WEBGIORNALE  9-22   APRILE 2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Un rapporto del CNR. Mediterraneo: quando la demografia insegue la crescita  1

2.       Bruxelles confeziona il bilancio del dopo-Brexit. Juncker, “traduciamo in cifre il nostro futuro”  1

3.       Le 4 fasi per formare un governo  2

4.       Governo. “Non è ancora emersa una maggioranza”. Nuova settimana di consultazioni 2

5.       Indagine Iai/Laps. Le Affinità Elettive: l’Italia, la politica estera e il governo  2

6.       Cgie. Il Segretario Generale Michele Schiavone fa il punto sui lavori del Comitato di Presidenza  3

7.       Dopo elezioni. Politica estera italiana: appello al prossimo governo  4

8.       Angela Merkel scopre la crisi dei consensi 4

9.       Little Italien: quelli che scelgono di vivere in Germania  5

10.   Francoforte: dal 25 a 27 maggio il Festival della Poesia Europea  5

11.   “Italia e Germania nella prospettiva europea”. “Anders miteinander - Diversi ma insieme”  5

12.   A Berlino aperte le iscrizioni a “Calcio in festa” 2018  6

13.   Festeggiata a Mantova la ventennale amicizia con Weingarten  6

14.   Mario Caruso: “Amarezza per risultati elettorali che non ci aspettavamo”  6

15.   A Berlino il 12 aprile la presentazione di “Assistenza alle persone con disabilità in Germania”  6

16.   Giornata della memoria a Ravensbrück, nel principale Lager femminile della Germania nazista  7

17.   I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO  7

18.   Assemblea generale della Casa Internazionale di Kempten  8

19.   A Berlino il 22 aprile cerimonia di commemorazione dell’eccidio di Treuenbrietzen  8

20.   Ad Amburgo l’11 aprile ed a Monaco di Baviera giovedì 12 presentazione del libro “Enciclopedia della donna–Aggiornamento”  9

21.   A Berlino il 16 aprile “L’Ambasciata incontra... giuristi e commercialisti”  9

22.   Anno Europeo del Patrimonio Culturale. L'IIC di Berlino promuove due iniziative il 18 e 19 aprile  9

23.   Acli Baviera: eletta la nuova Presidenza. Riconfermato il Presidente uscente Carmine Macaluso  9

24.   Il 13 aprile a Francoforte: "Ferite a morte - Tödlich verletzt", il progetto sul femminicidio di Serena Dandini 10

25.   Berlino. Il distretto di Friedrichshain-Kreuzberg rinuncia al “burocratese“ per aiutare gli stranieri 10

26.   Trieste incontra Norimberga  10

27.   “Forme di Paesaggio. Basilicata, 2018” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo  10

28.   La pianista catanese Serena Chillemi in concerto in Baviera  11

29.   Faust: un mito europeo - documentazione con mostra fotografica. L'inaugurazione il 18 aprile all'IIC di Monaco di Baviera  11

30.   Due scuole di calcio a confronto: Rummenigge e Luca Toni a Monaco di Baviera  11

31.   Germania, torna libero Puigdemont 11

32.   Intervista alla senatrice Laura Garavini. Il voto per posta va mantenuto  11

33.   “Montedoro” all’ Istituto Italiano di Cultura di Amburgo  12

34.   Interventi. Necessario un punto di riferimento  12

35.   Chi sono i nuovi ministri del governo Merkel 12

36.   Mentre Roma discute il Paese affonda  13

37.   Risultati elettorali in Italia: qualche illusione in meno. 13

38.   La procura tedesca chiede l’estradizione in Spagna di Puigdemont per “ribellione” e “appropriazione indebita di fondi”  14

39.   Ue, Macron riceve Merkel: "Voto italiano ha scosso la Ue"  14

40.   Quarto mandato. Russia: Putin, rielezione nel segno di continuità e conservazione  15

41.   Russia, un dilemma per l’Europa e l’occidente  15

42.   Il cambio  15

43.   Per una democrazia dei valori. Una riflessione sempre...attuale  16

44.   Anche io parlo italiano  16

45.   Migranti, Israele: “Li manderemo via”  17

46.   Italiani 17

47.   Berlino, bimba picchiata a scuola perché ebrea  17

48.   Nuovo volo Perugia-Francoforte. L’Umbria si presenta in Germania  17

49.   Diversità linguistica o uniformità culturale?  18

50.   Le indecisioni 18

51.   Riflessione sui risultati delle elezioni italiane  19

52.   “Da 5stelle atteggiamento antidemocratico, sono già a poltronificio”. La residenza fiscal in Italia  19

53.   All’IIC di Colonia il 21 aprile il 3° simposio scientifico del Forum Accademico Italiano  19

54.   La circolare della Garavini ai democratici in Europa  19

55.   Cambiare  20

56.   Promozione del Tedesco. Collaborazione tra VHS Südtirol e le scuole ttrentine  20

57.   Dino Nardi: All’estero preferiscono il Pd  20

58.   Insegnare l’italiano all’estero. Tornano le classi virtuali per la formazione dei docenti 21

59.   Fatti e misfatti 21

60.   Pubblicazioni. L’emigrazione nei libri di scuola per l’Italia e per gli italiani all’estero  21

61.   Selezione Eures per lavorare in Germania. si cercano 15 cuochi e 10 camerieri 21

62.   Commissione anti ‘Ndrangheta avvierà indagine sulla Fondazione “Calabresi nel mondo”  22

 

 

1.       Spanien blamiert: Puigdemont auf freiem Fuß  22

2.       „Konzentration des Kapitals rückgängig machen“  23

3.       EU fordert: Migration & Sicherheit müssen im Zentrum des neuen EU-Afrika-Deals stehen  23

4.       Lob der Nation  24

5.       Israel. Umsiedlung verkündet und ausgesetzt 24

6.       Hyperglobalisierung vs. Nationalstaat 25

7.       Faire Mobilität braucht faire Kontrolle  25

8.       „Nation ist ein rechtliches Konstrukt“  26

9.       Grundrechteagentur: Migrantenrechte werden in der EU missachtet 26

10.   Integrationspolitik. Neue Integrationsbeauftragte distanziert sich von Leitkultur-Begriff 27

11.   EU-Grundrechteagentur beklagt Situation der Roma  27

12.   Wie wir die Welt doch noch retten können – not 27

13.   Lega Nord lässt Parlamentsmitarbeiter zum Klatschen antreten  28

14.   Wanderüberschuss. Einwanderung nach Deutschland 2016 deutlich gesunken  28

15.   Angela Merkel zum vierten Mal Bundeskanzlerin. Neue Bundesregierung im Amt 28

16.   Soziale Sicherheit für alle  29

17.   Multikulti. Noch lange nicht gescheitert 29

18.   Reaktionen. Seehofer startet mit Islam-Debatte ins Amt 29

19.   Regierungserklärung. Merkel: "Deutschland, das sind wir alle!"  30

20.   Große Koalition. Rat für Migration warnt Regierung vor Abschottungspolitik  30

21.   „Migranten und Flüchtlinge aufnehmen, schützen, fördern, integrieren“  30

22.   Annette Widmann-Mauz. Staatsministerin will Zusammenhalt zwischen Religionen stärken  31

23.   Kempten, Haus International. Mitgliederversammlung  31

24.   Bologna-Bericht im Kabinett. Bachelor und Master haben sich durchgesetzt 31

25.   Anerkennungs-News  32

26.   Neues Hoch. Geburtenanstieg in Deutschland setzt sich fort 32

 

 

 

Un rapporto del CNR. Mediterraneo: quando la demografia insegue la crescita

 

Mediterraneo uguale migrazioni e instabilità. Null’altro. Tra il disinteresse di alcuni e l’interventismo interessato di altri, e’ questa l’istantanea bidimensionale di un’area spesso ridotta – nella percezione dei più – alla sola Sponda Sud, stagnante o addirittura immobile. Ma una prospettiva meno superficiale rivela qualche sorpresa, come si legge nell’ultimo ‘Rapporto sulle economie del Mediterraneo’ curato dall’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo del Cnr e presentato in questi giorni. E così si scopre che i mutamenti demografici e sociali vanno più veloci di quanto si pensi e che il quadro del mercato del lavoro – analizzato in dettaglio dal direttore dell’Istituto Salvatore Capasso e da Yolanda Pena-Boquete – presenta analogie insospettate tra le due sponde, con una disoccupazione che in entrambi i casi colpisce i gruppi più fragili della popolazione: giovani e donne.

Giovani e lavoro: un’equazione che non torna

In quattro casi la mancanza di lavoro per la  fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni supera il 45%, ma è sorprendente vedere in quali Paesi. Il primato negativo spetta alla Bosnia-Erzegovina con il 66% di disoccupati giovani, dietro viene la Libia (50%), tallonata dalla Spagna (49,4%) e dalla Grecia (49,2%). Sorprese anche per ciò che riguarda il  tasso di occupazione che in Italia (42,6%) è inferiore a quello dell’ Egitto (43,1%), del Marocco (44,4%) e perfino della Libia (43%).

Le ragioni sono però molto diverse. E se nei Paesi più avanzati vanno ricercate nella stagnazione delle economie o nei complicati sistemi di reclutamento della forza lavoro, nelle economie della Sponda Sud – tutt’altro che omogenee tra di loro – è la demografia a giocare un ruolo rilevante. Qui la crescita c’è stata, e in alcuni casi è stata elevata, come pure  il declino del tasso di fecondità in Paesi come per esempio la Tunisia e il Marocco, ma non sono bastati a compensare l’aumento della vita media che ha creato una classe di individui in età lavorativa – tra i 15 e i 64 anni – sempre più ampia. In Tunisia è il 70% della popolazione, il 67% in Marocco e il 65 % in Algeria. Percentuali che aumenteranno da qui al 2030 con l’ipotesi di un incremento continuo della speranza di vita – sottolinea Barbara Zagaglia, autrice del capitolo sul tema demografico -.  Tanto per fare un esempio, solo per mantenere costanti i già bassi tassi di occupazione la Tunisia dovrà aggiungere ogni anno dai 281mila ai 392mila posti di lavoro. “Se questi obiettivi non saranno soddisfatti, la strada della migrazione sarà assicurata”.

Migranti economici e la paura da cancellare

Ed ecco il punto. La pressione dei migranti  ‘economici’ che viene da quest’area e dall’Africa subsahariana, insieme alla fuga di chi scappa dalla guerra, dalla Siria in primis, si trasforma nel  peggiore degli incubi della Sponda Nord e di un’Europa divisa tra incapacità e malafede. Soluzioni? Prima di tutto occorre “cancellare il Mediterraneo dalle paure della nostra gente”, osserva Romano Prodi nel dibattito al Cnr su ‘L’area mediterranea tra disoccupazione,  emigrazione e nuove opportunità di sviluppo economico’, puntando il dito sulla “mancanza di un progetto politico per il Mediterraneo” da parte dell’Europa che spesso si limita – e non è una semplificazione eccessiva – a “osservare la lotta sciiti-sunniti o inter-sunnita”. “Il problema dell’immigrazione è diventato così dominante da far sorvolare sullo sviluppo”, aggiunge Prodi che vede una via d’uscita in “una grande politica,  come abbiamo fatto a Est”, che comprenda anche “università miste, una banca del Mediterraneo” e, soprattutto un “mercato mediterraneo” che “sarebbe il grande salto” anche se, ovviamente,  “nessun Paese del Sud sarà membro dell’Ue”.

Punti di vista consonanti e contraddittori

Una visione condivisa dall’ambasciatore del Marocco in Italia Hassan Abouyoub,  che parla di “inadeguatezza e fallimento” dell’approccio utilizzato finora, nel quale “l’unico parametro è stato l’immigrazione”, quando invece serve un “modello che ci faccia entrare in una fase comune di governance”. La spinta può anche venire dal’ “integrazione dei Paesi dell’area” che per l’Algeria è  una “priorità “ e il settore energetico “può esserne il motore”, secondo l’ambasciatore algerino Abdelhamid Senouci Bereksi. È necessario “continuare le politiche di vicinato per costruire un’economia integrata”, è l’idea di Senén Florensa i Palau, console di Spagna a Roma.

Difficile spiegarlo a quei membri dell’Unione arroccati in trincea, come il gruppo di Visegrad, e a leader come il premier ungherese Viktor Orban che in piena campagna elettorale, in vista del voto dell’8 aprile, ha colto l’occasione della festa nazionale il 15 marzo per ribadire che “la posta è di conservare la patria o di perdere tutto”, spiegando ai sostenitori la sua visione del confronto elettorale.I candidati del partito di governo (l’Unione civica ungherese Fidesz) dovranno affrontare in ogni collegio “un candidato appoggiato da George Soros ( il filantropo americano è accusato di voler far invadere l’Europa dai migranti musulmani), candidati apolidi, nemici della nazione”.

Le iniziative dell’Ue e le decisioni in prospettiva

In un quadro di questo tipo, il Rapporto sulle economie del Mediterraneo riconosce che le nuove strategie di policy, fra cui il Migration Compact lanciato dall’Ue, “costituiscono uno sforzo importante per una migliore gestione  dei processi migratori indotti dalla mancanza dì opportunità di lavoro”.  Ma il problema è che, nella migliore delle ipotesi,  per vederne i risultati bisognerà aspettare qualche generazione. E nel frattempo i Paesi più direttamente interessati perché più vicini – come l’Italia – continuano a cercare una sponda vera nella distratta Europa.

* Qualche giorno fa a Bruxelles la Rappresentanza permanente d’Italia presso l’Unione europea ha organizzato il,primo di una serie di incontri su come rafforzare la risposta dell’Ue nella gestione dei flussi lungo il Mediterraneo centrale e nello sviluppo di alternative economiche nei Paesi di origine e di transito. Per l’ambasciatore Maurizio Massari è necessario un “salto politico” che superi “l’approccio emergenziale” e va tenuto ben presente che il rifinanziamento dell’accordo Ue-Turchia e del fondo fiduciario per l’Africa sono “profondamente interconnessi”.  Segnali di un nuovo corso sembrano arrivare dal presidente francese Emmanuel Macron, convinto che entro giugno bisogna “assolutamente arrivare a una soluzione per la politica europea sull’asilo”, come ha sottolineato dopo l’incontro con  la cancelliera tedesca Angela Merkel. Bisognerà ora vedere se sul rinnovato asse franco-tedesco peseranno di più le proposte italiane o le barricate ungheresi. Eloisa Gallinaro, AffInt 23

 

 

 

 

Bruxelles confeziona il bilancio del dopo-Brexit. Juncker, “traduciamo in cifre il nostro futuro”

 

L'Esecutivo comunitario sta predisponendo i lineamenti e le cifre del prossimo Quadro finanziario pluriennale 2020-2027 da presentare a maggio, che poi passerà per competenza a Consiglio e Parlamento europeo. L'assoluta rilevanza del budget, con una prospettiva di sette anni e che vale all'incirca 1.000 miliardi. Investimenti per sostenere l'economia e il lavoro, favorire ricerca e istruzione, costruire aeroporti e ferrovie, controllare le frontiere, intervenire a favore di famiglie, agricoltori, imprese e terzo settore - Gianni Borsa

 

Sviluppo digitale, difesa comune e sicurezza, ricerca e innovazione, formazione dei giovani, sostegno alle piccole e medie imprese, tutela dell’ambiente, risposta al fenomeno migratorio. Sono alcune delle priorità che la Commissione europea ha recentemente indicato con le linee-guida per il futuro Quadro finanziario pluriennale (Qfp), ovvero i contorni del bilancio dell’Unione europea per il periodo 2020-2027. Lo sguardo va lontano per una migliore programmazione delle entrate e delle uscite del budget comunitario, tenendo conto delle sfide attuali e future per i 27. Sarà, rispetto al Qfp in corso (2014-2020, per un totale di 950 miliardi di euro da distribuire in sette anni), la prima programmazione finanziaria del dopo-Brexit e dovrà considerare eventuali nuove adesioni dei Paesi balcanici, probabilmente post-2025. Per queste ragioni il dibattito a Bruxelles e Strasburgo attorno al Qfp è in pieno svolgimento e si attendono, per maggio, proposte e numeri precisi da parte della Commissione.

Cos’è il Quadro finanziario pluriennale? “Il Qfp stabilisce – secondo la definizione fornita dal Consiglio dei ministri Ue – i limiti dei bilanci generali annuali dell’Unione europea”. Esso, diviso in stanziamenti di impegno e di pagamento, “determina gli importi complessivi e gli importi relativi a vari settori di attività che l’Ue potrebbe utilizzare in ogni esercizio quando assume obblighi giuridicamente vincolanti” per un periodo di sette anni. Il Qfp viene definito dalle autorità di bilancio Ue, ossia Consiglio e Parlamento, a partire da una proposta della Commissione. Lo scopo del Qfp è “tradurre le priorità politiche in cifre per un ciclo di bilancio” pluriennale; “agevolare l’adozione del bilancio annuale dell’Unione”; “assicurare la disciplina di bilancio comunitario”; “accrescere la prevedibilità delle finanze Ue”, tenuto conto che le entrate del budget dell’Unione dipendono per la massima parte da trasferimenti degli Stati membri in base alla grandezza e ricchezza di ciascun Paese.

 

Il ruolo della Commissione. L’Esecutivo guidato da Jean-Claude Juncker ha presentato “diverse alternative – e le relative conseguenze finanziarie – per predisporre un bilancio dell’Ue a lungo termine nuovo e moderno, che consenta di realizzare in modo efficiente gli obiettivi prioritari per i cittadini europei dopo il 2020”. La posizione della Commissione è chiara: “Nel discutere sul livello di ambizione delle politiche Ue in settori come la protezione delle frontiere esterne, il sostegno a una vera Unione europea della difesa, il rafforzamento della trasformazione digitale dell’Europa o l’aumento dell’efficienza delle politiche agricola e di coesione, è importante che i leader si accertino delle implicazioni concrete delle loro scelte in termini di finanziamenti a livello comune”. Quantificare l’impatto finanziario delle diverse opzioni strategiche possibili: si muove dunque su questa linea il Collegio dei commissari che il prossimo mese avanzerà la sua proposta di Qfp, la quale, come sempre, rappresenterà circa l’1% del Pil europeo. Poi spetterà all’Europarlamento, e più ancora ai governi degli Stati membri, decidere il livello di ambizione politica: dall’Ue gli Stati pretendono molte risposte (e molti soldi, soprattutto i Paesi di più recente adesione), le affidano responsabilità crescenti ma sono restii a concretizzare un budget comune più consistente e all’altezza dei problemi da affrontare. Su questo punto si è espresso il 14 marzo il Parlamento di Strasburgo, indicando la linea di un aumento delle risorse portando il bilancio dall’1 all’1,3% del Pil Ue.

Investimenti, tagli. Il commissario al bilancio, il tedesco Günther H. Oettinger, nelle scorse settimane ha spiegato che ci sono nuovi settori in cui investire e altri dove sarà necessario tagliare risorse, dato che il budget Ue è per oltre il 90% costituito da investimenti. Da qui le priorità, ad esempio su sicurezza, ricerca, migrazioni, mentre il Pilastro sociale, “battezzato” a novembre, riceverà ben pochi finanziamenti, anche perché le competenze Ue in tale settore sono ancora minime. La Commissione specifica che con l’uscita del Regno Unito, il bilancio avrà meno risorse (calcolate in 10-12 miliardi l’anno) e “che quindi andranno spese meglio”. Indicativamente non dovrebbero esserci risparmi sul controllo delle frontiere (25-30 miliardi in sette anni); si prevedono fondi freschi per la difesa (10 miliardi in ricerca e sviluppo industriale del settore); raddoppio degli stanziamenti per l’Erasmus (da 14 a 30 miliardi). La Commissione insiste sul raddoppio dei fondi per la ricerca. Occorrerà prevedere stanziamenti per il percorso di pre-adesione per gli Stati balcanici. I tagli maggiori riguarderanno la politica regionale e di coesione e il settore agricolo, che ad oggi assorbe quasi il 40% delle risorse comuni.

 

Nodi da sciogliere e “condizionalità”. Jean-Claude Juncker ha affermato: “I bilanci non sono semplici esercizi di contabilità; essi riflettono le nostre priorità e la nostra ambizione. Traducono il nostro futuro in cifre. Quindi innanzitutto parliamo dell’Europa che vogliamo. Poi gli Stati membri devono sostenere le loro ambizioni con le risorse finanziarie adeguate”. Il Qfp si conferma la cornice finanziaria sulla base del quale verranno modellati i bilanci annuali Ue fino al 2027, con i relativi investimenti e le spese dell’Unione. Tra i nodi da sciogliere anche quello delle cosiddette “risorse proprie”, ovvero nuove modalità di finanziamento del bilancio dell’Unione. La Commissione fra l’altro propone alternative volte a modernizzare il bilancio dell’Ue e definisce inoltre possibili soluzioni per rinsaldare il legame, denominato “condizionalità”, tra i finanziamenti Ue e il rispetto dei valori fondamentali dell’Unione europea.

Il calendario è fondamentale. Oettinger insiste su un altro punto: a suo avviso è necessario raggiungere in tempi rapidi un accordo politico sul Qfp. “Non dobbiamo ripetere – va predicando – l’infelice esperienza del 2013, quando l’attuale bilancio Ue è stato concordato con notevole ritardo. Se dovesse ripetersi un simile slittamento, più di 100mila progetti finanziati dall’Unione in settori fondamentali come il sostegno alle imprese, l’efficienza energetica, la sanità, l’istruzione e l’inclusione sociale non potrebbero essere avviati in tempo, e centinaia di migliaia di giovani si vedrebbero privati di uno scambio nel quadro del programma Erasmus+” già a partire dal 2021. Insomma, i partner e i beneficiari dei finanziamenti Ue – enti locali, centri di ricerca, progetti nei settori delle infrastrutture, della sanità o dell’energia, terzo settore, famiglie, lavoratori, imprese, giovani… – hanno bisogno di certezza giuridica e finanziaria. Sir 6

 

 

 

 

Le 4 fasi per formare un governo

 

Dal 4 aprile è partito il giro di colloqui con rappresentanti e leader di partito nel tentativo di formare un esecutivo stabile. A disciplinare la formazione di un governo è l'art. 92 della Costituzione Italiana, che recita una formula semplice e concisa: "Il Presidente della Repubblica - si legge - nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri". Inoltre, prima di assumere le funzioni, il presidente del Consiglio e i ministri devono prestare giuramento ed ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento come prescritto dagli articoli 93 e 94 della Costituzione. Ma come si forma un governo? In linea di massima, sono quattro le fasi che si distinguono nell'articolato processo che dà vita al nuovo esecutivo: quella delle consultazioni, quella dell'incarico, quella della nomina e, infine, quella del giuramento e della fiducia. Ecco quindi nel dettaglio fasi e momenti del percorso istituzionale, così come spiegato dal sito del governo italiano.

La fase preparatoria - Questa fase consiste essenzialmente nelle consultazioni che il Presidente svolge, per prassi costituzionale, per individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza del Parlamento. Questo meccanismo viene attivato ogni qualvolta si determini una crisi di governo per il venir meno del rapporto di fiducia o per le dimissioni del Governo in carica. L'ordine delle consultazioni non è disciplinato se non dal mero galateo costituzionale ed è stato soggetto a variazioni nel corso degli anni (in alcuni casi il Presidente della Repubblica ha omesso alcuni dei colloqui di prassi). In sostanza, questa fase può ritenersi realmente circoscritta a quelle consultazioni che potrebbero essere definite necessarie e, cioè, quelle riguardanti i capi dei Gruppi parlamentari e dei rappresentanti delle coalizioni, con l'aggiunta dei Presidenti dei due rami del Parlamento, i quali devono essere comunque sentiti in occasione dello scioglimento delle Camere. A titolo esemplificativo può dirsi che l'elenco attuale delle personalità che il Presidente della Repubblica consulta comprende: i Presidenti delle camere; gli ex Presidenti della Repubblica, le delegazioni politiche.

L'incarico - Anche se non espressamente previsto dalla Costituzione, il conferimento dell'incarico può essere preceduto da un mandato esplorativo che si rende necessario quando le consultazioni non abbiano dato indicazioni significative. Al di fuori di questa ipotesi, il Presidente conferisce l'incarico direttamente alla personalità che, per indicazione dei gruppi di maggioranza, può costituire un governo ed ottenere la fiducia dal Parlamento. L'istituto del conferimento dell'incarico ha fondamentalmente una radice consuetudinaria, che risponde ad esigenze di ordine costituzionale. Nella risoluzione delle crisi si ritiene che il Capo dello Stato non sia giuridicamente libero nella scelta dell'incaricato, essendo vincolato al fine di individuare una personalità politica in grado di formare un governo che abbia la fiducia del Parlamento. L'incarico è conferito in forma esclusivamente orale, al termine di un colloquio tra il presidente della Repubblica e la personalità prescelta. Del conferimento dell'incarico dà notizia, con un comunicato alla stampa, alla radio e alla televisione, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica. Una volta conferito l'incarico, il presidente della Repubblica non può interferire nelle decisioni dell'incaricato, né può revocargli il mandato per motivi squisitamente politici.

La nomina - L'incaricato, che di norma accetta con riserva, dopo un breve giro di consultazioni si reca nuovamente dal Capo dello Stato per sciogliere, positivamente o negativamente, la riserva. Subito dopo lo scioglimento della riserva si perviene alla firma e alla controfirma dei decreti di nomina del capo dell'esecutivo e dei ministri. In sintesi il procedimento si conclude con l'emanazione di tre tipi di decreti del presidente della Repubblica: quello di nomina del presidente del Consiglio (controfimato dal presidente del Consiglio nominato, per attestare l'accettazione); quello di nomina dei singoli ministri (controfimato dal presidente del Consiglio); quello di accettazione delle dimissioni del governo uscente (controfirmato anch'esso dal presidente del Consiglio nominato).

Il giuramento e la fiducia - Prima di assumere le funzioni, il presidente del Consiglio e i ministri devono prestare giuramento secondo la formula rituale indicata dall'art. 1, comma 3, della legge n. 400/88, che recita: "Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nell'interesse esclusivo della nazione". Il giuramento rappresenta l'espressione del dovere di fedeltà che incombe in modo particolare su tutti i cittadini e, in modo particolare, su coloro che svolgono funzioni pubbliche fondamentali (in base all'art. 54 della Costituzione).

Entro dieci giorni dal decreto di nomina, il governo è tenuto a presentarsi davanti a ciascuna Camera per ottenere il voto di fiducia, voto che deve essere motivato dai gruppi parlamentari ed avvenire per appello nominale, al fine di impegnare direttamente i parlamentari nella responsabilità di tale concessione di fronte all'elettorato. E' bene precisare che il presidente del Consiglio e i ministri assumono le loro responsabilità sin dal giuramento e, quindi, prima della fiducia. Adnkronos/dip

 

 

 

 

Governo. “Non è ancora emersa una maggioranza”. Nuova settimana di consultazioni

 

Alla fine della prima tornata di colloqui il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, tira le somme e ancora una volta fa capire che sono i partiti a doversi decidere. Lui farà la sua parte fino in fondo, certo, con l'autorevolezza che tutti gli riconoscono e con il suo stile maieutico e non interventista. Ma se i partiti restano arroccati nei loro fortini da campagna elettorale permanente c'è poco da fare. Il primo passaggio è proprio prendere atto degli effettivi risultati del voto del 4 marzo Stefano De Martis

 

“Nel corso della prossima settimana avvierò un nuovo ciclo di consultazioni per ascoltare le opinioni dei partiti e verificare se è maturata qualche possibilità che oggi non si registra”. Alla fine della prima tornata di colloqui il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, tira le somme e ancora una volta fa capire che sono i partiti a doversi decidere. Lui farà la sua parte fino in fondo, certo, con l’autorevolezza che tutti gli riconoscono e con il suo stile maieutico e non interventista. Ma se i partiti restano arroccati nei loro fortini da campagna elettorale permanente c’è poco da fare. Il primo passaggio è proprio prendere atto degli effettivi risultati del voto del 4 marzo. “Le elezioni – ha spiegato Mattarella nella sua comunicazione al termine dei due giorni di consultazioni – hanno visto un ampio aumento di consenso per due partiti, uno dei quali alleato con altri, ma non hanno assegnato a nessuna forza politica, a nessuna parte politica, la maggioranza dei seggi in Parlamento, né alla Camera né al Senato, dove sono presenti tre schieramenti politici”. Né alla Camera né al Senato, non come nel 2013 quando il Pd aveva ottenuto la maggioranza assoluta almeno in un ramo del Parlamento e il suo segretario ebbe per questo una sorta di pre-incarico.

Quella del Presidente è un’analisi da cui non si scappa e dalle conseguenze stringenti, anche sul piano del metodo.

“Nessun partito e nessuno schieramento politico – sono ancora le sue parole – dispone da solo dei voti necessari per formare un governo e sostenerlo. E’ indispensabile quindi, secondo le regole della nostra democrazia, che vi siano delle intese tra più parti politiche per formare una coalizione che possa avere la maggioranza in Parlamento e quindi far nascere e sostenere un governo. Nelle consultazioni di questi due giorni questa condizione non è ancora emersa”. Ecco perché, ha concluso il Capo dello Stato, “farò trascorrere qualche giorno di riflessione, anche sulla base dell’esigenza di maggior tempo che mi è stata prospettata durante i colloqui da molte parti politiche. Sarà utile anche a me per analizzare e riflettere su ogni aspetto delle considerazioni che mi hanno presentato i partiti. Sarà naturalmente utile a loro perché possano valutare responsabilmente la situazione”. E quell’avverbio – responsabilmente – suona come una parola-chiave, insieme a quel richiamo alle “regole della nostra democrazia” che attribuiscono un valore essenziale alla capacità di dialogare e costruire intese. La situazione di stallo che si è creata e che ha indotto queste considerazioni di Mattarella si può ricostruire attraverso le dichiarazioni che le delegazioni ricevute oggi al Quirinale – si trattava dei gruppi di maggior peso parlamentare – hanno reso ai giornalisti all’uscita dai rispettivi colloqui con il Presidente.

I primi a salire al Colle sono stati i rappresentanti del Pd. “L’esito elettorale per noi negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardino”, ha detto il reggente del partito, Maurizio Martina, secondo cui chi ha vinto le elezioni deve farsi carico della responsabilità di governare. Il Pd eserciterà il suo ruolo di opposizione su “quattro snodi di interesse generale”, vale a dire “taglio del costo del lavoro e reddito di inclusione; controllo della finanza pubblica; gestione del fenomeno migratorio; rafforzamento del quadro internazionale”. E’ stata poi la volta della delegazione di Forza Italia. Per il governo “si dovrà partire da chi ha vinto le elezioni, cioè il centrodestra, e dal leader della coalizione vincente, cioè la Lega”, ha affermato Silvio Berlusconi all’uscita dello studio “alla vetrata” del Quirinale. “Non siamo disponibili a un governo fatto di pauperismi e giustizialismi e populismi e odio che innescherebbe una spirale recessiva e di tasse elevate”, ha aggiunto Berlusconi (e a tutti è apparso un chiaro messaggio contro il M5S), mentre “siamo disponibili con presenze di alto profilo a soluzioni serie e credibili in sede europea”. L’ultima della delegazione della mattinata è stata quella della Lega. “Lavoriamo per un governo che duri almeno cinque annui, partendo da chi ha vinto le elezioni e, numeri alla mano, coinvolgendo i Cinque stelle”, ha dichiarato Matteo Salvini dopo il colloquio con il Capo dello Stato. Ma ha puntualizzato: “Andiamo in Parlamento se ci sono numeri certi, altrimenti si torna al voto”.

Il leader leghista ha dichiarato anche che si impegnerà “per smussare gli angoli che altri, a parole, non vogliono smussare”. Nel pomeriggio è toccato al M5S, che ha il gruppo parlamentare più numeroso, chiudere questo primo giro di consultazioni. Al termine dell’incontro con Mattarella, Luigi Di Maio ha rilanciato la proposta dei Cinquestelle: “Un contratto di governo sul modello tedesco”, riferendosi al patto che in Germania ha consentito la nascita del governo tra Cdu e socialdemocratici. Gli interlocutori del M5S, ha precisato Di Maio, sono o la Lega (escludendo quindi Forza Italia) o il Pd (“nella sua interezza”, cioè Renzi compreso, parrebbe di capire) . “Non riconosco una coalizione di centrodestra”, ha detto il leader pentastellato, perché “si sono presentati alle elezioni con tre candidati premier, tre programmi e si sono presentati divisi anche alle consultazioni”. Secondo Di Maio sono da escludere “governissimi, governi tecnici e governi di scopo” in quanto bocciati dagli elettori. Sir 5

 

 

 

 

Indagine Iai/Laps. Le Affinità Elettive: l’Italia, la politica estera e il governo

 

Quale ‘chimica’ combinazione di elementi è più probabile che si realizzi nel futuro governo dell’Italia e quali conseguenze potrebbe avere per la politica estera italiana? La risposta a questa domanda è ovviamente riposta nel futuro ed è difficile anticiparla, per la combinazione di fattori, anche congiunturali, che determinerà le scelte dei leaders. Un modo differente per avvicinarsi a una risposta è spostare l’attenzione dalle strategie dei partiti e dei loro leaders alle caratteristiche strutturali dell’elettorato, per cogliere gli elementi di assonanza e dissonanza sui vari temi di politica estera e gli effetti che eventuali ‘affinità elettive’ tra gli elettori possano avere sull’indirizzo di politica estera del prossimo governo. La politica estera non è sicuramente dettata dall’opinione pubblica, ma nessun governo può discostarsi troppo dagli orientamenti generali del proprio elettorato a pena di pagarne un prezzo politico.

L’indagine IAI-LAPS (1) del settembre 2017, che fotografava con precisione il quadro elettorale che si sarebbe manifestato alle elezioni di marzo, offre una opportunità per esplorare queste affinità tra gli elettori dei vari partiti. L’appello del presidente e del direttore dello IAI, Ferdinando Nelli Feroci e Nathalie Tocci, al futuro governo chiaramente indica quali sono i principali temi sull’agenda di qualsiasi nuovo esecutivo: Europa, ancoraggio atlantico, rapporti con la Russia e immigrazione. Quali sono le posizioni dell’elettorato italiano su questi temi e quanto affini esse sono tra di loro? Anticipando quanto diremo tra poco, se le prospettive di un eventuale governo ‘giallo-verde’ rimangono dubbie, i dati rivelano chiaramente che molto più numerosi sono i punti di contatto tra gli elettori di M5S e Lega che non quelli tra ciascuno di questi due partiti e gli altri, in particolare il Pd. In effetti, l’elettorato del Pd e, con qualche eccezione, anche quello alla sinistra del Pd, è di fatto il più lontano dalle posizioni di politica estera di M5S e Lega.

L’Europa

Gli elettori pentastellati e leghisti non solo sono i più marcatamente euroscettici, ma anche i più conseguenziali nelle loro scelte. Il 63% degli elettori della Lega e il 50% degli elettori pentastellati giudicano l’unificazione europea impossibile a causa della diversità tra gli Stati membri. Solo un quarto degli elettori del Pd e poco meno di un quinto di quelli a sinistra del Pd condivide questa affermazione. Una maggioranza assoluta di elettori pentastellati (53%) e leghisti (59%) è favorevole all’uscita dell’Italia dall’euro. Meno di un decimo degli elettori del Pd condivide questa scelta. Anche gli elettori di Forza Italia sono, su questo punto, più vicini al M5S (con il 46% a favore dell’uscita dall’euro) che non al Pd. Infine, la maggioranza assoluta (54%) di leghisti e un’importante quota (44%) di grillini è favorevole addirittura all’uscita dall’Ue.

 Questi atteggiamenti euroscettici incidono sugli orientamenti più specifici, come il rispetto delle regole di bilancio. Se gli elettori di tutti i partiti sono concordi nel ritenere che l’Italia abbia già fatto troppi sacrifici per ridurre il debito pubblico, solo quelli di M5S e Lega (e in misura solo leggermente minore di Forza Italia) si dicono pronti a una rottura con Bruxelles sui conti pubblici, con percentuali superiori al 70%. Se a questo aggiungiamo che la stragrande maggioranza di elettori cinque stelle e leghisti (70%) è concorde nel ritenere la crisi economica “una cospirazione di banchieri” (a fronte di poco più di un terzo di elettori del Pd) ,resta come minimo difficile intuire come un futuro governo di questi due partiti possa efficacemente partecipare al rilancio del progetto europeo.

La Nato e le missioni di pace

Per quanto riguarda le scelte di politica internazionale, se da un lato gli elettorati di tutti i partiti sono favorevoli a rimanere nella Nato, a patto di un rafforzamento dell’Europa al suo interno, dall’altro lato gli elettori più favorevoli al ritiro tout court dall’Alleanza atlantica sono leghisti (18%) e pentastellati (16%), questa volta molto più vicini agli elettori dell’area a sinistra del Pd (con il 16%) che non a quelli di Forza Italia (8%) e del Pd (3%), di nuovo i più distanti di tutti.

Interrogati sul legame da privilegiare tra le due sponde dell’Atlantico, Europa o Stati Uniti, la maggioranza relativa degli elettori di M5S e Lega auspica una politica autonoma da entrambe (44% e 35% rispettivamente), sebbene gli elettori leghisti privilegino come seconda scelta un rafforzamento del legame con gli Usa (scelta che fa il paio con la minore antipatia verso Trump degli elettori di questo partito) in misura maggiore di quelli pentastellati (28% contro 12%).

Conferma questo diffuso atteggiamento neo-isolazionista anche un certo scetticismo verso le missioni internazionali. Sebbene un certo logoramento del sostegno dell’opinione pubblica italiana per queste missioni si registri da tempo (IAI-LAPS, 2017), gli elettori dei cinque stelle sono tra i più critici (48%), seguiti da vicino dai leghisti (44%), contro un quarto di elettori del Pd (26%).

La Russia

L’orientamento che potremmo definire neo-isolazionista di M5S e Lega si accompagna a un atteggiamento ambiguo verso la Russia. Le posizioni verso la Russia di Putin di M5S e Lega sono al centro dell’attenzione internazionale (si veda ad esempio Birnbaum, 2018), evidenziando come il successo di questi due partiti possa ridefinire la politica estera italiana in direzione più marcatamente filo-russa.

I dati della indagine IAI-LAPS confermano questa percezione. La maggioranza assoluta degli elettori leghisti e pentastellati sarebbe favorevole ad alleggerire o revocare le sanzioni nei confronti della Russia, sebbene su questo tema la distanza con gli elettori degli altri partiti sia piuttosto contenuta. Inoltre, gli elettori di Lega e M5s fanno segnare le percentuali più alte di favore per il presidente russo (31% e 22% rispettivamente), rispetto all’elettorato degli altri partiti (solo il 5% degli elettori Pd vede in Putin “un modello per l’Italia”).

L’immigrazione

http://www.affarinternazionali.it/2018/04/italia-politica-estera-governo/flussi-mig/ - mainPer quanto concerne l’immigrazione, non sorprende che gli elettori del partito di Salvini risultino i più rigidi e quelli di centro-sinistra i più flessibili. La posizione degli elettori pentastellati è invece ‘baricentrica’. Messi di fronte a tre strategie per bloccare i flussi immigratori – invio dei militari in Libia a costo di perdite militari, politica di respingimenti incurante di un trattamento disumano degli immigrati, salvataggio in mare e accoglienza– gli elettori leghisti optano in larga misura per una radicale politica di respingimenti (59%), mentre gli elettori grillini, con il 37%, si collocano in posizione mediana tra Lega ed elettori del Partito democratico (20%)..

I leghisti si dicono in misura plebiscitaria (85%) convinti dell’esistenza di un legame tra immigrazione irregolare e terrorismo islamista, mentre l’elettorato pentastellato fa segnare una maggioranza più ridotta (59%), inferiore a quella registrata tra gli elettori di Forza Italia (68%). Di nuovo, a sinistra non più di un terzo degli elettori Pd e di altra sinistra condividono questa affermazione. A tal proposito, se gli elettori leghisti sono in maggioranza favorevoli all’uso della tortura per sventare gli attentati terroristici (50%), tra gli elettori pentastellati questa misura raccoglie poco più del 30% di consensi, in linea con il dato riscontrato sulla popolazione generale (mentre solo un quinto degli elettori del Pd sottoscrive questa opzione).

Se, come segnalano Ferdinando Nelli Feroci e Nathalie Tocci, la priorità del prossimo governo è di “evitare il rischio di essere tagliati fuori dai giochi” l’orientamento dell’elettorato dei due principali partiti dell’attuale fase politica, come emerge dalla analisi IAI-LAPS, sembra suggerire che, in realtà, la soluzione di politica estera preferita sia proprio quella di stare fuori dai giochi (europei e mondiali).

Quali conseguenze una tale scelta possa avere per l’Italia è forse facile immaginare. Più complesso è invece capire quali difficoltà questi orientamenti possano porre ad un governo giallo-verde che voglia invece giocare la partita del rilancio europeo.

(1) – Laboratorio Analisi Politiche e Sociali, Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive, Università di Siena. AffInt 3

 

 

 

 

Cgie. Il Segretario Generale Michele Schiavone fa il punto sui lavori del Comitato di Presidenza

 

ROMA - Questa mattina il Segretario Generale del Cgie Michele Schiavone ha illustrato ai giornalisti  gli argomenti discussi dal Comitato di Presidenza del Cgie nel corso della tre nei giorni di lavoro svoltasi alla Farnesina.

Si è partiti subito dalla questione elezioni: “il tema del voto all’estero – ha esordito Schiavone - è prioritario perché, ad oggi, ancora non abbiamo i dati definitivi della consultazione. Nel frattempo sappiamo che sono stati eletti 18 rappresentanti degli italiani all’estero, di cui 6 senatori e 12 deputati. Il voto questa volta, rispetto all’ultima tornata elettorale e anche rispetto al referendum del 2006, ha visto una partecipazione ulteriore degli aventi diritto…. Il voto, in quasi tutte le ultime tornate elettorali all’estero ha avuto necessità di una revisione nell’esercizio. Questo è avvenuto anche alle ultime elezioni, ma ricordiamo che anche in Italia, per la prima volta il Presidente del seggio ha dovuto apporre un bollino sulla scheda elettorale. All’estero c’è stato un controllo rafforzato sulla tracciabilità del voto, per oltre il 70% dei casi, soprattutto nelle aree critiche. Comunque i principi fondanti del voto all’estero sono stati riaffermati con una garanzia totale”. Schiavone ha poi ricordato come sui media italiani si sia cercato di alimentare polemiche sul voto all’estero “che noi invece – ha precisato il Segretario Generale -  consideriamo indispensabile per garantire il principio di cittadinanza. Ribadisco ovviamente la necessità di continuare a migliorare la partecipazione con gli elementi di novità, come il codice a barre e il controllo tra l’invio e il ritorno dei plichi dalle poste. Molto è stato fatto, tuttavia bisognerà fare dei progressi sforzandosi di utilizzare anche le tecnologie moderne. Quanto invece è successo nei seggi di Castelnuovo di Porto – ha aggiunto - è assolutamente da migliorare perché non è possibile che, a distanza di venti giorni, non si conoscano i risultati  definitivi e che i ricorsi alla Corte di Appello richiedano tempi così dilatati. Quest’ultima elezione  – ha ricordato Schiavone - è stata la quarta partecipazione dei nostri connazionali all’estero al rinnovo del Parlamento italiano. Tra gli eletti dalla circoscrizione Estero vi sono molte novità, facce nuove, che rappresentano un’italianità diversa, espressa soprattutto da parte dei giovani di seconda o terza generazione; inoltre grazie alle novità introdotte dal Rosatellum vi sono anche italiani residenti in Italia, eletti proprio grazie alla possibilità offerta dalla nuova legge elettorale. Nella discussione del CdP, abbiamo anche ribadito il nostro sostegno e apprezzamento al ministero degli Esteri,per il lavoro svolto in questo conteso”.  

Il Segretario Generale si è poi soffermato sia sull’azione del Governo illustrata dal sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola, caratterizzata da un rilancio del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero grazie all’aumento delle risorse e un miglioramento del livello qualitativo, sia sulla partecipazione ai lavori del Comitato di Presidenza , in particolare sull’analisi del voto, degli  eletti del Pd, fra cui i giovani Massimo Ungaro e Angela Schirò e, per il centro destra Fantetti e Alderisi.

“Con il sottosegretario Amendola – ha proseguito Schiavone- si è discusso degli aumenti di risorse, per promuovere ad esempio la lingua italiana, cosa che è stabilita anche per legge, dopo il decreto 64 della Buona scuola per l’estero, e dei fondi da autorizzare, provenienti dal fondo unico, sempre per quanto riguarda la promozione. Abbiamo discusso con sottosegretario anche della brexit, della situazione in cui si trovano anche gli italiani nel Regno Unito e delle difficoltà che stanno vivendo da anni i connazionali in Venezuela…. Comunque – ha aggiunto - il lascito del Governo, attraverso l’impegno di Amendola, Gentiloni e Alfano, è stato degno di un impegno che ci ha visto di nuovo protagonisti. Oggi – ha continuato il Segretario Generale - stiamo ragionando sul lavoro da programmare. Ci sono tre o quattro progetti in campo, come la Conferenza Stato- Regioni – Province autonome - Cgie, per la quale è stato costituito già un tavolo di lavoro. Un lavoro preparatorio che sarà trasmesso a un tavolo tecnico che elaborerà e metterà in piedi le condizioni per calendarizzare la Conferenza permanente, perché è necessario che le decisioni della conferenza vengano monitorate verificate ed eseguite anche negli anni a venire, cosa che in passato non è avvenuta e che noi ci auguriamo di discutere con il prossimo Governo affinché si dia sostanza e continuità alle scelte. Abbiamo inoltre pensato -  ha proseguito Schiavone - di convocare un convegno entro l’anno per la questione delle donne italiane in emigrazione, per arrivare poi ad una Conferenza vera e propria; pensiamo di realizzare un convegno anche per quanto riguarda i giovani e le nuove mobilità. Si tratta di coinvolgere almeno 200 giovani provenienti da tutto il mondo e di farli incontrare con i giovani italiani per consentire a chi parte dall’Italia, attraverso la condivisione delle esperienze , di avere degli orientamenti più precisi, rispetto all’ignoto che vanno ad affrontare. Ci sono poi altri momenti che seguiamo, perché nella programmazione generale del sistema Paese ci sono delle novità: oltre alla programmazione delle settimane della lingua e della cultura italiana e della cucina, quest’anno sarà promossa la settimana del cinema e, oltre ciò, si pensa anche ad una iniziativa legata allo sport. Queste sono le idee sulle quali stiamo lavorando. Abbiamo anche discusso del ruolo e delle attività della rete consolare, soprattutto per i servizi, dove c’è necessità di utilizzare al massimo il personale, tanto che quest’anno saranno banditi dei concorsi . C’è davvero bisogno di un sussidio, di un aiuto ausiliario da parte della tecnologia, che rappresenta la strada maestra da seguire, per creare più opportunità soprattutto nell’aumento dell’espletamento delle pratiche”.

Schiavone ha poi segnalato come l’articolato di riforma dei Comites e del Cgie, approvato nell’ultima Assemblea Plenaria di dicembre sarà posto all’attenzione del nuovo Governo.

“Per la tassa sulla cittadinanza – ha spiegato il Segretario Generale - ci sono quasi 3 milioni di euro, che sono la risultanza del volume di denaro che lo Stato ha acquisito, risorse che, nella percentuale del 30% dovrebbe essere ristornato ai consolati, al fine  di poter far fronte, con diversi criteri, allo smaltimento di pratiche in giacenza da anni, ma soprattutto per facilitare il lavoro all’interno dei consolati. Questo porterà all’assunzione di nuovi impiegati a contratto. Questi soldi sono garantiti da una legge per cui, in questo modo, i consoli avranno a disposizione un capitale maggiore da gestire”.

Per quanto riguarda i contatti con il Ministero del Lavoro Schiavone ha specificato come da tempo siano stati attivati dal Cgie rapporti con questo dicastero con l’idea di fornire una preparazione a livello regionale a coloro che intendono trasferirsi all’estero senza un adeguato background.  In tal senso un gruppo di lavoro sta operando  per definire delle tipologie nuove, anche con il concorso dell’Unione Europea, volte a sostenere e ad aiutare chi decide di trasferirsi all’estero. Una sorta di operazione di consulenza-informazione e formazione da svilupparsi attraverso l’apertura di specifici sportelli. Un’azione informativa che del resto i Comites stanno portando avanti da anni.

Si è poi passati alla questione dello Statuto dei frontalieri: “Si è proposta l’introduzione, nei rapporti bilaterali tra i confini, – ha precisato il Segretario Generale – di elementi di tutela per quanto riguarda il mondo del lavoro e della previdenza, perché a volte sussistono casi di doppia imposizione fiscale. Questo non riguarda solo l’Italia e la Svizzera, ma anche l’Italia e la Francia, l’Italia e i Paesi del Mediterraneo”.

“Oggi pomeriggio – ha concluso Schiavone -  ci occuperemo della Conferenza dei giovani, a cui sta lavorando la VII Commissione, ma occorrono delle certezze, perché per organizzate una Conferenza occorre una copertura finanziaria e, a seguire, i temi oggetto della discussione. Sul contenuto non dovrebbero esserci difficoltà, perché i componenti della Commissione sono tutti giovani ed hanno delle esperienze dirette, mentre quello che al momento non è chiaro è la copertura. Si parla di Palermo come luogo di svolgimento della Conferenza, ma bisogna capire, dal punto tecnico-amministrativo, come convocare un’Assemblea in questa città. La prossima Assemblea plenaria del Cgie è prevista per l’ultima settimana di giugno, ma nel frattempo si riuniranno le Commissioni Continentali che dovranno discutere i temi che abbiamo trattato oggi”.

Maria Stella Rombolà, Inform 28.3.

 

 

 

 

 

Dopo elezioni. Politica estera italiana: appello al prossimo governo

 

Siamo convinti che il prossimo Governo abbia interesse a garantire continuità nel rapporto con l’Europa e più in generale in politica estera e che l’Italia debba continuare a collocarsi dalla parte dei difensori della democrazia, della legalità, dei diritti e del sistema multilaterale. Altrimenti, il rischio è quello di essere tagliati fuori dai giochi.

Nella prospettiva della formazione del nuovo Esecutivo, ci sembra doveroso richiamare l’attenzione delle forze politiche che potrebbero essere chiamate a responsabilità di Governo sul tema della collocazione e delle responsabilità internazionali del Paese. La questione è stata quasi del tutto assente dalla campagna elettorale e poco evocata anche nelle settimane successive al voto del 4 marzo. Ma l’Italia nei prossimi mesi dovrà fare i conti con un quadro internazionale caratterizzato da vari fattori di incertezza ed instabilità, l’America di Trump, la Russia di Putin la Cina di Xi Jinping, un’Europa, divisa tra pulsioni nazionaliste e ricerca di un protagonismo sulla scena internazionale.

La politica estera è destinata più che mai a contare e a condizionare le nostre scelte e le nostre vite quotidiane. Anche perché sarebbe ingenuo e velleitario illudersi di affrontare da soli le sfide epocali di una globalizzazione incontrollata, del cambiamento climatico, della gestione dei flussi migratori, della lotta al terrorismo o della sicurezza energetica. Nel mondo multipolare ed interconnesso in cui viviamo, solamente potenze di dimensioni continentali riusciranno a promuovere e proteggere efficacemente i loro valori ed interessi. Nel 21 secolo, ogni Paese europeo, Italia inclusa, è un pigmeo su scala globale: è possibile promuovere gli interessi italiani solamente all’interno di una cornice europea.

La continuità nel rapporto con l’Europa, e più in generale in politica estera è stato, malgrado i numerosi cambi di Governo e di maggioranza, il dato caratterizzante della nostra storia repubblicana e ha garantito la nostra credibilità e affidabilità sul piano internazionale. E l’essere parte di un sistema multilaterale con regole e istituzioni corrisponde all’evidente interesse nazionale di una media potenza regionale come è l’Italia, che, per il suo status e per la sua collocazione geografica, avrebbe tutto da perdere dal riemergere di un mondo fatto di nazionalismi in precario equilibrio e in costante rischio di conflitto.

Il rapporto con l’Unione: rispetto delle regole

Il nuovo Governo sarà chiamato alla prova soprattutto sul tema del rapporto con l’Europa. La nostra appartenenza e partecipazione al comune progetto europeo sono state finora il quadro di riferimento della nostra collocazione internazionale. Ma al tempo stesso il rapporto con l’Europa, con le Istituzioni europee, è talmente intenso da permeare le stesse scelte di politica interna. Ed è proprio sul rapporto con l’Europa che si attendono dal nuovo Esecutivo messaggi chiari e scelte conseguenti, al netto delle polemiche strumentali che hanno caratterizzato la campagna elettorale.

Il nuovo Governo si troverà rapidamente confrontato con varie questioni aperte, nella consapevolezza che l’Europa non starà ad aspettare l’Italia. E che posizioni massimaliste o tentazioni di critica frontale all’Unione europea provocheranno, più che un presunto rischio sistemico per l’Europa, un molto più probabile rischio di marginalizzazione e irrilevanza per l’Italia. Il motore europeo ripartirà a breve con o senza l’Italia al volante: dipenderà dall’abilità del prossimo Governo assicurarsi che la direzione di marcia del progetto europeo rispecchi gli interessi fondamentali italiani.

Le regole in materia di disciplina fiscale e di bilancio potranno apparire astruse e troppo vincolanti. Ma sono state condivise da noi e dai nostri partners, che temono il rischio di un Italia incapace di ridurre il proprio debito pubblico, che dovrebbe essere una fonte di preoccupazione nostra, ancor prima che dell’Eurozona. Piuttosto che insistere per ottenere revisioni radicali di queste regole, o ancor più flessibilità di quanta non ce n’è già stata riconosciuta, si deve puntare a politiche europee più mirate a sostenere crescita e inclusione sociale e ad un maggiore impegno dell’Ue a sostegno di un ambizioso programma di investimenti pubblici, magari con la prosecuzione del Piano Juncker.

Il rapporto con l’Unione: partecipare al rilancio

Sulla base di una ripresa di iniziativa da parte di Francia e Germania, potrebbe rapidamente rimettersi in moto il tema della riforma della governance dell’Euro e del completamento dell’unione bancaria. Si tratta di un processo necessario per garantire la resilienza dell’Euro e la stabilità del sistema finanziario. Ma alcune delle proposte in discussione potrebbero rivelarsi incompatibili con nostri interessi nazionali.

Non si tratta più dell’imposizione dell’ordoliberalismo tedesco sul resto dell’Eurozona: oggi in prima linea contro la condivisione del rischio è proprio la Francia così come quegli Stati – i cosiddetti Pigs – vittime della crisi economica che, avendo digerito dure politiche di austerità, oggi godono di una solida crescita economica. Accantonati gli slogan contro il Fiscal Compact o le polemiche sull’Europa delle banche, ci si dovrà quindi confrontare sulla base di proposte concrete che tengano conto anche delle nostre debolezze strutturali.

Nei prossimi mesi poi si dovranno definire le priorità del bilancio della Ue per il prossimo ciclo di programmazione finanziaria, e la ripartizione delle (limitate) risorse disponibili fra le varie voci di spesa. Anche in questo caso dovremo avere le idee chiare su che tipo di bilancio comune abbiamo in mente, su quanto vogliamo che l’Europa investa su innovazione, ricerca, sicurezza, gestione dei flussi migratori, su quali politiche comuni vogliamo che la UE si impegni prioritariamente, e dove invece – a partire dall’agricoltura – dovrebbe esserci un ridimensionamento dei finanziamenti europei.

Nel 2019 le elezioni del Parlamento europeo saranno l’occasione di un grande confronto sul futuro dell’Europa. E nel 2019 si rinnoveranno pure i vertici della Commissione, del Consiglio europeo e della Bce. Dovremo gestire questi delicati passaggi tenendo conto dei nostri interessi ed avviando per tempo le necessarie consultazioni per evitare di restare ai margini delle decisioni.

Il rapporto con l’Unione: sicurezza, difesa, migranti

Sul fronte della sicurezza e della difesa si sta procedendo nella direzione di una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa. Non perché l’Ue si debba sostituire alla Nato come garante della nostra sicurezza, ma per rafforzare le capacità dell’Europa di proteggere i propri cittadini e per dotarla degli strumenti per rispondere alle crisi in un rapporto di collaborazione con l’Alleanza atlantica e con le Nazioni Unite. Se vorremo continuare ad essere protagonisti di questa iniziativa dovremo essere in grado di fare scelte coerenti, pronti a sostenerne i costi condivisi con i nostri partner europei.

Si dovrà definire una politica migratoria comune a livello europeo più efficace di quella realizzata finora, nella consapevolezza che il fenomeno è di tale portata da richiedere necessariamente una gestione comune. Per ottenere dall’Europa maggiore sostegno per una gestione ordinata dei flussi migratori e maggiori impegni nei confronti dei Paesi di origine e di transito, dovremo essere capaci di garantire un più efficace controllo delle nostre frontiere esterne, e un sistema di accoglienza in linea con standards europei.

Nato, Usa, Russia

Il secondo banco di prova sarà la nostra partecipazione alla Nato e il tema del rapporto transatlantico. Nessuno si aspetta che il nuovo Governo possa nel breve termine rispettare l’obiettivo del 2% del Pil da destinare alle spese per la difesa. Ma sicuramente ci si attende che l’Italia continui a investire in sicurezza e difesa. E non riduca sostanzialmente la partecipazione in missioni militari impegnate in operazioni di mantenimento della pace o di gestione dei conflitti.

Anche in questo caso il prossimo Esecutivo dovrà essere consapevole che la partecipazione a queste missioni contribuisce in maniera rilevante a definire il nostro profilo internazionale, e che eventuali decisioni (peraltro legittime) di revocare anche parzialmente il nostro impegno in queste missioni, dovrà essere adottata in un quadro di concertazione con i nostri partner e alleati.

Nel rapporto con Washington il prossimo esecutivo dovrà essere capace di conciliare le ragioni di una alleanza irrinunciabile con una chiara presa di distanza da quegli aspetti della politica di Trump che rischiano di pregiudicare nostri interessi vitali (dal commercio internazionale, al clima, al riarmo nucleare).

Altro tema complesso rischia di essere quello dei rapporti con la Russia di Putin. Si dovrà essere consapevoli che la maggioranza dei nostri partners ed alleati considera la Russia di Putin soprattutto come una minaccia; e non condivide l’idea di una rapida e incondizionata normalizzazione della difficile relazione con Mosca. Sarà sicuramente legittimo impegnarsi per la ripresa di un dialogo e per maggiore cooperazione con la Russia. Ma sarebbe velleitario pensare di assumere iniziative autonome o in controtendenza rispetto a quelle dei nostri alleati.

Mediterraneo, Medio Oriente, Africa

Infine l’Italia dovrà continuare ad assicurare una propria presenza autorevole nel Mediterraneo allargato al Medio Oriente e all’Africa. La stabilità di questa regione è una priorità che va oltre le legittime preoccupazioni collegate all’esigenza di garantire une gestione ordinata del fenomeno migratorio. Un Mediterraneo e un Medio Oriente stabili, con governi legittimati e in grado di esercitare un controllo effettivo sui loro territori, sono una condizione essenziale per la nostra sicurezza.

Senza contare il nostro interesse a promuovere nella regione uno sviluppo economico sostenibile, democrazie funzionanti, rispetto della legalità e dei diritti fondamentali. Da qui la necessità di sostenere processi di stabilizzazione e riconciliazione nazionale (in Libia) o la risoluzione di conflitti e guerre civili (in Siria). Ma anche in questo caso occorrerà saper conciliare le nostre responsabilità nazionali con la capacità di coinvolgere i nostri partners. L’Italia da sola non ha le forze e le dimensioni per affrontare le sfide del Mediterraneo allargato. Può farlo solamente attraverso un pieno coinvolgimento dell’Unione europea.

In sintesi anche sul fronte internazionale le sfide per il prossimo esecutivo sono numerose e complesse. E sarebbe inconcepibile illudersi di potere separare le scelte di politica interna dalla nostra collocazione internazionale. Ma il prossimo Governo dovrà soprattutto evitare la tentazione di proporre soluzioni facili per problemi complessi. Il rischio, come abbiamo indicato fin dalla prima riga, è quello di essere tagliati fuori dai giochi. Ferdinando Nelli Feroci, Nathalie Tocci AffInt. 26.3.

 

 

 

 

Angela Merkel scopre la crisi dei consensi

 

Il 57% dei tedeschi approva la cancelliera. Si tratta dell’indice più basso da quando è in carica – di Walter Rauhe

 

BERLINO - Dopo dodici anni di permanenza ininterrotta alla guida della Germania e dopo la snervante maratona negoziale per formare il nuovo governo di Grande coalizione, anche i tedeschi più pazienti e consensuali danni i primi segnali di stanchezza nei confronti di Angela Merkel. 

Secondo un nuovo sondaggio svolto dalla prima rete televisiva tedesca ARD, solo il 57% dei cittadini si esprime soddisfatto con la politica della cancelliera cristiano-democratica. Si tratta dell’indice di gradimento più basso da quando ricopre questa carica. All’avvio della sua terza legislatura quattro anni fa, ben il 75% dei tedeschi si era ancora espresso positivamente nei confronti del lavoro di Angela Merkel alla guida del governo. 

 

Ma l’autorità della cancelliera non inizia ad erodersi solo nei sondaggi, ma anche all’interno del suo stesso partito. Con la presenza di ben due suoi avversari all’interno del nuovo esecutivo - ovvero il Ministro degli interni Horst Seehofer e quello della Sanità Jens Spahn - Angela Merkel non è più il «leader maximo» a Berlino, ma solo più «l’ombra di se stessa», come insinuato dal tabloid Tagesspiegel. Il tramonto della Frau Kanzlerin sembra ormai iniziato. 

 

Ultimo segno del suo declino all’interno dei partiti dell’Unione di centro-destra è il nuovo «Manifesto conservatore» redatto da un gruppo di deputati della Cdu e Csu al Bundestag e che esige una profonda svolta a destra del partito dopo 12 anni di riforme moderate e liberali volute da Angela Merkel. I firmatari del manifesto propongono così una riscoperta dei valori più tradizionali del conservatorismo tedesco come la famiglia, la patria e persino l’esercito. Per recuperare consensi nella popolazione e contrastare l’ascesa della destra populista dell’Alternative für Deutschland (AfD) l’ala destra dell’Unione propone così una reintroduzione del servizio militare obbligatorio, l’abolizione del diritto alla doppia cittadinanza per gli immigrati e una lotta più dura e conseguente agli estremisti islamici.  LS 6

 

 

 

 

Little Italien: quelli che scelgono di vivere in Germania

 

Le valigie di cartone sono passato remoto, ma la Germania resta il Paese numero uno per la nostra emigrazione. Viaggio tra gli italiani che si sono trasferiti nella patria di Goethe e di Angela Merkel

Ormai hanno superato quota 700 mila: sono gli italiani che hanno deciso di vivere in Germania. Che si conferma la meta principale della nostra emigrazione, superando di gran lunga Francia, Gran Bretagna, Belgio e Spagna. I tempi dei Gastarbeiter con la valigia di cartone sono però lontani: non più solo camerieri, operai o pizzaioli, i nostri connazionali che scelgono Berlino o Monaco, Stoccarda o Colonia, sono sempre di più scienziati, artisti, professionisti, tecnici. Prendete i ricercatori universitari: una comunità che oggi conta tremila persone. "Cervelli in movimento, non in fuga" li definisce l'ambasciatore italiano Pietro Benassi. E non è un caso, essendo proprio Berlino la nuova capitale delle startup. Tante storie - raccolte dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni per il servizio di copertina del Venerdì del 6 aprile - come quelle di Federico Frascà, che nella capitale tedesca ha fondato un'azienda di logistica, mentre il fisico Giovanni Capellini ha sfornato quindici brevetti, "purtroppo neanche uno per l'Italia" e la sua compagna Chantal Meloni lavora per l'Ecchr, il prestigioso studio legale internazionale che si occupa di diritti umani. Oppure ci sono vicende come quella di Francescantonio Garippo e della sua famiglia, un modello di integrazione: 34 anni fa Francescantonio entrò nel consiglio di fabbrica della Volkswagen, ora siede nel consiglio comunale di Wolfsburg e i suoi figli Vito e Raffaella sono laureandi in ingegneria. Il nonno era arrivato dalla Campania per lavorare in fabbrica.

 

Le statistiche la dicono lunga: nel 2000 gli italiani che venivano in Germania con una borsa di studio erano 402, nel 2012 cinque volte tanto, e la crescita continua, mentre il numero di quelli che cercano lavoro nei ristoranti o nella gastronomia è crollato dall'l1,2 per cento al 3,7. Ma non sono solo storie di riscatto. Racconta Garippo: "Qui a Wolfsburg c'è un ragazzo con quattro lauree addetto alla catena di montaggio. Questo perché parla ancora male il tedesco. Quando vedo giovani bravissimi che devono scappare dall'Italia in questo modo mi fa male al cuore. È il sintomo di un fallimento, per il nostro Paese".

 

Negli altri servizi di copertina di questo Venerdì, il viaggio dello scrittore Mario Desiati nel quartiere "alternativo" di Kreuzberg e negli altri grandi municipi berlinesi tra virtù, vizi e bizzarrie, e un'inchiesta di Cecilia Anesi, Floriana Bulfon e Giulio Rubino sul "lato oscuro" della presenza italiana in Germania, ossia gli affari tedeschi della 'ndrangheta, dal controllo dei ristoranti allo smaltimento dei rifiuti e al gioco d'azzardo online. LR 6

 

 

 

Francoforte: dal 25 a 27 maggio il Festival della Poesia Europea

 

Francoforte. Divenuto in pochi anni una prestigiosa tradizione “francofortese”, torna dal 25 al 27 maggio 2018 il Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno.  Sin dall’inizio si è subito distinto dagli altri Festival sia per la sua funzione di “luogo d’incontro” amicale tra i maggiori talenti che la poesia europea riesce ad esprimere, sia per la passione con cui un gruppo di donne poete, con la direzione artistica della giornalista Marcella Continanza, vogliono far conoscere l’Europa tramite i suoi poeti.

Attraverso la poesia, il Festival ambisce a supportare il processo di crescita dell’Europa perché l’unione dei popoli non si realizza solo adottando una moneta unica ma passa, soprattutto, attraverso la cultura, attraverso i versi che riecheggiano nei giorni del Festival in una città invasa dalla poesia.

Anche quest’edizione, sempre con ingresso libero, pone l’accento sul valore emblematico della poesia capace di abbattere qualsiasi barriera per divenire solo e soltanto emozione allo stato puro.

Il Festival è patrocinio: dall’Ambasciata Italiana di Berlino, dal Consolato generale italiano Francoforte sul Meno, dall’Istituto Italiano di Cultura Colonia

Per tre giorni Francoforte sul Meno diventerà la capitale culturale europea dove ogni poeta ospite del Festival declinerà, liberamente, il proprio processo creativo. Quindi si susseguiranno lesung, incontri con i Poeti, visite alla città, dibattiti, visite ai musei e mattinée con la musica. Si parte il 25 alle ore 18.00al Goethe University Campus Westend, Casino Building Hall 1.812 con l’apertura del Festival e i saluti di benvenuto del Dr. Ing. Maurizio Canfora, Console Generale a Francoforte seguirà la conferenza di Titos Patrikios, poeta e presidente del comitato che con il suo modo coinvolgente, perché “i poeti cercano risposte a domande non ancora fatte”, ci spiegherà l’importanza di questo Festival. Patrikios non ha mai creduto che la poesia potesse esercitare un qualche potere sulla politica ma piuttosto di narrare la storia di chi non ha più voce, la storia che gli storici non raccontano.

Alle ore 19.00 si svolgerà la tavola rotonda sull’interessante e attuale tema “Europa e Mediterraneo”, a cui interverranno i poeti Titos Patrikios, Giuseppe Conte, Jordi Virallonga, la Prof. Theodora Dimitroulia e Barbara Neeb. Moderazione: Laurette Artois e dr. Tommaso Pedicini. L’ atteso appuntamento riveste grande importanza perché sarà un momento di confronto tra i diversi poeti ed evidenziandone le specifiche identità.

Il 26 nell’ambito di “Poeti d’Europa” si terrà l’Incontro con l'autore Simone Scharbert 19.00 Haus am Dom (Domplatz 3, Giebelsaal, Frankfurt) interessante voce del panorama culturale tedesco. Protagonisti dell’evento più atteso del Festival è la lesung corale a cui parteciperanno Titos Patrikios, Giuseppe Conte, Ida Andersen, Vanja Angelova, Jordi Virallonga. L’evento vuole essere uno spazio dove sia possibile diffondere la parola poetica preservando i valori culturali di tutti i poeti ospiti del Festival. L’ Haus am Dom risuonerà delle voci, delle poesie che verranno prima declamate dai poeti stessi nella loro lingua originale e poi i poeti Eric Giebel e Barbara Zeizinger le reciteranno in tedesco. Moderazione: Edita Kock, giornalista.

27.05.2018 Associazione tedesco-italiana, Arndtstr. 12, 60325 Frankfurt ore 11.00 Matinée con musica. Come nelle passate edizioni anche quest’anno è previsto un omaggio ad un significativo esponente della cultura europea: il poeta Albino Pierro che per anni “ha sfiorato” il Nobel per la Letteratura e che rappresenta un tesoro per la cultura italiana. Modererà l’evento: Dr. med. Anna Picardi a cui seguirà il concerto con il raffinato pianista Alessandro Vena.  Alle 19.00 Vino e poesia, lettura e conversazione con Vanja Angelova, Ida Andersen, Simone Scharbert.  Eric Giebel, Barbara Zeizinger rileggeranno in tedesco le poesie.

Possiamo affermare che come ogni maggio sin dal 2007, anche quest’anno sarà presente tutto l’universo poetico europeo contemporaneo all’undicesima edizione del Festival della Poesia Europea di Francoforte sul Meno.

Il Festival è promosso dall’Associazione “Donne e Poesia Isabella Morra”, dal Giornale “Clic Donne 2000” e dal Comitato del Festival. Ideatrice e direttrice artistica è la giornalista e poeta Marcella Continanza.

Valeria Marzoli, CdI/de.it.press

 

 

 

 

“Italia e Germania nella prospettiva europea”. “Anders miteinander - Diversi ma insieme”

 

Ciclo di incontri organizzati dall’Ambasciata d’Italia e dagli Istituti di Cultura di Berlino e Monaco di Baviera

 

Le relazioni italo-tedesche sono molto intense in ogni settore della cooperazione bilaterale, da quello politico a quello economico-commerciale, a quello scientifico, senza dimenticare lo straordinario volume degli scambi culturali. Le basi di questo legame di amicizia e di complementarità rimangono sempre solide nelle alterne vicende politiche e sociali che si succedono nella cronaca dei due Paesi. La Germania si conferma negli anni come il principale partner economico del nostro. Con 110 miliardi di euro di interscambio bilaterale, Berlino rimane il principale interlocutore di Roma con la quale condivide, tra l’altro, la straordinaria vocazione manifatturiera. Entrambi Stati fondatori dell’Unione Europea, Italia e Germania hanno contributo negli anni, più di altri, alla costruzione e all’avanzamento del progetto europeo. Anche in politica estera, i due Paesi si sono mossi – dal dopoguerra in poi – lungo posizioni e direttrici simili, spesso integralmente condivise.

Il futuro dell’Europa, il suo auspicabile rilancio non può dunque prescindere in alcun modo da un ruolo significativo di Italia e Germania. Su tale rilancio Roma e Berlino condividono integralmente gli obiettivi anche se, talvolta – in particolare nel dibattito sull’Eurozona – sono portatrici di sensibilità diverse e dunque anche di modalità di approccio non coincidenti.

È proprio la rilevanza politica di queste due realtà unitamente alla grande tradizione storica, talvolta drammatica, che ne ha caratterizzato il cammino a farci osservare il riemergere, di tanto in tanto, nella narrativa politica, economica, culturale attraverso i media di nuovi luoghi comuni reciproci che, al di là della loro matrice, finiscono per esaltare le differenze pur in presenza di innumerevoli convergenze. Per quanto approssimativi, tali luoghi comuni culturali non possono tuttavia essere ignorati né liquidati sbrigativamente; non potrebbero, infatti, far presa sull’opinione pubblica in modo così significativo, se non rappresentassero il nucleo di un immaginario condiviso e di una sensibilità collettiva che affonda le sue radici nella storia delle culture nazionali.

Partendo da questa considerazione, l’Ambasciata d’Italia a Berlino organizza una serie di incontri dal titolo Anders miteinander – Diversi ma insieme per analizzare gli ambiti di collaborazione (e, se del caso, le molteplicità di approccio all’interno di questi ambiti) in campo politico, economico-finanziario, nel settore dei media e in campo culturale, attraverso un dibattito che toccherà sia l’editoria sia la concezione dei musei nei due Paesi. Anche lo sport sarà al centro delle riflessioni. Il calcio, come poche discipline, è da sempre paradigmatico dell’attrazione/rivalità tra le scuole italiana e tedesca.

Un moderatore di volta in volta animerà il dibattito tra esponenti di spicco dei due Paesi, secondo lo schema della Podiumsdiskussion, con interventi anche del pubblico. Tale formato rispecchia la convinzione che solo mettendo a confronto la decennale esperienza di grandi personalità dei due Paesi si possa innescare un confronto costruttivo tra culture; che siano soprattutto tali punti di vista settoriali a condurre al superamento del revival di luoghi comuni cui abbiamo talvolta assistito negli scorsi anni, in particolare al culmine della crisi dell’Eurozona; infine – e in sintesi – che solo la profonda conoscenza reciproca nei rispettivi settori di attività permetta di formarsi un’opinione imparziale del Paese dell’altro.

Il primo incontro sulla parte politica è stato tenuto a Berlino, in Ambasciata il 20 febbraio u.s., seguito da un dibattito sull’editoria a Lipsia il 16 marzo e da quello sulla finanza (Eurozona) in Ambasciata il 21 marzo. Sarà quindi la volta della concezione museale a Berlino (Ambasciata) il 18 aprile e poi dello sport alla Künstlerhaus di Monaco di Baviera il 19 aprile. Il dibattito nel linguaggio dei media chiuderà la serie a Berlino (Ambasciata) il 15 maggio 2018. CdI

 

 

 

A Berlino aperte le iscrizioni a “Calcio in festa” 2018

 

Torna la seconda edizione della grande festa d'estate "CALCIO IN FESTA. Una domenica italiana", organizzata dal Comites Berlino. L'evento si terrà domenica 3 giugno 2018 dalle 11 alle 18 presso la Sportanlage Westend (Spandauer Damm 150, 14050 Berlin).    

 

Sono aperte le iscrizioni a Calcio in festa 2018, la grande festa d'estate degli italiani a Berlino. Le possibilità di partecipare sono tante: è infatti possibile iscriversi al torneo di calcio a sette per adulti, al Campus di allenamento per bambini e ragazzi, riservare uno stand per associazioni, proposte di street food o artigianato, e riservare un posto all'Open stage messo a disposizione di cantanti, musicisti e gruppi che vogliano esibirsi durante la festa. 

 

Cultura e gastronomia

"Calcio in Festa 2018" si presenta rinnovato ed ampliato rispetto alla prima edizione, con una grande festa della cultura italiana a Berlino con stand delle principali associazioni e attività italiane a Berlino, le redazioni dei principali media italofoni e una zona dedicata allo street food di qualità e a bancarelle di artigianato.

 

Calcio e sport

Uno dei protagonisti della giornata sarà lo sport, con un torneo amatoriale di calcio a 7, organizzato in collaborazione con Le Balene Possono Volare, al quale è possibile iscriversi sia come squadra che come singoli. Questi ultimi verranno raggruppati in squadre create appositamente dall'organizzazione. Per i bambini e ragazzi quest'anno verrà offerto un Campus di allenamento sia per giocatori principianti che esperti, alla presenza dell'ospite d'onore Thomas Häßler, campione del mondo con la nazionale tedesca nel 1990.

 

Bambini e musica

È previsto, inoltre, un ricco programma di intrattenimento non solo per i bambini - con attività di gioco-sport e laboratori creativi organizzati da bocconcini di cultura, la presenza di un gonfiabile e spettacoli - ma anche per gli adulti, con una variegata offerta musicale durante tutto l’arco della manifestazione. Novità di quest'anno, l'Open stage, la possibilità cioè per chiunque voglia esibirsi come cantante, musicista o gruppo musicale, di salire come protagonista sul palco di Calcio in Festa.

Maggiori informazioni e i moduli d'iscrizione al torneo sono pubblicati sul sito del Comites all'indirizzo www.comites-berlin.de.  (de.it.press)

 

 

 

 

Festeggiata a Mantova la ventennale amicizia con Weingarten

 

Venti anni di gemellaggio con la città tedesca di Weingarten sono stati festeggiati nei giorni scorsi da Mantova. Al Teatro Bibiena si è tenuta una cerimonia istituzionale condotta dal giornalista Luciano Ghelfi, presenti i sindaci Mattia Palazzi e Markus Ewald  e i due vescovi Marco Busca e Gebhard Furst. L’orchestra giovanile del Conservatorio di Mantova Lucio Campiani si è esibita in un concerto diretto da Carla Delfrate con le musiche di Franz Joseph Haydn (sinfonia numero 101 in re maggiore). Nel foyer del teatro nel frattempo si teneva l’annullo filatelico celebrativo del 20° anniversario del gemellaggio.

Gli eventi per rinnovare l’amicizia tra le due città sono proseguiti nella sala della Colonna in piazza Leon Battista Alberti dove è stata inaugurata la mostra filatelica e numismatica di immagini sacre che richiamano la reliquia dei Sacri Vasi a cura di Alfio Fiorini, Sergio Leali e Francesca Campogalliani con la collaborazione del presidente del circolo filatelico mantovano Carlo Negri. All’inaugurazione sono intervenuti i curatori, monsignor Giancarlo Manzoli, il presidente del consiglio comunale Massimo Allegretti e molti amici dell’associazione Mantova-Weingarten.

E’ stato inoltre messo a dimora un acero autoctono in piazza Virgiliana. I sindaci di Mantova e di Weingarten hanno scoperto la targa che evoca il ventennale del gemellaggio: vi è riportata la scritta “Crescetis amores” tratta da un verso di Virgilio. Dieci anni fa nella città tedesca era stata piantata una quercia. dip

 

 

 

 

Mario Caruso: “Amarezza per risultati elettorali che non ci aspettavamo”

 

“Gli italiani residenti in Europa hanno votato e purtroppo il partito di cui ero Capolista alla Camera ‘Noi con l’Italia UDC’ è arrivato sesto per numero di voti. Si è attestato al 2,3 per cento con un totale di 11.845 elettori, non riuscendo a conquistare un seggio in Parlamento. E’ per questi  12 mila connazionali che ci hanno scelto, però, che sentiamo oggi il dovere di andare avanti nel  rispetto e nella condivisione dei nostri ideali moderati popolari e cristiani. Tantissimi connazionali hanno deciso di dare fiducia ai partiti estremisti, nella ricerca disperata di un cambiamento. L’ala moderata è uscita sconfitta da questa tornata elettorale ma ritengo che da una sconfitta si possa ripartire insieme più forti di prima. L’esito è oggetto di attenta analisi per individuare e affrontare circostanze che non hanno convito gli elettori" -  Lo afferma in una nota il deputato uscente Mario Caruso.

“In questi difficili mesi di campagna elettorale, - continua Caruso -, abbiamo girato l’Europa, incontrato la gente comune, le folle e gli elettori residenti all’estero. Mi sento oggi di esprimere il mio sentito Grazie a tutti coloro che ci hanno sostenuto fino all’ultimo, con il proprio impegno e il proprio sostegno incondizionato. Una grande squadra di professionisti e amici che ha lavorato ininterrottamente tutti i giorni per diffondere il nostro programma e per invitare la gente a sostenere la lista “Noi con l’Italia-Udc” e i nostri candidati. Anche e soprattutto a loro, protagonisti fedeli e preparati, va il mio ringraziamento per questa campagna elettorale scandita da sorrisi e mani tese verso i cittadini".

“Il lavoro che  continuerò a svolgere nei prossimi mesi, -  conclude Caruso - sarà totalmente dedicato agli italiani, miei connazionali, come ho fatto da sempre per 44 anni in Germania, e negli ultimi cinque fuori e dentro la Camera dei Deputati per ripartire più forti di prima con uno sguardo ottimista rivolto al futuro, che è ancora tutto da scrivere”. (Inform 12.3)

 

 

 

 

A Berlino il 12 aprile la presentazione di “Assistenza alle persone con disabilità in Germania”

 

Il 12 aprile la nuova guida curata dal Comites di Berlino in collaborazione con l'Ambasciata d'Italia a Berlino e AOK Nordost

 

Berlino – In programma giovedì 12 aprile alle ore 19 presso la Werkstatt der Kulturen di Berlino (Wissmannstraße 32) la presentazione della guida “Assistenza alle persone con disabilità in Germania. Piccola Guida per orientarsi nel sistema tedesco” promossa dal Comites di Berlino.

L'iniziativa rientra nell'impegno messo in campo dal Comites, in collaborazione con l'Ambasciata d'Italia a Berlino e AOK Nordost, nel promuovere incontri e pubblicazioni informative destinate agli italiani residenti in Germania, volti in particolare al miglioramento del loro accesso ai servizi e alla loro integrazione.

Dopo la “Piccola guida al sistema sanitario in Germania” presentata nel 2016, è ora la volta della seconda pubblicazione, intitolata "Assistenza alle persone con disabilità in Germania - Piccola Guida per orientarsi nel sistema tedesco". Il nuovo opuscolo informativo verrà presentato in lingua italiana, ad ingresso gratuito. Previsti i saluti dell'ambasciatore d'Italia in Germania, Pietro Benassi e della presidente del Comites di Berlino, Simonetta Donà. Gli interventi, moderati da Luciana Degano Kieser del Comites, saranno di Francesco Marin dell'Ambasciata d'Italia a Berlino e Serena Manno dell'AOK Nordost.

Nella guida, che verrà distribuita gratuitamente agli ospiti della serata, si troveranno informazioni in lingua italiana e di facile consultazione sulle possibilità di cura e assistenza agli italiani diversamente abili in età adulta che risiedono in Germania: i  livelli riconosciuti di disabilità, le prestazioni offerte e chi ne può usufruire, gli enti erogatori ai quali rivolgersi, e una esauriente lista di risposte alle domande più frequenti. A questa guida, focalizzata sulle possibilità di assistenza a persone in età adulta (sia nel caso di disabilità permanente che temporanea, causata per esempio da un incidente sul lavoro), seguirà una seconda pubblicazione dedicata invece all'assistenza alla disabilità per minori di 18 anni.

La pubblicazione è il frutto di oltre un anno di lavoro e ricerca di vari autori coordinati da Luciana Degano Kieser, in collaborazione con Francesco Marin e Serena Manno, e con il contributo di diverse associazioni attive sul territorio quali Salutare e.V., Artemisia e.V. - Inklusion für alle, e Infermieri italiani a Berlino.

"Ringrazio di cuore tutti coloro che in Germania sempre più numerosi seguono le nostre attività, gli autori e coloro che hanno collaborato alla stesura e alla stampa di questo indispensabile strumento informativo - afferma in proposito la presidente del Comites Berlino. dip

 

 

 

 

Giornata della memoria a Ravensbrück, nel principale Lager femminile della Germania nazista

 

Berlino - “Nella giornata di domenica, 11 marzo 2018, il Comites di Berlino ha organizzato una giornata della memoria molto particolare e specificamente una commemorazione pubblica delle vittime di Ravensbrück, il più grande lager femminile della Germania nazista e attualmente quartiere della città di Fürstenberg/Havel, a circa 90 km da Berlino. L’iniziativa prevedeva una visita al campo e una cerimonia finale davanti al Memoriale Nazionale di Ravensbrück e tutto si è svolto in una giornata tiepida e soleggiata che ha reso l’esperienza particolarmente struggente, mentre il ricordo sempre più vivo dell’orrore storico si mescolava in modo anomalo alla dolcezza della natura”. A scriverne è Lucia Conti sul quotidiano online di Berlino “ilMitte.com”.

“Il campo sorge vicino al lago di Schwedt, che domenica si presentava ghiacciato e che ha una storia inquietante. Durante gli anni in cui era in funzione il lager, infatti, le ceneri dei corpi bruciati nei forni crematori venivano riversate nelle sue acque.

Erano le deportate testimoni di Geova a svolgere questa mansione, trascinando carriole che facevano avanti e indietro dalla riva. I resti di circa 123.000 persone sono stati in questo modo dispersi sul fondo del lago, in cui all’epoca continuavano a nuotare, occasionalmente sporcandosi di cenere senza farci caso, le mogli e i figli delle SS.

Poco distanti dal campo sono infatti ancora visibili le villette destinate ai soldati tedeschi e alle loro famiglie, eleganti costruzioni immerse nella natura e a pochi passi dall’incubo.

La particolarità di Ravensbrück era quella di essere un lager femminile (anche se nel 1941 fu aggiunto anche un piccolo lager maschile, un Männerlager), che dal 1939 alla fine della guerra ospitò circa 110.000 donne, suddivise tra dissidenti politiche, ebree, sinti e rom o asociali.

Quella delle asociali era una categoria che includeva varie categorie di donne: alcoliste, donne dai costumi ritenuti licenziosi, lesbiche, prostitute e in generale chiunque fosse considerato deviante rispetto ai modelli imposti dal regime e dalle Leggi di Norimberga sulla purezza razziale, ad esempio chiunque interagisse con stranieri ritenuti untermenschen, cioè sub-umani.

L’iniziativa ha registrato un alto tasso di partecipazione e molte persone visibilmente toccate dal racconto dei fatti sono state accompagnate nella visita al campo dalla professoressa Johanna Kootz, una delle massime esperte sulla storia di Ravensbrück.

La professoressa Kootz è anche la curatrice del libro “Le donne di Ravensbrück”, di Lidia Rolfi Beccaria e Anna Maria Bruzzone, miracolosamente sopravvissute all’inferno del lager.

Del gruppo di visitatori faceva parte anche Aldo Rolfi, figlio di Lidia, che ha letto un passo del libro della madre e che spesso racconta la storia di Ravensbrück anche ai ragazzi delle scuole.

Lo abbiamo intervistato all’interno della vecchia sartoria del campo, in cui oggi si trovano delle bellissime sculture dalla fisionomia quasi espressionistica che rappresentano gli internati e il loro dolore, estremo, deformante e definitivamente incomprensibile.

Aldo ci ha parlato delle difficoltà di trasmettere ai più giovani un messaggio così complesso.

“Quando parlo nelle scuole e racconto le storie dei testimoni, parlando per esempio di spersonalizzazione dell’individuo” ha precisato “i ragazzi a volte faticano a capire. Come si fa a spiegarlo? Io porto come esempio la semplicissima condizione di essere nudi vicino al padre e alla madre e di restare nudi a file centinaia, cosa che negli anni quaranta era un tabu totale. Ecco questo è un esempio di quella che era la spersonalizzazione subita dai deportati”.

Dal 1939 al 1942 Ravensbrück fu principalmente un campo di rieducazione, ma dal 1941 in poi le condizioni peggiorarono e cominciarono a verificarsi i cosiddetti “trasporti neri”, vale a dire l’invio delle detenute troppo vecchie, debilitate e malate in altri campi, specificamente progettati per lo sterminio.

A partire dal 1942-43, man mano che cresceva il bisogno di manodopera dell’industria bellica, Ravensbrück divenne un mercato delle schiave e nel 1943 la Siemens aprì una filiale adiacente al campo, in cui ragazze dai dodici anni in su lavoravano costantemente e quasi senza riposo.

Le donne di Ravensbrück erano anche impiegate come prostitute nei bordelli degli altri campi di concentramento. Venivano spesso indotte a farlo con la falsa promessa di essere liberate in sei mesi per poi tornare, invece, sempre schiave e in più umiliate, debilitate e guardate con disprezzo dalle compagne di prigionia.

Durante la cerimonia di commemorazione, Edith Pichler del Comites ha ricordato “gli orrendi crimini di genere commessi a Ravensbrück”, vale a dire stupri, aborti forzati, sterilizzazioni e molte altre violenze che hanno colpito le internate come donne, oltre che come persone.

Tra le vittime anche 1000 italiane, spesso oggetto di manifesta ostilità da parte delle altre prigioniere in quanto provenienti da un Paese fascista. La loro memoria è evocata dalla scritta “Italien”, inserita sull’altissimo muro di cinta del campo, all’epoca percorso dall’alta tensione. Ci sono tuttavia molte altre scritte che ricordano la provenienza nazionale delle donne arrivate da tutt’Europa e finite a Ravensbrück: Belgio, Danimarca, Grecia, Francia, Regno Unito, Ungheria e molte altre.

Tra le italiane sopravvissute a Ravensbrück c’è anche Liliana Segre, recentemente nominata senatrice a vita e che ha voluto mandare ai partecipanti un affettuoso saluto, come ricordato da Simonetta Donà, presidente del Comites. Simonetta Donà ha anche incoraggiato tutti a compiere il rito finale della giornata, vale a dire un lancio di fiori nel lago, vicino al monumento alle vittime di Ravensbrück realizzato dallo scultore Will Lammert.

Presente anche Fabio Dorigato, capo della cancelleria consolare, che ha sottolineato quanto l’Ambasciatore Benassi sia sensibile al valore della memoria e ha rilanciato l’importanza del ruolo dell’istituzione Europa nella sua tutela.

“Quando è finita la seconda guerra mondiale la maggior parte dei deportati e delle deportate non aveva molta voglia di raccontare, per il semplice motivo che era difficile far capire cosa fosse successo qui” ci ha raccontato Aldo Rolfi. “Era più facile per un reduce di Stalingrado o El Alamein descrivere una battaglia” ha precisato “perché una battaglia è fatta di fucili, cannoni e morti. La deportazione, quello che mamma e anche Primo Levi chiamavano l’universo concentrazionario, è una cosa che non puoi descrivere senza averla vissuta”.

Interpellato a proposito del foulard che portava al collo e che presentava i colori delle divise del campo, ha quindi pronunciato parole che sintetizzano perfettamente il senso della giornata: “Questo foulard rappresenta la mia storia di figlio di deportata e rappresenta una continuità, un simbolo. Tutte le volte che vengo qui sento che debbo indossarlo””. (aise 16.3.) 

 

 

 

 

I recenti temi di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue COSMO

 

05.04.2018. Quale futuro per la Siria? Russia, Turchia e Iran si sono accordati per disegnare il futuro del paese, ma la pace resta ancora lontana. Ne parliamo con Silvia Colombo dell'Istituto Affari Internazionali di Roma.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/siria-futuro-turchia-russia-iran-102.html

 

Dolce veleno. Secondo Foodwatch bibite come la Coca Cola sarebbero corresponsabili di obesità e diabete. Serve una tassa sullo zucchero? Sì, risponde il tecnologo alimentare Roberto La Pira ai nostri microfoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/coca-cola-zucchero-dannoso-102.html

 

04.04.2018. Voli a prezzi gonfiati

Attenzione alla prenotazione di voli online, secondo una recente analisi i portali internet userebbero dei software per gonfiare i prezzi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/portali-voli-prezzi-gonfiati-100.html

 

Le pagelle ai consolati. Negli ultimi anni i servizi consolari sembrerebbero essere leggermente migliorati. A dircelo i presidenti di alcuni Com.It.Es, ma anche gli italiani stessi, rispondendo ad un mini-inchiesta da noi lanciata sui social network.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/consolati-efficienti-102.html

 

03.04.2018. La vergogna delle morti bianche

Con la ripresa economica in Italia aumentano anche i morti sul lavoro. Lavoro nero, pochi investimenti nella sicurezza e inefficienza dei controlli sono le cause principali di questa tragedia. Ne parliamo con Sebastiano Calleri della CGIL.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/morti-bianche-aumento-100.html

 

29.03.2018. Operazione Mosaico. È l’operazione antiterrorismo effettuata dalla Digos di Roma che ha dato esecuzione a cinque ordinanze di custodia cautelare in carcere. Smantellata la rete dei complici di Anis Amri, l'attentatore di Berlino. Ne parliamo con Enzo Savignano.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/operazione-mosaico-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-258.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html

 

28.03.2018 Guida autonoma, quale futuro?

Dopo l’incidente stradale sulle strade di Tempe, in Arizona, costato la vita a una donna investita da un’auto a guida autonoma di Uber, gli esperti cercano risposte e responsabilità. Ne parliamo con Roberto Iasoni.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/guida-autonoma-102.html

 

Amici dell'Organo della Pace. È l'associazione fondata dieci anni fa per non dimenticare la strage nazista di Sant'Anna di Stazzema. Nei nostri studi la fondatrice dell'associazione Maren Westermann.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/organo-pace-100.html

 

The Zen Circus. A due anni dal successo dell’album “La Terza Guerra Mondiale” la band toscana guidata da Andrea Appino torna con “Il fuoco in una stanza".

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/zen-circus-100.html

 

27.03.2018. Rebus governo. Dopo l'elezione dei presidenti di Camera e Senato ora inzia la partita più difficile e lunga: la formazione del nuovo esecutivo italiano. Ne parliamo con il direttore del quotidiano Libero, Pietro Senaldi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/governo-senaldi-102.html

 

In attesa di prove. Si fa sempre più teso il clima intorno alla vicenda dell'ex spia del Kgb Sergej Skripal e di sua figlia, avvelenati con gas nervino a Salisbury, nel Regno Unito. Ne parliamo con il professor Germano Dottori.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/nervino-skripal-100.html

 

Un Falstaff sessantottino. Abbiamo incontrato il regista Mario Martone. La sua versione del Falstaff di Giuseppe Verdi è in cartellone alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino. L’opera sarà replicata il 28 marzo e l’1 aprile, e sarà ripresentata il prossimo dicembre.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/mario-martone-100.html

 

26.03.2018 La birra della Speranza. Nel 2011 la fabbrica di Birra Triscele a Messina ha chiuso i battenti. Gli operai hanno deciso di restare investendo il loro trattamento di fine rapporto e tutti loro risparmi per creare una fabbrica tutta loro.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/consigli-fabbrica-destra-estrema-102.html

 

23.03.2018. Ministero per l'"Heimat". L'Heimatsministerium esiste già a livello regionale in Baviera e in Nordreno-Vestfalia. Lì questi dicasteri si occupano di programmi di sviluppo del territorio. Sarà così anche a livello federale?

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/ministero-per-heimat-100.html

 

Il lato dolce di Kreuzberg. La pasticceria di Natalia Giordano, aperta dopo varie difficoltà burocratiche, fa conoscere ai berlinesi e ai turisti che popolano il cosiddetto "Graefekiez" specialità regionali italiane come i canestrelli, le zeppole e le pastiere pasquali, sfidando il monopolio delle classiche torte tedesche.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/la-mia-berlino/pasticceria-natalia-giordano-berlino-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-254.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

Assemblea generale della Casa Internazionale di Kempten

 

Ad interventi di carattere informativi è seguita l'elezione di due membri del Direttivo e di un revisore dei conti

 

Kempten – Si è svolta il 20 marzo scorso l'assemblea generale della Casa Internazionale di Kempten, cui hanno partecipato diverse decine di iscritti.

All'inizio dell'incontro, al saluto di benvenuto e una prima breve relazione da parte della presidente, Gabriele Heilinger, sono seguiti - da parte dell'amministratore delegato Lajos Fischer, - una relazione finanziaria, un rapporto dettagliato sulle attività dell'associazione e la presentazione di alcune modifiche apportante a qualche passo dello Statuto, che sono state anche approvate all'unanimità dai soci presenti.

Di seguito – si legge nella nota scritta in proposito da Fernando A. Grasso, corrispondente consolare per il Circondario di Kempten, vicepresidente vicario delle Acli Baviera e del Circolo Acli di Kempten - Ruth Haupt ha parlato ai presenti del sostegno scolastico che lei, da alcuni mesi, porta avanti con il supporto di praticanti e di volontari e così pure ha riferito dei suoi contatti con i genitori e gli insegnanti degli alunni di terza e quarta elementare in concomitanza con la preparazione di questi ultimi all'ammissione al ciclo secondario più qualificato, nonché del sostegno dato agli alunni di nona classe per la loro preparazione all'esame qualificato.

Heilinger e Fischer hanno riferito sul sostegno dato ai giovani nell'elaborazione di curricola, di corsi di integrazione, di lezioni di tedesco per i bambini appena arrivati, di consulenze generali, di incontri e informazioni, di eventi speciali, concerti, manifestazioni, di partecipazioni a feste come quella della Burgalde e di tante altre cose.

Al termine di questa prima parte di carattere informativo, si è proceduto con l'elezione di due membri del Direttivo e di un revisore dei conti.

Oltre a Grasso, che aveva già partecipato nel novembre 2017 al progetto "Giornata di Lettura a livello Federale" nella stessa Casa Internazionale, era presente all'incontro anche Siegfried Oberdörfer della Frazione della SPD in seno al Consiglio Comunale e Incaricato per l'Integrazione. dip

 

 

 

 

A Berlino il 22 aprile cerimonia di commemorazione dell’eccidio di Treuenbrietzen

 

Berlino - La sera del 21 aprile 1945, l’arrivo di truppe sovietiche e la fuga dei guardiani comportò l’apertura dei Campi di Lavoro della zona di Treuenbrietzen, cittadina situata a 70 chilometri a sud ovest di Berlino, destinati ai prigionieri di guerra e ai lavoratori forzati di diverse nazionalità, impiegati nelle aziende Kopp & Co e Dr. Kroeber & Sohn.

Il 23 aprile però, dopo che le truppe sovietiche proseguirono la loro avanzata, un reparto militare tedesco separò gli internati militari italiani dal resto dei prigionieri e li trucidò in una cava nei pressi della località di Weinbergen. Delle 127 vittime accertate, 111 poterono essere identificate.

Domenica 22 aprile a partire dalle ore 11:00, in concomitanza con la Festa della Liberazione, avrà luogo la consueta cerimonia di commemorazione organizzata dall’Ambasciata d’Italia a Berlino in collaborazione con il Comune di Treuenbrietzen.

Il punto di ritrovo per i connazionali che vorranno partecipare alla cerimonia è alle ore 11 nella Piazza del Municipio di Treuenbrietzen.

Alle 11:15 presso il Memoriale italiano a Nichel si terrà la commemorazione comune dell’eccidio degli internati militari italiani, con l’allocuzione del Ministro Alessandro Gaudiano. Seguirà la benedizione del Parroco di Treuenbrietzen Burkhard Stegemann e di un rappresentante della Nunziatura Apostolica.

Alle 12:00 circa presso il Cimitero d’Onore di Treuenbrietzen “Triftfriedhof” verrà deposta una corona seguita da un momento di raccoglimento in onore delle vittime civili della Seconda Guerra Mondiale.

La preghiera sarà affidata al Pastore di Treuenbrietzen, Gunter Seidel. Alle 12:45 al “Kriegsgräbergedenkstätte” sito nella Jüterbogerstraße verrà deposta un’altra corona nel memoriale in onore dei soldati sovietici caduti con una allocuzione dell’Ambasciata della Federazione Russa.

Infine, piccolo ricevimento del Sindaco (con il contributo dell’Ufficio Affari Sociali dell’Ambasciata d’Italia a Berlino) della città di Treuenbrietzen Michael Knape, presso la Schulaula des Gymnasiums “Am Burgwall” (Burgwallstraße 1) di Treuenbrietzen. De.it.press

 

 

 

 

Ad Amburgo l’11 aprile ed a Monaco di Baviera giovedì 12 presentazione del libro “Enciclopedia della donna–Aggiornamento”

 

Amburgo/Monaco - L’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo mercoledì 11 aprile, alle ore 19.00, ospiterà l’autrice Valeria Parrella che parlerà del suo libro intitolato “Enciclopedia della donna – Aggiornamento” pubblicato dalla casa editrice Einaudi di Torino nel 2017, tradotto in tedesco da Gudrun Jäger e Cathrine Hornung per la casa editrice Folio di Vienna che lo ha pubblicato il 25 febbraio di quest’anno.  “L’incontro è stato organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo in collaborazione con la casa editrice Folio di Vienna e sarà moderato dalla dott.ssa Paola Barbon in italiano e tedesco. La partecipazione all’evento è gratuita (per prenotazioni si veda iicamburgo.esteri.it).

Il celebre libretto settimanale italiano “Enciclopedia della donna” uscì negli anni '60 ed esponeva in modo chiaro e definitivo tutto quello che una donna perfetta era tenuta a sapere. Dall' alimentazione allo sport, dalle regole per essere un'impeccabile padrona di casa a quelle da imporre ai figli. La scrittrice italiana Valeria Parrella presenta un insolito aggiornamento della classica enciclopedia: la protagonista, Amanda, docente di architettura di successo sulla cinquantina, si lascia guidare dal desiderio e sorprende sia uomini che donne con la sua tecnica di seduzione.

Valeria Parrella è nata nel 1974 a Torre del Greco e vive a Napoli. Per Minimum fax ha pubblicato le raccolte di racconti Mosca più balena (2003) e Per grazia ricevuta (2005). Per Einaudi ha pubblicato i romanzi Lo spazio bianco (2008), da cui Francesca Comencini ha tratto l'omonimo film, Lettera di dimissioni (2011), Tempo di imparare (2014), la raccolta di racconti Troppa importanza all'amore (2015) e Enciclopedia della donna. Aggiornamento (2017). Per Rizzoli ha pubblicato Ma quale amore (2010), ripubblicato da Einaudi nei Super ET nel 2014. È autrice dei testi teatrali Il verdetto (Bompiani 2007), Tre terzi (Einaudi 2009, insieme a Diego De Silva e Antonio Pascale), Ciao maschio (Bompiani 2009) e Antigone (Einaudi 2012). Per Ricordi, in apertura della stagione sinfonica al Teatro San Carlo, ha firmato nel 2011 il libretto Terra su musica di Luca Francesconi. Ha inoltre curato la riedizione italiana de Il Fiume di Rumer Godden (Bompiani 2012). Collabora con “la Repubblica” e con “L'Espresso”. Dall'8 marzo del 2006 cura la rubrica di libri del settimanale “Grazia”.

 

Giovedì 12 aprile, alle ore 18.30, l’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera ospiterà l’incontro con l’autrice Valeria Parrella, che presenterà il suo libro “Enciclopedia della donna. Un aggiornamento”. L’incontro di Monaco, che sarà ad ingresso libero con prenotazione obbligatoria, è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura in collaborazione con Folio Verlag e si svolgerà in lingua italiana e tedesca. dip

 

 

 

A Berlino il 16 aprile “L’Ambasciata incontra... giuristi e commercialisti”

 

Berlino – Si svolgerà lunedì 16 aprile alle ore 18.30 all'Ambasciata d'Italia a Berlino il prossimo incontro del ciclo “L’Ambasciata incontra...” dedicato questa volta ai giovani italiani che vogliono lavorare nel mondo delle professioni giuridiche ed economiche in Germania.

Con la moderazione di Lucia Conti, direttrice de “Il Mitte”, quattro giovani professionisti italiani attivi a Berlino e a Monaco di Baviera racconteranno il proprio percorso personale e professionale tra studi legali internazionali, start up e grandi aziende multinazionali. Ad accoglierli l'ambasciatore d'Italia, Pietro Benassi.

Interverranno: Anna Bonan, legale presso Delivery Hero AG, dove si occupa principalmente di diritto societario e M&A, vive a Berlino dal 2015, dopo precedenti esperienze lavorative presso studi legali di Milano e Padova, dove si è laureata in giurisprudenza nel 2011; Vittorio De Vecchi Lajolo, musicista e avvocato specializzato in proprietà intellettuale e industriale, diritto dei media e protezione dei dati personali, dal 2012 lavora nello Studio Legale Thomas Rechtsanwälte di Berlino, occupandosi di consulenza alle start up; Christian Mastella, commercialista italo-tedesco, titolare di uno studio attivo a Berlino da più di vent’anni e docente dei corsi di formazione dell'Associazione di categoria dei commercialisti; Filomena Pacifico, consulente e giurista presso lo studio legale Beiten Burkhardt a Monaco di Baviera, dopo aver svolto per diversi anni la professione di avvocato, prestando assistenza a gruppi industriali sia in Italia che in Germania, oggi si dedica al business development e al marketing.

Scopo della discussione tra i partecipanti è mettere in luce quali sono le opportunità lavorative e, allo stesso tempo, le difficoltà di inserimento di chi si sposta dall’Italia alla Germania per lavorare in questi settori. Nonostante le basi comuni dei due sistemi giuridici e – almeno in parte – fiscali, e nonostante la progressiva armonizzazione del diritto tedesco e italiano al diritto europeo, l’esercizio delle professioni di avvocato e di commercialista resta in molti casi legato alla conoscenza approfondita dei relativi sistemi nazionali e, dunque, a studi effettuati nel paese in cui si intende esercitare. La crescente interconnessione di scambi tra i due Paesi, l’internazionalizzazione delle aziende e il flusso migratorio di italiani in Germania ha creato, tuttavia, nuovi sbocchi lavorativi e nuove possibilità di applicazione delle conoscenze tipiche di giuristi e commercialisti.

L’incontro – con ingresso gratuito, su prenotazione – avrà la forma dell’intervista pubblica in italiano (senza interpretariato), aperta alle domande dei partecipanti. (Inform 28)

 

 

 

 

Anno Europeo del Patrimonio Culturale. L'IIC di Berlino promuove due iniziative il 18 e 19 aprile

 

Berlino – L'Istituto Italiano di Cultura di Berlino promuove due giornate di studio sul 2018 Anno Europeo del Patrimonio Culturale, iniziative in cui importanti personalità italiane e tedesche si soffermeranno su come si determina il nostro rapporto con la tradizione, come essa incida sulla nostra identità e su quali impulsi economici e fattori di rilevanza sociale sono connessi con il patrimonio materiale e immateriale.

Il primo appuntamento si svolgerà il 18 aprile presso l'Ambasciata d'Italia a Berlino, a partire dalle 9.30. Previsti i saluti dell'ambasciatore Pietro Benassi e e di Vincenzo De Luca, direttore generale per la Promozione del Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri. Seguirà l'intervento di Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte italiano, membro dell'Accademia dei Lincei di Roma e, tra gli altri, quelli di Hermann Parzinger dell'Humboldt-Forum e Horst Bredekamp dell'Università Humboldt di Berlino. I lavori proseguiranno nel pomeriggio, con interventi del direttore dell'Istituto Italiano di Cultura, Luigi Reitani, Eike Schmidt, direttore degli Uffizi di Firenze e l'archeologo Matthias Wemhoff.

Il 19 aprile alla Freie Universität di Berlino è in programma la seconda iniziativa, a partire dalle ore 14.30. Tra gli interventi segnalati quello di Andreas Henning, conservatore del Dipartimento di arte italiana della Gemäldegalerie di Dresda, che parlerà in particolare del restauro conservativo di alcune opere di Paolo Veronese.

L'ingresso è libero; all'Ambasciata d'Italia è richiesta la prenotazione. dip

 

 

 

 

Acli Baviera: eletta la nuova Presidenza. Riconfermato il Presidente uscente Carmine Macaluso

 

Kempten - Il 17 marzo, presso la sede del Circolo ACLI di Kempten, ha avuto luogo la prima Riunione del neo eletto Consiglio Regionale, indetta dall'Ins. Patrizia Mariotti, in qualità di prima eletta in occasione del recente XIII Congresso delle ACLI Baviera, tenutosi ad Augsburg il 17 Febbraio scorso.

Presenti i Consiglieri: Rag. Paolo Franco (Pres. Circolo Kempten),  Comm. Carmine Macaluso  (Pres. Circolo Kaufbeuren) Signor Mauro Sansone (Pres. Circolo Karlsfeld), Signor Rocco Sileo  (Pres. Circolo Holzkirchen), Signor Vito Acquavia (Holzkirchen), Signor Pasquale Bibbò (Kaufbeuren), Signora Barbara Eberle (Kaufbeuren), Signor Salvatore Finazzo (Kaufbeuren), Dr. Fernando A. Grasso (Kempten), Signora Ursula Macaluso, Signora Emma Marando, Signora Patrizia Mariotti Raab. Erano presenti inoltre: il Preidente Onorario delle ACLI Baviera, Cav. Giuseppe Rende (9) e il Responsabile Circoscrizionale del KAB, Signor Manfred Stick (IX).

L'incontro – nel corso del quale è stata eletta la nuova Presidenza delle ACLI Baviera, che rimarrà in carica sino al 2024 -  è iniziato alle 10:00 con una breve preghiera diretta dal Dr. Fernando A. Grasso, Vicepresidente uscente.  Quindi dopo un buon caffè e alcune tartine preparate dal Circolo di Kempten, la Signora Mariotti Raab, ha dato il benvenuto ai presenti, e ha aperto i lavori, iniziando con il primo punto all'ordine del giorno, con l'elezione, cioè,  del Presidente Regionale.

Per questa carica è stato proposto il Presidente uscente, Carmine Macaluso, che si è dichiarato disponibile, e che è stato riconfermato con votazione palese. Subito dopo, passando al secondo punto, Macaluso, assumendo la presidenza dell'Assemblea, ha proposto come Vicepresidente il Dr. Fernando A. Grasso, che ha accettato l'incarico, che gli è stato riconfermato con votazione palese. Successivamente – su proposta di Grasso – si è proceduti all'elezione di un 2. Vicepresidente, per la cui figura è stata proposta Patrizia Mariotti, che ha accettato l'incarico e che – a sua volta – è stata confermata dai presenti con votazione palese.

Quindi  – sempre con votazione palese  –  sono stati eletti: la Signora Barbara Eberle del Circolo di Kaufbeuren, come Segretario per l'Organizzazione  e il  Rag. Paolo Franco, Presidente del Circolo ACLI di Kempten, come Segretario per le Risorse, su proposta di Mauro Sansone, Presidente del Circolo ACLI di Karlsfeld.

Come  Revisori dei Conti sono stati designati: il Signor Salvatore Iozzia  del Circolo di Kaufbeuren e il Signor Emilio Mastrostefano del Circolo di Kempten.

Alla gestione del sito ACLI Baviera è stato riconfermato Grasso, con il supporto di Franco. Alla Consigliera Paola Augelli  –  assente per motivi di studio – è stato assegnato l'incarico del Coordinamento della Gioventù Aclista. Per il Coordinamento Gruppo Anziani, saranno i vari Circoli a coordinarsi tra di loro. I Presidenti di Circolo: Mauro Sansone Karlsfeld) e Rocco Sileo (Holzkirchen)  sono stati integrati nella Presidenza come Rappresentanti dei Circoli della Baviera.

Padre Bruno Zuchowski, Rettore delle Missioni Cattoliche Italiane di Augsburg e Kempten è stato riconfermato Consigliere Spirituale delle ACLI Baviera.

Poco prima della fine dei lavori, il Presidente Macaluso ha distribuito una lettera di ringraziamento con ampi cenni sul programma che intende svolgere nei prossimi quattro anni e ha consegnato ai Circoli presenti una spilla per i Soci ACLI.

Quasi al termine dei lavori è stata annunciata la prossima riapertura – anche se in forma ridimensionata –  di una sede del Patronato ACLI ad Augsburg e l'eventuale apertura di un altro Circolo ACLI in Baviera e, data l'ora propizia – quasi le tredici –  si è fatta una breve colazione di lavoro. Infine, prima di salutarsi e scambiarsi gli auguri per le prossime festività pasquali, ci si è dati appuntamento al prossimo Congresso delle ACLI Germania, per il quale –  già in mattinata  –  erano stati discussi alcuni punti sull'organizzazione del viaggio e del soggiorno.  (F.A.G.)

 

 

 

 

Il 13 aprile a Francoforte: "Ferite a morte - Tödlich verletzt", il progetto sul femminicidio di Serena Dandini

 

Francoforte - Dopo l’Italia, la Tunisia, la Turchia, il Messico, il Portogallo, la Georgia, la Svizzera, la Francia, gli Stati Uniti e il suo debutto in Germania nel 2016 a Düsseldorf, "Ferite a morte - Tödlich verletzt", il progetto sul femminicidio scritto da Serena Dandini con la collaborazione di Maura Misiti, ricercatrice del CNR, approda a Francoforte - venerdì 13 aprile, ore 20:00, Künstlerhaus Mousonturm -  grazie all’associazione culturale italiana Italia Altrove, con la collaborazione del Consolato Generale d’Italia a Francoforte, dell’Istituto Italiano di Cultura di Colonia, dell’Ufficio Comunale per le Pari Opportunità della città di Francoforte e con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Berlino.

Saliranno sul palco, assieme alle autrici Serena Dandini e Maura Misiti, Lucia Annibali, consigliera giuridica del ministero per le Pari Opportunità con una speciale attenzione alla violenza di genere; Monica Carcò Benassi, funzionaria internazionale alle Nazioni Unite; Paola Concia, assessora al Turismo e ai Rapporti internazionali della Città di Firenze; Ricarda Trautmann, criminologa; Samantha Cristoforetti, astronauta ESA; Elettra De Salvo, attrice, regista ed ex-consigliera comunale a Francoforte; Jutta Ebeling, ex vice sindaco ed assessora per l’Istruzione e le Pari Opportunità della città di Francoforte; Ruth Fühner, giornalista della Hessischer Rundfunk ed autrice di libri sulle questioni di genere; Bärbel Schäfer, giornalista, autrice e presentatrice; Rosemarie Heilig, assessora alle Politiche Ambientali e alle Pari Opportunità della città di Francoforte; Iris Klose, responsabile del Protocollo della Fiera del Libro di Francoforte; Tonia Mastrobuoni, corrispondente de “La Repubblica” da Berlino; Gabriele Wenner, responsabile del dipartimento per le Pari Opportunità della Città di Francoforte; Chiara Zilioli, direttrice generale dei Servizi Legali della Banca Centrale Europea e Chiara Leonardi, presidente dell’associazione culturale italiana Italia Altrove Düsseldorf.

Lo spettacolo, nato nel 2012 in forma di reading, si ispira alla famosa Antologia di "Spoon River" di Edgar Lee Masters: gli spoon di "Ferite a morte" attingono alla cronaca e alle indagini giornalistiche dando voce alle donne che hanno perso la vita per mano di un marito, un compagno, un amante o un “ex”, in un immaginario racconto postumo. Le voci sono quelle di donne provenienti dal mondo della cultura, dello spettacolo e della società civile, unite nella lotta alla violenza contro le donne e nella volontà di sensibilizzare l’opinione pubblica, i media e le istituzioni.

I monologhi saranno letti in tedesco e in italiano con i rispettivi sottotitoli.

L’ingresso è libero fino ad esaurimento posti. È consigliata la prenotazione entro il 10 aprile a: reservierung-feriteamorte@italia-altrove.com. Chi ha effettuato la prenotazione potrà ritirare il/i biglietto/i (non più di 4 per prenotazione) alla cassa del teatro dalle ore 18.00 alle 19.15. Dopo quest’orario è consentito l’ingresso a tutti fino ad esaurimento posti. (Inform)

 

 

 

 

 

Berlino. Il distretto di Friedrichshain-Kreuzberg rinuncia al “burocratese“ per aiutare gli stranieri

 

Berlino - “Se il linguaggio convoluto della burocrazia tedesca vi getta nel panico, il Bezirk di Friedrichshain-Kreuzberg ha buone notizie per voi”. Come riferisce Lucia Conti in un articolo pubblicato oggi in primo piano dal portale Ilmitte.com, “la portavoce ufficiale Sara Lühmann ha infatti annunciato, in un comunicato pubblicato venerdì, che diverse pagine del sito ufficiale, specialmente quelle che riguardano la fornitura di servizi indispensabili, sono state tradotte in un linguaggio più semplice e comprensibile per chi ha una conoscenza limitata della lingua.

Naturalmente il sito resterà interamente in tedesco, ma le informazioni più importanti verranno tradotte dal “burocratese” in una lingua più comprensibile anche per gli stranieri. Il progetto è stato finanziato dalla Cancelleria del Senato di Berlino.

Fra le informazioni che saranno disponibili in questo nuovo formato ci sono quelle relative alle politiche per la famiglia, all’infanzia, alla sanità, ai servizi sociali e alla residenza. Per accedere alle informazioni “semplificate” basterà selezionare sul sito l’opzione “Webseite in Leichte Sprache”.

Al momento non tutti i contenuti del sito sono disponibili in questa versione, ma il distretto di Friedrichshain-Kreuzberg ha espresso l’intenzione di continuare nella traduzione dei contenuti. Non c’è da dubitare che gran parte degli stranieri residenti a Berlino – e anche alcuni tedeschi – saluteranno l’iniziativa con favore e auspicheranno scelte simili anche da parte degli altri Bezirk.

Nelle intenzioni dell’istituto linguistico che ha curato la traduzione – e che ha sviluppato numerosi progetti di questo tipo in passato – non c’era solo l’aiuto agli stranieri, ma anche a coloro che, pur essendo di madrelingua tedesca, non possiedono gli strumenti culturali necessari per decifrare il linguaggio complesso della burocrazia e per chi soffre di disturbi cognitivi, dell’attenzione e dell’apprendimento. A questo scopo al sito è stato aggiunto anche un glossario, che permette di ricercare i termini specifici con i quali si possono avere difficoltà.

Il sindaco di quartiere Monika Herrmann, nel comunicato ufficiale, ha espresso la propria soddisfazione per il fatto che Friedrichshain-Kreuzberg sia il primo distretto di Berlino a offrire questo servizio e ha fatto un riferimento esplicito alla volontà di aiutare chi non ha ancora imparato il tedesco o non è in grado di apprendere in modo tradizionale a orientarsi autonomamente all’interno dell’istituzione locale.

Le persone con difficoltà cognitive, in questo caso, non sono state i meri destinatari di un’iniziativa benefica, ma hanno preso parte attiva al progetto. Nella fase preparatoria, infatti, il testo tradotto è stato sottoposto a un gruppo di controllo composto da persone di età differenti e con diverse disabilità. Solo quando il gruppo di controllo ha approvato il testo definendolo generalmente comprensibile si è passati alla pubblicazione”. (aise 21.3.) 

 

 

 

 

Trieste incontra Norimberga

 

Norimberga - La Lichthalle des Heimatministeriums am Lorenzer Platz a Norimberga ha ospitato mercoledì 21 marzo una serata dedicata alla città di Trieste intitolata "Trieste meets Nürnberg. Immagini, atmosfere e sapori di una città mitteleuropea affacciata sul mare".

Nell’occasione si è tenuta anche l’inaugurazione della mostra di fotografie di Lara Perentin, che ha presentato le proprie opere, introdotta dal saluto e da una breve introduzione di Francesco Ziosi, addetto reggente dell’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera. La mostra è stata poi aperta ufficialmente dal console generale d’Italia a Monaco di Baviera, Renato Cianfarani, e dal console onorario d’Italia a Norimberga, Günther Kreuzer.

Ha moderato la serata, che si è svolta in lingua italiana e tedesca, Florinda Klevisser, autrice della guida "Trieste al femminile" (Morellini Editore, 2017)

Trieste è una città particolare, vista attraverso gli occhi di chi ne conosce l'anima nella sua essenza più pura e la racconta con la passione e l'intimità di un amante. La luce speciale di Trieste è intrappolata dall'obbiettivo della fotografa triestina Lara Perentin e, con gli infiniti colori del bianco e nero, portata a Norimberga. Le fotografie di Perentin immortalano luoghi, persone e atmosfere, sottolineando l'eleganza ma anche la leggiadria di una città tipicamente mitteleuropea, ma affacciata sul mare.

La mostra, organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Monaco e dal Consolato Onorario d’Italia a Norimberga, in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia a Monaco di Baviera, è rimasta aperta al pubblico sino al 6 aprile con ingresso libero. dip 

 

 

 

 

“Forme di Paesaggio. Basilicata, 2018” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo

 

Amburgo – Presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, nell'ambito della rassegna “Faszination Basilikata” (Il fascino della Basilicata) il 5 aprile è stata inaugurata la mostra fotografica di Antonio Di Cecco “Forme di Paesaggio. Basilicata, 2018”.

Così Antonio Di Cecco descrive il suo lavoro fotografico raccolto nella mostra: “Una volta in cima alla ripida scalinata scavata nella roccia, il mio sguardo cerca istintivamente il mare ma l’orizzonte piatto è ancora lontano da raggiungere. Mi trovo sulle Piccole Dolomiti Lucane, una singolarità geologica dell’Appennino Meridionale. Riprendo il mio percorso verso il mare, attraverso il paesaggio osservato dall’alto e ne esploro i segni. Mi trovo in uno spazio modellato dal tempo e dall’acqua. Il territorio della Basilicata si sviluppa essenzialmente su quote montane e collinari. Continue azioni erosive generano estese aree calanchive mentre i materiali vengono portati a valle dai numerosi fiumi. Ed io non faccio altro che seguirne il corso”.

Antonio Di Cecco, nato nel 1978 a L’Aquila dove attualmente vive e lavora, è laureato in Ingegneria Edile-Architettura con una tesi in Composizione Architettonica. Si occupa di fotografia di paesaggio urbano e architettura, oltre all’analisi dei processi di modificazione dei luoghi, con interesse specifico per l’ambito montano. É rappresentato dall’agenzia fotogiornalistica Contrasto. Nel 2013 pubblica il volume In Pieno Vuoto. Uno sguardo sul territorio aquilano (Peliti Associati), a cura di Benedetta Cestelli Guidi, con testi di Laura Moro, direttore dell’ICCD; nel 2015 le immagini del progetto entrano a far parte dell’archivio dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. Attualmente è impegnato nel progetto Paesaggio culturale dell’Appennino sismico presso l’Istituto di Storia dell’Arte di Firenze.

È possibile visitare la mostra fotografica di Antonio Di Cecco fino al 30 settembre 2018 nei seguenti orari: lunedì - giovedì dalle 09.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 16.00, venerdì dalle 09.00 alle 13.00 e anche su appuntamento.

“Faszination Basilikata” (Il fascino della Basilicata). L’Istituto di Cultura di Amburgo nell’aprile 2018 dedica un focus alla Basilicata, attraverso un calendario fitto di eventi, con l’obiettivo di restituire l’immagine di un territorio culturalmente ricco e stratificato.

Gli appuntamenti previsti interessano un panorama ampio di ambiti culturali: la fotografia, l´archeologia, la storia dell’arte, il patrimonio monumentale, la cinematografia, la letteratura e la gastronomia.

In questa prospettiva, e nel quadro delle iniziative legate alla città di Matera capitale della cultura 2019, si intende promuovere presso il pubblico tedesco una conoscenza puntuale di contesti territoriali italiani meno conosciuti.

Come noto, tra i compiti istituzionali degli Istituti Italiani di Cultura, organismi ufficiali dello Stato italiano, vi è la diffusione e la promozione della lingua e della cultura italiane all’estero, attraverso l’organizzazione di eventi che favoriscano la circolazione delle idee, delle arti e delle scienze.

In tale contesto l’IIC di Amburgo ritiene che un approfondimento sulla Basilicata costituisca un’occasione decisiva per valorizzare la ricchezza e le variegate espressioni culturali della regione, al fine di accrescere qualitativamente l’interesse del pubblico tedesco verso il patrimonio materiale e immateriale lucano.  (Per consultare l’intero programma della rassegna iicamburgo.esteri.it/iic_amburgo/resource/doc/2018/03/digital_flyer_faszination_basilikata.pdf.)

“Faszination Basilikata” gode del patrocino della Regione Basilicata e della Università degli studi della Basilicata, del sostegno dell’Agenzia Nazionale del Turismo (Enit) e della collaborazione della Lucana Film Commission.

La partecipazione all’evento è gratuita. L’IIC di Amburgo si trova nella Hansastraße 6. dip

 

 

 

 

La pianista catanese Serena Chillemi in concerto in Baviera

 

Il 13 aprile si esibirà con il flautista e ottavinista Fernando Fracassi alle 20.00 alla Steinway Haus di Monaco di Baviera e il 22 aprile con il clarinettista Michele

 

Monaco di Baviera - Concerti in Baviera per la pianista catanese Serena Chillemi che il 13 aprile si esibirà con il flautista e ottavinista Fernando Fracassi alle 20.00 alla Steinway Haus di Monaco di Baviera e il 22 aprile con il clarinettista Michele Carulli nella Gemeindehaus der Chriistuskirche di Landsberg, dalle 19.00.

Sul palco con Chillemi a Monaco il flautista Fracassi: “ci siamo incontrati per caso circa un anno e mezzo fa alla Steinway Haus” spiega Chillemi “ed abbiamo deciso di iniziare una nuova collaborazione. Dopo un periodo intenso di prove siamo finalmente pronti per presentare il nostro primo programma da concerto”.

Il concerto sarà aperto da una sonata di Wolfgang Amadeus Mozart per poi proseguire con la sonata in La maggiore "Arpeggione" di Franz Schubert.

Nel secondo tempo ci sarà la presentazione dei brani inediti del compositore italiano Dionigio Canestrari. In chiusura l’Histoire du tango di Astor Piazzolla.

Nel concerto del 22 aprile a Landsberg, Chillemi sarà accompagnata dal clarinettista Michele Carulli. In programma musiche di Mendelssohn, Saint-Saens e Martinu und Poulenc. Appuntamento alla Gemeindehaus der Christuskirche dalle 19.00. dip 

 

 

 

Faust: un mito europeo - documentazione con mostra fotografica. L'inaugurazione il 18 aprile all'IIC di Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera – Verrà inaugurata all'Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera il 18 aprile alle ore 18.30 la mostra fotografica “Faust: un mito europeo”, che presenta una documentazione su tavole, con immagini e testi, di alcune singole interpretazioni, che, nel corso di mezzo secolo, hanno fondato la fama europea del Faust.

Al centro dell’esposizione vi sono le spettacolari immagini teatrali tratte da Faust I e II di Giorgio Strehler, presso il Piccolo Teatro di Milano e dal Faust-Burlesque di Aldo Trionfo rappresentato al Teatro Stabile di Torino.

La figura mitica del Doktor Faust entra a far parte già molto presto della storia della cultura europea. Alla prima trasposizione teatrale di Marlowe del 1590 si riallaccia, quattro secoli più tardi, il suo pendant italiano, il Faust-Burlesque di Carmelo Bene del 1966.

Libere interpretazioni in Francia, Portogallo, Ungheria, sino alla Russia, si moltiplicano nelle letterature dell’est e dell’ovest. L’influsso più forte esercitato dal Faust si scorge, inoltre, in maniera particolare, nella musica di Liszt, Schumann, Berlioz oppure nelle composizioni di Gounod e nell’opera Mefistofele di Boito. Il mito europeo di Faust affascina anche Gustav Mahler, dal quale trae ispirazione per la sua VIII Sinfonia, eseguita per la prima volta a Monaco di Baviera nel 1910. Come culmine espressivo della musica operistica moderna è da annoverare anche il Faust “italico”, in lingua tedesca, di Busoni.

La mostra, promossa in collaborazione con l'associazione Pro Arte, sarà visitabile sino al 19 maggio, dal lunedì al giovedì ore 10-13, 15-17 e il venerdì dalle ore 10 alle 13.30. L'idea e la realizzazione si devono ad Anna Zanco-Prestel e Marco Zanco. L'ingresso è libero. (Inform)

 

 

 

 

Due scuole di calcio a confronto: Rummenigge e Luca Toni a Monaco di Baviera

 

Monaco di Baviera - Tappa a Monaco di Baviera per "Anders miteinander - Diversi ma insieme. Italia e Germania nella prospettiva europea", ciclo di incontri promosso dall’Ambasciata italiana a Berlino per analizzare gli ambiti di collaborazione tra i due paesi.

Al centro dell’appuntamento bavarese il calcio con due grandi ospiti: Karl-Heinz Rummenigge e Luca Toni che il 19 aprile prossimo si confronteranno dalle 18.30 alla Münchner Künstlerhaus.

La storia, e soprattutto l’epica, del calcio italiano sono costruite in gran parte sull’incontro-scontro con il calcio tedesco: Italia-Germania 4 a 3, che è diventato perfino il titolo di un film, l’urlo di Marco Tardelli l’11 luglio del 1982 a Madrid (e il “non ci prendono più” del Presidente Pertini), Grosso e Del Piero negli ultimi due minuti dei supplementari della semifinale 2006.

Purtroppo però, non abbiamo sempre vinto, e in generale il nostro sistema calcio vive oggi un momento di grande fatica: l’ultima Champions League vinta nel 2010 (dall’Inter contro il Bayern) e quest’anno niente mondiali, per la prima volta da 60 anni.

Rummenigge e Toni, moderati da Bruno Longhi, si confronteranno su cosa ha imparato dall’Italia il calcio tedesco, e cosa potrebbe imparare del calcio tedesco l’Italia.

L’incontro – in lingua italiana e tedesca, con traduzione simultanea – è organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura di Monaco di Baviera in collaborazione con l’Ambasciata d'Italia a Berlino. (dip) 

 

 

 

 

Germania, torna libero Puigdemont

 

E' in libertà condizionata dietro cauzione: non potrà lasciare il Paese -

Di TONIA MASTROBUONI

 

BERLINO - Carles Puigdemont è uscito poco fa dal carcere tedesco di Neumuenster, dov’era rinchiuso da quasi due settimane. Ieri il Tribunale superiore dello Schleswig-Holstein ha deciso di concedere dietro cauzione la libertà condizionata per leader indipendentista catalano. In attesa della scarcerazione, Puigdemont ha twittato stamane che "Dobbiamo guardare al futuro con speranza e ottimismo perché abbiamo un diritto, il diritto di non lasciare che ci rubino il futuro. Dobbiamo rimanere attivi e non cedere mai”. Per oggi pomeriggio alle 18 l’ex governatore della Catalogna ha annunciato una conferenza stampa.

 

La decisione dei togati dello Schleswig di scarcerarlo e di respingere l’accusa di “ribellione” avanzata dai colleghi spagnoli è una buona notizia per Puigdemont e un colpo per il pesante castello accusatorio della Spagna. Il leader catalano tuttavia rimane a rischio estradizione, se i giudici tedeschi riterranno fondata l’accusa - minore - di malversazione di denaro pubblico. Dopo aver pagato 75mila euro di cauzione, Puigdemont sarà liberato e dovrà presentarsi ogni settimana alla polizia. Ovviamente non potrà lasciare il Paese. Lr 6

 

 

 

Intervista alla senatrice Laura Garavini. Il voto per posta va mantenuto

 

"Senatrice o senatore? "Senatrice". Al contrario di Francesca Alderisi, eletta al Senato col centrodestra nella ripartizione estera Nord e Centro America, Laura Garavini, Pd, preferisce essere chiamata senatrice, al femminile". A colloquio con Italiachiamaitalia.it, intervistata dal direttore Ricky Filosa, Garavini, che nella passata legislatura era stata eletta alla Camera dei Deputati, sempre col PD, "racconta come sta vivendo questo passaggio da Montecitorio a Palazzo Madama". Di seguito il testo integrale dell’intervista.

 

"Il Senato – dichiara - insieme alla Camera è il cuore della democrazia e ancora oggi le immagini degli antichi senatori romani danno anche plasticamente il senso di quanto si sia davvero al centro dell’esercizio democratico".

Garavini, ma anche tanti altri eletti come lei, vive questo clima, un po’ da primi giorni di scuola, con grande emozione: "Sono sicuramente giornate molto intense ma anche molto emozionanti, anche le prime operazioni, le registrazioni, la presa di possesso dei nuovi spazi. Il Senato inoltre si è dotato di un nuovo regolamento che entrerà in vigore proprio in questa legislatura. Dunque studiare, cercare di capire i meccanismi, per una legislatura che non sarà facile, impegnativa, ma che affronterò con lo stesso spirito di servizio di sempre".

La senatrice a Italiachiamaitalia.it spiega di sentire addosso "un grande senso di responsabilità, per il fatto che circa 35mila persone abbiano espresso la loro fiducia nei miei confronti". Garavini è risultata essere la più votata nel Vecchio Continente.

 

D. Sen. Garavini, vivrà questa legislatura all’opposizione?

R. Sono fortemente convinta del fatto che sia importante rispettare la volontà dell’elettorato, che ha dato una indicazione netta: il Pd deve stare all’opposizione. Dobbiamo rispettare questa volontà, facendo in modo che chi ha vinto vada al governo. Mi auguro però che per quanto riguarda le questioni degli italiani all’estero si riesca a evitare, anche dall’opposizione, che vengano messe in discussione le importanti riforme adottate in questi anni di governo.

D. Parliamo del voto all’estero. Ha seguito la vicenda denunciata dall’On. Fabio Porta, che riguarda possibili brogli elettorali in alcuni seggi di Buenos Aires?

R. Capisco la preoccupazione di Porta e la condivido.

D. In questa legislatura si riuscirà a mettere in sicurezza il meccanismo elettorale con cui votano gli italiani nel mondo?

R. Il Pd è la forza politica che si è resa promotrice da diversi anni di una proposta di legge in materia.

D. D’accordo, ma se poi né Parlamento né governo vogliono occuparsi del tema, a che serve?

R. Non ci sono stati i tempi per arrivare a trattare anche questa modifica elettorale. Ma la mia vera preoccupazione è un’altra…

D. Quale?

R. Che questo venga preso come alibi per eliminare il voto estero da forze politiche che hanno tra l’altro avuto un grande risultato alle elezioni.

D. Parli chiaro, senatrice.

R. Sia Lega che M5S sono stati artefici in passato di proposte di legge ed emendamenti che vanno in questa direzione. Mi auguro comunque che ci siano in questa legislatura le condizioni politiche per giungere a una rettifica del voto per corrispondenza.

D. Cosa farà Laura Garavini per evitare che il bambino venga gettato via con l’acqua sporca, ovvero che con l’alibi, appunto, di riformare il voto all’estero, questo venga eliminato?

R. Ho intenzione di ribadire l’importanza del voto degli italiani all’estero, frutto di lunghe battaglie. Come parlamentare presenterò una proposta di legge che andrà nella direzione di rivedere e migliorare tutta una serie di prassi, legate anche alle operazioni di scrutinio.

D. In sintesi, ci ricorda qual era la proposta del Pd per riformare la legge Tremaglia?

R. Andava nella direzione di introdurre l’inversione dell’opzione, ovvero il registro degli elettori, dunque una sorta di preiscrizione al voto: riceve il plico elettorale sono quel connazionale che ha dichiarato la volontà di votare.

D. Come alle ultime elezioni dei Comites.

R. Esatto. In quell’occasione questa cosa non ebbe un esito positivo, nel senso che ci fu una bassissima partecipazione. In futuro sarebbe necessaria una campagna informativa molto intensa, molto forte, da parte del governo, per consentire ai cittadini di preregistrarsi.

D. Voto elettronico, che ne pensa?

R. Potremmo in contemporanea iniziare a prevedere in via sperimentale anche l’ipotesi di un voto telematico. Ecco, credo che questa dovrebbe essere la soluzione.

D. Dunque lei manterrebbe il voto per corrispondenza?

R. Sì, sarebbe imperdonabile abolire il voto per corrispondenza.

D. Visti i possibili brogli e le tante irregolarità, alcuni suoi colleghi sostengono che vada abolito…

R. Non capisco. In altri Paesi, come la Germania dove vivo, il 70% delle normali operazioni di voto, per qualsiasi elezione, anche a livello nazionale, si svolge per corrispondenza. Se questo è possibile in Paesi molto democratici, perché non può farlo anche l’Italia?

D. Forse perché noi siamo italiani e non tedeschi?

R. Mi rifiuto di pensare che gli italiani non debbano essere un popolo civile, non in grado di rispettare le regole del voto. IcI 

 

 

 

 

“Montedoro” all’ Istituto Italiano di Cultura di Amburgo

 

Amburgo – Presso l’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo il 9 aprile, alle ore 19, sarà proiettato il film di Antonello Faretta “Montedoro” (Italia-Usa 2015). L’evento, a ingresso gratuito, rientra nella rassegna “Faszination Basilikata“ (Il fascino della Basilicata), organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo con il patrocino della Regione Basilicata e della Università degli Studi della Basilicata, e con il sostegno dell’Agenzia Nazionale del Turismo (Enit) e in collaborazione con Lucana Film Commission.

“Montedoro” è ispirato alla storia di Pia Marie Mann, nata in provincia di Matera (Basilicata) e cresciuta negli Stati Uniti. È il primo lungometraggio di Antonello Faretta , giovane regista lucano. La pellicola è stata girata a Craco, piccolo paese fantasma della Basilicata che nel 2010 è stato inserito nella lista dei monumenti culturali da salvaguardare del World Monuments Fund.

Un film con Pia Marie Mann, Giovanni Capalbo, Caterina Pontrandolfo, Luciana Paolicelli, Domenico Brancale, Mario Duca, Anna Di Dio.

“Montedoro”: “Una donna americana di mezza età scopre inaspettatamente le sue vere origini solo dopo la morte dei genitori. Profondamente scossa, e in preda ad una vera e propria crisi di identità, decide di mettersi in viaggio sperando di poter riabbracciare la madre naturale mai conosciuta. Si reca così in un piccolo e remoto paese dell’Italia del Sud, Montedoro. Al suo arrivo viene sorpresa da uno scenario apocalittico: il paese, adagiato su una maestosa collina, è completamente abbandonato e sembra non ci sia rimasto più nessuno. Grazie all’incontro casuale di alcune persone misteriose, quelle che non hanno mai voluto abbandonare il paese, la protagonista compirà un affascinante e magico viaggio nel tempo e nella memoria ricongiungendosi con gli spettri di un passato” (Noeltan Film).

(Programma della rassegna “Faszination Basilikata”: iicamburgo.esteri.it/iic_amburgo/resource/doc/2018/03/digital_flyer_faszination_basilikata.pdf.). Indirizzo dell’IIC di Amburgo: Hansastraße 6. (Inform)

 

 

 

Interventi. Necessario un punto di riferimento

 

È indispensabile che gli Italiani costretti ad emigrare abbiano un punto di riferimento al quale rivolgersi in caso di difficoltà o semplicemente per raccontare le proprie vicissitudini che possano servire da monito e da guida per chi si appresta a dovere intraprendere lo stesso cammino.

 

Come i Cinesi in Italia hanno creato punti vendita dei loro prodotti in tutto il mondo è ciò di sicuro con il supporto di tutte le loro istituzioni, così dovrebbero fare gli Italiani nel mondo.

Una parte di quei soldi che gli eletti restituiscono per essere destinati alle piccole e medie imprese, va utilizzata per le imprese di Italiani all’estero.

 

Fra gli uni e gli altri ci dovrebbero dei professionisti interlocutori con esperienze e con conoscenze nel settore.

 

Istituzione di facoltà universitarie per la formazione del personale e per la ricerca necessaria in un mondo che cambia ogni istante.

Giuseppe Tizza, Düsseldorf, Mobil 0049 174 31 631 71

 

 

 

Chi sono i nuovi ministri del governo Merkel

 

Berlino - "Cinque mesi dopo le elezioni e a seguito di tante traversie, Berlino è finalmente pronta a ricominciare a governare la Germania. Ma chi sono i nuovi Ministri scelti per il quarto mandato della Cancelliera Angela Merkel?". Lo spiega Emanuela Pessina in un articolo pubblicato oggi in primo piano dal DeutschItalia.com, giornale on line bilingue, diretto da Alessandro Brogani a Berlino.

"Un interessante articolo di Deutsche Welle si interroga su quanto effettivamente rappresentino la Germania.

Il Governo Merkel 2018 nasce da un patto di grossa coalizione fra i cristiano-democratici di Angela Merkel (CDU) e i socialdemocratici (SPD), i due maggiori partiti secondo i risultati delle elezioni dello scorso settembre. Nessuna novità, considerando che queste due forze governavano già per il precedente mandato della Cancelliera. Eppure, per comporre questo nuovo Governo sono serviti 171 giorni: alle ultime politiche, i cristiano democratici, insieme ai confratelli bavaresi cristiano sociali della CSU, e l’SPD hanno perso parecchi punti percentuali, dimostrando di non avere più la fiducia dei cittadini.

La profonda crisi dei maggiori partiti tedeschi andrebbe inserita in un contesto europeo più ampio di crisi degli ideali, ma nel concreto ha semplicemente portato gloria ad un partito di estrema destra, l’Alternative für Deutschalnd, una fazione di protesta che presenta gli immigrati e i rifugiati come la causa di buona parte dei problemi della Germania. Trovare l’accordo di coalizione non è stato facile.

Il nuovo Governo, tra l’altro, è nato sotto la stella del compromesso: i socialdemocratici hanno costruito la loro campagna elettorale su un deciso "no" alla grossa coalizione con il partito di Angela Merkel. L’accettazione del patto con la CDU è costata la testa dei due big della campagna elettorale dell’SPD, Martin Schulz (ex-candidato premier) e Sigmar Gabriel (ex-ministro degli Esteri). Pertanto entrambi gli schieramenti hanno deciso di giocare alcune carte particolari per riconquistare la fiducia del popolo tedesco.

Secondo l’interessante analisi che propone "Deutsche Welle", il quarto Governo di Angela Merkel ha scelto quasi interamente tedeschi "doc" e originari della parte ovest della Germania. Su sedici, solo un Ministro ha genitori che non siano tedeschi e cioè Katarina Barley (SPD), di origini britanniche e già ministro per le Pari opportunità, che si occuperà ora della Giustizia. Le uniche due personalità a provenire dalla ex-DDR, invece, sono la Cancelliera stessa e la giovane Franziska Giffey (SPD), che si occuperà del ministero della Famiglia e delle pari opportunità e che comunque ha vissuto poco della ex-Germania dell’Est. A 39 anni, Giffey ha già dimostrato le sue grandi capacità nella gestione di uno dei quartieri più problematici di Berlino: nella capitale tedesca ogni quartiere ha un proprio Consiglio dei delegati distrettuali e Giffrey è stata a capo di quello di Neukölln, dove la maggior parte dei residenti sono di origine non tedesche.

Dei sedici membri del Governo, sette sono donne: non male come quota, certo, ma non si può dire che i partiti abbiano puntato sul "fattore rosa" per riconquistare i loro elettori. Oltre alla Giustizia e alle Pari opportunità, tra i principali Ministeri assegnati alle donne abbiamo la Difesa, l’Ambiente e l’Istruzione. Ursula von der Leyen (CDU) rimane alla Difesa, nonostante i diversi scandali che hanno toccato l’esercito tedesco in questi ultimi anni, tra cui gruppi di estrema destra tra le fila delle truppe e molestie sessuali: von der Leyen è una dei politici più vicini alla Cancelliera Merkel. Il ministro dell’Ambiente, Svenja Schulze (SPD), proviene invece dalla politica regionale del Nord Reno-Vestafalia, dove era segretario generale dei socialdemocratici, e pare voglia puntare sulle energie rinnovabili. All’Istruzione, invece, troviamo Anja Karliczek (CDU), una scelta che rappresenta, secondo la stampa, la più grande sorpresa dell’attuale Gabinetto federale: secondo l’autorevole "Der Spiegel", Karliczek è da diversi anni membro del Parlamento, ma si è sempre occupata solo di politica locale e nasce come imprenditrice. La maggior parte di ministri sono stati scelti per la loro esperienza politica, Karliczeck è un’eccezione che sorprende.

Ad abbassare la percentuale delle donne nel Governo Merkel è la scelta dei propri ministri della CSU, che non ha paura a mostrarsi come la parte più conservatrice del Governo Merkel 2018. Tre ministri, tre uomini, tutti originari della Baviera. In particolare, il ministro degli Interni Horst Seehofer per la prima volta al Governo di Berlino. Seehofer si è già fatto notare in questi giorni per un’asserzione circa la non appartenenza dell’Islam alla Germania, cui Angela Merkel ha risposto smentendolo e spiegando che i 4 milioni di musulmani residenti su suolo tedesco non possono che appartenere al Paese.

Oltre alla decapitazione dei socialdemocratici, la grossa coalizione è comunque costata anche al partito di Angela Merkel: all’SPD sono andati infatti il ministero degli Esteri e quello dell’Economia, due fra le cariche più importanti nel Governo federale. Il nuovo ministro degli Esteri è infatti Heiko Maas (SPD), già ministro della Giustizia, mentre alle Finanze va Olaf Scholz (SPD), di professione giurista e già sindaco di Amburgo. Scholz sarà anche il vicecancelliere; qualche giornale tedesco lo ricorda anche per il disastro della gestione del G20 di Amburgo del 2017.

Non resta ora che aspettare le prime mosse del nuovo governo: la strada per riconquistare l’elettorato non è semplice, ma ci sono ancora 4 anni prima di raccogliere i risultati. O meglio, 4 anni meno 171 giorni". (aise 19.3.) 

 

 

 

Mentre Roma discute il Paese affonda

 

Tante incertezze e discussioni: Salvini o Di Maio o governo del Presidente? Intanto i problemi reali degli Italiani restano. E l’Europa è in ansia

 

 Il Segretario della Lega, Matteo Salvini, per “rispettare il mandato degli Italiani” che lo hanno votato, aspira ad essere il nuovo Presidente del Consiglio. Egli ha detto che farà di tutto per averne l’incarico e che, essendo due i partiti che hanno ottenuto più voti, è legittimo che le Presidenze delle Camere siano affidate a chi ha vinto le elezioni, quindi, “una andrà a un esponente del Carroccio e l’altra a un Cinque Stelle”. Da parte sua Berlusconi, alleato per il Centrodestra, ha affermato che Salvini “farà quanto in suo potere per evitare che si torni alle urne e per assicurare stabilità all’Italia”.

 Problema non facile da risolvere perché i Cinquestelle risultano essere i più votati, essendo stati eletti dal 32% dei cittadini, ma il Centrodestra (Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Noi con l’Italia) ha avuto il 37% dei voti, risultando prima coalizione. Una mancanza, in entrambi, di quel 50% necessario per nominare un Capo di Governo in grado di ottenere il via libera dal Parlamento. Il che impone a Mattarella di aspettare che i due partiti trovino un accordo con altri Parlamentari onde ottenere poi il voto di fiducia.

 Di Maio si dichiara ben disposto a collaborare con i partiti di sinistra su disegni di legge, compresa l’elezione dei Presidenti di Camera e Senato. Propositi che Matteo Renzi non accetta, in quanto non è disposto a rapporti con “gli estremisti”. Tanto da dire: “Non faremo da stampella a nessuno. Ripartire da zero, dall’opposi-zione, può essere una grande occasione”. Evidentemente trascurando il fatto che dai Piddini è considerato responsabile dei pochissimi voti ottenuti dagli elettori, i quali avevano anche, a dicembre, bocciato il referendum sulla sua proposta di riforma costituzionale.

 Ma se la Sinistra ha perso non è solo per colpa di Renzi. Che, certo, ha qualche responsabilità. Però anche il Governo retto da Gentiloni non ha fatto ciò che gli elettori di sinistra speravano realizzasse. Tra cui la riduzione degli stipendi dei politici, il raddoppio delle carceri o, come auspicato da Famiglia Cristiana e non solo, la “valorizzazione degli insegnanti, l’edilizia scolastica … maggiori investimenti nella ricerca scientifica, un fisco favorevole alle famiglie e politiche atte ad incentivare la natalità e contro la ghettizzazione”.

 E non solo. Gli Italiani, di destra o di sinistra, desiderano politiche che facilitino il rapporto lavoro e famiglia, comportino la riduzione delle spese militari ed un miglior servizio sanitario nazionale soprattutto al Sud, nonché l’aumento della lotta alla mafia e alla corruzione, l’eliminazione delle armi atomiche, le necessarie cure mediche, anche se il malato non ha un reddito sufficiente, l’assistenza domiciliare agli anziani e alle famiglie che se ne fanno carico, città meno inquinate da gas tossici e dai rifiuti, spiagge invase dal cemento.

 Desideri ai quali si aggiungono, secondo il giornalista del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, “i disagi provocati dalle rovine idrogeologiche che minacciano più regioni, dalle baby gang, dalla ripresa delle tossicodipendenze, dall’alcolismo al gioco d’azzardo… dalla crescente dispersione scolastica e disoccupazione giovanile in Italia, oggi al 32,2%”. Pericoli sui quali è necessario intervenire al più presto. Perché, come affermato da Papa Francesco, “non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario”.  Leggi non fatte e problemi non risolti che ora attendono il nuovo Governo.

 Intanto Di Maio, contraddicendo il Dna grillino, cerca appoggi, però solo per realizzare il “suo” programma, mentre Berlusconi è amareggiato dal sorpasso dell’alleato Salvini che ha promesso di cacciare seicentomila clandestini ed è contrario all’Unione Europea. Il che rende particolarmente difficile il compito del Capo di Stato, come recentemente rilevato anche dallo Spiegel, settimanale tedesco con grandissima tiratura.

 A chi dunque affiderà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’incarico di formare il nuovo Governo dopo e consultazioni al Quirinale? A prima vista non sarà una crisi breve né indolore. Lega e Cinquestelle potrebbero allearsi su un programma minimo: spartizione delle cariche di presidente di Camera e Senato, abolizione della legge Fornero sulle pensioni, riscrittura dei trattati con l’Europa, blocco dell’immigrazione clandestina, nuova legge elettorale. In altro caso Mattarella potrebbe formare un “Governo del presidente” nominando Premier una persona importante, meglio se non politica, o istituire un Esecutivo a termine, con un programma limitato su alcuni punti stabiliti, per esempio una nuova legge elettorale. Quella che può finalmente dare all’Italia un minimo di stabilità.  

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

Risultati elettorali in Italia: qualche illusione in meno.

 

Di queste elezioni c’è almeno un risultato positivo che merita di essere apprezzato: le frange sparse ed i gruppuscoli di sinistra sono stati spazzati via. E poiché dopo tutto quello che ha fatto il PD per sottomettersi al diktat neoliberista, con le assurde “controriforme” per spogliare i lavoratori degli ultimi resti dei diritti dolorosamente conquistati dalla passate generazioni, nessuno può seriamente ancora chiamare questo partito socialista, si deve prendere atto che l'illusione di una “sinistra” in Italia è finita. Le promesse delle destre resteranno anch’esse illusioni, poiché di tutti gli slogan razzisti e xenofobi non si farà fortunatamente nulla: in pratica, le decisioni corrispondenti sono e saranno prese non a Roma ma a Bruxelles, per non dire direttamente a Berlino. E proprio lì le destre sono più forti ancora, nonché più xenofobe, e non permetteranno certo che in Italia si mandino via stranieri che poi arriverebbero da loro. Dunque al massimo verrà in Italia la cancelliera Merkel a stipulare un trattato simile a quello spudoratamente concluso con un dittatore DOC come Erdogan.

Ciò che rimane è, naturalmente, un mucchio di macerie. Qualcosa che facilmente si poteva prevedere 5 anni fa. Dopo la liquidazione doverosa del berlusconismo l’Italia era divenuta un “protettorato” governato di fatto dalla Commissione Europea, prima coi governi Monti e Letta e le “riforme” assurde loro imposte dall’UE che avevano unicamente fatto aumentare il già pauroso deficit pubblico.

La situazione è infine degenerata a tal punto che il successivo governo Renzi può ben essere definito una gestione da “esecutore fallimentare”: tutti i problemi si sono aggravati, per nessuno di essi si è visto anche un abbozzo di soluzione, tanto che l’Italia, pur la terza potenza industriale in Europa, è stata ridotta a fanalino di coda dell’ Unione Europea. A centinaia di migliaia di giovani – i più volenterosi e qualificati – hanno man mano capito e sono fuggiti dal Paese.

Questa tremenda involuzione era tutt’altro che inevitabile: si poteva invertire la rotta e si era ancora in tempo. Invece ecco l’ondata “populista”.

Il termine “populista” è forse il più inflazionato nella terminologia contemporanea, un’etichetta diffamatoria con cui chi non ha contro argomenti si sottrae così comodamente dal prendere seriamente in esame i pareri dei dissenzienti e soprattutto di fare la fatica di esaminare i problemi veri che non si possono nemmeno nominare per ragioni di “politicamente corretto”. Come nell’Unione Sovietica i dissidenti venivano chiamati “controrivoluzionari” cosí nell’Unione Europea (che con le sue continue annessioni di Paesi dell’Est post-comunista sta divenendo a sua volta una brutta copia della UDSSR) i dissidenti sono tutti indistintamente “populisti”. I partiti tradizionali si sono abbondantemente serviti di questa etichetta diffamatoria contro coloro che contestavano le loro politiche assurde e fallimentari, salvo a trovarsi poi di fronte ad una crescita del dissenso che li sta meritatamente travolgendo. La Storia punisce chi non ascolta il segno dei tempi si era detto a proposito dei regimi comunisti: il discorso vale altrettanto se non di più per quelli che continuano a definirsi – con sempre meno diritto – democratici.

Dalle elezioni del 4 marzo scorso sono usciti “vincitori” due schieramenti appunto “populisti”, uno definito dai media “di destra” (Lega e soci) l’altro, il Movimento 5 Stelle, definito di “sinistra”, anche se, esso si autodefinisce né di destra né di sinistra: con piena ragione poiché l’accozzaglia di promesse elettorali che lo contraddistinguono difficilmente si possono ricondurre ad uno dei due tradizionali schieramenti.

Cinque anni or sono era stato fin troppo facile diffamare il Movimento 5 Stelle come “populista, guidato da velleitari inesperti”.  Allora tuttavia le proposte che avanzava, se attuate, avrebbero risparmiato all’Italia un lustro di progressiva decadenza economica e sociale: uscita dalla moneta unica, revisione dei trattati europei, recupero della sovranità.

Quest’ultimo obiettivo, che la falsa sinistra subito e scioccamente aveva dichiarato “bieco nazionalismo” ci ha infine regalato l’affermazione delle destre ed in particolare della Lega, che abbandonata furbescamente la contrapposizione fra Nord e Sud, è divenuta partito nazionale.  Il recupero della sovranità nazionale contro il suo svuotamento e la sua cessione incontrollata alla burocrazia di Bruxelles è stato in tutta Europa l’obiettivo delle destre: se le sinistre ignorano un problema c’è subito chi se lo fa proprio, ovviamente per i suoi interessi di bottega.

 Tutti coloro che condannarono allora il Movimento 5 stelle e lo considerarono un fenomeno temporaneo si sono completamente sbagliati. Come purtroppo quelli che, come me, avevano sperato con esso desiderato l'inizio di un rinnovamento della politica italiana.

Al contrario, il M5S, auto-esclusosi da una partecipazione al governo, fin da allora si era posto l’obiettivo di andare comunque al potere, abbandonando se necessario uno dopo l’altro tutti i punti qualificanti che lo avevano contraddistinto e sostituendoli appunto con promesse “populiste” (es. il reddito di cittadinanza, che se in sé potrebbe essere misura sensata in un’economia in crescita, nelle attuali condizioni di stallo economico è promessa fasulla ed insostenibile: non si può sostituire la mancanza di lavoro con un reddito garantito!).

Senza una ricostruzione industriale quale base di uno sviluppo sostenibile, come ogni serio economista ammette e spiega, l’Italia non uscirà mai dalla crisi, e questo sviluppo, per l’Italia come per tutti i Paesi mediterranei, è possibile unicamente uscendo dalla moneta unica e rinegoziando i trattati europei.

Le recenti elezioni dimostrano inoltre che l'Italia non è più un'eccezione nell'UE, l’avanzata delle Destre è esattamente analoga a quella di tutti gli altri Paesi (Olanda, Francia, Austria, Polonia ecc. ecc.) e in modo ancor più massiccio della Germania.

Una situazione che dovrebbe preoccupare chi non ha dimenticato le lezioni della Storia. Anche se tanti si affannino a negarli, i fatti sono testardi: diffamare gli elettori per aver fatto le scelte "sbagliate" è ridicolo oltre che prova ulteriore di assoluta mancanza di democraticità.

Meglio sarebbe, invece di mettere la testa sotto la sabbia, se i responsabili di questo disastro dalle dimensioni europee cominciassero a farsi un esame di coscienza ed a chiedersi se la vera causa dello spostamento verso destra in tutta Europa non sia esattamente la conseguenza della svendita della sovranità dei singoli Stati ad una UE assolutamente antidemocratica e oligarchica, guidata dalle lobby e fervida credente della religione neoliberista nella sua variante più fondamentalista.

 

L'illusione degli "Stati Uniti d'Europa" (che rivela una assoluta e irrimediabile ignoranza della storia da parte di coloro che propugnano questa idea sciocca e ingenua) è servita a coprire gli enormi interessi delle oligarchie finanziarie ed è stata pagata con l’ erosione della sovranità dei singoli stati e la loro svendita alla burocrazia senz’anima ma ben foraggiata di Bruxelles. La rinascita dei nazionalismi è dunque la risposta inevitabile a questa politica irresponsabile e devastante. I partiti di sinistra in tutta Europa si erano avvolta in questa illusione pur di partecipare al banchetto: hanno raccolto soltanto le briciole ed ora sono stati smascherati e spazzati via.

Ci sono molti scenari possibili per un “governicchiolo” in Italia, ma sono tutti uno peggio dell'altro.

M5S + PD? Ambedue questi schieramenti politici sono dichiaratamente succubi al diktat di Bruxelles, con un tale governo l’Italia finirebbe peggio che la Grecia dopo l’infame tradimento del rinnegato Tsipras, che aveva ingannato il popolo con un falso referendum i cui risultati poi aveva capovolto obbedendo al diktat germanico.

M5S + alleanza con le Destre? Sarebbe un “deja vu”, come il governo Tambroni negli anni 60’ coi neofascisti. È pur vero che la soglia della vergogna si è continuamente abbassata in questi anni, ma sarebbe il colmo; tuttavia visti i precedenti nemmeno questo ormai si può escludere date le circostanze. E i parlamentari italiani notoriamente non si fanno scrupoli a fare i voltagabbana e una volta entrati in Parlamento cambiano partito più spesso della biancheria intima.

Quindi, quale risultato del 4 marzo scorso, in alternativa rimangono soltanto luride "ammucchiate" o nuove elezioni, anche se probabilmente nemmeno queste non porterebbero a nulla di nuovo.

Soltanto la prossima ed inevitabile crisi potrebbe ricondurre alla ragione: che venga essa scatenata dal protezionismo degli Stati Uniti o per effetto dell’insostenibile debito creato dalla Banca Centrale Europea col folle "whatever it takes” di Mario Draghi e gli acquisti insensati di obbligazioni=carta straccia. Una politica che volge inevitabilmente alla fine, e quindi non occorre essere profeti per capire che l'accumulazione del debito colpirà le finanze nell'UE - se non in tutto il mondo - come uno tsunami. Sarà una pulizia dolorosa ma salutare, non solo per la politica europea. Come potrebbe configurarsi invece un vero rinnovamento politico ed una rinascita economica (oltre che democratica, culturale, sociale) sia in Italia che in Europa?

Basterebbe guardarsi intorno: tutti i Paesi dell’UE che NON avevano aderito all’euro hanno superato con poche o nessuna difficoltà la crisi del 2008 e sono in crescita economica ininterrotta: quelli scandinavi come quelli dell’Europa dell’Est. Chi volesse imparare dai fatti evidenti per prendere decisioni fondate dovrebbe dunque ammettere il fallimento dell’euro e come primo passo inevitabile programmare la fine meno dolorosa possibile di questo assurdo esperimento. Come primo passo basterebbe il ritorno all’ECU, cioè al serpentone monetario, con tassi di cambio concordabili. L’ UE dovrebbe inoltre ritornare alle origini, snellita di tutto quanto la sta conducendo ad una fine poco onorevole ma inevitabile: ma nemmeno il Brexit sembra aver insegnato nulla.

Il trattato originario firmato a  Roma nel 1956 dovrebbe essere ripreso per capire quale errore madornale di rotta è stato compiuto coi successivi trattati di Maastrich e Lisbona. E la Commissione Europea, l’organo meno democratico che si possa immaginare al mondo, dovrebbe essere o eliminata o ridimensionata quale semplice istanza di coordinamento per accordi commerciali bilaterali o multilaterali. Il costosissimo Parlamento UE, tanto ridicolo quanto inutile anche perché assolutamente privo di poteri sostanziali, dovrebbe essere abolito, insieme a tutti i trattati successivi a quello del 1956. Invece della Commissione Europea nella sua forma attuale servirebbe un organismo rappresentativo comune, col solo scopo – in analogia all’ ONU - di dirimere eventuali conflitti interni e garantire la pace in Europa.

E come logica conseguenza, in un non troppo lontano futuro, con certo difficili negoziazioni con gli USA, anche la NATO - come già avvenuto per il Patto di Varsavia – dovrebbe essere sciolta.

La strada per una rinascita europea appare dunque molto lunga: dove manca il coraggio di prendere le decisioni sensate ma difficili, sono sempre le circostanze ad imporre le loro decisioni, che sono anche le più dolorose.

Allo stato attuale delle cose non si vede purtroppo il minimo segno di ravvedimento: gli sventurati governanti europei e non solo quelli italiani, continuano ad ignorare la realtà ed a fingere come i cortigiani della nota favola, di tenere lo strascico dell’abito inesistente dell’imperatore (che in realtà è una Cancelliera senescente).

Ma nonostante quasi un’ intera generazione sia già andata perduta, in Italia come e negli altri paesi del Mediterraneo, non si vede la minima traccia di ravvedimento. Come sempre nella storia, saranno i fatti inevitabili e le  crisi a  costringere alla ragione.

Graziano Priotto, Praga/Costanza (de.it.press)

 

 

 

La procura tedesca chiede l’estradizione in Spagna di Puigdemont per “ribellione” e “appropriazione indebita di fondi”

 

L’ex presidente della Catalogna è agli arresti in Germania dal 25 marzo

La procura generale dello Schleswig-Holstein ha chiesto al tribunale tedesco competente l’estradizione in Spagna dell’ex presidente della Catalogna Carles Puigdemont, che è agli arresti in Germania dal 25 marzo. Lo riferisce l’ufficio del procuratore.  

 

«L’ufficio del procuratore del Land dello Schleswig-Holstein ha chiesto alla Corte superiore regionale un mandato di estradizione contro l’ex presidente regionale catalano Carles Puigdemont», scrive la procura, spiegando di avere riconosciuto la validità nel diritto tedesco dei due capi d’accusa di Madrid a carico di Puigdemont, cioè «ribellione» e «appropriazione indebita di fondi», ma precisando che la decisione finale andrà presa nei prossimi giorni dalla Corte tedesca competente. 

 

Puigdemont è stato arrestato a sorpresa domenica 25 marzo in Germania, mentre tornava dalla Finlandia in Belgio, dove vive in esilio auto-imposto da quando è fallito il tentativo di indipendenza della Catalogna a ottobre scorso. L’arresto è giunto due giorni dopo che un giudice spagnolo ha riattivato il mandato d’arresto internazionale per Puigdemont e altri leader separatisti.  

 

Poco dopo l’arresto i giudici tedeschi hanno ordinato che Puigdemont rimanesse in custodia a Neumuenster, nel nord della Germania, in attesa della decisione sull’eventuale estradizione in Spagna. I media tedeschi avevano riportato che la richiesta di estradizione era complicata dal fatto che l’accusa di ribellione, che Puigdemont affronta in Spagna e che prevede una pena massima di 30 anni di carcere, non è reato in Germania.  

 

Nel giorno di Pasqua centinaia di sostenitori dell’indipendenza della Catalogna avevano marciato a Berlino per chiedere il rilascio di Puigdemont, sfilando dalla Porta di Brandeburgo fino alla sede del ministero della Giustizia. 

Intanto, lo staff legale tedesco che assiste il leader indipendentista ha presentato ricorso contro l’atto formalizzato dal procuratore dello Schleswig-Holstein. «Siamo davanti ad un caso eccezionale per la sua rilevanza, per la componente politica e per la violazione dei diritti fondamentali che è stata commessa nel paese d’origine». Puigdemont «sa chiaramente di essere un prigioniero politico ed è consapevole del fatto che lo stato spagnolo cercherà di fargli pagare tutto fino in fondo. È pronto a questo».  

Il tribunale superiore del Land dovrà ora analizzare la documentazione e verificare se esistano elementi a sostegno delle accuse. Secondo un portavoce del tribunale, la legge non fissa limiti di tempo per la decisione. È plausibile, però, che il verdetto arrivi entro la fine della settimana.  LS 3

 

 

 

Ue, Macron riceve Merkel: "Voto italiano ha scosso la Ue"

 

Obiettivo di questo primo incontro: ribadire l'impegno per riaccendere il motore dell’Europa, lavorare alla road map promessa da tempo e che dovrebbe essere pronta entro l'estate. Tra le priorità segnalate dall'Eliseo c'è ovviamente il fronte immigrazione - dalla corrispondente Anais Ginori

 

PARIGI – Non nascondono preoccupazione per quanto succede in Europa, ma anche in Italia, soprattutto dopo che il voto del 4 marzo ha evidenziato una crescita di posizioni estreme. Angela Merkel, arrivata oggi all’Eliseo per il primo incontro dopo l'inizio della nuova GroKo, ed Emmanuel Macron, hanno avuto una 'lunga riunione di lavoro'. I due leader non hanno mai smesso di vedersi e parlarsi in questi lunghi mesi di trattative per formare la coalizione di governo tedesco, ma adesso l'asse franco-tedesco torna a essere 'pienamente operativo' sottolineano fonti dell'Eliseo.

 

Ed entrambi i leader guardano agli impegni futuri: "Il lavoro che ci aspetta è importante in un contesto europeo profondamente scosso da Brexit e dalle elezioni italiane che hanno visto montare gli estremi e che ci hanno permesso di toccare con mano le conseguenze di una lunga crisi economica e le sfide migratorie a cui non abbiamo saputo rispondere", ha detto il presidente francese in conferenza stampa congiunta a Parigi con la cancelliera tedesca.

 

Obiettivo di questo primo incontro di oggi è stato quello di ribadire l'impegno per riaccendere il motore dell’Europa, lavorare alla road map promessa da tempo e che dovrebbe essere pronta entro giugno. Una tabella di marcia ben precisa, "chiara e ambiziosa": "È il nostro compito entro giugno: sulla zona euro, sui migranti, la politica di difesa, il commercio, la ricerca, l'istruzione, ci proporremo una chiara, ambiziosa  tabella di marcia per la rifondazione (dell'Ue)) entro giugno", ha detto il presidente francese. "È indispensabile costruire questa nuova ambizione per l'Europa", ha insistito. Tra le priorità segnalate dall'Eliseo c'è ovviamente il fronte immigrazione che, come si è visto con il voto in Italia e ancora prima con il successo dell'Afd in Germania, è diventato il vero carburante dei populismi e delle forze antieuropeiste. Parigi e Berlino vogliono impegnarsi per finalizzare la riforma degli accordi di Dublino, ovvero le attuali regole per i richiedenti asilo, e riproporre un meccanismo di solidarietà per la ripartizione dei rifugiati. "Germania e Francia devono fare da guida dando l'esempio - ha detto la cancelliera -. Vogliamo raggiungere un accordo su questioni che comprendono la stabilizzazione permanente e sostenibile dell'Euro, garanzie per la competitività e un piano congiunto sull'asilo".

 

Sul tavolo del rilancio europeo anche la cooperazione nella Difesa, tema che procede spedito e – sottolineano all’Eliseo – con la partecipazione di molti più paesi membri di quanto previsto fino a qualche mese fa. Infine c'è il tormentone sulle nuove tappe per raffozare l'integrazione dell'eurozona. All'Eliseo fanno notare con ottimismo che il contratto di coalizione con l'Spd menziona il rilancio europeo al primo posto e parla della creazione di un generico 'fondo di investimento' per l’eurozona, ma in realtà resta la riluttanza tedesca a fare alcuni passi importanti voluti da Macron come la nomina di un ministro delle Finanze dell’eurozona con un bilancio proprio. 

 

CASO SPIA RUSSA. Sia il presidente francese che la cancelliera tedesca hanno ribadito la totale solidarietà alla Gran Bretagna per il caso Skipral. "Condanniamo l'ingerenza russa - ha detto Macron -. Tutto porta a credere che sia stata la Russia a condurre questo tentativo di assassinio" sul suolo britannico. "Sono in molti a pensare che la Russia sia responsabile ed è bene che il governo britannico abbia posto questo problema sul scala internazionale". "È una situazione estremamente difficile", studieremo "insieme la reazione più appropriata". LR 16.3.

 

 

 

 

Quarto mandato. Russia: Putin, rielezione nel segno di continuità e conservazione

 

In ultima analisi sarà stato il 67% degli elettori a decidersi di andare a votare domenica  in Russia. E i voti a favore della rielezione di Vladimir Putin alla presidenza hanno raggiunto il 76%. Nessun senso di fatica o di sconforto, dunque: i russi vogliono proprio quest’uomo alla loro testa, checché ne pensi il resto del mondo. Non è una semplice infatuazione. Se si considerano anche gli anni ‘ponte’ della presidenza Medvedev, Putin è al comando dal 1999: una forte continuità non priva di problemi, interni e internazionali. Molti pensano che potrebbe essere giunto il momento di tentare qualche profonda riforma politica, o quanto meno economica. Tuttavia è molto difficile sperare che tali mutamenti possano arrivare per cortesia di Putin.

Riforme, più barriere che spinte

Anche al di là di importanti interessi privati che potrebbero rendere difficile ogni discorso riformista, rimane la profonda convinzione di buona parte del popolo russo che gli ultimi riformisti, Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin, siano i primi responsabili delle umiliazioni e delle perdite di ruolo e rango internazionale sperimentate in quegli anni. Questo sembra pensare anche il neo-rieletto presidente ed è una possente barriera contro il mutamento. Il    blocco delle riforme è pure dovuto al peggiorare delle relazioni tra la Russia, i principali  Paesi europei e gli Usa, dopo la vicenda del tentato assassinio di una ex-spia russa, e di sua figlia, nel Regno Unito.

Si è creata così una sorta di aspettativa, rimasta peraltro del tutto insoddisfatta, per nuovi annunci mediatici cui non ha corrisposto alcuna seria iniziativa politica. Una rielezione nel segno della conservazione dunque, che dovrebbe almeno in parte tranquillizzare quella parte del popolo russo che non può comunque fare a meno di porsi qualche domanda sulla debolezza del tasso di crescita dell’economia,  sulla prosecuzione del conflitto in Ucraina, sui crescenti costi umani di una presenza militare così forte in Siria, eccetera.

Chiusure nazionaliste e interessi comuni 

Una rielezione infine anche nel segno della chiusura nazionalista: ringraziare la Gran Bretagna per le accuse “che hanno contribuito a compattare il popolo russo contro gli attacchi stranieri” è uno sberleffo polemico che non favorirà la distensione. Ma questa durezza e contrapposizione sembrano essere divenute la cifra dell’ultimo Putin: una indicazione preoccupante, se consideriamo che questo dovrebbe essere, salvo sorprese, l’ultimo suo mandato presidenziale, e che il Cremlino sembra molto interessato a scoprire rapidamente l’identità del successore favorito.

Nel frattempo, questa rielezione non muta il quadro internazionale, né in bene né in male. Con Putin, ad esempio, abbiamo alcuni interessi comuni: la lotta al terrorismo, il contrasto alla proliferazione nucleare (non la sua naturalmente, ma quella dei Paesi terzi), una maggiore stabilità nel Medio Oriente, la sicurezza energetica. Sotto questi titoli generici si nascondono anche molte diversità nei dettagli, ma grosso modo è possibile immaginare alcune prudenti collaborazioni. Il problema è quello di riuscire a combinare la collaborazione in un settore e il permanere della contrapposizione in altri settori: ci riuscivamo piuttosto bene negli anni della Guerra Fredda tra Est ed Ovest, ma oggi la situazione si è fatta più confusa e quindi anche più difficile da gestire.

Anche perché una simile politica richiede una forte unità d’azione tra i Paesi dell’Unione europea: c’è qualcuno che è disposto a scommetterci? Stefano Silvestri, AffInt 20

 

 

 

 

 

 

Russia, un dilemma per l’Europa e l’occidente

 

C’è nella storia russa una caratteristica che dura ormai da qualche secolo: l’irresistibile pulsione di avere ambizioni e obiettivi spropositati rispetto alle proprie forze, con risultati sistematicamente negativi. È un atteggiamento che riscontriamo nella storia di molti Paesi, ma che per la Russia sembra essere una costante.

Nell’Ottocento perse il “grande gioco” con la Gran Bretagna ai confini con l’India solo per buttarsi nell’avventura suicidaria di una guerra con il Giappone. Invece di riflettere sulle ragioni della sconfitta, cercò compensazioni in un avventurismo balcanico che fu fra le cause principali della Prima guerra mondiale e che condusse alla sconfitta e alla rivoluzione del 1917. Uscita vittoriosa a prezzo di venti milioni di morti dalla guerra successiva, l’Unione sovietica s’illuse di poter superare l’Occidente, disperse le proprie forze nei teatri più disparati, dall’Asia all’Africa, sino all’America Latina e perse rovinosamente la Guerra Fredda.

L’avventurismo di Putin

Ora Vladimir Putin – che si prepara alla quarta riconferma al Cremlino – sta lanciando il suo Paese in una nuova avventura il cui scopo sembra essere ancora una volta di approfittare delle debolezze e delle apparenti divisioni dell’Europa e dell’Occidente per riconquistare un ruolo di grande potenza. I fatti sono sotto gli occhi di tutti: violazione flagrante del diritto internazionale in Ucraina, continue provocazioni ai confini della Nato, intervento spericolato in Siria e ora nel Mediterraneo, plateale interferenza nei meccanismi politici dei nostri Paesi.

Cosa spinge Putin, peraltro statista abile e accorto, verso un simile avventurismo? In primo luogo la sicurezza ereditata dalla storia che il Paese per la sua stessa mole geografica è di fatto non conquistabile da un esercito straniero: lo dovettero capire i mongoli, poi i polacchi, poi Napoleone e infine i tedeschi. E poi la sua indubbia potenza militare, accompagnata da un’indiscussa capacità diplomatica. Il fatto di poter contare sul nazionalismo di un popolo avvezzo ai più duri sacrifici. Infine, la recente disponibilità di grandi risorse energetiche.

Putin vive però in uno stato di ebbrezza che gli fa dimenticare fattori strutturali ben più importanti. La Russia ha dimostrato di non sapere uscire da un sistema politico autocratico che al contrario di quello cinese è incapace di modernizzare e sviluppare l’economia. Il Paese ha oggi un Pil di poco inferiore a quello italiano, con una crescita asfittica ritrovata di recente solo grazie alla ripresa del prezzo degli idrocarburi.

La sua forza militare, rilanciata dopo la cattiva prova data nella guerra in Georgia, è incontestabile. Tuttavia, la Russia spende per la difesa oltre il 3% del Pil e difficilmente potrebbe fare di più. Se la sola Germania raggiungesse l’obiettivo Nato del 2% di spese militari, avrebbe un bilancio di gran lunga superiore a quello russo. Helmut Schmidt, famoso per i suoi giudizi icastici, definiva l’Urss “Gabon con l’arma atomica”; la realtà non è molto cambiata.

L’errore di strategia degli europei

Poiché né la strategia di Putin, né i problemi strutturali del Paese sono destinati a cambiare nel prevedibile futuro, cosa devono fare l’Europa e l’Occidente? Per prima cosa, dobbiamo essere coscienti degli errori commessi. Il più importante è stato strategico. Ci convincemmo che i russi condividevano la nostra analisi sulla fine della Guerra Fredda e che – come Germania, Italia e Giappone dopo la Seconda guerra mondiale – avessero un solo desiderio: diventare europei e occidentali.

La reazione russa è invece stata un diffuso desiderio di rivincita e senso di umiliazione. L’errore di analisi ci ha condotto a essere troppo arroganti nella caotica transizione dell’era Eltsin, quando forse un’altra evoluzione sarebbe stata possibile. Ci sono poi stati altri errori più concreti come un allargamento della Nato troppo frettoloso e l’improvvida promessa d’inclusione anche di Georgia e Ucraina. Riconoscerlo non deve tuttavia farci credere che il film avrebbe potuto essere sostanzialmente diverso. Ciò che spinge Putin all’avventura è più profondo e non modificabile.

Bisogna quindi abbandonare l’illusione che sia possibile con la Russia un accordo globale. Ciò che vogliamo da lui Putin non può e non vuole darcelo perché un popolo inebriato di nazionalismo lo considererebbe una capitolazione. Né possiamo noi dargli ciò che chiede: il riconoscimento di una zona di influenza in Europa orientale e nel Mediterraneo.

Ciò in particolare rende nell’immediato impossibile una soluzione stabile per l’Ucraina, anche se è importante continuare a premere perché gli accordi di Minsk siano rispettati.

Spiragli di dialogo

La Russia resta però un interlocutore inevitabile in molti campi. Bisogna quindi continuare a discutere su ogni questione dove è possibile trovare un’intesa sia pure provvisoria e parziale. È il caso della Siria, del futuro dell’accordo nucleare con l’Iran e, più in generale, del Mediterraneo. Bisogna però essere consapevoli che ogni eventuale accordo avrà meno la caratteristica di uno scambio, ma piuttosto della presa d’atto di una puntuale convergenza di interessi.

Per il resto, bisogna continuare gli sforzi per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia, mantenere la pressione e soprattutto le sanzioni. Negli anni passati, Barack Obama appaltò di fatto il problema ucraino all’Europa, e in particolare alla Germania. Dobbiamo sperare che la politica ondivaga dell’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, non complichi le cose. La capacità di tenuta dell’Europa su questo fronte è più grande di quanto fosse un paio di anni fa.

Nel frattempo, c’è stato l’inizio – sperando che duri – del riflusso delle forze euroscettiche che in tutti i Paesi europei esprimono una vistosa simpatia e spesso anche legami organici con la Russia. Dobbiamo soprattutto mantenere la consapevolezza che il prezzo che paghiamo nel breve periodo è incomparabilmente inferiore a quello che paga la Russia nel medio periodo. Senza accesso alla tecnologia europea e al nostro contributo al suo sviluppo, la Russia non ha nessuna speranza di modernizzarsi in modo endogeno.

La cosiddetta “carta cinese” che viene spesso agitata è in realtà vuota perché comporterebbe per la Russia un prezzo di lungo periodo di gran lunga superiore. Ci vorrà tempo, ma la conseguenza è inevitabile, come lo fu a suo tempo per l’Urss. Possiamo poi sempre sperare che l’anima europea del Paese, nei secoli sempre sconfitta, trovi un giorno modo di trionfare. Riccardo Perissich IPG 17

 

 

 

Il cambio

 

Il Bel Paese, post elettorale, continua a riportare una crisi “anomala”. Però, se l’ottimismo è l’arma dei forti, il realismo è quello degli onesti. Le vie di mezzo non c’interessano. Farebbero, tra l’altro, perdere altro tempo per assicurare un futuro meno tormentato all’Azienda Italia. L’unico primato, vero, è che il nuovo Parlamento ha da concretare problemi legislativi che Gentiloni ha lasciato in sospeso. Per il passato, abbiamo evidenziato sensazioni di speranza; se non d’ottimismo. Anche per noi, è difficile fare delle previsioni in favore del Popolo italiano. Riconosciamo, però, qualche segnale di buona volontà. Ma tra il recepire e il fare lo spazio resta immenso. Vivere nel Bel Paese resta un problema.  Le esternazioni non ci interessano. Tirare avanti non sarà più agevole che per il passato.

 

 Riprenderanno, anche se non si sono mai interrotte, le dispute politiche e le strategie che non hanno portato a nulla. E’ vero: il 2018 è ancora tutto da “scoprire”. Intanto, si prospetta un futuro d’incertezze. L’Italia è ancora in crisi d’identità. Ma per “dare”, secondo noi, bisognerebbe “avere” ciò che, invece, non c’è.

 

 Comunque, questa primavera sarà politicamente impegnata. Almeno nella ripresa dei provvedimenti normativi già elaborati. Non intravediamo, tuttavia, quei “piccoli” passi che riteniamo indispensabili per riprendere un percorso positivo veramente nuovo nella Penisola. Il cambio stagionale, dopo tante questioni meteorologiche e politiche, dovrebbe indirizzare l’Esecutivo verso quella serie di provvedimenti operativi che la precedente Legislatura aveva solo menzionato.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Per una democrazia dei valori. Una riflessione sempre...attuale

 

In uno scritto del 1986 l'allora cardinale Joseph Ratzinger, alla domanda “Che cosa minaccia oggi la democrazia?” rispondeva, con profetica lucidità: “C'è innanzitutto la incapacità di fare amicizia con l'imperfezione delle cose umane: il desiderio di assoluto nella storia è il nemico del bene che è nella storia”. Il professor Ratzinger intendeva mettere in guardia rispetto alla tendenza a quell'utopia secondo la quale il passato sarebbe da considerare “una storia di non libertà […] e che finalmente ora, o tra poco, si potrà o si dovrà costituire la società giusta”. Voleva altresì ricordare che “né la fede né la ragione sono in grado di prometterci un mondo perfetto”.

 

Da queste premesse consegue che il futuro della democrazia pluralistica che abbiamo conosciuto nel mondo che chiamiamo “occidentale” e l'esito dell'impegno finalizzato alla promozione umana e sociale, molto dipenderanno da una coraggiosa riappropriazione dell'idea di imperfezione delle cose umane, e dal non considerare acquisiti una volta per tutte i valori di libertà e giustizia che sono alla base della democrazia liberale. Per il futuro occorrerà giudicare la moralità dei programmi politici alla luce di queste verità, che una visione disincantata della storia ci mostra.

 

Ad uno sguardo non superficiale non può sfuggire che i pericoli testè denunciati non si scongiurano semplicemente agendo sul terreno della politica in senso stretto. Molto dipenderà da qualcosa che viene prima della politica, la quale recepisce ciò che “sguazza” nella società. E' illusorio e fondamentalmente irrazionale pensare che le patologie sociali che si manifestano nella politica si curino con la sola politica. E' sul terreno culturale, cioè dei valori morali, che bisogna lavorare a fabbricare la medicina. C'è bisogno che la politica recuperi una piena coscienza di valori e di limiti, altrimenti, in questo nostro villaggio globale, la democrazia pluralistica, che non è da considerare un traguardo acquisito una volta per tutte, rischierà di apparire una scatola vuota, pronta ad essere sacrificata sull'altare della competitività economica.

 

La democrazia liberale è il miglior sistema di rappresentanza politica, ma necessita perennemente di un supplemento d'anima, che non sempre c'è. Siamo tutti ogni giorno sballottati tra un sentimento e l'altro, tra una mezza informazione e una disinformazione, a tutti i livelli. Ci appare estremamente arduo distinguere il grano dal loglio: la cattiva informazione si diffonde a macchia l'olio, e la buona politica, anche quando c'è, pare non godere di buona stampa. Le cronache recenti della politica, italiana e non solo, ci disegnano un quadro in cui le esigenze della propaganda sembrano prevalere sul bisogno di un sano realismo, e quelle della demagogia su quelle di una educazione civica e di una pedagogia di fondo che sempre dovrebbero presiedere al gioco democratico.

 

La prima cosa da fare, da parte di ogni persona di buona volontà, è quella di adottare un atteggiamento che equivale anche ad una misura di igiene mentale: attuare una continua opera di discernimento, giudicare i protagonisti della scena pubblica e i fatti di rilevanza politica e sociale per come sono realmente e per gli effetti ragionevolmente prevedibili sulla base di una coscienza formata ed informata, combattendo la tendenza a giudicare “per partito preso”. La seconda cosa consiste nell'impegno a porre in essere delle buone regole d'ingaggio e di condotta, dei meccanismi interni ai partiti e alle istituzioni pubbliche e private - non esclusi i mezzi di comunicazione di massa - che possano fungere da camera di decompressione delle passioni, e che facilitino il riconoscimento di meriti, competenze e credibilità degli attori politici. Bisognerà poi pensare ad integrare la rappresentanza politica con istanze sociali immediatamente riconoscibili, secondo metodi e forme tutte da studiare.

 

Alla luce della lezione del presente, c'è poi da avere coscienza del fatto che, quale che sarà la direzione che i governanti sceglieranno volta per volta nel “guidare la macchina”, sia cioè che si sceglierà la via neo-liberista, sia che ci si orienterà verso la neo-socialdemocrazia, sempre si dovranno adottare adeguate misure di protezione sociale per tutti quei cittadini che la vita o la contingenza economica avrà svantaggiato. Compiti, questi indicati, di non facile realizzazione. Bisogna tuttavia provarci. Non è sufficiente invocare organismi sovranazionali, che rischiano di apparire più un ostacolo che una risorsa. L'esito delle recenti elezioni, a mio modesto parere, denuncia, tra l'altro, la mancanza di queste garanzie preventive. E' attorno a queste esigenze pre-politiche che si dovrebbe provare a costruire una nuova élite culturale che si impegnasse a creare le premesse per una riformulazione delle regole della convivenza sociale prima ancora di quelle delle istituzioni politiche. Sono infatti in gioco l'avvenire della società e della stessa democrazia liberale. di Giuseppe Lalli, de.it.press

 

 

 

Anche io parlo italiano

 

SAN GALLO - La lingua italiana e la sua promozione sono state al centro del convegno “Anche io parlo italiano!”, che si è aperto venerdì 23 marzo all’Università di San Gallo e ha avuto la sua giornata clou sabato 24 marzo a Coira nella sala del Gran Consiglio Cantonale. Durante la serata d’apertura, nell?aula universitaria, alcune ragazze, che studiano italiano, hanno dichiarato al pubblico in sala per quale motivo hanno deciso di avvicinarsi alla lingua del Bel paese: chi per far piacere al nonno, chi perché desidera capire uno degli idiomi ufficiali della Confederazione Elvetica… insomma, ci possono essere numerose ragioni diverse: basta che ognuno trovi la sua!

Il Professor Federico Luisetti, nuovo docente di cultura e società italiana e padrone di casa, e il Console Generale Italiano a Zurigo, il Min. Giulio Alaimo, hanno dato ufficialmente il via a questa due giorni di approfondimento per addetti ai lavori e pubblico interessato. Un quadro statisticamente molto approfondito dell’uso della lingua italiana oggi, nella Svizzera tedesca, è stato fatto dal Professor Stephan Schmid, docente di linguistica italiana e assistente di ricerca presso l’Università di Zurigo. La sua analisi ha permesso ai presenti di capire come sia cambiata la situazione nell’ultimo secolo, quali potrebbero essere gli scenari sociolinguistici possibili, come e se l’italiano possa essere usato quale lingua veicolare nella Svizzera tedesca. Il suo intervento ha suscitato molte domande e, sebbene alcuni ascoltatori non abbiano condiviso del tutto la sua indagine, lo scambio di opinioni è stato vivace e ricco di esperienze.

A seguire è avvenuta la presentazione del Totem della lingua italiana con la consegna dei tablet con materiali estratti dagli archivi RSI. L’avvocatessa Francesca Gemnetti, segretaria generale della CORSI (Società Cooperativa per la Radiotelevisione Svizzera di lingua Italiana) ha deliziato i partecipanti con alcuni video, datati e non, di esperienze di italiani arrivati in Svizzera. Tutti questi contenuti digitali, più di 720 ore consecutive, ora possono essere usati dai docenti di lingua italiana dell’Università e dei licei di San Gallo per far conoscere agli allievi le condizioni di vita dei loro nonni e dei loro genitori, appena arrivati oltralpe. Il Centro Socioculturale Italiano ha voluto terminare la serata offrendo un aperitivo nella propria sede, cosa che ha permesso a tutti gli intervenuti di continuare a discutere di queste tematiche in atmosfera conviviale.

Sabato 24 marzo, gli interessati e gli addetti ai lavori si sono spostati a Coira, nella sala del Gran Consiglio. L’apertura della mattinata è stata affidata al Gran Consigliere Ilario Bondolfi, Presidente della Deputazione italofona dei Grigioni, che ha rilevato come questo cantone sia l’unico dell’intera Confederazione ad avere tre lingue ufficiali: il tedesco, il romancio e l’italiano. Ed essendo l’italiano uno dei due idiomi meno parlati, questa iniziativa potrà ben aiutare il suo ampliamento e la sua ulteriore diffusione. A seguire è intervenuto Martin Jäger, Consigliere di Stato dei Grigioni, responsabile del Dipartimento dell’Educazione, che con il suo discorso in italiano e in tedesco ha spiegato principalmente quali siano ora le politiche adottate nella Regione Retica e i loro sviluppi futuri in area linguistica. L’Ambasciatore d’Italia, Marco Del Panta Ridolfi, ha salutato tutti i presenti, ricordando quanto iniziative del genere siano indispensabili per il Bel Paese e siano esso sostenute dalle recenti disposizioni governative. Recentemente, ha dichiarato il capo della diplomazia italiana in Svizzera, di aver visitato, con il Console Generale Giulio Alaimo, alcuni licei italiani della Svizzera tedesca, recependo il vivo interesse dimostrato per la lingua italiana. Subito dopo, la Presidente della Società Dante Alighieri di San Gallo, Eleonora Rothenberger, ha guidato alcuni scrittori nella tavola rotonda dal titolo “Il „di più? Dell’italiano: una sfida alle lingue maggioritarie!”. Lo scrittore grigionese Vincenzo Todisco, l’autore di gialli Andrea Fazioli ed il critico letterario Yari Bernasconi hanno dato vita a un vivace scambio di vedute su come hanno reso l’italiano la lingua del loro lavoro. Tutti e tre, nati in una parte della Svizzera dove l’italiano è lingua del cantone, hanno raccontato ai presenti come abbiano allargato i loro studi, abbracciando anche altre lingue, ufficiali e non, ma siano comunque ritornati sul “luogo del delitto”, utilizzando l’italiano. Perché ognuno di noi può sentirsi straniero nella propria patria, ma l’alterità delle tre differenti culture elvetiche dovrebbe essere una ricchezza e non un ostacolo per tutti coloro che devono confrontarsi con qualcosa che non appartiene loro. Il luganese Claudio Mesoniat, invece, non potendo essere presente, ha mandato un interessante contributo sulla sfida affrontata per fondare l’università della Svizzera Italiana (USI), oggi un sogno diventato realtà da più di vent’anni.

La pausa pranzo, con un ottimo servizio ristoro, non ha impedito ai partecipanti di tornare al lavoro e di discutere sullo “Status quo e l’italiano in Svizzera nel 2028”. La suddivisione dei partecipanti in gruppi di lavoro è stata un modo utile per affrontare questa tematica tra docenti e addetti delle scuole primarie, medie e superiori, di quelle professionali, delle università popolari e dei corsi per adulti, delle Alte Scuole Pedagogiche e tra coloro che usano l’italiano sul lavoro e in famiglia. L’analisi dello status quo e della prospettiva futura, attraverso proposte che potrebbero contribuire all’ulteriore promozione dell’italiano, è stata al centro della sintesi conclusiva, tenuta dal Professor Federico Godenzi, Presidente della Pro Grigioni- Coira, e dal Professor Federico Luisetti. Il Console Generale Giulio Alaimo ha ultimato i lavori, evidenziando l’apprezzamento per l’iniziativa e per i punti di arrivo dei vari gruppi, ringraziando per la partecipazione e chiedendo di continuare a sostenere la promozione della lingua italiana nella Svizzera tedesca. Le due giornate di lavori hanno, senza dubbio, segnato l’inizio di un impegno per una sempre maggiore diffusione della nostra lingua in territorio elvetico. Federica Fruet – Solidali & Insieme

 

 

 

Migranti, Israele: “Li manderemo via”

 

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sospende l'attuazione dell'accordo definito dal suo governo con l'Unhcr per risolvere la crisi dei migranti dai paesi africani in Israele deportando in paesi terzi decine di migliaia di persone.

Il premier lo ha annunciato poche ore dopo aver dato notizia del raggiungimento di un'intesa in materia che prevedeva la concessione di un permesso provvisorio a 18mila migranti e la ricollocazione di altri 16.250 in paesi occidentali fra cui il Canada, la Germania e l'Italia, aveva detto Netanyahu. Il premier era stato poi costretto a precisare che i paesi citati erano solo esempi generici e non nazioni con cui erano effettivamente stati raggiunti accordi. L'Unhcr non aveva citato i paesi che avrebbero accettato i migranti. "Sospendo l'attuazione dell'accordo e lo esaminerò nuovamente", ha scritto il premier in un post su Facebook in cui anticipa incontri con i residenti di Tel Aviv sud.

"Nonostante le difficili limitazioni giuridiche e le crescenti difficoltà internazionali, continueremo a lavorare con determinazione per ricorrere a tutte le possibilità che abbiamo a disposizione per far uscire gli infiltrati dal Paese'', ha affermato poi Netanyahu durante l'incontro con i residenti dei quartieri meridionali di Tel Aviv, dove è forte la presenza di migranti africani.

Quanto all'accordo con l'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), che prevedeva il ricollocamento di oltre 16.000 richiedenti asilo africani verso alcuni Paesi occidentali, "dopo aver ascoltato molte osservazioni, ho esaminato vantaggi e svantaggi e ho deciso di annullarlo", ha affermato, sottolineando che "cercheremo ulteriori soluzioni". Adnkronos 3

 

 

 

Italiani

 

E’ difficile dare dei confini all’italianità nel mondo. Certo è che il ruolo dei Connazionali all’estero dovrebbe essere rivisto in un’ottica più consona ai tempi nei quali, a torto o a ragione, viviamo. Precisando che, a nostro avviso, la nostra Comunità oltre frontiera dovrebbe avere un maggiore significato anche in Patria.

 

 L’”Italianità’” è una qualità che non dipende soltanto dalla cittadinanza, ma anche da un modo d’impostare la propria vita con quella della comunità nella quale si vive. Lo evidenziamo per evitare ogni fraintendimento. Essere italiano esprime un complesso di sensazioni e d’esperienze che rendono particolarmente disponibili all’incontro; mantenendo i nostri principi, senza vincoli d’età e di sesso. L’orgoglio d’essere italiani si sviluppa con l’emergere dello spirito d’appartenenza.

 

Siamo un Popolo capace d’affrontare gli eventi negativi che, da noi, sembrano non mancare mai. Genti con la mano protesa versi gli altri. Gli italiani affrontano “a muso duro” le incertezze personali e del Paese. Non è detto che riescano a risolverle; l’’importante è che non le trascurino con l’illusione di lasciare ad altri l’onere di farlo. Realtà che, all’estero, è di particolare pregio.

 

 Premesso che i Connazionali nel mondo sono milioni e le generazioni si sono evolute, teniamo a porre l’accento che non è venuto mai meno il concetto d’”italianità”. Anche quando sarebbe stato più comodo seguire altre strade. Vivere la quotidianità in Patria, come all’estero, ci pone a un livello che consente di conservare quei principi di condivisione necessari quando, purtroppo, se ne evidenzia il bisogno.

 

 Anche in questo agitato secondo millennio, continueremo il servizio che abbiamo iniziato da oltre cinquant’anni. Pronti alla disponibilità e all’ascolto. Essere italiano rimane l’impegno di un Popolo che, nei secoli, ha trasportato il seme della nostra cultura in tutte le contrade del mondo e continua ancora a farlo.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Berlino, bimba picchiata a scuola perché ebrea

 

La piccola colpita dai coetanei figli di immigrati musulmani - Walter Rauhe

 

Berlino - «Sei ebrea»?, le chiede un compagno di classe della seconda elementare. La bambina, 7 anni, risponde di sì, spiega che suo papà è di fede ebraica anche se non è praticante. A questo punto la piccola viene spintonata, insultata, minacciata. Non solo dal compagno di classe che le ha posto la domanda, ma anche dai suoi amici, tutti di età compresa tra i 7 e gli 8 anni e tutti provenienti da famiglie di fede musulmana.  

 

L’episodio, accaduto alcuni giorni fa nella scuola elementare «Paul-Simmel» di Berlino, sta scuotendo l’opinione pubblica tedesca e ha innescato un vivace dibattito sul cosiddetto «mobbing religioso». Un fenomeno sempre più diffuso in Germania anche tra le fasce sociali più giovani. «I bambini sono sempre più spesso soggetti al fanatismo religioso dei loro genitori, fratelli maggiori o parenti più stretti», ha dichiarato al quotidiano «Berliner Zeitung» l’insegnante di una scuola elementare nel quartiere berlinese di Neukölln, nel quale fino al 70% degli alunni è figlio di immigrati. «Non sanno ancora leggere e scrivere, ma già dividono il loro piccolo mondo in due categorie: credenti e miscredenti, musulmani e non-musulmani», denuncia l’insegnante che ha preferito restare anonima per non rischiare rappresaglie. 

 

Le statistiche del ministero degli Interni registrano da anni un aumento dei reati di stampo antisemita: 1200 nel 2015, 1400 nel 2016 ed oltre 1500 lo scorso anno. Si tratta però solo dei casi denunciati alle autorità. Non compresi nelle statistiche sono gli episodi di antisemitismo compiuti dai minori. «Quello che è successo nella scuola berlinese non è purtroppo un caso isolato», sostiene la portavoce giovanile della comunità ebraica tedesca Marina Chernivsky. «Offese, minacce e anche attacchi fisici sono all’ordine del giorno sia nelle scuole elementari, sia negli asili». Vittime di questo nuovo fenomeno non solo gli alunni e gli studenti non-musulmani, ma anche insegnati, assistenti sociali, educatori - specie se donne. «L’Islam trasformato in un’ideologia e il fondamentalismo religioso hanno una forte attrazione sui giovani immigrati», sostiene la direttrice dell’American Jewish Committee di Berlino Deidre Berger. «Radicalizzandosi, i giovani musulmani trovano un’identità, si distinguono e compensano l’esperienza d’isolamento che a loro volta provano in qualità di diversi, di stranieri, di emarginati».  

 

Come può reagire però la società civile a questo fenomeno? Thomas Albrecht, il direttore della scuola elementare berlinese nella quale è stata attaccata la bambina ebrea, vorrebbe arruolare servizi di sorveglianza privati per garantire la sicurezza nelle scuole e negli asili. Il governatore Michael Müller chiede tavole rotonde per coinvolgere insegnanti, genitori e rappresentanti delle comunità religiose.  LS 28

 

 

 

 

 

Nuovo volo Perugia-Francoforte. L’Umbria si presenta in Germania

 

Francoforte - "Questo è un collegamento importantissimo per l'Umbria, il cuore verde dell'Italia, che ora è connessa con il cuore dell'Europa. Un collegamento che ha un valore fondamentale sia per lo sviluppo del turismo, sia anche al servizio del sistema economico ed imprenditoriale regionale". È quanto affermato da Giuseppe Chianella, assessore ai Trasporti ed Infrastrutture della Regione Umbria, che ha aperto così la conferenza stampa svoltasi questa mattina a Francoforte, per la presentazione del nuovo collegamento aereo Perugia-Francoforte, operato da Ryanair, inaugurato proprio nella giornata odierna.

Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il direttore generale di Sviluppumbria, Mauro Agostini; Ernesto Cesaretti, presidente di SASE, la società che gestisce l'Aeroporto "San Francesco d'Assisi"; Lisa Maria Rumpf, dell'area vendite e marketing di Ryanair; Vincenzo Bianconi, presidente di Federalberghi Umbria.

"Oggi qui a Francoforte – ha aggiunto Chianella – promoviamo l'Umbria, con uno sguardo non solo verso la Germania, ma anche verso altre mete perché questo è uno degli snodi più importanti del traffico aereo mondiale. Con questo nuovo volo si rafforza ancora di più la funzione strategica del nostro aeroporto, sia per lo sviluppo del turismo sia per la crescita dell'economia della nostra regione. Una infrastruttura essenziale e sulla quale la Regione ha sempre creduto e investito significative risorse. Il nostro auspicio è che non solo questo collegamento abbia successo, ma venga colto dai nostri operatori economici e del settore del turismo come una importante opportunità sulla quale investire".

Chianella ha infine ricordato come la nuova tratta aerea contribuirà anche a rilanciare l'immagine dell'Umbria all'indomani degli eventi sismici che avevano pesantemente compromesso il mercato turistico regionale.

"Destinazione Umbria è destinazione mondo, perché – ha affermato Mauro Agostini - si rivolge non solo al mercato tedesco, ma anche a tutto il mondo. Francoforte, infatti è proprio la porta del mondo. Questo collegamento, inoltre, è di notevole importanza anche in considerazione del flusso turistico in ingresso verso l'Umbria, considerato che proprio la Germania è al primo posto in Umbria per presenze. Si arricchisce quindi l'offerta di nuove destinazioni da e per l'Umbria, così come indicato nel Piano di sviluppo dell'aeroporto regionale che si dimostra sempre di più una realtà viva e anche sana, dato che abbiamo chiuso il bilancio del 2017 con un significativo avanzo di gestione".

"L'Umbria è terra di grande fascino – ha detto per parte sua Ernesto Cesaretti – che sono certo sarà apprezzata dal mercato tedesco. Così come il collegamento con Francoforte è molto importate, anche per l'interscambio economico con una parte dell'industria tedesca, che in questa parte della Germania è particolarmente significativa".

"Siamo qui oggi a Francoforte - ha affermato Vincenzo Bianconi - per testimoniare con la nostra presenza quanto gli operatori del turismo credono in questa scelta ed in questa nuova destinazione. La nostra è una destinazione speciale che presenta una offerta diversificata, ed il fatto di essere un po' lontani dalle grandi vie di comunicazione ci ha permesso di mantenere intatta la nostra identità. Quindi venire in Umbria significa scoprire antiche identità, una cucina autentica, una terra mistica dove il turista incontra spiritualità ed intimità, al di là della propria religione di appartenenza. Insomma, l'Umbria è i luoghi dell'anima, ma è anche una terra di azione, di sport, di grande cultura, ricca di storia e di architettura, ma anche di una autentica tradizione enogastronomica".

Lisa Maria Rumpf, di Ryanair, ha invece voluto sottolineare come "abbiamo scelto di collegare Perugia con Francoforte perché la nostra compagnia è sempre alla ricerca di destinazioni belle ma poco conosciute nei mercati mondiali. E Perugia e l'Umbria sono realtà molto affascinanti che meritano di essere proposte al mercato ‘francofortese' e tedesco. Così come auspichiamo anche un movimento dall'Umbria verso la Germania. In ogni caso siamo molto contenti di aver attivato questo nuovo collegamento".

Nell'ambito della giornata di promozione dell'Umbria a Francoforte sono state previste anche altre iniziative, tra le quali un incontro organizzata da ENIT Francoforte e Federalberghi, con rappresentanti del mercato tedesco, e successivamente un workshop organizzato da Sviluppumbria su tema "Destinazione Umbria", rivolto ai principali tour operator di Francoforte. (aise 28)

 

 

 

 

Diversità linguistica o uniformità culturale?

 

Contro l’accentramento burocratico, il livellamento culturale e la cancellazione delle diversità linguistiche nell’Unione Europea. L’esempio sorbo e considerazioni  sull’insegnamento delle lingue d’origine ai figli degli immigrati in Germania.

 

Un esempio in Germania.

Amo la lingua tedesca di cui ero professore abilitato all’insegnamento nei licei in Italia.

Ma almeno altrettanto amo le lingue minoritarie e quelli che comunemente sono chiamati dialetti (ma che per ogni linguista che si rispetti sono lingue degne del medesimo rispetto di quelle ufficialmente riconosciute come tali: e che si distinguono dai dialetti non per superiorità intrinseca ma unicamente perché dispongono di … un esercito e di una bandiera).

In Germania esistono varie minoranze etniche e linguistiche, ma una in particolare era stata oggetto di odio e repressione da parte del regime hitleriano: i Sorbi <https://it.wikipedia.org/wiki/Sorbi_(gruppo_etnico>.

La loro lingua <https://it.wikipedia.org/wiki/Lingue_sorabe> viene ora tutelata e insegnata in alcune scuole e nell’università di Lipsia esiste un dipartimento per il suo studio (Institut za sorabistiku). Cè anche un quotidiano pubblicato in questa lingua, il “Serbske Nowiny” <https://de.wikipedia.org/wiki/Serbske_Nowiny>.

Il sorbo o sorabo è indubbiamente una lingua slava, chi conosce il polacco ed il ceco riesce a comprenderla e ad apprenderla senza grosse difficoltà, usa l’alfabeto latino e si distingue immediatamente dal ceco perché invece della “v” utilizza la “w”.

La lingua sorba ha un notevole patrimonio letterario e culturale, basti ricordare che anche Gottfried Wilhelm Leibniz era di origini sorbe.

Il territorio di questa minoranza sorba alla fine della seconda guerra mondiale era venuto a trovarsi nell’area della RDT, che invece di continuare le persecuzioni del periodo precedente aveva concesso piena autonomia linguistica e organizzativa a livello regionale. Queste norme di tutela vennero recepite nel trattato della riunificazione tedesca, ma senza troppo entusiasmo tanto che all’inizio del secolo attuale ci furono proteste per il mancato rispetto degli accordi ed il taglio di fondi destinati alla tutela della lingua e cultura sorba. Vero è che l’UE stanzia fondi per la tutela delle minoranze linguistiche.

 

La situazione in Italia

In Italia le minoranze linguistiche sono ancora più numerose (Albanese, Catalano, Croato, Francese, Friulano, Greco, Ladino, Occitano, Sardo, Sloveno, Tedesco), ma a livello di insegnamento le iniziative sono lasciate ai privati. Negli anni 50’ il dialetto a scuola era assolutamente vietato e chi lo parlava rischiava punizioni. Inutile dire che proprio per questo non perdevo occasioni per ascoltarlo e parlarlo, nel mio caso era il piemontese-occitano.

Successivamente invece di divieti coercitivi  si diffuse fra gli insegnanti la convinzione che l’uso del dialetto si dovesse combattere alle origini e quindi venne predicato ai genitori di “parlare soltanto italiano” coi figli.

L’argomento per sostenere una simile folle concezione dell’ apprendimento linguistico era che i bambini non avrebbero avuto problemi di “interferenza linguistica” nell’apprendimento dell’italiano se fossero stati preservati dalla “nociva” esposizione al dialetto. Una convinzione tanto radicata quanto infondata (a dimostrare il contrario basti menzionare Pasolini, o il Nobel letteratura Dario Fo, che praticavano i dialetti anche come forma letteraria insieme all’italiano). Quasi che il cervello umano fosse come una torta, e che le lingue fossero “fette”, quindi ad ogni nuova lingua si rimpicciolissero le fette! Eppure sono esattamente queste convinzioni più diffuse, assurde e scientificamente smentite e dimostrate dalla ricerca del tutto infondate (anzi, vero è il contrario, più lingue si conoscono e più aumentano le capacità linguistico-espressive).

 

… e ritornando alla Germania, il caso dei figli degli immigrati.

Per la mia intera carriera professionale come insegnante d’Italiano ai figli degli emigrati in Germania ho constatato e – invano – combattuto contro questa falsa credenza. Su un punto mi sbagliavo: all’origine non c’era assolutamente alcuna riflessione linguistica o psicologica, ma unicamente una inconfessata “resistenza alla diversità” .

Infatti, mentre consigliavano ai genitori italiani, turchi, spagnoli di parlare tedesco coi figli, (fosse anche il “Gastarbeiter-Deutsch” !!) gli stessi docenti nulla avevano da obiettare all’introduzione della lingua inglese fin dalle prime classi. È vero, tanto male non ne poteva fare,e ben poco restava visto che era generalmente insegnata da … gente che non la conosceva. Interessante, en passant, il fatto che il medesimo consiglio non veniva di regola mai dato ai genitori greci: sapevano che gli avrebbero riso in faccia rispondendo a tono: “abbiamo mantenuto la nostra lingua in 500 anni di occupazione turca e la dovremmo abbandonare ora dietro i vostri assurdi consigli?!

Ed infatti gli alunni di origine greca in casa parlavano regolarmente questa lingua coi genitori e finivano quasi tutti al ginnasio-liceo  poiché avendo appreso con sicurezza fin dalla nascita  una lingua che all’ingresso nella scuola padroneggiavano con sicurezza erano meglio in grado di apprendere poi il tedesco. Cosa purtroppo non vera per tutti gli altri bambini che, esposti al “Gastarbeiter-Deutsch” dei genitori entravano invece nella scuola privi di un patrimonio linguistico sviluppato e quindi non avevano le basi per un apprendimento proficuo del tedesco (esistono al proposito molti studi empirici che dimostrano la stretta relazione fra successo scolastico e padronanza della lingua d’origine).

 

Ma tant’è questa era la situazione. Debbo aggiungere tipicamente tedesca, poiché nei tre anni trascorsi a Parigi mai ebbi occasione di sentire da un solo insegnante francese analoghi pregiudizi. Che restano dunque localizzati geograficamente e che non riguardano soltanto i figli degli immigrati. Ne ebbi conferma quando incontrai per la prima volta un gruppo di insegnanti sorbi: anche loro dovevano lottare contro la medesima avversione al plurilinguismo da parte dei colleghi della lingua dominante.

Essendo stato professore di inglese abilitato all’insegnamento nei licei non ho certo personalmente nulla da obiettare alla diffusione dell’inglese che è di fatto divenuta la “lingua franca” in tutta Europa. Chiunque partecipi ad un “Erasmus Party”,  a Lisbona o a Parigi a Praga o Varsavia si renderà subito conto che la comunicazione fra gli studenti avviene esclusivamente in inglese. Ma quello che va bene a fini pratici in queste (dove a volte bastano più che le parole gli sguardi)o analoghe occasioni è comunque un codice ristretto e dunque la base della formazione linguistica  quale sostegno alla formazione dei concetti e del pensiero tout court deve essere una  lingua (anche “dialetto” se vogliamo), pienamente padroneggiata dai genitori.

Graziano Priotto - Praga/Costanza

 

 

 

Le indecisioni

 

I partiti, anche dopo le recenti elezioni, continuano a muoversi con scontate strategie. Spesso a discapito di quella chiarezza che sarebbe fondamentale per il Paese. Quando le polemiche vincono su ogni intervento correttivo, qualsiasi ottimismo è tagliato fuori. Al punto in cui ci troviamo, bisognerebbe avere il coraggio d’affrontare i reali motivi della crisi italiana. La voglia di “nuovo” pare, però, lasciare il posto allo “scontato”. Questa impressione ci fa riflettere.

 Non vediamo sbocco politico in grado d’assicurare ciò che più ci preme; vale a dire garanzie di una politica stabile. Sarà, forse, sola un’impressione, ma da noi mancano originali scelte per la governabilità d’Italia.

 Le stesse alleanze elettorali potrebbero non garantire, nel tempo, la vita dell’Esecutivo. Anche perché, con i “politici”, ora alla ribalta, c’è poco da fidarsi. Tant’è che la politica italiana si è trasformata con camaleontica evidenza.

 

 Quindi, per essere più pratici, nel Paese convivono realtà sociali differenti che sperano di “contare” tramite nuove intese. Con la possibilità d’apparentamenti per tentare d’ottenere una composizione politica che possa governare senza compromessi. L’Italia ha bisogno di ben altro. L’Italia delle riforme, che ci hanno portato a mendicare il necessario, è già storia di ieri. Quella di domani sarà tutta da organizzare. Ogni indecisione, ora, andrebbe a ricadere sul Paese. Senza trascurare che gli elettori si sono stancati di una classe politica che non sentono più “loro”.

 

La lezione del passato, che c’è stata propinata senza esclusione di colpi, dovrebbe, almeno, renderci più vigili. Insomma, i tempi “nuovi” ci saranno? Per ora, all’interrogativo non siamo in grado di rispondere. Di fatto, il nuovo Esecutivo, col suo macchinoso ruolo, resta da “verificare”. Potrebbero, infatti, concretarsi errori di percorso capaci di rendere meno “teoriche” le nostre attuali indecisioni.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Riflessione sui risultati delle elezioni italiane

 

Le riflessioni sul voto del 4 marzo che Claudio Micheloni, senatore eletto all’estero nelle ultime tre legislature, affida alla newsletter della Federazione delle Colonie Libere Italiane in Svizzera, di cui è stato il presidente

 

Molti paragoni storici vengono proposti in queste ore sui vari media, dalle elezioni del 1976 a quelle del 1992, e probabilmente è ancora presto per discernere i fenomeni di superficie dai cambiamenti più profondi, dunque per capire se, e fino a che punto, queste elezioni possano rappresentare una cesura storica.

In generale, occorre tener presente che quasi tutte le analisi che leggiamo in questi giorni, spesso presentate in forma apodittica, non sono altro che sondaggi successivi alle elezioni, normalmente basati su campioni e metodologie approssimative. Sono in contatto con un gruppo di giovani ricercatori che producono indagini molto più raffinate, per le quali, tuttavia, occorre tempo: sarò lieto di condividerle non appena mi sarà possibile.

Credo che in questa fase la cosa più importante sia porsi le domande giuste, e magari, ove possibile, sgombrare il campo dalle interpretazioni più semplicistiche. Per fare un paio di rapidi esempi: sarebbe grottesco imputare il crollo del PD a dei difetti di comunicazione; non è credibile considerare il successo imponente del M5S nelle regioni meridionali come un voto determinato esclusivamente dalla disperazione sociale e dalla chimera del reddito di cittadinanza.

Una prima traccia utile la si può desumere dalla comparazione tra le elezioni italiane e i fenomeni politici più rilevanti degli ultimi anni nel contesto globale: le elezioni tenutesi nei diversi paesi europei, la vittoria della Brexit, l'elezione di Trump.

Il populismo, comunque lo si voglia definire, cresce, ma questo di per sé non ci dice molto: non è una novità, né lo possiamo vedere come un fenomeno omogeneo. Un dato che accomuna tutte queste vicende politiche, indipendentemente dai diversi esiti, è la contrapposizione tra città e campagna. La ritroviamo anche in Italia, ed è interessante osservare come da noi appaia in una forma complessa: la destra più forte nei piccoli centri, il M5S travolgente nelle città medie e nelle periferie dei grandi agglomerati urbani (dove ovviamente anche la destra riscuote grandi consensi, ma non in tutto il Paese), ciò che rimane del centrosinistra asserragliato nei centri storici delle grandi città e nei quartieri residenziali ove abitano i ricchi.

Se prendiamo invece le indagini basate sulla discriminante anagrafica, vediamo come PD e Forza Italia mantengano le posizioni solo tra i pensionati, mentre il consenso al M5S, rispetto al 2013, si espande in tutte le fasce generazionali (tranne l'ultima, dove comunque cresce), con numeri simili a quelli che riscuoteva un tempo solo tra i più giovani. Il voto giovanile, che in altri contesti si è orientato su una scelta di sinistra radicale (Sanders, Corbyn), in Italia premia soprattutto il M5S e, in misura minore, la destra; il fatto che, anziché svanire o rimanere confinato in quell'alveo, tale consenso si estenda alle altre fasce anagrafiche, ci porta a pensare che la sua qualificazione come "voto di protesta" sia, quanto meno, riduttiva, se non ormai anacronistica.

I numeri potranno darci ulteriori spunti di riflessione nelle prossime settimane. Quello che mi sembra si possa dire già adesso, se consideriamo in particolare l'affermazione del M5S, è che tutte le etichette con cui si era cercato, dopo il 2013, di interpretarne il successo (protesta, populismo, marginalità, frustrazione, etc.), sono saltate. Si trattava, in effetti, non tanto di tentativi di cogliere una realtà in mutamento, ma di rimuoverla, riconducendola entro schemi rassicuranti.

Sono passati decenni da quando abbiamo cominciato a discutere di crisi della rappresentanza, ma non riesco a ricordare una proposta, una teoria, un programma d'azione che aggredisse davvero la questione. Le diseguaglianze sociali aumentano, il divario nord-sud anche: la crisi globale, in tutto questo, ha ulteriormente aggravato le condizioni di un Paese che era a crescita zero già da molto tempo, ma non le ha determinate.

Se provo a mettermi nei panni di un elettore, l'unica "risposta", se tale si può definire, che mi pare sia giunta dalla classe dirigente del paese e in particolare dal centrosinistra, è un invito alla rinuncia, alla rassegnazione: votateci perché le cose non potrebbero andare meglio di così, mentre possono andare molto peggio; votateci perché la nostra classe dirigente è l'unica in grado di gestire il Paese.

Se la prima affermazione è discutibile, ma contiene almeno un nucleo amaro di verità, la seconda, a maggior ragione se guardiamo alle candidature presentate da tutte le forze di centrosinistra, dal PD a LeU, è palesemente falsa.

Sapete già cosa penso di Renzi e del suo gruppo dirigente: portano addosso la responsabilità di una sconfitta catastrofica, per la quale è difficile trovare precedenti nella nostra storia. Forse andò peggio solo nel 1924, quando gli elettori erano accolti ai seggi dai militi fascisti armati.

Tuttavia, la mediocrità di queste persone è tale da impedire di attribuire a loro il pur prestigioso ruolo di affossatori della sinistra italiana: da una parte si tratta, come già accennato, di un processo globale e di lungo periodo; dall'altra parte, è evidente che se individui di quella levatura sono riusciti a distruggere una storia secolare, tale storia era già stata ridotta in condizioni disastrose.

Che fare? Dovremmo continuare a rassegnarci, prima di fronte allo snaturamento della sinistra, poi di fronte alla sua estinzione?

Alla prima domanda non so dare risposte certe, alla seconda sì: la risposta è no.

Non dobbiamo rassegnarci, semplicemente perché, se siamo di sinistra, non possiamo.

Una cosa la possiamo fare, anche perché per iniziare non c'è bisogno di un nuovo segretario o di indicazioni dall'alto: ricostruire un'intelligenza collettiva.

Non sarà facile, ma voi avete già cominciato: è un buon segno, e non è poco.

Claudio Micheloni 

 

 

 

“Da 5stelle atteggiamento antidemocratico, sono già a poltronificio”. La residenza fiscal in Italia

 

Roma  – “Hanno parlato per anni di democrazia e onestà. E quando sono arrivati al cuore dello stato democratico, si sono dimostrati i più disonesti. Con il loro atteggiamento di ieri, i grillini hanno esternato tutta la loro inadeguatezza e impreparazione verso le regole che sono alla base degli equilibri parlamentari. Non è mai successo che il secondo partito più votato del Paese rimanesse escluso dall’elezione dei ruoli  importanti per la gestione della vita parlamentare (questori e segretari d’Aula) a Palazzo Madama”.  

“Tutto questo denota un atteggiamento fortemente antidemocratico. Tipico di quelle persone che vedono nell’elezione un’esercitazione di potere. E che credono che essere maggioranza significhi solamente spartirsi i ruoli chiave. Non sono ancora al Governo e assistiamo già al loro poltronificio”. È quanto dichiara Laura Garavini, senatrice PD.

 

Residenza fiscale in Italia - Dichiarano Laura Garavini e i deputati Angela Schirò e Massimo Ungaro eletti per il Pd nella circoscrizione Europa: “Non basta essere iscritti all’Aire. Per escludere totalmente la residenza fiscale in Italia, è necessario che i connazionali residenti all'estero non abbiano nemmeno il domicilio né la dimora nel nostro paese. Il chiarimento viene direttamente dalla Cassazione che, con una sentenza del 21 marzo scorso, ha stabilito che la residenza anagrafica non coincide con la residenza fiscale se il contribuente ha il domicilio o la dimora abituale in Italia”.

“Questo vuol – continuano - dire che i connazionali iscritti Aire sono tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi anche in Italia, qualora detengano nel nostro paese delle proprietà o delle attività fiscalmente rilevanti. Naturalmente, tra le prossime iniziative parlamentari del Pd non mancherà un impegno per modificare l’attuale normativa, che consente la doppia imposizione fiscale dei cittadini italiani non iscritti Aire ma che vivono e producono reddito all’estero e vivono all’estero”.

 

 

 

 

All’IIC di Colonia il 21 aprile il 3° simposio scientifico del Forum Accademico Italiano

 

Colonia  - Sabato 21 aprile, alle 18, presso l’Istituto italiano di Cultura di Colonia, in occasione della Giornata della ricerca italiana nel mondo (15 aprile 2018) promossa dal Ministero per l'Istruzione, l'Università e la Ricerca (MIUR) e dal Ministero Italiano degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), si terrà il terzo simposio scientifico del Forum Accademico italiano.

L’intervento di apertura, con una lettura dal titolo “FAIR - The universe in the lab”, sarà tenuto in inglese dal professor Paolo Giubellino. Contestualmente, ci sarà anche l’intervento introduttivo di Matteo Pardo, addetto scientifico presso l’ambasciata d’Italia a Berlino.

Nello specifico, la conferenza di Giubellino introdurrà il laboratorio FAIR e le opportunità che il progetto apre per la ricerca scientifica.

FAIR è un progetto internazionale con dieci paesi partner, ma a cui lavorano più di 2500 scienziati e ingegneri di oltre 50 paesi. Il progetto permetterà una grande varietà di ricerche avanzate senza precedenti. In un laboratorio avveniristico, in costruzione a Darmstadt, in Germania, si potrà studiare la struttura e l'evoluzione della materia sia su scala microscopica che su scala cosmica, portando, così, il nostro Universo in un unico laboratorio.

Paolo Giubellino è un fisico sperimentale che lavora nel campo delle collisioni nucleari di alta energia. Ha studiato all’Università di Torino, e dopo esperienze di lavoro negli Stati Uniti e in Svizzera è attualmente dirigente di ricerca presso la sede di Torino dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN). Da inizio 2011 a fine 2016 ha guidato l’esperimento ALICE al CERN, collaborazione internazionale di oltre 1600 fisici di 178 istituti di ricerca di 42 paesi. Dal 1 Gennaio 2017, è stato nominato Scientific Managing Director del GSI Helmholtz Center del FAIR International Laboratory, il maggiore laboratorio in Europa dedicato alla fisica nucleare. Sempre dal 1 Gennaio 2017 è Professore presso il dipartimento di Fisica Nucleare dell’Università di Darmstadt.

Autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche, Paolo Giubellino ha ricevuto onorificenze scientifiche in Messico, Cuba, Ucraina e Slovacchia. Nel 2012 ha ricevuto dal Presidente Napolitano il titolo di Commendatore per meriti scientifici. Nel 2013 ha ricevuto il prestigioso premio “Enrico Fermi” Prize, massimo riconoscimento della Società Italiana di Fisica, e nel 2014 il premio “Lise Meitner”, il più importante premio per la Fisica Nucleare della Società Europea di Fisica. dip

 

 

 

La circolare della Garavini ai democratici in Europa

 

con la seduta di inizio della XVIII Legislatura, è stata ufficialmente proclamata la mia elezione al Senato della Repubblica. Un grazie sincero a ciascuna delle circa 35.000 persone che mi hanno confermato la propria fiducia. Con questo risultato, da capolista del Pd al Senato, sono la candidata più votata di tutti i partiti in Europa, in tutte e due i rami del Parlamento. È un risultato del quale sono particolarmente contenta, soprattutto alla luce dell‘esito nazionale. Ma anche alla luce del contesto all'estero, dal momento che le destre si presentavano compatte mentre noi del centro sinistra eravamo quanto mai frammentati.

 

Pd primo partito in Europa

Sono grata a tutte coloro che, votandomi, hanno fatto sì che il Pd si sia riconfermato primo partito nel mondo. Conseguendo in Europa addirittura il 32%. Il che significa un aumento rispetto alle ultime politiche e un distacco netto di sette punti percentuali sia dalle destre che dai 5stelle. Un successo di cui tutti noi possiamo essere fieri.

 

Un grazie senza confini

Un successo per il quale esprimo un sentito GRAZIE.

Ai promotori dei comitati che mi hanno seguito in campagna elettorale manifestandomi un sostegno impareggiabile. Volontarie e volontari che hanno messo a disposizione il proprio tempo, la propria passione e tanta tenacia per una causa nella quale abbiamo creduto profondamente, insieme. Un grazie caloroso va ai circoli PD e ai semplici sostenitori, che mi hanno dato la grinta e la forza necessaria per andare avanti, anche nei momenti più delicati e difficili di questa intensa campagna elettorale. Grazie a chi mi ha votata, perché scegliendo di scrivere il mio nome sulla scheda elettorale mi ha fatto il regalo più grande: la propria fiducia.

Cliccando qui trovate tanti dei bei momenti della nostra campagna elettorale. In giro per l‘Europa, in una quarantina di incontri in nove paesi, in trentacinque località diverse, in cinque settimane. Settimane gelide dal punto di vista climatico, ma calorosissime dal punto di vista dell‘impegno umano e politico.

 

Inizio autoritario di 5stelle e Lega

Per l’immediato futuro si preannunciano tempi duri per chi, come noi, crede fermamente nell’Europa e nel valore della democrazia. L’asse composto da Movimento5stelle e Lega, che si presentano come maggioranza di Governo, hanno già dimostrato il loro atteggiamento fortemente antidemocratico. Escludendo il Pd dalle nomine dei Questori e Segretari d’Aula al Senato, ruoli tradizionalmente lasciati all’opposizione.

Questo significa, in parole povere, che nei prossimi anni chi fa parte della maggioranza parlamentare potrà gestire a proprio piacimento il funzionamento della macchina amministrativa di Palazzo Madama. Facendo il bello e il cattivo tempo. Un fatto inaudito, che non era mai accaduto nella storia. Coloro che si presentavano come onesti e democratici, hanno già tolto la maschera. Rivelandosi come i più disonesti.

 

Opposizione difficile 

Da parte mia, intendo continuare il mio impegno per gli italiani all’estero. All’opposizione non sarà facile, ma è il posto che gli elettori ci hanno consegnato e dal quale cercherò di spingere per una politica migliore, una politica che avevamo disegnato nel nostro programma elettorale. Dall’estensione delle agevolazioni fiscali al sostegno per chi decide di rientrare. Dall’aumento dei fondi per lingua e cultura alla valorizzazione del nostro Made in Italy nel mondo. Fino all’impegno per il contrasto internazionale alle mafie. Con una priorità: battersi affinché l‘Italia rimanga un paese a forte vocazione europeista. Tutto questo non sarà facile in un Parlamento dominato dai Cinquestelle e dalle destre. In un Parlamento così un’opposizione chiara, ferma e grintosa sarà fondamentale per la democrazia ed il futuro del nostro Paese.

 

Anche dal Senato continuerò a darvi aggiornamenti costanti sulla mia attività.

La mia nuova e-mail è laura.garavini@senato.it. Potete scrivermi a questo indirizzo, come sempre sarò felice di ricevere le vostre mail e di rispondere alle vostre segnalazioni.

Per gli italiani in Europa e per gli italiani nel mondo. A presto. Laura Garavini

 

 

 

 

Cambiare

 

Sono decenni che ci diamo da fare per individuare le inefficienze degli organi che dovrebbero tutelare i diritti dei Connazionali all’estero. Riscontri ce ne sono stati pochi. Vedremo l’atteggiamento del nuovo Esecutivo. A nostro avviso, gli italiani all’estero resteranno in un “limbo” nel quale il disinteresse e l’apatia già sono ben noti.

 

Poi, ci sono stati anche segnali d’insofferenza da parte dei Connazionali d’oltre confine. Con un certo ritardo, i diretti interessati si sono resi conto che non tutto funzionava come avrebbe potuto. Il “silenzio” si è evoluto in una voglia di equità che pensavamo non fosse più pretesa. Ora è inutile basarci sugli eventi che non ci sono stati. C’è da schierarci, e in tempi brevi, su cosa fare per recuperare l’attendibilità. I risultati elettorali sono sovrani. Quelli che, nel tempo, abbiamo segnalato resteranno sempre i punti del nostro modo d’operare per gli italiani nel mondo. Se le Istituzioni, le Associazioni, i Partiti non sono in grado di coordinare le esigenze dei Connazionali emigrati, allora ci potrebbero essere delle posizioni d’assumere per evitare che le “voci”, che si sono fatte sentire, non siano vanificate.

 

 Per evitare altri impedimenti, si dovrebbe iniziare a prendere in esame un aspetto focale del problema: gli Organismi che rappresentano gli italiani nel mondo sono ancora all’altezza delle loro attribuzioni? Se all’interrogativo si risponde, obiettivamente, ”No”, allora non basta più ridimensionare gli aspetti sfavorevoli; bisogna, principalmente, promuovere il nuovo. Senza rimpianti.

 

Plausibilmente, l’istituto della rappresentatività dovrebbe essere integralmente rivisitato; con interventi e proposte svincolate da quelle attuali. Certamente, con un provvedimento normativo che torneremo a sollecitare al nuovo Parlamento. C’è da garantire, a chi vive all’estero, una reale rappresentatività politica in Patria. Di parole se ne sono dette molte; ci sono da concretare i fatti.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

 

Promozione del Tedesco. Collaborazione tra VHS Südtirol e le scuole ttrentine

 

Il Dipartimento della Conoscenza, all’interno delle azioni previste dal Piano Trentino Trilingue per la sensibilizzazione e promozione dell’apprendimento della lingua tedesca, ha dato il via ad una serie di incontri rivolti alle scuole secondarie del primo e del secondo grado della Provincia autonoma di Trento, realizzati in collaborazione con la Volkshochschule Südtirol. Lo scopo dell’iniziativa è di far crescere le competenze linguistiche in tedesco e, come richiesto dalla legge provinciale, conoscere più approfonditamente il territorio regionale nei suoi diversi aspetti.

l’incontro “l'occupazione nazista nel Tirolo storico” è stato il primo dei 36 incontri svolti a Moena lo scorso giovedì 22 marzo, per 32 alunni delle classi terze della scuola secondaria di primo grado.

La proposta consiste in una serie di incontri formativi in lingua tedesca rivolti agli studenti trentini su temi di importanza storica, culturale, politica e geografica, legati in particolar modo al contesto locale.

All’iniziativa hanno aderito 15 istituti, per un totale di 36 incontri, che si svolgono nelle scuole interessate nel periodo da marzo a dicembre 2018.

Le scuole hanno potuto inserire gli interventi dei relatori all’interno delle loro attività curricolari in lingua tedesca, in CLIL, in progetti interdisciplinari, oppure in attività facoltative di potenziamento linguistico.

La prospettiva futura è di incrementare le occasioni di valorizzazione della lingua tedesca, incentivando iniziative di questo tipo, orientate non solo alla promozione della lingua, ma anche del contesto culturale a cui appartiene. (aise 28) 

 

 

 

Dino Nardi: All’estero preferiscono il Pd

 

ZURIGO -Il 4 marzo è ormai passato ed il risultato delle elezioni politiche italiane premia indubbiamente il M5s ed il Centrodestra e, in quest’ultimo raggruppamento, soprattutto la Lega di Salvini mentre ha penalizzato il Pd.  In ogni caso, nonostante la loro schiacciante vittoria, né il Centrodestra né il M5s raggiungono da soli la maggioranza in parlamento. Pertanto vi è ora un difficilissimo problema per il Presidente della Repubblica Mattarella quando dovrà decidere a chi affidare l’incarico di formare un governo per questa legislatura, anche perché ad oggi il Pd – in cui il suo leader Matteo Renzi ha dato le dimissioni dopo la sconfitta elettorale – intende giustamente, a mio avviso, posizionarsi all’opposizione in ossequio al verdetto degli elettori e quindi rifiutare ogni coinvolgimento in governi con il Centrodestra o con il M5s i cui programmi, peraltro, cozzano contro quello del partito democratico. 

Per quanto riguarda, invece, la Circoscrizione Estero il risultato è stato in controtendenza rispetto a quello che è stato il voto in Italia. Infatti, nel voto all’estero, vi è stata una conferma dell’orientamento  delle passate elezioni politiche con il Pd vittorioso sia alla Camera con il 26,44 e 5 eletti che al Senato con il 27,09%  e 2 eletti. 

Evidentemente all’estero gli elettori hanno valutato positivamente l’operato degli ultimi governi a guida Pd di Matteo Renzi e di Paolo Gentiloni, nonché la maggior credibilità recuperata dall’Italia - rispetto al passato - sia nell’ambito dell’Unione Europea, che, più in generale, nei confronti dei vari Paesi in cui vivono le nostre comunità. Inoltre gli elettori all’estero, non vivendo in Italia, non sono stati ovviamente ammaliati né dalle promesse preelettorali del M5s come quella del reddito di cittadinanza, né dallo spauracchio dell’immigrazione utilizzata dalla Lega contrariamente a quanto è avvenuto invece in Italia.

Per restare poi alle nostre latitudini, ovvero in Europa e più precisamente in Svizzera, quello che in questa tornata elettorale ha lasciato l’amaro in bocca a tanti elettori “elvetici”  è la mancata elezione di  candidati del PD residenti in Svizzera, contrariamente alle precedenti votazioni politiche (perlomeno al momento in cui stiamo scrivendo questa nota, visto che nel Collegio Europa devono essere ancora scrutinati una cinquantina di seggi). Questo nonostante il notevole numero di elettori che vi sono ancora nella Confederazione e la forza del PD in questo Paese. Anche se, ad onor del vero, per gli addetti ai lavori, non vi è stata alcuna sorpresa per questo risultato che, anzi, si temeva potesse concretizzarsi visto che nella lista del PD presentata in Europa, su dieci candidati, ben cinque di loro erano residenti in Svizzera con il rischio di una polverizzazione delle preferenze da parte dell’elettorato “elvetico” che, in effetti, si è verificata ed ha premiato i candidati PD residenti in altri Paesi europei. Così che, dei sette parlamentari eletti in Europa in questa legislatura, di “svizzeri” vi sarà nel parlamento italiano solo l’onorevole Simone Billi del Centrodestra, in quota Lega, al quale naturalmente formuliamo le nostre congratulazioni per la sua elezione ed i nostri auguri di buon lavoro e di saper rappresentare proficuamente nella Camera dei Deputati le istanze degli italiani all’estero e, in particolare, quelle della comunità italiana in Europa e soprattutto in Svizzera considerato che quest’ultimo è un Paese extracomunitario e quindi con problematiche particolari.

Dino Nardi, de.it.press

 

 

 

 

 

Insegnare l’italiano all’estero. Tornano le classi virtuali per la formazione dei docenti

 

ROMA - Due settimane di didattica digitale e sei di formazione, per un totale di otto settimane di studio, discussione e “buona pratica”: questa è la formula che il Consorzio ICoN offre ai docenti di italiano residenti all’estero per il proprio aggiornamento professionale.

Un progetto – ricorda il Consorzio – partito nel 2016 per i docenti afferenti agli enti gestori e che nel 2017 si è allargato con l’apertura delle classi internazionali, ovvero classi virtuali attivate in base alla richiesta dei singoli. Proprio questa iniziativa sarà la protagonista della prima parte del 2018, che avverrà mediante la raccolta di adesioni dei docenti interessati ai corsi.

Partecipare è molto semplice. Tutte le informazioni (temi e programmi dei corsi, organizzazione didattica, modalità di partecipazione) sono a disposizione sul sito di ICoN Formazione (http://www.icon-formazione.it/it/corsi-di-formazione). Per manifestare il proprio interesse verso l’iniziativa è sufficiente compilare il modulo presente nella sezione sui corsi per singoli docenti: lo staff di ICoN provvederà a ricontattare i docenti interessati al momento dell’apertura delle iscrizioni alle classi.

Il Consorzio ICoN si occupa dell’aggiornamento dei docenti di italiano residenti all’estero dal 2013, anno in cui realizza i suoi primi corsi di alta specializzazione. La nuova edizione dei corsi, che vede la luce sulla nuova piattaforma didattica ICoN, viene impiegata nel 2016 da enti gestori di molti Paesi grazie all’accordo siglato con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Anche nel 2017 – riporta il Consorzio – i corsi ICoN sono stati accolti con entusiasmo, incontrando il gradimento dei docenti che li hanno frequentati.

I docenti di entrambe le edizioni, infatti, si sono dichiarati soddisfatti sia della qualità che della flessibilità del corso, che ha permesso loro di distribuire lo studio lungo le settimane senza pesare sulla propria attività lavorativa quotidiana. La maggior parte di loro ha sentito di avere acquisito nuove competenze utili e immediatamente spendibili, e ha apprezzato il coordinamento da parte del docente e del tutor ICoN presenti in piattaforma. Persino gli utenti più scettici sulla modalità e-learning, inoltre, si sono ricreduti: un grande segnale di incoraggiamento – conclude Icon – per il mondo della formazione online. (aise) 

 

 

 

Fatti e misfatti

 

Peccato che la politica italiana non sia una cosa seria. Purtroppo, lo sono, però, i suoi effetti nella vita degli italiani ai quali non resta che adeguarsi ai tempi. Convivere con la povertà “indotta”, è sempre un’altra storia. L’anno si sgranerà con l’oculatezza di un passato apparentemente lontanissimo, eppure mai così attuale. Meglio non confidare nelle assicurazioni di progressiva ripresa della nostra economia. E’preferibile riscontrarla sul campo.

 

 I risultati elettorali non hanno scalzato il fronte delle necessità. Non del superfluo, ma dell’indispensabile. Ciò nonostante c’è ancora chi ritiene che la fine del tunnel sia vicina. Ammesso che sia vero, come saranno i mesi che ci separano dalla “luce”? Come si qualificherà il nuovo potere legislativo? L’interrogativo sarebbe degno di una risposta. Ma è difficile essere realisti e ottimisti nel medesimo tempo. Un Patto ha avuto la meglio. Ma sarà per il bene del Paese?

 

La situazione, in ogni modo, c’impone di restare in prudente osservazione. Chi auspicava tempi migliori dovrà, ora, dimostrare che ci saranno. I sacrifici non saranno risparmiati.

 Per il quotidiano, resterà ancora l’arte dell’arrangiarsi. Il Popolo italiano c’è abituato. Intanto, lo sanno tutti, in politica gli “accomodamenti” si troveranno sempre. Però non osiamo immaginare come saranno i prossimi mesi per i cassintegrati, disoccupati, licenziati e giovani alla ricerca di una qualche occupazione. I”fatti” e i “misfatti” di questo Bel Paese sono ancora sotto gli occhi di tutti.

 

 La conduzione della politica continuerà a essere una “terapia” non risolutiva. Da noi, però, anche i sacrifici, mai piccoli per chi li affronta, hanno ancora una loro dignità, un pudore antico. Per il resto, non ci resta che prendere atto dei recenti risultati elettorali. Ogni altro commento sarebbe tardivo, se non inutile.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Pubblicazioni. L’emigrazione nei libri di scuola per l’Italia e per gli italiani all’estero

 

“L’emigrazione nei libri di scuola per l’Italia e per gli italiani all’estero” è il titolo di un nuovo volume pubblicato dalla Fondazione Migrantes nella collana “Rapporto Italiani nel Mondo”. Il testo di Lorenzo Luatti nasce da un accurato lavoro di studio e ricerca in biblioteche e archivi italiani ed esteri e ha il merito di accendere l’attenzione e di sistematizzare un ambito storiografico rimasto sino ad oggi inesplorato, ma estremamente significativo non solo per la memoria storica nazionale di cui costituisce un tassello importante, bensì anche per sollecitare una riflessione sul presente. Come recita il titolo, l’emigrazione raccontata nei testi scolastici rappresenta il tema di tale poderosa ricerca che si traduce in un manuale che rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per gli studiosi e le studiose che, auspicabilmente, troveranno in esso l’incentivo per continuare ad indagare una parte della storia nazionale da una prospettiva così inedita e innovativa, alla cui ricostruzione Luatti ha contribuito in maniera sostanziale.

Il volume presenta almeno due risvolti significativi. Il primo ha carattere storiografico, poiché offre una visione di un secolo di storia italiana, dagli anni Settanta dell’Ottocento, a partire dai libri di scuola dedicati sia ai bambini d’Italia che ai figli degli italiani all’estero: una prospettiva rivelatrice dei climi culturali, politici e ideologici che si sono susseguiti all’indomani dell’Unità nazionale. Per la prima volta la storia dell’emigrazione italiana viene raccontata attraverso i libri scolastici circolati nelle scuole durante un secolo (dagli ultimi decenni dell’Ottocento agli anni Sessanta). E per la prima volta è offerta una ricostruzione completa e dettagliata delle vicende editoriali e della produzione libraria per le scuole italiane all’estero, dai testi pioneristici di fine Ottocento promossi dalla “Dante Alighieri” ai testi unici fascisti imposti tra il 1929 e il 1943.

La seconda caratteristica degna di menzione del volume riguarda invece i suoi risvolti attuali, data la scelta di leggere la manualistica scolastica attraverso la lente dell’emigrazione. Si tratta infatti di una questione ancora oggi spinosa, poco raccontata o mitizzata, che dovrebbe invece entrare nel dibattito pubblico senza alcuna strumentalizzazione, al fine di diffondere un pensiero consapevole attorno a un’esperienza di massa che molto potrebbe insegnare alla nostra contemporaneità. L’analisi dei libri scolastici illustra le radici di tale visione ancora oggi problematica.

Da segnalare infine il sostanzioso apparato iconografico (oltre 300 illustrazioni a colori e in b/n) che arricchiscono il volume di Luatti di una dimensione che è sempre stata consustanziale ai testi scolastici: l’immaginario degli alunni si costruisce infatti anche a partire dalle illustrazioni che, numerosissime, accompagnano e avallano la riflessione dell’autore. L’analisi delle scritture scolastiche contenute in un quaderno appartenuto ad un alunno italiano vissuto con la famiglia emigrata nella Savoia francese, conferma infine il senso e l’importanza di questa ricerca, che fa riflettere su quanto le istituzioni educative e i libri, che ne sono gli strumenti, abbiano inciso, e possano ancora farlo, sull’immaginario e sul pensiero collettivi.

Lorenzo Luatti è ricercatore dei processi migratori e delle relazioni interculturali presso Oxfam Italia.

Lorenzo Luatti, L’emigrazione nei libri di scuola per l’Italia e per gli italiani all’estero. Ideologie, pedagogie, rappresentazioni, cronache editoriali, Fondazione Migrantes, Tau editrice, Todi (PG), 2017, 415 pp., 15 euro. De.it.press 3

 

 

 

Selezione Eures per lavorare in Germania. si cercano 15 cuochi e 10 camerieri

 

Incontri di selezione in quattro Centri per l'impiego umbri dal 16 al 19 aprile

 

PERUGIA - La Zav - International Placement Services North Rhine-Westphalia, in collaborazione con la rete Eures operante in Umbria, seleziona candidature per l'assunzione di cuochi e camerieri in Germania. Gli incontri di selezione si terranno in quattro Centri per l'impiego umbri dal 16 al 19 aprile e vi potrà accedere solo chi ha inviato il curriculum con la propria candidatura entro il 12 aprile e ha ricevuto la mail di convocazione.

Per essere ammessi alla selezione per 15 cuochi i candidati devono possedere la qualifica professionale ed attestato HACCP in corso di validità, vantare la conoscenza della lingua inglese a livello A2/B1. La conoscenza del tedesco costituisce titolo preferenziale.

Per partecipare alla selezione per 10 camerieri, parimenti, si richiede il possesso della qualifica professionale ed attestato HACCP in corso di validità, ma è necessario conoscere la lingua tedesca a livello A2/B1 ed è preferibile la conoscenza dell'inglese quale seconda lingua.

Per candidarsi, occorre inviare il curriculum, contenente anche il proprio codice fiscale, all'indirizzo email eurespg@regione.umbria.it se si è residenti o domiciliati nell'ambito del territorio provinciale di Perugia oppure a candidaturelavoro@regione.umbria.it se si vive nel territorio provinciale ternano. Nell'oggetto della email deve essere inserita la frase che indica la posizione per la quale ci si candida, quindi "Selezione Germania camerieri" oppure "Selezione Germania cuochi". Il curriculum deve essere aggiornato e redatto preferibilmente in lingua inglese o tedesca. Possono essere tenuti in considerazione anche curricula dettagliati in lingua italiana, accompagnati da un documento più breve che descriva gli elementi salienti in lingua inglese o tedesca. Anche nel curriculum deve essere chiaramente indicata la posizione per la quale ci si candida. Ai colloqui, che saranno svolti in italiano e inglese/tedesco, potranno accedere solo le persone che hanno inviato il curriculum con la propria candidatura entro la scadenza fissata per giovedì 12 aprile, ore 23.59. Fa fede l'orario di ricevimento dell'email. Ai colloqui potranno presentarsi solo le persone che riceveranno una email di convocazione.

Sono complessivamente 25 le posizioni aperte, tuttavia gli operatori Eures evidenziano che il numero potrebbe aumentare in futuro perché il territorio tedesco per il quale vengono ricercate queste figure professionali presenta una forte presenza di strutture ricettive e ristorative e non è escluso che, in presenza di più candidature di qualità, potrebbero aprirsi ulteriori opportunità.

"Lavorare all'estero - si sottolinea - può rappresentare una scelta limitata ad un periodo della propria vita o rappresentare una opzione definitiva. In ogni caso la rete Eures, che dispone di operatori in tutte le regioni d'Europa, agisce proprio per favorire le esperienze di lavoro in altri Paesi europei e per migliorare l'occupazione in Europa, attraverso lo scambio e la reciprocità nella ricerca del personale".

Eures, infatti, "non offre solo servizi che riguardano il matching domanda-offerta, ma affronta nel complesso il tema ‘lavorare in Europa', informando i cittadini a tutto tondo sulle opportunità disponibili nei Paesi in cui si intende affrontare un'esperienza di lavoro e le condizioni di vita del luogo".

   "Non faranno eccezione – si rileva - queste selezioni presso i Centri per l'Impiego, in quanto il programma delle giornate, uguale in tutti i centri interessati, prevede un momento informativo dal taglio molto operativo dal tema ‘Vivere e lavorare in Germania' in lingua italiana (dalle ore 15 alle ore 15.45), al termine del quale prenderanno il via le selezioni, previste dalle ore 15.45 alle ore 18. Qualora le candidature fossero numerose, i colloqui potranno proseguire oltre tale ora oppure potranno essere condotti in videoconferenza in un momento successivo".

Gli appuntamenti sono programmati come segue: lunedì 16 aprile, Centro per l'Impiego di Perugia; martedì 17 aprile, Centro per l'Impiego di Foligno; mercoledì 18 aprile, Centro per l'Impiego di Città di Castello; giovedì 19 aprile, Centro per l'Impiego di Terni. Inform

 

 

 

 

Commissione anti ‘Ndrangheta avvierà indagine sulla Fondazione “Calabresi nel mondo”

 

CATANZARO - "La vicenda giudiziaria relativa ai presunti illeciti commessi nella gestione della Fondazione "Calabresi nel Mondo" fa riemergere non solo il macabro sospetto delle responsabilità della politica, ma anche il drammatico tema della connivenza della burocrazia, a volte non solo asservita ma, addirittura, funzionale alla messa in atto di condotte illecite ai danni della Regione e dei calabresi". A scriverlo è il presidente della Commissione contro la ‘ndrangheta in Calabria, on. Arturo Bova, in una nota diffusa alla stampa dopo le vicende giudiziarie relative alla fondazione regionale "Calabresi nel Mondo".

"Ferma restando la doverosa presunzione d’innocenza circa le persone coinvolte", precisa Bova, "rimane la gravità dei fatti contestati. Oggi", prosegue la nota, "assume ancor di più un sapore particolare la scelta di questo governo regionale guidato da Mario Oliverio e di cui faccio parte, di mettere in liquidazione l’ente. Una scelta convinta e adottata sin dai primi giorni del nostro insediamento".

"Già alla luce di quanto emerso sui giornali negli ultimi anni e ancor di più oggi, alla luce dell'indagine della magistratura", Bova ritiene "doveroso" che la Commissione regionale contro la 'ndrangheta da lui presieduta "avvii una attività di indagine che sappia essere non solo di supporto alla preziosa opera delle forze dell'ordine e della magistratura, ma che autonomamente abbia la forza di fare pulizia di ogni eventuale incrostazione rimasta della torbida esperienza dell'ente "Calabresi nel mondo"".

"Il prossimo 20 marzo", annuncia il presidente, "la Commissione contro la ‘ndrangheta in Calabria si occuperà delle responsabilità nella vicenda relativa ai lavori per la Variante A della SS106. Una seduta che era stata già convocata nel mese di febbraio, ma che fummo costretti a rinviare per indisponibilità a parteciparvi da parte dei vertici Anas. Dopo questo incontro, convocherò una seduta ad hoc sulla fondazione "Calabresi nel Mondo"".

"Il Consiglio regionale", conclude Bova, "deve approfondire e conoscere i dettagli sugli aspetti amministrativi della vicenda al fine di contribuire all’azione di bonifica già messa in piedi dal governo regionale e dall’indagine della Procura della Repubblica di Catanzaro. L’azione della Commissione proseguirà, poi, per approfondire anche i temi scottanti delle assunzioni Sacal, degli eterni cantieri pubblici, degli appalti pubblici a chiamata diretta e così via. Nessuno di noi dovrà minimamente indugiare nella preziosa opera di bonifica morale dell'apparato politico-amministrativo che i calabresi chiedono e meritano. È il principale compito che sento di dover portare avanti in qualità di rappresentante politico e istituzionale dei tanti calabresi perbene". (aise 16.3.) 

 

 

 

 

Spanien blamiert: Puigdemont auf freiem Fuß

 

Die Roadshow kann weiter gehen. Das Oberlandesgericht Schleswig-Holstein (OLG) hat für eine Überraschung und viel Freude in Katalonien gesorgt: Carles Puigdemont kommt frei.

 

Die spanische Justiz hat sich beim Versuch, den flüchtigen Ex-Präsidenten der Provinz Katalonien im Ausland dingfest machen zu lassen zum zweiten Mal blamiert. Der erste europäische Haftbefehl wurde zurückgezogen, nachdem klar wurde, dass Belgien nicht ausliefert. Ein neuer Haftbefehl wurde ausgestellt, als Pugidemont in Nordeuropa auf Reisen war. Die Mühlen der finnischen und dänischen Bürokratie mahlten wohl extra langsam, dort wurde die Chance zur Verhaftung verpasst. In Norddeutschland wurde er dann geschnappt – und nun wieder freigelassen.

Dabei konnte der Richterspruch kaum deutlicher ausfallen. Laut dem Gericht erweist sich der von den spanischen Behörden erhobene Vorwurf der „Rebellion“ als von vornherein unzulässig. Es war zwar nicht Aufgabe der schleswig-holsteinischen Justiz tiefgehend zu untersuchen, ob Puigdemont ein Rebell ist, doch offenbar war die Anschuldigung derart offensichtlich an den Haaren herbeigezogen, dass es einer solchen Untersuchung nicht brauchte um festzustellen, dass dem nicht so ist.

So hieß es beim OLG zur Begründung, dass „sich hinsichtlich des Vorwurfs der ‚Rebellion‘ die Auslieferung als von vornherein unzulässig erweist“. Das Puigdemont vorgeworfene Verhalten „wäre in der Bundesrepublik Deutschland nach hier geltendem Recht nicht strafbar“. Die Auslieferung sei daher unzulässig. „Der in Betracht kommende Straftatbestand des Hochverrats sei nicht erfüllt, weil es an dem Merkmal der ´Gewalt´ fehle.“

„Nach den vom Bundesgerichtshof in einem vergleichbaren Fall aufgestellten Grundsätzen reiche es für die Verwirklichung des Gewaltbegriffs nicht aus, dass ein Täter Gewalt androht oder anwendet, um ein Verfassungsorgan zu einem erstrebten Handeln zu veranlassen. Erforderlich sei vielmehr, dass von der gegenüber Dritten ausgeübten Gewalt ein derartiger Druck auf das Verfassungsorgan ausgehe, der geeignet ist, den entgegenstehenden Willen des Verfassungsorgans zu beugen“, hieß es in dem Schreiben des Gerichts weiter.

Kataloniens Ex-Regierungschef Carles Puigdemont wurde in Deutschland festgenommen. In Spanien droht ihm eine jahrzehntelange Haftstrafe. Eine Lösung des Konfliktes ist derweil nicht in Sicht.

In der Tat war die Argumentation des Haftbefehls für einen so großen Vorwurf recht dünn. Der spanische Untersuchungsrichter Pablo Llarena argumentiert, dass Puigdemont im Vorfeld des Unabhängigkeitsreferendums in einer Sitzung mit hohen Polizeibeamten erfahren habe, dass es bei Durchführung der Abstimmung zu gewalttätigen Auseinandersetzungen kommen könne. Da er die Abstimmung trotzdem durchführen ließ, habe er Gewalt in Kauf genommen. Dass das nicht reicht, um Puigdemont für 25 Jahre zu verknacken, sagt schon der gesunde Menschenverstand. Nun auch das OLG Schleswig-Holstein.

Bleibt der ebenfalls im Haftbefehl enthaltene Vorwurf der Veruntreuung öffentlicher Gelder. Dahinter steckt das Argument, dass die Durchführung des verfassungswidrigen Referendums mit öffentlichen Mitteln finanziert wurde. Es geht um gut 1,5 Millionen Euro. Solange der Vorwurf geprüft wird, darf Puigdemont Deutschland nicht verlassen und muss sich wöchentlich bei den Behörden melden. Im Gefängnis bleiben muss er so lange aber nicht. Der Vorwurf wiegt nicht so schwer, daher ordneten die Behörden Haftverschonung für die Zeit der Prüfung an.

Ohnehin ist fragwürdig, ob die spanische Justiz an dem Haftbefehl festhält, wenn sie Puigdemont auf dieser Basis nur wegen Veruntreuung öffentlicher Gelder rankriegen kann. Schließlich wurden zahlreiche weit weniger bedeutende katalanische Aktivisten und Politiker festgenommen, denen nun der Prozess wegen Rebellion gemacht werden soll. Es wäre ein schräges Bild, wenn die Funktionsebene weitaus schwerer bestraft wird, als der Anführer. Immerhin war es Puigdemont, der als Präsident Kataloniens die Unabhängigkeit ausgerufen und die Unabhängigkeitserklärung unterzeichnet hat.

Die Freilassung jedenfalls hat in Katalonien für viel positive Überraschung gesorgt. „Vielen Dank an alle!“, twitterte Puigdemont am Abend und teilte die katalanische Fassung des Gerichtsschreibens. Er fügte hinzu: „Wir sehen uns morgen!“

Vor allem nach den Einlassungen des deutschen Regierungssprechers Steffen Seibert hat kaum jemand daran geglaubt, dass Deutschland Puidgemont nicht ausliefert. „Spanien ist ein demokratischer Rechtsstaat“, sagte dieser jüngst. Es sei die Überzeugung der Bundesregierung, dass der Katalonien-Konflikt innerhalb der spanischen Rechts- und Verfassungsordnung gelöst werden müsse. Aus diesem Grund habe man in den vergangenen Monaten die klare Haltung der spanischen Regierung zur Gewährleistung der Verfassungsordnung unterstützt“.

Dass es trotz dieser politischen Position aus Deutschland auf der juristischen Ebene erstmal keine Unterstützung für die spanische Regierung gibt, ist ein gutes Zeichen. Es zeugt davon, dass die Gewaltenteilung hierzulande ganz gut funktioniert.

Ein zweiter Nackenschlag Richtung Madrid kam derweil aus Belgien. Drei Mitglieder aus Puigdemonts Kabinett, die mit ihm nach Brüssel geflohen waren, wurden ebenfalls am gestrigen Donnerstag unter Auflagen freigelassen, wie die belgische Staatsanwaltschaft mitteilte. Das betrifft die frühere Agrarministerin Kataloniens, Meritxell Serret, den Ex-Gesundheitsminister Toni Comín und den ehemaligen Kulturminister Lluís Puig i Gordi. Auch gegen sie liegen europäische Haftbefehle wegen des Vorwurfs der Rebellion vor.

Wie geht es nun weiter mit Puigdemont und Katalonien? Über eine Auslieferung nach Spanien ist noch nicht entschieden. Das liegt bei der schleswig-holsteinischen Generalstaatsanwaltschaft. Sollte dort zugunsten einer Auslieferung entschieden werden, könnte Puidgemont aber noch Einspruch einlegen.

Der Katalonien-Konflikt erreichte am Sonntag mit dem Unabhängigkeitsreferendum einen vorläufigen Höhepunkt. Weitere Eskalationen scheinen vorprogrammiert. Woher kommt der starke Wille zur Unabhängigkeit?

Eine Lösung des Katalonien-Konfliktes ist derweil nicht in Sicht. Nach dem Referendum und der Absetzung der Regionalregierung kam es im vergangenen Dezember zu Neuwahlen, bei denen die Mehrheit der Separatisten bestätigt wurde. Seither verhindert Spanien die Regierungsbildung, indem potenzielle Kandidaten für das Präsidentenamt juristisch verfolgt werden. Doch selbst wenn eine Regierung zustande kommt, wird sie die Unabhängigkeit nicht einfach vollziehen können. Dazu fehlt die politische Kraft im Inland ebenso wie die Rückendeckung aus dem Ausland.

Es scheint, dass eine Lösung nur auf dem Verhandlungsweg möglich ist. Dazu braucht es aber Zugeständnisse aus Madrid. Katalonien muss nicht unabhängig werden um zur Ruhe zu kommen, wenn es zu ernsthafte Verhandlungen über den Autonomiestatus einschließlich der Finanzen kommt. Doch dafür muss Madrid seine radikal-zentralistische Haltung aufgeben. Es wäre hilfreich, würde die Bundesregierung entsprechend auf ihre spanischen Kollegen einwirken. Selbiges gilt für die EU-Institutionen.

Ob man es will oder nicht: Der Katalonien-Konflikt ist keine rein spanische, sondern eine europäische Angelegenheit. Das wurde spätestens deutlich, als Deutschland durch die Verhaftung Puigdemonts auf einer norddeutschen Autobahnraststätte in den Konflikt hineingezogen wurde.  Steffen Stierle EA 6

 

 

 

„Konzentration des Kapitals rückgängig machen“

 

Der Ökonom Branko Milanovi über wachsende Ungleichheit und die Gefahren für die Demokratie. Von Branko Milanovi

 

In Deutschland herrscht eine paradoxe Situation: Obwohl die Wirtschaft brummt, haben viele Menschen das Gefühl, nicht davon zu profitieren. Sie geben den etablierten Parteien die Schuld und wählen populistische Parteien. Ist da etwas dran?

Deutschland gilt als Musterbeispiel für ein Land, das sich sehr erfolgreich an die Globalisierung angepasst hat. Es ist mittlerweile die größte Exportnation der Welt. Die Arbeitslosenquote liegt bei etwa 5,7 Prozent, und das bei einer gleichzeitigen Aufnahme von einer Million Migranten. Das ist alles überaus positiv.

Weniger positiv ist, dass das Realeinkommen der unteren 50 Prozent der deutschen Bevölkerung in den letzten 15 Jahren nicht gestiegen ist. Angesichts dieser Entwicklung und anderer Faktoren wie Migration oder Angst vor Arbeitsplatzabbau ist es durchaus nachvollziehbar, dass die wirtschaftliche Entwicklung auch in Deutschland zum Aufstieg der Populisten geführt hat.

Wie steht es mit den Gewerkschaften? Haben sie genug für die Arbeitnehmer unternommen?

Aufgrund der Veränderungen am Arbeitsplatz und auf dem Arbeitsmarkt ist der Rückgang gewerkschaftlicher Organisation ein weltweites Phänomen, sowohl in der Privatwirtschaft als auch im öffentlichen Sektor. Auch in Deutschland haben die Gewerkschaften an Macht verloren. Das wirft für linke Parteien akute Probleme auf. In Frankreich, Deutschland und anderen Ländern bestand früher eine enge Beziehung zu den Gewerkschaften. In Frankreich waren die sozialistischen und kommunistischen Gewerkschaften eng mit der Sozialistischen Partei verbunden, inklusive Zeitungen, Zeitschriften und so weiter. Heute ist diese Verbindung lockerer, deshalb muss die Wirtschaftspolitik auf Seiten der Linken neu überdacht werden.

In welcher Hinsicht?

Wenn Sie und ich ein unterschiedliches Einkommen erzielen, konzentriert sich die Politik bislang darauf, dass der Staat das durch Transferleistungen und Steuern ausgleicht. Wenn aber unsere Ausgangsposition in Hinblick auf Ausbildung und Kapital recht ähnlich ist, unterscheidet sich auch unser Einkommen nicht wesentlich, und der Staat muss nicht so stark eingreifen.

Linke Parteien sollten mehr Anstrengungen darauf verwenden, die Voraussetzungen der Menschen beim Eintritt in den Arbeitsmarkt anzugleichen. Statt alles in die Umverteilung bereits erzielter Einkommen zu investieren, sollte mehr Geld in eine gleichmäßig gute Ausbildung für alle fließen, egal aus welcher Schicht, und das Kapital zugunsten der mittleren Schichten umverteilt werden. Das wäre meine Empfehlung.

Wie Sie in Ihrem Buch schreiben, erwächst die zunehmende Ungleichheit vor allem aus der Globalisierung. Ist ein Handelsprotektionismus, wie Donald Trump ihn betreibt, die richtige Antwort darauf?

Nein, ich halte diese Politik für falsch. Wegen der internationalen Regelungen ist sie auch nur sehr schwer umzusetzen. Und selbst wenn Trump diese Maßnahmen durchzieht, würden sie meiner Ansicht nach nur vorübergehend greifen und für die Menschen keine langfristige oder auch nur mittelfristige Verbesserung ihrer wirtschaftlichen Situation mit sich bringen. Nur sehr wenige Menschen würden davon profitieren, viele aber darunter leiden.

Solche Maßnahmen sind langfristig schlecht für die Vereinigten Staaten und den Rest der Welt. Die Senkung der Zölle war ein enormer Fortschritt. In den vergangenen 50 Jahren lagen die Zölle in den reichen Ländern durchschnittlich bei zehn bis zwölf Prozent, nun betragen sie nur noch ein oder zwei Prozent. Die Rückkehr zur alten Politik wäre ein Fehler.

Aber auch multilaterale Freihandelsabkommen wie TTP und TTIP wurden in den USA und Europa stark kritisiert.

Wie Sie wissen, laufen viele dieser Verhandlungen geheim. Der bekannte Handelsökonom Paul Krugman hat auch nur aus durchgestochenen Dokumenten Details dieser Gespräche erfahren. Da sind zahlreiche monopolistische Maßnahmen vorgesehen, zum Schutz geistiger Eigentumsrechte, für Patente auf Medikamente, Computer, Software und so weiter. In Wahrheit sind da Lobbyisten am Werk, die versuchen, in den Handelsabkommen ihre eigenen Wünsche festzuschreiben, die aber nicht im Interesse der Verbraucher oder Arbeitnehmer sind.

Wie kommt es, dass sich in den letzten drei Jahrzehnten die Ungleichheit weltweit zwischen den Ländern vermindert hat, während sie innerhalb der meisten westlichen Länder dramatisch gewachsen ist?

Die Antwort ist recht einfach, denn in ärmeren, bevölkerungsreichen Ländern wie China, Indien und Vietnam ist die Wirtschaft gewachsen. Man könnte sagen, dass dort eine globale Mittelschicht entstanden ist. Man kann das an der massiven Zunahme chinesischer Touristen in Europa ablesen. Das war der Faktor, der die globale Ungleichheit hat schrumpfen lassen.

Aber was die Ungleichheit innerhalb von Staaten angeht: In Reaktion auf den Aufstieg Chinas wurden in den westlichen Ländern in Branchen, die mit China in Konkurrenz standen, für viele Menschen die Löhne gesenkt und Arbeitsplätze abgebaut. Derselbe Globalisierungsschub, der in China die Einkommen erhöht und die globale Mittelschicht hervorgebracht hat, dürfte das Einkommen vieler US-amerikanischer Arbeitskräfte gesenkt haben. Deshalb wächst in den USA die Ungleichheit. Aber für mich ist dieser Zusammenhang kein Argument für die Einführung von Strafzöllen, sondern ein Argument dafür, dass man die von der Globalisierung betroffenen Menschen unterstützen muss.

Warum bedroht die wachsende Ungleichheit die Demokratie? Weil sie Populisten in die Hände spielt?

Nicht nur. Bei großer Ungleichheit liegen mehr Ressourcen in den Händen des reichsten Prozents der Bevölkerung. Betrachtet man die Wünsche der Reichen und die Gesetze, die gemacht werden, erkennt man einen klaren Zusammenhang. Die Gesetze, über die debattiert wird, spiegeln die Präferenzen der Reichen wider. Da also die Reichen immer mächtiger werden und politische Prozesse und Parteien finanzieren, diktieren sie auch die Wirtschaftspolitik. Und dabei haben sie ihre eigenen Interessen im Blick. Insofern verstärken sie den Vorteil, den sie schon haben. Ich glaube, das ist gefährlich für die Demokratie, denn mittlerweile ist empirisch eindeutig belegt, dass das Prinzip, nach dem jede Stimme gleich viel zählt, nicht mehr gilt.

Das ist die eine Gefahr. Die andere Gefahr liegt darin, dass eine größere Polarisierung auch den Niedergang der Mittelschicht mit sich bringt. Das heißt nicht unbedingt, dass Menschen arm werden. Viele wandern auch in die reicheren Schichten ab, aber die Mitte gerät in Bedrängnis. Und dann taucht die Frage auf: Wenn die Mittelschicht die unabdingbare Basis für die Demokratie war, wie kann Demokratie in diesem polarisierten Umfeld noch funktionieren?

Wie schlägt es sich das auf die Zusammensetzung eines Parlaments nieder, wenn es viele Reiche und viele Arme gibt? In Hinblick auf mein erstes Argument kann sich das sehr negativ auswirken. Das wäre dann kein Populismus, sondern eine Plutokratie.

Diese beiden möglichen Gefahren sehe ich: Plutokratie und Populismus. Die Ironie ist, dass Trump, wahrscheinlich intuitiv, beides verkörpert. Denn erst senkt er die Steuern für die Reichen, eine absolut plutokratische Maßnahme, die nur der obersten Schicht nützt. Und jetzt sagt er: Ich werde die Zölle anheben, was sehr populistisch ist. Man könnte ihn wohl als Plutopopulisten bezeichnen.

Wird es im Jahr 2050 in den westlichen Ländern noch eine Mittelschicht geben?

Wahrscheinlich schon, aber sie wird in allen Ländern im Niedergang begriffen sein, in Spanien, Finnland und so weiter. Doch wie ich gesagt habe, muss das nichts Schlechtes sein. In Finnland beispielsweise sind vier von fünf Menschen aus der Mittelschicht in eine reichere Schicht aufgestiegen, nur einer ist in eine ärmere abgestiegen. Das ist also nicht per se negativ, wirft aber die Frage auf: Wo befindet sich in einer sehr polarisierten Gesellschaft die Basis der Demokratie?

Was würden Sie empfehlen, um diese Entwicklung umzudrehen?

Erstens müssen wir die Konzentration des Kapitals rückgängig machen, denn der Anteil des Kapitals am Nettogesamteinkommen steigt. Wenn das Kapital weiterhin stark gebündelt ist, wird unsere Gesellschaft automatisch ungleicher. Zweitens müssen wir allen Menschen dieselben hervorragenden Bildungschancen eröffnen. Das gilt besonders für die Vereinigten Staaten, aber auch für andere Länder. Der Schwerpunkt sollte demnach nicht auf einer besseren Verteilung bereits erzielten Einkommens liegen, sondern darauf, allen eine vergleichbare Startposition zu garantieren.

Mir scheint, hier liegt das künftige Politikfeld der Linken, gemeinsam mit einer Erbschaftssteuer, auch wenn sie nicht sehr beliebt ist. Eine solche Steuer bedeutet nicht, dass man jede Erbschaft, sondern  nur große Erbschaften von, sagen wir, über eine Million Euro, besteuert. Das könnte eine vernünftige linke Politik sein: Man konzentriert sich stärker auf das Stadium, das vor der Umverteilung liegt. Das ist dann eine grundlegendere Gleichheit, als wenn man Geld, das bereits erwirtschaftet wurde, einfach nur umverteilt.

Die Fragen stellte Anja Papenfuß. IPG 4

 

 

 

 

EU fordert: Migration & Sicherheit müssen im Zentrum des neuen EU-Afrika-Deals stehen

 

Die EU wird Migration und Sicherheit in den Mittelpunkt ihrer Gespräche über einen Nachfolgepakt zum Cotonou-Abkommen mit den Staaten in Afrika, der Karibik und im Pazifik (AKP) stellen, erklärte ein führender EU-Beamter am Montag.

„Die neue Partnerschaft der EU mit Afrika muss sich mehr auf Migrationspolitik konzentrieren. Wir müssen mit Afrika zusammenarbeiten, um Menschenhandel und Menschenschmuggel zu bekämpfen,“ forderte Koen Vervaeke, der beim Europäischen Auswärtigen Dienst (EAD) für die Region Afrika zuständig ist, während einer Veranstaltung des Think-Tanks Chatham House in London.

„Wir wollen aber auch die Mechanismen für die legale Migration von Afrikanern nach Europa verbessern,“ fügte er hinzu.

Dieses Jahr sollen Gespräche zwischen der EU und den AKP-Staaten über einen Nachfolger des Cotonou-Abkommens aufgenommen werden. In Cotonou, Benin, war im Jahr 2000 ein 20-jähriges Partnerschaftsabkommen der EU mit den 78 Ländern unterzeichnet worden.

Das Nachfolgeabkommen soll sich auch mit der zunehmenden Migration innerhalb der afrikanischen Länder befassen. Vervaeke sagte, die EU erkenne „die Flüchtlings-Last in den afrikanischen Ländern an“. Bisher habe man „mehr als 3 Milliarden Euro in wirtschaftliche und sicherheitspolitische Initiativen in Afrika investiert“.

Nach „Jahren der Gleichgültigkeit“ und eine Migrationswelle später steht Afrika ganz oben auf der politischen Agenda Europas.

Strengere Durchsetzung des Cotonou-Abkommens

Das derzeitige Abkommen enthält Bestimmungen, die afrikanische Länder eigentlich dazu verpflichten, illegale Migranten zurückzunehmen. In Realität ist das einzige funktionierende Rückführungsabkommen der EU das mit Kap Verde.

Der starke Fokus der EU auf Migration gibt jedoch auch vielen zivilgesellschaftlichen Gruppen Anlass zur Sorge: „Entwicklung war ursprünglich der wichtigste Pfeiler in Cotonou. Jetzt ist es nur noch einer unter vielen,“ kommentierte ein zivilgesellschaftlicher Akteur gegenüber EURACTIV. „Für die EU stehen Migration und Sicherheit an erster Stelle, gefolgt von Wirtschaftswachstum und dann Entwicklung.“

Die EU-Kommission hat auch ihre Absicht bekundet, die Konditionalität und mögliche Sanktionen zu erhöhen. Staaten, die Menschenrechte verletzen, würden dann keine Mittel zugewiesen, wobei bei schweren Menschenrechtsverletzungen eine Rückzahlung der Mittel zu fordern wäre.

Aber: „Die Durchsetzung [von Cotonou] war schon immer schwach,“  so ein EU-Beamter gegenüber EURACTIV. Die EU werde daher eine sehr viel konsequentere Umsetzung fordern.

Die EU-Regierungen wollen sich im Mai auf ihr endgültiges Mandat für Cotonou 2.0 einigen. Die AKP-Staaten werden ihre Vorgespräche voraussichtlich im Sommer abschließen, einige Wochen vor Beginn der gemeinsamen Verhandlungen im August.

Separater Pakt mit Afrika

Die Europäische Kommission hofft, neben einem Rahmenabkommen mit den AKP-Staaten auch einen separaten Pakt mit den afrikanischen Ländern auszuhandeln.

„Afrika würde dann als ein einzelner Akteur betrachtet werden, was der EU bessere Möglichkeiten zur Förderung wirtschaftlicher Investitionen gibt,“ erläuterte Vervaeke.

Im Rahmen des Cotonou-Pakts sollen die EU-Regierungen ihre Entwicklungspolitik auf den Aufbau von Infrastruktur und den Ausbau des Privatsektors zu konzentrieren. „Die EU wird sich nicht nur für die Schaffung von Arbeitsplätzen als Entwicklungsmotor einsetzen; sondern die Partnerschaft wird auch einen größeren Schwerpunkt auf Investitionen im privaten Sektor legen,“ teilte Vervaeke dementsprechend mit.

Wie will die EU zukünftig sicherstellen, dass die europäischen Entwicklungsziele nicht vorrangig als Belohnung für Maßnahmen der Migrationskontrolle dienen?

Der AKP-Block wird seinerseits wahrscheinlich auf die Wiedereröffnung der umstrittenen Wirtschaftspartnerschaftsabkommen zwischen regionalen Ogranisationen und Brüssel pochen.

Nach einem Jahrzehnt der Verhandlungen sind die EU-Abkommen mit der Wirtschaftsgemeinschaft westafrikanischer Staaten (ECOWAS) und der Ostafrikanischen Gemeinschaft (EAC) weiterhin nicht umgesetzt. Einige afrikanische Länder hatten sich beschwert, sie müssten zu viel Zugang für EU-Unternehmen zu ihren Märkten bieten und seien in diesem Fall nicht in der Lage, ihre eigene einheimische Industrie aufzubauen.

Brexit

Die EU-Programme in Afrika – und möglicherweise die Cotonou-Gespräche – werden darüber hinaus von der Entscheidung Großbritanniens, die Europäische Union zu verlassen, betroffen sein.

„Das Vereinigte Königreich war ein wichtiger Akteur bei der Entwicklung der EU-Afrika-Politik, und wenn wir ein Post-Cotonou-Abkommen ohne das Vereinigte Königreich anstreben, wird es nicht dasselbe sein,“ glaubt Vervaeke. Ziel der EU sei es, dass die britische Afrika-Politik so eng wie möglich an die der EU angeglichen wird, „damit wir weiterhin auf der Grundlage unserer gemeinsamen wirtschaftlichen Interessen zusammenarbeiten können“.

London ist einer der Hauptfinanzierer des Europäischen Entwicklungsfonds (EEF), der aus dem EU-Haushalt finanziert wird und den AKP-Ländern voraussichtlich Finanzmittel zur Verfügung stellen wird. Wenn andere EU-Länder nicht bereit sind, die Lücke zu schließen oder kein Abkommen mit dem Vereinigten Königreich erzielt wird, das es dem Land erlaubt, weiterhin Mitglied des EEF zu bleiben, würde das Instrument unter erheblichen Einschnitten leiden.

Die Führungsrolle der EU und Großbritanniens in der Entwicklungspolitik wird durch den Brexit bedroht, warnen Aktivisten.

Optimismus

Vervaeke blieb dennoch optimistisch, dass die EU und Großbritannien auch nach dem Brexit weiterhin in der Afrikapolitik zusammenarbeiten werden. Er sagte, die EU habe sich „unter dem Strich zu engen Beziehungen und fortgesetzter Arbeit mit dem Vereinigten Königreich in Afrika verpflichtet“.

Genauer erläuterte er: „Die EU prüft derzeit den Haushalt ihres Entwicklungsfonds, und es könnte eine neue Möglichkeit für Drittstaaten geben, sich an den europäischen Entwicklungsanstrengungen zu beteiligen. Dies könnte dann auch eine Option für Großbritannien sein, weiterhin mit der EU zusammenzuarbeiten.“ Benjamin Fox und Charley Rountree, EA 28

 

 

 

 

Lob der Nation

 

Weshalb wir den Nationalstaat nicht den Rechtspopulisten überlassen dürfen.

Von Michael Bröning 

 

Ein Lobgesang auf den Nationalstaat? Eine Verteidigungsrede für die Nation? Weshalb nicht gleich ein Hoch dem Chauvinismus oder ein pathetisches Bekenntnis zu Ausgrenzung und Hass? Diese Auffassung jedenfalls scheint derzeit weitgehend Konsens in der medialen Berichterstattung, im Kulturbetrieb, in der Ökonomie, den Sozialwissenschaften, auf Kirchentagen und Parteikonventen. Der Nationalstaat gilt als rückwärtsgewandt und impraktikabel, unsolidarisch und in Anbetracht globaler Herausforderungen als ineffektiv und überholt – von der Nation ganz zu schweigen.

Ließen nicht schon Karl Marx und Friedrich Engels keinen Zweifel daran, dass die Lösung der sozialen Frage durch die Arbeiterklasse „die Besonderheit der einzelnen Nationalitäten“ überwinden wird? Und verweisen nicht die Sozialwissenschaften mit Recht auf „imaginierte Gemeinschaften“? Da liegt es doch nahe, über die Dekonstruktion der Nation den Weg zu bahnen für eine friedliche menschliche Zukunft, in der, wie von John Lennon besungen, nicht länger Staaten und ihre Grenzen dem Traum weltweiter Brüderlichkeit im Wege stehen. Benötigt werden deshalb supranationale Zusammenschlüsse und dezentral kooperierende Regionen, wenn nicht als „Weltstaat“ dann zumindest als „Europäische Republik“. „It's easy, if you try!“

Nur ein Umstand stört den vermeintlichen Konsens: Weshalb nur weigern sich die Menschen auf diesem Planeten, das sozial konstruierte, rückwärtsgewandte und dabei so impotente wie ideologisch gefährliche Konzept der Nation endlich dorthin zu befördern, wohin es praktisch und moralisch für progressive Beobachter zu gehören scheint: auf den Müllhaufen der Geschichte? Die Antwort lautet: Weil die Mehrheit der Menschen diese Auffassung ganz offensichtlich nicht teilt.

In der neuesten Erhebung des World Values Surveys von 2014 fragten die Forscher in fast 100 Ländern nach der Rolle des Staates: 86 Prozent der Befragten von Algerien bis Zaire zeigten sich „sehr“ oder „ziemlich stolz“ auf ihre Nation. Der Anteil derjenigen, die „überhaupt keinen Stolz“ auf ihre Nationalität empfinden, lag bei mageren 1,7 Prozent. Ganz ähnlich auch neuere Ergebnisse des Meinungsforschungsinstituts YouGov aus dem Sommer 2017: Hier untersuchten die Forscher das Verhältnis von nationaler zu europäischer Identität in sieben europäischen Ländern. Das Ergebnis: Lediglich zwischen ein und drei Prozent der Befragten verstanden sich ausschließlich als Europäer: etwa drei Prozent der Deutschen, zwei Prozent der Briten, ein Prozent der Franzosen und null Prozent der Finnen. Diese Zahlen zeigen: Das Bekenntnis zu Nation und Nationalstaat ist nach wie vor weit verbreitet und scheint einem tieferen Bedürfnis nach einer besonderen Art von kollektivem „Wir“ zu entsprechen.

Doch ist nicht die Absage an die Nation eine essenzielle Lehre aus der Katastrophe der deutschen Geschichte? In der Tat: Wer möchte nach der mörderischen Hybris des Dritten Reiches bei klarem Verstand an den Zutaten dieser Giftmischung festhalten? Nur: Gerade in dieser Diskussion existiert eine spezifisch deutsche Dimension, in der übersehen wird, dass die Sehnsucht nach nationaler Selbstüberwindung europaweit nicht selbstverständlich ist. Tatsächlich haben sich Nation und Nationalstaat aus dänischer, norwegischer, polnischer und niederländischer Perspektive ja eben nicht als Aggressionsmittel erwiesen, sondern als Schutzschild – und zwar nicht zuletzt gegen Angriffe aus Deutschland. Auch vor diesem Hintergrund erscheint der so verbreitete wie wohlmeinende Versuch des intellektuellen Nationalstaats-Exorzismus als geradezu bizarr, wenn er sich so dogmatisch wie apodiktisch von Berlin ausgehend an die Nationen richtet, die unter deutschem Chauvinismus am meisten gelitten haben.

Problematisch erscheint diese kritische Positionierung zum Nationalstaat aber auch und gerade aus politischen Notwendigkeiten. Angesichts der allzu verbreiteten Rede vom Sündenfall des Nationalstaats sollten sich progressive Akteure daran erinnern, dass Demokratie, Partizipation, Gerechtigkeit sowie Solidarität und Integration in einer globalisierten Welt ohne den Nationalstaat als Forum progressiver Politik schlichtweg nicht realisierbar sind. IPG 26

 

 

 

Israel. Umsiedlung verkündet und ausgesetzt

 

Tausende in Israel gestrandete Flüchtlinge sollen nach Worten von Regierungschef Benjamin Netanjahu in westlichen Staaten unterkommen, darunter auch in Deutschland. Wenige Stunden später setzte er das Vorhaben außer Kraft.

 

Auf Grundlage eines Abkommens mit dem UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR würden mehr als 16.000 Afrikaner in westliche Staaten gebracht, sagte Netanjahu am Montag in einer Fernsehansprache. Neben Deutschland nannte er auch Kanada und Italien als Zielländer. Tausende weitere Menschen sollen nun zunächst für fünf Jahre in Israel geduldet werden.

Israel hatte mit der Abschiebung von fast 40.000 Flüchtlingen nach Uganda oder Ruanda gedroht. Viele Flüchtlinge stammen auch aus den Bürgerkriegsländern Eritrea oder Sudan. Fast 20.000 hatten schon die schriftliche Aufforderung bekommen, binnen zwei Monaten das Land zu verlassen. Andernfalls könnten sie in Haft genommen werden.

Das Bundesinnenministerium erklärte in Berlin, eine entsprechende Anfrage Israels sei ihm „nicht bekannt“. Macht nichts, denn Netanjahu ruderte wenige Stunden und viele kritische Kommentare später wieder zurück. Er wolle die Bedingungen der Vereinbarung mit dem UN-Flüchtlingshilfswerk UNHCR „überdenken“, teilte Netanjahu am Montagabend auf seiner Facebook-Seite mit. Dabei wolle er die Kritik an der Übereinkunft berücksichtigen.

Im Konflikt zwischen Israel und Iran könnte Deutschland eine weitere Eskalation in Nahost zu verhindern, meint Gil Murciano.

Nach Angaben des israelischen Innenministeriums leben derzeit rund 42.000 afrikanische Einwanderer vornehmlich aus dem Sudan und Eritrea in Israel, ein Großteil von ihnen in ärmlichen Vierteln im Süden Tel Avivs. Im vergangenen Jahr hatte Netanjahu erklärt, er werde „den Süden von Tel Aviv den Bürgern Israels zurückgeben“. Religiöse und konservative Politiker hatten die Gegenwart von muslimischen oder christlichen Afrikanern in der Vergangenheit als Bedrohung für den jüdischen Charakter des israelischen Staates dargestellt.

Anfang Januar hatte die israelische Regierung einen Plan verabschiedet, wonach tausende illegal nach Israel eingereiste Afrikaner bis Ende März das Land verlassen sollten. Andernfalls sollten die Menschen auf unbefristete Zeit inhaftiert und letztlich abgeschoben werden. Israel hatte erklärt, die Einwanderer sollten in einen nicht genannten afrikanischen Drittstaat gebracht werden – laut Aktivisten handelte es sich dabei um Ruanda und Uganda.

Am Montag erklärte Netanjahu nun, er habe seine ursprünglichen Pläne fallen gelassen, weil die Möglichkeit der Umsiedlung in einen afrikanischen Staat „nicht mehr besteht“. Ruanda und Uganda hatten angekündigt, sie würden keine Einwanderer aufnehmen, die gegen ihren Willen aus Israel abgeschoben würden. Die Alternative – Afrikaner nach Europa und Nordamerika umsiedeln – lässt sich aber offenbar auch nicht so einfach umsetzen. EA 3

 

 

 

Hyperglobalisierung vs. Nationalstaat

 

Schon ein oberflächlicher Blick auf aktuelle globale Herausforderungen bestätigt, dass heute nicht ein Zuviel, sondern ein Zuwenig an Staatlichkeit das eigentliche Problem darstellt. Auf globaler Ebene hat sich bislang nur der Nationalstaat als demokratisch legitimierter und handlungsfähiger Akteur erwiesen, der sich daranmachen kann, die ökonomische Hyperglobalisierung politisch einzuhegen. Sicher, die Globalisierung hat hunderte Millionen Menschen aus der Armut geführt. Zugleich aber hat sie massive Einkommenseinbußen der Mittelschichten in entwickelten Staaten mit sich gebracht – eine Triebkraft für die anhaltende populistische Revolte. Branko Milanovi? hat diese Entwicklung eindrücklich in der sogenannten „Elefantenkurve“ dargestellt. Zentral ist die Einsicht: Die positiven Effekte der Globalisierung zeigten sich vor allem dort, wo sie in staatliche Entwicklungsstrategien und einen aktiven und starken, statt in einen schlanken und neoliberalen Nationalstaat eingebettet wurde.

Was daher benötigt wird, ist keine Abwicklung der Globalisierung mit dem Bulldozer des Protektionismus, sondern ein alternativer Weg, auf dem einerseits die Vorteile genutzt, andererseits die Nachteile für weite Teile der Mittelschichten in den Industrienationen eingedämmt werden. Politisch kann dies nur durch eine Form der Re-Regulierung geschehen – durch eine Stärkung staatlicher Optionen. Eine „vernünftige Globalisierung“ (Dani Rodrik), die in konstruktive Bahnen gelenkt wird, beruht deshalb nicht auf der Überwindung, sondern auf der Stärkung nationalstaatlicher Kompetenzen.

Das gilt im übrigen auch über das Feld der Ökonomie hinaus. Denn ehrgeizige Projekte wie die Sustainable Development Goals oder das Pariser Klimaabkommen werden ebenfalls nicht ohne die Nationalstaaten zu erreichen sein, sondern nur mit ihnen. Ein Mehr an Steuerung einer ungleichen Globalisierung, ein Mehr an globaler Sicherheit, aber auch ein Mehr an internationaler Kooperation und Entwicklung wird deshalb nicht durch ein Weniger an Nationalstaat zu haben sein.

Wenn die Demokratie scheitert, scheitert Europa

Doch wie steht es um Europa? Was ist dran an der so verbreiteten Hoffnung auf supranationale Kontrollgewinne durch europäische Integration? In der Theorie mag das richtig sein. Doch in der Praxis lautet die ernüchternde Wahrheit, dass zumindest bislang Institutionen wie die EU eher als Globalisierungsbeschleuniger in Erscheinung getreten sind denn als Korrektoren von Entwicklungen, die aus dem Ruder gelaufen scheinen. Das liegt – anders als von den Populisten behauptet – nicht unbedingt am fehlenden Willen der Beteiligten, sondern an der Komplexität supranationaler Entscheidungsfindungen. Diese nämlich laufen klaren regulatorischen Bemühungen der „positiven Integration“ oft zuwider, da ein Konsens zu zentralen Fragen eben nicht übers Knie gebrochen werden kann.

Noch entscheidender aber ist auf europäischer Ebene die Frage der demokratischen Partizipation. Auf die bestehenden Defizite des real existierenden europäischen Projekts kann nicht lediglich mit Rufen nach „mehr Demokratie“ reagiert werden. Im Gegenteil: In einer Situation, in der die neoliberale Wirklichkeit der „Euro-Rettung“ sich immer mehr von den erhabenen Visionen eines sozialen Europas abhebt, ist es nicht der „One-Size-Fits-None“-Ansatz eines verordneten Brüssel-Konsenses, der einen Ausweg aus den multiplen Krisen bietet. Vielmehr geht es um eine vernünftige Europäisierung, die unterschiedliche Erfordernisse und politische Präferenzen der Mitgliedsstaaten akzeptiert. Der Versuch hingegen, einen europäischen Demos etwa durch weitreichende Kompetenzverlagerung auf das Europäische Parlament mit der Brechstange zu erzwingen, dürfte die Fliehkräfte der Union in dem Maße verstärken, in dem Vereinheitlichung auf die Agenda gesetzt wird. Wer auf europäischer Ebene tatsächlich „mehr Demokratie wagen“ will, muss auch wagen, mehr demokratische Nationalstaatlichkeit zuzulassen – etwa durch Stärkung der Kontrollfunktionen demokratisch gewählter nationaler Parlamente.

Ja, wir brauchen ein Mehr an Europa. Aber nicht undifferenziert und überall. Ein konföderiertes Europa, das auf Vertiefung in einigen Politikfeldern, aber zugleich auch die Stärkung nationaler Wahlmöglichkeiten in anderen Bereichen setzt, wäre zwar keine „Europäische Republik“ wie sie von besonders enthusiastischen pro-Europäern gerne eingefordert wird, aber deshalb noch lange kein Hort der Reaktion. Im Gegenteil: Aller Wahrscheinlichkeit nach wäre ein solches Europa statt populistisch einfach populär.

Migration und Heimatland

Doch auch in Bezug auf das Megathema Migration braucht es den Nationalstaat. Solidarität ist ein Kernanliegen progressiver Politik. Praktizierte Solidarität aber ist nicht nur auf andere gerichtet, sie benötigt auch ein „Wir“, das sie trägt. Vor diesem Hintergrund stellt sich Migration auch als Herausforderung für den sozialen Wohlfahrtsstaat dar. Eine politische Linke, die sich um eine klare Aussage zur Begrenzung von Migration bei gleichzeitiger humanitärer Großzügigkeit herumdrückt oder diese Position dem politischen Gegner überlässt, erweist nicht nur der eigenen Handlungsfähigkeit einen Bärendienst. Sie gefährdet auch zwei traditionelle Kernanliegen: den solidarischen Wohlfahrtsstaat sowie das Bestreben, gesellschaftliche Integration tatsächlich möglich zu machen.

In seiner Rede anlässlich des Tags der deutschen Einheit 2017 plädierte Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier für eine Rehabilitation des Begriffs Heimat. Es gehe darum, „die Sehnsucht nach Heimat nicht den Nationalisten zu überlassen“. „Heimat“, so der Bundespräsident, sei „der Ort, an dem das ‚Wir‘ Bedeutung bekommt“. Dass Heimat als Begriff von progressiven Kräften besetzt werden kann, hat auch Alexander Van der Bellen in seinem Präsidentschaftswahlkampf 2016 in Österreich unter Beweis gestellt. Doch dass gerade progressive Kräfte auf diesen Begriff setzen sollten, bleibt umstritten. Ist der Begriff nicht „ausgrenzend“ und in Anbetracht der Blut-und-Boden-Romantik der Nationalsozialisten ohnehin verbrannt? Zunächst scheint das einleuchtend. Doch diese Verweigerung hat zur Folge, dass der Begriff „Heimat“ auf genau der Ebene brachliegt, auf der er politisch am wirksamsten ist.

Sicher, wenn es um lokale Kiezromantik oder regionale Mundartpflege geht, scheint Heimat für Progressive zunehmend tragbar. Auch Marc Saxer warb auf diesen Seiten kürzlich für „eine progressive und lebenswerte Heimat“, verwurzelt in „lokalen Traditionen“. Diese Überlegung hat einiges für sich. Warum aber schreckt sie vor der tatsächlich am weitesten verbreiteten Bedeutung von Heimat zurück – nämlich eben vor dem Heimatland?

Denn gerade diese Leerstelle ist es doch, die sich als Integrationshypothek und als politisch blinder Fleck erweist. Es ist schließlich nicht der Kiez, der politische Emanzipation garantiert, sondern die Anerkennung als Bürger in der staatlichen Gemeinschaft. Deshalb sind „Heimat“ und eine weltoffen definierte „Nation“ auf staatlicher Ebene keine ausgrenzenden Begriffe, sondern Konzepte, die Aufnahme, Integration und Partizipation überhaupt erst ermöglichen – der „zivile Patriotismus“ etwa der schottischen SNP liefert hierfür ein anschauliches Beispiel.

Dem Plädoyer einer linken Rehabilitation des Nationalstaats liegt dabei die Überzeugung zugrunde, dass ein solches gerade kein Anbiedern an den vermeintlich nationalistischen Zeitgeist darstellt. Im Gegenteil – es handelt sich um eine Wiederentdeckung. Tatsächlich errang gerade die linke Mitte stets dann Mehrheiten, wenn sie Gerechtigkeit und das stolze Erbe des Internationalismus mit einem Bekenntnis zum starken Staat verknüpfte. Olof Palme hatte das im schwedischen „Volksheim“ ebenso erkannt wie Willy Brandt. Nicht von ungefähr zog dieser 1972 mit einer Losung ins Kanzleramt, der heute wahrscheinlich AfD-Nähe unterstellt würde: „Stolz sein auf unser Land“. Und 1987 verwies Brandt darauf, dass „die Sache der Nation – in friedlicher Gesinnung und im Bewusstsein europäischer Verantwortung – von Anfang an bei der demokratischen Linken besser aufgehoben ist als bei anderen“. Wie recht er damit hat, belegen derzeit wöchentlich die skandalösen Äußerungen der AfD. Denn das zentrale Problem ist doch gerade, dass ein positiver und weltoffener ziviler Patriotismus in dem Maße unwahrscheinlicher wird, in dem sich progressive Kräfte gegen ihn verwahren. Es wird deutlich, dass nicht nur die politische Linke den Nationalstaat benötigt, sondern auch und gerade der demokratische Nationalstaat die Linke.

Von Progressiven zu entwerfen ist daher ein aufgeklärtes patriotisches „Wir“ als fortschrittliche Identität, das eben weder nach ethnischen Wagenburgen strebt noch im Gegensatz steht zu europäischer und globaler Kooperation. Ein auf einer solchen Identität beruhender Nationalstaat wäre dem Alleinvertretungsanspruch der Extremisten entrissen und wäre ein wirksames Mittel gegen den immer stärker um sich greifenden politischen Tribalismus. Zugleich würde er progressiven Kräften die Handlungsebene zurückgeben, auf der sie stets ihre größten Erfolge feierten. Kurzum: Ein solcher Staat wäre ein würdiger Adressat für ein so offenes wie deutliches linkes Lob der Nation.

Der vorliegende Text ist ein Auszug aus dem Band Lob der Nation. Weshalb wir den Nationalstaat nicht den Rechtspopulisten überlassen dürfen, Dietz April 2018. IPG 26

 

 

 

Faire Mobilität braucht faire Kontrolle

 

Kommentar von Dr. Norbert Cyrus, Forscher am Viadrina Center B/ORDERS IN MOTION der Europa-Universität Viadrina, Frankfurt (Oder)

 

Neben „Guter Arbeit“ ist „Faire Mobilität“ zu einem wichtigen Leitbild und Orientierungspunkt gewerkschaftlichen Handelns geworden. Inzwischen besteht ein bundesweites Netz von Beratungsstellen, die Wanderarbeiterinnen und Wanderarbeiter gezielt ansprechen und über ihre Arbeitsrechte und Möglichkeiten der Durchsetzung informieren. Zugleich setzt sich der DGB Bundesvorstand aber auch dafür ein, dass Arbeitsmarktkontrollen ausgeweitet und intensiviert werden: Das Personal der Finanzkontrolle Schwarzarbeit soll von derzeit etwa 6.800 auf 10.000 Stellen angehoben und ihre Kontrollbefugnisse ausgeweitet werden.

In der gegenwärtigen Form erweisen sich diese gewerkschaftlichen Initiativen für einerseits „Faire Mobilität“ und andererseits „Mehr Kontrollen“ aber als praktisch widersprüchlich. Zur Verdeutlichung nur ein Beispiel: Das Hauptzollamt Magdeburg beschreibt in einer Presseinformation vom 26. Februar 2018 den Fall eines Unternehmers aus Osteuropa. Dieser habe Arbeitskräfte aus der Ukraine mit falschen Versprechungen angeworben und ohne Visum und Arbeitserlaubnis an einen Schweinemastbetrieb verliehen. Die Arbeitnehmer erhielten statt der vorgeschriebenen 8,84 Euro nur 3,80 Euro. Daher wurde ein Ermittlungsverfahren gegen den ausländischen Arbeitgeber wegen des Verdachts auf illegale Beschäftigung von Ausländern sowie des Verstoßes gegen Mindestlohnregelungen eröffnet. Ansonsten seien 30 Osteuropäer durch den Zoll im Saalekreis gemeinsam mit der Ausländerbehörde ausgewiesen worden, weil sie über keinen gültigen Aufenthaltstitel verfügten. Die Presseinformation verdeutlicht schlaglichtartig, dass die Anliegen der „Fairen Mobilität“ in den gegenwärtig praktizierten Formen von Arbeitsmarktkontrolle nicht betrachtet werden. Dabei hat es in den letzten Jahren einige bemerkenswerte rechtliche Veränderungen gegeben, die auf einen effektiven Schutz aller Beschäftigter vor Ausbeutung abzielen – unabhängig vom Aufenthalts- und Arbeitserlaubnisstatus. So wurden die „Rechtsfolgen der Beschäftigung illegaler Ausländer“ mit § 98 a Aufenthaltsgesetz im Jahr 2011 gesetzlich neu bestimmt. Arbeitgeber sind seitdem zur Zahlung mindestens der üblichen Vergütung verpflichtet. Zur Bestimmung der Summe ist sogar von der Vermutung einer Beschäftigungsdauer von drei Monaten auszugehen. Ausdrücklich bestätigt wird das Recht, vor einem deutschen Arbeitsgericht eine Klage auf Einhaltung der Zahlungsverpflichtung zu erheben.

Besonderer rechtlicher Schutz besteht für Wanderarbeiterinnen und Wanderarbeiter, die ausgebeutet werden. Im Jahr 2015 hat der Gesetzgeber die Tatbestände Menschenhandel (§ 232), Zwangsprostitution (§ 232a), Zwangsarbeit (§ 232b) und Ausbeutung der Arbeitskraft (§ 233) in das deutsche Strafrecht aufgenommen. Ausreisepflichtige Beschäftigte, die möglicherweise von diesen Tatbeständen betroffen sind, sollen eine befristete Aufenthaltserlaubnis erteilt werden, wenn sie zur Aufklärung des Sachverhalts beitragen und ihre Mitwirkung im Ermittlungsverfahren als Zeuge erforderlich ist (§ 25, 4a AufenthG).

Bisher hat es der Gesetzgeber jedoch versäumt, den Schutz vor Ausbeutung und die Unterstützung ausgebeuteter Beschäftigter in geeigneter Form in den Aufgabenkatalog der Kontrollbehörden aufzunehmen. Die Durchsetzung gesetzlich verbriefter Arbeitsrechte bleibt oftmals auf der Strecke. Gewerkschaften sollten daher nicht nur „mehr“, sondern vor allem auch „fairere“ Kontrollen fordern: Als erster Schritt sollten Zoll- und Arbeitsschutzbehörden verpflichtet werden, den Beschäftigten eine schriftliche Information über ihre rechtlichen Ansprüche, Möglichkeiten weiterer Beratung und Mittel zur Durchsetzung von Rechtsansprüchen auszuhändigen. Damit würde ohne großen Mehraufwand auch eine Vorgabe der Europäischen Arbeitgebersanktionen-Richtlinie umfassend und effektiv umgesetzt, wonach Behörden sicherstellen müssen, dass illegal beschäftigte Drittstaatsangehörige vor der Vollstreckung einer Rückführungsentscheidung systematisch und objektiv über ihre Rechte informiert werden (Art. 6, Abs. 2). Zugleich würden die Mitarbeiterinnen und Mitarbeiter der Kontrollbehörden kontinuierlich daran erinnert, dass der Schutz vor Ausbeutung und die Durchsetzung von Arbeitsrechten zu ihren Aufgaben zählt.

Eine systematischere Aufmerksamkeit für „Faire Kontrolle“ kann die bestehenden praktischen Widersprüche zwischen Kontrolle einerseits und Unterstützung andererseits sichtbar machen – und damit die Voraussetzung für eine effektivere Abstimmung der beiden Ansätze schaffen. Das große Ziel „Gute Arbeit“ braucht beides: „Faire Mobilität“ und „Faire Kontrolle“.

Diskutieren Sie mit uns zu dem Thema auf unserer Fachtagung, die wir gemeinsam mit dem WSI durchführen: „Arbeitnehmerrechte über Grenzen hinweg sichern: Anforderungen an Aufsicht, Zoll und die geplante Europäische Arbeitsbehörde“, 18.04.2018 in Berlin

https://www.boeckler.de/veranstaltung_112912.htm   

Forum Migration April 2018

 

 

 

 

„Nation ist ein rechtliches Konstrukt“

 

Ulrike Guérot im Gespräch über Identität und Demokratie in Europa.

Von Ulrike Guérot

 

Frau Guérot, was bedeutet Heimat für Sie?

Heimat ist, wo man sich wohlfühlt. Und das kann natürlich an vielen Orten sein. Ich persönlich würde für mich so weit gehen, zu sagen, Heimat ist, wo ich bin.

In der politischen Debatte wird die Heimat gerade massiv wiederentdeckt. Braucht die Linke einen Heimatbegriff?

Bei dieser öffentlichen, sehr inszenierten Setzung des Begriffes Heimat wird immer auf den physischen, geographischen oder territorialen Heimatbegriff abgestellt. Wir übersehen, dass es verschiedene Begriffe von Heimat geben kann. Es gibt auch eine intellektuelle Heimat: Wo verorte ich mich intellektuell im Denken? Es gibt eine soziale Heimat, das ist wo meine Familie ist, meine Freunde. Und es gibt eine geographische Heimat, meistens die, wo man geboren wurde, aber man kann natürlich auch Wahlheimaten haben. Man muss diese drei Ebenen betrachten und wenn sie kongruent gehen, hat man viel Glück im Leben. Aber oft tun sie das nicht. Wir müssen uns davon verabschieden, dass es eine Art Menschenrecht darauf gibt, dass die Kongruenz von Geographie, Menschen und intellektueller Heimat immer gegeben ist. Und dass nur wer sie hat, sich heimisch fühlen kann.

Wir haben die Heimatdebatte vor allem auch deswegen, weil sich die Orte, die die Menschen kennen und an denen sie sich wohlfühlen, verändern. Der Wunsch nach Heimat hat da etwas mit dem Wunsch nach dem Bewahren des Bekannten zu tun. Wie reagiert man darauf?

Es hat sich immer alles verändert. Wir haben das etwas aus den Augen verloren, weil wir in der Bundesrepublik siebzig Jahre lang politische Stabilität hatten. Und die Menschen davon ausgegangen sind, dass sie eine Art Anrecht darauf haben, siebzig Jahre an einem Ort zu bleiben und nie woanders auf Jobsuche gehen zu müssen. Wenn die Menschen heute so sehr auf Begriffe wie Heimat pochen, geht es doch nicht um Dirndl und Trachten. Es geht darum, dass die ländlichen Regionen entvölkert werden, dass die Kneipe und Bäckerei schließen, dass die letzte Fabrik wegzieht und dass das, was man früher in der Heimat hatte, nämlich das soziale Leben, einem wegbricht. Als Substitut schreit man also nach Heimat und meint damit diesen physisch-geographischen, wie auch immer identitär besetzten Raum. Aber im Grunde meint man doch etwas anderes: nämlich, dass gesellschaftliches Zusammenleben in der Form nicht mehr funktioniert, wie es früher mal an diesem Fleck Erde, in dieser Heimat funktioniert hat. Wenn die Orte sozioökonomisch und damit auch im menschlichen Sozialgefüge noch stabil wären, hätten wir diese ganze Diskussion über den Heimatbegriff nicht.

Ziehen wir den Identitätskreis ein bisschen größer, zur Nation. Sie sind in der Diskussion häufig mit dem Zitat aufgefallen, der Nationalstaat habe in Europa mittelfristig keine Zukunft mehr. Was bedeutet die „Hülle“ Nationalstaat für Sie?

Die Nation ist ein Konstrukt. Ich komme aus dem Rheinland und wenn ich nach Bayern fahre, dann ist das nicht meine Heimat, um nochmal auf diesen Begriff zurückzukommen. Aber ich bin mit denen aus München in einer Nation. Warum? Weil ich schlussendlich in der Bundesrepublik Deutschland mit ihnen gleich bin vor dem Recht – bei Steuern, beim sozialen Zugang und bei Wahlen. Wir müssen zwischen einem normativen und einem ethnischen, einem Ethnos- und einem Demos-Begriff der Nation unterscheiden. Der juristische Nationenbegriff drückt im Grunde einen Prozess der Verrechtlichung aus: Eine Nation sind die, die in einem Rechtsraum sind. Wenn man auf die deutsche Geschichte zurückblickt, dann ist es nicht Fichtes Rede an die deutsche Nation, die die deutsche Nation gemacht hat. Dass wir zu einer Nation wurden, liegt in der Verfassungsgebenden Versammlung begründet und in der Tatsache, dass wir 1867 allgemeine, geheime und direkte Wahlen hatten.

Hat denn der Nationalstaat als Ansprechpartner ausgedient, wenn es um Fragen der Solidarität und des Wir-Gefühls geht?

Nein. Marcel Mauss bietet eine Definition von Nation als „institutionalisierter Solidarität“: Für diejenigen, die in institutionalisierter Solidarität sind, ist die Solidarität nicht mehr beliebig und wird gewährt. Ein Beispiel: In der Bundesrepublik Deutschland bekommen die Menschen von Rügen bis München trotz der ökonomischen Unterschiede der Regionen den gleichen Hartz IV-Satz. Weil die Bürger in der Bundesrepublik gleich sind vor dem Recht. Insofern ist die Frage, wer in der institutionalisierten Solidarität ist, genau die europäische Frage von heute. Schauen wir auf Emmanuel Macron und die Diskussion um ein Eurozonen-Budget, geht es dabei um nichts anderes als um die Institutionalisierung von Solidarität in Europa. Wenn die Frage, ob die Griechen einen Bailout bekommen, nicht mehr eine willkürliche Entscheidung des deutschen Bundestags ist, sondern institutionalisiert, befänden wir uns in einer Art Nationenwerdung Europas – im Sinne einer Verrechtlichung und nicht im Sinne eines ethnisch-kulturellen Gebildes.

Aber geht das nicht an den Realitäten vorbei? Der Solidaritätszuschlag beispielsweise war in Deutschland alles andere als beliebt. Wenn das in einem Land und in einem Sprachraum schon nicht so richtig funktioniert mit der Solidarität, wie soll sie dann auf europäischer Ebene institutionalisiert werden, ohne dass es zu massiven politischen Fliehkräften kommt?

Indem wir verstehen, dass es bei Politik nicht darum geht, ob die Dinge beliebt sind. „There’s no free lunch“, auch in der Politik nicht; wir sollten nicht glauben, dass Politik, Freiheit, Europa und Demokratie einfach vom Himmel fallen und nie einen Preis haben. Wir haben die dümmste ökonomische Entscheidung, nämlich den 1:1 Umtausch von Ostmark in D-Mark gemacht, nicht weil das irgendwie ökonomisch effizient war oder beliebt gewesen wäre bei den Banken. Wir haben das gemacht, weil das der Preis der Demokratie ist, im Sinne von Habermas. Nur wenn die Bürger der Demokratie in ihrer politischen Einheit, in diesem Fall der Nation, dem allgemeinen politischen Grundsatz genügen, können sie überhaupt Demokratie haben.

Wir verhandeln im Moment Markt und Währung in einem europäischen Kontext und Demokratie in einem nationalen Kontext. Das geht nicht gut. Wir merken an jeder Ecke, dass es kracht. Insofern ist das Denkangebot: ein Markt, eine Währung, eine Demokratie. Betten wir doch mal den einen Markt und die eine Währung in eine Demokratie ein. Wenn Demokratie heißen würde „die Bürger sind gleich vor dem Recht“, dann wären wir de facto in einem Prozess der Nationenwerdung. Es geht also nicht um die Abschaffung von Nationen in Europa, es geht darum, zu verstehen, dass Nation essentiell ein Begriff der Verrechtlichung ist. Und dass wir, wenn wir ihn so anwenden, im Grunde eine europäische Perspektive hätten. Und zwar welche? Normative Gleichheit bei kultureller Vielfalt.

Diese Vereinheitlichung von Recht findet auf europäischer Ebene doch längst statt. Die Arbeitnehmerfreizügigkeit ist ein solches Recht, sie führt aber vor allem dazu, dass viele Arbeitnehmer ihre Heimat verlassen. Andere wiederum sehen ihre Heimat dadurch bedroht, was schließlich zum Brexit geführt hat.

Sie sagen, der Verrechtlichungsprozess findet schon statt. Das tut er auch. Aber wenn Europa immer für die vier Freiheiten steht – Personen, Kapital, Güter und Dienstleistungen –, dann bezieht sich die europäische Rechtsgemeinschaft de facto auf Dienstleistung, Kapital und Güter, aber nicht auf Personen. Und das ist das Problem. Ein bisschen plakativ gesprochen: Das Kapital und die Banane sind gleich vor dem Recht in Europa, wir aber nicht. Wir werden unterschiedlich besteuert, wir wählen mit unterschiedlichem Gewicht im Europäischen Parlament. Es gilt nicht: eine Person, eine Stimme, was im übrigen das entscheidende Argument von Karlsruhe ist, dem Europäischen Parlament seine volle Demokratiefähigkeit abzusprechen.

Jetzt löst das nicht das Problem innereuropäischer Arbeitsmigration. Da ist aber die Frage berechtigt: Wollen wir das überhaupt? Wollen wir, dass die Ingenieure aus Südeuropa jetzt in der Stuttgarter Automobilbubble arbeiten und Andalusien dann immer mehr verwaist und Spanien und Portugal immer mehr ökonomische Probleme haben? Oder wollen wir wieder im Sinne des Heimatbegriffes, mit dem wir das Gespräch begonnen haben, dort Lebensräume schaffen, wo sich die Menschen einfach wohlfühlen. Wenn wir das wollen, dann müssten wir wahrscheinlich ganz anders darüber nachdenken, wie wir wieder Infrastruktur aufs Land bekommen, was eben nicht nur nach Effizienzkriterien funktioniert.

Der Vorschlag der Briten dagegen war, die Freizügigkeit einzuschränken.

Ja, gutes Beispiel, weswegen die jungen Briten jetzt alle fluchtartig London verlassen und jeder kluge Brite, den ich kenne, gerade um einen irischen oder deutschen Pass nachsucht. Die Briten werden sich noch über diesen Brain Drain wundern, und ansonsten verlieren sie zehn Prozent BIP nach den jüngsten britischen Schätzungen. Es gibt einen guten Yogaspruch: „Wer sich schützen will, muss sich öffnen.“ Wer sich immer mehr einmauert, landet einfach immer mehr im Gefängnis.

Ihr Beispiel bezieht sich auf eine mobile Elite. Was ist mit dem Rest der Bevölkerung, die sich nicht bewegt, sondern teils reaktionär auf die politischen Veränderungen reagiert?

Stimmt ja gar nicht. Wenn Sie das in soziologischen Strata bemessen wollen, dann ist die Gesellschaft oben und unten mobil. Es ist die Mitte der Gesellschaft, die noch nicht richtig mobil ist. Aber die Wanderarbeiter, egal ob das die Polen in London sind oder die Bulgaren hier, die unteren 20 Prozent sind sehr mobil. Sie sind nur meistens rechtlos. Ein Markt, eine Währung, eine Demokratie hieße die Gleichstellung der Bürger auch im Hinblick auf Soziales und auf Steuern. Und dann wäre die Wahl der Heimat davon unabhängig. Das würde die sozioökonomischen Spannungen herausnehmen, die wir uns in der Eurokrise eingehandelt haben.

Wir können natürlich auch sagen, wir wollen das alles nicht, wir setzen, wie u.a. Horst Seehofer das nun fordert, Schengen außer Kraft. Nur: Auch Grenzen zu schließen hat einen Preis. Zu glauben, wir halten den Markt und die Währung, aber wir machen die Grenzen zu, und es gibt immer noch ein demokratisches, politisches Europa, das ist falsch. Wenn andere den Preis für die Schließung zahlen wollen – da zahle ich lieber den Preis der Offenheit.

Das Interview führten Joanna Itzek und Hannes Alpen. IPG 21

 

 

 

Grundrechteagentur: Migrantenrechte werden in der EU missachtet

 

Die Agentur der Europäischen Union für Grundrechte weist in einem Bericht auf fünf anhaltende Herausforderungen und Probleme für Migration in die EU hin – vom Zugang zum EU-Hoheitsgebiet über Asylverfahren bis hin zu unbegleiteten Kindern. EURACTIV.fr berichtet.

 

In einem Anfang Februar veröffentlichten Bericht bewertet die Agentur der Europäischen Union für Grundrechte (FRA) die Rechte von Migranten und Asylbewerbern in den Mitgliedstaaten von Oktober 2016 bis Dezember 2017. Trotz Verbesserungen in einigen Ländern stellt die Agentur fest, dass „Probleme fortbestehen – und einige haben sich sogar verschlimmert“.

Fünf dieser Probleme bereiten der FRA die größten Sorgen: Zugang zum EU-Territorium, Aufnahmebedingungen, Asylverfahren, unbegleitete Minderjährige und Einwanderungshaft.

Der Bericht stellt fest, dass der Zugang in fast der Hälfte der EU-Mitgliedstaaten immer schwieriger wird. Grund dafür sind neue Grenzschutzzäune wie der zwischen Ungarn und Serbien sowie der Einreiseverweigerung für einige bestimmte Migrantengruppen. Diese Einreiseverweigerungen laufen dem Asylrecht zuwider.

Darüber hinaus werde der Zugang zu korrekten Asylverfahren in vielen Mitgliedstaaten aufgrund von Schwierigkeiten bei der Identifizierung und Registrierung von Asylbewerbern sowie wegen fehlender Rechtshilfe und Informationen über Asylverfahren immer restriktiver.

Vier Länder im Fokus

In dem Bericht werden auch einige positive Entwicklungen festgestellt, z. B. in Bezug auf die Kapazitäten und Aufnahmebedingungen von Migranten in Ländern wie Bulgarien. Dies sei jedoch hauptsächlich auf einen Rückgang der Neuankömmlinge im Laufe des vergangenen Jahres zurückzuführen.

Die Premierminister Griechenlands und Italiens haben deutlich gemacht, dass Migrationsfragen nicht von einzelnen Staaten alleine gelöst werden können.

Die Situation in den vier Ländern, in denen ein deutlicher Anstieg der Ankünfte zu verzeichnen war (Frankreich, Spanien, Italien und Griechenland) bleibe hingegen kritisch. Die Aufnahmeeinrichtungen dort seien „weiterhin überfüllt“ gewesen, was zur Einrichtung informeller Lager in drei dieser Länder geführt habe.

Insbesondere wird auf einen Mangel an Aufnahmekapazität für unbegleitete Kinder in allen vier Ländern hingewiesen. Demnach hätten beispielsweise in Griechenland im Jahr 2017 „zwischen 900 und 3.300“ unbegleitete Minderjährige in informellen Lagern auf ihre Verfahren gewartet.

Unangemessener französischer Gesetzentwurf zu Asyl und Einwanderung?

In Frankreich kritisieren derweil mehrere Parlamentsabgeordnete, dass die Rechte von Migranten und Asylbewerber in dem von der Regierung am 21. Februar vorgelegten Entwurf eines Asylgesetzes wenig Beachtung finden. Die Begründung dafür ist, dass dies in den Zuständigkeitsbereich der einzelnen Départements falle.

Aber: „Sie sollten im Gesetzestext stehen,“ kritisierte die konservative Abgeordnete Bérengère Poletti am 14. März. Sie behauptet, dass „es mehr als eine Milliarde Euro sind, die derzeit die Budgets der Départements unter katastrophalen Bedingungen belasten“.

Allerdings macht die Regierung im Gesetzentwurf Vorschläge zur Unterstützung der Familienzusammenführung für unbegleitete Minderjährige.

Die Beschleunigung der Verfahren, ein Kernpunkt des französischen Legislativentwurfs, wird ebenfalls im FRA-Bericht behandelt. Frankreichs Regierung will die durchschnittliche Asylüberprüfungszeit auf sechs Monate verkürzen, im Vergleich zu den derzeit üblichen 14 Monaten in Berufungsverfahren. Dies würde eine Verkürzung der Verzögerungen in jedem Schritt der Verfahren bedeuten. Dadurch würde sich auch die Frist für Beschwerden/Widerrufseinreichung von Migranten von einem Monat auf 15 Tage verkürzen.

Obwohl die FRA die zeitliche Verkürzung der Asylverfahren in Frankreich grundsätzlich gutheißt, betont die Agentur, dass solche Beschleunigungen in mehreren anderen EU-Ländern „Bedenken hinsichtlich der Qualität der Interviews und der Entscheidungsfindung aufwerfen“.

Die Beschleunigung der Prozesse in Kombination mit den Bemühungen der Staaten, die Rückkehr effektiver zu gestalten, könnte zu „einer verstärkten Inhaftierung von Einwanderern, möglicherweise auch von Kindern, führen“. Die Agentur weist außerdem darauf hin, dass bereits „eine hohe Zahl von Kindern“ in Bulgarien, Griechenland, Ungarn, Polen und der Slowakei inhaftiert worden sei – und ebenso in Frankreich. Claire Guyot EA 21.03

 

 

 

Integrationspolitik. Neue Integrationsbeauftragte distanziert sich von Leitkultur-Begriff

 

Die neue Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Widmann-Mauz, mag den Leitkultur-Begriff „nicht sonderlich“. Eine Wertedebatte begrüßt die CDU-Politikerin allerdings. Zugleich warnt sie davor, die Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen mit der Fachkräftezuwanderung zu vermischen.

 

Die neue Integrationsbeauftragte der Bundesregierung, Annette Widmann-Mauz (CDU), hat sich vom Begriff der Leitkultur distanziert. „Ich mag den Begriff nicht sonderlich, denn er führt uns nicht weiter“, sagte sie der in Düsseldorf erscheinenden „Rheinischen Post“. Wichtiger sei eine konkrete Verständigung darüber, was Gleichberechtigung von Mann und Frau, Religionsfreiheit, Meinungsfreiheit und Gewaltlosigkeit als Grundfesten des Zusammenlebens bedeuten.

Eine Werte-Debatte begrüße sie, sagte Widmann-Mauz. Eine solche Selbstvergewisserung tue jeder Demokratie gut. Grundlage für das Zusammenleben sei das Grundgesetz, aber es gebe darüber hinaus auch ungeschriebene Regeln und Erwartungen, die anzuerkennen wichtig für ein gutes Miteinander sei, unterstrich die Staatsministerin im Kanzleramt.

Widmann-Mauz betonte die Bedeutung von Frauen für den Integrationsprozess. „Ohne die Frauen kann Integration nicht gelingen. Die Teilhabe von Frauen in allen Lebensbereichen ist auch Voraussetzung dafür, dass eine Gesellschaft ihr demokratisches und auch wirtschaftliches Potenzial voll ausschöpfen kann.“ In den Familien nähmen Frauen eine wichtige Rolle ein. Das Frauenbild, das dort gelebt werde, präge auch die nächste Generation.

Flüchtlinge keine Fachkräftezuwanderer

Die CDU-Politikerin sprach sich dafür aus, Sprach- und Integrationskurse sowie Arbeitsmarktmaßnahmen noch stärker auf Frauen auszurichten. Länder wie Bayern führten sogenannte Mother-Schools ein. Das wolle sie sich ansehen. Zugleich warnte sie davor, bei der Arbeitsmarktintegration Flüchtlinge automatisch als Arbeitsmigranten zu betrachten. Anerkannte Flüchtlinge hätten alle Möglichkeiten auf dem deutschen Arbeitsmarkt.

„Die Arbeitsmarktintegration von Flüchtlingen sollte aber nicht mit der Fachkräftezuwanderung vermischt werden. Denn das Asylrecht soll vor Verfolgung schützen“, sagte die Staatsministerin im Kanzleramt. Wer zum Arbeiten nach Deutschland kommen wolle, müsse als Fachkraft mit Visum einreisen. Für diesen Fall werde die Bundesregierung das Fachkräftezuwanderungsgesetz auf den Weg bringen.

Geduldete, deren Asylantrag abgelehnt wurde, hätten mit der sogenannten Drei-Plus-Zwei-Regelung die Möglichkeit, eine dreijährige Ausbildung in Deutschland beenden und zwei weitere Jahre im Betrieb arbeiten zu können, erläuterte die CDU-Politikerin. Dies solle auch auf staatlich anerkannte Helferausbildungen ausgeweitet werden. (epd/mig 21.3.)

 

 

 

EU-Grundrechteagentur beklagt Situation der Roma

 

Schlechte sanitäre Bedingungen, Hunger, Jugendarbeitslosigkeit – nach neuestem Bericht der Agentur der Europäischen Union für Grundrechte müssen sich Roma in der EU jeden Tag diesen grundliegenden Herausforderungen stellen.

Der Bericht zeige auf, dass die Ungleichheiten fortbestehen, unter denen Roma in vielen Ländern Europas nach wie vor zu leiden haben, heißt es in einem Kommentar der Agentur der Europäischen Union für Grundrechte, kurz FRA. Deren Direktor, Michael O´Flaherty, sagte: „Romafeindlichkeit von Diskriminierung bis zu Hasskriminalität sind der Treibstoff für den Teufelskreis der Ausgrenzung der Roma. Sie bleiben gesellschaftlich ausgegrenzt und werden auf eine inakzeptable stereotype Weise behandelt.“ Dieser Teufelskreis müsse aufgebrochen werden. „Warum tun wir also nicht das Naheliegendste und stellen sicher, dass jeder und jede Roma dieselben Rechte wie die anderen EU-Bürgerinnen und -Bürger wahrnehmen können?“

Der FRA-Bericht untersucht die andauernden Sorge, dass Romafeindlichkeit eine Integrationsbarriere ist. Er mache deutlich, wie die Mitgliedstaaten trotz bisheriger Bemühungen ihre Integrationsziele nicht erreichen. Besonders hervorgehoben werden vier Problembereiche:

Die Agentur der Europäischen Union für Grundrechte weist in einem Bericht auf anhaltende Herausforderungen und Probleme für Migration in die EU hin.

So sei, erstens, die Romafeindlichkeit ist nach wie vor hoch – einer von drei Roma sei irgendwann im Leben Opfer von Belästigungen geworden. Zweitens hätten sich die Lebensbedingungen in den letzten Jahren nicht verbessert. Weiterhin seien 80 Prozent der Roma in der EU armutsgefährdet. Hinzu kommen, drittens, in vielen Mitgliedsstaaten Lücken beim Zugang zu Bildung, was die Chancen negativ beeinträchtigt, Anschluss zu finden und auch den vierten Punkt, die hohe Jugendarbeitslosigkeit, beeinflusst. Diese liege unter den jungen Roma besonders hoch.

Der FRA-Bericht dient als Grundlage für eine Debatte über den künftigen Rahmen der Integrationspolitik für Roma. Der aktuelle EU-Rahmen läuft 2020 aus. EA 6

 

 

 

Wie wir die Welt doch noch retten können – not

 

Durch Geoengineering lässt sich das Klima nicht schützen. Am Ende profitieren davon nur die Kohle- und Ölindustrie. Von Andreas Sieber

 

Al Gore und der Milliardär Richard Branson, Gründer der Virgin Fluggesellschaft, starteten im Jahr 2007 einen Wettbewerb: 25 Millionen US-Dollar gab es für „kommerziell tragfähige Entwürfe, dauerhaft Treibhausgase aus der Atmosphäre zu entfernen.“ Die Aktion markierte den Höhepunkt des Hypes um Geoengineering, ein Sammelbegriff für verschiedenste Ideen, die globale Erwärmung technologisch „abzukühlen“. Die Gewinner des damaligen Wettbewerbs wurden in Alberta gekürt – unter Schirmherrschaft der kanadischen Teersand-Industrie. Schnell stellte sich heraus, dass Geoengineering wenig mehr ist als ein PR-Coup mit Al Gore. Dass die Debatte darum nun wieder aufbricht, ist absurd und besorgniserregend.

Für die Teersand-Manager ist Geoengineering eine „Du kommst aus dem Gefängnis frei“-Karte. Die Industrie, die Kanadas Urwälder in eine Art Mordor verwandelt, ist einer der größten CO2-Emittenten weltweit – und der vielleicht größte Fan von Geoengineering. Dieser Fanclub war lange relativ exklusiv. Zu den anderen Mitgliedern zählten Ölgiganten wie Shell („eine großartige Debatte“) oder Kohle-Konzernen wie RWE („wegweisend“ und „fortschrittlich“).

In Deutschland freuten sich Kohle-Konzerne vor allem über CCS (Carbon Capture and Storage), die Möglichkeit CO2 bei der Verbrennung abzutrennen und unterirdisch zu speichern. David Reiner von der Universität Cambridge untersuchte CCS-Projekte auf der ganzen Welt und musste feststellen,dass die meisten frühzeitig endeten. CCS sei schlicht zu teuer. Im größten existierenden CCS-Projekt besteht die akute Sorge, dass die gespeicherten Treibhausgase wieder austreten. In Algerien wurde ein CCS-Projekt gestoppt, nachdem es Erdbeben ausgelöst hatte.

CCS steht in einer Reihe mehr oder weniger surrealer Ideen, wie das Weltklima manipuliert werden könnte: Wissenschaftler der University of Edinburgh hatten die Idee, riesige Schiffe zu entwickeln, die Meerwasser in Tropfenform in die Luft schießen. Das sollte Wolken aufhellen und mehr Sonnenstrahlen ins All zurückreflektieren. Die Kosten liegen bei mehreren hundert Millionen Euro. Vor allem ist aber unklar, wie sich ein solches Projekt auf Wetter und Klima auswirken würde.

Forscher aus Arizona wollten ebenfalls die Sonneneinstrahlung reflektieren: Ihre Idee war, 16 Billionen Silizium-Teilchen mit speziellen Kanonen ins All zu schießen. Die Auswirkungen auf Wetter und Klima sind bislang ebenso unklar wie die praktische Umsetzung.

Bereits in den 80er Jahren plante der Klimaforscher Wallace Broecker, große Mengen Schwefeldioxid mittels Flugzeugen in die Atmosphäre zu blasen. Etwa 20 Jahre später griff der Chemie-Nobelpreisträger Paul Trutzen die Ideen auf und schlug vor, 1,5 Millionen Tonnen Schwefelpartikel in die Atmosphäre zu injizieren. Der Effekt käme einem gigantischen Vulkanausbruch gleich und würde – das ist zumindest wahrscheinlich – das Klima abkühlen, aber auch die Ozonschicht zerstören. Die Folgen für regionale Klimazonen wären enorm, katastrophale Unwetter oder Dürren könnten eintreten. Bill Hare, Gründer und CEO von Climate Analytics nennt die Idee, Sonneneinstrahlung zu manipulieren „grundlegend unklug und grundlegend nutzlos“. „Wir verstehen die Auswirkungen nicht. Was wir verstehen, sagt uns, dass wir sehr besorgt sein müssen über diese Technologien.”

Forscher des Alfred-Wegner-Instituts aus Bremerhaven machten sich mit sechs Tonnen Eisen auf ins Südpolarmeer. Der Plan: den Klimawandel mit Algen bekämpfen. Sie binden CO2 und sinken dann auf den Meeresboden ab. Mit dem Eisen wollten man diese Algen großflächig düngen. Es kam aber nicht zur erhofften Vermehrung: Am meisten nutzte das Experiment dem Flohkrebs, der alle Algen fraß, bevor ein nennenswerter Effekt fürs Klima herauskam.

Alle existierenden Geoengineering-Technologien leisten entweder keinen signifikanten Beitrag zum Klimaschutz, bergen katastrophale Risiken oder beides. Dennoch erlebt Geoengineering eine kleine Renaissance in der Klima-Debatte. Das Ziel des Pariser Klimaabkommens, die globale Erwärmung auf 1,5 Grad zu beschränken, erzeugt extrem großen Handlungsdruck. Spätestens 2020 müssen die globalen Emissionen sinken.

Insbesondere der anstehende Report des Weltklimarats (IPCC) zum 1,5-Grad-Ziel befeuert die Debatte: Leaks des bisherigen Entwurfs deuten darauf hin, dass das 1,5-Grad-Ziel inzwischen überschritten wird und dann nur mit negativen Emissionen die Temperaturkurve wieder nach unten korrigiert werden kann.

Bereits der letzte Report des IPCC erwähnte Geoengineering: Verschiedene Szenarien beinhalteten BECCS (Bioenergy with Carbon Capture and Storage). Die Idee ist, Treibhausgase zu binden, indem man schnellwachsende Bäume oder andere Pflanzen großflächig kultiviert und diese im Anschluss verbrennt, vorausgesetzt das CO2 ließe sich abtrennen und unterirdisch mittels CCS lagern. Grund dafür ist schlicht, dass sich die Technologie und ihre negativen Emissionen besonders gut in Szenarien zukünftiger Emissionen einbauen lassen – unabhängig von der praktischen Umsetzbarkeit.

Ist Geoengineering also die Ultima Ratio, weil die Zeit drängt? Bei allen Unsicherheiten bezüglich dieser Technologien ist zumindest eines gewiss: Sie sind bestenfalls ungenügend ausgereift, um einen nennenswerten Beitrag zum Klimaschutz zu leisten. Und gerade weil die Zeit drängt, dürfen wir keinen Scheinlösungen aufsitzen.

Peter Riggs ist einer der führenden Experten zu „natürlichen Klimalösungen“. Das sind Maßnahmen wie Aufforstung, die ebenfalls negative Emissionen erzeugen. Für den 1,5-Grad Report des IPCC hat er analysiert, welchen Beitrag diese leisten können und sieht neben zahlreichen positiven Effekten einen klaren Vorteil gegenüber Technologien wie BECCS: „Natürliche Klimalösungen“ sind bereits heute – und somit rechtzeitig – verfügbar.

Geoengineering ist eine Phantomdiskussion. Sie lenkt ab von den zentralen Herausforderungen: Nur wenn wir aufhören, skandalöse 6,5 Prozent des weltweiten Bruttosozialprodukts in direkte und indirekte Subventionen fossiler Energieträger zu stecken, wird der Klimawandel gestoppt. 100 Prozent erneuerbare Energien brauchen kein CCS. Deutschland produziert so viel Stromüberschuss, dass es seine 20 ältesten Braunkohlekraftwerke sofort stilllegen könnte.

Geoengineering wird auf absehbare Zeit nicht mehr sein können als ein Feigenblatt in der PR-Strategie der Kohle- und Ölkonzerne. Wer daran noch einen Zweifel hat, sollte einen Blick auf die Think Tanks und Lobby-Gruppen werfen, die sonst bei jeder Gelegenheit den Klimawandel leugnen: Das ultra-konservative Cato Institute oder die Koch Brothers sind begeisterte Unterstützer von Geoengineering. Sie stehen wirklich nicht in dem Verdacht, sich um den Klimawandel zu sorgen. IPG 26

 

 

 

Lega Nord lässt Parlamentsmitarbeiter zum Klatschen antreten

 

Italiens Rechtsextremisten haben die Plenarsitzung des Europäischen Parlaments in Straßburg vergangene Woche genutzt, um bei einer Pressekonferenz ihre neu errungene Macht zu demonstrieren. Die Aktion widersprach den Vorschriften der Institution und wurde von den anwesenden Journalisten nicht gutgeheißen. EURACTIV.fr berichtet.

 

Wenn etwas richtig und gut werden soll, muss man es halt selbst machen, scheint sich die italienische Lega Nord am Donnerstag gedacht zu haben.

Aus Furcht vor einer wenig enthusiastischen – oder gar feindlich eingestellten – Presse beschloss der italienische Europaabgeordnete Matteo Salvini, Vorsitzender der rechtsextremen Partei, die bei den jüngsten Wahlen in Italien 17 Prozent der Stimmen erhalten hatte, die Sache in die eigenen Hände zu nehmen.

Während einer Pressekonferenz in Straßburg applaudierten Mitglieder seines Kabinetts und parlamentarische Assistenten der Fraktion Europa der Nationen und der Freiheit (ENF) wiederholt nach seinen Statements – eine ungewöhnliche Praxis, die von den europäischen Medienvertretern als undemokratisch angesehen wird und vom Europäischen Parlament sogar verboten ist.

Bei Salvinis gemeinsamer Pressekonferenz mit Nicolas Bay vom französischen Front National und Harald Vilimsky von der FPÖ schlug die Stimmung schnell um: Pressevertreter sahen sich veranlasst, den italienischen Abgeordneten an die Regeln des Parlaments zu erinnern, die ebensolche Unterstützungsbekundungen verbieten.

Salvini antwortete, Journalisten, die den Applaus nicht ertragen, könnten den Raum ja verlassen. Sie hätten ohnehin eine linke Voreingenommenheit.

Gemäß Artikel 7 der Presseverordnung des Europäischen Parlaments ist es verboten, während der Pressekonferenzen in irgendeiner Form Zustimmung oder Missbilligung zum Ausdruck zu bringen.

Die 5 Sterne-Bewegung und die rechtsextreme Lega Nord könnten nach den Parlamentswahlen in Italien genügend Unterstützung für eine Mehrheit haben.

Tajani weigert sich, einzugreifen

Laut einer internen E-Mail, die von EURACTIV eingesehen wurde, hat der Generaldirektor für Kommunikation des Parlaments festgestellt, dass ein Journalist während der Konferenz von einer Salvini nahestehenden Person bedroht wurde.

Nach dem Vorfall mahnte der Pressesprecher der ENF an, dass sich ein solches Verhalten nicht wiederholen dürfe. Dies hinderte einige Journalisten jedoch nicht daran, im Nachgang einen offiziellen Beschwerdebrief an den Präsidenten des Europäischen Parlaments, Antonio Tajani, zu senden.

Die interne Antwort der Generaldirektion Kommunikation: „In der derzeitigen heiklen politischen Situation empfehlen wir, keine weiteren Maßnahmen zu ergreifen, die Herrn Salvini mehr Öffentlichkeit verschaffen würden.“ Aline Robert, EA 19.3.

 

 

 

Wanderüberschuss. Einwanderung nach Deutschland 2016 deutlich gesunken

 

Im Jahr 2016 sind rund 500.000 Personen mehr nach Deutschland zugezogen als aus Deutschland fortgezogen. Im Jahr zuvor hatte der Wanderungsüberschuss noch 1,14 Millionen Personen betragen. Das teilt das Statistische Bundesamt mit.

 

Die Einwanderung nach Deutschland hat sich im Jahr 2016 mehr als halbiert. Es zogen rund 500.000 Personen mehr zu als fort, wie das Statistische Bundesamt am Dienstag in Wiesbaden mitteilte. Im Jahr 2015, dem Höhepunkt der Flüchtlingskrise, hatte der Wanderungsüberschuss noch 1,14 Millionen Personen betragen. Experten zufolge liegt der Grund für die rückläufige Einwanderung vor allem in der geschlossenen Balkanroute sowie in den Rücknahmevereinbarungen zwischen der EU und der Türkei.

2016 gab es insgesamt 1,86 Millionen Zuzüge und 1,36 Millionen Fortzüge über die Grenzen Deutschlands, wie die Statistiker weiter mitteilten. Das waren 272.000 Zuzüge oder 13 Prozent weniger und 368.000 Fortzüge oder 37 Prozent mehr als im Jahr 2015.

Rund 146.000 Einwanderer waren Deutsche, die aus dem Ausland wieder zurück ins Land kamen, oder Spätaussiedler. Das waren 25.000 Personen mehr als noch im Vorjahr. Gleichzeitig kehrten 281.000 Deutsche ihrer Heimat den Rücken.

Jeder zweite EU-Bürger

Von den 1,86 Millionen Eingewanderten hatten 1,71 Millionen einen ausländischen Pass. Das waren 297.000 (minus 15 Prozent) weniger als im Vorjahr. Insgesamt 1,08 Millionen ausländische Personen (plus 224.000) wanderten 2016 aus Deutschland ab. Im Saldo aus Zu- und Fortzügen ergibt sich daraus ein Wanderungsüberschuss ausländischer Personen von rund 635.000 (2015: 1,15 Millionen).

Rund 51 Prozent aller Zugewanderten kamen aus EU-Staaten. Neun Prozent besaßen Staatsangehörigkeiten anderer europäischer Länder. 26 Prozent der Ankömmlinge kamen aus einem asiatischen Staat, fünf Prozent aus Afrika. (epd/mig)

 

 

 

Angela Merkel zum vierten Mal Bundeskanzlerin. Neue Bundesregierung im Amt

 

Auf Vorschlag von Bundespräsident Steinmeier hat der Deutsche Bundestag am 14. März Angela Merkel erneut zur Bundeskanzlerin gewählt. Zum vierten Mal legte Merkel vor dem Parlament ihren Amtseid ab. Die fünfzehn neuen Ministerinnen und Minister der Großen Koalition wurden ebenfalls vom Bundespräsidenten ernannt und legten im Bundestag ihren Amtseid ab.

 

Nach Konrad Adenauer, Ludwig Erhard, Kurt Georg Kiesinger, Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl und Gerhard Schröder wurde mit Angela Merkel am 22. November 2005 erstmals eine Frau an die Spitze der Bundesregierung gewählt. Sie ist am 28. Oktober 2009, am 17. Dezember 2013 und am 14. März 2018 im Amt der Bundeskanzlerin bestätigt worden.

Auf Vorschlag der Bundeskanzlerin hat Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier am 14. März auch den Bundesministerinnen und Bundesministern die Ernennungsurkunden überreicht. Der Bundesminister für Finanzen, Olaf Scholz, hat auch die Stellvertretung der Kanzlerin übernommen. Die CDU stellt die Bundeskanzlerin und sechs Ministerinnen und Minister, die CSU 

drei und die SPD ebenfalls sechs. Dem neuen Kabinett gehören sieben Frauen und neun Männer an.

Am frühen Abend kam das neue Bundeskabinett im Kanzleramt zu seiner konstituierenden Sitzung zusammen.

Am 21. März gibt die Bundeskanzlerin die Regierungserklärung ab, in der sie die Schwerpunkte des Regierungshandels in der 19. Legislaturperiode vorstellt. Der Koalitionsvertrag von CDU, CSU und SPD für diese Legislaturperiode trägt den Titel: "Ein neuer Aufbruch für Europa. Eine neue Dynamik für Deutschland. Ein neuer Zusammenhalt für unser Land." Pib 15.3.

 

 

 

Soziale Sicherheit für alle

 

Im Streit um die Essener Tafel wurden die Interessen armer Deutscher gegen jene von Flüchtlingen ausgespielt. Dagegen wendet sich eine Erklärung der wichtigsten deutschen Sozialverbände und des DGB. Sie fordern höhere Sozialleistungen für alle.

Es sei Ausdruck politischen und sozialstaatlichen Versagens in diesem reichen Land, dass Menschen, egal welcher Herkunft, "überhaupt Leistungen der Tafeln in Anspruch nehmen müssten", heißt es in der Erklärung, die von über 430 Organisationen – neben dem DGB auch der Paritätische Gesamtverband und die Nationale Armutskonferenz - unterzeichnet wurde. Konkret fordern sie die Anhebung der Regelsätze Hartz IV, der Sozialhilfe und der Leistungen für Asylbewerber_innen auf ein bedarfsgerechtes und existenzsicherndes Niveau. Alleinstehende Erwachsene mit Hartz IV erhalten derzeit 416 Euro im Monat, Kinder im Alter zwischen 6 und 13 Jahren 296 Euro. Alleinstehende erwachsene Asylbewerber_innen bekommen außerhalb von Aufnahmeeinrichtungen 354 Euro, Kinder zwischen 6 und 13 nur 242 Euro. „Die Leistungen in der Altersgrundsicherung, bei Hartz IV oder im Asylbewerberleistungsgesetz sind ganz einfach zu gering bemessen und schützen nicht vor Armut”, sagte DGB Vorstandsmitglied Annelie Buntenbach. Die Regelsätze müssten sich am tatsächlichen Bedarf orientieren und ein Mindestmaß an sozialer Teilhabe garantieren. „Wir brauchen eine untere Haltelinie gegen die Spaltung in Arm und Reich.“

Die Sicherung des Existenzminimums sei Aufgabe des Sozialstaates und nicht privater Initiativen und ehrenamtlichen Engagements, sagte Ulrich Schneider, Hauptgeschäftsführer des Paritätischen Gesamtverbands. In Deutschland gebe es genug Geld und erst recht genug Nahrung für alle, so Günter Burkhardt, Geschäftsführer von Pro Asyl. Flüchtlinge und Migranten würden als Sündenböcke instrumentalisiert und “für Fehlentwicklungen wie Armut und Wohnungsnot verantwortlich gemacht, die die Politik zu verantworten hat.” Hilfsbedürftige dürften nicht nach Pass oder Nationalität gegeneinander ausgespielt werden.

Weitere interessierte Organisationen und Initiativen, auch lokal und regional aktive, sind eingeladen, den Aufruf mit zu unterstützen.

www.der-paritaetische.de/aufruf

Forum Migration April 2018

 

 

 

Multikulti. Noch lange nicht gescheitert

 

Bereits 2010 hat Angela Merkel Multikulti für gescheitert erklärt. Dabei haben wir Multikulti nie versucht, uns für unsere Vielfalt interessiert, uns nie angestrengt. Und so lange wir es nicht versucht haben, sind wir nicht gescheitert. Von Aseman Bahadori

 

Es heißt immer, die AfD sei deshalb so erfolgreich, weil sie unausgesprochene Ängste und Sorgen der Menschen in Deutschland zum politischen Thema macht. „Mutter Merkel kümmert sich halt um fremde Kinder zuerst und lässt die eigenen verhungern“, meint eine ehemalige Arbeitskollegin, als wir über die „Flüchtlingskrise“ und die damals bevorstehende Bundestagswahl sprechen. Auf diese sogenannten besorgten Bürger, so folgern und beschließen es Politik und Gesellschaft, müsse man eingehen und ihre Ängste endlich ernst nehmen.

Endlich?

Es ist der 16. Oktober 2010 als Angela Merkel Multikulti für gescheitert erklärt: endlich. Man meint, große Teile der Bevölkerung erleichtert aufstöhnen zu hören. Endlich scheint es eine Erklärung dafür zu geben, warum so viele Dinge einfach nicht so laufen, wie sie sollten und endlich weiß man, woran es liegt: Multikulti! Es funktioniere nicht. Eine ganze Nation nickte eifrig und merkte nicht, wie es sich selbst das Leben um ein Vielfaches erschwerte.

Dieselbe Politik, die sich jahrelang nicht mit der Vielfalt im eigenen Land befasste, und sich vehement wehrte, Deutschland als das zu bezeichnen, was es ist, nämlich ein Einwanderungsland, begann über Vielfalt und „Multikulti“ zu sprechen, als sie für gescheitert erklärt wurde. Das ist unlogisch. Denn Scheitern kann man nur, nachdem man sich zumindest bemüht hat.

Haben wir das? Haben wir es versucht, dafür gekämpft, oder uns auch nur ausreichend für unsere Vielfalt und Identität interessiert? Haben wir uns angestrengt, um zu einer solidarischen Mehrheitsgesellschaft zusammenzuwachsen? Nein.

Anstatt sich endlich mit den Belangen und Problemen der deutschen Migrationsgesellschaft auseinanderzusetzen, lenkte die Politik mit ihrem vernichtenden Urteil von ihren jahrzehntelangen Versäumnissen ab. Sie stellte pauschal allen „Migranten“ fehlenden Integrationswillen unter und kehrte unter den Teppich, dass sich Millionen Menschen erfolgreich integrierten, obwohl die Politik sich jahrelang überhaupt nicht für sie interessierte.

Deutschland, obgleich seit bereits so vielen Jahren ein Einwanderungsland, steckt noch in den Kinderschuhen, wenn es darum geht sich kritisch mit seiner Identität und Diversität auseinanderzusetzen. Gescheiterte Einwanderungsgesellschaft? Not in my name. Die Reise hat erst begonnen, endlich scheitern kann man auch immer noch später. MiG 29

 

 

 

 

Reaktionen. Seehofer startet mit Islam-Debatte ins Amt

 

Gehört der Islam zu Deutschland? Über die Antwort wird seit Jahren gestritten. Nun befeuert der neue Bundesinnenminister Seehofer die Debatte neu. Er sagt, der Islam gehöre nicht zu Deutschland. Der CSU-Politiker will aber den Dialog mit Muslimen. Von Corinna Buschow

 

Es ist zum Ritual geworden, dass ein Bundesinnenminister die Gretchenfrage der 2000er-Jahre beantworten muss: Gehört der Islam zu Deutschland? Der neue Ressortchef Horst Seehofer (CSU) hat nun Stellung bezogen und sagt: Nein. Kurz nach Amtsantritt entfacht er damit eine alte Debatte um die Integration der Muslime. Der neue Innenminister – auch verantwortlich für den Dialog zwischen Staat und Religionsgemeinschaften – will aber auch die Deutsche Islamkonferenz als Gesprächsforum weiter nutzen.

2006 wurde die Islamkonferenz vom damaligen Bundesinnenminister Wolfgang Schäuble (CDU) ins Leben gerufen. Er sagte damals, der Islam sei Teil Deutschlands und Europas. Bereits diese Aussage blieb nicht unwidersprochen, umstritten ist aber vor allem der Satz des damaligen Bundespräsidenten Christian Wulff aus dem Jahr 2010: „Der Islam gehört zu Deutschland.“

Noch kein verantwortlicher CSU-Innenpolitiker konnte sich dahinter versammeln. Der frühere Innenminister Hans-Peter Friedrich (CSU) lehnte ihn ab. Auch Seehofers Vorgänger Thomas de Maizière (CDU) tat sich zumindest schwer damit, unterstrich aber, die Muslime gehörten zu Deutschland. Das pointierte „Der Islam gehört nicht zu Deutschland“ war zuletzt aber nur im Wahlkampf von AfD-Vertretern zu hören.

Grüne: Seehofer sollte Moscheen schützen

Dass „selbstverständlich“ die Muslime zu Deutschland gehörten, sagt auch Horst Seehofer. Der vorangestellte Satz „Nein. Der Islam gehört nicht zu Deutschland“ in seinem Interview mit dem Boulevardblatt „Bild“ setzt aber dennoch einen anderen Ton, vermuten zumindest die Grünen. „Eine Gesellschaft, die von oben in Gruppen unterteilt wird, schafft Desintegration“, sagte die Vorsitzende der Grünen-Bundestagsfraktion, Katrin Göring-Eckardt.

Für den Grünen-Innenexperten Konstantin von Nutz geht der Satz „völlig an den entscheidenden Fragen vorbei“. Seehofer verhindere mit solch leeren Floskeln die notwendige Auseinandersetzung mit den Problemen und Chancen von Zuwanderung, erklärte der Grünen-Politiker in der „Bild“. „Damit schadet er unserem Land.“ Bundestagsabgeordneter Omid Nouripour (Grüne) erklärte, anstatt alte Stilblüten zu kommentieren, solle sich der Innenminister zu Morddrohungen gegen Muslime äußern. „Und er soll erklären, wie er die zahlreichen Anschläge auf Gotteshäuser endlich unterbinden will.“

SPD: Seehofers politischer Eiertanz

Führende SPD-Politiker forderten am Wochenende ein Ende der von Seehofer entfachten Diskussion. „Das ist eine acht Jahre alte Debatte, die innerhalb der Union immer noch geführt wird, aber niemanden weiterbringt“, sagte die SPD-Fraktionschefin im Bundestag, Andrea Nahles, der „Rhein-Neckar-Zeitung“.

Ähnlich äußerten sich Justizministerin Katarina Barley und Arbeitsminister Hubertus Heil (beide SPD). Die in Nordrhein-Westfalen für Integration zuständige Staatssekretärin Serap Güler (CDU) warf Seehofer einen „politischen Eiertanz“ vor. Bundestagsvizepräsident Thomas Oppermann (SPD) schriebt bei Twitter, viele Muslime hätten in Deutschland eine Heimat gefunden „und mit ihnen gehört ihr Glaube, der Islam, auch zu Deutschland.“

FDP: Überflüssige Ablenkungsdebatte

Auf Kritik stößt Seehofers Äußerung auch beim FDP-Parteivorsitzenden Christian Lindner. „Diese Debatte lenkt ab und ist überflüssig“, sagte Lindner der „Rheinischen Post“. „Weder verlangt irgendwer die Übernahme islamischer Sitten, noch ist das Christentum Staatsreligion.“ Der religionspolitische Sprecher der FDP, Stefan Ruppert, beklagte eine „Pseudodebatte, die einzig darauf abzielt, zu spalten“.

Unterstützung bekam Seehofer aus der CSU. Bayerns Ministerpräsident Markus Söder sagte dem „Bayerischen Rundfunk“, Jemand der nach Deutschland komme, solle alle Startchancen erhalten, „aber er muss sich letztlich an unsere Werte, Sitten, Gebräuche anpassen und nicht umgekehrt“. Die christliche Prägung beziehe sich nicht auf eine reine Religionsausübung, in der natürlich die Religionsfreiheit gelte, sondern auf den Kalender, Traditionen und Bräuche.

Merkel: „Der Islam gehört zu Deutschland“

CDU-Parteichefin und Bundeskanzlerin Angela Merkel bleibt indes bei ihrer Unterstützung des Satzes „Der Islam gehört zu Deutschland“, Deutschland sei zwar stark vom Christentum geprägt, aber inzwischen lebten auch vier Millionen Muslime in Deutschland, sagte die CDU-Chefin bei einem Treffen mit dem schwedischen Ministerpräsidenten Stefan Löfven am Freitag in Berlin. „Diese Muslime gehören auch zu Deutschland, und genauso gehört ihre Religion damit zu Deutschland, also auch der Islam.“

Kritik erntete der Islam-Satz Seehofers auch vom neuen Integrationsbeauftragten der Bundesregierung, Annette Widmann-Mauz (CDU). „Solche Sätze bringen uns nicht weiter. Sie liefern keinen Beitrag zur Lösung der Herausforderungen, vor denen wir stehen“, sagte sie der „Rheinischen Post“.

Islamkonferenz-Auftakt in ehemaliger Brauerei

Innenministeriumssprecher Johannes Dimroth betonte am Freitag in Berlin, Seehofer sei der Dialog mit den Muslimen wichtig. Im „Bild“-Interview kündigte der Minister an, erneut die Islamkonferenz einzuberufen: „Wir müssen uns mit den muslimischen Verbänden an einen Tisch setzen und den Dialog suchen und da wo nötig noch ausbauen.“

Zugleich betonte er: „Muslime müssen mit uns leben, nicht neben oder gegen uns.“ Was er konkret für die Islamkonferenz plant, ließ er aber offen. Ein erstes Werkstattgespräch mit Vertretern der islamischen Religionsgemeinschaften soll an diesem Montag in einer ehemaligen Berliner Brauerei stattfinden.

Muslime reagieren mit Unverständnis

Der Vorsitzende des Zentralrats der Muslime, Aiman Mazyek, reagierte mit Unverständnis auf Seehofers Äußerung: Diese Woche mit den zahlreichen Angriffen auf muslimische Einrichtungen und der Schließung der Kölner Geschäftsstelle des Zentralrates wegen einer anonymen Morddrohung gegen ihn selbst sei für ihn äußerst nervenaufreibend gewesen, sagte er. „Und dann noch einen solchen Satz zu hören“, bedrücke ihn sehr.

Der Vorsitzende der Türkischen Gemeinde in Deutschland, Gökay Sofuo?lu, unterstrich: „Diese wenig hilfreiche Debatte über den Islam in Deutschland wieder zu eröffnen, ausgerechnet in einer Zeit, in der Moscheen und Flüchtlingsunterkünfte brennen, zeigt, dass Herr Seehofer in der Rolle des Innenministers noch nicht angekommen ist.“

Seehofer bleibt bei seiner Islam-Aussage

In der „Welt am Sonntag“ verteidigte Seehofer seine Aussagen. Dass Deutschland geschichtlich und kulturell christlich-jüdisch und nicht islamisch geprägt sei, könne doch niemand ernsthaft bestreiten. „Das ist für mich entscheidend, wenn es um die Frage geht, was zu Deutschland gehört. Genauso wie es für mich eine Selbstverständlichkeit ist, dass die große Zahl der friedliebenden Muslime in Deutschland zu uns gehört.“ (epd/mig 19.3.)

 

 

 

Regierungserklärung. Merkel: "Deutschland, das sind wir alle!"

 

"In unserem Land hat sich etwas verändert." Trotz ausgezeichneter wirtschaftlicher Lage machten sich Menschen Sorgen um die Zukunft und den Zusammenhalt der Gesellschaft. Die Flüchtlingskrise habe Deutschland "in beispielloser Weise gefordert", so Merkel. Sie sei eine humanitäre

Ausnahmesituation gewesen.

 

Die Debatte über den richtigen Weg habe Deutschland "gespalten", die Diskussion sei "polarisiert", die Gesellschaft "rauer" geworden, sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel in ihrer ersten Regierungserklärung nach ihrer Wiederwahl. Sie rechtfertigte die Entscheidung, in den Jahren 2015

und 2016 hunderttausende Flüchtlinge besonders aus Syrien aufgenommen zu haben. Merkel betonte aber auch, dass dies eine humanitäre Ausnahmesituation gewesen sei.

Aufgenommen als Menschen in Not

Merkel erinnerte zunächst daran, dass vor sieben Jahren im Zuge des "Arabischen Frühlings" der Bürgerkrieg in Syrien begonnen habe. Europa habe zuerst gehofft, von den Folgen nicht direkt betroffen zu sein. Zur ganzen Wahrheit gehöre aber auch, so die Kanzlerin selbstkritisch, "dass wir zu spät erkannt haben, dass Flüchtlinge in den Nachbarländern nicht ausreichend versorgt waren" und

Schlepperbanden die Situation ausgenutzt hätten. "Wir haben sie als Menschen in Not aufgenommen."

Es sei eine unglaubliche Bewährungsprobe für die Gesellschaft gewesen. Die Strukturen seien darauf nicht vorbereitet gewesen. "Unser Land kann auf diese Leistung stolz sein", sagte die Kanzlerin.

Fünf Punkte sind der Kanzlerin für die Zukunft wichtig:

1. Eine solche Ausnahmesituation wie die Aufnahme der Flüchtlinge in 2015 und 2016 könne und solle sich nicht wiederholen. Das EU-Türkei-Abkommen habe geholfen, Schleppern das Handwerk zu legen.

2. UN-Hilfsprogramme dürften nicht mehr so dramatisch unterfinanziert sein wie vor zwei Jahren. Hilfe vor Ort sei zentrale Aufgabe. Welternährungsfonds und UNHCR würden von Deutschland seither stärker gefördert.

3. Merkel verurteilte Bombardements in Ost-Ghouta durch Russland und das türkische Vorgehen in Afrin als inakzeptabel. Merkel forderte zudem eine bessere Zusammenarbeit mit den afrikanischen Ländern, um Fluchtursachen zu bekämpfen.

4. Europäische Außengrenzen müssten geschützt werden. Merkel forderte ein Ein- und Ausreiseregister. Bessere Kontrolle sei  notwendig, denn terroristische Gefahren hätten zugenommen. Merkel dankte den Sicherheitsbehörden: "Unsere freiheitliche Gesellschaft wird sich unsere Art zu leben nicht durch Terroristen zerstören lassen."

5. Deutschland werde weiter denen helfen, die einen Anspruch hätten, im Land zu bleiben. Auf der anderen Seite müssten die, die keinen dauerhaften Aufenthaltsstatus hätten, das Land wieder verlassen. Insgesamt sollen nicht mehr als 180.000 bis 220.000 Flüchtlinge pro Jahr nach Deutschland kommen. Merkel hofft, ein gemeinsames Asylsystem auf dem Europäischen Rat im Juni

verabschieden zu können.

Die Flüchtlingssituation habe wie ein Brennglas grundlegende gesellschaftliche Probleme aufgedeckt, so die Kanzlerin. Schon in den vergangenen Jahrzehnten seien viele Menschen aus anderen Ländern zu uns gekommen. Es gelte, gemeinsam zu agieren, um Benachteiligungen zu beseitigen. Aber auch

Probleme müssten benannt werden.

Zusammenleben der Religionen verbessern

Der Koalitionsvertrag gebe Antworten auf bestehende Probleme. Viele Fortschritte seien gemacht worden, aber beim Thema Zusammenleben und Zusammenhalt sei man längst noch nicht da, wo man sein wolle. Merkel kündigte an, einen Pakt für den Rechtsstaat schnüren zu wollen, unter anderem durch

die Einstellung von 15.000 neuen Polizisten. Erforderlich sei Respekt gegenüber denen, die das Recht durchsetzten.

Deutschland habe eine christlich-jüdische Prägung, so Merkel. Aber zugleich lebten mittlerweile 4,5 Millionen Muslime in unserem Land. Deren Religion, der Islam, sei inzwischen ein Teil Deutschlands. "Insbesondere das Zusammenleben der Religionen stellt uns vor Herausforderungen", so Merkel. Sie forderte, Bund und Länder müssten gemeinsam zukunftsfähige Strukturen auch für den Islam finden. Eine wichtige Rolle spielt für die Bundeskanzlerin weiterhin die Deutsche Islamkonferenz.

Zusammenhalt der Gesellschaft stärken

"Wir wollen als Bundesregierung die Spaltung überwinden und einen neuen Zusammenhalt schaffen", so Merkel. Der Wohlstand unseres Landes solle allen zugutekommen. Ziel sei eine Gesellschaft, geprägt von Menschlichkeit, Gerechtigkeit, Zusammenhalt. Eine Priorität sei, Familien zu stärken, etwa durch das Baukindergeld. Die neue Koalition entlaste Alleinerziehende und Kinderreiche. Kinderarmut sei eine Schande.

Auch die Absenkung des Beitrages zur Arbeitslosenversicherung, die paritätische Finanzierung der Krankenversicherungsbeiträge und der Abbau des Solis, der 90 Prozent der Menschen zugute komme, entlaste die Bürgerinnen und Bürger. Zudem seien solide Finanzen weiter garantiert. Seit 2014 habe die Bundesregierung keine neuen Schulden aufgenommen, das werde so bleiben, versicherte die Kanzlerin. Pib 21

 

 

 

 

Große Koalition. Rat für Migration warnt Regierung vor Abschottungspolitik

 

Ein Zusammenschluss von über 150 Migrationsforschern warnt die Bundesregierung vor einer Politik, die auf Ausgrenzung und Abschottung setzt. Als schädlich für die Integration wertet der Rat die geplanten Rückführungzentren für Flüchtlinge.

 

Der Rat für Migration hat die neue Bundesregierung vor einer Politik der Ausgrenzung und Abschottung gewarnt. „Im Koalitionsvertrag fehlt ein klares Bekenntnis zum Einwanderungsland Deutschland“, sagte Werner Schiffauer, Vorsitzender des Rates, am Dienstag in Berlin. Der bundesweite Zusammenschluss von mehr als 150 Migrationsforschern befürchtet außerdem, dass die Rechte von Geflüchteten hierzulande weiter eingeschränkt werden.

Die von Union und SPD geplante Spanne von 180.000 bis 220.000 Geflüchteten jährlich und der Ausbau der Zusammenarbeit mit Herkunfts- und Transitstaaten lasse das Ziel erkennen, Fluchtmigration mit allen Mitteln zu verhindern, sagte der Professor vor der für Mittwoch angekündigten Wahl Angela Merkels (CDU) zur Bundeskanzlerin.

Als schädlich für die Integration wertet der Rat die geplanten Einrichtungen zur Aufnahme, Entscheidung und Rückführung (ANkER) von Geflüchteten, in denen die betroffenen Personen oft für viele Monate bleiben müssten. In den vergangenen Jahren seien Lösungen wie die dezentrale Unterbringung erfolgreich erprobt worden. „Die Erfahrungen waren ermutigend, die Einführung der ANkER-Einrichtungen bedeutet einen wesentlichen Rückschritt“, kritisierte Schiffauer. (epd/mig 14.03)

 

 

 

 

„Migranten und Flüchtlinge aufnehmen, schützen, fördern, integrieren“

 

Fachgespräch der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz zu den Globalen Pakten

 

Auf Einladung der Migrationskommission der Deutschen Bischofskonferenz hat heute (16. März 2018) ein Fachgespräch unter dem Leitthema „‚Migranten und Flüchtlinge aufnehmen, schützen, fördern, integrieren‘ – Kirchliche Perspektiven auf die Globalen Pakte zu Migration und Flucht“ stattgefunden. Dazu kamen rund 50 Verantwortungsträger und Experten aus Kirche, Politik, Verwaltung, Zivilgesellschaft und internationalen Organisationen in der Katholischen Akademie in Berlin zusammen. Der Vorsitzende der Migrationskommission und Sonderbeauftragte für Flüchtlingsfragen, Erzbischof Dr. Stefan Heße (Hamburg), sowie der Bundesminister für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung, Dr. Gerd Müller, eröffneten die Veranstaltung.

 

Mit dem New Yorker UN-Gipfel zu Flüchtlingen und Migranten im September 2016 hat die internationale Gemeinschaft einen Beratungs- und Verhandlungsprozess begonnen, der bis Ende 2018 in zwei Globalen Pakten („Global Compacts“) münden soll: einen zu sicherer, geordneter und regulärer Migration sowie einen weiteren zu Fragen des Flüchtlingsschutzes. Papst Franziskus hat diesem Prozess von Anfang an hohe Bedeutung beigemessen. Dies drückt sich auch in einem Dokument mit „20 Handlungsschwerpunkten“ aus, das die vatikanische Abteilung für Migranten und Flüchtlinge veröffentlicht hat. Diese orientieren sich an vier Maximen, die der Papst für die Globalen Pakte formuliert hat: „aufnehmen, schützen, fördern, integrieren“. Ziel des Fachgesprächs war es, die Impulse des Vatikans – ergänzt um Beiträge der Deutschen Bischofskonferenz – in das politische Gespräch einzubringen.

 

Zu Beginn des Fachgesprächs betonte Erzbischof Heße das große Potential, das die katholische Kirche in den beiden Globalen Pakten sieht: „Sie können die positiven, entwicklungsförderlichen Aspekte von Migration stärken und den Weg zu einer solidarischen Verantwortungsteilung zwischen den Staaten ebnen; sie können ein Bewusstsein dafür schaffen, dass die Rechte und Bedürfnisse der betroffenen Menschen keine Nebensache sind, sondern der Maßstab einer humanitär verantwortbaren Politik sein müssen. Und schließlich: Sie können ein wichtiger Beitrag dazu sein, dass wir durch internationale Zusammenarbeit die ‚Globalisierung der Gleichgültigkeit‘ überwinden.“ Der Vorsitzende der Migrationskommission wies zudem darauf hin, dass die alltägliche Praxis der kirchlichen Migrations- und Flüchtlingsarbeit für eine geerdete Herangehensweise sorgt: „Wenn die Kirche in Migrationsfragen Empfehlungen formuliert, dann hat sie dafür – neben ihrer biblisch-theologischen Sensibilität für die Thematik – eine weitere Grundlage: die praktischen Erfahrungen der zahlreichen Christen, die ein Leben für Migranten, mit Migranten oder auch als Migranten führen.“

 

Pater Fabio Baggio CS, der für Migrationsfragen zuständige Untersekretär im Vatikanischen Dikasterium für den Dienst zugunsten der ganzheitlichen Entwicklung des Menschen, erläuterte in seinem Vortrag die Rolle der katholischen Kirche und internationaler zivilgesellschaftlicher Akteure bei den Beratungen zu den Globalen Pakten. Dabei ging er insbesondere auf die „20 Handlungsschwerpunkte“ des Vatikans ein: „Das Dokument enthält eine ganze Reihe von praktischen Überlegungen, die auf der Erfahrung der Ortskirchen und der katholischen Basisorganisationen beruhen. Vorgelegt werden unterschiedliche

best-practice-Maßnahmen, die mancherorts bereits umgesetzt werden und die auch auf andere geographische Regionen übertragen werden können. Gerade in Deutschland findet sich einiges davon bereits in der Praxis.“ Er unterstrich, dass aus Sicht des Vatikans Deutschland – gemeinsam mit anderen EU-Staaten – eine essentielle Rolle im Prozess der Globalen Pakte spielen könne und solle.

 

In vier aufeinanderfolgenden Panels tauschten sich die Teilnehmer zu Themen aus, die aus kirchlicher Sicht von besonderer Relevanz sind:

*           Unter dem Stichwort „aufnehmen“ befassten sich der Generalsekretär der Internationalen Katholischen Migrationskommission, Msgr. Robert Vitillo, der UNHCR-Repräsentant in Deutschland, Dominik Bartsch, und der Leiter der Migrationsabteilung im Bundesministerium des Innern, Norbert Seitz, mit sicheren und legalen Zugangswegen für Flüchtlinge.

*           Daran schloss sich eine Einheit zum Thema „integrieren“ an: Hier beleuchteten die Leiterin der politischen Abteilung von Caritas Europa, Dr. Shannon Pfohman, der Bielefelder Soziologe Prof. Dr. Thomas Faist und der Leiter des Referats Flucht und Asyl im Arbeitsstab der Integrationsbeauftragten der Bundesregierung, Dr. Michael Maier-Borst, Facetten eines teilhabeorientierten Integrationsbegriffs.

*           Im Panel „fördern“ ging es um ein besseres Verständnis von Flucht- und Migrationsursachen sowie Perspektiven für die Herkunftsländer. Diesen Fragen widmeten sich der Geschäftsführer für internationale Zusammenarbeit beim bischöflichen Hilfswerk Misereor, Dr. Martin Bröckelmann-Simon, Erica Usher von der Internationalen Organisation für Migration (IOM) und die Leiterin der Abteilung Globale Zukunftsaufgaben im Bundesministerium für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung, Ingrid-Gabriela Hoven.

*           Schließlich diskutierten der Unabhängige Anti-Sklaverei-Kommissar des Vereinigten Königreichs, Kevin Hyland, Sr. Beatrice Mariotti von der katholischen Frauenrechtsorganisation SOLWODI sowie der Leiter des Referats Menschenhandel beim Bundeskriminalamt, Carsten Moritz, unter dem Stichwort „schützen“ über internationale Strategien im Kampf gegen Menschenhandel, insbesondere Arbeits- und sexuelle Ausbeutung.

 

Mittlerweile liegen für beide Globalen Pakte sogenannte „Zero Drafts“ vor, über die zwischen den Staaten intensiv verhandelt wird und die auch beim heutigen Fachgespräch im Fokus standen. Die Veranstaltung der Migrationskommission ermöglichte es den Teilnehmern, das bislang in den Verhandlungen Erreichte kritisch zu erörtern, Empfehlungen für den weiteren Prozess zu geben und bereits jetzt die Phase der Umsetzung der beiden Pakte in den Blick zu nehmen. Dbk 16

 

 

 

Annette Widmann-Mauz. Staatsministerin will Zusammenhalt zwischen Religionen stärken

 

Muslime und Gläubige anderer Religionen sollen stärker zusammenhalten. Dafür will sich die neue Staatsministerin für Integration, Annette Widmann-Mauz einsetzen. Große Hoffnungen setzt Widmann-Mauz in die Deutsche Islamkonferenz.

Die neue Staatsministerin für Integration, Annette Widmann-Mauz (CDU), will den Zusammenhalt zwischen Muslimen und Gläubigen anderer Religionen stärken. Nötig sei eine sachliche Debatte darüber, „nach welchen Regeln und welchem Werteverständnis wir in Deutschland leben wollen“, sagte Widmann-Mauz am Donnerstag im Inforadio des Rundfunk-Berlin-Brandenburg (RBB). „Dazu gehört die Religionsfreiheit – und die gilt dann auch für alle.“

Große Hoffnungen setzt Widmann-Mauz nach eigenen Worten in die Deutsche Islamkonferenz. Hier müssten die wichtigen Fragen geklärt werden: „Wie klappt die Religionsausübung? Wie nehmen wir es mit der Religionsfreiheit, auch im täglichen Zusammenleben? Und wie können wir mit einer weiterentwickelten Islamkonferenz auch darauf die richtigen Antworten geben?“, sagte die Staatsministerin für Integration.

Das Thema: Integration in den Arbeitsmarkt

Widmann-Mauz betonte, eines der wichtigsten Themen sei die Integration in den Arbeitsmarkt. Der Zugang zu Bildung und Sprache müsse noch zielgerichteter und besser werden, damit das Ankommen in der Gesellschaft am Ende gelinge. „Da werden wir an vielen Stellen einiges zu tun haben“, sagte die CDU-Politikerin und fügte hinzu: „Aber wir dürfen auch nicht aus dem Auge verlieren: Wir haben auch schon viele positive Erfolgsgeschichten in unserem Land. Daraus zu lernen, diese zu verstärken, das ist mein Ansatz.“

Zu weiteren Zielen ihrer Amtszeit sagte Widmann-Mauz: „Ich würde mich sehr freuen, wenn wir mehr Zusammenhalt hätten, als wir ihn heute haben, und wenn wir es schaffen, mit wirksamen Maßnahmen dann auch ganz konkret Probleme gelöst zu haben, Menschen geholfen zu haben, die Chancen, die ihnen dieses Land gibt auch nutzen zu können.“ Das helfe auch, Herausforderungen der Zukunft besser zu bewältigen. (epd/mig 23.3.)

 

 

 

Kempten, Haus International. Mitgliederversammlung

 

Am vergangenen 20. März fand, von 19.00 bis 22.00 Uhr, eine Mitgliederversammlung im Haus International statt. Zu diesem Treffen sind einige Dutzende Mitglieder gekommen. 

Nach der Begrüßung und einem ersten Tätigkeitsbericht durch die Vorsitzende, Frau Gabriele Heilinger, trug der Geschäftsführer Herr Lajos Fischer  seinen Kassenbericht vor.  Er schilderte  detailliert  die Aktivitäten des Vereins und schlug einige kleinere Satzungsänderungen vor, welche auch von den anwesenden Mitgliedern einstimmig genehmigt wurden.

Gleich danach informierte Frau Ruth Haupt die Anwesenden über die   Hausaufgabenbetreuung, die sie – unter Mitarbeit von Praktikanten und ehrenamtlichen Mitarbeitern – seit einigen Monaten leitet. Außerdem berichtete sie über ihre Arbeit mit Eltern, sowie über ihre Gespräche mit den Lehrern, im Zusammenhang mit der Vorbereitung der Dritt- und Viertklässler für den Übertritt auf die weiterführenden Schulen und der Neuntklässler für den qualifizierenden Hauptschulabschluss.

Im Laufe des Abends berichteten Frau Heilinger und Herr Fischer außerdem  über die Unterstützung von Jugendlichen bei der Erstellung von Bewerbungsunterlagen, über Integrationskurse, Deutschunterricht  für neu angekommene Migrantenkinder, allgemeine Beratung, über Kulturkurse, Begegnungen und Informationen, sowie über besondere Ereignisse wie das Burgaldefest usw.

Nach diesen informativen Vorträgen  wurde dann eine Wahlkommission benannt, welche die Wahl zweier Beisitzer im Vorstand und eines Kassenprüfers des Vereins leitete. Der offizielle Teil der Versammlung endete mit der erfolgreichen Wahl einer Beisitzerin, eines Beisitzers und eines Kassenprüfers.

Zum Ausklang der Veranstaltung, gegen 22.00 Uhr, gab es noch ein köstliches Buffet.

Untern den Anwesenden: Herr Siegfried Oberdörfer, (SPD Fraktion),  Beauftragter des Stadtrates für Integration,  Herr  Dr. Fernando A. Grasso, Konsularkorrespondent für Kempten und Umgebung, sowie Vizepräsident der ACLI Bayern und ACLI Kempten,  welcher im vergangenen  Monat November 2017 am Projekt "Bundesweiter Vorlesetag" im Haus International teilgenommen hatte.

Fernando A. Grasso, de.it.press

 

 

 

Bologna-Bericht im Kabinett. Bachelor und Master haben sich durchgesetzt

 

1999 startete die Europäische Studienreform unter dem Namen "Bologna-Prozess". Europaweit sollen Studienleistungen sowie die Abschlüsse Bachelor und Master anerkannt werden. Bundesbildungsministerin Karliczek berichtete dem Kabinett, dass Deutschland dabei sehr gut abschneidet.

 

91 Prozent aller deutschen Studiengänge schließen mit dem international anerkannten Bachelor und Master ab. Die deutschen Hochschulen bieten 8.750 Bachelor- und fast genauso viele Masterstudiengänge an (Wintersemester 2017/2018). Das sind insgesamt 3,7 Prozent mehr als 2015.

Etwa zwei Drittel der Bachelor-Absolventen nehmen ein Masterstudium auf (Jahrgang 2013). Deutschland gehört zu den Ländern, die bei der Umsetzung der Bologna-Reform sehr gut abschneiden.

Mehr Studierende sollen Auslandserfahrung sammeln

30 Prozent der deutschen Studierenden höherer Semester haben einen Auslandsaufenthalt absolviert. Die Bologna-Vereinbarung verlangt, dass mindestens 20 Prozent für wenigstens drei Monate im Ausland studieren sollen.

Bund und Länder streben darüber hinaus an, dass die Hälfte der hier Studierenden Auslandserfahrung sammeln soll. Deutschland hat als einziger Staat ein "Mobilitätsfenster" für die akkreditierten Studiengänge verankert. Das heißt: die Hochschulen bauen Auslandsaufenthalte systematisch in ihre Lehrpläne ein. Internationale Studiengänge mit Partneruniversitäten auf der ganzen Welt entstehen.

48 Bologna-Staaten bilden den Europäischen Hochschulraum

1999 unterzeichneten 30 europäische Staaten die sogenannte Bologna-Erklärung mit dem Ziel, bis zum Jahr 2010 einen gemeinsamen europäischen Hochschulraum zu schaffen. Weitere Staaten schlossen sich an, darunter die Türkei, Russland und die Ukraine. Insgesamt 48 Staaten nehmen am "Bologna-Prozess" teil.

Kernziel des Bologna-Prozesses sind

- die Einführung gestufter Studiengänge,

- die Vereinfachung der Anerkennung,

- die Einführung eines Kreditpunktesystems ECTS,

- die europäische Zusammenarbeit im Bereich der Qualitätssicherung,

- die Förderung der Mobilität der Studierenden und Hochschulangehörigen und

- die Stärkung einer europäischen Dimension der Hochschulbildung.

Studienleistungen gegenseitig anerkennen

Die Bologna-Staaten müssen in- und ausländische Studienleistungen gegenseitig anerkennen. Dies ist entscheidend, damit Studierende überall studieren und Absolventen international beruflich tätig werden können. Deutschland hat das "Übereinkommen über die Anerkennung von Qualifikationen im Hochschulbereich in der europäischen Region" 2007 unterzeichnet.

In der Praxis besteht jedoch weiterhin Verbesserungsbedarf. Zwei Drittel der deutschen Studierenden wurden ihre im Ausland erworbenen Studienleistungen mindestens zum Teil anerkannt. Ein Drittel erhielt keine Anerkennung oder stellte keinen Antrag, zeigt die Mobilitätsstudie 2017 des Deutschen Akademischen Austauschdienstes (DAAD).

Zehnte Bologna-Konferenz: Bildungsminister bilanzieren

Um zu überprüfen, ob die vereinbarten Ziele in den Teilnehmerstaaten erreicht werden, ziehen die Bildungsminister alle zwei Jahre Bilanz. Die erste Folgekonferenz nach Unterzeichnung der Bologna-Erklärung fand 2001 in Prag statt. Die letzte, neunte Folgekonferenz in Jerewan (Armenien).

 

Am 24. / 25. Mai treffen sich die Ministerinnen und Minister in Paris zur zehnten

Bologna-Konferenz. Sie wollen vereinbaren, wie Staaten unterstützt werden können, die noch Defizite bei den Kernzielen der Reform haben: Bachelor- und Masterprogramme einzuführen, ausländische Studienleistungen anzuerkennen und die Studienqualität extern zu überprüfen. Deutschland wird seine Erfahrungen an die Partner weitergeben.

 

Vor jeder Bologna-Konferenz berichtet die Bundesregierung über die nationalen Fortschritte. Das Kabinett hat den Bericht für die Jahre 2015 bis 2018 beschlossen.

Akademische Freiheit nicht verhandelbar

In Paris werden die Ministerinnen und Minister über die Werte des Europäischen Hochschulraums diskutieren: das sind die akademische Freiheit, die Unabhängigkeit der Hochschulen und wie Studierende und Lehrende an der Führung der Hochschulen beteiligt werden. Diese Werte sind nicht

verhandelbar. Hier gilt es sich der Diskussion mit Staaten – auch in Europa – zu stellen, die diese Prinzipien brechen oder sie in Frage stellen.

Die EU-Staats- und Regierungschefs haben vorgeschlagen, ein Netzwerk Europäische Hochschule zu errichten. Pib 28

 

 

 

 

 

Anerkennungs-News

 

Brandenburg: Arbeitsministerin fordert Unternehmen auf, nach Beschäftigten mit ausländischen Abschlüssen zu suchen

 

Angesichts des Fachkräftemangels will das Arbeitsministerium in Brandenburg Unternehmen mit einer neuen Ausstellung dazu animieren, sich gezielt nach Mitarbeitern mit im Ausland erworbenen Berufsabschlüssen umzusehen. „Der Fachkräftemangel gehört mittlerweile zu den größten Geschäftsrisiken“, sagte Arbeitsministerin Diana Golze (Linke). In Brandenburg habe im Jahr 2016 mehr als ein Drittel von 72.000 ausgeschriebenen Stellen nicht besetzt werden können. Im selben Jahr wurden in dem Bundesland 450 Anträge auf Anerkennung eines Berufsabschlusses gestellt – etwa 40 Prozent mehr als ein Jahr zuvor.

Schleswig-Holstein: Armenier soll ausreisen, nachdem Handwerkskammer seine Ausbildung anerkennt

Die Ausländerbehörde in Quickborn hat den 25-jährigen Zahntechniker Harutyun H. aus Armenien zur Ausreise aufgefordert. H. hatte nach einem Bericht des Hamburger Abendblattes zuvor seinen Abschluss aus Armenien bei der Handwerkskammer Lübeck anerkennen lassen. Diese hatte die Gleichwertigkeit von H.s Ausbildung bestätigt. Seither arbeitet H. in einem großen Hamburger Labor, das ihn weiter beschäftigen will. Sein Asylantrag war allerdings abgelehnt worden – genau wie jener seines Bruders Gevorg, mit dem er 2015 gemeinsam nach Deutschland gekommen war. Der Bruder darf in Deutschland bleiben, weil er eine Ausbildung macht. Hätte H. auf die Anerkennung verzichtet und selbst eine Ausbildung aufgenommen, dürfte auch er wohl weiter in Deutschland bleiben. So aber soll er als abgelehnter Asylbewerber das Land verlassen. Stefan Taschjian, der Anwalt des Armeniers, sagte dem Abendblatt, der Fall zeigte „wie grotesk unser Ausländerrecht ist“. Er versucht nun mit rechtlichen Mitteln, die drohende Abschiebung seines Mandanten zu verhindern.

Bayern: AfD verbreitet Falschinformationen über ausländische Ärzte

Die Bayerische Landesärztekammer ist hetzerischen Aussagen der AfD über ausländische Ärzte entgegen getreten. Das berichtet der Bayerische Rundfunk. Die Debatte hatte sich an einem Artikel entzündet, den Frank Ulrich Montgomery, der Vorsitzende der Bundesärztekammer, im Februar im Deutschen Ärzteblatt veröffentlicht hatte. Darin schrieb er: „Wir müssen zum Beispiel ausschließen, dass Menschen als Arzt tätig werden, die sich in ihren Heimatländern Zertifikate gekauft haben, ohne jemals die Universität besucht zu haben.“ Über den rechten Blog Achse des Guten wurde der bayerische Landesverband der AfD darauf aufmerksam und veröffentlichte eine Presseerklärung mit dem Titel: „Lebensgefahr durch falsche Ärzte.“ Unter anderem behauptete sie darin, „in Bayern genügt es, wenn sich Mediziner auf dem allgemeinsprachlichen B2-Level verständigen können. Andere Bundesländer verlangen den höheren C1-Standard.“ Das sei falsch, heißt es dazu von der Bayerischen Landesärztekammer (BLAK). Auch in Bayern werde seit April 2017 von ausländischen Ärzt_innen eine Fachsprachenprüfung auf dem Level C1 absolviert. Bei 711 seither durchgeführten Prüfungen lag die Bestehensquote bei 48 Prozent. „Die Prüfungen dienen als Nachweis über die für die Berufsausübung erforderlichen Sprachkenntnisse bei allen internationalen Ärzten, die ihre Ausbildung außerhalb des Bundesgebietes absolviert haben und keine Deutsch-Muttersprachler sind“, sagte Gerald Quitterer, der Präsident der BLAK. Zudem habe die AfD Interviewpassagen von Montgomery „unzulässig verkürzt“ wiedergegeben. https://bit.ly/2Ge36xI

Preis: „Wir für Anerkennung“

Bewerbungen für den Unternehmerpreis „Wir für Anerkennung“ können ab sofort bis einschließlich 31. Mai 2018 eingereicht werden. Das Bundesministerium für Bildung und Forschung wird zum zweiten Mal gemeinsam mit dem Deutschen Industrie- und Handelskammertag sowie dem Zentralverband des Deutschen Handwerks Unternehmen für ihr betriebliches Engagement im Bereich der beruflichen Anerkennung auszeichnen. Der Preis richtet sich insbesondere an kleine und mittlere Unternehmen. In der Jury ist in diesem Jahr auch Daniel Weber, Leiter des Bereichs Migration & Gleichberechtigung beim DGB Bildungswerk Bund.

http://www.anerkennungspreis.de/unternehmenspreis

Kreis Bergstraße veröffentlicht Handreichung zur Anerkennung

Der Kreis Bergstraße hat Handreichungen für die Anerkennung ausländischer Abschlüsse erstellt. Ein Informationsblatt gibt einen Überblick über das Antragsprozedere, die Voraussetzungen der Anerkennung, Beratungsmöglichkeiten sowie über die Kosten. Ein separates Praxishandbuch erläutert gesetzliche Grundlagen sowie fach- und landesrechtliche Besonderheiten. Ziel sei, die „Potenziale der Menschen, die mit beruflichen Qualifikationen aus dem Ausland zu uns kommen, hinreichend zu nutzen“, sagte Landrat Christian Engelhardt. Die Dokumente können auf der Internetseite des Kreises heruntergeladen werden. https://www.kreis-bergstrasse.de 

Forum Migration April 2018

 

 

 

Neues Hoch. Geburtenanstieg in Deutschland setzt sich fort

 

 

Zum fünften Mal in Folge ist die Zahl der Neugeborenen in Deutschland angestiegen. Bei deutschen Müttern betrug der Geburtenanstieg drei Prozent, bei ausländischen Müttern liegt dieser Wert bei 25 Prozent. Insgesamt kamen 2016 rund 792.000 Kinder zur Welt.

Der Geburtenanstieg in Deutschland hat sich im Jahr 2016 fortgesetzt. Wie das Statistische Bundesamt am Mittwoch in Wiesbaden mitteilte, wurden 792.131 Kinder geboren, 54.556 mehr als im Jahr 2015 (plus sieben Prozent). Damit stieg die Zahl der Neugeborenen im fünften Jahr in Folge.

In allen Bundesländern kamen 2016 mehr Kinder zur Welt als im Vorjahr. In den westdeutschen Flächenländern und in den Stadtstaaten stieg die Zahl der Neugeborenen durchschnittlich um acht Prozent, während der Anstieg in den ostdeutschen Flächenländern mit plus vier Prozent etwas schwächer ausfiel.

Plus 25 Prozent bei ausländischen Müttern

Deutsche Mütter brachten den Angaben zufolge rund 607.500 Kinder zur Welt (plus drei Prozent). Damit setzte sich der Geburtenanstieg der letzten Jahre fort. Diese Entwicklung sei vor allem darauf zurückzuführen, dass Frauen im Alter zwischen 30 und 37 Jahren häufiger Kinder bekommen, hieß es.

Mütter mit ausländischer Staatsangehörigkeit brachten 184.660 Kinder zur Welt (plus 25 Prozent). Die Anzahl der Frauen aus Ländern mit traditionell relativ hoher Geburtenneigung sei gestiegen, erklärten die Statistiker. Außerdem habe 2016 die Geburtenhäufigkeit aller ausländischen Frauen insgesamt zugenommen.

Höchste Geburtenziffer seit 1973

Die zusammengefasste Geburtenziffer lag 2016 bei 1,59 Kindern je Frau. Das ist der höchste seit 1973 gemessene Wert und deutlich höher als 2015 (1,50 Kinder je Frau). Bei den deutschen Frauen stieg die Geburtenziffer von 1,43 Kindern je Frau im Jahr 2015 auf 1,46 Kinder je Frau im Jahr 2016. Bei den Frauen mit ausländischer Staatsangehörigkeit nahm sie von 1,95 auf 2,28 Kinder je Frau zu.

Die höchste Geburtenhäufigkeit in der EU hatten den Angaben zufolge Frauen in Frankreich mit 1,92, die niedrigste in Spanien und Italien mit 1,34 Kindern je Frau. (epd/mig 29)