WEBGIORNALE   22  GENNAIO - 11 Febbraio  2018

 

Inhaltsverzeichnis

1.       Informazioni sul voto all’estero. Sarà per posta. Entro il 18 febbraio arriva il plico elettorale  1

2.       Scuole statali all’estero: viene ridotto il personale di ruolo  1

3.       50 anni dopo. Il Sessantotto. Magatti (sociologo): “Vincitore ma anche grande sconfitto”  1

4.       Gerusalemme capitale da tutti contesa  2

5.       Presidenza italiana. Osce: alla riscoperta dello spirito di Helsinki 2

6.       L'immigrazione in Italia e l'emigrazione degli italiani all'estero  3

7.       Assistenti di lingua italiana all’estero: domande entro il 10 febbraio  3

8.       La Spd dice sì al governo con la Cdu di Merkel 3

9.       Singen. “Emigrazione ieri, oggi e domani”. Presentato il Rapporto della Migrantes  4

10.   “Quaderni Francofortesi”, a cura del Consolato di Francoforte  4

11.   La mostra “Lo sguardo dietro l’obiettivo” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo fino al 28 febbraio  5

12.   Intervista al presidente della Dante di Berlino Luigi Mercuri 5

13.   Il Comites studia la possibilità di aprire a Norimberga una scuola biculturale italo-tedesca  6

14.   Mannheim. Storie della community di Bellunoradici.net. A colloquio con Marco Vedana  6

15.   Protocollo d’intesa tra Università D’Annunzio di Chieti e la città di Wolfsburg per insegnare all’estero  6

16.   I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo  7

17.   Organizzata dal Comites di Berlino. L’11 marzo giornata della memoria a Ravensbrück  7

18.   “Berlino, andata e ritorno”  7

19.   Metzingen. “Bella musica per gli italiani all’estero, con il PD al Governo”  8

20.   Presidenza Italiana. Osce: ponte tra potenziali avversari 8

21.   Al voto  8

22.   Campagna elettorale: promesse non sostenibili 9

23.   Intervista al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella  9

24.   La psicologa. Come un trauma cambia il cervello: il DPTS  10

25.   Costi stellari e viaggi da incubo: così l’Italia nega il diritto di voto a 2 milioni di persone  10

26.   L’intendimento  11

27.   Il Papa in Perù. Il prezzo dell'oro  12

28.   Voto all’estero. L’on. Di Biagio si ricandida in Europa, nella lista centrista Civica Popolare  12

29.   Voto all’estero. Online il vademecum sulle candidature  12

30.   Garavini, (PD): “Si chiude una legislatura riformista, con un’Italia più moderna”  12

31.   Ristrutturazione casa 2018: rimborsi del 50% fino a 96.000 euro  13

32.   La politica del dubbio  13

33.   CGIE. Michele Schiavone sulla sicurezza e la trasparenza delle procedure di voto all’estero  13

34.   La sentenza del tribunale di Venezia non inficia l’attuale procedura di voto  14

35.   Palermo, capitale italiana della cultura 2018  14

36.   L’esenzione del Canone TV, una presa in giro per tanti emigrati! 14

37.   Esecutivo di facciata  15

38.   Allarme Padoan: "Troppi giovani lasciano l'Italia"  15

39.   Pensioni italiane all'estero. Età pensionabile e limiti reddituali per trattamento minimo e maggiorazioni 15

40.   Trento. Aperte fino al 28 febbraio le iscrizioni al Programma Interscambi giovanili 15

41.   Friuli Venezia Giulia. Lavoro, approvato l'avviso pubblico per i tirocini all'estero  16

 

 

1.       Politische Bewegungen erneuern Europa nicht 16

2.       Merkel trifft Macron. Europa gemeinsam stärken  16

3.       Davos: Warten auf die nächste Krise  17

4.       SPD gibt grünes Licht für Koalitionsverhandlungen  17

5.       Antisemitismus-Beauftragter. Parlament verabschiedet Antrag zur Bekämpfung von Judenhass  18

6.       Italien hält weiter an humanitären Korridoren fest 18

7.       »Mein Paradies ist hier!«  19

8.       Interview mit DIW-Präsident Fratzscher. „Wichtiger als Obergrenzen wären klare Bekenntnisse zur Integration“  19

9.       Jugendarbeitslosigkeit: Die EU muss den wirtschaftlichen Aufschwung nutzen  20

10.   Statistik für 2017. Asylanträge in Europa mehr als halbiert 20

11.   Große Koalition. Einigung bei Obergrenze, Familiennachzug bei Flüchtlingen und Fachkräfteeinwanderung  20

12.   Menschenrechtler kritisieren Asylverfahren in Deutschland  21

13.   Erfolgreiche Sondierungen: Europa-Union begrüßt Einigung von CDU, CSU und SPD  21

14.   Deutsch-französisches Reformkonzept für die Europäische Währungsunion: 22

15.   Korruptionsprozess in Vietnam. Entführung ist Vertrauensbruch  22

16.   Internetkonzerne werden in die Pflicht genommen  23

17.   Der Europäische Sozialdialog ist den meisten Arbeitern unbekannt 23

18.   Österreichs Kanzler in Berlin. Für ein gemeinsames Europa der Sicherheit 23

19.   Unwort des Jahres 2017: „alternative Fakten“  24

20.   Guten Populismus gibt es nicht 24

21.   Innerafrikanische Entwicklungsziele statt innerafrikanische Grenzen  25

22.   Studie. Sichtbarer Migrationshintergrund führt zu Diskriminierung  25

23.   Deutschland: Kritik und Lob am deutschen Sondierungspapier 26

24.   26.000 Abschiebungen. Zahl neuer Flüchtlinge 2017 stark gesunken  26

25.   Internationale Jugendbegegnung des Bundestages erforscht Widerstand gegen den Nationalsozialismus  27

26.   Disruption der Krankenversicherungen  27

27.   70 Jahre internationaler  Praktikantenaustausch mit IAESTE  28

28.   Stichwort: Karneval 28

 

 

 

Informazioni sul voto all’estero. Sarà per posta. Entro il 18 febbraio arriva il plico elettorale

 

Alle prossime elezioni politiche, fissate per il 4 marzo, gli italiani residenti all’estero voteranno per corrispondenza.

A ricevere il plico elettorale all’indirizzo segnalato al Consolato di riferimento saranno sia gli iscritti all’Aire sia gli italiani temporaneamente all’estero che ne avranno fatto richiesta al proprio Comune entro il prossimo 31 gennaio.

Il plico elettorale conterrà sia il materiale per votare (schede per votare, certificato elettorale, due buste, di cui una preaffrancata per la restituzione al Consolato), le istruzioni su come farlo e la lista dei candidate.

Gli elettori che entro il 18 febbraio non avranno ancora ricevuto il plico potranno contattare il proprio ufficio consolare per ottenere il duplicato.

Le schede votate vanno rinviate all’ufficio consolare entro le 16.00 (ora locale) del 1° marzo. Da ogni sede all’estero, le schede verranno inviate a Roma dove verranno scrutinate insieme a quelle degli italiani in Italia, dalle 23.00 del 4 marzo.

Nella gestione del voto, le sedi consolari verranno assistite da nuovi portali informatici. Il Direttore generale per gli italiani all’estero Luigi Maria Vignali ha infatti tenuto alla Farnesina una riunione per la loro presentazione. Si tratta, scrive Vignali su Twitter, di “strumenti fondamentali per assistere costantemente le Sedi diplomatico-consolari e monitorare massima regolarità e correttezza delle operazioni di voto. Il radar elettorale è operativo!”

Ad ogni tornata elettorale molti plichi ritornano indietro. Il motivo principale: sulla cassetta postale manca il cognome da signorina delle donne. Le donne sono pertanto invitate a mettere sulla cassetta postale anche il loro cognome da signorina, altrimenti rischiano di non ricevere le schede per votare. De.it.press

 

 

 

 

Scuole statali all’estero: viene ridotto il personale di ruolo

 

ROMA - “Prosegue l’opera di smantellamento delle scuole statali all’estero avviata in applicazione della delega della legge 107”. Questa l’accusa che il sindacato Flc Cgil lancia ai Ministeri degli esteri e dell’Istruzione dopo l’invio alla Corte dei Conti del Decreto Direttoriale MAECI sugli insegnamenti obbligatori delle scuole statali all’estero.

Da sempre critico sui provvedimenti previsti dalla Buona Scuola per le istituzioni all’estero, il sindacato ripercorre in una nota il susseguirsi di decreti dei due dei Ministeri, a partire dal 10 luglio scorso per finire alla scorsa settimana.

“Il 10 luglio 2017 – ricorda la Flc Cgil – il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha avviato la definizione dei decreti applicativi previsti dal dlgs 64/2017 (emanato in applicazione della legge 107/2015) con l’informazione alle organizzazioni sindacali sulle bozze dei decreti per la costituzione della cabina di regia MAECI-MIUR e per la stipula di contratti a tempo indeterminato e a tempo determinato con docenti e ATA locali nelle scuole statali all’estero”.

“Il 7 agosto 2017 – prosegue il sindacato – è stato inviato alla Corte dei Conti il Decreto Interministeriale (MIUR e MAECI) sulla cabina di regia. Il 4 settembre 2017 è stato inviato alla Corte dei Conti il Decreto Ministeriale MAECI sulle procedure di reclutamento a contratto locale di personale docente e ATA: modalità di selezione, requisiti di partecipazione, commissione esaminatrice, prove di esame, valutazione dei titoli, stipula dei contratti a tempo indeterminato e determinato”.

E si arriva alla scorsa settimana: “l’8 gennaio 2018 è stato inviato alla Corte dei Conti il Decreto Direttoriale MAECI sugli insegnamenti obbligatori delle scuole statali (Addis Abeba, Asmara, Atene, Barcellona, Madrid, Parigi e Istanbul) che possono essere affidati a personale docente con contratto a tempo indeterminato regolato dai contratti locali. Il decreto – continua la Flc Cgil – autorizza inoltre le scuole statali e stipulare contratti locali a tempo indeterminato anche per gli spezzoni non assegnabili ai docenti già in servizio e per la religione. Con quest’ultimo decreto prosegue dunque l’opera di smantellamento delle scuole statali all’estero avviata in applicazione della delega della legge 107”.

La Farnesina, riporta il sindacato, “ha risposto al radicale dissenso espresso dalla FLC CGIL e dalle altre organizzazioni sindacali confermando che i contratti locali dovranno essere stipulati per le materie riportate nell’elenco allegato al decreto che di fatto riserverà al contingente di docenti di ruolo all’estero solo l’insegnamento nella primaria, l’insegnamento dell’italiano e quello delle materie caratterizzanti i curricoli della scuola secondaria; tutte le altre dovranno essere affidate a un docente assunto con contratto locale, senza che sia prevista come obbligatoria l’abilitazione all’insegnamento e con retribuzione, obblighi contrattuali e stato giuridico molto differenti dai loro colleghi. Le modalità di selezione, pur soggette al controllo del MAECI, sono essenzialmente affidate alla discrezionalità dei dirigenti scolastici”.

“Prosegue così – accusa il sindacato della Cgil – la privatizzazione dell’ordinamento didattico della scuola statale italiana all’estero, il cui modello pubblico dovrebbe rappresentare il nostro sistema scolastico nel mondo, con il grave rischio - nelle nazioni particolarmente disagiate - dell’impossibilità di assicurare la qualità dell’insegnamento”.

Concludendo, il sindacato conferma il suo impego, e quello delle altre organizzazioni di categoria, “a ricondurre nel CCNL le materie che sono state sottratte alla contrattazione e sono state regolate unilateralmente in modo fortemente peggiorativo per i lavoratori e per l’efficacia delle attività che essi svolgono all’estero e valuterà la possibilità di sollevare rilievi di legittimità sui provvedimenti ministeriali adottati”. (aise 15) 

 

 

 

 

50 anni dopo. Il Sessantotto. Magatti (sociologo): “Vincitore ma anche grande sconfitto”

 

Oggi, di fronte ai populismi e alla domanda di nuovo “avremmo bisogno di un ‘68 post soggettivistico, che concepisca la libertà come relazione e responsabilità anziché come pura manifestazione dell’io”. A mezzo secolo dall’anno che ha aperto una nuova epoca, l’analisi tra luci e ombre del sociologo Mauro Magatti - Giovanna Pasqualin Traversa

 

L’anno di svolta nella storia del secondo dopoguerra; per alcuni l’anno più cruciale del Novecento. È il Sessantotto, numero assurto a simbolo del movimento che con la sua protesta contro il sistema ha assestato un violento scossone al mondo aprendo una stagione del tutto inedita. Compie 50 anni il fenomeno globale che nato a Berkley, in California, coinvolge progressivamente le università del mondo occidentale e la cui anima è riassumibile nello slogan “il est interdit d’interdire” coniato alla Sorbona di Parigi dove conosce il suo apice nel cosiddetto “maggio francese”. Apparso in Italia con le prime occupazioni universitarie tra il 1964 e il 1967 soprattutto a Trento e a Pisa, si propaga rapidamente nei principali atenei nazionali per raggiungere il culmine nel maggio del ’68 con l’occupazione pressoché totale delle nostre università. Qualche mese dopo agli studenti si affiancano gli operai con l’esplosione degli scioperi nelle fabbriche; rivendicazioni che finiranno per imboccare strade diverse. La rilettura e il bilancio, a cinquant’anni di distanza, di Mauro Magatti, sociologo dell’Università Cattolica e editorialista del Corriere della Sera.

 

Professore, pensando al ’68 qual è la prima cosa che le viene in mente?

Che per alcuni aspetti ha vinto completamente e per altri è un grande sconfitto.

È stato la punta dell’iceberg dell’emergenza di un’istanza di soggettività individualistica che per ragioni sociali e culturali è affiorata solo nel ’68 degli studenti, non in quello degli operai. Nasce infatti, e non a caso, tra gli studenti delle principali università del mondo occidentale, nella prima generazione dei figli del benessere, dell’accesso al consumo e alla cultura. Un’istanza che ha dilagato e ha vinto perché alla fine siamo diventati tutti “sessantottini” e il valore della soggettività personale e dell’autorealizzazione è diventato cultura di massa. Dall’altra parte è invece stato sconfitto perché, sorto come potente fermento di libertà e di innovazione sociale, culturale politica, la sua energia ha finito per produrre un modello di crescita che ha certamente lati positivi ma che ha anche generato pesanti conseguenze a livello ambientale e demografico e in termini di disuguaglianze, ed è stato, di fatto, abbondantemente “arruolato” nei meccanismi del sistema che voleva combattere.

Ha indubbiamente scardinato il principio d’autorità…

Da questo punto di vista ha vinto perché anche chi fa discorsi “antisessantottini” in realtà ha assorbito quel modo di pensare diventato largamente dominante. Il giudizio che ne ho, come succede per i grandi fenomeni storici, è molto sfaccettato: certamente si è affermato in modo assai diverso rispetto a quello che pensavano i suoi iniziatori. Per comprenderne a fondo spirito e caratteristiche occorre sottolineare che si è prodotto nelle principali università del mondo occidentale dove ha costituito un’avanguardia, ha innescato una nuova stagione da cui non si è più tornati indietro. Critica dell’autorità e soggettivismo sono diventati criterio e modo di essere e di porsi nei rapporti sociali in tutti gli ambiti, anche in quei mondi culturali che tendenzialmente si sono opposti al ’68. Il neoliberismo dieci anni dopo ne ha “ribaltato” l’enfasi sulla libertà di scelta trasformandolo in un movimento di “destra”.

Ma quale idea di libertà ne è scaturita?

Si è immaginato un “io” in grado di autodeterminarsi, che non deve niente a nessuno, puramente alla ricerca della propria realizzazione e quindi esposto a consegnarsi a qualsiasi offerta organizzata per soddisfare questa istanza.

Secondo lei, c’è stata più ideologia o ingenuità?

L’ingenuità del pensiero sessantottino è il non avere compreso che radicalizzare l’idea del soggetto finisce per indebolirlo e per smarrire la realtà inconfutabile del nostro essere nodi di relazione.

La nostra è una libertà parziale, condizionata. Non può sfuggire alla questione della responsabilità perché noi esistiamo all’interno di reti di relazione da cui non possiamo prescindere. La radicale contrapposizione al principio di autorità, come se fosse possibile un mondo privo di autorità, è invece stata espressione di un ideologismo che ha messo l’idea prima della realtà.

Esattamente il contrario di ciò che ci invita a fare il Papa.

Certo. Francesco non è ideologico, per lui la realtà è superiore all’idea. Un conto è criticare una forma concreta di autorità, ma immaginare un mondo in cui non esista autorità alcuna è frutto di un approccio ideologico e insensato al reale.

Lei sottolinea l’importanza di distinguere il movimento studentesco da quello operaio.

Il ’68 degli studenti raccoglie istanze già espresse in modo più isolato negli anni precedenti; il movimento degli operai nasce da una matrice diversa, si pone un problema di giustizia sociale, di diritti del lavoro. I due fenomeni fanno parte di una stessa transizione ma, nonostante alcune commistioni, nascono da istanze profondamente diverse e prenderanno strade differenti.

Oggi ci sarebbe bisogno di un altro ’68? Ci potrà mai essere?

Nella storia le cose non si ripetono mai nello stesso modo. Il contesto attuale è diverso da quello del ’68, sviluppatosi alla fine di un ciclo di lungo periodo – nato con il romanticismo e dipanatosi fino al secondo dopoguerra – e caratterizzato dal boom economico che ha reso possibili condizioni di vita storicamente riservate a ristretti gruppi d’élite. Nei sommovimenti confusi della nostra epoca – simile a quel contesto solo perché anche oggi ci troviamo alla fine di un lungo ciclo storico – emergono populismi generici che esprimono insoddisfazione, timori, domanda di nuovo.

Una risposta a queste attese da dove potrebbe venire?

Possiamo sperare solo in una stagione nella quale si rifletta e si sappia fare un passo avanti rispetto al ’68 intorno al tema della libertà.

Avremmo bisogno di un ’68 post-soggettivistico, che concepisca la libertà come relazione e responsabilità anziché come pura manifestazione dell’io. sir

 

 

 

 

Gerusalemme capitale da tutti contesa

 

Trump vi trasferisce l’ambasciata americana suscitando molte critiche e ribellioni. Una decisione che gli Ebrei invece attendevano da tempo 

 

  Un atto per alcuni coraggioso e per molti inopportuno, quello del Presidente statunitense che, dopo molti anni di lotte con i Musulmani lì residenti e di petizioni israeliane all’ONU, a dicembre dello scorso anno, ha riconosciuto validi i motivi, storici, culturali e politici, per i quali gli Ebrei volevano che Gerusalemme fosse riconosciuta capitale del loro Stato. Come era stata da più di tremila anni, cioè da quando, nel X secolo avanti Cristo, re David vi aveva costruito il palazzo reale.

  La città è luogo santo per le tre grandi religioni monoteiste. Lo è per gli Ebrei che vi eressero l’edificio più importante per la loro religione, il Tempio di Gerusalemme. Ma anche per i Cristiani poiché è il luogo dove Gesù visse gli ultimi momenti della sua vita terrena, venne crocefisso e sepolto. E’ venerata pure dai Musulmani convinti che Maometto vi giunse al termine d'un viaggio notturno, prima di ascendere al cielo da vivo.

  Motivazioni religiose, oltre a quelle politiche e storiche, che spingono Semiti ed Islamici a ritenerla loro Capitale. In effetti, Israele, che prese il nome dal suo fondatore (il Giacobbe rinominato Israele dal loro Dio, JAHVE’) ha vissuto nei secoli tante invasioni arabe che ne fecero scomparire la lingua locale, l’aramaico, e provocarono una notevole emigrazione. Poi ci furono le Crociate, effettuate dagli Europei contro i Musulmani del Vicino e Medio Oriente.

  Alla fine dell'Ottocento, grazie al Sionismo (movimento il cui scopo era quello di spingere al rimpatrio e di ricreare lo Stato ebraico) ci fu un notevole ritorno in Palestina, causato anche dal diffuso antisemitismo. Per bloccarlo, il 29 agosto 1897, a Basilea, ebbe luogo il Primo Congresso dell’Associazione. Ne seguirono altri, tra i quali quello del 1901 per creare il Fondo Nazionale Ebraico al fine di acquistare terreni in terra d'Israele. 

  Nel 1904 iniziò la seconda ondata immigratoria, proveniente dalla Russia e da vari Paesi dell'Est europeo, per sfuggire alle persecuzioni che avevano luogo nell'Impero Russo e in altre parti del mondo, a danno dei cittadini ebraici. Rientri in Patria che permisero, nel 1909, di creare Tel Aviv e, sulle rive del lago di Tiberiade, il primo kibbutz, associazione volontaria di lavoratori.

  Nel 1917, nel pieno della Prima guerra mondiale, con la Dichiarazione Balfour, l’Inghilterra promise di agevolare la fondazione di un “Focolare nazionale” che, però, non doveva nuocere ai “diritti civili e religiosi delle comunità non-ebraiche della Palestina”. Ed assicurò alla popolazione palestinese che, dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano, le sarebbe stata assicurata l'autodeterminazione. Nel 1920, nel corso delle trattative post-belliche, dalla Società delle Nazioni fu assegnato alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina.

  Questo entrò in vigore nel 1923, con l’eliminazione dei territori ad Est del fiume Giordano, dove nascerà la Transgiordania, poi chiamata Giordania. Il che fece negativamente reagire i Musulmani mentre il Movimento sionista lo considerò un primo provvedimento a favore della creazione dello Stato ebraico. Che però nacque solo alla fine della seconda guerra mondiale.  

  Intanto s’incrementava, in Europa, l'antisemitismo che portò allo sterminio di milioni di Ebrei. Olocausto iniziato in Russia durante la guerra civile (1917-22); diffuso in Germania da Hitler dove sei milioni di uomini, donne e bambini Ebrei furono uccisi dai nazisti tra il 1942 e il 1945; introdotto in Italia da Mussolini che ne fece deportare in Germania più di 8000, dei quali solo in 600 tornarono in Italia; in Francia dove 150 mila ebrei furono massacrati o mandati in campi di concentramento dove morivano per fame o maltrattamenti. Antisemitismo che, nel 2016, fece distruggere una sinagoga in Svezia e spinto 8.000 Ebrei all'emigrazione.

Fatti storici che si aggiungono a quelli culturali e religiosi. I quali hanno spinto Trump a comunicare telefonicamente ai diretti interessati la sua decisione di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, cioè di riconoscere la Città Santa come Capitale d’Israele, “nel migliore interesse della pace”. Provvedimento, ovviamente, molto apprezzato dai Semiti, ma che ha spinto il Presidente della Palestina, Abu Mazen, a minacciare “la distruzione dell’America e d’Israele” e a maledire Trump sostenendo che “si è voluto portare qui gli Ebrei dall'Europa per proteggere gli interessi europei nella regione”.

   Dalla parte dell’Europa gli ambasciatori di Francia, Italia, Gran Bretagna, Germania e Svezia hanno letto alle Nazioni Unite un comunicato congiunto in cui contestano la decisione del presidente americano: “Non siamo d’accordo con la decisione di riconoscere Gerusalemme come la capitale d’Israele e di cominciare la preparazione per spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme”. Perché “non è in linea con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza e non aiuta le prospettive di pace nella Regione”.

Egidio Todeschini, de.it.press

 

 

 

 

 

Presidenza italiana. Osce: alla riscoperta dello spirito di Helsinki

 

L’Italia assume per l’anno 2018 la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), in uno scenario internazionale nuovamente caratterizzato da una contrapposizione tra Est e Ovest. Dopo un periodo di relativa stabilità, le crisi in Georgia e Transnistria, il riaccendersi del conflitto in Nagorno-Karabakh e, in particolare, la guerra in Ucraina orientale, hanno difatti ricondotto l’Organizzazione viennese sotto i riflettori, portandola ad adeguare i propri strumenti a una geopolitica più complessa di quella alla nascita della Conferenza per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Csce, poi diventata Osce).

Rilancio del dialogo tra Est e Ovest

Tali dinamiche hanno complicato il funzionamento stesso dell’Organizzazione, caratterizzato da una regola che richiede il consenso di tutti i 57 Stati partecipanti per l’adozione di qualsiasi decisione. Per la presidenza italiana, la sfida e l’opportunità è quella di far riscoprire lo spirito di Helsinki, che consacrò l’Osce come primario luogo di dialogo tra Est e Ovest in tempi di minaccia nucleare.

Oggi, occorre ripartire da dove l’Osce ha già fatto progressi e dove il suo valore aggiunto può realmente promuovere pace e sicurezza, servendosi al meglio di un dialogo sincero con tutti. Se esiste un Paese in grado di far capire a tutti la necessità di lavorare con pragmatismo e razionalità, questo è l’Italia.

Guardando alle tre dimensioni dell’Osce (politico-militare, economico-ambientale e la cosiddetta “dimensione umana”), la crisi in cui versa la prima mostra la progressiva erosione dei principali pilastri dell’architettura di sicurezza europea post-guerra fredda. Un’erosione che vede il regime di controllo degli armamenti e le misure di fiducia, pensate per dare la stabilità e la prevedibilità necessarie a superare incolumi le tempeste, ormai violati o applicati in maniera selettiva.

Dialogo strutturato

L’Italia cercherà di fornire un contributo sostanziale favorendo una maggiore disponibilità al confronto nell’ambito del cosiddetto ‘dialogo strutturato’ lanciato nel 2016 dall’allora ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier per ripristinare un clima di fiducia e stimolare la riflessione sull’evoluzione della sicurezza in Europa, con l’obiettivo di portare a un fondamentale adattamento delle misure di fiducia esistenti alle mutate condizioni di sicurezza.

L’Italia promuoverà inoltre la piena attuazione della risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su ‘Donne, Pace e Sicurezza’, e quindi il contributo cruciale delle donne nel conflict cycle, ambito anche della recente creazione di una Rete di donne mediatrici nell’area Mediterranea, iniziativa promossa congiuntamente dal Ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e dall’Istituto Affari Internazionali, insieme a Wiis Italy.

La dimensione economico-ambientale è un ambito dove, grazie all’esistenza di interessi comuni e meno conflittuali, è possibile dar vita ad un clima potenzialmente suscettibile di riflessi positivi, anche in settori più sensibili. Rafforzando il dialogo su questioni d’interesse comune quali la promozione del progresso economico e della sicurezza attraverso l’innovazione, il capitale umano, il buon governo e la transizione energetica verde potremmo infatti raggiungere risultati positivi anche in altri ambiti negoziali, nonché formare nuove alleanze a Sud e ad Est.

Nel corso del 2017 lo abbiamo già fatto con successo con i Paesi mediterranei partner dell’Osce, nell’ambito della presidenza italiana del Gruppo di contatto Mediterraneo, proponendo le tematiche economico-ambientali quali leitmotiv di un dialogo che alla fine ha interessato tutte le questioni più critiche della regione, anzitutto il fenomeno migratorio.

La dimensione umana

La dimensione umana risente oggi più di tutte delle tensioni che attraversano l’area Osce. Sarà quindi importante per l’Italia ribadire il nesso inscindibile fra la tutela dei diritti fondamentali e la stabilità interna, in linea con quell’approccio onnicomprensivo alla sicurezza che ha contraddistinto l’Organizzazione fin dagli albori. Con un approccio inclusivo e dialogante, promuoveremo il lavoro – molto importante –  delle istituzioni autonome dell’Osce (Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti dell’uomo, Alto Commissario per le minoranze nazionali, Rappresentante Osce per la libertà dei mezzi d’informazione) e cercheremo di rendere gli appuntamenti della dimensione umana una vera piattaforma di scambio, al servizio della sicurezza e del rispetto dello stato di diritto.

Valorizzeremo e potenzieremo, inoltre, l’approccio unico che l’Osce può offrire alle sfide trasversali, grazie alla nostra riconosciuta esperienza in settori come la lotta al narcotraffico e al traffico dei beni culturali. Tra tali sfide, quella del contrasto alla tratta di esseri umani lungo le rotte migratorie, che l’Italia ha già iniziato a promuovere finanziando un progetto Osce realizzato con il Centro di eccellenza per le ‘Stability Police Units’ (Coespu) gestito dall’Arma dei Carabinieri a Vicenza, potrà divenire uno dei temi distintivi della nostra Presidenza. La lotta ai traffici illeciti sarà parte di una nostra più ampia strategia dedicata alle migrazioni, che valorizzerà le opportunità socio-economiche offerte dai flussi migratori, promuovendo sia la tutela dei diritti fondamentali dei migranti, sia una corretta informazione sul tema, troppo spesso associato impropriamente al terrorismo.

In conclusione, la presidenza italiana porterà avanti il lavoro di un ciclo di presidenze, iniziato dalla Germania nel 2016 e proseguito con l’Austria nel 2017, che ha preso atto della mutata realtà e cercato sinceramente – pur tra le notevoli difficoltà esistenti – di rilanciare il dialogo tra Est e Ovest. Lavoreremo con pragmatismo e lungimiranza per rilanciare tale dialogo e l’Osce tutta, che su quel dialogo si fonda. Alessandro Azzoni, AffInt

 

 

 

 

L'immigrazione in Italia e l'emigrazione degli italiani all'estero  

 

Roma - Nel mondo sono circa un miliardo le persone in movimento – quasi un essere umano su sette – se contiamo anche i 700 milioni di migranti interni, oltre i 250 milioni di migranti esteri e gli oltre 68 milioni di migranti forzati a causa di guerre, persecuzioni, disastri ambientali. Soprattutto quest’ultimo numero – ha detto questa mattina il Direttore Generale della Fondazione Migrantes, don Gianni De Robertis intervenendo alla conferenza stampa di presentazione della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato - ci dice “il dramma che l’umanità sta vivendo, ‘una terza guerra mondiale a pezzi’, e il perché Papa Francesco, come lui stesso ricorda all’inizio del suo messaggio, torni così frequentemente sul tema dei migranti”. Il sacerdote ha sottolineato che “quando si parla di migranti in Italia il pensiero va subito a quanti sbarcano sulle nostre coste, ai tanti immigrati presenti nelle nostre città, ecc.”.  Don De Robertis si è soffermato  sui nostri connazionali all’estero evidenziando che dal 2006 al 2017 la mobilità italiana è aumentata del 60,1% passando da poco più di 3 milioni a quasi 5 milioni di iscritti all’AIRE. Al 1 gennaio 2017, infatti, gli italiani residenti fuori dei confini nazionali e iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) erano 4.973.942, l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. “Chi parte oggi  si trova spesso ad affrontare le stesse difficoltà (lavoro nero, sfruttamento …) e le stesse accuse (tolgono il lavoro ai residenti, mettono in pericolo i diritti acquisiti accettando paghe più basse, sono pericolosi e inclini alla delinquenza) che gli immigrati devono affrontare nel nostro Paese, ha detto il direttore Migrantes che parlando della presenza degli stranieri in Italia ha evidenziato che “contrariamente al luogo comune che vede l’Italia soggetta ad una invasione, da qualche anno il numero degli immigrati è sostanzialmente stabile e si aggira attorno ai 5 milioni, all’incirca lo stesso numero degli italiani all’estero. Tuttavia questo numero apparentemente stabile nasconde significativi flussi di ingresso e di uscita”. Mo 9

 

 

 

 

Assistenti di lingua italiana all’estero: domande entro il 10 febbraio

 

ROMA- Oggi il Ministero dell’Istruzione, l’Università e la Ricerca ha pubblicato l’avviso per gli assistenti di lingua italiana all’estero.

Come ricordato dal Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione - Direzione generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione – agli assistenti “è richiesto di affiancare i docenti di lingua italiana in servizio nelle istituzioni scolastiche del Paese di destinazione per fornire un originale contributo alla promozione ed alla conoscenza della lingua e della cultura italiana”.

Dunque per l'anno scolastico 2018-2019, sulla base di specifici Accordi Culturali e relativi Protocolli Esecutivi, si legge nell’avviso, “sono disponibili posti di assistente di lingua italiana presso le istituzioni scolastiche nei Paesi dell'U.E. sotto indicati”.

“Il numero esatto dei posti per il prossimo anno scolastico sarà reso noto dalle autorità competenti dei Paesi partner nel corso dell'anno 2018”, viene precisato ancora nell’avviso, che comunque – come di consueto – riporta, a titolo indicativo, le disponibilità assicurate per l’anno scolastico 2017/2018: 36 posti in Austria, 3 in Belgio (lingua francese), 186 in Francia, 24 in Germania, 6 in Irlanda, 11 nel Regno Unito e 23 in Spagna.

“L'attività dell'assistente di lingua copre un periodo di circa otto mesi presso uno o più istituti di vario ordine e grado e comporta, di regola, un impegno della durata di 12 ore settimanali, a fronte del quale viene corrisposto un compenso variabile a seconda del Paese di destinazione”, si legge ancora nell’avviso disponibile qui.

Le candidature dovranno pervenire al Miur entro il 10 febbraio. (aise)

 

 

 

 

La Spd dice sì al governo con la Cdu di Merkel

 

Con 362 "sì" su 642 delegati, il congresso straordinario svoltosi a Bonn ha approvato l'avvio di negoziati per una terza Grande coalizione con Merkel

Di Tonia Mastrobuoni

 

BONN - Il congresso straordinario della Spd di Bonn ha approvato l'avvio dei negoziati con Angela Merkel per una terza Grande coalizione con 362 "sì" dei 642 delegati e big del partito presenti. Dopo una giornata sofferta, di applauditissimi interventi anti-accordo e scarso entusiasmo per le pragmatiche e, qua e là, rassegnate relazioni a favore della Grande coalizione da parte dei 'big' - a partire da quella di Martin Schulz, accolta da un minuto scarso di battimani - non è esagerato dire che i 600 delegati hanno votato anche per il futuro dell'Europa.

 

Nella sua relazione, Schulz ha finalmente rivendicato proprio questo suo tema d'elezione, rimosso per l'intera campagna elettorale, per sottolineare che il pre-accordo con Merkel è già "un manifesto per una Germania europea". E la rinuncia all'opportunità di stare al governo e di riformare l'Europa insieme a Emmanuel Macron, ha scandito davanti ai 600 delegati, "sarebbe un errore". Ad un certo punto Schulz ha alzato lo sguardo dal foglio, ha sussurrato "ieri mi ha telefonato Macron", è sembrato perdere il filo, ma lo ha ripreso immediatamente.

 

L'ex presidente del Parlamento europeo ha ricordato che già nella fase preliminare con Cdu e Csu sono stati concordati una pensione minima più alta, la parità dei contributi sanitari tra datori di lavoro e lavoratori e l'abolizione del contributo di solidarietà per i meno abbienti. Schulz ha promesso un ulteriore impegno per una stretta sui contratti a termine, per una sanità più equa e per una maggiore solidarietà con i migranti e ha puntualizzato che "con noi non ci sarà mai un tetto ai profughi".

Rispondendo ai timori dei suoi oppositori, Schulz ha detto che "governare e innovare non sono in contraddizione" e ha promesso anzitutto un percorso di rinnovamento per i socialdemocratici. Il segretario generale Lars Klingbeil preparerà una proposta entro marzo, su questo. Schulz ha anche messo in guardia da quella che è "unica aleternativa" alla Grande coalizione: "nuove elezioni". E ha buttato lì ancora una volta la proposta di una verifica tra due anni, un tagliando a metà legislatura.

 

Ai delegati che temono che la Spd continui ad annacquare la propria identità convivendo con Merkel, tutti i maggiorenti del partito hanno ricordato che i risultati raggiunti finora, nel pre-accordo, non sono così terribili: "Certo che lavoreremo per migliorarli", in fase della definizione del contratto di coalizione, ha sintetizzato la governatrice della Renania-Palatinato, Malu Dreyer, aggiungendo che "non possiamo promettere nulla". E proprio l'ex scettica della Grande coalizione è stata forse una delle grandi delusioni, per gli oppositori della GroKo: ha votato sì. Così come il leader dell'ala sinistra, Ralf Stegner, che ha letteralmente gridato: "Con noi, col partito del profugo Willi Brandt, non ci sarà mai un tetto ai profughi!".

La superstar del momento, il grande nemico della Grande coalizione, il leader dei Giovani, Kevin Kuehnert, ha accusato il partito di aver fatto troppo da "portavoce della GroKo, in questi quattro anni" e ha parlato di "una crisi di fiducia nel partito" dopo che Schulz aveva prima annunciato che la Spd sarebbe stata all'opposizione, per poi rimangiarsi la parola dopo il fallimento delle trattative Cdu/Csu-liberali-Verdi. "Comunque vada oggi - ha chiosato - ci faremo del male". Tuttavia Kuehnert ha anche detto che il risultato della conta dei delegati di oggi andrà accettato. Un modo per allontanare lo spettro della scissione, evocato da qualcuno nei giorni scorsi.

 

Kuehnert ha anche risposto per le rime al leader della Csu, Alexander Dobrindt, che aveva parlato con disprezzo di una "rivolta dei nani", a proposito del "no" dei Giovani della Spd alla riedizione dell'alleanza con Merkel. "Oggi siamo nani per essere giganti, un giorno". E molti delegati si sono presentati con un cappello rosso a punta, da nano. Gli unici di cui si potesse essere sicuri che avrebbero votato "no".

 

Senza dubbio l'intervento più passionale del fronte del 'sì' è stato invece quello di Andrea Nahles. La 'pasionaria' della Spd, la brillante ex ministro del Lavoro che, pur essendo la più gettonata successora di Schulz, si è schierata dal primo istante a suo fianco per una riedizione della GroKo, ha ricordato che non ci sono i numeri per un'alternativa, ad esempio per un governo di centrosinistra. E ha letteralmente urlato, sbattendo le mani sul podio: "Se torniamo al voto, gli elettori ci diranno: ma siete matti?". Per fortuna, il pericolo è sventato. Per ora. Il prossimo giogo, per Martin Schulz, si chiama referendum tra gli iscritti. Ma quello arriverà dopo i negoziati per il contratto di coalizione. E la Spd dovrà cercare di ottenere qualcosa di più, stavolta. LR 21

 

 

 

Singen. “Emigrazione ieri, oggi e domani”. Presentato il Rapporto della Migrantes

 

Singen – Nei giorni scorsi, nella sede de “La IV Sibari” di Singen-Germania (Associazione di calabresi emigrati in Germania) si è tenuto un incontro dal titolo “Emigrazione ieri, oggi e domani”. L’evento è stato organizzato da “La IV Sibari” in collaborazione con l’Associazione “AsSud” di Paludi (Cosenza). Dopo i saluti di benvenuto del presidente de “La IV Sibari”, Umberto Campana, il presidente di “AsSud”, Onofrio Sommario, ha presentato le attività dell’Associazione, indugiando in particolare sul successo delle prime due edizioni del “Piccolo Festival delle Spartenze. Migrazioni e Cultura”, evento organizzato da “AsSud” a Paludi nel 2016 (28 e 29 dicembre) e nel 2017 (6-9 agosto). Infine, il presidente ha chiesto la collaborazione della comunità estera, in modo da poter organizzare nella primavera del 2018 (probabilmente il 1 maggio) una tappa del Festival in terra di Germania.

Momento centrale del pomeriggio è stato l’intervento di Giuseppe Sommario, assegnista calabrese dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, redattore del Rapporto Italiani nel mondo 2017 della Fondazione Migrantes e direttore del “Piccolo Festival delle Spartenze”. In un primo momento, Sommario ha presentato il suo lavoro di ricerca incentrato sul contatto culturale e linguistico fra Calabria, Argentina e Canada. E, parlando del suo lavoro, il ricercatore ha fatto vedere alcuni estratti delle tante videointerviste condotte nel suo lungo ed intenso lavoro presso le comunità di italiani (in particolare calabresi) che vivono fuori regione.

In un secondo momento, il ricercatore della Cattolica ha presentato il Rapporto Italiani nel Mondo (RIM) 2017. Curato come ogni anno dalla Fondazione Migrantes il Rapporto rappresenta tanto un riferimento ineludibile per chi si occupa di mobilità italiana, quanto un utilissimo strumento anche per gli stessi emigranti. Quest’anno il volume ha dedicato uno Speciale alle regioni, alle provincie, ai borghi dai quali sono partiti gli emigranti: territori segnati dalle partenze che gli emigranti portano sempre nel cuore, riproducendo così altrove “doppi” dei luoghi d’origine. E, visto che in platea era presente quasi esclusivamente gente calabra, Sommario si è soffermato in modo particolare sulla situazione della Calabria e sul rapporto fra chi è rimasto in regione e chi è partito.

Infine, dopo aver rilanciato con forza la proposta di una tappa “estera” delle Spartenze, lo studioso calabrese ha chiesto alla comunità calabrese presente in sala la disponibilità a voler collaborare nei prossimi mesi alla sua attività di ricerca, raccontando la propria storia, condividendo lettere, foto, diari. Gli emigrati presenti hanno partecipato in modo vibrante all’incontro, dando la propria disponibilità alle iniziative future e apprezzando molto il lavoro di “AsSud, quello della Fondazione Migrantes e quello del dott. Sommario. La parte finale è stata dedicata a una sorta di cahiers de doleance: in particolare la platea si è soffermata sulla legge che considera le case che gli emigranti hanno in Italia come seconde case; la legge che introduce il pagamento del canone Rai nelle bollette e le iniziative di quei Comuni che fanno pagare per intero agli emigranti tasse come quella dei rifiuti. L’incontro è stato decisamente interessante e proficuo, tanto che si sta lavorando ad un’iniziativa simile da tenersi nelle prossime settimane. G.S. MO 10

 

 

 

 

“Quaderni Francofortesi”, a cura del Consolato di Francoforte

 

L’iniziativa parte dal Consolato Generale di Francoforte. Il primo numero, Francoforte in cifre, è dedicato alla statistica della collettività italiana

 

FRANCOFORTE SUL MENO - Il Consolato Generale mette al varo una propria pubblicazione. Non abbiamo trovato nulla di simile in tutta la rete consolare italiana in Germania. Sembra proprio che per la prima volta un consolato si sia dato la briga di sfornare uno strumento nuovo d’informazione e di ultimare di primo acchito uno studio che offre uno sguardo completo sulla composizione della propria collettività. Una specie di fotografia che, se vista e rivista con calma, offre la possibilità di scoprire interessanti dettagli.

Ma procediamo per ordine. Il Console Generale a Francoforte, Maurizio Canfora, nella sua prefazione al numero uno di questi “Quaderni Francofortesi” ne spiega la funzione e lo scopo: “Accade spesso che un pubblico dibattito, una riunione di lavoro o un incontro su temi d’interesse generale terminino con i ringraziamenti e gli applausi alla fine della serata. Poi, ognuno va a casa con i propri appunti, con le proprie impressioni. I Quaderni Francofortesi si propongono pertanto l’obiettivo di ordinare annotazioni, di raccogliere interventi e di dare una sistemazione anche cronologica ai contributi che esperti e osservatori condividono nelle numerose occasioni d’incontro che si realizzano nella nostra circoscrizione con il sostegno o il concorso del Consolato Generale.“.

Naturalmente non è sfuggito che il titolo “Quaderni Francofortesi” è la traduzione italiana di un’importante e storica pubblicazione della Francoforte accademica e intellettuale dell’immediato dopoguerra, con la quale l’intellighenzia della città marcava la rinascita dello spirito critico della neonata Bundesrepublik. Il Console Generale a Francoforte ha spiegato la scelta del titolo per la sua pubblicazione: “Quaderni” perché si tratta di pubblicazioni brevi, che raccolgono relazioni e che propongono temi già trattati durante dibattiti, riunioni e simposi. L’obiettivo è diffondere i contenuti emersi in queste occasioni d’incontro, nell’interesse di un pubblico più vasto. “Francofortesi” poiché ovviamente si concentrano prevalentemente sui vari momenti di vita italiana nella circoscrizione consolare di Francoforte sul Meno. Con i Quaderni Francofortesi, ognuno avrà quindi la possibilità di rileggersi una relazione, di esaminare più a fondo temi e riflessioni, racconti e contributi che vari esperti e personalità hanno già esposto qui da noi.“.

Noi aggiungiamo: Titolo che richiama a un’importante tradizione, contenuto attuale e di spiccata utilità pratica. Un’utilità pratica che, a quanto pare, è piaciuta molto anche ai presidenti dei Comites della circoscrizione consolare di Francoforte, Calogero Ferro e Giovanni Di Rosa. E il Console Generale Canfora nella prefazione ha, infatti, ringraziato i Comitati della sua circoscrizione: “Ai due COMITES della nostra circoscrizione, quello di Francoforte e quello di Saarbrücken, che con noi hanno condiviso il contenuto di questo primo numero, i migliori ringraziamenti per il sostegno offerto, grazie al quale è stato possibile dare alla stampa i Quaderni Francofortesi”.

Ma veniamo al contenuto di questo numero uno dal titolo Francoforte in cifre 2017- compendio statistico della collettività italiana nella circoscrizione consolare di Francoforte sul Meno-. Il Console Canfora ha specificato, infatti, che mentre una parte dei quaderni si occuperà della trascrizione e raccolta di relazioni e contributi dei seminari, un secondo filone dei Quaderni riguarderà la realizzazione di brevi guide sui vari aspetti di vita italiana nella nostra circoscrizione, siano essi di natura giuridica, sociologica, economica o artistica. E a questo secondo filone è dedicato il numero uno della serie.

Il titolo “Francoforte in cifre” mantiene la promessa e di cifre in quest’opuscolo se ne trovano a centinaia.

Il compendio statistico del Consolato Generale a Francoforte si divide, infatti, in quattro capitoli. Capitolo uno: “La popolazione residente. Ovvero quanti siamo e come siamo”; capitolo due: “Il territorio”; capitolo tre: “La scuola e la formazione” e capitolo quattro “Il lavoro”.

La descrizione del territorio consolare è interessante e ne evidenzia la grande estensione che abbraccia ben quattro Bundesländer su una superficie superiore all’estensione territoriale del Belgio e della Svizzera.

Per quanto concerne la popolazione, il Consolato Generale si è basato sui dati registrati nei propri schedari e ha stabilito che nella circoscrizione consolare di Francoforte erano residenti, al 30 aprile 2017, 154.806 cittadini italiani. La suddivisione per sesso è la seguente: maschi 85.241, femmine 69.565. Si evince quindi che la popolazione maschile supera il 55% dell’intera popolazione residente. I dati indicano anche che la popolazione italiana residente nella circoscrizione consolare di Francoforte sul Meno è, di fatto, una popolazione “giovane”. Solo l’11,1% del totale ha un’età superiore ai 66 anni.

L’84,3% della popolazione residente è pertanto in piena età scolare o lavorativa. Il compendio statistico ha poi indicato come questo 84,3% si suddivide tra popolazione scolastica, studenti delle scuole di ogni ordine e grado, inclusi gli universitari, e i giovani impegnati nell’addestramento professionale con il grosso dei lavoratori autonomi e dipendenti.

Il terzo capitolo del compendio affronta la situazione della scuola e della formazione degli italiani della circoscrizione. Mentre per la parte demografica del lavoro, il consolato si è basato sui propri dati, per quanto riguarda la scuola e il lavoro, gli autori sono ricorsi ai dati ufficiali tedeschi raccolti dagli Uffici Statistiche e dall’Agenzia Federale del Lavoro. Operazione non semplice (e in questo consiste uno dei pregi di questo studio) poiché sono stati interpellati Uffici tedeschi di ben quattro Länder. Indicativa scoperta degli autori: gli italiani che hanno la doppia cittadinanza spariscono dalle statistiche tedesche. Essi sono registrati esclusivamente con la nazionalità tedesca e non appaiono in nessuna parte come cittadini italiani nonostante lo siano a tutti gli effetti. Quello che a prima vista può sembrare essere solo un inconveniente di “statisticazione” è in realtà un problema che coinvolge ogni programmazione, azione e proiezione di attività per i nostri connazionali che sono spariti dalle banche dati, ma esistono e in qualche modo bisogna scovarli. Questo tentativo è stato fatto dal Quaderno Francofortese, al momento in cui è riuscito ad ottenere almeno i dati della nostra gente con doppia nazionalità e azzardando così diverse utili proiezioni.

E, a proposito di utilità, il compendio statistico ha offerto al quarto capitolo uno specchio dettagliato dell’occupazione italiana in Assia, Renania-Palatinato, Saarland e Unterfranken. Il settore di maggiore occupazione sembra essere quello terziario, in cui ricade la gastronomia. Il compendio rende evidente anche che l’industria e l’edilizia continuano a occupare migliaia di lavoratori italiani.

I centri di maggiore concentrazione demografica? Francoforte e il Saarland mostrano la maggiore densità demografica italiana. In alcuni comuni del Saarland, la percentuale italiana della popolazione residente supera il 5%.

Il Quaderno è di piacevole lettura. Ben quarantasette tabelle e grafici alternati da brevi commenti e analisi, che mai sono pretenziosi o ostentati, fanno sì che ogni lettore può dedicarsi al capitolo che più gli interessa senza perdere il filo.

Gli autori non mancano di coinvolgere i diretti interessati, l’oggetto cioè della ricerca che sono gli stessi connazionali residenti nella circoscrizione, esortandoli non solo ad approfondire i dati e le conseguenze che ne derivano ma a porsi in una sorta di dialogo con gli stessi autori.

Con i Quaderni Francofortesi vediamo un Console Generale in una veste del tutto nuova che è quella del “Caporedattore” mentre un reparto consolare, l’Ufficio LAS -Lavoro e Assistenza Sociale- ha assunto compiti redazionali.

Pasquale Marino che è il curatore dei Quaderni e che si è occupato delle analisi e dei commenti, David Albamonte che ha realizzato la parte grafica e l’inserimento dei dati estrapolati in parte da Stefano Liuzzi, tutti appartenenti all’Ufficio LAS di Francoforte, hanno realizzato un lavoro che stimola la curiosità, serve per approfondimenti e offre spunti per interessanti discussioni.

Il prossimo Quaderno Francofortese? È già in preparazione e sarà dedicato alla diffusione degli atti del convegno organizzato dal Consolato Generale a Francoforte sul Meno, nel mese di dicembre sul tema delle eredità e delle successioni internazionali, in collaborazione con lo studio legale Pastori&Kollegen. Il Quaderno è consultabile alla pagina Web del Consolato Generale consfrancoforte.esteri.it.

La redazione del Corriere d’Italia augura alla redazione dei “Quaderni Francofortesi” lunga vita e buon lavoro.   Corriereditalia, gennaio

 

 

 

La mostra “Lo sguardo dietro l’obiettivo” all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo fino al 28 febbraio

 

Silvano Ballone, nato a Zurigo da genitori italiani, è cresciuto in Svizzera. Prima di dedicarsi alla fotografia è stato ballerino solista nel Balletto di Amburgo

 

Amburgo - “Lo sguardo dietro l’obiettivo”: gli scatti del fotografo Silvano Ballone in mostra all’Istituto Italiano di Cultura di Amburgo, nella Hansastraße 6. La mostra – che è stata inaugurata il 19 gennaio - potrà essere visitata fino al 28 febbraio. Silvano Ballone, nato a Zurigo da genitori italiani, è cresciuto in Svizzera. All'età di sette anni, ha scoperto la sua grande passione per la danza classica, da cui ne è nata una carriera come ballerino professionista. Dopo 13 anni nell'Ensemble del Balletto di Amburgo “John Neumeier”, dove ha ballato come solista, ha deciso di dedicarsi alla sua seconda passione: la fotografia. Nel corso degli anni da ballerino, ha sviluppato un occhio per l’estetica della danza e della forma, esperienza che ha influenzato la sua percezione del concetto di bellezza e che si riflette nel suo lavoro quotidiano. Dal 2015, Silvano Ballone ha lavorato come fotografo freelance, concentrandosi sulla ritrattistica, lo sport, mete turistiche, architettura e, soprattutto, la fotografia teatrale per clienti come, ad esempio, il “Bayerische Staatsballett”, l’accademia di ballo di Amburgo per giovani– “John Neumeier”, così come per la “Reebok/Deutschland”.

Il 19 gennaio, al termine dell’inaugurazione, il pubblico potrà gustare un piccolo rinfresco offerto dall’Istituto Italiano di Cultura. Il 28 febbraio, in occasione del finissage, l’Istituto ha organizzato un incontro tra il fotografo Silvano Ballone e la Prima ballerina del balletto di Amburgo “John Neumeier” Silvia Azzoni. Per gli orari della mostra (che è a ingresso libero) si veda iicamburgo.esteri.it. dip

 

 

 

 

 

Intervista al presidente della Dante di Berlino Luigi Mercuri

 

BERLINO - “La Dante Alighieri è un’associazione no profit nata per tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiana nel mondo e opera in circa ottanta Paesi. Il comitato di Berlino ha già fatto molto per perseguire questo obiettivo attraverso iniziative che spaziano in vari e ambiti e rilanciano quello che è l’obiettivo principale dell’intero progetto: la condivisione del nostro patrimonio culturale all’estero. A questo proposito abbiamo intervistato Luigi Mercuri, giovanissimo presidente della Dante Alighieri Berlino”. Così scrive Lucia Conti che ha intervistato Mercuri per “ilMitte.com”, quotidiano online di Berlino.

 

D. Lei ha appena 31 anni. Come si è trovato ad essere, così giovane, alla testa del comitato berlinese di una prestigiosa associazione come la Dante Alighieri?

R. Innanzitutto la ringrazio per il fatto di considerarmi giovane, trovo che sia un concetto relativo, ma effettivamente non penso che ci siano tante persone sotto i 35 anni con la carica di presidenza della Dante Alighieri. Io in realtà aiuto la Dante per una mia passione, tecnicamente lavoro in tutt’altro campo, il mio profilo professionale è infatti più legato al business e alla consulenza governativa. Nello specifico lavoro per un’agenzia di consulenza americana che aiuta i governi ad attrarre investimenti e le aziende a espandersi verso nuovi mercati. In passato ho svolto attività simili per un’istituzione italiana a Berlino, l’ICE (Istituto Commercio Estero), quindi ho una passione per l’Italia in genere, non solo in termini culturali, ma come “sistema Paese”.

D. E ovviamente esprime questa sua passione anche all’interno della Dante Berlino…

R. Mi fa davvero molto piacere essere di supporto alla Dante. Avendo vissuto inoltre parte della mia vita all’estero ed essendo quindi un expat quasi da sempre, devo dire che probabilmente ho una certa sensibilità e inclinazione per la promozione della cultura italiana all’estero. Inoltre penso che sia utile, divertente e anche necessario riuscire a combinare il proprio profilo professionale con un’attività senza scopo di lucro e utile alla collettività e la Dante mi ha fornito la piattaforma per farlo, insieme a persone eccezionali che dedicano la maggior parte del loro tempo all’associazione.

D. Come promuovete la cultura italiana a Berlino e riuscite a cooperare felicemente con le istituzioni locali?

R. Assolutamente sì, con l’Istituto Italiano di Cultura si è instaurato un rapporto di fiducia e rispetto, tra l’altro a febbraio daremo il nostro supporto nell’organizzazione della Lectura Dantis organizzata dall’IIC con Ricordi, e anche con l’Ambasciata c’è un rapporto consolidato. C’è poi un altro discorso da fare. La Dante di Berlino fa parte di un network molto più grande di noi. La Dante Alighieri nasce a Roma nel 1889 grazie a un gruppo di intellettuali guidati da Giosuè Carducci, con il famoso manifesto “Agli italiani”, e l’idea è stata fin dall’inizio quella della diffusione della lingua italiana nel mondo. Noi siamo quindi una componente di un network che conta oltre 450 comitati su 80 Paesi esteri. Il comitato di Berlino è nato negli anni cinquanta, durante un periodo difficile come la guerra fredda, e ha sempre cercato di fare il suo lavoro sia su un piano più puramente intellettuale, sia aiutando chiunque volesse venire in contatto con la cultura italiana in diverse forme e per diverse ragioni, in primis per imparare la lingua.

D. Qual è la risposta del territorio?

R. Eccezionale, come è eccezionale il fatto che la Dante Berlino sia riuscita a resistere sin dagli anni 50 in una città complicata come Berlino, che è stata vittima di un periodo storico pieno di cambiamenti e come una fenice si è sempre rialzata.

D. Ci conferma un interesse verso la cultura italiana?

R. L’interesse è enorme, il rapporto tra Italia e Germania è totalmente solido, anche se a volte è sottostimato. I tedeschi si segnalano tra gli stranieri che studiano di più l’italiano, la cultura umanistica italiana è studiata da esperti tedeschi che in qualche modo l’hanno rilanciata e la stessa cultura tedesca si fonda sul classicismo e quindi è influenzata dall’Italia. I turisti tedeschi sono inoltre i turisti stranieri più presenti in Italia, gli italiani in Germania sono, se non ricordo male, la terza o la quarta comunità e la Germania, per l’Italia, è il primo Paese in termini di import e di export. Insomma, parliamo di due Paesi che ormai sono come una vecchia coppia sposata. È un peccato che, alla luce della crisi dell’UE, negli ultimi anni la stampa abbia cercato di distorcere questa realtà, che è invece solida e importante.

D. Quanto sono importanti i giovani, nella pianificazione delle vostre attività?

R. Io penso che il concetto di giovane sia relativo, a me piace pensare di raggiungere una comunità con età diverse, ma che possa partecipare per intero alle attività della Dante. Noi abbiamo sempre puntato a un’audience variegata e il programma dell’ultimo semestre ne è la prova. Abbiamo avuto eventi di natura storica, musicale, ovviamente letteraria e tra poco avremo eventi di natura teatrale. Recentemente abbiamo proiettato “Per qualche dollaro in più”, di Sergio Leone, il 17 febbraio si terrà un concerto sui cantautori italiani, da Lucio Dalla a De Gregori, e abbiamo organizzato anche degli eventi che cercano di rispolverare arti che sono secondo me erroneamente considerate “vecchie” come l’opera. A questo proposito abbiamo ospitato un concerto di Natale presso la nostra sede con Puccini´s Toaster, un ensamble di giovani cantanti d’opera che cercano di portare l’opera in bar e locali con quello che chiamano pop up opera. Al concerto ha partecipato anche l’ambasciatore Benassi, cosa che ci ha fatto molto piacere.

D. Prossimi eventi e iniziative?

R. Ci sono vari progetti in cantiere. Il 18 gennaio ci sarà una serata di musica tradizionale-popolare con il trio “Belle ciao”, che si esibirà a cappella, il 17 febbraio ci sarà la serata dedicata ai cantautori italiani e il 15 marzo un evento sulla commedia dell’arte e le maschere. Uno degli obiettivi raggiunti quest’anno, e che a mio avviso è fondamentale, è stato quello di coprire la “terza colonna” delle nostre attività. Oltre a organizzare eventi e corsi di lingua, infatti, abbiamo reso disponibile anche la nostra biblioteca. La biblioteca della Dante Berlino è stata infatti informatizzata, c’è il catalogo online, consultabile sul nostro sito, e abbiamo avviato un sistema di prestiti a beneficio dell’intera comunità italiana a Berlino, ma anche di chiunque sia interessato alla lingua italiana e voglia godere dei nostri libri”. dip 

 

 

 

 

Il Comites studia la possibilità di aprire a Norimberga una scuola biculturale italo-tedesca

 

La presidente Angela Ciliberto incontra Martina Fischer, direttrice della Scuola Materna biculturale e dopo scuola Dr. Josef Kraus. Si è parlato anche di sondare la possibilità di aprire a Norimberga una scuola biculturale italo-tedesca

 

NORIMBERGA – La presidente del Comites di Norimberga Angela Ciliberto si è incontrata l’11 gennaio con la signora Martina Fischer, direttrice della ‘Scuola Materna biculturale e dopo scuola Dr. Josef Kraus’. Lo comunica il Comites. “La struttura - si legge nella nota del Comites -  fondata alla fine degli anni sessanta per dare supporto e aiuto alle famiglie italiane dei Gastarbeiter, fa capo all’Arcivescovato di Bamberga. Nel corrente anno scolastico è frequentata da una sessantina di bambini, non tutti di origine italiana. L’istituto, infatti, gode di un’ottima reputazione anche presso le famiglie tedesche del quartiere”.

“Il colloquio è stato molto interessante e ricco di stimoli”, commenta Angela Ciliberto. “Si è discusso, tra le altre cose, anche di sondare la possibilità di aprire a Norimberga una scuola biculturale italo-tedesca. Il progetto è ambizioso, ma le premesse esistono, soprattutto se si riuscirà a far attivare e cooperare, coordinandole tra loro, le varie realtà presenti sul territorio”, conclude la presidente del Comites.

Il Comites di Norimberga fa osservare che “al di là della chance offerta ai ragazzi di origine italiana di mantenere un legame con la propria lingua e cultura d’origine e di avere in seguito migliori prospettive lavorative, un progetto strutturalmente organizzato in verticale, dalla scuola materna fino agli studi superiori, troverebbe riscontro, in maniera indiretta, nella promozione del Sistema Italia in toto”. (Inform)

 

 

 

Mannheim. Storie della community di Bellunoradici.net. A colloquio con Marco Vedana

 

Marco Luigi Vedana, 32 anni, è nato a Mannheim, Germania. Dopo aver frequentato le scuole in Germania si è trasferito a Milano per studiare fotografia presso l’Istituto Italiano di Fotografia. Dopo gli studi ritorna a vivere in Germania. E’ fondatore della galleria d’arte RAW a Mannheim e proprietario del “Bar Rawbusta” presente presso la stessa galleria. Da qui segue i suoi progetti fotografici e organizza mostre ed eventi con altri artisti.

 

Che legame hai con Belluno?

Mio padre, di origine bellunese, lasciò l’Italia a 19 anni per lavorare in Germania. Raggiunta l’età pensionabile è tornato nel 2011 a Belluno. Praticamente ho trascorso quasi ogni periodo di vacanza a Camolino, comune di Sospirolo, a casa dei miei nonni passando bellissimi periodi della mia infanzia. Anche oggi ritorno di tanto in tanto per tenere vivo questo legame che è molto importante per me perché mi sento sorprendentemente a casa in quel posto. Anche dal punto di vista fotografico seguo tanti progetti per le mie mostre in Germania: le strutture del Cordevole e della Valle del Mis, le architetture di Scarpa, Michelucci e Palladio, l’arte di Murer e Corona oppure la storia del Vajont. Sia nel Bellunese che nelle vicinanze. Tutte cose che mi ispirano molto.

 

Secondo te che progetti potrebbe realizzare l’Associazione Bellunesi nel Mondo per i bellunesi di seconda generazione di cui tu fai parte?

Un progetto molto importante l’avete già realizzato con Bellunoradici.net. Anche se tramite i social network la comunicazione diventa molto più facile, purtroppo si perde anche in un mare di contatti e contenuti che scorrono troppo velocemente. Bellunoradici.net è un posto dove mi posso concentrare sull’argomento e curare il legame con le mie origini bellunesi. Partendo dal nuovo sito aspetterei che si riempia di contatti per poi organizzare eventi che associano la gente nelle vicinanze. Magari cose semplici come  delle cene o delle gite. Basta anche sentire parlare il dialetto bellunese per sentirsi vicino. Ormai son passati più di cinque anni che non leggo “Bellunesi nel mondo” e sono curioso di vedere com’è cambiato. All’epoca pensavo che poteva reggere un pizzico di modernità. Personalmente mi interessano molto gli artisti di origine bellunese.

 

Vista da fuori quali sono secondo te i pregi e difetti della provincia di Belluno?

Da fuori si nota che tanti giovani lasciano la Provincia per gli studi o per lavoro e poi magari non tornano più. Questo è un peccato. Secondo me ci dovrebbero essere più punti di riferimento di qualità elevata. Tipo il Nuovo Spazio di Casso oppure la “Fabrica” di Luciano Benetton a Catena di Villorba (TV). Non sono proprio posti centrali, ma la loro qualità attira la gente. Così può andare anche nella Provincia di Belluno.Un grande difetto è quello che si combina con i patrimoni naturalistici tipo gli avvenimenti nella Valle del Mis riferito alla centrale idroelettrica. I pregi sono senz’altro la ricchezza di tradizioni locali e la semplicità del vivere, le montagne e il paesaggio naturalistico una cosa che devo ancora scoprire profondamente. Abm

 

 

 

Protocollo d’intesa tra Università D’Annunzio di Chieti e la città di Wolfsburg per insegnare all’estero

 

CHIETI - È stato sottoscritto giovedì scorso, 11 gennaio, nell’Aula Consiliare del

Rettorato, all’interno del Campus di Chieti, un importante protocollo d’intesa tra

l’Università degli Studi di Chieti-Pescara G. D’Annunzio e la Città di Wolfsburg.

A darne notizia è il Cram, spiegando che l’accordo, sottoscritto da Stefano

Trinchese, Pro-rettore con delega ai rapporti con enti e organi culturali

dell’Università d’Annunzio, e Iris Bothe, Consigliera della Sezione della

Gioventù, della Formazione e dell’Integrazione della città di Wolfsburg, è finalizzato all’attivazione di corsi in lingua tedesca per la formazione di insegnanti destinati a garantire formazione nell’ambito della “Città ideale del bambino”, un progetto della Città di Wolfsburg che prevede l’assunzione di maestre e maestri di varia provenienza.

“Porgo il caloroso benvenuto a tutto lo staff del Comune di Wolfsburg intervenuto in questa occasione”, ha esordito Trinchese, dando il benvenuto alla delegazione tedesca. “Con questo progetto stiamo avviando un esperimento pilota che vedrà coinvolti 10 giovani ogni anno fino al 2025. Ben 80 giovani avranno l’opportunità lavorativa di trasferirsi all’estero nella cittadina situata a nord della

Germania e fare esperienza di insegnamento presso asili e scuole primarie.

L’Università non è più solo un luogo di studio ma offre prospettive concrete, la

nuova politica della D’Annunzio è aprirsi all’Europa per far nascere grandi occasioni”.

Anello di congiunzione tra l’Università D’Annunzio e la città di Wolfsburg è

stato Rocco Artale, Presidente della Associazione Culturale Abruzzese di

Wolfsburg, riconosciuta dal Consiglio Regionale degli Abruzzesi nel Mondo, che

ha dichiarato: “ho svolto il mio dovere di cittadino italiano all’estero e continuo

ad amare la mia regione, l’Abruzzo. Voglio contribuire a dare un futuro all’estero

ai giovani abruzzesi e garantisco che se verranno a Wolfsburg si troveranno

bene. L’Associazione Abruzzese a Wolfsburg sarà lieta di accoglierli, aspettiamo

questi giovani e daremo loro la possibilità di integrarsi”.

Entusiasta di poter presentare questo importante accordo dinanzi alla stampa è

stata la Consigliera Bothe: “questo progetto – ha spiegato – è rivolto ai giovani

abruzzesi. La città di Wolfsbrug rappresenta la città più a nord della Germania

che registra il maggior numero di italiani, conta ben 120 mila abitanti di 135

nazionalità differenti, ben 7 mila sono di origine italiana e si tratta della più grande comunità nella nostra realtà. Wolfsburg è una città multiculturale con una percentuale di stranieri molto elevata, vanta sul suo territorio l’Istituto di Cultura

Italiano e la sede del Consolato Italiano. La nostra città, come molte altre, sta

registrando in questo momento storico difficoltà nel reperimento di figure esperte

nel settore dell’istruzione e grazie a questa nuova convenzione con l’Italia possiamo compensare questa mancanza di personale qualificato”.

“Tramite questo accordo – ha aggiunto – auspichiamo di offrire ai giovani italiani

un contratto a tempo indeterminato con un compenso adeguato. Esistono molti

istituti di lingue nella nostra città e gli educatori che verranno dall’Italia non

dovranno abbandonare la loro cultura, molti genitori tedeschi, infatti, desiderano

che i loro figli possano avere un’educazione bilingue. Le nascite dei bambini

sono in costante aumento nella nostra città e sempre più genitori tendono a lasciare i bambini nelle strutture scolastiche. Basti pensare che il 60% delle famiglie sceglie di affidare i bambini dai 0 ai 3 anni presso asili nido”, ha concluso la consigliera.

L’incontro, che è stato preceduto da una riunione operativa tra i rappresentanti del

CRAM, dell’Università G. D’Annunzio e della città di Wolfsburg, è stato suggellato da un reciproco scambio di doni e dalle foto di rito. cram

 

 

 

 

 

I temi delle recenti trasmissioni di Radio Colonia, la trasmissione italiana della radio multilingue Cosmo

 

18.01.2018. Rigopiano, voci dal gelo. Un anno fa una valanga travolse l'albergo di Rigopiano. Persero la vita 29 persone. Ai nostri microfoni Marco Visalberghi, che ha girato un documentario sui soccorsi.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/rigopiano-documentario-visalberghi-100.html

 

Attivisti del post-terremoto. Con "Terremoto Centro Italia", Matteo Tempestini, e i suoi collaboratori hanno dato vita a una piattaforma online di informazione sicura. Ora ne sta nascendo un'altra altrettanto utile per la campagna elettorale.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/attivisti-post-terremoto-102.html

 

17.01.2018. La ferita da rimarginare

A quasi nove anni da crollo dell'archivio storico di Colonia è iniziato oggi il processo per stabilire le responsabilità penali.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/processo-archivio-colonia-100.html

 

Cinque anni in parlamento

Come hanno lavorato in questa legislatura i parlamentari eletti nella ripartizione Europa? Bilancio dei risultati ottenuti e di quelli ancora da realizzare.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/italmondo/parlamentari-lavoro-svolto-100.html

 

Giorgio Poi. È una delle rivelazioni del cantautorato italiano. Dopo una lunga esperienza all'estero esordisce con l'album solista "Fa niente", in uscita in questi giorni. Suonerà a Berlino il 21 gennaio.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/quelli-sul-palco/giorgio-poi-102.html

 

16.01.2018. Groko sì o Groko no? I socialdemocratici italiani sono divisi fra il senso di responsabilità, e accetterebbero di tornare al governo con l'Unione, e il timore di perdere l'identità di partito.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/socialdemocratici-italiani-100.html

Fabio Novembre a Colonia. Abbiamo incontrato il designer salentino e abbiamo parlato del ruolo del design oggi, di plastica e ambiente e di come si immagina la casa del futuro. Al via la Fiera del Mobile di Colonia.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/zapping/fabio-novembre-102.html

 

La start-up di Dario e dei suoi amici

Idee e tecnologia italiana in California per ripulire il mondo dai maleodoranti fanghi di depurazione e da altri rifiuti organici.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/terramia/start-up-dario-amici-100.html

 

15.01.2018. Ma quale "blue monday"!

Oggi è il blue monday il giorno più deprimente dell'anno. Lo ha definito una formula che però non ha alcun fondamento scientifico ma solo pubblicitario. Eppure tiene conto di fattori che incidono sull'umore.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/blue-monday-102.html

 

12.01.2018. Alla fine si sono messi d'accordo. Dopo uno sprint durato 24 ore, Spd e Unione sono arrivati a un documento di intesa che getta le basi per una potenziale coalizione di governo. Quali sono i contenuti?

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/potenziale-coalizione-governo-100.html

 

Spiagge, ulivi e gas. Cronache da una manifestazione in Salento contro il nuovo gigantesco gasdotto che unisce l'Azerbaijan all'Italia passando da Grecia e Albania.

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/il-tema/tap-manifestazione-salento-100.html

 

Ogni giovedì. Appuntamenti

Eventi italiani in Germania: il calendario di Angela Sinesi

https://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/appuntamenti/kalender-donnerstag-234.html

 

Ogni lunedì. Sport: non solo risultati

I commenti sportivi di Agnese Franceschini

http://www1.wdr.de/radio/cosmo/programm/sendungen/radio-colonia/sport/index.html RC/De.it.press

 

 

 

 

 

Organizzata dal Comites di Berlino. L’11 marzo giornata della memoria a Ravensbrück

 

Il Comites Berlino organizza per domenica 11 marzo una giornata dedicata alla memoria delle decine di migliaia di donne, tra cui molte italiane, che persero la vita assieme ai loro bambini nel campo di concentramento di Ravensbrück, alle porte di Berlino, il principale lager femminile della Germania nazista. Alle ore 9 la partenza del pullman dall’Ambasciata d'Italia Berlino; alle 9:15 partenza del pullman dalla zona Berlin City West; alle 10:45: arrivo al Mahn- und Gedenkstätte Ravensbrück, pausa caffè; alle ore 11:00 visita guidata in italiano a cura di Johanna Kootz; ore 13 pausa pranzo; alle 14 visita guidata in italiano alla mostra centrale del Memoriale; alle ore 15:30 partenza da Ravensbrück; ore 16:30 arrivo a Berlin City West; alle ore 16:45 arrivo in Ambasciata d'Italia a Berlino. Per contribuire alle spese organizzative e per iscriversi si veda: comites-berlin.de/eventi/11-03-2018-giornata-della-memoria-a-ravensbrück. dip

 

 

 

 

“Berlino, andata e ritorno”

 

Milano, Londra, Grecia, Egitto, Berlino, Firenze, Torino e di nuovo Berlino. È lungo, e chissà se non si riempirà di una nuova tappa, in futuro, il percorso di Sara Proserpio, 34 anni, oggi graphic designer, ma in passato anche responsabile commerciale, addetta vendite, assistente fotografa, e fotografa. La sua storia ha un punto in comune con quella di tanti altri nostri connazionali, ma di cui poche volte si parla ovvero il «pentirsi» di essere tornati a vivere in Italia dopo essere stati a lungo all’estero, e sentirsi costretti a rifare nuovamente le valigie e partire. Per Sara la meta, come già in passato, è stata la capitale tedesca. «La prima volta nel 2008 – racconta –. A Berlino iniziai nella gastronomia, poi fui assuntacome responsabile commerciale di un’azienda tedesca. Parallelamente continuavo a cullare la mia passione per le immagini. In Italia, fino a poco tempo prima, ero stata sia assistente fotografa sia fotografa professionista per un’agenzia che, purtroppo, aveva chiuso e che mi aveva spinto a partire. Un giorno lessi che c’era la possibilità di frequentare una scuola di grafica a Firenze grazie a una borsa di studio. Provai a mandare una richiesta. Mi accettarono. A Berlino stavo bene, ma l’idea di tornare in Italia, peraltro in una città bella come Firenze, era irrinunciabile. Il mio datore di lavoro tedesco acconsentì a lasciarmi andare via. Dopo i due anni in Toscana, trovai lavoro come grafica a Torino. Peccato, però, che nonostante tante promesse e il piacere di fare ciò che avevo sempre sognato, non vidi mai l’ombra di un contratto a norma di legge, e tale da consentirmi di essere economicamente indipendente. E così, nel 2016, sono tornata a Berlino dove mi era stato congelato il sussidio di disoccupazione che mi spettava per avere lavorato in Germania prima di recarmi a Firenze.  Ho avuto circa un anno per cercare un nuovo impiego, e seguire corsi di aggiornamento. Ora ho un contratto con un’agenzia di comunicazione tedesca e diverse collaborazioni».

Il pallino per l’estero c’è sempre stato. «Ho studiato lingue al liceo, e l’ho fatto discretamente. Grazie al mio buon livello di inglese e tedesco, ho cercato subito di girare il mondo, e puntare sul learning by doing, cioè imparare facendo. In Grecia, Inghilterra ed Egitto ero stata assistente turistica. La passione per la fotografia nacque subito dopo, grazie ad una scuola di reportage in Italia. All’epoca non pensavo che sarei tornata a vivere all’estero. E, invece, eccomi già al secondo tentativo». Dove ti vedi tra 20 anni?

«In un casale di un piccolo borgo umbro. Lavorando da casa come freelance per clienti internazionali, mentre dalla finestra vedo crescere l’orto. L’Italia ha particolarità che non si trovano da nessuna parte del mondo. Ciò che le nuoce è il contesto sociale e istituzionale. Se si riuscisse a superarlo, allora sarebbe bello sognare il ritorno». Andrea D’Addio, Messaggero di S. Antonio, gennaio

 

 

 

 

Metzingen. “Bella musica per gli italiani all’estero, con il PD al Governo”

 

“Si è cambiata musica per gli italiani all’estero negli ultimi cinque anni di Governo. Noi del PD abbiamo fortemente investito nella promozione di lingua e cultura italiane, nei servizi consolari e per gli organi di rappresentanza, per l’internazionalizzazione e per le Camere di commercio italiane all’estero. Il PD ha preso molto a cuore le nostre comunità nel mondo”.

 

“Abbiamo fatto tanto per i connazionali che risiedono all’estero, ma possiamo ancora fare molto altro. Per questo il nostro impegno non si ferma. Dalla sburocratizzazione dei servizi consolari al sostegno per i piccoli imprenditori all’estero e per i lavoratori che decidono di rientrare in Italia al reciproco riconoscimento dei titoli professionali oltre che scolastici e universitari – i cantieri sono ancora tanti”.

 

“Il tema delle tasse imposte dai Comuni di provenienza ai connazionali trasferitisi all’estero, in particolare, va risolto. In questa legislatura appena conclusa abbiamo già abolito l’IMU e ridotto di ben due terzi la TARI nei confronti di tutti i pensionati italiani residenti all’estero. Nei prossimi cinque anni dobbiamo estendere a tutti gli italiani nel mondo la riduzione di IMU, TASI e TARI, con l’obiettivo di raggiungere la totale esenzione. Un discorso che vale anche per il canone RAI, che va ridotto per coloro che risiedono all’estero”.

 

Così Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Estero-Europa, intervenendo all’evento “Le tasse e gli italiani all´estero” ospitato dal Circolo PD di Metzingen e dal Segretario Angelo Turano. De.it.press

 

 

 

 

Presidenza Italiana. Osce: ponte tra potenziali avversari

 

La presidenza italiana dell’Osce nel 2018 coinciderà con ogni probabilità con una delle fasi più delicate della vita dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che, nata come processo di dialogo politico al culmine della Guerra Fredda, è riuscita solo parzialmente – a causa delle diverse priorità e sensibilità dei principali Stati membri – ad adattare i suoi strumenti e modalità di azione alle sfide del nuovo secolo.

Sulla carta, le potenzialità dell’Osce sono notevoli. Il concetto di sicurezza su cui si basa è ampio e inclusivo: un forte accento sulla prevenzione dei conflitti, un ampio toolbox che include misure di fiducia e disarmo in campo militare, la promozione di diritti umani e libertà fondamentali quali elementi di rafforzamento della stabilità all’interno degli Stati, un’impostazione moderna e dinamica delle politiche miranti ad affrontare le minacce transnazionali, una grande attenzione ai temi della buona governance nel settore economico e ai temi ambientali.

Un’organizzazione per obiettivi divergenti

Il problema è che numerosi Paesi chiave (e la stessa Unione europea) investono poco nell’organizzazione e tendono ad utilizzarla in maniera selettiva e strumentale per il perseguimento di obiettivi nazionali.  A differenza di Nato e Ue, l’Osce non è infatti un’organizzazione incentrata su priorità politiche o di sicurezza condivise dai Paesi membri: al contrario, i Paesi Osce hanno sovente visioni e obiettivi divergenti, e per questo il ruolo dell’Organizzazione è di fungere da ponte fra queste differenti sensibilità.

La regola del consenso – che inevitabilmente limita le opzioni della presidenza di turno specialmente in una fase, come la presente, di difficile allineamento delle priorità strategiche dei diversi gruppi di Stati – va preservata quale garanzia fondamentale della legittimità dell’azione dell’Organizzazione, indispensabile per assicurare universale sostegno alla messa in atto delle misure concordate.

Il coinvolgimento dell’Osce nella crisi in Ucraina, con una delle più ampie operazioni sul terreno nella storia dell’Organizzazione, costituisce un’importante illustrazione di questa funzione di ponte tra potenziali avversari. E resta tuttora da vedere se le Nazioni Unite riusciranno a procedere allo spiegamento di una missione militare di pace nel Paese, viste le persistenti differenze di impostazione tra Mosca e Kiev (sostenuta, quest’ultima, da una serie di Paesi occidentali).

La gestione del rapporto tra Russia e Occidente resterà anche per il prossimo futuro l’imperativo chiave per la presidenza di turno dell’Osce, che dovrà cercare di mantenere una posizione equidistante – pur senza condonare violazioni dei principi fondamentali della Carta di Helsinki – fra attori propensi a scambiarsi tra loro accuse e abbandonarsi a recriminazioni, a scapito del dialogo.

Fra diritti e sicurezza

Sullo sfondo, al di là dei temi legati alla crisi ucraina, c’è una chiara divergenza sugli obiettivi da perseguire attraverso l’azione dell’Organizzazione. I paesi occidentali vogliono che al centro dell’agenda restino la promozione dei diritti umani e le libertà fondamentali, il rispetto dello stato di diritto e i valori democratici. Per la Russia e per vari altri Paesi dello spazio ex-sovietico, i temi della sicurezza restano fondamentali (l’allargamento delle istituzioni euro-atlantiche, Nato in primis, e le loro attività nell’Europa centro-orientale vengono visti come elementi destabilizzanti).

Accanto a ciò, vi è da parte di questi Paesi un’aspettativa che venga rivitalizzato il volet della cooperazione economica.

Un risvolto particolare di questa divergenza di visioni riguarda il ruolo delle istituzioni dell’Osce (l’Alto commissario per le minoranze nazionali, all’Aja, l’Odihr – l’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani -, a Varsavia, e il Rappresentante per la libertà dei media, a Vienna) e delle missioni sul terreno. Queste ultime sono considerate dai Paesi ospiti come strumenti cooperativi per migliorare la capacità delle istituzioni locali di attuare gli impegni assunti, mentre molti Paesi occidentali insistono sull’importanza delle funzioni di monitoraggio e analisi politica delle missioni.

In assenza di un dialogo aperto e di iniziative per l’aggiornamento di talune attività delle istituzioni e delle missioni sul terreno, questa fondamentale divergenza di vedute rischia di accelerare rinegoziazioni dei mandati delle missioni in chiave riduttiva – se non addirittura a chiusure delle presenze sul terreno – e di erodere la legittimità dell’operato delle istituzioni.

Immigrazione e integrazione

In crescita nell’agenda dell’Organizzazione è il tema delle migrazioni e, di conseguenza, dell’integrazione, al quale certamente dedicherà grande attenzione la presidenza italiana dell’Osce nel 2018. Centrale, al riguardo, è il lavoro dell’Alto commissario Osce per le minoranze nazionali.  Un forte accento sull’educazione e sull’uso della lingua come elementi che, con opportuno equilibrio, mirano a preservare l’identità linguistica e culturale dei nuovi arrivati nel contesto di una strategia di progressiva integrazione e comprensione della lingua e cultura del Paese di nuova residenza, costituisce una garanzia per il pieno inserimento sociale  delle nuove generazioni, essenziale per evitare segregazione etnica, linguistica o religiosa, suscettibile, se perpetuata, di generare radicalismo.

Le tematiche relative al dialogo tra i Paesi del Mediterraneo, uno dei volet chiave nell’agenda dell’Organizzazione, potranno costituire un utile veicolo per coinvolgere i Paesi della sponda sud in questo dialogo, avviato alla Conferenza Mediterranea di Palermo lo scorso ottobre.  La rivitalizzazione di questo dialogo, con un rafforzamento degli aspetti operativi e di cooperazione, rappresenterà certamente un’altra priorità della presidenza italiana.

Una sfida, dunque, che richiederà costante attenzione e impegno da parte della presidenza in esercizio. Le divergenze su alcuni dei temi qui evocati hanno sistematicamente provocato crisi interne e ritardi nell’adozione del bilancio, con gravi ripercussioni sulle attività complessive dell’Organizzazione.  Sarà dunque necessaria una costante attenzione da parte del presidente in carica per sbloccare gli ostacoli che si potranno presentare e creare le condizioni migliori per un più efficace esercizio della presidenza.

Ma sarà altrettanto importante continuare ad adoperarsi per creare spazi di dialogo a livello politico, proseguendo nella recente tradizione di organizzare dibattiti informali a livello ministeriale sui temi più controversi. Lamberto Zannier, AffInt  

 

 

 

Al voto

 

Presto, ci saranno elezioni politiche. Gli italiani, ovunque residenti, saranno chiamati a rifondare un Potere Legislativo diverso, speriamo, negli uomini e, soprattutto, negli intenti. Almeno così dovrebbe essere. Ancora una volta, il condizionale è d’obbligo.

 

Con l’aria che tira nel Bel Paese, non potrebbe essere altrimenti. Lo scorso anno, la Penisola è stata scossa da una serie d’eventi di tale rilevanza da alterare la stessa dialettica del potere. L’assemblaggio del futuro Esecutivo resta problematica.

 Questa volta, però, la solita logica del potere non dovrebbe avere buon gioco. Se si vuole realmente voltare pagina, il passato potrebbe rappresentare una lezione per evitare di commettere gli stessi errori. Una sorta di pulizia morale che dovrebbe essere, a nostro avviso, coordinata proprio da quella fitta schiera d’Onorevoli che saranno, oltre ogni ragionevole dubbio, “trombati”.

 

Eppure non basterà. Se il “nuovo” si sostituisce al “vecchio”, il cambiamento, senza una precisa linea di programma, sarebbe più apparente che sostanziale. Certamente, gli italiani reclamano ben altro. C’è da domandarci, pur se con molta umiltà, dove andrà l’Italia. Tentare di rispondere ora non sarebbe attendibile. L’impossibilità è determinata da seri segnali “incerti”di chi dovrebbe rappresentarci al vertice del potere.

Le incognite sono tanto complesse da non concedere proiezioni sugli eventi dell’immediato futuro. Il malessere che ne deriva è più che palpabile. Il male oscuro del nostro Paese è proprio la sfacciata mancanza di coerenza. Coerenza indispensabile per meritare fiducia.

 

 Le “colpe” di tanto degrado, comunque, dipendono sempre dagli “altri”. Come sempre. Certo è che l’onestà politica, come la intendiamo noi, non trova fertile terreno per sopravvivere. Bisognerebbe cambiare registro senza indugio. Tutto considerato, basterebbero poche, ma chiare, idee conformi a un’economia che con la politica non dovrebbe avere accostamenti tanto profondi. Dopo il voto, il nuovo Parlamento dovrà dare fiducia a un Esecutivo che sarà, in ogni caso, differente da quello passato. Dopo una ristrutturazione politica generale, l’Italia, e il suo Popolo, dovrebbero iniziare a ritrovare l’equilibrio perduto. Le elezioni politiche generali della prossima primavera saranno, quindi, il “rimedio” per i mali peggiori del Paese. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Campagna elettorale: promesse non sostenibili

 

Nei giorni scorsi le preoccupazioni (comprensibili  e condivisibili), espresse da alcuni membri della Commissione europea, per il quadro politico che potrebbe emergere in Italia dopo le elezioni del 4 marzo hanno suscitato le prevedibili reazioni di protesta  di vari esponenti politici italiani. Non sono mancate le consuete accuse alla Commissione di indebita interferenza nelle vicende interne di un Paese sovrano. Eppure le dichiarazioni di Moscovici, Katainen e Timmermans altro non facevano che riflettere una preoccupazione diffusa presso i nostri partners europei, non solo per l’incertezza del quadro politico del dopo elezioni,  ma anche  per i contenuti di una campagna elettorale prevalentemente condotta all’insegna della irresponsabilità e della superficialità.

Polemiche, margini di manovra e vincoli esterni

Quindi le polemiche dei giorni scorsi sulle presunte interferenze della Commissione europea hanno perlomeno avuto il merito di riportare al centro dell’attenzione (ma per quanto?) il tema del vincolo esterno e dei margini di manovra che un Paese membro dell’Unione europea e di una Unione economica e monetaria  può permettersi, senza rimettere in discussione la tenuta dell’edifico comune. E hanno avuto l’effetto di sospendere per qualche giorno il fuoco di fila di promesse tanto mirabolanti quanto infondate e di attirare l’attenzione sulla questione della collocazione internazionale del Paese e delle scelte che attendono il prossimo Esecutivo nel contesto europeo e internazionale, ricordandoci che chiunque avrà responsabilità di governo dopo il 4 marzo dovrà confrontarsi con le complessità e le criticità di un contesto europeo e internazionale in cui l’ Italia è pienamente integrata.

Che schierarsi su temi di politica estera e di collocazione internazionale del Paese non contribuisca ad accrescere i consensi dei partiti in campagna elettorale è cosa nota. Che, per la loro complessità e per l’apparente distanza dalla preoccupazioni quotidiane del cittadino elettore, questi temi poco si prestino a un utilizzo strumentale nel contesto di una campagna elettorale è cosa ugualmente risaputa.

Apparente disinteresse per la politica estera

Ciononostante colpisce e preoccupa comunque l’apparente  disinteresse degli esponenti dei  partiti, impegnati in queste e nelle prossime settimane fino al 4 marzo in un’estenuante quanto ripetitiva campagna elettorale, sui temi che hanno a che vedere con la collocazione internazionale del Paese, con le alleanze più idonee a tutelare presunti interessi nazionali, con le risposte da dare alle sfide di un contesto internazionale instabile e minaccioso, con le grandi problematiche che si affacciano inquietanti sulla scena internazionale (clima, terrorismo, non proliferazione nucleare ecc.).

Sorprende che non suscitino alcun interesse o preoccupazione da parte delle forze politiche impegnate nella campagna elettorale (come se si trattasse di criticità che non riguardano neppure da lontano la sicurezza dell’ Italia e dell’Europa) questioni come la situazione nel Mediterraneo, con i conflitti ancora irrisolti in Siria e Libia; o la profonda frattura che caratterizza il contesto politico  in Medio Oriente, con una tensione sempre più palpabile fra Iran e Arabia Saudita (e Israele); o i rischi che corre l’accordo sul nucleare iraniano dopo le recenti prese di posizione di Washington; o il programma di riarmo nucleare della Corea del Nord, con le relative implicazioni sulla sicurezza della regione.

Le incognite dell’atteggiamento verso Trump e Putin e la Cina

Ma sorprende ugualmente che nessuno si chieda seriamente come dovrà reagire l’ Italia (e  l’Europa) di fronte a un presidente americano, Donald Trump, che sembra meno disponibile  a continuare a garantire, come nel passato, la sicurezza dell’Europa (e quindi dell’Italia), che ha rimesso in discussione il proprio impegno nel contrasto al cambiamento  climatico, che ha contestato i vantaggi di una liberalizzazione del  commercio internazionale,  che sta avviando un preoccupante programma di riarmo convenzionale e nucleare, che si muove sullo scenario internazionale incurante delle posizioni degli alleati, unicamente ispirato dal criterio della tutela dell’interesse nazionale americano.

Sorprende che il complesso tema delle relazioni con la Russia sia relegato a una questione di simpatia/antipatia per Vladimir Putin e condizionato da una sorta di fascinazione per l’uomo forte al comando, piuttosto che fare oggetto di una seria verifica dei costi e benefici di un riavvicinamento alle posizioni di Mosca.

Sorprende infine che la Cina, destinata a breve termine a diventare la prima potenza economica del mondo, e comunque ormai un protagonista a pieno titolo della scena internazionale, continui a rimanere una sorta di oggetto misterioso nel dibattito politico nazionale, evocata al massimo se si tratta di decidere se ci convenga stimolare o limitare gli investimenti cinesi in Italia.

Superficialità e strumentalità del dibattito sui rapporti Italia/Ue

Certo fa eccezione il tema del rapporto con l’Europa, che è sì presente nel dibattito pre-elettorale, ma con argomentazioni troppo spesso superficiali e strumentali e comunque troppo legate a scelte di politica interna e spesso utilizzate con una “vis polemica” che lascia trasparire una fin troppo facile e scontata tendenza a scaricare su Bruxelles responsabilità nazionali. Anche sull’Europa, quindi, nessuna progettualità, nessuna visione di lungo periodo, nessun impegno programmatico degno di questo nome, nessun serio tentativo di inserirsi  con proposte credibili nel dibattito ormai già avviato sul governo dell’economia, sulla gestione dei flussi migratori, sulla sicurezza o sulle responsabilità dell’Europa nel campo della difesa.

Ma piuttosto uno stillicidio di polemiche quotidiane di modesta levatura, di impegni prima assunti poi rinnegati (come per il referendum sull’Euro), di attacchi tanto superficiali quanto immotivati (all’Europa dei burocrati, come se alla definizione delle politiche comuni non fossimo tutti chiamati a contribuire)  o di minacce inattuabili (come quella di sospendere il contributo al bilancio comune in assenza di solidarietà sulle politiche migratorie).

La sfida di stare al passo di Francia e Germania

Ed è proprio sull’Europa, sulle sfide che il Vecchio Continente dovrà affrontare se vorrà attrezzarsi per stare al passo con le altre grandi economie del mondo, e sul ruolo che l’ Italia vorrà svolgere in questa partita, che  preoccupa di più  l’assenza di un dibattito serio in un Paese come il nostro, che rappresenta comunque la terza potenza continentale.

Francia e Germania stanno per ripartire sul governo dell’economia e delle moneta comune, sulla difesa comune e sulle migrazioni. Emmanuel Macron ha vinto la campagna per le presidenziali con un programma convintamente europeista. In Germania l’accordo tra Cdu, Csu  e Spd per una riedizione delle grande coalizione, ancorché sottoposto al giudizio degli iscritti,  si apre significativamente con varie pagine dedicate al futuro dell’Unione europea e al ruolo della Germania in Europa. E l’ Italia saprà stare al passo con un sua credibile capacità propositiva? A giudicare dalla campagna elettorale c’è da temere il contrario.

Sarebbe troppo chiedere alle forze politiche italiane impegnate in campagna elettorale di concordare una moratoria sulla facile ricerca del consenso con promesse non sostenibili,  per farci sapere come la pensano su temi altrettanto vitali per gli interessi dei cittadini elettori come quelli relativi alla collocazione internazionale del Paese e alle responsabilità dell’Italia in Europa e nel mondo?

Ferdinando Nelli Feroci, AffInt 18

 

 

 

 

Intervista al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

 

Milano - L'antipolitica è un virus da battere. Mentre la campagna elettorale entra nel vivo, in un'intervista al settimanale Famiglia Cristiana del 18 gennaio il Presidente della Repubblica ribadisce le regole del gioco e indica un orizzonte di principi condivisi: la Costituzione (70 anni ben portati di valori, diritti e doveri), più l'Europa, alla quale i Paesi membri devono garantire un supplemento d'anima.

    Sergio Mattarella ragiona di astensionismo. «Non ho mai condiviso l'osservazione che, in fondo, va bene così perché molte democrazie sono caratterizzate da basse affluenze al voto», ha sottolineato il Presidente. «L'Italia ha una tradizione di ampia partecipazione. Una sua forte diminuzione costituirebbe il sintomo di un indebolimento della fiducia nelle istituzioni comuni e quindi uno stato di salute meno florido della democrazia». Il Capo dello Stato ha puntato al cuore del disimpegno e della disaffezione alla politica.  «Non si può configurare una contrapposizione tra istituzioni mal frequentate e una mitizzata ideale società civile: sappiamo che non è così», ha puntualizzato Mattarella. «Anche i cittadini devono essere disponibili a un dialogo, a sollecitazioni costruttive, al desiderio-dovere di comprendere, ed eventualmente criticare scelte politiche prima di giudicarle sommariamente. Allo stesso modo la responsabilità verso la nostra comunità nazionale - la Repubblica - ricade anzitutto, e in misura prevalente, su chi ha chiesto e ottenuto di assumere compiti istituzionali ma essa si pone anche su ciascuno di noi cittadini, chiamati a far la nostra parte, nei ruoli propri, per il bene comune. Chi avverte autenticamente il proprio status di cittadino non si sente un creditore che esige soltanto ma avverte che siamo tutti, contemporaneamente, creditori e debitori nei nostri comportamenti. Nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare».

         La sorgente di una comunità viva e il sigillo della libertà, rimane la Costituzione. «La nostra Costituzione, nella sua prima parte (principi, diritti e doveri, rapporto tra i cittadini, e tra essi e lo Stato) esprime con grande efficacia i migliori valori di ispirazione della convivenza», afferma Sergio Mattarella. «Lo fa con norme agili, brevi, dotate di una duttilità che le ha rese costantemente idonee a ricomprendere e disciplinare condizioni mutate nel corso dei decenni. Anche per questo è stata assunta, più volte, a modello cui ispirarsi in Paesi pervenuti più tardi alla democrazia».

      «La seconda parte costituisce lo strumento della prima», prosegue il Capo dello Stato nell'intervista a Famiglia Cristiana. «Da circa trent'anni a questa parte è stata, com'è noto, oggetto di numerosi tentativi di aggiornamento, sovente riusciti quando operati su singole norme o su singoli argomenti. Non andati, invece, a buon fine quando rivolti a cambiarla complessivamente. Ma si tratta, appunto, della parte organizzativa, non di quella che raccoglie i valori di ispirazione. Non sta a me dire se le iniziative di modifica, realizzate o non riuscite, siano state opportune o inopportune. Sta invece a me dire, e far sì, che la Costituzione in vigore venga rispettata e osservata non soltanto nei suoi principi, ma anche nella sua seconda parte».

      Sergio Mattarella ragiona di astensionismo. «Non ho mai condiviso l'osservazione che, in fondo, va bene così perché molte democrazie sono caratterizzate da basse affluenze al voto», ha sottolineato il Presidente. «L'Italia ha una tradizione di ampia partecipazione. Una sua forte diminuzione costituirebbe il sintomo di un indebolimento della fiducia nelle istituzioni comuni e quindi uno stato di salute meno florido della democrazia». Il Capo dello Stato ha puntato al cuore del disimpegno e della disaffezione alla politica.  «Non si può configurare una contrapposizione tra istituzioni mal frequentate e una mitizzata ideale società civile: sappiamo che non è così», ha puntualizzato Mattarella. «Anche i cittadini devono essere disponibili a un dialogo, a sollecitazioni costruttive, al desiderio-dovere di comprendere, ed eventualmente criticare scelte politiche prima di giudicarle sommariamente. Allo stesso modo la responsabilità verso la nostra comunità nazionale - la Repubblica - ricade anzitutto, e in misura prevalente, su chi ha chiesto e ottenuto di assumere compiti istituzionali ma essa si pone anche su ciascuno di noi cittadini, chiamati a far la nostra parte, nei ruoli propri, per il bene comune. Chi avverte autenticamente il proprio status di cittadino non si sente un creditore che esige soltanto ma avverte che siamo tutti, contemporaneamente, creditori e debitori nei nostri comportamenti. Nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare».

     L'Europa è la radice di valori comuni e un approdo politico.   «Francia e Germania hanno progressivamente rafforzato la collaborazione fra loro: intendono rilanciare ulteriormente questo legame, stimolando anche la crescita dell'integrazione dell'Unione. L'Italia è presente nelle proposte e nella loro discussione, sia con iniziative proprie che riguardo all'agenda indicata dalla Commissione europea guidata da Juncker. Lo ha dimostrato, anzitutto, guidando con competenza il vertice di Roma, in occasione del 60° anniversario dei Trattati europei, con l'indubbio successo di un impegnativo documento che guarda al futuro, sottoscritto da tutti i 27 membri. Vi è una finestra temporale da utilizzare, fino alle elezioni del 2019 per il Parlamento europeo. Dopo quell'appuntamento, si presenterà un altro orizzonte. Si profilano due diverse sensibilità: una che tende a un'immagine di Europa "fortezza", divisa al proprio interno da una mediocre contesa circa l'accaparramento di residui benefici, l'altra consapevole che i valori di libertà e democrazia, benessere e diritti, su cui si fonda l'idea di Europa - come ha dimostrato la lungimirante e generosa inclusione dei popoli dell'area centro-orientale del continente reduci dall'esperienza sovietica - sono validi laddove vengano condivisi con i Paesi a noi geograficamente vicini».

      Infine, il rapporto con papa Francesco. «Nelle due occasioni di incontro, in Vaticano e al Quirinale, è emersa appieno una grande sintonia di orientamenti e valutazioni sulle principali questioni che il mondo di oggi presenta», confida Sergio Mattarella a Famiglia Cristiana. «Senza violare la riservatezza, posso dire che questa sintonia si è registrata totalmente anche nei due colloqui privati. Le occasioni di scambio di opinioni e di vedute, peraltro, non sono soltanto quelle di incontro diretto. Gli scambi di messaggi con il Papa in numerose occasioni, documenti pontifici, ricorrenze o anche soltanto le sue partenze e i suoi rientri a Roma, non sono formali ma costituiscono strumenti di coinvolgimento in momenti importanti del suo magistero. Conservo con particolare cura i suoi messaggi. Papa Francesco ha inciso profondamente nella sensibilità generale e nei rapporti tra le religioni. Anche per questo rappresenta un punto di riferimento, nella fiducia e nell'affetto, per credenti e non. Avere aperto il Giubileo della misericordia a Bangui, in un luogo che appare, più che periferia, il confine del mondo, e che Francesco ha definito capitale spirituale del mondo, è stato straordinario. A Buenos Aires uno studente argentino mi ha chiesto un giudizio sul Magistero di papa Francesco. Gli ho risposto che sono entusiasta». De.it.press

 

 

 

La psicologa. Come un trauma cambia il cervello: il DPTS

 

Dopo un qualsiasi tipo di trauma (dalla guerra agli incidenti d’auto, dai disastri naturali alla violenza domestica, dall’aggressione sessuale all’abuso sui bambini), il cervello ed il corpo cambiano. Ogni cellula registra questi ricordi ed ogni via neurale correlata al trauma può riattivarsi ripetutamente.

Qualche volta, le alterazioni che queste tracce creano sono transitorie e si placano in poche settimane. In altre situazioni, i cambiamenti evolvono in sintomi che compromettono la funzionalità e che vanno ad interferire con il lavoro, le amicizie e le relazioni.

Uno degli aspetti più difficili per chi ha subito un trauma è comprendere i cambiamenti che avvengono, cosa significano, come influiscono sulla loro vita e cosa può essere fatto per migliorarli. Per poter iniziare il processo di recupero, inoltre, si devono normalizzare i sintomi post traumatici, investigando come il trauma influenza il cervello e quali sintomi vengono a crearsi.

Le conseguenze a lungo termine di un trauma, quali rabbia o pianto inaspettati, affanno, frequenza cardiaca aumentata, tremolio, perdita di memoria, difficoltà di concentrazione, insonnia, incubi ed insensibilità emotiva, possono segnare sia l’identità che l’intera vita di chi l’ha vissuto. Il problema non è che l’individuo non voglia “superare la cosa”, ma che egli ha bisogno di tempo, di aiuto e dell’opportunità di scoprire il proprio percorso di guarigione, per raggiungere tale scopo.

I diversi squilibri chimici e biologici del cervello, che possono presentarsi sempre dopo un trauma, hanno, quindi, effetti importanti.

Mentre i cambiamenti nel cervello possono sembrare, all’apparenza, disastrosi e sintomatici di un danno permanente, la verità è che tutte queste alterazioni possono essere reversibili. L’amigdala può apprendere come rilassarsi; l’ippocampo può riprendere il corretto consolidamento della memoria; il sistema nervoso può continuare il passaggio dal “reactive mode” al “restorative mode”.La chiave per raggiungere uno stato di neutralità e, quindi, guarire, sta nel riprogrammare il corpo e la mente. L’ipnosi, la Programmazione Neuro Linguistica ed altri interventi che riguardano il cervello possono insegnare alla mente a riformulare e liberarsi dalla morsa del trauma. Allo stesso modo, gli approcci che prevedono esercizi sull’esperienza somatica, il rilascio della tensione e del trauma e le altre tecniche centrate sul corpo possono aiutare il corpo a tornare alla normalità.

Coloro che sopravvivono ad un trauma hanno una personalità unica e la loro guarigione sarà altrettanto specifica. Non c’è una procedura valida che funzionerà per tutti, ma, in ogni caso, i dati evidenziano che, quando gli individui sono coinvolti attivamente nel processo di esplorazione e valutazione delle opzioni di trattamento, essi possono, dopo un periodo di tempo, ridurre gli effetti del trauma e, quindi, eliminare i sintomi del DPTS. Claudia Bassanelli, CdI

 

 

 

 

Costi stellari e viaggi da incubo: così l’Italia nega il diritto di voto a 2 milioni di persone

 

Il nostro è l'unico tra i grandi paesi occidentali a non consentire a chi lavora o studia lontano dal comune di residenza di poter votare a distanza - di Luca Serafini

 

Quando si pensa alla disaffezione nei confronti della politica, l’immagine classica che balza alla mente è quella del cittadino che, per disinteresse, rifiuto o semplice mancanza di senso civico, il giorno delle elezioni preferisce la gita fuori porta domenicale alla passeggiata verso il seggio elettorale.

Peccato però che nello stesso momento, in ogni parte d’Italia, ci siano anche centinaia di migliaia di persone che per mettere una croce sulla scheda elettorale affrontano viaggi che durano giornate intere, spendono cifre astronomiche solo in parte rimborsate, si prendono giorni di ferie che mai recupereranno, rinunciano ad appelli di esami su cui hanno sudato per mesi.

Il tutto per far sapere che il loro senso civico è più forte della legittima disillusione verso uno stato che dovrebbe promuovere la partecipazione attiva ai processi democratici, e che invece da anni è immobile di fronte a un problema ampiamente superato nel resto d’Europa.

Le persone domiciliate in una circoscrizione diversa da quella di residenza, in Italia, sono quasi due milioni. Di questi circa 400mila sono studenti fuori sede.

La legge italiana non consente loro di votare nel luogo in cui studiano e lavorano, perché incapace di adeguare il proprio sistema amministrativo e la propria burocrazia alla realtà della società di oggi.

Il tutto anche a costo di violare la Costituzione, che all’articolo 3 afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E così uno studente siciliano che fa l’università in Lombardia, per fare un esempio tra i tanti possibili, è costretto a percorrere tutta l’Italia per poter esercitare il suo diritto di voto.

Attualmente infatti possono votare fuori dal comune di residenza solo alcune categorie di elettori: ricoverati in ospedali e case di cura, militari e tutti coloro che prestano servizio al seggio come forze dell’ordine e rappresentanti di lista.

Per gli altri mano al portafoglio, zaino in spalla e tanti auguri di buona fortuna.

Già, perché a volte la logistica rende l’esercizio del voto un vero e proprio miraggio.

Una lettrice di TPI ha scritto alla redazione per segnalare che l’aeroporto di Bari sarà chiuso per ristrutturazioni proprio dall’1 all’8 marzo.

Resta il treno e ci sono gli altri scali, certo, ma Laura, ragazza tarantina che studia a Padova, spiega che per raggiungere la sua città dovrà comunque spendere una cifra minima di circa 100 euro e, avendo lezione all’università, dovrà andare e tornare nel giro di due giorni.

Se decidesse di viaggiare in treno impiegherebbe 10 ore ad andare e 10 a tornare.

Il paradosso ulteriore è che per gli italiani all’estero il problema è già stato risolto da tempo.

Alle prossime politiche non solo i residenti, ma anche coloro che per motivi di lavoro, studio o cure mediche si trovano temporaneamente all’estero per un periodo di almeno tre mesi potranno votare, iscrivendosi alle apposite liste entro il 31 gennaio.

In Italia c’è chi, dal 2006, si batte per concedere a tutti pari dignità dal punto di vista della cittadinanza politica. È il comitato “Iovotofuorisede”, coordinato da Stefano La Barbera, che a TPI ha raccontato quanto questo problema sia ancora affrontato con sufficienza dalla classe politica.

“I rimborsi per questi autentici viaggi della speranza di studenti e lavoratori fuori sede sono solo parziali – spiega La Barbera – e non superano il 40 per cento del costo totale del biglietto”.

“Al di là dell’aspetto economico, immaginiamoci cosa può voler dire per uno studente sotto esame o per chi lavora ad esempio in un ospedale organizzare un viaggio di 20 ore in due giorni tra andata e ritorno”.

La battaglia del comitato, portata avanti assieme a numerose altre associazioni, universitarie e non, ha consentito di raggiungere il già citato risultato per gli italiani all’estero.

“La politica ha cominciato a prendere in considerazione il problema e per la prima volta, in questa legislatura, c’è stato un governo che ha dato parere favorevole ad una modifica della legge anche per gli studenti e i lavoratori fuori sede in Italia”.

Il riferimento è all’emendamento alla legge elettorale presentato dal presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera Andrea Mazziotti.

L’emendamento è stato trasformato in un ordine del giorno e il governo, lo scorso novembre, si era impegnato a risolvere finalmente il problema.

 

“La promessa, però, è stata disattesa, alla fine è mancata la volontà politica”, spiega ancora La Barbera.

“In questo modo rimaniamo l’unico grande paese europeo che non consente ancora il voto anticipato o per corrispondenza e che costringe le persone a tornare nel loro comune di residenza”.

“In quel periodo avevamo lanciato una petizione su Change.org che ha raggiunto oltre 2500 firme, e che invito ancora tutti a firmare per dare maggiore forza a questa battaglia da qui in avanti”.

Nel 2011, il comitato riuscì a trovare un escamotage per permettere ad alcuni fuori sede di votare ai referendum, ovvero quello di farli iscrivere come rappresentanti di lista dei vari partiti nei seggi elettorali.

“Una soluzione che ovviamente è ben lontana dal risolvere il problema – commenta La Barbera – se pensiamo che la legge permette l’iscrizione di due rappresentanti per ogni quesito referendario”

“Considerando la totalità dei collegi e dei partiti, questo sistema garantisce l’accesso al voto a meno del 5 per cento degli aventi diritto tra gli studenti fuori sede”.

Un sistema, per giunta, che si può sì applicare per il referendum, ma che non vale per le elezioni politiche.

Solo nel primo caso infatti l’Italia è un collegio unico  (si vota dappertutto con la stessa scheda), e si può essere delegati automaticamente ovunque.

Anche l’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani (ADI) è da molti anni in prima linea nel denunciare questa problematica.

Il segretario dell’associazione Giuseppe Montalbano, intervistato da TPI, ha provato a spiegare perché i partiti non si siano mai realmente attivati per trovare una soluzione.

“Non nego l’esistenza delle difficoltà burocratiche, dei costi che avrebbe per lo Stato l’organizzazione di un sistema di voto a distanza o per corrispondenza. Tuttavia, credo che lo stallo sia imputabile principalmente ad un’indolenza di fondo”, dice Montalbano.

“La classe politica non ritiene che ci siano incentivi e vantaggi sufficienti per mettere in moto una macchina operativa e funzionante che faciliti il voto per tutti. Il risultato inevitabile è il mantenimento dello status quo”.

“A parole gli esponenti dei vari partiti si sono sempre mostrati disponibili e volenterosi – continua Montalbano – Ma alla prova dei fatti la volontà è puntualmente mancata”.

Come se non bastasse, persino nelle consultazioni referendarie alcuni studenti hanno denunciato l’atteggiamento ostruzionistico di certi partiti rispetto alla quota riservata ai rappresentanti di lista.

È accaduto infatti che venissero ridotti i posti di una specifica lista per scoraggiare il voto giovanile, sulla base di un mero calcolo elettorale (il voto giovanile può essere infatti più o meno indirizzato verso una specifica posizione, magari contraria a quella del partito che ha promosso la consultazione referendaria).

“I partiti fanno sempre i conti con i sondaggi. Tuttavia – conclude Montalbano – questa logica rivela non solo la mancanza di valori democratici, ma anche una miopia dal punto di vista della costruzione del radicamento sociale”.

“Facendo ostruzionismo, l’immagine stessa del partito viene danneggiata, e nel lungo periodo, anche a livello di consensi, questo non può che risultare nocivo”.

Ciò che appare evidente è che in Italia si sommano numerose variabili che finiscono ogni volta per ostacolare un reale cambiamento: indolenza della classe politica, infinite complicazioni burocratiche, nonché il ben noto ritardo del nostro paese sotto il profilo dell’innovazione, anche tecnologica.

Molte nazioni, in consultazioni di vario tipo, hanno sperimentato alcune modalità di voto online. Ad aprire la strada è stato, sorprendentemente, un piccolo paese come l’Estonia, nel 2007.

Si rinnovava la composizione del parlamento, e le persone votarono attraverso postazioni pubbliche ma anche da casa, inserendo la carta d’identità elettronica in un lettore collegato al computer.

Non sono mancati disguidi e polemiche, in questo come in altri esperimenti fatti tra gli altri in Germania, Regno Unito e Stati Uniti.

Resta il fatto che, nel nostro paese, immaginare un’evoluzione di questo tipo appartiene al regno della fantascienza.

Ogni timido tentativo in questa direzione si è risolto in malfunzionamenti, bug del sistema, facendo sempre rimpiangere i metodi tradizionali.

Nel referendum per l’autonomia della Lombardia che si è svolto lo scorso ottobre il voto elettronico ha causato enormi ritardi nello scrutinio.

In questi giorni alle “parlamentarie” del Movimento Cinque Stelle per scegliere i candidati alle politiche si sono registrati numerosi problemi con i server, con gente candidata a propria insaputa, esclusi senza motivo apparente, difficoltà ad esprimere le preferenze per chi accedeva alla piattaforma.

Resta il fatto che, per cambiare le cose e facilitare finalmente la partecipazione di lavoratori e studenti fuori sede, basterebbe organizzare un sistema di voto per corrispondenza o anticipato, come già avviene per gli italiani all’estero e in tutti i grandi paesi occidentali.

Per ora resta il coraggio (per non dire l’eroismo) di chi in tempi di astensione di massa è disposto a sacrifici enormi pur di non perdere il proprio diritto di scelta, nonché la rabbia (o la rassegnazione) di chi invece, legittimamente, questi sacrifici non vuole o non può farli.

Forse sarebbe ora di premiare il coraggio civico dei primi e di restituire ai secondi il senso di appartenenza alle istituzioni democratiche, chiudendo una volta per tutte l’epoca della discriminazione civica verso chi, per giunta, si è costruito o si sta faticosamente costruendo una vita lontano da casa, e che certo non merita di essere considerato un cittadino di serie B. TPI 19

 

 

 

L’intendimento

 

Sul compito dei Com.It.Es.  intendiamo esporre alcune nostre riflessioni. Se non altro, con la speranza che il nostro scrivere possa essere motivo per un più programmato confronto nella tutela dei nostri Connazionali lontani dal Bel Paese.

 

 Per una questione di metodo, lasceremo da parte gli aspetti ”tecnici” del problema, per provare ad affrontare quelli ”pratici”. Noi c’eravamo anche quando di rappresentatività ufficiale italiana all’estero neppure s’ipotizzava. Voluti con specifiche finalità, con gli anni, i Com.It.Es. hanno, progressivamente, modificato il loro ruolo. Pur se organismi elettivi, non rappresentano più la “maggioranza” degli italiani all’estero. Basta prendere in esame la percentuale di chi ha chiesto d’essere iscritto nelle ultime liste elettorali e del numero dei votanti.

 

All’alba di questo 2018, con un’Italia ancora lontana da soluzioni politiche che possono essere supportate da tutti e una “rappresentatività” oltre confine da aggiornare, con i Com.It.Es. vorremmo capirci. Perché, con la nuova legge elettorale, anche chi vive oltre confine, ha maggiore necessità di punti focali d’unione con finalità più concrete delle attuali.

 

 Fare politica non ha nulla di riprovevole. L’importante è mantenere ciò che si promette. Allo stato attuale, la cultura del ”sembrare”, più che dell’”essere”, s’è fatta norma. Se i Com.It.Es. intendono essere una risorsa, come riteniamo, sarebbe utile se presentassero progetti innovativi.  Sul fronte della rappresentatività all’estero, la strada da fare ci sembra ancora molta. Per poterla percorrere, però, è necessario un migliore impegno.

 

Siamo a disposizione di chi ritiene d’avere qualcosa da suggerire in merito. Insomma, crediamo che i milioni d’italiani nel mondo siano nelle condizioni d’evidenziare, ora più che per il passato, idee innovative sul ruolo dei Com.It.Es. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

Il Papa in Perù. Il prezzo dell'oro

 

Il 19 gennaio Papa Francesco sarà a Puerto Maldonado, città a sud del Perù sulle sponde di Madre de Dios, un corso d’acqua proveniente dal versante est delle Ande e affluente del fiume Beni dopo un viaggio di oltre mille chilometri per la foresta amazzonica. Va ad incontrare la Chiesa locale e le popolazioni dell’Amazzonia.

Di vitale importanza per il clima globale e custode di biodiversità e altri valori inestimabili, la ricchezza dell’Amazzonia è anche causa del suo declino. Dagli anni Sessanta del secolo scorso le imprese possono penetrare al suo interno e portarsi via ciò che desiderano. Fra esse quelle minerarie, ansiose di prendersi ferro, carbone, bauxite e molti altri minerali di cui il sottosuolo amazzonico era e continua a essere ricco.

Anche nella foresta attorno a Puerto Maldonado arrivarono le imprese estrattive attratte dalla presenza di oro. E se inizialmente il loro interesse era limitato ai giacimenti a maggior concentrazione, col tempo capirono che il prezioso minerale si trovava diffuso in tutta l’area; per recuperarlo bastava setacciare la zona. Un compito arduo e costoso, ma le imprese sapevano come fare per garantire i profitti per sé e scaricare i costi sulle spalle di altri. Proposero alla popolazione locale di trasformarsi in cercatori d’oro con l’impegno a rivendere alle imprese proponenti tutto ciò che trovavano. Così nacque la figura del minatore artigiano, imprenditore di se stesso che per mettere insieme qualche grammo di oro è disposto allo sfruttamento di se stesso e dei propri figli, considerato che il 20% dei cercatori d’oro sono minori.

La notizia della nuova formula occupazionale si sparse per tutto il Perù e Puerto Maldonado venne presa d’assalto da migliaia di forestieri attratti dalla fortuna dell’oro. La legge imporrebbe a ogni minatore di iscriversi in un apposito registro, ma sono sconsigliati dal farlo perché non conviene alle imprese. Per loro l’economia illegale è più vantaggiosa: possono evadere il fisco ed evitare ogni altro obbligo sociale e ambientale richiesto dalla legge. In conclusione a Puerto Maldonado si è strutturato un sistema di reclutamento in nero che impone ai malcapitati perfino di rinunciare al proprio nome. Per cancellare ogni traccia di sé, si fanno chiamare col soprannome imposto dal caporale: smilzo, cileno, gatto selvatico e qualsiasi altro nomignolo che la fantasia può partorire. Loro ci mettono il lavoro, l’organizzazione l’attrezzatura, le sostanze chimiche e quant’altro serve alla perlustrazione.

Padre Xavier Arbex, che da anni si dedica ai minatori irregolari, parla di condizioni indicibili non solo per gli orari estenuanti e per il rischio di malattie e infortuni, ma per la possibilità di perdere la vita stessa. Non pochi, infatti, scompaiono, inghiottiti dalla foresta, forse solo per avere minacciato di autodenunciarsi alle autorità competenti. Purtroppo al dramma sociale si aggiunge quello ambientale per lo sversamento nei fiumi e nel terreno di montagne di olio esausto usato dalle imbarcazioni, di montagne di mercurio usato per l’amalgama dell’oro, di montagne di detriti prodotti durante l’esplorazione: un paio di tonnellate per ogni grammo di oro. Ed è proprio la questione ambientale a generare conflitti con le imprese minerarie non solo in Amazzonia, ma nell’intero Perù, considerato che l’attività estrattiva è diffusa in tutto il paese. Secondo produttore al mondo di argento, zinco, rame e sesto di oro, il Perù conta 50mila concessioni minerarie estese su 21 milioni di ettari, il 14% del suolo nazionale. E se contribuiscono al 15% del prodotto interno lordo e al 60% delle esportazioni, il loro contributo all’occupazione è piuttosto modesto, mentre è alto l’impatto ambientale per l’avvelenamento delle acque con metalli pesanti e la contaminazione dell’aria con polveri sottili. Ogni anno in Perù si contano centinaia di conflitti e di proteste popolari contro le imprese minerarie non solo per gli attentati alla salute, ma anche per i contenziosi legati alla terra. In un paese in cui i titoli di proprietà sono molto aleatori, le imprese hanno buon gioco a produrre documenti artefatti che permettono di sottrarre abusivamente terra ai contadini.

L’industria mineraria è in ripresa in tutta l’America Latina e ovunque si registrano i contraccolpi di un’attività organizzata per il beneficio di pochi a danno di molti. Spesso gli unici a recepire il grido di dolore dei poveri sono i gruppi ecclesiastici, che per svolgere un’azione più incisiva a sostegno del ripristino dei diritti calpestati si sono coordinati in una rete continentale denominata Red Iglesia y minéria. In vista della visita del Papa in America Latina, la Rete gli ha inviato una lunga missiva in cui riepiloga gli abusi sociali e ambientali sofferti dalla popolazione a causa dell’attività mineraria. La speranza è che la sua presenza e il suo magistero possano suscitare senso di responsabilità nelle imprese e nei governi. Maurizio Benazzi, de.it.press 18

 

 

 

 

Voto all’estero. L’on. Di Biagio si ricandida in Europa, nella lista centrista Civica Popolare

 

Roma - "Ritengo che un progetto civico e popolare che sappia guardare all'Europa come ad una risorsa e ai valori del popolarismo europeo come fondamenta da cui ripartire, sia un'alternativa da guardare con fiducia in uno scenario complesso e confusionario come quello attuale dominato dall'isteria populista e da promesse raffazzonate che giocano con le paure dei cittadini". Lo dichiara Aldo Di Biagio, annunciando la sua candidatura nella Circoscrizione estero, Ripartizione Europa, nell'ambito della lista centrista Civica Popolare. "A differenza di molti, non abbiamo dimenticato le responsabilità di chi ha condizionato lo scenario politico disastroso negli anni precedenti all'attuale Governo, in primis con la gravissima impasse economica e la debacle della credibilità italiana, per questo - spiega Di Biagio - voglio farmi portavoce all'estero di questo progetto in cui credo e che ha le potenzialità per diventare un interlocutore concreto e fattivo in ciascuna delle quattro ripartizioni della circoscrizione estero capace di proporre una prospettiva chiara,  forte dell'esperienza di Governo e della credibilità data dal rispetto delle istituzioni e dalla responsabilità, cosa non scontata in questa congiuntura". "Rimettere al centro le istanze del nostro Paese oltre confine, quelle dei nostri connazionali di recente e passata emigrazione, che rappresentano il biglietto da visita dell'Italia che vale" con le sue potenzialità e le sue prospettive, - sottolinea -  rappresenta una priorità a cui nessuno sembra aver voluto dare la giusta rilevanza. Io voglio raccogliere ancora una volta questa sfida, mettendo a disposizione le conoscenze e la competenza maturate in questi anni al servizio dell'Italia, perché credo che questa sia un'occasione inderogabile per rimettere in gioco le forze valide del Paese, coinvolgendo profili attivi della società civile, del mondo dell'imprenditoria, dell'associazionismo e della cultura che possano ridare nuovo valore alla democrazia rappresentativa, svilita da schiere di tifoserie e dilettanti che al momento rappresentano la vera incognita per il futuro del Paese”. De.it.press

 

 

 

 

Voto all’estero. Online il vademecum sulle candidature

 

ROMA - Il Ministero dell’interno ha pubblicato online su “Eligendo”, il portale dei Servizi elettorali del ministero, le istruzioni per la presentazione e l'ammissione dei contrassegni – cioè i simboli dei partiti – e delle candidature per la Camera e il Senato per la circoscrizione Estero.

La pubblicazione – sottolinea il Viminale – ha lo scopo di “facilitare le operazioni preparatorie alle elezioni politiche del 4 marzo prossimo considerate le innovazioni introdotte dalla nuova legge elettorale”, cioè il Rosatellum bis (legge 3 novembre 2017, n.165, Modifiche al sistema di elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica).

Nella pubblicazione di 206 pagine, si spiega come e quando presentare il simbolo (dal 19 al 21 gennaio al Viminale) e le liste (dal 28 al 29 gennaio presso la cancelleria della Corte d’appello di Roma in cui ha sede l’Ufficio centrale per la circoscrizione Estero), la documentazione e gli adempimenti necessari, si descrivono le verifiche sulle candidature dell’Ufficio centrale per la circoscrizione estero, si spiega la tempistica per i partiti che dovranno raccogliere le firme per presentarsi alle elezioni – perché non presenti in Parlamento nella passata Legislatura – e come fare un eventuale ricorso sulle decisioni prese dall’Ufficio. La pubblicazione è disponibile qui: http://elezioni.interno.it/contenuti/normativa/Pubblicazione_n_2_candidature_Camera_Senato_Circoscrizione_Estero.pdf. dip

 

 

 

 

Garavini, (PD): “Si chiude una legislatura riformista, con un’Italia più moderna”

 

“Oltre un milione di nuovi posti di lavoro. Primo piano nazionale contro la povertà. Maggiori tutele sociali, soprattutto per le donne. E ancora diritti civili. Lotta alla corruzione, all’evasione fiscale e alle mafie. Sono stati anni di Governo intensi, spesso non facili. Ma certamente produttivi. Un mandato segnato da una forte impronta riformista. Quella che il Segretario Renzi ha voluto imprimere per primo e che il Presidente Gentiloni ha saputo portare avanti. Due esecutivi, i nostri, che hanno guardato con inedito favore agli italiani nel mondo”.

“Finalmente si è avvertita l’esigenza di promuovere il made in Italy. E di prestare attenzione alle esigenze, anche pratiche, di chi vive all’estero. Nell’ultima Legge di Bilancio abbiamo istituito maggiori fondi per lingua e cultura e per le Camere di Commercio estere, sbloccato le assunzioni per gli insegnanti di italiano all’estero e per i funzionari e aumentato i finanziamenti per gli organi di rappresentanza”.

“Inoltre abbiamo previsto l’esenzione dall’Imu e l’aumento della quattordicesima per i pensionati italiani all’estero, così come la riduzione della Tari. Abbiamo poi introdotto il voto per corrispondenza per i temporaneamente residenti, il cosiddetto ‘voto per gli Erasmus’”.

“Abbiamo colpito la criminalità organizzata con il Codice Antimafia. Un testo del quale sono personalmente molto fiera, perché recepisce la mia proposta di legge per la salvaguardia dei lavoratori nelle aziende confiscate. In questo mandato, inoltre, ho raggiunto l’approvazione di ulteriori miei provvedimenti, ugualmente utili al contrasto della criminalità organizzata, soprattutto a carattere internazionale. Mi riferisco al reciproco riconoscimento tra Stati membri delle decisioni di confisca. E alle modifiche al codice di procedura penale per l'istituzione di squadre investigative comuni sovranazionali”.

“Risultati importanti, che ho potuto raggiungere solamente grazie a un costante lavoro di attività parlamentare e di tessitura nei rapporti tra Paesi europei. Italia e Germania in particolare. Questo ruolo di ‘ponte’ tra due culture mi è valso il riconoscimento del titolo di ‘Commendatore della Repubblica Federale Tedesca’, attribuitomi dal Presidente della Repubblica, Joachim Gauck”.

“Abbiamo creato le condizioni per un’Italia più moderna, meno burocratica. Il centro-sinistra al Governo ha traghettato l’Italia verso la modernità dei diritti. È stata la legislatura delle unioni civili, del divorzio breve, del testamento biologico, del ‘dopo di noi’. È stata la legislatura che ha rimesso al centro il lavoro, con gli sgravi per le assunzioni a tempo indeterminato, lo stop alle dimissioni in bianco, gli 80 euro in busta paga e la pensione anticipata”.

“Sono orgogliosa di aver fatto parte di questa generazione di innovatori. Mi auguro che gli italiani sappiano dire no ai populismi. E mi auguro che scelgano chi ha saputo ottenere risultati concreti. Per i diritti di tutti noi. E per la vita di tutti i giorni”.

È quanto dichiara Laura Garavini, deputata PD eletta nella circoscrizione Estero-Europa, componente dell’ufficio di Presidenza PD e della commissione Anti Mafia a latere dell’ultima seduta della 17’ Legislatura. De.it.press 17

 

 

 

 

Ristrutturazione casa 2018: rimborsi del 50% fino a 96.000 euro

 

Le novità di quest’anno. Quali sono gli interventi i cui costi possono essere detratti anche dai proprietari di immobili in Italia residenti all’estero

 

ROMA - La legge di Bilancio per il 2018 ha disposto la proroga di un anno, fino al 31 dicembre 2018, della misura della detrazione al 50 per cento per gli interventi di ristrutturazione edilizia - lettera b), comma 3, Articolo 1, Legge n. 205/2017 - fino ad una spesa massima di 96.000 euro, indicati dal Testo Unico dell’Imposta sui Redditi (articolo 16-bis, comma1).

Le novità previste a partire dal 1° gennaio 2018 sono numerose: si va dalla conferma della proroga del bonus ristrutturazioni e mobili, alle nuove aliquote di detrazione per l’Ecobonus per lavori iniziati a partire dal 1° gennaio 2018, per arrivare all’introduzione del bonus verde, ovvero la detrazione del 36% e fino a 5.000 euro di spesa per la cura di giardini e terrazzi privati. 

La detrazione fiscale per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio era stata introdotta dall'articolo 1, commi 5 e 6, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e poi prorogata con integrazioni e modifiche fino ad oggi, compreso l’anno 2018. Ricordiamo l’importanza di queste misure, dimostrata dal fatto che dalle stime, aggiornate sulla base delle rilevazioni dei primi sette mesi del 2017, emerge che gli incentivi fiscali per il recupero edilizio e per la riqualificazione energetica hanno interessato dal 1998 al 2017 ben 16 milioni di interventi, ossia il 62% del numero di famiglie italiane stimato dall’ISTAT pari a 25,9 milioni. Nello stesso periodo le misure di incentivazione fiscale hanno attivato investimenti pari a 264 miliardi di euro, di cui 229,4 miliardi hanno riguardato il recupero edilizio e 34,6 miliardi la riqualificazione energetica. In questo comunicato illustriamo il “bonus ristrutturazioni” mentre le altre agevolazioni fiscali saranno oggetto di successivi comunicati. 

Chi può fruire della detrazione? Possono usufruire della detrazione sulle spese di ristrutturazione tutti i contribuenti assoggettati all’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef), residenti o meno nel territorio dello Stato. L’agevolazione spetta non solo ai proprietari degli immobili ma anche ai titolari di diritti reali/personali di godimento sugli immobili oggetto degli interventi e che ne sostengono le relative spese. 

Ma quali sono gli interventi di ristrutturazione edilizia i cui costi possono essere detratti anche dai proprietari di immobili in Italia residenti all’estero i quali pagano l’Irpef? I lavori sulle unità immobiliari residenziali e sugli edifici residenziali per i quali spetta l’agevolazione fiscale sono i seguenti (indicati ovviamente per ragioni di spazio in maniera sommaria): a) gli interventi di manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia, effettuati su tutte le parti comuni degli edifici residenziali; b) gli interventi di manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia effettuati sulle singole unità immobiliari residenziali di qualsiasi categoria catastale, anche rurali e sulle loro pertinenze; c)  gli interventi necessari alla ricostruzione o al ripristino dell’immobile danneggiato a seguito di eventi calamitosi, anche se detti lavori non rientrano nelle categorie indicate nelle precedenti lettere A e B e a condizione che sia stato dichiarato lo stato di emergenza; d) gli interventi relativi alla realizzazione di autorimesse o posti auto pertinenziali, anche a proprietà comune; e) i lavori finalizzati all’eliminazione delle barriere architettoniche, aventi a oggetto ascensori e montacarichi e per favorire la mobilità interna ed esterna all’abitazione per le persone portatrici di handicap gravi; f) gli interventi relativi all’adozione di misure finalizzate a prevenire il rischio del compimento di atti illeciti da parte di terzi; g) altri interventi e spese indicati dalla legge comprese le misure antisismiche. 

A partire dal 1° gennaio 2019 il bonus per lavori di ristrutturazione edilizia tornerà alla misura originaria prevista dall’art. 16-bis del TUIR: la norma originaria prevede una detrazione Irpef pari al 36% delle spese sostenute, fino al limite di 48.000 euro per ciascuna unità immobiliare. Giova ricordare inoltre che le ultime leggi legge di bilancio hanno poi introdotto importanti novità con riferimento agli interventi relativi all'adozione di misure antisismiche. Tali benefici si applicano non solo agli edifici ricadenti nelle zone sismiche ad alta pericolosità (zone 1 e 2), ma anche agli edifici situati nella zona sismica 3 (in cui possono verificarsi forti terremoti ma rari). 

E’ stato disposto infine la proroga di un anno, fino al 31 dicembre 2018 della detrazione al 50 per cento per le spese relative all'acquisto di mobili e di elettrodomestici di classe non inferiore ad A+ (A per i forni). Tale detrazione spetta solo in connessione agli interventi di ristrutturazione edilizia iniziati a decorrere dal 1° gennaio 2017. 

Precisiamo ancora che l’agevolazione fiscale per le ristrutturazioni edilizie consiste in una detrazione dall’imposta lorda, che può essere fatta valere sia sull’Irpef che sull’Ires. È obbligatorio suddividere questa detrazione in 10 rate annuali di pari importo. Per quanto riguarda le modalità, gli adempimenti vari e la certificazione consigliamo di rivolgersi direttamente agli Uffici dell’Agenzia delle Entrate oppure ad un patronato competente in materia.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati eletti all’estero per il Pd

 

 

 

La politica del dubbio

 

Vivere nel Bel Paese resta ancora difficile e i mesi che verranno potrebbero riservarci altre sorprese. La cura per l’Italia è ancora tutta da accertare. Intanto, dovremo fare i conti con un meccanismo socio/previdenziale differente. Insomma, gli italiani non ci stanno a ipotecare il futuro senza tener conto degli eventi passati.

 

 Per quest’anno, anche se nessuno è profeta in Patria, ci saranno altre manovre ”amare”. Non saranno sufficienti le elezioni politiche generali per ridare equilibrio a un’economia ancora poco stabile. C’è da pensare, di conseguenza, che i nostri errori hanno origini lontane e, forse, non sono stati considerati con maggiore attenzione. Mentre il “lavoro” è indispensabile per andare avanti, le famiglie temono di non riuscire a tenere il passo. La disoccupazione è come una febbre perniciosa che, invece, dovrebbe essere sconfitta.

 

Certo è che la panacea ai nostri mali peggiori non può essere solo l’ottimismo di facciata. Tenendo anche conto che certi provvedimenti ”positivi” sono stati varati da un Parlamento alla vecchia maniera. Del resto, le terapie d’urto non hanno mai dato garanzie. Tramontati i tempi delle promesse non mantenibili, ora si confida sulle sorti di un’Italia in avvicendamento. Di fatto, ci siamo resi conto che basterebbe una certa determinazione per dare una spallata alla politica nazionale; nata e sviluppata sull’argilla.

 

 L’avvicendamento politico sta avvenendo in tempi e in modi inattesi. Il difficile, però, è capire dove s’assesterà. I nostri dubbi d’inizio d’anno restano, così, a tutto campo. Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

 

CGIE. Michele Schiavone sulla sicurezza e la trasparenza delle procedure di voto all’estero

 

Auspichiamo che il Maeci e il Ministero dell’Interno, già in occasione delle imminenti elezioni politiche, applichino le proposte migliorative avanzate dal Cgie al Governo e alle Istituzioni competenti

 

TÄGERWILEN (Svizzera) -  La sentenza del Tribunale di Venezia sulla presunta incostituzionalità della procedura che regola il voto degli italiani all’estero era attesa da tempo e, quindi, arriva in un momento delicatissimo della vita politica italiana, ovvero, durante la fase preparatoria del voto per corrispondenza a cui stanno lavorando a tamburo battente le Ambasciate italiane nel mondo. La notizia del ricorso era conosciuta da tempo e, perciò, non desta nessun clamore. La tempistica, tuttavia, è inconsueta perché, oggi, rischia di creare dubbi e polemiche nell’intera Circoscrizione Estero, mettendo in discussione la legittimità del voto di oltre cinque milioni di cittadini, ai quali la nostra Carta costituzionale riconosce il diritto di rappresentanza nei due rami del Parlamento, integrandoli de facto nell’elaborazione e nelle decisioni delle leggi nazionali. Invece, giustamente, questo è il momento per potenziare l’informazione, per la presentazione dei programmi elettorali dei vari partiti e per coinvolgere consapevolmente il maggior numero possibile di elettrici ed elettori nelle scelte, condizione effettiva per affermare la giustezza del voto all’estero.

Da tempo le forze politiche nazionali italiane sono state sollecitate dagli organismi di rappresentanza delle comunità italiane all’estero, ed in primis dal Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, a porre i correttivi necessari alle procedure elettorali, affinché fossero garantiti chiaramente i principi contenuti nell’articolo 48, comma 2 della Costituzione, che stabilisce i requisiti e le modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini italiani all’estero e ne assicura l’effettività.

All’ultima Assemblea plenaria del CGIE del novembre scorso, sono state presentate e ribadite al Ministero degli Esteri, che unitamente al Ministero dell’Interno gestisce l’intera partita elettorale, diverse proposte correttive e migliorative dell’iter elettorale, proprio per scongiurare i problemi evidenziati nell’applicazione della legge 459/2001 e, perciò, rispondere con una normativa efficace e trasparente alla campagna di stampa negativa che da tempo ha preso di mira la legittimità del voto all’estero. Il voto all’estero, come avviene in altri paesi che lo contemplano con convinzione e applicazione, non può non essere che per corrispondenza e deve garantire i principi di segretezza, di  libertà e di uguaglianza espressi esclusivamente dal cittadino titolare del diritto. Auspichiamo che da parte del Maeci e del Ministero dell’Interno, già in occasione delle imminenti elezioni politiche, vengano applicate le proposte migliorative avanzate al Governo e alle Istituzioni competenti.

Si ricorda che con il riconoscimento del diritto di voto ai cittadini italiani all’estero l’Italia ha sanato un ritardo costituzionale durato mezzo secolo; questi nostri cittadini hanno acquisito diritti e doveri che li riportano nel solco della famiglia italiana allargata responsabilizzandoli e integrandoli nel sistema paese, cancellando di fatto differenze e distinguo.

Michele Schiavone, Segretario generale del Cgie

 

 

 

 

 

La sentenza del tribunale di Venezia non inficia l’attuale procedura di voto

 

"La decisione del tribunale di Venezia in merito al ricorso di "siamo Veneto" attraverso cui è stata sollevata la questione di incostituzionalità della normativa che regola il voto degli italiani all’estero, che rimanda tutto al giudizio della Corte costituzionale, rappresenta un passaggio importante nella configurazione dell'esercizio del diritto di voto all'estero e del suo futuro, che non può essere trascurato e che deve essere un monito per le opportune modifiche alla legge Tremaglia che dovranno essere apportate inderogabilmente nella prossima legislatura". Lo dichiara in una nota Aldo Di Biagio, candidato in Ripartizione Europa per la Camera dei Deputati nella lista "Civica Popolare". In molti si stanno chiedendo se questa pronuncia possa in qualche modo compromettere lo svolgimento delle prossime consultazioni elettorali in circoscrizione estero o avere qualche conseguenza sulle modalità di voto - spiega - pertanto vorrei chiarire che questo passaggio non inficia e non potrebbe inficiare l'attuale disciplina che rimarrebbe inalterata per le prossime elezioni, non sussistendo ovviamente le condizioni, normative istituzionali e organizzative, tali da legittimare una qualsiasi forma di intervento". Di Biagio conclude: " Anche il Cgie ha giustamente posto da tempo la questione che dovrà necessariamente essere affrontata nella prossima legislatura, abbiamo dunque  l'esigenza di individuare gli strumenti più adeguati per garantire la correttezza del voto modificando la Tremaglia nei prossimi mesi, su questo l'impegno deve essere chiaro e non limitato alla solita retorica pre-lettorale". De.it.press 18

 

 

 

 

Palermo, capitale italiana della cultura 2018

 

“Tramontati i tempi di Tremonti. Non i suoi, ci mancherebbe. Quelli in cui, con sulfurea spudoratezza, da (super)ministro dell’economia, diffondeva una sua convinzione: con la cultura non si mangia. Ce lo confermano autorevoli studi. Uno, fra gli altri, ha un titolo ambizioso e programmatico: Io sono cultura, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere in collaborazione con la Regione Marche. Ci racconta di un Paese, l’Italia, nel quale, oggi, la cultura è uno dei fattori produttivi che più alimentano la qualità e la competitività, uno dei motori primari dell’economia”. Inizia così l’editoriale con cui Giangi Cretti apre il primo numero del 2018 de “La rivista”, mensile della Camera di Commercio Italina in Svizzera che dirige a Zurigo.

“Come ci sembrano (felicemente?) lontani i tempi di Tremonti, quando nello studio leggiamo che: “al Sistema Produttivo Culturale e Creativo (industrie culturali, industrie creative, patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive, produzioni creative-driven) si deve il 6% della ricchezza prodotta in Italia: 89,9 miliardi di euro. In crescita dell’1,8% rispetto all’anno precedente”.

E come non bastasse, ammettiamolo, un poco ci sorprende apprendere che la cultura ha, sul resto dell’economia, un effetto moltiplicatore pari a 1,8. In soldoni (perché di questo si tratta): per ogni euro prodotto dalla cultura se ne attivano 1,8 in altri settori. Pertanto: gli 89,9 miliardi ne ‘stimolano’ altri 160, per un totale di 250 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale.

Vale a dire il 16,7% del valore aggiunto nazionale, col turismo primo beneficiario di questo effetto volano. E già che ci siamo, a beneficio di chi si occupa di economia, puntualizziamo: il Sistema Produttivo Culturale e Creativo, da solo, dà lavoro a 1,5 milioni di persone, il 6% del totale degli occupati in Italia. Dato anch’esso in crescita: +1,5%. Evidenze queste, che non devono essere del tutto estranee alla soddisfazione con la quale Palermo (non tutta in realtà) ha accolto la designazione a Capitale italiana della cultura 2018.

Ovvio: ci sono fondi pubblici (neppure molti) che vengano messi a disposizione; c’è la concreta e legittima speranza che il turismo, e tutto l’indotto, abbia un ulteriore incremento, sulla scia di quanto fatto registrare quest’anno, impegnandosi per non deludere le aspettative di chi sceglie Palermo (e tutta la Sicilia), spinto non soltanto dalla curiosità di godere dell’immenso e suggestivo patrimonio artistico e culturale ma anche di quello enogastronomico e paesaggistico. Ma c’è dell’altro.

La volontà di riscatto, ad esempio. Che migliori la reputazione di una città, piena di contraddizioni (il che può affascinare chi non è costretto a trascorrerci la propria esistenza), afflitta da un pregiudizio che la vuole ancora infetta di mafia.

C’è anche il desiderio di affermarsi come città della civile convivenza. Che ritroviamo nelle parole del sindaco Leoluca Orlando che, per l’occasione, rilancia i temi della Carta di Palermo: integrazione, cittadinanza e diritto alla mobilità internazionale. Perché la cultura è, e deve essere, strumento di confronto, di conoscenza dell’altro, di superamento delle differenze come ostacolo alla convivenza pacifica; luogo della elaborazione di dispositivi concettuali e semantici che trovano nel tema dei diritti il laboratorio politico e culturale della nuova Europa. Insomma: cultura che genera benessere (in senso lato) e consapevolezza di sé e del proprio ruolo sociale, attraverso il riconoscimento dei diritti individuali e collettivi. Cultura che è anche assunzione consapevole e pacifica dei propri doveri”. (aise 8) 

 

 

 

 

L’esenzione del Canone TV, una presa in giro per tanti emigrati!

 

Come ormai noto, avendo trattato questo argomento più volte negli ultimi anni, con l’introduzione del pagamento del Canone RAI attraverso la bolletta elettrica (dal 2017 ammonta annualmente a 90 euro), hanno diritto all’esenzione da questo pagamento: gli ultrasettantacinquenni che non superano annualmente un reddito familiare di 6.713 euro (una casistica quindi molto rara in emigrazione con la possibile eccezione di quanti vivono in America latina) e tutti coloro che non possiedono un apparecchio TV nell’abitazione in Italia per la quale sono titolari di un contratto di fornitura elettrica. Sia gli uni che gli altri devono chiedere l’esenzione dal pagamento del Canone all’Agenzia delle Entrate (Ufficio Torino 1 – SAT - Casella postale 22 - 10121 Torino) inviando un’apposita Dichiarazione sostitutiva predisposta dalla stessa Agenzia delle Entrate, allegandovi una copia di un documento di identità valido. Tale Dichiarazione, ove continui a sussistere tale diritto, deve essere presentata ogni anno a far data dal 1 luglio ed entro il 31 gennaio dell’anno di riferimento (per esempio, per richiedere l’esenzione del pagamento del Canone per il 2018 vi è tempo sino al prossimo 31 gennaio).

Tuttavia per i residenti all’estero sorge subito un primo problema per quanti non è possibile l’invio della Dichiarazione per via telematica e debbono farlo attraverso il servizio postale. Infatti – chissà perché – per questo invio è richiesto espressamente dall’Agenzia delle Entrate che il plico venga spedito per raccomandata “senza busta” e cioè con un sistema che non sempre gli uffici postali all’estero accettano (per esempio quelli elvetici). Ma questo è niente rispetto al secondo problema che è emerso da quando è stato introdotto questo nuovo sistema di prelievo del Canone RAI. Infatti in emigrazione, quantomeno in Svizzera, sono moltissime le famiglie che possiedono una abitazione in Italia e tra queste non poche sono quelle prive di un apparecchio TV e quindi nelle condizioni di richiedere l’esenzione dal pagamento del Canone. Tuttavia - come ci raccontano gli operatori del patronato ITAL UIL ed i dirigenti dei circoli UIM che offrono ai connazionali, tra i tanti, anche questo servizio - molti di coloro che hanno richiesto correttamente all’Agenzia delle Entrate di Torino l’esenzione dal pagamento del Canone se lo vedono addebitare ugualmente sulla bolletta elettrica mensile ed inutili sembrano essere anche le successive richieste di rimborso all’Agenzia delle Entrate di Torino, come inutili e pure dispendiosi risultano essere i ripetuti reclami fatti telefonicamente a quella sede.

Un problema che dimostra, una volta di più, come la burocrazia italiana sia la vera colpevole del malfunzionamento del Paese impedendo, come in questo caso, che un cittadino possa avvalersi di quello che la legge gli consente! 

Dino Nardi, Coordinatore UIM Europa

 

 

 

 

Esecutivo di facciata

 

Da noi, quando i nodi vengono al pettine, è di rigore la polemica. Oggi meno palese ma, pur sempre, polemica. Noi crediamo, invece, che sia indispensabile, già da subito, un’analisi sulla reale situazione dei fatti. Cioè, verificare il ruolo dell’Italia in UE ma anche in politica interna.  Le “eredità”, soprattutto se di metodo, non si possono acquisire a scatola chiusa. Del resto, i mali peggiori del nostro sistema socio/politico sono nati e cresciuti dentro il Palazzo. Di vero, a parere nostro, è il tramonto del concetto di “Destra”, ”Centro” e “Sinistra”.

 

Lo sfascio istituzionale è stato evitato, magari per un pelo; ora si deve andare avanti. E’ sul come che s’intravedono incoerenze che potrebbero dare problemi al futuro Esecutivo. Allora?  Col prossimo voto, potremo prendere atto dei numeri e negli elementi che si assumeranno le responsabilità del futuro nazionale. In questo 2018, da poco iniziato, non ci sono ancora “squadre” vincenti. In politica il raziocinio è molto relativo e condizionato da eventi che, non sempre, fanno parte della vita comune.

 

Però, tante realtà potrebbero essere cambiate. Gli errori del passato, che non sono stati pochi, avranno una loro valenza per uscire dal tunnel della crisi? A nostro avviso, la prossima Legislatura potrà essere migliore solo se non si puntellerà su i compromessi. A questo punto, ci piacerebbe conoscere, per farlo sapere, come dovrebbe essere considerata la linea socio/politica del prossimo Esecutivo.

 

 Questo dato di fatto, per noi, non è poco. Ancor più potrebbe esserlo per gli Elettori. In quest’intervallo, chi non è “maturo”, forse, “maturerà”. Per gli “immaturi” cronici non ci sono più spazi, né consensi per tirare avanti. Lo scriviamo perché ci siamo resi conto che certa politica nostrana tenta di ripercorrere alcune tappe collocabili col passato. Non a caso, si riscoprono possibili intese non certo convenienti per il Popolo italiano.

Giorgio Brignola, de.it.press

 

 

 

Allarme Padoan: "Troppi giovani lasciano l'Italia"

 

Allarme giovani nel mercato del lavoro. Il bilancio dell'andamento è caratterizzato da "luci ed ombre" e in troppi decidono di andarsene. Così il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, parlando nell'Aula Magna della Sapienza di Roma. "La disoccupazione è calata ma risulta ancora troppo alta, intorno all'11%, il numero dei laureati sta crescendo ma è ancora troppo basso, ancora troppi giovani lasciano il nostro Paese per migliori opportunità all'estero".

Per superare definitivamente la crisi, aggiunge, "è necessario rilanciare la produttività nel lungo periodo e fare aumentare strutturalmente l'occupazione".

"Gli interventi strutturali realizzati finora manifesteranno i loro effetti in modo crescente nel tempo - ha continuato il ministro -. Si può essere ottimisti purché nel tempo si faccia uno sforzo di attuazione e implementazione in continuità con la strategia adottata negli ultimi quattro anni". Molto, secondo il ministro, "è stato fatto ma siamo ancora lontani da risultati accettabili". Allargando poi l'orizzonte anche all'Europa il ministro ha detto che "non c'è spazio per il compiacimento" e "molto resta da fare in Italia e in Europa".

"La via maestra - dice - è l'investimento nel capitale umano, che aumenta la produttività e la capacità d remunerazione". Adnocronos 18

 

 

 

Pensioni italiane all'estero. Età pensionabile e limiti reddituali per trattamento minimo e maggiorazioni

 

ROMA - Dal 2018 l’età per la pensione di vecchiaia (soggetti con anzianità contributiva, anche estera, al 31 dicembre 1995) sarà equiparata e allineata per tutti a 66 anni e 7 mesi con 20 anni di contribuzione (sia per gli uomini che per le donne del settore pubblico e del settore privato), perfezionabili anche con la totalizzazione dei contributi versati all’estero.

La variazione interessa: le lavoratrici dipendenti del settore privato (da 65 anni e 7 mesi a 66 anni e 7 mesi); le lavoratrici autonome (da 66 anni e 1 mese a 66 anni e 7 mesi); l’accesso all’assegno sociale (da 65 anni e 7 mesi a 66 anni e 7 mesi).

I requisiti invece per la pensionata anticipata nel 2018 saranno di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, perfezionabili anch’essi con il meccanismo della totalizzazione.

Ricordiamo invece che dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia verrà aumentata a 67 anni (fatte salve le esenzioni per i lavori gravosi) e l’anzianità contributiva per la pensione anticipata passerà a 43 anni e tre mesi per gli uomini e 42 anni e tre mesi per le donne.

Giova ricordare che gli anticipi dell’età pensionabile previsti con l’APE sociale e l’APE volontaria non sono applicabili ai residenti all’estero, mentre invece sottolineiamo che per quanto riguarda l’anticipo previsto per i lavori precoci ed usuranti e l’esenzione dall’aumento dell’età pensionabile per le aspettative di vita, fino ad ora non è stato ancora chiarito né dal Ministero del lavoro né dall’Inps se sia applicabile anche ai lavoratori pensionandi residenti all’estero (sebbene nutriamo forti dubbi vista la particolarità dei requisiti e soprattutto la difficoltà delle verifiche del diritto).

Per il 2018 si prevede inoltre una modesta rivalutazione delle pensioni – anche di quelle pagate all’estero – pari all’1,1 per cento. Quindi l’importo del trattamento minimo sarà di 507,42 euro mensili e di 6.596,46 euro annui. Lo stesso aumento percentuale (1,1) sarà applicato ai trattamenti pensionistici complessivamente pari o inferiori a tre volte il trattamento minimo Inps, mentre invece tale aumento sarà inferiore in maniera progressiva per gli importi superiori a tale soglia.

La stragrande maggioranza delle pensioni erogate all’estero, considerati i bassi importi, sarà ovviamente rivalutata dell’1,1 per cento. Gli indici di rivalutazione definitivo per l’anno 2018 si applicano anche alle prestazioni a carattere assistenziale – pensioni e assegni sociali – che però non sono esportabili all’estero.

Di seguito riportiamo le percentuali di aumento suddivise per scaglioni: pensioni fino a 3 volte il minimo, fino a 1.522,23 euro mensili: rivalutazione pari all’1,1%; pensioni di importo da 3 a 4 volte il minimo, fino a 2.029,64 euro mensili : rivalutazione pari all’1,045%; pensioni di importo da 4 a 5 volte il minimo, fino a 2.537,05 euro mensili: rivalutazione pari allo 0,825%; pensioni di importo da 5 a 6 volte il minimo, fino a 3.044,46 euro mensili: rivalutazione pari allo 0,55%; pensioni di importo oltre 6 volte il minimo, oltre 3.44,46 euro mensili: rivalutazione pari allo 0,485%.

Per quanto riguarda invece il diritto all’integrazione al minimo per il 2018 ricordiamo che il limite di reddito personale che consente l’integrazione al minimo per intero sarà di 6.596,46 euro mentre invece quello personale che esclude la sua concessione sarà di € 13.192,92.

Il limite di reddito coniugale che consente l’integrazione al minimo per intero sarà di € 19.789,38 mentre quello che esclude la sua concessione sarà di € 26.385,84.

Per quanto riguarda invece la maggiorazione sociale dei trattamenti minimi (legge n. 448/2001 e legge n.127/2007) – importo mensile 136,44 euro – il limite di reddito personale da non superare per il 2018 sarà di 8370,18 euro e quello coniugale di 14.259,18 euro.

Ricordiamo tuttavia che sia l’integrazione al minimo che le maggiorazioni sociali sono esportabili solo nei Paesi extracomunitari a determinate condizioni contributive e reddituali.

Marco Fedi e Fabio Porta, Deputati del Pd Estero

 

 

 

Trento. Aperte fino al 28 febbraio le iscrizioni al Programma Interscambi giovanili

 

Trento – Aperte fino al 28 febbraio le iscrizioni al Programma Interscambi giovanili edizione 2108-2019 promosso dalla Provincia autonoma di Trento “per scoprire il mondo con i giovani trentini all'estero”

“Partecipare a questo tipo di scambi vuol dire – spiegano dall’Ufficio Emigrazione della Provincia - cogliere l’opportunità di poter realizzare il confronto con culture diverse, vivere e condividere l’esperienza in un ambiente familiare, incontrare nuovi amici in uno spazio culturale di base comune

Per i giovani di origine trentina residenti all’estero, “il viaggio in Trentino rappresenta la scoperta o riscoperta delle proprie radici, delle tradizioni e dei valori trasmessi dagli avi emigrati. È anche l’opportunità per conoscere il Trentino di oggi, incontrare la sua gente, confrontarsi con la comunità, verificare come siano strutturate le attuali realtà sociali ed economiche”.

Per i giovani residenti in provincia di Trento “che vivranno un’esperienza di soggiorno presso una famiglia trentina all’estero non si tratterà ad esempio solo di scoprire come si vive in quel determinato Paese estero. Significherà anche capire meglio, attraverso la testimonianza autentica degli emigrati trentini con cui entreranno in contatto, quale possa essere stato il percorso del fenomeno migratorio trentino ed italiano in quel Paese”.

Per il partecipanti “particolarmente significativo potrà essere il confronto con valori, modelli di vita ed aspettative dei coetanei, che diverranno i referenti con cui potranno svilupparsi e consolidarsi rapporti di conoscenza, fiducia ed amicizia”. Per maggiori informazioni: www.mondotrentino.net.  

 

 

 

Friuli Venezia Giulia. Lavoro, approvato l'avviso pubblico per i tirocini all'estero

 

Trieste - La Giunta regionale del Friuli Venezia Giulia ha approvato l'avviso pubblico sulle misure delle indennità dei tirocini extracurricolari in mobilità geografica attraverso la rete europea di servizi per l'impiego Eures (EURopean Employment Services).

Le risorse stanziate per lo svolgimento di tirocini nei Paesi dell'Ue, dello Spazio economico europeo e in Svizzera, ammontano a 400mila euro.

La durata di questi interventi di politica attiva del lavoro che sono rivolti ai disoccupati che abbiano compiuto 18 anni, è compresa tra i 3 e i 6 mesi, per un minimo di 30 e un massimo di 40 ore settimanali.

La domanda, corredata dalla convenzione di tirocinio e dal programma individuale di tirocinio, va presentata tramite posta elettronica certificata o e-mail dal prossimo 25 gennaio al 16 novembre 2018 utilizzando il modulo disponibile sul sito internet regione.fvg.it nella sezione dedicata al Lavoro, in cui sono indicati anche gli estremi per l'invio.

L'indennità di mobilità a favore del beneficiario è riportata nella tabella standard dell'avviso pubblico e può essere integrata con altre fonti finanziarie provenienti da fondi europei destinati all'attuazione di progetti e programmi della rete Eures a sostegno di ulteriori opportunità legate al percorso all'estero quali, ad esempio, l'approfondimento della lingua.

Attraverso le risorse stanziate nel 2017, pari a 400mila euro, sono stati attivati 80 percorsi con una media di 13 attivazioni al mese. Il numero di candidati qualificati che richiedono di poter accedere allo strumento è in costante aumento, così come il numero di aziende ospitanti che si rivolgono al servizio Eures Fvg per la presa in carico delle proprie richieste di personale. ep

 

 

 

 

Politische Bewegungen erneuern Europa nicht

 

Politische Bewegungen versprechen zwar Teilhabe, lösen sie aber nicht ein, meint Jan-Werner Müller.

 

Viele Menschen rechneten damit, dass die ganz große politische Geschichte des Jahres 2017 der Triumph des Populismus in Europa sein würde. Aber es kam anders. Als größte Geschichte erwiesen sich vielmehr selbsternannte „Bewegungen“, die traditionelle politische Parteien völlig umdrehten oder an deren Stelle traten.

Man denke an die Bewegung La République En Marche! des französischen Präsidenten Emmanuel Macron, die im vergangenen Frühjahr sowohl die Präsidenten- als auch die Parlamentswahlen in Frankreich beherrschte. Oder man denke daran, wie der 31-jährige Sebastian Kurz Ende des Jahres österreichischer Bundeskanzler wurde, nachdem er die konservative Österreichische Volkspartei (ÖVP) zu einer Bewegung namens „Liste Sebastian Kurz – die neue Volkspartei“ umgekrempelt hatte.

In ganz Europa erleben immer mehr Wähler die traditionellen politischen Parteien als eigennützig und machthungrig. Auch in den Entwicklungsländern werden etablierte Parteien wie der Afrikanische Nationalkongress (ANC) in Südafrika mittlerweile weithin als korrupt wahrgenommen. In vielen Fällen wandelten sich traditionelle Parteien zu Strukturen, die von Politikwissenschaftlern als „Kartelle“ bezeichnet werden: Sie bedienen sich staatlicher Ressourcen, um an der Macht zu bleiben und, ungeachtet ihrer politischen Unterschiede, arbeiten sie zusammen, um Herausforderer fernzuhalten.

Insbesondere junge Wähler scheinen weniger Lust zu haben, sich für traditionelle politische Parteien zu engagieren, die sie als übermäßig bürokratisch und daher langweilig empfinden. Man fühlt sich an Oscar Wildes berühmtes Bonmot über das Problem mit dem Sozialismus erinnert: Er kostet zu viele freie Abende. So überrascht es auch nicht, dass sich die innovativsten politischen Experimente der letzten Jahre in Europa aus Straßenprotesten und Massenveranstaltungen entwickelten, bei denen man auf hierarchische Organisationsformen verzichtete.

Mehr als 70 Abgeordnete unterstützen offen Macrons Initiative für eine „Neugründung Europas“. Das zeigt auch die Zerrissenheit der Sozialdemokratie.

Die linksgerichtete spanische Podemos, beispielsweise, wurde 2011 nach den Massenprotesten der Indignados gegründet. Italiens populistische Fünf-Sterne-Bewegung (M5S), die es bei den Parlamentswahlen 2013 an die Spitze schaffte und laut Prognosen auch 2018 wieder gut abschneiden soll, entwickelte sich aus Großkundgebungen, die der italienische Komiker Beppe Grillo gegen „la casta” organisierte – die von ihm verwendete abfällige Bezeichnung für die aus seiner Sicht herrschende Kaste aus Berufspolitikern und Journalisten.

Doch zwischen den Ursprüngen dieser Bewegungen als spontane, inklusive Straßenproteste und ihren späteren Erfolgen an der Wahlurne passierte etwas Seltsames. Obwohl sie sich weiterhin ihrer horizontalen Organisationsformen und partizipativen Demokratie rühmten, konzentrierten ihre charismatischen Führungspersönlichkeiten ironischerweise immer mehr Macht in den eigenen Händen.

Podemos-Generalsekretär Pablo Iglesias zum Beispiel zog aufgrund seiner „überdominanten Führung“ und seines „Online-Leninismus“ die Kritik idealistischer Aktivisten aus der Bewegung auf sich. Iglesias quittierte das mit der Feststellung, dass „der Himmel nicht im Konsens zu stürmen“ sei.

Grillo hat zwar in der Fünf-Sterne-Bewegung, die sich selbst als „Nicht-Vereinigung“ bezeichnet, keine offizielle Position inne, ist aber im Besitz des Blogs, der sich als Schlüssel für den Erfolg der Bewegung erwies, sowie der Urheberrechte auf dessen offizielles Symbol. Mitgliedern der Fünf-Sterne-Bewegung, die angeblich die – offiziell als „Nicht-Statuten“ bezeichneten – „Regeln“ seiner „Anti-Partei“ brachen, erkannte er das Recht auf Benutzung dieses Symbols ab. Und wer sich unter dem Banner der Fünf-Sterne-Bewegung um ein öffentliches Amt bewirbt, muss einen Vertrag unterschreiben, in dem festgehalten ist, dass im Falle einer Verletzung der Partei-Prinzipien eine Geldstrafe fällig wird.

Freilich sind politische Bewegungen nicht von Haus aus unbedingt populistischer Natur. Wie grüne und feministische Bewegungen zeigten, kann eine Bewegung traditionelle Formen der Politik infrage stellen, ohne dabei zu behaupten, „das wahre Volk“ oder die „schweigende Mehrheit“ zu vertreten.

Für die Zeit nach der Parlamentswahl am 4. März 2018 werden ein „hängendes Parlament“, Instabilität und mögliche Marktturbulenzen in der drittgrößten Volkswirtschaft der Eurozone erwartet.

Doch die politischen Bewegungen von heute tendieren auch zu weniger Pluralismus als die großen Parteien, die die Politik im Nachkriegseuropa beherrschten. Das ergibt durchaus Sinn, wenn man bedenkt, dass „Bewegung“ nicht nur Dynamik impliziert, sondern sich auf die Annahme stützt, dass hinsichtlich des Weges nach vorne vollkommene Einigkeit unter allen Mitgliedern herrscht.

Das Problem ist, dass scheinbar keine Notwendigkeit für umfassende demokratische Debatten besteht, wenn sich vermeintlich alle darüber einig sind, wohin der Weg sie führt. Deshalb konzentrierten sich die Bewegungen, die in den letzten Jahren in Europa – sowohl links als auch rechts – entstanden, trotz aller Betonung der partizipativen Demokratie auf die Stärkung ihrer jeweiligen Spitzenvertreter, statt auf die Ermächtigung der Basis.

Im Falle Macrons und Kurz’ machten sich beide das Gefühl von Dynamik und Zielbewusstsein zunutze, das in der Regel ein Schlüsselmerkmal der Politik derjenigen Bewegungen ist, die auf ein Einzelthema ausgerichtet sind. Kurz hat die gesamte ÖVP seinem Willen unterworfen. Neben dem neuen Namen hat er die internen Strukturen der Partei neu organisiert und die offizielle Parteifarbe von schwarz auf türkis geändert. Das konservative Parteiprogramm hat sich allerdings kaum verändert, was darauf hinweist, dass es bei Kurz’ Aktivitäten in erster Linie um Marketing und die Hervorhebung seiner persönlichen Autorität geht.

Letztendlich sind Podemos, La République En Marche! und Momentum, die Jugendbewegung, die Jeremy Corbyn half, das Parteiprogramm der britischen Labour Party umzugestalten, nicht deswegen wichtig, weil es Bewegungen an sich sind. Ihre Bedeutung gründet vielmehr darauf, dass sie den Bürgern mehr politische Auswahlmöglichkeiten bieten, vor allem denjenigen, die von den vorherrschenden Duopolen frustriert sind – politischen Systemen, die von zwei alteingesessenen Parteien mit beinahe identischem politischen Lösungsangebot beherrscht werden.

In Corbyns Fall konnte man mit Bewegungspolitik die progressive Glaubwürdigkeit der Labour Party wiederherstellen und die vielerorts als neoliberal eingestufte Politik des früheren Premierministers Tony Blair umkehren. Es wäre allerdings naiv zu glauben, dass Bewegungen alleine die Politik in Europa demokratischer machen würden. Im Gegenteil: Aufgrund ihrer stark plebiszitären Führungsformen könnten sie sogar weniger demokratisch agieren als traditionelle Parteien.

Jan-Werner Müller lehrt Politische Theorie und Ideengeschichte an der Universität Princeton. Sein Beitrag wurde in der IPG erstveröffentlicht.

Jan-Werner Müller, IPG-EA 19

 

 

 

 

Merkel trifft Macron. Europa gemeinsam stärken

 

Die Kanzlerin setzt bei der Stärkung Europas auf eine enge Zusammenarbeit mit Frankreich. Sie freue sich, dass beide Länder gemeinsam "den Élysée-Vertrag mit Herausforderungen im 21. Jahrhundert erneuern wollen", sagte Merkel in Paris. Am Montag jährt sich der 55. Jahrestag der Unterzeichnung des Élysée-Vertrags.

 

Deutschland und Frankreich stehen laut Kanzlerin Merkel "dazu bereit", die Herausforderungen im 21. Jahrhundert gemeinsam aktiv anzugehen und dazu den Élysée-Vertrag zu erneuern. Das machte Bundeskanzlerin Angela Merkel am Freitag bei ihrem Besuch in Paris deutlich. Drei Tage vor dem 55-jährigen Jubiläum der Unterzeichnung des Élysée-Vertrags sagte Merkel auf einer gemeinsamen Pressekonferenz mit dem französischen Präsident Emmanuel Macron: "Dieser Vertrag war ein mutiger Schritt. Und deshalb freue ich mich, dass wir uns entschieden haben und uns die Parlamente darum bitten werden, dass wir den Vertrag erneuern im 21. Jahrhundert mit neuen Herausforderungen."

Europa in globaler Welt besser aufstellen

Merkel hob die Breite der bilateralen Beziehungen beider Länder hervor. Im Gegensatz zu der Zeit vor 55 Jahren sei die deutsch-französische Freundschaft heute auch immer in das Thema der Stärkung Europas eingebettet. Es gehe darum, wie man Europa in einer globalen Welt mit neuen Herausforderungen besser aufstellen könne. Dies werde sich auch im neu gefassten Élysée-Vertrag

widerspiegeln, zeigte sich die Kanzlerin überzeugt.

Die enge deutsch-französische Zusammenarbeit gehe weit über bilaterale Themen hinaus. Sie werde auch deutlich beim gemeinsamen Engagement in Afrika, beim Klimaschutz und bei Fragen der wirtschaftlichen, technologischen und wissenschaftlichen Stärkung Europas.

Merkel: Gemeinsam vorangehen

"Deutschland und Frankreich können und sollten dabei in vielen Fragen vorangehen", betonte Merkel. Als ein Beispiel nannte die Kanzlerin die Entwicklung des Unternehmenssteuerrechts. Darüber hinaus machte sich die Kanzlerin bei strategischen Fragen für eine gemeinsame europäische Außenpolitik stark. Es gelte auch, eine gemeinsame Entwicklungspolitik zu entwerfen.

Für dringlich hält Merkel, dass Europa viel entschiedener Investitionen durchsetze, beispielsweise in der Digitalisierung. Zur gemeinsamen Währungspolitik sagte Merkel: "Die Eurozone muss künftig die Avantgarde sein, wenn es um Wettbewerbsfähigkeit geht."

 

"Es muss immer um die Menschen gehen"

Am Abend wollten Merkel und Macron in Paris ein Konzert zur Eröffnung des Debussy-Jahres besuchen, das durch den Pianisten Daniel Barenboim gestaltet wird. Das sei auch für sie etwas ganz Symbolisches, sagte Merkel. Barenboim habe viele Jahre in Paris verbracht und sei jetzt Chef der Staatskapelle in Berlin.

"Er ist so etwas wie ein globaler Bewohner", so die Kanzlerin.  Denn er habe alle Dimensionen der deutsch-französischen Kooperation aber auch der globalen Ausrichtung der Kultur erlebt. "Deshalb sollte dies für uns ein Auftrag sein, nie nur für uns als Politiker zu arbeiten. Sondern immer wieder im Auge zu haben, dass es um die Menschen geht, dass es um die Breite der Beziehungen aller

Menschen geht", erklärte Merkel.        

Ein Freundschaftsvertrag, der bis heute verbindet

Am kommenden Montag feiern Deutschland und Frankreich das 55. Jubiläum der Unterzeichnung des

Élysée-Vertrages. Parlamentarier beider Länder nehmen zunächst an einer Sitzung im Deutschen Bundestag teil. Am Abend folgt in Paris eine gemeinsame Sitzung in der Assemblée Nationale, dem Unterhaus des französischen Parlaments. Bundeskanzlerin Angela Merkel wird an der Veranstaltung im

Deutschen Bundestag teilnehmen.

Am 22. Januar 1963 unterzeichneten der französische Staatspräsident Charles de Gaulle und Bundeskanzler Konrad Adenauer im Élysée-Palast den Vertrag über die deutsch-französische Zusammenarbeit. Der sogenannte Élysée-Vertrag besiegelte den Wunsch beider Nationen nach dauerhafter Partnerschaft und Zusammenarbeit. Er sieht eine weitreichende Zusammenarbeit in politischen, wirtschaftlichen und kulturellen Fragen vor. Hintergrund des Abkommens war die

Erkenntnis auf beiden Seiten, dass nur durch eine verstärkte Zusammenarbeit zwischen Frankreich und Deutschland ein vereintes und damit friedliches Europa zu erreichen sei.

Der Vertrag enthält drei Kernvereinbarungen: einen verbindlichen Konsultationsmechanismus zwischen Präsident und Kanzler sowie der Minister und leitenden Ministerialbeamten, die Verpflichtung, sich in allen wichtigen Fragen der Außen-, Europa- und Verteidigungspolitik abzusprechen und wenn

möglich zu einer gemeinsamen Haltung zu gelangen, sich gemeinsam den Erziehungs- und Jugendfragen zu widmen, um so eine Brücke für die Zukunft zwischen beiden Ländern zu schlagen.

Gemeinsam für eine EU von morgen

Morgen Vormittag reist die Kanzlerin von Paris weiter nach Sofia, um den bulgarischen Ministerpräsidenten Bojko Borissow zu treffen. Mit ihm wird sie vor allem über die gegenwärtige EU-Ratspräsidentschaft Bulgariens sprechen.

Bulgarien hat am 1. Januar zum ersten Mal die Präsidentschaft des Europäischen Rates übernommen.

Das Land ist seit 2007 Mitgliedsland der Europäischen Union. Sein Präsidentschafts-Motto lautet "Einigkeit macht stark". Der Vorsitz im EU-Rat wird von den EU-Mitgliedstaaten im Turnus wahrgenommen und wechselt alle sechs Monate. Pib 20

 

 

 

 

Davos: Warten auf die nächste Krise

 

Die Entwicklung der Menschheit sei „in Gefahr“ und der aktuelle wirtschaftliche Aufschwung könnte die Wurzeln der nächsten großen Krise kaschieren, schreibt das Weltwirtschaftsforum in seinem jährlichen Global Risks Report, der am gestrigen Mittwoch vorgestellt wurde.

Die Wirtschaft taugt wohl nicht mehr als globaler Stimmungsmesser. Denn eigentlich sollte die Laune prächtig sein: Die Weltwirtschaft wächst seit Jahren, die wirtschaftliche Erholung geht zehn Jahre nach Ausbruch der Finanzkrise in allen großen Wirtschaftsnationen weiter und Unternehmer wie Verbraucher zeigen sich robust optimistisch.

Dennoch wird die Stimmung gedrückt sein, wenn sich 2500 Wirtschafts- und Politikführer, darunter 70 Staats- oder Regierungschefs, kommende Woche (23.-26. Januar) im schweizerischen Davos treffen.

Seit einigen Jahren sorgt sich die Elite um mögliche Risiken der fortschreitenden digitalen Revolution und die Schattenseiten der Globalisierung. Diese Phänomene könnten die Ungleichheiten zwischen den Staaten der Welt weiter verschärfen.

Inmitten der Unzufriedenheit und Unsicherheit aufgrund dieser Entwicklungen rief das Weltwirtschaftsforum vergangenes Jahr zu „fundamentalen Reformen des Marktkapitalismus“ auf – nur wenige Tage, bevor Donald Trump sein Amt als US-Präsident antrat.

Die Demokratie steckt in einer „tiefen Krise“, warnt eine Studie. Technologische Umbrüche verschärfen die Ungleichheiten weiter, darum müsse man sich auf „inklusives“ Wachstum konzentrieren. EURACTIV Brüssel berichtet.

Im diesjährigen Bericht heißt es, die „systemischen Herausforderungen“ hätten sich verschärft; „Unsicherheit, Instabilität und Fragilität wuchern.“ Zwar hätten die meisten Menschen dieser Erde inzwischen den höchsten Lebensstandard der Geschichte, doch die Welt zeige sich unfähig, mit komplexen Problemen und Risiken umzugehen.

„Die beschleunigte Verflechtung und Verbindung in allen Bereichen des menschlichen Lebens bringen die Aufnahmekapazitäten von Institutionen, Kommunen und Einzelpersonen an ihre Grenzen.“ Dadurch sei die Entwicklung der Menschheit in Zukunft in Gefahr, heißt es.

Grund dafür sei fehlende Kooperation für positive Veränderungen. Insbesondere Trumps „America First“ ist ein Beispiel für solchen Isolationismus und Nationalismus, der der globalen Zusammenarbeit schadet.

Der US-Präsident wird nächste Woche Freitag in Davos sprechen.

Einkommensunterschiede

Seit Trump vor einem Jahr ins Weiße Haus einzog, hat sich viel getan – eine Reduzierung der Ungleichheit, die vor einem Jahr in der Schweiz besprochen wurde, gehört nicht dazu. In der Auflistung über die globalen Gefahren der kommenden zehn Jahre stehen auch im aktuellen Bericht wieder „Wachsende Einkommens- und Wohlstandsunterschiede“.

Darüber hat sich der globale geschlechterspezifische Graben in den Feldern Gesundheit, Bildung, Politik und Arbeitsplätze 2017 zum ersten Mal vergrößert, seit das Weltwirtschaftsforum im Jahr 2006 anfing, diese Daten zu erfassen.

Erstmals seit 20 Jahren nimmt Juncker wieder am Weltwirtschaftsforum in Davos teil. Für die EU ein Symbol der Bekenntnis zum Multilateralismus.

Der Bericht warnt vor dieser weiterhin bestehenden Ungleichheit, negativen Effekten der digitalen Revolution, hoher struktureller Arbeitslosigkeit und einer Ausweitung der Unterbeschäftigung sowie der hohen Verschuldung, insbesondere in China. Es müsse „genauer auf die Risiken des Ausbruchs einer neuen Krise“ geachtet werden.

Das Forum kritisierte insbesondere protektionistische Maßnahmen „im Rahmen wachsender nationalistischer und populistischer Politik”.

Bereits vergangenen September hatte Klaus Schwab, Gründer und Präsident des Weltwirtschaftsforums, gemahnt: „Unsere Antwort muss die Entwicklung neuer Modelle für Zusammenarbeit sein, die nicht auf eng gesteckten Individualinteressen basieren, sondern auf dem Schicksal der Menschheit als Ganzes.“

Es bleibt abzuwarten, ob diese Ansage bei der US-Delegation angekommen ist. Jorge Valero, Euractiv 19

 

 

 

 

SPD gibt grünes Licht für Koalitionsverhandlungen

 

Bonn - Die SPD hat den Weg für Koalitionsverhandlungen mit der Union freigemacht. Die rund 600 Delegierten gaben beim Sonderparteitag am Sonntag in Bonn nach mehrstündiger kontroverser Debatte grünes Licht für eine entsprechende Empfehlung der Parteispitze: Für Verhandlungen stimmten 362 Delegierte, 279 votierten dagegen, eine Person enthielt sich. Dies entspricht einer Zustimmung von rund 56 Prozent. SPD-Chef Martin Schulz hatte zuvor bei den Delegierten in einer fast einstündigen Rede um Vertrauen geworben. Kurz vor der Abstimmung ergriff er erneut das Wort und sprach von einem Schlüsselmoment in der jüngeren Geschichte der SPD. “Man muss nicht um jeden Preis regieren, aber man darf auch nicht um jeden Preis nicht regieren wollen”, mahnte er.

Gesponsert

Die Koalitionsverhandlungen sollen nun in den nächsten Tagen beginnen. Die Union hat bereits die Erwartung geäußert, dass die Gespräche bis Anfang Februar abgeschlossen werden könnten. Bei einem Nein der Delegierten wären wohl Neuwahlen die Folge gewesen. Auch eine Minderheitsregierung unter Kanzlerin Angela Merkel wäre eine Möglichkeit gewesen. Schulz wäre zudem massiv beschädigt gewesen, aber auch die übrige Parteispitze hatte um Zustimmung geworben. Eine “Groko” ist gleichwohl weiter keine ausgemachte Sache, denn am Ende von Verhandlungen sollen die SPD-Mitglieder bei einer Abstimmung das letzte Wort haben.

Vor gut einer Woche hatten sich CDU/CSU und Sozialdemokraten auf ein Sondierungspapier geeinigt, das die Grundlage für die Verhandlungen bilden soll. In der Partei wurden wie schon in den vergangenen Tagen auch beim Parteitag aber große Vorbehalte gegen die Neuauflage des schwarz-roten Bündnisses deutlich. Vor allem die Jusos machten Front gegen die “Groko”.

Abgestimmt wurde über einen ergänzten Leitantrag, in dem in drei Bereichen “konkret wirksame Verbesserungen” gegenüber dem Ergebnis der Sondierungen mit der Union gefordert werden. So sollen befristete Arbeitsverhältnisse die Ausnahme sein. Außerdem soll “das Ende der Zwei-Klassen-Medizin” eingeleitet werden. Des weiteren wird eine “weitergehende Härtefallregelung” für den Familiennachzug von Flüchtlingen gefordert. Schulz sagte zu, sich in diesen Feldern für Verbesserungen im Sinne seiner Partei einzusetzen. “Die Härtefallregelung wird kommen”, versprach er. Zugleich widersprach er Äußerungen aus der Union, in den Sondierungen sei eine Obergrenze für Flüchtlinge vereinbart worden.

In seiner Rede warb Schulz massiv für das Sondierungspapier, in dem “sehr viel sozialdemokratische Politik durchgesetzt worden” sei. Die SPD habe die Chance, Europa neu zu gestalten und mehr soziale Gerechtigkeit nicht nur in Deutschland, sondern auf dem gesamten Kontinent herzustellen. “In meinen Augen wäre es fahrlässig, diese Chance jetzt nicht zu ergreifen”, mahnte Schulz. Es lohne sich, beharrlich für “Erneuerung, Zusammenhalt und Vertrauen” zu streiten und am Ende den 440.000 Mitgliedern die endgültige Entscheidung zu überlassen.

Der 62-Jährige versicherte, die SPD werde in einer Koalition nicht nur bloßer Juniorpartner oder Umsetzungsgehilfe sein. Auch werde sie Fälle von Vertragsbruch wie in der vergangenen Wahlperiode wie etwa bei dem eigentlich schon 2013 angepeilten Rückkehrrecht von Teilzeit in Vollzeit nicht mehr tolerieren. Schulz versprach zudem eine Klausel im Koalitionsvertrag, die eine “kritische Bestandsaufnahme” zur Halbzeit der Koalition ermöglichen soll.

Der SPD-Chef sagte seiner Partei zu, dass sie sich auch im Falle einer Koalition umfassend erneuern werde. “Regieren und Erneuern sind kein Gegensatz.” Schulz kündigte an, er werde zusammen mit Generalsekretär Lars Klingbeil im März einen Fahrplan für den Erneuerungsprozess als Konsequenz aus dem Wahlergebnis von 20,5 Prozent vorstellen. Eine Sorge der “Groko”-Gegner ist, dass die Modernisierung der Partei zu kurz kommen könnte.

Aber auch “Groko”-Gegner erhielten für ihre Beiträge stets lautstarken Applaus. Juso-Chef Kevin Kühnert warb für einen Neuanfang in der Opposition. “Und das heißt heute: einmal ein Zwerg sein, um zukünftig vielleicht wieder Riesen sein zu können.” Die Auffassung, “eigentlich wollen wir ja nicht, aber wir müssen doch”, führe in eine “Endlosschleife, in der wir seit so vielen Jahren drin sind”. Auch die Parteilinke Hilde Mattheis warnte: “Wir gehen aus jeder großen Koalition schwächer raus.”

Schulz verwies auf Beschlüsse in den Sondierungen bei Rente, Arbeit, Gesundheit und Bildung. Es seien auch spürbare finanzielle Verbesserungen für Millionen von Menschen erreicht worden. Darüber hinaus sei das Sondierungspapier ein “Manifest eines europäischen Deutschlands”, das sich seiner Verantwortung für Freiheit und Demokratie, für Zusammenhalt und Solidarität in Europa bewusst sei. Schulz hatte die Partei nach der Wahl am 24. September zunächst auf einen Oppositionskurs eingeschworen, nach dem Aus der Jamaika-Sondierungen im November aber umgesteuert.

Für ein Ja zu Koalitionsverhandlungen warf sich auch Fraktionschefin Andrea Nahles in die Bresche. Sie kündigte an: “Wir werden verhandeln bis es quietscht auf der anderen Seite.” Der bayerische Innenminister Joachim Herrmann entgegnete: “Wann’s bei uns quietscht, das entscheiden wir.” Er sei jetzt erstmal froh über das Votum der SPD. Der CSU-Finanzexperte und Vorsitzende der Mittelstands-Union, Hans Michelbach, forderte von der SPD nun ein “Zeichen der Verlässlichkeit”.  (Thorsten Severin, Holger Hansen, reuters 21)

 

 

 

 

Antisemitismus-Beauftragter. Parlament verabschiedet Antrag zur Bekämpfung von Judenhass

 

Die Beschimpfung eines jüdischen Restaurantbesitzers und brennende Israel-Flaggen in Berlin sorgten für Entsetzen. Am Donnerstag setzte der Bundestag ein Zeichen gegen Antisemitismus und forderte einen Beauftragten in der künftigen Regierung.

 

Der Bundestag hat die künftige Bundesregierung zur Berufung eines unabhängigen Antisemitismus-Beauftragten aufgefordert. Ein gemeinsamer Antrag von Union, SPD, FDP und Grünen zur Bekämpfung von Judenhass wurde am Donnerstag einstimmig bei Enthaltung der Linksfraktion vom Parlament verabschiedet. Neben der Schaffung eines Beauftragten fordert der Antrag weitere Maßnahmen, um künftig wirksamer gegen Antisemitismus vorzugehen.

Aktueller Anlass der Debatte gut eine Woche vor dem Holocaust-Gedenktag waren unter anderem die Beschimpfung eines jüdischen Restaurantbesitzers und das Verbrennen der israelischen Flagge vor dem Brandenburger Tor in Berlin. Beides sorgte für Schlagzeilen und Entsetzen in Gesellschaft und Politik. Recherchen von „Übermedien“ zeigten später, dass viele Medienberichte über antisemitische Vorfälle bei Demonstrationen auf falschen Angaben beruhten.

Fast alle antisemitischen Straftaten kommen von rechts

Der Vorsitzende der Unionsfraktion, Volker Kauder (CDU), sagte, ein großer Teil des Antisemitismus komme nach wie vor aus der Richtung des Rechtsextremismus. 90 Prozent der antisemitischen Straftaten kämen von rechts, sagte die SPD-Politikerin Kerstin Griese. Es gebe aber auch eine wachsende Zahl antisemitischer Handlungen von Zuwanderern aus Nordafrika sowie dem Nahen und Mittleren Osten, ergänzte Kauder. Beides dürfe nicht zugelassen werden.

Im Antrag findet sich mit Blick auf Antisemitismus unter Zuwanderern die Forderung, bei möglichen Abschiebungen Aufrufe zu antisemitischem Hass als „besonders schwerwiegendes Ausweisungsinteresse“ zu werten und die Aufklärung über den Nationalsozialismus in den Integrationskursen zu verstärken. Zudem wird gefordert, zivilgesellschaftliches Engagement gegen Antisemitismus umfassender zu fördern und dabei auch muslimische Gemeinden als Partner zu gewinnen.

Forderung nach Antisemitismus-Beauftragten

Die zentralste Forderung des Antrags ist die nach dem Antisemitismusbeauftragten. Er ist eine der wesentlichen Empfehlungen der vom Bundestag eingesetzten Expertenkommission Antisemitismus, die im vergangenen Jahr ihren Abschlussbericht vorgelegt hatte. Der Beauftragte soll dem Antrag zufolge ressortübergreifend Maßnahmen der Bundesregierung gegen Judenhass koordinieren sowie Ansprechpartner für jüdische Gemeinden, Zivilgesellschaft und Bundesländer sein. Regierungsvertreter, darunter Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU), haben dies bereits befürwortet. Kauder versprach am Donnerstag, dass die Union dies „auf jeden Fall“ in jeder Koalition durchsetzen werde.

Gefordert wurde solch eine Stelle auch vom Zentralrat der Juden. Ein Beauftragter könne „längerfristig und ohne Ressortdenken“ die Entwicklungen beim Thema Antisemitismus beobachten sowie Strategien und Maßnahmen zur Bekämpfung entwickeln und koordinieren, sagte dessen Präsident Josef Schuster. Der deutsch-israelische Historiker Michael Wolffsohn äußerte sich dagegen skeptisch. Dies sei eine „gute gemeinte, jedoch völlig naive Bürokratenidee“, deren Effektivität er anzweifle, sagte er dem MDR. Die frühere Zentralrats-Präsidentin Charlotte Knobloch begrüßte den Beschluss des Bundestages. „Endlich will Deutschland seiner Verantwortung gegen Judenhass angemessen gerecht werden“, erklärte sie in München.

AfD stimmt für Antrag

Die Festlegung auf eine Ansiedlung des Beauftragten im Bundesinnenministerium aus einer ursprünglichen Antragsfassung aus der Unionsfraktion findet sich im verabschiedeten Dokument nicht mehr. Die SPD plädiert dafür, dass der Beauftragte seinen Sitz im Kanzleramt hat.

Für den Antrag mit der Überschrift „Antisemitismus entschlossen bekämpfen“ stimmte auch die AfD. Als Rednerin im Parlament verwies Beatrix von Storch vor allem auf Antisemitismus unter Migranten.

Schuster: AfD würde auch gegen Juden hetzen

Redner von SPD, FDP und Grünen warfen der Partei hingegen vor, in den eigenen Reihen weiter Björn Höcke auch nach seiner Rede mit der Kritik am Berliner Holocaust-Mahnmal zu dulden. Nicht überzeugt von der AfD-Zustimmung zeigte sich auch Aiman Mazyek, Vorsitzender des Zentralrats der Muslime. „Wer gegen Muslime hetzt, taugt nicht als Verteidiger gegen judenfeindlicher Angriffe“, schrieb Mazyek auf dem Kurznachrichtendienst Twitter.

Ähnliche sieht es Zentralrats-Präsident Schuster. „Nach meinem Eindruck versucht die AfD, das Thema Antisemitismus bei Migranten zu instrumentalisieren, um Migranten generell zu verunglimpfen“, sagte Schuster. Das lehnte er ab und ergänzte: „Ich gehe davon aus, dass die AfD auch gegen Juden hetzen würde, wenn es politisch für sie von Vorteil wäre.“ (epd/mig 19)

 

 

 

Italien hält weiter an humanitären Korridoren fest

 

Italiens Ministerpräsident Paolo Gentiloni hat den Kirchen des Landes zugesichert, dass seine Regierung an den humanitären Korridoren für Kriegsflüchtlinge festhalten wolle. Dies schrieb er in einem Brief an die katholische Gemeinschaft Sant'Egidio, den Bund evangelischer Kirchen und die Tafel der Waldenser, den Sant'Egidio am Mittwoch veröffentlicht hat. Darin bedankte sich Gentiloni auch für die bisherige Zusammenarbeit.

Im Rahmen des von den Vereinten Nationen angestrebten globalen Abkommens (Global Compact) für Flüchtlinge wolle Italien sich für das Modell der humanitären Korridore stark machen, schrieb Gentiloni. Innerhalb der EU hingegen gelte es weiterhin, Menschenleben zu retten und außerdem die Lasten und Aufgaben bei der Betreuung von Flüchtlingen zu verteilen.

Für die schwierige Lage in Libyen setze seine Regierung darauf, die am meisten gefährdeten Migranten über den Niger sicher nach Italien zu bringen: Auf diese Weise könnten auch aus Libyen solche Korridore geöffnet werden. Gleichzeitig könne die allmähliche Rückkehr von UN-Mitarbeitern nach Libyen eine sichere Rückführung von Migranten aus diesem Land mit vorbereiten, so Gentiloni. Das Thema Migration ist eines der Hauptthemen im aktuellen Wahlkampf; am 4. März wählt Italien ein neues Parlament.

Nach Angaben von Sant'Egidio ist derzeit eine Mission nach Äthiopien unterwegs, um dort einen humanitären Korridor für rund 100 Flüchtlinge vorzubereiten. Im Dezember hatten Sant'Egidio und die anderen kirchlichen Träger mit dem Innen- und Außenministerium in Rom ein neues Abkommen zu humanitären Korridoren für weitere 1.000 Flüchtlinge unterzeichnet. Kurz vor Weihnachten waren über diesen Weg bereits 162 Menschen aus libyschen Lagern nach Italien gekommen. (kap - cs) 18

 

 

 

»Mein Paradies ist hier!«

 

Was für eine bizarre Szene an diesem heißen Novemberabend in Abidjan, der Hauptstadt der westafrikanischen Côte d’Ivoire (Elfenbeinküste): ein Stadion, gefüllt mit jungen Menschen, skandiert auf Geheiß des ivorischen Fußballsuperstars Didier Drogba: »Ich schwöre, ich wandere nicht aus! Ich schwöre, ich wandere nicht aus! Ich schwöre, ich wandere nicht aus!« Die Menge eingeheizt hatte die auch international bekannte ivorische Band »Magic System« auf der Veranstaltung am Vorabend des 5. Gipfeltreffens von Afrikanischer und Europäischer Union (AU-EU). Das Stadion brummt unter Rufen und Gesängen Hunderter junger Leute, die alle auf die Ankunft Drogbas warten, eines Idols der ivorischen Jugend.

Es handelte sich nicht um ein einfaches Konzert. Vielmehr befand ich mich inmitten eines von der EU finanzierten Propagandaevents gegen Migration. Die kurzen Ansprachen zwischen den Songs, Drogbas Rede, die Interventionen der hochrangigen Gäste, alles hatte die gleiche Botschaft: »Auswandern ist keine Lösung für unsere Probleme«, sagte der Sänger der Band. »Die beste Art, glücklich zu werden, ist, hier bei uns zu bleiben.« Die Ehrengäste, darunter die Minister für Jugend und Kultur, folgten in gleicher Manier: »Wir haben dieses Konzert nicht nur organisiert, um Jugendliche über die praktische Ausbildung zu informieren, sondern vor allem, um über illegale Migration aufzuklären.«

»Sensibilisierungs- und Aufklärungskampagnen« sind ein zentraler Bestandteil von Europas »Fluchtursachenbekämpfung«. Der 2015 geschaffene Nothilfetreuhandfonds der EU »zur Unterstützung der Stabilität und zur Bekämpfung der Ursachen von irregulärer Migration und Vertreibungen in Afrika« stellt eine Million Euro für »die Schaffung eines Bewusstseins für die Gefahren der illegalen Migration« bereit. Einzelne Mitgliedsstaaten geben für ähnliche Maßnahmen noch einmal zusätzliches Geld.

Wie will die EU zukünftig sicherstellen, dass die europäischen Entwicklungsziele nicht vorrangig als Belohnung für Maßnahmen der Migrationskontrolle dienen?

Das Konzert war nicht die einzige Nebenveranstaltung des EU-AU-Gipfels in Abidjan. Einige Tage später fand ich mich im Publikum einer Podiumsdiskussion wieder, bei der acht Gäste zwei Stunden über Fluchtursachen diskutierten, ohne dass ein einziges Mal die Rolle Europas zur Sprache gekommen wäre. Finanziert vom Auswärtigen Amt und unterstützt von der Internationalen Organisation für Migration (IOM), organisierte das Französische Institut in Abidjan eine Diskussion und Filmvorführung darüber, wie die Debatte um Migration »entemotionalisiert« werden könne.

In Wahrheit war die Veranstaltung selbst jedoch voller Emotionen: traurige Gesichter von Müttern, die ihre flüchtenden Kinder an die See verloren haben, gruselige Filmaufnahmen toter Körper, die an die Strände des Mittelmeers schwappen, verstörende Handyclips eines Mannes, der in einer libyschen Zelle verzweifelt »Helft mir!« flüstert, bevor er von seinen Peinigern ins Gesicht geschlagen wird, und zum Schluss deprimierte Geflüchtete, die, zurück in Westafrika, aus dem Abschiebeflieger steigen. Die Botschaft hätte nicht klarer sein können: Wenn du emigrierst, passiert dir all das, und du bist selbst Schuld.

Im Raum sind Infomaterialien verteilt, die das noch einmal wiederholen. »Nein zur ungeregelten Migration!« steht auch auf der Vorderseite der Umhängetaschen, die auf Stühlen zum Mitnehmen liegen. Auf der anderen Seite in den Umrissen der Côte d’Ivoire: »Mein Paradies ist hier.« Ein Poster proklamiert: »Das Meer tötet, die Wüste auch. Nein zur illegalen Migration!« Dasselbe ist auch auf großformatigen Werbeplakaten zu lesen, die entlang der Hauptfluchtrouten in ganz Westafrika aufgestellt wurden.

Einige Wochen vor meinem Aufenthalt in Abidjan besuchte ich in der Hauptstadt Äthiopiens, Addis Abeba, eine Konferenz der Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ). Für »Africa talks Jobs« wurden mehr als 300 Jugendliche aus Afrika und Europa eingeflogen, um darüber zu diskutieren, wie Afrikas Jugend in Arbeit gebracht werden kann, vor Ort natürlich. Europas Rolle war wieder nur auf die des wohlwollenden Unterstützers beschränkt. Kritische Stimmen? Fehlanzeige.

Die Europäische Union und ihre Mitgliedsstaaten geben viel Geld dafür aus, jungen Menschen in Afrika zu erzählen, wie schön ihr eigenes Land ist. Gleichzeitig tragen ihre Handelspraktiken entscheidend dazu bei, dass der Kontinent der Bevölkerung nicht viel zu bieten hat.

Ein Beispiel: Das Hauptexportprodukt der Côte d’Ivoire (Elfenbeinküste) ist Kakao. Mit einem jährlichen Wert von 3,75 Milliarden US-Dollar macht der Rohstoff rund ein Drittel aller Exporte des Landes aus. Die EU hingegen exportiert jedes Jahr Schokolade im Wert von 18 Milliarden US-Dollar. Das sind 75 Prozent der globalen jährlichen Schokoladenexporte. Der gesamte afrikanische Kontinent, wo die Kakaobäume ja unter anderem bekanntlich wachsen, bleibt mit weniger als 200 Millionen US-Dollar weit dahinter zurück. Wie kann es sein, dass Europa, wo ein Kakaobaum außerhalb eines Tropenhauses nicht überleben würde, 90mal soviel Geld mit Schokolade macht als Afrika, wo die Hauptzutat wächst?

Der Sklavenhandel in Libyen zeigt, dass kurzfristige Lösungen in Migrationsfragen verheerende Auswirkungen für junge Afrikaner haben können, so Marije Balt.

Die Antwort ist einfach: Handelsbeziehungen, die sich seit der Kolonialzeit kaum verändert haben. Die Zollpolitik gegenüber den afrikanischen Staaten erlaubt den freien Import von Kakaobohnen nach Europa. Verarbeitete Produkte, zum Beispiel Schokolade, werden jedoch mit Einfuhrzöllen belegt, die eine Verarbeitung des Kakaos vor Ort unrentabel machen. Die großen Profite werden dort generiert, wo die Bohnen verarbeitet werden.

Wollte Europa ernsthaft etwas gegen Fluchtursachen unternehmen, beispielsweise durch die Schaffung von Jobs, wäre eine entsprechende Anpassung der Handelspolitik ein guter Ausgangspunkt. Würde der Kakao in Westafrika zu Schokolade verarbeitet, würden dazu mit einem Mal Tausende, wenn nicht sogar Millionen Jobs geschaffen. Ganze Produktionsketten könnten entstehen, die mit Blick auf die wachsende Bevölkerung Afrikas auch dringend benötigt werden. EU und Afrikanische Union kennen diese Fakten und geben vor, daran zu arbeiten. Die europäische Handelspolitik aber »pro-poor« zu gestalten, also im Rahmen der vielzitierten Harmonisierung aller Politikbereiche im Sinne der Armen, hat für Europa scheinbar keine Priorität.

Die Beispiele zeigen, wie riskant es für progressive Kräfte ist, blind auf den Zug der Erzählung von der »Fluchtursachenbekämpfung« aufzuspringen. Im besten Fall ist das nur ineffizient. Wahrscheinlicher jedoch ist, dass die Erzählung von den eigentlichen Problemen ablenkt und der Erhaltung des ungerechten Status quo dient. Für linke und progressive Kräfte kann die Bekämpfung der Fluchtursachen nur heißen, systemische Veränderungen anzustoßen. Würde Europa sein ausbeuterisches Handelssystem ändern, anstatt Fußballspieler zu Propagandainstrumenten zu machen, wer weiß, vielleicht wäre Côte d’Ivoire dann wirklich ein Paradies für die eigene Jugend. Fabian Wagner EA 18

 

 

 

Interview mit DIW-Präsident Fratzscher. „Wichtiger als Obergrenzen wären klare Bekenntnisse zur Integration“

 

Union und SPD wollen nach eigenem Bekunden „den sozialen Zusammenhalt in Deutschland stärken“. DIW-Präsident Marcel Fratzscher zufolge gehen die Verabredungen in Migrationsfragen jedoch nicht in Richtung eines Zusammenhalts der Gesellschaft. Von Markus Jantzer

 

Inwieweit sind die Sondierungsbeschlüsse von CDU, CSU und SPD geeignet, eine Politik in Deutschland zu verwirklichen, die wirksam die große Ungleichheit bei Einkommen, Vermögen und Chancen reduziert?

Marcel Fratzscher ist ein deutscher Ökonom. Er leitet seit 1. Februar 2013 das Deutsche Institut für Wirtschaftsforschung (DIW) und ist Professor für Makroökonomie an der Humboldt-Universität zu Berlin.

Marcel Fratzscher: Die Ergebnisse der Sondierungen gehen in vielen Punkten grundsätzlich in die richtige Richtung. Es werden zahlreiche wichtige Themen angesprochen und einiges vorgeschlagen. Die Vorschläge zur Grundsicherung im Alter sind positiv zu bewerten, ebenso wie der Fokus auf Langzeitarbeitslose – wobei man sich hier ambitionierte Zielsetzungen wünschen würde. Insgesamt ist mein Eindruck, dass den Koalitionären die Bedeutung des Themas Ungleichheit bewusst ist, dass aber, was die tatsächliche Politik angeht, vieles noch konkretisiert werden muss.

Wird eine Regierungspolitik auf der Basis der Sondierungsbeschlüsse den gesellschaftlichen Zusammenhalt in Deutschland stärken?

Marcel Fratzscher: Das lässt sich natürlich ganz schwer abschließend sagen. Positiv ist grundsätzlich, dass das Sondierungspapier an vielen Stellen tatsächlich die Schwächsten in den Fokus nimmt. Es gibt auch gute Ansätze zum Beispiel im Bereich Bildung. Ich denke da insbesondere an die Lockerung des Kooperationsverbots, die es erlauben wird, die Bildungspolitik ein Stück voranzubringen. Gerade da liegen die großen Herausforderungen: Das Bildungssystem in Deutschland muss sozial durchlässiger werden, und zwar nicht nur die Schule, sondern auch die berufliche Bildung und die Weiterbildung, damit alle Menschen die Chancen, die die Digitalisierung und der Wandel der Arbeitswelt eröffnen, auch ergreifen können. Die Verabredungen zu Migrationsfragen wiederum gehen nicht unbedingt in Richtung eines Zusammenhalts der Gesellschaft.

„Um sich in Deutschland zu integrieren und überhaupt integrieren zu wollen, brauchen diese Menschen eine Perspektive für sich und ihre Familien. Wenn aber bei den Regelungen zum Familiennachzug ein Riegel vorgeschoben wird, wirkt es genau in die andere Richtung.“

Wird mit den neu beschlossenen Restriktionen mit jährlichen Obergrenzen und engen Voraussetzungen beim Familiennachzug in der Flüchtlingspolitik die Integration von Migranten besser gelingen?

Marcel Fratzscher: Wichtiger als Obergrenzen und Verbote wären klare Bekenntnisse zur Integration gewesen. Ich vermisse bisher einen klaren Plan, wie Geflüchteten die Sprache besser vermittelt werden kann, wie sie im Bildungs- und Qualifikationssystem ihren Platz finden. Um sich in Deutschland zu integrieren und überhaupt integrieren zu wollen, brauchen diese Menschen eine Perspektive für sich und ihre Familien. Wenn aber bei den Regelungen zum Familiennachzug ein Riegel vorgeschoben wird, wirkt es genau in die andere Richtung.

Eine neue große Koalition will erklärtermaßen möglichst schnell die Situation in der Pflege verbessern. Dazu zählen vor allem mehr Fachpersonal und höhere Gehälter. Wann rechnen Sie mit spürbaren Verbesserungen für Pflegekräfte und Pflegebedürftige?

Marcel Fratzscher: In diesem extrem wichtigen Punkt bleiben die Sondierungsergebnisse konkrete Antworten schuldig. Die Bekundungen der Koalitionäre zeugen davon, dass diese sich des Ernstes der Lage bewusst sind. Es ist zu hoffen, dass dieser Punkt in den tatsächlichen Verhandlungen ausgearbeitet wird. (epd/mig 18)

 

 

 

Jugendarbeitslosigkeit: Die EU muss den wirtschaftlichen Aufschwung nutzen

 

Trotz positiver Entwicklungen sieht sich die EU nach wie vor niedrigen Investitionen, hoher Jugendarbeitslosigkeit und sozialen Brüchen in der gesamten Union gegenüber.

Vergangenen November hatte die Europäische Kommission die höchsten Wachstumsraten seit der Finanzkrise 2007/2008 angekündigt. Die EU-Exekutive korrigierte ihre Vorhersagen für 2017 und 2018 nach oben.

Auch die Arbeitslosigkeit sinkt weiter. Sie steht in der gesamten EU bei aktuell 7,3 Prozent. Darüber hinaus gleichen die EU-Staaten ihre Haushalte langsam aus: Das durchschnittliche Defizit steht bei 1,1 Prozent des BIP.

Doch die Qualität der wirtschaftlichen Erholung ist alles andere als optimal. Aus Sicht von Marco Buti, Direktor der Generaldirektion Wirtschaft und Finanzen, ist „die Erholung nicht komplett, und mehrere Aspekte der Wirtschaftsexpansion sind weiterhin atypisch.“

Tatsächlich sind die europäischen Volkswirtschaften weiterhin hoch verschuldet – und die Zahl der Niedriglohnjobs ist sehr hoch. Der Chef der Europäischen Zentralbank, Mario Draghi, warnt seit Monaten vor den Gefahren solcher schlecht bezahlter Jobs und ihrem Einfluss auf die Inflation.

Gehälter in Mittelosteuropa sind auf unter 30 Prozent des deutschen Durchschnitts gefallen. Derweil wächst die Produktion beständig.

Auch Wirtschaftskommissar Pierre Moscovici erklärte vergangenen November, der wirtschaftliche Aufschwung sei sehr viel „gedämpfter“ als nach vorherigen Krisen. Dies liege am „trägen“ Lohnzuwachs in den EU-Staaten.

Zusätzlich dazu bleiben die öffentlichen Investitionen weiterhin hinter den Ausgaben aus den Zeiten vor der Krise zurück. Sie stehen nur für einen niedrigen Prozentsatz der BIPs der EU-Mitglieder – trotz Initiativen wie dem Europäischen Fonds für strategische Investitionen.

Für viele junge Europäer ist die Angst um ohnehin unsichere Jobs inzwischen normal, ebenso wie niedrige Löhne und befristete Verträge.

Schlechter dran als die Eltern

In seinem Weißbuch zur Zukunft Europas schrieb Kommissionspräsident Jean-Claude Juncker im März 2017, es gebe die „Gefahr, dass es der heutigen Jugend schlechter gehen wird als ihre Eltern.“

In Zeiten eines sich verschärfenden Wettbewerbs und technologischer Revolutionen kann Europa es sich jedoch nicht leisten, seine am besten ausgebildete Generation zu vergraulen.

Im kommenden Jahrzehnt sollen Investments in die Bildung von jungen Menschen sowie in die Wissenschaft daher eine Top-Priorität des EU-Budgets werden. Vergangene Woche hatte Haushaltskommissar Günther Oettinger bereits angekündigt, das Austauschprogramm Erasmus und das Wissenschaftsprojekt Horizon 2020 seien die einzigen beiden EU-Programme, die im kommenden mehrjährigen Finanzrahmen ab 2021 nicht von Kürzungen betroffen sein werden.

Auch in den Haushaltsverhandlungen für das Jahr 2018 spielte der Fokus auf die Jugend sowie eine intensivere Förderung von entsprechenden Investitionen und Initiativen eine wichtige Rolle.

So verhinderte das Europäische Parlament im Herbst, dass die Mitgliedstaaten Kürzungen in Höhe von insgesamt 750 Millionen Euro für Programme aus dem Bereich „Wachstum und Arbeitsplätze“ vornehmen. Gleichzeitig wurden die Gelder für die Beschäftigungsinitiative für junge Menschen um 116,7 Millionen auf insgesamt 350 Millionen Euro erhöht.

Die EU-Kommission will mit einer Plastiksteuer und einer Reform des Emissionshandels nach dem Brexit das entstandene Haushaltsloch stopfen.

Mehr Geld 

Das Parlament und die Mitgliedstaaten einigten sich außerdem darauf, zusätzliche 110 Millionen Euro für Horizon 2020 und 24 Millionen Euro für Erasmus aufzuwenden.

Trotzdem sind weitere Maßnahmen der Nationalstaaten sowie des Privatsektors notwendig, um jungen Menschen mehr (Job-) Möglichkeiten, bessere Gehälter und Investitionen auf Vorkrisen-Niveau zu bieten.

Es geht um viel. Aus Sicht der sozialdemokratischen EU-Parlamentsabgeordneten Maria Joao Rodrigues bleiben die sozialen Brüche innerhalb der europäischen Gesellschaften eine langfristige Herausforderung für die Stabilität der EU. Diese Gräben zu schließen müsse deswegen eine der Prioritäten der kommenden Jahre sein.

Strukturreformen 2.0

Als Teil ihrer Initiative für ‚Strukturreformen 2.0‘ will die Kommission das Funktionieren des Arbeitsmarktes sowie die Erwerbsbeteiligung erhöhen, bessere Bildungs- und Ausbildungssysteme fördern, technologische Innovationen unterstützen und den Binnenmarkt der EU komplettieren.

Aus Sicht des Direktors der Europa-Abteilung des Internationalen Währungsfonds Poul Thomsen gibt es aber „deutliche Grenzen dafür, was Brüssel tun kann, um Reformen in den Mitgliedstaaten anzutreiben.“

Mit Blick auf seine Erfahrungen in den Rettungsprogrammen in Ländern wie Griechenland und Portugal erklärt er, Reformen seien langfristig am erfolgreichsten, wenn sie „möglichst hausgemacht“ sind oder erscheinen.

Thomsens Ansicht nach bietet „die derzeitige, starke zyklische Erholung die besten wirtschaftlichen Voraussetzungen“ zur Umsetzung entsprechender Reformen. Europa dürfe diese Möglichkeiten nicht verspielen. Jorge Valero

EA 15

 

 

 

Statistik für 2017. Asylanträge in Europa mehr als halbiert

 

Die Zahl der Asylanträge in der Europäischen Union sind im vergangenen Jahr deutlich zurückgegangen. Jeder Dritte Flüchtling beantragte in Deutschland Schutz. Das geht aus Zahlen der EU-Statistikbehörde Eurostat hervor.

In der Europäischen Union haben 2017 deutlich weniger Flüchtlinge einen Asylantrag gestellt. In den ersten neun Monaten des Jahres registrierten die 28 Mitgliedsstaaten insgesamt etwa 480.000 Erstanträge, wie aus Zahlen der EU-Statistikbehörde Eurostat hervorgeht. 2016 und 2015 hatte die Zahl noch bei jeweils rund 1,2 Millionen für das jeweilige Gesamtjahr gelegen. Fast ein Drittel der Flüchtlinge beantragte in Deutschland Schutz: Von Januar bis September 2017 wurden dort 137.000 Erstanträge registriert.

Weniger als die Hälfte der Asylanträge würden mittlerweile in erster Instanz anerkannt, berichteten die Zeitungen der Funke Mediengruppe. Die Quote der positiven Entscheidungen habe noch im zweiten Halbjahr 2016 in der EU bei 62 Prozent gelegen. Im ersten Halbjahr 2017 sei sie auf 48 Prozent gesunken. Im dritten Quartal habe sie nur noch 43 Prozent betragen.

Kritik an Osteuropa und Österreich

Der luxemburgische Außenminister Jean Asselborn warf den osteuropäischen EU-Ländern und Österreich in der Flüchtlingsdebatte vor, sich von den Ländern am Rande der Europäischen Union zu entsolidarisieren. Man könne zwar den Brenner schließen, nicht aber die Außengrenzen der EU, sagte er im Deutschlandfunk – außer man lasse die Menschen ertrinken oder erschieße sie im Wasser. Die Herausforderungen der Flüchtlingspolitik hätten eine europäische Dimension, betonte Asselborn. Darum müsse auch die Lösung eine europäische sein.

Der Fraktionsvorsitzende der Europäischen Volkspartei im Europäischen Parlament, Manfred Weber, sprach sich für eine stärkere Überwachung der Außengrenzen aus. Er warf der griechischen Regierung vor, die Grenzen nicht ausreichend zu kontrollieren. Die EU-Kommission solle nun prüfen, zusätzliche Frontex-Einheiten zu entsenden. „Die EU-Grenzen müssen an den kritischen Stellen endlich von EU-Personal überwacht werden“, forderte Weber.

(epd/mig 16)

 

 

 

Große Koalition. Einigung bei Obergrenze, Familiennachzug bei Flüchtlingen und Fachkräfteeinwanderung

 

Spitzen von Union und SPD haben sich auf eine sogenannte Obergrenze, Begrenzung des Familiennachzugs bei Flüchtlingen und auf ein Gesetz zur Steuerung der Fachkräfteeinwanderung geeinigt. Zuvor muss aber der SPD-Parteitag zustimmen. Türkische Gemeinde kritisiert Sondierungspapier scharf

Die Spitzen von Union und SPD haben sich auf Eckpunkte einer möglichen neuen großen Koalition geeinigt. Das Sondierungspapier, das die Parteivorsitzenden Angela Merkel (CDU), Martin Schulz (SPD) und Horst Seehofer (CSU) am Freitagvormittag in Berlin nach fast 24-stündigen Verhandlungen vorstellten, enthält bereits detaillierte Kompromisse unter anderem zu den bisher strittigen Themen Flüchtlingspolitik, Gesundheit und Finanzen. Die drei Parteichefs sprachen für die Aufnahme von Koalitionsverhandlungen aus. Bei der SPD muss darüber ein Sonderparteitag am 21. Januar in Bonn entscheiden.

Merkel betonte, das Sondierungsergebnis sei ein „Papier des Gebens und des Nehmens“. Seehofer zeigte sich „hochzufrieden“ und sprach von einem politischen „Aufbruch“. Schulz sagte, es gehe um Erneuerung und Zusammenhalt in Deutschland.

Aus dem Sondierungspapier: „Grundrecht auf Asyl nicht antasten: Wir bekennen uns strikt zum Recht auf Asyl und zum Grundwertekatalog im Grundgesetz, zur Genfer Flüchtlingskonvention, zu den aus dem Recht der EU resultierenden Verpflichtungen zur Bearbeitung jedes Asylantrags sowie zur UN-Kinderrechtskonvention.“

Maximal 1.000 Familienangehörige pro Monat

Das Papier enthält Forderungen der Union, darunter eine Begrenzung der Flüchtlingszuwanderung auf 180.000 bis 220.000 Menschen pro Jahr. Beim bis zuletzt strittigen Thema Familiennachzug bei Flüchtlingen mit eingeschränktem Schutz soll es eine Neuregelung geben. Demnach soll es einen „geordneten“ und „gestaffelten“ Familiennachzug „nur aus humanitären Gründen“ geben, in dessen Rahmen pro Monat maximal 1.000 Angehörige kommen könnten. Im Gegenzug sollen die 1.000 freiwilligen Aufnahmen pro Monat von Migranten aus Griechenland und Italien wegfallen.

Union und SPD einigten sich zudem auf ein „Fachkräfteeinwanderungsgesetz“, das den Zuzug qualifizierter Arbeitskräfte nach Deutschland „ordnen und steuern“ soll. Der Solidaritätszuschlag soll der Einigung zufolge schrittweise abgeschafft werden. Ein erster Schritt in dieser Wahlperiode soll dazu führen, dass 90 Prozent der Steuerpflichtigen den Soli nicht mehr zahlen müssten.

Zusätzliche Ausgaben von 45 Milliarden Euro

In der Familienpolitik sind mehr Hilfen für Geringverdiener, ein Rechtsanspruch auf Ganztagsbetreuung in Grundschulen vorgesehen und eine Kindergelderhöhung um 25 Euro in zwei Schritten. Der Anstieg der Mieten soll gebremst und der Wohnungsbau weiter gefördert werden. Der Beitrag zur Arbeitslosenversicherung soll auf 2,7 Prozent sinken.

Insgesamt belaufen sich die Vorhaben auf zusätzliche Ausgaben in Höhe von 45 Milliarden Euro in vier Jahren. Der größte Teil davon entfällt auf die Bereiche Verkehr und Infrastruktur, worunter auch das Feld Digitalisierung fällt, Familie und Soziales sowie die finanzielle Entlastung der Bürger.

Steinmeier hofft auf baldige Regierungsbildung

Die Partei- und Fraktionschefs sowie die Sondierungsteams aller drei Parteien hatten die ganze Nacht zum Freitag im Willy-Brandt-Haus, der SPD-Parteizentrale, verhandelt. Teilnehmer schilderten die Gespräche als schwierig. Merkel und Schulz bezeichneten sie als „intensiv“. Der SPD-Chef sprach zudem von einem „konstruktiven“ und „sehr fairen Geist“. Seehofer äußerte die Hoffnung, eine Regierungsbildung „vor Ostern“ hinzubekommen.

Bundespräsident Frank-Walter Steinmeier sagte dem Nachrichtenmagazin Focus, er hoffe auf eine baldige Regierungsbildung. Eine Minderheitenregierung oder Neuwahlen seien die Ultima Ratio. Die Demokratie lebe von kompromissbereiten und zur Zusammenarbeit fähigen Parteien.

Kritik aus den SPD-Reihen

Die Kommunen sehen sich durch die Sondierungsergebnisse gestärkt. Der Deutsche Städtetag begrüßte die geplanten Investitionen in die kommunale Infrastruktur. Die Opposition äußerte sich kritisch. Die Grünen-Parteichefin Simone Peter warf der SPD vor, sie trage „eine radikale Abkehr von der humanen Flüchtlingspolitik des letzten Jahrzehnts“ mit. Die Fraktionschefin der Linke, Sarah Wagenknecht, rief die SPD-Parteibasis auf, eine neue große Koalition zu verhindern.

Kritik erntete das Sondierungspapier auch innerhalb der SPD. Aziz Bozkurt, Vorsitzender der Arbeitsgemeinschaft Migration und Vielfalt in der SPD, wirft den Unionsparteien vor, bei den Themen Migration und Integration sich von der Angst treiben zu lassen. „Mit den beiden Obergrenzen, zum einen für die Zuwanderung und zum anderen für den Familiennachzug, wurden im Sondierungspapier rote Linien überschritten. Diese willkürlich festgeschriebenen Zahlen sind aus Sicht einer progressiven Integrations- und Migrationspolitik nicht annehmbar“, so Bozkurt abschließend. Unter solchen Voraussetzungen sehe die Arbeitsgemeinschaft Migration keine Grundlage für eine Zusammenarbeit mit der Union.

TGD enttäuscht über Integrationspolitik

Enttäuscht vom Ergebnis der Sondierungsgespräche zeigt sich auch die Türkische Gemeinde in Deutschland (TGD). „Der Fokus der Sondierungsparteien liegt im Themenbereich Migration und Integration einzig auf den Geflüchteten und auf der Begrenzung von Migration. Es läuft ein Wettbieten, wer weniger Menschen in unser Land lässt“, erklärt der TGD-Vorsitzende Gökay Sofuo?lu. Mit einer zukunftsgewandten Integrationspolitik habe das nichts zu tun.

Sofuo?lu weiter: „Keine Vorschläge für eine nachhaltige Antidiskriminierungspolitik, kein Wort über Rassismus, den NSU Komplex oder die in vielen Gesellschaftsbereichen notwendige interkulturelle Öffnung. Mit Blick auf die Gestaltung der Vielfalt in unserem Land sind diese Ergebnisse ein Armutszeugnis. Sie zeigen wie weit wir entfernt sind von einem modernen vielfaltsbewussten Gesellschaftsverständnis. Sie zeigen außerdem, wie wenig Menschen mit Einwanderungsbiografie – immerhin jeder und jede 5. – aktuell die politische Agenda mitbestimmen.“

Sachverständigenrat begrüßt Fachkräftegesetz

Der Sachverständigenrat deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR) sieht in dem GroKo-Plan im Bereich des Migrationsrechts einen Neuanfang. „Gerade im Bereich der Erwerbsmigration bestehen zwar schon derzeit viele gute Regelungen, es ist aber unübersichtlich und zum Teil ergänzungsbedürftig“, erklärt der SVR-Vorsitzende Prof. Dr. Thomas K. Bauer. Welche Reformen bei der Fachkräftezuwanderung angegangen werden sollen, ist aus dem Sondierungspapier allerdings noch nicht ersichtlich. Handlungsbedarf sieht der SVR-Vorsitzende „insbesondere für beruflich qualifizierte Fachkräfte ohne akademischen Abschluss“. Hier zeichne sich ein besonderer Bedarf der Wirtschaft ab. (epd/mig 15)

 

 

 

Menschenrechtler kritisieren Asylverfahren in Deutschland

 

Innenminister de Maizière verkündet rückläufige Flüchtlingszahlen. Die Behörden haben die anhängigen Asylverfahren offenbar größtenteils abgearbeitet. Auf Kosten der Sorgfalt?

Zumindest die Statistik ist den Sondierern von Union und SPD nicht in den Rücken gefallen. Die Zahl der in Deutschland registrierten Flüchtlinge ist 2017 auf etwa 186.000 zurückgegangen, wie der kommissarische Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Dienstag in Berlin mitteilte. Damit bleibt die Zahl der Neuankommenden innerhalb des in den Sondierungen für eine große Koalition festgelegten Korridors von 180.000 bis 220.000 Verfahren pro Jahr. Demnach kamen in diesem Jahr deutlich weniger Menschen als 2016, als rund 280.000 Geflüchtete gezählt wurden. Im Hauptjahr des Flüchtlingszuzugs 2015 wurden sogar 890.000 Asylsuchende registriert.

Der Stand der noch anhängigen Verfahren beim Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (Bamf) erreicht mit rund 68.000 inzwischen das Niveau von Mitte 2013 – vor Beginn der so genannten Flüchtlingskrise. Anfang des Jahres waren noch 433.700 Verfahren anhängig gewesen. In der Zahl enthalten sind knapp 46.000 laufende Verfahren von Personen, die 2017 ankamen sowie gut 22.000 Altfälle von Migranten, die 2016 oder früher einreisten. “Die Rückstände sind praktisch abgebaut”, sagte de Maizière. Das Bamf könne sich nun den Aufgaben der Zukunft zuwenden. Behördenchefin Jutta Cordt nannte vor allem die Integration als Schwerpunkt für 2018. Ihren Angaben zufolge dauerten die Verfahren bei den vergangenes Jahr eingereisten Menschen im Schnitt noch 2,3 Monate.

Kritik an der großen Zahl von Asylentscheidungen kam von der Hilfsorganisation Pro Asyl. Man müsse die Kehrseite deutlich benennen, forderte die Organisation in einer Mitteilung: „Die Qualität der Arbeit des Bundesamtes hat sich kaum verbessert. Dies zeigt die hohe Zahl von Entscheidungen der Verwaltungsgerichte, die das Bundesamt korrigieren.“ Pro Asyl sprach von einer Erfolgsquote von 44,2 Prozent in den Fällen, in denen Flüchtlinge gegen eine inhaltlichen Entscheidung des Bamf vor das Verwaltungsgericht gezogen seien.

Für das Herkunftsland Afghanistan lag die Erfolgsquote demnach sogar bei 61 Prozent. „Das ist ein bemerkenswertes Ergebnis vor dem Hintergrund der Tatsache, dass de Maizières Propaganda afghanischen Flüchtlingen seit Jahren abspricht, ernsthafte Asylgründe zu haben“, teilt Pro Asyl mit. Syrer bekämen in 69 Prozent der Klagen, die meist von subsidiärem auf den vollen Schutz abzielen, von den Verwaltungsgerichten Recht. Die Beschleunigung der Asylverfahren gehe also zu Lasten der Sorgfalt und die Arbeit werde nach wie vor auf Verwaltungsgerichte verlagert.

Nach dem deutlichen Rückgang der Flüchtlingszahlen will die EU ihre Anstrengungen auf der Migrationsroute von Libyen nach Italien verstärken.

Die Organisation kritisiert außerdem die in den Sondierungsgesprächen von Union und SPD verabredete Einrichtung der sogenannten ANkER-Zentren (Ankunfts-, Entscheidungs- und Rückführungszentren). Mit deren Einführung würden sich die Chancen von Asylsuchenden auf ein faires Asylverfahren voraussichtlich drastisch verschlechtern.

„Die Unterbringung in den sogenannten ANkER-Einrichtungen soll so abschreckend wie möglich gestaltet sein und die Menschen von Beratung und Zugang zu Rechtsbeiständen und einem effektiven Rechtsschutz abschneiden“, sagte Günter Burkhardt, Pro-Asyl-Geschäftsführer am Dienstag.

Eine Korrektur durch Verwaltungsgerichte werde in einer viel geringeren Zahl von Fällen stattfinden, weil Schutzsuchenden die Möglichkeit vor Gericht gegen die Bamf-Entscheidung zu klagen, erschwert würde. Asylbewerber würden sowohl im Asylverfahren als auch bei drohender Abschiebung ohne Hilfestellung dastehen. EA 17

 

 

 

Erfolgreiche Sondierungen: Europa-Union begrüßt Einigung von CDU, CSU und SPD 

 

Die überparteiliche Europa-Union Deutschland hat die Politik in den vergangenen Monaten wiederholt dazu aufgerufen, eine mutige Antwort auf die französischen Reformvorschläge für Europa zu geben. „Gleich ob Jamaika oder eine Große Koalition, alle proeuropäischen Parteien stehen in der Verantwortung für ein vereintes Europa“, sagte Europa-Union Generalsekretär Christian Moos nach dem erfolgreichen Abschluss der Sondierungsverhandlungen von CDU, CSU und SPD. Die Ergebnisse der Sondierungen wiesen in die richtige Richtung. Es bleibe aber nicht mehr viel Zeit.

„Wir freuen uns, dass Europa an erster Stelle steht und die Parteien sich bereits auf Elemente verständigt haben, die Europas Zusammenhalt stärken werden“, so Moos. Die überparteiliche Europa-Union erwarte noch vor der Sommerpause wichtige europapolitische Entscheidungen.

„Europa muss nicht nur im Koalitionsvertrag, sondern auch zeitlich an erster Stelle stehen“, forderte Moos. Die Europäische Union habe nur ein schmales Zeitfenster vor dem im Frühjahr 2019 beginnenden Europawahlkampf, das es zu nutzen gelte. „Wir hoffen, dass die Koalitionsverhandlungen gelingen, denn sonst droht der Europäischen Union ein gefährlicher Stillstand“, zeigte sich der Europa-Union Generalsekretär überzeugt.

Die Europa-Union begrüße ausdrücklich die bereits vereinbarten europapolitischen Vorhaben. „Wir freuen uns über das Bekenntnis zu einem demokratischen Europa mit einem gestärkten Parlament und erwarten, dass die neue Bundesregierung auch das Prinzip der Spitzenkandidaten unterstützt.“ Auch die Durchsetzung der rechtsstaatlichen Werte und Prinzipien entspreche den Forderungen der Europa-Union.

„Besonders wichtig ist uns die Ankündigung, in enger Partnerschaft mit Frankreich vorangehen zu wollen.“ Dabei müssten allerdings alle anderen EU-Partner als gleichwertig geachtet und mitgenommen werden, solange sie sich der gemeinsamen Verantwortung für Europa nicht verweigerten. Moos spricht sich für ein Zugehen Deutschlands und Frankreichs auf die EU-Partner aus. „Es braucht mehr Gesten der Freundschaft und des Respekts füreinander, auch des Verständnisses, damit wieder echter Dialog möglich wird und alle Beteiligten erkennen, wo ihre wirklichen Interessen liegen.“

Die neue Bundesregierung werde sich umgehend an die Arbeit machen müssen. „Es bleibt nicht viel Zeit, auch mit Blick auf den neuen mehrjährigen Finanzrahmen, der angesichts des Brexits und neuer europäischer Aufgaben eine große Herausforderung für die Handlungsfähigkeit Europas darstellt.“

Es sei gut, dass die künftigen Koalitionäre, so sie nun wirklich zueinanderfinden, auch mehr finanzielles Engagement für Europa befürworten. „Die Bundesregierung muss hier vorangehen und auch den Bürgerinnen und Bürgern erklären, warum dies richtig und wichtig ist. Deutschland profitiert sehr von der EU, und Deutschland kann nicht abwarten, dass irgendwer sonst die Probleme löst oder sie sich von selbst erledigen.“ EUD 15

 

 

 

Deutsch-französisches Reformkonzept für die Europäische Währungsunion:

Marktdisziplin und Risikoteilung unter einem Hut

 

Berlin -  Eine Gruppe von 14 Ökonominnen und Ökonomen aus Deutschland und Frankreich, der auch Marcel Fratzscher (Präsident des Deutschen Instituts für Wirtschaftsforschung, DIW Berlin) und Clemens Fuest (Präsident des ifo Instituts) angehören, schlägt heute ein Reformpaket für die Europäische Währungsunion vor. Dessen Umsetzung würde den Euroraum robuster und krisenresistenter machen, für solidere Staatsfinanzen sorgen und mehr Wirtschaftswachstum ermöglichen. 

Nach beinahe zehn Jahren Stagnation geht es für die europäische Wirtschaft wieder aufwärts. Gleichzeitig bleibt das Banken- und Finanzsystem der Währungsunion anfällig für Krisen, der Euroraum ist wirtschaftlich und politisch gespalten und nicht in der Lage, sein Wachstumspotential auszuschöpfen. Es ist höchste Zeit für eine Reform der finanziellen, fiskalischen und institutionellen Architektur des Euroraums.    

In sechs Bereichen haben 14 Ökonominnen und Ökonomen aus Frankreich und Deutschland die Mängel des fiskalischen und finanziellen Gerüsts der Währungsunion analysiert und Reformvorschläge entwickelt. Dieses Reformpaket bedeutet keinen Bruch mit der Philosophie des europäischen Projekts und würde keine politische Neuausrichtung der Währungsunion nach sich ziehen.

„Reformen sind im Euroraum dringend geboten, wenn die Währungsunion ihr Wohlstandsversprechen halten und für zukünftige Krisen gewappnet sein will. Gleichzeitig wissen wir, dass man für politische Reformprozesse in Europa einen langen Atem braucht. Wir plädieren also nicht dafür, alles anders zu machen, sondern schlagen begrenzte und realistische Maßnahmen vor, die aber das Potential haben, sehr effektiv zu sein“, so Marcel Fratzscher.    

Frankreich und Deutschland müssen aufeinander zugehen

Das vorgeschlagene Paket kombiniert mehr Risikoteilung zwischen den Euro-Mitgliedsstaaten mit mehr fiskalischer Disziplin. Zu oft wurden diese beiden Prinzipien vereinfacht als „französische Position“ und „deutsche Position“ dargestellt und als unvereinbar angesehen. Dieser vermeintliche Antagonismus blockiert notwendige Reformen.

„Frankreich und Deutschland spielen bei der Euro-Reform eine Schlüsselrolle. Sie sollten ein gemeinsames Konzept entwickeln und dann ihre europäischen Partner überzeugen. Das funktioniert, wenn beide Länder Kompromisse eingehen und sich aufeinander zubewegen“, so Clemens Fuest. „Frankreich sollte mehr Marktdisziplin zulassen und Deutschland sollte zu mehr Risikoteilung bereit sein. Gleichzeitig müssen mit Risikoteilung verbundene Fehlanreize ebenso eingedämmt werden wie mit Marktdisziplin verbundene Destabilisierungseffekte. Mit den Reformen, die wir vorschlagen, würde keine Transferunion geschaffen, wie sie viele in Deutschland ablehnen.“   

Konkrete Reformen in sechs Bereichen

Die folgenden Vorschläge sollten als ein Paket betrachtet werden, das gemeinsame Implementierung erfordert.

1)     Bankenunion und Kapitalmarktunion vervollständigen, unter anderem durch die Einführung des lang diskutierten gemeinsamen Einlagesicherungsmechanismus. Es wird auch die Einführung einer konzentrationsabhängigen Eigenkapitalunterlegung (sovereign concentration charge) vorgeschlagen: Übersteigt der Anteil von Wertpapieren eines einzigen Emittenten (zum Beispiel ihres Heimatlandes) in der Bilanz einer Bank eine bestimmte Schwelle, dann wird diese Bank aufgefordert, ihr Eigenkapital zu erhöhen. So soll der „doom loop“, die gegenseitige Abhängigkeit zwischen Staaten und ihren Banken, durchbrochen werden.

2)      Eine neue Ausgabenregel anstelle des Maastricht-Defizitkriteriums. Die Maastricht-Regel, wonach das Haushaltsdefizit eines Mitgliedlandes drei Prozent des Bruttoinlandsprodukts nicht überschreiten darf, ist reformbedürftig. Es fehlt ihr in schlechten Zeiten an Flexibilität und in guten Zeiten an Biss. Sie sollte durch eine neue, einfache Ausgabenregel ersetzt werden.. Nationale Fiskalräte, die wiederum von einer unabhängigen Institution auf der Ebene des Euroraums beaufsichtigt werden, überwachen die Einhaltung der neuen Regel. Bei Regelüberschreitungen müssen die Mitgliedstaaten die überschießende Verschuldung mit nachrangigen Anleihen finanzieren (Accountability Bonds).

3)      Grundlage für eine geordnete Schuldenrestrukturierung für Länder, deren Solvenz nicht durch Hilfskredite mit Auflagen wiederhergestellt werden kann. Die Politik und die Entscheidungsprozeduren des Rettungsfonds ESM müssen sicherstellen, dass Länder mit dauerhaft nicht tragbarer Verschuldung keine Rettungskredite erhalten.

4)      Neuer gemeinsamer Fonds zur Unterstützung einzelner Länder bei großen wirtschaftlichen Krisen. Mitgliedsländer zahlen in den Fonds ein, wobei für wirtschaftliche Verwerfungen besonders anfällige Länder überproportional beitragen. Bei einem Einbruch der Beschäftigung bzw. Anstieg der Arbeitslosigkeit über eine hohe, festgesetzte Schwelle hinaus erhält das betroffene Land eine Zahlung aus dem Fonds.

5)       Neues Euro-Anlageprodukt als Alternative zu Staatsanleihen (EsBies). Hohe Risikostreuung und Aufteilung in einer vorrangigen und einer nachrangigen Tranche würden die vorrangige Tranche dieses neuen Finanzprodukts, das ausdrücklich kein Eurobond ist, zu einem besonders sicheren Anlageprodukt machen. Dabei entsteht keinerlei Solidarhaftung der Mitgliedstaaten

6)      Reform der Institutionen: Präsident der Eurogruppe an die Kommission anbinden. Zurzeit agiert die Eurogruppe sowohl als politischer Entscheidungsträger als auch als Aufsicht. Vorgeschlagen wird eine Trennung dieser beiden Funktionen mit der Schaffung einer neuen unabhängigen Aufsicht. Die Präsidentschaft der Eurogruppe würde der Kommission zufallen durch ein neu geschaffenes Amt, analog zur Hohen Vertreterin der EU für Außen- und Sicherheitspolitik.  Ifo 17

 

 

 

Korruptionsprozess in Vietnam. Entführung ist Vertrauensbruch

 

In Hanoi hat der Korruptionsprozess gegen Trinh Xuan Thanh begonnen - einen vietnamesischen Geschäftsmann, der im August 2017 aus Deutschland entführt worden war. Die Entführung auf deutschem Boden sei inakzeptabel und habe das Vertrauen zwischen Vietnam und Deutschland gestört, so Regierungssprecher Seibert.

 

In Vietnams Hauptstadt Hanoi hat der Korruptionsprozess gegen den aus Deutschland entführten vietnamesischen Geschäftsmann Trinh Xuan Thanh begonnen. Die Bundesregierung fordert ein rechtsstaatliches Verfahren für Trinh, das internationale Beobachter einschließt. Das sagte Regierungssprecher Steffen Seibert am Montag in der Regierungspressekonferenz.

Vertreter der deutschen Botschaft in Hanoi waren zum Prozessauftakt als Beobachter zugelassen, berichtete ein Sprecher des Auswärtigen Amtes.

Trinh Xuan Thanh wird zur Last gelegt, als Chef des Baukonzerns PetroVietnam Construction - einer Tochter von PetroVietnam - umgerechnet mehr als 50 Millionen Euro zweckentfremdet zu haben. Bei einer Verurteilung droht dem 52-Jährigen die Todesstrafe.

Generalbundesanwalt ermittelt

Trinh war im vergangenen Sommer unter rätselhaften Umständen aus Berlin verschwunden, wo er sich um Asyl bemüht hatte. Die Bundesregierung ist überzeugt, dass er vom vietnamesischen Geheimdienst entführt wurde. Für diese Entführung gibt es klare Belege. Der Generalbundesanwalt hat am 10.

August 2017 die Ermittlungen übernommen. Diese sind noch nicht abgeschlossen.

Als erste Konsequenz hat das Auswärtige Amt den nachrichtendienstlichen Leiter an der vietnamesischen Botschaft sowie einen weiteren vietnamesischen Botschaftsangehörigen aus Deutschland ausgewiesen. Die strategische Partnerschaft mit Vietnam wurde vorübergehend ausgesetzt.

Vertrauen zwischen Regierungen gestört

Die Entführung des vietnamesischen Staatsangehörigen Trinh auf deutschem Boden sei ein inakzeptabler Rechtsbruch gewesen, betonte Regierungssprecher Seibert. "Wir haben sehr klar gesagt, dass dadurch auch das Vertrauen zwischen unseren beiden Regierungen gestört ist und dass es notwendig ist, dass Vietnam handelt, um dieses Vertrauen wieder herzustellen." Pib 8

 

 

 

Internetkonzerne werden in die Pflicht genommen

 

Im Zusammenhang mit terroristischen Anschlägen sind Hasskommentare und Fake News bis hin zu Gewaltaufrufen in sozialen Netzwerken ins Zentrum der öffentlichen Debatte gerückt. Auch als Ort der Vernetzung für Terroristen hat das Netz an Bedeutung gewonnen. Nun sollen terroristische Inhalte im Internet nach dem Willen der EU-Kommission schneller gelöscht werden.

Um zu verhindern, dass Menschen verletzt würden, müssten illegale Inhalte mit Terrorbezug „innerhalb von ein bis zwei Stunden“ entfernt werden, sagte der zuständige EU-Kommissar Dimitris Avramopoulos am Dienstag bei einem Treffen mit Vertretern von Internetfirmen in Brüssel.

Der Kommissar verwies auf die Verantwortung der Internetkonzerne bei der Prävention von Terrorangriffen: Die meisten Anschläge, die 2017 in EU-Staaten verübt worden seien, hätten gemein, dass sie über das Internet geplant oder die Angreifer online angeworben worden seien.

Die Europäische Kommission geht bei der Besteuerung von Internet-Riesen in einer öffentlichen Umfrage mit einer neuen Idee an den Start.

Die Treffen von EU-Kommission und Internetkonzernen sind Folge der öffentlichen Debatte. Bereits im Oktober 2015 hatten die EU-Justizminister vereinbart, stärker gegen illegale Inhalte im Internet vorzugehen. Seitdem finden regelmäßig Treffen mit Internetkonzernen statt.

Allerdings tut sich die Kommission mal wieder schwer, die Unternehmen in die Pflicht zunehmen. Bisher auf freiwillige Zusammenarbeit. Dieser Ansatz hat sich jedoch mehrfach als zahnlos erwiesen. So sagte Avramopoulos am Dienstag auch, „falls nötig“, könnte man entsprechende Regelungen auch auf dem Gesetzesweg durchsetzen. Ea/Afp 10

 

 

 

 

Der Europäische Sozialdialog ist den meisten Arbeitern unbekannt

 

Mehr als 30 Jahre nach der Einführung durch Jacques Delors ist der Europäische Soziale Dialog bei Arbeitern nach wie vor eher unbekannt. EURACTIV Frankreich berichtet.

 

Das Fazit der Odoxa-Umfrage der Sozialrechte-Organisation Humanis, die am Dienstag veröffentlicht wurde, spricht ein vernichtendes Urteil. Der Europäische Soziale Dialog sei wie eine schlechte Telefonverbindung: Man versteht die Grundaussage – aber eben nicht vollständig.

Zwischen August und September 2017 waren französische, deutsche, britische, spanische und italienische Arbeiter befragt worden.

Im Durchschnitt sagten lediglich acht Prozent der Befragten, sie wüssten, wofür dieser Eckpfeiler des EU-Sozialmodells – der Diskussionen, Verhandlungen und gemeinsame Aktionen der Sozialpartner, und in gewissen Umständen eine Einmischung der EU-Behörden vorsieht – steht. Gleichzeitig sagten 47 Prozent, ihnen sei der Sozialdialog absolut unbekannt.

Lediglich die Hälfte der Befragten wusste, dass wichtige Grundrechte, beispielsweise in Bezug auf maximale Arbeitszeiten oder Elternzeit, in europäischen Abkommen vereinbart sind. Fast zwei Dritteln war nicht bewusst, dass der Europäische Soziale Dialog auch Tele-/Fernarbeit und den Kampf gegen übermäßigen Stress am Arbeitsplatz einschließt.

Besonders auffällig war das Unwissen bei französischen Arbeitern, von denen 58 Prozent noch nie vom Sozialen Dialog gehört haben. Laut Émile Leclerc, der für die Studie verantwortlich zeichnet, ist gerade das „ein Mittelfinger Richtung Geschichte“: Schließlich sei der Franzose Jacques Delors 1985 der Hauptinitiator des Programms gewesen, als er der Europäischen Kommission vorsaß.

Der Beschäftigungsausschuss des EU-Parlamentes hat sich nach 18-monatigen Verhandlungen auf einen Kompromiss zur Überarbeitung der Arbeitnehmer-Entsenderichtlinie verständigt.

„Obwohl der soziale Dialog scheinbar missverstanden wird, funktioniert er dennoch konkret. Er ist in Europa sehr aktiv in bestimmten Bereichen, beispielsweise im Transport, im Baugewerbe und der Landwirtschaft und bei der Förderung der Arbeitsmobilität. Er tritt auch sehr dynamisch in den großen europäischen Unternehmen in Erscheinung,“ erklärt allerdings Agnès Colonval, Vize-Chefin für Außen- und europäische Beziehungen bei Humanis.

Französische Arbeiter bleiben misstrauisch

In Frankreich paart sich das Unwissen mit dem Nebeneffekt der Skepsis: So scheint es am schwierigsten, französische Arbeiter von den Vorteilen des Europäischen Sozialen Dialogs zu überzeugen. Während nur die Hälfte (51 Prozent, im Vergleich zu 63 Prozent im Gesamtdurchschnitt) glaubt, dass die Initiative einen effektiven Weg bietet, um Sozialstandards und den Kampf gegen Sozialdumping in Europa zu harmonisieren, sagten 59 Prozent, der Dialog habe keinen oder nur wenig Einfluss auf ihre persönlichen Arbeitsbedingungen.

Derweil glauben 62 Prozent der britischen und 61 Prozent der spanischen Angestellten, dass der soziale Dialog einen wichtigen Einfluss hat. Eine deutliche Mehrheit der befragten Spanier (69 Prozent) und Italiener (74 Prozent) gaben außerdem an, dass der Europäische Soziale Dialog ihre Arbeitsbedingungen verbessert habe. Sie wünschen sich daher einen weiteren Ausbau des Instruments.

Deutsche sind die glücklichsten Angestellten

Aus Sicht deutscher und französischer Arbeiter hingegen sollte der Sozialdialog eher nationale Sache sein. Dabei sind die deutschen Belegschaften auch die glücklichsten in Europa (80 Prozent) und mit Abstand am zufriedensten, was die Qualität des Sozialdialogs in ihren jeweiligen Unternehmen angeht: 83 Prozent schätzten diese als „gut“ oder „sehr gut“ ein. Ähnlich wie die Briten oder Spanier betonten deutsche Angestellte ihre persönlichen Entwicklungsmöglichkeiten im Unternehmen positiv.

In Frankreich zeigt sich wiederum ein anderes Bild: Die Arbeiter glauben nicht nur, dass der Sozialdialog in ihren Firmen konfliktgeladen ist; sie sind auch die einzige Gruppe, die der Ansicht ist, dass sich die Situation verschlechtert.

Für Colonval gibt es dafür eine einfache Erklärung: „Der Soziale Dialog ist eine Realität in Frankreich. Er ist sehr gut in die nationalen Arbeitsschutzmaßnahmen integriert. Wenn die Franzosen am kritischsten sind, liegt das möglicherweise daran, dass sie auch am meisten fordern.“ Angélique Mounier-Kuhn | EURACTIV.fr  11

 

 

 

Österreichs Kanzler in Berlin. Für ein gemeinsames Europa der Sicherheit

 

Deutschland und Österreich wollen die illegale Migration in die EU reduzieren und die Außengrenzen der Europäischen Union stärken. Über diese Ziele sei sie sich mit dem österreichischen Kanzler Kurz einig, betonte Bundeskanzlerin Merkel nach einem Treffen im Kanzleramt in Berlin.

 

Sie sei zuversichtlich, "dass wir eine gute Zusammenarbeit hinbekommen", sagte Bundeskanzlerin Angela Merkel nach einem Gespräch mit ihrem österreichischen Amtskollegen Sebastian Kurz. Sie werde die neue österreichische Regierung "an ihren Taten messen".

Bei den bilateralen Beziehungen habe man "auch heute wenig Trennendes gefunden", so Merkel. Im Mittelpunkt des Gesprächs hätten daher die europapolitischen Herausforderungen gestanden. "Da ist wichtig, dass wir ein gemeinsames Europa der Sicherheit wollen, natürlich im Kampf gegen den

Terrorismus, und dass wir ein Europa wollen, das wirtschaftlich stark ist, ein Europa, das nach dem Subsidiaritätsprinzip arbeitet."

Außengrenzen der EU stärken

Einig waren sich Kurz und Merkel darin, dass sie die Außengrenzen der Europäischen Union stärken und die illegale Migration reduzieren wollen. Zum Schutz der maritimen Außengrenzen verwies die Bundeskanzlerin auf das Abkommen mit der Türkei. "Ich glaube, das ist genau die Form, in der wir

maritime Grenzen schützen können", so Merkel.

Wenn aber der Außengrenzschutz nicht ausreichend funktioniert, könne es nicht sein, "dass es Länder gibt, die sagen: An einer europäischen Solidarität beteiligen wir uns nicht", machte die Bundeskanzlerin klar.

Ein wirksamer Schutz der EU-Außengrenzen ist essentiell für das Funktionieren des Schengen-Systems innerhalb der EU. Zur Sicherung der Außengrenzen gehören neben dem Grenz- und Küstenschutz auch der Kampf gegen die Schleuserkriminalität.

Kooperation mit Herkunftsstaaten ausweiten

Kanzlerin Merkel betonte, sie wolle die Partnerschaften mit den Herkunftsländern stärken. "Ich glaube nicht, dass wir Schleppern und Schleusern die Frage überlassen können, wer Europa erreicht und wer nicht", sagte die Bundeskanzlerin. "Vielmehr müssen wir das über Resettlement, über

Kooperation mit dem UNHCR und Abkommen mit den jeweiligen Staaten erreichen."

Absprache bei EU-Finanzverhandlungen

Eng zusammenarbeiten wollen Deutschland und Österreich auch beim künftigen Haushalt der Europäischen Union. Im Frühjahr beginnen die Verhandlungen über den siebenjährigen EU-Finanzrahmen nach 2020. Deutschland und Österreich sind Nettozahler. Merkel und Kurz kündigten an, sich im Vorfeld der Finanzverhandlungen abstimmen zu wollen.

"Wir sind der Meinung, wir können sehr gut neue Aufgaben auch stärker in den Fokus nehmen, zum Beispiel den besseren Schutz der EU-Außengrenzen", sagte die Bundeskanzlerin. Merkel mahnte aber auch mehr Effizienz bei den EU-Ausgaben an. Sie setze sich dafür ein, dass die Kernaufgaben der Europäischen Union "gut gelöst werden können".

Österreich als Brückenbauer

Österreich übernimmt im zweiten Halbjahr 2018 die EU-Ratspräsidentschaft. Kurz sagte, gegenüber der sogenannten Visegràd-Gruppe könne Österreich schon wegen der unmittelbaren Nachbarschaft gut als Brückenbauer dienen.

Die Visegràd-Gruppe besteht aus Polen, Tschechien, Slowakei und Ungarn. Diese Länder bemühen sich sich um den Austausch von Informationen und um die Koordination politischer Positionen. Die Gruppe gründete sich 1991 nach dem Fall des Eisernen Vorhangs. Pib 18

 

 

 

 

Unwort des Jahres 2017: „alternative Fakten“

 

Die Bezeichnung „alternative Fakten“ ist der verschleiernde und irreführende

Ausdruck für den Versuch, Falschbehauptungen als legitimes Mittel der

öffentlichen Auseinandersetzung salonfähig zu machen. Zwar ist der Ausdruck

nur aus dem US-amerikanischen Kontext und dort nur aus einem einzelnen Redebeitrag belegt: Die Trump-Beraterin Kellyanne Conway bezeichnete die falsche Tatsachenbehauptung, zur Amtseinführung des Präsidenten seien so viele Feiernde auf der Straße gewesen wie nie zuvor bei entsprechender Gelegenheit, als „alternative Fakten“. Der Ausdruck ist seitdem aber auch in Deutschland zum Synonym und Sinnbild für eine der besorgniserregendsten Tendenzen im öffentlichen Sprachgebrauch, vor allem auch in den sozialen Medien, geworden: „Alternative Fakten“ steht für die sich ausbreitende Praxis, den Austausch von Argumenten auf Faktenbasis durch nicht belegbare Behauptungen zu ersetzen, die dann mit einer Bezeichnung wie „alternative Fakten“ als legitim gekennzeichnet werden. Mit der Wahl dieser Wort-verbindung zum Unwort des Jahres 2017 schließen wir uns daher den kritischen Stimmen in Deutschland an, die durch den im Deutschen fast ausschließlich distanzierenden Gebrauch des Ausdrucks warnend auf diese Tendenzen in der öffentlichen Kommunikation hinweisen. Der Ausdruck wurde 65-mal eingeschickt.

Außerdem werden als Unwörter kritisiert:

„Shuttle-Service“: Zu den Seenotrettungseinsätzen von Nichtregierungs-organisationen im Mittelmeer für Menschen, die in Schlauchbooten flüchten, äußerte der innenpolitische Sprecher der CDU/CSU-Bundestagsfraktion, Stephan Mayer, diese bedeuteten „de facto […] ein[en] Shuttle-Service zum italienischen Festland beziehungsweise den italienischen Inseln“. Mit dem Ausdruck „Shuttle-Service“ werden sowohl die flüchtenden Menschen als auch vor allem die-jenigen diffamiert, die ihnen humanitäre Hilfe leisten. Diese Hilfe wird mit dem Ausdruck „Shuttle-Service“ als eine Dienstleistung dargestellt, die Flüchtlinge erst zur lebensgefährlichen Flucht über das Mittelmeer ermuntere, was die Jury für zynisch hält. Der Ausdruck „Shuttle-Service“ steht stellvertretend für Tendenzen im öffentlichen Sprachgebrauch, die Grenzen des Sagbaren in eine menschenverachtende, polemisch-zynische Richtung zu verschieben. Seite: 2/2

 

„Genderwahn“: Mit dem Ausdruck „Genderwahn“ werden in konservativen bis rechtspopulistischen Kreisen zunehmend Bemühungen um Geschlechtergerechtigkeit (von geschlechtergerechter Sprache über „Ehe für alle“ bis hin zu den Bemühungen um die Anerkennung von Transgender-Personen) in undifferenzierter Weise diffamiert.

Unwort-Statistik 2017

Die Jury erreichten 2017 insgesamt 1316 Einsendungen. Darunter waren 684 verschiedene Ausdrücke, von denen ca. 80 den Unwort-Kriterien der Jury entsprachen. Außerdem erhielt das diesjährige Jury-Mitglied Barbara, eine mit dem Grimme-Preis ausgezeichnete anonyme Street Art-Künstlerin, ca. 3500 Postings von möglichen Unwörtern über die sozialen Netzwerke.

Die zehn häufigsten Einsendungen aus den Zuschriften an die Jury, die allerdings nicht zwingend den Kriterien der Jury entsprechen, waren Babycaust [122x], alternative Fakten [65x], Nazi [34x], Sondierungsgespräche [27x], ergebnisoffen [21x], Jamaika-Koalition [18x], atmender Deckel [16x], Obergrenze [16x], Fake News [16x] und Bio-Deutsche(r) [15x].

Die Jury der institutionell unabhängigen Aktion „Unwort des Jahres“ besteht aus folgenden Mitgliedern: den vier SprachwissenschaftlerInnen Prof. Dr. Nina Janich/Sprecherin (TU Darmstadt), PD Dr. Kersten Sven Roth (Universität Düsseldorf), Prof. Dr. Jürgen Schiewe (Universität Greifswald) und Prof. Dr. Martin Wengeler (Universität Trier) sowie dem Autor und freien Journalisten Stephan Hebel.

Als jährlich wechselndes Mitglied war in diesem Jahr die anonyme Street Art-Künstlerin Barbara (https://www.facebook.com/ichwillanonymbleiben/, https://www.instagram.com/ich_bin_barbara/?hl=de) beteiligt.

Weitere Informationen finden zur Aktion „Unwort des Jahres“, den Auswahlkriterien und bisherigen Unwörtern finden Sie unter www.unwortdesjahres.net. Dip 16

 

 

 

 

Guten Populismus gibt es nicht

 

Die Linke sollte sich auf Inhalte konzentrieren, statt populistische Strategien nachzuahmen. Von Jan-Werner Müller

 

Anders als in Nord- und Südamerika ist „Populismus“ in Europa ein politisches Schimpfwort – so gut wie niemand bezeichnet sich selber als populistisch. Und doch kommt immer wieder die Meinung hoch, sogar der Rechtspopulismus könne eine für die Demokratie insgesamt nützliche Funktion erfüllen.  Irgendwie, so heißt es dann, würden die Populisten die Bürger vielleicht wieder näher an die demokratischen Institutionen heranführen. Manch sozialdemokratische Intellektuelle und Politiker gehen noch einen Schritt weiter: Die Linke müsse selbst populistisch werden, um dem Rechtspopulismus erfolgreich entgegenzutreten. Doch dies sind Irrwege, welche nicht nur normativ, sondern auch empirisch wiederlegbar sind.

Populisten behaupten stets, sie und nur sie verträten was bei Populisten oft als „das wahre Volk“ oder „die schweigende Mehrheit“ bezeichnet wird. Mitbewerber um die Macht werden im Zweifelsfalle als korrupt oder gar gleich als „Volksverräter“ diskreditiert. Und, weniger offensichtlich: Wer der letztlich symbolischen Konstruktion des vermeintlich „wahren Volkes“ seitens der Populisten nicht zustimmt (und deswegen die Populisten logischerweise politisch nicht unterstützt), wird mindestens symbolisch auch aus dem Volk ganz ausgeschlossen.  Somit ist nicht das Anti-Elitäre das entscheidende Kennzeichen des Populismus – im Gegenteil, Kritik an den Mächtigen kann ein Zeichen genuinen demokratischen Engagements sein. Hauptmerkmal des Populismus ist Anti-Pluralismus im Namen des Volkes.

Sicherlich stimmt es, dass Populisten häufig Volksabstimmungen fordern. Aber das bedeutet nicht, dass sie grundsätzlich Anwälte der direkten Demokratie sind. Sie kennen die richtige Antwort auf jede politische Frage immer schon vorher, denn die Antwort leitet sich für sie aus der symbolischen Konstruktion des wahren Volkes ab.  Ein Referendum dient Populisten nicht dazu, einen ergebnisoffenen Diskussionsprozess unter den Bürgern anzustoßen – nein, die Rolle des Volkes ist allein, bei der Abstimmung schnell mal das zu bestätigen, was die Populisten schon immer als den einzig authentischen Volkswillen identifiziert haben.

Als Antwort hierauf fallen nicht-populistische Politiker bisweilen von einem Extrem ins andere. Erst heißt es, die Populisten seien alle Demagogen, man glaube ihnen kein Wort. Aber dann wird langfristig erfolgreichen populistischen Parteien plötzlich eine Art soziologisches Monopol zugesprochen; nur sie verstünden angeblich die „wahren Sorgen und Nöte“ der Bürger und das, was sich im Innersten der Gesellschaft abspiele. Hier zeigt sich ein grundsätzliches Missverständnis der Funktionsweise von demokratischer Repräsentation. Letztere ist keine mechanische Übersetzung von immer schon objektiv vorhandenen Identitäten, Interessen und Ideen der Bürger ins politische System. Sie ist vielmehr ein dynamischer Prozess, in dem sich die Selbstwahrnehmungen der Bürger – wer bin ich und was will ich? – bilden, nicht zuletzt aufgrund von attraktiven Repräsentationsangeboten seitens der Parteien, aber auch der Zivilgesellschaft, von Freunde und Familie.

Damit soll nicht gesagt sein, dass sich diese Selbstwahrnehmungen beliebig ändern lassen. Aber ich will davor warnen, dass gerade sozialdemokratische Politiker hinter verschlossenen Türen anfangen zu sagen: „Die Arbeiter mögen halt leider keine Ausländer. Der Erfolg der Rechtspopulisten beweist es objektiv“, oder dass sich beispielsweise die US-Demokraten nun auf die Suche nach dem „moderaten Trump-Wähler“ begeben. Anders als es die scheinbar neutrale Rede von der „Repräsentationslücke“ suggeriert, hat man es hier nicht mit festgefügten Interessen und Identitäten zu tun. Wer es richtig anstellt, kann Wähler auch wieder für ganz andere Programme gewinnen.

Aber bietet sich dann nicht der Linkspopulismus gerade dafür an? Bei vielen Vertretern dieser Option bleibt unklar, was hier eigentlich genau gemeint ist. Dass man den Wählern die ja angeblich so ungeheuer komplex gewordenen Welt wieder in einfacheren Worten erklärt und sich ganz generell volksnaher gibt? Diese Vorstellung ist recht trivial – und wer sie hegt, sollte sie vielleicht auch eher für sich behalten, denn gerade im Mund von Sozialdemokraten klingt die Rede von den „kleinen“ und „einfachen“ Leuten, die ja eigentlich nichts richtig verstehen, doch recht paternalistisch (man fühlt sich an die Wahlkampfmanager von Hillary Clinton erinnert, welche sich bemühten, die Kandidatin „menschlicher“ erscheinen zu lassen – und dies dann auch noch offiziell ankündigten, was das Vorhaben natürlich im Nu zunichtemachte).

Oder geht es um mehr Leidenschaft oder vielleicht auch um ganz bestimmte, eher emotional besetzte Inhalte? Auch dies erscheint eher trivial: Gute Politiker wissen, wie sie die Stimmungen und Gefühle der Bürger ansprechen; das hat nichts spezifisch Populistisches – auch wenn während der Merkel-Ära diese Binsenweisheit vielleicht ein wenig in Vergessenheit geraten ist. Es haftet zudem nichts besonders Populistisches an einem Begriff wie „Heimat“ – denn Populismus ist keine Frage von Inhalten, sondern von einem moralischen Alleinvertretungsanspruch gegenüber dem Volk.

Und wenn man es dann wirklich ernst damit meint? Ist es nicht das Erfolgsgeheimnis einer Partei wie Podemos, dass sie den Hauptkonflikt in der spanischen Gesellschaft ganz bewusst von „links gegen rechts“ auf „abajo contra arriba,“ das Volk gegen die Eliten, umgestellt hat? Ist „Volksbildung“ im doppelten Sinne nicht Aufgabe jeder Partei, welche sich nicht den herrschenden (neoliberalen) Diskursen anpassen, sondern eine politische Kultur als Ganze prägen will?

Wie schon gesagt: Kritik an Eliten ist nicht per se populistisch. Gefährlich wird es, wenn man alle Mitwettbewerber um die Macht als illegitim oder gar gleich als Volksverräter abstempelt – so wie dies Beppe Grillo, Anführer der Fünf-Sterne-Bewegung in Italien, zu tun pflegt und bisweilen auch Podemos-Vertreter, wenn sie gegen ihre Konkurrenten punkten wollen. Es ist aber auch eine empirische Frage, ob diese „Volksanrufungen“ Erfolg versprechen. Podemos hat schmerzhaft erfahren müssen, dass sich eine „national-populäre“ Strategie nicht so ohne weiteres von Lateinamerika auf Südeuropa übertragen lässt, nicht zuletzt, weil das Thema „Nation“ in Spanien nicht gerade unproblematisch ist. Der französische Politiker Jean-Luc Mélenchon hat seine Wahlkampfrhetorik zwischen 2012 und 2017 drastisch verändert: weniger universalistisch, mehr volkszentriert. Er hat bekanntlich bei den Präsidentschaftswahlen sehr gut abgeschnitten, aber vor allem deshalb, weil er Wähler der Sozialistischen Partei zu sich herüberziehen konnte. Anders als mancher Theoretiker des Linkspopulismus erwartet hatte, gelang es kaum, Anhänger des Front National für Mélenchons 2016 gegründete Partei France Insoumise zu gewinnen.

Es ist eine grundsätzlich falsche Wahrnehmung, dass linke Erfolgsstories der vergangenen Jahre – Bernie Sanders oder Jeremy Corbyn oder auch Podemos – etwas mit Populismus zu tun haben. Die ersten beiden sind überhaupt keine Populisten, sondern in mehr als einem Sinne alte Sozialdemokraten; der Aufstieg von Podemos verdankt sich nicht der „national-populären Strategie“, welche auch Podemos-Vordenker inzwischen für gescheitert erklären, sondern der Tatsache, dass man ein konsequent linkes Programm anbietet – sowie das glaubhafte Versprechen, anders als die großen etablierten Parteien nicht bestechlich zu sein. Linkspopulismus ist ein Irrweg, einen „guten Populismus“ gibt es nicht. Je schneller Sozialdemokraten das begreifen, desto besser. Denn dann könnten sie sich auf die Formulierung überzeugender Inhalte konzentrieren. IPG 9

 

 

 

Innerafrikanische Entwicklungsziele statt innerafrikanische Grenzen

 

Während des AU-EU-Gipfels hat die EU-Kommission ihre Pläne für die weitere Entwicklungspolitik umrissen. Wie will sie jedoch zukünftig sicherstellen, dass die europäischen Entwicklungsziele nicht vorrangig als Belohnung für Maßnahmen der Migrationskontrolle dienen?

„Mithilfe der EU ist es uns gelungen, eine völlig neue Wertschöpfungsquelle zu entwickeln. Damit können wir sicherstellen, dass mehr als 5.000 Teilnehmer und ihre Familien nicht mehr wie bisher unter Armut leiden, selbstbestimmt produzieren und eine Zukunftsperspektive entwickeln“, sagt D.A. Nii-Noi Adumuah, Vorsteher der ghanaischen Gemeinde Adentan. Dort unterstützt die EU im Zeitraum 2016-2020 eines von insgesamt 37 Projekten in Ghana.

In Adentan setzt die Gemeinde auf die Pilzanzucht – von der Ausbildung über die Schaffung von Arbeitsplätzen, bis hin zum subventionierten Ankauf der produzierten Ware. Mit den 820.000 Euro europäischer Fördermittel sollen Pilze aus Adentan bald in Pizza, Brot oder als Chips in ganz Ghana zu finden sein.

EXKLUSIV / Eine neue Investitionsoffensive soll 88 Milliarden Euro für Afrika und andere Drittstaaten mobilisieren. Neven Mimica erklärt in einem Interview mit EURACTIV Brüssel, was es damit auf sich hat.

Die Rechnung geht auf. „Das Interesse an solchen regionalen Angeboten ist groß. Gemeinsam mit den Behörden des Bezirkes Greater Accra entsteht so eine Produktions- und Absatzkette, die eben nicht nur wieder ein Pilotprojekt ist, sondern Strukturen schafft, die langfristig funktionieren können“, sagt Nii-Noi Adumuah. Und vielleicht wird es Pilze aus Adentan auch bald in afrikanischen Nachbarstaaten geben, hofft Nii-Noi Adumuah.

Umso mehr wundert er sich über die Ängste und Pläne in Europa. „Innerhalb der ECOWAS-Staaten haben wir die Möglichkeit, 90 Tage ohne Visa zu bleiben. Viele afrikanische Handelsvertreter nutzen diese Gelegenheit, um Geschäfte abzuschließen. Übrigens auch sehr viele Europäer. Was wir Afrikaner brauchen, sind freie Handelswege für unsere Produkte“. 

Nii-Noi Adumuah ist überzeugt, gibt es Bildungs- und Arbeitsmöglichkeiten in afrikanischen Ländern, werden auch weniger Menschen nach Europa immigrieren. Also warum physische und mentale Grenzen zwischen afrikanischen Ländern schaffen, wenn diese Voraussetzung für eine innerafrikanische Arbeits- und Handelsbewegung sind, fragt sich Nii-Noi Adumuah. 

Die 54 Mitgliedsstaaten der Afrikanischen Union (AU) wollen bald ein Schengen sehr ähnliches System einführen. Ihre Bürger bräuchten dann nur noch einen Pass zum Reisen durch den gesamten Kontinent.

„Der Abbau von Ungleichheiten und die verstärkte Mobilisierung inländischer Ressourcen sollten im Mittelpunkt des Europäischen Plans für externe Investitionen (EEIP) stehen,“ findet auch Xavier Sol, Direktor der NGO Counter Balance. „Wenn der externe Investitionsplan wirklich ein innovatives Instrument sein soll, muss er sich auf Qualitätsprojekte konzentrieren, die einen hohen Entwicklungsmehrwert bieten. Ein Fokus auf kleine Projekte mit positiven sozialen und ökologischen Auswirkungen für die lokale Bevölkerung und Territorien ist notwendig.“

Doch noch überfluten europäische Waren lokale Märkte und zerstören sie dadurch. Wenn legal und illegal die Fischbestände vor den Küsten Afrikas durch europäische Schiffe reduziert werden, Giftmüll aus der EU afrikanische Böden verseucht und Europa Rohstoffe importiert statt deren Verarbeitung vor Ort zu fördern, dann bleibt fraglich, wie nachhaltig die europäische Entwicklungspolitik ist.

„Schengen für uns, Zäune für Afrika“

Die taz wird mit ihren Thesen zur Migrationskontrolle noch deutlicher. Demnach fließt europäisches Geld vor allem dorthin, wo Migrationszahlen schnell gesenkt werden können – unter anderem in Länder wie Niger, Eritrea, Sudan oder Mali.

Verlierer sind wie zu Zeiten des Kolonialismus die Afrikaner. Entwicklungspolitische Experten warnen bereits seit langem: Erste Schritte einer innerafrikanischen Marktliberalisierung und Arbeitsmigration, einer gemeinsamen Visaregulierung oder freier Warenverkehr könnten durch die Bemühungen der EU, innerafrikanische Grenzen zu verstärken, ins Leere führen. Sollte es der EU gelingen, die „Festung Europa“ auf dem afrikanischen Kontinent zu errichten, würde die europäische Migrationsabwehr der Entwicklungspolitik in den afrikanischen Staaten einen ordentlichen Seitenhieb verpassen.

Der Sklavenhandel in Libyen zeigt, dass kurzfristige Lösungen in Migrationsfragen verheerende Auswirkungen für junge Afrikaner haben können, so Marije Balt.

Um so wichtiger sei es, dass der Europäische Plan für externe Investitionen (EEIP) von den europäischen Migrationsstrategien abgekoppelt wird und einen tatsächlichen Entwicklungsbedarf deckt, heißt es im Bericht von Counter Balance.

„Hilfe durch Handel“

„Regionale Integration“ heißt das Zauberwort, das Afrika wirtschaftliche Entwicklung bringen kann. Im Vorfeld des EU-AU-Gipfels hatte das EU-Parlament mit großer Mehrheit eine Entschließung zur Afrikastrategie angenommen. Darin wird gefordert, eine kontinentale Freihandelszone in Afrika zu schaffen und den innerafrikanischen Handel bis 2050 auf 50 % zu steigern. Dazu braucht es wirksame Schutzklauseln, asymmetrische Liberalisierungspläne, den Schutz im Aufbau befindlicher Industriezweige und die Vereinfachung und Transparenz von Zollverfahren.

Schon jetzt ist die EU  einer der größten Geber von Handelshilfe weltweit. Allein 2015 hat sie hierfür eine jährliche Rekordsumme von 13,16 Mrd. Euro bereitgestellt.

MEP Maurice Ponga erklärt im Interview, die Probleme Afrikas und Europas seien miteinander verknüpft. Deswegen seien auch gemeinsame Reaktionen notwendig.

Mit der im November 2017 durch die EU-Kommission vorgelegten „Handelshilfe-Strategie“ sollen die zur Verfügung stehenden Instrumente der Entwicklungsfinanzierung sowohl auf europäischer als auch auf nationaler Ebene besser verknüpft und koordiniert werden. 

Das würde auch Unternehmen wie Golden Exotic Limited (GEL) in Kasunya zugute kommen, einer der modernsten und innovativsten Bananenplantagen Ghanas. Golden Exotic Limited erhält im Zeitraum 2015-2018 mehr als 7 Mio. Euro im Rahmen der Bananenhilfsmaßnahmen (BAM) – ein europäischer Hilfsfond, der den Handels zwischen Bananen produzierenden Ländern in Afrika, der Karibik und dem Pazifik erleichtern soll.  Mit der finanziellen Unterstützung aus Europa werden dort unter anderem Unterkünfte für die GEL-Mitarbeiter errichtet, damit diese nicht mehr über lange Strecken pendeln müssen. 

GEL ist derzeit der größte Exporteur von Bananen (51.000 Tonnen pro Jahr) in Ghana. Diese Exporte sind hauptsächlich für die europäischen und regionalen Märkte gedacht: Burkina Faso, Mali, Niger und Benin.

Sechs EU-Abgeordnete des Ausschusses für internationalen Handel sind zurzeit in Westafrika. Sie sollen die Umsetzung der umstrittenen Abkommen zur wirtschaftlichen Partnerschaft (EPAs) kontrollieren.

„Wir blicken mit Sorge auf das von der EU angestrebte Freihandelsabkommen mit lateinamerikanischen Staaten. Sie sind direkte Konkurrenten für den afrikanischen Bananenanbau. Obwohl wir Fairtrade und sämtliche Gütesiegel der EU-Kommission erfüllen, unterliegen unsere Produkte ohnehin schon schärfen Zoll- und Handelsbeschränkungen. Solange es kein Freihandelsabkommen mit Afrika gibt, wäre das Abkommen mit Lateinamerika ein weiterer Wettbewerbsnachteil“, heißt es bei Golden Exotic Limited. Sollten die Handelswege nach Nordafrika durch neue Grenz- und Handelsbestimmungen erschwert werden, wäre das eine zusätzliche Barrikade für den innerafrikanischen Handel.

Europäische Politik kann nur nachhaltig sein, auch im Sinne europäischer Migrationspolitik, wenn sie ressortübergreifend wirkt – europäische Außen-, Entwicklungs-, Handels- und Finanzpolitik müssen strategisch koordiniert werden, so ist man in Ghana überzeugt. Dann würde es in Afrika auch nicht mehr zu einem jährlichen Verlust von etwa 50 Mrd. USD in Form von illegalen Geldflüssen kommen. Eine Summe, die die jährlichen Zuwendungen durch die öffentliche Entwicklungszusammenarbeit bei weitem übersteigt. Ama Lorenz | EURACTIV.de 10

 

 

 

Studie. Sichtbarer Migrationshintergrund führt zu Diskriminierung

 

Je nichtdeutscher Menschen in Deutschland aussehen, desto häufiger werden sie einer aktuellen Untersuchung zufolge benachteiligt. Das gilt insbesondere für Türken und Muslime. Die Wissenschaftler warnen vor negativen Folgen.

Wer eine dunkle Hautfarbe hat, ein Kopftuch trägt, als nichtdeutsch geltende Gesichtszüge hat oder mit deutlichem Akzept spricht, erlebt in Deutschland häufiger Diskriminierung. Zu diesem Ergebnis kommt eine am Dienstag in Berlin veröffentlichte Studie des Sachverständigenrats deutscher Stiftungen für Integration und Migration (SVR). Bei der Untersuchung mit dem Titel „Wo kommen Sie eigentlich ursprünglich her? Diskriminierungserfahrungen und phänotypische Differenz in Deutschland“ handelt es sich den Angaben zufolge bundesweit um die erste Studie dieser Art.

Untersucht wurde demnach die von Eingewanderten und Menschen mit Migrationshintergrund wahrgenommene Benachteiligung. Als Datengrundlage diente das SVR-Integrationsbarometer 2016, für das insgesamt 5.396 Personen zu verschiedenen integrationsrelevanten Themen befragt wurden. Für die neue Studie wurden die Antworten der Teilnehmer mit Migrationshintergrund ausgewertet.

Sichtbarer Migrationshintergrund häufiger betroffen

Die Studienautoren verwiesen darauf, dass die Betroffenenperspektive zwar nur eingeschränkt als Indikator für das allgemeine Diskriminierungsniveau innerhalb einer Gesellschaft geeignet sei. Dennoch könnten Umfang und Verbreitung von subjektiver Diskriminierung gesellschaftliche Konfliktlinien offenlegen.

Laut SVR fühlen sich rund 17 Prozent der Eingewanderten, die nach eigenen Angaben „typisch deutsch“ aussehen. benachteiligt. Dagegen hätten Menschen mit sichtbarem Migrationshintergrund zu rund 48 Prozent von Diskriminierung berichtetet. Dieser Wert sei sogar auf 59 Prozent bei jenen gestiegen, die zusätzlich mit Akzent sprechen.

Türken am häufigsten benachteiligt

Mit Abstand am häufigsten würden Menschen mit türkischen Wurzeln Benachteiligung wahrnehmen, hieß es weiter. Von den Befragten, die entweder selbst oder deren Eltern aus der Türkei nach Deutschland eingewandert sind, hätten rund 54 Prozent von Benachteiligungserfahrungen berichtet. Weiter fühlten sich 8 Prozent sogar sehr stark und rund 15 Prozent stark benachteiligt.

In den übrigen Herkunftsgruppen sei der Anteil derer, die von erlebter Diskriminierung berichten, deutlich niedriger: Rund 40 Prozent seien nach eigener Wahrnehmung in den vorangegangenen Jahren aufgrund ihrer Herkunft diskriminiert worden.

Muslime häufiger diskriminiert

Einen großen Effekt habe auch die Religionszugehörigkeit von Menschen mit Migrationshintergrund gehabt, betonten die Studienautoren weiter. So fühlten sich Eingewanderte muslimischen Glaubens deutlich häufiger diskriminiert (55 Prozent) als Eingewanderte mit christlicher (29 Prozent) oder ohne Glaubenszugehörigkeit (32 Prozent).

Wenn Menschen, die äußerlich von der Mehrheitsgesellschaft abweichen, stets mit einer Migrationserfahrung assoziiert würden, werde damit auch ihre Eingehörigkeit in Deutschland infrage gestellt, heißt es in der Studie weiter. Das könne die Identifikation mit der Gesellschaft behindern. Die Studienautoren betonten, dass der Abbau dieser Mechanismen eine entscheidende Herausforderung für die Förderung des gesellschaftlichen Zusammenhalts sei. (epd/mig 17)

 

 

 

Deutschland: Kritik und Lob am deutschen Sondierungspapier

 

Mehr Geld für Familie, Bildung und Entwicklungshilfe, weniger Rüstungsexporte, aber auch eine Begrenzung des Familiennachzugs von Flüchtlingen: Dreieinhalb Monate nach der deutschen Bundestagswahl haben sich die Spitzen von Union und SPD auf Koalitionsverhandlungen geeinigt und am Freitagmorgen ein 28-seitiges Sondierungspapier vorgelegt. Bundeskanzlerin Angela Merkel (CDU), SPD-Chef Martin Schulz und CSU-Chef Horst Seehofer zeigten sich sehr zufrieden.

Das Kinderhilfswerk „terre des hommes“ hat die in den Sondierungsgesprächen festgehaltene Lösung zum Familiennachzug von Flüchtlingen indes kritisiert: Eine weitere Aussetzung des Familiennachzugs für subsidiär Schutzberechtigte bis zu einer endgültigen Regelung verstoße gegen die Bestimmungen der UN-Kinderrechtskonvention und gegen das Grundgesetz, mahnte die Organisation am Freitag in Osnabrück.

Die Spitzen von Union und SPD hatten in ihrem Sondierungspapier festgehalten, dass der Familiennachzug für subsidiär Geschützte eingeschränkt bleibt. Er soll künftig nur noch aus „humanitären Gründen“ möglich sein und auf 1.000 Menschen pro Monat beschränkt werden. Voraussetzung ist, dass eine Ehe bereits vor der Flucht geschlossen wurde, keine schwerwiegenden Straftaten begangen wurden und es sich nicht um Gefährder handelt. Außerdem soll die Zahl der aufzunehmenden Flüchtlinge nicht über jährlich 220.000 hinausgehen.

 

Flüchtlinge: Evangelische Kirche gegen Obergrenze 

Der Ratsvorsitzende der Evangelischen Kirche in Deutschland (EKD), Heinrich Bedford-Strohm, betonte erneut, dass die Kirche gegen eine kategorische Obergrenze in Bezug auf Flüchtlinge sei. In Bezug auf die abgeschlossenen Sondierungsgespräche meinte er jedoch, Richtwerte könnte sie gutheißen. Der Vorstandssprecher von „terre des hommes“, Jörg Angerstein, sprach von einem „faulen Kompromiss“ zulasten Schutzbedürftiger.

Weiters sieht das Papier vor, dass die Asylverfahren künftig in zentralen Aufnahme-, Entscheidungs- und Rückführungseinrichtungen stattfinden sollen. Die Antragsteller sollen dort nur Sachleistungen erhalten und der Residenzpflicht unterliegen. Je nach Entscheidung sollen sie dann auf die Kommunen verteilt oder aber in ihre Heimat zurückgeführt werden. Bei der Registrierung von Flüchtlingen betont das Papier eine Mitwirkungspflicht der Ankommenden, besonders bei der Identitätsfeststellung.

Zur Verfahrensbeschleunigung sollen Algerien, Marokko und Tunesien „sowie weitere Staaten mit einer regelmäßigen Anerkennungsquote unter 5 Prozent“ zu sogenannten sicheren Herkunftsstaaten bestimmt werden. Bei der Integration sollen künftig verstärkt die Lebensbedingungen der hier lebenden Menschen berücksichtigt werden.

 

Kritik von „Pro Asyl“ und dem Jesuitenflüchtlingsdienst

Pro Asyl bewertete das Sondierungsergebnis als Sieg der Hardliner über Humanität und Menschenrechte. „Die sich anbahnende Große Koalition geht zulasten von Asylsuchenden und Flüchtlingen“, hieß es in einer Stellungnahme. Die dauerhafte Isolierung aller Schutzsuchenden in Entscheidungszentren sei für faire Asylverfahren katastrophal. Der Jesuitenflüchtlingsdienst kritisierte, dass Union und SPD auf ein „Weiter so“ setzten und damit die tödliche europäische Abschottungspolitik verlängert werde.

 

Caritas zufrieden 

Der Deutsche Caritasverband zeigt sich hingegen in einer ersten Reaktion zufrieden. Das Papier zeige, dass Herausforderungen wie die Bekämpfung von Langzeitarbeitslosigkeit und Kinderarmut sowie Verbesserungen der Pflege und die Weiterentwicklung des Rentensystems gesehen würden, sagte Caritas-Präsident Peter Neher am Freitag.

Sehr zu begrüßen sei, dass die Parteien zur Gestaltung gleichwertiger Lebensverhältnisse in Deutschland eine Kommission einrichten wollen. Eine abschließende Bewertung könne aber erst vorgenommen werden, wenn die Detailfragen in den noch bevorstehenden Koalitionsverhandlungen geklärt würden.

 

SPD-Basis entscheidet über Koalitionsverhandlungen

Im sozial- und entwicklungspolitischen Bereich planen die Verhandler u.a. eine Erhöhung des Kindergeld um 25 Euro pro Kind; beim Thema Entwicklungshilfe setzen SPD und Union auf eine „kohärente Afrika-Strategie“ und wollen die Zusammenarbeit mit dem Nachbarkontinent ausbauen und Fluchtursachen bekämpfen. Ebenso haben die beiden Parteispitzen einen Ausbau der humanitären Hilfe festgehalten.

Höhere Investitionen sind laut Papier darüber hinaus im Bildungssektor geplant: Laut Ergebnispapier soll es einen „nationaler Bildungsrat“ und eine „Investitionsoffensive“ für die Schulen sowie einen Rechtsanspruch auf Ganztagsbetreuung geben. Einschränkungen sollen hingegegen bei Rüstungsexporte kommen. Die Rüstungsexportrichtlinien aus dem Jahr 2000 sollen verschärft werden.

Nach einer Zustimmung der verschiedenen Parteigremien will die SPD zudem die Basis bei einem Parteitag am 21. Januar über die Aufnahme von Koalitionsverhandlungen abstimmen lassen. (kap – pr 13)

 

 

 

 

26.000 Abschiebungen. Zahl neuer Flüchtlinge 2017 stark gesunken

 

Die „Hauptkrise“ sei überwunden, sagt Bundesinnenminister de Maizière mit Blick auf die Asylstatistik. Rund 187.000 Menschen kamen 2017 nach Deutschland, kaum ein Vergleich zu den 890.000 Neuankömmlingen 2015. Migration und Flucht seien aber weiterhin zentrale Herausforderungen.

Die Zahl neu ankommender Flüchtlinge ist 2017 in Deutschland weiter gesunken. Wie Bundesinnenminister Thomas de Maizière (CDU) am Dienstag in Berlin mitteilte, wurden im vergangenen Jahr rund 187.000 neue Asylsuchende registriert. Das bedeutet einen Rückgang um fast 100.000 gegenüber 2016 (280.000 Registrierungen). Hauptherkunftsländer der Flüchtlinge waren Syrien, Irak und Afghanistan. 26.000 Menschen wurden 2017 aus Deutschland abgeschoben, 30.000 kehrten im Rahmen der sogenannten freiwilligen Rückkehr in ihre Heimat zurück.

De Maizière bilanzierte, die „Hauptkrise“ aus dem Jahr 2015 mit der großen Fluchtbewegung ab dem damaligen Sommer sei überwunden. Flucht und Migration blieben aber eine zentrale Herausforderung für die nächsten Jahre. Es bleibe viel zu tun.

De Maizière: Rückstände quasi abgebaut

Info: Das deutsche Recht sieht drei verschiedene Kategorien für den Schutz von Flüchtlingen vor. Am seltensten wird der umfassende Asylschutz nach Artikel 16 des Grundgesetzes gewährt. Am häufigsten werden Asylsuchende in Deutschland nach der Genfer Flüchtlingskonvention anerkannt. Diesen Schutzstatus erhält, wer aufgrund seiner Rasse, Religion, Nationalität, politischen Überzeugung verfolgt wird. Trifft dies auf einen Schutzsuchenden nicht zu, gibt es noch die Möglichkeit des subsidiären Schutzes. Er wird in der Regel gewährt, wenn nicht wegen der Diskriminierung einer ganzen Gruppe, im konkreten Fall aber dennoch Gefahr für Leib und Leben droht. Dies kann etwa im Fall von Krieg, einer verhängten Todesstrafe oder Folter der Fall sein. In den vergangenen Jahren erhielten zunehmend syrische Kriegsflüchtlinge diesen subsidiären Schutz, für den derzeit der Familiennachzug ausgeschlossen ist. Während der Flüchtlingsschutz nach der Genfer Konvention einen Aufenthaltsstatus für drei Jahre garantiert, müssen subsidiär Schutzberechtigte ihren Status jährlich verlängern lassen.

Die Asylstatistik, die der Innenminister gemeinsam mit der Leiterin des Bundesamts für Migration und Flüchtlinge, Jutta Cordt, vorstellte, weist für das vergangene Jahr rund 223.000 gestellte Asylanträge aus. Darunter sind auch Folgeanträge und verzögerte Verfahren aus den Vorjahren. Die Zahl der Anträge bewegt sich damit fast auf dem Niveau des Jahres 2014 (203.000 Anträge) vor dem großen Andrang von Flüchtlingen. 2015 kamen rund 890.000 neue Asylsuchende in Deutschland, deren Anträge aufgrund der Fülle nicht sofort bearbeitet werden konnten. 2016 gingen mehr als 745.000 Anträge beim Bundesamt ein.

Der Antragsstau, der sich seitdem beim Bundesamt gebildet hatte, ist den Angaben zufolge weitgehend aufgelöst. Mehr als 600.000 Verfahren wurden 2017 entschieden. Ende Dezember waren noch rund 68.000 Verfahren anhängig, mehr als 22.000 davon Altverfahren aus den Jahren 2016 und früher. Die Rückstände seien praktisch abgebaut, sagte de Maizière. Er und Bundesamts-Leiterin Cordt kündigten an, sich im Jahr 2018 verstärkt um die Qualität der Verfahren zu kümmern.

An dieser Stelle setzt die Kritik von Innenpolitikerin Ulla Jelpke (Linke) an. Sie bezeichnet die hohe Zahl erledigter Asylverfahren als einen „Scheinerfolg“. „Die zahlreichen Mängel in den Asylbescheiden des BAMF, die auch mit politischen Vorgaben für eine restriktive Asylpolitik zu erklären sind, führen dazu, dass die Asylprüfung in großem Umfang den überlasteten Gerichten aufgebürdet wird“, so Jelpke.

Maximal 220.000 Flüchtlinge pro Jahr

Bei den Asylentscheidungen im vergangenen Jahr erhielten 20,5 Prozent der Betroffenen den Flüchtlingsstatus nach dem Grundgesetz oder der Genfer Flüchtlingskonvention. Weitere 16 Prozent der Antragsteller erhielten den untergeordneten subsidiären Schutz, für den derzeit der Familiennachzug ausgesetzt ist. In knapp sieben Prozent der Fälle wurde ein Abschiebeverbot verhängt. Abgelehnt wurden 38,5 Prozent der Anträge. Der Rest wurde anderweitig erledigt, unter anderen aus formellen Gründen.

Die Zahl der 2017 registrierten Flüchtlinge fällt in die Spanne, die Union und SPD bei den Sondierungen für eine neue große Koalition als maximale Einwanderungszahl festgelegt hatten. Demnach sollen pro Jahr nicht mehr als 180.000 bis 220.000 Flüchtlinge kommen.

Neuregelung des Familiennachzugs

Teil des zwischen Union und SPD besprochenen Pakets ist dabei auch eine Neuregelung des derzeit ausgesetzten Familiennachzugs für subsidiär geschützte Flüchtlinge. Demnach sollen künftig pro Monat 1.000 Angehörige von in Deutschland lebenden Schutzberechtigten nachgeholt werden. De Maizière sprach von einem Kontingent, für das in den weiteren Gesprächen in einer möglichen erneuten großen Koalition noch Kriterien festgelegt werden müssten. De Maizière bezeichnete den Kompromiss als „vernünftig“, da er ausschließe, eine Entscheidung ins Unbekannte zu treffen. Schätzungen über den möglichen Familiennachzug gehen weit auseinander.

De Maizière erklärte auch, dass die Absprache, im Gegenzug zur Familiennachzugsregelung die freiwilligen Übernahmen von Flüchtlingen aus Griechenland und Italien zu beenden, keine Absage an EU-Umverteilungen sei. „Sollte es zu neuen Relocation-Beschlüssen kommen, werden wir die selbstverständlich auch zusätzlich erfüllen“, sagte er. Im Zuge der Relocation hatten Deutschland und andere EU-Länder Schutzsuchende aus den besonders belasteten EU-Grenzstaaten übernommen. Das Programm endete bereits vergangenen Spätsommer. Derzeit werden noch die letzten Flüchtlinge, auf die das Programm zutraf, auf freiwilliger Basis umgesiedelt. (epd/mig 17)

 

 

 

 

Internationale Jugendbegegnung des Bundestages erforscht Widerstand gegen den Nationalsozialismus

 

80 junge Menschen, die sich in Deutschland und seinen Nachbarländern, vor allem Polen und Frankreich, mit der Geschichte des Nationalsozialismus auseinandersetzen oder sich gegen Antisemitismus und Rassismus engagieren, nehmen in diesem Jahr an der Internationalen Jugendbegegnung des Bundestages teil. An fünf Tagen Ende Januar werden sie sich insbesondere mit den Schicksalen von Menschen beschäftigen, die aus Gewissensgründen Widerstand gegen den Nationalsozialismus leisteten.

 

Nach intensiven Workshop-Tagen in München und Dachau wird die Teilnahme an der Gedenkstunde des Deutschen Bundestages für die Opfer des Nationalsozialismus am 31. Januar in Berlin den Abschluss und zugleich Höhepunkt der Jugendbegegnung 2018 bilden. Danach werden die jungen Leute noch Gelegenheit haben, mit den Zeitzeuginnen und Gästen der diesjährigen Gedenkstunde des Bundestages für die Opfer des Nationalsozialismus, Anita Lasker Wallfisch und ihrer Schwester Renate Lasker-Harpprecht, sowie Bundestagspräsident Wolfgang Schäuble zu diskutieren.

 

Dem thematischen Schwerpunkt der diesjährigen Veranstaltung, dem Widerstand aus Gewissensgründen, werden sich die jungen Teilnehmer vor allem am Beispiel der „Weißen Rose“ nähern. In der Münchner „Denkstätte Weiße Rose“ werden sie sich mit den Schicksalen der Mitglieder dieses Kreises befassen. Dort, am Ort der Denkstätte - dem Lichthof der Ludwig-Maximilians-Universität - verteilten am 18. Februar 1943 Hans und Sophie Scholl das sechste Flugblatt der Weißen Rose. Dafür wurden sie verhaftet und ermordet. In der KZ-Gedenkstätte Dachau werden sich die Jugendlichen mit weiteren Biografien von Menschen auseinandersetzen, die Widerstand gegen den Nationalsozialismus leisteten. dip

 

 

 

 

Disruption der Krankenversicherungen

 

Neue Trendstudie beschreibt den Wandel der traditionellen Krankenversicherung zum prädiktiven Gesundheitsförderer 2030

 

Leipzig, 16. Januar 2018. Heute veröffentlicht der 2b AHEAD ThinkTank in Kooperation mit der AOK PLUS die neue Trendstudie „Die Zukunft der Krankenversicherungen“. Die sieben Kernaussagen:

 

* Das traditionelle Verhältnis der Akteure in der Gesundheitswirtschaft wird durch eine immer individuellere Medizin und die Möglichkeiten der Digitalisierung auf eine neue Grundlage gestellt.

* Versicherte und Patienten werden zu Gesundheitskunden. Sie erwarten jederzeit eine präzise und differenzierte Bestimmung ihres aktuellen und zukünftigen Gesundheitszustandes.

* Gesundheit ist kein Zufall: Die Gesundheitskunden der Zukunft messen die Leistungsfähigkeit ihrer Gesundheitsanbieter an deren Prognosekompetenz. Hier erweist sich die Relevanz der Akteure – die entscheidende Voraussetzung für lukrative und sinnstiftende Geschäftsmodelle der Zukunft.

* Nicht der einzelne Mediziner, sondern intelligente Software und neuronale Netzwerke übersetzen die Körperdaten der Gesundheitskunden in konkrete Handlungsempfehlungen; für die Versicherten selbst, Mediziner, Apotheker, Nahrungsmittelhersteller.

* Die Gesundheitsförderer werden vermehrt Leistungs- und Körperoptimierung sowie Lebensverlängerung in ihr Leistungsportfolio aufnehmen.

* Der Wandel hat begonnen. Erste Akteure sind bereits auf dem Markt und stellen die konventionelle Branchenlogik auf eine neue Grundlage.

* Krankenversicherungen werden zu prädiktiven Gesundheitsförderern – soweit das Solidarprinzip hierzu befähigt, ist es weiterhin eine tragfähige Grundlage der Krankenversicherung der Zukunft.

 

Mit Blick auf die rasante Entwicklung in der Gesundheitsbranche veröffentlicht der 2b AHEAD ThinkTank, Europas größtes unabhängiges Trendforschungsinstitut, heute die wissenschaftliche Trendstudie „Die Zukunft der Krankenversicherungen“. In Kooperation mit der AOK PLUS führten Trendforscher von 2b AHEAD zahlreiche Experteninterviews und Recherchen durch und geben einen fundierten Ausblick in die Zukunft der Krankenversicherungsbranche im Jahr 2030. Dabei wird deutlich: Die konventionelle Gesundheitsbranche läuft Gefahr, von den Treibern der Entwicklung überholt zu werden.

 

„Die Branche steht kurz vor einem grundlegenden Innovationsschub“, resümiert Kai Gondlach, Senior Researcher bei 2b AHEAD und Autor der Studie. „Die eindeutige Botschaft lautet: Rollenwandel oder Bedeutungsverlust.“

 

Gesundheit wird im Zuge der digitalen Transformation mehr und mehr zu einem gestaltbaren Gut. An die Stelle der Bonushefte von Krankenversicherungen und pauschalen, verdachtsunabhängigen und in Summe ungerichteten gesundheitsfördernden Maßnahmen treten in naher Zukunft evidenzbasierte, personalisierte Empfehlungen zur gezielten Vorsorge, basierend auf zahlreichen Sensoren in der Lebenswelt, am und im Körper des Gesundheitskunden.

 

„Gesundheit ist kein Zufall“, bilanziert Michael Carl, Managing Director von 2b AHEAD und ebenfalls Autor der Studie, diese Entwicklung. „Wer in Zukunft krank wird, hat einen schlechten Gesundheitsförderer gewählt.“

 

Vorsorge wird in wenigen Jahren auch den aktiven Eingriff in die Genetik (CRISPR/Cas9), vor allem aber individualisierte Ernährung und Medikation einschließen. Das entscheidende Fundament für erfolgreiche Prävention bildet ein schnell wachsender Datenstrom, den Gesundheitskunden zum Wohle ihrer Gesundheit bereitwillig demjenigen Anbieter zur Verfügung stellen, welcher die erfolgreichsten Empfehlungen zur Prävention von Krankheiten gibt. Heutige Krankenversicherungen werden somit zu prädiktiven Gesundheitsförderern.

 

Der Schlüssel hierzu ist die digitale Kommunikation. Grundlage bildet ein kanalübergreifendes Echtzeit-Kommunikationssystem im Sinne eines Omnichannel-Managements und eine hochgradige Automatisierung der internen Abläufe. Dies erfordert in jedem Fall eine moderne IT-Infrastruktur zur Echtzeit-Datenverarbeitung. Der Umgang mit Daten wird dabei zur Überlebensfrage: „Die häufigste Todesursache in Deutschland ist mutmaßlich der Datenschutz“, so Prof. Dr. Dr. Arkadiusz Miernik, Oberarzt Universitätsklinikum Freiburg und Experte der Studie. 2b AHEAD ThinkTank

 

 

 

 

 

70 Jahre internationaler  Praktikantenaustausch mit IAESTE

 

Seit 70 Jahren gibt es das Netzwerk zum Praktikantenaustausch IAESTE (International Association for the Exchange of Students for Technical Experience). In dieser Zeit haben mehr als 360.000 Studierende daran teilgenommen, darunter 70.000 aus Deutschland. Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) vertritt das Netzwerk in Deutschland seit 1950.

 

Im Rahmen einer Konferenz des IAESTE-Netzwerks zum Austausch von Praktikanten kommen am 20. Januar Delegierte aus 80 Ländern nach Berlin, um das 70. Jubiläum zu feiern. Während der gleichzeitig stattfindenden Jahreshauptversammlung sollen Vereinbarungen über mehr als 6.000 Praktikumsplätze auf der ganzen Welt getroffen werden.

„Den DAAD und IAESTE verbindet ihr auf gemeinsamen Werten fußendes Grundprinzip: Die Förderung von Verständnis und Verständigung durch Austausch von Wissen und Zusammenarbeit. Beide Organisationen möchten durch internationalen Austausch die persönliche und professionelle Entwicklung junger Menschen positiv beeinflussen“, sagt DAAD-Präsidentin Prof. Margret Wintermantel.

„Im internationalen Wettbewerb um die besten Köpfe bietet IAESTE deutschen Unternehmen und wissenschaftlichen Einrichtungen einen einzigartigen Rahmen, um Spitzenkräfte der Ingenieur- und Naturwissenschaften aus der ganzen Welt kennenzulernen“, sagt DAAD-Generalsekretärin Dr. Dorothea Rüland.

IAESTE-Praktika vermitteln Studierenden der Ingenieur- und Naturwissenschaften sowie der Land- und Forstwirtschaften neben dem Praxisbezug und Fremdsprachenkenntnissen vor allem auch interkulturelle Kompetenz, die ihnen hilft, nach dem Studienabschluss auf internationalen Märkten erfolgreich zu sein.

IAESTE – International Association for the Exchange of Students for Technical Experience

IAESTE ist eine internationale, unpolitische, unabhängige Organisation zur Vermittlung von Praktikumsplätzen im Ausland. Sie wurde 1948 in London gegründet und hat bislang weltweit mehr als 360.000 Studenten in mehr als 85 Länder vermittelt, darunter knapp 70.000 deutsche Studierende.

Der DAAD

Der Deutsche Akademische Austauschdienst (DAAD) ist die Organisation der deutschen Hochschulen und ihrer Studierenden zur Internationalisierung des Wissenschaftssystems. Er schafft Zugänge zu den besten Studien- und Forschungsmöglichkeiten für Studierende, Forschende und Lehrende durch die Vergabe von Stipendien.

Der DAAD fördert transnationale Kooperationen und Partnerschaften zwischen Hochschulen und ist die Nationale Agentur für die europäische Hochschulzusammenarbeit. Der DAAD unterhält dafür ein Netzwerk mit 71 Außenstellen und Informationszentren und rund 500 Lektorate weltweit sowie die internationale DAAD-Akademie (iDA).

2016 hat der DAAD über 130.000 Deutsche und Ausländer rund um den Globus gefördert. Der DAAD wird überwiegend aus Mitteln des Auswärtigen Amts, des Bundesministeriums für Bildung und Forschung, des Bundesministeriums für wirtschaftliche Zusammenarbeit und Entwicklung und der Europäischen Union finanziert.

Programm der Konferenz: https://www.iaeste.de/de/ac-18.  daad

 

 

 

Stichwort: Karneval

 

Fulda. Als Karneval werden die „närrischen Tage“ vor der am Aschermittwoch beginnenden Fastenzeit bezeichnet. Die Namen für das meist in ursprünglich katholischen Gebieten veranstaltete Brauchtum sind regional unterschiedlich. Im Rheinland heißt es Karneval, in Mainz und Umgebung Fastnacht, in Fulda und der Rhön Foaset, im schwäbisch-alemannischen Gebiet Fasnet. Fosnat nennen es die Franken, im bayrisch-österreichischen Raum wird Fasching gefeiert. Seit dem zwölften Jahrhundert ist das Wort „Fastnacht“ im Mittelhochdeutschen bekannt. Das Wort Karneval stammt wahrscheinlich vom Italienischen „carne vale“, was „Fleisch, lebe wohl“ bedeutet. Vermutet wird, dass die Feiern neben christlichen Bezügen auch Wurzeln in germanischen und römischen Frühlingsfesten und Fruchtbarkeitskulten haben.

Seit dem 13. und 14. Jahrhundert gehören Gastmähler, Trinkgelage, Reiter- und Tanzspiele zu den Bräuchen der sogenannten „fünften Jahreszeit“. Kaum verändert hat sich die Art der Festlichkeiten: Mit Tanz, Spiel, Umzügen und Verkleidungen wird in den Tagen vor der Fastenzeit die bestehende Ordnung außer Kraft gesetzt und im Narrengewand verspottet. Hierauf deuten auch die „Gegenregierung“ des Elferrats und die Übergabe der Rathausschlüssel hin. Zeitkritische und anarchistische Elemente gehören besonders seit der Französischen Revolution zu Sitzungen und Umzügen. Höhepunkte der närrischen Zeit sind der Donnerstag vor Aschermittwoch, die Weiberfastnacht, der Rosenmontag und der Fastnachtsdienstag (Veilchendienstag), an dem der Karneval oft feierlich und tränenreich zu Grabe getragen wird. (kna/bpf 17)