATI - A fare un bilancio della situazione degli sfollati da via Porro e dalle zone limitrofe, nell'area più vicina al ponte crollato, è l'assessore alle Politiche abitative del Comune di Genova Pietro Piciocchi. "Ci sono state circa 60 persone che hanno potuto fare rientro nelle loro case nelle ultime ore nell'area di via Porro: al momento gli sfollati sono 580", spiega all'Adnkronos.

"I residenti sono rientrati in alcuni palazzi dopo le verifiche di stabilità compiute dai vigili del fuoco - continua Piciocchi - abbiamo inoltre consegnato alla presidenza del Consiglio dei ministri e al dipartimento di Protezione civile questa mattina l'elenco degli alloggi per i quali abbiamo chiesto il finanziamento per i ripristini e la prossima settimana inizierà la consegna dei primi 45 alloggi disponibili da subito".

DI MAIO - La questione delle concessioni infiamma il dibattito politico. "Lo dico chiaramente, c'è una volontà politica certa: vogliamo revocare le concessione ad Autostrade per l'Italia" ribadisce il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio in un post su Facebook. "Non si può continuare a far finta che nulla sia accaduto. Questa gente continua a far pagare il pedaggio senza portare manutenzione ordinaria e straordinaria ed è ora di dire basta! Hanno scritto che il Governo frena, falso, il Governo - rimarca il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro - accelera e revocherà le concessioni".

ANZALDI CHIEDE ISTRUTTORIA - Il deputato del Partito democratico Michele Anzaldi chiede che "la Consob, l'Antitrust e l'Anac aprano un'istruttoria sul 'colpo gobbo' di Ferragosto ad opera del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dei vicepresidenti del Consiglio Luigi Di Maio e Matteo Salvini, del ministro delle Infrastrutture e Trasporti Danilo Toninelli. Siano indagate manipolazione del mercato e aggiotaggio".

NO COMMENT CONSOB - Nessun commento da parte della Consob sull'avvio di accertamenti per l'ipotesi di aggiotaggio dopo lo scivolone di Atlantia a Piazza Affari, a seguito delle dichiarazioni di alcuni esponenti del governo che invocavano una revoca della concessione alla controllata Autostrade per l'Italia. A chi chiede se sia stato acceso un faro sui movimenti del titolo dalla Commissione che vigila sulla Borsa e sulle società quotate si risponde con un "no comment".

CDA AUTOSTRADE E ATLANTIA - Intanto, a quanto apprende l'Adnkronos da fonti vicine al dossier, si dovrebbe tenere martedì per Autostrade per l'Italia e mercoledì per Atlantia un cda straordinario. Le riunioni dei board sono state decise per fare il punto sulla situazione legata al crollo del ponte a Genova. Adnkronos 17

 

 

 

Ponte Morandi, il giorno dei funerali di Stato per le vittime

 

È una Genova addolorata e ferita quella che, nella giornata di lutto nazionale, si è stretta attorno ai familiari delle vittime del crollo del ponte Morandi nella celebrazione dei funerali solenni nel padiglione B della Fiera di Genova – di Michele De Leo, da Genova

 

Alle 11.30 di sabato 18 agosto le campane delle chiese di Genova hanno iniziato a suonare a lutto. Le saracinesche dei negozi della città abbassate, le bandiere a mezz’asta, le strade deserte, il porto fermo. È una Genova addolorata e ferita quella che, nella giornata di lutto nazionale, si è stretta attorno ai familiari delle vittime del crollo del ponte Morandi nella celebrazione dei funerali solenni nel padiglione B della Fiera di Genova. In mattinata la notizia del ritrovamento sotto le macerie degli ultimi dispersi: sale così a 42 il bilancio dei morti. Funerali di Stato solo per 19, le famiglie degli altri deceduti hanno scelto esequie in forma privata. Sulla bara bianca di Samuele, otto anni, due peluches e un mazzo di fiori gialli, appena dietro il feretro del bimbo ci sono quelli del padre e della madre, e poi, messe a semicerchio, altre 16 bare. I funerali, presieduti dal card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, concelebrati da mons. Alberto Tanasini, vescovo di Chiavari, da mons. Luigi Ernesto Palletti, vescovo di La Speiza, da mons. Martino Canessa, vescovo emerito di Tortona, da mons. Nicolò Anselmi, vescovo ausiliare di Genova, da mons. Marco Doldi, vicario generale di Genova e da un centinaio di sacerdoti diocesani, si sono svolti alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (che in mattinata si era recato sul luogo della tragedia e in visita ai feriti negli ospedali San Martino, Galliera e Villa Scassi), delle più alte cariche dello Stato, del questore di Genova Sergio Bracco, del prefetto Fiamma Spena, del presidente della Liguria Giovanni Toti, del sindaco di Genova Marco Bucci e di moltissimi altri sindaci della Città metropolitana. Presenti anche i vertici di Autostrade per l’Italia.

Le squadre dei Vigili del fuoco e dei soccorritori che ininterrottamente hanno lavorato sotto ponte Morandi nei giorni scorsi al loro arrivo sono state applaudite dai parenti delle vittime e dai cittadini. I giocatori di Genoa e Sampdoria sono arrivati insieme, con i presidenti Preziosi e Ferrero e gli allenatori Ballardini e Giampaolo. Nell’omelia della messa, animata dal coro della Cattedrale di Genova, il card. Bagnasco ha innanzitutto portato la vicinanza del Santo Padre: “Papa Francesco – ha detto – anche ieri sera, con una telefonata affettuosa, ha voluto manifestarci la sua prossimità”. “In questi giorni – ha proseguito – ovunque si innalza a Dio un’onda di preghiera. Genova è nello sguardo del mondo, in un grande abbraccio di commozione, di affetto e di attesa”. “La ferita è profonda, è fatta innanzitutto dallo sconfinato dolore per coloro che hanno perso la vita e per i dispersi, per i loro familiari, i feriti, i molti sfollati”. L’arcivescovo ha descritto i sentimenti della popolazione davanti alla tragedia: “Il crollo del ponte Morandi ha provocato uno squarcio nel cuore di Genova. Innumerevoli sono i segni di sgomento e di vicinanza giunti non solo dall’Italia, ma anche da molte parti del mondo”. “L’iniziale incredulità e poi la dimensione crescente della catastrofe, lo smarrimento generale, il tumulto dei sentimenti, i perché incalzanti, ci hanno fatto toccare ancora una volta e in maniera brutale – ha detto ancora Bagnasco – l’inesorabile fragilità della condizione umana”. Nonostante la tragedia e il dolore, “proprio dentro a questa esperienza, che tutti in qualche modo ha toccato, si intravvede un filo di luce. Quanto più ci scopriamo deboli ed esposti, tanto più sentiamo che i legami umani ci sono necessari: sono il tessuto non solo della famiglia e dell’amicizia, ma anche di una società che si dichiara civile”. “Gesù mostra che di Dio ci possiamo fidare anche se non sempre ci sono chiare le vicende umane. La fede, infatti, non dissipa tutte le nostre tenebre, ma illumina il cammino passo dopo passo, giorno dopo giorno. La sua risposta ai nostri tormenti – ha detto il vescovo – è innanzitutto una presenza che ci accompagna: Gesù crocifisso, e la Madonna sotto la croce del Figlio, sono l’immagine e il segno più evidenti che il Signore non ci abbandona, ma ci precede”. Genova “non si arrende: l’anima del suo popolo in questi giorni è attraversata da mille pensieri e sentimenti, ma continuerà a lottare. Come altre volte, noi genovesi sapremo trarre dal nostro cuore il meglio, sapremo spremere quanto di buono e generoso vive in noi e che spesso resta riservato, quasi nascosto, schivo”. Queste parole sono state accolte da un lungo applauso dall’assemblea. Il cardinale ha ancora sottolineato che “la rete organizzativa e la tempestività a tutti i livelli – istituzionale, di categoria e associazioni -, la professionalità generosa di tutti, a cominciare dai vigili del fuoco, la disponibilità generosa di molti, la forza dei feriti, la preghiera e la solidarietà che subito si sono levate da ogni parte della diocesi, rendono visibile l’anima collettiva della nostra Città”.

Dall’altare, dove campeggiava il Crocifisso processionale della Confraternita S. Ambrogio di Voltri, durante la celebrazione, mons. Tanasini ha letto i nomi di tutte le vittime e a ogni nome è seguito l’applauso delle migliaia di persone che erano dentro l’ampia struttura e anche fuori, dove è stato allestito un maxischermo. Al termine della celebrazione il rito delle esequie con l’aspersione e l’incensazione delle bare. Infine la preghiera islamica per due delle vittime che appartenevano a questa fede. “Genova, che in arabo significa ‘la bella’, saprà rialzarsi. Le comunità islamiche pregano perché la pace sia con tutti voi. Che il Signore protegga l’Italia e gli italiani”: sono le parole conclusive dell’imam in ricordo delle vittime del crollo del ponte. Il cardinale Bagnasco ha infine salutato una per una, tutte le famiglie delle vittime del crollo del ponte Morandi presenti alle esequie di Stato. Piano piano, in un silenzio raccolto e composto i genovesi hanno lasciato l’Area della Fiera, dopo una celebrazione seguita da oltre 300 giornalisti accreditati da tutto il mondo, che hanno raccontato a tutti il lutto di una città e di un intero Paese. Sir 18

 

 

 

Il Ministro Enzo Moavero Milanesi agli Italiani all’estero

 

In occasione della Giornata del Sacrificio Italiano nel Mondo. Ci inchiniamo davanti alla memoria di tanti caduti e non possiamo dimenticare un evento così drammatico che segna indelebile la nostra storia

 

Cari Amici, in occasione del 62° anniversario della tragedia della miniera di Marcinelle, in Belgio, desidero condividere con voi qualche breve riflessione, per rendere omaggio ai 262 minatori che l’8 agosto del 1956 persero la vita a Bois du Cazier. Fra i morti si contarono 136 italiani, una tragedia immensa, una ferita profonda che l'Italia ricorda con la solenne Giornata del Sacrificio del Lavoro, in onore di tutti i lavoratori italiani ovunque nel mondo. Ci inchiniamo davanti alla memoria di tanti caduti e non possiamo dimenticare un evento così drammatico che segna indelebile la nostra storia.

La stessa coscienza dell’allora nascente integrazione europea ne è rimasta scossa. Solo dopo il disastro di Marcinelle l’Alta Autorità della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), fondata cinque anni prima, iniziò ad affrontare le questioni relative alla sicurezza sul lavoro. In precedenza, infatti, erano state negligentemente trascurate, nonostante lo stesso Trattato Ceca prevedesse dei riferimenti ai principi sociali e ai diritti base dei lavoratori.

Tuttavia, non possiamo non constatare come, ancora oggi - purtroppo - la legislazione in materia sociale dell'Unione Europea sia nel suo complesso carente, specie se comparata alla copiosa normativa emanata in altri settori. Un difetto di azione delle istituzioni comuni e dei governi degli Stati membri che, in giornate come questa, appare tristemente anacronistico.

Stiamo discutendo molto, negli ultimi anni, di rinnovamento europeo, di rilancio dell'Unione in una maggiore sintonia con i suoi cittadini. In una simile prospettiva, come chiesto da più parti, va data priorità all'Europa sociale, a un coerente tessuto di regole europee adeguate a garantire l'idonea tutela di chi lavora e una severa prevenzione degli incidenti nei luoghi di lavoro.

L'impegno del Governo italiano è di agire a fondo in tutte le sedi, nazionali ed europee, affinché ci sia una scelta di campo netta e siano prese le decisioni indispensabili. Dobbiamo fare ancora molto ed è davvero tempo di rompere i biasimevoli indugi del passato. Chiediamo all'Unione di adottare, rapidamente, una ben articolata agenda sociale, degna del suo nome, che includa nuove iniziative e riprenda le buone idee già messe sul tavolo anni addietro, ma mai concretizzate.

Lo dobbiamo alle innumerevoli vittime che oggi commemoriamo tutte, stringendoci al simbolo di Marcinelle. Lo dobbiamo al lacerante dolore dei loro famigliari.  Lo dobbiamo alla nostra Italia che la Costituzione proclama, solenne, essere "fondata sul lavoro".

Riflettendo sul lavoro non possiamo non rievocare i tanti italiani che lasciarono le terre natie cercando all'estero un futuro migliore per se e per i propri figli, spesso affrontando viaggi incerti e pericolosi, condizioni impervie di vita. Siamo stati, fino ai primi anni sessanta del ventesimo secolo - appena ieri - una nazione di emigranti nel mondo.

Anche in Europa, siamo andati stranieri, in paesi stranieri, cercando lavoro. Partivamo, sovente con grandi disagi, alla volta di quegli stessi Stati europei (Belgio, Francia, Germania e altri) nei quali adesso possiamo andare a lavorare: cittadini dell'Unione Europea, fra altri cittadini della medesima Unione Europea, con analoghi diritti e doveri. Ecco, la libertà di circolazione dei lavoratori rappresenta un oggettivo, nodale risultato positivo dell'integrazione del 'vecchio continente'.

Fu difficile trovare uno spazio, in tessuti sociali diversi dal nostro, fra non poche ostilità e anche prove di solidarietà: ma fu possibile per tanti, tantissimi. Gli italiani emigrati e i loro discendenti hanno saputo inserirsi, a pieno titolo, con valore e vigore, nelle realtà estere in cui si erano recati. Le arricchirono con la loro opera, intellettuale e manuale. Tutti ce lo riconoscono e in alcuni paesi - pensiamo proprio al Belgio di Marcinelle - sono ascesi anche ai massimi livelli delle responsabilità di governo.

Riflettiamo con consapevolezza e giusto orgoglio su queste esperienze di molti fra i nostri padri e nonni. Riconosciamo, con convinto rispetto, il loro inestimabile contributo alla storia d'Italia e dei luoghi dove si recarono. Non scordiamoci mai dei loro sacrifici. Pensiamoci, quando vediamo arrivare in Europa i migranti della nostra travagliata epoca.

Cari Amici italiani, ovunque siate nel mondo, dovete sapere che la dedizione con la quale, quotidianamente, assolvete ai vostri doveri lavorando, rende migliore il nostro Paese e contribuisce alla sua reputazione positiva.

Vi giunga, dunque, il saluto fraterno del Governo e di tutti i compatrioti, nella speciale giornata dedicata a coloro che, proprio sul lavoro, hanno offerto il sacrificio estremo. Insieme, siamo affettuosamente vicini alle famiglie delle vittime di Marcinelle e delle tragedie del lavoro di ogni tempo.

Vi ringrazio per quanto avete fatto e state facendo per la nostra Italia.

Enzo Moavero Milanesi, Ministro degli Affari Esteri (de.it.press 8.08.)

 

 

 

Un altro Mediterraneo è possibile 

 

Il Mar Mediterraneo è sempre stato al centro della nostra storia tanto da essere stato più volte definito, nel corso dei secoli, come Mare Nostrum – il “nostro mare”, termine coniato nell’antica Roma e ripreso poi dal governo fascista per promuovere la costruzione di un impero coloniale italiano d’oltremare. Nell’uso contemporaneo, il termine è stato invece più volte usato per valorizzare la diversità gli scambi e la cooperazione tra le nazioni del Mediterraneo,e con questa espressione si è anche denominata l’importante operazione, curata dal governo italiano, di salvataggio in mare dei migranti a seguito del naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013.

Oggi nell’immaginario comune, il Mar Mediterraneo è soprattutto sinonimo di “sbarchi”, “invasione”, “clandestini” con un linguaggio che richiama i toni populisti che trovano eco un po’ in tutta Europa. Tendiamo invece a dimenticare che il Mediterraneo, il “nostro mare” con la sua diversità di popoli è anche una risorsa.

Dieci anni fa, i capi di stato e di governo dei paesi Europei e del Mediterraneo fondavano l’UpM-Unione per il Mediterraneo, coinvolgendo 43 paesi in una partnership per affrontare le sfide comuni della macro-regione inerenti lo sviluppo economico e sociale, il degrado ambientale e il cambiamento climatico, le migrazioni, il dialogo tra culture. Alcune buone pratiche di cooperazione Euro-Mediterranea di questi 10 anni sono presentate sul sito dell’UpM. Tra queste, un progetto promosso dall’Università di Siena con un finanziamento del Programma europeo Interreg- Med per prevenire, ridurre e rimuovere i rifiuti dal Mar Mediterraneoedil progetto HOMERe che promuove la mobilità di studenti universitari tra i paesi del Mediterraneo, inclusa l’Italia, per migliorare competenze e qualifiche e favorire l’occupabilità, in una regione dove la disoccupazione giovanile spesso aumenta con il livello di istruzione.

L’8 ottobre a Barcellona, nel corso dell’incontro annuale dei Ministri degli Affari Esteri dei paesi membridell’UpM, si farà il punto sui dieci anni di cooperazione Euro-Mediterranea. Recentemente, a luglio 2018, l’Unione per il Mediterraneo ha supportato la nascita della Rete Euromed per la ricerca sulle migrazioni(EuroMedMig-ReNet), nata durante la XV Conferenza annualedel network International migration, integration and social cohesion (Imiscoe), importante piattaforma che aggrega gli istituti di ricerca di entrambe le sponde del “Mare Nostrum” nel campo delle migrazioni e dell’integrazione. La nuova rete Euromed – sottolinea l’UpM – punta a indagare sulle origini e le interdipendenze dei movimenti migratori che negli ultimi anni hanno interessato il “Mare nostrum”. L’obiettivo è quello di tracciare una linea d’azione comune per affrontare gli aspetti critici legati alle migrazioni che costituisca al contempo sintesi delle suggestioni emerse dal dialogo interregionale e chiave di lettura del fenomeno immigrazione visto non più come criticità da subire ma come opportunità da cogliere.

Auguriamo quindi buon lavoro a questo neo-nato organo anche perché gli ultimi dati diffusi dall’UNHCR, l’agenzia dell’ONU che si occupa di rifugiati, non sono affatto buoni e denunciano come la mancanza di un approccio collaborativo nel Mediterraneo stia facendo aumentare vergognosamente il numero dei morti in mare.Nei primi sei mesi dell’anno in Italia sono arrivati circa 16mila richiedenti asilo. Sono numeri in calo dell’80 per cento rispetto ai primi sei mesi del 2017, che segnalano un ritorno sui livelli degli anni precedenti al 2014, prima che iniziasse l’ultima grande crisi migratoria, quando gli sbarchi raramente superavano le poche decine di migliaia di persone l’anno. Ma compiere la traversata è sempre più pericoloso: a giugno è morta una persona ogni sei che ci hanno provato.“Nel Mediterraneo l’anno scorso moriva 1 persona su 39, quest’anno 1 su 6” ha denunciato Carlotta Sami, portavoce per il Sud Europa dell’UNHCR.

In particolare, l’ teme le conseguenze di una diminuzione delle capacità di soccorso poiché le imbarcazioni vengono dissuase dal rispondere alle richieste di soccorso per paura di vedersi negato il permesso di sbarcare le persone tratte in salvo. In particolare – riporta l’UNHCR – le ONG hanno espresso preoccupazione per le restrizioni imposte alle loro capacità di condurre operazioni di ricerca e soccorso a seguito di limitazioni ai loro movimenti e alla minaccia di potenziali azioni legali. Non solo le ONG sono state di fatto allontanate, ma anche le navi commerciali hanno meno incentivi ad effettuare i salvataggi visto che rischiano di vedersi negato il permesso di raggiungere un porto italiano e rischiano così di trovarsi bloccate per giorni (è accaduto anche a navi militari, anche italiane).

L’UNHCR ribadisce l’appello lanciato nelle ultime settimane insieme all’OIM – Organizzazione Internazionale Migrazioni – ad adottare un approccio  collaborativo e regionale rispetto alle traversate del Mediterraneo, che fornisca linee guida chiare e prevedibili per la ricerca, il soccorso e lo sbarco. Maurizio Benazzi

 

 

 

 

Rapporto IAI 2018. Politica estera. Italia a bivio, è il tempo delle scelte

 

Un estratto dal capitolo introduttivo del rapporto IAI 2018 sulla politica estera dell’ Italia.

 

L’ Italia deve affrontare alcune questioni fondamentali che incidono sulle sue concrete possibilità di azione nel contesto europeo e internazionale. Una priorità ineludibile è la riduzione graduale dell’enorme debito pubblico, ancora superiore al 130 per cento del Pil, che soffoca l’economia e drena enormi risorse che potrebbero essere utilizzate, fra l’altro, per una serie di programmi internazionali. Presentato populisticamente come un vincolo imposto dall’esterno – dai burocrati di Bruxelles –, l’obiettivo del rientro dal debito dovrebbe invece essere assunto come una delle principali responsabilità nazionali.

I rischi finanziari

Senza una credibile disciplina fiscale l’ Italia rischia di risentire, più pesantemente di altri Paesi, della prevista interruzione degli interventi di alleggerimento quantitativo (quantitative easing) della Bce, di cui ha molto beneficiato per più di due anni. Mantenere sotto controllo i conti pubblici è inoltre fondamentale in una fase nella quale il sistema bancario nazionale non ha ancora completato il suo processo di consolidamento.

Inoltre, in caso di shock esogeni, come nuove crisi finanziarie internazionali – uno scenario contemplato da tutte le principali istituzioni economiche internazionali –, l’ Italia potrebbe trovarsi particolarmente esposta nel caso scegliesse di adottare una linea di politica economica che comporta un aumento del deficit. Va notato, peraltro, che l’attuale ripresa, anche se modesta, offre maggiore spazio, rispetto al passato, per le politiche di contenimento del disavanzo che l’Italia si è impegnata ad attuare.

Le strozzature tra difesa ed energia

Un altro collo di bottiglia è la mancata ristrutturazione dello strumento militare. Il Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa che aveva suscitato notevoli aspettative è, in effetti, rimasto in larga parte inattuato. La partecipazione alle missioni internazionali, una delle principali e più consolidate direttrici di impegno dell’ Italia sulla scena internazionale, potrebbe diventare sempre più problematica.

Un altro problema endemico è la forte dipendenza energetica dall’estero che si è ulteriormente accentuata e che rappresenta un grave handicap in un periodo in cui l’inasprirsi di alcune dinamiche conflittuali – prime fra tutte quelle nel Golfo – potrebbe determinare una crescente volatilità dei prezzi. Il varo della strategia energetica nazionale è un importante passo avanti, ma per la sua attuazione serve un impegno di lunga lena che deve fare i conti con non trascurabili resistenze interne.

In effetti, il superamento di queste strozzature strutturali che indeboliscono la posizione internazionale dell’ Italia richiede misure incisive di politica interna. Quest’intreccio ineludibile tra politiche interne e politica estera continua invece ad essere sottovalutato.

Divario tra aspettative e capacità

In politica estera l’ Italia soffre inoltre di un divario tra aspettative e capacità che genera delusione e sconcerto nell’opinione pubblica. Si spiega anche così il giudizio negativo che i cittadini tendono ad esprimere sull’operato del governo sulla scena internazionale.

Servirebbe una strategia comunicativa che, con più onestà e trasparenza, si sforzasse di chiarire le regole e i vincoli con cui la nostra diplomazia deve fare i conti nei vari contesti internazionali in cui si trova ad operare. Obiettivi troppo ambiziosi e retoriche autocelebrative che si rivelano, alla prova dei fatti, infondate contribuiscono a trasmettere all’opinione pubblica l’impressione che l’ Italia sia impotente o, peggio, sistematicamente discriminata al livello internazionale, alimentando riflessi nazionalistici.

I problemi nei rapporti con l’Ue e l’handicap reputazione

Queste problematiche pesano, in particolare, in ambito europeo. La tendenza a scaricare sull’Europa responsabilità prevalentemente o anche prettamente nazionali – tipico è il caso delle misure per il contenimento del disavanzo pubblico e per il rientro dal debito – impedisce la formazione di una base di consenso nazionale sugli obiettivi da perseguire in ambito Ue.

Per evitare dannose perdite di credibilità, sia di fronte ai cittadini che ai partner, bisognerebbe al contempo che si evitassero tardive prese di distanza da decisioni che il governo italiano ha condiviso. È il caso delle regole relative al salvataggio interno (bail-in) per la risoluzione delle crisi bancarie, che sono state al centro di un’aspra polemica politica.

Né si può ignorare che nei rapporti con i partner europei l’Italia si trova ancora a misurarsi con un storico problema reputazionale, legato alla difficoltà a rispettare in pieno gli impegni concordati collettivamente, che solo di recente si è riusciti a ridimensionare. Un ritorno ai comportamenti opportunistici o devianti del passato avrebbe un impatto pesantemente negativo sulla credibilità del paese.

Pulsioni sovraniste e ripiegamenti nazionalisti

Una questione ancora più seria, e dirimente, è il radicarsi in Italia, come in altri Paesi membri, di orientamenti e formazioni politiche sovraniste che mettono in discussione alcuni principi fondativi della costruzione comunitaria. La difficoltà a concordare a livello europeo efficaci soluzioni comuni a una serie di problemi acutamente avvertiti dai cittadini spinge verso chiusure e ripiegamenti nazionalistici. Se tali orientamenti prevalessero, il probabile risultato sarebbe però un crescente isolamento del Paese.

Di recente sono anche riemerse pulsioni protezionistiche che mal si conciliano con gli interessi di un Paese che è la seconda potenza industriale del continente e che negli ultimi anni ha considerevolmente migliorato la sua capacità esportativa. Né un approccio puramente rivendicazionista – con i famigerati “pugni sul tavolo” – porterebbe molto lontano.

Se poi si tornassero ad evocare “piani b” che rimettono in discussione la permanenza dell’Italia nell’eurozona si rischierebbe di creare un clima di sospetto e sfiducia nei confronti dell’Italia che recherebbe grande pregiudizio agli interessi nazionali. Come sottolineato dal presidente Sergio Mattarella, l’uscita dall’euro avrebbe una valenza non solo politica, ma costituzionale, e chi intende perseguirla dovrebbe presentarla esplicitamente all’elettorato e accettare un dibattito approfondito sulle sue implicazioni.

Visioni di corto e di lungo respiro degli interessi nazionali

Il rischio è invece che la posizione dell’Italia in Europa si indebolisca progressivamente e divenga alla fine insostenibile a causa di improvvidi atti o dichiarazioni in aperto contrasto con i principi e gli impegni assunti nell’ambito dell’Unione, che porterebbero il Paese in rotta di collisione con i partner e le istituzioni comunitarie.

La scelta quindi è innanzitutto tra l’opzione sovranista e quella integrazionista, tra una visione di corto e di lungo respiro degli interessi nazionali. Per pesare realmente nel contesto europeo l’Italia deve farsi portatrice di proposte che mirino a promuovere gli interessi nazionali e, al contempo, a far avanzare il processo di integrazione. Se quest’ultimo si bloccasse o retrocedesse – per esempio, con la fine di Schengen, la rimessa in discussione dei pur limitati strumenti di sostegno economico che sono oggi in grado di attivare le istituzioni europee, o l’indebolimento della cooperazione in materia di sicurezza e di politica estera – l’Italia, così come gli altri Stati membri, si troverebbe, nel complesso, ancora più debole e vulnerabile di fronte alle sfide internazionali Ettore Greco. AffInt. 11

 

 

 

Marcinelle, Moavero: "Anche noi fummo migranti"

 

Il capo della Farnesina interviene alla cerimonia in memoria delle vittime italiane in Belgio dicendo: "Anche i nostri padri e i nostri nonni emigrarono, non dimentichiamolo. Il Carroccio: "Non si può paragonare gli italiani, a cui nessuno regalava niente, ai clandestini che oggi arrivano nel nostro Paese". Di Maio: "Quella tragedia insegna che non dobbiamo far partire i nostri giovani"

 

ROMA - "Non dimentichiamo che Marcinelle è una tragedia dell'immigrazione, soprattutto ora che tanti vengono in Europa. Non sottostimiamo la difficoltà di gestire un tale fenomeno ma non dimentichiamo che i nostri padri e nonni erano migranti". Sono le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero, intervenuto alle celebrazioni del 62mo anniversario dell'incidente nella miniera di carbone di Marcinelle, dove persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani. Un messaggio, quello del ministro, che però scatena l'irritazione del Carroccio cui evidentemente le parole di Moavero appaiono come un attacco alla linea anti-migranti del vicepremier Matteo Salvini. La risposta della Lega sembra uno schiaffo: "Moavero manca di rispetto agli italiani. Paragonare gli italiani che sono emigrati nel mondo, a cui nessuno regalava niente né pagava pranzi e cene in albergo, ai clandestini che arrivano oggi in Italia è poco rispettoso della verità, della storia e del buon senso", dicono i capigruppo a Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo".

 

Già prima della Lega l'intervento aveva suscitato la reazione di Fratelli d'Italia. "Il richiamo di Moavero o è inutile o è fuorviante rispetto alla necessaria azione per impedire una invasione di clandestini che con gli emigranti italiani non c'entra nulla - attacca il capogruppo di FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida - il ministro degli Esteri eviti paragoni impropri e offensivi". Ma a fine serata arriva anche il commento di Luigi Di Maio, con una frase destinata a far discutere: "Io penso che queste tragedie storiche devono farci riflettere. La tragedia di Marcinella ci deve ricordare che non bisogna emigrare".

 

"Siamo stati una nazione di emigranti - aveva sottolineato Moavero - siamo andati stranieri nel mondo cercando lavoro" e bisogna ricordarlo "quando vediamo arrivare in Europa i migranti della nostra travagliata epoca".

 

E ancora: "La tragedia di Marcinelle rappresenta prima di tutto la memoria del nostro Paese, del ricordo di tante persone che lasciavano l'Italia per andare a trovare un lavoro fuori. Noi dobbiamo essere fieri di aver costruito un Paese che è riuscito a dare per tante generazioni lavoro in Italia senza più doverlo abbandonare. Oggi che siamo nei postumi della crisi economica, e che siamo di fronte alle sfide della migrazione, non dobbiamo dimenticare queste tragedie del passato che fanno parte di noi stessi, di quello che siamo stati e di quello che siamo". Sono stati tanti gli italiani "che lasciarono le terre natie cercando all'estero un futuro migliore per sè e per i propri figli, spesso affrontando viaggi incerti e pericolosi, condizioni impervie di vita" ricorda il ministro. "Siamo stati, fino ai primi anni Sessanta del Ventesimo secolo, appena ieri, una nazione di emigranti nel mondo - sottolinea ancora Moavero -. Anche in Europa, siamo andati stranieri, in paesi stranieri, cercando lavoro. Partivamo, sovente con grandi disagi, alla volta di quegli stessi Stati europei (Belgio, Francia, Germania e altri) nei quali adesso possiamo andare a lavorare".

 

Peraltro anche il presidente della Camera Roberto Fico, espressione dell'ala 5Stelle più sensibile alla tragedia dei migranti, aveva pronunciato parole del tutto simili: "In una fase storica come quella attuale, in cui il continente europeo è così profondamente lacerato da posizioni contrapposte sulla sorte dei migranti, queste dolorose testimonianze che affiorano dalla nostra storia di migrazioni ci aiutano a ricordare quando fuggivamo da condizioni difficili, alla ricerca di una prospettiva di vita dignitosa".

 

Sono trascorsi 62 anni da quel disastro, la mattina dell'8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, scoppiò un incendio causato dalla combustione d'olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. L'incendio provocò la morte di 262 persone delle 275 presenti. Di questi 136 erano emigrati italiani, 95 belghe, 8 polacche, 6 greche, 5 tedesche, 5 francesi, 3 ungheresi, una inglese, una olandese, una russa e una ucraina. In virtù di questa ricorrenza l'8 agosto è stata proclamata la 'Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo'. LR 8

 

 

 

Il Cgie si riconosce nel messaggio del Ministro degli esteri a Marcinelle

 

Il discorso pronunciato dal Ministro degli esteri e della Cooperazione internazionale, Enzo Moavero Milanesi, a Marcinelle in occasione della commemorazione dei nostri connazionali deceduti l’8 agosto di sessantadue anni fa, con il quale ha fatto riferimento a tutte le vittime del lavoro in Italia e nel mondo, è condivisibile in tutti i suoi passaggi; è ricco di riferimenti storici e di proposte per superare le carenze di una legislazione europea anacronistica, bisognosa di aggiornamenti adeguati, armoniosi e continui, pensati ad un mercato del lavoro comunitario in profonda trasformazione, nel quale ogni singolo stato continua a legiferare senza rispettare gli acquis communautaries”.

Il Ministro Enzo Moavero Milanesi, che è anche il Presidente del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE), ha liberamente esposto riflessioni diffuse e sentite nelle nostre Comunità all’estero, che fotografano gli umori e le sensibilità di chi vive dall’altra parte della barricata, fuori dalla querelle politica nazionale. Perciò all’estero non si capiscono le ragioni delle polemiche emerse in Italia in seguito alla commemorazione delle vittime del lavoro e alla presenza di superstiti e delle famiglie presenti sul Bois du Cazier a Marcinelle. Confutare le ragioni della storia dell’emigrazione italiana per puri e semplici ritorni elettorali o per i riflessi nei sondaggi politici è un atteggiamento grave e fuorviante, equivale ad alimentare forme di negazionismo diffuse per disorientare l’opinione pubblica. Una commemorazione è tale se si rispettano i gli elementi che l’hanno determinata e non deve mai essere interpretata per asservire il potere del governo di turno o degli opinionisti di regime.

La storia dell’emigrazione italiana è sacrificio e rinunce, intrisa di pregiudizi e di lutti. La nostra storia migratoria non può essere declinata diversamente da quelle che scrivono oggi altre comunità, anche perché, come negli anni Sessanta del secolo scorso, gli italiani da tempo hanno ripreso l’esodo verso altri paesi e sottostanno alle leggi e regolamenti dei paesi ospitanti. Le anagrafi ufficiali parlano oramai di un numero di espatriati che supera i 5.650.000, se si considerano solo i nostri connazionali censiti all’AIRE. Il fenomeno va gestito e risolto con politiche sovranazionali senza ricercare scorciatoie, senza erigere muri, senza esibire muscoli che producono conflitti sociali e umani.

Da tempo il Consiglio generale degli italiani all’estero propone di inserire nel programma scolastico delle scuole dell’obbligo l’insegnamento della storia dell’emigrazione italiana. Già la realizzazione di questa proposta aiuterebbe ad aumentare la conoscenza generale delle giovani generazioni e si eviterebbero polemiche su dati di fatto ovvi e reali. Sacrosanto è l’invito del Ministro Moavero Milanesi quando riferendosi alla necessità di regolamentare l’emigrazione, e di fronte all’impotenza dell’Unione europea dice, come ha riferito ieri a Marcinelle “…Dobbiamo fare ancora molto ed è davvero tempo di rompere i biasimevoli indugi del passato”. Se il nostro paese tiene al futuro dei suoi cittadini residenti all’estero qui ed ora deve dare il buon esempio, perché questo è il momento di cambiare pagina per affrontare con lealtà e serietà la mobilità che interessa l’intero globo terrestre.

Michele Schiavone, segretario generale Cgie 

 

 

 

 

On. Garavini: "Di Maio chieda scusa agli italiani nel mondo. Offende la loro memoria"

 

“Di Maio chieda scusa agli italiani nel mondo e ai familiari delle vittime di Marcinelle. Con le sue parole ne ha offeso la memoria e calpestato il sacrificio. Il suo atteggiamento non è degno di un Ministro della Repubblica”. “Il vicepremier è sempre più prono nei confronti della Lega di Salvini. E, pur di rincorrere l’alleato, non esita a sfruttare l’episodio più tragico della nostra emigrazione. Con l’obiettivo di fomentare ulteriormente sentimenti xenofobi utili solo alla propaganda di questo Governo. Si sta salvinizzando. Diceva di essere un uomo del Sud. Ma ci ha messo poco a dimenticarlo”.

“Gli italiani all’estero rappresentano un capitale prezioso per il nostro paese. Hanno sostenuto la ripresa economica grazie all’invio delle rimesse nell’immediato dopoguerra e oggi sono promotori della nostra cultura e della nostra imprenditoria nel mondo. Forse Di Maio dovrebbe studiarne la storia prima di rilasciare dichiarazioni totalmente inadeguate. È imbarazzante che, mentre il ministro degli Esteri Moavero Milanesi interveniva a Marcinelle per ricordare proprio il valore della mobilità europea, un altro ministro del medesimo Governo se la prendeva con chi, per necessità, ha scelto in passato o sceglie ancora oggi di emigrare”.

“Di Maio ricordi che gli uomini morti in quella miniera avrebbero di certo preferito rimanere nel loro paese natio. E che se l’emigrazione fosse un fenomeno negativo, come lui lascia intendere, lui non si sarebbe mai mosso da Pomigliano d’Arco”. È quanto dichiara Laura Garavini, Senatrice PD eletta nella circoscrizione Estero-Europa. Sen. Laura Garavini, de.it.press 9

 

 

 

 

Sud, due milioni in fuga in 16 anni. La metà sono giovani

 

I dati del rapporto Svimez. La Sicilia la regione che soffre di più e dove i ragazzi fuggono in maggior numero. Il presidente Giannola: "Con la frenata dell'economia seppur limitata, il Sud rischia di esplodere". Servizi sanitari e pubblici ai minimi. Chi si ammala gravemente rischia di scivolare nella povertà - di BARBARA ARDU'

 

ROMA - Bisogna essere giovani, ricchi e sani per vivere al Sud. Un'iperbole che descrive bene cosa ci sarà dentro il Rapporto Svimez 2018. E sì perché nonostante la crescita del Pil nel 2017 sia stata in linea con quella italiana, recuperando le tante posizioni perse nel corso della lunga crisi economica, le sue arretratezze sono sempre lì e rischiano di esplodere se lo Stato non decide di intervenire con forti investimenti pubblici in quell'altra metà d'Italia, dove ormai sta mutando anche la conformazione storica. Nel 2017 ci sono stati più morti che nati, i giovani se ne vanno e iniziano a scappare anche gli stranieri. In 16 anni hanno lasciato il Sud 1 milione e 883mila residenti, la metà giovani ed è la Sicilia la regione dove l'emorragia è dirompente. Un Rapporto Svimez fatto più di ombre che luci.

 

Certo, lentamente e con piccoli sforzi, per lo più frutto di investimenti privati, il Sud tra il 2015 e il 2017 ha fatto passi avanti, recuperando parzialmente il patrimonio economico e sociale andato disperso dalla crisi economica. Il dato della crescita del Pil nel 2017 è lì a dimostrarlo (+1,4%), ma è stata una ripresa trainata dal Nord, come sempre d'altra parte, e che rischia di naufragare. Cosa è mancato? Gli investimenti pubblici. E su questo punto i ricercatori Svimez sono fermi. Tanto che se qualcosa non cambia c'è il rischio di una marcia indietro repentina. "Con la frenata seppur ancora lieve dell'economia le prospettive per il Sud peggiorano - dichiara Adriano Giannola, presidente Svimez -. Per ora tutto tiene, ma i dati che iniziano a circolare sul rallentamento della crescita preoccupano, anche perché il Mezzogiorno continua a portarsi dietro tutte le sue arretratezze". Insomma "il recupero che c'è stato negli ultimi due anni rischia di saltare nella 'stagione dell'incertezza', come definisce la Svimez gli anni che stiamo vivendo. Un rischio che per il Mezzogiorno potrebbe tradursi in una "grande frenata". Tanto che nel 2019, prevede l'Istituto "si rischia un forte rallentamento dell'economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud".

 

"Certo il Mezzogiorno non è tutto uguale - chiarisce Giannola - ci sono regioni che hanno fatto meglio, come Campania e Calabria, ma ce ne sono altre, la Sicilia, che sta andando particolarmente male. E se gli investimenti privati sono ripresi nel 2017 (+3,9%) superando anche quelli del Centro Nord anche se di pochissimo, gli investimenti fissi lordi sembrano essersi fermati, mentre la spesa pubblica s'è dimenticata del Mezzogiorno (tra il 2008 e il 2017 è scesa del 7,1% al Sud, mentre è cresciuta dello 0,5% nel resto del Paese)". E non parla da presidente Svimez, ci tiene a precisarlo Giannola, quando gli si chiede se la reintroduzione dei voucher potrebbe aiutare il Sud. "Li vedo con un certo sospetto - spiega - perché i voucher possono andare bene in una situazione fisiologica, dove l'economia tira, ma al Sud e anche in altre parti d'Italia, la situazione è patologica e questi strumenti non faranno che aggravarla. Non è cambianto le modalità contrattuali che si crea lavoro. Lo sostengo da sempre". 

 

A leggere il Rapporto sembra quasi che il Sud sia il laboratorio di quanto sta emergendo nell'economia. Sale l'occupazione, ma solo quella precaria. In tutto il Mezzogiorno nel 2017 la crescita dei posti di lavoro è stata determinata quasi esclusivamente dai contratti a termine (+61mila, pari a +7,5%), mentre quelli a tempo indeterminato sono sostanzialmente stalibili con un misero +0,2%. Negli anni degli sgravi contributivi erano saliti al 2,5%, ma finiti i vantaggi gli imprenditori non hanno rinnovato i contratti. Il futuro per i giovani è poi ancora più buio, tant'è che molti se ne vanno e la forza lavoro è ormai anziana. Il problema del lavoro che non c'è è ormai diventato endemico, favorendo l'esclusione di una quota crescente di cittadini dal mercato. E' raddoppiato tra il 2010 e il 2018 il numero di famiglie dove tutti cercano un lavoro. E' salito il numero di quelle senza alcun occupato e anche chi una occupazione ce l'ha non è detto se la passi bene. E' nel Sud che si tocca con mano il fenomeno dei working poor, occupati ma poveri, perchè le retribuzioni sono da fame. Non solo. Il part time non è una scelta volontaria nel Mezzogiorno, ma per lo più è imposto dalle imprese. Sono le periferie il terreno dove tutto questo si consuma.

 

Un disagio economico che fa tutt'uno col disagio sociale. Gli italiani del Sud sono persone a cittadinanza "limitata". I diritti fondamentali sono carenti in termini di vivibilità locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto socio-assistenziale il ritardo riguarda sia i servizi per l’infanzia che quelli per anziani e non autosufficienti. Ma è l’intero comparto sanitario che presenta differenze in termini di prestazioni, che sono al di sotto dello standard minimo nazionale. E i viaggi della speranza, da Sud verso gli ospedali del Nord ne sono la conferma, soprattutto in alcuni campi di specializzazione. Giù al Sud, se qualcuno in famiglia si ammala seriamente, rischia l'impoverimento tutto il gruppo familiare. Non va meglio per l'efficienza degli uffici pubblici. C'è un indice che riassume il divario crescente tra Nord e Sud per quanto riguarda la vita di tutti i giorni. L'ha creato Svimez. Eccone alcuni esempi. Fatto 100 il valore della regione più efficiente, il Trentio Alto Adige, la Campania si attesta a 61, la Sardegna a 60, l'Abruzzo a 53. Calabria (39), Sicilia (40), Basilicata (42) e Puglia (43) sono sotto la media. Vivere lì costa tempo e fatica. LR 1

 

 

 

 

I parlamentari del PD Estero: I dati Svimez sul mezzogiorno sono allarmanti

 

Negli ultimi sedici anni, 1 milione 883mila residenti hanno lasciato il Sud. La metà sono giovani compresi tra i 15 e i 34 anni; di essi un quinto, circa 190.000, sono laureati. Sempre tra i giovani, il 16%, circa 150.000, si sono diretti all’estero. Circa 800.000 di quelli andati via non sono tornati. Anzi, anche quando la ripresa economica si è riavviata, come nel 2016, altri 131.000 residenti si sono ufficialmente cancellati dai comuni meridionali. Nello stesso tempo, anche gli stranieri che dall’inizio di questo secolo tendevano a insediarsi al Sud per ragioni di lavoro e di vita, hanno iniziato ad andarsene. E sappiamo che le mobilità brevi di lavoro accrescono questi dati di 2/3 volte.

 

Questi sono i dati, non nuovi ma estremamente allarmanti se letti unitariamente, che il Rapporto SVIMEZ 2018 ha messo sul tappeto. Due profili dovrebbero essere considerati con assoluto senso di responsabilità, al di là delle diatribe partitiche e di coalizione: l’acuta decrescita demografica del Sud, che cumula gli effetti dell’andamento naturale con quelli dell’emigrazione, tornata ai livelli degli anni sessanta; la perdita di cervelli e quindi delle capacità direzionali necessarie per progettare e realizzare la tenuta e la ripresa.

 

Un’Italia condizionata così pesantemente dai fattori strutturali di un’intera area rischia di avere un futuro incerto e forse mediocre. Ecco perché il Mezzogiorno non ha smesso di essere questione nazionale, continua ad essere, anzi, questione generale per le prospettive del Paese.

 

Alcuni nodi vanno sciolti subito: il sostegno pubblico agli investimenti per la crescita e per un nuovo modello di sviluppo, centrato sulle risorse endogene, e per l’efficienza della pubblica amministrazione; i servizi di qualificazione professionale, orientamento e informazione da fornire a coloro che non hanno la possibilità di aspettare temi medio-lunghi e che comunque decidono di andarsene; uno sviluppo della linea degli incentivi all’assunzione in loco, nonché al ritorno e al rientro, in particolare per i “cervelli” che hanno fatto utili esperienze all’estero, sviluppando su questo, coerentemente e decisamente, le politiche dei precedenti governi.

 

Per quanto ci riguarda, saremo attenti e pronti a cogliere le occasioni che si presenteranno a livello parlamentare per portare il nostro contributo, soprattutto in termini di comparazione con le esperienze più utili fatte in altri paesi.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro de.it.press 2    

 

 

 

 

Costalli (Mcl): Il Sud non può sprecare altro tempo ha bisogno di politiche adeguate e fatti concreti

 

ROMA - “In un’estate già fin troppo ‘calda’ per le tante criticità del nostro Paese, lo scenario aperto dalla Svimez sulle condizioni sociali ed economiche del Mezzogiorno è davvero drammatico. Per i cittadini del Sud non solo sono carenti (se non addirittura mancanti) i diritti fondamentali dalla sicurezza all’istruzione, ma si registrano anche pesanti diversità nei servizi pubblici. Il rapporto mostra dati preoccupanti: 600mila famiglie disoccupate, l’aumento dei “working poors” e la grande fuga all’estero di1,8 milioni di persone, perlopiù giovani”, con queste parole il presidente del Movimento Cristiano Lavoratori, Carlo Costalli, ha commentato le anticipazioni del rapporto 2018.

“Da anni cerchiamo di richiamare l’attenzione dei governi che si sono succeduti sulle condizioni del nostro Mezzogiorno” prosegue Costalli che, dopo aver criticato le politiche per il Sud del precedente esecutivo e dell’attuale governo aggiunge  –  “Il Sud non ha bisogno di provvedimenti assistenziali, ha bisogno di infrastrutture che portino investimenti e lavoro, favoriscano il turismo e di un trasporto celere dei prodotti di qualità in agricoltura. Creare alta velocità ferroviaria, un sistema aeroportuale, banda ultra larga, università, centri di ricerca, start-up innovative; lavorare sulla competitività delle imprese offrendo opportunità di investimento anche attraverso politiche che incentivino le assunzioni a tempo indeterminato; creare nuovi posti di lavoro; ripristinare un sistema di legalità forte, contrastando con tutti i mezzi e le risorse necessarie la criminalità organizzata e la corruzione che di fatto sono un freno allo sviluppo dei territori: di questo ha bisogno il Mezzogiorno per non sprofondare”. “Tutto questo – conclude il presidente di Mcl è compito delle istituzioni: ma è solo con politiche adeguate e fatti concreti che si possono realizzare, le chiacchiere sono utili solo alle campagne elettorali. Il nostro Mezzogiorno non può più permettersi chiacchiere né di sprecare altro tempo, altrimenti rischia di crollare irrimediabilmente in un baratro da cui difficilmente sarà possibile uscire”. Dip 1

 

 

 

 

Moavero: “L'Europa sia solidale o vacilla”

 

ROMA - II ministro degli Esteri a tutto campo: «Salvini? Ci sentiamo spesso. La differenza è che lui guida un partito e io no. Ma mai abbiamo fatto mancare l'assistenza in mare. Adesso le sanzioni alla Russia devono procedere di pari passo all'impegno nel Mediterraneo. Senza posizioni forti questa Ue in crisi e divisa non ascolta». La proposta titoli di debito garantiti da Bruxelles per aiutare i Paesi di origine e di transito dei migranti.

«Il governo è unito, serve stabilità. Ora titoli Ue per l'immigrazione»

Moavero: «Europa divisa e in crisi, costretti a posizioni forti. Le sanzioni alla Russia legate alla solidarietà che riceveremo.»

Il ministro degli Esteri fa il punto sul lavoro dell'esecutivo. «Scontri in Cdm? No, molte sinergie positive. E siamo consapevoli che bisogna durare. Con Salvini differenze nel linguaggio, lui deve guidare un partito, io no. Ma mai siamo venuti meno nell'assistenza in mare». La proposta «L'Ue emetta titoli di debito per progetti in Africa. II Mediterraneo sia al centro di Nato e Bruxelles. Conte costruttivo e mai divisivo, c'è chimica. Mi creda, in questo governo ci sono molte sinergie positive. Ben più di quanto tenda a dire la narrativa corrente. La retorica dei "tre governi", quello M5s, quello leghista e quello "istituzionale", in concreto, non è giustificata. C'è la determinazione a lavorare per il cambiamento in meglio del Paese e c'è la consapevolezza che l'Italia abbia bisogno di stabilità, di governi che durino e siano valutati sui fatti». Nel cuore di una lunga conversazione, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi assume un tono determinato quasi esclusivamente quando parla del clima interno all'esecutivo. È lì che non vuole lasciare margini ai dubbi. Mentre — può sembrare un paradosso — le sue parole diventano dubitative, sorprendentemente critiche, quando parla di Ue. «L'Europa è estremamente divisa. Mi crea profonda tristezza il forte affievolimento della volontà di cooperare. Gruppi di Stati contro altri gruppi, impasse continue di fronte a problemi, certo gravi e complessi, ma neppure paragonabili a quelli che affrontarono leader di grande spessore come De Gasperi, Adenauer, Schuman... No, non è l'Italia che rischia di trovarsi isolata, è l'Ue che è diventata un arcipelago. Noi siamo talvolta soli o in sparuta compagnia quando, specie su certi temi, richiamiamo alla coerenza, agli sforzi congiunti e all'ascolto reciproco». Un europeista convinto, insomma, che dopo aver servito il Paese nei governi Monti e Letta, oggi, dall'interno dell'attuale esecutivo, l'unico che si è riusciti a formare dopo il voto dirompente del 4 marzo, avverte il dovere di mettere il dito nella piaga delle contraddizioni del Vecchio Continente.

Ministro, questa cornice generale ci restituisce anche la complessità del suo compito in questo governo, non crede?

La politica estera del governo ha un obiettivo prioritario e condiviso, portare gli occhi dell'Europa e del mondo sul Mediterraneo. Nell'ambito sia della Nato, sia della Ue, propugniamo una maggiore attenzione verso Sud.

Dov'è, invece, quest'attenzione oggi?

In gran parte è rivolta a Est. I partner dell'Est e del Nord hanno un'acuta sensibilità per certe iniziative russe, chiedono solidarietà: per esempio, di confermare le sanzioni a Mosca per le violazioni del diritto internazionale e dell'accordo di Minsk relativo all'Ucraina Noi affermiamo che la medesima solidarietà, questi Paesi della Nato e dell'Ue, devono manifestarla verso le preoccupazioni degli Stati del Mediterran

Mette in dubbio le sanzioni a Mosca?

Dico che occorre procedere parallelamente. All'ultimo Consiglio Ue abbiamo acconsentito al rinnovo delle sanzioni alla Russia, per sei mesi, alla luce di un documento conclusivo che, finalmente e per la prima volta, delinea uno schema organico di azioni europee per affrontare gli epocali flussi migratori. L'attenzione ad Est e a Sud, mi ripeto, devono necessariamente manifestarsi in un quadro di sintesi virtuosa, senza trascurare nessuna prospettiva.

Insomma, ci sta dicendo che lite e gli Stati partner devono dare seguito con urgenza a quanto messo nero su bianco lo scorso giugno... Si aspetta svolte nei prossimi sei mesi?

Non intendo dare tempistiche, ma bisogna fare presto. Vorrei anche fornire qualche precisazione: è stato criticato il carattere "volontaristico" delle indicazioni del vertice dei leader europei del 28-29 giugno scorso, si è avuto da ridire sui "verbi al condizionale" del testo, sottacendo che è inevitabile, dato che i Trattati Ue non prevedono strumenti vincolanti per una vera politica sui migranti. Lo stracitato Regolamento di Dublino non lo è, perché si occupa unicamente del diritto di asilo.  Anche le quote di distribuzione dei migranti che un anno fa, con scarso successo, si è tentato di introdurre, riguardano solo chi ha diritto di asilo. In altre parole, solo il 7 per cento di chi arriva in Europa. Invece, nelle conclusioni del Consiglio europeo di giugno si guarda all'integralità dei flussi e troviamo indicazioni articola

Ne ricordi i capisaldi...

Chi arriva in qualsiasi Stato Ue, arriva in Europa; la questione migranti va affrontata alla sorgente, non solo alla foce, quindi ci devono essere investimenti per i Paesi d'origine per la pace, il buon governo e per la crescita socio-economica; bisogna intervenire nei Paesi di transito dei migranti e combattere la tratta neoschiavista che li colpisce; vanno sostenuti gli Stati della riva Sud del Mediterraneo, affinché tante persone non si imbarchino più, rischiando la vita; per chi è salvato in mare servono centri di sbarco nei Paesi Ue, in più Paesi, non solo in quello che, di volta in volta, si trova geograficamente più vicino. Se attuate con lealtà reciproca, le conclusioni di giugno apriranno una stagione di solidarietà autentica.

Quante di queste cose lei crede che possano diventare realtà?

Da quel Consiglio europeo si sono avviati tavoli operativi. Su uno in particolare il lavoro sta avanzando spedito: il nostro obiettivo è che le navi militari dell'operazione Sophia non sbarchino più solo in Italia, come avviene ora in base agli accordi del 2015, ma anche in altri Stati. Questione di settimane e sapremo se l'Europa sa essere coerente con le sue stesse decisioni. Poi, puntiamo a cambiare il bilancio pluriennale dell'Unione affinché ci siano, per le politiche migratorie e di cooperazione con i Paesi africani, molti più fondi di quelli sinora stanziati.

 Quanti soldi?

E’ prematuro azzardare cifre. Di sicuro, le risorse odierne sono insufficienti. Per averne di più, penso che l'Unione europea debba essere coraggiosa. Le entrate del suo bilancio dipendono in gran parte da trasferimenti dei vari Stati membri in base al rispettivo Pil. Si devono ampliare le fonti di entrate. Una proposta già l'ho fatta, ovvero la tassazione di quei soggetti che adesso eludono le tasse con slalom fra i diversi sistemi tributari degli Stati Ue. Ma direi che c'è anche un'altra strada: rivolgersi ai mercati, agli investitori, con apposite emissioni di titoli di debito con garanzia europea, finalizzate a finanziare progetti di investimenti produttivi in grandi opere da realizzare in Africa, per creare infrastrutture, lavoro e prospettive economiche nei Paesi d'origine e di transito dei migranti. Mi auguro sia chiaro che un'azione europea ben coordinata va a beneficio di tutti. Negli ultimi anni la pressione migratoria ha gravato sull'Italia, abbiamo risposto con senso di responsabilità, ma lo sforzo deve essere condiviso. Ora che i flussi tendono a spostarsi verso la Spagna, vogliamo che Madrid non sia lasciata sola come, invece, è capitato a noi per troppi anni.

Parlare di titoli di debito Ue è spesso stato corrosivo…

Le preoccupazioni ci sono quando si parla di "mutualizzare" e condividere il debito già esistente dei singoli Stati membri. Invece, io mi riferisco a titoli ad hoc, proposti al mercato per finanziare investimenti verificabili nelle loro positive prospettive di reddito.

Allargando la prospettiva, ministro, non riesce a convincere sul fatto che lei condivida "in toto" le posizioni di alcuni suoi colleghi, come Salvini, sulle migrazioni,..

Con il ministro degli Interni ci sentiamo costantemente, dialoghiamo molto. Con la struttura del Viminale lavoriamo insieme in tavoli cui partecipano anche i ministeri delle Infrastrutture e della Difesa. Talvolta ci sono differenze di linguaggio: chi ricopre due ruoli, ministro e leader di partito, inevitabilmente si esprime in maniera diversa. Io comprendo perfettamente che altri colleghi del governo debbano interfacciarsi con le rispettive basi elettorali e con i loro militanti.

Queste necessità "politiche" hanno però portato a trattenere in mare delle persone per interi giorni...

Non è mai mancata a queste persone l'assistenza materiale, sanitaria, umana e psicologica. Purtroppo, e sottolineo purtroppo, si è stati costretti ad iniziative più nette per far sì che ci ascoltasse l'Europa; quell'Unione divisa e svogliata nella cooperazione di cui parlavo all'inizio. Peraltro, queste iniziative sono state immediatamente ricondotte nei canali istituzionali e hanno portato, già a giugno, alle conclusioni del Consiglio europeo di cui abbiamo detto.

E il lavoro suo e del premier Conte...

Un premier che punta a ripristinare uno spirito europeo, perché è una persona costruttiva, mai divisiva. Fra noi c'è complementarietà e chimica interpersonale.

Lunedì il presidente del Consiglio sarà da Trump: è un test per tutta la politica estera italiana?

L'esito di questi colloqui sarà buono. Fra i vari temi, l'Italia porterà a Washington la sua istanza di dare importanza al Mediterraneo. È importante che l'invito del presidente USA sia arrivato molto presto rispetto all'insediamento del nostro governo, segno anche dell'affiatamento scaturito alla riunione del G7 in Canada.

Alla luce del suo curriculum "europeo", crede che sarà il negoziato con l'Ue sulla manovra il terreno su cui si capirà la durata del governo?

Ribadisco la comune determinazione di tutti noi ad affrontare al meglio le varie questioni. Poi, ovviamente, gli atti e le politiche di questo governo saranno giudicati dagli elettori. Avvenire del 30 luglio

 

 

 

 

Gian Luigi Ferretti su “l’Italiano”. UGL a Marcinelle: Allora come adesso, lavorare per vivere

 

ROMA - “Quest’anno l’UGL ha lanciato una grande campagna di sensibilizzazione sulle morti sul lavoro. Il Primo Maggio a Roma ha installato in Piazza San Silvestro 1.026 sagome di cartone, tante quanto i morti sul lavoro nel 2017. L’evento ‘Lavorare per vivere’ è stato poi ripetuto davanti al Duomo di Milano. Ed ora è la volta di Marcinelle con l’installazione di 262 sagome bianche (ciascuna con nome e provenienza) davanti al Bois du Cazier in occasione di una delle più grandi sciagure minerarie, il cui anniversario l’8 di agosto è stato dichiarato dal Governo italiano ‘Giornata del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo’. Nessuno si preoccupò quando apparvero sui muri di tutti i comuni d’Italia dei bei manifesti rosa che offrivano lavoro nelle miniere belghe senza fornire alcun dettaglio su questo lavoro, soffermandosi invece sui vantaggi dei salari, delle vacanze e degli assegni familiari. La realtà che trovarono i lavoratori italiani in Belgio fu, invece, ben altra cosa: un lavoro durissimo e pericolosissimo da affrontare senza alcuna preparazione specifica”. Con queste parole il consigliere del Cgie Gian Luigi Ferretti inizia il suo editoriale su “l’Italiano”.

 “Il fatto – prosegue Ferretti - è che il benessere personale dei lavoratori entrava poco nelle considerazioni di strategia politica ed economica alla base dell’accordo stipulato il 23 giugno del 1946 (12 giorni dopo la proclamazione della repubblica Italiana) fra il governo belga e quello italiano che prevedeva l’invio dall’Italia di 2.000 operai alla settimana contro l’approvvigionamento di 200 kg. di carbone per ogni giornata lavorata da ciascuno di loro, fino ad arrivare ad un totale di 50.000 minatori”.

Dopo aver ricordato gli 867 italiani, periti nelle miniere belghe dal 1946 al 1963 e le numerose morti fra i nostri minatori a causa della silicosi Ferretti ripercorre le dure condizioni di vita dei nostri minatori nelle miniere Belghe “Gli immigrati italiani e le loro famiglie erano ospitati nelle baracche dei prigionieri di guerra, sovraffollate, senza acqua ed elettricità, e con i bagni collettivi. Anche le condizioni di sicurezza sul lavoro erano tutt’altro che rosee, gli orari di lavoro massacranti, gli straordinari obbligatori, i diritti sindacali inesistenti. Il lavoro consisteva nell’estrarre il carbone da sottoterra, a vari livelli, da 765 fino a 1350 metri di profondità, a temperature che arrivavano a 42 gradi, lavorando con picconi e martelli pneumatici, inginocchiati, accovacciati, sdraiati in cunicoli da 50 ad 80 centimetri di altezza, tutti sommersi dalla polvere di carbone. Per otto ore non si usciva fuori; non c’erano servizi igienici e per i bisogni corporali ci si arrangiava come si poteva”. Ferretti passa poi a descrivere gli attimi della tragedia del Bois du Cazier: “Anche all’alba di quell’ 8 agosto 1956, un mercoledì, 275 uomini scendono nei pozzi. La tragedia capiterà dopo qualche ora, alle 8,10. Le gabbie degli ascensori avevano distribuito le squadre ai vari piani, a quota 765, a quota 1.035. È ai livelli più bassi che, improvvisamente, divampano le fiamme di un incendio: un carrello esce dalle guide e, sbattendo contro le pareti del pozzo, sradica una putrella, trancia i fili della corrente elettrica ad alta tensione senza rete di protezione e la condotta dell’olio. Si sprigionano lingue di fuoco che attaccano le impalcature di legno. Le fiamme si propagano con rapidità. Tutta la miniera è avvolta in una nube opaca. Le sirene suonano l’allarme, la gente accorre ai cancelli, comincia l’angosciosa attesa delle donne per la sorte dei mariti, dei ?gli. Le squadre di soccorso si calano nell’inferno, tentano di raggiungere la galleria più bassa al livello 1035 perforando un passaggio trasversale dal livello 907. Alla mezzanotte di quel tragico 8 agosto sono stati riportati in superficie nove morti, sei sopravvissuti e sei feriti. Ma il caldo terribile, la caduta di pietre e il cavo del pozzo d’uscita dell'aria che si sta fondendo impediscono il proseguo delle operazioni. La comunicazione tra superficie e fondo è completamente interrotta. Solamente il 12 agosto sarà possibile raggiungere il livello 907. Il bilancio sarà di 13 superstiti appena. Gli altri 262? Per quasi due settimane si alimenterà una vana speranza dichiarandoli ‘dispersi’. Man mano che passano le ore senza che nulla accada la folla s’ingrossa. Resterà giorni e notti aggrappata al cancello di quella miniera, ferma e muta nell’attesa di notizie anche quando la parola speranza non sarà che un suono vuoto di ogni significato. Le notizie ufficiali le avrà con il contagocce, i corpi recuperati saranno trasferiti a notte fonda ”nella più grande discrezione" (scrisse La Nouvelle Gazette di Charleroi). Poi, il 23 agosto, le terribili parole: ‘Tutti cadaveri’. Un lutto terribile colpisce 248 famiglie (più della metà italiane), provocando 417 orfani. A quota 1.035 viene trovata una scritta agghiacciante nella sua semplicità: “Fuggiamo davanti al fumo. Siamo una cinquantina. Andiamo verso il punto quatre paumes. Otto agosto, ore 13.10”.

In proposito Ferretti ricorda poi le dichiarazioni rilasciate in Aula dal cofondatore della CISNAL, On. Gianni Roberti nel corso della seduta della Camera del 9 ottobre 1956. Parole dure che portarono il governo ad annullare l’accordo italo-belga e ad arrestare l’emigrazione verso il Belgio. Roberti bollò come “non degno di uno Stato, di un paese sovrano” il fatto che “la situazione, per quanto riguarda i nostri minatori nel Belgio” dopo la tragedia fosse “immutata, cioè è allo stesso punto in cui era prima del disastro di Marcinelle”.

“Non è possibile – aggiunse Roberti - lasciare le cose in questo stato, non è concepibile restare inerti, sapendo che le condizioni delle miniere sono quelle di ieri, che i nostri lavoratori sono esposti agli stessi rischi cui erano esposti ieri.  Chiediamo formalmente che il Governo esamini innanzitutto se e nostre relazioni con il governo belga in questo momento, per questo fatto, non debbano subire quelle modifiche e quelle ripercussioni di ordine diplomatico e internazionale che il principio della reciprocità consiglia che ponga allo studio subito delle misure atte a influire sulla migliore tenuta delle miniere, tanto più che non ci è possibile neppure mandare i nostri rappresentanti sindacali a svolgere gli opportuni accertamenti”. Roberti concluse il suo intervento chiedendo di studiare un piano per allontanare i nostri lavoratori. Dip 6

 

 

 

Marcinelle, Moavero: "Fummo emigranti, ricordiamolo quando arrivano"

 

Il ministro degli Esteri interviene con una posizione che sembra in netto contrasto con quella del titolare del Viminale, Salvini. Ma Fratelli d'Italia lo attacca

 

ROMA - "Non dimentichiamo che Marcinelle è una tragedia dell'immigrazione, soprattutto ora che tanti vengono in Europa. Non sottostimiamo la difficoltà di gestire un tale fenomeno ma non dimentichiamo che i nostri padri e nonni erano migranti". Lo ha detto il ministro degli Esteri Enzo Moavero intervenendo alle celebrazioni del 62mo anniversario dell'incidente nella miniera di carbone di Marcinelle, dove persero la vita 262 minatori, di cui 136 italiani. Un messaggio, quello del ministro, che sembra rivolto alla linea intransigente anti immigrati del vicepremier leghista Matteo Salvini.

 

E che ha suscitato la reazione dei Fratelli d'Italia. "Il richiamo di Moavero o è inutile o è fuorviante rispetto alla necessaria azione per impedire una invasione di clandestini che con gli emigranti italiani non c'entra nulla - attacca il capogruppo di FdI alla Camera, Francesco Lollobrigida - il ministro degli Esteri eviti paragoni impropri e offensivi".

 

"Siamo stati una nazione di emigranti - ha sottolineato Moavero - siamo andati stranieri nel mondo cercando lavoro" e bisogna ricordarlo "quando vediamo arrivare in Europa i migranti della nostra travagliata epoca".

"La tragedia di Marcinelle rappresenta prima di tutto la memoria del nostro Paese, del ricordo di tante persone che lasciavano l'Italia per andare a trovare un lavoro fuori", ha detto Moavero a margine delle celebrazioni. "Noi dobbiamo essere fieri di aver costruito un Paese che è riuscito a dare per tante generazioni lavoro in Italia senza più doverlo abbandonare. Oggi che siamo nei postumi della crisi economica, e che siamo di fronte alle sfide della migrazione, non dobbiamo dimenticare queste tragedie del passato che fanno parte di noi stessi, di quello che siamo stati e di quello che siamo".

 

Sono stati tanti gli italiani "che lasciarono le terre natie cercando all'estero un futuro migliore per sè e per i propri figli, spesso affrontando viaggi incerti e pericolosi, condizioni impervie di vita" ricorda il ministro. "Siamo stati, fino ai primi anni Sessanta del Ventesimo secolo, appena ieri, una nazione di emigranti nel mondo - sottolinea ancora Moavero -. Anche in Europa, siamo andati stranieri, in paesi stranieri, cercando lavoro. Partivamo, sovente con grandi disagi, alla volta di quegli stessi Stati europei (Belgio, Francia, Germania e altri) nei quali adesso possiamo andare a lavorare: cittadini dell'Unione Europea, fra altri cittadini della medesima Unione Europea, con analoghi diritti e doveri".

 

"La libertà di circolazione dei lavoratori - insiste il ministro - rappresenta un oggettivo, nodale risultato positivo dell'integrazione del 'vecchio continente'. Fu difficile trovare uno spazio, in tessuti sociali diversi dal nostro, fra non poche ostilità e anche prove di solidarietà: ma fu possibile per tanti, tantissimi". "Gli italiani emigrati e i loro discendenti - continua - hanno saputo inserirsi, a pieno titolo, con valore e vigore, nelle realtà estere in cui si erano recati".

 

Sono trascorsi 62 anni da quel disastro, la mattina dell'8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, in Belgio, scoppiò un incendio causato dalla combustione d'olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. L'incendio provocò la morte di 262 persone delle 275 presenti. Di questi 136 erano emigrati italiani, 95 belghe, 8 polacche, 6 greche, 5 tedesche, 5 francesi, 3 ungheresi, una inglese, una olandese, una russa e una ucraina. In virtù di questa ricorrenza l'8 agosto è stata proclamata la 'Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo'. LR 8

 

 

 

 

Di Maio e le parole in libertà che banalizzano Marcinelle

 

È offensivo, come ha fatto il vice presidente del Consiglio Di Maio, liquidare i 136 morti italiani con una puerile tautologia: non bisognava e non bisogna partire

di Paolo Di Stefano

 

Nel novero, ormai grottesco ed estenuante, delle parole in libertà buttate là dai politici, si aggiunge il pensierino del ministro del Lavoro Luigi Di Maio a proposito della catastrofe di Marcinelle dell’8 agosto 1956. Tra le «riflessioni» che azzarda il vice presidente del Consiglio c’è questa: la tragedia di Marcinelle «insegna che non bisogna partire». Lega e Fratelli d’Italia si sono ben guardati dal commentare questa frase infelice. In compenso hanno urlato all’«offesa» dopo la dichiarazione del ministro degli Esteri Enzo Moavero, che ha ragionevolmente invitato a non dimenticare l’emigrazione dei nostri padri e dei nostri nonni in un’epoca in cui si producono tante tragedie di migrazione. In pratica segnalando un’affinità tra la miseria italiana di ieri e la miseria che costringe molte popolazioni, in questi anni, a partire all’estero rischiando la vita. E non si vede proprio dove sia l’«offesa»: a meno che non si ritenga che i nostri morti abbiamo più valore e più dignità dei morti altrui.

È grave, semmai, fare della memoria un esercizio puramente celebrativo, inerte e autoconsolatorio. Ed è, piuttosto, offensivo (senza virgolette) per i 136 morti italiani di Marcinelle, partiti in Belgio in cambio di carbone, esattamente come per i migranti morti oggi in Italia e in Europa, liquidarli con una puerile tautologia: non bisognava e non bisogna partire. Quasi che non sia proprio il «bisogno» ad averli spinti a partire e che allora, come oggi, si trattasse di scegliere. Ministro Di Maio, provi a dirlo alle vedove, agli orfani e ai sopravvissuti di Marcinelle che dal 1946 sono saliti sui treni per Charleroi per andare ad abitare nelle baracche degli ex prigionieri di guerra. Non si è mai trattato di scegliere: le migrazioni per povertà (e tanto più per le guerre o per le persecuzioni) si sottraggono al facile auspicio del «non bisogna», sono una condanna che nessuno vorrebbe mai vivere, uno sradicamento che procura sofferenza e talvolta morte. Tragedie su cui bisognerebbe (anzi, assolutamente bisogna) calibrare le parole evitando di affidarsi al primo pensierino che le banalizza e perciò, appunto, le offende. CdS 10

 

 

 

 

 

CGIE. Avvio della consultazione per la proposta di un testo di modifica delle procedure del voto all'estero

 

Il segretario generale, Michele Schiavone, scrive ai presidenti dei Comites, delle associazioni italiane e degli enti scolastici all'estero per invitarli a far pervenire proposte e contributi

 

ROMA – Il segretario generale del Consiglio generale degli italiani all'estero, Michele Schiavone, ha scritto una lettera ai presidenti dei Comites, delle associazioni italiane e degli enti scolastici all'estero, per invitarli all'invio di contributi e proposte relativi alla “messa in sicurezza delle procedure di esercizio del diritto di voto all'estero per assicurarne la futura tenuta, garantire i principi costituzionali di personalità, uguaglianza, libertà e segretezza per renderlo più credibile e trasparente”.

La missiva è conseguente ai temi discussi nel corso dell'ultima plenaria del Cgie svoltasi a inizio luglio e in particolare alla sollecitazione espressa in quella sede dal nuovo sottosegretario agli Esteri  Ricardo Merlo alla preparazione di una proposta sul tema da presentare quale base di un disegno di legge da discutersi in Parlamento. A questo fine, il segretario generale annuncia l'intenzione di consegnare al Governo una proposta di modifica delle procedure elettorali nel prossimo mese di novembre.

“Vi invitiamo a indire riunioni pubbliche, sollecitandovi a trattare questo argomento il più presto possibile nella Circoscrizione consolare di vostra competenza, coinvolgendo anche le locali rappresentanze associative e sociali. Il Cgie – scrive Schiavone - si aspetta numerosi contributi e conta di poterli a elaborare in un unico documento a partire dall'ultima settimana di settembre”.

Il segretario generale ricorda come le legge n.459 del 27 dicembre 2001 “attribuisce agli elettori, residenti stabilmente all'estero o soltanto temporaneamente, per un periodo superiore a tre mesi, il diritto di scegliere i propri rappresentanti nel Parlamento italiano e di partecipare ai referendum nazionali”. “La riforma costituzionale del 2000 insieme alla legge 459 hanno sanato un vulnus della democrazia, ma a distanza di anni – rileva Schiavone - occorre perfezionare le modalità di esercizio del diritto di voto all'estero per rafforzare la dignità della nostra rappresentanza e renderla protagonista nelle Camere legislative”.

Così come avvenuto per la proposta di riforma di Comites e Cgie, il Consiglio generale conta sul prezioso contributo dei destinatari della lettera per definire una proposta partecipata e condivisa da coloro che sono i più diretti interessati al tema in oggetto. (Inform 2)

 

 

 

 

Promuovere l’Italia a Francoforte. Intervista al Console Generale Maurizio Canfora

 

La pausa estiva delle scuole pubbliche, in Assia, Renania Palatinato e Regione del Saar, è oramai teminata, riprenderanno quindi nelle prossime settimane le attività culturali del Consolato Generale di Francoforte per gli amici tedeschi ed italiani della circoscrizione consolare.

Desideriamo quindi farci presentare in anteprima dal Console Generale Maurizio Canfora gli eventi principali che il Consolato insieme ad altri organismi istituzionali ed associazioni italiane locali ha già sicuramente in programma. Iniziamo.

 

1. Quale valore e significato  ha per il Consolato Generale di Francoforte l’attività di  promozione della cultura e della lingua italiana nella propria circoscrizione?

La ringrazio per questa domanda.

Quando ho assunto servizio a Francoforte ho immediatamente avvertito, da parte dei numerosi connazionali e degli amici tedeschi, un forte bisogno di vedere l’immagine dell’Italia adeguatamente promossa per quello che oggi è, un paese del G7 che (con la Germania) è la “fabbrica d’Europa”, ben al di là degli stereotipi duri a morire. Ma oltre a tutto questo l’Italia è anche il primo Paese al mondo per siti censiti dall’UNESCO, un produttore e collettore di cultura, un pezzo essenziale di quello che oggi è la moderna identità europea. Non potevo non rispondere a questa domanda, anche se abbiamo dovuto farlo facendo i conti con la chiusura, nel 2014, dell’Istituto Italiano di Cultura. Grazie al sostegno degli altri IIC, di Colonia e Berlino, siamo – credo – riusciti (con un forte impegno mio personale e del nostro staff dell’ufficio culturale) a cavarcela bene, cercando in particolare di differenziare l’offerta e il tipo di eventi. Abbiamo superato con successo anche una seconda piccola ‘crisi’, il venir meno (sempre per questioni di bilancio) del tradizionale punto d’incontro presso l’ENIT. Facendo un po’ di spazio e organizzando il  necessario contorno di sicurezza abbiamo ricavato nella nostra sede di Kettenhofweg una sala per eventi culturali e di promozione del Paese, la “Sala Europa”, così chiamata perché al suo interno è possibile vedere una mostra sui 60 anni dei Trattati di Roma, che ricorrevano nel 2017, e che ha “viaggiato” per Francoforte,  tra la BCE e la Goethe Universität. La Sala Europa è presto diventata – ben al di là delle mie stesse aspettative – un punto d’incontro per molti connazionali, persone con storie di vita e livelli di istruzione molto diversi, che forse mai si sarebbero incrociati fuori dal Consolato Generale: se devo sceglierne uno, credo sia proprio questo il vero valore aggiunto del “fare cultura”, far conoscere l’Italia e far conoscere fra loro gli italiani o italo-tedeschi della circoscrizione di Francoforte.

Se mi permette, visto che il 2019 sarà anche il mio ultimo anno a Francoforte, ed è già ora di fare qualche bilancio, vorrei però tornare brevemente anche su quello che – in definitiva – è il mio mestiere di tutti i giorni: fornire servizi consolari.

Con un po’ di orgoglio e con tanta gratitudine per l’impegno quotidiano di tutto il personale del Consolato Generale, penso di aver messo a miglior frutto quel che si può fare a leggi vigenti e a risorse invariate (o addirittura in calo). Tocco brevemente alcuni punti che so stare a cuore a molti utenti.

–          Telefonare in Consolato Generale. Da un paio di mesi – grazie a una ristrutturazione interna di competenze – abbiamo ampliato la fascia oraria di risposta, con un servizio bilingue di informazioni telefoniche (069-7531-0) attivo dalle 10 alle 12, grazie al quale è possibile ottenere indicazioni generali su tutti i servizi del Consolato Generale e prenotare un appuntamento. Resta attiva la fascia di risposta dei singoli uffici  (dalle 12 alle 13), che va utilizzata per avere informazioni più precise sulle pratiche già avviate. Mi rendo conto che quanto fatto non è ancora sufficiente per dare soddisfazione a un’utenza di 160.000 Italiani o per i numerosi amici tedeschi che ci contattano. Ma non ho le risorse per trasformare il Consolato Generale in un call-centre.

–          Appuntamenti online. Fissare un appuntamento per venire in Consolato Generale non è obbligatorio (tranne per alcuni servizi, come visti o cittadinanza) ma è vivamente consigliato per evitare lunghe attese o per evitare di dover tornare a casa perché tutti gli uffici sono occupati. Chi ha un appuntamento ha sempre la garanzia di essere accolto e ricevere un servizio o una risposta. L’appuntamento può essere fissato online (tramite il nostro sito) o telefonicamente (069-7531-0, ore 10-12 ogni giorno dal lunedì al venerdì). In particolare nei periodi pre-festivi (novembre/dicembre, marzo/aprile e luglio/agosto) venire in Consolato Generale senza appuntamento espone a lunghe code e disagi. Tutti i casi di effettiva emergenza vengono presi sempre in considerazione e generalmente risolti (o comunque trattati nei limiti della normativa vigente).

–          Ricordo inoltre che il nostro sito web viene costantemente aggiornato e che gran parte delle informazioni su procedure da seguire e documenti da portare sono scritte là. Numerose pratiche possono essere svolte a distanza, per posta. Francoforte ha anche fatto da apripista per la semplificazione di alcune procedure (penso al rilascio della capacità matrimoniale, che si può fare a distanza per posta). Su tutte queste materie il raccordo coi COMITES di Francoforte e Saarbrücken è regolare e (penso) di mutuo beneficio.

 

2.  L’ultimo quadrimestre di ogni anno vede sempre un fiorire di iniziative. Oltre a quelle che ogni anno sono oramai un “must”, penso alla Fiera del libro, al festival del cinema italiano “Verso Sud”, quali altre manifestazioni culturali proporrete in questi prossimi mesi?   

Per la fine del 2018 lanceremo due nuovi “format”, che speriamo di riempire di contenuti interessanti nei mesi a venire

–  Il ciclo “Noi e la Storia” (dedicato all’approfondimento di temi della storia italiana e tedesca) con oratori provenienti dall’Italia, grandi nomi della ricerca storiografica. Si inizia il 5 ottobre con Amedeo Feniello – che presenterà una ricerca su Napoli (e le origini medievali della camorra).

–   Il ciclo “Scienziati a scuola” si svilupperà sulla scia del buon successo di pubblico registrato dai nostri “martedì della scienza”. Prevede una serie di conferenze scientifiche dal taglio divulgativo nelle scuole in cui vi sono bambini o ragazzi che studiano in italiano o l’italiano. Ringrazio in proposito la Scuola Europea di Francoforte per la grande disponibilità, mentre è tuttora in forse – purtroppo – l’adesione del ginnasio “Freiherr-vom-Stein” di Sachsenhausen al progetto. Il primo appuntamento è previsto (sempre con la partecipazione di Amedeo Feniello) alla Scuola Europea il 5 ottobre, e sarà dedicato all’invenzione dello Zero.

Continueremo poi la collaborazione avviata con il Club Culturale Italiano presso l’ESOC a Darmstadt. E’ poi in fase di definizione il programma della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo, che vedrà la sua III edizione (16-25 novembre 2018) e che oltre che Francoforte e Offenbach quest’anno dovrebbe toccare anche Saarbrücken e (se ce la facciamo) Würzburg.

Ma il 2018 è anche l’anno del 150esimo anniversario della morte del grande Gioacchino Rossini. Un fitto calendario di iniziative sono in corso in Italia (specie a Pesaro e nelle Marche) e nel mondo. Francoforte non poteva sottrarsi all’appuntamento. Tornerà per un contributo spiritoso su Rossini il musicologo e animatore radiofonico Guido Zaccagnini, alla “Romanfabrik” il 26 settembre.

Continua poi il ciclo dedicato, quest’anno, ai 70 anni della Costituzione Italiana. L’8 novembre il Prof. Marino Perassi ci parlerà della maniera in cui la Costituzione inquadra il ruolo dell’Italia negli organismi internazionali.

 

3.  La curiosità non ci lascia tregua: cosa ci può svelare degli appuntamenti e degli autori che parteciperanno alla Fiera del Libro 2018?

Quest’anno, anche a seguito dell’annuncio della partecipazione dell’Italia quale Paese ospite della Buchmesse nel 2023, dopo trent’anni di assenza, l’impegno dell’Ambasciata, degli IIC di Colonia e Berlino, nonché mio è stato particolarmente rilevante per costruire un programma di qualità. Ringrazio anche ICE-Agenzia, AIE e ENIT, oltre alle numerose associazioni culturali attive in città (Italia Altrove in particolare) per l’eccellente collaborazione in un’ottica di sistema. Quest’anno fra gli ospiti avremo Carlo Galli, illustre politologo, Paolo Giordano e Paolo Rumiz, Andrea Marcolongo, Rosella Postorino e Francesca Melandri.

Ricordo, fuori dal contesto Fiera, l’appuntamento con Antonella Lattanzi del 12 settembre alla “Romanfabrik”

 

4.  Il Consolato Generale di Francoforte promuove oltre alla cultura anche la promozione della lingua italiana in ogni ordine e grado delle scuole: quali sono le nuove iniziative in questo ambito?

Due sono i progetti portati a conclusione di cui vado fiero: la conclusione del nuovo Protocollo d’Intesa sul programma bilingue a Francoforte, firmato il 25 maggio, dopo 3 anni di negoziato; l’apertura – in prospettiva – di una sezione bilingue italiano/tedesco presso la IGS-Süd, che completa a Francoforte il quadro dell’insegnamento bilingue aggiungendovi una Gesamtschule.

Nessuno dei due risultati sarebbe arrivato senza il fondamentale lavoro del nostro Ufficio Scuola.

 

5. Lo scorso anno ci sono stati numerosi  eventi, secondo Lei quali o quale di questi hanno riscontrato più interesse tra il nostro pubblico ed anche per la comunità tedesca.

 

La mostra dedicata alle divinità etrusche al Museo Archeologico merita una menzione particolare. Già prima, ma a maggior ragione con l’arrivo del nuovo direttore del Museo, il Dr. Wolfgang David, la collaborazione con il Consolato Generale è salita di livello. Alcuni appuntamenti del ciclo “Noi e la Storia” saranno ospitati al Museo. Anche la mostra sui 60 anni della firma dei Trattati di Roma, elaborata dal nostro Ministero degli Esteri e dall’Istituto Universitario Europeo di Firenze, ha segnato un’importante tappa. Michele Santoriello, FrancoforteNews 8

 

 

 

 

A Berlino il premio “L’italiano dell’anno” e concorso di arti visive

 

C'è tempo fino al 31 Ottobre 2018 per inviare al Com.It.Es. Berlino le segnalazioni di due personalità italiane che si siano distinte per il loro operato, e per partecipare al concorso di pittura, scultura, illustrazione e fotografia rivolto agli artisti italiani a Berlino.

 

Berlino - Ricorre quest'anno la dodicesima edizione del Premio "L'italiano dell'anno", indetta dal Comites Berlino e che ha ricevuto negli anni il patrocinio dell'Istituto Italiano di Cultura e dell'Ambasciata Italiana a Berlino.

Dalla prima edizione del Premio nel 2006, il Com.It.Es Berlino ha premiato ogni anno due connazionali, una donna ed un uomo che, a qualsiasi titolo, abbiano contribuito in maniera significativa alla promozione ed alla valorizzazione della cultura e dell'identità italiana nel territorio della Circoscrizione di Berlino (Berlino, Brandeburgo, Sassonia, Alta Sassonia, Turingia).

Dal 2015, inoltre, il Com.It.Es. Berlino ha indetto il concorso creativo “Un’opera per l’Italiano dell’anno”, rivolto agli artisti italiani di arti visive (pittura, scultura, illustrazione e fotografia) abitanti nel territorio della Circoscrizione consolare.

Le due opere scelte, che riceveranno ognuna un compenso pari a 500,00 Euro, verranno consegnate ai due vincitori 2018 del Premio Com.It.Es. “L'italiano dell’anno”.

 

Come inviare una segnalazione

Chiunque può partecipare inviando una segnalazione di una o più personalità entro il 31 Ottobre 2018 al Com.It.Es Berlino (Sybelstraße 39, 10629 Berlin) oppure via email all'indirizzo info@comites-berlin.de. Le segnalazioni dovranno essere comprensive di: nome della persona segnalata, un contatto, ed i motivi di merito.

I motivi per l'assegnazione del riconoscimento possono comprendere qualsiasi forma di operato che abbia promosso e valorizzato l'italianità, dal sociale all'artistico, dal culturale all'imprenditoriale, linguistico, sportivo, etc. Le personalità segnalate devono essere di nazionalità italiana, iscritti all'AIRE, maggiori di 18 anni, e stabilmente operative nel territorio di Berlino e della sua circoscrizione.

Tali nomine verranno raccolte dalla segreteria organizzativa del Com.It.Es Berlino, che le farà pervenire alla commissione esaminatrice, la quale procederà alla formulazione della graduatoria ed all'assegnazione - ad unanimità - dei due premi entro la fine di novembre.

La cerimonia di premiazione si terrà nei primi mesi dell'anno prossimo.

 

Come partecipare al concorso di arti visive

Al concorso creativo possono partecipare tutti gli artisti di nazionalità italiana che abitano nella Circoscrizione di Berlino e hanno compiuto i 18 anni di età. Ogni partecipante può presentare una o due opere inedite, secondo le modalità indicate nel Bando di Concorso pubblicato sul sito del Com.it.Es. Berlino al link http://www.comites-berlin.de/premio-italiano-dell-anno/un-opera-per-l-italiano-dell-anno-2018/.

Le categorie sono pittura, scultura, illustrazione e fotografia. La scadenza per la presentazione delle opere è il 31 ottobre 2018.

Per ulteriori informazioni gli interessati possono rivolgersi alla Segreteria Organizzativa del Com.it.Es all'indirizzo email info@comites-berlin.de.

www.comites-berlin.de

 

Chi è il Com.It.Es. di Berlino. I Com.It.Es. (Comitati degli Italiani all’Estero) sono gli organismi di rappresentanza degli italiani residenti in ogni circoscrizione consolare. Il Com.It.Es. viene eletto ogni cinque anni a suffragio universale diretto dai cittadini italiani iscritti all’AIRE. I rappresentanti eletti nel Com.It.Es. di Berlino sono dodici e la loro attività è svolta a titolo gratuito.

Il Com.It.Es. esprime pareri e favorisce iniziative per la collettività italiana nel campo dell’istruzione, della formazione professionale, del lavoro, della tutela dei diritti civili, politici e sociali, della cultura, della ricreazione e del tempo libero. De.it.press

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia

 

16.08.2018. Ponte Morandi fa paura anche in Germania

Dopo il crollo del viadotto di Genova anche in Germania ci si interroga sullo stato di salute dei ponti autostradali. Enzo Savignano fa il punto della situazione.

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ponte-morandi-paura-germania-100.html

 

La cacciatrice di suoni. Antonella Radicchi, ricercatrice alla TU di Berlino, si è data il compito di individuare le cosiddette 'oasi di quiete urbana', zone all'interno delle città dove i rumori dannosi per la salute sono più attenuati.

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/cacciatrice-di-suoni-100.html

 

15.08.2018.Un disastro senza precedent. Il giorno dopo il crollo del ponte Morandi, Genova è ancora sotto shock. Cerchiamo di capire le cause della tragedia con Giordano Biserni, presidente dell'Asaps, Amici della polizia stradale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/crollo-ponte-genova-104.html

 

"Napoli velata" arriva in Germania. È il nuovo film di Ferzan Özpetek, in questi giorni nelle sale cinematografiche tedesche. Il regista italoturco ci ha raccontato retroscena e segreti del suo nuovo lungometraggio e perché ha deciso di girarlo proprio nella città del Vesuvio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/napoli-velata-ozpetek-100.html

 

14.08.2018. La Romania in piazza. Sono giorni di estrema tensione in Romania, dove migliaia di persone sono scese in strada a Bucarest e in molte altre città per protestare contro il governo. Ne parliamo con la giornalista Miruna Cajvaneanu.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/romania-proteste-100.html

 

13.08.2018. La lira sempre più giù. La crisi della moneta turca inquieta i mercati. Le Borse europee sotto pressione. Erdogan accusa gli Usa. Ne parliamo con la giornalista esperta di Turchia Marta Federica Ottaviani 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/turchia-lira-100.html

 

L'estate impegnata dei bambini. Reti parentali meno fitte, sempre più donne lavoratrici, sempre meno senso di sicurezza rispetto ai luoghi pubblici. Così negli ultimi anni è cambiato il modo di stare “tra bambini”.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/estate-bambini-100.html

 

10.08.2018. Vaccini: i presidi contro la ministra

L'Associazione nazionale dei presidi si oppone alla circolare della ministra Grillo. Il presidente di Anp Toscana, Alessandro Artini, ai nostri microfoni: "La tutela dell'incolumità dei bambini viene prima di ogni questione".

 https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/decreto-dignita-108.html

 

Che fine hanno fatto gli sbarchi? Come mai nelle ultime settimane sono scomparse dai media le notizie sugli sbarchi in Italia? Cerchiamo di capirne di più con Francois Dumont di Medici Senza Frontiere che ci informa sull’ultimo salvataggio: 25 persone al largo delle coste libiche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/scomparse-sbarchi-in-italia-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-296.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

09.08.2018. Decreto dignità: il caso di Sei Toscana

Il decreto dignità è legge: quali le novità? Intanto si discute del caso di Sei Toscana: a 200 lavoratori non è stato rinnovato il contratto a termine. È colpa della nuova normativa? Ne parliamo con il sindacalista CGIL Alessandro Mugnai.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/decreto-dignita-106.html

 

08.08.2018. Le aste al ribasso dei pomodori

Le catene della grande distribuzione strozzano produttori agricoli e braccianti, costringendoli a vendere sottocosto pur di rimanere sul mercato. È il grande business delle aste al ribasso. La denuncia dell'associazione Terra! Ne parliamo con il suo presidente, Fabio Ciconte.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aste-ribasso-pomodori-100.html

 

La grande amicizia di Silone. Qual era il legame che univa l'abruzzese Ignazio Silone e lo svizzero Marcel Fleischmann? Un libro ne racconta i retroscena. In studio Alessandro Tenaglia, traduttore di "Ignazio Silone e Marcel Fleischmann, amicizia e libertà". https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/alessandro-tenaglia-106.html  

 

07.08.2018. La battaglia di Riace

Il sindaco del paese, Mimmo Lucano, è in sciopero della fame per protestare contro l'eliminazione dei finanziamenti statali per il mantenimento del sistema d’accoglienza per i migranti. Lo abbiamo raggiunto al telefono.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/riace-sciopero-fame-100.html

 

Il grido di sinistra: "Aufstehen". "In piedi" è il nome dato al movimento lanciato dalla leader della Linke Sahra Wageknecht, per risvegliare e unire la sinistra tedesca. Potrebbe funzionare in Italia un movimento simile?

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/aufstehen-bewegung-100.html

 

Il muro di Fontamara. Ottanta metri quadri di parole. Un graffito su un muro di Aielli per celebrare i 40 anni dalla scomparsa di Ignazio Silone. Ne parliamo con il coordinatore artistico del progetto, Andrea Parente, in arte Alleg

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/fontamara-muro-graffiti-100.html

 

06.08.2018. Troll russi? Facciamo chiarezza. Quanto si sa delle ingerenze social che arrivano dalla Russia? E quanto possono aver influito sulla campagna elettorale italiana? Ne parliamo con l'analista web David Puente. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/troll-russi-100.html

 

Stop al rimpatrio, Marcel può restare. Un intero paese ferma il rimpatrio di un giovane senegalese. Cosa racconta la storia di Marcel e di Castelbelforte, paese del mantovano? Ne parliamo con il parrocco don Alberto Ancellotti. 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/castelbelforte-marcel-100.html

 

03.08.2018. Sud: emorragia di giovani

L'ultlimo rapporto Svimez fotografa i problemi del Meridione: crescita lenta, intere famiglie disoccupate e sempre più giovani che lasciano i luoghi di nascita. Ne parliamo con il sociologo Enrico Pugliese, autore di "Quelli che se ne vanno". 

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/sud-emorragia-giovani-100.html

 

Festival delle Spartenze. A Paludi, un piccolo comune calabrese, un festival mira a creare una rete tra chi è emigrato e chi è rimasto, con mostre, laboratori, teatro e cinema. Un modo come un altro per ripopolare un borgo ormai semideserto. Ne parliamo con il suo direttore Giuseppe Sommario.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/festival-delle-spartenze-102.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-294.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati.I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

02.08.2018. Se il turismo uccide le città. Tornelli e numeri chiusi per le città d'arte possono difendere i centri urbani dal turismo di massa? Secondo l'autore Marco D'Eramo siamo davanti ad un dilemma, perché le restrizioni si scontrano con la libertà e il principio di democrazia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/turismo-uccide-citta-100.html

 

L'Italia intatta. Il Monviso, il Tagliamento, l'isola di Palmarola sono luoghi che hanno preservato la loro bellezza, perché rimasti pressoché inviolati dall'uomo. Mario Tozzi ci racconta l'Italia più bella.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/italia-intatta-mario-tozzi-100.html

 

01.08.2018. Promuovere l’evangelizzazione

Don Angelo Ragosta si prende cura della comunità cattolica italiana di Wuppertal da poco meno di un anno. La sua missione: riavvicinare le persone a Dio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/italiani-wuppertal-100.html

 

Un gran vino. Nonostante le stagioni sballate dal cambiamento climatico, quest'anno le vendemmie in Italia andranno bene. Perché? Ce lo spiega Gherardo Fabretti dell'Associazione Italiana Sommelier.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/vino-vendemmia-100.html

 

Nella testa di un razzista. Quali fondamenti generano la paura dello straniero e alimentano la percezione dell’insicurezza? Ce lo spiega lo psichiatra Corrado De Rosa. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nella-testa-razzista-100.html

 

31.07.2018. Tutti contro la Germania

Libia, Tap, sanzioni russe, tanti gli argomenti dell'incontro tra Trump e Conte. Ma il vero motore del vertice è stato in realtà un altro: allearsi contro la Germania, questa l'opinione dell'analista di Limes Dario Fabbri.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/trump-conte-100.html

 

Appuntamento ai Marinai. A Largo ai Marinai si incontravano gli Eritrei di seconda generazione che vivevano a Milano. Un documentario diretto da Ariam Tekle, italiana di origine eritrea, ne racconta le loro storie. Domani 1 agosto, a Mülheim an der Ruhr nel corso del festival Odyssee.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/appuntamento-ai-marinai-ariam-tekle-100.html

 

30.07.2018. Aggressioni razziste: è allarme

Quello dell’atleta di origine nigeriana Daisy Osakue è solo l'ultimo di una lunga serie di violenze a sfondo razzista in Italia. Fenomeno in aumento o amplificazione mediatica?

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/razzismo-italia-aumenta-100.html

 

Sport: non solo risultati. Simone Sabbioni fa parte del spedizione di nuotatori azzurri agli europei di nuoto che si terranno a Glasgow tra il 2 e il 12 agosto e in contemporanea con altre sei discipline sportive.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/sport-106.html

 

27.07.2018. Belli come la luna

Sara Di Martino è approdata 8 anni fa da Napoli a Berlino per terminare gli studi di Lettere, ma alla filologia ha preferito l'arte della bellezza. Il centro estetico che ha aperto un anno fa le ha fatto scoprire Friedrichshain.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/sara-di-martino-berlino-102.html

 

E se entrassero con il passaporto?

Se si riaprissero i canali regolari di immigrazione, non solo sparirebbero i trafficanti, si eviterebbero morti e torture fisiche e piscologiche, ma secondo chi lavora nel campo, l'Europa ne trarrebbe anche vantaggio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/riaprire-canali-regolari-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti. Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi. https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-292.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati. I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html  RC/De.it.press

 

 

 

 

A Berlino prima conferenza italo-tedesca sulle Smart Cities

 

Berlino - Si è recentemente svolta a Berlino, presso l’ambasciata italiana, la prima conferenza italo-tedesca sulle Smart Cities.  All’evento hanno partecipato oltre 150 personalità, fra cui gli assessori e i dirigenti competenti dei Comuni di Milano, Firenze, Torino, Monaco e Berlino oltre ai vertici aziendali di Enel, Prysmian, Bmw e dell’ Intesa San Paolo Innovation Center.

Il filo conduttore della conferenza è stato il ruolo crescente delle aree urbane quali attori primari dello sviluppo sostenibile e il contributo che le grandi metropoli italiane e tedesche possono portare alle politiche di mobilità sostenibile, trasformazione digitale e sviluppo urbano partecipativo.

Particolarmente apprezzata da parte degli ospiti tedeschi è stata la presentazione di tre aree metropolitane italiane (Torino, Milano, Firenze), ciascuna portatrice di "buone prassi" (in materia di mobilità elettrica, connettività e innovazione sociale) che in diversi casi pongono le aree di eccellenza dell'amministrazione italiana in fasi di sviluppo più avanzate rispetto agli enti locali tedeschi. La conferenza ha rappresentato un momento di confronto di alto livello, con interessanti "spin-off" in termini di future collaborazioni fra enti territoriali italiani e tedeschi. dip

 

 

 

 

Nuovo Consiglio alla Italcam di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Il 19 luglio ha avuto luogo a Monaco di Baviera, presso la sede della Bayerische Landesbank, l’Assemblea Generale dei Soci di ITALCAM di Monaco urante la quale si sono tenute le elezioni per il rinnovo delle cariche associative ad avvenuta scadenza del mandato triennale.

Sono stati quindi eletti 25 Consiglieri la cui lista é visibile al seguente link il-consiglio.

L’incarico di Tesoriere é stato affidato alla signora Corinna Hirtreiter, mentre quali Revisori sono stati eletti il signor Heinz-Georg Krolovitsch e la signora Sara Pellegrini.

Sono stati confermati per il nuovo mandato inoltre rispettivamente la presidente Annamaria Andretta (Andretta Co.), e i due vicepresidenti, Barbara Rizzato (Alessi Deutschland) e Guido Caccia (Burgo Deutschland).

Ai lavori associativi, cui hanno partecipato anche il Console Generale, Renato Cianfarani e il Consigliere Economico dell’Ambasciata a Berlino, Francesco Leone, é seguito il Convegno aperto al pubblico sul tema dell’Industria Creativa e Culturale. (dip) 

 

 

 

 

Come lo Stato Tedesco aiuta le famiglie

 

BERLINO - “In Germania i genitori hanno un alleato nella crescita dei figli fino ai venticinque anni: lo Stato. Se infatti la sfera affettiva resta prerogativa dei genitori, lo Stato provvede mensilmente a rimpinguare le loro tasche – un sostegno necessario, verrebbe da dire con i dati dello Statistiches Bundesamt (l’Ufficio federale di statistica) alla mano: ogni figlio costa più di 150mila euro dalla nascita alla maggiore età, una somma che destabilizzerebbe qualsiasi neo genitore tedesco con un reddito medio, se non fossero a disposizione sussidi e sgravi fiscali a rendere la spesa più sostenibile”.

A scriverne dalle pagine de “Il Deutsch Italia”, quotidiano online diretto da Alessandro Brogani, è Giulia Zeni.

“Gli aiuti federali alle famiglie si muovono su due binari paralleli: l’assegno familiare (Kindergeld, letteralmente: soldi per i figli) o la riduzione dell’imponibile (Kinderfreibetrag).

I genitori, indipendentemente dal loro reddito, ricevono 194 euro per il primo figlio, 200 euro per secondo e per il terzo, e per ogni ulteriore figlio fino ai 18 anni si avranno 225 euro o, in alternativa, avranno diritto a una riduzione dell’imponibile su base annua di 7.428 euro. L’importante è che i genitori facciano richiesta per il Kindergeld alla Familienkasse e che nella dichiarazione dei redditi vengano specificate le spese scolastiche; sarà poi l’Ufficio delle finanze a stabilire quale delle due strade convenga di più alla famiglia.

Nel caso poi in cui il figlio frequenti l’università o inizi un apprendistato, l’assegno familiare viene garantito fino al venticinquesimo anno del ragazzo, ma a certe condizioni. Nella fattispecie, non possono passare più di quattro mesi fra un ciclo di studio e il successivo (ad esempio, fra la laurea triennale e la specialistica) e, nel caso in cui il giovane non venga accettato all’università o per l’apprendistato, va documentato il suo impegno con copia delle candidature ed eventuali lettere di respingimento. Se l’impegno non c’è, se alla fine del primo ciclo di studi un giovane partisse per il giro del mondo senza essersi prima preoccupato del prosieguo degli studi, il diritto all’assegno famigliare verrebbe meno.

Non sarebbe sospeso, invece, se il figlio frequentasse un corso di lingua all’estero o se partisse per un anno di servizio civile, ma verrebbe sospeso nel caso di un campo lavoro estivo: non sono in pochi i tedeschi a partire per raccogliere frutta o tosare le pecore in Australia.

Molto interessante, specie facendo un raffronto con l’Italia, è il fatto che dal 2012 in Germania gli assegni familiari vengano dati anche nel caso in cui il figlio studi e lavori insieme, risparmiando così alle famiglie i calcoli relativi alla soglia massima di guadagno oltre la quale il figlio non risulterebbe più a carico. Certo, il lavoro non deve superare le venti ore settimanali, oltre le quali lo studio passerebbe in secondo piano, o i settanta giorni per lavori estivi o occasionali, nel qual caso la soglia delle venti ore non gioca alcun ruolo.

E se il figlio è sposato? Nemmeno in questo caso il sussidio è negato, indipendentemente da quando guadagni il coniuge. E se a diciott’anni lascia il nido e va a vivere da solo o in un appartamento condiviso? Nemmeno in questo caso – anzi, a fine anno l’imponibile dei genitori viene abbassato di 934 euro.

Ma se il figlio ha problemi con la giustizia e finisce in prigione? Ecco, in questo caso lo Stato non ha pietà. Decurtazione totale.

Un panorama che nel complesso suscita invidia in molti Paesi europei e in Italia in particolare, dove l’assegno familiare, riservato alle sole famiglie con reddito basso, è di poche decine di euro al mese e dove il costo del mantenimento di un figlio dalla nascita alla maturità è di oltre 275mila euro”. (aise) 

 

 

 

 

All’Institut Français di Monaco di Baviera “La tarda estate dei poeti”

 

Il 9 ottobre il consueto appuntamento poetico annuale organizzato in collaborazione con l'IIC. Parteciperà anche l'italiano Luciano Mazziotta

 

MONACO DI BAVIERA – Si svolgerà il 9 ottobre alle ore 19 presso l’Institut Français di Monaco di Baviera il consueto appuntamento poetico annuale “La tarda estate dei poeti” cui parteciperanno Fabienne Swiatly (Francia), Luciano Mazziotta (Italia), Elisabeth Wandeler-Deck (Svizzera) e Jürgen Nendza (Germania).

La poetessa, scrittrice e saggista francese Fabienne Swiatly, nata nel 1960 a Lothringen da padre polacco e madre tedesca, rifletterà sugli sfaccettati influssi culturali e sull’eredità della storia polacca e tedesca. Luciano Mazziotta, nato nel 1984 a Palermo, presenterà le sue poesie, che catturano l’attenzione per la loro suggestiva quotidianità, e che sono state pubblicate in blog e riviste letterarie. Elisabeth Wandeler-Deck, nata nel 1939 a Zurigo, ha lavorato inizialmente come architetto e psicologa e da quarant’anni è attiva come pubblicista, drammaturgo, musicista e poetessa. Nel 2013 ha ricevuto il premio Basilea per la poesia. Jürgen Nendza, nato nel 1957 a Essen, presenta la sua nuova raccolta picknick, che quest’anno rientra nelle letture consigliate dalla Deutsche Akademie für Sprache und Dichtung, dalla Haus für Poesie e dal Lyrik Kabinett. Modera l'incontro, organizzato in collaborazione con l'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera, Antonio Pellegrino. (dip)

 

 

 

 

La Dante Alighieri di Monaco offre la possibilità di studiare entrambe le lingue

 

MONACO - L’italiano, la lingua del cuore; il tedesco, la lingua dei poeti e dei filosofi, ma – soprattutto – due lingue di lavoro.

La Dante Alighieri di Monaco offre la possibilità di studiare entrambe le lingue, previo un colloquio personalizzato per stabilire il livello di partenza di ciascuno.

Basta fissare un appuntamento e scoprire l’ampia offerta di seminari e corsi di studio.

Tra le opportunità troverete: Istituto professionale per Corrispondenti in lingue estere: un corso di studio che prevede un approfondimento di due lingue straniere con indirizzo specialistico in Economia.

La durata del corso è di un anno (requisiti di accesso: Diploma di maturità) o, in alternativa, di due anni (requisiti di accesso: Qualifica di istruzione professionale).

Per informazioni, visitare il sito http://www.sdi-muenchen.de/it/bfs/.

C’è poi l’Accademia di formazione per Traduttori e Interpreti, un corso di studio che prevede l’approfondimento di due lingue straniere.

Indirizzi specialistici in Economia o Diritto.

Requisito di accesso è il Diploma di maturità. Per informazioni collegarsi a http://www.sdi-muenchen.de/it/fak/l.

Altra opportunità quella offerta dall’Università di Lingue applicate, con

sette corsi di studio (Lauree triennali e magistrali) accreditati e legalmente riconosciuti in Lingue straniere, Economia, Mezzi di comunicazione e Tecnica (http://www.sdi-muenchen.de/en/hochschule/).

Poi i Corsi di tedesco e Seminari a diversi livelli (http://www.sdi-muenchen.de/it/deutsch-lernen/).

Insomma, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le necessità. (aise 28.7.) 

 

 

 

Mattarella: "I migranti sono i nuovi schiavi"

 

"La schiavitù ha rappresentato una delle maggiori vergogne dell'umanità. Oggi, la Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani ci impone di ribadire la condanna e la battaglia della comunità internazionale contro ogni forma di schiavitù, vecchia e nuova". Lo dice il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha rilasciato una dichiarazione in occasione della giornata mondiale contro la tratta di esseri umani.

"Terreno agevole per queste nuove forme di schiavitù è il fenomeno migratorio - sottolinea il capo dello Stato -. Ogni giorno migliaia di persone pongono a rischio la propria vita e quella dei propri cari per mare e per terra, in condizioni disperate; una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell'instabilità dello sviluppo precario, alimentata e sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani, che li avviano a un futuro di sopraffazioni: sfruttamento lavorativo, adozioni illegali, prelievo di organi, reclutamento da parte della criminalità organizzata, sfruttamento sessuale.

 

Secondo Mattarella, "nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove. Soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con una Unione Europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità".

"L'Organizzazione Internazionale del Lavoro - ricorda il capo dello Stato - denuncia che sono circa 40 milioni le persone vittime" delle nuove schiavitù. "Di queste - prosegue Mattarella - quasi 25 milioni sono costrette al lavoro forzato e 15 milioni a forme di matrimonio forzato. Numeri impressionanti che hanno spinto le Nazioni Unite ad adottare l'obiettivo di eliminare il traffico di esseri umani entro il 2030". Per Mattarella "si tratta di degenerazioni della nostra società, piaghe da eradicare con fermezza che interrogano le nostre coscienze e ci chiamano a una reazione morale, a una risposta adeguata con un maggiore impegno culturale e civile". Adnkronos 30

 

 

 

 

UNCR: preoccupazione per la scia di attacchi razzisti in Italia

 

GINEVRA- L’UNHCR, Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, esprime “profonda preoccupazione” per il “crescente numero di attacchi” nei confronti di migranti, richiedenti asilo, rifugiati e cittadini italiani di origine straniera che hanno caratterizzato questi ultimi mesi.

“Non possiamo tollerare questa escalation di violenza indiscriminata, che proprio in quanto tale, mostra un’allarmante matrice razziale”, afferma oggi Felipe Camargo, Rappresentante dell’UNHCR per il Sud Europa. “Rivolgiamo un appello a tutte le componenti della società italiana affinché non smettano mai di sostenere i valori fondanti delle società moderne, i valori di civiltà, rispetto, eguaglianza, non discriminazione ed accoglienza”.

L’UNHCR esprime “solidarietà a tutte le vittime di questi attacchi e ai loro familiari” e “condanna qualsiasi aggressione, fisica o verbale, di stampo razzista e xenofobo”. L’Agenzia ONU per i rifugiati auspica che “la giustizia faccia il suo corso e che le vittime delle aggressioni ricevano adeguata assistenza ed eventuali risarcimenti”. (dip 30.7)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

 

 

La circolare dell’on. Laura Garavini ai democratici d’Europa

 

La situazione dei migranti nel Mediterraneo è, e rimane, drammatica. Anche se il nuovo Governo italiano cerca di voltarsi dall’altra parte. Proprio su questo atteggiamento inaccettabile sono intervenuta in questi giorni in Commissione Difesa. Commissione della quale da poco sono Vice Presidente. Una commissione che decide sul futuro del nostro esercito, sulla presenza del nostro Paese nelle varie missioni di pace, ma che ha anche voce in capitolo su come agisce l’Italia rispetto alla questione migratoria nel Mediterraneo. Nel mio intervento, nel corso dell’audizione della Ministra della Difesa, ho denunciato la politica del Governo italiano che, dichiarando chiusi i nostri porti, è contravvenuto al diritto internazionale mettendo a rischio centinaia di vite umane. E provocando situazioni inaudite, per cui addirittura navi italiane non potevano attraccare su suolo italiano. Un assurdo. Al punto che è dovuto intervenire il Presidente Mattarella. La demagogia leghista del pugno duro contro i migranti non conosce limiti. Ma per favore nessuno dimentichi che è stato il Governo Gentiloni, con il Ministro Minniti (e non il Governo Salvini/Di Maio), quello che ha diminuito l’arrivo dei migranti in Italia dell'80 (!) per cento. E lo ha fatto con misure legittime.

 

Opporsi alla deriva antidemocratica

Questo Governo sta cambiando il Paese in peggio e noi del PD dobbiamo rimboccarci le maniche. Proprio per questo mi sono incontrata di recente con due realtà della base del nostro partito, all’estero e in Italia. A Castelnuovo, ospite del PD dell’Unione dei Castelli e a Stoccarda, alla Festa d‘estate del circolo. Per fare ciò di cui c’è più bisogno. Confrontarsi, discutere. Per realizzare insieme, sul territorio e a Roma, un’opposizione che si contrapponga ad una deriva antidemocratica. Un’opposizione a un Governo che sta calpestando la fiducia della comunità internazionale e dell‘economia. E che sta azzerando gli effetti che i Governi Renzi e Gentiloni erano riusciti a produrre con la creazione di oltre un milione di nuovi posti di lavoro e con un’economia che cominciava di nuovo a correre. Questi incontri danno fiducia perché si mobilitano tanti iscritti, pieni di suggerimenti e di voglia di fare. E poi tanta gente nuova, giovane e meno giovane. Gente che si sente chiamata in causa. Proprio adesso. C‘è voglia di protagonismo democratico, per opporsi ad un Governo pericoloso, per battersi per un’Italia moderna ed europeista. Contro un’Italia espressione di un becero populismo.

 

I successi che arrivano, vengono da un Governo migliore

La politica che vogliamo noi, la si capisce fra l’altro guardando ai benefici che in queste settimane arrivano per gli italiani nel mondo. Sappiamo che siamo stati mandati all’opposizione dagli elettori, ma i risultati dei nostri Governi, Renzi e Gentiloni, rimangono. Proprio in queste settimane in diversi Consolati arrivano i cento nuovo impiegati voluti dal PD. Destinati a dare una mano per offrire servizi più efficaci a noi italiani all’estero. Poi ci sono le agevolazioni fiscali per i laureati che rientrano in Italia, da noi volute e ora attuate e rese note da una nota ufficiale dell’Agenzia delle Entrate. E la quattordicesima, erogata agli inizi di luglio a circa cinquantamila pensionati residenti all'estero. Tutti risultati delle decisioni dell’ex-Governo, targato PD. E i nuovi? Ad oggi, l'unica azione annunciata è la proroga di una nostra misura: il pacchetto 'Resto al Sud', con cui abbiamo introdotto agevolazioni fiscali per chi assume personale nel Mezzogiorno d‘Italia.

 

Un regalo del PD: il made in Italy vola

In termini economici l’attuale Governo non ha scuse. Perché abbiamo lasciato loro in eredità un Paese che ricomincia di nuovo a crescere. Con cifre impressionanti proprio nelle esportazioni. Proprio di export ho parlato fra le altre cose nel corso del mio intervento a Firenze, al Forum 'Italia, Gran Bretagna, Irlanda' promosso dal Presidente della Camera di Commercio di Londra, Leonardo Simonelli. Dati recenti attestano che nel 2017 le esportazioni del Made in Italy hanno registrato un aumento dell'11,3%, rispetto all'anno precedente. Il frutto delle misure adottate dai Governi Renzi e Gentiloni per favorire l'internazionalizzazione delle piccole e medie imprese e per sostenere gli imprenditori che scommettono sul Made in Italy nel mondo.

 

Il dialogo non ha confini

Le nostre ragazze e ragazzi bilingui hanno una marcia in più. L’ho sottolineato intervenendo a Colonia all'iniziativa conclusiva dell‘anno scolastico promossa dal Forum Accademico Italiano e dalla sua brava Presidente, Cristina Polidori. Perché, oltre a conoscere due lingue e due culture, hanno una spiccata propensione a confrontarsi con nuove realtà e con nuove competenze linguistiche. Ecco perché è importante favorire l'apprendimento dell'italiano, là dove vivano fuori dai confini nazionali. Un plauso va a tutte le associazioni e a tutte/i coloro che sostengono le attività di promozione dell‘italiano all‘estero. Ad esempio il Forum Accademico Italiano di Colonia, che in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, con il Consolato e con le istituzioni locali, svolge una meritoria azione di promozione della lingua e della cultura italiana.

 

A Memmingen, per un'Europa dei popoli

L'Europa è la casa dei popoli. Perché culture diverse, quando si incontrano in modo costruttivo, portano crescita e sviluppo. E là dove si attua una buona politica dell'accoglienza si creano le basi per una virtuosa integrazione. Ciò che è successo ad esempio a Memmingen, una piacevole cittadina bavarese, nella quale ho avuto il piacere di inaugurare la Festa internazionale delle culture insieme al Sindaco Manfred Schilder e al Presidente del Consiglio per gli stranieri, Nino Tortorici. La riuscitissima festa è espressione dell‘ottima integrazione dei numerosi cittadini di origini straniere in questa città. Un tripudio di danze folcloristiche, specialità gastronomiche, suoni e sapori stranieri, felicemente accomunati da uno spirito di festosa amicizia.

 

Buone vacanze

I lavori in Parlamento si protrarranno fino al nove agosto. Ma sin da ora vorrei inviarvi un sincero e affettuoso augurio. Facciamo il pieno di sole, di mare, di fresco, di verde, di amore per l'altro. Facciamo tesoro delle bellezze che ci circondano. Viviamo intensamente. Ci risentiamo a settembre, con la prossima newsletter. Intanto buone vacanze!

Laura Garavini, dip 31.7.

 

 

 

 

Il Consiglio Generale degli italiani all’estero (Cgie) onora la giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo

 

ROMA - La simbologia della Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo trova il culmine della sua esegesi nella tragedia avvenuta nella miniera di carbone “Bois du Cazier” a Marcinelle in Belgio, l’8 agosto del 1956, nella quale persero la vita, soffocati dall’ossido di carbonio e circondati dalle fiamme dell’incendio scoppiato in uno dei pozzi, 262 minatori. Di questi, 136 erano emigranti italiani. Dal 2001 questa ricorrenza concepisce “istituzionalmente” il valore del lavoro italiano nella sua accezione sociale, afferma il principio fondativo della nostra Carta costituzionale e porta a sintesi quanto di più dignitoso esprime la forza produttiva del nostro Paese, per coinvolgerla manifestamente nello sviluppo e nella forma più avanzata di società.

Che cosa resta di Marcinelle, a oltre settant’anni di distanza, del sacrificio di tante vite; di quelle ansimanti e lunghissime ora d’attesa davanti ai cancelli della miniera; dei lunghi sospiri e preghiere di speranza di moglie ansiose, di figli imprecanti a figure sacre; di dialetti e di lingue diverse che traducevano domande e risposte attraverso la cupa tristezza degli occhi; di quella profondità di sentimenti e di progetti di giovani famiglie infranti dalla forza della natura; di quello spirito operaio di lavoratori originari di diversi paesi europei, ritenuti a ragione precursori dell’integrazione europea; dell’assenza delle istituzioni italiane impreparate a gestire l’emergenza di quel deal realizzato con il Belgio: scambio forza lavoro / materie prime, che  successivamente avrebbe contribuito a far da volano al boom economico della Penisola?. Il baratto lavoro-carbone tra il nostro Paese e il Belgio contribuì a far progredire i due paesi e a creare sviluppo, innovazione e istituire diritti sociali, indispensabili a modernizzare quelle società messe in ginocchio dal secondo conflitto mondiale.

A cosa è servita la tragedia di Marcinelle e delle tante, troppe disavventure successe all’estero e in Italia, che hanno profondamente segnato le sorti del nostro Paese? E’ opportuno riflettere sul tema del lavoro, sugli aspetti umani e sociali succeduti a tali disgrazie. Pensare a come sarà il lavoro domani e come potremmo renderlo più giusto, equo e qualificante?. Come tutelarlo e garantirlo dalle circostanze di nascita, di famiglia, di cultura, di luoghi che ne condizionano la fruibilità?. Oggi, come allora, non si esce dalla crisi allargando le maglie dell’emigrazione, senza affrontare la questione di un nuovo modello sociale, senza regolare un diverso rapporto tra società, economia e politica, senza dar voce alla nuova umanità.

Il nostro paese sta uscendo da una pesante crisi economica, che nell’ultimo decennio ha attraversato il nostro continente. Alto resta il rischio che le diverse combinazioni elettorali prendano il sopravvento sul senso della politica, e, che le soluzioni dominati si riducano a un flatus vocis, mentre per rifare grande il nostro Paese, oggi, occorrerebbe prendere decisioni capaci di costruire un futuro comune, gestire i bisogni collettivi e creare un’idea di società che valorizzi le differenze e promuova pari opportunità. Così si attutirebbe anche l’esodo di massima, che è ripreso in maniera galoppante e riproduce quel déjà vu a noi famigliare.

Marcinelle è servita a farci rendere conto che è nata una nuova questione sociale, ampliata a livello continentale, molto diversa da quella classica, che archivia il dualismo lavoro – impresa e si riproduce sull’integrazione europea. Con la mondializzazione dell’economia e del profitto, il mondo occidentale deve riconoscere il lavoro quale luogo della realizzazione dell’individuo non solo come soggetto sociale ma anche come fondamento della cittadinanza.

Il Consiglio Generale degli italiani all’estero onora la ricorrenza della giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, si unisce al ricordo di tutti i connazionali caduti sul lavoro in patria e all'estero e con responsabilità e commozione rivolge l’invito ai Comites, alle Associazioni e alle organizzazioni italiane nel mondo a diffondere il valore della ricorrenza, invitandoli a tenere vivo il dettame del primo articolo della Costituzione. La Repubblica italiana  è fondata sul lavoro, come diritto insopprimibile dell'uomo. 

Michele Schiavone, Segretario generale del Consiglio Generale degli Italiani all’estero (Cgie)

 

 

 

 

 

Panorama economico

 

Il 2018 potrebbe riservarci ancora delle sorprese. Che queste siano concrete, o meno, dipenderà dal quadro politico in via d’evoluzione. Di fatto, però, la situazione nazionale è troppo coinvolta perché possa permettere analisi attendibili entro poco tempo. La ripresa, comunque, sarà lenta.

 

Del resto, e lo rammentiamo ancora il 2018, non è l’anno del “riscatto” economico. Infatti, politica ed economia continuano a viaggiare su binari differenti.

 Da noi, resta carente la competitività che non riesce a tener testa con la necessità di una maggiore produttività. Il Parlamento avrà da focalizzare, a tutto campo, i “gaps” che sono sempre sotto gli occhi di tutti. Questa non è solo una nostra sensazione.

 In tempi che si prospettano dovranno essere costruttivi e non solo politicamente.  Sul fronte delle questioni urgenti resta l’occupazione e il riallineamento sociale in generale. Per ritrovare la strada della ripresa, è indispensabile comprendere quali sono le possibilità per raggiungere degli obiettivi durevoli.

 

 Il passato, ovviamente, potrà esserci d’aiuto. Magari dando anche uno sguardo alla realtà socio/economica in essere in Eurolandia. Siamo, infatti, dell’avviso che l’Italia si trovi in una posizione di”recessione” particolare rispetto ad altri Stati stellati.

In breve, per evitare guai maggiori non possiamo accontentarci dei dibattiti che sono, spudoratamente, ancora di parte. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Chiusura dei porti, critiche e applausi

 

La decisione di Salvini di non permettere l’accesso alle navi di immigrati ha suscitato reazioni diverse. Necessario un accordo tra gli Stati europei

 

   Comprensibile, soprattutto dopo le dichiarazioni nella campagna elettorale, l’intenzione del Ministro degli Interni di non fare più approdare nei porti nazionali le imbarcazioni cariche di emigranti, molti dei quali senza documenti o con documenti falsi. Sono migliaia gli Africani, e non solo, che cercano da noi o in Europa una vita migliore. Il che fa dire a Salvini: “La pacchia è finita”.

   Decisione espressa a Il Giornale, dove ha anche affermato che le “Marina militare e Guardia costiera continueranno a salvare vite come hanno fatto meritoriamente fino ad oggi, ma poi ragionerò con i ministri Toninelli e Trenta, che ne hanno competenza e con i quali sto lavorando benissimo, sul fatto che è giusto salvare vite, però non sta scritto sulla Bibbia che dobbiamo essere gli unici a girare per tutto il Mediterraneo”. Si dichiara orgoglioso di ciò che fa la Marina e la Guardia costiera, ma aggiunge che “anche noi dovremo essere più attenti e vicini al nostro territorio, per cui chiederò ai colleghi di tenere i nostri uomini e le nostre navi più vicini alle nostre coste”. 

   Sapendo che le imbarcazioni con emigranti provengono prevalentemente dalla  Libia, fa sapere che intende andarvi quanto prima “per confermare l'amicizia tra i due Paesi e una collaborazione economica per investire in strade, infrastrutture, ospedali e altro, ma anche per ribadire il ruolo di Marina e Guardia costiera libiche, perché noi non andiamo come i Francesi a dare lezioni o a colonizzare, ma a dare il nostro supporto”. A questa decisione si aggiunge quella “di mettersi d’accordo con i Ministri degli Esteri di Tunisia ed Egitto”. Il Ministro è convinto di essere “solo all'inizio ... ma son contento di aver dato un segnale di orgoglio e dignità a nome del popolo italiano”. E a chi gli domanda perché i predecessori non abbiano chiuso i porti, come ha fatto lui, risponde: “Perché c'è … la sinistra radical chic per cui l'Italia deve diventare un campo profughi”. Riconosce al suo predecessore, Minniti, di aver ridotto gli sbarchi, ma afferma che le Ong (Organizzazioni Non Governative) “non sono generosi, Cristiani che salvano il prossimo, ma nascondono precisi interessi economici. Ecco perché continueremo a non far entrare le navi Ong e a dirottarle in altri Paesi”.

  Il che è possibile in quanto gli aerei dell’Aeronautica volano sopra il Mediterraneo e forniscono informazioni che permettono anche, secondo Salvini, di agire “sulle regole, sui finanziamenti, sul rispetto delle normative. Ci stanno lavorando anche altri, ci sono indagini in corso da tempo. Vanno fermati il prima possibile”. Perché, continua il Ministro, è “giusto salvare vite, ma non soltanto noi”. Motivo per cui fa attraccare a Valencia, in Spagna, la nave Aquarius, che trasporta 629 immigrati. Uno dei quali dice:” “l'Italia non ci ha voluto. Dio sì”.

   Ad attenderli c’erano, dalla sera precedente, 2.500 persone, registrate da telecamere di 400 tv e 600 giornalisti, con cartelli su alcuni dei quali c’era la scritta “l'Italia ingenerosa non vi ha accolto, noi vi abbracciamo tutti”, che davano loro il benvenuto in molte lingue, tranne quella dei “cattivi”, di noi Italiani senza cuore che non li abbiamo voluti fare approdare nei nostri porti. Cittadini spagnoli i quali forse non sanno che i minorenni saranno trasferiti a Malaga, le donne in gravidanza in altre città e che anche le leggi spagnole, simili alle nostre, prevedono il rimpatrio di chi, secondo la locale Croce Rossa, risultasse affetto da malattie contagiose. Il che normalmente comporta il rinvio nel Paese d’origine di molti.

   Ritorni in patria che il Premier socialista Pedro Sánchez prevede per chi non ha “le carte in regola”. Motivo che lo ha spinto, per fare i necessari controlli, a far intervenire a Valencia medici, psicologi, interpreti, poliziotti ed operatori sociali, anche perché il 70% dei Valenziani e degli Spagnoli non vogliono immigrati illegali. In effetti, dal 2006 la Spagna li respinge, tanto da far registrare, nel 2009, il rinvio ai Paesi di origine di migliaia di emigrati.

  Certo, secondo il diritto internazionale, è un obbligo salvare la vita a chi rischia di morire, prestare soccorso ai naufraghi, condurli nei luoghi sicuri, indicati dalla SAR, dove non sono sottoposti a torture e possono chiedere assistenza internazionale. Però ogni Stato ha pure il diritto di bloccare i porti nazionali, se l’eccesso d’immigrazione può provocare modifiche fisiche, politiche e religiose della popolazione.

  L’’Italia nel 2017 ha soccorso 60 mila naufraghi, salvando così anche l’onore dell’Europa. Ma ora ha urgente bisogno dell’aiuto degli altri Stati, perché l’immigrazione non è una questione solo nazionale. Che fa rischiare in casa propria il collasso. Egidio Todeschini, CdI agosto

 

 

 

 

Daisy Osakue, Garavini (PD): "Salvini mandante morale di aggressioni in stile squadrista"

 

Roma - "L'unico risultato che hanno ottenuto gli autori della vergognosa aggressione di ieri sarà privare l'Italia di una sua campionessa ai prossimi Europei di atletica leggera. Daisy Osakue è un orgoglio per il nostro Paese. I razzisti che l'hanno aggredita, invece, sono la nostra vergogna".

"I casi di xenofobia si moltiplicano ovunque. Episodi che richiamo un triste stile squadrista. E quale è la risposta di Salvini? Dire che il razzismo è un'invenzione di sinistra e citare Mussolini. È lui il mandante morale di queste aggressioni. Il suo linguaggio, i suoi attacchi agli emigranti, il suo chiamare 'pacchia"' le morti nel Mediterraneo e 'taxi del mare' le ong che cercano di evitarle".

"E ancora più colpevoli sono i 5stelle. Che, invece di alzare la testa, si girano dall'altra parte. Dal premier Conte un assordante silenzio. Perché un Paese distratto fa comodo. Così non si accorge dell'inesistenza delle politiche del Governo". È quanto dichiara la Senatrice Laura Garavini, Vicepresidente della Commissione Difesa.

Governo ne risponda subito in Parlamento.

“Più di dieci episodi di discriminazione in quasi 45 giorni e sono assordanti e gravi il silenzio e la banalizzazione da parte dell’Esecutivo dell’escalation di violenza a danno di cittadini immigrati e di connazionali, ritenuti stranieri per alcuni tratti somatici. Pare infatti che il Governo sia già andato al mare, ma di fronte a episodi e reati come questi non è possibile nascondere la testa sotto la sabbia. Forse non ci ricordiamo più di quando i migranti discriminati eravamo noi. Per questo ho presentato, assieme alle colleghe del PD Chiara Braga e Angela Schirò, un’interrogazione al Presidente del Consiglio dei Ministri Conte e al Ministro dell’Interno Salvini affinché vengano in Parlamento a descrivere quanto sta accadendo in Italia, se questo sia frutto di una campagna d’odio contro il diverso e se non si ritenga assolutamente necessario, visto il dilagare del fenomeno in tutte le aree del Paese, implementare una campagna di sensibilizzazione e repressione contro ogni tipo di discriminazione”. Così afferma l’On. Massimo Ungaro, deputato del Partito Democratico eletto nella circoscrizione Europa, depositando un’interrogazione contro il dilagare del razzismo in Italia al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro dell’Interno sottoscritta anche dalle colleghe Chiara Braga e Angela Schirò.

Nave italiana Asse 28 a Tripoli

"Il Governo risponda su quanto accaduto con la nave italiana Asso 28, rientrata nel porto di Tripoli dopo aver partecipato al soccorso in mare di alcuni migranti. Tripoli è un 'porto non sicuro' e quindi non si possono sbarcare lì migranti che possono avere diritto alla protezione internazionale".

"Il Ministro dica chiaramente chi ha dato indicazione di rivolgersi alla Libia invece che a un altro 'porto sicuro' del Mediterraneo. Esiste il fondato sospetto che siano state violate le norme di ordinaria solidarietà e siano stati favoriti i persecutori dei migranti nei Paesi di provenienza. Gli unici che fanno realmente affari sulla pelle di chi fugge da guerre e carestie". È quanto dichiara la Senatrice PD Laura Garavini, insieme ai colleghi senatori Franco Mirabelli e Alan Ferrari. De.it.press31

 

 

 

 

Reagire sempre all’intolleranza e al razzismo

 

"È con crescente sgomento che apprendiamo, ormai quasi quotidianamente, di episodi di intolleranza e di violenza, sia fisica che verbale, nei confronti di cittadini la cui unica colpa è quella di essere percepiti come “diversi” per pelle, censo o genere.

 

In questa torrida estate italiana sono ormai molti, troppi, i casi di violenza fisica e verbale che si ripetono ai danni di cittadini immigrati. Una specie di virus che si diffonde con inaspettata facilità - da nord a sud - grazie anche alla narrazione di autorevoli esponenti di questo governo e alle loro strategie di comunicazione. 

 

Ma per tanti che non hanno la forza di reagire, c’è però anche un’Italia che alza la testa e che si oppone a tutto questo. Anche in Parlamento.

 

Per questa ragione ho sentito la necessità di unire la mia voce a quella dei tanti colleghi che reagiscono a questo clima di intolleranza presentando un’interrogazione in Commissione Affari Sociali sul caso di Ibrahima Diop.

In particolare, ho chiesto al Ministro alla Salute e a quello della Pubblica Amministrazione quali provvedimenti intendano prendere su questo caso, riguardante un cittadino italiano di origine senegalese che dopo essersi rivolto agli uffici della Asl di Giulianova per informazioni si è sentito rispondere da un impiegato dell’azienda sanitaria “di rivolgersi al reparto Veterinaria”. 

 

Il caso di Ibrahima Diop è emblematico di un sentimento di intolleranza che, grazie alla legittimazione che certa retorica politica gli conferisce, sembra serpeggiare e prendere piede nella nostra società. 

 

“Sono soltanto parole al vento”, si dice per sdrammatizzare questo tipo di episodi. Eppure, sono proprio le parole ad essere usate oggi come strumenti di propaganda per incitare e legittimare la discriminazione etnica, religiosa o di genere, privare le minoranze di poteri e diritti, indebolire di fatto i principi fondamentali della nostra Costituzione. 

 

Parole al vento che si propagano e trovano terreno fertile per umiliare e offendere, ridurre al silenzio, deridere e dividere. So bene che esse sono anche l’espressione di un disagio sociale e di uno spaesamento culturale, di cui dobbiamo farci carico. Tuttavia, sono parole senza pudore e senza responsabilità quelle che in questi ultimi mesi si disperdono e si normalizzano nel magma dei social, diventando narrazione politica e quindi consenso.

E allora è anche dal peso delle parole che oggi dobbiamo ripartire, per non essere complici". Angela Schirò dip 1

 

 

 

 

 

Tragedie die migranti sul lavoro e in mare: „Nessuno si giri dall’altra parte

 

Nel giro di soli tre giorni, sedici braccianti nordafricani hanno perduto la vita nel Foggiano in incidenti stradali accaduti dopo una giornata di lavoro nei campi in condizioni di diffuso sfruttamento. Un euro per ogni quintale di pomodori raccolto. Tanto vale il lavoro di un uomo se è straniero e non tutelato. La sua vita è nelle mani di caporali e criminalità organizzata, che ne dispongono senza regole e controlli.

 

I braccianti assoldati nelle campagne per i lavori stagionali in tali condizioni di sfruttamento e di mancanza di tutele appartengono a quei milioni di stranieri che sono nel nostro Paese per costruirsi un futuro con il loro lavoro, contribuendo al progresso di tutti, e che invece sono diventati per questo Governo il nemico numero uno. Anzi, l'offa da buttare in pasto a quella parte di opinione pubblica intollerante ed esposta perfino a suggestioni razzistiche, che le stesse forze di maggioranza, ad iniziare dalla Lega, sollecitano e alimentano per meschini calcoli elettorali.

 

Si chiudono i porti e si respingono i migranti in mare, mentre si dovrebbero applicare seriamente gli strumenti normativi esistenti e rafforzati dai precedenti governi contro il caporalato e usare forze e metodi adeguati per il controllo del territorio dove le organizzazioni criminali sono più presenti e penetranti.

 

Il rischio anche più grave è che quest'Italia che si gira dall'altra parte di fronte a queste tragedie del mare e del lavoro disperda il suo bagaglio di civiltà e di valori di umanità e di solidarietà, con grave rischio per la stessa democrazia.

 

Noi che siamo stati a milioni "stranieri" in altri Paesi e che sappiamo quanto l'accoglienza e l'integrazione abbiano contribuito allo sviluppo degli altri popoli, non possiamo tacere. Chiediamo, anzi, che in questo confuso e delicato passaggio della vita NOSTRA democratica l'umanità e la legalità tornino ad essere i riferimenti insostituibili dell'azione pubblica e del confronto politico.

I Parlamentari PD Estero: Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò, Ungaro 7

 

 

 

Decreto Dignità: prorogato il bonus assunzioni per i giovani sotto i 35 anni

 

Roma - "Il decreto “Dignità”, appena approvato definitivamente dal Senato, proroga una misura che avevamo già precedentemente introdotto con il Governo Gentiloni nella Legge di Bilancio per il 2018: il bonus assunzioni per i giovani sotto ai 35 anni".

"Significa che lo sgravio per le imprese sarà in vigore fino al 2020. Si tratta del riconoscimento da parte del Parlamento e del Governo della validità della misura che era stata introdotta dal nostro Governo e che evidentemente si pensa potrà risultare efficace per il mercato del lavoro italiano".

"Il bonus già attivo per le assunzioni effettuate dal primo gennaio consiste in uno sgravio contributivo pari al 50%, riconosciuto per un massimo di tre anni e fino al limite di 3.000 euro complessivi di decontribuzione ad esclusione degli importi dovuti a titolo di premi e contributi Inail". 

"L’incentivo sarà riconosciuto alle imprese che assumono con contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, secondo la formula già prevista dalla Legge di Bilancio 2018. Sarà un decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto Dignità, a stabilire le modalità di fruizione dell’esonero".

Lo dichiarano i parlamentari Pd eletti all’estero Laura Garavini, Angela Schirò e Massimo Ungaro, in occasione dell’approvazione del decreto legge Dignità.

De.it.press 7

 

 

 

La via del riscatto

 

Il sistema politico nazionale ha superato una sorta di malessere . Ora il nuovo nuovo Potere Legislativo dovrebbe mettere in pratica la volontà di un Paese alla ricerca di un suo equilibrio; oltre la crisi economica. Molti schieramenti politici hanno perso l’originaria compattezza e affidabilità. I partiti si dovrebbero sentire delegittimati. In verità, tali li sentiamo; con la differenza che non tutti abbiamo l’obiettività d’ammetterlo. L’agonia delle idee non consente, però, diverse opinioni.

 

Ci sono ancora troppi punti d’ombra che chiedono d’essere illuminati. Prima di tutto, almeno a parer nostro, si dovrebbero mettere a fuoco i parametri della nuova politica. Chi s’illude di tornare agli Esecutivi del “buon governo” è un utopista in partenza. Tra “nuovo” e “rinnovato” le differenze sono più che palesi. La teoria dei “poli”, che da due potrebbero diventare tre, non convince.

 

Meglio riconoscere che tutti i partiti, anche quelli che ci hanno accompagnato per tanti anni, hanno terminato il loro ruolo. Una realtà fisiologica che non dovrebbe, però, implicare confusioni del quadro politico nazionale. I tempi ci hanno fatto capire che politica ed economia, pur convivendo, marciano su binari che non dovrebbero incrociarsi più. Il Paese non ha bisogni d’altri confronti per tirare avanti. L’isolamento, che ancora condiziona tanti politici, affossa anche il buon tratto di chi sarebbe meritevole. Del resto, cambiare al “buio” non giova e la Democrazia è un bene troppo prezioso perché si giochi su posizioni sconsiderate. Così, pur muovendoci verso il nuovo, non ci sentiamo di sminuire le nostre perplessità per l’immediato futuro. Se è vero che la speranza è l’ultima a morire, non vorremmo che fossimo privati anche di questa. La via del recupero nazionale è ancora da percorrere ed è in salita.

 

Lo abbiamo capito tutti. L’importante, a questo punto, è che la politica, che resta sempre il più preoccupante polo di diatriba, non vada a complicarsi. Anche perché gli apparentamenti non avrebbero futuro se applicati alla solita maniera. Lo abbiamo già scritto: la riabilitazione nazionale dovrebbe avere differenti parametri da evidenziare. Di promesse, rimaste tali, il Paese non ne ha proprio più bisogno.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

"Banda di populisti", Independent attacca il governo italiano

 

"Vergognosi anche per i loro stessi bassi standard, la banda di populisti che attualmente sta cercando di governare l'Italia ha tentato di sfruttare il tragico crollo del ponte di Genova per fini politici". Un editoriale durissimo - cui nel pomeriggio ha replicato il M5S - per puntare il dito contro il governo italiano e le dichiarazioni dei suoi leader nelle ore immediatamente successive alla tragedia di Ponte Morandi. Questo quanto pubblicato stamane dal 'The Independent' in un articolo non firmato e dal titolo 'La folle reazione del Governo italiano al crollo del ponte di Genova non fa che aggravare la tragedia di una nazione'.

Sotto accusa del quotidiano britannico, in particolare, le parole del ministro Matteo Salvini che, si legge, "ha perso tempo a incolpare la detestata Unione Europea per la perdita di vite umane. La sua argomentazione era che le restrizioni di bilancio dell'Ue per gli Stati membri impediscono loro di realizzare costosi progetti infrastrutturali. È, naturalmente, sbagliato. Tutto ciò che le regole fiscali richiedono è che gli Stati membri della moneta unica europea salvaguardino l'integrità dell'euro nel rispettare limiti ampi sui disavanzi di bilancio e il livello generale del debito nazionale. Nessuno in Europa - ribadisce il quotidiano - ha mai posto il veto a nessun piano per rendere sicuro un ponte".

Quello che in realtà è andato storto "tra gli altri fattori", afferma l'Independent riferendosi al post sul blog delle stelle che parlava di "favoletta del crollo", "è che i miglioramenti programmati al ponte sono stati aspramente contrastati dai partner della coalizione di Salvini, il Movimento Cinquestelle". Lo stesso Movimento che, accusa il quotidiano, "fedele al suo crudo istinto populista, voleva ottenere il sostegno politico dai residenti locali che si risentivano per le interruzioni e i cambiamenti che le opere avrebbero creato". Un atteggiamento che gli inglesi chiamano "nimbyismo", ma qui "elevato a una filosofia politica".

I populisti diventano così per il giornale dei "faccia tosta", incarnazione di quella "caratteristica del politico di successo che può distorcere la verità come desidera, mentre attacca in modo indignato coloro che cercano di riferire notizie vere", di cui "Donald Trump è il principale esponente globale". Sulle pagine dell'Independent, Salvini viene descritto come "leader de facto d'Italia - dopo tutto è soprannominato 'Il Capitano' - che ombreggia l'attuale primo ministro" Conte, definito a sua volta "un eurofobo anti immigrati" che tuttavia "manca del talento di Salvini per la pubblicità".

Ma la polemica della testata non riguarda solo Genova. Nel mirino finisce infatti, in modo ancor più ampio, la stessa politica del governo: dagli esponenti della "destra dura" all'interno del Parlamento, alla "denigrazione del normale dibattito politico", passando dalle posizione anti euro dell'esecutivo e contro la Bce, fino ad arrivare alle "misure più spietate contro i rifugiati che arrivano dall'Africa" che prima o poi, taglia corto il giornale, renderanno i rappresentanti dello Stato "responsabili della morte di persone innocenti" anche se "è improbabile che il signor Salvini e i suoi colleghi sentiranno molto rimorso". Non i rifugiati, insomma, ma una "economia stagnante, le finanze pubbliche gestite male e il sistema bancario sempre più utilizzato come una sorta di salvadanaio per i ministeri italiani", sono per il quotidiano tutto ciò che si trova dietro "la disastrosa demografia in Italia".

"La grande ironia è che la migrazione, che è composta in modo schiacciante da lavoratori più giovani, potrebbe iniziare a correggere gli squilibri demografici e la conseguente tensione economica. Invece - sottolinea il quotidiano britannico -, il governo italiano incolpa e vittimizza proprio le persone che potrebbero aiutare il Paese a ricostruire infrastrutture scadenti e creare posti di lavoro. Questa - conclude l'Independent - è un'ulteriore tragedia nazionale".

 

Renzi: "Di Maio bugiardo o sciacallo"

"Chi come Luigi Di Maio dice che il mio governo ha preso i soldi da Benetton o Autostrade è tecnicamente parlando un bugiardo. Se lo dice per motivi politici invece è uno sciacallo. In entrambi i casi la verità è più forte delle chiacchiere: il mio governo non ha preso un centesimo da questi signori, che non hanno pagato la mia campagna elettorale, né quella del Pd, né la Leopolda". In un lungo post pubblicato su Facebook, Matteo Renzi replica a Luigi Di Maio che ieri, pur senza chiamare direttamente in causa il Pd, ha detto che "i Benetton hanno finanziato le campagne elettorali di tutti i partiti del passato, di tutti i partiti del governo del passato". E che oggi, nel rispondere al post di Renzi, colpisce ancora più duro: "La sua parola per gli italiani - scrive stamane - vale zero, pubblichi tutti i nomi dei finanziatori Pd".

Parole dure, alle quali sono seguite quelle dell'ex segretario dem: "Utilizzare una tragedia per attaccare gli avversari, mentendo, dà il senso della caratura morale e politica del vicepresidente del Consiglio" scrive Renzi nel post. Adnkronos 16

 

 

 

 

Mattarella: “Pagina infamante per scienza e cultura italiana”

 

ROMA – “Il ‘Manifesto della Razza’ firmato da professori, medici, intellettuali, venne fatto proprio dal fascismo il 25 luglio di 80 anni or sono. Questa presa di posizione - dichiara il presidente della Repubblica Sergio Mattarela - rimane la più grave offesa recata dalla scienza e dalla cultura italiana alla causa dell’umanità. La aberrazione dell’affermazione della supremazia di uomini su altri uomini considerati di razze inferiori, la volontà di dominio che esprimeva, la violenza, segregazione, pulizia etnica che portava con sé, avrebbero segnato nel profondo la storia del XX secolo e, con essa, la coscienza dei popoli.

La finalità era dare al razzismo basi scientifiche, con un atto di servilismo verso il regime e il suo potere dittatoriale, con un capovolgimento dell’etica umana.

Le responsabilità degli intellettuali che lo sottoscrissero, e dei larghi settori della società italiana che assistettero indifferenti a questo scempio dei diritti di cittadini italiani, non possono essere taciute.

Il Manifesto aprì in Italia la porta alle leggi razziali, suggellando così nel più infame dei propositi quel patto con il nazismo che seminò morte, distruzione e sofferenze in tutta Europa.

Sperimentate con le misure attuate nelle colonie africane nei confronti di quelle popolazioni, le leggi razziste, nonostante le robuste radici – umanistiche e spirituali - della millenaria civiltà italiana, portarono alla feroce persecuzione degli ebrei, presupposto di ciò che, presto, sarebbe divenuto l’Olocausto.

Allo stesso modo si accanì contro Rom e Sinti, e anche quelle mostruose discriminazioni sfociarono nello sterminio, il porrajmos degli zingari.

Una pagina infamante, riscattata con la solidarietà di pochi durante le persecuzioni, la lotta di Liberazione, con la Costituzione repubblicana, con il sangue, il sacrificio, l’unità del nostro popolo attorno a ideali di eguaglianza, democrazia, pace e libertà.

Il veleno del razzismo continua a insinuarsi nelle fratture della società e in quelle tra i popoli. Crea barriere e allarga le divisioni. Compito di ogni civiltà è evitare che si rigeneri: le libertà, la pari dignità, il rispetto per l’altro, la cooperazione, l’integrazione e la coesione sociale sono le migliori garanzie di un domani di armonia e progresso. Ogni teoria di razza superiore - o di razza accompagnata da aggettivo diverso da umana - non deve più avere cittadinanza: ciò che è accaduto  - conclude il capo dello Stato - rappresenta un monito perenne e segna un limite di disumanità che mai più dovrà essere varcato”.  Dip 25.7.

 

 

 

 

“L’Italia deve credere di più sulle sue potenzialità”

 

Il primo agosto la Svizzera festeggia l’unità nazionale. In questa giornata i ventisei cantoni che costituiscono la Confederazione Elvetica rinnovano il patto del Grütli, una montagna sul lago dei 4 cantoni sulla quale fu pronunciato il giuramento dal quale è evoluta la forma confederata della Svizzera moderna. Quest’anno la ricorrenza, per puro caso, è culminata con il contestuale riconoscimento della medaglia Fields,„ il premio Nobel della matematica“ assegnato a Rio de Janerio a Alessio Figalli, un giovane italiano professore ordinario presso il Politecnico di Zurigo. Questo ateneo in passato ha ospitato diversi illustri professori, tra loro figure rinomate che hanno scritto pagine della storia d’Italia. Merito del giovane professore e ricercatore Alessio Figalli è aver studiato il modo più economico o ottimale per trasportare la distribuzione di massa da un luogo all’altro.

La notizia ha incontrato molte simpatie suscitando un pizzico d’orgoglio nella comunità italiana in Svizzera, perché negli ultimi anni sono numerosi i nostri connazionali trasferitisi nella Confederazione e tra loro, una significativa percentuale è anche impegnata in ambiti accademici e di ricerca, avendo ricevuto un’alta formazione scolastica nel nostro Paese, che li colloca tra i più preparati professionalmente.

Questo riconoscimento fotografa, tuttavia, le allarmanti cause, anticipate nella stessa giornata, dall‘Associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno ( Svimez)  al rapporto economico e sociale nelle regioni meridionale nel 2018, che spingono molti nostri connazionali a trasferirsi all’estero.

Il rapporto indica come l’emigrazione sia ridiventata un tratto endemico del nostro paese, favorita dall'esclusione di una quota crescente di cittadini dal mercato del lavoro. Nel 2017 ci sono stati più morti che nati, i giovani vanno via e iniziano a scappare anche gli stranieri. Negli ultimi anni ci sono stati dei segnali di ripresa occupazionale, ma se non cambia l’atteggiamento delle politiche strutturali c'è il rischio di una marcia indietro repentina.

Le due notizie del 1° agosto mostrano le differenze tra la Svizzera e l’Italia e lo spaccato di un Paese, il nostro, con grandi potenzialità e capacità indiscusse, che il sistema italiano non riesce a valorizzare costringendole a inventarsi un futuro di successo altrove. Vivere, oggi, nel nostro paese costa tempo e fatica, l’amarcord non è più un deterrente per frenare l’esodo verso l’estero: rectius  il governo dovrà affrontare seriamente la questione migrazione in entrata e in uscita dal nostro paese, evitare le semplificazioni retoriche e in particolare dovrebbe impegnarsi a garantire l’unità nazionale.

Michele Schiavone, Segretario generale del CGIE

 

 

 

 

La Commissione Affari esteri conclude l’esame della proposta di regolamento europeo per le regioni transfrontaliere

 

Obiettivo è la creazione di un meccanismo per eliminare gli ostacoli giuridici e amministrativi in ambito transfrontaliero. Approvata una risoluzione che impegna il Governo a valorizzare e proseguire le esperienze di cooperazione territoriale, monitorando le problematiche di tali aree

 

ROMA – La Commissione Affari esteri del Senato ha concluso l’esame della proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo a un meccanismo per eliminare gli ostacoli giuridici e amministrativi in ambito transfrontaliero, approvando una risoluzione sul tema.

Nel testo, illustrato dal presidente Vito Rosario Petrocelli, si rileva come il provvedimento rientri “tra le iniziative legislative volte a promuovere lo sviluppo armonioso dell'Unione europea attraverso misure di rafforzamento della coesione economica, sociale e territoriale dei diversi ambiti regionali” e si ribadisce la necessità di “garantire un'attenzione addizionale alle regioni frontaliere”, per “le loro peculiarità geografiche e per la sussistenza di ostacoli giuridici ed amministrativi derivanti dalla diversità degli ordinamenti giuridici nazionali”, caratteristiche che ne determinano spesso una penalizzazione “anche dal punto di vista dei risultati economici rispetto a quelle situate all'interno degli Stati”.

Vengono inoltre apprezzati “l'intento complessivo della proposta normativa finalizzato a consentire agli Stati membri di adottare meccanismi volontari per la eliminazione degli ostacoli giuridici e amministrativi in ambito transfrontaliero mediante l'applicazione ad una propria regione transfrontaliera di disposizioni giuridiche di un altro Stato membro limitrofo, qualora l'applicazione delle disposizioni interne costituisca un ostacolo giuridico all'attuazione di un progetto congiunto” e “il riferimento alla possibilità che gli Stati membri possano ricorrere al meccanismo anche in relazione alle regioni transfrontaliere situate lungo frontiere marittime o in quelle comprese tra uno o più Stati membri e uno o più Paesi terzi”.

“Preso atto con favore delle disposizioni sulle modalità per l'attuazione e il monitoraggio degli Impegni e delle Dichiarazioni del Regolamento, nonché sulle forme di protezione giuridica accordate alle persone che dovessero ritenersi lese da atti o omissioni derivanti dall'applicazione di disposizioni giuridiche di un altro Stato membro”, la risoluzione richiama “l'importanza per le regioni transfrontaliere degli specifici programmi di cooperazione nell'ambito della politica di coesione, a partire dai cosiddetti fondi Interreg, finalizzati a migliorare l'integrazione europea di tali aree, nonché del sostegno di tipo istituzionale garantito dai gruppi europei di cooperazione territoriale” e ribadisce “in particolare l'importanza della partecipazione italiana ai programmi di cooperazione territoriale europea, che, con riferimento al periodo 2014-2020 vede il nostro Paese aderire a 19 programmi, di cui otto di cooperazione transfrontaliera, tre di cooperazione transfrontaliera esterna, quattro di cooperazione transnazionale e quattro di cooperazione interregionale”.

Evidenziato dunque “il contributo fondamentale al rafforzamento dell'identità europea e al rilancio delle prospettive di rinnovamento dell'Unione europea che proprio i programmi di cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale concorrono a garantire, in ragione del peculiare approccio territoriale e multilivello che richiedono” la risoluzione approvata impegna il Governo

“a valorizzare ulteriormente le esperienze maturate nella governance nazionale di attuazione e gestione dei programmi di cooperazione territoriale europea 2014-2020; a rafforzare ulteriormente la partecipazione italiana a tali programmi anche con riferimento al periodo successivo al 2020; a promuovere a livello europeo un'occasione di riflessione sull'impegno fin qui profuso dall'Unione europea per il raggiungimento di effettivi livelli di coesione economica, sociale e territoriale fra i diversi ambiti regionali, anche in vista di un possibile adeguamento degli impegni di spesa da destinare a tale scopo; e predisporre un'attività di monitoraggio costante delle aree transfrontaliere del nostro Paese e delle loro problematiche, al fine identificare preventivamente ulteriori ostacoli di ordine giuridico, amministrativo ed infrastrutturale ancora esistenti che penalizzano le opportunità di sviluppo anche economico di tali aree, sperimentando, laddove possibile, modelli e modalità di collaborazione ulteriormente innovativi nell'ambito dei programmi di cooperazione transfrontaliera già avviati”. Inform 5

 

 

 

Legge di stabilità

 

Dopo il varo, sofferto, dell’Esecutivo di Centro/Destra, avevamo azzardato qualche previsione sulle sorti d’Italia. Da subito, qualcuno si sarà domandato con quale logico nesso avessimo potuto allineare una previsione squisitamente politica con una prettamente economica. Per chi ha ancora delle perplessità, valide o meno, non ci resta che tornare in argomento.

 

Di fatto, e nessuno lo nega, la stabilità politica non ha trovato vita facile in Parlamento. Mancando un’opposizione politica degna, l’Esecutivo ha avuto spazio per potersi muovere. I fatti non hanno ancora occupato il posto delle promesse. Ed è proprio a questo livello che il problema economico si fonde con quello politico. Certe decisioni dell’ultima ora non avrebbero potuto reggere senza il consenso di un Parlamento diviso dalle questioni interne.

 

 Il 2018 sarà ricordato come l’anno “anomalo” della politica nazionale. Nel Contratto di Governo Di Maio/Salvini abbiamo notato nei provvedimenti di non facile realizzazione. Dato che nulla andrà “meglio”, preoccupiamoci per evitare che s’elimini, almeno, il “peggio”. E’ sin troppo chiaro che i provvedimenti sulla normativa di stabilità non risolveranno i problemi di Casa nostra. In alcuni casi, li complicheranno. Dopo qualche polemica, subito rientrata, il binomio economia/politica è tornato a intersecarsi. Il secondo semestre di quest’anno, in ultima analisi, sarà ancora complesso.

 

 Quello che maggiormente ci preoccupa è rappresentato dalle incertezze politiche che andranno ad aumentare il “disordine” sociale. A questo punto, che non consente indecisioni, la coerenza è la migliore argomentazione che può farci essere meno critici. Saranno i prossimi mesi, in particolare l’autunno, a decidere se questo Parlamento sarà nelle condizioni di garantire un migliore stimolo alla ripresa economica del Paese con la conversione in Legge dei “progetti” di questo Esecutivo.  Al presente non è più solo una questione di stabilità politica, ma di emergenza economica. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

“Conti dormienti”, da novembre 2018 parte la prescrizione delle somme non movimentate da 20 anni

 

Il Mef invita ad effettuare una verifica sull’esistenza di “conti dormienti” intestati a proprio nome o a nome di familiari di cui possano risultare eredi, al fine di inoltrare, nel caso, domanda di rimborso in tempo utile. Grazie alla collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri l’informativa raggiunge anche gli italiani residenti all’estero

 

ROMA - Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ricorda che, a partire dal mese di novembre 2018, inizieranno a scadere i termini per l’esigibilità delle somme relative ai primi “conti dormienti” affluiti al Fondo Rapporto Dormienti nel novembre 2008.

Al Fondo affluiscono, fra l’altro, - precisa il Mef - somme inutilizzate relative a strumenti di natura bancaria e finanziaria, di importo non inferiore a 100 euro, non più movimentati dal titolare del rapporto o da suoi delegati per un tempo ininterrotto di 10 anni decorrenti dalla data di libera disponibilità delle somme. Nella categoria dei “conti dormienti” rientrano quindi, non solo depositi di denaro, libretti di risparmio (bancari e postali), conti correnti bancari e postali, ma anche azioni, obbligazioni, certificati di deposito e fondi d’investimento nonché assegni circolari non riscossi entro il termine di prescrizione.

Il termine di prescrizione si applica trascorsi 10 anni da quando le somme, precedentemente non movimentate per altri 10 anni, sono state trasferite al Fondo, fatta eccezione per gli assegni circolari che hanno termini diversi di prescrizione. Si tratta in pratica di somme mai movimentate per 20 anni, per le quali il Ministero dell’Economia e delle Finanze ritiene comunque opportuno invitare ad effettuare una verifica puntuale sull’esistenza di “conti dormienti” intestati a proprio nome o a nome di familiari di cui possano risultare eredi, al fine di inoltrare, nel caso, domanda di rimborso in tempo utile.

La banca dati messa a disposizione da Consap Spa, a cui sono state affidate le procedure di rimborso, è raggiungibile all’indirizzo: consap.it/servizi-economia/fondo-rapporti-dormienti, selezionando l’opzione “cerca rapporto dormiente”. Le domande di rimborso possono essere presentate a Consap Spa per via telematica tramite Portale Unico (/portale.consap.it/), oppure a mezzo Raccomandata a/r ovvero Raccomandata a mano presso la sede della società.

Il Mef infine sottolinea che grazie alla collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri, tale informativa raggiungerà anche gli italiani residenti all’estero.

Inform 13

 

 

 

 

La nuova realtà. Un’analisi della società contemporanea

 

Saper vedere e interpretare correttamente i segni dei tempi non è facile. È anzi una dote rara. Ma si può e si deve tentare di farlo perché la nostra esistenza si colloca nel tempo. Nella storia. Un cammino in cui siamo coinvolti come singoli e come collettività. Durante la seconda guerra mondiale, in pieno clima di Resistenza antifascista, un gruppo di donne sotto la guida di Ada Gobetti, vedova di Piero Gobetti, morto il 28 dicembre 1926 a causa delle percosse e violenze subite, decide la nascita di un giornale dal titolo “La nuova realtà”, “quella che tutti uomini e donne vogliamo creare per il domani”. La fine della guerra e la necessità di ripensare ad un nuovo modo di vivere nel mondo, senza più guerre e senza confini territoriali, rappresentavano la base per un progetto di pace e di collaborazione tra nazioni.

 

In seguito, il fallimento nella creazione dell’Europa, come delineata nel Manifesto di Ventotene, “Per un’Europa libera e unita”, scritto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e in particolare il rigetto della Carta Costituzionale al referendum, hanno favorito il ritorno a comunità chiuse e regressive, segnando la fine d’un cammino pieno di speranze e dando luogo all’individualismo, al nazionalismo più antiquato e retrivo. Oggi, a livello internazionale, la battaglia, l’acredine e l’emarginazione nei confronti dei migranti, uomini e donne in cerca di sopravvivenza, hanno aperto il più grande baratro disumano. Il razzismo è tornato. La terra casa comune, pura utopia.

 

Se la storia è sempre l’oggi che guarda al passato, diventa essenziale ricordare e riprendere le teorie kantiane per tradurle in pratica. Immanuel Kant, il grande filosofo tedesco, nell’opuscolo “Per la pace perpetua” espone il principio che i singoli Stati con i loro cittadini sono chiamati a “rinunciare alla loro libertà sottomettendosi a pubbliche leggi costrittive e formando così uno Stato dei popoli (civitas gentium), che dovrà sempre crescere, per arrivare a comprendere finalmente tutti i popoli della Terra”. L’obiettivo ultimo, per Kant, affinché la guerra scompaia dalla faccia della terra, non era l’unità europea, ma la “globalizzazione” politica, fondata sulla morale, la cosiddetta “rivoluzione copernicana”, perché ne sono le fondamenta l’uomo e la sua ragione.  Il dovere come imperativo categorico, assoluto, universale e necessario: “Devi perché devi”.  

 

La norma espressa da Kant resta una verità imprescindibile. Una linea di condotta. In uno scritto del 1784, dal titolo “Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, prima ancora dell’opuscolo “Per la pace perpetua”, pubblicato nel 1795, propone l’obiettivo di una società cosmopolitica, fondata sulla Costituzione universale. Progetto indispensabile da realizzare che Kant prefigura come “consolante prospettiva per il futuro… in cui il genere umano si sollevi proprio a quello stato in cui tutti i germi che la natura ha posto in esso siano pienamente sviluppati e la sua destinazione qui sulla Terra possa essere soddisfatta”.

 

Jacob Taubes, ebreo, ex-docente a Gerusalemme, ad Harvard e a Berlino, ha sostenuto che la chiave d’una corretta visione politica si trovi nelle lettere di San Paolo. “Nietzsche fu il mio migliore maestro per Paolo” ha affermato Taubes (“La teologia politica di San Paolo”). Quello stesso Nietzsche che, in “Anticristo”, definisce Paolo “tipo opposto alla buona novella, il genio in fatto di odio... un disangelista”. Ma nella “Seconda Lettera ai Tessalonicesi” (2,6) Paolo lancia una parola, misteriosa e sconvolgente, dal punto di vista politico: “katékon”, la forza frenante. Un “qualcuno” o “qualcosa” che eviti all’umanità di precipitare nel caos.

 

Per Carl Schmitt, che fu presidente dell’associazione dei giuristi tedeschi durante il regime nazista, processato e assolto dopo la caduta di Hitler, il “katékon” è la forza della Legge. Schmitt e Taubes vedono nella “Lettera ai Romani” di Paolo un attacco al Potere di Roma e ai suoi Cesari. Solo la Legge può assumere un rilievo dominante, perché solo la Legge può trattenere, frenare un Potere Assoluto. Sembra l’anticipo millenario delle carte costituzionali: la “Magna Charta libertatum” (1215), la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino” (1789), l’ONU (1945)... Massimo Cacciari, trattando di Schmitt, si sofferma sul tema del “katékon”, ritenendo che “Il potere che frena” (2013) può sempre trovare un compromesso mentre, a suo parere, i due poteri politico e religioso sono sempre con-fliggenti anche se inseparabili, ricorrendo perfino alla frase “Il papa deve smetterla di fare il katékon”.

 

La legge, sostiene Paolo, è come un pedagogo (Gal. 3,24), ma è la fede che va oltre la legge. Oltre la “lettera”, dal momento che l’alternativa al Potere, il vero contro-potere, è una Persona: Gesù Cristo, il “crocifisso”. Oltre la legge ci sono quei “martiri” che, sulla scia del Crocifisso, rappresentano la forza frenante contro l’Assolutismo. Un potere che suscita martiri è destinato a soccombere. Ma i politici responsabili di tali massacri non nascono dal nulla. Hitler e Mussolini godevano di immensi consensi, anche se la loro tragica fine faceva parte del conto. 

 

La realtà attuale, con i segni che evidenzia, sembra il revival del fascismo. Non solo in Italia. Alla luce del fatto che il fascismo è soprattutto una concezione della vita e del mondo, come giustamente affermava Wilhelm Reich in “Psicologia di massa del fascismo”. Un’analisi di carattere psicologico che lo stesso autore affermava aver superato la prova del tempo. E tale resta oggi. Un libro pubblicato nel 1933 e sempre di grande attualità, perché non condanna aprioristicamente la realtà, ma cerca di interpretarla, di analizzarla, di spiegarne le motivazioni profonde. Un libro al quale si sono ispirati i maggiori sociologi e psicologi del ‘900. Per Reich “il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano… una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano spagnolo, anglosassone…”

 

Hitler e Mussolini fecero uso sistematico della retorica e della propaganda, con le tecniche più avanzate della pubblicità. E le folle applaudivano. Oggi, con internet, twitter e facebook, i mezzi di comunicazione diventano armi nelle mani dei pochi e delle masse. Un coinvolgimento globale. Un potere al popolo che diventa schiavismo e viene chiamato populismo. In passato erano i plebisciti che davano al popolo la possibilità di esprimersi, mentre i dittatori di turno ne uscivano trionfatori. Sembra così spiegabile la famosa affermazione di Mussolini, pronunciata il 12 maggio 1928 al Senato: “L’unanimità più uno”. Oggi è il titolo di una ricerca storica, curata da Enzo Fimiani, che presenta un interessante e accurato excursus su plebisciti e potere. Una storia di vecchi e nuovi tempi. Una storia di ieri e di oggi. Mario Setta, De.it.press

 

 

 

Allineamento dei dati tra l’Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) e l'anagrafe degli italiani residenti all'estero (Aire)

 

Merlo risponde ad un’interrogazione di Angela Fucsia Fitzgerald Nissoli (Fi, ripartizione America settentrionale e centrale): “L’allineamento Aire-schedari consolari, riferito all’elenco unico 2017, è del 94,71%”

 

ROMA – Il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo ha risposto in Commissione Affari esteri alla Camera dei deputati all'interrogazione di Angela Fucsia Fitzgerald Nissoli (Fi, ripartizione America settentrionale e centrale) relativa all’allineamento dei dati tra l'Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) e l'anagrafe degli italiani residenti all'estero.

La richiesta verteva in particolare su quali iniziative intendesse adottare il Governo “per fare in modo che l’allineamento dei dati in questione sia effettivo e venga garantita la massima coerenza degli elenchi elettorali”.

Merlo ha ricordato in premessa come l'Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente è “la banca dati nazionale nella quale confluiranno progressivamente le anagrafi comunali”, istituita presso il Ministero dell'interno, “che ne ha la competenza primaria ed esclusiva”. “Il Ministero degli Esteri – precisa - contribuisce ad alimentare con i propri dati raccolti all'estero le banche dati anagrafiche nazionali e, per quanto riguarda l'allineamento dei dati, continua a provvedere, per la propria parte di competenza, all'invio dei dati aggiornati per il successivo recepimento nelle anagrafi comunali”.

Riportando quanto riferito in proposito dal Viminale, il sottosegretario richiama la circolare da esso diramata in merito alle ultime elezioni politiche (10/2017) con la quale le amministrazioni comunali sono state invitate ad effettuare i seguenti adempimenti: “verificare l'esattezza e la completezza dei dati registrati nelle Aire comunali per evitare l'inserimento nel citato elenco di dati non corretti o incompleti e rettificare eventuali posizioni scartate dall'Aire centrale; provvedere tempestivamente alla trattazione delle comunicazioni degli uffici consolari per evitare disallineamenti tra i dati registrati negli archivi comunali e quelli contenuti negli schedari consolari; effettuare la cancellazione delle posizioni duplicate e degli ultracentenari, per i quali non sia stata fornita la prova di esistenza in vita”. “In quella sede – prosegue Merlo - è stata altresì ribadita l'importanza del corretto utilizzo, nella trasmissione dei dati richiesti, del campo relativo al diritto di voto ed è stato inoltre evidenziato che i comuni subentranti in Anpr non devono provvedere ad effettuare alcuna trasmissione, essendo i relativi dati dell'Aire già in possesso del Viminale, ferma restando la necessità per detti comuni di effettuare gli adempimenti sopra richiamati per garantire la completezza degli elenchi”.

“Nell'articolato percorso di attuazione del progetto dell'Anpr, si è inserito l'intervento del Commissario Straordinario del Governo per l'attuazione dell'Agenda Digitale, il quale, insieme al suo Team Digitale, ha individuato in Anpr uno dei progetti strategici dell'Agenda ed ha messo in campo alcuni correttivi per accelerarne i tempi di realizzazione. Contestualmente, per corrispondere alle richieste dei comuni che hanno rappresentato difficoltà economiche ed organizzative ad integrarsi nel complessivo disegno dell'anagrafe nazionale, il Dipartimento della Funzione Pubblica ha reso disponibili agli stessi, con la pubblicazione di un apposito bando, contributi finalizzati a incentivare l'ingresso in Anpr entro il 31 dicembre 2018 – rileva il sottosegretario, che ricorda poi alcuni dei dati forniti dal Viminale. “A oggi, sono 432 i comuni migrati in Anpr per 6.989.891 cittadini iscritti, mentre sono oltre 1.400 quelli in fase di pre-subentro. Inoltre, secondo i dati forniti oggi stesso al Viminale da Sogei, il valore percentuale dell'allineamento Aire-schedari consolari, riferito all'elenco unico 2017, è del 94,71% - sottolinea il sottosegretario, ribadendo l'impegno della Farnesina a fornire il proprio contributo all'allineamento, per quanto di sua competenza, “nel superiore interesse dei nostri connazionali residenti all'estero”. In sede di replica, Nissoli si dichiara soddisfatta della risposta del Governo. (Inform 5)

 

 

 

 

E' italiano il 'Nobel della matematica'

 

E' stata assegnata al matematico Alessio Figalli la medaglia Fields, l'equivalente del Premio Nobel per la matematica. Il giovane scienziato italiano, ex allievo della Scuola Normale Superiore e dal 2016 professore all'ETH di Zurigo, ha ricevuto il riconoscimento più ambito per i matematici, durante la cerimonia di apertura del ventottesimo 'International Congress of Mathematicians', che si tiene in Brasile, a Rio De Janeiro, dal primo al 9 agosto. Figalli è il secondo italiano a ricevere il premio, istituito nel 1936 e assegnato dall'Unione Matematica Internazionale: 44 anni fa, nel 1974, a vincerlo era stato Enrico Bombieri.

Nato a Roma 34 anni fa, nell'estate del 2002 Figalli ha partecipato al concorso di ammissione alla Normale. Superato il concorso, si legge sul sito della Normale di Pisa, ha bruciato tutte le tappe della formazione universitaria. E dal 2016 è full professor del prestigioso Politecnico di Zurigo (Eidgenössische Technische Hochschule, ETH). Autore di oltre 140 lavori di ricerca pubblicati sulle maggiori riviste internazionali, ha già ricevuto moltissimi riconoscimenti nel corso della sua carriera. "Personalmente provo una profonda soddisfazione che mi motiva ancora di più? a lavorare nella ricerca di altissimo livello - ha detto Figalli -. E' magnifico poter essere il primo a dimostrare qualcosa che ha occupato molti matematici per anni".

A congratularsi con Figalli, via Twitter, è stato il premier Giuseppe Conte. "Complimenti ad Alessio Figalli, premio #Fields per la matematica - ha scritto il presidente del Consiglio -. Non accadeva da 44 anni che un italiano ottenesse un riconoscimento così prestigioso, l'equivalente di un premio Nobel. Continuiamo a investire nei nostri giovani e sul sistema d'istruzione e formazione 'Italia'".

Assegnata ogni 4 anni a matematici che non abbiano compiuto i 40 anni di età (Figalli ne ha 34), la medaglia Fields premia i risultati delle ricerche nel campo della teoria del trasporto ottimale, delle equazioni a derivate parziali e della probabilità, tutti ambiti di ricerca che Figalli ha iniziato a investigare sin dai primi anni alla Scuola Normale e poi per tutta la sua carriera di studioso. Sulla medaglia d'oro è inciso il volto di Archimede con la scritta 'Transire suum pectus mundoque potiri', 'trascendere i propri limiti e dominare l'universo'. Adnkronos 1

 

 

 

 

Quali prospettive in futuro per le associazioni dell’emigrazione?

 

“Dal primo gennaio 2019 tutti gli enti e le associazioni del Terzo Settore dovranno iscriversi al Registro nazionale unico del Terzo Settore, al posto dei Registri regionali. L’adempimento riguarda anche l’Ente Friuli nel Mondo e le associazioni a essa aderenti, operanti nel territorio nazionale. Per quelle operanti all’estero, che rappresentano la maggioranza dei circoli associati all’Ente, vigono le legislazioni dei singoli Paesi. Giova ricordare, a questo proposito, come quasi tutte le nostre associazioni all’estero abbiano il riconoscimento giuridico degli Stati in cui operano. Quest’ultima circostanza rappresenta, di per sé, un ulteriore elemento, che evidenzia la reale consistenza rappresentata dal nostro Ente nel contesto dell’associazionismo regionale di emigrazione”. Così scrive Luigi Papais, Membro del Consiglio direttivo dell’Ente Friuli nel Mondo e componente del CGIE, nel numero estivo del mensile dell’associazione diretto da Giuseppe Bergamini.

“Certamente, anche i nostri sodalizi vivono momenti di crisi generazionale, come del resto lo stanno vivendo tutte le realtà associative; tuttavia il numero di centocinquanta sodalizi dell’Ente Friuli nel Mondo, sparsi in tutti i continenti, rimane pressoché intatto nel tempo, giacché a fronte di qualche circolo che chiude per il venir meno dei “pionieri” di lungo corso, corrisponde la nascita di nuovi Fogolârs, formati da giovani di recente emigrazione.

Tornando sull’argomento delle nuove norme del Terzo Settore, nel ricordare che l’onorevole Franco Narducci, già deputato eletto all’estero, aveva presentato un Disegno di legge per estendere i benefici previsti per l’associazionismo anche a favore delle associazioni operanti al di fuori del territorio nazionale; resta il fatto che, a tutt’oggi, mancano ancora due decreti attuativi per dare avvio alla riforma. Rimaniamo comunque fiduciosi che la politica e il Governo procedano in tal senso, ricordando che le Associazioni di promozione sociale, quelle di Volontariato e le Fondazioni operanti in Italia (scomparirà la qualifica fin qui attribuita alle Onlus, in un’ottica di parificazione), per usufruire delle agevolazioni fiscali riservate alle organizzazioni non lucrative, dovranno iscriversi al predetto Registro Nazionale, assumendo la qualifica di Enti del Terzo Settore (acronimo ETS).

La questione riguarda in primo luogo Friuli Una nuova “governance” anche per Friuli nel Mondo nel Mondo, peraltro ora privo di un socio fondatore, importante e prestigioso, quale era la Provincia di Udine, vera e storica espressione della friulanità, soppressa, purtroppo, con la tanto discussa legge regionale 20 del 2016.

Ne abbiamo già preso atto con un’apposita modifica statutaria, resa indispensabile anche per la precedente soppressione della Provincia di Pordenone. Una sfida ci attende già nell’immediato, poiché dovremo “ridisegnare” la natura giuridica di Friuli nel Mondo e la sua nuova “governance”, facendo forza anche sui Comuni del Friuli storico, affinché aderiscano e contribuiscano alla vita dell’Ente. Va ribadito che, proprio a seguito della soppressione della Provincia del Friuli, l’Ente Friuli nel Mondo continua a rappresentare uno dei “baluardi” della friulanità, qual è la nostra consistente diaspora che raggruppa all’estero quasi certamente più friulani di quanti vivono nella Piccola Patria.

L’importante è che sia comunque salvaguardata l’autonomia dell’Ente stesso, contro ogni tentativo di “centralismo”, messo purtroppo in atto negli ultimi tempi, attraverso forme di “accentramento” nazionale e regionale che, speriamo, vengano nel presente accantonate.

Rivendichiamo la nostra libertà di azione, costituzionalmente garantita, convalidata da oltre sessantacinque anni d’intensa e benemerita attività. Crediamo nella sussidiarietà del privato sociale rispetto gli “statalismi” di ogni tipo che sminuiscono, per l’appunto, il ruolo di rappresentanza sociale dell’associazionismo, espressione autentica degli aderenti che, nel caso nostro, sono i tanti friulani nel mondo. Indubbiamente, nei giorni nostri occorrono maggiore oculatezza ed equilibrio nell’utilizzo della spesa pubblica, con la quale si sostengono prevalentemente le sette (forse troppe) associazioni regionali di emigrazione operanti per le componenti friulana, giuliana e slovena. Le leggi di finanziamento sono in costante modificazione, i contributi si sono ristretti, la burocrazia esige sempre maggiori controlli, con delle tempistiche che vanificano, il più delle volte, i progetti che s’intendono realizzare.

La trasparenza è più che mai necessaria ed è reclamata da ampi strati della società. Guai a non tenerla nella dovuta considerazione. Ultimamente c’è, oltre al resto, la tendenza a operare in prevalenza attraverso bandi pubblici che, secondo le migliori intenzioni, dovrebbero consentire una Funzionalità operativa, armonizzando burocrazia essenziale e trasparenza valutazione comparativa dei progetti rispetto agli obiettivi proposti.

Un approccio, questo, che soddisfa (all'incirca) le esigenze di trasparenza, ma che rischia di premiare solo l’elaborazione formale verosimilmente perfetta dei procedimenti amministrativi, danneggiando però, in ultima analisi, coloro ai quali queste risorse sono destinate. Sì dunque alla trasparenza, sì ai regolamenti dettagliati nei minimi particolari, no di certo quando essa diviene talmente pervasiva, fine a se stessa, senza essere un vero strumento per realizzare la missione riconosciutaci dalle leggi regionali del settore che, tra l’altro, delimitano il perimetro degli aventi diritto a questo genere di contribuzione pubblica. Una fondamentale “mission” sociale nell’ottica della sussidiarietà Va sempre considerato il valore sociale dell’associazionismo, anche nell’accezione voluta dal comma 4 della Costituzione che recita “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”.

Questo è lo spazio in cui agiamo e intendiamo continuare a operare, prendendo parte così alle dinamiche sociali del Paese, generando capitale sociale. Lo facciamo anche partecipando a organismi di rappresentanza di secondo grado, quali l’Unaie (fondata dal compianto nostro presidente emerito senatore Mario Toros, recentemente scomparso) e al Faim nazionale, che raggruppa ben ottantacinque associazioni come la nostra. Se si dimentica tutto questo, si trascurano le motivazioni che spingono tante persone, in Italia e all’estero a occuparsi dei nostri corregionali e connazionali ovunque si trovino, impegnati a mantenere le radici culturali della propria Patria; a rappresentare il nostro Paese nel mondo; a fornire opportunità sociali e una presenza tangibile e di sostegno logistico alle iniziative regionali e italiane, anche economiche, nelle varie latitudini in cui essi vivono”. (aise) 

 

 

 

Segnale forte

 

I risultati elettorali sono già storia di ieri. Li abbiamo appresi senza particolare entusiasmo; ma con una sorta di stato d’animo che ci ha invitato alla riflessione. Dato, di fatto, che estendiamo ai Lettori che seguono i nostri interventi su questo foglio internazionale.

 

 Non scriveremo di ”vittoria” del Centro/Destra. Invece, porremo la nostra attenzione sugli eventi politici di questo 2018 nato in un clima d’incertezza. Dato che il meccanismo di formazione del nostro Potere Legislativo è stato modificato dal ”Rosatellum”, resta da concentrare l’attenzione sulla reazione di chi si era schierato sul risaltato, poi, vincente dell’abbinata Di Maio/Salvini. Nessun anatema per i perdenti. Il voto ha solo dimostrato che è stato stimato meglio un futuro con un sistema, pur con tutte le sue pecche, che dovrà essere “rodato” nel tempo. Gli elettori hanno preferito, avvantaggiare nuovi “esperimenti” dei quali non possiamo prevedere, a prioni, i reali sviluppi.

 

 Il 2018 sarà ricordato, tra l’altro, come l’anno della chiamata al Colle di due Presidenti del Consiglio incaricati. Ha avuto la meglio un Esecutivo “politico” con un Primo Ministro “indipendente”. Pur con i nostri, tanti, dubbi, rispettiamo la scelta. Questa volta, forse per la prima volta, s’è votato sui contenuti di programma, senza tener conto delle posizioni dei Partiti che escono dalla consultazione nello stesso modo col quale sono entrati. Insomma, l’epopea dei “Centro/Sinistra” sembra finita.

 

Il momento per recuperare il terreno perduto ora non c’è più. Ma la parte più complessa dello spirito della nuova politica è ancora tutto da inquadrare per renderlo, in seguito, operativo. Le polemiche di quasi tre mesi di “buio” governativo sembrano passati. Ha vinto la Democrazia. Punto è basta.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Migranti di ieri e migranti di oggi

 

ROMA - “Avere opinioni diverse è il sale della democrazia, il suo pilastro principale, però, deve poggiare su fondamenta solide, fatte da un impasto di onestà intellettuale, conoscenza e verità. Altrimenti è solo un dare aria alle parole. Quando il ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi, ricordando la tragedia di Marcinelle dell’8 agosto 1956, dice: “Oggi che siamo nei postumi della crisi economica, e che siamo di fronte alle sfide della migrazione, non dobbiamo dimenticare queste tragedie del passato che fanno parte di noi stessi, di quello che siamo stati e di quello che siamo”, dimostra di avere coscienza e conoscenza della nostra storia più recente. Lo fa pur essendo uno dei rappresentanti più importanti di un governo che certamente non vede di buon occhio il fenomeno migratorio. Lo fa perché è intellettualmente onesto e conosce il problema e tutti i drammi che si porta dietro. Non lo sono invece altri rappresentanti della sua maggioranza, i quali subito alzano urla indignate”. Così scrive Marco Aime, antropologo e scrittore, in questo articolo pubblicato su “ilfattoquotidiano.it” all’indomani della commemorazione di Marcinelle e delle polemiche che hanno investito il Ministro degli esteri.

“I capigruppo della Lega di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo i quali sostengono che: “Paragonare gli italiani che sono emigrati nel mondo, a cui nessuno regalava niente ne pagava pranzi e cene in albergo, ai clandestini che arrivano oggi in Italia è poco rispettoso della verità, della storia e del buon senso”, non solo sono penosi, ma anche falsi o ignoranti della storia.

Si può benissimo paragonare i migranti di ieri e di oggi, perché accomunati da un triste destino comune, quello che ti costringe a lasciare la tua casa, il tuo paese, la tua famiglia.

Quei 262 italiani morti a Marcinelle erano “migranti economici” secondo la definizione in voga oggi, non fuggivano da guerre o dittature. Erano persone a cui la Lega oggi vieterebbe l’ingresso. E se come oggi accade ai migranti in Italia, gli italiani di allora subirono forme di razzismo e di discriminazione, va anche detto che ci furono molte persone e famiglie locali, che li aiutarono, con piccoli e grandi gesti.

Come non bastasse anche il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei Deputati, Francesco Lollobrigida dice la sua: “Gli Italiani che emigrarono hanno portato lavoro e qualità e chi ci ha ospitato ha preteso che rispettassimo fino all’ultima regola, perseguitando correttamente chi non lo fece. Il richiamo di Moavero o è inutile o è fuorviante (…) Il Ministro degli Esteri eviti paragoni impropri e offensivi”.

Offensivo è il non tenere conto delle condizioni che spingono milioni di persone da sempre a emigrare in qualche altro posto, diverso da quello in cui vivono.

Offensivo è proporre l’idea di una sorta di razza superiore, gli italiani, migliori degli altri. Offensivo è continuare a ripetere la falsità degli alberghi, dei 35 euro al giorno, della pacchia.

Si possono avere idee diverse sul tema migrazioni, ma non si può ritirare fuori il mito degli “italiani brava gente”, solo per dire che gli altri sono cattivi. E soprattutto non lo si deve fare nel giorno in cui si commemora il ricordo di 262 morti per miseria. Esattamente come sono morti per miseria, quei braccianti rinchiusi in un pulmino scassato, che li portava a un lavoro da sfruttati.

P.S. E se oggi il principio etnico (prima gli italiani) prevale su quello di classe sociale è in gran parte colpa della sinistra, che ha abbandonato il suo ruolo storico di aiutare gli oppressi”. (aise) 

 

 

 

 

Francesco Cerasani nuovo responsabile del PD Mondo

 

ROMA -Francesco Cerasani è il nuovo responsabile del Pd per il dipartimento degli italiani nel mondo. Succede nell’incarico ad Anna Grassellino. Francesco Cesarani – che ha ringraziato “Maurizio Martina e la segreteria nazionale del Partito Democratico per la fiducia nei miei confronti e per la nomina a responsabile italiani all’estero” – è stato segretario del Pd Bruxelles e presidente dell’associazione Eudem. Nel gennaio scorso è stato eletto presidente  dell’Assemblea Pd estero.

“Da quando è nato il Pd, dieci anni fa, l’emigrazione italiana è cambiata moltissimo; adesso sarà nostro compito, anche stando all’opposizione, capire come definire nuove risposte che tengano insieme le diverse generazioni e tipologie di italiani nel mondo, dando ancora più forza ai principi della rappresentanza e della tutela dei diritti”, ha scritto su Facebook Cesarani. Sottolineando che “all’estero abbiamo una comunità bellissima, con un grande potenziale di competenze, di militanza, di passione politica, spero potremo dare tutti insieme un ottimo contributo in questa fase di rilancio politico e organizzativo del partito, per il bene del Paese e dell’Europa”.

A Francesco Cesarani gli “auguri di buon lavoro” da parte dei parlamentari Pd eletti nella circoscrizione Estero Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò e Ungaro, che gli assicurano “piena disponibilità a collaborare affinché nel prossimo congresso del partito il tema degli italiani all’estero abbia l’evidenza e la centralità che obiettivamente merita”.

Cerasani succede nell’incarico ad Anna Grassellino, che i parlamentari salutano e ringraziano “per la sensibilità dimostrata in particolare verso il significativo fenomeno delle ‘migrazioni qualificate’”.

I parlamentari della circoscrizione Estero proseguono: “L’attenzione che il Pd deve continuare a manifestare sul tema degli italiani all’estero e, più in generale, dell’italianità nel mondo non dipende solo dal fatto di essere stato da tempo riconosciuto come il primo partito e dall’avere per questo particolari responsabilità.  In realtà, questo è avvenuto perché il Pd ha saputo riferire il ruolo degli italiani all’estero non a sé stesso, ma al Paese, cercando di convincere l’intera classe politica e i Governi che, adottando politiche adeguate, essi avrebbero potuto essere un fattore aggiuntivo di crescita e di proiezione internazionale dell’Italia. I fatti, ad iniziare dalle straordinarie performance del Made in Italy, hanno dato ampio riscontro a questa visione. Oggi, di fronte ad un governo e a una maggioranza chiusi in un orizzonte sovranista e assistenzialistico, è più che mai necessario tenere ferma questa barra per evitare pericolose regressioni nel campo della ripresa economica, degli equilibri europei e della collocazione internazionale dell’Italia”.

“Siamo sicuri che Francesco Cerasani saprà favorire una presenza intelligente e attiva della componente estera nel congresso del partito, affinché il Pd all’estero sia considerato, come finora è accaduto, una forza riformatrice, credibile e affidabile”, concludono Garavini, Giacobbe, Carè, La Marca, Schirò e Ungaro. (Inform 31)

 

 

 

 

Terza Repubbica

 

Sarebbe poco saggio sottovalutare l’evoluzione politica che si sta schematizzando nel Bel Paese. L’Esecutivo di Centro/Destra ne è un’evidente prova che, presto, renderà operativo il primo programma politico della nascente Terza Repubblica.

 

 E’ improbabile, però, che l’Esecutivo Di Maio/Salvini resti in carica per i canonici cinque anni.

 

Non mancano, tuttavia, i malintesi. Anche nei Partiti di governo. Soprattutto nel gruppo di Salvini. Finiti i tempi delle plateali riconciliazioni, restano i dubbi per un Esecutivo che non descrive la globale volontà della maggioranza parlamentare che lo sostiene.

Potrebbero capitare che proprio i partiti “minori” maturino strategie che consentano un diverso potere contrattuale per dare sfogo alle situazioni più nevralgiche del Paese.

 

 L’interrogativo resta FI. Da sola non ha i numeri per correre e i suoi alleati di centro continuano a essere non affidabili. L’epoca delle mediazioni è finita. Siamo convinti che, entro l’anno, certe alleanze potrebbero intralciare la linea governativa. Non sarebbe la prima volta.

 

 Questo è il reale punto nodale della nostra realtà politica. Ma, poiché la Terza Repubblica è ancora giovanissima, resta da verificare se l' Esecutivo sia messo nelle condizioni d’essere meno frenato dal dissenso parlamentare. I malintesi non dovrebbero, quindi, trovare riscontro tra chi ci governa e chi auspica di poterlo fare in futuro.  Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Conti dormienti, ultima chiamata per riavere i denari: da novembre cadono in prescrizione

 

I conti bancari, ma anche gli investimenti in azioni e obbligazioni, mai movimentati per dieci anni vengono trasferiti a un Fondo apposito. Dopo altri dieci anni, non si può più chiedere il rimborso: il termine sta per scadere. Nel 2008 erano affluiti 673 milioni: un tesoretto passerà allo Stato - di FLAVIO BINI e RAFFAELE RICCIARDI

 

MILANO - Conti correnti, libretti bancari e postali, depositi di denaro. Ma anche azioni, obbligazioni, certificati di deposito o fondi d'investimento e assegni circolari non riscossi. Se esistono somme depositate o investite in questi strumenti che non vengono toccate da almeno 20 anni, dal prossimo novembre i titolari o - più probabilmente - i loro legittimi eredi dovranno dirgli addio.

 

E' infatti il Tesoro a ricordare che dal novembre 2018 "inizieranno a scadere i termini per l'esigibilità delle somme relative ai primi 'conti dormienti' affluiti al Fondo Rapporto Dormienti nel novembre 2008". Si tratta delle somme inutilizzate relative a strumenti di natura bancaria e finanziaria, dai 100 euro in su, "non più movimentati dal titolare del rapporto o da suoi delegati per un tempo ininterrotto di 10 anni decorrenti dalla data di libera disponibilità delle somme". Il Mef ricorda che in questo calderone "rientrano quindi, non solo depositi di denaro, libretti di risparmio (bancari e postali), conti correnti bancari e postali, ma anche azioni, obbligazioni, certificati di deposito e fondi d'investimento nonché assegni circolari non riscossi entro il termine di prescrizione".

 

Ma quando queste somme diventano "dormienti"? Di fatto quando restano presso le banche per dieci anni, senza che nessuno le tocchi o ci operi. Come ha ricostruito Repubblica nei mesi scorsi, si tratta di somme assai ingenti e che nella stragrande maggioranza dei casi appartengono a risparmiatori defunti, delle quali gli eredi sono all'oscuro. La legge dispone che le banche non abbiano l'obbligo di informare le famiglie della presenza di quei conti. Ma dispone altresì che polizze, assegni, libretti di risparmio e conti non movimentati dopo dieci anni finscano nelle casse pubbliche: lo ha stabilito la normativa approvata nel 2005 e caldeggiata dall'allora ministro Giulio Tremonti. Gli italiani, con questi conti "dimenticati" e mai toccati, hanno trasferito allo Stato ingenti risorse: guardando ai Rendiconti generali delle casse pubbliche del decennio dal 2007, si parla di oltre 2 miliardi di euro di risparmi dirottati verso uno speciale capitolo del bilancio. Se si restringe il campo soltanto agli ultimi anni, i numeri restano consistenti: 184 milioni nel 2013, 203 nel 2014, 142 nel 2015 e 101 nel 2016. Il Rendiconto 2017 da poco pubblicato aggiunge un'ultima fiche da 107 milioni.

 

Conti dormienti, vademecum: le operazioni per tenerli "svegli"

Il meccanismo prevede che lo Stato li tenga ancora nella disponibilità di chi li reclamasse per altri 10 anni. Di fatto, sommando questo decennio all'altro decennio di immobilismo presso le banche, si hanno 20 anni di tempo per recuperare queste somme mai movimentate. Ora sta per scadere questo lasso di tempo, almeno per la prima infornata di denari trasferiti al Fondo speciale (che dovrebbe alimentare il rimborso dei risparmiatori vittime di frodi finanziarie). Si avvia dunque un processo che di giorno in giorno si rinnoverà. Infatti il Mef ricorda: "Il termine di prescrizione si applica trascorsi 10 anni da quando le somme, precedentemente non movimentate per altri 10 anni, sono state trasferite al Fondo, fatta eccezione per gli assegni circolari che hanno termini diversi di prescrizione. Si tratta in pratica di somme mai movimentate per 20 anni, per le quali il Ministero dell'Economia e delle Finanze ritiene comunque opportuno invitare ad effettuare una verifica puntuale sull'esistenza di 'conti dormienti' intestati a proprio nome o a nome di familiari di cui possano risultare eredi, al fine di inoltrare, nel caso, domanda di rimborso in tempo utile".

 

Di quanti denari si parla? Una cifra molto ingente. Nel Rendiconto del 2008 risultavano affluiti al Fondo oltre 673 milioni di euro: sono questi i primissimi ad andare in prescrizione. A questa cifra vanno sottratti i rimborsi eventualmente richiesti. Questi sono stati gestiti dalla controllata del Tesoro Consap, a partire dal 2010. Nel complesso, però, le cifre ridistribuite sono state modeste: ricostruiva Repubblica che dal 2008 allo scorso autunno lo Stato ha rimborsato 223 milioni di euro sui 2 miliardi incassati. Dal giudizio della Corte dei Conti sul Rendiconto generale emerge che al 31 dicembre scorso la giacenza del Fondo era di 1,574 miliardi di euro. Un poco alla volta, a seconda della data in cui sono confluiti al fondo, quei soldi andranno prescritti. Dal prossimo anno finiranno nel bilancio generale quelli affluiti nel 2008 e non rimborsati, poi nel 2020 toccherà a quelli del 2009 e così via. Soldi sui quali il governo potrà fare affidamento per finanziare altre misure. Un tesoretto, prezioso in tempi di caccia a ingenti coperture.

 

Tramite la Consap si può risalire alla banca dati dei rapporti dormienti e fare di lì domanda di riscossione. Grazie alla collaborazione con la Farnesina, il Tesoro garantisce che "l'informativa raggiungerà anche gli italiani residenti all'estero". Chi perdesse questa ultima chiamata dovrebbe dire addio per sempre a quel tesoretto dormiente, che non potrebbe più essere risvegliato. LR 7

 

 

 

È stata costituita a Bari l’Associazione Internazionale Italiani all’Estero “Radici”

 

Bari - È stata costituita a Bari l’Associazione Internazionale Italiani all’Estero “Radici”, il cui scopo sociale è diretto a “promuovere l’immagine delle Regioni del Sud Italia presso i nostri connazionali emigrati in vari Paesi del mondo ed a favorire il cosiddetto “turismo di ritorno” nei paesi d’origine attraverso la conoscenza del territorio, dei prodotti dell’agroalimentare, dell’ospitalità rurale e delle tradizioni culturali e religiose”. Presidente dell’associazione è Mario Pavone; il Consiglio Direttivo è composto da Gregorio De Luca (Vice Presidente), Franco Censi, Maria Catalano Fiore, Anna Maria Stoico, Giovanni Bernardino Sebastiani, Luigi D’Amico, Silvana Virgilio, Tiziana Mastroscusa, Domenico Zoccali, Antonio Peragine, Vito Mariano Verzillo, Gennaro Ruggiero e Gennaro Ascione.

Il Comitato ha affidato a Peragine, direttore del Corriere Nazionale, la direzione della Rivista “RADICI”, organo ufficiale dell’Associazione, allo scopo di “diffondere il Progetto ai nostri connazionali residenti all’Estero anche avvalendosi di nuovi strumenti di comunicazione, oltre alla versione cartacea rivista che sarà presentata nel suo primo numero alla prossima Fiera del Levante di Bari”. La Rivista, informano da Bari, “si avvarrà di uno staff di collaboratori, specializzati nei settori di attività previsti dallo Statuto dell’Associazione, di un Comitato Scientifico e di un Comitato d’onore. La Rivista si occuperà, inoltre, per conto dell’Associazione, dell’Ufficio stampa, delle Pubbliche Relazioni e delle Conferenze Stampa”.

L’Associazione, si apprende da una nota, “promuoverà l’organizzazione e preparazione di Workshop, Convegni e Meeting, opererà nel campo delle strategie di marketing turistico, culturale ed enogastronomico, viaggi di studio per i giovani, cooperazione internazionale e gemellaggi con realtà estere di grande pregio. Offrirà inoltre servizi di comunicazione per associazioni di categoria e no profit, Enti ed Imprese, realizzando monografie per enti pubblici e aziende private. L’Associazione, inoltre, allo scopo di valorizzare l’impegno professionale dei nostri conterranei nei Paesi d’emigrazione, ha deciso d’istituire il Premio internazionale “Radici”, che sarà conferito agli imprenditori di origine italiana ed ai loro discendenti che si siano distinti nelle attività professionali, industriali e commerciali nei Paesi di Emigrazione, contribuendo con il proprio lavoro ad avvalorare l’immagine dell’Italia all’Estero. Infine, tutti i prodotti delle Aziende d’eccellenza, partner dell’Associazione, saranno connotati dal logo “RADICI”, allo scopo di meglio caratterizzarne l’origine e la qualità. L’Associazione ha sede a Bari, in Viale della Repubblica n.71/n”.

Il Presidente Mario Pavone, a commento della costituzione dell’Associazione, in una lettera inviata ieri ai componenti del Consiglio Direttivo, si è così espresso: “Cari Amici, scrivo questa lettera con l’obiettivo di comunicarVi, da parte mia, stima e gratitudine per il lavoro svolto in sinergia negli ultimi mesi. Questa prima collaborazione ci ha permesso di raggiungere gli obiettivi prefissati con risultati sopra le aspettative e grazie al Vostro prezioso contributo abbiamo risolto con rapidità questioni di primaria importanza, tra cui quella della costituzione di una regolare Associazione che aspira a diventare un importante punto di riferimento in Italia ed all’Estero per i nostri connazionali emigrati in vari Paesi del mondo”.

“Posso solo pensare – scrive Pavone – che, negli anni di impegno spesi per la creazione di una Associazione come “Radici”, questo sia il risultato migliore che potessi sperare. Ne sono veramente felice e commosso… Grazie di Cuore. Sono certo che avremo modo di proseguire questo nostro felice rapporto professionale per molte altre occasioni. Dico “nostro” perché la realizzazione di questo Progetto è stato un traguardo raggiunto insieme. Il contributo che avete fornito è stato non solo indispensabile per la buona riuscita del Progetto “Radici”, ma anche unico nel suo genere, in una giusta combinazione di creatività e professionalità. Grazie della fiducia che avere riposto nella mia modesta persona, affidandomi la Presidenza del Consiglio Direttivo, augurandomi che la stessa sia stata ben riposta. Questa lettera è, quindi, solo un sincero ringraziamento a tutti Voi per la collaborazione dimostrata nei mesi di lavoro e per aver creduto senza riserve nel nostro Progetto comune, nella speranza di mantenere viva e forte questa fruttuosa collaborazione. Siamo partiti con grandi idee ma è solo grazie a Voi se siamo riusciti a diventare grandi in tutto quello che facciamo per il bene del Paese, senza alcuno scopo di lucro ma solo con la nostra volontà indomabile. In attesa di rivederVi presto, auguro a tutti Voi una continuazione ricca di successi, soddisfazioni personali e professionali, e di un meritato riposo in questo periodo feriale, in vista dell’importante lavoro che ci attende nei mesi a venire”.

Appuntamento a Bari, dunque, per l’82^ Fiera del Levante (8-16 settembre 2018), nel corso della quale il Progetto avrà la sua prima uscita ufficiale, con la presentazione del primo numero della Rivista “RADICI” e con la comunicazione delle missioni che l’Associazione avvierà, in Italia e all’Estero, per promuovere il territorio delle regioni del Mezzogiorno, le sue eccellenze, le valenze artistiche e architettoniche, il paesaggio, le tradizioni, lo straordinario patrimonio culturale, il turismo sostenibile e il turismo delle Radici per gli italiani nel mondo. aise 30.7. 

 

 

 

 

L’adunata dei Veneti nel Mondo

 

Per un giorno, l’epopea dell’emigrazione veneta (5 milioni di uomini e donne tra emigrati e loro discendenti) è tornata a vivere nella terra d’origine. Con l’ormai storica organizzazione dell’Associazione Trevisani nel Mondo, si è infatti tenuta sulla Piana del Cansiglio, a cavallo tra le province di Treviso e Belluno, la decima edizione dell’adunata dei Veneti nel Mondo, svoltasi alla presenza del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, dell’Assessore regionale ai flussi migratori Emanuela Lanzarin, di decine e decine di sindaci veneti, e di non meno di duemila emigrati veneti in rappresentanza delle organizzazioni provenienti dai cinque Continenti.

 

Il “Cansiglio Day è iniziato con la sfilata dei labari delle Istituzioni venete e delle decine di organizzazioni di Veneti nel Mondo, è proseguito con la messa celebrata dall’arcivescovo Alberto Bottari de Castello, di Montebelluna, già nunzio apostolico in Africa, Giappone e Ungheria, con don Canuto Toso, don Giacomo Ferrighetto e don Angelo Arman, i sacerdoti che hanno condiviso la storia dell’emigrazione veneta, e con la premiazione di tre  emigranti ed esponenti del mondo associativo dei veneti nel mondo che si sono particolarmente distinti per storia, sacrifici, realizzazioni.  I tre premiati, su proposta delle Associazioni venete e dei Comitati e Federazioni di veneti nel mondo, sono stati: Piergiorgio Boschiero,  nato a Fara Vicentino, per il suo impegno nell'associazionismo in Uruguay, Amalia Pavanel, nata in Francia da genitori di origine veneta, imprenditrice di successo e presidente dell’Associazione Veneti nel Mondo Peru, e Odino Soligo, nato a Trevignano, imprenditore di successo e impegnato nell’associazionismo in Canada. Zaia ha anche visitato la mostra d’arte sulle donna e l’emigrazione allestita per l’occasione nella chiesetta all’esterno della quale si è tenuta la cerimonia religiosa.

 

“”Oggi rendiamo omaggio con orgoglio e riconoscenza – ha detto Zaia in un breve indirizzo di saluto ai presenti – a dei grandi veneti, che sono partiti dalle loro terre in un momento storico di povertà e sofferenze e hanno portato letteralmente in ogni angolo del mondo la loro onestà, la laboriosità, la voglia di contribuire alle crescita dei Paesi che li ospitavano, ed è per questo che ancora oggi le comunità venete sono amate e apprezzate ovunque. E’ il Modello Veneto dell’emigrazione – ha aggiunto – che andrebbe preso ad esempio dai flussi migratori di oggi – perché i nostri emigrati partivano non per riempire le galere o bighellonare per le strade, ma per realizzare un progetto di vita, portare lavoro, conoscenze, capacità di sacrificio, con l’unico comun denominatore del rispetto di leggi, usi e costumi delle terre che li ospitavano. Questo chiediamo oggi all’immigrazione: né più ne meno di quello che i nostri emigrati hanno saputo fare in giro per il mondo”.

 

“La Giornata dei veneti nel mondo – per l’Assessore Lanzarin - è stata istituita per onorare e ricordare la grande epopea dell’emigrazione veneta che ha costituito un momento rilevante nella storia di questa regione, che tra Otto e Novecento ha visto spopolarsi interi paesi e ha pagato un prezzo alto in termini di sacrifici e di vite; ma, nel contempo ha visto anche l’orgoglioso riscatto e il successo dei tanti veneti che hanno trapiantato nei quattro continenti cultura, valori, laboriosità e talenti. Il contributo dell’emigrazione veneta allo sviluppo delle Comunità dell’America del Nord, latino-americane, australiane e del Nord-Europa è riconosciuto da tutti e onora la nostra Regione”.

 

“Vogliamo continuare a fare memoria – dice anche l’assessore - di questa storia in un’epoca in cui i flussi migratori sono tornati ad essere imponenti, e coinvolgono anche tanti nostri giovani attirati delle opportunità offerte dai paesi esteri. Oggi come ieri, i veneti che emigrano nel mondo sono portatori di capacità, competenze, valori di onestà e impegno, che testimoniano  la cultura e la tempra della gente veneta e la forte capacità di integrazione in contesti sociali, culturali ed economici diversi”. De.it.press 29.7.

 

 

 

 

Modifica sulla “Disciplina generale degli interventi in favore dei lucani nel mondo”

 

Potenza - Il Consiglio regionale della Basilicata ha approvato a maggioranza (con 9 voti favorevoli di Pd, Psi, Udc, Pp, 1 voto contrario del M5s e 3 astensioni di Ri, Pace del Gm e Lacorazza del Pd) una proposta di legge, d’iniziativa del consigliere Francesco Mollica (Udc), che modifica la legge regionale n.16/2002 sulla “Disciplina generale degli interventi in favore dei lucani nel mondo”. I componenti degli organismi della Crlm restano il carica fino alla scadenza della Commissione e, comunque, per non più di dieci anni consecutivi, non essendo dopo tale periodo immediatamente rieleggibili “per la durata di un mandato” (emendamento Giuzio). “Scopo dell’articolato – si legge nella relazione – è di garantire il mantenimento e la sopravvivenza di molte Federazioni lucane nel mondo, prevedendo, sulla scorta di quanto previsto per i mandati dei sindaci dei Comuni superiori a tremila abitanti, la possibilità per i componenti di essere rieletti dopo un periodo di stacco successivo ai dieci anni consecutivi”.

Nel dibattito che ha preceduto il voto sono intervenuti i consiglieri Mollica, Romaniello, Napoli, Pace e Giuzio. (Inform)

 

 

 

 

Umbri all’estero: prorogato al 31 agosto il termine per le borse di studio

 

PERUGIA - È stato prorogato al 31 agosto il bando dell’Agenzia Regionale per il Diritto allo Studio Universitario (A.Di.S.U.) che, d’intesa con la Regione Umbria, e in collaborazione con gli Atenei e Istituti universitari umbri e le Associazioni di umbri all’estero, nell’ambito delle attività di sostegno all’internazionalizzazione del sistema universitario della Regione, ha promosso un concorso per l’attribuzione di tre borse di studio universitarie rivolte ai giovani discendenti di emigrati umbri nel mondo.

Obiettivo delle borse di studio quello di facilitare la frequenza al primo anno di corso di studio universitario (corso di laurea e corso di laurea magistrale a ciclo unico) presso gli Atenei e Istituti universitari che hanno sede in regione.

L'iniziativa – si legge nel bando - costituisce “un'azione concreta per mantenere e sviluppare quei legami simbolici e reali, di natura culturale, sociale ed economica con gli umbri residenti all’estero, favorendo la partecipazione alla vita della comunità locale anche attraverso il coinvolgimento dei giovani con la finalità di agevolare l’eventuale loro rientro e reinserimento nella Regione”.

Nello specifico, le borse di studio sono riservate a studenti discendenti di emigrati umbri residenti all’estero, con diploma di scuola secondaria superiore conseguito nel paese di origine che permetta loro di ottenere l’ammissione ad uno dei corsi di studio presenti negli Atenei e Istituti universitari umbri: Università degli Studi di Perugia: www.unipg.it; Università per Stranieri di Perugia: www.unistrapg.it; Accademia di Belle Arti “P. Vannucci” di Perugia: www.abaperugia.com; Conservatorio di Musica “F. Morlacchi” di Perugia: www.conservatorioperugia.it;Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Perugia: www.mediazionelinguisticaperugia. it.

Le borse di studio comprendono l’erogazione gratuita dei servizi abitativi e ristorativi (dal 1° ottobre 2018 al 30 settembre 2019), l’esonero dal pagamento del contributo onnicomprensivo annuale e la concessione di una quota in contanti pari ad Euro 2.000,00.

Per fare domanda occorre essere di origine umbra per discendenza; essere in possesso della cittadinanza italiana; essere residenti all’estero; non essere beneficiari, per l'anno accademico di riferimento, di altre borse di studio; non aver compiuto il 26 anni di età alla data di scadenza della domanda con la quale si richiede la borsa di studio; aver conseguito il diploma di scuola secondaria superiore nel proprio Paese che permetta di ottenere l’ammissione ai corsi di studio prescelti presso gli Atenei e Istituti universitari umbri.

La domanda di partecipazione al concorso e la documentazione richiesta, da inviare entro le ore 24:00 (ora italiana) del giorno 31 agosto 2018, deve essere inoltrata utilizzando l’apposito web form disponibile a questo indirizzo: http://www.adisupg.gov.it/node/4549

Per richiedere informazioni si può inviare una e-mail all’indirizzo borsaumbri@adisupg.gov.it. (aise) 

 

 

 

 

 

Opfer ihres Erfolgs. Warum Europas Populisten an ihren vermeintlichen Lösungen zur Migrationsfrage scheitern

 

Die Flüchtlingskrise ist zurück. Nicht nach Zahlen, denn die sind so niedrig, wie seit Jahren nicht mehr –, sondern in Form eines großen Politspektakels durch Europas Populisten. Italiens neuer ultrarechter Innenminister Matteo Salvini, der immer konservativer agierende österreichische Bundeskanzler Sebastian Kurz und der starrköpfige deutsche Innenminister Horst Seehofer formten kürzlich eine neue „Achse“ gegen ungeregelte Zuwanderung. Doch ungeachtet ihres gemeinsamen Ziels der jeweiligen Grenzsicherung kollidieren ihre Interessen: Keiner von ihnen will die Flüchtlinge der anderen übernehmen.

Nach einem ereignisreichen Gipfel des Europäischen Rates am 28. Juni 2018 und einer beispiellosen Koalitionskrise in Deutschland um das Thema Migration dämmert selbst den Hardlinern, dass es keine Lösung ohne eine EU-weite Zusammenarbeit geben kann. Plötzlich sind sie gezwungen echte Kompromissbereitschaft zeigen und ein Konzept zu nutzen, das für sie schon als ausgedient galt: den Multilateralismus.  Diese Erkenntnis fällt schwer.

Europas politische Geiselnehmer

Die neue Krise begann im Juni, nur gut eine Woche, nachdem Matteo Salvini das Amt des italienischen Innenministers antrat. Salvini weigerte sich, ein Rettungsschiff mit 629 Schutzsuchenden an Bord im nächstgelegenen italienischen Hafen anlegen zu lassen. Nachdem auch Malta dem Schiff die Einfahrt verwehrte, ließ Spanien es schließlich in Valencia anlegen. Der Vorfall war nur der erste einer ganzen Reihe ähnlicher Fälle, in denen Salvini bilateral die Unterstützung anderer EU-Mitgliedstaaten erzwang.

Doch diese Verhandlungen von Fall zu Fall erweisen sich alles andere nachhaltig. Sie treten an die Stelle verlässlicher Abläufe und sind vom humanitären Wohlwollen weniger Mitgliedstaaten abhängig. Bisher konnten alle Geretteten von Bord gehen, doch es ist nur eine Frage der Zeit, bis die Strategie scheitert. Italien drohte bereits, die „offizielle“ EU-Operation Sophia auszusetzen.

Unterdessen löste Innenminister Horst Seehofer in Deutschland eine Regierungskrise aus. In Abgrenzung zu Bundeskanzlerin Angela Merkel beharrte er auf einem von 63 Punkten seines „Masterplans Migration“: Asylsuchenden, die bereits in einem anderen EU-Mitgliedsstaat registriert wurden, direkt an der deutschen Grenze die Einreise zu verweigern. Während Merkel eine europäische Lösung anstrebte, bezweifelte Seehofer, dass eine solche zu erreichen wäre. Ohnehin wären nur sehr wenige Asylsuchende von der Maßnahme tatsächlich betroffen.

Seehofer erhöhte ständig den Druck. Merkel diskutierte das Thema mit anderen europäischen Staatschefs, zunächst auf einem informellen „Mini-Gipfel“ auf Einladung der Europäischen Kommission und dann auf dem eigentlichen EU-Gipfel. Sie verließ den Gipfel mit Zugeständnissen anderer Mitgliedstaaten, doch Seehofer zeigte sich nicht zufrieden. Einer drohenden Entlassung als Innenminister durch Merkel kam er mit einem eigenen Rücktritt zuvor, ehe ihn Parteifreunde schließlich doch überredeten, einen Kompromiss auszuhandeln.

Das Ergebnis dieser Verhandlungen war im Grunde eine Beschleunigung der vorhandenen Dublin-Regeln für Asylsuchende, die von Österreich nach Deutschland einreisen wollen. Wer bereits in einem anderen Mitgliedstaat registriert wurde, sollte auf Grundlage bilateraler Vereinbarungen, die Deutschland in den folgenden Wochen abschließen wollte, wieder zurückgeschickt werden.

Die Kernfrage blieb jedoch, ob andere Staaten dieser Lösung zustimmen würden; besonders Regierungen, die ihrerseits die Zahl der Migranten senken wollten. So signalisierte der österreichische Bundeskanzler Kurz umgehend seine Vorbehalte. Auch Salvini erklärte, Italien würde keinen einzigen Migranten aufnehmen, solange die EU-Außengrenzen nicht ausreichend geschützt seien. Dass die selbst verursachte politische Krise echte Fortschritte brachte, ist somit mehr als fragwürdig. Bislang steht nur ein  Rücknahmeabkommen von Flüchtlingen zwischen Deutschland und Spanien.

Illusionen auf dem EU-Gipfel

Schon der EU-Gipfel glich einer Achterbahnfahrt, denn der italienische Ministerpräsident Giuseppe Conte blockierte unstrittige Entscheidungen zu anderen Themen so lange, bis er mit den Ergebnissen zur Migration zufrieden war. Die Schlussfolgerungen des Rates betonen Sicherheit und Kontrolle und bringen die Entschlossenheit zum Ausdruck, eine Wiederholung der Situation 2015 mit allen Mitteln zu verhindern. Während die meisten Punkte bereits vereinbarte Maßnahmen wiederholen oder nur leicht erweitern, wurden auch zwei eher weitgesteckte Ziele formuliert: die Bildung regionaler Ausschiffungsplattformen in Drittländern außerhalb der EU und kontrollierte Abfertigungszentren innerhalb der Europäischen Union.

Der erste Vorschlag erinnert an die australischen Auffanglager auf entlegenen Pazifikinseln, in denen Asylsuchende langfristig ohne reale Chance auf eine Verlegung aufs Festland interniert werden. Der Europäische Rat geht in seinen Schlussfolgerungen nicht ins Detail, wie solche Zentren organisiert und wo sie eingerichtet werden sollen, was eine entscheidende Frage ist, sondern fordert den Rat der Europäischen Union und die Europäische Kommission auf, dieses Konzept weiter zu entwickeln. Jedes Mal jedoch, wenn diese Idee in der Vergangenheit aufkam, verhinderten die komplexe Praxis und rechtliche Schwierigkeiten ihre Umsetzung. Diesmal wird es vermutlich nicht anders sein.

Der zweite Vorschlag, kontrollierte beziehungsweise geschlossene Zentren innerhalb der EU einzurichten, erinnert auf den ersten Blick an bestehende Hotspots in Griechenland und Italien, allerdings in größerem Maßstab. Solche Zentren würden erfolgreiche Asylbewerber an andere Mitgliedsstaaten verteilen – theoretisch jedenfalls. Doch anders, als der 2016 von der Europäischen Kommission vorgeschlagene automatische „Fairnessmechanismus“, der zu einer Verteilung von Asylbewerbern aus den überlasteten EU-Mitgliedstaaten verpflichtet hätte, würde die Verteilung nach den neuen Vorschlägen auf völlig freiwilliger Basis erfolgen. Sogar die Einrichtung von Zentren wäre freiwillig.

Populistisches Paradox

Die Betonung der Freiwilligkeit spiegelt eine gewisse Schizophrenie wider, die unter den EU-Staatschefs grassiert und von Populisten verschärft wird: Gemeinsame Probleme können – so die Annahme – auch dann gelöst werden, wenn sich niemand verantwortlich fühlen muss. Dieses Vertrauen auf freiwilliges Handeln verweigert jedoch die Realität aller migrationsbezogenen Bemühungen der letzten Jahre: Solange Staaten nicht gezwungen werden, sich mit anderen kooperativ  zu zeigen, tun sie es für gewöhnlich auch nicht.

Wie immer nach Gipfeln des Europäischen Rates stellten die Staatschefs zu Hause ihrem jeweiligen nationalen Publikum die Ergebnisse als diplomatische Erfolge dar. Nicht unerwartet kamen einige der stärksten Reaktionen aus Ostmitteleuropa, wo der ungarische Premierminister Viktor Orbán die Vereinbarungen als fantastischen Sieg feierte. Hauptkriterium für den Erfolg war die Ablehnung verpflichtender Verteilungsquoten. Gleichzeitig betonte Ungarn den politischen Einfluss der eigenen Region und behauptete, dass die Neuausrichtung der europäischen Migrationspolitik den vereinten Bemühungen der Visegrád-Staaten zu verdanken sei. Dieser Trend erstreckt sich indes nicht nur auf Polen, die Tschechische Republik und die Slowakei. Ähnliche Stimmen waren auch in Bulgarien und Rumänien zu hören.

In Österreich, das seinen derzeitigen EU-Ratsvorsitz unter das Motto „Ein Europa, das schützt“ gestellt hat, lobte Bundeskanzler Kurz den Gipfel als Wendepunkt, der deutlich gemacht habe, dass eine Stärkung der Außengrenzen – nicht eine Umverteilung von Flüchtlingen – oberste Priorität habe. Auch Spanien, Frankreich und die nordischen Länder unterstützten das Ergebnis. Interessanterweise war Italien in seiner Bewertung skeptischer. Obwohl Ministerpräsident Conte umgehend behauptete, Italien sei nun nicht mehr allein, quittierte Innenminister Salvini die Ergebnisse mit offenem Misstrauen.

Die Reaktionen offenbaren eine weitere Schizophrenie in der EU-Migrationspolitik. Obwohl von einer wirklich europäischen Lösung für Irreguläre Migration nicht viel übrig ist, bezeichnen die Mitgliedsstaaten genau diesen Mangel an Solidarität  in der EU als Erfolg. Populisten haben es zum Leitprinzip europäischer Migrationspolitik erhoben, Probleme nach außen zu verlagern und niemanden zu etwas zu zwingen. Doch plötzlich befinden sie sich in einem für sie neuen Dilemma: Nun ist es an ihnen zu beweisen, dass ihre Lösungen auch Erfolg haben.

Auf ihren jüngsten Treffen bewiesen Salvini, Kurz und Seehofer, dass ohne weitere Koordination und Umverteilung das Scheitern droht. In dieser Hinsicht sind Europas Populisten Opfer ihres eigenen Erfolgs. Sie müssen auf die harte Tour lernen, dass Kompromisse und Multilateralismus unumgänglich sind. Am Ende werden sie vielleicht erkennen, dass Europa die Migration nur nachhaltig regeln kann, wenn es das Dublin-System nicht weiter ignoriert, sondern reformiert. Timo Rinke, Marco Funk Aus dem Englischen von Anne Emmert

IPG 14

 

 

 

Afrika boomt: Was tun, um Entwicklung nachhaltig zu gestalten?

 

Der deutsche Entwicklungsminister Gerd Müller wünscht sich von der deutschen Wirtschaft mehr Engagement in Afrika, denn davon hätten alle etwas. Aber bringen die Vorschläge des CDU-Ministers wirklich voran?

 

Darüber sprachen wir mit einem katholischen Afrika-Kenner, Peter Meiwald, Abteilungsleiter für Afrika und Nahen Osten beim katholischen Hilfswerk misereor. Er sagte uns:

„Die eigentliche Entwicklung Afrikas muss in Afrika selbst stattfinden. Und da ist ja auch so viel Kreativität, da sind so viele Menschen mit guten Ideen, mit viel Engagement. Dh. Entwicklung muss in Afrika stattfinden! Und wenn es da mal Inspiration von außen gibt oder auch mal Investitionsgelder, dann ist das ein kleiner Aspekt, aber das wird sicherlich nicht die Fragen lösen, wie wir in Afrika zu besserer Entwicklung, zu gerechteren Lebensverhältnissen für die Menschen kommen.“

Vatican News: Afrika hat wirtschaftlich ein ungeheures Wachstumspotential, letztes Jahr hatten 42 von den 54 Ländern Afrikas ein höheres Wirtschaftswachstum als Europa. Afrikas Menschen haben Bedarf nach vielen Dingen. Worauf wäre denn auch aus europäischem Interesse zu achten, damit dieser berechtigte Bedarf der Afrikaner nach Waren und Dienstleistungen nachhaltig gedeckt wird?

Peter Meiwald: „Ich glaube, zwei Dinge sind besonders wichtig. Das eine ist: Wenn man sich nur an den Zahlen orientiert und sagt wir, kreieren jetzt Wirtschaftswachstum im Sinne von Bruttoinlandsproduktsteigerung, dann sagt das noch gar nichts darüber aus, was bei den Menschen ankommt, die am bedürftigsten sind. Es geht also auch um Verteilung und um Partizipation. Es geht darum, auch wenn man Märkte öffnet, dass das nicht nur Märkte sind für Großunternehmen, sondern eben auch für Kleinbauern oder für Menschen, die in Start-ups arbeiten, so dass alle die Möglichkeiten haben, daran teilzuhaben. Das ist der eine ganz wichtige Punkt.“

Vatican News: Und der andere?

Peter Meiwald: „Der andere ganz wichtige Punkt ist die Frage: Wie bekommen wir das hin, dass Afrika nicht wieder zu einem billigen Rohstoff-Lieferanten wird?, was es schon lange ist und was jetzt nur durch die sinkenden Rohstoffpreise sich in den Bilanzen nicht mehr so sehr niederschlägt. Aber die Wertschöpfung, die muss vor Ort stattfinden. Das heißt, wenn es um Entwicklung geht, geht es nicht darum, wir produzieren jetzt in Afrika noch mehr Agrargüter, exportieren die billig nach Europa. Die Europäer haben günstige Rohstoffe, und die Afrikaner haben am Ende des Tages wenig davon, sondern im Gegenteil haben sie noch mehr Druck auf Landflächen, Landgrabbing wird attraktiver. Es muss ganz grundsätzlich darum gehen, die Wertschöpfung, die Verarbeitung in Afrika zu stimulieren.“

Vatican News: Müller will dem wachsenden Energiebedarf des Kontinents mit Technologien für erneuerbare Energie begegnen. In dem Punkt zumindest kann es keine Einwände geben, nicht?

Peter Meiwald: „Dagegen kann es keine Einwände geben. Im Gegenteil, den Einwand, den man bringen muss, ist, dass das noch viel zu wenig propagiert wird. Afrika als Gesamtkontinent - und das soll jetzt nicht kolonialistisch von außen klingen - muss eigentlich das fossile Zeitalter überspringen, wenn wir weltweit unsere Klimaziele erreichen wollen und gleichzeitig den Menschen den Zugang zu Energien ermöglichen wollen. Die Menschen haben ja heute an ganz vielen Stellen Smartphones und sehen, was man alles in dieser Welt tun kann. Sie haben Bedarf, ihre Handys aufzuladen. Da ist ein ganz verständlicher Wunsch nach Zugang zu elektrischer Energie. Und die Technologien dazu sind ja vorhanden, Solarenergie, Windenergie, Wasserkraft. Wir haben ganz viele Möglichkeiten, in Afrika das fossile Zeitalter zu überspringen. Aber in dem Punkt vermisse ich schon seit langem wirklich kräftige Sprünge. Natürlich gibt es Ankündigungen und kleine Maßnahmen und kleine Projekte. Aber da könnte wir als Technologiestaaten viel mehr tun.“

Vatican News: Lassen Sie uns auf das Thema Migration einschwenken, das immer aufkommt, wenn von Europa und Afrika die Rede ist. Die EU-Staaten müssten Afrikanern auch legale Möglichkeiten eröffnen, um in Europa zu arbeiten. Was halten Sie von dieser Forderung des CDU-Entwicklungsministers?

Peter Meiwald: „Naja, das ist eine Forderung, die kommt aus der Zivilgesellschaft schon lange. Auch aus einigen politischen Kreisen wird seit Anfang der 90er Jahre spätestens gefordert, dass wir selbstverständlich ein Einwanderungs-, ein Zuwanderungsgesetz brauchen, um legale Wege abseits des Asylverfahren zu schaffen. Dass gerade Herr Müller das jetzt auch zu seinen Themen macht, ist insofern erfreulich, weil ja seine Partei diejenige ist, die das seit 30 Jahren auf Bundesebene blockiert hat. Also insofern auch da volle Zustimmung. Menschen brauchen Perspektiven, auch für Migration. Migration gehört zum Leben, zum Wesen der Menschen dazu. Sie bringt Dynamik in Gesellschaften und Wirtschaften hinein. Insofern volle Zustimmung, aber dann muss Herr Müller da auch einmal Taten folgen lassen.“

Vatican News: Immer öfter sehen wir in unseren Debatten über Migration, dass die Frage der Entwicklung Afrikas eher einseitig behandelt wird. Dann heißt es, wir wollen diese Migranten aus Afrika nicht haben, also lasst uns für bessere Lebensbedingungen dort sorgen, damit sie nicht zu uns kommen. Das Interesse an einem wirtschaftlichen Vorankommen Afrikas ist gut, aber so gedreht, hat es einen üblen Beigeschmack…

Peter Meiwald: „Ja, ich glaube, wenn wir anfangen zu sagen, wir kümmern uns jetzt, was auch Herr Müller sagt, verstärkt um den Chancenkontinent Afrika, dann kann die Motivation nicht sein zu glauben, dass wir dadurch Migrationsbewegungen bremsen können. Sondern es geht um die Menschen, um die Würde des Menschen selbst. Sie haben ein Recht auf menschenwürdige Entwicklungen und Bedingungen. Und das muss man von der anderen Debatte, nach meiner Sicht, ganz klar trennen. Es geht nicht um ein zweckgerichtetes Helfen, sondern es geht darum, dass die Menschen ein Recht auf eine vernünftige, menschenwürdige Entwicklung haben.“

Vatican News: Ist diese Gleichung denn überhaupt realistisch – also: Afrika entwickelt sich, dann hört die Migration von selber auf?

Peter Meiwald: „Nein. Dass man sagt, wir entwickeln jetzt Dinge und dann werden Migrationsströme langsamer werden oder abreißen, das halte ich kurz- oder mittelfristig gedacht für überhaupt nicht realistisch. Menschen, die ein höheres Bildungsniveau haben und mehr wirtschaftliche Möglichkeiten, werden von sich aus mobiler und haben einfach mehr Möglichkeiten, sich in der Welt zu bewegen. Also wird das nicht abrupt dazu führen, dass Menschen sagen, ich verlasse mein Land nicht mehr.“

Vatican News: Sie haben kritisiert: Worüber Müller sich nicht äußert, sind illegitime Finanztransfers aus Afrika in die Finanzzentren der Welt. Wie lässt sich das Problem am besten beschreiben? Und wie lässt es sich eindämmen?

Peter Meiwald: „Beschreiben lässt es sich so: Durch die wirtschaftlichen Verflechtungen gerade durch Großkonzerne gelingt es, viel Geld aus afrikanischen Ländern herauszuziehen. So werden zum Beispiel innerhalb eines Unternehmens Vorprodukte nach Afrika zu überhöhten Preisen geliefert. Auf der nächsten Verarbeitungsstufe wird dann wieder zu deutlich niedrigeren Preisen nach Europa zurück geliefert. Auf diese Art können da immer wieder Gewinne verschoben werden, die überhaupt nicht über den Markt, sondern nur innerhalb eines Unternehmens laufen, nur innerhalb der eigenen Buchhaltung. Und das ist sehr schwer von außen zu kontrollieren.“

Vatican News: Wo könnte man da den Hebel ansetzen?

Peter Meiwald: „Wichtig dafür ist, dass wir viel mehr Transparenz schaffen, dass wir zu Harmonisierung auch im Steuerrecht kommen auf globaler Ebene. Dass wir da nicht sagen: Da gucken unsere Regierung weg, denn unsere Volkswirtschaften in Europa profitieren ja davon. Sondern da müssen wir sehr viel tun. Das ist natürlich insbesondere ein Problem im Bereich der Rohstoffexporte. Da wird Wertschöpfung aus den afrikanischen Ländern fast komplett herausgezogen. Da werden allenfalls noch die afrikanischen Arbeitskräfte genutzt, und ansonsten bleiben die Gewinne in Europa. Die Kommission, die das letztes Jahr im Auftrag der Afrikanischen Union betrachtet hat, geht davon aus, dass das mindestens 50 Milliarden Dollar jedes Jahr sind.“

Vatican News 10

 

 

 

Arm in Deutschland. Zuwanderer aus Osteuropa

 

Aus Osteuropa kommen Menschen aus völliger Armut nach Deutschland, um ihrer Not zu entfliehen. Wenn es schlecht läuft, landen sie auf der Straße. Einer von ihnen ist der Rumäne Romeo R. Ihm half das EU-Programm EHAP für verelendete EU-Migranten. Von Pat Christ

 

Nach 17 Jahren verlor Romeo R. seine Anstellung auf einem Schiff. „Mein Kapitän starb“, erzählt der gelernte Matrose. Arbeit auf einem anderen Schiff fand der heute 42-jährige Rumäne nicht. 110 Euro Arbeitslosengeld blieben ihm: „Doch meine Wohnung hat schon 100 Euro gekostet.“ Romeo wusste nicht, wie er in Rumänien überleben sollte.

Im Mai 2014 machte sich Romeo auf nach Regensburg, weil er hoffte, dort als Matrose anheuern zu können. Bereits unter einem rumänischen Arbeitgeber fuhr Romeo auf der Donau, den Fluss kannte er also schon. Das Wasser- und Schifffahrtsamt in Regensburg erkannte sein Schifferdienstbuch an.

Der Start war hart, wochenlang lebte er in größter Armut: „Ich übernachtete ohne Decke und Schlafsack illegal in einem Schiffscontainer.“ Schließlich fand Romeo Arbeit und fasste allmählich Fuß. Bis sein letzter Arbeitgeber, wie Romeo erzählt, im Zorn alle Papiere über Bord warf: seine Geburtsurkunde, sein Abiturzeugnis, die Dokumente für die Rentenversicherung, das Schifferdienstbuch.

Fond für Benachteiligte

Nach einem chaotischen Trip durch Bayern landete er schließlich in Würzburg bei dem Projekt „Abseits – nicht mit uns!“ der ökumenischen Christophorus-Gesellschaft. Ihr hat er es zu verdanken, dass er wieder Geld verdient. „Wir organisierten für ihn die notwendigen Papiere“, sagt Projektleiter Michael Thiergärtner.

„Abseits – nicht mit uns!“ ist ein sogenanntes EHAP-Projekt. Die Abkürzung steht für den „Europäischen Hilfsfonds für die am stärksten benachteiligten Personen“. Mit diesem europaweiten Förderprogramm mit einem Volumen von insgesamt 93 Millionen Euro über zunächst sechs Jahre sollen Armut und soziale Ausgrenzung in den EU-Mitgliedsstaaten bekämpft werden. Bundesweit 81 EHAP-Teams helfen verarmten EU-Ausländern in Deutschland.

Wo kann ich schlafen?

Romeo ist einer von rund 400 Zuwanderern aus Osteuropa, die das Würzburger EHAP-Team unterstützt. Er konnte in der städtischen Obdachlosenunterkunft übernachten. Zweimal täglich ging er zum Essen in die Bahnhofsmission. Außerdem sammelte er Pfandflaschen ein.

Wo kann ich schlafen? Wo bekomme ich etwas zu essen? Wo gibt es Kleidung? Wo werde ich ohne Krankenversicherung behandelt? In Stuttgart wenden sich EU-Ausländer mit diesen Fragen an das EHAP-Projekt „OBS – Beratung und Begleitung zur Orientierung von Unionsbürgern als Ratsuchende in der Wohnungsnotfallhilfe“. Getragen wird die Initiative von der Evangelischen Gesellschaft (eva). „Viele unserer Klienten leben auf der Straße“, sagt Fachberater Peter Gerecke.

Nachfrage steigt

Die Nachfrage steigt: In den ersten fünf Monaten dieses Jahres kamen 250 Menschen in die Beratungsstelle. Bei jedem vierten handelte es sich laut Gerecke um einen Rumänen, fast jeder fünfte stammt aus Bulgarien. Das EHAP-Team begleitet seine Klienten zur Wohnungsnotfallhilfe oder auch zur mobilen Arztpraxis „MedMobil“.

In München engagieren sich acht Sozialpädagogen und Psychologen, die selbst einen Migrationshintergrund haben, für das EHAP-Projekt „IntegrationsBrücke“ (PIB) der Caritas. Die Mitarbeiter sprechen Bulgarisch, Griechisch, Mazedonisch, Polnisch, Portugiesisch, Rumänisch, Russisch und Serbokroatisch. Aktuell werden in jedem Quartal um die 170 Neuzugewanderte aus der EU beraten.

Überlastung

Die Hilfesuchenden kommen laut Projektleiterin Joanna Stridde mit einem Bündel von Problemen an. Sie sind meistens obdachlos und nicht krankenversichert, viele sprechen kaum Deutsch, manche sind psychisch krank. „Etwa die Hälfte unserer Klienten hat zumindest ein Kind, in drei Viertel der Fälle sind die Kinder minderjährig“, sagt Stridde.

Das sechsköpfige MIA-Team in Frankfurt am Main klagt über Überlastung. Fast 2.000 Menschen hätten sich seit März 2016 an die „Multinationale Informations- und Anlaufstelle für EU-Bürger“ (MIA) gewandt, ein gemeinsam von der Caritas und der Diakonie getragenes EHAP-Projekt. Nicht immer seien die EHAP-Vorschriften nachvollziehbar, sagt Darija Kämmerer vom MIA-Team. „Wir dürfen Menschen, die eine Arbeit haben, nicht beraten.“ Das gelte selbst dann, wenn diese Menschen einer unsicheren oder illegalen Beschäftigung nachgehen oder wenn sie trotz Arbeit wohnungslos sind. (epd/mig 10)

 

 

 

Ein Gespräch. „Die Menschen streiten über die falschen Dinge!“

 

Von Paul Collier. Sir Paul Collier ist Professor für Ökonomie und Public Policy an der Blavatnik School of Government der Universität Oxford. Sein neuestes Buch ist "Exodus: Immigration and Multiculturalism in the 21st Century" von Penguin und Oxford University Press.

 

Sie befassen sich seit Jahrzehnten mit Migrationspolitik. Wie ist das Thema zu einer so heiß diskutierten Streitfrage geworden - und wie kann es politisch weitergehen?

Momentan ist die Migrations- und Flüchtlingspolitik ein heilloses Durcheinander. Es ist ein defektes System. Im Grunde verdient es nicht einmal die Bezeichnung „System“. Wie ist es zu einem derartigen Schlamassel geworden, in dem sich die Richtlinien Woche für Woche ändern? Das ist, nebenbei gesagt, ein Symptom eines absolut defekten Systems: dass wöchentlich die Richtlinien geändert werden müssen. Das ist untragbar.

Wie konnte es soweit kommen? Durch unglaublich unverantwortliche, kurzfristige politische Entscheidungen von zentralen Figuren in Europa – allen voran Angela Merkel, die das Flüchtlingsproblem, als es 2011 begann, zunächst weitgehend ignorierte, um 2015 dann panisch aufzuwachen. Nun öffnete sie sehr unverantwortlich und einseitig die Türen in dem Glauben, dass lediglich 10.000 Menschen kommen würden, und schlug diese Tür sechs Monate später genauso einseitig wieder zu, indem sie einen unglaublich teuren Deal mit Erdogan – einem wirklich netten Mann – aushandelte und versuchte, die anderen europäischen Länder dazu zu zwingen, die Flüchtlinge aufzunehmen, die sie einseitig hereingelassen hatte.

Das ist wirklich eine erstaunliche Verantwortungslosigkeit und so läuft natürlich auch die Europapolitik derzeit aus dem Ruder. Dabei gibt es einfache politische Richtlinien, die nachhaltig wären. Da müssen wir hinkommen: Wir müssen einige nachhaltige politische Richtlinien aufstellen.

Bevor wir auf diese Richtlinien zu sprechen kommen, möchte ich noch fragen, was die wichtigsten treibenden Kräfte für die Migration sind, und wie sich diese Faktoren Ihrer Meinung nach in der Zukunft entwickeln werden. Wird sich das Problem langfristig gewissermaßen von selbst erledigen?

Zunächst müssen wir meines Erachtens ganz deutlich zwischen Migration und Flucht unterscheiden. Flüchtlinge sind eine Untergruppe der Menschen, die ihre Heimat verlassen. Diejenigen, die nicht aus freien Stücken auswandern, sondern vertrieben werden, sind also per Definition Vertriebene oder Flüchtlinge. Sie wollen nicht auswandern und sind daher auch keine Migranten. Das ist der erste Punkt.

Die meisten Vertriebenen finden innerhalb ihres Heimatlandes einen Ort zum Leben und werden daher als Binnenvertriebene bezeichnet – weltweit etwa 65 Millionen. Rund ein Drittel der Vertriebenen verlassen ihr Heimatland über die nächstgelegene Grenze und werden so rechtlich gesprochen zu Flüchtlingen. Die meisten von ihnen finden gleich hinter der Grenze ihre Heimatlandes Zuflucht, also in unmittelbarer Nachbarschaft zum Konfliktgebiet. Weltweit existieren zehn solcher regionalen Zufluchtsstätten, in denen die Mehrheit aller Flüchtlinge lebt. Das ist das eigentliche Flüchtlingsproblem: für die Flüchtlinge in diesen regionalen Zufluchtsorten zu sorgen.

So wie die meisten syrischen Flüchtlinge im Libanon sind oder …

Sie sind im Libanon, in der Türkei und in Jordanien. Alex Betts und ich wurden in all das involviert, weil wir gemeinsam nach Jordanien eingeladen wurden. Dort waren fast eine Million Flüchtlinge untergekommen, die nun vollkommen in der Luft hingen. In der Türkei bekamen zwei Millionen Flüchtlinge keine Hilfe, oder fast keine Hilfe. „Euer Problem“: Das war die absurd unverantwortliche Reaktion aus Europa und genau das war der Kern des Flüchtlingsproblems: das Versagen, an Ort und Stelle auf die Krise zu reagieren.

Das von den Vereinten Nationen Anfang der 50iger-Jahre gegründete Flüchtlingshilfswerk, UNHCR, entstand in dem vollkommen anderen Kontext der Probleme der späten 40iger-Jahre. Damals bestand die Lösung in Zeltstädten mit kostenloser Verpflegung und Unterkunft, was in den späten  40ger-Jahren eine sinnvolle Lösung in Europa war. Für die heutige Flüchtlingssituation ist es nicht mehr sinnvoll.

Das ganze UNHCR-System wird von 90Prozent der Flüchtlinge weltweit ignoriert, weil es nicht dem entspricht, was sie wollen. Sie wollen ihre Selbständigkeit zurückhaben. Stellen Sie sich vor ... Sie mussten aus Ihrer Heimat fliehen. Sie wollen selbständig sein, Sie wollen Ihre Gemeinschaft wiederherstellen, und der einfachste Weg, das zu erreichen, ist in eine Stadt zu gehen. Und das ist, was die meisten Flüchtlinge tun: Arbeit in einer Stadt suchen.

Die nach Jordanien gelangten syrischen Flüchtlinge waren in gewissem Sinne im Paradies: dieselbe Religion, dieselbe Sprache. Der große Unterschied bestand darin, dass in Jordanien das Pro-Kopf-Einkommen sechs Mal so hoch wie in Syrien ist. Wenn daher ein Syrer einen Arbeitsplatz in Jordanien finden könnte, ginge es ihm sehr gut. Er hätte dort den Himmel auf Erden erreicht. Für die jordanische Regierung wurde das jedoch eher zu einem „höllischen“ Problem, denn sie konnte nicht zulassen, dass andere Menschen – die Syrer – die jordanische Bevölkerung im Kampf um Arbeitsplätze unterbieten. Alex und ich schlugen der Regierung eine Strategie vor mit der Frage: „Wenn es uns gelänge, dass dies sowohl den Jordaniern als auch den Flüchtlingen zugutekäme, würden Sie den Flüchtlingen dann erlauben zu arbeiten?“ Die Idee war, dass Europa für Arbeitsplätze sorgt – sowohl für Flüchtlinge als auch für die jordanische Bevölkerung.

Die Jordanier selbst sagten: „Wir teilen das auf: Von 100 geschaffenen Arbeitsplätzen sind 70 für Flüchtlinge und 30 für Jordanier“. Weiterhin hieß es von jordanischer Seite: „Wenn es gelingt, wenn Arbeitsplätze hergebracht werden können, wenn Unternehmen hergebracht werden können, denn wir brauchen unbedingt Unternehmen – wir stecken in der Falle des mittleren Einkommens, wir brauchen Unternehmen – wenn es also gelingt, Unternehmen herzubringen, werden wir bis zu 200.000 Arbeitserlaubnisse ausstellen.“ Das wäre ein Arbeitsplatz für jede Flüchtlingsfamilie gewesen.

Ihre Idee bestand also im Grund darin, Anreize für alle Seiten zu schaffen?

Ja, natürlich. Es wäre verrückt gewesen, mit erhobenem Zeigefinger zu fordern: „Sie sollten ihnen Arbeitsplätze geben.“ Wir können die Globalisierung dazu nutzen, dort Arbeitsplätze zu schaffen, wo die Flüchtlinge sind. Europa – und insbesondere Deutschland – war bestens ausgerüstet, das zu tun. Mit all den bereits in der Region tätigen Unternehmen war Deutschland geradezu prädestiniert dafür.

Deutsche Unternehmen haben über die Jahre Hunderttausende von Arbeitsplätzen in der Türkei geschaffen. Das hat keine Arbeitsplätze in Deutschland gekostet. Ganz im Gegenteil: Es hat zur Steigerung der Produktivität in Deutschland geführt, weil die weniger qualifizierten Arbeitsplätze, die weniger produktiven Arbeitsplätze in die Türkei verlagert wurden. Das ist Globalisierung in ihrer besten Form.

Aber die Antwort der UNHCR auf unseren Vorschlag lautete: „Wir sind keine Arbeitsvermittlung. Wir geben Flüchtlingen keine Arbeit. Wir versorgen sie mit kostenlosen Lebensmitteln und Zelten.“ Das ist das Problem. Die Menschen wollen nicht zehn Jahre lang kostenlos ernährt und in Zelten untergebracht werden. Sie wollen arbeiten. Was wurde verhandelt, als Merkel in die Türkei flog? „Einen nehmt ihr und einen nehmen wir zurück“, wobei eigentlich im Raum stand: „Wir wollen diese Menschen nicht. Nehmt ihr sie und wir nehmen dafür ein paar von denen, die ihr nicht wollt.“

Das ist nicht nur eine widerliche Formulierung, sondern auch eine verpasste Gelegenheit, die globale Wirtschaft dazu zu bringen, im Interesse der verzweifeltsten Menschen der Welt, der aus ihrer Heimat vertriebenen Flüchtlinge, zu arbeiten.

Zu Beginn des Gesprächs unterschieden Sie zwischen Vertriebenen, Flüchtlingen und anderen Migrationsursachen ...

Ja. Natürlich gibt es viele Menschen, die gern Migranten wären. Hält man Flüchtlingen ein ausreichend großes Zuckerbrot unter die Nase, kann man sie zu Migranten machen. Wenn man sagt: „Komm und du bekommst ein Stipendium an der Harvard-Universität“, würden viele Flüchtlinge zu Migranten werden.

Was der Flüchtlingsstatus braucht, ist die Wiederherstellung zumindest eines gewissen Maßes an Selbständigkeit und ein sicherer Zufluchtsort. Ist das gegeben, gewährt Jordanien das, ist der Flüchtlingsstatus keine Essensmarke, mit der man losgeht, um irgendwo auf der Erde zu leben.

Ich könnte mein Einkommen verdoppeln, wenn ich nach Norwegen ziehen würde. Die große Mehrheit der Weltbevölkerung würde ihr Einkommen um sehr viel mehr als das Doppelte erhöhen. Darauf hat man aber kein Anrecht. Im Grunde ist es sehr traurig, wenn Menschen sich über die Bestrebung definieren, ihr Land verlassen zu wollen. Europa läuft ungewollt Gefahr, genau das mit Afrika zu tun.

Ich arbeite zu 90 Prozent  meiner Zeit mit afrikanischen Regierungen, deren Albtraum es ist, dass ihre jungen Menschen allmählich dem Narrativ verfallen, dass ihre Hoffnung in der Auswanderung liege. Derzeit arbeite ich mit der Regierung von Ghana – eine sehr gute Regierung; der Präsident, Vizepräsident und Finanzminister sind sehr gute Politiker, besser als die obersten drei der meisten europäischen Länder. Ghanas BIP  ist letztes Jahr um neun Prozent gestiegen. Die Regierung leistet gute Arbeit. Aber sie kann auf keinen Fall in diesem Jahr wirtschaftliche Möglichkeiten schaffen, die besser sind, als einen Job in Europa zu finden – nie und nimmer. Das bedeutet aber noch lange nicht, dass wir das Recht hätten, die klügsten und besten jungen Ghanaer und Ghanaerinnen nach Europa zu locken. Sie werden in Ghana gebraucht.

Manche hegen den Irrglauben, eine großartige, moralisch edle Tat zu vollbringen, wenn sie begabte junge Menschen mit den Worten „Willkommen in Europa“ von ihren wahren Verpflichtungen und Möglichkeiten in Afrika weglocken, damit sie dann frustriert auf den Straßen Roms leben, was viel eher der Realität entspricht. […] Afrika muss Millionen von Arbeitsplätzen schaffen. Stattdessen verführen wir Afrikaner und Afrikanerinnen zu Tausenden dazu, auf Boote zu steigen. Das ist überaus verantwortungslos und unethisch, denn, wenn die Menschen aus Afrika nach Europa kommen, erkennen sie die Wahrheit, stecken aber in der Falle, weil eine Rückkehr eine Bloßstellung vor ihren Freunden wäre.

Bloßstellung als Versager. Sie mussten zurück, sie haben es nicht geschafft.

Genau; genau, und so feiern wir uns selbst als gute Menschen und sind im Grunde zutiefst unethisch. Was Afrika braucht, ist eine Stärkung der Produktion und kein Anrecht auf Konsum. Afrika braucht unsere Almosen nicht, es braucht unsere Unternehmen. Bei unseren Bemühungen, Firmen dazu zu bewegen, nach Jordanien zu gehen, um Beschäftigung für Flüchtlinge zu schaffen, sprachen wir mit vielen Firmen. Wissen Sie, was für sie das größte Hindernis war?

Welches denn?

Die Unternehmen befürchteten, dass europäische Nichtregierungsorganisationen sie beschuldigen würden, Ausbeuterbetriebe mit Flüchtlingen zu betreiben, wenn sie nach Jordanien gehen würden. Dieselben NROs, die für sich beanspruchen, großartige Verteidiger von Flüchtlingen zu sein, waren tatsächlich das große Problem.

Man kann offensichtlich beides tun: Man kann menschenwürdige Arbeitsplätze schaffen, die sowohl in Bezug auf die Arbeitsbedingungen als auch die Arbeitsstandards menschenwürdig sind.

Natürlich, aber ehrlich gesagt, wenn man aus Syrien kommt, wo man selbst vor dem Krieg durchschnittlich 2.000 USD pro Jahr verdiente und jetzt in Jordanien ein Durchschnittseinkommen von 13.000 USD verdienen könnte, scheint so ziemlich jeder Job großartig.

Und natürlich wollten wir anständige Betriebe in die Gewerbegebiete bringen, die den gesetzlichen Bestimmungen in Jordanien entsprachen und wunderbare Arbeitsplätze für Syrer schaffen würden. Arbeitsstandards und so weiter wären kein Problem gewesen, überhaupt kein Problem. Das ist eine vollkommen unberechtigte Sorge.

Was stattdessen passierte, war, dass knapp fünf Prozent der Syrer nach Deutschland gingen, aber nur Ausgewählte. Wer ging nach Deutschland? Junge, wohlsituierte Männer, sodass jetzt 40Prozent aller syrischen Uni-Absolventen in Deutschland sind. Das ist so unverantwortlich, dass es angeprangert werden muss.

Wie erklären Sie es sich, dass gerade die Flüchtlingsfrage zu so einem polarisierenden Thema in Europa wurde?

Weil das Thema nicht durchdacht wurde. Da waren politische Entscheidungsträger am Werk, die ihrem Auftrag nicht nachgekommen sind, langfristig zu denken, was eine vernünftige, auf lange Sicht gute Politik wäre. Stattdessen scheinen sie von Woche und Woche, oder gar von Tag zu Tag auf die Ereignisse reagiert zu haben. Mit kurzfristigen Entscheidungen aufgrund kurzfristiger Ereignisse gerät man immer tiefer in ein Schlamassel. Wir sollten uns endlich fragen: „Wie sieht eine nachhaltige Politik aus?“ Ich glaube, dass wir sehr schnell einen breiten Konsens darüber finden können, wie eine solche nachhaltige Politik aussehen könnte – ein Konsens, dem sowohl die Linke wie die Recht zustimmen könnte.

Eine nachhaltige Politik wird sich durch drei Merkmale auszeichnen: Eins davon ist, das sie ethisch sein wird. Sie wird unseren ethischen Pflichten gegenüber den Flüchtlingen und gegenüber den Menschen in armen Ländern gerecht, die verzweifelt eine glaubwürdige Hoffnung brauchen. Sie brauchen eine Chance.

Worin bestehen diese Pflichten genau?

Eine der Pflichten gegenüber Flüchtlingen ist, dass wir Solidarität zeigen. Als 2011 der erste große Flüchtlingsstrom aus Syrien einsetzte, hatte Europa eine Verantwortung, genauso wie Jordanien, die Türkei und der Libanon.

Wir müssen Solidarität zeigen, aber wir beteiligen uns an den Solidaritätsmaßnahmen nach dem Prinzip des komparativen Vorteils. „Ihr Jordanier macht, was ihr am besten könnt: die Grenzen offenhalten, einen sicheren Zufluchtsort bereitstellen und den Menschen erlauben, zu arbeiten. Wir tun, was wir am besten können: In eurem eigenen Interesse als Jordanier solltet ihr das alles zulassen. Wir bringen die Arbeitsplätze, die den Flüchtlingen ihre Selbständigkeit wiedergeben, und wir stellen das Geld zur Verfügung, das die Sache für Jordanien rentabel werden lässt.“

Wir taten allerdings nichts. Jordaniens Haushaltsdefizit explodierte, weil das Land ohne Hilfe von außen für diese Flüchtlinge aufkam. Das ist die ethische Pflicht gegenüber Flüchtlingen. Die ethische Pflicht gegenüber Menschen, die in Gesellschaften leben, in denen es keine glaubwürdige Hoffnung gibt, besteht darin, ihnen glaubwürdige Hoffnung zu verschaffen.

Es gibt ganz eindeutige Dinge, die wir tun können, aber bisher nie getan haben – sehr eindeutige Dinge.

Was sind die wichtigsten davon?

Eins ist wirtschaftlicher und eins ist politischer Art. Wirtschaftlich gesehen – man denke an Clintons Wahlkampfslogan „It’s the economy, stupid“ - Es ist die Wirtschaft, Dummkopf –, besteht der einzige Weg, Staaten langfristig aus ihrer Fragilität zu befreien, darin, für Wirtschaftswachstum zu sorgen, mehr wirtschaftliche Möglichkeiten zu schaffen. In fragilen Staaten gibt es extrem, wirklich extrem wenige Betriebe, denn warum um alles in der Welt sollte ein anständiges Unternehmen dort hingehen? Aber es besteht ein riesiges öffentliches Interesse daran, dass Betriebe dort tätig werden, weshalb öffentliche Gelder gebraucht werden, um sie dazu zu bewegen, in fragile Staaten zu gehen. Keine großen Unternehmen, keine Firmen, die exportieren, einfache Betriebe, die Menschen in Gruppen von mehr als zwei Personen organisieren. Die meisten Afrikaner in fragilen Staaten arbeiten für sich, allein – ohne geregelten Lohn, ohne jegliche Spezialisierung, mit sehr niedriger Produktivität und sind zur Armut verdammt. Das Grundsätzlichste, das ein Unternehmen überall macht, ist Menschen zu organisieren, mit geregeltem Lohn und Spezialisierung. Der Einsatz, die Verwendung öffentlicher Mittel, um anständige Betriebe in dieses Umfeld zu bringen, in das sie eigentlich nicht gehen wollen, wo sie aber dringend gebraucht werden, ist die Art von Verwendung öffentlicher Gelder, die wirklich wichtig ist.

All unsere Regierungen haben Behörden oder Institutionen, die dafür zuständig sind. Das gehört zur Entwicklungszusammenarbeit oder den Entwicklungsbehörden, die sich um die Betriebe kümmert. In Deutschland ist es die DEG, die als Teil der KfW arbeitet. In der Weltbankgruppe ist es die IFC, die jetzt Gelder aus dem Topf für Entwicklungszusammenarbeit erhält. Bis zum letzten Jahr musste die IFC selbst Gewinne machen, um für öffentliche Hilfsprogramme bezahlen zu können. Das war verrückt.

Wenn man Gewinne machen muss, investiert man in China, was überhaupt nicht Sinn der Sache ist und nichts mit dem eigentlichen Zweck dieser Institutionen zu tun hat. Rund um die Welt gibt es 45 für Entwicklung zuständige Finanzinstitutionen – öffentliche Einrichtungen, die Unternehmen mit staatlichen Geldern dazu bringen, bestimmte Dinge zu tun. Viele von ihnen haben ihren eigentlichen Zweck noch nicht verstanden. Die Instrumente sind also vorhanden. Wir müssen sie nur richtig nutzen. Das kann doch, offen gesagt, nicht so schwer sein. Es ist bloß leider so, dass diese Institutionen schon seit Jahren existieren, aber nicht richtig genutzt wurden.

Wenn wir im Vorfeld der Europawahlen im nächsten Jahr einen Europapolitiker beraten würden, welchen Policy-Mix würden wir ihm empfehlen?

Wir stecken in einer polarisierten Debatte, weil die Menschen sich über die falschen Dinge streiten. Wir könnten weitgehende Einigkeit herstellen, wenn wir nicht länger unseren Fokus darauf richten, was wir morgen tun, sondern uns damit beschäftigen, wie ein nachhaltiges System aussehen könnte.

Nur als Zusammenfassung: Ausgangspunkt der weitgehenden Einigkeit ist, dass alles, was wir tun, ethisch sein muss. Das heißt, es muss unseren Pflichten gegenüber den Flüchtlingen gerecht werden. Und das wird es, indem wir den Flüchtlingen Arbeitsplätze bringen und den Regierungen der Zufluchtsländer riesige Unterstützung leisten, damit die Grenzen dieser Länder offen bleiben. Das ist das Entscheidende. Wenn die Gesellschaften der Zufluchtsländer keinerlei Vorteile von der Situation haben, werden sie ihre Grenzen nicht offenhalten und dann hat man den gefürchteten Drucktopf von Vertriebenen, die nicht aus ihrem Land herauskommen.

Unsere andere ethische Pflicht ist, Möglichkeiten in Länder zu bringen, in denen sich das gefährliche Narrativ verbreitet, dass man nichts anderes tun kann als wegzugehen. Mein gesamtes Arbeitsleben von über 40 Jahren habe ich der Idee gewidmet, dass die armen Gesellschaften zu uns aufschließen müssen. Sie werden nicht aufholen können, wenn ihre klügsten und besten Leute das Land verlassen.

Ich habe zurzeit einen Studenten, der Arzt aus dem Sudan ist. Ich unterrichte ihn nicht in Medizin, sondern in Staatspolitik, denn er möchte zurück in den Sudan gehen, um dort im Büro des Ministerpräsidenten zu arbeiten. Seine Freunde – andere sudanesische Ärzte in Großbritannien – halten ihn für verrückt. Es arbeiten mehr sudanische Ärzte in London als im gesamten Sudan. Es ist ein ethischer Skandal, dass Großbritannien sudanesische Ärzte für sein Gesundheitswesen rekrutiert, statt im eigenen Land Ärzte auszubilden. Großbritannien hat drei der zehn weltbesten Universitäten. Afrika hat keine davon. Die Vorstellung, dass wir auf Ärzte angewiesen sind, die in Afrika studiert haben, ist absurd. Afrika braucht Ärzte, die in Großbritannien ausgebildet wurden. Es ist beschämend, dass in Europa eine derartige Politik betrieben wird.

Und dann müssen wir eine Politik betreiben, die auf eine breite demokratische Zustimmung trifft, bei der die Mehrheit der Menschen sagt: „Ja, das ist gut“. Wenn man versucht, eine Politik durchzusetzen, die die Mehrheit der Menschen in dieser Gesellschaft für unverantwortlich hält, zerreißt man die betreffende Demokratie. Genau das passiert gerade. Die Regierungen überall in Europa haben das Vertrauen ihrer Bürger und Bürgerinnen verloren – und zwar deutlich messbar. Das ist eine Katastrophe, denn Regierungen sind in ihrer Arbeit auf Vertrauen angewiesen – nicht nur im Bereich der Migration, sondern in allen Bereichen.

Und drittens sollten wir politische Richtlinien nur mit ausreichender Vorsicht einführen, damit wir sie am Ende nicht bedauern.

Was wäre Ihr Ausgangspunkt, um im Vorfeld der Europawahlen oder von Wahlen auf nationaler Ebene Vertrauen zurückzugewinnen?

Darüber habe ich gerade ein ganzes Buch geschrieben. Es heißt Future of Capitalism und erscheint Anfang Oktober. In dem Buch geht es darum, wie die Mitte das Vertrauen wieder herstellen kann. Ich bin als Kind in der glorreichen Zeit zwischen 1945 und 1970 aufgewachsen, als das soziale Europa aufgebaut wurde.

Der britische Nationale Gesundheitsdient NHS wurde genau vor 70 Jahren, im Juli 1948, eingerichtet, und ich kam neun Monate später in einem vom NHS betriebenen Krankenhaus zur Welt. Und dann ging ich auf eine Schule, die noch zwei Jahre vor meiner Geburt eine Privatschule war, aber dann in eine staatliche Schule umgewandelt worden war. Es war nur eine staatliche Schule, aber eine sehr gute, die ich 19 Jahre lang besuchte. Meine Eltern hatten beide im Alter von 12 Jahren die Schule verlassen. Ohne diese Schule wäre ich wohl wie mein Vater ein armer Metzger geworden.

Dann ging ich nach Oxford. Ich musste keine Studiengebühren zahlen, weil es zu der Zeit für arme Kinder Stipendien gab. Heute gibt es die nicht mehr. Anschließend absolvierte ich ein Promotionsstudium und erhielt in Oxford die Doktorwürde. Auch das war kostenfrei, weil damals Gelder für diejenigen zur Verfügung standen, die arm genug waren.

Diese Zeit prägte mich. Was war das Besondere an dieser Zeit? Die Menschen entwickelten wechselseitige, auf Gegenseitigkeit beruhende Verpflichtungen rund um reale Ängste. Ich glaube, es war die Genossenschaftsbewegung, die im Norden Englands entstand, wo ich aufwuchs. Rochdale mit der Baugenossenschaft Halifax Building Society und all die anderen Städte im Umkreis. Sheffield war die erste Stadt in ganz Großbritannien mit einem Labour-Stadtrat.

Das war die Zeit, als diese gegenseitigen Verpflichtungen sich um die kleinen Leute und ihre Sorgen kümmerten. Das Geniale an diesen gegenseitigen Verpflichtungen ist, dass alle Rechte, die geschaffen werden, genau von diesen Verpflichtungen erfüllt werden, die man entwickelt.

Ab den 80er-Jahren wurde dann all das abgebaut, teils aufgrund der Idiotie der Rechten – durch ihre bescheuerte an Milton Friedman angelehnte Politik: Was gut für die Wirtschaft ist, ist auch gut für jeden Einzelnen – und teils aufgrund der Dummheit der neuen Linken, die Idee der wechselseitigen, auf Gegenseitigkeit beruhenden Verpflichtungen aufzugeben, und zwar zugunsten individueller Rechte, und der Rechte von Opfergruppen und ähnlichem sowie einem sozialen Paternalismus.

Meiner Ansicht haben wir in den letzten 40 Jahren die tragische Zerstörung der wahren Fundamente einer sozialen Demokratie erlebt. Und genau dagegen rebellieren die Menschen heute. Wir können uns keine Polarisierung leisten, weil wir, heute mehr als je zuvor, einen Sinn für Solidarität brauchen. Die Menschen, die am meisten leiden, müssen auf dieses soziale Kapital – ein akkumuliertes soziales Kapital – aus gegenseitiger Achtung zurückgreifen können.

Mit freundlicher Genehmigung des Social Europe Journal.

Übersetzung von Ina Görtz. IPG 10

 

 

 

 

Vereinte Nationen. Knapp 60.000 Migranten erreichten seit Januar Europa

 

Der Internationalen Organisation für Migration zufolge haben seit Jahresbeginn knapp 60.000 Flüchtlinge die Küsten Europas erreicht. Im Vergleich zum Vorjahr ist das ein Rückgang von etwa 50 Prozent.

 

In diesem Jahr haben bislang knapp 60.000 Migranten und Flüchtlinge auf dem Seeweg die Küsten Süd-Europas erreicht. Wie die Internationale Organisation für Migration am Dienstag in Genf mitteilte, kamen bei der gefährlichen Überfahrt mit seeuntauglichen Schlepperbooten mehr als 1.500 Menschen ums Leben. Erfasst wurde der Zeitraum von Neujahr bis Anfang August.

Im Vergleich zu den Vorjahren seien deutlich weniger Männer, Frauen und Kinder in Europa angekommen, hielt die UN-Organisation fest. Von Anfang Januar bis Anfang August 2017 seien es 117.000 Menschen gewesen. Im Vergleichszeitraum 2016 seien mehr als 263.000 Menschen registriert worden

In diesem Jahr seien die meisten Menschen – knapp 24.000 – in Spanien an Land gegangen. Während Spanien aus dem Mittelmeer gerettete Migranten aufnimmt, versperrt Italien Seerettungsschiffen die Einfahrt in seine Häfen. Insgesamt hätten in diesem Jahr knapp 19.000 Migranten und Flüchtlinge Italien erreicht, mehr als 16.000 seien in Griechenland von Bord gegangen, hieß es. Einige Hundert Menschen hätten es nach Zypern und Malta geschafft. (epd/mig 8)

 

 

 

 

„Klimawandel? Ach was!“ Wie eine Bande von Wissenschaftsleugnern und Umweltverschmutzern die Menschheit in die Irre führt

 

Der moderne Mensch, der in ein klimatisches Zeitalter – das Holozän – hineingeboren wurde, hat nun die Grenze in ein anderes – das Anthropozän – überschritten. Doch statt eines Moses, der der Menschheit in dieser neuen und gefährlichen Wildnis vorangeht, führt derzeit eine Bande von Wissenschaftsleugnern und Umweltverschmutzern die Menschheit in die Irre und in immer größere Gefahr. Wir sind inzwischen alle Klimaflüchtlinge und müssen einen Weg in Sicherheit abstecken.

Das Holozän war das geologische Zeitalter, das vor mehr als 10.000 Jahren begann und sich durch günstige klimatische Umstände auszeichnete, die die menschliche Zivilisation, so wie wir sie kennen, stützten. Das Anthropozän ist eine neue geologische Ära mit Umweltbedingungen, wie sie die Menschheit noch nie erlebt hat. Unheilverkündender Weise ist die Erdtemperatur inzwischen höher als während des Holozäns, was durch das Kohlendioxid bedingt ist, das die Menschheit durch Verbrennen von Kohle, Öl und Gas sowie durch die wahllose Umwandlung der Wälder und Steppen unserer Welt in Agrarbetriebe und Weideflächen in die Atmosphäre entlassen hat.

Schon jetzt leiden und sterben Menschen in diesem neuen Umfeld, und Schlimmeres wird folgen. Laut Schätzungen hat der Hurrikan Maria in Puerto Rico im vergangenen September mehr als 4000 Menschenleben gekostet. Hurrikane hoher Intensität werden häufiger, und starke Stürme verursachen vermehrte Überschwemmungen. Gründe hierfür sind der zunehmende Wärmetransfer, der von dem sich erwärmenden Wasser der Ozeane ausgeht, der höhere Feuchtigkeitsanteil der wärmeren Luft und der Anstieg des Meeresspiegels – die alle durch den von uns Menschen ausgelösten Klimawandel verschärft werden.

Erst im letzten Monat kamen in Vororten Athens durch einen verheerenden Waldbrand, der durch eine Dürre und hohe Temperaturen angeheizt wurde, mehr als 90 Menschen ums Leben. In ähnlicher Weise wüten in diesem Sommer in weiteren heißen und neuerdings trockenen Gegenden – u. a. in Kalifornien, Schweden, Großbritannien und Australien – riesige Waldbrände. Im vergangenen Jahr war es Portugal, das verheert wurde. Weltweit wurden in diesem Sommer an vielen Stellen Hitzerekorde gemessen.

Die Art und Weise, in der die Menschheit unbekümmert die Grenzen des Holozäns überschritten und dabei wie eine Figur in einem Horrorfilm alle offensichtlichen Warnsignale missachtet hat, ist zutiefst unverantwortlich. 1972 kamen Regierungsvertreter aus aller Welt in Stockholm zusammen, um die zunehmenden Umweltbedrohungen zu behandeln. Im Vorfeld der Konferenz veröffentlichte der Club of Rome Die Grenzen des Wachstums; darin wurden erstmals die Idee eines „nachhaltigen“ Wachstumspfads und die Risiken der Überschreitung der uns durch die Umwelt gesetzten Grenzen thematisiert. Zwanzig Jahre später schrillten die Alarmglocken in Rio de Janeiro, wo die Mitgliedstaaten der Vereinten Nationen zum Erdgipfel zusammengekommen waren, um das Konzept „nachhaltiger Entwicklung“ zu verabschieden und drei wichtige Umweltverträge zu unterzeichnen, um die von uns Menschen ausgelöste globale Erwärmung aufzuhalten, die Artenvielfalt zu schützen und Landverödung und Wüstenbildung zu stoppen.

Nach 1992 ignorierten die USA – das mächtigste Land der Welt – demonstrativ die drei neuen Verträge und signalisierten damit anderen Ländern, dass auch sie ihre Anstrengungen zurückfahren könnten. Der US-Senat ratifizierte die Verträge zum Klimawandel und zur Wüstenbildung, aber tat nichts zu ihrer Umsetzung. Und er weigerte sich sogar, den Vertrag zum Schutz der Artenvielfalt zu ratifizieren, und zwar u. a., weil Republikaner aus den Staaten im Westen der USA darauf beharrten, dass Landbesitzer berechtigt seien, mit ihrem Eigentum zu machen, was immer sie wollten, ohne internationale Einmischung.

In jüngerer Zeit hat die Welt die Ziele für nachhaltige Entwicklung (im September 2015) und das Pariser Klimaabkommen (im Dezember 2015) verabschiedet. Doch die US-Regierung ignoriert auch die Ziele für nachhaltige Entwicklung vorsätzlich und rangiert, was die staatlichen Bemühungen zu ihrer Umsetzung angeht, an letzter Stelle unter den G20-Ländern. Und Präsident Donald Trump hat seine Absicht zu einem Ausstieg der USA aus dem Pariser Klimaabkommen zum frühestmöglichen Zeitpunkt – d. h. 2020, vier Jahre nach Inkrafttreten des Vertrages – erklärt.

Und es wird noch schlimmer. Der menschgemachte CO2-Anstieg hat seine volle erwärmende Wirkung noch nicht entfaltet, was auf die beträchtliche Verzögerung seiner Auswirkungen auf die Temperaturen der Ozeane zurückzuführen ist. Auf der Basis der gegenwärtigen CO2-Konzentration in der Atmosphäre (408 ppm) ist eine zusätzliche Erwärmung um rund 0,5 ºC schon jetzt unvermeidlich, und wenn sich die Verbrennung fossiler Brennstoffe wie bisher fortsetzt und die CO2-Konzentrationen weiter steil ansteigen, wird es noch viel wärmer. Um das Ziel des Pariser Abkommens einer Begrenzung der Erwärmung auf „deutlich unter 2 ºC“ gegenüber vorindustriellem Niveau zu erreichen, muss die Welt bis etwa 2050 eine entschiedene Umstellung von Kohle, Öl und Gas auf erneuerbare Energien und von der Entwaldung zur Aufforstung und Wiederherstellung verödeter Flächen vollziehen.

Warum also hält die Menschheit stur an einem Kurs fest, der in die sichere Tragödie führt?

Der Hauptgrund ist, dass unsere politischen Institutionen und die Großkonzerne die zunehmenden Gefahren und Schäden vorsätzlich ignorieren. In der Politik geht es darum, an die Macht zu kommen und diese zu erhalten, und um die Annehmlichkeiten des Amtes, aber nicht um das Lösen von Problemen, selbst über Leben und Tod entscheidenden Umweltproblemen. Bei der Führung eines Großunternehmens geht es um die Maximierung des Shareholder-Value, nicht darum, die Wahrheit zu sagen oder es zu vermeiden, dem Planeten großen Schaden zuzufügen. Gewinnstrebende Investoren sind Eigentümer der wichtigen Medien oder üben durch ihre Anzeigenkäufe zumindest einen Einfluss auf diese aus. Daher erhält eine kleine, aber sehr mächtige Gruppe das auf fossilen Brennstoffen basierende Energiesystem weiter aufrecht und setzt dabei den Rest der Menschheit wachsenden Gefahren heute und in der Zukunft aus.

Trump ist nur der letzte nützliche Idiot, der nach der Pfeife der Verschmutzer tanzt. Unterstützt wird er von den Republikanern im US-Kongress, die ihren Wahlkampf durch Spenden von Umweltsündern wie Koch Industries finanzieren. Trump hat die US-Regierung mit Lobbyisten aus der Industrie besetzt, die jede Umweltschutzbestimmung in Reichweite systematisch zerschlagen. Zuletzt hat Trump einen früheren Anwalt des Mega-Umweltverschmutzers Dow Chemical für die Leitung des „Superfund“-Programms der US-Umweltschutzbehörde EPA zur Beseitigung von Altlasten nominiert. Das Ganze sprengt jede Vorstellungskraft.

Wir brauchen eine neue Art der Politik, die bei einem klaren globalen Ziel ansetzt: der Umweltsicherheit für die Bevölkerung unseres Planeten durch Erfüllung des Pariser Klimaabkommens, Schutz der Artenvielfalt und die Verringerung der Umweltverschmutzung, die jedes Jahr Millionen von Menschen tötet. Diese neue Politik muss auf wissenschaftliche und technische Experten hören und nicht auf ihr Eigeninteresse verfolgende Wirtschaftslenker und narzisstische Politiker. Klimatologen versetzen uns in die Lage, die zunehmenden Gefahren zu erfassen. Ingenieure sagen uns, wie wir die rasche Umstellung auf kohlenstofffreie Energien bis 2050 bewältigen können. Ökologen und Agronomen zeigen uns, wie man mehr und bessere Agrarprodukte auf weniger Land anbauen und zugleich die Entwaldung stoppen und in der Vergangenheit verödete Flächen renaturieren kann.

Eine derartige Politik ist möglich. Tatsächlich sehnt sich die Bevölkerung danach. Eine große Mehrheit des amerikanischen Volkes beispielsweise will die globale Erwärmung bekämpfen, im Pariser Klimaabkommen bleiben und erneuerbare Energien nutzen. Doch je länger eine kleine, ignorante Elite die Amerikaner und den Rest der Menschheit zwingt, ziellos in der politischen Wildnis umherzuwandern, desto wahrscheinlicher ist es, dass wir in einer Wüste enden werden, aus der es kein Entkommen gibt.  Jeffrey D. Sachs, PS/IPG 7

 

 

 

Die quälende Suche nach einem Hafen

 

Es ist seit einiger Zeit immer das gleiche Spiel: Die „Aquarius“ pflügt durch das Mittelmeer und sucht einen Hafen. Damit die 141 Migranten, die das deutsch-französische Schiff vor der libyschen Küste vor dem Schiffbruch gerettet hat, an Land gehen können. Stefan von Kempis – Vatikanstadt

 

Die „Aquarius“ könne „fahren, wohin sie will – aber nicht nach Italien“, twittert Roms populistischer Innenminister Matteo Salvini (Lega). Der Mann, der Italiens Häfen für Notretter geschlossen und damit tatsächlich dafür gesorgt hat, dass weniger Migranten nach Italien kommen. Stattdessen erreichen jetzt mehr Verzweifelte von Nordafrika aus die spanische Küste.

Menschenrechtler riefen am Sonntag die europäischen Regierungen dazu auf, der „Aquarius“ zu sagen, wo sie anlegen darf.

“ Es ist ausgesprochen wichtig, dass die Überlebenden schnell in Sicherheit gebracht werden ”

„Es ist ausgesprochen wichtig, dass die Überlebenden schnell in Sicherheit gebracht werden, damit man dort ihre Grundbedürfnisse stillen kann“, sagt Nick Romaniuk vom Verband „SOS Méditerranée“, der die „Aquarius“ zusammen mit „Ärzte ohne Grenzen“ aufs Wasser gesetzt hat. Das Schiff ist seit 2016 im Mittelmeer unterwegs und hat mehr als 29.000 Menschen vor dem Ertrinken gerettet.

 

Fünf Schiffe fuhren vorbei, ohne zu helfen

Bis Juni konnten die Migranten – von denen die meisten Afrikaner sind – ohne größere Umstände nach Italien gebracht werden. Doch dann übernahm in Rom eine Populisten-Regierung das, nun ja, Ruder und schloss die Häfen. Rom wirft den Helfern vor, ungewollt zu Menschenhandel beizutragen und den Schleppern das große Geschäft überhaupt erst möglich zu machen.

Insgesamt sind seit 2014 mehr als 650.000 Bootsflüchtlinge nach Italien gekommen; viele von ihnen haben das Land aber mittlerweile wieder verlassen, in Richtung Frankreich oder auch Deutschland.

Nach Angaben von „SOS Méditerranée“ berichten Bootsflüchtlinge „Verstörendes“. Fünf Schiffe seien an ihnen vorübergefahren, ohne auf ihre Hilfesignale zu reagieren und ihnen zu helfen, so die Migranten, die vor der libyschen Küste trieben.

 

Viele der Geretteten sind ausgesprochen schwach und unterernährt 

Der Verband hat den Verdacht, dass viele Kapitäne vor der Hilfe für Migranten in Seenot jetzt zurückschrecken – weil sie nicht wissen, welchen Hafen sie dann anlaufen müssen, um die Geretteten wieder auszuladen. „Es sieht so aus, als wäre das Prinzip, dass man Menschen in Seenot retten muss, jetzt auf einmal ins Belieben des Einzelnen gestellt“, kommentiert Aloys Vimard von „Ärzte ohne Grenzen“.

Von den Migranten, die die „Aquarius“ an Bord hat, sind viele „ausgesprochen schwach und unterernährt“. Im Juni hatte die „Aquarius“ tagelang mit über 600 Migranten an Bord über das Mittelmeer irren müssen, weil Italien und Malta sich weigerten, ihre Häfen zu öffnen. Schließlich erbarmte sich Spanien. (ap/VN 14

 

 

 

 

Flüchtlingspolitik. Erstes Rücknahme-Abkommen mit Spanien geschlossen

 

Von diesem Samstag an kann Deutschland Flüchtlinge nach Spanien zurückschicken, wenn sie dort bereits einen Asylantrag gestellt haben. Das Abkommen mit Madrid ist die erste Vereinbarung mit einem EU-Land über die Zurücknahme von Asylbewerbern.

Deutschland hat ein Abkommen mit Spanien zur Rückführung von Migranten geschlossen. Demnach können von Samstag an Flüchtlinge, die an der deutschen Grenze aufgegriffen werden, nach Spanien zurückgeschickt werden, wenn sie dort bereits einen Asylantrag gestellt haben. Die Sprecherin des Bundesinnenministeriums, Eleonore Petermann, sagte am Mittwoch in Berlin, die Vereinbarung sei bereits am vergangenen Montag vom deutschen und spanischen Innenministerium unterschrieben worden. Die deutsche Seite begrüße „die Kooperationsbereitschaft von Spanien“, die es ermöglicht habe, das Abkommen schnell abzuschließen.

Eine bilaterale Verwaltungsvereinbarung ist Voraussetzung dafür, dass Flüchtlinge an den Grenzen zurückgewiesen werden können. Spanien ist das erste Land, mit dem Deutschland eine solche Vereinbarung geschlossen hat. Nach Auskunft von Ministeriumssprecherin Petermann hat die spanische Regierung keine Gegenleistungen verlangt. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU) will am kommenden Wochenende den spanischen Ministerpräsidenten Pedro Sánchez an seinem Ferienort in Andalusien besuchen. Bei dem Treffen soll es auch um die Migrationspolitik gehen.

Die Gespräche mit Italien und Griechenland über ähnliche Abkommen seien noch nicht beendet, erklärte Petermann weiter. Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) hatte angekündigt, dass die Verhandlungen Anfang August zu einem Ende kommen sollten. Italien und Griechenland haben Bedingungen für die Rücknahme von Asylbewerbern aus Deutschland gestellt. Zu den Gesprächen mit Griechenland sagte Petermann, sie seien in den vergangenen Tagen wegen der Brandkatastrophe in dem Land nicht forciert worden.

Weitere Abkommen sollen folgen

Die Bundesregierung will mit mehreren europäischen Ländern solche Abkommen schließen, um Flüchtlinge binnen 48 Stunden an den deutschen Grenzen zurückweisen zu können. Darauf hatte insbesondere Seehofer gedrängt, der die Abkommen nun auch aushandeln soll. Nach wochenlangem Streit in der Union über die Asylpolitik war dies mit Zustimmung der SPD im Rahmen eines Koalitionsausschusses beschlossen worden. Grundlage für jegliche Zurückweisungen müssten Abkommen mit den betreffenden Ländern sein, hatte die SPD betont. Die Zurückgewiesenen werden auch nicht in Transitzentren festgehalten, wie zunächst von der CSU gefordert, sondern direkt zurückgeschickt.

Dies könne per Flugzeug geschehen oder auf andere Weise, sagte die Innenministeriums-Sprecherin Petermann. Außerdem könnten ohne eine zusätzliche schriftliche Vereinbarung schon Asylbewerber aus Österreich dorthin zurückgeschickt werden, wenn Österreich für ihr Verfahren zuständig ist. (epd/mig 9)

 

 

 

Italien: Demonstration gegen Ausbeutung von Erntehelfern

 

Nachdem 16 afrikanische Erntehelfer in Süditalien bei Arbeitsunfällen starben, haben Gewerkschaften und Saisonarbeiter erneut gegen Sklaverei-ähnliche Arbeitsbedingungen demonstriert. Caritas-Vertreter kritisierten, die Unfälle seien Ausdruck eines „kranken Systems der Ausbeutung“.

An einer Kundgebung in der Provinzhauptstadt Foggia am Mittwoch nahmen nach Angaben der Nachrichtenagentur SIR auch Giovanni Checchinato, der Bischof von San Severo, und die Leiter einiger Caritas-Verbände teil. Bei San Severo liegt ein berüchtigtes Camp, aus dem Landwirtschaftsbetriebe ihre Arbeitskräfte rekrutieren.

 

Arbeiter hausen in Ghettos

Der Leiter der Caritas von San Severo, Andrea Pupilla, wies beispielhaft auf das sogenannte „Ghetto von Rignano“ hin. Dort lebten etwa 1000 Erntehelfer aus Gambia, dem Senegal oder Nigeria unter widrigsten Bedingungen. Frauen würden oft für „weibliche Handlangerdienste, Prostitution, Dealerei“ ausgenutzt.

„Unmenschliche Bedingungen"

 

Auch der Vorsitzende der Italienischen Bischofskonferenz, Kardinal Gualtiero Bassetti, äußerte sich empört über die "unmenschlichen Bedingungen" für Saisonarbeiter in Landwirtschaftsbetrieben. Viele würden schwarz beschäftigt und erhielten zu wenig Geld für ihre Arbeit, sagte der Kardinal vor Journalisten in Rom. Menschen dürften nicht "in Hütten wie Ratten" hausen. Deswegen müsse die Politik dringend intervenieren.

In den vergangenen Wochen kam es immer wieder zu Unfällen, bei denen Transporter verunglückten, in denen Erntehelfer auf viel zu engem Raum eingepfercht saßen. Erst am Montag krachte ein Lieferwagen voller Erntehelfer mit einem Lastwagen zusammen.  (KAP 9)

 

 

 

1.500 Flüchtlinge ertrunken. Mittelmeer weltweit tödlichste Seeroute

 

Allein im Juni und Juli kamen laut UN mehr als 850 Flüchtlinge und Migranten ums Leben: Das Mittelmeer sei die weltweit tödlichste Seeroute. Das Flüchtlingshilfswerk fordert Konsequenzen.

Im Mittelmeer sind nach Angaben der Vereinten Nationen in diesem Jahr bereits mehr als 1.500 Flüchtlinge und Migranten ertrunken. Mehr als 850 von ihnen seien allein im Juni und Juli ums Leben gekommen, erklärte das UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR am Freitagabend in Genf. Das Mittelmeer sei damit die tödlichste Seeroute weltweit. Der Sprecher der UNHCR-Vertretung Deutschland, Martin Rentsch, rief Europa zur Aufrechterhaltung der Seenotrettung auf.

Der Anstieg der Todesfälle sei besonders besorgniserregend, da zugleich immer weniger Menschen über das Mittelmeer nach Europa kämen, erklärte das Flüchtlingshilfswerk: Bis Ende Juli waren es rund 60.000 und damit etwa halb so viele wie im Vorjahreszeitraum. Dennoch kam im Juni und Juli einer von 31 Mittelmeerflüchtlingen ums Leben oder wurde vermisst, im Vergleich zu einem von 49 im vergangenen Jahr.

Der UNHCR-Sondergesandte für das Mittelmeer, Vincent Cochetel, rief alle Staaten entlang der Transitrouten zur Zerschlagung von Schleusernetzwerken auf. Die Schleuser müssten zur Rechenschaft gezogen werden, damit Menschenleben gerettet werden könnten. Ohne einen gemeinschaftlichen Ansatz aller beteiligten Staaten werde die Tragödie im Mittelmeer weitergehen, warnte Cochetel.

Spanien wichtigstes Ankunftsland

Als wichtigstes Ankunftsland der Flüchtlinge hat Spanien inzwischen Italien abgelöst. Laut UNHCR trafen dort in diesem Jahr auf dem Seeweg mehr als 23.500 Menschen ein, im Vergleich zu etwa 18.500 in Italien und 16.000 in Griechenland. Flüchtlinge aus Syrien machen mit einem Anteil von etwa 13,5 Prozent die größte Gruppe aus.

UNHCR-Sprecher Rentsch betonte am Samstag, Europa sei in der Pflicht, Verantwortung für die Flüchtlinge und Migranten zu übernehmen. Die Menschen müssten gerettet werden, und dabei müssten alle Staaten mithelfen: „Das Mittelmeer grenzt an viele Länder, und es grenzt auch an Europa“, sagte er im Deutschlandfunk.

„Libyen kein sicherer Hafen“

Die Verantwortung für die Menschen auf See dürfe nicht allein Nordafrika zugeschoben werden. „Libyen ist aufgrund der Situation in den Haftzentren kein sicherer Hafen“, erklärte Rentsch. Das UNHCR arbeit zwar konstruktiv mit den libyschen Behörden zusammen, könne aber nur auf kleiner Flamme humanitäre Hilfe leisten. „Wir können keine politischen Entscheidungen treffen, die müssen in Europa fallen unter Einbeziehung der nordafrikanischen Akteure“, erklärte er. „Man muss die Schutzsysteme in Nordafrika stärken, die Seenotrettung muss ein oberstes Prinzip bleiben.“

Auch Außenminister Heiko Maas (SPD) forderte eine rasche europäische Lösung zur Aufnahme von aus dem Mittelmeer geretteten Flüchtlingen. „Wir können Italien und Spanien nicht allein lassen“, sagte der Minister der „Frankfurter Rundschau“. Das Thema Migration dürfe nicht zum „Spaltpilz für Europa werden“, mahnte er.

Maas: Nicht alle müssen Flüchtlinge aufnehmen

Es müssten sich nicht alle 28 Mitgliedsstaaten der Europäischen Union gleichermaßen an der Verteilung von aus Seenot geretteten Flüchtlingen beteiligen, sagte Maas. Wer nicht mitmache, solle sich in anderen Bereichen engagieren, etwa bei der Bekämpfung der Fluchtursachen.

Private Seenotrettungs-Organisationen geraten im Mittelmeer immer mehr unter Druck, nachdem Italien Schiffen das Anlegen an seinen Häfen untersagt hat und Malta Schiffe von Helfern nicht mehr auslaufen lässt. (epd/mig 6)

 

 

 

EU „bedauert“ Wiedereinsetzung der US-Sanktionen gegen den Iran

 

Die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini gab heute eine gemeinsame Stellungnahme mit Bundesaußenminister Heiko Maas (SPD), dem französischen Außenminister Jean-Yves Le Drian und dem britischen Außenminister Jeremy Hunt zu den US-Sanktionen gegen den Iran ab.

 

Die EU sei „entschlossen“, europäische Unternehmen, die an „rechtmäßigen“ Geschäften mit dem Iran beteiligt seien, vor negativen Auswirkungen der US-Entscheidung zu schützen, erklärte die EU-Außenbeauftragte Federica Mogherini am Montag in einer gemeinsamen Stellungnahme mit Bundesaußenminister Heiko Maas (SPD), dem französischen Außenminister Jean-Yves Le Drian und dem britischen Außenminister Jeremy Hunt.

Mit Beginn der neuen US-Sanktionen am Dienstag solle zugleich eine reaktivierte Verordnung zum Schutz europäischer Unternehmen vor den US-Maßnahmen in Kraft treten, heißt es in der Erklärung. Sie solle „EU-Unternehmen, die in Iran rechtmäßig geschäftlich tätig sind, vor den Auswirkungen der extraterritorialen US-Sanktionen schützen“.

Außerdem sähen sich die verbliebenen Vertragsparteien „verpflichtet, unter anderem an der Aufrechterhaltung effektiver Finanzkanäle mit Iran sowie an der Weiterführung iranischer Öl- und Gasexporte zu arbeiten“, heißt es in der Erklärung.

In dieser Hinsicht wolle die EU ihre „Arbeit fortführen, auch mit Drittstaaten, die daran interessiert sind, das iranische Nuklearabkommen zu unterstützen und Wirtschaftsbeziehungen mit Iran aufrechtzuerhalten“. Diese Bemühungen sollten in den kommenden Wochen „intensiviert und auf Ministerebene überprüft werden“.

Die Aufhebung der Sanktionen sei ein „zentraler Bestandteil“ des Atomabkommens mit dem Iran, heißt es in der Erklärung weiter. „Sie soll sich nicht nur auf die Handels- und Wirtschaftsbeziehungen mit Iran positiv auswirken, sondern auch und vor allem auf das Leben der Menschen im Land.“

US-Präsident Donald Trump hatte im Mai den Ausstieg seines Landes aus dem Abkommen erklärt und die Wiedereinsetzung der US-Sanktionen angekündigt. Sie sollen in zwei Schritten am 7. August (00.00 Uhr Ortszeit USA; 06.00 Uhr MESZ) und am 5. November in Kraft treten. Deutschland, Frankreich und Großbritannien, die das Iran-Abkommen mit ausgehandelt hatten, verlangten vergeblich Ausnahmen für europäische Unternehmen.

Die EU-Außenminister hatten daher Mitte Juli die Aktualisierung einer entsprechenden EU-Verordnung von 1996 beschlossen. Das Blockadestatut verbietet Unternehmen aus der EU, sich an die US-Sanktionen gegen Iran zu halten. Urteile ausländischer Gerichte zur Durchsetzung der Sanktionen werden in der EU demnach nicht anerkannt. EA/AFP 6

 

 

 

Wie man mit Populisten streitet

 

Die Verteidiger der freiheitlichen Demokratie müssen mit Populisten streiten und zeigen wofür sie stehen. Von Helmut Anheier

 

In vielen westlichen Ländern haben sich die sozialen und politischen Spaltungen so weit vertieft, dass jeder Versuch diese zu überbrücken sinnlos erscheint. Das hätte man allerdings auch in den 1960er Jahren glauben können, einer Zeit, die mindestens ebenso konfliktreich war wie die unsrige. Und doch konnten diese Spaltungen letztlich überwunden werden – der Unterschied lag im Diskurs.

In den 1960er Jahren hingen die Schatten der Erinnerung an die Schrecken des Zweiten Weltkriegs noch schwer über Europa. In Deutschland führten außenpolitische Herausforderungen wie der Kalte Krieg und innenpolitische Schwierigkeiten wie die erste Nachkriegsrezession und die steigende Arbeitslosigkeit dazu, dass die noch immer fragile demokratische Ordnung durch radikale Kräfte von links wie auch von rechts erschüttert wurde. 1968 brachen überall in den Städten Europas wie auch der USA Studentenproteste aus, die sich nicht nur gegen den Vietnamkrieg, sondern auch und zunehmend gegen das „Establishment“ als solches richteten.

Ähnlich wie heute fiel es auch in den 1960er Jahren Menschen mit unterschiedlichen Auffassungen schwer, miteinander zu kommunizieren. Und dennoch war die öffentliche Debatte der damaligen Zeit von einer Höflichkeit geprägt, von der heute nichts mehr zu spüren ist. Zumindest bei einem Teil der Gesellschaft bestand Einigkeit darüber, dass die Weigerung, sich mit dem politischen Gegner auseinanderzusetzen nur das Gefühl des „Wir-gegen-Euch“ verstärken würde, das auch den Radikalismus schürt.

Hier sei an die öffentliche Konfrontation zwischen Ralf Dahrendorf, einem Mitglied der FDP, und dem radikalen linken Studentenführer Rudi Dutschke am Rande eines FDP-Parteitags in Freiburg erinnert. Dutschke versuchte, Dahrendorf, den liberalen Intellektuellen des Establishments, als ausbeuterisch und undemokratisch zu „demaskieren“; Dahrendorf konterte, indem er Dutschkes revolutionäre Rhetorik als naiv, inhaltsleer und letztlich gefährlich bezeichnete. So sehr die Auffassungen der beiden auch auseinandergingen, so gaben sie sich doch gegenseitig die Chance, ihre Standpunkte zu Revolution, Freiheit und Demokratie zu vertreten.

Die gleiche Haltung ließ sich auch gegenüber der radikalen Rechten beobachten, wie im Falle der NPD, die 1964 aus mehreren rechten Gruppen gegründet wurde. 1967 gewann die NPD bei den Wählern an Zustimmung. Im Zuge einer weitgehend vergessenen, aber bemerkenswerten öffentlichen Debatte versammelten sich an der Universität Hamburg 2.000 Menschen, um an einer Podiumsdiskussion zum Thema „Radikalismus in der Demokratie“ teilzunehmen.

Auf dem Podium saßen neben dem NPD-Vorsitzenden Adolf von Thadden der Verleger der liberalen Wochenzeitung Die Zeit, Gerd Bucerius, der konservative Schriftsteller Rudolf Krämer-Bodoni, der ostdeutsche Anwalt und Politiker Friedrich Karl Kaul sowie wiederum Ralf Dahrendorf. Moderiert wurde die Diskussionsrunde von Fritz Bauer, einem ehemaligen Exilanten, der in den Frankfurter Auschwitz-Prozessen von 1963 bis 1965 als Vertreter der Anklage auftrat.

Zu Beginn der Debatte stellte von Thadden seine politischen Ansichten vor, wobei er die Rolle Deutschlands im Zweiten Weltkrieg und die Gründe für den Aufstieg der NPD ungerührt und ohne jede Reue darlegte. Der Soziologieprofessor Dahrendorf antwortete mit einer Analyse der breitgefächerten Wählerschaft der NPD, die sich aus alten Nazis, desillusionierten Identitätssuchern und opportunistischen Antimodernisten zusammensetzte. Dahrendorf schloss die Bemerkung an, dass er zwar verstehe, wogegen Thadden sich aussprach, nicht aber, wofür der NPD-Vorsitzende eintrat. Spreche er sich denn überhaupt für die Demokratie aus? Bucerius forderte von Thadden später noch direkter heraus und fragte, ob er den Putschversuch gegen Adolf Hitler im Jahr 1944 unterstützt hätte. Bauer warf ein, dass Thaddens Schwester dem Widerstand angehört habe. Thadden vermied eine direkte Antwort, indem er andeutete, dass er sich dem Kampf seiner Schwester nicht angeschlossen hätte.

Dahrendorf vertrat nachdrücklich die Meinung, dass das Schicksal der NPD von den Wählern und nicht von den Gerichten entschieden werden sollte, die die Kommunistische Partei als verfassungswidrig erklärt hatten. Kaul bekräftigte diese Meinung in einer leidenschaftlich vorgetragenen (und zweifellos im Vorfeld mit der ostdeutschen Führung abgestimmten) Stellungnahme zum Ausschluss der westdeutschen Kommunisten von der Debatte. Andere Podiumsmitglieder stimmten dieser Meinung zu. Eine liberale Demokratie, so Dahrendorf abschließend, könne nicht die Radikalen der einen Seite ausschließen, während sie die der anderen Seite tolerierte.

Heute ist es nur schwer vorstellbar, dass etablierte Politiker und bekannte Intellektuelle zusammen mit aufstrebenden Vertretern radikaler Ansichten - ob Populisten, Wirtschaftsnationalisten, Euroskeptikern oder anderen - in so tiefgehenden und von gegenseitigem Respekt geprägten öffentlichen Diskussionsrunden auftreten. Und ganz sicher findet zwischen den Gruppen der extremen Linken und der extremen Rechten keine solche Auseinandersetzung statt. Beide Seiten ziehen es vor, vor eigenem Publikum zu predigen, welches sie über Medienblasen erreichen, in denen für eine ernsthafte Diskussion gegensätzlicher Ansichten kaum eine Nachfrage besteht.

Vielen der heutigen Spitzenvertreter unserer Gesellschaft, der sogenannten Eliten, der Leitfiguren der liberalen demokratischen Ordnung, scheint das Risiko zu groß, sich mit Vertretern radikaler Ansichten auseinanderzusetzen: Mehr Öffentlichkeit könnte zu einer größeren Legitimation führen. Aber diese Haltung birgt wiederum hohe Risiken, nicht zuletzt deshalb, weil sie zu einer vorsätzlichen Blindheit gegenüber jenen gesellschaftlichen Veränderungen geführt hat, aus denen sich extreme Ideologien speisen – eine Haltung, die von vielen als arrogant empfunden wird. Man erinnere sich an die abfällige Äußerung der Präsidentschaftskandidatin der amerikanischen Demokraten, Hillary Clinton, mit der sie die Hälfte der Anhänger ihres Rivalen Donald Trump als „Korb der Bedauernswerten“ bezeichnete.

Extremisten lassen sich nicht einfach wegwünschen. Radikalen Bewegungen freien Lauf zu lassen, wie von einigen vorgeschlagen, ist nicht nur leichtsinnig, sondern auch gefährlich angesichts des Schadens, den sie anrichten können, bevor sie scheitern. Um ihrer Verantwortung als Hüter des Gemeinwohls gerecht zu werden, müssen die kulturellen und politischen „Eliten“ das Elitedenken zur Seite legen und Formate und Formeln finden, um bei unterschiedlichen Bevölkerungsgruppen – einschließlich radikaler und populistischer Bewegungen – so schwer dies auch sein mag, mehr konstruktives Engagement zu erreichen.

Zu Recht bezeichnete Dahrendorf bei der Diskussion in Hamburg den Erfolg der Extremisten als ein Maß für das Scheitern der demokratischen Eliten. Wie die NPD in den 1960er Jahren, so verdankt auch die AfD ihren Erfolg in Landtags- und Bundestagswahlen der Weigerung der politischen, wirtschaftlichen und akademischen Eliten des Landes, sich konstruktiv mit der Öffentlichkeit auseinanderzusetzen, geschweige denn mit jenen, die dieser Öffentlichkeit das Gefühl gaben, auf ihre Sorgen einzugehen.

Die Verteidiger der freiheitlichen Demokratie müssen mit Populisten streiten – nicht um deren Haltung zu verändern, sondern um der Öffentlichkeit deutlich zu machen, wofür jede einzelne Partei wirklich steht, und nicht nur wogegen. Ja, dies könnte bedeuten den Populisten mehr Sendezeit zuzugestehen, und es besteht das Risiko, radikale Ansichten zu normalisieren. Und doch sind die Risiken, die mit einer aggressiven Polarisierung des öffentlichen Raumes einhergehen – in deren Ausnutzung sich Extremisten als überaus geschickt erwiesen haben – weitaus größer. Aus dem Englischen von Ina Görtz.  PS/ IPG 2

 

 

 

Seenotrettung. Erst retten, dann fragen

 

Seit einem Jahr darf die „Iuventa“ im Mittelmeer keine Flüchtlinge mehr retten. Der Vorwurf: Zusammenarbeit mit Schleusern. Aber das sei Quatsch, sagt Kapitän Jonas Buja. „Wir sind wie die Feuerwehr. Die fragt auch nicht erst, warum etwas brennt.“ Von Jörg Nielsen

Das Bild der beiden toten jungen Frauen geht Jonas Buja nicht aus dem Sinn. Gleich am zweiten Tag seiner ersten Rettungsmission an Bord der „Iuventa“ vor der libyschen Küste konnte die Crew die beiden Flüchtlinge nur noch tot aus einem völlig überladenen Schlauchboot bergen. „Da habe ich gedacht, was machst du hier eigentlich? Das ist doch alles Sch…“, sagt der 26-Jährige. Doch dann habe er sich umgedreht und in das Gesicht eines jungen Mannes geblickt, der noch vor wenigen Minuten in dem selben Schlauchboot um sein Leben bangte und ihn nun freudig anstrahlte. „Da war mit klar, ich tue das Richtige, ich rette hier Menschen vor dem sicheren Ertrinken.“

Zwischen 2016 und Mitte 2017 war der nautische Offizier aus Leer in Ostfriesland fünfmal als Freiwilliger auf der „Iuventa“ im Mittelmeer im Einsatz, dreimal als Erster Offizier, zweimal als Kapitän. „Das war eine harte Zeit mit sehr wenig Schlaf“, sagt Buja. Der evangelische Kirchenvorsteher bezieht seine Motivation für den strapaziösen Einsatz aus seinem christlichen Glauben: „Als Gottes Geschöpf hat jeder ein Recht darauf, gerettet zu werden – auch schiffbrüchige Flüchtlinge.“

Doch das Retten von Flüchtlingen aus überladenen Booten wird immer schwieriger. Vor genau einem Jahr wurde die „Iuventa“ von den italienischen Behörden beschlagnahmt und im sizilianischen Trapani an die Kette gelegt. Der Vorwurf: Zusammenarbeit mit Schleusern. „Das ist Wahnsinn“, sagt Buja. Beweise können die Italiener nicht vorlegen. Nicht einmal eine Anklage wurde seitdem erhoben. Aber ein altes Anti-Mafia-Gesetz erlaubt die präventive Beschlagnahmung des Schiffes – auch ohne Beweise.

Die Leute kommen

Auf die Frage, ob die privaten Rettungsschiffe nicht den Schleppern in die Hände spielen, winkt Buja ab. „Ich sehe das so: Die Menschen sind jetzt in den Booten in Seenot. Da sind wir wie die Feuerwehr. Die fragt auch nicht erst, warum etwas brennt oder ob ein Brandstifter das Feuer gelegt hat, sondern löscht den Brand und rettet die Menschen. Wenn alle in Sicherheit sind ist Zeit, Fragen zu stellen.“

Auch den Vorwurf, ohne die private Rettungsschiffe würden sich die Flüchtlinge gar nicht erst aufs Mittelmeer wagen, weist Buja zurück: „Es war schon immer klar, dass das nicht stimmt.“ Allein in diesem Jahr seien bereits mehr als 600 Menschen bei dem Versuch, nach Europa zu gelangen, ertrunken: „Die Leute kommen. Und sie kommen nicht, weil das Wetter in Europa schöner ist, sondern weil sie ihre Kinder in Afrika nicht satt kriegen oder weil sie verfolgt werden.“

Kaum zu glauben

Die Boote der Flüchtlinge sind etwa zehn Meter lang und mit bis zu 160 Menschen beladen. „Wenn du die überladenen Schlauchboote siehst, kannst du es kaum glauben“, berichtet Buja. „Die hocken eng an eng zusammengequetscht wie Sardinen in der Dose.“ Schlepper seien nicht mit an Bord. „Irgendeiner kann immer den Motor des Bootes bedienen.“ Wenn die Geflüchteten Glück haben, geben ihnen die Schlepper einen Kompass oder ein Satelliten-Telefon, mit dem sie unter einer eingespeicherten Nummer die Seenotrettungsleitstelle in Rom erreichen können.

Wer sich einmal in die Hände der Schlepper begeben hat, habe keine Chance mehr, es sich anders zu überlegen, haben Gerettete Buja berichtet. An der libyschen Küste gebe es Ghettos, in denen die Flüchtlinge auf ihre Überfahrt warten. Das Geschäft lohnt sich für die Schleuser: Der Preis für einen Platz im Schlauchboot liegt zwischen 350 und 1.000 Euro.

Erschöpft, verängstigt, seekrank

Nachts würden die Menschen bei ruhiger See in die Boote gesetzt – manchmal bedroht durch Schusswaffen – und losgeschickt. „Wir finden sie dann bei Sonnenaufgang“, sagt Buja. In der Regel seien sie dann erschöpft, verängstigt und seekrank. „Oft haben sie üble Verletzungen, wenn Benzin ausläuft und sich mit Salzwasser im Boot vermischt. Das pellt die Haut wie bei einer Verbrennung ab.“

Das Schiff gehört dem Verein „Jugend rettet“, der 2015 von jungen Menschen in Berlin gegründet wurde, nachdem mehr als 800 Flüchtlinge bei einem Unglück im Mittelmeer ums Leben gekommen waren. Im Juni 2016 war der 33 Meter lange frühere Fischtrawler von Emden aus zu seiner ersten Mission aufgebrochen. Die wechselnden ehrenamtlichen Crews bestehen aus erfahrenen Seeleuten und jungen Helfern. (epd/mig 3)

 

 

 

Klimaveränderung

 

Die EU sollte ihre Klimadiplomatie ausbauen, um den Multilateralismus zu retten. Von Arne Lietz, Rosa Beckmann

 

Der Europa-Besuch Donald Trumps im Juli 2018 hat einmal mehr deutlich gemacht, wie tief die Gräben zwischen den transatlantischen Partnern inzwischen sind. Eine sichere Fortführung der Beziehungen zwischen den USA und Europa – bei allen Schwierigkeiten und Konflikten, die sie durchlebt haben – war bislang nie ernsthaft angezweifelt worden. Seitdem Trump 2016 zum Präsidenten der USA gewählt wurde, hat sich das Klima verändert. Nichts scheint mehr sicher.

Diese Entwicklung ist symptomatisch für eine globale Tendenz im Multilateralismus des 20. und jungen 21. Jahrhunderts. Wo gerade in den 1990er Jahren nach dem Zerfall des sozialistischen Blocks noch hoffnungsvoll auf die Festigung und Weiterentwicklung des multilateralen Systems geblickt wurde, entpuppt sich diese Einschätzung als Hoffnungsschimmer der Vergangenheit. Die zunehmende Ablehnung und Zersetzung liberaler Demokratien, die Rückbesinnung auf nationale Grenzen, Abschottungspolitik und auf außen- und handelspolitische Alleingänge einzelner Staaten nehmen dramatisch zu. Neben den USA oder der Türkei gilt das auch für Russland – wobei diese Politik hier zumindest weniger überraschend erscheinen mag.

Auch innerhalb der Europäischen Union ist diese Entwicklung angekommen. Einzelne Mitgliedstaaten wie insbesondere Polen und Ungarn schicken sich verstärkt an, den Gemeinschaftsgedanken der Union außen vor zu lassen, um ihre nationalen Interessen zu verfolgen. Gerade bei der Migrations- und Flüchtlingspolitik aber auch im Abbau von Rechtsstaatlichkeit und Pressefreiheit sowie an der Einschränkung der Zivilgesellschaft wird dies deutlich.

Besonders bedenklich ist die Re-Nationalisierung der Weltordnung auch deshalb, weil gerade in jüngster Vergangenheit offensichtlich wurde, wie weit die globalen Interdependenzen vorangeschritten sind. Ein prominentes Beispiel ist die Finanzkrise von 2008. Dazu kommen diverse regionale Konflikte, deren Schallwellen deutlich weiter als an nationale Grenzen reichen und an denen weit mehr als zwei Staaten beteiligt sind.

Neben den weltweiten Krisen und Konflikten gibt es Herausforderungen, die in ihrer Natur im wahrsten Sinne des Wortes ebenfalls global sind. Dazu gehört der Klimawandel, der in den vergangenen Jahren in weiten Teilen der Welt immer spürbarer wurde und inzwischen auch wesentlich deutlicher als zuvor Europa und die USA mit Waldbränden, Hurrikanen und Überschwemmungen erreicht hat. Die Auswirkungen der Erderwärmung sind historisch zu großen Teilen durch die Industrienationen zu verantworten. Sie wirken aber am verheerendsten in Regionen, die am wenigsten zu ihr beigetragen haben. Fatal ist, wenn in der internationalen Politikarena weiterhin Stimmen vorrangig mit wirtschaftlichen Erwägungen argumentieren oder den Klimawandel sogar leugnen. Ihr prominentester Vertreter ist der US-Präsident Trump.

Das ist insofern bedauerlich, als dass der Abschluss des Pariser Klima-Abkommens im Jahr 2015 einen Meilenstein in der internationalen Bekämpfung des Klimawandels darstellte. Nie zuvor hatten sich so viele Staaten auf Zusagen in der Klimapolitik einigen können. Das Klimaabkommen wurde vielerorts als Erfolg des Multilateralismus gefeiert und stimmte optimistisch, dass nun weltweit koordinierte konkrete Schritte gegen die Auswirkungen des Klimawandels und für dessen Eindämmung unternommen werden könnten.

Nun sieht es so aus, als würde sich die Rolle, die die internationalen Klimaverhandlungen im Kontext einer multilateralen Weltordnung einnehmen, grundlegend neu konfigurieren. Von einem der größten Erfolge multilateraler Kooperation, also einem Produkt einer multilateralen Weltordnung, könnten die Klimaverhandlungen im Rahmen der jährlichen UN-Klimakonferenzen nun zu einer letzten Bastion des Multilateralismus werden – und damit letztlich zu dessen Erhalterin. In allen anderen großen globalen Fragen ist die Staatengemeinschaft fragmentiert wie nie zuvor in der jüngsten Geschichte. Handelspolitik, Migrationspolitik, selbst Verstöße gegen das Völkerrecht wie im Falle der russischen Annexion der Krim vermögen es nicht mehr, einen kleinsten gemeinsamen Nenner zu schaffen.

Der Klimawandel aber betrifft alle. Damit könnten künftige Klimakonferenzen das Potential haben, nicht nur Verhandlungspartner an einen Tisch zu bringen, die sonst kaum denselben Raum betreten würden, sondern auch eine Neuordnung der globalen Netzwerke zu stimulieren, die sich von der Ebene der Staats- und Regierungschefs weg, hin zu informelleren und lokalen und regionalen Netzwerken wie dem Covenant of Mayors orientiert. Dort, wo Staatsoberhäupter ausfallen, haben lokale Akteure erkannt, dass sie im Kampf gegen die Auswirkungen des Klimawandels keine Zeit verlieren dürfen. Die lokale Ebene setzt damit neue Impulse und wird in vielen Regionen zur entscheidenden Handlungsplattform.

Die Europäische Union trägt hier eine besondere Verantwortung. Zum einen gehört sie zu den Regionen der Welt mit den höchsten Emissionen und trägt damit maßgeblich zur Erderwärmung bei, während die Auswirkungen des Klimawandels in Europa – bislang – verhältnismäßig moderat ausfielen. Zum anderen kann sie hinter ihrer Stimme eine der größten Wirtschaftskräfte der Welt vereinen und damit maßgeblich Einfluss auf die Verhandlungen und deren Ausgang nehmen. Als internationale normative Kraft funktioniert ihr Selbstverständnis als Wertegemeinschaft – neben dem einer Wirtschaftsunion – gut.

Damit die EU diese Rolle ausfüllen und damit auch ein Stück weit den Ausfall der USA auffangen kann, muss sie aber tatsächlich befähigt sein, bei den UN-Klimaverhandlungen mit einer vereinten europäischen Stimme zu sprechen und weltweit Länder zu unterstützen, ihrerseits die Klimaziele zu erreichen. Hierfür sind der politische Wille der Mitgliedstaaten, aber auch finanziell und personell entsprechend aufgestellte europäische Institutionen unabdingbar. Die Europäische Union muss ihre eigenen Klimaziele umsetzen und ambitioniert in die Zukunft blicken, wenn sie langfristig glaubhaft internationale Klimapolitik gestalten und mit voran bringen will.

Um diesem Anspruch gerecht zu werden, habe ich im vergangenen Jahr im Auswärtigen Ausschuss des Europaparlaments einen Initiativbericht zu EU-Klimadiplomatie angeregt, der am 3. Juli 2018 mit einer großen Mehrheit im Plenum verabschiedet wurde. Das Parlament fordert in diesem Bericht unter anderem, die personellen und finanziellen Ressourcen der Europäischen Institutionen für Klimadiplomatie maßgeblich zu stärken, um die Umsetzung der Ziele des Pariser Klimaabkommens weltweit voranzutreiben. Es fordert außerdem, dass die EU ihre eigenen klimapolitischen Ambitionen steigert und letztere integrale Bestandteile aller Politikfelder werden müssen. Hierzu gehören insbesondere Handels-, Entwicklungs-, Sicherheits- und Verteidigungspolitik.

Mit diesem Bericht verankert das Europaparlament Klimadiplomatie erstmals auf seiner außenpolitischen Agenda und erkennt die globale Dimension des Themas an. Damit setzt es nicht nur als demokratisches Kontrollgremium der EU ein Zeichen dafür, dass europäische Außenpolitik sich verstärkt an der Rolle orientieren muss, die der EU international zugesprochen wird, sondern sieht sich selbst als Impulsgeber der internationalen Klimadiplomatie. In einer Krise des Multilateralismus ist dies eine wichtige und starke Botschaft an die internationale Gemeinschaft, ganz im Geiste der US-amerikanischen Stimmen, die im Rahmen der letzten UN-Klimakonferenz in Bonn verkündeten: We are still in! IPG

 

 

 

 

Der Weg ist nicht das Ziel! Gewerkschaften dürfen die EU-Wirtschaftspolitik zwar diskutieren aber noch bringt das viel zu wenig

 

 „Die Tür steht offen. Wir warten auf Ihre Beiträge.“ Ungewöhnlich für Gewerkschaften dies beim Thema des sozialen Europas zu hören, aber so in etwa klang es aus der Europäischen Kommission, als sie sich 2015 mit der Idee einer Europäischen Säule Sozialer Rechte an die Zivilgesellschaft und speziell auch die Gewerkschaften wandte. Was war geschehen?

Ein 2015 neu ins Amt gekommener EU-Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker hatte erstens verlautbart, die EU in den Zustand eines „sozialen AAA-Ratings“ versetzen zu wollen. Zweitens hatte er einen Neustart für den Europäischen Sozialdialog ausgerufen und, drittens, in seiner Rede zur Lage der Union die Einführung einer Europäischen Säule Sozialer Rechte angekündigt, mit der Sozialstandards auf europäischer Ebene gestärkt werden sollten.

Was konnten sich Gewerkschaften mehr wünschen, als nach den sozialpolitisch dürftigen Jahren der Barroso-Kommission endlich zu einer umfassenden europäischen sozialen Initiative um Meinung gefragt zu werden! Leider jedoch hatte die EU-Kommission mit ihrem ersten Aufruf außer der Überschrift kaum inhaltliche Grundlagen und Umrisse dessen mitgeliefert, wozu sich die Gewerkschaften konkreter äußern sollten. Auch der Begriff der Säule als solcher blieb unscharf.

Es mangelte natürlich nicht an gewerkschaftlichen Ideen und Forderungen. In der Folge diskutierten die Gewerkschaften umfassende Wunschlisten, was die Säule endlich alles beinhalten solle oder berieten darüber, in welchen Detailbereichen aufgrund der EU-Kompetenzen überhaupt Verbindliches zu erreichen wäre. Das war zweifelsfrei alles richtig und über die Jahre hatte sich einiges angestaut. Wer jedoch die strukturierte und ressortspezifische interne Arbeitsweise der EU-Kommission kennt, dem war klar, dass ein breiter Schuss ins Blaue wenig Aussicht auf konkrete Verwendung haben würde.

Insgesamt schien es hier der EU-Kommission letztlich mehr um den Konsultationsprozess selbst zu gehen und die Gelegenheit, Fragen des sozialen Europas öffentlich zu diskutieren, weniger aber um tatsächliche inhaltliche Anregungen. Im Verhältnis zu Aufwand und Erwartungen blieb nicht nur für Gewerkschaften das Ergebnis der schließlich im November 2017 proklamierten Europäischen Säule Sozialer Rechte enttäuschend. Sie umfasste 20 wenig verbindliche Grundsätze und wurde kaum von neuer europäischer Gesetzgebung begleitet. Diese verpasste Chance förderte Frust und Kritik darüber, dass derartige Anhörungen und Konsultationen eher Alibicharakter haben.

Eine neue Dialogatmosphäre mit der EU-Kommission

Nichtsdestotrotz muss der Juncker-Kommission auch zugutegehalten werden, dass sich einige Türspalte für Gewerkschaften weiter geöffnet haben. So wird in den Mitteilungen der EU-Kommission inzwischen vielzählig auf die zentrale Rolle der Sozialpartner auf europäischer Ebene und in den Mitgliedstaaten hingewiesen (wobei offen bleibt, was dies im Einzelnen bedeuten könnte).

Auch scheint die Dialogbereitschaft einzelner Kommissionsstellen mit Sozialpartnern und Sozialverbänden gestiegen zu sein. Sie sind zu offiziellen Anhörungen zu Gesetzesvorhaben eingeladen und vorgelagert finden auch oft noch informellere Treffen zur sozialpolitischen Bestandsaufnahme statt. Offenbar ist hier eine neue Dialogatmosphäre entstanden, die Gewerkschaften, Sozialverbände und organisierte Zivilgesellschaft nutzen können.

Seit 2015 werden die Sozialpartner außerdem stärker in das sogenannte Europäische Semester eingebunden, das sich zum Angelpunkt der wirtschaftspolitischen Koordinierung entwickelt hat. Im Rahmen des Semesters werden im jährlichen Rhythmus zentrale wirtschafts-, arbeitsmarkt- und sozialpolitische Entwicklungen in den Mitgliedstaaten bewertet, was später zu den nicht unerheblichen länderspezifischen Empfehlungen führt, die der EU-Ministerrat verabschiedet.  

Zur besseren Einbindung der Sozialpartner wurden zum Beispiel einige Verfahren entzerrt, neue Abläufe mit den Sozialpartnern eingeführt oder formalisiert. Außerdem werden zentrale Dokumente wie der Jahreswachstumsbericht und die länderspezifischen Empfehlungen der EU-Kommission im Semesterzyklus nun früher als bislang veröffentlicht. Hierdurch entsteht den beteiligten Akteuren etwas mehr Zeit zur Auseinandersetzung mit den Dokumenten.

Noch wichtiger ist die seit 2016 mit der Kommission stattfindende Vorabberatung der europäischen und auch nationalen Sozialpartner zu den einzelnen Länderberichten. Tatsächlich nehmen sich Vertreter der EU-Kommission auch Zeit, wenn es gewünscht wird, einzelne Länderberichte mit Vertretern der Gewerkschaften exklusiv durchzusprechen. Hier kann also auf höchster EU-Ebene Einfluss und Druck auf die eigenen, nationalen Regierungen genommen werden.

In einem generell dem Dialog zuträglicheren Klima, ist damit das Europäische Semester als der zentrale wirtschaftspolitische Steuerungsprozess ein ganzes Stück zugänglicher geworden. Zu diesem Trend passt auch, dass der sozial- und arbeitsmarktpolitische Gehalt der sogenannten länderspezifischen Empfehlungen an die Mitgliedstaaten über die letzten Jahre stetig zugenommen hat, sodass auch die inhaltlichen Anknüpfungspunkte für die Inputs von Gewerkschaften und Sozialverbänden vielfältiger und konkreter geworden sind.

Es gibt also neue kleinere und größere Möglichkeitsfenster für Gewerkschaften, um sich insbesondere in den Verfahren der EU-Kommission Gehör zu verschaffen. Es kann hier nur der Appell an die Gewerkschaften gerichtet werden: Nutzt dies! Nutzt dies gegenüber der EU-Kommission und gegenüber den jeweiligen Regierungen.

Aber reicht das? Es drängt sich nichtsdestotrotz der Eindruck auf, dass mehr Möglichkeiten zur Partizipation nicht unbedingt die Partizipation fördern. Dann nämlich, wenn es zum einen vielen Gewerkschaften an Kapazitäten fehlt, sich kontinuierlich mit möglichst juristisch und empirisch fundierten Positionen und Konzepten auf qualitativ hohem Niveau und in Sprache und Duktus der Kommission an den Beratungsprozessen zu beteiligen.

Zum anderen werden gerade diese Kapazitäten durch EU-Politik in den Mitgliedstaaten auf anderen Politikfeldern ausgehöhlt und geschwächt. Gemeint sind insbesondere die Austeritäts- und Strukturreformansätze, aber auch Binnenmarktpolitik, die die Existenzgrundlagen der Gewerkschaften betreffen. Und schließlich werden die aufwändig eingebrachten Positionen zwar freundlich und respektvoll von einer dialogbereiten EU-Kommission entgegengenommen, schlagen sich aber am Ende kaum signifikant in den europäischen Politikansätzen nieder.

Wägen Gewerkschaften vor diesem Hintergrund ab, in welche Aktivitäten sie ihre begrenzten materiellen und politischen Ressourcen investieren, ist es leider gut nachvollziehbar, wenn einige nicht immer voll auf europäische Konsultationsangebote eingehen wollen oder können. Zumindest hat die EU-Kommission Projektgelder zur besseren Mitwirkung nationaler Gewerkschaften am europäischen Semester bereitgestellt. Doch selbst die Beteiligung an diesen Projekten erforderte Überzeugungsarbeit bei einigen nationalen Gewerkschaften.  Dabei ist der Kapazitätenaufbau insbesondere für die jüngeren EU-Länder in Südosteuropa wichtig, um die Anliegen der dortigen Gewerkschaften effektiver in die Brüsseler Politik einzubringen.

Aufgrund ihrer Erfahrungen mit europäischen Initiativen insbesondere seit der Wirtschafts- und Finanzkrise stellen Gewerkschaften anstatt auf Mitwirkung eher auf Abwehrmodus oder zumindest skeptische Kritik. Denn trotz aller erwähnten Bemühungen ist das scheinbar auf ewig in den EU-Verträgen verankerte Gewicht marktschaffender und wettbewerbsorientierter Ansätze deutlich dominierend. Demgegenüber ist marktkorrigierendes, regelsetzendes, arbeitsrechtliches und sozialpolitisches Vorgehen unterlegen. Dies ließe sich nur über neue, progressivere politische Mehrheitsverhältnisse in der EU und ihren Mitgliedstaaten ändern. Darauf dürfte die Europawahl 2019 einen ersten Hinweis geben. Stephan Thalhofer IPG 26.07.

 

 

 

Was ist neu? Neuregelungen im August 2018

 

Engste Familienangehörige von subsidiär Schutzberechtigten können nachziehen, wenn humanitäre Gründe vorliegen. Diese gesetzliche Regelung tritt zum 1. August in Kraft.

 

Inneres. Familiennachzug für Angehörige bestimmter Schutzberechtigter

Der Familiennachzug für subsidiär Schutzberechtigte ist neu geordnet: Ab 1. August können engste Familienangehörige nachziehen, wenn humanitäre Gründe vorliegen. Der Nachzug ist auf 1.000 Personen pro Monat begrenzt. Wer als terroristische Gefährder eingestuft ist oder schwerwiegende Straftaten

begangen hat, ist von den Regelungen ausgeschlossen.

Den Menschen, die 2015 und 2016 vor allem aus Syrien, dem Irak und aus Afghanistan geflohen sind, drohten oft ernsthafter Schaden etwa durch Bürgerkrieg oder Folter. Daher haben die meisten einen subsidiären Schutzstatus erhalten. Für die subsidiär, also eingeschränkt Schutzberechtigten gibt es

keinen unbegrenzten Familiennachzug. Pib

 

 

 

Teuerparadies. Wie illegale Finanzströme und Steueroasen die Entwicklung des Globalen Südens verhindern

 

Paradise Papers, Panama Papers, Lux Leaks, Swiss Leaks: Sie alle erlauben seltene Einblicke in die zwielichtigen Machenschaften von Schattenfinanzplätzen, undurchsichtigen Finanzsystemen und den Helfershelfern illegaler Kapitalflucht. So enthüllten die Panama Papers, dass ein Unternehmen auf der Insel Jersey mittels Offshore-Dienstleistern in Uganda 400 Millionen Dollar Steuern umging. Das ist mehr, als der ugandische Staat jedes Jahr für das Gesundheitssystem ausgibt.

Dank der Leaks wurde nachgewiesen, dass illegale Finanzströme weltweit Entwicklung, Gleichheit und Gerechtigkeit massiv gefährden und zu den größten Problemen unserer Zeit gehören. Illegale Kapitalflucht geht mit vielerlei Machenschaften einher, unter anderem Steuerhinterziehung und Steuervermeidung durch multinationale Konzerne und die globale Elite, Unterschlagung von Staatseigentum und Geldwäsche. Entwicklungsländer verlieren dadurch (nach konservativer Schätzung) 1 bis 1,6 Billionen Dollar jährlich. Wenn Hunderte von Milliarden Dollar im Jahr durch illegale Kapitalflucht verloren gehen, so untergräbt das die staatliche Rechtmäßigkeit und Handlungsfähigkeit.

Gegen Umverteilung

Die Schattenwelt des illegalen Finanzsystems erhält systematisch Hilfe von einem komplexen Geflecht aus Steueroasen mit strikten Geheimhaltungsregeln. Steueroasen sind Staaten oder Regionen innerhalb von Staaten, die Steuerflucht ermöglichen, ein strenges Bankgeheimnis haben und ihren Kunden Strafgesetze und Regulierung ersparen. Eine effiziente Industrie von Helfershelfern illegaler Finanzströme, darunter Banken, Wirtschaftsprüfungsgesellschaften und Anwaltskanzleien sowie diverse Dienstleister, helfen multinationalen Konzernen und Reichen, reicher zu werden, und das nicht durch eine Steigerung ihrer Wirtschaftstätigkeit, sondern dadurch, dass sie die Zahlung ihres gerechten Steueranteils in dem Land, in dem sie tätig sind und Werte schaffen, vermeiden.

Steuerparadiese ermöglichen Steuerhinterziehung und Steuervermeidung, Korruption und Finanzkriminalität in gigantischem Ausmaß, mit weitreichenden Folgen für den Großteil der Weltbevölkerung und ihrer Menschenrechte, besonders in den Entwicklungsländern. Schätzungen zufolge haben multinationale Konzerne und die Elite etwa 11,5 Prozent des Bruttoweltproduktes – 8,7 Billionen Dollar – in Steueroasen versteckt; 10 bis 20 Prozent oder 21 bis 32 Billionen Dollar der Privatvermögen wurden bis 2010 in oder durch Steueroasen investiert. So eröffnen Steueroasen den Reichen Privilegien, die die nationale Souveränität, staatliche Maßnahmen, die Regulierung und die Steuersysteme der Entwicklungsländer unverhältnismäßig einschränken.

Illegale Finanzströme, verbunden mit Steueroasen, dezimieren staatliche Einnahmen, unterminieren die Menschenrechte und schmälern die nationale Souveränität. Sie behindern die Vermögensbildung im Inland und organisches Wachstum, schränken private Investitionen erheblich ein, vergrößern die Verschuldung und erhöhen die Abhängigkeit von ausländischer Entwicklungshilfe. Wegen der Mindereinnahmen ist der Staat gezwungen, regressive indirekte Steuern auf den Verbrauch einzuführen, die die Schwächsten, besonders Frauen, unverhältnismäßig stark treffen. Regressive Steuerstrukturen konterkarieren die Umverteilung, die mit Sozialmaßnahmen erreicht werden soll, da sie von denselben Menschen finanziert werden, denen sie nützen sollen. Illegale Kapitalflucht und anhaltende Armut, Diskriminierung und Ungleichheit hängen unbestreitbar zusammen. Durch ihre negativen Auswirkungen auf politische Institutionen, sozialen Zusammenhalt, öffentliche Moral und Steuersysteme behindern illegale Finanzströme die menschliche Entwicklung.

Illegale Finanzströme: ein Symbol für den Neokolonialismus

Illegale Finanzströme, das komplexe Geflecht aus Steueroasen mit strengem Bankgeheimnis, die diese Kapitalflucht ermöglichen, und die daraus erwachsende Armut und Ungleichheit wären durchaus vermeidbar. Steueroasen sind ein Symbol des Neokolonialismus und ein Produkt des neokolonialen Systems. Als die Kolonien ihre Unabhängigkeit erlangten, mussten die Kolonialherren neue Methoden entwickeln, damit der Wohlstand aus diesen Ländern weiterhin in die Finanzkapitalen der Industrienationen floss. Es war somit im Interesse von Ländern wie Großbritannien, ein System aus kleinen Inseln mit strengem Bankgeheimnis zu schaffen und zu bewahren, die sich der schmutzigen Aufgabe widmeten, Gelder aus illegalen Geschäften zu waschen. Diese Gelder fanden dann den Weg in die Londoner City.

Seit den 1970er Jahren wurde zudem der Neoliberalismus systematisch gestärkt, als Ideologie wie auch als Entwicklungsmodell, was sogenannte „marktliberale“ Reformen nach sich zog. Die daraus erwachsene Deregulierung, Privatisierung und Reduzierung des Staates zog ein Herunterfahren der Staatsausgaben, Steuersenkungen und eine Verschlechterung des Arbeitnehmerschutzes nach sich.

Die Lockerung von Devisenkontrollen – also der staatlichen Regulierung ausländischer Währungen – löste einen Boom von Offshore-Finanzplätzen und Steuerparadiesen aus, die es multinationalen Konzernen und der globalen Elite ermöglichten, das internationale Finanzsystem auszubeuten. Die Schlupflöcher in den internationalen Steuergesetzen und die Dienstleistungen der Steueroasen kommen somit den Industriestaaten zugute, die sich ihrer zum Preis der fortgesetzten Verarmung von Entwicklungsländern bedienen.

Illegale Finanzströme: Es fehlt die einheitliche Definition

Nach der Finanzkrise 2007/2008, ihrerseits ein Produkt der Verwerfungen im internationalen Steuersystem, waren zwei paradoxe Entwicklungen zu beobachten. Hektisch wurde Geld in Steueroasen geschafft, Dienstleister schossen wie Pilze aus dem Boden. Gleichzeitig übernahmen, als die verheerenden Folgen der Krise und die daraus erwachsenden Sparmaßnahmen spürbar wurden, die G20 die Aufgabe, das internationale Finanzsystem und die Standards für Transparenz, Regulierung und Überwachung zu reformieren.

Zwar beherrschen illegale Finanzströme mittlerweile die Debatten über die weltweite Entwicklung, doch die internationale Gemeinschaft und die meisten Finanzinstitutionen definieren sie wenig überzeugend als „private Finanzabflüsse im Zusammenhang mit Kapital, das rechtswidrig erwirtschaftet, übertragen oder verwendet wird“, oder aus rechtlicher Perspektive als Handlungen, die explizit illegal sind. Obwohl die Eindämmung der illegalen Finanzströme zu den Zielen für nachhaltige Entwicklung gehört, bleibt unscharf, was damit gemeint ist, da es an einer umfassenden Definition und einem Überwachungssystem fehlt. Deshalb hat dieser Punkt für die nationalen Regierungen auch geringe Priorität.

Demokratiemangel in der Weltordnung

Die Bemühungen, Geldwäsche, Steuervermeidung und das Verschieben von Gewinnen durch multinationale Konzerne zu bekämpfen, und Maßnahmen, um mehr Transparenz in das globale Finanzsystem zu bringen, wurden überwiegend von den Industriestaaten entwickelt und betrieben. Internationale Finanzinstitutionen, internationale Finanz-, Steuer- und Rechnungslegungsstandards ausarbeiten, setzen sich meist aus Vertretern der reichen Industriestaaten zusammen.

Die internationale Steueragenda wird vom OECD vorangetrieben und von den G20 unterstützt – Clubs überwiegend nördlicher Staaten. Das Projekt „Base Erosion and Profit Shifting“ (ein Paket aus fünfzehn Maßnahmen, das im Inland und international Instrumente gegen Schlupflöcher und Diskrepanzen in der Steuergesetzgebung an die Hand gibt) wie auch der Standard zum automatischen Informationsaustausch wurden von der OECD entwickelt. Die derzeitige internationale Finanzarchitektur lässt deshalb die meisten Entwicklungsländer und einen Großteil der Weltbevölkerung außen vor. Sie dürfen erst mitmachen, denn die Agenda und die Normen feststehen.

Entwicklungsländer werden dann aufgefordert (das heißt, geopolitisch unter Druck gesetzt), diese Normen, an deren Ausgestaltung sie keinen Anteil hatten, zu implementieren. Das Fehlen eines repräsentativen demokratischen Raums für alle Länder, Entwicklungs - und Industrieländer, in dem sie internationale Finanz-, Steuer- und Rechnungslegungsnormen entwickeln können, führt dazu, dass unterschiedliche Realitäten und die Belange der Entwicklungsländer unberücksichtigt bleiben.

Es ist unumgänglich, die unverhältnismäßig negativen Auswirkungen der illegalen Kapitalflucht auf Menschenrechte und Entwicklung in der Dritten Welt zu erkennen. Wenn illegale Finanzströme als ein Menschenrechtsthema definiert würden, ließen sich die Widersprüche zwischen den Definitionen dessen, was legal und was illegal ist, auflösen. Eine solche Definition sollte nicht Kriminalität berücksichtigen, sondern auch Kapitalflucht durch eine missbräuchliche Besteuerungspraxis, die sich ebenfalls negativ auf die Menschenrechte auswirken kann. Auch die Einrichtung eines neutralen demokratischen und repräsentativen Forums, in dem alle Länder auf Augenhöhe Normen für das internationale Steuerwesen entwickeln, würde viel zu einer fairen und gleichberechtigten globalen Ordnung beitragen. Neeti Biyani. Aus dem Englischen von Anne Emmert, IPG 6

 

 

 

 

Einigung auf Eckpunkte für Fachkräfte-Zuwanderungsgesetz

 

Bundesinnenminister Seehofer hat die Eckpunkte für ein Fachkräfte-Zuwanderungsgesetz vorgelegt. Der Vorrang für inländische Bewerber soll fallen, Ausländern soll auch die Jobsuche in Deutschland ermöglicht werden.

 

Bundesinnenminister Horst Seehofer (CSU) hat nach Informationen des „Handelsblatts“ die Eckpunkte für ein Einwanderungsgesetz vorgelegt. „Wir werden das Fachkräftekonzept der Bundesregierung neu ausrichten und auf drei Bereiche konzentrieren: die inländischen, die europäischen und die internationalen Fachkräftepotenziale“, heißt es in dem an die anderen Ressorts verschickten Papier, wie die Zeitung (online) am Donnerstag berichtete.

Kriterien für die Einwanderung sollen demnach die Qualifikation, das Alter, Sprachkenntnisse, der Nachweis eines konkreten Arbeitsplatzangebots und die Sicherung des Lebensunterhalts sein. Ein Sprecher des Bundesinnenministeriums bestätigte, das Eckpunkte-Papier sei zwischen dem Innen-, dem Arbeits- und dem Wirtschaftsministerium weitgehend abgestimmt und zur weiteren Beratung an die übrigen Ministerien versandt worden.

Bundesarbeitsminister Hubertus Heil (SPD) sagte dem „Redaktionsnetzwerk Deutschland“, gut ausgebildete Ausländer sollten künftig unter bestimmten Bedingungen auch zur Jobsuche einreisen können. Es werde dafür aber eine zeitliche Begrenzung und keinen Anspruch auf Sozialleistungen geben. Bisher müssen Fachkräfte aus Nicht-EU-Ländern einen Arbeitsvertrag haben, bevor sie nach Deutschland kommen dürfen. Hochschulabsolventen können auch ohne Arbeitsvertrag zur Jobsuche einreisen.

Gesetz soll Einwanderer mit Berufsausbildung locken

Im Zentrum des geplanten Zuwanderungsgesetzes stünden nicht die Hochschulabsolventen, sondern Einwanderer mit Berufsausbildung, heißt es im „Handelsblatt“. Die Regierung bestehe künftig zudem nicht mehr auf der umstrittenen Bevorzugung einheimischer Bewerber bei der Besetzung einer offenen Stelle. „Wir verzichten im Grundsatz auf die Vorrangprüfung“, steht laut Bericht in dem Papier. Das gelte nicht nur in den von der Bundesagentur für Arbeit (BA) definierten Engpassberufen, in denen akuter Fachkräftemangel herrsche.

Ein Punktesystem, wie es die SPD Ende 2016 in einem eigenen Gesetzentwurf vorgeschlagen hatte, wird laut Zeitung nicht erwähnt. Kritik erntet das Fehlen eines Punktesystems von Filiz Polat, Sprecherin der Gründen für Migrationspolitik. Sie fordert ein transparentes Punktesystem. „Die Bundesregierung muss sich entscheiden: Will sie die Chance nutzen, eine moderne Einwanderungsgesellschaft zu gestalten und Hürden bei der Integration abbauen oder will sie durch ihre Migrationspolitik abschrecken, abschotten und spalten“, erklärte Polat. Abschieben, um dann eine Wiedereinreise in den Arbeitsmarkt zu ermöglichen sei „völlig irrsinnig“.

Zur Debatte um einen „Spurwechsel“ für geduldete Asylbewerber, die bereits in Deutschland berufstätig sind, erklärte Heil, in den Eckpunkten für ein Zuwanderungsgesetz sei festgelegt, „dass wir die Fähigkeiten und den Einsatzwillen von Flüchtlingen, die hier arbeiten dürfen, deutlich stärker nutzen“. Ob damit auch gemeint ist, dass abgelehnte, aber geduldete Asylbewerber, die bereits eine Arbeit haben und gut integriert sind, ein Bleiberecht erhalten werden, blieb aber offen.

Zuwanderungsgesetz gegen Fachkräftemangel

Heil sagte der Zeitung, das Zuwanderungsgesetz solle vor allem dem Handwerk und den Firmen helfen, denen Fachkräfte fehlten. Details müssten noch geklärt werden, etwa, ob es eine festgelegte Zahl von Ausländern geben solle, die zum Arbeiten nach Deutschland kommen dürfen. Mit Blick auf den Widerstand aus der CSU gegen eine Öffnung des Arbeitsmarkts für geduldete und gut integrierte Asylbewerber warnte der SPD-Politiker: „Wir müssen schauen, dass wir uns nicht aus ideologischen Gründen selbst ein Bein stellen und die Falschen wieder zurückschicken.“

Die Debatte über eine Bleibeperspektive für geduldete Flüchtlinge mit einem Arbeitsplatz hatte der schleswig-holsteinische Ministerpräsident Daniel Günther (CDU) angestoßen. Er erhielt dafür Zuspruch von der SPD, von den Grünen, aus Teilen der Wirtschaft und von den Gewerkschaften. Widerstand meldete hingegen die CSU an. Der bayerische Innenminister Joachim Herrmann (CSU) sagte der „Süddeutschen Zeitung“, abgelehnten Asylbewerbern den Zugang zum Arbeitsmarkt zu erleichtern, könne Deutschland attraktiver für illegale Zuwanderung machen. Sonderregelungen könne er sich nur für dringend benötigte Pflegekräfte vorstellen. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Flüchtlinge als Unternehmer und Arbeitgeber

 

Einige Flüchtlinge sind wirtschaftlich offenbar aktiver, als die ansässige Bevölkerung. Von Bettina Rühl

 

Esperanza Tabisha ist 27 Jahre alt und hat schon ein eigenes Modelabel, es heißt „Esperanza Fashion & Design“. Das ist in ihrem Alter ohnehin bemerkenswert, zumal sie ihr Label schon vor sieben Jahren ins Leben rief, da war sie gerade 20. Besonders beachtlich aber ist das, weil die Kongolesin ein Flüchtling ist. Esperanza Tabisha lebt seit 2011 im Flüchtlingslager Kakuma im Norden von Kenia, zusammen mit derzeit gut 180.000 weiteren Flüchtlingen aus einer Vielzahl von Ländern, darunter der Demokratischen Republik Kongo, Somalia und dem Südsudan, Äthiopien und Burundi.

Etwa 2000 von ihnen sind Unternehmerinnen beziehungsweise Unternehmer oder betreiben in dem Flüchtlingslager zumindest ein kleines Geschäft. Das ist das Ergebnis einer Studie, die das Flüchtlingshilfswerk United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR) und die International Finance Corporation (IFC) gemeinsam erstellten. Der Untersuchung zufolge sind in dem Lager 12 Prozent der Flüchtlinge Geschäftsinhaber oder kleine Unternehmer, was beachtlich sei, so schreiben die Autoren, wenn man bedenke, dass die meisten von ihnen so gut wie nichts besaßen, als sie in Kenia Zuflucht fanden. Mit ihrem Unternehmergeist helfen die Flüchtlinge nicht nur sich selbst, sondern auch ihren Gastgebern: Wie UNHCR und IFC betonen, stellen sie häufig einheimische Arbeitskräfte an. Zudem beflügeln ihre wirtschaftlichen Aktivitäten die Ökonomie in der Region: die Flüchtlinge kaufen Kleinvieh zum Schlachten. Sie brauchen Feuerholz, Holzkohle und andere Produkte, die von den Einheimischen angeboten werden.

Für die Region Kakuma im Landkreis Turkana ist das besonders wichtig: Die Gegend ist trocken und wurde im Wesentlichen von halbnomadischen Hirten besiedelt, bis 1992 die ersten Flüchtlinge aus dem Südsudan kamen. Turkana war damals von mehreren schweren Dürren gezeichnet, komplette Viehherden waren verendet, viele Menschen hatten mit ihren Tieren ihre Lebensgrundlage verloren. Mit der Eröffnung des Lagers begann ein lokaler Wirtschaftsboom. Der Bedarf an Arbeitskräften, der für die Versorgung von zehntausenden Neuankömmlingen nötig war, ging und geht weit über die Region hinaus. Das gilt ebenso für das zweite große Flüchtlingslager in Kenia, Dadaab. Das ist mit gegenwärtig noch gut 200.000 Bewohnern das größte des Landes. Zeitweilig drängten sich hier sogar über 500.000 Menschen. Natürlich sind sie für die aufnehmende Nation eine Herausforderung, aber sie sind auch eine Chance: Internationale und nationale Hilfsorganisationen schreiben Stellen aus, kaufen auf dem lokalen Markt Lebensmittel für die Campbewohner, brauchen Transportkapazitäten, Fahrzeuge für ihre Mitarbeiter, Diesel, Unterkünfte und vieles mehr.

Der Kenianer Billy Kapua, der zum Volk der Turkana gehört und im Norden Kenias aufwuchs, hat von 2001 bis Anfang 2018 für verschiedene Hilfsorganisationen in Kakuma gearbeitet. Er habe miterlebt, wie das Wirtschaftsleben in der von vielen Dürren gezeichneten Region im Laufe der Jahre wenigstens etwas aufblühte. Ihn beeindruckte vor allem, dass die Flüchtlinge schon früh begannen, Arbeitskräfte aus dem Volk der Turkana zu beschäftigen: als Mitarbeiter in ihren Läden, als Träger oder Transporteure. Kapua schätzt, dass bis zu 5000 Kenianer bei den Flüchtlingsgeschäftsleuten und -unternehmer im Lager Kakuma eine mehr oder weniger feste Arbeit haben, oder als Tagelöhner Geld verdienen.

Kapua ist davon überzeugt, dass die Wirtschaft der Region kollabieren würde, sollte das Camp eines Tages geschlossen werden. Der Gedanke an eine Zwangsschließung scheint selbst nach so vielen Jahren nicht abwegig. Zwar war Kakuma in dieser Hinsicht noch nicht im Fokus der kenianischen Behörden, aber den Weiterbetrieb von Dadaab lässt sich Kenia vom UNHCR und von seinen internationalen Partner seit einigen Jahren immer wieder regelrecht abringen.

Dadaab und Kakuma sind in ihrer wirtschaftlichen Bedeutung für die Region vergleichbar. Viele Kenianer erledigen ihre Einkäufe in den Lagern, kaufen dort Kleidung, Mobiltelefone und andere Waren. In Kakuma gibt es einen Schlachtbetrieb, zu dem auch die lokale Bevölkerung ihr Vieh treibt. Der Betrieb gehöre Flüchtlingen, sagt Kapua, unterstehe aber der Kontrolle der kenianischen Regierung. Laut UNHCR und ICF beträgt die Wirtschaftsleistung Lager Kakuma und der angrenzenden Region 56 Millionen US-Dollar im Jahr. Für Nordkenia ist das ausgesprochen viel, denn von dem Flüchtlingslager abgesehen gibt es dort wenig wirtschaftliche Perspektiven. Die Gegend ist dünn besiedelt, die Bevölkerung arm, die Regierung investiert kaum etwas.

Einige Flüchtlinge sind wirtschaftlich offenbar aktiver, als die ansässige Bevölkerung. Viele Flüchtlinge haben vergleichsweise bessere internationale Netzwerke. Sie selbst kommen ja anderswo her, haben Verbindungen zumindest in ihre Heimatregion. Einige haben sogar Verwandte, die es nach der Flucht geschafft haben, sich in irgendeinem der reicheren Länder des Westens oder der arabischen Welt eine Existenz aufzubauen. Sie schicken selbst Menschen, mit denen sie aus europäischer Sicht nur entfernt verwandt sind, per mobilem Geldtransfer oder auf andere Weise auch konto-los etwas Geld. Geld, das viele Flüchtlinge zur Existenzgründung nutzen. Vielleicht reicht es, zum Beispiel für ein erstes Schaf, das dann geschlachtet wird. Aus dem Erlös für das Fleisch ist durch allmähliche und kluge Reinvestition schon mehr als ein Betrieb entstanden.

Das Fazit, dass das UNHCR aus der Studie zieht, ist auch für Deutschland interessant. „Wir sollten unsere Annahme überdenken, dass Flüchtlinge untätig in den Lagern herumsitzen und nichts tun, außer auf Hilfe zu warten“, sagte der UNHCR-Vertreter in Kenia, Raouf Mazou. „Tatsächlich gründen sie Unternehmen und schaffen Arbeitsplätze für andere.“ Für Flüchtlinge in Deutschland ist es schwerer, auf eigene Füße zu kommen. Es gibt mehr Regeln und Regularien, mehr Kapital ist nötig, und viele sprechen noch nicht die Sprache ihrer neuen Heimat. Aber viele wollen auch in Deutschland etwas anderes, als passiv auf Hilfe zu warten. Sie wollen arbeiten und auf eigenen Füßen stehen. Und auch in Deutschland schaffen sie indirekt Jobs, für alle diejenigen nämlich, die mit ihrer „Verwaltung“, Förderung, Integration und vielem mehr beschäftigt sind. Statt nur die Belastungen zu beklagen, sollten wir in den Flüchtlingen, die zu uns kommen, auch wirtschaftlich eine mögliche Bereicherung sehen. IPG 2

 

 

 

Statistisches Bundesamt. Mehr Menschen mit Migrationshintergrund in Deutschland

 

Die Zahl der Menschen mit Migrationshintergrund hat um 4,4 Prozent zugenommen. Wie das Statistische Bundesamt mitteilt, liegt ihr Anteil an der Gesamtbevölkerung bei 23,6 Prozent.

 

In Deutschland nimmt die Zahl der Menschen mit Migrationshintergrund zu. Wie das Statische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mitteilte, lebten im vergangenen Jahr 19,3 Millionen Frauen, Männer und Kinder mit ausländischen Wurzeln in der Bundesrepublik, 4,4 Prozent mehr als im Jahr zuvor. Der Anteil an der Gesamtbevölkerung lag bei 23,6 Prozent. Ein Mensch hat einen Migrationshintergrund, wenn er selbst oder mindestens ein Elternteil nicht mit deutscher Staatsangehörigkeit geboren wurde.

Rund 51 Prozent der Bevölkerung mit Migrationshintergrund waren im vergangenen Jahr Deutsche und etwa 49 Prozent Ausländer. Zum Vergleich: Im Jahr 2011 lag der Anteil der Ausländer den Statistikern zufolge noch bei 42 Prozent. Von den 19,3 Millionen Menschen mit Migrationshintergrund hatten 2017 rund 2,8 Millionen (14 Prozent) türkische, 2,1 Millionen (11 Prozent) polnische, 1,4 Millionen (7 Prozent) russische und 1,2 Millionen (6 Prozent) kasachische Wurzeln.

Laut Statistikbehörde wurde in 2,5 Millionen der insgesamt 24 Millionen Mehrpersonenhaushalte im vergangenen Jahr vorwiegend eine ausländische Sprache benutzt. Am häufigsten war dies Türkisch (17 Prozent), Russisch (15 Prozent), Polnisch (8 Prozent) und Arabisch (7 Prozent). Die Daten wurden auf der Grundlage des Mikrozensus ermittelt, für den jährlich ein Prozent der Haushalte befragt wird. (epd/mig 2)

 

 

 

Wir brauchen eine linke Ökumene. Plädoyer für eine Sammlungsbewegung links der Mitte

 

In der Optik der AfD und rechtskonservativer Presseorgane wird das heutige Deutschland von linken „Achtundsechzigern“ oder in deren Geist beherrscht. Diese Betrachtung findet ihren halbwahren Kern darin, dass sie die soziokulturelle Dimension in den Mittelpunkt rückt. Die stetige Auflösung autoritärer Verhaltensmustermuster seit den frühen 60er Jahren, der Abbau obrigkeitsstaatlicher Überhänge, der Individualisierungsschub einschließlich einer permissiven Tendenz in den Umgangs- und Lebensformen, die Liberalisierung von Staat und Gesellschaft - das sind von der angetretenen Revolte beschleunigte Begleiterscheinungen des Konsumkapitalismus, wie er um 1960 in den hochentwickelten Industrieländern des Westens eine gewisse Reife erreicht hatte. In der Perspektiven der Rechten bedeutete alles das die Durchsetzung „linker“ Prinzipien – und dieses nicht allein in Deutschland.

Die damit angesprochenen liberalisierenden Resultate des sozialen Wandels sind, gelegentlich ins Groteske gesteigert, inzwischen von einflussreichen Fraktionen des Mitte-links- und linken Spektrums zu den Hauptgegenständen der politischen Auseinandersetzung gemacht worden. Dagegen geriet die soziale Frage - neben der Durchsetzung und stetigen Erweiterung von Demokratie im 19. Jahrhundert der Ausgangspunkt und eigentliche Gegenstand eines linken Ansatzes - zunehmend an den Rand. Wie zum Beweis dieses Befundes feierten Bundestagsabgeordnete der SPD, der Grünen und der Partei Die Linke die im Vorjahr erfolgte, uneingeschränkte Möglichkeit auch für Homosexuelle zu heiraten - wogegen nichts zu sagen ist - unter der merkwürdigen Bezeichnung „Ehe für alle“ als epochalen Fortschritt. Nur: Da zeichnete sich die Niederlage der rot-rot-grünen Gesamtlinken in der Bundestagswahl bereits ab. Man hätte die bis zum September 2017 noch bestehende linke Parlamentsmehrheit auch nutzen können, um z.B. die höchst populäre solidarische Grundrente durchzusetzen. Es ist eine Sache, offenkundige Diskriminierungen wie 1976 den „Schwulenparagraphen“ 175 zu beseitigen, eine andere, der erdrückenden Mehrheit der „Normalos“ dieses als politische Großtat zu präsentieren.

Der Adressat linker Politik war bis weit in die zweite Hälfte des 20. Jahrhunderts wie selbstverständlich das „arbeitende Volk in Stadt und Land“ wie im Görlitzer Programm der SPD von 1921 und ganz ähnlich im Wiedergründungsaufruf der KPD 1945 formuliert. Nicht von Ungefähr: Über neun Zehntel der Erwerbsbevölkerung waren und sind abhängig Beschäftigte, der Rest setzt sich überwiegend aus kleinen Selbstständigen zusammen. In einer solchen Situation sollen, ja müssen linke Parteien Volksparteien sein. Dies aber nicht in dem Sinne, dass der Multimillionär den gleichen Anspruch auf Berücksichtigung seiner Interessen erheben darf wie der nicht-privilegierte Arbeitnehmer.

Die Sozialdemokratie als die in den meisten europäischen Ländern ehedem größte Formation links der Mitte hat sich von ihrer Klientel entfernt, indem sie die Hinwendung zu den Rand- bzw. Sondergruppen und deren Themen kombiniert hat mit einer Wirtschafts- und Sozialpolitik, die die Hinnahme der vom Finanzmarkt getriebenen, neoliberalen Globalisierung als unumgänglich zu erkennen meinte.

Den Anfang machte Tony Blairs New Labour; in Deutschland lauteten die Stichworte „Agenda 2010“ und „Hartz IV“. Die damit verbundenen Maßnahmen beseitigten weder den spezifischen deutschen, korporativ geprägten „Realtypus von Kapitalismus und bürgerlicher Gesellschaft“ (W. Abelshauser) im Allgemeinen, noch den hierzulande seit den 1880er Jahren installierten und seit den 1950er Jahren zu einer neuen Qualität ausgebauten Sozialstaat im Besonderen. Doch sie beschädigten und reduzierten ihn aber im Hinblick auf die soziale Absicherung. Das ökonomische Wachstum Deutschlands nach der Weltwirtschafts- und Finanzkrise von 2008/09 ist, wie schon früher durch eine Exportoffensive zuwege gebracht worden, zum erheblichen Teil ermöglicht durch Lohndumping. Der derzeitige, relativ hohe Beschäftigungsstand hierzulande ist großenteils erkauft durch die Zunahme von Teilzeit- bzw. prekärer Beschäftigung und wird nicht zufällig begleitet von gravierender Erwerbslosigkeit im Süden des Kontinents.

Entfesselung des Marktkapitalismus

Die Entfesselung der Finanzmärkte seit den späten 1970er Jahren war nicht zuletzt eine politische Entscheidung, zuerst der konservativen Regierungen Thatcher in Großbritannien und Reagan in den USA, dann begünstigt durch die neuen Informationstechnologien. Die Führungsschicht der europäischen Sozialdemokratie hat sich zu einem späteren Zeitpunkt diesem Prozess als vermeintlich unaufhaltsam ergeben, ihn in Perioden ihrer Mitregierung teilweise sogar gefördert, insgesamt eine mildere, sozial mehr abgefederte Variante zu verwirklichen gesucht, wie man etwa in den bundesdeutschen Großen Koalitionen von 2005, 2013 und 2017 beobachten kann. Das keineswegs wirkungslose Regierungshandeln der SPD konnte aber die Entfremdung von einer großen Zahl ihrer Anhänger nicht verhindern. Weshalb? Weil der Trend zu sozialer Polarisierung, sprich: zu erneut rapide wachsender Ungleichheit, nicht gebrochen worden ist, sondern die Vermögenskonzentration – je höher in der sozialen Pyramide, desto krasser – weiter zunimmt. Und das, während etwa 40 Prozent der Bevölkerung seit den 1990er Jahren nicht nur relative, sondern sogar reale Einbußen ihres Einkommens erleben mussten.

Die ersten drei Jahrzehnte nach dem Ende des Zweiten Weltkriegs waren in Westeuropa deshalb eine günstige Periode für die sozialdemokratischen Parteien und die Gewerkschaften, weil der Wiederaufbau und die folgende, kaum durch Rezessionen unterbrochene Boomphase Raum bot für einen längerfristigen Kompromiss (gewiss nicht konfliktfrei) zwischen Staat, Kapital und Arbeit – mit einer historisch einmaligen Steigerung des Lebensstandards auch der unteren Hälfte der Bevölkerung und einem Ausbau des Sozialstaats hin zu einer neuen Qualität. Die gleichzeitige Errichtung und Befestigung einer nichtkapitalistischen, vermeintlichen sozialistischen, diktatorischen Ordnung in Südosteuropa und im östlichen Mitteleuropa, namentlich im östlichen Teil Deutschlands, wirkte auf die breiten Schichten der Lohnabhängigen, auch auf die Kernschichten der Industriearbeiterschaft, wenig attraktiv, sogar eher abstoßend; indessen förderte der Systemkonflikt auf westlicher Seite die Bereitschaft der Oberklasse, den Lohnabhängigen Zugeständnisse zu machen, nicht nur solche materieller Art.

Die neoliberale Wende der Politik in der kapitalistischen Welt nach der internationalen Wirtschaftskrise von 1974/75, ausgelöst, aber nicht hauptsächlich verursacht durch eine deutliche Ölpreiserhöhung seitens des Kartells der OPEC-Länder, entsprang nicht reiner Willkür: Abnehmender Produktivitätszuwachs und die starke Position der Gewerkschaften brachten die Kapitalseite in eine Profitklemme. Die Fortsetzung des Modells regulierter Marktwirtschaft und avancierten Sozialstaats kollidierte mit den Grundprinzipien kapitalistischen Wirtschaftens, so dass die Sozialdemokratie zunehmend vor die Alternative gestellt war, sich irgendwie anzupassen oder eine größere Konfliktbereitschaft zu entwickeln – ohne dass klar war, ob der bisherige Weg unter den veränderten Bedingungen überhaupt weiter gangbar sein würde, zumal die ökologischen Grenzen des Wachstums ins Bewusstsein zu treten begangen.

Damit ist das eine Grunddilemma der europäischen Sozialdemokratie beschrieben, in der die SPD mit ihren 20,5 % bei der letzten Bundestagswahl keineswegs am unteren Ende der Skala steht. Dabei haben sich die alten sozialmoralischen Milieus über Jahrzehnte weitgehend aufgelöst. Überhaupt ist die quantitative und gesellschaftsprägende Bedeutung der großindustriellen Arbeiterschaft deutlich kleiner geworden. Wo es diese weiterhin gibt, empfindet sie mehrheitlich keine besondere Hinneigung zur Sozialdemokratie mehr, deren Mitgliedschaft und, mehr noch, Funktionärskorps heute in hohem Maß von Hochschulabsolventen gestellt wird, analog zur gesamtgesellschaftlichen Entwicklung und sogar deutlich verstärkt. Der Nachwuchs für leitende Funktionen wird inzwischen vorwiegend im Parteiapparat, in legislativen und exekutiven Hilfsdiensten politisch sozialisiert. Spezifisch ist immer noch ein hoher Anteil von sozialen Aufsteigern der ersten Generation in Führungspositionen, doch ohne dass die lebensweltliche Verbindung zu den Arbeitern und kleinen Angestellten dadurch aufrechterhalten worden wäre. Auch wenn die Klassenteilung der Gesellschaft „objektiv“ weiterbesteht und die nicht-privilegierten Arbeitnehmer die übergroße Mehrheit bilden und innerhalb dieser Großgruppe ein neues Dienstleistungsproletariat entstanden ist, sind die Klassenlagen komplizierter, vielfach auch widersprüchlicher geworden.

Weiter verkompliziert wurde die Szenerie durch neue Konfliktlinien, die neben die sozioökonomische bzw. gesellschaftspolitische getreten sind: um 1980 die zwischen aufstiegs- und wachstumsorientierten „Materialisten“ sowie auf Lebensqualität, individuelle Selbstbestimmung und Partizipation orientierten „Postmaterialisten“. Neuerdings zudem zwischen urbanen, gut ausgebildeten und mobilen „Kosmopoliten“ mit überdurchschnittlichem Einkommen sowie denjenigen, die eher zu den Verlierern der Globalisierung gehören, Schutz im Vertrauten suchen und Multikulturalismus ablehnen, den „Kommunitaristen“. So wie der Aufbruch der SPD um 1970 als Verbindung der traditionellen Facharbeiterschaft mit Sektoren des Öffentlichen Dienstes und der expandierenden akademischen Jugend Erfolg hatte, so müssten auch heute Kombinationen zuwege gebracht werden, die dann eine breite Koalition von Mitte und Unten (im sozialen Sinn) ermöglichen würden statt der liberal-konservativen Oben-Mitte-Koalition und dafür die genannten soziokulturellen Scheidelinien zu durchbrechen hätten.

Die Wahl von Martin Schulz zum Parteivorsitzenden und seine Ernennung zum Kanzlerkandidaten zu Beginn des Jahres 2017, verbunden mit dem Aufgreifen der Gerechtigkeitsfrage, bescherte der SPD vorübergehend ein als beinahe sensationell empfundenes Umfragehoch. Diejenigen, die sich nun für die SPD aussprachen, waren vorwiegend frühere, teilweise schon länger verlorene Anhänger. Die Euphorie brach zusammen und schlug in Ratlosigkeit und Pessimismus um, als die Gerechtigkeitsparole, von plausiblen Detailforderungen abgesehen, im Unbestimmten verblieb und der Kandidat sich von seinen Beratern gegen eigenes besseres Empfinden beinahe zu einem politischen Neutrum machen ließ.

Auffällig ist nicht nur der fast kontinuierliche Abstieg der SPD seit der Jahrtausendwende, eine prozentuale Halbierung bei Bundestagswahlen binnen 20 Jahren (ähnlich in der Mitgliederentwicklung), sondern auch die Tatsache, dass das rot-rot-grüne Lager von einer satten Mehrheit 1998 auf inzwischen ganze 38,6 Prozent zusammengeschmolzen ist. Eine entsprechende Regierungsbildung ist derzeit somit schon rechnerisch ausgeschlossen. Womit wir beim heutigen Rechtspopulismus wären, dem es, mit Ausnahmen vor allem in Griechenland und auf der Iberischen Halbinsel, gelungen ist, europaweit den sozialen und politischen Protest gegen die globalisierten Eliten sowie das internationale Finanzkapital und den von diesen Kräften bestimmten beschleunigten Wandel auf ihre Mühlen zu lenken. Die betreffenden Wählersegmente scheinen, um bei Deutschland zu bleiben, nicht nur für die SPD mittelfristig verloren. Auch Die Linke kann, anders als bis vor einigen Jahren zumindest in Ostdeutschland, dieses Protestpotential aktuell nicht mehr erreichen. Es widerstandslos der Rechten zu überlassen, wäre indessen die politische Kapitulation der Gesamtlinken schlechthin.

Gewiss artikuliert sich in der Wahl rechter oder ultrarechter Parteien nicht zuletzt eine simple Fremdenfeindlichkeit, die als solche keine Anknüpfungspunkte bietet, sondern bekämpft werden muss. Doch wäre es ebenso die Aufgabe der betreffenden Mitte-links- bzw. Linksparteien, ihre Wahlergebnisse im Hinblick auf die Verluste nach Rechtsaußen eingehend zu analysieren. Der fehlgeleitete Protest gegen eine wirtschaftsliberale Globalisierung und Europäisierung sollte nicht einfach als reaktionär abgetan, sondern daraufhin untersucht werden, welche materiellen und mentalen Probleme der Abgehängten und Erniedrigten sich darin ausdrücken. Eine undifferenzierte und unkritische Bejahung „Europas“ ist z.B. deshalb schwer zu vermitteln, weil es in erster Linie darum geht, welche Art Vereintes Europa mit welcher institutionellen Ordnung und welcher wirtschafts-, gesellschafts- und außenpolitischen Orientierung angestrebt werden soll: Schutz- und Gestaltungsraum oder Katalysator der marktkapitalistischen Globalisierung?

Die Nation ist für die Mehrheit der Menschen überall auf der Welt weiterhin die primäre Bewusstseins-, Gefühls- und Kommunikationsgemeinschaft, die nicht im Gegensatz stehen muss zu einem immer engeren europäischen Verbund. Der Nationalstaat bleibt der bislang einzige gesicherte Rahmen für Rechtsstaat und Demokratie, auch wenn er sukzessive Kompetenzen an übernationale Einrichtungen abgegeben hat und möglicherweise weiter abgeben wird.

Es ist nicht zu leugnen, dass die Globalisierung den Gestaltungsraum linker Politik eingeengt hat, so durch den internationalen Steuersenkungswettbewerb. Gerade hier wäre die EU gefordert. Und selbst auf nationalstaatlicher Ebene könnte wesentlich mehr zur Re-Regulierung der Wirtschaft, zur Aufrüstung des Sozialstaats und zur Umverteilung der Einkommen und Vermögen von oben nach unten geschehen als behauptet wird. Die neoliberale, kapitalfreundliche Politik der europäischen Institutionen und der Brüsseler Bürokratie sowie das (wenn auch inzwischen verkleinerte) Demokratiedefizit der EU muss thematisiert werden, anstatt es aus Furcht vor Nationalismus hinter wohlfeilen proeuropäischen Floskeln zu verbergen.

Die Ablehnung der Zuwanderung nach Europa, namentlich nach Deutschland, aus dem globalen Süden wird vielfach als wichtigstes Motiv bei der Unterstützung rechtskonservativer, rechtspopulistischer und rechtsextremer Parteien angesehen. Es ist hier nicht der Ort, diese komplexe Problematik aufzufächern. Immerhin wäre es bei der Diskussion, auch innerhalb des linken bzw. Mitte-links-Spektrums, hilfreich, zwischen Flüchtlingen im engeren Sinn sowie Armutsflüchtlingen und Migranten aus anderen Motiven andererseits zu unterscheiden. Die Stimmungsmache von rechts gegen Asylsuchende und Einwanderer sowie deren Helfer und Unterstützer darf nicht mit systematischer Verharmlosung der damit verbundenen Schwierigkeiten und Missachtung der Verunsicherung ohnehin benachteiligter Einheimischer beantwortet werden. Denn sie könnten am Ende die Leidtragenden sein.

Es wäre die Aufgabe einer revitalisierten und volksverbundenen Linken, die Formel von der „Beseitigung der Fluchtursachen“ ins Zentrum der diesbezüglichen politischen Auseinandersetzung zu rücken. Dabei ginge es im Wesentlichen um die Realisierung der schon vor vier Jahrzehnten von der Nord-Süd-Kommission („Brandt-Kommission“) gemachten Vorschläge zur Beseitigung der Strukturmängel und Dysfunktionalitäten im Verhältnis der nördlichen zur südlichen Hemisphäre, die eine nachhaltige Entwicklung hemmen. Beseitigung! Nicht allein um die Reduzierung des krassesten Elends. Die Beziehungen der kapitalistischen Metropolen zur früher so genannten Dritten Welt sind auch viele Jahrzehnte nach Erreichen der staatlichen Unabhängigkeit von Abhängigkeits- und Ausbeutungsstrukturen gekennzeichnet. In den derzeitigen, äußerst blutigen kriegerischen Verwicklungen, die Massenflucht produzieren, sind die großen Militärmächte, vor allem die USA, in der Regel zumindest indirekt beteiligt. Zudem: Knapp dreißig Jahre nach Beendigung des alten Ost-West-Konflikts wird ein neuer, durchaus gefährlicher, finanzielle Mittel und Energien bindender Rüstungswettlauf in Gang gesetzt, hierzulande wie anderswo im Westen befeuert von einer hypermoralisch aufgeladenen Menschenrechtspropaganda, die die Lehren der Entspannungspolitik der 1960er bis 80er Jahre ignoriert.

Dabei ist klar, dass die Linke sich nicht auf die heimische soziale Frage im engeren Sinn beschränken kann. Das gilt umso mehr, als die ökologische Krise von existentieller Art und letztlich nur global lösbar ist. Das ist inzwischen auch der Mehrheit der Bevölkerung bewusst geworden. Die fundamentalen Menschheitsprobleme werfen die Systemfrage auf, ohne dass wir das Ziel und die einzelnen Schritte der rettenden Transformation heute im Detail bestimmen könnten. Dass das Ostblock-System eines angeblich „real existierenden Sozialismus“ vor 1990 keine praktikable und humane Alternative war, ist nicht erst seit 1989 offenkundig und von kritischen Sozialsten, den Autor eingeschlossen, stets betont worden: Es wird entweder einen demokratischen Ausweg aus der Krise der Menschheit geben oder gar keinen. Das heißt aber nicht, dass der Kapitalismus das letzte Wort der Geschichte sein wird.

Um zum Ausgangspunkt zurückzukehren: Die drei Parteien, die in unterschiedlicher Intensität und Akzentuierung mit einer kritischen Haltung zum gesellschaftlichen Status Quo angetreten sind, haben sich zunehmend als unfähig erwiesen, dem Wunsch nach Veränderung und den damit verbundenen Erwartungen der Menschen Ausdruck zu verschaffen. Die Grünen haben sich weitgehend an den neoliberalen Mainstream angepasst und erweisen sich in der Außenpolitik, namentlich gegenüber Russland, eher als Scharfmacher im Sinne der Ideologie der „westlichen Wertegemeinschaft“. Und doch gibt es in der Mitgliedschaft und unter den Wählern der Grünen weiterhin eine nicht unbeträchtliche Strömung, die sich den ursprünglichen radikal-ökologischen, pazifistischen und basisdemokratischen Zielen der Partei, geläutert durch Erfahrung, verbunden fühlt und den längst verfestigten Kurs der Parteiführung nicht mitmachen will. Diese Strömung kommt zurzeit nicht zur Geltung.

Die Partei Die Linke wird – zu Recht – meist nicht mehr als simple Fortsetzung der SED wahrgenommen. Die innerparteiliche Demokratie, gemessen an den anderen im Bundestag vertretenen Parteien, ist jedenfalls nicht unterentwickelt. Das von großen Teilen der Hauptvorläuferpartei PDS lange ersehnte „Ankommen“ in der Bundesrepublik ist jedoch im Wesentlichen ein Ankommen in der Mentalität einschlägiger westdeutscher und Westberliner Milieus und Denkweisen, namentlich bei den Jüngeren, bei Verlust an Bodenhaftung in Ostdeutschland. Die auf dem letzten Bundesparteitag der Linken sichtbar gewordene innere Spaltung bezieht ihre Schärfe nicht in erster Linie aus früheren programmatischen Differenzen, sondern hat vorwiegend mit unterschiedlichen Zugängen zu politischem Handeln und mit persönlichen Machtkämpfen zu tun. Die Linkspartei wirkt deshalb wie blockiert, und sie steht in der Gefahr, als relativ stabiler, aber nichts mehr bewegender Faktor der deutschen Politik fortzuexistieren.

Die SPD verbindet seit jeher, genauer gesagt: seit sie in der Weimarer Republik die Möglichkeit erhielt, auf allen Ebenen der Verfassungsordnung praktisch-politisch zu gestalten, eine zwar zunehmend vager formulierte, aber bis heute nicht ganz aufgegebene, über die bestehenden Gesellschaftsverhältnisse hinausweisende Zukunftsperspektive. Über die vorbehaltlose Identifikation mit der parlamentarischen Demokratie setzt sie systemkonform auf kleine Schritte, Partizipation und sozialen Fortschritt. Das Dilemma des „kleineren Übels“, der vermeintlichen Notwendigkeit, Maßnahmen, Regierungskombinationen oder Personen zu unterstützen bzw. zu tolerieren, die den eigenen Zielsetzungen eigentlich entgegenstehen, um tatsächlich oder vermeintlich Schlimmeres zu verhüten, begleitet die Sozialdemokratie seit über hundert Jahren. Sie konnte ihre Mitgliedschaft und den größten Teil der Wählerschaft in solchen Fällen dann zusammenhalten, wenn sich der strategisch-taktische Zweck bestimmter „unvermeidlicher“ Manöver einigermaßen plausibel machen ließ, so z.B. bei der Bildung der ersten Großen Koalition in der Bundesrepublik 1966-69. Diese Jahre wurden sogar eine Zeit des Aufbruchs, der beginnenden Expansion und der gegenüber den frühen 1960er Jahren wieder deutlicheren Markierung einer spezifisch sozialdemokratischen Reformpolitik.

Die erwähnte, noch so unbestimmte Orientierung auf eine Transzendierung des Kapitalismus, jedenfalls des real existierenden war und ist bislang das eine Alleinstellungsmerkmal der SPD unter den etablierten Altparteien, das zweite die spezifische, gewissermaßen organische Verbindung mit den Gewerkschaften und lange Zeit auch zu breiten Arbeitnehmerschichten. Die Gewerkschaftsnähe ist spätestens seit Verkündung der Agenda 2010 erheblich gelockert, aber immer noch stark und von besonderer Art, besonders auf der Spitzenebene. Auch wenn sich der Punkt schwer benennen lässt, an dem die SPD aufhören würde, eine sozialdemokratische Partei in der tradierten Wortbedeutung zu sein, kann eine solche letztendliche Umwandlung nicht ausgeschlossen werden. Eventuell könnte dies auch durch andauernde Schrumpfung geschehen, so dass das übrig Bleibende nicht mehr als eigenständiger Faktor agieren könnte und mangels Einflusses z.B. auch für die Gewerkschaften nicht mehr interessant wäre. Zu warnen ist allerdings vor der Illusion, die Grünen bzw. die Linkspartei würden das Potential ggf. im großen Umfang erben.

So wie die Dinge liegen ist ein Ausweg für die SPD schwer zu erkennen, zumal die angekündigte „Erneuerung“ hauptsächlich auf ein „moderneres“ Erscheinungsbild, verstärkte digitale Präsentation und Diskussion hinauszulaufen scheint. Nimmt man die weniger düsteren, aber im Sinne der weitreichenden Ziele ebenfalls verbauten strategischen Optionen der beiden anderen relativ linken Parteien hinzu, dann gewinnt der seit einigen Monaten diskutierte Gedanke einer linken Sammlungsbewegung an Attraktivität. Es geht darum, die bestehenden Formationen, die aus sich selbst heraus den Weg zur Masse des Volkes nicht oder nicht mehr finden, zu beeinflussen und zu mobilisieren. Dass es auch in den am meisten entwickelten Staaten des Westens ein großes Potential für einen Neuansatz gibt, insbesondere unter jungen Leuten, haben – bei allen offenkundigen Besonderheiten – die Kampagnen von Jeremy Corbyn und Bernie Sanders mit ihren jeweiligen Inhalten gezeigt, deren Erfolg bzw. relativer Erfolg die Medien überrascht hat. Insbesondere Sanders vermochte ein beträchtliches unzufriedenes Wählersegment anzusprechen, das die mit der Finanzindustrie liierte, als Inkarnation des Washingtoner Establishments daherkommende Hillary Clinton keineswegs wählen wollte.

Die vorgeschlagene Sammlungsbewegung wäre keine neue Partei und hätte auch nicht das Ziel, eine solche zu werden. Sie wäre ein Personenzusammenschluss, der die Mitgliedschaft und Mitarbeit in Parteien und anderen Vereinigungen nicht nur nicht ausschließen, sondern sogar fördern sollte. In der SPD gibt es z.B. eine große Zahl langjähriger und der Tradition der Partei verbundener Mitglieder, die nie austreten werden, aber längst nicht mehr in den Gliederungen oder anderweitig präsent sind. Spötter sprechen von den unzufriedenen Sozialdemokraten als der größten SPD-Arbeitsgemeinschaft. Darüber hinaus ginge es darum, Parteilose einzubeziehen – Betriebs- und Personalräte, untere Gewerkschaftsfunktionäre, sozialkritische Christen beider Konfessionen, Umweltaktivisten, Globalisierungskritiker, Friedensbewegte – und solche, die sich bisher noch gar nicht engagiert haben. Der Idee der Sammlungsbewegung wird entgegengehalten, dass der Anstoß dazu von unten kommen müsse. Doch wenn die Zeichen nicht trügen, warten viele Menschen auf ein Signal derer, die eher die Chance haben, sich öffentlich zu artikulieren.

Es besteht ein Bedürfnis nach Opposition, nicht allein auf dem parlamentarischen Feld. Nur wenn sie klare Alternativen darstellen, können die Parteien dem Auftrag des Grundgesetzes entsprechen, „an der Meinungs- und Willensbildung des Volkes mit(zu)wirken“. Dafür benötigen sie mittlerweile Anstöße von außerhalb ihrer Binnenstrukturen. Ferner: Es ist nicht die Aufgabe eines Parlaments, die Meinungen der Wähler in ihrer quantitativen Verteilung einfach widerzuspiegeln. Wenn aber die Diskrepanz so groß wird, wie es in der Bundesrepublik in den vergangenen Legislaturperioden der Fall gewesen ist – so etwa im Hinblick auf den Afghanistan-Krieg, das Verhältnis zu Russland und die Krise der EU –, dann raubt dieser Zustand der Demokratie einen Teil ihrer Legitimität. In diesen und anderen Fragen reicht die Große Koalition des Mainstreams längst weit über die Regierungsparteien hinaus, während mit der AfD inzwischen eine rechte Opposition im Bundestag sitzt und dessen Tribüne nutzt, um sich als Vertretung „des“ Volkes gegen die abgehobenen Eliten darzustellen.

Die Sammlungsbewegung sollte mit der Veränderung des – in deutscher Tradition besonders unversöhnlichen – Umgangs unterschiedlicher Parteien, Fraktionen und geistigen Strömungen untereinander verbunden sein: Differenzen nicht verwischend, aber offen, tolerant und kameradschaftlich in der Form. Ein solcher neuer, Diffamierungen und Rechthaberei hinter sich lassender Stil würde sich besonders auf jenen Wahrnehmungsebenen und in jenen Politikbereichen zu beweisen haben, wo konträre Sichtweisen bestehen, so bei der persönlichen Sicherheit im Alltag und der Bekämpfung großer (auch Wirtschafts- ) wie kleiner Kriminalität, beim Umgang mit Flucht und Migration sowie beim Bedürfnis großer Teile der Bevölkerung nach regionaler Beheimatung und nationaler Selbstvergewisserung, auch bei (damit nicht identisch) der künftigen Rolle des Nationalstaats einerseits, der EU und der UNO andererseits.

In krassem Gegensatz zur Tendenz der Wahlergebnisse belegen etliche Meinungsumfragen, dass die politische Grundeinstellung der Gesamtbevölkerung – in den vergangenen anderthalb Jahrzehnten sogar verstärkt – in den „harten“ Themen der Politik deutlich links von den neoliberalen Eliten verortet ist. Wir brauchen deshalb einen alternativen Politikentwurf, der zunächst die Rückkehr zur Entspannungspolitik nach außen ins Auge zu fassen hätte, den Stopp der Waffenexporte in Spannungsgebiete, eine solidarische Unterstützung der armen Länder sowie die Demokratisierung und einen Kurswechsel der Europäischen Union, einen erneuerten Sozialstaat zwecks Sicherung des Lebensstandards im Alter und bei Erwerbslosigkeit sowie einer guten Pflege und Gesundheitsversorgung, die Neuregelung des Wohnungsmarkts zwecks Garantie für alle bezahlbarer Mieten, stärkere Steuergerechtigkeit bei Vereinfachung des Systems und Entlastung kleiner und mittlerer Einkommen, die Re-Regulierung der Wirtschaft, insbesondere des Finanzsektors, in Kombination mit einem innovativen ökologischen Umbauprogramm, die Stärkung des Binnenmarkts, die staatliche Steuerung des begonnenen Digitalisierungsprozesses zwecks Umverteilung von Arbeit, ferner den Wiederaufbau der kaputt gesparten Infrastruktur- und Versorgungseinrichtungen, die wieder in die öffentliche Hand gehören, sowie den großzügigen Ausbau der Bildungseinrichtungen bei Förderung aller Begabungen unabhängig von der sozialen und ethnischen Herkunft.

Auf einen Begriff gebracht, geht es darum, Gemeinschaftlichkeit und gesellschaftliche Solidarität auf einem qualitativ höherem Niveau und damit auch die Würde der Individuen zu stärken, und das setzt eine umfassende und systematische Politik sozialer Angleichung voraus. Peter Brandt, Ipg 10

 

 

 

Armutsquote vor allem bei Migranten gestiegen

 

Das Armutsrisiko in Deutschland steigt weiter. Zu diesem Ergebnis kommt eine Auswertung der Hans-Böckler-Stiftung. Vor allem Menschen mit Migrationshintergrund sind demnach gefährdet. Der bisher konstante Anstieg der Altersarmut stockt hingegen.

 

Die Armutsquote in Deutschland erreicht laut einer Datenauswertung der Hans-Böckler-Stiftung einen neuen Höchststand. Insgesamt lebten im vergangenen Jahr 15,8 Prozent der Bevölkerung mit einem Einkommen unterhalb der Armutsgrenze, wie die gewerkschaftsnahe Stiftung am Freitag in Düsseldorf mitteilte. Das waren 0,1 Prozentpunkte mehr als im Jahr zuvor. Hierzu wertete das Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliche Institut (WSI) der Stiftung unter anderem Daten des Mikrozensus aus. Die Armutsrisikoschwelle liegt bei 60 Prozent des mittleren Einkommens. Wer darunter liegt, gilt als armutsgefährdet. Zuerst hatte „Spiegel Online“ über die Untersuchung berichtet.

Grund für den Anstieg der Quote sei das höhere Armutsrisiko unter Einwanderern, deren Zahl durch den starken Flüchtlingszuzug in den Jahren 2015 und 2016 deutlich zugenommen habe, hieß es. Demnach ist die Armutsquote in der Gruppe der Einwanderer um 0,9 Prozentpunkte auf 30,3 Prozent gestiegen. Bei den in Deutschland geborenen Menschen mit Migrationshintergrund sei sie jedoch um 0,1 Prozentpunkte auf 24,9 Prozent gesunken, bei den Menschen ohne Migrationshintergrund sogar um 0,3 Prozentpunkte auf 11,8 Prozent.

Die Kinderarmut ist der Stiftung zufolge von 20,2 Prozent im Jahr 2016 auf 20,4 Prozent im vergangenen Jahr gestiegen. Während auch hier die Armutsquote bei den Kindern ohne Migrationshintergrund um 0,4 Prozentpunkte auf 12,8 Prozent gesunken ist, ist sie bei Kindern mit Migrationshintergrund gestiegen. Demnach lag die Armutsquote bei den Eingewanderten bei 54,3 Prozent und bei den in Deutschland geborenen Kindern mit ausländischen Wurzeln bei 28,2 Prozent. „In den kommenden Jahren sollte die Kinderarmut jedoch auch in diesen Gruppen zurückgehen, da die große Zahl der 2015 eingewanderten Minderjährigen nach und nach die Altersgrenze von 18 Jahren überschreiten wird“, prognostizieren die Forscher der Stiftung.

Leichter Rückgang

Bei der Altersarmut gab es den Angaben zufolge in allen Kategorien einen leichten Rückgang. Laut Studie ist die Altersarmut bundesweit um 0,2 Prozentpunkte auf das Niveau des Jahres 2015 (14,6 Prozent) zurückgegangen. Die Forscher betonten, dass der Anteil der Menschen mit Migrationshintergrund bei den über 65-Jährigen allerdings auch geringer (elf Prozent) als an der Gesamtbevölkerung (24 Prozent) sei.

Die Hans-Böckler-Stiftung unterstrich, dass es angesichts dieser Entwicklungen weiterhin die zentrale Herausforderung sei, neu zugewanderte Menschen sprachlich sowie beruflich zu qualifizieren und schnell in den Arbeitsmarkt zu integrieren. (epd/mig 13)

 

 

 

„Schon das Wort ‚Betriebsrat‘ war tabu“

 

Kommentar von Arthur Skorniakov ver.di-Betriebsrat bei Booking.com in Berlin

 

Ein international tätiger Buchungskonzern wie Booking. com hat Kunden aus der ganzen Welt. Viele von denen melden sich im Callcenter in Berlin. Entsprechend werden die Beschäftigten hier oft wegen ihrer Muttersprache eingestellt, in der sie mit den Kund_innen sprechen sollen.

Bei mir war es beispielsweise Russisch. Ich stamme aus Kirgisien, bin 2012 nach Berlin gezogen und habe kurz danach bei Booking.com angefangen. In dem Berliner Callcenter, in dem ich Betriebsrat bin, arbeiten 1.000 Menschen mit 80 Nationalitäten, die 40 Sprachen sprechen. Im Betriebsrat sind wir 13; davon sind nur zwei ursprünglich Deutsche, zwei sind eingebürgert, der Vorsitzende kommt aus Indonesien. Diese enorme Vielfältigkeit ist interessant und gleichzeitig eine enorme Herausforderung.

Die meisten Kolleg_innen sind neu in Berlin und in Deutschland. Viele wissen gar nicht, was ein Betriebsrat oder was eine Gewerkschaft ist oder sie denken, beides sei dasselbe. Das kommt nicht von ungefähr. Denn in vielen Ländern gibt es beides überhaupt nicht, oder nicht in einer vergleichbaren Form. Das macht unsere Arbeit nicht immer leicht.

Die psychischen Belastungen am Arbeitsplatz sind hoch. Das schlägt sich in der Gesundheit nieder. Die Krankheitsrate liegt für einen Verwaltungsbetrieb sehr hoch. Die Geschäftsführung verdichtet die Arbeit aber weiter – wer das nicht aushält, kann ja gehen. Doch viele der Kolleg_innen haben fast keine andere Wahl, als hier zu arbeiten. In Berlin ist es nicht leicht Arbeit zu finden, wenn man wenig Deutsch spricht oder als Ausländer_in keine anerkannte Qualifikation hat. Für viele ist der Job bei Booking.com deshalb der Einstieg in den Arbeitsmarkt. Die Firma weiß das und sie nutzt dies aus. Es gibt eine große Fluktuation im Unternehmen. Über die Hälfte aller Beschäftigungsverhältnisse sind befristet. Das hat natürlich damit zu tun, dass das Unternehmen sich zu jeder Zeit darauf verlassen kann, dass es auf dem Arbeitsmarkt immer viele Menschen gibt, die neu einsteigen können. Das bietet enorme Möglichkeiten, die Beschäftigten zu disziplinieren, nicht zuletzt, weil es die betriebliche gewerkschaftliche Organisierung behindert, denn wer nur kurz bleibt, ist für unsere Ansprache nicht sehr zugänglich.

Jede und jeder fängt mit einem befristeten Vertrag an, für ein Jahr. Für diese Befristungen gibt es keinen Sachgrund, sie sind „sachgrundlos“, wie es heißt. Wir hoffen sehr darauf, dass die Große Koalition dies unterbindet. Aber bis jetzt ist das nicht in Sicht. Verlängert wird der Vertrag abhängig von den Leistungen. Dazu zählt nicht nur die Arbeit, die mit Computern haarklein erfasst wird. Dazu zählt auch, wie oft man sich krank meldet. Kolleg_innen berichten uns dies von den Gesprächen mit den Vorgesetzten. Das ist nicht erlaubt, aber wir können dagegen kaum vorgehen, weil es den Kolleg_innen nur mündlich gesagt wird. Und viele werden direkt in der Probezeit gekündigt, da haben wir überhaupt kein Mitspracherecht.

Als ich hier angefangen habe, gab es keinen Betriebsrat. Wir haben den dann gegründet, trotz großer Widerstände. Vor allem die direkten Vorgesetzten haben sehr viel Druck gemacht, etwa wenn wir während der Arbeitszeit mit Kolleg_innen sprechen wollten. Sie haben dann behauptet, dass wir das nicht dürfen. Schon das Wort Betriebsrat war tabu, von Gewerkschaft ganz zu schweigen. Die Kultur hat sich mittlerweile etwas verändert. Trotzdem gibt es immer noch Probleme, wenn die Kolleg_innen zur Sprechstunde kommen wollen. Sie müssen schließlich für jede Minute per Code im Computer eingeben, was sie getan haben. Und wer nur befristet angestellt ist, überlegt es sich eben, ob er oder sie so „auffallen“ will.

Eines der wichtigsten Probleme, mit denen wir uns befassen, sind die Arbeitszeiten. Die erste fängt um sieben Uhr an, mit der letzten ist man um halb zwölf fertig. Die Schichten wechselten immer. Das ist nicht ergonomisch, es schadet der Gesundheit. Es betrifft Nicht-Deutsche noch einmal besonders: Für sie ist es sehr wichtig, schnell die Sprache zu lernen, sie müssen dafür regelmäßig zum Deutschkurs gehen. Doch wer in unregelmäßigen Schichten arbeitet, kann das nur bedingt. Wir haben uns dafür eingesetzt, diese Arbeitszeiten in eine bessere Balance zu bringen. Wir sehen es als großen Erfolg, dass es nun drei Korridore gibt, zwischen denen man sich entscheiden kann und dann für ein Jahr fixe Schichten bekommt. Das gibt allen Stabilität.

Forum Migration August 2018

 

 

 

Aufstehen ist Bürgerpflicht

 

Schluss mit dem linken Lieblingssport der maximalen rhetorischen Selbstverletzung. Von Ludger Volmer

 

Der Kapitalismus hat die Systemkonkurrenz gegen den „realen Sozialismus“ gewonnen, aber er ist nicht die Lösung für die Menschheit. Auch wenn konservative Philosophen im eskalierenden Neoliberalismus das Ende der Geschichte zu erkennen meinten. Dessen Globalisierung hat zwar einige Wirtschaftsdaten verschönert, Armut mancherorts abgemildert und cleveren Jungs die Taschen gefüllt. Doch die Art, wie er den Stoffwechsel der Gattung Mensch mit der Natur organisiert, zerstört den Globus, macht Lebenswelten zunichte und vertieft die ungleiche Verteilung von Wohlstand und Perspektiven – obszöne Geldvermehrung für wenige, Not und Abstiegsängste für viele, Klimawandel und Bienensterben für alle. Die forcierte Ausbeutung von Mensch und Natur bildet die ökonomische Leitkultur. Konflikte um knappere Ressourcen und Lebenschancen eskalieren zu Kriegen und Bürgerkriegen. In Gestalt von Flüchtlingsströmen und Scharen von Migranten, die auf ein besseres Leben hoffen, schlägt die Globalisierung zurück in die westliche Welt, den Ausgangspunkt der Verheerungen. Diese rüstet sich zu Festungen und schleift demokratische und zivilisatorische Errungenschaften, um des Ansturms Herr zu werden. Reaktionäre verteidigen mit der Keule die deutsche Scholle, Linksliberale werden nicht müde, „den Westen“ dennoch als die beste aller Welten zu preisen, während eine Kaste von verblendeten wie kleptokratischen Managern immer noch versucht, ihren Fehlentscheidungen und Betrügereien den Anschein von Vernunft zu verleihen. 

Wo aber bleibt die Grundsatzkritik an der unheiligen Dreifaltigkeit von Geld, Militär und Mission, welche „die westliche Megamaschine“ (Fabian Scheidler) von Beginn an antrieb? Die politische Linke ist leise geworden und überlässt die Kritik der Moderne den Reaktionären – wenn nicht links-, dann eben rechtsherum. Den öffentlichen Diskurs bestimmt die gesellschaftliche Rechtskoalition von AfD und CSU. Einst stolze Sozialisten haben sich erst zu Sozialarbeitern zurechtstutzen lassen, die die großen Probleme klein arbeiten, damit keine Systemkrise entsteht und alles geschmiert weiterläuft. Heute zerfällt ihre SPD, weil ihre Alternativen zu kleinlich ausfallen. Einst fundamentalkritische Ökologen haben sich zu Hoffnungsträgern des konservativen Bürgertums hochloben lassen, das durch Greenwashing seine Schuld als ideologische Trägerschicht der Fehlentwicklungen vertuschen will. Die Grünen drohen zu Angela Merkels Zweitpartei zu mutieren; nicht mehr um die Bekämpfung struktureller Armut geht es dort, sondern um die Verschönerung bürgerlichen Lebens - Helmut Kohls Zweidrittelgesellschaft im postmodernen Outfit. Und die Partei Die Linke? Sie zerlegt sich – wie die Sozialisten der 20er Jahre – in biestigen Diskussionen zur nationalen Frage.

 „Links“ wird von der öffentlichen Gegenaufklärung mit dem „real gescheiterten Sozialismus“ gleichgesetzt. Fälschlicherweise. Denn zumindest undogmatische, demokratische, libertäre Linke in aller Welt lehnten Sowjet- und SED-System, Kommandowirtschaft, Tonnenideologie, „demokratischen“ Zentralismus und seine repressiven Staatsapparate bis hin zum Gulag rigoros ab. Diese galten als irrige bis bösartige Verkehrung der eigentlich humanistischen sozialistischen Ideale. Lenin, Stalin und Mao in eine Reihe mit Marx und Engels zu stellen, war die größte diskursive Dummheit, die von Linken selbst begangen wurde. Dagegen hätten Rosa Luxemburg, Angela Davis, Petra Kelly und andere radikale Reformisten verdient, mehr als nur Ikonen historisierender Verehrung zu sein. Auch wenn der „Ostblock“ keine wirkliche Alternative war, seitdem er unterging, gibt es keine Diskussionen mehr über Systemalternativen zum westlichen Kapitalismus.

Dabei sind sie bitter nötig. Die größten Menschheitsverbrechen gingen von Europäern aus, nachdem sie die transozeanischen Seewege entdeckt hatten. Die Ausrottungsfeldzüge gegen die Hochkulturen Südamerikas dienten einzig dem Zweck, Schätze zur Finanzierung der europäischen Moderne zu rauben. Der Asien- und Afrika-Handel mit Gewürzen und Rohstoffen basierte auf Massenmorden und Unterjochung. Und - von der Geschichtswissenschaft bis vor kurzem wegretuschiert - wer im prosperierenden Europa verelendete oder diskriminiert wurde, wanderte nach Nordamerika aus, um – von den Heimatstaaten gebilligt - die dortige Bevölkerung zu betrügen, zu vertreiben, zu ermorden und versklavte Afrikaner ins Land zu holen. Liberty, der Freiheitsbegriff der amerikanischen Unabhängigkeitserklärung, spiegelte die völkermörderische Praxis der europäischen Kriegsunternehmer und Wirtschaftsflüchtlinge: Politische Teilhabe nur für diejenigen, die durch organisierten Betrug und tolerierte Gewalt Landbesitz erworben hatten. Diese Ideologie prägt bis heute politische Mehrheiten der „westlichen Führungsmacht“. Gewalt, Landnahme, Rassismus war ihr von Beginn an immanent.

Mit dem Sturz gewählter Regierungen, Kolonisierung und willkürlicher Grenzziehung hat der Westen, Ölinteressen folgend, den Nahen und Mittleren Osten ruiniert. Heute zerstört das liberale Europa durch Handels-, Kredit-, Agrar-, Fischerei- und Entwicklungspolitik die Ökonomien Afrikas. Die eskalierenden Krisen in den betroffenen Regionen werden mit Waffenlieferungen angeheizt. Massenflucht nach Europa bringt Arbeitskräfte, die, sklavenähnlich ausgebeutet, Öko-Gemüse für Supermärkte produzieren und Unternehmern erlauben, tarifliche Standards zu unterlaufen. Einheimische Arbeiter verzweifeln und driften nach rechts. Allzu leicht macht es das Talkshow-Gerede, die soziale Klassenfrage von Oben und Unten in die nationale Frage von Innen und Außen umzudeuten.

Der Populismus-Vorwurf gegen die rechten Ideologen allerdings ist hilflos, schlimmer noch, er adelt sie; denn Populisten sind stolz darauf, dem Volk nach dem Munde zu reden. Als „links“ zu gelten, ist hingegen fast völlig out. Der Begriff scheint diskreditiert. Er hatte es ohnehin nie leicht. Das rechte Händchen, so lernt ein jeder, ist das saubere. Linkshänder galten lange als therapiebedürftig. Schüchterne sind „linkisch“. Bei allem, was recht(s) ist: Betrüger sind „link“. Rechts vor links regelt den täglichen Umgang, Linksverkehr führt zum Brexit. Es ist absurd. Ein gleichermaßen prägnanter, aber unbelasteter Terminus ist nicht gefunden.  

Vielleicht hilft eine begriffliche Vergewisserung. Stellen wir uns zwei sich kreuzende Achsen vor: die politische Haltung zu den sozial-ökonomischen Grundlagen der Gesellschaft kann man auf der einen abbilden. Der linke Pol markiert eine entschieden antikapitalistische Haltung, der rechte die ungehemmte Profitorientierung. Senkrecht dazu verläuft die zweite Achse, die durch die Pole progressiv und reaktionär bestimmt ist. Sie gibt Auskunft über kulturelle Attitüden, von Partizipations- bis zu Genderfragen. Ein politisches Subjekt, auch die Mehrheit einer Partei, kann auf der „Kultur-Achse“ progressiv sein und auf der „Ökonomie-Achse“ rechts oder indifferent. Links und progressiv sind nicht dasselbe. Es geht nicht um Wortklauberei. Ohne Begriffe kann man nicht begreifen. „Linksliberale“ sind progressiv, aber in der sozial-ökonomischen Systemfrage nicht unbedingt links. Es lohnt sich, den eigenständigen Begriff „links“ zu retten, um eine Haltung zu beschreiben, die sich entschieden gegen den Turbokapitalismus, gegen entfesselte Finanzmärkte und Wirtschaftskriege wendet und die zudem weiß, dass die „soziale Frage“ mehr umfasst als Sozialpolitik und Kümmerei. Sie meint die Gesamtheit der politischen Ökonomie und Ökologie. Wenn sich zu dieser Haltung progressiv-demokratisches Denken addiert, ergibt sich eine moderne, teils post-moderne, nicht-traditionalistische neue Linke.

Das Parteiensystem steht vielleicht vor dem größten Umbruch in der Nachkriegsgeschichte. CDU/Rest-SPD/Grüne umreißen den gesellschaftlichen Mainstream. Angefeindet wird er von einer wirkungsmächtigen Rechts-Opposition aus AfD und CSU. Die FDP steht irgendwo dazwischen. Die Partei Die Linke ist zu schwach, um auf der anderen Seite dagegen zu halten. Gesellschaftliche Kompromissbildung wird unter diesen Umständen zwischen dem indifferenten Mainstream und einer auftrumpfenden Rechten betrieben werden. Ein gruseliger Gedanke. Nichts ist also drängender, als eine politische Linke zu rekonstruieren, die sich dem Rechtsruck entgegenstellt.

Längst sind neue Bewegungen entstanden, auf der Straße nicht so sichtbar, aber online voller Energie, Leben und Zukunftsideen. „Europäischer Frühling“ nennen sie sich, in Deutschland „DiEM25“ (Demokratie in Europa-Movement 2025), und werden zur nächsten Europa-Wahl antreten. Sie sind links, ökologisch, pazifistisch, basisdemokratisch – wie es einst die Grünen waren. Sie in einem gemeinsamen Diskurs zu verbinden mit den „alten“ Linken, denen bei Sozis, Grünen und sonst wo die Heimat verloren zu gehen droht und die den Kampf für eine gerechtere Welt nicht einstellen wollen, könnte lohnend sein. Und den progressiven Liberalen sei gesagt: Aufstehen ist Bürgerpflicht – auch gegen die ökonomischen und ökologischen Irrationalitäten des Kapitalismus.

Sammeln und neu formieren heißt das Gebot der Stunde: diskutieren, nach vorn gerichtet, ohne Rechthaberei und Häme. Statt sich gegenseitig maximale rhetorische Verletzungen zuzufügen, wie es seit Jahrzehnten ihr Lieblingssport ist, sollten Linke erkennen, wie kostbar sie füreinander sind. Linke könnten sich vielleicht auf ein gemeinsames strategisches Ziel einigen: Es geht darum, die Lebenschancen aller Völker unter Beachtung der ökologischen Belastbarkeit des Globus auf möglichst hohem Niveau anzugleichen. IPG 16

 

 

 

Hoffnung. Subsidiär Geschützte können Anträge auf Familiennachzug stellen

 

Tausende Flüchtlinge in den Camps der Nachbarstaaten Syriens warten auf die Chance zum Familiennachzug nach Deutschland. Ab August können 1.000 Angehörige pro Monat nachziehen. Die Zahl der Hoffenden ist größer. Wann die ersten kommen, ist offen.

Am Mittwoch tritt für Flüchtlinge mit subsidiärem Schutz in Deutschland die neue Regelung für den Familiennachzug in Kraft. Ab August erhalten sie wieder die Chance, Eltern, minderjährige Kinder oder Ehegatten nach Deutschland zu holen. Allerdings ist der Zuzug auf 1.000 Menschen pro Monat begrenzt. In den Auslandsbotschaften haben bereits Zehntausende, die voraussichtlich ein Visum beantragen wollen, Terminanfragen gestellt.

Die Sozialverbände Diakonie, Caritas und Deutsches Rotes Kreuz kritisierten das Verfahren. Diakonie-Vorstandsmitglied Maria Loheide sagte dem „RedaktionsNetzwerk Deutschland“: „Humanitäre Schutzbedürftigkeit und eine starre Kontingentlösung halten wir für miteinander nicht vereinbar.“

34.000 Terminwünsche liegen den Auslandsvertretungen nach Angaben des Auswärtigen Amts derzeit vor, die ganz überwiegende Mehrheit davon wurde von Syrern eingereicht. Sie sind von der Neuregelung besonders betroffen. Die Bürgerkriegsflüchtlinge werden in Deutschlands oftmals nicht als politisch Verfolgte anerkannt, sondern erhalten den untergeordneten subsidiären Schutz. Für diese Gruppe wurde im Frühjahr 2016 das Recht auf Familienzusammenführungen vorläufig ausgesetzt. Seit September 2016 konnten Syrer Terminanfragen stellen, die mit dem 1. August zu konkreten Anträgen werden können. Wie viele sich davon in der Zwischenzeit erledigt haben, ist offen.

Bundesverwaltungsamt entscheidet

Subsidiär Geschützte kommen aber auch aus afrikanischen Staaten. Aus dem Auswärtigen Amt hieß es, dass auch in den dortigen Auslandsvertretungen einige Tausend Terminanfragen eingegangen sind.

Über die Auswahl der monatlich 1.000 Verwandten, die kommen dürfen, soll das Bundesverwaltungsamt entscheiden. Die Auslandsvertretungen prüfen Identität und familiäre Bezüge und übermitteln die Daten an die deutschen Ausländerbehörden. Unterstützt werden die Konsulate von der Internationalen Organisation für Migration (IOM), die in den Nachbarregionen Syriens Servicestellen eingerichtet hat.

Prozedere muss sich noch bewähren

In den Ausländerbehörden im Inland werden Sicherheitsfragen und Integrationsaspekte geprüft, bevor die Daten ans Bundesverwaltungsamt gehen. Die Bundesbehörde entscheidet in Abwägung verschiedener Kriterien, welche 1.000 Personen im jeweiligen Monat kommen können. Humanitäre Erwägungen, insbesondere das Kindeswohl, sollen Vorrang haben. Auch Kranke und Familien, die bereits sehr lange getrennt sind, werden bevorzugt. Sind Fälle ähnlich schwerwiegend gelagert, können Integrationsaspekte wie die eigene Sicherung des Lebensunterhalts den Ausschlag für ein Visum nach Deutschland geben.

Das Prozedere ist völlig neu und muss sich in der Praxis noch bewähren. Wie lange die Verfahren jeweils dauern und damit auch die Frage, wann die ersten Angehörigen kommen können, ist noch offen. Weil das Kontingent am Anfang voraussichtlich nicht ausgeschöpft wird, können frei gebliebene Plätze in diesem Jahr auf den Folgemonat übertragen werden. Bis Ende 2018 können also noch insgesamt 5.000 Menschen kommen, egal in welchem Monat. Ab 2019 soll es das nicht mehr geben. Werden dann in einem Monat die 1.000 Plätze nicht beansprucht, werden es im Monat danach nicht automatisch mehr.

Keine Anrechnung

Jugendliche, die in der Zwischenzeit volljährig geworden sind, werden bei der neuen Regelung nicht ausgeschlossen, sofern sie vor ihrem 18. Geburtstag einen formlosen Antrag gestellt oder die Eltern bei Antragstellung darauf hingewiesen haben, dass ihr in Deutschland lebendes Kind die Altersschwelle bald erreicht.

Eine kurzzeitig diskutierte Anrechnung des Familiennachzugs aus Griechenland auf das Kontingent für subsidiär Geschützte wird es nicht geben. Eine Sprecherin des Bundesinnenministeriums erläuterte, die Familienzusammenführungen nach der sogenannten Dublin-Verordnung basierten auf anderen rechtlichen Verfahren. (epd/mig 1)

 

 

Immer mehr Blue Cards

 

Sie ist das Ticket für den europäischen Arbeitsmarkt: Die Blue Card EU. Knapp sechs Jahre nach der Einführung hat das BAMF erstmals eine Bilanz dieser Aufenthaltserlaubnis vorgelegt.

Bis Ende März 2018 wurde sie für Deutschland an rund 76.800 Personen ausgegeben. Diese kamen hauptsächlich aus Indien (12.798), China (4.533) und Russland (3.567). Damit wurden für Deutschland 85 Prozent der EU-weit insgesamt vergebenen Karten ausgestellt. 50.000 der Empfänger sind noch im Land. Die Nachfrage nach Arbeitskräften befriedigt dies jedoch nicht.

Eine Studie des BAMF ergab 2016, dass zwei Drittel der Blue Card-Inhaber_innen in Berufen der Mathematik, Informatik, Naturwissenschaft und Technik arbeiteten, neun von zehn übten einen Beruf aus, der von der Bundesagentur für Arbeit auf die Liste der Mangelberufe gesetzt wurde. Das BAMF wirbt derzeit mit einer Kampagne für den Aufenthaltstitel. Voraussetzungen sind ein Hochschulabschluss, eine Arbeitsplatzzusage sowie ein jährliches Mindestbruttogehalt von aktuell 52.000 Euro. Für die Mangelberufe wie IT-Fachkräfte, Ingenieur_innen oder Ärzt_innen gilt ein geringeres Mindesteinkommen von 40.560 Euro.

Die Vorteile der Blauen Karte sprächen sich immer mehr herum, sagt eine Sprecherin des BAMF der DPA. Die Karte ermöglicht es, schon nach 33 Monaten ein dauerhaftes Aufenthaltsrecht in Deutschland zu bekommen. Wenn ein Sprachtest des Niveaus B1 bestanden wird, ist dies schon nach 21 Monaten möglich. Die Inhaber_innen können zudem ihre Familie nachholen, auch wenn Ehepartner oder Kinder kein Deutsch können.

Allein 2017 wurden mehr als 21.700 Blue Cards ausgestellt. Etwa die Hälfte der Menschen kam auf diese Weise nach Deutschland. Die anderen waren so genannte Statuswechsler – sie haben beispielsweise hier studiert und im Anschluss die Karte beantragt. „Sie ist damit ein gutes Instrument, um Leute bei uns zu halten, die wir selbst ausgebildet haben“, so das BAMF.

Infoseite des BAMF zur Blue Card: https://bit.ly/1f6rjEH

Forum Migration August

 

 

 

Hilfswerk: Vorwurf des „Sozialbetrugs“ gegen Osteuropäer ungerecht

 

Das katholische Osteuropa-Hilfswerk Renovabis wendet sich gegen die pauschale Unterstellung des Sozialbetrugs im Fall von Osteuropäern, die von Deutschland Kindergeld beziehen.

 

 „Missstände müssen abgestellt werden, aber Verallgemeinerungen und Unterstellungen helfen hier nicht weiter“, zitiert eine Aussendung Pfarrer Christian Hartl, den Hauptgeschäftsführer der Solidaritätsaktion der deutschen Katholiken mit den Menschen in Mittel- und Osteuropa, am Freitag. Die pauschalisierende Unterstellung von „Sozialbetrug“ blendeten die sozialen und psychischen Folgen der Arbeitsmigration für die zurückgebliebenen Familien aus.

Zuvor war bekannt geworden, dass die Zahl der Minderjährigen, für die der deutsche Staat Kindergeld ins Ausland überweist, auch 2018 deutlich ansteigt. Einige Bürgermeister schlugen Alarm und sprachen von „gezielter Migration ins deutsche Sozialsystem“ und „krimineller Energie“.

 

Mehr Sensibilität für das Schicksal der Euro-Waisen

Renovabis verwies ausdrücklich auf das Schicksal der in den Herkunftsländern zurückbleibenden Kinder, der sogenannten „Euro-Waisen“. Über Jahre von ihren arbeitenden Eltern getrennt, wachsen sie bei Großeltern oder anderen Verwandten in der Ukraine, in Moldawien, Rumänien oder Bulgarien auf. Für sie habe das Osteuropa-Hilfswerk viele soziale und pastorale Projekte mit Partnern vor Ort ins Leben gerufen.

Für die schwierige Situation diese Kinder und ihrer Familien erhofft sich Hartl in der deutschen Öffentlichkeit mehr Sensibilität und Aufmerksamkeit. Vor allem dürfe es keinen Generalverdacht gegen Osteuropäer geben, auch dann nicht, wenn einzelne Betrugsfälle aufgespürt würden. Es komme vielmehr darauf an, dass „die EU einheitliche soziale Vergleichsstandards schafft, die letztlich mehr Transparenz ermöglichen und den Zusammenhalt Europas stärken“, so Hartl.

(pm 10)

 

 

 

"Völlig unsinnig". Wirtschaftsinstitut kritisiert Abschiebungen von Fachkräften

 

Das Institut der deutschen Wirtschaft bezeichnet die Abschiebung von Fachkräften als „völlig unsinnig“. Menschen im Asyl-System müssten die Möglichkeit bekommen, ins System der Fachkräfteeinwanderung zu wechseln.

Das Institut der deutschen Wirtschaft (IW) hat die Abschiebepraxis in Deutschland kritisiert. IW-Direktor Michael Hüther sagte dem Boulevardblatt „Bild“: „Gut ausgebildete und integrierte Beschäftigte abzuschieben, ist völlig unsinnig.“ Jeder, der etwas könne, werde in hierzulande benötigt. „Da ist es doch egal, ob er auf der Suche nach Asyl oder nach Arbeit eingereist ist.“

Der Fachkräftemangel sei eine der größten Sorgen der Wirtschaft, sagte Hüther: „Da tut jeder verlorene Mitarbeiter weh. Aber schlimmer noch: Wenn permanent die Ausreise oder Abschiebung droht, nimmt niemand mehr die Kosten und Mühen auf sich, einen Flüchtling auszubilden und ihm Deutsch beizubringen.“ Er schlug vor: „Wer bereits im Land ist, muss aus dem Asyl-System ins System der Einwanderung von Fachkräften wechseln können.“

Bisher verhindere das Gesetz diesen Spurwechsel. „Ist der Krieg im Herkunftsland vorbei, droht, dass ein oft gut integrierter, geschätzter Kollege mit sicherem Einkommen das Land verlassen muss.“ Das sei volkswirtschaftlicher Unsinn“, erklärte der IW-Direktor. Für den sogenannten Spurwechseln forderte er klare Regeln: „Die Asylsuchenden hätten auch nach bisher geltendem Einwanderungsrecht zu uns gedurft, etwa weil sie bei uns benötigte Fähigkeiten mitbringen. Sie sind vor einem bestimmten Stichtag, dem 1. Januar 2018, gekommen. Und sie sind erfolgreich integriert und haben einen Job.“ (epd/mig 3)

 

 

 

Der Tag der Tomate! Jetzt beim großen Rezeptwettbewerb mitmachen

 

Die italienische Tomatenmarke Mutti lobt eine Reise nach Parma aus – das Food Valley Italiens hat einiges zu bieten

 

Am 29. September wird deutschlandweit erstmals der Tag der Tomate gefeiert. Damit wird dem Lieblingsgemüse der Deutschen eine besondere Ehre zuteil. Ob roh oder weiterverarbeitet als Pastasauce, Pizzabelag oder auch in einer süßen Variante in Verbindung mit Rhabarber auf dem Kuchen: Die kulinarisch-kreative Vielfalt der Tomaten kennt keine Grenzen. Passend zum Tag der Tomate veranstaltet das italienische Familienunternehmen Mutti einen großen Tomaten-Rezeptwettbewerb. Gesucht werden köstliche Rezepte, die neue Inspirationen für Profi- und Hobbyköche liefern. Tomaten-Fans können sich bis zum 29.09.2018 unter www.tomatentag.de mit ihrem Rezept bewerben. Die beste Einsendung wird mit einer Reise nach Italien gekrönt.

 

Parma/Hamburg. Zum Anbau einer perfekten Tomate braucht es einen fruchtbaren Boden, die richtige Menge an Wasser, viel Sonne und Geduld, aber auch schnelles Handeln – denn, sobald die Tomaten die optimale Reife haben, müssen sie zügig geerntet und weiterverarbeitet werden. Das Land, in denen diese besonders schmackhaften Tomaten wachsen, findet sich in der norditalienischen Po-Ebene, rund um die Stadt Parma. Dort reifen seit 100 Jahren Tomate und Weizen Seite an Seite – in der Fruchtfolge ergänzen die beiden sich optimal für eine üppige Fruchtbarkeit. Frisch vom Feld geerntet, sind die Tomaten innerhalb von 24 Stunden verarbeitet und konserviert. So lässt sich das ganze Jahr lang weltweit mit gereiften Tomaten kochen – und die italienische Sonne kommt auf den Teller.

 

Mutti liefert die Produkte, Sie die Rezepte!

Mutti Tomatenprodukte sind vielfältig: als Feinstes Tomatenfruchtfleisch, passiert, als geschälte Tomaten oder konzentriert – sie alle schmecken wie frisch gepflückt. Zur Feier des Tags der Tomate wird der größte Einfallsreichtum der Tomaten-Fans nun belohnt. Als Hauptpreis winkt eine Reise ins Tomatenparadies Parma! Die besten zehn Rezepteinsendungen, bei denen der Tomatengeschmack perfekt zur Geltung kommt oder die entscheidende Note gibt, haben eine Chance auf die Reise ins Food Valley Italiens und weitere attraktive Preise, wie bspw. einen Kochkurs mit Mirko Reeh, eine Smeg Küchenmaschine mit Pasta-Aufsätzen oder Mutti-Produktpakete. Dip. 14